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Thursday, December 12, 2024

GRICE E VICO

 

Grice e Vico: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’antichissima sapienza degl'italici -- da rintracciare nelle origini della sua lingua – la scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Napoli, Campania. Filosofo italiano. “The best philosopher, but that’s Hampshire’s judgement!” – Grice. “Si potrebbe presentare la storia ulteriore del pensiero come un ricorso delle idee del Vico” (CROCE, La filosofia di V., Laterza, Bari). – cf. Whitehead on metaphysics as footnotes to Plato. matematiche perché siamo noi a farle tramite postulati, definizioni, ma non potremo mai dire di conoscere nello stesso modo la natura perché non siamo noi ad averla creata.  Conoscere una cosa significa rintracciarne i principi primi, le cause, poiché, secondo l'insegnamento aristotelico, veramente la scienza è «scire per causas» ma questi elementi primi li possiede realmente solo chi li produce, «provare per cause una cosa equivale a farla».  Le obiezioni a Cartesio Il principio del verum ipsum factum non era una nuova e originale scoperta di Vico ma era già presente nell'occasionalismo, nel metodo baconiano che richiedeva l'esperimento come verifica della verità, nel volontarismo scolastico che, tramite la tradizione scotista, era presente nella cultura filosofica napoletana del tempo di Vico. La tesi fondamentale di queste concezioni filosofiche è che la piena verità di una cosa sia accessibile solo a colui che tale cosa produce; il principio del verum-factum, proponendo la dimensione fattiva del vero, ridimensiona le pretese conoscitive del razionalismo cartesiano che Vico inoltre giudica insufficiente come metodo per la conoscenza della storia umana e delle scienze sociali, che non possono essere analizzate solo in astratto, perché esse hanno sempre un margine di imprevedibilità.  Vico però si serve di quel principio per avanzare in modo originale le sue obiezioni alla filosofia cartesiana trionfante in quel periodo. Il cogito cartesiano infatti potrà darmi certezza della mia esistenza ma questo non vuol dire conoscenza della natura del mio essere, coscienza non è conoscenza: avrò coscienza di me ma non conoscenza poiché non ho prodotto il mio essere ma l'ho solo riconosciuto.  «L'uomo, egli dice, può dubitare se senta, se viva, se sia esteso, e infine in senso assoluto, se sia; a sostegno della sua argomentazione escogita un certo genio ingannatore e maligno... Ma è assolutamente impossibile che uno non sia conscio di pensare, e che da tale coscienza non concluda con certezza che egli è. Pertanto Renato (René Descartes) svela che il primo vero è questo: "Penso dunque sono".»  (Giambattista Vico, De antiquissima Italorum sapientia in Opere filosofiche a cura di Paolo Cristofolini, Firenze, Sansoni 1971, p.70)  Il criterio del metodo cartesiano dell'evidenza procurerà dunque una conoscenza chiara e distinta, che però per Vico non è scienza se non è capace di produrre ciò che conosce. In questa prospettiva, dell'essere umano e della natura colti nella loro interezza e nelle loro relazioni solo Dio, creatore di entrambi, possiede la verità (livello di conoscenza maggiore: inter - legere).  Mentre quindi la mente umana procedendo astrattamente nelle sue costruzioni, come accade per la matematica e la geometria, crea una realtà che le appartiene, essendo il risultato del suo operare, giungendo così a una verità sicura, la stessa mente non arriva alle stesse certezze per quelle scienze di cui non può costruire l'oggetto come accade per la meccanica, meno certa della matematica, la fisica meno certa della meccanica, la morale meno certa della fisica.  «Noi dimostriamo le verità geometriche poiché le facciamo, e se potessimo dimostrare le verità fisiche le potremmo anche fare.»  (Ibidem, pag. 82)  Mente umana e mente divina «I latini... dicevano che la mente è data, immessa negli uomini dagli dei. È dunque ragionevole congetturare che gli autori di queste espressioni abbiano pensato che le idee negli animi umani siano create e risvegliate da Dio [...] La mente umana si manifesta pensando, ma è Dio che in me pensa, dunque in Dio conosco la mia propria mente.»  (Giambattista Vico, De antiquissima, 6)  Il valore di verità che l'uomo ricava dalle scienze e dalle arti, i cui oggetti egli costruisce, è garantito dal fatto che la mente umana, pur nella sua inferiorità, esplica un'attività che appartiene in primo luogo a Dio. La mente dell'uomo è anch'essa creatrice nell'atto in cui imita la mente, le idee, di Dio, partecipando metafisicamente a esse.  L'ingegno Imitazione e partecipazione alla mente divina avvengono per opera di quella facoltà che Vico chiama ingegno che è «la facoltà propria del conoscere... per cui l'uomo è capace di contemplare e di imitare le cose». L'ingegno è lo strumento principe, e non l'applicazione delle regole del metodo cartesiano, per il progresso, ad esempio, della fisica che si sviluppa proprio attraverso gli esperimenti escogitati dall'ingegno secondo il criterio del vero e del fatto.  L'ingegno dimostra, inoltre, i limiti del conoscere umano e la contemporanea presenza della verità divina che si rivela proprio attraverso l'errore:  «Dio mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando erriamo, poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto l'apparenza dei beni; vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti, ma ciò dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito.»  (Giambattista Vico, De antiquissima, 6)  Il sapere metafisico Contro lo scetticismo Vico sostiene che è proprio tramite l'errore che l'uomo giunge al sapere metafisico:  «Il chiarore del vero metafisico è pari a quello della luce, che percepiamo soltanto in relazione ai corpi opachi... Tale è lo splendore del vero metafisico non circoscritto da limiti, né di forma discernibile, poiché è il principio infinito di tutte le forme. Le cose fisiche sono quei corpi opachi, cioè formati e limitati, nei quali vediamo la luce del vero metafisico.»  (Giambattista Vico, De antiquissima, 3)  Il sapere metafisico non è il sapere in assoluto: esso è superato dalla matematica e dalle scienze ma, d'altro canto, «la metafisica è la fonte di ogni verità, che da lei discende in tutte le altre scienze.» Vi è dunque un "primo vero", «comprensione di tutte le cause», originaria spiegazione causale di tutti gli effetti; esso è infinito e di natura spirituale poiché è antecedente a tutti i corpi e che quindi si identifica con Dio. In Lui sono presenti le forme, simili alle idee platoniche, modelli della creazione divina.  «Il primo vero è in Dio, perché Dio è il primo facitore (primus Factor); codesto primo vero è infinito, in quanto facitore di tutte le cose; è compiutissimo, poiché mette dinanzi a Dio, in quanto li contiene, gli elementi estrinseci e intrinseci delle cose.»  (Giambattista Vico, De antiquissima Italorum sapientia in Opere filosofiche a cura di P. Cristofolini, Firenze, Sansoni 1971, p. 62)  La metafisica di Vico Il platonico Vico Attraverso i propri scritti Vico fa capire la sua conversione dalla filosofia lucreziana e gassendiana a quella platonica, egli descrive la metafisica del filosofo di riferimento come tale che:  «conduce a un principio fisico che è idea eterna, che da sé educe e crea la materia medesima, come uno spirito seminale, che esso stesso si fermi l'uovo.»  (Nicola Badaloni, "Introduzione a Gianbattista Vico, Opere Filosofiche, a cura di P. Cristofolini, Firenze 1971, p. 11")  Egli illustra nell'Autobiografia i suoi capisaldi:  «1) «nella nostra mente sono certe eterne verità che non possiamo sconoscere riniegare, e in conseguenza che non sono da noi», cioè che non sono fatte da noi  2) «del rimanente sentiamo in noi una libertà di fare, intendendo, tutte le cose che han dipendenza dal corpo, e perciò le facciamo in tempo, cioè quando vogliamo applicarvi, e tutte in conoscendo le facciamo, e tutte le conteniamo dentro di noi: come le immagini con la fantasia; le reminescenze con la memoria; con l’appetito le passioni; gli odori, i sapori, i colori, i suoni, i tatti co’ sensi: e tutte queste cose le conteniamo dentro di noi. […] Ma per le verità eterne che non sono da noi e non hanno dipendenza dal corpo nostro, dobbiamo intendere essere Principio delle cose tutte come una idea eterna tutta scevera da corpo, che nella sua cognizione, ove voglia, crea tutte le cose in tempo e le contiene dentro sé...».»  La coerenza della filosofia 'timaica' di Vico può essere analizzata anche da questi due punti, infatti, nel primo caso, questa si riferisce a un principio materiale, immateriale, ideale, eterno e attivo; nel secondo caso si riferisce al principio di materia che è prodotta da ὗλη (materia) e conserva la propria capacità di muoversi a causa di questa origine.  La religione secondo Vico Anche per Vico le religioni non sono vere, ma in esse non è nemmeno possibile che tutto sia falso. Infatti, avrebbe senso se tutte le loro parti fossero sbagliate, in quanto provocherebbero paura e odio, ma non possono spiegare come abbiano saputo restituire la loro "tenerezza" secondo il metodo della separazione. Tuttavia, per il filosofo Herbert Spencer (liberale), la religione assume così la "rutunda Dei religio" nella sua forma puramente circolare, che ritroveremo nel De Uno e in quella ricomparsa nella teoria del ciclo storico di Vico; ci sono molti punti in comune tra le filosofie di Herbert e quella di Vico, anche se la causa finale è in Vico determinata come 'conservazione', dunque non sbaglieremmo a leggere la filosofia vichiana e la filosofia di Herbert contemporaneamente ponendo punti di connessione e paragone tra le due. Un altro punto di contatto di Herbert con un capitolo del De Antiquissima di Vico parte dal concetto di provvidenza e sostiene l'inconciliabilità di questa con le divinità dei 'gentili' e va quindi alla ricerca di alcuni elementi che possano accordare le due cose (media sufficientia), perché, per lui, il Dio è buono e la maggior parte degli uomini deve potersi salvare, egli trova tale conciliazione nella capacità inventiva della mente umana che l'ha indotta nella 'divinatio' o alla 'deificatio', cioè a forme di sublimazione che esprimono l'idea della bellezza del mondo, anche se l'errore ci può far vedere rotonda la torre quadrata.  Il conato Si giunge dunque a uno dei punti cardine della metafisica vichiana: il conato, si tratta del nocciolo di ciò che Vico chiama zenonismo, ossia la dottrina dei punti metafisici, riassumibile nella tesi che il punto in quanto momentum "non è esteso, ma genera l'estensione".  Il punto-momento è il conatus che si allarga al di là della geometria e comprende la fisica cosicché la triade dominante è: quiete=Dio; conato=materia=virtù=idea; moto=corpo. Il moto non ha mai inizio autonomo, perché è sottoposto al controllo dell'etere. Il conato, espressione fisica del punto-momento, come non è punto né numero, ma il generatore di entrambi. È come se le ricerche di Galilei sulla dinamica e sul continuo fossero state trasferite nella metafisica, e alla fisica fossero stati lasciati solo i moti, una tesi che merita di essere riscontrata nei testi.  Vico dà ai punti-conati (sia nella prima forma numerica sia in quella più vicina alla fisica) una capacità 'impulsiva' simile a questi indivisibili. Egli dice che:  «La metafisica trascende la fisica perché tratta delle virtù e dell'infinito; la fisica è parte della metafisica perché tratta delle forme e degli oggetti finiti.»  (Vico, "Opere Filosofiche, pp. 93-94")  Poi Vico aggiunge:  «L'essenza del corpo consiste in indivisibili; il corpo tuttavia si divide: dunque l'essenza del corpo non è: dunque è l'altra cosa dal corpo. Cosa è dunque? È una indivisibil virtù, che contiene, sostiene, mantiene il corpo, e sotto parti diseguali del corpo vi sta egualmente; sostanza, della quale è solamente lecito raramente si somiglia alla divina, e perciò unica a dimostrare l'umano vero.»  (Nicola Badaloni, "Introduzione a Gianbattista Vico, p. 94")  Da un punto di vista matematico il conato può essere paragonato all'Uno, esso è indivisibile perché uno è l'infinito, e l'infinito è indivisibile, perché non ha in che dividersi, non potendo dividerlo in nulla.  Possiamo raccontare Vico come un seguace di Galilei; tuttavia, lo critica per aver sostenuto la diversità tra infinito e indivisibile. Quando Galilei parla dell'infinitezza, per esempio, della percossa, ovvero di quella espansiva degli ignicoli, egli, per Vico, non fa che trasferire erroneamente il conato infinito nel moto al fine di dare a quest'ultimo (che non è che occasione) un rilievo maggiore. L'accumulo di moto, che Galilei vede risultare dall'infinitezza della percossa, secondo Vico, che dà una interpretazione più rigida dell'equazione conato=momento=punto indivisibile, è un tipo di energia potenziale che il conato sviluppa in ogni sito e attimo dell'universo e che, dal punto di vista metafisico, non varia mai, giacché il conato non è a base della dinamica ma della struttura dell'universo. La questione del rapporto tra sentire e pensare è ripresa nei capitoli V e VI del De Antiquissima. In quello intitolato De animo et anima, Vico sostiene che:  «Gli stessi muscoli del cuore sono contratti e dilatati dai nervi, sicché il sangue è continuamente fatto circolare per un processo di sistole e diastole ricevendo dai nervi il proprio moto.»  (Nicola Badaloni, "Introduzione a Gianbattista Vico, p. 104")  Dunque l'aria è lo spirito vitale che muove il sangue; l'etere è lo spirito animale; la prima costituisce l'anima, il secondo l'animo, la cui immortalità è spiegata col suo tendere all'infinito e all'eterno. Entro l'animo è la mente che è mens animi, cioè la parte più raffinata dell'animo stesso. Passando dalla teoria dell'anima a quella dell'animo e di qui al primo cenno di quella della mente, Vico commenta, in modo platonico-spinoziano, che "forse importa più deporre gli affetti che allontanare i pregiudizi". Il capitolo VI è intitolato De Mente; il suo oggetto è appunto la animi mens che corrisponde alla libertà sui moti dell'animo. La facoltà di desiderare in vari termini e modi "è Dio a ciascuno" ma la libertà dell'arbitrio, cioè la mens animi rappresenta il momento di fuoriuscita dall'ambito della psicologia e d'ammissione in quello di una libertà umanamente inventiva. La mens animi è il punto di maggiore avvicinamento al creare reale, talché "in Dio dunque conosco la mia stessa mente".  La metafisica vichiana a confronto In letture recenti si è ripresentata l'antica analogia tra Kant e Vico (a parte le diverse capacità analitiche dei due filosofi), la reale divergenza tra loro sta nel fatto che l'oggetto del primo è il sistema scientifico, già costruito da Newton, e da Kant posto in relazione colle possibilità e coi limiti delle facoltà umane; l'interesse di Vico è invece rivolto a un 'oggetto' del tutto nuovo che è il rapporto strutturato tra la scienza e la sua genesi, nella mente dell'uomo primitivo e le situazioni e istituzioni sociali che hanno accompagnato le sue modificazioni.  Vico è a conoscenza della discussione sul platonismo precedente e seguente il suo saggio sulla metafisica, conobbe sicuramente il libro di Brucker e a cui anzi rivolse una critica importante. Scrive infatti nella Scienza Nuova (1744) che:  «Le scienze debbono incominciare da che ‘ncominciò la materia; esse ebbero inizio alle ch'i primi uomini cominciarono a umanamente pensare, non già quando i filosofi cominciarono a riflettere sopra l'umane menti (come ultimamente n'è uscito alla luce un libricciuolo erudito e dotto col titolo Historia de ideis, che si conduce fin all'ultime controversie che ne hanno avuto i due primi ingegni di questa età, il Leibnizio e ‘l Newtone.»  Con questa osservazione, Vico integra l'esposizione del platonismo moderno con un progetto d'interpretazione della genesi di questo modo di pensare e del suo svolgimento. I sottoinsiemi scientifici, che egli si appresta a costruire, sono condizionati da questo punto di arrivo, che nella sua 'idealità' è metastorico, in senso quasi trascendentale, e, nel suo contenuto, difficilmente nasconde il carattere 'semilibertino' della struttura sistematica sottesa. La critica di Vico a Brucker ci mette dunque in condizione di valutare il significato che egli attribuisce alla scienza nuova. L''oggetto' costituito dalle idee platonico-galileiane è nato, riferendosi al mondo tuttora in divenire, è la trasformazione strutturata di un complesso di tradizioni, istituzioni e conoscenze umane che si sostengono reciprocamente e si modificano conflittualmente. Il punto di attacco delle scienze della natura di tipo galileiano (integrato nella filosofia del platonismo moderno) con la scienza dell'uomo, è dato dal costituirsi di un diverso 'oggetto' a esse legato, che ha però la sua autonomia, le sue regole, costituendo un sottosistema aperto all'invenzione di nuovi strumenti interpretativi.  La scienza vichiana si organizza in modo da delimitare un campo di ricerche concrete. La critica a Brucker ha già dato un'idea del modo come Vico, partendo dalla scienza moderna e violentemente ributtandola sui suoi principi ne ricerchi gli elementi genetici e formativi per recuperarne, poi, gli aspetti complessi.  La Scienza nuova  Frontespizio della terza edizione 1744 della Scienza nuova Se l'uomo non può considerarsi creatore della realtà naturale ma piuttosto di tutte quelle astrazioni che rimandano a essa come la matematica, la stessa metafisica, vi è tuttavia un'attività creatrice che gli appartiene.  «questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana.»  (Giambattista Vico Scienza nuova, terza ediz., libro I, sez. 3)  La storia creatrice L'uomo è dunque il creatore, attraverso la storia, della civiltà umana. Nella storia l'uomo verifica il principio del verum ipsum factum, creando così una scienza nuova che avrà un valore di verità come la matematica. Una scienza che ha per oggetto una realtà creata dall'uomo e quindi più vera e, rispetto alle astrazioni matematiche, concreta. La storia rappresenta la scienza delle cose fatte dall'uomo e, allo stesso tempo, la storia della stessa mente umana che ha fatto quelle cose.[44]  Filosofia e "filologia" La definizione dell'uomo e della sua mente non può prescindere dal suo sviluppo storico se non si vuole ridurre tutto a un'astrazione. La concreta realtà dell'uomo è comprensibile solo riportandola al suo divenire storico. È assurdo credere, come fanno i cartesiani o i neoplatonici, che la ragione dell'uomo sia una realtà assoluta, sciolta da ogni condizionamento storico.  «La filosofia contempla la ragione, onde viene la scienza del vero; la filologia[45] osserva l'autorità dell'umano arbitrio onde viene la coscienza del certo... Questa medesima degnità (assioma) dimostra aver mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con l'autorità de' filologi, come i filologi che non curarono d'avverare la loro autorità con la ragion dei filosofi.»  (Giambattista Vico Ibidem Degnità X)  Ma la filologia da sola non basta, si ridurrebbe a una semplice raccolta di fatti che invece vanno spiegati dalla filosofia. Tra filologia e filosofia vi deve essere un rapporto di complementarità per cui si possa accertare il vero e inverare il certo.  Le leggi della 'scienza nuova' Compito della 'scienza nuova' sarà quello di indagare la storia alla ricerca di quei principi costanti che, secondo una concezione per certi versi platonizzante, fanno presupporre nell'azione storica l'esistenza di leggi che ne siano a fondamento, com'è per tutte le altre scienze:  «Poiché questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagli uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità convenuto e tuttavia vi convengono tutti gli uomini; poiché tali cose ne potranno dare i principi universali ed eterni, quali devon essere d'ogni scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano le nazioni.»  (Giambattista Vico Ibidem, libro I, sez. 3)  La storia quindi, come tutte le scienze, presenta delle leggi, dei principi universali, di un valore ideale di tipo platonico, che si ripetono costantemente allo stesso modo e che costituiscono il punto di riferimento per la nascita e il mantenimento delle nazioni.  L'eterogenesi dei fini e la Provvidenza storica Rifarsi alla mente umana per comprendere la storia non è sufficiente: si vedrà, attraverso il corso degli avvenimenti storici, che la stessa mente dell'uomo è guidata da un principio superiore a essa che la regola e la indirizza ai suoi fini, che vanno al di là o contrastano con quelli che gli uomini si propongono di conseguire; così accade che, mentre l'umanità si dirige al perseguimento di intenti utilitaristici e individuali, si realizzino invece obiettivi di progresso e di giustizia secondo il principio della eterogenesi dei fini.  «Pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo di nazioni... ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini si avevan proposti.»  (Giambattista Vico Ibidem, Conclusione)  La storia umana in quanto opera creatrice dell'uomo gli appartiene per la conoscenza e per la guida degli eventi storici, ma nel medesimo tempo lo stesso uomo è guidato dalla Provvidenza che prepone alla storia divina.  I corsi storici Secondo Vico il metodo storico dovrà procedere attraverso l'analisi delle lingue dei popoli antichi «poiché i parlari volgari debono essere i testimoni più gravi degli antichi costumi de' popoli che si celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue», e quindi tramite lo studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico delle nazioni civili.  Questo metodo ha fatto identificare nella storia una legge fondamentale del suo sviluppo che avviene evolvendosi in tre età:  l'età degli dei, «nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli»;[46] l'età degli eroi, dove si costituiscono repubbliche aristocratiche; l'età degli uomini, «nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana».[47] I bestioni La storia umana, secondo Vico, inizia con il diluvio universale, quando gli uomini, giganti simili a primitivi "bestioni", vivevano vagando nelle foreste in uno stato di completa anarchia. Questa condizione bestiale era conseguenza del peccato originale, attenuata dall'intervento benevolo della Provvidenza divina che immise, attraverso la paura dei fulmini, il timore degli dei nelle genti che «scosse e destate da un terribile spavento d'una da essi stessi finta e creduta divinità del cielo e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si nascosero in certi luoghi; ove fermi con certe donne, per lo timore dell'appresa divinità, al coverto, con congiungimenti carnali religiosi e pudichi, celebrarono i matrimoni e fecero certi figlioli, e così fondarono le famiglie. E con lo star quivi fermi lunga stagione e con le sepolture degli antenati, si ritrovarono aver ivi fondati e divisi i primi domini della terra».[48]  La civiltà L'uscita dallo stato di ferinità quindi avviene:  per la nascita della religione, nata dalla paura e sulla base della quale vengono elaborate le prime leggi del vivere ordinato; per l'istituzione delle nozze che danno stabilità al vivere umano con la formazione della famiglia; per l'uso della sepoltura dei morti, segno della fede nell'immortalità dell'anima che distingue l'uomo dalle bestie. Della prima età Vico sostiene di non poter scrivere molto poiché mancano documenti su cui basarsi: infatti quei bestioni non conoscevano la scrittura e, poiché erano muti, si esprimevano a segni o con suoni disarticolati. L'età degli eroi ebbe inizio dall'accomunarsi di genti che trovavano così reciproco aiuto e sostegno per la sopravvivenza. Sorsero le città guidate dalle prime organizzazioni politiche dei signori, gli eroi che con la forza e in nome della ragion di Stato, conosciuta solo da loro,[49] comandavano sui servi che, quando rivendicarono i propri diritti, si ritrovarono contro i signori che, organizzati in ordini nobiliari, diedero vita agli stati aristocratici che caratterizzano il secondo periodo della storia umana.  In questa seconda, dove predomina la fantasia, nasce il linguaggio dai caratteri mitici e poetici. Infine la conquista dei diritti civili da parte dei servi dà luogo alla età degli uomini e alla formazione di stati popolari basati sul «diritto umano dettato dalla ragione umana tutta spiegata». Sorgono quindi stati non necessariamente democratici ma che possono essere pure monarchici poiché l'essenziale è che rispettino «la ragione naturale, che eguaglia tutti».  La legge delle tre età costituisce la «storia ideale eterna sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni». Tutti i popoli indipendentemente l'uno dall'altro hanno conformato il loro corso storico a questa legge che non è solo delle genti ma anche di ogni singolo uomo che necessariamente si sviluppa passando dal primitivo senso nell'infanzia, alla fantasia nella fanciullezza, e infine alla ragione nell'età adulta:  «Gli uomini prima sentono senza avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura.»  (Giambattista Vico Scienza Nuova, 3a ediz. Degnità LIII)  La verità divina nella storia Se nella storia, pur tra le violenze e i disordini, appare un ordine e un progressivo sviluppo, ciò è dovuto secondo Vico all'azione della Provvidenza, che immette nell'agire dell'uomo un principio di verità che si presenta in modo diverso nelle tre età:  nelle prime due età il vero si presenta come certo «gli uomini che non sanno il vero delle cose procurano d'attenersi al certo, perché non potendo soddisfare l'intelletto con la scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza.»  (Giambattista Vico, Scienza Nuova, Degnità IX)  Questa certezza non viene all'uomo attraverso una verità rivelata ma da una constatazione di senso comune, condivisa da tutti, per cui vi è «un giudizio senz'alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano.»  La sapienza poetica Vi è poi, nella seconda età della storia e dell'uomo, caratterizzata dalla fantasia, un sapere tutto particolare che Vico definisce poetico. In questa età nasce infatti il linguaggio non ancora razionale ma molto vicino alla poesia che «alle cose insensate dà senso e passione, ed è proprietà dei fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e, trastullandosi, favellarvi, come se fussero, quelle, persone vive. Questa degnità filologica-filosofica ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti.»[50]  Se vogliamo quindi conoscere la storia dei popoli antichi dobbiamo rifarci ai miti che hanno espresso nella loro cultura. Il mito infatti non è solo una favola e neppure una verità presentata sotto le spoglie della fantasia ma è una verità di per sé elaborata dagli antichi che, incapaci di esprimersi razionalmente, si servivano di universali fantastici che, sotto spoglie poetiche, presentavano modelli ideali universali: come fecero ad esempio i Greci antichi che non definirono razionalmente la prudenza ma raccontarono di Ulisse, modello universale fantastico dell'uomo prudente.  La poesia Vico si dedica poi a definire la poesia che innanzitutto  è autonoma come forma espressiva differente dal linguaggio tradizionale. I tropi della poesia come la metafora, la metonimia, la sineddoche, ecc. sono stati erroneamente ritenuti strumenti estetici di abbellimento del linguaggio razionale di base, mentre invece la poesia è una forma espressiva naturale e originaria i cui tropi sono «necessari modi di spiegarsi di tutte le prime nazioni poetiche»; La poesia ha una funzione rivelativa, custodisce le prime immaginate verità dei primi uomini;[51] Il linguaggio non ha quindi un'origine convenzionale perché questo presupporrebbe un uso tecnico del linguaggio che invece sorge spontaneamente come poesia. Poiché il linguaggio e i miti costituiscono la cultura originaria e spontanea di tutto un popolo, Vico arriva alla discoverta del vero Omero che è non il singolo autore dei suoi poemi ma l'espressione del patrimonio culturale comune di tutto il popolo greco. È comunque da respingere la interpretazione platonica di Omero come filosofo,[52] «fornito di una sublime sapienza riposta».  «Farsi intendere da volgo fiero e selvaggio[53] non è certamente (opera) d'ingegno addomesticato ed incivilito da alcuna filosofia. Né da un animo da alcuna filosofia umanato ed impietosito potrebbe nascer quella truculenza e fierezza di stile, con cui descrive tante, sì varie e sanguinose battaglie, tante sì diverse e tutte in istravaganti guise crudelissima spezie d'ammazzamenti, che particolarmente fanno tutta la sublimità dell'Iliade.»  (Giambattista Vico, Scienza Nuova)  Verità e storia La sapienza antica ha per contenuto princìpi di giustizia e ordine necessari per la formazione di popoli civili. Questi contenuti si esprimono in modi diversi a seconda che siano formati dal senso o dalla fantasia o dalla ragione. Questo vuol dire che la sapienza, la verità, si manifesta in forme diverse storicamente, ma essa come verità eterna è al di sopra della storia che di volta in volta la incarna. La verità della storia è una verità metafisica nella storia. Nella storia si attua la mediazione tra l'agire umano e quello divino:  nel fare umano si manifesta il vero divino; e il vero umano si realizza tramite il fare divino: la Provvidenza, legge trascendente della storia, che opera attraverso e nonostante il libero arbitrio dell'uomo. Questo non comporta una concezione necessitata del corso della storia poiché è vero che la Provvidenza si serve degli strumenti umani, anche i più rozzi e primitivi, per produrre un ordine ma tuttavia questo rimane nelle mani dell'uomo, affidato alla sua libertà. La storia quindi non è determinata come sostengono gli stoici e gli epicurei che «niegano la provvedenza, quelli facendosi strascinare dal fato, questi abbandonandosi al caso», ma si sviluppa tenendo conto della libera volontà degli uomini che, come dimostrano i ricorsi, possono anche farla regredire:  «Gli uomini prima sentono il necessario; dipoi badano all'utile; appresso avvertiscono il comodo; più innanzi si dilettano nel piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente impazzano in istrapazzar di sostanze.»  (Giambattista Vico, Scienza Nuova, Degnità LXVI)  A questa dissoluzione delle nazioni pone rimedio l'intervento della Provvidenza che talora non può impedire la regressione nella barbarie, da cui si genererà un nuovo corso storico che ripercorrerà, a un livello superiore, poiché dell'epoca passata è rimasta una sia pur minima eredità, la strada precedente.  La filosofia Paradossalmente la criticità del progresso storico appare proprio con l'età della ragione, quando cioè questa invece dovrebbe assicurare e mantenere l'ordine civile. Accade infatti che la tutela della Provvidenza che si è imposta agli uomini nei precedenti due stadi, ora invece deve ricercare il consenso della «ragione tutta spiegata» che si sostituisce alla religione: Così "ordenando la provvedenza": che non avendosi appresso a fare più per sensi di religione (come si erano fatte innanzi) le azioni virtuose, facesse la filosofia le virtù nella lor idea».[54] La ragione infatti, pur con la filosofia, custode della legge ideale del vivere civile, con il suo libero giudizio, può tuttavia incorrere nell'errore o nello scetticismo per cui «si diedero gli stolti dotti a calunniare la verità».  La ragione non crea la verità, poiché non può fare a meno dal senso e dalla fantasia senza le quali appare astratta e vuota. Il fine della storia infatti non è affidato alla sola ragione ma alla sintesi armonica di senso, fantasia e razionalità. La ragione poi è ispirata dalla verità divina per cui la storia è sì opera dell'uomo, ma la mente umana da sola non basta poiché occorre la Provvidenza che indichi la verità. La filosofia è succeduta alla religione ma non l'ha sostituita anzi essa deve custodirla:  «Da tutto ciò che si è in quest'opera ragionato, è da finalmente conchiudersi che questa Scienza porta indivisibilmente seco lo studio della pietà,[55] e che, se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio.»  (Giambattista Vico Scienza Nuova, Conclusione)  Teorizzazione sul riso La concezione di Vico sul riso è riportata in Ridere la verità di Rosella Prezzo che scrive: «La teorizzazione vichiana sul riso, rimasta per lo più sconosciuta, si trova celata in una digressione di un opuscolo polemico dal titolo Vici vindicae», dove il filosofo napoletano scrive che «il riso proviene dall'inganno teso all'ingegno umano, avido del vero: ragion per cui scoppia tanto più abbondante quanto maggiore è la simulazione di questo».[56] Già Niccolò Tommaseo parlando della grandezza del Vico lo presentava come non invaghito per nulla dalla novità «che nuove (dic'egli) son anco le cose ridicole e mostruose» né cercando l'arguzia «siccome col riso le arguzie sterili, sono con la malinconia i concetti possenti».[57] Francesco Flora riporta il racconto che Vico fa dell'origine dell'interiezione: «Seguitarono a formarsi le voci umane con l'interiezioni, che sono voci articolate nell'émpito di passioni violente, che 'n tutte le lingue son monosillabi», causate dalla meraviglia alla vista dei primi fulmini, ad esempio, da cui l'immaginazione di Giove. Il riso intravede la «goffaggine di tali giganti» e vi si inserisce.[58]  Il giudizio della filosofia posteriore «Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva la tradizione, la voce del genere umano. Gli uomini popolari, i progressisti di quel tempo, erano Lionardo di Capua, Cornelio, Doria, Calopreso, che stavano con le idee nuove, con lo spirito del secolo. Lui era un retrivo, con tanto di coda, come si direbbe oggi. La coltura europea e la coltura italiana s'incontravano per la prima volta, l'una maestra, l'altra ancella. Vico resisteva. Era vanità di pedante? Era fierezza di grande uomo? Resisteva a Cartesio, a Malebranche, a Pascal, i cui Pensieri erano «lumi sparsi», a Grozio, a Puffendorfio, a Locke, il cui Saggio era la «metafisica del senso». Resisteva, ma li studiava più che facessero i novatori. Resisteva come chi sente la sua forza e non si lascia sopraffare. Accettava i problemi, combattea le soluzioni, e le cercava per le vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi. Era la resistenza della coltura italiana, che non si lasciava assorbire, e stava chiusa nel suo passato, ma resistenza del genio, che cercando nel passato trovava il mondo moderno. Era il retrivo che guardando indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano. Questa era la resistenza del Vico. Era un moderno e si sentiva e si credeva antico, e resistendo allo spirito nuovo, riceveva quello entro di sé.»  (Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana [1870], Morano, Napoli 1890, p. 314.)  Fintanto che Vico fu in vita la portata e la ricezione critica del suo pensiero furono circoscritte quasi unicamente agli ambienti intellettuali di Napoli, trovando poi un più vasto seguito sol a quasi due secoli dalla sua morte, tra la seconda metà dell'Ottocento e il Novecento. Affermatasi la fama del pensiero vichiano, esso fu conteso dalle più disparate correnti filosofiche: dal pensiero cristiano (nonostante l'iniziale rifiuto), dagli idealisti (dai quali fu proclamato precursore dello storicismo hegeliano), dai positivisti e persino da diversi marxisti.[16] Come fa notare il Fassò «Vico è ben più di un semplice filosofo [...] tanto che in certi momenti della sua travagliatissima fama fu apprezzato prevalentemente per la sua filosofia del diritto, così come in altri momenti fu celebrato precursore della sociologia, della psicologia dei popoli, o come campione fra i maggiori della filosofia della storia, mentre veniva ignorata la sua pur genialissima metafisica, che è ad un tempo il punto d'arrivo e il presupposto logico di tutte le ricerche da lui condotte nei più vari campi dell'operare umano».[16]  Il pensiero vichiano, le cui prime fonti s'ispirano alla tradizione filosofica del Seicento che permeava l'ambiente partenopeo, rappresenta un ponte fra la cultura secentesca e quella settecentesca.[17] Nonostante il Vico non sia caratterizzato da audacia innovatrice illuminista, il suo pensiero raggiunse – come nota Abbagnano – «alcuni risultati fondamentali» che lo connettono a pieno titolo al Settecento.[17] Tuttavia non può tacersi il carattere conservatore della filosofia politico-religiosa del Vico, generato dal turbamento di chi, «assistendo alla fine di un mondo famigliare, non sa scoprire i segni del sorgere di un nuovo».[59] Ciò è dimostrato dalla giustapposizione del certo (ossia il peso dell'autorità della tradizione) al vero (ossia lo sforzo innovatore della ragione) che è il segno di una ricerca di equilibrio estranea al pensiero illuministico. A tali conclusioni il pensiero vichiano fu condotto dalla limitatezza della sua gnoseologia e dalla polemica contro il cartesianesimo, il quale professava, al contrario, l'eliminazione di ogni limite gnoseologico.[17]  Opere Sei Orazioni Inaugurali (1699-1707) De nostri temporis studiorum ratione (1709) Orazione Inaugurale del 1708 De antiquissima Italorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda (1710): Proemium (1710) Liber metaphysicus (1710) Risposte al giornale dei letterati Prima risposta (1711) Seconda risposta (1712) Institutiones oratoriae (1711-1738) De universis Juris (1720-1721) De universis juris uno principio et fine uno liber unus - include «De opera proloquium» (1720) De constantia jurisprudentis liber alter (1721) Notae in duos libros, alterum «De uno universi juris principio et fine uno», alterum «De constantia jurisprudentis» (1722) Scienza nuova prima (1725) Vici Vindiciae (1729) Vita di Giambattista Vico scritta da se medesimo, (l'«Autobiografia» (1725-1728; «Supplemento» 1731) Scienza nuova seconda (1730) De mente heroica (1732) Scienza nuova terza (1744) Edizioni  Scritti storici, 1939 Giambattista Vico, Scienza nuova, Scrittori d'Italia 135, Bari, Laterza, 1931. URL consultato il 16 aprile 2015. Giambattista Vico, Scienza nuova seconda. 1, Scrittori d'Italia 112, Bari, Laterza, 1942. URL consultato il 16 aprile 2015. Giambattista Vico, Scienza nuova seconda. 2, Scrittori d'Italia 113, Bari, Laterza, 1942. URL consultato il 16 aprile 2015. Giambattista Vico, Opere a cura di Fausto Nicolini, Laterza, Bari 1914-40 in otto volumi: I, 1914, Orazioni inaugurali, De studiorum rationum, De antiquissima Italorum sapientia, Risposte al giornale dei letterati; II, 1936, Diritto universale; III, 1931, Scienza nuova I; IV, 1928, Scienza nuova II; V, 1929, Autobiografia, Carteggio, Poesie varie; VI, 1939, Scritti storici; VII, 1940, Scritti vari e pagine disperse; VIII, 1941, Poesie, Institutiones oratoriae. Giambattista Vico, Opere filosofiche a cura di Paolo Cristofolini, Firenze, Sansoni, 1971. Giambattista Vico, Opere giuridiche a cura di Paolo Cristofolini, Firenze, Sansoni, 1974. Giambattista Vico, Institutiones oratoriae, testo critico, versione e commento a cura di Giuliano Crifò, Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa, 1989. Nicola Badaloni, Introduzione a Gianbattista Vico, Bari, Laterza, 1999. Giambattista Vico, La scienza nuova - Le tre edizioni del 1725, 1730, 1744, a cura di Manuela Sanna e Vincenzo Vitiello, Milano, Bompiani, 2012, ISBN 978-88-452-7155-7. Leonardo Amoroso, Introduzione alla Scienza nuova di Vico, Pisa, ETS, 2013, ISBN 978-884673126-5. Benedetto Croce, La filosofia di Giambattista Vico, Bari, Laterza, 1965. Note ^ Benedetto Croce, La filosofia di Giambattista Vico, 2ª ed., Bari, Laterza, 1922 [1911], p. 251, ISBN non esistente. URL consultato il 18 marzo 2016 (archiviato il 13 settembre 2016). ^ Ernst von Glasersfeld, An Introduction to Radical Constructivism. ^ Bizzell and Herzberg, The Rhetorical Tradition, p. 800. ^ "Giambattista Vico" (2002), A Companion to Early Modern Philosophy, Steven M. Nadler, ed. 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Nicolini (Bompiani), Milano, 1947, p. 57.  Giambattista Vico, La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 45, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^ Ugo Grozio, Prolegomeni al diritto della guerra e della pace (a cura di Guido Fassò), cit. p. 16, Morano Editore, 1979.  Giambattista Vico, La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 46, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^ Giovanni Liccardo, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli. ^ Vico che si era rivolto inutilmente per sovvenzionare la stampa dell'opera prima al cardinale Orsini, poi a papa Clemente XII, fu costretto a vendere un anello per farla pubblicare. Vico scrisse in seguito che, in fondo, l'accaduto era stato un bene poiché lo aveva spinto a riscrivere l'opera in maniera più completa. (Cfr. M. Fubini, G.B.Vico. Autobiografia, Torino Einaudi 1965). ^ M. Fubini, G.B. Vico. Autobiografia, Torino Einaudi 1965. ^ La prima redazione dell'opera, andata perduta, aveva il titolo di Scienza nuova in forma negativa. ^ L'Autobiografia fu pubblicata postuma nel 1818 ampliata con una modifica di Vico del 1731. ^ Rivista di studi crociani, Volume 6, a cura della "Società napoletana di storia patria", 1969. ^ La fondazione "Giambattista Vico", voluta da Gerardo Marotta, presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con sede nella Chiesa di San Biagio Maggiore di Napoli, si occupa della promozione del pensiero vichiano e della gestione di alcuni siti vichiani come il castello Vargas di Vatolla (Salerno) e la Chiesa di San Gennaro all'Olmo in Napoli. ^ Giambattista Vico, Principi di una scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni, a cura di Giuseppe Ferrari, Società tipografica de' Classici italiani, Milano 1843, p. 479. ^ Silvestro Candela, L'unità e la religiosità del pensiero di Giambattista Vico, Cenacolo Serafico, 1969, p. 35. ^ «Inesatto è altresì che il Vico terminasse di vivere il 20 gennaio 1744 a più di settantasei anni: mancò nella notte tra il 22 e il 23 gennaio, a settantacinque anni e sette mesi precisi. ...» in La Letteratura italiana: Storia e testi, Giambattista Vico, Ricciardi, 1953. ^ La storia di Giambattista Vico, su napolitoday.it. URL consultato il 16 marzo 2017 (archiviato il 16 marzo 2017). ^ Secondo notizie di stampa diffuse nell'ottobre 2011, resti della salma di Vico sarebbero stati recuperati nei sotterranei della chiesa napoletana. (Vedi: Corriere del Giorno: Ritrovata la salma di Giambattista Vico? I ricercatori vanno cauti Archiviato il 14 novembre 2011 in Internet Archive.) La notizia è stata comunque commentata con prudenza dagli esperti. ^ Giambattista Vico, La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), pp.6-7, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^ Fausto Nicolini, La giovinezza di Giambattista Vico: saggio biografico, Società editrice Il Mulino, 1992, p. 142, ISBN 9788815038326. ^ Croce, Nuovi saggi sul Seicento, pp. 91-105. ^ Per una silloge di «pensieri» del Malvezzi, Politici e moralisti del Seicento, ediz. Croce-Caramella, Bari, Laterza, 1930. ^ Vico nel perduto De equilibrio corporis animantis esponeva una concezione secondo cui «...riponevo la natura delle cose nel moto per il quale, come se fossero sottoposte alla forza di un cuneo, tutte le cose vengono spinte verso il centro del loro stesso moto e, invece, sotto l'azione di una forza contraria, vengono respinte verso l'esterno; e sostenni anche che tutte le cose vivono e muoiono in virtù di sistole e diastole». Secondo un'ipotesi di Benedetto Croce e Fausto Nicolini l'opera era stata concepita come appendice al Liber physicus e fu donata in forma manoscritta al suo grande amico, il giurista Domenico Aulisio tra il 1709 e il 1711. La trattazione di quella teoria di ispirazione cartesiana e presocratica venne poi inserita più ampiamente nella Vita. ^ Stefania De Toma, Ecco l'origine delle scienze umane: aspetti retorici di una contesa intorno al De antiquissima italorum sapienti, in «Bollettino del Centro di Studi Vichiani», XLI, 2, 2011 (Roma : Edizioni di Storia e Letteratura, 2011). ^ G.B. Vico, Opere, Sansoni, Firenze, 1971, I, 1 p. 63 ^ Vico è considerato da alcuni interpreti del suo pensiero come il primo costruttivista. Infatti Vico sostiene che l'uomo può conoscere solo ciò che può costruire, aggiungendo poi che in effetti solo Dio conosce veramente il mondo, avendolo creato lui stesso. Il mondo quindi è esperienza vissuta e al suo riguardo non vale per gli uomini alcuna pretesa di verità ontologica. (In Paul Watzlawick, La realtà inventata, Milano, Feltrinelli, 2008, pag 26 e sgg.) ^ Per Vico la filologia non è solo la scienza del linguaggio ma anche storia, usi e costumi, religioni... ecc. dei popoli antichi. ^ «L'età degli dei nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli, che sono le più vecchie cose della storia profana: l'età degli eroi, nella quale dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi rifiutata differenza di superior natura a quella de' lor plebei; e finalmente l'età degli uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie, le quali entrambe sono forma di governi umane.» (G. Vico, Scienza Nuova, Idea dell'Opera). ^ G. Vico, Scienza Nuova, Idea dell'Opera. ^ Ibidem. ^ La ragion di Stato «non è naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da pochi pratici di governo» (Ibidem). ^ Ibidem Degnità XXXVII. ^ Sull'immaginazione nei primitivi secondo la filosofia vichiana si veda: Paolo Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in Vico e Malebranche, Firenze University Press, 2002 Archiviato il 2 agosto 2016 in Internet Archive. ^ La rivendicazione dell'assoluta autonomia dell'arte e della poesia nei confronti delle altre attività spirituali fu uno dei meriti che Benedetto Croce riconobbe al pensiero vichiano: «[Vico] criticò tutt'insieme le tre dottrine della poesia come esortatrice e mediatrice di verità intellettuali, come cosa di mero diletto, e come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza far danno fare a meno. La poesia non è sapienza riposta, non presuppone logica intellettuale, non contiene filosofemi: i filosofi che ritrovano queste cose nella poesia, ve le hanno introdotte essi stessi senza avvedersene. La poesia non è nata per capriccio, ma per necessità di natura. La poesia tanto poco è superflua ed eliminabile, che senza di essa non sorge il pensiero: è la prima operazione della mente umana.»  (Benedetto Croce, La filosofia di Giambattista Vico)  ^ [qual era quello dei tempi d'Omero] ^ G. Vico, Scienza Nuova, Conclusione. ^ Nel senso di pietas, sentimento religioso. ^ Rosella Prezzo (a cura di), Ridere la verità. Scena comica e filosofia, Minima, n. 24, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1994, pp. 14-18 e 64-70. ^ Niccolò Tommaseo, Storia civile nella letteraria, in Studii, Roma-Torino-Firenze, Loescher, 1872, pp. 104 sgg. ^ Francesco Flora, Giambattista Vico, in Storia della letteratura italiana. Nuova edizione riveduta e ampliata, Volume terzo, Il Cinquecento (parte seconda) Il Seicento-Il Settecento, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1958, pp. 441-452. ^ Giambattista Vico, La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 13, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. Bibliografia Il pensiero vichiano rimase quasi del tutto ignorato dalla cultura europea del XVIII secolo con una diffusione limitata nell'Italia meridionale. Ancora in età romantica Vico era poco conosciuto anche se filosofi tedeschi come Johann Gottfried Herder, chiamato il Vico tedesco, e Hegel presentano delle somiglianze con la dottrina vichiana per quanto riguarda il ruolo della storia nello sviluppo della filosofia.  La filosofia di Vico comincia ad essere conosciuta e apprezzata nel clima del romanticismo francese e italiano: François-René de Chateaubriand e Joseph de Maistre ma, soprattutto  Jules Michelet, Principes de la philosophie de l'histoire, Parigi 1827 diffonde il pensiero di Vico di cui apprezza la concezione della storia come sintesi di umano e divino.  Nella prima metà dell'Ottocento, Auguste Comte e Karl Marx stimarono la filosofia della storia di Vico ma furono i filosofi italiani, come Antonio Rosmini, e soprattutto Vincenzo Gioberti, che videro in lui un maestro.  N. Tommaseo, G.B. Vico e il suo secolo, 1843, rist. Torino 1930, mette in evidenza la grande affinità del pensiero vichiano con quello di Gioberti. Agostino Maria de Carlo, Istituzione Filosofica secondo i Princìpj di Giambattista Vico ad uso della gioventù studiosa, Napoli, Tip. Cirillo, 1855. Nuove interpretazioni basate sul principio vichiano del verum ipsum factum considerano Vico un anticipatore del positivismo  Giuseppe Ferrari, Il genio di Vico, 1837, rist. Lanciano, Carabba, 1916. C. Cattaneo, Sulla 'Scienza Nuova' di Vico, Milano, 1946-47. C. Cantoni, Vico, Torino, 1967. P. Siciliani, Sul rinnovamento della filosofia positiva in Italia, Firenze, Civelli, 1871. Recentemente, viene rivalutato il legame stringente fra il filosofo e l'Illuminismo:  Alberto Donati, Giambattista Vico. Filosofo dell'Illuminismo, Ariccia, Aracne, 2016. Una spinta decisiva all'apprezzamento e alla diffusione del pensiero vichiano come anticipatore di Kant e dell'idealismo, si ebbe in Italia a cominciare dagli studi di Bertrando Spaventa e De Sanctis iniziatori di quella corrente dottrinale interpretativa che si ritrova soprattutto in Croce e  G. Gentile, Studi vichiani, Messina 1915, rist. Firenze, Sansoni, 1969, che ne mette in luce le ascendenze neoplatoniche e rinascimentali rifiutandone nel contempo l'interpretazione positivista e interpretandone il verum ipsum factum in senso idealistico. Una forzatura questa, secondo alcuni critici, ripresa da  B. Croce, La filosofia di G.B.Vico, Bari, Laterza, 1911. che ebbe soprattutto il merito di aver intuito in Vico una definizione dell'arte come attività autonoma dello spirito e della visione storicistica dello sviluppo dello spirito da cui Croce elimina ogni riferimento alla trascendenza della Provvidenza vichiana.  Un'accurata ricerca storica su Vico fu operata dal crociano  Fausto Nicolini, La giovinezza di Vico, Bari, Laterza, 1932. Fausto Nicolini, La religiosità di Vico, Bari, Laterza, 1949. Fausto Nicolini, Commento storico alla seconda 'Scienza nuova' , Roma, 1949-50. Fausto Nicolini, Saggi vichiani, Napoli, Giannini, 1955. Fausto Nicolini, Giambattista Vico nella vita domestica. La moglie, i figli, la casa, Venosa, Osanna, 1991. Contrari all'interpretazione immanentistica della Provvidenza vichiana sono gli studi di autori cattolici che ne mettono invece in risalto la trascendenza:  E. Chiocchietti, La filosofia di G. B. Vico, Milano, Vita e Pensiero, 1935. F. Amerio, Introduzione allo studio di Vico, Torino, SEI, 1946. L. Bellafiore, La dottrina della Provvidenza in G. B. Vico, Bologna, Cedam, 1962. A. Mano, Lo storicismo di G. B. Vico, Napoli, 1965. F. Lanza, Saggi di poetica vichiana, Varese, Magenta, 1961. Il dibattito tra le interpretazioni laiche e cattoliche su Vico si è attenuato in periodi recenti dove lo studio del pensiero vichiano si è dedicato a particolari aspetti della sua dottrina:  G. Fassò, I «quattro auttori» del Vico. Saggio sulla genesi della Scienza nuova, Milano, Giuffrè, 1949. G. Fassò, Vico e Grozio, Napoli, Guida, 1971. Maura Del Serra, Eredità e kenosi tematica della "confessio" cristiana negli scritti autobiografici di Vico, in Sapientia, XXXIII, n. 2, 1980, pp. 186–199. sulla concezione della storia ad opera della quale avviene la conciliazione tra immanenza e trascendenza del pensiero vichiano: A. R. Caponigri, Time and Idea, Londra-Chicago 1953, trad. it. Tempo e idea, Bologna, Pàtron, 1969. sulla estetica vichiana gli studi più notevoli sono quelli di Giovanni A. Bianca, Il concetto di poesia in G.B.Vico, Messina, D'Anna, 1967. Thomas Gilbhard, Vicos Denkbild. Studien zur Dipintura der Scienza Nuova und der Lehre vom Ingenium, Berlin, Akademie Verlag, 2012, ISBN 978-3-05-005209-0. Giuseppe Prestipino, La teoria del mito e la modernità di G. B. Vico, in «Annali della Facoltà di Palermo», 1972. Giuseppe Patella, Senso, corpo, poesia. Giambattista Vico e l'origine dell'estetica moderna, Milano. Guerini, 1995, ISBN 8881070340. Stefania Sini, Figure vichiane. Retorica e topica della Scienza nuova, Milano, LED, 2005, ISBN 88-7916-285-3. Giuseppe Patella, Giambattista Vico tra Barocco e Postmoderno, Milano, Mimesis, 2005, ISBN 9788884833983. Giuseppe Patella, Ingegno Vico. Saggi estetici, Pisa, ETS, 2022, ISBN 9788846764287. sugli aspetti giuridici e sociologici: P. Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in Vico e Malebranche, Firenze, Firenze University Press, 2002. B. Donati, Nuovi studi sulla filosofia civile di G. B. Vico, Firenze, 1947. L. Bellafiore, La dottrina del diritto naturale in G. B. Vico, Milano, 1954. D. Pasini, Diritto, società e stato in Vico, Napoli Jovene, 1970. V. Giannantonio, Oltre Vico - L'identità del passato a Napoli e Milano tra '700 e '800, Lanciano, Carabba, 2009. G. Leone, [rec. al vol. di] V. Giannantonio, Oltre Vico - L'identità del passato a Napoli e Milano tra '700 e '800, Lanciano, Carabba, 2009, in «Misure Critiche», 2, 2010, pp. 138-140; e in «Forum Italicum», 2, 2010, pp. 581–582. 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Voci correlate Benedetto Croce Fausto Nicolini Storicismo Filosofia della storia Filologia Marxismo classico Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata a Giambattista Vico Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Giambattista Vico Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Giambattista Vico Collegamenti esterni Vico, Giambattista, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Fausto Nicolini, VICO, Giambattista, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1937. Modifica su Wikidata Vico, Giambattista, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. Modifica su Wikidata Vico, Giambattista, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica su Wikidata Vico, Giambattista, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica su Wikidata Vico, Giovanni Battista, su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata (EN) Jules-Marie Chaix-Ruy, Giambattista Vico, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata (EN) Giambattista Vico, su Internet Encyclopedia of Philosophy. Modifica su Wikidata Andrea Battistini, VICO, Giambattista, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 99, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2020. Modifica su Wikidata Giambattista Vico, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica su Wikidata Opere di Giambattista Vico, su Liber Liber. Modifica su Wikidata Opere di Giambattista Vico / Giambattista Vico (altra versione) / Giambattista Vico (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Giambattista Vico, su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Giambattista Vico, su Progetto Gutenberg. 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Controllo di autorità VIAF (EN) 59090329 · ISNI (EN) 0000 0001 2101 6464 · SBN CFIV090627 · BAV 495/16877 · CERL cnp00396787 · Europeana agent/base/61473 · ULAN (EN) 500218337 · LCCN (EN) n79040143 · GND (DE) 118626833 · BNE (ES) XX1642546 (data) · BNF (FR) cb11928192z (data) · J9U (EN, HE) 987007295215205171 · NSK (HR) 000100817 · NDL (EN, JA) 00459738 · CONOR.SI (SL) 33230179   Portale Biografie   Portale Diritto   Portale Filosofia   Portale Storia Categorie: Filosofi italiani del XVII secoloFilosofi italiani del XVIII secoloStorici italiani del XVII secoloStorici italiani del XVIII secoloGiuristi italiani del XVII secoloGiuristi italiani del XVIII secoloNati nel 1668Morti nel 1744Nati il 23 giugnoMorti il 23 gennaioNati a NapoliMorti a NapoliFilosofi della storiaOntologistiFilosofi del dirittoAccademici dell'ArcadiaProfessori dell'Università degli Studi di Napoli Federico IIMemorialisti italiani[altre]Molte delle notizie riguardanti la vita di V. sono tratte dalla sua “Autobiografia”, scritta sul modello letterario delle “Confessioni” d’AGOSTINO. Dall’autobiografia V. cancella ogni riferimento ai suoi interessi giovanili per le dottrine atomistiche e per la filosofia di Cartesio, che hanno cominciato a diffondersi a NAPOLI, ma venneno subito repressi dalla censura delle autorità civili e religiose, che le consideravano moralmente perniciose e contrari all'indice dei libri proibiti. Nato da una famiglia di modesta estrazione sociale – il padre e un libraio – V. e un bambino molto vivace. A causa di una caduta, si procura una frattura al cranio che gli impede di frequentare la scuola per III anni e che, pur non alterando le sue capacità mentali, quantunque “il cerusico ne fe' tal presagio: che egli o ne morrebbe o arebbe sopravvissuto stolido,” contribusce a sviluppare “una natura malinconica ed acre.” Ammesso agli studi di grammatica presso il collegio massimo dei gesuiti, li abbandona per dedicarsi al privato approfondimento dei testi di NICOLETTI [vide], il quale, tuttavia, rivelandosi superiore alle sue capacità, provoca l'allontanamento dall'attività intellettuale per I anno e mezzo.  Ripresa la via degli studi, V. si reca nuovamente dai gesuiti per seguire le lezioni di RICCI. Rimasto ancora una volta insoddisfatto, si apparta nuovamente a vita privata per affrontare la meta-fisica. Successivamente, per secondare il desiderio paterno, V. e “applicato agli studi legali.” Frequenta per II mesi le lezioni di VERDE, s’iscrive alla facoltà di giurisprudenza, senza tuttavia seguirne i corsi, e si cimenta, come di consueto, in studi di diritto. Conseguita la laurea a SALERNO, si appassiona subito ai problemi filosofici, segno “di tutto lo studio che ha egli da porre all'indagamento de’ princìpi del diritto universal.” Lapide nella casa natale di via San Biagio dei Librai che recita: In questa cameretta nasce V.. Nella sottoposta piccola bottega del padre libraio usa passare le notti nello studio. Vigilia della sua opera sublime. La città di Napoli pose.” Il periodo di tempo intercorrente e denominato dell' “auto-perfezionamento.” Difatti, nonostante l' “Auto-biografia” riporti indietro la data d'inizio del suo magistero, svolge attività di precettore dei figli del marchese ROCCA presso il castello di Vatolla nel Cilento e colà, usufruendo della grande biblioteca, ha modo di studiare l’Accademia di FICINO e PICO. Approfondisce gli studi del Lizio, nonostante la dichiarata avversione per Aristotele e la scolastica. Legge i saggi di di BOTERO e di BODIN, scoprendo al contempo TACITO (che divenne un maestro cui s'ispira la sua filosofia) e la sua “mente metafisica incomparabile con cui contempla l'uomo qual è.” Affronta per un breve periodo studi di geometria e pubblica la canzone “Affetti di un disperato,” d'ispirazione lucreziana (vide LUCREZIO). Erma del V. Ritornato a Napoli, affetto dalla tisi, rientra nella misera dimora paterna. A causa delle grosse difficoltà economiche, V. è costretto a tenere ripetizioni di retorica e grammatica. Pubblica un discorso proemiale a una crestomazia poetica dedicata alla partenza di Benavides, vice-ré e conte di S. Stefano. Compone un'orazione funebre in memoria di Cardona, madre del nuovo vice-ré. Tenta vanamente di ottenere un posto di lavoro come segretario al municipio di Napoli. Vince, con striminzita maggioranza, il concorso per la cattedra di eloquenza e retorica a Napoli, da cui non riusce, con suo grande rammarico, a passare a una di diritto. -- è aggregato all'accademia palatina fondata dal vice-ré Aragón, duca di Medinaceli. Anche dopo la nomina accademica per il mantenimento del padre e dei fratelli, totalmente dipendenti da lui, apre uno studio dove dà lezioni di retorica e di grammatica e impegnarsi a lavorare su commissione alla stesura di poesie, epigrafi, orazioni funebri, e panegirici. Può finalmente prendere in affitto in vicolo dei Giganti una casa di tre camere, sala, cucina, loggia e altre comodità, come rimessa e cantina e sposar e avere VIII figli. Da quel momento non ha più la tranquillità necessaria per condurre gli studi, ma prosegue ugualmente le sue meditazioni tra lo strepitio de' suoi figlioli. A questo periodo risale, inoltre, la conoscenza con DORIA (vide) e l'incontro con la filosofia di Bacone. Il governo partenopeo gli commissiona la scrittura del “Principum neapolitanorum coniuratio” e in una cena a casa di DORIA, espone le sue idee sulla filosofia della natura che lo conduceno alla composizione del “Liber physicus.” Pronunzia in latino le VI orazioni inaugurali, ossia le prolusioni all'anno accademico e, se ne aggiunge una VII, più ampia e importante, “De nostri temporis studiorum ratione,” la quale si concentra molto sul metodo degli studi giuridici, poiché sempre ha la mira a farsi merito con l'università nella giurisprudenza per altra via che di leggerla ai giovinetti. Nel “De ratione”, inoltre, è contenuta la critica al razionalismo di Cartesio e l'elogio dell'eloquenza, della retorica, della fantasia, nonché dell’ingegno produttore della META-FORA. L'insieme delle prolusioni universitarie sono rielaborate per essere raccolte in “De studiorum finibus naturae humanae convenientibus”. È aggregato all'accademia dell'Arcadia e pubblica il primo libro dell'opera dedicata a DORIA, “De antiquissima italorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda,” recante il sottotitolo “Liber primus sive metaphysicus.” Accanto al “Liber Meta-Physicus,” l'opera comprender anche il “Liber Physicus” e un mai compost, “Liber Moralis.” Un anonimo recensisce l'opera nel “Giornale de' letterati d'Italia”, cui segue la risposta del V., accompagnata dal ristretto o ri-assunto del “Liber Meta-Physicus”. Aseguito di nuove obiezioni prodotte dall'anonimo recensore, replica con una Risposta II. Pubblica un trattatello sulle febbri ispirato alle bozze del “Liber Physicus”, recante il titolo di “De aequilibrio corporis animantis.” Inoltre, si dedica alla stesura del “De rebus gestis Antonii Caraphaei,” una biografia del maresciallo Carafa. Durante i lavori di questa opera biografica, V. si dedica alla ri-lettura del suo quarto «auttore», Grozio, cui dedicha un commento al “De iure belli ac pacis”. L'incontro di V. con la filosofia di «Ugon capo» ha un'importanza decisiva per il suo sviluppo filosofico. Da quel momento, il suo interesse e completamente assorbito dai problemi storici e giuridici. L'idea dell'esistenza di un'umanità ferina e primitiva, dominata solamente dal senso e dalla fantasia, ed entro cui si producono gl’ordini civili divenne centrale in tutta la sua filosofia. Vide la luce un'opera di filosofia del diritto, intitolata “De uno universi iuris principio et fine uno”, seguita dallo saggio “De constantia iurisprudentis,” diviso in II parti, “De constantia philosophiae” e “De constantia philologiae,” e che, nonostante il titolo si riferisca alla tematica giuridica, è meno incentrato sull'argomento rispetto al “De uno”. Benché le due opere si differenzino, segno di un rapido sviluppo della sua filosofia, è d'uso considerarli, come invero fece anche Vico, insieme alle notae aggiunte e le sinopsi premesse al saggio, sotto l'unico titolo di “Diritto universale”. S'iscrive al concorso per ottenere la cattedra di diritto civile a Napoli e commenta un passo delle “Quaestiones di Papiniano “davanti a un collegio di giudici, ma, con suo grande scorno, il posto e assegnato a GENTILE. Dopo la fama ottenuta dalla pubblicazione della “Scienza Nuova”, ottenne da Carlo III, la carica di storiografo regio. Tanto nuova e la sua dottrina che la cultura del tempo non puo apprezzarla. Così che V. rimanda appartato e quasi del tutto sconosciuto negl’ambienti filosofici, dovendosi accontentare di una cattedra di secondaria importanza a Napoli che lo mantene inoltre in tali ristrettezze economiche che per pubblicare il suo capolavoro, la “Scienza Nuova”, dovette toglierne alcune parti in modo che risultasse meno costoso per la stampa. Alle difficoltà economiche vissute per la pubblicazione dell'opera sua, che inficiarono la sua notorietà nel seno dell'accademia partenopea, s’accompagna una prosa involuta, pertanto di difficile penetrazione. Prima della “Scienza Nuova” V. scrive la prolusione inaugurale “De nostri temporis studiorum ratione,” il “De antiquissima italorum sapientia, EX LINGUAE LATINAE originibus eruenda” a cui si devono aggiungere le II risposte al “Giornale dei letterati di Venezia” che critica la sua filosofia, il “De uno universi iuris principio et fine uno” e il “De costantia iurisprudentis”. Afflitto da difficoltà e disgrazie familiari, V. incomincia a scrivere la sua “Autobiografia” pubblicata a Venezia. Vengono pubblicati i “Principii di una scienza nuova intorno alla natura delle nazioni.” Alla “Scienza nuova” lavora per tutto il corso della sua vita, con un’edizione integralmente ri-scritta anche a seguito delle critiche ricevute (cui aveva risposto nelle “Vici Vindiciae”) e, infine, rivista completamente, senza grandi modifiche, per la edizione III, pubblicata pochi mesi dopo la sua morte da suo figlio che lo aveva sostituito nell'insegnamento accademico. La morte «[incominciarono a crescere] quei malori che fin dai suoi più floridi anni l’avevano debilitato. Comincia adunque ad essere indebolito in tutto il sistema nervoso in guisa che a stento poteva camminare e, quel che più lo affligea, e di vedersi ogni giorno infiacchire la reminiscenza. Il fiaccato corpo anda in seguito ogni giorno più a debilitarsi in guisa che perde quasi interamente la memoria fino a dimenticare gl’oggetti a sé più vicini ed a scambiare i nomi delle cose più usuali. Affetto probabilmente dalla malattia di Alzheimer, all'epoca non ancora descritta scientificamente, negl’ultimi anni non riconosceva più i suoi stessi figli e e costretto ad allettarsi. Solo in punto di morte ri-acquista la coscienza come svegliandosi da un lungo sonno. Chiese i conforti religiosi e recitando i salmi di Davide muore. Per la celebrazione delle esequie nasce un contrasto tra i confratelli della congregazione di S. Sofia, alla quale V. era iscritto, e i professori di Napoli su chi dovesse tenere i fiocchi della coltre mortuaria. Non giungendo ad un accordo il feretro, che era stato calato nel cortile, e abbandonato dei membri della congregazione e e riportato in casa. Da lì finalmente, accompagnato dai colleghi dell'università, e sepolto nella chiesa dei padri dell'oratorio detta dei Gerolamini in Via dei Tribunali. Nell'ambiente culturale napoletano, molto interessato alle nuove dottrine filosofiche, V. ha modo di entrare in rapporto con il pensiero di Cartesio, Hobbes, Gassendi, Malebranche e Leibniz anche se i suoi autori di riferimento risalivano piuttosto alle dottrine neo-platoniche dell’accademia, rielaborate dalla filosofia rinascimentale di FICINO e PICO, aggiornate dalle moderne concezioni scientifiche di Bacone e GALILEI e del pensiero giusnaturalistico moderno di Grozio e Selden. Dal Portico di MALVEZZI riprende l'intuizione che il corso storico sia retto da una sua logica interna. Questa varietà di interessi fa pensare alla formazione di un pensiero eclettico in V. che invece giunse alla formulazione di un'originale sintesi tra una razionalità sperimentatrice e la tradizione platonica, accademica, e religiosa.  “De antiquissima Italorum sapientia” consta di tre parti: il “Liber Meta-Physicus”, che usce senza l'appendice riguardante la logica che, nella sua intenzione, avrebbe dovuto avere; il “Liber Physicus”, che pubblica sotto forma di opuscolo col titolo “De aequilibrio corporis animantis”, che anda smarrito, ma ampiamente riassunto nella Vita; e infine il “Liber moralis”, di cui non abbozza nemmeno il testo. Nel “De antiquissima” V., considerando il linguaggio come oggettivazione del pensiero, è convinto che dall'analisi etimologica di alcune parole si possano rintracciare originarie forme del pensiero. Applicando questo metodo, risale ad un antico sapere filosofico delle popolazioni italiche. Il fulcro di queste arcaiche concezioni filosofiche è la convinzione antichissima che “Latinis verum et factum reciprocantur, seu, ut scholarum vulgus loquitur, convertuntur” -- che cioè il criterio e la regola del vero consiste nell'averlo fatto. Per cui possiamo dire ad esempio di conoscere le proposizioni matematiche perché siamo noi a farle tramite postulati, definizioni. Ma non potremo mai dire di conoscere nello stesso modo la natura, perché non siamo noi ad averla creata.  Conoscere una cosa significa rintracciarne i principi primi, le cause, poiché, secondo l'insegnamento del Lizio, veramente la scienza è “scire per causas.” Ma questi elementi primi li possiede realmente solo chi li produce, “provare per cause una cosa equivale a farla”. Il principio del “verum ipsum factum” non e una nuova e originale scoperta di V. E già presente nell'occasionalismo, nel metodo baconiano che richiede l'esperimento come verifica della verità, nel volontarismo scolastico che, tramite la tradizione scotista, e presente nella cultura filosofica napoletana del tempo di V. La tesi fondamentale di queste concezioni filosofiche è che la piena verità di una cosa sia accessibile solo a colui che tale cosa produce. Il principio del verum-factum, proponendo la dimensione fattiva del vero, ridimensiona le pretese conoscitive del razionalismo di Cartesio che inoltre giudica insufficiente come metodo per la conoscenza della storia umana, che non può essere analizzata solo in astratto, perché essa ha sempre un margine di imprevedibilità. Si serve, però, di quel principio per avanzare in modo originale le sue obiezioni alla filosofia di Cartesio  trionfante in quel periodo. Il cogito di Cartesio infatti potrà darmi certezza della mia esistenza ma questo non vuol dire conoscenza della natura del mio essere. Coscienza non è conoscenza. Avrò coscienza di me ma non conoscenza poiché non ho prodotto il mio essere ma l'ho solo riconosciuto. L'uomo può dubitare se senta, se viva, se sia esteso, e infine in senso assoluto, se sia. A sostegno della sua argomentazione escogita un certo genio ingannatore e maligno. Ma è assolutamente impossibile che uno non sia conscio di pensare, e che da tale coscienza non concluda con certezza che egli è. Pertanto Cartesio svela che il primo vero è questo, Penso dunque sono. --“De antiquissima Italorum sapiential” in “Opere filosofiche,” a cura di Cristofolini (Firenze, Sansoni). Il criterio del metodo di Cartesio dell'evidenza procura dunque una conoscenza chiara e distinta, che però non è scienza se non è capace di produrre ciò che conosce. In questa prospettiva, dell'essere umano e della natura solo il divino, creatore di entrambi, possiede la verità.  Mentre quindi la mente umana procedendo astrattamente nelle sue costruzioni, come accade per la matematica, la geometria crea una realtà che le appartiene, essendo il risultato del suo operare, giungendo così a una verità sicura, la stessa mente non arriva alle stesse certezze per quelle scienze di cui non può costruire l'oggetto come accade per la meccanica, meno certa della matematica, la fisica meno certa della meccanica, la morale meno certa della fisica. Noi dimostriamo le verità geometriche poiché le facciamo, e se potessimo dimostrare le verità fisiche le potremmo anche fare. I latini diceno che la mente è data, immessa negl’uomini dagli dei. È dunque ragionevole congetturare che gl’autori di queste espressioni abbiano pensato che le idee negl’animi umani siano create e risvegliate dal divino. La mente umana si manifesta pensando, ma è il divino che in me pensa, dunque nel divino conosco la mia propria mente. Il valore di verità che l'uomo ricava dalle scienze e dalle arti, i cui oggetti egli costruisce, è garantito dal fatto che la mente umana, pur nella sua inferiorità, esplica un’attività che appartiene in primo luogo al divino. La mente dell'uomo è anch'essa creatrice nell'atto in cui imita la mente, le idee, del divino, partecipando metafisicamente ad esse. Imitazione e partecipazione alla mente divina avvengono ad opera di quella facoltà che V. chiama “ingegno” che è la facoltà propria del conoscere per cui l'uomo è capace di contemplare e di imitare le cose. L'ingegno è lo strumento principe, e non l'applicazione delle regole del metodo di Cartesio, per il progresso, ad esempio, della fisica che si sviluppa proprio attraverso gl’esperimenti escogitati dall'ingegno secondo il criterio del vero e del fatto.  L'ingegno dimostra, inoltre, i limiti del conoscere umano e la contemporanea presenza della verità divina che si rivela proprio attraverso l'errore. Il divino mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando erriamo, poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto l'apparenza dei beni. Vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti, ma ciò dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito. Contro la Scessi sostiene che è proprio tramite l'errore che l'uomo giunge al sapere metafisico. Il chiarore del vero metafisico è pari a quello della luce, che percepiamo soltanto in relazione ai corpi opachi. Tale è lo splendore del vero metafisico non circoscritto da limiti, né di forma discernibile, poiché è il principio infinito di tutte le forme. Le cose fisiche sono quei corpi opachi, cioè formati e limitati, nei quali vediamo la luce del vero metafisico. Il sapere metafisico non è il sapere in assoluto. Esso è superato dalla matematica e dalle scienze ma, d'altro canto, la metafisica è la fonte di ogni verità, che da lei discende in tutte le altre scienze. Vi è dunque un primo vero, comprensione di tutte le cause, originaria spiegazione causale di tutti gli effetti; esso è infinito e di natura spirituale poiché è antecedente a tutti i corpi e che quindi si identifica con divino. Nel divino sono presenti le forme, simili alle idee platoniche, modelli della creazione divina.  Il primo vero è nel divino, perché il divino è il primo facitore (primus factor); codesto primo vero è infinito, in quanto facitore di tutte le cose; è compiutissimo, poiché mette dinanzi al divino, in quanto li contiene, gli elementi estrinseci e intrinseci delle cose. Se l'uomo non può considerarsi creatore della realtà naturale ma piuttosto di tutte quelle astrazioni che rimandano ad essa come la matematica, la stessa metafisica, vi è tuttavia un'attività creatrice che gli appartiene  questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana. L'uomo è dunque il creatore, attraverso la storia, della civiltà umana. Nella storia, l'uomo verifica il principio del “verum ipsum factum” creando così una scienza nuova che ha un valore di verità come la matematica. Una scienza che ha per oggetto una realtà creata dall'uomo e quindi più vera e, rispetto alle astrazioni matematiche, concreta. La storia rappresenta la scienza delle cose fatte dall'uomo e, allo stesso tempo, la storia della stessa mente umana che ha fatto quelle cose. La definizione dell'uomo, della sua mente non può prescindere dal suo sviluppo storico se non si vuole ridurre tutto a un'astrazione. La concreta realtà dell'uomo è comprensibile solo riportandola al suo divenire storico. È assurdo credere, come fa Cartesio o i ne-oplatonici, che la ragione dell'uomo sia una realtà assoluta, sciolta da ogni condizionamento storico. La filosofia contempla la ragione, onde viene la scienza del vero. La filologia osserva l'autorità dell'umano arbitrio onde viene la coscienza del certo. Questa medesima degnità o assioma dimostra aver mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con l'autorità de’ filologi, come i filologi che non curarono d'avverare la loro autorità con la ragion dei filosofi. Ma la filologia da sola non basta, si ridurrebbe a una semplice raccolta di fatti che invece vanno spiegati dalla filosofia. Tra filologia e filosofia vi deve essere un rapporto di complementarità per cui si possa accertare il vero e inverare il certo. Compito della 'scienza nuova' sarà quello di indagare la storia alla ricerca di quei principi costanti che, secondo una concezione per certi versi platonizzante, fanno presupporre nell'azione storica l'esistenza di una legge che ne sia a fondamento com'è per tutte le altre scienze. Poiché questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagl’uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità convenuto e tuttavia vi convengono tutti gl’uomini; poiché tali cose ne potranno dare i principi universali ed eterni, quali devon essere d'ogni scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano le nazioni. La storia quindi, come tutte le scienze, presenta delle leggi, dei principi universali, di un valore ideale di tipo platonico, che si ripetono costantemente allo stesso modo e che costituiscono il punto di riferimento per la nascita e il mantenimento delle nazioni. Rifarsi alla mente umana per comprendere la storia non è sufficiente. Si vedrà, attraverso il corso degli avvenimenti storici, che la stessa mente dell'uomo è guidata da un principio superiore ad essa che la regola e la indirizza ai suoi fini che vanno al di là o contrastano con quelli che gli uomini si propongono di conseguire; così accade che, mentre l'umanità si dirige al perseguimento di intenti utilitaristici e individuali, si realizzino invece obiettivi di progresso e di giustizia secondo il principio della eterogenesi dei fini. Pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo di nazioni, ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini si avevan proposti. La storia umana in quanto opera creatrice dell'uomo gli appartiene per la conoscenza e per la guida degli eventi storici ma nel medesimo tempo lo stesso uomo è guidato dalla provvidenza che prepone alla storia divina. Secondo V. il metodo storico dove procedere attraverso l'analisi delle lingue dei popoli antichi poiché i parlari volgari debono essere i testimoni più gravi degl’antichi costumi de' popoli che si celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue, e quindi tramite lo studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico delle nazioni civili.  Questo metodo ha fatto identificare nella storia una legge fondamentale del suo sviluppo che avviene evolvendosi in tre età:  l'età degli dei, nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gl’auspici e gli oracoli; l'età degl’eroi dove si costituiscono repubbliche aristocratiche; l'età degl’uomini nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana. La storia umana, secondo V., inizia con il diluvio universale, quando gl’uomini, giganti simili a primitivi "bestioni", vivevno vagando nelle foreste in uno stato di completa anarchia. Questa condizione bestiale e conseguenza del peccato originale, attenuata dall'intervento benevolo della provvidenza divina che immise, attraverso la paura dei fulmini, il timore degli dei nelle genti che scosse e destate da un terribile spavento d'una da essi stessi finta e creduta divinità del cielo e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si nascosero in certi luoghi; ove fermi con certe donne, per lo timore dell'appresa divinità, al coverto, con congiungimenti carnali religiosi e pudichi, celebrarono i matrimoni e fecero certi figlioli, e così fondarono le famiglie. E con lo star quivi fermi lunga stagione e con le sepolture degli antenati, si ritrovarono aver ivi fondati e divisi i primi domini della terra. L'uscita dallo stato di ferinità quindi avviene:  per la nascita della religione, nata dalla paura e sulla base della quale vengono elaborate le prime leggi del vivere ordinato, per l'istituzione delle nozze che danno stabilità al vivere umano con la formazione della famiglia e per l'uso della sepoltura dei morti, segno della fede nell'immortalità dell'anima che distingue l'uomo dalle bestie. Della prima età sostiene di non poter scrivere molto poiché mancano documenti su cui basarsi. Infatti quei bestioni non conoscevano la scrittura e, poiché erano muti, si esprimevano a segni o con suoni disarticolati. L'età degl’eroi ha inizio dall'accomunarsi di genti che trovavano così reciproco aiuto e sostegno per la sopravvivenza. Sorsero la città guidata dalle prime organizzazioni politiche dei signori, gl’eroi che con la forza e in nome della ragion di stato, conosciuta solo da loro, comandano su i servi che, quando rivendicano i propri diritti, si ritrovarono contro i signori che, organizzati in ordini nobiliari, danno vita allo stato aristo-cratico che caratterizza il secondo periodo della storia umana.  In questa seconda, dove predomina la fantasia, nasce il linguaggio dai caratteri mitici e poetici. Infine, la conquista dei diritti civili da parte dei servi dà luogo alla età degl’uomini e alla formazione del stato popolari (res pubblica) basato sul diritto umano dettato dalla ragione umana tutta spiegata. Sorge quindi uno stato non necessariamente demo-cratico ma che puo essere pure monarchico poiché l'essenziale è che rispetta la ragione naturale, che eguaglia tutti. La legge delle tre età costituisce la storia ideale eterna sopra la quale corrono in tempo le storie di nostra nazione. Il popolo conforma il suo corso storico a questa legge che non è solo delle genti ma anche di ogni singolo uomo che necessariamente si sviluppa passando dal primitivo senso nell'infanzia, alla fantasia nella fanciullezza, e infine alla ragione nell'età adulta. Gl’uomini prima sentono senza avvertire. Dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso. Finalmente riflettono con mente pura. Se nella storia pur tra le violenze, i disordini, appare un ordine e un progressivo sviluppo ciò è dovuto all'azione della provvidenza che immette nell'agire dell'uomo un principio di verità che si presenta in modo diverso nelle tre età. Nella prima età degl’eroi, il vero si presenta come certo gl’uomini che non sanno il vero delle cose procurano d'attenersi al certo, perché non potendo soddisfare l'intelletto con la scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza. Questa certezza non viene all'uomo attraverso una verità rivelata ma da una constatazione di senso comune, condivisa da tutti, per cui vi è un giudizio senz'alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano. Vi è poi, nella seconda età della storia e dell'uomo, caratterizzata dalla fantasia, un sapere tutto particolare che V. define poetico. In questa età nasce infatti il linguaggio non ancora razionale ma molto vicino alla poesia che alle cose insensate dà senso e passione, ed è proprietà dei fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e, trastullandosi, favellarvi, come se fussero, quelle, persone vive. Questa degnità filologica-filosofica ne appruova che gl’uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti. Se vogliamo quindi conoscere la storia del antico popoli romano dobbiamo rifarci ai miti che hanno espresso nella loro cultura. Il mito o la leggenda infatti non è solo una favola e neppure una verità presentata sotto le spoglie della fantasia ma è una verità di per sé elaborata dagl’antichi che, incapaci di esprimersi razionalmente, si servano di universali fantastici che, sotto spoglie poetiche, presentano modelli ideali universali. I antichi romani non definano razionalmente la prudenza ma raccontarono di ENEA, modello universale fantastico dell'uomo prudente.  V. si dedica poi a definire la poesia che innanzitutto è autonoma come forma espressiva differente dal linguaggio tradizionale. I tropi della poesia come la metafora, la metonimia, e la sineddoche, sono stati erroneamente ritenuti strumenti estetici di abbellimento del linguaggio razionale di base. Invece, la poesia è una forma espressiva naturale e originaria i cui tropi sono necessari modi di spiegarsi della nazione romana poetica. La poesia ha una funzione rivelativa, custodisce le prime immaginate verità dei primi uomini. La lingua romana non ha quindi un'origine convenzionale. Questo presupporrebbe un uso tecnico. Ma la lingua romana sorge invece spontaneamente come poesia. Poiché il linguaggio e i miti costituiscono la cultura originaria e spontanea di tutto il popolo romano, arriva alla discoverta dell’epica, l'espressione del patrimonio culturale comune di tutto il popolo romano. È comunque da respingere la interpretazione platonica dell’epica come filosofia, -- l’epica e fornita di una sublime sapienza riposte. Farsi intendere da volgo fiero e selvaggio non è certamente opera d'ingegno addomesticato ed incivilito da alcuna filosofia. Né da un animo da alcuna filosofia umanato ed impietosito potrebbe nascer quella truculenza e fierezza di stile, con cui descrive tante, sì varie e sanguinose battaglie, tante sì diverse e tutte in istravaganti guise crudelissima spezie d'ammazzamenti, che particolarmente fanno tutta la sublimità dell'epica romana. La sapienza antica ha per contenuto principi di giustizia e ordine necessari per la formazione di popoli civili. Questi contenuti si esprimono in modi diversi a seconda che siano formati dal senso o dalla fantasia o dalla ragione. Questo vuol dire che la sapienza, la verità, si manfesta in forme diverse storicamente ma che essa come verità eterna è al di sopra della storia che di volta in volta la incarna. La verità della storia è una verità metafisica nella storia. Nella storia si attua la mediazione tra l'agire umano e quello divino:  nel fare umano si manifesta il vero divino e il vero umano si realizza tramite il fare divino: la provvidenza, legge trascendente della storia, che opera attraverso e nonostante il libero arbitrio dell'uomo. Questo non comporta una concezione necessitata del corso della storia poiché è vero che la provvidenza si serve degli strumenti umani, anche i più rozzi e primitivi, per produrre un ordine ma tuttavia questo rimane nelle mani dell'uomo, affidato alla sua libertà. La storia quindi non è determinata come sostengono gli stoici e gl’epicurei che niegano la provvedenza, quelli facendosi strascinare dal fato, questi abbandonandosi al caso», ma si sviluppa tenendo conto della libera volontà degli uomini che, come dimostrano i ricorsi, possono anche farla regredire. Gl’uomini prima sentono il necessario; dipoi badano all'utile; appresso avvertiscono il comodo; più innanzi si dilettano nel piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente impazzano in istrapazzar di sostanze. A questa dissoluzione delle nazioni pone rimedio l'intervento della provvidenza che talora non può impedire la regressione nella barbarie, da cui si genererà un nuovo corso storico che ripercorrerà, a un livello superiore, poiché dell'epoca passata è rimasta una sia pur minima eredità, la strada precedente. Paradossalmente la criticità del progresso storico appare proprio con l'età della ragione, quando cioè questa invece dovrebbe assicurare e mantenere l'ordine civile. Accade infatti che la tutela della provvidenza che si è imposta agli uomini nei precedenti due stadi, ora invece deve ricercare il consenso della «ragione tutta spiegata che si sostituisce alla religione: Così ordenando la provvedenza: che non avendosi appresso a fare più per sensi di religione (come si erano fatte innanzi) le azioni virtuose, facesse la filosofia le virtù nella lor idea. La ragione infatti, pur con la filosofia, custode della legge ideale del vivere civile, con il suo libero giudizio, può tuttavia incorrere nell'errore o nello scetticismo per cui si diedero gli stolti dotti a calunniare la verità.  La ragione non crea la verità, poiché non può fare a meno dal senso e dalla fantasia senza le quali appare astratta e vuota. Il fine della storia infatti non è affidato alla sola ragione ma alla sintesi armonica di senso, fantasia e razionalità. La ragione poi è ispirata dalla verità divina per cui la storia è sì opera dell'uomo, ma la mente umana da sola non basta poiché occorre la provvidenza che indichi la verità. La filosofia è succeduta alla religione ma non l'ha sostituita anzi essa deve custodirla. Da tutto ciò che si è in quest'opera ragionato, è da finalmente conchiudersi che questa Scienza porta indivisibilmente seco lo studio della pietà, e che, se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio. Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva la tradizione, la voce del genere umano. Gl’uomini popolari, i progressisti di quel tempo, sono CAPUA, DORIA, e CALOPRESO, che stano con le idee nuove, con lo spirito del secolo. Lui e un re-trivo, con tanto di coda, come si direbbe oggi. La coltura europea e la coltura italiana s'incontravano per la prima volta, l'una maestra, l'altra ancella. Resiste. Era vanità di pedante? Era fierezza di grande uomo? Resiste a Cartesio, a Malebranche, a Pascal, i cui pensieri sono lumi sparsi, a Grozio, a Puffendorfio, a Locke, il cui saggio e la metafisica del senso. Resiste, ma li studia più che facessero i novatori. Resiste come chi sente la sua forza e non si lascia sopraffare. Accetta i problemi, combattea le soluzioni, e le cerca per le vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi. E la resistenza della coltura italiana, che non si lascia assorbire, e stava chiusa nel suo passato, ma resistenza del genio, che cercando nel passato trovava il mondo moderno. E il re-trivo che guardando indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano. Questa e la resistenza di V. E un moderno e si sente e si crede antico, e resistendo allo spirito nuovo, riceveva quello entro di sé. SANCTIS. Fintanto che e in vita la portata e la ricezione critica del suo pensiero sono circoscritte quasi unicamente agl’ambienti intellettuali della propria città, trovando poi un ben più vasto seguito. Affermatasi la fama del pensiero vichiano, esso e conteso dalle più disparate correnti filosofiche: dal pensiero cristiano -- nonostante l'iniziale rifiuto --, dagl’idealisti -- dai quali fu proclamato precursore dell'immanentismo hegeliano --, dai positivisti, e persino da diversi marxisti. V. è ben più di un semplice filosofo tanto che in certi momenti della sua travagliatissima fama e apprezzato prevalentemente per la sua filosofia del diritto, così come in altri momenti e celebrato precursore della sociologia, della psicologia dei popoli, o come campione fra i maggiori della filosofia della storia, mentre venne ignorata la sua pur genialissima metafisica, che è ad un tempo il punto d'arrivo e il presupposto logico di tutte le ricerche da lui condotte nei più vari campi dell'operare umano. Il pensiero vichiano, le cui prime fonti s'ispirano alla tradizione filosofica che permea l'ambiente partenopeo della sua epoca, rappresenta un ponte. Nonostante V. non sia caratterizzato dall'audacia innovatrice illuminista, il suo pensiero raggiunse – come nota ABBAGNANO – alcuni risultati fondamentali che lo connettono a pieno titolo alla riforma. Tuttavia, non può tacersi il carattere conservatore della sua filosofia politico-religiosa, generato dal turbamento di chi, assistendo alla fine di un mondo famigliare, non sa scoprire i segni del sorgere di un nuovo. Ciò è dimostrato dalla giustapposizione del certo – ossia, il peso dell'autorità della tradizione -- al vero – ossia, lo sforzo innovatore della ragione -- che è il segno di una ricerca di equilibrio estranea all’illuminismo. A tali conclusioni il pensiero vichiano e condotto dalla limitatezza della sua gnoseologia e dalla polemica contro Cartesio, il quale professa, al contrario, l'eliminazione di ogni limite gnoseologico. Altri saggi: “VI Orazioni Inaugurali”: “De nostri temporis studiorum ratione”: “Orazione Inaugurale”; “Proemium”; “Risposte al giornale dei letterati Prima risposta”; “Seconda risposta”; “Institutiones oratoriae”; “De universis Juris”; “De universis juris uno principio et fine uno liber unus - include “De opera proloquium”; “De constantia jurisprudentis liber alter”; “ Notae in II libros, alterum De uno universi juris principio et fine uno, alterum De constantia jurisprudentis”; “Scienza nuova prima”; “Vici vindiciae”; “Vita di V. scritta da se medesimo, (l'«Autobiografia» («Supplemento») Scienza nuova seconda, De mente heroica, Scienza nuova terza. Edizioni: Scritti storici, V., Scienza nuova, Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, V., Scienza nuova seconda. 1, Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, V., Scienza nuova seconda. Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, V., Opere a cura di Nicolini, Laterza, Bari, Orazioni inaugurali, De studiorum rationum, De antiquissima Italorum sapientia, Risposte al giornale dei letterati; Diritto universale, Scienza nuova; Scienza nuova, Autobiografia, Carteggio, Poesie varie; Scritti storici; Scritti vari e pagine disperse; Poesie, Institutiones oratoriae. V., Opere filosofiche a cura di Cristofolini, Firenze, Sansoni. V., Opere giuridiche a cura di Cristofolini, Firenze, Sansoni. V., Institutiones oratoriae, testo critico, versione e commento a cura di Crifò, Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa. Il pensiero vichiano rimase quasi del tutto ignorato dalla cultura europea con una diffusione limitata nell'Italia meridionale. Ancora in età romantica V. e poco conosciuto anche se filosofi tedeschi come Herder, chiamato il V. tedesco, e Hegel presentano delle somiglianze con la dottrina vichiana per quanto riguarda il ruolo della storia nello sviluppo della filosofia.  La filosofia di V. comincia ad essere conosciuta e apprezzata nel clima del romanticismo francese e italiano: Chateaubriand e Maistre ma, soprattutto Michelet, “Principes de la philosophie de l'histoire” (Parigi) diffonde il pensiero di V. di cui apprezza la concezione della storia come sintesi di umano e divino. Comte e Marx stimarono la filosofia della storia di V. Ma furono i filosofi italiani, come SERBATTI, e soprattutto GIOBERTI, che videro in lui un maestro. Tommaseo, V. e il suo secolo, rist. Torino mette in evidenza la grande affinità del pensiero vichiano con quello di GIOBERTI. Carlo, “Istituzione Filosofica secondo i Princìpj di V.” (Napoli, Cirillo). Nuove interpretazioni basate sul principio vichiano del verum ipsum factum considerano V. un anticipatore del positivismo. FERRARI, Il genio di V., rist. Carabba, CATTANEO, Sulla 'scienza nuova' di V.” (Milano); CANTONI, “V.” (Torino); Siciliani, “Sul rinnovamento della filosofia positiva in Italia” (Civelli Firenze). Viene rivalutato il legame stringente fra il filosofo e l’illuminismo. Donati, “V., filosofo dell'Illuminismo” (Aracne). Una spinta decisiva all'apprezzamento e alla diffusione del pensiero vichiano come anticipatore di Kant e dell'idealismo, si ha in Italia a cominciare dagli studi di SPAVENTA e SANCTIS iniziatori di quella corrente dottrinale interpretativa che si ritrova soprattutto in CROCE e  GENTILE, Studi vichiani, Messina, rist. Sansoni Firenze che ne mette in luce le ascendenze neo-platoniche e rinascimentali, rifiutandone nel contempo l'interpretazione positivista, e interpretandone il verum ipsum factum in senso idealistico. Una forzatura questa, secondo alcuni critici, ripresa da  CROCE, “La filosofia di Vico” (Laterza, Bari) che ha soprattutto il merito di aver intuito in V. una definizione dell'arte come attività autonoma dello spirito e della visione storicistica dello sviluppo dello spirito da cui CROCE elimina ogni riferimento alla trascendenza della provvidenza vichiana.  Un'accurata ricerca storica su V. e operata dal crociano  Nicolini, “V.” (Laterza, Bari); Nicolini, “La religiosità di V.” (Laterza, Bari); Nicolini, Commento storico alla seconda 'Scienza Nuova (Roma); Nicolini, Saggi vichiani (Giannini, Napoli); Nicolini,  V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la casa” (Osanna Venosa). Contrari all'interpretazione immanentistica della provvidenza vichiana sono gli studi di autori cattolici che ne mettono invece in risalto la trascendenza:  Chiocchietti, La filosofia di V., Vita e Pensiero, Milano, Amerio, Introduzione allo studio di V., SEI, Torino, Bellafiore, “La dottrina della provvidenza in V., Milani, Bologna, A. Mano, “Lo storicismo di V.” (Napoli); Lanza, Saggi di poetica vichiana, Magenta, Varese, Il dibattito tra le interpretazioni laiche e cattoliche su V. si è attenuato in periodi recenti dove lo studio del pensiero vichiano si è dedicato a particolari aspetti della sua dottrina:  Fassò, I «quattro auttori» del V.. Saggio sulla genesi della Scienza nuova” (Milano, Giuffrè), non esistente. Fassò, Vico e Grozio, Napoli, Guida, Serra, Eredità e kenosi tematica della "confessio" cristiana negli scritti autobiografici di V., in Sapientia, sulla concezione della storia ad opera della quale avviene la conciliazione tra immanenza e trascendenza del pensiero vichiano:  Caponigri, Tempo e idea, Pàtron, Bologna, sulla estetica vichiana gli studi più notevoli sono quelli di Bianca, Il concetto di poesia in V.,  D'Anna, Messina, Prestipino, "La teoria del mito e la modernità di Vico", Annali della facoltà di Palermo, sugl’aspetti giuridici e sociologici: Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e Malebranche, Firenze,  Donati, Nuovi studi sulla filosofia civile (Firenze); Bellafiore, Il diritto naturale (Milano); Pasini, Diritto, società e stato in V., Jovene, Napoli, Giannantonio, "Oltre V. - L'identità del passato a Napoli e Milano (Carabba, Lanciano); Leone, [rec. al vol. di] Giannantonio, "Oltre V. - L'identità del passato a Napoli e Milano” (Carabba. Lanciano, in Misure critiche, La Fenice, Salerno, e in "Forum Italicum", Wehle, Sulle vette di una ragione abissale: V. e l'epopea di una 'Scienza Nuova'. In: Battistini e Guaragnella, V. e l'enciclopedia dei saperi. - Lecce: Pensa multimedia (Mneme). Croce, La filosofia di Vico, Bari, Laterza, Consiglia, Napoli, Editoria clandestina e censura ecclesiastica a Napoli, in Rao, Editoria e cultura a Napoli, Napoli: Liguori, Adorno, Gregory, Verra, Storia della filosofia, Laterza, V., La scienza nuova (a cura di Rossi), Biblioteca Universale Rizzoli, V., Ferrari, La scienza nuova (a cura di Rossi), Tip. de' Classici Italiani,  Cioffi ed altri, I filosofi e le idee, Mondadori, Armando, Sanna, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Politica, Enciclopedia Italiana Treccani, Adorno, Gregory, Verra, Storia della filosofia (Laterza); Fassò, Storia della filosofia del diritto (Laterza); Abbagnano, Storia della filosofia (L'Espresso); V., La scienza nuova (Rizzoli); V., Principj di scienza nuova, di V.: d'intorno alla comune natura delle nazioni, Amico,  Nicolini, V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la casa, Osanna Venosa, V. Autobiografia, ed. Nicolini (Bompiani, Milano); V., La scienza nuova (a cura di Rossi), Rizzoli, Grozio, Prolegomeni al diritto della guerra e della pace (a cura di Fassò), Morano, V., La scienza nuova (Rizzoli); Liccardo, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli. V. che si era rivolto inutilmente per sovvenzionare la stampa dell'opera prima al cardinale Orsini, poi a Papa Clemente XII, e costretto a vendere un anello per farla pubblicare. V. scrisse in seguito che, in fondo, l'accaduto era stato un bene poiché lo aveva spinto a riscrivere l'opera in maniera più completa. Cfr. Fubini, V. Autobiografia (Torino Einaudi). La prima redazione dell'opera, andata perduta, ha il titolo di Scienza nuova in forma negative.  L'Autobiografia e pubblicata postuma  ampliata con una modifica di V..  RIVISTA DI STUDI CROCIANI, a cura della Società napoletana di storia patria, La fondazione V. voluta da Marotta, presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con sede nella Chiesa di S. Biagio Maggiore, Napoli, si occupa della promozione del pensiero vichiano e della gestione di alcuni siti vichiani come il castello Vargas di Vatolla (Salerno) e la Chiesa di S. Gennaro all'Olmo in Napoli. V., Principi di una scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni, a cura di Ferrari, Società tipografica de' Classici italiani, Milano. Candela, L'unità e la religiosità del pensiero di V., Serafico, Inesatto è altresì che V. terminasse di vivere a più di settantasei anni. Per contrario, manca ai vivi nella notte e a settantacinque anni e sette mesi precisi, in La Letteratura italiana: Storia e testi, V., Ricciardi. La storia di V., su napolit oday. Secondo notizie di stampa diffuse resti della salma di V. sarebbero stati recuperati nei sotterranei della chiesa napoletana. (Vedi: Corriere del Giorno: Ritrovata la salma di V.? I ricercatori vanno cauti Archiviato in Internet Archive. La notizia è stata comunque commentata con prudenza dagl’esperti. La scienza nuova, Biblioteca Universale Rizzoli. Nicolini, V.: saggio biografico (Il Mulino), CROCE, Nuovi saggi. Per una silloge di pensieri di MALVEZZI, Politici e moralisti, ediz. CROCE-CARAMELLA, Bari, Laterza. V. nel perduto De equilibrio corporis animantis espone una concezione secondo cui riponevo la natura delle cose nel moto per il quale, come se fossero sottoposte alla forza di un cuneo, tutte le cose vengono spinte verso il centro del loro stesso moto e, invece, sotto l'azione di una forza contraria, vengono respinte verso l'esterno; e sostenni anche che tutte le cose vivono e muoiono in virtù di sistole e diastole. Secondo un'ipotesi di Croce e Nicolini l'opera e stata concepita come appendice al “Liber Physicus” ed e donata in forma manoscritta al suo grande amico, Aulisio. La trattazione di quella teoria di ispirazione cartesiana e pre-socratica venne poi inserita più ampiamente nella Vita.  Toma, Ecco l'origine delle scienze umane: aspetti retorici di una contesa intorno al De antiquissima italorum sapienti, Bollettino del CENTRO DI STUDI VICHIANI (Roma: Edizioni di storia e letteratura).  Opere, Sansoni, Firenze -- è considerato da alcuni interpreti della sua filosofia come il primo ‘costruttivista’. Infatti, V. sostiene che l'uomo può conoscere solo ciò che può costruire, aggiungendo poi che in effetti solo il divino conosce veramente il mondo, avendolo creato lui stesso. Il mondo quindi è esperienza vissuta e al suo riguardo non vale per gl’uomini alcuna pretesa di verità ontologica. Watzlawick, La realtà inventata (Milano, Feltrinelli)  Per V. la filologia non è solo la scienza del linguaggio ma anche storia, usi e costumi, e religioni dei popoli antichi. L'età degli dei nella quale gl’uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli, che sono le più vecchie cose della storia profana: l'età degli eroi, nella quale dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi rifiutata differenza di superior natura a quella de’ lor plebei. Finalmente, l'età degl’uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie, le quali entrambe sono forma di governi umane. V., Scienza Nuova, Idea dell'Opera. La RAGION DI STATO non è naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da pochi pratici di governo. Degnità. Sull'immaginazione nei primitivi secondo la filosofia vichiana si veda: Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e Malebranche, La rivendicazione dell'assoluta autonomia dell'arte e della poesia nei confronti delle altre attività spirituali e uno dei meriti che CROCE riconosce al pensiero vichiano. V. critica tutt'insieme le tre dottrine della poesia come esortatrice e mediatrice di verità intellettuali, come cosa di mero diletto, e come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza far danno fare a meno. La poesia non è sapienza riposta, non presuppone logica intellettuale, non contiene filosofemi. I filosofi che ritrovano queste cose nella poesia, ve le hanno introdotte essi stessi senza avvedersene. La poesia non è nata per capriccio, ma per necessità di natura. La poesia tanto poco è superflua ed eliminabile, che senza di essa non sorge il pensiero: è la prima operazione della mente umana. CROCE, La filosofia di V. -- qual era quello dei tempi d'Omero. V., Scienza Nuova, Conclusione  Nel senso di pietas, sentimento religioso.  V., La scienza nuova (Biblioteca Universale Rizzoli). CROCE NICOLINI Storicismo Filosofia della storia Filologia. su Treccani – Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., su sapere, De Agostini. V., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Battistini, V., in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Bertland, La Scienza nuova su letteratura italiana Opere, su biblioteca italiana integrali in più volumi dalla collana  "Scrittori d'Italia" Laterza, Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V., su academia, Firenze, Pellegrino, 'La concezione della storia di V., su centro studi LA RUNA it. CENTRO DI STUDI VICHIANI, su Consiglio nazionale delle ricerche. Fondazione V., su Fondazione gbvico Portale Vico, su giambattist avico. u treccani., in Il contributo italiano alla storia del Pensiero, Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, V., Principj di una scienza nuova di Vico: d'intorno alla comune natura delle nazioni, Tip. di A. Parenti. Italian philosopher. Grice: “The Italians revere him so much that his emblem is on one of their stamps!”“It would be as having Ryle on one of ours!” Vico: He is so beloved by the Italians “that they made a stamp of him.”Grice. cited by H. P. Grice, “Vico and the origin of language.” Philosopher who founded modern philosophy of history, philosophy of culture, and philosophy of mythology. He was born and lived all his life in or near Naples, where he taught eloquence. The Inquisition was a force in Naples throughout Vico’s lifetime. A turning point in his career was his loss of the concourse for a chair of civil law. Although a disappointment and an injustice, it enabled him to produce his major philosophical work. He was appointed royal historiographer by Charles of Bourbon. Vico’s major work is “La scienza nuova”  completely revised in a second, definitive version. He published three connected works on jurisprudence, under the title Universal Law; one contains a sketch of his conception of a “new science” of the historical life of nations. Vico’s principal works preceding this are On the Study Methods of Our Time, comparing the ancients with the moderns regarding human education, and On the Most Ancient Wisdom of the Italians, attacking the Cartesian conception of metaphysics. His Autobiography inaugurates the conception of modern intellectual autobiography. Basic to Vico’s philosophy is his principle that “the true is the made” “verum ipsum factum”, that what is true is convertible with what is made. This principle is central in his conception of “science” scientia, scienza. A science is possible only for those subjects in which such a conversion is possible. There can be a science of mathematics, since mathematical truths are such because we make them. Analogously, there can be a science of the civil world of the historical life of nations. Since we make the things of the civil world, it is possible for us to have a science of them. As the makers of our own world, like God as the maker who makes by knowing and knows by making, we can have knowledge per caussas through causes, from within. In the natural sciences we can have only conscientia a kind of “consciousness”, not scientia, because things in nature are not made by the knower. Vico’s “new science” is a science of the principles whereby “men make history”; it is also a demonstration of “what providence has wrought in history.” All nations rise and fall in cycles within history corsi e ricorsi in a pattern governed by providence. The world of nations or, in the Augustinian phrase Vico uses, “the great city of the human race,” exhibits a pattern of three ages of “ideal eternal history” storia ideale eterna. Every nation passes through an age of gods when people think in terms of gods, an age of heroes when all virtues and institutions are formed through the personalities of heroes, and an age of humans when all sense of the divine is lost, life becomes luxurious and false, and thought becomes abstract and ineffective; then the cycle must begin again. In the first two ages all life and thought are governed by the primordial power of “imagination” fantasia and the world is ordered through the power of humans to form experience in terms of “imaginative universals” universali fantastici. These two ages are governed by “poetic wisdom” sapienza poetica. At the basis of Vico’s conception of history, society, and knowledge is a conception of mythical thought as the origin of the human world. Fantasia is the original power of the human mind through which the true and the made are converted to create the myths and gods that are at the basis of any cycle of history. MICHELET was the primary supporter of V.’s ideas. He made them the basis of his own philosophy of history. COLERIDGE is the principal disseminator of V.’s views in England. Joyce uses the New Science as a substructure for Finnegans Wake, making plays on V.’s name, beginning with one in Latin in the first sentence: “by a commodius vicus of recirculation.” CROCE revives V.’s philosophical thought, wishing to conceive Vico as the  Hegel. V.’s ideas have been the subject of analysis by such prominent philosophical thinkers as Horkheimer and Berlin, by anthropologists such a Leach, and by literary critics such as Wellek and Read. Refs.: S. N. Hampshire, “Vico,” in The New Yorker. Luigi Speranza, “Vico alla Villa Grice.” H. P. Grice, “Vico and language.” Danesi, Metaphor, and the Origin of Language. Serious scholars of Vico as well as glotto-geneticists will find much of value in this excellent monograph. Vico Studies. A provocative, well-researched argument which might find re-application in philosophy. Theological Book ReviewDANESI returns to Vico to create a persuasive, original account of the evolution and development of the Italian language, one of the deep mysteries of Italians. V.’s reconstruction of the origin of language is described and evaluated in light of Grice’s philosophical conversational pragmatics. Keywords: Vico e la filosofia romana, Vico, VARRONE, storia della linguistica, storia della rhetorica, glotto-genesi, la ricostruzione di V., The New Science Basic Notions. Language and the Imagination: V.’s Glottogenetic Scenario; V.’s Approach; Reconstructing the Primal Scene; After the Primal Scence; the dawn of communication: iconicita e mimesi, hypotheses The Nature of Iconicity. Imagery, Iconicita e gesto. Iconic Representation. Osmosis Hypothesis Ontogenesis From Percept al concetto. The Metaphoricity Metaphor metafora; Metaphor and Concept-Formation Mentation, Narrativity, e mito; the socio-biological-Computationist Viewpoint:A Vichian Critique; The Vichian Scenario Revisited; Revisting the Genetic Perspective; computationism. SAGGI FILOSOFICI ii VICO  BENEDETTO  CROCE    LA  FILOSOFIA    DI    GIAMBATTISTA  VICO    Seconda  edizione  riveduta    BARI  GIUS.  LATERZA  &  FIGLI   TI  l'OQ  KAFI-KDITOBI-LIHK  AI   1922    PROPRIETÀ    LETTERARIA  A  NORMA  DELLE  VIGENTI  LEGGI    Stampato  in  Trani,  coi  tipi  dolla  Ditta  Tipografica  Editrice  Vecchi  e  C.    ifs-   V4GV0X    GUGLIELMO  WINDELBAND    743018    AVVERTENZA    Per  quali  ragioni  a  me  sia  sembrata  necessaria  una  nuova  esposizione  della  filosofia  del  Vico,  potrà  agevolmente  desumersi  dai  cenni  sulla  fortuna  di  que-  sto scrittore  e  dalle  notizie  bibliografiche,  che  si  leg-  gono nella  seconda  e  terza  appendice  del  presente  volume.   Qui  occorre  avvertire  soltanto  che  la  mia  esposi-  zione non  vuol  essere  un  riassunto  libro  per  libro  e  parte  per  parte  degli  scritti  del  Vico;  e,  anzi,  presup-  pone la  conoscenza  di  questi  scritti  e,  ove  manchi,  vuol  eccitare  il  lettore  a  procacciarsela  per  meglio  seguire,  e  per  riscontrare,  le  interpetrazioni  e  i  giudizi  che  gli  vengono  da  me  offerti.   Su  questo  presupposto,  pur  valendomi  assai  spesso  (specialmente  nei  capitoli  relativi  alla  storiografia)  delle  parole  testuali  dell'autore,  non  ho  creduto  op-  portuno virgoleggiarle  (salvo  dove  mi  piacesse  dare  risalto  alla  precisa  espressione  originale),  perché,  aven-  dole di  solito  combinate  da  brani  sparsi  nei  più  vari  luoghi  e  ora  abbreviate  ora  allargate  e  sempre  frammischiate  liberamente  con  parole  e  frasi  mie  di  com-  mento, il  continuo  virgoleggiarle  sarebbe  stato  un  met-  tere in  mostra,  con  più  di  fastidio  che  di  utilità,  il  rovescio  del  mio  ricamo,  che  ciascuno  potrà  osservare  da  sé,  quando  ne  abbia  voglia,  col  sussidio  dei  rimandi  che  ho  messi  in  fondo  al  libro.   Desideroso  di  attestare,  per  quanto  mi  era  possi-  bile, in  ogni  particolare  del  mio  lavoro,  la  reverenza  che  si  deve  al  gran  nome  del  Vico,  mi  sono  studiato  di  essere  breve,  di  quella  brevità  che  egli  conside-  rava quasi  suggello  di  libri  scientifici  ben  meditati.  Al  qual  uopo  ho  sacrificato  anche  le  discussioni  coi  singoli  interpetri,  contentandomi  di  semplici  accenni.  Del  resto,  parte  delle  interpetrazioni  qui  esposte  mi  sembrano  frutti  maturi  delle  indagini  e  controversie  che  costituiscono  la  migliore  letteratura  vichiana;  e  tutta  quell'altra  parte,  che  è  mia  personale,  e  l'idea  stessa  generale  del  mio  libro,  difenderò  a  suo  tempo,  se  sarà  il  caso,  contro  i  dissenzienti  e  gli  obiettanti,  nel  modo  diretto  che  nel  corso  dell'esposizione  non  ho  stimato  di  adoperare.  Perché  io  spero  che  questo  libro  avrà  l'effetto  non  già  di  spegnere  ma  di  rac-  cendere le  discussioni  intorno  alla  filosofia  del  Vico:  di  questo  Altvater,  come  lo  chiamò  il  Goethe,  che  è  fortuna  per  un  popolo  possedere,  e  al  quale  biso-  gnerà sempre  fare  capo  per  sentire  italianamente  la  moderna  filosofìa,  pur  pensandola  cosmopoliti-  camente.   La  dedica  del  mio  lavoro  (oltre  a  essere  omaggio  a  uno  dei  mag giori  maestri  odierni  della  storia  della  filosofia)  vuol  esprimere  l'augurio  e  la  speranza  che    AVVERTENZA  IX   venga  presto  riempita,  in  tale  storia,  la  lacuna,  sulla  quale  ho  richiamato  l'attenzione  più  volte,  e  special-  mente alla  fine  della  seconda  delle  appendici  di  questo  volume.   Raiano  (Aquila),  settembre  1910.    L'augurio  espresso  nelle  ultime  linee  della  prece-  dente avvertenza  ebbe  compimento,  e  non  solo  il  Win-  delband  die  luogo  alla  filosofia  del  Vico  nella  quinta  edizione  della  sua  Storia  della  filosofìa  moderna  (Leip-  zig, 1911,  I,  597-98),  ma  il  mio  libro  fu  subito  tra-  dotto in  inglese  e  in  francese,  e  altre  versioni  se  ne  preparavano,  e  fiorivano  le  indagini  e  le  discussioni,  quando  la  guerra  sopravvenne  a  sospendere  quella  ripresa  di  studi  e  la  divulgazione  dell'opera  vichiana  fuori  d'Italia.  Non  si  per  altro  che,  durante  la  guerra  e  in  relazione  ad  essa,  i  concetti  vichiani  non  fossero  qua  e    richiamati  per  dominare  col  pensiero  il  corso  delle  cose;  e  li  richiamò,  tra  gli  altri,  lo  stesso  Win-  delband,  nell'ultimo  suo  scritto,  che  fu  una  «  lezione  di  guerra  »  sulla  Filosofia  della  storia.   Questa  nuova  edizione  contiene  piccole  correzioni,  schiarimenti  e  aggiunte,  ed  è  messa  al  corrente  nella  parte  bibliografica.  La  tavola  dei  rinvìi  ai  testi  vi-  chiani è  stata  resa  più  precisa,  e  in  ciò,  come  nella  revisione  generale,  ho  avuto  l'amichevole  aiuto  del  Nicolini,  benemerito  editore  della  Scienza  nuova.   Circa  la  concezione  e  il  metodo  del  libro  non  ho  alcun  cangiamento  da  introdurre     pentimento  da    X  AVVERTENZA   manifestare  :  sebbene  da  più  parti  mi  sia  stata  rivolta  la  facile  ma  superflcialissima  critica,  che  l'interpre-  tazione del  Vico  vi  sia  tutta  compenetrata  dal  mio  proprio  pensiero  filosofico,  e  perciò  non  sia  «  ogget-  tiva ».  In  verità,  chi  voglia  conoscere  davvero  il  Vico  deve  leggere  e  meditare  i  libri  del  Vico;  e  questo  è  indispensabile,  e  questa  è  la  sola  oggettività  possi-  bile: non  la  cosiddetta  «  esposizione  oggettiva  »  che  altri  ne  faccia,  e  che  non  potrebbe  riuscire  se  non  lavoro  estrinseco  e  materiale.  L'esposizione,  invece,  storica  e  critica  di  un  filosofo  ha  una  diversa  e  più  alta  oggettività,  ed  è  necessariamente  il  dialogo  tra  un'antico  e  un  nuovo  pensiero,  nel  quale  solamente  l'antico  pensiero  viene  inteso  e  compreso.  E  tale  è,  o  procura  di  essere,  il  mio  libro.  Che  cosa  avrei  po-  tuto intendere  io  del  Vico,  se  non  mi  fossi  travagliato  su  problemi  strettamente  congiunti  ai  suoi  o  derivanti  da  quelli  suoi?   Per  questa  ragione  anche  non  posso  dare  impor-  tanza all'opposizione  che  mi  è  venuta  da  egregi  scrit-  tori cattolici,  i  quali  è  naturale  che  vedano  le  cose  con  occhi  diversi  dai  miei.  Ciò  che,  per  altro,  non  mi  sembra  logico,  è  il  loro  sforzo  di  ridurre  il  Vico  a  pensatore  ortodosso;  nel  quale  sforzo  urtano  ine-  vitabilmente in  due  gravi  difficoltà.  In  primo  luogo  essi  vengono  a  trovarsi  di  fronte  all'  impossibilità  di  spiegare  perché  mai  il  Vico,  che,  a  loro  giudizio,  non  avrebbe  fatto  altro  che  ripetere  o  rinfrescare  i  con-  cetti della  tradizione  filosofica  cattolica,  sia  sembrato  e  sembri  tanto  originale  e  rivoluzionario,  e  sia  andato  tanto  a  genio  ai  pensatori  moderni.  E  parimente,  in    AVVERTENZA  XI   secondo  luogo,  si  tolgono  il  modo  di  spiegareT avver-  sione che  per  lui  provarono  gli  scrittori  cattolici  del  suo  secolo  e  taluno  insigne  del  secolo  seguente,  co-  me, per  es.,  Cesare  Balbo,  che  lo  senti  estraneo  alla  scienza  cristiana.  E  questo  basti  aver  detto,  perché,  riguardoso  come  credo  d'esser  sempre  stato  verso  gli  scrittori  cattolici,  non  perciò  polemizzerei  mai  con  essi,  stimando  la  cosa  tanto  poco  utile,  quanto  utile  e  doveroso  è,  per  me,  tirare  innanzi  per  la  mia  via.   Napoli,  27  dicembre  1921.   B.  C.    La  prima  forma  della  gnoseologia  vichiana    JJa  prima  forma  della  dottrina  del  Vico  sulla  cono-  scenza si  presenta  come  diretta  critica  e  antitesi  del  pen-  siero cartesiano,  che  da  oltre  mezzo  secolo  dava  l'indirizzo  generale  allo  spirito  europeo  ed  era  destinato  a  dominare  ancora  per  un  secolo  le  mepti  e  gli  animi.   Cartesio  aveva  collocato  f  ideale  della  scienza  perfetta  nella  geometria,  sul  modello  della  quale  intese  a  riformare  la  filosofia  e  ogni  altra  parte  del  sapere.  E  poiché  il  me-  todo geometrico  perviene  mercé  l'analisi  a  verità  intuitive,  e  da  queste  muove  dipoi  per  ottenere  con  deduzione  sin-  tetica sempre  più  complesse  affermazioni,  la  filosofia,  per  procedere  con  rigore  di  scienza,  doveva,  a  mente  di  Car-  tesio, cercare  anch'essa  il  fermo  punto  d'appoggio  in  una  verità  primitiva  e  intuitiva,  dalla  quale  deducesse  tutte  le  sue  ulteriori  affermazioni,  teologiche,  metafisiche,  fisiche  e  morali.  L'evidenza,  la  percezione  o  idea  chiara  e  di-  stinta era,  dunque,  criterio  supremo;  e  l'inferenza  imme-  diata, l'intuitiva  connessione  del  pensiero  con  l'essere,  del  cogito  col  smn,  porgeva  la  prima  verità  e  la  base  per  la  scienza.  Con  la  percezione  chiara  e  distinta,  e  col  dubbio  metodico  che  conduceva  al  cogito,  Cartesio  si  argomentava   B.  Croce,  La  filosofia  di  Giambattista  Vico.  1    2  FILOSOFIA   DEL   VICO   di  sconfiggere  una  volta  per  sempre  lo  scetticismo.  Ma,  per  ciò  stesso,  tutto  quel  sapere  non  ancora  ridotto  o  non  riducibile  a  percezione  chiara  e  distinta  e  a  deduzione  geometrica,  perdeva  ai  suoi  occhi  valore  e  importanza.  Tale  la  storia,  che  si  fonda  sulle  testimonianze;  l'osserva-  zione naturalistica,  non  ancora  matematizzata  ;  la  saggezza  pratica  e  l'eloquenza,  che  si  valgono  dell'empirica  cono-  scenza del  cuore  umano  ;  la  poesia,  che  offre  immagini  fantastiche.  Piuttosto  che  un  sapere,  codesti  prodotti  spi-  rituali erano  per  Cartesio  illusioni  e  torbide  visioni  :  idee  confuse,  destinate  o  a  farsi  chiare  e  distinte  e  perciò  a  sve-  stire la  loro  anteriore  forma  d'esistenza,  o  a  trascinare  un'esistenza  miserabile,  indegna  dell'attenzione  del  filosofo.  La  luce  solare  del  metodo  matematico  rendeva  superflue  le  fiammelle  che  sono  di  guida  nelle  tenebre  e  proiettano  sovente  ombre  ingannatrici.   Ora  il  Vico  non  si  restringe  e  non  si  attarda,  come  altri  avversari  di  Cartesio,  a  prendere  scandalo  per  le  conse-  guenze del  metodo  soggettivo,  pericoloso  alla  religione;  o  a  disputare  scolasticamente  se  il  cogito  sia  o  non  sia  un  sillogismo,  e  se  come  sillogismo  sia  o  no  difettoso  ;  o  a  protestare  con  l'offeso  buon  senso  contro  il  disprezzo  car-  tesiano verso  la  storia,  l'oratoria  e  la  poesia.  Egli  va  di-  ritto al  cuore  della  questione,  al  criterio  stesso  stabilito  da  Cartesio  per  la  verità  scientifica,  al  principio  dell'evi-  denza; e  dove  il  filosofo  francese  stimava  di  aver  fornito  tutto  quanto  si  potesse  richiedere  per  la  scienza  più  rigo-  rosa, il  Vico  osserva  che,  posta  l'esigenza  alla  quale  s'in-  tendeva soddisfare,  in  realtà,  col  metodo  raccomandato,  si  otteneva  ben  poco  o  addirittura  nulla.   Bella  scienza  (dice  il  Vico)  è  codesta  dell'idea  chiara  e  distinta!  Ch'io  pensi  quel  ch'io  penso  è,  si,  cosa  indu-  bitabile, ma  non  mi  ha  punto  l'aria  di  una  proposizione  scientifica.  Ogni  idea,  per  erronea  che  sia,  può  apparire evidente;  e,  non  perché  a  me  appaia  tale,  acquista  virtù  di  scienza.  Che  «  se  si  pensa,  si  è  anche  »,  era  cosa  nota  persino  al  Sosia  di  Plauto,  che  esprimeva  questa  sua  per-  suasione quasi  con  le  stesse  parole  della  filosofia  cartesiana  :  «  sed  quom  cogito,  equidem  certo  sum  ».  Ma  lo  scettico  re-  plicherà sempre  ai  Sosì  e  ai  Cartesì,  che  egli  non  dubita  di  pensare;  professerà  anzi  asseverantemente  che  quel  che  a  lui  sembra  scorgere  è  certo,  e  lo  sosterrà  con  ogni  sorta  di  cavilli;    e  che  non  dubita  di  essere,  anzi  cura  di  esser  bene,  mercé  la  sospensione  dell'assenso,  per  non  ag-  giungere ai  fastidì  delle  cose  gli  altri  provenienti  dalle  opinioni.  Ma,  nell'affermare  cosi,  sosterrà  insieme  che  la  certezza  del  suo  pensare  e  del  suo  essere  è  coscienza  e  non  scienza;  ed  è  coscienza  volgare.  Tanto  poco  la  chiara  e  distinta  percezione  è  scienza,  che  da  quando,  per  effetto  del  cartesianismo,  essa  viene  adoperata  nella  fisica,  la  conoscenza  delle  cose  naturali  non  è  divenuta  punto  più  sicura.  Cartesio  ha  spiccato  un  salto  per  sollevarsi  dalla  coscienza  volgare  alla  scienza  ;  ed  è  ricaduto  di  piombo  in  quella  coscienza,  senza  raggiungere  la  scienza  agognata.   Ma  in  che  cosa  la  verità  scientifica  consiste,  poiché  cer-  tamente non  consiste  nella  coscienza  immediata?  In  che  la  scienza  differisce  dalla  semplice  coscienza?  Qual  è  il  criterio,  o,  in  altri  termini,  quale  la  condizione  che  rende  possibile  la  scienza?  Con  la  chiarezza  e  con  la  distinzione  non  si  muove  un  sol  passo  ;  con  l'affermazione  di  un  primo  vero  non  si  risolve  il  problema,  che  non  è  già  circa  un  primo  vero,  ma  circa  la  forma* che  la  verità  deve  avere  perché  possa  essere  riconosciuta  verità  scien-  tifica, ossia  verità  vera.   11  Vico  risponde  a  questa  domanda,  e  giustifica  la  sua  accusa  d' insufficienza  al  criterio  cartesiano,  col  ricorrere  a  una  proposizione  che,  a  bella  prima,  potrebbe  dirsi  ov-  via e  tradizionale.  Tradizionale  non  in  conseguenza  della    4  FILOSOFIA   DEL   VICO   tesi  storica  con  la  quale  il  Vico  l'accompagna  e  che  egli  stesso  poi  ebbe  a  rifiutare,  cioè  che  quella  proposizione  ri-  salga a  un'antichissima  sapienza  italica;  ma  nel  senso  che  essa  era  comune  e  quasi  intrinseca  al  pensiero  cristiano.  Nulla  di  più  familiare,  infatti,  a  un  cristiano,  il  quale  re-  cita ogni  giorno  il  suo  credo  in  un  Dio  onnipotente,  onni-  sciente e  creatore  del  cielo  e  della  terra,  dell'affermazione  che  solo  Dio  può  avere  scienza  piena  delle  cose,  perché  egli  solo  ne  è  l'autore.  Il  primo  vero  (ripete  il  Vico)  è  in  Dio,  perché  Dio  è  il  primo  fattore;  ed  è  vero  infinito  perché  egli  è  fattore  delle  cose  tutte,  esattissimo  perché  rappresenta  a  lui  gli  elementi  cosi  esterni  come  in-  terni delle  cose,  le  quali  egli  contiene  tutte  in  sé.  Questa  medesima  proposizione  circolava  nelle  scuole,  specie,  a  quanto  sembra,  presso  scotisti  e  occamisti,  e,  nel  rinasci-  mento, Marsilio  Ficino  l'asseriva  nella  Theologia  platonica,  dicendo  che  la  natura,  opera  divina,  produce  le  sue  cose  con  vive  ragioni  dall'intrinseco,  come  la  mente  del  geo-  metra dall'intrinseco  fabbrica  le  sue  figure;  e  il  Cardano  ripeteva  che  tale  è  la  vera  scienza,  la  scienza  divina,  quaì  res  facit,  e  che  di  essa  tra  le  umane  rende  immagine  la  sola  geometria;  e  lo  scettico  Sanchez,  nel  Quod  nihil  scltur  (1581),  ricordava  che  non  può  «  perfecte  cognoscere  quis  quaì  non  creavit,  nec  Deus  creare  potuisset  nec  creata  regere  quce  non  perfecte  prcecognovisset  ;  ipse  ergo,  solus  sa-  pientia,  cognitio,  intellectus  perfectus,  omnia  penetrai,  om-  nia sapit,  omnia  cognoscit,  omnia  intelligit,  quia  ipse  omnia  est  et  in  omnibus,  omniaque  ipse  sunt  et  in  ipso  »  l.  Ma  il    1  Si  veda  per  le  origini  il  mio  saggio:  Le  fonti  della  gnoseologia  vicliiana  (cit.  nell'append.  bibliografica),  pp.  243-58.  Sul  concetto  del  Sanchez  (cfr.  Opera  medica,  ed.  di  Tolosse  Tectosagum,  1636,  p.  110)  ri-  chiamò l'attenzione  il  Windelband,  Gesch.  d.  neuer.  Philosophie.] Vico  non  si  restringe  ad  affermazioni  incidentali  e,  inten-  dendo pel  primo  la  fecondità  del  concetto  espresso  in  quella  proposizione,  dall'elogio  dell'  infinita  potenza  e  sapienza  di  Dio  e  dal  raffronto  con  quella  limitata  dell'uomo  ricavò,  contro  Cartesio,  il  principio  gnoseologico  universale,  che  la  condizione  per  conoscere  un-a  cosa  è  il  farla,  e  il  vero  è  il  fatto  stesso:  «  verum  ipsum  factum  ».   Non  altro  che  codesto  si  vuol  dire  (egli  chiarisce),  quando  si  afferma  che  la  scienza  è  «  pei-  ccnisas  scire  » ,  perché  la  cagione  è  quel  che  per  produrre  l'effetto  non  ha  bisogno  di  cosa  estranea,  è  il  genere  o  modo  di  una  cosa  :  cono-  scere la  cagione  è  saper  mandare  ad  effetto  la  cosa,  pro-  vare dalla  causa  è  farla.  In  altri  termini,  è  rifare  ideal-  mente quel  che  si  è  fatto  e  si  fa  praticamente.  La  cogni-  zione e  l'operazione  debbono  convertirsi  tra  loro,  come  in  Dio  intelletto  e  volontà  si  convertono  e  fanno  tutt'uno.   Senonché,  stabilito  nella  connessione  del  vero  e  del  fatto  l'ideale  della  scienza,  e  (poiché  l'ideale  è  la  vera  realtà)  conosciuta  la  natura  vera  della  scienza,  la  prima  conseguenza  che  da  questo  riconoscimento  deve  trarsi  è  quella  stessa  che  ne  traevano  i  platonici  e  gli  scettici  del  Rinascimento,  l'impossibilità  della  scienza  per  l'uomo.  Se  Dio  ha  creato  le  cose,  Dio  solo  le  conosce  per  cause,  egli  solo  ne  conosce  i  generi  o  modi,  ed  egli  solo  ne  ha  la  scienza.  Forse  che  l'uomo  ha  esso  creato  il  mondo?  ha  esso  creato  la  propria  anima?   All'uomo  non  è  data  la  scienza,  ma  la  sola  coscienza,  la  quale  per  l'appunto  volge  sulle  cose  di  cui  non  si  può  dimostrare  il  genere  o  forma  onde  si  fanno.  La  verità  di  coscienza  è  il  lato  umano  del  sapere  divino,  e  sta  a  que-  sto come  la  superficie  al  solido  :  piuttosto  che  verità,  do-  vrebbe dirsi  certezza.  A  Dio  l' ìntelligere,  all'uomo  il  solo  cogitare,  il  pensare,  l'andare  raccogliendo  gli  elementi  delle  cose,  senza  poterli  mai  raccogliere  tutti.  A  Dio  il  vero  dimostrativo;  all'uomo  le  notizie  non  dimostrate  e  non  scien-  tifiche, ma  o  certe  per  segni  indubitati  o  probabili  per  forza  di  buoni  raziocini  o  verisimili  pel  sussidio  di  potenti  congetture.   Il  certo,  la  verità  di  coscienza,  non  è  scienza,  ma  non  perciò  è  il  falso.  E  il  Vico  si  guarda  bene  dal  chiamare  false  le  dottrine  di  Cartesio  :  egli  vuole  soltanto  degradarle  da  verità  compiute  a  verità  frammentarie,  da  scienza  a  coscienza.  Tatt'altro  che  falso  è  il  cogito  ergo  sum:  il  tro-  varsi finanche  sulla  bocca  del  Sosia  plautino  è  argomento  non  per  rigettarlo,  anzi  per  accettarlo,  ma  come  verità  di  semplice  coscienza.  Il  pensare,  non  essendo  causa  del  mio  essere,  non  induce  scienza  del  mio  essere;  se  l'inducesse,  essendo  l'uomo  (secondo  che  i  cartesiani  ammettono)  mente  e  corpo,  il  pensiero  sarebbe  causa  del  corpo;  il  che  ci  av-  volgerebbe tra  tutte  le  spine  e  gli  sterpi  delle  dispute  circa  l'azione  della  mente  sul  corpo  e  del  corpo  sulla  mente.  Il  cogito  è,  dunque,  un  mero  segno  o  indizio  del  mio  essere:  nient'altro.  L'idea  chiara  e  distinta  non  può  dare  criterio,  non  pure  delle  altre  cose  ma  della  mente  medesima,  per-  ché la  mente  in  quel  suo  conoscersi  non  si  fa,  e,  poiché  non  si  fa,  ignora  il  genere  o  modo  onde  si  conosce.  Ma  l'idea  chiara  e  distinta  è  quel  che  solo  è  concesso  allo  spirito  dell'uomo,  e,  come  unica  ricchezza  ch'egli  abbia,  preziosissima.  Anche  per  il  Vico  la  metafisica  serba  il  pri-  mato fra  le  scienze  umane,  che  tutte  derivano  da  lei;  ma  laddove  per  Cartesio  essa  può  procedere  con  sicuro  me-  todo di  dimostrazione  pari  a  quello  geometrico,  pel  Vico  deve  contentarsi  del  probabile,  non  essendo  scienza  per  cause  ma  di  cause.  E  del  probabile  si  contentò  ai  suoi  bei  tempi,  nella  Grecia  antica  e  nell'  Italia  del  Rinascimento;  e  quando  volle  abbandonare  il  probabile  e  si  empi  la  te-  sta dei  fumi  di  quel  detto  fastoso  :  «  sapientem  nihil  opi-  navi »,  cominciò  a   turbarsi  e  a  decadere.  L'esistenza   di Dio  è  certa,  ma  non  è  scientificamente  dimostrabile,  e  ogni  tentativo  di  dimostrazione  è  da  considerare  documento  non  tanto  di  pietà  quanto  piuttosto  d'empietà,  perché,  per  dimostrare  Dio,  dovremmo  farlo:  l'uomo  dovrebbe  diven-  tare creatore  di  Dio.  Parimente  bisogna  ritenere  vero  tutto  quello  che  ci  è  stato  rivelato  da  Dio,  ma  non  domandare  in  qual  modo  sia  vero,  che  è  ciò  che  non  potremo  mai  comprendere.  Sulla  verità  rivelata  e  sulla  coscienza  di  Dio  si  appoggiano  le  scienze  umane  e  vi  trovano  la  loro  norma  di  verità  ;  ma  il  fondamento  stesso  è  verità  di  coscienza  e  non  di  scienza.   Come  il  Vico  abbassa  le  scienze  che  Cartesio  predili-  geva e  coltivava,  la  metafisica,  la  teologia,  la  fisica,  cosi  risolleva  le  forme  di  sapere  che  Cartesio  aveva  abbassate  :  la  storia,  l'osservazione  naturalistica,  la  cognizione  empi-  rica circa  l'uomo  e  la  società,  l'eloquenza  e  la  poesia.  0,  per  meglio  dire,  non  ha  bisogno  di  sollevarle  per  rivendi-  carle :  dimostrato  che  le  superbe  verità  della  filosofia  con-  dotta con  metodo  geometrico  si  riducono  anch'esse  a  nien-  t'altro  che  probabilità  e  asserzioni  aventi  valore  di  seni-  plice  coscienza,  la  vendetta  delle  altre  forme  del  sapere  è,  nell'atto  stesso,  bella  e  compiuta,  perché  tutte  si  ritrovano  ormai  adeguate  alla  medesima  altezza  o  bassezza  che  si  dica.  L'idea  di  una  scienza  umana  perfetta,  che  respinga  da    un'altra  indegna  di  questo  nome  perché  fondata  non  sul  ragionamento  ma  sull'autorità,  è  chiarita  illusoria.  L'au-  torità delle  proprie  e  delle  altrui  osservazioni  e  credenze,  l'opinione  generale,  la  tradizione,  la  coscienza  del  genere  umano,  vengono  restaurate  nell'ufficio  che  hanno  sempre  avuto  e  che  ebbero  nello  stesso  Cartesio  ;  il  quale  (come  suole  accadere)  disprezzò  quel  che  egli  possedeva  in  gran  copia  e  di  cui  si  era  potentemente  giovato,  e,  uomo  dot-  tissimo, screditò  la  dottrina  e  l'erudizione,  come  chi  si  è  nutrito  può  darsi  il  lusso  di  parlare  con  disdegno  del  cibo    8  FILOSOFIA   DEL   VICO   che  è  già  sangue  nelle  sue  vene.  La  polemica  di  Cartesio  contro  l'autorità  si  era  provata,  per  alcuni  rispetti,  bene-  fica, avendo  scosso  la  troppo  vile  servitù  di  star  sempre  sopra  l'autorità.  Ma  che  non  regni  altro  che  il  proprio  in-  dividuale giudizio,  che  si  pretenda  rifare  da  cima  a  fondo  il  sapere  sulla  propria  individuale  coscienza,  che  si  giunga  (come  fece  il  Malebranche)  ad  augurare  perfino  di  vedere  bruciati  tutti  i  filosofi  e  poeti  antichi  e  di  tornare  alla  nu-  dità di  Adamo;  è  una  follia  o,  per  lo  meno,  un  eccesso,  dal  quale  conviene  rifuggire  nel  giusto  mezzo.  E  il  giusto  mezzo  è  di  seguire  il  proprio  giudizio,  ma  con  qualche  ri-  guardo all'autorità;  di  congiungere  insieme,  cattolicamente,  la  fede  con  la  critica  circoscritta  dalla  fede  e  giovevole  alla  fede  stessa  :  in  modo  conforme  al  carattere  indelebile  di  mera  probabilità  che  ha  il  sapere  o  la  scienza  umana,  in  modo  avverso  all'indirizzo  della  Riforma,  pel  quale  lo  spirito  interno  di  ciascuno  si  fa  divina  regola  delle  cose  che  si  devono  credere.   C'è,  per  altro,  un  gruppo  delle  scienze  cartesiane  al  quale  par  che  il  Vico  riconosca,  come  i  suoi  predecessori  del  Rinascimento,  un  posto  privilegiato  ;  vale  a  dire,  non  di  coscienza,  ma  di  vera  e  propria  scienza,  non  nella  cer-  tezza, ma  nella  verità:  le  discipline  matematiche.  Sono  queste,  secondo  lui,  le  sole  conoscenze  possedute  dall'uomo  in  modo  del  tutto  identico  a  quello  del  sapere  divino,  e  cioè  perfetto  e  dimostrativo.  E  non  già,  come  Cartesio  aveva  creduto,  per  effetto  del  loro  carattere  di  evidenza.  L'evidenza,  usata  nelle  cose  fisiche  e  nelle  agibili,  non    una  verità  della  stessa  forza  che  nelle  matematiche.    le  matematiche  sono  per    evidenti  :  con  quale  chiara  e  di-  stinta idea  si  potrebbe  concepire  che  la  linea  consti  di  punti  che  non  hanno  parti?  Ma  il  punto  impartibile,  che  non  si  può  concepire  nelle  cose  reali,  si  può,  invece,  de-  finire; e  col  definire  certi   nomi,  l'uomo  si   crea  gli  eie-    I.  PRIMA  FORMA  DELLA  GNOSEOLOGIA  9   menti  delle  matematiche,  coi  postulati  li  porta  all'infinito,  con  gli  assiomi  stabilisce  certe  verità  eterne,  e  con  questi  infiniti  e  con  questa  eternità  disponendo  i  loro  elementi,  egli  fa  il  vero  che  insegna.  La  forza  delle  matematiche  nasce,  dunque,  non  dal  criterio  cartesiano,  ma  appunto  dall'altro  enunciato  dal  Vico;  non  dall'evidenza,  ma  dalla  conversione  del  conoscere  col  fare  :  «  mathematica  demon-  stramus,  quia  verum  facimus  ».  L'uomo  prende  l'uno  e  lo  moltiplica,  prende  il  punto  e  lo  disegna;  e  crea  i  numeri  e  le  grandezze  che  egli  conosce  perfettamente  perché  opera  sua.  Le  matematiche  sono  scienze  operative,  e  non  solo  nei  loro  problemi,  ma  negli  stessi  teoremi,  che  volgarmente  si  stimano  cosa  di  mera  contemplazione.  Per  tal  ragione  esse  sono  anche  scienze  che  dimostrano  per  cause,  contra-  riamente all'altra  opinione  volgare  che  esclude  dalle  ma-  tematiche il  concetto  di  causa  ;  sono,  anzi,  le  sole,  tra  le  scienze  umane,  che  davvero  provino  per  cause.  Da  questo  procedere  provengono  le  loro  Verità  meravigliose  ;  e  tutto  l'arcano  del  metodo  geometrico  consiste  nel  definire  prima  le  voci,  e  cioè  fare  i  concetti  coi  quali  si  abbia  a  ragionare;  poi  stabilire  alcune  massime  comuni,  nelle  quali  colui  col  quale  si  ragiona  convenga;  finalmente,  se  bisogna,  doman-  dare cosa  che  per  natura  si  possa  concedere  affine  di  poter  dedurre  i  ragionamenti,  i  quali  senza  una  qualche  posi-  zione non  verrebbero  a  capo  ;  e  con  questi  principi  da  ve-  rità pili  semplici  dimostrate  procedere  fil  filo  alle  più  com-  poste, e  le  composte  non  affermare  se  prima  non  si  esa-  minino una  per  una  le  parti  che  le  compongono.   Si  direbbe  che  il  Vico  sia  circa  il  valore  delle  matema-  tiche affatto  d'accordo  con  Cartesio,  dal  quale  differisca  soltanto  nella  fondazione  di  quel  valore.  E,  posto  chela  sua  fondazione  debba  considerarsi  più  profonda,  tanto  più  ne  verrebbe  rafforzato  ed  esaltato  l'ideale  matematico,  pre-  fisso alla  scienza  da  quello.  Se  l'unica  conoscenza  perfetta    10  FILOSOFIA   DEL   VICO   che  lo  spirito  umano  raggiunga  è  quella  matematica,  è  chiaro  che  sopra  essa  bisogna  sorreggersi  e  alla  stregua  di  essa  modellare  o  giudicare  le  altre.  Il  Vico,  insomma,  si  sarebbe  mosso  per  dare  torto  a  Cartesio  e  gli  avrebbe  procurato  una  migliore  ragione  che  quegli  non  sospettava.  Ma,  quantunque  cosi  sembri  a  prima  vista  (e  cosi  abbia  pensato  qualche  interpetre),  osservando  meglio  si  scorge  che  la  gran  perfezione  che  il  Vico  attribuisce  alle  matema-  tiche è  più  apparente  che  reale  ;  che  la  sicurezza  che  egli  vanta  di  quel  procedere,  è,  per  sua  medesima  confessione,  acquistata  a  spese  della  realtà;  e  che,  insomma,  l'accento  della  teoria  non  cade  tanto  sulla  verità  di  quelle  disci-  pline quanto  sulla  loro  arbitrarietà.  E  in  questo  risalto  dato  al  carattere  di  arbitrarietà  egli  differisce  non  solo  dai  ricordati  filosofi  del  Rinascimento,  ma  anche  da  Galileo  e  dalla  sua  scuola  *.   L'uomo  infatti  (egli  dice),  andando  attorno  a  investi-  gare la  natura  delle  cose,  e  accorgendosi  finalmente  di  non  poterla  in  niun  modo  conseguire,  perché  non  ha  dentro  di    gli  elementi  onde  sono  composte,  e,  anzi,  li  ha  tutti  fuori  di  sé,  è  condotto  via  via  a  volgere  a  profitto  questo  stesso  vizio  della  sua  mente;  e  con  l'astrazione  (non,  s'intende,  con  l'astrazione  sulle  cose  materiali,  perché  il  Vico  non  assegna  origine  empirica  alle  matematiche,  ma  con  l'astrazione  che  si  esercita  sugli  enti  metafisici)  si  fog-  gia due  cose,  «  duo  sibi  confingit  »  :  il  punto  da  disegnare,  e  l'unità  da  moltiplicare.  Entrambi  finzioni  (utrumque  ftctum),  perché  il  punto  disegnato  non  è  più  punto  e  l'uno  moltiplicato  non  è  più  uno.  Indi,  da  quelle  finzioni,  di  pro-  prio arbitrio  (proprio  iure)  assume  di  procedere  all'infi-  nito, sicché  le  linee  si   possano    condurre    nell'immenso,    1  Si  veda  sulla  storia  della  gnoseologia  delle  matematiche  fino  al  Vico  il  mio  saggio  cit.] l'uno  moltiplicare  per  l' innumerabile.  A  questo  modo  co-  struisce per  suo  uso  un  mondo  di  forme  e  numeri,  che  egli  abbraccia  tutto  dentro  di    ;  e  col  prolungare,  col  tagliare,  col  comporre  le  linee,  con  l'aggiungere,  togliere  e  compu-  tare i  numeri,  fa  infinite  opere  e  conosce  infiniti  veri.  Non  può  definire  le  cose  e  definisce  nomi;  non  può  attingere  gli  elementi  reali  e  si  contenta  di  elementi  immaginari,  dai  quali  sorgono  idee  che  non  ammettono  alcuna  contro-  versia. Simile  a  Dio,  «  ad  Del  instar  >,  da  nessun  sostrato  materiale,  e  quasi  dal  niente,  crea  punto,  linea,  superficie:  il  punto  che  è  posto  come  quello  che  non  ha  parti  ;  la  linea  come  l'escurso  del  punto,  ossia  la  lunghezza  priva  di  larghezza  e  di  profondità;  la  superficie,  come  l'incon-  tro di  due  linee  diverse  in  uno  stesso  punto,  cioè  la  lun-  ghezza e  la  larghezza  senza  la  profondità.  Cosi  le  mate-  matiche purgano  il  vizio  della  scienza  umana,  di  avere  sempre  le  cose  fuori  di    e  di  non  aver  essa  fatto  ciò  che  vuole  conoscere.  Quelle  fanno  ciò  che  conoscono,  hanno  in    medesime  i  loro  elementi  e  si  configurano,  perciò,  a  somiglianza  perfetta  della  scienza  divina  {sdentici  divince  similes  evadunt).   A  chi  legge  queste  e  altrettali  descrizioni  e  celebrazioni  vichiane  del  procedere  matematico,  par  d'avvertire  come  un'ombra  d'ironia,  se  non  proprio  intenzionale,  certamente  risultante  dalle  cose  stesse.  La  fulgida  verità  delle  mate-  matiche nasce,  dunque,  dalla  disperazione  della  verità;  la  loro  formidabile  potenza  dalla  riconosciuta  impotenza!  La  somiglianza  dell'uomo  matematico  con  Dio  non  è  troppo  diversa  da  quella  del  contraffattore  di  un'opera  col  suo  autore:  ciò  che  Dio  ò  nell'universo  della  realtà,  l'uomo  è,  si,  nell'universo  delle  grandezze  e  dei  numeri,  ma  que-  sto universo  è  popolato  di  astrazioni  e  finzioni.  La  divinità  conferita  all'uomo  è,  quasi,  divinità  da  burla.   Per  effetto  della  diversa  genesi  che  il  Vico  assegna  alle    12  FILOSOFIA   DEL   yiCO   matematiche,  anche  la  loro  efficacia  viene  assai  ristretta.  Le  matematiche  non  stanno  più,  come  per  Cartesio,  al  sommo  del  sapere  umano,  scienze  aristocratiche,  destinate  a  redimere  e  a  governare  le  scienze  subalterne  ;  ma  oc-  cupano una  cerchia,  per  quanto  singolare,  altrettanto  ben  circoscritta,  fuori  della  quale  se  mai  esse  si  provano  a  uscire,  pèrdono,  d'un  subito,  ogni  loro  mirabile  virtù.   Il  potere  delle  matematiche  incontra  ostacoli  a  parte  ante  e  a  parte  post:  nel  loro  fondamento  e  in  quel  che  a  loro  volta  sono  in  grado  di  fondare.  Nel  loro  fondamento,  perché  se  creano  i  loro  elementi,  cioè  le  finzioni  iniziali,  non  creano  la  stoffa  in  cui  queste  sono  ritagliate,  e  che  a  esse,  non  meno  che  alle  altre  scienze  umane,  è  fornita  dalla  metafisica,  la  quale,  non  potendo  dar  loro  il  proprio  sog-  getto, ne    certe  immagini.  Dalla  metafisica  la  geometria  toglie  il  punto  per  disegnarlo  (cioè,  per  annullarlo  come  punto);  e  l'aritmetica  l'uno  per  moltiplicai'lo  (cioè,  per  di-  struggerlo come  uno).  E  poiché  la  verità  metafisica,  per  quanto  certa  appaia  alla  coscienza,  non  è  dimostrabile,  le  matematiche,  in  ultima  analisi,  riposano  anch'esse  sull'au-  torità e  sul  probabile.  Ciò  basta  a  svelare  la  fallacia  di  ogni  trattazione  matematica  che  si  tenti  dalla  Metafisica.  Il  Vico  sembra  ammettere  una  specie  di  circolo  tra  geo-  metria e  metafisica,  la  prima  delle  quali  riceverebbe  il  suo  vero  dalla  seconda  e,  ricevutolo,  lo  rifonderebbe  nella  stessa  metafisica,  confermando  reciprocamente  la  scienza  umana  con  la  divina.  Ma  questo  concetto  (che  è  più  che  contestabile  e  si  può  dichiarare  senz'altro  incoerente  e  con-  tradittorio)  richiama,  in  ogni  caso,  l'uso  metafisico,  o  piut-  tosto simbolico  e  poetico  che  della  matematica  fecero  Pi-  tagora e  altri  filosofi  antichi  e  del  Rinascimento,  e  non  ha  nulla  da  vedere  con  una  filosofia  trattata  matematicamente  al  modo  dei  cartesiani.  La  geometria  sarebbe,  a  giudizio  del  Vico,  l'unica  ipotesi  per  la  quale  dalla  metafisica  sia  dato passare  alla  fisica;  ma  rimarrebbe  in  tale  accezione  un'ipo-  tesi, una  probabilità,  qualcosa  di  mezzo  tra  la  fede  e  la  critica,  tra  l' immaginazione  e  il  ragionamento,  quale  ri-  mane sempre  la  metafisica  e,  in  genere,  la  scienza  umana,  secondo  il  modo  di  vedere  del  Vico  in  questa  prima  forma  della  sua  gnoseologia.   Come  non  fondano  la  metafisica  dalla  quale  anzi  deri-  vano, cosi  le  matematiche  non  sono  neppure  in  grado  di  fondare  le  altre  scienze,  che  pure  seguono  a  esse  nell'or-  dine di  derivazione.  Tutte  le  materie,  diverse  dai  numeri  e  dalle  misure,  sono  affatto  incapaci  di  metodo  geometrico.  La  fisica  non  è  dimostrabile;  se  potessimo  dimostrare  le  cose  fisiche,  le  faremmo  (sì  physica  demonstrare  possemus,  faceremus);  ma  non  le  facciamo  e  perciò  non  possiamo  darne  dimostrazione.  L'introduzione  del  metodo  matema-  tico nella  fisica  non  ha  giovato  a  questa  disciplina,  che  fece  scoperte  grandi  senza  quel  metodo,  e  nessuna    grande    piccola  ha  fatta  mercé  di  esso.  La  fisica  moderna  somi-  glia, in  verità,  a  una  casa  che  gli  antenati  hanno  ricca-  mente arredata  e  di  cui  gli  eredi  non  hanno  accresciuto  la  suppellettile,  ma  si  divertono  solamente  a  cangiarla  di  posto  e  a  disporla  in  modi  nuovi.  È  necessario  perciò  re-  staurare e  sostenere,  in  fisica,  l'indirizzo  sperimentale  con-  tro quello  matematico:  l'indirizzo  inglese  contro  quello  francese,  il  cauto  uso  che  delle  matematiche  fecero  Galileo  e  la  sua  scuola  contro  l'incauto  e  arrogante  dei  cartesiani.  A  ragione  in  Inghilterra  si  proibisce  l'insegnamento  della  fisica  matematica:  cotal  metodo  non  procede  se  non  prima  definiti  i  nomi,  fermati  gli  assiomi  e  convenute  le  domande;  ma  in  fisica  si  hanno  a  definire  cose  e  non  nomi,  non  vi  ha  convenzione  che  non  sia  contrastata,    si  può  domandare  cosa  alcuna  alla  ritrosa  natura.  Onde,  nel  migliore  dei  casi,  quel  metodo  si  risolve  in  un  puro  e  innocuo  verbalismo:  si  espongono  le  osservazioni  fìsiche  con  la  dicitura:  «  per  la  definizione  IV»,  «per  il  postulato  II»,  «  per  l'assioma  III»,  e  si  conclude  con  le  solenni  abbreviature:  «  Q.  e.  d.  »  ;  ma  non  si  svolge  nessuna  forza  dimostrativa  e  la  mente  resta  dipoi  in  tutta  la  libertà  di  opinare  che  possedeva  innanzi  di  udire  tali  metodi  strepitosi.  Il  Vico  non  sa  astenersi,  a  tal  proposito,  da  paragoni  satirici.  Il  metodo  geometrico  (egli  dice),  quando  è  nel  suo  legittimo  dominio,  opera  senza  farsi  sentire,  e,  ove  fa  strepito,  segno  è  che  non  opera:  appunto  come  negli  assalti  l'uomo  timido  grida  e  non  fe-  risce, l'uomo  d'animo  fermato  tace  e  fa  colpi  mortali.  E  ancora:  il  vantatore  del  metodo  geometrico  in  cose  in  cui  quel  metodo  non  trae  necessità  di  consentire,  quando  pro-  nuncia: «  questo  è  assioma  »  o  «  questo  è  dimostrato  »,  è  simile  al  pittore  che  a  immagini  informi,  le  quali  per    non  si  possano  riconoscere,  scriva  sotto:  «  questo  è  uomo  »,  «  questo  è  satiro  »,  «  questo  è  leone  »,  e  via  discorrendo.  Onde  accade  che  col  medesimo  metodo  geometrico  Proclo  dimostri  i  principi  della  fisica  aristotelica,  Cartesio  i  suoi,  se  non  tutti  opposti,  certamente  diversi;  eppure  furono  due  geometri,  dei  quali  non  si  può  dire  che  non  sapessero  usare  il  metodo.  Quel  che  bisognerebbe,  se  mai,  introdurre  nella  fisica  sarebbe  non  il  metodo  ma  la  dimostrazione  geome-  trica; ma  questa  è  proprio  ciò  che  non  è  dato  introdurvi.  Meno  ancora  è  possibile  nelle  altre  scienze  via  via  più  cor-  pulente e  più  concrete:  meno  che  in  ogni  altra,  nelle  scienze  morali.  E  perciò,  non  potendosi  usare  la  cosa,  in  cambio  si  abusa  tanto  del  nome;  e,  come  il  titolo  di  «  si-  gnore »,  rifiutato  un  tempo  da  Tiberio  perché  troppo  su-  perbo, si    ora  a  ogni  vilissimo  uomo,  cosi  quello  di  «  di-  mostrazione »,  applicato  a  ragioni  probabili  e  talora  aper-  tamente false,  ha  sminuito  la  venerazione  che  si  deve  alla  verità.   Per  le  matematiche  stesse  il  Vico  scorge  pericoli  nella  sostituzione  dei  metodi   analitici  ai  geometrici  o  sintetici. E  dubita  che  la  nuova  meccanica  sia  frutto  davvero  del-  l'analisi, la  quale  attutisce  l'ingegno,  ossia  la  facoltà  in-  ventiva, e,  certa  nel  risultato  {opere),  è  oscura  nella  via  (opera),  laddove  il  metodo  sintetico  è  tum  opere  tura  opera  certissimo.  L'analisi  adduce  le  sue  ragioni  aspettando  se  per  caso  si  diano  le  equazioni  che  cerca,  e  sembra  un'arte  d'indovinare,  o  una  macchina  piuttosto  che  un  pensiero.  Per  analoghe  considerazioni  il  Vico  non  teneva  in  alcun  pregio  le  topiche  più  o  meno  meccaniche  e  le  arti  lulliane  e  kircheriane  dell'invenzione  e  della  memoria.   La  simpatia  per  lo  sperimentalismo  che,  come  si  è  visto,  stacca  il  Vico  dall'indirizzo  francese  e  cartesiano  e  lo  av-  vicina piuttosto  a  quello  italiano  e  inglese,  a  Galileo  e  al  Bacone,  lo  rende  altresì  nemico  dell'aristotelismo  e  dello  scolasticismo.  Esortando  egli  a  cercare  i  particolari  e  a  va-  lersi del  metodo  induttivo;  affermando  che  il  genere  umano  era  stato  arricchito  di  innumerevoli  verità  dalla  tìsica,  la  quale,  mercé  il  fuoco,  le  macchine  e  gli  strumenti,  si  era  fatta  operatrice  di  cose  simili  a  peculiari  opere  della  na-  tura; raccomandando  la  propria  metafisica  come  tale  che  serve  bene  {anclllantem)  alla  fisica  sperimentale;  non  può  non  riconoscere  ben  meritato  il  discredito  in  cui  era  ca-  duta la  fisica  aristotelica,  troppo  (egli  diceva)  universale.  E  se  a  Cartesio  rimproverava  l'introduzione  delle  forme  fisiche  nella  metafisica,  e  con  ciò  la  tendenza  verso  il  ma-  terialismo, Aristotele  e  gli  scolastici  sono  poi  da  lui  accu-  sati dell'errore  opposto,  cioè  di  aver  voluto  introdurre  le  forme  metafisiche  nella  fisica.  Come  Bacone,  egli  stima  che  il  sillogismo  e  il  sorite  non  producano  nulla  di  nuovo  e  ripetano  ciò  che  è  già  contenuto  nelle  premesse;  e  mette  in  chiaro  i  molteplici  danni  che  gli  universali  aristotelici  cagionano  in  tutte  le  parti  del  sapere  :  nella  giurisprudenza,  in  cui  le  vuote  generalità  soffocano  il  senno  legislativo;  nella  medicina,  che  bada  piuttosto  a  tenere  in  piedi  i  sistemi  che  a  sanare  gl'infermi;  nella  vita  pratica,  nella  quale  gli  abusatori  di  universali  sono  derisi-  col  nome  di  «  uomini  tematici  ».  Dagli  universali  derivano  le  .omoni-  mie o  equivoci,  cause  d'ogni  sorta  di  errori.  Alla  diffidenza  verso  gli  universali,  intesi  qui  nel  senso  di  concetti  gene-  rali o  astratti,  risponde  nel  Vico  (com'era  stato  caso  fre-  quente presso  gli  antiaristotelici  della  Rinascenza)  l'esal-  tazione delle  idee  platoniche,  delle  forme  metafisiche,  o,  come  egli  anche  le  chiama,  dei  generi,  modelli  eterni  degli  oggetti  e  infiniti  per  perfezione.  Nominalista  nelle  matematiche,  sospettoso  del  nominalismo  in  tutti  gli  altri  campi  del  sapere,  il  Vico  asserisce  la  realtà  delle  forme  o  delle  idee,  e  narra  come  fin  da  giovane  fosse  attratto  da  questa  dottrina,  insegnatagli  da  un  suo  maestro  che  era  scotista  e  perciò  seguace  di  quella  tra  le  filosofie  scolasti-  che che  più  si  approssimava  alla  platonica.   Considerata  nella  sua  interezza,  la  prima  gnoseologia  del  Vico  non  è  intellettualistica,  non  è  sensistica  e  non  è  vera-  mente speculativa;  ma  contiene  tutte  tre  queste  tendenze  che  si  compongono  in  certo  modo  tra  loro,  non  col  sottomet-  tersi gerarchicamente  a  una  tra  esse,  ma  col  sottomettersi  tutte  alla  riconosciuta  incompiutezza  della  scienza  umana.  Il  suo  intento  sarebbe  di  fronteggiare,  con  un  sol  movimento  tattico,  dominatici  e  scettici,  contro  i  primi  negando  che  si  possa  sapere  tutto  e  contro  i  secondi  che  non  si  possa  sapere  cosa  alcuna;  ma  riesce  invece  a  un'affermazione  di  scetti-  i>  cismo  o  agnosticismo,  nella  quale  non  manca  neppure  qual-  '  che  tratto  mistico.  Il  sapere  divino  è  sapere  unitario,  quello  umano  è  la  frammentazione  dell'unità;  Dio  sa  tutte  le  cose  perché  contiene  in    gli  elementi  dai  quali  le  compone  tutte  ;  l'uomo  si  studia  di  conoscerle  col  ridurle  in  pezzi.  La  scienza  umana  è  una  sorta  di  anatomia  delle  opere  di  natura,  eviene  dividendo  l'uomo  in  corpo  e  anima,  e  l'anima  in  in-  telletto e  volontà,  e  dal  corpo  astrae  la  figura  e  il  moto,  e  da questi  l'ente  e  l'uno;  onde  la  metafisica  contempla  l'ente,  l'aritmetica  l'uno  e  la  sua  moltiplicazione,  la  geometria  la  figura  e  le  sue  misure,  la  meccanica  il  moto  dell'ambito,  la  fisica  il  moto  del  centro,  la  medicina  il  corpo,  la  logica  la  ragione,  la  morale  la  volontà.  Ma  accade  di  questa  ana-  tomia come  di  quella  del  corpo  umano,  circa  la  quale  i  più  acuti  fisiologi  dubitano  se  per  effetto  della  morte  e  della  stessa  dissezione  sia  più  possibile  indagare  il  vero  sito,  struttura  e  uso  delle  parti.  L'ente,  l'unità,  la  figura,  il  moto,  il  corpo,  l'intelletto,  la  volontà  sono  altro  in  Dio,  nel  quale  fanno  uno,  altro  nell'uomo  in  cui  restano  divisi  :  in  Dio  vivono,  nell'uomo  periscono.  La  percezione  chiara  e  distinta,  nonché  prova  di  forza,  è  prova  di  debolezza  dell'intendimento  umano.  Le  forme  fisiche  appaiono  evi-  denti fintanto  che  non  si  mettono  al  paragone  delle  meta-  fisiche: il  «  cogito  ergo  sum  »  è  certissimo,  quando  l'uomo  considera    stesso,  creatura  finita,  ma  addentrandosi  in  Dio,  che  è  l'unico  e  vero  ente,  egli  conosce  veramente  non  essere:  con  l'estensione  e  le  sue  tre  misure  crediamo  di  stabilire  verità  eterne,  ma  nel  fatto  «  ccelum  ipsum  peti-  mus  stillatici  »,  perché  le  eterne  verità  sono  solamente  in  Dio:  eterno  ci  sembra  l'assioma  che  il  tutto  è  maggiore  della  parte,  ma,  risalendo  ai  principi,  si  scorge  che  è  falso  e  si  vede  che  tanta  virtù  di  estensione  è  nel  punto  del  cerchio  quanto  in  tutta  la  circonferenza.  Perciò  (conclude  il  Vico)  «  in  metafisica  colui  avrà  profittato  che  nella  me-  ditazione di  questa  scienza  avrà    stesso  perduto  ».  Giudicare  (come  pur  talora  è  stato  fatto)  che  in  queste  proposizioni  il  Vico  sia  nient'altro  che  un  platonico  o  un  seguace  della  tradizionale  filosofia  cristiana,  e  negare  per  conseguenza  qualsiasi  importanza  alla  sua  prima  gnoseo-  logia, significherebbe  attenersi  a  quell'erroneo  modo  di  cri-  tica e  di  storia  filosofica  il  quale,  guardando  alle  conclusioni  generali  di  un  sistema,  ne  trascura  il  contenuto  particolare, che  solo  gli    la  vera  fisonomia.  S'intende  bene  che  ogni  filosofo  è  sempre,  nelle  sue  conclusioni  finali,  o  agnostico  o  mistico  o  materialista  o  spiritualista,  e  via  dicendo  ;  ossia  rientra  in  qualcuna  delle  perpetue  categorie  nelle  quali  si  aggira  il  pensiero  e  la  ricerca  filosofica.  Ma  presentare  in  questo  modo  unilaterale  i  filosofi  giova  soltanto  a  favorire  il  pregiudizio  che  la  storia  del  pensiero  ripeta  di  continuo,  sterilmente,    medesima,  passando  da  un  errore  ad  un  altro  e  abbandonando  l'errore  vecchio  per  il  nuovo,  che  poi  sarebbe  anch'esso  un  vecchio  rifatto  o  ritinto  giovane.  Il  platonismo,  agnosticismo  o  misticismo  del  Vico  è  som-  mamente originale  perché  tutto  contesto  di  dottrine  che  non  solo  non  sono  inferiori  al  livello  della  filosofia  contem-  poranea, ma  lo  sorpassano  d'assai.   La  prima  di  queste  dottrine  è  la  teoria  del  conoscere  come  conversione  del  vero  col  fatto,  sostituita  al  tau-  tologico criterio  della  percezione  chiara  e  distinta.  Quan-  tunque per  il  Vico  quella  conversione  rappresenti  un  ideale  inconseguibile  dall'  uomo,  non  pertanto  con  essa  viene  esattamente  determinata  la  condizione  e  la  natura  della  conoscenza,  l'identità  del  pensiero  e  dell'essere,  senza  la  quale  il  conoscere  è  inconcepibile.  La  seconda  è  la  svelata  natura  delle  matematiche,  singolari  per  la  loro  origine  tra  le  altre  conoscenze  umane,  rigorose  perché  arbitrarie,  ammirevoli  ma  inette  a  dominare  e  a  trasformare  il  restante  sapere  umano.  La  terza  dottrina,  finalmente,  è  la  riven-  dicazione del  mondo  dell'intuizione,  dell'esperienza,  della  probabilità,  dell'autorità,  di  quelle  forme  tutte  che  l'intellettualismo  ignorava  o  negava.  In  questi  punti  l'agnostico,  il  platonico,  il  mistico  Vico  non  era    agno-  stico né  mistico    platonico,  e  compieva  un  triplice  pro-  gresso sopra  Cartesio,  che,  sotto  tutti  e  tre  questi  aspetti,  veniva  da  lui  definitivamente  criticato.   Dove,  invece,  Cartesio  sopravanzava  ancora  il  Vico  era, per  l'appunto,  in  quel  dornmatismo  di  cui  il  Vico  non  voleva  a  niun  conto  sapere.  Riuscisse  o  no,  Cartesio  ten-  tava una  scienza  umana  perfetta,  dedotta  dall'interna  co-  scienza; e  il  Vico,  giudicando  troppo  superbo  il  filosofo  francese  e  disperando  del  tentativo,  asseriva  invece  la  trascendenza  della  verità,  si  appoggiava  alla  rivelazione  e  si  restringeva  a  dare  una  metafisica  «  humana  imbecillitale  dignam».  La  sua  era  una  gnoseologia  dell'umiltà,  come  quella  di  Cartesio  della  superbia.  Ora,  il  Vico  non  poteva  progredire  anche  per  questo  verso  se  non  ismettendo  almeno  una  parte  della  sua  umiltà  e  acquistando  qualcosa  della  superbia  di  Cartesio;  introducendo  nel  suo  spirito  cattolico  un  po'  del  lievito  di  quello  spirito  protestante  che  gli  sem-  brava cosi  pericoloso;  provandosi  a*  concepire  una  filosofia  alquanto  meno  degna  dell'umana  debolezza  e  tanto  più  degna  dell'uomo,  che  è  debole  e  forte  insieme,  è  uomo  ed  è  Dio.  E  questo  progresso  è  manifesto  nella  forma  succes-  siva del  suo  pensiero.    II   La  seconda  forma  della  gnoseologia  vichiana    L    la.  volontà  di  credere,  fortissima  nel  Vico,  e  la  com-  pleta dedizione  del  suo  animo  al  cattolicismo  del  suo  tempo  e  del  suo  paese,  lo  legavano  saldamente  alla  gnoseologia  e  metafisica  platonico-cristiana;  la  quale,  per  questi  osta-  coli psicologici,  non  poteva  sviluppare  nella  mente  "di  lui  le  contradizioni  di  cui  era  pregna.  L'idea  di  Dio  lo  domava  e  lo  sorreggeva  insieme;  ed  egli  non  aveva  l'audacia    sentiva  il  bisogno  d'investigare  a  fondo  quale  valore  sia  da  attribuire  alla  rivelazione,  o  se  sia  concepibile  un  Dio  fuori  del  mondo,  o  come  l'uomo  possa  affermare  Dio  senza  in  qualche  modo  dimostrarlo  e  perciò  crearlo  lui.  Per  far  si  che  il  Vico  aprisse  e  in  parte  percorresse  una  nuova  via,  la  quale  avrebbe  condotto  lo  spirito  umano  al  supera-  mento della  concezione  platonico-cristiana,  era  indispensa-  bile che  la  Provvidenza  (per  servirci  fin  da  ora  di  un  con-  cetto vichiano,  che  verrà  illustrato  più  oltre)  adoperasse  verso  di  lui  un  inganno,  e  con  lungo  e  tortuoso  giro  lo  menasse  all'imboccatura  della  nuova  via,  non  lasciandogli  sospettare  dove  questa  avrebbe  messo  capo.   Gli  scritti,  nei  quali  il  Vico  espose  la  sua  prima  gno-  seologia, il  De  ratione  studiorum,  il  De  antiquissìma  ita-  lorum  sapientia,  e  le  polemiche  relative,  appartengono  al quadriennio  1708-1712.  Nel  decennio  che  segui,  il  Vico  fu  tratto  a  darsi  sempre  più  alle  ricerche  sulla  storia  del  di-  ritto e  della  civiltà.  Lesse  Grozio  per  prepararsi  a  scri-  vere la  vita  di  Antonio  Carafa,  e  s'ingolfò  nei  dibattiti  sul  diritto  naturale;  intensificò  gli  studi  sul  diritto  romano  e  sulla  scienza  del  diritto  in  genere,  per  rendersi  degno  di  una  cattedra  di  giurisprudenza  nella  università  napole-  tana; ripensò  alle  origini  delle  lingue,  delle  religioni,  degli  Stati,  poco  soddisfatto  delle  tesi  storiche  da  lui  sostenute  nel  De  antiquissima,  e  forse  anche  intimamente  scosso  da  qualche  critica  che  coglieva  giusto,  fattagli  da  un  recen-  sente del  Giornale  dei  letterati',  l'insegnare  rettorica,  che  era  il  suo  mestiere,  gli  porgeva  continua  occasione  a  me-  ditare sulla  natura  e  la  storia  della  poesia  e  delle  forme  del  linguaggio.  Cosicché,  se  non  è  esatto  dire  che  il  Vico  fu  condotto  al  suo  nuovo  orientamento,  culminante  nella  seconda'  Scienza  nuova,  mercé  un  processo  non  filosofico  ma  filologico  (essendo  chiaro  che  un  orientamento  filosofico  non  può  nascere  se  non  da  un  processo  egualmente  filoso-  fico), è  indubitabile  che  il  materiale  e  lo  stimolo  pel  suo  nuovo  pensiero  gli  furono  offerti  dagli  studi  filologici.   Attraverso  i  quali  egli  ebbe -a  fare  un'esperienza  so-  lenne: cioè,  che  quella  materia  di  studio  non  poteva  es-  sere e  non  era  elaborata  dal  suo  pensiero  senza  l'ajuto  di  certi  principi  necessari,  che  gli  si  ripresentavano  in  ogni  parte  della  storia  da  lui  presa  a  meditare.  Un  tempo  gli  era  sembrato  che  le  scienze  morali,  ragguagliate  al  me-  todo matematico,  occupassero,  quanto  a  sicurezza,  l'in-  fimo posto.  Ora,  nella  quotidiana  familiarità  con  quelle  scienze,  gli  si  veniva  scoprendo  il  contrario:  niente  di  più  sicuro  del  fondamento  delle  scienze  morali.   E  quella  loro  sicurezza  non  era  la  semplice  evidenza  cartesiana",  nella  quale  l'oggetto,  per  intrinseco  che  si  dica,  rimane  estrinseco;  ma  era  una  sicurezza  davvero  intrinseca, intrinsecamente  ottenuta.  Nel  ripiegarsi  con  la  mente  sui  fatti  della  storia,  il  Vico  sentiva  di  appropriarsi  meglio  qual-  cosa che  già  gli  apparteneva,  di  rientrare  in  possesso  di  propri  beni.  Egli  ricostruiva  la  storia  dell'uomo;  e  che  cosa  era  la  storia  dell'uomo  se  non  un  prodotto  dell'uomo  stesso?  Chi  fa  la  storia  se  non  la  fa  l'uomo,  con  le  sue  idee,  i  suoi  sentimenti,  le  sue  passioni,  la  sua  volontà,  la  sua  azione?  E  lo  spirito  umano,  che  fa  la  storia,  non  è  quello  stesso  che  si  adopera  a  pensarla  e  a  conoscerla?  La  verità  dei  principi  generatori  della  storia  nasce,  dunque,  non  dalla  forza  dell'idea  chiara  e  distinta,  ma  dalla  connessione  in-  X  dissolubile  del  soggetto  con  l'oggetto  della  conoscenza.   Il  che  importava  che  la  scoperta  che  il  Vico  ora  com-  piva, la  verità  che  egli  ora  riconosceva  alle  scienze  mo-  rali, era  la  visione  di  un  nuovo  nesso  del  principio  gno-  seologico già  da  lai  formolato  nel  periodo  precedente  della  sua  speculazione,  ossia  del  criterio  della  verità  riposto  nella  conversione  del  vero  col  fatto.  La  ragione  da  lui  addotta,  per  la  quale  l'uomo  può  avere  perfetta  scienza  del  mondo  umano,  è  per  l'appunto  che  il  mondo  umano  l'ha  fatto  l'uo-  mo stesso;  e  «  ove  avvenga  che  chi  fa  le  cose  esso  stesso  le  narri,  ivi  non  può  essere  più  certa  l'istoria  ».   Con  questo  riattacco  alla  precedente  teoria  l'afferma-  zione circa  la  possibilità  delle  scienze  morali  non  prese,  soggettivamente,  nello  spirito  del  Vico  l'importanza  e  non  portò  le  conseguenze  di  una  rivoluzione,  che  gli  sconvol-  gesse da  cima  a  fondo  l'assetto  delle  sue  idee  e  lo  costrin-  gesse a  procurarne  uno  affatto  nuovo.  Quell'affermazione  parve  a  lui,  da  una  parte,  una  conferma  della  sua  vecchia  dottrina,  un  esempio  aggiunto  agli  altri  che  aveva  già  recati  di  scienza  perfetta  (scienza  divina  dell'universo  e  scienza  umana  del  mondo  matematico);  e  dall'altra,  un'estensione  del  campo  conoscitivo,  i  cui  limiti  (perché  certi  limiti  sus-  sistevano sempre)  aveva  tracciati  dapprima  in  modo  troppo stretto.  Prima,  aveva  circoscritto  una  breve  sfera  luminosa  in  mezzo  a  un  vasto  campo  buio  o  fiocamente  illuminato;  ora,  la  sfera  luminosa  si  ampliava  di  un  tanto,  e  di  al-  trettanto scemava  la  zona  tenebrosa.  Ampliamento  che  non  lo  gettava  punto  in  conflitto  con  le  sue  convinzioni  reli-  giose, e,  anzi,  sembrava  favorirle  ed  esserne  favorito.  La  religione  non  insegna  forse  la  libertà,  responsabilità*  e  consapevolezza  che  l'uomo  ha  dei  propri  atti  e  fatti?   Il  Vico  non  senti  dunque  il  bisogno  di  scrivere  un  nuovo  libro  metafisico,  perché  gli  sembrò  che  bastasse  aggiun-  gere una  postilla  al  già  scritto  e  ritoccare  alquanto  le  sue  precedenti  affermazioni.  La  sua  nuova  gnoseologia,  tenendo  fermo  il  criterio  generale  della  verità  contrapposto  al  cri-  terio cartesiano    e  cioè,  che  solo  chi  fa  le  cose  le  cono-  sce, —  divideva  le  cose  tutte  nel  mondo  della  natura  e  nel  mondo  umano;  e  osservando  che  il  mondo  della  na-  tura è  stato  fatto  da  Dio  e  perciò  Dio  solo  ne  ha  la  scienza,  restringeva  l'agnosticismo  solamente  al  mondo  fisico,  e  di-  chiarava, per  contrario,  che  del  mondo  umano,  come  fatto  dall'uomo,  l'uomo  ha  la  scienza.  Elevava  cosi  le  conoscenze,  dapprima  meramente  indiziarie  e  proba-  bili, circa  le  cose  dell'uomo  al  grado  di  scienza  perfet-  ta; ed  esprimeva  maraviglia  che  i  filosofi  si  studino  con  tanto  impegno  di  conseguire  la  scienza  del  mondo  natu-  rale, chiuso  all'uomo,  e  trascurino  il  mondo  umano  o  ci-  vile o  delle  nazioni  (come  anche  lo  chiamava),  del  quale  è  possibile  conseguire  scienza.  Di  questo  erramento  tro-  vava la  cagione  nella  facilità  che  la  mente  umana,  immersa  e  seppellita  nel  corpo,  prova  a  sentire  le  cose  del  corpo,  e  nello  sforzo  e  fatica  che  le  costa  d'intendere    mede-  sima: come  l'occhio  corporale  vede  tutti  gli  oggetti  fuori  di    e,  per  vedere    stesso,  ha  bisogno  dello  specchio.   In  ogni  altra  parte,  le  sue  idee  restavano  immutate.  Di    dal  mondo  umano,  il  mondo   soprannaturale,  inaccessibile  all'uomo,  e  il  mondo  naturale,  che  era  in  certo  senso  anch'esso  soprannaturale;  di    dalla  scienza  perfetta  che  l'uomo  può  avere  di    stesso,  la  metafisica  platonico-cri-  stiana, adatta  alla  debolezza,  che  continuava  pur  sempre  ad  affliggere  l'uomo.  Le  discipline  naturali  venivano  con-  siderate sempre  come  semiscienze;  le  matematiche  come  una  formazione  astratta,  validissima  nell'astratto,  priva  di  forza  innanzi  al  reale.  Il  sillogismo  di  Aristotele,  il  sorite  degli  stoici,  il  metodo  geometrico  dèi  cartesiani  erano  per-  seguitati dallo  stesso  odio  di  prima,  e  con  lo  stesso  amore  celebrata  l'induzione  che  il  Verulamio,  «  gran  filosofo  in-  sieme e  politico  »,  commendava  e  illustrava  nel  suo  Or-  gano, e  che  gl'inglesi  adoperavano  con  gran  frutto  della  sperimentale  filosofia.   Un  ravvedimento  circa  l'applicabilità  del  metodo  geo-  metrico potrebbe  sembrare  la  frequente  asserzione  del  Vico  che  la  scienza  delle  cose  umane  sia  da  lui  costruita  con  uno  «  stretto  metodo  geometrico  ».  Ma,  anche  a  lasciar  andare  che  la  struttura  della  Scienza  nuova  è  proprio  l'op-  posto di  quella  geometrica,  è  un  fatto  che,  nel  tempo  stesso  e  negli  stessi  libri,  "egli  non  cessa  di  mettere  in  guardia  contro  l'uso  del  metodo  matematico  nelle  cose  fisiche  e  morali,  il  quale  «  ove  non  sono  figure  di  linee  o  di  numeri  o  non  porta  necessità,  spesso  invece  di  dimostrare  il  vero  può  dare  apparenza  di  dimostrazione  al  falso  »  ;  onde  il  preteso  ravvedimento  sarebbe  una  palmare  contradizione,  se  non  gli  si  potesse  dare  un  significato  che  ristabilisce  interamente  la  coerenza  nelle  idee  del  Vico.  Un  signifi-  cato assai  sémplice,  perché,  riconosciuta  ormai  alle  scienze  morali  non  meno  che  alla  geometria  la  potenza  di  con-  vertire il  vero  col  fatto,  esse  potevano  e  dovevano  svolgersi  con  metodo  analogo  a  quello  sintetico  della  geometria,  ()  con  cui  da  vero  si  passa  a  immediato  vero,  e  seguire  il  *  mondo  umano  dai  suoi  inizi  ideali  nei  suoi  progressi  fino alla  sua  perfezione,  sicché  lo  studioso  non  doveva  sperare  di  poter  intendere  le  loro  dottrine  per  salti,  ma  doveva  percorrerle  per  gradi  da  capo  a  piedi,  senza  recalcitrare  alle  conclusioni  inaspettate  che  ne  uscissero,  come  non  si  recalcitra  a  quelle  della  geometria,  e  attendendo  sol-  tanto a  esaminare  la  saldezza  del  nesso  tra  premesse  e  conseguenze.  Era,  dunque,  codesto  un  metodo  chiamato  geometrico  per  analogia  o  per  sineddoche,  ma  in  effetti  intrinsecamente  speculativo,  da  non  confondere  con  l'ap-  plicazione della  matematica  alle  cose  morali,  quale  ne  ave-  vano dati  esempì  i  cartesiani  e  lo  Spinoza.     si  può  concedere  senza  riserve  il  giudizio  di  alcuni  interpetri  :  che  il  Vico  in  realtà,  con  l'ammettere  una  scienza  dell'uomo  da  investigarsi  nelle  modificazioni  stesse  della  mente  umana,  si  ravvicinasse  e  facesse  seguace  di  Cartesio;  al  qual  uopo  si  suole  addurre  anche  l'altra  di-  chiarazione di  lui,  che,  per  pensare  la  sua  Scienza  nuova,  convenisse  «  ridursi  a  uno  stato  di  somma  ignoranza,  come    filosofi    filologi    libro  alcuno  fossero  mai  stati  al  mondo  ».  Certamente,  il  Vico  con  la  nuova  forma  della  sua  gnoseologia  entra  anche  lui  nel  soggettivismo  della  filo-  sofia moderna  inaugurato  da  Cartesio  (anzi,  vi  era  già  entrato,  in  certo  modo,  con  la  sua  dottrina  attivistica  della  verità  come  rifacimento  del  fatto);  e,  in  questo  si-  gnificato del  tutto  generico  può  dirsi,  anche  lui,  carte-  siano. Pure,  se  a  Cartesio  rimane  ancora  inferiore,  per-  ché il  suo  soggettivismo  è  principio  non  della  scienza  tutta  ma  di  quella  sola  del  mondo  umano,  per  un  altro  verso  si  pone  di  sopra  al  filosofo  francese,  in  quanto,  per  lui,  la  ve-  rità meditata  nel  mondo  umano  non  è  statica  ma  dina-  mica, non  è  trovata  ma  prodotta,  è  scienza  e  non  coscienza.  Per  quel  che  concerne  poi  l'esortazione  a  far  conto  come  se  non  vi  fossero  mai  stati  libri  al  mondo    pla-  citi di  filosofi  e  di  filologi,  essa  non  importa  altro  se  non  che bisogni  spogliarsi  di  ogni  pregiudizio,  di  ogni  comune  in-  vecchiata anticipazione,  di  ogni  corpulenza  proveniente  da  fantasia  o  da  memoria,  per  ridursi  «  in  istato  di  puro  in-  tendimento, informe  di  ogni  forma  particolare  »,  com'è  indispensabile  per  la  scoperta  e  l'apprendimento  di  ogni  nuova  verità  ;  e  tanto  poco  qui  l'esortazione  ha  il  significato  cartesiano  e  malebranchiano  di  un  rifiuto  della  erudizione  e  dell'autorità,  che,  per  non  dir  altro,  nel  medesimo  luogo  al  quale  di  sopra  si  è  alluso,  si  trova  avvertito  che  la  Scienza  nuova  «  suppone  una  grande  e  varia  cosi  dot-  trina come  erudizione  »,  dalle  quali  prende  le  verità  come  già  conosciute  per  valersene  da  termini  per  fare  le  sue  proposizioni.   Nella  nuova  sua  gnoseologia  il  Vico,  insomma,  diventa  non  già  più  cartesiano  ma  sempre  più  vicinano,  sempre  più  lui.  Cartesio  non  pare  gli  servisse  neppure  come  tra-  mite attraverso  cui  giungere  alla  persuasione  della  possi-  bilità di  costruire  con  la  mente  la  scienza  della  mente.  Il  tramite  vero  fu  il  criterio  stesso  vichiano  della  verità,  messo  a  contatto  con  le  osservazioni  che  l'autore  venne  facendo  nel  corso  dei  suoi  studi  storici.  Che  se  si  voles-  sero cercare  precedenti,  nella  storia  della  filosofia,  alla  seconda  forma  della  gnoseologia  del  Vico,  bisognerebbe,  circa  la  divisione  dei  due  mondi  di  realtà  e  delle  due  sfere  di  conoscenza,  e  circa  la  preferenza  manifestata  per  le  in-  dagini morali  rispetto  alle  naturali,  correre  col  pensiero  alla  posizione  assunta  da  Socrate  verso  i  fisiologi  del  suo  tempo,  al  sentimento  di  religioso  mistero  onde  il  filosofo  attico  arretrava  innanzi  al  mondo  della  natura  e  si  ri-  volgeva a  indagare  la  conformazione  dell'animo  umano.  E,  circa  la  maggiore  trasparenza  delle  scienze  morali  in  quanto  concernono  cose  che  l'uomo  stesso  ha  prodotto,  si  potrebbe  richiamare  la  partizione  aristotelica  delle  scienze  in  fisi-  che, che   considerano    il   movimento  estrinseco   all'uomo, e  in  pratiche  e  poietiche,  che  considerano  le  cose  prodotte  dall'uomo.  La  distinzione  era  passata  nella  filosofia  delle  scuole;  e  Tommaso  d'Aquino  parla  della  natura  come  «  ordo  qnem  ratio  considerai  sed  non  facit  »,  e  del  mondo  dell'attività  umana  come  «  ordo  quem  ratio  considerando  facit  ».  Ma  queste  riferenze  non  sono  indicate  dal  Vico,  il  quale  pure  assai  si  compiaceva  nel  fare  omaggio  dei  propri  pensieri  agli  antichi  filosofi  ;  e,  ammesso  anche  che  avessero  qualche  efficacia  sopra  di  lui,  è  certo  che  tra  esse  e  la  dottrina  vichiana  sulla  conoscibilità  del  mondo  umano  corre  distanza  non  minore  che  tra  la  proposizione  dell'on-  niscienza di  Dio  creatore  e  il  principio  gnoseologico  che  egli  seppe  ricavarne.   Di  questo  principio,  la  dottrina  vichiana  sulle  scienze  morali  è    più    meno  che  la  prima  legittima  appli-  cazione; e  inesattamente  il  suo  autore  (come  di  solito,  poi,  gl'interpetri)  ebbe  a  presentarla  quale  semplice  esten-  sione delle  applicazioni  già  date,  un  secondo  caso  aggiunto  a  quello  già  contemplato  delle  scienze  matematiche.   Nel  caso  delle  scienze  matematiche,  il  principio  della  conversione  del  vero  col  fatto  veniva  applicato  solo  in  apparenza.  Originale  e  vero,  quel  principio;  originale  e  vera  la  teoria  delle  matematiche;  del  tutto  artificiale  e  falsa  la  connessione  delle  due  verità.  Mancava  (se  non  c'inganniamo)  un  effettivo  rapporto  tra  il  concetto  di  Dio  che  crea  il  mondo,  e,  perché  lo  crea,  lo  conosce;  e  quello  di  colui  che  costruisce  arbitrariamente  un  mondo  di  astra-  zioni e,  nel  fare  ciò,  non  conosce  nulla  o  conosce  soltanto  (quando  non  è  più  geometra  o  aritmetico  ma  filosofo,  quando  scrive  non  gli  Elementi  di  Euclide  ma  le  pagine  di  gnoseologia  del  De  antiquissima)  che  egli  procede  arbi-  trariamente. Se  le  discipline  matematiche  foggiano  i  con-  cetti a  libito,  se  producono  finzioni  e  non  verità,  esse,  a  dir  vero,  non  sono  scienze    conoscenze  di  sorta,  e  non c'è  possibilità  di  porle  a  riscontro  con  la  scienza  divina,  che  è  scienza  della  reale  realtà.  Nelle  matematiche  (diceva  il  Vico)  «  l'uomo,  contenendo  dentro  di    un  immagi-  nato mondo  di  linee  e  di  numeri,  opera  talmente  in  quello  con  l'astrazione,  come  Dio  nell'universo  con  la  realtà  ».  Il  riscontro  può  riuscire  brillante,  ma  risplende,  forse,  di  luce  piuttosto  metaforica  che  logica.   Nelle  scienze  morali,  invece,  il  riscontro  è  tanto  logico,  che  deve  dirsi  senz'altro  coincidenza.  Il  sapere  umano  è,  qualitativamente,  il  medesimo  del  divino,  e  al  pari  del  pensiero  divino  conosce  il  mondo  umano  ;  sebbene,  quan-  titativamente più  ristretto,  non  si  estenda,  come  quello,  al  mondo  della  natura.  Nel  campo  umano,  non  più  espe-  dienti di  debolezza,  non  più  finzioni,  non  più  falsificazioni  :  qui  si  è  nella  maggiore  concretezza  del  conoscere.  L'uomo  crea  il  mondo  umano,  lo  crea  trasformandosi  nelle  cose  civili;  e,  col  pensarlo,  ricrea  la  sua  creazione,  ripercorre  vie  già  percorse,  la  rifa  idealmente  e  perciò  conosce  con  vera  e  piena  scienza.  Questo  è  davvero  un  mondo,  e  l'uomo  è  per  davvero  il  Dio  di  questo  mondo.   Ci  sembra,  dunque,  incontrastabile  che  solamente  l'ap-  plicazione del  verum- factum,  quale  si  effettua  nella  Scienza  nuova,  risponda  al  criterio  stabilito;  e  che  l'altra  che  ne  era  stata  anteriormente  tentata  per  le  matematiche,  im-  portante per  altri  rispetti  e  validissima  a  liberare  gli  spi-  riti dal  pregiudizio  matematico,  non  si  possa  considerare  vera  e  propria  applicazione.  E,  forse,  il  Vico  ebbe  talvolta  qualche  sentore  della  differenza  tra  le  due  applicazioni,  la  propria  e  la  metaforica,  che  per  solito  confuse  come  iden-  tiche. La  scienza  del  mondo  umano  (egli  dice)  «  procede  appunto  come  la  geometria  che,  mentre  sopra  i  suoi  ele-  menti il  costruisce  o  '1  contempla,  essa  stessa  si  faccia  il  mondo  delle  grandezze;  ma  con  tanto  più  di  realità  quanta  più  ne    hanno    gli    ordini   d' intorno  alle  faccende degli  uomini,  che  non  ne  hanno  punti,  linee,  superficie  o  figure  ».  E  un  altro  indizio  della  coscienza  che  si  ac-  cendeva a  tratti  in  lui  di  avere  per  la  prima  volta,  nella  dottrina  circa  il  mondo  umano,  ritrovata  una  conoscenza  vera  e  propria  (non  una  mera  finzione  di  conoscenza),  po-  trebbe vedersi  nell'uso  assai  più  convinto,  più  caldo  ed  entusiastico  che  egli  fa,  in  questo  caso,  dell'epiteto  «  di-  vino »  ;  ben  diverso  da  quello  freddo,  se  non  propriamente  ironico,  dell'  «  ad  Dei  instar  »  nel  De  antiquissima.  Le  prove  della  Scienza  nuova  (dice  più  d'una  volta,  con  rapi-  mento) «  sono  d'una  spezie  divina,  e  debbono,  o  leggitore,  arrecarti  un  di v in  piacere,  perocché  in  Dio  il  conoscere  e  il  fare  è  una  medesima  cosa!  ».   La  conversione  del  vero  col  fatto  nelle  scienze  morali  non*  poteva  non  ripercuotersi  nella  trattazione  del  certo  ossia  (secondo  uno  dei  parecchi  significati,  e  forse  il  prin-  cipale, che  il  Vico  attribuisce  a  questa  parola)  delle  co-  gnizioni storiche  (del  peculiare,  certuni,  contrapposto  al  commune  o  veruni);  il  che  forma  l'altro  tratto  importante  della  seconda  gnoseologia  vichiana.  Nella  prima  gnoseo-  logia, quelle  cognizioni  erano  legittimate  e  protette,  come  si  è  visto,  col  parificarle  a  ogni  altra  sorta  di  conoscenze  tutte  egualmente  deboli  o  egualmente  forti,  perché  tutte  fondate  sulla  probabilità  e  sull'autorità,  sia  dell'individuo  (autopsia)  sia  del  genere  umano.  Ma,  redenta  dall'autorità  e  dalla  probabilità  la  conoscenza  dello  spirito  umano  e  delle  sue  leggi,  le  cognizioni  storiche,  quantunque  di  loro  natura  fondate  sempre  in  qualche  modo  sull'autorità,  venivano  ri-  schiarate di  nuova  luce.  Il  certo  doveva  entrare  in  un  nuovo  rapporto,  perché  aveva  ormai  di  fronte  non  un  altro  certo,  ossia  una  semplice  conoscenza  probabile  circa  lo  spirito  umano,  ma  un  vero,  una  conoscenza  filosofica.   Questo  rapporto  è  chiamato  altresì  dal  Vico  il  rapporto  di  filosofia  e  filologia,   la  prima  delle  quali  versa  circa    II.    SECONDA  FORMA   DELLA   GNOSEOLOGIA  31   «  necessaria  naturai  »  e  contempla  la  ragione  onde  viene  la  scienza  del  vero,  la  seconda  circa  «  piatita  fiumani  ar-  bitrii »  e  osserva  l'autorità  onde  viene  la  coscienza  del  certo.  L'una  considera  l'universale,  l'altra  l'individuale,  l'una  (avrebbe  detto  il  Leibniz)  le  «  vérités  de  raison  »,  l'altra  le  «  vérités  de  fait  ».  Distinzione  che  non  è  mantenuta  dapper-  tutto, presso  il  Vico,  nella  medesima  nettezza  ;  tanto  che  a  volte  l'autorità  contrapposta  alla  ragione  diventa,  secondo  lui,  parte  della  ragione  stessa,  o  si  confonde  con  la  cono-  scenza dell'arbitrio  umano,  contrapposta  a  quella  della  vo-  lontà razionale;  ma  di  cui  è  per  altro  chiarissimo  il  senso  generale.  E  per  «  filologia  »  il  Vico  non  intende  solamente  lo  studio  delle  parole  e  della  loro  storia,  ma,  poiché  alle  parole  sono  annesse  le  idee  delle  cose,  anzitutto  la  storia  delle  cose;  onde  i  filologi  debbono  trattare  di  guerre,  paci,  alleanze,  viaggi,  commerci,  di  costumi,  leggi  e  monete,  di  geografia  e  di  cronologia,  e  di  ogni  altra  cosa  che  si  attenga  alla  vita  dell'uomo  nel  mondo.  La  filologia  in-  somma (nel  significato  vichiano,  che  è  poi  il  significato  esatto)  abbraccia  non  solamente  la  storia  delle  lingue  o  delle  letterature,  ma  quella  altresì  delle  idee  e  dei  fatti,  della  filosofia  e  della  politica.   Certamente,  la  filologia,  le  verità  di  fatto,  il  certo  non  sempre  erano  stati  brutalmente  maltrattati  come  dai  car-  tesiani. Il  Grozio  aveva  dato  esempio  di  vastissima  erudi-  zione storica,  messa  a  servigio  delle  sue  dottrine  sul  diritto  naturale.  Il  Gravina,  contemporaneo  e  connazionale  del  Vico,  richiedeva  come  necessarie  al  giurisperito  non  solo  la  «  ratiocinandi  ars  »,  ma  la  «  latince  linguai  peritia  »  e  la  «  notitia  temporum  ».  E  il  Leibniz,  or  ora  ricordato,  rias-  seriva l'importanza  dell'erudizione  contro  i  cartesiani  e  padroneggiava  da  gran  signore  i  più  svariati  aneddoti  sto-  rici, che  profondeva  a  piene  mani  nei  suoi  libri.  Ma  il  Vico  notava  che  filosofia  e  filologia  rimanevano  tuttavia,  ai  suoi  tempi,  estranee  l'una  all'altra,  come  erano  state  quasi  del  tutto  presso  i  greci  e  i  romani:  i  tanti  luoghi  di  storici,  oratori,  filosofi  e  poeti,  che  il  Grozio  accumulava,  costitui-  vano un  puro  ornamento  ;  e  il  medesimo  il  Vico  avrebbe  giu-  dicato forse  (se  ne  avesse  avuto  conoscenza  e  ce  ne  avesse  comunicato  il  suo  giudizio)  del  largo  uso  che  il  Leibniz  faceva  della  storia.  Leggendo  i  libri  dei  filologi,  egli  pro-  vava un  tal  senso  di  vuoto  e  di  fastidio  per  l'affastellamento  inintelligente  delle  notizie  storiche,  che  era  tratto  quasi  a  dare  ragione  (e  dovè  darla  per  qualche  tempo  incondiziona-  tamente) a  Cartesio  e  al  Malebranche  nel  loro  odio  contro  l'erudizione.  Senonché  (pensò  dipoi),  quei  due  filosofi,  in  cambio  di  sprezzare  l'erudizione,  avrebbero  dovuto  piut-  tosto indagare  se  non  fosse  stato  possibile  richiamare  la  fi-  lologia ai  principi  della  filosofia;  e  i  filologi,  da  parte  loro,  invece  di  arrecare  i  fatti  a  pompa  di  erudizione,  debbono  in-  dustriarsi di  elaborarli  a  fini  di  scienza.  La  filologia  è  da  ridurre  a  scienza:  ceco  il  pensiero  del  Vico  circa  i  rapporti  del  certo  col  vero,  della  filologia  con  la  filosofia.  Che  cosa  vuol  dire  ridurre  la  filologia,  o  la  storia,  che  è  lo  stesso,  a  scienza  o  a  filosofia?  A  rigore,  la  riduzione  non  è  possibile,  non  perché  si  tratti  di  cose  eterogenee,  ma  anzi  perché  quelle  sono  omogenee  :  la  storia  è  già  in-  trinsecamente filosofia;  non  è  possibile  proferire  la  più  pic-  cola proposizione  storica  senza  plasmarla  col  pensiero,  cioè,  con  la  filosofia.  Ma  poiché  questo  presupposto  filosofico  della  filologia  allora  non  era  avvertito  (come  non  fu  molto  spesso  neppure  nei  tempi  seguenti),  e  facilmente  veniva  negato;  poiché  i  più,  come  sappiamo,  o  concepivano  un'a-  ristocratica filosofia  geometrica,  disdegnosa  e  aborrente  dal  profanum  vulgus  dei  casi  storici,  ovvero  (come  fa-  ceva prima  il  Vico  stesso)  una  filosofia  e  una  storia  egual-  mente poco  rigorose  e  meramente  opinabili;  il  Vico,  mu-  tato il  suo  punto  di  vista  filosofico,  raggiunta  la  coscienza del  metodo  speculativo  nella  scienza  dell'uomo,  inteso  più  profondamente  lo  spirito  umano,  doveva  scorgere  quanto  ci  fosse  da  riformare  nella  storiografia  corrente,  sentire  il  bisogno  di  una  più  perfetta  filologia  come  conseguenza  della  sua  più  perfetta  filosofia,  e  in  termini  gnoseologici  esprimerlo  con  quella  formola  del  richiamare  alla  filosofia  la  filologia,  «  ut  hcec  posterior,  ut  par  est,  prioris  sit  con-  sequentìa  ».  Doveva,  in  altre  parole,  togliere  la  storia  dalla  sua  condizione  d'inferiorità,  dalla  servitù  al  capriccio,  alla  vanità,  al  moralismo,  alla  precettistica  o  ad  altri  fini  estrin-  seci, e  riconoscerle  il  fine  proprio  e  intrinseco  di  neces-  sario complemento  del  vero  universale.  In  pari  tempo,  la  filosofia  si  sarebbe  riempita  di  storia,  affiatata  con  la  storia;  e  da  questo  affiatamento  avrebbe  acquistato  maggiore  lar-  ghezza e  un  senso  più  vivo  della  realtà  concreta  da  spie-  gare. Tale,  senza  dubbio,  è  uno  dei  significati  che  ha  la  formola  vichiana  del  congiungimento  di  filosofia  e  filologia  e  della  riduzione  della  filologia  a  scienza.   Ma  non  meno  è  fuori  dubbio  che,  nel  pronunziare  quella  formola,  il  Vico  voleva  qualcosa  di  più  e,  di  solito,  inten-  deva qualcosa  d'altro.  Questo  qualcos'altro  può,  nel  modo  più  diretto,  essere  chiarito  dall'appello  che  egli  fa  al  Ba-  cone e  al  suo  «  metodo  di  filosofare  più  accertato  »:  metodo  espresso  nel  titolo  del  libro  baconiano:  Cogitata  et  visa,  e  che  il  Vico  si  proponeva  di  «  trasportare  dalle  naturali  alle  umane  cose  civili».  Esigeva,  insomma,  la  costruzione  di  una  storia  tipica  delle  società  umane  (cogitare),  da  riscontrare  poi  nei  fatti  (videre),  accertando  coi  fatti  la  costruzione  ideale  e  avverando  con  la  costruzione  ideale  i  fatti,  confermando  la  ragione  con  l'autorità  e  l'autorità  con  la  ragione;  di  una  scienza  che  fosse  insieme  filosofia  del-  l'umanità e  storia  universale  delle  nazioni.  Ora  questa  co-  struzione che  egli  esigeva,  questo  qualcosa  di  mezzo  tra  il  cogitare  e  il  videre,  tra  il  pensiero  e  l'esperienza,  questo   B.  Croce,  La  filosofìa  di  Giambattista  Vico.  3    34  FILOSOFIA  DEL   VICO   misto  dei  due  processi,  è  intrinsecamente  diverso  dalla  unita,  di  filosofia  e  filologia  in  quanto  interpetrazione  filosofica  dei  dati  di  fatto.  Questa  interpetrazione  è  la  storia  vivente  ;  l'altra  non  è    filosofia    storia,  ma  una  scienza  em-  pirica dell'uomo  e  delle  società,  materiata  di  schemi  che  non  sono  le  extratemporali  categorie  filosofiche  e  nep-  pure gì'  individuali  fatti  storici  (benché  senza  categorie  fi-  losofiche e  senza  fatti  storici  non  potrebbero  mai  costruirsi)  :  una  scienza  empirica,  e  perciò    esatta    vera,  ma  so-  lamente approssimativa  e  probabile,  e  soggetta  a  verifica-  zione e  rettificazione  da  parte  cosi  della  filosofia  come  della  storia.   Sarebbe  impossibile  determinare  quale  di  codesti  due  significati  della  filologia  ridotta  a  storia  sia  quello  proprio  del  Vico,  perché  nel  suo  pensiero  si  trovano  tutti  e  due  ;  o  quale  prevalga,  perché  effettivamente  prevale  ora  l'uno  ora  l'altro,  quantunque  il  secondo,  quello  empirico,  sia  più  di  frequente  formolato.  Anzi  si  potrebbe  dire  che,  quando  Vico  intitolava  Scienza  nuova  la  sua  opera,  il  princi-  pale dei  significati  che  dava  a  questo  titolo  «  invidioso  »,  si  riferiva  appunto  a  quella  scienza  empirica:  alla  scienza  cioè  che  fosse  insieme  filosofia  e  storia  dell'umanità,  alla  storia  ideale  delle  leggi  eterne  sopra  le  quali  corrono  i  fatti  di  tutte  le  nazioni  nei  loro  sorgimenti,  progressi,  stati,  decadenze  e  fini.  Il  Vico,  in  realtà,  non  unificò  mai  (e  non  poteva)  i  due  diversi  significati,  e  ne  serbò  la  duplicità,  la  quale,  appunto  perché  non  era  distinta  chiaramente,  pren-  deva apparenza  d'identità.  Di  qui  la  parziale  giustifica-  zione di  entrambe  le  tendenze  che  si  sono  manifestate  tra  gl'interpetri,  dei  quali  alcuni  vogliono  che  il  Vico  profes-  sasse e  adoperasse  il  metodo  speculativo,  altri  che  il  suo  metodo  fosse,  nell'idea  e  nell'attuazione,  empirico,  indut-  tivo e  psicologico  ;  gli  uni  che  egli  mirasse  a  dare  un  si-  stema  di    filosofia   dell'umanità,   gli    altri    che   si    proponesse  una  sociologia  o  una  demopsicologia.  Unilaterali  en-  trambi, ma  i  secondi  più  dei  primi,  perché  se  in  verità  nel  Vico  c'è  del  Bacone  e  c'è  del  Platone,  dell'empirista  e  del  filosofo,  quando  poi  si  colga  il  carattere  del  suo  ingegno,  quando  si  penetri  nell'intimo  del  suo  spirito,  e  si  partecipi  ai  suoi  dissidi  e  al  suo  magnanimo  sforzo,  si  deve  riconoscere  che  il  Vico,  checché  volesse  e  credesse,  era  della  stoffa  di  un  Platone  e  non  di  un  Bacone;    che  il  Bacone  stesso  del  quale  egli  parla  è  mezzo  immaginato  da  lui,  è  un  Bacone  alquanto  platonizzato  ;    e  che  la  Scienza  nuova  gli  pareva,  in  fondo,  cosi  nuova  non  perché  fosse  un'empìrica  costruzione  baconiana  (nel  quale  caso  niente  di  più  vecchio,  bastando  ricordare  la  Politica  di  Aristotele  e  i  Discorsi  del  Machiavelli),  ma  perché  era  tutta  pregna  di  una  nuova  filosofia,  la  quale,  infatti,  irrompe  da  ogni  parte,  attraverso  tutta  la  sua  empiria.    Ili   La  struttura  interna  della  scienza  nuova    JUa  poca  chiarezza  circa  il  rapporto  di  filosofia  e  filo-  logia, l' indistinzione  dei  due  modi  affatto  diversi  di  con-  cepire la  riduzione  della  filologia  a  scienza,  sono  conse-  guenza e  cagione  insieme  dell'oscurità  che  regna  nella  «  Scienza  nuova  » .  Col  quale  nome  intendiamo  tutto  quel  complesso  di  ricerche  e  dottrine  che  il  Vico  venne  met-  tendo fuori  dal  1720  al  1730,  anzi  al  1744,  e  che,  elaborato  precipuamente  nelle  tre  opere  del  De  uno  universi  iuris  principio  et  fine  uno  e  della  prima  e  seconda  Scienza  nuova,  ha  nella  redazione  definitiva  di  quest'ultima  la  sua  forma  più  sviluppata  e  matura,  alla  quale  principalmente  giova  riferirsi.   La  Scienza  nuova,  in  modo  conforme  al  vario  signifi-  cato dei  termini  e  del  rapporto  tra  filosofia  e  filologia,  con-  sta di  tre  ordini  di  ricerche:  filosofiche,  storiche  ed  em-  piriche; e  contiene  tutt' insieme  una  filosofia  dello  spi-  rito, una  storia  (o  gruppo  di  storie),  e  una  scienza  sociale.  Alla  prima  appartengono  le  idee,  enunciate  in  alcuni  assiomi  o  dignità  e  sparse  altresì  nel  corso  dell'opera,  sulla  fantasia,  sull'universale  fantastico,  sull'intelletto  e  l'universale  logico,  sul  mito,  sulla  religione,  sul  giudizio  morale,  sulla  forza  e  il  diritto,  sul  certo  e  il  vero,  sulle    88  FILOSOFIA   DEL   VICO   passioni,  sulla  provvidenza,  e  tutte  le  altre  determinazioni  concernenti  il  corso  o  sviluppo  necessario  della  mente  ossia  dello  spirito  umano.  Alla  seconda,  ossia  alla  storia,  l'ab-  bozzo di  una  storia  universale  delle  razze  primitive  dopo  il  diluvio  e  dell'origine  delle  varie  civiltà;  la  caratteristica  della  società  barbarica  o  eroica  antica  in  Grecia  e  special-  mente in  Roma  sotto  l'aspetto  della  religione,  del  costume,  del  diritto,  del  linguaggio,  della  costituzione  politica;  l'in-  dagine sulla  poesia  primitiva,  che  si  esemplifica  poi  più  lar-  gamente con  la  determinazione  della  genesi  e  del  carattere  dei  poemi  omerici  ;  la  storia  delle  lotte  sociali  tra  patriziato  e  plebe  e  dell'origine  della  democrazia,  studiata  anch'essa  principalmente  in  Roma  ;  la  caratteristica  della  barbarie  ri-  corsa, ossia  del  medioevo,  anch'esso  studiato  in  tutti  gli  aspetti  della  vita  e  raffrontato  con  le  società  barbariche  pri-  mitive. Finalmente,  alla  scienza  empirica  si  richiama  il  tentativo  di  stabilire  un  corso  uniforme  nelle  nazioni,  con-  cernente la  successione  cosi  delle  forme  politiche  come  delle  altre  e  correlative  manifestazioni  teoretiche  e  pratiche  della  vita,  e  i  tanti  tipi  che  il  Vico  viene  delineando  del  patri-  ziato, della  plebe,  del  feudalesimo,  della  patria  potestà  e  della  famiglia,  del  diritto  simbolico,  del  linguaggio  meta-  forico, della  scrittura  geroglifica,  e  via  discorrendo.   Ora  se  questi  tre  ordini  di  ricerche  e  dottrine  fossero  stati  logicamente  distinti  nella  niente  del  Vico  e  solo  let-  terariamente mescolati  e  compressi  in  un  medesimo  libro,  questo  sarebbe  potuto  riuscire  disordinato,  sproporzionato,  disarmonico,  e  perciò  faticoso  a  chi  si  faccia  a  leggerlo,  ma  non  veramente  oscuro.  Né,  del  resto,  in  linea  di  fatto,  può  dirsi  che  la  Scienza  nuova,  almeno  la  seconda  ossia  l'esposizione  definitiva  che  il  Vico  offri  del  suo  pensiero,  difetti  di  un  disegno  generale,  abbastanza  ben  concepito.  L'opera  è  divisa  in  cinque  libri,  il  primo  dei  quali  dovrebbe  raccogliere  i  principi  generali,  cioè   la  filosofia;  il  secondo,  oltre  un  breve  cenno  sulla  storia  universale  antichis-  sima, descrivere  la  vita  delle  società  barbariche,  e  ad  esso  formare  appendice  il  terzo  sulla  discoverta  del  vero  Omero,  e  cioè  sul  più  cospicuo  esempio  della  poesia  barbarica;  il  quarto,  delineare  la  scienza  empirica  del  corso  che  fanno  le  nazioni  ;  e  il  quinto  esemplificare  il  ricorso  col  caso  par-  ticolare del  medioevo.  E  tuttavia,  a  dispetto  di  questa  bella  architettura,  la  seconda  Scienza  nuova,  com'è  la  più  ricca  e  compiuta,  cosi  è  la  più  oscura  tra  le  opere  del  Vico.  Se,  d'altra  parte,  il  Vico,  pur  avendo  ben  chiare  in  mente  le  sue  idee,  adoperasse  una  terminologia  insueta  o  una  forma  troppo  concisa  di  esposizione  e  troppo  piena  di  allusioni  e  d'inespressi  presupposti,  sarebbe  senza  dubbio  uno  scrit-  tore difficile,  ma,  neppure  in  questa  ipotesi,  oscuro.  La  quale  ipotesi  neanche  risponde  alla  realtà,  giacché  il  Vico  è  assai  parco  di  termini  scolastici  e  predilige  le  espressioni  vive  e  popolari;  è  scrittore  robusto  ma  non  laconico,  e  spesso  si  compiace  di  ripetere  le  sue  idee  ferman dovisi  sopra  a  più  riprese  e  con  molta  insistenza;  emette  in  tavola  tutte  le  sue  carte,  cioè  tutto  il  materiale  erudito  dal  quale  gli  sono  state  suggerite  le  dottrine.  Né,  infine,  si  è  detto  molto  quando  si  è  detto  che  al  Vico  mancava  piena  co-  scienza delle  sue  scoperte;  perché  questa  coscienza  manca  più  o  meno  in  tutti  i  pensatori  e  in  nessuno  può  essere  mai  piena.  L'oscurità,  la  vera  oscurità,  quella  che  si  avverte  nel  Vico,  e  che  a  volte  avvertiva  egli  stesso  senza  riu-  scir mai  a  trovarne  la  causa,  non  è  superficiale  e  non  na-  sce da  cagioni  estrinseche  o  accidentali,  ma  consiste  vera-  mente in  oscurità  d'idee,  nella  deficiente  intelligenza  di  certi  nessi  e  nella  sostituzione  con  nessi  fallaci,  nell'ele-  mento arbitrario  che  perciò  s' introduce  nel  pensiero,  o,  per  dirla  nel  modo  più  semplice,  in  veri  e  propri  errori.  Si  potrebbe  riscrivere  la  Scienza  nuova  rifacendone  l'ordine  e  mutandone  o  schiarendone  la  terminologia  (chi  scrive"  ha fatto  per  suo  conto  questa  prova),  e  l'oscurità  persiste-  rebbe, anzi  si  accrescerebbe,  perché  in  siffatta  traduzione  l'opera,  perdendo  la  forma  originale,  perderebbe  altresì  quella  torbida  ma  possente  efficacia  che  può  tenere  luogo  talvolta  della  chiarezza  e  che,  dove  non  illumina,  scuote  lo  spirito  del  lettore  e  propaga  l'onda  del  pensiero  quasi  per  vibrazioni  simpatetiche.   Che  cagione  dell'oscurità,  ossia  dell'errore  o  degli  er-  rori del  Vico,  sia  l' indistinzione  o  confusione  già  notata  nella  sua  gnoseologia  circa  il  rapporto  tra  filosofìa,  storia  e  scienza  empirica,  e  sussistente  non  meno  nel  suo  effettivo  pensiero  intorno  ai  problemi  dello' spirito  e  della  storia  uma-  na, risulta  dall'osservare  come  filosofia,  storia  e  scienza  empirica  si  convertano  a  volta  a  volta  presso  di  lui  l'una  nell'altra  e,  danneggiandosi  a  vicenda,  producano  quelle  perplessità,  equivoci,  esagerazioni  e  temerità,  che  sogliono  turbare  il  lettore  della  Scienza  nuova.  La  filosofia  dello  spi-  rito si  atteggia  ora  come  scienza  empirica  ora  come  storia;  la  scienza  empirica  ora  come  filosofia  ora  come  storia  ;  e  la  proposizione  storica  acquista  l'universalità  del  principio  filosofico  o  la  generalità  dello  schema  empirico.  Per  esem-  pio, la  filosofia  dell'umanità  assume  di  determinare  le  for-  me, categorie  o  momenti  ideali  dello  spirito  nella  loro  suc-  cessione necessaria,  e  bene  merita  per  tal  rispetto  il  titolo  o  la  definizione  di  storia  ideale  eterna  sulla  quale  cor-  rono nel  tempo  le  storie  particolari,  non  potendosi  conce-  pire nessun  frammento,  per  piccolo  che  sia,  di  storia  reale,  dove  non  operi  quella  storia  ideale.  Ma  poiché  storia  ideale  è  anche  pel  Vico  la  determinazione  empirica  dell'ordine  in  cui  si  succedono  le  forme  delle  civiltà,  degli  stati,  dei  lin-  guaggi, degli  stili,  delle  poesie,  accade  che  egli  concepisca  la  serie  empirica  come  identica  alla  serie  ideale  e  fornita  delle  virtù  di  questa;  onde  la  pronunzia  tale  che  debba  sempre  esattamente  riscontrarsi  nei  fatti,  «  fosse  anco  che nell'eternità  nascessero  di  tempo  in  tempo  mondi  infiniti  *;  il  che  è  apertamente  falso,  non  essendovi  alcuna  ragione  che  si  ripetano  in  perpetuo  (col  «  dovette,  deve  e  dovrà  »)  le  empiriche  aristocrazie  di  Grecia  o  di  Roma,  e  le  civiltà  sorgano  o  decadano  per  l'appunto  come  sorsero  o  decad-  dero quelle  antiche.  E  nel  medesimo  atto  di  questo  assolu-  tizzamento  del  corso  empirico,  il  corso  ideale  si  vela  di  un'ombra  empirica,  perché,  reso  identico  all'altro,  riceve  il  carattere  empirico  dell'altro,  e  si  temporalizza,  da  eterno  ed  extratemporale  che  era  nella  concezione  iniziale.  Si  dica  il  medesimo  delle  singole  forme  dello  spirito,  le  quali,  come  ideali  ed  extratemporali,  sono  tutte  e  sempre  in  ogni  sin-  golo fatto;  ma  il  Vico,  confondendole  coi  fatti  reali  e  con-  creti che  la  scienza  empirica  fissa  nei  suoi  schemi,  viene,  subito  dopo  averle  proposte,  ad  abbuiarle  nella  loro  ideale  forma  e  distinzione.  È  vero  che  il  momento  della  forza  non  e  quello  della  giustizia;  ma  il  tipo  empirico  della  società  barbarica  fondata  sulla  forza,  appunto  perché  è  una  determinazione  rappresentativa  e  approssimativa,  e  si  rife-  risce a  uno  stato  di  cose  concreto  e  totale,  non  contiene  solamente  forza,  si  anche  giustizia;  e  quando  quel  momento  ideale  e  quel  tipo  sono  scambiati  fra  loro  e  presi  come  iden-  tici, da  una  parte  il  concetto  filosofico  della  forza  s'intor-  bida di  quello  di  giustizia  e,  facendosi  ibrido  e  contradit-  torio  e  incoerente,  si  sforma,  dall'altra  il  tipo  empirico  della  società  barbarica  viene  esagerato  e  di  troppo  irrigi-  dito. La  confusione  dell'elemento  filosofico  e  dell'empirico  si  può  dire  manifesta  nella  «  dignità  »  che  definisce  la  na-  tura delle  cose:  «  Natura  di  cose  altro  non  è  che  na-  scimento di  esse  in  certi  tempi  e  con  certe  guise,  le  quali  sempre  che  sono  tali,  indi  tali  e  non  altre  nascono  lo  cose»;  dove  appaiono  messi  insieme  le  guise  e  i  tempi,  la  genesi  ideale  e  la  genesi  empirica.  Similmente,  è  veris-  simo che  la  storia  debba  procedere  d'accordo  con   la  filosofìa,  e  che  quello  che  è  filosoficamente  ripugnante  non  possa  essere  giammai  storicamente  accaduto  ;  ma,  poiché  per  il  Vico  la  filosofia  è  indistinta  dalla  scienza  empirica,  egli,  dove  il  documento  gli  manca  e  perciò  nessuna  filosofia  è  applicabile,  si  sente  tuttavia  sicuro  della  verità,  e,  riempiendo  il  vuoto  con  la  congettura  che  gli  fornisce  lo  schema  della  scienza  empirica,  s'illude  di  aver  fatto  ri-  corso a  «  prove  metafisiche  ».  0  anche,  trovandosi  innanzi  a  fatti  dubbi,  anziché  attendere  che  la  scoperta  ài  altri  do-  cumenti dissipi  le  dubbiezze,  risolve  il  dubbio  col  prenderli,  come  egli  dice,  «  in  conformità  delle  leggi  »,  cioè  sem-  pre dello  schema  empirico;  il  che,  in  via  d'ipotesi,  è  cer-  tamente lecito.  Ma  queir  ipotesi  è,  invece,  pel  Vico,  una  «  verità  meditata  in  idea  »,  sicché  il  riscontro  coi  fatti,  che  egli  pure  raccomanda  per  conferma,  dovrebbe  essere  su-  perfluo; o,  se  i  fatti  nel  riscontro  risultassero  contrari,  il  torto  dovrebbe  essere  dei  fatti,  cioè  dell'apparenza,  non  mai  dell'ipotesi,  affermata  come  verità  indubbia  perché  filoso-  fica. Di  qui  la  tendenza,  che  è  nel  Vico,  a  fare,  come  si  dice,  violenza  ai  fatti.   Bastino  questi  esempì  a  indicare  il  vizio  intimo  di  strut-  tura che  è  nella  Scienza  nuova,  e  a"  porre  uno  dei  capi-  saldi della  nostra  esposizione  e  della  nostra  critica  del  pensiero  vichiano,  nel  corso  delle  quali  molti  altri  esempì  ci  si  faranno  spontaneamente  innanzi  e  anche  i  già  dati  sa-  ranno meglio  schiariti.  Ma  un  altro  caposaldo  che  bisogna  bene  stabilire  è  che  quel  vizio  è  il  vizio  di  un  organismo  sommamente  robusto,  e  che  gli  ordini  di  ricerche  che  ven-  gono dal  Vico  confusi  sono  costituiti  da  effettive  ricerche  di  straordinaria  novità,  verità  e  importanza.  E,  insomma,  il  vizio  medesimo  che  s'incontra  di  frequente  presso  gl'in-  gegni assai  originali  e  inventivi,  i  quali  di  rado  portano  a  perfezione  nei  particolari  le  loro  scoperte;  laddove  gl'in-  gegni meno    inventivi  sogliono   essere  più.  esatti  e  conseguenti.  Profondità  e  acume  non  sempre  vanno  insieme  e  con  pari  vigore;  e  il  Vico,  quantunque  non  fosse  molto  acuto,  era  sempre  molto  profondo.   Luce  e  tenebre,  verità  ed  errore  che  si  alternano  e  in-  crociano quasi  a  ogni  punto  della  Scienza  nuova,  sono  di-  versamente appresi  secondo  le  diverse  anime  dei  lettori  e  critici;  anzi,  in  casi  eminenti  com'è  questo  del  Vico,  si  possono  scorgere  in  modo  più  netto  tali  diversità.  Vi  sono  anime  restie  e  diffidenti,  pronte  a  notare  ogni  più  piccola  contradizione,  inesorabili  nell'esigere  le  prove  di  ogni  affer-  mazione, vigorose  nel  maneggiare  le  tenaglie  dei  dilemmi  che  stritolano  senza  pietà  un  povero  grand'uomo.  Per  co-  storo l'opera  del  Vico  (e  molte  altre  della  stessa  qualità)  è  un  libro  chiuso;  e,  tutt'al  più,  offrirà  loro  l'argomento  per  una  di  quelle  cosi  dette  «  demolizioni  »,  che  essi  compiono  con  grande  facilità  e  gusto,  sebbene  con  scarso  successo,  perché  l'uomo  da  essi  ucciso,  dopo  morto,  suole  restare  più  vivo  di  prima.  Ma  vi  sono  altre  anime,  che  alla  prima  parola  che  vada  diritta  al  loro  cuore,  al  primo  raggio  di  verità  che  lampeggi  ai  loro  occhi,  si  aprono  tutte  con  desiderio,  si  abbandonano  con  fiducia,  s'inebriano  d'entusiasmo,  non  vogliono  sapere  di  difetti,  non  scorgono  difficoltà,  o  le  difficoltà  appianano  subito  e  i  difetti  giusti-  ficano nel  modo  più  semplice,  e,  quando  per  caso  scri-  vono, le  loro  scritture  si  configurano  come  «  apologie  ».  E  per  costoro  è  da  temere  che  la  Scienza  nuova  sia  un  libro  troppo  aperto.  Certamente,  se  fra  questi  due  atteg-  giamenti opposti  non  ce  ne  fosse  un  terzo,  se  bisognasse  risolversi  di  necessità  per  l'uno  o  per  l'altro,  sarebbe  da  preferire  il  peccato  del  troppo  vivo  amore  a  quello  della  gelida  indifferenza,  la  troppa  fede,  che  pur  lascia  cogliere  qualche  aspetto  del  vero,  alla  nessuna  fede  che  non  ne  lascia  vedere  alcuno.  Ma  un  terzo  atteggiamento  è  possi-  bile, ed  è  doveroso  pel  critico:  quello  di  non  perdere  mai di  vista  la  luce,  ma  di  non  dimenticare  le  oscurità;  di  giungere  allo  spirito  passando  oltre  la  lettera,  ma  di  non  trascurare  la  lettera,  anzi  di  ritornarvi  di  continuo,  pro-  curando di  mantenersi  interpetre  libero  ma  non  fantasioso,  amante  fervido  ma  non  cieco.   I  due  capisaldi  stabiliti,  il  vizio  e  la  virtù  che  si  sono  riconosciuti  propri  della  mente  del  Vico,  la  sua  geniale  confusione  o  la  sua  genialità  confusionaria,  impongono  perciò  come  generale  canone  ermeneutico  di  andare  separando  per  via  d'analisi  la  schietta  filosofia  che  è  in  lui  dall'empiria  e  dalla  storia  con  le  quali  è  commista  e  quasi  incorporata  (e  altresì  queste  da  quella),  e  di  notare  via  via  gli  effetti  e  le  cause  della  commistione.  Le  scorie  non  possono  essere  considerate  inesistenti,  congiunte  come  sono  all'oro  nello  stato  di  natura,  ma  non  debbono  impedire  di  riconoscere  e  purificare  l'oro;  o,  fuori  di  metafora,  la  storia  dev'essere  storia  senza  dubbio,  ma  tale  non  è  se  non  è  intelligente.    IV    La  forma  fantastica  del  conoscere  (La  poesia  e  il  linguaggio)    D.    "elle  forme  dello  spirito  il  Vico  studiò,  nella  Scienza  nuova,  principalmente,  e  si  potrebbe  dire  esclusivamente,  quelle  inferiori  o  individualizzanti,  che  egli  designava  tutt'  insieme  col  nome  di  «  certo  »:    nello  spirito  teore-  tico la  fantasia,  nello  spirito  pratico  la  forza  o  arbitrio,  e  nella  scienza  empirica  corrispondente  alla  filosofia  dello  spirito,  la  civiltà  barbarica  o  sapienza  poetica,  la  cui  in-  vestigazione costituisce  (come  egli  stesso  dice)  «  quasi  tutto  il  corpo  dell'opera  ».   Perché  e  come  egli  prendesse  cosi  forte  interesse  a  co-  deste forme  inferiori  e  alle  società  primitive  e  storie  bar-  bariche che  le  rappresentavano,  è  anche  qui,  nell'aspetto  estrinseco,  spiegato  dagli  studi  che  il  Vico  ebbe  a  condurre  sul  diritto  romano  e  sui  tropi  e  le  figure  rettoriche,  dalla  tradizione  umanistica  ancora  viva  in  Italia,  dal  culto  allora  rinvigorito  per  le  scienze  archeologiche,  dalla  cu-  riosità che  spingeva  a  indagare  l'antichissima  civiltà  ita-  liana, e  via  enumerando.  Ma  altri  non  pochi,  nel  suo  tempo  e  nel  suo  stesso  paese,  trattarono  le  medesime  ma-  terie senza  punto  acquistare  la  predilezione  e  la  pene-  trazione   del    fantastico,  dell'ingenuo,  del   violento:    cose delle  quali  lo  stesso  Vico  possedeva  la  predilezione,  ma  non  ancora  la  penetrazione,  quando  compose  il  De  anti-  quissima.  Sicché  la  ragione  piena  di  queir  interessamento  si  vede  quando  si  consideri  l'origine  del  Vico  filosofo  e  si  tenga  presente  il  carattere  della  sua  mente,  antitetica  allo  spirito  cartesiano.  Il  cartesianismo,  tatto  rivolto  alle  for-  me universalizzanti  e  astrattive,  trascurava  le  individua-  lizzanti; e  tanto  più  il  Vico  doveva  essere  attirato  da  esse  come  da  un  mistero.  Il  cartesianismo  rifuggiva  con  orrore  dalla  selva  selvaggia  della  storia;  e  il  Vico  s'internava  bramoso  in  quella  parte  appunto  della  storia,  nella  quale,  per  cosi  dire,  è  più  forte  il  sentore  della  storicità:  nella  storia  che  è  più  lontana  e  diversa  dalla  psicologia  delle  età  colte.  Il  cartesianismo  generalizzava  questa  psicologia  a  tutti  i  tempi  e  a  tutti  i  popoli,  e  il  Vico  era  portato  a  in-  dagare nelle  loro  profonde  differenze  e  opposizioni  i  modi  di  sentire  e  di  pensare  delle  varie  età.   Lo  sforzo  grande  che  bisognava  fare,  e  che  egli  stesso  fece,  per  riprendere,  attraverso  l'intellettualismo  moderno,  la  coscienza  della  psicologia  primitiva,  è  espresso  dal  Vico,  dove  parla  delle  «  aspre  difficultà  »,  che  gli  era  costata  «  la  ricerca  di  ben  venti  anni  »,  per  «  discendere  da  queste  nostre  umane  nature  ingentilite  a  quelle  affatto  fiere  ed  immani,  le  quali  ci  è  affatto  negato  d'imaginare  e  sola-  mente a  gran  pena  ci  è  permesso  d'intendere  »;  o,  poco  diversamente,  quando  insiste  sull'impossibilità    ora  che  le  menti  umane  sono  troppo  ritirate  dai  sensi  perfino  presso  il  volgo,  adusate  ai  tanti  vocaboli  astratti,  assotti-  gliate con  l'arte  dello  scrivere,  quasi  spiritualizzate  dalla  pratica  dei  numeri    di  entrare  nella  vasta  immagina-  tiva dei  primi  uomini,  «  le  menti  dei  quali  di  nulla  erano  astratte,  di  nulla  assottigliate,  di  nulla  spiritua-  lizzate, anzi  tutte  profondate  nei  sensi,  tutte  rintuzzate  dalle   passioni,  tutte  seppellite  nei  corpi  »,  e  di   formare l'idea,  per  es.,  della  «  natura  simpatetica  ».  E  quello  sforzo,  doloroso  ma  trionfante,  che  aveva  dovuto  compiere,  era  un'altra  delle  ragioni  per  le  quali  egli  sentiva  come  «  nuo-  va »  la  sua  Scienza.  Di  questa  infatti,  ossia  della  ricerca  sulla  forma  ideale  e  sull'epoca  storica  del  certo,  mancò  (egli  dice)  tutta  la  greca  filosofìa.  Platone  l'aveva  tentata  invano  nel  Cratilo,  perché  gli  era  rimasta  ignota  la  lingua  dei  primi  legislatori,  dei  poeti  eroi,  tratto  in  inganno  dalle  forinole  emendate  e  ammodernate  che  le  leggi  erano  venute  rivestendo  via  via  in  Atene.  In  un  errore  analogo  erano  caduti  tra  i  moderni  Giulio  Cesare  Scaligero,  Francesco  Sanchez  e  Gaspare  Schopp,  che  presero  a  spiegare  le  lin-  gue coi  principi  della  logica,  e  della  logica  aristotelica,  sorta  tanti  secoli  dopo  le  lingue.  E  il  Grozio,  il  Selden,  il  Pufendorf  e  gli  altri  scrittori  del  diritto  naturale  medita-  rono anch'essi  sulla  natura  umana  ingentilita  dalla  religione  e  dalle  leggi,  sicché  ritrassero  il  corso  storico  cominciando  dalla  metà  in  giù;  ossia  si  fermarono  sull'intelletto  e  igno-  rarono la  fantasia,  sulla  volontà  moralmente  disciplinata  e  trascurarono  la  selvaggia  passione.  Egli  stesso,  il  Vico,  se  col  prendere  a  indagare  l'antichissima  sapienza  italiana  aveva  dato  segno  del  suo  interessamento  per  quel  proble-  ma, si  era,  per  altro,  sviato  nella  ricerca,  seguendo  le  orme  dell'autore  del  Cratilo.   Sotto  l'aspetto  filosofico,  la  Scienza  nuova,  per  questa  preponderanza  che  vi  ha  l'indagine  delle  forme  individua-  lizzanti e  in  ispecie  della  fantasia  (la  dottrina  dei  primi  popoli  come  poeti  e  del  loro  pensare  per  caratteri  poetici  è,  dice  il  Vico,  «  la  chiave  maestra  »  dell'opera),  si  po-  trebbe non  troppo  paradossalmente  definire  una  filosofia  dello  spirito  con  particolare  riguardo  alla  filosofia  della  fantasia,  cioè  all'Estetica.   L' Estetica  è  da  considerare  veramente  una  scoperta  del  Vico:  sia  pure  con  le  riserve  onde  s'intendono  sempre circondate  tutte  le  determinazioni  di  scoperte  e  di  scopri-  tori, e  quantunque  egli  non  la  trattasse  in  un  libro  speciale,    le  desse  il  nome  fortunato  col  quale  doveva  battezzarla,  qualche  decennio  più  tardi,  il  Baumgarten.  Del  resto,  giova  notare  che  nella  terminologia  della  Scienza  nuova  s'in-  contra un  nome  simile  ad  alcuno  degli  equivalenti  che  il  Baumgarten  passava  in  rassegna  per  l'Estetica:  quello  di  Logica  poetica.  Ma,  in  fondo,  il  nome  importa  poco,  e  assai  importa  la  cosa;  e  la  cosa  è  che  il  Vico  espose  una  idea  della  poesia,  che  era  a  quei  tempi,  e  doveva  rimanere  per  un  pezzo  ancora,  un'ardita  e  rivoluzionaria  novità.  Per-  sisteva allora  la  vecchia  idea  praticistica  o  pedagogica,  che  dalla  tarda  antichità,  attraverso  il  Medioevo,  si  era  tra-  piantata e  radicata  nel  Rinascimento,  della  poesia  come  ingegnoso  rivestimento  popolare  di  sublimi  concetti  filoso-  fici e  teologici;  e,  accanto  a  questa,  sebbene  in  grado  mi-  nore, l'altra  che  la  considerava  come  prodotto  o  strumento  di  svago  e  di  voluttà.  Queste  concezioni  avevano  alterato  perfino  il  senso  originale  del  trattato  aristotelico  della  Poe-  tica, nel  quale  venivano  introdotte  e  poi  lette  come  se  effet-  tivamente Aristotele  le  avesse  pensate  e  scritte.    il  carte-  sianismo le  rettificò,  ma  piuttosto  (com'era  da  aspettare,  data  la  sua  generale  tendenza)  attenuò  e  annullò  l'oggetto  me-  desimo di  quelle  definizioni,  come  cosa  di  nessuno  o  di  tra-  scurabile valore.  In  un  tempo  in  cui  si  cercava  di  ridurre  a  forma  matematica  la  metafisica  e  l'etica,  in  cui  si  di-  spregiava l'intuizione  del  concreto,  si  escogitavano  una  letteratura  e  una  poesia  atte  a  diffondere  la  scienza  nel  volgo  o  nel  bel  mondo,  s'iniziavano  tentativi  per  foggiare  lingue  artificiali  logiche  più  perfette  di  quelle  storiche  e  viventi,  e  perfino  si  teneva  possibile  di  stabilire  regole  per  comporre  arie  musicali  senza  essere  musicisti  e  poemi  senza  essere  poeti;    in  codesto  ambiente  distratto,  gelido,  ne-  mico, beffardo,  solo  un  miracolo  sembra  potesse  risvegliare    IV.    LA    POESIA   E    IL   LINGUAGGIO  49   una  diversa  e  opposta  coscienza,  una  coscienza  calda  e  veemente  di  quel  che  sia  veramente  la  poesia  e  della  sua  originale  funzione;  e  questo  miracolo  fa  compiuto  dallo  spirito  tormentato,  agitato  e  scrutatore  di  Giambattista  Vico.  Il  quale  criticò  tutt' insieme  le  tre  dottrine  della  poesia,  come  esornatrice  e  mediatrice  di  verità  intellettuali,  come  cosa  di  mero  diletto,  e  come  esercitazione  ingegnosa  di  cui  si  possa  senza  danno  far  di  meno.  La  poesia  non  è  sapienza  riposta,  non  presuppone  la  logica  intellettuale,  non  contiene  filosofemi:  i  filosofi,  che  ritrovano  que-  ste cose  nella  poesia,  ve  le  hanno  ficcato  dentro  essi  stessi,  senza  avvedersene.  La  poesia  non  è  nata  per  capriccio  di  piacere,  ma  per  necessità  di  natura.  La  poesia  tanto  poco  è  superflua  ed  eliminabile  che,  senza  di  essa,  non  sorge  il  pensiero:  è  la  prima  operazione  della  mente  umana.  L'uomo,  prima  di  essere  in  grado  di  formare  uni-  versali, forma  fantasmi;  prima  di  riflettere  con  mente  pura,  avverte  con  animo  perturbato  e  commosso;  prima  di  arti-  colare, canta;  prima  di  parlare  in  prosa,  parla  in  versi;  prima  di  adoperare  termini  tecnici,  metaforeggia,  e  il  suo  parlare  per  metafore  è  tanto  proprio  quanto  quello  che  si  dice  «  proprio  ».  La  poesia,  non  che  essere  una  maniera  di  divulgare  la  metafisica,  è  distinta  e  opposta  alla  meta-  fìsica: l'una  purga  la  mentp  dai  sensi,  l'altra  ve  la  im-  merge e  rovescia  dentro;  l'una  è  tanto  più  perfetta  quanto  più  s'innalza  agli  universali,  l'altra  quanto  più  si  appro-  pria ai  particolari;  l'una  infievolisce  la  fantasia,  l'altra  la  richiede  robusta;  quella  ci  ammonisce  di  non  fare  dello  spi-  rito corpo,  questa  si  diletta  di  dare  corpo  allo  spirito;  le  sentenze  poetiche  sono  composte  di  sensi  e  passioni,  quelle  filosofiche  di  riflessioni,  che,  usate  nella  poesia,  la  rendono  falsa  e  fredda:  non  mai,  in  tutta  la  distesa  dei  tempi,  uno  stesso  uomo  fu  insieme  grande  metafisico  e  grande  poeta.  Poeti  e  filosofi  possono  dirsi  gli  uni  il  senso,  gli  altri  l'intelletto  dell'umanità;  e  in  tale  significato  è  da  ritenere  vero  il  detto  delle  scuole  che  «  niente  è  nell'intelletto  che  prima  non  sia  nel  senso  ».  Senza  il  senso,  non  si    intelletto;  senza  poesia,  non  si    filosofia    civiltà  alcuna.   Quasi  più  miracoloso  di  questa  concezione  della  poesia  è  che  il  Vico  intravedesse  la  qualità  genuina  del  linguag-  gio: problema  non  meglio  risoluto  e  assai  meno  agitato  e  investigato  dalla  filosofia  antica  e  nuova,  fino  a  quel  tempo.  Il  linguaggio  si  soleva,  a  volta  a  volta,  o  confon-  derlo con  la  logicità  o  abbassarlo  a  semplice  segno  estrin-  seco e  convenzionale  o,  per  disperazione,  dichiararlo  di  origine  divina.  Il  Vico  intese  che  l'origine  divina  era,  in  questo  caso,  un  rifugio  da  pigri,  e  che  il  linguaggio  non  è    logicità    arbitrio,  e,  al  pari  della  poesia,  non  è  pro-  dotto né  di  sapienza  riposta    di  placito  o  convenzione.  Il  linguaggio  sorge  naturalmente:  nella  prima  forma  di  esso,  gli  uomini  si  spiegarono  «  con  atti  muti  »,  ossia  per  cenni,  e  «  con  corpi  aventi  naturali  rapporti  alle  idee  che  volevano  significare  »,  ossia  per  oggetti  simbolici.  Ma,  anche  per  i  linguaggi  articolati  e  per  le  lingue  volgari,  «  con  troppo  di  buona  fede  »,  cioè  con  iscarso  accorgimento,  è  stato  ricevuto  da  tutti  i  filologi  che  essi  significhino  a  placito;  laddove,  per  le  anzidette  origini,  dovettero  signi-  ficare naturalmente,  e  ogni  parola  volgare  cominciare  cer-  tamente da  un  singolo  individuo  di  una  nazione  e  prove-  nire dal  linguaggio  primitivo  per  cenni  e  per  oggetti.  Nel  latino,  come  nelle  altre  lingue,  si  osserva  che  quasi  tutte  le  voci  sono  formate  per  proprietà  naturali  o  per  trasporti  ;  e  il  maggior  corpo  delle  lingue  tutte,  presso  tutte  le  na-  zioni, è  costituito  dalla  metafora.  La  diversa  opinione  de-  riva dall'ignoranza  dei  grammatici,  i  quali,  abbattutisi  in  gran  numero  di  vocaboli  che  offrono  idee  confuse  e  indi-  stinte, non  sapendone  le  origini  onde  furono  un  tempo  lumi-  nose e  distinte,  escogitarono,  per  darsi   pace,  la   dottrina della  convenzione,  e  vi  trassero  Aristotele  e  Galeno,  arman-  doli contro  Platone  e  Giamblico.  La  grave  difficoltà,  che  si  suole  mettere  innanzi  contro  l'origine  naturale  del  lin-  guaggio e  in  favore  della  convenzione,  la  diversità  delle  lingue  volgari  secondo  i  popoli,  si  scioglie  col  considerare  che  i  popoli,  per  la  diversità  dei  climi,  temperamenti  e  costumi,  guardarono  le  medesime  utilità  o  necessità  della  vita  sotto  aspetti  diversi,  e  perciò  produssero  lingue  di-  verse; com'è  comprovato  altresì  dai  proverbi,  che  sono  massime  di  vita  umana  sostanzialmente  identiche,  eppure  spiegate  in  tanti  diversi  modi  quante  sono  state  e  sono  le  nazioni.  Singolarmente  importante  è  poi  l'insistenza  onde  il  Vico  professa  di  avere  ritrovato  le  vere  origini  delle  lingue  «  nei  principi  della  poesia  ■»:  con  che  viene,  per  una  parte,  riasserita  l'origine  spontanea  e  fantastica  del  linguag-  gio, e  dall'altra,  se  non  per  esplicito,  certo  per  implicito,  si  tende  a  sopprimere  la  dualità  di  poesia  e  linguaggio.   Nei  quali  principi  della  poesia  il  Vico  ritrova  non  so-  lamente l'origine  delle  lingue,  ma  anche  quella  delle  let-  tere o  scritture,  dichiarando  errore  di  grammatici  la  separazione  fatta  tra  le  due  origini,  che  sono  congiunte  per  natura  e  che  come  tutt'una  cosa  si  presentano  nella  lingua  primitiva  mutola,  per  cenni  -e  per  oggetti.  La  sapienza  ri-  posta e  la  convenzione  non  hanno  luogo  neppure  qui:  i  ge-  roglifici non  furono  un  ritrovato  di  filosofi  per  nascondervi  dentro  i  misteri  delle  loro  grandi  idee,  ma  comuni  e  naturali  necessità  di  tutti  i  primi  popoli  ;  e  solamente  le  scritture  al-  fabetiche nacquero  tra  i  popoli  già  inciviliti  per  effetto  di  libera  convenzione.  In  altri  termini,  il  Vico  viene  a  di-  stinguere, sia  pure  in  modo  confuso,  nelle  cosi  dette  scrit-  ture quella  parte  che  è  propriamente  scrittura  e  perciò  convenzione,  dall'altra  che  è  invece  diretta  espressione,  e  perciò  linguaggio,  favola,  poesia,  pittura.  Caratteristica  di  queste  scritture  espressive  o  linguaggi  è  l'inseparabilità    52  FILOSOFIA   DEL   VICO   del  contenuto  dalla  forma;  la  loro  ragione  poetica  è  tutta  qui:  che  la  favola  e  l'espressione  siano  una  cosa  stessa,  cioè  una  metafora  comune  ai  poeti  e  ai  pittori,  sicché  un  mutolo  senza  espressione  verbale  possa  dipingerla.  Il  Vico  arreca  in  esempio  di  esse  alcuni  aneddoti  tradizionali,  come  le  cinque  «  parole  reali  »  (la  ranocchia,  il  topo,  l'uccello,  il  dente  d'aratro  e  l'arco  da  saettare),  che  Idantura,  re  degli  Sciti,  mandò  in  risposta  a  Dario  che  gli  aveva  inti-  mato guerra;  e  l'apologo  degli  alti  papaveri  che  re  Tar-  quinio  svolse  innanzi  agli  occhi  dell'ambasciatore  di  suo  tìglio  Sesto  circa  il  modo  di  domare  Gabì:    procedi-  menti espressivi  non  diversi  da  costumanze  che  si  osser-  vano ancora  presso  popolazioni  selvagge  e  presso  i  volghi;    e  poi,  altresì,  le  imprese,  le  bandiere,  gli  emblemi  delle  medaglie  e  monete.  Una  frivola  favoletta,  che  rimpiccio-  lisce e  calunnia  l'ufficio  vero  delle  imprese,  narra  come  esse  venissero  inventate  nei  tornei  di  Germania,  qual  co-  stume di  galanteria,  dai  garzoni  che  gareggiavano  per  me-  ritare l'amore  delle  nobili  donzelle.  Ma  le  imprese,  nel  Medioevo,  furono  cosa  seria,  come  a  dire  la  scrittura  ge-  roglifica di  quell'età:  un  parlare  muto,  che  suppliva  la  povertà  dei  parlari  convenuti  o  delle  scritture  alfabetiche;  e  solamente  più  tardi,  nei  tempi  colti,  diventarono  gioco  e  diletto,  si  convertirono  in  imprese  galanti  ed  erudite,  le  quali  bisogna  animare  coi  motti,  perché,  ora,  hanno  signi-  ficazioni solamente  analoghe,  laddove  quelle  primitive  e  naturali  erano  mutole  e  tuttavia  parlavano  senza  bisogno  d'interpetri.  In  questa  schietta  naturalità  perdurano  nei  tempi  colti  alcune  di  tali  forme  espressive;  per  es.,  le  inse-  gne o  bandiere,  che  sono  una  certa  lingua  armata,  con  la  quale  le  nazioni,  come  prive  di  favella,  si  fanno  inten-  dere tra  loro  nei  maggiori  affari  del  diritto  naturale  delle  genti,  nelle  guerre,  alleanze  e  commerci.   Cosi,  al  lume  del   concetto   estetico  pensato   dal  Vico,  poesia,  parole,  metafore,  scritture,  simboli  figurati,  tutto  si  rischiara  di  lampi  e    guizzi  di  vita:  cose  grandi  e  cose  piccole,  l'epos  e  l'araldica.  La  dottrina  delle  forme  fantastiche  riceve  un  avviamento  nuovo  affatto  nella  storia  delle  idee  ;  perché  se  il  Vico  si  oppone  coi  suoi  concetti  alle  scuole  del  suo  tempo  e  specie  alla  cartesiana,  nem-  meno poi  annoda  e  ripiglia  altra  scuola  o  tradizione  più  o  meno  remota.  Egli  stesso  sente  la  propria  opposizione  come  diretta  non  contro  una  scuola  particolare,  ma  contro  tutte  quelle  che,  nei  secoli,  avevano  formolato  dottrine  sull'ar-  gomento. Circa  la  poesia  dice  che  egli  «  rovescia  »  tutto  ciò  che  se  ne  era  pensato  da  Platone  e  poi  da  Aristotele  via  via  fino  ai  recenti  Patrizzi,  Scaligero  e  Castel  vetro,  i  quali  si  perderono  in  inezie  tali  «  che  fa  vergogna  fin  ri-  ferirle »  (il  Patrizzi  faceva  nascere  la  poesia  dai  canti  degli  uccelli  e  dal  sibilo  dei  venti!).  Circa  le  lingue,  il  suo  inten-  dimento non  era  rimasto  soddisfatto    da  Platone    dai  moderni  Wolfango  Lazio,  Scaligero  e  Sanchez.  Circa  le  let-  tere, rifiutata  l'origine  divina  che  era  sostenuta  dal  Mal-  linkrot  e  da  Ingevaldo  Elingio,  o  (che  valeva  il  medesimo)  interpetratala  a  suo  modo,    saggio  per  iscandalo  delle  vane  opinioni,  incerte,  leggiere,  sconce,  boriose  e  ridevoli,  che  le  facevano  provenire  dai  Goti  e  per  essi  da  Adamo  e  dalla  personale  comunicazione  di  Dio,  o  più  direttamente  dal  paradiso  terrestre,  o  da  un  gotico  Mercurio  inventore.  Circa  le  imprese,  infine,  osserva  che  i  tanti  che  ne  ave-  vano composto  trattati,  non  ne  avevano  inteso  nulla,  e,  solo  per  caso  e  indovinando,  lasciavano  trapelare  un  seniore  della  verità  col  chiamarle  «  eroiche  ».  In  realtà,  sarebbe  diffi-  cile assegnare  veri  e  propri  precedenti  ai  concetti  estetici  vichiani,  e  tutt'al  più  si  potrebbero  ritrovarne  vaghe  sug-  gestioni in  certe  sparse  sentenze  che  egli  raccoglie;  qual-  che stimolo  più  prossimo  nelle  dispute  secentesche  sulle  differenze  tra  intelletto  e  ingegno,  ragione  e  immaginativa,    54  FILOSOFIA   DEL   VICO   dialettica  e  rettorica1;  e  qualche  riscontro  di  particolari  estrinseci,  come  nei  ravvicinamenti  fatti  da  qualche  retore  di  quel  tempo  (il  Tesauro)  delle  arguzie  rettoriche  parlate  con  le  arguzie  figurate.   Senonché  quei  concetti,  nati  da  cosi  possente  getto  di  originalità,  non  appena  dai  loro  lineamenti  generali  si  passi  alle  determinazioni  particolari,  dall'idea  o  ispirazione  ori-  ginaria agli  svolgimenti  effettivi,  si  vedono  come  turbarsi,  ondeggiare,  barcollare.  Lasciamo  da  parte  le  varie  succes-  sive opinioni  che  il  Vico  tenne,  e  che  si  legano  al  processo  storico  del  suo  spirito,  sulla  poesia,  sulla  lingua  o  sulla  me-  tafora, —  dalle  orazioni  accademiche  e  poi  dal  De  ratione  e  dal  De  antiquissima  al  Diritto  universale,  e  ancora  da  que-  sto alla  prima,  e  dalla  prima  alla  seconda  Scienza  nuova:    indagine  che  potrebbe  porgere  argomento  a  un'apposita  dis-  sertazione e  che  non  entra  nel  quadro  della  nostra  esposi-  zione. Ma,  anche  nella  forma  ultima  del  suo  pensiero  este-  tico, coesistono  dottrine  contradittorie.  Egli  non  sta  pago  a  dire,  come  ha  detto,  che  la  forma  poetica  è  la  prima  opera-  zione della  mente,  che  essa  è  costituita  da  sensi  di  passione,  è  tutta  fantastica,  priva  di  concetti  e  di  riflessioni;  ma  ag-  giungerà che  la  poesia,  diversamente  dalla  storia,  rappre-  senta il  vero  nella  sua  idea  ottima,  e  compie  perciò  quella  giustizia  e  attribuisce  quel  premio  e  quella  pena  che  spetta  a  ciascuno  e  che  non  sempre  si  ottiene  nella  storia,  dominata  sovente  dal  capriccio,  dalla  necessità  e  dalla  for-  tuna. Dirà  ancora  che  la  poesia  ha  per  suo  fine  l'anima-  zione dell'inanimato,  essendo  il  più  sublime  lavoro  di  essa  indirizzato  a  dare  vita  e  senso  alle  cose  insensate.  Dirà  che  la  poesia  non  è  altro  che  imitazione,  e  che  i  fan-  ciulli, i  quali  valgono  assai  nell' imitare,  sono  poeti,  e  che  i  popoli  primitivi,  fanciulli  del  genere  umano,  furono   in-    1  Si  veda  il  capo  3.o  della  parte  storica  della  mia  Estetica.] sieme  sublimi  poeti.  Dirà  che  la  poesia  ha  per  propria  ma-  teria l'impossibile  credibile,  com'è  impossibile  che  i  corpi  siano  menti  e  pure  fu  creduto  che  il  cielo  tonante  fosse  Giove,  onde  i  poeti  non  si  esercitarono  in  altro  mag-  giormente che  nel  cantare  i  prodigi  compiuti  dalle  maghe  per  opera  d'incantesimi.  Dirà  che  la  poesia  è  nata  da  ino-  pia, ossia  che  è  un  effetto  d'infermità  dello  spirito;  per-  ché l'uomo  rozzo  e  di  debole  cervello,  non  potendo  sod-  disfare il  bisogno  che  prova  del  generale  e  dell'univer-  sale, foggia  a  sostituzione  i  generi  fantastici,  gli  uni-  versali o  caratteri  poetici;  e  che,  per  conseguenza,  il  vero  dei  poeti  e  il  vero  dei  filosofi  sono  lo  stesso,  questo  astratto  e  quello  rivestito  d'immagini,  questo  una  meta-  fisica ragionata  e  quello  una  metafisica  sentita  e  immagi-  nata, confacente  all'intendimento  popolaresco.  Parimente  da  inopia,  cioè  dall'incapacità  ad  articolare,  sarebbe  nato  il  canto,  e  perciò  i  muti  e  gli  scilinguati  escono  in  suoni  che  sono  canti;  e  dall'incapacità  a  significare  le  cose  in  modo  proprio,  le  metafore.  Dirà,  infine,  che  lo  scopo  della  poesia  è  d'insegnare  al  volgo  l'operare  virtuosa-  mente. —  In  questi  detti  sono  accennati  i  più  diversi  concetti  sulla  poesia,  alcuni  conciliabili  con  la  dottrina  fondamentale,  ma  proposti  senza  mediazione  e  perciò  ef-  fettivamente non  conciliati;  altri,  affatto  inconciliabili.  Il  Vico  potrebbe  essere,  a  volta  a  volta,  sul  fondamento  di  singoli  testi,  presentato  come  sostenitore  dell'estetica  mo-  ralistica, pedagogica,  astratta  e  tipeggiante,  mitologica,  animistica,  e  via  discorrendo.  E  se  non  ricasca  nelle  vec-  chie teorie  che  egli  aborriva,  e  se  non  si  dissipa  tra  gli  er-  rori nuovi  che  precorreva,  si  deve  al  fatto  che  su  tutte  quelle  varietà  e  incoerenze  sormonta  costante  il  pensiero  che  la  poesia  è  la  prima  forma  della  mente,  ante-  riore all'  intelletto  e  libera  da  riflessione  e  ra-  ziocini.    56  FILOSOFIA   DEL   VICO   Come  non  seppe,  valendosi  del  suo  principio  capitale,  sceverare  e  accorciare  gli  altri  che  circa  la  natura  della  poesia  esistevano  nella  tradizione  scientifica  o  erano  stati  da  lui  escogitati,  cosi  non  riusci  a  liberarsi  dalla  tirannia  delle  classificazioni  empiriche,  vecchie  e  nuove.  In  cambio,  si  sforzò  di  filosofarle,  e  tentò  di  dedurre  serialmente  le  di-  verse forme  della  poesia,  epica  lirica  drammatica;  del  verso  e  del  metro,  spondaico  giambico  prosastico  ;  del  parlare  figurato,  metafora  metonimia  sineddoche  ironia;  delle  parti  del  discorso,  onomatopee  interiezioni  pronomi  particelle  nomi  verbi,  modi  e  tempi  del  verbo  (al  qual  proposito  ri-  chiama perfino  un  caso  di  afasia  da  lui  osservato  in  Napoli  in  persona  di  «  un  uomo  onesto  tócco  da  grave  apoplessia,  il  quale  mentova  nomi  e  si  è  dimenticato  affatto  de'  verbi  »)  -r  delle  scritture,  geroglifiche  simboliche  alfabetiche;  delle  lingue  secondo  la  loro  crescente  complessità,  che  va  dalle  parole  monosillabiche  alle  composte  e  dalla  prevalenza  di  vocali  e  dittonghi  alla  prevalenza  delle  consonanti.  In  que-  sti tentativi  disseminò  dappertutto  interpetrazioni  nuove  e  parzialmente  vere  di  fatti  particolari;  ma  non  giunse,  e  non  poteva,  a  sistemazione  scientifica.  E  neppure  vide  chiaro  nella  relazione  della  poesia  con  le  altre  arti,  che  talora  unificò  con  quella,  come  quando  considera  intrinse-  camente identiche  pittura  e  poesia,  e  viene  notando  ana-  logie tra  la  poesia  e  la  pittura  del  Medioevo;  e,  tal'altra,  stranamente  separò,  come  quando  pretende  che  la  delica-  tezza delle  arti  sia  frutto  delle  filosofie  e  che  delicatissime  siano  pittura,  scultura,  fonderia  e  intaglio,  perché  debbono  astrarre  le  superficie  dai  corpi  che  imitano.   Queste  incoerenze  ed  errori,  che  abbiamo  passati  in  rapida  rassegna,  se  in  parte  derivano  da  scarsa  capacità  di  distinzione  e  di  elaborazione,  per  un'altra  e  maggiore  parte  si  riportano  più  direttamente  al  già  chiarito  vizio  fondamentale  che  è  nella  strattura   della   Scienza  nuova  e  qui,  propriamente,  allo  scambio  fatto  dal  Vico  tra  il  con-  cetto filosofico  della  forma  poetica  dello  spirito  e  il  concetto  empirico  della  forma  barbarica  della  civiltà,.  «  Talché  (egli  stesso  dichiara)  questa  prima  età  del  mondo  si  può  dire  con  verità  tutta  occupata  d'intorno  alla  prima  operazione  della  mente  ».  Ma  la  prima  età  del  mondo,  essendo  costituita  da  uomini  in  carne  ed  ossa  e  non  da  categorie  filosofiche,  non  potè  essere  occupata  intorno  a  una  sola  operazione  della  mente.  Quest'una  poteva,  come  si  suol  dire,  prevalere  (e  la  parola  stessa  scopre  il  carat-  tere quantitativo  e  approssimativo  del  concetto);  ma  tutte  le  altre  dovevano  essere  in  atto  insieme  con  lei,  la  fantasia  e  l'intelletto,  la  percezione  e  l'astrazione,  la  volontà  e  la  moralità,  il  cantare  e  il  numerare.  A  siffatta  evidenza  il  Vico  non  poteva  sottrarsi,  epperò  in  quella  fase  di  civiltà  introdusse  non  solo  il  poeta,  ma  anche  il  teologo,  il  fisico,  l'astronomo,  il  pater familias ,  il  guerriero,  il  politico,  il  le-  gislatore ;  senonché  le  attività  di  tutti  costoro  volle  consi-  derare e  chiamare  poetiche,  con  metafora  tratta  dall'as-  serita  prevalenza  della  forma  fantastica  dello  spirito,  e  il  complesso  di  esse  sapienza  poetica.  Il  carattere  meta-  forico della  denominazione  è  accusato,  o  balza  agli  occhi,  in  alcuni  luoghi  caratteristici;  come  dove  le  «  arti  »,  ossia  le  arti  meccaniche,  produttrici  pratiche  di  oggetti  per  gli  usi  della  vita,  sono  definite  «  poesie  in  certo  modo  reali  »,  e  l'antico  diritto  romano,  per  l'abbondanza  delle  formolo  e  cerimonie  onde  si  riveste,  è  detto  «  poema  drammatico  serio  ».  Ma  le  metafore  sono  pericolose,  quando,  come  nel  caso  della  Scienza  nuova,  trovano  terreno  favorevole  alla  loro  conversione  in  concetti;  e,  infatti,  l'età  storica,  bar-  barica, metaforeggiata  come  sapienza  poetica,  non  tardò  a  trasformarsi,  presso  il  Vico,  nell'età  ideale  della  poe-  sia, conferendo  a  quest'ultima  tutte  le  proprie  attribu-  zioni. Colà   erano    teologi,  e    la  poesia  fu  considerata  dal Vico  come  teologia,  sebbene  fantastica;  educatori,  e  fu  fatta  educatrice,  sebbene  di  volgo;  sapienti  di  cose  fisiche,  e  fu  fatta  sapienza,  sebbene  di  fisica  immaginaria.  E  poi-  ché quei  barbari  non  potevano  non  pensare  per  concetti,  rozzi  che  questi  fossero  e  involti  nelle  immagini,  i  fanta-  smi della  poesia,  individuati,  singolarizzati,  le  sentenze  di  essa  sempre  corpulente,  si  falsificarono  in  universali  fanta-  stici, che  sarebbero  qualcosa  di  mezzo  tra  l'intuizione,  che  è  individualizzante,  e  il  concetto,  che  universalizza  :  la  poe-  sia, che  doveva  rappresentare  il  senso,  lo  schietto  senso,  rap-  presentò invece  il  senso  già  intellettualizzato,  e  il  detto  che  niente  si  trova  nell'intelletto  che  non  sia  già  nel  senso,  acquistò  il  significato  che  l'intelletto  è  il  senso  stesso,  schiarito,  o  il  senso  l'intelletto  stesso,  confuso;  onde  non  si  ebbe  più  bisogno  dell'aggiunta  cautela:  «  nìsi  intellectus  ipse  •».  Per  converso,  la  civiltà  barbarica  divenne  come  una  mitologia  o  allegoria  della  ideale  età  poetica;  e  i  primi  popoli  furono  trasformati  in  moltitudini  di  «  sublimi  poeti  »  ;  come  poeti  furono  fatti  (nella  ontogenesi  corri-  spondente a  tale  filogenesi)  perfino  i  fanciulli.  Il  concetto  dell'universale  fantastico  come  anteriore  all'universale  ragionato  concentra  in    la  duplice  contradizione  della  dot-  trina; perché  all'elemento  fantastico  dovrebbe  essere  con-  giunto in  quella  formazione  mentale  l'elemento  dell'univer-  salità, il  quale,  per    preso,  sarebbe  poi  un  vero  e  proprio  universale,  ragionato  e  non  fantastico:  donde  una  petitio  principii,  per  la  quale  la  genesi  degli  universali  ragionati,  che  dovrebbe  essere  spiegata,  viene  presupposta.  E,  d'altro  canto,  se  l'universale  fantastico  s' interpetrasse  come  purifi-  cato dell'elemento  universale  e  logico,  cioè  come  mero  fanta-  sma, la  coerenza  si  ristabilirebbe  certamente  nella  dottrina  estetica  ;  ma  la  sapienza  poetica  o  civiltà  barbarica  verrebbe  mutilata  di  una  parte  essenziale  del  suo  organismo,  perché  privata  di  ogni  sorta  di  concetti,  e,  per  dir  cosi,  disossata.  Per  risolvere  la  contradizione  conveniva  dissociare  poe-  sia e  sapienza  poetica;  del  che,  in  verità,  s'incontra  qual-  che accenno  presso  il  Vico.  Egli  confessa  talvolta,  quasi  involontariamente,  la  non  corrispondenza  tra  la  categoria  filosofica  e  il  tipo  sociale,  e  per  quest'ultimo  è  costretto  a  ricorrere  ai  «  press'a  poco  »,  e  ai  «  più  o  meno  ».  Gli  ac-  cade di  dire,  per  es.,  che  gli  uomini  primitivi  erano  «  nulla  o  assai  poco  ragione  e  tutti  robustissima  fantasia  »,  «  quasi  tutti  corpo  e  quasi  niuna  riflessione  »  ;  ovvero,  dopo  avere  distinte  con  filosofiche  pretese  tre  lingue  degli  dèi,  degli  eroi  e  degli  uomini,  osserverà  che  «  la  lingua  degli  dèi  fu  quasi  tutta  muta  e  pochissimo  articolata;  la  lingua  degli  eroi  mescolata  egualmente  di  articolata  e  di  muta;  la  lingua  degli  uomini  quasi  tutta  articolata  e  pochissimo  muta  ».  La  favella  poetica  (ammette  ancora)  sopravvive  alla  sapienza  poetica  e  scorre  per  lungo  tratto  dentro  il  tempo  istorico  o  età  civile,  come  (dice  con  magnifica  immagine)  «  i  grandi  rapidi  fiumi  si  spargono  molto  den-  tro il  mare  e  serbano  dolci  l'acque  portatevi  con  la  vio-  lenza del  corso  ».  Anche  nei  tempi  moderni  non  si  può  dismettere  il  parlare  fantastico,  e  «  per  ispiegare  i  lavori  della  mente  pura  ci  han  da  soccorrere  i  parlari  poetici  per  trasporti  de'  sensi  ».  La  poesia  non  sembra  che  sia  finita  con  la  fine  della  barbarie,  perché  pur  nei  tempi  civili  sorgono  poeti;  e  che  quelli  della  prima  epoca  fos-  sero fantastici  per  natura,  e  i  nuovi  tali  si  facciano  per  arte  ed  industria    ossia,  come  il  Vico  vuole,  con  lo  sforzarsi  di  perdere  memoria  delle  parole  proprie,  di  pur-  garsi delle  filosofie,  di  riempirsi  la  mente  di  pregiudizi  fanciulleschi  o  volgari,  di  rimettere  la  mente  in  ceppi  co-  stringendosi, tra  l'altro,  all'uso  della  rima,    queste  restri-  zioni, del  resto  facilmente  confutabili,  si  affaticano  invano  a  sminuire  l'importanza  del  fatto  riconosciuto:  che  la  poesia  è  di  tutti  i  tempi,  e  non  di  quello  solo  barbarico;  è una  categoria  ideale  e  non  un  fatto  storico.  Ma  le  restri-  zioni anzidette,  come  la  rarità  e  la  timidezza  degli  accenni  ricordati,  provano  che  il  Vico  non  era  in  grado  di  eseguire  la  dissociazione  tra  poesia  e  sapienza  poetica,  impeditone  dall'  ibridismo  del  concetto  e  del  metodo  stesso  della  Scienza  nuova.   Se,  per  altro,  l'idea  della  poesia  come  pura  fantasia,  nonostante  tutte  le  confusioni  e  incoerenze  nelle  quali  si  avvolge,  non  fosse  rimasta  salda  nel  fondo  del  pensiero  del  Vico,  e  non  avesse  operato,  per  cosi  dire,  nel  sotto-  suolo della  Scienza  nuova,  non  sarebbe  agevole,    forse  possibile,  intendere  la  concezione  capitale  che  domina  la  sua  filosofia  dello  spirito,  e  che  è  strettamente  legata  con  quell'idea.  Diciamo,  la  concezione  dello  spirito  come  svi-  luppo, o,  per  adoperare  la  terminologia  propria  del  Vico,  come  corso  o  spiegamento:  concezione  la  quale,  pur  senza  espressa  contrapposizione,  superava  quella  ordinaria,  limitantesi  quasi  esclusivamente  a  enumerare  e  classificare  le  facoltà  dello  spirito.  La  dottrina  degli  universali  fanta-  stici come  spontanee  formazioni  mentali,  universali  rozzi  ma  forniti  di  un  motivo  di  vero,  era  certamente  bastevole  come  strumento  per  debellare  l'empirica  teoria  che  faceva  sorgere  le  civiltà  da  un'alta  e  ragionata  saggezza  ordina-  trice, opera  personale  di  Dio  o  di  uomini  sapienti,  sorti  non  si  sa  come  e  piovuti  non  si  sa  donde.  Il  Vico  poneva  chiaro  il  dilemma  delle  due  e  non  più  guise  di  spiegare  l'origine  della  civiltà:  o  nella  riflessione  di  uomini  sa-  pienti, ovvero  in  un  certo  senso  e  istinto  umano  di  uo-  mini bestioni;  e  si  risolveva  per  la  seconda  ipotesi,  per  i  «  bestioni  »  che  via  via  si  erano  fatti  uomini  ;  cioè  per  il  pensiero  che  si  evolve  dall'universale  fantastico  a  quello  ragionato,  per  l'assetto  sociale  che  procede  via  via  dalla  forza  all'equità.  Ma  era  quella  concezione  bastevole  per  fon-  dare la  storia  ideale   o  filosofia  dello  spirito?  Nella  filosofia  dello  spirito,  essa  si  sarebbe  tradotta  in  qualcosa  di  simile,  se  non  d'identico,  alla  dottrina  che,  per  effetto  del  cartesianismo  e  anche  di  una  certa  tal  quale  rinascita  che  ebbe  la  scolastica  di  Duns  Scotus,  correva  ai  tempi  del  Vico,  e  secondo  cui  la  vita  dello  spirito  si  esplicava  nei  gradi  successivi  del  concetto  oscuro,  confuso,  chiaro  e  distinto:  il  Leibniz,  com'è  noto,  fece  argomento  di  speciale  studio  le  percezioni  oscure  e  confuse,  le  «  petltes  perceptions  ».  Dottrina  nel  suo  intrinseco  intellettualistica,  perché  i  concetti,  confusi  e  oscuri  che  fossero,  erano  pur  sempre  concetti;  e  impotente  perciò  a  dare  ragione,  nonché  della  poesia,  neppure  delio  sviluppo  spirituale,  che  non  può  intendersi,  nella  sua  dialettica  quando  sia  costi-  tuito di  differenze  meramente  quantitative,  le  quali,  in  realtà,  non  sono  differenze  ma  identità  e  perciò  immobi-  lità; e,  infatti,  tutto  quell'indirizzo  fa,  insieme,  antieste-  tico e  statico,  privo  di  una  vera  dottrina  della  fantasia  e  di  una  vera  dottrina  dello  sviluppo.  Il  pensiero  del  Vico  ò,  invece,  avverso  all'intellettualismo,  simpatico  alla  fanta-  sia, tutto  dinamico  ed  evolutivo;  lo  spirito  è,  per  lui,  un  eterno  dramma;  e,  poiché  il  dramma  vuole  tesi  e  antitesi,  la  sua  filosofia  della  mente  è  impiantata  sull'antinomia,  cioè  sulla  reale  distinzione  e  opposizione  di  fantasia  e  pen-  siero, poesia  e  metafisica,  forza  ed  equità,  passione  e  mo-  ralità, per  quanto  egli  sembri  talvolta,  per  le  ragioni  già  note,  disconoscerla  o,  piuttosto,  per  quanto  venga  talvolta  a  ingarbugliarla  con  indagini  e  dottrine  empiriche  e  con  determinazioni  storiche.    La  forma  semifantasticà  del  conoscere  (Il  mito  e  la  religione)    A,    .nche  la  dottrina  del  Vico  sul  mito,  se  è  non  meno  originale  e  profonda  di  quella  circa  la  poesia,  non  è  del  tutto  limpida,  perché  le  relazioni  tra  poesia  e  mito  sono  cosi  strette  che  l'ombra  gettata  sull'una  deve  necessaria-  mente stendersi  in  qualche  modo  sull'altro.   Proseguendo  a  indagare,  come  abbiamo  fatto  sin  qui  e  faremo  sempre  nel  séguito,  lo  stato  delle  cognizioni  ai  tempi  del  Vico  secondo  le  varie  discipline  e  problemi  che  egli  prese  a  trattare,  ricorderemo  in  breve,  circa  gli  studi  sulla  mitologia,  come  tra  il  Cinque  e  il  Seicento  non  so-  lamente si  mettessero  insieme  grandi  compilazioni  lette-  rarie di  miti  (delle  quali  già  aveva  dato  esempio,  nel  Tre-  cento, il  Boccaccio),  ma  venissero  dottamente  propugnate  le  due  teorie  esplicative  già  note  all'antichità  classica  e  non  ignote  del  tutto  al  Medioevo  :  la  teoria  del  mito  come  allegoria  di  verità  filosofiche  (morali,  politiche  evia  discor-  rendo), e  quella  del  mito  come  storia  di  personaggi  effet-  tivamente esistiti  e  di  avvenimenti  accaduti,  adornate  dal-  l'immaginazione che  divinizzava  gli  eroi  (evemerismo).  L'allegorismo  ispirava,  tra  l'altre,  l'opera  di  Natale  Conti,  MythologicB  sive  explanationis  fabularum  libri  decerti  (1568) e  il  De  sapientia  veterum  (1609)  del  Bacone  ;  dove,  per  altro,  quel  sistema  era  proposto  non  senza  qualche  dubbio  e  con  la  espressa  cautela  che,  se  anche  non  valesse  come  interpe-  trazione  storica,  avrebbe  potuto  sempre  mantenere  il  suo  valore  di  moralizzazione  (aut  antiqultatem  illustrabimus  aut  res  ipsas).  Il  neoevemerismo  era  rappresentato  autore-  volmente da  Giovanni  Ledere  (Clericus),  l'erudito  gine-  vrino-olandese verso  cui  tanta  reverenza  e  gratitudine  ebbe  a  professare  il  Vico  per  aver  degnato  di  attenzione  il  suo  Diritto  universale,  e  del  quale  fece  epoca,  in  materia  mito-  logica, l'edizione  della  Teogonia  esiodea;  lo  segui  tra  gli  altri  il  Banier,  autore  del  libro:  Les  fables  expllquèes  par  l'histoire  (1735).  Un  terzo  sistema,  anch'esso  non  senza  qual-  che precedente  antico,  derivava  i  miti  da  popoli  partico-  lari, dagli  egiziani  o  dagli  ebrei,  ovvero  dall'opera  di  sin-  goli filosofi  e  poeti  inventori;  e,  quando  non  si  risolveva  in  una  pura  e  semplice  ipotesi  storica  sulla  formazione  di  alcuni  o  di  tutti  i  miti  trasmessi  dall'antichità  o  non  si  riportava  alla  rivelazione  divina,  è  chiaro  che  implicava  la  teoria  che  il  mito  sia  non  già  una  forma  eterna,  ma  un  contingente  prodotto  dello  spirito,  il  quale,  com'è  nato  una  volta,  cosi  possa  morire  o  sia  già  morto.   Il  Vico  si  oppone  risolutamente  alla  prima  e  alla  terza  scuola,  all'allegorismo  e  alla  dottrina  della  derivazione  storica;  e  ricorda,  perla  prima,  il  trattato  baconiano  dal  quale  aveva  tratto  incentivo  a  meditare  sull'argomento,  ma  ch'egli  giudicava  «  più  ingegnoso  che  vero  »  ;  e  per  l'altra  scuola,  considerante  i  miti  come  storie  sacre  alte-  rate e  corrotte  dai  gentili  e  in  particolare  dai  greci,  il  De  theologla  gentili  (1642)  del  Vossio,  la  Demonstratio  evan-  gelica (1679)  di.  Daniele  Huet,  e  il  Phaleg  et  Canaan  del  Bochart.  I  miti  o  favole  non  contengono  sapienza  riposta,  cioè  concetti  ragionati,  avvolti  consapevolmente  nel  velo  della  favola;  e  perciò  non  sono  allegorie.  L'allegoria  importa  che  si  abbia,  da  una  parte,  il  concetto  o  significato,  dall'altra  la  favola  o  involucro,  e  tra  le  due  cose  l'artifizio  che  le  fa  stare  insieme.  Ma  i  miti  non  si  possono  scindere  in  questi  tre  momenti,  e  neppure  in  un  significato  e  un  si-  gnificante: i  loro  significati  sono  univoci.  Importa  altresì,  -quella  teoria,  che  chi  crede  al  contenuto,  non  creda  alla  forma  ;  ma  i  creatori  dei  miti  dettero  ingenua  e  piena  fede  •a  quelle  loro  creazioni;  e  fintasi,  per  es.,  la  prima  favola  divina,  la  più  grande  di  quante  mai  se  ne  finsero  in  ap-  presso, Giove  re  e  padre  degli  dèi  e  degli  uomini  in  atto  di  fulminante,  essi  stessi  che  se  lo  finsero  lo  credettero,  e  con  ispaventose  religioni  lo  temerono,  riverirono  e  os-  servarono. Il  mito,  insomma,  non  è  favola  ma  storia,  quale  possono  formarsela  gli  spiriti  primitivi,  e  da  questi  è  seve-  ramente tenuta  come  racconto  di  cose  reali.  I  filosofi  che  sorsero  posteriormente,  servendosi  dei  miti  per  esporre  in  modo  allegorico  le  loro  dottrine,  ovvero  illudendosi  di  ri-  trovarvele  per  quel  senso  di  riverenza  che  si  porta  all'anti-  chità tanto  più  venerabile  quanto  più  oscura,  ovvero  sti-  mando comodo  di  giovarsi  di  tale  espediente  per  i  loro  fini  politici,    e  cosi  Platone  omerizzando  e,  nel  tratto  stesso,  platonizzando  Omero;    resero  i  miti  favole,  quali  in  origine  non  erano  e  intrinsecamente  non  sono.  Onde  è  da  dire  che  filosofi  e  mitologi  furono  piuttosto  essi  i  poeti  che  immaginarono  tante  strane  cose  sulle  favole,  laddove  i  poeti  o  creatori  primitivi  furono  i  veri  mitologi  e  intesero  narrare  cose  vere  dei  loro  tempi.    Per  la  me-  desima ragione,  ossia  per  essere  i  miti  parte  essenziale  della  sapienza  poetica  o  barbarica,  e  come  tale  spontanei  in  tutti  i  tempi  e  luoghi,  non  si  può  attribuirli  a  un  sin-  golo popolo  che  li  avrebbe  inventati  e  dal  quale  si  sareb-  bero trasmessi  agli  altri,  quasi  ritrovato  particolare  di  uomini  particolari  od  oggetto  di  rivelazione.   Codesta   dottrina,  superante   l 'allegorìe mò  e   lo  storici-   B.  Croce,  La  filosofìa  di  Giambattista  Vico.  5    66  FILOSOFIA   DEL   VICO   srao,  è  un  altro  aspetto  della  rivendicazione  che  il  Vico  compi  delle  forme  conoscitive  alogiche  contro  l' intellet-  tualismo, il  quale  le  negava  appunto  col  presentarle  ora  come  forme  artificiali  ora  come  prodotti  accidentali  o  do-  vuti a  cause  soprannaturali.    sembra  accettabile  l'opi-  nione che  aggrega  il  Vico  all'indirizzo  neoevemeristico,  da  lui  in  verità  non  combattuto  espressamente  e  verso  il  quale  presenta  anche,  se  si  vuole,  alcune  superficiali  somiglianze,  ma  insieme  con  le  somiglianze  questa  radicale  diversità:  che  per  lui  le  favole  non  sono  alterazioni  di  storie  reali    si  riferiscono  di  necessità  a  individui  reali,  ma  sono  intrinsecamente  verità  storica,  nella  forma  che  la  verità  storica  suol  prendere  nelle  menti  primitive.   Altra  più  precisa  determinazione  circa  la  natura  del  mito  il  Vico  non      poteva,  appunto  perché  essendo  in  lui  ondeggiante  il  concetto  stesso  della  poesia,  egli  non  era  in  grado  di  segnare  i  limiti  tra  le  due  forme.  Parlò,  in  ge-  nere, di  poesia  e  di  mito  come  di  cose  distinte,  ma  non  fermò  la  distinzione.  Eppure,  il  Vico  si  era  bene  imbattuto  nel  concetto  che  porge  quel  criterio  distintivo,  e  l'aveva  enunciato;  senonché,  in  cambio  di  valersene  per  la  dottrina  del  mito,  ne  aveva  fatto  una  o  alcune  delle  sue  parecchie  definizioni  della  poesia.  Quel  carattere  poetico,  quell'u-  niversale fantastico  che,  introdotto  nell'estetica  come  principio  esplicativo  della  poesia,    origine  a  tante  insupe-  rabili difficoltà,  è  invece,  per  l'appunto,  la  definizione  del  mito,  e  come  tale  fornisce  alla  scienza  della  mitologia  il  vero  principio  che  le  bisogna.  Se  il  concetto  del  compiere  grandi  fatiche  pel  comune  vantaggio  non  si  sa  staccare  dall'immagine  di  un  uomo  particolare  che  abbia  compiuto  alcuna^  di  quelle  fatiche,  quel  concetto  diventa  il  mito,  per  es.,  di  Ercole;  ed  Ercole  è  insieme  un  individuo  che  fa  azioni  individuali  e  uccide  l'idra  di  Lerna  e  il  leone  nemeo  o  lava  le  stalle  di  Augia,  ed  è  un  concetto;   come    V.    IL   MITO   E   LA   RELIGIONE  67   il  concetto  dell'operosità  utile  e  gloriosa  è  un  concetto  ed  è,  insieme,  Ercole:  è  un  universale  e  un  fantasma:  un  uni-  versale fantastico.   Anche  quel  sublime  lavoro.,  che  il  Vico  diceva  proprio  della  poesia,  di  dare  vita  alle  cose  inanimate,  spetta  non  propriamente  alla  poesia  ma  al  mito.  Il  quale,  incorporando  i  concetti  in  immagini,  ed  essendo  le  immagini  sempre  qualcosa  d'individuale,  viene  ad  atteggiarli  come  esseri  vi-  venti. Cosi  gli  uomini  primitivi,  che  non  conoscevano  la  cagione  del  fulmine  e  perciò  non  ne  possedevano  la  defi-  nizione fisica,  erano  tratti,  miteggiando,  a  concepire  il  cielo  come  un  vasto  corpo  animato,  che    a  somiglianza  di  essi  medesimi  quando  erano  in  preda  alle  loro  violentissime  passioni,  urlando,  brontolando,  fremendo,    parlasse  e  vo-  lesse dire  qualche  cosa.  E  del  mito  e  non  della  poesia  si  deve  riconoscere  l'origine  nell'  «inopia»,  nella  debolezza  della  mente  e  nella  sua  inadeguazione  ai  problemi  che  vuole  risolvere,  nella  incapacità  a  pensare  per  universali  ragionati  e  a  esprimersi  con  termini  propri,  onde  sorgono  gli  universali  fantastici  e  le  metonimie  e  le  sineddoche  e  ogni  sorta  di  metafore.  Le  contradizioni,  notate  da  noi  nel-  l'universale fantastico  e  che  lo  rendono  inadatto  a  fondare  la  dottrina  estetica,  stanno  perfettamente  a  posto  nella  dot-  trina del  mito;  il  quale  è,  per  l'appunto,  questa  contradi-  zione: un  concetto  che  vuol  essere  immagine  e  un'imma-  gine che  vuol  essere  concetto,  e  perciò  un'inopia,  anzi  un'impotenza  potente,  un  contrasto  e  una  transizione  spiri-  tuale, dove  il  nero  non  è  ancora  e  il  bianco  muore.  Infine,  la  sapienza  poetica,  cioè  la  teologia,  fisica,  cosmografia,  geografia,  astronomia  e  tutto  il  complesso  delle  restanti  idee  e  credenze  dei  popoli  primitivi,  esposte  dal  Vico,  erano  effettivamente  mito  e  non,  come  egli  dice,  poesia,  per  la  buona  ragione  ch'egli  stesso  adduce  che  quelle  erano  le  loro  storie;   e  la  poesia  è   poesia  e   non   istoria,  neppure    68  FILOSOFIA    DEL   VICO   più  o  meno  fantasticata.  Poesia,  i  poemi  omerici  in  quanto  esprimevano  i  sentimenti  e  le  umane  aspirazioni  della  gre-  cità; storia,  gli  stessi  poemi  omerici,  in  quanto  erano  can-  tati e  ascoltati  come  racconti  di  fatti  realmente  accaduti  :  due  forme  di  prodotti  spirituali  che,  se  sembrano  mate-  rialmente raccogliersi  in  una  stessa  opera,  non  per  ciò  s'identificano.   Tutto  questo  il  Vico  vede  e  non  vede,  o,  meglio,  ora  intravede  e  ora  travede  e  perciò  non  si  può  dire  che  riesca  a  determinare  veramente  la  distinzione  e  a  risolvere  il  pro-  blema dei  rapporti  tra  mito  e  poesia.  Un  altro  importante  e  ancora  assai  dibattuto  problema  della  scienza  mitologica,  se  cioè  il  mito  sia  filosofia  o  storia,  potrebbe  credersi,  in-  vece, da  lui  risoluto  in  modo  netto;  perché  egli  ripete  molte  volte  che  i  miti  contengono  sensi  storici,  e  non  già  filo-  sofici, dei  popoli  primitivi;  ma,  in  realtà,  ove  si  faccia  bene  attenzione,  si  scorge  che  egli,  nonché  risolverlo,  non  se  lo  propone  neppure.  I  sensi  storici,  che  il  Vico  assevera,  sono  contrapposti  non  propriamente  ai  sensi  filosofici  in  ge-  nere, ma  «  ai  sensi  mistici  di  altissima  filosofia  »  e  ai  «  sensi  analogi»,  che  i  mitologi  da  lui  criticati  vi  ritrovavano;  cioè,  da  una  parte  ripetono  la  critica  all'allegorismo  e,  dall'altra,  combattono  quel  cattivo  modo  d'interpetrazione  storica  che  trasferisce  idee  e  costumi  moderni  ai  popoli  an-  tichi. La  sua  teoria  si  concilia,  a  dir  vero,  alla  pari  con  quella  che  avvicina  il  mito  alla  filosofia,  e  con  l'altra  che  l'avvicina  alla  storia;  con  l'eclettica  che  ammette  entrambi  gli  elementi,  e  con  la  speculativa,  che  li  ammette  altresì  entrambi  ma  perla  ragione  che  filosofia  e  storia,  cosi  in    medesime  come  nel  mito,  costituiscono,  in  fondo,  una  cosa  sola  e  indivisibile.   Come  «  inopia  »,  il  mito  deve  essere  superato.  La  mente  umana    che  agogna  naturalmente  di  unirsi  a  Dio  donde  ella  viene,  cioè   al   vero  Uno,  e  che  non   potendo   per  la    V.    IL   MITO   E   LA   RELIGIONE  69   esuberante  natura  sensuale  dell'uomo  primitivo  esercitare  la  facoltà,  sepolta  sotto  i  loro  sensi  troppo  vigorosi,  di  astrarre  dai  subietti  le  proprietà  e  le  forme  universali,  si  era  finta  le  unità  immaginarie,  i  generi  fantastici  o  i  miti,    nel  suo  successivo  spiegarsi  o  esplicarsi  risolve  via  via  i  generi  fantastici  in  generi  intelligibili,  gli  universali  poe-  tici in  ragionati,  e  si  libera  dai  miti.  L'errore  del  mito  passa  cosi  nella  verità  della  filosofia.  Il  Vico  conosce  e  ado-  pera un  concetto  dell'errore,  dell'errore  propriamente  detto,  nascente  dalla  volontà  e  non  dal  pensiero,  il  quale  quanto  a    non  erra  mai  (mens  enim  semper  a  vero  urgetur  quia  nunquam  aspectu  amittere  possumus  Deum)  ;  dell'errore  che  consiste  in  vuote  parole  arbitrariamente  combinate  (verbo,  autem  scepissime  veri  vini  voluntate  mentientis  eludimi  oc  mentem  deserunt,  immo  nienti  vim  faciunt  et  Dea  obsistunt);  dell'errore,  insomma,  che,  per  adoperare  la  sua  efficace  de-  scrizione, si  ha  quando  gli  uomini  «  mentre  con  la  bocca  dicono,  non  hanno  nulla  in  lor  mente,  perocché  la  lor  mente  è  dentro  il  falso,  che  è  nulla  ».  Ma  sa  anche  che  l'errore  non  è  mai  del  tutto  errore,  appunto  perché,  non  potendosi  dare  idee  false  e  consistendo  il  falso  soltanto  nella  sconcia  combinazione  delle  idee,  in  esso  è  sempre  il  vero,  e  ogni  favola  ha  qualche  «  motivo  di  verità  ».  Perciò,  lungi  dal  disprezzare  le  favole,  ne  riconosce  il  valore  quasi  di  embrione  del  sapere  riposto  o  della  filosofia  che  si  svol-  gerà poi.  I  poeti  (ossia,  nel  nuovo  significato  che  assume  nel  Vico  questa  parola,  i  creatori  dei  miti)  sono  il  senso  (cioè,  nel  nuovo  significato,  la  filosofia  rudimentale  e  imperfetta);  e  i  filosofi  sono  l'intelletto  dell'umanità  (vale  a  dire,  la  fi-  losofia più  compiuta,  che  nasce  dalla  precedente).  L'idea  di  Dio  si  evolve  a  poco  a  poco  dal  Dio,  che  colpi  la  fan-  tasia dell'uomo  isolato,  al  Dio  delle  famiglie,  divi  paren-  tum,  al  Dio  della  classe  sociale  o  della  patria,  divi  patrii,  al  Dio  delle  nazioni,  fino  a  quel  Dio  «  che  a  tutti  è  Giove  »,  al  Dio  dell'umanità.  Le  favole  destarono  Platone  a  inten-  dere le  tre  pene  divine,  che  gli  dèi  solamente,  e  non  gli  uomini,  possono  infliggere:  l'oblio,  l'infamia  e  il  rimorso;  il  passaggio  per  V  Inferno  gli  suggerì  il  concetto  della  via  purgativa  onde  l'anima  si  purifica  dalle  passioni,  e  l'ar-  rivo agli  Elisi  quello  della  via  unitiva  onde  la  mente  va  ad  unirsi  a  Dio  per  mezzo  della  contemplazione  delle  eterne  cose  divine.  Dalle  somiglianze  e  metafore  dei  poeti  Esopo  trasse  gli  esempì  e  gli  apologi  con  cui  dette  i  suoi  avvisi  ;  e  dall'esempio,  che  si  fonda  sopra  un  caso  solo  e  soddisfa  le  menti  rozze,  si  svolge  l'induzione,  che  si  vale  di  più  casi  simili,  quale  l'insegnò  Socrate  con  la  dialettica,  e  suc-  cessivamente il  sillogismo,  che  Aristotele  scoperse  e  che  non  regge  senza  un  universale.  Le  etimologie  delle  parole  svelano  le  verità  intraviste  dai  primi  uomini  e  deposte  nel  loro  linguaggio;  per  es.,  ciò  che  i  filosofi  moderni  con  gravi  ragioni  hanno  dimostrato,  che  i  sensi  fanno  essi  le  qualità  chiamate  «  sensibili  » ,  è  già  adombrato  nella  parola  «  olfa-  cere  »  della  lingua  latina,  che  implica  il  pensiero  che  l'odo-  rato «  faccia  »  l'odore.  Il  Vico  attribuisce  tanta  importanza  a  questa  connessione  tra  universali  poetici  e  universali  ra-  gionati, tra  mito  e  filosofia,  da  essere  tratto  ad  affermare  che  le  sentenze  dei  filosofi,  le  quali  non  trovino  precedente  e  riscontro  -nella  sapienza  poetica  e  volgare,  debbano  es-  sere errate.  Anzi,  è  questo  un  altro  significato  che  egli  assegna  talvolta  al  rapporto  tra  filosofia  e  filologia  :  di  una  conferma  reciproca  tra  sapienza  volgare  e  sapienza  riposta,  conciliate  entrambe  nell'idea  di  una  filosofia  perenne  dell'umanità.   Con  la  teoria  del  mito  e  del  rapporto  di  esso  con  la  filosofia  il  Vico  ha  dato,  tutt' insieme,  la  sua  teoria  della  religione  e  del  rapporto  tra  religione  e  filosofia.  Due  pensieri  circolano,  a  questo  proposito,  per  entro  la  Scienza  nuova:  l'uno,  che  la  religione  nasca,  nella  fase  della  debolczza  e  dell'incultura,  dal  bisogno  mentale  di  dare  pace  alla  curiosità  e  d'intendere  in  qualche  modo  le  cose  della  natura  e  dell'uomo  (di  spiegare,  per  es.,  il  fulmine);    l'altro,  che  la  religione  s'ingeneri  negli  animi  pel  terrore  di  colui  che  minaccia  fulminando.  E  si  potrebbero  chia-  mare le  due  teorie,  dell'origine  teoretica  e  dell'origine  pratica  della  religione;  e  poiché,  conformemente  alle  dottrine  del  Vico,  l'uomo  è  nient'altro  che  intelletto  e  vo-  lontà, è  chiaro  come,  fuori  di  queste  due  origini,  la  reli-  gione non  possa  averne  altre.  Ora,  lasciando  da  parte  la  religione  nel  significato  pratico  (della  quale  si  discorrerà  più  innanzi),  la  religione  nel  significato  teoretico  che  cosa  è  altro  se  non  l'universale  fantastico,  l'animismo  poetico,  il  mito?  A  essa  si  lega  quell'istituto  che  il  Vico  chiama  la  divinazione,  il  complesso  dei  metodi  coi  quali  si  racco-  glieva e  interpetrava  la  lingua  di  Giove,  le  parole  reali,  i  segni  e  cenni  del  Dio,  finto  nell'  universale  fantastico  e  creato  dall'immaginazione  animatrice.  E  come  dal  mito  procede  la  scienza  e  la  filosofia,  cosi,  parimente,  dalla  di-  vinazione la  conoscenza  delle  ragioni  e  cause,  la  previsione  filosofica  e  scientifica.   Il  Vico,  a  questo  modo,  si  liberava  dal  pregiudizio  che  cominciava  a  prevalere  al  suo  tempo  (si  ricordino  la  storia  degli  oracoli  antichi  del  Van  Dale,  resa  popolare  dal  Fon-  tenelle,  e  il  libro  già  citato  del  Banier),  e  tanta  efficacia  ebbe  per  un  secolo  ancora,  delle  religioni  come  «  impo-  stura d'altrui  »,  quando  erano  invece  (egli  dice)  nate  da  «  propria  credulità  ».  Colui  che  non  ammetteva  l'origine  artificiale  dei  miti,  non  poteva  ammetterla  neppure  delle  religioni.  Ma  come  egli  rifiutava  altresì  l'origine  sopranna-  turale o  rivelata  dai  miti,  cosi  nello  stesso  atto  pronun-  ziava né  più    meno  che  l'origine  naturale,  anzi  umana,  delle  religioni;  e,  quel  che  più  specialmente  è  da  notare,  la  riponeva  in   una  forma  inadeguata  dello   spirito,  nella forma  semifantastica,  che  è  il  mito.    bisogna  fare  caso-  di  qualche  suo  breve  detto  incidentale,  che  sembra  in  con-  trasto con  questa  teoria;  come    dove  dice  che  la  religione  precede  non  solo  le  filosofie  ma  il  linguaggio  stesso,  il  quale  suppone  la  coscienza  di  qualcosa  di  comune  tra  gli  uomini:  equivoci  derivanti  dalla  solita  perplessità  metodica  e  da  abito  di  poca  chiarezza.  L'identificazione  della  religione  coL  mito,  e  l'origine  umana  delle  religioni,  non  solo  è  insisten-  temente espressa,  ma  è  essenziale  a  tutto  il  sistema  del  Vico.  Origine  umana,  che  non  esclude,  nelle  parole  di  lui,  un  diverso  concetto  di  religione:  la  religione  rivelata,  e  per-  ciò di  origine  soprannaturale.  Egli,  infatti,  pone  sempre,  da  un  canto,  la  teologia  poetica,  che  è  mitologia,  e  la  teologia  naturale,  che  è  metafisica  o  filosofia;  e,  dal-  l'altro, la  teologia  rivelata.  Ma  quest'ultimo  concetto  è  ammesso  da  lui,  non  perché  si  leghi  ai  precedenti  e  tutti  derivino  da  un  principio  comune,  si  bene  semplicemente  perché  il  Vico  afferma  gli  uni  e  afferma  l'altro.  L'origine  umana,  la  teologia  poetica,  di  cui  è  séguito  la  teologia  me-  tafisica, è  quella  che  vale  per  l'umanità  gentilesca,  ossia  per  l'umanità  intera,  fatta  eccezione  del  popolo  ebreo  che  è  privilegiato  dalla  rivelazione.  Per  quali  motivi  il  Vico  serbasse  questo  dualismo,  e  sopra  quali  contradizioni  pun-  genti fosse  a  cagione  di  esso  costretto  ad  adagiarsi,  anche  questo  si  vedrà  più  oltre,  e  a  suo  luogo.  Ma  appunto  per-  ché quel  dualismo  rimase  in  lui  senza  mediazione,  noi  dobbiamo,  esponendo  il  suo  pensiero,  tenere  fermo  cia-  scuno dei  due  termini  del  dualismo,  e,  per  ora,  l'ori-  gine meramente  umana:  la  religione  quale  prodotto  del  bisogno  teoretico  dell'uomo  giacente  in  condizioni  di  rela-  tiva povertà  mentale.  Concetto  che  ha  rapporti  solamente  indiretti  con  quello  bruniano  della  religione  come  cosa  ne-  cessaria alla  moltitudine  rozza  e  poco  sviluppata,  e  con  quello  campanelliano  della  religione   naturale  o  perpetua, eterna  filosofia  razionale  coincidente  col  cristianesimo  spo-  gliato dai  suoi  abusi;  e  che  ha  rari  e  deboli  riscontri  ne-  gli scrittori  del  tempo,  i  quali,  anche  quando  vi  accennano  di  passaggio,  l'intendono  in  modo  superficiale  e  lo  presen-  tano senza  nessuna  coerenza  con  le  altre  loro  idee  :  bat-  tono sulla  religione  in  quanto  ignoranza  e  trascurano  la  sapienza   di   quella   ignoranza,  la  religione  come  verità.    VI   La  coscienza   morale    JLie  altre  dottrine  del  Vico  di  ragion  teoretica,  cioè  di  logica  della  filosofia,  delle  scienze  fisiche  e  matemati-  che e  delle  discipline  storiche,  sono  state  già  esposte  nel-  l 'esporre  la  sua  gnoseologia,  e  si  desumono  quasi  tutte  dai  primi  scritti,  perché  nella  Scienza  nuova  la  fase  della  «  mente  tutta  spiegata  »  appare,  più  che  altro,  come  un  limite  della  ricerca.  Soltanto  giova  notare  che  il  Vico  tocca  altresì  il  problema  del  rapporto  tra  poesia  e  storia,  ma,  sempre  a  causa  dell' indistinzione  tra  filosofia  e  scienza  so-  ciale, non  gli  riesce  di  risolverlo  pienamente.  Sotto  un  aspetto,  sembra  a  lui  che  la  storia  sia  anteriore  alla  poe-  sia, perché  questa,  dice,  presuppone  la  realtà  e  contiene  una  «imitazione  di  più»;  sotto  un  altro  aspetto,  che  la  poesia  costituisca  la  forma  prima,  perché  presso  i  popoli  primitivi  la  loro  storia  è  la  loro  poesia  e  i  primi  storici  sono  i  poeti.  A  ogni  modo,  egli  insiste  sull'elemento  poe-  tico, intrinseco  alla  storia;  e  di  Erodoto,  padre  della  greca  storia,  osserva  che  non  solo  i  libri  di  lui  sono  ripieni  la  più  parte  di  favole,  ma  «  lo  stile  ritiene  moltissimo  dell'o-  merico, nella  qual  possessione  si  sono  mantenuti  tutti  gli  storici  che  sono  venuti  appresso,  i  quali  usano  una  frase  mezza  tra  la  poetica  e  la  volgare  »:  «  verba  ferme  poStarum  »,  come  ripete  altrove  facendo  suo  un  detto  di  Cicerone.    76  FILOSOFIA   DEL   VICO     si  trovano  svolti  particolarmente  nel  Vico  i  rapporti  fra  teoria  e  pratica,  intelletto  e  volontà,  benché  dapper-  tutto egli  suggerisca  il  pensiero  generale  che  come  in  Dio  intelletto  e  volontà  coincidono,  similmente  nell'uomo,  im-  magine di  Dio  ;  onde  la  mente  o  spirito  non  è  divisa  in  un  pensiero  e  in  una  volontà,  in  un  pensiero  che  proceda  per  un  verso  e  in  una  volontà  che  proceda  per  un  altro,  ma  pensiero  e  volontà  si  compenetrano  e  formano  un  tutto  solo  :  concezione  assai  superiore  a  quella  della  filosofìa  del  suo  tempo,  cioè  del  leibnizianismo,  in  cui  persisteva  il  con-  cetto dell'arbitrio  divino,  e  perciò  dell'irrazionalità.  Un  al-  tro suo  e  singolare  pensiero  importerebbe  invece,  per  chi  concluda  frettolosamente,  la  precedenza  della  pratica  sulla  teoria  ;  perché  il  Vico  dice  che  i  filosofi  pervengono  ai  loro-  concetti  mercé  l'esperienza  delle  istituzioni  sociali  e  delle  leggi  nelle  quali  gli  uomini  si  accordano  come  in  qualcosa  di  universale,  e  che  Socrate  e  Platone,  per  es.,  presuppon-  gono la  democrazia  e  i  tribunali  ateniesi.  Ma  questa  suc-  cessione delle  religioni  che  generano  le  repubbliche,  delle  repubbliche  che  generano  le  leggi,  delle  leggi  che  generano  le  idee  filosofiche,  e  che  egli  chiama  «  una  particella  della  storia  della  filosofia  narrata  filosoficamente  ».  è,  appunto,  teoria  d'importanza  non  filosofica  ma  sociologica.   Per  quel  che  concerne  le  dottrine  di  ragion  pratica,  delle  quali  ora  entriamo  a  trattare,  potrebbe  parere  che  il  Vico,  diversamente  che  in  quelle  di  ragion  teoretica,  non  sia  in  recisa  opposizione  alle  idee  del  suo  tempo,  ma  anzi  si  ricolleghi  proprio  a  un  movimento  del  suo  tempo:  alla  scuola  del  diritto  naturale.  Il  capo  della  scuola,  l'inizia-  tore del  movimento,  Ugo  Grozio,  era  da  lui  chiamato  uno  dei  suoi  quattro  autori,  insieme  con  Platone,  in  cui  trovava  appagata  la  sua  brama  di  una  filosofia  idealistica,  col  Bacone  che  gli  aveva  fatto  sorgere  in  mente  l'idea  di  una  scienza  positiva  e  storica  delle  società,  e  con  Tacito,  che-    VI.    LA   COSCIENZA   MORALE  77   vedremo  più  innanzi  qual  servizio  gli  rese  o  il  Vico  cre-  dette di  averne  ottenuto.  E  insieme  col  Grozio  ricorda  per-  petuamente gli  altri  principali  autori  del  diritto  naturale,  il  Selden  e  il  Pufendorf,  trascurando  gl'innumerevoli  loro  seguaci,  che  considera,  piuttosto  che  autori  di  scienza,  sem-  plici «  adornatori  »  del  sistema  groziano.   Il  ricollegamento,  in  un  certo  senso,  è  evidente  e  con-  fessato e  professato  dallo  stesso  Vico  ;  ma  anche  è  indubi-  tabile che  egli  non  aderì  semplicemente  a  quella  scuola,  «  neppure  la  continuò  al  modo  di  chi  serbi  i  concetti  ge-  nerali e  direttivi,  e  svolga  o  corregga  i  particolari.  La  con-  tinuò solamente  in  significato  dialettico,  cioè  in  quanto  ne  ebbe  a  contrastare  le  tesi  capitali  o  ad  accoglierle  cangian-  dole profondamente.  Il  diritto  naturale  gli  offerse  non  so-  luzioni ma  problemi,  e  di  questi  anche  se  alcuni  gli  of-  ferse ben  determinati,  altri,  e  più  gravi,  suscitò  solamente  nel  suo  spirito  :  problemi  dunque  o  non  risoluti  o  neppure  veduti,  che  il  Vico  si  propose  e  in  parte  risolse.   Gli  aspetti  e  le  tendenze  del  diritto  naturale  erano  mol-  teplici, e  conviene  preliminarmente  distinguerli  ed  enu-  merarli. In  primo  luogo,  in  quella  scuola,  presa  nel  suo  complesso  e  nei  suoi  tratti  essenziali,  si  esprimeva  il  pro-  gresso sociale,  onde  l'Europa,  uscendo  dal  feudalesimo  e  dalle  guerre  di  religione,  si  dava  una  nuova  coscienza,  spiccatamente  borghese  e  laica  :  si  ricordi  che  la  formazione  di  essa  fu  quasi  contemporanea  alla  nascita  dell'anticleri-  cale e  borghese  istituto  della  «  massoneria  ».  «Naturale  »  voleva  dire,  tra  l'altro,  «  non  soprannaturale  »;  e,  quindi,  ostilità  o  indifferenza  di  fronte  al  soprannaturale  e  alle  isti-  tuzioni che  lo  rappresentavano  e  ai  conflitti  sociali  che  ingenerava.  Non  a  caso  il  Grozio  fu  arminiano  ;  il  Pufen-  dorf ebbe  liti  con  teologi;  il  Tomasio  è  rammentato  tra  i  promotori  della  libertà  di  coscienza.  Le  proteste  di  reve-  renza verso  la  religione  e  verso  la  chiesa,  che  con  molta    78  FILOSOFIA   DEL   VICO   abbondanza  quei  pubblicisti  solevano  inserire  nei  loro  scritti  (i  quali  ne  sono  come  soffusi  da  un  velo  di  pietà),  erano  cautele  da  politici,  che  procurano  di  minare  il  ne-  mico senza  lasciarsi  scorgere,  di  ferire  coprendosi.  Cautela  lodata,  per  es.,  nel  Grozio  da  uno  dei  seguaci  della  scuola  (l'autore  della  Pauco  plenior  iuris  naturalis  historia,  1719),  che  celebra  il  maestro  come  «  instrumentum  divince  provi-  dentice  »,  quasi  Messia  venuto  a  redimere  il  «  lumen  natu-  rale »  dalla  servitù  al  «  super  naturale  »,  e  fornito  perciò*  di  tutta  la    forza   e    di  tutta  l'abilità    occorrenti;    talché,   esperto  delle  persecuzioni  scolastiche,  «  caute  versabatur   ne  maius  bilem  adversus prudentiam  naturalem  et  rationalem  ex  latebris  productam  tara  minis  irritaret  »,  e  procedendo  a  separare  le  leggi  umane  dalle  divine,  non  prendeva  di  fronte  la  scuola  teologica  con  l'attaccarne  gli  errori  fonda-  mentali, anzi  perfino  la  lodava  nei  prolegomeni  dell'opera  sua.  «  Naturale  »  significava  altresì  ciò  che  è  comune  agli  individui  delle  varie  nazioni  e  stati  ;  onde,  sotto  l'aspetto  pratico,  forniva  un  ottimo  motto  d'ordine  per  riunire  in  certi  desideri,  speranze  e  lotte  comuni  la  borghesia  dei  vari:  paesi.  I  trattati  del  diritto  naturale  furono,  nel  secolo  deci-  mosettimo e  nel  seguente,  per  la  borghesia,  quel  che  il  Ma-  nifesto dei  comunisti  e  il  grido  :  «  Proletari  di  tutto  il  mon-  do, unitevi  »,  tentarono  di  essere  perla  classe  operaia  nel  decimonono.   In  quanto  quella  scuola  e  quella  pubblicistica  erano  ma-  nifestazione di  un  moto  pratico,  l'interesse  filosofico  vi  aveva  parte  subordinata  e  ufficio  sussidiario.  Per  questa  ragione,  in  secondo  luogo,  le  trattazioni  del  diritto  naturale,  filoso-  ficamente considerate,  non  si  levano  di  solito  sopra  un  chiaro  e  popolare  empirismo.  I  principi,  sui  quali  si  appoggiano,  non  sono  approfonditi  e  assai  spesso  neppure  estrinsecamente  unificati;  i  concetti,  che  adoperano,  sono  piuttosto  rappresentazioni  generali  ;  la  forma  della  trattazione  è  solo  apparentemente  sistematica.  Qualcuno  di  quegli  scrittori  procurava  di  collegare  le  sue  dottrine  giusnatura-  listicbe  con  la  filosofia  platonica,  stoica  o  cartesiana,  ri-  saliva ad  assiomi  logici  e  metafisici,  si  giovava  della  de-  duzione e  del  metodo  matematico.  Ma  tutto  codesto  era  accostamento  e  non  fusione,  adornamento  e  non  ravviva-  mento; e,  tutt'al  più,  valeva  come  prova  di  diligenza  e  di  serietà  d'intenzioni.   La  filosofia,  per  altro,  implicita  più  o  meno  nei  tratta-  tisti del  diritto  naturale  ed  esplicita  nei  filosofi  che  pre-  sero a  elaborarlo  speculativamente,  si  accordava  con  lo  spi-  rito del  tempo,  del  quale  ci  sono  noti  i  caratteri  generali.  Cosicché  terzo  aspetto  del  giusnaturalismo  fu,  in  etica,  o  l'utilitarismo,  ora  più  o  meno  larvato  ora  apertamente  dichiarato,  e  a  volta  a  volta  ragionato  con  filosofia  piut-  tosto matematizzante  o  piuttosto  sensistica,  di  tendenze  materialistiche  o  di  tendenze  razionalistiche;  ovvero  (che  è  quasi  il  medesimo)  un  astratto  e  intellettualistico  moralismo,  che  minacciava  di  precipitare  a  ogni  istante  nell'utilitarismo.  Dal  quale  intellettualismo  e  utilitarismo,  combinati  con  l'impronta  pratica  e  rivoluzionaria  di  quel  moto  spirituale,  che  era  rivolto  piuttosto  a  un  semplicistico  diritto  da  far  trionfare  che  non  a  riconoscere  quello  real-  mente svoltosi  nella  storia  e  ricco  di  tante  forme  e  vicen-  de, derivava  il  quarto  carattere  di  esso,  cioè  la  mancanza  di  senso  storico,  l'antistoricismo  della  scuola,  la  quale  stabiliva  l'astratto  ideale  di  una  natura  umana  fuori  della  storia  umana  o  non  fusa  e  vivente  in  questa.   Infine,  borghese,  anticlericale,  utilitario  o  materialistico  com'era,  il  giusnaturalismo  aveva  un  quinto  e  importante  carattere,  l'avversione  alla  trascendenza  e  la  tendenza  a  una  concezione  immanentistica  dell'uomo  e  della  so-  cietà. Carattere  poco  esplicato  e  poco  ragionato  dottri-  nalmente, ma  non  pertanto  facilmente  riconoscibile  nel  complesso  dei  concetti  di  quella  scuola. Ora,  l'ispirazione  del  Vico  era  genuinamente  ed  esclu-  sivamente teoretica,  punto  pratica  o  riformistica;  alta-  mente speculativo  il  suo  metodo,  e  disdegnoso  dell'empiri-  smo; idealistico,  e  perciò  antimaterialistico  e  antiutilitari-  stico, il  suo  spirito;  la  sua  gnoseologia  anelante  al  concreto,  al  certo,  e  però  storicizzante.  Per  conseguenza,  la  sua  dot-  trina della  ragion  pratica,  pure  prendendo  le  mosse  dal  giusnaturalismo,  doveva  uscire  diversa,  anzi  contraria  a  questo,  in  tutti  i  primi  quattro  caratteri  da  noi  enunciati.  E  se  in  qualcosa  coincideva  (non  nella  via  per  pervenirvi,  ma  nel  risultamento),  era  appunto  dove  meno  l'autore  avrebbe  voluto  :  nel  carattere  immanentistico  e  areligioso.   Ma  poiché  il  nostro  proprio  tema  non  è  già  la  critica  e  modificazione  che  il  diritto  naturale  ebbe  nel  pensiero  del  Vico,  si  bene  questo  pensiero  stesso,  sarà  opportuno,  ripigliando  il  filo  della  esposizione,  seguire  ordine  alquanto  diverso  da  quello  tenuto  nel  ricapitolare  i  vari  caratteri  del  giusnaturalismo,  e  cominciare  dal  vedere  l'opposizione  del  Vico  all'utilitarismo  dichiarato  o  larvato  di  quella  scuola,  e  la  dottrina  che  egli  svolse  sul  principio  del-  l'etica.   I  due  principali  rappresentanti  dell'utilitarismo  nel  se-  colo decimosettimo,  che  il  Vico  ha  sempre  innanzi  agli  oc-  chi, sono  l'Hobbes  e  lo  Spinoza;  ma  ricorda  insieme  con  essi  il  Locke  e  il  Bayle  e,  del  secolo  precedente,  il  Ma-  chiavelli e,  risalendo  all'antichità,  gli  stoici  col  loro  con-  cetto del  fato,  gli  epicurei  con  quello  del  caso,  Cameade  col  suo  scetticismo,  e  perfino  l'inconsapevole  dottrina  che  è  contenuta  nel  motto  «  Vce  victis  »,  attribuito  al  Brenno  o  capo  dei  Galli  invasori  di  Roma.  Dell' Hobbes  ammirava  lo  sforzo  magnanimo  nel  cercare  di  accrescere  la  filosofia  di  una  teoria  che  le  era  mancata  nei  bei  tempi  della  Grecia,  cioè  della  teoria  dell'uomo  considerato  in  tutta  la  società  del  genere  umano;  ma  diceva  infelice  l'evento,  fallito  il  tentativo,  che  (come  anche  quello  del  Locke)  nel  fatto  risultava  assai  prossimo  all'epicureo.  L'Hobbes  non  si  era  accorto  che  egli  non  si  sarebbe  potuto  neppure  proporre  il  suo  problema  del  diritto  naturale  dell'umanità,  se  il  motivo  non  gliene  fosse  stato  fornito  per  l'appunto  dalla  religione  cristiana,  la  quale  comanda  verso  tutto  il  genere  umano,  nonché  la  giustizia,  la  carità.  Agli  stoici  invece,  al  loro  fato  e  al  loro  determinismo  onde  furono  incapaci  a  ragio-  nare adeguatamente  di  repubblica  e  di  leggi,  a  codesti  «  spinosisti  dell'antichità  »,  si  collegava  idealmente  lo  Spi-  noza, del  cui  utilitarismo,  diverso  di  spiriti  tanto  dal  lo-  ckiano  quanto  dall'  hobbesiano  (perché  lo  Spinoza  «  mente,  non  sensu  de  veris  rerum  diiudìcat  »),  non  isfuggiva  al  Vico  la  singolarità.  Ma,  per  singolare  che  debba  dirsi,  esso  co-  strinse lo  Spinoza  a  ragionare  di  repubblica  in  modo  poco  elevato,  «  come  di  una  società  che  sia  di  mercadanti  ».  Quelle  dottrine  utilitarie,  calunniose  dell'umana  natura,  parvero  al  Vico  proprie  di  uomini  disperati,  che  per  la  loro  viltà  non  ebbero  mai  parte  nello  stato,  o  per  la  loro  superbia  si  stimarono  tenuti  bassi  e  non  promossi  agli  onori  dei  quali  per  la  loro  boria  si  credevano  degni;  e  an-  noverò tra  costoro  il  povero  Spinoza,  il  quale,  non  avendo,  perché  ebreo,  niuna  repubblica,  mosso  da  livore,  si  sarebbe  dato  a  escogitare  una  metafisica  «  da  rovinare  tutte  le  re-  pubbliche del  mondo  ».  Severo  è  il  suo  giudizio  sulle  con-  dizioni dell'etica  ai  suoi  tempi,  che  era  quale  poteva  essere  sulla  base  di  una  metafisica  meccanica  e  materialistica,  senza  lume  di  finalità.  Cartesio  fu  affatto  sterile  in  quel  campo,  perché  le  poche  cose  che  sparsamente  ne  lasciò  scritte  non  compongono  dottrina  e  il  suo  trattato  delle  Pas-  sioni serve  piuttosto  alla  medicina  che  alla  morale;  simil-  mente sterili  il  Malebranche  e  il  Nicole,  e  i  Pensieri  del  Pascal,  solitaria  eccezione,  sono  «  pur  lumi  sparsi  ».  Degli  italiani,  il  Pallavicino  offri  appena  un  abbozzo  di  etica  nel suo  trattato  Del  bene,  e  il  Muratori,  nella  sua  Filosofia  mo-  rale, fece  prova  assai  infelice.   L' utilità  non  è  principio  esplicativo  della  moralità,,  perché  proviene  dalla  parte  corporale  dell'uomo  e,  per  tale  provenienza,  è  caugevole,  laddove  la  moralità,  l' ho-  nestas,  è  eterna. •  Derivare  la  moralità  dall'utilità  è  scam-  biare l'occasione  con  la  causa,  fermarsi  alla  superfìcie  e  non  spiegare  per  nulla  i  fatti.  Nessuno  dei  vari  modi  nei  quali  il  principio  utilitario  viene  atteggiato  dai  filosofi,  la  frode  o  impostura,  la  forza,  il  bisogno,  rende  conto  delle  differenziazioni,  cioè  dell'organismo  sociale.  Quale  frode  poteva  mai  sedurre  e  trarre  in  inganno  i  supposti  primi  semplici  e  parchi  posseditori  di  campi,  i  quali  vive-  vano affatto  contenti  della  sorte  loro?  Quale  forza,  se  i  ricchi,  i  pretesi  usurpatori,  erano  pochi,  e  i  poveri,  i  deru-  bati, molti?  Codeste  spiegazioni  sono  giochetti,  indegni  del  grave  problema.  Quei  forti,  quei  potenti  erano,  in  realtà,  potenti  d'altro  che  di  sola  forza;  tanto  che  si  fa-  cevano protettori  dei  deboli  e  oppugnatori  delle  tendenze  distruttive  e  antisociali:  la  loro  legge  era,  si,  di  forza,  ma  «  a  natura  prcestantiori  dlctata  » ,  cosa  che  ben  era  lecito  ignorare  al  barbaro  Brenno,  ma  non  a  uomini  filosofi.  La  forza  creatrice  e  organizzatrice  delle  prime  repubbliche  fa  tutta  umanità  generosa,  alla  quale  si  debbono  ri-  chiamare sempre  gli  Stati,  quantunque  acquistati  con  l'im-  postura e  con  la  forza,  perché  reggano  e  si  conservino;  conformemente  al  detto  del  Machiavelli  di  richiamarli  alle  origini,  ma  con  l'intesa  che  le  origini  profonde  si  trovano  nella  clemenza  e  nella  giustizia.  Gli  uomini  sono  tenuti  insieme  da  qualcosa  di  più  saldo  dell'utilità.  Società  d'uo-  mini non  può  incominciare  e  durare  senza  fede  scambie-  vole; senza  che  altri  riposino  sopra  le  altrui  promesse  e  si  acquetino  alle  altrui  asseverazioni  di  fatti  occulti.  Si  può  forse  ottenere  questa  fede  col  rigore  delle  leggi  penali    VI.    LA   COSCIENZA   MORALE  83   contro  la  menzogna?  Ma  le  leggi  sono  prodotto  della  so-  cietà, e,  perché  sorga  società,  è  necessaria  quella  fede  scambievole.  Si  dirà,  come  dice  il  Locke,  che  si  tratta  di  un  processo  psicologico,  pel  quale  gli  uomini  via  via  si  avvezzano  a  credere  quando  altri  loro  dica  e  prometta  di  narrare  la  verità?  Ma,  in  questo  caso,  quegli  uomini  già  intendono  l'idea  di  un  vero,  che  basti  rivelare  per  obbli-  gare altrui  a  doverlo  credere  senza  niun  documento  umano  ;  e  il  principio  psicologico  dell'abitudine  è  oltrepassato.   La  causa  vera  della  società  umana  non  è,  dunque,  l'uti-  lità, la  quale  favorisce  soltanto,  come  occasione,  l'azione  della  causa,  e  fa  si  che  gli  uomini,  per  natura  sociale  de-  boli e  indigenti,  e  divisi  dal  vizio  di  origine,  si  traggano  a  celebrare  la  loro  natura  sociale,  «  rebus  ipsis  dictantibus  »,  secondo  la  forinola  pomponiana,  che  il  Vico  ripete  con  pre-  dilezione. Cose,  fatti,  circostanze  mutano  nella  moralità  che  non  muta;  e  di  qui  l'illusione  degli  utilitaristi,  che  guardano  dall'esterno  e  si  tengono  alle  apparenze  e  vedono  il  mutamento  e  non  la  costanza.  L'omicidio  è  vietato  ;  ma  l'approvazione  che  si    a  colui  il  quale,  minacciato  nella  vita,  non  potendo  altrimenti  salvarsi,  uccide  l'ingiusto  aggressore,  non  importa  mutevolezza  del  criterio  morale  circa  l'omicidio,  perché,  in  quelle  particolari  circostanze,  non  si  tratta,  in  realtà,  di  omicidio,  ma  di  pena  capitale  che  l' ingiustamente  aggredito,  trovandosi  in  solitudine,  infligge  quasi  per  tacita  delegazione  sociale.  Il  furto  è  vietato;  ma  colui  che,  per  tenersi  in  vita,  prende  altrui  un  pane,  non  viola  la  moralità,  perché  esercita  un  di-  ritto fondato  sull'equobono.   La  sola  filosofia  che  porti  con    una  vera  etica  sem-  bra al  Vico  la  platonica,  risalente  a  un  principio  metafi-  sico, l'idea  eterna  che  educe  da    e  crea  la  materia;  laddove  l'etica  aristotelica  è  fondata  sopra  una  metafisica  che  conduce  a  un  principio  fisico,  alla  materia,  dalla  quale    84  FILOSOFIA   DEL   VICO   si  educono  le  forme  particolari  facendo  di  Dio  un  vasel-  laio che  lavori  le  cose  fuori  di  sé.  L'etica  dei  giureconsulti  romani  abbonda,  senza  dubbio,  di  splendidi  aforismi,  ma  non  è  altro  che  una  semplice  arte  di  equità,  insegnata  con  innumerabili  minuti  precetti  di  giusto  naturale,  che  quelli  indagavano  dentro  le  ragioni  delle  leggi  e  la  volontà  del  legislatore;  epperò  non  può  considerarsi  come  filosofia  mo-  rale, dove  fa  d'uopo  procedere  da  pochissime  verità  eterne,  stabilite  in  metafìsica  da  una  giustizia  ideale.  Per  ragioni  analoghe  il  Vico  non  poteva  appagarsi  del  Grozio  e  degli  al-  tri giusnaturalisti  ;  circa  i  quali  nota  in  genere  cosa  veris-  sima, cioè  che  i  loro  grossi  volumi  recano,  si,  titoli  ma-  gnifici, ma  poi  non  contengono  nulla  più  di  ciò  che  è  vol-  garmente risaputo.  Se  si  pesano  i  principi  del  Grozio  con  la  bilancia  esatta  della  critica,  risultano  tutti  piuttosto  pro-  babili e  verisimili  che  necessari  e  invitti.  Nella  questione  dell'utilità  il  Grozio  non  coglie  il  punto  giusto,  non  distin-  guendo l'occasione  dalla  causa;    «  inchioda  »,  ossia  non  definisce,  l'antichissima  disputa  se  il  diritto  sia  in  natura  o  solo  nelle  opinioni  degli  uomini,  nella  quale  filosofi  e  teo-  logi ancora  contendono  con  lo  scettico  Cameade  e  con  Epi-  curo; propone  l'ipotesi  degli  uomini  primitivi  che  siano  «  semplicioni  »,  ma  si  dimentica  affatto  di  ragionarla.  E  poiché  quei  suoi  «  semplicioni  »,  accortisi  dei  danni  della  solitudine  bestiale,  vengono  alla  vita  comune,  e  questa  de-  terminazione è  loro  dettata  dall'utilità,  il  Grozio  scivola  anche  lui,  senza  avvedersene,  nell'utilitarismo  e  nell'epi-  cureismo.   Ma  il  Vico,  invece,  alla  domanda  se  il  diritto  sia  per  na-  tura o  per  convenzione  risponde  con  la  solenne  «  dignità  »  :  «  Le  cose  fuori  del  loro  stato  naturale    vi  si  adagiano    vi  durano  ».  Alla  domanda  donde  nasca  la  società  ri-  sponde richiamando  il  senso  umano,  la  coscienza,  il  bisogno  che   ha    l'uomo   di   salvarsi   dal   nemico    interno    che    gli rode  il  petto.  L'origine  è  certamente  nel  timore,  ma  nel  timore  di    stesso,  non  della  violenza  altrui;  è  nel  ri-  morso che  punge,  nel  pudore  che  tingendo  di  rosso  il  volto  dei  primi  uomini  fa  risplendere  per  la  prima  volta  la  moralità  sulla  terra.  Dal  pudore  nascono  tutte  le  virtù,  l'onore,  la  frugalità,  la  probità,  la  fede  nelle  promesse,  la  verità  nelle  parole,  l'astensione  dall'altrui,  la  pudicizia.  Celebrando  la  società,  l'uomo  celebra  la  natura  umana.   Il  pudore  o  coscienza  morale,  tradotto  nella  corrispon-  dente scienza  empirica,    il  senso  comune  degli  uo-  mini d'intorno  alle  umane  necessità  o  utilità,  che  è  la  fonte  del  diritto  naturale  delle  genti.  Questo  senso  comune  (dice  il  Vico)  è  un  giudizio  senza  alcuna  ri-  flessione, comunemente  sentito  da  tutto  un  ordine,  da  tutto  un  popolo,  da  tutta  una  nazione  e  da  tutto  il  genere  umano.  Giudizio  senza  riflessione  non  è  veramente  giudizio,  dal  quale  la  riflessione  è  inseparabile;  non  è  giudizio  anche  perché  sentito  e  non  pensato.  Ma  non  è  neppure  quello  che  poi  si  disse  «  sentimento  »,  termine  vago,  ignoto  al  Vico  non  meno  che  alla  filosofia  tradizionale.  È  piuttosto  un  atteggiamento  pratico  che,  simile  a  un  di  presso  negl'  in-  dividui viventi  in  condizioni  simili,  produce  i  simili  co-  stumi dei  vari  gruppi  sociali,  da  quelli  di  una  classe  parti-  colare a  quelli  dell'intera  umanità.  Atteggiamento  affatto  spontaneo  (e,  anche  per  questo  definito  privo  di  riflessione),  onde  i  costumi  si  generano  dall'interno  e  non  dall'ester-  no, e  sono  simili  senza  che  siano  copiati  gli  uni  dagli  altri    senza  prendere  esempio  l'una  nazione  dall'altra  »).  At-  traverso quel  senso  comune  la  coscienza  morale  s'incor-  pora in  compatti  e  resistenti  istituti;  ed  esso  accerta  l'umano  arbitrio,  che  è  di  sua  natura  incertissimo.    VII   Morale  e  religione    M.    .a  il  timore  interno,  il  pudore,  la  coscienza  morale  è  svegliata  negli  uomini  dalla  religione:  il  timore  è  timore  di  Dio,  il  pudore  è  vergogna  innanzi  a  lui.  Gli  uomini  pri-  mitivi errano  per  la  terra  solitari,  selvaggi,  feroci,  senza  lingue  articolate,  senza  concubiti  certi,  in  preda  alle  loro  disordinate  violentissime  passioni;  piuttosto  che  uomini,  «  bestioni  ».  Chi  li  frenerà?  Donde  verrà  il  soccorso  che  loro  impedisca  di  distruggersi  a  vicenda?  Non  possono  in-  dirizzarli uomini  sapienti,  che  non  si  sa  donde  o  come  s'introdurrebbero  in  mezzo  a  loro;  non  può  salvarli  l'in-  tervento di  Dio:  Dio  si  è  ritirato  nel  suo  popolo  eletto  e  non  ha  nessun  commercio  con  la  restante  umanità,  con  l'umanità  gentilesca.  Ma  quei  «  bestioni  »  son  pur  uomini:  Dio,  nell'abbandonarli,  ha  lasciato  nel  fondo  del  loro  cuore  una  favilla  dell'esser  suo.  Ecco:  il  cielo  fulmina,  i  bestioni  stupiscono,  si  fermano,  temono;  si  accende  in  loro  la  confusa  idea  di  qualcosa  che  li  supera,  di  una  divinità.  Ed  essi  pen-  sano, o  piuttosto  immaginano,  un  primo  Dio,  un  Cielo  o  un  Giove  fulminante;  e  a  quel  Dio  si  rivolgono  per  placarlo  o  per  invocarlo  a  soccorso.  Ma  per  placarlo  e  averlo  soc-  corritore debbono  conformare  la  propria  vita  a  questo  in-  tento: umiliarsi  alla  divinità,  domare  l'orgoglio  e  la  fierezza,  astenersi  da  certi  atti,  compierne  altri.  Dal  pensiero  della  divinità  riceve  forza  dunque  il  conato  ossia  la  li-  bertà, che  è  propria  della  volontà  umana,  di  tenere  in  freno  i  moti  impressi  alla  mente  dal  corpo  per  acquetarli  o  per  dare  loro  altra  direzione.  E  con  questi  atti  di  do-  minio sopra    stesso,  con  la  libertà,  è  nata  insieme  la  mo-  ralità: il  timore  di  Dio  ha  posto  il  fondamento  alla  vita  umana.  La  terra  si  copre  di  are;  le  grotte  dei  suoi  monti,  dove  il  maschio  trascina  ora  la  femmina,  vergognoso  dei  concubiti  innanzi  al  volto  del  Cielo  o  di  Dio,  assistono  ai  primi  riti  nuziali,  proteggono  le  prime  famiglie;  il  grembo  della  terra  si  apre  ad  accogliere  il  pio  deposito  dei  morti  corpi.  Le  prime  e  fondamentali  istituzioni  etiche    culto  religioso,  matrimoni,  sepolture    sono  sorte.   Questa  potenza  etica-  e  sociale  dell'  idea  di  Dio  si  riaf-  ferma nel  corso  della  storia  posteriore  ;  perché,  quando  i  popoli  sono  infieriti  con  le  armi,  e  nessun  potere  hanno  più  sopra  di  loro  le  umane  leggi,  l'unico  mezzo  di  ridurli    la  religione.  Si  riafferma  nello  svolgimento  individuale  della  vita  umana:  ai  fanciulli,  infatti,  non  si  può  altri-  menti insegnare  la  pietà  che  col  timore  di  qualche  divi-  nità; e,  nella  disperazione  di  tutti  i  soccorsi  della  natura,  l'uomo  desidera  un  essere  superiore  che  lo  salvi,  e  questo  essere  è  Dio.  Tutte  le  nazioni  credono  in  una  divinità  provvidente:  popoli  che  vivano  in  società  senza  alcuna  coscienza  di  Dio,  per  es.,  in  alcuni  luoghi  del  Brasile,  in  Cafra,  nelle  Antille,  sono  novelle  di  viaggiatori,  che  pro-  curano smaltimento  ai  loro  libri  con  mostruosi  ragguagli.   Se  è  cosi  (e  cosi  è  certamente),  nessuna  dottrina  è  più  stolta  di  quella  che  pretende  concepire  morale  e  ci-  viltà senza  religione.  Come  delle  cose  fisiche  non  si  può  avere  certa  scienza  senza  la  guida  delle  verità  astratte  fornite  dalle  matematiche,  delle  cose  morali  non  si  può  senza  la  scorta  delle   verità  astratte  metafisiche,  e  perciò senza  l'idea  di  Dio.  Quando  si  spegne  o  si  oscura  la  co-  scienza religiosa,  insieme  si  spegne  e  si  oscura  il  concetto  di  società  e  di  stato.  Ebrei,  cristiani,  gentili  e  maomet-  tani ebbero  quel  concetto,  perché  tutti  credettero  in  qual-  che divinità,  sia  come  mente  infinita  libera,  sia  come  più  dèi  composti  di  mente  e  di  corpo,  sia  come  un  unico  Dio,  mente  infinita  libera  in  corpo  infinito.  Ma  non  lo  ebbero  gli  epicurei,  che  attribuivano  a  Dio  il  solo  corpo  e  col  corpo  il  caso;    gli  stoici,  che  lo  fecero  soggetto  al  fato.  E  ottimamente  Cicerone  diceva  ad  Attico,  epicureo,  di  non  potere  istituire  con  lui  ragionamento  intorno  alle  leggi,  se  prima  non  gli  concedesse  che  vi  sia  provvidenza  divina.  L'Hobbes,  che  rinnovava  l'epicureismo,  e  lo  Spi-  noza, rinnovatore  dello  stoicismo,  si  è  visto  che  non  inte-  sero nulla  di  quel  che  siano  società  e  stato.  Tra  gli  empì  uomini  primitivi,  brutti,  irsuti,  squallidi,  rabbuffati,  do-  vrebbero andarsi  a  disperdere  quei  dotti  dalla  «  sfumata  letteratura  »,  e  a  capo  di  essi  Pietro  Bayle,  che  sostengono  che  senza  religione  possa  vivere,  e  viva  di  fatto,  umana  società.   La  manchevolezza  nell'  idea  di  Dio  è  altresì  il  principale  argomento  della  critica  che  il  Vico  muove  a  due  di  coloro  che  egli  altamente  onorava  come  «  principi  »  del  diritto  naturale,. al  Grozio  e  al  Pufendorf.    l'uno    l'altro  (egli  dice)  statuisce  per  primo  e  proprio  principio  la  provvi-  denza divina.  Il  Grozio  non  già  che  propriamente  la  ne-  ghi, ma,  «  per  lo  stesso  grande  affetto  che  porta  alla  ve-  rità »,  per  meglio  assodare  la  necessità  razionale  dell'umana  società,  ne  vuol  prescindere,  e  professa  che  il  suo  sistema  regga,  tolta  anche  ogni  cognizione  di  Dio;  onde  il  Vico  lo  taccia  di  socinianismo,  perché  pone  la  naturale  inno-  cenza in  una  semplicità  di  natura  umana.  Peggio  il  Pufen-  dorf, il  quale  addirittura  sembra  sconoscere  la  provvidenza  e  comincia  con   un'ipotesi  scandalosa  ed  epicurea,  suppo-    90  FILOSOFIA   DEL   VICO   nendo  1'  uomo  gettato  in  questo  mondo  senza  niun  aiuto  e  cura  di  Dio  (senza  neppure  quella  scintilla  chiusa  in  petto,  che  si  dilaterà  in  fiamma  morale);  della  qual  cosa  essendo  stato  ripreso  (dallo  Schwartz),  cercò  di  giustificarsi  con  una  particolare  dissertazione  (l' Apologia  del  1686),  ma  non  giunse  a  scorgere  il  principio  vero  che  solo  rende  possi-  bile spiegare  la  società.   Ora  perché  mai,  essendoci  note  tutte  codeste  energiche  affermazioni  e  polemiche  del  Vico  sulla  condizionalità  re-  ligiosa della  morale,  abbiamo  asserito  che  il  solo  punto  in  cui  egli  si  trovi  veramente  d'accordo  col  Grozio,  col  Pu-  fendorf,  e  in  genere  con  la  scuola  del  diritto  naturale,  è  la  concezione  affatto  immanente  dell'etica?    Perché,  se  ben  si  osservi,  il  Vico  non  si  oppone  al  metodo  tenuto  dai  giusnaturalisti  ;  che  anzi  anch'egli  costruisce  la  sua  scienza  della  società  umana  prescindendo,  come  il  Grozio,  da  ogni  idea  di  Dio,  e,  come  il  Pufendorf,  ponendo  l'uomo  senza  aiuto  e  cura  di  Dio,  cioè  prescindendo  dalla  reli-  gione rivelata  e  dal  Dio  di  essa.  Come  per  quei  due,  ma-  teria della  sua  indagine  è  il  diritto  naturale  e  non  il  so-  prannaturale, il  diritto  delle  genti  e  non  quello  del  popolo  eletto,  il  diritto  che  sorge  spontaneo  nelle  caverne  e  non  quello  che  scende  giù  dal  Sinai.  L'opposizione  del  Vico  (da  lui  esposta  con  la  consueta  confusione  e  oscurità)  si  aggira  non  sopra  codeste  affermazioni,  ma  sul  concetto  stesso  di  religione.  La  religione,  insomma,  della  quale  egli  parla,  non  è  la  medesima  di  cui  parlavano,  o  non  par-  lavano, il  Grozio  e  il  Pufendorf.   Religione,  come  già  sappiamo,  vale  per  il  Vico  non  già  rivelazione  ma  concezione  della  realtà;  o  che  si  affermi,  come  nei  tempi  della  mente  tutta  spiegata,  in  forma  di  metafisica  intelligibile,  e  mova  dal  pensiero  di  Dio  per  schiarire  la  logica  nei  suoi  raziocini  e  discendere  a  pur-  gare il  cuore  dell'uomo   con  la  morale;  o  che  si  affacci,  come  nei  primordi  dell'umanità,  in  forma  di  metafisica  poe-  tica. Dalla  religione  rivelata,  quando  si  ricerchi  il  fonda-  mento della  morale,  si  può  ben  prescindere  ;  ma  in  qual  modo  si  potrebbe  da  quella  religione  naturale,  che  è  tut-  t'una  cosa  con  la  coscienza  della  verità?  Plutarco,  descri-  vendo le  primitive  religioni  spaventevoli,  pone  in  proble-  ma se,  invece  di  venerare  cosi  empiamente  gli  dèi,  non  sa-  rebbe stato  meglio  che  non  fosse  esistita  religione  alcuna;  ma  egli  dimentica  che  da  quelle  fiere  superstizioni  si  svol-  sero luminose  civiltà  e  sull'ateismo  non  crebbe  mai  nulla.  Senza  una  religione,  mite  o  feroce,  ragionata  o  immagi-  nosa, che  dia  l'idea  più  o  meno  determinata  e  più  o  meno  elevata  di  qualcosa  che  superi  gl'individui  e  in  cui  gli  in-  dividui tutti  si  raccolgano,  mancherebbe  alla  volontà  mo-  rale l'oggetto  del  suo  volere.   E  a  questo  punto  si  chiarisce  quello  che  abbiamo  di-  stinto come  il  secondo  significato,  pratico  o  etico,  della  parola  «  religione  »  nel  Vico.  Nel  qual  significato  egli  ri-  vendica e  giustifica  il  detto  degli  empì  che  «  il  timore  fece  gli  dèi»;  o,  anche,  addita  la  radice  della  religione  nel  de-  siderio che  gli  uomini  hanno  di  vivere  eternamente,  mossi  da  un  senso  comune  d' immortalità  nascosto  nel  fondo  della  loro  mente.  La  religione  è,  in  questo  secondo  significato,  un  fatto  pratico  ossia  la  moralità  stessa,  come  nel  primo  era  la  verità  stessa.   Intesa  dunque  la  religione  dal  Vico  o  (nel  primo  signi-  ficato) come  condizione  o  (nel  secondo)  come  sinonimo  della  moralità,  è  chiaro  che,  col  censurare  il  "Grozio  e  il  Pufen-  dorf  per  la  loro  trascuranza  di  questo  importantissimo  concetto,  egli  non  faceva  altro  in  sostanza  che  ribadire  la  critica  all'insipido  moralismo  e  al  larvato  utilitarismo  di  quei  due  pensatori.  E  pel  medesimo  fine  ebbe  anche  al-  tre volte  ricorso  all'efficace  strumento  del  concetto  di  reli-  gione. Perché  se   alla  filosofìa   attribuì   talora   l'ufficio  di giovare  il  genere  umano  sollevando  e  reggendo  l'uomo  ca-  duto, tal'altra  giudicò  che  essa  sia  piuttosto  adatta  a  ra-  gionare, e  che  le  massime  ragionate  dai  filosofi  intorno  alla  morale  servano  solamente  all'eloquenza  per  accendere  i  sensi  a  compiere  i  doveri  della  virtù,  laddove  solo  la  reli-  gione è  efficace  a  far  virtuosamente  operare.  Nella  scienza  empirica,  poi,  che  corrisponde  a  questa  parte  della  filoso-  fia dello  spirito,  il  Vico,  mutate  in  due  epoche  storiche  la  religione  (o  metafisica  poetica)  e  la  filosofia,  fatto  della  prima  il  carattere  dell'epoca  barbarica  e  della  seconda  quello  dell'epoca  civile,  è  ovvio  che  dovesse  sostenere,  come  sostenne,  che  sola  fondatrice  di  ogni  civiltà  e  della  stessa  filosofia  è  la  religione,  e  rigettare  il  detto  (che  egli,  non  senza  ritoccarlo,  attribuiva  a  Polibio)  che,  se  ci  fossero  al  mondo  filosofi,  non  farebbero  uopo  religioni.  Come  potreb-  bero sorgere  filosofi  (egli  obietta),  se  prima  non  sorgano  le  repubbliche  ossia  le  civiltà?  e  come  le  repubbliche  potreb-  bero sorgere,  senza  l'opera  delle  religioni?  Quel  detto  si  deve  dunque  invertire:  senza  religione,  nessuna  filosofia.  Fu  la  religione,  fa  la  provvidenza  divina,  che  addimesticò  i  figliuoli  dei  Polifemi  e  via  via  li  ridusse  all'umanità  degli  Aristidi  e  dei  Sperati,  dei  Lelì  e  degli  Scipioni  Africani.  Anche  il  concetto  dello  stato  ferino,  che  nei  libri  dei  giusnaturalisti  serviva  da  ipotesi  e  da  espediente  didasca-  lico, sia  per  isvolgere  la  trattazione  indipendentemente  dalla  teologia  mistica  senza  sollevare  troppi  scandali,  sia  per  in-  sinuare le  loro  teorie  utilitaristiche,  nel  Vico  ricompare  con  nuovo  ufficio  è  nuovo  contenuto.  Cattolico  di  pure  in-  tenzioni, avendo  dato  pace  al  suo  animo  col  separare  la  religione  rivelata  da  quella  umana,  egli  è  in  grado  di  assu-  mere lo  stato  ferino  come  vera  e  propria  realtà.  Verità  ideale,  in  quanto  rappresenta  nella  dialettica  della  co-  scienza pratica  un  momento  necessario  per  la  genesi  della  moralità  (il  momento  premorale);  realtà  storica  ed  empirica,  come  approssimativa  condizione  di  fatto  in  quei  pe-  riodi di  anarchia  e  fermentazione  che  precedono  il  sorgere  della  civiltà  o  seguono  alle  crisi  di  queste.  I  giusnaturali-  sti  facevano  ossequio,  ora  più  ora  meno,  alla  dottrina  tra-  dizionale della  chiesa,  cioè  che  l'umanità  gentilesca,  nella  dispersione  seguita  alla  confusione  babelica,  avesse  por-  tato seco  un  residuo  di  religione  rivelata,  un  vago  ricordo  del  vero  Dio,  donde  l'origine  della  vita  sociale  e  degli  dèi  falsi  e  bugiardi,  barlume  del  Dio  vero  ;  e  per  questa  ragione  lo  «  stato  ferino  »  veniva  proposto  nel  loro  sistema  come  astratto  e  irreale.  Il  Vico  eseguiva  sul  serio  la  distin-  zione tra  ebrei  e  gentili,  e  concepiva  lo  stato  ferino  come  privo  di  ogni  aiuto  che  provenisse  dall'anteriore  rivela-  zione: uno  stato  nel  quale  l'uomo  era,  per  cosi  dire,  da  solo  a  solo  con  le  proprie  sconvolte  e  turbolente  passioni.   Stato  di  fatto  senza  moralità,  ma  (diversamente  che  nell'ipotesi  utilitaria)  tutto  pregno  di  esigenze  morali,  e  dal  quale  si  esce  col  farsi  esplicito  di  questo  implicito.  Ma  si  esce  naturalmente  e  non  già  per  effetto  della  grazia  divina:  la  vera  grazia  divina  è  la  stessa  natura  umana,  a  cui  partecipano  i  gentili  al  pari  degli  ebrei,  tutti  irrag-  giati nel  volto  da  un  lume  divino.   L'uomo  ha  libero  arbitrio,  ma  debole,  di  fare  delle  pas-  sioni virtù;  e  nel  suo  travaglio  verso  la  virtù  è  aiutato  in  modo  naturale  da  Dio  con  la  provvidenza.  Di  certo,  il  Vico  non  intende  disconoscere  l'efficacia  altresì  della  di-  retta e  personale  grazia  divina;  ma,  col  suo  solito  me-  todo, la  separa  dalla  provvidenza  naturale,  che  sola  gì' im-  porta e  sola  considera.  A  lui  piacque  sempre,  per  quel  che  concerneva  le  controversie  sulla  grazia,  di  tenersi  lontano  dai  due  estremi,  tipicamente  rappresentati,  secondo  lui,  dal  pelagianismo  e  dal  calvinismo;  e  fin  da  giovane,  studiando  le  opere  del  Ricardo  (il  gesuita  Stefano  Deschamps),  teo-  logo della  Sorbona,  ne  accettò  la  dimostrazione  circa  l'eccellenza  della  dottrina  agostiniana,  appunto  perché  media  tra  quegli  estremi.  Siffatta  temperata  dottrina  gli  sembrava  propria  (diceva)  per  meditare  un  principio  di  diritto  na-  turale delle  genti,  che  spiegasse  l'origine  del  diritto  ro-  mano e  di  ogni  altro  gentilesco,  e  per  tenersi  nel  tempo  stesso  in  accordo  con  la  religione  cattolica.  Era  disposto  a  concedere  che  vi  sia  una  nazione  privilegiata,  l'ebrea;  e  che  l'uomo  cristiano,  nella  lotta  contro  le  passioni,  sia  più.  forte  del  non  cristiano,  perché,  dove  non  giunge  la  grazia  naturale,  può  essere  soccorso  dalla  soprannaturale.  Ma,  in-  fine, il  miracolo  è  miracolo,  e  la  Scienza  nuova  non  è  scienza  di  miracoli.   Che  tale  non  sia,  è  confermato  dalla  critica  del  Vico  al  terzo  dei  tre  «  principi  »  del  diritto  naturale,  a  Gio-  vanni Selden,  celebre  ai  suoi  tempi  quanto  dimenticato  poi,  autore  del  De  iure  naturali  et  gentium  iuxta  discipli-  nam  hebrceoì'um  (1640).  Diversamente  dal  Grozio  (e  avver-  sario di  lui  anche  in  altre  questioni),  il  Selden  non  negava  anzi  sublimava  l'efficacia  della  religione,    concepiva  pos-  sibilità alcuna  di  vita  morale  e  civile  per  il  genere  umano,  fuori  della  rivelazione.  La  quale,  fatta  da  Dio  al  popolo  ebreo,  da  questo  sarebbe  passata  ai  gentili  per  molteplici  vie  di  trasmissione:  Pitagora,  per  es.,  avrebbe  avuto  per  maestro  Ezechiele  ;  Aristotele,  al  tempo  della  spedizione  di  Alessandro  in  Asia,  si  sarebbe  stretto  in  amicizia  con  Simone  il  giusto;  a  Numa  Pompilio  sarebbe  giunta  qualche  notizia  della  Bibbia  e  dei  profeti.  C'era  di  che  soddisfare  ogni  animo  di  credente,  che  si  ritraesse  timoroso  dai  libri  degli  altri  giusnaturalisti  avvertendone  le  tendenze  etero-  dosse. Ma  il  Vico  non  vuol  sapere  di  codesto  sistema  ultra-  religioso. Se  il  Grozio  prescindeva  dalla  provvidenza  e  il  Pufendorf  la  sconosceva,  il  Selden  aveva  il  torto  (egli  dice)  di  supporla,  di  farne  cioè  un  deus  ex  machina,  senza  spie-  garla con  V  intrinseca  natura  della  mente  umana.  Contrario alla  filosofia,  quel  sistema  non  era  meno  contrario  alla  storia  sacra,  la  quale  anche  per  gli  ebrei  ammette  in  certo  modo  un  diritto  non  rivelato  ma  naturale,  e  solamente  perché  essi  ne  persero  coscienza  nel  tempo  della  schiavitù  d'Egitto,  fa  intervenire  l'opera  diretta  di  Dio  con  la  legge  data  a  Mosé;    e  non  era  conforme,  nell'asserita  trasfusione  di  cognizioni  e  leggi  dagli  ebrei  nei  gentili,  a  quel  che  dice  Flavio  Giuseppe  degli  ebrei,  sempre  restii  a  qualsiasi  con-  tatto con  popoli  stranieri,  e  a  quel  che  il  Vico  supponeva  fosse  detto  anche  a  questo  proposito  da  Lattanzio,  come  in  genere  era  privo  di  qualsiasi  più  elementare  sussidio  di  do-  cumenti. Cosicché  la  conclusione  del  Vico  è  sempre  la  me-  desima: gli  ebrei  si  giovarono  altresì  di  un  aiuto  straordi-  nario del  vero  Dio,  ma  le  restanti  nazioni  s'incivilirono  per  opera  dei  soli  lumi  ordinari  della  provvidenza.   Se  poi  il  Vico  interpetrasse  esattamente  il  Grozio  e  il  Pufendorf  ed  esattamente  ne  riferisse  le  parole,  è  que-  sito per  noi  di  lieve  peso,  perché  non  tanto  e'  importa  il  modo  nel  quale  il  Vico  espose  e  giudicò  gli  altri  filosofi,  quanto  le  idee  che  egli  sostenne  pur  attraverso  i  suoi  frain-  tendimenti storici,  che,  a  dir  vero,  non  sono  pochi.  Tut-  tavia, sarà  bene  indicare  di  volo,  circa  le  difficoltà  che  possono  incontrarsi  su  questo  punto,  la  soluzione  che  a  noi  sembra  plausibile.  Senza  dubbio,  chi,  dopo  aver  letto  le  censure  del  Vico,  apra  il  De  iure  belli  et  pacis  e  vi  trovi  che  il  Grozio  include  espressamente  fra  i  suoi  tre  principi  fondamentali,  accanto  alla  ragione  e  alla  socialità,  la  vo-  lontà divina,  e  che  quel  suo  prescindere  da  Dio  suona  poco  più  di  una  semplice  frase  enfatica  a  significare  la  forza  della  socialità  e  della  ragione  (le  quali  avrebbero  efficacia  «  etiamsi  daremus  non  esse  Deum  »  o  che  Dio  non  si  curi  delle  cose  umane,  «  quod  sine  summo  scelere  davi  nequit  >);    chi  apra  il  Pufendorf  e  vi  legga  il  più  solenne  rifiuto  dell'ipo-  tesi groziana,  empia  ed  assurda,  e  la  dichiarazione  che  le    96  FILOSOFIA   DEL   VICO   leggi  naturali  resterebbero  sospese  in  aria,  prive  di  forza,  senza  la  volontà  di  un  Dio  legislatore  ;    può  essere  tratto  a  tacciar  il  Vico  di  poca  diligenza  o  di  strana  puntiglio-  sità ortodossa  nella  critica  che  muove  a  questi  suoi  prede-  cessori. Ma  il  Vico,  in  verità,  non  sapeva  che  cosa  farsi  di  un  Dio  messo  accanto  alle  altre  fonti  della  moralità,  o  messovi  disopra  come  una  superflua  fonte  della  fonte;  egli,  che  cercava  Dio  nel  cuore  dell'uomo,  sentiva  e  scor-  geva l'abisso  che  lo  separava  da  coloro  che  non  l'avevano  più  nel  cuore  e  appena,  per  abito  o  per  prudenza,  lo  serba-  vano nelle  parole.  Più  sottilmente  si  potrebbe  domandare  perché  mai,  se  il  Vico  era  d'accordo  coi  giusnaturalisti  nel  prescindere  dalla  rivelazione,  e  se  egli,  anziché  riget-  tare, approfondiva  la  loro  superficiale  dottrina  immanenti-  stica, si  atteggiasse  a  loro  risoluto  avversario  e  facesse  la  voce  grossa  e  insistesse  presso  prelati  e  pontefici  nell'at-  tribuirsi  il  vanto  di  aver  esso  pel  primo  formato  un  si-  stema del  diritto  naturale,  diverso  da  quello  dei  tre  autori  protestanti  e  adatto  alla  chiesa  romana.  L' ipotesi  che  ope-  rasse cosi  per  politica  cautela  la  proporremmo,  se,  invece  di  lui,  avessimo  innanzi,  per  es.,  un  appassionato  e  magnanimo  ma  furbo  frate,  un  Tommaso  Campanella;  ma  la  candida  personalità  del  Vico  la  esclude  affatto,  e  solo  si  può  conce-  dere che,  poco  chiaro  com'era  sempre  nelle  sue  idee,  questa  volta  si  adagiasse  alquanto  nella  poca  chiarezza  e,  traspor-  tato dalla  sua  calda  fede,  alimentasse  le  sue  illusioni,  fino  a  idoleggiarsi  dentro  di    con  la  veste  di  defensor  ecclesia  nell'atto  stesso  che  soppiantava  la  religione  della  chiesa  con  quella  dell'umanità.    Vili   Morale  e  diritto    D.  Da  Tacito,  insomma,  egli  avrebbe  ricevuto  la  spinta  al  suo  gran  lavoro,  che  fu  di  rendere  concreto  l'ideale,  e  d'inserire  (come  diceva,  adattando  un  detto  ciceroniano)  la  repubblica  di  Platone  nella  feccia  di  Romolo.    IX   La  storicità  del  diritto    G    /ome  lo  spirito  conoscitivo  passa  dal  sentire  senza  av-  vertire all'avvertire  con  animo  perturbato  e  commosso  e  indi  al  riflettere  con  mente  pura;  cosi,  analogamente,  lo  spirito  volitivo  passa  dalla  ferinità  al  certo  pratico  e  da  questo  al  vero.  Nella  correlativa  scienza  empirica  il  pas-  saggio è  press 'a  poco  quello  dallo  stato  ferino  all'eroico  o  barbarico  e  dall'eroico  al  civile.  Tutte  le  manifestazioni  della  vita  si  conformano  a  questi  tre  tipi  sociali:  donde  tre  spezie  di  nature,  tre  spezie  di  costumi,  tre  spezie  di  diritti  e  quindi  di  repubbliche,  tre  spezie  di  lingue  e  di  scritture,  tre  spezie  di  autorità,  di  ragioni,  di  giudizi,  tre  sètte  di  tempi.  Per  quanto  il  Vico  sia  confuso  e  talvolta  contradittorio  nel  determinare  i  particolari  delle  varie  cor-  rispondenze, il  suo  pensiero  generale  è  chiaro.  Dove  la  ri-  flessione è  scarsa  e  la  fantasia  gagliarda,  sono  anche  ga-  gliarde le  passioni,  violenti  i  costumi,  aristocratici  ossia  feudali  gli  stati,  sottoposte  alla  rigida  autorità  paterna  le  famiglie,  dure  le  leggi,  simbolici  i  procedimenti  dei  negozi  giuridici,  metaforici  i  linguaggi,  geroglifiche  le  scritture.  Per  contrario,  dove  la  riflessione  predomina,  la  poesia  si  dilegua  o  si  riempie  di  filosofia,  i  costumi  si  fanno  miti,  le  passioni  regolate,  i  popoli  assumono  i  governi,  i  componenti delle  famiglie  sono  anzitutto  cittadini  dello  stato,  le  leggi  si  compenetrano  di  equità,  le  procedure  si  semplificano,  i  linguaggi  si  sfrondano  di  metafore,  le  scritture  diventano  alfabetiche.  Forme  miste,  quali  le  vagheggiano  artificio-  samente alcuni  politici,  sarebbero  mostri;  e  sebbene  si  os-  servino forme  mescolate  naturalmente,  ossia  ritenenti  il  vezzo  delle  primiere,  ciascuna  forma  per  la  sua  unità  si  sforza  sempre,  quanto  più  può,  di  scacciare  dal  suo  sub-  bietto  tutte  le  proprietà  di  altre  forme.   Quale  dei  vari  tipi  sociali  sta  a  fondamento  degli  altri  e  porge  il  criterio  per  giudicarli?  o  quale  è  il  criterio  e  la  misura  per  giudicarli  tutti  quanti?  Una  siffatta  domanda,  per  il  Vico,  non  ha  senso.  Ciascuno  di  quei  tipi  ha  la  pro-  pria misura  in    stesso.  I  governi  (egli  dice)  debbono  es-  sere conformi  alla  natura  degli  uomini  governati  :  la  scuola  dei  principi  è  la  morale  dei  popoli.  Si  può  inorridire  in-  nanzi alla  guerra,  al  diritto  del  più  forte,  alla  riduzione  dei  vinti  a  schiavi,  cioè  a  cose  che  ripugnano  ai  nostri  costumi  ingentiliti  ;  ma  la  società,  che  si  esplicava  con  quei  costumi,  era  necessaria  e  perciò  buona.  La  divinità  della  forza,  come  si  è  detto  di  sopra,  teneva  il  posto  e  compieva  l'ufficio  del  non  ancora  possibile  impero  della  ragione.  Vengono  di  poi  i  tempi  della  ragione  umana  tutta  spiegata;  e  gli  uomini  non  si  stimano  più  secondo  la  forza,  ma  si  riconoscono  eguali  nella  natura  ragionevole,  che  è  la  propria  ed  eterna  natura  umana.  Altri  tempi,  altri  costumi,  e  buoni  non  meno,  ma  non  più,  dei  primi.   Tanto  varrebbe  domandare  la  misura  comune  di  questi  vari  tipi  sociali,  quanto  se  si  domandasse  quale  sia  la  vera  età  della  vita  individuale,  la  misura  comune  della  fanciul-  lezza, della  giovinezza,  della  virilità,  della  vecchiaia.  Pa-  ragone che,  per  l'appunto,  il  Vico  stesso  mette  innanzi.  Come  i  fanciulli  tutto  scelgono  secondo  il  capriccio  e  si  comportano  con  violenza,  gli  adolescenti  vigoreggiano  per la  fantasia,  gli  adulti  guidano  le  cose  con  più  pura  ragione  e  i  vecchi  con  solida  prudenza  ;  cosi  al  genere  umano,  in-  fermo, solitario  e  indigentissimo  nelle  sue  origini,  convenne  crescere  dapprima  in  isfrenata  libertà,  poi  ritrovare  i  ne-  cessari, utili  e  comodi  della  vita  con  l'ingegno  e  con  la  fantasia  (che  fu  il  secolo  dei  poeti);  e,  infine,  coltivare  la  sapienza  con  la  ragione  (che  fu  il  secolo  dei  filosofi).  Pari-  mente, il  diritto  naturale  nacque  dapprima  con  leggi,  per  cosi  dire,  di  giusta  libidine  e  di  giusta  violenza;  poi  fu  rivestito  con  alcune  favole  di  giusta  ragione  ;  infine,  si  affermò  apertamente  nella  sua  schietta  ragione  e  generosa  verità.   Con  siffatto  modo  di  considerare  e  giudicare  stati,  leggi  e  costumi,  il  Vico  respingeva  un'altra  delle  dottrine  o  delle  pretese  capitali  del  giusnaturalismo:  quell'astrattismo  e  antistoricismo,  che  abbiamo  ricordato  a  suo  luogo,  e  del  quale  era  conseguenza  la  concezione  di  un  diritto  na-  turale, che  stia  di  sopra  al  diritto  positivo,  e  perciò  una  sorta  di  codice  eterno,  una  legislazione  perfetta,  non  at-  tuata ancora  pienamente  ma  da  attuare,  i  cui  lineamenti  traspaiono  con  molta  nitidezza  nelle  opere  dei  giusnatura-  listi  attraverso  il  tenue  velame  dottrinale  e  filosofico.  Co-  dice eterno,  che  era  poi,  nella  sua  parte  effettuale,  un  co-  dice contingente  e  transitorio,  o  almeno  la  proposta  di  un  codice  conforme  alle  tendenze  riformistiche  e  rivoluziona-  rie di  quegli  scrittori,  piuttosto  che  filosofi,  pubblicisti.   Il  Vico  si  spaccia  del  codice  ideale  eterno  senza  averne  l'aria:  prontissimo,  anzi,  a  riconoscere  che  il  «  ius  naturale  philosophorum  »  ò  eterno  nella  sua  idea  e  severissimamente  stabilito  «  ad  rationis  mternee  libellam  ».  Ma  dall'eternità  concessagli  a  parole  e  per  ossequio  alla  vecchia  filosofia  scolastica  e  tradizionale,  della  quale  qua  e    egli  risentiva  l'efficacia,  passa  a  negargli  di  fatto  l'eternità  e  il  carattere  soprastorico,  perché,  invece  di  metterlo   sopra   e  fuori   la    108  FILOSOFIA   DEL   VICO   storia,  lo  colloca  al  posto  che  gli  spetta,  dentro  la  storia.  Il  diritto  della  violenza  o  eroico,  cangiatosi  nel  diritto  in-  civilito, giunge  via  via  a  un  certo  termine  di  chiarezza,  al  quale  per  la  sua  perfezione  altro  non  rimane  che  alcuna  setta  di  filosofi  lo  compia  e  fermi  con  massime  ragionate  sull'idea  di  un  giusto  eterno;  e  questo  raziocinamento  e  sistemazione  è  il  «  ius  naturale  philosophorum  »,  estrema  forma  dello  svolgimento  storico  del  diritto  e  non  già  regola  perpetua  di  esso:  risultamento,  non  misura.  Di  qui  l'accusa  del  Vico  al  Grozio  che,  per  avere  scambiato  il  «  ius  naturale  philosophorum  »,  il  diritto  composto  di  massime  ragionate  da  moralisti  e  teologi  e  in  parte  da  giuristi,  col  «  ius  na-  turale gentium  »  (nella  terminologia  groziana  :  per  avere  scambiato  il  diritto  naturale  con  una  forma  di  diritto  arbitrario  o  positivo),  fraintese  i  giureconsulti  romani,  i  quali  intendevano  parlare  solamente  di  questo  secondo,  e  perciò  propose  correzioni  e  mosse  loro  censure  i  cui  colpi  vanno  a  cadere  nel  vuoto.   Il  codice  eterno,  considerato  intrinsecamente,  è  un'uto-  pia; e  poiché  la  prima  e  maggiore  delle  utopie  fu  la  Re-  pubblica platonica,  conviene,  per  meglio  determinare  il  punto  di  cui  si  tratta,  osservare  il  comportamento  del  Vico  rispetto  alla  costruzione  politica  platonica.  A  dare  ascolto  alle  sue  parole,  la  Repubblica  platonica  sarebbe  stata  un  altro  dei  tanti  incentivi  e  modelli  che  egli  avrebbe  avuti  a  concepire  la  Scienza  nuova.  Dallo  studio  di  Pla-  tone incominciò  a  destarsi  in  lui,  senz'avvertirlo,  «  il  pen-  siero di  meditare  un  dritto  ideale  eterno  che  celebras-  sesi  in  una  città  uni  ve  r  sale  nell'idea  o  disegno  della  providenza,  sopra  la  quale  idea  son  pure  fondate  tutte  le  repubbliche  di  tutti  i  tempi,  di  tutte  le  nazioni:  che  era  quella  repubblica  ideale,  che  in  conseguenza  della  sua  me-  tafisica divina  doveva  meditar  Platone  ».  Doveva,  ma  non  lo  potè  fare  «  per  l' ignoranza  »,  in  cui  egli  era,  «  del  primo uomo  caduto  »  ;  cioè  dell'originario  stato  ferino  e  della  sapienza,  che  gli  successe,  affatto  poetica  o  volgare  :  igno-  ranza in  cui  fu  mantenuto  per  un  errore  comune  delle  menti  umane  che  misurano  da    le  nature  non  ben  conosciute  d'altrui,  di  guisa  che  egli  innalzò  le  barbare  e  rozze  ori-  gini dell'umanità  gentilesca  allo  stato  perfetto  delle  sue  al-  tissime divine  cognizioni  riposte,  e  sapientissimi  di  tal  sa-  pienza riposta  immaginò  quei  primi  uomini  che  furono  in-  vece, nella  realtà,  «  bestioni  tutti  stupore  e  ferocia  ».  In  conseguenza  di  quest'errore  erudito  Platone,  in  cambio  di  meditare  sulla  repubblica  eterna  e  sulle  leggi  del  giusto  eterno  con  le  quali  la  Provvidenza  ordinò  il  mondo  delle  nazioni  e  lo  governa  con  le  bisogne  comuni  del  genere  umano  onde  esse  si  reggono  sul  comune  senso  di  tutta  l'umana  generazione,  «  meditò  in  una  repubblica  ideale  ed  in  un  pur  ideale  giusto  »,  col  quale  le  nazioni  non  si  conducono  punto.  E,  anzi,  se  mai,  dovrebbero  discostar-  senc  e  purgarsene,  perché  tra  quelle  determinazioni  di  repubblica  perfetta  se  ne  trovano  alcune  disoneste  e  da  aborrire,  com'è  la  comunanza  delle  donne.  Cosicché,  il  Vico  accettava  da  Platone  l'idea  di  una  repubblica  eter-  na, sconvolgendola  da  cima  a  fondo  con  la  soggiunta  ri-  serva :  che  la  vera  repubblica  eterna  non  è  l'astratta  platonica,  ma  il  corso  storico  in  tutti  i  suoi  vari  e  succes-  sivi modi,  dai  bestioni  non  esclusi  a  Platone  compreso.  Di  codesta,  che  è  la  «  generis  Immani  respublica  »,  la  «  magna  generis  humani  civitas  »,  la  «  respublica  universa  »,  egli  in-  tende studiare  «  formarti,  ordines,  societates,  negotia,  leges,  peccata,  pcvnas  et  scientiam  in  ea  tractandi  iuris  »,  e  come  tutte  queste  cose  si  venissero  svolgendo  «  a  suis  usque  pri-  mis human itatis  originibus,  divina  providentia  moderante,  moribus  gentium  ac  proinde  auctoritate  »,  cioè    presso  il  Vico  può  essere,  anzi  è  per  l'appunto,  quello  della  persuasione  circa  la  provvidenza,  ossia  l'idea  che  l'uomo  ha  di  Dio,  dapprima  nella  forma  del  mito,  di-  poi in  quella  pura  e  ragionata  della  filosofia.  Le  antiche  nazioni  gentili  (egli  dice)  «  incominciarono  la  sapienza  poetica  metafisica  di  contemplare  Dio  per  l'attributo  della  sua  provvidenza  »,  sulla  quale  furono  fondati  gli  auspici  e  la  divinazione.  Senza  di  essa,  dunque,  non  si  forma  nel-  l'uomo la  sapienza,  che  è  coscienza  dell'infinito;  non  sorge  la  moralità,  eh' è  timore  e  riverenza  del  potere  superiore  che  governa  le  cose  umane.  Ma  la  provvidenza,  in  tale  si-  gnificato, non    luogo  a  nuovo  discorso,  dopo  di  quello  già  fatto  da  noi  a  proposito  cosi  del  mito  come  dei  rap-  porti tra  morale  e  religione.   Passando,  dunque,  senz'altro,  alla  Provvidenza  nel  se-  condo significato,  ossia  al  suo  vero  e  proprio  concetto,  ci  sembra  opportuno  prescindere  per  qualche  istante  dal  Vico  e  fornire  alcuni  schiarimenti  dottrinali.   È  comune  osservazione  che  altro  è  produrre  un  fatto,  altro  conoscere  il  fatto  prodotto.  La  conoscenza  di  ciò  che  realmente  un  fatto  è,  si  ottiene  talora,  nella  vita  dell'  in-  dividuo, dopo  parecchi  anni,  nella  vita  dell'umanità  dopo  parecchi  secoli.  Coloro  medesimi  che  sono  i  diretti  agenti  di  un  fatto,  non  ne  hanno  di  solito  la  conoscenza  o  l'hanno  assai  imperfetta  e  fallace;  tanto  che  sono  passate  in  pro-  verbio le  illusioni,  che,  come  si  dice,  accompagnano  l'attività  degli  uomini.  Il  poeta  crede  di  cantare  la  purità ed  effettivamente  canta  la  lascivia  ;  crede  di  cantare  la  forza  e  canta  la  debolezza;  crede  di  essere  terribilmente  pessimista  ed  è  fanciullescamente  ottimista;  crede  di  es-  sere Satana  ed  è  un  brav'uomo  inoffensivo.  Non  meno  s'ingannano  i  filosofi;  e  dei  loro  inganni  non  dovremo,  in  verità,  andar  lontano  a  cercare  esempì,  perché  tanti  e  tanti  ce  ne  viene  porgendo  proprio  il  filosofo  che  stiamo  studiando:  uno  di  coloro  che  maggiormente  s'illusero  sulle  reali  tendenze  dei  propri  pensieri.  E  s'inganna  l'uomo  politico  che,  assai  spesso,  credendo  e  professando  di  lot-  tare per  la  libertà,  è  semplice  aiutatore  di  reazione,  o  credendo  di  servire  alla  reazione,  incita  a  ribellarsi  e  serve  alla  libertà.  E  via  discorrendo.  Illusioni  spiegabilissime,  perché  gl'individui  e  i  popoli,  nel  fervore  del  produrre  o  appena  uscenti  da  quel  fervore,  possono  forse  esprimere  il  loro  stato  d'animo,  ma  non  farne  quella  critica  che  è  il  racconto  storico;  onde,  quando  non  si  rassegnano  a  ta-  cere e  ad  aspettare,  narrano  di    stessi  storie  fantastiche,  verità  e  poesia  commiste.  Anzi,  in  questa  dimostrata  dif-  ficoltà di  conoscere  l'agire  nell'agire  è  uno  dei  motivi  della  saggia  raccomandazione  a  parlare  il  meno  possibile  di    medesimi,  e  della  diffidenza  che  si  prova  per  le  au-  tobiografie e  i  libri  di  memorie,  curiosi  e  anche,  se  si  vuole,  importanti,  ma  che  non  porgono  mai  la  schietta  verità  storica  dei  fatti  narrati.   Le  opere  umane  ci  giungono,  per  tal  modo,  avvolte  nei  fumi  delle  illusioni  che  si  sollevano  dagl'individui.  E  lo  storico  superficiale  si  ferma  all'involucro  e  prende  a  raccontare  come  le  cose  siano  andate,  facendosi  portavoce  di  quelle  illusioni.  A  questo  modo  la  storia  della  poesia  si  viene  conformando  come  il  racconto  delle  intenzioni,  delle  opinioni,  dei  fini  del  poeta  o  di  quelli  che  gli  attribuirono  i  suoi  contemporanei;  la  storia  della  filosofia,  come  l'aned-  dotica dei  sentimenti,  delle  bizze,  e  dei  fini  pratici  dei  fi-    118  FILOSOFIA   DEL   VICO   losofi;  quella  politica,  come  un  tessuto  d'intrighi,  dibassi  interessi,  di  pettegolezzi,  di  miserie.  Ma  non  appena  un  più  cauto  o  diverso  ingegno  storico  si  avvicina  a  quelle  sto-  rie, il  primo  atto  ch'egli  compie  è  di  soffiare  sulla  nebbia,  spazzare  via  gl'individui  e  le  loro  illusioni  e  guardare  di-  rettamente le  cose,  quali  si  sono  prodotte  nella  loro  suc-  cessione oggettiva  e  nella  loro  origine  sopraindividuale.  La  storia  vera  e  reale  emerge  allora  di    dagl'individui,  come  un'opera  che  si  compia  dietro  le  loro  spalle:  opera  di  una  forza  diversa  dagl'individui  agenti:  Fato,  Caso,  Fortuna,  Dio.  Gl'individui,  che  prima  erano  tutto  e  riempivano  la  scena  coi  loro  gesti  o  coi  loro  gridi,  ora,  in  questa  seconda  guisa  di  storia,  sono  meno  che  nulla,  e  i  loro  atti  e  gridi,  destituiti  di  seria  efficacia,  destano  riso  o  pietà.  Si  guarda  atterriti  il  Fato  che  li  domina,  si  stupisce  alle  strane  com-  binazioni del  Caso  e  ai  capricci  della  Fortuna,  si  adorano  i  disegni  imperscrutabili  della  Provvidenza  divina.  Di  co-  deste forze  gl'individui  appaiono  a  volta  a  volta  l'inerte  materiale,  i  leggieri  giocattoli,  i  ciechi  strumenti.   Senonché  una  più  profonda  considerazione  va  oltre  anche  questa  seconda  veduta  della  storia.  La  pietà  che  sembrano  destare  gl'individui,  la  comicità  che  suscitano,  in  effetti  non  è  meritata  da  essi  ma  dalle  loro  immaginazioni,  o,  piut-  tosto, da  coloro  che  le  scambiano  per  verità.  La  storia  reale  è  fatta  dalle  opere  e  non  dalle  immaginazioni  e  illusioni;  ma  le  opere  sono  poi  compiute  dagl'individui,  non  cer-  tamente in  quanto  sognanti,  ma,  appunto,  in  quanto  ope-  ranti; non  nella  frivolezza  del  loro  opinare,  ma  nell'ispi-  razione del  genio,  nel  sacro  furore  del  vero,  nel  santo  entusiasmo  dell'eroismo.  Fato,  Caso,  Fortuna,  Dio  sono  spiegazioni  che  hanno  tutto  il  medesimo  difetto,  che  è  di  separare  l'individuo  dal  suo  prodotto,  e,  invece  di  cacciare  via,  come  si  argomentano,  il  capriccio  o  l'arbitrio  indivi-  duale dalla  storia,   inconsapevolmente  lo   rafforzano   e  lo moltiplicano.  Capriccioso  è  il  cieco  Fato,  il  Caso  strava-  gante, il  tirannico  Dio;  epperò  il  Fato  passa  nel  Caso  e  in  Dio,  il  Caso  in  Fato  e  Dio,  e  Dio  si  converte  nell'uno  e  nell'altro,  tutti  eguali  e  tutt'uno.   L'idea,  che  supera  e  corregge  tanto  la  visione  indivi-  dualistica della  storia  quanto  quella  sopraindividualistica,  è  l' idea  della  razionalità  della  storia.  La  storia  è  fatta  da-  gl' individui  ;  ma  l'individualità  è  la  concretezza  stessa  dell'universale,  e  ogni  azione  individuale,  appunto  perché  individuale,  è  sopraindividuale.  Non  vi  è    l' individuo    l'universale  come  due  cose  distinte,  ma  l'unico  corso  storico,  i  cui  aspetti  astratti  sono  l'individualità  priva  di  univer-  salità e  l'uuiversalità  priva  d'individualità.  Quest'unico  corso  storico  è  coerente  nelle  sue  molteplici  determinazioni,  al  modo  di  un'opera  d'arte  che  è  varia  e  una  insieme  e  nella  quale  ogni  parola  si  abbraccia  coll'altra,  ogni  tono  di  colore  si  riferisce  agli  altri  tutti,  ogni  linea  si  lega  a  ogni  altra  linea.  A  tale  patto  solamente  è  dato  intendere  la  storia,  che  altrimenti  resterebbe  inintelligibile,  come  inintelligibili  restano  un  discorso  senza  significato  e  una  incoerente  azione  da  folle.   La  storia  dunque  non  è  opera    del  Fato    del  Caso,  ma  di  quella  necessità  che  non  è  fatalità  e  di  quella  li-  bertà che  non  è  caso.  E  poiché  la  veduta  religiosa  che  la  storia  sia  opera  di  Dio  ha,  sulle  altre,  il  vantaggio  e  il  merito  d'introdurre  una  causa  della  storia  che  non  sia    fato    caso,  e  perciò  neppure  pili  propriamente  causa  ma  efficienza  creativa  e  spirito  intelligente  e  libero,  è  na-  turale che,  per  atto  di  gratitudine  verso  questa  veduta  più  alta,  non  meno  che  per  opportunità  di  linguaggio,  si  sia  tratti  a  dare  alla  razionalità  della  storia  il  nome  di  Dio  che  tutto  regge  e  governa,  o  della  Provvidenza  divina.  A  denominarla  cosi,  purgando  in  pari  tempo  la  denomina-  zione delle   sue   scorie   mitiche,  per  le  quali  Dio  e  la  sua    120  FILOSOFIA   DEL   VICO   provvidenza  si  corrompevano  di  nuovo  in  un  fato  o  in  un  caso.  Onde  la  Provvidenza  nella  storia  ha,  in  quest'ultima  sua  forma  logica,  il  duplice  valore  di  una  critica  delle  illusioni  individuali,  allorché  si  presentano  come  la  piena  e  sola  realtà  della  storia,  e  di  una  critica  della  trascendenza  del  divino.  E  si  può  dire  che  nel  punto  di  vista  di  essa  si  siano  collocati  e  si  collochino  sempre,  come  per  istinto,  cioè  anche  senza  fare  professione  di  espli-  cita teoria,  tutti  gì'  ingegni  naturalmente  forniti  di  quella  particolare  attitudine  che  si  chiama  senso  storico.   Se  ora,  nel  tornare  al  Vico,  ricerchiamo  quale  solu-  zione egli  desse  al  problema  della  forza  che  muove  la  sto-  ria, e  quale  contenuto  preciso  avesse  in  lui  il  concetto  della  provvidenza  nel  significato  oggettivo,  è  agevole  an-  zitutto escludere  che  la  sua  fosse  quella  Provvidenza  tra-  scendente e  miracolosa,  che  aveva  formato  il  tema  del-  l'eloquente Discours  del  Bossuet.  Agevole,  sia  perché  egli  in  tutta  la  sua  filosofia  non  fa  mai  altro  che  ridurre  il  trascendente  all'  immanente,  e  qui  innumeri  volte  ripete  che  la  sua  provvidenza  opera  per  vie  naturali  o  (valendosi  della  terminologia  della  scuola)  per  cause  seconde;  sia  perché  sopra  questo  punto  c'è,  si  può  dire,  fra  gl'inter-  petri  consenso  generale.   Non  meno  insistente  è  la  sua  critica  del  fato  e  del  caso,  o,  come  talora  tripartisce,  della  fortuna,  del  fato  e  del  caso.  Egli  avverte  anche  che  la  dottrina  del  fato  si  aggira  in  un  circolo  vizioso,  perché  la  serie  eterna  delle  cagioni,  con  la  quale  esso  tiene  cinto  e  legato  il  mondo,  pende  dall'arbitrio  di  Giove  e  Giove  è  insieme  soggetto  al  fato;  onde  c'è  rischio  che  gli  stoici  restino  avvolti  in  quella  «  catena  di  Giove  »,  con  la  quale  vogliono  trascinare  le  cose  umane.  Quei  tre  concetti,  ai  quali  corrispondono  le  opportunità  se  si  tratta  di  cose  desiderate,  le  occasioni  se  di  quelle  che  avvengono  oltre  la  speranza,  e  gli  accidenti  se  di  quelle  che  si  presentano  oltre  l'opinione,  sono  distinzioni  più  che  altro  dell'apprendimento  soggettivo,  per-  ché oggettivamente  pertengono  a  un'unica  legge,  la  quale  potrebbe  chiamarsi  altresì  «  fortuna  »,  ove  con  Platone  si  riconosca  per  signora  delle  cose  umane  l'opportunità;  e  tutte  tre  sono  le  manifestazioni  e  le  vie  della  Provvidenza  divina,  che  è  intelligenza,  libertà,  necessità.  Quello  che  fece  il  mondo  delle  nazioni  «  fu  pur  Mente,  perché  '1  fe-  cero gli  uomini  con  intelligenza;  non  fu  Fato,  perché  '1  fecero  con  elezione;  non  Caso,  perché  con  perpetuità,  sem-  pre cosi  facendo,  escono  nelle  medesime  cose  ».   Il  Vico  lumeggia  nei  modi  più  immaginosi  quella  com-  media degli  equivoci,  che  sono  le  illusioni  circa  i  fini  delle  azioni  che  si  compiono.  Gli  uomini  credettero  di  salvarsi  dalle  minacce  del  cielo  fulminante  col  portare  via  le  fem-  mine nelle  grotte  per  isfogare  la  libidine  bestiale  fuori  dello  sguardo  di  Dio;  e,  nel  tenerle  ferme  colà  dentro,  fondarono  i  primi  concubiti  pudici  e  le  prime  società;  cioè  i  matrimoni  e  le  famiglie.  Si  fortificarono  in  luoghi  adatti  col  fine  di  difendere    stessi  e  le  loro  famiglie;  e,  in  realtà,  con  quel  fortificarsi  in  certi  luoghi,  ponevano  fine  alla  vita  nomade,  al  divagamento  ferino,  e  imparavano  la  cultura  dei  campi.  I  deboli  e  sregolati,  ridotti  alle  estreme  neces-  sità dalla  fame  e  dalle  vicendevoli  uccisioni,  per  campare  la  vita  corsero  a  chiedere  riparo  in  quelle  terre  fortificate  facendosi  famoli  degli  eroi;  e  cosi,  senza  sliperlo,  vennero  ad  ampliare  le  famiglie  da  famiglie  di  soli  figliuoli  a  fa-  miglie anche  di  famoli  e  da  queste  a  stati  aristocratici  e  feudali.  Gli  aristocratici,  feudatari  o  patrizi,  credettero  di  difendere  e  perpetuare  il  loro  dominio  quiritario  sulle  terre  con  l'usare  la  più  stretta  rigidità  verso  i  famoli  o  plebi  che  le  lavoravano;  ma  a  questo  modo  indussero  i  famoli,  per  loro  difesa,  a  unirsi  tra  loro,  svegliarono  in  essi  la  coscienza  della  propria  forza,  da  plebe  ne  fecero  uomini, e  quanto  più  fieramente  i  patrizi  si  stimarono  patrizi  e  si  sforzarono  di  mantenersi  tali,  tanto  più  efficacemente  concorsero  a  distruggere  lo  stato  patrizio  e  a  creare  quello  democratico.  Cosi  (dice  il  Vico)  il  mondo  delle  nazioni  esce  *  da  una  mente  spesso  diversa  ed  alle  volte  tutta  contraria  e  sempre  superiore  ad  essi  fini  partico-  lari ch'essi  uomini  si  avevan  proposti;  de'  quali  fini  ri-  stretti fatti  mezzi  per  servire  a  fini  più  ampi,  gli  ha  sem-  pre adoperati  per  conservare  l'umana  generazione  in  que-  sta terra  ».   Ma  già  da  talune  di  queste  parole  del  Vico  si  potrebbe  ritrarre  bhe  egli  tendeva  talvolta  a  concepire  gli  uomini  come  coscienti  dei  propri  fini  utilitari  e  incoscienti  di  quelli  morali.  Il  che  condurrebbe  logicamente  a  spiegare  la  vita  sociale  con  esclusivi  principi  utilitari,  e  la  moralità  come  un  qualcosa  di  accidentale  rispetto  alla  volontà  umana  e  perciò  di  non  veramente  morale  :  una  formazione  estrin-  seca più  o  meno  potente  a  tenere  insieme  gli  uomini,  o  l'opera  nascosta  di  una  Provvidenza  extramondana.  L'uti-  litarismo s'insinua  soprattutto  in  una  pagina  nella  quale  è  detto  che  l'uomo,  per  la  sua  corrotta  natura,  essendo  tiranneggiato  dall'amor  proprio  pel  quale  segue  principal-  mente la  propria  utilità  e  vuole  tutto  l'utile  per    e  niuna  parte  pel  compagno  e  non  può  porre  in  conato  le  passioni  per  indirizzarle  a  giustizia,  nello  stato  bestiale  ama  sola-  mente la  sua  salvezza;  presa  moglie  e  generati  figliuoli,  ama  la  sua  salvezza  con  la  salvezza  della  fami-  glia; venuto  a  vita  civile,  ama  la  sua  salvezza  con  la  salvezza  della  città;  distesi  gl'imperi  sopra  più  po-  poli, ama  la  sua  salvezza  con  la  salvezza  della  na-  zione; unite  le  nazioni  in  guerre,  paci,  alleanze  e  com-  merci, ama  la  sua  salvezza  con  la  salvezza  di  tutto  il  genere  umano;  e  «  in  tutte  queste  circostanze  ama  principalmente  l'utilità  propria  ».  Per  la  qual  ragione,    X.    LA    PROVVIDENZA  123   «  non  da  altri  che  dalla  Provvedenza  divina  deve  essere  tenuto  dentro  tali  ordini  a  celebrare  con  giustizia  la  fami-  gliare, la  civile  e  finalmente  l'umana  società;  per  gli  quali  ordini,  non  potendo  l'uomo  conseguire  ciò  che  vuole,  al-  meno voglia  conseguire  ciò  che  dee  dell'utilità,  eh' è  quel  che  dicesi  giusto  ».  La  pubblica  virtù  romana  (scrive  al-  trove) «  non  fu  altro  che  un  buon  uso  che  la  Provvedenza  faceva  di  si  gravi,  laidi  e  fieri  vizi  privati,  perché  si  con-  servassero le  città  ne'  tempi  che  le  menti  degli  uomini,  essendo  particolarissime,  non  potevano  naturalmente  intendere  ben  comune  ».   Senonché  l'utilitarismo,  come  sappiamo,  è  affafto  repu-  gnante alla  concezione  etica  del  Vico,  fondata  sulla  co-  scienza morale  o  sul  pudore  ;  e  perciò  queste  sue  affer-  mazioni, che  inconsapevolmente  vi  condurrebbero,  non  possono  spiegarsi  se  non  come  effetto  del  turbamento  che  talora  produceva  in  lui  la  sopravvivenza  del  concetto  tra-  scendente e  teologico  circa  la  Provvidenza,  e  anche  della  poca  chiarezza  di  pensiero,  per  la  quale  non  gli  riusciva  di  tenere  ben  distinto  il  concetto  delle  illusioni  indivi-  duali da  quello  dei  fini  individuali  e  sostituiva  talvolta  il  secondo  dove  avrebbe  dovuto  trattare  solamente  del  primo..  Se  la  provvidenza  divina,  1'  «  unità  della  religione  d'una  divinità  provedente  »,  è  «  l'unità  dello  spirito  che  informa  e    vita  al  mondo  delle  nazioni  »,  questa  religiosità  non  può  starsene  al  pensiero  dell' inconsapevole' indirizzamento  dei  fini  individuali  a  effetti  universali,  ma  deve  esplicarsi  nel  dar  vita  e  vigore  ai  fini  universali  direttamente,  e  l'uomo  sarà  tutt' insieme  utilitario  e  morale,  oche  s'illuda  di  essere  morale  dov'è  utilitario  o  di  esser  utilitario  dov'è  effettivamente  morale.   A  ogni  modo,  e  nonostante  queste  oscillazioni  o  piut-  tosto confusioni,  concepire  i  fini  particolari  come  veicolo  degli  universali  e  le  illusioni  come   accompagnanti  e  eoo-    124  FILOSOFIA   DEL   VICO   peranti  con  l'azione  importa  concepire  dialetticamente  il  moto  della  storia  e  superare  il  problema  del  male.  Nel  Vico,  questo  problema  ha,  infatti,  pochissimo  rilievo,  tanto  in  lui  dominava  l'idea  che  la  Provvidenza  governi  tutto;  e  perciò  quel  che  si  chiama  male,  non  solo  gli  si  mostrava  voluto  dagli  uomini  sotto  sembianza  di  bene  (fal-  sum  sub  veri  specie,  mala  sub  bonorum  simulaci* ìs  amplecti-  mur),  ma  doveva  logicamente  svelarglisi  come  esso  stesso  una  forma  di  bene,  a  quella  guisa  che  bene  era  la  barba-  rica forza  costitutrice  della  prima  società.  In  qualche  raro  luogo  dei  suoi  primi  scritti  nel  quale  gli  accade  di  accen-  nare a  tali  questioni,  il  Vico  nota  che  noi  altri  uomini,  a  causa  della  nostra  iniquità  onde  «  nosmetipsos,  non  hanc  rerum  universitatem  spectamus  >,  le  cose  che  ci  con-  trariano stimiamo  male,  «  quce  tamen,  quia  in  mundi  com-  mune  conferunt,  bona  sunt  ».   La  concezione  della  storia  diventa  nel  Vico  veramente  oggettiva,  affrancata  dall'arbitrio  divino,  ma  non  meno  dall'impero  delle  piccole  cause  e  delle  spiegazioni  aned-  dotiche ;  e  acquista  coscienza  del  suo  fine  intrinseco,  che  è  d'intendere  il  nesso  dei  fatti,  la  logica  degli  avveni-  menti, di  essere  rifacimento  razionale  di  un  fatto  razionale.  Gli  studi  storici,  a  quei  tempi,  non  erano  tanto  danneg-  giati dal  primo  errore  (che  anzi  la  concezione  teologica,  fin  dagli  inizi  del  Rinascimento  italiano,  poteva  conside-  rarsi decaduta),  quanto  da  quella  forma  di  storia  che  ap-  punto allora  venne  prendendo  nome  di  prammatica,  e  che  restringendosi  all'aspetto  personale  degli  avvenimenti  e  non  raggiungendo  per  questa  via  la  piena  realtà  storica,  cercava  di  darsi  calore  e  vita  mercé  le  riflessioni  e  gli  ammaestramenti  politici  e  morali.  Un  monumento  di  storia  prammatica  sorgeva  nella  stessa  patria  del  Vico,  contem-  poraneamente alla  Scienza  nuova  :  la  Storia  civile  del  regno  di  Napoli   di    Pietro    Giannone,    il    quale    era    veramente    X.    LA   PROVVIDENZA  125   l'uomo  del  suo  paese  e  del  suo  tempo  e  scrisse  un  gran  libro  di  polemica  e  anche,  per  certi  rispetti,  di  storia,  ma  tale  che,  con  la  sua  altezza,    modo  di  segnare  la  tanto  maggiore  altezza  dell'opera  vichiana.  Ben  altro  che  astuzie  di  papi,  vescovi  e  abati,  e  semplicità  di  duchi  e  imperatori,  avrebbe  saputo  scoprire  il  Vico,  se  avesse  dovuto  narrare  lui  per  filo  e  per  segno  le  origini  della  proprietà  e  della  potenza  ecclesiastica  nel  Medioevo.  E  ben  altro,  come  ve-  dremo, egli  scopri  realmente  nella  storia,  tutte  le  volte  che  prese  a  indagarne  qualche  parte.    XI   I   RICORSI    L    Lio  spirito,  percorsi  i  suoi  stadi  di  progresso,  e  dalla  sensazione  innalzatosi  successivamente  all'universale  fanta-  stico e  poi  a  quello  intelligibile,  dalla  violenza  all'equità,  non  può,  in  conformità  della  sua  eterna  natura,  se  non  ripercorrere  il  suo  corso,  ricadere  nella  violenza  e  nel  senso,  e  di    riprendere  il  moto  ascensivo,  iniziare  il  ri-  corso.   È  codesto  il  significato  filosofico  del  «  ricorso  »  vichiano,  ma  non  è  il  modo  preciso  in  cui  lo  si  trova  espresso  negli  scritti  del  Vico,  dove  l'eterno  circolo  viene  quasi  esclusi-  vamente considerato  nelle  storie  dei  popoli,  come  ricorso  delle  cose  umane  civili.  La  civiltà  va  a  terminare  nella  «  barbarie  della  riflessione  »,  peggiore  della  prima  barba-  rie del  senso,  che  era  di  una  fierezza  generosa,  laddove  l'altra  è  vile,  insidiosa  e  traditrice;  e  perciò  è  necessario  che  quella  malnata  sottigliezza  d'ingegni  maliziosi  vada  a  irrugginire  dentro  lunghi  secoli  di  una  nuova  barbarie  del  senso.  Tuttavia,  dai  fatti  storici  e  dallo  schema  socio-  logico bisogna  estrarre  e  depurare  il  concetto  del  «  ri-  corso »,  non  solo  per  rendersi  conto  dell'assolutezza  ed  eternità  che  il  Vico  gli  attribuisce,  ma  anche  per  giustifi-  care la  rappresentazione  storica  e  la  legge  sociologica  che    128  FILOSOFIA   DEL   VICO   si  fondano  sopra   di  esso  e  da  esso   principalmente   attin-  gono la  loro  forza.   Le  leggi  di  corsi  e  ricorsi,  che  erano  state  stabilite  dai  filosofi  e  politici  greci  e  da  quelli  italiani  del  Rinascimento,  si  fondavano  certamente  anch'esse  sopra  qualche  filosofia,  ma  assai  superficiale  ;  onde  assumevano  a  loro  obietto  le  estrinseche  e  vuote  forme  politiche,  delle  quali  procura-  vano di  determinare  la  successione  sopra  dati  di  esperienza  o  su  vaghi  raziocini.  Ma  il  Vico  ha  per  suo  obietto  le  forme  di  cultura,  che  abbracciano  in    tutti  gli  atteggiamenti  della  vita,  l'economia  e  il  diritto,  la  religione  e  l'arte,  la  scienza  e  il  linguaggio  ;  e,  riportandole  alla  loro  intima  fonte,  che  è  lo  spirito  umano,  ne  stabilisce  la  successione  secondo  il  ritmo  delle  elementari  forme  dello  spi-  rito. Per  questo,  tutta  l'erudizione  che  si  è  spesa  per  rav-  vicinare i  ricorsi  vichiani  alle  teorie  di  Platone  o  di  Po-  libio, del  Machiavelli  o  del  Campanella,  riesce  mediocre-  mente inutile:  tanto  più  che  il  Vico  (il  quale,  come  sap-  piamo, pure  fraintendendo  spesso  i  suoi  predecessori,  non  si  può  dire  che  volesse  celarli,  anzi,  dove  gli  pareva  scor-  gere riscontri  e  consensi,  se  ne  pompeggiava)  non  senti  il  bisogno  di  ricordarle  o  vi  accennò  con  poca  stima.  L'àvay.óxXtoats  di  Polibio,  la  sua  economia  della  natura  se-  condo la  quale  si  cangiano  e  tramutano  e  al  medesimo  punto  gli  stati  ritornano,  è  sembrata  quasi  un'anticipa-  zione della  storia  ideale  eterna  ;  pure  il  Vico  mette  Poli-  bio insieme  con  gli  altri,  invitando  i  lettori  a  considerare  «  quanto  [poco]  i  filosofi  abbiano  con  iscienza  meditato  sui  principi  dei  civili  governi,  e  quanto  [poco]  con  verità,  Po-  libio abbia  ragionato  sulle  loro  mutazioni  ■».  Il  Campanella  connetteva  i  suoi  circoli  storici  con  leggi  astrologiche  ;  e  il  Machiavelli  ecco  come  concepisce  la  catastrofe  che  inizia  il  ricorso  :  «  Quando  l'astuzia  e  malignità  umana  è  venuta  dove  la  può   venire,  conviene  di  necessità   che  il   mondo si  purghi  per  uno  dei  tre  modi  [peste,  fame  e  inonda-  zione, oltre  quelli  umani  delle  nuove  religioni  e  linguaggi],  acciocché  gli  uomini,  essendo  divenuti  pochi  e  battuti, 'vi-  vano più  comodamente  e  divengano  migliori  ».  Il  solo  precedente  al  quale  il  Vico  quasi  si  gloria  di  riferirsi,  è  l'antichissima  tradizione  egiziana  sulla  successione  delle  tre  età  degli  dèi,  degli  eroi  e  degli  uomini,  che  interpetra  in  guisa  tutta  sua  e  riempie  di  contenuto  affatto  nuovo.   Se  la  filosofìa,  che  è  nel  fondo,  conferisce  forza  alla  teo-  ria sociologica  vichiana  dei  ricorsi,  il  materiale  storico  col  quale  è,  per  cosi  dire,  impastata,  v'introduce  qualche  de-  bolezza. Il  Vico  ebbe  pratica  e  predilezione  particolare  per  la  storia  specialmente  giuridica  di  Roma,  donde  mossero  le  sue  indagini  e  alla  quale  si  dedicò  per  più  anni;  e  que-  sta storia,  sia  perché  da  lui  meglio  ricercata,  sia  per  la  sua  stessa  complessità,  grandiosità  e  durata,  fini  per  pa-  rergli la  storia  tipica  o  normale,  da  servire  di  misura  tutte  le  altre,  e  gli  si  confuse  con  la  stessa  legge  del  corso  e  ricorso.  Roma  gli  offriva  l'asilo  di  Romolo,  cioè  il  passaggio  dallo  stato  ferino  all'ordinamento  politico  ;  le  .aristocrazie,  monarchiche  dapprima  solo  in  apparenza,  e  poi  neppure  nell'apparenza;  la  democrazia,  uscente  dalla  lotta  contro  l'aristocrazia  e  terminante  nell'effettiva  mo-  narchia, cioè  nella  forma  pili  perfetta  della  vita  civile;  e  di  qui,  per  processo  degenerativo,  la  barbarie  della  rifles-  sione ossia  della  civiltà,  che  è  incomparabilmente  peggiore  della  prima  e  generosa  barbarie,  e,  conseguenza  di  essa,  una  seconda  condizione  di  di  vagamento  ferino,  e  la  nuova  barbarie,  la  nuova  gioventù,  il  Medioevo.  La  storia  di  Roma,  a  mala  pena  generalizzata  e  integrata  qua  e    con  quella  della  Grecia,  si  scorge  nelle  «  degnità  »  vicinane  che  formolano  le  leggi  della  dinamica  sociale.  Gli  uomini  prima  sentono  il  necessario,  dipoi  badano  all'utile,  appresso  avvertiscono  il  comodo,  più   innanzi  si  dilettano  del   pia-   B.  Cuoce,  La  filosofìa  di  Giambattista  Vico.  1>    130  FILOSOFIA   DEL   VICO   cere,  quindi  si  dissolvono  nel  lusso,  e  finalmente  impaz-  zano in  istrapazzar  le  sostanze.  Ci  vogliono  prima  uomini  immani  e  goffi  come  i  Polifemi,  affinché  l'uomo  ubbidisca  all'uomo  nello  stato  delle  famiglie,  e  per  disporlo  a  ubbi-  dire alla  legge  nello  stato  futuro  delle  città.  Ci  vogliono  i  magnanimi  e  gli  orgogliosi  come  gli  Achilli,  determinati  a  non  cedere  ai  loro  pari,  affinché  sulle  famiglie  si  costi-  tuiscano le  repubbliche  di  forma  aristocratica.  Quindi  si  richiedono  i  valorosi  e  giusti,  quali  gli  Aristidi  e  gli  Sci-  pioni  Africani,  per  aprire  la  strada  alla  libertà  popolare.  Più  innanzi,  personaggi  appariscenti  con  grandi  immagini  di  virtù  accompagnata  da  grandi  vizi,  che  presso  il  volgo»  fanno  strepito  di  vera  gloria,  quali  gli  Alessandri  e  i  Ce-  sari, per  introdurre  le  monarchie.  Più  oltre  ancora,  i  tristi  riflessivi,  quali  i  Tiberi,  per  istabilirle  ;  e,  finalmente,  i  furiosi,  dissoluti  e  sfacciati,  quali  i  Caligola,  i  Neroni,  i  Domiziani,  per  rovesciarle.   Per  effetto  di  questo  assottigliamento  della  storia  romana  a  storia  tipica,  e  insieme  della  corpulenza  che  la  storia  ti-  pica acquista  nella  storia  di  Roma,  la  ìegge  vichiana  dei  ricorsi  è  tutta  rotta  da  eccezioni,  assai  più  frequenti  e  gravi  che  le  medesime  leggi  empiriche  non  comportino  j  talché  se  il  suo  schema  empirico  fosse  tutt'uno,  come  a  lui  sembrò,  con  la  legge  ideale  dello  spirito,  parrebbe  quasi  ironia  l'affermata  costanza  di  esso  nell'eternità  e  nei  mondi  infiniti.  Il  disegnato  corso  delle  cose  umane  (egli  scrive)  non  fecero,  nell'antichità,  Cartagine,  Capua  e  Numanzia^  le  tre  città  che  minacciarono  di  disputare  a  Roma  l'im-  pero del  mondo  ;  perché  i  cartaginesi  furono  prevenuti  dalla  nativa  acutezza  africana,  che  più  aguzzarono  nei  commerci  marittimi  ;  i  capuani  dalla  mollezza  del  cielo  e  dall'abbondanza  della  Campagna  felice;  i  numantini,  per-  ché nel  loro  primo  furore  dell'eroismo  furono  oppressi  dalla  potenza  romana,  comandata  da  uno  Scipione  Africano,  vin-    XI.    I   RICORSI  131   citore  di  Cartagine,  e  assistita  dalle  forze  del  mondo.  E  dall'antichità  saltando  ai  tempi  moderni,  gli  americani  cor-  rerebbero ora  il  corso  delle  cose  umane,  se  non  fossero  stati  scoperti  dagli  europei;  Polonia  e  Inghilterra  persi-  stono stati  aristocratici  (tale  stimava  il  Vico  l'Inghilterra,  perché,  non  come  la  Francia,  monarchia  assoluta),  ma  per-  verranno a  perfettissime  monarchie,  se  il  corso  naturale  delle  cose  umane  civili  non  sarà  loro  impedito  da  cagioni  straordinarie.  Neppur  il  Medioevo  poteva  considerarsi,  se-  condo la  mente  del  Vico,  come  un  vero  e  proprio  ritorno  allo  stato  ferino,  se  si  apri  con  lo  stabilimento  della  re-  ligione del  vero  Dio,  del  cristianesimo;  né,  a  ogni  modo,  quel  ritorno  alla  ferinità  e  alla  barbarie  sembra  che  sia  la  sola  via  che  si  offra  alle  nazioni,  giunte  alla  loro  tbqiVj,  al  loro  culmine.  C'è  l'altra  che  le  nazioni  corrotte  perdano  l'indipendenza  e  vengano  sotto  il  dominio  di  altre  migliori.  Né,  infine,  la  decadenza  è  inevitabile,  se  uomini  di  stato  e  filosofi,  lavorando  concordi,  possono  ser-  bare la  perfezione  raggiunta  e  raffrenare  la  dissoluzione  minacciante,  e  se  difatti  (come  egli  nota)  le  poche  repub-  bliche aristocratiche  che  sopravvivevano  ai  suoi  tempi  quali  residui  del  Medioevo  (per  es.,  Venezia),  riuscivano  a  con-  servarsi con  arti  di  «  sopraffina  sapienza  ».  I  suoi  propri  tempi  il  Vico  giudica  di  alta  civiltà  :  una  compiuta  umanità  (egli  dice)  sembra  sparsa,  oggi,  per  tutte  le  nazioni.  Pochi  grandi  monarchi  reggono  il  mondo  dei  popoli,  e  quelli  an-  cora barbari  o  durano  per  la  perdurante  sapienza  volgare  di  religioni  fantastiche  e  fiere,  o  insiememente  per  effetto  del  temperamento  naturale  dei  vari  popoli.  Le  nazioni,  infatti,  soggette  allo  czar  di  Moscovia  sono  di  mente  pi-  gra ;  quelle  del  chan  di  Tartaria,  genti  molli  ;  i  popoli  sui  quali  regnano  il  negus  di  Etiopia  e  i  re  di  Fez  e  di  Ma-  rocco, deboli  e  parchi.  Nella  zona  temperata  il  Giappone  celebra  un'umanità  eroica,  somigliante    alla    romana   dei    132  FILOSOFIA   DEL   VICO   tempi  delle  guerre  cartaginesi,  fieri  nelle  armi,  con  una  lingua  che  arieggia  la  latina  (qui  il  Vico  fraintendeva  il  ragguaglio  di  un  missionario  gesuita),  con  una  religione  feroce  di  dèi  orribili  tutti  carichi  d'armi  infeste  (e  qui  esagerava  alquanto  un  passo  del  Bartoli)  ;  i  cinesi,  invece,  con  una  religione  mansueta,  coltivano  le  lettere  e  sono  umanissimi;  umani  ed  esercitanti  le  arti  della  pace,  i  popoli  del  gran  Mogol;  i  persiani  e  i  turchi  mescolano  alla  mollezza  dell'Asia  la  rozza  dottrina  della  loro  reli-  gione, e  i  turchi  in  ispecie  temperano  l'orgoglio  con  la  magnificenza,  col  fasto,  con  la  liberalità  e  con  la  gratitu-  dine. Umanissima  per  eccellenza  l'Europa,  composta  in  grandi  monarchie  e  dove  dappertutto  si  professa  la  reli-  gione cristiana,  la  quale  insegna  un'idea  di  Dio  infinita-  mente pura  e  perfetta  e  comanda  la  carità  verso  tutto  il  genere  umano.  Il  Vico  ferma  l'occhio  sulle  confederazioni  dei  cantoni  svizzeri  e  delle  provincie  unite  di  Olanda  (che  gli  ricordano  le  leghe  etolie  ed  achee),  e  sul  corpo  del-  l'Impero germanico,  sistema  di  città  libere  e  di  principi  sovrani,  che  gli  sembra  quasi  saggio  di  un  grande  stato  aristocratico,  il  più  perfetto  di  tutti,  forma  ultima  degli  stati  civili,  perché  non  si  può  intenderne  altra  superiore,  riproducendo  essa  la  prima,  l'aristocrazia  dei  patrizi,  re  sovrani  nelle  loro  famiglie  e  uniti  in  ordini  regnanti  nelle  prime  città,  ma  riproducendola  non  più  barbarica,  anzi  sommamente  civile.  L'Europa  sfolgora  dappertutto  di  tanta  -umanità,  che  vi  si  abbonda  di  tutti  i  beni  i  quali  possono  felicitare  l'umana  vita  non  meno  pei  piaceri  della  mente  e  dell'animo  che  per  gli  agi  del  corpo  ;  e  tutto  ciò  per  virtù  della  religione  cristiana  che  insegna  verità  sublimi,  servita  dalle  più  dotte  filosofie  dei  gentili  e  dalle  tre  maggiori  lingue  del  mondo,  l'ebraica,  la  greca  e  la  latina,  e  riu-  nente per  tal  modo  la  sapienza  comandata  con  la  ragionata,  la  più  scelta  dottrina  dei  filosofi  con  la  più  colta  erudizione dei  filologi.  Codesta  somma  civiltà,  garantita  dal  cristia-  nesimo, sarebbe  andata  o  stava  per  andare  incontro  a  un  nuovo  stato  ferino?  È  diffìcile  conoscere  quel  che  vera-  mente il  Vico  pensasse  in  proposito.  C'è,  tra  i  suoi  versi,  una  canzone  cupamente  pessimistica  ;  ma  è  una  effusione  giovanile  e,  a  ogni  modo,  piuttosto  che  a  decadenza  so-  ciale, accenna  addirittura  a  un'imminente  fine  del  mondo.  Nelle  sue  lettere,  si  fa  un  triste  quadro  delle  condizioni  degli  studi  ai  suoi  tempi  ;  ma  non  si  spinge  lo  sguardo  fuori  di  quel  campo  ristretto,  a  considerare  la  vita  sociale  e  politica.  D'altra  parte,  nell'ultimo  suo  scritto  filosofico,  nel  De  mente  heroica,  volgendosi  a  quelli  che  dicevano  tutto  essere  ormai  perfetto  e  non  presentarsi  nient'altro  da  fare,  affermava  che  si  era  nel  maggior  fervore  di  progresso:  «  Mundus  iuvenescit  adhuc;  nani  septingentis  non  ultra  ab  hinc  annis,  quorum  tamen  quadringentos  barbaries  percur-  rit,  quot  nova  inventa?  quot  novee  artesf  qnot  novee  scientice  exeogitatee?...  ».  Ma  si  potrebbe  osservare  che  il  De  mente  heroica  è  un'orazione  accademica,  e  che  forse  per  questo  il  Vico  vi  fece  tacere  i  suoi  dubbi  o  i  suoi  intimi  convinci-  menti. In  ogni  caso,  come  adattare  nella  previsione  di  una  imminente  decadenza  il  sorgere  di  quel  fatto  provvidenziale  che  era  la  Scienza  nuova,  la  quale  illuminava  la  vita  delle  nazioni  e  ne  rendeva  possibile  la  diagnosi  e  la  cura?  Tutto  sommato,  è  probabile  che  il  pensiero  del  Vico  circa  le  sorti  della  società  a  lui  contemporanea  sia  difficile  tanto  a  co-  gliere perché,  in  verità,  un  pensiero  determinato  su  quel  punto  a  lui  mancava,  essendo  il  suo  animo  tratto  in  qua  e  in    da  diverse  e  opposte  tendenze  e  agitato  fra  timori  e  speranze.   Se  non  fosse  stata  turbata  dallo  schema  della  storia  romana,  la  teoria  empirica  dei  ricorsi  non  sarebbe  stata  costretta  ad  accogliere  tante  e  tanto  gravi  eccezioni,    si  sarebbe  impigliata  in  cosi  angosciose  perplessità,  e  avrebbe pili  agevolmente  allogato  le  osservazioni  storiche  dell'au-  tore, e,  insomma,  si  sarebbe  presentata  con  tratti  più  sem-  plici e  generali.  Essa  sarebbe  consistita  sopratutto  nella  determinazione  e  illustrazione  del  nesso  tra  epoche  di  pre-  valenza fantastica  ed  epoche  di  prevalenza  intellettiva,  tra  spontanee  e  riflesse,  onde  dalle  prime  escono  le  se-  conde per  potenziamento  e  dalle  seconde,  attraverso  la  degenerazione  e  la  decomposizione,  si  torna  alle  prime.  La  storia  politica  mostra  di  continuo  lo  spettacolo  di  aristo-  crazie che,  da  forti  che  erano,  si  fanno  vili  e  spregevoli,  e  cedono  all'urto  di  classi  meno  affinate  o  addirittura  rozze  ma  moralmente  più  energiche,  fintanto  che  queste,  diventate  a  loro  volta  raffinate,  raggiunta  la  più  alta  fio-  ritura delle  idee  storiche  di  cui  portavano  il  germe,  en-  trano in  un  periodo  di  decadenza  e  di  fermentazione,  dal  quale  esce  una  nuova  classe  dominatrice,  giovanilmente  barbara.  E  la  storia  della  filosofia  mostra  periodi  positi-  vistici e  periodi  speculativi,  l'irrigidirsi  delle  soluzioni  filosofiche  nelle  dottrine  scolastiche  e  nei  dommi,  il  ri-  torno alla  mera  osservazione  del  fatto  singolo,  e  il  rina-  scente processo  speculativo.  E  la  storia  letteraria  ci  parla  anch'essa  di  periodi  realistici  e  idealistici,  romantici  e  clas-  sicisti, di  corruttela  classica  che  è  alessandrinismo  e  deca-  dentismo, e  di  barbarie  romantica  che  da  questo  risorge.  Ecco  altrettanti  casi  di  veri  e  propri  ricorsi  vie  hi  ani.  Ma  poiché  la  natura  dello  spirito,  messa  a  fondamento  di  questi  cicli,  è  fuori  del  tempo  ossia  è  in  ogni  istante  del  tempo,  non  bisogna  esagerare  la  distinzione  dei  periodi;  e,  se  quella  legge  deve  avere  una  certa  rigidezza,  deve  per  altro  serbare  anche  una  certa  elasticità.  Non  bisogna  mai  dimenticare  che  in  ogni  epoca,  per  aristocratica  o  demo-  cratica, romantica  o  classica,  positiva  o  speculativa  che  si  dica,  anzi  in  ogni  individuo  e  in  ogni  fatto,  è  dato  notare  momenti  aristocratici  e   democratici,    romantici  e  classici, positivi  e  speculativi,  e  che  quelle  'distinzioni  su  grande  scala  sono  quantitative  e  di  comodo:  il  che  non  deve  por-  tarci né  a  sostenere  quella  legge  a  tutti  i  rischi,  cadendo  nell'artificiosità,    a  combatterla  a  oltranza,  ricusando  i  servigi  che  gli  schemi  generali  e  approssimativi  sogliono  rendere.   Perciò,  quando  sia  cosi  intesa  e  corretta,  non  solo  non' e' è  bisogno  d'introdurre  in  essa  quelle  grosse  e  stridenti  eccezioni  che  il  modellamento  sulla  storia  ro-  mana e  sulla  sua  catastrofe  finale  faceva  necessarie,  ma  le  accuse  mosse  al  Vico  di  troppa  uniformità  si  dileguano.  Vincenzo  Cuoco,  uno  dei  primi  che  presero  a  studiare  con  intelligenza  l'opera  del  Vico,  notava,  a  proposito  e  contro  i  ricorsi,  che  «  la  natura  non  si  rassomiglia  mai  a    stessa,  ed  è  l'uomo  che  per  comporre. le  sue  osservazioni  forma  le  classi  e  i  nomi  ».  Verissima  sentenza,  ma  che  si  volesse  applicare  a  questo  caso,  non  varrebbe  solo  contro  i  ricorsi  vichiani,  ma  contro  ogni  sorta  di  scienza  umana  di  carattere  empirico.  Altri  rimprovera  al  Vico  di  avere  trascurato  ordini  di  cause  che  hanno  importanza  grande  nella  storia,  per  es.  il  clima,  le  disposizioni  naturali  delle  razze  e  dei  popoli,  gli  avvenimenti  straordinari.  Ma,  lasciando  stare  che  il  Vico  fece  menzione  più  volte  di  tutte  queste  cose  mettendo  in  rapporto  i  caratteri  dei  popoli  e  i  climi  con  le  forme  e  vicende  degli  Stati  e  ricordando  avvenimenti  e  circostanze  che  affrettano  il  corso  naturale  ossia  ordinario  delle  na-  zioni (come,  tra  l'altro,  nel  discorrere  della  storia  greca)  ;  il  vero  è  che  egli  non  doveva  tenerne  conto,  o  non  poteva  indugiarvisi,  perché  il  suo  assunto  concerneva  le  uniformità  e  non  le  differenze,  o  certe  uniformità  e  non  certe  altre,  che  rispetto  alle  prime  diventavano  differenze  trascurabili.  Allo  stesso  modo  (e  il  paragone  è  calzante  ed  è  più  che  un  paragone)  chi  si  faccia  a  notare  i  caratteri  generali  delle  varie  età  della  vita,  della  infanzia,  della  fanciullezza,  dell'adolescenza  e  via  dicendo,  trascurerà  di  no-  tare gli  acceleramenti  o  ritardi  di  sviluppo  secondo  i  vari  climi  o  le  varie  razze  o  i  vari  accidenti.  Nel  medesimo  gruppo  di  addebiti,  veri  e  inopportuni  insieme,  rientra  che  il  Vico  abbia  negato  la  comunicabilità  e  compenetra-  zione reciproca  delle  civiltà  col  sostenere  insistentemente  che  la  civiltà  nacque  separatamente  presso  i  popoli  senza  sapere  nulla  gli  uni  degli  altri  e  perciò  senza  prendere  esempio  reciproco.  Il  quale  addebito  è  stato  controbattuto  osservando  che  il  Vico  non  manca  di  ricordare  casi  di  ef-  ficacia di  un  popolo  sull'altro  e  di  trasmissione  delle  ci-  viltà e  dei  loro  prodotti  (per  es.,  della  scrittura  alfabetica  dai  caldei  ai  fenici  e  da  questi  agli  egiziani),  e  che,  a  ogni  modo,  la  sua  legge  è  non  empirica  ma  filosofica  e  si  ri-  ferisce alla  spontaneità  produttrice  dello  spirito  umano.  Senonché,  ciò  che  è  in  discussione  è  appunto  l'aspetto  em-  pirico e  non  quello  filosofico  della  legge  ;  e  la  risposta  giusta  sembra  a  noi,  come  si  è  già  accennato,  che  il  Vico  non  potesse  e  non  dovesse  tenere  conto  delle  altre  circo-  stanze, al  modo  stesso  (per  ripigliare  l'esempio)  che  chi  nello  studiare  le  varie  fasi  della  vita  descrive  le  prime  manifestazioni  del  bisogno  sessuale  nel  vago  fantasticare  o  in  altri  fatti  consimili  della  pubertà,  non  tiene  conto  dell'iniziazione  all'amore  che  gli  adolescenti  meno  esperti  possono  ricevere  dai  piti  esperti,  quando  l'assunto  della  ricerca  concerna  non  le  leggi  sociali  dell'imitazione  ma  le  leggi  fisiologiche  dello  sviluppo  organico.  E  colui  che  affermasse  che  pur  senza  iniziazione  e  ammaliziamento  il  bisogno  sessuale  si  risveglia  egualmente  e  si  procaccia  soddisfazione,  riaffermerebbe,  senza  dubbio,  nient'altro  che  l'incontrastabile  verità  di  un'antichissima  novellina  orien-  tale che  il  Boccaccio  inseri  nel  Decamerone,  ma  pronun-  zierebbe  insieme  il  più  esatto  riscontro  alla  famosa  e  tanto  contrastata  dignità  vichiana.    XI.    I   RICORSI  137     i  ricorsi  vichiani  si  oppongono  di  necessità,  come  spesso  si  è  creduto,  al  concetto  di  progresso  sociale.  Si  opporrebbero,  se,  invece  di  essere  semplicemente  uniformi,  fossero  identici,  in  conformità  dell'idea,  che  si  è  affacciata  nell'antichità  e  nei  giorni  nostri- a  qualche  cervello  strava-  gante, dell'eterno  ritorno  delle  cose  singole  e  individuali.  Il  ripercorso  del  corso,  il  circolo  eterno  dello  spirito,  può  e  deve  (sebbene  il  Vico  non  lo  dica)  pensarsi  non  solo  di-  verso nel  moto  uniforme,  ma  continuamente  arricchentesi  e  crescente  su    stesso,  in  guisa  che  la  nuova  epoca  del  senso  sia  in  realtà  arricchita  di  tutto  l'intelletto,  di  tutto  lo  svolgimento  precedente,  e  cosi  la  nuova  epoca  della  fantasia  o  quella  della  mente  spiegata.  La  barbarie  ritor-  nata, il  Medioevo,  fu  per  tanti  rispetti  uniforme  all'antica  barbarie  ;  ma  non  per  ciò  deve  considerarsi  identica  se  con-  tenne in    il  cristianesimo  che  compendiò  e  superò  il  pen-  siero antico.   Tutt'altra  questione  è  se  nel  Vico  sia  esplicito  e  rile-  vato il  concetto  di  progresso.  11  Vico  non  nega  il  progresso,  vi  fa  anche,  quando  parla  delle  condizioni  dei  suoi  tempi,  qualche  accenno  come  a  una  realtà  di  fatto;  ma  non  ne  ha  il  concetto,  e  molto  meno  gli    rilievo.  La  sua  filosofia,  se  procura  l'alta  visione  del  processo  dello  spirito  ubbidiente  alla  sua  propria  legge,  ritiene  tuttavia,  da  questa  mancanza  di  coscienza  circa  il  progressivo  ar-  ricchimento del  reale,  qualcosa  di  desolato  e  di  triste.  Il  carattere  individuale  degli  uomini  e  degli  avvenimenti  ò,  nel  Vico,  obliterato:  individui  e  avvenimenti  stanno  sol-  tanto come  casi  particolari  di  un  aspetto  dello  spirito  o  di  una  fase  della  civiltà  ;  e  perciò,  sempre,  Aristide  con  Sci-  pione, Alessandro  con  Cesare,  non  mai  Aristide  come  Ari-  stide, Scipione  come  Scipione,  e  Alessandro  e  Cesare  come  Alessandro  e  come  Cesare.  Progresso  importa  ufficio  pri-  vilegiato di   ciascun   fatto,  di  ciascun  individuo,   ciascuno    138  FILOSOFIA   DEL   VICO   mettendo  la  propria  nota,  insostituibile,  nel  poema  della  storia,  e  ciascuno  rispondente  con  maggior  voce  al  suo  predecessore.   Ma  la  ragione  per  la  quale  al  Vico  doveva  fare  difetto  l'idea  di  progresso  e  la  sua  ricerca  storica  doveva  riuscire  unilaterale,  non  si  può  scorgere  bene  se  non  quando  si  sia  dato  uno  sguardo  alla  sua  metafisica.    XII   La  metafisica    _L  er  «  metafisica  »  intendiamo  la  concezione  che  ebbe  il  Vico  della  realtà  tutta  e  non  del  solo  mondo  umano;  e  includiamo  nel  significato  della  parola  anche  l'eventuale  conclusione  negativa  che  affermi  l' inconoscibilità  o  la  im-  perfetta conoscibilità  di  una  o  più  sfere  del  reale,  o  di  quella  suprema  in  cui  le  altre  si  riuniscono.   Il  Vico  per  l'appunto  (come  ci  è  noto  dalla  seconda  forma,  che  è  poi  l'ultima,  della  sua  gnoseologia)  segnò  una  profonda  linea  divisoria  tra  mondo  umano  e  mondo  natu-  rale: il  primo  trasparente  all'uomo  perché  fatto  dall'uomo,  e  il  secondo  opaco,  perché  Dio,  che  l'ha  fatto,  egli  ne  ha  la  scienza.  E  la  sua  concezione  della  realtà  totale  e  ul-  tima, la  metafisica  da  lui  esposta  tutt' insieme  con  la  sua  prima  gnoseologia,  ritiene  il  solo  valore,  che  questa  le  con-  cede, di  una  probabile  ma  inverificabile  congettura,  la  quale  si  compie  nella  certezza  della  teologia  rivelata.  Essa  rimane  perciò  senza  possibile  congiungimento  con  la  Scienza  nuova,  che  procede  con  metodo  sicuro  di  verità  e  prescinde  affatto  dalla  rivelazione.  Il  Vico  non  la  rifiutò  mai  ;  ne  discorre  nella  sua  autobiografia  che  è  del  1725,  contem-  poranea alla  prima  Scienza  nuova;  la  ricorda  con  compia-  cimento nel  1737,  cioè  sette  anni  dopo  la  seconda  Scienza    140  FILOSOFIA   DEL   VICO   nuova,  quando  la  sua  vita  scientifica  era  (ed  egli  stesso  cosi  la  considerava)  terminata.  Ma,  sebbene  non  la  rifiu-  '  tasse,  la  tenne  sempre  come  appartata  in -un  angolo  della  sua  mente.   Sembrerebbe  che,  assodato  questo  punto,  non  ci  do-  vesse essere,  circa  la  metafisica  vichiana,  altro  da  dire  d'importanza  filosofica.  Pure,  non  è  cosi.  E  in  primo  luogo,  poiché  ogni  parte  della  filosofia  implica  le  altre  e  dalla  trattazione  di  una  delle  cosi  dette  scienze  filosofiche  par-  ticolari si  può  sempre  desumere  il  carattere  del  tutto,  è  legittimo  cercar  di  determinare,  scrutando  la  Scienza  nuova,  quale  metafisica  vi  è  implicita,  ossia  quale  com-  plemento filosofico  quella  scienza  logicamente  sopporta  e  richiede.   Ora  la  Scienza  nuova,  che  affermava  la  conoscibilità  piena  delle  cose  umane,  e  non  già  nella  loro  superficie  come  in  una  psicologia,  ma  nell'intima  loro  natura;  la  Scienza  nuova,  che  raggiungeva  di    dagl'individui  la  conoscenza  della  Mente  che  informa  il  mondo  ed  è  Provvi-  denza; quella  Scienza,  che  con  divino  piacere  contem-  plava l'eterno  circolo  dello  Spinto:  innalzata  che  si  era  a  tale  altezza  tendeva  necessariamente  all'interpetrazione  di  tutta  la  realtà,  della  natura  e  di  Dio  come  Mente.  Che  questa  tendenza  fosse  oggettiva,  della  Scienza  nuova,  e  non  soggettiva,  del  Vico,  nel  quale  quella  scienza,  per  cosi  dire,  si  era  pensata,  è  quasi  superfluo  avvertire  di  nuovo.  Il  Vico,  come  persona,  non  solo  non  la  favori,  ma  anzi  la  compresse  e  represse  con  tanta  energia  che  non  ne  lasciò  apparire  traccia  nei  suoi  libri.  Di  nessuna  dottrina  filoso-  fica ebbe  tanto  terrore,  e  contro  nessuna  polemizzò  con  tanta  frequenza,  quanto  contro  il  panteismo  ;  e  forse  pro-  prio questa  preoccupazione  polemica  è  la  sola  traccia,  seb-  bene affatto  involontaria,  che  si  possa  notare  nei  suoi  scritti,  della  tendenza  che  egli  doveva  sentire  in  sé.  Egli era  e  voleva  restare  cristiano  e  cattolico:  la  trascendenza,  il  Dio  personale,  la  sostanzialità  dell'anima,  per  quanto  la  sua  scienza  non  vi  conducesse,  erano  bisogni  irrefrena-  bili della  sua  coscienza.  Ma  ciò,  come  permetteva  al  Vico  di  reprimere  soltanto,  e  non  di  sopprimere,  la  logica  e  in-  trinseca tendenza  del  suo  pensiero,  cosi    a  noi  facoltà  di  riconoscerla  nella  cosa  stessa.  E  a  ragione  un  critico  italiano  (lo  Spaventa)  ebbe  ad  affermare  che  nel  Vico  si  affacci  l'esigenza  di  una  nuova  metafisica;  e  un  altro,  tedesco  e  cattolico,  defini  il  sistema  di  lui  un  semipan-  teismo. Più  arrischiato  sarebbe  forse,  col  ricordato  critico  italiano,  spingersi  a  dire  che  il  Vico  progredì  sul  concetto  delle  due  sostanze  cartesiane  e  dei  due  attributi  spinoziani  e  della  stessa  monade  leibniziana,  sorpassando  il  paralle-  lismo e  l'armonia  prestabilita  col  distinguere  le  due  prov-  videnze, i  due  attributi,  la  natura  e  lo  spirito,  in  modo  che  uno  di  essi  sia  scala  all'altro,  e  col  concepire  il  punto  di  unione  e  la  derivazione  del  contrario  come  spiegamento  o  sviluppo;  onde  la  natura  sarebbe  il  fenomeno  e  la  base  propria  dello  spirito,  il  presupposto  che  lo  spirito  fa  a    stesso  per  essere  veramente  spirito,  vera  unità.  Perché,  potendosi  dubitare  che  la  distinzione  dei  due  attributi  o  delle  due  provvidenze,  la  naturale  e  l'umana,  sia  ben  fon-  data e  ineluttabile  conseguenza  del  concepire  la  sostanza  come  spirito  e  come  mente,  non  si  può  dedurre  il  passag-  gio evolutivo  dall'una  all'altra  come  tendenza  implicita  nel  concetto  vichiano  della  mente.  Per  questa  seconda  e  particolare  tendenza  occorrono,  insomma,  prove  partico-  lari e  documentarie,  che  si  hanno  bensì  ma  insufficienti  e  malsicure,  e  non  nel  sistema  della  Scienza  nuova,  ma  piuttosto  in  quello  che  cronologicamente  lo  precedette.   Perché  anche  la  metafisica  che  il  Vico  delineò  nella  pri-  ma fase  del  suo  pensiero  non  è  (com'è  sembrato  a  parecchi  e  può  sembrare  a  prima  vista)  priva  di  ogni  significato  e importanza.  Essa  dimostra  la  medesima  avversione  contro  il  materialismo  e  il   medesimo  amore  per  V  idealismo  che  anima  le   meditazioni  della  Scienza  nuova.  La  filosofia  di  Epicuro,  che  prende  a  suo  principio  il   corpo  già  formato  e  diviso  in  parti  multiformi  ultime,  composte  d'altre  parti  che  per  difetto  di  vuoto  interposto  si  fingono  indivisibili,  sembrava  a  lui  una  filosofia  da  soddisfare  le  menti  rozze  dei  fanciulli  e  le  deboli  delle  donnicciuole;   e  con  quanto  diletto  vedeva  spiegate  da  quel  filosofo  (ossia  nel   poema  di   Lucrezio)  le   forme  della  natura  corporea,  con   altret-  tanto o   riso  o  compatimento   lo  vedeva   tratto  dalla  dura  necessità  a  perdersi  in  mille  inezie  e  sciocchezze  per  ispie-  gare  le  guise  della  mente.  Di  «  falsa  posizione  »,  non  meno  dell'epicurea,  il  Vico    accusava    la   tìsica    cartesiana,  che  anch'essa  ha  per  principio  il  corpo  già  formato,    diversa  da  quella  di  Epicuro  in  ciò  che  l'una  ferma  la  divisibilità  del  corpo  negli  atomi,  l'altra  fa  i   suoi  tre  elementi  divi-  sibili all'infinito;  l'una  pone  il  moto  nel  vano,  l'altra  nel  pieno;  l'una  comincia  a  formare  i  suoi   infiniti   mondi  da  una  casuale  declinazione  di  atomi  dal  moto  in  giù  del  pro-  prio loro  peso  e  gravità;   l'altra,  i   suoi   indefiniti  vortici  da  un    impeto    impresso  a  un   pezzo  di    materia    inerte  e  quindi  non  divisa  ancora,  che  col  moto  impresso  si  divide  in  quadrelli  e  impedita  dalla  sua  mole  mette  in  necessità  di  sforzarsi  a  movere  in   moto  retto,  e,  non  potendo   per  il  suo  pieno,  incomincia,  divisa  nei  suoi  quadrelli,  a  mo-  versi circa  il  centro  di  ciascun  quadrello.  Cosi  se  Epicuro  commetteva  il  mondo  al  Caso,  Cartesio  lo  assoggettava  al  Fato;  e  invano,  per  salvarsi  dal  materialismo,  egli  sovrap-  pose alla  sua  fisica  una  metafisica  alla  maniera  platonica,  con  cui  si  studiò  di  stabilire  due  sostanze,  una  distesa  e  l'altra  intelligente,  e  di    far  luogo  a   un   agente  immate-  riale, perché  queste  due  parti  non  erano  congruenti  nel  si-  stema, richiedendo   la  sua  fìsica  meccanica  una  metafisica come  l'epicurea,  che  stabilisce  un  sol  genere  di  sostanza  corporea  operante.  Per  simili  o  analoghe  ragioni,  il  Vico  respingeva  le  filosofie  del  Gassendi,  dello  Spinoza  e  del  Locke;  e  le  fisiche  di  altri  autori,  quella  per  es.  di  Roberto  Boyle,  gli  parevano  profittevoli  per  la  medicina  e  per  la  spargirica,  inutili  per  la  filosofia.  Di  Galileo  giudicava  che  avesse  mirato  la  fisica  con  occhio  di  gran  geometra,  ma  non  con  tutto  il  lume  della  metafisica.  Le  sue  simpatie  si  volgevano  ai  filosofi  che  erano  insieme  geometri,  e  perciò  alla  fisica  pitagorica  o  timaica,  secondo  la  quale  il  mondo  consta  di  numeri  ;  alla  metafisica  platonica  che  dalla  forma  della  nostra  mente,  senz'alcuna  ipotesi,  stabilisce  per  prin-  cipio di  tutte  le  cose  l'idea  eterna  sulla  scienza  e  coscienza  che  abbiamo  di  certe  eterne  verità  che  sono  nella  nostra  mente  e  che  non  possiamo  sconoscere  o  rinnegare;  alla  dottrina,  che  egli  attribuiva  a  Zenone  stoico,  dei  punti  metafisici  ;  e,  infine,  alla  filosofia  del  Rinascimento  italiano,  quando  risplendevano  i  Ficino,  i  Pico  della  Mirandola,  gli  Steuco,  i  Nifo,  i  Mazzoni,  i  Piccolomini,  gli  Acquaviva  e  i  Patrizzi.   Il  concetto  fondamentale  della  sua  cosmologia  era  dato  dai  punti  metafisici,  nei  quali  trovava  applicazione  il  rio-  peramento  della  matematica  sulla  metafisica,  da  lui  am-  messo come  procedere  analogico  costruttivo.  Al  modo  stesso  che  dal  punto  geometrico  nasce  la  linea  e  la  superficie,  e  il  punto  che  viene  definito  non  aver  parti    la  dimostra-  zione che  le  linee  altrimenti  incommensurabili  si  tagliano  eguali  nei  loro  punti;  cosi  è  lecito  postulare  punti  non  più  geometrici  ma  metafisici,  i  quali,  non  estesi,  generino  l'estensione.  Tra  Dio,  che  è  quiete,  e  il  corpo,  che  è  moto,  s'interpone  mediatore  il  punto  metafisico,  il  cui  attributo  è  il  conato,  ossia  l' indefinita  virtù  e  sforzo  dell'universo  a  mandar  fuori  e  sostenere  le  cose  particolari  tutte.  L'esi-  stenza del   corpo    non    è  altro  che    un'indefinita*  virtù  di mantenerlo  disteso,  la  quale  sta  egualmente  sotto  cose  di-  stese quantunque  disuguali,  ed  è  insieme  indefinita  virtù  di  muovere  che  sta  sotto  ai  moti  quanto  si  voglia  disu-  guali. Sotto  un  granello  di  arena  vi  ha  tal  cosa  che,  divi-  dendosi quel  corpicello,    e  sostiene  un'  infinita  estensione  e  grandezza;  sicché  la  mole  dell'universo  tutto,  nel  corpo  del  granello,  se  non  è  in  atto,  è  bene  in  potenza  e  in  virtù.  Questo  sforzo  dell'universo,  che  è  sotto  ogni  piccolissimo  corpicciuolo,  non  è    l'estensione  del  corpicciuolo    l'estensione  dell'universo;  è  la  mente  di  Dio,  la  quale,  pura  di  ogni  corpolenza,  agita  e  muove  il  tutto.  Ogni  partico-  lare determinazione  della  realtà  si  accorda  con  questa  ve-  rità fondamentale.  Il  tempo  si  divide,  l'eternità  è  nell'in-  diviso; le  perturbazioni  dell'animo  diminuiscono  e  cresco-  no, la  tranquillità  d'animo  non  conosce  gradi  ;  le  cose  estese  si  corrompono,  le  inestese  constano  nell'indivisibi-  lità; il  corpo  tollera  divisione,  la  mente  non  la  tollera;  le  opportunità  sono  nel  punto,  i  casi  in  ogni  parte;  la  scienza  non  si  divide,  l'opinione  genera  le  sètte;  la  virtù  non  sta    più  in  qua    più  in  là,  il  vizio  spazia  dappertutto  ;  il  retto  è  uno,  le  cose  prave  innumerevoli;  in  ogni  genere  di  cose,  insomma,  l'ottimo  viene  collocato  nell'indivisibile.  La  sostanza  in  genere,  che  sta  sotto  e  sostiene  le  cose,  si  divide  nelle  due  specie  della  sostanza  distesa,  che  e  quella  che  sostiene  ugualmente  estensioni  disuguali,  e  della  sostanza  cogitante,  che  sostiene  ugualmente  pensieri  di-  suguali; e  siccome  una  parte  dell'estensione  è  divisa  dal-  l'altra ma  indivisa  nella  sostanza  del  corpo,  cosi  una  parte  della  cogitazione,  cioè  a  dire  un  determinato  pensiero,  è  divisa  dall'altra  ed  è  indivisa  nella  sostanza  dell'anima.  Proprio  dell'anima  è  il  conato,  ossia  la  libertà,  negata  af-  fatto ai  corpi  ;  e  Cartesio,  che  cominciava  la  sua  fisica  dal  conato  dei  corpi,  la  incominciava  veramente  da  poeta  e  ri-  cadeva nelle  concezioni  antropomorfiche  dei  popoli  primitivi.  Quelli  che  i  meccanici  dicono  conati,  forme,  potenze,  sono  moti  insensibili  dei  corpi,  coi  quali  essi  o  s'appres-  sano, come  voleva  la  meccanica  antica,  ai  loro  centri  di  gravità,  o,  secondo  le  teorie  della  meccanica  nuova,  s'al-  lontanano dai  loro  centri  del  moto.  E,  al  pari  del  conato,  e  inconcepibile  nei  corpi  la  comunicazione  del  moto,  con-  cedere la  quale  tanto  varrebbe  quanto  concedere  la  com-  penetrazione dei  corpi,  non  essendo  altro  il  moto  che  il  corpo  che  si  muove  :  la  percossa  data  a  una  palla  è  sol-  tanto occasione  perché  lo  sforzo  dell'  universo,  il  quale  era  si  debole  nella  palla  da  far  sembrare  che  essa  si  mante-  nesse quieta,  si  spieghi  di  più  e  cosi  ci  dia  apparenza  di  più  sensibile  moto.  Coi  cartesiani,  per  altro,  e  in  ispecie  col  Malebranche,  il  Vico  s'accordava  circa  l'origine  delle  idee,  inclinando  alla  concezione  che  Dio  le  crei  in  noi  volta  per  volta;  coi  cartesiani  altresì  teneva  che  i  bruti  fossero  macchine  ;  e  con  tutta  la  filosofia  del  suo  tempo  ricono-  sceva la  soggettività  delle  qualità  sensibili.   Lasciando  queste  ultime  dottrine,  alle  quali  il  Vico  ac-  cenna appena  e  che  non  gli  sono  proprie,  tutta  sua  vera-  mente è  quella  fondamentale  dei  punti  metafisici  ;  giacché  l'attribuzione  di  essa  a  un  fantastico  Zenone,  nella  cui  persona  erano  fusi  e  confusi  l'eleate  e  lo  stoico  (secondo  un  errore  comune  nella  letteratura  filosofica  del  tempo),  non  può  ingannare  nessuno,  e  non  ingannò  il  medesimo  Vico  che,  messo  alle  strette,  spiegò  come  fosse  stato  con-  dotto a  interpetrare  a  quel  modo  ciò  che  di  Zenone  rife-  risce Aristotele  e  concluse  che,  se  quella  dottrina  non  si  voleva  ricevere  come  zenoniana,  la  si  prendesse  per  sua  propria  e  non  assistita  da  nomi  grandi.  Né,  d'altro  canto,  si  può  riportarla  alla  monadologia  leibniziana,  che  è  dub-  bio se  fosse  nota  al  Vico,  che  il  Vico  a  ogni  modo  non  mentova  (laddove  pur  mentova,  con  parole  di  alta  reve-  renza, il  Leibniz),  e  con  la  quale   la  somiglianza  è  molto   B.  Cuoce,  La  filosofia  di  Giambattista  Vico.] vaga,  perché  i  punti  metafisici  non  sono  monadi.  Se  mai,  qualche  efficacia  si  può  affermare  che  avesse  sopra  di  essa  la  scoperta  leibniziana  e  newtoniana  (che  allora  si  comin-  ciava a  divulgare  in  Italia  anche  per  opera  di  taluni  amici  personali  del  Vico)  del  calcolo  infinitesimale  ;  i  cui  ter-  mini d'infiniti  massimi,  minori,  maggiori  e  via  dicendo  (egli  dice)  stravolgerebbero  l'umano  intendimento,  perché  l'infinito  è  schivo  di  ogni  moltiplicazione  e  comparazione,  se  non  soccorresse  una  metafìsica  la  quale  stabilisca  che  sotto  tutti  gli  attuali  distesi  e  attuali  movimenti  sia  una  virtù  o  potenza  di  estensione  e  di  moto  sempre  uguale  a    stessa,  cioè  infinita.  E  più  giustamente  ancora  è  stato  indagato  il  confluire  nella  concezione  vichiana  delle  cor-  renti platoniche  (del  platonismo  della  Rinascenza)  e  gali-  leiane, particolarmente  di  queste  ultime;  il  che,  per  altro,  non  ne  diminuisce  l'originalità.   Originalità,  senza  dubbio,  di  un  pensare  fantasticheg-  giante  e  arbitrario,  che  per  tal  ragione  rimase  senza  pos-  sibilità di  svolgimento  e  senza  efficacia  diretta  sulla  re-  stante concezione  del  Vico.  Al  recensente  del  Giornale  dei  letterati,  che  chiamava  quella  metafisica  un  abbozzo,  l'autore  rispondeva  che  era  affatto  compiuta:  un  aborto,  invero,  piuttostq  che  un  abbozzo,  e,  come  aborto,  compiuto.  E  nella  Scienza  nuova,  oltre  qualche  richiamo  alla  negata  attribuzione  del  conato  ai  corpi,  c'è  un  solo  fuggevole  ma  curioso  tentativo  di  connessione  con  una  metafìsica  geome-  trica o  aritmetica  sul  tipo  di  quella  ora  delineata  ;  ed  è    dove  si  afferma  che  sull'ordine  delle  cose  civili  corpulente  e  composte  si  conviene  l'ordine  dei  numeri,  che  sono  cose  astratte  e  purissime,  e  si  osserva  che,  infatti,  i  governi  cominciano  dall'uno  con  le  monarchie  familiari,  passano  ai  pochi  con  le  aristocrazie,  s'inoltrano  ai  molti  e  tutti  nelle  repubbliche  democratiche,  e  finalmente  ritornano  all'uno  nelle  monarchie  civili  (assolute),  sicché  l'umanità    XII.    LA   METAFISICA  147   corre  sempre  dall'uno   all'uno,  dall'assolutismo  del  pater-  familias  a  quello  del  monarca  illuminato.   Ma  se  si  può  e  si  deve  negar  valore  alla  cosmologia  vichiana;  se  le  contradizioni  e  le  oscurità  in  cui  si  av-  volge sono  manifeste  e  furono  notate  dai  critici  del  tempo;  è  anche  innegabile  il  carattere  che  essa  ha  di  dinami-  smo, in  opposizione  al  meccanicismo  della  filosofìa  contem-  poranea. L'escogitazione  dei  punti  metafisici,  nella  quale  Dio  appare  il  gran  geometra  che  conoscendo  fa  e  facendo  conosce  le  cose  dell'universo,  è  come  il  simbolo  della  ne-  cessità di  risolvere  la  natura  in  termini  idealistici.  Un  Vico  teologizzante,  un  Vico  agnostico,  perfino  un  Vico  immagi-  noso inventore  di  romanzi  cosmologici  e  tìsici,  si  trova  qua  e  là;  ma  un  Vico  materialista  non  si  trova  in  nessuna  parte  dell'opera  sua.   Anche  questa  non  ardita  metafisica  destò  sospetto  di  panteismo,  benché  l'autore  insistesse  nella  dottrina  teolo-  gica *che  il  fare  di  Dio  si  converte  «  ab  intra»  col  generato  e  «  ab  extra  »  col  fatto,  e  che  perciò  il  mondo  è  creato  in  tempo;  che  l'anima  umana,  la  quale,  specchio  della  divina,  pensa  l'infinito  e  l'eterno,  non  è  terminata  da  corpo  e  quindi  neppure  da  tempo,  e  perciò  è  immortale  ;  e  che  in  qual  modo  l'infinito  sia  disceso  nelle  cose  finite,  ciò,  se  anche  Dio  l'insegnasse,  non  si  potrebbe  intendere  dal-  l'uomo. Comunque,  egli  stimò  necessario  chiudere  le  ri-  sposte ai  suoi  critici  col  raccogliere  le  proposizioni  che  dimostravano  il  suo  ortodossismo,  e  ribadire  che  «  essendo  Dio  altrimente  sostanza  e  altrimente  le  creature,  e  la  ra-  gion d'essere  o  l'essenza  essendo  propria  della  sostanza,  le  sostanze  create,  anche  in  quanto  all'essenza,  sono  diverse  e  distinte  dalla  sostanza  di  Dio  ».   La  trascendenza  limitava  la  mente  del  Vico  e,  impe-  dendogli di  raggiungere  l'unità  del  reale,  gì' impediva  an-  che  la    conoscenza    veramente    completa    di    quel   mondo    148  FILOSOFIA   DEL   VICO   umano,  ch'egli  aveva  cosi  potentemente,  con  opposto  prin-  cipio, rischiarato.  Ed  ecco  ora  perché  il  Vico,  senza  negare  il  progresso,  non  poteva  averne  il  concetto.  E  stato  osservato  che  il  concetto  di  progresso  è  estraneo  al  catto-  licismo  e  prende  origine  dalla  riforma  protestante,  e  che  perciò  il  cattolico  Vico  doveva  inibirselo.  Ma  altresì  il  concetto  della  provvidenza  immanente  è  inconciliabile  col  cattolicismo,  e  tuttavia  il  Vico  lo  pensò  profondamente.  Il  che  vuol  dire  che  non  l'impulso  gli  mancava,  ma  piut-  tosto la  possibilità  di  andar  oltre  un  certo  segno,  dove  la  sua  fede  sarebbe  stata  messa  a  troppo  aperto  sbaraglio.  Il  progresso,  dedotto  dalla  provvidenza  immanente  e  in-  trodotto nella  Scienza  nuova,  avrebbe  accentuato  la  diffe-  renza nell'uniformità,  il  sorgere  del  nuovo  a  ogni  istante,  il  perpetuo  arricchimento  del  corso  a  ogni  ricorso  ;  avrebbe  cangiato  la  storia,  da  un  rassegnato  percorrere  e  ripercor-  rere il  solco  tracciato  da  Dio  sotto  l'occhio  di  Dio,  in  un  dramma  che  ha  in    la  propria  ragion  d'essere;  avrebbe  trascinato  nelle  sue  spire  l'intero  cosmo  e  reso  reale  il  pensiero  dei  mondi  infiniti.  Il  Vico,  all'affacciarsi  di  que-  sta visione,  arretra  pauroso,  si  ferma  ostinato,  e  il  filosofo  è  sostituito  in  lui  dal  credente.    xnr   Passaggio  alla  storiografia  Carattere  generale  della  storiografia  vichiana    D,    'alle  cose  precedentemente  discorse  è  chiaro  che  la  parte  storica  della  Scienza  nuova  non  poteva  configurarsi  come  una  storia  del  genere  umano,  nella  quale  ai  popoli  e  agl'individui  fosse  riconosciuto  l'ufficio  proprio  e  singolare  che  ciascuno  di  essi  esercitò  nel  corso  degli  avvenimenti.  A  tal  uopo  il  Vico  avrebbe  dovuto  chiudere  il  suo  sistema  di  pensiero,  che  in  un  punto  rimaneva  spezzato  e  aperto  alla  concezione  religiosa  ;  e  innalzare  la  sua  divinità  prov-  vidente a  divinità  progrediente,  determinando  i  corsi  e  i  ricorsi  come  il  ritmo  interno  del  progresso.  Ovvero,  per  raggiungere  nella  storia,  in  senso  diametralmente  opposto,  la  visione  dell'individualità,  doveva  abbandonare  la  sua  germinale  filosofia  idealistica,  togliere  la  divisione  tra  prov-  videnza ordinaria  e  straordinaria,  darsi  totalmente  in  brac-  cio alla  fede  e  alla  tradizione  religiosa,  e  tracciare  la  storia  dell'  umanità  sul  disegno  che  Dio  aveva  rivelato  o  per-  metteva d' intravvedere.  Come  credente,  egli  repugnava  al  primo  partito,  come  filosofo,  al  secondo;  onde  la  storia  da  lui  ricostruita  non  poteva  essere,  e  non  fu,  storia  uni-  versale.   Per  conseguenza,  non  fu  neppure  quello  che  si  chiama  filosofia  della  storia,  se  a  questa  denominazione  si  rida    150  FILOSOFIA   DEL   VICO   il  significato  originario  di  una  «  storia  universale  »  (cioè  che  abbia  l'occhio  alle  maggiori  e  più  nascoste  iuncturce  rerum)  «  narrata  filosoficamente  »  (vale  a  dire,  più  filoso-  ficamente che  non  si  solesse  dai  cronisti,  dagli  aneddotisti  e  dagli  storiografi  cortigiani,  politici  e  nazionali).  La  con-  troversia se  al  Vico  o  allo  Herder  spetti  di  aver  fondato  la  filosofia  della  storia,  dovrebbe  francamente  risolversi  a  fa-  vore dello  Herder,  perché  l'opera  di  costui  ha  quell'anda-  mento di  «  storia  universale  »  che  manca  alla  Scienza  nuova;  sebbene,  d'altro  canto,  sia  agevole  trovare  allo  Herder  precursori  in  buon  numero,  a  cominciare  dai  pro-  feti ebraici  e  dallo  schema  delle  quattro  monarchie,  che  rimase  non  solo  nel  Medioevo  ma  ben  oltre  nei  tempi  mo-  derni lo  schema  costruttivo  della  storia  universale.    sarà  fuori  luogo  soggiungere  che  la  cosi  detta  filosofia  della  sto-  ria in  quanto  storia  universale  non  costituisce  una  speciale  scienza  filosofica  o  una  storia  nettamente  distinguibile  da  altre  forme  di  storia  (salvo  che,  per  ismania  di  renderla  autonoma,  non  se  ne  faccia  il  mostro  di  una  storia  astratta  o  di  una  filosofia  storicizzata);  e  quando  al  Vico  o  allo  Herder  si  attribuisce  il  vanto  di  avere  creato  con  la  filo-  sofia della  storia  una  nuova  scienza,  si  rivolge  loro  un  complimento  di  dubbia  lega:  il  quale,  per  ciò  che  in  particolare  concerne  il  Vico,  è  stato  cagione  che  non  si  scorgesse  il  valore' vero  dall'opera  sua.  Infatti,  la  «  Scienza  nuova  d'intorno  alla  comune  natura  delle  nazioni  »,  intesa  come  l'equivoca  scienza  della  filosofia  della  storia  (Phi-  losophie  de  l'histoire  intitolò  il  Michelet  la  sua  riduzione  francese  dell'opera  vichiana),  non  ha  lasciato  vedere  la  Scienza  nuova  come  nuova  filosofia  dello  spirito  e  iniziale  metafisica  della  mente.   Il  dissidio  che  era,  nella  sua  concezione  generale,  tra  scienza  e  credenza,  riappare,  nella  storiografia  del  Vico,  come  divisione  e  opposizione   tra   storia   degli   ebrei  e  storia  delle  genti,  tra  storia  sacra  e  storia  profana.  La  storia  ebraica  non  andò  soggetta  alle  leggi  delle  altre,  ebbe  un  corso  tutto  proprio,  si  spiega  con  principi  affatto  parti-  colari, cioè  con  l'azione  diretta  di  Dio.  La  Scienza  nuova,  che  nella  sua  parte  filosofica  non  ne  dava  i  principi  espli-  cativi, non  avrebbe  dunque  dovuto  trattarne  altrimenti  nella  sua  parte  storica.  E  tale  sarebbe  stato,  forse,  il  desi-  derio del  Vico.  Ma  al  desiderio  si  opponeva  (senza  parlare  del  bisogno  in  cui  egli  era  di  premunirsi  della  taccia  di  empietà,  che  non  sarebbe  mancata)  il  suo  scrupolo  di  uomo  di  fede  e  di  buona  fede,  che  lo  spingeva  a  cercare  una  qualche  armonia  tra  le  due  storie,  le  quali,  per  quanto  di-  vise egli  le  ponesse  (ricordando  in  proposito  che  anche  un  autore  gentile,  Tacito,  chiamava  gli  ebrei  «  uomini  inso-  cievoli >),  entrambe  si  erano  svolte  sulla  terra  e  avevano  avuto  reciproche  relazioni,  non  foss'altro  che  all'origine  dell'umanità  e  nella  sua  palingenesi  per  opera  del  cristia-  nesimo. Accadde  che  il  Vico  il  quale  voleva  e  doveva,  per  l'indirizzo  stesso  della  sua  mente,  evitare  il  racconto  della  storia  universale,  e  attenersi  insieme  ai  soli  problemi  filo-  soficamente e  filologicamente  trattabili,  non  potesse  esi-  mersi dal  rompere  talvolta  il  suo  proposito,  e  dal  tentare  un  qualche  congiungimento  tra  le  due  storie,  e  in  pari  tempo  una  qualche  apologia  della  storia  sacra  con  gli  ar-  gomenti forniti  dalla  scienza  e  dalla  storia  profana.   E  questa  la  parte  più  infelice  ma  altamente  significante  dell'opera  sua.  Egli  era  costretto  ad  ammettere,  in  con-  trasto a  tutte  le  sue  scoperte,  con  istrazio  di  tutta  la  sua  mente,  che  gli  ebrei  avevano  goduto  il  privilegio  di  ser-  bare intatte  le  loro  memorie  fino  dal  principio  del  mondo,  della  qual  cosa  le  altre  nazioni  si  vantavano  a  vuoto,  e  che  perciò  l'origine  e  successione  certa  della  storia  uni-  versale dovesse  domandarsi  alla  storia  sacra.  E  l'esigenza  di  connettere  i  suoi  concetti  circa  le  civiltà  primitive  con la  cronologia  biblica,  con  l'anno  che  si  soleva  assegnare  alla  creazione  del  mondo,  con  la  tradizione  del  diluvio  universale  e  con  quella  dei  giganti,  di  trovare  (com'egli  dice)  «  la  perpetuità  della  storia  sacra  con  la  profana  »,  lo  portò  a  immaginare  le  cose  più  stravaganti.  Imperver-  sato dunque  nell'anno  1656  dalla  creazione  il  diluvio,  e  separatisi  i  figli  di  Noè,  mentre  gli  ebrei  iniziano  o  prose-  guono la  loro  sacra  storia  con  Abramo  e  gli  altri  patriar-  chi, e  poi  con  le  leggi  date  da  Dio  a  Mosè,  tutti  i  restanti  semiti  e  i  camiti  e  giapetici,  i  primi  più  tardi  e  per  minor  tempo,  i  secondi  e  i  terzi  più  presto  e  per  tempo  più  lungo,  caddero  nello  stato  ferino  ed  errarono  per  la  terra,  be-  stioni stupidi  e  feroci.  E  laddove  gli  ebrei,  sottomessi  al  governo  teocratico,  severamente  educati  e  praticanti  le  abluzioni,  rimasero  di  giusta  statura,  i  componenti  delle  altre  razze,  senza  disciplina    morale    fisica,  travol-  gendosi nel  fango,  nello  sterco  e  nell'urina  e  assorbendo  sali  nitrici  (cosi  come  di  sterco  e  di  urina  la  terra  s'in-  grassa e  diventa  feconda)  crebbero  in  corpi  mostruosi  e  giganteschi.  Cento  anni  pei  semiti  e  dugento  per  le  altre  due  razze  durò  lo  stato  ferino;  fino  a  quando  la  terra,  che  era  rimasta  a  lungo  inzuppata  dall'umidore  del  diluvio  uni-  versale, asciugandosi  mandò  fuori  esalazioni  secche  o  ma-  terie ignite  in  aria  a  ingenerare  i  fulmini.  Coi  fulmini,  come  già  sappiamo,  e  con  la  mitologia  del  cielo  fulminante  che  è  Giove,  si  sveglia  nei  bestioni  la  coscienza  di  Dio  e  la  coscienza  di  sé,  onde  diventano  uomini.  Si  apre  cosi  l'età  degli  dèi,  che  socialmente  è  quella  delle  monarchie  familiari  dove  il  padre  è  re  e  sacerdote  e  nel  corso  della  quale  si  viene  costituendo  il  sistema  delle  deità  maggiori,  e  i  giganti  mercé  le  spaventose  religioni  e  l'educazione  domestica  che  doma  la  loro  carne  e  sviluppa  in  essi  l'ele-  mento spirituale,  e  mercé  le  lavande,  degradano  via  via  alla  giusta  corporatura   quale  hanno  gli  uomini  che  s' incontrailo  agli  inizi  della  susseguente  età  eroica.    Tale,  indicata  per  sommi  capi,  è  la  bizzarra  costruzione,  fatta  dal  Vico,  dei  cominciamenti  della  storia  umana  sulla  terra,  messi  in  armonia  coi  racconti  della  storia  sacra;  e  di  essa  si  sarebbe  riso  o  sorriso  meno,  se  si  fosse  guardato  al  dramma  che  vi  è  sotto,  alla  tormentosa  coscienza  del  cre-  dente che,  lottando  col  pensatore,  cerca  rifugio  in  quelle  stravaganze.  Con  le  quali,  a  ogni  modo,  il  Vico  valicava  sopra  una  serie  di  sassi  vacillanti  (il  diluvio,  i  giganti,  le  esalazioni  secche)  la  fiumana  della  tradizione  religiosa  e  raggiungeva  il  terreno  sodo  della  storia  critica,  dove  sco-  priva altresì  il  primo  appoggio  della  sua  filosofia  dello  spirito,  la  ferinità.  È  da  osservare  inoltre  che  il  rapporto  con  la  storia  ebraica    la  sola  che  a  lui  s' imponesse  come  storia  vera  e  propria,  cioè  come  un  unicum,  sebbene  in  modo  miracoloso,  affatto  individuato    gli  suggerì  i  rari  accenni  che  s' incontrano  nei  suoi  scritti  ad  asse-  gnare ai  vari  popoli  uno  speciale  ufficio  o  missione;  onde  gli  parve  talvolta  che  gli  ebrei  rappresentassero  la  mens,  i  caldei  la  ratio  e  i  giapetici  la  pliantasia.   Parallelamente  a  questa  storia  fantastica  dei  comincia-  menti del  genere  umano  sulla  terra,  corrono  i  tentativi  di  apologetica  biblica.  Il  Vico  non  tralascia  di  arrecare  prove  che  dovrebbero  profanamente  confermare  i  racconti  della  storia  sacra.  Conferma,  per  es.,  del  diluvio  e  dei  giganti  sa-  rebbero i  simiglianti  racconti  dei  greci  e  di  altri  popoli;    il  governo  teocratico,  del  quale  nessuna  storia  profana  ha  notizia  precisa  e  oscuramente  vi  alludono  i  poeti  nelle  loro  favole,  si  riscontrerebbe  nel  governo  degli  ebrei  innanzi  e  dopo  il  diluvio  ;    gli  ebrei  avrebbero  ignorato  la  divi-  nazione, perché  vivevano  in  diretti  rapporti  col  vero  Dio,  laddove  i  caldei  ebbero  la  magia  o  divinazione  secondo  i  moti  degli  astri  e  i  popoli  di  Europa  quella  per  auspici.  Si  sente  in  tutto  ciò,  senza  dubbio,  qualcosa  di  voluto,  un    154  FILOSOFIA   DEL   VICO   voler  vedere  o  un  voler  non  vedere,  un  darsi  sulla  voce,  un  eccitarsi  alla  persuasione;  come  è  consueto,  del  resto,  in  molti  credenti  colti  e  scientificamente  educati.  Il  Vico  scriverà  perfino  una  volta,  nell'esporre  la  genesi  storica  delle  forme  grammaticali  e  nell'asserire  che  i  verbi  comin-  ciarono dagli  imperativi  e  cioè  dai  comandi  monosillabici  che  i  padri  davano  a  mogli,  figliuoli  e  famoli  (es,  sta,  i,  da,  fac  ecc.),  che  da  ciò  si  ricava  un'indiretta  dimostrazione  della  verità  del  cristianesimo,  perché  in  ebraico  la  terza  persona  singola  e  maschile  del  perfetto  è  rappresentata  dalla  nuda  radice  senza  alcun  segno  flessivo  :  prova  evi-  dente che  i  patriarchi  dovettero  dare  gli  ordini  nelle  loro  famiglie  a  nome  di  un  sol  Dio  (Deus  dixit).  Questo,  a  suo  parere,  era  «  un  fulmine  da  atterrare  tutti  gli  scrittori  che  hanno  oppinato  gli  ebrei  essere  stati  una  colonia  uscita  da  Egitto,  quando,  dall' incominciar  a  formarsi,  la  lingua  ebraica  ebbe  incominciamento  da  un  solo  Dio  ».  Sono  ful-  mini, a  dir  vero,  che  invece  di  fulminare  i  miscredenti,  illuminano  la  povertà  degli  argomenti  sui  quali  l'apologe-  tica si  appoggia  anche  in  un  uomo  come  il  Vico;  e,  ogget-  tivamente considerando,  la  divisione  introdotta  per  iscru-  polo  religioso  tra  storia  sacra  e  storia  profana,  col  conse-  guente trattamento  critico  di  questa  e  dommatico  di  quella,  e  con  le  conseguenti  strane  ipotesi  e  difese,  faceva  e  fa  pensare  irresistibilmente  che  il  sottrarsi  della  storia  sacra  alla  scienza  umana  provenga  non  dall'impotenza  della  scienza  umana,  ma  dall'impotenza  della  storia  sacra,  cioè,  dall'impotenza  a  serbarsi  inalterata  nella  scienza;  sicché  di  rado  uno  scrupolo  religioso  fu  di  tanto  pericolo  alla  causa  della  religione.   Ma  il  Vico  aveva  troppo  genuino  e  rigoroso  senso  scien-  tifico da  mettersi  a  fare,  e  per  giunta  a  contraggenio,  il  Selden  o  il  Bossuet;  onde  l'armonizzamento  con  la  storia  sacra  o  l'apologetica  rimangono  in  lui   episodi,  dai   quali    XIII.    CARATTERE   DELLA   STORIOGRAFIA   VICHIANA         155   si  può  prescindere.  E  poiché,  d'altra  parte,  gli  era  vietato  di  profanare  del  tutto  la  filosofia  e  la  storia,  e  di  rappre-  sentare il  movimento  storico  complessivo  in  base  al  criterio  del  progresso,  non  gli  restava  se  non  guardare  i  fatti  dal-  l'aspetto che  la  sua  filosofia  gli  concedeva  libero:  quello  dei  corsi  e  ricorsi,  dell'eterno  processo  e  delle  eterne  fasi  dello  spirito.  Qui  era  la  sua  forza,  qui  poteva  riconoscere  il  carattere  specifico,  se  non  propriamente  quello  individuale,  di  leggi,  costumi,  poesie,  favole,  d'in-  tere formazioni  sociali  e  culturali  che  erano  state  fraintese  dalla  storiografia  fino  ai  suoi  tempi.  E  per  questa  ragione  egli,  anziché  narrare  la  storia,  doveva  restringersi  a  met-  tere in  luce  gli  aspetti  comuni  di  certi  gruppi  di  fatti,  ap-  partenenti a  tempi  e  nazioni  varie.  Nella  Scienza  nuova  si  ha  (egli  dice)  «  tutta  spiegata  la  storia,  non  già  par-  ticolare ed  in  tempo  delle  leggi  e  dei  fatti  de'  ro-  mani e  de' greci,  ma  sull'identità  in  sostanza  d'in-  tendere e  diversità  dei  modi  lor  di  spiegarsi  ».  «  Si  arrecheranno  (dice  ancora  in  altra  occasione)  i  fatti  a  modo  di  esempli  perché  s'intendano  in  ragion  di  prin-  cipi » ,  imperocché  «  vedere  avverati  i  principi  nella  quasi  innumerabile  folla  delle  conseguenze,  egli  si  dee  aspettare  da  altre  opere  che  da  noi  o  già  se  ne  son  date  fuori  o  già  sono  alla  mano  per  uscire  alla  luce  delle  stampe  ».  Ossia,  come  sappiamo,  in  quella  Scienza  si  ha  da  una  parte  una  filosofia  e  dall'altra  una  descrittiva  empirica,  storicamente  esemplificata,  nella  quale  i  romani  non  stanno  come  romani,  ma  in  ciò  che  hanno  di  comune  coi  greci  o  ma-  gari coi  giapponesi  ;  la  storia  di  Roma  sotto  i  re  o  ai  primi  tempi  della  repubblica  spiega  le  sue  affinità  con  quella  dei  primi  secoli  del  Medioevo;  e  Omero  non  sta  come  Omero,  ma  come  esempio  della  poesia  primitiva  e,  attraverso  i  secoli,  ritrova  e  abbraccia  il  suo  fratello,  Dante.  Forza  e  limite  insieme,  perché  la  storia  non  consiste  di  certo,  essen-    156  FILOSOFIA   DEL   VICO   zialmente,  in  queste  somiglianze  ;  ma  senza  la  percezione  delle  somiglianze  come  si  giungerebbe  a  fissare  le  diffe-  renze? Dante  non  è  Omero,  i  baroni  non  sono  i  «  patres  »  r  l'ateniese  Solone  non  è  il  romano  Publilio  Filone,  il  feu-  dalismo dell'età  carolingia  e  in  genere  medievale  non  è  la  costituzione  sociale  delle  età  primitive  di  Grecia  e  di  Roma;  ma  certamente,  per  taluni  rispetti,  Dante  è  più  vicino  a  Omero  che  non  al  Petrarca,  i  baroni  della  prima  epoca  più  prossimi  ai  «  patres  »  che  non  alla  posteriore  nobiltà  di  corte,  Solone  somiglia  più  a  un  tribuno  o  a  un  dittatore  romano  che  a  qualche  altro  dei  sette  savi  coi  quali  suole  andare  congiunto,  il  feudalismo  medievale  si  rischiara  col  ravvicinamento  alle  società  fondate  sull'economia  agraria.  Notare  queste  somiglianze  significa  negare  o  rigettare  in-  dietro altre  più  superficiali  e  aprire  la  via  alla  conoscenza  dell' individualità,  indicando  la  regione  approssimativa  dove  si  trova  la  verità  piena.  Il  Vico,  piuttosto  che  narrare  e  rappresentare,  classifica;  ma  c'è  classificazione  e  classifi-  cazione: quella  che  si  fa  a  servigio  di  un  pensiero  super-  ficiale e  quella  che  si  fa  a  servigio  di  un  pensiero  profondo.  E  la  parte  storica  della  Scienza  nuova  è  una  grande  sosti-  tuzione di  classificazioni  superficiali  con  classificazioni  pro-  fonde.   In  questo  àmbito,  dov'è  la  forza  della  storiografia  vi-  chiana,  le  deficienze  e  gli  errori  provengono  non  dal    fuori  dei  limiti  tracciati,  ma  da  cagioni  operanti  dentro  quei  limiti  stessi.  È  stato  allegato,  in  discolpa  del  Vico,  che  gran  parte  dei  suoi  errori  sono  da  attribuire  ai  mate-  riali scarsi  e  insufficienti  dei  quali  egli  disponeva;  ma  scarsi  e  insufficienti  rispetto  alla  nostra  brama  di  sapere  sono,  sempre,  i  materiali  di  studio,  e  nel  giudicare  uno  storico  non  può  essere  questione  di  ciò,  si  del  modo  cauto  o  incauto  nel  quale  egli  adopera  i  materiali  di  cui  dispone.  Ancora  è  stato  detto  che  il  Vico  ebbe  i  difetti  del  suo  tempo;  e  qui  si  è  dimenticato  che  egli  nasceva  nel  secolo  nel  quale  si  era  svolta  la  criticissima  filologia  di  Giuseppe  Sca-  ligero e  di  tutta  la  scuola  olandese,  e  Che  suoi  contempo-  ranei furono  in  Italia  lo  Zeno,  il  Maffei  e  il  Muratori.  Il  vero  è  che  la  forma  mentale  da  noi  giù,  descritta,  del  Vico,  come  turbava  la  pura  trattazione  filosofica  con  le  deter-  minazioni della  scienza  empirica  e  dei  dati  storici,  cosi  turbava  la  ricerca  storica  col  miscuglio  della  filosofia  e  della  scienza  empirica.  11  Vico  era  in  uno  stato  come  di  ebrezza:  confondendo  categorie  e  fatti,  si  sentiva  molto  spesso  sicuro  a  priori  di  quel  che  i  fatti  gli  avrebbero  detto  e  non  li  lasciava  parlare  e  subito  metteva  loro  in  bocca  la  sua  risposta.  Una  frequente  illusione  gli  faceva  ravvisare  rapporti  tra  cose  che  non  ne  avevano  alcuno;  gli  mutava  ogni  ipotetica  combinazione  in  certezza  ;  gli  faceva  leggere  negli  autori,  invece  delle  parole  esistenti,  altre  non  mai  scritte  e  ch'egli  medesimo  senz'accorgersene  aveva  inte-  riormente pronunziate  e  proiettate  negli  scritti  altrui..  L'esattezza  gli  era  impossibile,  e  in  quella  sua  eccitazione  ed  esaltazione  di  spirito,  quasi  la  disprezzava;  perché,  in-  fatti, dieci,  venti,  cento  errori  particolari  che  cosa  avreb-  bero tolto  alla  verità  sostanziale?  L'esattezza,  la  «  dili-  genza »  (egli  dice)  «  dee  perdersi  nel  lavorare  d'intorno  ad  argomenti  e' hanno  della  grandezza,  perocché  ella  è  una  minuta  e,  perché  minuta,  anco  tarda  virtù.  ».  Etimo-  logie immaginose,  interpetrazioni  mitologiche  arrischiate  e  infondate,  scambi  di  nomi  e  tempi,  esagerazioni  di  fatti,  citazioni  fallaci  s'incontrano  a  ogni  passo  nelle  sue  pagine  e  molte  se  ne  possono  vedere  notate  nella  bella  edizione  della  seconda  Scienza  nuova,  curata  dal  Nicolini,  e  qual-  cuna ne  noteremo  via  via  anche  noi  a  mo'  di  saggio,  ma  guardandoci  dal  dargli  di  continuo  sulla  voce,  e  qual-  che volta  rettificando  tacitamente  le  sue  citazioni.  Sicché,  come  parlando  della  sua  filosofia  abbiamo  osservato  che  il    158  FILOSOFIA   DEL    VICO   Vico  non  era  ingegno  acuto,  cosi,  parlando  della  sua  sto-  riografia, dobbiamo  ora  dire  che  egli  non  era  ingegno  critico.  Ma  come,  negandogli  colà  l'acume  in  piccolo,  gli  riconoscevamo  quell'acume  in  grande  che  e  la  profondità,  cosi  anche  qui  dobbiamo  aggiungere  che,  se  il  Vico  man-  cava di  senso  critico  in  piccolo,  abbondava  di  quello  in  grande.  Negligente,  cervellotico,  affastellato  nei  par-  ticolari; circospetto,  logico,  penetrativo  nei  punti  essen-  ziali; scopre  il  fianco,  e  talora  tutta  la  persona  ai  colpi  del  pili  meschino  e  meccanico  erudito,  e  intimidisce  ed  è  atto  a  ispirare  reverenza  a  ogni  critico  e  storico,  per  grande  che  sia.  E  se  spaziando  sempre  negli  universali  e  tutto  preso  dalle  sue  geniali  scoperte,  molte  volte  non  die  tempo  ài  tempo  e  non  die  agio  e  campo  alla  sua  forza  in-  dagatrice e  osservatrice  di  spiegarsi,  e  invece  di  storia  in-  ventò miti  e  intessé  romanzi  ;  dove  poi  lasciò  che  quella  forza  liberamente  si  spiegasse,  compi  anche  nel  campo  della  storia  cose  mirabili,  come  c'industrieremo  di  venire  mostrando  nei  capitoli  che  seguono.   Ma  passare  a  rassegna  le  interpetrazioni  storiche  vi-  chiane*  per  confrontarle,  come  da  molti  si  è  fatto  ed  è  co-  mune vezzo,  con  quelle  della  storiografia  odierna  e  lodarle  o  censurarle  di  conseguenza,  sarebbe  poco  concludente;  per-  ché, dove  c'è  accordo  tra  i  due  termini  del  confronto,  l'ac-  cordo potrebbe  essere  fortuito,  e,  dove  c'ò  divergenza,  la  dottrina  recente  potrebbe  essere  pur  tuttavia  svolgimento  o  conseguenza  del  tentativo  antico,  e,  a  ogni  modo,  lo  stato  odierno  delle  cognizioni  storiche  non  porge  in  niun  caso  una   9   misura  assoluta.  E,  d'altra  parte,  sarebbe  fuori  luogo  (oltre-  ché superiore  alle  nostre  forze)  ripigliare  tutti  i  problemi  che  il  Vico  trattò  e  toccò  per  esaminare  quel  che' di  vero  o  di  falso  fosse  nelle  sue  conclusioni,  perché  tanto  varrebbe  scrivere  una  terza  Scienza  nuova,  meglio  conforme  ai  no-  stri tempi.  A  noi  spetta  indicare  soltanto  i  principali  problemi  storici  che  egli  si  propose,  riassumere  le  soluzioni  che  ne  diede,  e  avere  l'occhio  sempre  allo  stato  della  scienza  non  già  ai  tempi  nostri  ma  ai  tempi  suoi,  per  determinare  quali  progressi  si  debbano  al  Vico  nella  sto-  ria degli  studi  storici.    XIV   Nuovi  canoni   PER   LA   STORIA   DEL   TEMPO   OSCURO   E   FAVOLOSO    L    .1  periodo  storiografico,  che  precedette  il  Vico,  fu,  co-  me s'è  detto,  tutt'altro  che  di  credulità  e  di  acrisia.  Tra-  scorsi da  un  pezzo  erano  i  tempi  in  cui  si  compilavano  le  «  cronache  del  mondo  »  e  si  accoglieva  ogni  favola  e  ogni  più  grossolana  falsificazione  come  storia:  i  semi  sparsi  da  alcuni  umanisti  avevano  portato  i  loro  frutti  negli  eruditi  italiani,  nella  scuola  giuridica  francese,  nella  già  ricordata  scaligeriana,  in  tutti  i  grandi  cronologi,  epigrafisti,  archeo-  logi, topografi  e  geografi,  che  ordinarono  nel  secolo  deci-  mosettimo le  prime  e  colossali  raccolte  critiche  di  fonti  per  la  storia  dell'antichità.  Anzi,  nel  tempo  stesso  che  i  fi-  lologi andavano  correggendo  e  perfezionando  i  loro  me-  todi e  sfatavano  imposture  e  riempivano  lacune,  si  dif-  fondeva, per  effetto  della  filosofia  intellettualistica,  lo  scet-  ticismo, o  pirronismo  storico  come  anche  era  chiamato,  ■col  Bayle,  col  Fontenelle,  col  Saint-Evremond  e  altri  molti,  precursori  di  quella  polemica  contro  la  verità  e  l'utilità  della  storia,  che  doveva  diventare  cosi  vivace  nel  secolo  seguente.   Quest'ultimo   indirizzo   era,  piuttosto  che  critico,  iper-  critico, mettendo  capo  alla  distruzione  della  storia  in  ge-   B.  Ckocjo,  La  filosofia  di  Giambattista  Vico.  11    162  FILOSOFIA   DEL   VICO   nere;  e  poiché  lo  scetticismo  storico  rivesti  assai  spesso  il  carattere  di  paradosso  a  uso  della  società  elegante  e  dei  belli  spiriti,  la  sua  efficacia  sul  progresso  degli  studi  fu  as-  sai scarsa,  o,  tutt'al  più,  valse  a  provocare  vigorose  reazioni  (di  una  delle  quali  fu  rappresentante  il  Vico)  a  favore  della  tradizione  e  dell'autorità.  Giova  invece  notare  le  deficienze  del  primo  e  seriamente  scientifico  indirizzo  dei  filologi  e  antiquari:  i  quali  restituivano  testi,  svelavano  falsificazioni,  ricostruivano  serie  di  sovrani  e  di  magistrati,  raddrizzavano  la  cronologia,  contestavano  perfino  alcune  leggende;  ma,  sia  per  la  mentalità  consueta  dei  puri  eru-  diti e  filologi,  sia  per  l'ambiente  generale  della  cultura  di  quel  secolo,  pur  vivendo  sempre  a  contatto  dell'antico  e  del  primitivo,  non  sentivano  punto,  e  non  facevano  sen-  tire, l'antico  e  il  primitivo.  Fortissimi  nei  particolari,  erano  deboli  nelle  cose  essenziali.  Anche  quando  alcuno  dei  più  geniali  si  accorgeva,  per  es.,  dell'importanza  dei  canti  po-  polari, mezzo  di  trasmissione  storica  in  tempi  in  cui  man-  cava o  era  rarissimo  l'uso  della  scrittura,  da  queste  e  si-  mili osservazioni  non  riceveva  tale  scossa  da  esserne  spinto  a  rinnovare  da  cima  a  fondo  la  sua  concezione  della  vita  primitiva,  come  accadde  invece  al  Vico,  il  quale,  quasi  a  un  tempo,  intese  la  forma  filosofica  del  certo  e  i  due  periodi  di  vita  spirituale  e  sociale,  che  le  corrispondevano  nella  storia  reale:  il  periodo  oscuro  e  quello  favoloso.  Anch'egli  moveva  da  una  sorta  di  scetticismo,  scetti-  cismo concernente  i  pregiudizi  dei  dotti  e  delle  nazioni  circa  l'indole  e  i  fatti  dell'antichità ;.  e  statuiva,  nel  com-  batterli, una  serie  di  canoni  o  «  degnità  »,  che  paiono  ispi-  rati agli  «  idola  »  del  Bacone,  di  cui  offrono  come  l'analogo  nel  campo  della  ricerca  storica.  Il  Vico  metteva  in  guardia  in  primo  luogo  contro  le  magnifiche  opinioni  che  si  erano  avute  fino  ai  suoi  tempi  intorno  alla  lontanissi-  ma e  sconosciuta  antichità:  ingenua  illusione   di   cui    XIV.    CANONI  PER   LA   STORIA   DEL   TEMPO   OSCURO        163   trovava  la  sorgente  in  ciò  che  l'uomo,  allorché  si  rovescia  nell'ignoranza,  fa  di    regola  dell'universo  (e  qui  è  più  vicina  l'analogia  col  Bacone,  perché  tale  enunciato  somi-  glia per  l'appunto  alla  classe  degli  «  idola  tribus  »  in  cui  la  mente  fa  di    regola  delle  cose,  ex  analogia  hominis,  non  ex  analogia  universi).  Sopra  la  medesima  osservazione  si  fonda  il  detto  che  «  fama  crescit  eundo  »,  e  il  tacitiano  :  «  omne  ignotum  prò  magnifico  est  ».  Donde  il  vezzo  d' in-  terpetrare  i  costumi  antichi  con  l'aspettazione  di  trovarli  simili  o  migliori  di  quelli  moderni  e  civili.  Cosi  Cicerone,  per  «  un  trasporto  di  fantasia  »  ammirava  la  mansuetu-  dine degli  antichi  romani,  che  chiamavano  «  ospite  »  il  nemico  di  guerra;  non  avvedendosi  che  la  cosa  stava  pro-  prio al  rovescio  e  che  gli  ospiti  erano  «  hostes  »,  stranieri  e  nemici.  Parimente  Seneca,  per  provare  che  convenga  usare  umanità  verso  gli  schiavi,  ricordava  che  i  padroni  erano  detti  in  antico  «  padri  di  famiglia  »  :  quasi  che  i  «  patresfamilias  »  non  fossero  stati  disumanissimi,  nonché  contro  gli  schiavi  e  famoli,  contro  i  medesimi  loro  figliuoli,  adeguati  ai  famoli.  E  per  lo  stesso  pregiudizio  il  Grozio  (che  veramente  il  Vico  scambia  qui  col  suo  esegeta  Gro-  novio  e  di  costui  fraintende  le  parole),  volendo  dimostrare  la  mitezza  degli  antichi  germani,  recava  un  gran  numero  di  leggi  barbariche,  nelle  quali  l'omicidio  era  punito  con  la  multa  di  pochi  danari:  documento,  per  contrario,  di  quanto  fosse  tenuto  a  vile  il  sangue  dei  poveri  vassalli  rustici,  che  erano  per  l'appunto  gli  «  homìnes  »,  di  cui  parlavano  quelle  leggi.   In  secondo  luogo,  ammoniva  di  non  prestare  fede  alla  boria  delle  nazioni,  che  (come  avrebbe  osservato  Dio-  doro siculo)  tutte  sia  greche  sia  barbare    caldei,  sciti,  egizi,  cinesi    si  vantarono  di  avere,  ciascuna  prima  delle  altre,  fondata  l'umanità,  ritrovati  i  comodi  della  vita  e  ser-  bate le  loro  memorie  fin  dalle  origini  del  mondo.  Ciascuna    164  FILOSOFIA    DEL    VICO   di  esse,  non  avendo  per  molte  migliaia  d'anni  avuto  com-  mercio con  le  altre  onde  potesse  accomunare  le  notizie,  fu,  nel  buio  della  sua  cronologia,  simile  a  un  uomo  che,  dormendo  in  una  stanza  piccolissima,  nell'errore  delle  te-  nebre la  crede  certamente  molto  maggiore  di  quanto  con  le  mani  la  toccherà  poi.  Chi  prenda  quei  sognati  vanti  per  notizie  sicure,  si  trova  nell'imbarazzo  di  scegliere  fra  tante  nazioni  e  tante  memorie,  tutte,  con  pari  fondamento,  of-  frentisi  a  gara  come  primitive.   Con  la  boria  delle  nazioni  il  Vico  metteva  la  boria  dei  dotti,  i  quali  ciò  che  essi  sanno  vogliono  che  sia  an-  tico quanto  il  mondo;  e  perciò  si  compiacciono  nell' im-  maginare una  inarrivabile  riposta  sapienza  degli  antichi,  che  coincide  poi  per  l'appunto,  mirabilmente,  con  le  opi-  nioni professate  da  ciascuno  di  quei  dotti  e  da  essi  amman-  tate di  antichità  per  imporne  pili  solennemente  l'accetta-  zione. In  tale  errore  cadde  non  solo  Platone,  specialmente  nelle  ricerche  del  Cratilo,  ma  quasi  tutti  gli  storici,  anti-  chi e  moderni:  vi  era  caduto  lo  stesso  Vico  (che  potè,  dunque,  studiarlo  assai  bene  in    medesimo),  quando  nel  De  antiquissima  aveva  creduto  di  trovare  nelle  etimologie  dei  vocaboli  latini  le  prove  di  una  metafisica  italiana  per-  fettamente concorde  con  quella  sua  propria  della  conver-  sione tra  «  verum  »  e    «  factum  »  e  dei   punti   metafisici.   Ai  quali  tre  pregiudizi,  e  più  strettamente  alla  boria  dei  dotti,  va  di  séguito  il  quarto  che  ora  si  chiamerebbe  delle  «  fonti  »  o  degli  «  influssi  di  cultura  »,  e  che  il  Vico  .sarcasticamente  designava  come  quello  della  succes-  sione delle  scuole  per  le  nazioni.  Secondo  tale  dot-  trina, Zoroastro,  per  es.,  avrebbe  istruito  Beroso  per  la  Cal-  dea, Beroso  a  sua  volta  Mercurio  Trismegisto  per  l'Egitto,  Mercurio  Atlante  legislatore  dell'Etiopia,  Atlante  Orfeo  missionario  della  Tracia,  e  finalmente  Orfeo  avrebbe  fer-  mato la  sua  scuola   in   Grecia.  Lunghi   viaggi,  e   agevoli,    XIV.  CANONI  PER  LA  STORIA  DEL  TEMPO  OSCURO    1G5   in  verità,  a  quelle  prime  nazioni  che,  appena  uscite  dallo  stato  selvaggio,  vivevano  appollaiate  sulle  montagne  in  siti  poco  accessibili,  sconosciute  alle  loro  medesime  confinanti!  E  questi  lunghi  viaggi  avrebbero,  avuto  per  oggetto  di  dif-  fondere invenzioni,  che  ciascuna  nazione  poteva  fare  sen-  z'altro da  sé,  e  che  se  poi,  conosciutisi  tra  loro  i  popoli  per  guerre  e  trattati,  si  ritrovarono  simili,  fu  perché  con-  tenevano un  motivo  comune  di  vero  e  nascevano  dalle  me-  desime necessità  umane.  C'era  bisogno  di  supporre  l'effi-  cacia del  diritto  ateniese  o  di  quello  mosaico  sul  romano,  come  usavano  i  «  pareggiatori  »  delle  leggi  o  trattatisti  del  diritto  comparato,  per  ispiegare  come  si  fosse  formato  il  diritto,  riconosciuto  in  Palestina,  in  Atene  e  in  Roma,  di  uccidere  il  ladro  di  notte?  C'era  bisogno  che  Pitagora  andasse  diffondendo  la  dottrina  della  trasmigrazione  delle  anime,  che  si  ritrova  perfino  in  India?   Restava  il  pregiudizio  circa  gli  storici  antichi  conside-  rati come  informatissimi  dei  tempi  primitivi,  i  quali,  in-  vece, nel  racconto  delle  origini,  seppero  quanto  o  meno  di  noi  posteri.  Per  la  storia  greca,  il  Vico  leggeva,  o  meglio  credeva  di  leggere,  in  Tucidide  la  confessione  che  i  greci,  fino  alla  generazione  a  questo  storico  precedente,  non  conoscevano  nulla  della  propria  antichità;  e  osser-  vava altresì  che  gli  storici  greci  solo  al  tempo  di  Seno-  fonte cominciarono  ad  avere  qualche  notizia  precisa  delle  cose  persiane.  La  storia  romana  si  soleva  principiarla  da  Roma;  ma  con  Roma  certamente  non  nacque  il  mondo,  la  quale  fu  una  città  nuova  fondata  in  mezzo  a  un  gran  nu-  mero di  minuti  popoli  più  antichi  nel  Lazio  ;  e  per  Roma  stessa  Tito  Livio  dichiara  di  non  entrare  mallevadore  della  verità  dei  fatti  concernenti  i  primi  secoli  di  quella  storia,  e  a  proposito  della  seconda  guerra  cartaginese,  di  cui  è.  in  grado  di  scrivere  con  più  verità,  ingenuamente  con-  fessa   di    non    sapere  da  qual    parte    Annibale   fece  il  suo    166  FILOSOFIA   DEL   VICO   grande  e  memorabile  passaggio  in  Italia,  se  dalle  Alpi  eozie  o  dalle  appennine.  Tanto  gli  storici  antichi  erano  bene  informati!   Per  questi  e  altrettali  motivi  di  scetticismo,  tutto  quanto  si  narrava  dei  greci  fino  al  tempo  di  Erodoto  e  dei  romani  fino  alla  seconda  guerra  cartaginese  parve  al  Vico  tutto  incertissimo:  un  territorio  quasi  res  nullius,  ove  si  poteva  entrare  col  diritto  del  primo  occupante.  Egli  vi  entrava  armato  dei  canoni  positivi  che  nascevano  accanto,  anzi  dal  grembo  di  quelli  negativi,  che  abbiamo  riferiti.  Perché,  se  il  Vico  negava  fede  agli  storici  lontani  dai  tempi  e  luoghi  dei  fatti  che  raccontavano,  se  screditava  le  vante-  rie nazionali,  se  svelava  le  illusioni  e  le  ciarlatanerie  dei  dotti,  non  rimaneva  pago  per  altro  a  quest'opera  di  di-  struzione ;  e  al  posto  del  vecchio  e  malfido  cacciato  via  badava  a  sostituire  il  nuovo  di  migliore  qualità  e  di  mag-  giore resistenza,  cioè  un  complesso  di  metodi  mercé  i  quali  era  dato  procacciarsi  nuovi  documenti  con  lo  studiare  meglio  quelli  già  posseduti.  Ogni  avanza-  mento nelle  conoscenze  storiche  non  si  effettua,  in  verità,  in  altra  guisa  che  con  questo  ritorno  dal  racconto  ricevuto  al  documento  sottostante,  col  quale  solamente  è  dato  con-  fermare, rettificare  e  arricchire  il  racconto.   Il  primo  metodo  che  il  Vico  addita,  la  prima  fonte  che  egli  schiude  per  la  conoscenza  delle  società  antichissime,  è  l'etimologia  delle  lingue,  che  si  soleva  esercitare  ai  suoi  tempi  in  modo  affatto  arbitrario,  col  raffrontare  i  suoni  di  qualche  sillaba  o  lettera,  e  cercare  altre  superficiali  somi-  glianze, inferendone  la  derivazione  di  un  vocabolo  da  una  lingua  o  dall'altra,  dal  latino,  dal  greco  o  dall'ebraico.  Ma  affinché  l'etimologizzare  sia  fruttuoso,  bisogna  non  di-  menticare che  le  lingue  sono  i  testimoni  più  gravi  degli  antichi  costumi  dei  popoli,  che  si  celebrarono  al  tempo  in  cui  si  formarono  esse  lingue  ;  e  illuminare  perciò,  perpetuamente,  le  lingue  coi  costumi  e  i  costumi  con  le  lingue.  Cosi  le  etimologie  dei  vocaboli  astratti  ci  portano  nel  bel  mezzo  di  una  società  affatto  contadinesca,  perché  1'  «  intelligere  »,  per  es.,  richiama  il  «  legere  »  o  raccogliere  i  frutti  dei  campi  (donde  «  legumina  »);  il  «  disserere  »,  lo  spargere  semenze;  e  la  maggior  parte  delle  espressioni  in-  torno a  cose  inanimate  si  svelano  trasporti  dal  corpo  umano  e  dalle  sue  parti  e  dagli  umani  sensi  e  passioni,  come  «  bocca  »  per  ogni  apertura,  «  labbro  »  per  orlo  di  vaso,    fronte  e  spalle  »  per  avanti  e  dietro,  e  simili.  Il  Vico  vagheggiò  un  etimologico  comune  a  tutte  le  lingue  native,  composto  di  radici  monosillabiche  e  in  gran  parte  onoma-  topeiche; un  altro  delle  voci  di  origine  straniera,  introdotte  dopo  che  le  nazioni  si  furono  conosciute  tra  loro;  un  terzo,  universale,  per  la  scienza  del  diritto  delle  genti,  dal  quale  apparisse  come  gli  stessi  uomini,  fatti  o  cose,  guardati  con  diversi  aspetti  dalle  varie  nazioni,  avessero  ricevuto  diversi  vocaboli;  e,  infine,  un  dizionario  di  voci  mentali,  comuni  a  tutte  le  nazioni,  che,  spiegando  le  idee  uniformi  circa  le  sostanze  e  le  modificazioni  diverse  che  le  nazioni  eb-  bero nel  pensare  intorno  alle  stesse  necessità  umane  o  uti-  lità comuni  a  tutte,  secondo  la  diversità  dei  loro  siti,  cieli,  nature  e  costumi,  narrasse  le  origini  delle  diverse  lingue  vocali,  che  tutte  convengono  in  una  lingua  ideale  comune.   La  seconda  fonte,  schiusa  dal  Vico,  è  l'interpetrazione  dei  miti  o  favole,  che,  conforme  alla  sua  dottrina,  non  erano  allegorie,  invenzioni  o  imposture,  ina  la  scienza  stessa  dei  popoli  primitivi.  Nel  Diritto  universale  il  Vico  distinse  quattro  sensi  pei  quali  gli  dèi  passarono:  dapprima  significando  cose  naturali,  Giove  il  cielo,  Diana  le  acque  perenni,  Dite  o  Plutone  la  terra  inferiore,  Nettuno  il  mare,  e  cosi  via;  poi,  cose  umane  naturali,  per  es.  Vulcano  il  fuoco,   Cerere  il  frumento,    Saturno  i   seminati;  in   terzo    163  FILOSOFIA   DEL   VICO   luogo,  fatti  sociali;  fintanto  che,  in  ultimo,  salirono  al  cielo,  furono  assunti  agli  astri,  e  le  cose  terrene  e  umane  vennero  divise  dalle  divine.  Ma  nelle  due  Scienze  nuove  mise  in  rilievo  quasi  esclusivamente  il  terzo  significato,  quello  sociale,  che  diventò  per  lui  l'originario;  perché  (sembra  che  egli  pensasse)  le  prime  nazioni  erano  troppo  intente  a    stesse,  troppo  immerse  nella  loro  dura  e  dif-  ficile vita,  da  speculare  astraendo  dalle  cose  sociali.  Cosi  nei  miti  egli  trovò  riflesse  le  istituzioni,  le  scoperte,  le  di-  visioni sociali,  le  lotte  di  classe,  i  viaggi,  le  guerre,  dei  popoli  primitivi.  Anche  pei  tempi  abbastanza  progrediti  il  Vico  fu  alieno  dalle  interpetrazioni  naturalistiche  o  filoso-  fiche; e  il  «  Conosci  te  stesso  »,  attribuito  all'antico  savio,  gli  parve  nient'altro  che  un  monito  alla  plebe  ateniese  per-  ché conoscesse  le  proprie  forze,  trasportato  dipoi  a  sensi  metafisici  e  morali.  Oltre  questa  ermeneutica  sociale,  un  altro  principio  assai  importante  egli  stabilisce:  vale  a  dire  che  i  significati  galanti,  lubrici  e  osceni  delle  favole  fu-  rono tutti  intrusi  in  tempi  tardi  e  corrotti,  che  interpe-  trarono  i  costumi  antichi  sui  propri  o  presero  a  giustifi-  care le  proprie  lascivie  con  l'immaginare  che  gli  dèi  ne  avessero  dato  l'esempio.  Onde  si  ebbero  Giove  adultero,  Giunone  nemica  a  morte  della  virtù  degli  Ercoli,  la  casta  Diana  che  sollecita  gli  abbracciamenti  degli  addormentati  Endimioni,  Apollo  che  infesta  fino  alla  morte  le  pudiche  donzelle,  Marte  che  come  se  non  bastasse  commettere  adul-  teri in  terra  li  trasporta  fin  dentro  il  mare  con  Venere,  e,  peggio  ancora,  gli  amori  di  Giove  con  Ganimede  e  dello  stesso  Giove  trasformato  in  cigno  con  Leda:  dipinture  atte  a  sciogliere  il  freno  al  vizio,  come  per  l'appunto  accadde  nel  giovinetto  Cherea  dell'Eunuco  di  Terenzio.  Ma  nella  loro  forma  e  significato  originari  le  favole  furono  tutte  severe  e  austere,  degne  di  fondatori  di  nazioni;  e,  per  es.,  Apollo  che  insegue  Dafne  alludeva  agl'indovini  o  àuspici    XIV.  CANONI  PER  LA  STORIA  DEL  TEMPO  OSCURO    169   delle  nozze,  che  perseguitavano  per  le  selve  le  donne  an-  cora in  preda  ai  concubiti  vagabondi  e  nefarì;  Venere,  che  si  copre  le  vergogna  col  cesto,  era  simbolo  pudico  di  matrimoni  solenni;  gli  eroi,  figliuoli  di  Giove,  non  erano  già  i  frutti  degli  adulteri,  ma  gli  eroi  nati  da  nozze  certe  e  solenni,  celebrate  con  la  volontà  di  Giove  che  si  rive-  lava negli  auspici.  Omnia  intenda  mundis  et  immunda  im-  mundis:  le  selve  e  i  picchi  delle  montagne  non  potevano  produrre  immagini  da  alcove  e  postriboli.   Oltre  queste  due  ricche  fonti  delle  lingue  e  dei  miti,  il  Vico  ne  menziona  e  adopera  una  terza,  che  chiama  dei      194  FILOSOFIA   DEL   VICO   sima  real  donzella  Polissena,  della  rovinata  casa  del  poc'anzi  ricco  e  potente  Priamo,  divenuta  misera  schiava,  non  gli  venga  sacrificata  sul  sepolcro  e  le  sue  ceneri  assetate  di  vendetta  non  bevano  l'ultima  goccia  di  quel  sangue  inno-  cente. E  giù.  nell'inferno  Achille,  domandato  da  Ulisse  come  vi  stia  volentieri,  risponde  che  «  vorrebbe  essere  un  vilissimo  schiavo,  ma  vivo  »  !    Questo  è  l'eroe  che  Omero,  con  l'aggiunto  perpetuo  d'  «  irreprensibile  »  (àjiójAwv),  canta  ai  popoli  greci  in  esempio  della  virtù  eroica.  Un  siffatto  eroe,  che  pone  tutta  la  ragione  nella  punta  della  lancia,  non  si  può  altrimenti  intendere  se  non  come  un  uomo  or-  goglioso, il  quale  ora  si  direbbe  che  non  si  faccia  passare  la  mosca  per  innanzi  alla  punta  del  naso.   Se  i  più  grandi  caratteri  di  Omero  sono  tanto  sconve-  nevoli alla  nostra  natura  civile,  le  comparazioni  delle  quali  egli  si  vale  hanno  a  lor  materia  belve  e  altre  cose  selvagge.  E  se  per  i  costumi  che  rappresenta    da  fan-  ciulli per  la  leggerezza  delle  menti,  da  femmine  per  la  robustezza  della  fantasia,  da  violentissimi  giovani  per  il  fervido  bollore  della  collera,    e  per  le  favole  degne  di  vecchierella  che  intrattenga  bimbi  ond'è  piena  l'Odissea,.  non  si  può  attribuire  a  Omero  nessuna  sapienza  riposta  j  quel  suo  cotanto  riuscire  nelle  fiere  comparazioni  non  è  certamente  da  ingegno  addimesticato  e  incivilito  da  alcuna  filosofia.    da  animo  che  sia  umanato  e  impietosito  da  filosofia  potrebbe  nascere  quella  truculenza  e  fierezza. di  stile,  onde  si  descrivono  tante  e  si  varie  e  sanguinose  bat-  taglie, tante  e  si  diverse  e  tutte  in  istravaganti  guise  cru-  delissime specie  di  ammazzamenti,  che  particolarmente  for-  mano la  sublimità  dell'Ilìade.   Ma  chi  fu,  in  realtà,  Omero?  Che  cosa  di  lui  dicono  gli  antichi  scrittori,  che  cosa  si  trae  dai  suoi  poemi?  A  leggere  l'Iliade  e  l'Odissea  senza  pregiudizi,  a  ogni  passo  ci  si  avventano  agli  occhi  e  ci  offendono  stravaganze  e  in-    XVI.    OMERO   E   LA   POESIA   PRIMITIVA  195   coerenze.  Incoerenze  di  costumi,  che  trasportano  or  di  qua  or  di    a  tempi  lontanissimi  tra  loro:  da  una  parte  si  vede  Achille,  l'eroe  della  forza;  dall'altra,  Ulisse,  l'eroe  della  saggezza;  da  una  parte,  la  crudezza,  la  villania,  la  ferocia,  l'atrocità;  dall'altra,  i  lussi  di  Alcinoo,  le  delizie  di  Calipso,  i  piaceri  di  Circe,  i  canti  delle  sirene,  i  passa-  tempi dei  proci,  che  tentano  anzi  assediano  le  caste  Pe-  nelopi; da  una  parte,  costumi  rustici  e  ruvidi,  dall'altra  giuochi,  vesti  magnifiche,  cibi  squisiti  e  arti  d'intagliare  in  bassorilievo  e  fondere  in  metalli  ;  da  una  parte,  rigida  società  eroica,  dall'altra,  perfino,  accenni  a  libertà  popolari.  Questi  costumi  cosi  delicati  mal  si  convengono  con  gli  altri  tanto  selvaggi  e  fieri,  che  nello  stesso  tempo  si  nar-  rano dei  medesimi  eroi,  particolarmente  nell'Iliade.  Messi  insieme  tutti  a  un  tempo,  riescono  incompossibili:  dai  co-  stumi dell'età  troiana  si  sbalza  senza  transizione  a  quelli  del  tempo  di  Numa;  talché,  «  ne  placidi s  coè'ant  inmitia  »,  si  è  costretti  a  pensare  che  i  due  poemi  furono  per  più  età  e  da  più  mani  lavorati  e  condotti.  Incoerenze  di  allusioni  geografiche,  che  anch'esse  trabalzano  in  ambienti  fisici  diversi  e  lontani:  l'Iliade  all'oriente  della  Grecia,  verso  settentrione  ;  l'Odissea,  all'occidente,  verso  mezzodì.  In-  coerenze di  linguaggio,  sconcezze  di  favellari,  che  per-  mangono nonostante  l'emendazione  di  Aristarco,  e  per  la  quale  si  sono  proposte  le  più  strane  teorie,  come  quella  che  Omero  sarebbe  andato  raccogliendo  il  suo  linguaggio  da  tutte  le  varie  popolazioni  greche.   Dai  poemi  passando  alle  tradizioni  circa  il  loro  autore,  nessuna  fede  meritano  le  vite  di  Omero  scritte  da  Erodoto  (o  da  chi  altri  ne  sia  l'autore)  e  da  Plutarco  (dallo  pseudo  Plutarco).  Intorno  a  Omero  mancano  le  notizie  più  ele-  mentari: proprio  dove  dagli  antichi  si  tratta  di  questo  che  fu  il  maggior  lume  di  Grecia,  siamo  lasciati  affatto  al  buio.  Non  si  sa  di  Omero     il  tempo    in   cui  visse    il    196  FILOSOFIA   DEL   VICO   luogo  di  nascita  :  ciascuno  dei  popoli  di  Grecia  lo  rivendi-  cava suo  cittadino.  Si  narra  bensì  ch'egli  fosse  povero  e  cieco;  ma  codeste  sono  di  quelle  minute  particolarità  che  mettono  sospetto,  come  muove  a  riso  ciò  che  dice  Lon-  gino che  Omero  da  giovane  componesse  l' Iliade  e  da  vec-  chio l'Odissea.  Mirabile  che  si  conoscessero  queste  private  faccende  di  un  uomo  del  quale  s' ignoravano  poi  due  cose  da  nulla:  il  tempo  e  il  luogo  !  E  la  critica  deve  domandarsi,  anzitutto,  come  mai  fosse  possibile  che  un  sol  uomo  com-  ponesse due  cosi  lunghi  poemi,  in  un'età  nella  quale  non  esisteva  ancora  la  scrittura;  giacché  le  tre  iscrizioni  eroiche,  una  di  Anfitrione,  l'altra  d'Ippocoonte  e  la  terza  di  Laomedonte,  delle  quali  con  troppo  buona  fede  parla  il  Vossio,  sono  imposture,  simili  alle  tante  che  sogliono  ese-  guire i  falsificatori  di  medaglie  antiche.   Per  tutte  queste  considerazioni  sorse  nel  Vico  il  so-  spetto che  Omero  non  fosse,  per  lo  meno  in  tutto  e  per  tutto,  un  personaggio  reale,  ma  anch'esso  «  per  la  meta  ■»  uno  di  quei  caratteri  poetici  ai  quali  si  erano  riportate  nel-  l'antichità lunghe  serie  di  azioni,  opere  e  avvenimenti.  Se  infatti  ci  si  prova  a  pensare  che  i  poemi  omerici  non  siano  l'invenzione  di  un  individuo,  ma  due  grandi  tesori  dei  costumi  della  Grecia  antichissima,  che  contengono  la  storia  del  diritto  naturale  e  dell'età  eroica  delle  genti  greche  ;  se  invece  che  a  uno  o  due  poeti  singoli  si  pensa  a  un  po-  polo intero  poetante;  invece  che  a  due  opere  di  getto,  a  una  poesia  popolare  svoltasi  per  secoli  :  tutto  si  rischiara  e  si  riaccorda.  Si  spiegano  le  stravaganze  delle  favole,  per-  ché la  composizione  dell' Iliade  e  dell'Odissea  appartiene  alla  terza  età  di  quelle,  vere  e  severe  presso  i  poeti  teologi,  al-  terate e  corrotte  presso  gli  eroici,  e  ricevute  cosi  corrotte  nei  due  poemi.  Si  spiegano  le  varietà  dei  costumi,  richia-  manti le- varie  età  della  composizione;  e  altresì  l'Omero  giovane  e  l'Omero  vecchio,   simbolo  del  più  antico  e   del    XVI.    OMERO   E   LA    POESIA   PRIMITIVA  197   più  recente  tempo  della  Grecia  primitiva.  Si  spiega  la  va-  rietà dei  luoghi  di  nascita  e  di  morte,  assegnati  al  loro  autore,  e  le  varietà  dei  suoi  linguaggi,  perché  vari  furono  i  popoli  che  produssero  quei  canti.  Si  spiega,  infine,  per-  ché ogni  popolo  greco  volle  Omero  suo  concittadino,  per  la  ragione  cioè  che  essi  popoli  per  l'appunto  furono  que-  st'Omero; e  perché  fosse  detto  cieco  e  mendico,  perché  tali  erano  di  solito  i  cantori  che  giravano  per  le  fiere  re-  citando le  storie.  Bisogna  dunque  che  Omero,  perché  sia  inteso  nella  sua  verità,  venga  sperduto  dentro  la  folla  dei  greci  popoli  e  considerato  come  un'idea  o  carat-  tere eroico  di  uomini  greci  in  quanto  narravano  can-  tando le  loro  storie.  Cosi  quelle  che  sono  sconcezze  e.  in-  verisimiglianze  nell'Omero  finora  creduto,  diventano  nel-  l'Omero qui  ritrovato  tutte  convenevolezze  e  necessità.  E,  innanzi  tutto,  gli  si  aggiunge  una  sfolgorantissima  lode  d'es-  sere stato  il  primo  storico  a  noi  pervenuto  dell'intera  Grecia.  In  Omero  si  ha  il  documento  della  primitiva  iden-  tità di  storia  e  poesia,  e  una  conferma  di  quel  che  il  Vico  credeva  di  leggere  in  Strabone,  cioè  che  prima  di  Erodoto,  anzi  prima  di  Ecateo  milesio,  la  storia  dei  popoli  di  Grecia  fu  scritta  dai  loro  poeti.  Nell'Odissea,  volendosi  lodare  al-  cuno per  avere  ben  narrata  una  storia,  si  dice  «  averla  raccontata  da  musico  e  da  cantore  ».   Il  Vico  non  si  perde  in  poco  feconde  congetture  isti-  tuendo indagini  più  particolari  circa  il  modo  di  elabora-  zione dei  poemi  omerici.  Propende  tuttavia,  come  s'è  visto,  per  due  principali  autori  poeti,  l'uno  per  l'Iliade,  nativo  dell'oriente  di  Grecia,  verso  settentrione,  l'altro  per  YO-  dissea,  nativo  dell'occidente  verso  mezzodì;  e  il  nome  «  Omero  »  intende  come  di  compositore  e  legatore  di  fa-  vole. Ma,  d'altro  canto,  a  causa  del  significato  puramente  ideale  che  per  lui  ha  quel  nome,  non  è  da  escludere,  forse,  l'interpetrazione  che    i    due  Omeri    fossero,    a  loro  volta,    198  FILOSOFIA   DEL   VICO   due  correnti  poetiche  e  due  gruppi  di  popoli  o  di  cantori  popolari.  Le  persone  storiche,  che  egli  si  trova  innanzi,  sono  i  rapsodi,  uomini  volgari  che  paratamente,  chi  uno  chi  altro,  andavano  recitando  i  canti  d'Omero  nelle  fiere  e  nelle  feste  per  le  città  greche.  Lunga  età  corse  dalla  primitiva  composizione  fino  ai  Pisistratidi,  i  quali  fecero  dividere  e  disporre  i  canti  omerici  nei  due  gruppi  del-  Y Iliade  e  dell'Odissea  (donde  si  deduce  quanto  innanzi  dovessero  essere  stati  una  confusa  congerie  di  cose),  e  or-  dinarono che  d'indi  in  poi  fossero  cantati  dai  rapsodi  nelle  feste  panatenaiche.   Comunque,  non  è  di  certo  in  questa  risoluzione  mate-  rialmente intesa  dell'individuo  Omero  in  un  mito  o  carattere  poetico  l'importanza  (come,  forse,  non  è  la  verità)  della  teoria  vichiana.  Dalle  incoerenze  ch'egli  non  pel  primo  notava,  e  non  sempre  con  esattezza  (la  qual  cosa,  per  altro,  è  di  poco  rilievo,  essendo  agevole  compensare  le  osservazioni  inesatte  con  le  molte  altre  esatte  da  lui  tra-  lasciate), non  c'era  rigoroso  passaggio  logico  all'afferma-  zione della  non  esistenza  di  un  Omero  individuo,  princi-  pale autore  di  uno  o  di  entrambi  i  poemi.  Quelle  incoe-  renze" valevano  a  dimostrare  che  il  poeta  o  i  poeti  lavora-  rono sopra  una  ricca  materia  tradizionale,  della  prove-  nienza più  varia  per  luoghi  e  per  tempi,  e  non  tanto  disposta  a  strati  secondo  la  provenienza  (che  era  a  un  di-  presso l'fpotesi  messa  innanzi  dal  D'Aubignac),  quanto  piuttosto  in  tutti  i  suoi  strati  mescolata  e  sconvolta.  Uno  o  molti  poeti,  ovvero  molti  poeti  e  un  abile  collettore  dei  loro  canti,  o  una  società  di  abili  collettori;  queste  e  altret-  tali ipotesi  si  potevano  proporre  (come  si  sono  proposte  di  poi)  con  pari  diritto,  e  sostenere  (come  sono  state  so-  stenute) con  argomentazioni  parimente  valide  e  parimente  difettose  perché  non  documentabili.  Ma  nel  fondo  di  quella  risoluzione  di  Omero   in  un  carattere  poetico  (come  analo-    XVI.    OMERO    E    LA   POESIA    PRIMITIVA  199   gamente  in  altre  simili  risoluzioni  fatte  o  tentate  dal  Vico)  era  la  scoperta  della  lunga  e  laboriosa  genesi  storica  at-  traverso cui  era  passata  la  materia  di  quei  poemi,  che,  in  questo  senso,  ben  potevano  dirsi  prodotto  di  collabo-  razione dell'intero  popolo  greco.  La  sostituzione  a  Omero  di  un  popolo  di  Omeri  fu,  anche  questa  volta,  la  mitolo-  gia tessuta  dal  Vico  sulla  propria  scoperta:  mitologia  che  omnes  quivìtes  te-  nerent  ».  L'autorità  del  senato  ne  venne  ristretta,  perché  laddove,  precedentemente,  di  quel  che  il  popolo  aveva  de-  liberato i  padri  si  facevano  «  auctores  »,  ora  i  padri  erano  essi  «  autori  »  al  popolo,  che  approvava  le  leggi  secondo  la  forinola  proposta  dal  senato,  o  le  antiquava,  cioè  di-  chiarava di  non  volere  novità.  La  plebe  ottenne,  inoltre,  l'ultima  magistratura  ancora  non  comunicata,  la  censura.  La  legge  Petelia,  che  segui  pochi  anni  dopo,  cancellò  l'ul-  timo vestigio  di  legame  feudale,  il  nesso  (nexus),  che  ren-  deva i  plebei,  per  causa  di  debiti,  vassalli  ligi  dei  nobili  -e  li  costringeva  sovente  a  lavorare  tutta  la  vita  nelle  pri-  vate prigioni  di  costoro.   Quando  Fabio  Massimo  alla  divisione  tra  patriziato  e  plebe,  coi  corrispondenti  comizi  curiati  e  tributi,  ebbe  so-  stituita la  divisione  secondo  i  patrimoni  dei  cittadini,  ri-  partiti nelle  tre  classi  di  senatori,  cavalieri  e  plebei,  l'or-  dine dei  nobili  venne  a  sparire  affatto,  e  «  senatore  »  e  «  cavaliere  »  non  furono  più  sinonimi  di  «  patrizio  »,    «  plebeo  »  d'  «  ignobile  ».  Ma  al  senato  rimase  il  dominio  sovrano  sopra  i  fondi  del  romano  imperio,  che  era  già  pas-  sato nel  popolo;  e,  mercé  i  cosi  detti  senatoconsulti  ul-  timi o  «  ultimce  necessitatis  »,  lo  mantenne  con  la  forza  delle  armi  finché  la  romana  fu  repubblica  popolare  ;  e  quante  volte  il  popolo  tentò  di  disporne,  tante  il  senato  armò  i  consoli,  i  quali  dichiararono  ribelli  e  uccisero  i  tri-  buni della  plebe  che  avevano  promosso  quei  tentativi.  Il  che  si  spiega  con  una  ragione  di  feudi  sovrani  soggetti  a  maggiore  sovranità,  come  al  Vico  pareva  confermato  dal  detto  di  Scipione  Nasica  nell'armare  il  popolo  contro  Tiberio  Gracco  :  «  Qui  rempublicam  salvam  velit,  consulem  sequatur  ».  Aperta  con  le  leggi  la  porta  degli  onori  alla  moltitudine  che  comanda  nelle  repubbliche  popolari,  non  restava  altro  in  tempo  di  pace  che  contendere  di  potenza,  non  con  le  leggi  ma  con  le  armi;  e  mercé  atti  di  potenza  comandare  leggi  per  arricchire,  quali  furono  le  agrarie  dei  Gracchi,  onde  provennero  in  pari  tempo  guerre  civili  in  casa  e  ingiuste  fuori.   Tutta  la  società,  col  trionfo  della  plebe  e  con  la  muta-  zione dello  stato  da  aristocratico  in  popolare,  muta  fiso-  nomia.  Muta,  in  primo  luogo,  la  flsonomia  della  famiglia:  nella  quale,  durante  l'impero  del  patriziato,  per  serbare  le  ricchezze  dentro  l'ordine,  solo  tardi  furono  ammesse  le  successioni  testamentarie  e  facilmente  i  testamenti  veni-  vano annullati  ;  dalla  successione  paterna  era  escluso  il  fi-  gliuolo emancipato;  l'emancipazione  aveva  l'effetto  di  una  pena  ;  le  legittimazioni  non  erano  permesse  ;  è  da  dubitare  che  le  donne  succedessero.  Ma  nella  società  democratica,  poiché  la  plebe  pone  tutta  la  sua  ricchezza,  tutta  la  sua  forza  e  potenza  nella  moltitudine  dei  figliuoli,  si  comincia  a  sentire  la  tenerezza  del  sangue,  e  i  pretori  ne  conside-  rano i  diritti  e  prendono  a  fargli  ragione  con  le  «  honorum  possessiones  »  e  a  sanare  coi  loro  rimedi  i  vizi  o  i  difetti  dei  testamenti,  agevolando  cosi  la  divulgazione  delle  ric-  chezze, che  sole  sono  ammirate  presso  il  volgo.    Muta  il  significato  degli  istituti  della  proprietà:  il  dominio  civile  non  è  più  di  ragion  pubblica  e  si  disperde  per  tutti  i  do-  mini privati  dei  cittadini,  che  formano  ora  la  città  popo-  lare; il  dominio  ottimo  non  è  più  quello  fortissimo,  non  infievolito  da  niun  peso  reale,  neppure  pubblico,  e  signi-  fica semplicemente  quello  che  sia  libero  da  ogni  peso  pri-  vato :  il  quiritario  non  è  più  il  dominio  di  cui  il  nobile  era  signore  feudale  e  che  .doveva  venire  a  difendere  nel  caso  che  ne   fosse   decaduto  il  cliente  o  plebeo,  ma  è  diventato  dominio  civile  privato,  assistito  da  rivendicazioni,  diversamente  dal  bonitario  che  si  mantiene  col  solo  pos-  sesso. —  Le  forme  dei  processi,  cosi  frondose  di  finzioni,  di  forinole  solenni,  di  atti  simbolici,  sono  semplificate  e  razionalizzate:  si  comincia  a  far  uso  dell'intelletto,  ossia  della  mente  del  legislatore^  e  i  cittadini  si  conformano  in  un'idea  di  comune  ragionevole  utilità,  intesa  come  spiri-  tuale di  sua  natura.  Le  caussce,  che  prima  erano  forinole  cautelate  di  proprie  e  precise  parole,  diventano  affari  o  negozi,  che  si  solennizzano  coi  patti  convenuti  e,  nei  tras-  ferimenti di  dominio,  con  la  tradizione  naturale  ;  e  sola-  mente nei  contratti  che  si  dicono  compiersi  con  le  parole,  nei  contratti  verbali,  cioè  nelle  stipulazioni,  le  cautele  ri-  mangono «  caussce  >,  nell'antica  proprietà  di  questo  ter-  mine. Cosi  il  certo  delle  leggi,  essendosi  la  ragione  umana  spiegata  tutta,  mette  capo  nel  vero  delle  idee,  determinate  con  la  ragione  delle  circostanze  dei  fatti,  che  è  «  una  for-  inola informe  di  ogni  forma  particolare  »  (formula  naturai,  come  dice  Varrone),  che  a  guisa  di  luce  informa  di  sé,  in  tutte  le  ultime  minutissime  parti  della  superficie  loro,  i  corpi  opachi  dei  fatti  sopra  i  quali  ella  è  diffusa.  Nelle  repubbliche  popolari  regna  Ycequum  bonum,  l'equità  natu-  rale. —  Le  crudelissime  pene,  che  si  usavano  nel  tempo  delle  monarchie  familiari  e  delle  società  eroiche  (le  leggi  delle  dodici  tavole  condannavano  a  essere  bruciati  vivi  coloro  che  avevano  dato  fuoco  alle  biade  altrui,  preci-  pitati giù  dalla  rupe  Tarpea  i  falsi  testimoni,  fatti  vivi  in  brani  ì  debitori  falliti),  vengono  sostituite  da  pene  be-  nigne, perché  la  moltitudine,  che  è  composta  di  deboli,  è  di  sua  natura  incline  a  compassione.    Le  leggi,  che  erano  nelle  aristocrazie  poche,  ferme  e  religiosamente  osservate,  si  moltiplicano  nelle  democrazie  e  si  fanno  cangevoli  e  flessibili.  Gli  spartani,  che  serbarono  l'aristocrazia,  dice-  vano che  in  Atene  si  scrivevano  molte  leggi,  ma  le  poche che  erano  in  Isparta  si  osservavano  :  la  plebe  romana,  a  guisa  dell'ateniese,  comandava  tuttodì  leggi  singolari,  e  invano  Siila,  capoparte  dei  nobili,  cercò  di  ripararvi  al-  quanto con  le  «  questioni  perpetue  »,  perché,  dopo  di  lui,  si  moltiplicarono  di  nuovo.    Le  stesse  guerre,  crudelis-  sime nelle  repubbliche  aristocratiche,  che  distruggevano  le  città  conquistate  e  riducevano  i  vinti  in  gruppi  di  gior-  nalieri sparsi  per  le  campagne  a  coltivare  a  prò  dei  vin-  citori, si  mitigano  nelle  repubbliche  popolari,  le  quali,  to-  gliendo ai  vinti  il  diritto  delle  genti  eroiche,  lasciano  loro  quello  naturale  delle  genti  umane.  Gl'imperi  si  dilatano,  perché  le  repubbliche  popolari  valgono  assai  più  delle  ari-  stocratiche per  le  conquiste,  e  più  ancora  vi  valgono  le  monarchie.   Eppure,  in  questo  generale  umanarsi  dei  costumi,  sce-  ma la  sapienza  di  governo,  la  virtù  politica.  Gli  antichi  patrizi  facevano  duramente  rispettare  le  leggi  ;  e,  avendo  privatamente  ciascuno  gran  parte  della  pubblica  utilità,  a  questo  grande  interesse  particolare,  che  veniva  loro  con-  servato dalla  repubblica,  posponevano  gl'interessi  privati  minori,  e  perciò  magnanimamente  difendevano  il  bene  dello  stato  e  saggiamente  consigliavano  intorno  ad  esso.  Per  contrario,  negli  stati  popolari,  e  perché  i  cittadini  comandano  il  bene  pubblico  che  si  ripartisce  loro  in  mi-  nutissime parti  quanti  sono  essi  i  cittadini  che  compon-  gono il  popolo,  e  per  le  cagioni  che  producono  siffatta  forma  di  stati,  che  sono  affetto  d'agi,  tenerezza  di  figliuoli,  amore  di  donna  e  desiderio  di  vita,  gli  uomini  sono  por-  tati ad  attendere  alle  ultime  circostanze  dei  fatti  che  pro-  muovono le  loro  private  utilità,  e  perciò  all'equobono,  che  è  ciò  solo  di  cui  le  moltitudini  sono  capaci.   A  cotal  punto  balza  spontanea,  perché  di  lunga  mano  preparata  e  resa  necessaria,  la  monarchia:  quella  mo-  narchia che  gli  ordinari  scrittori  di  politica  facevano  venir    XVII.    LA   STORIA   DI   ROMA  219   fuori,  senza  il  precorso  di  tante  e  si  varie  cagioni  che  deb-  bono condizionarla,  di  un  tratto,  al  bel  principio  della  sto-  ria umana,  «  cosi  come  (dice  il  Vico)  nasce,  piovendo  l'està,  una  ranocchia  ».  E  molto  meno  sorse  artificialmente,  per  effetto  della  favoleggiata  legge  regia  dell'  «  ignorante  gre-  cuzzo  »  Triboniano,  con  la  quale  il  popolo  romano  si  sa-  rebbe spogliato  del  suo  sovrano  e  libero  imperio  per  con-  ferirlo a  Ottavio  Augusto.  La  legge,  che  le  die'  vita,  fu  una  legge  naturale,  concepita  con  questa  forinola  di  eterna  utilità  :  che  poiché  nelle  repubbliche  popolari  tutti  guar-  dano ai  loro  privati  interessi  ai  quali  fanno  servire  le  pub-  bliche armi  in  eccidio  della  propria  nazione,  per  impedire  che  le  nazioni  vadano  in  rovina  debba  sorgere  un  solo,  come  tra  i  romani  Augusto    qui  »j  come  scrive  Tacito,  «  cuncta  beììis  civililms  fessa  nomine  principia  su^  imperium  accepit  >•>);  un  solo,  che  con  la  forza  delle  armi  richiami  a    tutte  le  cure  pubbliche  e  lasci  ai  soggetti  l'attendere  alle  loro  cose  private  o  a  quel  tanto  delle  cose  pubbliche  che  viene  loro  permesso,  e  si  circondi  di  pochi  sapienti  di  stato  per  consultare  con  l'equità  civile  nei  gabinetti  circa  i  pubblici  affari.  Quel  solo  è  invocato  alla  pari  da  nobili  e  da  plebei:  dai  nobili,  che  dopo  essere  stati  abbas-  sati e  sottomessi  al  governo  plebeo,  abbandonata  l'antica  aristocratica  volontà  d'impero,  non  pensano  se  non  ad  avere  salva  almeno  la  vita  comoda;  e  dai  plebei,  che  dopo  avere  sperimentato  l'anarchia  o  la  sfrenata  demagogia  (della  quale  non  si    tirannide  peggiore,  essendo  tanti  i  tiranni  quanti  sono  gli  audaci  e  dissoluti  delle  città),  fatti  accorti  dai  propri  mali,  chiedono  pace  e  protezione.   La  monarchia  è,  dunque,  una  nuova  forma  del  governo  popolare.  Perché  un  potente  diventi  sovrano,  è  necessario  che  il  popolo  parteggi  per  lui,  ed  egli  deve  governare  po-  polarmente, agguagliare  tutti  i  soggetti,  umiliare  i  grandi  per  tenere  libera  e  sicura  la  moltitudine  dalla  loro  oppres-    220  FILOSOFIA   DEL   VICO   sione,  mantenere  il  popolo  soddisfatto  e  contento  circa  il  sostentamento  che  gli  bisogna  per  la  vita  e  circa  gli  usi  della  libertà  naturale,  e  adoprare  un  ben  ponderato  si-  stema di  concessioni  e  privilegi  o  a  interi  ordini  (nel  qua!  caso  si  chiamano  «  privilegi  di  libertà  »),  o  a  persone  par-  ticolari, promovendo  fuori  d'ordine  uomini  di  merito  straor-  dinario e  di  virtù  eccezionali.   Nella  monarchia,  che  è  governo  «  umano  »  al  pari  della  democrazia,  prosegue  e  s' intensifica  quel  processo  di  uma-  namente o  ingentilimento  dei  costumi  e  delle  leggi,  che  le  repubbliche  popolari  avevano  iniziato.  Si  sciolgono  sempre  più  i  rigidi  vincoli  della  famiglia  paterna  e  gentilizia.  Gl'imperatori,  ai  quali  faceva  ombra  lo  splendore  della  nobiltà,  si  diedero  a  promuovere  le  ragioni  della  natura  umana,  comune  a  nobili  e  a  plebei  ;  e  Augusto  attese  a  proteggere  i  fedeco  in  messi,  coi  quali  nei  tempi  innanzi,  mercé  la  puntualità  degli  eredi  gravati,  i  beni  erano  pas-  sati agi'  incapaci  di  eredità,  e  li  trasformò  in  necessità  di  ragione,  costringendo  gli  eredi  a  mandarli  ad  effetto.  Suc-  cesse una  folla  di  senatoconsulti,  coi  quali  i  cognati  entra-  rono nell'ordine  degli  agnati  ;  finché  Giustiniano  tolse  le  differenze  tra  legati  e  fedecommessi,  confuse  la  quarta  fal-  cidia e  trebellianica,  distinse  poco  i  testamenti  dai  codicilli  e  adeguò  «  ab  intestato  »,  in  tutto  e  per  tutto,  gli  agnati  e  i  cognati.  Tanto  le  leggi  romane  ultime  si  profusero  in  favorire  i  testamenti  che,  laddove  anticamente  per  ogni  leggiero  motivo  essi  erano  invalidati,  poi  si  dovettero  in-  terpetrare  nel  modo  che  meglio  conduceva  a  mantenerli  saldi.  Caduto  affatto  il  diritto  «  ciclopico  »,  che  i  padri  avevano  esercitato  sulle  persone  dei  figliuoli,  andò  cadendo  altresì  quello  economico  sugli  acquisti  dei  figliuoli  ;  onde  gl'imperatori  introdussero  prima  il  peculio  castrense  per  attrarre  i  giovani  alla  guerra,  poi  il  quasicastrense  per  invitarli  alla  milizia  palatina,  e  finalmente,  per  tenere  con-    XVII.    LA   STORIA   DI   ROMA  221   tenti  quelli  che  non  erano    soldati    letterati,  il  pe-  culio avventizio.  Tolsero  l'effetto  della  patria  potestà  alle  adozioni,  le  quali  non  si  contennero  più  ristrette  nella  cerchia  di  pochi  congiunti  ;  approvarono  universalmente  le  arrogazioni,  difficili  alquanto  perché  è  difficile  che  un  pater familias ,  un  sui  iiiris,  si  sottometta  alla  patria  pote-  stà d'un  estraneo  ;  reputarono  le  emancipazioni  quali  be-  nefizi e  dettero  alle  legittimazioni    (p.  41),  V,  99  (degn.  XIV)  ;    le  cosi  dette  «  prove  metafisiche  »  vichiane  (p.  42),  IV,  81  ;    i  fatti  dubbi  sono  asseriti  dal  Vico  «  in  conformità  delle  leggi  »  e  ritenuti  da  lui  «  verità  meditate  in  idea  »  (ivi),  IV,  73;  V,  91,  148-50.   IV.    Il  «  certo  »  (p.  45),  Opere,  V,  97  ;    la  «  sapienza  poe-  tica »  costituisce  «  quasi  tutto  il  corpo  »  della  seconda  Scienza  nuova  (ivi),  V,  44  ;    le  «  aspre  difficultà  »  per  discendere  dalle  nostre  nature  ingentilite  a  quelle  degli  uomini  primitivi  e  l'idea  della  «  natura  simpatetica  »  (p.  46-7),  IV,  36  ;  V,  141,  166  ;    una  delle  ragioni  perché  «  nuova  »  la  Scienza  del  Vico  (p.  47),  V,  42;    errori  di  Platone,  Giulio  Cesare  Scaligero,  Francesco  Sanchez,  Ga-  spare Schopp  (ivi),  III,  232-3  ;  IV,  194,  228  ;    gli  errori  di  Grozio,  Selden  e  Puffendorf  (ivi),  IV,  20  ;  V,  175  ;    il  Vico  confessa  l'er-  rore commesso  da  lui  medesimo  nel  De  antiquissima  (ivi),  IV,  194,  228  ;    la  sapienza  poetica  è  la  «  chiave  maestra  »  della  seconda  Scienza  nuova  (ivi),  V,  42  ;    la  «  Logica  poetica  »  (p.  48),  V,  179  ;    la  sapienza  riposta  fu  intrusa  nella  poesia  dai  filosofi,  III,  IV,  V,  passim,  e  cfr.  per  es.  IV,  191-3;    la  poesia  è  «  necessità  di  na-  tura »  e  la  «  prima  operazione  della  mente  umana  »  (p.  49),  V,  220,  237;    l'uomo,  prima  di  riflettere,  avverte  con  animo  com-  mosso e,  prima  di  articolare,  canta  (ivi),  V,  112,  114;    la  poesia  è  anteriore  alla  prosa  (ivi),  V,  115  ;    il  linguaggio  «  proprio  »  e  il  linguaggio  «  improprio  »  (ivi),  V,  186;    la  poesia  e  la  me-  tafìsica (ivi),  IV,  199-200;    nessuno  fu  insieme  gran  metafisico  e  gran  poeta  (ivi),  IV,  200;  V,  441;    i  poeti  sono  il  senso,  i  fi-  losofi l'intelletto  dell'umanità  (pp.  49-50),  V,  152;    il  linguaggio  per  «  atti  muti  »  (p.  50),  V,  197,  466;    le  lingue  articolate  non  sono  per  convenzione  (pp.  50-1),  V,  209-10;    le  origini  delle  lingue  furon  trovate  dal  Vico  nei  principi  della  poesia  (p.  51),  V,    LUOGHI   DEL   VICO   RICHIAMATI   NELL'ESPOSIZIONE        261   194-218,  466-7;    una  e  medesima  è  l'origine  del  linguaggio  e  della  scrittura  (ivi),  V,  198;    i  geroglifici  (ivi),  V,  201,  249;    identità  tra  favola  (poetica)  ed  espressione  (p.  52),  IV,  205;    le  cinque  «  parole  reali  »  d' Idantura  (ivi),  V,  82,  201-2  ;    g-li  alti  papaveri  troncati  dal  re  Tarquinio  (ivi),  V,  202;    analoghi  pro-  cedimenti espressivi  presso  popolazioni  selvagge  e  i  volghi  (ivi),  V,  202-3  ;    le  imprese,  bandiere,  medaglie,  monete  (ivi),  IV,  202-  16;  V,  230-1;    la  «  favoletta  »  sull'origine  delle  imprese  (ivi),  IV,  206;    le  improse  primitive  furon  «  mutole  »  (ivi),  V,  230-1  ;    le  insegne  e  bandiere  sono  una   sorta  di  «  lingua   armata  »  (ivi),   IV,  211-2;    le  teorie  di  Platone,  Aristotele,  ecc.  sulla  poesia  son  «  rovesciate  »  da  quella  del  Vico  (p.  53),  IV,  163;  V,  169;    i  .  Il  De  Cristofaro  è  il  noto  matematico  e  giureconsulto  napoletano,  pel  quale  si  veda  F.  Amodeo,  Vita  matematica  napoletana,  parte  III  (Napoli,  Giannini,  1905),  pp.  31-44,  e  fu  amico  del  Vico.  Altre  notizie  intorno  agli  «  epicurei  »  di  Napoli  di  quel  tempo,  in  Carducci,  Opere,  voi.  II,  pp.  235-6.   3  Lettera  del  12  ottobre  1720.    I.    VITA    E   CARATTERE    DEL   VICO  287   erano  mai  codesti  errori  e  debolezze  ?    E  quando  usci  il  De  universi  iurte  tino  principio  et  fine  uno,  anzi  la  Sinopsi  che  ne  dava  il  programma,  «  le  prime  voci  »  avverse,  che  il  Vico  senti  levarsi,  «  erano  tinte  da  una  simulata  pietà  »  ;  contro  le  quali  egli  trovò  scudo  e  conforto  nella  religione  stessa,  cioè  nell'assenso  del  Giacchi,  «  primo  lume  del  pili  severo  e  più  santo  ordine  de'  religiosi  »  l.  Ma  come  delle  accuse  che  su  questo  punto  gli  si  facevano  non  ci  resta  notizia  particolare,  cosi  dei  dubbi  religiosi,  che  po-  terono travagliarlo,  non  si  ha  nemmeno  la  generica  certezza.  Tutti  gli  scritti  del  Vico  mostrano  che  nel  suo  animo  si  assideva  grave,  salda,  immota,  come  colonna  adamantina,  la  religione  cattolica  :  salda  e  forte  cosi  da  non  essere  nep-  pure in  piccola  parte  intaccata  dalla  critica,  che  egli  inau-  gurava, dei  miti.    soltanto  in  tutte  le  esteriori  dimostra-  zioni il  Vico  fu  cattolico  irreprensibile,  e  sottomise  sem-  pre ogni  parola  che  mettesse  in  istampa  alla  doppia  cen-  sura, pubblica  e  privata,  degli  amici  ecclesiastici,  e  fra  zimarre  sacerdotali  e  cocolle  fratesche,  più  ancora  che  fra  toghe  di  giuristi,  menò  la  sua  vita  filosofica  e  letteraria;    ma  egli  giunse  perfino  allo  scrupolo  d'intermettere  il  commento  al  Grozio,  non  sembrandogli  dicevole  che  un  cat-  tolico commentasse  un  autore  protestante  2  ;  ed  ebbe  cosi  delicato  punto  d'onore  cattolico  da  non  accettare  nemmeno  la  polemica  circa  i  suoi  sentimenti  religiosi  :  «  Questa  dif-  ficoltà (diceva  ai  critici  del  Giornale  de'  letterati),  come  quella  che  mi  fate  sull'immortalità  dell'anima,  dove  par  che  premiate  la  mano  con  ben  sette  argomenti,  se  non  mi  fusser  fatte  da  voi,  io  giudicherei  che  andassero  più  alta-  mente a  penetrare  in   parte  la  quale,  quantunque  si  pro-    i  Ivi.   -  Autob.,  ed.  cit.,  p.  39.    288  APPENDICE   tegga  e  sostenga  con  la  vita  e  coi  costumi,  pure  s'offende  con  la  stessa  difesa.  Ma  trattiamo  le  cose!  »  \.  Il  suo  cat-  tolicesimo si  mostra  scevro  di  materialità  e  superstizioni,  cosi  generali  nel  costume  del  tempo,  e  specie  a  Napoli  dove  in  ogni  avvenimento  della  vita  privata  e  pubblica  in-  terveniva attore  e  direttore  san  Gennaro  :  era  cattolicesimo  di  animo  e  di  mente  alta,  e  non  di  volgo.  Ma  neppure  contro  le  credenze  popolari  e  le  superstizioni  il  Vico  as-  sunse le  parti  di  censore;    pago  di  non  parlarne,  come  non  si  parla  delle  debolezze  di  persone  e  d'istituzioni  che  sono  oggetto  della  nostra  reverenza.    ii    Disposizione  d'animo  analoga  per  più  rispetti  a  quella  verso  la  religione  ebbe  il  Vico  verso  la  vita  politica  e  so-  ciale. Non  era  nulla  in,  lui  dello  spirito  combattivo  da  apòstolo,  propagandista,  agitatore  e  congiurato,  che  fu  di  alcuni  filosofi  della  Rinascenza;  in  ispecie  di  quel  Bruno  e  di  quel  Campanella,  che  egli  (benché,  e  forse  perché,  napoletano)  non  nomina  mai.  Certo,  il  suo  tempo  e  il  suo  paese  non  furono  luogo  e  tempo  di  rivolgimenti  e  rivoluzioni  e  di  quegli  ardenti  contrasti  che  suscitano  grandi  azioni  e  passioni  politiche.  Pure,  vi  si  agitarono  partiti  politici  (il  francese  e  l'austriaco),  e  si  profilò  un  certo  desiderio  d'indipendenza  nazionale,  e  sorsero  uomini  che  dettero  l'opera  e  la  vita  a  questi  fini,  e  furono  perseguitati  e  andarono  profughi;  e,  segnatamente,  giungeva  in  quel  tempo    al  più   alto   punto   la    lotta    dello    Stato    contro  la    1  Le  cose,  cioè,  non  le  obiezioni  religiose,  che  a  lui  suonavano  come  offesa  personale  (Risposta  al  Giornale  de'  letterati,  in  Orazioni  ecc.,  ed.  G-entile-Nicolini,  pp.  266-7).    I.    VITA   E    CARATTERE   DEL    VICO  289   Chiesa,  e  di  Napoli  contro  Roma,  con  Pietro  Giannone,  del  quale  come  di  tutto  quel  movimento  il  Vico  tacque  sempre  e  parve  non  essersi  nemmeno  accorto.  La  vita  politica  stava  alta  sopra  il  suo  capo,  come  il  cielo  e  le  stelle;  ed  egli  non  si  protese  mai  nel  vano  sforzo  di  attin-  gerla. Come  le  controversie  religiose,  cosi  quelle  politiche  e  sociali  furono  il  limite  della  sua  attività.  Era  veramente  uomo  apolitico.  Di  che  non  si  può  fargli  colpa    acca-  gionarlo di  fiacchezza,  perché  ogni  uomo  ha  il  suo  li-  mite, e  una  lotta  esclude  l'altra,  un  lavoro  esclude  gli  altri  lavori.   Non  che  egli  si  ritraesse  da  ogni  contatto  con  la  po-  litica e  coi  rappresentanti  di  essa.  Purtroppo,  dovette  cor-  ■teggiare  assai  di  frequente  e  l'una  e  gli  altri,  con  isto-  rie, orazioni,  versi  ed  epigrafi,  latini  e  italiani;  i  quali  basterebbero  da  soli  a  ricostruire  la  serie  delle  vicende  cui  andò-  soggetta  Napoli  dalla  fine  del  secolo  decimoset-  timo alla  metà  del  decimottavo  :  il  viceregno  spagnuolo,  la  congiura  e  rivoluzione  tentata  dagli  autonomisti,  la  rea-  zione e  il  rassodato  viccrcgno  spagnuolo,  la  conquista  au-  striaca, il  viceregno  austriaco,  la  riconquista  spagnuola  e  il  regno  di  Carlo  Borbone....  Ma  egli,  «  molto  pei  suoi  bisogni  conversevole  »  ',  e  professore  di  eloquenza  nella  regia  università,  doveva  fornire  i  componimenti  letterari,  richiesti  dalle  solennità  del  giorno;  cosi  come  il  drappiere  lavorava,  per  le  medesime  occasioni,  le  frange,  e  lo  stuc-  catore le  volute  e  gli  svolazzi.  E  quali  frange  e  quali  svo-  lazzi !  Perdurava  la  moda  letteraria  secentesco-spagnuola;  e 'ciò  basta  per  gran  parte  a  spiegare  quel  che  nelle  lodi  profuse  dal  Vico  ci  sembra,  ed  è,  iperbolico  e  barocco.  Del  suo  animo  indifferente  e  innocente  può  dare  esempio  quel    1  In  Autob.,  ecc..  ed.  cit.,  p.  142.  B.  Crock,  La  filosofia,  di  Giambattista  Vico.  19    290  APPENDICE   luogo  dell'autobiografia,  dove,  dopo  aver  fatto  ricordo  del  Panegyricus  Philippo  V  inscriptus,  da  lui  composto  per  or-  dine dell'ultimo  viceré  spagnuolo  duca  di  Ascalona,  con-  tinua, come  se  niente  fosse,  col  riattacco  di  un  semplice  «  appresso  »  :  «  Appresso,  ricevutosi  questo  reame  al  do-  minio austriaco,  dal  signor  conte  Wirrigo  di  Daun,  allora  governatore  delle  armi  cesaree  in  questo  regno,  ebbe  l'or-  dine »  di  comporre  le  iscrizioni  pei  funerali  espiatori  di  Giuseppe  Capece  e  Carlo  di  Sangro  1  ;  cioè  dei  due  ribelli  contro  Filippo  V,  che  il  governo  precedente  aveva  messi  a  morte,  qualche  anno  prima,  nella  repressione  della  con-  giura di  Macchia,  dal  Vico  narrata,  veridicamente  bensì  ma  con  ossequio  al  governo  costituito,  nel  De  parthenopea  coniuratione.   Ma  non  c'è,  nel  Vico,  bassezza;  e,  se  deve  dirsi,  in  quei  suoi  scritti,  retore  e  panegirista,  non  può  dirsi  adu-  latore. L'adulatore,  l'uomo  senza  coscienza,  vilipende  e  calunnia  gli  avversari  degli  uomini  da  lui  adulati,  o  col-  pisce i  vinti;  e  questo  è  bassezza.  Il  Vico,  il  quale,  pur  conoscendo  chi  fosse  l' italiano,  anzi  il  napoletano,  che  aveva  inviato  agli  Ada  lipslensìa  la  noterella  contumeliosa  contro  di  lui,  e  fremendo  d'ira,  e  potendo  facilmente  ro-  vinarlo (perché  quella  noterella  era  anticattolica),  genero-  samente non  volle  mai  svelare  quel  nome  2,  presta,  si,  i  suoi  servigi  di  professore  d'eloquenza,  ma  non  traffica  con  gli  interessi  dei  suoi  lodati  padroni.  Della  Vita  di  Antonio  Carafa,  composta  per  commissione,  e  col  provento  della  quale  maritò  una  figliuola,  dice  che  la  lavorò  «  temprata  di  onore  del  subietto,  di  riverenza  verso  i  principi  e  di  giustizia  che  si  dee  aver  per  la  verità  »  3.  E,  per  tornare    i  Autob.,  ed.  cit.,  p.  56.   2  Lettera  del  4  dicembre  1729;  in  Autob.,  ecc.,  ed.  cit..  pp.  20910.   3  Autob.] al  caso  sopraricordato  del  Capece  e  del  Sangro,  quando  nel  De  parthenopea  conluratione  egli  narra  la  morte  di  quei  due  nemici  della  parte  trionfante,  mostra  anche  al-  lora, in  taluni  particolari,  il  suo  animo  gentile;  e  del  Ca-  pece, che  non  volle  arrendersi  ai  soldati  spagnuoli,  scrive  *  ostentali s  pectus  ned  eamque  infestis  armis  efflagitans,  inexoratus  occubuit,  fortissimum  mortis  genus  si  causa  coho-  nestasset  »;  e  pel  Sangro,  riferita  la  voce  della  grazia  fat-  tagli da  Luigi  XIV  e  giunta  troppo  tardi,  aggiunge:  «  un-  de  maior  damnati,  qui  iam  poenas  persolverat,  misera-  no *  l.   Senza  dubbio,  non  poteva  essergli,  e  non  gli  era,  na-  scosto che  la  più  parte  degli  individui  da  lui  lodati  valeva  ben  poco.  A  leggere  i  suoi  scritti  panegiristici  parrebbe  che  Napoli  avesse  allora  una  nobiltà  splendida  di  virtù,  di  cultura,  di  dottrina;  eppure,  informando  il  padre  De  Vitry  che  gli  aveva  chiesto  notizie  circa  le  condizioni  degli  studi  in  Napoli,  il  Vico  non  celava  la  realtà:  «  i  nobili  sono  ad-  dormentati da'  piaceri  della  vita  allegra  » 2.  Un  suo  motto  satirico  circa  quella  nobiltà,  spesso  pezzente  ma  sempre  fastosa  e  capace  di  soffrire  la  fame  in  casa  pur  di  sfog-  giare in  pubblico  con  cocchi  e  altre  gale,  ci  è  stato  ser-  bato dal  suo  scolaro  Antonio  Genovesi 3.  A  proposito  del  letterato  duca  di  Laurenzano  formulava  la  teoria  che  gli  scrittori  «  nobili  »  non  possono  essere  se  non  eccellenti  *  ;  eppure,  tra  le  sue  carte  io  ho  trovato  il  manoscritto  di  un  libro  di  quel  signore,  riscritto  da  cima  a  fondo  dallo  stesso    1  Opp.,  ed.   Ferrari,  I,  pp.  367,  368;   e  cfr.  B.  Croce,  in  Critica,  XIX,  377  sgg.   2  In  Autob.,  ecc.,  ed.  cit.,  p.  191.   3  Diceva   che   molti   «  tiravano  le  carrozze  colle  budella  »  !  (ivi,  P.  121).   1   In  Autob.,  ecc.,  ed.  cit.,  pp.  215-6.    292  APPENDICE   Vico K  Contradizioni  e  transazioni  da  pover'uomo,  schiac-  ciato dalla  miseria  e  divenuto  riguardoso  e  timido;  tanto  che  riesce  difficile  determinare  fino  a  qual  punto  egli  am-  mirasse a  parole  e  per  compiacenza,  e  fin  a  qual  altro  il  suo  sentimento  d' inferiorità  sociale  si  mutasse  in  effettiva  ammirazione  per  coloro  che  avevano  e  ricchezze  e  dignità  e  tutto  quello  che  a  lui  mancava,  e  che  stavano  cosi  in  alto,  ed  erano  i  «  signori  ».   in   Perché,  com'è  risaputo,  le  sue  condizioni  economiche  furono  sempre  tristissime.  Figliuolo  di  un  libraiuccio  di  Napoli,  fu  dapprima  costretto  a  recarsi  come  precettore  domestico  in  un  borgo  selvaggio  del  Cilento;  poi,  tornato  a  Napoli,  tentò  invano  di  ottenere  il  posto  di  segretario  della  città,  e,  avuta  per  concorso  nel  1699  la  cattedra  di  rettorica,  rimase  per  trentasei  anni  in  quell'ufficio  con  lo  stipendio  annuo  di  cento  ducati  (lire  425).  Invano  tentò,  nel  1723,  di  passare  a  cattedra  di  maggiore  importanza:  fosse  sfortuna,  fosse  inabilità    uomo  di  poco  spirito  in-  torno alle  cose  che  riguardano  l'utilità  »,  si  riconosceva  esso  stesso)2,  dove  rinunziare  a  ogni  avanzamento  univer-  sitario. Era  costretto,  dunque,  ad  aiutarsi  un  po'  coi  lavori  letterari  del  genere- detto  di  sopra,  e  più  ancora  con  le  lezioni  private;  e  non  solamente  (oltre  quella  nella  pub-  blica università)  teneva  scuola  a  casa  sua,  ma  saliva  e  scendeva  le  altrui  scale  come  insegnante  di  grammatica  a  giovinetti,  o  addirittura  a  fanciulli.  Non  fu  fortunato  nella  famiglia:  la  moglie  era  analfabeta,  senza  le  virtù  delle  donne   analfabete,  incapacissima  di  curare   le   più  piccole    i  Bibl.  vidi.,  pp.  27-S.  2  Antob.] faccende  domestiche;  cosicché  il  marito  doveva  farne  le  parti.  Dei  figliuoli,  una  femmina  gli  mori  dopo  lunga  ma-  lattia, e  dopo  quei  lunghi  dispendi  che  inacerbiscono  le  malattie  dei  poveri  ;  un  figliuolo  maschio  gli  die  grandi  dolori  ed  egli  fu  costretto  a  invocare  l'intervento  della  polizia  per  chiuderlo  in  una  casa  di  correzione.  La  sua  irrazionale  e  sublime  tenerezza  paterna  fu  tanta,  in  que-  sta occasione,  che  al  vedere  dalla  finestra  gli  uffiziali  di  polizia,  da  lui  richiesti,  i  quali  venivano  a  portar  via  il  figliuolo  sciagurato  ed  amato,  corse  a  costui  gridandogli  :      Figlio  mio,  salvati!  »  },   Ebbe,  invero,  animo  affettuosissimo  :  il  che  si  può  ri-  trarre, fra  l'altro,  dall'orazione  piena  di  nobiltà  e  di  dol-  cezza che  compose  per  la  morte  della  sua  amica  donna  •Angela  Cimini,  dagli  accenti  di  pietà  e  di  sdegno  che  ha  nella  Scienza  nuova  per  le  plebi  oppresse,  di  cui  investiga  la  storia,  o  per  le  dolenti  figure  di  Priamo  e  di  Polissena,  di  cui  risente  la  poesia;  e  perfino  da  certi  sparsi  segni  sti-  listici, come,  per  es.,  in  quella  dignità  (la  XL)  dove  ri-  corda che  le  streghe,  per  solennizzare  le  loro  stregonerie,  «  uccidono  spietatamente  e  fanno  in  brani  amabilissimi  innocenti  bambini  »,  e  tutto  si  turba,  in  modo  inop-  portuno ma  significante,  per  la  sorte  di  quei  piccini,  che  adorna  nella  commossa  fantasia  di  superlativa  amabilità!  I  maggiori  conforti  domestici  gli  vennero  dalla  figliuola  Luisa,  colta  e  poetessa,  e  dal  figliuolo  Gennaro,  che  lo  supplì  e  poi  gli  successe  nella  cattedra.  Quando,  nell'elo-  gio della  contessa  d'Althann,  accenna  sarcasticamente  ai  filosofi  che  ragionano  passeggiando  per  gli  ameni  giardini  o  sotto  i  portici  dipinti,  non  nauseati    afflitti  dalle  «  mogli    che   infantano   »  e  dai  «  figliuoli  che  nei   morbi    1  Villakosa,  nelle  aggiunte  alVAuloò.  (ed.  cit.,  p.  79).    294  APPENDICE   languiscono  »  l,  si  sente  che  parla  per  diretta  esperienza  e  che  lo  pungono  ricordi  angosciosi  della  propria  vita  familiare.   Accade  molto  spesso,  specie  ai  giorni  nostri,  di  osser-  vare gli  uomini  di  qualche  ingegno  emanciparsi  da  questo  o  quello  dei  più  umili  doveri;  e  tanto  più  bisogna  ammi-  rare quest'uomo  di  genio,  che  invece  li  accettò  tutti  e  (per  adoperare  una  parola  che  il  Flaubert  disse  di    mede-  simo), pensando  da  semidio,  visse  costantemente  da  bor-  ghese, anzi  da  popolano.  Egli  aveva  preso  l'abitudine  di  leggere,  scrivere,  meditare  e  comporre  i  suoi  lavori  «  ra-  gionando con  amici  e  tra  lo   strepito  de'  suoi  figliuoli  »  ~.   La  salute  ebbe  sempre  malferma  ;  gli  amici  lo  chiama-  vano «  mastro  Tisicuzzo  »  3:  debole  assai  da  giovane,  stra-  ziato in  vecchiaia  da  ulceri  alla  gola,  da  dolori  alle  cosce'  e  alle  gambe.  Insomma,  quel  riposo,  quell'ozio,  quella  tran-  quillità, che  altri  filosofi  goderono  per  tutta  la  loro  vita,  o  per  lunghi  tratti  di  questa,  al  Vico  mancò  sempre.  Egli  dovette  fare  da  Marta  e  da  Maddalena  :  travagliandosi  per  le  necessità  pratiche  sue  e  dei  suoi  ;  travagliandosi  insie-  memente  con    stesso,  per  adempiere  alla  missione  asse-  gnatagli fin  dalla  nascita  e  dare  forma  concreta  al  mondo  spirituale  che  gli  si  agitava  dentro.    IV    Non  c'è  bisogno,  dunque,  di  foggiare  o  desiderare  un  Vico  eroe,  cercandolo  nella  vita  religiosa,  sociale  e  poli-  tica, quando  il  Vico  eroe  ci  sta  innanzi,  ed  è  appunto  questo:  l'eroe  della  vita  filosofica.  E  stato  notato  da  altri    1  Opp.,  ed.  Ferrari,  VI,  p.  235.   2  Autob.,  ed.  cit.,  p.  SS.   3  In  Autob.] che  egli  ebbe  carissima  la  parola  «  eroe  »  e  tutti  i  deri-  vati di  essa    eroismo  »,  «  eroico  »,  ecc.);  e  ne  fece  con-  tinuo uso  e  svariatissime  applicazioni.  L'eroismo  era,  per  lui,  la  forza  vergine  e  strapotente,  che  appare  negli  inizi  e  riappare  nei  ricorsi  della  storia.  Questa  forza  egli  doveva  sentire  in    medesimo,  nel  lavorare  per  la  verità  e  nel-  l'aprire,  abbattendo  ostacoli  d'ogni  sorta,  nuove  vie  alla  scienza.  Per  questa  forza,  superate  le  giovanili  incertezze,  gli  smarrimenti,  gli  avvilimenti,  che  talvolta  lo  fecero  ca-  dere in  un  cupo  pessimismo  individuale  e  cosmico  (come  si  vede  dalla  canzone  Affetti  d'un  disperato),  potè  sollevarsi  alla  sicura  professione  di  metodo  scientifico,  che  enunciò  nel  De  nostri  temporis  studiorum  ratione,  e  al  suo  primo  tentativo  di  applicazione  filosofico-storica,  rappresentato  dal  De  antiquissima  italorum  sapientia',  e  da  questo,  poi,  dis-  facendo in  parte  il  suo  stesso  pensiero  e  ritessendo  col  resto  una  nuova  tela,  giungere  al  De  uno  universi  iuris  principio  et  fine  uno  e  *alla  Scienza  nuova  :  «  dopo  venti-  cinque anni  (egli  diceva  delle  scoperte  contenute  in  que-  sta) di  continova  ed  aspra  meditazione  ».   L'opera,  menata  a  termine  da  quel  povero  maestro  di  grammatica  e  rettorica,  da  quel  pedagogo  che  un  satirico  contemporaneo  raffigura  «  stralunato  e  smunto,  con  la  fe-  rula in  mano  »  ',  da  quel  tormentato  pater familias,  stu-  pisce e,  quasi,  spaventa:  tanta  somma  di  energia  mentale  vi  è  condensata.  È  un'opera  di  reazione  e  di  rivoluzione  insieme  :  reazione  al  presente  per  riattaccarsi  alla  tradi-  zione dell'antichità  e  del  rinascimento;  rivoluzione  contro  il  presente  e  il  passato  per  fondare  quell'avvenire,  che  si  chiamerà  poi,  cronologicamente,  secolo  decimonono.   Nel  campo   della   scienza,   l'umile   popolano  diventava    i  Ivi,  p.  120.    296  APPENDICE   aristocratico;  e  quello  «  stile  da  signori  »  l,  che  egli  fal-  samente lodava  nelle  misere  scritture  dei  superbi  cavalieri  e  dei  pomposi  mitrati  del  suo  tempo,  era  veramente  il  suo.  Egli  aborriva  la  letteratura  galante  e  socievole,  che  comin-  ciava a  diffondersi  dalla  Francia  in  Italia  e  negli  altri  paesi  d'Europa,  i  «  libri  per  le  dame  »  2.  Ma  non  meno  rifuggiva  da  quella  maniera  di  trattazioni  che  si  chiamano  ora  «  manuali  »,  e  in  cui  si  espongono  per  filo  e  per  segno  definizioni  elementari  e  cose  già  da  altri  accertate:  libri  che  possono  giovare  soltanto  ai  giovani 3,  ai  quali  per  altro  il  Vico  già  abbastanza  si  sacrificava  nella  cerchia  della  scuola  perché  dovesse  poi  sacrificar  loro  anche  qualcosa  della  propria  inviolabile  vita  scientifica.  In  questa  mirava  ad  altro  pubblico  che  a  giovinetti,  cavalieri  e  dame:  quando  scriveva,  il  suo  primo  pensiero,  la  sua  prima  «  pratica  »  era  :  «  Come  riceverebbero  le  cose  da  lui  meditate  un  Pla-  tone, un  Varrone,  un  Quinto  Muzio  Scevola?  »;  e  la  se-  conda :  «  Come  riceverà  queste  cose  la  posterità  »  *.  Dei  contemporanei,  aveva  innanzi  agli  occhi,  esclusivamente,  la  Repubblica  letteraria,  l'Ordine  dei  dotti,  le  Accademie  di  Europa;  un  pubblico,  a  cui  non  bisognava  ripetere  ciò-  che  già  era  stato  trovato  e  detto  nel  corso  della  storia  delle  scienze  e  che  esso  aveva  bene  a  mente,  ma  porgere  soltanto  pensieri  che  fossero  reale  avanzamento  del  sapere:  non  libri  voluminosi,  ma  «  piccioli  libricciuoli,  tutti  pieni  di  cose  proprie  »  5.  Un  pubblico  ideale,  insomma,  che  in-  genuamente egli  confondeva  talvolta  con  quello  dei  dotti  di  professione  e   dei  critici  da  riviste  letterarie;    donde,.    1  la  Autob.,  ed.  cit.,  p.  216.   2  In  Autob.,  ed.  cit.,  p.  186.   3  Ordz.,  ecc.,  ed.  cit.,  p.  215.   4  Scienza  nuooa,  ed.  Nicolini,  p.  51.   5  Oraz.] poi,  le  frequenti  sue  delusioni.  I  libri  brevi,  in  materia  metafisica,  sembrava  a  lui  che  avessero  (come  infatti  hanno)  particolare  efficacia,  acconciamente  paragonata  alle  medi-  tazioni sacre,  «  che  brievemente  propongono  pochi  punti  »,  le  quali  fanno  molto  più  profitto  nelle  cose  dello  spirito  cristiano  che  non  «  le  prediche  più  eloquenti  e  più  spie-  gate da  facondissimi  predicatori  »  [.  Per  quest'amore  alla  brevità,  fu  restio  dall'aggravare  di  troppi  libri  la  repub-  blica letteraria,  che  già  non  regge  sotto  il  peso  ;  lasciò  inedite  le  orazioni,  stampò  per  dovere  il  De  ratione,  ed  ebbe,  infine,  a  manifestare  più  volte  2  il  desiderio  che,  di  tutte  le  sue  opere,  sola  gli  sopravvivesse  la  Scienza  nuova,  la  quale  conteneva  condensate  e  perfezionate  tutte  le  sue  indagini  precedenti.   All'aristocrazia  dell'ideale  si  accompagnavano  nella  sua  concezione  della  vita  scientifica  il  più  nobile  decoro  e  la  più  profonda  lealtà.  Dalle  sue  polemiche  si  potrebbe  rica-  vare un  intero  catechismo  circa  il  modo  in  cui  si  debbono  condurre  le  dispute  letterarie.  Bisogna  (egli  dice)  non  mi-  rare a  vincere  nella  disputa,  ma  a  vincere  nella  verità;  onde  voleva  che  quelle  si  svolgessero  «  con  sedatissima  maniera  di  ragionare  »,  perché  «  chi  ha  potenza  non  mi-  naccia e  chi  ha  ragione  non  ingiuria  »  ;  variate  tutt'al  più  da  piacevoli  motti,  «  i  quali  diano  a  divedere  gli  animi  de'  ragionatori  esser  placidi  e  tranquilli,  non  perturbati  e  com-  mossi ».  Agli  avversari,  che  movevano  obiezioni  vaghe,  faceva  notare  :  «  Il  giudizio  è  in  termini  troppo  generali  :  e  gli  uomini  gravi  non  hanno  mai  di  risposta  deguato  se  non  le  particolari  e  determinate  opposizioni,  che  loro  sono  fatte  ».  Ai  medesimi,  quando  si  appellavano  al  «  raffinato    1  Oraz.,  ed.  cit.,  p.  253.   2  Tra  le  altre,  nella  lettera  a  Celestino  Galiani  del  18  novembre  1725  (Autob.,  ed.  cit.,  p.  170-1),  e  il  cui  autografo  è  presso  di  me.    298  APPENDICE   buon  gusto  del  secolo,  il  quale  ha  sbandito,  ecc.  ecc.  »,  rispondeva  sdegnoso:  «  Questa  è  invero  una  grande  oppo-  sizione, perché  opposizione  non  è;  perché,  ritirandosi  gli  avversari  al  tribunale  del  proprio  giudizio,  con  quel  dire  di  '  codesto  che  tu  dici  non  ho  idea  ',  da  avversari  diven-  gono giudici  ».  Alle  autorità  non  intendeva  appoggiarsi,  ma  neppure  le  disprezzava;  dovendo  l'autorità  «  farci  con-  siderati a  investigare  le  cagioni  che  mai  potessero  gli  au-  tori, e  massimamente  gravissimi,  indurre  a  questo  o  a  quello  opinare  ».  E,  accusato  di  avere  commesso  il  medesimo  pec-  cato di  Aristotele  attribuendo  errori  ai  filosofi  per  poterli  con  agevolezza  confutare,  protestava  dignitosamente:  «  Io  mi  contento  del  mio  poco  sapere  ingenuo,  che  essere  com-  parato di  mal  costume  ad  un  gran  filosofo  ».  Della  sua  equanimità  può  dare  esempio  lo  splendido  elogio  che  egli  fa  di  Cartesio,  contro  il  quale  pure  era  rivolto  tutto  lo  sforzo  maggiore  del  suo  pensiero.  La  sua  lealtà  è  attestata  dal  pronto  riconoscere  i  propri  errori:  «  Confesso  (dice,  in  un  punto,  ai  critici  del  Giornale  dei  letterati)  che  la  mia  divisione  è  viziosa  »  l.  «    già  questo  (scrive  nella  se-  conda Scienza  nuova)  dee  sembrare  fasto  a  taluni  che  noi  non  contenti  de'  vantaggiosi  giudizi  da  tali  uomini  dati  alle  nostre  opere,  dopo  le  disapproviamo  e  ne  facciamo  rifiuto;  perché  questo  è  argomento  della  somma  venerazione  e  stima  che  noi  facciamo  di  tali  uomini  anzi  che  no.  Imperciocché  i  rozzi  ed  orgogliosi  scrittori  sostengono  le  loro  opere  anche  contro  le  giuste  accuse  e  ragionevoli  ammende  d'altrui  ;  altri,  che  per  avventura  sono  di  cuor  picciolo,  s'empiono  de'  favorevoli  giudizi  dati  alle  loro,  e  per  quelli  stessi  non  più  s'avanzano  a  perfezionarle;  ma  a  noi  le  lodi  degli  uo-  mini grandi  hanno  ingrandito  l'animo  di  correggere,  sup-    1  Si  vedano  pass,  le  Risposte,  in  Oraz.,  ecc.] plire  ed  anco   in    miglior    forma  di    cangiar  questa    no-  stra »  '.   Vita  scientifica  proba,  come  di  serio  ricercatore  del  vero  :  vita  sentimentale  commossa  e  rapita,  come  di  chi  giunga  a  faccia  a  faccia  col  vero  a  lungo  bramato  e  cer-  cato, ed  esulti  di  poterlo  annunziare  agli  uomini.  Di  qui  la  sua  alta  poesia,  che  è  non  già  nei  versi,  ma  nelle  prose,  e,  segnatamente,  nella  Scienza  nuova.  «  Il  Vico  è  poeta  (scrive  il  Tommaseo):  dal  fumo    luce,  dalle  metafisiche  astrazioni  trae  imagini  vive:  raccontando,  ragiona  e,  ra-  gionando, dipinge;  e  per- le  cime  de' pensieri  non  passeg-  gia, ma  vola;  onde  in  un  suo  periodo  sovente  è  più  estro  lirico  che  in  odi  assai  »2.  Certo,  fossero  anche  tutte  im-  maginazioni le  sue  dottrine,  quella  nascita  che  egli  descrive  della  società,  quella  rappresentazione  delle  età  primitive  e  delle  lotte  in  cui  si  travagliano  e  assurgono,  splenderebbe  ognora,  con  le  sue  gigantesche  figure,  con  le  sue  robu-  ste passioni,  col  divino  immanente  in  quegli  aspri  petti,  come  un  mirabile  poema;  e  il  De  Sanctis  vide  infatti  nella  Scienza  nuova  l'andamento  di  un  poema,  quasi  di  una  nuova  Divina  commedia.  E,  come  Dante  sublime,  fu  anche  più  di  Dante  severo;  e  se  le  labbra  del  ghibellin  fuggia-  sco pur  si  mossero  talvolta  *  un  poco  a  riso  »,  il  Vico  leva  veramente  innanzi  alla  storia  un  volto  «  che  giam-  mai non  rise  ».  Del  resto,  egli  che  ha  avuto  tante  censure  pel  suo  stile,  non  era  scrittore  volgare;  anzi,  studioso  della  buona  forma  e  della  toscanità 3,  non  meno  che  sot-  tile estimatore,   al   dire   del  Capasso,  di  vocaboli   latini 4.    1  Scienza  nuova,  -ed.  cit.,  p.  10.   2  G.  B.  Vico  e  il  suo  secolo  (nel  voi.:  La  storia  civile  nella  letteraria,  Torino,  Loescher,  1872),  p.  104;  cfr.  un  giudizio  sul  Vico  scrittore,  ivi,  pp.  9-10.  Più  ampiamente  ora,  il  Nicolini,  nella  introd.  alla  sua  ediz.  della  Scienza  nuova.   3  Autob.,  ed.  cit.,  pp.  10-11  :  cfr.  Opp.,  ed.  Ferrari,  VI,  45,  140.   4  In  Autob.,  ed.  cit.,  p.  120.    300  APPENDICE   Ma  componeva  male  i  suoi  libri,  perché  la  sua  mente  non  padroneggiava  tutta  la  materia  filosofica  e  storica,  che  aveva  accumulata  ;  scriveva  confusamente,  perché  con  furore  e  come  in  preda  a  un  dèmone  :  donde,  le  spro-  porzioni nelle  varie  parti  dell'opera,  nelle  singole  pagine,  nei  singoli  periodi.  Rende  talora  immagine  di  quella  bot-  tiglia di  cui  parla  il  poeta,  piena  d'acqua  e  capovolta  di  botto,  nella  quale  l'umore,  che  vorrebbe  uscire,  tanto  s'affretta  e  intrica  per  la  via  angusta,  «  che  a  goccia  a  goccia  fuori  esce  a  fatica  ».  A  fatica  o  a  fiotti,  disordina-  tamente. Un'idea  che  egli  sta  enunciando,  gliene  richia-  ma un'altra,  e  questa  un  fatto,  e  il  fatto  un  altro  fatto;  ed  egli  vuol  dire  tutto  in  una  volta,  e  perciò  le  parentesi  si  aprono  nelle  parentesd,  con  ritmo  spesso  vorticoso.  Ma  quei  suoi  periodi  disordinati,  come  erano  materiati  di  pensieri  originali,  cosi  sono  tutti  contesti  di  frasi  possenti,  di  pa-  role scultorie,  di  espressioni  commosse,  d'immagini  pitto-  resche. Egli  scrive  male,  se  cosi  piace  dire;  ma  di  quello  «  scriver  male  »,  del  quale  i  grandi  scrittori  portano  con    il  segreto.    L'eroismo  filosofico  del  Vico  non  si  affermò  soltanto  nella  lotta  interiore  con    stesso  per  l'elaborazione  della  scienza,  ma  fu  sottomesso  ad  altre  e  più  dure  prove.  La  posizione  mentale,  da  lui  raggiunta,  avversa  al  presente  e,  sotto  specie  di  reazione,  vòlta  all'avvenire,  lo  condan-  nava necessariamente  all'incomprensione.  È  codesta,  senza  dubbio,  la  sorte  di  tutti  gli  uomini  di  genio:  incompresi  intimamente,  anche  quando  la  fortuna  sociale  sembra  se-  condarli ed  essi  sollevano  entusiasmi  e  trovano  in  folla  scolari  e  ripetitori.  11  motto  che,  secondo  la  leggenda,  lo  Hegel  avrebbe  pronunziato  sul  letto  di  morte    uno  solo de'  miei  scolari  mi  ha  inteso,  e  questi  mi  ha  frainteso  »),  esprime  a  meraviglia  tale  necessità  storica:  chi  è  perfet-  tamente inteso  nel  suo  tempo,  muore  col  suo  tempo.  Pure,  di  rado  o  non  mai  la  sproporzione  tra  il  proprio  pensiero  e  la  incomprensione  dei  contemporanei  fu  cosi  grande  come  nel  caso  del  Vico.  Se  altre  cagioni  d'infelicità  non  l'aves-  sero tormentato,  sarebbe  bastata  quest'  una.  Il  «  desio  di  laude  »,  che  è  poi  negli  animi  non  volgari  desio  di  ve-  dere compartecipato,  assentito  e  universalizzato  negli  altri  spiriti  ciò  che  a  essi  sembra  vero  e  buono,  rimase  sempre  per  lui  un  «  van  desio  ».   Tanto  pid  l'incomprensione  e  l'indifferenza  lo  angoscia-  vano, in  quanto,  com'è  facile  supporre,  aveva  piena  co-  scienza, dell' importanza  delle  proprie  scoperte.  Egli  sapeva  che  la  Provvidenza  gli  aveva  affidato  una  missione  altis-  sima; sapeva  di  esser  «  nato  per  la  gloria  della  sua  pa-  tria, e  in  conseguenza  dell'Italia,  perché  quivi  nato,  e  non  in  Marrocco,  esso  riusci  letterato  »  u.  Allorché  mandò  fuori  la  Scienza  nuova,  gli  pareva  come  di  avere  dato  fuoco  a  una  mina,  e  ne  aspettava  da  un  momento  all'altro  lo  scop-  pio e  il  fragore.  Non  ne  segui  nulla:  la  gente  non  gliene  parlava  ;  onde  egli  scriveva  a  un  amico,  dopo  qualche  giorno:  «  In  questa  città  si  io  fo  conto  di  averla  mandata  al  deserto  ;  e  sfuggo  tutti  i  luoghi  celebri  per  non  abbat-  termi in  coloro  a'  quali  l'ho  mandata,  e,  se  per  necessità  egli  addivenga,  di  sfuggita  li  saluto:  nel  quale  atto  non  dandomi  essi    pure  un  riscontro  di  averla  ricevuta,  mi  confermano  l'opinione  che  io  l'abbia  mandata  al  deserto  »2.  Egli  aveva  creduto,  addirittura,  a  un  effetto  rapido  e  im-  mediato; e  sperato  di  trovare  gli  animi  pronti  e  gl'in-  telletti   aperti  a    ricevere  e    a    fecondare   i    suoi  pensieri,    1  In  Aulob.,  ed.  cit.,  p.  48.   2  Lettera  al  Giacchi,  25  nov.  1725,  in  Anteo.,  ed.  cit.,  p.  175. nientemeno  che  tra  i  suoi  contemporanei  e  conoscenti  di  Napoli  :  tra  i  frati  occupati  a  comporre  e  mandare  a  me-  moria prediche  verbose,  tra  i  verseggiatori  che  rimavano  sonettuzzi,  tra  gli  avvocati  che  scrivevano  allegazioni!   Trovò,  invece,  moltissimi  scettici  e  indifferenti,  e  non  pochi  irrisori.  Già  il  libro  sul  Diritto  universale,  quando  comparve,  venne  generalmente  «  ripreso  per  oscuretto  »,  come  c'informa  il  Metastasio  l  ;  e  fu  poco  letto  e  avven-  tatamente censurato  per  le  stravaganze  che  la  lettura  disat-  tenta e  a  salti  faceva  trovarvi  in  ogni  punto  2.  Il  padre  Paoli,  cui  l'autore  ne  aveva  donato  copia,  vi  scrisse  sopra  un  distico  celiando  sull'incomprensibilità  dell'opera3.  Peggio  fu  per  la  Scienza  nuova:  si  sa  che  Nicola  Capasso  (che  pure  era  dotto  uomo  e  bene  affetto  verso  il  Vico),  provatosi  a  leggerla,  credè  di  avere  smarrito  ogni  scintilla  d'inten-  dimento, e,  buffoneggiando,  eorse  a  farsi  tastare  il  polso  dal  medico  Cirillo  *.  Un  erudito  senese,  nel  riferire  le  impres-  sioni di  una  sua  visita  al  Vico  e  della  lettura  di  qualche  suo  scritto,  lo  definì  stravagante,  privo  di  criterio  e  sec-  catore 5.  Un  nobile  napoletano,  interrogato  a  Venezia  dal  Finetti  circa  quel  che  si  pensasse  a  Napoli  del  Vico,  disse  che,  per  un  certo  tempo  costui  era  passato  per  uomo  dav-  vero dotto,  ma  che  dipoi,  per  le  strane  sue  opinioni,  aveva  acquistato  fama  di  squilibrato.  «  E  quando  die  fuori  la  Scienza  nuova?  »,  insiste  il  Finetti.  «  Oh,  allora  (rispose  l'altro),  era  già  diventato  affatto  pazzo!  »  6.  I  maldicenti  lo    i  Ivi,  p.  118.   2  Latterà  al  Giacchi  del  12  ottobre  1720,  in  Aniob.,  ed.  cit.,  p,  143.   3  Ivi,  p.  113.   *  In  Autob.,  ed.  cit.,  p.  119:  cfr.  p.  76.   5  Lettera  di  G.  N.  Bandiera  del  1726,  ed.  dal  Nicolini  e  ristamp.  Critica,  XV  (1917),  pp.  295-97.  P  In  Autob.] colpivano  perfino  nella  modesta  professione  da  cui  traeva  il  sostentamento,  dicendolo  «  buono  ad  insegnare  a'  giovani  dopo  aver  fatto  tutto  il  corso  de'  loro  studi,  cioè  quando  erano  stati  da  essi  già  resi  appagati  del  lor  sapere  »  ;  o,  più  insidiosamente,  che  egli  era  adatto  non  a  insegnare,  ma  «  a  dar  buon  indirizzo  ad  essi  maestri  »  '  ;  e,  cioè,  ri-  conoscevano la  sua  superiorità  soltanto  per  farsene  un  ar-  gomento da  danneggiarlo  nella  già  cosi  stentata  sua  vita  pratica.   vi     alla  generale  indifferenza  e  alla  leggerezza  o  alla  malignità  dei  critici  potevano  formare  compenso  gli  amici  e  lodatori,  che  anche  al  Vico  non  mancarono.  Come  sareb-  bero potuti  mancargli,  se  egli  ne  faceva  una  trepida  ed  at-  tenta cultura  artificiale?  Si  veda,  per  es.,  in  qual  modo  col-  tivasse il  cappuccino  padre  Giacchi.  Lodava  di  costui  le  «  opere  ammirabili  »,  «  il  divinissimo  ingegno  »,  «  la  rara  sublimità  delle  meravigliose  e  divine  idee  ».  Gli  annunziava  di  aver  dato  a  leggere  ai  letterati  della  città  l'epistola  elo-  giativa ricevuta  da  lui,  e  che  tutti  ne  avevano  ammirato  •*  il  sublime  torno  del  concepire  »  (eppure  egli  proprio,  rifaceva  in  latino  d'oro  le  iscrizioni  che  il  Giacchi  compo-  neva in  un  latino  fratesco  !) 2.  Gli  comunicava,  altra  volta,  che  le  lodi  di  un  Giacchi  avevano  destato  invidia  ed  erano  state  prese  da  taluni  per  adulazioni.  Eguali  fatiche  spen-  deva per  propiziarsi  l'arcivescovo  di  Bari,  Muzio  di  Gaeta,  un  vanitoso,  tutto  pieno  del  proprio  merito  (negli  Elogi  del  Gimma  fa  perfino  lodare  la  sua  avvenenza),  e  che  non  sa-  peva parlare  se  non  di    stesso,  autore  di  un   panegirico    1  Autob.,  1.  e.   2  Furono  pubblicate  da  me  in  Napoli  nobiliss.,  XIII  (190-J),  f.  I,  e  di  ììtftvo  in  Sscondo  nappi,  alla  BUA.  deh.,  pp.  70-2.    304  APPENDICE   di  papa  Benedetto  XIII,  pel  quale,  lodato  e  rilodato  dal  Vico,  non  si  saziava  mai,  e  provocava,  anzi  chiedeva  espres-  samente, nuove  lodi.  E  il  Vico  a  inaffiarlo  pazientemente  della  linfa  desiderata:  «  la  maravigliosa  opera  di  V.  S.  I.  »;  il  suo  «  dire  da  signore  »;  le  «  digressioni  demosteniche  »;  l'eloquenza,  che  fu  la  favella  filosofica,  con  la  quale  par-  larono gli  antichi  accademici  greci,  tra  i  latini  Cicerone,  e  «  tra  gl'italiani  niun  altro  che  V.  S.  I.  »!  All'avvo-  cato Francesco  Solla,  che  gli  era  stato  scolaro  e  si  era  poi  ritirato  in  provincia,  insinuava  che  la  sua  Scienza  nuova  aspettava  che  egli  fosse  tra  i  pochissimi  forniti  d'alto  intendimento,  che  volessero  riceverla  con  mente  sgombra  di  tutti  i  pregiudizi  circa  i  principi  dell'umanità  l.  Erano  artifizi  ingenui,  fanciullaggini  pietose,  con  le  quali  procurava  di  dare  un'illusoria  soddisfazione  al  suo  bisogno  di  riconoscimento  e  di  lode,  e  un  calmante  ai  suoi  nervi  eccitati.  Ma  anche  a  questo  modo  raccoglieva  frutti  assai  po-  veri. Nelle  lettere  del  Giacchi,  non  è  parola  che  provi  che  costui  avesse  intesa  una  sola  delle  dottrine  vichiane  o  che  almeno  le  avesse  considerate  con  serio  interesse.  Monsignor  di  Gaeta,  dopo  molti  giri  eli  frasi,  gli  confessa  di  avere  «  più  ammirate  che  intese  ->  le  opere  di  lui 2;  e,  certamente,  non  le  aveva  neppur  lette,  tutto  occupato  ad  ammirare  la  propria  prosa.  Il  Solla,  nel  quale  il  Vico  sembrava  ri-  porre tante  speranze,  giudicava  l'orazione  per  la  morte  di  donna  Angela  Cimini  cosa  superiore  a  tutte  le  altre  opere  dell'autore  e  alla  stessa  Scienza  nuova.  Un  simile  incauto  complimento  rivolgeva  al  Vico  un  altro  ammi-  ratore, pur  caldo  e  affettuoso,  l'Esteban3.  Lodi  generi-  che o  banali  gli  giungevano  talvolta  (ma  più  spesso  per-    i  In  Autob.,  ed.  cit.,  p.  202.  «  Ivi,  p.  251.  3  Ivi,  pp.  195-6.    I.    VITA   E   CARATTERE   DEL   VICO  305   darà  vano,  ostinati,  la  trascuranza  e  il  silenzio),  in  ricam-  bio di  alcuno  dei  tanti  esemplari  delle  proprie  opere,  che  inviava  non  solamente  ai  letterati  di  Napoli,  ma  a  quelli  di  Roma,  di  Pisa,  di  Padova,  anzi  di  Germania,  di  Olanda,  d'Inghilterra:  ne  mandò,  perfino,  a  Isacco  Newton1.  Egli  ottenne,  tutt'al  più,  di  farsi  considerare  erudito  tra  centi-  naia di  eraditi  e  letterato  tra  migliaia  di  letterati:  dotto  uomo,  insomma;  ma  niente  altro.   Senza  dubbio,  il  Vico  ebbe,  tra  i  modesti,  tra  gli  oscuri,  tra  i  giovani,  schietti  ammiratori.  Di  costoro  era  il  poeta,  poi  oratore  sacro,  Gherardo  de  Angelis;  i  già  ricordati  Solla  ed  Esteban  ;  il  frate  Nicola  Concina  di  Padova  ;  e  altri  pochi.  Ma,  se  il  loro  affetto  era  grande,  la  loro  intel-  ligenza era  scarsa.  Anche  il  Concilia  confessava,  in  mezzo  #1  fervore  dei  suoi  entusiasmi,  di  non  intendere  troppo  bene:  «  Oh  quanti  fecondissimi  e  sublimissimi  lumi  vi  sono  per  entro  !  Cosi  avessi  io  talento  da  farne  uso  e  da  com-  prendere il  fondo  ed  il  mirabile  artificio,  che  panni  al-  quanto di  ravvisare!  »  *.  Il  miglior  ufficio,  che  codesti  amici  potessero  adempiere,  era  di  lenire  con  parole  buone,  se  non  con  intima  corrispondenza  di  pensieri,  l'animo  esa-  cerbato del  Vico.  Cosi  faceva  l' Esteban,  concludendo  la  lettera  nella  quale  procura  di  rimediare  a  quel  che  gli  era  scappato  dalla  penna  a  proposito  dell'orazione  per  la  Ci-  mini,  e  ripeteva  frasi  che  aveva  dovuto  cogliere  sulla  bocca  del  maestro:  «  Vivete  sicuro  che  la  Provvidenza,  per  canali  da  V.  S.  non  immaginati,  farà  sorgere  a  V.  S.  una  fonte  perenne  di  glorie  immortali  !  »  \  Il  gesuita  pa-  dre Domenico  Lodovico  (autore  del  distico,  che  si  legge  sotto    il    ritratto    del   Vico),  ricevuta   la    seconda   Scienza    1  Autob.,  ed.  cit.,  p.  55.   -  In  Autob.,  ed.  cit.,  p.  231.   3  Ivi,  p.  205.   B.  CitOCE,  La  filosofìa  di  Giambattista   Vico.  20    306  APPENDICE   nuova,  mandò  all'autore,  con  pratico  senno,  un  po'  di  vino  della  cantina  e  un  po'  di  pane  del  forno  della  casa  gesui-  tica '  della  Nunziatella,  con  una  graziosa  letterina  nella  quale  lo  pregava  di  accettare  «  codeste  cosucce,  comeché  semplici,  quando    pure  il  bambino  Gesù  rifiuta  le  rozze  offerte  de'  rustici  pastorelli  ».  E  gli  suggeriva  di  aggiungere  nella  simbolica  dipintura  che  precede  l'opera,  accanto  all'al-  fabeto, un  piccolo  nano  in  atteggiamento  di  chi  ammirando  ammuta  come  il  montanaro  di  Dante,  scrivendovi  sotto  «  con  significante  dieresi  »  il  nome:  Lodo-vico  !  *.  Tra  i  tanti  giovani  della  sua  scuola,  erano  alcuni,  tutti  pieni  della  dot-  trina di  lui,  pronti  a  difendere  il  maestro  a  spada  tratta  *-T  ma  si  sa  che  cosa  valgano  codesti  entusiasmi  di  giovani.  Se  quegli  scolari  avessero  penetrato  davvero  le  dottrine  o  qualche  parte  delle  dottrine  vicinane,  se  ne  sarebbero  vedute  le  tracce  nella  letteratura  e  nella  cultura  della  ge-  nerazione che  segui  al  Vico  ;  e,  invece,  non  ne  fu  nulla  o  quasi.  Appena  qualche  sentenza,  qualche  affermazione  sto-  rica, qualche  concetto  isolato  e  superficialmente  inteso  fu  ripetuto  a  Venezia  dal  Conti,  a  Padova  dal  Concina,  in  Ispagna  da  Ignazio  Luzàn  (il  quale  aveva  dimorato  a  Na-  poli negli  anni  della  pubblicazione  della  Scienza  nuova)  \  e  qualche  cosa  di  più  nella  patria  dell'autore,  dal  Geno-  vesi e  particolarmente  da  Ferdinando  Galiani.   GÌ' invidi,  i  leggieri,  i  pettegoli,  i  calunniatori,  gl'inin-  telligenti eccitavano  nel  Vico  scoppi  di  collera  violenta.  Di  questo  suo  peccato  si  confessa  nell'autobiografia,  dicendo  che  «  con  maniera  troppo  risentita  inveiva  contro  o  gli  errori  d' ingegno  o  di  dottrina  o  mal  costume  dei  letterati  suoi  emuli,  che  doveva  con  cristiana  carità,  e  da  vero  fi-    i  In  Autob.,  ed.  cit.,  pp.  218-4.   2  Ivi,  p.  121.   3  Ivi,  p.  122.] losofo,  o  dissimulare  o  compatirgli  »  l.  Ma,  in  fondo,  quel  peccato  non  gli  spiaceva:  al  pari  di  Dante,  vi  trovava  qualche  bellezza.  L'orazione  per  la  Cimini  contiene  una  specie  d'inno  alla  collera,  alla  «  collera  eroica  »,  «  che  negli  animi  generosi  co' suoi  bollori  turbando  e  dall'imo  confondendo  ogni  mal  nata  riflessione  della  mente,  da  cui  nasce  la  razza  vile  della  fraude,  dell'inganno,  della  men-  zogna, fa  ella  gli  eroi  aperti,  veritieri  e  fidi,  e  si,  interes-  sandoli della  verità,  li  arma  forti  campioni  della  ragione  incontro  ai  torti  ed  alle  offese  »  2.   Benché  nello  scrivere  si  guardasse  «  a  tutto  potere  »  dal  cadere  in  quella  passione  3,  la  collera  si  sente  tumul-  tuare mal  repressa  nelle  lettere  private,  in  tutte  quelle  punte  contro  i  «  dotti  cattivi  »,  che  «  amano  più  l'erudi-  zione che  la  verità  »,  contro  il  comune  degli  uomini  che  è  «  tutto  memoria  e  fantasia  »,  e  via  dicendo.  Nella  con-  versazione poi,  era,  a  quel  che  sembra,  mordacissimo.  Quando,  nel  1736,  Damiano  Romano  pubblicò  un  libro  con-  tro la  tesi  vichiana  relativa  alle  dodici  tavole,  il  .Vico  (rac-  conta il  Romano  medesimo),  sebbene  vi  fosse  stato  trattato  coi  titoli  di  «  dottissimo  »  e  di  «  celeberrimo  »  e  con  ogni  altra  dimostrazione  di  reverenza,  «  ci  addentò  in  maniera  che  fu  di  ribrezzo  e  di  orrore  a  chiunque  vi  si  trovò  pre-  sente »,  vedendo  egli  di  malissima  voglia  che  «  un  garzone  come  noi  si  fusse  con  lui  cimentato  »  *.  Ma  agli  scoppi  di  collera  si  alternavano  le  ricadute  nella  più  profonda  tri-  stezza. In  un  sonetto,  egli  si  dice  oppresso  da  quel  fato  «  che  l'ingiusto  odio  altrui  creò  sovente  »,  onde  si  era  np-    i  Ivi,  Pp.  96,  120-1.   2  Opp-ì  eJ.  Ferrari,  VI,  p.  254.   2  Autob.,  ed.  cit.,  p.  76.   *  In  Autob.,  pp.  120-1.    308  APPENDICE   partato   dal  consorzio  umano  a  vivere  solo  con    stesso.  Da  quel  torpore  si  riscoteva,  talvolta,  per  qualche  istante:   Poi  ricaggio  in  me  stesso,  e  da  mie  gravi  cure  sospinto  a  tornar    dov'era,  di  me,  non  per  mia  colpa,  ho  da  dolermi  1.    VII    Eppure,  fra  tanti  tormenti  e  contrarietà  e  delusioni,  in  mezzo  a  questa  tristezza  che  veniva  frequente  a  rico-  prirlo dei  suoi  neri  veli,  il  Vico  provò  una  delle  più  alte  felicità  dell'uomo:  quel  «  vivere  di  meditazione  scevra  e  pura  di  passione,  che  allora  senza  la  compagnia  tumul-  tuosa e  grave  del  corpo  vive  veramente  l'uomo  solo....  »;  quella  vita  di  sicuro  possesso,  perché  «  medesimata  con  l'anima,  sempre  presta  e  presente,  che  gli  dimostra  il  suo  essere  fisso  nell'Eterno  che  tutti  i  tempi  misura,  e  spa-  ziante  nell'infinito  che  tutte  le  finite  cose  comprende;  e  si  il  colma  di  una  eterna  immensa  gioia,  non  in  certi  luoghi  invidiosamente    in  certi  tempi  avaramente  ri-  stretta, ma  che  senza  uggia  di  emulazione,  senza  tema  di  scemamento,  per  ciò  unicamente  in  esso  lui  accrescere  si  potrebbe  se  ella  fosse  tuttavia  a  più  e  più  umane  menti  comunicata  e  diffusa  »  2.  Della  verità  raggiunta  non  dubitò  mai,  pur  continuando  sempre  a  elaborarla:  sopra  il  sistema  presentato  nel  libro  del  Diritto  universale  la  sua  mente  (egli  dice)  «  riposava  sodisfatta  »  3.  Le  fatiche,  e  gli  stessi  dolori  che  aveva  cosi  acerbamente  sofferti,  gli  erano  cari,  perché  attraverso  di  essi  era  pervenuto  alle  sue  scoperte  :    1  In  Autob.,  ed.  cit..  p.  325.   2  Opp.,  ed.  Ferrari,  p.  2»i7.   3  Lettera  al  Giacchi  del  12  luglio  1720,  in  Autob.,  ed.  cit.,  p.  188.  Benedico  ben  venticinque  anni  da  me  spesi  nella  medita-  zione di  siffatto  argomento,  ed  in  mezzo  le  avversità  della  mia  fortuna  e  le  remore  che  mi  facevano  gli  esempli  infelici  degl'ingegni,  che  han  tentato  delle  nuove  e  gravi  disco-  verte.... »*.  Come  poteva  non  benedire  quelle  fatiche  e  quei  dolori  e  quelle  avversità,  se  ogni  qual  volta  si  solle-  vava dal  tumulto  passionale  dell'uomo  empirico  e  dalle  lotte  dell'uomo  pratico,  la  sua  mente  gli  mostrava  la  ne-  cessità ineluttabile  e  di  quanto  egli  aveva  operato  e  di  quanto  aveva  sofferto,  e  l'ima  e  l'altra  necessità  strette  in  modo  tra  loro  da  formarne  una  sola  e  indivisibile?   La  sua  stessa  dottrina  filosofica  gli  porgeva  dunque  la  medicina  del  male,  e  promoveva  nel  suo  animo  la  catarsi  liberatrice:  quella  dottrina  che  aveva  per  centro  l'idea  della  Provvidenza  immanente  o,  come  si  disse  poi,  della  necessità  storica.  «  Sia  pur  sempre  lodata  la  Provvidenza,  che  quando  agl'infermi  occhi  mortali  sembra  ella  tutta  severa  giustizia,  allora  più  che  mai  è  impiegata  in  una  somma  benignità!  Perché  da  questa  opera  io  mi  sento  aver  vestito  un  nuovo  uomo  e  provo  rintuzzati  quegli  sti-  moli di  più  lamentarmi  della  mia  avversa  fortuna,  e  di  più  inveire  contro  alla  corrotta  moda  delle  lettere  che  mi  ha  fatto  tal'avversa  fortuna;  perché  questa  moda,  questa  fortuna  mi  hanno  avvalorato  e  assistito  a  lavorare  que-  st'opera. Anzi  (non  sarà  per  avventura  egli  vero,  ma  mi  piacerebbe  che  fosse  vero),  quest'opera  mi  ha  informato  di  un  certo  spirito  eroico,  per  lo  quale  non  più  mi  per-  turba alcun  timore  della  morte  e  sperimento  l'animo  non  più  curante  di  parlare  degli  emoli.  Finalmente,  mi  ha  fermato  come  sopra   un'alta  adamantina  ròcca  il  giudizio    i  Lettera  al  card.  Corsini  del  15  dicembre  1725,  in  Autob.,  ed.  cit.,  p.  178.    310  APPENDICE   di  Dio,  il  quale  fa  giustizia  alle  opere  d'ingegno  con  la  stima  dei  saggi  »,  degli  uomini  cioè  di  altissimo  inten-  dimento, di  erudizione  tutta  propria,  generosi  e  magna-  nimi, «  intenti  a  conferire  opere  immortali  nel  comune  delle  lettere  »,  che  «  sempre  e  da  per  tutto  furono  pochis-  simi »  l.  La  Provvidenza  gli  mostrava,  dunque,  la  neces-  sità di  tutto  ciò  che  gli  era  accaduto  e  ancora  gli  acca-  deva nella  vita,  e,  inculcandogli  la  rassegnazione,  gli  pro-  metteva la  Gloria.    Vili    Cosi  l'uomo  collerico  diventava  perfino  tollerante:  di  quella  tolleranza,  di  quella  indulgenza  superiore  che  non  è  da  confondere- col  volgare  tollerantismo.  L'Università,  nella  quale  aveva  sperato  fare  avanzamento  e  verso  cui  aveva  rivolto  il  pensiero  nel  comporre  le  prime  opere,  non  aveva  voluto  sapere  di  lui  ;  ed  egli  si  era  tutto  riti-  rato in    stesso  a  meditare,  la  Scienza  nuova.  Dunque  (di-  ceva con  sorriso  in  cui  si  sente  ancora  alcunché  di  amaro),  questa  mia  opera  io  la  debbo  all'Università,  che,  riputan-  domi immeritevole  della  cattedra  e  non  volendomi  «  oc-  cupato a  trattar  paragrafi  »,  mi  ha  dato  l'agio  di  medi-  tarla: «  posso  io  avergliene  più  grado  di  questo?  »  2.  Un  amico,  il  fiorentino  Sostegni,  in  un  sonetto  a  lui  indiriz-  zato, usciva  in  parole  di  biasimo  contro  la  città  di  Napoli,  che  aveva  tenuto  in  poco  conto  il  suo  gran  figlio.  E  il  Vico,  nella  risposta,  giustifica  con  nobili  parole  la  patria,  dura  con  lui  perché  molto  da  lui  aspettala  e  molto  aveva  voluto  ottenerne:    1  In  Autob.,  ed.  cit.,  pp.  120-1.   2  Lettera  al   Giacchi   del   25  novembre  1725,  in  Autob..  ed.  cit.,  p.  134.  Severa  madre  non  vezzeggia  in  seno  figlio,  che  ne  fia  poscia  oscura  e  vile;  ma  grave  in  viso  ancor  l'ode  e  rimira  l.   Da  questa  condizione  di  spirito  nacque  Y Autobiografia-.  opera  che  è  stata  mal  giudicata  e  del  tutto  fraintesa  dal  Ferrari,  il  quale  vi  biasima  il  teleologismo  dominante  e  vi  lamenta  la  mancanza  di  una  spiegazione  «  psicologica  »  della  vita  del  Vico  *.  Come  se  il  Vico  medesimo  non  avesse  professato  che  l'aveva  scritta  «  da  filosofo  »  !  3.  E  che  cosa  significa  scrivere  da  filosofo  la  vita  di  un  filosofo,  se  non  intendere  l'oggettiva  necessità  del  suo  pensiero  e  scor-  gerne gli  addentellati  anche  dove  all'autore,  nel  momento  che  lo  pensò,  non  apparivano  del  tutto  chiari?  11  Vico  «  meditò  nelle  cagioni  cosi  naturali  come  morali,  e  nel-  l'occasioni della  fortuna;  meditò  nelle  sue  ch'ebbe  fin  da  fanciullo  o  inclinazioni  o  avversioni  più  ad  altre  spezie  di  studi  che  ad  altre;  meditò  nell'opportunitadi  o  nelle  tra-  versie onde  fece  o  ritardò  i  suoi  progressi  ;  meditò,  final-  mente, in  certi  suoi  sforzi  di  alcuni  suoi  sensi  diritti,  i  quali  poi  avevangli  a  fruttare  le  riflessioni,  sulle  quali  la-  vorò l'ultima  sua  opera  della  Scienza  nuova,  la  qual  ap-  pruovasse  tale  e  non  altra  aver  dovuto  essere  la  sua  vita  letteraria  »  4.  L' Autobiografia  del  Vico  è,  insomma,  l'applicazione  della  Scienza  nuova  alla  biografìa  dell'autore,  alla  storia  della  propria  vita  individuale  ;  e  il  metodo  ne  è,  quanto  originale,  altrettanto  giusto  e  vero.  Che  poi  il  Vico  riuscisse  solo  in  parte  nel  suo  assunto,  e,  cioè,  non  po-  tesse fare  la  critica  e  la  storia  di     stesso  come  sono  in    1  In  Autob.,  ed.  cit.,  p.  825.   -  Nell'introd.  al  IV  voi.  delle  Opere.   3  Autob.,  ed.  cit.,  p.  62.   1  L.  e.   grado  di  farla  i  critici  e  gli  storici  odierni,  e  altrimenti  saranno  quelli  futuri,  è  troppo  ovvio  perché  vi  si  debba  insistere.    L' Autobiografia  termina  anch'essa-con  una  be-  nedizione alle  avversità,  un  riconoscimento  della  Provvi-  denza e  una  certezza  di  fama  e  di  gloria.    IX    Negli  ultimi  anni  di  sua  vita  il  Vico,  aggravato  dalla  vecchiaia,  dalle  domestiche  cure  e  dalle  malattie,  «  ri-  nunziò affatto  agli  studi  »  l.   Da  la  tremante  man  cade  il  mio  stile  e  de' pensier  s'è  chiuso  il  mio  tesauro  -,   esclamava  in  due  versi,  pieni  di  lacrime,  di  un  sonetto  del  1735.  Preparò  allora,  per  una  possibile  ristampa,  le  aggiunte  e  correzioni  alla  seconda  Scienza  nuova,  e  le  in-  corporò nel  definitivo  manoscritto  dell'opera;  pensò  per  un  momento  di  mettere  a  stampa  l'operetta  De  cequilibrio  corporis  animantìs,  composta  molti  anni  prima  e  che  andò  poi  smarrita3;  adempiè  ancora  a  qualche  obbligo  di  uffizio,  come,  nel  1738,  all'orazione  per  le  nozze  di  re  Carlo  Bor-  bone. Ma  già  nel  1736  o  nel  1737  il  figliuolo  aveva  comin-  ciato a  sostituirlo  nella  scuola,  e  nel  gennaio  1741  riceveva  definitivamente  la  cattedra  dalla  quale  il  padre  si  ritirava  *.  Viveva  il  Vico  tra  i  suoi,  come  un  vecchio  soldato  exacta  militici,  nel  ricordo  delle  battaglie  combattute,  nella  co-  scienza del  dovere  compiuto.  Il  buon  figliuolo  gli   faceva,    '  Autob.,  ed.  cit.,  p.  75.   2  In  Autob.,  ed.  cit.,  p.  326  (sonetto  del  1735  per  le  nozze  di  Rai-  mondo de  Sangro).   3  Autob.,  ed.  cit.,  75:  cfr.  Bibl.  vich.,  pp.  38-9,  Sec.  tuppL,  p.  6.  -i  In  Aidob.y  ed.  cit. ogni  giorno,  qualche  ora  di  lettura  dei  classici  latini  da  lui  più  amati  e  studiati  un  tempo.  E,  in  questo  suo  tra-  monto, gli  fu  risparmiato,  almeno,  il  tormento  dei  tor-  menti: quello  che  straziò  negli  ultimi  anni  di  vita  un  fi-  losofo tanto  di  lui  più  fortunato,  Emanuele  Kant,  ansioso  di  dare  séguito  e  compimento  al  suo  sistema  filosofico  e  consumantesi  in  una  sterile  lotta  coi  pensieri  che  gli  sfug-  givano e  le  parole  che  non  più  gli  obbedivano.  Il  Vico  aveva  detto  tutto  ciò  che  doveva  dire,  e  conobbe  da    stesso,  quale  grande  storico  di    stesso,  il  momento  in  cui  la  Provvidenza  aveva  terminato  in  lui  l'opera  sua,  chiudeva  il  tesoro  dei  pensieri  che  gli  aveva  cosi  larga-  mente aperto  per  tanti  anni  e  gli  comandava  di  deporre  la  penna.    II   La  fortuna  del  Vico    L    la  narrazione  delle  vicende  alle  quali  andò  soggetta  la  fama  del  Vico  non  dev'essere  sostituita  o  frammischiata  all'esposizione  e  giudizio  del  pensiero  vichiano,  perdendo  di  vista  la  storia  della  filosofia  propriamente  detta  o  turbandola  con  la  storia  della  cultura1.  Ma  anche  quando  poi  si  passi  a  questa  seconda  storia,  bisogna  guar-  darsi da  un  altro  genere  di  errore:  dalla  pretesa  di  giun-  gere a  determinare,  mercé  quella  narrazione,  se  l'opera  del  Vico  fosse  o  no  culturalmente  utile,  e  quanti  gradi  di  utilità  le  si  debbano  riconoscere.  Siffatta  indagine  è  priva  di  significato  e  la  corrispondente  misurazione  impossibile  &  eseguire  ;  perché  (se  ben  si  consideri)  un  unico  discepolo  può  valere  le  decine  e  le  centinaia,  un  effetto  solo  pro-  dottosi dopo  secoli  compensare  un'efficacia  ritardata  per  secoli,  un  oblio  immeritato  riuscire  altrettanto  memorabile  e  ammonitivo  quanto  una  fama  meritatissima,  e  una  mede-    *  Restringo  in  breve  i  principali  risultati  delle  ricerche  da  me  fatte  sull'argomento  ed  esposte  nella  Bibliografia  vichiana  e  nei  due  annessi  Supplementi  (efr,  in  questo  volume,  p.  342),  ai  quali  lavori  rimando  per  maggiori  particolari  e  per  la  documentazione  delle  cose  che  qui  si  affermano.   i  Si  veda  sopra,  pp.  249-50.    316  APPENDICE   sima  verità,  scoperta  due  volte  in  modo  indipendente,  da  questa  stessa  duplicazione  e  apparente  superfluità  ricevere  come  il  crisma  della  sua  ineluttabile  necessità.  L'opera  del  Vico  (si  è  concluso  di  solito)  fu  del  tutto  inutile,  perché  ap-  parsa fuori  tempo  ossia  troppo  presto,  e  rimasta  sconosciuta  o  giunta  a  notizia  quando  non  poteva  insegnare  più  nulla.  E,  col  dire  ciò,  si  è  blasfemato  contro  la  storia,  la  quale  non  ammette  nulla  d'inutile  ed  e  sempre,  in  ogni  sua  parte,  opera  (avrebbe  detto  il  Vico)  della  «  Provvidenza  »,  alle  cui  ampie  utilità  non  è  lecito  applicare  piccole  misure  umane,  corte  di  una  spanna.   Ebbe  il  Vico  rinomanza,  lettori,  intenditori  e  seguaci  nel  corso  del  secolo  decimottavo?  Si  è  risposto,  con  pari  risolutezza,  no  e  si  ;  e,  a  provare  la  risposta  affermativa,  si  sono  andati  raccogliendo  con  molta  diligenza  i  ricordi  che  del  nome  e  delle  dottrine  del  Vico  si  trovano  sparsi  negli  scritti  di  quel  secolo,  accumulando  sospetti  e  indizi  su  tracce  inconfessate  delle  sue  idee,  che  si  scorgerebbero  in  libri  italiani  e  stranieri.  Ma  un  pensatore  come  il  Vico  non  si  può  dire  propriamente  conosciuto  se  non  quando  di  lui  sia  stato  còlto  il  pensiero  fondamentale  e  risentito  lo  spirito  animatore.  Ora  la  maggior  parte  dei  fatti  arre-  cati a  documento  dell'efficacia  dell'opera  sua  concernono  dottrine  particolari,  che,  avulse  dal  complesso,  furono  ac-  cettate o  contestate    più    meno  di  quelle  di  qualsiasi  altro  critico  ed  erudito  o  dicitore  di  paradossi  del  tempo  suo.  Tale  è  il  caso,  in  primo  luogo,  della  teoria  circa  l'origine  della  legge  delle  dodici  tavole,  discussa  nella  po-  lemica che  si  agitò  fra  Bernardo  Tanucci  e  Guido  Grandi  dal  1728  al  1731,  oppugnata  nel  1736  da  Damiano  Romano,  accolta  in  Francia  nel  1735  dal  Bonamy  e  rammentata  nel  1750  dal  Terrasson;  delle  nuove  interpretazioni  storiche  circa  i  primi  tempi  di  Roma,  ricordate  dallo  Chaslellux,  se-  guite e  svolte  dal  Duni  e,  attraverso  costui,  sfruttate  dal    II.    FORTUNA   DEL   VICO  317   Da  Bignon;  delle  ipotesi  sulla  preistoria  e  sulle  origini  del-  l'umanità, adoperate  e  alterate  dal  Boulanger  in  Francia  e  da  Mario  Pagano  in  Italia;  dei  concetti  storici  e  politici,  e  di  quelli  sulla  poesia  e  sul  linguaggio  che  si  trovano  presso  il   Galiani,  il   Pagano,  il  Cesarotti  e  qualche  altro.   Questione  pili  sostanziale  era  quella  del  metodo  di  stu-  diare e  giudicare  le  istituzioni  politiche  e  le  leggi;  per  la  qual  parte  il  Montesquieu  fu  messo  a  paragone  col  Vico  e  accusato  di  essersi  valso  largamente  della  Scienza  nuova  senza  citarla.  È  ormai  accertato  che  nel  1728  Antonio  Conti  in  Venezia  consigliò  al  futuro  autore  dell'Esprit  des  lois  (come  risulta  dai  diari  di  quest'ultimo)  di  comprare  a  Napoli  il  libro  del  Vico:  consiglio  che  fu  certamente  messo  in  atto  quando  il  Montesquieu  si  recò  a  Napoli  l'anno  dopo,  per-  ché un  esemplare  della  Scienza  nuova,  nell'edizione  del  1725,  si  serba  ancora  nella  biblioteca  del  castello  de  la  Bròde.  Ma  ingegno  troppo  diverso  rispetto  al  Vico,  e  troppo  meno  profondo,  era  quello  dello  scrittore  francese,  da  trarre  vitale  nutrimento  da  un'opera  come  la  Scienza  nuova;  e  i  vestigi  d' imitazione,  che  si  è  creduto  di  scorgere  nell'Esprit  des  lois,  sono  assai  contestabili  e,  in  ogni  caso,  di  scarsa  importanza.  Deve  dirsi,  per  altro,  che  il  merito  general-  mente attribuito  al  Montesquieu,  di  avere  introdotto  l'ele-  mento storico  nel  diritto  positivo,  prendendo  per  tal  modo  a  considerare  in  guisa  veramente  filosofica  (come  poi  scrisse  lo  Hegel)  la  legislazione,  quale  momento  dipendente  di  una  totalità  in  rapporto  a  tutte  le  altre  determinazioni  che  for-  mano il  carattere  di  un  popolo  o  di  un'epoca;  • —  questo  inerito,  in  ordine  cosi  di  tempo  come  di  eccellenza,  spetta  invece  al  Vico.   Come  il  Montesquieu  per  la  scienza  della  legislazione,  cosi  il  Wolf  per  la  questione  omerica,  fu  sospettato  di  es-  sersi giovato  tacitamente  delle  speculazioni  vicinane.  Ma  il  Wolf,  quando  nel  1795  die  fuori  i  Prolegomena  ad  Home-    318  APPENDICE   rum,  ignorava,    almeno    direttamente,    la  Scienza    nuova,  che  non  conobbe  se  non  di  nome  nel  1801  e  di  fatto  l'anno  dopo,  pel  dono  che  di  quel  libro  gli  fece  il  Cesarotti.  È  da  no-  tare per  altro  che  i  concetti  del  Vico  circa  il  carattere  bar-  barico e  la  mancanza  di  riposta  sapienza  nell'epos  omerico  erano  (forse  per  opera  del  Galiani)  divulgati  nel  1765  dalla  Gazette  Uttéraire  de  l'Europe  del  Suard  e  dell' Arnaud  ;  e,  meglio  ancora,  che  la  Scienza  nuova  era  conosciuta  e  ado-  perata dal  filologo  e  archeologo  danese  Zoega  (il  quale  la  cita  in   un   suo  saggio'  su  Omero,  composto   nel  1788  seb-  bene pubblicato  assai  più  tardi);  e  che  con  lo  Zoega  teneva  carteggio  lo  Heyne,  il  quale   accusò  poi  il  Wolf  di  avere  attinto  alle  sue  lezioni  per  la  teoria  presentata  nei  Pro-  legomena  (e,  in  verità,  sin  dal  1790  manifestava  l'idea  di  una   genesi    graduale    dei    poemi    omerici);   e,  infine,  che  quelle  teorie  già  si  profilavano  nel  Wood  e  in  alcune  me-  morie del  Merian.  I  concetti  vichiani  con  o  senza  il  nome  del  loro  autore  erano  dunque  penetrati  in  qualche  misura  nell'ambiente  filologico  tedesco  ;  e  il  Wolf  ne  ebbe  indub-  biamente un  certo   sentore   indiretto.  E,  in  ogni  caso,  re-  sta sempre,  anche  qui,  il  fatto    riconosciuto    da   tutti  co-  loro che  hanno  studiato  la  questione  :  che  la  teoria  omerica,  cosi  come  si  trova  esposta  dal  Wolf,    dovrebbe    dirsi  non  wolfiana  ma  vichiana,  perché  tale  è  veramente  in  quasi  tutti  i  suoi  tratti  fondamentali.  Del  resto,  il  Wolf,  filologo  di  gran  lunga  superiore  al  Vico  ma  anch'esso  pensatore  assai  minore,  non  era  in  grado  d'intendere  le  motivazioni  ideali  che  avevano  condotto  il  suo  predecessore  a  quella  dottrina  intorno  a  Omero;  com'è  chiaro  dall'articolo,  alquanto  su-  perficiale, che  nel  1807  vi  scrisse  intorno.   Certamente  a  Napoli,  nel  secolo  decimottavo,  fu  in  molti  una  confusa  coscienza  della  grandezza  dell'opera  vi-  chiana ;  ma  in  che  propriamente  questa  grandezza  consi-  stesse non  si  sapeva  determinare,  perché  facevano  ancora    II.    FORTUNA   DEL   VICO  319   difetto  l'esperienza  e  la  preparazione  adeguate.  E  fuori  d'Italia,  e  in  Germania  in  particolare,  dove  questa  prepa-  razione c'era,  o  almeno  ce  n'era  assai  di  più,  l'opera  del  Vico  rimase  generalmente  sconosciuta,  in  parte  per  il  di-  scredito in  cui  erano  caduti  sin  dalla  fine  del  seicento  i  libri  italiani,  in  parte  per  le  difficoltà  che  lo  stile  del  Vico  offriva  agli  stranieri.  Quando  la  Scienza  nuova  capitò  tra  le  mani  di  uomini  atti  a  comprenderla,  sembra  come  se  il  caso  si  divertisse  a  impedirne  loro  la  seria  lettura  e  l'intelligenza.  Lo  Hamann  si  procurò  la  Scienza  nuova  da  Firenze  nel  1777,  in  un  tempo  in  cui  si  occupava  di  econo-  mia e  di  fisiocrazia,  immaginando  che  vi  si  trattassero  tali  materie;  e  rimase  deluso  quando,  nella  scorsa  che  le  dette,  si  avvide  di  avere  innanzi  una  selva  di  ricerche  filologiche,  eseguite  per  giunta  con  scarsa  acribia.  11  Goethe  l'ebbe  a  Napoli,  nel  1787,  con  grandi  raccomandazioni,  dal  Filan-  gieri e  la  portò  seco  in  Germania  e  nel  1792  la  prestava  al  Jacobi;  ma  solo  per  una  felice  combinazione,  piuttosto  che  per  una  vera  conoscenza  o  per  un  chiaro  intuito,  av-  vicinò il  nome  del  Vico  a  quello  dello  Hamann.  Lo  Herder  (che  anch'esso  conobbe  l'opera  del  Vico  non  forse  nel  1777  mercé  l'accenno  fattogliene  dallo  Hamann  nel  loro  carteggio,  ma  piuttosto  nel  suo  viaggio  d'Italia  nel  1789),  ne  discorse  nel  1797  in  termini  affatto  generici  e  senza  avvertire  nessuno  dei  molteplici  rapporti  che  al  Vico  lo  stringevano,  in  ispecie  nelle  dottrine  sul  linguaggio  e  sulla  poesia.   I  soli  che  nel  secolo  decimottavo  veramente  penetrassero  la  tendenza  fondamentale  del  Vico  e,  pur  senza  volerlo,  ne  riconoscessero  la  genuina  grandezza,  furono  (a  nuova  conferma  della  salda  contestura  spirituale  del  cattolicesi-  mo) gli  avversari  cattolici,  che  egli,  allora,  ebbe  in  buon  numero:  il  Romano,  il  Lami,  il  Rogadei,  e  sopra  tutti,  il  Finetti.  Videro  costoro  che  il  Vico,  nonostante  i  suoi  fermi propositi  di  ortodossia  religiosa,  coltivava  un'  idea  della  Provvidenza  affatto  difforme  da  quella  della  teologia  cri-  stiana, e  di  Dio  faceva  continua  menzione  a  parole,  ma  non  lo  lasciava  poi  operare  effettivamente,  come  Dio  per-  sonale, nella  storia;    che  distaccava  con  taglio  cosi  netto  storia  profana  e  storia  sacra  da  giungere  a  una  dottrina  'affatto  naturale  e  umana  delle  origini  della  civiltà  (mercé  lo  stato  ferino)  e  di  quelle  della  religione  (mercé  il  timore,  il  pudore  e  l'universale  fantastico),  laddove  la  dottrina  tradizionale  cattolica  ammetteva  una  certa  comunicazione  tra  la  storia  sacra  e  la  profana,  e  nella  religione  e  civiltà  pagana  riconosceva  il  lievito  operante  di  una  qualche  no-  tizia, sia  pur  vaga,  della  primitiva  verità  rivelata;  — che,  pure  protestando  di  accogliere  e  rafforzare  l'autorità  della  Bibbia,  egli  la  minava  e  scrollava  in  molti  punti;    che  la  sua  critica  alla  tradizione  storica  profana,  condotta  con  spirito  superbo  di  ribellione  al  passato,  poteva  aprire  l'adito  a  dannosissimi  abusi,  perché  istigava  ad  applicare  il  me-  desimo spirito  e  metodo  alla  storia  sacra,  come  fece  poi  il  Boulanger l.  Un'invettiva,  insomma,  nella  quale  erano  già  accuratamente  indicate  tutte  le  parti  che  dovevano  di-  poi entrare  a  comporre  il  grandioso  elogio  che  il  secolo  de-  cimonono avrebbe  indirizzato  al  Vico.  Nacque  per  tal  modo  tra  gli  uomini  di  chiesa  una  certa  diffidenza  verso  questo  autore;  di  che,  tra  l'altro,  fu  effetto  più  tardi,  al  tempo  della  restaurazione,  la  polemica  antivichiana  del  vescovo  Colangelo,  preceduta  da  un  giudizio  del  regio  censore  Lo-  renzo Giustiniani,  che  diceva  la  Scienza  nuova:  un  «  libro  il  quale  diede  luogo  a  segnare  un'epoca  molto  infelice  in  Europa  ».    1  La  critica  dei  cattolici  contro  il  Vico  porse  materia  a  un  libro  assai  istruttivo  del  Labanca:  cfr.  più  oltre  in  questo  volume. Quasi  a  contrasto,  tra  i  giovani  che  in  Napoli,  sulla  line  del  secolo  deci  mot  tavo,  coltivavano  con  ardore  gli  studi  sociali  e  politici  e  si  accingevano  all'opera  attiva  della  imminente  rivoluzione,  il  Vico  cominciò  a  essere  conside-  rato come  scrittore  anticlericale  e  anticattolico,  e  sorse  la  leggenda  (ricordata  in  altra  parte  di  questo  volume  ')  che  il  Vico  avesse  di  proposito  e  per  accorgimento  reso  oscuro  il  suo  libro  per  salvarsi  dalla  censura  ecclesiastica.  Quei  giovani  presero  a  leggere  e  a  vantare  la  Scienza  nuova;  disegnarono  di  ristamparla,  perché  era  divenuta  rara,  con  le  altre  opere  dell'autore  e  con  gli  scritti  inediti;  prepa-  rarono lavori  espositivi  e  critici  sul  sistema  filosofico  e  sto-  rico del  Vico;  taluno,  come  il  Pagano,  si  provò  a  rie-  laborarlo mescolandolo  con  le  idee  del  sensismo  francese,  e  tal  altro,  come  il  Filangieri,  benché  molto  lo  ammi-  rasse, non  ne  fu  distolto  dai  sogni  del  più  roseo  rifor-  mismo; nel  1797  il  tedesco  Gerning,  che  capitò  a  Napoli,  notò  questo  fervore  di  studi  intorno  al  Vico  e  augurò  una  traduzione  o  almeno  un  estratto  tedesco  della  Scienza  nuova.  E  quando  la  caduta  della  repubblica  napoletana  del  1799  spinse  quei  giovani  (quelli,  tra  essi,  che  scamparono  dalle  stragi  e  dai  patiboli  della  reazione  borbonica)  agli  esili  nell'Italia  superiore  e  specialmente  in  Lombardia,  la  fama  del  Vico  ebbe  i  suoi  primi  ardenti  apostoli  e  missionari.  Vincenzo  Cuoco,  Francesco  Lomonaco,  Francesco  Salii  e  altri  patrioti  meridionali  fecero  conoscere  la  Scienza  nuova  al  Monti,  che  ne  toccò  nella  sua  prolusione  universitaria  di  Pavia  del  1803  ;  a  Ugo  Foscolo,  che  ne  accolse  parec-  chi pensieri  nel  carme  dei  Sepolcri  e  nei  saggi  di  critica;  ad  Alessandro  Manzoni,  che  doveva  poi  istituire  nel  Di-  scorso sulla  storia  longobarda  un  celebre  raffronto  tra  il  Vico  e  il  Muratori;   e   ad   altri   minori.  Il   Cuoco   informò   1  Si  veda  sopra,  pp.  285-6.  B.  Cuoce,  La  filoso/la  di  Giamhaltisia  Vico.  81   intorno  al  Vico  il  Degérando,  che  allora  lavorava  alla  sua  Histoire  comparée  des  sgstèmes  philosophiques;  un  altro  esule,  il  De  Angelis,  metteva  la  Scienza  nuova  tra  le  mani  di  Giulio  Michelet;  il  Salti  discorreva  del  Vico  negli  arti-  coli della  Revue  encyclopèdique  e  in  volumi  ed  opuscoli  scritti  in  francese.  Anche  per  suggerimento  di  quei  napo-  letani, fu  nel  1801  a  Milano  ristampata  la  Scienza  nuova;  e  altre  edizioni  e  raccolte  di  opere  minori  vicinane  non  tardarono  a  comparire.  Per  tali  vicende,  e  in  quel  pri-  mo decennio  del  secolo  decimonono,  il  Vico,  da  reputa-  zione quasi  esclusivamente  municipale  e  napoletana,  per-  venne a  reputazione  nazionale  e  italiana.   Senonché,  conforme  alle  loro  personali  disposizioni  e  alle  tendenze  del  tempo,  il  primo  e  principale  ammaestra-  mento che  i  patrioti  .studiosi  del  Vico  trassero  dal  suo  pen-  siero, fu  politico  o  di  filosofia  politica  ;  e  cioè,  la  critica  di  quel  giacobinismo  e  di  quel  filogallismo  che  avevano  fatto  cosi  cattiva  prova  negli  avvenimenti  del  1799.  Il  pen-  siero del  Vico  li  guidò  a  concetti  più  concreti,  e  generò  un'opera  di  capitale  importanza,  il  Saggio  storico  sulla  ri-  voluzione, napoletana  (1800)  di  Vincenzo  Cuoco.  Similmente,  alcuni  decenni  dopo,  il  Ballanche,  nei  suoi  JEssais  de  pa-  lingénesie  sociale  (1827),  scriveva  che  il  Vico,  se  fosse  stato  noto  in  Francia  nel  secolo  decimottavo,  avrebbe  esercitato  un'azione  moderatrice  e  benefica  sulle  rivoluzioni  sociali  che  seguirono.  Un  altro  particolare  aspetto  del  Vico,  la  riforma  ch'egli  aveva  iniziata  della  metodologia  storica  e  della  scienza  sociale  a  servigio  della  storia,  fu  avvertito  e  lumeggiato  dall'archeologo  Cataldo  Iannelli  nel  libro:  Sulla  natura  e  necessità  della  scienza  delle  cosa  e  delle  storie  umane  (1818).  Il  Foscolo  principalmente,  e  coloro  che  da  lui  presero  ispirazione,  fecero  penetrare  nella  critica  e  sto-  ria letteraria  qualcosa  delle  concezioni  vichiane  sulla  in-  terpetrazione  storica  della  poesia.  Invece,  in  Germania,  il  Jacobi,  che  aveva  letto  il  De  1   quali  il  Vico  trasse  un  opuscolo:  De  (Equilibrio  corporis  ani-  mantis,  che  molti  anni  dipoi  pensava  di  pubblicare  e  che  è  -andato  perduto  ;  onde  di  quelle,  come  delle  sue  specula-  zioni di  fisica  (che  dovevano  costituire  il  Liber  physicus),  non  si  sa  altro  se  non  ciò  che  egli  stesso  dice  nell'auto-  biografia.   Tralasciando  gli  scritti  rettorici  e  per  commissione,  dei  quali  il  più  esteso  è  il  De  rebus  gestis  Anton  ii  Campitevi  (Napoli,  Mosca,  171 G),  i  nuovi  frutti  del  suo  pensiero  (che  si  andò  concentrando  sui  problemi  morali  e  storici),  prima  accennati  in  una  prolusione  del  1719  della  quale  il  som-  mario è  nell'autobiografia,  furono  condensati  dal  Vico,  in  italiano,  nel  1.720,  in  un  programma  a  stampa  di  quattro  pagine  fitte  a  due  colonne,  noto  sotto  il  nome  di  Sinopsi  del  diritto  universale,  e  svolti  nell'ampia  trattazione:  De  universi  iuris  uno  principio  et  fine  uno  liber  units  (Napoli,  Mosca,  1720),  compiuta  l'anno  dopo  dal  Liber  alter  qui  est  de  constantia  iurisprudentis,  e  accresciuta  nel  1722  dalle  Kotce  in  dioos  libros,  ecc.,  che  rappresentano  un  ulteriore  avanzamento  (ivi)  ;  la  quale  opera  si  suole  designare  nel  suo  complesso,  seguendo  l'esempio  dello  stesso  autore,  col  nome  di  Diritto  universale.   Questo  libro,  secondo  il  Cantoni  (op.  cit. ,  p.  243),  rap-  presenterebbe il  culmine  dell'attività  scientifica  del  Vico:  giudizio  non  meno  inaccettabile  del  precedente.  L'autore  (Opp.,  V,  10-11)  rifiutò  il  Diritto  universale,  perché  gli  pa-  reva che  vi  perdurassero  il  pregiudizio  e  la  pretesa  di  «  scendere  »  dalla  mente  di  Platone  e  degli  altri  filosofi  a  quelle  degli  uomini  primitivi,  onde  in  esso  avrebbe  errato  «in  alquante  materie  »•  ma  lo  disse  anche  a  ragione,  «  ab-  bozzo della  Scienza  nuova  »,  qual  è  veramente.  Le  idee  sulla  poesia  vi  sono  ancora  perplesse,  Omero  non  vi  è  an-  cora un  mito,  i  canoni  mitologici  sono  meno  unitari  di  quel  che  divennero  poi,  per  l'origine  delle  XII  tavole  si  affaccia  un'ipotesi  ibrida,  la  teoria  dei  ricorsi  vi  è  appena  debol-  mente adombrata,  e  insomma  cosi  la  storia  ideale  eterna  come  la  gnoseologia,  sulla  quale  essa  si  fonda,  sono  an-  cora immature.  L'opera  è  rifusa  nelle  posteriori,  salvo  ciò  che  riguarda  la  generale  filosofia  etica  e  giuridica  (che  non  è  molto  originale)  e  salvo  alcuni  svolgimenti  storici  che  nelle  opere  posteriori  ricompaiono  solo  in  accenno.   È  andato  perduto  il  manoscritto  di  un'opera  italiana,  divisa  in  due  libri,  in  cui  il  Vico  esponeva  le  sue  dot-  trine «  per  via  negativa  »,  ossia  con  metodo  prevalente-  mente polemico.  In  modo  positivo,  invece,  e  in  forma  con-  cisa, le  espose  nei  Principi  di  una  Scienza  nuova  in-  torno alla  comune  natura  delle  nazioni,  per  la  quale    ritrovano  i  principi  di  altro  sistema  del  diritto  naturale  delle  genti  (Napoli,  Mosca,  1725),  che  sono  coKOsciuti  con  la  denominazione  (anche  questa  proveniente  dall'autore  medesimo)  di  Prima  scienza  nuova.   Nello  stesso  anno  in  cui  pubblicò  la  Prima  scienza  nuova,  cioè  nel  1725,  il  Vico  narrò  la  storia  dei  suoi  studi:  Vita  di  G.  B.  V.  scritta  da    medesimo,  che  fu  inserita  nella  Raccolta  di  opuscoli  scientifici  e  filologici  del  Calogerà  (Venezia,  Zani,  1728,  voi.  I,  pp.  145-256).  Dei  minori  scritti  di  questo  periodo  sono  notevoli  altresì  le  due  orazioni  in  morte  della  contessa  di  Althann  (1724)  e  della  marchesana  della  Petrella  Angiola  Cimini  (1727);  il  volumetto  Vici  vindicice  (Napoli,  Mosca,  1729),  contenente  una  difesa  di  carattere  personale  (con  un'importante  digres-  sione teorica  sul  «riso»)  contro  una  maligna  noterella  in-  serita negli  Acta  lipsiensia  del  1727  intorno  alla  Scienza  nuova;  e  alcune  lettere  bellissime  al  Giacchi,  al  Degli  An-  gioli, all'Esperti,  al  De  Vitry  e  al  Solla,  sul  contrasto  tra  la  sua  opera  e  le  condizioni  degli  studi  a  quel  tempo.   Alla  Prima  scienza  nuova  il  Vico  pensò  di  aggiungere  una  lunga  serie  di  Annotazioni  (effettivamente  poi  scritte    III.    CENNI   BIBLIOGRAFICI  333   ma  andate  disperse)  in  una  ristampa  che  se  ne  preparava  a  Venezia  tra  il  1728  e  il  1730.  Ma  poiché  questa  non  ebbe  più  effetto  e,  d'altro  canto,  quel  libro  non  lo  soddisfaceva  se  non  proprio  per  le  materie  (egli  dice),  per  l'ordine  te-  nuto (Opp.,'V,  11),  si  risolse  a  dare  un'esposizione  affatto  nuova  delle  sue  dottrine  nei  Cinque  libri  de' principi  di  una  Scienza  nuova  d'intorno  alla  comune  natura  delle  na-  zioni, in  questa  seconda  impressione  con  più  propia  ma-  niera condotti  e  di  molto  accresciuti  (Napoli,  Mosca,  1730),  che  formano  la  Seconda  scienza  nuova.  Quantunque  il  Cantoni  (op.  cit.,  pp.  238-9)  consideri  quest'opera  come  una  senile  degenerazione  del  pensiero  del  Vico,  essa  è  invece  il  risultato  necessario  e  la  forma  perfetta  a  cui  mettono  capo  i  tentativi  precedenti;  ed  è  il  libro  che,  insieme  col  De  antiquissima  e  con  l'autobiografia,  basta  a  fornire  tutto  l'essenziale  per  la  conoscenza  del  pensiero  di  lai.  Nel  Diritto  universale  e  nella  Prima  scienza  nuova  si  può  spigolare  soltanto  qualche  particolare  dipoi  trala-  sciato; ma,  pel  resto,  vi  compaiono  le  medesime  dottrine  della  Seconda  scienza  nuova  in  un  modo  meno  profondo  e  meno  sicuro,  e,  certamente,  meno  vichiano.  Il  con-  fronto particolare  tra  queste  tre  opere  fu  eseguito  con  diligenza  nei  sommarietti  apposti  dal  Ferrari  alle  sue  edi-  zioni della  Prima  e  della  Seconda  scienza  nuova  ;  e  moltis-  simi altri  riscontri  e  più  particolareggiati  possono  vedersi  ora  nella  edizione  della  Scienza  nuova,  curata  dal  Nicolini.  Anche  alla  redazione  del  1730  il  V.,  senza  quasi  più  mutarne  l'ordine  e  la  sostanza,  andò  facendo,  negli  anni  tra  il  1731  e  il  1736  circa,  molte  variazioni  e  aggiunte,  che  poi  incorporò  per  gran  parte  nel  testo  in  un  mano-  scritto definitivo,  sul  quale  fu  condotta  l'edizione  dei  Prin-  cipi di  una  Scienza  nuova  d'intorno  alla  comune  natura  delle  nazioni,  uscita  sei  mesi  dopo  la  morte  del  V.  (Na-  poli, nella    stamperia   muziana,  1714).  Sono    serbati    nella    334  APPENDICE   Biblioteca  nazionale  di  Napoli  gli  autografi  cosi  di  questo  manoscritto  come  di  due  altri  anteriori  di  aggiunte  e  cor-  rezioni, dai  quali  trassero  alcuni  brani  rimasti  inediti  il  Giordano  (Napoli,  1818)  e  il  Del  Giudice  (Napoli,  1862),  e  ora  tutti  i  brani  inediti  e  le  varianti  ha  estratto  il  Nico-  lini  per  la  sua  edizione.   Dopo  la  Seconda  scienza  miova,  il  Vico  scrisse  pochis-  sime cose:  notevoli,  tra  esse,  l'orazione  De  mente  heroica  (Napoli,  1732),  l'aggiunta  all'autobiografia  (1731)  e  alcuni  sonetti,  nei  quali,  sebbene  composti  (come  quasi  tutti  i  suoi  versi)  per  occasione  e  commissione,  risuona,  qua  e  là,  una  nota  personale.   II   Ristampe,  raccolte  e  traduzioni   Degli  scritti  minori  del  Vico  si  fecero  due  raccolte,  una  delle  sole  Latince  orationes,  a  cura  di  F.  Daniele  (Napoli,  1766),  e  l'altra,  ricca  di  cose  inedite  ma  non  esente  da  raffazzonature  dell'editore,  degli  Opuscoli  italiani  e  latini,  in  quattro  volumi,  a  cura  di  C.  A.  de  Rosa  marchese  di  Vil-  larosa  (Napoli,  1818-1823).  Il  Villarosa  ebbe  tutto  ciò  che  avanzava  delle  carte  del  Vico  dal  figliuolo  di  costui,  Gen-  naro; e  i  preziosi  autografi  si  serbano  ancora  a  Napoli  in  casa  dei  miei  cari  amici  ingegneri  Tommaso  e  Vincenzo,  de  Rosa  di  Villarosa.   Delle  Opere  complete  la  prima,  e  si  può  dire  unica  edi-  zione perché  riprodotta  in  tutte  le  altre,  è  quella  di  Giu-  seppe Ferrari  in  sei  volumi  (Milano,  Classici  italiani,  1835-7),  ristampata  con  qualche  miglion*nento  nel  1852-54.  Le  Opere  a  cura  di  N.  M.  Corcia  (Napoli,  tipografia  della  Si-  billa, 1834,  due  voli.),  sono,  invece,  una  scelta;  e  le  Opere  a  cura  di  F.  Preclari  (Milano,  Bravetta,  1835)  si  arrestano  al  primo  e  disordinato  volume.  Incompleta  e  disordinata  è    III.   anche  l'edizione  di  Napoli,  Iovene,  1840-41,  che  segue  l'edi-  zione del  Ferrari,  ma  pur  contiene  qualche  bazzecola  inedita.  Materialmente  condotta  sulla  ferrariana,  e  poco  corretta,  è  l'edizione  napoletana  delle  Opere  (i  primi  volumi  presso  la  tipografia  dei  Classici  italiani,  e  gli  altri  presso  l'edi-  tore Morano)  in  otto  volumi  (III,  1858,  III,  1861,  IV,  1859,  V-VI,  1860,  VII,  1865,  Vili,  1869);  la  quale,  per  altro,  e  la  più  completa  di  tutte,  essendovi  unite  la  Sinopsi,  le  Isti-  tuzioni oratorie  e  le  Orazioni  latine  edite  dal  Galasso  (che  vennero  fuori  dopo  l'edizioAe  Ferrari);  vi  sono  aggiunte  anche  versioni  italiane  del  De  ratione,  del  De  antiquissima  e  del  Diritto  universale,  a  cura  dell'avv.  F.  S.  Pomodoro.   Scritti  inediti  o  sparsi  del  V.,  non  compresi  in  nessuna  di  tali  edizioni,  sono  raccolti  nel  Croce,  Bibliografìa  vi-  chiana  e  Primo  e  Secondo  supplemento,  e  Nuove  ricerche,  §2;  e  in  un  opuscolo  di  B.  Donati:  si  veda  più  oltre.   Una  edizione  critica  della  Seconda  scienza  nuova  è  stata  pubblicata  nella  Collana  dei  classici  della  filosofia  moderna  diretta  da  B.  Croce  e  G.  Gentile  (Bari,  Laterza,  1911-16,  voli.  3).  È  dovuta  al  d.r  Fausto  Nicolini,  che  si  e  valso  per  essa  degli  autografi  ed  ha  arricchito  l'edizione  Ferrari,  che  conteneva  solo  i  brani  soppressi  di  quella  del  1730,  di  tutti  i  brani  delle  redazioni  intermedie  fino  al  testo  del  1744;  ha,  inoltre,  riscontrato  le  citazioni  vichiane  e  recato  in  nota  i  luoghi  degli  autori  classici  e  moderni  ai  quali  si  riferiva  il  V.  ;  additati  i  molti  errori  d'erudizione,  procu-  rando sempre  che  fosse  possibile  di  mostrarne  la  genesi;  schiariti  i  punti  oscuri  col  riferimento  alle  altre  opere  del  Vico;  e,  finalmente,  ha  riformato  (secondo  un  desiderio  più  volte  espresso  anche  da  autorevoli  letterati  come  il  Tommaseo)  l'ortografia  e  la  punteggiatura.  Dell'edizione  ferrariana  sono  riprodotti  in  questa  del  Nicolini,  ma  al-  quanto ritoccati,  gli  utili  sommarietti-.  In  un'ampia  intro-  duzione si  studia  il  Vico  scrittore  e  si  da  notizia  delle  sue-    336  APPENDICE   cessive  redazioni  e  rimanipolazioni  della  Scienza  nuova',  due  escursi  mostrano  come  il  Vico  giunse  via  via  alla  sua  teoria  omerica  e  all'altra  analoga  sulla  Legge  delle  XII  Ta-  vole; e  le  ricerche  nei  tre  volumi  sono  agevolate  da  un  minuto  indice  analitico.   Lo  stesso  Nicolini,  col  Croce  e  col  Gentile,  attende  a  una  nuova  edizione  delle  Opere  complete,  che  farà  parte  della  raccolta  degli  Scrittori  a" Italia  del  Laterza  e  il  cui  disegno  e  indice  particolareggiato  si  può  leggere  nel  Croce,  Secondo  supplemento  alla  Bibliografia  vichiqna  (pp.  102-113).  Di  questa  edizione  sono  stati  pubblicati  il  voi.  I  {Le  ora-  zioni inaugurali,  il  De  italo  rum  sapientia  e  le  polemiche,  a  cura  del  Gentile  e  del  Nicolini,  1914),  e  il  voi.  V  {L'autobio-  grafia, il  carteggio  e  le  poesie  varie,  a  cura  del  Croce,  1911).   Le  opere  latine  del  V.  sono  state  più  volte  tradotte  in  italiano:  il  De  antiquissima  da  un  anonimo,  che  forse  fu  Vincenzo  Monti  (1816),  e  poi  dal  Sarchi  (1870);  il  primo  libro  del  Diritto  universale  dal  Corcia  (1839),  dall'Amante  (1841),  dal  Giani  (1855)  e  dal  Sarchi  (1866),  e  tutti  i  due  libri,  nonché  il  De  ratione  e  il  De  antiquissima,  come  si  è  già  detto,  dal  Pomodoro.  La  Seconda  scienza  nuova  fu  tradotta  in  francese,  ma  molto  abbreviata,  da  Giulio  Mi-  chelet (col  titolo:  Principes  de  la  philosophie  de  l'histoire,  Paris,  Renouard,  1827,  e  più  volte  ristampata),  e  di  nuovo,  completa,  da  un  anonimo  che  si  designa  come  «  l'auteur  de  l'Essai  sur  la  formation  du  dogme  catkolique  »  e  che  fu  la  principessa  di  Belgioioso  Cristina  Trivulzi  (Paris,  Renouard,  1844).  Completa  anche,  e  fornita  di  ottime  note,  è  la  traduzione  tedesca  di  W.  E.  Weber  (Leipzig,  Brock-  haus,  1822),  che  suggerimenti  e  aiuti  ebbe  da  Gaspare  Orelli.  In  inglese,  si  ha  solo  la  versione  del  libro  su  Omero,  condotta  sulla  francese  del  Michelet  e  inserita  nell'opera  di  II.  Nelson  Coleridge,  Introduction  to  the  study  of  the  greek  classic  poets  (3.a  ediz.,  London,  Murray,    III.    1846).  Il  Michelet  tradusse  alcune  delle  operette  minori  del  V.,  che  si  accompagnano  alla  Scienza  nuova  nell'edi-  zione CEuvres  choisies  de  V.  (Paris,  Hachette,  1835,  e  in  ristampe).  Del  primo  libro  del  Diritto  universale  si  ha  un  compendio  in  tedesco  di  K.  H.  Miiller,  primo  volumetto  di  una  serie  non  proseguita  di  Kleine  Schriften  del  V.  (Neubrandeburg,  Brùnslow,  1854).    Ili     Biografia  dkl  Vico   A  supplemento  dell'autobiografia,  il  Villarosa  raccolse  le  notizie  degli  ultimi  anni  della  vita  del  Vico,  e  le  mise  come  continuazione  di  quello  scritto  nella  sua  edizione  degli  Opuscoli,  voi.  I  (1818).   Questo  supplemento,  e  tutto  ciò  che  di  poi  è  venuto  fuori  di  documenti  o  di  ricordi  di  contemporanei  intorno  al  V.,  si  trovano  raccolti  nel  quinto  volume  della  nuova  edizione,  annunziata  di  sopra  (p.  303),  delle  opere  del  V.,  intitolato:  L'autobiografia,  il  carteggio  e  le  poesie  varie,  a  cura  di  B.  Croce  (Bari,  Laterza,  1911).  Posteriormente,  alcune  aggiunte,  in  Croce,  Nuove  ricerche,  §  1,  e  Nuove  curiosità  storiche  (Napoli,  Ricciardi,  1922),  pp.  123  52,  e  nel  volumetto  del  Donati.   IV   Letteratura  intorno  al  Vico   Le  tre  sole  monografie  intorno  al  Vico,  che  possano  ancora  essere  lette  con  frutto  (quella  del  Ferrari,  pur  cosi  benemerito  editore,  La  mente  del  V.,  è  degna  di  essere  pietosamente  dimenticata),  sono  :   B.  Croce,  La  filosofìa  di  Giambattista  Vico.  22    338  APPENDICE   1.  Carlo  Cantoni,  G.  B.  V.,  studi  critici  e  comparativi  (Torino,  Civelli,  1867).  Cfr.  per  alcune  riserve  A.  Faggi,  in  Rivista  filosofica  italiana,  voi.  IX,  1906,  pp.  593-606,  e  G.  Gentile,  in  Critica,  voi.  V,  1907,  pp.  197-201.   2.  Karl  Werner,  G.  B.  V.  als  Philosoph  und  gelehrter  Forscher  (Wien,  Braumùller,  1881).  Cfr.  Zeitschrift  far  Phi-  losophie  und  philos.  Kritik,  voi.  LXXII,  1883,  pp.  139-152.   3.  Robert  Flint,  V.  (Edinburgh  a.  London,  1884).  Tra-  duzione italiana  di  F.  Finocchietti  (Firenze,  1888).   Si  veda  ciò  che  intorno  a  esse  si  è  detto  di  sopra,  pp.  326-7.   Dei  lavori  hi'cvi  di  carattere  generale  hanno  singolare  pregio  :   1.  B.  Spaventa,  G.  B.  V.,  in  Prolusione  e  introduzione  alle  lezioni  di  filosofia  (Napoli,  Vitale,  1862),  pp.  83-102:  opera  ristampata  col  titolo:  La  filosofia  italiana  nelle  sue  relazioni  con  la  filosofia  europea,  a  cura  di  G.  Gentile  (Bari,  Laterza,  1908);  si  veda  a  pp.  111-135  di  questa  ristampa.   2.  F.  de  Sanctis,  Storia  della  letteratura  italiana  (Na-  poli, Morano,  1870;  molte  ristampe),  voi.  II,  pp.  342-362.   3.  F.  Fiorentino,  Lettere  sopra  la  '  Scienza  nuova  '  (Fi-  renze, 1865);  ristampate  in  Scritti  vari  (Napoli,  Morano,  1871),  pp.  161-211.   4.  E.  Cauer,  G.  B.  V.  und  seine  Stellung  zur  modernen  Wissenscìiaft  (nel  Deutsclies  Museum,  diretto  da  R.  Prutz  e  W.  Woelfsohn,  Leipzig,  Hinrichs,  a.  I,  1851,  voi.  I,  pp.  249-265).   Per  la  trattazione  più  o  meno  larga  di  parti  speciali  sono  da  tenere  presenti  :   1.  F.  A.  Wolf,  G.  B.  V.  iiber  den  Homer  (nel  Museum  der  Alterthumsicissenschaft,  Berlino,  1807,  voi.  II,  pp.  555-  570).   2.  J.  K.  von  Orelli,  V.  und  Nìebuhr  (nello  Scìnceizeri-  sches  Museum  di  Aarau,  voi.  I,  p.  184  segg.).    III.    3.  C.  Iannelli,  Sulla  natura  e  necessità  della  scienza  delle  cose  e  delle  storie  umane  (Napoli,  Porcelli,  1818,  e  Mi-  lano, Fontana,  1832).   4.  Exierico  Amari,  Critica  di  una  scienza  della  legisla-  zione comparata  (Genova,  Istituto  dei  sordomuti,  1857).  Cfr.  intorno  a  questo  libro  K.  Werner,  E.  A.  in  seinem  Ver-  hàltniss  zu  G.  B.  V.  (Wien,  1880;  dai  Sitzung  sberi  elite  der  phil.-histor.  Classe  della  Accademia  imperiale  di  Vienna,   voi.  XCVI).   5.  F.  Acri,  Teoria  del  V.  intorno  alle  idee  o  paradimmi  (in  Abbozzo  di  una  teoria  delle  idee,  Palermo,  Lao,  1870;  e  con  modificazioni  nel  volume  :  Vidcbimus  in  cenigmate,  Bologna,  Mareggiani,  1907,  pp.  287-313).   6.  E.  Cenni,  esposizione  della  metafisica  del  V.,  a  pp.  109-  182  del  volume  nel  quale  nessuno  la  cercherebbe,  perché  il  titolo  suona:  Considerazioni  sull'Italia  ad  occasione  del  traforo  del  Gottardo  (Firenze,   Cellini,  1884).   7.  E.  .Bouvy,  De  V.  Cartesii  adversario  (Paris,  Hachette,  1889).   8.  E.  Bouvy,  La  critique  dantesque  au  dix-huitième  sie-  de: Dante  et  V.  (Paris,  Leroux,   1892).   9.  G.  Sorel,  Etude  sur  V.  (nel  Devenir  social,  di  Pa-  rigi, voi.  II,  1896);  e  si  veda,  altresì,  dello  stesso  au-  tore: Le  système  historique  de  Renan  (Paris,  Jacques,  1905),  passim.   10.  B.  Labanca,  G.  B.  V.  e  i  suoi  critici  cattolici  (Na-  poli, Pierro,  1898).   11.  G.  Rossi,  V.  nei  tempi  di  V.  (nella  Rivista  filosofica  italiana,  voi.  II,  1899,  pp.  294-319,  e  seconda  parte,  ivi,  voi.  X,  1907,  pp.  602-G34).   12.  G.  Maugain,  Etude  sur  revolution  intellectuelle  de  l'Italie  de  16ò7  à  1750  environ  (Paris,  Hachette,  1909).   13.  G.  Finsler,  Homer  in  der  Neuzeit  von  Dante  bis  Goethe  (Leipzig,  Teubner,  1912).    340  APPENDICE   14.  G.  Gentile,  Studi  vichianì  (Messina,  Principato,  1915).  Contiene,  tra  l'altro,  un'importante  monografia  su  Lo  svolgimento  della  filosofia  di  G.  B.  V.,  pp.  15-143.   15.  P.  Nicolini,  Ferdinando  Galloni  e  G.  B.  V.,  in  Giorn.  stor.  d.  leti.  Hai.,  1918,  voi.  LXXI.       16.  Id.,  Divagazioni  omeriche  (Firenze,  Ariani,  1919).   17.  0.  v.  Gemmingen,  Vico,  Hamann  und  Herder,  Inau-  gural-dissertation  (Bona-Leipzig,  Noske,  1918).   18.  A.  Scrocca,  G.  B.  V.  nella  critica  di  B.  Croce  (Na-  poli, Giannini,  s.  a.,  ma  1919),  dal  punto  di  vista  cat-  tolico.   19.  Benvenuto  Donati,  Autografi  e  documenti  vichiani  inediti  o  dispersi,  note  per  la  storia  del  pensiero  del  V*.  (Bologna,  Zanichelli,  1921).   20.  Circa  i  miei  lavori  precedenti  sul  V.,  si  avverta  che  la  materia  del  capitolo  sulla  dottrina  estetica  vichiana,  B.  Croce,  Estetica5  (Bari,  Laterza,  1922),  cap.  V,  pp.  249-  265,  è  rielaborata  in  forma  più  matura  nel  capitolo  IV  della  presente  monografia;  lo  scritto  sull'Etica  del  V.  (in  Critica,  VI,  1908,  pp.  71-77)  è  rifuso  nei  capp.  VI- Vili;  e  cosi  quello  sui  Lineamenti  di  storia,  letteraria  in  G.  B,  V.  (ivi,  pp.  460-80),  nei  capp.  XVI  e  XVIII  ;  gli  altri  scritti  sparsi  hanno,  in  genere,  interesse  solamente  erudito,  filologico  o  polemico.    Posteriormente  alla  prima  ed.  di  questo  libro,  ho  pubblicato:  1.  Le  fonti  della  gnoseologia  vichiana  (in  Atti  d.  Acc.  Pontan.,  voi.  XLII  ;  ristamp.  nel  voi.  Saggio  sullo  Hegel  e  altri  scritti  di  storia  della  filosofia,  Bari,  1913);  2.  La  dottrina  del  riso  e  dell'ironia  in  G.  B.  V.,  ristamp.,  ivi;  3.  Il  Vico  e  la  critica  omerica,  ristamp.,  ivi;  4.  Fran-  cesco Bianchini  e  G.  B.  Vico,  ristamp.  in  Conversazioni  cri-  tiche (Bari,  1918),  II,  101-109;  5.  Il  Vico  e  Gius.  Ferrari,  ivi,  II,  124-30.  Dell'influsso  del  V.  sugli  studi  italiani  nel  corso  del  secolo  decimonono  ho  trattato  ampiamente  nella  Storia  della  storiografia  italiana  nel  secolo  decimonono  (Bari,    III.    CENNI   BIBLIOGRAFICI  341   1921).  Sulla  posiziono  del  V.  nella  storia  della  critica  dan-  tesca, v.  La  poesia  di  Dante  (3.a  ed.,  Bari,  1922),  pp.  173-4,  179-80.   Del  resto,  tutta  la  letteratura  vichiana  (con  estratti  dei  libri,  opuscoli  e  articoli  più  rari  e  con  documenti  inediti),  come  tutte  le  più  minute  notizie  sulle  edizioni  degli  scritti  del  V.,  si  trovano  raccolte  nelle  tre  memorie,  alle  quali  più  volte  si  è  fatto  riferimento:  B.  Croce,  Bibliografìa  vi-  chiana contenente  nella  parte  I  il  catalogo  delle  edizioni,  traduzioni  e  manoscritti  delle  opere  di  G.  B.  V.  ;  nella  parte  li,  quello  dei  giudizi  e  lavori  storico-critici  intorno  al  V.  sino  all'anno  corrente;  nella  parte  III,  lettere  inedite  del  V.  e  al  V.,  documenti  e  altri  scritti  inediti  o  rari,  e  va-  rie appendici  illustrative  (Napoli,  1904;  estratto  dagli  Atti  dell'Accademia  pontanianal  di  Napoli,  voi.  XXXIV,  di  pp.  xn-127,  in  4.°);  Supplemento  alla  Bibliografia  vichiana  (ivi,  1907;  estr.  dagli  Atti  cit.,  voi.  XXXVII,  di  pp.  34,  in  4.°),  e  Secondo  supplemento  (ivi,  1911,  estr.  dagli  Atti  cit.,  voi.  XL,  di  pp.  116,  in  4.°);    riunite  anche  tutte  e  tre  in  un  sol  volume  col  titolo  :  Bibliografia  ciciliana,  raccolta  di  tre  memorie  presentate  all'  Accademia  pontaniana  di  Na-  poli nel  1903,  1907  e  1910,  con  appendice  di  F.  Nicolini  (Bari,  Laterza,  1911).  Continuazione  di  queste  memorie  sono  le  Nuove  ricerche  sulla  vita  e  le  opere  del  V.  e  sul  vì-  chismo,  in  Critica,  voli.  XV-XIX,  1917-21.  Si  veda  anche  Per  la  biografia  di  G.  B.  V.,  ivi,  XIX,  pp.  371-87  (e  ora  in  Nuove  curiosità  storiche,  Napoli,  Ricciardi,  1922,  pp.  123-52).   OPERE COMPLETE    DI   GENTILE    A CURA DELLA  FONDAZIONE GIOVANNI GENTILE PER GLI STUDI FILOSOFICI  GENTILE    OPERE  SANSONI - FIRENZE    GIOVANNI GENTILE    STUDI VICHIANI edizione riveduta e accresciuta  a cura di  VITO A. BELLEZZA    SANSONI - FIRENZE  Stampato in Italia    All’amico NICOLINI    delle opere di Giambattista Vico  editore e illustratore diligentissimo  e intelligente    Digitized by Google    PREFAZIONE    Raccolgo in questo volume, rivedendoli e introducendovi  ai luoghi opportuni le aggiunte consigliatemi da studi po-  sleriori miei ed altrui, alcuni scritti concernenti la storia  del pensiero di Giambattista Vico, la sua biografia e la  sua fortuna.   Lo studio sullo svolgimento della filosofia vichiana inau-  gura, mi pare, un nuovo genere di ricerche, che da me sono  state appena iniziate, ma promettono una viva luce intorno  all'origine e al significato proprio delle idee del Vico. Il  quale è stato studiato per l’innanzi în relazione col suo  lempo e con la filosofia tedesca kantiana e post-Rantiana,  ala quale egli genialmente drecorse. Ma, se alla cultura  contemporanea di certo non rimase estraneo, e in essa per-  tanto bisogna pure che dallo storico sia collocato; egli fu  anche e sopra tutto un autodidatta, che molto studiò, a suo  modo, di antichi pensatori e filosofi italiani precedenti,  alla cui tradizione attinse taluni de’suoi concetti fondamen-  tali, che elaborò bensì e trasformò profondamente, ma senza  riuscire, com’ è naturale, a cancellarne l’ impronta origi-    naria. E questa impronta i0 mi sono studiato di rimettere  alla luce.    Palermo, 1° ottobre 1914.    fr. ca De di etnei    x PREFAZIONE    Questa seconda edizione contiene di più e di meno di  quella del 1915. È un'aggiunta lo scritto che forma il quinto  capitolo; e ne è rimasto fuori lo studio sul Cuoco, con re-  lativa appendice, entrato ora a far parte d'un mio volume  dedicato al Cuoco, che sarà quanto prima pubblicato dalla  Casa editrice di Venezia La Nuova Italia. Ma gli altri  scritti che erano nella prima edizione qui sono tutti con-  servati, con correzioni e molte aggiunte rese necessarie da  nuovi studi, specialmente del Nicolini. AL quale vedrà il  lettore quanto questi Studi devono di nuove notizie ed 0s-  servazioni sulla biografia e sulla cronologia vichiana.    Roma. Degli scritti raccolti in questo volume il primo Il pensiero  italiano nel secolo del Vico consta di due recensioni pubblicate  nella Critica del CRocE nel 19I10 e nel 1914. Il secondo La prima  fase della filosofia vichiana fu la prima volta dato in luce nel vol.  di Studi pubblicati in onore di Francesco Torraca (Napoli).  Il terzo La seconda e la terza fase uscì dapprima in francese col  titolo La philosophie di G. B. Vico nella rivista France-Itahe,  a. I, 1913, e in tedesco col titolo G. B. Vicos Stellung in der Gesch.  der europàischen Philosophie nell’ Internationale Monatsschrift  Jùr Wissenschaft Kunst u. Technik di Berlino, del gennaio 1914.  Il quarto Da) concetto della grazia a quello della provvidenza fu  pubblicato la prima volta nella prima edizione di questi Studi  vichiani. Il quinto su Le varie redazioni della « Scienza Nuova »  nel Giorn. Stor. d. letter. ital. del 1917; e il sesto sul Figlio di G.  B. Vico nell’Arch. Stor. per le prov. napoletane, a. XXIX e XXX  e quindi a parte (Napoli, Pierro, 1905).    Roma, gennaio 1927. G. G.    Questa terza edizione è accresciuta di una Appendice II, in  cui sono raccolti due discorsi e una relazione. Il primo (G. B.  Vico nel ciclo delle celebrazioni campane) fu tenuto nell’aula  magna della R. Università di Napoli la sera del 26 settembre  1936 nel ciclo delle celebrazioni campane promosse dalla Confe-  derazione dei professionisti e degli artisti, e fu pubblicato in  Celebrazioni campane (vol. I, Urbino, 1936, pp. 319-52), nella  Tiv. «Leonardo» (1936, n. 9-10; pp. 277-86) e a parte nella  ‘ Biblioteca del Leonardo», III, Firenze, 1936. Il secondo  (G. B. Vico mel secondo centenario della morte) fu tenuto  all'Accademia d’ Italia, in Firenze, il 19 marzo 1944, € pubbli-  cato nella « Nuova Antologia » del 1° aprile 1944, pp. 209-17.  La relazione su Cartesio e Vico fu discussa alla Reale Accademia  Nazionale dei Lincei, Classe di Scienze morali, storiche e filo-  logiche, nella seduta del 15 maggio 1938, e quindi pubblicata  negli Atti di quella Accademia.    Roma, gennaio 1966. | V. A. B.    IE AS SERIO A PRIZE I    POSE I AES ROSI E PE 67 RS    IL PENSIERO ITALIANO  NEL SECOLO DEL VICO    CI ie LL SEO *    Nel 1657 Leopoldo de’ Medici fonda l'Accademia del  Cimento. Per la prima volta, dopo la condanna di Ga-  lileo, scienziati italiani associano i loro sforzi allo scopo  di studiare la natura con ogni indipendenza, e di ripi-  gliare, contro i ciechi amici della tradizione, la lotta  rimasta interrotta nel 1633, quando il maestro era stato  condannato e aveva dovuto ritrattare la dottrina dei  Massimi sistemi. Nel 1663 l’esempio degli accademici  toscani è imitato dagli Investiganti di Napoli; e nel ’68  è fondato a Roma il primo Giornale de’ letterati, organo  de’ moderni. Verso lo stesso tempo vengono in voga in  Italia Lucrezio e Gassendi.   D'altra parte, verso la metà del secolo seguente, Ga-  lileo ottiene la suprema riparazione. Nel 1737 i suoi resti  sono raccolti nel mausoleo di Santa Croce; nel ’44 sl fa  una pubblicazione autorizzata del Dialogo già condannato:  Il metodo sperimentale trionfa. La filosofia di Locke si  diffonde per tutta la Penisola, che vi resterà fedele per  Circa ottant'anni. Tra il ’42 e il ’50 si spengono gli scrit-  tori più notevoli che l’ Italia aveva avuti in quel secolo:  Fagiuoli (1742), Vico (1744), Giannone (1748), Conti  (1749), Muratori e Zeno (1750).   Un valente studioso francese, il Mougain, ha voluto  studiare 1 lo svolgimento intellettuale italiano durante       I GABRIEL MaucaIn, Étude sur l’évolution intellectuelle de 1° Italie  de 1657 à 1750 environ, Paris, Hachette, 1909.       Ted.    ALZI -—-/*/*/%*/(*‘)4*\w*À*+>J,o.    Tr da (0...] questo periodo di fermento e di preparazione, in cui,  tolto Vico, solitario, e dal Maugain, a dir vero, non ab-  bastanza staccato dallo sfondo del suo quadro, benché  non possa non rilevarne l’opposizione alle idee correnti  del tempo, l’ Italia non produce nulla di originale !.  Essa lavora unicamente a riformare la propria cultura,  liberandola dal peso schiacciante della tradizione e pro-  curando di partecipare alla vita europea. Poiché il centro  di questa vita, rimasto fin allora tra noi, s'era già trasfe-  rito, dopo Galileo e dopo Campanella, in altri paesi.  I nomi più insigni che eccellono in questo secolo, più  che alla storia letteraria o alla storia della scienza, ap-  partengono alla storia della cultura, nel senso che danno i  tedeschi a questa espressione; giacché, tolto sempre Vico,  non creano idee nuove; ripetono, commentano, difendono,  oppugnano, agiscono piuttosto sulla società che sulla  scienza, anche se preparino un nuovo sapere, come chi,  agendo appunto sullo spirito del suo tempo, promuove  le condizioni favorevoli a un nuovo progresso reale dello  spirito. Soltanto la tradizione galileiana vive; ma vive  appunto delle idee che aveva messe in onore Galileo,  definendo filosoficamente i nuovi concetti della scienza  naturale e della natura: che furono per lui una nuova  filosofia, anzi la sola filosofia. Ma di vita religiosa, di vita  artistica, di vita filosofica dello spirito, in cui ogni istante  è una posizione nuova e una creazione, in cui insomma  lo spirito vive realmente, nessuna traccia: ossia, nessuna  traccia cospicua.   Questa atonia spirituale ci spiega la gran fortuna in-  contrata al principio di questo periodo in Italia dal G as-  sendi, del quale attrae l’attenzione soltanto la concezione    I Contro questa tesi vedi ora gli studi che B. Croce vien pubbli-  cando nella Critica (1926): Il pensiero italiano nel Seicento. I quali per  altro non modificano sostanzialmente il concetto della filosofia italiana  in quel secolo, quantunque mettano giustamente in rilievo alcuni note-  voli movimenti d'idee finora poco noti.] meccanica, conforme, metafisicamente, al fiorente natu-  ralismo galileiano; e alla fine dal Locke, di cui si nota  e si apprezza principalmente l’empirismo, che giustifica  anch'esso, gnoseologicamente, la scienza sperimentale  della natura, e, come allo spirito dei gretti galileiani im-  portava, questa sola. Cartesio sul cadere del Sei e nei  primi trent'anni del Settecento suscita entusiasmi e op-  posizioni tenaci, fiere polemiche, un vivo appassiona-  mento: ma non sveglia nessuno spirito di filosofo. Gl’Ita-  liani accettano e mettono in versi la diottrica, la fisica,  la fisiologia meccanistica di lui: ne adottano il metodo,  come assunto, meramente formale ed estrinseco, di libertà  di filosofare; assunto, che in Italia era trionfato nella  storia viva dello spirito scientifico fin dal primo affer-  marsi dell’ Umanismo; ed era stato celebrato nella scuola  del Galilei, e particolarmente nell'Accademia dei Lincei:,  e non aveva quindi bisogno, in realtà, del nuovo puntello  straniero. Ma della metafisica cartesiana appena si bi-  sbiglia; né se ne vede scosso profondamente nessuno.  Son dilettanti, che fanno della filosofia un passatempo e  un argomento di moda nei salotti (il Maugain ricorda  Aurelia d’ Este, renatista; e avrebbe potuto ricordare  anche Giuseppa Eleonora Barbapiccola, traduttrice dei  Principii di filosofia»: sono medici, fisici e avvocati, i  quali, compiacendosi degli ultimi portati letterari della  filosofia, polemizzano con gli uomini del mestiere, legati  Sempre, anima e corpo, alla Scolastica; 0 tutt'al più  Professori di filosofia, che cambiano autore, come oggi  sì cambia testo nei licei, senza nessuna profonda ragione    1 Vedi G. GABRIELI, JI) carteggio scientifico ed accademico fra î  primi lincei (1603-1630); nelle Mem. d. R. Acc. dei Lincei, cl. sc. mor..  serie 68, vol. I, fasc. 2°, 1925.   ? B. Croce, Supplem. alla Bibliografia vichiana, Napoli, 1907, Pp. 3.  Incontreremo la Barbapiccola anche nello scritto sul Figlio di G. B.  Vico, cap. I. Sul Concina e sui suoi rapporti col Vico, cfr. Vico, Auto-  biografia, ed. Croce, indice dei nomi, al nome.    mm ——    6 STUDI VICHIANI    spirituale, e che, per difendere la loro infrazione alle  tradizioni della scuola italiana, scrivono anch'essi qualche  libercolo pro e contro. La metafisica, in realtà, sarebbe  dimenticata, se non avesse una cattedra negli studi pub-  blici; e nel 1732 Niccolò Concina, nella sua prolusione a  Padova, ringraziava il governo veneto di non essersi ar-  reso ai consigli di chi tentava far sopprimere quella catte-  dra come inutile e indegna d’una sì illustre università *.   Il Maugain, che giustamente ha preso i Giornali dei  letterati, che in questo tempo si pubblicavano in Italia,  a guida delle sue laboriose ricerche, trovandovi l’eco  continua delle questioni che si venivano dibattendo tra  le persone colte, avrebbe anche dovuto seguire la storia  dei principali insegnamenti nelle varie università, i quali  coi programmi e le provvisioni delle autorità, i libri de-  gl’ insegnanti, le loro polemiche e le attinenze rispettive  coi loro avversari, sono anch'essi i centri di riferimento  della cultura temporanea.    II.    Pure la fine del sec. XVII e la prima metà del succes-  sivo sono l’epoca del maggior fiorire degli studi storici  in Italia. È il tempo in cui il benedettino Benedetto  Bacchini pubblica e illustra il Liber pontificalis (1708),  e col Noia, col Grandi, col Lami e col sommo Muratori  imprende arditamente la critica delle leggende agiogra-  fiche; Scipione Maffei distrugge (1712) le favolose origini  dell'ordine costantiniano e illustra con vasta erudizione  le antichità veronesi (1732); il Muratori, dopo avere in-  dagato con occhio di lince le antichità italiane del Medio  Evo, mette insieme con lena infaticabile e con sagace   —@       I MAUGAIN, p. 218.    I. IL PENSIERO \iTALIANO NEL SECOLO DEL VICO 7    critica la sua monumentale raccolta: per non dire dello  stuolo numeroso dei minori eruditi, che coadiuvano i  maggiori con l'ordinamento delle biblioteche, la compila-  zione dei giornali, la raccolta e la critica dei documenti.  Come si spiega questa vivacità d’interesse storico durante  la stasi generale della vita più profonda dello spirito, se  nella storia si concentrano le energie dello spirito, se la  storia non è concepibile senza le grandi passioni e senza  quindi le grandi intuizioni della vita ? Oggi noi pensiamo  la storia come la stessa concretezza della filosofia. Il  Maugain, con giusto fiuto della verità, ricollega gli studi  storici che mettono capo al Muratori, e che più propria-  mente sono studi di erudizione, al fiorire delle scienze  sperimentali: «Cette renaissance a lieu durani la lutte  décisive d’où sortent victorieux les Italiens qui n’admettent  sans contròle aucune proposition relative aux phénomènes  naturels ou aux étres organisés. Bien mieux, plusieurs de  ceux qui, à la fin du XVII’ siècle et dans la première moité  du XVIII’, se sont illustrés comme érudits, connaissaient  en détails et admiraient les progrès accomplis depuis une  centaine d’années par le sciences expérimentales. Parfois,  ils y avaient personnellement contribué ». E altrove, non  meno giustamente, osserva che il Vico si distingue non  soltanto dai cartesiani di Napoli ma presso che da tutti  gl’ Italiani contemporanei, quantunque altrove nella Pe-  nisola prosperassero le ricerche storiche che i cartesiani  disdegnavano. « Mais selon quelle méthode s’y livre-t-on ?  On publie avec le plus grand soin des inscriptions, des textes  importanis et devenus rares. On reproduit par le dessin et  l’on décrit minutieusement des statues antiques, des médarl-  les, des monnaies. On les examine de près pour fixer quelque  point d’érudition jusqu'alors incertain, on ne va plus loin;  on a épuisé toute la curiosité dont on était capable » *.    I O. c., pp. 9I, 208-9.    8 STUDI VICHIANI    Tutto questo è verissimo. Anche di recente abbiamo  assistito a questo fenomeno del decadere della filosofia  nel momento stesso in cui risorgevano e vigoreggiavano  gli studi storici; e abbiamo veduto dagli stessi cultori di  questi raccostare spesso il metodo da essi seguîìto al  metodo delle scienze sperimentali, o, come questa volta  si diceva, della filosofia positiva: raccostamento, che aveva  un lato di vero in quanto positivismo e metodo storico,  ciascuno a modo suo e nel suo campo, si proponeva di  ricostruire una verità certa: ossia una verità che con-  stasse al soggetto, con di più il presupposto ingenuo,  che questa ricostruzione possa aver luogo senza che il  soggetto — cioè la mente conscia di sé e quindi capace  di render conto di sé — ci metta nulla del proprio, delle  sue leggi e di tutto il suo essere storicamente divenuto.  Allora, come ora (o almeno qualche anno fa), ci erano  gli studi storici, in Italia; mancava la storia, come com-  prensione dello spirito nella sua concreta attualità. Allora,  la storia era morta col Sarpi e col Pallavicino, rappre-  sentanti di due grandi, opposte, concezioni della vita;  la prima delle quali tentava risorgere nell’ Istoria civile  del Regno di Napoli del Giannone, ma senz’attinenza  intrinseca colle idee dominanti nella generale cultura  italiana, e con radici sprofondate nella storia economica  e politica del Napoletano: anch'essa, come la Scienza  Nuova, staccata dal quadro generale dello spirito italiano  contemporaneo.   Non già, beninteso, che negli studi storici muratoriani  non ci sia nulla della storia: perché anch'essi sono tutti  storia; ma storia in germe, immatura, frammentaria, e  perciò, nel suo insieme, estrinseca, meccanica: storia, che  non ha raggiunta la sua forma vera della comprensione  comunque determinata del processo storico, perché non  poteva raggiungerla, non animata, com'era, da nessuna  sorta di filosofia. La storia vera, viceversa, come intuizione di idee che si realizzano nei fatti, non poteva man-  care, e non manca in una mente come quella del Vico;  e va cercata nella parte più propriamente storica della  Scienza Nuova *. E nessuno meglio di Vico, nell’orazione  De nostri temporis studiorum ratione, nella lettera a Fran-  cesco Solla e nella stessa opera maggiore, intese questo  vuoto spirituale che vaneggiava negli studi contemporanei.   In conchiusione, la storia che con tanto amore e tanta  fatica ha indagata il Maugain, non è una storia che ci  sì possa compiacere di mostrare fuori di casa nostra.  È una storia assai malinconica. Tolta la tradizione gali-  leiana, che è storia di epigoni, ancorché non pochi insigni,  è tutto lavorio di ripercussione, d’ imitazione, di tradu-  zione e adattamento. Sorgono i Giornali de’ letterati,  segno, senza dubbio, di una certa vita, espressione d’un  certo bisogno di studi; ma ad imitazione, e il primo quasi  edizione italiana, del Journal des sgavans. Fioriscono,  come s’ è detto, gli studi critici intorno alle fonti della  storia; e Muratori è gloria italiana incontestabile; ma  gl’ Italiani e lo stesso Muratori si muovono dietro le  tracce del Mabillon e degli altri famosi benedettini fran-  cesi. I riformatori della letteratura, che levano la ban-  diera del vero e dell’utile, riecheggiano l’estetica raziona-  listica postcartesiana. Prodotto italiano è l’Arcadia, dei  poeti senza poesia; l’arcadia pastorale, come l’arcadia  della scienza ?, espressione significativa dell’ indifferenza  degli spiriti verso il loro contenuto; e la stessa arcadia  sacra, che era cominciata, per altro, dai primi del Seicento:  versificazione di testi religiosi, mescolati ai motivi comuni  allo stile poetico del tempo: « Les poètes, dice il Mau-    I Come ha dimostrato B. Croce, La filosofia di G. B. Vico, Bari,  Laterza, 1911 (23 ed., 1922), capp. XIII-XVIII.   è Studiata da E. BERTANA nello scritto L'Arcadia della scienza,  Parma, Battei, 1890; rist. nel vol. In Arcadia, saggi e profili, Napoli,  Perrella, 1909.    IO STUDI VICHIANI    gain !, ne songeaient aucunement à y méditer sur les grands  problèmes du catholicisme, non plus qu'à exprimer leurs  émottons religieuses. Ils se bornaient à traduire un para-  graphe de théologie ou à rimer quelque passage de la vie  des saints ».    III.    Malinconica storia, dunque, e specchio dell’estrema  ruina della decadenza italiana. Dopo la metà del se-  colo XVIII, da questa morte rinascerà la vita, e si pre-  parerà l’Italia che accoglierà la Rivoluzione. Essa si  riscuoterà tutta, e riprenderà la sua via in tutte le mani-  festazioni della vita spirituale, e si aprirà un varco nella  politica de’ grandi Stati, e risorgerà come nazione. Ma  devo pur dire che nel modo, che ha tenuto l’egregio Mau-  gain a rimettercela innanzi, essa diventa assai più malin-  conica che forse non sia nel fatto: tutta senza colore,  senza anima, né anche piccola, né anche frammentaria:  senza significato. Ora, una realtà storica così non c' è.  Come ha costruito il suo libro Maugain ? Ce lo dice egli  stesso nella prefazione. Spogliò otto collezioni di giornali  pubblicati in Italia tra il 1668 e 1750, dove, se non sempre  l’analisi, trovava per lo meno il titolo preciso di opere,  delle quali ritrovò poi e lesse gran numero a Firenze, Roma,  Bologna, Venezia, Padova, Verona, Bergamo, Milano, To-  rino e Genova. Scorse parecchie raccolte importanti di let-  tere e il Mare magnum della Marucelliana; cercò e studiò  articoli e monografie e libri indicati dal Catalogo metodico  della Camera, dal Giornale storico, dalla Bibliothèque des  éerivains de la Compagnie de Jésus di Backer-Sommervo-  gel. Gli venne così fatto di raccogliere una gran quantità    I O. c., p. 300.    2 — (ii —————=m__—————————___—____—_—_—_—_—__—t2t“ zz ic ‘cir —.    I. IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO DEL VICO II    di documenti, che gli parve di poter classificare in tre  parti, secondo che si riferissero alla credulità e allo spirito  critico (conseguenza della condanna di Galileo, movi-  mento delle scienze sperimentali, contrasti tra antichi e  moderni, studi di critica storica); alle lotte tra spiritualisti  e materialisti (fortuna di Gassendi, Cartesio e Locke in  Italia e polemiche dei loro seguaci con gli scolastici,  attacchi di Doria e di Vico); al vero e all’utile nelle lettere  (idee intorno alla poesia prevalse dalla Poetica del Gra-  vina in poi, giudizi e polemiche, come quella Bouhours-  Orsi, sulla letteratura italiana, ritorno ai modelli greci  e latini, caratteri principali della letteratura italiana del  tempo). Fatta questa classificazione, il Maugain si è  messo, senz'altro, a stendere il suo lavoro, ordinando ed  esponendo secondo legami cronologici, topografici e per  soggetti il suo vasto materiale. Per copia e sistemazione  di materiale bibliografico ne è venuto infatti un lavoro  eccellente, fondamentale per chi vorrà tentare qualunque  studio sulla storia dello spirito italiano di questo periodo:  e dobbiamo tutti esser grati a questo studioso dello stru-  mento prezioso di ricerca apprestatoci. I giudizi generali  da lui formulati e gl’ indirizzi delineati dimostrano pure  ottimo criterio e larghezza di vedute storiche. Ma rimane  a chi legge il suo libro, — pur leggendolo con profitto, —  un senso profondo d’ insoddisfazione, come di chi assista  a uno spettacolo interessante, ma troppo da lungi per  poter udire le parole degli attori, e seguirne con l'occhio  il commento che ne vien facendo in ciascuno la fisionomia.  In uno studio come questo non è possibile, certo, rap-  presentare nella loro varietà psicologica i singoli attori,  che vi rientrano, e ritrarre di ciascuno la fisionomia morale.  Una storia dello svolgimento generale dello spirito in un  dato tempo e paese dev'essere per necessità schematica.  Ma, d’altro lato, lo stesso schema, divenendo oggetto di  rappresentazione storica, deve assumere una vita sua    12 STUDI VICHIANI    nella mente dello storico. Le idee nei loro tratti salienti,  vissute da diversi spiriti, devono venirvi innanzi vive  insieme coi motivi che le sorressero, articolarsi nelle forme  in cui si concretarono, riflettere una situazione storica:  avere insomma, anch'esse, quella individualità che è  proprietà necessaria del fatto storico. A ciò i titoli dei  libri, come le designazioni generiche e le etichette estrin-  seche, è ovvio, non giovano. Per meschina che sia, po-  niamo, la filosofia di un cartesiano d’ Italia, non basterà  dire che egli difendeva Cartesio: bisogna mostrare come  lo difendeva, e perché; quale vita il cartesianismo assu-  meva in lui, quale propriamente era il suo cartesianismo.   Occorreva, se così può dirsi, che il Maugain esponesse  con un po’ più di simpatia storica la materia del suo  dotto studio: perché allora ci saremmo visto innanzi,  non un gran movimento, ma un movimento; non degli  spiriti creatori, ma degli spiriti: quella vita che l’ Italia  pensante visse tra la metà del Sei e la metà del Sette-  cento, l’avremmo pure avuta. Giacché non bisogna di-  menticare che quella stessa che diciamo morte, è tale  soltanto in un senso relativo; non sarà una vita palese,  appariscente; sarà una vita segreta, torpida, e presso che  invisibile, e pure condizione e momento di quella che fu  dopo la vita più intensa ed evidente; e senza intendere  l’una, non è possibile giungere all’ intendimento dell’altra.  La stasi del periodo studiato dal Maugain non è il pro-  gresso della creazione, ma è pure progresso, se è prepa-  razione al progresso che seguirà. Noi infatti non po-  tremmo intendere l’ Italia nuova, nutrita dalla cultura  europea compenetrata con la tradizione nostra, quale la  troviamo p. e. nella poesia del Foscolo e nell’ Italia tutta  del tramonto del secolo XVIII e degli albori del seguente,  se la innestassimo immediatamente all’ Italia tutta ita-  liana, creatrice in filosofia come in arte, maestra ancora  all’ Europa tutta, e vivente di una vita spirituale sua,    I. IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO DEL VICO 13    del Cinque e del primo Seicento. L’ Italia dal 1657 al  1750 è l’ Italia che accoglie il riflusso della cultura europea,  su cui ha esercitato ella precedentemente un’azione sto-  rica rinnovatrice: e in questo lavoro di riassorbimento,  che dev'essere ed è anche di reazione (esempio solenne  Vico), è la vita sua nuova rispetto al passato. Il senso di  questa vita nuova, se non m' inganno, non c’ è nel libro  di Maugain: forse perché esso è un semplice «saggio »,  che per diventare una vera storia avrebbe bisogno di una  ricerca e di una ricostruzione più profonda e più intima  in ogni sua parte.    IV.   Il secolo del Vico è stato in Italia negli ultimi tempi  argomento di studio di molti, che variamente hanno  tentato di scuotere la vecchia tesi di Giuseppe Ferrari,  sostanzialmente giusta benché espressa in formula troppo  rigida e contornata da più di un giudizio paradossale, se-  condo il gusto di quello scrittore. Tra questi studiosi  merita che qui si menzioni, anche come tipico esempio  di quella passione che in ogni tempo suscitò con le parti  stesse misteriose del suo pensiero e della sua vita Giam-  battista Vico nelle province meridionali, uno scrittore  erudito e ingegnoso, quantunque variamente indulgente  alle tendenze di una cultura dilettantesca: Raffaele Co-  tugno. Il quale nel 1890 pubblicò un opuscolo su G. 8.  Vico, il suo secolo e le sue opere. E nel 1914 tornò sul  tema in un volume *1, dove raccolse il miglior frutto de’  suoi lungbi studi.     — _ —_—_—=&=    I RAFFAELE CoTUuGNO, La sorte di Giovan Battista Vico e le po-  lemiche scientifiche e letterarie dalla fine del sec. XVII alla metà del  XVIII secolo, Bari, Laterza. Da vari decenni infatti egli era vissuto col suo autore,  non solo come studioso e ammiratore intelligente, ma  quasi come un coetaneo ed amico: raccogliendo libri e  ricordi rari non solo del Vico, ma di quanti ebbero rapporti  con lui, o appartennero in qualunque modo allo stesso  mondo, in cui alla fantasia rievocatrice del Cotugno  piace vedere e amare il suo Vico; leggeva e rileggeva, e  godeva, come amico che torna sempre con piacere a con-  versare con l’amico; e gli piace rendersi sempre più fa-  miliare non solo il suo spirito attuale, ma i casi passati  della sua vita, e tutti i particolari, in cui può vagheg-  giarlo con l'immaginazione. Non giudica, non critica,  non esamina. Tutto ciò che può tornare ad onore del-  l’amico gli è bene accetto, ancorché contraddica all’ idea  ch'egli se n’ è formato. Il Cotugno plaude di gran cuore  al Vico del Croce. Vico crociano («come ad alcuno con  giudizio affrettato piacque affermare »)? — Ma che!  Esso è «la più vasta, profonda, ed il più che sì poteva,  completa esposizione delle dottrine del sublime pensa-  tore la cui anima nessuno seppe più e meglio [del Croce]  comprendere e penetrare ». — E come va allora che il  vostro Vico non è quello del Croce ? Come va, per dirne  una, che voi fate del Gravina, in estetica, un precursore  del Vico; e il Croce invece ha detto che precursore egli  si può dire nel senso che il Vico, riprendendo le medesime  questioni, le risolse in modo perfettamente opposto a  quello del Gravina ? E come non vi siete accorto che,  se il Vico del Croce è il vero Vico, per la vostra tesi bi-  sognava cercare nel pensiero contemporaneo e anteriore  idee a cui potessero rannodarsi le dottrine estetiche,  gnoseologiche, metafisiche, etiche e storiche, che sono il  Vico del Croce ? — Egli è che il culto del Cotugno pel  Vico non è un culto critico; e però nulla di strano che,  senza andar pel sottile, si fondano in un’ immagine sola  quel Vico che egli è uso a vedere e il Vico esaltato dallo    I. IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO DEL VICO I5    studio del Croce, ossia dal maggiore studio che ci sia  intorno al pensiero vichiano.   Quest’atteggiamento del Cotugno verso il suo autore  ha evidentemente il suo difetto, ma ha anche il suo pregio:  e l’uno è inseparabile dall’altro. Si vuol dimostrare che  « G. B. Vico non era stato un solitario, un anacronismo  tra i suoi contemporanei (che non lo avevano compreso),  ma sibbene una voce de’ tempi, un genio sublime che  aveva sintetizzato il suo secolo » 1; e l’ultimo capitolo,  a cui è indirizzata tutta la dimostrazione dei tre prece-  denti (i più importanti del volume), e che è intitolato,  come tutto il libro, La sorte di G. B. Vico, torna a riba-  dire quello che già si sapeva e s’era sempre detto, che  Vico non passò inosservato al suo tempo (tutt'altro !),  ma non fu punto capito. Fu dunque un anacronismo,  o no ? Se fosse stato la maggior voce del suo secolo, tutti  i pensatori del tempo avrebbero trovato nella Scienza  Nuova la più profonda espressione del loro stesso pensiero,  la soddisfazione più adeguata ai loro maggiori bisogni  spirituali. Ciò che anche il Cotugno documenta che non  avvenne. Non solo pertanto egli dimostra ciò che ormai  non ha più bisogno di esser dimostrato; ma pare creda  di dimostrare il contrario.   Lo stesso difetto di critica nel primo capitolo del libro,  dove l’autore si rifà dal Medio Evo e dalle contese d’allora  tra Chiesa e Stato e dalla Scolastica, per venire al risorgi-  mento filosofico e al rinnovamento sperimentale delle  scienze: il tutto per cenni che son troppo e troppo poco  agl’ intenti del libro. Lo stesso difetto nella indetermi-  natezza di molti giudizi particolari; ma sopra tutto nella  incompiutezza delle citazioni: che sono un accessorio, ma  un accessorio di non piccolo interesse in un libro come  questo. Il quale raccoglie attorno al Vico una messe    10. c., p. v.    16 STUDI VICHIANI    copiosa di notizie dirette su uomini e libri oscuri e non  facilmente reperibili, né pur nelle biblioteche napoletane,  intorno alla cultura scientifica, filosofica, letteraria, giu-  ridica dell’ambiente in cui il Vico formò la sua; e in cui  bisogna perciò rivivere col Vico, chi voglia intenderne  pienamente la concreta mentalità. È il mondo stesso  della sua mirabile Autobiografia, che è già essa una guida  attraverso lo svolgimento progressivo del pensiero vi-  chiano, ma ricercato e rifrugato in tutti gli angoli, in cui  posò o passò la faccia malinconica e meditabonda del  filosofo, concentrato bensì nel suo pensiero, ma non sì,  com’ è naturale, che non si guardasse intorno, e non ne  risentisse sempre nuovi stimoli all’originalità delle sue  idee.   Malgrado tutto, gli studiosi si gioveranno molto del  nuovo libro del Cotugno, che porta molte aggiunte e  rettifiche all’ opera del Maugain; e gli sapranno anche  grado di un curioso documento inedito di cui, per comu-  nicazione dello stesso Cotugno, aveva dato notizia il Croce  nelle note all’Autobiografia, ma che dal Cotugno è inte-  gralmente pubblicato nell’appendice del suo volume: con-  tenente una minuta relazione dell'ultima disgrazia toccata  al povero Vico, dopo morte, per le strane e villane gelosie  della confraternita laica, a cui era ascritto, e che ne  avrebbe dovuto curare perciò il seppellimento; e invece,  dopo aver costretti i professori universitari, recatisi in  forma ufficiale e solenne alle esequie, a ritirarsi, abban-  donò il feretro nel cortile in cui era stato intanto calato,  per nuove contestazioni di prerogative col parroco. La  sorte avversa non gli dava requie né pur dopo morte! Della prima fase di una filosofia si può parlare, com’ è  ovvio, in un senso relativo; perché questa fase, per prima  che sia, suppone un processo già avviato, di cui non sa-  rebbe possibile assegnare l’ inizio assoluto; né è così chiusa  in se stessa, da potersi nettamente distinguere da quelle  che le succederanno; e le succederanno con una conti-  nuità di processo, che costituisce l’unità assoluta, solo  astrattamente divisibile, del sistema nel suo storico svol-  gimento. Il primo momento di una filosofia può, dunque,  essere soltanto quella forma, nella quale noi possiamo  conoscerla attraverso i documenti più antichi, che di fatto  ne possediamo: forma da studiarsi e definirsi per quello  che possiamo sapere anticipatamente che essa fu: ossia  come germe o avviamento del pensiero ulteriormente  svolto nella coerenza maggiore e quindi nel significato  più profondo che l’autore seppe conferire al sistema delle  proprie idee. Ogni germe si conosce infatti dal frutto.   Del Vico gli studiosi conoscono soltanto due filosofie,  o due momenti più rilevanti della sua filosofia: il primo  dei quali è rappresentato dalla orazione De nostri temporis  Studiorum ratione (18 ottobre 1708), dal libro De an-  tiquissima Italorum sapientia (1710), e dalle due Rispo-  ste (1711 e 1712) che il Vico oppose alle critiche mosse a  questo suo libro dal Giornale dei letterati d’ Italia: il  secondo, iniziato nel 1720 col De universi iuris uno prin-  cidio et fine uno, si spiega nel lungo laborioso processo    20 STUDI VICHIANI    della Scienza Nuova, tante volte redatta o rimaneggiata,  come si vedrà, e la cui ultima edizione venne in luce  nell’anno stesso della morte del filosofo (1744). Lo stesso  Vico, ricostruendo nella Autobiografia lo svolgimento  del proprio pensiero, fa cominciare dal 1708, dall’ora-  zione sul metodo degli studi de’ suoi tempi, la storia  della propria filosofia. Prima sentiva di non aver ritro-  vato se stesso. Dal 1693 in poi era venuto pubblicando  versi e orazioni rettoriche 1. Dal ’99, come professore  di rettorica, aveva’ letto quasi tutti gli anni l’orazione  inaugurale nell’università di Napoli, usando « proporre  universali argomenti, scesi dalla metafisica in uso della  civile »°. E nell’Autobiografia, dopo aver riferito som-  mariamente gli argomenti di quelle sue orazioni, fino  al 1707, dice: «Fin dal tempo della prima orazione...,  e per quelle e per tutte l’altre seguenti e più di tutte  per queste ultime, apertamente si vede che Vico agitava  un qualche argomento e nuovo e grande nell'animo, che  in un principio unisse egli tutto ilsa-  pere umano e divino)»; cioè il principio di una  filosofia ciceronianamente intesa dal nostro professore di  rettorica come rerum divinarum et humanarum scientia;  «ma tutti questi da lui trattati ne eran troppo lontani.  Ond’egli godé non aver dato alla luce queste orazioni,  perché stimò non doversi gravare di più libri la repub-  blica delle lettere, la quale per la tanta lor mole non  regge; e solamente dovervi portare in mezzo libri d’ impor-  tanti discoverte e di utilissimi ritrovati ».    I Anzi fin al 1699 egli s'era illuso d'essere molto più un poeta che  non un filosofo. Cfr. F. NicoLINI, Per la biografia di G. B. V., pun-  tata I, Firenze, 1925 (estr. dall’Arch. stor. ital.), p. 59.   2 L’Autobiografia, il carteggio e le poesie varie a cura di B. CROCE,  Bari, Laterza, 1911 (vol. V delle Opere, a cura di B. Croce, G. Gentile,  e F. Nicolini, nella collezione degli Scrittori d’ Italia), p. 26. Da que-  st'Autobiografia, quando non sia altrimenti avvertito, sono tolti tutti  i luoghi e le parole del V. riferite qui appresso nel testo. Così, nel 1725, il Vico rifiutava le sue orazioni scritte  tra il 1699 e 1l 1707. Ma sei anni dopo rifiutava non solo  i due libri del Diritto Universale, ma anche, salvo tre  soli capitoli, la prima Scienza Nuova, scrivendo in una  prefazione a una nuova edizione della seconda: «Né  già questo dee sembrare falso a taluni, che noi, non con-  tenti de’ vantaggiosi giudizi da tali uomini [quali Gio-  vanni Le Clerc] dati alle nostre opere, dopo le disappruo-  viamo e ne facciamo rifiuto; perché questo è argomento  della somma venerazione e stima che noi facciamo di tali  uomini, anzi che no. Imperciocché i rozzi ed orgogliosi  scrittori sostengono le lor opere anche contro le giuste  accuse e ragionevoli ammende d’altrui; altri, che, per  avventura, sono di cuor picciolo, s'tempiono de’ favore-  voli giudizi dati alle loro, e per quelli stessi non più s’av-  vanzano a perfezionarle. Ma a noi le lodi degli uomini  grandi hanno ingrandito l’ animo di correggere, supplire  ed anco in miglior forma di cangiar questa nostra » *.   Il Vico, autodidatta, com’egli si compiaceva di affer-  marsi *, fu tormentato tutta la vita dall’assillo dei grandi  autodidatti; i quali si trovano quasi d’un tratto, con la  cultura personale e tutta propria raccolta nel loro cervello,  a cozzare con quella dei contemporanei; e mal riescono  ad orientarsi, e con fatica e con pentimenti continui e  smarrimenti penosi s’ incamminano per la propria via.  Sempre scontenti di se medesimi, travagliati da un bi-  sogno incessante di chiarire il proprio pensiero, porre in  termini più netti i loro problemi, trovarne soluzioni più  adeguate: impotenti a guardare con un solo sguardo la  realtà, a volta a volta diversa secondo che la mirano quale  essi avevano imparato per loro conto a vederla, o sì pro-       1 Scienza Nuova, ed. Nicolini, p. 10. bi  Va forse con una certa esagerazione: cfr. NICOLINI, Per la bdio-  grafia di G. B. V., puntata II.    22 STUDI VICHIANI    DI    vano a mirarla qual’ è per i contemporanei: fluttuanti,  quindi, con l'animo tra due mondi, che gl’ ingegni più vi-  gorosi si sforzeranno tutta la vita di unificare. Vico sentì  tragicamente questa legge della sua cultura; e ne fu, fino  a un certo punto, la vittima, poiché alla chiarezza delle  idee, che covavano nella sua mente, egli non pervenne  mai, benché vi lavorasse, con eroica costanza, per più di  un quarto di secolo, se non tutti gli anni quarantaquattro,  che visse nel sec. XVIII; e si può dire che tutto il suo  pensiero sia rimasto dentro di lui allo stato di gestazione.  Gestazione dolorosa !   Il maggior corso di studi, comegli stesso ci  fa sapere, lo fece da sé nei nove anni (1686-1695) * pas-  sati a Vatolla, in quel di Salerno, piccola terra di poche  centinaia d’abitanti, dove attese alla istruzione dei figli  del marchese Domenico Rocca: cioè dai diciotto ai venti-  sette anni di sua vita, lontano, a suo dire?, da ogni moto  di cultura viva, com'era allora quella di Napoli, sotto l’ in-  flusso della scuola galileiana, e poi di Gassendi e di De-  scartes. Quando il Vico ne partì, era avviato per gli studi  giuridici; e in giurisprudenza egli afferma 3 d’aver dovuto  istituire i figli del Rocca. Aveva bensì, ben per tempo,  mostrato in che modo di siffatti studi avrebbe potuto far    I Questa la data assegnata ora al soggiorno vatollese dal NICOLINI,  Per la biografia cit., puntata II.   2 « A suo dire », giacché ora gli studi di BENVENUTO DONATI (Auto-  grafi e documenti vichiani inediti 0 dispersi, Bologna, Zanichelli, 1921,  pp. 38 sgg.), e, ancor più, quelli del NicoLINI (Per la biografia cit., pun-  tata II), hanno mostrato che il così detto «novennio vatollese » fu  intramezzato da parecchie e non brevi dimore a Napoli e a Portici,  e che anzi, forse, durante quei nove anni, il Vico dimorò più a  Napoli che non a Vatolla.   3 Anche quest'altra affermazione dell’Autobiografia è revocata in  dubbio e con buone ragioni, dal NicoLINI (Per la biografia cit., pun-  tata II), secondo il quale il V. sarebbe entrato in casa Rocca come aio;  e, soltanto negli ultimi tempi del suo soggiorno in quella casa, avrebbe  data qualche lezione di giurisprudenza all’ultimo figliuolo del Rocca  (Saverio).    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 23    pascolo della sua mente: poiché in essi aveva portato un  abito mentale, di analisi e di penetrazione speculativa, che  della giurisprudenza doveva fare semplice materia di ri-  flessione filosofica. Il giovinetto aveva avuto a maestro  un gesuita nominalista, il quale lo aveva spinto allo studio  delle Summule di Pietro Ispano e di Paolo Veneto: e se  l'ingegno ancor debole da reggere a quella specie di logica  Crisippea (come rifletteva più tardi lo stesso Vico) si  smarrì, si stancò e abbandonò l’ impresa, da quella di-  sfatta dovette restargli una natural ripugnanza a tale ma-  niera di filosofare, tutta astratta, artificiosa e formale,  propria dei terministi. E se un qualche profitto ne ricavò,  non poté essere altro che negativo: il senso forse della va-  nità di una filosofia che, staccati i concetti dalla realtà, e  perduto perciò ogni intimo contatto con la verità, si riduce  a giuocare con la combinazione de’ suoi concetti; un senso  di scetticismo, che gli s’ insinuò allora nell'animo, e non  poté esserne snidato dagli studi di filosofia poco stante ri-  presi e continuati sotto la guida d’ un altro gesuita, « uomo  di acutissimo ingegno, scotista di setta, ma zenonista nel  fondo » :.   Presso costui il Vico ricorda com’egli apprendesse  con piacere che le sostanze astratte hanno  più di realtà che i modi del maestro nomi-  nalista. Lo scotista lo trattenne a lungo nella metafisica  dell’ente e della sostanza, e lo invogliò poi a studiarsi da  sé le Disputationes metaphysicae di Suarez, su cui il Vico  passò un intero anno. Perché, posta pure la realtà delle  sostanze astratte, chi assicurerà l’animo invaso una       I Zenonismo è la filosofia dal Vico attribuita a Zenone nel De an-  liquissima: specie di monadismo dinamico, qui attribuito allo sco-  tista perché questi doveva spiegare la realtà fisica con principii meta-  fisici. Ma intorno al significato di questo « zenonismo » nella filosofia del  tempo, vedi il pregevole studio di GIovaNNI Rossi, Vico ne' tempi  di Vico: La cosmologia vichiana, nella Rivista filosofica del 1907, pp. 015-7.    24 STUDI VICHIANI    volta dallo scetticismo, che le nostre idee siano identiche  a quelle astratte sostanze ? Sulla via della speculazione  della sostanza, aperta da Suarez, si misero pure i grandi  padri della filosofia moderna, Cartesio e Spinoza !: e riu-  scirono a una metafisica che è una matematica, ossia a  una costruzione della realtà meramente pensata, o sol-  tanto possibile, come cominciò ad avvertire Leibniz; di  contro alla quale Kant trovò giustificabile lo scetticismo  di Hume.   Comunque, nutrito di studi siffatti, non poteva il  Vico acconciarsi alle lezioni del giurista, dal quale man-  dollo poi il padre ?: «tutte ripiene di casi della pratica  più minuta dell'uno e dell’altro fòro e dei quali non ve-  deva i principii, siccome quello che dalla metafisica aveva  già incominciato a formare la mente universale a ragio-  nar de’ particolari per assiomi o sien massime ». Sì di-  stolse quindi anche da quella scuola, e prese a studiare  da sé le Istituzioni civili del Vulteio e le Canoniche del  Canisio. E qui, specie nel Vulteio, si trovò a suo genio.  «Sentiva un sommo piacere in due cose: una in riflettere,  nelle somme delle leggi, dagli acuti interpetri astratti in  massime generali di giusto i particolari mo-  tivi dell’equità, ch’avevano i giureconsulti e gli impera-  tori avvertiti per la giustizia delle cause: la qual cosa  l’affezionò agl’interpetri antichi, che poi avvertì e giu-    I V. CARL LupEWIG, Die Substanztheorie bei Cartesius im Zusam-  menhang mit der scholastischen und neueren Philosophie, Fulda, 1893;  FREUDENTHAL, Spinoza und die Scholastik, in Philos. Aufsdtze Eduard  Zeller gewidmet, Leipzig, 1887 e una recens. in Zettschr. f. Philos. u.  philos. Krit., t. CVI, pp. 113-15; L. BRruNSCHVvICcG, La révolution car-  tésienne et la notion spinoziste de la substance, in Revue de métaphys.  et de morale, sept. 1904; G. TH. RICHTER, Spinozas philos. Terminologie  historisch u. immanent Rkritisch untersucht, I Abth. Leipzig, Barth,  1913; e le mie note all’ Etica, Bari, Laterza, 1914.   2 Francesco Verde. Sul quale, sul suo insegnamento e sul tempo  in cui il V. frequentò la sua scuola privata (1684), vedere ora NICOLINI,  Per la biografia cit., puntata I, pp. 44 Sg8., 54 S88.    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 25    dicò essere i filosofi dell’equità naturale; l’altra, in os-  servare con quanta diligenza i giureconsulti medesimi  esaminavano le parole delle leggi, de’ decreti del Senato  e degli editti de’ pretori, che interpetrano: la qual cosa  il conciliò agl’ interpetri eruditi, che poi avvertì ed estimò  essere puri storici del dritto civile romano » 1. Non Vul-  telo, dunque, e i giureconsulti romani furono il suo nu-  trimento spirituale; ma quella filosofia e quella  storia o filologia, che egli costruiva per mezzo di essi;  né la nozione giuridica del diritto era materia del suo  sommo piacere, ma quello che egli vedeva o poneva  in questo diritto con la tendenza astrattiva di uno sco-  tista, con la sottigliezza filologica di un terminista e di  un secentista (poiché, secondo l’andazzo dei tempi, an-  ch'egli era solito «spampinare nelle maniere più corrotte  del poetare moderno, che con altro non diletta che coi  trascorsi e col falso » e della poesia s’era fatto «un eser-  cizio d’ ingegno in opere di argutezza »). La giurispru-  denza diventava occasione o materia indifferente a tro-  vare nelle determinazioni dello spirito umano i principii,  i concetti fondamentali, le sostanze reali, in cui per lo  scotismo si risolve tutto il reale, e a tormentare le parole,  in cui tutte le determinazioni dello spirito pigliano corpo,  per farne sprizzare fuori l’anima, il senso riposto. Che  era un primo avviamento del problema vichiano della  constantia iurisprudentiae come constantia philosophiae  et constantia philologiae, e della Scienza nuova come  scienza a un tratto del vero e del certo.    I Questo il racconto dell’Autobiografia (1728); alla quale continuo  ad attenermi, quantunque il NicoLINI sospetti essa sia, a siffatto pro-  posito, anacronistica, e cioè che il V. (in perfetta buona fede, s' in-  tende), abbia intruso, in quella che fu l’effettiva forma mentale dei  suoi diciotto anni, parecchio dell’esperienza spirituale di chi aveva già  scritta la prima Scienza Nuova (1725): cfr. Per la biografia cit., pun-  tata I.] Intanto con questo mondo filosofico, in cui il giova-  netto si chiudeva, attraverso lo studio del diritto si poneva  la realtà che doveva essere oggetto della sua filosofia. Il  mondo del diritto è un mondo umano, creato dalla volontà.  Dentro di esso la natura non si vede; né Vico poteva  trovarvela. Approfondendone la conoscenza, come fece nei  suoi studi di Vatolla, doveva necessariamente imbattersi  nella volontà, nello spirito come libertà. Profon-  dando, eglici dice, lo studio delle leggi e dei canoni,  al quale lo portava l’obbligazione contratta col  Rocca, «in grazia della ragion canonica inoltratosi a  studiar de’ dogmi, si ritrovò poi nel giusto mezzo della  dottrina cattolica d’ intorno alla materia della grazia »;  e gli accadde di conoscere e appropriarsi tale dottrina  per l'esposizione di un teologo che faceva vedere «la  dottrina di sant'Agostino posta in mezzo, come a due  estremi, tra la calvinistica e la pelagiana e alle altre sen-  tenze che o all’una di queste due o all’altra sì avvicinano ».  Posizione, che servì poi al Vico, secondo egli stesso dichiara,  a spiegare storicamente (umanamente) le origini del di-  ritto romano ed ogni altra forma di civiltà gentilesca,  senza contraddire alla sana dottrina della grazia; che fu  perciò, possiamo dire, il primo nucleo del suo concetto  della Provvidenza, che è l’arbitrio umano accertato e deter-  minato dal senso comune *: una volontà, non imme-  diata, generica, astratta, ma determinata e concreta  attraverso la storia, nel cui corso razionale si realizza  una volontà superiore a quella dell’ individuo, un fine in  cui si risolvono i fini particolari dei singoli uomini: la  grazia. Ma questa unità di divino e di umano, se è un'esi-  genza della posizione media tra calvinismo e pelagianismo  (astratta posizione della grazia o volontà divina, e quindi  negazione della umana; ed astratta posizione della volontà       —_    I S. N., dign.] umana, e quindi negazione della divina), ha bisogno,  com'è facile intendere, di maturare per divenire un  concetto !.   Intanto Vico non dissocia lo studio del pensiero da  cui discende il diritto, dallo studio delle parole, in cui  il diritto vive. Le Eleganze del Valla lo rimandano a  Cicerone. Studia Virgilio e Orazio; e questi lo disgustano  del secentismo, e gli fan cercare Dante, Boccaccio e Pe-  trarca =. Orazio gli fa osservare che la suppellettile più  ricca alla poesia è fornita dalla lettura dei filosofi mo-  rali. E studia l’etica aristotelica, che gli mostra il fon-  damento del diritto romano essere nella ideale giustizia,  di cui parla il filosofo, architetta nel lavoro  delle città. Dalla morale così intesa si volge alla  metafisica di Aristotele; ma questa non gli spiega la ra-  gione del giusto ideale. Perché ? Allora non sapeva ren-  dersene conto. Passò a Platone; e vi trovò il fatto suo,  perché vi ebbe una metafisica, in cui la realtà è pura  idea: che era ciò che egli, l’alunno dello scotista e lettore  di Suarez, andava cercando, per non cadere, rispetto al-  l’ idea della giustizia o giustizia ideale, nel nominalismo.   Nell’Autobiografia spiega perché alla sua morale trovò  il fondamento in Platone e non in Aristotele, dando  delle due dottrine la seguente caratteristica: « Perché la  metafisica d'Aristotele conduce a un principio fisico, il  quale è materia, dalla quale si educono le forme parti-  colari, e si fa Iddio un vasellaio che lavori le cose fuori  di sé; ma la metafisica di Platone conduce a un principio  metafisico, che è lor idea eterna, che da sé educe e crea la    1 Vedi in proposito qui appresso il cap. IV: Dal concetto della grazia  a quello della Provvidenza.   2 Così l’Autobiografia. Ma a determinare il passaggio del V. dal  Secentismo al purismo trecentesco concorse moltissimo, sebbene egli  non lo dica, l'influsso di Leonardo di Capua. Cfr. NicoLINI, Per la  biografia cit., puntata III.    28 STUDI VICHIANI    materia medesima, come uno spirito seminale che esso  stesso si formi l’uovo ». Dove non è propriamente definita  né la metafisica di Aristotele, né quella di Platone. L’ Id-  dio aristotelico che pensa se stesso, è troppo pago di sé  perché possa fare questo mestiere del vasellaio, che tragga  le forme dalla materia. Tutte le forme le ha in sé; e  quindi anche quella della giustizia. D'altra parte, l’ idea,  che è l’ente, per Platone, ha fuori di sé la materia, che  è il non-ente, e non può edurla quindi da sé. Questo pla-  tonismo polemizzante con Aristotele non è filosofia plato-  nica, ma posteriore ad Aristotele, neoplatonica. E più  in là, dove il Vico accenna allo studio della fisica gassen-  diana e cartesiana da lui potuto fare in quello stesso torno  di tempo, a Vatolla, su Lucrezio e sui Fundamenta phy-  sicae del Regio, dice esplicitamente che «queste fisiche  gli erano come divertimenti dalle meditazioni severe sopra  i metafisici platonici » 1. E altrove ricorda i Marsili Ficino,  i Pico della Mirandola, e lamenta che i letterati napole-  tani, che dianzi volevano le metafisiche chiuse nei chio-  stri, poi per la moda cartesiana avessero preso «a tutta  voga a coltivarle, non già sopra i Platoni e i Plotini coi  Marsili, onde nel Cinquecento fruttarono tanti gran let-  terati, ma sopra le Meditazioni di Renato delle Carte ».    I Anche a codesto proposito, l’Autobiografia, secondo il Nicolini,  è anacronistica. Antigassendiano e soprattutto anticartesiano, il V. se-  condo lui, fu soltanto dal 1710 in poi. Nella sua gioventù,invece, anch'egli  partecipò all'’ammirazione dei suoi amici e concittadini per Lucrezio  (sul quale è da vedere un suo importante giudizio in Opere, ediz. Fer-  rari, VI, 138, e cfr. Croce, Filos. di G. B. V.2, p. 203); e, pur con  riserve in fatto di estetica (comuni, del resto, al Caloprese e agli altri  cartesiani napoletani) fu anch’egli per non pochi anni, cartesiano. Vedere  al riguardo NIcOLINI, Per la biografia, puntata III. Aggiungo per curio-  sità che le opere di ARISTOTELE furono studiate dal V. in un esem-  plare della magnifica edizione giuntina del 1550 sgg., il quale, serbato  Oggi dalla famiglia Ventimiglia di Vatolla, reca ancora l’ex libris del  convento di Santa Maria della Pietà di quella terra. E quell’edizione  reca appunto il «gran commento » di Averroè. Cfr. NICOLINI, Per la  biografia, puntata II.    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 29    L’aristotelismo rifiutato dal giovane Vico era dunque  quel dualismo rigido, a cui esso s'era ridotto in Averroè !;  il platonismo da lui abbracciato è il monismo emanatistico  di Plotino così strettamente affine a quello del De la  causa di Bruno 2. Lo spirito seminale è il Xyog  otepuatimnòe O tvebpa orsppatixòv: quei spiritalia et vI-  vifica semina, onde, secondo il Ficino, l’anima del mondo,  emanazione di Dio e vita vitarum, avviverebbe la natura.   Punto di capitale importanza nella storia del pensiero  di Giambattista Vico. Dal neoplatonismo egli dovette ri-  cevere un forte impulso ad approfondire il concetto ago-  stiniano della grazia come mediazione della volontà umana    I Cfr. Autob., p. 11: «La metafisica non lo aveva soccorso per gli  studi della morale, siccome di nulla soccorse ad Averroè....» e p. 19:  «Ne’ chiostri.... era stata introdotta fin dal sec. XI la metafisica d’Ari-  stotile, che quantunque per quello che questo filosofo vi conferì del  suo ella avesse servito innanzi agli empi averroisti....». Qui risuona  l'eco della polemica di Marsilio Ficino contro l’averroismo. Un ravviÌ-  cinamento del pensiero vichiano a quello del Ficino fece già F. DE  SANCTIS, St. d. letter. ital., ed. Croce. Bari, Laterza, 1912, II, 290-1; e  poi meglio K. WERNER, G. B. Vico als Philosoph und gelehrter Forscher,  Wien, Braumiiller, 1881, pp. 8-9; per cui cfr. FLINT, Vico, Edimburgh  a. London, 1884, pp. 74-5, 128-9. In una recensione della prima edi-  zione di questi studi un critico della Civiltà Cattolica, quaderno del  5 febbraio 1916, osservava che se Vico nella pref. al Diritto Universale  dice che « Aristoteles in Ethicis doctrinae civilis principia vecte aut a  divina philosophia esse repetenda: namque haec metaphysices argumenta  Philosophi alteram philosophiae partem statuebant, et ‘ verum divinarum *  nomine significabant »: «da ciò appare come il Vico non avesse nella  prima fase de’ suoi studi rifiutato, secondo vorrebbe il Gentile, l’ari-  stotelismo, quasi dualismo rigido, a cui esso si era ridotto in Averroè ».  Ma io avevo detto: «L'aristotelismo rifiutato dal giovane Vico era  dunque quel dualismo rigido, a cui esso s'era ridotto in Averroè ».  Dunque, non io avevo affermato che Vico avesse respinto l’ aristotelismo:  questo lo dice esso il Vico. Io dicevo invece che, sotto nome di aristote-  lismo, il Vico aveva respinto l’averroismo.   2 «Questo è nomato da’ Platonici fabro del mondo [cfr. il fab-  bro del mondo delle nazioni di Vico].... Plotino lo dice  padre e progenitore, ed è il prossimo dispensator de le forme. Da nol  si chiama artefice interno, perché forma la materia e la figura da dentro,  come da dentro del seme o radice manda ed esplica lo stipe; da dentro  lo stipe cacci i rami» ecc. Così G. Bruno, De la causa, in Opere ita-  liane, ed. Gentile, I2, 179, e cfr. De minimo, I, 3, in Opera latine conser,  I, III, 142.    3    30 STUDI VICHIANI    e della divina, e attingere il primo bisogno dell’imma-  nenza del divino nella natura e nella storia. Una pagina  della Theologia Platonica (IV, I) del Ficino dovette fer-  mare certamente la sua attenzione, poiché un’eco ne ri-  suona, molti anni dopo, nelle teorie fondamentali del De  antiquissima e della stessa Scienza Nuova; e merita esser  riletta. |    Proinde si ars humana nihil est aliud quam naturae imitatio  quaedam, atque haec ars per certas operum rationes fabricat  opera, similiter efficit ipsa natura, et tanto vivaciore sapien-  tioreque arte, quanto efficit efficacius et efficit pulchriora. Ac  si ars vivas rationes habet, quae opera facit non viventia, neque  principales formas inducit, neque integras, quanto magis pu-  tandum est vivas naturae rationes inesse, quae viventia generat,  formasque principales producit et integras ! Quid est ars humana?  Natura quaedam materiam tractans exstrinsecus [cfr. il vasellaio  del Vico]. Quid natura ? Ars intrinsecus materiam temperans, ac  si faber lignarius esset in ligno. Quod si ars humana, quamvis  sit extra materiam, tamen usque adeo congruit et propinquat  operi faciundo, ut certa opera certis consummet ideis, quanto  magis ars id naturalis implebit, quae non ita materiae superficiem  per manus aliave instrumenta exteriora tangit, ut geometrae  anima pulverem, quando figuras describit in terra, sed perinde  ut geometrica mens materiam intrinsecus phantasticam fa-  bricat. Sicut enim geometrae mens, dum figurarum rationes  secum ipsa volutat, format imaginibus figurarum intrinsecus phan-  tasiam, perque hanc spiritum quoque phantasticum absque labore  aliquo vel consilio, ita in naturali arte divina quaedam sapientia  per rationes intellectuales vim ipsam vivificam et motricem ipsi  coniunctam naturalibus seminibus imbuit, perque hanc mate-  riam quoque facillime format intrinsecus. Quid artificium ? mens  artificis in materia separata. Quid naturae opus ? naturae mens  in coniuncta materia. Tanto igitur huius operis ordo similior  est ordini qui in arte est naturali, quam ordo artificii hominis  arti; quanto et materia propinquior est naturae quam homini,  et natura magis quam homo materiae dominatur. Ergo dubitabis  certorum operum certas in natura ponere rationes ? Imo vero  sicut ars humana quia superficiem tangit materiae, et per contin-  gentes fabricat rationes, formas similiter solum efficit contingentes,    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 3I  é    sic naturalem artem, quia formas gignit sive eruit substantialis  ex materiae fundo, constat funditus operari per rationes essen-  tiales atque perpetuas !.    E si riscontri quest'altro luogo dello stesso Ficino nel  suo Commento al Parmenide platonico:    Cum enim nos per cognitionem non simus authores rerum,  nulla forsan est ratio quare percipiamus eas, nisi proportio quae-  dam; cum vero divina scientia sit causa prima rerum, non ideo  res cogniturus est Deus, quia congruat cum natura rerum, sed  ideo cognoscit quoniam ipse est causa rerum. Qui, cognoscendo  se ipsum principium omnium, omnia statim et cognoscit et facit ?.    Nella tradizione platonica italiana questa equazione  tra conoscere e fare rimase un punto fermo, e fu ripetuta  talvolta come un luogo comune anche da filosofi che non  fecero poi su questo concetto tanta attenzione da sentire  il bisogno di svilupparlo e connetterlo intimamente con  le altre loro dottrine. Così nel trattato De arcanis aeterni-  tatis di G. Cardano s'incontra una chiara formulazione  della stessa dottrina vichiana, quantunque lasciata lì  senza svolgimento e senza rilievo. Il Cardano dice:    Anima humana in corpore posita substantias rerum attingere  non potest, sed in illarum superficie vagatur sensuum auxilio,  scrutando mensuras, actiones, similitudines ac doctrinas. Scientia  vero mentis, quae res facit, est quasi ipsa res, velut etiam in  humanis scientia trigoni, quod habeat tres angulos duobus rectis  aequales, eadem ferme est ipsi veritati: unde patet naturalem  scientiam alterius generis esse a vera scientia in nobis 3.    E non avrà letto il Vico questa pagina del Cardano ?  Egli non cita mai né Bruno, né Campanella. Ma non è       I M. Ficino, Opera, Basilea, 1561, t. I, p. 123.  2? Comm. in Parm., c. 32, in Opera, II, 1149.  3 Tract. de arc. aetern., c. 4. Cfr. FIORENTINO, B. Telesio, I, 212.    32 STUDI VICHIANI    meraviglia, chi pensi ai suoi profondi scrupoli religiosi.  Che egli tuttavia, con quella sua insaziabile curiosità, che  gli faceva cercare ogni sorta di libri, non leggesse anche  di questi filosofi famosi ancorché esecrati quel che trovava  nella biblioteca del Valletta, a lui, come sappiamo di  sicuro, ben nota :, non è credibile. Ora in quella biblio-  teca sì conservava (e si conserva tuttavia nella Biblioteca  dei Gerolamini, dove i libri del Valletta passarono) l’esem-  plare della «Scelta d’alcune poesie filosofiche di Set-  timontano Squilla cavate da’ suoi libri detti La Cantica  con l’esposizione, stampato l'anno MDCXXII » che era  stato usato e corretto dall'autore medesimo. Ed era libro  che il Valletta non solo possedeva, ma aveva letto? egli  stesso, e poteva perciò aver avuto egli stesso occasione  di additare all'amico filosofo e gran divoratore di libri.  In quelle Poesîe il Vico poté leggere i seguenti versi:    Ma lo Senno Primero   che tutte cose feo   tutte è insieme, e fue;   né per saperle, in lor si muta Deo,   S’egli era quelle già in esser più vero.   Tu, inventor, l’opre tue   sai, non impari; e Dio è primo ingegniero.    I Autob. ed. CROCE, pp. 41, 113, 192. È anzi tanto più sicuro che con  la biblioteca Valletta il V. avesse familiarità fin dai suoi primi studi,  in quanto il Valletta appunto, ch'egli aveva conosciuto nella sua pue-  rizia, fu uno dei suoi primi protettori e colui che lo indusse a porre  a stampa le sue prime poesie: cfr. NICOLINI, Per la biografia cit., pun-  tata I, pp. 30 sgg., e puntata III.   2 [Cfr. infatti L. AMABILE, Il Santo Officio della Inquisizione in Na-  poli, Città di Castello, 1892, II, 67 n. 1. E come la Scelta di poesie, così  il Valletta possedeva e aveva lette altre opere del Campanella. « Ho rice-  vuto »,scriveva, per es., in una sua lettera inedita al Magliabechi, ser-  bata nel magliabechiano segnato VIII, 1090, « ho ricevuto l’ Incredulo  senza scusa del p. SEGNERI, dove ho lette molte cose riportate dal pa-  dre CAMPANELLA nel suo Afeismo trionfato....». (Comunicazione di F.  NICOLINI)}.    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 33    «Dio primo ingegniero » è frase che infatti si ritroverà  nello stesso Vico !. Il quale, nell'esposizione degli stessi  versi, poté trovare che « Dio è il primo ingegniere avanti  la Natura; però sa il tutto; l’ insegna e non l’ impara »?.  E in altro luogo3 dell’esposizione: «Se l’alma non sa  come s’ è fabbricato il corpo, né come fece tante membra  a tanti usi, né come si frena il calore etc., è segno  ch’essa non fece il corpo»n4.   Da questa dottrina neoplatonica non è dubbio che,  quando l’avrà covata nel suo cervello e fecondata di sue  osservazioni, il Vico trarrà l’opposizione scettica della  gnoseologia del De antiquissima tra il sapere divino che è  formazione intrinseca della natura, e il sapere umano che  è la formazione estrinseca e superficiale, di cui parla il  Ficino 5; ma trarrà anche la sua intuizione dinamica o,    I De antiquissima, in Opere I, 179, e Vindiciae, in Opere, ed. Fer.  rari, IV, 309-310.   ® CAMPANELLA, Poeste, ed. Gentile, p. 33.   3 O. c., p. 143.   4 Niun dubbio, io credo, che al Vico doverono esser note anche  altre opere del Campanella, e che meriti di essere studiato il problema  delle suggestioni che dové riceverne. Alle osservazioni di A. SARNO,  (Campanella e Vico, nel Giornale critico della filosofia ital., IV, 1924,  p. 137) altre importanti ce ne sarebbero da aggiungere. Cfr. il mio  G. Bruno e il pensiero del Rinascimento?, Firenze, Vallecchi, 1925,  p. 276. Aggiungo qui un riscontro alla dottrina vichiana della Prov-  videnza relativa alla eterogenia dei fini. Campanella (nella Città del  sole ed. Kvaéala, p. 65) dice: « Però gli spagnoli trovaro il resto del  mondo, benché il primo trovatore fu il Colombo nostro genovese, per  unirlo tutto a una legge; e questi filosofi saranno testimoni della ve-  rità eletti da Dio; e si vede che noi non sappiamo quello che facemo,  ma siamo instrumenti di Dio: quelli vanno per avarizia di danari cer-  cando nuovi paesi, ma Dio intende più alto fine. Il sole cerca strug-  gere la terra, non far piante e uomini; ma Dio si serve di loro: in  questo sia laudato ». Cfr. ed. Paladino, p. 59.   5 La derivazione neoplatonica di questa dottrina vichiana è ormai  riconosciuta. Vedi Croce, Fonti della gnoseologia vichiana, in Saggio  sullo Hegel seguito da altri scritti ecc., Bari, Laterza, 1913, pp. 250-I.  GIAN PaoLo ricorda anche lui questo concetto del conoscere come fare,  attribuendolo agli scolastici: «So wie nach den Scholastikern Gott  alles erkennt, weil er es erschafft, so bringht das Kind nur ins geistige  Erschaffen hinein; die Fertigkeit des erkennden Aufmerkens folgt dann  von selber »: Levana, $ 131. Ma si tratta di una vaga reminiscenza.    34 STUDI VICHIANI    com’egli, confondendo in uno Zenone d’ Elea con quello  di Cizio, userà dire, zenonistica !: che è vero e proprio  panteismo. E quell’opposizione, se dapprima potrà dar  luogo allo scetticismo della metafisica vichiana, più tardi  renderà possibile la profonda concezione — che è la sco-  perta di Vico — della scienza del mondo umano, 0, com’ è  stato detto, della metafisica della mente. Giacché, una  volta ammesso il concetto neoplatonico, svolto anch'esso  dal Ficino ?, che Deus omnia agit et servat, et in omnibus  omnia operatur, poiché causae rerum sequentes Deum nihil  agunt absque virtute actioneque divina, Dio, immanente  nell’operare di una natura esterna a noi, sarà fuori di noi  (onde la nostra conoscenza della natura non potrà aver  verità); ma Dio immanente nella volontà umana sarà    I Nell’ Autobiografia, nel De antiquissima, nella Sec. risposta al  Giorn. d. letterati il Vico parla indifferentemente di Zenone e della sua  scuola (de Zenone eiusque secta, Zenonii) e di Zenone e degli stoici,  mostrando perciò di unificare i due Zenoni. E Znv@vetot in Dio. L.,  VII, 5 son detti gli stoici. La dottrina di Zenone, che Vico dice ma-  lamente riportata e combattuta da Aristotele (nel VI della Fisica),  è la celebre aporia dell’ Eleate intorno alla molteplicità, dove si arresta  la divisione del continuo a quel minimo, che egli poi dimostra non  potersi insieme non concepire come massimo. Ma la ricostruzione che  il Vico stesso nella Sec. risposta $ 4 dà della sua interpretazione dei  punti metafisici (che parrebbero questi minimi), risalendo ai numeri  zenoniani-pitagorici, è fantastica. Realmente egli aveva contaminato  il concetto dell’ Eleate con la dottrina stoica, ed il dinamismo del De  antiquissima è di origine stoica. Si chiamino punti metafisici i X6yot  orepuatixot, e la metafisica di Vico avrà la sua base nello stoicismo.  Con la cui rpévota, quale si ritrova nei neoplatonici, da Plotino (Enn.  III, 2, 3) a Ficino (7A. pI. II, 13), dovrebbe pure essere messa in relazione  la Provvidenza della Scienza Nuova. Ma non mi par dubbio  che al Vico lo stoicismo perviene attraverso i neoplatonici. E mi par  degno di nota che la polemica vichiana contro il concetto della divi-  sione all’ infinito opposto da Aristotele a Zenone (De ant. c. IV, $ 2)  si riscontra puntualmente con quella che contro lo stesso concetto aveva  rivolta fin dal 1591 il Bruno nel De triplici minimo, I, 6-8: in cui può  parere che si ripiglino gli argomenti lucreziani in favore dell’atomo,  ma in realtà, come in Vico, si trasforma l’atomo in conato, o operazione  dell'anima del mondo (v. GENTILE, G. Bruno e il pensiero del Rinasci-  mento, pp. 223-4). Le radici delle due filosofie, bruniana e vichiana, si  toccano e s' intrecciano.   2 Theol. plat., II, 7.    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 35    in nol, proprio come diceva Bruno, più che noi medesimi  non siamo dentro a noi (e la conoscenza del nostro mondo  sarà certa) !.   A Vatolla giungevano bensì le novelle di Napoli  e delle forme di cultura che colà venivano in auge.  La notizia del nuovo epicureismo, messo in onore dal  Gassendi, fa studiare al Vico Lucrezio: la cui dottrina,  data già la sua intuizione metafisica, non poteva non  apparirgli quale gli apparve, o almeno, egli asseriva  molti anni più tardi, che gli era apparsa ?: «una filo-  sofia da soddisfare le menti corte de’ fanciulli e le deboli  delle donnicciuole ». Questo studio gli servi «di gran  motivo di confermarsi vie più ne’ dogmi di Platone » 3;  cioè dei neoplatonici; pensando 4 « essere principio delle  cose tutte una idea eterna, tutta scevera da corpo, che  nella sua cognizione, ove voglia 5, crea tutte le cose in    I Cfr. il concetto vichiano dell’astuzia della Provvidenza, per cui  il vero soggetto nostro trascende neoplatonicamente il nostro soggetto  empirico e i suoi fini particolari e finiti.   ® Si veda sopra p. 28 nota 1. Qui si aggiunge che della voga go-  duta a Napoli dal poema lucreziano, il V., più che da lontano e per  sentito dire, ossia a Vatolla, ebbe notizia molto da vicino e per cono-  scenza diretta, vale a dire a Napoli stessa. Cfr. NICOLINI, Per la bio-  grafia, puntata II.   3 Ma non forse, com’ è detto nell’ Autobiografia, durante il periodo  vatollese, bensì alcuni anni più tardi, e forse non troppo prima del 1708.  Cfr. NicoLINI, Per la biografia, puntata III.   4 Autob., p. 17.   5 « Non operari eum [Deum] externos effectus per meram intelligen-  tiam, nisi accedat voluntatis assensus »: Ficino, Th. fI., II, 11; t. I,  p. 107. Può parere la dottrina di S. Tommaso, Summa theol., I, q. XIV,  a. 8. Se non che, per Ficino, come già per Plotino, come per Bruno e  per Spinoza, la volontà razionale di Dio coincide con l'intelligenza,  ed è quindi libera in quanto necessaria. Vedi Th. pi., II, 12: «Si ubi  plus est rationis, ibi sortis est minus, in Deo, qui summa ratio est,  vel fons rationis, nihil potest cogitari fortuitum.... Necessitas autem  ipse est Deus.... Et quoniam necessitati nulla praeest necessitas, ideo ibi  est summa libertas.... At in Deo idem est re ipsa esse, intelligere, velle.  Quamobrem ita est per voluntatem suam intelligentiae essentiaeque suae  compos, ut non modo sicut est et sicut intelligit suapte natura, ita  quoque velit, verum etiam sicut vult, ita intelligat atque existat ».  Cfr. PLotINO. Enn.] tempo e le contiene dentro di sé e contenendole le so-  stiene » !.   A Napoli era salita in pregio la fisica sperimentale,  e si magnificava il nome di Roberto Boyle. Vico ne ebbe  sentore; ma egli stesso ci dice di averla voluta «da sé  lontana.... perché nulla conferiva alla filosofia dell’uomo....  ed egli principalmente attendeva allo studio delle leggi  romane, i cui principali fondamenti sono la filosofia degli  umani costumi e la scienza della lingua e del governo ro-  mano, che unicamente si apprende sui latini scrittori ». Il  suo spirito graviterà sempre più verso il mondo umano;  di un umanesimo concepito come accade di concepirlo a  chi la realtà umana sia avvezzo a mirare nel diritto posi-  tivo, ossia come società. Ond’ è che non gli parrà mai  morale quella degli stoici né quella degli epicurei, « sic-  come quelle che entrambe sono una morale di solitari ».   Poi venne a sapere «aver oscurato la fama di tutte le  passate la fisica di Renato delle Carte »; e cercò averne  contezza. Ma già infatti l'aveva studiata e giudicata nel-  l’opera del Regio, e l'aveva respinta perché meccanica al  pari di quella di Epicuro.   Tornò definitivamente a Napoli; e trovò tutta Napoli  cartesiana; e per amor di Cartesio tornata anche alla  metafisica 2. « Si erano cominciate a coltivare le Medita-  zioni metafisiche ». Egli, l’autodidatta, tuttavia immerso  nelle « meditazioni severe sopra i metafisici platonici »,  non provò per la metafisica cartesiana la stessa ripugnanza  che per la fisica. Vide e non vide il carattere di questa filo-  sofia: non la trovò coerente, perché « alla sua fisica con-    I « Deus ideo est in omnibus, quia omnia in eo sunt, quae nisi essent  in eo, essent nusquam, et omnino non essent »: FicIino, op. cit., II, 6;  G. Pico, Heptaplus, V, 6.   2? Naturalmente, nell’affermarsi assai sorpreso di trovar Napoli  affatto diversa da quella ch’egli aveva lasciata, il V. esagera, secondo  il Nicolini, giacché, come s’è detto, i suoi contatti con la sua città  natale durante il novennio vatollese erano stati frequenti e talora abba-  stanza lunghi.] verrebbe una metafisica che stabilisse un solo genere di  sostanza corporea operante »: e quindi alla sua metafisica  una fisica fondata sui principii spirituali (spiriti seminali)  dei corpi. Ed aveva ragione, come dimostrava in quel  torno, a insaputa di Vico, il Leibniz, che movendo dal  cogito cartesiano, trasformava il meccanismo nel dina-  mismo. E in conclusione quello sterile abbozzo metafisico  delle Meditazioni, soffocato dal meccanismo quindi in-  capace di svolgimento sistematico, parve al Vico niente  più che un brandello del platonismo suo. Più tardi, quando  s'acuì il suo senso di avversione al cartesianismo, scrisse  addirittura il Descartes non aver fatto altro che tracciare  «alquante prime linee di metafisica alla maniera di Pla-  tone.... per avere un giorno il regno anche tra’ chiostri,  dove una metafisica materialista non sarebbe stata mai  accolta ». Ingenuo giudizio postumo. Quando, intorno  al 1695, poté conoscere le Meditazioni dovette scorgervi  tracce luminose di verità, rese più visibili dal contrasto  di esse col giudizio che egli aveva dato della fisica carte-  siana e con l’aspettativa, poi delusa, che questa gli aveva  fatto nascere rispetto alla metafisica. L’ inconseguenza  cartesiana dové parergli una felix culpa, da render degno  di stima anche ai suoi occhi il celebrato filosofo francese;  e con l’acrisia ermeneutica, della quale doveva dare nelle  sue opere così curiosa dimostrazione !, dovette in un primo  momento piuttosto esagerare che attenuare il merito  del Cartesio, scorgendovi più platonismo che realmente  non vi sia, e che lo stesso Vico più tardi non vi ricono-  scesse. Il suo neoplatonismo non era la preparazione  più adatta per entrare nello spirito del cartesianismo,  né per quel che è il difetto, né per quel che è il pregio di  esso. Ei rimase chiuso dentro di sé a rimuginare il suo    I V. le note del NicoLinI alla sua edizione della Scienza Nuova.    38 STUDI VICHIANI    pensiero; e quel Cartesio che vi ammise, fu un Cartesio  neoplatonico.   Giova chiarire brevemente questa situazione. L’ intui-  zione fondamentale cartesiana (metafisica) è direttamente  opposta alla platonica e neoplatonica: in quanto questa  è orientata verso l’ Uno, o l’ Idea, o Dio, come oggetto o  come verità; quella invece verso il pensiero, come soggetto  o certezza. Il problema di Platone è appunto il con-  cetto della verità, quello di Cartesio il concetto della  certezza. Dentro ciascuno di questi concetti le due  filosofie ricomprendono, naturalmente, e costruiscono  tutta la realtà, la quale nell’uno e nell’altro è diversa sol-  tanto se si considera come contenuto del rispettivo con-  cetto, in cui si organizza. Lo stesso concetto della cer-  tezza, c’ è nel platonismo, ma come momento del concetto  della verità; e questo c’ è nel cartesianismo, ma come mo-  mento del concetto della certezza. La differenza, in altri  termini, è nel punto di partenza, in quanto Platone muove  dalla massima oggettività (le idee come mondo intelligi-  bile), e Cartesio dalla massima soggettività (1’ idea come  attività intelligente). Vico, platoneggiando, muove dalla  massima oggettività (quella idea, che egli dice scevera da  corpo): e però in Cartesio, quando vi trova solo alquante  linee di metafisica platonica, non vede il principio, il cen-  tro stesso, intorno a cui tutto gravita: la certezza; o me-  glio, vi vede questo concetto, platonicamente, come mo-  mento della verità. Le critiche che farà più tardi a Cartesio  attesteranno appunto questo capovolgimento che egli fa  del cartesianismo. Ma queste critiche, com’ è naturale, ver-  ranno più tardi in conseguenza della logica che egli met-  teva dentro al suo concetto del cartesianismo.   Qui è l'urto dell’autodidatta col pensiero del tempo  suo: poiché col vecchio cervello esercitato sulle opere  della libreria dei Minori Osservanti di Vatolla egli si  trova a pensare un mondo nuovo, prodottosi intanto nella    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 39    cultura europea. Lo scetticismo intorno alle scienze na-  turali, che trovò a Napoli sostenuto da uomini come Tom-  maso Cornelio e Leonardo da Capua ', non doveva fargli  specie: anzi veniva incontro a quella opposizione tra sa-  pienza umana e divina, che egli aveva trovata nei neo-  platonici. La filosofia galileiana di un Luca Antonio  Porzio, suo stretto amico ?, dovette parergli una esemplifi-  cazione appunto dell’arte umana incapace d’entrare nel-  l’ interno della natura. Bacone, conosciuto in quel tempo,  non destò per altro la sua ammirazione, che per avere  nel De augmentis esposto l’elenco dei desiderati della  scienza. Quell’altro aspetto della soggettività, a cul mi-  rava il filosofo inglese nella sua polemica contro la logica  aristotelica e nella rivendicazione del sapere come ricerca  della causa reale, non poteva fermare la sua attenzione.  Questa nuova filosofia non poteva avere un significato  per lui, rimasto cogli occhi intenti sulla realtà platonica,  oggetto del pensiero.   Eppure il suo cuore non era in quella realtà. La filo-  sofia egli l'aveva cercata per intendere il mondo umano.  Per questo aveva cercato l’etica aristotelica; per questo  ne aveva schivato la metafisica intesa a mo’ degli aver-  roisti, e s'era volto ai platonici. Per questo mondo, che è  mondo dell’umana volontà, s'era affacciato alle contro-  versie sulla grazia, e s'era fermato in un concetto che  non negasse l'autonomia del volere umano, ma né pure  l'azione su di esso del volere divino. E facendo sua la  metafisica degli zenonisti, per salvare il suo mondo, era  scantonato innanzi alla loro morale. E perché il suo in-  teresse era tutto in cotesto mondo, non lo aveva attratto    I Autob., pp. 21, 33; e del CORNELIO v. il De ratione philosophandi,  in Progymnasmata physica, Napoli, 1688, pp. 66 e sgg. Cfr. ora il ci-  tato scritto del Croce, Fonti della gnoseologia vichiana.   2 Autob., p. 37.    40 STUDI VICHIANI    Boyle con la sua fisica da tutti vantata; ed egli poté con-  sentire con gli scettici della scienza della natura, e, oltre  Platone raffigurante l’uomo quale deve essere, leggere  Tacito che lo rappresenta quale è, e in Bacone ammirare  il magnanimo programma della storia umana futura.  Questo umanesimo è dentro lo stesso vecchio cervello del  platonico filosofante; e preme da dentro per rompere la  corteccia, o scioglierla, piuttosto, e riassorbirla nel cir-  colo della sua vita. Poiché Vico non resterà di qua da  Cartesio e da Bacone; anzi se li lascerà indietro; ma con  quanta fatica, si sforzerà di procedere, e di dare intera la  vita a quell’umanesimo che gli si agita dentro ! Né dalla  contraddizione si libererà mai del tutto.   Quando nel dicembre 1697 si bandisce il concorso per  la cattedra di rettorica dell’universià, qual meraviglia  che il nostro umanista, abituato a cercare il pensiero  nelle parole, e nelle parole il pensiero, lettore assiduo di  poeti e di filosofi, a intelligenza del suo diritto romano,  vi slinscriva ? Il 31 gennaio 1699 è nominato professore  di rettorica, alla cattedra di cui si dovrà contentare per  tutta la vita. Ma qual meraviglia se il nuovo professore,  dovendo per l’ ufficio suo recitare nell’annuale inaugura-  zione degli studi un discorso d’occasione, trasformerà  ogni volta l’ordinaria parenesi rettorica in una medita-  zione filosofica ?    II.    I primi documenti diretti del pensiero filosofico del  Vico (poiché finora abbiamo ragionato dei suoi primi  studi vagliando i suoi ricordi, non anteriori al 1725),  sono le sei orazioni inaugurali da lui scritte tra l’otto-  bre 1699 e l'ottobre 1707: la prima e le ultime quattro    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 4I    pubblicate da Antonio Galasso nel 1867 ! di sul mano-  scritto, in cui l’autore, non avendole messe a stampa,  le aveva raccolte e donate al suo amico p. Antonio da  Palazzuolo; la seconda acefala, dal Villarosa nel 1823 ?,  e quindi ristampata più volte nelle varie raccolte delle  opere vichiane; ma dal Galasso integrata del principio  che si desiderava. Questi scritti, per altro, da mezzo se-  colo che sono venuti alla luce, non sono stati mai studiati  con l’attenzione che meritano le prime manifestazioni  di un pensiero così profondamente originale. Quando  furono pubblicati, il Cantoni, che due anni prima aveva  pubblicato sul Vico un’ampia monografia (dalla quale,  a dir vero, non risulta perché l’autore giudicasse il filosofo  napoletano degno di un così largo studio) 3, se trovò lode-  vole l’opera del Galasso 4, non esitò a dire che queste  orazioni «si aggirano intorno ai vantaggi del sapere e  dello studio, e per verità, meno qualche considerazione  qua e là, esse non escono dai luoghi comuni delle mille  orazioni accademiche che si fecero sopra un tale argo-  mento » 5. Roberto Flint, che è stato degli studiosi più  accurati della filosofia vichiana, riconobbe che le prime  tracce di questa son da cercare in queste orazioni, vedendo  qual conto fosse da fare del giudizio che ne dà nella sua  Vita lo stesso Vico; e fece di queste orazioni una succinta    I Cinque orazioni latine inedite di G. B. V. pubbl. da un cod. ms.  della Bibl. naz. [di Napoli] per cura di A. GaLasso, Napoli, Morano,  1869. Una nuova edizione è nel primo volume delle Opere, a cura  di Giovanni Gentile e Fausto Nicolini, e a questa edizione mi riferisco  in questo volume ove cito soltanto: Opere, I.   2 JoH. B. Vici, Opuscula, Neapoli, pp. 191-208.   3 V. le mie Orig. della filos. contemp. în Italia, 1%, pp. 280-85, e  A. FacGI, Cantoni e Vico, nella Riv. filos., IX (1906), pp. 593 S8g8-   4 Il Galasso premise alle orazioni un lungo discorso col titolo Storia  intima della Scienza Nuova; il quale gira molto largo, e non stringe  mai da presso la questione del valore storico delle orazioni pubblicate.   5 C. CANTONI, recensione del vol. del Galasso nella Nuova Antologia  del 1870, vol XIV, p. 392.    42 STUDI VICHIANI    analisi !, additando alcuni concetti, che saranno ripresi  e svolti nelle opere posteriori. Ma l’analisi merita di essere  ripresa e guidata da un più pieno concetto storico dello  svolgimento di tutto il pensiero vichiano.   Soggetto della prima orazione è la dimostrazione della  sentenza: Suam ipsius cognittonem ad omnem doctrina-  rum orbem brevi absolvendum maximo cuique esse in-  citamento; ossia che la conoscenza dello spirito contiene  in sé i principii di tutto lo scibile, poiché nello spirito  umano si contraggono tutte le forme del reale. Era stato  un concetto eloquentemente svolto dal Pico nel De hkoma-  nis dignitate, e anche altrove. Dio, secondo il Pico, creato  il mondo e fatto Adamo, avrebbe detto a questo: « Nec  certam sedem, nec propriam faciem, nec munus ullum  peculiare tibi dedimus, o Adam, ut quam sedem, quam  faciem, quae munera tute optaveris, ea, pro voto, pro tua  sententia, habeas et possideas. Definita caeteris natura intra  praescriptas a nobis leges coèrcetur; tu nullis angustiis coèr-  citus, pro tuo arbitrio, in cuius manu te posui, tibi illam  praefinies. Medium te mundi posui, ut circumspiceres inde  commodius quicquid est in mundo. Nec te coelestem, neque  terrenum, neque mortalem, neque immortalem fecimus, ut  tur 1psius quasi arbitrarius honorariusque plastes et fictor,  in quam malueris, tute formam effingas. Poteris in inferiora,  quae sunt bruta, degenerare; poteris in superiora, quae sunt  divina, ex tui animi sententia regenerari ». All’uomo perciò  è dato habere quod optat, 1d esse quod velit. I bruti, da che  nascono, portano seco quel che potranno mai possedere.  Gli spiriti supremi (gli angeli) furono fin da principio,  o poco dopo, ciò che saranno in eterno. Nascenti homini  omnifaria semina et omnigenae vitae germina indidit Pater.    I R. FLINT, Vico, pp. 50-58. Un breve cenno, proporzionato all’ in-  dole del suo libro, ne ha fatto B. Croce, La filosofia di G. B. V. A seconda di quello che ne avrà coltivato, ognuno crescerà  e fruttificherà. «S7 vegetalia, planta fiet; si sensualia,  obbrutescet; si rationalia, coeleste evadet animal; si intel-  lectualia, angelus eritt et Dei filius. Et si, nulla  creaturarum sorte contentus, in unitatis centrum suae se  receperit, unus cum Deo spiritus factus, in solitaria Patris  caligine, qui est super omnia constitutus, omnibus ante-  stabit »*. E per questa sua onnifaria natura l’uomo si  può dire possegga l’ immagine di Dio. Non la sua natura  spirituale, intelligibile, invisibile e incorporea è il carattere  privilegiato che fa ritrovare in lui un'immagine di Dio.  La stessa natura è negli angeli, e più eccellente, e meno  commista alla natura contraria. La proprietà, onde  l’uomo si assomiglia a Dio, è questa, che «kominis sub-  stantta omnium in se mnaturarum substantias et totius  universitatis plenitudinem re ipsa complectitur ». Re ipsa:  vale a dire, non in quanto le può pensare, ma in quanto  può realizzarle. Con questa sola differenza tra Dio e l’uomo:  che il primo contiene in sé tutto, come principio di tutto;  1l secondo contiene tutto, come medio tra tutti gli esseri,  onde in lui tutti gli esseri inferiori si nobilitano e i su-  periori degenerano ?.   Ccen questo panteistico concetto dell’uomo, Vico ri-  chiama il sacro detto che era scritto a lettere d’oro sul  tempio di Apollo: Tvad. cexvtév: due parole piene di  tanta verità, che dagli antichi, quantunque alcuni le at-  tribuissero a Pitagora, molti a Talete, altri a Biante,  altri a Chione, tutti, per consentimento generale, vere  colonne dell’umana sapienza, si finì col toglierle a questi  stessi sapientissimi uomini, e ascriverle per unanime con-  senso all’oracolo pizio. Così parve meraviglioso che, tam  pressa brevitate, questo motto potesse contenere tale ab-    I Pico, Opera, Basilea, 1601, p. 208.  2 Cfr. Heptapl.] bondanza di significato profondo. Giacché questo motto  non fu escogitato a reprimere la superbia umana, come  pur si crede volgarmente, quasi inculcasse di considerare  la scarsezza delle forze umane; anzi ad eccitare e incorare  gli uomini a quanto v’ è di grande e di sublime, ricono-  scendone loro la capacità.   Difficile bensì questa piena cognizione di se medesimo.  Difficile in ogni tempo: ma allora poi, a Napoli, difficilis-  sima. Il Vico ricorderà nella sua Vita: che allora, negli  anni estremi del sec. XVII, tra i suoi concittadini «ai  quantunque dotti e grandi ingegni, perché si eran prima  tutti e lungo tempo occupati in fisiche corpuscolari, in  isperienze ed in macchine », le Meditazioni cartesiane riu-  scivano astrusissime appunto per la difficoltà di «ritrar  da’ sensi le menti per meditarvi; onde l'elogio di gran  filosofo era: — Costui intende le Meditazioni di Renato ».  Non fisiche corpuscolari, esperienze e macchine, ma la  contemplazione del mondo intelligibile, in cui si sono eser-  citati i platonici, occorreva per una metafisica come la  cartesiana. E cartesiano egli, in quanto platonico, poteva  sentirsi nel 1699 dicendo « magnus ingenti conatus est revo-  care mentem a sensibus et a consuetudine cogitationem abdu-  cere». In una dignità della Scienza Nuova (la LXIII)  dirà che «la mente umana è inchinata naturalmente  co’ sensi a vedersi fuori nel corpo, e con molta difficultà  per mezzo della riflessione ad intendere se medesima ».  L’ascenso, infatti, pei platonici è arduo, difficile,  e di pochi. Quell’abducere a consuetudine cogitationem in-  nesta bensì sul vecchio motivo platonico un elemento  cartesiano, che è la critica del sapere ricevuto, della tra-  dizione o della storia positiva. Ma il Vico non se n’'ac-  corge, e insiste nel motivo platonico: « Af mentis actes,  quae omnia invisit, se ipsam intuens, hebescit. Vel hoc    1 dutob., p. 25.    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 45    ipso agnoscis animi iui divinitatem, eumque Dei Opt.  Max. simulacrum esse animadvertis ». Par di riudire Pico.  L’animo pel Vico è expressissimum simulacrum di Dio,  per la medesima ragione per cui tutti i neoplatonici, da  Plotino fino, si può dire, a Spinoza, concepiscono Dio  come uno, non moltiplicabile per se stesso, e quindi tutto  in tutto, e come Dio l’uno: ossia come sua emanazione,  suo modo, ogni unità.   «Ut enim Deus per ca, quae facta suni atque hac rerum  universitate continentur, cognoscitur; ita et animus der  rationem, qua dpraestat, per sagacitatem + et motum, per  memoriam et ingenium divinus esse percipitur ». La mol-  teplicità del mondo fa conoscere Dio, come la molteplicità  delle operazioni psichiche fa conoscere l’anima. Ma, come  il molteplice fa conoscere l’ Uno ? Ci sono due modi di  passare dal molteplice all’ Uno: uno dei quali è quello  di S. Tommaso (degli argomenti a posteriori dell'esi-  stenza di Dio), per cui il molteplice è sostanzialmente  differente dall’ Uno: e l’ Uno si può concepire perciò senza  il molteplice, né questo contiene in sé quello; e l’altro è  quello di Spinoza (dell'argomento 4 prior: o ontologico),  per cui il molteplice non è pensabile senza l’ Uno, poiché  solo l’ Uno è pensabile; ma 1’ Uno non si può pensare se  non nell’ infinità dei suoi attributi (che ne costituiscono  l'essenza). Il modo di Vico è questo di Spinoza, e non  quello di Tommaso: è il panteista. « Ut enim Deus in  mundo, ita animus in corpore est. Deus per mundi ele-  menta, animus per membra corporis humani perfusus;  uterque omni concretione secreti omnique corpore meri    I È qui da confrontare questo luogo di Bruno: «Sagacitas  facultas distinctiva et apprehensiva circa errores, qui a deceptoribus  fabulosis et impostoribus ingerantur; et consistit in potentia partim  indicativa, partim scrutativa, qua, sicut naribus odorem percipimus, ita  ingenio sophistam et circumventorem »: G. BruNO, Lampas trig. stat.,  in Opera, III, 143.    4    40 STUDI VICHIANI    purique agunt». L'uno e l’altro non si confondono (con-  cretione secreti) con la materia, in cui agiscono. Onde  Dio e l’anima senza il mondo e il corpo saranno, ma non  si potranno conoscere. Per ea quae facta sunt cognoscuntur.   Così, se Vico dice che mundus vivit quia Deus est; si  mundus pereat, etiam Deus erit, e analogamente corpus  sentit quia viget animus; si corpus occidat, animus tamen  est immortalis, egli però premette: Deus semper actuosus,  semper operosus animus; e così pareggia le partite, perché  l’agire lega Dio al mondo e l’anima al corpo, e in generale  l’ Uno al molteplice, o, nel linguaggio cartesiano, la so-  stanza ali suoi attributi. Che è cartesianismo rigoroso,  come coraggiosamente poi l’affermò Spinoza; ma è pure  il neoplatonismo, assai più antico di Spinoza e di Cartesio.   Par di leggere Giordano Bruno: « Er Deus in mundo,  et in corpore animus ubique adest, nec usquam compre-  henditur: Deus enim in aethere movet sydera, in aère i1n-  torquet fulmina, in mari procellas ciet, in terra denique  cuncta gignit [quindi anche i pensieri della mente e i  decreti della volontà]; mec coelum, nec mare, nec tellus  Dei circumscriptae sunt sedes: mens humana in aure audit,  in oculo videt, in stomacho tirascitur, ridet 1n liene, in  corde sapit, in cerebro intelligit, nec in ulla corporis parte  habet finitum larem. Deus combplectitur et regit ommia,  et extra Deum nihil est; animus, ut cum Sallustio loquar,  ‘ rector humani generis, ipse agit atque habet cuncta, neque  ipse habetur’ » 3.    I Cfr. G. Bruno, De la causa, dial. II: «Se l’anima del mondo e  forma universale [cioè la divinità] se dicono essere per tutto, non s’ in-  tende corporalmente e dimensionalmente; perché tali non sono; e  così non possono essere in parte alcuna; ma sono tutti per tutto spi-  ritualmente. Come per esempio, anche rozzo, potreste imaginarvi  una voce, la quale è tutta in una stanza, e in ogni parte di quella;  perché da per tutto se intende tutta »: Opere ital., 12, 195. Cfr. anche  pp. 183-4 e Opera lat., III, 41, 57. L'anima individuale in relazione col  corpo ha la stessa individualità, perché sta all'anima del mondo come il  modo alla sostanza spinoziana (v. GENTILE, G. Bruno e il pens. del  [ Non ci vuole molto ad accorgersi che, per quanto, con  tutti 1 neoplatonici da Plotino a Bruno, il Vico si sforzi  di attenuare l’unità e identità di Dio e dell'anima, chia-  mando questo simulacro di quello, o, come dirà altrove 1,  riferendosi al concetto svolto in questa orazione, una  specie di divinità, parlando soltanto, come qui  fa, di una divina quaedam vis cogitandi (per definire  la facoltà umana del pensiero), il rapporto in cui lo spirito  umano è posto con Dio, è rapporto d’ identità, poiché  alla distinzione di Deus e animus precede il concetto pan-  teistico ficiniano: Deus omnia agit.   Procedendo su questa strada, il Vico si trovò più d'una  volta ad essere accusato delle conseguenze pericolose,  a cui la sua filosofia poteva condurre. Il recensore del  Giornale de’ letterati vide profondamente dentro il De  antiquissima quando della sostanza vichiana, punto me-  tafisico (tal quale il minimo di Bruno) inesteso e prin-  cipio di estensione, notò che, convenendo cotesti concetti  «altresì alle sostanze spirituali e pensanti, se ne po-  trebbe dedurre che queste ancora sieno principio di esten-  sione; il che per altro è un manifesto assurdo ». Non  assurdo per Vico, che per l’appunto, emanatisticamente,  superando il corpo formato, a cui s'arrestava  per una falsa posizione la fisica corpuscolare, in-  tendeva edurre la materia dallo spirito. — Il Vico rispose:  «Queste difficultà, come quelle che fate dell’ immortalità  dell’anima, dove par che premete la mano con ben sette  argomenti, se non mi fusser fatte da voi, io giudicherei  che andassero più altamente a penetrare in parte, la quale,  quantunque si protegga e sostenga con la vita e col co-    Rinascimento, p. 218 sgg.). Per Ficino, v. sopra p. 34, e cfr. Theol.  plat., XV, 5 (I, p. 337): « Anima tota est in qualibet particula corporis ».  Cfr. PLotINO, Enn.. VI, 4, 12; e anche A. StEUCO, De perenni philos.  (1540), IX, 5; IX, 14; IX, 23.   1 Autob., P. 27.    48 STUDI VICHIANI    stumi, pure s’offende con l’ istessa difesa » 1, E soggiunge,  quasi per pura cortesia, un argomento, che schiva bensì  l’assurdo, ma conferma l’ interpretazione monistica del-  l'avversario; laddove quella ombrosa sensibilità religiosa,  quel ricoverarsi sotto lo scudo della vita e dei costumi  svelano che egli, come Bruno, assegnava la religione allo  spirito pratico, sottraendo la ricerca speculativa ad ogni  preoccupazione religiosa 2. La stessa contraddizione in-  genua di Bruno innanzi ai suoi giudici veneti è in fondo  al lamento, onde Vico nel 1720 si doleva oscuramente col  p. Giacco di certe accuse religiose suscitategli contro dalla  pubblicazione della Sinopsi del Diritto universale 3: « Le  prime voci che in Napoli ho sentito contro da coloro che  han voluto troppo in fretta accusarmi dal medesimo  saggio che ne avea dato, erano tinte di una simulata  pietà, che nel fondo nasconde una crudel voglia  d’opprimermi con quelle arti, con le quali sempre han  soluto gli ostinati delle antiche o piuttosto loro opinioni  rovinare coloro che hanno fatto nuove discoverte nel  mondo dei letterati». Onde non sai se per cerimonia o  se per ingenua incapacità di apprezzare accuse di cotesto  genere, si confortava dicendo al suo corrispondente:  « Però il grande Iddio ha permesso per sua infinita bontà    I Opere, I, 226-7, 266.   ? Per Bruno, v. il mio G. Bruno, pp. 160 sgg.   3 Qualcuno a Napoli nel 1720 ricordava forse ancora qualche debo-  lezza giovanile del Vico, in fatto di religione. Fausto Nicolini mi  comunica in proposito: « Che il Vico attraversasse nella sua gioventù  un periodo di cupo pessimismo, è cosa che gli Affetti di un disperato  non potrebbero mostrare in modo più chiaro. Di più, ancora nel 1710,  il Vico dirà (prologo del De antiquissima) che i suoi amici più cari  erano Agostino Ariani, Nicola Galizia e Giacinto De Cristofaro. E  proprio contro l’ultimo fu intentato nel 1687-1693 un clamorosissimo  processo per ateismo dal Sant’ Ufficio: processo di cui discorre a  lungo l’AMABILE nel suo libro sul Sant’ Ufficio a Napoli (ne aveva già  parlato il GIANNONE) e del quale esiste anche uno spezzone inedito  nella Biblioteca Nazionale (molte notizie complementari si trovano  anche nei Giornali inediti del CONFUORTO e soprattutto nei carteggi ci-  frati del nunzio pontificio a Napoli, serbati nella Vaticana). Dal pro-    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 49    che la religione istessa mi servisse di scudo, e che un  padre Giacchi, primo lume del più severo e più santo  ordine de’ religiosi, desse tal giudizio, per bontà sua,  delle mie debolezze » !.   Comunque, il suo pensiero viveva dentro questo mondo,  in cui tutto è Dio; e questo suo pensiero egli stesso viveva  con profondo sentimento, che ricollega nella storia del no-  stro pensiero, direttamente, Vico a Bruno, suo forse igno-  rato precursore; ed è da entrambi chiamato, con termine  neoplatoneggiante, mente eroica, o spirito eroico ?    cesso e dagli atti sussidiari appare che il De Cristofaro faceva gran  propaganda e che affetta da lebbra epicureo-lucreziana-atomistica-atei-  stica fosse parte della gioventù studiosa napoletana (compreso il Ga-  lizia). Finora il nome del Vico non è venuto fuori (disgraziatamente  molti nomi nel processo sono indicati con segni convenzionali). Ma,  tenuto conto di tutte le circostanze, non sarebbe illegittimo conget-  turare che anche lui, come tanti giovani suoi coetanei, avesse una pa-  rentesi ateistica o semiateistica. E si consideri poi una coincidenza per  lo meno curiosa. Nel Diritto Universale e anche nelle due Scienze Nuove  il Vico pone ripetutamente l’equazione « filii Dei o filii Jovis = eroi,  nobili ». Orbene quest’equazione appunto era addebitata nel 1693, come  un forte capo di accusa, al De Cristofaro e agli altri coaccusati, i quali,  al dir dei denunzianti, ne cavavano la conseguenza che l’attributo di  « filius Dei» dato a Cristo volesse dire, non già che egli fosse davvero  figlio di Dio, ma, alla stessa guisa degli eroi dell’antichità pagana,  che fosse soltanto un uomo illustre ». Ma lo stesso Nicolini non crede  di esser giunto sopra questa materia a conclusioni definitive.   I Autob., p. 143.   2 V. lett. del 25 nov. 1725, in Autob., p. 175. Che Vico abbia potuto  leggere qualcuno degli scritti del B. è reso probabile dal fatto che  questi, a tempo del Vico, dovevano essere familiari tra gli amici stessi  del Vico. Che Tommaso Cornelio ne avesse letto qualcuno lo dimo-  strano i suoi Proginnasmi. Ma quel Giuseppe Valletta, nella cui biblio-  teca, come abbiamo visto (p. 32), Vico poté leggere Campanella, aveva  pure il De l’ infinito universo e mondi del Nolano. In un suo libro co-  minciato a stampate ma rimasto incompiuto (conservato tra i Mss. della  Bibl. Naz. di Napoli, colla segn. 149 Q. 26) Sul procedimento del  Sant’ Uffizio, pp. LKXXIHI e LXxXII, s'incontra la seguente citazione im-  portantissima per la storia della fortuna che ebbero le opere del Bruno:  «Il p. Cantini, non sapendo, o fingendo di non sapere ciò che disse  Sant'Agostino nel libro VII della Città di Dio: Mundus unus est, et  in eo uno omnia sunt, e nel Sermone XII sulle parole dell’Apostolo:  Unum mundum condidisti, ed egualmente nel cap. X del libro 3 Contro  gli Accademici, si pose egli ad esplicare la probabilità di sì fatta sentenza »,  e «audacemente dice.... che noi non dobbiamo condannare il parere    50 STUDI VICHIANI    In questo suo mondo il Vico potrà trovare il prin-  cipio della Scienza Nuova (il concetto della provvidenza  realizzantesi nella storia). In questa prima fase del suo  filosofare egli ha in mente, ma non vede, l’unità del di-  vino e dell'umano; e però parla di simulacro, come Pico  della Mirandola. Non la vede, perché non ha ancora viva  coscienza della realtà umana; e la sua realtà vera è an-    di altri filosofi intorno alla pluralità de’ Mondi, quasi ripugnante alle  Sacre lettere, perché, se alcun s’applicasse, dic’egli, a considerar la  cosa più da presso e più naturalmente, inveniet cam certe multum habere  probabilitatis. Il che reca non poco di meraviglia in un uomo di tanta  autorità quanto egli certamente si era; e potrebbe, se non altro, dar  luogo alla calunnia, di dire che egli abbia per avventura approvato la  dottrina di Giordano Bruno; la quale avesse piaciuto al Cielo, che fosse  rimasta affatto incenerita nelle giustissime fiamme, in cui arse l’autore  e non vivesse ancora nel suo abbominevole libro scritto della plura-  lità di Mondi. Questo, con idea non più intesa, disotterrando le più  stravaganti opinioni, già sepolte de’ Greci, de’ Caldei e degli Egizi,  fece un nuovo ed inudito sistema; dove a pruova risplende l’umano  ardimento e la libertà non meno di pensar tutto ciò, che è possibile,  che di scrivere tutto ciò che può pensarsi. Nî/ mortalibus arduum, coelum  ipsum petitur stultitié. Giace, dice egli, nel mezzo del nostro Mondo  immobile il Sole; e la Terra con perpetue vertigini intorno a quello  s’aggira: come in un Madrialetto, posto nel terzo dialogo:    Quanto nel Cielo, e sotto il Ciel si mira,  Non sta, si volge, e gira.    Né di ciò contento, vuole che ogni pianeta sia una terra, e ciascuna  stella sia un altro sole; e che detti pianeti non siano quei pochi, che  noì osserviamo, nettampoco le stelle: ma infiniti ed innumerabili, e  quelli e queste sparse nello spazio infinito dell’ Universo; che, es-  sendo com'’ei dice, immagine dell’ Onnipotenza infinita, non dee ricono-  scere termine alcuno. E non bastando questo alla vastità della sua im-  maginazione, s'avanza a dire che tutti questi infiniti Mondi sono abi-  tati da sostanze diverse e forse migliori della nostra: e che l’ intermi-  nata ampiezza dell’ Universo sia assistita e governata da un'anima  universale, non meno che ciascuno Mondo dalla sua particolare. Alla  fine questo scellerato, prevedendo gli effetti della sua disperata libertà,  così, dopo apportati gli argomenti per la sua opinione, traboccando  d’una in altra empietà, fa parlare nel primo dialogo a I'iloteo: Questi,  se non sono semplici, sono demostrativi sillogismi, tuttavolta che da alcuni  degniì Teologi non se admettano; perché provvidamente considerando,  sanno che gli rozzi popoli ed ignoranti, con questa necessità vegnono a non  posser concipere come possa star la elettione, e dignità, e meriti di giusticia:  onde, confidati o desperati sotto certo fato, sono necessariamente scelleratis-  simi. Come talvolta certi correttori di leggi, fede e religione, volendo parere    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA SI    cora per lui, come per i platonici, quella che fa Dio: la  natura, la stessa natura di Ficino, di Bruno e di  Spinoza. E rispetto a questa natura, l’uomo non è den-  tro, ma fuori della realtà divina; e può solo intuirla ri-  salendo all’ Uno, cioè come operazione non propria, ma  di questo Uno (che è il dommatismo spinoziano). Qui si  ferma Vico, restando innanzi al dualismo, e quindi allo  scetticismo, che corrode alla radice la metafisica del De  antiquissima.   Concludendo, nella Orazione del 1699, il confronto tra  Dio e lo spirito umano, il Vico dice: « Tandem Deus na-  turae artifex; animus artium, fas sit dicere, Deus » 1. For-  mola che coincide a capello con quella del Ficino, e anticipa  la gnoseologia del De antiquissima. C'è l’unità e c' è  l'opposizione: l’unità nelle arti (mondo delle  nazioni, si dirà nella Scienza Nuova), dove, se è  vero, come Vico ha detto, che Dio en terra cuncta gignit,  lo spirito non crea se non in quanto è esso stesso Dio  (senza metafora); l'opposizione nella natura, dove  Dio crea, e l’uomo guarda da fuori.   Da questo punto di partenza Vico potrà giungere alla  Scienza Nuova, ma non potrà mai superare la posizione  del De antiquissima; perché quella natura, di cui la me-  tafisica può avere un’ intuizione indimostrabile, essendo  fuori dello spirito, non potrà mai risolversi nello spirito *.  savii, hanno infettato tanti popoli, facendoli dovenir più barbari e scelle-  rati che non eran prima, dispregiatori del ben fare, ed assicuratissimi ad  ogni vizio e ribalderia, per le conclusioni che tirano da simili premisse.  Però non tanto il contrario dire appresso gli sapienti è scandaloso, e detrae  alla grandezza ed eccellenza divina, quanto quel che è vero, è pernicioso  alla civile conversazione e contrario al fine delle leggi, non per esser  vero, ma per esser male inteso, tanto per quei che malignamente il trattano,  quanto per quei che non son capaci de intenderlo, senza jattura de’ costumi ».  (Cfr. BRUNO, Opere ital. ed. Gentile, 1%, pp. 339 € 301). Su codesto scritto  del Valletta, e l'occasione a cui si riferisce, v. AMABILE, Il Sant Offizio,  II, 64.   I Opere, I, 8.    2 Accenno alla tesi dello Spaventa circa il concetto della meta-  fisica della mente, di cui la Scienza Nuova dimostrerebbe per lo meno    52 STUDI VICHIANI    L'avrebbe superata, se avesse potuto cangiare il suo  mondo, e non essere insomma il Vico neoplatonico, ri-  portante tutto a Dio e mirante quindi la natura come  parallela allo spirito nelle manifestazioni di Dio, per  concepire non più questa dualità di natura e artes, ma  una natura essa stessa ars di quel Dio che è animus; e  ridurre insomma tutto ad ars.   Elementi corrosivi dell’oggettività platonicamente tra-  scendente del reale, che si organizzeranno alla meglio a  poco a poco per la laboriosa meditazione del mondo umano  del diritto e in generale della storia, nella Scienza Nuova,  ce ne sono, e di grandissima importanza, già in questa  Orazione del 1699. Poiché fin da questo scritto il nostro  filosofo ha un acuto intuito dell’attività creatrice dello  spirito. La fantasia, nello stesso senso della Scienza  Nuova, autrice di un suo mondo pieno e perfetto, contem-  plato dalla sapienza poetica, fa qui la sua prima appari-  zione: « Vis vero illa rerum imagines conformandi, quae  dicitur ‘ phantasia ‘, dum novas formas gignit et procreat,  divinitatem profecto originis asserit et confirmat. Haec  finxit maiorum minorumque gentium deos; haec finxit he-  roas; haec rerum formas modo vertit, modo componit, modo  secernit; haec res maxime remotissimas ad oculos pontt....».   Né questa facoltà di creare gli dèi è assegnata inci-  dentalmente alla fantasia. Quel luogo d’oro di  Giamblico nel De mysteriis Aegyptiorum, che sarà ricordato  nella Scienza Nuova a riprova della teoria dei caratteri  poetici (dign. XLIV), che cioè gli Egizi tutti 1 ritrovati  —_—_____r_r——-@y666    l'esigenza; e sono d’accordo col Croce (La filos. di G. B. Vico, p. 137;  2% ed. p. 141), nel ritenere che non si possa parlare di unificazione di  natura e spirito in Vico: il quale s’arrestò, e doveva arrestarsi, alla  dualità degli attributi. Ma è vero che se egli non sa svolgere l’esigenza  implicita nella posizione della S. N., e deve mantenere la metafisica del  De ant., cotesta esigenza, che noi vediamo nella sua mente, è tale da  distruggere la posizione del De ant. Per la sua esigenza, Vico va al di  là di Spinoza e di Leibniz, ed è kantiano prima di Kant.    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 53    utili alla vita umana attribuissero a Mercurio Trimegisto,  doveva esser noto al Vico fin da quando scriveva nel ’99:    Quid vero illa, quae aut singularem utilitatem, aut summam  admirationem hominibus voluptatemve attulerunt, nonne ethnici  homines, suimet ipsorum ignari, sive ad deos quosdam retulerunt,  sive deorum dona esse existimarunt? Leges, quod iis vitae societas  conservetur, « deorum donum » Demosthenes dixit; at eae donum  humani animi vestrum similis fuit. Socrates moralem philoso-  phiam de coelo dictus est devocasse; at is potius animum in  coelum intulit. Medicinam Graecia ad Apollinem retulit, elo-  quentiam ad Mercurium; at ii homines, ut quivis vestrum fuere.  Orphei lyra, Argus navis, inter sidera invecta, vestras hominum  mentes luculento testimonio caelestes esse confirmant. Et, ut  hanc rem omnem brevi complectar, dii omnes, quos ob  aliquod beneficium in hominum societatem collatum coelo appinxit  antiquitas, vos estis.    Razionalismo evemeristico, che si fonde nel pensiero  fondamentale dell’animus artium deus (poiché leggi, filo-  sofia morale, medicina, eloquenza, musica e poesia son  tutte arti); e dà alla fantasia creatrice degli dèi, propria  degli uomini suimet ipsorum ignari, un posto nella me-  tafisica generale del nostro pensatore. Che poi la fantasia  creatrice di questi, come dirà più tardi il Vico, caratteri  poetici o ritratti ideali, che sono gli dèi degli antichi,  non sia pur fatta creatrice di tutti gli dèi, antichi o mo-  derni — poiché anche la religione è un’ars — non vor-  rebbe dir nulla, se il Vico avesse la forza di rovesciare  il suo mondo sulla propria base, per fondarlo sullo spi-  rito: allora la sua fantasia, il suo spirito diverrebbe crea-  tore davvero del cielo e della terra. Per esser tale, infatti,  non avrebbe bisogno di saperlo; anzi non dovrebbe sa-  perlo: suimet ipsius ignarus. Vico, interrogato, a rigore  non potrebbe non negare. Questa è, e rimarrà, una pura  esigenza del suo pensiero: non far creare misteriosamente  l'uomo da Dio, ma, razionalmente, Dio dall’uomo.    54 STUDI VICHIANI    Certo, da queste prime formule del suo pensiero fino  alle dignità più solide e definitive di esso, sta per Vico che  «gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avver-  tiscono con animo perturbato e commosso, finalmente ri-  flettono con mente pura» (dign. LIII); e in generale, come  per Schelling, prima è il fare e poi il sapere di aver fatto;  verum ipsum fecisse (prima aver fatto); e la Scienza  Nuova può essere una dimostrazione di fatto storico della  Provvidenza, « perché dee essere una storia degli ordini,  che quella, senza verun umano scorgimento o consiglio,  e sovente contro essi proponimenti degli uomini, ha dato  a questa gran città del genere umano » ®. È dunque stretta  dottrina del Vico, che la piena coscienza del suo pen-  siero non può esser nel suo pensiero, ma solo nella ri-  flessione posteriore.   Né la fantasia crea soltanto le religioni. Crea le lin-  gue, con sorprendente rapidità; sì che a due anni, al più  a tre, si sanno omnia verba et res quibus communis vitae  usus continentur; che se si volesse redigerne un vocabo-  lario, vi occorrerebbero di gran volumi. Così ognuno di  noi ha in sé una filosofia, tutto lo scibile: e non lo sa.  Basta attendervi. L’ innatismo platonico si colorisce di  immagini stoiche, dove Vico esorta ad eccitare 2/as nobis  tot rerum atque tantarum a prima veritate insitas et quasi  consignatas notiones, quae in animo, tanquam igniculi  sepulti, occluduntur; et magnum cunctae eruditionis in-  cendium excitabimus. Ricorda poi la storia del Menone  platonico, dove lo schiavo ignaro di geometria, accorta-  mente interrogato, si palesa geometra. Vobiscum sunt,  vobiscum scientiae omnes, adolescentes, si vosmet 1sos  recte novenitis, fortunatissimi.   Questo innatismo è un modo della inconsapevolezza  originaria dell’anima, quale va concepita nella dottrina    I S. N., p. 184.    IT. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 55    neoplatonica del descenso in contrapposto all’ascenso. Lo  spirito umano è, in quanto è ignaro dei tesori celati nel  suo grembo !. Ne acquista coscienza con la volontà,  come richiede il platonismo, dall’&owg del Convito al-  l'amor Dei intellectualis dell’ Ethica. «O insignem desi-  diosorum ignominiam, eos sapientes non esse! Cur? quia  noluerint; quando ut sapientes simus, id voluntate ma-  xime constat ». E a persuadere che questo tesoro è già nel-  l'animo, e che basta quindi volere, che cioè veramente  lo spirito non possiede soltanto quello che sa di possedere,  come Leibniz nei Nuovi Saggi anche il Vico scende al-  l'osservazione di quelle che il filosofo di Lipsia dirà pic-  cole percezioni. Quivis vestrum cottidie tabulas pictas in-  tuetur, sed innumera non videt quae pictores observant;  cottidie symphonias et cantus audit, sed quam multa eum  fugiunt, quae exaudiunt in eo genere exercitatt ! Non vi  manca altro, conchiude Vico, che l’arte del vedere e  dell’udire.   Che più ? La stessa filosofia non è se non una sco-  perta, che chi vuole fa dentro di sé, di un mondo che reca  in se stesso, anche se non vi rifletta mai su. A dimostra-  zione di ciò, neoplatonicamente, Vico esemplifica ai suoi  uditori il processo filosofico come un itinerario della mente  a Dio: a sui ad Dei cognitionem ascensto. Ma l’esposi-  zione di questo processo riesce affatto nuova e sorpren-  dente a chi, familiare col Vico delle opere da lui pub-  blicate, legga per la prima volta queste orazioni che egli,  maturata la sua filosofia, rifiutò. L’acerbo critico di Car-  tesio qui ci apparisce cartesiano. Vediamo.    Etsi de omnibus omnino rebus mens humana haereat dubi-  tetque, nullo usquam pacto ambigere potest quod cogitet, nam  id ipsum ambigere cogitatio est. Cum itaque nequeat se non cogitationis consciam agnoscere, ab ea cogitandi conscientia  conficit primum, quod sit res quaedam; nam, si nihil esset, qui  cogitaret ?   Questo è il cogito ergo sum cartesiano, se anche non  esposto con tutta la precisione desiderabile (poiché con  quel nam sî nihil esset la verità della proposizione cessa  di essere quella res per se nota simplici mentis intuitu  che Cartesio voleva). Ma Vico prosegue:    Deinde sibi infinitae cuiusdam rei notionem esse insitam sensit;  tum adsumit tantundem in caussa esse oportere quantum in re  est, quae ab ea caussa producatur: hinc denuo colligit, eam infini-  tae rei notionem a re, quae sit infinita, provenire. Heic se finitum  et imperfectum agnoscit: itaque infert eam notionem sibi ab infinita  quadam re, cuius ipse aliqua sit particula, obortam esse. Hoc  explicato, adsumit: — Quod infinitum est, in se continet omnia,  nec a se quicquam excludit. — Hinc rursus complectitur eam  notionem sibi esse a natura omnium perfectissima ingenitam.  Proponit iterum: — Quod perfectissimum est, id omnibus est   erfectionibus cumulatum. — Colligit denuo: — Itaque ab eo  nulla secreta est. — Ad haec assumit: — Perfectio est quid esse.  — Tandem denique concludit: — Est igitur Deus. Cumque Deus  sit omnia, est omni pietate dignus !.    È, come ognun vede, uno stringato estratto dalla terza  Meditazione cartesiana. Se non che, in qual modo si deve  intendere questo cartesianismo della prima fase della filo-  sofia di Vico ? L’anticartesianismo è la sola norma legit-  tima della sua interpetrazione. Nel De antiquissima e  nella polemica col Giornale de’ letterati egli svolgerà una  critica della certezza cartesiana, che ha due momenti in-  separabili.   I) La certezza del cogito è coscienza, nonscienza.  Scire est tenere genus seu formam, quo res fiat; conscientia  autem est eorum, quorum genus seu formam demonstrare    I Opere.] non possumus!. O altrimenti: la scienza è aver cogni-  zione di quella causa che per produrre l’ef-  fetto non ha bisogno di cosa fore-  stiera?: onde «il criterio di avere scienza di una cosa  è il mandarla ad effetto; e che il pruovare della causa sia  il farla; e questo essere assolutamente vero, perché sì con-  verte col fatto, e la cognizione di esso e la operazione è  una cosa istessa »3. Il Vico avverte che egli non rifiuta  perciò «l’analisi con la quale il Cartesio perviene al suo  primo vero ». Sarebbe cioè ancora disposto a farla sua,  come nella Orazione del 1699. «Io l’appruovo e l’ap-  pruovo tanto, che dico anche i Sosi di Plauto, posti in  dubbio di ogni cosa da Mercurio, come da un genio fal-  lace, acquetarsi a quello sed quom cogito, equidem sum.  Ma dico che quel cogito è segno indubbitato del mio  essere; ma, non essendo cagion del mio essere, non m'’ in-  duce scienza dell’essere » 4.   2) Il vero processo per Vico è quest'altro: Quid in  me cogitat; ergo est: in cogitatione autem nullam corporis  ideam agnosco; id igitur quod in me cogitat, est purissima  mens, nempe Deus. Perciò egli, approvando l’analisi car-  tesiana, può illustrare il significato del cogito, dicendo  che questo cogito non è ‘causa, ma signum dell’ esse:  «Nisi forte mens humana ita sit comparata, ut cum ex  rebus, de quibus omnino dubitare non possit, ad Dei Opt.  Max. cognitionem pervenerit, postquam eum morit, falsa  agnoscat vel ca, quae omnino habebat indubia. Ac proinde  ex genere omnes îdeae de rebus creatis prae idea summi  Numinis quodammodo falsae sint, quia de rebus sunt,  quae ad Deum relatae non esse ex vero videntur: de uno    I Opere, I, 139.   2 Prima risp., II e III in fine; Sec. risp., $ IV.  3 Sec. risp., $ IV: Opere, I, 258.   4 Prima risp., II; cfr. De ant.] autem Deo idea vera sit, quia is unus ex vero est » 1. E però  Vico rimprovera al Malebranche, che pur platoneggiava,  di non essersi accorto che la mente umana può ricavare  la cognizione, non pure del corpo, ma di se medesima,  soltanto da Dio; ita ut nec se quoque cognoscat, nisi in  Deo se cognoscat. È così, completando il processo già  esposto: « Mens cogitando se exhibet: Deus in me cogitat:  in Deo igitur meam ipsius mentem cognosco ».   Sicché la critica vichiana, se si guarda nel suo primo  momento, ha un significato; nel suo complesso ne ha  un altro. A Vico sfugge interamente il valore del cogito  cartesiano, perché lo vede sempre in quel mondo, in cui  non è centro il pensiero come pensare (ego cogito), ma il  pensiero come pensato: l’ Idea, l’ Uno, il Dio platonico e  neo-platonico. Il cogito non può essere la causa dell’esse  (cogitansì, — come pure evidentemente è per chi attri-  buisce al cogito il valore e l'autonomia che gli spetta, —  perché Vico non vuol dimenticare (e Car-  tesio stesso, per altro lo dimentica fino a un certo punto)  quello che ha appreso dalla vecchia filosofia: che l’esse,  lo stesso esse cogitans, non è causa sui, non è sostanza,  ma res creata, la quale perciò non ha in sé nessuna verità,  e va riportata alla sua causa, che è la sua sostanza.   Il punto di vista vichiano contro Cartesio è panteistico  e antispirituale, precisamente come quello di Spinoza ?,  che, persuaso, da buon neoplatonico, che ad essentiam  hominis non pertinet esse substantiae, opponeva la stessa  critica a Cartesio: vulgus philosophicum incipere a crea-  turis, Cartesium incepisse a mente, se incipere a Deo 3.  Cotesto punto di vista il Vico non sorpassò mai; e in    I De ant., c. VI; in Opere, I, 173-4.   ? V. Epist. 2; la pref. del MEyER ai Princ. philos. Cartes., e Eth.,  II, prop. X, sch. 2.   3 Tschirnhaus a Leibniz, in L. STEIN, Leibniz u. Spinoza, Ber-  lin.] certe aggiunte, poi rifiutate, che faceva nel 1731 alla  Scienza Nuova *, ripeteva con leggiere varianti, la stessa  critica, sul principio che «gli addottrinati non debbono  ammettere alcun vero in metafisica che non cominci dal  vero ente, ch’ è Dio ». Ricorda quivi e critica anche Spi-  noza, sforzandosi (con argomenti che dovevano contentar  poco lui stesso, e più tardi infatti vi rinunziò) di dimo-  strare una reale distinzione tra il mio essere e il vero  Essere.   La questione già gli si era presentata nel De antiquis-  sima; quando arditamente asseriva: 1n Deo meam 1ipsius  mentem cognosco; facendo Dio omnium motuum sive cor-  porum sive animorum primus Auctor. Gli s'era affacciata  negli stessi termini che a Plotino e a tutti quelli che  s’eran messi sulle tracce di lui, finché Spinoza non trasse  col coraggio del genio filosofico la conseguenza necessaria,  che sola poteva chiarire il gran difetto di quel primus  Auctor. — Unde mala? — Vico sente tutta la difficoltà:  «sed heic illae syrtes, illi scopuli. Quonam pacto Deus  mentis humanae motor, et tot prava, tot foeda, tot falsa,  tot vicia ? ». Cartesio che, appena raggiunta la sola realtà  certa del pensiero, la smarrisce ricascando nel platonismo  della cognizione intellettuale, che è passiva intuizione  delle idee oggettive, spiega del pari platonicamente  l'errore con la volontà: che non si sa poi perché  non debba essere della stessa passività dell’ intelletto,  se la sua libertà non importa altro che la possibilità del-  l'errore. La soluzione del Vico è più profonda. Nessuno,  come insegna il Vangelo di Giovanni, può andare al  Padre, misi Pater idem traxerit. E la volontà ? Quomodo  trahit, st volentem trahit? Vico aveva accettato e accetta  la dottrina agostiniana come la più conforme alla so-    I Pubblicate per la prima volta nell’ed. Nicolini, pp. 242-3, ma  da lui anticipate nella Critica, VIII (1910), p. 479.    60 STUDI VICHIANI    stanza (necessità) della volontà divina, e alla libertà della  nostra; mantiene cioè l’azione divina, e la volontà umana;  o meglio quella in questa. Giacché, spinozianamente, egli  nega l’assolutezza del male, nega il finito come finito,  che non sia modo dell’ infinito. Questo luogo del De anti-  quissima non è stato mai ben considerato, ma è di grande  importanza per l’ intelligenza del pensiero vichiano:    Hinc fit quod in ipsis erroribus Deum aspectu non amittimus  nostro: nam falsum sub veri specie, mala sub bonorum simulacris  amplectimur: finita videmus, nos finitos sentimus; sed id  ipsum est, quod infinitum cogitamus: motus  a corporibus excitari, a corporibus communicari nobis videre vide-  mur; sed eae ipsae motus excitationes, eae ipsae communicationes  Deum, et Deum mentem, motus authorem asserunt et confir-  mant; prava ut recta, multa ut unum, alia ut idem, inquieta ut  quieta cernimus !.    Nel De antiquissima quindi conchiude tornando a dire  ambiguamente: «Sed cum neque rectum, neque unum,  neque idem, neque quietum sit in natura; falli în his rebus  nihil aliud est, nisi homines vel imprudentes vel falsos  de creatis rebus in ipsis imitamentis Deum Opi. Max.  intueri »; come se realmente l’ intelligibilità da lui ve-  duta nel molteplice non fosse l’uno, e nel movimento la  quiete, e così via. Ma il fiore sboccerà nella Scienza Nuova:  dove i bestioni diverranno la prima forma necessaria  dello spirito divino nel corso dell’umanità: e la grazia  agostiniana diventerà quindi assoluta immanenza.   Ma torniamo al cartesianismo vichiano del 1699. È  chiaro ormai ch’esso è tutto un cartesianismo platonico,  e come dire, capovolto. Tutti i mistici medievali, da  Agostino in poi, movendo da Plotino, rientrano în ?1nte-  riore homine, per risalire quindi sopra la mente a Dio.  E Vico aveva ragione di dire che quel che c’era di nuovo    I De ant., c. VI: Opere, I, 174; cfr. Opere2, ed. Ferrari, III, 209-10    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 6I    per lui, in Cartesio, era falso, e il vero era vecchio: non  cartesianismo, ma platonismo. Ecco qui che cosa aveva  egli letto, per esempio, nella Teologia platonica del  Ficino *:    Neque audiendi sunt sceptici, si negaverint in animis nostris  esse veritatem, quia videantur de singulis dubitare. Non enim  de omnibus dubitat animus, ut apparuit in omnibus necessariis  veritatibus quas narravimus, et similibus. Hoc mihi candidum  videri scio. Hoc mihi iucunde olere scio. Hoc dulciter gustum  attingere scio. Quis nesciat summum bonum esse, quo nihil prae-  stantius ? Et esse vel in homine, vel extra hominem, et si in ho-  mine, vel in animo, vel in corpore, vel in utroque ? Quis non certo  sciat Deum esse, vel non esse ? et si sit, oportere unum esse,  vel plures, et si plures, aut finitos numero, aut infinitos ? opor-  tere Deum esse corporeum, vel incorporeum, ac si non sit corporeus,  esse necessario incorporeum ? [Fin qui è benissimo espresso il  carattere della vecchia metafisica scrollata dal cogito cartesiano:  tutta concetti senza realtà, 0, se sì vuole, tutta verità senza certezza).  Item regulas multas astrologiae et medicinae certas esse declarat  effectus [che è, si badi, il concetto dell'esperimento, non baconiano,  dunque, ma ficiniano di Vico]*, ut arithmeticas et geometricas  praetermittam, quibus nihil est certius [che è pure la dottrina  vichiana) 3.   Et quod maius est, si quando animus de re aliqua dubitat,  tunc etiam de multis est certus. Nam se tunc dubitare  non dubitat. ‘Acsi certum habet se esse dubitantem, a  veritate certa id habet certum. Quippe qui se dubitantem in-  telligit, verum intelligit, et de hac re quam intelligit, certus est,  de vero igitur est certus. Atque omnis qui utrum sit veritas dubi-  tat, in seipso habet verum, unde non dubitet. Nec ullum  verum nisi veritate verum est. Nonigitur oportet    I Lib. XI, c. 7; ed. cit. I, p. 263.   2 Cfr. De ant., c. I, $ 2: Opere, I, 136: «In physica ea meditata  probantur, quorum simile quid operemur: et ideo praeclarissima ha-  bentur de rebus naturalibus cogitata, et summa omnium consensione  excipiuntur, si iis experimenta apponamus, quibus quid naturae si-  mile faciamus ».   3 Cfr. sopra pp. 30-31, e ancora Theol. plat., VIII, 2 (I, p. 185)  e 4 (p. 189), dove il Ficino chiarisce il carattere soggettivo o mentale  delle realtà matematiche.    5    62 STUDI VICHIANI    eum de veritate dubitare, qui potuit undecumque dubitare, ut  Augustinus inquit, praesertim cum non modo se dubitare intel-  ligat, sed quod hoc intelligit animadvertat, et quod animadvertit  agnoscat, ac deinceps in infinitum. Discernit praeterea dubium  animum ab indubio. Nec eum latet quanto satius foret non du-  bitare, et quam ardenter cupiat veritatem. Certitudinem cum dubio  comparat, quo fit ut de utrisque sit certus. Est insuper  certus se investigare, sentire, vivere, esse.  Siquidem nihil dubitat qui non est, vivit, sentit, et investigat.  Certus quoque est se non esse primam veritatem,  quippe cum ipsa per se non dubitet. Scit  eam dubitatione et errore non implicare    Qui il cartesianismo di Vico c’ è tutto; ma a suo posto:  la verità trovata dalla mente, in se stessa, è atto della  verità che trascende la mente, e si celebra in un’altra  mente, la quale agisce in noi. Giacché in questa assenza  della mente nostra a se medesima, o in questa passività  della mente, in quanto mente infinita, si fonda neopla-  tonicamente il concetto della inconsapevolezza originaria  dello spirito come fantasia, quale si vede, per la prima  volta, nella nostra Orazione. Il legame intimo dei due  concetti è chiaro appunto in Ficino, e mi permetto di  riportare ancora un lungo passo di lui per l’ interesse  che ha qui il chiarimento di questo punto:    Mens autem, quae supra nos est, quia purus intellectus est,  puro intelligibili pascitur, id est pura fruitur veritate. Eadem  nostra mens assidue vescitur, si epulis superioris mentis accumbit.  Nec iniuria intelligentiam in anima essentialem perpetuamque  locamus, quia ex eo est in anima, quod convenit cum perpetuis  eius essentiae causis. Et sicut animae ingenitus est appetitus  boni perpetuus atque essentialis, ita et ipsius veri naturalis essen-  tialisque intuitus, sive tactus aliquis potius, ut Iamblici verbis  utar. Tactus, inquam, omni cognitione discursuque prior atque  praestantior 1. Eiusmodi sententiam hac insuper ratione divinus    ! Cfr. il celebre luogo del CAMPANELLA, Metaph. I, proem.: « A  Deo errantes per fiagella reducti sumus ad viam salutis et cognitio- [Iamblicus confirmavit, quod quemadmodum temporalia con-  tingentiaque per temporalem contingentemque cognitionem attin-  gimus, ita oportet necessaria et aeterna per essentialem et per-  petuam attingere notionem, quae non aliter inquisitionem  nostram antecedit, quam status motum. Temporalis vero cognitio  ita inquisitionem sequitur, ut contingens effectus motum sequitur  ac ‘tempus. Putant autem divinum ipsum mentis actum, qui  quodam intuitu et quasi tactu divinorum fit, propter actiones  inferiores non intermitti quidem in seipso, quamvis quod animad-  versionem pertinet, in viribus inferioribus intermittatur, atque  actus intellectus rationalis, vel rationis intellectualis, qui di-  scursione fiunt, propter operationes inferiores soleant intermitti,  atque e converso.   Verum cur non animadvertimus tam mirabile nostrae illius  divinae mentis spectaculum ? Forsitan quia propter continuam  spectandi consuetudinem admirari et animadvertere desuevimus.  Aut quia mediae vires animae, videlicet ratio et phantasia,  cum sint ut plurimum ad negotia vitae procliviores, mentis  illius opera non clare persentiunt, sicut quando oculus praesens  aliquid aspicit, phantasia tamen, in aliis occupata, quod oculus  videat non agnoscit. Sed, quando mediae vires agunt ocium,  defluunt in eas intellectualis speculationis illius scintillae velut  in speculum. Unde et vera ratiocinatio nascitur ex intelligentia  vera, et humana intelligentia ex divina. Neque mirum est aliquid  in mente illa fieri quod nequaquam persentiamus. Nihil enim  animadvertimus nisi quod in medias transit vires. Ideo licet saepe  vis concupiscendi esuriat atque sitiat, non prius tamen hoc  animadvertimus quam in phantasiam transeat talis passionis  intentio. Nonne nutriendi virtus assidue agit ? Assiduam tamen  actionem eius haudquaquam perpendimus, itaque neque perpe-  tuam mentis intelligentiam. Neque ex hoc est intelligentia illa  debilior, quod intelligere nequaquam nos agnoscamus; imo est  potius vehementior. Saepe enim dum canimus aut currimus,  canere nos aut currere nequaquam excogitamus, atque ex hoc  attentius operamur. Animadversio enim actionis intentionem  distrahit animae, ac minuit actionem. Tyrones in qualibet arte  opera eius artis sine attentione non agunt, veterani autem, etiam    nem divinorum, non per syllogismum, qui est quasi sagitta qua sco-  pum attingimus a longe absque gustu, neque modo per authoritatem,  quod est tangere quasi per manum alienam, sed per tactum  intrinsecum in magna suavitate ».    64 STUDI VICHIANI    si non attendant, habitu quodam et quasi natura operantur.  Quid prohibet talem esse continuam mentis intelligentiam ? !.    Intuizione, che da Bruno? fino a Schelling, Schopen-  hauer e Hartmann avrà grande fortuna, finché non si  saprà scorgere la potenza creatrice dello spirito, e però  l’unità di queste che Ficino dice mens e ratio. Anche per  Vico, da principio, la cognizione originaria, la vera co-  gnizione, base d'ogni riflessione, è questo tesoro non  nostro, e quest’asinità, come l’aveva detto Bruno, che  sarà essere, o sostanza, ma non è pensiero; onde l'asino,  per dirla ancora con Bruno, solo se è predestinato, può  arrivare alla Gerusalemme della beatitudine e visione  aperta della verità divina: « perché gli sopramonta quello,  senza il qual sopramontante non è chi condurvesi va-  glia » 3. Vico nella Scienza Nuova scoprirà una Gerusa-  lemme della ragione tutta spiegata, a cui si conduce  l'uomo con le sue forze; ma potrà scoprirla in quanto,  profondandosi sempre più nella stessa intuizione neo-  platonica, troverà che le forze dell’uomo sono la stessa  forza divina; e l’asino e il cavaliere bruniani divente-  ranno a’ suoi occhi un essere solo.    III.    Con la seconda Orazione (18 ottobre 1700) si rimane  nella cerchia della filosofia neoplatonica; e mal si po-  trebbe scorgervi un accento personale e una traccia di  elaborazione originale del pensiero vichiano. Pure il  Vico, quando già aveva tutte quante scritte queste sei  orazioni anteriori al De nostri temporis studiorum ratione,    1 Theol. plat., libr. XII, c. 4; I, p. 273.  * Cabala del cavallo pegaseo.  3 Opp. ital., ed. Gentile, IT, pp. 245-6.    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 65    questa orazione tra tutte tenne, una volta, degna di veder  la luce per istampa. Poiché una sua dedica del dicembre  1708 a Marcello Filomarino ! dimostra che almeno allora  non era dell’opinione espressa più tardi nell’ Autobiografia  e già da noi ricordata, poiché questa seconda almeno  pensava allora di darla alla repubblica delle lettere;  quantunque il suo disegno non avesse poi esecuzione.  La preferenza dell’autore per questa seconda orazione  non può aver altro significato se non che il Vico attri-  buiva uno special valore alle verità quivi contenute, e  le sentiva più vivamente nel suo animo. Profondità e  intimità, che ci viene per altro attestata dalla forte elo-  quenza con cui l’autore esprime il suo pensiero in questa  orazione, che è tra le pagine più belle del Vico.   Egli vi espone principii dell'etica, di cui nella prece-  dente orazione aveva abbozzata la metafisica. Hostem  hosti infensiorem infestioremque quam stultum sibi esse  neminem. Tema, che in forma più piana può formularsi  così: la felicità consiste nella cognizione del saggio che  conosce se stesso (nel senso della prima Orazione) e, in  se stesso, Dio. Il concetto medesimo classicamente svolto  da Spinoza nell’ Etica, sorretto dalla intuizione neopla-  tonica del bene come Uno immanente nello stesso mol-  teplice: onde ogni essere tende all’unità da cui deriva.   Il Vico comincia dal contrapposto, che abbiamo visto  in Pico della Mirandola *, tra la natura e l’uomo: la natura,  governata da leggi necessarie, assolutamente inviolabili,  per cui ogni cosa non può essere che se stessa e non può  realizzare se non la propria legge; l’uomo, dotato di una  prerogativa, che è il principio di tutti i suoi mali: la  libertà, onde può accogliere in sé le più aspre contrad-  dizioni. La natura è fatta, l’uomo si fa: o, come dice          I Opere, ed. Ferrari, VI, 80-81.  ® Vedi anche Ficino, Theol. plat.] Vico, nella natura omnia ad aeternum exemplar facta,  aeternoque consilio regi; nell'uomo nedum diversa et con-  traria, sed a sua communique natura aliena atque abhor-  rentia studia, e però, lungo il corso del tempo, un alzum  a se atque alium fieri. È meglio esser fatto o farsi ? Pel  Vico della Scienza Nuova la risposta non sarà dubbia,  quantunque, come ha nettamente veduto il Croce 1, né  anche il Vico si liberi del tutto della trascendenza in  modo da poter conquistare un pieno concetto del pro-  gresso. In questa orazione tentenna, come Pico, come  Ficino, come ogni neoplatonico; e, in fondo, se si va a  vedere, questa che si dice libertà, è servitù, e la vera  libertà è quella per cui si nega la prima, senza conser-  varla, senza mostrare che soltanto per la prima si giunge  alla seconda.   Ad ogni essere Dio prescrive la sua legge. All’uomo  questa, scolpita da Vico nello stile delle XII Tavole:  «Homo mortali corpore, aeterno animo esto. Ad duas res,  verum et honestum, sive adeo mihi uni, nascitor. Mens  verum falsumque cognoscito. Sensus menti ne imponunto.  Ratio vitae auspicium, ductum imperiumque habeto. Cu-  piditates rationi ancillantor. Ne mens de rebus ex opinione,  sed sui conscia iudicato; neve animus ex libidine, sed ra-  tione bonum amplectitor. Bonis animi artibus aeternam  sibi nominis claritudinem parato. Virtute et constantia  humanam felicitatem indipiscitor. Si quis stultus, sive  per malam fraudem, sive per luxum, sive per ignaviam,  sive adeo per imprudentiam secus faxit, perduellionis reus  sibi 1psi bellum indicato » 2.   La legge dell’uomo, adunque, è un valore che non è  valore; è un dover essere, che è essere; è una volontà,    I La filos. di G. B. Vico, pp. 143-4; 28 ed., pp. 147-8.  2 Riferita con qualche variante dal Vico nell’Autob., ed. Croce,  p. 28.       mere Ade ii    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 67    che è piuttosto natura. Si determina in imperativi che,  mentre par sì dirigano da Dio all'uomo, sono rivolti da  Dio a se medesimo. L’essere anima e corpo, il tendere  naturalmente (nascitor) a Dio come verità e come bene,  il conoscer la mente il vero e il falso, sono, e devono  essere, volontà di Dio; non sono, né possono essere, vo-  lontà dell’uomo. E se le altre determinazioni della legge  umana fossero dello stesso tenore, l’uomo non si farebbe  da sé quel che è (stultus o sapiens); sarebbe tale per volere  di Dio. Vico, non occorre dirlo, da questo genere di  determinazioni passò ad altre determinazioni che come  libere potessero essere rimesse alla libertà umana (non  sottomettere la ragione ai sensi, ma dar l'impero alla  ragione, e a questa soggiogare gli appetiti, mirando al  fine da essa prescritto, e superando per tal modo la guerra  tra le passioni e le razionali aspirazioni); ma, poiché  esse non sono se non le definizioni della natura umana,  quale può esser data dalla cognizione della propria divi-  nità (onde Vico conchiude che lex, quam Deus humano  generi sanxit, sapientia est), poiché questa cognizione non  può essere del senso, ma solo della mente, la quale per  natura cognoscit verum et falsum, ed è quindi incapace  di errore, non si vede come la legge potrebbe esser mai  liberamente violata: non si vede cioè come queste altre  determinazioni potrebbero esser leggi per la volontà  umana (leggi morali) e non più per la divina (leggi natu-  rali), se Vico, come altri prima di lui, non sottintendesse  una volontà, che non è mens né sensus, o meglio è insieme  mens e sensus, e però può farsi questo e tornare ad essere  quella. Il motto, pertanto, di questa prima etica vi-  chiana, è quello della morale stoica e neoplatonica: seguir  la natura: «Si sapientiae studiis animum adiungamus,  naturam sequimur: sin ab ea ad stultitiam traducamur, a  nostra declinamus natura, et in cam facimus legem ». Li-  berar la propria natura (concepita nella sua originaria    68 STUDI VICHIANI    divinità astratta) dall’elemento estraneo sensuale, è il  processo morale: morale, perché eudemonologico, come fu  concepito dalla filosofia greca; eudemonologico, perché  intellettualistico, come fu concepito da Socrate, dalle  scuole socratiche e nel neoplatonismo, per cui il supremo  fastigio dello spirito è amor Dei intellectualis.   Il Vico comincia dal ritrarre co’ più foschi colori una  truce immagine della guerra: scontro degli eserciti av-  versi, e fiammeggiare degli odii sul campo, quando ferve  inesorabile l’ ira e il furore acceca le menti e una prepo-  tente libidine di strage infierisce negli animi. E i volti  efferati minacciano eccidio, e gli occhi rossi di fiamme  cercano nel nemico il punto da ferire, e la mano assale  pugnace, e il ferro passa da parte a parte. Se gli uni re-  spinti indietreggiano, gli altri incalzano: se questi stan  fermi, quelli fanno impeto; dove si scompiglian le file,  penetrano gli avversari. Quindi, spettacolo miserando,  il campo seminato di strage, dopo la vittoria. E poi gli  orrori delle devastazioni, dei saccheggi, delle desolazioni.   Ebbene, assai più terribili sono i mali arrecati dalla  guerra che dentro di sé lo stolto fa a se medesimo: onde  si perde patria, felicità, libertà e ogni fortuna. L’anima  è parte razionale, parte irrazionale. Nell’anima irrazionale,  secondo l’ immagine di Filone, ci sono come due cavalli,  maschio e femmina; uno irascibile e l’altro concupiscibile:  uno tutto forza e impeto, l’altro tutto debolezza e lan-  guore. Nato l’appetito di alcun bene apparente (frava  cupiditas alicuius apparentis boni), l’anima è gittata nelle  passioni (perturbationes), di cui la sorgente è l’amore;  che è desiderio, seilbeneè lontano; speranza,  se sl può conseguire; gaudio, se presente; ge-  losia, se si ritiene così alto, che uno solo ne possa  godere; e quindi emulazione, invidia se altri  .ne ha molto, e noi poco. Ma, ottenuto lo scopo e strap-  pata la maschera, resta la cosa, e il bene diventa male,       II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 69    l’amore diventa odio, e se il male è assente, ne viene  l’avversione (abominatio et fuga); se presente, la  tristezza e il dolore. Edecco riscuotersi l’altro  cavallo, il maschio, l'ira; che si fa audacia, se  può vincere il male; se dispera della vittoria, rinasce  l'appetito (della parte concupiscibile): e se il male è tol-  lerabile, ne viene la noia (faedium); se trasmoda, lo  sbalordimento (stupor). Le gioie s’alternano per-  petuamente ai dolori; ma quanto fugaci le gioie, e come  fallaci tutte le promesse a cui si arrende l'appetito !   Gli stolti che gli si danno in balìa, veggono talvolta  Il soave diletto di un Archimede occupato, durante il  saccheggio di Siracusa, nelle sue dimostrazioni geome-  triche; di uno Scipione che, mal compensato da Roma  della distruzione di Cartagine, si ritira tranquillo in una  villetta a studiare e, chiuso nella sua virtù, godere delle  meditazioni della filosofia e del ricordo delle sue grandi  gesta. Ma che perciò ? Basta forse la bellezza della virtù,  a metterli, destando il desiderio di sé, sulla via che sola  conduce a quella dolce gioia che non è premio della virtù,  ma la virtù stessa ? La virtù è scienza: scienza del giusto  mezzo o di quei termini, per dirla del poeta,    Quos ultra citraque nequit consistere rectum;    è coerenza logica, per cui non si può lodare la virtù e  Seguire il vizio; è ragionevolezza, per cui l'uomo si sottrae  all’insania delle gioie vane e delle tormentose cupidigie.  «Stulti vita semper ingrata, semper trepida est, semperque  is sibi dissidet, secumque pugnat: semper fastidio sui Lla-  borat, suique taedet ac poenitet. Nunquam ei velle ac  nolle decretum est ». Lo stolto, dice Vico, semper foris est;  nunquam secum habitat.   Sconfitto nella guerra con se stesso, egli vien cacciato  dalla sua patria. Dalla patria del sapiente: non dalla    70 STUDI VICHIANI    piccola città che un muro e una fossa serra, ma dalla  grande, cui circondano i flammantia moenia del poeta;  non dalla terra, che è governata dalla mente dell’uomo  con umano diritto; sì dal mondo, che aeterno regitur iure:  dalla città, in cui con Dio abitano i saggi: il mondo di-  vino, che è la natura degli stoici e dei neoplatonici, pantei-  sticamente intuita nella sua divinità: «etenim ius, quo  haec maxima civitas fundata est, divina ratio est toti mundo  et partibus eius inserta, quae omnia permeans mundum  continet et tuetur ». Quella ragione, che è in Dio, e costi-  tuisce la sapienza divina, è conosciuta dall’uomo, e co-  stituisce la sapienza umana (ma già dev’essere, com’ è  detto nella prima Orazione, anche nell'uomo, perché  questi non la conosce se non in se stesso); quella ferfecta  ratio, come il Vico dice pure esplicitamente, « qua Deus  cuncta operatur, sapiens cuncta intelligit ». Cuncta: anche  le passioni, la cui conoscenza viene ad essere perciò sa-  pientia, quindi superamento della stultitia, e però libertà  virtù, felicità: tal quale in Spinoza. La quale virtù, ap-  punto come in Spinoza, allo stringer dei nodi, poiché Dio  operando tutto, deve pur operare quell’ intelligenza onde  noi intelligimus omnia, cioè siamo virtuosi, non è ope-  razione dell’uomo, ma dello stesso Dio. A Vico infatti  par troppo superbo il pensiero degli stoici, che la virtù  (dell’uomo) faccia il sapiente simile a Dio; e gli par più  vero e più profondo dire: «una re nos Deus sur similes  reddit, virtute, qua nedum humanae, sed cum caelestibus etiam  aeternae nos compotes facit felicitatis ». L'amore intellettuale  della mente verso Dio, aveva detto Spinoza, — col quale  Vico era portato necessariamente ad incontrarsi spesso  dalla logica del suo pensiero 1, — è lo stesso amore di    I Sarebbe tema degno di studio speciale quello dei rapporti  ideali di Vico con Spinoza. Intorno ad alcuno dei probabili rapporti  storici v. B. CROCE, La filosofia di G. B. Vico, p. 198; 28 ed., p. 204.  I riscontri della metafisica vichiana con quella dello Spinoza notati da    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 71    Dio: l’amore cioè con cui Dio ama se medesimo, non in  quanto è infinito, ma in quanto si può esplicare per l’es-  senza della mente umana considerata sub specie aeterni-  tatis; o in altri termini, l’amore intellettuale della mente    CARLO SARCHI, Della dottrina di B. Sp. e di G. B. Vico, Milano, Bor-  tolotti, 1877, pp. 103-7, 195-6, additano certamente rassomiglianze non  trascurabili, quantunque qualcuna di esse sia inesatta; ma non dimo-  strano nessun rapporto né storico, né ideale; perché non concernono  nessun concetto specifico dello spinozismo.   Ecco invece alcune coincidenze significative che potranno fornire  materia a una speciale indagine. Spinoza (Età. III, def. 1) distingue due  specie di causa: «Causam adaequatam appello eam, cuius effectus  potest clare et distincie per eandem percipi. Inadaequatam autem seu  partialem illam voco, cuius effectus per ipsam solam intelligi non po-  test». E il Vico nella Prima risp. al Giorn. d. Letter. (Opere, I, 221)  avverte: «Per vera cagione intendo quella che per produrre  l’effetto non ha di altra bisogno », 0, come spiega nella Sec. risp. (I, 257),  «non ha di cosa forestiera bisogno »: quella causa insomma nella co-  gnizion della quale la scienza consiste, poiché «il criterio di avere  scienza di una cosa, è il mandarla ad effetto ». Tutta spinoziana, più che  cartesiana, è la dottrina della sostanza e degli attributi propugnata nel  De antiq., e così riassunta nella Sec. risp. (I, 267): «Sostanza in  genere dico esser ciò che sta sotto e sostiene le cose, indivisibile in  sé, divisa nelle cose ch’ella sostiene; e sotto le divise cose, quantunque  disuguali, vi sta egualmente. Dividiamola nelle sue spezie:sostanza  distesa è quella che sostiene estensioni disuguali egualmente; s o -  stanza cogitante è quella che sostiene pensieri disuguali  egualmente; e siccome una parte dell’estensione è divisa dall'altra,  ma indivisa nella sostanza del corpo, così una parte della cogitazione,  cioè a dire un pensiero, è divisa dall’altra, cioè da altro pensiero, ed  è indivisa nella sostanza dell’anima ». Cfr. De uno, lemm. I (Opp.?,  ed. Ferrari, III, 16). — Il Vico, De antiq., c. IV, $ 2 (Opere, I, 156-7),  riproduce anche la distinzione spinoziana di attributum e modus. —  Spinoziano è pure quel che il Vico dice nella Sec. risposta (I, 268) in-  torno all’errore: «Io non mai ho inteso dire false le apprensioni  nell’esser loro; perché i sensi, anche allorquando ingannano, fanno  fedelmente l'ufficio loro; ed ogni idea, quantunque falsa, porta seco  qualche realità, essendo il falso, perché nulla, impercettibile. Ma le  ho dette false, in quanto sono urti e spinte al precipizio della mente  in giudizii falsi ». Cfr. SPINozA, Eth., II, prop. 17 sch., prop. 35 etc.  — Per Spinoza (E#h., II, pr. 7) ordo et connexio idearum idem est ac  ordo et connexio rerum; e per Vico egualmente: «L'ordine dell’ idee  dee procedere secondo l’ordine delle cose » e «le dottrine debbono  cominciare da quando cominciano le materie che trattano »: due di-  gnità (LXIV e CVI) che, intese alquanto meglio che non suonino le  parole, si riferiscono allo stesso ordo di Spinoza. — Per Spinoza è un  corollario della cit. proposizione «quod Dei cogitandi potentia aequalis  est ipsius actualì agendi potentiae; hoc est, quicquid ex infinita Det    72 STUDI VICHIANI    DI    verso Dio è parte dell’ infinito amore onde Dio ama se  stesso !.   Lo stolto, vinto dalle passioni, ci rimette la propria  felicità: perché la virtù, come dice Spinoza, è premio a    natura sequitur formaliter, id omne ex Dei idea eodem ordine  eademque connexione sequitur in Deo obiective»: che è il verum  factum convertuntur rispetto a Dio, di Vico. — Per Spinoza (E#à., I,  app.) il concetto delle cause finali è antropomorfico (quod scilicet com-  muntiter supponant homines, omnes res naturales ut ipsum propter finem  agere) e l’interrompere la ricerca delle cause meccaniche ricorrendo  ad Dei voluntatem è un ad ignorantiae asylum confugere. E Vico: « Gli  uomini ignoranti delle naturali cagioni che producon le cose, ove non  le possono spiegare nemmeno per cose simili, essi dànno alle cose  la loro propria natura.... », e «La fisica degli ignoranti è una volgar  metafisica, con la quale rendon le cagioni delle cose ch’ ignorano alla  volontà di Dio, senza considerare i mezzi de’ quali la volontà divina  si serve » (dign. XXXII e XXXIII). — E altri riscontri si possono  aggiungere come i seguenti: « Primum verum metaphysicum et primum  verum logicum unum idemque esse »: Vico, Notae al Diritto Univer-  sale, in Opere?, ed. Ferrari, III, 21 (Scienza Nuova?, dign. CVI: «Le  dottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie che  trattano »; cfr. pure dign. LXIV). Cfr. Spinoza, Eth., I, 10 sch. —  «La fantasia tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio » (Sc.  N.2, dign. XXXVI; e cfr. oltre, pp. 84 sgg.). Cfr. Spinoza, Tract. Theol.-  pol., c. 2: « Nam qui maxime imaginatione pollent, minus apti sunt  ad res pure intelligendum, et contra, qui intellectu magis pollent,  eumque maxime colunt, potentiam imaginandi magis temperatam,  magisque sub potestatem habent et quasi freno tenent, ne cum in-  tellectu confundatur ». — Anche per lo Spinoza (Etàh., IV, 37 sch. I  e 68 sch. e le note mie all’Ethica, Bari, Laterza, 1914, parte IV, nn. 40,  80) la religione è, come pel Vico, il principio della vita civile dell’uma-  nità. — A Spinoza manca certamente la profonda teoria vichiana del  certo (v. oltre, pp. 120 sgg.); ma un accenno a questo concetto è  nella sua dottrina del valore probativo dei fatti storici (a proposito  delle profezie) nel Trattato teologico-politico. Notevole questo luogo  delle Annot. in Tract. th.-pol., VIII, in Opera, Vloten-Land, II, 177:  « Per res perceptibiles non illas tantum intelligo, quae legitime de-  monstrantur, sed etiam illas, quae morali certitudine amplecti et sine  admiratione audire solemus, tametsi demonstrare nequaquam possunt.  Euclidis demonstrationes a quovis percipiuntur priusquam demon-  strantur. Sic etiam historias rerum tam futurarum quam praeteritarum,  quae humanam fidem non excedunt, ut etiam jura, instituta et mores,  perceptibiles voco et claros, tametsi nequeunt mathematice demonstrari.  Caeterum hieroglyphica et historias, quae fidem omnem excedere  videntur, imperceptibiles dico.... ».   I Eth., V, prop. 36. Era dottrina neoplatonica. Mi piace citare qui  un luogo di un nostro neoplatonico, di cui subì l’ influsso anche Spi-  noza, Leone Ebreo; il quale nei Dialoghi di amore (1516) dice che    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 73    se stessa: la virtù, che è rerum scientia, certa scire, quindi  mente adire Deum, che è il sommo bene. Il saggio, ritraen-  dosi con la mente dentro se stesso, riacquista la perduta  libertà (quella libertà che sarebbe stato meglio non avesse  mai compromessa e smarrita per il libero arbitrio !):  poiché egli « agnoscit quae in nobis sunt, natura sua libera  et propria esse: extra autem postta, serva et alieni iuris ».   Lo stolto infine, sconfitto e fatto prigioniero di se me-  desimo, è gittato nel carcere del corpo: « Tenebricosus  carcer esì corpus; triumviri, opinio, falsitas, error; custodes,  sensus, qui in pueris acerrimi, in senibus hebetes, et in  omni vita pravis affectionibus corruptissimi ».   Il nosce te ipsum della prima Orazione diviene nella  seconda: sequere naturam. Ma è sempre lo stesso pro-       «]» amor divino non solamente ha dell’onesto, ma contiene in sé l’one-  stà di tutte le cose e di tutto l’amor di quelle, come che sia: perché  la divinità è principio, mezzo e fine di tutti gli atti onesti.... È principio,  perché dalla divinità depende l’anima intellettiva agente di tutte l’onestà  umane, la quale non è altro che un piccolo raggio dell’ infinita chiarezza  di Dio appropriato all'uomo per farlo razionale, immortale e felice. E  ancora questafanima intellettiva, per venire a fare le cose oneste, bi-  sogna che partecipi del lume divino: perché, non ostante che quella  sia prodotta chiara, come raggio della luce divina, per l’ intendimento  della colligazione che tiene col corpo, e per essere offuscata dalla te-  nebrosità della materia, non può pervenire all’ illustri abiti de la virtù  e lucidi concetti della sapienzia, se non ralluminata dalla luce divina  in tali atti e condizioni, che così come l’occhio, se ben da sé è chiaro,  non è capace di vedere i colori, le figure e altre cose visibili, senza  esser illuminato dalla luce del sole, la quale, distribuita nel proprio occhio e  nell'oggetto che si vede e nella distanzia, che è fra l’uno e l’altro, causa  la visione oculare attualmente, così il nostro intelletto, se ben è chiaro  da sé, è di tal sorte impedito negli atti onesti e sapienti dalla com-  pagnia del rozzo corpo e così offuscato, che gli è di bisogno essere illu-  minato dalla luce divina....»; ed. Venezia, D. Giglio, 1558, p. 19.  Pei rapporti di Leone con Spinoza vedi E. SoLMI, B. S. e Leone Ebreo,  Modena, Vincenzi, 1903; e GENTILE, Studi sul Rinascimento, Firenze,  Vallecchi, 1923, p. 96 sgg. Dopo, un importante lavoro su Leone fu  pubblicato da Ernst AppPEL, Leone Medicos Lehre vom Weltall u.  ihv Verhdltniss zu griech. u. zeitgenòssichen Anschauungen, notevole  per la illustrazione delle fonti di Leone (Plotino, Ficino): in Arch. f.  Gesch. d. Philos., XX (1907), 287-403, 456-96. Vedi ora gli studi del  SAITTA nel Giorn. Crit. d. filos. ital., 1924-25; e H. PFLAUM, Die Idee  der Liebe, Leone Ebreo, Tiibingen, Mohr, 1926.    74 STUDI VICHIANI    cesso: onde la metafisica diviene un'etica, ma un'etica  che è una metafisica: un'etica naturalistica, come quella  di Bruno e di Spinoza, dove l’uomo non può trovare la  sua libertà perché è un modo della sostanza. Se il Vico  fosse rimasto a questo punto, in cui Deus operaur e  l’uomo non può se non intelligere quel che fa Dio, al  concetto della storia, di un mondo creato dall'uomo, non  sarebbe mai pervenuto. Ma egli ora va ricercando come  l’ intelligere umano possa essere un operari di Dio; unità  di contrari, senza di cui la storia della Scienza Nuova  non sarebbe nata nemmeno ?.    IV.    La terza Orazione (che il Vico dice recitata il 18 ot-  tobre 1701, che è, a dir vero, dell’anno successivo) = ri-  prende la concezione dell’etica adombrata nella precedente,  mantenendo l’opposizione dualistica di natura e uomo,  ragione e senso, virtù e passioni, e quindi il concetto  della libertà come prerogativa fatale dell’uomo, prima  origine di tutti i suoi vizi; onde tutto il male che fa l’uomo,  lo fa lui, e tutto il bene, in fondo, lo fa Dio. È rafforzata  l'opposizione tra la necessità naturale e la libertà umana  coi colori presso a poco di cui s’era servito, come s' è    1 Pel tema di questa Orazione cfr. il De uno, c. XXX, e la nota del  Ferrari a q. 1. in Opere2, III, 25. I concetti stoici dell’ Orazione ri-  compaiono nello stesso De uno, cc. XII-XXXVIII.   2 [Infatti nel 1701, causa la così detta rivoluzione del principe di  Macchia, lo Studio napoletano si riaprì, non secondo la tradizione, il  giorno di San Luca (18 ottobre), bensì, senza alcuna cerimonia inau-  gurale, il ro novembre. Inoltre in certi Giornali inediti di ANTONIO  BuLIFON (amico del V.), alla data del 18 ottobre 1702, è detto che,  nella riapertura degli Studi avvenuta in quel giorno, «il signore Gio-  vanni de Vico fe’ una erudita orazione come lettore di rettorica » (Co-  municazione di F. NicoLINI, al cui lavoro rimando per una più precisa  documentazione)]. veduto, il Pico. Ma esplicitamente deplorata, a differenza  del Pico, la sua prerogativa. « At utinam Deus fecisset  immortalis naturam humanam sibi itidem, ut reliquae,  mancipatam ! ».   Se non che, nell’etica di quest'anno spunta un ele-  mento nuovo, che rompe l’ascetismo dell’ Orazione pre-  cedente. L'uomo, tornando in se stesso, per seguire la  propria natura, vi trova una legge che lo riporta fuori di  se stesso: « Maxima quidem et potentissima illa vis est in  hominum animis insita, quae alium alii consociat et co-  mungit ». Pel Vico la filosofia è ancora una naturae ve-  stigatio; ma in questa natura comincia ad esserci vera-  mente qualche cosa, che non è la natura fatta da Dio, e  che non è male: ed è la soctetas. Questa realtà non è più  l’ Uno astratto del neoplatonico, perché si realizza nella  molteplicità; talché la stessa sapientia, che prima era  quel dio che l’ individuo trovava nel fondo della propria  essenza, ora essa stessa è un legame, una comunità, di  cui compartecipano i filosofi. È il mondo del diritto, che  comincia a premere in Vico sul neoplatonismo: un empi-  rismo contro una filosofia, ma che ha su questa il van-  taggio di affermare il valore di quel mondo umano, vario,  diverso, non raggomitolato nel pensiero immutabile del-  l’immutabile verità, ma spiegantesi attraverso l’amore e  l'odio per trionfarne.   Legge della società è che il socio aut rem aut operam  conferat in commune; e Vico in questa Orazione svolge  pedagogicamente la necessità che i soci di quella società  che è costituita dai letterati, dagli scienziati e dai filosofi  adempiano in buona fede — secondo il monito del giu-  reconsulto romano (inter bonos bene agier) — cotesta  legge. Scarsa l’ importanza scientifica dei singoli precetti  di questa morale letteraria esposta nel séguito dell’ora-  zione; ma nelle esemplificazioni e nella deduzione di essi  il Vico ha occasione di darci notizie assai interessanti    76 STUDI VICHIANI    per la storia del suo pensiero filosofico, e indizi manifesti  di una crisi che in lui vien maturando.   Dove riprende i filosofastri che contravvengono alla  buona legge della repubblica letteraria non recandovi il  contributo di opere proprie, ma badando a lacerare le  altrui, reca ad esempio le ingiurie che si sogliono sca-  gliare contro Platone, anilium fabellarum auctorem; contro  Zenone, vanum mirabilium promissorem, magnificum, su-  derbum et fastus plenum; contro Democrito ed Epicuro,  carneos homines; contro Cartesio, naturae pottastrum, €  contro Aristotele, al quale non se ne risparmia nessuna.  Lo studioso di buona fede deve, invece, lodare in ogni  scrittore quel che c’è da lodare; e attribuire gli errori  all’umana debolezza.    Si te philosophiae dedidisti, audi Platonem, quae disserat de  animorum immortalitate, de divinarum aeterna et infatigabili vi  idearum, quae de geniis, quae de Deo summo bono, quae de  amore a libidine defoecato; et eum divini cognomentum  lure promeruisse cognosces.   Audi Stoicos, quam graviter et severe sapientis constantiam  doceant; et tute rigidos ac torvos virtutis custodes dixeris.   Audi Aristotelem, quanto acumine facultatem dissertatricem  universam complexus sit: cui nihil hactenus aliud, nisi quam  explicationem, rationem, et aliquod utilius exemplum addi-  derunt: quo corde de re oratoria et poética praecepta tradat;  absolutissimum illud de morum philosophia systema perlege;  et ingeniorum miraculum ultro fateberis.   Audi Democritum, quam verisimillima de principiis rerum,  de corpusculorum effluvio, de sensibus contempletur; et Na-  turae praelucem appellabis.   Audi Carthesium, quae de corporum motu, de passionibus  animi, de sensu videndi nova et admiranda investigarit, quae de  primo vero sit meditatus; ut geometricam methodum in phy-  sicam doctrinam invexit; et philosophum dices non ad aliorum  exemplar factum.    Dove, se non m’ inganno, è un documento assai note-  vole delle opinioni filosofiche di Vico al 1702. Platone coi rimaneggiamenti neoplatonici (caratteristici il de geniis  e il de Deo summo bono) è sempre, com'era da aspettarsi,  il fondamento: su cui si accettano degli stoici la morale  (cfr. Orazione precedente); di Aristotele la logica, la  rettorica, la poetica e l’etica (fusa con la stoica); e, quel  che è più interessante, si fa buon viso non solo a Cartesio,  di cui già la prima Orazione accettava la teoria del primo  vero, che il De antiquissima combatterà, e il metodo  geometrico, che sarà sempre, più o meno, vagheggiato  come l’ ideale della dimostrazione scientifica in tutte le  opere, fino alla Scienza Nuova; ma, quel che non ci  saremmo davvero aspettati, anche a Democrito, anche a  quella fisica corpuscolare democrito-epicurea e cartesiana,  che dal De antiquissima in poi il Vico avverserà vigorosa-  mente dallo stesso punto di vista dal quale contempora-  neamente, e per analoghe ispirazioni, la scalzava il Leibniz.  La dottrina dei punti metafisici non era ancor nata;  ma è lecito anche sospettare che per allora il Vico non  vedesse nettamente l’ irriconciliabile contrasto che c’è  tra il meccanismo della fisica corpuscolare e il dinamismo  della sua metafisica platonica. Non è per altro da tra-  scurare che fin d’allora il Vico non riconosceva valore di  verità, ma soltanto una certa verisimiglianza a quella  dottrina fisica, come probabilmente alla teoria demo-  critea, che poco prima aveva rinnovato il Locke, della  soggettività delle qualità secondarie (cui forse si allude  col de sensibus). Poiché in questa stessa Orazione spun-  tano quelle riserve, che egli farà più tardi esplicitamente  circa la portata dimostrativa del metodo geometrico, su  cui il razionalismo cartesiano faceva troppo assegnamento;  e s’affaccia quello scetticismo — rispetto alla scienza della  natura — che sarà svolto poi nel De antiquissima, quando  Vico acquisterà la chiara coscienza (una trentina d’anni  prima di D. Hume) che la scienza della natura ci è vietata  dall’ impossibilità di conoscer le cause reali; e affermerà    78 STUDI VICHIANI    esplicitamente che il razionalismo dei filosofi dal fastoso  placito sapientem nihil opinari, genera l’ordine tutto  opposto degli scettici: e opporrà al vero dei mate-  matici i probabile dei filosofi!. Nella fisica cor-  puscolare doveva vedere nel 1702 una verisimiglianza  equivalente alla probabilità propria della metafisica del  De antiquissima. E insomma di fronte a quella fisica è  da credere che rimanesse in atto di non irriverente scet-  ticismo; secondo una tendenza ovvia del suo neoplato-  nismo (e se ne è colta l’espressione nel Ficino), che con-  trappone l’operare di Dio nella natura all’operare della  mente nell'animo: dualismo, per questo lato non diverso  da quello onde l’empirismo inglese doveva minare la  scienza razionalistica cartesiana.   Tra gli altri precetti di buona fede scientifica Vico  appunto raccomanda di non finger di sapere quello che  s’ ignora. E nella illustrazione di questo precetto fermenta  certo lievito di scetticismo, indice di studi nuovi e di  nuovi bisogni mentali.   Esempio di ignoranza dissimulata sotto la maschera  della scienza: l’antipatia. La si definisce: una facoltà  che non ne soffre un’altra. — Ma che Dio ti benedica,  spiègami in che cosa è riposta questa facoltà. — In certa  facoltà occulta. — Ma appunto di questo ti prego: spie-  gami questa facoltà occulta. — E zitto. Perché non dire  piuttosto fin da principio: non so ? ?.   Fin qui è la polemica cartesiana contro le entità me-  tafisiche e le qualità occulte degli aristotelici. Poi segue  un altro esempio, che è la satira di un'applicazione car-    I Sec. visp., in Opere, I, 273-4.   2 Nel De antiq., c. IV, $ 2 e nella Sec. risposta, $ IV in Opere, I,  261, il Vico poi diede torto così agli aristotelici, «che guardano le  cose fisiche con aspetto di metafisici per potenze e virtù, e così cre-  dono esser luce quelle cose che sono opache »; come ai cartesiani,  « che con l'aspetto di fisici guardano le metafisiche cose, per atti e forme  finite, cioè non credono esser luce se non dove ella riflette ».    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 79    tesiana del metodo geometrico in fisica. Donde apparisce  che fin da principio il Vico doveva in quella sorta di  fisica incontrare insormontabili difficoltà, e si scorge una  certa anticipazione di una arguta censura mossa più  tardi all'abuso di certi metodi strepitosi:  S' immagina che un cartesiano, movendo dalle sue regole,  definizioni e postulati, voglia dimostrare che i corpi lan-  ciati sien portati non dalla gravità, bensì dalla circum-  pulsione dell’aria, con la pretesa di dare alla dimostrazione  la stessa evidenza di quella, che gli angoli di un triangolo    sono eguali a due retti. — Vico non la vede così chiara.  — Ma tu hai concesso i principil. — SÌ, perché sono molto  verisimili. — E allora? — Ma, chi sa? Qualcuna    di queste regole del moto di Cartesio potrebbe anche  esser falsa. Ossia, potrebbe! Forse che il Malebranche  ne ha scoperta falsa una sola? — In conclusione: Quid  simulamus et geometricas demonstrationes homini sanae  mentis obtrudimus, quas non assequatur ? Sarebbe come  chi ha buona vista, è sveglio, e non vede la luce del sole.  Ma confessiamo qualche volta la debolezza della nostra  natura: :n hoc studia valeant, ut hoc sciamus vel nescire,  vel admodum pauca scire. La differenza tra l’ ignorante e  il dotto, si sa, è che il primo crede di sapere, e il secondo  sa d’ ignorare.    V.    Nella quarta Orazione (che dall’autore è attribuita al  18 ottobre 1704)? il Vico illustra un concetto ancor più  alieno dal mero ascetismo: che i maggiori vantaggi che  sì possono ritrarre dagli studi sono quelli che coincidono       ——    I Sec. risp., $ IV: Opere, I 272.  2 Vedi Nota più avanti, pp. 92 sgg.    So STUDI VICHIANI    coi fini morali propri degli studi stessi indirizzati a pro  della comunità civile. Egli s’allontana sempre più dalla  concezione mistica dello spirito, attratto dal vivo senso  della realtà storica della natura umana: onde finirà col  vedere il vero e il certo dello spirito soltanto nel senso  comune degli uomini. Il sommo bene non è più soltanto  Dio (il Dio immediato, astratto); ma è anche la vita  comune, la realtà storica (Dio concreto, mediato). Non è  cangiato il punto di vista; ma la legge morale si riempie  di un contenuto, al quale lo spirito prima era indiffe-  rente, e che accentua il motivo dell’ immanenza, di contro  a quello della trascendenza del panteismo acosmico dei  neoplatonici. La sapienza o cognizione di Dio si orienta  verso la realtà umana; pur rimanendo mera cognizione,  ed un'etica, perciò, eudemonistica. Il Vico sente il bi-  sogno di spezzare una lancia in favore dell’ intellettua-  lismo socratico, combattuto da Aristotele, pigliandosela  con coloro che «omnium primi hanc humanae societati  perniciosissimam invexerunt horum verborum ‘utilis hone-  stique’ distinctionem; et quod natura unum idemque est,  falsis opinionibus distraxerunt ».   Per Vico, come per Spinoza! e per tutti i platoniz-  zanti, la felicità, consistendo nella cognizione, che è pure  la virtù, non può scompagnarsi da questa, anzi coincide  con questa. Vico, per altro, introduce di suo una distin-  zione notevole: distingue beni fisici e beni spirituali,  tralasciando di dimostrare (ma non negando) nei primi  la identità socratica dell’utile e dell’onesto; e restrin-  gendosi ai secondi. « Officia, egli nota, quae a mentis opi-  bus animique proveniunt, non sunt ciusmodi, ut vita, fundus,  aedes, quas qui insumit non utitur, qui utitur non in-  sumit; sed res eius miri generis sunt, ut qui eas tenent,  non habeant; qui donant, hoc ipso quod donani, conser-    t Eth., IV, prop. 24.    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 8I    vent; et argute ac vere carum avaros înopes, liberales dixeris  copiosos. Et vero caussarum patrocinia, morborum curationes,  agendorum fugiendorumque consilia uter în suis rationibus  referat îs, qui accepit has res, an qui dederit ? Quod si ita  se res habet, necessario illud conficitur: quo quis eiusmodi  officiorum finem sibi ampliorem proponit, uberius eorum  facere compendium mnecesse est. Quis autem amplior finis,  quam velle iuvare quam plurimos, quo uno homines, alius  alio proprior ad Deum Opt. Max. accedit, cuius ea est  natura, iuvare omnes ? >.   Qui abbiamo, mi pare, un nuovo orientamento, non  per l’ indirizzo etico, che rimane immutato, ma pel con-  cetto fondamentale dello spirito. L’accessio ad Deum, in  cui si continua sempre a risolvere il processo dello spirito,  non è veduta come un ritrarsi dello spirito dalla molte-  plicità (della natura corporea) nella propria unità; anzi  come un uscire dalla propria astratta unità e realizzarsi  nella molteplicità (dello stesso spirito, come comunità  sociale). Vico non guarda più alla natura, in cui non ha  trovato mai il suo mondo, e da cui si sforzava di rac-  cogliersi in sé; ma comincia a guardare alla storia, dove  ha ritrovato sempre se stesso, studiando il diritto. Onde  il processo spirituale gli si rovescia, e se prima era un  ascenso a ritroso del descenso divino, ora comincia ad  apparirgli un descenso anch’esso parallelo al divino; e  con questo di vantaggio, che il descenso divino del neo-  platonico è decremento di realtà, e il descenso dello spirito  è un incremento di realtà, e quindi piuttosto un ascenso.  Lo spirito si realizza nella comunicazione; non si diffonde  perciò, ma si concentra. Non si tratta più di cieco ema-  natismo, ma di veramente provvidenziale, finalistico,  processo teogonico.   Vico intravvede già oscuramente la via sua, e comincia  a staccarsi dalla vecchia filosofia. E sulla nuova via riso-  lutamente s’avanza nella successiva Orazione (18 ottobre    82 STUDI VICHIANI    1705) *, che, proponendosi di provare respublicas tum  maxime belli gloria inclytas et rerum imperio potentes,  cum maxime literis florueruni, ha occasione di svolgere  il concetto dialettico dello spirito che è spuntato nel-  l’ Orazione dell’anno innanzi. Poiché essa si aggira intorno  al concetto della guerra, che riapparisce in aspetto affatto  diverso da quello, in cui era stata rappresentata nel-  l’ Orazione del 1700. Lì la guerra era dell’uomo in balìa  del senso, accecato dalle passioni, artefice di male agli  altri e a se stesso, errante fuori della sua razionale natura,  nella cui immoltiplicabile unità non può nascere conflitto  di sorta. Nata dall’errore, essa non poteva non esser  deplorata come l’errore: effetto di una libertà malaugu-  rata, non manifestava la divinità, anzi la miseria dell’uomo  alienatosi dalla sua divina origine. Qui invece l’errore  stesso comincia ad apparire all'uomo, che ha meditato  sul mondo umano, qualche cosa di necessario: ut ad quod  verum vecta pergere nati sumus, non nisi per viarum am-  fractus circumducamur. Che è ben altra cosa da quella  facile impresa che pareva una volta la filosofia a Vico  (Oraz. I), per cui ognun che volesse non aveva che a  guardar il tesoro di divina sapienza recatosi in seno dalla  nascita. Qui la filosofia è un’ impresa non meno virile ed  ardua della gesta guerriera. Le forze dello spirito si su-  blimano ai suoi occhi; non per la loro natura od origine,  ma pel loro valore e destino. « An ignoramus, quanta sit  animi vis, quamque admirabilis?... Qui sapientiam ociosam  putant, non plane norunt. Ea enim est hominis emendatio.  Nam mens et animus homo: mens autem erroribus obrupta,  animus cupiditatibus depravatus. Sapientia utrique me-  detur malo, et mentem veritate, animum virtute format.  Virtus instar ignis actuosa semper.... ». Qui tutto è capo-  volto. La stessa mens, contro cui lo stolto della seconda    I Se questa data assegnata dal Vico è esatta.] Orazione si metterebbe arrendendosi agli appetiti, non è  verità, ma errore anch'essa. Il punto di partenza (la  natura umana) non è più il bene, ma il male. L'uomo  comincia ad apparire originariamente non più l’Adamo  dell’ Eden, ma il bestione postdiluviano. La ragione tutta  spiegata non è a principio, ma alla fine; e il processo  non è un tornare indietro dopo vani erramenti, ma un  andare avanti, sempre avanti, dall’errore alla verità.  I conflitti, quindi, che la guerra deve risolvere, non sono  più accidentali, ma naturali e necessari; e le guerre stesse  quo res componanit vengon dichiarate necessarie al genere  umano !. «Quid enim sibi volunt graves ex eo 1ure con-  ceptae formulae, nisi bona pace iniurias ad iuris hosti-  mentum revocari; sin per pacem non liceat, ut armata vi  vindicare inferendas, ulcisci acceptas ius sit: et fas natio-  num supremamque iuris gentium legem, conservationem  humanae societatis, quam sapientes volunt, omnium officio-  rum moderatricem, armatos milites asserere ac vindicare? ».  Le guerre, secondo il Vico, si devono definire turis 1udicia;  la scienza della guerra humani iuris prudentia, giuri-  sprudenza internazionale; e, perché tale, atta a nutrirsi,  come è dimostrato anche dallo studio della storia, di tutta  la ricchezza spirituale che in uno Stato è tesorizzata dal  fiorire d'ogni cultura letteraria, scientifica, filosofica, 0,  in genere, dello spirito.   Sì comincia così ad intravvedere un vero certo, un  razionale provato dalla realtà, un diritto prodotto dai  fatti; un bene che sfavilla dal cozzare dei mali; una  sapienza, a cui collabora il genere umano, in una fatica  che non è più vana.       1 Vico distingue due specie di guerre, bella generis inferioris e  bella generis superioris; le guerre di Attila, devastatrici e barbariche,  e le guerre di Senofonte, civili ed edificatrici di civiltà. Inutile qui  rilevare il carattere empirico della distinzione.    84 STUDI VICHIANI    VI.    Il Vico ha distratto il suo sguardo dal mondo intelli-  gibile dei filosofi platonici; è concentrato nella contem-  plazione dell’uomo. Nella sesta Orazione (18 ottobre  1707) ® affronta, come farà più ampiamente nell’orazione  notissima dell’anno dopo, il problema dello svolgimento  pieno e graduale dello spirito dal lato che interessa la  pedagogia: Corruptae hominum naturae cognitio ad uni-  versum ingenuarum artium scientiarumque orbem absol-  vendum invitat, ac rectum, facilem ac perpetuum in tis  addiscendis ordinem exponit. È il problema stesso della  prima Orazione, dove il nosce te ipsum non faceva scoprire  altro che l’astratta natura divina dello spirito umano,  e qui invece mette innanzi tutto un processo di sviluppo  di questo spirito, dalla sua natura corrotta alla scienza.   Sviluppo, che non è niente di accidentale, ma la rea-  lizzazione dello spirito; e a cui perciò il pedagogista si  appella contro l’usanza di avviare i giovani allo studio di  questa o quella determinata scienza o arte, filiorum in-  genio ad quaenam id factum natumque sit inexplorato, et  eorumdem naturae viribus inexpensis, ex sua animi libi-  dine.... vel invita quam sacpissime Minerva 2.   Il Vico comincia dal descrivere al vivo gli effetti del  peccato originale, oltre il quale la sua mente più tardi  non risalirà a vagheggiare lo stato originario dell’uomo  perfetto. Di qua da esso l’uomo non ha più nella lingua  lo strumento di espressione adeguato del proprio pen-  siero; nella mente non ha più lo strumento del vero;  e quindi si travaglia tra le apparenze fallaci e le mutevoli  opinioni; e, quel che più lo affligge, l'animo non gli serve    1 Vedi Nota più avanti, pp. 92 sgg.  2 Cfr. S. Nuova, Dign. VIII: «Le cose fuori del loro stato naturale  né vi si adagiano né vi durano.] più se non a gettarlo in preda alla tempesta delle passioni.  L'emendazione dello spirito consisterà pertanto nell’elo-  quenza, nella scienza e nella virtù. Il fine dell’uomo,  si può dire, è quello di farsi uomo: certo scire, recte agere,  digne loqui. Uomini divini son quelli che stimolano effi-  cacemente gli uomini al raggiungimento di cotesto fine.  «Nec sane alio fictis fabulis poètae sapientissimi Orpheum  lyra mulxisse feras, Amphionem cantu movisse saxa, t1sque  sese sponte sua ad symphoniam congerentibus, Thebas  moenisse muris; et ob ea merita illius lyram, delphinum  huius in coelum invectum astrisque appictum esse finxerunt.  Saxa illa, illa robora, illae ferae homines stulti sunt: Or-  pheus, Amphion sapientes, qui divinarum scientiam huma-.  narumque prudentiam cum eloquentia coniunzeruni, erusque  fleramina vi homines a solitudine ad coetus, hoc est a suo  ipsorum amore ad humanitatem colendam, ab inertia ad  industriam, ab effrena libertate ad legum obsequia traducuni ;  et viribus feroces cum imbecillis rationis aequabilitate con-  sociant ». Orfeo e Anfione diverranno per Vico, più tardi,  ritratti ideali e fantastici universali della prudenza incivi-  litrice dell’uomo: ma qui appariscono come i rappresen-  tanti della forza plasmatrice (flexamina vis) tutta propria  della spiritualità umana: per cui gli uomini da se medesimi  escon di solitudine, celebrano l’umanità loro nelle città,  nel lavoro, costringono la libertà sotto il freno delle leggi,  consociano le loro forze selvagge al mite governo della  ragione: quello insomma che si dirà il mondo delle  nazioni. Is perpetuo est horum studiorum verissimus,  amplissimus et praeclarissimus finis. Siamo ben lontani  dal non doversi altrove il fine degli studi riporre che in  coltivare una specie di divinità nell'animo nostro, come  sosteneva la prima Orazione !   A dichiarazione del metodo proposto come l’unico da  seguire per il raggiungimento del fine proprio degli studì,  il Vico premette un disegno dell’enciclopedia (:9sam    86 STUDI VICHIANI    sapientiae suppellectilem omnem instrumentumque). Dise-  gno, che dà luogo a due osservazioni. La scienza delle  cose divine è distinta in scienza delle cose naturali,  quarum Deus natura est, e scienza delle cose divine  propriamente dette, quarum natura Deus est. Distinzione,  come si vede, neoplatonica, fondata sulla distinzione di  un Deus-natura e un Deus supra naturam, com’ è in Bruno.  Le scienze naturali sono: la matematica, di cui  è un’applicazione, operaria appendix, la meccanica;  e la fisica, a cui van riportate l’anatomia,  studio della fabbrica del corpo umano, e la medi-  cina, fisica del corpo umano ammalato, e corollario  pratico dell’anatomia.   Di queste due scienze naturali qui per la prima volta  sì presenta esplicito il concetto, che sarà sostenuto tra  breve nel De antiquissima, dove prenderà corpo lo scet-  ticismo prenunciato nell’ Orazione terza: «Naturalium  rerum contemplamur vel ca, de quibus tam inter homines con-  ventt et constat, formas et numeros, de quibus mathesis suas  conficit apodixes ; vel caussas, de quibus maxime inter doctis-  simos homines disceptatur, quas explicat physice ». E più  innanzi dello studio delle matematiche si dice: « Eo facto  adolescentes in rebus, de quibus iam inter homines conventi,  ex dato vero verum conficere assuefiunt; ut in physicis, de  quibus maxime contenditur, idem praestare possint ». Il  nucleo centrale di quella che è stata detta prima forma  della gnoseologia vichiana è già formato. L’ex dato  vero accenna già all’artificiosità delle matematiche, di  queste verità, che son tali per noi perché fatte da noi.  Il verum conficere prelude da vicino al verum factum.  L'applicazione della matematica alla fisica è già dichia-  rata impotente a conferire a questa la certezza di quella.   Ma, come or ora vedremo, il Vico non ha raggiunto  ancora la chiara coscienza della esigenza di una fisica  dinamistica contenuta nella sua metafisica. Enumerate tutte le discipline, fa osservare che, salvo  le matematiche, la logica e la metafisica, a causa della  somma astrattezza dei loro oggetti, tutte le altre hanno  non soltanto una parte teorica (le instituttones quae rerum  genera prosequuntur), ma anche una parte storica; che,  nel pensiero del Vico, non è propriamente la storia delle  singole discipline, ma la concretezza del loro contenuto,  l'applicazione delle teorie ai particolari, l’esemplificazione  dei concetti generali nelle specie.   Giacché altro è studiare, poniamo, la lingua latina, in  astratto, altro studiarla nei suoi ottimi scrittori; altro  studiare la rettorica, altro gli oratori; e lo studio della  poetica si compie e integra con quello dei poeti. La fisica  non deve né anch’essa contentarsi di generalità; ma  descrivere i fenomeni particolari. I diari clinici con la  nota dei così detti rimedi specifici sono la storia della  medicina. La teologia si storicizza nei libri sacri, nei  dommi e nella tradizione perpetua dell’ insegnamento e  della disciplina della Chiesa. La giurisprudenza ha la  sua storia nelle singole leggi, nelle interpretazioni singole  dei giureconsulti, nei vari esempi delle cose giudicate.  La dottrina dell’uomo e del cittadino (moralis et civilis),  non occorre dirlo, hanno la loro storia in quella che è la  storia per antonomasia, le memorie e gli annali degli  uomini grandi e i pubblici monumenti.   Concetto, di cui non c’ è bisogno di rilevare la grande  importanza e le attinenze intime con quell’unità del vero  col certo, della filosofia con la filologia, che sarà una  delle intuizioni principali, la principale, della Scienza  Nuova.   Definito quindi il disegno di una compiuta istruzione  onde lo spirito può instaurare la propria natura, Vico  trae il suo criterio metodico dalla norma già altra volta  invocata a instaurazione dello spirito etico: in guisa che,  per stabilire l’ordine degli studi, naturam, egli dice, se-    88 STUDI VICHIANI    DI    quamur ducem. E infatti la deduzione del suo metodo è  una filosofia dello spirito, di cui in questa ultima delle  sue Orazioni inedite egli segna alcune linee definitive.  Le quali saranno riprese nell’ Orazione dell’anno appresso  De nostri temporis studiorum ratione, e non saranno più  cancellate nella ulteriore elaborazione del pensiero vichiano.   La prima proposizione, in cui culmina un pensiero già  incontrato nella prima Orazione, d'origine neoplatonica,  suona: « Nullum sane dubium est, quin pueritia, quantum  ratione infirma aetas est, tantum memoria valeat »; la quale  poco più oltre vien integrata con l’altra: «n ephoebis  phantasia plurimum pollet.... nil autem rationi magis,  quam phantasia adversatur », sicché, a suo tempo, « phan-  tasia attenuanda est, ut per cam ipsam ratio invalescat » *.  Che saranno due delle più famose dignità della Scienza  Nuova: «La fantasia tanto più è robusta quanto è più  debole il raziocinio » 2; e « ne’ fanciulli è vigorosissima la  memoria; quindi vivida all'eccesso la fantasia, ch'altro  non è che memoria dilatata o composta»: e tutte  insieme uno dei concetti più importanti e suggestivi della  filosofia del Vico. Che la memoria sia potente nei fanciulli  vien confermato dall’osservazione, già fatta nella prima  Orazione, circa il ricchissimo patrimonio linguistico che i  fanciulli son capaci di accumulare nei primi tre anni;  e dall'altra, che il Vico dimenticherà nel De antiquissima,  ma rinnoverà più tardi, facendone uno dei canoni capitali  della Scienza Nuova: che cioè la lingua non è creazione  della ragione, ma della memoria (o fantasia), perché pro-    en    I Nella Orazione IV già aveva detto: « Atque ea omnia quae memo-  rari facienda sunt ab adolescentibus, qua aetate et sensus maxime vi-  gent et phantasia plurimum pollet, et mens, quia tum primum materiae  vinculis relaxetur, angustissima sit; et ratio, cum in summa versetur  ignoratione rerum, sit ad vicium usque curiosa »: Opere, I, 37.   ? Dign.] dotto popolare, e non frutto di sapienza riposta *. Il  corollario pedagogico è, che le lingue sono gli studi più  adatti alla prima età. Superata la quale, spunta la ragione.  Ma lo sviluppo di questa è impedito dal fluttuare delle  opinioni, ‘dal prepotere "della ‘fantasia. Chi non sa che,  quando questa ci ha fatto immaginare da giovinetti  città e regioni lontane e mai viste, a stento col progredire  degli anni riusciamo a formarci un'idea diversa ? Tam  alte prior caelata est, ut complanari, et alia super ca induci  non posstt. E dell'opposizione tra fantasia e ragione si fa  esperienza nelle donne; le quali, appunto perché ci su-  perano nella fantasia, fanno meno uso della ragione:  onde più degli uomini soggiacciono alle passioni. L’at-  tenuazione della fantasia è, come siè accennato, il mi-  glior modo di favorire il vigore della ragione: e però 1  giovani, dopo le lingue, devono studiare la matematica,  che è tutto un esercizio d’ immaginazione, la quale deve  spiegare tutte le sue forze per tener dietro a lunghissime  serie di figure e di numeri e cogliere quindi la verità delle  dimostrazioni. Intanto la fantasia in cosiffatto esercizio  (per una specie di eterogenia di fini, onde si gioverà tanto  la Scienza Nuova a intendere lo sviluppo dello spirito),  vien rimettendo ogni crassezza e corpulenza (crassitie et  corpulentia): la fantasia, si direbbe, nega se stessa nella  considerazione dei punti e delle linee: la mente umana si  liquefà, comincia a purgarsi, e dal senso passa al pen-  siero. Giacché, dopo le matematiche, si può volgere alla  fisica, ossia agli oggetti che non sono più sensibili, e pur  sono corpi; « atque ex rebus, quae sensu percipiuntur, par  est, quae omnem sensum effugiuni colligere, adhuc corpora  tamen »; appunto mercé la fisica, che studia « insensibilia       1 «Nulla doctrina ratione minus, magis memoria constat,  quam sermonis, nam eius ratio consensus et usus populi est: quem  penes arbitrium est, et ius, et norma loquen-  di»: Opere, I, 63-4.    90 STUDI VICIIIANI    corpora corumque insensibiles et figuras et motus, quae  sunt naturalum rerum principia et caussae ». (Siamo,  come si vede, ancora alla fisica corpuscolare, che sarà  detta poi di falsa posizione in quanto non trascende i  corpi per ispiegarli). Così la mente, fer gradus, attraverso  1 dati della matematica e i dubbi della fisica, si vien  depurando, e liberando dal senso, e può elevarsi allo  studio delle cose spirituali, e conoscere con intelletto puro  (la mente pura della Dign. LIII) se stessa, e per  se stessa Dio. Scoperta quindi la regola del vero e del  falso, si potrà studiar la logica; e, conosciuto Dio, volgersi  alla teologia; e quindi all’etica, che consegue dall’ intera  scienza delle cose divine ed umane. Ma poco importano  1 particolari del ciclo, onde si conchiude lo sviluppo dello  spirito: molto la legge di questo sviluppo, che è quella  a cui s’'atterrà il pensiero vichiano; e, liberatosi nel De  antiquissima dalla intuizione neoplatonica del mondo, in  cui aveva, per così dire, impegnati i suoi occhi (mondo  della natura, da cui si risale a Dio, ma da cui non si  può salire all'uomo), se ne farà una fiaccola, nel Diritto  Universale e nella sua opera maggiore, che è poi la vera  sua opera, per penetrare in quell’oscuro mondo dell’uomo,  in cui l’uomo crea se stesso: il mondo, che era affatto  ignorato da tutta la filosofia precedente.    VII.    Conchiudendo: la prima fase del pensiero vichiano si  distingue dalla seconda e dalla terza come l’unità ancora  indistinta di entrambe; quell’unità, a cui bisognerà guar-  dare per intendere le due fasi consecutive, ciascuna delle  quali la porterà tuttavia oscuramente in se stessa. In  questa fase c’ è la metafisica antica dell’essere, in cui la  mente è in quanto cessa di esser mente, il molteplice nega la sua molteplicità, lo sviluppo si contrae nel suo punto  di partenza, e il mondo, come mondo, non ha valore, e  rappresenta un decadimento e una diminuzione di realtà.  È la metafisica antica, platonica per antonomasia; verità  senza certezza; oggetto senza spirito: e quindi trascen-  denza e scetticismo: il dommatismo di Spinoza e lo scet-  ticismo di Hume. Ma c’è anche un’altra metafisica, che  non è dell’essere, bensì dello spirito, il cui essere non è  se non in quanto si fa (spiritualmente), attraverso contrasti,  sempre composti e sempre rinascenti, in cui si svolge con  incremento continuo la realtà, che non è più concetto  astratto (genera, gli universali della logica aristotelica),  ma storia, particolari, onde si realizza l’universale:  individuo. La prima metafisica è svolta nel De antiquis-  sima. La seconda nelle opere con cui, dieci anni dopo,  dal Diritto Universale in poi, il filosofo riprese la sua at-  tività letteraria. Ma, come il conato della prima  metafisica porta l’ Uno a moltiplicarsi e lo spirito a farsi  natura, la natura umana della seconda è na-  turalmente portata a dilettarsi del-  l'uniforme (Dign. XLVII); ossia un nuovo co-  nato: spinge il molteplice a unificarsi, la natura (la  natura dello spirito, il sentire senza av-  vertire) a farsi spirito (riflessione con  mente pura), che, come senso comune  (Dign. XII), supera ogni arbitrio dello spirito finito, ed  è la stessa Provvidenza divina, Dio 2. Ora, come il primo  conato lega Dio al mondo, e quindi la metafisica a una  storia che, per non esser nostra, non può esser conosciuta  da noi; il secondo lega il mondo come umanità a Dio,  e quindi fa della storia la nostra vera metafisica. Ma Vico    1 Scienza Nuova?, ed. Nicolini, pp. 183, 238. .   ,* «E questo istesso è argomento che tali pruove [della S. N.] sieno  d'una Specie divina e che debbano, o leggitore, arrecarti un divin  piacere.] ha perfettamente ragione nella Scienza Nuova di ripetere  quel che è lo scetticismo del De antiquissima, e però di  conservare la metafisica che non è nostra (di quel mondo  naturale, di cui Dio solo ha la scienza)!  insieme con la nostra metafisica. Le due vedute, le due  opere vichiane,"s’ integrano a vicenda. Il che vuol dire  che a fondamento del processo dalla natura a Dio della  Scienza Nuova rimane sempre pel Vico un processo da  Dio alla natura, un descenso platonico, che spiega così  la tendenza vichiana al panteismo e all’ immanenza e  però al soggettivismo e alla metafisica della mente, come  la tendenza, anch’essa incontestabilmente vichiana, al  teismo e alla trascendenza, e però al platonismo e alla  metafisica dell’essere. La luce è anche in Vico cinta da  un emisfero di tenebre.    NOTA    Un valente studioso, il prof. BENVENUTO DONATI, ha nel 1915  pubblicato (negli Annali della Fac. di Giurispr. della Univ.  di Perugia, vol. XXX) un’ importante memoria sui Prolegomeni  della filosofia giuridica del Vico attraverso le Orazioni inaugurali  dal 1699 al 1708. Dove è indagato con molta sagacia lo svolgi-  mento del pensiero vichiano attraverso le Orazioni inaugurali,  compresa quella del 1708 De nostri temporis studiorum ratione; e ciò  in relazione col Diritto Universale. E si vuol mostrare come a grado  a grado si venissero svolgendo i germi che giunsero a dare i loro  frutti maturi nel De uno. E non si può non congratularsi di questa  nuova analisi dei primi scritti del Vico, che fino a pochi anni fa  solevano passare quasi inosservati: poiché il Donati mette nella  più chiara luce gli addentellati che in essi hanno taluni dei con-  cetti principali del periodo posteriore della speculazione vichiana,    —T—- —-»    I « Dee recar meraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studia-  rono di conseguire la scienza di questo mondo naturale, del quale perché  Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza.] spiegando ottimamente perché le prime sei Orazioni il Vico non  avesse più pubblicate, e in qual senso rifiutasse tutte le opere  anteriori alla Scienza Nuova seconda; quantunque troppo forse  egli si giovi delle tardive illustrazioni e dichiarazioni dell’Awuto-  biografia per accertare l’originario significato dei primissimi scritti.   Tutte le sette Orazioni inaugurali sono considerate stretta-  mente connesse tra loro e tutte destinate a preparare la tratta-  zione del De uno con la discussione di tutti i problemi critici 0  introduttivi: e andrebbero divise in tre gruppi, distribuendo le  prime sei dal Vico lasciate inedite in due trilogie (come le vuol  denominate il Donati): l’una sul fondamento della sapienza, e  l’altra sulla destinazione di questa. Alle quali trilogie seguirebbe  da ultimo, a modo di conclusione, l’ Orazione sul metodo. E poiché  il fondamento della sapienza, ossia dello svolgimento dell’attività  razionale conoscitiva dello spirito, consiste nella natura dello  spirito considerata dal Vico non come astratta unità isolata, ma,  unità del molteplice, e quindi individualità che ha la sua con-  cretezza nella storia, nelle attinenze sociali e nella vita comune,  dalla prima trilogia è ovvio il passaggio logico alla seconda, de-  stinata a illustrare i fini della scienza desunti dalla vita, e a mo-  strare nella scienza stessa uno strumento per l’azione e il principio  della retta volontà. Onde entrambe le trilogie si possono a ragione  considerare una preparazione analitica di quella sintesi, che è  rappresentata dall’ Orazione sul metodo del 1708, e che il Vico  nella sua Autobiografia dice come « un abbozzo dell’opera che poi  lavorò: De universi iuris uno principio ecc., di cui è appendice  l’altra De constantia iurisprudentis ».   La esposizione che ne fa il Donati in correlazione col De uno  è meritevole d’ogni lode: precisa, netta, chiara e rigorosa, in  modo da riuscire una illustrazione efficacissima dell’ordine di  pensieri adombrati dal filosofo napoletano nella forma alquanto  rettorica di quegli antichi suoi tentativi. Ma, né mi pare che ne  venga un risultato nuovo per gli studi intorno alla formazione  della filosofia vichiana; né che riesca sufficientemente dimostrata  la tesi finale dell’autore, circa l'autonomia del Diritto Universale,  come trattazione speciale di filosofia del diritto, e conclusiva d'un  periodo d’indagini filosofico-giuridiche, dalla Scienza Nuova,  come quadro più vasto, a cui il problema del diritto si sarebbe  esteso dopo il De uno.   In un punto il Donati accenna ad una interpretazione della  Orazione del 1699 diversa da quella data da me. Egli ritiene che  le dichiarazioni del Vico in quella Orazione circa la potenza crea-    7    904 STUDI VICHIANI    trice dello spirito nel mondo umano bastino a salvare l’auto-  nomia dell’uomo; né quindi si potrebbe convenire con me per  l’ identità che io vidi in quello scritto tra l’uomo e Dio. Ma nello  stesso luogo io richiamai altri pensieri analoghi di scrittori del  nostro Rinascimento (v. sopra p. 46; e ora lo studio intorno al  Concetto dell’uomo nel Rinascimento, nel mio volume G. Bruno e  il pensiero del Rinascimento); pensieri i quali mettono fuor di  dubbio che questa celebrazione dell’uomo era un motivo tradi-  zionale, caro sopra tutto agli scrittori neoplatonici, ignari ancora  d’ogni vero principio di distinzione dello spirito umano dal divino,  e insufficiente quindi da sola a quella coscienza dell’assoluta  libertà dell’uomo, alla quale più tardi tenderà con tanto ardore  il Vico. E sta logicamente che, se già nel 1699 il Vico avesse rag-  giunto questa nozione dell'autonomia dell’uomo, non avrebbe  potuto, undici anni dopo, incorrere nello scetticismo del De an-  tiquissima.   E quanto ai rapporti del De uno con la Scienza Nuova, sono  essi da considerare o no, come due redazioni diverse e successive  della stessa opera ? Va da sé che l’accentuazione dello speciale  problema del diritto — dal Vico non ravvisato mai nella sua  caratteristica differenziale — che l’autore può aver fatto nel  De uno per ragioni estrinseche, come quelle de’ suoi interessi  accademici, non può aver peso per decidere se, sostanzialmente,  il tema in cui si travaglia in entrambe le opere la mente del Vico  sia sostanzialmente il medesimo. E tra tutti i rilievi fatti in pro-  posito dal Donati, quello che, secondo lui, dovrebbe togliere  perplessità ed equivoci (p. 81), si riduce a chiarire,  secondo lo stesso autore, che quando il proposito del Vico nel  De uno «ritorna per dar materia alla Scienza Nuova, si allarga  nella sua estensione, si precisa nel suo significato » (ivi). Il che  non costituisce certamente una differenza sostanziale, per la  quale s’abbia a conferire al problema del diritto nella filosofia  vichiana quell’ importanza specifica che esso non ha: almeno  fino a che il Donati non ci abbia dato una dimostrazione più  conclusiva di questa, con cui si chiude il suo bello opuscolo.    Un'altra serie di studi molto importanti, di carattere biografico  e cronologico, ma che potrebbero avere conseguenze di gran  rilievo rispetto alla storia intellettuale del Vico, sono quelli che  vien conducendo sull’Autobiografia il NicoLINI. Il quale dagli  errori cronologici commessi dal Vico nella ricostruzione della  sua vita e del suo pensiero e fors’anche nella datazione delle sue    II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 95    vecchie Orazioni inedite, è indotto a dubitare se per avventura  non solo l’anticartesianismo ma fors’anche lo stesso neoplato-  nismo di questa prima fase del pensiero vichiano non sia, almeno  in parte, una coloritura tardiva che l’autore medesimo fece del  proprio pensiero. Codesti suoi dubbi il Nicolini mi ha amiche-  volmente comunicati. E sebbene a me sembrino eccessivi, sopra  tutto se si tien presente la logica dello stesso sviluppo del pen-  siero vichiano, non voglio qui tralasciare di riferire talune sue  osservazioni, delle quali bisogna tener conto ancorché non ba-  stino a suffragare le conclusioni che il Nicolini tende a ricavarne.   Prima di tutto a proposito del cenno autobiografico sul Di  Capua da me richiamato a p. 39:   « Non ho fatte ancora ricerche speciali sulle derivazioni del Vico  da Tommaso Cornelio. Ma quanto a Lionardo di Capua (che  abitava a Napoli a pochi passi dalla casuccia del Vico, a San Biagio  dei Librai), posso affermare di sicuro che il Vico nella sua gioventù  fu un fervente ‘ capuista ’, e che il giudizio non favorevole dato  nell’Autobiografia sullo scetticismo del Di Capua è, al solito,  anacronistico; e cioè rappresenta lo stato d'animo del Vico nel  1728, non nel 1695. Tutto ciò è mostrato nella terza puntata  del mio lavoro Per la biografia, ove, tra altri argomenti, son  messi in rilievo questi:   « a) la prosa giovanile del Vico (periodo, costruzione, termi-  nologia e giro di frase) è modellata esattamente su quella di  Lionardo di Capua;   «b) ancora nel 1715-17 il Vico era (almeno letterariamente)  così capuista, da ricalcare la sua Vita di Antonio Carafa sulla  Vita di Andrea Cantelmo del Di Capua (fu già osservato anche  dal CROocE nel suo scritto sulla Vita di Antonio Carafa);   «c) nella famosa disputa tra il Di Capua e l’Aulisio, che per  anni tenne divisa la Napoli dotta in due partiti avversissimi, che  polemizzarono tra loro nel modo più violento, il Vico, insieme  con altri suoi amici capuisti, si schierò risolutamente accanto al  Di Capua; tanto che per parecchi anni l’Aulisio gli serbò il broncio  e gli perdonò soltanto nel 1709, dopo che il Vico ebbe pubblicato  il De studiorum ratione (cfr. Autobiografia, p. 33).   «Insomma, qui come in molti altri punti dell’ Autobiografia,  Il Vico, nel discorrere dei suoi studi giovanili, trasportò alla sua  forma mentis giovanile quella dei suoi sessant'anni: da che la  conseguenza che, per la ricostruzione della primissima fase del  suo pensiero, l’Autobiografia è una fonte assai infida. Diverso,  naturalmente, dovrebb’essere il caso per la ricostruzione del pensiero vichiano dal 1699 in poi, perché di esso si dovrebbero  pure avere documenti contemporanei nelle Orazioni inaugurali.  Senonché, queste, nel testo in cui ci son perve-  nute, ci offrono l'effettivo e successivo svolgi-  mento della mente del V. dal 1699 al 1707 ? Questa la questione.   « Che il codice della Biblioteca Nazionale di Napoli, donde  prima il Galasso, poi tu e io pubblicammo quelle Orazioni, ne  contenga non la prima stesura (quella recitata via via all’ Uni-  versità) e nemmeno la seconda (di cui restan soltanto alcune  Emendationes), ma soltanto una terza stesura, — dimostrai già  nella Nota bibliografica di quel nostro volume vichiano. Resta  ora a vedere:   « I) in qual tempo il V. allestì codesta terza stesura;   « 2) se nell’allestirla, egli v’introdusse soltanto correzioni  di forma, o non anche mutamenti filosofici più o meno profondi  e correlativi al grado di maggiore maturità raggiunto dal suo  pensiero.   «Quanto al primo punto, è cosa più che certa che la terza  stesura delle Orazioni può esser bensì posteriore, non mai ante-  riore al 1708. Basti dire che nel codice che ce l’ ha serbata (tutto  di pugno di Giuseppe Vico con correzioni autografe di Giam-  battista), le sei Orazioni inaugurali formano un sol corpo col  De studiorum ratione (recitato il 18 ottobre 1708), e tutte sette  s' intitolano complessivamente: De studiorum finibus naturae  humanae convenientibus. Anzi, poiché da alcuni raffronti che ho  iniziati, la redazione del De studiorum ratione contenuta dal co-  dice anzidetto comincia a sembrarmi non anteriore ma posteriore  al testo a stampa (pubblicato nell'aprile 1709), la data dell’ in-  tero codice potrebbe anche esser fissata tra la fine del 1709 e  1 principii del 1710.   «Se poi nell’allestire codesta stesura definitiva il V. introdu-  cesse anche nelle prime sei Orazioni mutamenti correlativi alla  sua forma mentale del 1709-10, è impossibile naturalmente di-  mostrare con una prova documentaria, perché manca il meglio:  il testo primitivo su cui compiere il raffronto. Tuttavia alcune  circostanze, che ti verrò enumerando, rendono, a mio vedere,  la cosa altamente probabile.   « 1) Il pensiero del V., come tu ben sai, non fu mai statico,  ma sempre ultradinamico. Per citare un esempio solo tra cento,  dalla pubblicazione del De constantia iurisprudentis (1721) a  quella delle Note al Diritto universale (1722) corrono appena  pochi mesi: eppur nelle Note il V. svolse, sopra tutto in fatto di mitologia, di estetica e di critica letteraria, ‘canoni ’ affatto  diversi e talora diametralmente opposti a quelli ch’egli medesimo  aveva posti pochi mesi prima. Per contrario, le Orazioni inau-  gurali, sebben tra la prima e la sesta intercedano ben otto anni  (1699-1707), esibiscono non un pensiero in continua gestazione  e dall’una all’altra Orazione sempre più progredito, ma un pen-  siero già bell’e formato e, sia pur provvisoriamente, consolidato.  L’una illustra l’altra; tutte si compiono a vicenda; nella sesta  si riprende, con altri sviluppi, ma senza alcun mutamento fon-  da mentale, il motivo centrale della prima: tutte sei, insomma,  col De studiorum ratione, che dell’edificio è il magnifico coro na-  mento, formano, come il V. voleva che formassero, un blocco  solo, un tutto armonico. Salvo dunque a supporre che il dinami-  cissimo V. del 1720-44 fosse invece nel 1699-1709 il più statico  dei filosofi e degli scrittori, è da ritenere che, allorché nel 1709  o nel 1710 egli si risolse a riunire tutte le sette Orazioni (De stu-  diorum ratione compreso) nel De siudiorum finibus naturae hum a-  nae convenientibus, introducesse, sopra tutto nelle più antiche,  mutamenti così profondi da farle sembrar tutte scritte in un  momento solo. O, per dir la medesima cosa con altre parole, le  sette Orazioni non sono sette documenti di sette momenti diversi  del pensiero del V., ma un documento unico d’un momento solo,  naturalmente, l’ultimo (1709 o 1710).   «2) Non mancano indizi che il V. allestisse il testo definitivo  delle Orazioni inaugurali, non voglio dire senza guardar nem meno  la stesura primitiva, ma tenendo di questa un conto molto re-  lativo. Nel testo recitato via via all’ Università (1699, 1700,  ecc. ecc.) era materialmente impossibile che il V. sbagliasse le  date delle singole Orazioni. Invece curiosissimi errori del genere  si trovano nella stesura definitiva e nel riassunto che il V. stesso  ne die’ poi nell’Autobiografia. Ho già fatto osservare che la terza  Orazione (‘terza ’, sempre che le Orazioni furono recitate ef-  fettivamente nell'ordine dal V. e questi non introdusse anche,  nella stesura definitiva, qualche inversione), che la terza Ora-  zione, dicevo, fu pronunziata il 18 ottobre, non del 1701, secondo  afferma il V., ma del 1702. E molto maggiori, e più aggrovi-  gliate, sono le incongruenze cronologiche che si osservano nella  quarta Orazione, alla quale, così nel testo definitivo come nel-  l’Autobiografia, il V. assegna la data del 18 ottobre 1704.   « a) A principio di essa si dice che, nei due precedenti anni  scolastici, non c’era stata all’ Università alcuna Orazione inau-  gurale. E, nemmeno a farlo apposta, ce n’era stata una all’ inizio    98 o, STUDI VICHIANI    dell’anno scolastico 1703-4, e l’ aveva recitata l’ amico e collega  del V. Giovanni Chiaiese, nominato il 28 luglio 1703 lettore di  Istituzioni di diritto civile (Praelectio ad initium legis ecc. ecc.  a D. JOHANNE CHIAIESIO, în inclyta Academia Neapolitana ha-  bita, Neapoli, 1703); e un’altra, a principio dell’anno scolastico  1702-3, l'aveva recitata proprio Giambattista Vico !   « b) Il V. soggiunge che causa del suo supposto silenzio nei  due anni precedenti (1702 e 1703) era stata la preparazione della  riforma dell’ Università napoletana compiuta dal cappellano  maggiore Diego Vincenzo Vidania per incarico del viceré marchese  di Villena. Ma codesta riforma (dalla quale il filosofo ricavò il  beneficio che la sua cattedra di rettorica, da quadriennale, di-  venisse perpetua) era stata già bell’e compiuta venti mesi  prima dell’ottobre 1704 mercé la nota prammatica del 28 feb-  braio 1703.   «c) Nell’Autobiografia, infine, il V. aggiunge che dopo che,  il 18 ottobre 1704, aveva recitata ‘ metà’ di questa quarta Ora-  zione, entrò nell’aula ‘il signor don Felice Lanzina Ulloa, pre-  sidente del Sacro Real Consiglio, in onor di cui egli con molto  spirito diede altro torno e più breve al già detto, e attaccollo con  ciò che restava a dire’. E il 18 ottobre 1704 don Felice Lanzina  Ulloa era già morto da diciotto mesi, giacché la Gaz-  zetta di Napoli reca il suo decesso (e proprio di lui, presidente  del Sacro Real Consiglio) nel numero del 20 marzo 1703.   « 3) Alla sesta Orazione il V. assegna, così nella stesura defi-  nitiva come nell’ Autobiografia, la data del 18 ottobre 1707. Ma  tre mesi prima le truppe austriache erano entrate a Napoli; al  due volte secolare viceregno spagnuolo era sottentrato il vice-  regno austriaco; e come loro re i napoletani non avevan più Fi-  lippo V di Spagna, ma Carlo d’Austria. È mai possibile che, in  una solenne prolusione universitaria, in un discorso ufficiale  tenuto appena tre mesi dopo avvenimenti così clamorosi, non si  trovi nessun accenno a essi, non una parola sola di omaggio al  nuovo dinasta ? e che non vi accennasse proprio il V., i cui scritti  ufficiali, come dice argutamente il Croce, ‘basterebbero da soli  a ricostruire la serie delle vicende cui andò soggetta Napoli dalla  fine del secolo decimosettimo alla metà del decimottavo ’ ? il  qual V., anzi, l’ 11 ottobre 1707 (sei giorni prima dell’ Orazione)  aveva avuto incarico ufficiale dal nuovo governo di preparare  una solenne commemorazione dei martiri della congiura di Mac-  chia ? Allora una delle due: o l’ Orazione fu recitata in anno  diverso dal 1707, oppure nella stesura definitiva il V. soppresse    Il. TA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 99    qualsiasi accenno politico. E, nell’un caso o nell’altro, si giunge  sempre al risultato, che la stesura definitiva è diversa dal testo  primitivo.   «Comprendo io pel primo che questi dati di fatto sono ancor  troppo poca cosa perché possan già far configurare diversamente  la cronologia (che in questo caso è storia) del pensiero vichiano.  E non mancherò certo, nelle mie future postille all’Autobiografia,  di allargare e approfondire l’ indagine. Ma, in fin dei conti, nes-  suno potrà sconvenire che la sicurezza, che finora avevamo tutti,  che al neoplatonismo il V. passasse per lo meno fin dal 1699 (data  della prima Orazione) comincia a essere alquanto scossa. E cor-  relativamente comincia a delinearsi la possibilità che codesto  passaggio, almeno in forma decisiva, avvenisse soltanto nel 1708  O 1709, cioè quasi alla vigilia del giorno in cui, col De antiquis-  sima (1710), il V. spiegherà risolutamente la bandiera anticarte-  siana. Neoplatonismo e anticartesianismo, insomma, potrebbero  nel V. esser coevi o quasi: come quasi coevi, del resto, li dice  l’Autobiografia, salvo ad anticipare al 1686-95, e ad asserir già  bell'e compiuto nel 1695, un atteggiamento spirituale, che forse  in lui non cominciò a prender consistenza se non molti anni dopo.  Che se poi questi miei dubbi assurgessero un giorno a certezza,  sarebbe molto interessante indagare se e in qual misura il neo-  platonismo del V. venisse determinato dalle sue lunghe e appas-  sionate conversazioni filosofiche con Paolo Mattia Doria, ricor-  date dal V. medesimo nel prologo del De antiquissima e nel-  l’Autobiografia ».    Digitized by Google    III    LA SECONDA E LA TERZA FASE  DELLA FILOSOFIA VICHIANA       Digitized by Google    La filosofia di G. B. Vico, se si può da una parte con-  siderare come una delle forme più eminenti dello schietto  spirito italiano e una delle maggiori forze autoctone svi-  luppatesi dalla storia particolare d’ Italia, apparisce,  dall'altra, a chi ne investighi accuratamente i più profondi  motivi ideali, quasi uno specchio dei principii fonda-  mentali della moderna filosofia europea: francese, inglese  e tedesca. Essa, insomma, come le affermazioni più vigo-  rose dello spirito, unisce in sé e concilia in un solo atto  di vita la più larga universalità ideale con la più con-  creta determinatezza storica. E l’aver guardato per solito  all'una o all'altra faccia del pensiero vichiano ha reso  molto difficile la piena intelligenza della sua storica indi-  vidualità, mentre ha prodotto, come conseguenza né-  cessaria, quella strana storia della fortuna dello scrittore,  che non so se abbia riscontro in altro scrittore di qual-  Stasi letteratura: quella storia anch'essa a doppia faccia  di un « illustre ignoto »: di un grande, anzi grandissimo  filosofo per gl’ Italiani, che da un secolo e mezzo non né  Tipetono il nome senza sentirsi vivamente compresi di  ammirazione mista a riverenza come innanzi a uno de’  genti maggiori della loro stirpe, di quelli che la coscienza  d o popolo consacra nel tempio de’ suoi spiriti tutelari;  e d'un filosofo, d’altra parte, ignorato come tale, malgrado    104 STUDI VICHIANI    sporadici omaggi di simpatie, di lodi, e di plagi, nel  mondo della cultura internazionale *,   Contrasto tanto più significativo, se sl considera che  l'ammirazione universale e sconfinata degli Italiani per  Vico non aveva punto radici in sentimenti e tempera-  menti spirituali di geloso nazionalismo, poiché Vico sorge  in mezzo a una cultura impregnata d'’ influssi stranieri,  segnatamente francesi, e la sua fama postuma vive e  grandeggia attraverso tutto quel secolo XIX, in cui  l’ Italia non lavora che ad affiatarsi con la filosofia stra-  niera, dal Galluppi, che meditò tutta la vita la filosofia  francese e la tedesca di Kant, fino a Bertrando Spaventa  hegeliano o a Roberto Ardigò riecheggiante in Italia il  positivismo francese e inglese; e si pon mente, d'altro  canto, che gli stranieri, se disconoscevano il valore d’un  filosofo della forza del Vico, non indugiavano a scorgere ‘  e pregiare in giusta misura altri dei maggiori rappre-  sentanti della genialità italiana. Basti per tutti ricordare  il Goethe, di cui invano Gaetano Filangieri richiamò  l’attenzione sulla Scienza Nuova, e che ebbe invece animo  così pronto a intendere e gustare Giordano Bruno, p. es.,  e il Manzoni. Onde è chiaro che non, per così dire, la  generica italianità di Vico fu ostacolo all’ intelligenza del  suo pensiero fuori d’ Italia, ma la sua italianità parti-  colare, riuscita oscura agli stessi Italiani preoccupati delle  forme, in cui gli stessi problemi vichiani si erano pre-  sentati nella filosofia straniera: ossia appunto in quella  filosofia che era stata il maggior pascolo delle loro menti.   Uno dei caratteri più appariscenti della italianità del  Vico è il suo atteggiamento negativo e polemico verso    I Tutti i documenti di questa singolare storia sono stati con grande  amore raccolti da B. Croce, Bibliografia vichiana, Napoli, 1904 (negli  Atti dell’Accademia Pontaniana) col Supplemento del 1907, il Secondo  supplemento del 1910 (negli stessi Atti) e nuove aggiunte nella Cri-  tica.] la cultura del suo tempo, quando lo spirito italiano era  tributario della cultura straniera, e accoglieva passivo le  idee dominanti oltre Alpi, sopra tutto in Francia: in  filosofia, nelle due forme dell’atomismo gassendista e del  matematicismo cartesiano. E Vico alla intuizione mate-  rialistica e naturalistica dell’atomismo contrappone la  concezione idealistica e umanistica della storia, e al-  l'astratta contemplazione delle idee chiare e distinte,  oggetto di intuizione e deduzione matematica, il processo  autogenetico della umanità, che vien creando il suo  mondo, e nel suo mondo se stessa. La storia dell’umanità,  prima del Vico e attorno al Vico, in Italia e fuori d'’ Italia,  era erudizione (o filologia, per usare la parola  dello stesso Vico): rivolta più a raccogliere i documenti  esterni dell’attività dello spirito umano, che a penetrarvi  dentro e giovarsene a intendere l’ intimo sviluppo di  quest’attività medesima. Movimento, di certo, tutt’altro  che trascurabile, anzi di grandissima importanza nella  storia dello spirito italiano, nella quale Ludovico Antonio  Muratori occupa un posto cospicuo: ma che aveva non-  dimeno nel suo presupposto speculativo quel difetto che  Vico avvertì: di vedere il solo aspetto esterno di quella  realtà, che è il processo storico: quel difetto, di cui lo  stesso Vico additò profondamente la correzione nella sua  unità di filologia e filosofia. E anche per questa parte è  ormai noto che le menti italiane entravano in una cor-  rente che moveva dalla Francia *.   Contro questa cultura in voga, di cui notava accor-  tamente le origini forestiere, il Vico si vantava di essere  «autodidascalo » e di far parte per se stesso riannodan-  dosi alla tradizione italiana dei filosofi del Quattro e del  Cinquecento: ai Ficino, ai Pico, ai Patrizzi, ai Mazzoni,    1 Vedi G. Maucain, Étude sur l’évolution intellectuelle de 1° Italie  de 1657 à 1750 environ, pp. 93 sgg.; e qui sopra p. 9.    106 STUDI VICHIANI    agli Steuco. E in realtà la mentalità del Vico si spiega  meglio nel suo svolgimento se si ricollega col pensiero ita-  liano del Rinascimento, anzi che con quello de’ suoi con-  temporanei. Non s'intenderebbe mai, per dirne una,  perché il Vico affermi con tanta insistenza di essere un  platonico, egli che è pure l’autore di una delle filosofie  più avverse al platonismo, senza considerare le tracce di  platonismo rimaste nel suo pensiero dallo studio dei filo-  sofi italiani neoplatonici e neoplatonizzanti del sec. XV  e del XVI *.   Ma fuori di questa intima parentela italica della mente  vichiana non s’' intenderebbe neppure un’altra delle ca-  ratteristiche più speciali della sua filosofia, che non è  stata tra le minori cause della sua scarsa fortuna nella  storia internazionale del pensiero speculativo: voglio dire  la sua forma, affatto impropria, per cui non c’è uno  scritto del Vico, che si possa additare come esposizione  adeguata o approssimativa della sua dottrina, a quel modo  che si fa per Cartesio, per Spinoza, per Leibniz, per Locke,  per Hume e per tanti altri filosofi del periodo stesso,  a cui il Vico appartiene. Questi, invece, non sì propone  mai chiaramente e direttamente la trattazione del pro-  blema, che agita realmente il suo pensiero, e vi riceve  infatti una soluzione. Il suo pensiero filosofico fonda-  mentale, per motivi estranei alla sua interna struttura  logica, ci è presentato in una forma più atta a deviare  l’attenzione da esso che non a fermarvela sopra e concen-  trarvela: in una forma impostagli violentemente dall’au-  tore, più sollecito, apparentemente, d’accentuare questa  forma estrinseca arbitraria che non la sostanza vera ed ori-  ginale del suo pensiero. Le opere capitali del Vico son due:  il De antiquissima Italorum sapientia ex linguae latinac  originibus eruenda (1710) e 1 Principii d'una scienza nuova d’ intorno alla comune natura delle nazioni (1725, 2% edi-  zione 1730 e ’44). Nella prima l’autore, come attesta lo  stesso titolo, si propone per l’appunto di dimostrare quale  sia la filosofia che può e deve ricavarsi dalle origini della  lingua latina, come quella dottrina che una volta dové  esser professata da’ più antichi saggi d’Italia; e nella  seconda come argomento principale della ricerca viene  annunziata una scienza nuova intorno alla natura  della società umana (come si vien realizzando attraverso  la storia). Ora la critica ha dimostrato che i problemi,  intorno ai quali si travaglia la mente del Vico in queste  due opere, non sono né l’uno né l’altro di questi qui enun-  ciati, nei quali è pure innegabile che egli abbia impegnato  di proposito copiose riserve di dottrina e d’ ingegno, se-  gnatamente nella Scienza Nuova. Chi voglia intendere il  De antiquissima, non deve tenere nessun conto del suo  titolo e del proemio, e di tutte le vane investigazioni che  qua e là vi ricorrono, dei riposti concetti, che, secondo 1l  Vico, supporrebbero talune voci latine, ma limitarsi a  considerare in se stessa questa dottrina che egli pretende  rimettere in luce dal più vetusto tesoro della mente ita-  lica, e che non è altro che una dottrina modernissima,  quale poteva essere costruita da esso Vico nel 1710. E chi  voglia parimenti penetrare nel pensiero nuovo, che è  il nocciolo sostanziale della Scienza Nuova, non deve ar-  restarsi agli sforzi faticosi, con cui il Vico si argomenta  di dimostrare come infatti l’umanità civile percorra e ri-  percorra nel tempo una storia ideale eterna, ossia come il  processo storico obbedisca a una legge costante immanente  alla natura dello spirito umano (che sarebbe soltanto l’as-  sunto di quel contestabile problema filosofico, che si disse  poi di « filosofia della storia »); ma guardare più addentro,  per mirare a quella profonda speculazione (su cui pur  costantemente s’aggira il pensiero vichiano) intorno alla  natura dello spirito umano. Della quale egli scopre in-    108 STUDI VICHIANI    fatti una scienza nuova, ma che non è altro che una  nuova filosofia, un nuovo sistema filosofico. Il pensiero  vichiano perciò è un nocciolo chiuso dentro un forte  guscio; e chi non è in grado di rompere il guscio, non  può gustare quel pensiero.   Ora questo guscio, come dicevo, non si spiegherebbe  senza la cultura speciale del Vico: cultura anacronistica,  certamente, ma italiana. Quella inutile fatica che si dà  l’autore del De antiquissima di sforzare il significato di  talune voci latine per farne altrettanti documenti di un  pensiero italiano antichissimo, da farsi risalire, secondo  probabili congetture, fino alla filosofia degli egiziani !, ri-  chiama bensì il Cratzlo di Platone 2, ma si riconnette ben  più da presso al metodo dei neoplatonici italiani del Rina-  scimento, che aveva, a sua volta, la sua buona ragion d'es-  sere nel sec. XV e nel XVI, ma diventa una semplice  «maniera » letteraria nel XVIII; quantunque qualche  suggerimento o incoraggiamento ad usarne possa il Vico  aver ricevuto dagli stessi scrittori contemporanei 3. Il  neoplatonismo italiano del Quattrocento risaliva anch'esso,  per la trafila di Platone, Filolao, Pitagora, Aglaofemo,  Orfeo, Mercurio Trimegisto, fino all’arcana e favolosa sa-  pienza egiziana 4: ed era uso comune a tutti i filosofi pla-  tonizzanti di esporre il proprio pensiero come dottrina  de’ più famosi ed antichi, ancorché non mai esistiti, filo-  sofi e sapienti. Tipico per questo rispetto il sincretismo  del De perenni philosophia di Agostino Steuco (1540), dal  Vico menzionato tra gli autori da lui tenuti in maggior  considerazione.    I Vico, Seconda risposta al Giorn. dei letterati, $ 1; Opp., I, 242-8.   2 Ricordato dallo stesso Vico nel Proemio.   3 GIOVANNI RossI, Vico nei tempi di Vico: La cosmologia vichiana,  nella Rivista filosofica, vol. X (1907), pp. 602 sgg.   4 Ficino, Argomento premesso alla sua trad. del Pimandro.    III. LA II E LA II FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 109    Quanto alla Scienza Nuova, non parmi possibile spie-  Gare la genesi del problema, nella forma in cui vi è pro-  Posto, senza rifarsi da Platone, dal Vico così lungamente  meditato in compagnia de’ suoi filosofi del Rinascimento,  € tenuto poi sempre per la maggior guida al vero filo-  Sofare, quantunque la concezione filosofica incarnatasi nella  Scienza Nuova sia, com’ho accennato, diametralmente con-  traria ai principii del platonismo. Che altro, infatti, è la  Repubblica platonica se non una sorta di storia ideale  eterna del corso delle nazioni, dedotta in qualche modo  dalla speculazione della natura dello spirito umano; storia,  in cui campeggia una forma di Stato ideale, punto di par-  tenza ideale e ideal punto di arrivo dei singoli periodi ci-  clici della perpetua vicenda del mondo, ma che anch'essa  non può, nel suo divenire, spiegarsi se non pel natural  moto dei sentimenti e delle idee umane ? Nella prima  edizione della Scienza Nuova, dove discorre della estrema  difficoltà, in cui si trova chi indaghi le prime origini ideali  dell'umanità, a ridursi in quello «stato di somma igno-  tanza », libero dalle «comuni invecchiate anticipazioni »,  in cui è pur necessario collocarsi per assistere al primo  Svegliarsi d’«ogni senso d’umanità », il Vico dice: « Tutte  Queste dubbiezze, insieme unite, non ci possono in niun  conto porre in dubbio questa unica verità, la qual dee  esser la prima di sì fatta scienza; poiché in cotal lunga e  densa notte di tenebre quest’una sola luce barluma: che ’1  mondo delle gentili nazioni egli è stato  Pur certamente fatto dagli uomini; in  conseguenza della quale per sì fatto immenso oceano  di dubbiezze, appare questa sola picciola terra, dove si  possa fermare il piede; che i di lui principii si  debbono ritruovare dentro la natura  della nostra mente umana, e nella forza  del nostro intendere». E Platone aveva detto  che « quante sono le forme degli Stati, altrettante rischian    IIO STUDI VICHIANI    di essere le forme dell’anima »: cinque quelle, cinque  queste !; essendo chiaro, come dice altrove ?, che non  dal rovere e dal macigno procedono le forme politiche,  sì dai costumi dei popoli che nel loro mutare trascinan  seco tutto il resto. La differenza tra la ricerca platonica  e la vichiana è certo grandissima per la diversa concezione  da cui muovono, della storia o dell'umanità: ma, senza  dire delle analogie particolari, qui si vuole fermar l’atten-  zione sul loro comune carattere di speculazione ambigua  intorno alla storia, ora intesa come storia ideale, e ora  come storia empirica e cronologica.   E così nella Scienza Nuova come nella Repubblica  questa impostazione della ricerca è una superfetazione,  che deve superare chi voglia scoprire la sostanza di pen-  siero filosofico viva nelle due opere. La teoria delle idee  e l'etica della Repubblica infatti non ha che vedere con  le fiacche speculazioni politiche sovrappostevi dall’autore;  come le dottrine intorno al mondo dello spirito svolte dal  Vico nella Scienza Nuova non hanno intrinseco legame  con la filosofia storica dei corsi e dei ricorsi. E  come il filosofo antico, in quella sua indagine della ideale  successione delle forme di reggimento politico, ritenne 3  più opportuno, perché più evidente, @c vapyfotepov, in-  durre dall’ indole degli Stati l’ indole degli uomini che li  creano anziché quella dedurre da questa, e cioè contem-  plare la natura dello spirito non in se medesima, nei suoi  eterni caratteri, ma nella sua manifestazione storica ; così  il moderno si svia dietro uno sforzo improbo di rielabora-  zione logica (e però incongrua) della materia storica, per  farne sprizzare quell’organismo di categorie spirituali, che  sono il proprio oggetto della sua speculazione.    I Rep.] Di qui un errore capitale della sua costruzione, che  sì ripeterà nella filosofia della storia di Hegel, e che si  può definire come quel riflesso del dualismo, per cui si  pone fuori dell’eterno il temporaneo, e si persegue per-  tanto il riscontro del primo nel secondo. Giacché il Vico  è tratto dal suo pensiero verso la storia ideale eterna, la  quale, per essere eterna, non può avere fuor di sé il  tempo, e non deve quindi né applicarsi, né verificarsi  in riscontri assurdi. L’eterno è la risoluzione del  tempo; e però realtà eterna è quella che, se essa è, non  può esser altro che essa. E se, dopo aver concepito una  realtà eterna, ne concepiamo ancora una temporanea,  egli è che noi mettiamo da parte la prima  per concepire la seconda. La violenta mescolanza che il  Vico, dualisticamente, è indotto a fare, sulle orme di Pla-  tone, della considerazione speculativa (sub specie aeterni)  della storia con la considerazione empirica (sub specie tem-  doris), ha fatto della Scienza Nuova una filosofia della  storia, laddove essa avrebbe dovuto esser nella forma, come  è nella sostanza e in ciò che costituisce il suo valore,  una filosofia dello spirito, cioè una metafisica della realtà  intesa come spirito.   E come filosofo della storia bisogna dire che il Vico è  stato conosciuto piuttosto largamente, anche fuori d' Italia.  Se non che, come tale, egli, salvo particolari fortunati,  come la sua celebre teoria omerica (non fortunati, per  altro, per le profonde radici che essi avevano in tutta la  speculazione vichiana) non poteva conquistare uno di quei  Primi posti, a cui egli senza dubbio ha diritto, nella storia  generale della filosofia. Il guscio, assai duro a rompersi,  celava il nocciolo prezioso.   Ma quando, intorno al 1860, la sua opera maggiore fu  riletta attentamente da un pensatore italiano espertissimo  nell’ intendimento dei più vivi pensieri attraverso i quali  si è venuta costituendo la filosofia moderna, Bertrando    112 STUDI VICHIANI    Spaventa, uno dei più forti pensatori che abbia avuto  l’ Italia, poco noto anche lui fuori d’ Italia per la cagione  stessa del Vico, cioè per la sua intensa italianità, il guscio  fu infranto :; e dentro al filosofo della storia si cominciò  a vedere il filosofo originalissimo. Del quale un'analisi e  ricostruzione ampia e sistematica diede per primo Bene-  detto Croce =, mettendo in luce in modo magistrale quelle  che si possono dire le scoperte del celebre pensatore na-  poletano, ed eloquentemente dimostrando le ragioni del-  l'alta valutazione che di esso deve farsi nella storia uni-  versale.    II.    Ora, invece che l'originalità del Vico, io vorrei qui  brevemente rilevare la larga risonanza che hanno in Eu-  ropa i pensieri fondamentali della sua filosofia nella se-  conda e nella terza ed ultima fase del suo svolgimento e  dimostrare così che essa non è un frutto fuor di stagione,  sì uno dei fuochi più potenti in cui si concentrò la specu-  lazione umana nel sec. XVIII, in guisa da non pure racco-  gliere la più ricca eredità del passato, ma da anticipare  altresì le più valide conquiste dell’avvenire.   La filosofia vichiana, superata la sua prima fase di  preparazione e di orientamento, in cui rimane sotto l’ in-  flusso del neoplatonismo e si sforza di conquistare il proprio  punto di vista, e affermatasi quindi nella sua autonomia, si  svolge per due principali gradi, nettamente distinti, quan-    I Da vedere tra i suoi Scritti filosofici (ed. Gentile, Napoli, Morano,  1900) la prolusione Carattere e sviluppo della filosofia italiana dal sec. XVI,  sino al nostro tempo (1860), la lettera Paolottismo, positivismo, raziona-  lismo (1868), e La Filosofia ital. nelle sue rela. con la filos. europea (1861),  lez. VI, ed. Gentile, Bari, Laterza, 1908; 2% edizione 1926.   è La filosofia di G. B. Vico, cit.    III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 113    tunque il secondo sia evidentemente lo svolgimento del  primo. L’uno è rappresentato dall’ Orazione De nostri  temporis studiorum ratione (1708) e dal De antiquissima  (1710); l’altro dal Diritto Universale © (1720-21) e dalla  Scienza Nuova. In quello si hanno 1 lineamenti di una  filosofia kantiana insieme con taluni dei motivi fondamen-  tali della filosofia, da cui Kant prese le mosse; in questo  sono affermati i principii stessi della filosofia postkantiana,  cioè dell’ idealismo tedesco. Dall’uno all’altro c’ è infatti  un passaggio analogo a quello per cui l’idealismo sog-  gettivo della Critica della ragion pura = diventa in Hegel  un idealismo assoluto.   Come nella filosofia kantiana confluiscono la metafisica  del razionalismo leibniziano e lo scetticismo dell’empiri-  smo inglese, così nella prima filosofia vichiana il prin-  cipio kantiano della sintesi costruttiva del sapere umano  si presenta come l’accordo di uno scetticismo che ha molti  punti di contatto con quello, posteriore di trent'anni, di  David Hume, e di una metafisica che ha strane somi-  glianze con quella di Leibniz, da cui è storicamente indi-  pendente.   Il Vico infatti segue questi stessi indirizzi, in cui sì  moveva da una parte l’empirismo inglese e dall'altra il  razionalismo francese e tedesco; ma stringendoli insieme,  e riuscendo perciò a cavarne conseguenze che precorrono  di almeno sessant’anni le più profonde vedute del cri-  ticismo. |   Egli scorge con Bacone, e più acutamente, il valore  dell'esperimento, onde il fisico sa della natura quel che    n  — E —_—    I Come si suole designare, sull'esempio dell’autore, il suo trattato  De universi iuris uno principio et fine uno (1720), compiuto l’anno  dopo con un secondo libro: De constantia îurisprudentis.   è Il primo a notare il riscontro della dottrina gnoseologica del De  antiquissima col criticismo kantiano fu F. H. JacoBr nel 1811 nel suo  scritto Von den gottlichen Dingen u. ihrer Offenbarung (Werke.] riesce a rifarne (utpote 1d pro vero in natura habeamus,  cuius quid simile per experimenta facimus) :: restando  negli stessi limiti della dottrina baconiana che, ferma nel  supposto empirista della opposizione della natura allo  spirito, non può riconoscere all’attività di questo una  produttività reale: sicché l’esperimento riesce non a  far la natura, ma soltanto a rifarla, oa farne un  quid simile.   La teoria vichiana dell'esperimento, del pari che in  Bacone e in Galileo, presuppone la teoria dell’esperienza  sensibile come solo mezzo di conoscenza diretta della realtà  naturale. Ma, con più coerenza di Galileo, il Vico si sot-  trae alla illusione dell’oggettività della geometria o della  matematicità della natura, e combatte il metodo geome-  trico di Cartesio e dei cartesiani, e in generale la con-  cezione razionalistica del reale con un nominalismo empi-  rico, che è scala allo storicismo della sua seconda filosofia.  E viene perciò ad incontrarsi con Hume, che separerà la  conoscenza della natura dalla conoscenza matematica, con-  trapponendole l'una all’altra in quanto l’una ha per og-  getto verità di fatto e l’altra mere relazioni ideali; e asse-  gnando quindi alla prima un compito, che non si potrebbe  ragionevolmente ascrivere alla seconda, quantunque nep-  pure alla prima riesca di assolverlo: la scoperta della  causa, non quale antecedente empirico dell'effetto, ma  quale potere o forza produttiva, per cui solo è possibile,    I De antiq., concl. Cfr. cap. II, p. 144-5: « Genus humanum innu-  meris novis veris ditarunt ignis et machina, istrumenta, quibus utitur  recens physica, rerum, quae sint similes peculiarium naturae operum,  operatrix », e Vici Vindiciae (in Opere*, ed. Ferrari, IV, 309): « Uti-  nam philosophiae opera daretur cum Verulamii Organo, ut quod phi-  losophi meditarentur, id ii verum esse experimentis ipsis demonstra-  rent.... Nam, si ita physicae incumberetur, non solum non pluris fie-  rent a Socrate sutores quam sophistae, cum illi tamen aliquod faciant  opus humano generi utile, hi vero nullum omnino; sed in eo sane Deo  Opt. Max. quodammodo similes fierent, cuius intelligentia et  opus unum idemque sunt».    III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA II5    secondo che nota Hume, concepire il rapporto causale come  connessione necessaria. La ragione per la quale Hume  nega alla matematica la facoltà di conferire alla fisica il  carattere necessario proprio di essa come scienza razio-  nale e a priori, coincide con quella del Vico: ed è l'assoluta  opposizione della mente alla natura, il cui processo è un  processo interno, diverso e remoto da quello della mente,  che nell’esperienza può seguire soltanto le semplici appa-  renze sensibili nel loro contingente succedersi.   La realtà, in questa seconda forma della filosofia vi-  chiana, è esterna alla mente. E però Vico si schiera contro  la Scolastica e la logica del sillogismo, e contro l’ innati-  smo e l’astrattismo razionalistico di Cartesio. Condanna  Aristotele, che «metaphysicam recta in physicam intult ;  quare de rebus physicis metaphysico genere disserit. per  virtutes et facultates »; convinto che « naturae iam exstan-  tis phaenomena non virtute et potestate explicare par est»,  e vedendo con soddisfazione che «tam meliorum virtute  Pphysicorum illud disserendi genus per studia et aver-  stonesnaturae, per arcana eiusdem con-  stlia, quas qualitates occultas vocani, tam,  inquam, sunt e physicis scholis eliminata » *. Loda il De-  scartes ?, « che volle il proprio sentimento regola del vero;  perché era servitù troppo vile star tutto sopra l'autorità »;  e « volle l’ordine nel pensare; perché già sì pensava troppo  disordinatamente con quelli tanti e tanto sciolti tra loro  obiicies primo, obiicies secundo ». Sta con Bacone contro  Il sillogismo e quella deduzione analitica del Descartes,  che egli paragona al sorite stoico, e combatte con la  tenacia stessa e gli stessi motivi con cui contro la logica  di Crisippo stettero in campo nell’antichità gli Accademici 1 De antig., c. IV, $$ 2 e 3: Opp., I, 158, 161: cfr. Sec. risp., $ IV:  Opere, I, 261-63. Cfr. pp. 83-85.  2 Sec. risp., in Opere, I, 274-5.    IIO STUDI VICHIANI    (al Vico familiari per le Accademiche di Cicerone, da lui  espressamente citate, e per le [fotipost di Sesto Empirico,  che deve pure avere studiate, se non altro, attraverso  l’ Examen vanitatis doctrinae gentium et veritatis Christianae  disciplinae di Giovan Francesco Pico della Mirandola) *.    DI    Il metodo deduttivo anche per Vico è sterile: presup-  pone la scienza, non la costituisce: non tam utilis est ut  nova inveniamus, quam ut ordine disponamus inventa.  Così egli paragona i fisici contemporanei, tutti soddisfatti  della loro fisica razionale, chiusa in un sistema statico di  idee ben ordinate, ma senza alcun rapporto vivo con l’espe-  rienza mutevole, a coloro, «quibus aedes a parentibus re-  lictae sunt, ubi nihil ad magnificentiam et usum deside-  retur, ut iis tantum amplam supellectilem mutare loco,  aut aliquo tenui opere ad seculi morem exornare relin-  quatur ». Costoro, nota il Vico profondamente, scambiano  la natura con la loro fisica (pongono infatti le loro idee  chiare e distinte come la stessa realtà, o verità, da cono-    1 Per Cicerone v. la Sec. rîisp., $ IV, p. 272 (dove appunto si rife-  risce ad Acad., II, 16, 49). Per Sesto cfr. De antiq., Il, p. 146 (argo-  mento degli aequivoca) con Hyp. Pirr. II, 23; De antig., I, 3 (dottrina  dei segni) con H. P., II, 10. Per la critica del sillogismo e del sorite  v. De nostri temp., VI, in Opere, I, 89-90, De antig., VII, 5 (Opere, I,  183-4) e Scienza Nuova?, ed. Nicolini, pp. 358-9; e non occorre ricordare  la famosa e perentoria critica del sillogismo di Sesto, H. P., II, 14.  Pel Pico v. per ora F. STROWSKI, Montaigne (nella Collezione dei Grands  philosophes), Paris, Alcan, 1906, pp. 125-30. Un primo accenno allo  scetticismo accademico prevalso in questa seconda fase della filosofia  vichiana si può scorgere in questo luogo della Orazione III (1701),  in Opere, I, 36: « Te iactas, philosophe, principia rerum et caussas asse-  cutum. In quo te iactas ? in quo animos effers, ubi adversae sectae  alius te putat errare ? Addiscamus igitur verum studiorum usum; et  sciamus, vetitam primi parentis curiositatem in nobis esse vera rerum  cognitione mulctatam. Hoc disciplinae doctos a vulgo distinguat. Utri-  que nesciunt: sed vulgus se scire putat, eruditus ignorare se noscit.  Ita sapiens in omnibus verat; si omnia cum illa exceptione affirmet:  ‘ Aio, ni rectius, aut verisimilius obstet’. Ita nunquam falletur, nec  unquam fallet; ita nunquam ullam stultorum profert vocem: ‘ Aliter  putabam ’ ». Cfr. il De mostri temporis, in Opere, I, 83: « Academici  antiqui, Socratem secuti, qui nihil se scire, practerquam nescire affirma-  bat, abundantes et ornatissimi ».    III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 117    scere); sicché sarebbero quasi da ringraziare perché con  la loro scienza ci tolgono l’ incomodo di più oltre studiare  la natura: nos tanto negotio naturae ultra contemplandae  liberarunt ®. Che è la più efficace critica che possa farsi  del vecchio apriorismo in nome dei diritti dell'esperienza.   L’empirismo, come ho accennato, trae il Vico alle.  sue conseguenze nominalistiche, dov’ è il fondamento ul-  timo della critica del razionalismo astratto. Combatte in-  fatti nel De nostri temporis l'applicazione del sorite (me-  todo deduttivo) alla medicina, avvertendo che nella de-  duzione non si procede da una verità antica a una verità  nuova, ma si rende esplicito l’ implicito, cioè si rimane  nel vero già posseduto. « Afqui morbi semper novi sunt et  alri, ut semper alia sunt aegrotantes. Neque enim ego idem  nunc sum, qui modo fui, dum aegrotantes proloquerer:  innumera namque temporis momenta tam actatis meae  praeterieruni, et innumeri motus, quibus ad summum diem  impellor, tam facti sunt». E nel De antiquissima poco  dopo dirà: «‘ Rectum’ et ‘idem’ res metaphysicae sunt.  Idem ipse mihi videor; sed perenni accessu et decessu  rerun, quae me intrani, a me exeunt, quoquo temporis  momento sum alius». E ancora: «Haec est vita rerum,  fluminis nempe instar, quod idem videtur, et semper alia  atque alia aqua proflut » 2.    I De mostri temp., $ IV.  ? De nostri temp., c. VI e De antigq., c. 1V, $$ 4-5; in Opere, I, 102,  164. Cfr. per la VI Orazione qui sopra pp. 86-87. Vico così fa sua la  dottrina, che PLATONE (Teeteto 154 A) combatteva, o meglio dalla  quale egli, che moveva dall’eraclitismo, cercava liberarsi. E prima del  Vico l'aveva fatta sua in Italia Tommaso Campanella, a cui Vico qui  sì rannoda. Basta leggerne questo curioso brano che ha così vivo sapore  di modernità: « Però gran stoltizia è credere, che la scienza consista nel  sapere gli universali: che saprò io, se intendo che Pietro è uomo animale  razionale, mentre non intendo le sue qualità e proprietà minutamente ?  Vero è che, essendo impossibile cognoscere tutti gl’ individui, per man-  camento fu bisogno imparare le scienze in universali e in confuso; ma  Dio sa le minutissime particolarità d’ogni cosa; e questa è vera, certa  sapienza. Ma la medicina per il bisogno si avvisa, che non basta sapere [Così nel De studiorum ratione conclude che la defini-  zione del concetto generico non coglie quel che vi è di  proprio nei singoli casi; e però miglior partito sarà guar-  dare al concreto (ut particularia consectemur), e attenersi  alla induzione.    Che febra è questa, ma quando, come assale, e la complessione dell’ in-  fermo particolare, e del morbo, e del medicamento; non in communi,  cioè del reubarbaro, ma di questo reubarbaro, che se ha da dare sino  alla tale ora »: Del senso delle cose, ed. Bruers, II, 22 (Bari, Laterza,  1925, p. 106). Cfr. CAMPANELLA, Metaph., V, 2, a. 2: «Itaque prin-  cipia scientiarum sunt nobis historiae »; e in proposito, RITTER, Gesch.  d. Phil., X, p. 26. BACONE, letto e ammirato da Vico, dei difetti della  medicina del suo tempo aveva detto nel De augm. scient., IV, 2, (ed.  Ellis-Spedding?, I, 590): « Solent autem homines naturam tanquam  ex praealta turri et a longe despicere, et circa generalia nimium occu-  pari; quando si descendere placuerit, et ad particularia accedere, resque  ipsas attentius et diligentius inspicere, magis vera et utilis fieret com-  prehensio. Itaque huius incommodi remedium non in eo solum est,  ut organum ipsum vel acuant vel roborent, sed simul ut ad objectum  propius accedant. Ideoque dubitandum non est quin si medici, missis  paulisper istis generalibus, naturae obviam ire vellent, compotes ejus  fierent, de quo ait poéta [Ovid., Rem. am. 525]:    Et quoniam variant morbi, variabimus artes;  Mille mali species, mille salutis erunt ».    E tra i desiderata per i progressi della medicina aveva osservato  (ivi, I, pp. 591-2): « Primum est, intermissio diligentiae illius Hippo-  cratis, utilis admodum et accuratae, cui moris erat narrativam com-  ponere casuum circa aegrotos specialium; referendo qualis fuisset morbi  natura, qualis medicatio, qualis eventus. Atque hujus rei nactis nobis  jam exemplum tam proprium atque insigne, in eo scilicet viro qui  tanquam parens artis habitus est, minime opus erit exemplum aliquod  forinsecum ab alienis artibus petere; veluti a prudentia jurisconsul-  torum, quibus nihil antiquius quam illustriores casus et novas decisiones  scriptis mandare, quo melius se ad futuros casus muniant et instruant ».   Ma più degno di considerazione, per le sue probabili relazioni col  pensiero del Vico è forse un brano della Dissertatio logica (1681) del  medico napoletano Luca ANTONIO Porzio « ultimo filosofo italiano della  scuola di Galileo » (come lo chiama il Vico nell’Autob., p. 37, ricor-  dando la stretta amicizia e gli spessi ragiona-  menti avuti con lui). In questo brano, dopo aver accennata la dot-  trina platonica e cartesiana delle idee innate, è detto: « Coeterum  licet haec majori ex parte verissima censeri possint; homini tamen, ut  satis excultus animo sit, non sufficere existimo, universalia et communia  scientiarum principia. Oportet enim non raro ad particularia descen-  dere, et singularem alicujus rei nobis scientiam comparare. Quod non  fit nisi assumpto etiam peculiari et proprio aliquo quaesitae rei prin-  cipio. Sed non inficiabor, ingenium excolendi et exercendi gratia, posse    III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 119    Qual'è, si domanda altrove :, la causa del gran discre-  dito in cui è caduta oggi la fisica aristotelica ? È troppo  universale, laddove gli esperimenti della fisica moderna  riproducono fenomeni peculiari determinati. Così nella  giurisprudenza l’arte non consiste nel possedere summum  et generale regularum, ma nel vedere le circostanze pros-  sime, alle quali non sempre si possono applicare le disposi-  zioni generali della legge. Ottimi oratori non sono quelli  che discorrono per luoghi comuni, ma quelli che, per  dirla con Cicerone, haerent in propriis. Né gli storici pos-  sono contentarsi di narrare i fatti all’ ingrosso, assegnan-  done cause generiche. Né la sapienza della vita si giova  di massime astratte, poiché il sapiente dev’esser tale  Caso per caso, e non affidarsi ai sistemi, come fanno 1 dot-  trinari (fhematici), poiché la realtà è sempre nuova: e  nova, mira, inopinata universalibus illis generibus non  providentur. Così, nel discorso, ogni parola conviene sia  propria e adatta a ciò che a volta a volta si vuol dire;    nos arbitratu nostro quaecumque velimus determinare, et cuiuscunque  speculationis, quod lubet statuere principium, atque inde quaenam  investigare. Quod si ea quae inveniuntur, consona fuerint tum ei, quod  sumpsimus, hypothesi scilicet prius factae, tum scientiarum dignitati-  bus, hoc est propositionibus per se notis, et communibus hominum  Opinionibus, tunc affirmare poterimus, recte nos fuisse speculatus. Si  quid vero consequatur, quod vel repugnet axiomati alicui, vel sit contra  hypothesim, tunc certi esse possumus de fallacia aliqua nostrarum cogi-  tationum.... Quamobrem si non idcirco philosophamur, ut ingenium  tantummodo exerceamus, verum etiam ut speculationum et inventio-  num nostrarum aliquis sit usus, deducendae illae sunt tum ab universa-  libus scientiarum principiis et communibus hominum opinionibus,  tum ex peculiari non ficto principio, non ficta hypothesi; sed quae sit  secundum rei naturam, quam indagandam suscepimus. Atque ideo meo  quidem iudicio summe custodienda atque promovenda est rerum omnium  historia sive civilium sive bellicarum, sive physicarum sive aliarum,  quarumcunque rerum, utcunque observatarum. Etenim cum vel ipsa  natura universalia non edoceat, observatarum rerum historia particu-  laria nobis praebet principia unicuique scientiae propria, quibus adjuti  pleraque, quae nobis occulta erant, dignoscere valeamus »: Opera omnia  medica, philosophica et mathematica, Neapoli, Mosca, MDCCXXXVI,  t. 1, pp. 379-80.  1 De antiq., c. II, in Opere, I, 144.    120 STUDI VICHIANI    giacché loqui universalibus verbis infantium est aut bar-  barorum.   Ed ecco spuntare una dottrina, che avrà un grande va-  lore nella terza forma della filosofia vichiana: la dottrina  del certo.    IIIl    Il certo nel pensiero del Vico è il determinato, il  positivo, l’effettuale o il concreto, fuori del quale non v’ ha  realtà, ma astrazione: dottrina, che si collega da una  parte con la teoria dell’ induzione e dall’altra con quella  della percezione. In molti luoghi del De nostri tem-  poris studiorum ratione e del De antiquissima Italorum  sapientia, nonché della polemica a cui questo libro diede  luogo, il Vico raccomanda l’ induzione baconiana, come  l'organo proprio della scienza, che vuol costruire il vero  sulla base del certo 1. Ma in un paragrafo del De anti-  quissima ?, svolge una teoria della conoscenza che va  assai più in là di Bacone.   Attribuisce alla mente tre operazioni: percezione,  giudizio e raziocinio ; donde provengono le tre  arti della to pica, o arte di trovare, della critica,  o arte di giudicare, e del metodo,o arte di ordinare  razionalmente le materie: ma fondamentali sono la topica  e la critica, ossia le funzioni del percepire e del giudicare.  E tra le due quella che costituisce ed estende il dominio  del sapere, la propria sciendi facultas, è la funzione del  percepire, che il Vico ama chiamare ingegno?3: che  è qualche cosa di analogo, ma anche qualche cosa di supe-    I E il concetto ritorna nella Scienza Nuova*, ed. Nic., pp. 358-9.   2? Cap. VII, $ 5.   3 Oltre il De antig., vedi le Vicî vindiciae, Nota q, in Opere, ed.  Ferrari, IV, 309.    III. LA li E LA Ill FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 12I    riore alla esperienza o intuizione sensibile di Kant. Alla  celebre proposizione di questo, che l’ intuizione è cieca  senza il concetto, e il concetto vuoto senza l’ intuizione,  11 Vico prelude nel suo linguaggio dicendo: « Neque in-  ventio sine tudicio, neque tudicium sine inventione certum  esse potest ». E il gi udizio vichiano è proprio quello  che è il concetto puro kantiano, se fuso con l’in-  venzione o percezione: laddove si muta in un’ idea  a priori, in una prolessi dommatica a mo’ degli stoici,  o in un' idea innata a mo’ di Cartesio, se diviso dalla per-  cezione. La quale, come operazione propria dell’ ingegno,  non è soltanto l’ intuizione del dato (come l’ intuizione di  Kant), ma ogni intuizione del certo, ossia del nuovo, del  proprio o singolo, del reale, onde si estende la sfera del  conoscere, e però propriamente si sa. Di guisa che l’ in-  gegno è la forza dello scopritore di regioni per l’ innanzi  inesplorate nel dominio della natura, ma è anche la forza  del poeta nella sua originale creazione, e dello scienziato  che scopre rapporti ideali non più veduti: onde la dottrina  vichiana dell’ ingegno supera il concetto dell’ intuizione  kantiana, e accenna alla dottrina del genio dei roman-  tici tedeschi. La percezione è insomma non tanto la espe-  rienza passiva di Kant, base alla funzione attiva dello  Spirito, quanto la stessa pura attività mentale, creatrice  e costruttiva, con cui non si rielabora un contenuto già ac-  quisito, ma si acquista o si pone il contenuto stesso; e  non si rimane perciò nel già noto, ma si procede di là  dal suoi confini: non analytica via, sed sinthetica, per  usare le stesse parole del Vico, che anticipa con esse la  famosa distinzione della Critica della ragion pura.   « Academici toti în arte inveniendi, în illa iudicandi toti  Stoici fuerunt: utrique prave »: e gli Accademici erano per  Vico i filosofi che non avevano costruito con la ragione  sull'esperienza, ma s’eran limitati a raccogliere le appa-  renze sensibili e i dati di fatto, senza né pur giudicarli    122 STUDI VICHIANI    per affermarli o negarli; i puri empirici, insomma; lad-  dove gli Stoici, contro cui gli Accademici avevan batta-  gliato, s'erano sbizzarriti a dommatizzare con la loro pre-  sunta scienza naturale della natura; cioè i razionalisti.  Correggere perciò gli opposti difetti degli uni e degli  altri vuol essere pel Vico lo stesso programma annunziato  nelle prime parole della Critica di Kant: « Non c’ è dub-  bio che ogni nostra conoscenza comincia con l’espe-  rienza.... ma non per questo tutta la nostra conoscenza  deriva dalla esperienza »: il superamento e la concilia-  zione del pretto empirismo e della metafisica razionalistica.   Ma, come Kant na tuttavia una manifesta propensione  per gli empiristi contro i metafisici, si direbbe pure che il  Vico abbia una particolar simpatia per i suoi Accademici.  Egli serba tutti i suoi strali per gli Stoici (leggi Carte-  sio '*), come Kant intitola Critica della ragion pura la sua  opera, che avrebbe pur potuto capovolgere e intitolare  « Critica della pura esperienza ». Per questa simpatia verso  gli Accademici il Vico accentua da una parte lo scetti-  cismo della sua tesi empirica, e, risentendo, assai più che  tra qualche decennio David Hume, anch'egli, com’ è noto,  tornato ad ispirarsi alla filosofia accademica ?, il motivo  umanistico-socratico di questa, s’apre la via dallo scetti-  cismo del De antiquissima alla filosofia positiva della  Scienza Nuova.   Al dommatismo cartesiano, che, agli occhi del Vico,  rinnovava quello degli Stoici, egli contrappose il pro b a -  bilismo di Carneade 3, salvandone, come Hume, le  matematiche. Le quali sono scienze del vero; ma di un   I «.... Stoicis, quibus recentiores respondere videntur »: De nostri  temp. in Opere, I, 97; Cfr. De antiquissima, ivi, pp. 138-9.   2? Hume, An enquiry concerning human understanding, sect. V, part.  I in princ., e sect. XII.   3 Cfr. la critica di Descartes nel De antig., I, 3 e la Sec. risp., in  Opere. Vero senza certezza; come il certo del probabile è senza  verità. Lo stesso cogîto cartesiano agli occhi del Vico di-  venta quel che è agli occhi di ogni empirista e di ogni  scettico: un fatto, un certo, com’egli dice; un probabile,  come avrebbero detto gli Accademici: qualche cosa che  è oggetto di coscienza, non di scienza; quindi  privo della certezza, nel senso cartesiano di esclusione del  dubbio. L’essere dell’ I o che pensa, per esser vero, e non  semplicemente probabile, dovrebbe potersi dimostrare come  l'eguaglianza degli angoli di un triangolo a due retti.   Ma in che consiste la dimostrazione del matematico?  o, in altri termini, in che consiste la verità del suo sapere ?  Se la scienza della natura è offuscata dall’ ignoranza ineli-  minabile dell’ intimo processo della natura, onde la causa-  lità cessa di essere una connessione necessaria, e uno  schema d'’ intelligibilità sistematica dei fatti naturali, nella  matematica ci dev'essere quel che manca alla fisica: la  conoscenza del processo per cui si generano i numeri e le  figure (che son la realtà del matematico); e come quel  processo pei fatti naturali è inattingibile, perché la natura  è una realtà opposta allo spirito che la conosce, così il  processo generatore della realtà matematica dovrà, per  essere conoscibile, coincidere col processo conoscitivo;  e la causazione essere la stessa conoscenza. Di qui la or:  mula vichiana: verum et factum convertuntur.   A questo concetto della matematica in opposizione al  concetto della fisica, che del resto serpeggiava, ancora  immaturo, in Galileo e nella sua scuola, il Vico fu spinto  e dallo studio dei Neoplatonici (poiché nel Ficino egli  aveva letto qualche cosa di simile) 1, e dal confluire nel  suo spirito della nuova gnoseologia delle matematiche,  dell’empirismo della sua scepsi accademizzante e dei vec-  chi concetti platonici e scolastici intorno al rapporto di    —-    ! Cfr. la dimostrazione precedente, pp. 30 sgg. e più avanti pp. 139588.    124 STUDI VICHIANI    Dio col mondo. Posto il carattere di verità delle matema-  tiche, riconosciuto da tutta la filosofia, dal Rinascimento  in poi; posto lo scetticismo come negazione della cono-  scenza causale della natura come realtà estramentale;  posta la naturaco me realizzazione del pensiero divino  (quale la concepiscono tutti gli scolastici e quei neopla-  tonici, a cui il Vico amava rannodarsi); il dommatismo  matematico doveva apparire il rovescio del ricamo dello  scetticismo fisico. E così il Vico fu condotto a scoprire  il suo grande principio del verum factum, per cui la scienza  è solo di ciò che si fa: che è lo stesso concetto con cui  Kant doveva, molto più tardi, giustificare il valore della  scienza, quale cognizione, non di un oggetto che si porga  bello e costituito alla mente umana, anzi di un oggetto  costruito appunto dall’atto stesso del conoscere.   La scienza, rispetto alla quale sorge nel De antiquis-  sima la nuova gnoseologia vichiana, è bensì una scienza  puramente formale: piena di verità, ma vuota di certezza.  Vuota di certezza, perché la realtà pel Vico, nel De anti-  quissima, resta la natura (l’opera di Dio): la natura stessa  degli empiristi, ma neoplatonicamente o (che, qui, è lo  stesso) spinozisticamente considerata, cioè superata: non  però nel monismo meccanico del filosofo di Amsterdam,  sì in una specie di pluralismo dinamico, che richiama  quello di Leibniz.   Come Spinoza, il Vico pone una natura estesa irridu-  cibile al pensiero: ma, pel suo scetticismo, supera Spinoza,  come lo supera Hume; giacché non iscambia la causalità  razionale (che è l’intelligibilità della matematica, o della  verità senza certezza) con la causalità reale della natura,  e tiene ben distinto l’ordine delle verità di fatto dall’or-  dine delle verità di ragione. Spinoza risolve la sua natura  corporea o la molteplicità infinita dei modi dell'estensione  nell’unità della sostanza estesa, la quale nella sua unità è  la negazione del corpo e del moto; ma la sostanza per    III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 125    Spinoza non si sveste mai né può svestirsi dell’estensione,  che è attributo irriducibile ad altri attributi. Per Vico,  invece, come per Leibniz, l’esteso ha il suo principio nello  inesteso, talché la sostanza degli stessi modi corporei è  inestesa 1. Né il movimento si risolve nel meccanismo del-  l’ impulso che un corpo esercita sopra un altro corpo, come  nel determinismo spinoziano; bensì nel conato stesso  della sostanza, che è a base del corpo. L'’inesteso è il  punto metafisico, che nella metafisica vichiana ora par  molti, ora uno, con un'esitazione che non è in  Leibniz, ma che può dimostrare una vista più acuta  di quella di Leibniz: perché la molteplicità è uno dei ca-  ratteri fantastici della monade leibniziana, la quale, come  principio del composto, ossia del molteplice, dovrebb'es-  sere esclusione assoluta della molteplicità.   La scienza del punto metafisico viene ad essere pel  Vico una sorta di geometria del divino, per la quale non  si penetrerà già nell’attualità o nel certo della natura  (oggetto della fisica), destinato a rimanere un libro chiuso  con sette suggelli; al punto che, se Dio volesse insegnarci  egli stesso come l’ infinito (la sostanza) sia sceso in questi  finiti (i modi), noi non potremmo, dice risolutamente il  Vico, comprenderlo: perché cotesta è propria scienza di  Dio, che fa dell’ infinito il finito. Si ricordi la dotta igno-  ranza, o cognizione negativa del Cusano, che il Vico  non pare abbia conosciuto, ma alle cui fonti dirette o  indirette s'’abbeverò anche lui. Senza trascendere tuttavia  la sfera della conoscenza formale concessa all'uomo, una  metafisica è possibile in un senso analogo a quello per  cui Kant può, senza sconfinare dai limiti segnati dalla    t «In mundo, quem Deus condidit, est quaedam individua virtus  extensionis, quae, quia individua est, iniquis exstensis ex aequo ster-  nitur » (De antig., IV, 2; Opp., I, 156). Per le relazioni di questa  dottrina con quelle affini di Bruno, di Spinoza e di Hegel, v. B. SPA-  VENTA, Saggi di critica, Napoli, Ghio.] Critica, indagare i Principii metafisici della scienza della  natura; una metafisica che, conforme allo spirito d’umile  agnosticismo della religione 1, stia nei termini della geo-  metria 2; e sia una geometria che renda pensabili i dati  dell'esperienza, procurando di spiegare il mondo che è  fuori della mente con quello che è dentro di essa, come  pure avran pensato di fare i Pitagorici 3, quando dei nu-  meri fecero il principio di tutte le cose. La fisica infatti  ci dà corpi e moto. Ora, pensare quelli e questo non è  possibile senza trascenderli: ché l’essenza del corpo,  ciò che noi pensiamo dicendo corpo, non è niente  di esteso e divisibile, come i corpi, bensì un che d'’ ine-  steso e indivisibile. Né l’essenza del movimento si muove;  e dev'essere perciò posta di là dal moto. Ma, se il corpo  realizza la propria essenza, questo è un inesteso che si  estende; e se il moto realizza la sua essenza, questa non  è neppure l’assoluta quiete, ma il principio del movi-  mento in fieri. L’inesteso, essenza dell’esteso, è il  punto, concuiinfatti la geometria costruisce le linee, le  figure e, in generale, l’esteso; e se l’esteso si muove, il  suo principio sarà principio di movimento, oltre che di  estensione: conato. Il punto metafisico (che è lo  stesso concetto del punto geometrico, non come defini-  zione nominale, ma reale) e il conato sono i due concetti  che, secondo il Vico, rendono intelligibile la fisica quale  apparisce alla mente umana.   Ma la metafisica non può andar oltre, e dire come e  perché la sostanza inestesa, unica, infinita col suo sforzo    I«Christianae fidei commoda m»: De antig., concl.   2 « Et ea ratione geometria a metaphysica suum verum accipit, et  acceptum in ipsam metaphysicam refundit »: De antig., IV, 2, in Opere,  I, 157.   3 « Nec.... cum de naturae rebus per numeros disseruerunt, naturam  vere ex numeris constare arbitrati sunt: sed mundum, extra quem  essent, explicare per mundum, quem intra se continerent, studuerunt »:  O. c., in Opere.] si estenda, si moltiplichi, si determini, si muova e dia  luogo alla natura. La quale è opera di Dio, e perciò è  conosciuta soltanto da lui. Pure quel semplice sguardo  negativo gettato dentro al segreto della natura basta a  farci apparire tutta la meccanica del determinismo una  apparenza seco stessa contradittoria. Come Leibniz, Vico  non sa più concepire quiete assoluta, né comunicazione  di movimento. Accetta da Malebranche l’occasionalismo 1,  e con lui ascrive a Dio ogni attività: « Lo sforzo dell’uni-  verso, che sostiene ogni piccolissimo corpicciuolo,... non  è né l’estensione del corpicciuolo, né l’estensione del-  l'universo. Questa è la mente di Dio, pura d'ogni corpo-  lenza, che agita e muove il tutto » 2. E quel che Dio è  al corpi, è anche alle menti, in cui il Vico, traendo audace-  mente alla massima coerenza l’ intuizione neoplatonica  del Malebranche 3, non ammette se non quello che vi  pensa Dio, omnium motuum, sive corporum sive animo-  rum, primus auctor.   Sicché il dinamismo vichiano del De antiquissima ri-  specchia quella critica interna del meccanismo carte-  siano che, attraverso Geulincx e Malebranche, perviene  in Leibniz al superamento della fisica come scienza dei  fenomeni (dei corpi formati, come dice Vico)  nella speculazione dei punti metafisici, che caratterizza,  come tutti sanno, la prima fase della filosofia leibniziana;  ma non raggiunge il concetto della monade. Giacché,  per quanto si sforzi il Vico d’ introdurre e affermare nella  sua stessa intuizione emanatistica il concetto della libertà  dello spirito (che è la nota più profonda della monade),    I «Dunque la percossa non serve ad altro che di occasione che lo  sforzo dell’universo, il quale era sì debole nella palla, che sembrava  star queta, alla percossa si spieghi più, e, più spiegandosi, ci dia ap-  parenza di più sensibile moto »: Sec. risposta, in Opere, I, 265.   * Prima risp., $ III, Opere, I, 218.   3 Cfr. De antiq., cap. VI.    128 STUDI VICHIANI    questo concetto rimane affatto estraneo al suo pensiero;  e il suo punto metafisico, come conato, ondeggia sempre  tra il concetto dell’unica mente di Dio (che è il solo centro  reale di questo mondo) e il concetto dei molti centri indi-  viduali di forza.    IV.    Ma il concetto della spiritualità e della libertà del reale  nello sviluppo ulteriore del pensiero vichiano fu affermato  ben più validamente che nella monadologia leibniziana.  Lo sguardo gettato sulla metafisica della natura, nel suo  significato negativo, è una tappa nella speculazione del  Vico. Tappa, in cui Vico si è sbarazzato del meccani-  smo, e si è raffermato nella sua intuizione giovanile del-  l’ immanenza di Dio nel reale, e quindi nella mente umana.  Della quale intanto aveva scoperta la legge intrinseca:  che è quella di creare il mondo che è suo, e non poter  penetrare nella costituzione di un mondo derivante da  un principio diverso.   Questa scoperta, a cui la meditazione dell’antico scet-  ticismo lo aveva condotto, era suscettibile di un grandioso  ampliamento, pur che il Vico avesse volto l'animo a un  altro importante suggerimento implicito in uno dei motivi  principali dello scetticismo accademico: voglio dire nel con-  cetto socratico della conversione della ricerca speculativa  dalle cose naturali o divine alle umane: concetto centrale  nella filosofia accademica, considerata perciò da taluno  de’ suoi seguaci e de’ suoi storici quasi un ritorno al punto  di partenza originario della filosofia platonica, a Socrate.   Ora dall’ Orazione De mostri temporis studiorum ra-  tione: come dalla Seconda risposta al Giornale de’ letterati* si vede chiaramente quanto ben disposto fosse  l'animo del Vico ad accogliere quel suggerimento e a fe-  condarlo dentro di sé, già fin dal tempo della sua meta-  fisica negativa. Nel primo scritto infatti lamenta, come  grave danno arrecato dal metodo dommatico e scientifico  prevalente nella cultura contemporanea, quel chiudersi  negli studi delle scienze naturali, considerando la natura  solo oggetto possibile di scienza, cioè di cognizione uni-  versale e necessaria, e trascurare ogni dottrina morale  perché hominum natura est ab arbitrio incertissima. Cer-  tamente, il metodo aprioristico della scienza fallisce nelle  cose umane, dove il variare delle occasioni e la scelta  generano l’ imprevedibile. Ma il senno pratico (fru-  dentia civilis vitae) non si giova della ricerca del vero  (dell’astratto), né i fatti umani possono valutarsi ex ista  mentis regula, quae rigida est; anzi debbono misurarsi  con quella flessibile regola lesbia, che non adatta a sé i  corpi, ma essa si adatta ai corpi; con una specie pertanto  di cognizione, che non guardi alle vette della scienza, sì  alle infime particolarità delle cose individuali, e segua la  realtà (il certo) in tutti i suoi mutevoli accidenti  mercé il senso comune, che, in luogo del vero, si contenta  e si giova del verisimile. E nello scritto polemico,  contro il matematicismo cartesiano il Vico asserisce che  «la repubblica delle lettere fu così da prima fondata,  che 1 filosofi si contentassero del probabile, esi  lasciasse a’ matematici trattare il vero. Mentre si conser-  varon questi ordini al mondo, del quale avem notizia,  diede la Grecia tutti i principii delle scienze e delle arti,  e quei felicissimi secoli furono ricchi di inimitabili repub-  bliche, imprese, lavori e detti e fatti grandi; e godé l’umana  società, da’ greci incivilita, tutti i commodi e tutti 1 pia-  ceri della vita sopra de’ barbari. Sorse la setta stoica,    I $ IV. Questa Sec. risp. è del 1712.    130 STUDI VICHIANI    e, ambiziosa, volle confonder gli ordini, e occupar il luogo  de’ matematici con quel fastoso placito: Sapientem nihil  opinari; e la repubblica non fruttò alcuna cosa migliore ».  Dove chi abbia qualche notizia della dottrina di Car-  neade non può non riconoscere il suo probabilismo  in servizio della gpévnotc, che è la stessa prudenza vi-  chiana; come non è possibile disconoscere la parentela  della critica vichiana della morale stoica e giansenista !  con la polemica anticrisippea di Carneade.   Per Vico, dunque, come per Carneade e per tutta la  tradizione accademica, l’ ideale del filosofo tornò ad essere  Socrate, che anche lui parve «primus a rebus occultis et  ab ipsa natura involutis, in quibus omnes ante eum philo-  sophi occupati fuerunt, avocavisse philosophiam et ad  vitam communem adduxisse, ut de virtutibus et vitiis, om-  ninoque de bonis rebus et malis quaereret »*. Socrate, che  « sconsigliava dallo speculare sulle cose celesti e sul come  la divinità produca ciascuno di quei fenomeni » per non  «dare in vaneggiamenti non meno assurdi di quelli in  cui era venuto Anassagora; quell’Anassagora, che si era  dato così gran vanto di sapere spiegare gli artifizi messi  in opera dagli dei » 3. Socrate, che, tutto raccolto per la  parte sua nello studio dell’uomo, « domandava se, a quella  guisa che gli studiosi delle cose umane si credono in grado  di effettuare.... quello che avranno imparato, così pari-  mente gli indagatori delle cose divine credono, scoperte  che abbiano le cause di ciascun fenomeno, di poterlo pro-  durre quando vogliano, e formare, a un bisogno, i venti,  le pioggie, le stagioni e ogni altra cosa di simil genere » 4.  Parole, di cui par di sentire un'eco lontana in quelle con  cui il Vico enuncia insieme ed illustra la sua più matura    I CROCE, 0. C., pp. 97-8; e cfr. qui appresso, p. 143 Sgg.  ? CIcER., Ac., I, 15.   3 SENOFONTE, Memor., IV, 7, 6 (tr. Bertini).   40. c., I. 1, 15.    III. LA Il E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 131    concezione del problema della scienza: « Questo mondo ci-  vile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne  possono, perché se ne debbono, ritruovare i principii den-  tro le modificazioni della nostra medesima mente umana.  Lo che, a chiunque vi rifletta, dee recar meraviglia come  tutti i filosofi seriosamente si studiarono di conseguire la  scienza di questo mondo naturale, del quale, perché Id-  dio egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e trascurarono  di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo  civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne  potevano conseguire la scienza gli uomini » *®.   Non occorre dire che questo concetto della filosofia, se  ha attinenze storiche, di cui non è possibile non tener  conto, con idee della filosofia socratica e accademica, è,  nel suo proprio significato, assolutamente originale; come  lo scetticismo del De antiquissima, malgrado le sue ma-  nifeste ispirazioni accademiche, è, col suo concetto kan-  tiano delle scienze formali matematiche, più moderno  dello stesso scetticismo di D. Hume. Ora, se nel De an-  tiquissima Vico anticipava Kant, qui, nella Scienza Nuova  egli precorre a dirittura Hegel. Lì la mente umana era  considerata creatrice di un mondo astratto, avente perciò  esclusivamente valore pel soggetto che lo costruisce, men-  tre ha fuori di sé la realtà, opera di Dio. E lo spirito geo-  metrico era dio di un mondo di figure, come Dio poteva  dirsi il geometra di un mondo reale =. Qui invece lo spi-  rito appare creatore di un mondo saldo, in sé perfetto,  qual è il mondo delle nazioni, la civiltà, la storia. La  profonda meditazione di quella realtà umana, a cui il suo  scetticismo lo richiamava, ha fatto scoprire in questa    I Scienza Nuova, ed. Nicolini, pp. 172-3.   2 «Geometra in illo suo figurarum mundo est quidam Deus, uti  Deus Opt. Max. in hoc mundo animorum et corporum est quidam  geometra». Così ripete ancora nel 1729 il Vico nelle Vindiciae: Opere,  ed. Ferrari.] realtà un essere ignoto all’autore del De antiquissima,  tutto preso dalla vista dell’essere naturale posto da Dio.   Il conato cieco dei punti metafisici, che si risolve nello  sforzo dell’universo, e quindi in Dio, di cui è atto, diventa  ora il conato, «il qual è proprio dell’umana volontà, di  tener in freno i moti impressi alla mente dal corpo, ef-  fetto della libertà dell'umano arbitrio, e sì della libera  volontà, la qual’è domicilio e stanza di tutte le virtù » 1.  Il punto metafisico quindi diventa monade; ma anche ben  più che monade. Perché nel concetto della monade leibni-  ziana rimane qualche cosa del concetto dell’estensione,  che vuol superare; giacché ogni monade, come elemento  costitutivo del composto, ha accanto a sé tante altre mo-  nadi; sicché è sì spirito, ma limitato e particolare; è  individuo, ma di una individualità che non contiene an-  cora in sé l'universalità; quella universalità interna, senza  la quale non ci è spirito. La monade vichiana invece è la  trasformazione del punto metafisico, quale lo concepiva  Vico, tendente a identificarsi con Dio stesso: l’unico spi-  rito, unità che non ha altre unità fuori di sé, ed è per-  ciò vera, assoluta unità.   L’umano arbitrio (che è il conato della Scienza  Nuova) è determinato (accertato, nel linguaggio  vichiano) dal senso comune degli uomini; e questo  ‘ senso comune vien definito «un giudizio senz’alcuna ri-  flessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da  tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il ge-  nere umano »: il gran criterio «insegnato alle nazioni  dalla Provvedenza divina per diffinire il certo d’ intorno  al diritto natural delle genti » 2, onde s’ intesse tutta la  trama della storia. In guisa che lo spirito non è più con-  cepito né come individuale, che abbia fuori di sé l’uni-       -_—_————__—_&    I S. N, ed. Nic., p. 183.  2 S. N.2, Dign.] versale, né come universale che abbia fuori di sé l’ indi-  viduale: anzi individuale, in quanto universale, secondo  il concetto che il Vico era venuto maturando del certo,  già accennato nella dottrina dell’unità della percezione  e del giudizio.   «Il certo delle leggi », dice ora 1, «è un’oscurezza della  ragione unicamente sostenuta dall’autorità, che le ci fa  sperimentare dure nel praticarle, e siamo necessitati  praticarle per lo di lor certo, che in buon latino  significa particolarizzato o, come le scuole di-  cono, individuato; nel qual senso certum e com-  mune, con troppo latina eleganza, sono opposti tra loro ».  Troppo, perché, secondo il Vico, il comune nel certo può  essere oscuro, come quando si vede nel diritto il solo lato  positivo o della forza; ma non può mancare. E in un’altra  tesi fondamentale 2: « La filosofia contempla la ragione,  onde viene la scienza del vero; la filologia osserva l’auto-  rità dell'umano arbitrio, onde viene la coscienza del  certo ». La scienza del vero è la scienza stoica,  cartesiana; la scienza delle verità di ragione di  Hume: il dommatismo dell’universale astratto. La co -  scienza del certo è l’attualità del fenomeno, che  Vico nella già accennata critica di Cartesio ha detto non  esser negata neppur dagli scettici: è la verità di fatto  di Hume.   Alla matematica del De antiquissima mancava la co-  scienza del certo: come alla fisica mancava la scienza  del vero. Qui la Scienza Nuova supera l’astrattezza di  quelle due scienze, mercé il concetto della storia, in cui  appunto vero e certo coincidono. E però dopo le parole  testé riferite Vico soggiungeva, che quella sentenza di-  mostrava, «aver mancato per metà così i filosofi che non    I Dign. CXI.  * Dign. X.    134 STUDI VICHIANI    accertarono le loro ragioni con l’autorità de’ filologi,  come i filologi che non curarono d’avverare le loro autorità  con la ragion de’ filosofi; lo che se avessero fatto,... ci  avrebber prevenuto nel meditar questa scienza »; la quale  si propone di essere l’unità della filologia e della filosofia.  Il vero accertato o il vero certo è unità di ragione e di  fatto, perché è la stessa ragione che si attua nella vo-  lontà (l'umano arbitrio). Non è pura speculazione sul  fatto altrui, ma verum-factum, la realizzazione stessa  dello spirito.   La realtà dunque della Scienza Nuova non solo è mente,  ma mente come autocoscienza: non astratta universalità,  quale apparisce a se stessa la mente considerata come  oggetto di sé (idea, mondo intelligibile, Dio trascendente),  ma quella concreta universalità che è il soggetto che si  pone per sé, e si attua raccogliendosi nella coscienza di  sé. È insomma la mente quale si realizza nella storia.  Infatti «natura di cose altro non è che nascimento  di esse in certi tempi e con certe guise » 1; e la mente  vien manifestando, anzi costituendo, la sua attraverso il  processo storico. Che è il concetto dello spirito o dell’ idea  assoluta, come si sforzerà di pensarlo Hegel.   Non è possibile indagare qui fino a che punto il Vico  sia riuscito a svolgere un tal concetto. Il suo maggior  difetto consiste nel non essersi liberato del tutto dalla  trascendenza e dal dualismo; aver lasciato accanto alla  nuova realtà da lui scoperta (che non tollera compagnia)  quella del De antiquissima, ossia la natura opera di Dio;  e aver concepito poi la storia, oggetto della Scienza Nuova,  come qualche cosa per sé stante (un’altra specie di na-  tura) di rimpetto alla scienza, quasi storia che debba  esser rifatta dallo storiografo: dualismo del tutto  analogo a quello con cui il Vico si rappresentava nel-    I Dign.] l'esperimento l’opera del fisico rispetto all’opera indi-  pendente della natura. Ma questi gravi residui della  concezione dualistica antica permangono anche  nel-  l’idealismo assoluto hegeliano, come ora si viene chia-  rendo: e l’opera del Vico precede di poco meno che un  secolo quella di Hegel.    NOTA    Riproduco qui appresso un brano d’una mia risposta (pubbl.  nella Critica del 1916) a una recensione che della prima edizione  di questo libro fu fatta nella Civiltà Cattolica del 5 febbraio di  quell’anno.    Il punto principale dove io e altri (Jacobi, Spaventa, Croce)  avremmo preso un grosso abbaglio, e lo scrittore della Civiltà  Cattolica pretende rimettere le cose a posto, è quel che riguarda  la celebre dottrina gnoseologica del De antiquissima, da me rac-  costata, per la sua parte negativa, allo scetticismo di Hume, e  per la parte positiva intesa, come dagli altri maggiori interpreti,  quale dottrina analoga alla kantiana, e raffrontata a certe osser-  vazioni del Ficino. Qui, mi dispiace dirlo, il recensore non ha  capito proprio di che si tratta.   « La distinzione », egli dice, « onde il V. separava la geometria  e l’aritmetica dalle altre scienze, si fonda sul supposto che quelle  due sono fatte dall’uomo, e le altre no. Né si accorgeva il bravo  uomo che non diversa è la posizione del nostro intelletto davanti  alla matematica di quel che sia di fronte a qualunque altro 0g-  getto delle cose; e anche il punto, la linea, la superficie e la ma-  tematica, che diceva dall'uomo creati ad Dei instar ex nulla re  substrata, tanquam ex mnihilo, erano accolti nella mente per una  astrazione, alta quanto si voglia, dalla materia delle cose cor-  pulente, giacché gli spiriti non hanno né punti né linee né su-  perficie » (p. 340).   Gran brav’uomo davvero quel Vico! In primo luogo, è  da fermar bene che non le scienze matematiche diceva egli esser  fatte dall'uomo: ché questo era carattere comune (da tutti am-    136 STUDI VICHIANI    messo) a ogni scienza, la teologia esclusa; ma la differenza spe-  cifica del sapere matematico, per la quale questo sapere si salva  dallo scetticismo, è pel V. questa, che cioè anche il suo o0g-  getto è fatto da noi. In secondo luogo, non è possibile stare a  ripetere che la matematica è scienza d’astrazione (ossia empirica)  senza lasciarsi sfuggire tutto il significato della dottrina vichiana;  la quale non si riferisce alle relazioni matematiche che il recen-  sore dice «già esistenti e fatte nelle cose e negli oggetti della  nostra contemplazione scientifica », ma a quelle altre, onde l’uomo  mundum quemdam formarum et numerorum sibi condidit, quem  intra se universum combplecteretur: l’oggetto delle matematiche  pure, che è in sé compiuto e perfetto, senza nessun rapporto con  gli oggetti dell’esperienza. Quanto poi agli elementi di cotesto  universo interno alla mente, il punto e l’unità, s’accomodi pure  il recensore se crede che già ineriscano alla materia delle cose  corpulente. Noi amiamo stare col brav’uomo: « Atqui  utrumque fictumi punctum enim, si designes, puncium non est;  unum si multiplices, non est amplius unum » (De ant., I, $ 2).  Questo, ad ogni modo, sarà apprezzamento, non accertamento  del pensiero vichiano. Ma, dove si tratta di definire il senso di  esso, ecco lo storico della Civiltà Cattolica saltar su a confondere  e cancellare i tratti essenziali della dottrina di cui si vuol di-  scutere 1: « Va però osservato, a non esagerare di troppo la ten-  denza scettica della norma vichiana, esser cioè veri criterium et  regulam ipsum fecisse, che il V., quando afferma la minor cer-  tezza delle altre scienze rimpetto alle matematiche, non diceva  cosa nuova, e ripeteva ciò che in parte aveva già letto nella me-  tafisica di Suarez, e forse nel commento dell’Aquinate, le cui parole  non sembrano sconosciute al Vico. Non pare pertanto che, come  afferma il Gentile, proprio dalla schietta dottrina neoplatonica  il V. deducesse la sua gnoseologia.... » (p. 341). Malgrado l’abilità  dello stile (che vuol dire e non dire), qui evidentemente si afferma  che almeno un addentellato alla gnoseologia del verum-factum  (senza il colorito scettico che assume nel V.) può trovarsi in Suarez    I Del resto, a proposito di un’ interpretazione arbitraria che io avrei  fatta di alcune parole di Vico, la Civiltà Cattolica ci addita una novissima  e mai sospettata interpretazione del verum-factum, scrivendo: «Se,  secondo il Vico,il vero si converte col fatto, occorre]affermare che  nel fatto (!) delle sue parole sia la verità (!) della sua mente quale in-  tese farcela conoscere » (p. 345). In verità, non si può essere interpreti  più fedeli del pensiero d’un filosofo !       einS.    let. 3,    Ma (2.0   Re  laphysi  Mathen  Talibus  fecta «  superio  Modo «  esse te    i haec    ulteriu  Parter  Plicite  Quod    Per ns0 di   condert   pol di   la tele   gin È   of cer”   dicev*   Jla DE   i paso!    -—r.] e in S. Tommaso. Del primo dei quali si cita Metaph., Disp. I,  lect. 5, n. 26; e del secondo Comm. alla metaf., lib. I, lect. 2.  Ma ecco integralmente il luogo del Suarez:   « Respondetur ! ergo primo fortasse in aliquo statu posse Me-  taphysicam humanam esse perfectiorem et certiorem quam sint  Mathematicae: nam, licet acquirendo hanc scientiam solis natu-  ralibus viribus et ordinario modo humano non possit tam per-  fecta obtineri, si tamen noster intellectus iuvetur ab aliqua  superiori causa in ipsomet discursu naturali, vel si ipsa scientia  modo supernaturali fiat, licet res ipsa sit naturalis, potest forte  esse tam clara et evidens ut Mathematicas superet. Quia vero  haec responsio magis est theologica quam philosophica, addo  ulterius, quamvis Metaphysica in nobis semper sit, quoad hanc  partem, inferior Mathematica in certitudine, nihilominus sim-  pliciter et essentialiter esse nobiliorem: ad quod multum refert  quod sit secundum se et ex parte obiecti certior: nam dignitas  obiecti maxime spectat ad dignitatem scientiae et illa est quae  per se redundat in scientiam: imperfectiones autem quae ex  parte nostra miscentur, sunt magis per accidens: et ad hoc tendit  definitio data, in quo sensu nullam involvit repugnantiam».   Dove, per aguzzare che si faccia la vista, non si vede nulla  della dottrina vichiana. E S. Tommaso, commentando quel testo  della Metafisica aristotelica, che dice più certe (propriamente,  più esatte, &xprBéotepar) le scienze aventi oggetti più semplici  e più elementari, come l’aritmetica rispetto alla geometria, che  richiede qualche dato di più (I, 2, p. 982 a 25-28), dice:    I Al n. 23, a proposito del luogo di ARIST., Metaph., II, 3, p. 995 a,  14-16, s'era proposta la distinzione tra la metafisica in noi che ha minor  certezza della matematica, e la metafisica in sé, a cui la matematica  stessa è subordinata, e dal cui valore perciò dipende, poiché «res illae  de quibus Mathematicae tractant, includunt communia et trascendentia  praedicata de quibus Metaphysica disserit ». Alla qual difesa della metafi-  sica, nel numero 25 si opponeva: « Haec scientia [sc. Metaph.], prout in  nobis est, semper est minus certa in hac parte, quam Mathematica: ergo  simpliciter est minus certa, quia Metaphysica de qua agimus non est  alia nîsì humana: haec tantum in nobis est. Quid ergo vefert ad nobili-  tatem Metaphysicae, quod secundum se sit angelica ? illud enim erit  verum de Metaph. angelica, non de nostra. Unde tractando de mostra,  videtur involvi repugnantia in illa distinctione secundum se et prout in  nobis. Haec enim optime quadrat et ita est illa usus saepe Arist.in 1° Poster.  etin principio Phys. et Metaph. At vero acconimodata actibus vel habitibus  nostris nullo modo videtur posse habere locum ».    138 STUDI VICHIANI    «Quanto aliquae scientiae sunt priores naturaliter, tanto sunt  certiores: quod ex hoc patet, quia illae scientiae, quae dicuntur  ex additione ad alias, sunt minus certae scientiis, quae pauciora  in sua consideratione comprehendunt, ut Arithmetica certior est  Geometria; nam ea, quae sunt in Geometria, sunt ex additione  ad ea quae sunt in Arithmetica. Quod patet, si consideremus id  quod utraque scientia considerat in primum principium, scic.  unitatem et punctum. Punctus enim addit super  unitatem situm. Nam ens indivisibile rationem  unitatis constituit; et haec, secundum quod habet rationem  mensurae, fit principium numeri. Punctus autem supra hoc addit  situm. Sed scientiae particulares sunt posteriores secundum  naturam universalibus scientiis, quia subiecta earum addunt ad  subiecta scientiarum universalium, sicut patet quod ens mo-  bile, de quo est naturalis philosophia addit supra ens sim-  pliciter, de quo est Metaphysica, et supra ens quantum,  de quo est Mathematica: ergo scientia illa, quae est de ente  et maxime universalibus, est certissima. Nec illud  est contrarium, quod dicitur esse ex paucioribus, cum supra  dictum sit quod sciat omnia. Nam universale quidem compre-  hendit pauciora in actu, sed plura in potentia. Et tanto aliqua  scientia est certior, quanto ad sui subiecti considerationem pau-  ciora actu consideranda requiruntur. Unde scientiae operativae  sunt incertissimae, quia oportet quod considerent multas singu-  larium operabilium circumstantias ».   La certezza di cui parla qui Tommaso d’Aquino, l’&xptBoXoyla  di Aristotele, non ha nulla da vedere con la certezza di cui parla  il Vico, la certitude cartesiana, che è il problema di Hume, di Kant  e di tutta la filosofia moderna. Quella è, si può dire, una certezza  oggettiva, e corrisponde all’ idea chiara di Descartes; questa  invece è la certezza soggettiva, o presenza del soggetto nell’og-  getto, del cui significato storico il mio recensore avrebbe potuto  rendersi conto già per quel poco che io pure ebbi occasione di  dirne nel mio studio. Senza dire poi che per Aristotele e per Tom-  maso d’Aquino, di questa certezza, è sì più certa l’aritmetica  della geometria, e tutte due della fisica; ma più certa ancora  dell’aritmetica è la metafisica. E senza dire che il concetto di  questa qualsiasi certezza non ha (com’ è naturale) nessun punto  di contatto con la dottrina del verum-factum. Sicché, non volendo  dire che lo scrittore della Civiltà Cattolica abbia citato i due  luoghi di Suarez e di S. Tommaso per gettar polvere negli occhi, bisogna pensare che non si sia fatto ancora una chiara idea di  quel che significhi la dottrina del Vico.   I riscontri invece tra il concetto del Vico e la dottrina del  Ficino, seguitata dal Campanella, di cui ho pure additato luoghi  molto significativi, sono così evidenti, che bisogna proprio voler  tenere gli occhi ben chiusi per non vederli. Il mio recensore vi  sorvola per notare poi che « sulla identità del vero col fatto, dal  Gentile e dal Croce meglio si poteva citare ciò che il Ficino dice  della verità divina, ove afferma che Dio è veritas, quia producendo  esse dat omnibus (Opera, ed. 1561, I, 97)» e in un altro luogo  dove l’arte umana è paragonata alla divina, e quindi si distingue  una veritas operis humani, adaequatio eius ad hominis mentem  e una veritas operis naturalis, quod est divinae mentis opus, adae-  quatio ad divinam mentem (II, 1221). Ma egli stesso poi deve  affrettarsi a soggiungere: «In ciò il filosofo cristiano platonico  non diceva nulla di nuovo né di diverso dagli scolastici e dal-  l’Aquinate » (p. 342). O allora ? Se per trovare l’origine del con-  cetto vichiano — che lo stesso recensore è costretto a ricono-  scere come diverso dal concetto scolastico — si deve cercare in  un concetto analogo, è inutile cercare in quelle pagine del Ficino,  dove questi non si allontana dagli scolastici; ma bisogna rivol-  gersi a quegli altri punti, sui quali si fermò la mia attenzione, e  che il recensore si guarda bene dal considerare. Ai quali mi piace  qui aggiungerne un altro, che sempre più conferma che il con-  cetto vichiano della verità non è nel filosofo fiorentino un’osser-  vazione fortuita e senza radici nel suo pensiero. Nella stessa  Theologia platonica, XIII, 3, leggiamo:   «Unum est illud in primis animadvertendum, quod artificis  solertis opus artificiose constructum non potest quilibet qua  ratione quove modo sit constructum discernere, sed solum qui  eodem pollet artis ingenio. Nemo enim discerneret qua via Ar-  chimedes sphaeras constituit aeneas, eisque motus motibus cae-  lestibus similes tradidit, nisi simili esset ingenio praeditus. Et  qui propter ingenii similitudinem discernit, is certe posset easdem  constituere, postquam agnovit, modo non deesset materia. Cum igi-  tur homo caelorum ordinem, unde moveantur, quo progrediantur,  et quibus mensuris, quidve pariant, viderit, quis neget eum esse  ingenio, ut ita loquar, pene eodem quo et author ille caelorum ?  ac posse quodammodo caelos facere, si instrumenta nactus fuerit,  materiamque caelestem postquam facit eos nunc, licet ex alia  materia, tamen persimiles ordine ? ».    140 STUDI VICHIANI    Nel suo Commentario al Parmenide poi, cap. 32 (ed. cit., t. II,  p. 1149) si trova un’osservazione, che fu già da noi riferita a  p. 31, dove il Ficino dice che la cognizione umana delle cose  materiali, poiché noi non siamo gli autori delle cose non è altro  che una proportio quaedam, laddove Dio le conosce veramente,  perché ne è la causa.   Che se qui pare dubitativamente concedere potersi la cogni-  zione umana intendere forse come proporzione al conosciuto,  ossia come adequazione del soggetto all’oggetto, più oltre, e nella  pagina stessa, dimostrando perché la cognizione divina non  importi congruenza dell’ intelletto divino con le cose materiali  e transeunti, mette bene in chiaro la natura affatto soggettiva  d'ogni conoscenza, l’umana compresa:   «.... Multo minus actio in agente manens, id est cognitio,  adducit agentem, id est cognoscentem, pro ipso cognoscendorum  modo cognoscere: quod omne cognoscens non simpliciter pro rei  cognitae qualitate, sed pro ipsa cognitivae virtutis natura, forma  et dignitate, cognoscat et iudicet, hinc apparet, quia hominem  nobis obiectum aliter quidem sensus exterior, aliter autem ima-  ginatio viderat, aliter item ratio, aliter intellectus. Sensus enim  solam rem praesentem percipit et accidentia sola; imaginatio et  absentem repetit et quodammodo substantiam suspicatur, com-  ponit, dividit, sola summatim conficit quae singulatim quinque  sensus; ratio vero et haec efficit omnia, et praeterea ad univer-  salem speciem incorporeamque naturam argumentando se tran-  sfert; intellectus denique simul quodam intuitu conspicit, quae  ratio multifariam argumentando circumspicit, quemadmodum  visus obiectum globum semet percipit ut rotundum, tactus autem  saepius attingendo.... Neque rerum cognitarum conditiones, sed  naturam ipsam suam sequitur [sc. întellectus] cognoscendo: na-  turam inquam uniformem, indivisibilem, immutabilem ».   Dottrina tra le più atte a confermare la tendenza della gnoseo-  logia del verum-factum: tendenza scettica, finché non si risolva  il dualismo del soggetto e dell’oggetto.   Dal Ficino, e in generale dal platonismo, ho sostenuto che il  Vico fosse anche indirizzato verso quella intuizione panteistica,  che è, suo malgrado, nel fondo di tutto il suo pensiero  filosofico. Sono affatto inutili e fuor di luogo le osservazioni che  si tornano a fare ancora una volta circa l’avversione del Vico  al panteismo. Nessuno ha mai dubitato di ciò, e la questione  non è questa. Il punto ora contestato è che dal Ficino il filosofo  napoletano potesse ricevere suggestioni panteistiche. Contestato,    III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA I4I    bensi, col solito dire e disdire: perché prima si assicura che  « se il Vico lesse e studiò le opere del Ficino e dei Platonici, non  ne bevve però gli errori dommatici »: il che vorrebbe dire che  questi errori intanto nel Ficino ci sono; poi si garentisce che  «quel letterato [cioè, il Ficino appunto] era assai ben ferrato in  teologia cattolica » e che «la sua Theologia platonica altro non  è che una teologia cristiana » e che «è assai difficile ammettere  che il F. e dopo di lui il V. accogliessero il panteismo » (341-2).   Che diamine ! Bruno sì: egli, tra il Ficino e il Vico, egli accolse  il panteismo, «perciò incorse nelle condanne della Chiesa ».  Ma sta a vedere chei sognatori alemanni e i nuovi  hegeliani napoletani hanno scoperto essi che il  buon canonico di Santa Maria del Fiore accolse l’emanatismo  plotiniano, pure sforzandosi di accomodarlo coi dommi cristiani.  Io confesso di non conoscere storico della filosofia degno di questo  nome, che lo metta in dubbio; e mi pare che potrebbe bastare  per tutti il Vacherot, autore di una Histoire critique de l’école  d’Alexandrie, che è della metà del secolo passato, ma che non è  stata ancora sostituita. Il quale, dopo dimostrato che nella stessa  Theologia il Ficino espose la dottrina di Plotino avec un ordre,  une clarté, une précision qu'on ne retrouve point dans les Ennéades,  osserva: « En devenani Alexandrin, Ficin voudrait rester orthodoxe.  Mais il est facile de s’apercevoir qu’ il ne conserve guère que la  langage de la théologie chrétienne. Il préte è Dieu tous les attributs  Psychologiques dont le dépouillait l’ idéalisme néoplatonicien....  mais il les détruit pour les définitions et les explications tout Ale-  xandrines qu’ il en donne.... La psychologie de Ficin est encore  Plus compléiement alexandrine que sa théologie», ecc. (t. III,  Pp. 180-1). Sicché questa almeno del panteismo ficiniano non è  poi la grande eresia alemanna o napoletana !    10    Digitized by Google    IV    DAL CONCETTO DELLA GRAZIA  A QUELLO DELLA PROVVIDENZA    Digitized by Google    La quistione della grazia, come s’ è veduto, fu stu-  diata dal Vico negli anni passati a Vatolla (1686-95).  «In grazia della ragion canonica », racconta di sé nel-  l’Autobiografia, «inoltratosi a studiar de’ dogmi, sì ri-  truovò poi nel giusto mezzo della dottrina cattolica  d’intorno alla materia della grazia, particolarmente con  la lezion del Ricardo, teologo sorbonico, che per fortuna  si aveva seco portato dalla libreria di suo padre ». E la  dottrina di questo teologo il Vico stesso riassume dicendo  che costui «con un metodo geometrico fa vedere la dot-  trina di sant'Agostino posta in mezzo come a due estremi  tra la calvinistica e la pelagiana e alle altre sentenze  che all'una di queste due o all’altra si avvicinano; la qual  disposizione riuscì a lui efficace a meditar poi un prin-  cipio di dritto natural delle genti, il quale e fosse comodo  a spiegar le origini del dritto romano ed ogni altro civile  gentilesco per quel che riguarda la storia, e fosse conforme  alla sana dottrina della grazia per quel che ne riguarda  la morale filosofica ». Dove c’è un’interpretazione del  Ricardo e una genealogia della propria dottrina, per così  dire, postuma: data dal Vico più di trent'anni dacché  aveva letto il teologo sorbonico, e dopo che il suo pen-  siero (almeno su questo punto) aveva fatto molto cam-  mino. Non è quindi privo d’ interesse ricordare quanto  del Vico ci sia nell’ interpretazione del Ricardo, e quanto  del Ricardo nella genesi del pensiero vichiano. Ne deriverà qualche nuovo chiarimento intorno a un punto essen-  ziale di questa filosofia.   Il Ricardo, a cui il Vico si riferisce, è il gesuita francese  Stefano Dechamps (1613-1701), professore della Sorbona,  confessore del principe di Condé, autore di vari scritti  polemici di teologia, pubblicati anonimi o sotto lo pseu-  donimo di Antonius Richardus *. Gran diffusione ebbero,  nel fervore della lotta tra giansenisti e gesuiti, la sua  Disputatio theologica de libero arbitrio, qua defenditur cen-  sura sacrae Facultatis Theol. Parisiensis lata 27 iunii r560,  et plures novi dogmatis propositiones ab eadem merito  proscribi et S. Augustini aliorum Patrum ac veterum theolo-  gorum doctrinae adversari demonstratur (1645); di cui una  quarta edizione fu pubblicata a Parigi nel 1646, e una  quinta a Colonia nel 1653; e il grosso ?n-folio, al quale  il Vico certamente allude, De haeresi Janseniana ab apo-  stolica sedes merito proscripta, in tre libri, la cui prima  edizione, incompleta, è del 1645, e la seconda del ‘54.   A documentare la posizione tenuta dal Dechamps meglio  di ogni esposizione possono giovare alcune citazioni te-  stuali. Basterà limitarsi ai punti più importanti.   Contro l’accusa di pelagianismo, che Martino Chemnitz  aveva mossa ai gesuiti, il Dechamps riferisce la risposta  datagli dal gesuita Andradio, che fu de’ teologi del Con-  cilio di Trento:    « Et sane, inquiunt, quamvis nos a divina misericordia pen-  deamus; quamvis nihil boni operetur fidelis, quod in illo non  efficiat Deus; quamvis non solum gratia conferatur ut converti  possimus, sed etiam ut convertamur; etsi gratia haec, quae ad  operandum necessaria est et velle facit, non sit quaecumque  inspiratio aut cogitatio sancta, sed efficax Dei operatio: quamvis    I BACKER-SOMMERVOGEL, Biblioth. d. écriv. de la Comp. de Jésus,  part. I, t. II, coli. 1863-9. V. anche SoMMERVvOGEL, Dictionn. des our.  anonymes et pseudon.., Paris, 1884, s. Richardus.   2 Citerò quest’ultima, Lutetiae Paris, Cramoisy.] haec omnia vere admittamus, homini tamen semper liberum  relinquitur divinae operationi praebere impedimentum, eamque  vel amplecti, vel etiam repudiare ». Haeccine verba, Chemniti,  sunt liberum arbitrium a divina gratia segregantium !... Haec  est Coloniensium patrum Societatis Iesu sententia, quam Pela-  gianismi insimulare numquam desinis !,    Per Giansenio non c’è termine medio tra grazia e  libero arbitrio; quel libero arbitrio, che i pelagiani avreb-  bero preso dalla filosofia profana, e introdotto in teologia  ad extenuandam Christi gratiam. Né vale richiedere, oltre  al libero arbitrio, la grazia: «qui semel liberum hominis  lapsi arbitrium indifferentem ad utrumlibet facultatem esse  definienit, etsi postea gratiam ad bene agendum necessariam  esse fateatur, abire tamen non potest, quin, S. Augustino  iudice, in Pelagir haeresim incidat ».   Tutte calunnie, secondo il Dechamps. Il quale contesta  che non si possa conciliare il concetto della libertà con  quello della grazia, e che Agostino abbia condannato  come pelagiano qualsiasi concetto della libertà, secondo  che Giansenio pretende. In primo luogo bisogna osser-  vare che il libero arbitrio può esser considerato in due  modi,    Primo, pro naturali facultate secundum se sumpta quae pro  libito potest alterutrum e duobus eligere, sive quae, positis omni-  bus ad agendum requisitis, agere potest et non agere. Secundo,  pro facultate omnibus ad bene agendum viribus instructa. Quae  duo quantum inter se distent, hoc exemplo intelligetur. Aliud est  oculum posito lumine videre posse, aliud habere lumen ad viden-  dum. Nam qui caecus non est, etsi tenebroso claudatur specu  et nulla collustretur luce, oculos tamen habet, quibus, cum lux  adfuerit, videre poterit. Ita aliud est hominis voluntatem esse  eiusmodi, ut, positis omnibus ad agendum praerequisitis, agere  possit et non agere; aliud ea omnia ad bene agendum praere-  quisita habere. Primum ad libertatem naturae spectat; secundum          ! Lib, I, disp. III, c, VI, $ 6, p. 58.    148 STUDI VICHIANI    ad libertatem gratiae, sive ad laudabilem illum liberi arbitrii  statum, ad quem divina gratia evehimur. Prima libertas deleri  peccato non potest. Nam, etsi voluntas necessariis ad bene agen-  dum praesidiis spolietur, et, infami daemonis servituti manci-  pata, ne levissimum quidem melioris vitae votum de se concipere  possit, talis est tamen semper, ut, cum aliunde necessaria ad bene  agendum subsidia adfuerint et caelestis gratiae aura afflaverit,  agere possit et non agere. Secunda, primi parentis culpa periit.  Nam tum omnibus gratiae praesidiis destituti, cam in miseriam  incidimus, ut non simus sufficientes cogitare ali-  quid ex nobis, tanquam ex nobis. Qui cum  Calvino aliisque superioris aevi haereticis congressi sunt Ca-  tholici, hanc utriusque libertatis distinctionem diligenter obser-  vaverunt; quod ex illa totius de libero arbitrio controversiae  disceptatio penderet. Hinc Bartholomaeus contra Calvinum  scribens (lib. I de lid. arbit., cap. 3); «Ignoras», inquit, « aliud  esse hominem libertatem arbitrii habere, hoc est potentiam con-  sentiendi vel dissentiendi, ut dixi: quod naturae liberum  dicitur arbitrium; aliud vero libertatem meritorie ope-  randi iustitiam: quod liberatum liberum dicitur ar-  bitrium»!.    In secondo luogo, poi, è da notare che non pensa di-  versamente sant’Agostino: il quale, quando nega contro  Pelagio il libero arbitrio, intende di questa libertà libe-  rata, principio attivo di bene; ma non nega mai in con-  seguenza del peccato di Adamo il libero arbitrio, anche  come principio di male. « Fides Catholica, egli dice, neque  liberum arbitrium negat, neque tantum eci tribuit, ut sine  gratia valeat aliquid ». E altrove più chiaramente: « Pec-  cato Adae liberum arbitrium de hominum natura periisse  non dicimus, sed ad peccandum valere in hominibus subditis  diabolo ; ad bene autem vivendum non valere, nisi ipsa  voluntas hominis Dei gratia fuerit liberata, et ad omne  bonum actionis, cogitationis, sermonis adiuta ».    I Lib. III, disp. II, cap. 18.    IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA 149    Questo concetto insufficiente della libertà negativa s' è  già incontrato nel Vico, nell’ Orazione del 1700 *. Ma in  quella stessa Orazione abbiamo visto com'’egli sentisse  pure il bisogno di qualche cosa di meglio. Certo, nel suo  teologo non trovava un libero arbitrio che senza l’estrin-  seco aiuto della divina grazia bastasse a bene operare;  quantunque dovesse, senz’alcun dubbio, esser più sod-  disfatto da questa dottrina che un’ombra almeno di  libertà lasciava all'uomo; all’ucmo di quella che egli  chiamerà umanità gentilesca, artefice an-  ch'egli del mondo delle nazioni.   E non poteva egualmente non propendere alla sentenza  della teologia sorbonica nella questione famosa della  grazia efficace, che è l’altro mcmento della nega-  zione della libertà nel giansenismo: per cui, l’uomo non  è libero prima d'esser redento dalla grazia, perché, per  effetto del peccato, è in potere del diavolo; e non è libero  né anche dopo, perché l’efficacia della grazia redentrice  consiste nella necessità della redenzione. Prima la sua  volontà è principio del male, e soltanto del male; poi,  del bene, e soltanto del bene. E non vien concepita mai  come principio degli opposti, quale dev'essere, per esser  libera. Anche qui il gesuita distingue; e se la distinzione  tra grazia sufficiente che non è sufficiente e grazia efficace  provocherà il sorriso del Pascal, essa però ha una pro-  fonda ragion d'essere, e mira a salvare insieme con la  grazia la libertà, senza la quale la grazia edificherebbe  la distruzione. Il Ricardo riferisce in proposito un luogo  del De spiritu et littera (c. 33) di Agostino, che egli dice  un compendio di tutti i libri scritti dal Santo contro i  nemici della grazia e del libero arbitrio: un muro di  bronzo contro pelagiani, manichei, luterani, calvinisti e  simili pesti.       1 Vedi sopra pp. 65 sgg..    150 STUDI VICHIANI    Attendat et videat non ideo tantum istam voluntatem divino  muneri tribuendam, quia ex libero arbitrio est, quod nobis na-  turaliter concreatum est; verum etiam quod visorum suasionibus  agit Deus ut velimus et ut credamus: sive extrinsecus per Evan-  gelicas exhortationes, ubi et mandata legis aliquid agunt, si ad  hoc admonent hominem infirmitatis suae, ut ad gratiam iusti-  ficantem credendo confugiat; sive intrinsecus, ubi nemo habet  in potestate quid ei veniat in mentem; sed consentire  vel dissentire propriae voluntatis est. His  ergo modis quando Deus agit cum anima rationali, ut ei credat;  neque enim credere potest quolibet libero arbitrio, si nulla sit  suasio vel vocatio, cui credat; profecto et ipsum bonum velle  Deus operatur in homine, et in omnibus misericordia eius prae-  venit nos: consentire vocationi Dei, vel ab  ea dissentire, sicut dixi, propriae volun-  tatis est!.    Anche il Concilio di Trentc ?, ispirandosi a questa  dottrina di Agostino, sentenziò lhominem praevenienti  gratiae posse dissentiri. Basta perciò questa grazia a  salvar l’uomo, nel senso che non gli occorre altro, se egli  vuole salvarsi. Ma egli deve volere. La grazia risana la  volontà (e si dice perciò medicinale). Ma all'uomo già di  sana volontà Agostino 3 afferma Deum permisisse atque  dimisisse facere quod vellet, e però gratiam in eius arbitrio  reliquisse. E qui c'è un punto, che dové fermare l’at-  tenzione del Vico 4:    Insignis est in hanc sententiam planeque divinus locus ille,  quo S. Augustinus Petilianum Donatistarum episcopum sic af-  fatur: «Si tibi proponam quaestionem, quomodo Deus Pater  attrahat ad filium homines, quos in libero dimisit  arbitrio, fortasse eam difficile soluturus ess Quomodo  enim attrahit, si dimittit ut quis quod vo-    I Lib. III, disp. III, cap. 1.  2 Sess. 6, can. 4.   3 De corrept. et gratia, c. 12.  4 Cap. cit,    IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA ISI    luerit eligat? Et tamen utrumque verum est, sed intel-  lectu hoc penetrare pauci valent. Si ergo fieri potest, ut quos  in libero dimisit arbitrio attrahat tamen ad Filium Pater, sic  fieri potest, ut ea quae legum coércitionibus admonentur, non  auferant liberum arbitrium ». Haec S. Augustinus scribit ad  Donatistarum querelas retundendas, qui cum propositis suppliciis  ab haeresi sua deterrebantur, de Catholicis graviter expostulabant  in haec verba: « Cur vos non liberum arbitrium unicuique sequi  permittitis, cum ipse tamen Dominus Deus liberum arbitrium  dederit hominibus ? ». Respondet S. Augustinus liberum arbi-  trium legum coéèrcitionibus non eripi, quemadmodum divina per  gratiam tractione non violatur. Unde concludit: « Nemo ergo  vobis aufert liberum arbitrium, sed vos diligenter attendite quid  potius eligatis: utrum correcti vivere in pace, an in malitia per-  severantes falsi martirii nomine vera supplicia sustinere ». Qua ex  disputatione certissime conficitur quod pugnamus. Primo, quia  clarissime et expressis verbis de gratia medicinali S. Augustinus  affirmat, quod gratiae nullam agendi necessitatem inferentis  argumentum esse Jansenius profitetur: nempe Deum per  gratiam homines trabhere: et tamen in libero  dimittere arbitrio, ut quis quod voluerit  eligat. Secundo, quia inepta esset illa comparatio, et contra  S. Augustini mentem, si divina ratio sequendi necessitatem im-  poneret; nam ex illa Petilianus continuo colligeret, quod unum  contendebat: nimirum intentata a legibus supplicio necessitatem  parendi imponere, adeoque libertatem illam, quae necessitati est  inimica, hominibus adimere.    Il Vico riferisce ed accetta, come abbiamo visto !, nel  De antiquissima questa soluzione agostiniana del pro-  blema che nasce dal versetto del Vangelo di Giovanni  (VI, 44): «Nemo potest venire ad me, nisi Pater, qui misit  me, traxerit eum ». Il Vico condensa la soluzione nel motto:  «Non solum volentem, sed et lubentem trahit, et voluptate  trahit »?; e nel De constantia iurisprudentis (1721) dirà:  «Ex divini sacrificiù meritis divina gratia ita trahit    - +——À#——    I Pagg. 59-60.  * De an., in Opere, I, 174.    152 STUDI VICHIANI    ad Deum homines, ut, quemadmodum appositissime  D. Augustinus * ex Poeta docet:    .... trahit sua quemque voluptas ».    Intorno a questa voluftas 1 Dechamps disputa molto  sottilmente ?, a proposito della grazia a perseverare con-  cessa da Dio agli angeli e all'uomo prima del peccato.  Per la quale osserva che Agostino non adopera mai nes-  suno dei termini da lui usati per esprimere i moti della  volontà, sia come impulsi di essa, sia come aiuti attuali  inerenti a lei stessa. E nota ben dodici di questi termini;  sel che si riconducono all’amor indeliberatus (come spiritus  charitatis, inspiratio charitatis, ecc.); e sei che hanno per  tipo la delectatto, ma suonano anche: suavitas, dulcedo,  condelectatio, incunditas, voluptas 3. Tutti proprii del-  l’uomo beneficato dalla grazia dopo il peccato, ed espri-  menti tutti, perciò, non l’unità primitiva, in cui la na-  tura ha in se stessa la grazia, ma un'unità che presup-  pone l'opposizione.    Cum igitur S. Augustinus eiusque discipuli, de statu inno-  centiae disputantes, his nominibus natura, naturalis  possibilitas, liberum arbitrium, non solam  voluntatem sine vitio, sed ipsam quoque habitualem gratiam,  quae completam bene agendi potestatem illi conferebat, plerum-  que intelligant, quid mirum si bona status illius opera vel libero  arbitrio adscribant, vel naturae opera appellent, vel,  quod durius videtur, naturaliter fieri contendant ? Audi  S. Augustinum de bono opere disputantem: « Hoc opus est gra-  tiae, non naturae: opus est, inquam, gratiae, quam nobis attulit  secundus Adam; non naturae, quam totam perdidit in semetipso  primus Adam, etc. Non est igitur gratia in natura liberi arbitrii,  quia liberum arbitrium ad diligendum Deum primi peccati gran-    1 Il Vico rimanda qui al Tract. XXII in Iohannem. Correggi: XXVI, 4.  2 Lib. III, disp. III, c. 16. |  3 E per la voluptas cita appunto il luogo del Tract. XXVI in Iohann.] ditate perdidimus ». Quibus verbis manifeste significat opus  bonum, quod iam gratiae tribuit, si Adam non peccasset, fore  opus naturae; sed huius rei caussam inde repetit, quod  ante primum peccatum gratia Dei esset in natura liberi  arbitrii: gratia, inquam, illa, quae ad bene agendum ex  parte voluntatis requiritur !.    Questa natura liberi arbitrit, in cui, prima del peccato,  era immanente la gratta, dopo del peccato è perduta; e  per quanta voluptas Dio ci faccia sentire nell’assenso al  suo divino suggerimento, essa non può considerarsi una  espressione della stessa umana natura: come la sua vo-  luptas del poeta latino. E quando perciò Vico nel De  constantia iurisprudentis raccosta la voluptas agostiniana  a quella virgiliana (e il raccostamento è già implicito nel  lubentem del De antiquissima), egli mette in Agostino e  nel Ricardo un po’, anzi molto del suo pensiero, che  tende a risolvere il dualismo insuperabile del domma  della grazia in una fondamentale unità.   Ma, tanto nel De antiquissima quanto nel Diritto Uni-  versale il Vico, pure accennando con questa interpreta-  zione sforzata della dottrina agostiniana a superare il  concetto trascendente della grazia, crede tuttavia di doversi  arrestare. E mantiene la necessità della grazia per spie-  gare il processo dello spirito. Nella seconda delle due  opere testé menzionate si propone esplicitamente il pro-  blema. Contrapposta la stoltezza dell’uomo caduto alla  eroica sapienza di Adamo anteriore al peccato,  concepisce la vita umana come un processo di realizza-  zione dell’ infinito, ossia dello spirito. Dio è fosse, nosse,  velle infimitum; l’uomo, poiché è corpo, oltre che spirito,  e poiché il corpo è limitato, è mosse velle posse finitum  quod tendit ad infinitum. L’uomo aspira a unirsi con Dio,  che è il suo principio; e questa aspirazione può compiere    ! Lib. III, disp.] soltanto conformandosi all’ordine della natura, nel quale  sovrasta per la ragione a tutti gli animali; ossia som-  mettendo la volontà alla ragione. Sommissione, in cui  consistette la natura hominis integra, conferita da Dio  ad Adamo, ut nullo sensuum tumultu agitaretur, sed et in  sensus ed in cupiditates liberum pacatumque exerceret im-  perium. Questa natura integra dell’ucmo, conforme al-  l’ordine delle cose, è la mnaturalis honestas integra. Ma  questa rettitudine naturale dell’uomo venne corrotta per  colpa dell’uomo: in che modo ? Ut voluntas rationi domi-  naretur. Donde nasce la passione (cupiditas), che non è  altro che amor sui ipsius, e l’errore, ossia quella iudicii  temeritas, qua de rebus 1udicamus, antequam eas habeamus  plane exploratas. Or, come riconquistare la verità, e ri-  staurare il processo divino dell’ uomo ? Com? nel De an-  tiquissima *, il Vico sente la necessità di ammettere un  minin.o di umanità a capo dell’umanità.    Sed homo Deum aspectu amittere omnino non potest suo;  quia a Deo sunt omnia; et quod a Deo non est, nihil est; nam  Dei lumen in omnibus rebus, nisi reflexu, saltem radiorum  refractu cernere cuique datur. Quare homo falli nequit, nisi sub  aliqua veritatis imagine; vel peccare nequit, nisi sub aliqua  boni specie 2.    Ma queste immagini della verità, questi semi di bene  non bastano ancora pel Vico a spiegare l’umanità.    Hinc aeterni veri semina in homine corrupto non  prorsus extincta; quae, gratia Dei adiuta, conantur con-  tra naturae corruptionem.    Conato, che è l’effetto della provvidenza e della grazia  divina, come una cosa sola. Giacché, se qui parla di gra-    I Vedi sopra pp. 59-60.  2 Opere, ed. Ferrari, III, p. 26.    IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA 155    zia, poco prima ha detto « provvidenza »; dove, definendo  gli attributi di Dio, ne fa consistere la bontà in ciò, quod  omnibus rebus a se creatis quemdam conatum, quod-  dam 1ngenium indit se conservandi. Così, quando per  corporeae naturae vitia, quibus dividitur, atteritur et cor-  rumpitur, singula quaeque in sua specie conservari non  possunt, divina Bonitas per ipsarum vitia rerum erumpit,  et conservati în suo quaeque genere cuncia. Di guisa che  questa bontà non ha funzione diversa dalla sapienza di-  vina; la quale, quatenus suo quaeque tempore cuncia promat,  Divina Providentia appellatur. Quella divina  Provvidenza, le cui vie sono le opportunità, le occasioni,  gli accidenti, attraverso ai quali erompe la divina Bontà,  e fa nascere la virtù, com? virtù dianoetica o sapienza,  e virtù etica, infrenatrice degli affetti, imperfetta nei  gentili, o perfetta, qual’ è soltanto la virtù cristiana, che,  reprimendo la filautia, piega l’uomo all’umiltà:.  La virtù si può bensì distinguere in prudenza, temperanza  e fortezza; ma a patto che vadano tutte insiem= con-  giunte perché la virtù è una, e non dell’uomo. «Sed  Dei virtus est, divina gratia, quae suo  lumine Christianis perspicue recta vitae agenda demon-  strat: et efficit ut uno genere assensionis et rebus contem-  bplandis et rebus in vita agendis assentiamur » ?.    I Pagg. 27-28. Cfr. p. 214.   2? Op. cit., p. 28. Uno genere assensionis, perché spinozianamente  o, com'’egli preferisce dire, socraticamente, il Vico tiene a confermare  quel che ha stabilito nel lemma 4° (Prolog.), che cioè la volontà libera o  razionale coincide con l’ intelletto (voluntas et intellectus unum et idem  sunt, aveva detto SPINOZA, Eth., II, prop. 49 sch.): « Unum esse genus  assensionis, et quo rebus contemplandis, et quo rebus in vita agendis,  perspicue, ut tamen utrarumque fert natura, demonstratis assentimur.  Nam qui officio faciendo non assentitur, is perturbatione aliqua animi  id perspicue faciendum non cernit: quare ubi perturbatio sedata sit, et  animus ea sit defoecatus, hominem poenitet prave facti: quod quia in  geometricis rebus ex. gr. non evenit, quia linearum nulla sunt studia  sive affectus nulli, quibus perturbari homines possint, idcirco in iis  ac in vitae officiis faciendis diversum assensionis genus esse videtur »:  Vico, Op.2, ed. Ferrari, III, 17; cfr. pp. 42-43.    156 STUDI VICHIANI    La virtù concreta è adunque virtù divina; o almeno  quel lume della divina grazia, che rende possibile il volere  umano instauratore dell’ordine morale. Che è pel Vico un  ordine naturale, ossia ideale, eterno di giustizia: immuta-  bile come fato, quasi sanctio et veluti vox divinae mentis,  al dire di Agostino. E l’uomo vien instaurando questa  eterna giustizia secondo le occasioni di utilità e di neces-  sità, che la Provvidenza gli vien presentando affinché  esso affini e svolga la sua natura primitiva.    Homo erat factus ad Deum contemplandum colendumque  et ad caeteros homines ex Dei pietate complectendos, quae erat  honestas integra: bonae igitur occasiones fuere usus  et necessitas, quibus Divina Providentia «rebus ipsis  dictantibus », ut eleganter ait Pomponius, hoc est ipsarum sponte  rerum, homines originis vitio dissociatos, non ex honestate integra,  quae ex animo tota erat, prae Dei pietate, quia non integros,  sed ex aliqua honestatis parte, nempe ex corporis utilitatum  aequalitate, quae magna et bona parte corruptos ad colendam  societatem retraheret. Uti corpus non est causa, sed occasio, ut  in hominum mente excitetur idea veri, ita utilitas corporis non  est causa sed occasio, ut excitetur in animo voluntas iusti !.    Qui, evidentemente, la Provvidenza, senza la quale  non ci sarebbe giustizia, e quindi non ci sarebbe società,  è identica con la grazia: la quale opera sulla volontà  umana illuminandola e traendola a Dio con quell’azione  che vien definita dalla sana teologia agostiniana. Onde  nella seconda parte del Diritto Universale (De const.  iurisprud.) il Vico crederà di poter dire che i suoi tur:s  principia sunt maxime conformia santiori de gratia doctrinae.    Ratio enim naturalis est, qua gentes ipsae sibi sunt  lex: eaque est «lumen divini vultus super omnes signatum »;  et immutabiliter tuetur libertatem humani arbitrii, ut possimus,    I Pagg. 30-31.    IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA 157    si volumus, subsistere motus cupiditatis. Sed gentes vel Chri-  stianae ipsae, exsortes divinae gratiae, aliis cupiditatibus, ut  humana gloria, non tam subsistunt, quam deflectant motus cu-  piditatis, unde edunt imperfectae virtutis facinora: sola Christi  gratia victrix praestat, quam diximus esse verae virtutis notam !.    In una lettera del 1726 all’ab. Esperti il Vico accennava  alla morale giansenistica, deplorando che «in odio della  probabile s’ irrigidisse in Francia la cristiana morale » ?.  Morale da stoici, secondo lui, «i quali vogliono l’am-  mortimento de’ sensi » e «negano la Provvidenza, facen-  dosi strascinare dal fato, ignari che la filosofia, per giovar  al genere umano, dee sollevar a reggere l’uomo caduto  e debole, non convellergli la natura »; ignari «che si dia  Provvidenza divina » e « che si debbano moderare l’umane  passioni con la giustizia e da quella sì moderate farne  umane virtù » 3. Tutte determinazioni che nella Scienza  Nuova il Vico riferisce bensì agli stoici, ma a quegli stoici,  coi quali si confondevano nella sua mente i razionalisti  cartesiani, e quella sorta di razionalisti, che col loro fata-  lismo e rigorismo erano pure, ai suoi occhi, i giansenisti 4.  Il rigorismo, conseguenza necessaria del carattere tra-  scendente della dottrina giansenistica della grazia, era  pel Vico un lato solo della verità, che egli certamente,  nel suo platonismo, non voleva disconoscere. E nel Diritto  Universale, stabilita l’eternità come nota propria del  diritto naturale, ossia della morale, soggiunge: « Indidem  ruris naturalis immutabilitatem, quam meliores moralis  Christianae auctores rigorem appellant, aeternam in-    I Pagg. 220-1.   * Opere, V, 186.   3 S. N, ed. Nic., p. 118 (secondo il testo 1730). Cfr. S. N.! in  Opere, ed. Ferr., p. 14.   4 Egli conosceva e ammirava, pur dichiarandoli «lumi sparsi» e  semplici tentativi, i Pensieri di Pascal e i Saggi di Nicole: Opere2, ed.  Ferr., VI, 127, e Opere, V, 19, 238.    11    158 STUDI VICHIANI    telligis »; e nota che di qui viene l’ immutabilità dello  stesso giusto volontario:    Quod fateri verum omnes necesse est, qui de divina  gratia cum moelioribus sentiunt post D. Augustinum, qui  saepe docet « Deum suo immutabili decreto nostram arbitrii  libertatem tueri »; atque hac ratione iurisprudentiae Christianae  propria principia docerent !.    E qui interviene il concetto della sintesi del vero  e del certo, ossia della ragione e dell’autorità o vo-  lontà.   Nella Scienza Nuova del 1725 della grazia non si parla,  e il Vico si contenta di speculare su quella Provvidenza  scoperta nel Diritto Universale, che qui dice «l’architetta  di questo mondo delle nazioni » mediante la sapienza del  genere umano: «mente eterna ed infinita, che penetra  tutto e presentisce tutto; la quale, per sua infinita bontà,  in quanto appartiene a questo argomento, ciò che gli  uomini o popoli particolari ordinano a’ particolari loro  fini, per li quali principalmente proposti essi anderebbero  a perdersi, ella fuori e bene spesso contro ogni loro pro-  posito dispone a un fine universale; per lo quale, usando  ella per mezzi quegli stessi particolari fini, li conserva » *.  E nelle successive rielaborazioni dell’opera si profonda  sempre più nella speculazione di questa razionalità positiva  del giusto, della civiltà, del processo storico, insomma,  dello spirito umano. Onde, condensando nelle dignità  della seconda Scienza Nuova tutta la filosofia delle sue  indagini, finirà con l’accorgersi che la sua Provvidenza  prescinde affatto dall’opera del Cristo, e perciò non ha          ! Opere, ed. Ferr., V, p. 52. Per Sant'Agostino il V. qui cita del-  l'edizione dei Maurini (Parigi, 1679-1700): De civ. Dei, V, 10, VII, 30  (to. VII): De 7r._ nit., III, 4, e De corrept. et gr., c. 8, n. 14 (to. X).Il  Ferrari riproduce la nota con qualche inesattezza.   2 Opere, ed. Ferrari, IV, 39-40, 41.    IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA 159    più niente che fare con la grazia. Laddove la filosofia,  secondo la Dign. VI, considera l’uomo quale deve essere,  «la legislazione considera l’uomo qual è per farne buoni  usi nell’umana società; come della ferocia, dell’avarizia,  dell'ambizione, che sono gli tre vizi che portano a tra-  verso tutto il gener umano, ne fa la milizia, la merca-  tanzia e la corte, e, sì, la fortezza, l’opulenza e la sa-  pienza delle repubbliche; e di questi tre grandi vizi, i  quali certamente distruggerebbero l’umana generazione  sopra la terra, ne fa la civile felicità ». Donde il corol-  lario: « Questa Degnità pruova esservi Provvedenza divina,  e che ella sia una divina mente legislatrice, la quale delle  passioni degli uomini tutti attenuti alle loro private  utilità, ne fa la giustizia, con la quale si conservi uma-  namente la generazione degli uomini, che si chiama gener  umano ». La Provvidenza qui, evidentemente, è la stessa  logica onde si rende intelligibile lo stesso fatto storico  dell'umanità. Il quale basta, per Vico, nella successiva  Dignità, a provare che c’è un diritto di natura o, che  è lo stesso, che l’umana natura è socievole, « poiché il  gener umano da che si ha memoria del mondo ha vivuto  e vive comportevolmente in società », e «le cose fuori  del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano ».  E tutto ciò! prova «che l’uomo abbia libero arbitrio,  però debole, di fare delle passioni virtù; ma che da Dio  è aiutato, naturalmente con la divina  Provvedenza e, soprannaturalmente,  dalla divina grazia».   Ed ecco esplicitamente messa da parte la grazia, e  ricondotta alla sola Provvidenza come razionalità imma-  nente ogni spiegazione della realtà umana, o di quella  «natura comune delle nazioni » che il Vico chiama « sub-    ———&    I Dign.] bietto adeguato » della propria scienza 1. La grazia non  è negata, di certo, ma dichiarata estranea alla ricerca  vichiana. Se non che, e questa è l’importanza delle  riflessioni spese dal Vico nella questione della grazia, il  suo concetto della Provvidenza, nato da quello della  grazia e spiccatosi da esso quando il Vico sentì il bisogno  d’una grazia immanente, conserva sempre la primitiva  impronta della dottrina della grazia, quale è propugnata  dal Dechamps. In un corollario infatti della Dign. CIV  («la consuetudine è simile al re.... ») che conferma l’ VIII,  l’autore torna a dedurne che «l’uomo non è ingiusto per  natura assolutamente, ma per natura caduta e debole ».  E soggiunge:    E ’n conseguenza [questa Degnità] dimostra il primo principio  della cristiana religione, ch’ è Adamo intiero, qual dovette nel-  l’ idea ottima essere stato criato da Dio. E quindi dimostra i  catolici principii della grazia: che ella operi nell'uomo, ch’abbia  la privazione, non la niegazione delle buone opere, e sì, ne abbia  una potenza inefficace, e perciò sia efficace la grazia; che perciò  non può stare senza il principio dell’arbitrio libero, il quale na-  turalmente è da Dio aiutato con la di lui Provvedenza.... sulla  quale la cristiana conviene con tutte l’altre religioni 2.    Dove la dottrina della grazia coincide perfettamente  con quella che abbiamo vista difesa dal Ricardo, se si  bada a quel principio dell’arbitrio libero, la cui necessità  si tiene ad affermare accanto alla grazia efficace; ma dalla  grazia si distingue la Provvidenza, non propria del Cri-  stianesimo, bensì comune a tutte le religioni, e dal Vico  concepita come la legge stessa di quel processo dal finito  all’ infinito, che è per lui la vita dello spirito come unità    1 Mi attengo qui al testo del 1730, che è più affine al pensiero del  Diritto Universale, ponendo la giustizia termine medio tra Dio e l’arbitrio  umano.   2 S. N.*, ed. Nicolini, p. 164.    IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA I6I    di questi due opposti. Sicché, terminando la Scienza  Nuova, ei potrà dire che quella mente che fece il  mondo delle Nazioni, è bensì una sovrumana sa-  pienza, ma che opera senza forza di leggi,  anzi « facendo uso degli stessi costumi degli uomini, de’  quali le costumanze sono tanto libere d’ogni forza, quanto  lo è agli uomini celebrare la lor natura»:  E la grazia veniva quindi per lui ad identificarsi, per  quanto oscuramente, con la stessa natura.    I S. N, ed. Nicolini, p. 1047.    Digitized by Google    V    LE VARIE REDAZIONI  DELLA «SCIENZA NUOVA »  E LA SUA ULTIMA EDIZIONE    Digitized by Google    Non spetta a me di lodare Fausto Nicolini del lavoro  faticoso e difficile da lui condotto a termine nei tre ma-  gnifici volumi della sua edizione della Scienza Nuova 3;  quantunque io sia dei pochissimi che possano personal-  mente attestare l’amore, l'entusiasmo che ha sorretto per  sei anni o sette questa tempra fortissima di studioso  sagace, instancabile e geniale attraverso la lunghissima  via percorsa per rifare parola per parola la composizione,  così singolare anche per gli sforzi tormentosi costati  all'autore, di quest’'oscuro e vasto monumento del pen-  siero italiano che è l’opera maggiore del Vico. L’amore,  l'entusiasmo del Nicolini non ha bisogno d’altri testimoni,  oltre il suo libro. Il quale si apre con una lucidissima  introduzione, che illustra acutamente le complicate dif-  ficoltà in cui rimase fatalmente avvolto il pensiero vi-  chiano, e 1 molteplici tentativi ond’esso si venne a grado  a grado accostando alla sua espressione finale nell'ultima    I GIAMBATTISTA Vico, La Scienza Nuova giusta l’edizione del 1744,  con le varianti dell’edizione del 1730 e di due redazioni intermedie  inedite e corredata di note storiche, a cura di FAUSTO NICOLINI (nei  Classici della Filosofia moderna, n. XIV), Bari, Laterza, 1911, 1913  e 1916 (8°, un vol. in tre parti di pp. LXXXxIV-1274, con ritratto). Del  volume uscì contemporaneamente un'edizione di lusso in cento esem-  plari numerati, di carta a mano, formato 8° grande. Dell'opera il N.  ha ora in corso di stampa, negli Scrittori d’ Italia, una nuova edizione  in due volumi. Nel primo sarà dato il testo e una scelta delle varianti  di maggiore interesse. Nel secondo saranno condensate, in un'’espo-  sizione continua, le note, arricchite di molte giunte.    166 STUDI VICHIANI    forma della Scienza Nuova, per rifare quindi la storia dei  manoscritti e delle stampe; e dimostra così l'opportunità  dei criteri a cui s’ è inspirata la nuova edizione. Si con-  chiude con un ricchissimo indice analitico, dove tutti gli  elementi sparsi nel contenuto del difficile libro sono ad  uno ad uno disarticolati e classificati e ordinati alfabeti-  camente. E tutte le mille e dugento pagine mostrano il  valente editore vigile scrutatore d'ogni parola, d’ogni  sillaba, d'ogni virgola del suo testo, a ricostruire e, qua  e là, perfino a emendare, ma con molta discrezione, l’ in-  tricata né sempre corretta sintassi dell'autore, a indagare  le fonti e le inesattezze e gli equivoci delle citazioni e dei  richiami affollantisi dietro alle deduzioni vichiane, e  schiarire oscurità, e illustrare argomentazioni, e rannodare  pensieri; e non posar mai, insomma, finché non abbia  accompagnato il suo gran Vico al termine del suo viaggio.  Il nome di Vico non potrà più disgiungersi da quello del  Nicolini; perché nessuno più studierà la Scienza Nuova  senza servirsi di questa edizione e attingere al tesoro di  erudizione, ammassatovi nelle note a dichiarazione degli  accenni e riferimenti onde è sempre complicato il pen-  siero vichiano. E questo è il maggior premio e la lode  più bella che il Nicolini potesse ambire.    II.    Singolare opera la Scienza Nuova per la sua struttura !  Merito capitale della edizione del Nicolini è appunto il  darci fedelmente il processo di questa struttura, per ciò  beninteso che si riferisce a quella che l’autore stesso  battezzò Scienza Nuova seconda. Giacché, dopo il De  antiquissima Italorum sapientia (1710), — che contiene  per alcune parti una dottrina in diretta antitesi con quella  della Scienza Nuova, ma contiene pure il principio filosofico più profondo, che animerà l’opera maggiore, — il Vico  tutti gli altri trentaquattro anni della sua vita li visse  nella meditazione dei problemi, che sono argomento  della Scienza Nuova. Intorno al ’19 1 suoi pensieri avevano  preso già corpo. Ma da quell’anno fino al ’35 o ‘36, quando  si può ritenere abbia data l’ultima forma al libro cui  intendeva affidare il suo nome, lavorò a ben quattro  esposizioni diverse del suo pensiero. La prima volta gli  die’ forma nei due libri De universi iuris uno principio  et fine uno (1720) e De constantia turisprudentis (1721):  due parti di una stessa opera, che il Vico stesso dice del  Diritto Universale. Il De constantia comprendeva alla  sua volta due parti: una, molto breve, De constantia  philosophiae, esposizione dei principii filosofici che illu-  minano tutta la storia del diritto nella sua concreta  realtà, che è tutta la vita spirituale dell’uomo, ossia la  civiltà; e l’altra, assai ampia, De constantia fhilologiae,  ricostruzione dei fatti dalle testimonianze rimasteci, in-  terpretate al lume di quei principii. E qui era un capi-  tolo: Nova scientia tentatur; «donde » (come dirà Vico  stesso nella sua Autobiografia) «s’ incomincia la filologia  a ridurre a principii di scienza, e.... sopra tal sistema  vi si facevano molte ed importanti scoverte di cose tutte  nuove e tutte lontane dall’oppinione di tutti i dotti di  tutti i tempi »!.    I Autobiografia ed. Croce, pp. 41-2. Sui rapporti fra Dir. Universale  e Scienza Nuova, v. ora anche NIcoOLINI, Vita di G.B. Vico, nel Giorn.  crit. di filos. ital., 1925. Ma quanto alla data assegnata dal Vico alla  Scienza Nuova in forma negativa, il NICOLINI stesso mi comunica ora  qualche suo dubbio: « Par difficile che alla Scienza Nuova in forma  negativa il V. cominciasse a lavorare fin dal 1722. Basta pensare che  nel 1722 il V. lavorava intorno alle Note al Diritto Universale, le quali  furon finite di stampare non prima dell’agosto 1722. Pertanto, malgrado  l'affermazione dell’Autobiografia, credo che alla Scienza Nuova negativa  il V. si accingesse non prima ma do po la disavventura universitaria  dell’aprile 1723. Essa era già a buon punto nell’ottobre 1723, giac-  ché il 30 di quel mese Anton Francesco Maria Marmi, informato da [A questa prima forma ne seguì ben presto un'altra,  che non fu più stampata, quantunque già pronta per la  stampa, e già riveduta e approvata dal censore eccle-  siastico. La quale è andata smarrita. Essa dovette essere  scritta nel '22 o nel ’23; perché nella Autobiografia il  Vico, dopo aver narrato la disavventura toccatagli nel  concorso alla cattedra mattutina di leggi (che ebbe luogo  tra il gennaio e l’aprile del ’23), soggiunge che per ciò  «egli non si ritrasse punto di lavorare altre opere; come  in effetto ne aveva già lavorata una divisa in  due libri, ch'avrebbono occupato due giusti volumi in  quarto; nel primo de’ quali andava a ritrovare I prin-  cip del diritto naturale delle genti dentro quegli dell’uma-  nità delle nazioni per via d’ inverisimiglianze, sconcezze  ed impossibilità di tutto ciò che ne avevano gli altri  innanzi più imaginato che raggionato; in conseguenza del  quale, nel secondo, egli spiegava la Generazione de’ costumi  umani con una certa cronologia raggionata di tempi oscuro  e favoloso de’ greci »*: la Scienza Nuova, insomma, «in  forma negativa ».   Questo manoscritto non poté essere stampato perché  troppo voluminoso; e al povero Vico falli la speranza  riposta nel card. Lorenzo Corsini (poi Clemente XII) di  averne le spese della stampa in contraccambio della  dedica offertagli. Ed ecco quindi la necessità (di cui parve    qualche suo corrispondente napoletano, informava a sua volta il  Muratori che il V. «lavorava sopra un’opera che voleva intitolare  Dubbi e desidèri intorno alla teologia de’ gentili ». Quasi compiuta  l’opera era già nel novembre 1724, e cioè quando il V. mandò al Cor-  sini, per mezzo del Monti, la minuta della dedica (divenuta poi dedica  della Scienza Nuova prima). Ma pronto per la stampa il ms. non fu  se non nel maggio 1725: tempo in cui il V. lo dié al canonico Torno  per la revisione. Il titolo definitivo che il V. voleva dare a codesta  Scienza Nuova în forma negativa, era, come ha dimostrato il DONATI  (Autografi e documenti vichiani, pp. 153 Sgg.): Scienza nuova dintorno  aì principii dell'umanità ». -  1 Autobiografia] al Vico dover esser grato alla Provvidenza) di riscrivere  la sua opera in forma più stretta e, come a lui parve,  anche più stringente: abbandonando quel metodo negativo  che procedeva « per via di dubbi e desiderii; maniera la  qual fa più tosto forza che soddisfa la mente umana »;  e facendo un’altra opera « più picciola in vero » (scriveva  il Vico stesso, un mese dopo stampatala, il 20 nov. 1725),  «ma, se non vado errato, di gran lunga più efficace;  nella quale per mezzo di tre verità positive, sperimentate  dall’universale delle nazioni, che si prendono per prin-  cipli, e per un gran séguito di rilevantissime discoverte,  dando altro ordine e più breve e più spedito a quelle  medesime cose che si dubitavan e si ricercavano nella  prima, si truovano tali principii convincere di fatto e 1  filosofi obbesiani e i filologi baileani », ecc. *. Ed ecco la  Scienza Nuova in forma positiva, che è quella che, col  titolo di Principit di una Scienza Nuova intorno alla  natura delle nazioni, per la quale si ritruovano i principii  di altro sistema del diritto naturale delle genti, venne in  luce nel ’25; e che divenne più tardi, pel Vico e per gli  studiosi, la prima Scienza Nuova.   Ad essa seguì nel ’30 una nuova edizione, che, comin-  ciata come un’ illustrazione della prima, riuscì poi una  seconda Scienza Nuova, modificata in alcuni particolari,  ma sostanzialmente conservata, nella terza ed ultima  edizione, pubblicata postuma nel ’44. Sicché le redazioni  principali dell’opera son quattro: il Diritto Universale e  tre Scienze Nuove, la prima delle quali, in forma nega-  tiva, non ci è pervenuta, e le altre due sono a stampa.   Ma queste sono soltanto le principali! Già la quarta  forma non ebbe, alla sua volta, meno di quattro reda-  zioni: due rappresentate dalle edizioni ricordate del ’30  e del ‘44; e due, rimaste inedite, e soltanto ora note per       t Lettera a L. Corsini, in A utobiogr., pp. 173-4-    170 STUDI VICHIANI    l’accuratissimo spoglio fattone dal Nicolini dai rispettivi  autografi conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli;  e sono due forme intermedie, dove più compendiose dove  più ampie della Scienza Nuova terza, l’una del 1731 e  l’altra del ’34 circa. Dal Diritto Universale alla Scienza  Nuova del ’44 ben sette redazioni dunque: attraverso le  quali gli stessi problemi vengono risoluti e ripresi com-  plicandosi con nuovi problemi per essere tornati a risol-  vere in forma sempre più adeguata, finché sulle tormen-  tate carte non cadde la stanca mano:    da la tremante man cade lo stile  e de’ pensier si è chiuso il mio tesauro;    come lo stesso Vico dice nel suo sonetto a Gaetano Bran-  cone, nel 1735 !.   Né basta. Le due redazioni intermedie suddette, ri-  maste inedite, sono entrambe intitolate Correzioni, miglio-  ramenti ed aggiunte perché destinate ad essere incorporate  «all'opera nella ristampa della Scienza Nuova” seconda »,  come il Vico soggiunge al titolo di quelle del 1731. In  realtà, più che una revisione del testo del ’30, ne sono,  le une e le altre, un rifacimento: come quel testo, a sua  volta, era riuscito un rifacimento affatto nuovo del testo  anteriore del ’25, quantunque il Vico credesse prima di  poterlo intitolare: Trascelto delle annotazioni e dell’opera  dintorno alla natura comune delle nazioni, in una maniera  eminente ristretto ed unito, e principalmente ordinato alla  discoverta del vero Omero =. Il titolo si spiega con l’origine  di queste ulteriori redazioni, le quali, quasi per genera-  zione spontanea, nascevano a volta a volta accanto al  testo anteriore per l’ insoddisfazione che il Vico provava,    I Autobiografia.] appena data forma concreta e determinata al proprio  pensiero. Sicché cominciava da prima a riempire di po-  stille i margini de’ suoi libri, e poi a stendersi in annota-  zioni ordinate con rinvii ai vari luoghi che gli parevano  bisognosi d'ampliamenti e schiarimenti; e poi finiva col  rifarsi da capo per dare sistema e unità alle stesse anno-  tazioni, sì da farne un’opera nuova.   Così fece col Diritto Universale, di cui prima tempestò  di postille marginali alcuni esemplari; ma, dopo quello  con particolar cura annotato pel principe Eugenio di  Savoia, sentì di dover fare seguire le Notae în duos libros  alterum De uno universi etc., alterum De constantia t1uri-  sprudentis (1722): note tanto importanti da contenere  p. e. per la prima volta la teoria vichiana intorno al vero  Omero. Così fece per la Scienza Nuova del ’25, che, ap-  pena pubblicata, gli die’ materia a scrivere un commento  di 600 pagine, che nel ’28 egli, a richiesta del p. Lodoli  e di Antonio Conti, mandava a stampare a Venezia; e  se ne iniziava infatti la stampa colà, poi interrotta per  dissidii sorti con l’editore, e non più proseguita !. E il  manoscritto, richiamato dal Vico a Napoli, fu da cima  a fondo rifatto tra il 25 dicembre 1729 e il 9 aprile del ’30,  «con un estro quasi fatale », al dire dello stesso Vico:  e fu la Scienza Nuova del ’30. Ma non aveva ancor finito  la stampa del Trascelto, ed eran già cominciate le prime  Correzioni, miglioramenti e giunte (CMA*), che l’autore  faceva in tempo ad aggiungere a guisa di Errata, in    I [Così, fin ora, hanno affermato i biografi, compreso il Nicolini.  Il quale, per altro, per ragioni che sarebbe troppo lungo riassumere,  è giunto ora alla conclusione che le parole dell’Autobiografia: « ma,  dopo essersi stampato più della metà di detta opera, avvenne un fatto »,  ecc. (ediz. Croce, p. 72), si riferiscano non alle Annotazioni alla Scienza  Nuova prima, di cui anzi non fu stampata nemmeno una riga, ma alla  Scienza Nuova seconda, ossia all'edizione del 1730. Il V., insomma,  riebbe da Venezia il ms. delle Annotazioni, dopo che già aveva stam-  pata a Napoli più della metà della Scienza Nuova seconda, e cioè circa  a metà del 1730).    172 STUDI VICHIANI    fondo al volume. E divulgate appena le prime copie  della nuova edizione, ecco il Vico, quasi felice che un  errore provvidenziale notatogli dal principe di  Scalea gli dia occasione di pubblicare una Lettera, a cui  può aggiungere una nuova serie d’ importanti giunte,  tra le quali un nuovo capitolo: Dell’origine de’ comizi  curiati (CMA?). Ma queste prime revisioni rapidissime  avevan dato luogo soltanto ad aggiunte relative ad alcuni  luoghi particolari. In dodici paginette del Trascelto (pp. 465-  78) sono le CMA: e nelle dodici paginette della Lettera  al Principe di Scalea sono comprese, oltre questa lettera,  le CMA=?. Dalla continuazione dello stesso lavoro di re-  visione, in modo più riposato e in forma più larga, nascono  le CMA:3, che è un manoscritto di duecento pagine fit-  tissime, nel corso del quale il Vico s’accorge di fare opera  che sta già a sé, ben diversa dalla Scienza Nuova prima  (1725): anzi finisce da ultimo col rifiutarla, salvo tre  capitoli come rifiuta il Diritto Universale, salvando anche  di questo due capitoli soli, di cui era tuttavia contento.  E quando, due o tre anni dopo, rifà nelle CMA4 questo  nuovo lavoro in un altro grosso manoscritto di cento-  quaranta pagine, toglie ancora e aggiunge, e mostra di  non essere per anco soddisfatto a pieno della forma rag-  giunta dal proprio pensiero. Che infatti tornerà a riela-  borare in quella che sarà la Scienza Nuova terza, ossia  la definitiva forma della Scienza Nuova seconda, ch'egli  non poté vedere stampata, e che ci rappresenta l’ultimo  sforzo fatto dall’autore per svolgere con ordine e con  sistema tutto il vasto materiale che gli si avvolgeva dentro  la mente, solcato in tutti i sensi, ma non mai illuminato  in pieno, dai lampi del suo genio speculativo.   Sicché, al trar dei conti, e non contando, per la brevità  loro, le CMA: e le CMA?, il Nicolini ha potuto dirci,  che ben nove sono state le redazioni (più o men diverse  tra loro) della Scienza Nuova:    V. LE VARIE REDAZIONI DELLA « SCIENZA NUOVA » 173    I. Diritto Universale ;   2. Note al Diritto Universale ;   3. Scienza Nuova in forma negativa (smarrita);   4. Scienza Nuova prima (1725);   5. Scienza Nuova veneta (ossia, Scienza Nuova prima  con Annotazioni e commenti, andati anch'essi smarriti);   6. Scienza Nuova seconda (1730);   7. CMA3 (1731);   8. CMA4 (1733 0 ’34);   o. Scienza Nuova terza (1744; ma scritta tra il ’35 e  il '36 e continuamente corretta fino al 1743).    E pure il conto non si può dire rigorosissimo. Se sl con-  tano le Note al Diritto Universale, si potrebbe pure con-  tare il «saggio » del D. U. che iì Vico pubblicò nel ’20,  la Sinopsi del D. U.; quantunque questa supponga forse  già scritto, almeno in gran parte, il D. U. Ma certamente  al Diritto Universale bisogna far precedere una prima  redazione, a noi non giunta: per cui la somma comples-  siva delle redazioni della Scienza Nuova deve salire a dieci.   Il Nicolini stesso ricorda un documento, sul quale  aveva fermato la sua attenzione il Croce, unico frammento  di un’opera vichiana che non possediamo, e che nel 1837  fu pubblicato dal Ferrari (in appendice alla sua Mente di  Vico) come prefazione al perduto Commento a Grozio del  Vico 1. Il Croce osservò ?, che quella pagina «I. non è  una prefazione, ma la nota finale di un’opera (in operis  calce, ecc.); 2. non si riferisce ad annotazioni, ma a una  opera originale (sî hos legeris libros); 3. non si riferisce  a un commento a Grozio, perché, nel citare l’opera di  questo, se ne dà il titolo per disteso e s’ invita a metterla  a raffronto con quella di esso Vico...; 4. si riferisce, invece,       I Nelle Opere del Vico, vol. I, pp. 280-1; nella 28 ed., vol. I, pp. 250-I.  2 Secondo Supplemento alla Bibliografia vichiana, pp. 3-4.    12    174 STUDI VICHIANI    a un’opera del Vico in più libri (n tertia universae nostrae  tractationis parte). L'opera trattava de metaphysica, de  philologia, de re morali ac civili, de lingua, historia et  iurisprudentia romana..., de ture naturali gentium; il Vico  sì preoccupava di essere in essa riuscito oscuro; vi aveva  esposto cose ‘inaudite’; nella terza parte si dimostrava  falso il labefactare inconditis rationibus et distractis auctorum  locis, quamquam numero plurimis, et magis memoria quam  mente. Che questa nota finale non possa concernere il  secondo e terzo libro del De antiquissima, è certo, perché  quei due libri non furono mai scritti. Essa dunque o ap-  partiene al disegno di un’opera che fu la prima idea del  Diritto Universale; o (il che ci sembra più probabile) era  destinata a questa opera stessa; la quale, benché divisa  in due libri, essendo il secondo di questi bipartito, si può  considerare come composta di tre parti». Il Nicolini  prende le mosse da quest’acuta analisi del Croce, e ne  trae una conclusione alquanto diversa: che cioè il lavoro,  di cui, dunque, ci sarebbe rimasto il commiato, dev'essere  ritenuto «un lavoro originale, il quale non può essere se  non un primo (o secondo, o terzo, o quarto) getto del-  l’opera capitale del Vico » (p. XXVI).   Che si tratti della materia stessa del Diritto Universale  è indubbio. Non solo le parole rilevate dal Croce, ma  altre anche più precise c’ informano con certezza del  contenuto dell’opera, là dove l’autore invita l’equanime  lettore che volesse criticarla a metterglisi contro faribus  armis; e a vedere an ex aliis tam paucis, quam sunt nu-  mero sepiem vera, ci tam simplicibus, quantum sunt meta-  physica, quae ut agnoscas vera, hominem esse sat est, alia  faciliori et feliciori methodo plura quam nos, in universa  historia profana, re poetica, grammatica, morali, civilique  doctrina ad Christianam iurisprudentiam omnia accomo-  date in unum systema componas, et sic efficies, ui nostrum  sua sponte corruerit. Tutte queste materie rientrano appunto nel programma del D. U. Ma né la pagina di cui  si tratta, può attribuirsi proprio al D. U., né credo, a  ben riflettervi, si possa parlare di due, e tanto meno  di tre o quattro getti di cotesta opera. Che non sia pro-  priamente il Diritto Universale, quale fu pubblicato nel  1720-21, risulta da questa sfida lanciata dall’autore al  suo immaginario critico, di fare quanto aveva fatto lui  nel suo libro, componendo un ugual numero di scoperte  di storia profana universale, di poetica, di grammatica,  di dottrina morale e civile, in un sistema di cristiana  giurisprudenza; deducendo il tutto da non più che sette  principii metafisici, ricavati dalla stessa natura della  mente umana (quae ut agnoscas vera, hominem esse sat  est). Numero sette, che non vedo dove si possa rin-  tracciare nel Diritto Universale, o che si cerchi nei prin-  cipii del De uno, o che si cerchi in quelli del De constantia  philosophiae. Questi sette principii o verità (vera), così  come sono definiti, parrebbero aver riscontro nei tre ele-  menti d’ogni erudizione divina e umana (mosse, velle, posse),  che nel Diritto Universale sono messi a base di tutto,  come quelli quae tam existere, et nostra esse, quam nos  vivere, certo scimus (Ferrari?, p. 14): ma non sono questi  tre elementi. I quali pure erano stati annunziati come  principio di unificazione d’ogni sapere, nell’Orazione inau-    LI    gurale del 1719, che non ci è stata conservata, ma di    I Nel De Uno questa triade veramente è Posse, nosse, velle (Ferr.?,  p. 21). E Vico citando, al solito, a memoria, dice « ut D. Augustinus  in Confessionibus definit ». Ma Sant'Agostino (nelle Confess. XIII, 11)  dà invece quest'altra triade: (Esse, nosse, velle). Nell’ Orazione del 1719  (Autob., p. 40) egli stesso aveva data la sua con diverso ordine: Nosse,  velle, posse. Ma, in un modo o nell’altro, il concetto vichiano non credo  risalga direttamente ad Agostino; bensì forse piuttosto al Campa-  nella (che Vico, per ovvie ragioni, non ama nominare) che tanto nella  Metafisica e nelle Poesie aveva insistito sulla sua dottrina delle pri-  malità, o della « monotriade »: Posse, nosse, velle. Cfr. (anche per luoghi  della Metafisica) Poesie filosofiche, ed. Gentile, pp. 31, 44, 133. E per  i rapporti tra Vico e Campanella, vedi sopra pp. 31-33.    170 STUDI VICHIANI    cui il Vico ci riferisce nella Autobiografia l'argomento, poi  ripetuto testualmente nel Proloquium del Diritto Uni-  versale. E si badi alla partizione che fin d'allora faceva  dell'argomento: « Quod quo facilius facitamus, hanc tracta-  tionem universam divido in partes tres: in quarum prima  omnia scientiarum principia a Deo esse; in secunda, di-  vinum lumen sive acternum verum per haec tria quae pro-  posuimus elementa omnes scientias permeare, casque omnes  una arctissima complexione colligatas alias in alias dirigere  et cunctas ad Deum ipsarum principium revocare; in tertia,  quicquid usquam de divinae ac humanae eruditionis prin-  cipiis scriptum dictumve sit quod cum his principiis con-  gruerit, verumy quod dissenserit, falsum esse demonstremus.  Atque adeo de divinarum atque humanarum rerum notitia  haec agam tria: de origine, de circulo, de constantia.... » ®.  Partizione precisamente identica a quella presupposta dal  commiato dell’opera di cui si tratta, dove l’autore dice  al suo critico: «.... Sin postules inconditis rationibus, et  distractis auctorum locis, quamquam numero plurimis, et  magis memoria, quam mente, hanc nostram doctrinam la-  befactare, ignosce, quaeso, si tibi nihil respondeam: nam  silentum non mihi adrogantia, res ipsa faciet, quod ea illa  ipsa fuerint, quae in tertia nostrae universae tractationis  parte, hoc ipso, quod cum nostris principiis non congruerini,  falsa esse demonstravimus ». Dove l’accenno al contenuto  della terza parte diventa chiarissimo quando si riscontri  con l'argomento dell’ Orazione del ’19, messo poi a capo  anche del Diritto Universale.   Conviene osservare altresì che le tre parti De uno,  Constantia philosophiae e Constantia philologiae non sono  propriamente quelle che l’autore distinse nella sua suc-  cinta trattazione del ’19, né quindi quelle in cui era  distinta l’opera smarrita: giacché nell’Autobiografia egli,    t Autobiogr., p. 40; cfr. D. U. Ferrari?, p. 14.    V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA ) 177    per indicare come nel Diritto Universale mantenesse le  superbe promesse dell’ Orazione del ’19, dice esplicita-  mente che nel De uno «pruova la prima e la seconda  parte della dissertazione » (cioè, de origine, de circulo);  e nel De constantia turisprudentis « più a minuto sì pruova  la terza parte della dissertazione, la quale in questo libro  si divide in due parti, una De constantia philosophiae,  altra De constantia philologiae » *.   Dunque, il Diritto Universale fu scritto dopo la dis-  sertazione del ’19 (e quando nel ’20 il Vico pubblicò  soltanto il primo libro, De uno, certo egli aveva ancora  da scrivere il secondo, De constantia), la quale altrimenti  avrebbe rispecchiato l’organamento dell’opera, di cui sa-  rebbe venuta ad essere un riassunto. E poiché essa invece  rispecchia la sistemazione che la materia aveva nell'opera  perduta, questa piuttosto deve ritenersi anteriore alla  dissertazione del ‘19. E per questa ragione, come per la  discrepanza avvertita circa i principii tra l’opera perduta  e il Diritto Universale, bisogna conchiudere che piima  di questa opera (scritta tra il ’19 e il ’21), prima del-  l’ Orazione inaugurale del ’19, il Vico dové scrivere  un’opera che possiamo dire la prima forma così del Diritto  Universale come della Scienza Nuova, e di cui ci è giunto  il solo commiato. Quando la scrisse ?   Certamente dopo la Vita di Antonio Carafa (1716),  perché «nell’apparecchiarsi a scrivere questa vita, ll  Vico si vide in obbligo di leggere Ugon Grozio, De iure  belli et pacis », che fu il suo « quarto auttore » =; aggiuntosi  allora a Platone, Tacito e Bacone: Ugone Grozio, che  «pone in sistema di un dritto universale tutta la filosofia  e la teologia in entrambe le parti di questa ultima, sì  della storia delle cose o favolosa o certa, sì della storia    I O. c., p. 4I.  2 Autobiogr.] delle tre lingue, ebrea, greca e latina, che sono le tre  lingue dotte antiche che ci son pervenute per mano della  cristiana religione »1. Quando scrisse l’opera perduta,  egli non solo aveva letto il De rure delli et pacis (da cui  si può dire, in certo senso, che togliesse il problema),  ma lo avea, come ora si direbbe, superato, potendo enun-  ciare hactenus inaudita. Ciò che suppone qualche inter-  vallo tra il ’16 e la nascita della detta opera, nel quale  cade un altro lavoro vichiano; perché nell’Autobdiografia  si legge che il Vico «molto più poi si fe’ ad-  dentro in quest'opera del Grozio, quando, avendo ella  a ristampare, fu richiesto che vi scrivesse alcune note,  che ’1 Vico cominciò a scrivere, più che al Grozio, in  riprensione di quelle che vi aveva scritte il Gronovio...;  e già ne aveva scorso il primo libro e la metà del secondo;  delle quali poi si rimase, sulla riflessione che non con-  veniva ad uom cattolico adornare di note opera di auttore  eretico » 2. Si rimase, sopra tutto, è da credere, perché  dal lavorio delle note, dall’ intensa meditazione del pro-  blema dovette cominciare a sorgergli nella mente e a  prender forma e figura quel systema che doveva esser suo.  « Con questi studi », continua infatti il Vico, « con queste  cognizioni, con questi quattro autori che egli ammirava  sopra tutt’altri, con desiderio di piegarli in uso della  cattolica religione, finalmente il Vico intese [tra  il ’17 e il 18] non esservi ancora nel mondo delle lettere  un sistema, in cui accordasse la miglior filosofia,  qual’ è la platonica subordinata alla cristiana religione,  con una filologia che portasse necessità di scienza in  entrambe le sue parti, che sono le due storie, una delle  lingue, l’altra delle cose.... Ed in questo intendimento  egli tutto spiccossi dalla mente del Vico quello che egli era ito nella mente cercando nelle prime orazioni  augurali ed aveva dirozzato pur grossolanamente nella  dissertazione De nostri temporis studiorum ratione e, con  un poco più di raffinamento, nella Metafisica. Ed in una  apertura di studi pubblica solenne dell’anno 1719 propose  questo argomento ». Che è quello che conosciamo: e che  egli poté proporre, perché già s’era spiccato dalla sua  mente il sistema che fin dalle prime Orazioni (dal 1699)  era andato cercando: e che dev’essere appunto quell’opera  anteriore al Diritto Universale, primissimo incunabulo  della Scienza Nuova. Della quale, per concludere queste  osservazioni, si può dire con tutta verità che sono state  ben dieci le redazioni distinte e da considerare come  altrettante stazioni attraverso le quali venne posando e  passando il pensiero vichiano.   Di queste dieci redazioni tre, dunque, sono per noi  perdute: questa del ’17 o ’18; la Scienza Nuova in forma  negativa, e la Scienza Nuova veneta. Delle sette rimaste,  due, Diritto Universale e Note al Diritto Universale, possono  pure riguardarsi come un’opera sola, e fondersi insieme,  come fece il Ferrari; quantunque, dato il diverso mo-  mento che esse rappresentano nello svolgimento della  dottrina, meglio forse sarebbe aggiunger le Note a guisa  di appendice, all’opera cui si riconnettono. Resta a sé la  Scienza Nuova: del ’25; e fanno corpo insieme le altre  quattro redazioni: Scienza Nuova?, CM A3, CM A4, Scienza  Nuova: con le migliori aggiunte CMA*-:, già a stampa.    III.    Il Nicolini, facendo l’edizione di questa terza Scienza  Nuova, è partito dal metodo già adottato parzialmente  dal Ferrari. Il quale, giustamente, non credette di ac-  contentarsi della sola lezione del 1744, e notò «tutte le    180 STUDI VICHIANI    varianti delle edizioni del 1730 e tutte le aggiunte inserite  in quella del 1744 »; cosicché ogni lettore potesse, diceva,  « assistere allo spettacolo delle ultime idee di Vico, vedere  in qual modo egli stesso si avvedesse di avere qualche  volta naufragato contro la realtà istorica; e.... conoscere  le intime esitazioni delle idee e dell’orgoglio di Vico di-  nanzi all’ indifferenza de’ suoi contemporanei » :. Ma ha  esteso questo metodo a CMA:, CMA?, CMA3 e CMA4,  in guisa da darci prospetticamente, per intero, tutto il  processo di formazione della Scienza Nuova dalla seconda  alla terza edizione fattane dallo stesso autore.   Quanta fatica debba esser costata al Nicolini questo  riscontro e raccordo, può vedere ognuno che scorra con  l'occhio la varia provenienza delle varianti che accompa-  gnano in serie perpetua il testo, contrassegnate ciascuna  dalla sigla della rispettiva redazione a cui appartiene.  Ed è questa forse la parte del suo lavoro, per cui il Ni-  colini ha più bene meritato degli studi vichiani, ove si  consideri che mercé sua non solo sono cronologicamente  distinti tutti gli elementi di questo tormentoso processo  di pensiero che in cinque o sei anni fece e rifece tante  volte con erculei sforzi l’elaborazione d’un vastissimo  materiale di fatti e di idee, ma sono anche portati a no-  stra cognizione molteplici documenti o frammenti finora  ignorati di questo pensiero, che con le sue stesse ango-  sclose oscurità esercita tanto fascino e desta tanto in-  teresse in noi, che vogliamo leggervi fino al fondo.   Di CMA4 due brani aveva pubblicati il bibliotecario  della Biblioteca Borbonica (ora Nazionale) di Napoli, il  can. Antonio Giordano nel 1818 ?. E messo sulle tracce  di questi dimenticati manoscritti vichiani, ora tutti    I Opere, ed. Ferrariz, V, p. XXIII.  2 Lettera ed altri pezzi inediti del ch. G. B. Vico tratti da un ms., ecc.,    Napoli, Giovannitti, 1818,    V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA ») 181    raccolti, come si è accennato, in quella Nazionale, altri  pochi brani, tra i più significativi, dalle stesse CMA4 e  da CMA3 aveva potuti pubblicare, ma poco corretta-  mente, Giuseppe Del Giudice nel 1862 !; poscia ripro-  dotti nel vol. VII delle Ofere vichiane (1865) nella in-  gloriosa ma tutt’altro che spregevole edizione napoletana  curata da Francesco Saverio Pomodoro. Ma questi brani  staccati non apparivano nella loro importanza; e ora ci  tornano innanzi accompagnati da tutto lo spoglio dei  manoscritti a cui spettano, nel sistema compiuto di tutto  lo svolgimento del pensiero vichiano: ora forma imper-  fetta di quello che il Vico sentì poi di poter esprimere  più efficacemente, o più pienamente, o con maggior con-  cisione; ora elementi espunti più tardi, probabilmente  perché sembrati accessori o discordi dal filo del pensiero  principale, o non più soddisfacenti a quel poderoso in-  telletto così vigorosamente autocritico: ma che in ogni  caso riescono, qual più qual meno, documenti di alto  interesse per lo studioso.   Segnatamente la redazione del ’'31 (CMA3) meritava  di essere così tutta accuratamente analizzata e messa in  luce. « Redazione quasi del tutto inedita », avverte il  Nicolini, «e pure di singolare interesse per lo svolgimento  delle idee vichiane », giacché « l'edizione del 1730 formava  (almeno nella mente del Vico) tutt'uno con la Scienza  Nuova prima, la quale appunto perciò vi è sempre citata,  non con questo nome, ma con l’altro generico di ‘ opera ’  o di ‘ Scienza Nuova’, senz'altro. Invece nella nuova re-  dazione, l’edizione del 1725 non solo non è più presup-  posta (e quindi il Vico comincia a citarla col nome, che  è poi restato, di Scienza Nuova prima), ma, tranne tre  capitoli, rifiutata. E rifiutati altresì sono i due libri del    I Scritti inediti di G. B. V. tratti da un autografo dell’A., Napoli,  Stamp. R. Università, 1862.    182 STUDI VICHIANI    Diritto Universale, e la Scienza Nuova in forma negativa  e tutto ciò che il Vico aveva fino allora scritto di filosofico.  Basta ciò a mostrare quanto di nuovo si debba trovare  in questa.... redazione, in cui il Vico aveva voluto racco-  gliere quel che del suo pensiero credeva degno di essere  trasmesso alla posterità. Delle quattro redazioni della  seconda Scienza Nuova, questa senza dubbio è la più  piena: più piena anche dell’edizione del 1744. Di fronte  a quella del 1730, essa, oltre che molti e lunghi brani  intercalati qua e là, presenta ben quindici capitoli in  più », ecc. E si badi che di questi capitoli soltanto sette  rimangono in CMA4.   Ebbene, degli altri otto solo una parte rientrarono nel  testo del ’44; e 1 rimanenti e i molti singoli brani sop-  pressi delle stesse CM 43 come delle CM A* era necessario  pure far conoscere. E il Nicolini è stato colpito dalla  importanza di questo nuovo materiale, rimasto fuori dalla  redazione definitiva; e dove ha potuto, ossia dove trat-  tavasi di capitoli interi, l’ ha incorporato senz'altro nel  testo, avvertendone bensì sempre la provenienza. Riso-  luzione certamente arbitraria, quantunque scusata dal  carattere di questa edizione, che vuol essere pure una  storia illustrativa di tutto il testo vichiano; e che per  altro non crederei più giustificata in un’edizione che,  pur fornendo notizia delle varianti (se pure ciò sarà più  necessario dopo questa monumentale fatica, che non sarà  più da rifare), ci mettesse innanzi in forma criticamente  corretta quella che per l’autore fu, comunque, la forma  definitiva del suo pensiero 1. Tutti i capitoli, adunque,  soppressi dopo CM A3, sono dal Nicolini restituiti al testo;  e con essi una sorta di prefazione, che in quella redazione  l’autore aveva scritta col titolo Occasione di meditarsi    I E infatti, nella nuova edizione che va ora preparando, lo stesso  Nicolini ha relegati tutti codesti capitoli soppressi nelle varianti.] quest'opera, e un'appendice, in cui intendeva, oltre due  Ragionamenti, uno dintorno alla legge delle XII tavole  venuta da fuori in Roma, e l’altro dintorno alla legge regia  di Triboniano, rifacimenti e riadattamenti di alcune pagine  del Diritto Universale, riprodurre tre luoghi della Scienza  Nuova prima, come tutto ciò che all’autore pareva nel  31 di dover conservare di quei primi abbozzi della sua  opera, che erano stati Diritto Universale e Scienza Nuova *.   Di questi brani e interi capitoli restituiti al testo della  Scienza Nuova o soggiunti a pie’ di esso tra le ‘varianti,  buona parte era già nota, benché scorrettamente pubbli-  cata dal Del Giudice insieme con quella prefazione e  l’appendice. Ma due capitoli compaiono ora come affatto  nuovi nella edizione del Nicolini (pp. 238-44), senza dire  delle moltissime varianti, alcune lunghe, e altre brevi,  ma assai significative. E benissimo ha fatto il Nicolini a  darceli col resto dell’opera, benché — bisogna pur dirlo  a onore del Vico, che lavorò con gli occhi aperti attorno  a queste sue numerose redazioni, e non soppresse, credo,  mai nulla a caso, — ragionevolmente fossero stati sop-  pressi dall’autore nell’ulteriore revisione del libro. Dei due  infatti (lib. II, sez. 1, capp. 3 e 4) il primo, Come da questa  debbano tutte l’altre scienze prender i loro principii, ripete  concetti qua e là accennati, e spesso meglio chiariti, in  tutto il corso dell’opera. E il secondo ?, Riprensione delle  metafisiche di Renato delle Carte, di Benedetto Spinosa e di  Giovanni Locke, è un documento notabilissimo della po-  sizione intellettuale del Vico, ma non colpisce nessuno dei  tre pensatori, presi a bersaglio; o perché mira più alto, o  perché mira più basso, e mai al segno giusto. E il Vico  forse sentì che la sua critica contro il soggettivismo carte-  siano era stata fatta per l'appunto da Spinoza (infatti    I Pagg. XXXVII-IX.  ? Venne già anticipato nella Critica, VIII (1910), 479.    184 STUDI VICHIANI    egli dice che « cotal maniera di filosofare diede lo scandalo  a B. Spinosa »)! e andava a finire nello spinozismo; e  non gli consentiva quindi più la critica alla quale egli  subito passa dello Spinoza. In sostanza il Vico, faccia a  faccia col panteismo, che era nel fondo del suo pensiero,  doveva dare addietro, e sopprimere il suo pericoloso saggio  di critica. Quanto al Locke, che il Vico non doveva aver  letto, e che giunge a riguardare come un materialista,  egli non poteva non aver qualche dubbio a dirlo « co-  stretto a dar un Dio tutto corpo operante a caso »; né  quindi poteva fermarsi a credere veramente efficace  contro l’empirismo del filosofo inglese il concetto « del  vero Essere » anteriore ad ogni esperienza, compresa  quella che il soggetto fa di se stesso. In generale credo  sl possa dire (occorrerebbe un’analisi molto minuta e  lunga per dimostrarlo) che l’autore fu bene avvisato,  come sarebbe già da presumere a friori, nei tagli e nelle  modificazioni che venne via via apportando al suo lavoro.  Che, del resto, non diede poi subito al tipografo, poi che  l’'ebbe condotto a termine: anzi lo trattenne parecchi  anni presso di sé, e per quanto la luce della sua intelli-  genza s'andasse in quegli ultimi anni della sua vita af-  fievolendo, egli certamente avrebbe avuto tempo e forze  per prendere dalle precedenti redazioni e restituire nel-  l’ultima pezzi già pronti, di cui potesse dirsi soddisfatto.  E quando non lo fece, avrà avuto le sue ragioni.   Il Nicolini bensi ha preferito abbondare, una volta  avviato il lavoro; e ha profuso fatiche e notizie e com-  menti, dotti, arguti, inattesi, e sempre luminosi, nel  ricchissimo commento, allargatosi da ultimo per alcuni  punti sostanziali in excursus e note illustrative che sono  vere e proprie memorie; come quella, la più lunga, mi-    I Cfr. SPINoZzA, Eth., ed. Gentile, note 33 alla parte I e 23 alla  parte II.    V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA » 135    rabile di lucidità, intorno alla teoria vichiana sulla legge  delle XII Tavole: nota premessa al primo dei già ricor-  dati Ragionamenti dell’Appendice. Ma l’erudizione del  Nicolini, ancorché laboriosa e densa, è agile sempre e  quasi festosa, perché sorretta e animata da un gioioso  spirito indagatore, che è più contento della difficoltà che  delle vie piane ed aperte, per l'occasione che ne ha a  cercare, a scrutare, ad esercitare il suo acume e il suo  fiuto di segugio valente, e stare attorno al suo Vico a  fargli lume e rendergli l’omaggio, profondamente sentito,  bleno corde, della propria infinita devozione. Giacché il  Nicolini ha vivamente amato il suo Vico; e chi dava di  quando in quando un'occhiata amichevole e confortatrice  alle stampe del suo lavoro, se da principio tentò arginare  e frenare, come non del tutto necessaria, quella foga e  quell’ impeto di copiosa vena irrompente in questo com-  mento, fatto di ingegno, di dottrina e di amore, ha do-  vuto a poco a poco ceder egli stesso terreno, e tòrsi di  mezzo, e lasciar fare: e ora non può che plaudire a una  somma di lavoro così difficile, così utile, così disinteressato,  e così degno in tutto del gran Vico, che aspettava da  quasi due secoli questo studio rivendicatore.   Entrare, a questo punto, nell’analisi di questo com-  mento, aggiungere, discutere, esaminare a parte a parte,  informare di tutto, è impossibile: o per lo meno, questa  recensione dovrebbe quintuplicarsi; e resterebbe sempre  da invitare il lettore della recensione a prendere in mano  1 tre volumi del Nicolini, e studiarseli, e studiarsi il Vico,  ora che lo studio è tanto agevolato; e quindi a scrutare  anche lui, la sua parte, dentro ai pensieri di questo grande  spirito e alle tante congetture che lo strenuo commenta-  tore ha dovuto pur fare assai spesso per illustrarlo. Io  preferisco perciò fermarmi qui, solo citando un luogo,  dei più curiosi, e singolarmente caratteristico del fare  vichiano e degli enigmi che la sua forma presenta non    186 STUDI VICHIANI    di rado all’annotatore: esempio tipico delle difficoltà, in  cui l’annotatore s’ è dovuto dibattere. Latona, dice il  Vico nell’ Iconomica poetica, partorì i suoi figliuoli, Apollo  e Diana, «presso l’acque delle fontane perenni, ch’ab-  biamo detto; al cui parto gli uomini diventaron ranoc-  chie, le quali nelle piogge d’està nascono dalla terra, la  qual fu detta ‘ madre de’ giganti ’, che sono propriamente  della Terra figliuoli » (p. 431). Ranocchie ? « Non sap-  piamo », scappò qui a protestare certo pedante dei tanti  abbattutisi in Vico, « non sappiamo in nessun modo inten-  dere come l’autore si facesse a mandar fuori che al parto  di Latona gli uomini diventassero ranocchie, dappoiché  questa circostanza non è punto un mito e solo si rin-  viene nell’alterata fantasia dell’autore ». Ma, «assai pro-  babilmente », nota il Nicolini, «il Vico aveva in mente  quelle che più sopra ha chiamate ‘ ranocchie di Epicuro ’ »;  che sono (p. 181) gli uomini allo stato di pura natura,  prima che incominciassero, come dice Vico, «a umana-  mente pensare ». E perché poi ranocchie ? e dove ne ha  parlato Epicuro ? L'immagine avrebbe potuto essere  illustrata da quel luogo di Censorino, De die nat., 4, 9,  che ci serba notizia della dottrina epicurea intorno al-  l'origine naturale dell’uomo: « Democrito Abderitae ex aqua  limoque primum visum esse homines procreatos. Nec longe  secus Epicurus: is enim credidit limo calefacto uteros nescio  quos radicibus terrae cohaerentes primum increvisse et  infantibus ex se editis ingenitum lactis umorem natura  ministrante praebuisse, quos ita educatos et adultos genus  propagasse » (Usener, Epicurea, pp. 225-6) *1. Questi uteri    I [Ora, il Nicolini mi comunica di essere riuscito a trovare il mito  a cui precisamente voleva alludere il V. e la fonte a cui, pur con°qualche  libertà, egli attinse. Si tratta del passo delle Metamorfosi ovidiane  (VI, 313 sgg.) ov’ è detto che Latona, dopo aver partorito, nell’ isola  Ortigia, Diana e Apollo ed essere stata cacciata di là da Giunone, giunse  coi due neonati in Licia, presso un piccolo lago, e poiché alcuni villani  volevano impedirle di dissetarsi, ella li maledisse e li trasformò in rane].    V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA ») 187    nella fantasia corpulentissima del Vico diventano quelle  ranocchie che nella credenza popolare « nelle piogge d’està  nascono dalla terra ». Non dunque ranocchie, ma uomini,  e grossi uomini « goffi e fieri », giganti, i Polifemi di Omero,  primi padri del genere umano, per Vico come già per  Platone. Le ranocchie son simbolo dei primi uomini, che  il mito fa nascere dalla terra: dalla terra e dall’acqua,  come dice Epicuro, e come si può leggere in fondo al  mito di Latona che partorisce presso alle fonti: mito,  secondo il quale il Vico dice perciò che gli uomini di-  ventaron ranocchie, cioè si rappresentarono alla fantasia  quasi, al pari dei batraci, sorti ex aqua limoque.  Enigmi come questi brulicano in tutta la mitologia  vichiana; e trovan la maggior parte il loro Edipo nel  bravo Nicolini, che ne toglie spesso materia a note argu-  tissime, come quella sullo «scudo » funebre napoletano di  p. 420. Ma ho detto di non volermi dilungare in questa  materia. E basta anche cogli esempi; e faccio punto !.    I A proposito di quel che ho detto nelle pp. 174 sgg., Fausto Ni-  colini mi comunica le seguenti osservazioni:   «Quando, a proposito dell’opera di incerto titolo, ho parlato di  un primo getto dell’opera capitale del Vico, volevo alludere alla  Scienza Nuova nel senso largo della parola, e cioè intesa come quel  complesso di problemi a cui il Vico die’ poi il titolo di Scienza Nuova.  Primo getto dunque del Diritto Universale. E a confermarmi nella mia  opinione mi conforta proprio ciò che in codeste tue pagine è detto  dei contatti evidentissimi tra quest’opera di titolo incerto e la pro-  lusione del 1719. Insomma la cosa più ovvia sembra a me che il V.  scrivesse prima la prolusione del 1719; indi la sviluppasse ai principii  del 1720 in un’opera di poco più ampia e divisa in tre libri (l’opera  d’ incerto titolo); e per ultimo, non più contento di questo lavoro ancor  troppo ristretto, si desse a scrivere, sempre nel 1720, la prima parte  del Diritto Universale. Che l’opera d’ incerto titolo sia anteriore al Di-  ritto Universale è evidente; ma che essa sia anteriore anche alla pro-  lusione del 1719, mi sembra non solo non evidente (e a ogni modo non  provato), ma anche pochissimo verisimile.   « Aggiungo, a sostegno della mia opinione, proprio la sfida all’ im-  maginario critico che tu adduci. Critico che non è tanto immaginario.  Narra infatti il V. nell’Autobiografia (p. 40) che, dopo aver recitata la  prolusione del 1719, ‘ sembrò a taluni l'argomento, particolarmente  per la terza parte, più magnifico che efficace, dicendo che non di tanto    188 STUDI VICHIANI    si era compromesso Pico della Mirandola quando propose sostenere con-  clusiones de omni scibili’, ecc. A questi critici appunto, tra i quali par  che fossero il Capasso e altri professori universitari capassiani, è rivolta  la sfida. Inoltre, nel prol/oquium del Diritto Universale il Vico dice che fu  consigliato da Gaetano Argento a svolgere ampiamente il tema della pro-  lusione da oratore, filosofo e giureconsulto (cioè in tre parti), e poi  dal nipote dell’Argento, Francesco Ventura, a ricavare tutte le innu-  merabili conseguenze derivanti dai principii posti nell’ Orazione del 1719;  il che, a giudicarne dal commiato superstite, par che egli facesse o  volesse fare nell’opera d’incerto titolo (che poté anche non essere  scritta, ma soltanto abbozzata).   « Pertanto la Scienza Nuova avrebbe avute le seguenti redazioni:  I. Commento a Grozio (1717-8); 2. Orazione del 1719; 3. Opera d° incerto  titolo (sviluppo dell’ Orazione) (1720); 4. Sinopsi del Diritto Universale  (1720); 5. Diritto Universale (1720-21); 6. Note al Diritto Universale  (1722); 7. Scienza Nuova negativa (1723-25); 8. Scienza Nuova prima  (1725); 9. Scienza Nuova veneta; 10. Scienza Nuova seconda  (1729-30); 11. Corr. migl. e agg. terze (1731); 12. Corr. migl. e agg.  quarte (1732 o 1733); 13. Scienza Nuova terza (1734-1744).   « Ciò senza calcolare alcuni riassunti totali o parziali, come per es. la  Giunone in danza (1721); una conferenza (forse soltanto detta e non mai  scritta) tenuta dal V. in casa del suo antico discepolo Giambattista  Filomarino della Rocca (1721 o 1722); la lettera a Monsignor Monti  del 18 novembre 1724; l’ampio riassunto della Scienza Nuova prima  recato nell’Autobiografia (1728), ecc. ecc. ».  IL FIGLIO DI V.   E GL INIZI DELL INSEGNAMENTO DELLA FILOSOFIA ITALIANA A NAPOLI. LA FAMIGLIA DEL VICO    Di figli, veramente, G. B. Vico ne ebbe più d'uno.  E se Angelo Fabroni gli aveva attribuito binos libderos,  nel 1818 il marchese di Villarosa corresse l'affermazione  del biografo pisano, portando quel numero a sei. E sa-  rebbero stati: Luisa, Ignazio, Teresa, un primo Gennaro,  morto in tenera età, un altro Gennaro e Filippo 1. Ma la  famiglia del Vico fu anche più numerosa, come dimo-  strano i registri parrocchiali del Duomo di Napoli.   Egli si ammogliò il 12 dicembre 1699 =. Il 17 settembre  1700 ebbe la prima figlia, a cui furono imposti i nomi  di Luisa Gaetana 3. Il 17 luglio 1703, ebbe una seconda  figlia, non ricordata dal Villarosa, e che fu chiamata  Carmelia Nicoletta 4. Il 31 dicembre 1704, una terza  figlia, Filippa Anna Silvestra 5, ignorata anch'essa dal  Villarosa. Ma entrambe queste bambine devono essere  morte ben presto e aver lasciato poca memoria di sé    I Opuscoli di G. B. Vico, racc. e pubbl. da C. A. DE Rosa, march.  di ViLLarosa, Napoli, Porcelli, 1818-23, I, 228.   2 VILLAROSA, Opuscoli, I, 208.   3 Loisa Caetana, secondo l’atto di battesimo, in data 21 set-  tembre 1700 (Parrocchia del Duomo, Battesimi, lib. XI, fol. 87). Rin-  grazio l’amico cav. Lorenzo Salazar della cortesia con cui volle ricer-  carmi queste notizie nella parrocchia del Duomo.   4 Atto di battesimo addì 19 luglio 1703, nello stesso libro XI, fol. 109.   È Atto di battesimo addì 1° gennaio 1705, nello stesso lib. XI,  fol. 121.    192 STUDI VICHIANI    nella famiglia :. Il quarto figlio, finalmente, fu un ma-  schio; nacque il 31 luglio 1706, e si chiamò Ignazio Nicolò  Gaetano Geronimo: fu tenuto al fonte battesimale da  donna Teresa Stiammone de’ duchi di Salza =. Dopo,  un’altra femmina, che non ebbe nome Teresa, come dice  il Villarosa, ma Angiola 3, nata nel luglio 1709. Il primo  Gennaro vide la luce il 19 luglio 1712; ma non visse fino  al dicembre 1715, quando nacque il secondo Gennaro,  che ebbe altri due nomi: Emanuele e Filippo. Nel feb-  braio 1720 infine chiuse la serie l'ottavo figlio: Filippo  Antonio Francesco Gaetano 4.   Di tutti questi figli due soli sembra siano sopravvis-  suti al padre 5. Giacché Niccolò Solla 6, autore di una  Vita del Vico, e amico e scolaro del Vico stesso, « ono-  rato », come egli dice, «di tutta la sua confidenza ed  amore », scrive: « Rimasero di lui due figliuoli: il prime  de’ quali gli è stato anche successore nella cattedra di    I [E infatti dai Libri dei defunti della parrocchia del Duomo ap-  pare che Carmelia Nicoletta morì il 27 luglio 1703, e Filippa Anna  Silvestra il 28 luglio 1705 (Comunicazione di Fausto NICOLINI, che darà  la documentazione delle sue giunte e correzioni, qui inserite, in un  suo studio su G. B. Vico nella vita domestica))].   2 Atto di battesimo dell’ 8 agosto 1706: lib. XII (Battesimi dal 17006  al 1739), fol. 4. 1   3 [Più esattamante: al fonte battesimale ricevè i nomi di Angela  Teresa Ippolita, ma in famiglia solevan chiamarla Teresa (Comunica-  zione di F. NICOLINI)].   4 Tenne al fonte Angiola donna Ippolita Cantelmi, duchessa di  Bruzzano (le cui nozze il Vico aveva cantate nel 1696 nella canzone  D'’amaranti immortali ornai la fronte: v. Opere, V, 105: e diede il pa-  rere per la stampa di certe Stanze di lei scritte nel 1729, ristampato  dal NICOLINI, in B. Croce, Sec. supplem., p. 81), il 23 luglio 1709  (lib. XII dei Battesimi cit., fol. 21). Il primo Gennaro fu battezzato  il 24 luglio 1712 (ivi, fol. 41); il secondo, il 26 decembre 1715 (ivi,  fol. 64); Filippo, il 18 febbraio 1720 (ivi, fol. 84).   5 [Veramente, quattro: Gennaro II, Filippo, Luisa e Angiola Te-  resa. Il Solla, com= si vede, non tenne conto delle femmine (Comu-  nicazione di F. NicoLINI)]. Erano ridotti a cinque nel 1729, com’ è at-  testato da un luogo delle Vindiciae: CROCE nelle note all'Autobd., p. 123.   6 B. Croc£, Bibliografia vichiana, Napoli, 1904, pp. 45-06.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 193    eloquenza » 1; cioè, come si vedrà, Gennaro: e l’altro,  — ce lo dice il Villarosa =, — Filippo, morì impiegato  nella Regia Dogana di Napoli 3.   Di un figliuolo, il cui nome non gli piacque di ricordare,  il Villarosa stesso 4, che ebbe modo d’esserne informato,  ci fa sapere che amareggiò assai il padre per la sua cattiva  indole. « Cresciuto questi in età, lungi di dar opera agli  studi ed alle oneste discipline, diessi interamente in preda  ad una vita molle ed oziosa, ed in processo di tempo a’  vizi di ogni maniera, in guisa che il disonore divenne  dell’ intera famiglia ». Riuscite vane le ammonizioni e le  minacce del padre e di autorevoli amici, il povero Vico  fu, suo malgrado, costretto a ricorrere alla giustizia per  farlo imprigionare. « Ma nel momento che ciò si eseguiva,  avvedendosi che i birri già montavan le scale della casa  di lui, e l'oggetto sapendone, trasportato dal paterno  amore, corse dal disgraziato figlio, e tremando gli disse:  — Figlio, salvati. — Ma un tal passo di paterna tenerezza  non impedì, che la giustizia avesse il corso dovuto, poiché  il figlio condotto venne in prigione, ove dimorò lunga  pezza, finché non diede chiari segni di esser veramente  ne’ costumi mutato » 5. Fu costui Filippo o Ignazio ?    I Vita di G. B. Vico, nel Giornale arcadico del 1830, t. XLVIII,  Pp. 97-8.   % Opuscoli, I, 228.   3 [Chi, di sicuro, morì impiegato nella Dogana napoletana fu, ve-  ramente, Ignazio. Ma potrebbe anche darsi che Filippo, dopo il 1744,  avesse un posto simile a quello del suo maggior fratello (Comunica-  zione di F. NICOLINI)].   4 Opuscoli, I, 161-2; cfr. ora Opere, V, 79.   5 [Il racconto del Villarosa, che non è al certo inverisimile e sarà  magari vero, non ha trovato alcuna conferma nei documenti contem-  poranei venuti finora alla luce. I quali, per altro, dicono che l’ 8 feb-  braio 1730 Ignazio Vico sposò la ventenne Caterina Tomaselli senza  che i genitori di lui, a differenza che per gli altri loro figliuoli, inter-  venissero al matrimonio (da che parrebbe che non lo volessero); e che  al matrimonio stesso fu fatto inutile impedimento canonico da una  Grazia Maddalena Pascale, con la quale sembra che Ignazio avesse una  relazione intima (Comunicazione di F. NicoLINI)].    194 STUDI VICHIANI    Un documento rintracciato tra le carte vichiane, con-  servate tuttavia dagli eredi del marchese Villarosa 1, mi  fa propendere a vedere piuttosto l’ultimo dei due ora  nominati nello sciagurato figlio, che addolorò tanto l’animo  paterno. È una Breve nota di ragioni per D. Giov. Battista  di Vico contro la magnifica Caterina Tomaselli, in una  causa che fu trattata, non è detto quando, ma certo negli  anni più tardi della vita del Vico ?, innanzi al Sacro Real  Consiglio. Era morto Ignazio Vico, lasciando una figlia,  a nome Candida; e la vedova, Caterina Tomaselli, soste-  neva che spettasse a lei l'educazione della bambina, e  dovesse esserne escluso l’avo paterno, richiamandosi a  decisioni analoghe del magistrato 3. L’avvocato del Vico  risponde non essere applicabili tali decisioni al caso pre-  sente; perché, in una di esse, s'era considerato che il  padre della pupilla era emancipato, e quindi poteva far  testamento e lasciare per tutrice la madre; e s'era anche  avuto riguardo al fatto che la madre era persona pru-  dente ed onestissima, mentre l’avo paterno odiava la  pupilla. Di un’altra decisione la ragione era stata che    I Rendo qui le più vive grazie ai signori ing. Tommaso e Vincenzo  De Rosa dei marchesi di Villarosa, i quali hanno gentilmente messe a  mia disposizione le preziose carte vichiane, che già furono del loro  bisavolo C. A. De Rosa marchese di Villarosa, benemerito editore degli  Opuscoli di Vico. Un catalogo di queste carte pubblicò poi il NICOLINI  in B. CROocE, Secondo supplemento, pp. 35-43.   2 [Infatti la causa ebbe inizio negli ultimi giorni del luglio 1737  (Comunicazione di F. NICOLINI)].   3 (Ignazio, che con la moglie e la figliuola Candida (nata il 5 aprile  1731) conviveva col padre, morì il 10 maggio 1737, lasciando, in un  testamento commoventissimo, la tutela della figlia, coniunctim et non  divisim, al V. e alla Tomaselli, alla quale impose di continuare a vi-  vere coi suoceri e di prestar loro obbedienza e rispetto. Ma, appena  un paio di mesi dopo (26 luglio 1737), il filosofo fu costretto a cacciar  di casa la nuora. Da che la lite, terminata o sospesa in un primo  momento col trionfo del V. che riuscì, fino alla sua morte, a tener con  sé la nipote; la quale, peraltro, nel giugno 1744, mercé nuovo inter-  vento della giustizia, fu dalla nonna consegnata alla madre (Comuni-  cazione di F. NICOLINI)].    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO I95    l’avo era un dissipatore. Di una terza, che l’avo non era  persona di buona fama e condizione.    Nella specie della presente causa, concorre tutto l'opposto;  poiché D. Gio. Battista di Vico, avo paterno, è persona di somma  prudenza, virtù et integrità, come a tutti è noto; ed all’ incontro  detta Caterina Tomaselli persona stravagante ed imprudente e  di non retti costumi, come ben consta. Onde per ogni ragione e  giustizia la tutela ed educazione di detta pupilla deve deferirsi  al predetto D. Gio. Battista di Vico avo paterno. Anco perché  detto Ignazio di Vico, padre di detta pupilla, era figlio di fami-  glia, e come tale, oltre non poter fare testamento, ma nemmeno  lasciare tutore alla sua figlia.... Detto D. Gio. Battista deve a  sue proprie spese mantenere et alimentare detta pupilla per la  tenuità del peculio di suo padre, che, come profettizio, sarebbe  d’esso Gio. Battista.    Se il figlio innominato, di cui parla il Villarosa, non  fosse quest’ Ignazio, bisognerebbe dire che non uno, ma  due figli fossero stati il tormento di Giambattista Vico *.   Egli «amava 1 suol con eccesso di tenerezza; contento  piuttosto di una rispettosa amicizia, che d’un servile    —    I Nella commedia in quattro atti di GruLio GENOINO, Giovan Bat-  tista Vico, Napoli, Stamp. della Società Filematica, 1824, il figliuolo  cattivo sarebbe Filippo. Se non che il Genoino cita tutte le sue fonti  (gli Opuscoli di Vico a cura del Villarosa); né accenna a tradizioni  orali. Questa del Genoino dovette essere la commedia dal titolo  G. B. Vizo, che il Programina giornaliero degli spettacoli di Napoli  annunziò per la sera del 7 settembre 1850 e poi per quella del 26 ot-  tobre 1854 al Teatro dei Fiorentini, senza indicare il nome dell'autore.  C’ è bensì nell’elenco dei personaggi un « Don Vincenzo » che non com-  pare nella commedia del Genoino. Ma può trattarsi d’una leggera mo-  difica della scena 38, atto IV del Genoino, dov’ è descritto l’ incontro  di Don Vincenzo Milesio, suocero di Filippo Vico, con costui e col  padre suo Giambattista. Nessuna delle raccolte delle commedie del  bar. Gio. Carlo Cosenza conservate nelle Biblioteche di Napoli, com-  presa la Lucchesi-Palli, ne contiene una su G. B. Vico; e sospetto che  la citazione trovatane dal CrocE, Supplem., p. 7, possa esser nata da  uno scambio col Genoino. Un dramma Giambattista Vico pubblicò  nel 1845 DomENIco BureFA (Torino, presso Carlo Schiepati): e anche  qui, come ricavo da una recensione di un tal Pier MURANI (Giornale  Euganeo, a. III, quad. 5, maggio 1864, Padova), comunicatami da  B. CROCE, ci sono pure alcune scene « in cui l’autore ci mostra il Vico in    196 STUDI VICHIANI    timore » 1. La moglie Caterina Destito 2, analfabeta e  meno che mediocre massaia, costrinse lui «a pensare a  provvedere non solo a’ vestimen*i, ma di quanto altro  i piccoli suoi figliuoli avean di bisogno » 3. Attese alla  loro educazione ed istruzione da se medesimo; ed è bello  pensare che, tra un pensiero e un altro della sua alta  speculazione, egli rivolgesse l’animo a coltivare l’ intel-  ligenza delle sue figliuole predilette: Luisa e Angiola.  Furono la sua più cara consolazione. Al p. Benedetto  Laudati, cassinese, quello stesso che, nel gennaio 1716,  diede per la censura ecclesiastica il parere sulla Vita di  Antonio Carafa, trovando un giorno il filosofo a scherzare  tra le figliuole, spianata la fronte e un sorriso spensie-  rato su quella faccia per solito meditabonda, tornarono  sulle labbra quei versi del Tasso:    Mirasi qui fra le meonie ancelle  Favoleggiar con la conocchia Alcide.    E Vico ne rise. La Luisa era il suo orgoglio. Dotata  di raro ingegno, aveva largamente corrisposto alle cure  paterne, ed era capace di scrivere de’ versi non inferiori    famiglia, amato e venerato da pochi buoni e dai figli suoi, tranne da  un Filippo, giovane sventato più che malvagio, il quale lo amareggia  con gherminelle insolenti e poco drammatiche ». Il Buffa probabilmente  avrà avuto la prima idea del suo dramma dal Genoino.   1 SOLLA, Vita, p. 97.   2 Figlia di uno scrivano fiscale di Vicaria; nata il 26 novembre  1678: VILLAROSA, Opuscoli, I, 208. Sopravvisse di quindici anni al  marito, risultando dal necrologio della chiesa dei Padri dell’ Oratorio,  detta dei Gerolamini, che fu ivi sepolta il 3 giugno 1759. Cfr. G. Ta-  GLIALATELA, Commemorazione di A. Galasso, p. 26, in Atti dell’Acc.  Pontaniana, vol. XXII.   3 [Così il Villarosa. E la cosa potrà anche esser vera. I documenti  contemporanei, per altro, dicon soltanto che il V. aveva conosciuta  la Caterina da bimbetta (eran vicini di casa), che la sposò per amore,  e che ancora dopo trent'anni di matrimonio parlava di lei con grande  affetto e riconoscenza. S’aggiunga inoltre che la Destito era non figlia,  ma sorella di Pietro, scrivano fiscale di Vicaria (Comunicazione del  NICOLINI)].    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 197    a quelli che scrivevano tutte le persone colte, i dotti,  come allora si diceva, della società in cui il Vico sl ag-  girava. I versi di lei, il suo canto dovevano scendere al  cuore del padre, che tante amarezze ebbe nella sua vita  affaticata.   Perché aveva quell’ornamento in casa 1, egli che ebbe  sempre abitazioni così modeste, poteva accogliere presso  di sé uomini insigni e gentildonne dell’alta società napo-  letana; e certo doveva condurla seco negli intellettuali  ritrovi presso le nobili dame da lui frequentate con Paolo  Doria e gli altri letterati del tempo: fino al 1727 ordina-  riamente presso Angiola Cimini, marchesa della Petrella.   Oh il rimpianto pel salotto di questa marchesa, quando,  quell’anno, donna Angiola morì! Chi non conosce l'elogio  magnifico che Vico ne scrisse e premise a una raccolta di  scritti di tutti i frequentatori di quel salotto, da lui curata  ed ornata del ritratto della marchesa e di molti finissimi  fregi? La raccolta, che allora fece molto rumore in Napoli,  e tanto se ne parlò che una mala lingua ne fece una  satira ?.   In quell’ Orazione, il Vico, celebrando la grazia di questa  novella Aspasia, anche lei poetessa e curiosa di sapere  e di entrare in questioni filosofiche, ricorda: « Ippolita  Cantelmi-Stuarta, principessa della Roccella, donna che  con la maestà che le corona la fronte, coll'augusto aspetto  e colle sovrane maniere, congiunte alla singolare altezza    I [La Luisa, per altro, cessò di convivere col padre fin dal set-  tembre 1717, tempo in cui sposò un Antonio Servillo, e prese a dimo-  rare col marito presso la chiesa della Pietrasanta (Comunicazione di  F. NICOLINI)].   2 FRANcEscO VESPOLI, il cui nome s'incontra non di rado nelle  raccolte poetiche di quel tempo, a proposito degli Ultimi onori di let-  terati amici in morte di A. Cimini (Napoli, Mosca, 1727) e di uno spe-  ciale libro di versi pubblicato in quell'occasione stessa da Gherardo  De Angelis, scrisse una satira in ternari, non priva di spirito, tuttora  inedita, che pubblico in appendice (v. pp. 343-53) come documento  della società a cui il Vico appartenne.    198 STUDI VICHIANI    dell’animo, alla grandezza de’ suoi pensieri ed allo splen-  dore delle sue azioni, non che tra le nazioni ingentilite,  tra’ barbari stessi dell’ Africa o della Zembla non potrebbe  dissimulare e nascondere d’essere degno generoso ram-  pollo del ceppo reale di Scozia, per una volta sola che  nella nostra casa conobbela, ne concepì  tanta ammirazione ed amore! ...».   E chi sa quante altre delle gentildonne celebrate dai  versi del Vico, oltre la Cantelmi (che era, s'è veduto, sua  comare), frequentavano la sua casa! Letterati, scolari del  Vico, come il De Angelis 2, professori, frati, predicatori,  tutto il circolo degli amici ed ammiratori di lui, doveva  spesso adunarsi nella modesta dimora del Largo dei Gero-  lamini al n. 12 (dove il Vico abitò dal 1704 al ’18), o, più  tardi, in quella nel Vico delle Grotte della Marra, e poi nel  Vico delle Zite, e dal 1741 a San Giovanni a Carbonara, e  per ultimo ai Giardini dei Santi Apostoli 3. V’intervenne  per qualche tempo anche Pietro Metastasio, giovanissimo,  che improvvisava 4. Si leggevano versi: e Luisa 5 leggeva   +—rr__r—m    I Opere, ed. Ferrari, VI, 265.   2 Su Gherardo De Angelis o degli Angioli v. ora lo scritto di  ENRICO PERITO, G. D. A., in Scritti di storia, di filologia e d’arte (Nozze  Fedele-De Fabritiis), Napoli, Ricciardi, 1908, pp. 249-54, nonché LuIci  PAPA, G. D. A., Verona, 1914.   3 Vedi l’art. del MANDARINI, // centenario di Vico, ne La Carità,  riv. relig. scientif. letter., a. III, quad. VI, 1868; la nota del CORRERA,  in Arch. stor. nap., IV (1879), 407-8; e ora F. NICOLINI, Per la biografia  cit., punt. I, pp. 181.   4 F. NUNZIANTE, Metastasio a Napoli, nella Nuova Antologia del  15 agosto 1895, p. 722, e A. SALZA, in Giorn. stor. letter. ital., LX, p. 206,  n. 2. Nella Vita del signor abate Pietro Metastasio poeta cesareo, ag-  giuntevî le massime e sentenze estratte dalle sue opere, Roma, 1786, a  spesa di Gioacchino Puccinelli, p. 98, si asserisce che la canzonetta  Grazie agl’ inganni tuoi fu scritta dal Metastasio in Napoli « nella sua  verde età per la figlia del celebre letterato G. B. Vico », «col quale  spesso trattava, onde non seppe difendersi di non esser preso da’ vezzi  di lei». Ma questo vago accenno, avverte un accuratissimo studioso  della biografia del M. (SALZA, l. c.), non è confermato. D'altronde,  come s’ è detto, Luisa era maritata fin dal 1717.   5 Il Villarosa diceva di avere presso di sé molte poesie mss. di    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO I99    i suoi. Spesso anche cantava. Ecco come ce la presenta  uno dei frequentatori di quel circolo nel 1727:    Il mover dolce di costei mi suole  Fermar i sensi, e gli occhi, e lo ’ntelletto  Al vago riso intenti, e al vestir schietto,  E più alle saggie oneste alme parole !    Ma, quando scioglier l’angelico vuole  Suo canto dal gentil candido petto,  Lo mio spirto volar sovra è costretto  A’ giri eterni, oltra le vie del sole,    Sciolto nuotando in que’ diletti immensi;  Tal che il ritorno obblia, né sa l’ incanto,  Se alcun poi nol richiama, e riconsiglia.    E ben mi spiace il farmi desto intanto,  Dicendo all’alma: — Or dove star mai pensi ?  Tu ascolti del tuo gran Mastro la figlia!.    In un altro sonetto, lo stesso poeta si rivolge a Luisa:  O figliuola di Lui, che °l tutto intese, e le augura serenità  di spirito e animo di attendere alla poesia:    Né amare indegne di Fortuna offese,  Né d’aspri mali tempestoso verno  Turbin mai lo bel tuo lucido interno  Spirto, che a saper nuovo il cammin prese.    Che se in te vedi, hai potestate accolta  Di spezzar l’armi a’ minaccevoli astri,    Luisa, trovate tra le carte del padre, oltre quelle che sono sparse per  le tante raccolte stampate del tempo: Opuscoli, I, 228.   1 Rime scelte di GHER. DE ANGELIS, Firenze, MDCCXXX (con pref.  di G. B. Vico), p. 185. Ma il 3° libro di queste Rime, a cui questo e  l’altro sonetto, che sarà citato, appartengono, era stato stampato in-  tegralmente la prima volta nel 1727. Ad aprir siegui or tua limpida e colta  Vena, che sazia i più superbi mastri:  O forte e saggia, quanto adorna e bella !.    Ma erano augurii meramente rettorici. Luisa ebbe  marito; e certamente a lei Giambattista Vico diede i mille  ducati, guadagnati con la Vita di A. Carafa, che gli ser-  virono, come raccontava Gherardo De Angelis, per  «mandare a marito una sua figliuola » =. Ed ebbe figli,  o almeno una figlia, che, nella qualesima del 1729, era  gravemente ammalata, e si temeva che morisse. E se  Luisa era la figlia prediletta, s'immagini il dolore del-  l’avo. In quella quaresima, venne a predicare in Duomo  il p. Michelangelo da Reggio, cappuccino eloquentissimo;  e contrasse amicizia con parecchi uomini di lettere e  col Vico, che lo ascoltarono con ammirazione. Frequentò  anche lui la casa del filosofo, allora centro di una vera e  propria scuola letteraria, non ancora ben nota, e degna di  essere studiata 3; e confortò la giovane madre palpitante  per la salute della figliuola. Di che il Vico credé quasi di  aversi a sdebitare, promovendo una raccolta in lode del  cappuccino, pubblicata infatti quell’anno stesso con una  dedica del Vico, che «divotamente consacra un rinfuso  vago fascetto di fiori colti in Parnaso », cioè di componi-  menti poetici scritti in onore di p. Michelangelo da « al-  quanti gentili spiriti » 4.    I Rime scelte, p. 1Io.   ® VILLAROSA, Opuscoli, I, 225.   3 Da vedere per ora A. Fusco, Nella Colonia Sebezia, Benevento,  tip. Forche Caudine, 1901, e M. Bruno, G. B. V. poeta, saggio critico  con un'appendice di sonetti inediti e rari, Catanzaro, tip. G. Caliò, 1910.   4 Componimenti in lode del P. Michelangelo da Reggio di Lombardia  cappuccino predicatore nel duomo di Napoli nella quaresima dell’anno  MDCCXXIX. Napoli, Mosca, s. a. La dedica del Vico è ristampata  dal ViLLaROosA, Opuscoli, II, 284-5. Ma non è riprodotta né dal Ferrari,  né dagli altri editori posteriori. Ora è ristampata dal NICOLINI, Sec.    supplem., pp. 74-5.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 20I    Vi sono distici latini e sonetti italiani di parecchi lette-  rati del solito circolo vichiano; uno, che giova rilevare, di  Gaetano Maria Brancone 1, personaggio di grand'’affare,  che presto incontreremo in un momento importante della  biografia ael Vico. Ve ne sono, naturalmente, anche di  questo ?.   Dopo un sonetto di una giovane donna, il cui nome ri-  corre sovente anch'esso nelle raccolte contemporanee, e  che era amica a Luisa Vico, e cultrice di studi filosofici 3,  oltre che di poesia, Giuseppa Lionora Barbapiccola, ce  n'è uno della nostra Luisa, che ha un accento personale e    I Ap. 13.   * Ve ne sono due, ristampati dal ViLLarosa, Opusc., III, 11-12.  Ma il primo di essi, che nell’ediz. Villarosa comincia: Alma mia, che  perdesti il bel candore, nella raccolta del ’29 cominciava: Alma mia  tutta al di fuore. E non saprei dire di chi sia la correzione. Noto anche  che il 3° dei sonetti, che, nell’ediz. del Ferrari (VI, 416) e nelle  successive (ed. Pomodoro, p. 318), è dato come in lode di p. Mich. da  Reggio, non si trova in cotesta raccolta del 1729; e nella racc. del Vil-  larosa (p. 53) reca per titolo solo: In lode di un Sacro Oratore. Comin-  cia: Ammirdro già un tempo Atene e Roma. Il Villarosa lo trasse dal-  l'autografo: v. NICOLINI, Sec. supplem., p. 52.   3 In un sonetto dello stesso lib. III delle Rime (1727), il DE AN-  GELIS, rivolgendosi alla Barbapiccola, dice:    Questa è colei, che aggiunse altro splendore   Al gran RENATO, del ver tanto amico;   E "1 monte aspro di gloria, ov’ i0 m’ implico,   Vinse, pascendo d’onestate il core.  Vieni a mirarla, o tu Francia superba,   Che sì le tue donne al cielo înnalzi e canti;   Qui scrive ancora in sua stagione acerba.  Più d’essa non la greca Aspasia vanti   Ciascuna età, che le più degne serba ...    La Barbapiccola, ricorda uno scrittore napoletano, « per saggio di  aver coltivate le moderne dottrine, produsse in italiano una versione  della filosofia di Cartesio » (NAPOLI-SIGNORELLI, Vicende della coltura,  vol. V. Napoli, 1786, p. 497). Vedi infatti I principii della filosofia di  Renato Des-cartes, tradotti dal francese, col confronto del latino in  cui l’Autore gli scrisse, da GIUSEPPA-ELEONORA BARBAPICCOLA tra gli  arcadi MiRISTA, Torino, Mairesse, 1722. Un vol. in 4° di pp. 40 + 350 +  18 con figure intercalate. Vedi pure F. AMoDEO, Dai fratelli Di Martino  a Vito Caravelli, negli Atti dell’Accad. Pontan., XXXII, 1902, p. 15 N,  e CRocg, Suppl. alla Bibl. vich., Napoli, 1907, p. 8.       o 900  T, ci) 0  “x f dA %  a 07, N  7 o U td \\  &  | NA S UN  II NN si  O LÒ Wa: 5  LA ND é  N  N i  NN N  a  \K N  \  \       \  MENTA)  Lt ta agli È    apr ab  LU n Tipi ma,  PO  PIENA    \  7.0 st \ Arignano NN  PL È “kan \k v alt \ N  Ni \ DI INNI \  Fo Ul ì BRANI  >, n ANN Ma) Pim  < SEEN A tata  y KEÉ N    Nt Sap to tnt  POL          VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 203    Due anni appresso, in una raccolta nuziale, che reca  anche un sonetto di Pietro Metastasio (Vanne, sposa  leggiadra, ove sospira), Luisa rispose con un sonetto a rime  obbligate all’amica Barbapiccola, che le diceva:    O tu, che forte incontro a rei martiri  Donna saggia ne vai, lucido esempio  Di quel valor che signoreggia l’empio  Fato, e in alto ten posi, e al vero aspiri;  Vieni, e tu aita i giusti miei desiri  De la gran coppia a dir ciò, ch’ io contempio ecc.    E Luisa di rimando:    Poic’ ho sì l’alma carca di martiri  Fatta degl’ infelici un raro esempio,  A cui turba e confonde il rio Fat'empio  Ogni voglia leggiadra, ov’ella aspiri,  Com’ornar posso i tuoi giusti desiri  Per l’alta coppia, in cui miro e contempio  Mille belle speranze entro il gran tempio  Che virtù alzossi in su gli eterni giri ?  Lionora, tu colla tua fronte lieta  Chiama Imeneo, a cui, madre d’eroi,  Partenope gentil applaude e gode.  E tessi al chiaro innesto or degna lode  Fra dotti cigni co’ be’ carmi tuoi,  Ch’ io non oso toccar tant’alta meta !.    Meno male che donna Luisa, in fine, aveva questa  distrazione della letteratura !?.    I Vari componimenti per le felicissime nozze degli eccellentissimi  signori D. Tomaso Caracciolo marchese di Casalbore, principe di Tor-  renova [...] e D. Ippolita di Dura de' duchi d’ Erce raccolti da GEN-  NARO PARRINO, e dedicati all’ Ecc.mo signor D. Orazio di Dura duca  d’ Erce [...], in Firenze MDCCXXXI. Il son. del Metastasio è a p. 64.  Ve n’ è uno di Francesco Vespoli (p. 37), e uno (a p. 25) di G. B. Vico,  che non è stato mai ristampato: Benché io mi veggia da quel fato op-  presso. Credo opportuno ristamparlo in appendice. [Poi fu ristampato  anche dal NICOLINI, 0. C., p. 57].   2 Un altro sonetto di Luisa Vico fu ristampato da G. FERRARI, nelle  Opere, IV, 419. Comincia: Poiché della mortal terrestre spoglia, ed    204 STUDI VICHIANI    2.    . PRIMI ANNI DI GENNARO VICO  IL CARD. CORSINI E LA PRIMA «SCIENZA NUOVA »    Ma tra tutti i figli, quello che a lungo sopravvisse al  padre, attese, e seriamente, agli studi stessi di lui, con-  tinuò il suo insegnamento universitario e quasi la tradi-  zione domestica; quello che confortò del suo affetto filiale  gli estremi anni infelici del vecchio filosofo, e ne proseguì  poi con pietoso culto la memoria; quel figlio del Vico,  insomma, che tutti gli studiosi conobbero, in Napoli,  durante tutto il sec. XVIII, e al quale fecero spesso capo  per notizie sul padre, è Gennaro, nato nel dicembre 1715.  E di lui ho creduto opportuno raccogliere le notizie che ci  rimangono, perché ne può derivar qualche luce sulla stessa  biografia di Giambattista e sulla sua fama postuma. E già  il grande filosofo fu così tenero de’ suoi figliuoli e così  poco avventurato, che può quasi parere un debito di rico-  noscenza verso di lui adunare attorno al suo nome le fronde  sparte delle sue memorie domestiche.   La prima volta che vien ricordato Gennaro nella vita  del padre, è nel suo carteggio col card. Lorenzo Corsini,  a proposito della prima Scienza Nuova *: carteggio, le cui  date non sono scevre di qualche incertezza. Già il Croce  notò che non si comprende come la risposta negativa  del Corsini alla istanza del Vico per le spese di stampa    era stato pubblicato nella Raccolta în morte di D. Giuseppe Alliata Pa-  ruta Colonna principe di Villafranca, 1729, per cui G. B. Vico scrisse il  sonetto Morte, o d’ invidia vil ministra e fera.   I Un accenno veramente a questo figliuolo aveva già fatto il Vico  stesso nel De const. iurisprud., II, c, XII, $ 12, in Opere2, ed. Fer-  rari, III, 270; ed è stato rilevato da ANTONIO SARNO (Origini dell’ inci-  vilimento, Napoli, 1926).    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 205    della prima Scienza Nuova sia, com’è data dal Villarosa 1,  del luglio 1726, quando la prima Scienza Nuova era stata  già pubblicata nell’ottobre 1725 ?. La stessa avvertenza  doveva aver fatta il Ferrari, che corresse senz'altro la data  di quella lettera in 20 luglio 1725 3. Correzione, secondo  me, indispensabile (ed è confermata da quanto dirò in  seguito). E, se si accetta questa correzione, si rifletta un  po’ alla conseguenza che ne deriva, e che non è priva  d'interesse.   Nella sua Vita, Giambattista Vico, dopo avere accen-  nato alla primitiva redazione dell’opera sua (che avrebbe  «occupato due giusti volumi in-4°»), della quale ci  rimane solo il disegno esposto dall’autore, nella lettera del  19 novembre 1724, a mons. Filippo M. Monti 4, continua  dicendo: « Già l’opera era stata riveduta dal signor don  Giulio Torno, dottissimo teologo della chiesa napoletana,  quando esso [Vico], riflettendo che tal maniera negativa  di dimostrare [seguìta nella primitiva redazione], quanto  fa di strepito nella fantasia, tanto è insuave all’intendi-  mento, poiché con essa nulla più si spiega la mente  umana; ed altronde per un colpo di avversa  fortuna, essendo stato messo in una  necessità di non poterla dare alle  stampe, e perché pur troppo obbligato  dal proprio punto di darla fuori, r i-  trovandosi aver promesso di pubbli-  carla, restrinse tutto il suo spirito  in un’aspra meditazione per ritro-    I Opuscoli, II, 254. Ho riscontrato l’autografo servito alla stampa  del Villarosa, ed esso concorda, per la data, con la stampa. È, tranne  la firma, di mano del segretario del Corsini.   * Bibliogr. cit., p. 97, n. 2.   3 Cfr. anche la ristampa delle Opere, Napoli, Jovene, 1840, IV,  134, e quella Pomodoro, 1860, VI, 80.   w 4 CROCE, Bibliografia vichiana, pp. 96-7; e ora Carteggio, in Opere,  s 167.    14    206 STUDI VICHIANI    varne un metodo positivo, e sì più  stretto, e quindi più ancora efficacep»!;  che fu il metodo della edizione uscita in luce precisamente  nel novembre 1725. Il colpo di avversa tor-  tuna, non c'è dubbio, è la delusione inflittagli dal  Corsini, a cui la promessa, qui accennata, di pub-  blicare l’opera, doveva essere stata fatta con lettera del  maggio 1725; la lettera, con la quale il Vico aveva dovuto  accompagnare al cardinale l’invio della sua dedicatoria,  che ha per l’appunto la data dell’8 maggio 1725. Si ricordi  infatti la celebre postilla fatta dal povero Vico alla scon-  fortante risposta del Corsini 2; « Lettera di S. E. Corsini,  che non ha facultà di somministrare la spesa della stampa  dell’opera precedente alla Scienza Nuova [cioè, della  redazione primitiva 3], onde fui messo in necessità di  pensar a questa della mia povertà, che restrinse il mio  spirito [dopo la risposta del cardinale, cioè dopo il luglio]  a stamparne quel libricciuolo, traendomi un anello che  avea, ove era un diamante di cinque grani di purissima  acqua, col cui prezzo potei pagarne la stampa e la legatura  degli esemplari del libro, il quale, perché me ’1 trovava  promesso a divulgarlo, dedicai ad esso signor Cardinale » 4.   Si badi: il parere del revisore ecclesiastico don Giulio  Torno, che è in fondo al libricciuolo, con la  data del 15 luglio 1725, non può essere se non lo stesso  parere ricordato dal Vico nella sua Vita come già scritto  dal Torno per la prima redazione. È vero che vi si dice il  libro mole exiguum; ciò che non si sarebbe potuto dire della  prima forma; ma questa dev'essere stata una mutazione  — forse la sola, — introdotta nella stampa del parere,    I Opere, V, 48.   2 Postilla che ho riletta sull’autografo, in un margine esterno.   3 Lo ha notato anche il CROCE, op. e loc. cit.   4 Stamp. la prima volta dal ViLLarosa, Opuscoli, II, 255 n.; ora  in Opere, V, 77.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 207    perché richiesta dalla mutata mole del libro, rimasto  d’altronde sostanzialmente il medesimo, e non sottoposto  quindi a una nuova revisione ecclesiastica. Il parere,  invece, del censore civile, Giovanni Chiajese, è scritto  dietro ordine del 3 ottobre, e seguito dall’approvazione per  l’imprimatur del 12 ottobre. Sicché devesi riferire alla  redazione pubblicata e già allora certamente tutta stam-  pata, poiché il 18 novembre successivo ! l’autore poté  mandare un certo numero di esemplari del libro, belli e  legati, a Roma 2.   E uno di essi andò, naturalmente, al Corsini 3. Al quale  il Vico, scrivendo due giorni dopo, era costretto a spiegare  anche perché l’opera, per metodo e per estensione, non  fosse più quella che gli aveva propriamente offerta nel  maggio innanzi. Non si rileggono senza pietà queste  parole: « Riflettendo io al mio sommo onore, che Vostra  Eminenza mi aveva già compartito per mezzo di monsignor  Monti, di aver ricevuta nella vostra alta protezione l’opera  da me scritta in due libri, nella quale per via di dubbi e  desiderii, maniera la qual fa più tosto forza che soddisfa la  mente umana, si andavano ritrovando i principii del-  l'umanità delle nazioni, e quindi quei del diritto natural  delle genti, 1a qual opera già era alla mano    I Cfr. le importanti lettere del Vico all’ Esperti e al Corsini del  18 e 20 novembre 1725, pubblicate dal CROCE, Bibliogr., pp. 98-100; e ora  Opere, V, 172, 173. Anche la lettera precedente a Celestino Galiani è  del 18 novembre (non ottobre: l’autografo, ora posseduto dal Croce,  potrebbe leggersi in un modo e nell’altro).   ® [Anzi, fin dal 25 ottobre 1725, dopo averne già donati alcuni esem-  plari ad amici e conoscenti napoletani, il V. ne inviava ad Arienzo un  altro a suo p. Giacchi; e fin dal 3 novembre una cassetta con altri  esemplari partiva da Napoli per Livorno, diretta al letterato ebreo  Giuseppe Athias (Comunicazione di F. NICOLINI)].   3 [Era magnificamente rilegato in marocchino e oro: rilegatura  che costò, certamente, al povero V. un’altra cavata di sangue. Ma il  Corsini, senza neppur leggerlo, lo die’ prima a esaminare, e poi lo donò  (decembre 1725) al marchese Alessandro Gregorio Capponi, che, alla  sua morte (1746), lo lasciò, con la restante sua biblioteca, alla Vati-  cana, ove tuttora si serba (Comunicazione di F. NICOLINI)].    208 STUDI VICHIANI    per istamparsi; e considerando altresì la mia  avanzata e cagionevole età; mi determinai finalmente  affatto abbandonar quella, e consacrare a Vostra Emi-  nenza quest'opera, più picciola in vero, ma, se non vado  errato, di gran lunga più efficace della prima » !.   Questa seconda opera, dunque, nei mesi che corsero  dal luglio al settembre dello stesso anno 1725, ossia non  più che in due mesi, obbligò il Vico, impegnato ormai alla  pubblicazione nonché alla dedica già annunziate al cardi-  nale, diventatone poi immeritevole, a restringere, com'egli  ci racconta, tutto il suo spirito in un’aspra meditazione,  per ritrovare il metodo « positivo e più stretto ». Soprat-  tutto più stretto, povero Vico!u«Sì fatta opera »,  scrive egli al Corsini, nella stessa lettera del 30 novembre,  «aveva io destinato dare alla luce qualche anno  dopo, come per soluzione della prima, quasi d’un  problema innanzi proposto ». Non solo però dare alla  luce, ma scrivere anche: benché l'animo gentile vieti  al Vico di far intendere al cardinale la pena che questi  gli ha cagionata.   Il lavoro vagheggiato quale riposato lavoro di qual-  che anno, come avrà affaticato, in quei due mesi, il  grande spirito! Aspra meditazione la disse egli stesso;  e la brevità del tempo e il tormento della promessa fatta  a un principe di Santa Chiesa, non devono pure tenersi in  conto, per intendere le ragioni dell’oscurità maggiore  della prima Scienza Nuova, e del bisogno che il Vico sentì  di mutare e rimutare le espressioni di essa, e con le postille  sui margini di tanti esemplari donati agli amici 2, e con  l'edizione del 1730, nonché poscia, del rifacimento radicale  della edizione del ’44 ? CROCE, Bibliogr., 99; Vico, Opere, V., 173.  2 Vedi, per gli esemplari postillati, CROCE, Bibliogr., pp. 25-6.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 209    Altre difficoltà cronologiche sorgono dalla lettura della  seguente bozza d’una lettera del Vico al Corsini, di cui ho  trovato l’autografo inedito tra le solite carte del Villarosa !:    Con l’umiliazione più ossequiosa m'inchino a professar a  Vostra Eminenza gl’ infiniti obblighi per l’altezza dell’animo,  onde ha Ella degnato con sensi sì generosi, e proprj della Vostra  Grandezza di gradire una mia umile, e rive-  rente offerta, che io non avendo l’ardire  da me stesso, m’avvanzai d’umiliargliela  per mezzo del sig. D. Francesco Buoncuore?.  Talché benedico tutte le mie lunghe e penose  fatighe che per lo spazio di tanti anni ho  speso nella meditazione di questa mia Opera che  sta per uscire alla luce, ed in mezzo le avversità  della mia Fortuna abbia menato tant’oltre la Vita che portassi  a compimento questo lavoro, che mi ha prodotto il merito, 0  per meglio dire la buona ventura di compiacersene un principe  di S. Chiesa di tanta Sapienza, e grandezza, di quanta la Fama  da per tutto con immortali laudi la celebra. Onde per non  perdere una tanto per me onorevole occa-  sione, con l’istessa umiltà di spirito mi  fo ardito di dare a V.ra Em.za una piena  testimonianza dell’animo mio grato e ri-  verente, di annunciarle propizio questo  giorno tanto nella Chiesa segnalato, e me-  morabile....    Di questa bozza tutta la parte che non è in carattere  spaziato si ritrova nella lettera pubblicata dal Villarosa,    —    I Ora è stampata nel Carteggio a cura di B. CROCE, Opere, V, pp. 168-9,  lett. n. XXVII.   ® Per Francesco Buonocore (o Boncore), « Philippi V Hispaniarum  regis medico clinico, Caroli Borbonii regis utriusque Siciliae archiatro  et in Regno Neapolitano medicamentariis universis praefecto », il Vico  scrisse, nel 1738, un’ iscrizione pubblicata dal FERRARI (Operez, VI, 309).  Il Vico nel 1721 lo aveva pur ricordato nella Giunone in danza: Opere,  V, p. 288. Questa notizia della parte avuta anche dal Buonocore nella  offerta del Vico al Corsini è nuova. Sullo stesso Buonocore v. SCHIPA,  Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, Napoli, Pierro, 1904,    PP. 72, 94. 260, 268, 545. 778, 779.    210 STUDI VICHIANI    con la data del 15 dicembre 1725 *. E l’autografo corri-  spondente reca infatti questa data. Ora si può domandare:  come mai nella prima bozza di questa lettera del 15 di-  cembre, il Vico poteva dire della Scienza Nuova «sta per  uscire alla luce », se da un mese egli ne aveva mandato  al Corsini, come s'è visto, alcuni esemplari, e se fin dal-  l’ 8 dicembre ? il cardinale lo aveva ringraziato del dono  ricevuto ?   Inoltre: che cosa offrì il Vico per mezzo del protome-  dico Buonocore ? Non certo l’opera stampata, che Vico  fece consegnare al Corsini nel novembre, « per mano del  signor abate Giuseppe Luigi Esperti»3. La dedica?  Ma, nella stessa lettera del novembre al Corsini, il Vico  ricorda il «sommo onore, che Sua Eminenza gli aveva  già compartito per mezzo di monsignor Monti, di aver  ricevuto nella sua alta protezione l’opera » nella pri-  mitiva redazione 4.   Infine: in un'altra bozza di lettera (che trovasi nella  stessa pagina della precedente, e, a riscontro di essa, reca  il testo originale, pure autografo e senza data, della let-  tera del Vico al Corsini, stampata dal Villarosa 5 con la  data del 26 dicembre 1725), è detto, che l’onore, onde il  cardinale l’aveva colmato, compiacendosi di gradire  «l'umile ed ossequioso disiderio, di consegnare sotto  l'alto e potente patrocinio del Cardinale un debol parto  del suo scarso ingegno, che era per uscire alla luce, gli  dava ora lo spirito di non perdere una tanto per lui ono-  revole occasione, di dare a S. E. una piena testimonianza  del suo animo umile e riverente, di annunciarle propizio    I Opuscoli, II, 171-2 (lett. XXXVI nella racc. del CROCE).   2 Vedi questa lettera in VILLAROSA, II, 251-2, ristampata poi dal  Ferrari e dagli editori posteriori.   3 V. la lett. del 20 novembre 1725 al Corsini.   4 Cfr. anche la lettera del 18 novembre 1724 allo stesso Monti,  in CROCE, Bibliogr., pp. 96-7; ora in Opere, V, 167.   5 Opuscoli, II, 173-4.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 2II    questo giorno tanto per noi segnalato e memorabile, augu-  randoglielo con que’ più fervidi voti, che l’animo mio può  concepire, continuato da una lunghissima serie d’anni », ecc.  Parole che si riscontrano tutte nella stampa.   Sicché, ancora il 26 dicembre 1725, l’opera stava per  uscire alla luce, e Vico introduceva in questa lettera le  parole d’augurio già inserite nella bozza della prima, di  dieci giorni innanzi, e poi soppresse.   Non una sola difficoltà, come si vede, sorge da questi  documenti, se non si ammette che, scrivendo a un principe  della « Cristiana Repubblica », il Vico non abbia voluto  nella data segnare questa volta l’anno ab incarnatione,  anzi che l’anno comune: trasportando così le due lettere  al 1724 !. E questa soluzione vien suggerita dallo stesso  stato delle due minute. Il Vico, dopo aver tentato, nel  novembre 1724, la via di monsignor Monti (al quale  tornò nel maggio successivo), aveva indi a poco trovato  più speditivo l'intervento del medico Buonocore, per    I E questa dev'essere anche la spiegazione della data 20 luglio 1726  della lett. del Corsini, di cui sopra si disse. È noto che Innocenzo XII  (Pontefice dal 1691 al 1700) tolse l’uso di far cominciare l’anno, nelle  date delle bolle, dal 25 marzo. Vedi L’art de vérifier les dates, Paris,  Desprez, 1770, p. 324. E, nei volumi della corrispondenza di monsignor  Celestino Galiani, donati da Fausto Nicolini alla Biblioteca della So-  cietà Storica Napoletana, si hanno lettere di Alessandro Rinuccini al  Galiani, del tempo in cui questi dimorò a Roma per le trattative del  concordato, con la doppia data 1738-9 e 1739-40 (Corrispond., vol. VI,  carte 119 sgg., 169 sgg.). Ciò che prova come anche allora durasse l’uso  di far cominciare l’anno ab incarnatione, scrivendo da Roma o a Roma.  [Le correzioni qui sopra proposte alla cronologia del carteggio del  Vico col card. Corsini sono state accettate dal CRrocE nella sua ed.  delle lettere vichiane, salvo che per la lett. XXXVI, pubbl. dal Villarosa  e mantenuta anche dal Croce con la data del 15 dic. 1725: per la quale  il Croce osserva: « Anche per questa lettera sarebbe da accettare la  data proposta dal Gentile del 1724, se essa non fosse scritta sullo stesso  foglio che contiene la lettera del Corsini dell’ 8 dicembre 1725, espri-  mente i ringraziamenti per gli esemplari ricevuti della Scienza Nuova.  È, dunque, effettivamente del 15 dicembre 1725; e quanto alla sua  relazione con l’altra del dicembre 1724 (n. XXVII), è da ritenere che  il V., serbando tra le sue carte l’abbozzo di una lettera officiosa non  spedita, si valesse di alcune frasi di essa l’anno dopo »: p. 341).    212 STUDI VICHIANI    aprire al Corsini il suo desiderio di dedicargli l’opera,  che presto avrebbe data alla luce. Ottenuto così il con-  senso, il 15 dicembre dello stesso anno 1724, se non prima,  dové scrivere la minuta d’una lettera di ringraziamento  e d’augurii pel prossimo Natale. Ma dopo, sembrandogli  che fino al 25 avrebbe indugiata troppo questa sua azione  di grazie, la quale, nel suo pensiero, doveva amicargli  ancor più l’animo del cardinale (prima di accennargli  la sua speranza del sussidio per la stampa), rimandò  gli augurii a un altro giorno, e scrisse la lettera, che spedì  subito, e che è quella a stampa con la data del 15 dicem-  bre 1725. Ma conservò la prima minuta, quasi per ricor-  darsi degli augurii che aveva poi da inviare: e, a fianco  di essa, dieci giorni dopo, scrisse infatti l’altra lettera,  che spedi senza altri mutamenti, riprendendo per gli  augurii quasi i termini stessi già preparati.   Nel maggio poi, si fe’ animo, e chiese. Ma, dopo più  di un mese, il Corsini, di ritorno dalla visita allora fatta  alla sua diocesi di Frascati, in cui gli «occorse di metter  mano a molte esorbitanti spese », gli confidava di  non aver modo di secondare la sua istanza. E il Vico non  rifiatò. Stampare un libro di 500 fogli, di due volumi  in-4°, con lo stipendio che aveva dall’università, di  100 ducati annui! Ma era corsa la promessa a un sì gran  signore: e bisognò restringersi, e dare come i risultati  dell’opera, e così stampare, dedicare e mandare al cardinale  il libro, che era costato tanto pensiero, tanta gioia e  tanta amarezza.   Un raggio di speranza gli rimise in cuore la lettera  con cui il Corsini, l’ 8 dicembre :, lo ringraziò; e, prote-  stando la propria riconoscenza, lo esortò a « riprometter-  sene altresì i proporzionati effetti », pur che gli avesse  indicato «le convenevoli aperture d’impiegarlo in cose       VILLAROSA, Opusc, II, 251-2. Ristampata nelle edizioni posteriori.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 213    di suo servigio ».. Che aperture ? Al povero uomo, che  aveva allora 57 anni, cresceva costumato e promettente  quel suo figliuolino, Gennaro, di così diversa indole da  Ignazio. Aveva dieci anni: era il penultimo ‘dei figli,  come s'è veduto. Ed egli l’amava tanto ! « È per natura »,  rifletteva nell’ Orazione per la Cimini, «che gli ultimi  parti soglionci esser più cari per questi due occulti sensi  di umanità: tra perché essi sono li più innocenti, e per  conseguenza, che ci hanno recato maggior piacere, meno  disgusti; e perché essi han bisogno di più lunga difesa,  la quale i padri credono, per la loro avanzata età, poter a  quelli al maggior uopo mancare »!.   Se il cardinale procacciasse a Gennaro un benefizio per  farlo chiericare ? La lettera che gli deve avere scritta,  non l’abbiamo. Ma abbiamo la risposta del Corsini, del  IQ gennaio 1726 :. Era stato pronto a rifarsi d’animo il  Vico, e a ritentare. E gli toccò un’altra delusione. Il car-  dinale gli ridava sì buone parole, ma nessuna promessa,  nessuna speranza; e accampava di quelle difficoltà, che  svelano il poco buon volere: « Nel particolare poi del far  conseguire qualche benefizio a cotesto suo signor figliuolo,  lo v’incontro delle difficoltà; imperciocché, oltre all’età  tenera di esso figliuolo, che può fare non piccolo ostacolo,  vi è da considerare ancora, che si trovano in oggi nel  palazzo apostolico tante persone di Regno, che non sì  tosto vaca qualche cosa, che già prima assai della vacanza  sentesi la provista ».   Vana fatica, dunque, battere a questa porta. E Vico,  come soleva, scrisse malinconicamente sul dorso del foglio  del cardinale: «Lettera di S. E. Corsini, con cui dice  non poter proccurarmi un beneficio da potersi ordinare    1 Opuscoli, ed. Villarosa, I, 250-1; Opere, ed. Ferrari, VI, 258.  * In VILLAROSA, II, 252 e nelle edizioni posteriori.    214 STUDI VICHIANI    un mio figliuolo » *. Nel foglio stesso, dopo un mese, lo  sconsolato filosofo, il 20 febbraio 1726, trovò la forza  per offrire le sue più umili grazie, e dichia-  rarsi convinto che «il differimento dell’effetto egli nasca  dall’impossibile ». E mitigava frattanto la sua avversa  fortuna «con la speranza, anzi fiducia di vivere sotto  la potente protezione » di Sua Eminenza ?.   Gennaro non si chiericò più; e, quando, quattro anni  dopo, il padre ristampò, sempre a sue spese, la Scienza  Nuova, la dedicò un’altra volta al Corsini, già divenuto  Clemente XII: « Al quale », racconta nelle aggiunte po-  stume alla Vita, da Gennaro date a pubblicare certo più  di mezzo secolo dopo che papa Corsini era morto anche  lui, «al quale era stata la prima [edizione] essendo cardi-  nale, dedicata, e si dovette a Sua Santità anche  questa dedicarsi » ! 3. E il cardinal Neri Corsini, nipote a  Lorenzo, gli dava, il 6 gennaio 1731, la consolazione  della notizia, che questa seconda edizione aveva « incon-  trato nel clementissimo animo di Sua Santità tutto il  gradimento ». Nient'altro.   Allora, «colmato il Vico di tanto onore », è il Vico  che parla, « non ebbe cosa al mondo più da sperare: onde  per l'avanzata età, logora da tante fatiche, afflitta da  tante domestiche cure, e tormentata da spasimosi dolori  nelle cosce e nelle gambe, e da uno stravagante male, che  gli avea divorato quasi tutto ciò, ch'è al di dentro tra  l’osso inferior della testa e ’1 palato, rinunziò affatto agli  studi ».    1 Dall’autografo. Ora in Opere, V, p. 1809 n.   2 La lettera fu pubblicata anch'essa dal VILLAROSA, II, 172-3; ora  Vico, Opere, V, 192. In questa lettera, è detto che il figliuolo, che  si sarebbe dovuto ordinare, era Gennaro.   3 Opere, V, 74, dov'è pure la lettera di N. Corsini.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 215    3.    PASSAGGIO DELLA CATTEDRA DEL VICO AL FIGLIO  E MORTE DEL FILOSOFO    Il buon Gennaro continuò con amore gli studi sotto la  direzione paterna !, e pensò a farsi la sua strada col la-  voro. E ne aveva bisogno. Al padre, con l’età, comin-  ciava a pesare indicibilmente quella scuola eterna che era  costretto a tenere in casa, per ingrossare un po’ il sottile  soldo universitario. Quando partirono quelle sanguisughe  degli austriaci, e venne a Napoli Carlo di Borbone, inco-  rato forse dal cappellano maggiore Celestino Galiani,  il Vico si fece innanzi, chiedendo la carica di regio isto-  riografo ?, nel giugno 1734.   L'’infante don Carlo, si ricordi, non era entrato in  Napoli che il 10 maggio ! Le strettezze del Vico dovevano  essere grandi. L’animo amico del Galiani si scorge da  questa consulta, ancora inedita, mandata al Montealegre:    Illustrissimo Signore,    Con riveritissimo biglietto di V. S. Illma dei 30 del caduto  mese ho ricevuto i supremi veneratissimi comandi di S. M., che  Iddio guardi, di riferire sopra un memoriale presentato alla M. S.  da Gio. Battista Vico, lettore di Rettorica in questa Regia Uni-  versità; in cui, dopo avere esposte le sue dotte fatiche letterarie,    I Vedi VILLAROSA, Ritratti poetici, ed. 1842, pp. 61-62.   2 La supplica del Vico è passata nella Raccolta degli autografi di  scienziati ed artisti, esposta nel Museo dell'Archivio di Stato di Napoli,  insieme con la relazione inedita del Galiani, che io pubblico. Una copia  di entrambe è nel vol. XIV, incartamento 13, delle Scritture diverse  raccolte dalle Segreterie di Stato di Acton. La supplica del Vico fu  pubblicata, il 19 aprile 1885, nella Napoli letteraria, giornale della  domenica, a. II, n. 16. Devo alla cortesia dell’egregio prof. N. BARONE  se ho potuto rintracciare nell'Archivio di Stato i documenti inediti su  G. B. e Gennaro Vico, di cui mi servo in questo lavoro.    2106 STUDI VICHIANI    supplica S. M. della carica di suo Istoriografo; acciocché possa  coronar i suoi studj col mandare alla posterità le gloriosissime  gesta della M. S.   Su di ciò con tutto il maggiore ossequio debbo riferire a V. S.  Ill.ma, esser più che vero quanto il suddetto Vico espone delle  sue opere date alla luce. Egli è certamente uno de’ primi lette-  rati d’ Italia, e singolarissimo ornamento di questa Regia Uni-  versità, a cui colle sue dotte fatiche è stato di grand’onore.   Î: pur vero, ch'egli sia il decoro di tutt’i lettori della mede-  sima Università, ed insieme poverissimo, non rendendogli più  la sua cattedra, dopo il lungo corso di tanti anni che serve il  pubblico, che cento ducati l’anno, oltre a pochi altri ducati, che  ricava dalle fedi, che fa per gli studenti che dagli studi di lettere  umane passano a quei delle leggi; e trovandosi carico di famiglia,  trovasi certamente in grande miseria, dalla quale recargli qualche  sollievo in questi ultimi periodi della sua vita sarebbe cosa de-  gnissima della somma regal clemenza e carità della M. S.   Qui finora non vi è stato l’impiego d’ Istoriografo. Ma ora  che ’1 Signore Iddio ha fatto a questo Regno il tanto desiderato  beneficio di concedergli un proprio Re, che qui risegga, nella  maniera che praticasi negli altri stati ben regolati, un tal impiego  vi vorrebbe; e il detto Vico certamente sarebbe abilissimo ad  esercitarlo con tutto il maggior decoro ed applauso che potesse  desiderarsi 1,   E sottoponendo tutto all’alta comprensione della M. S., con  tutta osservanza resto    Di V. S. IllLlma  Napoli, 5 luglio 1734    Dev.mo ed obl.mo servidore  C. Arcivescovo di Tessalonica  Cappellano Maggiore.    I Nella minuta di questa consulta (Arch. Sta. Napoli, Relaz. del  Cappellano Magg., vol. 6°, dal giugno 1732 all'agosto 1735) sono, dopo  questo punto, cancellate le parole seguenti: « Quando poi piacesse al  Regal animo di S. M. onorare e consolare un vecchio di tanto merito,  coll'appoggiargli la suddetta carica di suo Istoriografo, per assegnargli  una mercede che non fusse di peso al Regio Erario, gli si potrebbe  assegnar una pensione ecclesiastica di quella quantità che alla M. S.  più piacesse, sopra qualche Vescovato di regia prelazione allora quando  ve ne sarà l’apertura ».    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 217    Ma Carlo ebbe da pensare ad altro, allora, che alla  nomina del suo istoriografo. Solo il 2 luglio dell’anno  seguente, il Montealegre annunziava al Galiani che il re  si era degnato onorare G. B. Vico del titolo ed impiego di  suo istoriografo. E fu « notizia applauditissima » in Napoli,  secondo riscriveva il cappellano maggiore, pronto, il  17 di quello stesso mese, a sollecitare il decreto nei ter-  mini più onorevoli per il vecchio Vico 1. E il 22 luglio,  finalmente, quel ministro comunicava al filosofo la sua  nomina, e l’assegno di otros cien ducados =.   Meschino soldo anche questo. Comunque, aggiunto a  quello che il Vico percepiva da 38 anni, lo raddoppiava.  Né qui si arrestarono le premure di Celestino Galiani.  Il 26 luglio, cioè dopo quattro giorni che il Vico ebbe  notizia del raddoppiamento del suo soldo, fu nominata una  commissione, già sollecitata dal Galiani stesso, incaricata  di proporre le riforme possibili per un migliore assetto  dell'organico dell’ Università.   La commissione, a capo della quale fu il Galiani, si  riunì alla presenza del segretario di Stato, marchese di  Montealegre, e del Tanucci; e il 9 ottobre 1735 presentò  la sua Relazione per la riforma dell’ Università. In essa,  la cattedra del Vico non era dimenticata: « Dell’ Elo-  quenza latina col soldo di ducati 100. Si esercita dal dottor  Giambattista Vico, Istoriografo della M. V.; secondo la  nuova pianta, avrà di dote ducati 200 ». Il 2 novembre  successivo, il re approvava questa parte delle proposte;  la quale era stata particolarmente raccomandata da  Bernardo Tanucci, nel suo parere sui lavori della commis-    I Questo doc., da una copia esistente nella biblioteca della Società  nap. di storia patria, è stato pubblicato da M. ScHIPA, Carlo di Bor-  bone, pp. 739-40; e dal Croce, Bibliogr., p. 85-6.   è Pubblicata la prima volta dal VILLAROSA, nelle sue aggiunte alla  Vita del Vico, Opuscoli, I, 163: quindi ristampata in tutte le edizioni  della Vita.    218 STUDI VICHIANI    sione del 17 ottobre *. Il Tanucci anzi avrebbe voluto che,  in riguardo della persona « por el merito, por la necesidad  y honrra de istorico R.° que tiene Juan B.à de Vico.....  a lo menos se le deviesen asignar otros cientos » ?. Non  si volle confuso il valore della cattedra con quello del  cattedratico ! Ad ogni modo, erano altri 100 ducati: non  aveva mai sperato tanto il Vico dalla sua misera cattedra  quadriennale.   Ma don Giambattista non reggeva più alla fatica del-  l’ insegnamento. Gennaro, non saprei dire se dottorato in  legge, frequentava la Vicaria, e cercava anche lui di fare  un po’ di quattrini, come avvocato. E il padre, che gli  aveva insegnato con tanta cura il latino, e fatto leggere  gli scrittori, cominciò anche a farsi aiutare da lui; dap-  prima, forse, nel solo insegnamento privato.   Giacché, com’ ho accennato, il Vico aveva sempre  tenuto in casa una scuola di eloquenza e lettere latine 3,  frequentata dai figli dei «più scelti gentiluomini della  Capitale ». E uno scolaro del Vico ci dice che egli «in casa  abbassavasi fino a spiegar Plauto, Terenzio e Tacito.  Conservava nondimeno in questa stessa sua umiliazione  tutta la grandezza del proprio carattere. Erano da lui,  come di passaggio, avvertiti i mezzi della lingua, le or gini  e proprietà delle voci, la bellezza e signoria delle espres-  sioni. Ma, nell’affacciarsi alla sua mente le immagini delle  nostre passioni, a miracolo dipinte in Plauto e Terenzio,    I Vedi detta Relazione, £.0 196: Arch. Sta. Nap., Scritture diverse  della cappellania maggiore, vol. 34. Di questa relazione e dell'esito che  ebbe, rese conto sommario il prof. F. AMoDbEO, Le riforme universitarie  di Carlo III e Ferd. IV Borbone, negli Atti dell’Acc. Pont., serie 22,  vol. VII, 1902, pp. Ir sgg.   2 Al soldo della cattedra si riferisce infatti l'estratto di questa relaz.  del Tanucci, copiato, a quel che pare, da F. Daniele e pubbl. dallo  ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 740, n. 3 e dal CROCE, Bibl., p. 86. I  « doscientos ducados », che sembravan focos al Tanucci, erano pro-  prio quelli proposti per la cattedra di eloquenza.   3 VILLAROSA, nelle sue Aggiunte alla Vita del Vico.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 219    penetrando egli ne’ più segreti recessi del nostro cuore,  intrattenevasi lungamente a scoprire le sorgenti delle  umane azioni: e quindi, scorrendo di dovere in dovere,  secondo le varie relazioni che noi abbiamo con Dio, con  noi medesimi e cogli altri uomini, passava a descrivere le  prime linee della moral filosofia e del diritto universal  delle genti, condotte poscia a maggior lume e dimostrate  in pratica sulle acutissime riflessioni di Tacito » !.   In questa scuola privata, Gennaro dovette fare le sue  prime prove d’insegnante, sotto la guida del padre. Ma  le condizioni di questo s’aggravavano sempre più; e già  non si sentiva la forza di trascinarsi fino all’università,  per le sue lezioni ordinarie.   Il 1° settembre 1736, un suo entusiasta ammiratore,  professore di metafisica a Padova, il domenicano Nicola  Concina, per notizie avute allora da Napoli (forse da suo  fratello Daniele, amico anch'egli del Vico ?), e per quello  che doveva avergli detto di sé il Vico stesso, gli scriveva:  « Ella si faccia coraggio, e si governi; ed io non mancherò  di pregare il Signore che la conservi, e l’invigorisca per  suo, e mio, e comune vantaggio del mondo letterato.  Mi riverisca quel suo figliuolo, che intendo di essere di una  grande espettazione, per cui sento un ardentissimo amore,  e gli bramo ogni miglior fortuna » 3. E il Vico gli rispon-  deva, il 16 dello stesso mese: « La lode del profitto, che  Gennaro mio figliuolo, che umilmente vi inchina, fa negli    I SOLLA, Vita di G. B. Vico, in Giorn. arc., 1830, t. XLVIII, p. 95.  Per questa scuola privata devono essere state scritte le Ammnotazioni  sopra gli Annali di C. Tacito, pubblicate nel 1840, nell’ediz. Jovene  delle Opere, IV, 409-418. Ad essa devono anche appartenere la  maggior parte dei mss. vichiani posseduti dal sig. Raffaele Mottola,  sui quali v. la Rassegna critica d. lett. it, del prof. Pércopo, II, 95; e  NICOLINI, Sec. supplem., pp. 42, 85-93.   2 Cfr. il brano di lett. di Nicola a Daniele, pubbl. da B. CROCE,  Bibl., 107-8; e ora in Opere, V, 218-3.   3 In VILLAROSA, II, 274, e nelle raccolte posteriori.    220 STUDI VICHIANI    studi migliori, la qual scrive esserle con piacere giunta  all’orecchia, e l’amore che gentilmente perciò gli portate,  gli sono forti stimoli a più vigorosamente correre la strada  della virtù » !.   Questa voce giunta fino a Venezia, dove, in quei mesi,  trovavasi il Concina, doveva esser nata dall’approvazione  generalmente incontrata da Gennaro quell’anno, per aver  cominciato a sostituire felicemente il padre nella cattedra  di rettorica, con gran compiacimento di quanti stimavano  e amavano il Vico, e gli desideravano pace all’età stanca.  Gennaro, quell’anno, cominciò infatti il suo insegnamento  universitario, come sostituto del padre; e divenne poi  il titolare della cattedra, che conservò, vedremo, fino  al 1805. Ma ecco come, in una supplica indirizzata a Ferdi-  nando IV, al principio del 1797, lo stesso Gennaro ricor-  dava da vecchio l’ inizio del suo insegnamento. Nelle sue  parole trema ancora la commozione che il giovane provò,  nel ’36, a prendere il posto del padre e maestro venerato:    S. R. M.    Signore,   Gennaro Vico, pubblico professor di rettorica nella Vostra  Regia Università de’ studj di Napoli, prostrato a’ piedi del Vo-  stro Real Trono, umilmente l’espone, come finora ha avuta la  gloria d’aver servito la M. V. ben sessant’anni, lungo corso della  vita d’un uomo, che è quanto dire fin da che la M. V. era nel  seno dell’ Eternità; onde ora è il Decano dell’ Università. Poiché  Gio. Battista Vico, suo padre, mancando di giorno in giorno  per le sofferte lunghe fatighe del tavolino, tarlo potentissimo a  rodere insensibilmente la salute del corpo; al che si aggiungeva,  che a misura che le forze del corpo gli s’ indebolivano, del pari  l'abbandonava il vigor della mente, logorata dalle continue pro-  fonde meditazioni, il supplicante, mal soffrendo di vederlo con  tanto stento trascinarsi per andar a far lezione, d’ inverno, in    I In VILLAROSA, II, 210, e nelle raccolte posteriori.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 221    tanta distanza, gliene dimezzò la fatiga con incaricarsi prima  della dettatura, perché, quando poteva, venisse Egli a farne la  spiega. Un giorno, mentre dettava, vennegli talento, per libe-  rarnelo intieramente, di avventurarne anche la spiegazione;  Dio sa con qual ribrezzo e palpitazione; e Dio gliela benedisse.  Bastogli questo primo cimento, che gli era stato il più difficile  e pericoloso, che tornato in casa disse a suo padre, che avesse  pensato solamente a tirar avanti la sua vita, e a non più imba-  razzarsi della lezione; narrandogli il tentativo fatto, e quanto  gli era riuscito felice. Andò a darne parte a Monsignor Galiani,  allora Cappellano Maggiore, il quale dimostronne sommo piacere,  e d'allora cominciò, forse per ciò che disegnava, a non far passar  quasi settimana che non venisse a sentirlo per la spiega in latino,  com’ è costume: e per maggiormente esporlo, gli diede l’ incarico  di far l’Orazione per l’apertura de’ studj. Finalmente, dopo  d’aver servito per quattro anni da sostituto di suo padre, ne  umiliò supplica all’Augustissimo Vostro Genitore di gloriosissima  memoria, ed ottenne dalla di Lui Real Clemenza, in virtù di  favorevolissima consulta del Cappellano Maggiore, la Cattedra  in proprietà nell’anno 1740; la quale di padre in figlio già n’ è  scorso un secolo, che per Sovrana Munificenza gode sua casa,  avendola detto suo padre ottenuta nel 1696 !.    Lasciando passare quest’ultima data, che, in una sup-  plica di poco posteriore, lo stesso Gennaro corregge in  1697 (e avrebbe dovuto correggere in 1699), per l’esattezza  storica bisogna avvertire due /afsus memoriae, ne’ quali  incorre il più che ottuagenario Vico secondo; uno, che la  Orazione per l'apertura degli studi, la sua prima Ora-  zione, fu letta da lui non prima, ma nello stesso anno  in cui ebbe la cattedra in proprietà; e l’altro, che la cat-  tedra ei non l’ebbe nel 1740, ma nel gennaio 1741. Ne  abbiamo i documenti.   Vista la buona prova fatta per quattro anni da Gennaro,  e preoccupandosi dello stato di Giambattista, l'ottimo    = —.rr__—    I Arch. Sta. Napoli, Espedienti di Consiglio, fascio 837, I, 12 di-  cembre 1797. Questo non’ è se non un brano, da principio, della  istanza, il cui séguito darò innanzi.] Galiani volle, al principio dell’anno accademico 1740-  1741, regolare e assicurare la condizione del primo nel-  l’ Università. Dové esortare il vecchio filosofo a presentare  al sovrano la seguente supplica, che ci rimane, autografa,  nell’incartamento del relativo espediente di Consiglio: e  che io pubblico per la prima volta. È il pietoso testamento  del Vico, che chiede di lasciare al figliuolo quella cattedra,  che, bene o male, era servita a sostertare la sua famiglia.    S. R. M.    Signore,   Gio. Battista Vico, Historiografo regio, e Professor d’ Elo-  quenza ne’ Regj studj, prostrato a’ piedi della M. V., umilmente  supplicandola, l’espone come esso da quaranta e più anni ha  servito e serve in questa regia Università nella cattedra di Ret-  torica, col tenue soldo di cento ducati annui!, co’quali misera-  mente ha dovuto sostentar sé, e la sua povera famiglia; e perché  ora è giunto in un’età assai avanzata, ed è aggravato, e quasi  oppresso da tutti que’ mali, che gli anni, e le continue fatighe  sofferte soglion seco portare; e sopra tutto è stretto dalle angustie  domestiche, e dalli strapazzi dell’avversa fortuna, da’ quali  sempre, ed ora più che mai, troppo crudelmente viene malmenato;  quali mali del corpo, accompagnati ed uniti ai più potenti, quali  sono quelli dell’animo, l’ hanno reso in uno stato affatto inabile  per la vita, non potendo più trascinare il corpo già stanco, e quasi  cadente; di maniera che miseramente vive quasi inchiodato in  un letto: per la qual cosa si è venuto nella necessità di sostituire  in suo luogo interinamente nella Cattedra della Rettorica un  suo figliuolo, per nome Gennaro, il quale da più anni s’ ha indos-  sato il peso di questa carica, ed in essa se ne disimpegna con  qualche soddisfazione del pubblico, e della gioventù; del che ne  può essere bastante pruova il mantenersi l’ istessa udienza, e  l’ istesso concorso di giovani, che esso supplicante soleva avere;  e perché esso già si vede in età cadente, e dall’angustie presenti  nelle quali esso ed i suoi vivono, ne considera e prevede le mag-    —— cm.    I Il Vico qui ricorda lo stipendio goduto per 38 dei suoi 43 ann  di servizio.    VI. IL FIGLIO DIG. B. VICO 223    giori, nelle quali la sua povera famiglia dovrà cadere cessando  esso di vivere: laonde supplica umilmente la Vostra Real Cle-  menza a volersi degnare con suo real ordine di conferire la futura  sostituzione proprietaria della mentovata Cattedra di Rettorica  in persona di detto suo figliuolo, acciocché la sua famiglia, dopo  la sua mancanza, possa almeno avere un qualche ricovero, donde  in qualche maniera tener da sé lontana una brutta e vergognosa  povertà, nella quale certamente andrà a cadere; e lo riceverà  dalla Vostra Real Munificenza a grazia ut Deus 4.    Dal 1737 ministro dell’ecclesiastico era quel Gaetano  Maria Brancone, persona dottissima, al dire dei contem-  poranei 2, che già abbiamo incontrato in relazioni lette-  rarie col Vico. Il quale, nel 1735, nella raccolta per le  nozze di don Raimondo de Sangro, principe di Sansevero,  con donna Carlotta Gaetani di Laurenzana, indirizzò a  lui un sonetto, in cui malinconicamente gli diceva:    Né corone, né ostro, o gemme ed auro  Giamai mi ponno, o mio Brancon gentile,  Rimenare il mio già caduto aprile;   Né qual serpe di nuovo al sol m’ innauro;   Da la tremante man cade lo stile,   E de’ pensier si è chiuso il mio tesauro 3.    Il Brancone conosceva, dunque da vicino lo stato del  Vico. E appena avuta la supplica. si affrettò a trasmet-  terla, per la consulta, al Galiani con questo decreto 4:    Ill.mo Signore,    Haviendo recurrido al Rey con el memorial incluso Juan  Bap.ta de Vico haciendo instancia que en remuneracién de sus    I Arch. Sta. Napoli. R. segreteria dell’ecclesiastico. Espedienti  di Consiglio, gennaio 1741, fascio 42: Cautelas de la semana de 8 por  todo los 14 de Enero de 1741.   ? ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 360.   3 Opere, V, 326.   4 Dispacci dell’ Ecclesiastico.] largos y sefialados servicios se digne conferir 4 Genaro su hijo  la Cathedra de Rectoria (sic) que està exerciendo con la apro-  baci6n que es notoria por la indisposiciòén del suplicante, me ha  ordenado S. M. remitirlo à Usted para que informe con lo que  se le ofreciere y pareciere; D. G. Nap. a 31 de dic.re 1740.    G. M. B.    Il Galiani intanto era dovuto tornare a Roma per le  trattative del Concordato, che indi a poco si conchiuse.  Ma, dopo soli sei giorni dal decreto del Brancone, scriveva  e spediva la seguente consulta, nobilissima per le cose che  dice, e pel modo:    S. R. M.    Si è servita V. M. con lettera della Segreteria di Stato per gli  affari ecclesiastici dei 31 del caduto mese rimettermi un memo-  riale di Giambattista di Vico, regio istoriografo, e professor d’elo-  quenza ne’ regj studj: nel quale, dopo aver esposto il suo lungo  servizio renduto a’ regj studj per lo spazio di quaranta anni  coll’annuo soldo di soli cento ducati, fin a tanto che la sovrana  clemenza di V. M. gliel'accrebbe fino a dugento; e le angustie  della sua povera famiglia, ch’egli prevede assai maggiori colla  sua morte non molto lontana, attesa la sua età troppo avanzata,  e le malattie del corpo, che soffrisce; supplica la M. V. che con  suo regal chirografo voglia degnarsi conferire in proprietà a  Gennaro suo figliuolo la cattedra d’eloquenza, che egli, facendo  le veci d’esso supplicante, esercita da qualche anno a questa parte.  . Non vi è dubbio, S. M., che il supplicante Giambattista di  Vico è benemerito della Regia Università degli Studj, alla quale  egli colle sue dotte fatiche ha fatto molto onore; e perciò richiede  la pubblica gratitudine, che gli si abbia qualche riguardo. Il sud-  detto suo figliuolo Gennaro è giovine d’abilità, e nell’esercizio  della detta cattedra incontra certamente tutto l'applauso. Solo  mi dà fastidio, ch’egli nell’ istesso tempo pensi applicarsi al foro,  perché il dover frequentare la Vicaria, che richiede certamente  tutto l’uomo, e fare il professore in una cattedra d’eloquenza,  che richiede profondo studio degli autori greci e latini de’ mi-  gliori tempi; sono due mestieri, che insieme non possono star  bene, e per necessità conviene trapazzare o l’uno o l’altro, o pure    cn   mt — = ur € ev — _— pr ne    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 225    amendue. Quindi sarei di parere, quando non sembri altrimenti  al purgatissimo giudizio della M. V., che potesse il supplicante  Tendersi consolato, ogni qualunque volta però si fusse certo,  che il suo figliuolo, lasciate da parte le occupazioni forensi, fusse  Per voltar tutto l’animo suo agli studj di eloquenza, ed a quei,  Che sono necessarj per riuscir eccellente in tal non facile e sti-  matissima professione.   Che è quanto su di ciò ho stimato dover sottoporre alla sovrana  comprensione della M. V. La Sagra Regal Persona il Sig.r Iddio  sempre più prosperìi e conservi.    Roma, 6 gennaio 1741.    Umilissimo Vassallo e Cappellano  C. Galliano Arciv.o di Tessalonica 1.    Non era giunta da Roma questa consulta, che il Bran-  cone portò, il 12 gennaio, la supplica del Vico col parere  del Galiani in Consiglio di Stato. E, in quel giorno, solle-  citò da Carlo il seguente decreto, che si legge a fianco  della relazione della segreteria di Stato al re =:    A 12 gennaio 1741. — Nel Consiglio di Stato:    Essendo il supplicante benemerito della R. Università degli  Studj, alla quale egli colle sue dotte fatiche ha fatto molto onore,  ed essendo il suo figliuolo Gennaro giovine di abilità, e nell’eser-  cizio della suddetta Cattedra avendo incontrato tutto l'applauso,  S. M. si è degnato conferire in proprietà a Gennaro la suddetta  Cattedra di Eloquenza, la quale egli ha esercitata facendo le veci  di suo Padre da qualche anno a questa parte.    Si vede che 11 Brancone non credette necessario assicu-  rarsi, prima, che Gennaro averebbe abbandonato il foro. E,  quel giorno stesso, poteva far riporre tutto l’incartamento    I Nell’ incartamento cit. degli Espedienti di Consiglio: Cautelas de  semana 8-14, I, 1741. La minuta di questa consulta è nel vol. 4° delle  Relazioni del Cappellano maggiore, dal 6 gennaio al 26 maggio I74I  (mandate da Roma alla corte di Napoli).   2 Vedi questa relazione in Appendice I.] con la nota apposta sotto il decreto ora riferito: ex.do en  dicho dia a la sec.ria de Hazienda y al M. Capellan M vy.   Infatti recano la stessa data, del 12 gennaio, i due  seguenti dispacci del Brancone al segretario dell'azienda  Giovanni Brancaccio, e all’obispo de Puzol, cioè a Nicola  de Rosa, vescovo di Pozzuoli e cappellano maggiore  interino, nell’assenza del Galiani.    A Brancaccio, Decreto:    Precedente suplica que ha hecho al Rey don Juan Bap.ta  de Vico Historiografo Regio para que se confiera 4 su hijo Don Ge-  naro la Cathedra de Eloquencia en la Universidad de Estudios  que posee y presentemente la està exerciendo el mismo, respecto  4 que por le edad muy adelantada en que se halla, y por los  muchos achaques que le han sobrevenido, no puede continuar 4  desempefiarla, como por lo pasado, ha venido S. M. en atenci6n  4 ser el suplicante benemerito de la Universidad de los Estudios,  4 la qual con sus doctas obras ha hecho honor, y par consiguiente  es capaz de publica gratitud, y assimismo & que su hijo Genaro  es de mucha habilidad como lo ha manifestado de algunos afios  4 esta parte en el exercicio de la mencionada Cathedra supliendo  las veces de su Padre, en conferir en propiedad por gracia especial  al dicho D. Genaro de Vico la citada Cathedra de Eloquencia,  con el sueldo que 4 la misma està sefialado, en remuneraci6n  de las circunstancias expresadas. Y de Real orden lo prevengo  4 Usted por que por la Secretaria 4 su cargo se dé lo conveniente  4 la Contadoria principal, por que execute el asiento y libra-  mento de dicha cathedra y sueldo, 4 favor del citado Genaro de  Vico, y que se la satisfaxa, como y quando & los demés cathe-  dràticos. D. G. — Pal. à 12 de Enero 1741. G. M. B.!.    Al Obispo de Puzol:    Ill.mo Sig.  Atendiendo el Rey 4 la supplica que le ha hecho D.n Juan Bap.ta  de Vico Historiografo Regio, y Cathedratico de la Eloquencia    1 Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 36 (novembre 1740-gennaio 1741),  carte 131-132 £.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 227    en la Universidad de los Estudios, paraque en resguardo à la  edad adelantada que tiene, y a los muchos achaques que le han  Sobrevenido, y le impiden de poder continuar 4 esercer la dicha  cathedra, como lo ha executado por lo passado con mucho be-  Neficio de la misma Universidad y de los Estudiantes, se dignase  Conferirla a D.n Genaro su hijo, que la està presentemente de-  sempefiando con publica satisfaciòn; i teniendo su Mag.d al mismo  tiempo consideracibn 4 que el suplicante es benemerito de la  Universidad de los Estudios, 4 la qual con sus doctas obras ha  hecho mucho honor, por lo que es capaz de una publica gratitud,  y assimismo & que su hijo Don Genaro es de mucha havilidad,  como lo ha manifestado de algunos afios à esta parte en el exer-  cicio de la mencionada Cathedra, supliendo las vezes de su Padre,  se ha dignado por gracia especial conferir en propiedad al referido  D.n Genaro de Vico la enunciada cathedra de Eloquencia, con  el sueldo que està sefialado 4 la misma en remuneracién de las  circunstancias expressadas; i de orden de su Mag.d lo prevengo  a Usted, 4 fin que en esta inteligencia disponga su complimiento,  pues ya se ha dado lo conveniente 4 la contaduria principal para  el asiento de la Cathedra y libramento del sueldo. Dios guarde.  Palo 4 12 de Enero 1741 — Ill.mo Sig.r Don Gaetano M.a  Brancone !.    Questi documenti rettificano le inesattezze in cui in-  corse il Villarosa, nel suo racconto di questo passaggio  della cattedra dal Vico padre al Vico figlio; dove attri-  buisce al proprio congiunto Nicola de Rosa ? il merito di  quest’ultimo omaggio reso dallo Stato di Napoli alla glo-  riosa vecchiezza di G. B. Vico.   Dev’essere poi del Brancaccio questo altro dispaccio,  di cui ho trovato copia a capo dei pagamenti del soldo  di ducati 200, per rate quadrimestrali, a Gennaro Vico  dal 1752 in poi, in un Ordinario della Scrivania di razione:    1 Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. cit., cc. 128 b-129 bd.   2 Nelle Aggiunte alla vita del Vico, Opusc., I, 164 (ora Opere, V, 81)  e nella Prefaz. allo stesso vol. p. xv. Secondo il VILLAROSA, il vescovo  di Pozzuoli avrebbe riferito al re sull’ istanza del Vico padre. Su Magestad con Real orden 4 12 de Henero de 1741, compa-  decido de los muchos achaques y aîios que tiene Don Juan Bap.ta  de Vico Historiografo Regio, por cuyos motivos suplicé a su Real  piedad se dignase conferir à Don Genaro de Vico su hijo la citada  cathedra de la Universidad de los estudios que sirve de algunos  afios 4 esta parte por sus indisposiciones, vino en conceder por  gracia especial la mencionada Cathedra 4 Don Genaro de Vico,  en atencion 4 su abilidad, y al mucho honor y credito con que  la desempena y a los particulares meritos de su Padre y mandé  se le considerasse y pagasse el sueldo que le correspondia desde  el mismo dia 12 de Henero de 1741, en adelante al mismo tiempo  que 4 los demas cathedraticos.    Nell’ Ordinario segue la nota: cuya gracia fué con-  firmada con otra Real Orden de S.M. de 18 de sept.re de  1745 *; cioè, dopo la morte del padre, e in perpetuo.   — Quando si diffuse la notizia, nel gennaio 1741, fu  anch'essa « applauditissima » per Napoli. Francesco Serao  scrisse al venerando filosofo, congratulandosi vivamente  che fosse toccato a un napoletano la lode di aver promosso  sì nobile e liberale provvedimento, qual era la promozione  di Gennaro iuvenis doctrinae probitatisque laude florentis-  simi: e pensava che fosse dovuta al Vescovo di Pozzuoli  o al Brancaccio, o ad entrambi. « Ego, soggiungeva,  qui unus e multis, sed minime vulgari aut tralaticio animo,  familiae tuae decora atque commoda prosequor, nullum  finem faciam plausu ac praedicatione tam illustre facinus  concelebrandi : tum animus est collegas lectissimos exci-  tandi, ut de gratiarum actione, tamquam pro publico    1 Scrivania di vazione. Ordinario I: Lettori pubblici 1754-1805,  vol. 32, c. 23. In questa carta e nella successiva sono segnati tutti i  pagamenti fatti a Gennaro Vico dal 1° dic. 1752 al 5 aprile 1783.  A c. 134, ricomincia la nota dei pagamenti al medesimo dal 6 giugno  1783 al 2 giugno 1797. A pie’ del doc. riferito nel testo, è avvertito  che il real ordine del 1741 acompafia el Pliego de la fué Contadoria  Principal del mismo (G. Vico); e la conferma del 1745 acompaòia el  Pliego de D.n Blas Troise, ossia il Dispaccio del 18 settembre 1745  firmato dal Brancone, che ricorderò più innanzi.] ‘ngentique beneficio, ad supremos aulae proceres habenda,  cogutent. Nihil profecto aequius ; nihil universae scholae  honorificentius fortasse et fructuosius fuerit » 3.   Tra le carte di Gennaro si trova anche l’orazione che  egli lesse nell’occasione dell'apertura degli studi, il primo  anno che ebbe da titolare la cattedra che era stata del  padre. Trattò questo tema: Sola efficax voluntas littera-  rum studiosam iuventutem perquam doctissimam efficere  dotest. Giova qui riferirne l’esordio:    Cum ego die multumque mecum animo volutassem quam  difficile sit ex hoc loco ad dicendum amplissimo verba facere,  in quem nihil nisi ingenio elaboratum et industria perfectum  et perpolitum adferri oportere comperio; dicendum est enim in  hoc tam frequenti consessu tot doctissimis Antecessoribus, am-  plissimis patribus, lectissimisgue Auditoribus referto et constipato,  magis magisque huius diei subeundum periculum animus de-  spondebat, cum me et dicendi rudem et rerum omnium impe-  ritum ac pene hospitem, et meas infirmas vires huic tanto oneri,  quod suscipiendum aggredior, omnino impares reputarem; nam  cum id diu usquequaque versassem, humeros meos prorsus per-  ferre non posse intelligebam: ad haec et summus timor, pudorque  meus et vestra dignitas me quoque ab incoepto deterrebat. His  tot tantisque difficultatibus jactato, quae me ab hoc optatissimo  laudis aditu prohibebant, occurrebat pietatis erga optime de me  meritum patrem officium; quum eum conspicerem senio malisque  pene absumptum, curis confectum, et adversa fortuna usque  vexatum et nunc quam maxime saeviente, corpus vix ac ne vix  quidem trahere, aequum esse duxi me labentem iam aetatem ejus  aliqua ex parte substentare; atque ita quodammodo in animum  induxi meum ejus vices, quamquam deterrima comparatione,  explere; etenim erga patrem officium praetendendo, me facile  temeritatis vitium effugere posse, eaque pietatis professione, si  non aliqua laude, at certe excusatione dignum fore arbitratus sum.   Cum tandem aliquando me recreavit refecitque Munificentissimi  et Sapientissimi Regis nostri consilium, quo me in ordinarium    1 Lett. pubbl. da B. Croce, nella Bib/., p. 109; e poi in Opere,  V, 256-7.    230 STUDI VICHIANI    Antecessorum numero referri placuit 1; cum enim me hoc tanto  tamque praeclaro munere, nullo ingenii mei periculo facto, di-  gnum et parem censuisset, ejus sacratissimam mentem, qua hoc  pene immensum civile corpus informat et inspirat, et cuncta  ratione et consilio recte atque ordine regit et moderatur, plus  vidisse, et meas ingenii vires, quas ego in me non sentirem melius  perlustrasse et penitius introspexisse putavi; quapropter auctus  animo, Augustissimi Principis praesertim judicio, quod mihi  maximum adversus obtrectatores propugnaculum esse poterit,  hoc mihi impositum onus alacri animo suscipiendum potius,  quam deponendum censui.    Il manoscritto fu riveduto dal padre, che segnò qua e  là, in margine, qualche parola da aggiungere. Così, a un  certo punto, Gennaro diceva: « Nulla animi affectio homi-  nis tam propria, quam curiositas, quae mihil aliud est,  quam veri quaedam investigandi cupiditas, qua cuncti  rerum caussas rimando veram rerum scientiam prosequun-  tur ». E il padre aggiungeva al margine un fiore poetico:  «unde, Felix qui potuit rerum cognoscere caussas ! ».   E già, col consiglio del padre e sulle orme di consimili  orazioni di lui, Gennaro aveva dovuto scrivere questa sua.  Si scoprono, in fatti, in più luoghi i soliti pensieri, i soliti  movimenti oratorii di Giambattista. Gennaro dice ai  giovani: « Ne desides et inertes supina vota concipiatis,  ut vobis in sinu de coleo decidat sapientia .... Neve impe-  ritum hominum vulgus imitemini, qui ventri et somno  dediti, et rei familiari solum intenti, id tantum ab hac  publica sapientia mutuari oportere arbitrantur, quantum  rebus bene în vita gerendis sufficere possit ». E il padre,    I Queste parole non potevano essere scritte prima del 12 gen-  naio 1741. Ma l’ Orazione doveva già essere preparata dalla metà di  dicembre, perché in un angolo dell’ultima pagina (che fa da copertina  al ms.), si legge, della mano stessa di Gennaro, una fede di studi in  data « Neap. X Kal. Januari Anno MDCCXLI » (23 dicembre 1740).  Il che significa che il Brancone e il Galiani avevano già assicurato  l'esito della supplica al Vico.] nella solenne Orazione De mente heroica (1732) aveva  detto, con ispirazione bensì molto più alta: « Ne supina  vota concipiatis, ut dormientibus vobis in sinum de coelo  cadat sapientia, eius efficaci desiderio  commoveamini,  improbo, invictoque labore facite vestri pericula, quid pos-  sitis .... vestras mentes excutite; et incalescite Deo, quo  Dleni estis ».   Gennaro, dunque, consolò gli anni estremi del padre,  che morì il 23! gennaio 1744.   Ma Gennaro solo nel 1789 ? poté fargli murare nella  chiesa dei Gerolamini, in cui era stato seppellito, una  modesta lapide, che rammenta con quello del padre il  nome della madre — coniuge lectissima. Buon figliuolo !    1 Per la data del giorno v. Croce, in Vico, Opere, V, 124.   2 Non 1799, come dice, credo erroneamente, A. RANIERI, Scritti vari,  Napoli, Morano, 1879, I, 144; cfr. VIiLLAROSA, Aggiunte, in Opusc., I,  167-8. Tra le lettere di P. Napoli-Signorelli pubblicate da C. G. MININNI  nel suo vol. P. N.-S., vita, opere, tempi, amici, con lett. e docc., Città  di Castello, Lapi, 1914, ce n’è una (p. 456) ad Agostino Gervasio, al  quale il N.-S. invia « due iscrizioni di Gennaro Vico per suo Padre »  che aveva trovate tra le proprie carte.    232 STUDI VICHIANI    4.    LA CARRIERA ACCADEMICA DI GENNARO V.   Il padre morì, come è pur noto, nella casa sui Gradini  a Santi Apostoli. E qui ancora abitava Gennaro nel 1768 1.  Qui continuò egli la quieta vita del padre, tra l’università,  gli studi, la conversazione dei signori e dei dotti. Gennaro  non si elevò mai alle speculazioni di Giambattista, ma  seguì l’indirizzo umanistico e rettorico degli studi paterni.  Continuò, insomma, la men difficile tradizione domestica.  Non scrisse versi; ma compose più epigrafi del padre e  studiò con pari amore le più leggiadre eleganze della lingua  latina. Dev’essere stato un ottimo insegnante della sua  materia; e le idee didattiche accennate nelle sue Orazioni  inaugurali, che ci sono giunte, confermano tale giudizio.  Ebbe anche dottrina classica e acume non volgari: ma fu  modestissimo, e il suo titolo maggiore restò sempre quello  di essere figliuolo di Gian Battista Vico. Né egli avrebbe  ambito di più, conscio, benché confusamente, della paterna  grandezza.   Nel 1756, lesse per l'apertura degli studi un’ Orazione  sul tema: Dissidium linguae ab animo factum praecipuum  corruptae eloquentiae causam fuisse. E, sul principio di  questa, accenna a un’altra Orazione, letta fere multis  abhinc annis, nella quale aveva indagato quidnam esset,  quod plures omnibus in artibus, quam in dicendo admaira-  biles extitissent. Ma questa non si trova tra le sue carte.   Una quarta volta, a nostra notizia, gli spettò di leg-  gere l’ Orazione inaugurale, e fu al principio dell’anno    I In una copia d’una Orazione per le nozze di Ferdinando IV (1768)  trovo segnato l’ indirizzo di Gennaro così: « A S. Apostolo il Signor  D. Gennaro Vico. — Attaccato alla porteria ».    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 233    scolastico 1774, il 13 novembre; e trattò un tema molto  affine a quello della prima Orazione: Optima studendi  ratio ab ipso studio petenda. Ma, qualche anno prima,  il 5 novembre 1768, ebbe a parlare in occasione più so-  lenne alla gioventù studiosa: In regiis Ferdinandi IV  Neap. ac Sicil. Regis et Mariae Carolinae Austriae nupius.  E queste due Orazioni die’ alle stampe in un nitido volu-  metto nel 1775, amicis summo opere adnitentibus, siccome  attesta, nel suo parere, il revisore civile 1, E veramente  in quelle occasioni il buon Gennaro sì fece onore. Lo stesso  revisore ricorda che le due Orazioni erano state lette  tota ltteratorum plaudente cavea ; e, per conto suo, — era  un professore di teologia, — ne giudicava così: « In e:s  tantum nitoris ac dignitatis, totque Latialis eloquir veneres  ubique emicant, ut cas numquam satis laudare quiverim,  mihi si linguae centum sint, oraque centum. Sane parentem  ejus doctissimum, Jo. Baptistam Vicum, immortalis me-  moriae virum, latine loquentem audire jam videor. Adeo  verum plerumque illud est :    « Fortes creantur fortibus et bonis » 2.    Il Decreto reale, già ricordato, del 18 settembre 1745,  aveva stabilito la dotazione fissa di ciascuna cattedra,  lasciando quella di eloquenza latina con 200 ducati 3.    I L'opuscolo ha questo frontespizio: In regiis Ferdinandi IV. Neap.  ac Sicil. regis et Mariae Carolinae Austriae oratio a JANUARIO Vico Regio  Eloquentiae Professore, ad studiosam Juventutem in R. Neapolitana  Academia solemniter habita Non. Novemb. Anni MDCCLXVIII. Ma  l’ Orazione per le regie nozze va da p. WI a p. LI; e da p. LI a  p. LXXXII segue l’ Optima studendi ratio ab ipso studio petenda, ad  studiosam juventutem habita Id. Novembr. MDCCLXAXIV. La data di  pubblicazione risulta dall'ordine dell’ imprimatur (p. LxxxIv), in data  29 settembre 1775. i   2 Il parere di questo revisore, p. Felice Cappiello, reca la data del  30 agosto 1775.   3 Vedi il Dispaccio del Brancone nel Cod. delle leggi del Regno di  Napoli di AL. DE SaRIS, Napoli, 1796, lib. X, tit. IV, pp. 41-42. Ma    234 STUDI VICHIANI    Ma, nel 1777, il marchese della Sambuca elevò la dota-  zione complessiva dell’ Università da ‘7000, qual’era  rimasta fin dal ’45, a duc. 12613,99. Si accrebbero quindi  gli stipendi dei professori. E della cattedra di Gennaro,  chiamata ora di Rettorica e poetica, nel nuovo piano che  11 marchese della Sambuca comunicò al ministro dell’eccle-  siastico con dispaccio del 26 settembre 1777 !, è detto:  «Questa Cattedra nella Università gode ora ducati 200,  insegnando sette mesi dell’anno la sola Rettorica. Si  accresce fino a ducati 300, con l'obbligo però d’insegnare  per tutto l’anno, a riserva del mese di ottobre, anche la  Poetica » =. Fu duro a Gennaro Vico, passati i 62 anni,  restare a insegnare tutta l’estate, rinunziando per quel-  l'aumento di soldo, a tre mesi di vacanza 3! Ce lo farà  dire egli stesso, tra poco, in una relazione del Cappellano  maggiore su certa sua istanza al re, che riporteremo più  innanzi. Ma ad alleggerirgli il peso, nel giugno succes-  sivo (1778), quando appunto, negli anni precedenti, soleva  smettere le sue lezioni, venne a incorarlo un altro segno  della regia benevolenza.   È noto il dispaccio del marchese della Sambuca del  22 giugno 1778 4, per cui fu creata la RR. Accademia delle    il testo originale di esso è tra i Dispacci del GATTA, parte II, t. III,  Pp. 449-55. Vi sono stabiliti tutti gli stipendi dei singoli insegnanti, a  cominciare da quello di Biagio Troisi di duc. 800. Ivi a p. 454: « Elo-  quencia latina que se lee por le Dotor Don Gennaro Vico, dos cientos  ducados ».   I Vedilo in DE SARIIs, lib. X, tit. IV, pp. 51-3. Cfr. anche AMoDEO  (Rif. universitarie, pp. 25, 55) il quale ignora che questi docc. erano stati  pubblicati dal De Sariis, fin dal 1796.   2 Il DE SARIS, ha per isbaglio: Pratica.   3 Fino al 1777 il Calendario di Corte chiama la cattedra di G. Vico:  Rettorica. In quello del 1777 (p. 68) si comincia a dire: Rettorica e poetica.  Non è esatto quel che dice sul proposito l’AMODEO, Riforme, pp. 24-5-   4 Ristampato dal Minieri Riccio, Cenno stor. delle Acc. fiorite  nella città di Napoli, in Arch. stor. nap., V (1880), 586-7; ma già pub-  blicato dal DE SARIIS, lib. X, tit. VI, p. 55 e insieme cogli Statut  dell'Accademia nel t. XIII della Nuova Collez. delle Prammatiche del  Regno di Napoli del GiusTINIANI (Napoli, Stamp. Simoniana, 1805),    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 235    scienze e belle lettere. L’ Accademia veniva compartita in  quattro classi: due per le scienze, Matematica e Fisica, e  due per le lettere: Storia ed erudizione antica e Storia ed  erudizione dei mezzi tempi. Si nominava il presidente, il  vice-presidente e un segretario per ciascuno dei due rami  dell’ Accademia; infine, quattro accademici pensionari  (« coll’assegnamento ad ognuno di essi di annui ducati  sessanta »), uno per classe: « per la Storia ed erudizione  antica, don Gennaro Vico ». Presidente, vice-presidente  segretari e questi primi quattro accademici dovevano  riunirsi per formare «il piano e le regole dell’ Accademia »,  proporre « il numerc degli accademici pensionari e onorari,  e i soggetti per occuparne le piazze, con riferirsi tutto al  Re per la sovrana approvazione ». L’annunzio si dice  destasse in Napoli grande entusiasmo, e nessuno pare sì  meravigliasse dell’onore segnalato che riceveva Gennaro  Vico. Certo, egli doveva essere ben veduto dalla Corte;  ma, tra per i suoi meriti personali, e tra per un certo  riflesso della gloria paterna, che veniva affermandosi  ogni giorno più saldamente, doveva essere stimato ed  amato anche dagli studiosi. Gli statuti, a cui lo stesso Gen-  naro collaborò, furono approvati dal Re con dispaccio  del Beccadelli del 30 settembre di quello stesso anno.    PP. 57 S8gg.: pubblicazioni sfuggite, tutte e due al BELTRANI, nella  sua memoria, del resto assai diligente, La R. Acc. di Scienze e belle  lettere fond. in Napoli nel 1778, negli Atti dell’Accademia Pontaniana  vol. XXX. Napoli, 1900; dov’ è detto (p. 62) che il Minieri-Riccio  pubblicò il dispaccio 22 giugno 1778. E dalla pubblicazione del Minieri-  Riccio il Beltrani non poté intendere il vero carattere del doc., che  egli prende per una semplice /ettera del marchese della Sambuca al prin-  cipe di Francavilla, maggiordomo reale (p. 3); laddove si tratta d’un  regolare dispaccio di segreteria, ossia della ordinaria forma ufficiale  onde erano annunziate tutte le determinazioni reali. Su quell’accademia  vedere anche F. NICOLINI, in GALIANI, Dialetto napoletano, Napoli,  Ricciardi, 1923, Introd., $$ 2, 3.   I Sono pubbl., oltre che nel Del de Regimine Studiorum (N. Collez. ecc.,  t. XIII, pp. 58 sgg.), nel vol. rarissimo: Statuti della R. Acc. delle scienze  e delle belle lettere, eretta in Napoli dalla Sovrana Munificenza, Stamp.  Reale, 1780. Ivi è anche il lungo elenco dei soci. Facevasi obbligo agli accademici pensionari « d’inter-  venire a tutte le private e pubbliche assemblee », e di non  « allontanarsi dalla capitale, senza averne prima ottenuto  in iscritto l'autentica permissione del presidente ». Infine,  si stabiliva: «Ogni accademico pensionario sarà nell’ob-  bligo indispensabile di comporre in ogni anno una me-  moria su quell’argomento, che egli, a propria elezione,  scerrà dalla serie degli argomenti dei lavori scientifici an-  nuali ». Giacché non era riconosciuto ai singoli soci il  diritto di scrivere su qualunque soggetto; ma sì di pre-  sentare ogni anno « in iscritto un breve parere sul metodo,  sugli argomenti e sulla qualità de’ lavori letterari e scien-  tifici, che potrebbero per tutto il resto dell’anno in ogni  Classe eseguirsi ». Tutti i pareri poi dovevano essere esa-  minati da una «Deputazione di uomini savi e intelli-  genti », nominata, per ciascuna classe, dal presidente,  che, com'era stato ordinato nel dispaccio del 22 giugno,  sarebbe stato sempre il maggiordomo maggiore di S. M.  Gennaro fu messo a capo della classe di Erudizione e  storia antica, che, nel dispaccio posteriore del 19 gen-  naio 1783, fu detta di Alta antichità *. |   Nel 1788, uscì il primo ed unico volume degli Atti di  quest’ Accademia, contenente gli atti dalla fondazione  sino all'anno 1787 =. Non vi è nessuna memoria del Vico 3;  ma il segretario, Pietro Napoli-Signorelli, nel Discorso  istorico preliminare, esponendo i lavori eseguiti dall’ Acca- [In questo dispaccio (MINIERI-Riccio, in Arch. Stor. Nap., V. 587),  si ordinava ai pensionari di non astenersi senza il real permesso dal  presentare ogni anno una memoria. Non potendo, si domandasse la  grazia di passare tra gli onorari.   2 Atti della R. Acc. delle scienze e belle lettere di Napoli, Napoli,  Don. Campo, 1788, di pp. XCVIII-374 in -4°, con 18 tavole.   3 Né di altri soci del ramo letterario, salvo una di Dom. Diodati  (della 4® classe, Mezzana Antichità), letta nel 1784 e nel 1786: Illu-  strazione delle monete che si mominano nelle Costituzioni delle Due    Sicili. (pp. 313-370).    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 237    demia in quel primo decennio, ricorda anche la parte di  Gennaro:    L'eruditissimo accademico pensionario della III classe don Gen-  naro Vico, degno figliuolo dell’ immortale autore dei Principit  di una Scienza Nuova e suo successore nella cattedra di Eloquenza  nel Liceo Napolitano, prese in una dissertazione con piena eru-  dizione e fina critica ad illustrar Pompei, celebre città della Cam-  pania, sepolta da diciassette secoli dalle ceneri del Vesuvio. Non  ebbe per oggetto di adornar alcune delle discoperte parti di essa,  ma di considerarla col solo lume degli antichi scrittori e di rile-  varne le vicende. Saggio e modesto quanto sagace osservatore,  lontano da ogni ambizione di produrre cosa nuova in un argo-  mento venerabile per la sua antichità, egli conseguì la rara lode  di saper raccogliere con giudizio e disporre e combinare insieme  con discernimento e dottrina que’ languidi e dispersi barlumi  lasciatici dai greci e dai latini intorno a sì famosa città, e di ap-  portar somma luce e dar sembianza di novità alle sue erudite  ricerche !.    E ne riporta un largo sunto ?, compilato con le parole  stesse dell’autore, come risulta dal confronto con l’origi-  nale manoscritto, conservato tra le carte Villarosa. Codesta  memoria il Signorelli assegna agli anni anteriori al 1783,  anno dei terremoti delle Calabrie e di Messina, che diedero  occasione a speciali indagini e studi dell’ Accademia 3.  Un'altra memoria del Vico ricorda poi, letta nel 1787,  «sull’antica repubblica di Locri»; e dice che di essa si  attendeva la continuazione, per pubblicarla nel volume  seguente, che non venne più. Questa memoria era stata  preparata da Gennaro con grandissima cura, come appa-  risce da molti appunti, che sono tra le sue carte. Dove  pure si trova un buon tratto della medesima, col titolo:  Dissertazione sull’ origine, dominio, legislazione, governo,    1 Atti pp. LXII sgg.  ® Pagg. LXIII-LXX.  3 Vedi su ciò la cit. memoria del BELTRANI.    16    238 STUDI VICHIANI    ed uomini illustri della Repubblica di Locri nella Magna  Grecia di G. V. — Parte I: Dell’origine della Repubblica  di Locri ®.   Ma altro dové scrivere per l'Accademia, anche dopo  il 1787; e lo stesso Napoli-Signoi:elli, lodando altrove il  medico Silvestro Finamore di Lanciano d'una memoria  sulle antichità lancianesi mandata all'Accademia in forma  d’una serie di questioni, accenna ai «dottissimi giudizi  portati su di essa da due nostri valorosi accademici, il  giureconsulto Domenico Diodati ed il regio professor di  eloquenza Gennaro Vico »; il quale «prende per mano  tutti i punti additati nella memoria, e ne illustra buona  parte in quanto gli permette quel periodo tenebroso; e  certamente il di lui esame merita (se pure torni un tempo  che ci si conceda ?) che si renda di pubblica ragione » 3.  Quel tempo non tornò più: ma della relazione del Vico  sulla memoria del Finamore ci resta una copia di mano  del marchese di Villarosa, insieme con una lettera del  22 giugno 1804 del Finamore, che, avuto sentore, per la  notizia del Napoli-Signorelli, di quella relazione, e non  sperando di vederla presto pubblicata, prega Gennaro  Vico, con cui era entrato in relazione epistolare, di voler-  gliela comunicare manoscritta *. E altro fors’'anco scrisse,  di cui non ci resta notizia, per l'Accademia.   Certo, quest'occasione a lavori di erudizione storica  troppo tardi sorse nella vita di Gennaro, perché egli  fosse ancora in tempo di produrre molti e notevoli frutti.  Il suo genere erano sempre state, come vedremo, ora-    I Non resta una copia completa, né anche della parte I; invece,  della Dissertazione sulla città di Pompei ci sono tre esemplari, fra cui  due autografi.   ? Per le angustie finanziarie in cui si trovò l'Accademia, vedi BEL-  TRANI, La RR. Acc. ecc.   3 P. NAPOLI-SIGNORELLI, Regno di Ferdinando IV adombrato în tre  volumi, t. I, Napoli, Migliaccio, 1798, p. 381.   I Vedila in Appendice I] zioni ed epigrafi: il suo ideale letterario, l’elegante espres-  sione, la frase classica pura: non era andato più oltre.  Il suo mondo, sempre, quel circolo chiuso de’ professori  e degli eruditi. Tra i ricordi della sua lunga vita neppure  un alito di affetti domestici. Si trae un largo respiro,  svolgendo le sue carte muffite, quando, finalmente,  s'incontra la seguente lettera, che ci dà al viso quasi un  soffio d’aria fresca. Una villeggiatura di don Gennaro,  forse per una cortesia usatagli dal marchese di Campo-  lattaro. Dalla cui villa immagino Gennaro scrivesse alla  marchesa:    Godo immensamente in sentirvi tutti bene: et infinitamente  ringrazio V. S., il Marchesino e don Andrea della memoria, che  avete di me; e le dico che desidererei poter meglio meritare le  cortesie che ricevo.   Quelle pere che le mandai, furono da me raccolte per terra,  e come che alla giornata cadono immature, essendone io ora  incaricato, voglio che V. E. ed il Marchesino le vedano; ed intanto  le mandai, perché le avesse riposte, avendomi detto Giovanni  che, accadendo l’ istesso alle sue, egli le ripone perché col tempo  vengono alla maturità, sapendo bene che queste pere d’ inverno  anche si colgono immature, e si ripongono. Io sempre mi dichiaro  non solo pronto, ma anche ambizioso di ricevere l’onore di tutte  l’ EE. VV., ma sempre con quella condizione; e desidererei che il  Marchesino non misurasse me alla sua misura, e che si facesse  carico della gran disparità della condizione e dello stato suo e  mio, ed ancora della mia corte compendiosissima; perché una  brieve anticipazione porta, che, se non posso far quel che devo,  almeno fo quel che posso. Onde tanto Lui quanto V. E. faccino  conto di tener qui un fattore di campagna: basta che si diano  la pena di mandarmi l’ordine, per far conoscere il piacere di  eseguirlo....   Poiché state colla falsa prevenzione che, favorendomi con  anticipazione, io mi metta in cerimonie (veramente vi feci truovar  archi e trofei!) per toglier ogni briga, e per aver l’onore [dei]  vostri favori, fo una solenne dichiarazione, col contentarmi che  la medesima sia anche ridotta in forma di pubblico istromento  da potermi esser liquidato in ogni corte e foro, rinunciando ex  nunc pro hinc ad ogni eccezione, così dilatoria come perentoria    240 STUDI VICHIANI    e declinatoria di foro, la quale è del tenore seguente, videlicet:  Dichiaro e mi obbligo etiam cum juramento quatenus opus, che,  anticipandomi l’avviso de’ vostri favori, io sia tenuto farvi truo-  vare non più né meno né altro di quello che è mio ordinario  mangiare, intendendosi d’anticipazione a solo fine che non  restiamo tutti digiuni !.    Intorno al 1790, a cagione di grave infermità soprav-  venutagli, Gennaro Vico fu costretto a smettere il suo  insegnamento. Non potendo più leggere la memoria d’ob-  bligo all'Accademia, perdette, non saprei dir quando,  anche quel posto. E si preparò al triste tramonto. Dissi  sopra * che, nel 1797, rivolse una supplica a Ferdinando IV,  per esporgli il suo misero stato, e chiedere un sussidio.  Dopo il tratto già riferito, il vecchio Vico continuava  a raccontare di sé:    Anni addietro essendoglisi aperto un gran tumor cistico, che  da tanti anni aveva alla gola, con un fiume perenne di sangue,  che per cinque mesi lo tenne inchiodato in un fondo di letto,  disperato da’ medici, il fu don Nicola Frongillo, degnissimo Let-  tore dell’ Università, lo curò, ed espressamente gli proibì, che non  avesse pensato più a montar sulla Cattedra, perché avrebbe  corso evidente pericolo di discenderne morto. Il quale ancor tiene    I La lettera nella minuta, da cui la pubblico, non ha né data né  intestazione; ma nello stesso foglio, a riscontro della minuta della  lettera, sono due abbozzi, pure di mano di Gennaro, della seguente  epigrafe:   Villam hanc suburbanam   breve otii negotiique confinium   atîris salubritate laxiorisque amoenitate prospectus  facile principem  N. Blanch Campilactaris Marchio  sibi emptam sibi auctam  atque   ad ingeniosissimam elegantiam   compositam instructamque  genio suo comparavit.   Mi par ovvio che la epigrafe sia stata composta dove fu scritta la  lettera, cioè nella villa Blanch, ora Famiglietti, a Mojarello (Capo-  dimonte).] aperto. Nel principio del suo male, per non far mancanza, stabilì  per suo Sostituto il Sacerdote secolare don Ignazio Falconieri 1,  conosciuto per le sue opere. Lo partecipò tosto a monsignor Cap-  pellano Maggiore, per averne il permesso, il quale molto ne com-  mendò la scelta; sempre però che la M. V. si degni di confermarla.  Ed il medesimo ha continuato con soddisfazione, dovendolo il  supplicante mantenere a suo costo, con detrarlo dalle angu-  stissime sue finanze, non avendo il suo sostentamento altro ap-  poggio, che quello della Vostra Real Munificenza.    Continuava, rammentando i favori già ottenuti da’  Borboni, e confidava implorando un generoso sus-  sidio dalla munificenza reale.   Ma pare che la supplica rimanesse dapprima senza  risposta ?. Gli toccò infatti di rinnovare l’istanza, abbre-    1 La Rettorica del Falconieri, pubblicata la prima volta nel 1786,  si studiava ancora a tempo del De Sanctis; ne ho visto un'edizione del  1835, e il D’Ayala ne cita la ventisettesima! Vedi La giovinezza di  F. de Sanctis, Napoli, Morano, 1899, p. 7. Ignazio Falconieri, fu, com’ è  noto, afforcato il 31 ottobre 1799. « Era gran patriota, molto impiegato  e stimato nella Repubblica, buon uomo, dotto scrittore di Retorica ».  Così D. MARINELLI, Giornali, ed. Fiordelisi, I, 107, dov’è pur riferito  il sonetto scritto dal Falconieri pochi giorni prima della sua morte.  Nei Calendari di corte, da me veduti, degli anni 1758-1793, 1795-1797.  non compare mai il nome del Falconieri come sostituto del Vico.  Questi vi figura sempre come insegnante. Doveva perciò essere una  sostituzione affatto privata. E chi sa che il modo, in cui fu messo  fuori dall’ insegnamento universitario, non sia stato pel Falconieri un  motivo personale per fare quel che fece nel 1799, e che è ricordato nella  sentenza della Giunta di Stato, pubblicata da A. SANSONE, Gli av-  venimenti del 1799 melle Due Sicilie, Nuovi Docc., Palermo, 1901  (Docc. per servire alla Storia di Sicilia, 48 serie, vol. VII), p. 260. Tra  le altre colpe addebitategli dalla Giunta vi è anche quella di «aver  educato i giovani per la Repubblica ». Fu infatti maestro di Vincenzo  Russo: v. B. Croce, La Rivoluzione napoletana del 1799, Bari, La-  terza, 1912, p. 87. Commissario per l’organizzazione repubblicana del  Volturno, ebbe segretario Vincenzo Cuoco: SANSONE, p. 356 e Ruc-  GIERI, Vincenzo Cuoco, studio storico-critico, Rocca S. Casciano, 1903,  p. 17. Del Falconieri vedi la vita scritta da M. D’AvALA, Vite degli  italiani benemeriti della libertà e della patria uccisi dal carnefice, Roma,  1883, pp. 264-67. Era nato a Lecce nel 1755. Oltre la Rettorica, pubblicò  altre opere letterarie, che sono indicate dal D’Ayala.   2 Nell’ incartamento trovasi unito a questa supplica un breve rap-  porto della Segreteria, con cui la supplica doveva esser sottomessa  nel Consiglio di Stato all’esame reale, e su cui avrebbe dovuto esser  segnata la risoluzione del re. Ma di questa non v'è traccia.    242 STUDI VICHIANI    viando tutta la parte della prima supplica, che abbiamo  riferita: e conservando, nel resto, i termini stessi, che  sono i seguenti:    .... Ora, essendo giunto all’età di 82 anni, indebolito da tutti  que’ mali, che ne sono l’ indispensabile conseguenza; ed am-  mirando alla giornata la somma Munificenza della M. V. verso  di tutti, per cui tanto si assomiglia al Beneficentissimo Dio, di  cui ne sostiene in terra le veci; poiché non v’è chi per qualche  suo onesto desiderio venga a ricorrere al Vostro Trono, Fonte  inesausto di Beneficenze, che non se ne torni pienamente dis-  setato; anzi la M. V. è talmente trasportata da quest’ammirabile  Virtù, che spesso ne previene li voti, e ne risparmia le preghiere:  come infatti esso supplicante ben due volte l’ ha sperimentato  nella sua persona: quando la M. V. instituì la Real Accademia  delle Scienze, si degnò destinarlo per direttore dell’Alta Antichità,  Greca e Romana, che è uno de’ quattro rami, ne’ quali la Reale  Accademia è divisa: dovendo far la scelta de’ Maestri per istruir  nelle scienze S. A. R. il principe Ereditario, senza che esso neppur  osasse tant’alto, si degnò d’eleggerlo per precettore ne’ studi  delle Lettere Umane: il qual invidiabilissimo onore per l’ecce-  zione della sua cagionevole salute, per cui doveva spesso, e lungo  tempo mancare, non poté conseguire. Or, se cotesto Sacro Fonte  basta che sappia su di chi debba diffondersi, che da sé si apre,  ed a larga mano versa le sue Beneficenze, come l’ ha ben due  volte sperimentato in se stesso, in quanta maggior copia deve  spargerlo su di chi vi ricorre portando in mano la chiave delle  preghiere ? Due volte, o Sire, in tutta la sua vita esso vi è ricorso:  la prima al Trono del Vostro Augustissimo Genitore, e ritornos-  sene supra vota pienissimamente soddisfatto; questa è la seconda,  al Trono di V. M., che ne siegue gloriosissimamente le tracce,  ed implora un generoso sussidio dalla Vostra Real Munificenza,  acciocché nella sua cadente età, in cui ha bisogno preciso di  qualche comodo maggiore, non abbia da sempre luttare col-  l’ indigenza, e colle difficoltà di soddisfarla; e l’avrà a grazia,  ut Deus.    I In questa seconda istanza corregge l’anno 1696, in cui, la prima  volta, aveva detto essere stata conferita la cattedra al padre, in 1697.  Questo e gli altri docc. qui appresso riferiti, ove non sia avvertito  altrimenti, sono tolti dagli Espedienti di Consiglio, fascio 287, I, 12 di-  cembre 1797 (Arch. Sta. Napoli).    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 243    In cima alla nuova supplica dalla Segreteria dell’eccle-  slastico fu apposta (forse, in seguito ad ordine reale) la  nota seguente: « 25 febbraio 1797. Informi, e manifesti il  suo parere ». E, con questa nota, la supplica stessa dové  esser trasmessa al cappellano maggiore. Il quale, nella  sua consulta, che tardò più mesi, riassunta l’istanza del  Vico, aggiungeva:    Poiché la M. V. con Real Carta del dì 25 dello scorso Febbraio  mi ha comandato, che informi, e manifesti il mio parere, debbo  rassegnare alla M. V. che sono veri e noti i lunghissimi servizi  prestati per lo corso di un secolo consecutivamente dal padre  don Gio. Battista Vico, illustre letterato, e dal figlio supplicante  don Gennaro, che ha caminato nelle orme del padre, a questa  Regia Università degli Studi, con decoro della medesima, e con  profitto della studiosa gioventù. Sono ancora vere le circostanze  della cagionevole salute dello stesso supplicante don Gennaro  nell’età di anni 82, a cui è giunto, fatigando per lo corso di circa  anni 60 in beneficio dello Stato; onde io stimo che merita un  tal soggetto gli effetti della Real Munificenza, per i quali possa  provvedere ai bisogni della vita; e che a tale oggetto possa de-  gnarsi V. M. conferirgli una pensione o sulle rendite delle chiese  vacanti, o su di altro fondo che stimi più proprio.   Il signore Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la  vostra Real Persona = di V. M. = Napoli 6 Maggio 1697 = Umi-  lissimo Vassallo = L. Arciv. di Colosso Capp. M.    Il ritardo della consulta derivò dal ritiro, accaduto nel  corso dell’anno 1797, del cappellano maggiore, monsignor  Alberto Capobianco, arcivescovo di Reggio; il quale morì,  più che nonagenario, nel febbraio 1798. Il successore nella  cappellania maggiore, del quale si ha notizia, è mons.  Agostino Gervasio, arcivescovo di Capua, nominato nel  dicembre 1797! Interinalmente dovette esserci questo  arcivescovo di Colosso, dal maggio, forse, al dicembre.    ! Vedi il Catalogo de’ Cappellani Maggiori del Regno di Napoli c  de’ confessori delle persone reali [del P. Luici Guarini], Napoli, Coda,    244 STUDI VICHIANI    Il 23 maggio, la supplica, con la relazione del cappel-  lano, fu presentata al re, che era a Foggia, e dispose che  « gli si proponga questo espediente al suo felice ritorno ».  Avvenuto il quale, gli fu riproposto, il 12 luglio. E sulla  pratica fu scritto:    Il Re vuole, che il C. M. indichi gli esempi delle pensioni ac-  cordate a’ lettori emeriti dell’ Università degli Studi, e quale  sia il soldo, che gode il ricorrente.    Questi ordini furono trasmessi al cappellano mag-  giore, con dispaccio dell’ecclesiastico del 22 luglio 1797 *.  Qual differenza dalla sollecitudine usata nel ’40 e nel ’4I  per provvedere alla vecchiaia di Giambattista Vico !   L’arcivescovo rispose, il 12 agosto, con quest'altra  relazione al Re:    Signore,    .... In adempimento del Real comando, le fo presente, riguardo  alla prima parte, che la Cattedra di Rettorica è isolata e non ha  ascenso alcuno, come alcune delle altre facoltà, che di grado in  grado giungono alle primarie. Non vi è esempio di Lettore emerito  a cui sieno state accordate pensioni; ma non vi è esempio altresì  di Lettore, il quale abbia servito 60 anni, che fa il corso di una  lunga vita, con potersi anche considerare, che già sia scorso un  secolo che dal padre e dal figlio sia stata occupata senza inter-  ruzione la Cattedra di Rettorica nella Regia Università.   Riguardo alla seconda parte, debbo rassegnarle che il padre  del supplicante don Gio. Battista Vico, il quale illustrò questa  Regia Università, sostenne la stessa Cattedra col soldo di soli  docati cento: che l’Augusto fu Genitore della M. V. l’accrebbe  a docati duecento, e così esso supplicante l’ ha sostenuta, finché  la M. V. ordinò che l’ Università degli Studi pubblici passasse    1819, p. 63. Cfr. anche Sulla origine e giurisdizione del Capp. Magg.  Cenni di GIR. pi Marzo, Palermo, Morello, 1840, p. 24. Ma questo elenco  si arresta a mons. Capobianco.   I Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 532, fol. 145 (Arch. Sta. Napoli).    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO. 245    al Salvadore; nel qual passaggio, essendo la sua Cattedra entrata  nel ruolo di quelle, che debbono leggere fino alli 28 di Settembre,  per tale accrescimento di fatighe gli furono aggiunti altri cento  docati. Adunque egli, dopo aver già servito quarant’anni, per  avere il soldo di docati trecento che godono anche i lettori più  moderni, fu costretto tirare avanti le sue lezioni, in tutta l’està,  quando per l’antico piano gli Studi finivano a’ 15 di giugno, ed  a dover formare le Istituzioni poetiche, che nel corso dell’està  andassero di séguito all’oratorie.   Nella istituzione dell’Accademia Reale delle scienze V. M. si  degnò eleggere il supplicante per direttore del Ramo dell'Alta  antichità colla pensione di docati sessanta, e questa gli è mancata:  altri piccioli emolumenti dice di essergli minorati: ed a queste  detrazioni si aggiunge che per la sua cadente età dovrà pagare  docati 30 annui per lo mantenimento del Sostituto.   Quindi egli, per particolari circostanze de’ suoi lunghi servigi,  della sua età e della sua salute cagionevole, implora sussidio per  lo sostentamento della vita, facendo il conto di essergli mancati  da cento venti docati annui.   Il signor Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la Vostra  Sacra R.* Persona. Di V. M. = Napoli 12 agosto 1797 = Umi-  lissimo Vassallo = L. Arc. di Colosso Capp. M.    Portata di nuovo la pratica nel Consiglio, il 26 ago-  sto 1797, da Belvedere, il re ordinò che a Gennaro Vico  sì desse «la giubilazione coll’intiero soldo in pensione ed  emolumenti, che ha perduti». E il 9 settembre furono  spediti da Ferdinando Corradini, segretario dell’ecclesia-  stico, i relativi dispacci al cappellano maggiore e al prin-  cipe d’ Ischitella, segretario dell’ azienda *.   Giubilato il Vico, si ordinò tosto il concorso per la  cattedra di rettorica. Ma, per allora, non ebbe effetto.  Ecco in proposito una relazione del cappellano maggiore,  curioso documento di quel che fosse allora un concorso  universitario:    ue usata    ! Vedili in Appendice I.    240 STUDI VICHIANI    Il Sig.r....    Nella Università de’ regi Studi è vacata la cattedra di Ret-  torica per la giubilazione da V. M. accordata al vecchio professore  don Gennaro di Vico, e si è pure dalla M. V. ordinato di tenersi  il concorso per la provvista di tale Cattedra, con doversi prima  riferire i nomi, cognomi e patria di coloro, che dopo l’editto si  ascrivono per detto concorso.   Si è di già affisso l’editto a norma de’ Sovrani ordini; ma, frat-  tanto che non si diverrà all’elezione del proprietario professore,  manca nella R.® Università la lezione di Rettorica, la quale è  necessaria nel corso degli studj, e per la quale mi si fa premura  dalla gioventù studiosa. Un de’ concorrenti a detta Cattedra è  il Sacerdote don Nicola Ciampitti, napoletano, professore di  eloquenza nel Seminario arcivescovile, il quale coll’acclusa sup-  plica si è offerto d’ insegnare le Istituzioni Oratorie come sostituto  della cattedra medesima sin tanto che si eseguirà l’ordinato con-  corso, senza pretendere soldo o riconoscenza veruna, ma sol-  tanto per amore del ben pubblico. Ho trovato sode ragioni di  accettare questa offerta, perché il Sac. Ciampitti è riputato non  solo per l'abilità nella materia, in grado già di Professore, ma è  noto eziandio pel costume irreprensibile, e pe’ puri sentimenti  morali e di attaccamento al Regio Trono: e perché, senza alcun  pregiudizio e interesse della R.8 Università, si provvede al bene  pubblico, col non far mancare né anche per brieve tempo una  lezione necessaria alla gioventù studiosa.   Tutto ciò sommetto alla intelligenza di V. M.; affinché, se  altrimenti non istimi, possa degnarsi approvare che il Sac. don Nic-  cola Ciampitti insegni le Istituzioni Oratorie nella Cattedra di  Rettorica della Università dei Regi studi, sin a che non sia prov-  vista del professore in esito dell’ordinato concorso, in qualità  di sostituto, e senza poter pretendere né soldo, né riconoscenza  veruna. Il Sig.r.... 18 novembre 1797 !.    A Gennaro Vico però dispiacque la giubilazione, e  più una notevole perdita che l'abbandono della cattedra e  la trasformazione del soldo in pensione gli avrebbe arre-  cata. Presentò nell'ottobre un altro ricorso. Il quale,    I Relazioni del Cappellano maggiore.] deferito al re, non ebbe se non questa dura risposta,  segnata in margine alla pratica:    Da Portici li 21 ottobre 1797. Il re è fermo nella presa riso-  luzione.    Ma il Vico non si perdé d’animo, e rinnovò il ricorso,  con lievi mutamenti di forma. Riferisco questo secondo:    Ss. R. M.    Signore,    Gennaro Vico, pubblico professor di KRettorica nella Vostra  Regia Università de’ Studi, prostrato a’ piedi del Real Trono  della M. V., umilmente le rappresenta, che essendosi per sua  Real Munificenza degnata, con sua real Carta de’ 9 del caduto,  ordinare che gli si dia la giubilazione col-  l’intiero soldo in pensione, e gli emolu-  menti che ha perduti: esso supplicante si dà lo spirito  di umilmente esporle, che il soldo è immune da ogni peso, e la  pensione è sottoposta alla decima, la quale gli scema il pieno  godimento del soldo intiero, che la M. V. si è degnata concederli:  onde la supplica a volersi compiacere di accordargli l’ intiero  soldo, siccome finora l’ ha goduto, secondando in questo la ge-  nerosa inclinazione del Real Animo Vostro di beneficarlo. Alla  cattedra di Rettorica è privatamente annesso l’emolumento delle  fedi di Rettorica !; e questo gli si è dimezzato; ma ne ritiene  ed esige l’altra mettà. Egli si augura che la mente di V. M. sia,    I L’esame di Rettorica era una specie di baccellierato. La Pramma-  tica del conte di Lemos del 1616, parte III, tit. II, art. I dice: « Ordi-  niamo e comandiamo che niuno studente grammatico possa passare  ad intendere niuna facoltà o scienza, senza prima essere stato esami-  nato per lo cattedratico, seu lettore di Rettorica, il quale a quello che  approverà per sufficiente ed abile, darà una fede firmata di sua mano,  nella quale dichiarerà averlo trovato idoneo, per poter passare alla  facoltà che domanda; e lo Studente che sarà passato in qualsivoglia  altro modo, non guadagnerà il corso in quella facoltà, che passò infin  a tanto che non sarà esaminato ». L'art. 4 stabilisce che per questo  esame lo studente, «sia approvato o sia riprovato, paghi all’esamina-  tore mezzo carlino ». Cfr. ora N. CORTESE in Storia della Università di  Napoli, Napoli, Ricciardi.] che su quel che ritiene gli si dia il compenso di ciò che ha  perduto; dovendosi intender l’ istesso sul soprasoldo, che godeva  di duc. 47, solito distribuirsi alli Lettori più emeriti, dimenticato  nella sua prima supplica; e questo anche è decimato, esigendone  duc. 38. Il che fa crescere la somma del compenso accordatogli  dalla Vostra Real Clemenza a duc. 130, inclusivi li duc. 60 del-  l'Accademia. Quindi ricorre a’ piedi della M. V., che è quanto  dire al Sacro Fonte inesausto delle Beneficenze, ed umilmente  la supplica, a volersi degnare fargli godere l’intiero soldo immune  da decima, siccome l’ ha goduto finora; com’ancora esentarne il  compenso accordatogli di ciò, che ha perduto negli emolumenti  annessi alla cattedra, con degnarsi indicargli da qual fondo debba  ripeterlo. Qualora poi V. M. voglia togliergli anche quel che ritiene  ed esige in essi emolumenti, il compenso di duc. 130 ascenderebbe  a duc. 200, che, uniti alli duc. 300 di soldo, formerebbero duc.  500: nel qual caso potrebbe la M. V. degnarsi ordinare, che gli si  corrispondano duc. 500 annui, immuni ed esenti da decima, e da  ogn’altro peso, essendogli sensibile ogni qualunque detrazione  nella sua cadente età, in cui ha bisogno di qualche comodo mag-  giore: confidando di tutto conseguire dall’ammirabile generosità  del Real Animo Vostro in considerazione di un povero suo sud-  dito, che ha la gloria d’averlo sessant'anni servito; e tutto riceverà  a grazia, ut Deus.    Gennaro Vico  supplica come sopra.    Ritornata così l’istanza al re, questi diede l’ordine  seguente, eseguito il 18 novembre ‘97: « Il C. M. s’incarichi  di questo e riferisca speditamente, tenendo presente  l’antecedente sua relazione, volendo S. M. che si riesa-  mini ». Il cappellano maggiore rispose, questa volta con  una lunga relazione, in cui premette la storia della lunga  pratica; e prosegue:    In oggi lo stesso don Gennaro Vico, con ricorso umiliato nelle  vostre Reali mani, espone, che il soldo è immune da ogni peso,  e la pensione è sottoposta alla decima, e chiede che gli si faccia  godere il soldo intero senza alcun peso. Espone inoltre che alla  Cattedra di Rettorica è privativamente annesso l’emolumento  delle fedi di Rettorica, e questo gli si è dimezzato: che anche il    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 249    soprasoldo che godea di annui D.ti 47, si è minorato ad annui  D.ti 38, onde fa ascendere il compenso da V. M. ordinatogli a  D.ti 130 annui; e, qualora dovesse lasciare i detti emolumenti,  il fa scendere a D.ti 200, che, uniti al soldo di detti D.ti 300,  formano la somma di D.ti 500; e quindi implora la grazia di ordi-  narsi, che gli si corrispondano gli annui D.ti 500 immuni ed esenti  da decima e da ogni altro peso, essendogli sensibile ogni qualunque  altra detrazione nella sua età cadente, in cui ha bisogno di qualche  comodo maggiore.   Debbo inoltre aggiungere, che lo stesso don Gennaro Vico,  essendosi a me presentato, mi ha fatto conoscere, che avrebbe  desiderato il solo domandato sussidio senza la giubilazione; affin-  ché gli fosse continuato l’onore di pubblico Regio Professore  fino alla morte.   Quindi sommetto io alla sovrana intelligenza, che l’emolu-  mento delle fedi di Rettorica non si è dimezzato al supplicante  don Gennaro Vico, se non che per la condizione de’ tempi, in  cui è minore il numero di coloro che si prendono la laurea dotto-  rale; e quando la Cattedra di Rettorica sia provveduta di novello  Professore, a costui dovrà appartenere la formazione di tali fedi,  giacché il giubilato de Vico non potrebbe attestare ciò che non  potrebbe sapere, che per altrui relazioni. Se il Professore don  Gennaro Vico continuasse a leggere nella Cattedra di Rettorica  colla pensione di annui D.ti 120 sulle rendite delle Chiese vacanti,  avrebbe con queste un giusto compenso per la mancanza dei  D.ti 60 che godeva come Direttore dell’Alta antichità dell’ Acca-  demia Reale, e per la minoranza sofferta ne’ soprasoldi e negli  emolumenti delle fedi. E potrebbe anche esentarsi dal peso di  annui D.ti 30 per lo mantenimento del Sostituto, qualora avesse  per sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti napoletano, il  quale si è offerto di leggere in tale qualità senza pretendere soldo  o riconoscenza veruna; ed io già l’ ho proposto alla M. V. per la  sostituzione nella stessa Cattedra sotto il dì 18 del corrente, sino  a che non fosse provvista di proprietario in esito del concorso  ordinato; essendo detto Ciampitti riputato non solo per l’abilità  in grado di Professore, ma noto eziandio per lo costume irrepren-  sibile, e pe’ suoi sentimenti morali e di attaccamento al Regio  Trono.   La giubilazione, o Signore, del ricorrente don Gennaro Vico,  non vi ha dubbio, che sia stato un effetto della vostra Sovrana  Clemenza e paterno amore verso i vostri sudditi, considerando il  lungo servizio ed età di lui avanzata: ma, siccome egli ama di    ‘250 STUDI VICHIANI    proseguire per quanto può nel servigio, e morire coll’onore di  Cattedratico, desiderando solo il compenso per ciò che ha per-  duto, così sarà effetto della stessa Sovrana Clemenza e paterno  amore il risolvere, che gli si dia la pensione de’ suddetti D.ti 120,  e continui ad essere il Professore nella Cattedra di Rettorica,  accordandogli per sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti  senza soldo o riconoscenza alcuna, come esso Ciampitti si è offerto.   Il Signore Iddio lungamente conservi e sempre prosperi la  vostra Sagra Real Persona. = Di V. M. = Napoli 25 novem-  bre 1797 = L. Arciv. di Colosso.    Allora, il 12 dicembre 1797, il re prese la seguente  decisione:    Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio  pubblico Lettore di Rettorica don Gennaro Vico, permette, che  lo stesso rimanga nella Cattedra valendosi di un sostituto; e nel  tempo stesso, per dare al medesimo un segno di sua sovrana  beneficenza, gli accorda l’annua pensione di ducati 120 sul Monte  Frumentario, soggetta però al peso della decima.   Nel comunicarsi al Cappellano Maggiore, si dica, che, rispetto  al sostituto nominato, la M. S. li comunicherà appresso i suoi  R.li ordini.   Resti accordato per sostituto il proposto don Nicola Ciam-  pitti, qualora la Giunta di Stato non l’abbia notato, e perciò se  gli faccia la domanda.   C[orradini].   es.° a 19.    Nell'ultimo inciso si sente che sono avvenuti i pro-  cessi del 1794, e che tutta la cultura è venuta in sospetto  a’ Borboni. Il Corradini, adunque, dové prima assumere  le informazioni politiche relative al Ciampitti; che gli  vennero con questa lettera del principe di Castelcicala:    Dalla consulta della Suprema particolare Giunta delegata  di Stato de’ 7 del corrente Dicembre, avendo rilevato il Re che  nelle carte della materia di Stato nonvi è alcuna nota o indicazione  contro il Sacerdote don Nicola Ciampitti proposto dal Cappellano  Maggiore per Sostituto alla vacante cattedra di rettorica ne’    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 25I    Regj Studj: nel Real nome, la Real Segreteria di Stato, Affari  esteri, Marina e Commercio lo rescrive a V. S. Illma per sua  intelligenza, in risposta del viglietto de’ 2 del suddetto Dicem-  bre. = Palazzo 16 dicembre 1797 = Il Principe di Castelcicala —  Sig. Marchese Corradini,    E quindi, il 18 dicembre, il Corradini poté dare questo  ultimo ordine ', eseguito il dì seguente: «Si comunichi  al Cappellano maggiore la real risoluzione, affinché lo  stesso l’esegua, accordando al Ciampitti la sostituzione  della cattedra di Rettorica ».   Ed ecco, infine il decreto, in data 19 dicembre 1797,  con cui si chiuse questo piato lungo e pietoso:    Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio  pubblico Lettore di Rettorica don Gennaro Vico, permette che  lo stesso rimanga nella cattedra, valendosi del Sacerdote don  Nicola Ciampitti per sostituto. E nel tempo stesso, per dare la  M. S. al medesimo un segno di sua Sovrana beneficenza, è venuta  ad accordargli l’annua pensione di ducati centoventi sul Monte  Frumentario, soggetta però al peso della decima. Lo prevengo  di Real Ordine a V. S. Ill ma, acciò ne disponga l'adempimento,  nella prevenzione di essersi dati gli ordini alla Camera, per la  pensione al Monte Frumentario. Palazzo, 19 dicembre 1797 =  Saverio Simonetti = Sig. Principe d’ Ischitella 2.    Così nel Calendario di Corte del 1798, per la cattedra  di Rettorica e Poetica, accanto al nome di Gennaro Vico  sì trova quello di don Nicola Ciampitti, professore    I Segnato in margine alla lett. precedente del Princ. di Castelcicala.   2 «In vigore del sud. R. Ordine a 25 gennaio 1798 si spedì lib. a  D. Gennaro Vico Lettore della Cattedra di Rettorica doc.ti sessantasei,  e s. 66 2-3» ecc. ecc.   Ordinario 32: Scrivania di razione. Lettori pubblici, c. 135 a. Se-  guono ivi i pagamenti delle rate fatti al Vico fino al 21 marzo 1805  (c. 135 d). A c. 168 d sono segnati i due ultimi pagamenti del 6 giu-  gno e 5 dicembre 1805. In pari data era comunicato lo stesso Decreto  al Cappellano maggiore. Dispacci dell’ Ecclesiastico, 534, fol. 3 db.   Anche nell’ Ord. 125, della Scrivania di razione: R. Studj — Pom-  pei, fol. 38, sono segnati dei pagamenti di soldo fatti a Gennaro Vico    252 STUDI VICHIANI    sostituto. Ma, disgraziatamente, non ci restano 1  Calendari degli anni 1799-1804. Per quanti anni insegnò  Ciampitti? I suoi biografi ci farebbero pensare che fino  alla morte di Gennaro Vico egli continuasse a sostituirlo:  « Prescelto venne nel 1798 », dice uno di essi, «ad occu-  par la cattedra di Eloquenza nella R. Università degli  Studi, che per la decrepita età di Gennaro Vico era stata  dal medesimo abbandonata. Nella qual palestra, avendo  egli mostrato non volgar valore, come ordinario profes-  sore, nel 1806 meritò di ottenerla » 1. Ma, nel Calendario  del 1805, vediamo sostituto di Gennaro Vico, don Nicola  Rossi, che forse era sottentrato al Ciampitti nella cattedra  del liceo arcivescovile 2. Quell’anno, il 18 gennaio, le  lezioni universitarie furono inaugurate nel chiostro di  Monteoliveto 3 (donde l’ Università tornò al Gesù Vecchio,  il 31 ottobre di quell’anno stesso 4). Abbiamo l’ Oratio  Nicolai Rossi in Regio Neapolitano Archigymnasio Rhetor.  et Poetic. Prof. subst. habita in aedibus Montis Oliveti in  prima solemni studiorum instauratione An. MDCCCV 5.    dal 21 ottobre 1799 al 5 dicembre 1805, tre volte all'anno; e ivi a fol. 12  leggesi anche una serie di pagamenti al medesimo, per gli anni pre-  cedenti.   I Elogio di N. Ciampitti del march. di VILLAROSA, in Ultimi uffizi  alla memoria del Can. N. Ciampitti, Napoli, Porcelli, 1833, p. 16. (Vi  si parla anche del metodo d’ insegnare del Ciampitti). Dello stesso VIL-  LAROSA, Ritratti poetici, Napoli, 1842, p. 118. G. CASTALDI (Elogio stor.  di N. Ciampitti, pron. nell’ad. gen. della R. Soc. Borb. il 30 genn. 1833,  Pp. 7-8) parla anche lui della nomina di sostituto nel 1798, della de-  crepitezza del Vico, e della nomina d’ordinario nel 1806 « per proposta  fattane da Monsignor Capobianco Capp. Magg. ». Cfr. anche RovER,  Elogio di N. C., Napoli, 1834, p. 18; e gli E/ogi dell’ab. SERAFINO GATTI,  Napoli, Fibreno, 1832-3, II, 2009 e le note a p. 224.   2 C'è infatti un Januarii Caroli Borboni de Vita Commentariolus  auctore NicoLAo Rossio in Archiepiscopali Licaeo Humanarum Lùite-  rarum professore; s. a.   3 L. DeL Pozzo, Cron. civ. e milit. delle Due Sicilie sotto la dinastia  Borbonica, Napoli, 1857, p. 213.   4 DEL Pozzo, sotto questa data.   5 Ut quisque literatissimus, ita civis optimus. Neapoli, ap. Vinc. Ursi-  num, di pp. 32, s. a.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 253    Nell’esordio, il Rossi, accennando le ragioni della sua  peritanza per la solennità dell’occasione, dice fra l’altro:  « Moveor etiam 1ipsius loci insolentia, qui ut prope suo jure  a me repetit, ne quid in occursu primo ominosum vitio  meo ‘intercidat ; ita sua non assueta facies, nescio quam  offensionem habet in dicendo » *. Queste parole non fanno  pensare che il luogo, non la cattedra, era nuovo al Rossi ?  In tal caso, il Rossi avrebbe sostituito il Vico anche prima  del 1805.   Questi percepì l’ultima rata del suo stipendio il 5 di-  cembre 1805 =. Il pagamento successivo sarebbe toccato  nel marzo 1806. Nel qual anno Gennaro morì 3. Un de-  creto del 31 ottobre 1806, di Giuseppe Bonaparte, rior-  dinava, come vedremo, gli studi dell’ Università; sop-  primeva varie cattedre fra cui quella di « Rettorica »; e  disponeva: « Tutti 1 professori proprietari delle cattedre  soppresse avranno la metà del loro antico soldo per giubi-  lazione » 4. Infatti un decreto degli 11 dicembre 1806  accordava la giubilazione a ventidue professori universi-  tari, fra i quali sono 1 titolari delle cattedre soppresse 5.  Ma Gennaro non c’è. Il decreto dell’ottobre istituiva bensì,  come vedremo, una cattedra di « Eloquenza antica e mo-  derna ». Ma appunto a questa un decreto del 14 novembre °  nominava il canonico Nicola Ciampitti. Il Vico, adunque,  morì poco dopo compiuti i novant'anni 7.    I Pag. 6.   * Vedi sopra p. 251 n. 2.   3 IT NICOLINI ha ora trovato il testamento di Gennaro, che fu pubblica-  to il 19 agosto 1806. Gennaro doveva esser morto uno o due giorni prima.   4 V. Collez. degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S. M. da'  15 febbr. a’ 31 dic. 1806, Napoli, Stamp. Simoniana, pp. 384, 385.  Lo stesso Decreto è nella Collez. delle leggi, de’ decr. e di altri atti  riguardante la P. S. promulgati nel già Reame di Napoli dall’a. 18c6  in poi, Napoli, 1861-63, I, 6 sgg.   5 Collez. degli editti cit., pp. 465-6.   6 Ivi, pp. 424-5-   7 Il march. di ViLLarosa, nel suo art. biografico su G. Vico, nei  Ritratti poetici, ed. 1842 (nell’ed. 1834 non c’ è il « Ritratto » di G. Vico),    17    254 STUDI VICHIANI    5.    GLI SCRITTI DI GENNARO V.  E IL SUO INSEGNAMENTO    Quando, nel 1787, Gennaro Vico lesse nell’ Accademia  la sua memoria sull’ Origine della repubblica di Locri, tra  gli accademici che l’ascoltarono, era l’abate Filippo  De Martino (1702-1794), l'elegante traduttore in esametri  latini del Tempio di Cnido del Montesquieu (1786), l’autore  dell’anonimo Hirpini poétae in Germanum Penthecato-  sticon contro l’ Archenholz (1789), e di varie opere eru-  dite, come i commentari Ad sex primorum Caesarum genea-  logicam arborem, pubblicati appunto quell’anno, 1787.   L’ab. De Martino, che sapeva comporre esametri e  distici per ogni occasione ?, salsus attice — doctissimus  eloquio — lepidissimus colloquio 3, fu ispirato dalla sua  facile musa a indirizzare a Gennaro Vico i seguenti versi,  che rimangono tra le carte di questo, nella pressoché  illeggibile scrittura 4 dell’autore:    non indica nessuna data; o meglio dà, sì, quella del 1° vol. degli  Opuscoli di Vico da lui pubblicati, ma sbaglia indicando il 1816 in-  vece del 1818. Dice che Gennaro finì di vivere nell’età di anni 78. Ma  è un errore, come hanno dimostrato i nostri docc. E così erronea  è l'indicazione di una Oratio ibid. (sc. in R. Neapolit. Acad.) în so-  lemni studior. instauratione, An. 1768; che è l’ Orazione Optima stu-  dendi ratio del 1774, pubblicata con quella In Regiis Nuptiis del 1768.   I Vedi su di lui e i suoi scritti VILLAROSA, Ritratti poetici, pp. 1209-31.   * Una raccolta di Carmina del De MARTINO fu pubblicata a Napoli,  1778, in-49.   3 Vedi l’epigrafe scritta per lui nel Sepulcretum amicabile di E. CAM-  POLONGO (Napoli, 1781-2), I, 18. Il NAPOLI-SIGNORELLI, nel Supplemento  alle Vic. d. colt. delle Due Sic., Parte I, Napoli, Flauto, 1792, p. 190:  « E tuttavia risuona fra noi la cetra armoniosa dell’ab. Filippo Mar-  tini, il quale presso a compiere il sedicesimo lustro di sua età serba  in vecchie membra giovanile vigore e fecondità e facilità pari alla  vena ovidiana ».   4 Anche il VILLAROSA, del cui padre il De Martino sarebbe stato    age AL = _ E Ri © n n onice ci i ce a = ZA  Ad J. Vicum  Hexastichon.    Haeredem quis te virtutis jam paternae,  Fortunaeque simul pauperis esse neget ?   Ambo fortuna digni meliore, sed ambo  Sprevistis caecam. Gloria parta satis:   Trans Apenninos, Alpes gelidamque Pyrenem,  Trans mare, trans Calpem fama perennis erit.    Ad eundem pro Dissertatione de Pompejis.    Eruis e tenebris Pompejos, pene sepultos,  Et nitido praefers lumine jam facem.   Hesperia ! reducis magnis hinc bobus abactis  Amphitryoniadis maxima pompa fuit.   Et terrae motum ?, quo corruit Vrbe theatrum,  Pompej, Alcidis moenia celsa, notas,   Dum caneret Nero, dum, tristi sed corde, severus  Cum Seneca Burrhus plauderet ore, manu.  Aurigam foedum vidit quoque Roma Neronem:   Et mirata suum turpis arena Pium 3  Arrosos ungues scalptum caput, osque columnae  Innixum nobis nobile monstrat opus.    Ad eundem pro Dissertatione de Locris  Dodecastichon alterum.    Hoc ingens etiam studium, vigilemque lucernam  Ad galli cantum, nocte silente, sapit.   Italiae regio Graecis dominata colonis  Quum fuerit priscis Graecia Magna fuit.   Hic Locros memoras, Trojani ab tempore belli  Et varios casus innumerasque vices,    « amicissimo », diceva (l. c.) di possedere moltissimi versi del medesimo  «scritti col di lui poco intelligibil carattere ».   I Cioè dalla Spagna. Allusione alla leggenda menzionata anche nella  Dissertazione del Vico, e che si trova in SoLIno (II, 5); la quale spiega  il nome di Pompei «quia [Ercole, fondatore di Pompei] pompam  boum duxerat ».   % Il terremoto dell’anno 63 d. C.   3 Commodum gladiatorem (Postilla del De M.).    256 STUDI VICHIANI    Hinc mutas etiam, vocales inde cicadas!,  At de Thebano Vitigatore nihil.   Collibus haud Thuscis, heic primam fixit Bacchus  Sedem; mentitur Musa diserta Rhedi 3;   Expeti an ignoras totum Locrensem orbem ?  Siccavit vates pocula mane duo.    Ride et vale, meque tui amantissimum tibique addictissimum,  quod sponte talis, amare perge.  PH. TUUS.    Del resto anche nell’invettiva contro il dotto tedesco  aveva esaltato Gennaro Vico insieme col padre glorioso:    En Vicum ante alios, cui fasces ipse Leybnitz  Submittit, nullo per loca trita solo   Pergentem; sequitur, patriae non degener artis,  Par animo natus, moribus, ingenio.    E l'alto elogio era ingrandito dalla enumerazione degli  altri maggiori discepoli del Vico, a capo dei quali pel  De Martino stava Gennaro « patriae artis callentissimus »  come egli stesso commentava nelle note, aggiungendo:  «Multas etiam edidit orationes ac dissertationes, easque  eruditissimas, inque nostro Atheneo latinam eloquen-  tram meritissimus patris successor docet ». Multas, no:    DI    ma l’iperbole è indizio dell’animo 3.    I Accenna al curioso fenomeno, su cui s’ intrattiene a lungo il Vico  nella sua Dissertazione su Locri, accennato da Strabone, Plinio e altri  scrittori antichi, che le cicale oltre il fiume Alece, dalla parte di Reggio,  fossero mute, e al di qua, dalla parte di Locri, cantassero. Uno stu-  dioso del luogo, al quale Gennaro Vico per mezzo dell’Accademia si era  rivolto per ottenere certe informazioni topografiche su questo fatto  delle cicale, per sapere se notavasi ancora il curioso fenomeno, ri-  spondeva: « Quel che si dice delle cicale mutole e vocali non è punto  vero, perché da per tutto assordano le orecchie di questi abitatori ! ».   2 In ditirambo Bacco în Toscana (Postilla del De M.).   3 Hyrpini potètae in Germanum Penthecatosticon, Neapoli, typ. Si-  moniana, 1789, pp. 17 e 48; cfr. CRocE, Nuove ric. sulla vita e le opere  del Vico e sul vichianismo, in Critica. E col De Martino un altro poeta, Giovanni Fantoni,  Labindo, che allora era a Napoli e stretto in amicizia a  Gennaro, dovette plaudire in prosa, se non in versi, alla  sua dotta dissertazione. In versi elegiaci gli si rivolse  quattro anni più tardi, quando già s'era allontanato da  Napoli, nella primavera del 1791, in occasione della morte  del loro comune amico il duca di Belforte Antonio di  Gennaro, tra gli arcadi Licofonte Trezenio: Iannuario  Vico, eruditissimo viro ac amico suavissimo, in obitu Lyco-  phontis :    Desine, Vice, meum lacrimis urgere dolorum:  Iam satis in nostro pectore regnat amor.  Regnat, et assiduis late loca questibus implet  Et frustra surdis dis Lycophonta petit.  Flebilis ille bonis, decus et spes magna Sebethi  Occidit heu! nulli quam mihi flebilior;    e così via per altri undici distici *.   Quanta fosse la modestia di Gennaro si può vedere  dalla risposta in prosa che egli fece ai distici del De Mar-  tino, e che non vale certo meno di essi. In questa lettera  c'è tutto lui:    Philippo De Martino  Januarius Vicus S. D.    Accepi una cum elegantissima Elegia, mihi inscripta, et quasi  comite adjuncta, nitidissimum tuum, Clarissimi Viri, Stephani    I L’elegia fu pubblicata la prima volta nel 1791 nel vol. Omaggio  poetico in morte di D. Antonio di Gennaro Duca di Belforte e Can-  talupo Principe di S. Martino Marchese di S. Massimo, ecc., tra gli  Arcadi Licofonte Trezenio, in -4° (s.a.); ma è stata riprodotta da  un ms. orig. nella edizione delle Poesie, a cura di Gerolamo Lazzeri,  Bari, Laterza, 1913, p. 436. A una cortese comunicazione dello stesso  prof. Lazzeri devo la precisa determinazione del tempo in cui l’elegia  fu scritta.    258 STUDI VICHIANI    Patritii! Elogium; dignum sane argumentum, in quo laudata  virtus cum compta laudantis facundia ita certare videtur, ut  nescias utrum plus decoris dignitatis splendori accesserit, an  ingenii ubertati. Quod sane a me ipso quasi abductus ea inexple-  bili aviditate voravi, ut veritus sim, ne tot tantarumque venu-  statum ingluvies stomacho nimis pigro et inerti, qua molestissima  valetudine maxime laboro, aliquam pareret cruditatem:sed longe  absunt ea, quibus corpora, ab iis, quibus aluntur ingenia: illa  enim tempore egent, ut conficiantur; haec facillime concoquuntur,  ac statim in vires et sanguinem transeunt. Quapropter cum res tuas  legendas, imo potius admirandas suscipio, in quibus cum sen-  tentiarum splendorem, tum, velut in vermiculato emblemate,  sic structa verba videas; tantum abest, ut in iis Aristarchum agere  audeam, ea jucunditate et quasi nectare animus perfunditur,  ut, audacter dicam, quod sentio, ipse mihi quodam modo videor,    epulis accumbere Divim    Tuo lautissimo exceptus convivio, repletusque dapibus tuis,  ne mihi, ne tibi desim, te vicissim ad me invitare cogor; nam  saepe fit, ut quedam officia vel cum aliquo periculo praestanda  sint. Fortasse inquies, quid agis ? Satin’ sanus es? qui me po-  stules ad te vocare ? Vide ne quid temere facias! Visne tuum  pusillum censum absumere ? audio: ineptus, profusus, impu-  dens videar, quidvis, potius, dum ne sim inofficiosus. Quare  mitto Tibi cum hac deprecatrice epistola duas Oratiunculas ?,  quae si rei amplitudinem existimas, si quis eam commode et pro  dignitate tractasset, haud longe abeunt ab iis, quas coeci per  compita canentes stipem emendicant. Quanto sane mihi satius  fuisset, exiguam illam de me opinionem, quaecumque ea esset,  retinere, nullo typis edito experimento: quis modo recipiat, etiam  levi illa existimatione me non esse revocatum ? Grave quidem  et anceps, toties judicium subire, quot sunt ii, quorum in manus  incidas: cum praesertim in rebus, in quibus non utilitas quaeritur  necessaria, sed libera quaedam animi oblectatio, sciam quam sint    I Su Stefano Patrizi (1715-1797), magistrato, professore di diritto  feudale nell’ Università, dotto giureconsulto, autore anche di una Dis-  sertazione sul Teatro (inedita), che è lodata dal Metastasio, vedi ViL-  LAROSA, Ritratti, pp. 55-57.   2 Le due Orazioni stampate nel 1775: In Regiis Nuptiis e Optima  studendi ratio. homines morosi et difficiles ut nodum in scirpo quaerant. Haec eo  dico, ne me putes laureolam in mustaceo quaerere voluisse:  quod vel ex eo patet, quod tam diu in publicum edere cessaverim;  magnum sane nolentis indicium; sed ne diutius eorum, qui apud  me plurimum possunt, voluntatem negligere viderer; ac proinde  rogari er negare desinerem. Nunc tecum mihi res est: obliviscere  parumper divitiarum atque opum tuarum: pone, quaeso, mundi-  tias, pone lautitias tuas; illam denique eruditissimi palatus tui,  cuncta minus exquisita aspernantis, elegantiam pone: da te mihi  vicissim; et finge te iter facientem in quandam miseram atque  omnium egenam cauponam divertisse, quod saepe usuvenire  solet; atque in coena panem atrum, asperrimum vinum, coepas,  allium, palustres mullos frictos et silvestria poma esse apposita;  quid ageres ? nonne tempori servires ? Quidni amici tempori inser-  vias? et siquid ei exciderit, quod tibi minus probetur (id vero pro  meo jure postulem) transverso calamo signes ? Utinam ne cuncta:  atque ejus causam suscipias ? Equidem liquido jurare possum;  et tu fortasse iuxta mecum sentis: tantum iis dignationis  accessurum, quantum tu tua auctoritate tribueris. Male factum:  aegre est. Te propter M. Antonii, fratris amantissimi et sanctis-  simae monialium, sororis tuae, obitum, adhuc in moerore et luctu  versari !. Quid ? visne solus ignorare, vulgo quod dici solet, nihil  facilius, quam lacrymas, inarescere ?    Credis id Manes curare sepultos ?    ac demum, quid jam ridentes, et coelo receptos luges ? Vale.    Una lettera, come si vede, di chi non ha molto da fare:  un componimento letterario, freddo, ma irreprensibile, e  non privo di certa grazia. Dell’intenzione letteraria di  chi lo scrisse ci assicura la doppia copia ?, che se ne trova  tra le carte di Gennaro, e ci fa pensare che questi la dové  dare a leggere a qualche amico. Certo, già questa lettera    I Della sorella Maria Gabriella, che riedificò il monastero delle  Cappuccine di Aversa, e morì in odore di santità, fu scritta la vita,  che è ricordata dal VILLAROSA, Ritratti, p. 131.   2 Ne abbiamo riprodotta una, senza tener conto delle varianti di  poco conto che l’altra presenta.] dimostra una conoscenza profonda e un uso sapiente del  latino classico.   Ma s’ingannerebbe chi pensasse che per Gennaro la  frase o la forma fosse tutto. Non era stato questo l’insegna-  mento paterno. Chi non ha letta l’orazione di G. B. Vico  De nostri temporis studiorum ratione (1708) ? In essa 1l  professore di rettorica si permetteva di criticare l’indi-  rizzo di tutti gli studi del tempo suo, e di additare a tutti  un’altra via. Onde sulla fine sospettava che altri potesse  ammonirlo: «Quid tua, inquiet, ejusmodi argumenta,  quae omnia sapiunt, disserenda suscipere ? » e rispondeva:  «Nihil mea Ioh. Baptistae a Vico; at mea multum elo-  quentiae professoris ; quando sapientissimi matores nostri,  qui hanc studiorum universitatem fundarunt, eloquentiae  professorem omnes scientias artesque doctum esse oportere  satis suo instituto significarunt .... Nec temere ter maximus  ille vir Franciscus Verulamius illud Iacobo Angliae regi  dat de ordinanda studiorum universitate consilium, ut  adolescentes, non omni doctrinarum orbe circumacto, ab  eloquentiae studiis prohibeantur. Nam quid aliud est elo-  quentia nist sapientia, quae ornate copio-  seque et ad sensum communem  accommodate loquatur?»:. E, nelle Institu-  tiones oratoriae, che il Vico dettò a’ suoi scolari nel I7I1 2,  la filosofia è detta rhetoricae instrumentum maxime neces-  sarnum. E, nelle aggiunte postume alla propria Vita,  parlando del suo insegnamento di rettorica, ci fa sapere  che egli «non ragionò mai delle cose dell’eloquenza, se  non in séguito della sapienza, dicendo che la eloquenza  altro non è, che la sapienza che parla, e perciò la sua  cattedra esser quella che doveva indirizzare gl’ingegni e  fargli universali, e che l’altre attendevano alle parti,    1 Opere, I, 119-20.  2 V. CROCE, Bibliogr., p. 15.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 261    questa doveva insegnare l’intiero sapere, per cui le parti  ben sl corrispondan nel tutto » '. Insegnamento, dunque,  più di cose che di parole.   E che non dissimile, mutatis mutandis, debba essere  stato anche quello del figlio, basta ad attestarcelo l’inedita  orazione del 1756: Dissidium linguae ab animo ecc., della  quale giova dare particolare notizia, come documento  dell’indirizzo mentale di Gennaro.   Perché, egli si chiede, ci siamo tanto allontanati dal-  l’eloquenza degli antichi, ut vix, ac ne vix quidem, species  ejus quae beatissimis illis saeculis floruit, sit relicta ?  E fa la curiosa e giusta osservazione, che nell’antichità ci  furono tanti grandi oratori prima che s’inventasse la ret-  torica; laddove il decadimento dell’oratoria incomincia  proprio dalla invenzione di questa. E già anche il padre,  nelle Istituzioni, aveva detto: « Sine natura, sine exercita-  tone, ars misera dicendi officina est. Omnes enim ingenue  educti rethoricam artem didiceruni ; at quotus quisque  evasit eloquens, sive adeo disertus ? ... Itaque praestare  putarim hanc artem praeceptionibus parce parcam, optimo-  rum vero exemplorum tradere adolescentibus maxime copio-  sam. Neque sane pictores, qui excellere in arte student,  diu in eius subtili disputatione immorantur»?. Già il pa-  dre dunque aveva scosso la fede nei precetti rettorici.  Sì senta ora il figlio:    Etenim jam constat quod, inventa arte, adductis praeceptis,  adhibitis magistris, hoc dicendi studium tantum fecerit jacturam,  ut singulis aetatibus vix singuli mediocres oratores extiterint !  Quid enim ad rem tam immensam, tam longe latedue dissitam  definiendam magis aptum excogitari potuit, quam eam in arte  redigere, quae nonnisi cognitis penitusque perspectis, et nunquam  pallentibus rebus continetur ? Nonne nobis facillime actu videatur,  quod quae observata sunt in usu et ratione dicendi, haec ab homi-    I Opere, V, 75.  ? Vico, Instituz. orat. e scritti inediti, Napoli, Morano, 1865, p. 9.    262 STUDI VICHIANI    nibus acutissimis animadversa, notata, verbis designata, generibus  illustrata, partibus sint distributa, ut quod illi sive natura, sive  improbo labore effecissent, nos eadem suadente natura, atque  aliena industria assequeremur ?... Hoc mirabilius videri debet,  quod quibus adjumentis ceterae cunctae disciplinae, quae fere  reconditis atque abditis fontibus hauriuntur, tantum incre-  mentum sunt adeptae, iis haec dicendi ratio, quae in communi  hominum more et sermone versatur, tantum accepit detrimentum,  ut difficile dijudicari possit, utrum artis inventio profuerit magis  an funditus everterit hanc liberalissimam facultatem.    Si addurrà che manchi ai moderni l’intelligenza de-  gli antichi? Sarebbe ridicolo, essendo innegabile anzi,  che gli ingegni moderni abbiano superato gli antichi.  Anche Gennaro fu figlio del sec. XVIII!    Nobis gloriari licet, hanc nostram aetatem tot novis inventis,  novis artibus, novisque scientiis ab antiquis aut ingenii vitio non  animadversis aut voto tantum expetitis auctam esse et locuple-  tatam, ut nihil fortasse quicquam quod ad humanos usus perti-  neat amplius excogitandum, nihilque in re literaria desiderandum  nobis relinquatur.    La vera ragione sta proprio, secondo Gennaro, nel-  l'insegnamento della rettorica; non, di certo, per colpa  della stessa disciplina, bensì per i falsi criteri di chi l’in-    segna:    Non enim tam infestum animum in artem gero, ut putem  eam nullius bonae frugis esse; nec ignoro multa adjumenta atque  ornamenta huic dicendi studio ab arte esse subministrata; at  rursum fateor quam plurima imo maxima in eloquentia existere,  quae nec arte tradi, nec praeceptis contineri possunt: habet ea  quaedam quasi ad commonendum oratorem quo quidque referat,  et quo intuens, ab eo quod sibi proposuerit, minus aberret; at ex  adverso petendo haec omnia ad excolendum oratorem non ad  fingendum esse instituta: non abnuo artem quaedam limare posse,  et quae bona sunt fieri meliora doctrina, et quae non optima, aliquo  tamen modo acui posse et corrigi: at contra sic sentio, nisi subsit  materia, in qua versetur, nihil quicquam proficere posse. Verum, seposita arte, cum ista artificum intemperie mihi res  est, qui, omissis illis utilissimis sapientiae studiis, sine quibus  eloquentia consistere nequit, in lingua tantum exercenda occupati,  ex hujus artificii exilibus jejunisque praeceptionibus, tanquam e  maximo dicendi emporio, omnes divitias et ornamenta eloquentiae  petenda esse contendunt; eaque falsa persuasione imperitam  juventutem, rerum omnium egenam, in eam fraudem inducunt,  ut fere omnes credant se, ea percepta, omnibus laboribus jam esse  perfunctos, atque in iis quae ad dicendum pertinent, nihil omnino  aliud sibi addiscendum superesse.... Hoc maximum fuit incom-  modum, haec gravissima pernicies fuit eloquentiae, quod dum in  hac seclusa verborum aquula juventutem haerere patiuntur, ab  uberrimo et perenni sapientiae fonte, a quo solida omnis et gene-  rosa dicendi virtus promanavit, avertere atque abducere conantur.  Hic factum est ut nostrorum temporum diserti sapientiae studia  reformident; in paucissimos sensus, in inanem verborum sonitum,  nulla re subjecta, in angustas sententias detrudant eloquentiam  velut expulsam regno suo atque in pistrinum aliquod dejectam.    Insomma, studiate l’eloquenza; ma non ut ducem,  verum ut comitem cam adhibeamini. Al tempo del maggior  fiorire dell’eloquenza greca, questa non proveniva se non  dai penetrali della filosofia; iidemque erant et dicendi et  morum praecedtores:    at postquam isti verborum nugatores extitere, qui eloquentiam  a sapientia, quae natura ipsa conjunctae erant, dissociarunt, et  facto quodam linguae a corde divortio, quo alii nos sapere, alii  dicere docerent, dum linguam in quaestu ponunt, animum desidia  et socordia tabescere patiuntur, uberrimus fons eloquentiae pror-  sus exharuit.    Gennaro Vico si fa banditore della più sana teoria  estetica, sostenendo che la vera eloquenza è quella che  scaturisce dal pieno possesso dell’argomento. E lo dice  molto bene:    Sane dicendi virtus quiddam majus est, quam isti opinantur,  atque ex pluribus artibus studiisgue collectum: quae, etiamsi  in dicendo se non proferant, nec effundant, vim tamen occultam    264 STUDI VICHIANI    suggerunt, et tacite quoque sentiuntur. Ipsa enim multarum  artium scientia etiam aliud agentes nos ornat, atque ubi minime  credas, eminet atque excellit: atque adeo si, quod isti ipsi celeri lin-  gua et exercitata operarii fatentur, verum est, quod persapienter  Socrates dicere solebat, omnes in eo quod sciunt, satis esse elo-  quentes; ex eorum scilicet inanibus futilibusque praeceptiunculis  scientia illa rerum plurimarum maximarumque, sine qua verbo-  rum volubilitas inanis est atque irridenda, colligetur ? Rerum  enim copia verborum copiam gignit: quonam pacto oratori in hoc  tanto tamque immenso campo libere vagari liceat, atque ubicum-  que constiterit, consistere in suo, nisi ei qui dicit, ea de quibus  dicit perspecta sint? Qui poterit quandoque insurgere et ab an-  gustis ejus cancellis, quod optimum est dicendi genus, in amplis-  simum generum campum causam educere, nisi res subsit ab ora-  tore percepta penitusque cognita ?    Il Vico, quindi, si fermava a provare partitamente come  i fini principali dell’oratoria presuppongano la conoscenza  delle parti principali della filosofia, per conchiudere anche  lui, come già il padre: eloquentiam nihil aliud esse, nisi  copiose loquentem sapientiam. Ma quale filosofia ? E s’in-  segnava allor nell’ Università di Napoli una filosofia  capace di far risorgere l’eloquenza ?   G. B. Vico, nel 1711, aveva detto: « Per ciò che riguarda  la filosofia; come anticamente né la dottrina degli epicurei,  né degli stoici era utile all’eloquenza (quando gli epicurei  della nuda e semplice esposizione delle cose si contenta-  vano, e gli stoici col troppo affettare sublimità, ciò che  nell’orazione e nello stesso spirito ha di generoso, infran-  geano e cincischiavano, e tolto ogni succo ne denudavan  le ossa disciolte per soprappiù di lor giunture); così oggi  né la cartesiana, né l’aristotelica del nostro tempo fa  gran prò alle cose oratorie: questi perché disadorni e  rozzi; quegli perché digiuni, secchi ed aridi in tanto,  che io stimo l’eloquenza dei nostri tempi (quando la  lingua latina pur coltivasi diligentissimamente) prender  vizio dalle cose istesse; ed essersi principalmente corrotta    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 205    perché le cose filosofiche senza splendore alcuno, senza  ornamento e ricchezza s’insegnano » 1.   Nel 1756 insegnava filosofia, già dal ’41, nello Studio  di Napoli Antonio Genovesi. Pure Gennaro, da buon  figliuolo di Giambattista, dice vichianamente al suo udi-  torio accademico:    Audacter dicam quod sentio: nostrorum temporum philosophi  nullum emolumentum eloquentiae afferre possunt, quippe nos  non ut ad hanc civilem lucem natos, sed tanquam ab hominum  societate sejunctos vitam acturos in sapientiae studiis instituunt;  etenim dum nimis curiose naturae secreta rimari conantur, mo-  ralem penitus neglexerunt, eamque potissimam partem, quae de  humani generis ingenio, ejusque affectibus, de propriis virtutum et  vitiorum notis, deque illa decori arte omnium difficillima disserit:  atque adeo praestantissima de republica doctrina nobis deserta et  inculta jacet; cumque hodie unus studiorum finis sit veritas,  vestigamus rerum naturam, quae certa est, hominum naturam non  vestigamus, quae ab arbitrio est incertissima.    Anche nelle ultime parole pare di scorgere una remini-  scenza degli scritti paterni. Si ricordi il celebre luogo  della seconda Scienza Nuova: « A chiunque vi rifletta, dee  recar maraviglia, come tutti i filosofi seriosamente sì stu-  diarono di conseguire la scienza di questo mondo naturale;  del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la  scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo  delle nazioni, o sia mondo civile, del quale, perché l’ave-  vano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la scienza  gli uomini ». Non più che una reminiscenza: già lo spi-  rito è diverso.   Quapropter ad antiquos confugiendum! Ma a quali  antichi ? Anche in ciò Gennaro segue da presso il padre.    I Institut. orat., pp. 7-8. Ho citato la trad. del Parchetti, pel suo  sapore vichiano.    206 STUDI VICHIANI    Epicurus, etsi eum in sapientum numero! censeo, nuda ac  simplici rerum expositione contentus dimittebat. Pyrrhoni  vero quas in hoc opere partes habere potuisset, qui judices es-  sent, apud quos verba faciat, reum pro quo loquatur, Sena-  tum, in quo sit dicenda sententia, non liquebat. Zenonem, utpote  ab hoc, quem instituimus, oratore abhorrentem, puto ejiciendum;  nam cum illud in votum habuisset, suum sapientem liberum ac  beatum esse, atque eos, qui sapientes non sint, servos, hostes,  insanos, absurdum sane fuisset concionem ei aut senatum, aut  ullum hominum coetum committere, cui nemo illorum qui adsunt,  sanus, nemo civis, nemo liber videatur. Accedit etiam quod, nimia  subtilitatis affectatione, quidquid erat in oratione generosius,  frangebat, concidebatque 2. Quare factum est ut Stoici, qui fere  omnes prudentissimi fuere in disserendo, traducti a disputando in  dicendum, steriles et inopes reperti sint. Aristoteles studiose quo-  dam oratorio (?) non immerito laetat, et sane ejus disserendi ratio  utilis quidem esset, nisi hodie in vermiculatis illis quaestionibus,  verbis utar Verulamii, versaretur.    Anche per Gennaro il porto, che offre un sicuro rifu-  gio, è quello della filosofia platonica, în qua disserendi  ratio conjungitur cum suavitate et copia dicendi: e della  quale Gennaro si compiace specialmente di ricordare la  dialettica, come mirabilmente atta ad acuire le menti con  quel suo procedere quo adolescentes ex seipsis vera inve-  nire conarentur, secondo il principio socratico: neque  scientias, neque virtutes doceri, sed auditorum mentibus  atque animis educi 3. Pensieri e ricordi in tutto degni del  padre.   Nel dicembre dell’anno innanzi, Carlo di Borbone  aveva istituita l’ Accademia Ercolanese. E Gennaro, sulla  fine del suo discorso, incitando i giovani agli studi, non    I Quel che segue nel ms. è di mano del Villarosa; ed è alquanto  scorretto.   2 Sono le parole stesse del padre, nel l. c.   3 Gennaro confonde il metodo socratico con la dialettica platonica.  Ma, raccomandando lo studio della filosofia platonica, egli pensa ai  dialoghi di Platone. tralascia di richiamare alla loro mente i premi che riser-  vava ai dotti l’ottimo principe; il quale    tanta cura et sedulitate doctissimos ex universa civitate viros  nuper delegit, novamque Academiam constituit ad situm illis  venerandae antiquitatis ruderibus obductum detergendum, quae  ex obruto Herculano continue eruuntur, ne in lucem prolata in  iisdem tenebris maneant quibus tot saeculorum intervallo circum-  fusa jacuerunt.    Di Carlo di Borbone, in verità, Gennaro non aveva se  non a lodarsi; e non si lasciò sfuggire occasione di tesserne  le lodi. Quando, nel 1759, si seppe in Napoli che Carlo  sarebbe passato al trono di Spagna, egli ebbe occasione di  scrivere la seguente lettera, che credo indirizzata a quel  padre don Giuseppe Bolafios (o Burafios), arcivescovo di  Nisibe, che fu confessore di re Carlo ::    Januarius Vicus    Ex quo mihi sorte quadam datum est tibi, Vir Amplissime,  innotescere, igniculum quendam animo injecisti, quonam pacto  ei humanitati, qua me semper excipere soles, responderem  cum tandem, quo majorem tuae erga me benevolentiae documen-  tum praeberes, libellum mihi dono dedisti a te elucubratum....  (sic) mole quidem exiguum, fructu autem, quem ex eo quisque  pro sua aeterna salute collegere potest, maximum; unguenta enim  quo pretiosiora, eo angustioribus vasculis continentur: quem cum  maxima utilitate quotidie versare non desino. Ex eo enim facile  mihi intelligere datur optimo sane et sapientissimo consilio factum,  Carolum Regem nostrum tibi viro religiosissimis moribus praedito  tradere, ut ex te pene ab incunabulis veram pietatem, solidiora    I ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 464 n. e il Catalogo de’ cappellani  maggiori e de’ confessori delle persone reali (del P. Luigi Guarini), Na-  poli, Coda, 1819, p. 123. La data della lettera risulta in modo certo dal  contenuto. Nella « Pianta della Famiglia della Regina (Maria Amalia) »  del febbraio 1738 (in SCHIPA, o. c., p. 260), è dato come confessore  (della regina) il frate Giuseppe da Madrid, « teologo e predicatore del  re o Era egli il Bolafios ? A lei potrebbe essere scritta questa lettera  del Vico.    268 STUDI VICHIANI    nostrae religionis praecepta, omniumque Christianarum virtutum  disciplinam acciperet; ut non mirum si apud omnes gentes verum  Christiani Principis exemplar habeatur!: pro quibus maximis  immortalibusque beneficiis quas Deo O. M. gratias agere quasque  habere oportet? Quibus vocibus, quibusque laudibus te efferre, qui  tantam ejus curam suscepisti, egregiamque alioquin indolem ad  veram Christiani Principis imaginem conformare studuisti, ut  eo tamquam coelo demisso 2 perfruamur ? At quid nunc dico ? Quo  animus excurrit ? Nobis jam eo aegrius curandum est, quocum  hic praesentem usque adhuc vidimus tanta humanitate tantaque  mansuetudine ut merito parens omnium haberetur.   Invida enim tantae felicitati Hispania (eheu, quem dono datum  nobis putabamus, commodatum aegre intelligimus!) rursus repetit,  et suo jure quodammodo sibi vindicat: ea est rerum humanarum  vicissitudo. Verum enimvero ut Magni Alexandri animo terrarum  orbis vix sufficere videbatur, ita haec tanta virtus nimis angustis  hujus regni finibus circumsepta, alias terras nec Europae terminis,  nec Oceano contentas, sed, fas sit dicere, ad fiammantia moenia  mundi usque procurrentes exposcebat, quo libere spatiari posset.  Quoniamque necessitas ita proloqui cogit, nec sine lacrimis pro-  ferre audeo, grassetur in via virtutis, capessat potentissimum  universae Europae imperium, et impleat Orbem gloria nominis  sui magna ex parte in tuam laudem, Praesul Amplissime, redun-  datura: non enim conaptissimis votis Ejus ac Regiae Sobolis  incolumitatem expetemus, faustissimis ominibus ejus iter hinc  prosequemur. Hoc tantum omnibus praecibus ab eo petimus 3,  ut aliquem ex suis augustissimis liberis apud nos relinquat, quem  tanquam ejus imaginem in sinu foveamus, quem utpote ex se  natum, haud sui dissimilem fore speramus. Haec sint grati et  observantis animi mei testimonia.    Vale.    I Sulla religiosità di Carlo vedi l’ Elogio estemporaneo per la glo-  riosa memoria di Carlo III (Napoli, Perger, 1789) del prete dell’ Ora-  torio FRANCESCO D’ ONOFRIJ, pp. XXII sgg.   2 Nella minuta: demissum.   3 Questo desiderio non poteva formarsi dopo il 6 ottobre 1759,  quando si celebrò la solenne cessione del trono di Napoli da Carlo a  Ferdinando IV. Né gli auguri pel buon viaggio possono essere ante-  riori al 10 agosto 1759, giorno della morte di Ferdinando VI di Spagna.  La lettera, quindi, fu scritta tra l’agosto e l’ottobre 1759.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 269    Questi medesimi sentimenti espresse con maggior  larghezza nove anni dopo, nella solenne orazione letta,  come già ricordai, nell’ Università, Per le nozze di Ferdi-  nando IV con Maria Carolina (1768), giusto trent'anni  dacché il padre vi aveva celebrato con una sua Orazione  le nozze di Carlo e di Maria Amalia; giacché Gennaro a  magnificare i nuovi destini di Napoli sotto il secondo  Borbone trasse gli auspicî dalla memoria di tutto che di  grande e di utile era stato compiuto dal primo. Sicché  una buona parte del discorso è consacrata a re Carlo; e  non è un elogio volgare, ma una breve ed efficace storia  in iscorcio del regno di lui, narrata nel più puro latino e  in classico stile. Storia, che, pur compendiosa, non va per  le generali, ma, senza colorire, accenna tutte le linee  principali e qualcuna anche delle secondarie di quel regno,  rilevandone ogni carattere; in modo che ne risulta un  concetto abbastanza compiuto di quel periodo così impor-  tante della storia napoletana.   Comincia dal rilevare la nota storica fondamentale,  della costituzione del regno indipendente, per opera del  Borbone: si    Quisnam enim unquam in animum sibi inducere potuisset,  Regnum hoc trecentos fere abhinc annos, tot tantasque rerum  passum vicissitudines, semper exterarum gentium imperio su-  bjectum, sui tandem juris factum, in suam ditionem perven-  turum, Neapolitanorumque cervices diuturno externae domi-  nationis servitio suetas suavissimum proprii Principis subituras ? !.    Quindi, pensando alle contingenze storiche (special-  mente al matrimonio di Filippo V con Elisabetta Farnese),  a cui si dové la indipendenza del Reame di Napoli, non  può a meno di rammentare un principio della Scienza  Nuova, che non saprei peraltro quanto da lui esattamente compreso: «Abeant hinc, et facessant, qui stultissime  putant humana ratione fieri, quae Divino tantum consilio  eveniunt, aut fateantur caelesti Numine rectores terris  dari ! ».   Accenna poscia con tocchi liviani le giovanili imprese  militari di Carlo, le sue doti guerresche, l’amore guada-  gnatosi dei soldati, i costumi castissimi continentissimique  Ducis, che eran d’esempio all’esercito; e la conquista del  Regno, la vittoria di Bitonto, e poi il rapido acquisto della  Sicilia (quam tanta celeritate in suam vredegit potestatem,  ut haud quisquam cursu cam, quam victoria peragraverit),  nonché il trionfale ingresso in Napoli. Della città ricorda  la singolare tranquillità con queste efficaci parole:  «Testes denique [della grandezza delle sue gesta] sumus  nosmetipsi, qui velut in Theatro sedentes, tamquam de  aliis fabula, non de nobis res ageretur, belli malis damnisque  expertes, securi et oscitantes, in summo otto, in maxima  rerum omnium copia sacvientis Martis furorem specta-  bamus ».   Menzionata anche la guerra di Velletri, tanto per com-  piere il ricordo dei fatti militari di Carlo, torna con la  memoria al giorno in cui l’infante don Carlo fece la sua  prima entrata nella capitale (Io maggio 1734); e ricorda  il giubilo della città in quell’occasione 1. Detto poi delle  virtù pubbliche e private del re, accenna le principali  riforme da lui promosse, a capo delle quali il riordina-  mento della magistratura, e poi la restituzione della Uni-  versità nel Palazzo degli Studi, il cui riattamento era  stato già celebrato con un'epigrafe da G. B. Vico =; infine    I Lo ScHIPA per la menzione che fa anche lui di quelle feste (op.  cit., p. 125) avrebbe trovato nell’opuscolo del Vico un documento in-  teressante; pp. IX-x. Vedi pure (pp. xv-xVviI) il ricordo delle feste di  Napoli pel matrimonio di Carlo con Maria Amalia.   2 «Inter praecipua pacis ornamenta, quae jam animo volutaverat,  nihil ei antiquius visum (utpote non ignaro bonarum artium disci-  plinas rerum humanarum esse moderatrices) quam Musis, regno suo  passa ad enumerare le opere pubbliche, le imprese d’arte  e di storia, cui provvide Carlo di Borbone. Questa la parte  più curiosa e caratteristica dell’orazione; e merita d’esser  conosciuta. Ecco come accenna alla costruzione del  S. Carlo *:    Praeterea, ne videretur otium virtute partum sibi tantum  comparasse, neve populus expers esset honestissimarum vo-  luptatum, quae pacis et tranquillitatis sociae in Rep. aluntur  bene constituta, Theatrum totius ferme Europae magnificen-  tissimum tanto temporis spatio excitavit, quantum vix ad opus  designandum tignumque comparandum satis esset.    Dei lavori per la Strada Nuova verso Porta del Car-  mine, eseguiti nel 1749, e del ponte presso al Castello del  Carmine, pel quale fu composta un'iscrizione dal Maz-  zocchi 2, Gennaro dice:    Quid dicam prohibitum a muris, quos autem alluebat, mare,  strata civium commoditati urbisque ornamento publica via,  quae mari intermittit, pontibus continuata, quodque antea  cymbis ratibusque aptum, curribus nunc equisque pervium factum  esse ? pomoeriumque prius e remis expertum nunc rotas pati,  perque subterlabentes undas nedum tuto incedi, sed plaustra etiam  duci videmus ? Quid jactis molibus super contractum mare pro-  ductae civium inambulationes, et tutissimum navium receptui  portum effectum, quo antea carebamus ?    E della istituzione del Real Albergo dei poveri, comin-  ciata nel 1751 3:    quasi expulsis, nulla certa stabilique sede errabundis, vixque precario  hospitio [a S. Domenico] exceptis, pristinum domicilium nitidius ele-  gantiusque restituere » (pp. XVI-XVII). Per la parte di G. B. Vico nel  ripristino dell’ Università nel Palazzo degli Studi vedi l’ importante ar-  ticolo di GiusePPE CECI, Il palazzo degli Studi, nella Napoli nobilis-  sima, vol. XIII, 1904, pp. 182-3.   I Vedi in proposito, D’ ONOFRI, Elogio, p. cxxx; CROCE, I teatri di  Napoli, Napoli, Giannini, 1891,pp. 322 sgg.; SCHIPA, o. c., p. 28I.   è Cfr. D’ ONOFRI, Elogio, p. CXxVI.   3 D' ONOFRJ, p. CvII. Cfr. SCHIPA.] Exhauriendae sentinae Urbis amplissimum Ptochotrophium  coeptum, quo compellerentur imae plebis purgamenta, ne nobis  molestiae, et civitati dehonestamento essent.    E delle ville acquistate e abbellite da Carlo ::    Quid tot villas ad urbium instar aedificatas, Bacchi, Florae  Pomonaeque certamina, amplitudine, elegantia, amoenitate adeo  admirabiles, ut cum Romanis ipsis de operum magnitudine jure  contendere audeamus.    E della cascata di Caserta:    Praeterea quasi terrae ac maria sibi satis non essent, per ve-  titum ruens, caelum ipsum tentare ausus est. Quis unquam fando  audivit per aérem volitantia sua natura reptantia filumina ?  altissimis jugis profundissimae aequatae valles, perfossi montes,  ‘amnisque longissime arcessitus, ac Regiae Villae sublimis invectus.  Jactet quamvis Romana magnitudo sua immania opera, templa,  theatra, basilicas, villas denique suas, magna quidem admiran-  daque, quorum rudera adhuc extantia animos omnium stupore  defigunt, rerum tamen naturam non est supergressa; at rerum  ordinem invertere, naturae vim facere, ni caelum ipsum moliri,  nobis concedere cogatur.    E gli arazzi di Parma e le porcellane di Capodimonte 3  famose. Gennaro ha un accenno anche per queste arti  fiorite in quel felice periodo della storia napoletana:    Quid de artibus aut inventis, aut advectis, aut perfectis dicam ?  Nonne, ut Attalica peripetasmata et cetera cuncta consulto  praeteream, scimus figulinam ab eo institutam, summoque  studio Myrrhina pocula perfecta adeo, ut levitate, candore, per-  spicuitate cum Sinensibus Saxonicisque, quae tanto pretio antea  comparabantur, facile contenderent ?    I D’'ONOFRJ, p. CKXXVIII, e SCHIPA 0. c. pp. 287 sgg.   ? Cfr. SCHIPA, 0. c., p. 286.   3 Vedi D' ONOFR], p. Cxx, e L. DE LA VILLE, La r. fabbrica di por-  cellane in Capodimonte durante il regno di Carlo Borbone, e La v. fab-  brica di porcellane in Napoli durante 1l regno di Ferdinando IV, in Nap.  nobiliss., III (1894), pp. 131-8, 182-7.    VI. IL FIGLIO DIG. B. VICO 273    Degli scavi di Ercolano lo scrittore, eccitato dall’estro  encomiastico, afferma che la gloria di averla scoperta non  fu per Carlo maggiore che non fosse per la città quella  di essere scoperta da Carlo; e che certo essa aveva deside-  rato di starsene diciassette secoli sotterra per aspettare  tanto scopritore !    Res natura occultas et latentes indagare quoque et inquirere  curiosissime aggreditur; ausisque adeo affuit Fortuna, ut, terrae  viscera rimando, Herculanum Vesuvii incendio haustum pa-  tefecerit, quod tamdiu fortasse obrutum jacere optavit, ut a re-  gum Clarissimo detegeretur, ne prolatum minus a Principis gloria  lucis acciperet, quam decoris ejus fortunae tribuere videretur.    Poi, com'era da aspettarsi, vien la volta dell’ Accademia,  e in fine anche del Museo Ercolanese: cunctis gentibus,  nedum earum rerum studiosis, tanquam antiquitatis mira-  culum spectandum contemplandumque.   E Pompei? Perché Carlo non s’è accinto anche agli    scavi di Pompei? Fortasse factum puto — vi risponde  Gennaro con classica reminiscenza, che poteva anche  essere sprone ed ammonimento, — ut ejus gloriae, quam    maximam jam sibi comparaverat, materram Ferdinando  filio, regi nostro amabilissimo, relinqueret.   Che più ? Né anche l’ordine di S. Gennaro, istituito  dal Borbone nel 1738 !, è dimenticato:    Postremo, quo munia bene obita, pericula fortiter suscepta  rependeret, amplissimum Divi Januarii Ordinem instituit, ma-  ximorum praemium meritorum ?.    Dopo quello di Carlo viene, naturalmente, l'elogio di  Ferdinando.    ! Vedi SCHIPA, o. c., p. 325, e D’ ONOFRIJ, p. CCXxXIv.  2 Per tutti questi passi che ho citati, vedi In regiis, pp. XVI-XX.    274 STUDI VICHIANI    È vero che per costui almeno si sarebbe dovuto atten-  dere. E infatti, Gennaro dapprima preferisce insistere  sull'esempio da imitare che Carlo aveva lasciato al figlio.  Ma poi s’interrompe: At quorsum abeo ? fortes degenerem  nunquam gignunt aquilae columbam! E si rivolge allo  stesso Ferdinando con parole affettuose:    Cogita Te non advenam, sed indigenam esse; non traducem pe-  regre accersitum, sed heic satum; non aliis, at nobis autem natum  esse: easdem nobiscum auras spirare coepisse; eodem caelo tectum;  eadem moenia suo te complexu nobiscum continere; idem solum,  patriam, patrios Divos communes habere nobiscum; nostris mori-  bus institutisque imbutum; atque adeo civem nostrum esse!, etc.    Si ricordi: Ferdinando aveva allora 17 anni; ma, come  si vede, s'avviava a diventare il Re Lazzarone!  Di Maria Carolina è lodata la bellezza, la serenità della  fronte, la tranquillità dell’aspetto, la grazia, il sorriso.    Tacitus enim ei inest lepos, qui vultus, oris, oculorum alit auget-  que quodammodo venustatem, in quibus charites, tribus velut  arcibus insidentes, excubare videntur, ad omnium animos te  intuentium alliciendos 2.    Che avrà detto il buon Gennaro de’ suoi amabili prin-  cipi nel ’99, quando gl’impiccarono anche il suo Falco-  nieri? In quell’occasione delle nozze di Ferdinando,  compose anche quest’iscrizione, che forse fu apposta alla  porta dell’ Università il giorno stesso, in cui fu letta  l’ Orazione:    Carolo III Borbonio  Hispaniarum Regi Potentissimo  semper Augusto  in communi omnium plausu pro firmata  auspicatissimis  Ferdinandi IV et Mariae Carolinae Austriae  nuptiis  Neapolitanarum felicitate  vel ipse Musarum Numen Apollo  e suis excitus adytis  Laeta omina futura  canens  tanquam praesentissimo Numini  pro tanto beneficio  aucturo Caelitum numerum  supplicationes ac pulvinaria decernendo  respondit.    Del re Carlo, quando morì (14 dicembre 1788) non so  se Gennaro Vico abbia avuto l’incarico di leggere l’elogio.  Tra le sue carte non ci resta se non un frammento di  minuta di un’ Orazione in lode di questo re. Ma sono a  stampa le quattro iscrizioni latine da lui composte pel  funerale celebrato in onore di Carlo III dalla Real Compa-    gnia de’ Bianchi ', il 12 febbraio 1789. L'ultima di esse  dice:    Si tuis precibus  pronae Dei aures   sì votîs invocari incipis   pro ea  în quam nos vecepisti  fide  te prolixe obsecramus  ut Ferdinando et Mariae Carolinae  DD. NN. Augustaeque proli       1 Solennità funebre all’eterna memoria di Carlo III, celebrata nella  Real Compagnia de’ Bianchi della Carità sotto l’invocazione di Santa Sofia  e Capuano di Napoli, s. a. In questo opuscolo, dopo descritto il  mausoleo, è detto: « Vi si leggevano delle nobili Iscrizioni composte  dal regio prof. della Università don Gennaro Vico » (p. 3). L’elogio fu    So dal sacerdote don Bartolomeo De Cesare, professore di S. Teo-  ogia.] semper propitius adsis  cum  in eorum incolumitate  securitas et felicitas nostra contineantur.    Gennaro Vico non fu regio istoriografo come il padre:  ma, fosse obbligo, in certo modo, della sua cattedra di  rettorica, fosse gratitudine per i benefici ricevuti dalla  dinastia, fu panegirista ed epigrafista del re. Così nel 1781,  quando tutta Napoli si profuse in dimostrazioni di lutto per  la morte di Maria Teresa (27 novembre 1780) 1, Gennaro  diede anche lui in luce un elogio dell’imperatrice, che non  risulta, per altro, scritto per incarico ufficiale 2. Ma il suo  genere era l’epigrafe, in cui gareggiava col collega, pro-  fessore di lingua latina e antichità romane, don Emanuele  Campolongo, le cui iscrizioni furono raccolte in due volu-  mi, intitolati Sefulcretum amicabile (1781-2). Infatti,  quando il 28 giugno 1790 furono celebrati i funerali d’un  professore dell’ Università, il valente naturalista Gaetano.  De Bottis, le iscrizioni attorno al mausoleo furono com-  poste dal Campolongo, e una, la più importante, da collo-  care sotto il ritratto dell’estinto, scritta dal Vico: « che  in tale genere », dice il narratore di quei funerali, « han  presso di noi raggiunto lo schietto ed aureo genio del-  l’antichità » 3.    I Vedi le due raccolte miscellanee di prose e versi in morte di Maria  Teresa nella Bibl. naz. di Napoli ai segni 156, L 3 e 155, K 16. Vi  è anche un’ Orazione del sac. MARCELLO Eus. ScoTTI pei funerali ce-  lebrati in Procida il 19 febbraio 1781: Napoli, Stamp. Simoniana, s. a.  Anche un martire del ’99!   2? Elogium Mariae Teresae Augustae a JANUARIO Vico inscriptum;  Neapoli, ex tip. Bernardi Perger Vindobonensis [s. a.], di pp. 7 più  I inn. in-4°. Stampa di lusso.   3 Solenne funerale di D. Gaet. De Bottis prof. [...] celebrato nella  Torre del Greco sua patria, Napoli, MDCCXC, Stamp. Migliaccio, p. 6.  L’epigrafe di G. Vico — che contiene tutta la biografia del morto —  è a p. 7. V’è anche (pp. 34-9) una canzone dell’ab. don Antonio  Jerocades.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 277    Tra le carte di Gennaro sono quattro abbozzi d’una  epigrafe per una principessina reale, morta nel luglio 1783.  L'ultimo, al quale pare l’autore si fermasse, è questo:    Regia Infantula  Ferd. IV et Mariae Carolinae Austriae  filia infelicissima  quasi esset parum ab omnibus  naturae et summae Fortunae  bonis ejici  luce orba utraque  carens nomine  a suorun columbario etiam prohibita  ad hoc tantum mata  ui omnium expers esset  | heic condita®.    Nel 1787 morì, ancora in tenerissima età, un altro  figliuolo della feconda Maria Carolina; e Gennaro scrisse  quest'altra epigrafe:    Have Animula innocentissima  Caroli Titi  dulcissima  Augustae Domus Regnique  primula nec dum quadrimula spes  e 3  Ferdinandi IV et Mariae Carolinae Austriae  moerentissimorum Parentum  sinu et complexu  acerbissimo funere erepta  amarissimo cunctis relicto desiderio tui.  Vixit annis III. mens. XI dieb. XIII  Coelo recepta Ter  I    à    I A 2 i  Questo verso nel primo abbozzo segue: X/V. Kal. Sextil. e    ® Ve n'ha tra le carte di Gennaro anche un’altra bozza. Dai funerali alle nozze. In occasione del matrimonio di  Francesco Borbone — il mancato discepolo di Gennaro  Vico — con Maria Clementina d’ Austria, i fratelli Terres  presentarono ai principi una tavola di marmo, in cui erano  insieme rappresentate le due effigie regali; e vi scrisse la  dedica Gennaro:    Faustissimo  Francisci Borboni et Mariae Clementinae Austriae  conjugio  dulcissimae spei ac nostrae posteritatis praesidio  comperientis !  nostram felicitatem  ex pene tisdem quibus ad nos fontibus ad seipsam promanare  hac marmorea tabula novo picturae genere dedita opera expresso  ut quae corporum conjunctio în speciem oculis subjicitur  eadem animorum, dissecto marmore, penitus inveniatur  F. T. pronti et venerabundi D. D. D.    1 Pare si accenni propriamente al 1790, quando si celebrò il ma-  trimonio di Maria Teresa e Luigia Amelia di Borbone con Francesco  d'Austria e Ferdinando granduca di Toscana, e si formò, come dice il  COLLETTA (lib. II, c. II, $ 34), a Vienna il terzo matrimonio tra le due  case di Napoli e di Vienna: questo di Francesco con Maria Clementina.   ? L’anno innanzi, o quell’anno stesso, una tavola simile, con l’ef-  figie di S. Domenico, fu mandata dai fratelli Terres a Ferdinando duca  di Parma. E pel regalo onde il duca compensò i fratelli Terres, Gen-  naro scrisse la seguente epigrafe, la cui minuta è sul retro d’una lettera  in data 12 marzo 1789: Ferdinando — Parmae Placentiaeque — Duci  — Qui — praeclarum Borbonidarum munificentiae — cum Farnesiorum  — in fovendis alendisque pacis artibus — singulari studio — fida socie-  tate conjunxit — marmoream tabellam — cum — Divi Dominici —  ei praecipuo cultu habiti — effigie — indelebili quodam picturae ge-  nere — marmovi coalescente — haud pridem invento — atque ana-  glyptico opere exornatam -— cujus libenter accepta — vel maximum  proemium fuisset — manus munere — sive potius cultum culto —  rependens — suam imaginem — maximo aureo numismate — graphice  expressam — colendam misiît — cuius pars aversa — drammaticae Poéè-  seos coronatio — ut omnes cognoscerent — Parmensem ditionem —  uti pridem, ita modo etiam — Musarum esse domicillum — atque opti-  marum artium culiricem — pro quo summo beneficio — Fratres Terres  — Neapolitani Bibliopolae — proni et venerabundi — cum gratia agunt  — tum maximas habent et immortales.   Pare che i Terres stampassero anche un’incisione della medaglia  ricevuta, con un’altra iscrizione del Vico che comincia: En cur honor    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 279    Ferdinando IV fa ricostruire un ponte sul Garigliano;  e Gennaro detta l’epigrafe che ne tramandi il ricordo ai  posteri®. Nasce a Ferdinando un altro figlio; e il Vico    raccoglie in un’epigrafe a S. Gennaro i ringraziamenti  del popolo:    St antea  Dive Januari  hanc  sacerdotum sacra fronde redimitorum  solemnem pompam  caste celebravimus  nunc vero  solido gaudio perfusi  ingentes tibi gratias agimus  quod  Maria Carolina  felice foecunditate  Ferdinandum  alio dulcissimo praesidio auxit  quo  Augusta Domus  pluribus munimentis insisteret  nostraque felicitas  stabilius firmaretur.    Si celebra la solita festa a S. Gennaro, e sono del Vico  le quattro iscrizioni che si leggono quel giorno nel Duomo;  in una delle quali si prega il santo di voler rappresentare,  «in suo liquenti cruore », Ferdinando et Carolinae — DD.  NN. — Totique Domui Augustae — perpetuam incolu-  mitatem felicitatemque — ac proinde nostram securitatem.    alit artes — en cos ingeniorum — en effigies — Parmae et Placentiae  Ducis; e accenna anch'essa alla tavola di S. Domenico ignoto pingendi  genere — et nova diaglyphice — nulla ferri ope — eleganter exornata.   I Vedi questa e altre epigrafi in Appendice I, scelte tra le molte che  restano tra le carte di Gennaro, per lo più sepolcrali.    280 STUDI VICHIANI    Con le lodi di Carlo III e di Ferdinando IV si apre  anche la Dissertazione sulla città di Pompei : del primo,  per gli scavi di Ercolano e per l’ Accademia Ercolanese,  che veniva certo in proposito di ricordare in uno scritto  con cui s’inauguravano i lavori della classe d’ Alta Anti-  chità nella nuova Accademia; e del secondo, pel nuovo  impulso dato ai medesimi studi con la nuova istituzione.    Per adempiere [continua l’autore modestissimo] per quanto  la scarsezza de’ miei talenti e la cortissima estensione delle mie  cognizioni mi permettono, l’incarico superiore di gran lunga a  me stesso impostomi dalla Sovrana Munificenza, prendo per oggetto  delle mie ricerche la città di Pompei, non già sull’ idea di adornar  alcuna delle discoperte parti di quel tutto, che ancor giace sepolto;  ma di considerarlo al solo lume degli antichi scrittori; e coll’auto-  rità dei greci e de’ latini, tra i di cui confini alla mia Classe è stato  circoscritto il commercio, di tutti il più ricco, e ’1 più nobile, perché  di tutto da essi abbiam ricevuto il sapere; rilevarne, per quanto  mi sia possibile, le di lei vicende. Né sulla lusinga di produrre  cosa nuova in un argomento, il qual solamente è venerabile per  la sua antichità: quantunque il raccogliere, disporre e combinar  insieme que’ languidi e dispersi barlumi, lasciatici dagli antichi,  potrebbe conciliarsi una qualche sembianza di novità, se fossero  da più dotta e più maestra mano stati ordinati e composti. Ma sulla  speranza che siccome que’ venerabili avanzi di antichità, che da  Ercolano si estrassero, furon cagione, che s’ instituisse l’Acca-  demia Ercolanense, così a vicenda questa real Accademia istituita  potesse cominciar li suoi fasti dall'epoca gloriosissima del risorgi-  mento di Pompei, dopo essere stata per l’ immemorabil corso  di ben XVII secoli sepolta: poiché.... se que’ rottami ercolanensi  svelti ed infranti, rivestiti di sì dotta ed erudita luce da tanti  chiarissimi ingegni, che vi travagliarono, si son resi non meno  ammirabili per il buon lume ricevuto, che per la loro antichità;  onde il Museo Ercolanense è divenuto nell’ Europa cotanto celebre,  che può dirsi essere una delle cagioni del frequente concorso in  questa città, per se stessa luminosissima, di tante culte nazioni:  quanta, e quanta maggior confluenza ne attirerebbe, se mai po-  tesse vedersi una nobilissima città, unico esempio nella storia  di tutti i tempi, intieramente esposta alla luce del sole, e quindi  all’ammirazione dell'universo ?    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 281    Gli scavi di Pompei, com'è noto, furono intrapresi nel-  l'aprile 1748 !; ma rimasero presto interrotti; e s’è visto  che Gennaro ne faceva un'eredità di gloria lasciata da re  Carlo a Ferdinando. Certo, il nome del figliuolo del Vico  va ricordato tra coloro che incitarono efficacemente a  quest'opera importantissima. E, come già altri ha notato ?,  a torto è dimenticata la sua monografia su Pompei, la cui  parte più notevole è, come si disse, riferita dal Napoli-  Signorelli nella sua Storia dell’ Accademia delle scienze e  belle lettere. In questa monografia è innegabile profonda  conoscenza e acuta critica delle fonti letterarie.   Chi vorrà studiare il bel tema degli studi d’erudizione  antica in Napoli durante il sec. XVIII, non potrà tra-  scurare questo scritto del Vico, e il frammento che ci resta  dell’altro su Locri. Ma non è qui il luogo di farne parti-  colare esame. Dirò soltanto che ci si vede l’erudito, ma  non l’antiquario di professione. Rifiutate le leggende, non  subentra lo sforzo di spremere dalle scarse testimonianze  superstiti quello che esse non possono darci; e il buon  senso mette in guardia contro le sottigliezze e gli artifizi  congetturali, che facilmente attraggono lo studioso dell’an-  tichità. Ciò è particolarmente notevole nella relazione sulla  memoria del Finamore intorno alle origini di Lanciano;  dove, nonostante la « cadente età » e la «languidezza dello  spirito », accusate sul principio dall'autore, spunta qua  e là anche il bonario sorriso del buon senso contro certi  arzigogoli del Finamore, per ottenere che l’ Accademia  riconoscesse nell’antica Lanciano un municipio anzi che  una colonia romana. Dopo un minuto esame delle epigrafi  lancianesi mandate dallo stesso Finamore all’ Accademia,    I FIORELLI, Descriz. di Pompei, Napoli, 1875, p. 22; o Pomp. antiq.  historia, Neapoli, 1860, dov’ è la storia degli scavi.   ® BELTRANI, La R. Acc. di scienze e belle lett., p. 37. Il lavoro del  Vico non è citato, nota lo stesso Beltrani, p. 88, nella Bibliografia di  Pompei, Ercolano e Stabia di FRIEDRICH FURCHEIM, Napoli, 1901.    282 STUDI VICHIANI    il buon Vico viene a questa conclusione, che mi piace  riferire:    Avrei bramato soddisfare il dotto ed erudito sig. Finamore,  se li monumenti me ne avessero somministrati i mezzi. Ed in  questa occasione sperimento pur troppo vera la natura dell’ambi-  zione, che non respiciîit, che non si volta mai indietro; la quale,  quantunque vizio, quando però si propone per oggetto la virtù  ed il sapere, deve riputarsi ambizione lodevolissima: siccome  Quintiliano dice: quamquam ipsa sit vitium, frequenter tamen  causa viriutum est: e l'ambizioso più si duole di un solo, che abbia  innanzi, che l’attraversi il conseguimento del suo fine, che goda  di tanti meno felici, che gli vengono appresso; e le passioni più  commendabili devono essere regolate sempre da quel ne quid  nimis; perché    Virtus est medium vitiorum et utrimque reductum.    Avrebbe desiderato il dotto ed erudito cittadino assiem col suo  collega il sacerdote don Uomobuono de’ Buchachi!, con cui  est studiorum societate conjunctus, che Lanciano fosse stato dichia-  rato municipio, la quale quasi già non lo è; e non si volge dietro a  considerare tant’altre città di condizione meno ragguardevole  che Lanciano, che le vengono appresso. Mi lusingava di dover  fare da avvocato del sig. Finamore in questa sua onestissima  causa; e, mio malgrado, devo farvi la comparsa da fiscale, perché  l'autorità e li monumenti l’oppugnano, e quelli stessi, che egli ha  prodotti, punto non lo suffragano: ma non per questo può dirsi,  che egli abbia intieramente perduta la sua causa: perché quod  petit intus habet. Non sente essersi talmente confusi li diritti, e  le prerogative de’ municipi con quelle delle colonie, e questi in  quelli trasfusi in guisa, che gli uni dagli altri non sì distinguevano ?  Non sente da Gellio il nome di municipio già dileguato — obscura  et obliterata suni municipiorum jura, quibus uti per innotitiam non  queunt ? Non ha inteso, che li municipi pretesero di cangiar la  loro condizione in quella delle colonie, e non vede le istesse città    I È lo stesso BOocHAcHE, autore del Saggio storico-critico della  città di Lanciano, che si conserva ms. nella Biblioteca del Ginnasio di  Lanciano ? Un brano ne pubblicò il prof. L. GAMBERALE, Notizie sui  fatti di Agnone nel 1799 tratte dall’appendice al Saggio ecc. Campo-  basso, Colitti, 1900.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 283    essersi appellate colonie e municipi ? Non ha inteso li distinti cit-  tadini municipali in sì poco conto presso li romani ? Non conosce  quindi, che il tutto si riduce alla distinzione del nome ? Perché  Struggersi per investir la sua patria di un pregio, che, in tempo  che valeva, era in sì poco conto, ed ora si riduce a un nome vano,  in guisa che, se allora municipium e colonia eran riputati lo stesso,  ora questo istesso è divenuto un nulla ? !.    In questa dotta relazione, dove l’ «immortal Muratori »  è vichianamente detto, con ammirazione, «ingordo vora-  cissimo rivolgitor di biblioteche », è pur degna di nota,  in mezzo all’erudizione archeologica, una disgressione filo-  sofica, o «disgressione in astratto », come dice l’autore;  e che egli chiede di poter fare, giudicandola « non capric-  ciosa, perché avvalorata dall’autorità; se poi applicabile  alla nostra ricerca, lo sottopongo al giudizio de’ dotti ».  Da quale autorità, Gennaro non dice; ma basta sentirne  il principio per indovinare l’allusione:    È costante che le lingue sieno indici, che ci scoprono li co-  stumi delle nazioni; e perché fide interpreti dell'animo, dovettero  nascere aspre, dure, orride, esprimendo la rozzezza e la ferocia  delle nazioni, che le parlavano; a misura poi che li costumi a poco  a poco s'ingentilirono colle arti dell’ umanità, si raddolcirono  anche le lingue: del che ce ne somministra una testimonianza la  lingua latina, la quale tale la scorgiamo in que’ frammenti delle  leggi delle XII Tavole; e pure cominciava il quarto secolo della  fondazione di Roma. Tal dovette essere, e fu la lingua di Lucilio,  di Pacuvio, di Livio Andronico, di Ennio; e Plauto, che ci è  restato, e provenne assai più tardi, essendo morto nel consolato  di Fublio Claudio Pulcro e di L. Porzio Licinio, cioè nel 570 di  Roma, di quante ruvidezze e racidumi è pieno ! Come, per esem-  pio, nel Prologo dell’Anfitrione:    I Di questa relazione rimane una copia di mano del marchese di  Villarosa. Anche all'Accademia credo sia stata letta una breve Rela-  zione intorno a certe dissertazioni su Virgilio di A. DE SANCTIS, che  resta tra le carte di Gennaro, curioso documento della sua bonarietà,  contraria a ogni ipercritica, e un po’ anche alla stessa critica.    284 STUDI VICHIANI    Ut vos în vostris voltis mercimoniis  Emundis vendundisque.    Uno scrittore del secolo d’oro avrebbe detto:    Ut vos in vestris vultis mercimoniis  Emendis vendendisque.    Or l’ istesso dovette accadere in tutte le lingue delle altre na-  zioni: che, a proporzione che colle arti dell’ umanità depressa  [fu] la ferocia de’ costumi, così le lingue la loro asprezza, e quel  rumoroso strepito di voci [perderono]. L’ istesso vediamo esser  avvenuto nella ricorsa barbarie in tutti i dialetti della lingua  italiana, che fu una corruzione della latina: le lingue, le quali ora  parliamo, quanto sono differenti da quelle di tre o quattro secoli  addietro !    Si ricordi la Dignità XVII della seconda Scienza Nuova:  «I parlari volgari debbon esser i testimoni più gravi  degli antichi costumi de’ popoli, che si celebrarono nel  tempo, ch’essi si formaron le lingue ». Ma tutto il pensiero  e le espressioni di questo brano sono di (G. B. Vico.  Le cui opere Gennaro dové custodire sempre come cosa  sacra, e leggere e rileggere, benché non avesse intel-  letto pari alle speculazioni paterne; ma per compiacersi  in ammirar i monumenti della grandezza del padre, alla  cui ombra svolgevasi la sua vita tranquilla. Custodiva  gelosamente quei libri. Dev’essere un suo parente chi gli  scriveva, nel 1780, la seguente lettera:    Casa, 27 luglio 1789.  Veneratissimo mio Sig.r don Gennaro,    Il Sig.r don Francesco Esperti 1, a che (sîc) molto devo, desi-  dera la prima edizione della Scienza Nuova solamente per incon-    I L’avv. Franc. Sav. Esperti, nipote di mons. Esperti, corrispon-  dente di G. B. Vico. Nel 1792 pubblicò in un opuscoletto la lettera del  Vico allo zio, relativa appunto alla 18 Scienza Nuova. Vedi VILLAROSA,  Opuscoli, pp. 368-9, e CROCE, Bibliogr.] trare (sic) certo passo, e restituirvela. Spero dunque che l’abbiate,  e me la favorite, che sarà mia cura di restituirla; e sicuro de’ vostri  favori, resto pieno di stima dicendomi    Vostro devot.mo servitore obbl.mo  Nicolò Santaniello 1.    Non pare che egli abbia avuto nessuna parte nel pre-  parar la raccolta delle Latinae orationes del padre, pub-  blicata nel 1767 da Francesco Daniele 2. Ma questi dové  più tardi rivolgere nell’animo il proposito di raccogliere  tutti gli scritti sparsi del Vico. E allora certo ricorse  a Gennaro 3. Se non che il Daniele in fine non ne fece  nulla; e Gennaro per un momento poté sperare di far  lui la desiderata edizione delle opere paterne. È. ormai    I Il ViLLarosa, Opuscoli, III, p. v, parla della «casa de’ signori  Santaniello, ultimi eredi del Vico, sita nella strada dei Mannesi »; e  dice che in essa conservavasi il ritratto di G. B. Vico dipinto dal So-  limena, che fu distrutto con la casa stessa da un incendio intorno al  1819 (v. anche Croce, Bibdl., p. 116). [Filippo Santaniello (mi comu-  nica il Nicolini), sposò Candida Vico, figlia di Ignazio, e due figli, Mer-  curio e Carlo, nati da questo matrimonio, son nominati nel testamento  di Gennaro Vico, in data 2 settembre 1805).   2 Nella dedica del libro al Targiani, il Daniele dice d’aver raccolto  da sé e da molto tempo quelle Orazioni. Cfr. CROCE, Bibl., p. 30.   3 Nel 1804 faceva ricerca di scritti del Vico e di sue lettere, scri-  vendone ad amici a Roma e altrove. Il Croce (Bib/., p. 30) ha richia-  mato l’attenzione su due lettere del card. Borgia (del 1804) al Daniele,  che sono nel carteggio inedito di costui, conservato dalla Soc. storica  napoletana. Importante è anche il seguente brano d’una lettera allo  stesso Daniele, scritta da Jacopo Morelli (l’erudito bibliotecario ve-  neziano, a cui il Villarosa dedicò il 1° volume degli Opuscoli), da Ve-  nezia 1I febbraio 1804:   «Ho fatto ricerche per le Lettere del Vico richieste, e nulla si è  trovato. Per quelle all’ab. Conti ho fatto esaminare le casse di lui, già  possedute in Padova dal professore Toaldo, ed ora dal Cheminello.  Per quelle al Lodoli non vi sono ricerche da fare, essendo perite le  casse di lui in uno dei Pubblici Archivi, dove erano trasportate dopo  la morte di lui; perché vi si trovavano scritture di affari di Stato me-  scolate, e si fece un’asporto (sic) totale senza discrezione. Per quelle  al Porcìa ho fatto cercare in Udine presso li discendenti del corrispon-  dente col Vico, e nulla si è trovato. Sicché null’altro mi resta da fare »  (Carteggio di F. Daniele, vol. III, c. 305; Soc. stor. nap.).   Le relazioni del Vico coll’abate Conti e col Lodoli il Daniele non  poté conoscerle se non dalle aggiunte, allora inedite, alla Vita del    19 nota la minuta della prefazione ! che egli già aveva prepa-  rata pel primo volume, che avrebbe dovuto contenere  la Scienza Nuova del 1744.    Tandem tot flagitatoribus, tot obtrectatoribus mihi tanquam  parum officioso exprobantibus morem gero, a quibus quasi  obsessus quotidie oppugnabar; tandem rogari, atque invitus  negare desino, cum non mea me voluntas, sed rationes meae  ab incepto prohiberent: fidem meam absolvo, dato fidejussore  satis superque locuplete, honestissimo Neapolitano Michaele Stasio,  qui onus in se suscepit: tandem Patris mei (cujus etsìi eundem mu-  neris ordinem adeptus, utinam eodem dignitatis gradu exples-  sem !) opera omnia.... in unum corpus collecta, in lucem prodeunt.    Accennando alla diuturna meditazione in cui s'era  maturata la Scienza Nuova, Gennaro dice che è questa la  ragione principale della pretesa oscurità trovata in quel-  l’opera da taluni, « qui, ne de grege imperitae multitudinis  habeantur, quae ca magis admiratur quae minus intelligit,  prorsus damnant quod non intelligunt ».   Aliud est, dice Gennaro, e nelle sue parole bisogna  vedere un pochino lo stato d’animo di lui stesso quando  leggeva la Scienza Nuova ; — aliud est dicere, non intel-  lago, aliud, non intelligitur :    illud modestiae, et suae cujusque conscientiae potius tribuen-  dum; hoc autem summae arrogantiae indicium, quod firmissi-  mum supinae ignorantiae argumentum; nam quid est aliud,  quam se supra omnes extollere ac postulare, quod ipse non in-  telligit, e nemine intelligi posse ? Nam vere docti quantum sibi  desit, sciunt.    Vico, che erano presso Gennaro, se già questi non le aveva date al  march. di Villarosa. A quell’anno, infatti, devono pur risalire le av-  vertenze del Daniele comunicate al Villarosa per una ristampa della  Vita del Vico (cfr. Croce, Bibl., p. 110); dalle quali apparisce e la  conoscenza delle carte vichiane possedute da Gennaro Vico, e la fa-  miliarità del Daniele con quest’ultimo, già decrepito. Potrebbe anche  pensarsi che queste ricerche pel Borgia e pel Morelli ei cominciasse a  farle per compiacere al « marchesino Villarosa ».  I Fu pubblicata dal Croce, Bibl., pp. 112-13.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 287    Non credo poi Gennaro tanto modesto da non credersi  uno di questi vere doctt! Egli ben sentiva per sua espe-  rienza che la Scienza Nuova    non est ex eo librorum genere, saeculi commoditati obsecundan-  tium, quos sagina graves, in lecto strati, supini et oscitantes,  aut fallendi temporis aut somni conciliandi gratia in manus  sumuntur, in quibus omnia extant omnium oculis exposita. Si  iterum legas, leges eundem, ut animum despondens tertio legendi;  aurum autem natura occultum et latens, indagatione ex terrae  visceribus, in quibus jacet, patefaciendum eruendumque.    Oh l’animo intento e la commozione di Gennaro,  quando rileggeva per la ventesima o trentesima volta  (non aveva letto 35 volte il suo Tacito il padre, scopren-  dovi sempre qualche cosa di nuovo ?) la maggiore opera  paterna, con la testa fra le mani, e la memoria che correva  indietro a rivedere il vecchio Giambattista, languente in  un angolo tristo della casa, dove Gennaro rimase! E qual  dolore non dové essere per lui che l'edizione non si facesse  più! Negli anni più tardi vi fu chi gli rifece nascere la  speranza di veder ristampati in un corpo gli scritti paterni.  Sollecitava l'edizione un giovane di grande ingegno, che  studiava profondamente Vico ed era capace d’intenderlc.  A Gennaro forse fu presentato dal suo sostituto Ignazio  Falconieri, che con quel giovane aveva dimestichezza,  e doveva di lì a poco metterlo a grave repentaglio, traen-  dolo seco segretario nell’organizzazione repubblicana d’un  dipartimento della repubblica del ’99. Questo giovane  era Vincenzo Cuoco. Il quale però, pochi anni più tardi,  nel 1804, scrivendo da Milano all’ideologo De Gérando,  ricordava: « Una buona edizione di Vico [...] forse si sareb-  be fatta in Napoli, ed eransi a tal fine preparati molti  materiali. Si era invitato il figlio, allora ancor vivo !, a          ! Al Cuoco, da cinque anni lontano da Napoli, pareva impossibile  che il vecchio Gennaro vivesse tuttavia !    288 STUDI VICHIANI    somministrare i manoscritti del padre. Si eran raccolte  molte cose ancor inedite. Una parte di ciò che erasi pre-  parato trovavasi in casa mia; un’altra in casa di quel mio  amico che voleva far l’edizione: ed ambedue le case fu-  rono nel saccheggio anglo-russo-turco-napoletano saccheg-  giate. Ed addio edizione di Vico »!.   Intorno al 1804, infine, per lo stesso motivo, Gennaro  vecchissimo fu visitato dal marchese Villarosa. Il quale,  nella prefazione al primo volume degli Opuscoli =, non  pubblicato, per altro, prima del 1818, quando Gennaro  era morto da tredici anni, racconta che nell’accingersi  alla sua raccolta, si diresse al figlio di Gio. Battista,  uomo di antichissimi costumi, «per informarlo del suo  proposito e pregarlo che volesse fargli dono di quegli  opuscoli del padre, che aveva presso di sé. Il buon vec-  chio, gravato dagli anni, e più da’ malori, quasi pianse  della letizia per un tale avviso ». E gli diede infatti i  pochi manoscritti rimastigli, e un abbozzo delle aggiunte  alla Vita pubblicata dal Calogerà. Anche i libri del padre  a uno a uno gli erano stati portati via dagli amici; ma  conservava « un Tacito tutto dal padre nel margine postil-  lato e qualche altro latino libro ». Qualche ferro, insomma,  del mestiere !   Giacché anche gli storici il professore di rettorica doveva  leggere e illustrare. Delle origini di questa cattedra si  sa poco, come in generale delle origini di tutti gl’inse-  gnamenti dello Studio di Napoli. Pare sia sorta per le  esigenze umanistiche del Rinascimento napoletano, sotto  gli Aragonesi. Il maestro del Sannazzaro, Giuniano Maio,  l’autore del De Matestate, e di un dizionario latino De  priscorum proprietate verborum, il precettore d’ Isabella    I RUGGERI, V. Cuoco, pp. 191-92; e cfr. ora Cuoco, Scritti vari, ed.  Cortese-Nicolini, I, 314-15.  2? Opusc., I, XIV-XV.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 289    d’ Aragona, lesse nello Studio (riaperto nel 1451 da  Alfonso I) dal 1465 al 1488 rettorica, poesia o  arte oratoria, col soldo di trenta o quaranta du-  cati 1. E nello stesso anno 1465, re Ferdinando creava per  Costantino Lascaris, venuto da Milano al séguito di Ippo-  lita Sforza, di cui era stato maestro, una cattedra di  eloquenza, ma ad lecturam Graecorum auctorum,  poétarum scilicet et oratorum *. Non risulta, del resto, che il  Lascaris v’insegnasse più d'un anno; e alla sua partenza  la cattedra dové cadere. Non così quella di rettorica  latina, detta poi anche di umanità, che ebbe  maestri di fama, come Pomponio Gàurico, il quale v’inse-  gnò sempre con la provvisione di 40 ducati dal 1512 al  15193, e l’amico del Pontano, Pietro Summonte, dal  1520 al ’26 4. Ma questa, come le altre cattedre dello Studio,  ebbe un assetto stabile dalla prammatica del 1616, che  (parte II, tit. I) ordinò «una cattedra di rettorica  con I00 ducati di salario 5 l’anno: ha da leggere i precetti  di essa, o per Aristotile, o per Quintiliano, o per il libro  Ad Herennium, et parte dell’anno alcun oratore, o isto-  riografo per poter esemplificare detti precetti » 6. In questo  programma, d'altronde, bisogna scorgere la conseguenza    I Pércopo, Nuovi docc. sugli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi,  in Arch. stor. nap., XIX, 740-1; e introd. alle Rime del Cariteo, Na-  poli, 1892, p. CCXVIII; e CANNAVALE, Lo Studio di Napoli nel Rina-  scimento, Napoli, Tocco, 1895, docc. cit. nell’ Indice dei nomi, s. « Mayo  de Juliano ».   % CANNAVALE, doc. 13, p. XXI.   3 Pércopo, L’umanista Pomponio Gàurico e Luca Gàurico ultimo degli  astrologi, Napoli, Pierro, 1895, pp. 69 e 173-7.   4 PÉRCOPO, od. cit. pp. 69 e 177-9. Per altri nomi oscuri vedi oltre il  Pércopo, l. c., il CANNAVALE, p. 87.   5 Dai documenti pubblicati dal Cannavale risulta (p. 63) che il soldo  era salito a 60 duc. nell’anno 1532-33. Ridisceso a 50 duc. nel 1568-69  (p. 70), risalì a 60 nel 1574-75 (p. 72); e vi si mantenne fino al 1580  (p. 74), ultimo anno per cui si abbia notizia d’un lettore d’huma-  nità: e forse fino al 1616. Per maggiori particolari sulla cattedra si  veda ora il cit. vol. miscellaneo sulla Storia della Università di Napoli.   6 V. Nuova Coll. delle Pramm. del Regno, t. XIII, p. 17.    290 STUDI VICHIANI    dello stesso sviluppo storico di quell’insegnamento, che  in esso ebbe quasi la sua codificazione. Quando, nel 1711,  G. B. Vico dettò di suo le Institutiones oratoriae, in fondo  non fece uno strappo al programma, perché la sostanza  era sempre quella tradizionale. E Gennaro non fece di  certo lui la rivoluzione. Fino al ‘77 insegnò la solita retto-  rica; dopo gli toccò anche di «formare » le Istituzioni  poetiche. Era sempre l’insegnamento greco e romano,  rinnovato dagli umanisti e perpetuatosi dal Quattrocento  in poi, col perdurare del generale indirizzo strettamente  classico della cultura e della letteratura. Vedremo tra poco  come timidamente, durante la vita stessa del nostro  Gennaro, farà capolino nello Studio un insegnamento  letterario moderno; e quanta fatica durerà ad affermarsi  con carattere e spirito veramente nuovo e indipendente  da questo vecchio istituto umanistico.   A Gennaro, che, per altro, non fu l’ultimo dei maestri  di rettorica latina, bisogna render merito dei sani criteri,  che, per ispirazioni paterne, seppe mantenere nella sua  disciplina, insistendo sempre sull'importanza del conte-  nuto, combattendo il puro studio della forma vuota, le  virtuosità stilistiche e sofistiche, le minuzie grammati-  cali :, ed incitando i giovani agli studi seri e profondi.  Nell’ Orazione inaugurale del 1774: Optima studendi ratio  ab ipso studio petenda, tornando sul tema già trattato  nel 1741?, fatta una dipintura satirica delle abituali  occupazioni della gioventù effeminata del tempo, affermava  questo bisogno degli studi coltivati con ardore d’animo e  vigoria di volere: aeque naturalis et facilis est vobis sapien-  tiae adipiscendae ratio, quae est vestramet ipsa voluntas 3.    I Sono degni d’esser letti gli Avvertimenti per l’ insegnamento del latino,  da lui dati, pare, per l'istruzione di qualche figliuolo di signori, e  che io sono costretto a rimandare all’Appendice I.   ? Vi sono ripetuti anche de’ periodi.   3 Pag. LXIv.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 29I    La volontà vince anche i difetti della natura. Non c’è  difficoltà che non si superi col buon volere. Ma il fine  degli studi non è da riporre nel guadagno.    Sordida haec et vilia sunt litterarum pretia, quae vobis con-  temnentibus ultro abunde suppetent. Qui studio flagrat cognitionis  et scientiae, is nullo emolumento ad eas res impellitur: quin etiam  qui ingenuis studiis delectantur, eos videmus nec valetudinis nec  rei familiaris habere rationem; omnia perpeti ipsa cognitione et  scientia captos: cum maximis laboribus compensare eam, Rara  in discendo capiunt voluptatem.    Di che adduceva ad esempi Anassagora, Carneade,  Archimede, Pitagora, Demostene: e meglio avrebbe  potuto ricordare il padre, se non l'avesse trattenuto  certo pudore domestico, che mai non gli fece pronunciare  quel sacro nome, quando sulla sua bocca potesse suonare  lattanza.    292 STUDI VICHIANI    LA CATTEDRA DI LETTERATURA ITALIANA  DALLA SUA ORIGINE ALLA RIFORMA DEL 31811    Da uno sdoppiamento della vecchia cattedra di retto-  rica, nell’ Università di Napoli, trasse origine l’insegna-  mento di letteratura italiana. Quello stesso marchese della  Sambuca, che nel 1778, «per porre in attività il genio  della nazione e il talento dei sudditi»! di Sua Maestà,  die’ vita, come s’è visto, all’ Accademia delle scienze e  belle lettere, in. quel torno stesso, tentò anche un ammo-  dernamento dell’ Università con la riforma del 26 set-  tembre 1777, che qualche modificazione importò anche  alla cattedra di Gennaro Vico. Nel dispaccio con cui  comunicava a Carlo Demarco, ministro del culto (da  cui la pubblica istruzione dipendeva), il nuovo piano  dell’ Università, scriveva:   «La pubblica educazione, che è stata sempre tra le  cure principali di ogni ben regolato governo, per la in-  fluenza, che ha sul costume de’ popoli e su la floridezza  dello Stato, con la cognizione e con l’esercizio delle scienze  e delle arti liberali e meccaniche, necessarie non meno  alla cultura ed alla politezza delle nazioni, che alla sua  ricchezza e potenza, col promuoverne e sostenerne il com-  ‘mercio, avea già richiamata l’attenzione del Re ».   Si sente il linguaggio del tempo dei lumi. Sono quindi  ricordate le precedenti cure di Ferdinando IV per l’istru-  zione. « Dopo queste sue prime sovrane disposizioni, ha  il Re voluto rivolgere ancora il suo pensiero all’ Università  degli studi .... Ed avendo S. M. veduto, che siccome nelle    I Disp. cit. del 22 giugno 1778.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 293    pubbliche scuole stabilite nella R. Casa del Salvatore vi  erano alcune lezioni, che anche nell’ Università degli studi  faceansi; e così in questa e in quelle ne mancavano poi  molte, che le nuove scoverte fatte nelle scienze e nelle  arti rendevano interessanti: ha perciò disposto che si  combinassero insieme; e, togliendo per una parte quel che  vi fosse di superfluo, e aggiungendo quel che mancasse  per l’altra, e alcuni soldi, ch’'erano nelle scuole, soppri-  mendo, ed altri, che nell’ Università eran troppo. tenui,  aumentando, si formasse un corpo intero e compiuto di  tutto ciò, ch’ è necessario alla perfetta istituzione della  gioventù, cominciando da’ primi elementi fin alla Facoltà  delle scienze più sublimi » 1. Affinché tutto questo corpo  completo di studi fosse raccolto in un sol edificio, l’ Univer-  sità passò allora nella casa del Salvatore, dov'era già il  convitto. « Né qui si sono arrestate le paterne cure del Re.  Ha determinato di più, e disposto, che si formino, oltre  all’ Accademia della pittura, scultura ed architettura ....  altre due Accademie, una per le scienze e l’altra per le  belle lettere, con avere stabilite le pensioni corrispondenti  ‘agli accademici ed ai segretari dell'una e dell’altra, che  saranno a suo tempo dalla M. S. dichiarati, col presidente  delle medesime. E siccome queste Accademie si terranno  nell’edifizio, ove sin ora è stata l’ Università degli studi 2,  ha disposto ancora S. M. che nel medesimo si situino le  magnifiche due regali Biblioteche, Farnesiana e Palatina,  destinandole all’uso del pubblico. Ed oltre ciò, vi saranno  trasportati li due ricchissimi suoi regali Musei, Farne-  siano ed Ercolanese, per lo stesso uso ». E, perché    I Arch. Sta. Nap., Scritture diverse della cappellania maggiore, vol. 34,  f.° 230 sgg. Ma il dispaccio è pubblicato nel DE SARIIS, Cod. di leggi  del Regno di Napoli, lib. X, tit. IV, Napoli, Orsini, 1796, pp. 47 S8g-   2 Il Palazzo degli Studi. Sbaglia perciò il COLLETTA (Storîa, lib. II,  cap. II, $ 13) ponendo tutti quest’ istituti insieme con l’ Università  al Salvatore.    204 STUDI VICHIANI    nulla mancasse alla perfezione di que -  sta grande opera, ed alla compiuta  istruzione della gioventù, si disponeva  l'istituzione di una cattedra di storia naturale, di un  orto botanico, di un laboratorio chimico, «e che vi sieno  tutte le macchine per fare le esperienze, e le altre opera-  zioni corrispondenti ». Tutto ciò nel Palazzo degli Studi.  Si ordinava altresì all’ Ospedale degli Incurabili una  cattedra di ostetricia e la formazione di un teatro anato-  mico. Infine, si era annunziato l’ordinamento di un Osser-  vatorio astronomico nella casa del Salvatore.   In questa, che si può dire la riforma universitaria  dell’illuminismo, tra le cattedre nuove comprese nel piano  dell’ Università, troviamo appunto quella di Elo-  quenza italiana. «Si dee provvedere», è detto  nel Piano, anch'esso del 26 settembre 1777, « col soldo di  ducati 300 » ®. E a questa, come alle altre cattedre nuove,  si doveva provvedere per concorso: « Solamente », diceva  il marchese della Sambuca al Demarco nel suo dispaccio,  « solamente, per questa prima volta li maestri delle nuove  cattedre si proporranno al Re da V. S. Ill. ma con la mia  intelligenza, per combinarsi colla Riforma fatta ».   Non passarono infatti tre mesi, che il ministro Carlo  Demarco spediva al cappellano maggiore del tempo,  don Matteo Gennaro Testa Piccolomini, arcivescovo di  Cartagine, il seguente dispaccio:    Essendosi fatta presente al Re la rappresentanza di V. S. I.  de’ 19 dello scorso novembre, contenente le terne de’ soggetti  proposti per le nuove cattedre aggiunte all’ Università dei Regi  Studi, S. M. ha scelto per l’Eloquenza italiana don  Luigi Serio; per la meccanica, p. Nicola Cavallo; per l’Arte  Critica e Diplomatica, il p. don Emanuele Caputo Cassinese;  per la Storia sagra e profana il prete don Francesco Conforto;    I Arch. Sta. Nap., Scritture cit., vol. 34, f.° 252 db; DE SARIIS, p. 52.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 295    per l'Agricoltura don Nicola d’Andria; per l’Architettura Civile  e Geometria pratica il Canonico Taralli; per la Geografia e Nautica  il p. don Lodovico Marrano; coll’obbligo però, che debbano tutti  tali lettori di persona far le lezioni, senz'ammettersi sostituti in  loro vece nelle cennate rispettive cattedre nuovamente aggiunte.  Rispetto poi alla cattedra di Logica e Metafisica, S. M. si ha ri-  servato di risolvere in appresso, ed allora a suo tempo comunicherò  a V. S. I. la Real risoluzione.   Nel Real nome pertanto comunico a V. S. I. tal’elezioni de’  cennati lettori, fatte dalla M. S. perché ne disponga il possesso e  l'adempimento; siccome ne ho dato l’avviso a’ medesimi per loro  intelligenza. — Palazzo, 10 dicembre 1777 !.    Chi era don Luigi Serio ? Nato nel 1744 a Vico Equense,  esercitava in Napoli la professione d’avvocato; ma già  intorno al ’65 era diventato una celebrità come improv-  visatore. A differenza dei soliti poeti estemporanei, il  Serio aveva solida cultura letteraria e scientifica. Né era  privo di buon gusto, come dimostrano alcune sue polemiche  letterarie. « La fraseologia dei novatori, della gente  alla moda, gallicizzante ed anglizzante, delle anime sensi-  bili, dei filosofanti, era un suo odio particolare. Contro  costoro scrisse, tra l’altro, un opuscoletto, pubblicato  anonimo, col titolo: Cose e non parole, mettendo in cari-  catura gli obblighi filosofici e utilitari, che si volevano  addossare alla poesia. Ma non pare che questo suo odio  fosse effetto di un pensiero profondo »?. Le sue Rime,  del resto, raccolte in due volumi nel 1772 e 1775, hanno    I Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 426 (novembre 1777 a gennaio 1778),  ff. 140-141; nonché tra le Scritture diverse della Cappellania Maggiore,  vol. 34, i ff. 228-229. Parzialmente lo stesso dispaccio fu pubblicato  dal prof. N. BARONE, Breve memoria intorno ai proff. di diplom. e pa-  leografia nell’ Univ. e nel G. Archivio, Valle di Pompei, 1888, pp. 7 sgg.   2 B. CROCE, L. Serio, nel vol.: Aversa a D. Cimarosa, Napoli, Gian-  nini, 1900; e poi nel volume dello stesso Croce, Aneddoti e profili sette-  centeschi, Palermo, Sandron, 1914. Sul Serio scrisse più tardi uno stu-  dio il prof. M. Bruno, L. S. letterato e patriota napoletano del Sette-  cento, negli Studi di letteratura italiana, pubblicati da E. Pércopo,  vol. VI, fasc. 1-2.    290 STUDI VICHIANI    scarsissimo valore. Nel 1771 die’ in luce alcuni Pensieri  sulla poesta*, dedicati all'abate Galiani: al quale diceva  (salvo, nove anni dopo, nel Vernacchio, a colmarlo di  vituperii): « Voi siete un letterato di vivacissimo spirito, di  sublime ingegno, e di vasta erudizione .... Vedete dunque,  se io senta qualche cosa avanti nella ragion poetica, ed il  vostro giudizio mi servirà di perpetua norma ». Ma più  che a questi Pensieri, in cui pure non mancano buone  osservazioni sul mutare degli ideali artistici col mutare dei  secoli, e sui difetti della vuota poesia del tempo, il Serio  dové la cattedra di Eloquenza italiana alla stima guada-  gnatasi in Corte con le sue ammirate improvvisazioni, che  già quell’anno, 1777, gli avevano procacciato la nomina  di poeta di Corte, nonché l’incarico di rivedere le opere  teatrali e provvedere ai bisogni poetici del S. Carlo*.  . Delle ragioni che indussero all’istituzione della nuova  cattedra letteraria, il Napoli-Signorelli, facendone risalire  il merito fino a Ferdinando IV, scriveva nel 1798: « Vide  il nostro Re che la gioventù dedita alla greca e latina elo-  quenza od a svolgere Demostene, Pindaro ed Omero, o  Tullio, Orazio e Virgilio, riusciva così rozzamente a disvi-  luppare i propri concetti nella materna lingua volgare,  come si ravvisa singolarmente negl’immensi mucchi    I Di cui non conosciamo altro che le prime 12 pp. conservate in  una Miscellanea (III st., XV, F., 25) della Società storica napoletana.   2 Intorno alle lotte che dové sostenere, come revisore teatrale, per  la riforma del melodramma, vedi B. Croce, I teatri di Napoli, Na-  poli, Pierro, 1891, pp. 575 Sgg., 592 Sgg., 624 Sgg., 733 sgg. — P. Calà  ULLOA, che non era privo di gusto, né di buon senso scrive: « On peut  reconnaître encore dans quelques pages de Luigi Serio, plus éloquan-  tes et plus spécieuses que raisonnables, des pensées neuves, et des  images heureuses à còté des traits les plus hasardés. Il eut le torte  de semer dans l’arène du palais les fleurs et les ornements de la poésie.  Ses discours portaient l’empreint d’une éloquence factice et d’un  goùt passager; il avait plus d’imagination que de force d’exprit ».  Altri, d’ ingegno anche inferiore, «se laissaient aller, comme Serio, à  inonder leur auditoire de fleurs d’une déclamation académique »: Pen-  sées et souvenirs sur la littérature contemporaine du Royaume de Na-  ples, Genève, 1859-60, I, 33-4. d’allegazioni ed altre scritte forensi; ed accorse ad ovviare  a tale inconveniente col fondare una cattedra di Elo -  quenza italiana, e fece sì che la lingua di Dante,  del Petrarca e del Boccaccio e de’ tersi scrittori del secolo  decimosesto s’intendesse, s’imparasse per principii e si  pregiasse ».   Il pensiero risale certo ad A. Genovesi, che fu il primo,  com'è noto, a insegnare nell’ Università in italiano, quando  iniziò le sue lezioni di Economia civile. E quando, dopo  la cacciata de’ gesuiti, nel 1767, ebbe incarico dal Tanucci  di formare un piano di scuole — che poi non poté essere  adottato, almeno interamente — propose anche « una  scuola di lingua, di eloquenza e di poesia toscana ; per-  ciocché, mirando già tutte le nazioni di Europa a rendere  volgari e comuni le regole delle arti e delle scienze, parve  all'abate Genovesi necessario che i giovani si avvezzassero  di buon’ora a sapere parlare e scrivere con nettezza ed  eleganza la propria lingua ». Ma « questo studio sì neces-  sario », concludeva il biografo del Genovesi, nel 1770 *,  «è intanto il più negletto nella nostra educazione ».   Importante è quello che lo stesso Napoli-Signorelli,  dopo avere accennato alle altre cattedre moderne stabilite  con la riforma del 1777, ci dice della impressione che di  quelle novità ebbero i contemporanei: « Chi crederebbe »,  egli esclama, «che queste gloriose novità dovessero sem-  brare innovazioni inutili a certi vecchioni che non hanno  mai inteso più oltre delle istituzioni mediche, legali e teo-  logiche, della fisica di Aristotele o di Cartesio, e della  nuda pedanteria (ma non altro) delle lingue dotte ? E pure  odonsi alcune sparute larve, ignoranti dell'importanza di  tali stabilimenti, mormorarne e torcere il muso: — Quali  cattedre ! (van dicendo) lingua italiana, agricoltura, chi-    I G. M. GALANTI, Elogio stor. del sig. ab. A. Genovesi, 33 ed., Fi-  renze, 1781, pp. 7I, 9I1-3, 109.    298 STUDI VICHIANI    mica, commercio, diplomatica, storia naturale, geografia  fisica ! Fa mestieri di un pubblico professore per istudiar  la lingua volgare che parliamo dalle fasce .... — Così favel-  lano certi noti annosi maestri, che non mai seppero passare  oltre dei confini della pedanteria e cacciar da sé prisci  vestigia ruris. Ma il gran Ferdinando che d’ingegno e di  cognizioni, come di grandezza d’animo, di possanza e di  maestà tutti sorpassa, ad onta di codesti idioti eru-  diti alla vecchia maniera, ha fondate  queste nuove scuole importantissime per rimuovere la  gioventù da’ rancidumi, onde non più comparisca incep-  pata e coperta di timidezza da collegio a fronte di chi  bevve in migliori fonti » 1.   Tra cotesti vecchioni, eruditi alla vecchia maniera, vi  sarà stato anche Gennaro Vico ? Non parrà improbabile,  se si considera che realmente, così come nacque, l’inse-  gnamento della letteratura italiana fu una duplicazione  della vecchia rettorica, che s’insegnava nell’ Università di  Napoli dalla metà del Cinquecento; e se si ripensa alle  sue lamentele del 1797 per la sorte toccatagli, di raggiun-  gere dopo 40 anni d’insegnamento quello stipendio di 300  ducati, che altri aveva ottenuto tanto più presto: p. es.  don Luigi Serio !   Che cosa abbia precisamente insegnato il Serio sì può  argomentare da un interessante documento rimastoci ?:  cioè dal manifesto, con cui. dopo 14 anni d'insegnamento,  annunziò la pubblicazione delle sue Istituzioni, che non  sembra vedessero poi la luce. Esso reca la data di Napoli,    16 maggio 179I:    Agli amatori della bella letteratura:    I P. NAPOLI-SIGNORELLI, Regno di Ferdinando IV, Napoli, Migliac-    cio, 1798, pp. 242, 244-5.  2 Misc. XV, F. 25, nella Bibl. della Soc. stor. napoletana. Dalla stamperia di Vincenzo Flauto usciranno alla pubblica  luce le istituzioni dell’eloquenza e della poesia italiana dell’avv.  Luigi Serio, regio cattedratico. Quest'opera sarà divisa in quattro  tomi: il primo conterrà le più importanti questioni intorno al-  l'origine, all’ indole ed al carattere della lingua; e in esso si tratterà  eziandio di tutto ciò, che principalmente alla grammatica ap-  partiene, ma con animo di veder come esser possa una delle fonti  dell’eloquenza. Nel secondo e nel terzo tomo va l’autore ritro-  vando i mezzi, onde si pervenga alla perfezion del gusto, e crede  di esservi riuscito, facendo le seguenti ricerche: I. In che con-  siste l’artifizio delle metafore, e quale utilità se ne ricava ? II. Per-  ché le figure, che si addimandan retoriche, facciano mirabili ef-  fetti in qualunque specie di scrittura e di discorso ? E se ne addi-  terà la cagione nelle passioni, di cui esse sono, e devono esser il  linguaggio. III. Che cosa sono i pensieri ingegnosi e i concetti,  e perché rapiscono ed incantano gli animi altrui, o riescon freddi  e puerili ? IV. Coloro che declaman tanto contro il periodo, hanno  pur ragione di farlo ? E qui si farà un’ analisi diciò che forma  l'armonia del discorso in generale, e della lingua italiana in parti-  colare. V. L’eleganza e l’elocuzione son voci, che esprimono idee  distinte o confuse ? e possono esser soggette a un maggiore schia-  rimento ? VI. Che cosa è stile ? E qui, abbracciandosi l’antica  divisione di stile semplice, temperato e sublime, se ne dimostre-  ranno i caratteri, e con questa occasione si faranno per lo stile  semplice molte osservazioni sulle lettere familiari, su’ dialoghi,  sulle materie didascaliche o sieno instruttive, e sulla istoria; e  per lo stile sublime si andrà esaminando in che consista il me-  rito di que’ fortunati pensieri, che in prosa o in verso riempiscono  gli animi de’ lettori in un medesimo tempo di gioia, di maraviglia  e di nobile ardimento. VII. Si faranno finalmente opportune  riflessioni sull’eloquenza del pulpito e del foro. Il quarto tomo è  destinato alla poesia italiana, e conterrà questi sei trattati, cioè  l'origine della nostra poesia, il metro e le rime; l'armonia del verso,  e come possa servire all’ imitazione; la locuzione poetica e il dar  persona alle idee; la lirica poesia in generale, e le sue diverse specie;  e i principii della poesia drammatica, e dell’epica.... Addio.    L'insegnamento del Serio era, come si vede, il pendant  della rettorica e della poetica insegnata da Gennaro Vico.  Questi esemplificava i suoi precetti con la lettura dei  classici latini; il Serio con quella degli scrittori italiani.    300 STUDI VICHIANI    A’ suoi commenti danteschi accenna il marchese di Villa-  rosa, quando in uno di quei suoi sciagurati Ritratti poetici  fa dire al Serio:    Dell’ itala eloquenza, in Dante oscura,  Talora i pregi di svelarne avviso.    Gli stessi precetti e le teoriche dovevano spesso dar  luogo ad esemplificazioni, e quindi a letture di classici,  secondo era richiesto già dall’antico programma di Retto-  rica. Lo stesso Villarosa ci dice che, esercitando il suo  ufficio, il Serio «ne riscosse non mentite lodi, perciocché  le sue lezioni, pronunziate con brio e piacevolezza, eran  ripiene di recondito sapere, le bellezze additando del-  l’idioma gentil sonante e puro».   « Ma la pagina più bella, scritta dal Serio, fu quella  della sua morte » 3. È noto il racconto commovente del  Colletta. Il 13 giugno 1790, il Serio si trasse dietro i nipoti  a combattere contro le schiere di Ruffo, che assaltavano  Napoli: «Il vecchio, per grande animo e natural difetto  agli occhi, non vedendo il pericolo, procedeva combattendo  con le armi e con la voce. Morì su le sponde del Sebeto:  nome onorato da lui, quando visse, con le muse gentili  dell'ingegno, ed in morte col sangue » 4. Il borbonico  Villarosa nota amaramente che le Muse non furono  «capaci a salvarlo, ed illagrimato non poté evitar la  taccia di arrogante ed ingrato ».   E per lo sdegno, forse, contro questa ingratitudine dei  poeti, Ferdinando IV per un pezzo non volle più saperne  di professori di Eloquenza italiana. Nell’ Almanacco di  Corte del 1805 la cattedra si dà ancora per vacante 5.       Ed. cit., p. 21.  O. c., p. 84.  B. CROcE, Aneddoti, p. 298.   4 COLLETTA, Storia, lib. IV, c. III, $ 32.   5 Calendario e notiziario della Corte per l’anno 1805, pp. 122-3 (Na-  poli, 1805).    I  2  3    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 301    Venuto Giuseppe Bonaparte, il 31 ottobre 1806 emanò un  decreto, come fu sopra accennato, per riorganizzare gli  studi universitari sopprimendo parecchie cattedre, anche  di quelle stabilite nel 1777, e alcune istituendone nuove *.  Tra le soppresse con quelle di Diritto di natura, Testo  d' Ippocrate, Etica, Teologia primaria, Testo di S. Tom-  maso, Storia de’ concili, ecc., v'è anche, come dissi già, la  Rettorica: la cattedra di Vico 2. L’ Università fu divisa  in cinque Facoltà: Diritto, Teologia, Medicina, Filosofia 3  e Scienze naturali. Ma alle Facoltà erano aggiunte sei  cattedre diverse : Commercio; Critica e diploma-  tica; Eloquenza antica e moderna; Lingua greca; Lingua  ebraica; Lingue orientali. Nell’ Eloquenza antica  e moderna pare s’intendesse fondere i due insegna-  menti di Gennaro Vico e di L. Serio; e vi fu nominato 1l  già sostituto di Gennaro, il can. Nicola Ciampitti (decreto  31 dicembre 1806); il quale conservò la cattedra con quel  titolo fino al 1811. Ma non passarono due anni, che un  decreto del 20 gennaio 1808 erigeva nell’ Università una  cattedra di Letteratura antica e moderna, nominandone  titolare (col soldo di professore di 3* classe, come tutti gli  altri delle « cattedre diverse ») certo Angelo Marinelli.   Ci è arrivata la Prolusione che il Marinelli lesse quel-  l'anno stesso în occasione dell'apertura della nuova catte-  dra di letteratura antica e moderna eretta nella R. Università  degli studi di Napoli ; ed essa accenna alle ragioni, per cui  la « coltissima » Accademia di storia e d’antichità, fondata    I Vedi questo Decreto nella Collez. degli editti, determinaz., decreti  e leggi di S. M. da’ 15 febbr. ai 31 dic. 1806 (Napoli, Stamp. Simoniana),  pp. 384 Sgg., nonché nell’altra Collezione (pressoché ignota e pure im-  portantissima) delle leggi, de’ decreti e di altri atti riguardanti la P. I.  promulgati nel già Reame di Napoli dall’anno 1806 in poi, Napoli,  Fibreno, 1861-3 (3 voll.), I, 6-7.   2 Allora (per l’art. 58 di questo decreto) l’ Università, che nel 1805  era passata a Monteoliveto, tornò al « palazzo detto del Gesù vecchio ».   3 In questa Facoltà furono comprese 6 cattedre: 1) logica e me-  tafisica; 2) matematica semplice; 3) matematica trascendentale; 4) mec-  canica; 5) fisica sperimentale; 6) astronomia.    20    302 STUDI VICHIANI    l’anno innanzi da Giuseppe !, aveva proposta e « garantita »  al governo l'istituzione della nuova cattedra. E ci dà  insieme un'idea di quello che tale insegnamento doveva  essere.   Non era un uomo volgare questo Marinelli. Fratello  primogenito di Diomede, autore dei noti Giornali, ora in  parte pubblicati, così utili allo storico degli avvenimenti  napoletani dal 1794 al 1820 ?, egli, sebbene sacerdote, fu,  come il fratello, caldo fautore della repubblica del 1799.  Ma più del fratello dové compromettersi, se, appena  caduta la repubblica, il 14 giugno venne arrestato e con-  dotto al Ponte della Maddalena, quartier generale del  Ruffo, poscia su un bastimento 3. Ne scese il 14 agosto;  «ed ha sofferto molto dalla vil plebe », notava quel giorno  il fratello 4, «come gli altri; e tra l’altro, gli ponevano  in bocca ogni lordura, che trovavano in terra ». Il 27 set-  tembre il fratello notava ancora 5: « Quest’oggi mio fra-  tello Angelo Marinelli mi ha mandato a dire, ch'è stato  condannato ad esser deportato fuori il territorio napole-    I Con decreto del 17 marzo 1807: vedi la Col/ez. ora citata, I, 30-32.  Questa Accademia fu poi, com'è noto (COLLETTA, Storia, lib. VI,  c. III, $ 29; MINIERI Riccio, Arch. Stor. Nap., V, 1880, pp. 595-7)  incorporata nella Società reale di Napoli, istituita da  Giuseppe con decreto 20 maggio 1808 (Co/l. cit., I, 53-56), diventata  nel 1817 Società Borbonica. Nei Giornali del Marinelli,  t. XII, pp. 80-82, è riferito il decreto di costituzione dell’Accademia  del 1807; e segue questo ricordo: « Per decreto di S. M. sono nominati  Accademici dell’Accademia Reale d’ Istoria e di Antichità i signori  p. Andrés, cav. Arditi, arcivescovo Capecelatro, abbate Gaetano Car-  cani, Domenico Cotugno, Francesco Carelli, abbate Nicola Ciampitti,  Francesco Daniele, consigliere di Stato Delfico, professore Gargiulo,  abbate Donato Gigli, abbate Gaetano Greco, vescovo Lupoli, abbate Gi-  rolamo Marano, generale Parisi, abbate Bartolomeo Pezzetti, vescovo  Bosini, canonico Francesco Rossi, cav. Villa-Rosa ».   2 Vedi la nota su D. Marinelli in B. Croce, La Rivoluzione napo-  letana del 17993, Bari, Laterza, 1912, pp. 187-88; e la cit. pubblicazione  della I parte dei Giornali di D. M. a cura di A. FIORDELISI.   3 Giornali di D. M., ed. Fiordelisi, pp. 81-2.   4 Ivi, p. 88.   5 Ivi p. 96.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 303    tano, e portato in Marsiglia ». E il 19 novembre, infatti,  Angelo, in Sant’ Elmo, firmava l'obbligo «di andare in  esilio sua vita durante » *. Onde il 14 dicembre Diomede  poteva registrare con piacere che nella notte il fratello  era stato imbarcato per Marsiglia: « Sto contento », scri-  veva, «temendo di peggio » =. Non ne seppe altro fino al  giugno dell’anno dopo, quando Angelo, dopo sei mesi,  gli diede finalmente notizie di sé da Marsiglia 3. Ma non  doveva rivederlo che nel 1807 la sera del 12 ottobre, dopo  otto anni d'esilio ! 4.   Questi meriti patriottici del Marinelli, che, per altro,  aveva esercitato sempre la professione dell’insegnamento,  ne fecero un professore dell’ Università, con cattedra  istituita per lui, sotto Giuseppe Bonaparte. « La sua repu-  tazione », dice l’ Ulloa 5, «e una vita esente da rimpro-  veri furono forse le vere cause della sua riuscita e del  favore pubblico ». Oh! l’animo di Diomede, quando il  giovedì 28 aprile 1808 poté scrivere nel suo diario ©:  «Questa mattina Angelo mio fratello ha principiato le  lezioni della nuova cattedra, ne’ Regi Studi, di letteratura  antica e moderna !» Ma non convissero quindi che pochi  anni. Ecco la necrologia di Angelo inserita nei Giornali 7:    Angelo Marinelli, mio fratello germano, nato nel 17658, è  passato a miglior vita nella notte a sei ore venendo il sabato  di marzo del 1813. Mi è avvenuta questa disgrazia dopo una  tediosa malattia di quasi tre mesi con idropisia, e poi è terminata  con cangrena nella verga. È stato seppellito il sabato a sera nella    I Ivi, p. 112.   2 Ivi, p. 117.   3 Ivi, p. 130.   4 Sotto questa data nel ms. t. XI, p. 708: «Questa sera verso le  ore 3 è giunto Angelo mio fratello dopo l’esilio di otto anni ».   5 Pensées cit., I, 114.   6 Ms. t. XI, p. 723.   7 Dal ms. cit. XI, p. 733.   8 Nacque probabilmente a Longano nel Molise.    304 STUDI VICHIANI    Congregazione di S. Caterina a Formello. Esso mio fratello era  sacerdote, e professore dell’ Università di Napoli. Gli primi studi  gli fece nel seminario d’ Isernia, e vi fu lettore e rettore per pochi  anni. Nel 1795 venne in Napoli per studiare maggiormente, e  aprì scuola privata. Nel 1799 fu arrestato dalla populazione della  nota rivoluzione, e fu sbarcato a Marsiglia, e poco vi si trattenne  essendo passato in Italia poco dopo. Fu professore nel Liceo di  Alessandria e di Casal Monferrato. Finalmente nel dì 12 ottobre  del 1807 si ritirò in mia casa, e poco dopo fu fatto professore  nell’ Università, e confirmato dell’organizzazione seguìta a dì  18 gennaio 1811. Era uomo portato all’ ipocondria, sentenzioso e  grave. Studioso all'eccesso ed era il suo idolo la gloria ed onore  nelle scienze. Giusto nelle sue deliberazioni, e non capace di offen-  dere niuno in fatti, sebbene in parole spacciasse che la ven-  detta era il nettare di Giove. Amava la gioventù  e principalmente i suoi allievi. È stato pianto da tutti quei che lo  conobbero, non che da me. È passato a miglior vita monìto con  tutt’i sagramenti, ch’ ha eseguiti, con edificazione degli astanti 1.    Ma torniamo alla Prolustone. Il Marinelli dice che la  nuova cattedra «ha di mira particolarmente l’analisi cri-  tica e ragionata de’ classici antichi e moderni » per for-  mare «di una maniera facile e breve » il gusto dei  giovani, e abituarli «ad apprezzare e leggere gli autori con  discernimento, pronunziare sul loro merito il proprio  giudizio con sicurezza, e, proponendoseli per modelli,  lavorare componimenti solidi e degni dell'immortalità ».  I classici da leggere sono i grandi scrittori di queste quattro  epoche: la Grecia di Pericle e di Alessandro, la Roma  di Cesare e di Augusto, l’ Italia di Leone X e dei Medici,  la Francia di Luigi XIV. « Da essi trar bisogna l’abbon-  danza e la ricchezza de’ termini, la varietà delle figure,  la maniera di comporre, le immagini, i movimenti, l’armo-  nia e tutto ciò che evvi di bello, di grande e di squisito    I Un nipote di Angelo Marinelli affermava nel 1887 che un’opera  dello zio su la Fisonomia dell’uomo si conservava manoscritta presso  l'arciprete di Longano (Croce, O. c., p. 187): ma non se ne sa altro.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 305    nel carattere del loro ingegno e del loro stile ». Dunque,  lettura ed analisi di Omero, Sofocle, Euripide, Pindaro,  Tucidide, Virgilio, Orazio, Sallustio, Petrarca !, Tasso,  Ariosto, Corneille, Racine, Fénelon. Studio importantis-  simo ai tempi nostri, dice il Marinelli, « perché oggi più  che mai si trascurano i grandi originali, che soli formar  possono il nostro spirito ». Del resto, il novello insegnante  non intendeva presentare questi classici per modelli  perfetti all’ammirazione cieca degli scolari. Anzi annun-  ziava « una critica severa », che, rilevando le imperfezioni,  avrebbe fatto meglio risplendere il merito, come « il fuoco  dà un nuovo lustro alla purezza dell’oro ». La censura  non fece forse migliori i cittadini di Roma? Bisogna  distinguere le buone guide dalle pericolose. « Chi non sa  che Seneca, Lucano e Marino hanno in diverse epoche  contribuito a corrompere il gusto della gioventù ? ».  Ricordarsi poi che negli autori migliori non tutto è egual-  mente buono, né tutto ciò che è buono, conviene egual-  mente in tutti i tempi e luoghi. « Chi oserebbe imitare  oggidì le noiose enumerazioni d’ Omero e le similitudini  ch'egli prende da cose basse e triviali; i dettagli minu-  tissimi d’ Ovidio; lo stil concettoso del Marino; le leggi  drammatiche tante volte trascurate dal gran Corneille ? ».  Questa dev'essere «scuola di critica e di buon gusto ».  «E quando questa novella cattedra », dice il Marinelli  a’ suoi uditori, «non servisse ad altro ch’ a distruggere  quel resto d’amore pe’ concetti e per le arguzie, che regna  in quegli spiriti, il di cui gusto non è ancora depurato, a  far amare da coloro che si piccano di comporre, quella  saggia sobrietà che forma la solidità dello stile; a mo-  strare che nelle cose piuttosto che ne’ termini bisogna    I Dante non c'entra: forse perché non si poteva tirare come il  Petrarca (per via degl’ imitatori), al secolo di Leone X. Del resto il Ma-  rinelli conchiude: « Questi ed altri scrittori celeberrimi.] cercare la nobiltà dell’espressione; ad evitare ne’ discorsi  quella grandiosità affettata, la quale egualmente che la  semplicità triviale, è contraria alla dignità della dizione;  insomma a scrivere sensatamente, ciò bastar dovrebbe a  convincervi della sua utilità ».   Siamo, come sì vede, a un livello molto più alto che  col Serio. Il fondo dell’insegnamento è ancora la retto-  rica: ma che rivoluzione ! Tutta la precettistica, tutto il  convenzionalismo, e il formalismo classico e pedantesco  sono iti: Marinelli è uno schietto romantico; e in qualche  accento ti parrebbe di sentir già il De Sanctis, se non  stonasse, tra tanto buon senso e indipendenza di giudizio,  qualche accenno a quel filosofismo, di cui il Marinelli  doveva essersi imbevuto già prima del ’99, e anche più  nelle sue peregrinazioni in Francia e nella Cisalpina.   Terminando il suo discorso, esponeva brevemente il  metodo che avrebbe seguito. In primo luogo si sarebbe  studiato di «sviluppare le cagioni fisiche (sc) e morali,  che hanno contribuito alla nascita, all'incremento ed allo  splendore di ciascuna letteratura ». Avrebbe cercato  «perché essa, come una pianta, in alcuni climi si è veduta  nascere e fiorire spontaneamente; perché, esotica altrove,  non ha prodotto dei frutti che a forza di cultura, o perché  selvatica ha resistito alle cure che si son prese di cclti-  varla ». Avrebbe indagato il perché della mirabile fiori-  tura delle quattro epoche letterarie. Compiuto questo  «quadro filosofico delle vicende e della storia letteraria  de’ quattro secoli », sarebbe venuto quindi all’esame dei  classici. Ma bisogna sentire quanto nei criteri qui enunciati  per tale esame questo Marinelli, rimasto finora quasi  interamente ignorato, s’avvicini a principii e metodi  molto recenti:    Di quelli che col lor sapere e coll’opera loro si renderon più  illustri, parlerò più ampiamente; più brevemente di quelli che non    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 307    furon per equal modo famosi. Della vita de’ più rinomati scrittori  accennerò in iscorcio le cose le più importanti, e quelle particolar-  mente che contribuir possono a dar lume e risalto maggiore alle  lor produzioni; più diffusamente ragionerò di ciò che appartiene  al loro carattere, al loro sapere, al loro stile. Rileverò i pregi e  le bellezze che sfolgoreggiano nelle opere loro, per promuoverne  l’ imitazione. Non passerò sotto silenzio i difetti che intrusi vi  sono, affinché s’evitino. E se parlar dovrassi di due o più scrittori,  che si saranno nello stesso genere segnalati, non tralascerò di  farne il parallelo e di mostrare in che l’ uno sull’altro primeggi.    Infine il Marinelli credeva di conchiudere, che questo  insegnamento avrebbe istruita la gioventù «senza obbli-  garla al meccanismo de’ precetti, e senza ingolfarla nelle  minuzie grammaticali, che sono per lo più disgradevoli  alle persone di già avanzate negli studi ».   Ben presto però il carattere speculativo di un tale inse-  gnamento dovette prevalere sulla sua parte storica, e la  materia trasformarsi in una filosofia dell’eloquenza.  Filosofia dell’eloquenza s'intitola infatti il libro pubblicato  dal Marinelli nel 1811, e dedicato (in data di Napoli,    I La filosofia dell’eloquenza di AnGELO MARINELLI, professore di  letteratura classica nella Regia Università di Napoli, e socio di varie  Accademie italiane e straniere. In Napoli, 1811, presso Angelo Trani; di  pp. VI-103, in-8°. A_pp. 68 sgg., è un cenno di quello che l’Autore avrà  svolto nel suo corso: ossia intorno alle cause del fiorire delle lettere  nei quattro secoli accennati nella Prolusione del 1808. — Una Filosofia  dell’eloquenza o sia l’eloquenza della ragione aveva pubblicata nel 1783  in due grossi volumi in-16° (in Napoli, presso Vincenzo Orsini) l'avv.  FRANC. ANT. ASTORE, uno de’ martiri del ’99, nato a Casarano, in Puglia,  nel 1742, autore nel 1799 d’un Catechismo repubblicano e d’una trad.  dei Diritti e doveri del cittadino del MaBLY. Vedi su di lui una notizia  di N. MORELLI, in Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli  del Gervasi, vol IX, Napoli, 1822; D’AvALA, Vite degli italiani bene-  meriti ecc., Roma, 1883, pp. 34-41, e B. Croce nell'Albo della vivoluz.  napol. del 1799, p. 28. Per la sua condanna v. SANSONE, Glîì avvenimenti  del 1799 nelle Due Sicilie, p. cxcI, Palermo, 1901; e per la sua fine  Croce, La Rivol. napoletana, pp. 151, 152. La Filosofia dell’eloquenza  ebbe una ristampa a Venezia, e fu tradotta in francese dall’ Yverdun;  ed è certamente opera notevole per la profonda conoscenza che di-  mostra della letteratura estetica straniera, specie francese ed inglese, e  per lo strano miscuglio che, come ne’ Saggi politici pubblicati quel-    308 STUDI VICHIANI    2 di luglio 1811) al conte Giuseppe Zurlo, capo della pub-  blica istruzione, «versando sulla riforma dello studio  dell’eloquenza ». Scopo del libro era «quello di mostrare  che, più degli aridi precetti de’ retori, una felice disposizione  della natura, il genio, l'entusiasmo, la conoscenza del  mondo ed un ricco corredo di cognizioni filosofiche for-  mano l’uomo eloquente ». Questa, dice il Marinelli nella  sua dedica, è «una teoria da me già dimostrata ad evi-  denza ». (Dove dimostrata, se non nelle sue lezioni ?)  «Pure a giudizio di alcuni essa sembra ancora un pro-  blema ». Da qui parrebbe che il suo insegnamento avesse  suscitato qualche critica e forse anche un certo scandalo.  Che insegnava egli dunque ? — Un cenno di questo libro  non si riterrà fuor di luogo, se si tien conto delle felici  osservazioni che vi abbondano e la grande rarità di esso.    l’anno stesso dal Pagano, vi si fa, delle idee del Vico con quelle dei  sensisti. La menziona il CROcE nelle sue Varietà di storia dell’estetica,  nella Rassegna crit. di lett. ital. del Pércopo, VII (1902) p. 5 (poi in  Probl. di estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana, Bari, 1910,  p. 385), ma merita uno studio particolare. In quest'opera però la retto-  rica è elaborata filosoficamente, ma non è criticata. Il libro non ha  altro che il titolo in comune con la Filosofia del Marinelli.   Un lavoro sull’A. fu pubblicato nel 1905 dal prof. F. DE SIMONE  BroUWER, Franc. Ant. Astore, patriota napoletano, nei Rend. dei Lincei,  Sc. mor., serie 58, vol. XIV, pp. 299-315. L’Astore fu in amicizia con Gen-  naro Vico, com'è dimostrato da una sua letterina pubblicata dal DE Si-  MONE, p. 303, dov’ è detto: « Vi acchiudo due esemplari di certe bagattelle  poetiche.... di un vostro amico.... il quale.... ve ne presenta un esemplare  per vostro uso.... L'altro esemplare al nostro signor Vico ».   Insieme coi libri del Marinelli e dell’Astore può esser ricordato il  Saggio filosofico sull’eloguenza dell’ab. GrusEPPE GENTILE (Siracusa, Pu-  lejo, 1795, 2 voll.). Ne ho potuto vedere soltanto il 2° volume, dove l'A.  si dimostra un sensista, e si riferisce più d’una volta all’Astore. « Questo  saggio », dice D. ScINÀ (Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel se-  colo XVIII, Palermo, 1824-27, III, pp. 440-4I), « è modellato sul Batteux,  e su quelli francesi, che scrivono di eloquenza più colla teorica, che col  sentimento, e più colla metafisica che col gusto; e come manca di quel  senso delicato, vero e naturale che ci fa il bello sentire; così avviene  che di sugose osservazioni scarseggi, e venga nella scelta degli esempii  non di rado a fallare. Cioè non di meno, se il Gentile non è atto a for-  mare degli oratori o pur de’ poeti, ha il pregio di tener lontani i giovani  dalla pedanteria ».    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 309    È diviso in due parti, una negativa, Del vero carattere  dell’eloquenza, in cui l’autore critica la vecchia rettorica;  e una positiva, Vedute filosofiche intorno alla scienza del  comporre, che espone le dottrine critiche del Marinelli.  L'esposizione procede per considerazioni aforistiche ed  epigrammatiche; ed è più una serie di appunti, che una  trattazione vera e propria.   Rilevata l’importanza del linguaggio nello sviluppo  dello spirito, accennati gli effetti per esso conseguibili  quando tocchi il grado dell’eloquenza, l’autore afferma che  questi effetti « annunciano la forza ed il potere di un’anima  che signoreggia sulle anime mercé l'ascendente della pa-  rola » +. E nota subito: « Quel che evvi però di singolare  si è, che alcuni hanno creduto supplire colle regole ad un  talento sì raro. Ciò sarebbe, a parer mio, lo stesso che  il ridurre, se si potesse, il genio a precetti. E colui che  ha preteso il primo, che gli uomini eloquenti si debbano  all’arte, o 11 dono della parola certamente non possedeva,  o era molto sconoscente ed ingrato verso la natura ».  La natura sola fa l’uomo eloquente. Gli ornamenti stu-  diati delle rettoriche hanno rispetto all’eloquenza il valore”  della scolastica di fronte alla vera filosofia.    Qual cosa, infatti, più triviale quanto il professare e mettere  in pratica un’eloquenza sì ridicola ? Figure ammonticchiate,  grandi parole, che non dicono nulla di grande, movimenti im-  prestati, che non partono dal cuore, e che per conseguenza non vi  giungono giammai, non suppongono al certo nell’autore e nel  maestro alcuna elevazione di spirito, alcuna sensibilità. Ma la vera  eloquenza essendo l'emanazione di un’anima ad un tempo sem-  plice, forte, grande e sensibile, bisogna in sé concentrare tutte    I L’ULLOA (Pensées, 1, 114), — il quale dice anche lui, che questa  Filosofia dell’eloquenza «ne manquait pas d’apergus nouveaux et in-  téressants » (1, 116), — a proposito dei discorsi letti dal Marinelli nella  Pontaniana nota che in quel tempo «la conduite des écrivains était iné-  gale et incorrecte. À ce défaut près, l’auteur a de la méthode, de l’éru-  dition et du jugement.]  queste qualità per dar precetti ed eseguirli. Poiché, diciamolo pur  con franchezza, chi è penetrato vivamente dal bello, dal sorpren-  dente, dal sublime, lungi non è dall’esprimerlo !.    I precetti non hanno prodotto mai nessun capolavoro.  Infatti i grandi scrittori sono d’accordo nel dire che « gli  squarci più sorprendenti delle loro opere hanno quasi sem-  pre loro costato minor fatica, perché sono stati ad essi  come ispirati, producendoli. L’eloquenza è nata avanti le  regole della rettorica. Cmero sparso avea di tratti sublimi  e magnifici i suoi poemi divini, ed il teatro greco vantava  un Eschilo, un Sofocle ed un Euripide, prima che lo stile  sublime fosse stato definito da Demetrio Falereo, ed il  filosofo di Stagira prescritto avesse regole sulla tragedia ».  La rettorica v’insegna l’uso della figura: ma il popolo  stesso usa il linguaggio figurato, e nulla più frequente  dei tropi sulla sua bocca.   Come nelle leggi la lettera uccide e lo spirito vivifica,  così le teorie rettoriche sono diventate altrettante gravi  catene, di cui si è caricato il genio. Le istituzioni dei retori  moderni, modellate su quelle degli antichi, « rigurgitano  di definizioni, di regole e di particolarità, necessarie forse  per leggere con profitto gli oratori latini, ma assoluta-  mente inutili e contrarie anche al genere di eloquenza,  che si professa ai giorni nostri ». Questi retori, « fanatici  per l’antichità che si millantavano di conoscere, ci dettero  per modelli tutto ciò ch'essa ci ha lasciato, e posero, senza  discernimento, l’esempio, e l’autorità al luogo del senti-  mento e della ragione ». Leggi ce ne saranno, ma bisogna  ricavarle dagli stessi « principii delle cose », dallo studio  degli uomini, della natura e delle arti medesime. Non de-  vono essere regole, a cui il genio abbia da sottomettersi  servilmente, senza il diritto di scostarsene ogni volta che    I Pagg. 10-11.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO ZII    gli siano di peso e d’imbarazzo. Abbia egli la regola per  far bene, ma anche la libertà, per far meglio. Il Gravina  avrebbe voluto che il Metastasio « radesse il suolo, schiavo  della regola, quando era fornito di penne per tentare un  volo di Dedalo, ed apprendesse le leggi del teatro dalle  usanze de’ greci, quando, per ispirazione di Melpomene,  st leggeva l’arte dentro il suo cuore ». Fortuna che la  natura la vinse sull’autorità del maestro! «La scuola lo  rese autor del Giustino; il genio ne fece un classico ».  Sicché le opere artistiche bisogna giudicarle «non dalle  imperfezioni e dalle quisquilie che vi si rinvengono, ma  dalle bellezze che vi brillano ». Detto profondo e, almeno  per l’ Italia, novissimo. Il De Sanctis ne farà un principio  fondamentale della sua critica. « Il poema di Klopstock »,  dice il nostro Marinelli, «è forse meglio condotto della  Eneide; ma venti bei versi di Virgilio sopraffanno tutta  la regolarità della Messiade. I drammi di Shakespeare e  la Divina Commedia di Dante hanno delle imperfezioni  barbare e disgustevoli; ma a traverso di quella densa  caligine folgoreggiano quei tratti di genio che eglino soli  potevano avventurare ». Lasciate libera da ogni freno  l’immaginazione; «lasciate saltellare e correre a suo  bell’agio quel destrier generoso; esso non è giammai sì  bello quanto ne’ suoi traviamenti .... Abbandonato a se  stesso, alle volte cadrà certamente; ma che ? anche nella  sua caduta conserverà quella fierezza e quell’audacia che  perderebbe colla libertà » *.   La turba dei retori definisce l’eloquenza: «l’arte di  ben dire acconciamente per persuadere ». Meglio il  D’ Alembert: «il talento di far passare con rapidità, ed  imprimere con forza nell’anima altrui il sentimento pro-  fondo di cui siamo penetrati ». In tutte le lingue vi sono    I Pagg. 14, 15, 17-18, 20, 23.    312 STUDI VICHIANI    squarci eloquentissimi, che non provano nulla, e quindi  non si può dire che siano atti a persuadere; eloquenti sono  perché scuotono potentemente chi legge od ascolta.  «Quando Andromaca fa a Cesira il quadro dell’esterminio  di Troia, o le rammemora il congedo che da lei prese  Ettore sul punto di andare a battersi con Achille, non ha  certamente disegno di persuaderla. Ella geme e, piena  del dolore che la desola, cerca di aprire agli altri il suo  cuore esulcerato ». C'è l’'eloquenza poetica e l’eloquenza  prosaica, non tanto diverse, che, «attingendo le loro  ricchezze nella medesima sorgente, non si ravvicinino  qualche volta, non si tocchino, non si confondano ».   La distinzione tra poesia e prosa è propriamente distin-  zione tra arte e scienza: delle cui attinenze il Marinelli  ha un concetto prettamente vichiano. I poeti classici  precedono sempre i prosatori; ed « è agevol cosa a trovarne  la ragione. La poesia non è che l’opera della fantasia e del  sentimento. Or i popoli che sortono dalla barbarie, avendo  idee ristrette e limitate, sono per conseguenza somma-  mente immaginosi. Ciò osservasi di leggieri nei fanciulli  che un simulacro sono de’ popoli selvaggi. Al contrario,  la prosa richiede intelletto e spirito di osservazione.  Quindi negli uomini sviluppandosi più presto quelle prime  facoltà, che i talenti, i quali suppongono la maturezza  del giudizio, è avvenuto che l’eloquenza pcetica ha sempre  fiorito prima della prosastica in tutte l’epoche della lette-  ratura ».   Dopo di che fa veramente meraviglia che il Marinelli  si affanni a dimostrare che «la filosofia, lungi dal nuocere,  giova anzi moltissimo alle produzioni del genio », e che  «il più bello squarcio di eloquenza, se manca del fondo  di verità che vien compartito dallo spirito filosofico,  rassomiglia a quel fiorellino, che, pompeggiando in mezzo  al prato, sorprende i primi sguardi, ma, appena colto,    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 313    langue e si scolora ». Miscuglio di falso e di vero, in cui  senti l’influenza della filosofia di moda, come là dove Dio  non è altrimenti nominato che « Ente supremo » da questo  curioso prete della rivoluzione, il quale si dice amasse  vestire sempre da laico *.   Pure, un fondo di verità, per dirla con lo stesso Mari-  nelli, nel suo pensiero c’è; e si scopre subito, quando  l’autore soggiunge che « per sentire il pregio dell’espres-  sione, bisogna, come i Platoni, i Montaigne, i Baconi da  Verulamio, i Montesquieu e i Filangieri, unire l’arte di  scrivere all’arte di ben pensare ».   Non si respira qui l’aria romantica ? Da anteporre a  tutti gli studi dei libri, il più utile e 11 più necessario,  lo studio degli uomini e della vita.   Volete conoscere gli uomini ? Vedeteli da vicino, ascol-  tateli, osservateli continuamente: « Una parola, un colpo  d'occhio, un atteggiamento, un gesto ed il silenzio stesso  è alle fiate quel che dà la vita, l’espressione » ?.   Non sta negli ornamenti estrinseci il vero pregio di  un’opera d’arte: il capolavoro, spogliato di essi, conserva  tutto il suo interesse. Vuole lo scrittore rendersi interes-  sante ? «S’investa bene della parte sua, ed esamini a  fondo le cagioni e gli effetti degli avvenimenti. Quando  una volta si è renduto padrone della sua materia; quando  si è investito del carattere che dee rappresentare; quando  la sua anima si è riscaldata, per così dire, ai riverberi  della sua immaginazione; quando essa è montata al livello  del soggetto e delle circostanze, la sua eloquenza è tale  quale convien che sia. Ella si esprime con nettezza. Il va-  lore del sentimento interiore si spande su tutto il suo  discorso ». Sobrietà, sopra tutto, e naturalezza. Se un sol    I CROCE, La Rivol. napol.] tratto ha espresso una passione violenta, ogni aggiunta  non fa che guastare *.    53    Romantica è anche l’idea del Marinelli, che bisogna  essere originali, ma che, «se avete disegno di depredare  le idee altrui, siano almeno quelle, che non alla vostra, ma  all'estere nazioni si appartengono .... Trasporterete tra i  vostri nazionali un nuovo fondo di dottrine, e dilaterete  così la sfera delle loro cognizioni ».   C'è ancora in questo libretto, certamente, molto vec-  chiume rettorico; ma c’è pure una tendenza, che ha una  importanza storica notevole; e qua e là lampeggia un  ingegno critico non comune.    I A questo proposito il Marinelli fa una critica del Laocoonte di  Virgilio, la quale dimostra buon gusto, acume e libertà di giudizio  (PP. 73-4).   Aggiungerò qui in nota che negli Atti della Società Pontaniana (alla  quale il Marinelli appartenne come socio residente), vol. I, Stamp.  Reale, 1810, pp. 93-120, e 213-39, sono due memorie del Marinelli:  Cagioni dei progressi straordinari dei greci nella letter. e nelle belle arti,  letta ai 20 dicembre 1808; e Origine e progressi della letter. e delle belle  arti presso 1 Romani, letta nella sed. de’ 30 maggio 1809. La prima  è una dimostrazione di quell'amore della bellezza che i greci portarono  in tutte le forme della loro attività. Curioso questo brano in cui si  vuol spiegare la semplicità greca (p. 102): «I greci erano semplicis-  simi, per la ragione ch’essendo repubblicani, esser dovevano più liberi  e generalmente popolari. — Sì, quella libertà ch’eleva l’animo dei citta-  dini, fu la prima cagione che contribuì allo sviluppo di quel popolo  classico, poiché la forma del governo influisce essenzialmente sulle  arti e sulle scienze di tutte le nazioni. I sovrani che, rispettando il  codice eterno della natura, lasciano ai sudditi la porzione della libertà  ch'è loro necessaria per illuminarsi, bisogno non hanno di minacce  e di catene per tenerli a freno, né innalzar debbono baluardi sulle fron-  tiere per garentire lo stato dagli insulti stranieri. Il genio, il valore,  i lumi e la virtù sono i figli della libertà ».   La seconda memoria è un abbozzo di storia letteraria romana. A  p. 215 n., l’A., a proposito dell’origine greca delle leggi delle XII ta-  vole, dice: « Non s’ignora che Giambattista Vico nella sua Scienza  Nuova intorno alla natura delle cose (sic) ha messo in forse questo  fatto; ma il dotto avvocato Antonio Terrasson in una delle sue me-  morie inserita negli atti dell’Accademia delle Iscrizioni, tomo XII, l’ ha  difeso in modo, che sembra non potersene più dubitare ». — Pur ci-  tando il Terrasson (Sulle leggi delle XII tavole), il Cuoco, invece, nel  suo Platone, $ LXIV, aveva sostenuto con acume e con brio la tesi  vichiana.  DALLA RIFORMA DEL ALLA FINE DEL REGNO. Una Filosofia dell’eloquenza aveva propo-  sta nel 1809 un altro molisano d’ingegno, — intelletto  veramente superiore, — nel piano degli studi universitari,  al luogo della cattedra del Ciampitti (Eloquenza  antica e moderna)e di quella del Marinelli, il cui  titolo era propriamente, come s’è veduto: Letteratura  antica e moderna. Il Rapporto e progetto di legge  presentato nel 1809 a G. Murat dalla Commissione straor-  dinaria pel riordinamento della pubblica istruzione nel  Regno di Napoli, di cui fece parte quello spirito illumi-  nato di Melchiorre Delfico, ma fu relatore e vero autore  Vincenzo Cuoco, è il documento pedagogico e scientifico  più notevole, in cui ci sia accaduto d’incontrarci in questa  nostra ricerca. Questa scrittura del potente scrittore di  Civitacampomarano, insieme col Saggio storico sulla rivo-  luzione napoletana, è anzi, vorrei dire, ciò che di più notevole  produsse il pensiero napoletano in quegli anni agitati  tra il 'gge il ’20. Tra i letterati e professori del suo tempo  il Cuoco grandeggia in questo Rapporto come un alto  spirito solitario, giacché egli si rannoda direttamente al  pensiero d’un grande morto, rimasto nome sacro ma  incompreso per tutto il periodo che abbiamo qui addietro  percorso, e per cui si distese la vita presso che vuota  di Gennaro Vico. Il nome del padre di costui ricorre in  questo scritto più d’una volta. Sono esplicitamente richia-  mate alcune delle idee più geniali dell’ Orazione De nostri  femporis studiorum ratione*. Ma quando gli accade di    I V. Cuoco, Scritti pedagogici ined. o rari racc. e pubbl. con note  e appendice di docc. da G. GENTILE, Roma, Albrighi, Segati e C., 1909,    316 STUDI VICHIANI    menzionare la Scienza Nuova, l’autore esce a dire di essa:  « Una delle opere le più ardite che lo spirito umano abbia  tentate; e se quell’opera non ha prodotto ancora tutto  quello effetto che dovea produrre, ciò è solo perché era  superiore di mezzo secolo all’età in cui fu scritta. Ma è  degno di osservazione, che le idee di Vico vanno sbocciando  nelle menti altrui, a misura che la filosofia dell’erudizione  progredisce; e si spacciano da per tutto molte teorie come  novità, mentre non sono altro che semplicissimi corollari  della dottrina di Vico. Noi non ne facciamo l’enumera-  zione, perché forse potrebbe dispiacere a molti, i quali  saranno inventori di quelle cose, delle quali potrebbero  esser creduti plagiari:, se mai le opere di Vico fossero  tanto note, quanto meriterebbero di esserlo. Quello però  che possiam dire con sicurezza si è, che la dottrina di  Vico è nota e adottata quasi tutta intera nelle sue appli-  cazioni; ma n’è rimasta oscura la teoria generale, da cui  tali applicazioni dipendono, e da cui sl possono rendere  più ampie e più certe » ?.   Il Cuoco non è certo un plagiario del Vico, né anche  in questo Rapporto 3: dal Vico trae ispirazioni e germi  fecondi di pensiero nuovo. Un esame dell'intero scritto    p. 98. Lo scritto del Cuoco nella cit. Collez. delle leggi e decr. della P.I.  (dove fu ristampato nel vol. I) è riferito al 1811. Il RUGGIERI, o. c.,  p. 61, lo riferisce al 1812. Ma documenti inediti dell'Archivio di Stato  di Napoli (da me pubblicati nel volume Scritti pedagogici inediti  o rari, pp. 251-6) ci attestano che il Rapporto e il Progetto risalgono  al 1809. Si vegga ora in Scritti varii del Cuoco, II, 1 sgg.   I Il Cuoco non prende questo termine nel senso ora corrente: ma vuol  dire ripetitori, non originali. Intorno a questa fortuna delle idee vichiane  si può vedere del Cuoco l’Abbozzo di lettera al De Gérando, pubblicato  dal RUGGERI, pp. 186-99 (cfr. sopra, pp. 287-88), e una sua Pagina  inedita data in luce da M. Romano nel vol. Scritti di storia, di filologia e  d’arte (Nozze Fedele-De Fabritiis), Napoli, Ricciardi, 1908, pp. 181-92.   2 O. c., pp. 132-3.   3 Sui rapporti del Cuoco col Vico si può anche vedere quel che ne  ho detto nella Critica del 20 gennaio 1904, III, 39 sgg.; nel mio Saggio  su V. C. pedagogista, che sarà prossimamente ristampato con la mia  Commemorazione di V. C., 1924 [ora in V. Cuoco?, vol. XXII delle  Opere di G. GENTILE, Firenze, Sansoni, 1964 (n. dell’ed.)].    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 317    sarebbe qui fuor di luogo. Tuttavia non è possibile, prima  di vedere il disegno che il Cuoco propone e propugna per  l'insegnamento letterario dell’ Università, non dare anche  uno sguardo alle sue profonde osservazioni sull’insegna-  mento letterario nella scuola media. Il Cuoco inizia per  questa una riforma capitale, mettendo a capo di tutte le  materie da insegnarvi la lingua italiana, della  quale nelle scuole mezzane non s’era pensato ancora a far  oggetto di studio speciale 1. E bisogna sentire come ragio-  na la sua proposta. «Il linguaggio », egli dice, «non è  solamente la veste delle nostre idee, siccome i grammatici  dicono, ma n’è anche l’istrumento. La prima lingua  che noi dobbiamo sapere, è la propria. L'educazione  de’ nostri collegi dava troppo, ed inutilmente, allo studio  grammaticale delle lingue morte. Le lingue non sì possono    1 Dopo la cacciata dei gesuiti, la riforma fatta nel 1770 dal Tanucci,  che ordinò in Napoli il collegio del Salvatore e altri reali collegi in  Aquila, Bari, Capua, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Lecce, Matera e Sa-  lerno, restrinse ancora tutto l’ insegnamento letterario al latino e al  greco. Vedi il Regolamento degli studi del Collegio napoletano del SS.  Salvatore e de’ Collegi Provinciali, in DE SARIIS, lib. X, tit. VI,  (pp. 53-54) e nelle Prammatiche De reg. studiorum (pp. 42-50). Vedi  pure le Istruzioni per le scuole del Salvatore e delle Provincie, anche  del Tanucci (1771), nelle stesse collezioni. Solo per i convittori  del convitto in queste istruzioni si stabili un'ora al giorno di  scuola particolare perlostudio delle lingue italiana, fran-  cese e spagnuola, in due soli anni del corso, che era di otto; fuori,  dunque, del programma comune. Nell’ istituzione dei collegi il Tanucci  fu detto seguisse i consigli di Ferdinando Galiani. Vedi la Vita dell’ab.  F. Galiani di L. DiopaTI, Napoli, Orsino, 1788, pp. 35-6. Nelle Lettere di  F. Galiani a B. Tanucci, Napoli, Pierro, 1914, pubblicate da FAUSTO  NICOLINI ce n’ è infatti una da Parigi, 4 gennaio 1768, riguardante gli  istituti d’ istruzione che si dovevano fondare dopo l’espulsione dei ge-  suiti. Rispetto al metodo, l’ab. Galiani dice solo che «si potrà dar la  cura di distenderne il piano ai più valenti professori dell’ Università;  ma intanto che si faccia, si potrà senza esitazione servirsi di que’ rego-  lamenti distesi dal sig. E. Ferdinando di Leon, Commissario di Cam-  pagna per il nuovo Collegio di Sora, messo sotto la sua cura. Kegola-  menti, che fan conoscere non meno l’adequatezza e acume della mente,  che le profonde cognizioni di questo Magistrato. Tutti gli altri regola-  menti dal medesimo pensati per il vitto, vestito, distribuzioni di ore ecc.  di quel Collegio, meritano d'esser a parer mio con applauso adottati ».    21    318 STUDI VICHIANI    apprendere bene per via di grammatiche e di vocabolari;  lo avverte benissimo il proverbio: alzud est grammatice,  aliud est latine loqui; e l’esperienza giornaliera lo conferma.  I precetti della grammatica in ogni lingua sono pochi e  semplici; e tra le grammatiche la più breve è sempre  la migliore. Lo studio della lingua, e non già della gram-  matica, deve esser lungo; ma ogni studio soverchio, che  si dà alla grammatica, è tolto al vero studio della lingua,  la quale non si apprende se non colla lettura e retta  imitazione de’ classici ».   Tanto buon senso non dico che precorre il tempo del  Cuoco; perché troppi ancora non ne sono capaci. Certo,  meglio del Cuoco oggi non si potrebbe dire su questo  punto. « Noi diremo anche di più », continua il Cuoco:  «rende più facile lo studio delle lingue morte il saper  bene la propria e vivente. Tutte le lingue hanno un mec-  canismo comune, il quale dipende dalla natura comune  delle menti umane ». Da questo principio vichiano il  Cuoco desume che quella che occorre studiare è, a propo-  sito della lingua nostra, una grammatica generale, una  grammatica con metodo filosofico, che faci-  liti l'apprendimento delle altre lingue *.   Allo studio dell’italiana vuole unito quello delle lingue  classiche, perché « quando esse si potessero senza danno  e senza vergogna ignorare dagli altri popoli, non si deb-  bono ignorare da noi ». Ma con lo studio delle lingue (tra  cui non crede trascurabili le moderne, sopra tutto la fran-  cese) il Cuoco intende che vada di pari passo la lettura  dei classici, così latini e greci come italiani: « E questa  continuerà per tutto il tempo delle scuole; e perché non  per tutta la vita ? Sarà cura della Direzione ? il fare una    I Il Cuoco doveva avere in mente la Grammatica generale del Du  Marsais, che cita infatti poco dopo a proposito dei tropi.   2? Avrebbe dovuto essere (Progetto di Decreto, art. 4) un ufficio  preposto a tutta la P. I., alla dipendenza del Ministero dell’ Interno.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 319    ripartizione dei nostri classici; onde ve ne siano degli  adattati alla diversa età e capacità dei giovanetti: sarà  cura de’ professori manodurli in questa lettura, più utile  di qualunque lezione; renderla più utile ancora colle imi-  tazioni, colle versioni, e con tutti quegli altri generi di  esercizi scolastici, de’ quali, siccome notissimi, non occorre  parlare ».   Il concetto, come ognun vede, giu-tissimo, del Mari-  nelli. Ma dove si nota anche più la modernità del Cuoco,  è nei colpi che dà alla vecchia carcassa della poetica e  della rettorica. Bisogna riferir questo luogo, che è un  documento storico di molto valore:    Noi non parliamo particolarmente della poetica e della retto-  rica. Nella prima il meccanismo della versificazione è tanto facile  ad apprendersi, che bastano quattro o cinque lezioni nel finir della  grammatica, seguendo il metodo degli antichi, che tali lezioni  alla grammatica solevano unire. Ma quanta distanza vi è fra il  conoscere il meccanismo della versificazione, ed il saper fare de’  bei versi ? E quanta ancora dal far dei bei versi al fare un bel  poema? Tutto ciò non si fa, se non a forza di genio e di bene intesa  imitazione de’ grandi esemplari.   Lo stesso dicasi per la rettorica. Che s’ insegna colle rettoriche  ordinarie ? L’invenzione, quasi che l’inventare consi-  stesse in altro, che nel paragonar due idee, che già si hanno,  per farne sorgere una terza, che non si ha ancora; e quasi po-  tesse inventare chi non ha idee, e non ha acquistato, a forza di  esercizi matematici e logici, quella versatilità, che è necessaria per  farne più rapidamente i paragoni! La disposizione, quasi  che il disporre abbia altra ragione, che quella di ordinar le idee  ed i sentimenti in modo, che producano il massimo effetto possi-  bile; e quasi che questo non sia l’ultimo risultato della più profonda  cognizione del cuore e dell’ intelletto umano! L’elocuzione,  quasi che la forza intrinseca, principale dello stile, non dipenda  dalla varia associazione e coordinazione delle idee! Che rimane  dunque in quella, che chiamasi rettorica? L'esposizione  delle figure delle parole, o sia de’ t ro pi, la cognizione de’ quali  appartiene alla grammatica, ed è di sua natura tanto facile,  che il più grande forse, e certamente il più filosofo degli scrittori,    320 STUDI VICHIANI    che ne han trattato (Du Marsais), ha dimostrato, che que’ modi,  che noi sogliam chiamar figurati, sono i modi più naturali di espri-  merci !. Che altro finalmente ? La nomenclatura delle  varie parti di un nostro discorso: nomenclatura, chesi  può apprendere, e si apprende benissimo, anche senza maestro;  perché si richiede ben poco a sapere, che quando taluno racconta,  fauna narrazione, quando descrive fa unadescrizione.  È tutto questo materia sufficiente per un corso particolare di  lezioni ?   AI risorgere delle lettere ci ha nociuto la mala intesa imitazione  degli antichi: abbiam ritrovati di essi alcuni trattati particolari  sopra talune parti della rettorica, sull'invenzione, sui  tropi, sull’elocuzione..: gli abbiamo compendiati, gli  abbiamo riuniti, e ne abbiam formato un corpo di scienza, che  abbiam destinata pe’ giovinetti. Avean destinati ai giovinetti i  loro libri anche gli antichi ? Aristotele non parla di rettorica al suo  grande allievo, se non dopo i più profondi studi di morale e di  politica; e l’opera rettorica, che di lui abbiamo, ben dimostra che  non poteva esser diversamente: essa non potrebbe intendersi da  un giovine di collegio. Tutta la scuola platonica credeva non esservi,  propriamente parlando, alcun’arte rettorica; e che il saper bene  parlare non altro fosse, che il saper ben pensare e vivamente  sentire. Ed alla scuola platonica non si può per certo rimproverare  di disprezzare ciò che non sapeva. Cicerone ha voluto difendere  contro Platone la sua arte; ed ha voluto dimostrare, che l’oratore  ha bisogno di qualche altra cosa, oltre del sapere. La disputa forse  non è ancora decisa; ma lo stesso Cicerone non ha potuto negare,  che all’oratore il sapere era indispensabile.... Perché invertiamo  l'ordine della natura, e vogliamo insegnare a parlare a coloro che  non ancora sanno pensare ? Onde poi ne avviene, che i giovani  de’ nostri collegj sanno tutto Cygne ? e tutto De Colonia, e non  sanno scrivere un biglietto? Perché turbiamo la classificazione delle  scienze, e riuniamo alla rettorica ciò che deve esser il risultato  di altri studi, i quali sono egualmente necessari ? Perché final-  mente non imitiamo i grandi esempi ? Presso gli antichi, lo studio  dell’eloquenza era l’ultimo di tutti; e Cicerone aveva compiuti  tutti suoi studi, quando si esercitava sotto Molone.    I Cfr. CROCE, Estetica 3, pp. 502-3.  2 Cioè l’Ars rethorica (1659) tante volte ristampata, di MARTINO DU  CYGNE, gesuita (1619-1669). Il libro del De Colonia è più noto.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 321    Vedremo subito quale sia questa eloquenza che il Cuoco  rimanda a studi superiori. Ora voglio notare soltanto, che  questo assalto alla rettorica non è mosso da quello spirito,  per cui certamente l’avrà approvato M. Delfico, da quel  filosofismo astratto che era al fondo della cultura di costui,  ma era solo una verniciatura di quella del Cuoco, e che  dichiarò anch’esso guerra alle regole, alle tradizioni, alle  pedanterie. Il Cuoco era altra tempra intellettuale: il suo  libro è la Scienza Nuova. Basterebbe leggere, per accer-  tarsene, ciò che dice con profondità da cui rimangono  ancora assai lontani i compilatori di certi non ancor dimen-  ticati programmi e pedagogisti della scuola media. Basta  anche notare questa sua osservazione: «La storia deve  esser collezione di fatti, e non di riflessioni: quindi non  sono del tutto lodevoli quelle tante istituzioni di storie che  coi titoli pomposi di filosofiche, si sono pubblicate  in questi ultimi tempi, per uso de’ giovinetti. Se fate  che le riflessioni precedano i fatti, voi non date più storia,  ma riflessioni: e siccome la storia tiene nelle cose morali  il luogo dell’esperienza, voi rassomigliate ad un maestro  di fisica, il quale in vece di esperienza dia sistemi, in  vece di dati dia conseguenze». Questo era genuino  pensiero vichiano; era la buona tradizione paesana.   Prima che queste idee del Cuoco nella scuola trionfino,  passeranno ancora diecine d’anni. Bisognerà aspettare  F. De Sanctis che dia mano, nella scuola di Vico Bisi,  alle «lezioni sulla rettorica, o piuttosto sull’anti-retto-  rica »; per insegnare — allora per la prima volta a una  gioventù che ascolterà plaudente come alla rivelazione  della verità — che «la rettorica ha per base l’arte del  ben pensare, e perciò non può insegnarsi che ai già pro-  vetti nelle discipline filosofiche »; che essa fu « una inven-  zione e quasi un gioco dei sofisti» e produsse «l’indiffe-  renza verso il contenuto e il disprezzo della verità »; che  «le regole rettoriche non hanno la loro verità che nelle forme del pensiero, materia della logica. Ma, come la ret-  torica non ti dà il ben dire, così neppure la logica ti dà il  ben pensare, essendo le sue forme staccate da quel centro  di vita che si chiama lo spirito »!: che «la parola non  manca a chi ha innanzi viva e schietta la cosa », e che  bisogna perciò studiare le cose con serietà e libertà d’in-  telletto. E così rinnovare la critica delle figure rettoriche  e conchiudere — proprio come il Cuoco nel 1809 — che la  rettorica «svia da’ forti studi, guasta l’intelletto e il  cuore », e che bisogna buttare al fuoco tutte le rettoriche,  e che «ci vuole il verbum factum caro, la parola fatta  cosa » =. Il De Sanctis rifarà da sé il cammino: ma l’indi-  rizzo di pensiero, da cui trarrà i motivi della sua critica,  sarà pure una continuazione di quello del Cuoco, a lui  per questo rispetto rimasto ignoto.   Ma tutto il pensiero del Cuoco si compie in ciò che  egli dice dell’insegnamento universitario. Egli propone —  era la prima volta — la costituzione d’una speciale Facoltà  di Belle lettere e filosofia;ela vuole anzia  capo di tutte (lasciando le altre cinque del 1806, ma in  un ordine diverso 3). In essa, oltre l’ideologia e  l’etica, o teoria de’ sentimenti morali  (nell'ordinamento del 1806, l’etica «religiosa e filosofica »  era stata aggregata alla Facoltà di teologia, e nella Facoltà  di filosofia s’era istituita una cattedra di logica e metafi-  sica, rimasta immutata fino al 1860), chiede una disciplina  filosofica del tutto nuova: «quella dell’eloquenza,    I « Per imparare a ragionare », aveva detto il Cuoco nel Rapporto  (Scritti, p. 94), «è necessità aver ragionato ». La logica non insegna  a ragionare, ma a riflettere sulle operazioni logiche dello spirito.   ? Vedi per tutto ciò La giovinezza di F. De Sanctis, cap. 25, pp. 252-3,  254, 250-7.   3 Cioè: 2) scienze matematiche e fisiche; 3) medicina; 4) giurispru-  denza; 5) teologia. A quest’ultima, oltre l’esegesi e la storia, non la-  sciava che la « teologia dogmatica e morale evangelica ». Vedi il Prog.  di Decreto, artt. 46-59; negli Scritti, pp. 197-200.  o, per meglio dire, della filosofia dell’eloquenza, la  quale chiamar si potrebbe il complemento della filosofia  istrumentale ».   Contro la sua proposta il Cuoco prevede due sorta oppo-  ste di avversari: « Alcuni troveranno questa cattedra  inutile, perché contraria agli antichi metodi d’insegnare la  rettorica; altri, perché per mezzo di essa non si faranno  mai degli uomini eloquenti ». Ma «ai primi la risposta è  facile. È da qualche tempo, che la filosofia si è impadronita  delle materie dell’eloquenza. Questa che i pedanti vorre-  bero far credere un’usurpazione, non è che una legittima  rivindica di ciò che la filosofia possedeva nei tempi anti-  chi ». E accenna quindi compendiosamente quanta luce la  filosofia avesse fatta sulla vecchia materia empirica della  rettorica. Ritorna col Du Marsais (ma un Du Marsais  cuochiano, o vichiano che si voglia dire) a rilevare gli  errori degli antichi teorici. E dopo aver disegnato a grandi  tratti «il quadro di tutto ciò che la filosofia ha operato  sull’eloquenza », entra in un ordine di considerazioni più  fondamentale e più opportuno :    Diremo che tutto ciò non sia che visione ed errore ? Questo  sarebbe duro a dirsi, durissimo a credersi; ma, quando anche si  dicesse e si credesse, non basterebbe. Quando anche tutte le osser-  vazioni finora fatte fossero false, non ne verrebbe perciò, che non  se ne dovessero fare delle vere; perché non ne verrebbe mai che  i precetti potessero rimaner senza ragioni. E se queste ragioni si  debbono ricercare, poiché esse non altronde si possono trarre che  dalla natura dell’uomo, ne verrà sempre che, abbandonate le  officine de’ retori, siccome diceva Cicerone, si debba ritornare  alle accademie de’ filosofi. È vero, i pedanti perderanno il diritto  di censurare il Tasso, perché avea messo il canto al principio  del verso, mentre Virgilio l’avea messo nel mezzo; i sonettisti,  imitatori del gran Petrarca, non spingeranno la servile imitazione  fino al punto di comporre lo stesso numero di sonetti, di canzoni,  di sestine, di ballate, o d’ innamorarsi anche essi di venerdì santo;  i precetti cesseranno di esser esempi, il che è sempre o servile,  se non vi discostate dall’originale, o pericoloso, se volete al tempo    324 STUDI VICHIANI    istesso e discostarvene ed imitarlo; il genio avrà un campo più  libero a correre, ed avrà sempre la ragione per guida. Ecco la  differenza tra la rettorica ordinaria e quella che da noi si pro-  pone.    Non è un’affermazione netta: ma chi non vede che cosa  avrebbe dovuto essere questa teoria razionale dell’arte,  questa filosofia ? La critica filosofica della rettorica condu-  ceva dove doveva condurre: all’estetica.   Il Cuoco conviene cogli altri oppositori, che questa sua  rettorica non formerà mai l’uomo eloquente. «E quale  altra mai lo potrebbe ? Non vi è eloquenza, ove non vi è  ricca vena di pensieri e di affetti ». Ma non è questo il fine  di tale insegnamento. «La gioventù ne’ suoi primi anni  non si esercita che a sentire le bellezze dei grandi modelli  e ad imitarle: quando avrà già molto sentito, incomincerà  a riflettere sulle proprie sensazioni; e questa riflessione,  lungi dall’infievolire o distruggere le prime sensazioni, le  conserva e le rinvigorisce. I giovani si arresteranno a  riflettere sul bello ». « Saranno eloquenti, se la natura gli  avrà fatti tali; e se la natura tali non gli avrà fatti, almeno  non saranno né stentati, né affettati, per imitare le parole,  i perlodi, lo stile di un antico, che esponeva idee ed affetti  diversi dai loro; saranno semplici ed originali, il che è  grandissima parte di bello ».   Insomma, non doveva essere una precettistica, ma una  teoria: cioè, per l'appunto, l’estetica. Lo studio degli  scrittori, a cui, non i soli letterati, ma tutte le persone  colte devono essere iniziate, nei ginnasi; e nell’ Università  questo « studio profondo della teoria dell’eloquenza resti-  tuito alla filosofia ».   Il Marinelli, conterraneo del Cuoco, liberale moderato  come il Cuoco, suo compagno d’esilio a Marsiglia 1, quando    I Anche il Cuoco, com’ è noto, fu esiliato dalla Giunta di Stato  nell'aprile 1800, e dové partire per Marsiglia, dove nel marzo l’aveva nel luglio 1811 pubblicava la sua Filosofia dell’eloquenza,  si può credere che non ne avesse già a lungo discorso  con l’autore del Rapporto ? Il libro pare pubblicato col  fine di ottenere la nuova cattedra, qualora le idee del  Cuoco fossero trionfate. A ogni modo, le attinenze del  pensiero del Cuoco col libro del Marinelli, dopo tutto ciò  che si è detto, sono innegabili.   La sola parte che un programma di studi moderno  desidererebbe, e non sì trova nel piano del Cuoco, è la  storia della letteratura; forse perché egli intendeva che  questo studio dovesse, con l’esame degli scrittori, farsi nei  ginnasi e nei licei. Quanto infatti sapesse pregiare il sapere  storico si scorge in questo stesso Rafporto da quel che  dice con acume e larghezza mirabili delle due cattedre,  che propone, di filologia latina e filologia greca +1: alle  quali voleva congiunto l'insegnamento della Paleografia  e della Critica diplomatica (in una sola cattedra); e con-  giunta anche — ardimento veramente notabilissimo ! —  una cattedra di filologia universale, ossia della scienza  speciale del Vico. « Anche la filologia », dice il Cuoco,  «ha le sue idee astratte, ha la sua parte filosofica; perché  ha le sue regole universali applicabili ai fatti di tutte  le nazioni. Dalla filologia appunto dei particolari popoli  il nostro Vico trasse i principii, che poscia espose nella  Scienza Nuova ». E, fatto l’elogio, che s’è visto, di questo  libro, continua: « Noi abbiam creduto e glorioso ed utile  per la nostra nazione stabilire una cattedra, nella quale  tal filologia universale s’insegnasse ». Filologia, per cui  l’erudizione diventa filosofia, e quello che sappiamo dei    preceduto l’altro molisano, cugino suo, Gabriele Pepe. Vedi RUGGIERI,  O. C., Pp. 24-25 e M. Romano, Ricerche su V. Cuoco, Isernia, 1904,  p. 23.   _* Questa filologia è intesa, alla maniera del Boeckh, come «arte  di conoscere e intendere tutti i monumenti, che a noi sono pervenuti  dall’antichità » (p. 127).    326 STUDI VICHIANI    greci e dei romani diventa utile a intendere ciò che igno-  riamo o conosciamo molto imperfettamente della filologia  delle altre nazioni. La stessa filologia greca e romana si  illuminano di una luce tutta nuova; come ha dimostrato  il Vico nel De antiquissima Italorum sapientia e nel De uno  universi juris principio et fine uno. Le parole e i miti  sono considerati «conseguenza certa della intrinseca  natura della mente umana », e soggetti a regole costanti.   La cattedra proposta, conchiude il Cuoco, è forse unica  in Europa. « Ma che importa ? Esiste o non esiste questa  scienza ? Ciò non si può negare, né anche da coloro che  non conoscono Vico. Essa esiste tanto, che il solo spirito  filosofico del secolo ne ha fatte sviluppare molte varietà  di dettaglio nella testa di molti: perché dunque non inse-  gnarne l’insieme ? ». E chi l’avrebbe insegnata ? Non credo  che il Cuoco ci avesse pensato, e molto meno che vi si  sarebbe potuto o voluto provare. Certo, non altri che lui  allora ne sarebbe stato capace !.   Ma, se su questo punto imbarazzo ebbe il consigliere  Cuoco, ci fu chi ne lo cavò subito. Gabriele Pepe, che  era in grado d'esser bene informato, nella Necrologia di  V. Cuoco, ci fa sapere che il progetto di questo non fu  accettato da re Gioacchino per le opposizioni di un altro  molisano (di Baranello), Giuseppe Zurlo, ministro del-  l’ Interno (da cui dipendeva l’ Istruzione); il quale ne  aveva già presentato uno suo, che naturalmente pre-    1 Nel 1792 era stata istituita nell’ Università una cattedra di storia  della filologia, e data ad Antonio Jerocades, di cui ci rimane la pro-  lusione: Orazione intorno alla concordia della filosofia e della filologia,  s. l. e a., e l'opuscolo Bacone e Vico, ossia Disegno delle parti della  filosofia corrispondenti alle parti della filologia secondo il piano di Ba-  cone e dì Vico (Napoli, 1792]; cfr. CRocE, Varietà cit., pp. 6-7, e ora  Probl. di estetica, pp. 385-6. La biblioteca della Società storica per le  province napoletane possiede anche un quaderno delle lezioni del  Jerocades, scritte da un suo scolaro, l’ insigne giureconsulto Nicola Ni-  colini. Ma presentano assai scarso interesse. Sul Jerocades vedi G. Ca-  PASSO. Un abate massone nel sec. XVIII, Parma, 1887.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 327    valse :. Ed è quello promulgato col decreto 20 novem-  bre 1811. Il quale, per ciò che concerne l’insegnamento  letterario, tornò allo statu quo: la lingua italiana nei licei  non ci entrò; la Facoltà di lettere e filosofia fu bensì  costituita, ma con le cattedre antecedenti alla riforma  del 1806: Eloquenza italiana, Eloquenza e poesia latina.  Nessuna novità degna di nota. Alla Lingua greca si  aggiunse la Letteratura; si introdussero l’ Archeologia  greco-latina, la Cronologia e l’ Arabo. Ma, rispetto alla  Letteratura italiana, si tornò indietro. Si tornò all’erudi-  zione pura e alla vecchia rettorica: Vico e la filosofia  furono sconfitti. Cuoco era andato troppo oltre; e si  ripiombò nel sec. XVIII. Marinelli, perduta la cattedra  ili letteratura antica e moderna, non ebbe 1’ Eloquenza  italiana, malgrado la sua Filosofia dell’eloquenza dedicata  a don Giuseppe Zurlo. Gli toccò di passare, credo nel 1812,  alla Cronologia, e l’ Eloquenza italiana fu data un’altra  volta al poeta di Corte, più propriamente bibliotecario    1 Vedi lo stesso Romano, o. c., p. 39. Oggi, grazie alle ricerche  del Nicolini, sappiamo più precisamente come andarono le cose. Il Pro-  getto primitivo del Cuoco fu approvato dalla Commissione dell’ Istru-  zione. Ma la Commissione stessa, vista la resistenza del Consiglio di  Stato (Sezione Interno) compilò un secondo progetto modificato (otto-  bre 1809). Progetto modificato che fu rinviato al Consiglio di Stato (1° no-  vembre 1809) perché lo approvasse in seduta plenaria. Ma lo Zurlo,  ch’era divenuto frattanto (1 o 2 novembre) ministro dell’ Interno, lo  fece bocciare (3 novembre). Nel settembre 1811 lo Zurlo compilò (o  meglio fece compilare da Matteo Galdi) un terzo progetto, che pare  fosse bocciato dalla Sezione dell’ Interno del Consiglio di Stato. Il  Murat allora nominò una seconda Commissione di quattro ministri,  che, con l’ intervento palese di Melchiorre Delfico e quello clandestino  del Cuoco, compilò un quarto progetto, che finalmente fu approvato  (29 novembre 1811) dal Consiglio di Stato e divenne legge il 13 di-  cembre 1811. E quest’ultimo progetto s’accosta più al progetto Cuoco  che non al progetto Zurlo. Cfr. NICOLINI, in Cuoco, Scritti vari, II,  4IO SQg.   ? Collezione cit., I, 230-240. — Non è esatto, dunque, ciò che si  dice nelle Notizie intorno alla origine, formazione e stato presente della  R. Università di Napoli per l’ Esposizione nazionale di Torino nel 1884:  rettore G. Capuano, Napoli, 1884, p. 48, intorno alla sorte del  progetto Cuoco.    328 STUDI VICHIANI    del re e più tardi lettore della regina, Angelo Maria Ricci,  che si apprestava a cantare i Fasti di Gioacchino Murat,  ma aveva cominciato già a tesserne le lodi fin dal 18009 con  le ottave La Pace e nel 1810 ne aveva cantato il felice  ritorno nell’ode La Verità*. Con lo spirito leggiero e  vuoto del Ricci, si riebbe l'insegnamento del Seric. E lo  studio della letteratura italiana non si rialzò più fino  al 1860.    In una breve notizia biografica sul poeta di Monopolino,  sfuggita ai due recenti studiosi che si sono occupati di lui,  il marchese di Villarosa ? dice che il Ricci « ottenne per  lasua intemerata condotta intempo della mili-  tare occupazione alcuni letterari impieghi, e fra questi di  esser professore di Eloquenza italiana nella regia Univer-  sità degli studi, impiego che conservò anche nel ritorno  di re Ferdinando. Dovette tal onorevole carica rinunziare  per motivi di salute, e ritornare ne’ patrii lari». Il che  accadde sul finire del 18173. Il suo insegnamento non    I Vedi G. B. FicoRILLI, A. M. Ricci: la sua vita e le sue opere, Città  di Castello, Lapi, 1899, p. 21, e A. SACCHETTI-SASSETTI, La vita  e le opere di A. M. Ricci, Rieti, 1898, pp. 22-23. Il 29 ott. 1901 dalla  città di Rieti fu pubbl. un Numero unico A! poeta A. M. Ricci, Città di  Castello, Lapi, pp. 20; contenente ritratti, autografi ecc., con una no-  tizia biografica del prof. Sacchetti-Sassetti. — Non si trova nella rac-  colta degli Almanacchi di corte posseduta dalla Soc. storica napoletana  (la più ricca che si abbia) quello del 1812. Nell’Almanacco del 1811,  p. 369, Ciampitti insegna ancora Eloquenza antica e mo-  derna e Marinelli Letteratura antica e moderna.  Nell’Alm. del 1813, p. 320, Ciampitti è all’Eloquenza e poesia  latina, Ricci all’Eloquenza e poesia italiana, e  Marinelli alla Cronologia.   2 In nota alle Lettere indiritte al marchese di Villarosa da diversi  uomini illustri racc. e pubbl. da M. TARSIA, con note biografiche dello  stesso Villarosa, Napoli, 1844, pp. 337-39. Una biografia del Ricci aveva  il VILLAROSA inserita già nelle Notizie di alcuni cavalieri del Sacro Or-  dine Gerosolimitano, Napoli, Fibreno, 1841; ed è citata dal SACCHETTI-  SASSETTI, p. X.   3 FICORILLI, 0. c., p. 26. Il lavoro del Ficorilli è molto accurato e  attendibile, per le molte carte e corrispondenze dell’Archivio di casa  Ricci, di cui l’A. poté servirsi.    VI. IL FIGLIO DIG. B. VICO 329    durò, dunque, più di sei anni. E il Villarosa ricorda appunto  di essersi procurata l'amicizia di lui «udendo spesso le  lezioni di Eloquenza italiana, che allor dettava nella  regia Università degli studi, e che spesso terminava con  la recita di qualche suo poetico componimento ». Della  qual parte d’insegnamento si possono cercare i documenti  nelle molte centinaia di poesie da lui pubblicate, raccolte  in parte nelle Poesie varie, date in luce in Rieti in sei  volumi dal 1828 al 1830. I documenti del resto li diede  egli pubblicando nel 1813 Della vulgare eloquenza libri  due *, indirizzati, come già le lezioni del Serio, Agli amatori  delle lettere italiane. « Nulla di nuovo, e pochissimo del  mio offro al pubblico », dice l’autore. « Tentai per ardito  esperimento di essere oratore e vate ancor io .... Conobbi  nell’arduo cammino quali fossero le regole di véto lusso  magistrale, e quali quelle che contengono teorie fonda-  mentali, appoggiate al buon senso. Quindi, come ape,  mi proposi di sceglier da tutte il più bel fiore ».   Ecco la materia che vi è trattata, poiché la semplice  indicazione di essa può bastare a provarci che siamo rica-  scati nelle vecchie teorie trite, false od inutili.    Nel lb. I: Origine delle lingue volgari: lingua italiana —  Eloquenza italiana — Del sublime — Del bello — Del gusto:  modo di acquistarlo e di perfezionarlo: modelli che corrispondono  al gusto universale — Del genio — Degli ornamenti del discorso,  ossia delle figure — Dello stile, e sue qualità generiche — Stile  epistolare — Stile di dialoghi — Stile didascalico — Stile istorico  — Stile oratorio — Stile di novelle, e romanzi.   Nel lb. II: Della poesia — Della poesia descrittiva — Della  poesia pastorale — Della poesia lirica — Della poesia didascalica    1 Non m’ è riuscito di vedere se non l’edizione del 1819, fatta a Na-  poli, Stamp. del Giornale delle Due Sicilie (di pp. vVII-199 in-16°), e non  ne conobbe una anteriore il Sacchetti-Sassetti. Ma quella del 1813 è  nota al FICORILLI (pp. 21 e 168), il quale cita una lunga recensione  che dell’opera fu fatta nel Nuovo Giornale dei Letterati.  Della poesia epica — Della poesia drammatica — Della tra-  gedia — Della commedia — Del dramma musicale: della favola  pastorale: del dramma sentimentale.    «Quanto alla materia », dice un recente critico, «in  gran parte non sì tratta che dei soliti precetti letterarii;  ma tuttavia è notevole nell’autore la erudizione vasta e la  cognizione sicura che mostra d’avere di tutti i capolavori  dell’arte antica e moderna, nostrana e in parte stra-  niera » 1. Curioso quello che soggiunge lo stesso critico:  «Se, come vasta la erudizione, avesse avuto egli profondo  il giudizio, corretto il gusto e squisito il sentimento arti-  stico, avrebbe potuto far opera eccellente ». Se cioè non  l’avesse scritta il Ricci, ma un altro, l’opera poteva anche  essere eccellente. Disgraziatamente però, la scrisse il  Ricci; il Ricci, disgraziatamente, diede l’avviata a questo  nuovo lungo inglorioso periodo dell’insegnamento della  letteratura nella Università.   «L’opera, pur troppo» (è sempre lo stesso critico)  «contiene osservazioni, precetti e regole che sono, come  ho detto, le solite » =. Dopo il Marinelli, si torna un’altra  volta a dire, p. es.: « Che sia negletta la trina unità dram-  matica, colla quale si pretende che in teatro una sia  l’azione, uno sia il luogo, uno il protagonista ecc., non  sì può concedere senza smentire l’arte e offendere la  verisimiglianza ».   «Quando era professore di eloquenza a Napoli », scrive  un altro critico recente, il quale ha fatto una lunga analisi    I Questa cognizione è specialmente dimostrata nella 3* edizione del  libro, Rieti, 1828, in 2 volumi, dove i precetti sono accompagnati da  copiosi esempi di classici. E a questa 3® ediz. è aggiunto qualche nuovo  capitolo; ma non ha più che fare con la storia di cui ci occupiamo,  dell’ insegnamento della letteratura nell’ Università.   2 FICORILLI, p. 168.    VI. IL FIGLIO DI V. 33I    di questa Vulgare Eloquenza*, «il Ricci comprese bene  di non poter mai adempiere il suo debito che seguendo le  tracce degli antichi maestri, e in ispecie di Aristotele ».  Peccato che non l’avessero compreso, né bene né male, né  il Marinelli né il Cuoco!   Partito che fu il Ricci, alla cattedra si dové provvedere  per concorso. Fu il primo che si facesse per questa disci-  plina. Il 12 marzo 1816 furono pubblicati i nuovi Statut:  per la R. Università degli Studi del Regno di Napoli?,  rimasti immutati fino alla fine del Regno. Questi statuti  mantennero la Facoltà di «filosofia e lettera-  tura»yeinessa la cattedra di Eloquenza e poesia latina,  aggiungendovi, in una cattedra sola, la letteratura;  all’ Eloquenza italiana del 1811 sostituirono la Lette -  ratura italiana3. Ma fu solo un cambiamento di  nomi; la sostanza rimase quella. Gli statuti prescrive-  vano il concorso per l’elezione dei professori (art. 50).  Si ricordi come seccò la cosa al Galluppi, quando nel 1831  volle entrare nell’insegnamento universitario 4. Il concorso  sl faceva nella stessa Università, sotto la sorveglianza del  presidente della commissione della P.I. o del rettore  dell’ Università. Da un trattato delle materie sulle quali  versava l’insegnamento, a cui si voleva provvedere, si  prendeva a caso, o si ricavava un quesito,  che uno dei professori della Facoltà, delegato dal decano,  avrebbe proposto a’ concorrenti; i quali dovevano tutti    1 SACCHETTI-SASSETTI, pp. 31-40. Questi addirittura conclude che  l’opera «si poteva considerare come un eccellente Corso elementare di  letter. italiana ».   ? Collez. cit., I, 424 Sg8&-   3 Novità notabile fu l’ istituzione di una cattedra di « Principii ge-  nerali della Storia », la quale però non fu subito coperta. Il titolare  G. Mazzarella non v’insegnò niente che avesse valore. Vedi le sue  Lezioni Sulla scienza della storia, Napoli, 1854; e quello che di lui e  del libro ho detto nelle mie ricerche Dal Genovesi al Galluppi, Napoli,  ed. della Critica, 1903, pp. 307-8 in nota.   4 Dal Genovesi al Galluppi.] commentare e risolvere lo stesso punto o quesito in latino:  raccolti tutti in una sala, col permesso di consultare i  libri che avessero portato seco. Di che dovevasi fare  particolare e distinta menzione negli atti del concorso  (art. 51-53). |   Del concorso, che sulla fine del 1817 o al principio  del ’18 si fece per la letteratura italiana, chi lo vinse, il  canonico Michele Bianchi, che dal 1832 al ’35 ebbe tra i  suoi scolari L. Settembrini, raccontava, dopo tanti anni,  com'era andato; e il Settembrini nelle Ricordanze ne ha  lasciato memoria: « Prima del 1820 quando s’ebbe a fare  11 professore di letteratura italiana nell’ Università, si  presentarono al concorso parecchi, fra i quali il Puoti e il  poeta Gabriele Rossetti. Il tema fu: scrivere un comento  itallano ad un sonetto del Petrarca, ed una dissertazione  latina sopra non so qual secolo della nostra letteratura.  La benedetta dissertazione latina decise il merito.  Il Bianchi, professore in un collegio, avendo abito e faci-  lità di scrivere in latino, poté dire agevolmente tutto  quello che sapeva, dove che gli altri, più o meno impac-  ciati dalla lingua, dissero meno di quello che sapevano:  onde, giudicati imparzialmente su gli scritti, il Bianchi  ebbe il primo luogo, e l’ultimo toccò al povero Rossetti,  che fece qualche errore di grammatica, tutto che avesse  quell’ingegno e quella beata vena di poesia »*.   Al canonico Ciampitti, — che tirò innanzi nella Elo -  quenza, poesia e letteratura latina fino  al 1832, anno della sua morte ? — si venne, dunque, ad    1 Ricordanze, Napoli, Morano, 1881, I, 79-80.   ® La sua cattedra fu coperta da un altro canonico, don Nicola Lu-  cignano, nel 1835. L'Almanacco del 1834 la dà ancora come vacante.  Del concorso, a cui prese parte anche Carlo De Sanctis, zio di Fran-  cesco, sono ricordati nella Giovinezza di F. De Sanctis, pp. 66-70, al-  cuni gustosi particolari.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 333    accompagnare il canonico Bianchi ', Al quale toccò subito  di comparire in una pubblicazione ufficiale dei professori  dell’ Università. Giacché sulla fine del 1818, Ferdinando I  ammalò mortalmente, e il Colletta, non sospetto, ci dice  che « palpitarono a quel pericolo i napoletani più accorti,  per sospetto che il figlio mutasse in peggio gli ordini civili ;  giacché, tenuto proclive al male, avverso alle blandizie di  governo, intimo amico del Canosa .... Ma quei guarì, ed  ebbe feste sacre e civiche, dove 1 migliori ingegni rappre-  sentarono l’universale contento con rime e prose, in grosso  volume raccolte » 2. In questo volume Pro recuperata vale-  tudine Ferdinandi I utriusque Sic. Regis Archigymnasti  Neapolitani officium3, miscellanea di scritti gratulatori  ed elogiativi in italiano, in latino, in greco e in ebraico,  come il Ciampitti mise un’orazione latina, e B. Quaranta,  professore di archeologia e letteratura greca, un Aébyog  (seguito bensì dalla relativa traduzione), il Bianchi inserì  una Orazione italiana, oltre un Carmen latino, un Epi-  gramma greco e alcuni altri distici latini. Orazione note-  vole, perché non è una filza di vuote adulazioni; ma  un buon riassunto di tutto il bene realmente fatto da Ferdi-  nando. Degno ancora di esser letto è quello che vi si dice  dei provvedimenti e delle riforme relative alla pubblica  istruzione, durante il regno di Ferdinando. Tutte le Ora-  zioni di questo tempo, a giudizio dell’ Ulloa, che fu sco-  laro, credo, del Bianchi, rappresentano un periodo di  transizione dalla licenza precedente alla tirannia del  purismo; ed egli reca ad esempio questa del Bianchi  «où d’incontestables mérites couvrent quelques défauts, et    __—    1 Il primo Almanacco di Corte, tra quelli da me potuti vedere, che  porti il nome del Bianchi, come titolare della cattedra di letteratura  italiana, è quello del 1820, p. 485.   * Storia, lib. VIII, cap. II, $ 40.   FF 3 Pridie Id. Januarii An. MDCCCXIX, Typis Josephi M. Porcelli,  di carte 57 (num. nel solo recto) in-fo. Pubblicazione di lusso.    22    334 STUDI VICHIANI    font de l’oraison entière une ocuvre remarquable. Le style est  clair, rapide, parfois incisive, et entraîne le lecteur. Comment  n’étre pas frappé des observations et des faits qu'il présente  rapidement, attestani l’étroite relation de la criminabité  et de l’ignorance ? IL a su toucher avec convenance, avec  retenue, à toutes les phases historiques de l’époque précé-  dente, qui sous la plume d’un autre écrivain auraieni du  étre difficilement traitées » 3.   Dei difetti di stile notati in questo discorso, il Bianchi  si sarebbe liberato nelle sue Istituzioni, dove all’ Ulloa  pare di scorgere uno stile più puro, più paziente  e più elaborato, e teorie di buon critico.   E altrove ?, dopo aver ricordati gli Elementi di belle  lettere di Cristoforo Mazzogatti, e l’ Arte del dire di Vito  Fornari: «Mais, soggiunge, c'est l’ouvrage du chanoine  Michele Bianchi qui dépasse tous ceux qui écrivent dans  le but ordinaire de dicter des lecons de rhétorique ». Il Bian-  chi era stato uno dei letterati la cui stima e benevolenza  avevano incoraggiati i lavori della sua prima giovinezza,  e l’ Ulloa lo trovava «tel qu'il était dans son ouvrage » 3.   Giacché, come insegnante dell’ Università, aveva quasi  un obbligo di pubblicare le sue istituzioni 4, nel 1832 egli  die’ in luce le Lezioni di belle lettere ad uso de’ giovanetti 5,  di cui così rende ragione nella prefazione:    Da che presi a dettare le mie lezioni nella cattedra di Lingua  e letteratura italiana fui sovente richiesto d’ indicare l’opera di    1 Pensées, I, 322 e 323. L’ Ulloa riferisce anche un tratto dell’ Orazione.   2 Pensées, I, 335.   3 Notava tuttavia che, anche nelle Lezioni, «les mots ne sont sou-  vent que des clous rivés à téte d’or ».   4 L'art. 70 degli Statuti del 1816 diceva: « Ogni professore, quando  non abbia ancora stampato le sue istituzioni o trattati, dovrà fare un  elenco delle materie che insegnerà, il quale al principio dell’anno sco-  lastico dovrà affiggere alla sua cattedra, acciò il sostituto, o l’aggiunto,  e gli scolari possano esser preparati pe’ rispettivi esercizi ».   3 Vol. I. Napoli, Criscuolo, 1832. Nel 1833 uscì il 2° volumetto. IL FIGLIO DI G. B. V. cui mi giovavo all’uopo. E poiché fu da me risposto, avermi io com-  pilato che che mi occorreva per l’affidato insegnamento, si chiese e  s’ insistette, anche da persone autorevoli, che divulgassi per le  stampe que’ divisamenti riputati adatti e buoni a formare il gusto  letterario de’ giovanetti studiosi. Lasciai nondimeno trascorrere  molti anni prima che m'’ inducessi a secondare simili desiderii e  premure. Ma infine il pensiero che avrei potuto recare alcun utile  agli alunni delle lettere vinse il mio ritegno. E così dalle lezioni  scritte per la cattedra mi feci a tòrre quel tanto, che nel corso  di un anno o poco più potesse nelle scuole insegnarsi.    Più che lezioni, sono brevi dissertazioni, non molto  strettamente connesse tra loro. La prima Sull’origine e  sulle vicende della lingua italiana è una breve storia della  lingua dalle origini fino alle polemiche contemporanee tra  1 puristi e gli antipuristi, e combatte così le affettazioni  arcaiche degli uni, come le esagerazioni e la sciopera-  taggine degli altri. Il Bianchi, uomo di non grande leva-  tura, ma di buon senso, preferisce attenersi al giusto  mezzo. Segue un Cenno sul bello e sulle varie sue forme,  che non contiene altro che vacue trivialità sul povero  Bello, distinto, «per conto della natura » in sensibile,  intelligibile e morale, e « per conto degli oggetti » in gene-  rale, particolare e convenzionale. L’Orator e il De oratore di  Cicerone fanno le spese dell’erudizione estetica del Bianchi.  Quindi, dopo un capitoletto sul Sublime, seguono queste  altre dissertazioncelle, di cui basterà il titolo: Influenza  delle lettere nella civiltà e nella morale dei popoli. —  Analisi delle qualità necessarie ad ogni parlare colto. —  Rettorica ragionata per le varie sue parti e Poetica ragio-  nata per li suor rami diversi. Queste ultime tre parti sono  la materia del secondo volumetto.   Su per giù, la stessa materia della Vulgare eloquenza  del Ricci, trattata con minor calore e minore sfoggio  di dottrina, ma con modestia e buon senso. Aurea  mediocritas : molto mediocre e poco aurea! A che, del resto, affannarsi a salire in regioni più ele-  vate per quello scarso uditorio che aveva il canonico  Bianchi ? « Eravamo ascoltatori soliti », ricorda il Settem-  brini, «un quattro o cinque giovani .... Il Bianchi ragio-  nava con noi, come con amici, e soltanto quando ci capi-  tava qualche sconosciuto faceva un po’ di diceria distesa.  Non usava come gli altri professori, che come scoccava  la mezz’ora rompevano a mezzo il discorso, ma s’intratte-  neva con noi lungamente, e ci diceva molte belle cose,  e finita la lezione lo accompagnavamo per buon tratto di  via, e seguitavamo a ragionare. Quando era io solo con  lui, egli usciva alla politica, parlava de’ tempi trascorsi,  di molti uomini, di molti avvenimenti, e ne giudicava  con senno severo: e se parlava di quella che egli chiamava  casta pretesca, non sapeva frenare lo sdegno, e  diceva: È nemica di Dio e di Cesare: fu, è, e sarà principale  cagione della servitù d’ Italia. Credete a me che conosco  quali visi si nascondono sotto quelle maschere » !.   Insomma «era egli», come soggiunge il Settembrini  stesso, «un uomo che bisognava guardare da vicino, e  allora lo stimavi e lo amavi. Poco eloquente, di maniere  modeste, un po’ pedante, ma dotto assai, liberi sensi, gran  bontà di animo ». Il Settembrini ci dice che ogni volta    1 Ricordanze, I, 77. Sarà stato come dice il Settembrini un prete  liberale, ma alla Gioberti: perché teneva alle glorie e benemerenze  della Chiesa, e quando nel 1825 pronunziò la sua Oratio in solemnt  studiorum instauratione (a MicHAELE BIANCHI Palatinae Ecclesiae Ca-  nonico et Litteraturae Italicae Professore in R. Archigymnasio Neapo-  litano habita, s. d., di pp. 24 in-4°) tolse a discorrere « quam bene de  humanitate vel ideo meruit catholica religio, quod ad excolendos a  barbarie per Europam bonis artibus animos plurimum contulit » (p. 5).  Un'altra Orazione inaugurale lesse nel dicembre 1843: De litterarum  efficientia în animis mentibusque egregie formandis, Neapoli, Cuomo,  MDCCCXLIII, di pp. 20, in-4°. Il discorso è tutto nel titolo. — Di lui  è pure a stampa l’opuscolo Alla Consulta de’ Reali dominii di qua dal  Faro ragguaglio della Memoria umiliata al Re mostro signore per la  reintegrazione del Vescovo di Cajazzo, Napoli, Criscuolo, 1831 (di pp. 24  in-4°): ma non ha interesse letterario. IL FIGLIO DI G. B. V. che si partiva dal Bianchi, egli aveva imparato qualche  cosa; e che però la sua memoria gli era cara e onorata.  Egli fu, che, letti con piacere e lodati due dei primi scritti  del Settembrini, li fece vedere a monsignor Colangelo,  pregando costui di proporlo come professore in un col-  legio. E poiché il Colangelo rispose che quelle cattedre si  davano per esame, fu il Bianchi a spronare il Settem-  brini all'esame, e fece, quindi, di lui un professore. Non  avesse fatto altro, per amore del Settembrini, destinato a  salire quella cattedra stessa di letteratura italiana, il buon  canonico meriterebbe il nostro ricordo e la nostra sim-  patia.   Ma la vera e viva scuola di letteratura a Napoli allora  non era nell’ Università. Lo stesso Settembrini rammenta  che « mentre nell’ Univer ità il Bianchi leggeva agli scanni  e a quattro studenti, il marchese Basilio Puoti aveva in  casa sua una fiorita scuola di lettere italiane, dove conve-  nivano oltre dugento giovani » 1. E dagli eccitamenti del  Puoti a uno studio amorosc degli scrittori, ma sopra tutto  dal potente lievito degli studi filosofici promossi dal Gal-  luppi e dal Colecchi con l’esposizione e la critica delle  moderne dottrine germaniche, e quindi da quel fervore di  pensiero, che dagli scritti dell’eclettismo francese, da  Hegel, da Vico attingeva materia di speculazioni non più  tentate e motivo a una trasformazione filosofica degli stessi  studi letterari, eromperà la prima scuola di F. De Sanctis,  quale ci è rappresentata nel libro della sua Giovinezza.  Il movimento, iniziato da Marinelli e da Cuoco, e subito  arrestatosi, sarà ripreso per virtù di una mente geniale,  che creerà la critica e la storia della letteratura italiana:  il contenuto più razionale dell’insegnamento, di cui ho  narrato i timidi inizi e il primo incerto svolgimento.    1 Ricordanze, I, 79.    338 STUDI VICHIANI    Michele Bianchi insegnò fino al 1853. Nell’ Almanacco  di Corte dell’anno seguente comparisce professore eme-  rito; e per la cattedra rimasta vacante di Letteratura  italiana non c’è che un sostituto: Stefano Lombardi.  Il quale nel 1831 aveva pubblicate alcune Od: di Q. Orazio  Flacco recate in versi italiani * (20 odi scelte dai quattro  libri e 2 epodi): «lavoro rapido e incompleto », dice  l’ Ulloa, « ma che rivela nel traduttore un bel talento di  traduttore » 2. Nel 1854 appunto die’ alle stampe una  canzone Alla Maestà di Ferdinando II.   _ Nel 1850 il 6 marzo era stato pubblicato un nuovo  Decreto col quale st modificava l'organico della R. Università  degli Studi di Napoli 3. L’ Università, divise le scienze  fisiche dalle matematiche, veniva a scomporsi in sei  Facoltà, anzi che in cinque, come nel 1816, e nella Facoltà  di Belle lettere e filosofia, l’Archeolo-  gia e letteratura greca di prima si mutava in  Lingua e archeologia greca, l’Elo-  quenza, poesia e letteratura latina  in Eloquenza, poesia ed archeologia  latina. Le due letterature classiche così eran bandite:  né rimasero più 1 Principii generali della  storia. Ma la Letteratura italiana rimase intatta.   Stefano Lombardi è ancora sostituto nel 1855. Nel 1856  o 1857 il Bianchi dev'essere morto. Perché nell’ Almanacco  del 1857 non c’è più il suo nome come di professore eme-  rito. E la sua cattedra ha per titolare don Geremia Ro-    I Napoli, tip. del Sebeto, 1831, pp. 79, in-16°. Nella prefazione l’A.  dice: « Dette Odi non andarono esenti di applausi, cosicché mi son  reso ardito a farne dono al pubblico colle stampe. Che se, ora che al  giudizio degli occhi fedeli son elleno sottoposte, pari applausi, benché  del pari infruttuosi, mi arrecheranno, io mi reputerò fortunato ». Dové  aspettare un quarto di secolo a cogliere il frutto ?   ® Pensées, II, 172.   3 Collez. cît., IV, 25-8.    VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 339    mano, sostituto sempre il Lombardi. Doveva esser morto  anche il Lucignano, a cui successe don Gennaro Seguino.   Il Romano credo -ia stato l’ultimo professore di lette-  ratura italiana dell’antico regime. Chi era costui? Un  Carneade, come il Lombardi: e la sua oscurità non è senza  significato in questo tramonto della vecchia cattedra  con l'ordinamento che la sorreggeva. Fi lui non ho tro-  vato se non alcune osservazioni Sopra un pezzo d'avorio  dorato esistinte nel R. Museo borbonico in Napoli (dove  si dà appunto per regio professore) pubblicate nel 1858 ::  memorietta archeologica bene scritta, con erudizione  e non senza spirito.   Ricorderò infine il primo ordinamento che, dopo la  caduta dei Borboni, fu dato all’ Università con decreto  del prodittatore G. Pallavicino, dal ministro R. Conforti,  11 16 febbario 1861. Alla Facoltà di filosofia e lettere,  oltre la Letteratura italiana, la latina, la greca, fu data  una Storia della letteratura. A questa  venne sostituita, nella successiva legge di P. E. Imbriani  del 16 febbreio 1861, la cattedra di Letteratura  comparata. Chi dopo il 1861 abbia insegnato dalle  due cattedre di Letteratura italiana e Letteratura compa-  rata, e che cosa sia stato insegnato, è noto a tutti. Luigi  Settembrini fu nominato alla prima il 24 ottobre 1861 *.  Alla seconda il De Sanctis nel 1863; ma la coprì solo  per quattro anni, dopo che ve l’ebbe richiamato un de-  creto del 15 ottobre 1871 3.    I Stamperia del Fibreno, di pp. 16 in-169. Misc. 180, I della Bibl.  Naz. di Napoli.   ® Sul Settembrini v. TORRACA, L. S., Notizia, Napoli, Morano, 1877.   3 CROCE, pref. al vol. F. DE SANCTIS, La letter. ital. nel sec. XIX,  Napoli, Morano, 1897; e TORRACA, F. De S. e la sua seconda scuola, nel  periodico La Settimana del 7 dicembre 1902; e poi nel vol. Per F. De S.,  Napoli, Perrella, 1910, pp. 890-117.    Digitized by Google    APPENDICE I    Digitized by Google    L’ ANGIOLA    Capitolo serio-burlesco di VESPOLI !.    Donn’Angiola Cimina era una donna, ì  Ch’eccetto quando stava ignuda in letto,  Come ogni altra portò sempre la gonna.    Sol piacevale andar col busto stretto, 4  Onde poi vogliono i contemplativi,  Che le venisse l'asma e ’1 mal di petto.    Benché da certi cicisbei corrivi, 7  Che fur della buon’anima divoti,  Ma d'ogni di lei grazia e favor privi;    Dico di certi poetuzzi ignoti, 10  Pieni di boria e di presunzione,  Senza creanza e di scienza vuoti,    I Da una copia esistente in un volume miscellaneo ms. posseduto  dalla Soc. nap. di st. patria (XXII, c. 12) da carta 10 a c. 21. Nello  stesso volume precede un Capitolo di D. Francesco Vespoli sopra il  Genio alemanno, anch'esso in terzine; diretto contro il partito degli  austriacanti rimasto in Napoli dopo la conquista borbonica. L’Angiola  consta di 300 versi. Ne pubblico la parte che ha più interesse per la  conoscenza della società vichiana. I versi del Vespoli furono già indi-  cati dallo ScHIPA, Il regno di Napoli.] I quali entro l’Angelica magione  Andavan sol per essere stimati  Uomini savi e d’erudizione:    Benché da certi cotali accennati  Si dica, che patì Sua Signoria  La Marchesana il mal de’ letterati,    Cioè d’ostruzione e d’eticìa:  Mal, che vien per lo studio e ’l meditare:  O maledetta, o brutta malattia !    Dico adunque così primieramente:  È certo, che le donne per natura  Son tutte sceme e deboli di mente;    Sembiano nell’estrinseca figura  Più perfette dell’uomo, e più capaci,  Non che più vaghe, e belle di fattura;    Ma con ragioni chiare ed efficaci  Il contrario si prova dagli antichi  E moderni filosofi veraci.    E, senza che in recarle m'’affatichi,  L'esperienza, mastra delle cose,  Te ’1 fa vedere, e par che te lo dichi:    Paion le donne a noi meravigliose  In bellezza, in savere ed in valore,  E tutte l’opre lor miracolose;    Quando c’entra per esse un po’ d'amore,  Questo è quel che ci fa poi travedere,  Quest’ è cagione d’ogni nostro errore. Né mi stia a dir Platone l’ ideate  Specie dell’amor suo; ché da lui quelle  Per ingannare il vulgo fur trovate.    61    Virtude e amore, uomini e donne belle,  Che star possano insieme, e senza alcuna  Malizia praticar elli con elle,    4    Aristotile il nega, ed a quest’'una  Opinion del suo maestro assegna  Il concavo profondo della luna.    67    Sapea, che il senso la ragion disdegna, 70  E che, venendo insieme a competenza,  La ragione va fuori, e ’l senso regna.    Io non intendo entrar nell’altrui messe, 26  Ma dico sol, che non mi meraviglio  Di certe decantate poetesse.    E senza che ad alcuna io dia di piglio, 79  Si sa, ch’ogni lor parto o fu supposto,  O vi pose qualch’uom parte e consiglio;    Che che intenda provare a tutto costo ss  Il nobil Doria in un volume intero  Sebben la giunta strugga il fin proposto !.    I Accenna ai Ragionamenti tre, ne’ quali si dimostra la donna în  quasi che tutte le virtù più grandi non essere all’uomo inferiore, pubbl.  da P. M. Dorta nel 1716. Dal Doria e dal Vico (come narra questi in  Opere, ed. Ferrari, VI, 264) la Cimini fu iniziata alla filosofia. E di  P. M. Doria c’è pure un sonetto per la morte della Cimini, nella rac-  colta qui appresso citata (p. 129); come molte poesie a lui indirizzate  sono tra le Rime scelte di GH. DE ANGELIS (con pref. del Vico), Fi-  renze. Intanto il Vico stralunato e smunto  Colla ferola in mano e ’1 Passerazio 1  N’appella, e vuol ch'io torni al primo assunto.    118    Ei, che suol porre alle parole il dazio, 131  Nella Raccolta fatta a onore e gloria  Della signora ha posto un gran prefazio?    x    Lo qual non so s’ è calendario o storia, isà  Se avvisi 3, o pur relazione nova,  Se carta scritta per farne baldoria,    Ivi il Soave-Austero4 si ritrova Laù  Ch’ è l’acro-dolce, che sa fare un cuoco,  O l’irco-cervo, ch’in sua mente cova.    V’ è dell’arte rettorica ogni loco; 130  E ’l tanto a lui diletto paradosso:  «Chi più ne legge, più n’ intende poco ».    1 Jean Passerat, maestro d’umanità, autore de’ Commen-  tariù in Catullum, Tibullum et Propertium (Parisiis, 1608), gran reper-  torio di erudizione filologica latina; nonché di altre opere di minore im-  portanza.   2 L’ Orazione în morte di Angiola Cimini marchesana della Pe-  trella, che il Vico inserì nel vol. Ultimi onori di letterati amici in morte  di A. C. ecc., Napoli, Mosca, MDCCXXVII, pp. 12-55. Cfr. CROCE,  Bibliogr., p. 17. Citerò la ristampa che è negli Opuscoli della ed. Fer-  rari? (vol. VI delle Opere). Ma noto qui l'errore commesso dal VILLAROSA, nella sua edizione degli Opuscoli, e ripetuto dagli  editori successivi (v. ed. Ferrari, p. 261) per non aver capito (il Vil-  larosa se ne dovette accorgere troppo tardi) che la nota fatta dal Vico  a un certo punto dell’ Orazione, doveva nella ristampa incorporarsi  nel testo, essendo essa una correzione e un’aggiunta. Vedila tra le  « Correzioni » innanzi al volume Ultimi onori.   3 Vecchie gazzette.   4 Sul principio della sua Orazione, il Vico ne accennava quasi il  tema, dicendo che la Cimini «a tutti i saggi uomini che ebbero la  sorte di conoscerla e riverirla, fece intendere i tempi più colti della  gentilissima Atene; siccome quella che fu loro il grande esempio della  rara difficil tempra onde si mesce e confonde il soave austero della  virtù » (p. 249). Con identiche parole l’Orazione si chiude; e il s o a v e -  austero vi ricorre spesso nel mezzo.    APPENDICE I 347    Ivi vuol comparir da gran colosso,  Ma vi si scuopre un piedestallo basso  E reo s’accusa, allor che fa il Minosso.    133    Orazion la chiama il babbuasso, ia  Ma è lunga e sciocca sì, che non la puoi  Leggere, senza dir più volte: ahi lasso!    Com’ è possibil ch’egli non t’annoi sn  Con quel proemio vecchio e riscaldato,  E colle cose che seguon dappoi ?    Precise quando del di lei casato ses  Fa la descrizione, ed a minuto  Narra la vita e ’1l transito beato ?    Quando ci fa veder l’applauso muto, ia  Ch'essa facea sporgendo il petto in fuori  O con un giro d’occhi il bel rifiutot?    Quando la di lei collera egli onora 148  Col titolo d’eroica, e dietro a lei  Cesare allega, ed Alessandro ancora??    I Il Vico racconta che, nei trattenimenti letterari soliti in casa  della Cimini, «ella, al dirsi le cose degne di applauso, applaudivale o  con un leggiadro movimento del dilicato corpo, il casto petto sporgendo  in atto come di chi incomincia a levarsi da sedere, o con un soave  giro de’ suoi bellissimi occhi inverso il cielo;... a’ quali atti i riguar-  danti ammiravano in lei e l’acutezza dello ’ngegno e la gravità del  giudizio, e sopra tutto la somma modestia, con la quale si guardava  di parere intendente col non professando d’ intendere, o vero di sem-  brar saggia col non diffinitivamente approvare » (p. 266).   2? Parlando del temperamento collerico di Angiola, il Vico avverte  che la sua era collera « ragionevole e generosa e quale appunto a donna  di eroica virtù convenivasi.... Fin dalla sua più tenera età questa nobil  fanciulla diede pur troppo gravi segni di tal collera eroica ». E diede  saggio insieme «di eroica virtù, di quella specie onde lasciarono di  sé tanto mondano romore i Cesari e gli Alessandri. Quando abortir la fa ne’ mesi sei, ini  E piagne gli campioni iti sotterra  Ch’eran, Dio buono! tutti maschi, e bei?    Quando la fa veder distesa in terra ie  Battere il capo al duro pavimento ?:  O ‘1 gran fatto! o ’1 malanno che l’afferra !    E questo detto sia per compimento iui  Di tutta l’opra di sopr’accennata  Di questo arcipedante pien di vento.    Ond' io non so capir, dove appoggiata sea  Sia la gran lode, che ne fa il Sostegni,  Con che, se non è burla, è una frittata 3.    Cesare Augusto, ch’ebbe tanti regni, 163  Che piantarvi i confini gli convenne  E porvi ancor del non plus ultra i segni;    1 La Cimini morì a 27 anni, per male cagionatole da parto pre-  maturo; ché «la collera virile », dice il Vico, «di che ella abbondava,  depredando l’umidore che facevale mestieri per nmudrire i feti già  fatti grandi, fece per mala sorte che tutti nel sesto mese, funesto da’  medici giudicato, ella facessegli aborti» (p. 270). E l’ultimo le fu  fatale. Ma il Vico non parla dei « campioni » della satira.   2 Il Vico, facendo la storia della collera eroica della Ci-  mini, ricorda pure, che bambina «ove mai non era ella compiaciuta  di un qualche suo fanciullesco talento, si crucciava a tal segno, che,  gittatasi lunga a terra, tutta vi si affliggeva, fino a percuotersi sul duro  pavimento il tenero capo » (p. 254).   3 Nella Introduzione di Roberto Luigi Sostegni, canonico regolare  lateranense, agli Ultimi onori, si dice (p. 10) l’ Orazione del Vico « su-  blimissima », e che per essa «si scorge, poter l’Italiana Eloquenza  ascendere a quell’altezza a cui la Grecia e la Romana pervenne, qua-  lora l’istessa morale, e civil sapienza.... l’invigorisca e sostengala ».  Un sonetto del Sostegni al Vico (Opere2, VI, 410) finisce: O chiaro  Vico, o sol pari a te stesso. Nello stesso vol., p. 80, un  sonetto del De Angelis dice:    E basta poi per simulacro eterno  Di sue virtudi, e d'altri pregi eletti,  La prosa del divin Vico e Roberto! Nipote al zio, che vinse, vide, e venne, 1%  Pur quando si partì per l’altra vita,  Tal onor da’ vassalli non ottenne,    Qual Donn’Angiola nostra, poiché gita 19  AI ciel se n’è, da’ Letterati Amici!  Ha per tributo, come lor favorita.    E siccome gli Orfei per l’ Euridici ATA  Si mostrar grati, ed i Petrarchi e i Danti  Per le loro Laurette e Beatrici,    Così per lei si veggon tanti e tanti in  Nostri partenopei cigni canori,  Che non v’ ha qui de’ frati zoccolanti.    Vi son poeti, medici e dottori, 178  Plebei, civili, dame, e cavalieri,  E laici, e cherci, anco predicatori;    E congiunti, e paesani, e forestieri, lei  E buoni, e tristi, ed ottimi, e mezzani,  La maggior parte innamorati veri.    Non altramenti che al carname i cani,  Sono accorsi costoro a tal impresa;  E Dio il voglia, non vengano alle mani.    184    Nacque da precedenza la contesa  Tra quei che furo ammessi alla Raccolta.  Ma poi tra lor s’ è nova briga accesa:    Cosa, che ha posto la città in rivolta,  Talché hinc inde vi son forti partiti,  E se non sai il perché, di grazia, ascolta.    190    I Il Vico nella perorazione della sua Orazione: «Letterati amici,  che con uguale ossequio la onoraste e la riveriste » ecc. (p. 272). Ma  la frase è già nel frontispizio della Raccolta. Un tal Gerardo, ch'ora gli eruditi  Della scuola d’ Ulloa 1 scrivon Gherardo.  Giovine d’anni ventidue compiti 2,    Piccolo di statura, ma gagliardo,  Di bocca grande e di naso canino,  D'occhi che ti spaventan collo sguardo:    Di viso magro, giallo e saturnino,  Col mento fesso e un poi rivolto in suso,  Bello come la statua di Pasquino,    Veste di negro di paglietta all’uso,  Cammina alla carlona, e sempre astratto,  Parla da vecchio 3, e scrive assai confuso,    Vogliono alcuni che sia mezzo matto;  Io credo che sia tutto; e testimonio    N° è quanto ha scritto, ed anche il suo ritratto.    Or egli, che al comporre è un gran demonio,  Vo’ dir che spaccia versi anche dormendo,  Per grazia special di Sant'Antonio,    Improvvisante più del reverendo  Quondam Fanelli e del siciliano,  Ch’or ha nel molo un concorso stupendo, L'avv. Niccolò Ulloa-Severino, che scrisse una canzone per la  Cimini (Ultimi onori, p. 122) e al quale è indirizzato un sonetto nel  Quarto libro delle Rime del DE ANGELIS, p. 50. Chi legge la canzone  di quest’ Ulloa per la Cimini, tutta affettature arcaizzanti, intende la  punta satirica del Vespoli. N. ULLOA-SEVERINO pubblicò un volume di  Lettere erudite, Napoli, 1699.   ? Infatti Gherardo De Angelis era nato ad Eboli (prov. di Salerno)  il 16 dicembre 1705.   3 Visi potrebbe vedere un’allusione contro l’epigramma, che nel 1725  il p. Sostegni aveva apposto al ritratto del De Angelis, nel 1° volume  delle sue Rime toscane:    Adspicis hunc quarto vix dum pubescere lustro ?  Perlege; dispeream ni tibi Nestor erit.    APPENDICE I 35I    L’ ha fatta alli compagni suoi di mano, sà  Col libro, c' ha stampato in questo mese:  Azion veramente da villano !    Azion, che non ha scuse o difese, 217  Azion di lui degna e di suoi pari,  Azion da scriverla al paese,    Dove i nobili sono i bufalari,  Paese di mal’aria e mal costume,  Buono bensì per pascervi i somari.    N’era Priapo il protettore e ’1 nume; das  Or Eboli si vanta aver costui,  Che ’n istampa gli ha dato onore e lume.    Ma ritorniamo all’azion di lui, ciù  Ch’ io non vorrei, col troppo andar vagando,  Tirarmi addosso la censura altrui.    Il fatto è come siegue. Allora quando sii  Nella Raccolta dagli amici s'era  Di Lei detto il più bello e ’1 più ammirando;    Anzi Gerardo in mezzo a quella schiera ass  Contribuito avea la maggior parte 1,  La qual potea passar per lode intera;    Volle egli solo poi farla da Marte. 235  Ed ecco, presto presto, ha dato in luce  Su lo stesso soggetto un libro a parte.    Per Quarto di sue Rime lo produce ass  Senza il Terzo d’avanti; e, ad ingrandirlo,  Rime vecchie per entro vi riduce ?.    ! Del DE ANGELIS infatti ci sono una canzone e tredici sonetti  (Pp. 75-91). l   2 Angiola Cimina Marchesana della Petrella defunta, poesia (sic) d’ANGELIS, Firenze, 1728. A p. 9: « Inco- [Leggilo, e dimmi poi se puoi capirlo,  E se a me ne dimandi, io ti rispondo,  Che ’n leggerlo mi venne il capogirlo.    Gran cose vi vedrai dell’altro mondo,  E ridicoli conti puerili,  E fatti inverisimili in abbondo;    Un gran mescuglio di contrari stili,  Improprietà di voci, oscuri sensi,  Componimenti rozzi e pensier vili;    E barbarismi, e solecismi immensi,  Ed atti di superbia e di dispregio,  E dati ad altri ed a se stesso incensi.    E queste cose, che sarian di sfregio  In altri, non che error sommi e notabili,  Sono oggigiorno in lui di stima e pregio !    Ma presso chi ? presso cervelli instabili,  O presso pochi, che l’adulan solo    Per farlo andare in tutto agl’ Incurabili *.    Gli dicon, che sua fama ha fatto un volo  Sì strepitoso ed alto, che già s’ode  Il nome suo dall’uno all’altro polo. ]mincia il quarto libro de le giovanili rime di Gh. De A., J. C.» ecc.  Nella dedica a donna Emmanuela Pignatelli Silva Aragona, l’A. dice:  «Sendosi partita da questa terra l’anima benedetta di A. C., santa, e  saggia nobile Donna, come a V. E. e per l’ Italia si è già noto, dopo  aver pubblicata in laude sua la sublimissima Orazione il gran Giam-  battista Vico maestro mio, e molti altri elevati ingegni che la conobbero,  prose e rime, le quali un libro compongono, io, fra tutti gli amici suoi e  per l’età e per consiglio minore, ho voluto in onor di sì alta memoria,  agli uomini che verranno queste poesie tramandare ».   ! Famoso Spedale di Napoli. Né s’accorge il meschino, che tal lode  Ha dato al suo profitto un tal tracollo,  Per non aver le basi vere e sode.    Io son pronto a giurare, e a porvi il collo,  Ch’ancor costui non sa dov’ è Parnaso,  Né che son tra lor le Muse e Apollo;    265    Che se sapesse onde pisciò il Pegaso,  Tante carte sporcato non avrebbe,  Né de’ classici autor parlato a caso.    Infatti, colmé suole, ei non direbbe,  Che ’1 Bembo, il Casa ed il Petrarca ha vinto,  E che il gran Tasso buono stil non ebbe.    271    O dove sei, gran papa Sisto quinto !  E pur quel tuo poeta una parola,  Per forza della rima a dir fu spinto.    274    Ma il vizio, che s’'apprende in detta scuola, sn  Quest’ è, di morder gli altri, e assiem grattarsi,  Quando cavano fuor qualche lor fola.    Procura bensì ognun di segnalarsi 280  In far meglio dell’altro l’antiquario,  Con voci malagevoli a spiegarsi;    Anzi il lor mastro ! un nuovo dizionario i  S°' ha fatto di vocaboli a capriccio,  Che non mai registrò il vocabolario.    Quindi è che, s’egli scrive, fa un pasticcio ade    Pieno di fracidume; e, se discorre,  Fa l’alto-basso che suol fare il miccio.    1 Il Vico.  PER LE NOZZE DI TOMMASO CARACCIOLO  E DONNA IPPOLITA DE DURA    Sonetto di G. B. Vico!.    Bench’ io mi veggia da quel fato oppresso,  Che l’ ingiust'odio altrui creò sovente,  E affatto lungi dalla molta gente  Viva, che appena me trovi in me stesso;    Poiché il raro valor dal Ciel concesso  A voi, bell’alme, unisce Amor possente,  Al pubblico piacer mio spirto sente  Disio di riveder l’alto Permesso,    E cantar lieto in dilettosa schiera  Vostro nodo real, gli onor degli avi,  E svelar que’ futuri invitti germi.    Poi ricaggio in me stesso, e da mie gravi  Cure sospinto a tornar là dov'era,  Di me, non per mia colpa, ho da dolermi.    I Dalla raccolta: Vari componimenti per le felicissime nozze degli  eccellentissimi signori D. Tommaso Caracciolo marchese di Casalbore,  principe di Torrenova [...] e D. Ippolita di Dura de’ Duchì d’ Erce,  raccolti da GENNARO PARRINO, e dedicati all’ Ecc.mo signor D. Orazio  di Dura duca d’ Erce, Firenze. Di questa raris-  sima raccolta si conserva copia nella Biblioteca Villarosa.  RELAZIONE DELLA SEGRETERIA DI STATO  AL RE SULLA SUPPLICA DJ G. B. V. PEL CONFERIMENTO DELLA SUA CATTEDRA  AL FIGLIO. Sefior,   Exponiendo 4 V. M. Juan Bapt.ta de Vico, Historiografo  Regio y Profesor de eloquencia en la Universidad de Estu-  dios, son ya mas de quarenta afios, que ha servido y sirve  en dicha Universidad la Cathedra de Rectorica, col en tenue  sueldo de cien Ducados annuales, que le ha servido para el  mantenimiento de su pobre familia, hallandose ya en edad  muy adelantada agravado y oprimido de muchos achaques, y  con especialidad de las angustias domesticas, y de la con-  traria fortuna, por lo que se ha visto obligado & substituir  en su lugar interinamente en el servicio de dicha Cathedra  4 su hijo Genaro, mozo de habilidad, y que asta aora ha  sabido cumplir con publica satisfaciòn, suplica 4 V. M. se  digne conferir la propiedad de dicha Cathedra al mismo  Genaro, para que despues del fallecimiento del mismo, pueda  su pobre familia quedar con algun apoio.   El Capellan Maior representa a V. M. que el sobredicho  Juan Bap.ta de Vico es benemerito de la Regia Universidad  de Estudios, 4 la qual con sus doctos trabajos ha hecho  mucho onor; por lo que requiere la publica gratitud, que  se le atienda; que siendo el expresado su hijo mozo de habi-  lidad, y portandose ciertamente en el exercicio de su Ca-    358 STUDI VICHIANI    thedra con todo aplauso, solo puede ser de algun reparo que  la aplicazion del mismo & los tribunales, pueda serle de em-  barazo, requiriendo una y otra aplicacion, cadauna por si,  todo un hombre, y la Cathedra de Eloquencia un profundo  estudio en los Autores Griegos y Latinos; por lo que le  parezze puede V. M. consolar al suplicante; quando haya la  certidumbre de que dicho su hijo, dejando la aplicacion 4 los  tribunales, vuelva todo su animo à los estudios de la elo-  quencia, y 4 los demàs que son necessarios para ser exce-  lente en tal profesion no facil, y éstimadissima.  DISPACCI  PER LA GIUBILAZIONE DI V,    I.  Al Cappellano maggiore.    Informato il Re da quanto V. S. I. ha rappresentato con  l’ultima sua consulta del 12 del caduto agosto, che al Let-  tore emerito di Rettorica nella R. Università degli Studi  D. Gennaro Vico siano mancati ducati 120 l’anno, cioè du-  cati 60, che godea come direttore dell’Alta antichità nell’Ac-  cademia Regale, ducati 30 pel sostituto che dee mantenere,  e per altri emolumenti che gli sono minorati; ha S. M. con  suoi sacri caratteri risoluto che gli si dia la giubilazione con  l’intero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduto.   Nel real nome lo partecipo a V. S. I. per intelligenza sua  e del ricorrente, e per l'adempimento.   Palazzo, 9 settembre 1797 *.    2.  Alla Segreteria dell’ Azienda.    Informato il Re da quanto gli ha consultato il Cappellan  maggiore, che al Lettore benemerito di Rettorica nella Regia    I Arch. Sta. Napoli: Dispacci dell’ Ecclesiastico. Università degli Studi D. Gennaro Vigo (sîc) siano man-  cati docati centoventi l’anno, cioè docati sessanta che go-  deva come Direttore del Ramo dell’Alta antichità nell’Acca-  demia Reale, docati trenta per il Sostituto che deve mante-  nere, e per altri emolumenti che gli sono minorati, ha S.M.  con suoi sacri caratteri risoluto, che gli si dia la giubilazione  coll’ intero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha per-  duti. Lo partecipo di suo real ordine a V. S. Ill.ma, affinché  da codesta Scrivania di razione se ne disponga l'adempimento.   Palazzo, ‘a 9 settembre 1797 = Ferd. Corradini = Sig. Prin-  cipe d’ Ischitella *.    I Arch. Sta. Napoli: Ordinario 82: Scrivania di razione, Lettori  pubblici. EPIGRAFI DI V.:    I,    Lirim — Saepe robora cautesque — Et quicquid sibi ob-  stet — Nedum fluitantem scafam — Secum în praeceps abri-  dientem — Ac proinde moriem trajicientibus — Minitabun-  dum Ferdinandus IV — Bonc Reip. natus — Optimo cen-  silio — Firmissimi pontis — Quadrato lapide extructi —  Patientem effecit — ut qui antea — multos dies in ripis haerere  — Cogebantur — In posterum — Ejus furorem — Despectantes  — Tuto et continuo itinere — Transtirent ?.    2.    Utinam — Pie VI Pontifex O. M. — Isthaec tua marmo-  rea effigies — Tuorum in Catholicum Orbem menitorum —  Memoria non vinceretur.    3.    Deus vere Averrunce — Si — Per te clades — Per te ca-  lamitates — Avertuntur — Uno ore tuam fidem imploramus    1 Traggo dagli autografi posseduti dai sigg. Villarosa queste altre  quattro epigrafi di Gennaro Vico per l’ interesse storico che esse pos-  sono avere, lasciando ad altri di ricercare le occasioni per cui vennero  scritte.   » Di questa iscrizione si trovano tra le carte di Gennaro altre va-  rianti, ma di poca importanza. Adsis dexter adsis praesens semper propitius adsis — Et  cuncta nobis merito ingruentia mala — Prohibeas — In Ve-  suvit — Jam propinqui hostis — Cladem — Subjectis lon-  ginquisque — Semper minitantis — Iram cohibes — Qui anno  superiore — Annum integrum et plus eo — Quasi ratione et  consilio — Sensim ignem in alvo concepit = Paulatim egessit —  Eoque levi lapsu — In rivos deductum — Doctus iter melius —  Innocuus devolvit — Forsitan uti metu antea tuo nutui semper  parut — Posthac consuetudine tuae voluntati votisque nostris  obsecundare assuescet *.    4.  Regium hoc — Templum Maximum Cavense — Sanctae  Dei Genttricis — Elisabetham invisentis — Nomine, et tu-    tela augustum — A. D. N. Ferdinando IV Rege — Jure  Patronatus sibr vindicatum Erigi a solo coeptum An. MDVII — Tum mole fatiscens sua  refectum  Consecratum vero VI  Non. Majas Terrae dehinc motibus. Labe-  factum et restitutum — Quum adhuc ultimam manum expecia-  ret — Ordo Populusq. Cavensis — Eadem pecunia publica,  quae illud evexit, refecitque — Collata ut alias a suis Pon-  tificibus — In opus symbola — Absolutum tandem sublaqueavit  — Omnique ex parte prisco squalore deterso — Picturis opereque  albario exornatum — In novam hanc splendidioremque formam  — Redigendum curavit —I Credo accenni al « gran miracolo, operato [da S. Gennaro il 22 di  ottobre del 1767], quando nel comparir sul Ponte [della Maddalena] la  statua d’argento del Santo, cessò di botto l'eruzione » del Vesuvio (D’Ono-  FRJ, Elogio, p. LXxIH). Onde fu collocata sul Ponte stesso la statua del  Santo, con la destra levata verso il vulcano.  AVVERTIMENTI !  PER L’ INSEGNAMENTO DEL LATINO    di V. Essendo il ragazzo, siccome si scrive, di talento, e che  promette di sé liete speranze, sia cura del dotto ed avve-  duto maestro non immergerlo troppo ne’ rudimenti di gram-  matica, li quali poi dovrà dediscere; ma sopratutto eserci-  tarlo nelle coniugazioni e declinazioni, e nei principali precetti  della sintassi; e tutto il di più farglielo apprendere dall’ in-  terpretazione de’ scrittori latini, essendo grandissima la di-  stanza del parlare de’ grammatici dal parlare de’ latini. Que-  sto basti: che nello spiegare lo scrittore latino gli facci fare  in ogni membro una minuta analisi delle parti che lo com-  pongono, e non lasci passare neppur la menoma particella  senza spiegargliene la proprietà e la significazione; e nella  ripetizione farsene render conto. Di poi quel tratto che ha  spiegato, obbligarlo a riportarlo in iscritto tradotto, accioc-  ché il fanciullo di buon’ora si avvezzi a ben concepire, a  nobilmente spiegare le idee, non essendoci esercizio più pro-  fittevole per la gioventù quanto quello delle traduzioni; poi-  ché, avendo il giovane [da] trasportare da lingua in lingua,  ed avendo ciascuna lingua un genio particolare di conce-  pire, e quindi spiegare le idee, egli è costretto di riflettere    I Dall’autografo esistente tra le carte Villarosa.] ed esaminare la maniera propria con cui lo scrittore latino  ha concepito, e quindi spiegato quel pensiero, per poi studiarsi  di concepirlo e di spiegarlo secondo il gusto particolare della  sua lingua natìa. E questo è quello che si chiama spirito  di lingua, che rende l’acquisto di una lingua tanto difficile,  che vi bisogna la vita di un uomo, per poterla conseguire;  dovendosi la diversità de’ termini e dei vocaboli riputare più  tosto un giuochetto di memoria. Quindi si rileva quanto  vantaggio rechi ad un giovane il continuo esercizio delle  versioni, che, oltre al conseguire lo spirito della lingua da cui  trasporta, senza accorgersene, acquista e la norma di saper  con naturalezza ordinare li pensieri, e quindi saperli con feli-  cità concepire, e quindi con nobiltà e chiarezza spiegarli, con-  sistendo tutta la difficoltà nel concepire. Un pensiero felice-  mente concepito, sarà sempre facilmente spiegato:    Verba provisam rem non invita sequuntur.    Onde Cicerone disse: Oplimus dicendi magister stylus.   Sento che sia esercitato nel tradurre Cornelio Nipote e  Virgilio. Perché due scrittori così vicini per l’età in cui fio-  rirono, e così lontani per il genere in cui scrissero ?_ Non  istimo proprio ad un ragazzo, che appena sta imparando il  volgar latino, metter in mano Virgilio, che, come poeta, stu-  dia di allontanarsene quanto più può, secondo quel detto di  Cicerone, poétae alia lingua loquuntur. È l’istesso che se,  per far apprendere ad un oltramontano la nostra volgare lin-  gua italiana, si mettesse in mano Petrarca, Tasso, Ariosto.  Li poeti, perché alia lingua loquuntur, devono riserbarsi al-  l’ultimo. Il giusto metodo d'’ istituire la gioventù nello studio  della lingua latina sarebbe farle prima apprendere la lingua  volgare e familiare latina, e per questa dovrebbesi ricorrere  alli purissimi due fonti inesausti di essa, Plauto e Terenzio,  essendo gli argomenti delle comedie avvenimenti che sì rag-  girano nell’uso della vita privata; ma non si deve, per far  apprendere la purità della volgar lingua, esporre la gioventù  al pericolo di corrompere la purità de’ costumi, che è quel  che più deve interessare. Si eviti questo scoglio e si sostituiscano l’ Epistole familiari di Cicerone, li di cui argomenti  sì versano presso a poco sull’ istesso: ed ecco che il giovane  acquista il sermone volgar latino.   Spedito che sia il giovane nell'acquisto della lingua vol-  gare privata, mettergl’ in mano gli elegantissimi Commentari  di Giulio Cesare, ne’ quali acquisterà la lingua pubblica, tanto  necessaria per le arti della pace e della guerra; ed in essi  la conseguirà nella sua somma purità e chiarezza, e tale e  tanta, che ne riportò il grande elogio di Cicerone, che, par-  lando de’ Commentari di Cesare, dice che egli li lasciò, per-  ché poi ci fosse stato chi potesse scriverne l’ istoria: ma poi  soggiunge: stultis gratum facere potuit, perché gli uomini  dotti ed avveduti disperarono poterne scrivere una storia con  quella limpidezza e eleganza, con cui Cesare scrisse li suoi  Commentari. |   E Virgilio fu il solo tra i latini che non solamente so-  stenne, ma ancora rivendicò la gloria del nome romano con-  tro la superbia de’ disprezzanti greci, che solevan distinguersi  da tutte le altre nazioni; e ciò con qualche ragione in rap-  porto alla felicità della lor lingua. Il qual pregio li romani  stessi, che chiamavano barbara la maestosa lingua latina  quante volte volevano metterla al confronto della greca, con  somma ingenuità confessarono; come, fra gli altri attestati,  ve n'è quello di Plauto nella comedia intitolata Asinara,  ove fa dire al Prologo, che l’autore di quella comedia era  stato Demofilo, poeta greco, e che M. Accio Plauto l’aveva  tradotta in latino: Demophilus scripsit, Marcus vortit bar-  bare, cioè latine. Così, al contrario, di rimbalzo, li romani  poterono rivendicare la gloria del loro nome con opporre a  tutta la Grecia il solo Virgilio, ché tutta la Grecia non aveva  prodotto un ingegno così stupendo e quasi divino, il quale  feliciter audax era riuscito egualmente ammirabile in tutti  tre li caratteri del dire, nel tenue ed umile nelle sue Buco-  liche, nel florido ed ornato nelle Georgiche, nel grande e  sublime nell’ Eneide: e Torquato Tasso ardì d’imitarlo e  riuscì felice in due solamente: essendo costante in tutti li  scrittori di qualunque genere sieno, che chi è riuscito in una delle tre note, non è riuscito nelle altre due; e così a vicenda:  ed in fatti nella pittura, — la quale è sorella della poesia:    Poéma est pictura loquens, mutum pictura poéma. —    li principi delle tre famose scuole che fecero risorgere tanto  felicemente la pittura in Italia, Raffaello d’ Urbino nel ca-  rattere tenue e delicato, Tiziano nel complesso e carnuto,  Michelangelo Buonarota nel robusto e lacertoso, ciascuno non  uscì fuori dei confini che si aveva prescritti.   Non dico poi di Orazio, il quale nelle sue liriche non solo  tentò di gareggiare con Pindaro; ma si foggiò una forma  di dire tutta nuova e tutta di conio suo così inimitabile, che  dopo di lui fiorirono tra i latini molti nobili poeti, ma niuno  osò scrivere in quel genere di poesia, in cui Orazio summum  tetigerat; così inimitabile che può dirsi, che egli fu il primo  e l’unico che vi fosse riuscito.   Finalmente, per ritornare all’ intento, e render la ragione  perché li poeti debbano riserbarsi all’ultimo, essendo la loro  locuzione lontanissima dalla volgare, intendendo di escludere  in rapporto della locuzione li poeti comici, li quali solamente  sono poeti riguardo all’ invenzione della favola; imperciocché,  per quel che s’appartiene alla locuzione, devono usare una  locuzione affatto volgare, come sopra si è detto.   Poi farlo passare alla lezione di chi cerca di elevarsi un  poco al di sopra del sermon volgare; ed a questo primo  grado subentia la locuzione oratoria, la quale, quantunque  deve conformarsi al senso comune, nulla di meno deve usare  una maniera di ragionare più culta e più elaborata, in guisa  però che facciasi intendere dall’uom volgare; quindi passare  alla lezione delle Orazioni di Cicerone.   Spedito che sarà il giovane degli oratori, passi alla storia;  la quale usa una locuzione posta in mezzo tra la locuzione  oratoria e la locuzione poetica, perché lo storico ha da  far due parti in comedia, le parti di oratore, nelle allo-  cuzioni, che fanno generali all’eserciti, magistrati a popoli,  come sono ammirabili quelle di Livio; ed ha da sostener le  parti di poeta nelle descrizioni di battaglie, di assedi, di espugnazioni di città; onde Cicerone dice, che in historia fun-  duntur verba prope pottarum: non assolutamente poetiche;  ma prope pottarum. Finalmente far passare il giovane alla  lezione de’ poeti; la di cui locuzione è lontanissima dalla vol-  gare, perché, siccome devono dilettare colla novità delle fa-  vole, così ancora colle novità della locuzione, dall’ammira-  zione delle quali novità nasce il diletto: usano nuove forme  di dire che inebbriano l’anima di piacere; richiamano in uso  voci antiche e disusate, le quali, perché disusate, chiamate  in uso, sembrano nuove; adoperare voci straniere, le quali,  come le mode straniere, sogliono dilettare; e ciascuno si fog-  gia un nuovo genere di dire: ed ecco quel di Cicerone, 04-  tae alia lingua loquuntur. E questo sarebbe il metodo pro-  fittevole alla gioventù nella lezione de’ scrittori latini. LETTERA DI FINAMORE  A V, Ill.mo Signore, Signore e Padrone Col.mo,    Contestando la vostra favoritissima de’ 12 andante con  quella semplicità di espressioni e veracità di sentimenti che  inspira la fama de’ vostri rari talenti e della vostra [mo]de-  stia 1; mi fo un dovere di ringraziarvi distintament[e delle]  gentilissime espressioni, onde, ad onta del mio de[bole inge-  gno ?], mi onorate. Quindi protesto le mie indelebili.... zioni  alla vostra generosità che si compiacque.... non solo di com-  patire una mia memoria sullfe antichi]tà di questa mia  patria, rimessavi dalla R. A[ccademia, ma] anche di con-  siderarmi non indegno di esservi aggregato. Allora io non  seppi qual ne fosse stato il degno censore, mentre ne ottenni  la patente di socio nazionale; ma, colla pubblicazione che  nel 1798 fece il dotto segretario Napoli-Signorelli del primo  tomo del Regno di Ferdinando IV, p. 381, dove rilevai che  vi compiaceste fare alla stessa memoria vari commenti e  proporre alcuni dubi da sciogliersi da me medesimo, mi  cadde il pensiero di leggere le vostre erudite riflessioni ed  approfittarmene pria che si pubblicassero negli atti della  R. A. Questo medesimo desiderio, anziché mancare, mi si  avanza di più in più, dopocché ho acquistata la vostra pa-    1 Supplisco, quanto è possibile, quel che manca per uno strappo  dell’autografo.] dronanza, e vi prego quanto so e posso di rimettermene  una copia, giacché non sappiamo quando si potranno ria-  prire le adunanze accademiche. Son sicuro che vi compia-  cerete di soddisfare queste mie premure, e compatirete il  mio ardimento con quella urbanità che è propria d’un animo  grande.   Veramente da una medaglia urbica disotterrata qui anni  a dietro, del peso di una libra di bronzo, coll’epigrafe greca  ANZANON e nel rovescio ®P, si conosce che il nome poi  latinizzato di Anxanum, sempre identico a questa città, sia  di origine greca; ma non saprei donde derivi la sua vera eti-  mologia. Fatemi grazia d’illuminarmi su tal particolare,  scusando sempre la mia impertinenza. Ai maestri di filosofia  si dee sempre ricorrere in simile rincontro.   Volendomi onorare di vostri graditissimi comandi non  meno de’ vostri caratteri, vi prego di diriggermi le vostre  lettere per la posta, e di significarmi se per la stessa possa  diriggervi a dirittura le mie.   Sono intanto con la più perfetta stima e divozione   di V. S. Illma   Lanciano, li 22 giugno 1804.   Div. obblig.mo Serv. Vostro  FINAMORE !.    I Dall’autografo esistente tra le carte Villarosa. Se Giambattista Vico redivivo vedesse questa Italia senza  né Spagnuoli né Austriaci, padrona di sé, grande tra le grandi  nazioni di Europa direttrici della civiltà, conscia della sua  dignità, fiera della gloria de’ suoi figli maggiori, che anche  nei secoli più bui e più duri della divisione politica e della  servitù la fecero con l’altezza dell’ ingegno celebrata e ricer-  cata da tutte le genti più culte, potente collaboratrice, maestra  privilegiata d’ogni arte più splendida e d’ogni più originale  scienza: la vedesse questa Italia tutta qui convenuta in ispi-  rito a rendergli onore in questa aula magnifica della sua  rinnovata università; Giambattista Vico sarebbe, non sor-  preso, ma sbigottito di così insigne riconoscimento, che egli  non avrebbe mai sperato.   Ma poiché, per alta che fosse la sua intelligenza, l’animo  era ingenuo come di fanciullo e sensibile alla lusinga della  lode, lo sbigottimento facilmente cederebbe il luogo alla schiet-  ta commozione, con la quale tornerebbe a ringraziare ancora  una volta la Provvidenza delle traversie d'ogni genere sof-  ferte durante tutta la sua grama esistenza; poiché queste  traversie infine erano state la causa per cui egli si ritirasse  e concentrasse sempre più nella sua solitaria meditazione e  facesse le sue scoperte, e scrivesse il suo capolavoro, la Scienza  Nuova; e fosse, insomma, Giambattista Vico. Aveva pubblicato da poche settimane, anzi da pochi giorni,  il suo gran libro; e con quanta trepidazione ne aspettasse i  primi giudizi dei concittadini nessuno dei quali (egli pur lo  sapeva !) era propriamente preparato a rendersi conto dei  profondi concetti animatori della sua opera, si può vedere  dalla lettera che scriveva a un amico. Lettera dolente e  superba, ma tutta piena di alta fede religiosa:    In questa città sì io fo conto di averla mandata al diserto, e  sfuggo tutti i luoghi celebri per non abbattermi in coloro a’ quali  l’ ho io mandata; che, se per necessità egli addivenga, di sfuggita  li saluto: nel quale atto non dandomi essi né pure un riscontro  di averla ricevuta, mi confermano l’oppenione di averla io man-  data al diserto. Io poi devo tutte le altre mie deboli opere d’ in-  gegno a me medesimo, perché le ho lavorate per mie utilità pro-  postemi affine di meritare alcun luogo decoroso nella mia città:  ma poiché questa università me ne ha riputato immeritevole, io  certamente debbo questa sola opera tutta a questa università, la  quale, non avendomi voluto occupato a legger paragrafi, mi ha  dato l’agio di meditarla ». (Dove si accenna alla gravissima de-  lusione toccatagli nel concorso alla importante cattedra di Di-  ritto civile della mattina, alla quale aspirava e si veniva prepa-  rando da molto tempo). « Sia per sempre lodata la Provedenza,  che, quando agli infermi occhi mortali sembra ella tutta rigor  di giustizia, allora più che mai è impiegata in una somma beni-  gnità ! Perché da quest’opera io mi sento avere vestito un nuovo  uomo, e pruovo rintuzzati quegli stimoli di più lamentarmi della  mia avversa fortuna, e di più inveire contro alla corrotta moda  delle lettere, che mi ha fatto tale avversa fortuna, perché questa  moda, questa fortuna mi hanno avvalorato ed assistito a lavorare  quest'opera. Anzi (non sarà per avventura egli vero, ma mi piace  stimarlo vero) quest'opera mi ha informato d'un certo spirito eroico,  per lo quale non più mi perturba alcuno timore della morte e speri-  mento l’animo non più curante di parlare degli emoli. Finalmente  mi ha fermato, come sopra un’alta adamantina ròcca, il giudizio  di Dio, il quale fa giustizia alle opere d’ ingegno con la stima de’  saggi, i quali, sempre e da per tutto, furono pochissimi » !.    I Lett. del 25 ott. 1725 al p. Giacco, in Vico, L’Autob., il Carteggio  e le poesie varie, ed. Croce-Nicolini. V. nacque il 23 giugno 1668 in uno stambugio sopra la  botteguccia del padre, in via San Biagio dei Librai, n 3I.  Giacché il padre era libraio, figlio d’un contadino di Madda-  loni: modestissimo libraio, sposato a una povera donna,  figliuola, a sua volta, d’un carrozziere. Famiglia numerosa:  otto figli. Ambiente povero, buio, triste: dove, anche senza  la tremenda caduta da una scala per cui il fanciullo set-  tenne si ruppe il cranio e perdette molto sangue ed ebbe  bisogno di tre anni di cure per riaversi — o muore, predi-  ceva il cerusico, o sopravvive idiota! — era impossibile che  non crescesse gracile, malinconico, infermiccio, come restò  tutta la vita. Dal n. 31 il padre si trasferì nel 1685 al n. 23,  di rimpetto al Banco della Pietà !: anche qui bottega e mez-  zanino soprastante. Poca aria e poca luce, e povertà. Quando  perciò il fanciullo a dieci anni poté tornare a scuola, l’anda1e  e il venire erano boccate d’aria vivificanti; quantunque non  ci fossero giuochi né spassi per lui studiosissimo, cresciuto tra  i libri, impaziente della necessaria lentezza e gradualità dello  studiare in comune con coetanei men veloci nell’apprendere.  E per la sua malinconia e precocità, ombroso, puntiglioso.  Abbreviò il corso elementare de’ suoi studî, fin d'allora auto-  didatta; e iscrittosi poi nel Collegio dei Gesuiti (al Gesù Vec-  chio) alla seconda classe di grammatica, se ne ritrasse però  prima della fine dell’anno scolastico per un torto fattogli  dai maestri in una gara in cui aveva vinto i primi della classe.  Si chiuse nella libreria paterna e nel mezzanino di sopra. E  giorno e notte sui libri. Da sé quindi, a furia, compì gli studî  di grammatica e di umanità: tutta la sua istituzione letteraria.  Scoraggiato, per la filosofia, da una astrusissima logica, che  gli era stata consigliata, si svogliò e distrasse. Tentò più tardi  tornare dai Gesuiti; ma quantunque il maestro quivi gli desse    ! Per tutte le abitazioni del V. cfr. Note all’Autobiografia, dove  sono i risultati delle molteplici sagaci esaurienti ricerche del Nicolini.] il gusto d’una metafisica che andò a genio al giovinetto al-  lora forse quindicenne, gli parve che troppo costui andasse per  le lunghe con le sue scolastiche distinzioni e sottodistinzioni;  e si ritrasse pertanto da capo a studio privato, e da sé condusse  a termine, con grande applicazione, il corso di filosofia; dal  quale si accedeva alla Università. In questa, dopo avere fatto  da sé, solo frequentando per un paio di mesi lo studio d’un  canonico vicino di casa, insegnante di diritto di molta fama,  s' immatricolò nel 1688 alla facoltà di Leggi; e vi fu iscritto  per quattro anni. Ma non vi mise mai piede, dividendo il suo  tempo tra gli studî giuridici, i lette1arî e i filosofici, pei quali  allora come sempre qui a Napoli grande era l’ interesse delle  persone colte. Una volta tentò i tribunali, in una causa civile,  in difesa del padre. E la fortuna gli arrise; ma sentì egli che  non era nato per la carriera forense. Accettò l'offerta di re-  carsi a Vatolla, nel Cilento, precettore privato in casa di certi  signori. E lì rinvigorì la salute, che tia gli stenti di Napoli  era minacciata da tisi; e lontano dalle angustie familiari  ebbe per nove anni ozio e serenità d’animo e agio per compiere  il maggior corso, com'’egli più tardi ricordava, de’ suoi studî.    III.    Non aveva peraltro trovato la sua via. Le letture dei libri  recenti di cui nelle sue gite a Napoli si provvedeva, non erano  ordinate. Ma ogni autore metteva in movimento lo spirito  del giovane, lo faceva pensare. E quelle meditazioni assidue  erano più feconde d’ogni più metodica lettura. Ci rimane di  quel tempo una canzone Affetti di un disperato, documento del  pessimismo a cui di tratto in tratto lo spingevano l’ incertezza  dell'avvenire, il pensiero della famiglia lontana miserabile,  e sopra tutto il bisogno inappagato di trovare, in quella sua  indole raccolta e meditabonda, una soluzione a certi problemi  angosciosi. Erano i problemi che letture e forse ricordi di  conversazioni avute a Napoli coi letterati inclini all’ateismo  venuto di moda tra gli spiriti forti, gli avevan fatto intrav-  vedere prima confusamente, poi scorgere in maniera sempre più chiara e paurosa per la sua anima severamente educata  nella fede religiosa e di tempra profondamente mistica. Ma  anche i dubbî, gli errori, che più tardi ricorderà !, degli anni  giovanili, erano pungolo a scrutare più addentro nel proprio  pensiero; finché non gli parve di trovare in Platone e nei Pla-  tonici sopra tutto del Rinascimento italiano il fondamento  speculativo incrollabile alle sue sante credenze.    IV.    Nel settembre 1695, il periodo del ritiro cilentano ebbe  termine; e Vico tornò a Napoli. Aveva ventisette anni; il  padre vecchio; sui fratelli non era da fare assegnamento.  Bisognava provvedere alla famiglia, oltre che alla propria  persona. Ricerca affannosa di un’occupazione stabile, anche  umile. E intanto ripetizioni, anche elementari, mal retribuite  e difficili a trovare. Lavori letterari d'occasione (orazioni,  sonetti, canzoni) procuravano bensì qualche magra soddi-  sfazione alla ambizione del giovane ormai maturo, a cui invano  autorevoli personaggi cercavano onorato collocamento. Un  d'essi non seppe far di meglio che consigliargli di farsi frate.  Nel ’97 chiese la carica di segretario del Municipio, che era  ufficio, allora, da letterato, poiché si carteggiava in lingua  latina. Ma la domanda non fu accolta. Due anni dopo, final-  mente, concorse alla cattedra universitaria di Eloquenza;  e l'ottenne. Lo stipendio però era di 100 ducati l’anno, poco  più di 35 lire al mese, oltre gli emolumenti non cospicui pro-  venienti dai certificati che l'insegnante di quella cattedra  rilasciava per l’immatricolazione degli studenti alle varie  facoltà. E di cento ducati rimase lo stipendio di Vico, finché  nel 1735 una riforma di tutto l’ordinamento universitario    I Lett. al p. Giacco del 12 ottobre 1720. Per questi errori gio-  vanili del V. v. CROCE, La filos. di G. B. V.3, p. 286 e Intr. a FINETTI,  Difesa dell’autorità della S. Scrittura contro G. B. V., Bari, 1936; NI-  COLINI, La giovinezza di G. B. V., Bari, 1932, p. 127; A. Corsano,  Umanesimo e religione in G. B. V., Bari, 1935, pp. 17-22. non glielo raddoppiò; nello stesso anno che il nuovo re Carlo  di Borbone, seguendo il suggerimento del suo cappellano mag-  giore, uomo di larga mente e dottrina, molto benevolo esti-  matore di Vico, lo nominò istoriografo regio con altri cento  ducati di assegno. Ma nel 1735 Vico era già presso che al ter-  mine della sua carriera; e se fin allora, pur tra disagi, rinunzie  e sacrifizi inenarrabili aveva potuto trascinare avanti l’esi-  stenza, s'era dovuto aiutare con i proventi d’uno studio privato  di rettorica, aperto in una sua casetta in Vicolo dei Giganti,  mutata cinque anni dopo in altra alquanto più ampia al largo  dei Gerolamini, dove rimase fino al 1733. Cambiò casa ancora  tre volte; e finalmente nel ’43 andò ad abitare ai Gradini  dei Santi Apostoli, dove morrà nella notte dal 22 al 23 gennaio  dell'anno dopo.   Appena ottenuta la cattedra universitaria, Vico non per-  dette tempo: sposò una povera donna analfabeta e, quel che  è più, inetta al governo della casa; e ne ebbe via via otto  figli, cinque dei quali sopravvissero; e due procurarono al  padre grandi gioie, ma uno altresì dolori acerbissimi. Com’egli  vivesse in mezzo ad essi fanciulli, lo dice egli stesso nell’accenno  che reiteratamente ! fa ne’ suoi scritti al costume suo di medi-  tare e scrivere in mezzo alle conversazioni dei familiari e allo  strepito de’ figliuoli. Altro che la quiete e il silenzio di cui sente  il bisogno ogni scrittore ! Ma la stessa cattedra modesta avuta in sorte gli procurava  almeno una volta l’anno una segnalata soddisfazione; poiché  al professore di Eloquenza spettava di leggere, nel giorno del-  l’ inaugurazione degli studî, un’orazione latina, sopra argo-  mento d’ interesse generale e filosofico, alla presenza di tutti  1 colleghi e degl’illustri personaggi che erano invitati allora  come oggi a tale solenne cerimonia. Vico ne aveva occasione    I Autob.] ad esporre nel latino aureo, di cui la familiarità quotidiana con  gli scrittori classici lo aveva reso maestro, i più alti concetti  che nelle sue meditazioni veniva maturando intorno alla na-  tura dello spirito umano, alla società, a Dio. In nuce oggi  possiamo scorgere in quei concetti quasi tutta la filosofia  posteriore. E Vico doveva in quelle occasioni cominciare ad  assaporare il gusto del pensiero, che, levandosi sovrano sopra  tutte le cose e tutte le idee, acquista la coscienza di non so  che divino, che è la sua forza e la sorgente della sua superiore  certezza. Onde a lui veniva fatto di dire, non potersi il fine  degli studî altrove collocare che nel proposito «di coltivare  una specie di divinità dell'animo nostro ». La sua filosofia  platonizzante lo confermò poi sempre in questa intuizione  della divina essenza delle idee, che l’uomo scopre con la  riflessione dentro il proprio animo, e quindi di questa na-  tura eroica, come già diceva Platone, ossia partecipe del  divino, che è propria dello spirito umano che venga in  possesso della verità. Intuizione, che fu sempre l'’ ispira-  zione più profonda del carattere religioso del suo pen-  siero e di quella lirica commozione che scuote ognora più  vigorosamente la sua filosofia. Scrive infatti vivendo il suo  pensiero come una demoniaca rivelazione interiore, che lo  eleva al di sopra di sé e gli dà quella certezza che il pensiero  umano attribuisce alla mente divina. Comporre quelle orazioni,  leggerle a quegli uditori d’eccezione, in cui si raccoglieva il  fiore dell’ intelligenza e della cultura napoletana, e poi per  giorni e giorni serbare le impressioni provate in quell’ora  solenne, e illudersi magari sul valore degli applausi di cui,  sì sa, raramente l’uditorio è avaro all’oratore che finisce  di parlare, era pure un motivo di compiacimento. In parte  era anche appagamento dell’amor proprio di letterato, a cui  Vico, come i suoi coetanei spasimanti per gli ozî, le parate e i  mutui incensi delle accademie era sensibile (e forse in modo  anche superiore all’ordinario, in ragione del candore dell’uomo  vissuto per lo più fuori del mondo); ma in parte era la gioia  che prova ogni nobile spirito al cospetto della verità o di  quella che innanzi gli splende come tale. Lampi di luce che  rischiaravano a un tratto la penombra faticosa e triste a cui il povero filosofo abitualmente era condannato. Ma l’animo  ne era spinto a innalzarsi dalle miserie della vita quotidiana  al puro cielo dei grandi pensieri luminosi e rinfiancato a du-  rare nella fatica e nella meditazione. Lezioni pazienti e umili,  prosaiche cure domestiche, e letture di grandi scrittori antichi  e moderni che lo traevano in su, alle cose serene e immortali.  Quelle orazioni, salvo qualche riecheggiamento di filosofia  cartesiana, allora diffusa a Napoli come l’ultimo figurino di  Francia, si aggirano tra le idee platoniche. Ondeggiano pertanto  tra la raffigurazione di un divino mondo trascendente, di là  da questo della vita nostra mista di luce e di tenebre, di do-  lori e di gioie, di essere e di non essere, e un acuto senso del-  l’unità profonda del divino e dell'umano, e però della grandezza  e potenza creatrice dell’uomo considerato in quella sua spi-  rituale essenza, dove l’alta vena del divino preme a scorgere  l’uomo alla cognizione del vero e alla volontà del bene e ad  ogni arte che conferisce ai mortali il dominio delle loro passioni  e delle forze stesse della natura.    VI.    Ma cogli anni l’orizzonte di Vico si allargava e arricchiva.  Leggeva Bacone, che con la sua critica dell’antico sapere,  fondato su presupposti razionali e costruito per deduzione  raziocinativa, col suo vigoroso appello all’esperienza, al parti-  colare, al mondo che non è nel pensiero, ma di fronte ad esso,  non conosciuto a priori, ma da conoscere, da studiar sempre  perché non mai abbastanza conosciuto, con l’alto suo grido  dell’ instauratio magna ab imis fundamentis a cui la scienza  moderna doveva accingersi, gli aprì quasi gli occhi ad una  seconda vista. Cogttata et visa (titolo di uno scritto baconiano)  divenne uno de’ motti prediletti di Vico. Pensare, analizzare  i pensieri, criticare le opinioni ricevute nell’animo, sì; ma prima  vedere, percepire, aprire l’animo al nuovo, con cui la vigile  esperienza ad ora ad ora lo investe, lo scuote, lo trasforma.  Cartesio a lui platonico aveva già mostrato chiaramente il  carattere tutto moderno di quel pensiero a cui il filosofo francese richiamava; e che non era più pensiero in sé, la verità  divina a cui lo spirito umano aspira, ma il pensare dell’uomo  che ha coscienza di sé, del fatto in cui esso consiste. Fatto  umano, ma certo. Coscienza, non propriamente scienza. Fatto  che è lì nello spirito umano, nella coscienza che questo ha di  sé; non più. Ma, come tal fatto, investito d’un valore che è  discutibile che possa attribuirsi alla verità, quale il pensiero,  analizzando e deducendo, ce la pone innanzi. Si tratta di  quel valore di certezza, che è il primo postulato del pensiero  moderno, stanco d'ogni dommatismo e di ogni affermazione,  per logica che sia, della quale naturalmente si possa dubitare.  Altro il vero, altro il certo. E la sete di certezza, ossia di una  verità che non sia passivamente ricevuta, ma acquistata come  la verità che consti, e sia nostra verità, della quale non si  possa dubitare senza rinunziare al pensare, e che perciò regga  a ogni critica, e sia da accogliere non perché si abbia la for-  tuna o sfortuna di appartenere a una chiesa, a una scuola,  a una gente, ma perché si è uomini dotati di ragione; questa è  l’ inquietudine salutare che muove il pensiero moderno:  nella filosofia, come nella religione, nella politica e in ogni  forma della cultura. Inquietudine non di spiriti scettici, ras-  segnati alla propria ignoranza, anzi di spiriti positivi, costrut-  tori, che han bisogno di possedere saldamente la realtà.   E questa inquietudine riempie l’animo di Vico quando  nel 1708, riprendendo l’abitudine da un biennio intermessa  delle orazioni inaugurali, scrisse il discorso De nostri temporis  studiorum ratione, pubblicato con aggiunte l’anno dopo. È  una polemica contro l’ imperante cartesianismo, contro quel  filosofare superbo, sprezzante di ogni erudizione storica od  esperienza o poesia, o forma, in genere, della vita spirituale  che non sia puro pensiero o astratta ragione: filosofare sordo  alla storia, alla vita sociale, ai sensi, alle passioni, d’un astratto  spirito tutto ragione, senza né memoria, né fantasia, né per-  cezione sensibile, chiuso in sé e lavorante nel vuoto. Rivendi-  cazione quindi del concreto, del particolare, dello storicamente  determinato; di quello che non si deduce, ma si apprende,  direttamente, materia di «topica», come Vico ama dire nel  linguaggio della retorica tradizionale, prima che di « critica». Filologia, non filosofia. Ma affermazione insieme della neces-  sità della critica, della filosofia a complemento e intelligenza  d'ogni sapore filologico o comunque di fatto. Certo e insieme  vero.    VII.    Su questo punto si concentrò l’attenzione del filosofo, che  l’anno appresso si trovava ad aver delineato nella mente tutto  un sistema di filosofia, di cui pubblicò nel 1710 la prima parte  contenente la metafisica; tre anni dopo abbozzò, in un opu-  scolo, stampato postumo verso la fine del secolo in una rivista  napoletana finora irreperibile, la parte seconda relativa alla  fisica; e tralasciò la terza, la morale, poiché la materia di essa  venne assorbita nelle maggiori opere posteriori. Questo De  antiquissima Italorum sapientia diede fama all'autore, facen-  dolo conoscere fuori di Napoli, specialmente per l’ impor-  tante polemica che ne seguì tra gli scrittori del Giornale de’  Letterati d' Italia, che si pubblicava a Venezia, e Vico. Ma  quel che attrasse l’attenzione fu piuttosto la cornice che il  quadro: non la dottrina espostavi, in cui era l'originalità e  l’importanza storica, notevolissima, dell’operetta, ma l’ ipo-  tesì artificiosa e falsa con cui questa dottrina era presentata  come dottrina antichissima degli Italiani, attestata dalle eti-  mologie di alcune voci della lingua latina interpretate col  metodo arbitrario usato da Platone nel Cratilo. Ipotesi di  cui il primo a fare più tardi la critica perentoria sarà esso  Vico, quando dimostrerà l’assurdo dei dotti, che da Platone  in poli avevano attribuito ai primitivi una sapienza riposta,  ossia una vera e propria filosofia. Ma la cornice, come accade,  compromise il quadro, poiché gli uomini guardano più alla  forma che alla sostanza; e la sostanza, che era una scoperta  da fare epoca, passò inosservata. Era la soluzione del problema  della moderna filosofia, dell’unità, come dirà Vico stesso,  del vero col certo, del pensiero con l’esperienza, delle idee  con i fatti, o, secondo una formula prediletta da Vico, della  filosofia con la filologia. Giacché in questa prima parte del De antiquissima il Vico premetteva alla stringata esposizione  della sua metafisica — una sorta di dinamismo spiritualistico  analogo alla contemporanea monadologia leibniziana, che ben  servirà di sfondo alla filosofia che Vico svolgerà poi nella  Scienza Nuova — un cenno di teoria del conoscere che ha una  strana somiglianza, pur essendone differentissima, con la cele-  berrima teoria che sarebbe stata esposta settant'anni dopo da  Kant nella Critica della ragion pura. Dove tutti gli storici  della filosofia asseriscono aver ricevuto del pari soddisfazione,  ed essere stati quindi conciliati, gli opposti indirizzi filosofici  precedenti dell’età moderna: quello empiristico che comincia  con Bacone e giunge allo scetticismo di D. Hume e quello  razionalistico che da Cartesio arriva alla metafisica di Leib-  niz. Ma la conciliazione era stata fatta qui a Napoli settant'anni  prima in questo modestissimo libricciolo vichiano con la teoria  fermata in un motto di conio scolastico diventato poi quasi  proverbiale: verum et factum convertuntur; ossia, il vero con-  siste nel fatto, poiché chi sa è chi fa, e della natura non fatta  da noi, noi non possiamo osservare perciò e conoscere se non le  apparenze, o i fenomeni, come aveva pur detto Galileo; e del  perché, della essenza dell’operare che a noi si manifesta in  forme fenomeniche, non ci è dato fare altro che una scienza  per congettura, probabile e soddisfacente per la ragione,  ma priva di quella certezza, che è carattere specifico del sapere  scientifico. Con certezza noi possiamo sapere quel tanto di cui  noi siamo autori. Poco, secondo le prime riflessioni suggerite  a Vico dalla sua scoperta: ossia le grandezze matematiche,  che sono innanzi a noi ed esistono, in quanto noi le costruiamo  (numerando o tracciando triangoli e quadrati). Così anche  per Vico in questa prima forma della sua gnoseologia, le mate-  matiche, come per Galileo e per la massima parte dei pensatori  contemporanei, rimangono il tipo della scienza perfetta.  Non impoita per altro qui vedere quali scienze Vico conceda  alla mente umana; importa invece il carattere che egli attribui-  sce alla scienza: questo carattere costruttivo della realtà  che ne è l'oggetto. Concetto che evidentemente nega la preesi-  stenza dell’oggetto alla mente che lo conosce, e conferisce  a questa un’attività creatrice di quel mondo che essa è in grado di conoscere; sicché la certezza del fatto viene a coinci-  dere con questa intimità della mente al mondo di cui è ar-  tefice. È la certezza del poeta che è il creatore de’ suoi fantasmi,  come Dio crea gli uomini vivi; ed è perciò dentro di essi, e ne  conosce tutti i segreti. La verità è, sì, pensiero (evidenza  delle idee alla mente), come voleva Cartesio; ma il pensiero  non è spettatore di quel che si rappresenta, bensì produttore.  Il fatto di cui perciò siamo certi, non è quello di cui siamo te-  stimoni; ma quello invece di cui noi siamo gli attori (costruen-  dolo o ricostruendolo).   Si vedrà poi se noi siamo costruttori e creatori di astratti  numeri e di astratte entità geometriche, o di qualche cosa  di più saldo e reale; e cioè di quanto il nostro potere s’asso-  miglia a quello che attribuiamo a Dio. Intanto la via è aperta.  E Vico procederà.    VIII.    Procederà speculando, chiuso nel suo cervello, anche nei  colloqui amichevoli e tra gli strepiti domestici. I coetanei non  sospetteranno questo nuovo mondo che egli viene tentando  e scrutando con trepidazione. Quelle sue pretese etimologie  delle parole più filosofiche della lingua latina lo avevan fatto  apparire agli occhi dei letterati piuttosto un pedante che un  pensatore: lo avevan screditato cervello balzano e incline ad  abusare della dottrina, anziché dimostrare l’elevatezza ecce-  zionale del suo ingegno filosofico.   Un lavoro storico scritto tra il 1714 e il '16 per commis-  sione, la Vita di Antonio Carafa, gli diede occasione di leg-  gere il De iure belli et pacis di Ugo Grozio; e questo poi gli  fece cercare gli altri autori famosi di diritto naturale, Giovanni  Selden e Samuele Pufendorf; e gli spiegò innanzi al pensiero  più vasto e concreto orizzonte che non fosse quello degli astratti  concetti ricavabili o no da poche etimologie latine: il mondo  della storia al suo primo uscire dalla barbarie alla civiltà  mediante il formarsi del diritto. Tutta una storia da rico-  struire solo in piccola parte filologicamente, e nel suo complesso invece per congetture e argomenti di ragione appoggiata a  considerazioni filosofiche intorno alla natura umana. Il pro-  blema dell’origine storica e ideale del diritto gli si affacciò  subito come il problema dell’origine e della natura dell’uma-  nità, o della civiltà (poesia e religione, istituzioni sociali e  giuridiche, scienze e filosofia): tutto l'insieme delle cose umane,  dipendenti comunque dalla volontà o dalla intelligenza del-  l’uomo: quello che più tardi Vico stesso dirà « mondo delle  nazioni ». Problema di preistoria, che era poi un problema  di storia, ma sopra tutto un problema di filosofia. Poiché le  origini non si prestavano a essere ricostruite e interpretate  se non al lume della stessa natura operante nel processo storico  del diritto e in genere della civiltà; e quindi in base al concetto  di questa natura onde si rende intelligibile ogni punto del  processo storico. Il grande posto che occupava nella cultura  e nell'ordinamento universitario il Diritto romano veniva per  tal via ad illuminarsi agli occhi del Vico di nuova luce. Quelle  antiche fonti della giurisprudenza romana, che agli occhi  suoi erano state fin allora argomento di osservazioni filologiche,  a un tratto si innalzarono a sorgenti della più veneranda  sapienza; le parole diventarono cose, la filologia si trasfigurò  in filosofia.   Donde una più intensa applicazione del Vico al diritto.  Quindi l’idea di non più tentate ricostruzioni del diritto ro-  mano e di tutta la storia che nel diritto converge; e nel 1720-2I  la pubblicazione del Diritto Universale, ossia di due volumi,  uno De universi juris uno principio et fine uno e l’altro De  constantia iurisprudentis, preceduti nel 1719 dalla Sinopsti  del diritto universale (foglio volante che anticipava l’ idea  dell’opera) e seguito nel ’22 dalle Notae, contenenti aggiunte  e correzioni. Quindi la speranza per qualche anno accarez-  zata e finita nella dolorosissima delusione che s'è veduta,  di poter aspirare alla grande cattedra mattutina di Jus ci-  vile (che gli avrebbe sestuplicato il troppo magro stipendio).  Ma, sopra tutto, il primo scontro, per così dire, in campo  aperto, di Vico, studioso, filosofo, scopritore di nuove idee e  grande riformatore della scienza del suo tempo, coi rappresentanti di questa, che erano poi gli uomini con cui egli do-  veva vivere e fare 1 conti.    IX.    Il largo giro delle questioni abbracciate nel Diritto Univer-  sale, non pure giuridiche e filosofiche, ma religiose, storiche  e letterarie, interessanti ogni genere di studiosi di scienze  morali, e l'originalità delle tesi che in ogni campo l’autore vi  propugnava, in un primo abbozzo di quella che pochi anni  dopo sarà la Scienza Nuova (pubblicata dall'autore la prima  volta nel '25, la seconda nel ’30 e l’ultima nel ’44) non po-  teva non mettere in qualche modo il campo a rumore. Ma la  sorte del Diritto Universale fu subito quella che sarà più tardi  la sorte dell’opera maggiore e più matura. La forma del pen-  siero vichiano era così paradossale e, in apparenza, così inten-  zionalmente rivoluzionaria rispetto alle opinioni tradizionali,  così ostentata, col solito candore del filosofo, la propria ori-  ginalità, così frammentarie e affrettate le prove filologiche  dove ne occorressero, così pregnanti e sommarie quelle filoso-  fiche a cui più spesso si faceva ricorso, così rapida e pure  involuta e contorta l'andatura del pensatore, tutto rapito  nella gioia delle sue intuizioni e nulla curante del pubblico  a cui pur s' indirizzava, da procurare al Vico la taccia di oscu-  rità, che pesò a lungo, in vita e dopo, sulla opinione che si  ebbe di lui e impedì l’ intelligenza e la fortuna del suo pensiero,  e gli diede mala voce tra i contemporanei. Gli venne la fama  di spirito malinconico, bizzarro, senza criterio, privo di buon  senso, stravagante, cervello imbrogliato e fantastico; e anche  peggio. Amici, o malevoli, tutti celieranno sulla oscurità  del filosofo. Era ripreso comunemente per oscuretto, scrisse  con la sua mite bonomia il Metastasio. L’acre Giannone dava  ragione a quel dotto napoletano che si stomacava « in vedere  che i compilatori degli Att# di Lipsia tanto si travagliano  per intendere le fantastiche ed impercettibili idee del Vico,  quando, per non torcersi il cervello, non dovrebbero nemmeno  fiutare i suoi librettini »; e quando vide l’autobiografia vichiana, non si peritò di battezzarla «la cosa più sciapita e trasonica  insieme che si potesse mai leggere ». Di certe composizioni  letterarie del filosofo, come di quell’orazione che egli scrisse  con magnificenza di stile per la morte d’una culta gentildonna,  che lo aveva degnato della sua benevola amicizia, Angiola  Cimini marchesana della Petrella, si rideva; e un letterato  di buon umore ne fece strazio in una satira bernesca, che  girò per Napoli manoscritta, rappresentando il filosofo maestro  di scuola. Vico stranulato e smunto  Colla ferola in mano e ’l Passerazio    (che era un commentario ai poeti elegiaci romani). Della  orazione per un’altra dama, che il Vico stesso mostrava a un  letterato senese venuto a fargli visita nel 1726, questi scriveva  a un amico le stranezze notatevi, aggiungendo: « Il bello che  vi ha in questo discorso è che nella prima sola facciata vi  sono due periodi, nel primo dei quali tra ’1 nome agente ed  il verbo ci corrono undici versi e nel secondo quattordici ».  Il lucchese Sebastiano Paoli, sopra un esemplare della Scienza  Nuova inviatogli dall'autore annotò un suo distico:    Culpa mea est, solus si non capio tua dicta;  Culpa tua est, nemo si tua dicta capit.    E certamente era in buona parte colpa del Vico se nessuno,  proprio nessuno, lo capiva. Vero quello che egli sentenzia in  una sua bellissima lettera del ’29, quasi a propria discolpa:  «So bene che ’1 comune degli uomini è tutto memoria e fan-  tasia: e perciò hanno sparlato tanto della Nuova scienza,  perché quella rovescia tutto ciò che essi con errore si ricor-  davano e si avevano immaginato de’ principî di tutta la divina  ed umana erudizione. Pochissimi sono mente » 1. Vero altresì  quel che egli dice nella stessa lettera e altrove della cultura  contemporanea, tutta dietro ai metodi, per se stessi vuoti    I Autob.] e infecondi, e all’analisi laddove l’ ingegno è sintesi, e alla  critica, che genera lo scetticismo, sempre a caccia del facile,  del chiaro, ignorando che «la facilità così fiacca ed avvelena  gl’ ingegni siccome la difficoltà gl’ invigorisce ed avviva »;  e quel correr dietro ai compendî, ai manuali, ai dizionari, che  sono il cimitero delle scienze. Tutto verissimo; ma restava che  egli, fisso nelle idee che sgorgavano con vena abbondante e  impetuosa dalla sua potente ispirazione, ne era trascinato  come da un estro, da un furore eroico, e non sentiva più il  freno dell’arte; non era più in grado di mettersi avanti il  suo pensiero per introdurvi quell’ordine, che si richiede a  dare unità così a un periodo, come ad un libro o a tutto un  sistema di idee. Ma coloro che favoleggiano di tragedia vichiana,  di una lotta trilustre incessante del Vico con la sua materia,  ribelle ad ogni regola, ad ogni lavoro che la riducesse a lucidus  ordo, a forma efficace e persuasiva, e la rendesse prima di tutto  ben chiara e distinta allo stesso Vico, non distinguono in questa  famosa questione della oscurità di Vico due cose differentis-  sime. C'è l'oscurità oggettiva, per dir così, e c’ è l'oscurità  soggettiva. L'una propria del pensiero non logicamente con-  figurato, quale dev’essere perché possa valere in sé, essere  comunicato altrui ed inteso da chi ascolta come da chi parla,  da chi legge come da chi scrive. L’altra è l’oscurità sentita  dallo stesso autore, che vede e non vede, ma sospetta le la-  cune che non sa colmare nel suo pensiero, e non possiede  insomma la verità che gli brilla da lungi davanti, che egli  si sforza di raggiungere ma non vi riesce. La proclamazione  frequente che s’ incontra in Vico delle proprie scoperte di-  mostra una coscienza fermissima d’essere in possesso del vero;  e lo stesso stile poetico, tutto fantasia corpulenta ed espres-  sioni scultoree che si scolpiscono infatti nella fantasia del  lettore e non si dimenticano più, sprezzante di ogni cura dida-  scalica, tutto vibrante di passione e infuso di trionfante elo-  quenza che si spande con l’empito d’una forza di natura —  tutte qualità che sono caratteristiche della prosa vichiana e  ne costituiscono la grande attrattiva, e stavo per dire l’ incan-  to — dimostrano che egli è convinto bensì di trattare cose  molto difficili, e che richiedono lunga e aspra meditazione ad essere intese; ma è convinto altresì che gli altri, per difetto  loro, trovano oscuro quel che splende alla sua mente di luce  abbagliante. Non è un maestro esemplare perché, sotto la  spinta del dèmone che lo possiede, non pensa più agli scolari  che stanno ad ascoltarlo; e si chiude in un soliloquio, che non  deve servire se non per lui stesso. Così, perché il Vico si affida  sempre alla memoria, che troppo spesso l’ inganna e lascia  correre ne’ suoi libri tante citazioni sbagliate ? Perché non  s' è presa la cura di controllare i ricordi delle sue letture e  magari corredare le sue affermazioni con note esatte che  confortassero e alutassero il lettore al riscontro delle fonti  di cui egli si serviva ? È lo stesso motivo che fa sdegnare a  ogni schietto poeta il commento della sua poesia, quantunque  un buon commento storico e filologico riesca sempre utilissimo  alla piena intelligenza del lavoro poetico. Ma il poeta, in quanto  tale, è assorto in un suo mondo, dove non sono né lettori né  ascoltatori: ed è solo, l’unico, infinito, come Dio. Vico, quan-  tunque sia tornato nove o dieci volte sul tema suo dal primo  abbozzo del Diritto Universale all'ultima forma della Scienza  Nuova e fino all’estremo della vita, si può dire, abbia sempre  tenuto presente l’opera sua, postillando, aggiungendo, correg-  gendo, in essa, sottraendosi alle angustie della vita terrena,  domestica e sociale, fu assorto, felice. E in quel continuo  sforzo di revisione e ritocco è l’artista che accarezza la sua  creatura, e rinnova il calore e il dolce gusto della creazione.   Bisogna sentire questo calore, questo vigore poetico dello  scrittore per rendersi conto di siffatti caratteri dello stesso  pensiero vichiano. Mi permetterò quindi di leggere una pa-  gina presa a caso dalla seconda Scienza Nuova; una pagina  dove si assiste al primo apparire dei sensi di umanità tra gli  uomini, ancora fieri bestioni:    Con tali nature [ossia, con nature di fanciulli pronti a crear  le cose con la fantasia] si dovettero ritruovar i primi autori del-  l'umanità gentilesca quando — dugento anni dopo il diluvio per  lo resto del mondo e cento nella Mesopotamia.... (perché tanto di  tempo v’abbisognò per ridursi la terra nello stato che, disseccata  dall’umidore dell’universale innondazione, mandasse esalazioni  secche, o sieno materie ignite, nell’aria ad ingenerarvisi i fulmini) il cielo finalmente folgorò, tuonò con folgori e tuoni spavento-  sissimi, come dovett’avvenire per introdursi nell’aria la prima volta  un’ impressione sì violenta. Quivi pochi giganti, che dovetter  esser gli più robusti, ch’erano dispersi per gli boschi sull’alture  de’ monti, siccome le fiere più robuste ivi hanno i loro covili, eglino,  spaventati ed attoniti dal grand’effetto di che non sapevano la  cagione, alzarono gli occhi ed avvertirono il cielo. E perché in  tal caso la natura della mente umana porta ch’ella attribuisca  all’effetto la sua natura.... e la natura loro era in tale stato, d’uomini  tutti robuste forze di corpo, che, urlando, brontolando, spiega-  vano le loro violentissime passioni; si finsero il cielo esser un  gran corpo animato, che per tal aspetto chiamarono Giove, il  primo dio delle genti dette maggiori, che col fischio de’ fulmini  e col fragore de’ tuoni volesse loro dir qualche cosa....    In tal guisa i primi poeti teologi si finsero la prima favola divina,  la più grande di quante mai se ne finsero appresso, cioè Giove,  re e padre degli uomini e degli dèi, ed in atto di fulminante; si  popolare, perturbante ed insegnativa, ch’essi stessi che sel finsero,  sel credettero, e con ispaventose religioni il temettero, il riverirono  e l’osservarono ! AI centro del quadro, dunque, la religione. Essa crea e man-  tiene, secondo Vico, la civiltà, stringe gli uomini a una legge, è  fondamento e forza dello Stato, perché primo principio e  radice di tutta la vita dello spirito. Il quale con l’idea, 10zza  da principio e tutta materiale, d'un Dio che vede l’uomo,  gli parla e può correggerlo con la sua forza strapotente, dà  inizio alla sua vita e dispiega i germi segreti che sono nella sua  natura, passando dalla venere vaga al matrimonio e ai primi  nuclei sociali, dal nomadismo errabondo alle sedi fisse, al-  l'occupazione della terra, all'agricoltura, e a tutte le forme  della vita civile. E quando le società decadono, dalla religione  debbono rifarsi, e però da quello stato tutto fantasia in cui  l’uomo crea la sua fede e ne è investito, sorretto, animato,    1 S. N. 1744 ed. Nicolini (Bari, Laterza, 1928) capoverso 377.  e irrompe perciò nella più potente poesia, tutta passione  ed estro.   Ma la religione di Vico scopritore della scienza nuova non  è propriamente quella di Vico cattolico sincero e fervente:  non è quella che interviene dall’alto nella vita umana natu-  rale per salvarla con una forza superiore di cui l’uomo non  potrebbe venire mai in possesso da se medesimo. Egli distin-  gue infatti il popolo eletto, privilegiato della grazia divina,  dalle nazioni gentili, o « tutte perdute » 1, come dice una volta;  la cui storia si propone di spiegare con rigoroso senso  scientifico per vie affatto naturali; in quanto ogni uomo,  come uomo, è creatore del suo mondo. E la nuova scienza è  appunto quella del mondo umano storico, che, a differenza  del mondo naturale, è conoscibile perché prodotto della mente  umana, e intelligibile secondo la logica di questa mente;  e dà luogo perciò a questa nuova scienza che non è, come una  volta si diceva, la filosofia della storia, ma, al dire dello stesso  Vico, la « metafisica della mente » 2. E questa non può ammet-  tere, per la sua natura filosofica, presupposto di sorta; neanche  religioso. Come Cartesio partiva dal dubbio universale (de  omnibus dubitandum) per assistere allo svolgimento di una  scienza che potesse dedursi da un principio certo, Vico a  capo della sua ricerca insiste sulla necessità di vestire per al-  quanto, non senza una vtolentissima forza, la natura degli  uomini primitivi che andarono tratto tratto a disimparare la  lingua d’Adamo, e, senza lingua e non con altre idee che di  soddisfare alla fame, alla sete e al fomento della libidine, giun-  sero a stordire ogni senso d’umanittà 3. Perciò, «ridurci in  uno stato di una somma ignoranza di tutta l’umana e divina  erudizione.... poiché in cotal lunga e densa notte di tenebre  quest’una sola luce barluma: che ’1 mondo delle gentili nazioni  egli è stato pur certamente fatto dagli uomini». In mezzo  a un oceano di dubbiezze su queste remote origini dell'umanità,    I S. N. ed. Nic. cv. 47.   ? S. N.! ed. Nic. cv. 40 e passim. Questa metafisica è filosofia del-  l’Umanità «per la serie delle cagioni »; filosofia dell’Autorità o storia  universale delle nazioni « per lo séguito degli effetti ». S. N.! cv. 399, 520.   3 S. NI ed. Nic. cv. cit. non ricorrere alla rivelazione (domma sacrosanto della nostra  fede, ma pel quale non est hic locus) « appare questa sola  picciola terra dove si possa fermare il piede: che i di lui prin-  cipii sì debbono ritruovare dentro la natura della nostra  mente umana e nella forza del nostro intendere » 1. Infatti  quella Provvidenza che per Vico illumina la mente dell’uomo,  genera il conato ? della sua volontà, promuove il libero vo-  lere a operare in quel modo per cui si viene a grado a grado  tessendo questa tela del mondo delle nazioni, tutto provvi-  denziale, logico, indirizzato al dispiegarsi dell’umana natura  ossia all’arricchimento progressivo dell'umanità di questo  mondo, non è la Provvidenza trascendente o soprannaturale,  che faccia agire gli uomini quasi inconsapevoli strumenti di  fini superiori. L'uomo ha libero arbitrio, osserva Vico, per  quanto debole; arbitrio di fare delle passioni virtù; arbitrio  «che da Dio è aiutato naturalmente con la divina provvi-  denza, e soprannaturalmente dalla divina giazia ».   Questo aluto soprannaturale della grazia Vico non nega;  è ben lontano dal dubitarne; ma non entra nel suo quadro,  dove campeggia l’azione naturale della Provvidenza. Essa  è l’architetta di questo mondo delle nazioni. E perché ? Perché,  nota Vico, « non possono gli uomini in umana società conve-  nire, se non convengono in un senso umano che vi sia una  divinità la quale vede nel fondo del cuor degli uomini » 3.  È questo senso umano, che fa il miracolo: quello che Vico    I Da tener presente il classico luogo della seconda Scienza Nuova:  « Ma, in tal densa notte di tenebre ond’ è coverta la prima da noi lon-  tanissima antichità, apparisce questo lume eterno, che non tramonta,  di questa verità, la quale non si può a patto alcuno chiamar in dub-  bio: che questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini,  onde se ne possono, perché se ne debbono ritruovare i principî dentro  le modificazioni della nostra medesima mente umana. Lo che, a chiunque  vi rifletta, dee recar maraviglia come tutti i filosofi seriosamente si  studiarono di conseguire la scienza di questo mondo naturale, del quale,  perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e trascurarono di  meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo civile, del quale,  perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la scienza  gli uomini » (S. N. 1744 ed. Nic. cv. 331).   2 Sul conato, che è libertà v. S. N. 1744 cv. 340; cfr. cv. 504, 689.   3 S. NU ed. Nic. cv. 45. dice senso comune, anch'esso definito da lui « fabbro di questo  mondo delle nazioni»: quello che a tutti i più antichi sa-  pienti delle nazioni gentili fa temere spaventosamente gli déi  ch'essi stessi si avevano finti. E coincide perciò come « unità  della religione d’una divinità provvedente» con l’ «unità  dello spirito, che informa e dà vita a questo mondo di na-  zioni » 1, Questa Provvidenza è anche platonicamente definita  «una mente eterna ed infinita, che penetra tutto e presentisce  tutto, la quale.... ciò che gli uomini o popoli particolari ordi-  nano a’ particolari loro fini, per gli quali.... essi anderebbero  a perdersi,... fuori e bene spesso contro ogni loro proposito,  dispone a un fine universale » 2. Opera essa «con la regola  della sapienza volgare, la quale è un senso comune di ciascun  popolo o nazione, che regola la nostra vita socievole in tutte  le nostre umane azioni così che facciano acconcezza in ciò  che ne sentono comunemente tutti di quel popolo o nazione ».  Ogni nazione ha il suo senso comune; ma tutti i sensi co-  muni convengono e concorrono nella «sapienza del genere  umano » 3.   Giacché questo senso comune che fa tutto, non va con-  fuso con lo spirito individuale del singolo uomo. Opera tante  volte attraverso il singolo, come s'è visto, contro il propo-  sito e l’ intendimento di lui. «Perché pur gli uomini», conferma  Vico a conclusione della sua opera nell’edizione definitiva,  «hanno essi fatto questo mondo di nazioni...: ma egli è questo  mondo, senza dubbio uscito da una mente spesso diversa ed  alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini par-  ticolari ch’essi uomini si avevan proposti; quelli fini ristretti,  fatti mezzi per servire a fini più ampi, gli ha sempre adoperati  per conservare l’umana generazione in questa terra. Imper-  ciocché vogliono gli uomini usar la libidine bestiale e disper-  dere i loro parti, e ne fanno la castità de’ matrimoni, onde  surgono le famiglie; vogliono i padri esercitare smoderata-  mente gl’ imperi paterni sopra i clienti, e gli assoggettiscono    I S. N. 1744 ed. Nic. cv. 9I6 e 915.  2 S. N.! ed. Nic.] agl’ imperi civili, onde surgono le città; vogliono gli ordini  regnanti ne’ nobili abusare la libertà signorile sopra i plebei,  e vanno in servitù delle leggi, che fanno la libertà popolare;  vogliono i popoli liberi sciogliersi dal freno delle lor leggi, e  vanno nella soggezion de monarchi; vogliono i monarchi in  tutti i vizi della dissolutezza, che gli assicuri, invilire i loro  sudditi, e gli dispongono a sopportare la schiavitù di nazioni  più forti; vogliono le nazioni disperdere se medesime, e vanno  a salvarne gli avanzi dentro le solitudini, donde, qual fenice,  nuovamente risurgono ». Ebbene: « Questo che fece tutto ciò,  fu pur mente, perché ’1 fecero gli uomini con intelligenza;  non fu fato, perché ’1 fecero con elezione; non caso, perché  con perpetuità, sempre così faccendo, escono nelle medesime  cose » !.   La storia è prodotto della libertà dello spirito; il quale  ha la sua logica universale, divina, provvidenziale, consi-  stente nella legge dello stesso sviluppo spirituale. Questo attra-  versa tre gradi: senso, ancora inconsapevole; avvertimento  di questo senso; ragione o « mente tutta spiegata ». E tutta  la storia con ritmo costante passa eternamente per tre stati,  divino, eroico ed umano, correndo e ricorrendo questo libero  processo dello spirito, e informando a volta a volta tutte le  forme della propria vita alla legge del grado di sviluppo in cui  lo spirito viene a trovarsi: ora vedendo da per tutto la divinità  e tutto attribuendo alla sua forza eccedente ogni umano po-  tere; ora sentendo in sé la divina natura e fidando nell’ invitta  forza del proprio eroico volere; ora riconoscendo l'universalità  della natura umana e placando perciò l’ impeto e la fierezza  del più forte per piegarlo al diritto della ragione eguale per  tutti. Dalla religione e quindi dalla poesia alla scienza, alla  filosofia, alla riflessione che doma il costume violento e la  forza immoderata della giovinezza, e la raggentilisce. Ma pur  finisce per fiaccare la fibra vigorosa che è necessaria alla sanità  degl’ individui e delle nazioni. Onde queste decadono, ma per  risorgere, poiché la dissoluzione della civiltà, che si è tutta  piegata nella struttura giuridica e morale dello Stato, è ri-    I S. N. 1744, ed. Nic.] torno alla barbarie primitiva; ossia al provvidenziale prin-  cipio da cui la civiltà trae la sua origine. L'uomo infatti allo  stato primitivo non è cosa inerte che debba essere messa in  moto da una forza estranea; ha in sé, nei semt eterni di vero  che, secondo Vico, giacciono sepolti in noi, in quella sorta  di mens anim di cui parlavano i Latini , il principio del  movimento. Lo spirito è autonomo, non aspetta né prende  nulla da fuori: né arte né scienza né leggi né 1eligione. Uno  dei corollari più celebri di questa dottrina, la negazione vi-  chiana della origine greca delle Leggi delle XII tavole.   E la legge dei corsi e ricorsi, per cui le nazioni risorgono  tornando ai principii, se giova a spiegare il Medio Evo come  una barbarie ricorsa dopo la decadenza del mondo classico  e a scoprire la sorgente della civiltà moderna; se ci fa inten-  dere la grandezza di Dante — che per il primo Vico giudica,  con altezza di criterio estetico, come un nuovo Omero, «il  toscano Omero » 3 — è pure e prima di tutto la legge eterna  della mente umana. La quale non aspetta secoli e millennii  per tornare ai suoi principii. Torna e ritorna con eterno moto  circolare in ogni ideale momento della sua vita. È il ritmo  della sua costante, immanente natura. Giacché se può dirsi  che l’ individuo abbia, nel corso irreversibile della sua vita  naturale, come tre età distinte e successive, una fanciullezza  divina e tutta poetica, una giovinezza eroica e una maturità  fatta di riflessione, la vita tutta dello spirito si mantiene  per uno sviluppo che è acquisto di forme nuove e conserva-  zione delle precedenti. L’uomo sano, finché non infermi e  discenda per la china degli anni, non perde né la divina in-  genua fanciullezza, né l’eroica animosa giovinezza dello spirito.  Soltanto così è possibile la poesia dell’artista provetto, e l’ope-  rare risoluto e magnanimo dell’uomo esperto delle leggi della  vita. E ben fa ogni uomo anche avanti negli anni a invocare  la divina giovinezza che torni a rinsaldare il suo braccio e    I S. N. ed. Nic. cv. 49.   2 S. N. 1744, ed. Nic., cv. 696.   3 S. N. 1744, ed. Nic. cv. 786. Cfr. S.N. cv. 312; Lett. 26 dic. 1725,  in Autob., p. 195; e il Giudizio sopra Dante, in Opere ed. Ferrari.] a fermare il suo cuore; anzi a tener vivo nel suo segreto il  fanciullino pascoliano, senza di cui la stessa natura s’ inaridisce  e il mondo, spopolato dei nostri fantasmi, diviene un deserto.  Vico non attribuì mai a’ suoi corsi e ricorsi quella rigidità  meccanica, che altri ha creduto.   Quanta luce egli con tal suo concetto dello spirito umano  e della storia in cui questo si specchia abbia gettato sul mondo  dell’arte, sulla morale, sul diritto; quante intuizioni felici e  divinatrici abbia quindi avute nell’ interpretazione e ricostru-  zione dei tempi oscuri e favolosi, segnatamente per i primi  secoli della storia romana, anticipando Niebuhr e Mommsen,  ancorché costoro abbiano preferito tacere e misconoscere il  precursore geniale; come egli abbia creato del pari la moderna  critica omerica, non è possibile dire con la necessaria chiarezza  in quest'ora. Né v’ è modo qui di illustrare il carattere prero-  mantico del pensiero vichiano, cioè il suo antirazionalismo  e la sua accentuazione dei momenti prelogici dello spirito:  nonché il suo profondo concetto della storicità della realtà  spirituale che si fa gradualmente quello che è, senza salti né  arbitrii. Onde è stato detto che tutto il secolo decimonono  è già nella Scienza Nuova.   Certo, essa fu il libro oscuro, ma singolarmente suggestivo,  che i patrioti napoletani del ’99 studiarono, anche senza in-  tenderlo tutto, come il libro sacro delle nuove generazioni.  Il libro che Cuoco, quando, fallita la rivoluzione giacobina, il  problema dell’ Italia una e indipendente cominciò a porsi  con una profonda coscienza storica, realistica e veramente  politica, esaltò come il vangelo dell’avvenire. E gli esuli napo-  letani lo additavano a Milano al principio del secolo, quando  l’ Italia si svegliava: e Monti, Foscolo e Manzoni sentivano  la potente originalità delle dottrine vichiane e ne traevano  suggestioni e idee ispiratrici; e Vico diventava il filosofo  italiano. E se dal Cuoco Mazzini attinse o fu confortato ad  accogliere l’ ideale dell’unità e la convinzione che l’ Italia  non potesse esser fatta se non dagl’ Italiani; se Rosmini e  Gioberti, lavorando a dare agli Italiani una coscienza filo-  sofica che li riscattasse da ogni servaggio spirituale, che non  è mai altro che un aspetto del servaggio politico, ebbero un nome, un grande nome a cui appellarsi, di filosofo che alta-  mente rappresentasse l’ ingegno speculativo italiano; l’ Italia  moderna, ricordando Vico, deve sentire che da lui comincia  la sua nuova storia. È    Lo storico che prenda a studiare le relazioni del Vico con  Caitesio, si trova innanzi a due problemi distinti e diversi.  Uno è quello dei giudizi del filosofo italiano sul francese;  l’altro delle reali attinenze storiche tra i problemi della filo-  sofia vichiana e quelli venuti su per opera di Cartesio.   Il problema dei giudizi, sui quali preferiscono insistere gli  studiosi del Vico, e in Italia negli ultimi quaranta anni ne  abbiamo avuti di veramente insigni — basta nominare B.  Croce e F. Nicolini, che hanno fatto ogni possibile luce sugli  angoli più oscuri della vita, degli scritti, dei tempi e della for-  tuna del Vico — è un problema che appartiene più alla bio-  grafia che alla storia della filosofia, quantunque non sia pos-  sibile staccare del tutto il pensiero dalla personalità del filo-  sofo, né si possa prescindere dai motivi che a volta a volta  egli ebbe per assumere questi o quegli atteggiamenti verso i  rappresentanti tipici di certe dottrine, senza rischiare di to-  gliere al pensiero di un filosofo tutto il suo colorito e il suo  significato storico. D'altra parte, nella biografia d’un filosofo  la sua filosofia non è un elemento secondario o da collocarsi  sullo stesso piano con altri elementi che possono sembrare di  pari importanza. Perché infine la sostanza della personalità  ideale o storica d’ un filosofo è nel pensiero, anzi nella logica  del pensiero in cui vennero assorbiti tutti gl’interessi della sua  vita. Di guisa che se i particolari biografici d’un pensatore rischiarano la sua mente e le sue dottrine, di quei particolari  stessi non è possibile intelligente valutazione e rappresentazione  efficace e concludente, a chi non li sappia scorgere nella luce  del pensiero in cui essi storicamente ebbero il principio vi-  vente di quel tanto di realtà che spetta loro storicamente.  Si potrà dire che in una rappresentazione compiuta e coerente  della realtà storica d’un filosofo elementi biografici e specula-  tivi debbono richiamarsi reciprocamente e costituire tutti  insieme un sistema unico e compatto. Ma bisogna soggiungere  che l’anima di questo sistema sarà evidentemente la logica  delle dottrine che lo dominarono.    II.    Sostanziale dunque e preliminare il secondo problema,  relativo alle attinenze storiche obbiettive tra filosofia vichiana  e filosofia cartesiana. Attinenze che non è facile fissare, a mio  parere, se non si distinguono nella prima tre fasi diverse,  tutte connesse intrinsecamente tra loro in guisa da costituire  un unico processo di svolgimento, ma nettamente distinte  l’una dall'altra in maniera da spiegare per quali vie il pensiero  del Vico sia pervenuto alla sua forma più matura, quale si  trova nella Scienza Nuova, anzi nella seconda edizione di questa.   Queste tre fasi sono:    1) La fase neoplatonizzante, rappresentata dalle gio-  vanili Orazioni inaugurali (1699-1707), dal Vico riordinate e  ritoccate nel 1708-09, ma non giudicate mai degne di venire  alla luce, e pubblicate infatti solo nel secolo XIX.   2) La fase critico-empirizzante rappresentata principal-  mente dal De nostri temporis studiorum ratione, dal De antiquis-  sima Italorum sapientia e dalle polemiche che tennero dietro  a quest’operetta col Giornale dei letterati (1708-1712).   3) La fase metafisica in cui si disegnò la nuova filosofia  della storia, come filosofia della mente, abbozzata da prima  nel Diritto Universale (1719-22) e svolta quindi nella prima  e seconda Scienza Nuova. La prima fase contiene i germi della seconda e della terza,  ma non ancora distinti e non fecondati dal vivo soffio dei  problemi a cui la mente del Vico si aprì per effetto dell’ intensa  meditazione dei motivi della filosofia moderna, di cui son  documento evidente i nuovi atteggiamenti speculativi da lui  assunti nella seconda fase. Sicché la chiave di volta di tutta  la sua filosofia è in questa seconda fase, quando da Cartesio,  da Bacone, dalle correnti prevalse anche per opera del Galilei  nel pensiero moderno, Vico, per dirla kantianamente, si svegliò  dal sonno dommatico della vecchia metafisica, in cui la lettura  e l'ammirazione dei nostri grandi Platonici del Rinascimento  l'avevano già immerso. Con Cartesio egli comincia a sen-  tire il problema della certezza; con Bacone scorge la sterilità  del procedere deduttivo astratto della pura ragione, caro alla  Scolastica medievale e contemporanea, e di quel metodo. geo-  metrico che con i Cartesiani eta venuto in grande onore tra  i facili filosofanti alla moda della seconda metà del Seicento;  e la necessità del fatto, del nuovo, del concreto, dell’esperienza  e dell'esperimento: ma sente pure la fenomenalità del sapere  scientifico intorno ai fatti della natura, tra i quali ogni nesso  causale interno è impossibile allo spirito umano che la natura  sì rappresenta dualisticamente come esterna ed estranea allo  spirito. Quel dubbio, che Cartesio, dopo averlo energicamente  svegliato, sopisce col dommatismo dell’ idea di Dio, e che  attraverso l’empirismo dovrà necessariamente sboccare allo  scetticismo di Hume, è il potente lievito della speculazione  vichiana, tutta rivolta nel secondo e nel terzo periodo a risol-  vere il problema d’un sapere che unisca il certo dell’empirismo  col vero della ragione, della logica, del pensiero puro. Problema  che egli potrà risolvere quando, in luogo della natura, assumerà  ad oggetto del pensiero lo stesso pensiero o quello che il pen-  siero nel suo sviluppo crea. Ma il dubbio, ossia la profonda  coscienza dell'autonomia del soggetto nella sua assoluta  posizione di puro soggetto — che si stacca dall'oggetto, e deve  uscire da questa sua astratta e vuota soggettività per ricon-  quistare l’oggetto, dov’ è la sua vita, — questo dubbio affatto  cartesiano e punto platonico, che non s’ è impossessato an-  cora del Vico nelle giovanili Orazioni inaugurali (nella prima delle quali l’autore cartesianeggia, ma ripetendo Cartesio  senza metterne in rilievo l’originalità, anzi mettendolo sullo  stesso piano di Agostino e Ficino); questo dubbio che nel De  antiquissima Vico sente anche più profondamente del filosofo  francese, con la sua distinzione tra scientia e conscientia, la sua  teoria tutta fenomenistica e scettica del signum che non è  causa; esso è il punto di partenza della più significativa teoria  di Vico da lui formulata col celebre motto: verum et factum  convertuntur. Che sarà il tema della Scienza Nuova.    III.    Quando Vico intende e fa suo il problema cartesiano della  certezza — egli diventa il primo vero cartesiano nella folla  dei cartesiani di Napoli della fine secolo XVII; ma un carte-  siano che già combatte Cartesio; perché non si contenta più  del carattere intuitivo e immediato del cogito ergo sum — che  non è, ai suoi occhi, se non semplice accorgimento, constata-  zione, coscienza di un fatto; non è spiegazione e quindi reale  possesso o scienza della verità che per tale coscienza si viene a  intuire. La certezza sì è il più urgente bisogno del nuovo sa-  pele: ma la certezza non è coscienza o intuito dell’essere che  il pensiero non può non trovare nella sua propria esperienza  di essere pensante; è bensì scienza, deduzione, costruzione  (tenere formam seu genus quo res fiat) di questo essere. Il  quale, cioè, allora veramente si conosce e si apprende e di-  venta saldo scoglio in mezzo a quell’oceano di dubbiezze in  cui lo spirito è gittato dalla critica cartesiana, quando s' in-  tenda quale esso è: non essere immediato, ma essere che è  sviluppo, spiegamento, attuazione e conquista di se medesimo.  Quindi non idee chiare e distinte come essenza dello spirito;  non innatismo; non razionalismo (quel razionalismo che sarà  poi un secolo più tardi illuminismo); ma graduale passaggio  dello spirito dall’ ignoranza al sapere, dalla fantasia corpu-  lenta, anzi dal senso oscuro, alla ragione tutta spiegata; e  restituito il suo valore alla memoria e alla cognizione del  passato, e alle lingue e alla filologia; e la religione anch'essa non lasciata in disparte e come espulsa dal processo razionale  dello spirito, salvo ad essere invocata da ultimo a comple-  mento e puntello della vita morale e sociale dell’uomo, ma  rimessa al suo posto, alle origini della vita spirituale, dove  essa anticipa, consacra e rinsalda la fede dello spirito nel  prodotto della sua creatrice potenza. Insomma, quando co-  mincia ad essere cartesiano, Vico è già anticartesiano, e non  risparmia più gli strali della sua ben munita faretra contro  Cartesio e cartesiani, contro metodi e dottrine del proprio  tempo. E pai che rimandi sempre dal nuovo all’antico, da  Cartesio a Platone e seguaci, laddove il motivo della sua  insistente polemica è più moderno ancora di tutti i motivi  della filosofia contemporanea: è un cartesianismo approfon-  dito e affrancato dalle catene del dommatismo vecchio stile  con cui Cartesio s'era da se medesimo tornato a incatenare. Vico ebbe un senso acuto della novità e originalità assoluta  del suo filosofare. Basti rammentare il titolo della sua opera  maggiore, preannunziata in modo solenne nel Diritto Universale  (nova scientia tentatur !) +. E chi si lascia prendere a’ suoi con-  tinui appelli a Platone, e si sforza di confondere la sua dottrina  con quella di Agostino, non ha occhi per vedere la luce del  sole. Vico, senza dubbio, ha incertezze? e ambiguità di espres-  sione. Ce ne sono in tutti i filosofi. E nessuno che abbia fa-  miliarità con la storia del pensiero umano, si può meravigliare  delle professioni di fede e delle personali proteste in cui egli    1 De const. iurispr., II, 1.   2 Caratteristica, a mio avviso, quella che Vico ebbe nella serie  di Correzioni, miglioramenti e aggiunte alla Scienza Nuova seconda,  scritte nel 1731, e che il NicoLINI nella sua edizione del 1911 inserì  a suo luogo nel testo lib. II, cap. 4 (I, pp. 242-44) ma giustamente  relegò in appendice nella nuova edizione del 1938 (II, 198-9), dal titolo  Riprensione delle metafisiche di Renato delle Carte, di Benedetto Spinoza  e di Giovanni Locke. Preparata per una futura ristampa della seconda  S. N., l’autore invece non l’accolse nella ristampa del 1744. Perché ?  Pel sapore panteistico di essa, come è stato creduto ? Certo il rimesce di frequente nel trepidante ma schietto candore delle  convinzioni che gli sono confitte più addentro nell’animo,  poiché l’uomo, nella sua formazione mentale, fu naturalmente  investito da poderose correnti di cultura tradizionale e co-  stretto quindi, in un faticoso travaglio tre e quattro volte  decennale, a lottare contro la sua vecchia anima per liberarsi  da ogni scoria che gl’ impedisse di veder chiaro co’ propri  occhi e fare del froprio sentimento regola del vero, giusta il  monito cartesiano, che Vico accetta e apprezza nel suo giusto  valore (Sec. risp., in Opere, ed. Laterza, I, 274).   Quello che Giambattista Vico riesce a dire di nuovo, di suo,  quella verità nella cui coscienza egli si esalta e sente la propria  vita immortale, non è platonico, né baconiano, né cartesiano,  né lockiano, né tanto meno conforme alla dottrina tradi-  zionale dei Padri o dei dottori della Chiesa. È la sua scoperta.  La quale contrappone il mondo delle nazioni, o della storia,  o della mente (com’egli pur dice), al mondo della natura, per  attuare rispetto al primo quel che solo rispetto al primo è  possibile, un ideale di scienza non più tentata mai nel pas-  sato: dove Dio opera nella sua razionalità o provvidenza  attraverso il senso comune degli uomini: ossia mediante lo  stesso pensiero umano nel suo universale cammino dal senso  alla ragione, dalla schiavitù alla libertà: un cammino il cui  ritmo è intelligibile perché divino insieme ed umano, anzi  divino veramente in quanto umano. E il dualismo è superato,  perché per intendere e sapere il pensiero può rinunziare al-  l’ inutile conato di uscir da sé, anzi deve profondarsi in se  medesimo.   ‘Rispetto a questo umanismo, o spiritualismo che si dica,  — o piuttosto, se mi sì consente, rispetto a questo idealismo    provero che vi si muove a Cartesio, rinverga con quello analogo di  Spinoza, che cioè il filosofo francese abbia cominciato dal pensiero del-  l’uomo anziché da un’ idea semplicissima quale è quella di Dio, eterno,  infinito, libero. Ma il vero è che questo modo di filosofare, spinoziano  o no, per cui si comincia da un'idea e si procede more geometrico, era  di quel genere metafisico (tutto verità senza certezza) a cui Vico  aveva voltato le spalle e che non poteva rientrare più nel quadro del suo  sistema.    APPENDICE II 405    della Scienza Nuova, — il mondo di Cartesio, con le sue tre  sostanze, una primaria (Dio) e due secondarie (pensiero ed  estensione) è un’anticaglia da relegare per sempre in soffitta.  La filosofia cessa di essere quella vuota metafisica, che sarà  condannata da Kant, e di cui il pensiero moderno, malgrado  tutti gli sforzi che si fanno sempre per galvanizzare i morti,  non vuol proprio più sapere. Non è più metafisica, perché  diventa tutt'uno, come inculca Vico, con la filologia: con la  scienza del certo, del fatto, che è fatto per noi che se ne ha  esperienza, ed è perciò nostro fatto, immediata posizione del  soggetto nel suo mondo. E quindi il vero della filosofia, l’ idea,  oggetto una volta di pura speculazione, o meglio costruzione  di un astratto pensiero dommatico, senza base nell’ intimo  dell'esperienza, che è lo stesso sentire, o il soggetto, è tia-  montato.   Il cogito cartesiano che nel tempo stesso che Vico comin-  ciava a filosofare aveva incontrato l’ irriducibile opposizione  del sentire di Locke, veniva per tal modo da Vico, anche più  risolutamente che non sarà da Kant mezzo secolo dopo,  risoluto e inverato nella sintesi dei due termini opposti. Il 23 gennaio di quest'anno si compiva il secondo cente-  nario della morte di Giambattista Vico. E se le contingenze  presenti non consentono che la data sia celebrata come la  grandezza dell’uomo meriterebbe, e come infatti ci si pre-  parava a celebrarla quando non erano ancora prevedibili i  luttuosi avvenimenti degli ultimi mesi; non è possibile che  l'Accademia la lasci passare sotto silenzio. Che se il rimbombo  dei cannoni potesse infatti coprire la voce d’Italia, che suona  tra le genti Dante, Michelangelo, Vico e dice Roma, Firenze,  Napoli, allora veramente dovremmo credere che la barbarica  forza della civiltà meccanica possa prevalere sulle forze im-  mortali dello spirito. E se le ansie dell’ora ci costringono a  limitare a breve ed austera cerimonia la commemorazione di  Vico, questa tuttavia deve significare il sentimento profondo  religioso con cui il popolo italiano intende custodire i ricordi  sacri delle sue origini e dei fondatori della sua realtà morale.   Potranno gli stranieri non conoscere l’altezza spirituale di  Vico, come si può dire s’ inchinino tutti universalmente in-  nanzi a Dante o Michelangelo; come certamente non riescono  ad ostentare un fiero disprezzo per i valori che si compen-  diano nei nomi di Roma e di Firenze, città privilegiate di  più vasta orma dello spirito creatore dell’uomo, senza una  segreta trepidazione come per un atto di sacrilega infamia.  Per molto tempo gli stessi Italiani ignorarono le ragioni della grandezza di Vico; di lui avevano piuttosto un sentore che  un chiaro concetto; a lui s'accostavano con la sacra reverenza  con cui gli uomini s’accostano a un Nume, tanto più esaltato  nell'animo, quanto più misterioso, e cioè men conosciuto ed  inteso. Grande il fascino esercitato dallo scrittore, e avida-  mente cercate per un secolo dalla sua morte le sue opere,  di cui le edizioni si moltiplicavano, principalmente a Napoli  e a Milano, ed eran citate in ogni sorta di libri; e tracce della  lettura di quelle opere sono frequenti presso che in tutti gli  scrittori italiani degli ultimi decenni del Settecento e dei  primi del secolo seguente: molte le monografie e le ricerche  intorno ad alcune delle più celebrate dottrine del filosofo.  Il quale per altro, anche dopo la doppia edizione delle sue  opere complete dovuta a Giuseppe Ferrari, alla vigilia e al-  l'indomani del ’48, doveva aspettare chi lo scoprisse e ne  svelasse criticamente il pensiero: ciò che fecero due insigni  storici napoletani, Bertrando Spaventa e Francesco De Sanctis.  Paragonabile anche per questo rispetto a Dante, che, sia  detto subito, Vico fu il primo a scoprire nella sua schietta  sostanza poetica guardata per la prima volta e intesa dall'alto  punto di vista estetico a cui Vico con la sua filosofia si sollevò.  A Dante per più secoli segno di sconfinata ammirazione,  consacrato col titolo di «divino », ma stretto dentro una  folta selva di letteratura dotta, più o meno filosofica o mistica,  ed erudita e ingegnosa ed anche astrusa, ma aliena dalla  poesia dantesca; e tutta esteriore: commenti e discussioni  e lezioni accademiche sull’ interpretazione dell’allegoria, sulla  struttura dei tre regni, sul sistema morale e punitivo del-  l’Alighieri, e illustrazioni filologiche e polemiche. Storia lunga  copiosa accidentata della fortuna esterna del Poeta, da farne  una biblioteca; la quale può dimostrare come si possa infini-  tamente amare un genio come un uomo qualsiasi, dell'uno o  dell’altro sesso, senza intenderlo. La stessa sorte toccata a  Vico nel primo secolo dalla sua morte. Ma non accade altret-  tanto agli uomini grandi anche nella vita quotidiana ? Una  folla di mediocri li riverisce e si dà attorno per provar loro  una sconfinata devozione: ombre che li seguono per tutto  dove possono, e fan corteo pompeggiandosi dell'onore che è per loro la familiarità con quegli uomini illustri. E in verità  la costoro intelligenza, per modesta che sia, non è del tutto  chiusa a una certa vaga ma insistente e ferma intuizione di  ciò che è grande; ed è causa infatti che i grandi si rassegnino  e non sentano fastidio di siffatti corteggiamenti e persecuzioni  da sottrarvisi a forza; giacché, sia pure in forma banale e  stucchevole, una testimonianza è loro tributata da siffatta  compagnia: la testimonianza ingenua e perciò immediata,  schietta, sincera di un consenso che è conforto ambito dal  genio: la conferma del valore della sua opera che nell’appro-  vazione ed ammirazione degl’ incolti e dei semplici può avere  anche maggior peso del giudizio dei dotti fondato su ragioni  sempre discusse e sempre discutibili. Che se l’uomo grande  sente dentro di sé la voce che l’approva e l’assicura, quando  questa voce interna riecheggia da altre anime plaudenti,  acquista solennità, come di voce di popolo che è voce di Dio.   Dentro perciò la fortuna esterna corre un filo d’oro, più  o meno consapevole, di critica interna e di serio e obbiettivo  giudizio, quasi di progressiva conquista che il genio fa grada-  tamente degli spiriti di un popolo, attraverso i quali si viene  rivelando e si attua in tutta l’energia della sua potenza ispi-  ratrice e formativa anche al di là dei limiti segnati alla co-  scienza dell’ individuo dalla sua esistenza mortale. Tanto è  difficile dire ciò che della realtà storica è opera di un individuo  determinato, e ciò che dei suoi fantasmi e de’ suoi pensieri  è svolgimento e maturazione dovuta alla collaborazione delle  menti, in cui la vita di quello si perpetua e più compiuta-  mente si realizza.   La fortuna esterna di Vico culmina nelle ricordate edizioni  delle sue opere a cura di Giuseppe Ferrari, che sciolse il  voto ardente dei patrioti napoletani del ’99, specialmente di  Vincenzo Cuoco, raccoglitore sui primi del secolo degli scritti  vichiani dispersi, propagatore assiduo di alcuni de’ concetti  più originali di Vico nella Milano di Monti, Foscolo e Manzoni  e propugnatore appunto di una edizione completa delle opere.  I lavori illustrativi e critici di Ferrari sono ancora parziali  e talvolta unilaterali intuizioni di quella « mente di V. »,  che lo scrittore milanese fece tema di molte esercitazioni storiche e filosofiche tra l’erudito e il brillante. Ma hanno  valore di gran lunga inferiore delle sparse osservazioni in cui,  poco meno di mezzo secolo innanzi, aveva spaziato l’alto  intelletto di Cuoco, storico e pensatore politico di razza.  La vera scoperta di Vico fu resa possibile dopo Ferrari, quando  la storia del pensiero italiano si rinnovò e trasfigurò sotto  l'influsso dei movimenti spirituali d’oltralpe del periodo  romantico.   Comunque, nei decenni della lunga vigilia Vico fu presente  e operò nel pensiero italiano. Quello che ne apprese Cuoco e  trasfuse nel suo Saggio sulla rivoluzione napoletana e nel suo  romanzo Platone in Italia, s' è dimostrato in tutta la sua  importanza quando codeste opere negli ultimi decenni le  abbiamo potute a nostra volta rileggere e vedere nello spirito  che le animava e che più chiaro ed organico era manifesto  negli articoli anonimi che Cuoco nei primi anni del secolo  pubblicò a Milano nel Giornale Italiano. Articoli per più di  un secolo dimenticati; ma avevano fecondato le menti dei  lettori contemporanei, e più tardi fermata l’attenzione di  Mazzini giovane; il quale ne trascrisse qualcuno ne’ suoi  Zibaldoni, traendone ispirazione alla politica unitaria e co-  struttiva di cui doveva essere l’apostolo. Quella politica che  insegnò agl’ Italiani, ed è da augurarsi che possa tuttavia  insegnare, che la libertà — e quindi l’unità e l’ indipendenza —  d’un popolo non può essere un grazioso dono degli altri, ma  una conquista a prezzo di sacrifici e di piena dedizione. Che  era concetto vichiano: non esserci valore spirituale che possa  provenire d’altronde che dallo spontaneo sviluppo della  stessa attività dello spirito.   E non basta il binomio Cuoco-Mazzini a provare la grande  importanza storica dell’azione esercitata dal Vico in questo  periodo in cui si può dire che egli ancora si cerchi e non si  trovi? Ma giova pure avvertire che tutto vichiano, quasi  nello stesso tempo, è il concetto dell’uomo, e quindi del-  l’ Italiano, di Vittorio Alfieri: vichiana l’anticipazione ch'egli  pur fa della conquista ulteriore di uno degli elementi più  cospicui dell’ italianità quale prese forma e splendore nella  coscienza della nuova Italia: voglio dire del giudizio su Dante, che prima Vico e poi l’Alfieri cominciano a vedere nella sua  reale grandezza poetica. E da Vico e da Alfieri il giudizio  passa in Foscolo, Mazzini e Gioberti, massime in questo, e  diventa uno dei cardini della coscienza nazionale esaltata  nel Primato.   Non è possibile asserire che Alfieri abbia letto Vico. Ma,  oltre il giudizio su Dante, un altro punto ravvicina Alfieri  a Vico: il suo misogallismo, che in Vico è critica di Cartesio  e del suo astratto razionalismo; critica che diverrà uno dei  motivi dominanti della filosofia giobertiana, ossia una delle  forme principali della mentalità italiana del secolo decimonono,  come fu in Vico un precorrimento del Romanticismo. Con  Rosmini poi e con Gioberti, segnatamente con Gioberti, dei  nostri pensatori del Risorgimento il più affine a Vico pel  carattere realistico, storicistico e spiccatamente religioso della  sua filosofia, Vico comincia a campeggiare nel quadro del  pensiero italiano; e la sua figura giganteggia, erma colossale  nel cammino del nuovo popolo che s’avanza sulla scena della  storia europea. Tutti gli altri nostri filosofi, dopo il Rinasci-  mento, parteciparono al lavoro speculativo degli altri paesi,  s’ interessarono a problemi sorti fuori d’ Italia, echeggiarono  idee maturate altrove; si tennero al corrente, ma non ebbero  una propria fisonomia. Vico fu solo, in disparte, in alto, con  una potente originalità di pensiero, tanto connesso all’ intima  storia della mente italiana, quanto difforme e divergente da  ogni filosofia esotica, e perciò poco accessibile e poco apprez-  zato dagli stranieri. Filosofo italiano per eccellenza, espressione  profonda del genio della stirpe; il quale veniva incontro a  questa nel momento in cui questa sentiva più vivo il bisogno  di sentire indipendente e originale e possente la propria per-  sonalità nazionale. Italianissimo Vico; vichiana la nuova  Italia, che, riconquistando energica coscienza di sé, sentiva  maturare in se stessa il suo nuovo destino.   Una delle guide spirituali dell’ Italia del Risorgimento,  come tutti sanno, Alessandro Manzoni. Di Manzoni, che in  gioventù fu amico di Cuoco e sentì la sua influenza anche  per l'apprezzamento di Vico, sono celebri quelle pagine del  Discorso sopra alcuni punti della storia Longobardica in cui    412 STUDI VICHIANI    si paragona Muratori a Vico, e si esalta il secondo come com-  plemento essenziale della storia tutta fatti e documenti.  Giudizio schiettamente vichiano anch’esso, poiché fu Vico a  indicare, com’egli diceva, l’unità della filologia e della filosofia  come l’ ideale del sapere storico. Ma chi volesse scrutare gli  elementi vichiani della mentalità manzoniana, non si dovrebbe  arrestare a quelle pagine. E a me piace ravvisare uno degli  effetti di non minore significato dell’azione di Vico su Man-  zoni in uno dei caratteri fondamentali della personalità man-  zoniana.   Il grande scrittore lombardo è sì arguto, sorridente, ironico;  ma s’ingannerebbe a partito chi, guardando a questo suo  aspetto, si lasciasse sfuggire la serietà profonda, la religiosa  austerità, quasi giansenistica, che è alla base della filosofia  con cui egli vede la vita in grande e in piccolo, nel tragico  de’ suoi eventi maggiori e anche nel comico dei piccoli fatti  e individui che vi concorrono. Serietà per cui tutto, anche  le cose più umili e banali, hanno il loro peso, e di tutto bi-  sogna render conto a Dio, poiché nulla vi è nella giornata  di futile, né in alcun momento la vità può togliersi come un  passatempo, un giuoco, per cui sia dato scherzare e agire a  capriccio. Ogni cosa al suo posto è retta dalla Provvidenza  e ha una sua legge divina, che l’uomo deve sapere scorgere  e rispettare. E non solo fuero magna debetur reverentia, ma  anche all'uomo e al vecchio, e ai morti come ai vivi; e tutto  si deve prendere sul serio. Quando l’ Italia cominciò a sve-  gliarsi, Manzoni le insegnò quest’arte che è necessaria alla  vita; e che, ahimè, non si può dire che tutti gli Italiani ab-  biano bene appresa. Quanto avessero bisogno di tale inse-  gnamento sanno quanti pongono mente al boccaccesco, al  bernesco, o burchiellesco, e a quanto di letterario, e acca-  demico, e arcadico l’Italia barocca ereditò dal Rinascimento,  quando l’arte e la letteratura fecero divorzio dalla vita e dalla  religione a cui la vita necessariamente s’ informa.   Di tal vedere tutta la vita in questa serietà che pone l’uomo  sempre in faccia a Dio a rendergli conto d’ogni sua azione,  d’ogni suo pensiero, d’ogni suo sentimento, grande maestro  agl’ Italiani prima di Manzoni era stato Alfieri. Che scrive sì anche lui satire e commedie; ma è poeta tragico e nelle sue più  belle rime d’amore s’ispira a una musa malinconica. Egli non  ride, non sa più ridere. E Mazzini e Gioberti? Chi ne conosce  1 ritratti non sa sospettare su quelle vaste fronti un contrarsi  anche fugace e atteggiarsi a riso giocondo. Sul loro volto,  come su quello del padre Alfieri, quale fu visto dal Foscolo  a Firenze, errare dov’Arno è più deserto, :/ pallor della morte  e la speranza. Ma il primo esemplare di questa serietà agli  Italiani, che avevano tanto riso di tante cose, era stato Vico,  che i contemporanei di Napoli poterono — povero Vico vis-  suto sempre in angustie domestiche, in umiltà di stato, tra  disagi dolorosi, in malferma salute, costretto a mendicare  come il pane quotidiano accattato a frustoa frusto con lezioni  private poiché lo stipendio universitario era oltremodo magro,  così il sorriso dei potenti e la stima dei coetanei — poterono,  dico, raffigurare satiricamente come un malinconico disgra-  ziato; e che ne’ suoi scritti non abbandona mai il tono solenne  e sacerdotale del maestro di verità, se non per qualche raro  sfogo di polemica amara, ché nessuna facezia, nessun tratto  di spirito riesce mai a liberare lo scrittore dalla stretta che  lo avvince al suo argomento. Anche nel suo volto severo il  pallore della morte.   Pregio ? difetto ? Il riso, che è pure uno dei segni superiori  dell'umana intelligenza, è sempre difetto se prima non sia  passato, come passa in Manzoni, attraverso il tragico, che è  sempre nella vita per l’uomo che senta Dio o il suo destino.  E finché questo tirocinio non sia compiuto, finché non si sia  gustato del calice amaro della vita sperimentata come duro  sforzo di abnegazione etica, il riso è fatuità insana e corrut-  trice. Da Vico a Manzoni è un tono affatto nuovo nella let-  teratura e cioè nell’anima italiana. Il tono di quegl’ Italiani  seri che giuravano di credere ora e sempre, e sentivano la  santità del giuramento; degli Italiani pronti a morire per la  loro fede, che fu la sostanza della loro Patria.   Vico per altro non si lega strettamente alla storia del pen-  siero italiano come un precursore di idee e di caratteristiche  vitali del pensiero italiano posteriore. Egli una volta apparve  un’oasi nel deserto, un miracolo nel secolo dei razionalisti e dei matematici: singolare nel tempo suo, staccato dal suo  prossimo passato come dal tempo che lo seguì; e tardi gli  storici si accorsero di dover ritornare a lui per continuarlo.  Ma la verità è che come da Vico procede, dapprima in modo  oscuro e poi con coscienza più chiara e critica, l’ Italia moderna,  egli non si stacca dal fondo del glorioso Rinascimento, quando  l’ Italia toccò le più alte cime della sua genialità creatrice.  Gli studi recenti hanno dimostrato che egli, quando leva al  cielo Platone, ha la mente piuttosto ai Platonici italiani del  Quattro e del Cinquecento, massime al Ficino e al Pico; e  che a molti segni è dato argomentare che del movimento  platonizzante italiano — che doveva pure esercitare un forte  influsso in Inghilterra da Bacone in poi orientata verso la  scienza italiana, come già verso la nostra letteratura — V.  dové conoscere anche i rappresentanti più maturi, se pur la  pietà religiosa gli vietò di nominarli, Bruno e Campanella;  e opere di loro, molto rare, poté leggere nella Biblioteca Val-  letta (passata poi ai Padri dell’Oratorio); e tracce del loro  pensiero si trovano infatti non infrequenti nei suoi scritti;  e partecipò al moto spirituale suscitato dal rinnovamento  scientifico di Galileo: anche lui legato al movimento filosofico  dei platonici fiorentini. Lo studio dei primi scritti e di alcune  delle idee maestre di Vico ha messo in chiara luce questi suoi  rapporti con la filosofia italiana del Rinascimento. Della quale  è traccia anche in certe forme antiquate del suo pensiero  — questioni che si propone, autori che amò citare, ormai,  al suo tempo, generalmente dimenticati, e modi di dire che  talora paiono sue invenzioni e hanno anch'essi una storia.  E la dottrina di Giambattista Vico può per molti rispetti  esser considerata la conclusione di quella filosofia. Talché in  lui si annodano e si saldano la filosofia italiana dei nuovi  tempi — che torna a partecipare con sue proprie esigenze e  una sua nota originale al comune lavoro speculativo del-  l’ Europa — e la filosofia italiana del Rinascimento, che  aveva fatto epoca, e attirato l’attenzione universale; e di  fronte alla Riforma e alla Controriforma aveva rappresentato  un indirizzo di pensiero libero da’ più angusti preconcetti  delle parti opposte, e quindi capace di conciliare le avverse    APPENDICE II 415    ragioni degli uni e degli altri in una concezione realistica  dell'unità insopprimibile dell’ individuo e della obiettiva  realtà storica; in quella che il Gioberti dirà la dialettica della  libertà e della autorità.   In Vico dunque il centro di tutto il pensiero italiano.  Riassume egli il passato e, approfondendo i principii, anticipa  l'avvenire. E quando nel secolo del Risorgimento si alza  nell'animo degli Italiani come il Maestro, in lui, ancorché  oscuramente, essi sentono rivivere tutti i grandi pensieri per  cui l’ Italia del Rinascimento fu un faro di luce a tutto il  mondo moderno: e fu l’Italia che elevò l’uomo nella co-  scienza delle sue divine prerogative e della potenza creatrice  del suo pensiero, esploratore e dominatore della natura, sco-  pritore e inventore, instauratore del regno dello spirito nel  mondo, Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci; l’uomo  conscio della miracolosa arte che possiede nel pensiero, e che  fa di lui un secondo Dio continuatore del primo; e gli fa toc-  care il fondo della verità cristiana, per cui Dio s’ incarna  nell'uomo; dell’uomo peccatore, ma che deve redimersi anche  sulla croce per salvarsi e tornare a Dio; e su questa via di  redenzione è naturaliter Christianus, perché attua la sua vera  natura; portato perciò a creare un suo mondo: mente che  non è solo mente umana, ma umana insieme e divina. Grande  fiducia perciò dell’uomo in se medesimo; ma fondata sulla  fede che è la sua vita, che nel suo pensiero si adempia il  pensiero di Dio, e che perciò questi sia presente a noi, più  che noi non si sia a noi medesimi. E sarà la gran fede cristiana  di Manzoni; ma sarà anche il grande insegnamento religioso  (ahi non sempre compreso !) del motto mazziniano: Dio e  Popolo; come sarà il significato della doppia formola (l'Ente  crea l'esistente e l'esistente torna all’ Ente) che il Gioberti met-  terà a base d’ogni scienza e della sua stessa dottrina politica.  Sono pensieri vichiani; ma Vico li estrasse dalla filosofia del  nostro Rinascimento. E ne fece la sua forza di resistenza a  dottrine straniere in voga come il germe del suo pensiero  vitale.   In Europa allora tenevano il campo il razionalismo francese  di Cartesio e l’empirismo inglese di Locke. Da Cartesio era venuto Spinoza col suo monismo panteistico; e si era aperta  la via all’illuminismo. Da Locke cominciava a dilagare il  sensismo, il materialismo e ogni dottrina negativa della libertà  e della sostanzialità dello spirito; nonché lo scetticismo scrol-  latore di ogni fede nell’attività costruttiva dell’ intelligenza.  A questi movimenti in vario modo metafisici e dommatici o  distruttivi del valore del sapere scientifico, e tutti in fine  avversi alle credenze morali e religiose che sono a fondamento  della sana vita spirituale dell’uomo, si opporrà nell’ultimo  ventennio del secolo XVIII la filosofia critica di Kant; la  quale finirà col battere in breccia empirismo e razionalismo  e col restaurare il concetto della scienza e della libertà umana,  operando una radicale rivoluzione nel punto di vista fonda-  mentale d’ogni pensiero. Osservò Kant infatti che il mondo  che noi dobbiamo conoscere e in cui ci spetta di operare,  non è concepibile se non in funzione dell’attività costruttiva  dello spirito; attività che è perciò condizione dell’esperienza  e non può essere un suo prodotto. Soggettivo quindi il sapere,  ma di una soggettività che non infirma il valore del pensiero,  una volta che si cessi dal cercare cotesto valore in un im-  possibile ragguaglio del pensiero con una realtà in sé irrag-  giungibile e puramente fantastica. Purché si apra gli occhi  per riconoscere che la realtà da conoscere è la realtà che lo  Stesso pensiero costruisce col suo potere creatore universal-  mente valido, derivante, di là dall’esperienza, da un principio  trascendentale, da cui l’esperienza stessa è resa possibile; e  che insomma è l’uomo in quanto è al centro attivo del mondo.  Concetto che, una volta enunciato dal grande filosofo ger-  manico, ha svegliato nell'uomo la coscienza e la responsabilità  di questa sua posizione centrale nell'universo. E da questa  coscienza trassero origine le più grandi filosofie del secolo  scorso e tutto un nuovo modo di concepire la vita in ogni  ramo delle scienze morali e storiche: donde, nei primi decenni  del secolo, quel romanticismo che fu sì principalmente un  movimento letterario, ma fu pure una vasta riforma di tutta  la vita dello spirito e dell’atteggiamento dell’uomo nel mondo.  Poiché allora l’uomo si sentì il protagonista non pure di quel  ristretto settore della realtà che contrapponendosi alla natura è governato dalla libertà; ma dell’universa realtà, la natura  compresa, che l’uomo anima della sua propria vita interiore,  pervadendola del suo sentire e di tutta la forza del suo spi-  rito, traendola con l’ impeto della sua passione e con l’energia  del suo pensiero dentro alla sua stessa vita, partecipe della  sconfinata e possente attività che nella coscienza si svela a  Se stessa e si compone e indirizza in assoluta libertà verso  1 fini trascendenti dello spirito.   Questo romanticismo è la forma più cospicua della mentalità  del secolo XIX nel periodo creatore, che è della prima metà  del secolo; creatore del Risorgimento italiano e di tutte le  rivoluzioni da cui sorse la nuova Europa. Nella filosofia kan-  tiana esso ebbe la sua forma classica, come posizione di pro-  blemi radicalmente nuovi e avviamento a un concetto della  realtà; il quale poté offendere le intelligenze pigre e adagiate  nella comune e immediata concezione del mondo, e suscitare  quindi ribellioni e reazioni tenaci e fierissime a guisa di una  santa battaglia in difesa del senso comune; ma non perdé  più terreno, e s’insinuò anche negli avversari, e divenne a  poco per volta come la seconda vista del pensiero umano,  sempre più convinto della verità elementare, che questo  mondo, in cui viviamo e moriamo, per cui batte il nostro  cuore nella scienza e nella vita, è certamente il mondo del-  l’uomo: il nostro mondo.   Di questo romanticismo il precursore è Vico, critico di  Cartesio e di Locke, nemico di ogni filosofare meccanizzante  e matematizzante, consapevole dell’originalità dello spirito e  della sterilità di un sapere tutto deduttivo e analitico; sensi-  bilissimo alla profonda differenza tra la realtà umana, che è  sintesi, creazione, libertà e conoscenza di sé, e la pretesa  natura che l’uomo si trova davanti come creata da Dio senza  il suo intervento e concorso; tutto rivolto quindi a quello  che egli chiamava « mondo delle nazioni », la storia, creazione  dell’uomo, « prodotto della umana mente ». Dentro il quale  la mente perciò sl ritrova, si orienta e opera sicura senza  uscire da sé: e opera non pure come ragione con la scienza  e la filosofia, ma opera già come senso e fantasia, già con  l'animo ancora « perturbato e commosso ». E questo non ha bisogno di aspettare il sorgere della ragione tutta spiegata  per credere nella divinità, scoprire la propria immortalità e  farsi un sistema di concetti universali, sebbene fantastici.  Fantastici, ma già veri, pregni di sapienza poetica, che ha  la sua logica, e precede quella dei filosofi. E lo spirito è sempre  tutto, ogni sapere e ogni virtù, anche nella sua infanzia; un  eterno sviluppo, un continuo progresso, onde l’uomo è  sempre lo stesso uomo e un uomo sempre diverso, attraverso  tutte le età della vita individuale e tutte le epoche che si  possono distinguere nella storia: un uscir d'infanzia e pro-  cedere dalla fanciullezza all’età matura per tornare poi alle  origini, in un perpetuo ritmo di corsi e ricorsi, dalla barbarie  alla civiltà della «ragione tutta spiegata ». Questo ritmo  rende possibile un Medio Evo barbarico dopo le età luminose  di Grecia e di Roma, ma non va preso, s’ intende, alla lettera,  poiché a base del processo temporale in cui le epoche si suc-  cedono Vico vede una storia ideale eterna, in cui la succes-  sione è contratta nell’ immanente vita dello spirito, dove  l’ infanzia e la fanciullezza son dentro allo stesso adulto;  come l’adulto è nel bambino; e la poesia non è cacciata di  nido dalla filosofia, ma ne è come l’anima interna e la sca-  turigine segreta.   Mai filosofo aveva visto così addentro nei recessi dello  spirito, e compreso come Vico la serietà della poesia, cioè  della forma più ingenua e primitiva dello spirito; che i filosofi,  da Platone a Cartesio, tendevano piuttosto a disprezzare,  quasi che la ragione — con le idee innate di Platone, e le  idee chiare e distinte di Cartesio — fosse una subitanea e  immediata rivelazione, una luce trascendente che potesse a  un tratto folgorare e distruggere, come inadeguati e vani  tentativi, le forme inferiori dello spirito.   Per Vico nel piccolo c’ è il grande; nella poesia la serietà  e il significato della più illuminata sapienza: ogni forma,  completa coscienza nell'uomo della sua interiore divinità.  E questa fin da principio presente nella religione, madre  d’ogni umanità, e però d'ogni civiltà: anch’essa destinata a  purificarsi e ad elevarsi dalle concezioni materiali a quelle più  astratte e ideali: ma palese sempre in ogni forma anche in apparenza più ripugnante al sentimento raffinato della cul-  tura; poiché la Provvidenza, come scopre Vico, fa degli umani  vizi virtù. La Provvidenza è quel «comune senso » che fa  uomo l’uomo, quel pensiero profondo dalla logica infallibile  che muove e dirige tutte le azioni degli uomini, vicini a Dio e  sotto la sua guida anche quando ne sembrano più lontani. E  tanto più l’uomo si profonda in se stesso, tanto più si coltiva ed  impara, e tanto più sente e scopre il divino nell’animo proprio.  E si accerta della verità del principio kantiano, da Vico, set-  tanta anni prima della Critica della ragion pura, scolpito nel  motto famoso: verum et factum convertuntur, che diverrà la  chiave di volta della sua Scienza Nuova: che cioè la verità  non è scoperta da noi, ma fatta; ossia che il vero mondo  non è un antecedente dello spirito ma il mondo che egli crea  come regno dello spirito: l’arte, la religione, la scienza, lo  Stato, tutta la storia, che diventa intelligibile se viene intesa  come opera dell’uomo. Diventa intelligibile, si giustifica e  riempie il cuore dell’uomo del nobile orgoglio della sua po-  tenza e insieme del più umile sentimento di religiosità: poiché  egli non può non sentire in sé autore del mondo una potenza  superiore che trascende la sua limitata personalità e attua  all’ infinito la sua virtù creatrice.   Idee oscure, che sono però convinzioni piantate nel più  profondo dell'animo. Come Vico le volle trovare e additare  nel mondo del diritto prima e poi in tutta la storia, splendenti  di subitanei bagliori che illuminano di luce vivissima aspetti  vari e diversi della vita degli individui e delle nazioni più  familiari alla cultura classica e moderna di Vico. Semina  flammae, pensieri suggestivi, verità improvvise e lampeggianti,  tanto più accolte con meraviglia e con gioia, quanto più lar-  gamente profuse a piene mani in mezzo ad astruse osserva-  zioni quasi secentescamente ingegnose e ad un’erudizione  classica e moderna non di rado indigesta e mista di fantasie  favolose. Molti motti pregnanti di Vico, come tanti versi  di Dante, son divenuti proverbiali; e molti egli perciò ne si-  gillò col nome di «degnità», come a dire assiomi; e sono spesso  il distillato della più meditata filosofia. In queste luci, che  nella maggiore opera vichiana, che fu poi l’opera di tutta la sua vita, abbozzata prima e poi ripresa più volte, e ritoccata  sempre fino alla morte con innumeri postille e annotazioni,  brillano come stelle splendenti in un firmamento caliginoso,  è la bellezza, l’attrattiva, il fascino di Vico. In queste luci  il maggior motivo che, anche al lettore intricato nelle mille  difficoltà che in menti inesperte suscita la lettura dello scrit-  tore napoletano, fa amare questo libro difficile, aspro, duro;  che tuttavia non si può deporre senza che rinasca la brama  di riprenderlo e ritornare a leggerlo con la speranza di capirci  prima o poi qualche cosa di particolarmente importante e di  scoprire una paglia d’oro in mezzo al terreno sabbioso.   Qui l’ incanto della Scienza Nuova, in cui gl’ Italiani ve-  dranno sempre l’estratto della più riposta sapienza dei loro  padri e la sorgente inesausta della verità a cui s’abbevera il  pensiero moderno: il segreto della. filosofia che concilia l’uomo  con Dio, gl’infonde la fede nella vita, e gli fa sentire dentro  non so che divino che lo eleva al di là di tutti i limiti del-  l’umano e di tutte le miserie terrene, senza farlo cedere perciò  alla tentazione del maligno, anzi raumiliandolo ad ora ad ora  nel sentimento del nulla che l’uomo è appena si allontani  da Dio.   Fu cattolico o immanentista ? Questione spesso dibattuta  quasi per dividere gli animi concordi nel sentire la grandezza  di Vico: questione di scarso interesse storico e che si risolve  negando che per Vico ci potesse essere tra i due termini l’op-  posizione inconciliabile che c’è per chi si domanda se egli  fu cattolico o immanentista. Nessun dubbio che egli si sarebbe  ribellato a chi lo avesse voluto tirare da una parte o dall’altra.  E nessun dubbio, perciò, che l’ insegnamento di Vico non  è fatto per dividere gl’ Italiani; i quali vogliono una filosofia  dell’ immanenza, che concentri nella libertà dello spirito  l’ infinito universo, ma vogliono pure vivere della fede della  loro tradizione vittoriosa. Esso li inviterà sempre a cercare  in se medesimi il principio in cui le parti avverse potranno  conciliarsi superando gli esclusivismi che han sempre del  paradosso e del fazioso. Da Vico impareranno sempre gl’ Ita-  liani a disdegnare le fazioni.    Dedica Pag. VII  Prefazione IX  Nota bibliografica XI  I. Il pensiero italiano nel secolo del Vico I  II. La prima fase della filosofia vichiana 17  Nota 92   III. La seconda e la terza fase della filosofia vichiana IOI  Nota 135    IV. Dal concetto della ‘grazia’ a quello della ‘provvidenza’Le varie redazioni della Scienza Nuova e la sua ultima  edizione Il figlio di G. B. Vico e gl’inizi dell’ insegnamento  di letteratura italiana nella Università di Napoli 189    1. La famiglia del Vico (p. 191) — 2. Primi anni di Gennaro  Vico. Il card. Corsini e la prima Scienza Nuova Passaggio della cattedra del Vico al figlio e morte del Filo-  sofo (p. 215) — 4. La carriera accademica di Gennaro V. Gli scritti di V. e il suo insegnamento. La cattedra di letteratura italiana dalla sua  origine alla riforma. Dalla riforma alla fine del Regno L'Angiola. Capitolo serio-burlesco di VESPOLI. II. Per le nozze di Caracciolo  e Donna Ippolita De Dura. Sonetto di G. B. Vico (p. 355) —  III. Relazione della Segreteria di Stato al Re sulla supplica  di G. B. Vico pel conferimento della sua cattedra al figlio. Dispacci per la giubilazione di V. Epigrafi di V. Avvertimenti per l’ insegnamento del latino di V. Lettera di Finamore a V. V. nel ciclo delle celebrazioni campane. Cartesio e V. V.nell’anniversario della morte. OPERE COMPLETE DI   GENTILE  OPERE SISTEMATICHE    Sommario di pedagogia. Vol. I: Pedagogia ge-  nerale; vol. II: Didattica.   Teoria generale dello spirito come atto puro.   I fondamenti della filosofia del diritto.    Sistema di logica come teoria del conoscere.  La riforma dell’educazione.  La filosofia dell’arte.  Genesi e struttura della società. OPERE STORICHE    Storia della filosofia (dalle origini a Platone:  inedita).   Storia della filosofia italiana (fino a Valla). I problemi della Scolastica e il pensiero italiano.   Studi su ALIGHIERI. Il pensiero italiano del Rinascimento.   Studi sul Rinascimento. Studi vichiani (V.).  L'eredità d’Alfieni.    Storia della filosofia italiana dal Genovesi al  Galluppi. Albori della nuova Italia. Cuoco.Capponi e la cultura toscana del secolo XIX.  Manzoni e Leopardi.   Rosmini e Gioberti.   I profeti del Risorgimento italiano. La riforma della dialettica hegeliana. La filosofia di Marx. Spaventa.   Il tramonto della cultura siciliana.   Le origini della filosofia contemporanea in Italia  Il modernismo e 1 rapporti tra religione e filosofia. OPERE VARIE    Introduzione alla filosofia.   Discorsi di religione.   Difesa della filosofia.   Educazione e scuola laica. La nuova scuola media.   La riforma della scuola în Italia.  Preliminari allo studio del fanciullo.  Guerra e fede.   Dopo la vittoria.   Politica e cultura FRAMMENTI    Frammenti di estetica e di teoria della storia. Frammenti di critica e storia letteraria. Frammenti di filosofia. Frammenti di storia della filosofia (voll. 3).    EPISTOLARIO Carteggio Gentile-Jaja Carteggio Gentile-Maturi.  Carteggi vari.Civelli  Via Faenza, Firenze. Giovanni Battista Vico. Giambattista Vico. Keywords: Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vico” “Vico e Grice,” Villa Grice, for H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Vico.

 

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