Grice ed Anassilao: il principe filosofo -- Roma – filosofia italiana (Roma). Filosofo italiano. A Pythagorean who is expelled from the whole territory of Italy by OTTAVIANO (si veda). PLINIO (si veda) Maggiore quotes his views on the use of hemlock, which A. believed may be effectively rubbed on adolescent girls’s breasts to make them permanently firm, but also on adolescent boys’s testicles to lower their libido. Anassilao.
Grice ed Anceschi: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del senso – scuola di
Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, per il Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano). Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo
italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I like Anceschi; he plays with the idea of
dialogue as a mirror (specchio) of ego and alter or ego and tu – I like that. He is the Italian equivalent
of John Holloway, I suppose.” Si
laurea sotto BANFI (si veda), ricopre l'insegnamento di estetica nella Facoltà
di Lettere e filosofia a Bologna. L'interesse per la letteratura e le arti
figurative si accompagna a quello per la filosofia anti-dommatica. Dopo la
pubblicazione del saggio su autonomia
naturale, heteronomia artistica. “Autonomia ed eteronomia dell'arte” edita da
Sansoni, le sue ricerche sulla figura e il modello letterario anti-idealistici
trovano voce negli interventi pubblicati su “Orfeo” e su “Corrente” -- riviste
da lui stesso promosse. Sensibile ai diversi orientamenti culturali, si
schiere a favore dell'ermetismo e dell’avanguardia, affiancando all'attività di
teorico quella di critico militante. Pubblica i saggi di poetica e poesia. Con
una scheda sullo Swedenborg e cura le antologie Lirici nuovi, Linea lombarda. VI
poeti e Lirica. Della voce “ermetismo” e autore nell'Enciclopedia. Concentratosi
sui modelli culturali dimenticati dall’idealismo, si dedica ai temi del barocco,
dando alle stampe Del Barocco e altre prove Barocco. Con alcune prospettive
metodologiche. Non abbandona gli studi filosofici: “I presupposti storici
e teorici dell'estetica kantiana”; “Hume e i presupposti empirici dell'estetica
kantiana”; “Burke e l'estetica dell'empirismo inglese”; “Da Bacone a Kant.
Saggi di estetica”. In particolare in “Progetto di una sistematica
dell’estetica e dell'arte” delinea una teoria estetica intesa come fenomenologia
della forma naturale e artistica. Sui principi della fenomenologia critica basa
le ricerche. Fonda “Il Verri” di cui e direttore, mentre diresse per
Paravia la collana La tradizione del nuovo e Studi di estetica, che raccoglie i
risultati delle ricerche filosofiche che egli conduce insieme con i suoi
allievi. Per il suo impegno nel tener vivo il fermento culturale gli e
assegnata a Mestre il prestigioso premio "Amelia" alla "tavola"
di Boscarato. Centrali sono i temi della poetica (“Poetiche del Novecento in
Italia”; “Le poetiche del Barocco) e delle istituzioni letterarie (Le istituzioni
della poesia”; “Da Ungaretti ad ANNUNZIO (si veda)”, Che cosa è la poesia?”.
Altre saggi: “Il caos, il metodo. Lineamenti di una estetica fenomenologica”; e
Gli specchi della poesia. Riflessione, poesia, critica”. Riceve dai Lincei il Feltrinelli
per la Critica letteraria. Presidente dell'Ente bolognese manifestazioni
artistiche, dell'Accademia delle Scienze e dell'Accademia Clementina di
Bologna, socio corrispondente dell'Accademia nazionale dei Lincei di Roma, dona
la sua biblioteca e il suo archivio personale al Comune di Bologna; nella Biblioteca
Comunale dell'Archiginnasio. Premi Amelia, a cura della "Tavola
all'Amelia", prefazione di Perosa, Venezia-Mestre. Lo stesso anno il
premio è assegnato anche per le arti figurative, a Guidi. Premi Feltrinelli, su lincei. Università degli studi di Bologna, Annuario
dell'anno accademico, Bologna, Compositori, Il Verri Pontiggia Quasimodo Montevecchi A., su Treccani Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. A., Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Anceschi, in Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. A., su Be,
Conferenza Episcopale Italiana. Opere di A.,.
Fondo A., Biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna Approfondimento, su
ibc.regione emilia-romagna. Studi di estetica, su unibo. V D M Vincitori del Premio
Feltrinelli Filosofia Filosofo del XX secoloCritici letterari italiani del XX
secoloAccademici italiani Professore Milano BolognaVincitori del Premio
Feltrinelli Lincei Autori del Gruppo 63 Bibliofili Direttori di periodici
italiani Fondatori di riviste italiane Premiati con l'Archiginnasio d'oro Professori
dell'Università commerciale Bocconi Professori dell'Bologna Studenti
dell'Università degli Studi di Milano. Sembra proprio che studiare una nozione
letteraria voglia dire rendersi conto di ciò che essa ha voluto significare;
studiare l'ermetismo vorrà dire vedere come l'ermetismo stesso, in quanto
movimento letterario e culturale, ha inteso presentarsi per se stesso
nell'attenzione ai motivi di coerenza, ma anche alle interne variazioni e
differenze. Qualche considerazione va fatta, per altro, in limine intorno al
nome. È noto: l'uso della nozione di ermetismo è frequente nel discorso della
cultura per indicare quei movimenti, quelle manifestazioni, quelle situazioni
del pensiero e della letteratura, in cui maniere oscure, ardue, chiuse e di
comunicazione non diretta esigono, per esser partecipate, e anche solo intese,
il possesso di una chiave che pochi sono in grado di adoperare. Il termine ha
un'origine storica abbastanza ben definita e che istituisce subito il destino
dei suoi significati. Dal nome di Ermes Trismegisto si disse ‛ermetica'
una dottrina di tarda età ellenistica in cui motivi oscuramente mistici di
sincretismo filosofico-religioso si fusero con ipotesi di fantastica alchimia,
in un tessuto linguistico segreto, ricco di allusioni, di difficile
partecipazione. Si consideri anche che a Ermes Trismegisto si attribuisce
l'aver chiuso (si disse, appunto, ‛ermeticamente') un'ampolla di vetro mediante
la fusione dei bordi delle aperture. Oscurità, chiusura, tono di rivelazione
sacra, un insieme di difficili connessioni tra mistica e alchimia, una
presentazione immaginosa e immediata di oggetti intellettuali e riflessivi:
ecco alcuni caratteri degli scrittori che per primi furono detti ‛ermetici'; ed
ermetici, poi, vennero chiamati talora quei movimenti di pensiero occulti,
misteriosofici, iniziatici, che spesso si posero in antitesi al pensiero
dominante nel secolo, che costituiscono una ormai ben definibile tradizione
secolare, continua, e che talora affiorano nella cultura essoterica con
singolari sollecitazioni e insorgenze. Con intenzioni inizialmente screditanti,
ma il nome venne poi accettato da molti scrittori, ermetismo si disse anche una
tendenza della letteratura italiana tra le due guerre, che, venuta dopo
l'esperienza dei crepuscolari e gli esperimenti dei futuristi, si distinse
nettamente dal rondismo, come corrente dell'ultimo gusto neoclassico, e da ogni
genere di ritornante realismo; ed è ciò di cui qui dobbiamo parlare. Ci sono
opinioni molto diverse su questo movimento. C'è chi, in una ben definita
prospettiva letteraria militante, vede in esso il momento più alto della poesia
e del pensiero poetico del secolo nel nostro paese; e c'è chi, movendo da un
particolare orizzonte sistematico, accusa la ricerca ermetica di ‛perdita della
immediatezza' fino a vedervi intellettualismo e, al limite, una distrazione di
giochi verbali; c'è anche chi, secondo un'ispirazione fortemente ideologica,
vede in essa un pericoloso e condannabile momento di evasione rispetto al
dovere della partecipazione e dell'impegno. Solo un'indagine diretta e
particolare potrà definire il diritto e il torto di considerazioni come
queste; e, tuttavia, è difficile disconoscere che si trattò di un movimento
influente, complesso, articolato in diverse disposizioni dottrinali e di
poetica, con varie stratificazioni di momenti interni secondo una tradizione
breve e intensa. Il movimento ebbe vita difficile negli anni in cui si manifestò,
trovò una sua forza contro molti oppositori e reali resistenze, giunse fino ad
operare sul costume e a cadere in un nuovo Kitsch, si dissolse alla fine
della seconda guerra mondiale, ma lasciò un'impronta viva, e anche un
impulso nella cultura della poesia e della critica che, da un lato, è
continuato per anni nel lavoro degli epigoni, e che, dall'altro, ha
condizionato indubbiamente i modi in cui si manifestarono i movimenti che
seguirono. Quanto alle strutture della poesia, forse è riduttivo il considerare
l'ermetismo solo come una tendenza della letteratura italiana contemporanea,
che, riallacciandosi alle correnti simboliste non soltanto francesi, anzi
europee, intende la poesia come esercizio assoluto di linguaggio che in tanto
vale in quanto riesce a esprimere l'intuizione lirica nella sua originaria
purezza, escluso l'intervento di preoccupazioni didattiche, moralistiche,
dottrinali e speculative in una volontà attentamente coltivata e resolutamente
diretta al risalto di momenti di intensità e di innocenza; ma è anche riduttivo
parlare dell'ermetismo solo come dell'espressione di una rivolta in cui si
concreta l'appello orfico-cristiano, religioso, metafisico, negatore della
storia, di una storia che si appiattisce di fronte all'assoluto, libero dalle
strutture rettoriche, e inteso a propositi soprattutto di rinnovazione radicale
dell'uomo. Ritorneremo su queste differenze di pronunzia e sul loro
significato; ma, a questo punto, occorrerà ormai rendersi conto e giustificare
l'uso della nozione di ermetismo nel contesto della situazione letteraria
italiana tra le due guerre e nella individuazione del significato interno del
movimento. L'ermetismo va considerato come un movimento europeo o
italiano, o puramente ‛fiorentino'? Certo, ci furono aspetti, e li
considereremo, della poesia e della poetica d' Europa che si potrebbero dire
ermetici o che hanno avuto rapporti con ciò che diciamo ermetismo, anche tali
che senza di essi l'ermetismo non sarebbe stato possibile. Uno dei connotati
dell'ermetismo è certo quello di aver tenuto aperti i rapporti - se pure in
modo limitato secondo una lettura pregiudicata - con l'Europa in tempi
difficili; ma una situazione, un movimento di cultura che si siano collocati
sotto quel nome si ebbero solo in Italia; trovarono caratteri particolari e
individuati; determinarono una singolare, e un poco astratta, cultura della
poesia per certi aspetti di rara intensità e inquietudine. Il tentativo di
ridurre il movimento solo al gruppo dei ‛fiorentini' dà nel sofistico, o nel
riduttivo; non è certo facile tagliar con il coltello una situazione tanto
compatta quanto varia; molti fatti si diedero contemporaneamente nella
convergenza di letture e di interessi comuni; il ‛gruppo fiorentino' fu certo
autonomo per suoi caratteri, ma nella misura in cui portò certi motivi di una
generazione nuova in un contesto comune. In realtà, nella prima generazione
ermetica in Italia la prima voce fu quella di Giuseppe Ungaretti. Luciano
Anceschi. Anceschi. Keywords: senso, ermetismo ed implicatura, grado
d’ermetismo dell’implicatura, l’impossibilita dell’implicatura ermetica. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Anceschi” – The Swimming-Pool Library. Anceschi.
Grice ed Andrea: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Ravello
– filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Ravello). Filosofo campanse. Filosofo italiano. Ravello,
Salerno, Campania. Grice: “I like Andrea, in more than one way! Andrea made me realise how naïve Russell is
with his ‘logical atomism;’ back in Naples, the Accademia degli Investiganti
took thing really seriously. D’Andrea, a lawyer, like Hart, -- his claim to
fmae is having written an ‘apologia in difesa,’ which I would abbreviate as
just ‘in difesa’ of atomism – but my favourite is his unpublication,
“Degl’atomi e degl’atomisti”!” Grice: “In Naples, unlike Oxford – cf. Locke and
Boyle – it was understood that if you are an atomist you are, therefore, a
libertine!” Da una ricca famiglia, studia a Napoli. Funzionario
del vice-ré, il duca d'Arcos, a Chieti nel giustizierato dell'Abruzzo
citeriore. Frequenta villa Colonna, dove si illustrano i fondamenti
dell’atomismo. Fondatore del salotto degl’InVESTIGanti alla sua villa
Iambrenghi a Candela. Difende strenuamente l’atomismo nella “Apologia in difesa
degl’atomisti” e nella “Risposta a favore di Capoa”. Avvocato primario del regno
di Napoli, viaggia e partecipa alla vita intellettuale e agli studi in molti
salotti filosofici italiani. Cortese, I ricordi di un filosofo napoletano,
Napoli, Lubrano e C., Dogana della mena delle pecore in Puglia, regno di
Napoli. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Accademia della Crusca. Questo testo proviene in parte dalla relativa voce del
progetto Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo
di Storia della Scienza di Firenze, pubblicata sotto licenza il rinnovamento
culturale a Napoli in occasione del rinvenimento di un manoscritto sconosciuto
degli "Avvertimenti ai nipoti" di Capone, Biblioteca di Foggia,
Salottieri. Nasce a Ravello da un avvocato in Napoli, di buoni natali ma
d'incerta fortuna. L'infanzia non e felice, per le gravissime ristrettezze
della famiglia (Avvertimenti ai nipoti), né soddisfacenti gli studi, cui venne
avviato fin troppo precocemente. Compiuti VII anni, infatti, e condotto a
Napoli per apprendere la grammatica; a nove e collocato presso la scuola
oratoriana dei gerolamini. Frequenta lezioni di legge, addottorandosi. Egli
stesso dove sottolineare nei suoi Avvertimenti, i gravilimiti di
quell'affrettata educazione. Nello scritto - che è insieme una sorta di
testamento, una autobiografia e il richiamo a un modello di cultura e di
comportamenti valido per tutto il ceto forense - ripercorre le tappe della sua
formazione, descrivendola come un lineare progresso dalla grossa ignoranza, cui
sembra condannarlo l'arretratezza dell'insegnamento e delle professioni
giuridiche alle quali il padre l'avvia, verso l'incontro con le correnti della
filosofia, la conquista delle nuove scienze e una concezione elevata del ruolo
dei giuristi nella società. In questo itinerario intellettuale e civile, ben
più dei suoi direttori, di cui lamentava anzi il mancamento, hanno inciso altre
esperienze, personali o comunque estranee ai percorsi tradizionali. Per primo
il rapporto con Paolo, il solo in città capace d'illustrare le dottrine
giuridiche con gli strumenti filologici e sistematici della scuola culta. Poi
l'impegno dopo la laurea per studiar le materie continue e pei loro principi,
abbandonando l'impostazione praticistica dominante, che riduce la
giurisprudenza ad un mero esercizio mnemonico o alla lettura disordinata dei
decisionisti. Completata così autonomamente la propria preparazione, comincia a
seguire il padre nel foro e presentò di lì a poco due allegazioni, l'una per la
principessa di Casalmaggiore, l'altra per il principe di Pietraelcina, che gli
procurarono una certa notorietà ed alle quali rivendicava il merito di aver
introdotto nei tribunali napoletani "il nome di Cujacio e degli altri
eruditi", insieme con "l'uso di disputare gli articoli secondo i veri
principi della giurisprudenza". Frattanto a Napoli, avvicinandosi la metà
del secolo, con i profondi sconvolgimenti sociali e politici che la segnarono,
si definivano le linee di un'iniziativa culturale, promossa da ambienti
diversi, sia umanistici, sia tecnico-scientifici, che non restò senza
conseguenze sul pensiero civile, né trovò indifferenti, o soltanto passivi, i
giuristi e i forensi. Ministri e scrittori di cose legali se ne fecero anzi
protagonisti, cogliendovi con prontezza gli elementi di novità che potevano
dare consistenza e respiro a un discorso critico sul Mezzogiorno
spagnolo. Di tali sviluppi il D. fu testimone attento, interprete
informatissimo, in breve tempo autorevole sostenitore. Grazie ai consigli di
Ottavio Di Felice, "un vecchio assai erudito e molto affezionato della
nostra casa",colmò le proprie lacune nella conoscenza delle "buone
lettere"; ammesso poi a frequentare l'accademia di Camillo Colonna, dove
s'illustrava una nuova filosofia "non gran fatto molto dissimile da quella
che oggi chiamano atomista", vi apprese a respingere il conformismo della
dominante cultura ecclesiastica ed il tenace scolasticismo che la
caratterizzava. Fu l'incontro più fertile della sua giovinezza ed egli stesso
ne ribadì spesso il rapporto di continuità con le successive esperienze. Le
discussioni di casa Colonna costituirono, infatti, il segnale d'avvio di un
rinnovamento intellettuale a Napoli, presto dispiegatosi con l'arrivo da Roma
di Tommaso Cornelio e l'azione intrapresa da talune accademie, che spostarono
energicamente l'accento dai temi letterari o eruditi a quelli scientifici e
sperimentali. Superato, con la guida di Camillo Colonna, il limite di una
scarsa dimestichezza con l'arte retorica, tenne intanto con unanime applauso un
solenne discorso nella Congregazione degli avvocati di S. Ivone, istituita dai
teatini ai SS. Apostoli, e poco dopo, il 10 giugno 1646,la difese in
Collaterale, alla presenza del viceré duca d'Arcos, contro la pretesa dei
gesuiti di fondarne una nuova. Con questa arringa (Pro Congregatione Sancti
Ivonis, edita dal Comparato) egli guadagnò la causa e il favore del viceré, che
lo nominò ad interim fiscale di Chieti, dove si recò alla fine dello stesso
anno. Il periodo trascorso in Abruzzo, mentre a Napoli e in tutto il
Regno avevano luogo gravi sommosse, dette luogo a dicerie malevole sul suo
conto, che lo tormentarono per tutta la vita. Un tardo episodio del febbraio
1682, quando il principe Antonio di Sangro l'oltraggiò in pieno tribunale con
l'epiteto di "Masaniello", provocando persino un duello tra il
proprio campione, Cesare Mormile, e un nipote del D., Antonio della Marra, lo
indusse a scrivere una lunga Relazione de' servizii fatti... nella provincia di
Abbruzzo Citra(s.n. t., ma Napoli 1682), per replicare alle insinuazioni di
aver parteggiato allora per i popolari e per rivendicare invece il proprio
lealismo alle istituzioni regie, sola garanzia di stabilità e di arbitraggio
tra i ceti, e gli atti compiuti a difesa dell'ordine sociale e giuridico
esistente, ivi compreso quello feudale, che era parte integrante della realtà
politica dello Stato. Tuttavia le "seconde rivoluzioni", che
portarono a Napoli alla proclamazione della repubblica ed impressero al moto un
carattere indipendentistico in un quadro politico più complesso e convulso, lo
posero ai margini del conflitto abruzzese, sicché dopo due mesi trascorsi nel
convento degli scolopi di Chieti, dove ebbe modo di leggere Cicerone e
Campanella, pervenuta infine l'attesa nomina del nuovo fiscale e concluso
l'affitto dell'arrendamento del sale nell'estate 1648,partì nel settembre per
Napoli, che raggiunse in novembre, dopo un breve passaggio da Roma. Qui
non solo riprese l'esercizio dell'avvocatura, con crescente successo di
prestigio e di entrate, ma si adoperò soprattutto per un rinnovamento
scientifico e culturale, di cui non a torto il Giannone lo considerò
protagonista e promotore principale (Istoria civile). Egli stesso sottolineò in
seguito efficacemente, in una pagina giustamente famosa (Avvertimenti), il
significato della svolta verificatasi a Napoli allora; l'importanza centrale
ch'ebbe la diffusione delle opere di Cartesio; il ruolo essenziale di Tommaso
Cornelio nel porre gli studiosi napoletani a contatto con il pensiero europeo;
l'ostilità che le nuove dottrine incontravano presso i circoli tradizionalisti
e la protezione ad esse accordata da taluni aristocratici; infine il proposito
che animava i moderni di modificare l'assetto delle professioni, in particolare
giuridiche, attraverso un confronto più intenso con le varie scienze. Il
momento era favorevole ad un'iniziativa dei gruppi intellettuali. L'opera di
restaurazione, condotta dal viceré di Oñate secondo un disegno assolutistico
volto a consolidare l'autorità delle istituzioni regie, prospettava un
rinnovato compromesso tra monarchia e ceti privilegiati, deprimeva le
aspirazioni della nobiltà più riottosa, maturate nei trascorsi disordini,
offriva spazi nuovi e maggiori di presenza politica e di affermazione sociale
ai forensi ed ai magistrati. A. ffiancò prontamente l'azione del viceré e dalla
sua paterna cura per il "ristoramento" degli studi ottenne un
avanzamento universitario per Gian Camillo Cacace e l'attribuzione a Tommaso
Cornelio, nel 1653, della cattedra ripristinata di matematica. Nel frattempo
svolgeva una parte considerevole nella breve rinascita degli Oziosi, tra i
quali recitò diverse orazioni, in particolare a favore della "novella
maniera di filosofare" e per un rapporto più stretto della giurisprudenza
con "tutte le altre scienze". La grande peste del 1656, lacerando
drammaticamente la vita della città, pose fine d'un colpo agli esperimenti e
alle iniziative che si conducevano a Napoli e che vennero poi ripresi, dopo il
flagello, con lentezza e difficoltà. Rientrandovi dopo il periodo del
"contagio", trascorso nei feudi del principe di Cassano, A. dovette
rinunciare per qualche tempo agli ambiziosi progetti di politica culturale, cui
ritornò solo dopo alcuni anni impiegati nell'esercizio dell'attività forense
per una clientela sempre più consistente ed altolocata. Si pose infatti in
primo piano nelle vicende intellettuali della capitale quando con numerosi
filosofi come Cornelio, Porzio, Capua,
Caramuel e molti altri, dette vita, al primo nucleo degli Investiganti, che
prese a riunirsi in casa di Andrea Concublet, marchese di Arena. Gli
orientamenti dell'Accademia sono noti, così come la molteplicità ed
eterogeneità dei motivi che vi si agitavano: dal probabilismo allo
sperimentalismo, allo storicismo. Altrettanto celebre è l'episodio che ne
riassunse simbolicamente il programma e gli inizi: la visita compiuta
nell'ottobre 1664, sotto la guida del D., da oltre cinquanta accademici, tra
cui numerosi nobili e prelati di rango, al cratere di Agnano, per controllare
la fondatezza degli antichi miti, raccogliere materiali da sottoporre
all'indagine chimica, far esperimento diretto delle caratteristiche naturali
del sito. Tra gli Investiganti il D. ebbe infatti un ruolo cospicuo. Preziosa
cerniera tra i novatori e il mecenatismo di una parte almeno della maggiore
aristocrazia, non pose nulla in istampa direttamente legato a quell'esperienza,
ma di alcune opere fu consigliere ascoltato, di altre fu promotore o
dedicatario, intervenne infine sui temi che si dibattevano non soltanto come
suggeritore o patrono di opere e di iniziative, o come veicolo d'idee,
d'interessi e di libri. Agli argomenti centrali del nuovo sapere - l'atomismo,
le leggi del moto, il rapporto tra elementi fisici ed "incorporei" e,
sullo sfondo, tra metafisica ed esperienza - dedicò in vecchiaia alcuni lavori,
quando l'Accademia era da tempo ormai spenta, ma non cessate le dispute da essa
animate, né l'eco che avevano suscitato negli ambienti napoletani, messi in
fermento dalle energiche controffensive dei gruppi conservatori. Nei
manoscritti filosofici del D. - affidati, come altre sue opere, a una
tradizione testuale non sempre chiarita - possono riconoscersi oggi tre lavori
distinti. Il primo è un'Apologiain difesa degli atomisti (Napoli, Bibl.
Oratoriana dei gerolamini, ms.; esemplare mutilo con correz. autografe),
prodotto perciò in un periodo difficile nella biografia dell'autore e in una
fase particolarmente vivace della dialettica politica e culturale napoletana.
Il secondo, la Risposta a favore del sig. Capoa contro le lettere apologetiche
del p. De Benedictis gesuita, tradizionalmente assegnato al 1697, ma elaborato
a partire dal 1695, risale anch'esso a un momento cruciale, coincidente con la
disputa sul S. Uffizio e la conclusione del processo contro gli
"ateisti" (l'esemplare migliore è quello della Bibl. naz. di Napoli,
ms. I D 4, alle cui cc. corrisponde il frammento autografo della Bibl.
Oratoriana dei gerolamini, ms.; da segnalare anche la copia della Bibl. Angelica
di Roma, ms. 1340, fatta eseguire per il card. Passionei dal pronipote del D.,
Giulio Cesare, nel 1752). Vi è inoltre una seconda stesura della Risposta,
preparata tra il 1697 e il 1698 (se ne conoscono due diverse redazioni: Napoli,
Bibl. naz., ms.; e ms. Brancacc.). Scritti di replica o di polemica
contro il profilarsi, in momenti di acuto conflitto, anche politico, di una
rivincita della cultura "dei chiostri" sulle istanze del sapere
moderno, le opere del D. non disegnavano un compiuto sistema, né seguivano
fonti univoche d'ispirazione. Adombravano una sorta di filosofia del
particolare e del concreto, che si nutriva di salde radici umanistiche e
galileiane, proprie della tradizione napoletana, innestandovi gli insegnamenti
di Cartesio e Gassendi, talvolta di Spinoza e di altri ancora, secondo
un'impostazione che può apparire eclettica o incline al frammento, ma che
rispondeva piuttosto al proposito di rivendicare il lascito trasmesso dai
novatori al pensiero meridionale, il segno da loro impresso sulla vita morale e
civile attraverso lo sforzo d'iscriverla nei circuiti del "secolo della
filosofia", di aprirla, nel modo più largo possibile, al movimento
intellettuale europeo, d'includere infine nel suo orizzonte i numerosi motivi
che lo percorrevano, cogliendone i nodi essenziali e gli aspetti capaci di
stimolare più fresche energie. Perciò, guidate dalla consapevolezza dei vasti
riflessi della battaglia teorica in corso, esse riaffermavano, contro il
dogmatismo ed il verbalismo scolastico imperversante, il metodo sperimentale,
l'intuizione della materia e l'ipotesi atomistica, l'indagine storica come
criterio di verifica delle autorità. Comunque l'impresa cui il D. dovette
maggiormente la sua fama di studioso e il successo presso le corti di Napoli e
di Madrid furono le scritture composte nel 1667 e nel 1676 per respingere le
pretese di Luigi XIV alla successione spagnola e contestare le tesi della
pubblicistica che lo sosteneva. Sin dal 1663 il re di Francia aveva
reclamato i Paesi Bassi alla moglie Maria Teresa in base al diritto di
devoluzione. La contesa si era infiammata via via tanto sul piano
politico-diplomatico quanto su quello giuridico e dottrinale. I rapporti tra le
corone si avviavano a rottura aperta quando, sul finire del 1666, il vicerè Pietro
d'Aragona incaricò il D. di controbattere gli argomenti francesi. Il 28 febbr.
1667 questi sottoscrisse solennemente, alla presenza del viceré una Dissertatio
de successione Ducatus Brabantiae (copia a Napoli, Bibl. oratoriana dei
gerolamini, ms.), che venne subito inviata a Madrid. Tuttavia l'incalzare degli
avvenimenti, con l'invasione francese delle Fiandre, seguita nel maggio, e il
moltiplicarsi di trattati e libelli per il Re Sole, assieme al ruolo ufficioso
rivestito nella polemica, imposero al D. di ritornare sulla materia, sicché
nell'estate scrisse febbrilmente una nuova Risposta al Trattato delle ragioni
della Regina Christianissima sopra il Ducato di Brabante, con altri Stati della
Fiandra (Napoli 1667), che traeva spunto da un Traité anonimo, ma di carattere
ufficiale, comparso a Parigi nel maggio dello stesso anno. La medesima
Risposta, ritoccata, venne poi ristampata a Napoli con un Discorso e un
Discorso aggiunto, di argomento storico-erudito, una appendice contenente la
Copia di una lettera... nella quale si dà giudizio della Dichiarazione... del
Re Christianissimo, redatta su incarico del viceré de los Velez come replica al
manifesto di Luigi XIV per la guerra di Messina e già circolante sotto la data
di Roma, 28 genn. 1676, e con altre due lettere di minore interesse (il libro
cominciò a stamparsi nell'aprile 1676 e fu diffuso nel marzo 1677, come risulta
dalla corrispondenza da Napoli di D. Ronchi; Roma, Arch. Doria Pamphili).
Strettamente legati all'occasione politica, gli scritti del D. ne seguirono le
circostanze e gli svolgimenti, ma segnarono anche un passaggio di grande
rilievo nella cultura napoletana del secondo Seicento. Se i due Discorsi,
infatti, si avvicinavano in qualche modo al genere dei "bella
diplomatica" che impegnava allora la migliore giurisprudenza europea, la
Risposta confutava le rivendicazioni francesi in termini ben più avanzati delle
consuete dispute avvocatesche, affrontando il tema della successione nel
Brabante alla luce di una ricerca storica e di una meditazione sulle dottrine
di Grozio, che la conduceva a individuare nel diritto di natura e delle genti
le regole proprie al suo carattere giuspubblicistico. In tal modo rompeva
l'isolamento del pensiero giuridico meridionale, lo apriva al confronto con le
correnti d'Oltralpe, indicava un metodo storico per l'analisi degli ordinamenti
e delle istituzioni che consentiva di determinare la natura privatistica o
pubblicistica degli istituti, i loro rispettivi confini ed i fondamenti
giuridici delle relazioni internazionali. Non è dunque un caso se con
quest'opera maturò nel D. un orientamento non solo giurisprudenziale, ma più
largamente civile, fondato, in politica interna, sulla prospettiva di un
accordo di governo tra il ceto intellettuale ed i viceré; sul lealismo spagnolo,
in politica estera, giacché quell'impero restava, anche nel suo declino e col
suo "genio tardo", atto a conservare più che ad innovare un puntello
insostituibile per la pace e la stabilità dell'Europa, condizione per ogni sia
pur relativa autonomia del Regno meridionale. Con la polemica sulla successione
del Brabante prendeva forza, in sostanza, il difficile tentativo, condotto d’A.
con cautele e prudenza, di collegare la battaglia culturale dei novatori alla
riflessione e all'azione politica. Da allora infatti, nutrita dalla lezione di
Machiavelli e dalle dottrine correnti della ragion di Stato, ma con l'aggiunta
di un robusto realismo, che ne costituisce il tratto più caratteristico e
originale, la sua attenzione si concentrò per circa un ventennio sulla scena
internazionale, dove si decideva lo stesso destino del Regno di Napoli. Il
rapporto tra gli Stati, la debolezza e l'immobilismo del sistema spagnolo, e di
quello meridionale al suo interno, il dinamismo francese, infine l'emergere, da
Napoli poco decifrabile, di altre potenze, divennero così l'argomento
principale del suo nutrito carteggio col principe Doria, ed insieme lo sfondo
di alcuni interventi forensi e di altri suoi scritti giuridico-politici (le une
e gli altri editi ora da Mazzacane). La familiarità col principe risaliva
al 1673, quando il D. soggiornò presso di lui a Genova, Pegli e Torriglia, a
conclusione di un periodo di viaggi guidati da curiosità intellettuali, non
meno che da motivi di salute. Afflitto da serie crisi di ansietà e di
apprensione, manifestatesi sin dal 1668 ed aggravatesi l'anno dopo con la morte
del padre, forte di una solida situazione finanziaria, assicuratagli dalla
funzione diavvocato primario del Regno, abbandonò la città poco più tardi,
mentre precipitava una crisi nei rapporti politici degli intellettuali
napoletani. Infatti se alla sua intesa col viceré d'Aragona si dovette
l'avanzamento negli uffici del fratello Gennaro nel 1668 e l'incarico a lui,
l'anno successivo, di difendere la "piazza" del popolo contro la
nobiltà, tra la fine del 1669 e i primi mesi del 1670 il clima parve
profondamente mutare, con la chiusura dell'Accademia degli Investiganti e la
partenza da Napoli di alcuni suoi esponenti. Viaggiò per vari anni, con
soggiorni più o meno lunghi in diversi centri italiani, raccogliendo consensi e
amicizie, approfondendo gli studi scientifici e matematici, partecipando con
vivacità alla vita intellettuale deicircoli che frequentava di volta in volta,
come dimostrano le importanti lettere a Lucantonio Porzio (Napoli, Soc.
napoletana di storia patria, ms. XX.B.24) e a Francesco Redi (Firenze, Bibl.
Mediceo-Laurenziana, ms. Laur. Red. 219). Rientrò a Napoli nell'aprile
1675. Le cronache della capitale, le relazioni degli agenti stranieri, le
stesse lettere, spesso settimanali, al principe Doria consentono di seguire
minutamente le sue attività professionali e la sua azione civile negli anni
successivi. Tuttavia, nell'intreccio contraddittorio di una realtà arretrata,
ma vitalissima, nell'accavallarsi di episodi maggiori o anche minimi, nel
complicato scomporsi e ricomporsi dei vari "partiti", esse non si
prestano a facili interpretazioni e non sono state interpretate uniformemente
dalla storiografia. Del resto, qualsiasi lettura degli ultimi anni del D. è collegata
con un giudizio sull'intera vita morale del Mezzogiorno durante il declino
dell'impero spagnolo e nel profilarsi di una generale "crisi della
coscienza europea". Perciò i dettagli di un'aneddotica spesso pettegola,
le sfaccettature di un carattere umano incline alla melanconia, altero, ruvido
ed anche "bizzarro", non possono esaurire il senso della sua
presenza, vigile e critica, nella realtà napoletana di fine Seicento, il suo
ruolo di maestro e guida intellettuale, di capostipite anzi di una genealogia
spirituale che, attraverso il Biscardi e l'Argento, sarebbe giunta fino a
Giannone. Il governo del Velez segnò il momento di più consistente
raccordo con la politica dei viceré e le aspirazioni egemoniche del ceto
forense. Ne sono testimonianza eloquente, tra le altre, le scritture già
ricordate sulle pretese del re di Francia, cui si aggiunse nel 1682 una
Risposta al libro de' Francesi sopra li pretesi diritti del Re Cristianissimo
sopra il Regno di Napoli et di Sicilia (Napoli, Bibl. naz., ms. XI.C. 25). A
questa rapida "informazione" - una replica al Dupuy cui continuò a
lavorare anche senza portarla a compimento - vanno aggiunte le difese in
giudizio, sollecitate dal viceré, del marchese de Viso nel 1675, e dei Brancato
e del Guaschi. Nello stesso anno rifiutò, con Carlo Cito, la designazione per
la "piazza" del popolo, e l'episodio dimostra la volontà, e la
possibilità tuttora attuale, di mantenere un'autonomia di partito per gli
intellettuali e i forensi. L'ascesa impetuosa di funzionari e ministri,
profilatasi da lungo tempo e consolidatasi con l'assolutismo amministrativo del
Carpio, spostando definitivamente il peso politico delle due anime del ceto
civile, forense e togata, in favore di quest'ultima, divideva i rispettivi
interessi e disegni e riduceva le possibilità, per la prima, di porsi con forza
propria come centro di mediazione nella dinamica sociale e politica del
viceregno. Perciò il D., emarginato e forse anche deluso dagli ambienti di
palazzo (già nell'increscioso incidente del 1682 non si registrò né l'appoggio
del Velez, né una risoluta solidarietà dei colleghi), si dedicò con rinnovata
energia ai propri studi, per rianimare il gruppo disperso dei novatori dinanzi
al ritorno in forze dello schieramento cattolico e del più oscuro spirito
controriformistico. Alla fine del 1684 morì il Cornelio e quella
scomparsa sembrò segnare la conclusione di un intero ciclo della cultura
napoletana, sicché assunse un significato evidente il carico preso dal D. per
rivendicare il valore del suo insegnamento e la persistente vitalità della sua
lezione. Egli infatti non solo sorvegliò l'edizione delle sue opere inedite,
apparsa poi a Napoli, ma fece celebrare, nella primavera del 1685, un solenne
funerale per il maestro, che ebbe il tono di un appello e di una perentoria
riaffermazione di fedeltà ai principi della nuova scienza. Nello stesso anno
stese anche la già ricordata Apologia in difesa degli atomisti e ricevette, tra
ottobre e novembre, le visite di Mabillon e Burnet, che rappresentarono un alto
riconoscimento, da parte dell'Europa dotta, del suo prestigio internazionale e
del rilievo degli studiosi napoletani nell'ambito del sapere moderno.
Furono tuttavia episodi che non lo scossero da una sorta di doloroso
isolamento, in cui si inserirono meditazioni religiose sempre più fitte,
d'intonazione etica rigorista, da leggersi comunque in rapporto con alcune
scritture, di difficile datazione, dirette a inserirsi nei grandi dibattiti
europei di filologia biblica (Napoli, Bibl. Oratoriana dei gerolamini, ms.). Di
peso più concreto fu invece la nomina, ottenuta dal viceré conte di Santo
Stefano, per la carica di giudice di Vicaria, della quale prese possesso il 10
maggio 1688. Egli tornava così sulla scena pubblica, ma attraverso un
reclutamento nella burocrazia - sia pur mitigato dalla maggior comprensione del
Santo Stefano, rispetto al Carpio, per le ragioni culturali dei novatori - che
costituiva di fatto un'ammissione del sopravvento degli uffici sull'avvocatura
da parte di chi, come lui, lo aveva sempre avversato, ed ancora sarebbe tornato
a negarlo negli Avvertimenti. Seguì nel luglio 1689 la promozione a
consigliere nel Sacro Regio Consiglio, e poi a fiscale della Sommaria, dove
s'insediò il 5 apr. 1690: tutti spostamenti che s'intrecciarono con i tortuosi
percorsi, e gli intrighi, dei circoli ministeriali di quella vera e propria
"Repubblica dei togati", che era ormai diventato il Regno di Napoli
per sua profonda struttura. Le funzioni di governo e le competenze
finanziarie dell'organismo di cui entrava a far parte richiesero il suo impegno
su questioni economiche di scottante attualità, che egli affrontò con uno
spirito di cui è difficile sottovalutare l'originalità e l'importanza. Dalle
allegazioni (sono note quella sul problema dei pedaggi e dei passi, intitolata
Iura pro Regio Fisco, e l'altra, Ad interpretationem regiarum litterarum quibus
fuit declaratum officia quae sunt de regalibus, in sostegno del carattere
pubblico degli uffici; entrambe in N. Ageta, Adnotationes pro Regio Aerario,
II, Neapoli) e dai suoi ripetuti interventi in Collaterale, nel corso (Arch. di
Stato di Napoli, Collaterale. Notamenti, emerge infatti un complesso di temi e
valutazioni, nei quali prendeva forma una acuta analisi dell'inferiorità
meridionale, capace di coglierne la sostanza economica, ed un coerente piano di
parziali riforme. La linea prospettata dal D., spesso ripresa e ampliata
nelle lettere al Doria, non può avvicinarsi alla contemporanea cultura
mercantilistica. Essa tuttavia conteneva il richiamo, d'ispirazione pragmatica
più che teorica, alle esperienze europee più avanzate (olandesi ed inglesi), la
denuncia della venalità degli uffici come causa prima delle disfunzioni del
sistema spagnolo e della questione beneficiaria come uno dei lacci più
pericolosi che soffocassero il Regno, infine l'indicazione di misure concrete
sui problemi della moneta, degli uffici, dei passi. Ma la sua perorazione per
la libertà dei commerci e le proposte di riforma corrispondenti si arenarono
subito, nonostante l'intesa col viceré, per la ferma opposizione del
baronaggio. Si fa perciò più rara la sua presenza nei diversi consessi
ministeriali. Èsostituito in Sommaria e fu giubilato, mentre risiedeva a
Procida, donde dava vita a un rilancio della sua azione culturale. Di tale
intenzione erano state già segno la collaborazione prestata a Valletta per una
scrittura, compiuta in quegli anni, relativa al conflitto accesissimo sulla
giurisdizione del S. Uffizio e la stampa della Disputatio an fratres (Napoli),
un testo capitale della scienza giuridica di fine Seicento, in cui, con matura
sensibilità storica, egli poneva la consuetudine e l'interpretazione
giurisprudenziale a fondamento del diritto del Regno e dei suoi svolgimenti.
Risalgono inoltre allo stesso periodo alcune scritture e lettere sullo stato
politico d'Europa e d'Italia (cfr. l'ediz. Mazzacane). Le opere
dell'ultimo biennio valsero a confermare il suo ruolo eminente tra le
avanguardie intellettuali napoletane, sicché non sorprende la visita resagli a
Procida dal Santo Stefano a metà dicembre 1695 per concordare un'azione contro
l'offensiva curiale e gesuitica in atto, che si esprimeva sul piano e politico
e culturale con la controversia del S. Uffizio, il processo agli ateisti, i
libelli polemici tra cui spiccavano per ampiezza di argomentazioni le Lettere
apologetiche del padre Benedictis, pubblicate a Napoli nel 1694 sotto lo
pseudonimo di Aletino. Ad esse il D. replicò con le Risposte già ricordate, ma
nel frattempo nuovi equilibri si profilavano a Napoli. Altri temi più
direttamente incisivi che non gli appelli per la moderna filosofia, si
offrivano a costituire il cemento ideologico capace di saldare alleanze diverse
tra i ceti e di rimescolarne gli schieramenti. Nella svolta di fine Seicento,
dinanzi all'atto di accusa rivolto dagli ambienti cattolici alla nuova cultura
e ai suoi progetti di rinnovamento, dinanzi ad un tentativo d'imporre il
prepotere ecclesiastico, il ministero togato serrava le fila, si attestava
sull'intransigente difesa della giurisdizione regia, assumendola in proprio,
senza demandarne la definizione a intellettuali appartati, sia pure di grande
prestigio, come il D'Andrea. La sua lezione investigante non poteva più
rappresentare la base per un'intesa tra monarchia, viceré e magistrati, stabilitasi
invece attorno al giurisdizionalismo, e difatti egli venne del tutto ignorato
nelle iniziative del duca di Medina Coeli. Perciò gli Avvertimenti ai nipoti,
completati nel 1696 e destinati a una straordinaria fortuna, assunsero spesso
il tono di una apologia retrospettiva, pagarono il prezzo della contraddizione
tra un modello ancora proposto e il realistico riconoscimento dei cambiamenti
avvenuti. Il primato dell'avvocatura come alto magistero per il giurista
moderno, argomentato con frequenti tinte neostoiche, e come via regia per
acquistare ricchezza e potere, vi si accompagnava all'ambigua ammissione del
risalto sociale e politico conseguito dal ministero, ispirando una ricognizione
minuta sulle vicende del ceto forense negli ultimi cinquant'anni, che rimane
esemplare per profondità ed acutezza di analisi, ma che non può nascondere il
fallimento del tentativo di fissare le direttrici ideali per i nuovi gruppi
dirigenti.Gli Avvertimenti furono terminati l'anno prima del ritiro a Candela,
nei feudi lucani del principe Doria, dove D. si riduce per un impulso di
solitudine e per curarsi lo stato fisico declinante. Morì a Candela (Foggia) di
una febbre terzana contratta a Melfi nell'estate. La sua operosità non era
venuta meno neppure negli ultimi mesi. Aveva infatti compiuto da poco un Discorso
politico intorno alla futura successione della monarchia di Spagna (edito di
recente dal Mastellone), che è il suo estremo messaggio agli intellettuali
napoletani nella "cupa" finis Hispaniae. Fonti e Bibl.: Fonte
principale sono le notizie autobiogr. sparse negli Avvertimenti ai nipoti,
pubbl. a cura di N. Cortese, I ricordi di un avvocato napoletano del Seicento.
F. D.,Napoli, con intr., note e append. bibliografica ricche di riferimenti ai
documenti ined. e alle testimonianze più antiche. Per le date di nascita e di
morte si sono tuttavia preferite quelle indicate da L. Giustiniani, Memorie
istor. d. scrittori legali del Regno di Napoli, I,Napoli, confermate
rispettivamente dai Registri battesimali della chiesa madre in Ravello e dai
documenti dell'Arch. Doria-Pamphili in Roma. Circa l'età in cui iniziarono i
primi studi, si è adottato l'uso moderno di considerare l'anno di vita
compiuto, anziché quello iniziato. Si è inoltre collocata la laurea, seguendo
[Torrese], Diligentissima Neapolitanorum doctorum nunc viventium nomenclatura,
Neapoli e Corrado, Nomenclatura doctorum Neapolitanorum viventium, Neapoli; la
documentazione archivistica dell'Arch. di Stato di Napoli, Coll. dei Dottori,
lacunosa, ne dà conferma almeno e silentio. L'elenco delle opere edite e
inedite e delle lettere finora rinvenute è fornito da A. Mazzacane, I misteri
de' Prencipi. Lettere e scritti politici di F. D., Napoli. Tuttavia, manca
ancora una soddisfacente ricostituzione dei testi, avviata, per le opere
filosofiche, da A. Quondam, Minima Dandreiana. Prima ricognizione sul testo
delle"Risposte di F. D. a B. Aletino", in Riv. stor. ital. (ma v.
anche A. Borrelli, L'"Apologia in difesa degli atomisti" di F. D.,in
Filologia e critica. Per il carteggio, due lettere al Redi sono pubblicate e
commentate da Tellini, Tre corrispondenti di F. Redi, in Filologia e crit.;
numerose altre allo stesso sono studiate da A. Borrelli, F. D. nella
corrispondenza ined. con F. Redi; quelle al Doria (ora pubbl. da Mazzacane)
sono in buona parte citate ed utilizzate da R. Colapietra, L'amabile fierezza
di F. D. Napoli nel carteggio con Doria, Milano, il quale riassume anche
precedenti lavori propri, annota e discute in maniera completa la letteratura
disponibile, antica e recente. Di essa perciò ci si limita a ricordare soltanto
le monografie e le raccolte di saggi che hanno maggiormente animato, negli
ultimi tempi, il dibattito storiografico sull'autore e sul secondo Seicento
meridionale, rinviando agli indici per la precisazione delle pagine di diretto
interesse: B. De Giovanni, FILOSOFIA e diritto in F. D. Contributo alla storia
del previchismo, Milano; Id., La vita intellettuale a Napoli tra la metà del
Seicento e la restaurazione del Regno, in Storia di Napoli, VI, 1, Napoli; N.
Badaloni, Introduzione a Giambattista Vico, Milano 1961; S. Mastellone,
Pensiero politico e vita culturale a Napoli nella seconda metà del Seicento,
Messina-Firenze 1965; Id., F. D. politico e giurista. L'ascesa del ceto civile,
Firenze, Discorso politico intorno alla futura successione della monarchia di
Spagna; L. Marini, Il Mezzogiorno d'Italia di fronte a Vienna ed a Roma,
Bologna; V. I. Comparato, G. Valletta. Un intellettuale napoletano della fine
del Seicento, Napoli; IUffici e società a Napoli. Aspetti dell'ideologia del
magistrato nell'età moderna, Firenze 1974; Id., Retorica forense e ideol. nel
giovane D.,in Boll. del Centro di studi vichiani, l'allegaz. Pro Congr. S.
Ivonis); R. Ajello, Arcana juris. Diritto e politica nel Settecento italiano,
Napoli; Id., Cartesianismo e culturaoltremontana al tempo dell'"Istoria
civile", in Pietro Giannone e il suo tempo, a cura di R. Aiello, Napoli;
P. L. Rovito, Respublica dei togati. Giuristi e società nella Napoli del
Seicento, Napoli; G. Galasso, Napoli spagnola dopo Masaniello, Firenze. A. Nacque
nella Città diRavellonellaCoſta d’Amalfi o 1_óz7. come altri fi avvisarono. I
suoi genitori furono Die go e Lucrezia Coppola della ſtessa Città', e nobile
del sedile di Mon 58 -A N Montagna giusta l’avviso del nosiro
autore. Il Padre, che_ se ne stava in Napoli addetto all’ esercizio del foro,
appena ch’ ebbe oltrepassata l’infanzia lo se quivi condurre (a), e di~ anni
10..-affidollo alla educazione de’ PP. dell' Oratorio. F in da quesia tenera
età incominciò a dar saggio de' suoi vivaci talenti, ritenendo con iſtupore
quanto legger segli facea, e quanto anche da’dotti sentiva, onde il nome gli
diedero di maeslro di me moria. La sua educazione però, esser dovea tuttaltra
da quella, che gliene diede poi il padre ne’ primi anni di 'sua giovanezza.
Egli accorgendosì della vivacità del figli0,non volle metterlo sot to la
disciplina degli oggigiorno espulsi Gesuiti per applicarlo ben toſto allo
ſtudio della giurisprudenza, anche sul sospetto, che quel li conoscendo i
talenti del giova‘netto persuaso lo avrebbero a ve flire le loro lane,e privar
con ciò la sua casa degli avanzamenti, ' che avrebbe potuto sperare dalla sua
riuscita,p Dell’etàdianni12.‘ adunquemandollo adiſtudiargiurisprudenza,nien— te
iſtrutto di quegli altri ſtudi necessari a ben intendere questa scienza. Buon
per lui ch’ebbe_a maestro il tanto celebre Giannandrea di Pao lo,ottimo oratore
dique’ tempi, e stato già discepolo di Alessandro...Turamino Sartese (3):
giacchè a dir del nostro autore (4) corse ri ‘schio di esser discepolo di Gio.
Domenico Coscia Calabrese, sopranno mato Casciana, uomo grosso d’ingegno, e
ſtato già maesiro di Diego suopadre. Fe L0 attesia esso Francesco
nell’introduzione de’ suoi avvertimenti. -Eglì ſtesso lo dice ne’ suoi
avvertimenti, ove parla della casa Rovito. (3) Nicolò Toppi bibliot. napal.
pag. 8. Giangiuseppe Origlia [sud. diNapol. r. a. p. '50. e Pietro Giannone
jlor. civ. del Reg. di Napo!. [ib. 34.:0.8. Q. r. in fin. scrivono,'che quiz/Zi
ancorchè Senese d’ origine su Napoletana. Ma-si sono ingannati a partito. Non
pochi monumenti abbiamo da potergli reflituir la sua patria. Nel 1604.
trovandosi in Ferrara scrisse una lettera al Cardinale Cammillo Borghese in cui
scrive: e Neapoli per Tbyr-renum in pan-iam adveäiur-c Nel-. dimessosi dalla
carica.di uditor di Rota nel {oro di Firenze, venne in Napoli, ed occupò la
cattedra di diritto civi le,come appare-dalla letteravindirizzäta a D. Gio.
Zunica Vicerè diNa 'poli, impressa nel libro de exaequariane legarorum,
pubblicato nel i593. e dall’altra scritta dall'autore a Lorenzo Usimbardo., che
fece precedere‘al suo opuscolo sulla L. non puro D.dejimfifri. Neap. in4.e .
per morte del Colombino passò alla primaria, e tutte le opere, che pose qui a
luce le dedicò' a’personaggí del suo paese; tal è quella sana a Cerretano, e
Francese* Accarisio patrizj Sanesi, che precede al suo,opuscolo ad L. fruit—im‘,
S. Papiníanur D. quem. dorperat. impresso nel 1600. E* da leggersianche
l’accuratissimo Lorenzo Meho in praes. op”. Tura míni,ëdir.&nen/ir.
Ne'suoiavvertimenti. 1 ñ n, o AN 'gç Fece gli intendereildotto
Gianandrea di Paolo,quantoeglieramal fondato ne’ primi ſtud;,e qual bisogno
avesse,per ben. coltivare i suoi talenti nello apprendere la scienza del
diritto.Siffatti avverti menti però dispiacendo all’ambizioso genitore,
bramandojl più preſto di vederlo esercitato nel foro, nell’età di anni 17. con
di spensa volle addottorarlo nell’una enell’altra legge per fargli
intraprendere bentoſto un. tal esercizro. Egli non però l’accorto giovanetto
volle secondare i desider) paterni. N o n interruppe per ciò dopo la laurea
dottorale le sue' affiduc applicazioni nella let tura degli autori latini e
greci, tanto prosatori,che poeti. S'in vaghi non poco delle opere di VIRGILIO
(si veda), e di Omero, ed anche de’più scelti poeti toscani, per cui avendoci
acquiſtata una partico lar passione, com’c’ dice, non potè però giammai vedersi
da tan- ’ to a comPorre un *ver/b con'qualchc suo dispiacimento. Queſta '
insinuazione gliela diede peraltro anche il dotto Ottavio di Felice, avendogli
fatto comprendere similmente quanto fossenecessariol'acquiſto della geografia e
cronologia,senza di cui e’tratto non avreb be un maggior profitto dalla ſtoria,
e che ſtato sarebbe ancor per lui molto vanta gioso apprendere qualche cosa di
moral filosofia. Colla guida de’ su odati valentnomint giunto all’età di anni
zo. in cominciò la carriera del foro, *e ad iſtudiare gli articoli', che oc
correano-nelle cause del padre. La prima scrittura,ch' e‘ mandò a ſtampa
fu-sull’ articolo eccitato in un litigio del, principe di Ca salmaggiore,se
l’interesse ~di più anni pote'a- eccedere il doppio della sorte principale. Lo
spirito di novità con cui mane‘ iol-lo, piacque non poco alConsigliere Arias de
Mesa stato diggi catte 'dratìco di Salamanca. La seconda in una causa d’
importanza del Principe d’Aquino col Duca dell’Acerenza per la vendita diGiu
gliano, e in risposta di quella fatta da Giulio Caracciolo. M a poichè
incominciò a veder da lungi. lavaſtità delle scienze, cad iscorgere
qualeabilità ancor naturale richiedeasiñameritare ilnome
dioratore,‘moſtrossìsul rincipio Corantoritenuto. diarringarc‘ nelle ruote, che
su nella risoluzron di volersi di ’nuovo,rinchiudeñ re,-se animato non lo
avessero i dotti, e poſtogli avanti gli occhi lasuaabilitàesapere. Undiqueſtisuil
celebre Colonna Signore di somme cognizioni, dandogli de’savsi) precetti, e la
notizia insieme di scelti scrittori aformarsi un buÒno e diverso ſti -le degli
altri del foro. Ho ammise i-ndi nella sua letteraria accade-l mia-,che radunava
in ogni settimana‘, perfarlo esercitare sì nello* scrivere, che nel parlare
alla, presenza' di uomini colti. Queſto c sercizio confessa il noſtro autore
che gli su di sommo aiuto, e che.perciò.vedeasinon poco obbligafo aqucſto gran
protectorde’gtovani. Indi siascrissealla congregazione S.lvonc.,ove,recitò_una.
suaart-?l 2. zio 60 AN zione in lode di quella is’tituzione; ed
avendone riportati univerá sali applausi,incominciò pian piano ad incoragirsi,e
a deporre quel timore, chel’aveafinallora sorpreso.Quindi trattenendosiunamat
tina* nel Collaterale,in cui doveasi trattare la tanto famigerata cau sa tralla
succennata congregazione,ei PP.Gesuiri, iquali pretendeano -fondarne altra, ed’
essendo ſtato chiamato dal Vicerè Duca d’Arcos il difensore di essa
congregazione, non vi' si trovò per allora. Niu no de’ tanti avvocati della
medesima,che vi s1 erano radunati vol le esporsi al cimento, ed il solo noſtro
Francesco di anni ar. non già. zz. secondo vuole il Giannone si addossò
eſtemporaneamente l’in carico,e parlando colla più sop‘rafflna elo uenza, e
sodezza di ra— gione,ancorchè avesse dovuto rintuzzare [avversario Francesco
Pra to,che parlato avea in favella Spagnuola’,ne riportò a suo favore siuna
compiuta decisione. Queſto dir solea il noſtro autore, esser ſtato un de’ più
segnalati punti di sua vita, e il primo passo alla gran fama, che andò dipoi
sempreppiù acquistando., Volle il Vicerè crearlo fiscale nella Regia Udienza di
Chieti, che vi an ‘dò poi verso carica ch’e liaccettòmal volentieri, e che
dispiacque e ualmente aglialtriperve ersi allontanato dal foro un giovanedi
rffattaesettazione. Egliperòdilàadueannivisireſti tui,'e dopo di ave 1
procacciata della gran vfama nel suo eserci zio insieme‘ con D.
Michele-Pignatelli Preside -e governador delle -armióin ambedue’le‘provinciedegli'Abruzzi
intempi sìmemo rabili di popolari rivoluzioni. Seguendo quelle provincie l’esem
pio della capitale, quel savio Cavaliere’non trovò più abile Soggetto, che A., onde
valersi in fiff‘atte circoſtanf ze a sedare ilfurore dell’insano popolaccio.
Tanto nell’eseguire le incombenze del Pignatelli, quanto i nuovi ritrovati da
lui, a ben riuscir nell’impresa in vari paesi tumultuati, moſtrò maisem pre una
gran saviezza,ed una più che invecchiata prudenza-Chi unque volesse
soddisfarsene legga la sua scrittura(ch’ io notcrò nel n. 7.) che conservasi
tuttavia dall’amabile odierno Marchese di Pescopagano Sig. D. Diego A. Regio
Consigliere di S. Chiara, -e del nuovo Tribunale dell’ Udienza dell’Esercito,
Marina,Caſtel lidiquestaCittà,edell’Alcaida‘to,ilqualgentilmenteme lapassò
nelle mani, ond’io tratte avessi lesuccennate notizie. Sa Giannone [lor. civil.
del Reg”. di Napo!. edizd 723. (z) E’ norabìle, che tra i rubelli eranvi in
Napoli Vincenzo, e Francesco d’Andrea di altra famiglia ignobile,e dessendo
ſtatocreatodalpopoloCon figlierediS.ChiaraessoFrancesco,mandataindilañnon
degliuffiziali s a m dallo flessoinsuriflo popolo, si credette da taluni,
ehegil noſtro Fi -scale d' Andrea fosse stato il promosso,- qual equivoco su
smentito da esso --Miehele Pignatelli'. O 4. u 1"A N.ci Sarebbe
ritornato'in Napoli fin da Luglio 1648. se un ordine della Camera non l’avesse
dovuto trattenere sino a Settembre dello ſtesso anno. In qual tempo ripigliò
l’esercizio del noſtro foro, e sparse ditanto
intalminiſtcroilgrido-disuararacapacitàed eloquenza, ch’ ebbero ad appellarlo
ilcomun maeſtro,e il principe degli oratori (r).,Il Conte di Ognatte avendo,
dinuovo mandato il Pignatelli nelle ſtesse Provincie, ed avendogli data la
facoltà di eliggersi que’ mi niſtri.perUditori,che iùabilie dotti gli
sembrassero, eglisulle rime fe'scelta del no r0 d’Andrea: ma `per quante
fossero~ state e preghiere fattegli da quel Cavaliere, non volle avvedutamente
interrompere altra volta il corso dell’avvocheria per non essergli, com’
e’disse,nè di utile, nè di decoro. Accaduta in Napoli quella fiera peſtilenza,
sotto il governo del Conte di Castrillo, cedescrittaci da parecchi noſtri ſto
rici, volle il Principe di Cassano seco condnrlo ne' suoi stati nella Calabria
Citeriore. Indi cessato il contagio fatto rrtorno in N a poli, trovò quasichè
tutti morti -i professori del noſtro foro. Per la scarsezza adunque di queſti,
e più,per la sua 'abilità;'se gli ac crebbe ditanto il numero de’clientoli,che
tempo non reſtavaglia riſtora'rsi dalle tante gravi applicazioni, asegno che
incomincio ad infaſtidirsidi sua professione, e a contrarre delle varie
indisposizio - uelle di Gomez e Bracati: il primo inqui q sito di capital
delitto, l’altro di menomato. zelo verso del suo Sovrano. L’uomo quanto ‘era dotto,
altre ttanto ancor fortunato. Egli ha a perorarle, laprima aVanti del vice-rè
Cardinal d’Aragona, l’altra avanti del Visitator Casati, uom costui rigidissimo
pe’diritti del suo sovrano; e nulladim`eno~ne riporto compiute vittorie, ed
alla gran gloria, chevenne adacquiſtarsi consiffatti patrocini, ne, otten ne
ancor delle buone' somme, che' a larga mano gli diedero i rei. Circa queſti
tempi essendosene morto Diego suo‘genitore, ed avanzate più le sue
indispofizroni, risolvette.‘di fare 'un viaggio per la noſtra Italia, a ffi n
di ricuperare la quasi cadente dlhîi sa.-t-î- 11-Vedi il dotto Caſtelli
adjeéiio”. 'ad Cart-aber” part. l. say-'l, n.34. et 35. Francesco Maradei
prati:.` universal. proceflur execufi-vi cap. a. n. 64.1). 64. (z) Vedi il.P.
D. Riaco:Jil giudizio `di Napoli csi/'sussidi‘ \ ni ed acciacchi sulla propria
salute. ñ " f- Le prime cause, che difese dopo il ritorno dalla (Calabria,
siiron passato conteggio cet., ln Perugia
in 3. e il.Ragguaglio della mirato losa protezione di Saverio ver-fit la
Città e il Regno di Napoli ì nel contagio d’incertoautore,ma senzafallo Gesuita,inNapo-
ii, e in Gratz. e di nua-vo Napoli.x743. inps. Parrino teatro de' Vic”) di
Napoli edi-z: Vedi il noflro, autore negli avvertimenti a’suot mp0” 5. i. l. O
' '6:- AN lute. Egli girò per lo spazio di anni quattro, e luogo non vi.su j
ove giugnesse,ch’ esatti non avesse i piu alti applausi esegni di ri spetto e
venerazione. lo tralascio a far parola di que’ favolosi rac conti e del m o d o,
0nd’ egli viaggiato avesse per diverse parti dell’ italia; poichè ſtiam pur
nella certezza d’ essersi fatto dappertutto conoscere,e dappertutto ancora
esige atteſtatì diſtima ediammi razione. ln var} tribunali a preghiere de’ più
grandi del. luogo, eb be a sar sentire la sua eloquenza, e donde partiva
lasciava negli animi di tutti segni di affezione. Grandi furono gli onori, ch’
egli esigettc in Firenze e in Perugia, che in occasion di sua par tenza
composero i Perugini la seghente raccolta intitolatas Affet ti ossequiosì delle
Muse di Perugia nella Partenza d’A. Napoletano; In Perugia in 4. Alle cantinue preghiere de’ suoi
illuſtri clientoli, e dello ſtes’s’o Vicerè, come si dice, ebbe a ritornare in
vqueſta Ca pitale, e ripigliare per la terza volta l’esercizio del foro. Ella è
coſtante tradizione,ch’vogni qualvoltadovea perorare,radunavansi i più dotti di
queſta noſtra Metropoli, e con essi gli eſteri anco ra. Il celebre Mabillon
calato in italia col carattere d’Inviato del Re di Francia per visitare le
noſtre bi blioteche ed -antichità,dice di averlo ascoltato non seme! in Mist fn
principîs Satriani magna cum eloquentiae flumine et fulmine Perorantem,
ancorchè perallora- fosse già di anni 60. Dice Pietro Giannone ch’ egli fosse
stato il primo a sar risonare il nome di Cujacio,~-e di altri eruditi scrittori
nelle sue aringhe. Autorità che’venne abbracciata dal Giannelli (á),e dal
Grimaldi avvisando queſt’ultimo, che‘fosse ſtato il primainn-adattare delle
opere del famoso'anacio. Ma sÎingannarono sull’autorità dellostes. Vedi le
opere di Franc-,eseqRedi rom. 2. pag. rzt. e rom. Vedi Burner lnglese nel
viaggio d’Italia, l'autore dell’epi/iol. de ”He ín/Zímendfl academ., ad Lam.
Prism” Venet. 1709.7. 21. e la vita, che ne scrisse Biagio Majoli A'vitabile
impressa nelle ”ire degli Arcadí ì] ~~iilvh to 1- p ' E’ troppo noto nella
'repubblica delle lettere queſto erudítislimo scrittore ~nato ‘in S. Pierremont
nella Diocesi di Reims. 'ed _entrato nella Cangregazionej di S. Mauro l’afluò-
tanta gloria colle sue opere. Vedi. h Cei-f. biblioteque -hi/Ìarique army”: du.Am/mm'
de 'la Congregalìon a': S'.Maw., Ruinart ‘vita Mobil!. ‘ Mabillon im' Ita/ir.
p. to;.‘~ - Giannone islar. civil. Giannelli editi-azione 'al figlio. Grimaldi
isl_aría del/_e leggi {Magi/Ira” del Reg. di Nflp.Vedi le notizie: siam/ae
degli A m d: mom', . a z-r. z” ñ ó**Lt-ñ.: ax- LA N 63 so
nostro Francesco avendo volutodarsi un talvanto negliavverti
mentiassuoiscrivendo: Iofuiil rima, che fecisentirene’no/Ìn"
tribunaliil”urnedi Cujacio,e eglialtrierudiri.Ma chiunque rivolgesse inostri
scrittori legali,che gli fioriron d’ innanzi, vi rat troverebbe spesso nelle
opere loro i nomi'di tutti quegli autori,che surseroda Andrea Alciati fino
algran Cuiacio. Se questi sivalea no nc’ loroscrittì delle autorità -di tutti
que’ dotti interpreti,parte Italiani, veparte Oltramontani,come puòcredersi, cheperorando
ne’ tribunali sentir non facessero anche iloro nomi. Questa gloria,
chevolledarsiilnostro A., nonsapreicomescrbarcela..i Che da’ suoi tempi
incominciata fosse.un epoca più felice, per un cet. tomodo
introdottodalui.nelloscrivere,eadisputargliarticoli, nongià‘secondo il oco gusto
de precedenti secoli, ma iustale regole della ragion civile,e delle nostre
municipali leggi,e sì quel vanto che merita assolutamente il nostro autore. La
storia e la cri tica, mezzi valevoli a ben intender le leggi, per quanto potè
l’introdusse, -siccome'osserviamovnelle prime allega'zioni‘,ch"e’scrisse,
e raccolte poi dal Moccia, e dal Staibano. e ì. - Egli s’impe nò, che.la
giurisprudenza s’inse nasse anche con miglior metodo e’ erudizionc nella noſtra
Univer lfà.'Si adoprò similmen te, che la cattedra di matematica si occupasse
da Tommaso Cor ' nelio gran filosofo e medico’ di quel tempo, ch’egli venir
fece da Roma quegliſtessoche introdussepoitranoi levopere del celebre CARTESIO,
e volle-annoverarsi trai primi suoi ascoltatori. F e riſtabilire la.cattedra-
di lingua greca con darsi al dot to Gregorio Messeri come anche indusse Cacace
ad insegnare la rettorica, nel tempo -ſtesso ch' egli era pro fessore d’
iſtituzioni -civili, mancandovi una-tal cattedra nella Uni vcrsità degli ſtud),
ch’ indi fu eretta, e conferita ad Antonio Orlan dino. Fece ancor risorgere
ñl’accademia degl’Oziosi,e fu uno de’ fondatori delle accademie degli Oscuri. de’
Razzi, ‘de gl'I/zveſtiganri, e venne asgritt’o alla generale adunanza ‘d’Ar.:,..aaca
‘Osserva il mio leggitore le opeíe di Francescantonio d’Adamo, di Vince zo_
Alfani, di Domenico de Rubeis, cet-’per res’tar‘ persuaso- di quel che i è da
me afferiro. - Gio. Batìſta Manzo
Marchese di Villa' iſtitui‘ una tal accademia. Vedi Capacciomisura / fiere . e
d g b be il`suo principio addì 3. Maggio ne’chiolii’i di S. Maria delle
Grazie... presso S. Agnello. Vedi Tommaso Coílo memoriale de’succejji del Regno
p di Napo/ì, su eretta l’accademia degli Oscar!. (4) Nell’ anno ſtesso
surseì'quell’ altra accademia sotto nome de’ Razzi. Quella celebre adunanza
iſtituìta venne protetta da D. - Ao ~› e cadiacolnomed i'Lariscasafl’o.Egli
adunque ambiva ‘di riformare il guſto del foro. e della cattedra” e fe de’
sforzi a riuscirci.-Per quanto potè moſtrossi protettore de’ letterati, co’
quali piacevagli molto il conversare. Ebbe dell’ a micizia con Lucanconio
Porzio, Luca Tozzi, Cammillo Pelle grino, Carlo Buragna, Grana-alfonso Borrelli,
Nicolò Amenta, Giambatiſta Capucci, Daniel'lo Spinola, Michele Gentile e, D o
menico Scutari, Pietro Lizzaldi Gesuita, Bartoli, Redi, Magliabechi, Giammario
Crescimbeni, Giu seppe del Pa a, Fasano, Cornelio, Capua, e altriassaisiìmi;. Moltide
quali,chescrìfferodelleope re, non lasciarono di`fargliquelle dovute lodi-nelle
medesime, e parte gliele dedicarono ancora, come il Cornelio l’ opdka de eine,
cumpulsione Platania:. ll Crescimbeni colmollo di lodi nella‘ifla ria del a
'volgarpmſta, e il Redi Co’ seguenti versi nel suo Bacco 6.1. AN i”Tosì‘ana:;L-
-. ì ñ. E se ben Ciccio A. l Con amabile fierezza, \.ñ‘. Con terribile
doleezàay, Tra gran mani d’eloquenza Nella propria mia[presenza .i`
Inalzarundi‘*voeva.~9 ñ y- Il Conte di. S. Stefano Vicerè di Napoli lo relesse
Giudice di Vicaria vverso e‘quì debbo notare un errore in cui sono incòrsi v,..,‘h
—tutti A. Concublet Marchesed’Arena, dcflinandolapropriasuacasa.Ve di Giannone
lib. 40. rap, 5. Lionardo di Capua; parer: ragion. 8. Carlo Suv sauna in
Buragnae vita. Lucantonio Porzio in opnseus. de mom graùium,et ` deìorig.
semi-nn. Borrelli nell’ api/i. dedie. al, suo libro da, mazionibu: naturalibus
a gra-visure pendentióu:. Gl’iſtirutoti furono Cornelio, Lionardo, di Capua, il
nostro d’Andrea, e il dilui germano‘ fratello Gennaro, da Reggente di
Collaterale, e Delegato della giurisdizione. Gimmaelogi accademicipart.1. nell’elogiodi.PietroEmiliaGuaseo.A
sti dell’ ush ed autorità della ragion civile L‘infin- Gianno
neIibÌ38.mp4...[ib.40.rap.8.Staibanor. 2.resolat.185. Celano `delle notizie del
bello, dell’ antico e curia/ò della Città di Napoli, x. 3. giornata V.. Fabroni
'vitae Ita/or. Ariani comment., dc chris iuriseonfl Napo!.Quel (PA-versa acido
Asprino, ` ì,~~“ Che nonfl) s’è tigre/70,0 -vina, ’ EinaNapolise!-óea- p ‘ Del superi-bo Fasano
in; compagnia cet. nèaltrimentiparecchi-altriscrittori. tutti coloro che ne han
fatta parola avvisandosi, che il Re Carlo II.` innalzollo al grado di avvocato
fiscale del Real patrimonio; qual carica essendogli troppo odiosa, commutar la
volle con quella di Consigliere: ma da’libri delle discendenze del S. C. ri
levasi, ch’ egli ebbe la commessa delle cause del Consiglier Ste— fano Padilla
nel dì zo. e passò avvocato fiscale, e le sue cause furon commesse al
Consigliere D. Pietro Messones con decreto die 6. mensir sulii. Dopo anni 9. in
circa di esercizio miniſteriale,ne reſtò talmente annoiato, che rinunciar volle
la toga, e cercar un pò d’ ozio filosofico, avendo menata sua vita da circa
anni 50. tralle noiose cure del foro, e in una piucchè assidua applicazione. A
tal fine si ritirò nella noſtra
Mergellina,eproprionelladiluimasseria,checomprossi erdue. zooo. ove fin dal
primo giorno assalito dalle frequenti viiredegli amici e clientoli, si avvide
ben toſto, che non avrebbe soddisfat to il suo desiderio; quindi se passaggio
nell’ Isola‘di Procida, lusin gandosi ch’ivi trovato avesse quel tanto suo
bramato intento: ma non gli riuscì nemmeno tal sua risoluzione, frequentata
venendo nel modo iſtesio la dilui abitazione da numerosa folla- di litiganti a
chiedergli qualche suo savio regolamento, ed inquietato piuc~ che mai veniva
dalle visite de’sav) viaggiatori Europei,che calava no nella noſtra dotta
Italia per riverire un uomo, la cui fama erasi diggià sparsa per tutto l’orbe
letterario. Fu coſtretto perciò por tarsi in Candela terra in Capitanata, ove
venne. a morte addì IQ Settembre verso le ore z:. d- e di sua età settanta
treesimo, e mesi,e non già come altri scrissero di anni.7t. Il Vescovo di.Melfi
si adoprò nella miglior maniera, onde rendere gli ultimi uffizi alla sua
memoriaznè mancò persona, che fatta gli avesseorazion funebre,laquale è ſtata
da me lettamanoscritta,e non s0 se fosse ſtata benanche impressa. Il titolo
èqueſto: In obi tu Domini Franci/ Zide A. RegiiConsiliarii,acinRegiaCa mera
Fisci Petroni elegiacum carmen,et oratio nabita ab UJ.D. s0.Bapti/Za Patetta.
Ora altro non resiami,che dare a’leggitori un elenco delle tante 'sue opere,ed
i motivi 0nd’ ebbe a scrivere alcune delle medesime. E’ celebre nelle iſtorie
la controversia mossa da’ Franzesi nell’ anno 1666. sopra il Ducato di
Brabante, ed altri ſtati della Fiandra contro i Spagnuóli. Per affar sì serio
vennegl’impoflo dal Vicerè D. Pietro d’Aragona. di scrivere in difesa del lor
Sovrano Carlo Il. Egli l’Andrea eseguì bentoſto un tal comando, e gli presenta una
sua dotta scrittura, col titolo: '. 1.Dijkrtatiode succeffione Ducatus Braáantiae.
QuaMenditurmul- - Tom!. vI lam AN lam
Córislianiflîmae Reginae ad ejusdem _Dueatur la ereditata-m spem fieri;per
Consuetua'inem illms pravmciae,quaefilias primi Îlori *vom: ad parenti-”n
berediratem exclnsir liberi:, quam-ui: mn/?ulisorti;exsZ-Cimdo; quodea,tanquani
rivarorumci-vinm propria, ni/Îil commune habent, eum sucçe zone_ Publica tori”:
Principal”. Volle intanto il Vicerè, che m dllUl presenza sotto scritta
l’avesse, affinchè sr'egiata del suo nome, impoſta avesse in Europa una più
alta e maggiore autorità,e così manoscritta inviol la in [spagna. Ella non su
mandata a ſtampa per non dar nuovo motivo a’ Franzesi di dire, che i noſtri
fossero ſtati iprimi a pro vocar li al cimento, non avendo pubblicata alcuna delle
scritture, ch’ in i in poi produsse-ro. M a nel mese di Maggio, come siebbe
avviso,che il ñRe Criſtianiſtimo è giunto co’ suoi eserciti nelle frontiere
della Fiandra, e che n"el medesimo tempo avea fatto pub blicare di suo
ordine una scrittura inlingua spa nuolasi), coi titotolo: Traffado delos
Deree/ms de la Reyna C riflianiflimn fi)er *vario: E/Zador dela Monarquia de
Españ'a; toſtochè l’ebbe nelle mani ilVicerè D. Pietrantonio d’Aragona l’invia
alnoſtro autore con ordine di rispondervi, nel mentre il re di Francia
entratone’ paesi bassi avea incominciato ad usarvi tutti gli atti della
ostilità. L’ Andrea vi fece la desiderata ris`poſta, e su una delle più celebri
scritture, che vedute si fossero in tal occasione. Eccone il titolo: z.
Ri/jdo/Za al trattato delle ragioni della Regina Cbri/liani/Iìma/b pra il
Ducato del Brabante, con altri fiati della Fiandra, nella
qualesidimoslral'ingin/lizia dellaguerra mossa dalRe diFran cia Per la
conquisha di quelle Provincie; non o/lanti le ragioni, eee fifim pubblicate insito
nome, Perla Pretesasueeeflioneafavor della Regina Cbri/lianijsima. In Napoli”;-
infl Fu ripro dotta con un nuovo discorso, ed alcune lettere. Nel mentre che il
noser d’A. sta mandando a stampa lasur riserita rispoſta, comparve altra
conftttazione alla stessa scrittura de’Franzesi, scritta da un dotto miniſtro
in franzese, ed essendone ve nuta una sola c0 ia in queſta Capitale, su da un
eruditissimo mi. niſtro volta in lingua Spagnuola, e mandata di nuovo a ſtampa,
e finalmente tradotta in italiano. Intanto un certo Aubery avvo— cato della
Corte del Parlamento di Parigi diede fuori un libro: Des _ju/les Pretentions du
Roi sur l’Empire.Paris. a cui si dice da Giannone, che l’Andrea data-vi aVesse
altrarispoáia, e Vedi l'informazione al ieggitore di esso d'Andrea 'impressa
nella risposla al` trattato delle ragioni cet. Giannone ci!. [Vedi Giannone As
N 67 e'd impressa. in 4... x 3- Disputatio a” flames influida no/Zri
Regnisucco-dan!, eum frati-i deeedenti non sunt eonjum‘îi ex eo latere, ande ea
oàvenerunt. A d intelleéium Con/lirationis Regni m‘ de [iiceeflionibus, de sue
cessionenobilium. Neap.apudParrinum,et Marian-1.in Ei la è ſtata riſtampata
molte volte.. ex typogr. Simoni/ma. Avendo in queſta dilui opera consutato A.
d’lfier nia, videli dopo la sua morte un certo Manieri dar fuori propugnaeulnm
Winiense, come nei dicoſtui ar ticolo t'ratterò più a lungo.. 4. In un opera
del Cardinal de Luca (z)trovasi una sua scrittura:sii per sèererariorum
APO/Zolieorum /uP Preflione.. Consultariones in muffa sanno”. Majoratus s0.
BaPti/Zae. Trovansi presso Torre. ì ó.RejÌmnsajm‘is’fli per suceeffione saltata-ia,
et quando babe”; la cum, neene. Si hanno presso lo stesso Torre. Relazione
de’jèr-vizj fatti nel tempo., ea’e/ercitö il Po/Zo di avvocatofi/ealenella
rovineiadiAbbruzze Citra,eParticolar mente di tutto ciò‘, e e da lui si operò
in ser-vizio di LM. menz tre din-arena le rivoluzioni Popolari; cominciate in
Napoli .ete/Zinteneldi‘6.diAprile164.8.in Le altre sue opere rimaſte
inedite,sono: Varie lezioni intorno alla filosofia delle scuole, e del moderno
gu flo introdotto nell’arte difilosofare.Furonrecitaredaluinell’ac cademia
degli Oziosi, e quantunque i suoi. sentimenti sembrassero flrani per allora,
furon dipoi abbracciati e 'coltivati, Trattato degli atomi con varie lezioni
filosofiche. Voiqarizzamento dell’erica d’Ari/Zotile. ‘ ' Difesa della
filo/olio di Leonardo di Capa/t, contro l’Aletino indi— rizza/z al Principe di
Feroleto. Queſt’ opera, ch’ avrebbefi dovuta mettere a luce, giacchè in essa
l’autore fe pompa dei suo sapere, e varie furono le inchieſte de’letterati, non
so perchè trascurato lo avessero i suoi eredi. Infatti il nofiro dotto Nicolò
Amenta scrisse:non ba gnam', consomma mio piacere, e con profitiarne ‘ non (1)
Alle altre scritture de’ Franzesi, non vi mancarono ‘altri dottíopposirori, che
leggersi possono nel Diario Europeo rom.. e men tovate vengono dall’erudito
Struvio Syntagm. [Ji/Zar.Germ. dafl'ertat. De Lucatraéi. deoffieiis.Romae1682.
' ñ.Jo. Torre traff. de susiefliom in Majoraxibmflet. Lugduni Ani/fln.1.: (4)*Idem
ma‘.deprimogenitìs Italia: eap.39.5.7.e 9.ct”11.40.5.6. Lugdu- l m › Amenta
nella Vita dì Lianarda di Caploa AN non poco, ho letto, e riletto: nè jb perchè
il dilui fratello,il Tagguarde'vole per tanti capi, Regçente del Collateral
Consiglia, Gennaro d’Andrea,non l’/7a fatto Pubblicare Per 'via delle [Zam pe,
quantunque ne [/rabbia i0fatto pregare. In tretomi in foglio ella conservavasi
nella celebre libreria di Valletta. ln un de’ Codici Magliabechiani in Firenze
evvi una lettera- di esso Francesco de’ . con cui gli chiede notizia di var)
libri, che consultar dovea per tal suo lavoro. Disror/b della nobil famiglia
della Marra.,. Discor/n sopra la /uc‘reflirme di?pagna in morte quando
filC-'Có’dsldel Re Carlo II d'Au/lriagia} disperatod'a-verprole.Lo
scrissestando in Candela colla data’ del di Zisa/jime, ojjiano avvertimenti
a’suoi nipoti, D. Gia. e D. A., per farlor divvisare, eneasoslenere la casa nella
grandezza, in cuiegli,eil Reqqentesuofratellol’a'vean Palla,unicomezzo era
l’avvor/;eria. Quelli avvertimenti, ch‘ egli scrive non sono stati impressi per
aver incontrato l’ostacolo di alcuni personaggi, ch’ebbero a scorno il sar
vedere la di loro ori gine da qualche professore del noſtro soro. Son tante
però le copie a penna siſtentino in queſto nostro Regno, e fuori, ch’ è
riuscito vano il loro impegno. Si vuole ch’ egli avesse compilata quella
s’toria di alcune famiglie no bili del nosiro Regno, che altri però
attribuiscono al Presidente Gaetano Argento.Ma imoderni noslri critici la
vogliono a ragion tuttagdi esso d’ Andrea ’scorgendovi in essa un metodo tutto
suo proprio, poichè l’Arge’nto quanto dotto, altrettanto un pò scarso
nell’ordine delle scritture. Lasciò finalmente più volumi di allegazioni, come
dice ne’ suoi avi vertimenti, mapochediqueſte sonoſtate conservatedaalcuniscrit
t-ori,ed inseritenellediloroopere,come dalStaibano,Silva,Ma radei, e Sorge.
ANELLO (Gabriella) mandò'a ſtampa: De judieiornm civiliflm ordinead Neapolis Tribunalium
normam, necnonpro-w'nriarum, [cz-,Fumane, qua e: Curiarum infimarum Regni
aélitandi i” aligui Imc minima 'varietas, advertitur,Pro Clerieorum PraHicorum
in ÌBÌÌÌQEÌIti”,6tF.P.juvemsisusa, con/*cripta:bre-w,Foggiaeſtu dio/ae
ju'UC’ÎIH-ls'l dieatus. ANGELIS (Baldaffarre de) dicesi giureconsulto
Napoletano‘, edeb be a nascere nella decadenza come rilevafi dal ''.. le Vedi i
giornali rie’letterati Venez. Sognare Vlsl. A. cet. Smge in'sua pale/ira iuris t.z. allega:.7.
Parlando del Di Capua, Volubile, dice che vent'anni prima a Napoli è
fiorita l'accademia degli Investiganti; un semplice calcolo ci riporta adunque
all'anno Le parole del Volubile sono anche confermate, nello stesso luogo, da
Cesare di Capua. Io credo,adunque, di non errare affermando che quest’accademia
è fondata e che Buragna è tra i fondatori principali, pur non potendo, però,
frequentarla a lungo, perchè alla fine di quello stesso anno dovette
allontanarsi col padre da Napoli. E, del resto, l'accademia non fa che dar nome
e sede ad una associazione di uomini già uniti da anni in un'intima
comunanzadistudi, diintelletti,diaspirazioni.Andrea Con cublet, uomo amante
degli studi e delle dotte compagnie, è il fondatore, dirò, materiale dell'accademia,
a cui assicurò. Non premessa al Parere dello stesso, come da alcuni fu scritto,
per la già notata confusione fra le opere di Capua. Nelle citate Lezioni la
lettera del Volubile è preceduta da una prefazione di Cesare di Capua, che ci
informa essere state queste Lezioni del padre suo, ancor vivente in quel tempo,
recitate appunto nelle riunioni degli Investiganti; e anche il Di Capua parla
della Accademia come di cosa anteriore di venti anni. Non vi può esser quindi
dubbio. la vita con la sua munificenza é la sede col suo palazzo;
ma,virtualmente,l'Accademia esisteva già. Fra gli Investiganti, con Capua,
Cornelio, Buragna, Borelli, ed Andrea, troviamo Capucci, Pellegrino, Caramuele, Bartoli, Porzio e qualche altro.
Da Volubile sappiamo che l'Accademia aveva per impresa un cane bracco col motto
lucreziano – LUCREZIO (si veda): VESTIGIA LVSTRAT; motto e impresa che ben
rendono, insieme col titolo, la fi sonomia, gli scopi, gli ideali degli
Investiganti. E, invero, gli Investiganti non vanno confusi con gli
Addormentati, gli Insensati, con tutte quelle migliaia di in coscienti
perditempo che avevano formate le tante Accademie di quel secolo. L'accademia
degl’investiganti si collega direttamente a quella del cimento, fondata sette
anni prima a Firenze, e ne trapianta a Napoli l'opera e le idee; essa,
attraverso il Borelli e il Cornelio, mette capo a Galileo. Susanna stesso ci
dice che il titolo è stato scelto appunto ad indicare come gl’investiganti si
proponeno di percorrere le nuove vie filosofiche, procedendo con la ricerca e
l'esperimento, simboleggiati nel cane bracco e nel motto. In mezzo ai cultori
della scolastica e della casistica, Anima degli Investiganti, anche per la sua
grande attività, fu Leonardo di Capua; non è però esatto dire, come il CARINI,
che l'Accademia fu fondata da Capua; i contemporanei riconoscono, concordi, nel
Concublet il fondatore, tanto è vero che, scomparso lui, l'Accademia morì. Così
erra l'ORIGLIA, affer mando che il Vicerè Oñate favori l'Accademia degli
Investiganti, perchè, come abbiamo veduto, il viceregno dell'Oñate durò e gli Investiganti si costituirono in
Accademia dieci anni dopo. Secondo il D'AFFLITTO, uno dei principali fondatori
del l'Accademia e A.. Questo illustre storico che nell'apparato delle
antichità di Capua iniziò la via, che poi il Muratori percorse con passo
gigantesco, morì; percuil'essereilsuonon fraquellidegliInvestiganti,èuna nuova
conferma di quanto fu, piùsopra, stabilito: checioèl'Accademia era già
costituita che ancora abbondavano a Napoli, gli Investiganti sorgevano a
rappresentare nuove idee, nuove cose e nuovi tempi; ed è perciò che è una
gloria pel Nostro l'esserne stato uno dei fondatori, mentre, nello stesso
tempo, è documento della sua grande cultura scientifica e della modernità del
suo in telletto. Dell'influsso esercitato dagli Investiganti contro il
vaneggiare della grande turba dei poetastri seguaci di Marino, abbiamo, fra le
altre, una prova nelle parole dell'abate DE ANGELIS, contemporaneo, nella
citata Vita di Caraccio.. Scrive Angelis. In poco conto sono in quel tempo per
tutto il regno di Napoli.... la vaghezza e la purità dello scrivere italiano
tenute. Per lo contrario erano intesi i componimenti di coloro che dal proprio
sregolato capriccio eran dettati, con improprie metafor e ecc. Aggiunge poi che
il Caraccio si tolse da questa cattiva schiera di poeti per i consigli e gli
esempi degli Accademici Investijanti «uomini per universale consentimento an
noverati tra i maggiori e più ce'ebri letterati dell'età presente e della
passata»;efraimaggioridi siannoverail Nostro. Infatti L’Imperio vendicato di
Caraccio non si può dire, in generale, infetto di cattivo gusto secentistico,
al contrario di altri scritti anteriori dello stesso poeta. Senonchè
Cornelio, Capua e Buragna erano, oltre che scienziati e filosofi, uomini di
lettere e gli ultimi due, insieme con qualche altro, anche poeti. E come nelle
scienze, così nelle lettere, gli Investiganti rappresentano un profondo
distacco da tutto ciò che è comune, anzi volgare; essi, voltando le spalle al
marinismo, proclamano la necessità di una nuova poesia più conforme al buon
gusto e alle patrie tradizioni poetiche. Fra gli Investiganti non c'è nessun m
a rinista; essi ritornano a PETRARCA (si veda) e lo spogliano degl'lementi che
vi s'eran sovrapposti e intorno eserci tano un influsso salutare, che fu da
parecchi, della genera zione che sorgeva, sentito. E poichè Capua, in questo
tempo,aveva per sempre abbandonate le muse,dob biamo ritenere che il Nostro, il
maggior poeta fra gli Inve stiganti, in questa Accademia, in cui portò un
contributo notevole di profondi studi scientifici, abbia esercitato un
preponderante influsso letterario, che corrisponde a quello esercitato
dallo Schettini nell'accademia cosentina. Il nome del nostro si lega, dunque, a
tutta una rivo luzione intellettuale, che abbraccia la scienza, la filosofia,
la letteratura, e che certo deve essere meglio studiata e valu tata. Se
avessimo le opere scientifiche e filosofiche del B u ragna, potremmo
considerare tutti e tre i lati del prisma; ma non abbiamo che alcuni dei suoi
versi, i quali però ba stano a dlarci testimonianza delle idealità poetiche di
questa Accademia, della quale sono ifrutti migliori. Ma ci riman gono altri
scritti scientifici, come quelli del Di Capua, già citati, e, con nuove ricerche,
sarà possibile collocare gli I n vestiganti nell'importante posto che loro
spetta, fra gli acca demici di questo secolo. Quanto durò l'Accademia ! Per
meglio fissare alcune circostanze della vita del Buragna, dobbiamo cercare di
ri spondere a questa domanda, almeno approssimativamente. Il Susanna scrive che
la vita di questa Accademia fu breve. Nell'esaminare le rime del Buragna,
meglio vedremo delinearsi questa verità. In fondo gli Investiganti sono
precursori dell'Arcadia, tanto è vero, che fra essi colui che più visse, Capua,
fu poi Arcade. Ma ognuno sa che vi furono due Arcadie e che la prima aveva in
sè ideali poetici nobilissimi. Come al solito, le vaghe espressioni del Susanna
sono malfide per stabilire una cronologia con sufficiente esattezza. Egli ci
spiega come il Nostro, anche durante la sua dimora a Lecce, e cioè, come fu già
detto, potesse continuare a prender parto ai lavori degli In vestiganti,
tuttochè lontano da Napoli; infatti ora permesso di inviare per iscritto le
proprie idee sciontifiche e filosofiche. Dice Susanna, (e cito il brano perchè
getta un po' di luce sui procedimenti di quest’accademia. Licebat absentibus,
ex Academiae institutis, sua mittere de PHILOSOPHICIS FILOSOFIA FILOSOFI rebus
cogitata, quae recitarentur in congressu et per expo rimenta ad veritatis
expenderentur trutinam. Moris quippe erat altera hebdomadae die ibi dicere quae
quisque sentiret; altera, voro, insequentis heb doma da e experimentis dicta
exercer e ». Susanna. Il metodo rispondeva agli scopi, ma vi era il difetto,
comune a tante Accademie, anche gloriose, di voler creare una discussione che
era fine a sè stessa e di cui, spesso, non v'era bisogno. e ciò ripetono
coloro che ho citato; anzi il Caravelli, in un accenno, scrive. Disgraziatamente
la coraggiosa ed importante Accademia morì quasi sul nascere ». D'altra parte
lo stesso Susanna viene a parlare dell'Accademia soltanto a proposito del
ritorno del Nostro da Lecce, dicendo che egli fu accolto dai soci festosamente
e prese parte alle riunioni degli Investiganti,cheperò, dopononmolto,cessarono.
E così altri contemporanei, pur notando la breve esistenza dell'Acca demia, non
ci parlano di una vita addirittura effimera; anche l'opera esplicata dagli
Investiganti presuppone una certa d u rata della società. E se il Nostro prese
parte ai convegni in casa del Concublet e cioè dopo essersi defini tivamente
stabilito a Napoli, e se, d'altra parte, l'Accademia non ebbe lunga vita, la
fine degli Investiganti dovrà cadere. Ma io credo che l'Accademia abbia continuato
a vivere fino a quest'ultimo anno; me ne foruisce una prova abbastanza
convincente la valutazione delle cause per cui l'Accademia stessa finì. Il
Susanna scrive che ciò avvenne per essere Andrea Concublet venuto a mancare; e
così, su per giù, gli altri. Ora, tenendo legittimamente per sicure le notizie
dei contemporanei, noi sappiamo che Concublet era ancora nell'Italia
meridionale; in fatti appunto Borelli stampa. CARAVELLI. Però, (ed appare anche
dalle parole del Volubile ), si tratta d i partenza e non di morte del
Concublet, come credette il CARINI. Il Volubile non ci dà alcuna notizia sulla
durata dell'Ac cademia. Qualcuno accenna ad ostilità dei Vicerè verso gli
Investiganti; e, anzi, CARAVELLI, al medesimo luogo dell'op. cit., fa terminare
l'esi stenza dell'Accademia per soppressione ordinata dal governo. « Fosse,
scrive, invidia o sospetto, o innato spirito del male, la dottissima e tran
quilla adunanza fu messa in mala voce e, dopo qualche scissura e qualche atto
violento, ne fu ordinata la soppressione dall'imbestialito governo vi ceregnale
». Senonchè, per vero dire, e non per tenerezza verso l'infausto governo dei Viceré,
questa notizia non risulta da alcun documento deltempo, 80
Intalmodo Buragna accresce valasuadottrinaelasua fama, ma s'avvicinava
rapidamente per lui anche il momento dirinnovareildolore, giàprovatodiecianniprima;ildo
lore di staccarsi ancora da tutta quella operosa vita di pen siero, da tutte le
più care abitudini intellettuali e le più n o bili amicizie, per ricominciare
il pellegrinaggio nella provincia. L'ora della giustizia era scoccata per
Buragna, dopo lunghi dolori. Per quanto fitta fosse la tela di calunnie, di cui
parla il Susanna, per quanto i Vicerè. È l'opera: De motionibus naturalibus a
gravitate pendentibus. Reggio 1670, non del tutto ignota agli studiosi.
L'Accademia ci fornisce ancora una prova della impossibilità che Buragna sia
rimasto a Cosenza. L'accademia verrebbe a protrarre la sua vita oltre i limiti
cho le notizie di Volubile e Capua consentono. -una sua opera scientifica
(82), dedicandola al Concublet, parlando, anzi, nella dedica, degli
Investiganti e della impor tante opera loro; ed è troppo noto il significato di
queste dediche a mecenati intelligenti e generosi, perchè debba di lungarmi a
dimostrare che ciò prova la presenza dello stesso Concublet a Napoli. Non si
può, quindi, di molto errare fissando la durata di questa Accademia, che
racchiuse la più eletta. Francesco D’Andrea. Andrea. Keywords: investiganti,
salotto degl’investiganti, villa Iambrenghi, Candela, investigare, vestigio,
motto: investigare, sequere, segno – segno, di sequere, non sequitur, sequitur,
il cane, che tipo di cane e il meglio investigante – l’atomismo – vestigio,
Boezio, vestigio, segno, nota – latinismo, Cicerone su vestigio, nota, segno,
notificare, segnare, segnificare, significare, vestigare, investigare,
interpretare il segno, seguere il segno, segno non sequitur, segno e
consequenza, sequenza logica, segno e sequenza, etimologia di ‘vestigare’ –
cfr. tedesco ‘steigen,’ anglo-sassone stagan, greco stechos --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
ed Andrea” – The Swimming-Pool Library. Andrea.
Grice ed Andria: la
ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Masafra – la scuola di Taranto – filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice (Massafra). Filosofo tarantino. Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Masafra, Tarnto, Puglia. Grice: “I like Andria; of
course he brings more problems than solutions but that’s philosophy even if his
philosophical credentials are obscure! “He did write a philosophical chemistry
and a philosophical agriculture, but that’s because at Naples there were only
two faculties: law and philosophy – he also wrote a ‘medicina filosofica’ – Grice:
“Andria’s theory of life – as he calls it – osservazione generalie sulla teoria
della vita’ – owes a lot to Aldini and Haller-- Mainly he elaborates and refines Haller, if
you believe it – it’s all Italian to me, so it’s eccitbabilita, sensibilita, ed
irritabilita. “Andria goes on to define this eccitabilita in terms of the
‘fluido elettrico’ con ‘sende nel cervello e nei nervi’ – which galvanism
smacks of Aldini. Grice: “Andria classifies ‘vita vegetale’ o delle piante, and
‘vita animale’ – Note that ‘social life’ is understood by ‘eucarioti’ of higher
order, in terms of reproduction (of life – hence re-productum). A fronte de' profondi misteri dell'immensa, ed eterna
meccanica, colla quale l’Autor del tutto à voluto che sian le cose disposte ed
ordinate, la forza dell'umano intendimen to si trova per l'ordinario talmente
oppressa dalla propria picciolezza ed imbecillità, che o totalmente impossibile
le riesce di penetrarvi dentro, o appena l'è concesso di conoscerne le più
esterne apparenze; o pur finalmente, sembrandole di esser riuscita nel suo
disegno, realmente non fa altro, che delirare e perdersi dietro la brevità e
l'inezia delle sue idee.» (N. Andria, Osservazioni generali sulla teoria
della vita, 1804).Tre anni dopo la sua morte il suo nome apparve nella
Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli il suo primo profilo
bio-bibliografico Gennaro Terracina. Studiò nella città partenopea
giurisprudenza, pubblicando nel 1769 un Discorso politico sulla servitù.
Decise, poi, di proseguire i suoi studi applicandosi alla medicina. Allievo di
Domenico Cotugno e Giuseppe Vairo, aprì a Napoli una scuola; concorse con
Cirillo per l'ottenimento della cattedra di medicina pratica, poi conferita a
quest'ultimo. La sua attività di cattedratico, svoltasi tra Sette e
Ottocento, nel contesto di un particolare periodo storico, fu principalmente di
ricerca e didattica presso l'Università Regia degli Studi di Napoli, dove
ricoprì vari insegnamenti dalla storia naturale, alla medicina teoretica e
pratica, all'agricoltura. Pubblicò diverse opere ad uso degli studenti di
medicina ed apprezzate altresì in varie parti d'Europa. A. prese a
dettare lezioni di medicina teoretica; di patologia e di nosologia. Malato ed
ormai cieco, fu congedato agli inizi del 1814, insignito del titolo di
cavaliere da Gioacchino Murat (cognato di Napoleone), e il 9 dicembre morì di
tifo a Napoli, dove fu seppellito nella chiesa di Santa Sofia, insieme al
collega Sementini. A. ha subìto
per più di un secolo una "congiura filosofica" perché medico e perché
di Massafra, da cui gli epiteti spesso riferiti, nei pochi profili apparsi,
alle sue origini provinciali; tuttavia, egli fu decano a Napoli ed ebbe amicizia
e consuetudine epistolare con i nomi più noti ed importanti del panorama
scientifico europeo dell'epoca. Non esistono studi sull'autore, eccezion fatta
per alcuni contributi arenatisi agli anni ottanta del secolo scorso. A. fu
socio fondatore e membro del Real Istituto d'Incoraggiamento e del Comitato
Centrale di Vaccinazione, oltreché di molte altre Accademie italiane ed estere.
A Massafra, città natale del medico filosofo, com'egli stesso si definisce,
portano il suo nome ben tre vie (Via A., Lungovalle A. e Vico Casa d’A.) e una
Scuola Media. A Massafra è stato fatto un annullo filantelico speciale e
una cartolina commemorativa. Non vi è una materia in Natura che abbia per
sua qualità intrinseca la vita, e meriti perciò di esser chiamata vivente. Né
la vita è un fenomeno semplice, che a una sola materia appartenga, e nasca da
una sola forza. Molte son le materie, e queste fra loro diversissime, che
concorrono alla formazione di una macchina, in cui la vita risiede, le quali
materie intanto, trovandosi separate, niuna vita producono. Osservazioni
generali sulla teoria della vita. Il contesto storico in cui A. vive fa da
“cerniera” ai due secoli più importanti della storia della scienza e della
civiltà: il Settecento e l'Ottocento hanno “gestato” l'umanità contemporanea,
provocato le guerre e portato l'uomo sulla Luna. A. vive a Napoli, per
certi versi quasi “fulcro” e “convoglio” delle principali idee e scoperte
dell'epoca; la sua particolare sensibilità di scienziato di formazione
filosofica lo porta ad assorbirne il carattere rivoluzionario e ad “anticipare”
i tempi. La sua condizione di provinciale in-urbato, tuttavia, lo “veste” di
una semplicità ed umiltà di cuore, la quale si esprime nelle lodi del creato e
dell'uomo, «congegni perfettissimi» di straordinaria bellezza. Oggi,
questo significa “ri-orientare” la ricerca scientifica verso un fine che non
sia l'“utile” economico (politico, militare), ma ricerca del vero e del bello
nella tutela e nella salvaguardia di tutta l'umanità. Dagli anni
cinquanta dell'Ottocento la circolazione delle idee andriane (di “freno
vitalistico” al meccanicismo più sterile) si arena sulla sponda di un “nuovo
lido”: quel meccanicismo biologico che dell'anima e del pensiero ha fatto solo
un aggregato chimico di molecole. L'eco dell'appello di A., così
instancabilmente perpetrato, in ricerca come in didattica, si perde; si perde
alle soglie di una svolta importante, la stessa che avrebbe prodotto la Grande
Guerra, il delirio dei nazionalismi, la credenza che debba sopravvivere il più
abominevole degli uomini, dove “fortezza” vale essenzialmente in-umanità,
dis-umanità, non-umanità. «Il filosofo [...] in tutto questo giro di
cose, ravvisando le tracce della sapienza infinita di un Dio, è obbligato ad
esclamare: quanto ammirabili, o Signore, sono le opere tue!» (B. Vulpes,
in Elementi di Chimica Filosofica). Altri saggi: “Discorso politico sulla
servitù” (Napoli, Campo); “Piano di un corso di chimica pratica” (Napoli);
“Trattato delle acque minerali” (Napoli: Manfredi); “Lettera sull'aria fissa”
(Napoli); “Elementi di chimica filosofica”
(Napoli: Manfredi) -- Delle forze e delle materie di cui si occupa la chimica
-- Del fuoco, sti che nederivano --- Delle principali combinazioni
dell’ossigeno ede'composti chene risultano -- INTRODUZIONE alla Chimica –
Dell’unione delle altre materie fi. nora non iscomposte, e de’ corpi,che
quindisene otten -- Della cristallizzazione -- ne,edellasublimazione -- Della
fusione. X zir X piùsolidi basamenti del globo terraqueo, che indi ne sorgono
-- Dell'ossigenazione, & quindi della combustione e dell'atmosfera
terrestre.-- Della congiunzionedelleterre,ede? -- Della soluzione. --- Degl’altri generi di
combinazioni – Dell’operazioni chimiche -- Della distillazione, dell'evaporazio
-- Della fermentazione, e della putrefazion. “Elementi di Fisiologia, Napoli,
V. Manfredi); “Materia Medica” (Napoli, V. Manfredi, “Elementi di Medicina
Teoretica” Napoli, V. Manfredi); “Istituzioni di Medicina Pratica, Napoli, V. Mandredi);
“Prospetto generale dell'istituzione di agricoltura”; “Osservazioni generali
sulla teoria della vita, Napoli, V. Manfredi); “Riflessioni su di un caso
singolarissimo di gravidanza fuori dell'utero”; “Elementi di Medicina”. A
partire da V. Cuoco, vari studi sono stati editi a proposito della Rivoluzione
napoletana, la quale diede vita alla Repubblica partenopea, preparata dal
triennio giacobino. Per
l'internazionalità del suo pensiero si vedano gli studi di M. A. Duca in Il
pensiero scientifico d’A., Massafra, A. Dellisanti, Duca, Il pensiero
scientifico d’A., Dellisanti Editore, Massafra
Melania Duca, A.: Epistolario. Lettere a Canterzani, Haller e
Spallanzani, Antonio Dellisanti Editore, Massafra. Duca, A. et les origines de la
psychiatrie moderne. Une contribution historiographique, in «Psychofenia»,
Duca, Troubles de l'alimentation, hypocondrie et mesmérisme en A., in
«Psychofenia», Dedicato al filosofo A., su A. Mondella,
A., Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Filosofi italiani Filosofi
italiani Professore Massafra Napoli. A.. A. Uno de’fenomeni più sorprendenti,
che nell'immensa università delle cose continuamente si ammiran, è senza dubbio
LA VITA [cf. H. P. Grice, Philosophy of Life, Zo-o-logy, Bio-logy], o sia quel
l'assortimento di circostanze particolari che à luogo negl’esseri organizzati,
e che decide della loro individuale esistenza. La qual cosa fa, che riesca un
tal fenomeno per noi anche il più importante, non solo per l'interesse che la
nostra curiosità ne prende, come d’un affare che tanto da vicino ci riguarda,
ed è tutto nostro privativo; ma dippiù per l'impegno, in cui naturalmente ci
dee mettere, di ravvisarne le principali molle, ed i mezzi perciò di farlo
correre alla lunga, e con passi meno stentati è più sicuri. Disgraziatamente
però è accaduto per conto della VITA quello che à soluto sempre avvenire
trattandosi de’gran fenoineni della natura, tutte le volte che si è dall'uomo
concepito l’ardito disegno di rischiararli, o d’interpetrarli in qualunque modo.
A fronte de profondi misteri dell'immmensa ed eterna meccanica, colla
quale a2 l'Autor del tuto à voluto che sian le cose disposte ed ordinate,
la forza dell'umano intendimento si trova per l'ordinario talmente oppressa
dalla propria picciolezza ed imbecillità, che o totaliñente impossibile le
riesce di penetrarvi dentro tutto si è abbandonato all’osservazione ed
all'indagamento de soli fatti. Col favore di un metodo cosi servile, che è pur quello
di cui la Natura si compiace, è permesso alle volte di giugnere allo
scuoprimento di qualche picciola e disolata verità, la quale incanto senza l'ajuto
d’altre innumerevoli, all' intendimento umano tuttavia ignotee nascoste è. tana
dal render piena e perfetta ogni nostra coxposcenza. Nelle cose qui da noi
rammentate; e che da ogni uomo anche di niuna esperienza son facilmente ammesse
e conosciute, sembra esser contenuta la ragione, perchè nella cognizione del,
appena fes 4 1% è concesso di conoscerne le più esterne apparenze; o pur
finalmente j sembrandole d’esser riuscita nel suo disegno, realmente non fa
altro che delirare e perdersi dietro la brevità e l'inezia delle sue idee. Se
qualche volta diversamente è avvenuto; è stato appunto, quando diffidando
l'uomo di sèmedesi sempre londine Ma pur bisogna convenire che fra le
difficoltà, onde1'umana ragione trovasi continuamente inceppata, ed in mezzo
delle tenebre, che l' avvolgono e rendono i passi suoi sempre vacillanti ed
inceni, qualche verità di primo or 5 FENOMENO DELLA VITA tanto picciolo
avvanzamena to si sia finora fatto, quanto ognun sa; non ostante l'importanza
del medesimo, e la forza colla quale, come si è già osservato, à dovuto
richiamar sempre a sè l'attenzione e l'indagine umana. Ne fanno testimonianza
le tante cose, che in tutte l'epoche della filosofia se ne sono dette ed i
tanti sistemi che se ne sono immaginati. I quali, a dire il vero, altro apparato
per lo più non anno che di una pesante erus dizione, quella cioè che
ordinariamente pud tro varsi nella storia delle idee e de'pensieri altrui,
ricavati non dalla natura, ma dal fondo di un'im maginazione, spesse fiatę
riscaldata, e mal prevenuta. E s’ammirazione qualche võlta pare che tai sistemi
si abbian conciliato, ciò solo va inteso per parte di coloro, che senza
conoscer l'arte ben difficile di saper non sapere, e privi perciò di ogni
criterio, tutto ammettono ed in gojano, contenti della sola apparenza, o di
qual che picciolo inal concertato artifizio. dine alle volte si rinviene, che
una facile e gesterale osservazione fa saltare agl’occhi della maggior parte, o
che gratuitamente si trova dalla provvidenza accordata per intrinseco ed
essenziale appannaggio dell'umano intendimento. In una tal rubrica dee
principalmente quell'assioma registrarsi di logica universale, in cui è stabili
to secondo le diverse innumerevoli circostanze, che possono aver luogo nella
grande, e nella minuta e sempre ugualmente sorprendente meccanica della Natura.
Ne inutile è ora di osservare che una tal cosa sembra trovarsi principalmente
verificata nel gran FENOMENO DELLA VITA, ove gl’uomini fin dal principio an
dovuto conoscere ed ammettere una forza, che unicamente ne decide. Del che ne
abbiamo un argomento non equivoco nel privilegio, col quale un tal fenomeno à
solo meritato di esser nel comun linguaggio annunziato con una parola, ladi cui
etimologia vien precisamente in quell'altra voce che in Natura niun
fenomeno vi sia senza una forza che lo produce, e che il principio perciò d’ogni
movimento, o azione, o fenomeno che si voglia dire, in una forza consiste. Se
non che questa forza medesima può esser semplice o composta, intrinseca o
altronde ricercata con contenuta,che per immemorabile universal consenso
altro che forza non à soluto mai indicare. Questa semplicissima osservazione,
che è pur vera e grande e d’ogni ragion sostenuta, sembra la più atta a
somministrare un solo punto di appoggio, onde alcuno possa spingersi in
un'analisi profonda delle COSE DELLA VITA; e in tal modo potrà ben procacciarsi
di che ragione, volmente contentare la sua curiosità, e, ciò che importa molto
di più, soddisfare quella cocente natural sollecitudine, che ognuno à di render
la propria esistenza, per quanto all'uom permesso, più durevole e meno infelice,
Almeno cosi sembrando al nostro corto intendimento, prendes rem volentieri una
tal traccia per ordinare l'analisi della VITA e portarla per ora tanto innanzi,
quanto dalle nostre deboli forze, e dallo stato attuale delle nostre cognizioni
potrà esser permesso. E mentre questo, e non altro, è ["Vita" viene
da "vis", come anche "virtus", "vir", "virilitas",
le quali parole tutte significano forza: o ciocchè nella forza consiste, o la
contiene. Nella considerazione mo di fare, il principal segno delle nostre mife
che qui ci proponia il nostro principal fine cii fare mundo veredi non andarci
divagando in altre cose aliene dal medesimo, o poco atte a raggiugnerlo. Eviterem
soprattutto le citazioni; ed ogni esame di opinioni diverse ed il rischio
perciò di attribuir ad alcuno ciò che ad altri appartiene e di andar nuovendo
picciole ed inutili gelosie. Contenti di prender dal sacro deposito della scienza
ciò che al nostro bisogno potrà esser bastante, la --scerem ad ogni depositario
poi la cura di riven dicar il suo, tutte le volte che lo crederà o p portuno al
proprio interesse · Per noi, l'avrem certamente a singolar fortuna quando ci
venisse accordata la sola scarsa lode,.che neppur a coa loro sinega,chenon
potendo per naturale inet titudine alcun vantaggio recare, se ne dimostra no
almeno premurosi ed invogliati. Della qual nostra buona volontà ci lusinghiamo
che ottima testimonianza ce ne potrà principalmente venire da giovani che alle
nostre lezioni an sempre assistito, o da chiunque altro che non isdegna di
trovar tuttavia buono per il suo uso ciò che per mezzo nostro l'è potuto in
qualunque modo pervenire. sarà sarà l'assioma di sopra stabilito,
dal quale si potrà per avventura losviluppo ottenere di con seguenze importanti,
che disposte con metodo dalla natura istessa suggerito, ci potran forse a quel
termine condurre, che formerà ora l'og geito principale di ogni nostra ricerca.
Se la vita dunque in una forza consiste che continuamente si esercita bisogna necessariamente
supporre attaccata ed inerente una tal forza alla macchina che VIVE, Questa
qualunque facoltà che negl’esseri organizzati risiede per VIVERE, si è voluto
in questi ultimi tempi eccitabilità chiamare. In vece di una tal parola, non
saressimo ripugnanti, che quella ancor si usasse di VITALITÀ, e d'irritabilità
universale, e di forza nervosa, o altra qualunque di simil calibro; le quali
ancorchè si sia preteso che possan cose diverse designare, in ultima analisi
però realmente non sono intese, che adichiarare IL PRINCIPIO GENERALE DELLA
VITA considerato da diversi lati, o sotto forme diverse. Fra l'espressioni or
qui accennate noi intanto riterremo la prima, si perché si trova bastante per
esprimer ciò che accade, si perchè troviam un tal nome già qua si
universalmente ammesso. COM 9 b >? Vi sarà anche per foi un altro
motivo, quello cioè di potersi tal osserv. lità 1 + 10 cosa
in questo modo rappresentare, qual da noi si crede più opportuna, senza esser
obbligati di ammetterne qualunque altra corrispondente al le altrui idee. Una
definizione, che venga a tempo, toglie sempre ogni equivoco, che nel le diverse
maniere di immaginare può aver luogo, ogni volta che con una sola voce sia
venuto il talento di annunziarle. È un fatto costante che durante LA VITA si
sentano dagl’esseri organizzati l’IMPRESSIONI, che molti agenti son capaci di
farvi, ed alle quali si risponde sempre con del movimento, o con un particolar
senso che si risveglia. L'eccitabilità è quella su di cui cade l'operazione di
ogni natural agente. Questi agenti medesimi si an poi voluto chiamare stimoli, e
il prodotto della di loro operazione eccitamento. Il quale non dichiarandosi
altrimente che per mezzo del moto, e del senso, possonoben quind iqueste due
cose rappresentare le forme principali del medesimo. Sembra dunque che PER LA
VITA VI BISOGNI LA VITALITA O l'eccitabilità da una parte onde viene il senso
ed il moto, e dall'altra il concorso de’stimoli onde l'eccitabilità o VITALITA si
mette in azione. Senaza eccitabilità l'operazion de'stimoli è inutile, e niuna VITA
produce, e senza stimoli l'eccitabi Tutti gli stimoli poi, per ragion
della di loro intrinseca particolar naturalità non è richiamata a qualunque
azione, ed alle ordinarie forine d’eccitamento si sono divisi in esterni, ed
interni. Nella classe de primi l'aria va messa, ed il calorico, e la luce, ed
il cibo, ed il sangue, ed ogni altra material cosa, quam li da noi si sono
considerate sempre come gli stiamoli DELLA VITA, e con tal frase le abbiamo
anche indicate tutte le volte che ci è toccato d'interpetrarle. Di questi
stimoli intanto mentre che gl’esterni molte volte bastano a risvegliare un giro
di eccitamento e di vira comune niera di operare, e diversa ma a tutti gl’esseri
organizzati, non bastano poi senza il concorso degl’interni a costituire una VITA
perfetta, com’è quella dell'uomo, fra tutti gl’altri esseri che VIVONO il primo
certamente ed il più nobile. Gl’organ può operare. Per interni al contrario
s'intendono i movimenti dell'animo – PRINCIPIO DI VITA! -- e quindi ogni morale
azione, che non lascia pur in una maniera dichiarata di rimbombare sugl’organi
del corpo, Corrisponde tutto ciò perfettamente a quello, che gl’antichi delle
sei cose, comunemente dettenon naturali, intendeno, le che fisicamente su
Quando l'affare è precisamente considerato me' termi oi finora proposti, niuna
conseguenza puo dedursi onde favorir dichiaratamente lo stato attivo, o passivo
della VITA. Ogni quistione divienne perciò inutile, ed è dissipato similmente
lo scandalo che alcuna dell’opinioni accennate potrebbe recare a chi non ama
occuparsi delle cose profondamente. Trattandosi di opposti, facilmente possono
diuna medesima cosa intendersi, quando questa si consideri sotto i vari suoi
aspetti, o in circostanze diverse. LA VITA a senso nostro può ben rappresentare
uno stato passivo guardata per un lato, e nel tempo stesso uno stato pienamente
attivo guardata per 1'altro. L'eccitabilità, o sia il germe immediato della VITA
relativamente ai stimoli de’quali nulla può valere, è assolutamente passiva. Ma
addiviene di botto attiva dietro l'azione de' stimoli medesimi, ricavando dal
suo proprio fondo quell'energia ed attività, che spiega nell’eccitamento. Si
potrebbe da alcuno chiamar: re-azione quella dell'eccitabilità. Ma questa re-azione
medesima non è a buon conto che una lità dunque è passiva relativamente ai
stimoli, vera azione qualunque abbia potuto essere il motivo, ed il modo di
risvegliarsi. L'eccitabi senza, atti attiva relativamente all’eccitamento
ed a tutto il resto che ne può venire. Con una tale interpetrazione possono
dunque benissimo restar conciliate le due idee opposte, le quali si trovano
ugualmente vere, allogandosi ognuna nella sua propria nicchia. Nè convienne
dimenticarsi in questa spezie d'indagine che non essendovi azione in Natura,
che non sia il prodotto di un'altra, per l'intelligenza della prima basta
conoscere ed ammettere quella, che inimediatainente la precede, e ne forma perciò
la cagione immediata. Perchè altrimente per uscir d’imbarazzo, e finirla presto,
Essendo una verità di fatto l' eccitabilità; ossia la facoltà che à la macchina
VIVENTE di e muoversi, non lo è meno il doversi quella trovar sempre inerente
alla maça si potrebbe da principio ricorrere alla suprema volontà dell'autor
del tutto – il GENITORE di H. P. Grice -- ove senza contrasto alcuno incomincia la serie
alterna di cagioni e d’effetti, chel'immensa catena rinchiude delle cose del mondo.
Ma in tal modo bisogna pur convenire che invece di sciogliere il nodo non si fa
altro cheru vidamente tagliarlo, e distruggere così ogni filo, nel quale è
unicamente raccapezzato l'ordine delle cose poter sentire chig di
ravvisarvi distintamente l'uomo os e l'uomo arterioso, e l'uomo muscolare ed il
nervoso, china suddetta in tutto il corso della VITA. a tutti i peza non
che può nascere il dubbio, che una tal facoltà risiegga ugualmente applicata a
tutti i zi della macchina VIVENTE, o pure alcuno vene sia onde si propaghi, e
venga agl’altri comunicata. Vi sono de’fisiologi che nella costituzione della
macchina ANIMALE (LIZIO zoon – zoologia, biologia – psyche --) vi ravvisano
tante parti, che con un singolar andamento dimostra no di esser molto fra loro
diverse Se, quantunque poi tutte intese alla formazione di quelli uno, che
l'intera macchina rappresenta e cosi di tutto il resto. Corrisponde tutto
questo apparato di nuove parole, o per Si an voluto insignire col nome
particolare di sistemi, ed è quindi insorto il sistema irrigatore, il sistema
assorbente, il nervoso, il muscolare, il cellulare, e ogni qualunque altro che
il bisogno puo richiedere. Vi è stato chi segnando con maggior precisione i
contini diversi di cotai sistemi, per rilevare in tal modo l’insigne differenza
che fra i medesimi sembra passare, e la gran parte che ciascuno di essi nella
costituzione del corpo prende, non à avuto difficoltà nella considerazione, che
à voluto fare della macchina umana seo, Noi intanto non sapressimo cosi
facilmente intendere quanto la particolar considerazione de' pezzi della
macchina ANIMALE, principalmente diversi fra loro per la diversità delle forme,
o di altre circostanze non essenziali alla particolar natura della di loro
pasta originale, possa contribuire a far ravvisare l'eccitabilità nel suo unico
e vero e general aspetto. Sembra la medesima esser qualche cosa di cale
importanza, alle forme, o a daltre minori circostanze appartenga, ma bensi
direttamente alla pasta già ram e per dir meglio di parole usate con
nuova regola, a ciò che da altri con tuono più semplice ed iun gusto più antico
ma nel fondo significante lo stesso, si è derto sostanza cellulare vasi, e nervi, e muscoli, e ossa nel farne la
particolare storia, e stabilire colla medesima i fondamenti della fisiologia.
Prima di passare ad altri argomenti non è superfluo soggiugner anche
qualchecosa sul flo gisto, affinchè in tal modo i principianti s'istruisca no
di una dottrina, la quale ne'tempi precedenti ha avutotanto luogo in tutte le teorie
chimiche. È anzi a tutti noto di essersi introdotto qua si universalmente l'uso
di questa vocabolo ancora nelle altre Scienze. I Chimici, dopo di Sthal,
pretendeno generalmente che dovesse X 68 X in X 69 X
intendersi per FLOGISTO (GRICE, ACTIONS AND EVENTS) quella talcosa, che
atacaccandosi a'corpi producesse in qualunque modo il principio della loro
infiammabilità. si altri. bui vano in oltre al medesimo moltissimi altri
fenomeni. Siccome nella combustione si raduna una grandissima quantità di
fuoco, di cui prima non eravi alcun vestigio, cosi Sthal sorpetto che in questa
operazione si sprigionasse quel fuoco, il quale trovavasi nascosto nel corpo
infiammabile. Questo fuoco nascosto in modo da non dar SEGNO della sua presenza
costituiva il FLOGISTO. E quindi si ravvisaa primo colpo d'occhio, che il FLOGISTO
è indentico col calorico aderente. Ma la natura de’fenomeni richiede che quello
com stituisse un ente di suo genere, trasfersisi tutto intero da uno in un
altro corpo. Quindi bisogna immaginare una materia, o sia una base, alla quale
il fuoco, o sia il calorico, si attacca ed in certo modo addivenisse fisso,
cosi composto acquistasse un'adesione colle para ti de’corpi infiammabili.
Nella prima edizione di queste nostre istruzioni ci siamo industriati di
esporre questa teoria, sostenendola con tutte le nostre forze; e per lo spazio
di quasi cinque lustri ce ne siamo serviti nel rischiarare tutti gl’argomenti
chimici. Ed in vero colla sua applicazione vedevamo che i fenomeni non restavano
spiegati con molta infelicità. Questo è stato ancora conosciuto da ruta ti i chimici
di gran nome, che fiorirono dopo di Sthal, onde LA TEORIA DEL FLOGISTO (GRICE) si
è qua puo affinchè E3 si > X 70 X siresa universale fino a’tempi
presenti. Non può negarsi però, che non mai il FLOGISTO cosi inimaginato si abbia
potuto apertamente diinostrare; e dal fin qui detto si deduce la sua ipotetica
composizione. Ciò non ostante è una teoria comoda, ed ha il suo luogo per
mancanza di una migliore. Il progresso però della chimica pneumatica, il quale
a tempi nostri è addivenuto grandissimo, non solo l'haresa sempre più dubbia,
ed inetta alla spiegazione de’fenomeni; ma (quello che magiormente importa ) ne
le ha sostituita un'altra meno ipotetica, e più corri spondente ai fenomeni. Egli
è vero, che i fautori dell'antica teoria fanno grandissimi sforzi per
conciliare tutte le nuove teorie col FLOGISTO; ma ora senza difficoltà può
dimostrarsi che questi sforzi sono infelici, come bisognosi sempre di nuove
finzioni, o di false in terpretazioni. Francesco Nicola Maria Andria. Andria. Keywords:
chimica filosofica, implicatura bio-chimica, biologia filosofica, teoria della
vita, vita, virtu, virilita – l’implicatura flogistica – Grice: what science? Palmistry? What deliverance?
Phlogiston theory? Rhetorical questions: he means No and No. Or non rhetorical
and they are formidable obstacles to his constructive realism about which he
could care less!--. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice ed Andria” – The Swimming-Pool Library. Andria.
Grice ed Angeli: la
ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Venezia – filosofia veneziana – filosofia veneta
-- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Venezia). Filosofo
veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “I like
Angeli – I’m glad he dropped the ‘degl’angeli” – but then I would because he is
into the infinite (insert infinity symbol here) as so am I – mainly in my
elucidation of that Anglo-Saxonism of Indo-European origin (Latin, ‘mentatum,’
‘mentitum,’ ‘mentitura,’ dicitura) – ‘mean’ – I refer to a self-referential
clause to solve the problem, but then I also refer to Plato on geometry and the
idea of a ‘de facto’ versus ‘de iure’ instantiation of a ‘regressus ad
infinitum’ – So Angeli is bound to charm me!” Frate dell'Ordine dei
gesuati, con la soppressione dell'ordine voluta da Clemente IX divenne prete
secolare. Fedele allievo Cavalieri, insegna a Padova. E l'unica voce autorevole
che continua a difendere la teoria degl’infinitesimi, in palese conflitto con i
gesuiti. Si dedica allo studio della
geometria, continuando le ricerche di Cavalieri eTorricelli. Passa quindi alla
meccanica, su cui spesso si trova in conflitto con Borelli e con Riccioli. Altri saggi: “Della gravità dell'aria e
fluidi, esercitata principalmente nei loro omogenei” (Padova, Cadorin); “Problemata
geometrica sexaginta” (Venezia, La Noù); “De infinitorum spiralium spatiorum
mensural” (Venezia, La Noù); “Accessionis ad steriometriam, et mecanicam”
(Venezia, Noù); “De infinitis parabolis, de infinitisque solidis ex variis
rotationibus ipsarum, partiumque earundem genitis” (Venezia, Noù);
“Miscellaneum geometricum” (Venezia, Noù). Note
Fonte: M. Gliozzi, Dizionario Biografico degli Italiani, riferimenti in. Gliozzi, A., Dizionario Biografico degl’Italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, A. in Treccani Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Alexander, Infinitamente piccoli. La teoria
matematica alla base del mondo moderno, Torino, Codice edizioni, Andersen,
"Cavalieri's method of indivisibles." Arch. Hist. Exact
Sci. A. MacTutor, St Andrews, Scotland.
Opere di A. openMLOL, Horizons Unlimited srl. Magrini, Sulla vita e sulle opere d’A., matematico
Veneziano memoria di Magrini, letta all'Ateneo Veneto, Estratta dal Giornale
Arcadico; Tip. delle belle arti, Filosofia Matematica Matematica Categorie: Matematici italiani del
XVII secoloFilosofi italiani Professore Morti Venezia Padova. Stefano d'Angeli, veneziano, lettore nello studio di
Padova, provinciale veneto della sua religione de' gesuati, che fu soppressa, e
discepolo di Cavalieri, di cui scrive, 'Herculem geometricum alterum
Bonaventuram sc. Cavalerium, cui devotione i habitu sui conjunitillimus eiusque
sub disciplinis tyrocinium in geometria ad novem dumtaxatmenses, ipso a vivis
mei mortali angore, qui tunc ad eram, o geometrarum omnium luctus, aciactura
sublatum, posui auspican tillinum, orc: Siren de celebre Cavalieri colle molte
opere, che manda alla luce, e spezialmente per la sua geometria
degl'indivisibili, l'origine della utilissima analisi degl'infinitamente
piccoli, come Itall'oinne fanno menzione i Chi ariss. Giornalisti. Ma sono
opere d’A: "Problemata", "De infinitis parabolis",
"Miscellaneum hyperbolicum, o parabolicum"; "Miscellaneum
geometricum", "De infinitorum spiralium spatiorum mensura". Le
Considerazioni sopra la forza di alcune ragioni Fisico-matematiche addotte da
Riccioli nella sua "Astronomia Riformata" *contro il sistema
copernicano*; le seconde *contro il moto diurno della terra piegato da Manfredi
nelle risposte alle prime riflessioni di Stefano de Angeli; le terze e le
quarte sopra la lettura di Borelli sopra la confermazione di una sentenza dello
stesso prodotta da Zerilli, ecc; "Della gravità dell'aria, e
de'audi"; "Dialoghi due";ed altri tre gli stampo. The concept of infinitesimal
was beset by controversy from its beginnings. The idea makes an early
appearance in the mathematics of the Greek atomist philosopher Democritus, only
to be banished by Eudoxus in what was to become official “Euclidean”
mathematics. We have noted their reappearance as indivisibles in the sixteenth
and seventeenth centuries: in this form they were systematically employed by
Kepler, Galileo's student Cavalieri, the Bernoulli clan, and a number of other
mathematicians. It was Galileo's pupil and colleague Cavalieri who refines
the use of indivisibles into a reliable mathematical tool (Boyer); indeed the
method of indivisibles remains associated with his name to the present day.
Cavalieri nowhere explains precisely what he understands by the word
“indivisible”, but it is apparent that he conceived of a surface as composed of
a multitude of equispaced parallel lines and of a volume as composed of
equispaced parallel planes, these being termed the indivisibles of the surface
and the volume respectively. While Cavalieri recognized that these “multitudes”
of indivisibles must be unboundedly large, indeed was prepared to regard them
as being actually infinite, he avoided following Galileo into ensnarement in
the coils of infinity by grasping that, for the “method of indivisibles” to
work, the precise “number” of indivisibles involved did not matter. Indeed, the
essence of Cavalieri's method was the establishing of a correspondence between
the indivisibles of two “similar” configurations, and in the cases Cavalieri
considers it is evident that the correspondence is suggested on solely
geometric grounds, rendering it quite independent of number. The very statement
of Cavalieri's principle embodies this idea: if plane figures are included
between a pair of parallel lines, and if their intercepts on any line parallel
to the including lines are in a fixed ratio, then the areas of the figures are
in the same ratio. An analogous principle holds for solids. Cavalieri's method
is in essence that of reduction of dimension: solids are reduced to planes with
comparable areas and planes to lines with comparable lengths. While this method
suffices for the computation of areas or volumes, it cannot be applied to
rectify curves, since the reduction in this case would be to points, and no
meaning can be attached to the “ratio” of two points. For rectification a curve
has, it was later realized, to be regarded as the sum, not of indivisibles,
that is, points, but rather of infinitesimal straight lines, its microsegments.
La prima opera alquanto diffusa, ch'egli
c o m pose e pubblicò in Venezia, ha per titolo: Problemata geometrica
sexaginta circa conos, sphae ras, superficies conicas,sphaericasque praecipue
ver santia. In questo volume sono svolte con tutto il rigore della scuola
dottrine,che in tali materie fan no continuazione a quelle di Archimede e di
Apollonio Pergeo. Frequentissime occasioni gli si pre sentano di usare la
teoria degl'indivisibili,e fra que ste è la tesi,dove dimostra che il conoide
parabo lico è la metà del cilindro ad esso circoscritto. Il grande Newton nella
sua Arithmetica Universalis si occupa anch'egli a lungo di questa propor zione,
perchè la prende come suo tipo ad insegnare la maniera, con cui l'analisi
algebrica debba asse starsi alla risoluzione delle questioni geometriche; ed è
in questo luogo ch'egli stabilisce le regole, che poi servirono a tutti gli
analisti di norma in così fatti esercizii. L'inglese geometra, dopo tutte le
opportune considerazioni, arriva a darci riphaeria subtendatur ab ipsis.
pe per satemi il termine, confermò ed ampliò con più s o lenne espressione
nella molto profonda sua opera di recente pubblicazione, che versa sui Porismi
di Euclide. E d eccovi esperte tutte le riflessioni che m'indussero e m '
incoraggiarono a passare a rasse gna i lavori dell'uorno che mi proposi oggi di
farvi ricordato. In mezzo ai tanti curiosi problemi di questo li bro trovai
degno di menzione quello così annunziato: Datis tribus lineis invenire
semicirculum cuius risoluzione del problema una equazione del terzo la
Quello che alcun poco potè turbarmi nell'esame di questa opera si fu la
qualche importanza, che il nostro A. sembra attribuire al così detto paradosso
geometrico, perchè abbagliò lo stesso GALILEI (si veda), ed è che il centro di
un cerchio è eguale alla sua circonferenza. Questo giuoco di parole,che come
vedesi non presenta alcun senso se non as surdo, era un fatale intoppo nel
quale si urtava quasi sempre nell' uso del calcolo degl' indivisibili, ed eccovene
l'origine. ! 20 grado,dicui,come è notissimo,non puòfarsila co struzione
se non per mezzo delle coniche sezioni. La sola riga ed il compasso non possono
qui essere usate allo scopo, se non nel caso, in cui due delle date rette sieno
eguali,poichè in allora l'equazione cubica può comodamente venire abbassata al
grado secondo. A. scioglie i due casi, senza la face dell'algebra,che allora
non era accesa,l'uno per locum planum, secondo illinguaggio scolastico, e
l'altro per locum solidum. Le sue costruzioni sono elegantissime,e mostrano
chiaro che istintivamente anche gli antichi avevano un -segreto oracolo di
analisi, che domesticamento consultavano,ma non fa cevano vedere al volgo. Vi
risovvenga, o Signori, di quei due solidi d e scritti da me poco fa, cioè di un
emisfero e di un cilindro incavato da un cono rovescio,cilindro che lo
circonda, dei quali così facilmente si appalesa. l'equivalenza. Or bene: questa
equivalenza si de duce col provare, che tagliati dovunque idue corpi con un
medesimo piano segante parallelo.colla base comune d'entrambi, il circolo nato
nell'emisfero eguaglia a puntino la zona circolare spettante al
cilindro incavato. E siccome ciò ha luogo per ogni piano segante immaginabile,
dicevasi con molta fretta che ciò doveva effettuarsi anche nel piano tangente
alla sommità della superficie sferica; il che, come si vede, presentava da una
parte un centro (cioè il punto di contatto) e dall'altra una circonferenza,
cioè lo spigolo nudo del cilindro terminato; dunque per la presa analogia,il
centro, cioè quel punto di contatto, doveva essere eguale a quella circonfe
renza. Noi lo accorderemo di buona voglia, se sono così teneri di questa inezia,
poichè sotto il riguardo di superficie (e qui si tratta di superficie soltanto)
così il centro come la circonferenza si possono egua gliare,perchè sono
entrambi eguali a zero; ma que sto strano vaniloquio non può insorgere a
pretesa, se non in quei casi speciali, ove si richiama ad uno stato anteriore
di rapporto, e non può certo aver modo di entrare quando sitrattassediun qua
lunque cerchio isolato in un piano. Bastava riflet tere che il ragionamento
dimostrativo non era ri volto che a' piani seganti; dunque il piano tangente
non v'entrava se non ad indicare il limite dove il rapporto di eguaglianza
andava a cessare.La man canza di un linguaggio ben formato, e che ci fu dopo
dalla teoria dei limiti perfezionato, impedì forse la spiegazione chiara del
sofisma per parte Questa menda del nostro autoreriflessa sopradi lui dallo
splendore di un gran nome,è a dismisura cancellata dai tanti lavori di gran
lena ch'ei porse nel seguito. Tale è il suo Miscellaneum hyperbolicum 21
di tri cotanto valenti e degnissimi di rispetto. geome dedicato
agli Illustrissimi Cinquanta del Senato di Bologna in contrasegno di
gratitudine per quella illustre città; nella quale sua opera tratta
profondamente dei centri di gra vità dell'iperbola, delle sue parti e di alcuni
so lidi, dei quali nessuno fino allora aveva parlato. Insegna a quadrare la
parabola in doppia manie ra ed a guidare le tangenti a tutta la famiglia pa
rabolica. Sulla parabola inoltre e sui co noidi di essa risolve curiosi
problemi spettanti ai massimi, inscrit tibili ed ai minimi circoscrivibili. In
questo suo li bro l'autore ambisce di pretendere alla priorità sul la Faille e
sul Guldino medesimo, il quale nella rinomata sua opera Centro -barica, così
confessa la sua mancanza in questo proposito: deest hoc loco hyperbolae ejusque
partium centri gravitatis investi gatio. L'opera uscita dalla sua penna nel
1660 è m e ritevole di ricordanza,tanto per la persona alla quale viene
dedicata, quanto e molto più per la materia che l'autore vi ha svolta. È stato
umiliato quel lavoro all'eminentissimo cardinale Gregorio Barbarigo, Patrizio
Veneto, ve scovo allora di Bergamo, e che in seguito, come tutti sanno, fu
vescovo di Padova e morì l'anno medesimo della morte del nostro A., ed il quale
vescovo fu poi annoverato fra i beati dal suo concittadino Carlo Rezzonico,Papa
sotto il nome di Clemente XIII. La dedica, o Si gnori, era degnissima,poichè
sappiamo dalla storia della vita del Barbarigo.ch'egli era dottissimo nelle
cose matematiche, e per ciò sembra che a buon di Parlando della materia
del trattato,che s'intitola De infinitorum spiralium spatiorum mensura, ella
valse a collocarlo in un gran posto fra i geo metri del suo tempo: e quel
soggetto fu poi anche ampliato coll'aggiunta ch'ei vifeced'un altro trat tato,
detto De spiralibus inversis, stampato in Padova. Fine a quell'epoca gli
antichi a v e vano assai beve conosciuto ed usato le proprietà, gli spazi, le
tangenti della Spirale di Conone o di Archimede,ma di poco o
nullasieravarcatoque sto termine. Il degli Angeli ci racconta egli stesso di
essere stato parecchie volte stimolato a scandagliare più a fondo in questo
mare,quando trovavasi in Roma. E quelli che così eccitavanlo erano un
Michelangelo Ricci,da lui chiamato il Corifeo degl'italiani geometri, al che
fece eco pienamente anche il Montu cla; poi un Francesco Slusio, riputato
geometra fran cese, ed infine un matematico inglese di fama, Albio. Essendo
egli allora troppo giovane ri cusò di affrontare cotali gravi ricerche,
confessando modestamente il carico non trovarsi adattato agli omeri suoi. Ma
più tardi,essendo in Venezia, e ri svegliatosi in lui colle nuove forze
acquistate a n che il coraggio, intraprese lo studio delle infinite specie di
spirali, e fu allora riverito per la novità dell'argomento e per la profondità
della trattazione. Dopo di lui altri valenti coltivarono questo campo e lo
trovarono ancora fecondo. Se non che la glo ria di esaurire in tutta la sua
estensione un tale argomento era riservata al più moderno chiarissimo 23
ritto e senza lusinghe il degli Angeli lo invocasse col nome di Geometrarum
Mecenas peritissimus. matematico Varignon,inuna bellissimasua
memoria, citata spesso e spesso indicata a modello ai giovani studiosi, la
quale si trova inserita nelle Memorie dell'Accademia delle Scienze di Parigi.
Tuttavolta a non iscemare di un punto il merito del Veneziano,tornaopportuno
ilriflettere che quella Memoria straniera comparve anni più tardi, e di quegli
anni di abbondanza, nei quali ľ analisi ardita aveva tanta sua ala distesa.
Copiusi problemi di tutte le specie riguardanti le aree delle figure piane ed i
volumi dei solidi non che i loro centri di gravità, si contengono tanto nella
seconda parte di questo libro delle Coclee, quanto nel Miscellaneum Geometricum
prodotto nel 24 Alle ora accennate due opere va unita per merito
d'interessanti investigazioni quella del De infinitarum Cochlearum mensuris ac
centris gra vitatis, dedicata a Leopoldo II dei Medici, granduca di Toscana,
quegli sotto i cui validiauspiciisi for m ò e crebbe l'Accademia del Cimento.
In questo dotto lavoro descrive la forma delle infinite coclee sìstrette
esìallargate, chesigeneranopermezzo di triangoli, di rettangoli, di
semicerchi,ed altre fi gure piane scorrenti con duplice moto, l'uno circo lare
e l'altro progressivo, con diverso rapporto di velocità; ed assegna col metodo
degl'indivisibili i volumi di questi solidi strani ed apparentemente
intrattabili. Si propone in tale memoria l'autore di continuare e di estendere
la strada tracciata ed i n cominciata assai pregevolmente dal Torricelli, m a
ehe questo celebre uomo per cagione di morte la sciava ad altri da
percorrere. quanto ancora nell'opera pubblicata nell'anno primo in
cui era entrato nella Patavina Università e che si intitola: Accessio ad Ste
reometriam et Mechanicam in qua traduntur mensurae et centra gravitatis
quamplurium solidorum. Idea un nuovo genere d'in vestigazioni nell'opera
intitolata de Superficie Ungulae, a cui si unisce una seconda parte, che tratta
de quartis liliorum parabolicorum et cycloidalium. Ciò che porgesse a lui il
destro di mettersi a trat tare questi argomenti lo racconta egli nella sua pre
fazione. E comparso in Roma un opuscolo de cycloide et de figura sinuum, che
vantava per autore un Onorato Fabri Gesuita, sotto il pseudonimo di Antimo Fabio:
il buon A. s'invaghì di quest'opera ed indovinò che nella figura dei seni ivi
celebrata latitabat non spernendum geometricum mysterium. E svelò a quanto pare
pel primo ilmistero,dicendo che quella curva che noi chiamiamo sinusoide, altro
non era che la sezione obbliqua d'un cilindro tagliato diagonalmente con un
piano condotto pel raggio del quadrante base e sviluppata in un piano. Quantunque
quell'Onorato Fabri non sia un nome molto onorato nella storia della scienza,
poichè fu quest'uomo mai sempre av verso al GALILEI (si veda) e combattè
ostinatamente tutte le belle scoperte dei giorni suoi, ilnostro matematico fa
di lui qualche caso rispetto al citato libretto. Per altro è facile indovinare
ch' ei lo faceva con una piccola dose di spirito di partito, giacchè sco priva
nel Fabri un grande settátore del metodo del Cavalieri. E tanto anzi Fabri lo
usava con in] Quell'opuscolo per tanto del Fabri diede occa sione ad A. di
combinare problemi di tutte le specie intorno alle unghie cilindriche,ai loro
cen tri di gravità, ai solidi da esse con varia maniera di movimento
ingenerati. Raddoppiata la superficie svolta in piano dell'unghia cilindrica in
tre modi diversi, egli costruisce una simmetrica figura, ch'ei chiama un giglio
ungulare, dal quale poi altri gigli germogliano con altri ideati movimenti, e
di tutta questa fantastica famiglia di figure aventi tutte per elemento
l'unghia cilindrica, valuta secon do il solido le aree, i punti di equilibrio,
i vari conoidi derivanti da quelle: e le stesse combinazioni, e gli stessi
oggetti si propone nei suoi studi sulla semicicloide. Queste descritte, ed
altre molte di eguale va lore, sono le opere geometriche del professore A.,
opere il dobbiamo pur dire con ricresci m ento, le quali al pari di quelle di
altri illustri suoi contemporanei non vengono più lette. La ragione di questo
abbandono non è a mio credere soltanto il Fu quel secolo uno dei più brillanti
e privile giati,sì per la moltitudine degli uomini di genio su periore, e si
per la grandezza dei trovati. Sembra che la natura abbia voluto in quei giorni
di deca temperanza,che ilnostro autore a suo riguardo così si esprime: ut
ad indivisibilium arenam percurrendam fraeno potius quam calcaribus indigere
videatur. progresso della scienza ed il lasso del tempo, che corre da quelli
a'nostri anni, poichè le verità m a tematiche non sono soggette aprescrizione
di tempo; la causa più vera e profondamente morale.] denza delle lettere
mostrare quanto ella era capace di produrre per largo compenso alla dignità del
l'uomo. L'Italia prima del sapere maestra, dopo la barbarie dell'età di mezzo
diede in questo se colo potentissimi e rinomati ingegni,un Luca Vale rio, un
Galileo, un Torricelli, un Viviani, un Cavalieri,un Pucci e moltissimi altri.Ma
l'Europa produceva in quel tempo in altri climi il Nepero inventore del nuovo
calcolo logaritmico, il Guldino scopritore di un nuovo cammino nello studio
delle curve, il Keplero che tutti sanno, il Roberval; poi Pascal, Cartesio,
Newton; poi Huygens e la portentosa famiglia dei Bernouilli, e quel mira colo
del Leibnizio, di cui tante si onora l'umano intelletto. E come la comunione
espansiva di que ste straniere intelligenze fece salire a passi gigan teschi il
sapere e lo unificava, è ben da credere che il tributo, che a questo cumulo di
ricchezza l'Italia poteva recare, avrebbe certo accresciuto il tesoro della
scienza o di molto accelerato ilsuo an damento nella matematica pura, come
l'Accademia del Cimento fece già a pro' delle naturali scienze. Ma gl'italiani,
rispettate alcune eccezioni,si tene vano in disparte nel purismo sintetico, ed
offerivano solitari sagrifizi alla greca sapienza, benchè con at tività e
maestria nuove ricchezze portassero a que gli altari ed a quei templi vetusti.E
mentre sde gnavano di dare ad altri la mano nella grande in vestigazione della
verità, ebbero talvolta a provare qualche umiliante disinganno;come avvenne fra
gli altri al Viviani nel suo vantato Ænigma geometri eum, che ben presto fu
spiegato in più modi ed in più luoghi dagli oltramontani analisti.
Attenutisi troppo scrupolosamente al linguaggio ed alle forma lità degli
antichi, e non avendo voluto adottare quel calcolo algebrico, che tanto
facilitava agli altri le dotte ricerche, si vennero a chiudere le porte per
arrivare fino ai nepoti, e non rimasero le faticose ed ottime loro opere che
come venerabili m o n u manti di storica scienza, che visitati non vengono se
non da pochi pazienti eruditi. Mi si perdoni questa digressione, che per in
tendimento aveva di mettere le produzioni del mio encomiato A. nell'aspetto
sotto il quale è lecito oggi di riguardarle, e passiamo a par lare delle
polemiche sue scritture. 28 È notissima nella storia della scienza la
lunga lotta, che si riscaldò fra lui e Riccioli Gesuita, uomo rispettabilissimo
per la multiforme sua dottrina letteraria e scientifica, e so prattutto
riputatissimo astronomo.Questo dotto pro fessore, che in compagnia del P.
Grimaldi suo al lievo, giovò non poco colle sue esperienze a conser mare le
leggi dei gravi cadenti scoperte dal fioren tino Filosofo, ebbe poi a macchiare
inescusabilmen te il suo nome coll'essere divenuto uno dei più pertinaci
combattenti, che mai facesse battaglia al grande Italiano sulla sua tesi del moto
diurno della Terra. Ma il sapiente Riccioli non si teneva contento ai soliti
plateali sofismi stiracchiati fuori dalle sagre carte dagl'ignoranti; egli
invece si sbracciò a con trastare in sul serio quel movimento del globo con
argomenti fisico -matematici. Oltre alla tante volte addotta difficoltà di
concepire la rotazione della terra a cagione della forza
centrifuga, che dovrebbe ge nerarsi, a detta degli avversarii, in tutti i corpi
terrestri nel moto circolare diurno,per cui la massa del globo ben presto
verrebbe disfatta, argomento che si abbatte colla dimostrazione consueta che la
velocità della terra dovrebbe essere 17 volte m a g giore dell'attuale perchè
la forza centrifuga potesse eguagliare soltanto la gravità dei corpi, il Padre
Riccioli aveva coniato un argomento fisico-matematico tutto di suo gusto,al
quale credeva che nes sun uomo di scienza potesse rispondere. Immaginatevi, ei
diceva, che un grave siasi la sciato cadere dalla cima di una
torreelevata,tanto che il corpo debba impiegare p. es. cinque minuti secondi
per battere il suolo nella caduta. Dividendo quest'altezza in cinque parti nel
rapporto dei tempi parzialidiquesta caduta con moto uniformemente ac
celerato,cioè 1, 3, 5, 7, 9, figuratevi che il grave abbia ricevuto l'impulso da
occidente in oriente a principio, c o m e voi pretendete, e troverete naturale
ch'esso debba descrivere una curva. Ora il calcolo mi dimostra che le parti od
archi di questa traiet toria rispondenti ai varii tempi summentovati sono
pressochè eguali. Laonde le velocità del Il professore degli Angeli nell'anno
1663, quando 29 questi varii tempi, rappresentate da quegli archi,
dovranno essere eguali,cioè nell'ultimo tempo come nel primo; dunque il corpo
cadente dovrebbe bat tere la terra colla stessa forza come nel primo i stante
così anche nell'ultimo, lo che è contrario all'esperienza, e perciò questo
vostro sognato moto della terra non può esistere. in corpo già da
sei anni si trovava all'Università di Padova, si propose di abbattere tutti gli
argomenti dell'a stronomo Gesuita, e ciò fece trionfalmente in va rie riprese
colle sue prime, seconde, terze e quarte considerazioni sopra la forza degli
argomenti fisico matematici del P. Riccioli contro il moto diurno della
Terra,stampate in Padova. La confutazione sparsa per quei suoi quattro opuscoli
riuscì un poco lunga e forse prolissa, poichè la compose alla forma di
conversazioni fra un certo Conte Lescysky, un si gnore Offreddi ed il
Matematico di Padova, ch'era egli stesso. La lentezza dei ragionamenti e delle
d e duzioni dipendeva naturalmente dalla forma in dia logo dell'opera, poichè
metteva il personaggio prin cipale nella necessità di togliere le più piccole
dif ficoltà ed obiezioni degli altri due interlocutori. Ma la sostanza delle
ragioni del Matematico di Padova si ristringeva a mostrare che il Padre Ric
cioli, per altri conti commendevole,siera mostrato con sua vergogna in questo
affare, atteso lo spirito di partito, assai inesperto nelle leggi più comuni
della Meccanica.Mostrò cioè d'ignorare che nell'urto dei corpi contro un
ostacolo irremovibile, come il piano sottoposto alla torre, dipendere doveva la
forza della percossa non tanto dalla velocità asso Juta, di cui è il corpo
animato, ma ancora dalla di rezione con cui la percossa discende. La velocità
accordata pure che sia eguale nell'ultimo tempo come nel primo, non è poi
egualmente inclinata nel corso della traiettoria nei varii tempi rispetto alla
verticale.Decomposta in fatti la velocità assoluta in in una verticale e l'
altra orizzontale, soltanto la [Ad ogni modo questa lunga controversia fu
tutta col vantaggio del nostro concittadino, ed ebbe nella sua schiera tutti i
veri scienziati d'allora, e non solo per questo conflitto, m a per la più
possente ragione, ch' egli fu per carattere uno dei più caldi sostenitori del
progresso in tutti i rami delle scienze fisico-matematiche. Ed invero nell'anno
1671 faceva di pubblica ragione in Padova due lunghi dialoghi fisico-m a t e
matici; e tre altri che avevano per titolo Della gravità dell'aria e dei flui
di esercitata principalmente nei loro omogenei: nei quali con amene
conversazioni fra quegli stessi in 31 prima doveva operare nell'urtare; e
siccome le in clinazioni della velocità nei varii tempi erano diverse, diverse
pure dovevano risultare le componenti v e r ticali; e queste appunto si
trovano, con facile di mostrazione, nello stesso rapporto crescente, come se
non esistesse l'impulso orizzontale; e per ciò si conchiude che il moto della
Terra per nulla si o p pone all'esperienza, e può ben anche con essa sus
sistere. Rilevata così l'impotenza di Riccioli si usa rono dall'autore tutti
gli ar gomenti indiretti, che potevansi per allora mettere innanzi. Là prova
diretta del movimento rotatorio della terra, come ben sapete, signori, era
riservata ai giorni nostri; chè ce la diede quel preclaro ingegno di Faucault,
per mezzo del pendolo da lui idea to, e poi da quel suo giroscopio, che rende
sen sibile il fenomeno fra le pareti d' un gabinetto di fisica.
terlocutori di sopra nominati, si svolgono tutte le leggi
dell'idrostatica e si sciolgono le minute diffi coltà di certi paradossi, già
noti in quella materia, e dei quali in allora ben pochi precettori davano una
chiara spiegazione. Non pretende il nostro autore, com'egli asserisce con
modestia nella introduzione, che queste súe composizioni contengano cose del
tutto nuove e non tocche dagli altri; m a essergli stato di eccitamento a
scrivere il desiderio di gio vare ai nobilissimi scolari di quel sapientissimo
studio:i quali, diceva il nostro professore,camminando al dottorato pei ponti
delle dottrine peripatetiche e delle formalità, poco o nulla vedevano della
filoso fia sperimentale. La quale dichiarazione serve farci conoscere ad un
tempo e lo stato delle p u b bliche istituzioni d ' allora, e gl' intendimenti
del nostro A. sul vero scopo degli studii pegli uomini socievoli. Ma non è a
credere ch'egli con tato zelo del sapere calcasse unicamente le sole aride ed
ardue vie della severa matesi e delle scienze. Abbiamo invece ogni motivo per
ritenere ch'egli nella clas sica letteratura fosse molto perito, egli che per
molti anni della sua fresca età n ' era stato precettore fra i suoi: egli che
con tanta sveltezza di dicitura usò mai sempre familiarmente la lingua del
Lazio. Ed inoltre nelle lunghe dedicatorie epistole, rivolte ai più distinti
personaggi dello stato e della chiesa, lo troviamo come uomo familiarissimo
degli ameni stu di spargere sali ed argutissime mitologiche allusioni, e questo
con frequente uso ed anche abuso a se conda del gusto del secolo. Il Bresciano
dottissimo 32 A coronare il monumento,che oggi m'ingegnai
d'innalzare in questo letterario ricinto al nostro c o n cittadino Stefano
degli Angeli, non mi rimane che porvi sopra
un'ultimaghirlandadifiori,cioèdifare ricordanza delle qualità dell'animo suo. E
qui sarò breve poichè l'affare è assai vecchio. Questo sacer dote così esaltato
e venerato dai suoi confratelli per più di trenta anni, così accarezzato e
tenuto per familiare ed amico da tanti nobili e famosi per sonaggi, la intera
vita del quale non respirò che osservanza scrupolosa dei proprii doveri, e fu
inces santemente modellata alla ricerca e diffusione del vero, non poteva
essere dotato che di bella indole e di soavi costumi. E mi basta ad
accertarmene per tutte la testimonianza del più volte citato sto rico
contemporaneo della Patavina Università, Carlo Patino, che con A. viveva
domesticamente, ed il quale al suo riguardo si esprime con queste parole:
Singularem Stephani comitatem, morum que suavitatem experiuntur quicumque illam
d e » siderant, adeo facilis est omnibus, benignus et » beneficus. In ejus
gloriam dictum sit nullum a » m e inventum, qui vel levissime de ejus dictis »
factisque conquereretur ». 33 E qui darò termine alle mie illustrazioni
sulla vita e sulle opere Mazzuchelli ricorda la corrispondenza che regnava fra A.
ed ilcelebre antonio Magliabechi, in assai scritti di argomenti
scientifico-letterari, e questo legame col fiorentino filologo serve bastan
temente a dichiararlo non istraniero al consorzio dei dotti contemporanei di
tutte le classi. di questo insigne matematico e filosofo veneziano.
Il desiderio di togliere da ob blio ingiusto e di mettere in piena luce i
diritti a fama non peritura di quest'uomo il nome del quale così stretto si
lega ad uno de' trovati più belli dell'italiano ingegno, m'infuse costanza, e
dolce mi sembrò la fatica nella lettura di opere,che at tualmente pei modi
mutati sono poco leggibili. So che potrebbe taluno ricantarmi essere ilnostro
pre sente così fervido d'interesse nella scienza e nelle sue applicazioni al
materiale benessere della vita da impedirci di guardare addietro nei secoli che
f u rono. Ma io penso che sia non ultimo fragl'inte ressi del progresso e di
quelli che lo promuovono, il celebrare con sagro zelo la memoria ed il bene
fatto dai trapassati. Imperocchè con questo g e n e roso operare tramanderemo
un buon esempio ai n e poti, a quei nepoti 34 « che questo tempo
chiameranno antico », di non mancare di gratitudine ai primi informatori del
bello,dell'utile e del vero.Così impediremo loro di gettare addosso un guardo
compassionevole sui nostri prodigiosi lavori, che ora vagheggiamo con giusto
orgoglio, m a i quali per fermo, secondo mento delle mondane cose,si
contenteranno in al lora di venire conservati e posti in opera come materiali
alla costruzione di nuovi e più amati edi fizii. Stefano degli Angeli.
Angeli. Keywords: implicatura stereometrica – parabola infinita – Grice’s
infinity – regressus ad infinitum, i cinque solidi platonici – la scatologia di
Platone – il cerchio infinito – concetto limite, ottimalita – fisica e
metafisica, fisica e aritmetica – aritmetica e geomtria – il moto diurno della
terra, il sistema di galileo – antropocentrismo, ferita narcissista. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Angeli” – The Swimming-Pool Library. Angeli.
Grice ed Angiulli: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della dialettica della
dialettica – la scuola di Castellana Grotte – filosofia pugliese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Castellana Grotte). Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Castellana Grotte, Bari, Puglia. Grice: “I like
Angiulli; especially since he brought some grice to the mill, as he crossed the
pond to read “System of Logic,” but his heart is in Berlin -- he loved that monumental ‘aula magna’ where
Hegel taught. “Once a Hegelian, always a Hegelian.” He loved Feuerbach because
he multiplied dialectic – la dialettica della dialettica – Garin loved
this!” If there is a hashtag here is
#metafisicacritica, since Angiulli oddly concludes with a synthesis:
metaphysics (which includes the view that ‘la natura delle cose e la
fenomenalita’) should be part of what he calls the ‘ricerca’ (and which Lakatos
translated as ‘research’) --.” Grice: “I love the fact that Angiulli, seeing
that Mill was so erudite yet never attended Oxford, thought that Oxford was
perhaps ‘acccidental’” – Grice: “Another thing I love about Angiulli is that he
can quote direct from greek, as in his note on nature spawning itself, without
(a) the need to translate or (b) provide the boring stuffy academic source!” Importante esponente del
positivismo. Allievo di SPAVENTA (si
veda), uno degli interpreti dell filosofia hegeliana in Italia, A. si allontana
dalla scuola hegeliana napoletana dopo un soggiorno biennale di studi in
Germania nonché in Francia e in Inghilterra. Adere al positivismo, ma rifiuta
l'agnosticismo di Spencer, mentre ritenne possibile giustificare la religione
dell'umanità di Comte in base alle scienze positive. Insegna a Napoli e Bologna. Assessore alla
pubblica istruzione nel Comune di Napoli e candidato senza successo al
parlamento nazionale. A. e ritenuto un progressista vicino al socialismo che
egli invece contesta come dimostra la sua corrispondenza epistolare con Marx
che conosce in Germania. Massone, affiliato
Maestro nella Loggia Fede italica di Napoli. A. ritenne che ci si doves adoperare
per una riforma dell'istruzione in senso popolare e nazionale inserendo questo
progetto nell'ambito di un rinnovamento dell'intera società che solo tramite
l'educazione sarebbe riuscita a mantenere nel tempo le proprie caratteristiche.
Occorre dunque una fusione fra cultura, sistemi educativi e la politica sociale
realizzando così il programma del pensiero positivista che, secondo Angiulli,
ha un valore soprattutto pedagogico, di una pedagogia scientifica, secondo i
dettami positivisti, ma anche letteraria e liberale. La pedagogia quindi non potrà non tener conto
dell'antropologia che dimostra l'importanza della famiglia come nucleo fondante
della società e della sociologia che stabilisce il collegamento tra educazione
e una politica laica e liberale. È nella
famiglia, secondo A., che avviene la prima forma di pedagogia dove il padre
rappresenta l'autorità e la madre il temperamento, tramite l'affetto, dei
comportamenti infantili: elementi questi essenziali destilla formazione
armonica di un cittadino in grado di esprimere solidarietà sociale e volontà di
progredire resistendo a quelle pressioni clericali che caratterizzavano i primi
anni della nascita dello stato unitario italiano. I
grandi progressi compiuti in questo secolo in ordine alle scienze p o sitive
hanno avuto il loro riverbero nelle industrie e in tutto ciò che si po trebbe
dire scienza pratica, la quale ha fatto dei passi giganteschi. È stato questo
che ha contribuito a infiltrare nell'animo di tutti, nonchè un senso pratico
della vita assai più raffinato, la tendenza al sacrificio di ogni più nobile
cosa di fronte all'interesse. Data una tale costituzione psicologica, parecchi
problemi son sôrti nel campo teorico. Si è detto:– A che la Poesia, a che
l'Arte? Il tempo delle finzioni, delle illusioni e dei sogni è passato; ora si
cerca ciò che ha un'utilità più o meno immediata, la realtà ci s'impone. Il
terreno delle emozioni si va sempre più restringendo e l'intelligenza pervade
tutto.Il grido Non più Poesia si è accompagnato col grido Non più Metafisica
(Nicht mehr Metaphysik), ed abbiamo ancora nelle orecchie gli anatemi lanciati
non solo contro la Metafisica,ma anche contro la Filosofia in genere. Il puro
specialista in fatto di scienza si ascriveva ad onore il dispregio per ciò che
fosse Metafisica. Questo stato però si può dire che sia durato poco,e da tutte
parti re centemente è surta una reazione benefica contro la corrente
antifilosofica. Ma se ci è un certo accordo quanto ad ammettere la
Filosofia,regnano ipiù grandi dispareri per ciò che concerne i limiti da dover
assegnare a tale disciplina. La maggior parte dei scienziati, per esempio, ha
compreso che ciascuna delle loro scienze speciali ha per iscopo precipuo la
scoverta di leggi sempre più generali, di leggi che raccolgano sotto il loro
dominio il maggior numero di fenomeni. Generalizzando sempre,si arriva a certi
principii che offrono sinteticamente la genesi di quasi tutti i fatti
primitivamente raccolti e descritti dagli scienziati;esponendo e discutendo
tali principii, sidiceche si fa la Filosofia di quella data scienza. Per
codesti specialisti quindi non ci sarebbe una sola filosofia, o meglio, la filosofia
come scienza a parte, ma ciascuna scienza avrebbe la sua. E pur volendo
ammettere,notarono al cani, la filosofia quale scienza a sè, ad essa non
rimarrebbe altro compito che quello di volgere intorno alla dottrina della conoscenza.
Ci furono altri che proclamarono un sogno la sintesi cosmica, per modo che
tutti i sistemi metafisici passati e futuri non avrebbero per loro che il
valore di aspirazioni dell'anima, di espressioni di amore per l'Ideale. Codeste
opinioni sono sostenute da filosofi di molto merito, nè si creda che non siano
giustificate in nessuna guisa; ciascuna invece contiene una parte di
verità; il difetto sta nell'aver esagerato troppo l'importanza di co desta
parte e nell'aver escluso gli altri elementi. Quelli, per esempio, che hanno
visto nella Metafisica nient'altro che ilromanzo dell'anima,non hanno tutti i
torti, giacchè se in ogni lavoro scientifico quasi quasi si trova la nota della
sensibilità, molto più si rinviene questa nella metafisica che è un lavoro
d'insieme. Le condizioni della conoscenza non sono sempre in uno stato di
semplicità ideale, ma si vanno sempre complicando,e l'oggetto della ricerca non
appare con una nettezza definita, nè l'intendimento è comparabile ad uno
specchio terso. L'uomo non ha abbastanza facoltà per quest'opera di
creazione,perchè scovrire è creare. L'immaginazione
entra in giuoco,muo vendo dal fondo stesso del temperamento, di cui quest'immaginazione
è un riassunto. Ogni spirito di scienziato ha dunque un certo fare originale,
sub biettivo,anche nell'ordine delle conoscenze più lontane dalla complessità
della vita. Che avverrà in ordine alle conoscenze più viventi e più complesse,
e fra queste in ordine alla più complessa di tutte, come quella che riflette
l'uomo e il mondo, vale a dire alla metafisica? I sostenitori dell'opinione che
la Metafisica debba considerarsi come un romanzo dell'anima,ragionano a questo
modo. Costruire un sistema è com piere, per mezzo di un'ipotesi esplicativa, la
somma delle conoscenze esatte fornite dall'esperienza. Noi possediamo
sull'universo e sull'uomo una certa quantità di nozioni positive, noi le
coordiniamo e completiamo per via di una teoria generale,allo stesso modo che
un geometra disegna una circonferenza intera secondo il semplice frammento di
un cerchio. E queste nozioni posi tive, materia indispensabile della nostra
ipotesi,ci sono apportate dall'espe rienza in due modi distinti. Da una parte
il filosofo conosce i risultati ge nerali delle scienze sperimentali nel tempo
in cui egli lavora, e vi conforma la sua immaginazione d'inventore d'idee;
dall'altra parte questo filosofo ha subìto, almeno nella sua infanzia e nella
sua giovinezza, le influenze infini tamente multiple e complesse della sua
famiglia, dei suoi amici, della sua città,della sua regione. La sua vita
sentimentale e morale ha preceduto ed accompagnato la sua vita intellettuale.
Questa seconda iniziazione si unisce alla prima in modo che la scoverta d'una
dottrina si trova essere insieme un romanzo dello spirito ed un romanzo del
cuore. Coloro che limitano l'obbietto della Filosofia solo alla dottrina della
co noscenza, neanche sono completamente nel falso. Se l'oggetto della Filosofia
come sintesi cosmica è la ricerca della genesi dei principii fondamentali di
ciascuna scienza speciale, è chiaro che per gradi si risale, generalizzando
sempre, dal dominio di ogni scienza speciale a quello della Filosofia. Le con
dizioni della scienza moderna son tali che il puro specialista quasi quasi si
potrebbe dire che non è un vero scienziato.I legami fra le varie scienze sono
oggi così stretti,che s'impongono alla considerazione di tutti.Ed ipro blemi un
tempo di esclusiva pertinenza della Filosofia entrano ora nel d o minio delle
scienze speciali. Identificando l'oggetto della Metafisica con la realtà
immanente dell'esperienza e identificando il metodo di studiarlo coi
procedimenti della scienza positiva, essa o non deve esistere, o si converte nella
Fisica, intesa come scienza prima ed universale, in quanto tocca il problema
cosmico, il problema dei principii fondamentali ed universali, pro blema che
emerge da sè dalle scienze speciali, senza alcun lavorio partico lare. La
Filosofia però è la continuazione delle scienze positive,costituendo la loro
unità, il loro tutto, ma non è che un lavoro di compilazione. Come còmpito
speciale ed originale della Metafisica non rimane alla fin delle fini che la dottrina
della Conoscenza. L'obbietto del saggio dell'Angiulli è appunto quello di esaminare i titoli che la
Filosofia pud presentare per essere riconosciuta come scienza separata che ha
un còmpito proprio. È stato per questa ragione che mi è sembrato opportuno
dilungarmi prima un pochino nel delineare come stanno le cose attualmente.
Prima e contemporaneamente alla pubblicazione del libro dell'Angiulli, parecchi
altri hanno mostrato come la Metafisica fosse da considerarsi quale scienza con
un obbietto ben definito. E si può dire che tutte le scuole filo sofiche
contemporanee siano d'accordo su questi punti, che il vero oggetto del nostro
sapere è la sintesi dello scibile, la ricostruzione ragionata del mondo
analiticamente conosciuto,che la veduta metafisica deve essere sug gerita
principalmente dai risultati delle scienze sperimentali, e di queste essere la
migliore spiegazione possibile, e che non ha valore quella tratta zione
metafisica, alla quale non sia fatto precedere un accurato esame del potere
conoscitivo umano,una critica cioè della conoscenza. Gli Idealisti però non
consentono che la Metafisica sia dichiarata una scienza positiva, perchè, a
differenza di queste, essa ha un doppio intento: ha per oggetto materiale il
pensiero, che differisce dagli obbietti delle altre scienze, e per oggetto
formale lo studio delle relazioni supreme onde i singoli fatti si col legano
fra loro.Le cognizioni proprie della Metafisica,secondo costoro,si ottengono
bensì mercè l'osservazione, purchè questa sia psicologica, razi nale, anzichè
solo empirica. Poi il procedimento della Metafisica nell'addurre la ragione
delle conoscenze, non è quello delle discipline positive; queste debbono
limitarsi all'esperimento ed all'induzione, laddove quella, oltre tali metodi,
deve seguire speciali criteri suggeriti dalla critica della conoscenza,
Ora comincio col domandare: A quale delle categorie di pensatori ac
cennatepiùsuappartiene l’Angiulli? A nessuna: per lui oltre la Filosofia di
ciascuna scienza, c'è la Filosofia il cui obbietto è la sintesi cosmica e del
sapere. Egli ritiene che i progressi delle scienze positive non hanno fatto
pernientemutarel'obbietto dell'antica Metafisica –Sintesi cosmica (Cosmologia),
Sintesi del sapere (Dottrina e Critica della Conoscenza) e Valore
dell'esistenza (Etica) -- ma hanno solamente portato una rivoluzione in ciòche
riguarda il metodo da seguire nella soluzione del problema metafisico. Angiulli
qualifica la sua Metafisica come scientifica e progressiva,dichiaran dola
scienza e non meno positiva delle altre. Se tale quesito fosse stato for mulato
da un dommatico spiritualista o materialista che fosse, ci sarebbe da
meravigliarsi poco, e la cosaavrebbepocoopunto importanza; ma il tenta tivo di
una metafisica scientifica fatto da un partigiano così illustre del metodo
sperimentale, è cosa degna di ogni considerazione. per distinguere
l'apparenza dalla realtà. Finalmente l'ordinamento delle parti nelle singole
scienze è parziale, invece la disposizione di esse nella Meta fisica è totale: quelle
ordinano cose, fatti; questa, oltre le cose, deve disporre anche le idee, e ordinare
l'essere e il conoscere.Conchi one, la Metafisica e una scienza razionale, non
positiva. Lasciando da parte ora le sottigliezze metafisiche che non fanno
progredire d'un passo la scienza, dirò che tra i filosofi contemporanei quegli
che molto si è occupato del problema metafisico è stato il Fouillée. Mentre la
scienza pura e semplice, egli dice, non bada che ad oggetti particolari, fac e
n d o astrazione dalla mente che li conosce, come d'altro canto la psicologià
non si occupa che dei fatti mentali, facendo del pari astrazione da ciò che si
co nosce per via dei poteri mentali, è solamente la metafisica che si occupa
della relazione, del nesso esistente tra gli obbietti e la mente; e la vera
realtà sta appunto in tale relazione, in tale corrispondenza. Però, a senso
suo, tutte le altrescienze, compresala Psicologia, sarebbero dachiamarsipro
priamente scienze astratte, mentre solo la Metafisica sarebbe da dirsi concreta.
Insomma, l'oggetto della metafisica volgerebbe intorno alla reazione di tutto
il nostro organismo mentale (conoscenza, volizione, sentimento) di fronte al
Mondo.IlFouillée delrestoaccennasolamente aivariproblemimetafisici, ma non ne
svolge, nè alcuno ne approfondisce, vuoi in fatto di cosmologia, vuoi in fatto
di psicologia, non forma, direi,un trattato dei problemi metafisici, in modo
che ti si dia la genesi delle idee filosofiche odierne positive. Tale merito
era riservato, si pud dirlo con orgoglio,all'Angiulli,m e rito tanto maggiore,
per le difficoltà che offriva il soggetto. La parte vera mente importante ed
originale del suo saggio è di non aver solamente proclamata l'esistenza di una
metafisica positiva e progressiva, di non averne solamente ideato il disegno, m
a di aver eseguito questo, di aver gettato le basi di una Cosmologia e di una
Psicologia quale oggi si può avere dal Positivismo ragionato. I partigiani
dell'esperienza o non devono ammettere una Metafisica, o, se devono ammetterla,
non possono accettare che quella,di ciamo pure, abbozzata d’A. Esporrò ora a
grandi tratti i con cetti fondamentali dell'autore. Se gli oggetti della realtà
conoscibile sono studiati dalle diverse scienze positive, rimane sempre da
studiare l'insieme degli oggetti e le scienze stesse e quindi i rapporti, le
connessioni esistenti tra gli oggetti particolarmente studiati dalle scienze, e
tra le scienze stesse; campo codesto riservato alla Filosofia. Il dimostrare
che è impossibile la formazione di una sintesi cosmica è già una ricerca
filosofica. Ma veramente l'analisi degli oggetti cosmici è inseparabile dalla
sintesi in cui essi ottengono il loro vero valore. E le scienze stesse si
volgono a raggruppare più fatti sotto una nozione o una legge generale,o più
nozioni e più leggi sotto una nozione od una legge ancora più alta.Ma in questa
opera giungono a toccare un limite che di mostra la loro insufficienza. Gli
ultimi sostegni e gli ultimi legami dei loro concetti sorpassano i confini
delle loro indagini; perciò non possono trovare nella propria sfera la
soluzione compiuta anche dei problemi speciali. La filosofia comprende quella
parte di ogni scienza che s'innalza a principii e ad ideeuniversali,
quellaparte che riconduce queste idee e questi principii ad una unità
superiore. È parte di ogni scienza ed è una scienza a sé. Ed il Girard, dimostrando
che la Filosofia non è un'opera aggiunta alle scienze, sibbene una loro parte
integrante, distingueitna Filosofia delle scienze particolari, una Filosofia
dei diversi gruppi di scienze, ed una Filo sofia centrale che è la loro sintesi
ultima e definitiva. A. con ragione insiste molto su questo, appunto perchè
rimanga ben chiarito il con cetto che dobbiamo formarci della Filosofia, e del
suo compito nella cultura e nella vita. Le scienze, egli dice, per sè sole
scoprono verità che diremo astronomiche, fisiche, chimiche; la Filosofia scopre
verità cosmiche. Solo quando le verità attinentisi ai fenomeni meccanici,
fisici, chimici, biologici, sociologici si collegano in un principio, in un
rapporto comune, si ha una verità cosmica. Quando il Lagrange con la sua splendida
applicazione del principio delle velocità virtuali a tutti i fenomeni
meccanici, fuse in un tutto orga nico i diversi rami della meccanica che erano
stati fino allora studiati sepa ratamente, ottenne una conquista scientifica di
un grado superiore. Quando Grove e Helmholtz, mostrando che i vari modi de lmovimento
possono essere trasformati l'uno nell'altro, apparecchiarono una base comune
allo studio del calore, della luce, dell'elettricità e del moto
sensibile,conquista rono una verità,la quale,sebbene tocchi già la sfera della
filosofia,non esce ancora dai cancelli di una scienza speciale. M a quando il
principio delle v e locità virtuali e il principio della correlazione delle
forze furono dimostrati entrambi corollari del principio della persistenza
della forza, conseguenze necessarie di un medesimo assioma, allora la verità
conquistata appartenne all'ordine filosofico. Cosi anche quando Von Baer
sostenne che l'evoluzione di un organismo vivente è un progressivo passaggio
dall'omogeneità della struttura alla eterogeneità, egli scoprì una verità
biologica;ma quando Spencer applicò questa medesima formola all'evoluzione del
sistema solare, della terra,della vita,dell'intelligenza,della società,egli
conquistò una ve rità filosofica, una verità non semplicemente applicabile ad
un ordine di fe nomeni, ma a tutti gli ordini. Dopo averfissatoco destipunti, ilimitidellaFilosofiasembranobencir
coscritti, nè vi dovrebbe esser luogo a discutere, se, poniamo, una data teoria
sia da considerarsi come teoria filosofica,ovvero tale che non esca dai confini
delle scienze speciali. Pure non è così, come si vedrà più giù, quando mi
fermerò un po' sulla teoria darwiniana. L'Autore passa subito a fare
l'applicazione dei principii su esposti. Svolge dapprima il concetto largo che
bisogna formarsi dell'esperienza, ag. giungendovi l'elemento sociale e storico,
entrambi tanto importanti; passa poi a delineare la dottrina della conoscenza,
mostrando giustamente come sia impossibile trattare un tal soggetto, senza
prima far precedere delle note paramente psicologiche. E poichè la Filosofia, se
èsintesi del conoscereè anche sintesi dell'essere, A., nella parte III “ del
suo libro si occupa della dottrinadell'evoluzione cosmica. Quivisono raccolti i
più recenti risultati scientifici, ed è notevole che A. è perfettamente al
corrente di ogni novità in ordine alle scienze della natura. Io non scenderò a
partico larità; mi fermerd solo un momento su cið che concerne la Biologia,
tanto per offrire un esempio della difficoltà che si prova a giudicare se una
data teoria scientifica possa aspirare all'onore di essere detta filosofica.
Porrò prima il quesito: Qual'è l'importanza che nella sintesi cosmica,
qualesipuòformareoggi, ha ladottrina darwiniana? A questoriguardo regna ancora
un po' di confusione: c'è chi vorrebbe vedere nell'idea darwi. niana la legge
del mondo,e quindi nel darwinismo una dottrina filosofica, e c'è chi pensa proprio
il contrario. Giova premettere che non va confuso il Trasformismo col
Darwinismo: il primo certamente racchiude un pensiero generale che rasenta
almeno il dominio della filosofia; dar ragione di tutto il mondo organico per
via di trasformazioni graduali e consecutive è certa mente un'idea che
raccoglie il massimo numero di fatti particolari organici e nello stesso tempo
tenta di darne la spiegazione; tanto più se si pensa che un tempo tutto lo
studio del mondo organico si riduceva a fare un in ventario più o meno ordinato
degli esseri organizzati. Ma il Trasformismo è benaltra cosa del Darwinismo: questo
in fin dei conti non è che una forma particolare di quello. Il Darwinismo è
nient'altro che una teoria generale,la quale non esce dai cancelli di una
scienza speciale. Ed infatti: raccoglie esso il massimo numero di fatti che si
osser. vano nel mondo organico? Tenta, dico tenta e non a caso, di risolvere il
massimo numero di problemi organici? La sua formola è tanto generale da dare la
spiegazione della genesi dei fatti più importanti in Biologia? Pone esso tutti
i problemi di origine? L'idea del trasformismo era già vecchia; Darwin non ha
fatto che togliere da tale veduta tutto ciò che poteva sembrare estraneo alla
scienza. Ed è stata l'impronta scientifica da lui data a tal genere di studi
che ha fatto sì che le scienze ausiliarie concorressero a controllare i
risultati già per altra via ottenuti. M a la selezione naturale non spiega
tutti i fenomeni organici e molto meno connette questi coi fenomeni
fisico-chimici.Di qui il bisogno che si è sentito di fare l'integrazione, come
si è detto, della teoria darwiniana: si è completata, si è perfezionata, aggiungendovi
molti altri elementi che l'hanno trasformata tutta. Essa, ridotta ad una teoria
pretta mente scientifica, non offre quell'universalità propria di una teoria
filosofica. È per questo che l'integrazione non concerne elementi accessori,ma
riguarda la sostanzialità di essa. Per il Darwin, invero, dalla carestia
dipenderebbe la variazione, mentrechè si è notato che il primo fondamento della
varia zione risiede nell'opera della nutrizione, la quale riesce ad un
accrescimento della sostanza vivente, per quel processo naturale onde essa, col
concorso favorevole dei mezzi dell'ambiente esterno, accoglie in sè nello
stadio evo lutivo più di quello che non perda. Dall'abbondanza dei mezzi
nutritive -- Cfr. MORSELLI, Lesioni di Antropologia L'Uomo secondo la Teoria
dell'Evoluzione, Dispense -- come ha notato il Rolph, dalla prosperità,
non dalla miseria, dipende la variazione, l'accrescimento della materia
organizzata. Questo accrescimento, segnando in pari tempo una conquista di
nuovi caratteri ed una divisione di attività e di attinenze, si porge come
svolgimento, come progresso. Giova notare anche qui che la prima storia della
vita comincia dal rispecchiare le condizioni dell'ambiente ove essa si svolge.
Innanzi alla lotta coi rivali l'essere organizato deve, di contro alla varietà
degli agenti esterni, conquistare il suo posto. La legge della concorrenza non
può essere il primo sostegno dell'evoluzione biologica: è solo un episodio di questa.
La leggemalthusiana deve essere mantenuta in confini più giusti, poichè il
rapporto della ripro duzione di fronte ai mezzi dell'esistenza, cangia, si
trasforma col perfezio namento degli organismi. Chi voglia persuadersi di primo
acchito come siano essenziali gli ele menti introdotti nell'integrazione fatta
della teoria darwiniana, non ha che a volgere uno sguardo a ciò che tanto
lucidamente ha scritto l'Angiulli nella parte biologica della sua sintesi
cosmica. Egli, guardando sempre le cose da un punto di vista generale, cerca
sempre di connettere e di scovrire i rapporti esistenti fra le cose, mentre il
Darwin, puro scienziato, non vi presenta che serie di osservazioni con le
rispettive dichiarazioni, senza mai tentare di unificare. A., peresempio, vi dice
che bisogna ricon durre i principii e le leggi esplicatrici della derivazione
delle specie all'effi cacia delle funzioni stesse della vita nutrizione e riproduzione
adat tamento e trasmissione ereditaria. La legge dell'evoluzione biologica
sarebbe la stessa della Fisiologia, dilargata nello spazio e nel tempo. A base
del l'evoluzione biologica rimane quella virtù della variazione che scaturisce
dalla complessità e dall'indefinitezza della composizione della materia orga
nizzata. Cosi l'ultimo principio esplicativo delle forme e delle proprietà
degli esseri viventi si trova in un cangiamento chimico. La trasmissione
ereditaria si risolve in una semplice partecipazione di proprietà chimiche. Si
è sentito il bisogno di ricorrere ad altri ausiliari per la dichiarazione del
mondo organico, facendo sempre l'applicazione del principio posto, che bisogna
spiegare la derivazione delle specie mediante l'efficacia delle fun zioni
stesse della vita. Così anche la sensibilità e la motilità, se sono fun zioni
integranti della vita, debbono avere un'efficacia trasformatrice
degl’organismi. Senza gli stimoli della irritabilità, dice Virchow, non vi ha
lavoro organico, nessuna assimilazione di materia formativa, nessuno svolgimento.
Inoltre, come le attività e i rapporti della vita si accrescono e si
moltiplicano, si accrescono e si moltiplicano del pari i fattori della varia
zione.Ed a misura che i singoli fattori si elevano, nello svolgimento della
vita, ad una forma più alta, acquistano un'efficacia trasformatrice sempre
maggiore. Perd dobbiamo attribuire col Virchow alle forme più elevate della
sensibilità e della motilità, al pensiero ed all'azione volitiva una m a g
giore efficacia trasformatrice e perfettiva degli organismi concreti. Coi fatti
della sensibilità e del movimento è congiunta nella sostanza organica la
disposizione a riprodurli, che fu detta memoria, ed è il fonda mento
dell'abito, senza di cui sarebbe impossibile la variazione degli
esseri viventi. In tale proprietà va implicato quel processo di
coordinazione o ag gruppamento degli effetti dell'esperienza che altri ha
considerato come nota speciale dell'intelligenza. All'occasione di un sol termine
di una relazione di un gruppo, dato da una sperienza presente, si riproducono
anche gli altri termini non dati,ma con esso congiunti.Ora,l'anticipazione
immaginativa è una condizione essenziale dei progressi della variazione
perfettiva. La varia zione non avviene soltanto come effetto di azioni o di
stimoli presenti, per manenti,ma avviene anche in anticipazione di azioni non
presenti;non vi è un adattamento a relazioni attuali, ma benanche un
adattamento a rela zioni future e previste. L'interna attività della
rappresentazione anticipativa è sufficiente per sè a produrre una certa
modificazione della struttura orga nica in anticipazione della funzione.Così si
ristabilisce una specie di finalità negl'intimi svolgimenti della vita,
rilevando l'efficacia dell'attività intellet tiva come fattore della
trasformazione delle specie. Oltre all'adattazione per opera dell'immaginazione
anticipativa, vi ha un'adattazione più specialmente intellettuale, perchè
riguarda circostanze nuove e non previste,e non si riconosce in un abito già
formato. Questa specie di adattazione selettiva o raziocinativa si appalesa
gradatamente nella serie degli organismi, comin ciando dai più bassi, m a senza
di essa sarebbe inesplicabile l'acquisto di molti istinti el inesplicabile il
progresso della vita animale. La variazione, per esser progressiva e
perfettiva, non può essere accidentale, abban donata alla pura lotta esterna
degli organismi, ma deve essere promossa da una funzione coordinatrice ed
anticipatrice delle relazioni dell'esistenza. Ora domando: Dopo un'integrazione
di tal fatta, la quale si potrebbe chiamare la filosofia della trasformazione
delle specie, perchè riunisce sotto un unico principio, giusto o falso che sia,
tutti i vari elementi che concor. rono alla derivazione delle specie organiche,
che cosa è divenuta la teoria darwiniana vera e propria, quale uscì dalla mente
del suo autore? Niente altro, mi pare, che un caso particolare della grande
legge della variazione organica. Già Darwin stesso confessa che egli rifugge
dall'occuparsi dei problemid'origine,equindi di quellid'ordine
generale;eppure,chivuol fare la filosofia della natura organica non può fare a
meno di trattare la que. stione della genesi della vita, come di penetrare nella
natura intima dei fenomeni implicati in essa,quali la nutrizione,la
crescenza,la riproduzione, lasensibilità, la motilità, la variabilità. E A., chehaintesodi
porgere le linee principali di una sintesi biologica, ha trattato a modo suo
tutte codeste questioni. Potrà essere discutibile la soluzione data del problema,
ma questo va sempre messo col tentativo della discussione. Alla teoria
darwiniana manca per questo ogni individualità propria, e può entrare nei
sistemi filosofici più diversi; individualità e precisione che Qui espongo
semplicemente l'integrazione della teoria darwiniana offertaci dal l'Angiulli,
non ne faccio la critica, perchè ciò non risponderebbe allo scopo che mi son proposto
più sopradimostrare come il Darwinismo sia una pura teoria scientifica, non
filosofica. Dirò solo che sarebbe oltremodo necessario precisare sia
l'immaginazione anticipativa organica che l'adattazione raziocinativa. le
vengono impartite dall'integrazione fattane, la quale racchiude un pensiero
filosofico. Il concetto della selezione è per se stesso abbastanza elastico,e
si presta alle più disparate interpretazioni, ond'è che per vedere un concetto
filosofico in essa,la si è più o meno piegata alle proprie idee. La selezione, si
è detto, è il fatto stesso della variazione prodotta dal complesso delle
attinenze e delle condizioni interne ed esterne dell'essere vivente: è
un'espressione a b breviativa di tutte le condizioni interne ed esterne di
esistenza: non è la causa della variazione, ma è l'espressione di essa.La
selezione, si è anche detto, non deve circoscriversi a significare
l'accumulazione di quelle varia zioni che sono utili nella lotta coi
competitori, ma deve essere intesa in un senso più generale, cioè come
quell'aspetto della variazione che rende l'or ganismo atto a sopravvivere,come
espressione metaforica del fatto che ogni equilibrio di forze meglio adatto a
sopravvivere, sopravvive. Intesa a questo modo,rispondo io,la selezione
naturale diviene un con cetto astratto, una forma vuota,e non più una legge
concreta e produttiva, o,meglio,esplicativa dei fenomeni. Se essa non ci si
presenta come un con cetto definito e preciso, si può lasciarla impunemente da
parte. Ma è poi vero che nella mente del Darwin la selezione naturale
significasse ciò che vogliono alcuni filosofi d'oggi? A me non pare: per lui
era la legge dell'e voluzione organica. Aggiustarla ora in varie guise prova
sempre più l'inde terminatezza delle vedute darwiniane, rileva la poca esattezza
da parte di chi sconvolge le idee, ed in ogni caso è reso sempre più certo il
fatto che la teoria darwiniana vera e propria è perfettamente estranea alla
Filosofia. L'ultima parte dell'opera d’A. riguarda l'etica; vi si trova la
giustificazione completa del titolo La Filosofia e la Scuola. Dirò solo che
codesta parte non è inferiore alle altre da qualunque punto di vista si voglia
considerare. Ora non mi è concesso discuterla; spero di farlo in altra
occasione,ma non concluderò senza affermare che questo d’A. è fra i lavori
filosofici dell'ultimo decennio, di cui maggiormente possa onorarsi il pensiero
italiano. sono, come l'Ente, altro che umane astrazioni. Noi non
conosciamo il pensiero se non come un'attività, una funzione dell'umano
organismo. Però lo spirito assoluto, e tutte le altre entità metafisiche sono
una produzione di questa umana attività, un fenomeno psicologico. Vale dunque
solol'opposito diciò che affermavaHegel:in luogo cioè di essere la natura e la
materia una manife stazione del pensiero, egli è il pensiero una m a n i
fesiazione della natura e della materia. Oltre alla materia non vi ha altro
principio. Il materialismo ed il naturalismo è dunque ad un tempo la conse
guenza e la confutazione dell'eghelianismo. Questa specie di dialettica della
dialettica egheliana è un fatto storico, il cui maggiore autore fu il Feuerbach, M
W L'io assoluto dell'Hegel, cioè il pensiero e lo spirito assoluto, affermato c
o m e principio e verità di tutte le cose,non è altro che la massima di Pro
tagora spogliata del carattere d'individualismo. Se Protagora esprimeva
esagerato un fatto reale, H e gel esprime esagerata un'astrazione
spiritualistica, che non è meno relativa del relativismo sofistico. Feuerbach
tornaall'uomo concreto.L'uomo èan cora per luiilcentro della filosofia,ma nè
più co m e l'individuo arbitrario dei sofisti, nè più come l'universale
astratto dell'Hegel, si bene come tutto l'uomo,come sensibilità e come società.
Di con tro all'idealismo si riafferma il realism. Solo Però l'astrazione è
produzione di nuovi concelli solo in quanto è trasformazione di
precedenti.Anche per la psicologia moderna vale ciò che vale per la geologia
modern a; le funzioni ed i prodotti psicologici sono spiegabili con le stesse
forze fisiche e fisiologi che,con l'aggiuntadelfattoredeltempo.L'eredità.
psicologica è un altro fatto accertato dalla scienza moderna e capace di recare
molta luce in siffatte quistioni. Noi non facciamo che continuare le atti
iudini e le conquiste del passato. Ilprogresso è l'educazione dell'umanità;la
civiltà è un risultato d'esperienza, e non un miracolo di rivelazioni. Ma con
tutte queste aggiunte e modificazioni dell'empirismo voi, si dirà,non potrete
mai elevarvi sopra la sfera del sensibile;ossia le cause che voi potete
ricercare non possono essere che altri fatti
primitivi;eleleggichevoipotetescoprirenon pos sonoessere altro,che le relazioni
costanti dei fatti. Precisamente questo: così l'uomo moderno ha in sè stesso il
suo punto di appoggio, e la storia ha in sè stessa la sua legge, senza bisogno
di entità teologiche o metafisiche che la dirigano, come la natura ha in sè
stessa l'energia ed il principio della sua esistenza e della sua spiegazione.
La natura fondamento della natura, ecco il grande principio della cultura
ccidentale (ουδένάνευφύσιοςγίγνεται,γίγνεται 27.12.çúcevēxo.oto.). Allora ricadetenel
positivismo schiell. No, perch è se il positivista ri li cne come. Opere: “La filosofia
e la ricerca positiva: quistioni di filosofia contemporanea”; L'idealismo assoluto confutato dal materialismo.
L'idealismo ed il materialismo nel corso della storia della filosofia. La
filosofia greca. La filosofia naturale dei romani antichi. La fondazione della
scienza positiva. Il medio evo. Il risorgimento italiano. La filosofia moderna.
Il criticismo di Kant in Italia. La filosofia speculativa. La ricerca
scientifica. La critica filosofica e la scienza positiva. La filosofia positiva.
il positivismo filosofico in Italia. Che cosa manca al positivismo filosofico.
Gli altri sistemi contemporanei. Vacherot, Renan, Taine, Comte, Mill, Littré.
La filosofia come ricerca positiva.– V.La filosofia e la storia. “Gl’hegeliani e i
positivisti in Italia e altri scritti inediti”(Savorelli); Pubblicazione dell'Accademia toscana di scienze e
lettere "La Colombaria". Gli hegeliani e i positivisti in Italia.
Positivismo e socialismo. Problemi di etica; Evoluzione, educazione e società.
Il prof. Haeckel e la pena di morte. Dal carteggio di A.". Collezione
"Studi". “La pedagogia lo stato e la famiglia”; Natura complessa della quistione sociale.
Riguardalari or ganizzazione della cultura nei diversi strati della socie tà.
Problema dell'educazione. Antinomie dei sistemi pedagogici. Una Pedagogia
scientifica è resa impossibile dalle dottrine della teologia e
dell'ontologismo. La teoria dell'educazione presuppone la legge dello
svolgimento nel campo della biologia e della sociologia. L'attuazione di un
sistema scientifico dell'educazione nazionale presuppone la costituzione dello
Stato libero, il trionfo libertà e di ordine. Appartiene agli uffici dello
Stato. L'istruzione scientifica. La scuola laica. L'eliminazione del catechismo
non rende la scuola antireligiosa. Non vi ha conflitti tra la scienza e la
religione in generale. La perfezione religiosa deriva dai progressi della
scienza. La scienza la religione e la morale. La scienza e l'arte. La scienza e
la quistione economica. La scienza e la quistione politica. Difficoltà per
l'attuazione del l'istruzione scientifica. La riorganizzazione delle scuole
normali. Le condizioni dei maestri elementari. Insufficienza dell'azione diretta
dello Stato. La famiglia. L'opera della madre. Il punto culminante del
problema. L'istruzione richiesta nella donna per compiere il suo ufficio di
sposa, di madre, di educatrice. Insufficienza dell'istruzione per migliorare il
carattere e la condotta umana. Una dottrina di H. Spencer. Il
Lewes.Verità della politica scientifica. L'educazione è un dovere
nazionale. È un principio di VIII parziale di questa dottrina. È
anche vero che l'istruzione determina gli affetti e conferisce al perfezionamento
morale e pratico. Il Luys. Il Littré. Il nostro discorso rimane saldo ad ogni
modo. Ammesso come vero che la condotta sia determinata dalle associazioni del
sentimento, rimarrà vero che solo dalla conoscenza delle leggi onde si formano
coteste associazioni, cio è solo dall'istruzione scientifica dipenderanno in
ultima analisi gl'indirizzi dell'operare, il miglioramento morale
dell'individuo e della razza. “La filosofia e la scuola” La quistione fondamentale della filosofia. Rapporti
tra le scienze e la filosofia rispetto alla conoscenza della realtà. L'unità
dell'oggetto e del processo conoscitivo. La filosofia non è una pura somma de'
risultamenti delle scienze. Le scienze generano la filosofia. La
moltiplicazione delle scienze agevola l'opera della filosofia. Tre modi
d'intendere quest'opera della filosofla riguardo alle scienze. La filosofia è
una ricerca progressiva, e può scoprire verità di un ordine superiore. Il
*fondamento esplicativo* delle scoperte scientifiche è dato dalla filosofia.
Influenza reciproca della scienza e della filosofia nel corso della storia. La
filosofia come dottrina generale della conoscenza e della scienza. Medesimezza
di natura tra la conoscenza comune, la scienza e la filosofia. Relazione
storica della logica o dialettica e delle scienza. Classificazione della
scienza. Dottrina del Comte. Rapporto delle scienza astratta e della scienza
concreta. Un concetto della filosofia più compiuto di quello del Comte. La
dottrina dello Spencer. Gli stadi dell'evoluzione cosmica e la clas sificazione
della scienza. Il posto della psicologia filosofica nella classificazione della
scienza. Bain, Spencer. La ricerca *meta-fisica* come *compimento
indispensabile* della scienza e della dottrina della scienze. Lacuna del Comte.
Il lato *logico* o dialettico ed il lato *cosmo*-logico della meta-fisica. La
ricerca delle origini e degli elementi generativi dei fatti è una nota
caratteristica della scienza e della filosofia. Contraddizione del Comte. Il
Littré. L'inconoscibile dello Spencer. Il lato metafisico dell'etica. La
religione dell'umanità e dell'inconoscibile. Sistema e speculazione. IV. Il
problema della critica. Ladottrina del Kant si muove sopra un supposto
*non*-critico. Gli elementi della conoscenza. Il molteplice. I problemi della
filosofia, della sensibilità. Le forme dello spazio e del tempo. Le
categorie del l'intelletto. L'attività sintetica originaria della mente. La
funzione sopra-individuale della conoscenza. Critica della dottrina kantiana.
Il neo kantiani e i vetero-kantiani. I neo-criticisti e i vetero-criticisti. La
critica e la psicologia filosofica. Il Liebmann, il Riehl, il Goering, il
CARNERI. Il positivismo francese. Mill. I Spencer, Lewes. La critica
dell'esperienza e la dottrina della conoscenza. Il falso supposto dualistico
della vecchia critica. L'unità dell'io è un'illusione metafisica. La genesi
della coscienza. L'embriologia mentale. Le facoltà psichiche sono una
derivazione dell'esperienza. Gli elementi dell'esperienza debbono ricercarsi
col soccorso dell'esperienza stessa. Le esperienze incoscienti. Le leggi della
vita e le leggi dell'esperienza. Il senso e l'intelletto. La sensazione e la
coscienza. L'attività trasformatrice dell'esperienza. L'esperienza ereditaria e
l'esperienza individuale. L'esperienza abbraccia tutt'i lati della mente. La
legge dell'esperienza e la legge dell'associazione. L'esperienza individuale e
l' ESPERIENZA sociale e COLLETTIVA esperienza collettiva. L'esperienza storica.
La psicologia sperimentale e la dottrina della conoscenza. Le leggi della
sensazione e del pensiero. L'elemento a priori della conoscenza è un prodotto
dell'esperienza stessa. Trasformazione dei gradi più bassi della conoscenza
mediante le attività più elevate della mente. La genesi dei concetti e delle
categorie. Le note della necessità e dell'universalità della conoscenza. Il
principio della regolarità nell'ordine della realtà. Il realismo sperimentale.
Le proprietà del reale. Lo spazio ed il tempo. Il fatto, la legge e la causa.
La metafisica. La dottrina dell'evoluzione cosmica. Il problema intorno alla
concezione del mondo. Sguardo storico della dottrina dell'evoluzione cosmica. I
fattori della dottrina scientifica dell'evoluzione. Gli elementi primitivi
della materia e della forza. La sostanza e il divenire. Due lati di un unico
problema. Interpretazione più esatta del processo di evoluzione. L'evoluzione
biologica. L'origine della vita e della mente. Le pro prietà capitali
dell'essere vivente. La nutrizione, la riproduzione, la sensibilità, la
motilità. L'origine delle specie viventi spiegabile mediante l'azione delle
attività fondamentali della vita. La dottrina del Darwin. Estensione del
principio della lotta per l'esistenza. La selezione è il *risultato* non la
causa della variazione. L'efficacia dell'elemento psichico. L'*evoluzione
sociale*. La legge dell'associazione nel seno della biologia. *Formazione della
società etnica*. Struttura e funzioni dell'*organismo sociale*. Esagerazione
dell'analogia biologica. La dottrina del Comte e dello Spencer. Dallo studio
degl'individui non si può ricavare l'esplicazione del fatto sociologico. I
fattori che determinano la differenza specifica e qualitativa del fatto
sociologico. Il consentimento volontario e la creazione di prodottiche debbono
essere appresi. Rapporti tra i prodotti della cultura nello svolgimento
progressivo della vita sociale. La dottrina dell'Etica. La sociologia mette
capo al problema dell'etica. La dottrina del l'etica compie il concetto della
filosofia. Nell'etica si accoglie un problema di un significato cosmico.
L'etica e la religione. La dottrina dell'evoluzione è il fondamento più saldo e
perfetto dell'etica, ed è il fondamento di una nuova religione. La religione
nella sua forma primitiva è una scienza nascente. Gli elementi costitutivi
della religione. Il lato pratico, il lato estetico. La legge morale e la legge
dell'ordine cosmico. Il fatto morale è il *prodotto* no n il presupposto
dell'evoluzione. L'ottimismo e il pessimismo. Il concetto d'evoluzione e la
nuova dottrina del migliorismo. La base biologica sociale storica dell'etica.
Il fattore dell'ideale nell'etica e la quistione della libertà umana. La
libertà è un prodotto sociale e storico. L'educazione rinnovatrice
dell'esistenza sociale è una funzione dell'etica. L'educazione nel suo metodo e
nel suo contenuto scientifico. Opinione dello Spencer. Le materie
dell'istruzione designate dai fini della vita. Il loro ordinamento conforme
allaclassificazione delle cognizioni scientifiche. Il fine dell'istruzione non
si raggiunge se non si porge una intima connessione tra i diversi rami degli
studi. Questa connessione è l'opera della filosofia. La filosofia nei diversi
gradi della scuola. Gl’insegnamenti della scuola primaria debbono essere
animati da uno spirito filosofico per raggiungere la loro efficacia educativa.
Lo studio della filosofia nella scuola media. Trasformazione di questa scuola
secondo i bisogni della cultura moderna. Lo studio della psicologia nella
scuola media. La teorica della conoscenza. Lo studio della filosofia
all'università. Efficacia pratica e sociale di questo studio. Curiosità Al
professore è stata intitolata, la Società Ginnastica Angiulli di Bari. Garin,
Dizionario Biografico degli Italiani, riferimenti in. A., La filosofia e la ricerca positiva,
Napoli, Ghio, Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori, Erasmo ed., Roma,
Volpicelli, La Pedagogia: storia e problemi, maestri e metodi, sociologia e
psicologia dell'educazione e dell'insegnamento, ed. Piccin, Espinas, La
Philosophie expérimentale en Italie. Origines-Etat actuel, Paris, Alterocca,
Sulla vita e sulle opere di A. A.,Milano, Colozza, A. A., in Diz. illustrato di
Pedagogia, Milano, Ferrari, Il Liceo Vittorio Emanuele II di Napoli,
all'esposizione universale di Parigi, La cattedra di filosofia, Napoli, Orestano,
A. A., Roma, Gentile, La filosofia in Italia, I Positivisti. V. A. A., in
"La Critica", (e in "Le
origini della filosofia contemporanea in Italia", II, Messina, G. Flores
D'Arcais, Studi sul positivismo pedagogico italiano, Padova, Spirito e F.
Valentini, Il pensiero pedagogico del positivismo, Firenze, Tisato, Positivismo
pedagogico italiano, II, Torino, Savorelli,
Positivismo a Napoli. La metafisica critica di A. A., Napoli, Oldrini,
Idealismo italiano tra Napoli e l'Europa, Milano, Donzelli, Origini e declino
del positivismo. Saggio su Auguste Comte in Italia, Napoli, Cavallera, A. A. e
la fondazione della pedagogia scientifica, Lecce, Positivismo Pedagogia
Famiglia Garin, A., Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di A. A. L'Unificazione,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofia Istruzione Istruzione Filosofo del XIX secolo Pedagogisti
italiani Castellana Grotte Napoli Massoni Professori dell'Bologna Professori
dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. Andrea Angiulli. Angiulli.
Keywords: la dialettica della dialettica; l’antisignano del positivismo
filosofico – metafisica critica – l’organismo sociale, il fatto sociale, la
collettivita, il fatto collettivo, il fatto sociale – la societa, la
collettivita, la collettivita etnica, la razza. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
ed Angiulli” – The Swimming-Pool Library. Angiulli.
Grice ed Anioco: la diaspora di Crotone -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A
Pythagorean according to Giamblico
Grice ed Annunzio: la
ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Pescara – filosofia abuzzese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Pescara). Filosofo
abruzzese. Filosofo italiano. Pescara, Abruzzo. Grice: “I will call him a
philosopher.” D’Annunzio e il fascismo è una storia
italiana. I Contemporanea. L’Illuminismo oscuro Il rapporto tra il vate e il
fascismo è molto più complesso e burrascoso di quanto si pensi: un
poeta buono nell'infondere emozioni e a forgiare l’immaginario collettivo, ma
che poco ha a che spartire con Mussolini e la dottrina fascista.
Difficile trovare un personaggio più divisivo di Annunzio. O lo si ama o lo si
odia. Chi lo ama, solitamente, sa vagamente perché. Chi lo odia, il più delle
volte, non ha idea della ragione. Pochi si addentrano nel personaggio, nelle
opere, nella biografia, nella sua filosofia, e finiscono per apprezzarlo per le
sue magnificenze e contraddizioni, senza amarlo né odiarlo. L’uomo presenta
slanci superbi e difetti inemendabili, che si elidono e restituiscono
l’immagine di una persona straordinaria. Propaganda Filippo Tommaso
Marinetti. Come si seducono le donne Manuale di seduzione futurista. Coraggio,
coraggio, coraggio: ecco l’afrodisiaco supremo della donna! Una celebre
contraddizione di A. fu l'adesione al fascismo. La questione viene spesso
relegata a una semplicistica organicità del vate al regime e alla sua dottrina
politica, cosa che lo rende – come se interventismo, erotomania, morosità,
dissolutezza e tossicodipendenza non bastassero – inviso e disprezzato dai più.
Dire che Annunzio fosse un antifascista sarebbe un’esagerazione fuori luogo, dire
però che fosse un fascista fatto e finito è altrettanto un errore, perché ben
poco condivideva di quella dottrina e certo non fu amico di Mussolini. Il
personaggio e le sue scelte sono figli di quel tempo complesso, e della
lacerante crisi che l’Italia vive. Proiettiamoci allora con l'anima in quegli
anni terribili. Cartolina disegnata da E. Anichini per il
centenario dantesco. Si vede l’Italia tra Dante e A., in una specie di
simbolico passaggio di consegne. Il vate, nella mano destra un fascio curiosamente
capovolto, è rappresentato come la più illustre personalità d’Italia: colui
che, come Dante unifica linguisticamente lo Stivale, lo unifica con la forza
della parola e delle mani. È una cartolina pubblicata per conto dei fascisti,
in cui di Mussolini non si fa la minima menzione. Per tutti, se un duce
ci è non può che essere Annunzio. È finita la Grande Guerra e
l’Italia è sull’orlo di un altro conflitto, una guerra civile. I reduci sono
delusi e arrabbiati, sia i cosiddetti interventisti democratici – quelli che
intendeno portare il popolo in armi alla liberazione dei compatrioti sotto
dominio straniero –, sia gli interventisti nazionalisti – coloro che auspicano
che l’Italia, sconfiggendo lo storico rivale dispotico e arrogante, potesse
sedere al tavolo delle grandi potenze – si trovano a stringere un pugno di
mosche: alle trattative per la pace l’Italia ottiene ben poco ed è trattata con
sufficienza. Tre anni di combattimenti, 600 mila caduti e la vittoria sul campo
non garantiscono quanto era stato promesso nel Patto di Londra -- è la vittoria
mutilata. I nazionalisti insorgono. A. occupa Fiume e la tiene fino a quando lo
stesso governo italiano bombarda la città mettendo fine all’avventura della
Reggenza Italiana del Carnaro. Come se non bastasse, in Italia scoppiano
scioperi e rivolte. Gl'operai si ribellano, occupano le fabbriche, erigono
barricate. Scioperano gli agrari, i sindacati si mobilitano, le piazze sono in
tumulto, il Partito Socialista si agguerrisce: si compie il biennio rosso, che
culminerà, almeno simbolicamente, nel Congresso di Livorno, quando la corrente
massimalista del Partito Socialista secede, dando vita al Partito Comunista. I
fascisti seminano violenza in tutta la Val Padana e anche oltre. Si scagliano
contro i socialisti e le loro sezioni, contro gl'operai, i contadini, i comuni
amministrati dalla sinistra. Sono il primo antidoto repressivo al biennio
rosso. Obiettivo prestabilito: i rossi, la canaglia bolscevica, i pacifisti
traditori. Uniti nella lotta, socialisti, comunisti e anarchici fronteggiano un
nemico comune, le squadre di camicie nere. La classe dirigente
liberale è impotente, il parlamento litigioso e inconcludente, i politici non
hanno consenso: le trattative di pace sono state condotte con scarsa convinzione
e l’amministrazione pubblica è allo sbando. La gestione dell’ordine pubblico è
quasi inesistente, tanto che frange dell’esercito, delle forze dell’ordine e
alcuni prefetti iniziano a simpatizzare coi fascisti: almeno loro riescono a
garantire un minimo di ordine, seppure in maniera inadeguata a uno stato di
diritto. Qui si incastra una doppia illusione. Da un lato, parte della
borghesia industriale e agraria foraggia i fascisti in funzione anti-rivoltosa,
contro i propri stessi lavoratori indisciplinati. Dall’altro, la classe
politica *liberale* ritiene che queste squadre di *incolti picchiatori* siano
utili a mantenere ordine e a prevenire una possibile rivoluzione socialista, e
che spariranno a breve come tutti i fenomeni pittoreschi, capeggiate come sono
da cinici opportunisti, violenti agitatori e da un parolaio magico. Gl'uni e
gl'altri credono di potersi servire di questo movimento finché lo si farà
durare, per i propri comodi. Annunzio legge nella Capponcina -- è
noto per le opere letterarie, i saggi filosofici decadentisti, le avventure
amorose e per il suo gusto nel bel vivere. La guerra, Fiume e le folle sono di
là da venire. A questa età, Mussolini si appresta a diventare capo del governo.
In tutto ciò A. *è l’italiano più famoso all’estero* e più influente in patria.
La parola del Poeta non è quella di uno scrittore o un politico normale.
Annunzio è un *eroe di guerra*, è l’artefice dell’Impresa di Fiume. Occupa le
prime pagine dei giornali di tutto il mondo -- è uno scrittore acclamato, il
più tradotto, il più amato e il più odiato. Ha un seguito enorme, migliaia di
sostenitori appassionati, reduci di guerra e ammiratori comuni, e centinaia di
legionari fiumani legati a lui da giuramento -- è un uomo che può raccogliere
attorno a sé migliaia di fedeli, persone che tra le altre cose conoscono le
armi. È un uomo pericoloso. Quando arringa, unisce; quando dileggia, divide. È
bipartisan il Vate, piace a tutti e non appartiene a nessuno -- è inserito fino
al collo nell’ALTA SOCIETÀ, piace agl'ARISTOCRATICI -- è un fervente patriota,
beniamino di tanti nazionalisti. Ha incassato la stima di Lenin e in alcuni
momenti pare davvero un rivoluzionario, per questo lo osservano diversi
proletari. Lo vorrebbero con loro anche molti fascisti. Ma A. non
ricambia il favore ai demagoghi che credono di aderire alla realtà e non
aderiscono se non alla loro camicia sordida. È un ottimo momento, ma il Vate
temporeggia. Stanco, disilluso, disgustato dalla politica e dal governo
*liberale* che gli ha tirato addosso le granate, a lui che, *monarchico* e
patriota, vanta sette medaglie al valore. Si è ritirato nella villa di Gardone,
sul Lago di Garda, e sostiene che non c’è oggi *in Italia* nessun
movimento politico sincero, condotto da un’idea chiara e diretta. Perciò è
necessario che noi facciamo parte di *noi stessi*, immuni da ogni mescolanza e
contagio. Annunzio osserva il caos in cui l’Italia versa e decide di non
gettarsi nella mischia. Lui ha già combattuto, non è questo il suo terreno.
Spera in fondo che un giorno non lontano tutta Italia lo richieda a gran voce
come paciere, novello *dittatore romano* che scongiura la guerra civile. Ha
tutte le carte in tavola ma non le sfrutta. Dice di sé. Mi auguro di essere la
persona alla quale un giorno si penserà dicendo: Avanti! Non resta che
lui! I fascisti credono sia arrivata la loro ora, ma manca un vero
condottiero. Mussolini è l’ideologo, l’*inventore* del movimento, ben lontano
dal diventare il *duce degli italiani*. Colui che in questo momento viene
acclamato come *duce dalla gioventù* è A., il condottiero che deve portare al
potere *la giovane Italia* nata nelle trincee, scalzando la pletora di politici
vecchi e mercanteggianti che hanno vinto la guerra non per merito loro e hanno
svenduto la patria allo straniero. A. ha il carisma, il seguito, la statura
culturale per trascinare i giovani e i reduci a Roma, compiendo quella
rivoluzione italiana che *nulla ha a che fare con la rivoluzione bolscevica*.
Ci sperano i suoi seguaci, meno lo agogna lui. A. è però anche un cialtrone, un
oratore capace di trascinare le folle nei momenti bui ma del tutto inadeguato
alla politica intesa come mediazione e governo quotidiano. Ciononostante vanno
in molti a bussare alla sua porta. Contemporanea Nicola Maiale In Fiamme
Violenza politica in Italia dalla belle époque alla marcia su Roma. Mussolini
sigla il patto di pacificazione coi socialisti, che prevede la rinuncia
bilaterale alla violenza e la *costituzionalizzazione* del movimento fascista,
e all’interno dello stesso movimento le polveri esplodono. "Chi ha
tradito, tradirà" si legge sui manifesti affissi dagli stessi fascisti a
Bologna. L’ovvia implicatura è al tradimento del Mussolini socialista. La massa
fascista, le squadre e i rispettivi ras, ripudiano la guida di Mussolini, che
ricambia con le dimissioni (rigettate) e affermando che quello che era un
movimento ideale si è trasformato in una banda armata al servizio del capitale.
Mussolini è politicamente fuori gioco e i ras invocano il duce che è tornato da
Fiume da pochi mesi. Dino Grandi e Italo Balbo si incaricano dell’ambasciata a
Gardone per offrirgli la guida del fascismo. A. rifiuta nettamente, senza
rispetto, e i due se ne vanno sdegnati. Anche Gramsci compie il pellegrinaggio!
Non si sa quale sia la proposta perché Annunzio rifiuta di incontrarlo poiché,
dice, non posso lasciarmi imporre i colloqui. Forse Gramsci vuole
trascinare il poeta nel Partito Comunista, più probabilmente proporgli di unire
i suoi legionari alla resistenza antifascista. Perché si sa che A. non ama i
fascisti, seppure con una certa ambiguità, e il disprezzo è ancor più motivato
dai toni che in quel momento Mussolini assume nei riguardi del Vate, quando
smette la riverenza e dice apertamente che le iniziative politiche di A. sono
irrilevanti, che egli è inaffidabile e capriccioso, inservibile e intrattabile.
Non ha tutti i torti. Annunzio sarà anche stato l’eroe di guerra, il
condottiero che prende Fiume in armi e la tiene per un anno e mezzo, ma è pur
sempre un poeta, un dandy *narcisista* e *dissoluto*, uomo adatto alle
arringhe, a infondere emozioni e volontà, a forgiare l’immaginario collettivo,
ma di cosa sia la politica non ne ha idea e non vuole saperne nulla, disgustato
com’è da tutto e tutti, desideroso solo di crogiolarsi nella sua solitudine e
tornare ad essere quel che era, un operaio della parola, come ama sempre
definirsi. I due personaggi appaiono quanto mai diversi. In questa
immagine si ritraggono un Mussolini primo *deputato* fascista, *sguardo severo*
e *abbigliamento scuro*, minaccioso nell’espressione, e un Annunzio in
uniforme, gli occhi persi nel vuoto, indubbiamente più affascinante, ma *meno
granitico*. Nel periodo precedente la marcia su Roma Annunzio mostra
particolare ostilità al fascismo. Dopo il fallito tentativo di Gramsci, sono
ricevuti i capi della CGIL e persino Čičerin, commissario sovietico agli Affari
esteri, tutti per attrarlo nell’orbita antifascista. Ma le parole faticano a
trasformarsi in fatti. Di agire stivali sul terreno non se ne parla. Si fa vivo
addirittura Nitti, il Cagoja, l’odiato primo ministro dei tempi fiumani, che
gli scrive: bisogna unire tutte le forze per finire questo regime di
stupidità e di violenza, per riportare l’Italia ai suoi ideali di democrazia,
di libertà e di lavoro. Non m’importa di me. Tu vedi il pericolo e puoi agire
sulla *gioventù*, infiammandola e riportandola al buon sentiero.
Francesco Saverio Nitti Il momento di Annunzio è giunto, può mettere finalmente
d’accordo le forze in lotta e prendere le redini di un paese nel caos. Viene
organizzato un incontro tra Nitti, A. e Mussolini. Due giorni prima il poeta
cade da una finestra della stanza della musica, dal primo piano del Vittoriale.
Sul volo dell’arcangelo, come lo chiama, vede fatta molta *dietrologia* e qui
la storia fatta con i “se” potrebbe sbizzarrirsi. Chissà cosa sarebbe successo
se si fossero incontrati e A. avesse espresso la sua terzietà e l’opposizione
rispetto a un governo fascista. Fatto è che l’incontro viene annullato. Il
poeta non lo sa ancora, ma è definitivamente uscito di scena. La
foto ritrae Mussolini come tutti lo conoscono. Non veste ancora l’uniforme ma
già fa mostra di tutto il suo stile: attorniato da *camicie nere*, posa con lo
sguardo arcigno, la mascella prominente e le mani sui fianchi. Pittoresco e
quasi ridicolo all’apparenza, conquista nonostante ciò le folle, armato della
retorica altisonante e aggressiva, trionfale e accattivante, che ha in parte
imparato da Annunzio. Mussolini va a trovarlo ma non viene ricevuto. Si
incontrano ugualmente ma senza risultati tangibili. Ormai i tempi sono maturi,
i fascisti vogliono il potere e vanno a prenderselo. Ricorre l’anniversario
della vittoria e A. è invitato nella capitale per presenziare le celebrazioni,
per questo la marcia su Roma viene anticipata di una settimana. Mussolini teme
che il Vate possa effettivamente convogliare alcune correnti in favore del
governo e compromettere l’iniziativa fascista. Le squadre imperversano per le
strade di Roma. Vittorio Emanuele III rifiuta di firmare lo stato d’assedio e
convoca Mussolini. A. è ormai un relitto della politica. L’uomo che
poteva fare non ha fatto, colui che aveva forze vive, uomini, consenso e
autorevolezza, non aveva né l’idea né l’ambizione. Obnubilato dalla sua stessa
grandezza, si è rimpicciolito fino all’inutilità. Forse l’aveva proprio cercata
questa inutilità, non gli interessava praticare la politica quanto ritrovare se
stesso e la sua arte, in solitudine, se è vero che confidò a un amico pochi
mesi prima. "Ho voluto ri-entrare nel silenzio, ho voluto essere un capo
senza partigiani, un *condottiero senza seguaci*, un *maestro senza
discepoli*. A. Mesi dopo, uno che per vivere la Grande Guerra ha
falsificato la carta d’identità e si è qualificato come giornalista, che aiuta
l’esercito italiano in Veneto nel servizio ambulanze, uno scrittore di nome
Ernest Hemingway, scrive di Mussolini come del più grande bluff d’Europa.
Aggiunge che sorgerà una nuova opposizione, anzi si sta già formando, e
sarà guidata da quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po’ matto, ma
profondamente sincero e divinamente coraggioso che è A.. Purtroppo per
l’Italia, cui nei successivi anni non verranno risparmiate sofferenze e
costrizioni, la previsione di Hemingway non si rivela esatta. Un’opposizione è
effettivamente incarnata dal Comandante, ma rimane silente, sepolta nelle mura
del Vittoriale e dell’incombente vecchiaia. Comunismo d'annunzio fascismo
fiume Gabriele D'Annunzio Italia Mussolini prima guerra mondiale seconda guerra
mondiale Socialismo socialisti italiani. La costituzione più bella del
mondo. Quella sì, fu davvero “la più bella costituzione del mondo” e non per
modo di dire. Per i contenuti, lo stile, la prosa, l’idealità che sprigionava.
La Carta del Carnaro non fu scritta da pur insigni costituzionalisti e rivista
da politici, come la nostra costituzione. Fu scritta da un grande sindacalista
e rivista da un grande poeta-soldato. Parlo di Alceste De Ambris e d’A.. Fu
animata dal confluire di tre grandi energie: l’amor patrio, lo slancio poetico
e lo spirito sindacalista rivoluzionario. All’articolo 2 della parte generale,
scritta da De Ambris sono condensate tutte le parole chiave della carta:
democrazia -- diretta, sociale, organica, fondata sulle autonomie, sul lavoro
produttivo e sulla sovranità collettiva di tutti i cittadini. È A. a parlare
nella sua stesura della volontà popolare, del fato latino, e d'evocare il
Carnaro di Alighieri, l'estremo confine della civiltà romana, e il culto della
lingua. È d'Annunzio a sostituire 'repubblica' con quella più
classica 'reggenza' -- intesa come governo del popolo. Fu Annunzio a
richiamarsi ai produttori e agl'ottimi. E fu Annunzio a indicare nella bellezza
della vita, del lavoro e della virtus, la credenza religiosa collocata sopra
tutte le altre, che guida lo Stato. La forte impronta sociale e popolare
della carta non impede il culto aristocratico dell’eccellenza e la tutela delle
arti e delle discipline più nobili, del corpo e dell'anima. Nella
carta è garantita ogni libertà dei cittadini, il voto universale
-- è poi ribadita la funzione sociale della proprietà privata ed era
disegnato l’assetto delle corporazioni di arti e mestieri. Nove corporazioni
raccoglievano i lavoratori nelle loro articolazioni (terra; mare, operai,
impiegati, liberi professionisti, intellettuali); la decima corporazione era
enigmaticamente riservata alla forze misteriosa del popolo in travaglio e in
ascendimento, al genio ignoto, all’uomo novissimo, a colui che fatica senza
fatica -- è risolto il dilemma tra parlamentarismo e
presidenzialismo, riconoscendo centralità al lavoro e sovranità al popolo dei
produttori -- è introdotta la figura di un comandante, inteso come il
dictator romano, con pieni poteri ma limitati a un breve arco di tempo. Elementi
costitutivi della carta sono l’auto-decisione del popolo, la possibilità di
indire referendum, la tutela dei sacri confini nazionali e della civiltà
italiana-latina-romana, l’istruzione e l’educazione del popolo come il più alto
dei doveri della repubblica, la musica riconosciuta nella costituzione come
un’istituzione religiosa e sociale. Nel linguaggio d’oggi dovremmo dire che
sovranismo, amor patrio e populismo furono i cardini ideali della carta del
Carnaro. La fusione tra poesia, trincee e sindacalismo è il suo timbro originale.
Veniva poi costituita una Lega di Fiume che une in un solo fascio la forze
sparsa di ogni. Cerca l’adesione della Russia Bolscevica ma si rivolge anche ai
paesi islamici. Annunzio esalta il risveglio dell’Islam, auspice Italia,
dispensatrice di diritto e giustizia. Memorabili i discorsi fiumani d'A. che
prepararono il terremo alla reggenza del Carnaro e al suo statuto. Da L’orazion
piccola in vista del Carnaro a l’Hic manebimus optime. E a Fiume vi rimane
davvero. La carta del Carnaro non è il sogno proibito di una
città-utopia separata dalla storia e non è nemmeno il frutto di
un’avventura velleitaria d'un eroe disoccupato a caccia di emozioni, come l’ha
sbrigativamente liquidata Emilio Gentile -- èinvece la visione più lucida
e ardita della politica e della società di combattenti che la guerra la fano
sul serio. Così De Ambris sintetizzò la carta ad Annunzio. Diamo al mondo
l’esempio di una costituzione aristotelico-vichiana-nietzscheiana che in sé
accolge ogni libertà e ogni audacia di Platone, facendo rivivere la più nobile
e gloriosa tradizione della nostra stirpe italica. Esempio perfetto di
rivoluzione conservatrice.Gabriele d’Annunzio. Annunzio. Keywords: Alighieri,
quarnaro, reggenza, non repubblica, musica, dictator romano, commandante, il
fiume, il fiumenismo, sindacalismo, utopia, dystopia, revoluzione conservatrice,
implicatura fiumenista, la filosofia in d’annunzio, la carta di carnaro,
aristotele, vico, Nietzsche. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Annunzio” – The
Swimming-Pool Library. Annunzio
Grice ed Antemio:
il principe filosofo -- l’accademia a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. One of the last of the Roman
emperors. He studies philosophy and becomes acquainted with a number of members
of the Accademia. He is made emperor, but dies V years later when trying to
defend Rome from attack. Antemio.
Grice ed
Antimedon: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. According to Giamblico
di Calcide (“Vita di Pitagora”), Antimedon was a Pythagorian. Antimedon.
Grice ed Antimede:
la diaspora di Crotone -- Roma –filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. According to
Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Antimenes was a Pythagorian. Antimede.
Grice ed
Antipater: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He teaches philosophy and is responsible for introducing
CATONE Minore to the Portico. He writes an essay on physics in which he
portrays the whole world as a single living rational being – with its
intelligence located in the aether. Antipater.
Grice ed Antiseri: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei solidali – scuola
di Foligno – filosofia perugina – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Foligno). Filosofo umbro. Filosofo
italiano. Foligno, Perugia, Umbria. Grice: “Antiseri makes a distinction
between what you CAN say and what you MUST ‘tacere’ (i. e. left implicit). Not
exactly what I was thinking when I made the explicit/implicit distinction, but
similarly! His point is that for Vitters, questions of the mystic – which
Antiseri compares to Bonaventura! -- -- ‘la logica di un mistico y la mistica
di un logico’! genial – I was thinking more along the lines that ‘You’ve just
committed a social gaffe’ is best left implicit (“She is a windbag’) – our of
manners, etiquette, and what I call the principle of conversational gentility!”
– “So I find the ‘must’ too strong, and change it for a ‘may’ – but in
Antiseri’s case, the point is conceptual: you just CANNOT make the mysitic
explicit, and there is a need (his word) to keep whatever the mystic is
Unexpressed.” Grice: “I like Antiseri, and he indeed quotes me, not only
because he MUST, as in his history of contemporary philosophy, but because he
LIKES it (cf. Italian piacere) – as surprised I was when I see that when
discussing the future of metaphysics within analytic philosophy he relies on my
Third-Programme for the BBC!” Grice: “Antiseri reminds me of myself, when he
discusses ‘senso commone’ and ‘filosofia anallitica’ and ‘linguaggio ordinario’
– that’s why I used to joke, when lecturing in the New World – and at
Welleseley, no less! – about the “Oxford School of Ordinary Language
Philosophy”! Grice: “While Antiseri invests a lot to make logic of Austin, he
has to because he has posited himself as giving ‘lezione di filosofia del
linguaggio’!” Grice: “Most importantly, his key words, such as solidarity, are
very much along the lines that base my ‘ethics of conversation’ which is
Kantian in spirit --.” Grice: “Antiseri has to fight how to deal with this
Kantianism along utilitarian lines, as when he confronts ‘horizontal’ to
‘vertifical’ (i. e. bad) subsidiarity – where a principle of subsidiarity – or
respect for ‘il bene commone – gets balanced with the principle of solidarity.
A Calvinist approach, to some!” – Antiseri: “It is amusing that Antiseri is
forced to defend the relevance of the Romans, where that is taken for granted
at Lit. Hum. Oxford!”
Originario della città umbra di Spello, si laurea in filosofia a Perugia. Prosegue
i suoi studi sui temi legati alla logica matematica, all'epistemologia ed alla
filosofia del linguaggio. Insegna a Roma, Siena, e Padova. Membro del centro studi Tocqueville-Acton.
Collabora con “Avvenire.” Ha contribuito a far conoscere in Italia Popper. La
filosofia d’A. è da tempo sottoposto a critiche all'interno del mondo filosofico
liberale. A tal proposito sono interessanti le critiche recentemente mosse al
pensiero dell'intellettuale da Morresi sul giornale L'occidentale e l'articolo
su "espress" di Magister in cui l'opera di A. viene definita apologia
del relativismo. Altrettanto
interessante è il commento al relativismo di A. da Falconi, e quello di
Modignani in Critica liberale. Altri
saggi: “Perché la metafisica è necessaria per la scienza e dannosa per la fede”
(Brescia, Queriniana); Epistemologia e
metodica della ricerca in psicologia, Padova, Liviana Editrice); C'è ancora
spazio per la fede?, Milano, Rusconi); “Il filo della ragione, Roma, Donzelli);
“Liberi perché fallibili, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Trattato di
metodologia delle scienze sociali, POMBA Università); “Come lavora uno storico,
Roma, Armando); “Liberali. Quelli veri e quelli falsi, Mannelli, Rubbettino); “L'università
italiana. Com'è e come potrebbe essere, Mannelli, Rubbettino); “Tre idee per
un'Italia civile, Mannelli, Rubbettino);
“Credere dopo la filosofia, Roma, Armando); “La storia: epistemologia
contemporanea, Roma, Armando, Popper, Mannelli, Rubbettino); “L'agonia dei
partiti politici, Mannelli, Rubbettino); “Epistemologia delle scienze, Roma,
Armando); “La medicina basata sulle evidenze, Memoria); “La Vienna di Popper,
Mannelli, Rubbettino); “Quale ragione?, Milano, Cortina); “Teoria unificata del
metodo, POMBA); “Cattolicesimo, Liberalismo, Globalizzazione, Soveria Mannelli,
Rubbettino, Karl Popper. Protagonista
del secolo XX, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Cristiano perché relativista,
relativista perché cristiano. Per un razionalismo della contingenza, Soveria
Mannelli, Rubbettino); “Epistemologia, clinica medica e la
"questione" delle medicine "eretiche", Soveria Mannelli, Rubbettino);
“Principi liberali, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Idee fuori dal coro, Roma,
Di Renzo); “Ragioni della razionalità [ 1], Soveria Mannelli, Rubbettino); “Cattolici
a difesa del mercato, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Come leggere Kierkegaard,
Milano, Bompiani); “Come leggere Pascal, Milano, Bompiani, Credere. Perché la
fede non può essere messa all'asta, Roma, Armando); “Epistemologia, ermeneutica
e scienze sociali, Roma, Luiss University Press, Introduzione alla metodologia
della ricerca, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Prefazione a Joseph Agassi, La
filosofia e l'individuo, Roma, Di Renzo); “Ragioni della razionalità [2],
Soveria Mannelli, Rubbettino); Relativismo, nichilismo, individualismo.
Fisiologia o patologia dell'Europa?, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Teorie
della razionalità e scienze sociali, Roma, Luiss University Press); “L'ermeneutica
è scienza?, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Liberali e solidali. La tradizione
del liberalismo cattolico, Soveria Mannelli, Rubbettino); “La «via aurea» del
cattolicesimo liberale, Soveria Mannelli, Rubbettino); “La società aperta»
diPopper, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Von Hayek visto d’A., Roma, Luiss
University Press); “A. e Vattimo. Ragione filosofica e fede religiosa nell'era
postmoderna, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Libertà. Un manifesto per credenti
e non credenti, Milano, Bompiani); “Dialogo sulla diagnosi. Un filosofo e un
medico a confronto, Roma, Armando); “L'attualità del pensiero francescano.
Risposte dal passato a domande del presente, Soveria Mannelli, Rubbettino); “In
cammino attraverso le parole, Roma, Luiss University Press); “Contro Rothbard.
Elogio dell'ermeneutica, Mannelli, Rubbettino); “Liberali d'Italia, Soveria
Mannelli, Rubbettino. Questioni disputate, su chiesa. espresso. repubblica. Marx, un falso profeta sconfitto dalla
storia, su lanuovabq. Contro Popper,
Bruno Lai, Armando Editore, Vedi L'impegno dei cattolici in politica si misura
sui valori non negoziabili Archiviato il 21 gennaio in. Di Morresi, l'Occidentale, 12 giugno. Vedi Questioni disputate. Un filosofo
cattolico fa l'apologia del relativismo di Sandro Magister, chiesa .espressoonline,
Vedi Il relativismo inevitabile? Risposta a A., Falconi, Vedi La falsa
"laicità" che piace al Corriere
in. di Modignani, Fondazione critica liberale, Franco, Per una biografia intellettuale. In
dialogo con A., in Franco, Sentieri aperti della ragione. Verità, metodo,
scienza. Scritti in onore di A. nel suo 70º compleanno, Pensa Editore, Lecce, 23–43.
Relativismo. Citazionio su A.
docenti.luiss. A. Treccani Enciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
A., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Opere di Dario Antiseri,. Registrazioni di A., su RadioRadicale, Radio
Radicale. Tocqueville-Acton Centro Studi
e Ricerche, su tocqueville-acton.org. Filosofia Filosofo del XX secoloFilosofi
italiani del XXI secoloInsegnanti italiani del XX secolo Insegnanti italiani Professore
Foligno Professori della Sapienza Roma. In
un saggio in "Roma", A. studia e spiega 'Se e perché studiare ancora
il mondo romano.' Non posso qui ripetere tutte le argomentazioni, cui rimando
volentieri, ma il succo del discorso sta in questi due punti. Primo. Niente
avviene al di fuori di una tradizione culturale. Le stesse rivoluzioni sono
tali rispetto a una determinata linea di svolgimento, che ne costituisce il
presupposto; perciò i grandi rivoluzionari sono stati tutti buoni conoscitori
del passato. Secondo. La nostra tradizione culturale italiana è quella latina.
Non c’è possibilità di auto-identificazione e di innovazione se la si ignora.
Quindi lo studio di quell’ antico è una condizione di fatto della nostra
civiltà italiana. Se ci fermassimo al primo punto, dovremmo considerare di buon
auspicio per le nostre sorti la ripresa, che si sta verificando, di interesse
per il passato, da quello immediato e locale al più lontano nel tempo e nello
spazio. Visto più da vicino, questo interesse non collima col secondo punto.
Non solo questo passato italiano è romano, ma è selettivo. Accomuna
l’archeologia industriale ai graffiti preistorici, la cultura materiale e i
valori. La selettività di per sé contraddice al *momento* romano *antico*
correttamente inteso. Anzi gli toglie la staticità del *classico*, cioè del
modello unico, esemplare perfetto e irripetibile (quindi fuori della storia) e
lo ricolloca nella dinamica dell’evoluzione umana, lega la unica Roma
all'Italia d'oggi. Questa elettività diventa filosofica, quando considera il
romano *antico* -- in sue fasi monarchica, repubblicana ed imperiale -- un
momento come un altro, senza speciali incidenze sulla storia. Peggio, quando si
configura in qualche modo come una ri-edizione della tesi della priorità
vetero-italica, palaeo-italica, o archaeo-italica, sulla civiltà classica.
Peggio ancora, se pre-dilige il *passato* eroico dell'Omero romano, Virgilio,
quale che sia come tale, come un tutto indifferenziato, solo perché diverso. Si
rischia di tornare così alla cultura dei sassi, che Leopardi rimprovera ai
romani del suo tempo (lettera al de Sinner, cioè all’antiquaria di
settecentesca memoria (cioè senza storia e senza lingua). Se nell’interesse
verso *il romano antico* non ha per noi un posto preminente i tre *momenti* del
romano antico -- regno, repubblica, principato -- questo è segno di perdita di
storicità vichiana, gentiliana, o croceana, di oscuramento di valori, di
restringimento di orizzonti. Quel momento del romano antinco non è importante
solo perché ha aperto vie, costruito ponti, tracciato città, su cui ancora insistiamo,
ma perché ha dato un impulso decisivo a un complesso filosofico, di idee,
mentalità, istituzioni, che costituiscono ancora i nostri parametri abituali e
la nostra cultura di italiani. Gli altri momenti forti, da cui si può volta a
volta, non senza ragione, far partire la nostra riflessione storica, il
rinascimento toscano, l’Unità d’Italia mazziniana, si sono misurati con
questa tradizione romana antica, l’hanno arricchita o combattuta, mai ignorata.
Se riteniamo naturale ancor oggi rifarci alla nostra genesi civile romana,
dobbiamo subito porci il problema se si debbano studiare Roma e se non sia
riduttivo assumere come punto di partenza *solo Roma*, cioè studiare la civiltà
*latina*, del Lazio. Non si tratta di rinnovare la vecchia questione dell’originalità
romana, che una volta costituiva un passaggio obbligato per ogni storia della
letteratura latina. Quel problema rispondeva a diverse contingenze storiche e
teoriche. Il suo ambiente culturale era Roma, dove il nazionalismo rispecchiava
se stesso nella superiorità di Roma rispetto ai barbari. Il sostegno teorico
era offerto dal mito del classicismo romano, cioè del modello a-storico e
perfetto, attingibile solo dagli eletti. Nelle ultime fasi della sua storia, la
tesi trova forti resistenze in Italia per la convergenza di due motivazioni
diverse. Da una parte il nostro nazionalismo, culminato nella grande guerra,
dall’altro la nuova estetica simbolista d’ANNUNZIO (si veda), che insegna a
fare filosofia in se stessa. Oggi quei condizionamenti storici e quei
presupposti teorici sembrano molto lontani. Del resto, a parte le punte
polemiche, già la ricerca aveva portato a una revisione di fatto di questi
atteggiamenti. La contrapposizione poi di una *romanolatria* è più pensabile
come ideologia politica. Il mondo romani costituisce una unità, ma non tanto in
senso sincronico, quanto in senso diacronico. Roma si dispone in successione,
in una unità dinamica. Roma è fatto antico e non solo a livello dotto. Non è un
fenomeno solo neoterico, ma anche delle origini e della fine. Roma accentua la
tradizione per raccoglierne l’eredità e stabilire così il suo diritto
successorio alla leadership mondiale. E’ corretto che i moderni pongano il
problema in modo non diverso dagli antichi romani. Di qui discende anche la
legittimazione a fare di Roma un possibile punto di partenza della riflessione
storica. Se la civiltà romana è tradizionale, nell’atto
stesso di arricchire, trasformar, e diffonder una tradizione, studiare
Roma è universale. Rimane ai romani antichi il merito di molte creazioni,
e di averle trasmesse al futuro. Il concetto dell’uomo e della comunità,
la storiografia, la scuola, la retorica rimangono quelle ereditate da Roma.
L’asse culturale si conserva intatto. Si può senza difficoltà riconoscere che
l’eredità romana, dal diritto alla lingua, non ha finito di operare. Si pensi
per esempio alla lingua italiana, che, pur diversa com’è ormai dalla latina,
conserva di quella i caratteri costitutivi e le energie generative. La stessa
evoluzione del 'volgare' si è svolta e si sta svolgendo secondo modalità sempre
latine. Un fatto significativo rimane il latino medioevale, che non è più il
latino classico ed è una lingua di dottrina, però è una lingua viva, perché
usata nella comunicazione reale. La sua peculiarità consiste nel non dipendere
da matrice italica nazionalista. Usano il latino medioevale le genti che si
riconoscono in un’unica cultura. Così quella lingua diventa propria anche dei
non-neolatini e coopera alla formazione di una nuova unità, l’Europa, ben
diversa, anche geograficamente, dall’Impero. L’Europa è una formazione
post-romana, con materiali latini. Questa è un’importante ragione oggi per lo
studio anche del solo latino. Quasi come uno slogan si potrebbe dire che Roma
ha generato l’Occidente (una civiltà), l'Italia, e l’Europa (una storia).
Entrambe le prospettive sono sprovincializzanti. Non c’è niente di più
istruttivo che consultare i volumi dell’Année Philologique, che non solo si
fanno di anno in anno più grossi, ma vedono allargare la partecipazione agli
studi classici a paesi sempre più lontani e che sembrerebbero estranei a questa
tradizione: dagli stati dell’Est alle nazioni in via di sviluppo. Segno che
questa cultura non è neanche solo nazionale o europea o occidentale, ma ci appartiene
come uomini senza esaurirci. Questi concetti sono generalmente ammessi e non
hanno perciò bisogno di particolare documentazione. Ne discendono però alcune
conseguenze sui modi corretti dell’atteggiamento odierno verso il mondo romano.
Anzitutto si rifiuta l’ideologizzazione, specie politica. È invece oggetto di
studio questo atteggiamento nel passato, specie recente (Fascismo, Nazismo:
cfr. specialmente la rivista Quaderni di storia). Fa ancora ideologia (postuma
e alla rovescia) chi osserva da una parte sola quest’uso politico del classico
in passato (in genere considerandolo al servizio del potere o della classe
dominante). In realtà l’ideologia del classicismo è sempre reversibile,
fornisce insieme Bruto e Cesare, come è avvenuto a cavallo fra Sette e
Ottocento. Ma in genere le ricerche hanno un respiro più ampio, volte come sono
a indagare la presenza degli studi classici filosofici nella cultura moderna,
quindi la partecipazione degli antichisti latinista e la loro relazione con gli
orientamenti e movimenti coevi: è molto di più non solo della ideologia, ma
anche della diretta influenza dei classici sui moderni. Rifiuto dell’ideologia
e studio della presenza dei classici e del classicismo nel mondo moderno
presuppongono senso vivo della storicità, ossia della continuità
antico-moderna, che vuol dire due cose insieme: un legame che ci unisce agli
antichi e l’alterità che, senza contraddirlo, ci distanzia. Di qui il rifiuto
anche dell’esemplarità e del presentismo. L’esemplarità fa del romano un modello
perfetto, imitabile ma irraggiungibile; questa concezione, oggi improponibile,
in altri tempi ha avuto una sua funzione attivizzante (come nell’Umanesimo). Le
conseguenze del mutato atteggiamento sono evidenti. Non si definisce più un’età
aurea, non si parla più di declino, ma di trapasso. Decadenza romana o tarda
antichità? intitolava H. Marrou un suo piccolo libro (ed. it. Jaca, Milano). Il
tardo antico richiama molta attenzione. I convegni comensi, indetti in
occasione del XIX centenario della morte di Plinio il Vecchio (e oggi
disponibili negli Atti in tre volumi), si sono spinti molto oltre l’età dello
scrittore celebrato, studiando la tecnica, la città, l’economia (vedi i titoli:
Plinio il Vecchio sotto il profilo storico e letterario: Tecnologia, economia e
società nel mondo romano; La Città antica come fatto di cultura). Rinunciando
infatti all’ideale della esemplarità, il concetto di «classico» (nel senso di
romano) esce dalla sola categoria del bello e del perfetto una volta per tutte
e si arricchisce di valori e di problemi esistenziali. Si supera anche
l’antinomia classico = forza contro debolezza, anacronisticamente riproposto
dalla edizione italiana di un libro composto da W. Otto mezzo secolo prima
(Spirito classico, La Nuova Italia, Firenze). Si esplorano province nuove (i
papiri di Ercolano e l’epicureismo campano). Qualche volta si registrano
scoperte notevoli (dopo Menandro, Callimaco, Cornelio Gallo, Rutilio Namaziano,
la Seconda Centuria del Poliziano ecc.). Si ricuperano, nella loro umanità e
nel loro valore documentario, autori e movimenti minori: il Favorino di Arelate
di A. Barigazzi (Monnier, Firenze), le Questioni neoteriche (che comprendono i
novelli) di E. Castorina (La Nuova Italia, Firenze). Anche nella filologia
nostrana nasce l’interesse verso i rapporti fra Roma e la cultura d'Etruria
(Scarpat, Il pensiero religioso di Seneca e l’ambiente d'Etruria, Paideia,
Brescia nuova ed. F. Arnaldi, La crisi morale dell’età argentea, « Vichiana ».
Estesa e polidisciplinare è la bibliografia sui rapporti tra Roma ed Etruria.
Sono meno frequenti le monografie, ma non mancano le sintesi come quella
celebre di Grimal, Le siècle des Scipions. Rome au temps des guerres
puniques, Aubier, Paris -- Paideia, Brescia). Intensa è l’attività traduttoria dell’editoria
italiana: va da Leeman, Orationis ratio. Teoria e pratica stilistica degli
oratori storici e filosofi latini. Il Mulino, Bologna a R. Syme, Tacito (che è
un grande affresco dell’età tacitiana), Paideia, Brescia di P Boyancé, Lucrezio
e l’epicureismo, Paideia, Brescia, ancora a R. Syme, La rivoluzione romana,
Einaudi Torino, da M. Pohlenz, La stoa, La Nuova Italia, Firenze, a W. Jaeger.
Paideia, La Nuova ltalia, Firenze, a H.I. Marrou, Storia dell’educazione
nell’antichità, Studium Roma. Ho citato un po’ a caso fra i titoli più famosi.
La stessa ampiezza di questa produzione, con la eterogeneità dei suoi titoli,
testimonia la lontananza attuale da un ideale ristretto di esemplarità. Di
recente si è verificato, invece, un breve successo dell’ atteggiamento
antitetico, cioè del presentismo, più rilevabile a livello di letteratura
scolastica che scientifica, forse nel tentativo di rendere accettabile l’antico
a un determinato pubblico, facendone vedere l’analogia col moderno. Il
procedimento però è rischioso. Proiettando sull’antico la luce del moderno,
tende a ritrovare in quello un doppio del presente, quindi ne rende inutile lo
studio e impedisce di vedere i legami storici, cioè le fondamenta lontane del
moderno, che legano e insieme differenziano, distinguendo nella continuità. Già
il Rostagni avvertiva questo pericolo, riflettendo sul suo stesso lavoro
(Aristotele e l’aristotelismo nella storia dell’estetica antica, « Studi ital.
di filologia classica » ora in Scritti minori I, Aesthetica, Bottega d’Erasmo,
Torino): eppure è noto quanto egli fosse guidato da un certo crocianesimo,
andando alla ricerca di un’estetica dell’intuizione presso i classici. Il
pericolo oggi si ripresenta leggendo i classici alla luce di altre ideologie
attualizzanti. Legittimo è invece studiare nell’antico temi e problemi, che
sentiamo vivi, ma sempre con coscienza storica, ossia proprio per scoprirne la
formazione lontana: pace-. libertà, progresso, lavoro, scienza. L’atteggiamento
corretto sarà dunque di porsi davanti all’antico senza cessare di essere
moderni e (poiché quell’antico è greco-romano, cioè la nostra origine
culturale) senza negare il debito e senza cancellare l’intervallo: dunque
alterità più legame storico. Questo comporta anche l’uso di strumenti
ermeneutici nuovi e la modernizzazione dei tradizionali. Di alcuni impieghi di
tecniche recenti danno qui sotto saggio i contributi di V. Cremona e di G.
Proverbio: sono appena esempi, cui altro sarebbe da aggiungere. Così, molto
vivace è oggi la narratologia; e è il Convegno internazionale «Letterature
classiche e narratologia» a cura dell’Istituto di Filologia Latina
dell’Università di Perugia.. Gli strumenti tradizionali a loro volta hanno
compiuto i progressi di tutte le tecniche; per la filologia in senso stretto
danno informazioni il saggio e il materiale approntati da L. Castagna. Mezzi
vecchi e nuovi si intrecciano per conseguire risultati più fini: Grillo ha
messo la narratologia a servizio della critica testuale per risolvere alcuni
problemi di lezione dell’Ilias Latina in Critica del testo. Imitazione e
narratologia. Ricerche sull’Ilias latina e la tradizione epica classica,
Bibliot. del Saggiatore, Monnier, Firenze. E’ facile constatare la differenza
da una meccanica applicazione di criteri lachmanniani (almeno come vengono
volgarmente intesi). E si veda quale cammino si è percorso dalla ricerca grezza
e materiale delle fonti (la famigerata critica dei «fontanieri») alla più
sofisticata tecnica allusiva e alla memoria poetica. A loro volta quelle che un
tempo venivano chiamate discipline ausiliarie (archeologia, topografia,
epigrafia ecc.) non solo si sono giovate dei progressi delle tecniche
applicate, ma hanno esteso il loro campo ben al di là del mondo greco-romano,
abbisognando quindi per competenza di un discorso riservato (come del resto la
storia generale, intrecciata al diritto e all’economia, oltre che a queste
stesse discipline e alla cultura materiale, nella prospettiva di una
storiografia totale). Non si possono infine dimenticare alcuni graditi incontri
o addirittura ritorni. La linguistica, sorta fuori e in opposizione alle lingue
classiche, è salita man mano dalla frase al testo e ha ricuperato concetti della
grammatica nata dal greco e dal latino. La logica e la critica letteraria hanno
riscoperto la retorica classica senza la mediazione della filologia
greco-latina, incontrandosi e quasi confondendosi con questo genere di studi.
Della retorica, affermatasi a Roma come tecnica politica e poi diventata
cultura, paideia e letteratura, si ripete oggi mutato nomine la dicotomia, da
una parte nei mass media e nella pubblicità, dall’altra nella critica
letteraria. Gli antichisti cooperano da parte loro a questo riavvicinamento:
gli Elementi di retorica di Lausberg, ed. it. Il Mulino. Bologna, si presentano
come un moderno manuale di linguistica; quella di E. Cizek, Structures et
idéologie dans «Les Vies des Douze Césars» de Suétone, Editura Academiei e Les
Belles Lettres, Bucuresti Paris è insieme un’analisi strutturalistica e
retorica (studia la sovrasignificazione fornita, al di là dei concetti, dalla
loro distribuzione). In questa prospettiva molte analisi letterarie su testi
moderni rivelano una straordinaria possibilità di impiego di strumenti
antichi. Dario
Antiseri. Antiseri. Keywords: solidali -- antiseri — implicatura solidale — il concetto di
solidale -- liberali d’italia – il principio del liberalismo – la mistica di
Gentile e il liberalismo di Croce — Grice — metaphysics in Pears 3rd programme
— Grice p.331 — ‘violazione consapevole della massima’ — flouting the maxim —
la scuola di Oxford di filosofia analitica del linguaggio ordinario — Austin,
Grice, … gruppo di giocco – Grice sa benissimo che la massima e violabile
intenzionalmente e comunicativamente — Fidanza — il mistico — la logica di un
mistico -- Roma – la relevanza della filosofia del mondo romano antico -- — La
mistica fascisdta di Gentile —Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed
Antiseri” – The Swimming-Pool Library. Antiseri.
Grice ed Antonini: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di Viterbo –
filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Viterbo). Filosofo lazio. Filosofo italiano. Viterbo, Lazio. Grice:
“I like Antonini, or Cinesio – you see, one problem of these Italians – but cf.
Occam – by sticking to the first-name is that a researcher in the longitudinal
history of philosophy has to check references to Aegeius viterbensis and
Aegidius Cinesio! It was only recently that he was found to be one of the
Antoninis! His place in the longitudinal history of philosophy is that famous
pendulum between Plato and Aristotle – so after Aquinas’s Aristotle, Egidio –
an almost Tuscan man! – finds Plato more pleasing – especially his philosophy
of love in the symposium, the references to Ganymede as representing ‘amore,’
and he has the cheek to display all this hardly scholastic erudition (more of a
renaissance thing) in his commentary of Lombardo’s sentences! Delightful – my
favourite is his reference to Ganymede, for here we have the treatment of a
subject (Zeus) of another subject as an object – and that’s just only one
reading of Zeus’s intention --.” Grice:
“In any case, the sacrificial status of Ganymede is recognised in the Platonic
tradition – as the manipulative use of a subject by another subject who is
subjected as an object, rather --.” Sono
gli uomini che devono essere trasformati dalla religione, non la religione
dagli uomini» -- prolusione al Quinto Concilio Lateranense. O.E.S.A.
cardinale di Santa Romana Chiesa A. affresco, Sala Regia, Palazzo dei Priori,
Viterbo Stemma egidio Incarichi ricoperti Priore generale dell'Ordine di
Sant'Agostino, Cardinale presbitero di San Bartolomeo all'Isola, Cardinale
presbitero di San Matteo in Merulana, Vescovo di Viterbo e Tuscania, Patriarca
titolare di Costantinopoli, Cardinale presbitero di San Marcello, Amministratore
apostolico di Zara, Amministratore apostolico di Lanciano. Ordinato
presbiteroin data sconosciuta Nominato vescovo2 dicembre 1523 da papa Clemente
VII Consacrato vescovo10 gennaio 1524 dall'arcivescovo Gabriele Mascioli
Foschi, O.E.S.A. Elevato patriarca8 agosto 1524 da papa Clemente VII Creato
cardinale da Leone X Deceduto a Roma Manuale. Apparteneva
all'Ordine degli Agostiniani. Pur essendo i genitori di origini modeste, fanno
compiere ad A. studi approfonditi presso il convento agostiniano viterbese
della Santissima Trinità. Forse influenzato dalla predicazione di Genazzano,
presente a Viterbo entra nell'Ordine degli Agostiniani, presso il medesimo
convento per esservi ordinato sacerdote. Sotto il priorato di Parentezza, studia
filosofia e si perfeziona, cominciando anche ad insegnare, presso le case del
suo ordine ad Amelia, Padova, Firenze, Roma, Viterbo ed Istria. A Padova
incontra più volte PICO (si veda), con il quale discusse di astrologia e
cabalismo, ma, soprattutto, in quella città cura l'editio princeps di III commenti
aristotelici di Egidio Romano, con notazioni contrarie ai peripatetici e ad
Averroè. Più tardi conosce a Firenze l'umanista FICINO (si veda), di cui e
allievo e successivamente amico, e con il quale si perfeziona notevolmente
nello studio delle dottrine platoniche. Riario, protettore degli Agostiniani,
che ha per lui grande stima, lo richiama a Roma dove, dopo una duplice e
complessa prova, consegue il magisterium. Oratore di straordinaria
efficacia, particolarmente apprezzato in quegli anni da Alessandro VI, quindi
dai suoi successori, paragonato da taluni a Demostene, e in contatto con i
maggiori filosofi del tempo; oltre alla fitta corrispondenza con Ficino, va
ricordata la frequentazione che ebbe a Napoli con Pontano -- che gli dedica il
dialogo “Ægidius” -- e con i filosofi della sua Accademia. Giulio II gli
affidò la guida dell'Ordine agostiniano come Vicario apostolico; l'anno
successivo il capitolo generale dell'Ordine lo confermò alla sua guida come
Priore Generale, incarico che mantenne per molti anni, durante i quali riformò
profondamente l'Ordine stesso, riportandolo agli antichi fasti con il pieno
recupero della regola di Agostino. Durante quegli anni e uno dei più stretti
collaboratori di Giulio II, che accompagnò nella sua missione contro Bologna e
dal quale fu inviato come nunzio apostolico a Venezia e Napoli per ottenere
l'adesione di quegli stati alla crociata progettata dal pontefice: venne anche
inviato nella città ribelle di Perugia e ad Urbino. Il papa gli conferì il
prestigioso incarico di tenere l'orazione inaugurale del Quinto Concilio
Lateranense: A. pronunciò così una celebre, accorata allocuzione in cui parlò
con determinata onestà dei mali della Chiesa, suscitando viva emozione nei
presenti, molti dei quali lodarono lo stampo ciceroniano dell'orazione.
Morto Giulio II, anche il suo successore Leone Xappartenente alla potente
famiglia fiorentina dei Medicicontinuò la stretta collaborazione con A., che
impiegò in importanti missioni diplomatiche, come quella del 1516 in Germania,
quando ottenne una difficile pacificazione tra Massimiliano I e la Repubblica
di Venezia. Il papa innalzò A. alla dignità cardinalizia nel concistoro
creandolo cardinale prete con titolo di San Bartolomeo all'Isola; quasi subito
il porporato viterbese optò per il titolo di San Matteo in Merulana, antica
chiesa agostiniana; molti anni più tardi, poco prima di morire, avrebbe infine
optato per il titolo di San Marcello. Leone X lo nominò cardinale protettore
dell'Ordine degli Eremitani di Sant'Agostino e, nello stesso anno, lo inviò
come legato pontificio in Spagna per una complessa missione nella quale avrebbe
dovuto impegnare Carlo V alla crociata contro i turchi. In quel periodo fu
anche governatore di diverse città dello Stato Pontificio. Occorre altresì ricordare
come a meno di quattro mesi dalla sua nomina a cardinale e quando A. era ancora
Priore Generale degli Agostiniani, un monaco agostiniano tedesco, Lutero,
affisse sulle porte della Schlosskirche di Wittenberg le notissime 95 tesi che
avrebbero dato inizio alla riforma protestante. Dopo la scomparsa di
Leone X ed il breve pontificato di Adriano VI, fu eletto papa, con l'appoggio
di A., un altro Medici, Clemente VII, che, pochi giorni dopo l'elezione conferì
al cardinale viterbese la nomina a vescovo proprio della diocesi di Viterbo:
l'anno successivo A. venne nominato patriarca latino di Costantinopoli e
amministratore apostolico dell'arcidiocesi di Zara. Purtroppo in quegli anni le
indecisioni e gli errori politici di Clemente VII crearono problemi gravissimi
al governo della Chiesa: il papa finì per schierarsi con i francesi, ma prima
la sconfitta di Francesco I a Pavia, poi le incertezze della lega di Cognac
aprirono le porte alla discesa in Italia di Carlo V con i suoi lanzichenecchi,
culminata nel terribile Sacco di Roma, durante il quale venne distrutta -tra
l'altro- tutta la ricchissima biblioteca d’A. nel Convento di Sant'Agostino. Il
porporato si trovava allora nelle Marche e, per soccorrere il papa, assediato
in Castel Sant'Angelo, organizzò -impiegando anche il proprio denaro- una
spedizione armata, che non ebbe però fortuna per i molti ostacoli frapposti dai
signori locali. Dopo quei dolorosi momenti la salute di A. andò peggiorando:
questo fatto non gli impedì, peraltro, di tenere, durante il concistoro
pubblico una famosa ed appassionata orazione sulla necessità di riformare la
Chiesa dopo lo scisma luterano. Clemente VII dichiarò la sua disponibilità, ma
sarà solo il suo successore, Paolo III, conterraneo d’A., a convocare
l'importante Concilio di Trento, che segnerà, con la controriforma, la prima
importante reazione della Chiesa al protestantesimo. Poco prima di morire il
cardinale fu nominato arcivescovo di Lanciano; amministrò la diocesi lancianese
a titolo di commenda per sette mesi, fino alla morte. Morì a Roma e venne
sepolto nella chiesa di Sant'Agostino, dove lo ricorda una semplicissima lapide
sul pavimento della navata centrale, a cornu evangelii rispetto all'altar
maggiore. Filosofia, Ebraismo, Cabala A., partic. di affresco, Sala
del Cenacolo, Convento Santissima Trinità, Viterbo Egidio deve certamente
essere considerato uno dei maggiori filosofi di quei secoli. Il suo primo
impegno importante fu quando, studente a Padova, curò la pubblicazione con
commento di tre opere del filosofo Egidio Romano: elaborò così un'autentica
avversione nei confronti della filosofia di Aristotele e dell'averroismo,
contro i quali ritenne che l'unico possibile antidoto fosse, specie dopo
l'incontro con Ficino ed in perfetta armonia con Sant'Agostino, il
neoplatonismo, inteso come «pia philosophia», cioè nella sua piena
compatibilità con i valori cristiani. Uomo dottissimo, volle leggere tutte le
opere che studiava nelle lingue originali in cui erano state scritte, per
meglio comprenderne il vero significato: acquisì in tal modo una straordinaria
conoscenza, oltre che del latino e del greco antico di cui aveva padronanza
assoluta, dell'aramaico, per il Talmud e varie parti della Bibbia, dell'arabo,
per il Corano e le opere di Averroè, e dell'ebraico, per la Torah. Ebbe una
fitta corrispondenza con l'umanista tedesco Johannes Reuchlin, finissimo
conoscitore dell'ebraismo, con il quale si intrattenne a lungo sia su temi
relativi all'Antico Testamento sia sulla cabala (in ebraico Qaballáh),
argomento da lui già affrontato con Pico della Mirandola, che trattava dei
misteriosi simbolismi, parte dei quali nascosti nei numeri e nelle lettere
stesse dell'alfabeto ebraico, che potevano avvicinare l'uomo a Dio. Le
problematiche della letteratura ebraica e della cabala occuparono gran parte
dei suoi ultimi anni di vita, quando tentò ripetutamente di ricondurre in
ambito cristiano tutte le altre culture, dedicandosi in particolare ad
approfonditi studi e ricerche sullo Zohar. Lo scrittore e l'oratore
Raffaello:La disputa del Sacramento (affresco, Roma, Stanze Vaticane)
Egidio da Viterbo in preghiera, particolare di pala d'altare, chiesa Santissima
Trinità, Viterbo Rimane ben poco della cospicua produzione letteraria di
Egidio, sia a causa della perdita della sua biblioteca durante il Sacco di
Roma, sia perché lui stesso, per modestia, non volle dare alle stampe molte
delle sue opere. Tratta quasi tutti i campi della filosofia alla letteratura,
dall'astrologia alla storia, dalla poesia alla geografia, dalla teologia
all'arte: a quest'ultimo proposito si ritiene che il programma iconografico per
gli affreschi di Raffaello della Disputa del Sacramento e della Scuola di Atene
nella Stanza della Segnatura sia stato largamente ispirato dalla sua opera, con
la probabile mediazione di Tommaso Fedra Inghirami. Da notare come Antonini
preferisce di solito ritirarsi in luoghi tranquilli, come l'Eremo di Lecceto,
presso Siena, o la sua città natale, Viterbo, o, ancora più spesso, due rifugi
nei dintorni di quest'ultima: un Convento nell'Isola Martana, sul Lago di
Bolsena, ed un Eremo nella selva del Monte Cimino. Meritano comunque menzione
tre ecloghe latine di stampo virgiliano (Paramellus et Aegon, -- Paramello e
Egone -- in Resurrectione Domini – la risurrezione del Signore -- e De Ortu
Domini – L’orto di Dio --, sei madrigali dedicati alla famiglia Colonna ed una favola silvestre dello stesso periodo (“Cyminia”,
in volgare italiano viterbese. La a sua maggiore opera filosofica è costituita
dai “Commentaria sententiarum ad mentem et animum Platonis” (I comentari dei
sentenze sull’anima di Platone”, brevemente detta Sententiae ad mentem
Platonis, che presenta l’ostilità all'aristotelismo e la necessità di
sostituirlo, l'anima e la dignità umana; “Historia XX saeculorum” racconta le
vicende di Alessandro VI a Leone X, attinsero a piene mani vari storici, da
Gregorovius a Pastor, anche se il loro giudizio complessivo sulla Historia è
perplesso, se non addirittura negativo. Tra altre opere meritano anche menzione
il “Libellus de litteris sanctis”, sul significato recondito delle lettere
dell'alfabeto romano, e la Scechina che guarda in la cabala. Il campo nel
quale Egidio riuscì comunque a dare il meglio è quello della retorica o
dialettica colloquenza filosofica, divenendo uno dei migliori oratori di quei
decenni, forse il migliore in assoluto, con giudizi sempre entusiastici da
parte di tutti quelli che ebbero modo di ascoltarlo. In realtà egli era
veramente dotato di un'eloquenza drammaticamente coinvolgente, capace di
suscitare grandi emozioni negli uditori, sia che fossero ricchi principi, sia
che si trattasse di poveri popolani; lo aiutava probabilmente lo stesso aspetto
fisico, ascetico, con il viso pallido e scavato e la barba fluente. Tra le
orazioni conservate vanno ricordate: quella nel certamen che lo vide trionfare
su tre filosofi peripatetici e conseguire il magisterium. Altre saggi: “De
aurea aetate” (o De Ecclesiae incremento), tenuta in San Pietro su incarico di
Giulio II per onorare re Manuele I del Portogallo che aveva scoperto nuove
terre e riportato una grande vittoria navale, lavoro dottissimo e ricco di
riferimenti cabalistici; l'orazione delConcilio Lateranensegrande onore
concessogli dal papache provocò indicibile emozione negli astanti e fece
definire l'agostiniano viterbese il nuovo Cicerone; è in quest'ultima orazione
la celebre sentenza di Egidio. “Sono gli uomini che devono essere trasformati
dalla religione, non la religione dagli uomini”. Va infine ricordata l'orazione
tenuta in occasione di un concistoro, sulla necessità di riformare la Chiesa,
che viene da molti considerata come il vero preludio al celebre Concilio di
Trento, convocato da Paolo III. Genealogia episcopale Arcivescovo
Gabriele Mascioli Foschi, O.E.S.A. Cardinale Egidio Antonini da Viterbo,
O.E.S.A. Notizie molto precise sul suo luogo di nascita e sul suo esatto
cognome sono reperibili nel lavoro di Giuseppe Signorelli, Il cardinale Egidio
da Viterbo etc.,Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1929. L'opera dello
storico viterbese, con una ricchissima documentazione bibliografica, costituisce
un indispensabile fondamento monografico per lo studio di questo porporato; in
particolare Signorelli precisa, con riferimento a numerosi manoscritti, perché
debba essere ritenuta Viterbo la città natale di Egidio ed in base a quali
errori diversi storici abbiano, sbagliando, ritenuto Canisio il suo cognome:il
cognome esatto è Antonini. Quanto
sostenuto dal Signorelli è pienamente confermato da G.Ernst,A. Dizionario Biografico degli Italiani,
Treccani, 1993, in quella che è probabilmente la più completa monografia su
Egidio reperibile on-line, con notevole.
Pur essendo acclarato il cognome A., appare peraltro corretto chiamarlo
semplicemente EGIDIO da VITERBO: Ægidius Viterbiensis o Viterbii è il nome con
cui viene indicato nella bolla papale di nomina cardinalizia relativa al
concistoro è il nome che compare nelle bolle da lui sottoscritte ed è, infine,
il semplice nome che compare sulla sua lapide sepolcrale nella Chiesa di
Agostino in Roma; sempre Egidio da Viterbo sono intitolate le principali monografie
a lui dedicate da Signorelli, Ernst, Massa, O'Malley ecc.. Va infine ricordato
come lo stesso Comune di Viterbo abbia chiamato Via A. la strada a lui dedicata
parecchi anni fa nel centro storico cittadino e con la medesima intitolazione
Egidio da Viterbo vi siano altre istituzioni viterbesi. L'epoca della nascita è indicata ancora dal
Signorelli (op.cit.), che cita vari documenti del periodo. Si veda in proposito Lettera a Mannio
Capenati, agosto 1504 citata in: Francis X. Martin, Friar..., cit., Appendice
De materia coeli; De intellectu possibili; Egidii Romani commentaria in VIII
libros Physicorum Aristotelis Egidio non
ricambiò mai la simpatia di papa Borgia, anzi il suo giudizio sul pontificato
di Alessandro VI fu terribile, con parole di inusitata durezza; si veda Cesare
Pinzi, Storia della Città di Viterbo, Viterbo, Agnesotti Lo dice espressamente il Signorelli, Per la
precisione fino al giorno in cui depose l'incarico davanti al Capitolo generale
dell'Ordine, consegnandolo nelle mani dell'amico Gabriele Di Volta, nominato
due giorni prima con breve di Leone X proprio su proposta di Egidio; v. G.
Signorelli, op. cit., Capo Lo sottolinea bene Ernst (op.cit.). L'episodio che vide A. alla testa di un
esercito è ricordato in un intero capitolo (Da Vescovo a Duce) nella monografia
del Signorelli, Paolo III, era nato come Alessandro Farnese nella cittadina di
Canino, situata ad una trentina di chilometri da Viterbo. La lapide, fatta collocare dal Priore Generale
Gabriele Veneto, reca la seguente iscrizione: D.O.M. A. CARDINALI GABRIEL
VENETUS GENERALIS (v. S. Vismara,Una grande figura religiosa del Rinascimento:
A. su Biblioteca e società in// biblioteca viterbo/ biblioteca-e-societa/ index.
php?fasc=12; il volumetto contiene gli Atti di un interessante Convegno di
studi su A., nel anniversario della morte). Occorre notare come la lapide
originale, praticamente distrutta dal tempo, sia stata sostituita nel 1982, a
cura dell'Ist. Stor. Agostiniano con una nuova lapide che riporta, integralmente,
l'iscrizione. Il background intellettuale e la relativa fonte egidiana dei due
affreschi della Stanza della Segnatura sono stati promossi dallo storico
gesuita Pfeiffer (Heinrich Pfeiffer, Die Predig des Egidio da Viterbo über das
goldene Zeitalter und die Stanza della Segnatura, in: Schmoll gen. Eisenwerth, Marcell Restle,
Herbert Weiermann, Festschrift Luitpold Dussler, Monaco-Berlino, Deutscher Kunstverlag,
Id., La Stanza della Segnatura sullo sfondo delle idee di Egidio da Viterbo,
Colloqui del Sodalizio, Zur Ikonographie von Raffaels Disputa: Egidio da
Viterbo und die christlich-platonische Konzeption der Stanza della Segnatura,
Roma, Università Gregoriana Editrice) ripreso da Ernst, op.cit., e da G.Polo,
Egidio da Viterbo e Raffaello, in Biblioteca e Società, Il ruolo di Fedra
Inghirami quale mediatore tra A. e Raffaello è stato inizialmente ipotizzato da
Paul Künzle, Raffaels Denkmal für Fedra Inghirami auf dem letzen Arazzo, in:
Mélanges Eugène Tisserant, VI, Città del
Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, e si ritrova in: Christiane L.
Joost-Gaugier, Raphael's Stanza della Segnatura: Meaning and Invention,
Cambridge, Cambridge University Press, Per una sintesi si veda: Ingrid D.
Rowland, The Intellectual Background of the School of Athens: Tracking Divine
Wisdom in the Rome of Julius II, in: Marcia HallRaphael's School of Athens,
Cambridge, Cambridge University Press, Biblioteca apostolica vaticana, Ms Vat.lat.Il
più autorevole di questi manoscritti è certamente quello autografo esistente
presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (Mss.lat.,IX,B,14). Tutti i giudizi degli storici sono ben
riportati dal Signorelli, Riprendendo il Signorelli, descrive bene le sue
grandi doti oratorie Sandro Vismara, Biblioteca e società, ATTI del
Convegno...,op.cit.,pag.11. Proprio a
questa orazione si sarebbe ispirato Raffaello per due affreschi della Stanza
della Segnatura, cioè la Disputa del Sacramento e la Scuola di Atene
(v.Pfeiffer e Polo, ocitt..)
S.Vismara,op.cit.. Il testo recita letteralmente: Homines per sacra
immutari fas est, non sacra per homines.
Egidio da Viterbo, "Ecloghe", Jacopo Rubini, Sette Città,.
Rafael Lazcano, Episcopologio agustiniano. Agustiniana. Guadarrama (Madrid), Hubert
Jedin, Riforma Cattolica o Controriforma, Morcelliana, Brescia, Francis X.
Martin, The problem of Giles of Viterbo: a Historiographical Survey, "Augustiniana", Francis X. Martin, Friar, Reformer, and
Renaissance Scholar: Life and Work of Giles of Viterbo Villanova, Augustinian
Press, John W. O'Malley, Giles of Viterbo on Church and Reform: a Study on
Renaissance Thought, Leiden, Brill, Heinrich Pfeiffer, Le Sententiae ad mentem
Platonis e due prediche di Egidio da Viterbo, in: Marcello Fagiolo, Roma e
l'antico nell'arte e nella cultura del Cinquecento, Roma, Istituto della
Enciclopedia italiana, Cesare Pinzi, Storia della Città di Viterbo, IV, Agnesotti, Viterbo, François Secret,
Notes sur Egidio da Viterbo, "Augustiniana", Signorelli, Il cardinale
Egidio da Viterbo agostiniano, umanista e riformatore, Libreria Editrice Fiorentina,
Firenze, Viterbo Ordine di Sant'Agostino Umanesimo Cabala ebraica
TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A., in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. A., su sapere, De Agostini. A. su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
Egidio da Viterbo, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Egidio da Viterbo, su ALCUIN, Ratisbona. Egidio da Viterbo, su Find a
Grave. Opere di Egidio da Viterbo,. Egidio da Viterbo, in Catholic
Encyclopedia, Robert Appleton Company. David M. Cheney, Egidio da Viterbo, in
Catholic Hierarchy. Biblioteca e società,
ATTI del Convegno di Studi su Egidio da Viterbo nell’anniversario della morte,
su bibliotecaviterbo. Rassegna bibliografica su bibliotecaviterbo. A.
Encyclopedia (la voce contiene, peraltro, alcune inesattezze) Salvador Miranda,
VITERBO, O.E.S.A., Egidio da, su fiu.eduThe Cardinals of the Holy Roman Church,
Florida International University. Articolo della rivista Theological Studies
(O'Malley) dedicato al pensiero riformistico di Egidio da Viterbo, su bc.edu.
PredecessorePriore generale dell'Ordine di Sant'Agostino Successore 13.escudo.oar.png
Agostino da Terni, O.E.S.A Gabriele da Venezia, O.E.S.A PredecessoreCardinale
presbitero di San Bartolomeo all'Isola Successore Cardinal CoA PioM. Domenico
Giacobazzi PredecessoreCardinale presbitero di San Matteo in Merulana Successore
CardinalCoA PioM.svg Cristoforo Numai, O.F.M.O bs. Charles de Hémard de
DenonvillePredecessoreVescovo di Viterbo e Tuscania Successore Bishop CoA PioM .svg
Ottaviano Riario Niccolò Ridolfi (amministratore
apostolico)PredecessorePatriarca titolare di Costantinopoli Successore Primate NonCardinal
PioM.svg Marco Corner Francesco de Pisauro Predecessore Cardinale presbitero di
San Marcello Successore CardinalCoA PioM. svg Enrique Cardona y Enríquez Grimani
Predecessore Amministratore apostolico di Zara Successore Archbishop Pallium
PioM.svg Francesco Pesaro (arcivescovo metropolita) Cornelio Pesaro
(arcivescovo metropolita) Predecessore Amministratore apostolico di Lanciano Successore
BishopCoA PioM.svg Angelo Maccafani (vescovo) Fortini, O.P. (vescovo) Filosofi
italiani del XVI secolo Cardinali italiani Professore Viterbo RomaAgostiniani
italiani Cabalisti italiani Cardinali nominati da Leone XPatriarchi latini di
Costantinopoli Ebraisti italiani. Raptus GANYMEDIS. Ubi ea de AMORE
tractavimus, quae aeterna sunt, nunc ad ea accedimus, quae ad mortales usque
proveniunt. Utrumque enim in symposio disputatum est a Platone, et quod magnus
deus AMOR est, quod ad aeternitatem pertinet, et quod medicus est curatorque mortalium,
quod vergit adtempus. Quam quidem sententiam plerique eorum contempserunt,
quisibi sapientes videntur, quique rationem sensilibus, non sensilia ratione dimetiuntur.Rati
ex aeterna causa res novas absque medio provenire non posse, ne aeterna,
stabilis, immotaque res, de ea enim causa praecipue loquuntur, quae firma
immota semper est, quasi quae novam rem pariat. Iam a priore statu mota
videatur, eademque et immota et mota esset, quod veri nulla potest ratione.
Sane divinus ille Amor ex aliquo semper effertur inaliquid,quod si quamanatex
aliocogitetur Amor,aeternaprogressione fluit a Parente ac Filio. Sin vero ut
vergit in aliquid prospi-ciatur, aut qua in id vergit, quod amatur, velut a
patre proles, atque eaprogressio perpetua est, aut qua in id rapitur, quod ex
Amore ut, velut inmunera, quae hominibus divinitus tribuuntur. Qui quidem
divini AMORIS adventus, tam aeternus non est, quam homines, quibus illa
donantur.Mortales sunt, aeterni non sunt; neque accessus ille, illaque curatio
quic-quam in Deo collocat novi nisi ex nostra quadam cogitatione. Sed id
innobis oritur, quod ad aliquid est, in nobisque non eo in amore mutation ut,
quemadmodum orientem solem spectantibus, dexter est antarcticus polus, articus
sinister, quibus rursus occidentem spectantibus contrariaratio ut, efficiturque
et dexter arcticus et sinister antarcticus, ac quam-quam immoti semper poli
sint, qui tamen dexter erat sinister efficitur,non caeli parte, sed spectatoris
corpore commutato. Ita sane ut, cumad bonas hominum mentes, cum ad morbos
animorum curandos, ille loquntur V; locuntur N pariat]
percipiat V sint] sunt ac. V Utrumque est] Symp. NV; Symp. N medicus … mortalium] Symp. N V accedit
amor. Ita ad aegrum se conert, ut agitationem ac motum, nonamor ille divinus,
sed solus aegri animus patiatur. Nam cum gemini AMORES, geminaeque sint Veneres,
sicut Platoni placet, uterquesi processerit, urorenoscorripit. Sedalterperturbationum,
morborum, malorum omnium causa est; alter sedationes, salutem, bonaque plane
omnia elar-gitur.HincMenonillePlatonicusait, mortals non nisi divino gurore correptos
bonos eri. Quae quidem sententia oraculo consentit, quo praedicatum est, caeli
regnum vim pati atque a violentis mortalibus rapi. Utenim malus furor in era
humanam sortem rapit mentem, ita divinus spiritu vehementi, supra hominum vires
in caelum usque correptam men-tem vehit. HIC ILLE RAPTVS DIVINVS EST QVEM SVPERIOR
FABVLA IN PHYRGIO PVERO COGITARI VOLEVAT QVEM IN CÆLVM AD DIVINAS DAPES NON SVO
CONSILIO PROTECTVM SED DIVINO POTIVS RAPTV ADVECTUM PRODEBAT – RAPTVMQVE AMAVIT
NON NISI AB AMATORE – VT HOMINVM AD DIVINA RAPIENDORUM POTESTAS NON NISI IN
DIVINVM ET AMOREM REFERATVR. Nam Plato cum tres furors ostendisset: Musarum, Bacchi,
Apollinis, quartum etiam Veneris adiecitomnium maximum, sacratissimum,
divinissimum. Aeterna vero de causa novi aliquid procisciquid prohibet, a libera
praecipue atque immota omnino. Quippe quae idcirco non mutata usque iudicatur,
quod quae aeterna voluntate in tempore se acturam statuit, eastatuto tempore fecit.
Quare tantum abest ut mutata dicenda sit, quod in tempore quicquamegerit, ut mutatautique
dicenda esset, si quod constituit, in tempore non egisset. Adde quod non
ponimus spiritum illic esse, ubi prius non uerit, sed alia ratione esse quam uerit.
Atque ita ad nos in tempore dicimus procisciillum cum divino aliquot coniungitur
munere, quo prius nobis non coniungebatur. Callistoetenim, et amanti deo miscetur
prius, et deinde ab eodem in caelum rapta est. Quibus quidem in rebus, non
divinum AMOREM sed illam mutatam esse voluerunt, cumprius divina AMICITIA ac
deinceps etiam caeli sede a divino AMORE donata est nactaque. Spiritus munus est quippe quem
non aquis mergi sed superaquas erri scriptum est. Aquae etenim multae, Solomone teste, extinguere non
possunt charitatem, quae una more olei virginum prudentum obrui in undas non
potest, sublime tutumque supernatat. Ita quos sanctus [amor in marg. V animus]
animis ac. V Quare] quarum ac.V esse] etiam V esse]
esset V etenim om. V Salamone N V cum placet]
Symp. N N V Menon eri] Men. N N V puero] asteriscus N Nam divinissimum]
Ion N V ; Phaedr. Ion N caeli rapi] Mt. Aquae charitatem]
Cant.] ille AMOR inhabitat, nihil mali metuunt, nullos adversos re ormidant
ventos, nulla malorum tempestate iactantur. Quam quidem rem et prius Homerus
et postea Maro posteris prodiderunt. Arctos Oceani metuentes aequore tingi,
quod hii, quos divinus AMOR corripit, agitari ortasse quandoque nonnihil
possint, mergi ullis tempestatibus non possint. Iam verode AMORIS processibus quaesitum
saepe est, duonesint, anunus. Alii duos aciunt, quod aeterna res eadem rei non
aeternae esse non debeat. Aliiunum
dumtaxatessecontendunt,quia duo sunt ad aliquid in spiritu:alterum re, alterum
ratione. Quod vero ratione, non re ponimus, nihil erum constituat oportet. Res
ex re oritur, non ex solius principio rationis. Nos medium malentes, modo quodam
unum, modo alio duos processus esse volumus, omnis enim progressio inter duos
iaceat terminosnecesse est, ut Daedali volatus e Cretensi coepit carcere, Calcidicaque
levis tandem super adstitit arce. Aquam etiam, quam in horto voluptatis esse
docet Moses, vel ex onte unde manat, uel ex alveis in quos manat,spectare
possumus. Si ex onte, unam, si
ex alveis, plures esse dicendumest. Ita erme et AMORIS divini processus. Si ontem
unde fluit adspicias, unus dumtaxat erit immortalis aeternusque,
sicut unum esse principiumostendimus unde manat. Sin vero ea spectes, in quae
tendit, quia alterum est aeternum, alterum temporarium, ut spiritus divinus et
HUMANUM genus, id circo duosesse progressus asseverandum est. In onte enim si quid
est quod sit ad aliquid in processu spiritus, unum dum taxatest. In unibus vero
non unum, sed duo reperiuntur, quorum alterum in spirituaeternum, alterum in
hominibus temporarium residet. De aeterno quidem Hesiodus disseruit, qui etiam
Aristotele teste, erram et ante eam Chaos, hoc est vacuum, ut idem interpretatur quod ii concedant oportet,
qui mundum volunt conditum fuisse, ut etiam consensit interpresAverroes ante
haec vero, utpote rebus antiquiorem AMOREM constituit,cuius postea partes uere,
super aquas erri, et ut alii melius, rudi mundi et silvae et materiae incubare.
AMOREM itaqueis vates aeternum essececinit, quem temporarium quoque universa ecit
antiquitas,cum Iovem tra-xisse nxerunt ad Danaes, ad Laedae, ad Alcmenae
consuetudinem. Nec aliud plane per divinos amores, per amatas Deo puellas, et
(si ss esset ii N re ponimus] reponimus V onte V spiritum
V concedunt V Almenae N V Arctos tingi] Virg.
N V omnis est] Phy.;. Phy;.Phy. N N V Aristotele Chaos]. Phy. N
N V Arctos tingi] Geo..Calcidicaque arce] Aen..dicere) per Iovis adulteria
intellexere, nisi AMORIS divini adventum in homines, cum ex innumerabili pene
mortalium turba ad interitum, adineros, ad miseriam properante, quidam
seliguntur Deo cari, quibus et verum agnoscere, pedem retrahere, caelum contempta
terra conscendere datum est. Dat
siquidem Plato in Euthyphrone Divino AMORI, quicquidin mortalibus vel studiosi,
vel sancti reperitur. Omne enim Diis AMICVM sanctum, diis vero NON AMICVM
PROPHANVM arbitrabatur. Quicquid itaque spei, quicquid salutis, quicquid recti
in hominibus esse potest, exmunere deorum esse voluit, cum ALCIBIADES ad bene,
recteque agendum censuit non sufficere mortales. Id quoque vestigatione dignum
putavere, ancum AMORIS Divini muneribus, quae donantur hominibus, ipse etiam
Divinus AMOR Deus, ac ipse a nobis spiritus una cum muneribus possideatur.
Plato in “Symposio” illud Hesiodi, quod prius adduximus, commemoravit,
antiquissimum deorum esse AMOREM ut spiritum ostenderet Deum esse maximum,
turbas novorum Deorum ipsa aeternitate antecedentem. Antiquissimum vero et
primum intelligimus non modo qua deos alios anteit, verum etiam qua divina in
nobis antecedit dona. Primum namque donorum omnium AMORE facit Aristoteles in
Rhetoricis, quare nisi prius mortalibus AMOR detur, nunquam divina munera tribuuntur
de iis, inquam, muneribus, quae AMICITIAM nobis conciliant divinam. Deum
praeterea Aristoteles in maximo caeli circulo esse vult, ea dumtaxat nisus
ratione, quod simplices incorporeaeque substantiae eo in loco sunt, sicuti in
loco esse possunt, ubi actiones exercent. Quodsi id agit AMOR ille divinus in
nobis, ut ex impiis pii, ex iniustis iusti, ex hostibus AMICI efficiamur, non
potest idem ipse AMOR non esse innobis. Iungimur quoque non modo muneribus cum
illa suscipimus, sedipsi etiam Deo, quem probetum nosse tum AMARE incipimus. Notitia
enim AMORque Dei, quae praecipua a Deo munera generi humano tribuuntur, ut Deo
et propius iungamur et iunctissime haereamus efficiunt. Atqui sicut Apostolo
placet, quicunque haeret deo, ut unus cum Deo spiritus evadat, oportet. Fit
denique in nobis dato munere ad aliquid, quo non modo dona suscepta, verum
etiam dantem AMOREM aspicimus. Quamobrem efficitur, ut AMOR ille, qui deus
est, alia quam prius ratione possideatur a nobis. Possidetur autem cum sese
nobis insinuat, cum in udit se animo, cum sinui penetralibusque amatae mentis
illabi- ut] et V nixus V ille sl. N
suscepimus V ut] et V prius in marg.V autem]
etiam V .– Dat reperitur] Eut. N V ; Eutyphrone N Plato Amorem]
Symp. N N V] tur.Quod si parum id persuaserimus, non potest Apostoli oraculum non
persuadere, qui Dei AMOREM in discipulorum cordibus praedicat diffusum per spiritum, inquit, sanctum, qui datus est nobis. Quo
quidem loco incredibile immortalium munus ostenditur, quo non modo divina dona,
verum etiam Deus ipse donorum dator sese et dat et exhibet animae humanae. Ex
iis vero, quae dicta sunt, dubitatio exoriri potest, sienim AMOR est donorum primum,
nullo nos donari munere sequitur, nisi prius AMOREM spiritumque suscipiamus. Cum tamen non nullos constet improbos Spiritus divini
dona suscepisse, spiritum tamen minime suscepisse. ria nomina intelligenda sunt
nobis, quae saepe a rismegisto et a Platone in medium afferri consuevere. Deum
namque apellitare soliti sunt patrem, verum, bonum. Patrem quidem nominant
illamut causam, a qua pro ecti sumus. Verum, ut id quod summum intelligimus. Bonum,
ut id quod ut beatisimus adamamus. aria itaque divina nominasunt, tres etiam rationes
quibus in nobis est Deus. Quaenim Pater ac causa rerum est, omnibus inest
rebus. Ea namque, quae sunt, similitudinem servant eorum, unde sunt, atque hoc
pacto in rebus est Deus. Esentia, potestate, praesentia, quemadmodum publica
senatus decretal censuerunt. Ego omnia impleo, dicebat oraculum. Quam quidem
rem divinarum rerum consultissimus Maro in rusticis carminibus
scriptamreliquit. Ab Iove, inquit, principium musae. Iovis omnia plena. Ubi et
sententiam et sententiae causam elegantissime posuit scribens, Iovis esse plena
omnia, atque ideo ab eo principium musae facere. Qui locus longe altius agit,
quam prima carminis ronte videatur, voluit enim Iovis plena esse omnia, quoniam
Musae principium, atque ortus a Iove ipso est. Filias enim Iovis Homerus Musas ecit.
Musas etiam caelestesque deos una cum rebus omnibus a principio conditos a Deo
fuisse constat. Quare id circo docet omnia esse plena Deo, quod Musae rerumque
omnium pater est et causa ac principium Deus. Primamque rationem describit, qua
Deus rebus inest, eiusque rei causam ostendit, quod Musae rerum quesit et pateret
principium. Didicitex imaeo Deum esse non modo Musae, sed et rerum patrem, ubi
insignis illa Platonis sententia est, actarum rerum patrem invenire difficile est, effari autem nulliunquam as est. Quod
enim sit Deus, magno tandem negotio coniicimus, quid autem sit nullo studio,
nullo labore in terris animadvertimus. rimegisto illam] illi N
intelligmus beatissimus] beatissimus V inquit sl. N ac]
et V advertimus V Ab plena] Virg. NV Didicit …
est] im.NNV At esse ubique Deum Academia semper voluit, utpostea, non
semel Plotinus testatus est, cuius quidem doctrinam ad Maronis interpretamenta necessariam
esse, vel Servius atetur. Altera ratio, qua inest nobis Deus,est cognitionis et
mentis, quod quidem divinum munus ii soli possident, qui sunt mentis
rationisque participes. Iungitur namque Deo mens dum contemplatur Deum, utque
divinas quasdam speculatur imagines, quibus aciem dirigit in divinam lucem;
atque hoc pacto in contemplante estDeus per similitudines atque imagines
quasdam, quibus modo quodam coniungimur Deo. Tertia ratio est cum inest nobis
deus non modo tamquam verum cognoscentibus, sed tanquam bonum summum adamantibus.
Illud cognitionis, hoc amoris est opus. Id menti convenit, hoc daturaffectui. Quarum quidem rerum illud est interstitium, quod
rei speciemaltera, altera non speciem, sed rem ipsam assequitur. Species enim lapidis, teste Aristotele, in animo est,
non lapis, cumcontra bonumipsum ac malum, non in rerum imaginibus, sed in ipsissintrebus.
Quaretertius hic nodus quoiungimurdeo, tanto est superiorepraestantior,quantoaurum,
atque homo auri hominisque imagines antecellit. Licet intelligentia qua-dam nos
ratione iungat Deo, ita tamen iungit, ut scientiae et mathematicae solent, quae
aciunt necessaria quadam consecutione, ut cognitas res et coelum cognoscamus,
non tamen praestant, ut etiam intellecta possi-deamus. At amor, qui similitudinibus
imaginibusque contentus esse nonsolet, ad res ipsas, quas optat, se recipit,
nec unquam nisi pulchro poti-tus conquiescit. Cognitio quidem rerum
similitudines ad cognoscentem vehit, amor vero amantem ipsum ad rem pulchram
rapit. Iarbam quem novit Dido, non admisit, quem amavit Aeneam virum cepit, non
enimilli colloquia, non convivia, non munera, non consuetudo sat uit,
quinpotius nunquam destitit, donec “speluncam Dido, dux et troianus eandem devenirent,
ubiarctissimo connubiivinculoiungerentur. Atquehocest quod in Republica Plato
monet, AMORIS nexum multo esse mathematicis artiorem, cum disciplinarum necessitas
similitudini mentem iungat, AMORIS vincula pulchro ipsi devinciant. Adde quod
velut Maro AMORIS retinacula ut arctissima esse demonstraret, matrimonii illa
et nuptia- vel sed V ii ipsi ac. V atque N altera om.
NV sint sl. V nodus] modus ac. V potitur V Iarbam]
Hyarbam N V mathamaticis V denunciant V esse est]
Enn. VI lib. cap. et lib. cap. N N V hoc artiorem].
Reip. N NV speluncam devenirent]
Aen. Rumiugosigni cavit. Idem quoque hicidem quo de agimus Spiritus effecit in AMATORIIS canticis, commercia namque humanarum
animarum et inmortalis Dei, quae caritate amoreque conciliantur, non aptiori nomine
appellate sunt, quamc onnubii atque nuptiarum. Quam obrem liberis, qui mores
canit et castos et divinos, ab Ieronimo, Origene, aliisque senatus principibus
VIRIS Epitalamii titulo inscriptus est, haud alio plane consilio, quam ut cum
amoris nodum cogitemus, efficacissimum arbitremur. Est
itaque in rebus Deus maximus primo quidem modo sicut causa iniis, quae vel
proveniunt vel oriuntur ex causa. Est rursus in eo animante, quirationisest particeps,
quadam et specierum similitudine et intelligentiae luce. Et denique in hoc ipso
per sanctos caritatis amorisque complexus. Primum quidem naturae opus est,
alterum studii, tertium AMICITIAE. Primum dat nobis essentiam, sequens
cognitionem, postremum gratiam atque benevolentiam. Deus siquidem in primo et
intellectum et mentem praebet homini, in secundo dei species et enigmata, in
postremo AMORIS bene ciodatseipsum. Iam itaque constarepalam potest, quaemunera
AMORIS ea sint, quae cum exhibentur hominibus, efficiunt ut auctor quo-que ipse exhibeatur. Licet enim, qua
pater et causa rebus insit omnibus,praecipuum tamen inhabitandi munus, quod ad
amorem pertinet, nullis cum muneribus praestatur hominibus, nisi ea AMORIS,
gratiae, amicitiaesint. Extat oraculum clarissimum, quo AMORIS hoc divinissimum
significatum est munus: “ad eum,” inquit, “veniemus, in quo, et nobis
domicilium faciemus. Hoc idem in Platonico Symposio indicat, quod in AMORIS
ortu enia Poro miscetur, ut aperte AMORIS vis intelligatur, cuius inaestimabili
et bonitate et beneficio et, ut non speciei, non similitudini, sedipsi Deo anima
copuletur. O beatum munus! O felices AMORIS VIRES, O Fortunatos HOMINES, ubi
divinus ille flagrat AMOR, ubi suas Deus exercet nuptias, ubi amatae
sponsae commiscetur, ubi tanquam in thalamo cubat suo. Quidfasces, quid
imperia, quid utiles hominibus voluptates prosunt? Qui si unum hunc AMOREM non
possident, male omnia atqueexilio possident. Qui ut parentem et causam colunt
deum, parum sese aellureevehunt, caelum que lunae dum taxat aspiciunt, quam
terrae naturam sapere volunt et Aristoteles et Averroes, proindeque torpentes
acgelidi AMORIS munera acesque non sentiunt. Qui vero contemplantur atque] ac V costare
V quoque quo V inestimabili V; inextimabili N N ac
a V Hoc copuletur Symp. N V ad aciemus Io. ut verum in
Mercurii orbem oculos attollunt, unde artium et discipli-narum munera tribui
generi humano abulantur. Qui etsi amoris flam-mas nondum concipiunt, quoniam
tamen orbis ille venereo iunctus est, nec sua stella a Veneris stella procul
unquam migrat, atque utraque semper circum flammeum ardentemque micat solem,
idcirco ab intelligen-tia, modo recta piaque sit, ad amoris ignes acilis patet
aditus. Qui autemetiam Mercurii somnia virgamque apertis oculis transiliunt,
quasi vene-reae columbae pennis, nisi ad Veneris se flammas caelumque
recipiunt,quo qui tandem convolant, non in concertatione similitudinum dimicant
vel laborant, sed in pace in id ipsum dormiunt laeti atque requie-scunt. Has pennas optabat olim vates:
“quis,” inquit, “dabit mihi pennasut columbae, quibus simul volabo, et requiescam!
Huc se venturum isetiam ut poterat sperabat, geminas qui forte columbas
aspiciens, quaetum caelo venere volantes, maternas agnovit aves. In hoc denique
AMORIS caelum tertium raptus ille est, qui amorem absquerebus aliissatisesse,res
alias absque amore nihil esse arbitrabatur. Non itaque cum vatici-niis, non cum
prophetia, non cum miraculis semper datur deus. Quaeomnia, ut idem testatur, si
habeam, unum AMOREM non habeam, nihilomninosum. Quod vero sit donorum primum acitutaliquasempercum
donis AMOR detur; si -- prior testo con note – apparato critico – Antonini. Ubi
ea de AMORE tractavimus, qu æ æterna sunt, nunc ad ea accedimus, quæad mortals usque
proveniunt. Utrum queenim in Symposio disputatum est a Platone, et quod magnus
deus amor est, quod ad æternitatem pertinet, et quod medicus est curatorque
mortalium, quod vergit adtempus. Quam quidem sententiam plerique eorum
contempserunt, quisibi sapientes videntur, quique rationem sensilibus, non
sensilia ratione dimetiuntur. Rati ex æterna causa res novas absque medio provenire
non posse, ne æterna, stabilis, immotaque res, de ea enim causa præcipueloquuntur,
quæ rma immota semper est, quasi quæ novam rem pariat.Iam a priore statu mota
videatur, eademque et immota et mota esset,quod eri nulla potest ratione. Sane
divinus ille AMOR ex aliquo semper effertur inaliquid, quod si qua manatex
aliocogitetur AMOR, æternaprogressione fluit a Parente ac Filio. Sin vero ut
vergit in aliquid prospi-ciatur, aut qua in id vergit, quod amatur, velut a
patre proles, atque eaprogressio perpetua est, aut qua in id rapitur, quod ex
Amore ut, velut inmunera, quæ hominibus divinitus tribuuntur. Qui quidem divini AMORIS
adventus, tam æternus non est, quam homines, quibus illa donantur. Mortales sunt, æterni non sunt; neque accessus ille,
illaque curatio quic-quam in Deo collocat novi nisi ex nostra quadam
cogitatione. Sed id innobis oritur, quod ad aliquid est, in nobisque non eo in
amore mutation ut, quem ad modum orientem solem spectantibus, dexter est
antarcticus polus, articus sinister, quibus rursus occidentem spectantibus
contrariaratio et, efficiturque et dexter arcticus et sinister antarcticus, ac
quamquam immoti semper poli sint, qui tamen dexter erat sinister efficitur,non cæli
parte, sed spectatoris corpore commutato. Ita sane ut, cumad bonas hominum
mentes, cum ad morbos animorum curandos, ille accedit amor. Ita ad ægrum
se confert, ut agitationem ac motum, nonamor ille divinus, sed solus ægri
animus patiatur. Nam cum geminiAmores,geminæquesintVeneres,sicutPlatoniplacet,
uterquesiprocesserit, urorenos corripit.Sedalterperturbationum, morborum,
malorum omnium causa est; alter sedationes, salutem, bonaque plane omnia elargitur.
Hinc Menon ille Platonicus ait, mortales non nisi divino urore correptos bonos feri.
Quæ quidem sententia oraculo consentit, quo præ-dicatum est, cæli regnum vim
pati atque a violentis mortalibus rapi. Utenim malus uror in ra humanam sortem
rapit mentem, ita divinus spiritu vehementi, supra hominum vires in cælum usque
correptam mentem vehit. HIC ILLE RAPTVS DIVINVS EST QVEM SVPERIOR FABVLA IN
PHYRGIO PVUERO COGITARI VOLEBAT QVEM IN CÆLVM AD DIVINAS DAPES NON SVO CONSILIO
PROTECTVM SED DIVINO POTIVS RAPTV ADVECTVM PRODEBAT – RAPTVMQVE AMAVIT NON NISI
AB AMATORE VT HOMINVM AD DIVINA RAPIENDORVM POTESTAS NON NISI IN DIVINVM AMOREM
REFERATVR. Nam Plato cum tres furoresostendisset: Musarum, Bacchi, Apollinis,quartumetiam
Venerisadiecitomnium maximum, sacratissimum, divinissimum. Æterna vero de causa novi aliquid procisci quid prohibet,
alibera præcipue atque immota omnino. Quippe quæ idcirco non mutata usque iudicatur,
quod quæ æterna voluntate in tempore se facturam statuit, eastatuto tempore fecit.
Quare tantum abest ut mutata dicenda sit, quod intempore quicquamegerit, ut mutat
autique dicenda esset, siquod constituit, in tempore non egisset. Adde quod non
ponimus spiritum illic esse,ubi prius non uerit, sed alia ratione esse quam
uerit. Atque ita ad nos in temporedicimus procisciillumcumdivinoaliquoconiungiturmunere,
quo prius nobis non coniungebatur.Callistoetenim,etamantideomisce-tur prius, et
deinde ab eodem in cælum rapta est. Quibus quidem inrebus, non divinum amorem,
sed illam mutatam esse voluerunt, cumprius divina amicitia ac deinceps etiam cæli
sede a divino amore donata est nactaque. Spiritusmunus est quippe quem nonaquis mergi sed
superaquas erri scriptum est. Aquæ
etenim multæ, Solomone teste, extin-guere non possunt charitatem, quæ una more
olei virginum prudentumobrui in undas non potest, sublime tutumque supernatat. Ita quos sanc-tus ille Amor
inhabitat, nihil mali metuunt, nullos adversos reformidant ventos, nulla
malorum tempestate iactantur. Quam quidem rem et priusHomerus et postea Maro
posteris prodiderunt: “Arctos Oceani metuen-tes æquore tingi, quod hii, quos
divinus amor corripit, agitari ortasse quandoque nonnihil possint, mergi ullis
tempestatibus non possint. Iam vero de AMORIS processibus quæsitumsæpe est, duonesint,anunus.Aliiduos
aciunt, quod æterna res eadem rei non æternæ esse non
debeat. Aliiunum dumtaxatesse contendunt, qui aduosuntad
aliquid in spiritu: alterum re, alterum ratione. Quod vero ratione, non re
ponimus, nihil rerum constituat oportet. Res ex re oritur, non ex solius
principio ratio-nis. Nos medium malentes, modo quodam unum, modo alio duos
pro-cessus esse volumus, omnis enim progressio inter duos iaceat
terminosnecesse est, ut Dædali volatus e Cretensi coepit carcere, Calcidica que
levis tandem super adstitit arce. Aquam etiam, quam in horto voluptatis esse
docet Moses, vel ex onte unde manat, uel ex alveis in quos manat,spectare
possumus. Si ex onte, unam, si
ex alveis, plures esse dicendumest. Ita erme et amoris divini processus.
Si ontem unde fluit adspicias,unus dumtaxat erit immortalis æternusque,
sicut unum esse principium ostendimus unde manat. Sin vero ea spectes, in quæ
tendit, quia alterum est æternum, alterum temporarium, ut spiritus divinus, et
huma-numgenus, id circoduosesse progressus asseverandum est. In onteenimsi quid
est quodsitad aliquidin processu spiritus, unum dumtaxatest. In nibus vero non
unum, sed duo reperiuntur, quorum alterum in spirituæternum, alterum in
hominibus temporarium residet. De æterno quidem Hesiodus disseruit, qui etiam
Aristotele teste, erram et ante eam Chaos, hoc est vacuum, ut idem
interpretatur, quod ii concedant oportet, qui mundum volunt conditum fuisse, ut
etiam consensit interpres Averroes ante hæc vero, utpote rebus antiquiorem
Amorem constituit,cuius postea partes uere, super aquas erri, et ut alii
melius, rudi mundi et silvæ et materiæ incubare. AMOREM ita queis vates æternum
essececinit, quemtemporarium quoque universa ecit antiquitas,cum Iovem traxis senxerunt
ad Danæs, ad Lædæ, ad Alcmenæ consuetudinem. Nec aliud plane per divinos
amores, per amatas Deo puellas, et si as essetdicere per Iovis adulteria
intellexere, nisi AMORIS divini adventum
inhomines, cum ex innumerabili pene mortalium turba ad interitum, adineros, ad
miseriam properante, quidam seliguntur Deo cari, quibus et verumagnoscere, pedemretrahere,
cælum contemptaterraconscendere datum est. Dat siquidem Plato in Euthyphrone Divino Amori,
quicquidin mortalibus vel studiosi, vel sancti reperitur. Omne enim Diis AMICUM
sanctum, diis vero NON AMICUM PROPHANUM arbitrabatur. Quicquid itaque spei,
quicquid salutis, quicquid recti in hominibus esse potest, exmunere deorum esse
voluit, cum ALCIBIADES ad bene, recteque agendum censuit non sufficere mortales.
Id quoque vestigatione dignum putavere, ancum AMORIS Divini muneribus, quædonantur
hominibus, ipseetiam Divinus AMOR Deus, ac ipse a nobis Spiritus una cum
muneribus possideatur. Plato in “Symposio” illud Hesiodi, quod prius adduximus,
commemoravit, antiquissimum Deorum esse AMOREM, ut Spiritum ostenderet Deum
esse maximum, turbas novorum Deorum ipsa æternitate antecedentem. Antiquissimum
vero et primum intelligimus non modoqua deos alios anteit, verum etiam qua
divina in nobis antecedit dona.Primum namque donorum omnium AMOREM facit
Aristoteles in “Rhetoricis”, quare nisi prius mortalibus amor detur, nunquam
divina munera tribuuntur de iis, inquam, muneribus, quæ amicitiam nobis
conciliantdivinam. Deum præterea Aristoteles in maximo cæli circulo esse
vult,ea dumtaxat nisus ratione, quod simplices incorporeæque substantiæeo in
loco sunt, sicuti in loco esse possunt, ubi actiones exercent. Quodsi id agit
Amor ille divinus in nobis, ut ex impiis pii, ex iniustis iusti, ex hostibus
amici efficiamur, non potest idem ipse Amor non esse innobis. Iungimur quoque non
modo muneribus cum illa suscipimus, sedipsi etiam Deo, quem probe tum nosse tum
amare incipimus; notitiænim AMORque Dei, quæ præcipua a Deo munera generi
humano tri-buuntur, ut Deo et propius iungamur et iunctissime hæreamus efficiunt.
Atqui sicut Apostolo placet, quicunque hæret deo, ut unus cum Deospiritus
evadat, oportet. Fit denique in nobis dato munere ad aliquid,quo non modo dona
suscepta, verum etiam dantem AMOREM aspicimus. Quam obrem efficitur, ut AMOR ille, qui Deus est, alia quam priusratione
possideatur a nobis. Possidetur autem cum sese nobis insinuat, cum inudit se
animo, cum sinui penetralibusque amatæ mentis illabitur. Quod si parum id persuaserimus,
non potest Apostoli oraculum non persuadere, qui Dei amorem in discipulorum
cordibus prædicat diffu-sum “per Spiritum,” inquit,
Sanctum, qui datus est nobis. Quo quidem loco incredibile immortalium munus ostenditur,
quo non modo divina dona, verum etiam Deus ipse donorum dator sese et dat et
exhibet animæ humanæ. Ex iis vero, quæ dicta sunt, dubitatio exoriri potest,
sienimA AMORES tdonorumprimum, nullonos donarimunere sequitur, nisiprius AMOREM
Spiritumque suscipiamus. Cum
tamen nonnullos con-stet improbos Spiritus divini dona suscepisse, Spiritum
tamen minime suscepisse. ria nomina intelligenda sunt nobis, quæ sæpe a risme-gisto
et a Platone in medium afferri consuevere. Deum namque apelli-tare soliti sunt
Patrem, Verum, Bonum. Patrem quidem nominant illamut causam, a qua protecti
sumus; Verum, ut id quod summum intelli-gimus; Bonum, ut id quod ut beati simus
adamamus. ria itaque divina nominasunt, tres etiam rationes quibus in nobis est
Deus; quænimPaterac causa rerum est, omnibus inest rebus. Ea namque, quæ sunt,
simili-tudinem servant eorum, unde unt, atque hoc pacto in rebus est
Deus:essentia, potestate, præsentia, quemadmodum publica senatus decretacensuerunt.
Ego omnia impleo,” dicebat oraculum. Quam quidem rem divinarum rerum
consultissimus Maro in rusticis carminibus scriptamreliquit: “Ab Iove,” inquit,
“principium Musæ; Iovis omnia plena”; ubiet sententiam et sententiæ causam
elegantissime posuit scribens, Iovisesse plena omnia, atque ideo ab eo
principium Musæ acere. Qui locuslonge altius agit, quam prima carminis fronte videatur,
voluit enim Iovis plena esse omnia, quoniam Musæ principium, atque ortus a Iove
ipsoest. Filias enim Iovis
Homerus Musas fecit. Musas etiam cælestesquedeos una cum rebus omnibus a
principio conditos a Deo fuisse constat. Quare idcirco docet omnia esse plena
Deo, quod Musæ rerum-que omnium pater est et causa ac principium Deus.
Primamque rationem describit, qua Deus rebus inest, eiusque rei causam
ostendit, quod Musæ rerum quesitet pateret principium. Didicitex imæo Deum essenon
modo Musæ, sed et rerum patrem, ubi insignis illa Platonis sententia est, actarum
rerum patrem invenire difficile est, effari autem nulliunquam as est.” Quod enim sit Deus, magno tandem negotio coniicimus,
quid autem sit nullo studio, nullo labore in terris animadvertimus. At
esse ubiqueDeum Academia semper voluit, utpostea, non semel Plotinus testatus
est, cuius quidem doctrinam ad Maronis interpretamenta necessariam esse, vel
Servius atetur. Altera ratio, qua
inest nobis Deus, est cognitionis et mentis, quod quidem divinum munus ii soli
possident, qui sunt mentis rationisque participes. Iungitur namque Deo mens
dumcontemplatur Deum, utque divinas quasdam speculatur imagines, quibus aciem
dirigit in divinam lucem; atque hoc pacto in contemplante est Deus per
similitudines atque imagines quasdam, quibus modo quodam coniungimur Deo. Tertia
ratio est cum inest nobis deus non modo tamquam verum cognoscentibus, sed
tanquam bonum summum adamanti-bus. Illud cognitionis, hoc amoris est opus. Id
menti convenit, hoc daturaffectui. Quarum quidem rerum illud
est interstitium, quod rei speciem altera, altera non speciem, sed rem ipsam
assequitur. Species enim lapidis, teste Aristotele, in animo est, non lapis,
cumcontra bonumipsum ac malum, noninrerumimaginibus, sedinipsissintrebus. Quaretertius
hic nodus quoiungimur deo, tanto es tsuperiorep ræstantior, quantoaurum, atque
homo auri hominisque imagines antecellit. Licet intelligentia quadam nos
ratione iungat Deo, ita tamen iungit, ut scientiæ et mathemati-cæ solent, quæ aciunt
necessaria quadam consecutione, ut cognitas res et coelum cognoscamus, non
tamen præstant, ut etiam intellecta possi-deamus. At amor, qui similitudinibus
imaginibusque contentus esse nonsolet, ad res ipsas, quas optat, se recipit,
nec unquam nisi pulchro poti-tus conquiescit. Cognitio quidem rerum
similitudines ad cognoscentem vehit, amor vero amantem ipsum ad rem pulchram
rapit. Iarbam quem novit Dido, non admisit, quem amavit Æneam virum cepit, non
enimilli colloquia, non convivia, non munera, non consuetudo sat uit, quinpotius nunquam destitit, donec “speluncam Dido,
dux et Troianus ean-dem devenirent, ubi arctissimo connubiivinculoiungerentur. Atque
hoc est quod in Republica Plato monet, AMORIS nexum multo esse mathematicis
artiorem, cum disciplinarum necessitas similitudini mentem iun-gat, amoris
vincula pulchro ipsi devinciant. Adde quod velut Maro amo-ris retinacula ut
arctissima esse demonstraret, matrimonii illa et nuptiarum iugo signi cavit. Idem
quoque hicidemquodeagimus Spiritus effecit in AMATORIIS canticis,
commercia namque humanarum animarum etinmortalis Dei, quæ caritate amoreque
conciliantur, non aptiori nomine appellatasunt, quamconnubiiatquenuptiarum.Quamobremliberis,qui AMORES canit et castos et divinos, ab
Ieronimo, Origene, aliisque senatus principibus VIRIS Epitalamii titulo inscriptus
est, haud alio plane consilio, quam ut cum amoris nodum cogitemus, efficacissimum arbitremur.Est itaque in rebus Deus maximus
primo quidem modo sicut causa iniis, quæ vel proveniunt vel oriuntur ex causa.
Est rursus in eo animante, qui rationis est particeps,quadamet specierum
similitudine et intelligentiæ luce. Et denique in hoc ipso per sanctos
caritatis amorisque complexus. Primum quidem naturæ opus est, alterum studii,
tertium AMICITIÆ. Primum dat nobis essentiam, sequens cognitionem, postremum
gratiamatque benevolentiam. Deus
siquidem in primo et intellectum et mentem præbet homini, in secundo dei
species et enigmata, in postremo amo-risbeneficiodatse ipsum. Iamitaqueconstarepalam
potest, quæmunera AMORES ea sint, quae cum exhibentur hominibus, efficiunt ut
auctor quo-que ipse exhibeatur. Licet enim, qua pater et causa rebus insit
omnibus,praecipuum tamen inhabitandi munus, quod ad amorem pertinet, nullis cum
muneribus praestatur hominibus, nisi ea amoris, gratiae, amicitiaesint. Extat
oraculum clarissimum, quo amoris hoc divinissimum significatum est munus: “ad eum,” inquit, “veniemus, in quo,
et nobis domicilium aciemus.”HocideminPlatonico Symposioindicat, quodinAmorisortu
Penia Poro miscetur, ut aperte Amoris vis intelligatur, cuius inaestimabili et
bonitate et benficio et, ut non speciei, non similitudini, sedipsi Deo anima
copuletur. O beatum munus! O felices AMORIS VIRES, O fortunatos HOMINES, ubi
divinus ille flagrat Amor, ubi suas Deus exer-cet nuptias, ubi amatae sponsae
commiscetur, ubi tanquam in thalamocubat suo! Quid asces, quid imperia, quid utiles
hominibus voluptates prosunt? Qui si unum hunc Amorem non possident, male omnia
atqueexilio possident. Qui ut parentem et causam colunt deum, parum sese
aellureevehunt,caelumquelunaedumtaxataspiciunt,quamerraenatu-ram sapere
volunt et Aristoteles et Averroes, proindeque torpentes acgelidi Amoris munera acesque
non sentiunt. Qui vero contemplantur ut verum in Mercurii orbem
oculos attollunt, unde artium et discipli-narum munera tribui generi humano fabulantur.
Qui etsi amoris flam-mas nondum concipiunt, quoniam tamen orbis ille venereo
iunctus est,nec sua stella a Veneris stella procul unquam migrat, atque utraque
semper circum flammeum ardentemque micat solem, idcirco ab intelligen-tia, modo
recta piaque sit, ad AMORIS ignes facilis patet aditus. Qui autemetiam Mercurii
somnia virgamque apertis oculis transiliunt, quasi vene-reae columbae pennis,
nisi ad Veneris se flammas caelumque recipiunt,quo qui tandem convolant, non in
concertatione similitudinum dimicant vel laborant, sed in pace in id ipsum
dormiunt laeti atque requie-scunt. Has pennas optabat olim vates: “quis,” inquit, “dabit
mihi pennasut columbae, quibus simul volabo, et requiescam!” Huc se venturum
isetiam (ut poterat) sperabat, “geminas qui orte columbas aspiciens, quaetum caelo venere volantes,
maternas agnovit aves.” In hoc denique AMORIS caelumtertiumraptusilleest, qui
AMOREM absquerebusaliissatisesse,res alias absque amore nihil esse
arbitrabatur. Non itaque cum vatici-niis, non cum prophetia, non cum miraculis
semper datur Deus. Quaeomnia, ut idem testatur, si habeam, unum Amorem non
habeam, nihilomninosum.Quodverositdonorumprimum acitutaliqua semper cum
donisAMOR detur. Simplicitertamenexactequedari non dicitur,
nisi dum munera tertii sunt generis et divina cum AMICITIA tribuuntur. Egidio Antonini.
Antonini. Keywords: Ganimede, amore, amare, amatore, amante, amatum, significatum.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Antonini” – The Swimming-Pool Library. Antonini.
Grice ed Antonino:la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale dell’ imperare – la scuola di Roma – filosofia
romana – filosofia lazia -- filosofia italiaa – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma,
Lazio. – marc’aurelio: antonino -- Grice: “Some call him Aurelio, but I call
him Antonino, since the first time his thing was published in Latin, his thing
was under ‘M. Antonini,’ no clue about the Aurelius!” -- Grice: “I once
suggested to Strawson that he should write a dissertation on a comparison of
Barberini’s and Xylander’s translation of Marcus Aurelius; you see, he was a
Roman who philosophised in Greek; and he was translated to Latin only in the
1550s; and into Italian a century later! Sir Peter responded: “I guess you want
me to detect all the misimplicata!’ ‘Misimpiegato,’
I replied!” Solo il presente ci è tolto, dato che solo questo abbiamo.» (A.
Pensieri) Marco Aurelio Antonino Augusto (in latino: Marcus Aurelius Antoninus
Augustus; nelle epigrafi: IMP·CAES·M·AVREL·ANTONINVS·AVG. Meglio conosciuto
semplicemente come A., è stato un imperatore, filosofo e scrittore romano. Su
indicazione dell'imperatore Adriano, fu adottato dal futuro suocero e zio
acquisito Antonino Pio che lo nominò erede al trono imperiale. Nato come
Marco Annio Catilio Severo divenne Marco Annio Vero, che era il nome di suo
padre, al momento del matrimonio con la propria cugina Faustina, figlia d’Antonino,
e assunse quindi il nome di Marco Aurelio Cesare, figlio dell'Augusto (Marcus Aurelius
Caesar Augusti filius) durante l'impero di Antonino stesso. Antonino e
imperatore sino alla sua morte, avvenuta per malattia a Sirmio secondo
Tertulliano o presso Vindobona. Mantenne la coreggenza dell'impero assieme a
Lucio Vero, suo fratello adottivo nonché suo genero, anch'egli adottato da
Antonino Pio. Morto Lucio Vero, associa al trono suo figlio Commodo. È
considerato dalla storiografia tradizionale come un sovrano illuminato, il
quinto dei cosiddetti "buoni imperatori" menzionati da Edward Gibbon.
Il suo regno fu tuttavia funestato da conflitti bellici (guerre partiche e
marcomanniche), da carestie e pestilenze. Marco Aurelio è ricordato anche come
importante filosofo stoico, autore dei Colloqui con sé stesso, “Τὰ εἰς ἑαυτόν” nell'originale.
Alcuni imperatori successivi utilizzarono il nome "Marco Aurelio" per
accreditare un inesistente legame familiare con lui. Busto dell'imperatore
Marco Aurelio (Musei Capitolini, Roma). Nome originale Imperator Caesar Marcus
Aurelius Antoninus Augustus Tribunicia potestas 9 anni (da solo), 6 con Lucio
Vero, 4 con Commodo e 15 con Antonino Pio per un totale di 34 volte: la prima
volta dal 1º dicembre del 147, rinnovata annualmente al 10 dicembre di ogni
anno. Cognomina ex virtute Armeniacus nel 164, Medicus e Parthicus Maximus, Germanicus,
Sarmaticus. Titoli: Pater Patriae, Salutatio imperatoria10 volte:[1] I (al
momento della assunzione del potere imperiale). MorteSirmio o Vindobona (attuale
Vienna) PredecessoreAntonino Pio SuccessoreCommodo ConiugeFaustina minore
FigliDomizia Faustina Aurelia Tito Aurelio Antonino Tito Elio Aurelio Lucilla
Annia Aurelia Galeria Faustina Tito Elio Antonino Fadilla Annia Cornificia
Faustina minore Commodo Tito Aurelio Fulvio Antonino Marco Annio Vero Cesare
Vibia Aurelia Sabina Adriano Un altro figlio di cui non si conosce il nome nato
dopo Tito Elio Antonino GensAnnia DinastiaAntonini PadreMarco Annio Vero
adottivo: Antonino Pio MadreDomizia Lucilla Consolato3 volte: Le principali fonti per la vita e il ruolo d’A.
sono frammentarie e spesso inaffidabili. Il gruppo più importante è
rappresentato dalle biografie contenute nella Historia Augusta, composte in
epoca successiva al IV secolo.Le biografie derivate principalmente da fonti
ormai perdute (come Mario Massimo), ma anche da Eutropio e Aurelio Vittore,
ovvero quelle di A., Adriano, Antonino Pio e Lucio Vero, sono ritenute accurate
e affidabili. Di Frontone, maestro di retorica di Marco e di vari funzionari di
Antonino Pio, si conservano una serie di manoscritti irregolari. Nei Colloqui
con sé stesso A. offre una finestra sulla sua vita interiore, ma gran parte dei
libri risultano senza riferimenti cronologici e con pochi accenni al mondo
esterno. La più attendibile fra le fonti del periodo è Cassio Dione, Egli
scrisse una storia di Roma dalla sua fondazione al 229, chiamata Historia
romana.Altre fonti letterarie e giuridiche, come gli scritti del medico Galeno,
le orazioni di Elio Aristide e le costituzioni imperiali dello stesso Marco
Aurelio forniscono ulteriori informazioni sul contesto storico e sociale in cui
visse l'imperatore. Epigrafi e monete possono integrarle, così come i numerosi reperti
archeologici. La sua famiglia e di origine romana, ma stabilita da tempo a
Ucubi (Colonia Claritas Iulia Ucubi), una piccola cittadina. Essa salì alla
ribalta alla fine del I secolo, quando il suo bisnonno, Marco Annio Vero, fu
senatore e forse pretore. Il nonno, anch'egli di nome Marco Annio Vero, fu
elevato al rango di patrizio. Il terzo Marco Annio Vero, cioè suo padre, sposa
Domizia Lucilla. Lucilla maggiore, la di lei nonna materna, eredita una grande
fortuna, tra cui una fabbrica di mattoni (figlina) a Roma, attività alquanto
redditizia in un'epoca in cui la città era interessata da una notevole
espansione edilizia. La famiglia della madre e di rango consolare, mentre
quella del padre vanta addirittura una discendenza da Numa Pompilio. Busto di
Marco Aurelio giovane uomo, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, collezione
Farnese. Il busto (fino al collo) è un rifacimento moderno. Nacque da Vero e
Lucilla il sesto giorno prima delle calende di maggio, l'anno del secondo
consolato di suo nonno Marco Annio Vero, corrispondente all'anno 874 dalla
fondazione di Roma. La sorella, Annia Cornificia Faustina, nacque. Il padre
Annio Vero muore giovane, durante la sua pretura, quando Marco ha solo tre
anni. Anche se difficilmente può averlo conosciuto, scrisse nelle sue
Meditazioni che ha imparato modestia e virilità dal ricordo di suo padre e
dalla sua reputazione postuma. Lucilla non si risposa più. La madre di A., come
da usanza della nobilitas, trascorse poco tempo col figlio, affidandolo alle
cure delle domestiche. Ciononostante, Marco accredita a sua madre l'insegnamento
della pietà religiosa, la semplicità nella dieta e come evitare le vie dei
ricchi. Nelle sue lettere A. fa frequente e affettuoso riferimento alla madre,
manifestandole la sua gratitudine, nonostante mia madre fosse condannata a
morire giovane, trascorse i suoi ultimi anni di vita con me. Dopo la morte del padre,
anda a stare dal nonno paterno Marco Annio Vero. Ma anche Lucio Catilio Severo,
descritto come il bisnonno materno di Marco (probabilmente il patrigno o padre
adottivo di Lucilla maggiore), partecipa alla sua istruzione. Crebbe nella casa
dei suoi genitori, sul Celio, dove era nato, in un quartiere che avrebbe
affettuosamente ricordato come il mio Celio. E una zona esclusiva, con pochi
edifici pubblici e molte domus nobiliari fra cui il palazzo del nonno,
adiacente al Laterano, dove Marco avrebbe trascorso gran parte della sua
infanzia. Marco era riconoscente al nonno per avergli insegnato a tener lontano
il brutto carattere, ma era anche grato agli eventi che gli evitarono di vivere
nella stessa casa con la concubina presa dal nonno dopo la morte della moglie,
Rupilia Faustina. Evidentemente questa donna o qualcuno del suo seguito potevano
costituire una tentazione per Marco. La sua istruzione avvenne in casa, in
linea con le tendenze aristocratiche del tempo. Uno dei suoi maestri, Diogneto,
si dimostrò particolarmente influente, introducendo Marco a una visione
filosofica della vita e insegnandogli l'uso della ragione. Per volere di
Diogneto, prese a praticare le abitudini proprie dei filosofi e a utilizzarne
l'abbigliamento, come il ruvido mantello greco. Altri tutores, Trosio Apro, Tuticio
Proculo edAlessandro di Cotieno, descritto come un importante letterato (il
principale studioso omerico del suo tempo), continuarono a occuparsi della sua
istruzione. Deve ad Alessandro la sua formazione nello stile letterario,
rilevabile in molti passi dei Colloqui con sé stesso. Adriano, convalescente
nella sua villa di Tivoli dopo aver rischiato di morire per un'emorragia,
scelse Lucio Ceionio Commodo (conosciuto poi come Lucio Elio Cesare) come suo
successore, adottandolo contro la volontà delle persone a lui vicine. Lucio
però si ammalò e morì, costringendo il princeps Adriano a indicare un nuovo
successore, quando la scelta cadde su Aurelio Antonino, il genero di Marco
Annio Vero che il giorno successivo, dopo essere stato attentamente esaminato,
fu accettato dal Senato e adottato col nome di Tito Elio Cesare Antonino. A sua
volta, come da disposizioni dello stesso princeps, Antonino adotta Marco,
allora diciassettenne, e il giovane Lucio Commodo, figlio dello scomparso Lucio
Elio Vero. Da questo momento Marco muta il suo nome in Marco Elio Aurelio Vero
e Lucio in Lucio Elio Aurelio Commodo. Rimase sconcertato quando seppe che
Adriano lo aveva adottato come nipote. Solo con riluttanza passò dalla casa di
sua madre sul Celio a quella privata di Adriano, che si ritiene non fosse
ancora la casa di Tiberio, come veniva chiamata la residenza imperiale sul
Palatino). Adriano chiese in Senato che Marco fosse esentato dalla legge che
richiedeva il venticinquesimo anno compiuto per il candidato alla carica di
questore. Il Senato acconsentì e Marco divenne prima questore, ricevette quindi
l'imperium proconsulare maius e il consolato. L'adozione facilitò il percorso
della sua ascesa sociale: egli sarebbe verosimilmente divenuto prima triumvir
monetalis (responsabile delle emissioni monetali imperiali) e in seguito
tribunus militum in una legione. Marco probabilmente avrebbe preferito viaggiare
e approfondire gli studi. Il suo biografo attesta che il suo carattere rimase
inalterato: mostrava ancora lo stesso rispetto per i rapporti come aveva quando
era un cittadino comune ed era così parsimonioso e attento dei suoi beni come
lo era stato quando viveva in una abitazione privata. La salute di Adriano
peggiorò al punto da fargli desiderare la morte, tentando anche il suicidio,
impeditogli dal successore Antonino. L'imperatore, gravemente malato, lasciò
Roma per la sua residenza estiva, una villa a Baiae, località balneare sulla
costa campana, ove morì infine di edema polmonare. La successione di Antonino
era ormai stabilita e non presentava appigli per eventuali colpi di mano. Per
il suo comportamento, rispettoso dell'ordine senatorio e delle nuove regole,
Antonino fu insignito dell'appellativo "Pio". Governo con Antonino
Pio (139-161) L'adozione (Monumento dei Parti, oggi presso il Museo di
Efeso di Vienna): Antonino Pio (al centro) con Lucio Vero di sette anni (a
destra) e Marco Aurelio di diciassette anni (a sinistra, alle spalle).
All'estrema destra, sembra esserci Adriano. Magnifying glass icon mgx2.svgEtà
antonina. Subito dopo la morte di Adriano, Antonino pregò la moglie Faustina di
accertarsi se Marco fosse disposto a modificare i suoi precedenti accordi
matrimoniali. Marco acconsentì a sciogliere la promessa fatta a Ceionia Fabia e
a fidanzarsi con Faustina minore, la loro giovane e bella figlia, inizialmente
promessa a Lucio. Ricopre il suo primo consolato nel 140, con Antonino come
collega. In qualità di erede designato, fu quindi nominato princeps iuventutis,
il comandante dell'ordine equestre. Assunse il titolo di Cesare,[69] divenendo
Marco Elio Aurelio Vero Cesare, ma in seguito si schermì dal prendere troppo
sul serio l'incarico. Su invito del Senato, Marco venne inserito
contemporaneamente nei principali collegi sacerdotali, tra i quali figuravano i
pontifices, gli augures, i quindecemviri sacris faciundis e i septemviri
epulones. Antonino gli chiese di prendere la residenza nella Domus Tiberiana,
uno dei palazzi imperiali sul Palatino. Marco avrebbe avuto difficoltà a
conciliare la vita di corte con le sue aspirazioni filosofiche, anche se ammirò
sempre e profondamente Antonino come un uomo giusto, esempio di condotta
integerrima. Marco si convinse che la vita serena a corte doveva essere un
obiettivo raggiungibile, dove la vita è possibile, allora è possibile vivere
una vita giusta, la vita è possibile in un palazzo, per cui è possibile vivere
la vita proprio in un palazzo affermò, trovandolo comunque di difficile
attuazione. Nei Colloqui con sé stesso Marco sembrava criticarsi per aver
abusato della vita di corte di fronte alla società. Come questore, Marco sembra
abbia ricoperto un ruolo amministrativo secondario: i compiti erano la lettura
delle lettere imperiali al Senato, quando Antonino era assente, e più in
generale quello di essere una sorta di segretario privato del princeps. I suoi
compiti come console furono invece più significativi, presiedendo le riunioni
che avevano un ruolo importante nelle funzioni amministrative del corpo
statale. Si sentiva assorbito dal lavoro d'ufficio e se ne lamentò con il suo
tutore Frontone: Sono senza fiato a causa di dover dettare quasi trenta
lettere. Egli era stato, nelle parole del suo biografo, preparato per governare
lo Stato. Marco venne nominato console per la seconda volta, a soli
ventiquattro anni. Una lettera di Frontone esortava Marco a dormire molto in
modo che potrai entrare in Senato con un buon colorito e leggere il discorso
con una voce forte. Marco si era lamentato di una malattia in una lettera
precedente: Per quanto riguarda la mia forza essa è migliorata, sto cominciando
a guarire e non vi è alcuna traccia di dolore nel mio petto, ma riguardo
l'ulcera sto facendo un trattamento e faccio attenzione a non fare nulla che
interferisca con esso. Marco era di salute cagionevole: lo storico romano
Cassio Dione, scrivendo dei suoi ultimi anni, lo elogiò per essersi comportato
a dovere, nonostante le numerose malattie. Matrimonio con Faustina Busto
di Faustina Minore, Louvre, Parigi. Nell'aprile del 145 Marco sposò la
quattordicenne Faustina, come era stato programmato. Secondo il diritto romano,
per far sì che il matrimonio potesse aver luogo, fu necessario che Antonino
liberasse ufficialmente uno dei due figli dalla sua autorità paterna; in caso
contrario Marco, in quanto figlio adottivo di Antonino, avrebbe sposato sua
sorella. Poco si sa della cerimonia stessa. Vennero coniate delle monete con le
immagini degli sposi e di Antonino, che avrebbe officiato la cerimonia come
pontifex maximus. Nelle lettere rimanenti Marco non fa esplicito riferimento al
matrimonio, durato trentun anni, e accenna solo raramente a Faustina. Dopo aver
indossato la toga virilis nel 136 iniziò probabilmente la sua formazione
oratoria. Aveva tre maestri di greco, tra cui Erode Attico, e uno di latino,
Marco Cornelio Frontone, che Marco ricorda spesso come suo maestro di stile e
di vita nei Colloqui con sé stesso. Frontone e Attico erano gli oratori più
stimati dell'epoca, ma divennero suoi precettori solo dopo la sua adozione da
parte di Antonino. La preponderanza dei tutores greci indica l'importanza di
quella lingua per l'aristocrazia di Roma. Questa era l'età della seconda
sofistica, una rinascita della letteratura greca. Sebbene istruito a Roma,
Marco userà il greco per scrivere i suoi pensieri più profondi nei Colloqui con
sé stesso. Erode era un uomo molto ricco e discusso, forse il più ricco
d'Oriente e mal sopportava gli stoici, ma era un abile oratore e sofista; Marco,
che sarebbe diventato proprio uno stoico, non lo ricorda affatto nei suoi
Colloqui, nonostante si fossero incontrati molte volte nel corso dei decenni
successivi. Quinto Giunio Rustico in un disegno riportato nel Crabbes Historical
Dictionary. Busto di Erode Attico in marmo, risalente al II secolo d.C. e
conservato al Museo del Louvre di Parigi. Frontone godeva di grande
reputazione: nel mondo consapevolmente antiquato della letteratura latina era
considerato, come oratore, secondo solo a Cicerone, una fama che oggi, in base
ai pochi frammenti rimasti, può lasciare meravigliati. Non correva una gran
simpatia fra Frontone ed Erode; eppure i due seppero in ultimo far scorrere una
vena di reciproca cortesia e gentilezza, grazie anche a Marco. Frontone non
divenne insegnante a tempo pieno di Marco e continuò la sua carriera di
avvocato. Una causa famosa lo portò in contrasto con Erode, che era il
principale accusatore di Tiberio Claudio Demostrato, un notabile ateniese
difeso proprio da Frontone. L'esito del processo è ignoto, ma Marco riuscì a
far riconciliare i due. All'età di venticinque anni Marco cominciò a
disamorarsi degli studi in giurisprudenza, mostrando segnali di un diffuso
malessere. Era stanco dei suoi esercizi e di prendere posizione in dibattiti
immaginari. In ogni caso, l'istruzione formale di Marco era ormai finita. Aveva
mantenuto con i suoi insegnanti buoni rapporti e continuava a seguirli con
devozione, anche se la lunga istruzione ebbe negative influenze sulla sua
salute. Quando A. era giovane Frontone lo aveva messo in guardia contro lo
studio della filosofia, disapprovando come una deviazione giovanile le sue
lezioni con Apollonio di Calcide. Pur se Apollonio potrebbe aver introdotto
Marco alla filosofia stoica, sarebbe stato Quinto Giunio Rustico, il vero
successore di Seneca, ad aver esercitato la maggior influenza sul ragazzo.
Marco s'ispirò anche ad Epitteto di Ierapoli, le cui letture fu proprio Rustico
a suggerire. Nascite e morti nella famiglia. Il 30 novembre 147 Faustina diede
alla luce una bambina di nome Domizia Faustina Aurelia. Era solo la prima di
almeno quattordici figli (tra cui due coppie di gemelli) che Faustina avrebbe
partorito nei successivi ventitré anni.[92] Il giorno successivo, 1º dicembre,
Antonino Pio attribuì a Marco il potere tribunizio, mentre l'imperium, cioè
l'autorità sugli eserciti e sulle province imperiali, potrebbe essergli già stato
conferito. Il potere tribunizio conferiva a Marco il diritto di proporre un
provvedimento con prelazione sul Senato e sullo stesso Antonino. Questi poteri
gli furono rinnovati, insieme ad Antonino, il 10 dicembre.La prima menzione di
Domizia nelle lettere di Marco ne rivela la salute malferma.Lui e Faustina
furono molto occupati nella cura della bambina, che sarebbe morta poi. Nacquero
a Faustina due gemelli, celebrati da una moneta con cornucopie incrociate sotto
i busti dei due bambini e la scritta "felicità dei tempi" (temporum
felicitas). Essi però non sopravvissero a lungo. Tito Aurelio Antonino e T.
Elio Aurelio, questi i nomi ricavati dagli epitaffi, morirono molto presto
(entro la fine del 149) e furono sepolti nel mausoleo di Adriano. Lo stesso
Marco scrisse: Uno prega: «che io non debba perdere mio figlio!»; ma tu devi
pregare: «che io non tema di perderlo! Marco Aurelio: aureo FAUSTINA MINOR RIC
III FAVSTINA AVGVSTA, busto con drappeggio FECVNDITA-TI AVGVSTAE, la Fecunditas
(fertilità) seduta, con un bambino sulle ginocchia e altri due in piedi AV
(7,37 g); 161 circa Il 7 marzo del 150 nacque una bambina, Annia Aurelia
Galeria Lucilla, cui seguì Annia Aurelia Galeria Faustina, che sembra sia nata
non più tardi del 153 (un altro figlio, Tito Elio Antonino, viene citato dalle
fonti nel 152). Una moneta celebra la fertilità dell'Augusta (FECVNDITAS),
raffigurando due bambine e un bambino (Lucilla, Faustina e Antonino, appunto). Il
maschio non sopravvisse a lungo, considerando che sulle monete del 156 erano
raffigurate solo le due femmine. Egli potrebbe essere morto nel 152, lo stesso
anno in cui mancò la sorella di Marco, Cornificia.[92][96] Un settimo
figlio nacque e morì poco dopo tra la fine del 157 e gli inizi del 158, come
risulta da una lettera di Marco, datata 28 marzo del 158. Faustina diede alla
luce altre due figlie: Fadilla e Cornificia, che portavano i nomi delle defunte
sorelle di Faustina e di Marco.[99] Altri figli nacquero in seguito, oltre a
Commodo e al gemello di questi, Fulvio Antonino. Si trattava di Marco Annio
Vero Cesare, Vibia Aurelia Sabina e Adriano, che morì anche lui giovanissimo. Lucio
divenne questore all'età di ventitré anni, due anni prima dell'età legale
(Marco aveva ricoperto lo stesso incarico a soli diciassette anni).[63] Nel 154
ottenne il consolato all'età di venticinque, sette anni prima dell'età legale.
Lucio non aveva altri titoli onorifici, tranne quello di figlio dell'Augusto.
Aveva una personalità molto diversa da Marco: amava l'attività sportiva di ogni
genere, in particolare la caccia e la lotta, e aveva evidente piacere ad
assistere ai giochi circensi e alle lotte dei gladiatori. Non si sposò fino al
164. Antonino Pio non condivideva i suoi stessi interessi: desiderava mantenere
Lucio in famiglia, ma non era sicuro di potergli dare gloria e potere. Come si
nota dalle statue di questo periodo, Marco cominciò a portare la barba (oltre
ai tipici capelli arricciati dell'età antonina), proseguendo la moda iniziata
da Adriano, seguita da Antonino e che durò a lungo, sostituendo il tradizionale
aspetto dell'uomo romano, completamente sbarbato. Nel 156 Antonino Pio compì
settanta anni. Godeva ancora di un discreto stato di salute, seppure avesse
difficoltà a stare eretto senza utilizzare dei sostegni. Il ruolo di Marco andò
via via crescendo, in particolare quando il prefetto del pretorio Gavio
Massimo, che per quasi vent'anni era risultato di fondamentale importanza con i
suoi consigli su come governare, morì tra il 156 e il 157. Il suo successore,
Gavio Tattio Massimo, sembra non avesse lo stesso peso politico presso il
princeps e poi non durò a lungo. A. e Lucio furono designati consoli insieme,
forse perché il padre adottivo sentiva avvicinarsi la fine che infatti giunse
nei primi mesi dello stesso anno. Secondo i racconti della Historia Augusta
l'imperatore, che si trovava nella sua tenuta di Lorium, due giorni prima di
morire aveva fatto indigestione, vomitò e fu colto da febbre. Aggravatosi il
giorno successivo, il 7 marzo 161, convocò il consiglio imperiale (compresi i
prefetti del pretorio Furio Vittorino e Sesto Cornelio Repentino) e passò tutti
i suoi poteri a Marco, ordinando che la statua d'oro della Fortuna, che era
nella camera da letto degli imperatori, fosse portata da Marco. Diede quindi la
parola d'ordine al tribuno di guardia, «equanimità», poi si girò, come per
andare a dormire, e morì. Dopo la morte di Antonino Pio, Marco Aurelio era di
fatto unico princeps dell'Impero. Il Senato gli avrebbe presto concesso il
titolo di Augusto e di imperator, oltre a quello di Pontifex Maximus, sacerdote
a capo dei culti ufficiali della religione romana. Sembra che Marco dimostrasse,
almeno inizialmente, tutta la sua riluttanza a farsi carico del potere
imperiale, poiché il suo biografo scrive che fu "costretto dal Senato ad
assumere la direzione della Res publica dopo la morte di Pio". Egli deve
aver avuto una vera e propria paura del potere imperiale (horror imperii),
considerando la sua predilezione per la vita filosofica, ma sapeva, da stoico
qual era, quello che doveva fare e come farlo. Anche se nei Colloqui con sé
stesso non sembra mostrare affetto personale per Adriano, Marco lo rispettò
molto e presumibilmente ritenne suo dovere metterne in atto i piani di
successione. E così, anche se il Senato voleva confermare solo lui, egli
rifiutò di entrare in carica senza che Lucio ricevesse gli stessi onori: alla
fine il Senato fu costretto ad accettare e insignì Lucio Vero del titolo di
Augustus. Marco divenne, nella titolatura ufficiale, Imperatore Cesare Marco
Aurelio Antonino Augusto mentre Lucio, assumendo il nome di famiglia di Marco,
Vero, e rinunciando al suo cognomen di Commodo, divenne Imperatore Cesare Lucio
Aurelio Vero Augusto. Per la prima volta Roma veniva governata da due
imperatori contemporaneamente. Fin dalla sua ascesa al principato, Marco
ottenne dal Senato che Lucio Vero gli fosse associato su un piano di parità
(diarchia), con gli stessi titoli, ad eccezione del pontificato massimo che non
si poteva condividere. La formula era innovativa: per la prima volta alla testa
dell'impero vi era una collegialità e una parità totale tra i due principes. In
teoria i due fratelli ebbero gli stessi poteri, in realtà Marco conservò una
preminenza che Vero mai contestò. Le ragioni pratiche di questa collegialità,
voluta da Adriano forse per onorare la memoria di Lucio Elio, adottandone il
figlio, e al tempo stesso lasciare l'impero a Marco Aurelio di cui aveva capito
le grandi qualità, non sono completamente chiare. A dispetto della loro
uguaglianza nominale, Marco ebbe maggior auctoritas di Lucio Vero. Fu console
una volta di più, avendo condiviso la carica già con Antonino Pio, e fu il solo
a divenire Pontifex Maximus. E questo fu chiaro a tutti. L'imperatore più
anziano deteneva un comando superiore al fratello più giovane: Vero obbedì a
Marco... come il tenente obbedisce a un proconsole o un governatore obbedisce
all'imperatore. Subito dopo la conferma del Senato, gli imperatori procedettero
alla cerimonia di insediamento presso i Castra Praetoria, l'accampamento della
guardia pretoriana. Lucio affrontò le truppe schierate, che acclamarono la
coppia di imperatores. Poi, come ogni nuovo imperatore, da Claudio in poi,
Lucio promise alle truppe un donativo speciale, che fu il doppio di quelli
passati: 20.000 sesterzi (5.000 denari) pro capite ai pretoriani, e in
proporzione agli altri militari dell'esercito. In cambio della donazione, pari
a diversi anni di stipendium, le truppe giurarono fedeltà ai due imperatori. La
cerimonia non del tutto necessaria, considerando che l'ascesa di Marco era
stata pacifica e incontrastata, costituì comunque una valida assicurazione
contro possibili rivolte da parte dei militari. In seguito a questi eventi
sembra che la moneta d'argento, il denario, cominciò un lento processo di
svalutazione, che portò sia alla riduzione del suo peso che del suo titolo (%
di argento presente nella lega), che passò dall'89% dell'epoca di Traiano al
79%. Il funerale di Antonino fu celebrato in modo che lo spirito potesse
ascendere agli dèi, come era tradizione. Il corpo venne posto su una pira.
Lucio e Marco divinizzarono il padre adottivo attraverso un sacerdozio preposto
al suo culto, con il consenso del Senato. Secondo le sue ultime volontà, il
patrimonio di Antonino non passò direttamente a Marco, ma a Faustina, che in
quel momento era incinta di tre mesi. Durante la gravidanza sognò di dare vita
a due serpenti, uno più agguerrito rispetto all'altro. A Lanuvium nacquero
infatti due gemelli: Tito Aurelio Fulvio Antonino e Commodo, che poi sarebbe
succeduto al padre come imperatore. A parte il fatto che i gemelli erano nati
lo stesso giorno di Caligola, i presagi sembra fossero favorevoli, e gli
astrologi trassero auspici positivi per i due neonati. Le nascite furono
celebrate sulla monetazione imperiale. Statua equestre di Marco Aurelio (Equus
Marci Aurelii Antonini), in bronzo, situata al Campidoglio (copia moderna non
fedele dell'originale che si trova ai Musei capitolini) Subito dopo l'adozione,
Marco promise come sposa a Lucio la figlia undicenne, Lucilla, nonostante fosse
formalmente suo zio. Alle celebrazioni dell'evento, furono donate delle somme
per i bambini poveri, come aveva fatto in precedenza Antonino Pio quando volle
commemorare la moglie scomparsa. I sovrani divennero popolari tra la gente di
Roma. Gli imperatori concessero piena libertà di parola, come dimostra il fatto
che un noto commediografo, un certo Marullus, poté criticarli senza subire
ritorsioni. In ogni altro momento, sotto qualsiasi altro imperatore, sarebbe
stato giustiziato. Ma era un periodo di pace e di clemenza e il biografo
riporta che Nessuno rimpiangeva i modi miti di Pio. Marco Aurelio sostituì vari
funzionari dell'impero: Sesto Cecilio Crescenzio Volusiano, responsabile della
corrispondenza imperiale, con Tito Vario Clemente, un provinciale, originario
del Norico, che aveva prestato servizio militare nella guerra in Mauretania e
in seguito aveva servito come Procurator Augusti in cinque differenti province.
Costituiva l'uomo adatto per affrontare un periodo di emergenza militare. Lucio
Volusio Meciano, che era stato uno degli insegnanti di Marco Aurelio, era
governatore della prefettura d'Egitto. Marco lo nominò senatore, poi prefetto
della tesoreria (Praefectus aerarii Saturni) e poco dopo ottenne anche il
consolato. Il figlio adottivo di Frontone, Gaio Aufidio Vittorino, padre dei
futuri consoli di età severiana Gaio Aufidio Vittorino e Marco Aufidio
Frontone, venne nominato governatore della Germania superiore. Non appena la
notizia dell'ascesa imperiale dei suoi allievi lo raggiunse, Frontone lasciò la
sua casa di Cirta e il 28 marzo rientrò nella sua residenza romana. Inviò una
nota al liberto imperiale Charilas, chiedendo di potersi mettere in contatto
con gli imperatori poiché, disse in seguito, non aveva osato scrivere direttamente
agli imperatori. L'insegnante si dimostrò immensamente orgoglioso dei suoi
allievi. Egli, ripensando al discorso tenuto per l'ascesa al consolato, elogiò A.
con queste parole: C'era allora una straordinaria capacità naturale in te,
perfezionata ora in eccellenza, il grano che cresceva è ora un raccolto maturo.
Lucio era invece meno stimato dallo stesso precettore, i suoi interessi erano
di livello inferiore. Annia Lucilla, figlia di Marco e moglie di Lucio Vero Il
primo periodo di regno procedette senza intoppi, così che M. poté dedicarsi alla filosofia e alla ricerca
dell'affetto popolare. Ben presto, però, nuove preoccupazioni avrebbero
significato la fine della Felicitas temporum, che il conio del 161 aveva con
disinvoltura proclamato. Nell'autunno del 161, il Tevere esondò dalle sue
sponde, devastando alcune comunità italiche e gran parte di Roma. Annegarono
molti animali, lasciando la città in preda alla carestia. «Marco e Lucio
affrontarono personalmente questi disastri» e le comunità italiche colpite
dalla carestia furono aiutate, permettendo loro di rifornirsi del grano della
capitale. In altri tempi di carestia, gli imperatori avevano tenuto le comunità
italiche fuori dai granai romani. Gli insegnamenti di Frontone continuarono nei
primi anni di regno di Marco. Frontone riteneva che, visto il ruolo ricoperto
da Marco, le lezioni fossero più importanti oggi di quanto non fossero mai
state prima. Riteneva che Marco desiderasse riacquistare l'eloquenza di una
volta, eloquenza per la quale aveva per un certo periodo di tempo perso
interesse. Frontone ricordò nuovamente al suo allievo l'antitesi tra il suo
ruolo e le sue aspirazioni filosofiche: Supponiamo, Cesare, che tu possa
raggiungere la saggezza di Cleante e Zenone, eppure, contro la tua volontà, tu
non possa comunque avere la mantella di lana del filosofo. I primi giorni
di regno di Marco furono i più felici della vita di Frontone: il suo allievo
era amato dal popolo di Roma, era un ottimo imperatore, uno studente
appassionato, e, forse più importante, eloquente come lui voleva. Marco diede
prova di grande abilità retorica nel suo discorso al Senato dopo un terremoto
avvenuto a Cizico. Aveva trasmesso il dramma del disastro, e il senato era
stato intimorito: improvvisamente la mente degli ascoltatori era più
violentemente agitata durante il discorso, che la città durante il
terremoto". E Frontone ne fu enormemente soddisfatto. Politica interna:
l'amministrazione dello stato In politica interna, A. si comportò, come già
Augusto, Nerva e Traiano, da princeps senatus, cioè "primo tra i
senatori" e non da monarca assoluto, rivelandosi rispettoso delle
prerogative del Senato, consentendogli di discutere e di decidere sui
principali affari di Stato, come le dichiarazioni di guerra alle popolazioni
ostili o le stipule dei trattati, come anche sulle nomine alle magistrature. Avviò
anche una politica tendente a valorizzare le altre categorie sociali: ai
provinciali fu reso possibile raggiungere le più alte cariche
dell'amministrazione statale. Né ricchezza, né illustri antenati influenzarono
il giudizio di Marco, ma solo il merito personale. Egli concesse cariche a
persone che riconosceva come illustri eruditi e filosofi, senza guardare alla loro
condizione di nascita. L'assetto amministrativo introdotto da Augusto quasi
centocinquant'anni prima, che fino a quel momento aveva preservato l'Impero
anche quando si erano succeduti imperatori dissoluti come Caligola e Nerone,
oppure in occasione della guerra civile del 69, era imponente e la sua classe
dirigente cominciava ad acquisire piena consapevolezza del proprio potere. Marco
istituì l'anagrafe: ogni cittadino romano aveva l'obbligo di registrare i
propri figli entro trenta giorni dalla loro nascita; colpì l'usura, regolarizzò
le vendite pubbliche e distrusse tutti i libelli diffamatori che circolavano su
molte persone. Proibì i processi pubblici prima che fossero raccolte prove
certe, garantì ai senatori l'antica immunità dalle condanne capitali, a meno
che ci fossero prove certe e una condanna ufficiale. Impiegò il denaro non in
splendide architetture, ma in opere di ricostruzione estremamente necessarie, o
in migliorie della rete stradale, da cui dipendeva la difesa dell'impero e il
progresso del commercio, o in fortezze, accampamenti e città.Egli non amava
particolarmente i giochi gladiatorii e gli spettacoli cruenti del circo, ma li
indiceva e li frequentava solo se non poteva esimersi; più tardi formò unità
militari ausiliarie di gladiatori a supporto delle legioni del nord, ma dovette
richiamarli per il malcontento del popolo che, nonostante le economie
necessarie a causa della guerra, reclamava il suo divertimento. Non riuscì a
realizzare i suoi ideali stoici di eguaglianza e libertà perché l'esigenza di
controllare le finanze locali portò alla formazione di una classe burocratica
che presto volle arrogarsi diritti e privilegi e che si costituì quale classe
chiusa. M. Pontefice Massimo Trascorse, inoltre, molto tempo del
suo regno a difendere le frontiere. Tra le altre leggi proibì la tortura per i
cittadini eminenti, prima e dopo la condanna, poi per tutti i cittadini liberi,
come era stato in epoca repubblicana. Restò valida per gli schiavi, ma solo se
non si trovavano altre prove. Venne comunque proibito di vendere uno schiavo
per utilizzarlo nei combattimenti contro le belve. Nei processi da lui
presieduti cercò sempre la massima giustizia ed equità per tutti, anche quando
doveva emettere una condanna secondo le leggi. A. e Lucio stabilirono ad
esempio la non punibilità di un figlio che avesse ucciso un genitore in un
momento di follia, materializzando così un primo concetto di infermità mentale.
Come molti imperatori, Marco trascorse la maggior parte del suo tempo ad
affrontare questioni di diritto come petizioni e controversie, prendendosi
molta cura nella teoria e nella pratica della legislazione. Avvocati di
professione lo definirono un «imperatore versato nella legge» e, come sosteneva
il grande Emilio Papiniano, «molto prudente e coscienziosamente giusto». Egli
mostrò uno spiccato interesse in tre aree del diritto: l'affrancamento degli
schiavi, la tutela degli orfani e dei minori, e la scelta dei consiglieri
cittadini (decuriones). Rivalutò la moneta da lui svalutata, ma due anni dopo
tornò sui suoi passi a causa della grave crisi militare che l'impero stava
affrontando a causa delle guerre marcomanniche. E mentre il fratello Lucio era
impegnato in Oriente contro i Parti, Marco era impegnato a Roma in questioni
familiari. La prozia Vibia Matidia era morta e sul suo testamento pendeva una
disputa legale, dato che il suo ingente patrimonio aveva attratto l'attenzione
di molte persone. Alcuni dei suoi clientes erano riusciti a farsi includere nel
suo testamento attraverso vari codicilli. Tuttavia, le sue volontà non potevano
essere riconosciute come valide, poiché in contrasto con la lex Falcidia:
Matidia aveva infatti assegnato più di tre quarti del suo patrimonio non alla
propria familia ma a gente estranea, fra cui un gran numero di suoi clientes.
Marco si trovò così in una posizione imbarazzante, dato che Matidia non aveva
mai confermato la validità dei documenti, anche se sul letto di morte alcuni
dei sedicenti eredi avevano colto l'opportunità per farli convalidare. Frontone
esortò Marco a portare avanti le rivendicazioni della famiglia ma quest'ultimo,
studiato attentamente il caso, preferì che fosse il fratello a prendere la
decisione finale. Benché a Roma vigessero la tortura e la pena di morte,
applicate con facilità soprattutto nei confronti di schiavi e stranieri, la
normativa di molti imperatori "illuminati" cercò di ridurre il numero
di reati punibili con pene severe, come in passato aveva già fatto Tito. Per
Marco anche gli schiavi andavano trattati come persone, seppure subordinate, e
non come oggetti, evitando quindi ogni crudeltà e rispettandone la dignità, a
differenza dei cristiani che spesso non si pronunciavano a favore della classe
servile. Alcuni critici tuttavia temevano che il movimento filosofico-giuridico
legato alla politica di affrancamento degli Antonini, se non fosse stato
profondamente ancorato al sistema economico romano, basato principalmente sulla
schiavitù, avrebbe portato all'abolizione de facto dell'istituto servile entro
un secolo, ed avrebbe comportato gravi ripercussioni economiche. Marco mostrò
un grande interessamento affinché a ogni schiavo fosse data la possibilità di
riguadagnare la propria libertà, qualora il padrone avesse espresso la propria
disponibilità a restituirgliela. Si racconta, infatti, che in una causa di
manomissione, portata alla sua attenzione dall'amico Aufidio Vittorino, e
citata in seguito dai giuristi come un precedente decisivo, egli favorì uno schiavo.
Coerente con lo stoicismo, filosofia contraria alla schiavitù, emanò numerose
norme favorevoli alla classe servile, estendendo le leggi già promulgate dai
suoi predecessori, a partire da Traiano, e ribadendo per esempio il concetto di
diritto di asilo per gli schiavi fuggitivi (che potevano essere puniti e uccisi
in ogni modo dal padrone) garantendo loro l'immunità finché si trovassero
presso qualsiasi tempio o qualsiasi statua dell'imperatore. Sul letto di morte,
Antonino Pio aveva espresso la sua collera nei confronti di alcuni re clienti,
che il Birley interpreta fossero quelli posti lungo i confini orientali. Il
cambio al vertice dell'Impero romano sembra infatti abbia incoraggiato Vologese
IV di Partia ad aggredire, nella seconda metà del 161, il Regno d'Armenia,
alleato dell'Impero romano, nominando un re fantoccio a lui gradito, Pacoro
III, un arsacide come lui. L'Impero dei Parti, sconfitto e parzialmente
sottomesso da Traiano quasi cinquant'anni prima, era così tornato a rinnovare i
suoi attacchi alle province orientali romane dagli antichi territori
dell'Impero persiano. Il governatore della Cappadocia, Marco Sedazio Severiano,
convinto che avrebbe potuto sconfiggere i Parti facilmente, condusse una delle
sue legioni in Armenia, ma a Elegia fu sconfitto e preferì suicidarsi, mentre
l'intera legione veniva completamente distrutta. E mentre tutto ciò accadeva in
Oriente, nuove minacce si profilavano lungo le frontiere settentrionali della
Britannia e del limes germanico-retico, dove i Catti dei monti Taunus erano
penetrati negli Agri Decumates. Sembra che A. non fosse pronto ad affrontare
simili problematiche poiché, come ricorda il suo biografo, non aveva potuto
maturare un'adeguata esperienza militare, avendo trascorso l'intero periodo del
regno di Antonino Pio in Italia e non nelle province, al contrario dei suoi
predecessori, come Traiano o Adriano. Scena di guerra tra Romani e Parti, sul
Monumento dei Parti a Efeso, celebrativo delle vittorie di Lucio Vero e Marco
Aurelio contro Vologese IV. Poco dopo giunse la notizia che anche l'esercito
del governatore provinciale della Siria era stato sconfitto dai Parti e che si
stava ritirando disordinatamente. Era quindi necessario intervenire con grande
rapidità, anche nella scelta dei migliori ufficiali da inviare lungo quel
settore dell'Impero così strategicamente importante. Marco pose a capo della
spedizione (expeditio parthica) il fratello Lucio perché, come suggerisce
Cassio Dione, era robusto e più giovane del fratello Marco, più adatto
all'attività militare. Birley suggerisce che Marco volesse spingere Lucio ad
abbandonare la vita dissoluta che conduceva e a capire i suoi doveri. In ogni
caso, il Senato diede il suo assenso, e nell'estate del 162 Lucio partì,
lasciando A. a Roma, perché la città ha chiesto la presenza di un imperatore. Era
però necessario affiancare a Lucio un adeguato staff militare (comitatus),
ampio e ricco di esperienza, e che comprendesse anche uno dei due prefetti del
pretorio: il prescelto fu Tito Furio Vittorino. I rinforzi vennero inviati da
numerose province imperiali fino alla frontiera partica. Frattanto Marco si
ritirò per quattro giorni a Alsium, una nota località turistica sulle coste
dell'Etruria, ma le numerose preoccupazioni gli impedirono di rilassarsi. Egli
scrisse allora all'amico Frontone, dicendogli che avrebbe evitato di
descrivergli nei particolari quello che stava facendo a Alsium, perché sapeva
che sarebbe stato rimproverato. Frontone rispose ironicamente e lo incoraggiò a
riposare, prendendo esempio dai suoi predecessori: Antonino era stato un
appassionato di palaestra, di pesca e di teatro, Marco trascorreva invece gran
parte delle sue notti insonni a risolvere questioni giudiziarie. Dai loro
scambi epistolari sappiamo che Marco non riuscì a mettere in pratica i consigli
di Frontone poiché ho doveri che incombono su di me che difficilmente possono
essere delegati e rimandati, adducendo la sua devozione al dovere. Conclude
informandosi della salute dell'amico e salutandolo addio mio ottimo maestro,
uomo dal cuore buono. Frontone rispose qualche tempo dopo, inviando all'amico
una selezione di letture e, per rimediare al suo disagio per lo svolgimento
della guerra contro i Parti, una lunga e meditata lettera, piena di riferimenti
storici, indicata, nelle edizioni moderne sulle opere di Frontone, De bello
Parthico (Sulla guerra partica). Frontone scrive che, anche se in passato Roma
aveva subito pesanti sconfitte, alla fine i Romani avevano sempre prevalso sui
loro nemici: Sempre e ovunque Marte ha cambiato le nostre difficoltà in
successi e i nostri terrori in trionfi.[164] Il teatro delle
campagne militari orientali di Lucio Vero Intanto Lucio, partito dall'Italia e
giunto dopo un lungo viaggio in Siria, fece di Antiochia il suo "quartier
generale", trascorrendo gli inverni a Laodicea e le estati a Daphne. Durante
la guerra, nel periodo autunnale/invernale del 163 o del 164, Lucio andò a
Efeso per sposarsi con Lucilla, secondo quanto stabilito da Marco, nonostante
circolassero voci sulle sue amanti, in particolare su una certa Panthea, donna
di umili origini. Lucilla aveva circa quindici anni e venne accompagnata dalla
madre Faustina, insieme a uno zio di Lucio, Marco Vettuleno Civica Barbaro,
nominato per l'occasione comes Augusti. Marco che avrebbe voluto accompagnare
la figlia fino a Smirne, in realtà non andò oltre Brindisi. Una volta tornato a
Roma, inviò istruzioni specifiche ai governatori provinciali affinché non
preparassero alcun ricevimento ufficiale. La capitale armena Artaxata, venne
presa nel 163 e alla fine di quello stesso anno Lucio assunse il titolo di
Armeniacus, pur non avendo mai partecipato direttamente alle operazioni
militari, mentre Marco si rifiutò di accettare l'appellativo fino all'anno
successivo. Al contrario, quando Lucio venne acclamato imperator, anche Marco
accettò la sua seconda salutatio imperatoria. Le armate romane si attestarono
stabilmente in Armenia e l'ex console di origine emesana, Gaio Giulio Soemo,
venne incoronato re tributario d'Armenia, con l'assenso di Marco. Vide le
armate romane entrare vittoriose in Mesopotamia, dove posero sul trono il re
vassallo Manno. Avidio Cassio raggiunse le metropoli gemelle della Mesopotamia:
Seleucia, sulla riva destra del Tigri, e Ctesifonte su quella sinistra.
Entrambe le città vennero occupate e date alle fiamme. Cassio, nonostante la
penuria di rifornimenti e i primi effetti della peste contratta a Seleucia,
riuscì a riportare indietro e in buon ordine la sua armata vittoriosa. Lucio
venne così acclamato Parthicus Maximus, mentre insieme a Marco venne salutato nuovamente
imperator, ottenendo la sua seconda acclamazione imperiale. Ancora Avidio
Cassio invase il paese dei Medi, al di là del Tigri, permettendo a Lucio di
fregiarsi del titolo vittorioso di Medicus, mentre A. otteneva la IV salutatio
imperatoria e il titolo di Parthicus Maximus. I Parti si ritirarono nei loro
territori, a oriente della Mesopotamia. Marco sapeva di dover ascrivere il
maggior merito della vittoria finale allo staff militare del fratello Lucio.
Tra i comandanti romani si distinse Gaio Avidio Cassio, legatus legionis della
III Gallica, una delle legioni siriane. Al ritorno dalla campagna, a Lucio
venne tributato un trionfo (12 ottobre del 166). La parata risultò insolita
perché comprendeva i due imperatori, i loro figli e le figlie nubili, come una
grande festa di famiglia. Nell'occasione Marco elevò i due figli, Commodo di
cinque anni e Marco Annio Vero di tre al rango di Cesare (il gemello di
Commodo, Fulvio Antonino, era morto l'anno precedente).[176] Scambi
commerciali con l'Oriente Magnifying glass icon mgx2.svgRelazioni diplomatiche
sino-romane. Proprio durante la guerra partica Marco potrebbe aver favorito
l'apertura di nuove vie commerciali con l'Estremo Oriente. Si ricorda, infatti,
negli annali del "Celeste impero", un'ambasceria inviata presso
l'Imperatore cinese della dinastia Han, Huandi (nel 166), nella quale i Cinesi
chiamarono l'imperatore romano col nome di Ngan-touen o Antoun. Ciò sembra
confermare che tale ambasceria (forse composta da soli mercanti), sia giunta in
Estremo Oriente proprio durante il regno di Marco Aurelio o del suo
predecessore, Antonino Pio, in quanto Antoun equivarrebbe in lingua cinese al
nome latino della famiglia imperiale degli "Anto[u]n-ini". Statua di
Marco Aurelio in uniforme militare (Museo del Louvre, Parigi). Marcomanni
e Sarmati nel 178 Il figlio adottivo di Frontone, Gaio Aufidio Vittorino, venne
inviato, dal 162 al 166, a governare la provincia della Germania superiore, ove
si trasferì con l'intera famiglia (a parte un figlio che rimase a Roma con i
nonni). La situazione lungo la frontiera settentrionale si presentava
estremamente difficile. Una postazione lungo gli Agri Decumati era stata
distrutta e sembra che molte delle popolazioni dell'Europa centrale e
settentrionale fossero in fermento. Regnava, inoltre, molta corruzione tra gli
ufficiali romani: Vittorino fu costretto, infatti, a chiedere le dimissioni di
un legatus legionis che aveva preso tangenti e numerosi governatori esperti
vennero sostituiti da amici e parenti della famiglia imperiale. Le tribù
germaniche e altri popoli nomadi avevano iniziato le prime incursioni lungo i
confini settentrionali romani, in particolare in Gallia e sul Danubio. Questo
nuovo slancio verso occidente era causato dalle pressioni che subivano a loro
volta dalle tribù germaniche più orientali e settentrionali. Una prima
invasione di Catti nella Germania superiore era stata respinta nel 162. Molto
più pericolosa fu l'invasione, quando i Marcomanni della Boemia, clienti
dell'impero romano dal 19 (ma ribelli sotto Domiziano, che vi scatenò contro
un'offensiva), attraversarono il Danubio, insieme a Longobardi e altre tribù
germaniche. Contemporaneamente, i Sarmati Iazigi attaccarono i territori
compresi tra il Danubio e il fiume Tibisco. Secondo la Historia Augusta,
conclusa la guerra partica, scoppiava così quella contro i Marcomanni, una
coalizione di natura militare, composta da una decina di popolazioni germaniche
e sarmatiche (dai Marcomanni propriamente detti della Moravia, ai Quadi della
Slovacchia, dalle popolazioni vandaliche dell'area carpatica, agli Iazigi della
piana del Tibisco, fino ai Buri di stirpe suebica del Banato). Era la naturale
conseguenza di una serie di forti agitazioni interne e dei continui flussi
migratori che avevano ormai modificato gli equilibri con il vicino Impero
romano. Questi popoli erano alla ricerca di nuovi territori dove insediarsi,
sia in conseguenza della forte spinta che subivano da altre popolazioni, sia
per il continuo aumento demografico della Germania Magna. Erano, inoltre,
attratti dalle ricchezze e dalla vita agiata del mondo romano. In quel periodo
la frontiera danubiana non poteva contare su buona parte dei suoi effettivi,
sia perché molte legioni avevano dovuto destinare consistenti distaccamenti
alla guerra partica, sia perché la grave epidemia di peste aveva falcidiato
numerosi reparti. Tale epidemia avrebbe causato una catastrofe demografica
prolungatasi per oltre un ventennio e paragonabile a quella causata dalla peste
nera. Nel 166/167 avvenne il primo scontro lungo il limes pannonicus ad opera
di poche bande di predoni longobardi e osii che, grazie al sollecito intervento
delle truppe di confine, furono prontamente respinte. La pace stipulata con le
limitrofe popolazioni germaniche a nord del Danubio fu gestita direttamente
dagli stessi imperatori, Marco e Lucio, ormai diffidenti nei confronti dei
barbari aggressori, recatisi pertanto fino alla lontana fortezza legionaria di
Carnunto. Al ritorno dalla campagna partica l'esercito portò con sé una
terribile pestilenza, in seguito conosciuta come la "peste antonina"
o "peste di Galeno", che si diffuse a partire dalle fine del 165 per
quasi un ventennio, mietendo milioni di vittime e riducendo drasticamente la
popolazione dell'Impero romano. Qualche anno dopo la malattia, una pandemia che
oggi si ritiene potesse invece essere vaiolo o morbillo,[185] avrebbe finito
per reclamare la vita dei due imperatori stessi. La malattia scoppiò di nuovo,
nove anni più tardi, secondo Dione, e causò fino a 2.000 morti al giorno a
Roma, infettando fino a un quarto dell'intera popolazione. I decessi totali
sono stati stimati in cinque milioni. La colonna di Marco Aurelio o colonna
antonina, fatta costruire dal figlio Commodo Dopo che la morte colse Lucio agli
inizi del 169 (secondo la Historia Augusta in seguito ad un attacco apoplettico
che lo colpì non molto distante da Aquileia, mentre autori moderni sostengono
che il decesso, forse causato dalla stessa peste, sopraggiunse mentre era
impegnato in nuove manovre militari lungo il limes danubiano), Antonino si
trova ad affrontare da solo i barbari ribelli e con decisione, piuttosto che
imporre nuove tasse ai provinciali, organizzò una vendita all'asta nel Foro di
Traiano degli oggetti preziosi appartenenti al patrimonio imperiale, tra cui
coppe d'oro e di cristallo, vasellame regale, vesti di seta, trapunte d'oro
appartenuti anche all'augusta moglie, oltre a una raccolta di gemme trovata in
un forziere di Adriano. In quell'anno Marco diede alla figlia Lucilla, rimasta
vedova di Vero, un nuovo marito, il fedele Claudio Pompeiano, un militare
esperto e affidabile, premiato in seguito con il consolato, nel 173. Marco
avrebbe voluto associarlo al trono, al posto dello scomparso Lucio Vero,
conferendogli perlomeno il titolo di Cesare, ma egli rifiutò sempre la porpora
imperiale. Frattanto lungo il fronte settentrionale, i Romani subirono un paio
di pesanti sconfitte contro le popolazioni di Quadi e Marcomanni le quali, una
volta penetrate lungo la via dell'ambra e attraversate le Alpi, devastarono
Opitergium (Oderzo) e assediarono Aquileia, il cuore della Venetia, la
principale città romana del nord-est dell'Italia. Questo evento provocò
un'enorme impressione: era dai tempi di Mario che una popolazione barbara non
assediava dei centri del nord Italia.[192] Contemporaneamente la
popolazione dei Costoboci, proveniente dalla zona dei Carpazi orientali, aveva
invaso la Mesia e la Macedonia, spingendosi fino in Grecia, dove riuscì a
saccheggiare il santuario di Eleusi. Dopo una lunga lotta, Marco riuscì a
respingere gli invasori. Numerosi barbari germanici vennero allora stabiliti
nelle regioni di frontiera come la Dacia, le due Pannonie, le due Germanie e la
stessa Italia. E sebbene ciò non costituisse una novità, Marco si adoperò per
creare sulla riva sinistra del Danubio, tra l'odierna Repubblica Ceca e
l'Ungheria, due nuove province di frontiera chiamate Sarmazia e Marcomannia.
Quelli che erano stati insediati a Ravenna si ribellarono e riuscirono a impadronirsi
della città. Per questo motivo, Marco non portò mai più nessun altro barbaro in
Italia, e mise al bando quelli che qui si erano stabili ti in precedenza. Marco
fu così costretto a combattere una lunga ed estenuante guerra contro le
popolazioni barbariche del Nord, prima respingendole e "ripulendo" i
territori della Gallia Cisalpina, del Norico e della Rezia, poi contrattaccando
con una massiccia offensiva in territorio germanico e sarmatico, in scontri
prolungatisi per diversi anni. L'imperatore, in seguito a questi conflitti,
poté fregiarsi dei cognomina Germanicus e Sarmaticus, ma contestualmente
abbandonò ufficialmente i titoli Armeniaco, Medico e Partico, che non volle più
tenere dopo la morte di Lucio Vero, giacché andava a quest'ultimo il merito del
loro conseguimento;[195] tuttavia egli, per via dell'impegno profuso lungo il
fronte pannonico, non riuscirà più a far ritorno a Roma. Dione e gli
altri biografi raccontano anche alcuni episodi particolari della guerra, come
il cosiddetto miracolo della pioggia, rappresentato anche nella scena XVI sulla
colonna di Marco Aurelio.[196] I Romani, circondati dai Quadi in territorio
nemico, si salvarono a stento da un possibile nuovo disastro. L'evento fu
utilizzato dagli apologeti cristiani per sostenere che non sarebbero state le
preghiere dell'imperatore a ottenere la pioggia in favore dei soldati romani
assetati, ma quelle di alcuni legionari di fede cristiana.[197] Sempre
nel 172-173 scoppiò una violenta rivolta in Egitto, guidata dal sacerdote Isidoro,
che arrivò a minacciare la stessa città di Alessandria. L'intervento di Gaio
Avidio Cassio e le discordie interne ai rivoltosi portarono alla fine del
conflitto entro breve tempo[198]. Rivolta di Cassio Avidio Cassio § La
ribellione. Nel 175, mentre preparava una nuova campagna contro le popolazioni
della piana del Tibisco, l'imperatore fu raggiunto dalla notizia che il
governatore della Siria, Avidio Cassio, uno dei migliori comandanti militari
romani, alla falsa notizia della sua morte, si era autoproclamato imperatore.
Secondo quanto ci tramandano sia Cassio Dione che la Historia Augusta, Avidio
Cassio accettò la porpora imperiale per volere di Faustina, poiché la stessa
credeva che Marco stesse per morire e temeva che l'impero potesse cadere nelle
mani di qualcun altro, visto che Commodo era ancora troppo giovane. Cassio
venne acclamato imperator dalla Legio III Gallica mentre la gran parte delle
province orientali, escluse Cappadocia e Bitinia, si schieravano a fianco dei
ribelli. All'inizio Marco cercò di tenere segreta la notizia
dell'usurpazione, ma quando fu costretto a renderla pubblica, di fronte
all'agitazione dei soldati si rivolse loro con un discorso (adlocutio)
rivelando di voler evitare inutili spargimenti di sangue tra Romani. Ma dopo
soli tre mesi, quando la notizia della morte di Marco si rivelò ufficialmente
falsa, il Senato romano proclamò Cassio hostis publicus, nemico dello stato e
del popolo romano e Avidio fu ucciso dai suoi stessi soldati. La testa
dell'usurpatore fu portata a Marco, come testimonianza dell'uccisione, ma
l'imperatore, che avrebbe voluto dimostrargli il suo perdono e salvarlo, non
esultò, al contrario esclamò: Mi è stata tolta un'occasione di clemenza: la
clemenza, infatti, dà soprattutto prestigio all'imperatore romano agli occhi
dei popoli. Io però risparmierò i suoi figli, il genero e la moglie, lasciando
metà del patrimonio paterno ai figli di Avidio Cassio, e donando una grande
quantità di oro, di argento e di gemme alla figlia. Viaggio in Oriente Marco
Aurelio: aureo MARCUS AURELIUS RIC III 357-159422M ANTONINVS AVG GERM SARM,
testa laureata con corazza e paludamentumTR P XXX IMP VIII COS III, la
Felicitas con caduceo e scettro AV (7,33 g). Nell'ultimo decennio di regno,
mentre si trovava lungo i confini settentrionali imperiali, Marco scrisse i
Colloqui con sé stesso, tornando di rado a Roma. Insieme alla moglie Faustina,
al figlio Commodo, al seguito composto dai comites del consilium principis e a
un ingente esercito, Marco visitò le province orientali Partito da Sirmio nel
luglio del 175, dopo essere passato per Bisanzio, Nicomedia, Prusias ad Hypium
e per Ancyra, giunse a Tarso, sostando in Cilicia dove, secondo Dione, molti si
erano schierati dalla parte di Avidio. Poco dopo aver passato la località di
Tanya, Faustina morì in circostanze poco chiare in un villaggio di nome Halala,
sito in Cappadocia ai piedi dei Monti Tauri. Cassio Dione riporta alcune
versioni sulla morte dell'Augusta: una prima ipotizza il suicidio, motivato
dall'aver stretto accordi per la successione con Avidio Cassio; una seconda
chiama in causa la gotta; una terza vedrebbe Faustina morire di parto dopo
un'ennesima gravidanza all'età di quarantacinque anni. Dopo la morte venne
divinizzata ufficialmente con degne cerimonie a Roma, per volere del Senato.
L'Augusta, che aveva spesso accompagnato il marito in guerra, era stata la
prima delle imperatrici romane a essere insignita del titolo di mater
castrorum.[204] Halala, il villaggio dove era morta, venne rinominato
"Faustinopolis". In suo onore furono istituiti collegi di
sacerdotesse e create le puellae Faustinianae, in ricordo dell'istituzione
benefica sorta in memoria della madre, la moglie di Antonino Pio, istituzione
che si occupava di fanciulle orfane della penisola italica.[204] Le fonti
antiche, in contrasto coi Ricordi di Marco Aurelio, spesso accusarono Faustina
di dissolutezza e di aver ripetutamente tradito il marito, con marinai e
gladiatori, tanto che da una di queste relazioni sarebbe nato Commodo, secondo
una diceria riportata dal biografo della Historia Augusta. Dopo questa ennesima
disgrazia famigliare, il princeps ripartì per la Siria, forse fermandosi a
visitare la città di Antiochia (che si era schierata con Cassio), perdonandone
i suoi abitanti, e qui potrebbe avervi svernato, incontrando alcuni personaggi
locali come il patriarca Giuda I. Riprese, quindi, il suo viaggio per giungere
nell'estate nel 176 in Egitto, dove ricevette una delegazione dei Parti. Nel
viaggio di ritorno dall'Oriente, dopo essersi imbarcato per l'Asia Minore,
passò per Efeso, poi Smirne (dove incontrò Elio Aristide) e, da ultimo, Atene,
dove il filosofo cinico Zenone aveva fondato la scuola stoica, sotto il famoso
portico dipinto, dichiarandosi "protettore della filosofia". Istituì
quattro cattedre permanenti di studio, finanziandole, una per ogni principale
scuola filosofica: platonici, aristotelici, epicurei e stoici.[209] In Grecia
prese parte anche ai riti dei misteri eleusini.Durante il tragitto lungo l'Asia
Minore e la tappa a Atene si rivolsero a Marco Aurelio e a Commodo anche alcuni
padri apologisti cristiani. Decise di associare al trono imperiale il figlio
Commodo, l'unico maschio superstite tra i suoi figli (dopo la morte del giovane
Marco Vero Cesare e quella di alcuni nipoti), nominandolo Augusto e
concedendogli la tribunicia potestas e l'imperium, benché avesse nei confronti
del figlio alcune perplessità. Marco celebrò, quindi, il matrimonio di Commodo
con Bruzia Crispina. A Roma, si dedicò ad amministrare la giustizia, cercando
di riparare a torti e abusi del passato; dispose la celebrazione di giochi
circensi, mettendo però un limite di spesa a quelli gladiatorii. Marco, che
aveva battuto le popolazioni germaniche e sarmatiche a nord del medio corso del
Danubio, ottenne per decreto del Senato romano il trionfo insieme al figlio
Commodo, da poco nominato Augusto. In suo onore venne eretta una statua
equestre, tuttora custodita nel Palazzo dei Conservatori. Offensiva finale in
Marcomannia e Sarmatia L'impero romano alla fine del regno di Marco Aurelio,
nel 180 L'apparente tregua sottoscritta con le popolazioni germaniche, in
particolare Marcomanni, Quadi e Iazigi, durò però solo un paio d'anni, fino al
177. Il 3 agosto del 178 Marco fu infatti costretto a marciare ancora una volta
verso la frontiera danubiana, a seguito di una nuova sollevazione dei
Marcomanni. Non sarebbe mai più tornato a Roma. Egli fece della fortezza
legionaria di Brigetio il suo nuovo quartier generale e da qui condusse
l'ultima campagna nella primavera successiva del 179, che aveva come obiettivo
quello di occupare stabilmente parte della Germania Magna (Marcomannia) e della
Sarmatia. Si racconta infatti che: «I Quadi essendo poco disposti a
sopportare la presenza di forti romani costruiti nel loro territorio tentarono
di migrare tutti insieme verso le terre dei Semnoni. Ma Marco Aurelio Antonino
che ebbe queste informazioni in anticipo della loro intenzione di partire per
altri territori, decise di chiudere loro tutte le vie di fuga, impedendo la
loro partenza.» (Cassio Dione. Dopo una vittoria decisiva nel 178, il
piano per annettere la Moravia e la Slovacchia occidentale (Marcomannia), per
porre fine una volta per tutte alle incursioni germaniche, sembrava avviato al
successo, ma venne abbandonato dopo che Marco Aurelio si ammalò gravemente nel
180, forse anch'egli colpito dalla peste che affliggeva l'impero da anni. La
sua salute, da sempre fragile e in costante declino, sembra lo costringesse a
fare uso anche di oppio per alleviare il dolore persistente che lo affliggeva
da anni allo stomaco, rimedio prescritto dallo stesso Galeno. Eugène Delacroix,
Ultime parole dell'imperatore Marco Aurelio, una rappresentazione moderna della
morte di Marco: l'imperatore, al centro, siede a letto, circondato da amici e
dignitari, e stringe il braccio di Commodo (a destra), vestito di rosso, sbarbato
e abbigliato in maniera orientaleggiante, con orecchini e una corona, e che
appare distante e poco interessato. «Uomo, sei stato cittadino in questa grande
città: che ti importa se per cinque anni o per cento? Quel che è secondo le
leggi ha per ognuno pari valore. Che c'è di grave allora se dalla città ti
espelle non un tiranno o un giudice ingiusto, ma la natura che ti ci aveva
introdotto? A stabilire che il dramma è completo infatti è chi allora fu
responsabile della composizione, ora del dissolvimento; tu invece non sei
responsabile né dell'una né dell'altro. Quindi parti sereno: chi ti congeda è
sereno.» (Marco Aurelio, 12.36.) Marco Aurelio muore nella
città-accampamento di Vindobona (Vienna).[19] Secondo invece quanto riferisce
Tertulliano, uno storico e apologeta cristiano suo contemporaneo, sarebbe
invece deceduto sul fronte sarmatico, non molto distante da Sirmio (odierna
Sremska Mitrovica, nell'attuale Serbia),[20] che fungeva da quartier generale
invernale delle sue truppe, in vista dell'ultimo assalto. Il Birley ritiene
infatti che Marco potrebbe essere morto a Bononia sul Danubio (che per
assonanza ricorda la località di Vindobona), venti miglia a nord di Sirmio. Iniziando
a stare male, chiamò Commodo al capezzale e gli chiese per prima cosa di
concludere onorevolmente la guerra, affinché non sembrasse che lui avesse
"tradito" la Res publica. Il figlio promise che se ne sarebbe fatto
carico, ma che gli interessava prima di tutto la salute del padre. Chiese
pertanto di poter aspettare pochi giorni prima di partire. Marco, sentendo che
i suoi giorni erano alla fine e il dovere compiuto, accettò da stoico una morte
onorevole, astenendosi dal mangiare e bere, e aggravando così la malattia per
permettergli di morire il più rapidamente possibile. Il sesto giorno, chiamati
gli amici e deridendo le cose umane disse loro: perché piangete per me e non
pensate piuttosto alla pestilenza e alla morte comune? Se vi allontanerete da
me, vi dico, precedendovi, statemi bene. Mentre anche i soldati si disperavano
per lui, alla domanda su a chi affidasse il figlio, rispose ai subordinati: a
voi, se ne sarà degno, e agli dèi immortali. Nel settimo giorno si aggravò e
ammise brevemente solo il figlio alla sua presenza, ma quasi subito lo mandò
via, per non contagiarlo. Uscito Commodo, coprì il capo come se volesse
dormire, come il padre Antonino Pio, e quella notte morì.Cassio Dione aggiunge
che la morte avvenne "non a causa della malattia per cui stava ancora
soffrendo, ma a causa dei medici che, come ho chiaramente sentito, volevano
favorire l'ascesa di Commodo", anche se secondo il Birley, "è inutile
avanzare ipotesi". Officiato il funerale, venne cremato, e fu
immediatamente divinizzato, mentre le sue ceneri furono portate a Roma e
deposte nel mausoleo di Adriano, che divenne così il sepolcro di famiglia da
Adriano a Commodo e, forse, anche per alcuni imperatori successivi, finché il
sacco visigoto della città lo danneggiò gravemente. Le sue campagne vittoriose
contro Germani e Sarmati furono commemorate con la costruzione della Colonna Aureliana
e di un tempio. Marco Aurelio aveva stabilito che a succedergli fosse il figlio
Commodo, che già aveva nominato Cesare nel 166 e poi Augusto (co-imperatore). Questa
decisione, che mise di fatto fine alla serie dei cosiddetti "imperatori
adottivi", venne fortemente criticata dagli storici successivi, poiché
Commodo non solo era estraneo alla politica e all'ambiente militare, ma fu
inoltre descritto, già in giovane età, come estremamente egoista e con gravi
problemi psichici, appassionato in maniera eccessiva di giochi gladiatorii (a
cui lui stesso prendeva parte), passione ereditata dalla madre. Marco
Aurelio riteneva, a torto, che il figlio avrebbe abbandonato quel genere di
vita così poco adatto a un princeps, assumendosi le necessarie responsabilità
nel governare un Impero come quello romano, ma così non fu. A conclusione del
principato di Marco Aurelio, Cassio Dione scrisse un elogio all'imperatore, pur
descrivendo il passaggio a Commodo con dolore e rammarico. Marco non ebbe la
fortuna che meritava, perché non era fisicamente forte e poiché dovette
affrontare, per la durata del suo regno, numerose difficoltà. Proprio per
questo motivo lo ammiro maggiormente, in quanto egli, in mezzo a difficoltà
insolite e straordinarie, non solo sopravvisse ma salvò l'impero. Solo una cosa
lo rese infelice, il fatto che, dopo aver dato l'educazione migliore possibile
al figlio, questi deluse le sue aspettative. Questa materia deve essere il
nostro prossimo argomento, dato che da quel periodo dei Romani deriva oggi la
nostra storia, decaduta da un regno d'oro a uno di ferro e ruggine.»
(Cassio Dione, 72, 36.3-4.) Carattere e pensiero filosofico Magnifying glass
icon mgx2.svgColloqui con sé stesso, Pensiero di Marco Aurelio e Letteratura
greca alto imperiale. Statua equestre di Marco Aurelio (Roma, Musei
capitolini) Marco Aurelio fu l'ultimo grande esponente dello Stoicismo. Marco
scrisse i Colloqui con sé stesso, come esercizio per il proprio orientamento e
auto-miglioramento. Il titolo è stata un'aggiunta postuma, originariamente
Marco intitolò l'opera “A se stesso”, ma non si sa se avesse intenzione di
renderla pubblica. Il saggio è considerato uno dei capolavori filosofici di
tutti i tempi. Sii come il promontorio contro cui si infrangono incessantemente
i flutti: resta immobile e intorno ad esso si placa il ribollire delle acque.
«Me sventurato, mi è capitato questo». Niente affatto! Semmai: «Me fortunato,
perché anche se mi è capitato questo resisto senza provar dolore, senza farmi
spezzare dal presente e senza temere il futuro». Infatti una cosa simile
sarebbe potuta accadere a tutti, ma non tutti avrebbero saputo resistere senza
cedere al dolore. Allora perché vedere in quello una sfortuna anziché in questo
una fortuna?» (Marco Aurelio, 4.49.) Politica religiosa e atteggiamento
nei confronti dei cristiani Magnifying glass icon mgx2.svgPersecuzione dei
cristiani sotto Marco Aurelio. Sebbene Marco abbia da sempre seguito la linea
indulgente degli imperatori Adriano e Antonino Pio, che continuò nei confronti
dei culti ammessi, è elencato tra gli imperatori persecutori dei cristiani.
Molti disordini si verificarono sotto il regno di Marco Aurelio, segnato da
epidemie, carestie e invasioni e più volte le folle diedero la caccia ai
cristiani, ritenuti responsabili di tutto (per aver causato la collera degli
dèi, avendoli negati), e i martiri furono numerosi. Marco Aurelio,
personalmente, non mostrò esplicito disprezzo per i cristiani, né li considerò
un vero pericolo, ma piuttosto dei fanatici. Monetazione imperiale del periodo
Magnifying glass icon mgx2.svgMonetazione degli Antonini. Il prototipo di
statua equestre è senza alcun dubbio la statua equestre di Marco Aurelio. In
precedenza l’opera bronzea si trovava nella piazza del Campidoglio a Roma,
prima di essere sostituita da una copia e trasferita nell’adiacente Palazzo dei
Conservatori. Historia Augusta, Cassio Dione, Aurelio Vittore, De Caesaribus,
16. Tertulliano, 25. Grant 1996,27.
Testo per esteso dell'epigrafe: Imperator Caesar Marcus Aurelius
Antoninus Augustus. Il luogo della morte
è incerto tra Sirmio o Vindobona: Tertulliano, 25: (LA) «[...] cum M. Aurelio
apud Sirmium rei publicae exempto die sexto decimo Kalendarum
Aprilium» «essendo stato Marco Aurelio strappato allo Stato a Sirmio il 17
marzo.» Aurelio Vittore, De Caesaribus, 16.14: (LA) «Ita anno imperii
octavo decimoque aevi validior Vendobonae interiit, maximo gemitu mortalium
omnium» «Il diciottesimo anno del suo governo, tra grandi lamenti, il più
forte e più grande di tutti gli uomini morì a Vindobona» Riportato invece
così in Aurelio Vittore, Epitome de Caesaribus, 16.12 (compendio, più tardo,
della stessa opera di Vittore, attribuita a lui stesso, ma con molta
incertezza): (LA) «Ipse vitae anno quinquagesimo nono apud Bendobonam morbo
consumptus est» «Egli stesso, nel cinquantanovesimo anno della sua vita,
venne consumato da una malattia a Vindobona.» Historia Augusta, Marcus Aurelius, 1.9;
McLynn 2009,24. Cassio Dione, Asse della zecca di Roma antica, RIC, III
(Antoninus Pius); BMCRE,1917; Cohen, Cassio Dione. Machiavelli, Gibbon Estensione e forza
militare dell'Impero nel secolo degli Antonini; in particolare I.78, in cui
l'autore descrive il buon governo degli imperatori adottivi; inoltre,273 nota 4
del testo disponibile su Google libri, in cui usa l'espressione "good
emperors". Cassio Dione. Il libro completo, che parla dell'epidemia
avvenuta sotto Marco Aurelio, è andato perduto; questa nuova epidemia fu la più
grave che lo storico avesse mai visto, a quanto narra nella "vita di Marco
Aurelio". Historia Augusta, A., Renan 1937.
Tra questi vi furono: Marco Aurelio Probo (CIL XI, 1178), Marco Aurelio
Mario (imperatore nelle Gallie), Marco Aurelio Caro e Marco Aurelio Carino (CIL
VIII, 10956), oltre a due imperatori suoi omonimi, Caracalla (AE 1911, 56) ed
Eliogabalo (il cui nome imperiale ufficiale era "Marco Aurelio
Antonino"; CIL VI, 40677 e AE 1990, 469) e che furono i primi, pur non
appartenendo alla dinastia antonina, ad usare il suo nome. Questi ultimi due,
in particolare, come già il padre di Caracalla, Settimio Severo, che aveva
riabilitato la memoria di Commodo, divinizzandolo e rimuovendo la damnatio
memoriae imposta dal Senato, e dato al figlio il nome di Marco Aurelio,
cercavano un collegamento diretto con gli Antonini al fine di nobilitare le
loro origini africane e asiatiche, quindi provinciali. Inoltre, una delle mogli
di Eliogabalo era una nipote di Marco Aurelio stesso, Annia Faustina. Il nome
Marco Aurelio divenne, quindi, un nome di famiglia dei Severi e, come «Cesare»,
«Augusto» e, più tardi, «Flavio», venne utilizzato come prenome imperiale da
molti altri. Birley
1990,317-318. Birley 1990,269 ss. Birley 1990,316. Birley 1990,313-319. CIL II, Birley 1990,31. Historia Augusta, Marcus Aurelius, Birley McLynn
2009,14. Birley 1990,34. Historia Augusta,
Marcus Aurelius, 1.5. Historia Augusta,
Marcus Aurelius, 1. Poiché suo fratello
Marco Annio Libone è stato console nel 128 e difficilmente potrebbe essere
stato pretore più tardi del 126, Annio Vero deve essere stato a sua volta
pretore prima di questa data, verosimilmente, appunto, nel 124. Birley 1990,34-35; Marco Aurelio, 1.2 Birley 1990,36-37; Tacito, Dialogus de
oratoribus, 28-29; Marco Aurelio, 5.4.
Marco Aurelio, 1.3. Birley; Marco
Aurelio, 1.17.7. Birley; Historia
Augusta, Marcus Aurelius, 2.1; Marco Aurelio, 1.14. Birley 1990,39; Marco Aurelio, 1.1. Marco Aurelio, 1.17; Birley Marco Aurelio,
1.4. Marco Aurelio, 1.6. Norelli,75 Marco Aurelio, 1.6; Birley
1990,43. Marco Aurelio, 1.10 e 1.12;
Birley 1990,46. Birley 1990,51-52. Guido Clemente Birley Guido Clemente Birley
1990,69. Birley 1987,38-42. Birley, Cassio Dione, 69, 22.4; Historia
Augusta, Hadrianus, Cassio Dione, 69, 22.1-4; Historia Augusta, Hadrianus,
24.8-13. Birley 1990,63-66; Grant
1996,12. Birley 1990,63. Mazzarino
1973,328. Marco Aurelio, 6.30:
"Bada di non cesarizzarti, di non impregnarti con la porpora: succede
infatti". Historia Augusta, Marcus
Aurelius, 6.5; Birley Marco Aurelio, 1.16.
Marco Aurelio, 5.16. Birley 1990,68. Marco Aurelio, 8.9. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 2.4 e
3.6. Birley 1990,108. Frontone, Ad Marcum Caesarem 4.8 (trad. da
Haines 1.184 ss.). Cassio Dione, 71,
36.3. Grant 1996,24. Birley Marco Aurelio, 1.11. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 2.4; Cameron
1967,347. Aulo Gellio, 9, 2.1–7 e 19.12;
Birley 1990,76-78. Birley 1990,65-67;
molti critici moderni hanno avuto dubbi per l'ammirazione dei contemporanei.
Filologi di fama espressero numerose critiche: Barthold Georg Niebuhr, lo
descrisse "frivolo", Samuel Adrian Naber lo trovò
"disprezzabile" (Champlin 1980, capp. 1-2); altri lo hanno definito
"pedante e noioso", scrivendo che le sue lettere non offrono né
l'analisi politica di un Cicerone né l'introspezione di un Plinio (Mellor 1982
commentando Champlin 1980); una ricerca prosopografica degli anni '80 ha
riabilitato, almeno in parte, la sua reputazione, cfr. ad esempio, sempre
Mellor 1982 su Champlin 1980. Birley
1990,88 ss. Birley 1990,78. Birley 1990,113. Birley Birley 1990,83 ss.; Marco Aurelio,
1.8. Marco ricorda Epitteto come una
guida spirituale, facendo spesso riferimento alle sue Diatribe e al Manuale
come ad esempio in Marco Aurelio, 11.34, dove lo cita e ne commenta alcune
massime. Birley 1990,336-339.
Birley 1990,126 ss. Champlin
1980,174 n. 12. Frontone, Ad Marcum
Caesarem 4.11 (trad. da Haines 1.202 ss.). Birley 1990,130-132. Marco Aurelio, 9.40. RIC, III 682
(Aurelius); MIR, 18, 13-2a; Calicó, 2055 (moneta illustrata); BMCRE,399
note. Inscriptiones Graecae ad Res
Romanas pertinentes, 4.1399, tradotta da Birley 1990,140. Birley Historia Augusta, Lucius Verus, 2.9-11
e 3.4-7; Birley Forse in omaggio ai filosofi greci o a causa di una cicatrice
(cfr. Melani, Fontanella e Cecconi,58).
Bianchi Bandinelli e Torelli 1976, scheda 131 (ritratti di
Adriano). Birley Birley 1990,140. Cassio Dione, 71, 33.4-5. Historia Augusta, Antoninus Pius, 12.4-8. Birley Historia Augusta, Pertinax, 13.1 e
15.8 Birley 1990,142-143. Historia Augusta, Lucius Verus,
4.2. Historia Augusta, Marcus Aurelius,
15-16. Historia Augusta, Lucius Verus,
3.8; Birley 2000,156 Historia Augusta,
Marcus Aurelius, 7.9. Savio
2001,331. Historia Augusta, Marcus
Aurelius, 7.10-11; Historia Augusta, Antoninus Pius, 12.8; Birley 1990,144-145. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 19.1-2;
Birley 1990,145. Historia Augusta,
Commodus, 1.2. Birley 1990,145-147.
Birley cita Mattingly 1940, Marcus Aurelius and Lucius Verus, nos. 155
ss.; 949 ss. Cassio Dione, 71.1, 3; 73.4.4–5. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 8.1.
Birley 1990,150. Historia Augusta,
Marcus Aurelius, 8.8; Birley 1990,151 cita Eck 1995,65 ss. Vittorino minore fu console assieme al nipote
di Marco Aurelio, Tiberio Claudio Severo Proculo nel 200 (AE 1996, 1163 e CIL
III, 8237). Birley cita Frontone, Ad Verum Imperator 1.3.2 (trad.
da Haines 1.298 ss.). Frontone, Ad
Antoninum Imperator 4.2.3 (trad. da Haines 1.302 ss.). Birley Historia
Augusta, Marcus Aurelius Birley Birley Historia
Augusta, Marcus Aurelius, 8-10 e 12. Historia Augusta, Marcus Aurelius,
Pulleyblank Historia Augusta, Marcus Aurelius, Historia Augusta, Marcus
Aurelius, La grandiosa colonna di Marco Aurelio di fronte a Palazzo Chigi (alta
42 m) fu eretta per ricordare proprio le vittorie sul fronte
germanico-sarmatico del Danubio. La colonna era sormontata da una statua
dell'Imperatore, dove ora è posta quella di san Paolo, così come accadde per la
colonna di Traiano, dove venne posizionata una statua di san Pietro in
sostituzione di quella dell'Optimus princeps), in Coarelli 2008,42-43. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 17 e
23. Renan, Eusebio, 5.1.77. Codice Giustinianeo, Digesto, 1, 18, 13. Codice Giustinianeo, Digesto, Historia
Augusta, Marcus Aurelius, 24.1-3. Codice
Giustinianeo, Digesto, Codice Giustinianeo, Digesto: «Item Marcus imperator […]
et ideo princeps providentissimus et iuris religiosissimus cum fideicommissi
verba cessare animadverteret, eum sermonem pro fideicommisso rescripsit
accipiendum». Birley 1990,165 ss.;
Millar 1993,6 e ss. Vedi anche Millar Frontone, Ad Antoninum Imperator 2.1-2
(trad. da Haines 2.94); Birley 1990,164; Champlin 1980,134. Historia Augusta, 24.1-3. Svetonio, Titus, 8 e 9. Casadei e Mattarelli Bloch Renan Birley
1990,170-172. Historia Augusta,
Antoninus Pius, 12.7; Birley 1990,148. Birley Mazzarino 1973,335 ss. Frontone, De Feriis Alsiensibus 4 (trad. da
Haines 2.19); Frontone, De bello Parthico 1-2 (trad. da Haines 2.21-23); e 10
(trad. da Haines 2.31); Guido Clemente 2008,633. Luciano di Samosata, Alessandro, Cassio
Dione; Luciano di Samosata, Cassio Dione, 71, 2.1. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 8.9. Birley 1990,151-154. Birley Champlin 1980,134; Frontone, De Feriis
Alsiensibus 4 (trad. da Haines 2.19); Birley Frontone, De bello Parthico 10
(trad. da Haines 2.31); Birley 2000,150-164; Birley Historia Augusta, Lucius
Verus, 9; Historia Augusta, Marcus Aurelius, 9.4; Birley 1990,159. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 9.4-6; Historia
Augusta, Lucius Verus, 7.7; Birley Birley 2000,163. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 9.1;
Historia Augusta, Lucius Verus; Frontone, Ad Verum Imperator 2.3 (trad. da
Haines 2.133); Birley 1990,159; Mattingly 1940, Marcus Aurelius and Lucius
Verus, 233 e ss.. Birley 2000,162.
Farrokh 2007,165; RIC, III, Antoninus Pius to Commodus. Birley 1990,163. Mattingly 1940, Marcus Aurelius and Lucius
Verus, nos. 261ff.; 300 ff. Birley ILS 1098; Birley 1990,179-180;
Mattingly 1940, Marcus Aurelius and Lucius Verus,401 ss.. Birley
2000,164. Birley 1990,183. Birley 1990,180; Pulleyblank 1999;
Mazzarino. Frontone, De nepote amisso 2
(trad. da Haines); Frontone, Ad Verum Imperator 2.9-10 (trad. da Haines 2.232
ss.) Birley Lucio Dasumio Tullio Tusco, un
lontano parente di Adriano, fu inviato in Pannonia superiore, per sostituire
l'esperto Marco Nonio Macrino. La Pannonia inferiore venne affidata al poco
conosciuto Tiberio Aterio Saturnino. M. Servilio Fabiano Massimo venne
trasferito dalla Mesia inferiore a quella Superiore quando Iallio Basso si era
recato ad Antiochia di Siria da Lucio Vero. La Mesia inferiore venne allora
affidata al figlio, Marco Ponzio Leliano. La Dacia venne divisa in tre
distretti, governati da un senatore pretoriano e da due procuratori. La pace
non poteva durare a lungo, la Pannonia inferiore disponeva di una sola legione,
ad Aquinco. Cfr. Alföldy 1977, Moesia Inferior,232 ss.; Moesia Superior,234
ss.; Pannonia Superior,236 ss.; Dacia, 245 ss.; Pannonia Inferior, Birley
Southern Ruffolo Birley Stathakopoulos 2004,95.
Birley 1990,186-187. Historia
Augusta, Marcus Aurelius, 14.8; Historia Augusta, Lucius Verus, 9.11. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 17.4. Cassio Dione, Birley; Alföldy 1977, Moesia
Inferior,232 ss.; Moesia Superior,234 ss.; Pannonia Superior,236 ss.; Dacia,245
ss.; Pannonia Inferior,251. Questa
invasione avvenne secondo Birley 1990,184-186, 194-196 e 207-208 ed altri
studiosi moderni (Brizzi e Sigurani 2010,393-394 e 398) nel 170. Birley 1990,208-213. Guido Clemente Kneissl Infatti i cognomina
Armeniaco, Medico e Partico sono assenti nella documentazione di carattere
ufficiale posteriori al 172, come ad esempio i diplomi militari: nello specifico
si veda, ad esempio, AE 1990, 1023 o AE 1987.
Historia Augusta,
Marcus Aurelius, 24.4. Tertulliano, 5,
6. Michael Grant, The Antonines. The
Roman Empire in Transition, Routledge, Birley Cassio Dione, 72, 27-29; Historia
Augusta, Marcus Aurelius, 26.10-12. RIC, Marcus Aurelius, 357 corr.
(no P P); MIR; Calicó, 2017; BMCRE, Astarita Birley 1990,239-240.
Historia Augusta, Marcus Aurelius, Historia Augusta, Marcus Aurelius, 19.1-8 e
26.3-9. Ammiano, Historia Augusta, Marcus
Aurelius, Cassio Dione, Birley IG II2 3620
Historia Augusta, Marcus Aurelius, 27.1.
Historia Augusta, Commodus, Historia Augusta, Marcus Aurelius, Historia
Augusta, Marcus Aurelius, 27.11-12.
Historia Augusta, Marcus Aurelius; Cassio Dione, Historia Augusta,
Marcus Aurelius, Historia Augusta, Commodus, 12.5; Historia Augusta, Marcus
Aurelius, Historia Augusta, Commodus, 12.6.
Birley 1990,259-261. Guido Clemente Cassio Dione, 72, 36; Grimal
Birley citato in Antonio de Guevara, Vita, gesti, costumi, discorsi, lettere,
di Marco Aurelio imperatore, Venezia, Historia Augusta, Marcus Aurelius, Cassio
Dione, Birley Cassio Dione, Erodiano, Commodo; Historia Augusta, Commodus
Perelli 1969,320-324. A., Sordi Corpus
Iuris Civilis. Codex Theodosianus. Wikisource-logo.svg Ammiano Marcellino, Res
Gestae Libri XXXI. Aurelio Vittore, De Caesaribus. Aurelio Vittore, Epitome de
Caesaribus. Traduzione in inglese qui Publio Elio Aristide, Orationes. Aulo
Gellio, Noctes Atticae. Wikisource-logo.svg Traduzione in inglese qui. Cassio
Dione Cocceiano, Historia Romana, Versione in inglese qui. Eutropio, Breviarium
ab Urbe condita. Erodiano, Storia dell'impero dopo Marco Aurelio (Τῆς μετὰ
Μάρκον βασιλείας ἰστορίαι). Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica (Ἐκκλησιαστικῆς
ἱστορίας). Versione in inglese qui Frontone, Epistulae. Gaio, Institutiones.
Historia Augusta, Vite di Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio, Lucio Vero,
Avidio Cassio e Commodo. Versioni in inglese qui, qui e qui. Livio, Ab Urbe condita
libri. Luciano di Samosata, Historia quomodo conscribenda (Πῶς δεῖ Ἱστορίαν
συγγράφειν), in Fowler & Fowler, The Works of Lucian of Samosata. Marco
Aurelio, Colloqui con sé stesso (in greco antico). Plinio il Giovane,
Epistulae. Plutarco, Vite parallele. Gaio Svetonio Tranquillo, De Vita
Caesarum, libri I-II-III. Wikisource-logo.svg Publio Cornelio Tacito, Dialogus
de oratoribus. Tertulliano, Apologeticum. Wikisource-logo.svg Fonti
storiografiche moderne in italiano Isabella Adinolfi, Diritti umani: realtà e
utopia, Venezia, Città Nuova, Astarita, Avidio Cassio, Roma, Edizioni di storia
e letteratura, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Mario Torelli, L'arte
dell'antichità classica, Etruria-Roma, Torino, Pomba, Bihlmeyer, Tuechle, Le
persecuzioni dei cristiani da Nerone alla metà del III secolo in "Storia
della Chiesa", "L'antichità", Brescia, Morcelliana, Birley,
Marco Aurelio, Milano, Rusconi, Giovanni Brizzi, C. Sigurani, Leoni sul
Danubio: nuove considerazioni su un episodio delle guerre di Marco Aurelio, in
Livio Zerbini, Roma e le province del Danubio, Soveria Mannelli, Rubbettino,
Thomas Casadei; Sauro Mattarelli, Il senso della Repubblica: schiavitù, Roma,
Franco Angeli, Guido Clemente, La riorganizzazione politico-istituzionale da
Antonino a Commodo, in Momigliano e Aldo Schiavone (a cura di), Storia di Roma,
II, Torino, Einaudi,ripubblicata anche come Storia Einaudi dei Greci e dei
Romani, Milano, Il Sole 24 ORE, Filippo Coarelli, “La colonna di Marco Aurelio”
(Roma, Colombo); Augusto Fraschetti, A.: la miseria della filosofia” (Roma,
Laterza, Pierre Grimal, Marco Aurelio, Milano, Garzanti, Giorgio Jossa, Giudei,
pagani e cristiani. Quattro saggi sulla spiritualità del mondo antico, Napoli,
Associazione di studi tardoantichi,Yann Le Bohec, Armi e guerrieri di Roma
antica: da Diocleziano alla caduta dell'Impero, Roma, Carocci, Santo Mazzarino,
L'Impero romano, vol. 2, Bari, Laterza, Parrino, I diritti umani nel processo
della loro determinazione storico-politica, Roma, Edizioni Universitarie
romane, Perelli, Storia della letteratura latina, Torino, Paravia, Ernest
Renan, Marco Aurelio e la fine del mondo antico, Milano, Corbaccio, Giorgio
Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza: il ferro di Roma e l'oro dei
mercanti, Torino, Einaudi, Adriano Savio, Monete romane, Roma, Jouvence, Marta
Sordi, I cristiani e l'impero romano, Milano, Jaca Book, Gregory S. Aldrete,
Floods of the Tiber in Ancient Rome, Baltimora, Johns Hopkins University Press,
Timoty D. Barnes, Hadrian and Lucius Verus, in Journal of Roman Studies, Anthony
Richard Birley, Marcus Aurelius: A Biography, Londra, Routledge, Anthony
Richard Birley, Hadrian to the Antonines, in The Cambridge Ancient History, The
High Empire, Alan Cameron, Anthony Birley's: "Marcus Aurelius", in
Classical Review, E. Champlin, The Chronology of Fronto, in Journal of Roman
Studies, London, Edward Champlin, Fronto and Antonine Rome, Cambridge, Harvard
University Press, Kaveh Farrokh, Shadows in the Desert: Ancient Persia at War,
Osprey Publishing, James Francis, Subversive Virtue: Asceticism and Authority
in the Second-Century Pagan World, University Park (Pennsylvania), Pennsylvania
State University Press, W.H.C. Frend, Martyrdom and Persecution in the Early
Church, Oxford, Basil Blackwell, Edward Gibbon, The History of the Decline and
Fall of the Roman Empire, Londra,
Strahan & Cadell, Michael Grant, The Climax of Rome: The Final Achievements
of the Ancient World, Boston, Little, Brown, 1968. Michael Grant, The Antonines:
the Roman Empire in Transition, New York, Routledge, Gregory Hays, Introduction
to Marcus Aurelius Meditations, Londra, Modern Library, C.R. Haines, Correspondance
of Marcus Cornelius Fronto with Marcus Aurelius Antoninus, Lucius Verus,
Anoninus Pius, and various friends, vol. 2, London & Cambridge (Mass.),
Collection Loeb, Harold Mattingly, Antoninus Pius to Commodus, in Coins of the
Roman Empire in the British Museum, Londra, McDowell, Coins from Seleucia on
the Tigris, Ann Arbor, University of Michigan Press, F. McLynn, Marcus
Aurelius: Warrior, Philosopher, Emperor, Londra, Bodley Head, Ronald Mellor,
Recensione a Fronto and Antonine Rome of E. Champlin, in The American Journal
of Philology, Fergus Millar, Emperors at Work, in Journal of Roman Studies, Fergus
Millar, The Roman Near East, Harvard University Press, Edwin G. Pulleyblank,
The Roman Empire as Known to Han China, in Journal of the American Oriental
Society, Christopher Scarre, Chronicle of the Roman Emperors: the
Reign-by-Reign Record of the Rulers of Imperial Rome, Londra; New York, Thames
& Hudson, Pat Southern, The Roman Empire: from Severus to Constantine,
London; New York, Routledge, Dionisyos Ch. Stathakopoulos, Famine and
Pestilence in the late Roman and early Byzantine Empire, Burlington (VT), Ashgate,
Stephen A. Stertz, Marcus Aurelius as Ideal Emperor in Late-Antique Greek
Thought, in The Classical World, Géza Alföldy, Konsulat und Senatorenstand
unter den Antoninen: prosopographische Untersuchungen zur senatorischen
Führungsschicht, Bonn, Habelt, Peter Kneissl, Die Siegestitulatur der römischen
Kaiser. Untersuchungen zu den Siegerbeinamen des ersten und zweiten
Jahrhunderts, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht. in francese Bloch, Comme
et pourqoi finit l'esclavage antique, in Annales. Histoire, Sciences Sociales, A. nelle opere
letterarie e filosofiche moderne Machiavelli, Il Principe, Niccolò Machiavelli,
Discorsi sopra la prima Deca di Livio, Voltaire, Dizionario filosofico,Cataloghi
e raccolte numismatiche (abbreviazioni) Banti = Banti, I Grandi Bronzi
Imperiali, (Nerva, Traianvs), Firenze, BMCRE = Harold Mattingly, Coins of the
Roman Empire in the British Museum, vol. IV (Antoninus Pius to Commodus), London, Calicó =
Xavier F. Calicó, The Roman Aurei (From the Republic to Pertinax, Barcellona,
2003. Cohen = Henry Cohen,
Description historique des Monnaies frappées sous l'Empire romain, communément
appelées Médailles impériales, vol. II (De
Nerva à Antonin, Paris, MIR = Bernhard Woytek, Moneta Imperii Romani, in OAW,
vol. XIV (Die Reichsprägung des Kaisers Traianus, Wien, Harold Mattingly &
Edward Allen Sydenham, Roman Imperial Coinage (Vespasian to Hadrian) e III (Antoninus
Pius to Commodus), London, Spink & Son, Treccani – Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Marco Aurelio, in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Marco Aurelio, in Dizionario di storia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Marco Aurelio / A. (altra versione), su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. A., su BeWeb, Conferenza
Episcopale Italiana.Marco Aurelio, su Find a Grave. Opere di Marco Aurelio, su
Musisque Deoque Opere di Marco Aurelio, su PHI Latin Texts, Packard Humanities
Institute.Opere di Marco Aurelio / Marco Aurelio (altra versione) / Marco
Aurelio (altra versione) / A. (altra versione) A. (altra versione), su
openMLOL, Horizons Unlimited srl.Opere di Marco Aurelio, su Open Library,
Internet Archive.Opere di Marco Aurelio, su Progetto Gutenberg.Audiolibri di
Marco Aurelio, su LibriVox.Marcus Aurelius, su Goodreads.Marco Aurelio, su
Discografia nazionale della canzone italiana, Istituto centrale per i beni
sonori ed audiovisivi.Rachana Kamtekar, Marcus Aurelius, in Edward N. Zalta, Stanford
Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and Information, Stanford.
Predecessore: Antonino Pio161–180 (con Lucio Vero, con Commodo) Commodo Predecessore
Console romano Successore Consul et lictores.png Gaio Bruttio Presente Lucio
Fulvio Rustico II140 Marco Peduceo Stloga PriscinoI con Imperatore Cesare Tito
Elio Adriano Antonino Augusto Pio IIcon Imperatore Cesare Tito Elio Adriano
Antonino Augusto Pio IIIcon Tito Enio SeveroTito Statilio Massimo145 Gneo
Claudio Severo Arabiano II con Lucio Edio Rufo Lolliano Avitocon Imperatore
Cesare Tito Elio Adriano Antonino Augusto Pio IVcon Sesto Erucio Claro II Appio
Annio Atilio Bradua161Quinto Giunio Rustico IIIII con Tito Clodio Vibio Varocon
Lucio Elio Aurelio Commodo IIcon Lucio Tizio Plauzio AquilinoMarco Aurelio
Campagne partiche di Lucio Vero Guerre marcomanniche Imperatori adottivi Imperatori
romani e relative linee di successione Stoicismo. Antica Roma Portale Antica
Roma Biografie Portale Biografie Filosofia Portale Filosofia Letteratura
Portale Letteratura Categorie:
Imperatori romaniFilosofi romaniScrittori romani Nati a Roma Morti a Sirmio Aforisti
romani Dinastia antoniniana Consoli imperiali romani Stoici Annii Auguri Sepolti
a Castel Sant'Angelo Marco Aurelio Persone legate ai Misteri eleusini. Italian philosopherone of the
most important onesVide his letters to his tutor Frontino – A., Roman emperor and
philosopher. Author of twelve books of Meditations (Greek title, To Himself),
Marcus Aurelius is principally interesting in the history of Stoic philosophy
(of which he was a diligent student) for his ethical self-portrait. Except for
the first book, detailing his gratitude to his family, friends, and teachers,
the aphorisms are arranged in no order; many were written in camp during
military campaigns. They reflect both the Old Porch and the more eclectic views
of Posidonius, with whom he holds that involvement in public affairs is a moral
duty. Marcus, in accord with Stoicism, considers immortality doubtful;
happiness lies in patient acceptance of the will of the panentheistic Stoic
God, the material soul of a material universe. Anger, like all emotions, is
forbidden the Stoic emperor: he exhorts himself to compassion for the weak and
evil among his subjects. “Do not be turned into ‘Caesar,’ or dyed by the purple:
for that happens”. “It is the privilege of a human being to love even those who
stumble”. Sayings like these, rather than technical arguments, give the book
its place in literary history. Ab avo meo Vero didici placidis esse moribus et iram
abstinens. Ex estimatione parentis mei cius recordatione ad verecundiam et VIRO
dignos mores usus sum. Matre in studio
pietatis erga deos isberalitate gimitatus. Præterea in abstinendo anno perpetrandis
modo sed et cogitandis flagitiis. Tum in frugalitate victus, ab opulentia
comitante luxu remotissima. A pro-avo id habui ut ne in publicos ludos comcarem
sed bonis præceptoribus domimex uterer, intellige regnullis hac in re parcendum
sumptib. Ab educatore, ne
auriga Praginus, aut Venetus, neuc palmularius aut scutarius fierem. Ab eodem tolerare labores, esse contentus parvo,
operari, non immiscere mc multis negociis, haud facile calumniam admittere,
didici. A Diogneto, tudium in res inanes non conferre, fidem abrogare iisque de
incantationibus, de monug pfligationib. acid genusalii reb pitigiatores
et impostores referent. Nec animi causa coturnices alere, aut fi milium rerum
studio et cupiditate teneri. Ite libere dicta ferre æquo animo, PHILOSOPHIAE ME
ADDICERE, audire primo Bacchiu, deinde Tandasidem ac Marcianum, scriber dialogos
puerili etate grabatu, pellem, aliağ ad greca disciplinam pertinentia,
usurpare. RUSTICI monitu in ea deveni cogitatione, mores meos correctione ac
cultu opus habere. Non esse imitandos sophistas, non esse instituendas de
contemplationibus scriptiones ne que oratiunculas adhortatorias declamandum neq
speciem VIRI exercitiis dediti, ac laboriosi ostentandam. Ad hæc rhetorica,
poetica ed atrologia abstinendum, domincuesticu, negaliis huius modi
rebutendum. Epistolas scribendas simpliciter, quomodo ipsius ad matrem meam est
epistola Sinueſſam missa. In super placabilitatem este et in alloquio
facilitatem exhibendam iis qui stomachu nobis moverint, aut aliquid deliquerít,
simulatqii redire adofficium volint. Diligenter etiam legendum, nec omnino
considerationem accuratam satis putandum, ne æceleriter adsentiendum loquacite
LOQUACITER CONVERSANTIBUS. Commentarios Epicteti legendos, quorum et e domo sua
mihi copiam fecit. Apollonius medocuit ut libertatem secta rer, certamg
constantiam, negalio un quam, ne minimum quidem, quam ad rectam rationem
respicerem ac semper mei similis essem in gravibus doloribus a missione prolis,
morbis diuturnis. Uc quem in vivo
exemplo evidenter contemplarer, posse eundem et durissimum esse et remissum
quam maxime. Tum etiam ut in percipienda doctrina menon morosum præberem sed circumspicerem
de homine qui palam experientiam et in tradendis scientijs facultatem mia nimum
suorum bonorum putaret. Præterea modum beneficia utiis videntur ab amicis
accipiendi ne vel accepta ea nos viliores redderent vel stupidem ne gligerenturato
permitterent. In Sexto de præhemdi comitatem et exemplum domo ad arbitrium
patris familias institute, vivem di secundum naturam, gravitatem nion simulatam,
ing consulendo amicorum commodis sagacitatem, facilitatem erga privatos, mores
omnibus accomodatos. Quo fiebat, ut eius consuetudo omni adulatione suavior
ipseos codem tempore in summa apud cos quibus cum agebat veneratione esset.
Porro autem expedicam viam acrationem inveniendi et disponendi præcepta ad usum
vitæ necessaria. item quod nequc iræ neo alius cuius animi commotio nis ullum
indicium dabat, sed simul et quam maxime affectibus vacuus et humanissimi erat
ingenii. In codem honc stam famam finciactatione. Multa rumorerum scientiam
citra ostentationem. Alexandrum Grammaticum obseruabam ab increpationibus sibi
tempera re, neque ignominiose castigare si quis barbarum, lolocum, aut absonum
quippiam protulisset sed civiliter id modo o dicendum fuerat, pronunciare. Perinde ac si respondens vel suam sententiam
interponeret, aut rationem re ipsa non verbo cum altero conferret. Aut omni no
alia quadam solerti et occulta correctione idem efficiebat. A FRONTONE didici
ut scirem quæ consequeretur tyranidem invidia quæ varietas simulatione. Et quod
omnino qui nobis patria icidicunt in humaniores quodammodo fint reliquis. Ab
Alexando Platonico, ne crebro neve nil necessitate coactus cuiquam dicerem
scriberemúeme esse occupatum ne ve identidem impendetia negocia prætendendo
debita familiaribus officia detrectare, A CATULO, ne parvi facerem li quid
amicus conquereretur, etiam et nulla id ab eo fieretratione. Sed anniterer eum
in pristinam gratiam rcducere. Item ut summa animi contentione præceptorum laudem
prædicarem. Uti de Domitio et Athenodoto traditum est. Ut yliberos vere
diligere. A fratre meo SEVERO amore familiarić et ucritatis iustitiæ. Per eundem
cognovi Thrasea, Helvidium, CATONEM, Dionem, BRUTUM. Idem mihi autor fuit ut
animo conciperem formam reipublicam in qua æquis legibus codemý iure omnia
administrarent, ac regni, cui nihil cf afet libertate subditorum antiquius. Eun
dem observans curis esse vacuum, constantiam in honore PHILOSOPHIAE habendo,
beneficentiam et liberalitatem perpetuam servare, bene sperare ac de amicorum
in amore certo libipolliceri, aq bus animo elſet factus alieno idiis non
occultum ferre. Nec amicis eius opus
esse ut de ipsius voluntate coniectura facerent sed eam apertam elle. Maximus
adhortatus me est, ut suo exemplo me ipsum regerem, neq ulla in re
præcipitarem, animo bono cùm aliis in calibus, tum in morbis essem. Ut moribus
ut erer temperatis, blandis, ac gravibus ut quæ instituissem expedite necma
gnacum molestia perficere. Dicebat
libi verba facienti aut a genti quic quam nemine non fidem habuisse ex animi
ipsum sententia loqui vel agree. Nullius rei admiratione se obstupuisse nunquam
aut seſsi nasse, aut cunctatum fuisse, nec trepidasse neq mæstitiæ, neo gaudii
nimium fuisse, neqz iracundum neq suspiciosum sed beneficum, placabilem,
veracm, magis có Itantia erroris secura o erratorum correc ioné præ se tulille.
Neminem fuisse, afe 1 abipfo conteptum, aut ipso pstantiorem putaret.
Liberaliter quoß facetum fuisse. Patris notavi humanitatem et inijs quæ semel
essent accuratem deliberata, pmansionem vanægloriæ et eorumque putant, ne que
sunt tim honoru contemptu, tudium laborum, assiduitatem. Libenter audiebat cos,
qaliqd reip. utile poterant adducere. In tribuendo unicuip dignitate suu firmiter
pſeuerabat, pitusubi intendendum et ſet, ubi remittedum. AMORES ADOESCENTU
lorum coercebat, utilitati publicæ, oes cogitationes intendebat. Amicis sec uncce
nan dı, autiter faciendi necessitate remittebat etque necessitate aliqua
impediti cum non conitati fuerant, cunde fempirfum inveniebant.In consiliis
accurateqd conducere possetīqrebat, ac conftanter, nec ob uiis quibusg
cogitationik. contento fine consultandi faciebat.Amicitiam conservabat, neq vel
satietaté amicorum capiebat, ne ad eosparandos furore aliquo ferebat. In
oib.reb. ola sua i se repogta habebat, læto vultu. Longe futura puidebat. Arq et
minima antem pparabat, idý citra tumultum. Acclamationes, oems adulationem
compescebat. Quæ ad magistratum erant necessaria, semper custodiebat, sumptus
procura bat, ncq detrectabat dcijsreb, causam dicere. Deos citra superstitionem
cole þat, homines ne demerebatur, ncquc auram popularem captabat. In omnib, his
sobrius, costans, nusquam ineptus, aut novitatis studiosus. Has porrò res, quæ ad
vitę commoditatem aliquid conducunt, quas fortuna suppeditat, liberaliter,
fimulý sincfastu tractabat, ita ut & liadeffent, haud solicite iis
uteretur, nec defidcraret, li deeflent.Nemo fuit, quieum aut sophistam, aut
vernam, aut hominem de schola esse diceret. Sed VIRUM MATURUM, absolutum,
adulatione superiorem, qui et seipsum regere, et ali ospoflet, Iam PHILOSOPHIAM
VERAM profitentes in honore habens, reliquis nihil exprobravit. Cæterum in consuctudi ne familiari commodus gratiosuso
extra fastidium erat. Corpus suum moderate curabat, non ut qui vitæ CUPIDUS,
aut cuiforme elegantia curæ esset, non tamen interim negligenter. Itag suæ
diligentiæ causa paucissimis medicorum pharmacis et fomentis opus habuit. Id in
co praeclarissimum fuit, quod facultate alicuius rei præditis concedebat abso
invidia, utoratoriæ, historiæ, legum, consuetudinum, aliorum gid genus. Quin
etiam ut gloriam iis rebusquibus excellebant, adipiscerentur, operam suam ipsis
navabat. Eccum ageret omnia secundum instituta maiorum, ne hoc ipsum quidem
studebat consequi, ut videretur a maioribus accepta obserualle. Ad hæc non erat
vagus aut levis sed locise et negociis iisdem soleba timmorari. Post intentissimos
capitis dolores, recens at que alaçer ad consueta opera redibat. Praeterea
pauca ad modum habebat arcana et hæc quoq tantum derebus publicis. Prudens
porroerat, moderatus cum in spectaculis exhibendis, tumin operum extructionibus
congiariis et aliis huius modi negotiis. Guippe vir ed ex usu foret potius,
quam quem gloria fa &tum sequeretur, reputans. Non utebatur alieno tempore
balneis, non erat ædificandi CUPIDUS, non de ciborum, non vestium texturæ aut infacturæ,
non formæ corporis elegantia anxius. Comitatus ei e prædio qui eum ab inferiori
casa deduceret. Inter Lanuvinos plerum Tusculano publicano utebatur, etiam
deprecante. Omnino in eius moribus nihil in erat in humanum, nihil in
verecundum, nihil procax, ne quod dicitur ad sudorem usque. Sed omnia ita
apta et concinna ut li per otium
cogitata fuissent, compositem, placidem, firmiter et sibi in vicem convenienter.
Ac commodari posset ei id quod de Socrate memoratur, quod et abstinere potuerit,et
frui reb.istis, quibus et carere ple rio per infirmitatem & in fruendo
continere se nequeunt: at temperare fibi ab utroque uitio pofle et sobrium
permanere, id VERO VIRI eft animo integroinui conspræditi: quod ille in morbo
maximi præstitit.A diis bonos avos, bonos parentes, bonam sororem, bonos praeceptores,
familiares, necessarios, amicos bonos accepi feren omnia bona: tum g in nullum
eorum quicquam deliqui, quam quam ita affectus, ut, si occasio incidisset, utiq
aliquid tale admisissem verum beneficio deorum evenit, neresita caderent, ut
hoc in me depræhenderetur. Id quoque iis acceptum refero, quod non diutius apud
concubinam avisum educatus, quodad PUBERTATEM CASTUS perveni, neque ante eam
VIR sum factus sed tempus expectavi. Quod principi et patri subditus fui, qui
erat omnem mihi superbiam excussurus, oftenfurúsque pofle eum qui in aula vivat
et ftipatoribus carere & vestibus pictis et facibus, ftatuisý certi
generis, reliquo ğluxu: Sed licercei proximum privato homini habitum ſumere:
imò verò eum splendorem eos, qui principes rempub.gerere velint, demissio, res
segnioresg efficere. Itemque eum fratrem sum nactus, qui moribus fuis me ad
curam mei ipsius habendam posset excitate, honore autemet amore in me suo delectare. Quod hberi mi hi
neque indole, neque corpore pravinati sunt. Quodmagnos in rhetorica, poetica,
reliquisg studijs progressus non feci, qme fortassis planem detinuissét, si me
feliciter pficeresenlitlem. Quod mature cos a quibus sum enu tritus in
dignitate constitui, quod mihi videbantur cupere, quodg id iuvenib. Adhuc praestiti,
neo diu cas future spela cavi. Quod Apollonium, RUSTICUM, Maximum cognovi. Quod
perspicueat ą sæpe numero naturalem vitam cum ani momeo reputavi, qualisnam ea
esset: nimirum quodad deos attineret & co rum munera, cogitationcsoninde
conceptas, nihil iam obstarc, quin aut secundum naturam viverem, aut non. Atque
boc quidem fore mca culpa, qui deûm monitus,actantùm non præcepta non
obferuaffem. Quòd in cali uita mcum corpus tandiu durauit.Quòdncquecú
Benedicta,nc cumThcodoto rem ha bui, fed & pofteàamore cócitus, rcctæ
rationi parui. QuòdRuſtico fæpiusin dignatus,nihil prætercà admiferim, cu ius
mepæniterepotuiſſet. Quòd ma ter, cum esset adhuciu venis moritura, reliquos
tamen vitæ suæ annos mocum exegit. Quod quotiescung pauperi ali cui, aut alias
indigenti opitulari statuissem, nunquam audivi, pecuniam mihi non esse, unde id
facere et quod mininum quam usu ucnit, ut alterius ope indigerem. Quod uxorem
ita obsequentem, mei AMANTEM ac limplicem habui. Quod alumni quibus liberos
meos credere idonei non defuere. Quod in somnis cum alia mihi remedia funtdata
tum contra sanguinis ex creationem ac contra vertiginem, hocg Caietę. Sicut
Chrękę cuğanimü ad PHILOSOPHIA adiunxič
ſem, nó incidi in sophistam aliquem aut scriptore vel a SYLLOGISMOS dissoluere
doceret aut meteora traderet. Olahực deorum auxilio, forcuna indigent. Hec in
Quadis ad Granuam. Solobatis sibi prædicere, erit ut incidam in curiosum,
ingratum, contumeliosum dolosum, invidum,
DISSOCIABILEM. Omnia hęcijs euenc runt ignoratione bonorum et malorum. Ego
vero, quinaturam boni perspectam habeo, quòdhoncstum fit, & mali, quod
turpc, ipfamg eius qui peccat natura, quod mihi lit cognata non quia ciul dem
carnis efs aut feminis sed mentis et divinem particulæ particeps a nullo cocum
lædi pollum. Nequccnimiamo V turpitudinem aliquam quisquam con ijciec. Ei porrò
quod mihi cognatum est, negira scipossum, neque insensus esse: ute nim unus
alterum iuvaret in suo opere, eo nati sumus, ut manus, ut pedes, ut palpebræ,
ut superiorum inferiorum o dentium ordines. quare contra natura est, ut in
vicem nobis repugnemus: atqui succensere at a versari se invicem, idquidem est
repugnare. Quidquid ego sum, idomne constat caruncula, animula et mente.
Proinde missos fac libros, neß stude, non enim licet. Quin tu, ut mox vitam cum
morte commutaturus,cor pussperne, quod est tabus, ossicula et reticulí
muliebris instar plexus nervorum, venarum arteriarum. Animaquog considera,
qualis ea sit. SPIRITUS nimirum, ne que is idem semper, sed qui in horasali us
efflatur, alius ſorbetur. Restat tertia pars, principatum obtinens. Proindelic
tecum reputa. Senex es? Ne patere hanc principem partem ulcerius feruire, necß
alieno impetu raptari, neq fatú uel præ sensi niquem fer, vel im pedes
subterfuge. Res decorum plenæ sunt prudentiæ. Fortuitæ aut non carent natura,
complexude corum quæ a prudentia administratur. Inde omnia fluunt:necessitas
etiam accedit, et totius universi cuius tu pars es utilitas. Porrò autem quòd
natura univerſi fert, quod quem ad eam facit conservandam, id bonum est unicui
vis univerli particulæ. Conseruant autem mundum, quemadmodum elementorum, ita
& exipsis concretarum rerum mutations.Hec sufficiant tibi, ac sem per
præceptorum locum habcant. Librorum vero Gitim proijce, ne murmurans moriare
sed vere placatus, at ex animo gratiam diis agens. A Emento quandiu hactenus ea
diftuleris, ac quoties prorogato tibi à diis tempore, co non ususlis. Certe
aliqua do te animadvertere oportet, cuius mundi pars sis et a quo mundi gubernatore
de fluxcris. Tum finem præscripti tibi temporis futurum. Quodquidem tempus G
ocio sus intra parietes consumpseris, elabet, nequeredibit unquam tibi
defuncto. Singulis horis animo in id incumbe ut fortiter, quemadmodum ROMANO ET
VIRO CONVENIT id quod præ manibus est, per agas, accurata & non fi &ta
gravitate, humanitate, liberalitate, iustictia g adhi bitis.Interea animum tuum
ab omnib aliis cogitationib. abduc: quodita fict, si unum quodlibet negotium,
eorum quæ in vita tua exequenda cibi fintpo stremum elfe iudicans, ita
conficias, ut ne quid vanitatis, affectuum a conglio avertentium, simulationis,
AMORE SUI, aut earum rerum quæ fato quodam ei negotio adiunctæ sunt improbationis
admittat. Cernis, quam pauca Gint ea, quorum có pos vitam felicem ac diuinæ
similem ui uerc homo potest? nam ea qui adferuarit, ab eo dijnihilultrà
exigunt. Ignominia te ipsum affice anime, contemnete ipsum inquam ut enim
honore te ipsum afficias, non tibi præterea tempus suppetet. Vita enim unicuiqueid
præbet. Quæ tibi propemodum iam exacta eſt. Nonigitur te ipsum venerare sed
felicitatem tuam aliorum in animis reposita habe. Non patere ab ijs quæ
extrinfecus accidunt, te circúagi,ſed otium tibipa raut boni aliquid
addiſcas,ac uagari de fine.Eft & alter declinandus error: nó. nulli enim
actibus uitæ ſuæ'confecti de lirant,quòdfcopum nullum habent,ad qué omnes ſuos
conatus & cogitatio nes dirigant. Haud temere quisquam repertus est infelix ea de causa quod
non inquireret quid aliorum animis accideret. Qui ucrò luiiplius animi motib. non obsequitur,
necessario miser est. Horum semper oportet recordari, quæ sit uniuerli natura,
quæ mea, quomodóque hæc ad illam lit affecta, qualis pars ca cuius totius Git:
adhæc neminem esse qui obstet, quo minus semper ea, quæ naturæ cuius tu pars es
Gintconfentanca et agas et dicas. THEOPHRASTUS in comparatione peccatorum, ubi ostendit
communiorem ea inter se conferendi rationem, PHILOSOPHICE, inquit, ea quæ per
cupiditatem conmittuntur peccata, graviora esse iis quem periram. Et enim iratus videtur cum
dolore quodam et occulte correptus animo a recta ratio ne divertere. Qui vero per cupiditatem peccat, victus a voluptate,
intemperantior altero censetur, magilý EFFEMINATUS. Recte igitur et ut PHILOSOPHO
diagnum erat. In maiori esse culpa pronunciavit cui voluptas, quam cui dolor
peccandi fuisset causa: ac omnino hic ante læsus, & propter doloré iratus,
ille sponte sua ad delinquendum cupiditatis explendæ causa fertur. Omnia tibi ita et agenda sunt et
dicenda et cogitanda, ut Giam nunc vitam in exitu esse arbitreris. Cæterum e
vivis discedere, si quidem dii sunt, nihil habet incommode. Neque enim ii te
aliquo malo sunt affecturi. Sin autem, vuel non sunt dii, uc!res humanas non
curant, quid atti nebatui vere in mundo deum, ac prouidenti z uacuo? Enim vero
et sunt dii et rerum humanarum curam gerunt et ut ne homo in ea, quæ re vera sunt
mala, incideret, id quidem in eius potestate posuerunt. In reliquis rebusliquid
mali inesset, utique & hinc ei prospexissent, ne omni noin malum incideret.
Quod uerò hominem deteriorem non efficit, quonam id modo uitam eius poflet
redderepeiorem? Et quidem um niuerli natura nunquam neg perigno rationem,ncg
fciens quidem, non ua lens autem cauere autemědare illa, tan tum errorem
admiſerit,neque imbecil licatis,nequeinſcitiæ caula, ut bona & mala bonis
malisque hominibus promiscuem et ex æquo accidant. Atqui mors et uita, honor et
ignominia, dolor et voluptas, opes et paupertas, omnibus hæc uniuersa eadem
ratione hominibus cum bonis tum malis contingunt, ſuntg neque honesta, neque
turpia: ergo neque bona quidem, neque mala. Quam celeriter omnia aboletur, in müdo quidem
corpora, in quo autem etiam corum memoria. Omnia quæ sub sensum cadut, ac
præsertim ea, quæ vel voluptate alliciu ut, vel dolore terrent, vel faste suo clara
sunt, quam vilia sunt ca omnia et contemptione digna, quam sordida, obnoxia
interitui et mortua? Intelligentiæ est, indagare quidnam sintii, quorum
opiniones et voces gloria. Quidnam estmors? Certe si quis ea per se intueatur,
cogitatio neg omnia ab ea separet, quæ ciinesse videntur, isi am nihil aliud
existimabic esse mortem, quam opus naturæ. At vero PUER EST, qui nature
aliquod opus formidat. Et quidem mors non opus solum est naturæ sed et prodest
ei. Qoónam modo Deus hominem attingis et qua hominis parte?preterea quomodo
affe citur eo tactu pars illa? Nihil miserius cít eo, qui omnia circulando scrutatur,
et quod aiunt ea etiam quæ ſunt infra terram rimatur, coniecturağ ea quæ in
aliorum animis eueniant inquirit, neg ſentit ſufficere,utſuu quiſq quiin ipſo
ineſt genium obferuet, eumlegitimè colat.Colitur autem, fi quis ſeiplum ab
animi perturbationib.à vanitate,ab in dignatione eorum caufa quæ à diis aut
hominibus aguntur concepta,uacuum conseruet. Quæ enim dijagút, virtutis causa
honorem quæ ab hominibus, cognationis nomine AMOREM merentur: nonnunquam etiam
miserationem, ratione ignorationis eorum quæ bona aut mala ſunt. qui sane
defectus non uilior eſt eo, quo ne inter album et nigrum discernere poſsimus, impediunt.
Quodf tria annorum millia tibi vivenda forent, insuperg triginta alia, tamen
recordandum tibi est, neminem aliam ab ea quam vivit uitam deponere, negaliam
dep nere quam eam quam vivit. Itagidem est longissimum spatium cum eo quod est
brevissimum. nam quod praesens eſt, id omnibus idem est, quanquã id quod
perijt, non fitidem, atqid quodamitti temporis punctum eſſe apparet. Ete nimncß
præteritum aliquis,neß futu rum quicquã amittere poteft:qui enim id ei
adimatur, quod ne habet quidem. Duo itag hæc memoria sunt tenenda, unum, omnia
ab æterno eſſe ciufdé for mæ, atq circulo reuolui,nequedifferre quicquam,
eadémne cétum aliquis, aut ducentis annis, an uerò infinito videat tempore.
Alterum, quodis qui diutif sime uixit, & is qui celerrimem moritur, tantundem
amittunt: eo enim tantum priuantur, quod præsens est, quando id etiam solùm
habent: quod autem non habet, neid ne deperditur quidem, Universa elle ſita in
opinione. Quod patet ex his quæ cum Monimo Cynico sunt disputata. Perſpicua
autem eft c ius quod dictum eſt utilitas, fi quis ea tenus eius fuauitatem
admittat, quate nus ueritati congruit. Anima hominis contumelia se ipsam multis
modis afficit. Primo, quum quantum in se ipsa Gitum eſt,abſceſſus quidam, &
qua fulcus mundi fit. Abscedit autem à natura, quando ea quæ fiunt, iniquo fere
animo: cuius quidem naturæ una in par e reliquæ singulorum naturæ omnes
continentur. Deinde, quum hominem aliquem auerlatur, aut lædendi causa
adversatur: hoc est iratorum. Tertiò, quum uoluptati aut dolori ſuccum bit.
Quartò, quum fimulat, fidéquc aliquid autfacit aut loquitur. Quin to, quum
fiquam actionem aut cona. tum ad nullum certum scopum diri git, fed fruftrà
quicquam,nulláque con fequentia agit: quum oporteat etiam minima quæg ad certum
finem referri. Finis autem animantiratis eprædi to propoftus eft utrationem
atque Le gem ciuitatis uetuſtiſsimæ fequatur. Humanæ quidem uitæ tempus,momë
tum eft, natura fluxa,fenſus obſcurus: totius corporis temperamétum putrc
fcitfacilè, animauaga eſt, fortuna quæ fit, difficile eſt colligere,
famaincerta eſt. Atque ut ſummam rei dicam, o mnia quæ ad corpus pertinent,
fluuij naturam habent, quæ ad animā,inſom nij & fumi:uita bellum eſt, &
peregri natio, fama poſt mortem,obliuio eft. b4 Quid ergo eſt quòd tutò hominem por fit deducere?
PHILOSOPHIA. Ea verò in hoc consiſtit, ut genium quiin te est, incontaminatum
conferues, atqz illesum, la voluptatibus et doloribus superiore: ut nihil
fruſtrà, nihilfictè aut falſò agas: nihil cures, agátne quicquam alius, aut
omittat.Præterea, ut ea quæ accidūt, fa tóue eueniunt, ita accipias, tanquã
inde miſſa, unde tu quoqueneris.Poftremò, utplacıdo morté animoexpectes,quip
penihil aliud,quàm diffolutionem ele métorum eorum,ex quibus unūquod libet
animal concretum eſt. Iam Gipfis elementis nihil mali euenit continenti bus
iſtis mutationibus, quibus ipfain ter ſe alia identidem in alia uertuntur,
quænam causa est, cur de mutatione universi corporis, dissolutionéque fini
ſtrum quicquam suspicari debeamus? Cum ea fecúdum naturam fiat. nihil vero
malum est, quodnatura cuenit. Hæc Carnunti disputata. qonhoc tantum est
considerandum, singulis diebus vitam cossumi, parcég eius ſubinde
minorérelinqui: fed & hoc cogitandum,getſiquis diutius lit uictu
rus,incertum tamen eſt, lítne fuppedita tura eadem intelligentia ad cognoſcen
das res et contemplationem cuiusfiniseft peritia rerü diuinarű at humanarum,
Etenim & delirare ceperithomo,fpira bit quidé nihilominus, nutrietur, imagi
nabitur, appetet, reliquasgid genus facultates retinebit: ca vero vis, qua se i
plo uti queat, rationes officii subduce re accuratas, quæ animo pręcepitin or
dinem collocare, de coipſo an iam tem pus fit uitam relinquendi delibcrare, ac
fi quæ alia sunt, ad quæ obcunda ratione probè exercitata opuseft, ea inquã uis
iam antem extincta est. Feftinandum eſti gitur,nonidcò ſolú, quòd fubinde moc b
s ti propiores fimus, fed &quia
rerum in telligentia nos ante exitum uitæ deſti tuit.Id quoß observandum, ca
quę appendicis quafi loco adhæréthis quæ na tura fiunt,haberenonnihil gratiæ
& o blectationis.Viquum panis pinlitur,ui demusquaſdam particulaseius
rumpi: quod ipſum etli quodãmodo accidit præter inſtitutú piſtoriæ artis, habet
ta mennónihil decoris,appetitumg cibi ſuo quodammodo excitat. Ficus quog quú
maximè maturæſunt, fati scut, itém Oliuis maturissimis quiddam putredi
niproximum,pulcritudinem peculiaré addunt. Iam ſpicas deorſum le flecten tes,
leonis ſupercilium, fpumam apro rú ex ore effluentem,multa eiuſmodi alia fiquis
ſeorſim confideret,intelliget ca ctGlongèabſuntà pulchritudine,tas men quia
rebus naturalibus inhærent, & eas conſequuntur,co &ornatum his adferre,
& delectare. Quam obrem qui attentiùs ea quæin rerum natura fi untmente
contemplatus fuerit, nihil pon eleganter eſſe factum putabit, e tiam corum quæ
appendicis loco res naturales conſequuntur. Itaque ue ros belluarum rictus haud
minori cum uoluptate afpiciet, quàm quos picto res & figuli effingunt:
uetulæ etiam & ſenis maturam ætatem, puerorúmque amori aptum florem caſtis
oculis in tuebitur: multaque alia cernet, non a. pud omnes fidem inuenientia
sed apud eos folùm, qui naturam, ciúſque opera rectè intelligit. HIPPOCRATES
quummultos sanasset morbo, ipſemor bo deceffit. Chaldæi multis finem vitæ
prædixerunt: post ipsos etiam fatum arripuit, Alexander, Pompeius, & C. Cesar,
quum totas urbes toties deleuiſ ſent, commiſſó queprælio multa cqui. tum
peditúmque millia cecidissent, i pli quoque tandem uita exceſſerunt. HERACLETUS,
multa de natura rerum et incendio finem univerfo allaturo quum disputasset, ipse
intercutc aqua distentus, ftercore bubulo oblitus mortem obijt. DEMOCRITUM
pediculi, SOCRATES CICUTA absumplit. Quorſum hæc? Ingressus es vitam,
navigasti, uc et us cs: discede. Quod fi abcundum esti n aliam vitam, equidem
neibi quido erit quicquam dijs uacuum:lin omnissensus adiinet, non iam præterea
dolores ac uoluptates ferēdæ, nec ferviendum vaſi tantò deteriori. Quinimo quod
servit, id supererit, nimirum mens et genius: cum uas illud terra fit, &
tabus.Proinde reli quum uitæ tépusne abſume de alijs co gitando, nifi ad commune
aliquod co modum id referatur: alioquin enim in terim ab alio negotio
detineberis.Nam cogitare,quid hic uelille agat, quamob rem, quid loquatur, quid
cogitet, quid moliatur automnino de alijs effe folici tum, id uerò efficitur
euagemur,neque obferuemus eam quæ principatú in no bis obtinet partem.Itaq;in
ſerie cogita tionú declinanda eſt uanitas, omniúş maximè curiofitas, &
malitia.Adſuefa cere teipfum debes, ut de his tantùm re bus cogites, de quibus
fi quis te fubitò interroget quid nunc mediteris, confe ftim liberè pofsis
refpondere, hocaut boc:nimirum ut ftatim conſtet,cogita tiones tuas eſſe
ſimplices,placidas,con fentaneas animali fociato alijs, ac negligenti earum quæ
ad uoluptatéoble & ationemúefaciant cogitationum,ua cuo contentionis,
inuidiæ, fufpitionis, aliorúmue, quæ ſi te animoagitaffefaf fus eſſes,pudore
ſuffundi oportuiſſet. Virad hunc modum compoſitus, non eft cur diutiusexpectet
nomen eius, qui in optimorum Gii numero. Est enim fa cerdos quasi et administer
deum, uti turg eo, quod in ipso tamquam sacrario est positum. Id autem hominem
præstat purum a voluptatibus, inviolatum à do Ioribus, intactum A LIBIDINE
inſciumo mnis malitiem, certatorem maximi certaminis (ne scilicet ullus cum
affectus de ijciat altem tinctum iustitia, ex animo contentum ijs quæ eveniunt,
fató vedesti nata ipsi sunt, non sæpe, ncg niſi magna & publica necessitate
urgente, de alio rum dictis, factis, aut cogitationibus meditantem. Solis enim
iis quæ in ipso sunt ad agendum intentuseſt, ac quæ à fato universi ipsi sunt
deſtinata, continenter conſiderat. Nam illa cenſet honeſta & pulcra: quæ
uerò fibi obtigerunt, cabo Dacſſe perſuaſum habet: quippe uniufs cuius factű
& constat aliunde, & fecü aliud adfert.Meminit etiam oia ratione
prædica eſſe interſe cognata, eſſeſ,ho minis naturæ cóueniens, ut omniūho minú
curā gerat: exiſtimationem auté non ab omnibus hominibus petédam, sed ijs
tantùm, qui naturæ conuenienter vivunt. Qui uerò aliter uiuunt, hi quales ſe
domi & extra ædes,noctu at que interdiu gerant,ac quibus fc homi nibus
admiſccant, perpetuò memoria tenet: ab his igitur laudariſe nihil cu rat, quum
ij ne fibi quidem ipfis pro. bentur. Ne inuitus accedas ad agen dum, neque
cotus humaniimmemor, neque non bene cogitata re, neque pa tere te retrahi:nein
cogitationibustuis aftutiam ſecteris,nequeuerbolusfis,ne que multa negocia
ſuſcipias. Enimue ro Deus qui in te ineſt, præfit'tibi,ma ſculo animanti, ſeni,
ciui,Romano, ac principi, qui ſeita comparauerit, ut ad abitum inſtructus
expecter quando re ceptui ex hac uita canat. Neiuramen toindigeas, néue hominis
alicuius teſti monio, Hilari eſto uultu, ac qui exter " A nominiſterio
poſsit carere., eám quam alij ſuppeditent quietc. Rectú elle expe dit te, nó
quilapſus ſe erigat. Si quid in uita humanainuenis potius iuſtitia,uc ritate,
temperantia, fortitudine,autfi quid aliud melius eſt, quàm animum tuum eſſe
ſeipſo contentum, quatenus præſtat ut fecundum rectam rationem agas: ſi, inquam,
in fato, & ijs quæ abfo tuo delectu tibi ſunt deſtinata inucnis aliquid his
quæ dixi præſtabilius, caut fruaris toto animo incumbe.Sin co qui in te eft
collocatus genio nihil præftan tius inuenis, qui & appetitus fibijpfi
fubiecit, & uifa examinat, &à perſua fionibus ſenſuum ut dicebat
Socrates scipsum abduxit, féque Dco ſubmißt et pro hominibus procurat: fi hoc
inferiora omnia, & uiliora de prehendis, nulli alteri rei locum con cede,
nefemel ad eam inclinans, poft hac proprium illum tuum bonum præ ferre omnibus
rebus nequeas. Nes fas enim eft ullam aliam diuera generis rem bono
rationcprædito, & effe &tri ci opponi: ut laudem popularem, principatum,
divitias, voluptatum perceptionem: hæc omnia,quel parùm te iis accómodare uiſum
fuerit,confeftim præualent et à recta uia abducunt. Tu uerò, inquam,
fimpliciter ac liberè id quod eſt meliuselige,eiginhære:me lius autem eſt id
quod conducit. At hocipſú fi ea ratione fitutile, quatenus métem habes, serva: lin
quatenus es ani mal,repudia, & iudicium integrum reti ne. Id modo cura, ne
quid, p tuo como do amplectaris, quòd pofsit aliquando tecompelleread fallendum
fidem,pro dendam uerecundiam, odium alicuius, fufpitiones, imprecandum,
ſimulandú, appetendúmue aliquid, quod parietes & uelamenta degideret.
Etenim quimé tiacgenio fuo, & facris uirtutis eius pri mas defert, is
tragediam nullam exci tat,nongemet,nó ſolitudinis,nófrequé tiæ hominum
indigebit: plerung uiuet nekappetés quicquā, neqfugiens.diú ne aparuo téporis
{patio incluſa cor pori animautatur, nihil omnino cura bit:nam etli continuo
migrandum fit,i. ta facile diffoluétur ut fi ad aliam quan dam functionem
uerecundè ac decen ter obeundam ſe conferat. Id unum fi per uniuerſam uitam
obſerues,ut cogi caciones tuæ ſíper lint de ijs rebus quæ ad ſocietatem ciuilem
nato animali, ei que rationis compoti cóueniant, nihil unquam in
animodeprauatú, nihil puc rulentum, nihil contaminatú,nihilſug. gillatú
invenies Ncą uerò fatum uitá imperfectam adhuc abrūpit, quemadmo dum dici
poſſet de tragãdo fabula no. dum peracta diſccdéte.)præterea nihil feruile,
nihilfucatum,nihil alligatum, nihil abſciſſum, nihil obnoxium,nihil occulcum.
Venerare facultatem cogita trice: in co.n.ſuntoía, ut pars cui prin cipatum
obtinés nihil unquam animo concipiat quod fit naturæ inconueni ens, aut
conſtitutionianimalis ratione præditi.Illiusautem conſtitutionis eſt munus,ut à
temeritate alieni, coétui hu mano adiuncti, dijsý obſequentes li mus. Proinde
omnibus proie & is, hæc modo pauca comprchende, acmemo ria tene, gunufquifq
tantùm, id quod præſens eittemporis punctum uiuit: reliquum uitæ aut iam exactum,autin
in certo politum est. Exiguū ſanè tempus quod uiuit quil:perexiguus etiãter ræ,
in quo uiuitur, angulus:etia longiſsi ma poſt obicú fama, cxiguum cft, quæ
&ipſaper ſucceſsionem cóſeruaturho múculorum mox moriturorum, acne ſe
quidem ipfos cognoſcentium, nedů cum,quiiampridem fato conceſsit. Ad dendum his
quæ commemoraui præce ptis unum, nempe eius quæquouis tem pore animo noftro
cogitanda accidit rei, definitionem ſeu deſcriptioné effe faciendam,quo
tecúipſe differerepof fis, quęnam lit eiusnuda &abomnibus alijs ſeparata
natura, ac qualis: tú quod proprium eius nomen, quæ item appel laciones eorum, è
quibus ipfa confiata eſt, & in quæ diſſoluet. Nihil enim per indeaninum
magnitudine extollit, ac uia & uerè poſſe lingula,quæ in hacui. ta nobis
occurrunt, examinare, atß eo modo ſemper intueri,utunà deprehen datur, cuinam
uniuerli parti unuquod. que uſui ſit, quo in precio habendúra tione cum iplius.uniucra,
cú hominis, 14 qui ded quiciuis cſt ſupremæ ciuitatis, ac cuius quaſi domus
lunt reliquæ ciuitates. Quid eft, quibusex elementis concres tum. & quandiu
fert natura cius ut per maneat id, quòd modò cogitatione ani momco
attulit?quaporrò uirtuteadid uſus cric?ſcilicetmanſuetudine, ortitu dine,
ueritate, fide, ſimplicitatc, ea qua totus ex me aprus fum, cęteris?de lingu
lis ergo dicédum. Hoc divinitus venit, hoc faci connexio, casus $ aut fortuna
attulit,hoc pfectum eſt à cognato mco & focio,ignaro quidem quænam effet
cius natura: ego autem & noui, & cofc cundum legem ſocietatis naturalem
u toræquo animo, iuſté,limulgin mc dijs rebus coniecturam facio ut unicui que
ſuum ut dignum eſt tribuam. Sirea &am rationem fequens, id quodinſtat agas
diligéter,firmiter,æquo animo,nc quc inftituto negotio alia admiſccas, ſcd cuum
geniumGincerum conſerues, perinde ac fi iam is dimittendus tibieſ let, atqita
ſi perſeucres nihil expectás, nihil fugiens,fed eo quod ſecúdum na turam agis,
& heroica in dictis factiſas ueritate cótérus, bene uiues. Nemo aut eſt,
quihocimpedire poſsit.Quéadmo dum mediciad ſubita malacuranda,in promptu ſua
inſtrumenta habent, at ferramenta: fictu ad res diuinashuman nalý præcepta
inſtructa habe,atos para ta:omniaş etiam minimaita age,ut mc mineris hæc duo
genera interfe eflc có nexa. Neg enim rem ullam humanárc ctè perfeceris,niſi
ſimulcam ad deosre feras:neq contrà. Non erra amplius. Non eniin commentarios
leges tuos, neque priscorum ROMANORUM et græcorum acta, excerptas ex libris,
quæ tibijpfi in ſenectute utenda repoſuiſti. Itaqad fi nem propera,uanaló (pes
miſlas faciés, tibiipfi opem fer, fiquidé (dum licet ) tui rationem habesullam.
Neſciunt quàm multa fignificet uocabulum
furari, ſerc re, emere,quieſcere, uidere quid sit agendum. Quorum hocnon oculis
cernitur, ſed alio uiſu.Corporis ſuntſenſus, ani miappetitus, mentis praecepta.
Imaginari aliquid, & uiſum concipere,nobis cu pecoribus eſt
communc.Moueriappe titus explendi cauſa,id quidé & belluis contingit et ANDROGYNIS
et Phalaridi et NERONI. Porrò mentem ducé habere ad ea quæ apparent eſſe
officij, corum etiá eſt, qui deos eſſe negant, qui patria deſerunt, qui fimulac
fores clauſere, ni hil non turpe perpetrant. Si igitur reli qua his quæ
dixinius omnibus funtcó munia,reliquum ſanè eft aliquid, quòd proprium lit uiri
boni: nempe æquo a nimo ferre ca quęaccidunt, fatog eie ueniút, in pectore
collocatum genium non commouere, neg turba uiſorum perturbare,ſed quietum
ſeruare, cique decenter tanquam Deo obſequi: nihil à ueritate alienum
loqui,nihil præteriu ftitiam agere. Quòd fi nemohominum credat eum fimpliciter,
uerecundè, ac tranquillo animo uiuere, tamdnneque ſuccenſebit cuiquam, nez
deflecter à femita ad finem uitæ ducente:ad quem finem uenire debet homo purus,
quie tus, ac diffolutu facilis, & qui nulla ui coactus ultrò ſuo ſc faro
accommodauerit. VAE in nobis ineſt pars prī cipatum tenens, ea di ſecun dum
natura fe habeat, ita ad ea quæ accidunt comparata cit,ut quouis tépore facile
ad id quod poſsibile eft &conceditur ſe adiungat. Neg.n. materiã aliquä
fibi ppria ſubic ctá habet, fed ut cum exceptione qua dam'ad ea fertur, quę
propofita ſunt,ita id quod offertur ei, pro materia sua accipit.
Quemadmodúignis, quiijs quæ inciduntpręualet,à quibus exiguus ly chnus fuiffet
extinctus: at copiofiori gnis ſtatim ea quæ ipG iniecta lunt, Gibi
accommodat,ato conſumir,atg ex ijs ipfis augetur.Nihil agendú fruſtrà,ne
aliter, quàm ſecundum contemplatio nem, qua artisdefectus compleatur.Se ceflus
uulgò quærunt hominibus,rura, litto ra,montes: tu quoq ſoles maximè
cadeliderare. Atqui id planèeft rudiữ & & abiectæ ſortis hominum. Tibi qua cúq
uiſum fuerit hora licet in teipſum recedere:nuſquam enim neg tranquil lior, nec
maioris otii ſeceſsus homini datur, quàm adanimum ſuum: præſer cim ei qui intus
ea habet, in quæ aſpici ens,ftatim ſummam animi tranquillita tem reperit:bene
nimirumomnibus in tus compofitis.Cótinenter igitur te eò recipe,ac teipfum
renoua. Breuia auté fint quædam, & elementorú uicem ob tinentia, quæ
tibiſtatim occurrant, om nig te molcftia liberent, & remittent nihil
indignè ferentem corum ad quæ reuerteris. Quid enim fersindignè?nú
hominüimprobitatem?Reputa tecü,i ta eſle ſtatuendum,ratione prędita ani..
mantia unum effe alterius caulanatum: tum æquanimitatem parté cflciuftitiæ:
item non ſua cos peccare uolütate:quá multi exercitisinimicitijs, odijs, ſuſpi
tionibus, confoſsi perierunt,ac in cine remreda & ifunt:ita &
deſinetádem. At molcftú tibi eft fatum tuum? in mētem reuoca quomodo uniuerfi
partes difti xerit uel prouidentia, uel atomiillę, uel quodcungillud fuit, ex quo demóftra tum eft, múduminſtar
ciuitatis effe. At quæ corpus attingūt,ca te afficiūt?cogi ta intellectú, cu
femel feipfum college rit,ſuamý uim perfpexerit non permi ſceri Spiritui
leniter aut aſperè moto: præterea quæ de uoluptate & dolore auditu perceperis,repete,
atqillis adfé tire. Sed forlitan gloriola teſolicitúte net?refpice quá
celerrimè omnia obli uione delcantur,quod fit chaos infiniti utrinæ æui,quá
inanis famæfonus, quã ta inconftantia &incertitudo opinio num humanarum,
quàm arcto includā tur hæc omnia loco. Quippe punctum eſt terra,at huius iplius
quàm perexi guus angulus habitai? quot uerò ſunt in ca ipſa, aut quales illi,
qui.tefint lau daturi? Proindememento in hanc (quã demonſtraui,particulam tui
recedere; idó præcipue cura,ne cupiditate traha ris,fedliber mane,relợita
intuere,ut VIRUM UT HOMINEM UT CIVEM UT ANIMAL MORTALE conucnit. Cæterum ex his
quæ tibi infpicienti quàm maximèin promptu cffe debcãt, duo funt:alterú,gresipfæ
animā non contingut, ſed extra eam fic matæ perſiſtunt.Perturbationes tátùm ex
internis opinionib.naſcunt. Alterú, goía hæc quæ cernis, statim mutabun tur, nec
crunt amplius perpetuog.com gita, quoriam eorú mutationib.ipfe in
terfueris.Mundus quidérerum in uari as fubinde formas mutatio eſt, uita in o
pinione confiftit. Si intelligentia eſſe pręditu, hominibus nobis inter nos eſt
comune, erit &ratio, ob quam illud no bis adeft cómunis: ſin hæc, etiam
ratio quæ præcipit quid agendum fit,quido mittendum, communis eric omnium: proinde
&lcx. Quód Gita
habet,ciues ſumus: crgo ciuitatis alicuius partici pes. Quo reliquit, múdú ciuitatis loco esse: cuius.n.
alius civitatis dicere possimus comunionem esse humano generi? utruita ex hac
comuni civitate nobis eſſe capacib, intelligentiæ, utiratione, & legi, datú
est, an aliunde? Utenim ter renæ mihià cesra aliqua particulæ sunt tributæ
& humorab alio quodā elemento, ités ſpiritus,calor, & ignca natura,
ſuis fingula à fótib. admcderiuataſūt, puso nihil enim eſt,quod non alicunde &uc niat,
& aliquò abcat.) ita & intelligétia nobis aliunde data eſt. Mors,
perinde acuita,arcanum cftnaturæ opus, ex ijſ dem elemétis in eadé confufio
& mix tio.Deniq non est eares, cuius pudere aliquem debeat: neque enim eſt
contra caufas animalis mente donati, ncg có tra eius ſtructuræ rationem. Hæcita,
hiſq de caufis fiút neceffariò. Quod qui fieri nolit,perinde faciat, acli ficum
ar borem fucco uelit carere. Omnino au tem memineris,intra breuiſsimum tem lo pòſt, ne
nomen quidem ucftrum ſu pererit. Tolle opinionem, fimul etiam de accepto damno
abolebitur cogita tio:hacý ſublata, ipſum etiam danum non crit. Quod
hominéſeipfo deterio rem efficere nó poteft, id neg uită eius pciorem reddit,ncg
lædit,nec extrin Tecus, neg intrīſecus. Natura utilitatis hoc neccſſariò fccit,
ut quicquid acci dat,iufte accidat: quod, fi diligenter observes, ita haberc
inuenies: atq hocdi co,non tantùm caufarum consequentia ita fieri, fed etiam
ratione iuſtitiæ, & ab aliquo, g tribuat unicuip dignita te ſuū. Itaq,uti
coepiſti,obferuare hoc perge, & quicquid facies, hoc modo a
ge,adhibitabonitate, quo modo uerè bonus intelligitur:idgin omnibus tuis
obſerua actionibus. Nonita tibi fentić dum eſt, quemadmodú is quiiniuriá fa cit,
uel iple fétit,uelte cxiſtimare uult: ſed resipfæ quid uerè lint,perſpice.Sem
per hçc duoin promptu habenda ſunt: alterú,utea tãtùm agas, quod ratio cius
partis, quæregnum in te, & poteſtatem obtinetlegislatoris,te hortat, idý
pros pter hominum utilitaté. Alterum, ut fi quis adfit, qui te corrigere, &
ab aliqua opinionc deducereuelit, ſententiamu tes:modò ut ea mutatio fidé
mereatur iuſtitiæ autpublicę utilitatis,aliúſuchu iufmodi cauſa,
nóuoluptatisgloriæúc gratia facta eſſe. Ratione præditus es: cur ca non uteris?
quid enim prætcrca deſideras, ca ſuum obeuntc officium? Scis te, utparté,
interiturű in co, quod te produxit universo: imò potius facta mutationc allumcris
ad mcntem cam quæcſtreliquarum origo.Multa thuris grana eidem aræ impolita,
unum altes ro priusignicorripit, ſed nihil intereſt. Intra decimum diem, Deus
uideberis ijs,qui te nuncbeſtiam & fimiam putát: fiquidem ad præcepta
&ueneratione métis reflectas,ne & cogites uitam tibi in immenſos annos
prorogatum iri. Mors imminet, ergo dum vivis et licet,bonus ut sis cura.Quantum
otij lu cratur, quinon uidet quid proximus di catsagat, aut cogitet, ſed tantùm
quid ipfe agat, curato ut hoc iuftú fit & fas. At quifecundum Agathonem
fortèbo numno circunfpicit nigrosmores, fed propofitamlineam recto,non uago cur
fu tenet. Quifamæ poftmortem cupidi tate ducitur,non cogitat quenlibetco Tum,
quiipfius mentionem fint facturi, mox ipfum etiam moriturum: deinde itidem eum
quihuic ſuccedit, idő.co uſcs, dum omnis memoria per attoni.
tosinanifama,extinctoſý homines p pagatu aboleatur. Quinetiam fingeim mortales
fore eos, qui tui recordentur, immortalemg tuifutură memoriam.. quid ergoid
adte,ne dicam,mortuum? quid ueluiuo tibilaus proderit?nifi ra tionecuiuſdam
difpenfationis: omitte enim nunc naturæ munus, huic tempo ri non conucnicns et
de quo fuo loco erit differendum. Omne quod pul chrum eſt,ex ſeipſo tale cſt,
atquc in ſc ipſo abſoluitur,nullámque ſui partem habetlaudem. Ideoid quod
laudatur, co ipfoncß peius fit, neq melius. Idý ctiam deijs intelligiuolo,
quęcómuni ori nominc pulcraaut bona dicuntur, ut quæ ex materia fiunt,
&artis opera. Id autem quod rcuera bonum eft, noa magis alia quadam re opus
adid, ut fit bonum, habet, quàm lex, ueritas, cran quillitas animi,uerecundia:quid
horú uelli laudetur bonum fit, uel uitupera tione corrumpitur? Smaragdus quidem
niſ laudetur, debonitate sua aliquid a mittit? quid aurum, ebur, purpura, cul
ter, floſculus, arbuscula? Si permanent animi, quomodo cosab æterno capit aer:
& quomodo terra abęuo uſquchu matorum corpora recipit? Quemad modum hîc
corpora quum aliquádiu in terra delituere, mutantur, diſsipatag fpacium alijs
cadaueribus præbent:fic animæ in aérem ſubuectę,quum aliquá diu ibi perftiterunt,
mutantur, fundun turg, &ad menté omnium aliarum ge nitricem adiungunt, eağ
ratione alijs aduentantibus locum cedunt. Hocrea fpóderi poteſt, pofito animas
eſſc cor poribus ſuperſtites. Neq uerò tantùm multitudo ſepultorum eo modo cor
porum confideranda eſt: ſed & corum quæ quotidie comeduntur à nobis, &
beftijs animalium et fic quodammo do ſepeliuntur magno numero, acni hilominus
fuppedicat ſpatium alijs, p pter corum in fanguinem, aërem, calo
remgmutationem. Ratio autem ucri tatis conſtat, ſimateria & caufæ inqui
rantur.Non eſt uagandum,fed in omni appetitu iuſticię ratio habenda:omnig in
cogitatione,certitudinis.Quicquid tibi,ô Naturarerum, conuenit, id omne
mihiconuenit,nihilſ mihi uelimmatu rum eſt,ueltardú, quod tibi ſit tépeſti uum:oéid
fructum meum puto, quod tuæ ferunthoræ.Ex tcfunt, &in una to omnia, ac in
te unam omnia redeunt, Quidam dixit, ô chara Cecropis urbs. ego autem de tccur
non dicam, ô cha ra Dei urbs? Pauca age, inquit, fi tibi tranquillitas animi
curæ eſt. Nihil co plus cnofert, quàm ea quæ neceffe eft, agere, & quæ
ratio animalis ad ciui lem ſocietatem nati, ac quo ca modo dcligit. Id enim non modò rede a gendo, fed & paucaagendo
animi tran quillitatem parit. Nam ex his, quæ plurima &agimus &
loquimur,fi quis ca quæ non ſunt neceffaria tollat, is &maiori otio Pombaur,
& pauciores per turbationes experietur. Itaque lingu. lis in rebus
circunfpiciendum, ne quid non neceſſarium agamus: acnon mo dò actioncs, fed
& cogitationes inuti les funt uitandæ. ita cnim fict, ut nea. &tiones
quidem fuperuacaneæ conſe quantur.Facpericulum,ut tibiboniui uita quadret:eius
inquam,qui fato fibi deſtinata æquo fert animo, contentus eſtiuſtis ſuis
actibus, & placidoftatu:ui diſti illa,hæc quoqueintuere.Non per
turbatcipfum, fed fimplex efto.Si quis U MAwy peccat, fibijpfi peccat. Tibili
quidbom ni obtigit, ab initio tibiid fato tuo fuit deſtinatum. Omnino autem
breuis quum sit uita, curandum ut præſens tempus lucreris rectam rationem &
iu ftitiam ſequutus: ac in remiſsionibus animi ſobrius fis. Aut compofitus eſt
certo ordine mundus, aut cófuſo quæ ram rerum temerè mixtarum, mundus tamen. An
quum in te ipſo poſsitor dolocum habere, uniuerſum nullo or dine conſtare
dicemus? præſertim om nibus in co rebus ita digeſtis, diffufis, atque inter fe
affectis. Mores nigri uocantur mores effæminati, duri, fe ri, pecorum aut
infantium fimiles, ſto lidi, fucati, fcurriles, cauponarij, tyrannici. Si
peregrinus in mūdo habetur, quæin mundo funt, non cognofcit: haud minus
peregrinus erit, qui ea quæ fiunt:non cognofcit: exul, quiciuilem rationem
fugit: cæcus, quiintelligen tiæ oculos clauſos habet: pauper, qui alio indiget,
nequein fe habet omnia quæ ad uitam conducunt. Abſceſſus,ſiuculcus mundi-eſt,
qui ſe à communis naturæ ratione feiungit,in dignè ferendo ea quæ
cueniunt:(caeń quæ te produxitnatura, omnia pfert.) fruſtum à ciuitate
amputatum, quiſu am animam à communi & unica om nium ratione præditorum
méte reſcin dit. Alius line toga philoſophatur,ali us abfg libro,alius
feminudus,panes ſe non haberè,& tamen ingſtere rectæ rationi
dictitans,alius ſe diſciplinis ſuis non alere, & tamen perfeuerare profi
tens.Tu artem quam didiciſti,dilige, in cağacquieſce. Reliquam vitæ partem: ita
exige, ut q ex animo dijs omnia tua commiſeris,negullius te hominisuel ſeruum
uel tyrannum conſtituas. CóGidera ſuerbigratia) quęVeſpaſia nitēpore euenerint:
inuenies homines tum nuptias contraxiſſe, liberos aluiſ ſeægrotaſſe,diem ſuum
obijffe, bellige raſſe,feſtos dies egiſſe, negociatos fuif ſe,agricultură
exercuiſſe,adulatosfuif ſc,præfractos ſe geſsiſle, suspicionibus indulgfie, inſidias
feciſſe,quoſdami uo tis mortem uocaſſe,alios quiritatos de præſentererum
ſtatu,amalle, theſauros d TU collegiſſe,conſulatus et regna expetiif fe.Nonne
corum omnium uitaiå aboli ta eſt?Rurfus ad ætatem Traiani defcé. de: invenies
eadem omnia, atque cius quo ætatis hominesmortuoseſſe,eo dem modo ſi etiam
reliquas ætates et gentes totas conlideres, uidebis quàm multicú ad ſummú
cótendiſſent,paulò poſt ceciderint, & in elementa reſoluti fint.Præſertim
uerò hi memoria recole di ſunt,quos ipfe cognouiſti uana affc Etantes, cum
agere fecundum id ad quod natura erant facti, cizinhærere, &eo contenti
effc ceflarent.Id quoque opuseftmeminiffe,in unaquauis actio necantum uerfandum,quantum
digni tas cius & modus permitcunt:ita fiet,ut non diutius quum par
litreb.exiguisim moratus, nullú faſtidiú cótrahas. Vlita ta quondā uocabula,
nuncinterpreta tionis loco funt: ita et corum quifuerút olim celeberrimi, nunc
quodammodo ſunt glossæ, ut Camillus, Cæso,Volcſus, Leonnatus, cum paulò post
SCIPIO, CATO, inde AUGUSTUS, ADRIANUS, ANTONINUS. Ist hus: omnia enim hæc
euanida ſunt, & mox in fabulam abeunt: mox obliuio. nc oí a obruuntur.Ato
hocdicodeijs, qui ad miraculü ufo clari erant: relig enim fimulato animam
efflarunt, obscuri, & ignoti facti ſunt. Quáquá quid eſt omnino,cuius fit
memoria lempiter ħa? Omnia füntinanía. Quid eftigitur, in qd Geſtudio
incúbendú? Vnicú hoć, ut cogitationes antiuftæ, actiones ſo cietatem humanam
refpiciant, ratio te punő fallat,itag lis alo affcctus,ut quæ
cúqaccidút,catanğneceſſaria,nota,ab codé principio & fonte promanantia,
approbes. Vltrò te fato ſubmitte, pate regid teijs quæ ei uiſum fuerit rebus
destinare:oia in diéfunt, cum id recordat alicuius, túid, cius fit mentio.
Nunquá nó con dera, oía permutationes fieri, neq uniuerſi naturæ quicquã eſſe
ulita tius,ĝres mutare, & innouare. Omnia em quæ in natura ſubliſtűt,femina
qua G ſunt corum, quæ cxillisſunt naſcitus ra; eftautem nimium rudis hominis
exi Ntimare ea cătùm ſemina cfTe, quæ in cer ram aut matricem deijciuntur. IM
lam morieris,neque in pofterumeris is quinunces,fimplex, perturbationu
uacuus,nihilſuſpicans extrinfecus tibi poffe damni afferri, omnib. benignus,
prudentiam in eo tantum utiuſtè agas poſiram cenſens. Intuere aliorum principem
partem, acquænam fugiant,quæ ſequanturpru dentes. Tuum quidem malum non eſt in
al terius animo pofitú,neg in conuerlio neulla aut mutatione cæli. Vbi ergo? in
opinione demalistua. Nihiligitur malum eſleiudica, & omniabenehabc
bunt.Quòd li corpus, quod animo tuo eft proximum,fecetur,uratur,ſuppure
tur,putreſcat,tamen ea pars, quæ iudi care de his debet, quietaGt:hoceft,exi
ftimet nihil effe neque bonum,neque malum,quod exæquo poteft bono at que malo
accidere:nam quod'ei qui ſe cundum naturam uiuit, exæquo acci dit, id neque
fecundum, neque contra naturam eft, Aſsiduè tecum cogita,mundum eſſe animal
quoddam unum,unam naturā, uno animo præditum, quomodo om nia ad eius fenfum
unicum rcferantur, omnia ab co unico appetitu mouétea gantur, ac omnes res
omnium rerum caufæ aliqua ex parte fint,tum quis ca rum inter fe contextus
& ordo. Animula es, quæ cadauer geſtat: ut Epictetus dicebat. His qin
mutatione funt, nihil eſtma lum: utnequebonum quicquã his qui è mutatione
exiftunt. Aeuum, fluctus quidam eſtrapidus carum quefiunt rerü:fimulcnim unum
quodß & apparet &præterit, &aliud ſubſequitur, moxitem aliud
ſuccedet. Omne quod nobis accidit, ita conſue tum eſt, & notum, ut roſa
uere, fructus æftate. Eadem eſtratio morbi, mortis, calumniæ, inſdiarum, omniumg
eorü, quæ ſtultis uel gaudium, uel triſtitiam afferunt. Quæ ſubſequuntur
ſubinde, ca præcedentibus rite ſuccedunt.Non enim numerus tantum certus eft
eorü, àfolaneceſsitate dependens:fed & có fentanca corum inter ſe
colligatio. ac quemadmodum certo ordine resinter fe ſunt coaptatæ, ita quæ
fiunt,non ſuc ccfsionem nudam,fed mirabilemctiam quandam inter fe coniun
&tionem etne ceſsitudinem oftendunt. Dictum Hera cleti ſemper eſtmemoria
tenédum:ter ræmortem fcilicer eſſe aquam,aquæ ac rem,aêrisigné,idý uiciſsim.
Eius quo quc exemplum recolendum,quineſcie bet quorſum iter duceret, Et quod
cum rationc quæ uniuerſum admini ſtrat, continenter conſuetudinem ha bentes,
tamen ab ea diſcrepant: itag in quæ quotidie incidunt, ca noua ipfis &
peregrina uidentur. Non tanquam ſi dormiremus, agendum nobis eſt & lo
quendum: in fomnis enim tantum uide murnobissgere aut dicere. Nequeimi tádi
ſunt nobis pueri, qà parentib.fuis * hucé,nudè, Gicutaccepimus,Quéadmo dulias
tibi Dcorūdiceret, moriendum tibi aut cras, aut ad diētertiú: nojā ma
gnopètertiú dié craftino pferres,nifi a nimielies oio abiectiſsimi.quátú emeſt
interuallum? Eodēmodoiudicanon in magno effe fouédú difcrimine,poſtmil lenos
acaonos, anuçrò çras decedas. Crebrò reputa, quàm multi medici fint mortui, qui
ſæpenumero ægrotos inſpi cientes ſupercilia contraxerint: quot Mathematici, qui
alijs exitú è uita præ dicédo ſeiactauerint:quotphilofophi, quide morte &
immortalitate multa alleruiſſent:quotre bellica laudati, qui multos occiderant:
quot tyranni, qui magna cum inſolentia tanquamimmor tales poteſtate luauſi
crant:quot urbes mortuę(utita dică)ſunt,Helico, Pom peij,Herculanú, & aliæ
innumeræ.Col lige etiam,quos tuipſc noftiunum poſt alium, cuius funus curaffet
mortuos:Et quod heri fuit piſcis,cras critfalfamen tum, aut cinis. Momentancum
itagté pus à natura eſſe conſtitutum, conſide randum eft æquoſ animo è uita
abeun dum:perinde ac Goliua maturitaté co ſecuca G decidat,arboréqipfam tulit
ac genuit,collaudet, & gratiasagat. Simi lis elle debespromontorij, adquod
al fiduè fluctus alliduntur: ipſum autem perfiftit,utcunque undęæftuantes cir
cùm ferátur.Diceret aliquis: infęlicem mé, cuiboçacciderit:quinimòfelicem t me,
quihunc cafum fine dolore perfe ram, & nec præſentibus frangar, necfu tura
extimeſcam.Nam unicuiqtaleąd potuit accidere: at non cuiuſuis craç,li ne dolore
cum caſum excipere. Curigi tur illud potius infortunio, quam hoc felicitati
adſcribis? autcuridinfelicita tem hominis appellas,in quo nihil mali palla eſt
hominis natura? an uerò dam num tibi humanæ naturæ uideri poteſt id, quod non
eſt contra uoluntatem naturæ çius? Quid ergo? Numcaſus ifte ef ficere poterit,
quominusfis iuſtus, magnaminus,temperans,prudens, circum fpectus,tutus ab
errore,uerecundus, li ber? autadimereomnino quicquam co rum,quçhominis naturę
funt propria? Proinde quoțies inciderit quicquam, quod ad dolorem te prouocet,
recor dare huius præcepti,non illud informado nium eſſe appellandum,fedfelicitati
tri buendum, quòd id fortiter feran Eft quidem ignobile,præſenstamen ad
contemnendam mortem auxilium, memoria repeterc eos, qui uitam inlon giſsimum extraxerc
tempus. Quid enim hi 57 1 hi amplius consecuti sunt, quàmij, qui immaturamorte
ſuntabrepti? Vtique ipfi etiam defuncti iacent, Cadicianus,
Fabius,Iulianus,Lepidus, alijſ corum fimiles, q cúmultosex tulissent, ipfidein
de elati sunt. Omninoeņexiguū eſt ſpa çium, időper quotlabores,inter quos,
&quali in corpuſculo exigendum? Ne igiturmortem prore difficili accipe. In
tuere cius quod retro eſtæui uaſtiratë, & eius quod reſtat,immenſam longitu
dinem:in tanto tempore quid præſtat is qui tres ætatcs, ci qui uixit triduum?
Semper breuiorem uiamingrederc: brevissima autem est ea, quamnatura præ
ſcripſit. Itag in omni & fermone & a. & ioncidfectare, quòd
eſtrosiſsimum. Hocpropoſitum laboribus,militia, çura rei familiaris, &
folicitudi neliberat. Anè cum grauatim à fom no ſurgis, in promptu tibi
ſitcogitare,tead humanum opusfaciendum ſurgere.lca que ergo dices) grauatè
acccdo ad agé da ea, quorum cauſa natusſum, ac pro ter quæ in huncueni mundum?
scilicet in hocfactus, ut decumbesin lectome ipsum calefaciam? Atquihoc iucundi
dius eft. Ergónead uoluptatem natus es, nonad agendum?nonuides plantu las,
palierculos, formicas,arcaneas, a pes, lingula hæc luo intenta officio: tu uerò
ea quæ funt hominis obire recu ſas, nc ad id te confers, quod naturæ tuæ
conuenit? At uerò quiete opus eſt. Sane: fed & huic,modü ftatuit natura,
pinde,utedédi,bibédig: atqui tu ultra modú &laq gfatis é, pcedis:n reb.uc
rò agedis intro moduſubliſtis. Fit hoc cò, qateipſum nó diligis:alioqn eń &
natura tua, cius voluntate diligeres.Et cnim alij qui ſuas artes amāt, operibus
fuis ita incumbunt, ut neque balneorü nog cibi curá habeant. Tu naturm tua non
tanti facis, quanti aut tornator, aut histrio suam artem, quanti avarus argentum,
&inanis gloriæ cupidus glo riolam. Hi enim quarum rerum ftudio tenentur,dum
eas augere poſsint, cibų &fomnum poftponunt. At tibi actio nes ad
ſocietatem ſpectanteshumanam uiliores uidentur', 'minorig opera di gnæ?Quàm
facile eft omnem cogitatio nem quæ animo aut perturbationem af ferat,aut
nóconueniat, reijcere, & delc re, ſtatimg effc in fumma animi tran
quillitate? Omnem fermonem & actionemque fit fecundum naturam, dignam te
iudi. ca:nca te auertat ab ijs reprehenfioare fermones aliorum ca consequentes.
Sed fi quid fa & o dictúue pulchrumeft,idte neindignum putes. Alij cnim
aliam ra fionem,alios appetitus fequuntur:ad quos tibi non eit refpiciendum,fed
re Cta via cò pergendum,quò &tua,& comunis omnium ducitnatura: utriuf
que autem una eademg eſtuia per ca quæ funt fecundumnaturam progre: dior,donec
morte finiam: expirans qui dem eam, quá inſpiro quotidie animā, cadens uerò in
terram, ex qua &femen meum pater, & fanguinem mater,&lac nutrix
collegit: quæmeterratot iam an nos'quotidie alit cibo ac potu, quamc calcantem
fert, ac totmodisipla abu tentem. Auſteritatem tuam ut admirêturno est. Sit
fanè, at multa alia ad quæ tc non eflenatura aptum, dicere non po tes.Eaigitur
profert, quętota funtin te: integritatem, grauitatem,laborum tole rantiam,
uoluptatum abftinentiam,ani mum ſua ſorte contentum, pauca defi derantem,placidum,liberum,
àcurioſi tate & nugis alienum, altitudine prædi tum.Nonſentis,quam multa
poſsisprę ftare, de quibusnulla eſt excufatio na turæ ad ea non aptæ: &
taméadhucfpó te tua inferius manes. Quid? Ante natura parum bene in ſtructa
cogit indigna ri,cúctari, adulari, corpuſculum tuum incuſare, tuam ſortem
improbare,leuć eſſe, animouagari:nonmehercle,fed his omnibus iampridem ut
liberareris malis,in tua fuit poteſtate.Hoc tantum erat uitij, quod tardioris
ingenij, ac qui non facilè affequeretur ea quæ traderé tur,exiſtimari poteras:
Sed & hoc exer citationeerat corrigendum,neſubinde cogitares de tua
tarditate, néue ca de lectateris. Eorum qui bene alijs faciút,triaſune
genera:primum corum, quiſtatim exhi bito beneficio, ſtatim etiam quam ſint
meriti gratiam reputant. Alterum co rum, quiid quidem non faciunt,ta conſcij
quid fecerint,debitorem ſeiam habere cogitant.Tertij quodammodò ne hocipfum
quidem quod fecere,no runt:uiti ſimiles, quæ uuam cum protu lit, ut femel ſuum
deditfructum, nihil præterea quærit. Equus ficucurrit, canis fi uenatus eſt,apis fi mel fecit,fatis
eſt. Homo auté l benè fecit,non reuocatur, ſed ad ali ud negocium tranſit,
quemadmodum uitis,ut rurſum fuo tempore uuam producat. In his nc igitur eſſe
debent, quæ aliquomodo fine conſequentiaid faciunt?equidem.ſed hocipſum debet
confequi. Propriū cnim est inquit animalis lege sociati, ut sentiatle et
societatis causa egisse &ut velit omninoid eû qui ſocietatis eft ciuſdem,
sentire. Verum clt quod dicis: quod autem nunc dici tur, excipe. Proptereà ex
eorum numc ro eris,quorüantè feci mentionem. Hi enim uerifimilitudine quadam
proba bili abducuntur. Quòdh intelligereuis quidná litid, quod diximus, netimcas,
ne obid actio aliqua ſocietati hominü inferuiés tibi Gt omittêda.Athenienlių
erathocuotu:plue,pluuiã ò chare lu piterin agros & cáposAthenienſes de
mitte. Enimuerò aut nihil eft optandū, aut omnino fimpliciter, &
liberalitcr. Quod dicimus Aeſculapium huice quitationé, illi lotioné in
frigida,alteri utnudispedib.ambulet, iniúxiſſe:nihil aliud eft cú dicim°,
natura uniuerfi huic hoimorbú, defectú autamiſsionémen
brialicui'impofuit.Náutilliccum dici mus iniunxiſſe,intelligit.AEſculapium HUO
O unam rem ad alterāordinafic, uerbigra tia,camrem reſpectum habere ad fanita
té:ica hicidqunicuiqaccidec, rationé babet & rcfpectumad fatū.Ita enim hęc
nobis accidere & cógruere dicimus, ut opificesquadratoslapides in muris aut
Pyramidibus extruendis congruere a lerunt, quippe certa cos collocation ne
inter ſe componétes. Omnino enim una quædam eſt harmonia: atg ut uni uerG huius
corpus ex omnib.corporib. eſt compactum, ita ex omnib.caufis Fa tum ſuprema
cauſa conſtat.Id quod di co,etiam rudiſsimi intelligút homiues: dicút enim,hocſors
cius tulit,hoceica ratimpolitú.Accipiamusergo hæcita, utilla quæ Acſculapius
impofuit: nā & in illis multa ſunt aſpera, quæ tamen fpc ſanitatis
ferimus.Tibi crgò corú quęcó munis naturatibiiniúxerit perfectio,fi milis ſanitati
iudicet:atqita æquo ſuſci peanimo oía quæ fiút(ctiāli gd durius uidcat. )
quoniã adidducunt, quod ra tioncmúdić fanicas,népeadfelicitaté. Nihileſ
accidiſſet tibi, nifi in réuniuer Gita ect:ncq cnim una quæuis natura i quicquam fert,ſed id modò, quod re fpcctum
adid quod ab ea adminiſtratur, habcat. Quare duæ ſunt rationes,cur ea que
tibicueniunt, çquodebeas animoferre. Vna, quiaſors tua ficferebat, & tibi
de ſtinata erant ab antiquiſsimacauſa fata li habentiaad te certum reſpectum.Al
teras quòd ca faciunt adprofectum, & perfe &tionem, ac permanentiam
eius, quòduniuerfo praecſt. Totum enim muti latur,fi etianminimam partem conti
nuitatis & coherentieutmembrorum, ita etiamcaufarum difcindas. Id autem
quantum intc eft,facis, quotiesea quæ tibi obtigerút,moleſtèfers,ac quodam modo
tollis. Faftidire,animumdeſpondere,ac de terrerinódebes, fi nó ubiq tibi fuccef
ſusrefpondet,fecundum recta præcep ta agere fingula cupienti:ſed fruſtratus
conatu,cum redintegrare, & æquo ani mopleraq humanaferre: neque debet te
eius,ad quod redis,poenitere.Nequc tibi eſt ad philofophiam tanquam ad
pædagogum redeundum:Sed utſolent qui ex oculis laborant,ad ſpongiam & ouum,
alij ad cataplaſma &perfufioné confugere.Ita enim nó opuserit tibi o.
ſtendi,utrectęrationiobedias:ſed in ca ipſe acquieſces. Memento philofophiam ca
tantum poſcere, quæ natura etiam tua exigit: tu aút aliud quippiam
uolebas.Vtrum uc rò horum blandius'eft an nonhocpa eto dccipit uoluptas? Vide gratior no gt magnamitas,
libertas, simplicitas,æ quanimitas, fanctitas? Quid enim ipſa prudentia Git
acceptius,ubicùm animo tuoreputes facultatem quæ ſcientiam certam, & certis
conſequentijs nixam habet,nuſquamlabi, & ubiq ſucceſſum habere? Res quidem
ipfæ in tanta quodam modo uerſantur obfcuritate, ut philo fophorú plerifcb &
ijs no ignobilibus, omnino pcipipoſſe nihil uifum fit:Stoi ci tamé poflc
percipi, ſed planè difficul ter,cenſucrunt.Eft omnis noſtra aſſé lo talis,
utfalli & mutati poſsit:quis c nim ſenó pofle errare dixerit? Trasfer itag
cogitationes ad ipfas res fubice &
as,acuide quàm breues, uilesø Gne, quæ ctiam à cinædo, fcorto,autprædo ne
poſsint teneri.Inde tranG ad mores corum, quibuscum uitam degis, inter quos uix
eſt etiam gratiofifsimum per ferrc,ne dicam, quod uix ſeipſum quis perpeti
pofsit. Tanta igitur in caligigine, sordibus, tātoo rerum, temporis, motuumý,
& rerum quæ mouentur flu xu, non uideo quid lit effe in honore, aut
obferuantia hominum. Contrà præ ftat feipfum confirmare, acmortemræ quo animo
expectare,ncqmoram indi gnè ferre, fed in his modo acquieſcere duobus: uno,
quòd nihil mihi accidet, quod nó fitſecundum naturam uniuer fi:alterum, quòd
licet mihi, nihil agere quod contra Deum geniumg fit meú demo em ad hocme
cópellere poteft. Subinde hoc teipſuminterroga: quam adrem nunc utoranimo meo?
at & exa mina teipfum:ea pars, quam principem uocant, quomodo núc
habet?cuiusaío prçditus ſum? num pueri, num ADOESCENTIS, num mulierculæ, num
tyranni, num iumenti,num feræ? Qualia fint illa, quæ uulgò bona ha bentur,
etiam hinc euidens fiat.Sienim animo concipias ca quæ ſunt reipfa bo na,
utprudentia, ut temperantia,utiu fticia,ut fortitudo,hisiam antè reputa tis,
nihil porrò audies nominari bonú, quod nófub hæc referatur. Quæ uerò uulgus
hominum bona putat,ca qui an tè mente conceperunt,fimulatq nomi nari
audiút,perfacilè accipiút,perinde ut liquidà Comico appolice di& ú eft. Hæc
eſt fere uulgi de differentia bo norum opinatio:alioquin enim haud co peruentum
eſſet, ut uera bona auer ſarent,diuitiarū aút, voluptatis aut glo riæ
métionéita admitterét, utſcitè ato urbanè dicta.Progredere ergò,acinter
roga,(intne in honore habendaet in bo nis ducenda hæc, quæ fi animo tuoima
ginatus fueris,aptè quis dicere poſsit, cum quiiſta poſsideat,propterhác co
piam ncubi quidem cacec habere. Ex
forma & materia conſto: ho. rum uerò neutrum in nihil uertetur, ut neque ex
nihilo extitit. Ergo om nis mci pars permutationem redigetur in aliquam mundi
partem, atqhæcrur fus in aliam uniuerli portioné tranſibir, ido ad infinitum uſ.
Huiufmodi auté mutatione & ipfe extici, & parétes mei, ide in infinitum
uſo retrò eunti licet dicere:quãquam certis alioquin circui tibusmundusadminiftratur.
Ratio et rationalis ars, facultates funt abiipfæ ſufficientes,fuisg operib.
Progrediunturàſuo principio, acper gunt ad finem propoſitum:habent a &
tiones earum à uiæ cuiinGftuntilleno men apud gręcos, utfine netoptásons:nos
rectas effectiones dicere poſſumus.Ho rum nihil de homine dicipoteſt,neque enim
ei conucnit, ea ratione, qua homo eft: Non hæchomo,ncgiplius natura
profitetur:non eſt ca in humana natura perfectio.Proindein externis rebusnc
quaquam erit finis homini cóftitutus, nepid bonum, quod finem illumabfol
uit:Alioquin hominis partes non fuif ſét,ut eosdeſpiceret,nem laudedignus,
quiſeita parat,utillis non indigeat:no que qui illis rebus abſtinct, bonus dici
mercrctur, fiquidem cæ bona ellent Nunc uerò tanto quiſ melioreſt, quá to
magisſeipſum ab illis rebusabſtinet. Talis erit intellectus tuus, qualia ſunt
ca,de quibus ſubinde cogitas: nam à ui bis fcu cogitationibus illis animus im
buitur.Inficeigitur eum adliduitatehu iuſmodi cogitationum, qualesſunt:ubi
cunqueuiuere,ibietiam bene uiuere li cet:uiuere autem licet in aula, ergo etiã
bene uïvere licet in aula. ltem alicuius rei caufa fingula ſunt facta cui ucrò
gra tia unúquodgfa & ú eft,adid fert, ado aút fert in eo finis eius é
poſitus: ubi ue ro finis,ibi ét bonú unicuiq. Ergo finis animanti ratione
prędito ppolituseft, focictas, natos cnim nos effe ad eājiam pridem eft
demonſtratum. An uerò non euidens eſt, deteriora præstantiorum, rurſumýex his
unum alterius caufa esse. Præftantuerò inani mis animata,atq inter hæcipfa, ca
quæ rationem habent. Ioſani eſt,ſectari impoſsibilia. At fic ri non
poteft,quinmaliſuomore agāt. Nihil cuiquam accidit,nifi ita Natu rá deſtinarit.
Id quod alius iniquè fert, e bas wal wideولا bus alteri accidit, qui fiue
ignorationc cius caſus,ſineut magnanimitatem oftédat, cóftantiā
tuetur,atqillæſus manet.Ini quú cſtigitur admittere,utinſcitia et o pinio
prudētiäſupent. Etenim res ipfæ animúnequaqattingunt, non intrātad eu,ncg
mouere, ncq uertere poffunt. Solusipſe ſeipſum ciet, ac quale iudicia
umtulerit, talia ea quæ accidere, fiunt. Alia róeſumma nobis eſt necefsitu. do
cũ hoíe cóftituta, quaeibenefacere, eumý ferre iubemur:cú aúcimpedire conant
noſtras actiones, nó magis ad nos attinet, ộ Sol, uétus:beſtiæ. Ato hi qdé
impedire effectú aliquãdo pofsint: animi uero appetitioné, & affectum no
qucunt, quiahæcexceptioné habét, & conuerlionem.Ná omneid quodimpe dimento
fuit effectioni,id animus ad ca quæ præcellerút,cóuertit, atßcomo do id, quod
instituto operi, uiccoßinitę obftitit,ei iam confert aliquid. Id quodin múdo
eft præftantiſsimū, cole. Eit aútid, qd oíbusreb.utitur,oía gubernat.
Similiterid quoßhonora, q in te elt primú: nimirú illi alteri cogna tum, cesa
üles DO Pe quatum,quòd & cæteris quæ in teſuntom nibus utitur, & tuam
uitam regit. Quod civitati nullum affert detri mentum,idnc ciui quidé nocet. Hæcre
gula recoléda tibič, quotieſcúq telæ ſum aliquâ eſſe cogitas.Sin ciuitas dam no
affecta cft, ei qui ítulit,ſuccéferenó debes. Quid neglectú eft?Sæpenumero
códdera, ệ celeriter oía quæ & funt & fi unt, abripiãtur &
cuanefcát. Etenim & ipfęnaturę amnisinſtarin adſiduo funt fluxu, &
cffectiones cótinétib.mutatio nibus obnoxiæ, & cauſarúinfinitæ ſunt uices: denią
nihilferè perſiat, aut ſui fi mile durat.lā & pręteriti, & uenturiçuí
infinita é, in qua oſaabolentur,uaftitas, Quî ergo ſtultitiæ nó damnet, qin hoc
tā cxiguo téporis articulo ſupbit,appe tit,autmoleſtia fe affectú quiritaf.
Universæ rerum naturam recordare, cuiusmini. mã parté tenes: totius zui,cui'
breue & mométaneútibi éattributúſpacium:fa ti, cuius perexigua ad te portio
ptinet. Peccatalius qs aduerſummc uiderit, ſuā habet affectioné, ſuum a
&um. Ego in præſentia id habeo, quod me habere i t c & C a & 1 uult
cómunis natura: agogid qd'age remeiubetmea natura. Pars animitui princeps
neinucrtatur ullo uelleui uel alpero carnis motu, neg admittat per fuafones
quçinmembrisoriuntur, Sed circumſcribatcas. Quòd fi ex ratione alterius
conſenſusad intelligentiam ef ferútur, nimirum quatennsea cum cor pore copulata
eft, tum quidem ſenſui, cum is a natura proficiſcatur, reluctan dum non eft:
opinioniautem mali aut. boniadfentiremensnon debet. Viuendum eſt cum dijs.Vitam
ucrò cum dijs agit, qui continenterijs ſuum animum oftendit probātem ea quę
ipli fatum tribuit, agentemg ea quægenio placerent: quem lupiterſuæ quandam
particulā naturæ unicuiæ prælidé, du coşdedit, nimirú mente atæ rationé.
Neiraſcaris ei qui hircú olet, autcui aia fætet; nihil, n.ad teidcmaliredibit,
Alæ iplius, & osita ſunt affecta,utne ceflc ùthæcmala conſequi, Rationc,inquis,
præditus eſt homo, ac fi scrutari uclit, intelligere poteſt quainre delinquat.Benereshabet.
Proinde tu, qui & ipfe præditus es ratione, mentem eiustuæ mentis motu
cxcita, doce, commonefac: li enim obtempe rat tibi, fanabis eum, negira
opuserit. Nonita hic uiuendú eſt tibi,ut Tra gedo autſcorto qui egrediés uiuere
co gitat. Quòd li tibinon cóccditur,tunc uita excedere, ita quidé,ut qnihil
mali patiatur,acfumiinitar abeat, Quid hoc rei eſſeputas? Dum uerò nihilme tale
abducit,liber permaneo,neq mequif quam prohibet agere,ut uolo, uolo au. tem,ut
naturæ animantis ratione predi ti, & ad certum nati conuenit, Mens quæ
mundum gubernat, ſocic tatisrationcm habuit:itag & inferiora
præftantiorumcaufa effecit,& pręſtan tiorum unum alteri ſubdidit. Videt, ut
ſubiecerit, cóiunxerit,ac unicuiq ſecu dú dignitaté ſuú tribuerit,ea quęlunt
pręſtátiſsima,mutuo cófenfu deuíxerit. Quomodo uſus es hactenus dijs, pa
rentibus, fratrib. uxore, liberis, docto ribus, alumnis,amicis,familiaribus, fa
mulis? an in huncuſquediem in nemi nem horrcū uerbóuefuiſti iniurius! Reminiſcere
étą ſupaueris, actolc raueris: tum fabulam uitæ tibiiam pera tam,teş tuo
miniſterio defunctum ef ſe. Quàm multa uidiſti pulcra? quot uo luptates
quotdolores deſpexiſti? quot peruerfis hominib. æquúte præbuiſti? Quamobré
animi artis & diſciplinæ uacuiarte & fcientia præditum confun dunt?
quem uerò animum arte & ſcien tia præditum uocas?cum,qui principi um &
finem cognoſcet,et mentem, quç per uniuerfam rerum natură penetrat, acper omnes
fæculorum curſus defini tos atq; ftatosmundum gubernat. lãiá cinis eris,
&oſſa nuda, nihil öter nomé(liquidéid ſupererit) tui reſtabit. Noméautnihil
eftõſonitus. Atea quæ magniin uita precij habent,uana ſunt, putrida, cxigua,
atą inſtar catellorum mordicantiŭ, aut pucrorü inquietorů, quimodò rident,mox
plorant. Cæterű
fides,pudor,iufticia, & ueritas. Climatib. tcrræ cæld petiere relictis.
Quid ergò reſtat, te hîc detineat? fen Gliane tam fluxa, torý mutationib.
cxpofita?an ſenſus, obſcuri, et qui facilè decipiantur?animula ipſa, quæ cft ex
halatio à ſanguine? gloria inter huiuf modi homines, inanis illa? Quid ergo
aliud operiris,niſiuelextinctionem,uel translationem,idý æquo animo?Quid
interim dum eam occafio adducit,tibi fuffi ciet? Quid aliud, quàm deos uene
rari etcollaudare,hominibus beneface re,eos etferre, et ijs abftinere:quæ cx
tra tuæ carunculæ et animulæ ſunt po fata fines, ea meminiſſenex poſſeſsióis,
nco poteſtatis tuæ eſſe? Semper potcs uti ſecundisſucceſsibus, Gredtæ uiæ in
Giſtere uis,duo hæc obferuare, quæ di uinæ menti communia funtcum homi nis,
omnisg ratione præditi aſalis ani mo: unum, non poſle te ab alio impedi
ri:alterum,iniuſta uoluntate et actione | bonum eſſe collocatum, cumý ad fino
efle appetitionesdirigendas: Si hocneg mca fitmalicia,ncqactio
eſtàmeaproficiſcensmalicia:nequcco munitatidāno eſt, quid folicitus deco ſum?querò
dānúě cómunis focictatis? Non debemus nos cogitationib.om ninoabripiédos
præbere, fed opitulari quátum eius fieri poteſt, et dignum eſt, etiam li in
medio lit defectus:ncqueid pro damno ducere.ca enim cófuetudo mala eſt. Sed
quemadmodū ſenex di ſcedens rhombum alumni poſcebat, memorrhombú cffc.ita etiam
hic: quo niam bonú aliquid fiatin roſtris. Heus homo,oblitus es, adhæc lint?
lanè: Sed ca,in quibushiſtudiú ponát.Propterea tu quoqs ſtultus es fa et us?
Aliquando uteung relictus, factusſum felix. Felici tas auteſt, utbonam
tibiipfifortem uendices: id eft,boni motus ani mi,bonæ appetitiones,bonæ actiones.
Aturauniuerfi ſuo guberna tori obedies eft, acbene có polita: quæ uerò cam
guber nat mens,nulláin ſeipſa ha betmalè agendicauſam: quippenihilei ineft
uitij,nc peccat,nc ab ea quic quam læditur: omnia uerò fecundum cam
fiuntatßperficiuntur. Nullo ponein diſcrimine, algenſne, an calens,
dormiturićsan ſomni fatur, malian benè audiens,moriens an aliud quid agens id
facias, quod te decet: quando mors etiã una eft carum a et tio num, quæ ad
uitam referuntur. Sufficit igitur ea etiam imminente, id
quodin ſtat,benè collocare. Intrò refpice.Nullius rei nequepro pria
qualitas,neqid quod cidebetur, te fallat. Omnia quæſubiccta ſunt,celerrimè mutantur,
et autin halitum refoluun tur, fiquidem fit compacta corum ſub ftantia,aut
diſsipantur. Mens uniuerli gubernatrixſcit quó ſe habeat, quid agat, et quá
habeatma teriam ſubiectam. Vlcilcédi ratio optima eſt, ne ſimilis fias cius,
qui iniuriam fecit. Unohocte oblecta, inguno hocac. Quieſce, ut ab una
ſocietatis humanæ tuendęcauſa ſuſcepta actione,ad aliam tranfeas, dei memor.
Princeps hominis pars eſt ea, quæſe ipfam excitat atą cict, feğz talem, qualem
vult,efficit,præſtatý ut ea quæ eue niunt talia, qualiaipſa uult, fibi uidean
tur. 04 Omnia fecundú naturā uniuerG fiúc: negenim poſſunt fieri fecundú ali
ali quam,ſiue extrinfecus circumdantem, fiue incluſam,fiue foris ſuſpenſam. Vniuerſum aut confufio quædam
eſt, et cótextus fortuitus rerum iterum àſé diuellendarum et diſsipandarú: aut
unitionc ordine, et prudétia conſtat. Si prius illud uerum eſt, quid eft,curcu
pia inani huic colluuiei et mixeuræim. morari? quid aliud expetendum,quàm ut in
terram utcungredigar? quid per turbor?quicquid egero,tamen difsipa tio mc
corripiet. Sin altero mó res ha
bet, uencroreú, animoſ conftári ſum, et gubernantimundum confido. Cum te rerum
præſentium ſtatus nó nihil perturbat,celeriterad teredi,neg ultràquàm neceſſe é,
à modoeius quá inftituiſti cantilenæ difcede. Nam co fa cilius harmoniam tueberis, ſi continen ter
ad eam reuertaris. Sitibi Amul etnouerca, et mater effet, illam quidem coleres, ettamen crebrò
ad matrem te recipercs. Eadem eſtribi ratio aulę et PHILOSOPHIæ. Quarc ad hanc
sæpe numero revertere, et in hacac quiefce, quæ efficit,ut etres aulicæ tibi
tolerabiles uidcantur, et tu duminijs ucrſaris,ferri queas. Quid cogitandum est
de cibis et id genus rebus? hoc eſſe piſcis ca dauer, illud auis, aut porci:
item Fa lernum, ſuccum eflc exiguum uuulz purpuram capillos elle ouiculæ, modi.
co teſtudinis fanguine imbutos: tum coitum,inteſtini parui affrictioné, mu ciğ
excretionem non fine cóuulấone. Cogitationes hæ præclarę ſunt: nam ré ipfam
attingunt,acpertranſeüt, ut qua lis cafit,cerni poſsit.His per omnem ui tam
utendum eft:aclicubiresquàmma ximè uidetur comprobatu digna,tegu mentis cſt
nudanda, ut & eius in cófpe dum ueniat uilitas,& id,quo fe oftenta bat,
ei adimai. Etenim fucus impoſtor eſt callidiſsimus,ac tummaximèin frau dem
inducit,cum quis maximèfe res ſe rias & dignas tractare putat. Videigit,
quid de Xenocrate ipſo Crates dicat: Pleraq, inquit,corum, quæ uulgus ad
miratur, fi fub habitu aunatura conti nerent, ad latiſsimè patentia genera ré
uocabat,utlapides,ut ligna,ficus, uites, oleas.Quęſubarctiorib.aliquanto, ad
animata,utgreges,arméta.Si qua paulò plº haberćt gratiæ,hęcad eareducebac a
cópræhédútur fub ala róe prędita,nó quidé uniuerſali,ſed quatenus artes tra
ctat, aut alias facultates: aut ipſa per fc. au L fcæſtimabat, ut:quidnam
cſſct,poſside remultamancipia.Qui uerò animūra •• tione præditum cû omnibus
ſuis facul tatibus,ciuilis coetus ſtudio uenerat, reliquarum is rerum nullam
curat. Sed omnibus poſtpoſitisſuum animum ita affectum,atgita fe mouentem, ut
ratio ni & ciuili ſocietati cögruit,conſeruat: ijs quiſunt eiufdem generis,
utiden præftent,auxilio eſt. Quædam iam fiút, quædā mox exiſtent, quin
&cius quod fic, pars iam nuncaliqua euanuit. flu xus, & alterationes
continenter mundű renouất: quemadmodum infinitum æ uum temporis adſiduolapſu
nouü ſub indereddit.In hocita @ flumine quifná ca quæ præterferút, ac
quibusinfiftere nonpoſsit, honore aliquo dignetur?is quidem perinde lit,acli
quis unum de præteruolátibus paſſerculis diligerein cipiat,atisiamè conſpectu
cius abica rit.Itafe & uita uniufcuiufque hominis habet,ut halitus a
fanguine ſublatus,& aër inſpiratus. Quale.n.eft quod femel animāattrahimus,
& efflamus,id quod identidemfacimus,tale ctiam eſt, quòd f ac ad all a. ba omnem
reſpirádi facultatem, quam hc ri aut nudius tertius nati accepimus, eò reddimus
unde accepimus.Quod uege tamurmoreſtir pium, reſpiramusmore pecudú, &
ferarú, quòduitsafficimur, quòd appetitionis cauſa mouemur, q congregamur, quòd
nutrimur,omnia hæcnonmaioriſunt in pretio ponéda, quàm quòd excernimus
cibirecremé ta. Quid igitur honore dignü est? num plauſus?nequaquá. Ergo nelaus
quidé populi,quænihil eft aliud quãplauſus 1 nguarú.Sublata igit etiâ gloriola,
quid reſtat, quod ſuſpiciamus & ueneremur? Equidéhoccenſeo, ut quemadmodú
fa ciiinſtructiś à natura fumus,ita mouca mur.Eò nos etiam diligentia opificum,
&artes ducût. Ois.n. ars huc
collimat, utid quod paratú eft,aptü fit & idoneu adopus, cuius operis cauſa
paratú eft. Idé querit
uinitor,idé qui pullos equo rum domat,idé qui canes educat. Ergo
&inſtitutio primęætatis & doctrina co contédunt:isý finiseſt,quem
expetere debeas. Húc córecutus,nihileft in alijs rebus quod ſis tibi
quæliturus. Quòd fi pergas ES pergas alia eciã expetere, nec liber cris, neg
tibi ſufficies ipſe, negeris affectuú uacuus: neceſſariò. n.inuidebis, æmula beris,liniſtra
ſuſpicaberisdehis, quiilla tibi adimere poſsúc,infidiaberis ijs, qui? id
quodmagni fit à tepoſsidét. Oino.n. necesse est cu esse aio pturbato, qiſta de
fiderat:fępe etiá deos incufare. Quiuc rò mente ſuam reuereturato colitis &
fibi ip, probabitur, & cum cætu homi num bencei conueniet, cúmque dijs
conſentier,id eft,laudabit quæcunque ij diftribuunt & ordinauerunt. Infrà,
ſuper, atque circum te motus ſunt elc métorum. Motus uerò uirtutisin eorú nullo
eft,fed diuiniore quadá, & adin telligendum difficili'uia procedit. Vide
quid aganthomines. Eos qui eodem cú iplis uiuúttépore, laudare nolūt:ipfi uerò
à pofteritate laudari magnü exiſti mant:nimirúabijs quos ne uiderunt, neq
uidebūtunqua.Id uerò haud mul tò aliud eft, quàm ſi dolerét, non à prio ris
etiá ætatishominib. felaudatos esse. Non, li quid allegintelligétia tua neqs,
id daullopoile apprehendi homine exiſti 0 co ert as f 2ti ma: Sed quicquid homo
poreft, quic quid ei conuenit, id et tibiconcediiu dica.ln palæſtra fi quis
unguibus aduer farium laniauit,autcapiteincuſſo ferijt, nonindignamur, ncq;offendinjur,nco
inſidiarum fufpectum habemus: caue mus quidem nobis abeo,non ut abho ſte, ncquc
Gniſtrum quid de eo ſuſpica mur,tantùm placidè cum declinamus. Id fieri debetetiam
in reliquis uitæ partibus, ucidem de alijsſentianus, quod de ijs, cum quibus
collucamur: poflu muscnim (utdixi) citra fufpitionem et odiűabijscauere, &
cosuitace. Si quis meredarguere poteft, & demonftrare, quòdnon recte
ſentiam,aut agam,læto animo fentétiam mutabo:ucritatem.n. quæro, quæ nemini
unquam dáno fuit; damnum autem facit,quiin crrorc & i gnorationcſua pmanct.
Ego, quodcft mci officij, ago, cætera menonauellúc. Autenim anima,autrationc
carent,aut uiæ ignara errant. Animantia rationis expertia,tú omnes ciuſmodi res
& fub. iccta,magno & liberali animo ſunt ufur panda
tibi,ncmpcrationeprædito. Hominibus uerò, ut ipſis quogmentcin ſtructis rationeſocietatis
habita utere. Inomdisciònegocio deos comproca rc:neos ſolicitusefto,quantum
tempo ris fpatium tibi adagendum detur:fuffi ciúteoim ucitres huiuſmodi horæ.
Ale xander Macedo,agaloß eius, mortui in idem ſuptredacti: autenim aſſumpti
ſunt ad mentēmundicam, qua fati ſunt reliquorum animi, aut diſsipati ſuntin
atomos, unus perinde atgalter. Cum animo tuo conlidera,quàm multa uni co
temporis momento fiantin uniuſcu iuſ @ noftrûm,cùm animo, tum corpo re:ita
fict,utnó mireris, quòdlógè plu ra, imò uerò omnia quæ in mundohoc fiunt,fimul
extent. Si quis à te quærat, quomodo fitnomen Antoniniſcriben dum: nónne
fingulatim omnes literas proferres? Quid ergo fi qui iraſcuntur, num uiciſsim
tu quoque ſtomachabc ris?nó potius numerum inibis placidè; Ingularum rerú? Itac
ctiam hîçmemé to luis omnc officium quibuſdam con ſtare numeris: quos li
imperturbatos ſeruaueris, ncq indignatibus alijs ipfo com Spro MIUS. quog
indigneris,recta uiaid quod pro pofuifti,perficies. Inhumanum effe ui detur,hominem impedire, ne ad ea
fera turquæ ei utilia & cognata uidetur. At quiid tu ne faciant prohibes
quodam modo,dūiniquo animo fers cos delin quere.Ferútur enim utiqueadid, quod
naturæ fuæ coniunctum, & utile putāt. Sed res nó ita habet. IditaB oftéde
eis, & & doce citra indignationé.Morsfinem imponit ſenſuum motus, &
cogitation num officijs,animúģàcorporismini- situ ſterio liberat. Turpe aút eft
in hac uita, in qua corpus tuũlabori nỏ fuccubit animú tuú elāgueſcere.Videne à
pręfé tiſtatu deiectus obruaris. Poteft.n.hoc fieri.Itaq; cóferua teipfum
Gmplice, bo ne núintegrū,graué,apertū,iuſtitiæ ſtudio fum,piúerga deos,
benignú, humanú, ad officiunituendúforté,annitere utta lite lispermaneas,
qualetefacere uoluit phi c loſophia.ucnerare dcos,ſalaté homini busaffer. Breue
eſt uitæ in terra degen dæ tempus,omniſg eius fructus, ſancta animi conftitatio,
& actiones commu- beri pitati hominum utiles.Omniautdecet Anto SE maig
Sophie Antonini diſcipulum.age. Quæ fuerit eius in agendo fecundum rationem fir
mitas, quæ ubiqueæqualitas, quæ ſan ctitas, memento: quæ uultusferenitas,
accomitas. Quantus ille gloriæ con temptor, quod eius in percipičdis reb.
ſtudium, quum nihil prętermitteret,ni fi prius accuratèperſpexiſſet,ac cogno
uiffet.Vt tulerit iniuftè ipfum repræhé. dentes, neque conuitium his repoſuc
rit:ut nihilproperatè aut cupidèaggrel fus fit: ut calumnias nó admiſerit, ut
di ligens fueritmorum actionúmque exa minator:non obtrectator,conmeticu loſus,
non ſufpitioſus, non fophifta. Quàm paucisfuerit contentus, ut do moleco,
ueſte, cibo,famulatu:quàm tolerans laborum,quàm lenianimo: ut
tempusnequeadueſperam propter ui ctustenuitaté egerit,ita ut neexcernere niſi
coſueta hora opus ei effet.Queeius in amicitia fuerit conftantia, &æqua
bilitas: quomodo tulerit cos, qui ipfius fententia liberè impugnarent,gauilulý
fuerit,fi quis melius aliquid oſtêderet. Qua ille deos religione coluerit citra
ſuperſtitionem,recordare, ut iibi quo quc ultima hora perinde atque is fuit re
¿ te tibi coſcio adueniat. Expergiſcere, & tcipſumreuocafomnog diſcuſſo co
gitans quæ te inſomnia perturbarint,ui gilās ea intuere,utilla inſpexiſti, Ex
cor pufculo & anima con to. Corpuſculo nihilintereſt interres, neque enim
po teft difcrimen ftatucre. Rationiautem inter ca diſcrimen habetur, quæ nóſunt
ipfius actiones: has uerò oés in ſua ha bet poteſtate. Quod ipſum tantùm eſt de
præſentibus accipiendum, præteritę enim & futurę animi actiones,ipſe quo
que nullum habentiam diſcrimen.Ma nuiacpedi,dum ſuum agunt officium, nullus
eſtpræter naturam labor.ita ho mini quoqueea agenti quæ ipfius ſunt partium,
nullus eſt præter naturam la bor:ergo nę malum quidé.Quotuolua
ptatibus,acquantis frui contigit latro nibus, cinædis, parricidis, tyrannis?
Nonnc uidos ut qui ſordidas profiten. tur artes, uſque ad certum finem ſe pri
uatis hominibus accómodent? nihilom minus tamčſuæ artis rationcm retinét, nab
ea decedere uolunt. Nónne aútturpeft, fi architectus &medicus magis lux
artis rationé reuercatur,quá ſuam homo, quæ quidé ei eſt cum deo communis?
Aga& Europa, anguli ſunt mandi: uniuerſum mare, guttamundi: Athos, glebula
mundi: omne inſtans tempus,púctum cſt æternitatis. Omnia
funtparua,mobilia,interituiobiecta: 0 mnia inde ueniunt, profecta à principe
uniuerfi,aut per conſequétiam. Etenim rictus lconis, lethalia uenena, omniaos
maleficia,ut ſpina, cænú, pulcrarum & bonarum rerum ſunt additaméta, Non
igitur ea aliena ab eo quod colisimagi nare,ſed fontem omnium rerum confi dera.
Qui preſentia cernit,omnia uidit, quæ ab æterno fuerunt, & in infinitum uſg
erunt, Omnia enim ſunt eiuſdem generis, & conformia.Sæpenumero co gita de
omnium in hoc universorerum connexu, mutuag affectionc, Quodá cnim modo omnia inuicem
ſunt impli cata,ca ratione amica mutuò. Aliud enim ex alio confequitur,propter
con fantem motum, ac conſpirationem & fs unitionem (ut ita dicam )ſubeſſe.
Quib. negotijs addictus es ſorte tua, his teac commoda: & quibus
tehominib.fatū adiûxit, cos amore,idig uero,proſeque re.Organa, inſtrumenta,
uaſa, quumid agunt,cuius gratia funt adornata, bene habent et quidéis qui ea
parauit, abeſt abipfis.At in his quæ natura continen tur,remanet, intuſý eſt
uis ea paratrix. Ita tanto magis honoranda eſt, &exi ftimandū, li ſecundum
cius uoluntatem agere perſeueres, oía tibifecundum mé tem eſſe:idéo de alijs
hoíbus oíbusin tellige. Quodcu exijsreb. quæ extra te,negin tua uolútate ſunt
pofitæ, tibi Ppofueris,boniuel malinoie, id, fi uel utmalú tibi cótingat,
uelfi, cú pbono ducas,adipiſcinon poſsis, efficiet ut & deos incufes, &
odio habeas homines quiin cauſa ſūt,aut eo certe noíe ſuſpe cti habét, g
uelmalú hochabeas,uelbo no careas.Propterhác rerú differentia, quam ipfi
ftatuimus, fituc multa pecce mus. Quod fi ſola ea, quæ in nobis ſunt
pofita,bona&mala tractaremus,nihil cauſęreſtaret,ne aut Deú incufaremus,
aut cú hoíbusinimicitias ſuſciperemus. Oés ad eúde finé & effectú agimus:
pars ſciétes, & certo ordine,pars inſcij. Qué admodú &
dormiétes.Heracletus nifal 1 lor dixit eſſe operarios,qui adiuuétlua opera hæc
quæ in múdo fiút. Alius aút alia róneid opus adiuuat:ſupuacanea opera eft eius
qrephédit, & reniticonat ijs quæ fiút, ea reſcīdere:nā & hocuti tur
múdus. Proide animum aduerte, in quorú tute numero reputes. Nã admi
niſtratorhuius uniuerd, utiq tePombare &è, & accipiet te inter
cooperarios.Tu vero ne ſis huiuſmodieorú pars, qualis eſtinfabula uilis ille et
ridiculus versus, cuius mentioné Chrysippus facit. Sólne pluuiæ munia obire
cupit,aut Aeſcula pius terræ frugé ferētis? Quid ucròfyde ra, anno diuerſa
quidélingulis eſt actio, quętnadcómune opus cóferat?Quod fide me & his
quęmihieuenire debue rút, dij cófultauerüt, rectè nimirú mihi confuluerút. Nam Deum fine confilio agentemnc
cogitarequidem facile est: quæautem fuiſſet cauſa, propter quam malè mibi
confultum uoluiſſet? Quid inde ad deos, & ad uniuerſum (cuius maximè
habentróné fru & usredijſſet? Sin de me priuato nihil conſultauerüt, ac
deuniuerſo utigrationes duxerunt, ex quo quum ea conſequutur que mihi
cueniunt,non debet mc eoruinpcenite re.Sanède nulla re eos confilium inire,
impiū eſt credere: autneſacrificãdum, neprecandum, neiurandum quidé, ne que
quicquam corum faciendum,quæ fingula tanquam cum preſentibus & u nà
uiuentibusdijs agimus. Sed tamen fi nihil illi de nobis ftatuerüt,licet mihi
dcmeipfo cóGliú capere, ac demea uti litate deliberare. Vtile aút eſt unicuig
id, quod eſt naturæ eius & conſtructio ni cófentaneú. Atnatura mea rationis
eft cópos, & ciuili cætui accommodata. Civitas mihi est et patria,quatenus
quidem ANTONINUS SUM, ROMA. Quate nushomo,mūdus:hçcigit tantùm mihi funt utilia,
quæ his ciuitatibus condu cunt. Quælingulis cucniút,ca profunt uniuerſo: id
eratfatis ſcire. Sed &hoc addendum, quòd fi animaduertere uc lis,ubig
uidebis: quæ homini, autalijs hominibus * Sed nuncuocabulumu tilis accipiamus
latius, ut etiam medijs rebus pateat.. Quæ in theatro aut fimili bus locis uides,ca quum
ſemper eadem ſpectentur, & uniformia, fpe & aculiſa tictatem afferunt. Idctiam
de tota uita ſentiendum. Omnia enim fuperiora & inferiora eadem funt et exijſdem
cauſis excitcrunt.quouſ igitur? Adliduooís generis homines conlidera, qui ex om
nis generis profeſsionibus & nationi busmortuiſunt: ita ut ctiam ufque ad
Philiſtioncm, Phoebum et Origanio nem deſcendas. Hic fanè cogitandum, idem
euenturú nobis, quodaccidit tot cloquentibusoratoribus, totgrauibus philosophis:
HERACLETO, PYTHAGORæ, SOCRATI, tot Heroibus prius,deinde tot du cibus,
tyrannis: tum Eudoxo,Hippar cho, Archimedi, alijs acutis ingenijs, magnanimis, laborioſis,
callidis, contu macibus, his ipfis, qui caducam hanc & & in dies
durantcm uitam hominūſub ſannarút, utMenippo &fimilibus.Hos omnes
cogitandum eft dudú eſfemor tuos:quid auté maliinde habent?Quid hi, quorumne
extant quidem nomina? Vnumhocſummi cſt pretij, ueritate iuſtitia
feruata,mendacib. & iniurijsho minibus placidú uiuere. Cùm teipfum
oblectare uis, cogita virtutes corú qui uiuunttecum: ftrenuitatem eius, illius
uerecundiam, aut liberalitaté, aut aliud quippiam. Nihil enim eſt,quòd tantam
afferatlætitiam, quantam limilitudines uirtutum in eorum quibuſcú uiuimus
moribus expreſſæ,ac fefe cófertim offe rentes cófpectui. itaqz in promtu haben
dæ.Noniniquè fers, tot libras te appen dere, &non trecentas: ita etiã
quòdan norum certum, & conon maiorem ui ues numerum, indignari non
debes.Etc nim ut corporis tanram, quanta cibi eſt tributa,portionem probas: ita
&de té pore tibi ſentiendum eft. Annitendum eft nobis, ut perſuadeamusijs
cum qui bus agimus: lin minus, etiam illis inuitis id agendú eft,quod iuftitiæ
ratio iubet. Quod li quis ui te impediat,tranfi adę quanimitatem, eo impediméto
ad al terius uirtutis opusabutere:memor, tc cú exceptione quadaíftituere
actioné, negca appeterc,quęfieri nequeat.Itaq is füitimpetus animi tui, cui
ſatiſfiat, ii id, cuius caufa citatuses, cóſequat. Glo rięcupidus, alienā
actioné pluo bono reputat.uoluptuarius affectioné,quai ple afficit:méte uerò
pręditus, ſuã actio né. Licet etiá nihil de hisexiſtimare.ipſe.n.res nó funt
eius naturæ, ut iudiciú no ſtrúefaciat. Adſuefac te, ut alio docéte
cogitationes nó aliò diuertas,fed totus animo diceris fisintétus. Quodalucari
nó pdeſt,id ncapiquidé pdeſt. Sinau tæ malè gubernét, aut no rectè curétur
ægroti,dicúr:alius erat quærendus,cui mecómitterē: aut quo hic faluté naui
gātib. uelægrotis ſanitaté afferet? Quá multiiam unà cũhis, quibuſcúin mun dum
uenerüt, ex múdo exceſſerút?Mor bo regio laboratib.melamarú uidetur: morfis àrabida
beſtia, aqua eft timori: pueris fphęrula pulcra cft. Quid ergo i raſcor? aut
tibi minor uis uidetur elle fal Gitatis, q bilis apudictericũ, aut ueneni apud
morſum à rabioſo animali.Nemo prohibebit, quin fecundú rationé tuæ
naturęuiuas:nec tibi quicqua accidet, quod fit cótrarónéuniuerg.Qualcsfút illi,
quibus cupimus placere, aut ppter qd, g cis ſuperlis,autper quasactiones? quàm
celeriter æuum omnia abſcon. dat: imò quàm multa iam nunc occultauit? eſtmalicia?id,
quod iệpenumero uidiſti.Et quic quid omnino acciderit, ex peditin promptu te
habere hanc rcgula, ſæpeid effe à te uifum. Om nino fi ſuperiora &inferiora
animore petas,inuenies omnia cadem eſſe, quo rum plenæ sunt priscæ,mediæ, recéteró
hiſtoriæ, & urbes, & domus:nihilnouú eft,omnia uſitata & breui
durātia tem pore.Neque uerò alia ratione extingui poſluntopiniones, quàm
cogitacioni bus quæ ijs respondent, abolitis: quas quidem ut continéter
reſuſcites, in tua cft pofitum poteſtate. Poſſum de re oblata exiſtimare, id
quod oportet: li hoc poflum, quid eſt cur animo pertur ber?Quæ ſuntextra mentem
meam, ni hil omnino ad cam attinét. Hoc modo affectus,rectus eris. Reviviscere
potes: nam fi res quas antè uidiſti, rursus apud animum tuum contempleris,
exactam uitæ partem qualirepetes. Inane pompa ſtudium, fabulæ ſceöi
tægreges,armenta,uelitationcs,oſsicu lumcatello proiectum,auteſca in piſci nám
iniecta, formicarūlaborcs,& one: rum geſtationes,murium perterritorü
diſcurſus, Gimulacra ncruis tracta ut le moucát. In his igit oportetanimo pla cido, &non elato
confiftere, & intelli gere,tanto unumquem dignum eſſe, quâto ea in quibus
ftudium fuú is po ſuit. In oratione ſingula uerba, inijs quæ fiunt,
lingulęappetitiones ſuntant maduertendę: ato hic ftatim uiden dú,quam ad finem
cæ referantur; illic quidfignificent: Sufficitne intellectus meus ad hanc rem,
an ſccus? Quòd G fufficit,utoř cô ad rem propogtam tanquam inſtrume to mihiab
uniuerli naturaconcello Sin g. contrà, aut eam rem alteri cuidam, qui melius id
poſsit, perficiendam relin quo,præfertim fi alioquin id agere offi cium meúnó
iubet: autipfe perago pro uirilimea, adſcito mihi auxiliario,cuius opera
mca'mensid efficerepoſsit,quod in præſentia fitcommodum, & focieta ti
hominum conducat. Quàm multi quondam fucre cele bres, quorum nunc fama eft
obliuioni tradita? quàm multietiam horum, qui iſtos celebrauerunt, è medio funt
fub lati?) Ne ducas tibi pudori, li cuius auxilio uſus es.Propofitúeftenim
tibiid agere, quod fit tuarum partium: perinde ac militiin oppugnatione muroru.
Quid ergò faceres, li tu claudicans folus con ſcendere propugnaculum nequires:
ab alio adiutus,pofles? Ne te perturbent futura. Nam fi ita uſus erit,
peruenies ad ea eadem inftru ctus ratione, qua nunc in præfentibus uteris.
Omnia inter ſe ſunt complexa ſacro nodo és i nodo neg quicquam ab altero eſ
alie ñum, ordincenim omnia certo funt dif polta, unum eundem mundum ex ornent.
Mundus ex omnibus conſtat unus, unusqueper omnia diffufus est d Deus, una
natura,unalex,unaratio cô munis omnibus ratione præditis ani mantibus, una
ucritas:Siquidem etuna eſt perfectio eorum quę eiuſdem funt ni generis,
eiufdemó participia rationis ui animantium.. Omneid quodmateria conſtat, ce
lerrimè in uniuerlo abolei: omois cau io fa, celerrimè in rationem uniuerfi
adlus mitur:omnium rerum memoria quàm 20 primùm æuoconfunditur. id Ratione
prædito animali cadem a. EEtio & fecundum naturam eſt, & fccun dum
rationcm. Rectus,an qui erigatur? Quam ra. Itationem in unitis & compactis
corpori bus habent membra, eatn obtinent ra tione prædita animalia in diullia,
præ parata ad unam quandam actionem. Hæc cò magis animum tuum tanget, ſi crebro
tibiipfi dicas: pars fum cius, quodeſtex ratione præditis conflatū, corporis:Si
autem propter elementum R.dicas te eſfc partem, nondum ex ani mo diligis
homines, nondum ex bene ficentia delectationcm capis, quam ue rè apprehendat
animustuus,adhucde cori tantùm cauſa ita agis, non ut in te ipfumbeneficium
conferens. Sanèalijsquęcun & accidant,corum eft, fi uelint, ca culparc.Ego
quidem re bus mihi contingentibus, niſi in malis eas ducam, nihillædor:&
licet mihi ea non putaremala. Quicquid alij loquantur & faciant, mc quidem
oportet ellebonum:haud aliter,gliaurū uel ſmaragdus,uelI pur pura ſemperita
diceret, quicquid alij dicant, aut faciant, ſmaragdum eſſe o. portet,me colorem
ſeruare mcum. Mensipſa ſeipſam nó perturbat,hoc cſt,non afert fibiipfiullam
cupiditaté autmctum.Si quid aliud eſt, quod pof fit cam terrere aut dolorem
afferre, fa ciat ſanè: ipſa quidé per ſenulla opinio. nc libihosmotus affert.
Corpuſculum ucrò uerò ipſum curet, ne quid patiatur dis cato, ſi quid
patitur.Animonullus me tus dolor,aut opinio horum accidere pót.negem ci
ſunthabitusad hęc. Per le omnimetu mcns uacat, niſ feipfam deftituat:ita
&perturbationis, & im pedimenti exors. Felicitas eft bonus dæmo, ſeu
bonü. Quid igiturtu hic agis phantafia? ubi, unde ueniſti, non enim te
opushabeo. Sed uenifti fecundum priftinam con fuetudinem: non tibiſüccéſco,
faltem abi, Siquis mutationem timct,is cogitet able ea nihil fieri poffe, ncque
eſte ca quicquam naturæ uniuerli amicius.An tu lauare poffes, nifi ligna
mutarentur? aut ali,nifi nutrimétomutato?autquid nam aliud utile poteft abf mutationc
fieri?Non ergo uides etiam tuimutatio nem carum limilem eſſe,ac perinde nc
ceffariam uniucrü naturæ. Per uniuer ſam naturam:tanquam per torrcntem,
tranfeunt omnia corpora,uniuerſo ipa cognata, & eius opcrum adiutoria, uti
et nostra invicem luntmembra. Quot Chrysippos, Socrates et Epictetos xuí iamn
deglutijt. Idem de omnire & homi ne tibiad animum accidet. Vnum
hocmeſolicitumtenet, ne ad faciam, quodhominis conſtitutio aut nolit factum,aut
alio modo, uel tempo re factum velit. Propediem erit, ut et tu omnium re rum
obliviſcaris,& nulla Gtuſquam tui memoria. Proprium hominieſt,ut etiam cos
di Jigat,qui peccant. Fiethocl in menté tibi ueniat, elle cos tibi cognatos, im
prudétia, & inuitos peccare, paulò pòſt & te, & illum qui
peccauit,moriturum; idý potiſsimum,nó lælum te ab co.no enim eius peccato tua
mens deterior, quàm fuerat,facta eſt, Natura mundi, ex uniuerſitatetaną ècera
modò equum finxit,moxco con fuſo, materia iſta ad fabricam arboris
ulacſt,deinde ad homunculi, inde ada. liarum rerum.Harum ſingulæ quá bre
uiísimo duraruntſpacio. Atquiarcula utlicompingatur,nihil eftmali:ita neli
diffoluatur quidé. Irati uultus oío eft cótra natyrä, quádo fæpius immoriedi fit
prętextus,aut ad extremú extinctus eſt,ut oſo inflammarinópotuerit.Hoc ipfo
intelligere labora, irá à ratione effe alienam. Nam fi etiã ſenſus peccati nul
lus erit, quæ erit uiuendi cauſa? Quæcung uides, ea iam iam à guber natrice
mundi natura in alias, rurſuso & deinceps in alias mutabit formas:ut femper
recens fit mundus. Si quís aliquid contra te deliquerit, ftatim cogita quánam
boni uel malio pinionc pcccauerit: id.n.fi cernas, miſc reberis
eius,acneobmiraberis,neq ira fceris.Nam autipſeidé,quodis,bonum putas, aut
aliud quidda eiuſdé generis: venia ergo danda: Sin tu secus de bonis et malis iudicas,
cò placabilioreris ei qui falsus. Non deijs quæ abſunt, tanquam de præfentibus
cogitandum eſt:fed præſentium ea quæ ſunt aptiſsi ma, deligenda funt,illorumg
caulame moria repetendū,quánam rõefuiſſenç quærenda fiquidem abfuiffent.Caueta
men præſentia adeò probes, ut etiam in honore ca habeas,ac fi quãdo abſint,p
turberis.Intra teipſum uertere. Hæceſt natura mentis,utiuſtè agens, in hocg
acquieſcés,nihil extra fe quærat, Aufer uiſå inhibemotum ncruorú, cir cunſcribe
inſtans tempus,cognoſceid quod uclţibi,uel alij accidat, diuide fubiectum in
materiam &formam, co. gita de poſtrema hora, Quod peccatú eſt, ibi ceſſat,
ubi pec cațum ſubliſtit, Intendenduseſtanimus ijs quæ dicuntur, mente
penetrandum in causas et effectus, Exorna teipfum fimplicitate& uere cúdia,
coś, ut quæ ſunt medio inter uir tutem & uitium loco, in nullo ponas di
fcrįmịne, Diligehumanum genus, obſe quereDeq:is enim aitomnia fieri certa lege.
Quod fi diuina ſunt etiam elemen ta. Sațiseſt meminiſſę,hæc omnia certa lege
conſtare,aut admodú paucaſecus, Mors é auţ diſsipatio,qui indiuidua rum
particularum ſecretio,aut exinani tia,autextinctio, aut migratio, Dolorli
fitintolerabilis, mortem af, fert:diuturnus ferri poteſt,interimga. nimus ſuam
retinet tranquillitatem,ne que fit deterior. At partes dolorç con fectæ, ipsæ
quæratur,fiquidem poflunt. Honinum opiniones de gloria intue cil re, quales
Gint, quid propolitụm habc cidant,quid fugiant, Lide Viß in littore maris arenæ
cumuli Co- alij ſuperaliosappulg,prioresoccultát, įta in uita quo priora à
ſubſequenti bus celeriter abſconduntur. Platonicũ. Quiigituranim ocſt præ
unditus alto et cognitioné habet omnis temporis, omnisg naturæ,an tu cúpu er
tas exiſtimarç, quòd hominis uita ma - gnum ſit aliquid?Nequaquam,reſpon sc
ditille. Ergo,inquam nemortem qui B: dem in malisille reputabit? Minimè Era
uerò, Antiſthenicum,Regium eftmalè au dire, çum bene feçeris. Turpe eſt uulta
co obſequi intellectuiſco componercita uutisiubeat,cumipfeintellectusſeipſum
non componatat ornet. Namrebus iraſci,nihilfanè expedit: Iram curăt enim
noſtram nihil.Dijslę. tiignaris, & nobis gaudia doncs. Frugiferam uti
fpicam mcæ uitæ mc tam.* At hoc quidem effe, illud nona then Lam LIK trCurl be
Quod ſi dij me, libcross ncgligunt, Ratio eft & huic. Meum enim est bbene
efle et iustitia. Non una lugere, Deg tremere. Platonica. Ego autem haudiniuria
hoc retule. rim.Non rectè dicis, ô homo,liputas ef ſe uel uitam uel morté
aliquo in diſcri mine ponendam ciuiro, qui uel alicu ius fit precij:acnon id
potius unum có fiderare cum inter agendum,iuſténcan iniuftè agat, & eáne
fintuiri boni anue rò fecus.Reienim ueritas, & Athenien ſes, ita habet, ut
quo quis loco ſeipſum conſtituerit, exiſtimansita optimum el fe,aut cum ita
Gtoptimum,cò colloca tus fuerit, ibi (mea quidem ſententia ) perGftere debeat,
ac quoduis pericu lum ſubire,neg mortem, uelullam alia rem turpitudine grauioré
ducere. Sed heus tu,uide,ne animimagnitudo,cibo pum aliud quidpiam ſint, quam
ferua re, & feruari. Neque enim conceden dum eſt,eum reuera uirum
diçimereri, qui quantocuný tempore uiuendum, acquc rationem uitæ habendamputat:
Sed 1 leo sel gar, CO all 1 WC 1 ef Sed eum, qui dehis cura deo commife la,
credens mulieribus, non pofle fa tum ab ullo euitari, id consderandum porrò
ducat, quánam rationetempus uitæ conceſſum fibi quàm optimè exi, Curſus liderum
conſiderareexpedit, quali eos comitaremur, & elementorú mutuæ mutationes
crebrò cogitandæ. Hæ enim cogitationes
uitæ humilis for des abſtergent. Bene eſt à Platonchoc dictum.Etiam cùm de
hominibus loq. mur, intuendum est in pes terrenas. Etc nim qui memoria altius
repetierit ho minú cógregationes,exercitus,agricul turas,nuptias,pacta,ortus,interitus,iu
1. diciorum turbas, uaftitates regionum, varias. Barbarorum gentes, ferias, lu
dus, nundinas, in ſumma, qui colluui cm illarum, & ex contrarijs compol tum
præteritorum aceruum, tantas 191 imperiorum mutationes recoluerit, is ecià
futurā præuiderc poterit. Quippe et candem hæc habent cum præteritis for mam,
nem alio possuptmo fieri, Itaçćç Cu alia edbo en idem eſt, quadraginta, an
decies milių ſpacio annorum uitam humanam exa mines, nihil enim amplius uidebis.
Exterra enim nata in terramredacta funt:quæucrògenus traxeruntcælitus, redicre
ad æthercúpolü: fiuehæc quæ dissolutio complexuum, quibus ato miiunguntur, sive
elementorum passio nis expertium dissipacio. Cibis, potug, & magicis adeo
artibus Avertimus currum, & mortis fugi mus uiam. Flantem diuinitus auram
Opus eft tolerarclaboribus, Luctu, lachrymisg calentibus. Est aliquis te
peritior luctæ:quid tú? at rófocietatis humanę ſtudioſior eſt, non uerecundior,
non ita commodè fert ca quæ accidunt, nó ita mitis homi num peccatis. Vbicung
poteft aliquid perfici,fecun dum cómuné dijs & hominibusratio ncm, ibi
nihil eftmali.Nam ubi utilita tem conſequi licet actionis, quære&a uia
proccdit fecundum conſtitutioné i hominis,ibinon cft uerendum nequid fubfit tog
fubfit damni. Vbig & femper in tuacſt manupofitum,ut ca quæin præfentia di
biacciderunt, & approbes piè, & cúbo minibus quicccum lint,iuftè agas,
&ui ſa oblata artificiofe examinesne, quid non facis perceptum admittatur.
Noli aliorum mentes circumſpicere, ſed cò recta intuere, quò te natura ducit,
cùm uniuerli, per ea quæ tibieueniunt,tum tua per ca quæ tibi ad agendum ſunt
propoGta. Id autem unicuiq ad agen dum proponitur,
quod eft eius conſti tutioni conſentaneum. Porrò ita con ſtituta ſunt &
comparata fingula: reli qua quidem omnia corum cauſa, quæ mente ſunt prædita, nimirumdeteriora
pręſtātiorum causa, ratione autem pro ditorum unum alterius caufa factú cft.
Primas igitur inter partes ex quibus ho mo conſtat, ca pars obtinct, que fo
cietatcm humanam reſpicit: alteras, ca, fibi à perſuaſionibus corporeisillo
abſtinet.Rationccnim & intellectu prę ditimotusproprium eſt, ſeipſum circa
ſcribere, &nco ſenſitiuæ,ncqueappe titiuçmotioniſuccumbere:harumem utrag
ctiam brutorum cft. 1 qua Atintelle&iua principatum obtine re, neq ab illis
regiuult:neciniuria, quig pecuius natura ferat,ut omnibus reli quis ipſa
utatur. Tertiú eſt,uacuitas
te meritatis & erroris. Quibus intéta pars princeps, rectà progrediat, ſuis
cóiéta. Tanquam mortuo, &qui hactenus tantùm uitæ uſura fuerit cóceſſa,
quod ſupereſt uiuendum tibi crit fecundum naturam,tanquam ex abundanti. Tu
ſolus ca diligens, quæ tibi fatum iniunxit, contentus efto. Quid enim magis
congruum, quàm ut ſingula cue niunt,ftatim cosante oculos habere, & cum
eadem ipfis cucniffent, indignati ſunt,nouitatem rei mirati, &repræhen
derunt ea. Vbinuncijſunt?nufquam. Quid attinet te corum fimilem effe uel le?
acnon potius alijs fuum morem rc linquere, ipfein hoc effe, utrebustuis bene
uraris? Idý poteris præftare, nec deeritmateria, modò animaduerte, & ftude,
uttibiipliin omnibus actionib. uidearis honeftatem confecutus. Vtri ufgz uerò
actionum finis recordandum cft.Intrò reſpice:intuseft fons boni,ſem per
ſcaturiens,fiquidem femper fodias. Corpus conftare,acneq motu, ncg habitu
diffolutum effe debet. Sicutem mens efficit, ut vultus Gt compolitus &
aptus, ita detoto corpore uttale Gt annitendú eſt. Omnia hæc curandu é, ut ne
oftétationis caula Gimulata fint. Vivendi ars palæſtricæ cft, quòd ſal tatoriæ
fimilior,eò quòdipfa quo cu rat,utad ea quæ incidūt,neq; ancè lune
præcognita,parata fit et à caſu tutum hominem feruet. Adliduò inquire, qualesij
fint, quos teftimonium de te ferreuis, ac quæ co rum fint mentes.Ita nco cos
qui inuo luntariè peccantculpabis, nee teſtimo nijegebis,fiinipfosfontes
infpicias,un deijopinionesfuas,appetitiones hau ſerunt:Omnis animus, inquit
illc, non ſua ſponte priuatur ueritatc: idem sentiendum de iustitia, temperantia,
benignitate, omnibusý limilibus. Atnecef ſariū eſt quâ maxime, id te nunquã nó
meminiflc:ita. n. erga oés crismitior. Dcomni dolorein própru fit tibi co
gitare, cum ncg turpem efle, neqmen tégubernątricem reddere deccriorem feras.
Id quog recordare,multa cú ea quippe hæcnegrationc materiæ, nem ſocietatis
humanędamnum accipit. In maiori autem dolorum numero etiam Epicuri dictum
prodeſt,eum ncg into lcrabilem eſſe,ncg æternum. fiquidem finium recorderis,ac
non preiudicium in dem habeantcum dolore naturam, ta men occultèmodò moleſta
eſſe:ut dor miturire, eſtum ferre,nauſeare:quorum aliquod li moleftè fers, dic
tibiipfi,te dolori ſuccumbere. Vide neita afficiaris contra inhuma nos, ut
homines contra homines. Vnde nobis conſtat Socratem fuiffc illuſtrem et meliori
conſtitutionc præ ditum? Non enim ſatis eſt eum clariori morte occubuifle,aut
peritiùs cum So phiſtis diſputalic, & patientiùs in frigo re pernoctalle,
& Salaminium abdu cere iuſſus,fortiter rcpugnaſſe, acíuijs maieſtatem
uultus præ ſe tuliſſe,dequo maximè dubitari poteſt an uerú id fuc rit. Sed
hocconſiderandum eſt, quo ani mo fuerit Socratcs,an potuerit conten tus efle,
Siiuſtumfc hominibus præbe ret, ac pium erga deos, annequç teme rè ob aliorum
maliciam litindignatus, nec ullius inſcitiæ ſubferuiuerit, an ni hil corum
quæli uniuerſi natura attri buiſſet, tanquam peregrinū autintole rabile
acceperit, nunquám ne affecti bus carnis conſentientem mentempræ buerit. Non
ita confudit omnia natura, ut no liceat circúfcribere ſeipſum, & quæ ſont
propria cuix, caipfum in ſua reti nere poteftatc.Admodum cnim poſsi bile eſt,ut
quis diuinus uir fiat,acă ne mine cognoſcatur. Hụius ſemper me mento:atqhuius
etiam, quòduita bca ta in pauciſsimis rebus eft pofita. Nog guia deſperattice
Dialecticú autPhyl cum futurum,iccirco etiã liberú,pudi cum,fociabilem,deog
obedientem to fieri poſſe. In maximaapimi uoluptate licețui uere, tutum ab omni
ui,utcung omnes quæ uolunt contranos clamitent:etia li corporeæ huius molis
membra å ferig laniétur.Quid enim obſtat, quominus intcrim meas ſeipfam conſeruet
in tran hic 10 5 quillitate,uero de rebus præfentibus iudicio, & uſu corú
quæ ſuntpræma. nibusexpedito: ita quidem ut iudiciú rei fubicctæ dicat: fanè cu
natura tua họces,etfi aliud uideris:urg ulus dicat rei oblatæ: Ego te quærebam.
Semper cnim id quod adeſt, materia mihi eſt exercendæ uirtutis rationalis &
ciuilis, omninog uirtutis humanę aut diuinç. Omni enim id quodaccidit,deo eft
aut homini familiare, ncgnouum, ncgin fractabile,ſed conſuctum &
tractabile. Perfectio morú hocpręſtat,ut omne diétanquá ſupremūagas,nihil
tremas. nihiltorpeas,nihil Gmules.Dij, cu Gar immortales, tamen non indignè
ferút, quodin tam diuturno zuo ſemper om nino tot improbos homincs perferre
debeant: quinimo illorum curam fum mamgerunc. Tuautem qui iamiam cef
fabisuiuere,defperas,idg unus è numc romalorum.Ridiculumeft te non fuge rc
tuáipfiusmaliciam, id quod potes, aliorum uelle fugere, quodnonconce ditur
tibi. Quicquid rationalis et ciuilis tua uis inuc vn. ich inuenerit nc rationi cóſentancū,ncq ad
focietatem conducens, id rectè ca indignum iudicabis. situ benè alicui feciſti,
& cſt, quià to beneficium acceperit, quid præter hæc duo tertiumaliquid
requiris ftultorü more,ut & uidearis bcnè feciflc, & gra tiam recipias.
Nemo defatigatur accipi endo aliquid utile. Atqui utile tibi cita tcſecundum
naturam aliquid agere: nc igitur dum alij prodes, dcfatigare tibi aliquid boni
parando. Vniuerfi natura olim ad mundum fa bricandum fe contulit: nunc autem
uck omnia quæ fiunt, confequétia fiút ſua,, uel ctiá in præcipuis corum, ad quæ
fa mundi gubernatrix natura confert, ra tioninullum locum efle & cóGlio,
tené dumeft. Hoc, & memoria tencas, multis in rebus animo ut his tranquilliori
cffi ciet. hs 1 'D quoqad minuendamglo riæ cupiditatem facit, quòd non licet
tibi adhuc totam uitam,quæàprima tuaæta te fuit,philofophicè uiuere: fed cumul
tis alijs, cum uerò tibi ipli manifeſtum eſt factum,teproculà PHILOSOPHIA abef
fea Gonturbatæ igitur funt tuæ ratio nes.cumaço ipfeiam nomen philofo phi
facilèpoſsis adipiſci, & tuum inſti tutum repugnet. Siitaque uerè perfpe
xiſtį, in quo litrespofita, omitte curare quis habearis:fatis autem fit tibi
fireli quú uitæ arbitrio naturæexigas. Quid ca uelit, cogita, hinc te nihil
diuellat. Expertus enim es circum quotres ua gatus,nufquam uitam beatam inuene
ris:nonin ratiocinationibus, non in di uitijs, non in gloria, non in voluptate,
nullibi.Vbi uero eſt?in agendo ea, quæ hominis natura requirit.Quomodo ita
aget? Si eahabeatdogmata,à quibus có ſentạneæ appetitiones &actiones ueni
ant.Quęſunt illa?debonis& malis.Sci licetNihil, effebonühomini, quod nó
reddit iuftum, temperantcm, fortem, li beralem:nihilmalum,niſi quod horum
contrarium efficiat. In omni actione à teipfo quere, qua lis ca tibi Gt. Nec
poenitentia eiusmoue re: parum abeſt, ut moriaris, &omnia è medio fint. Quid prætcrca requiro, li præſens a &tio animalis
eſt mente prædi ti,ſocietatis hominum ftudiofi et deo æqualis. Alexander,
Caius, et Pompeius, quid hiad Diogenem, Heraclitum, vel Socratem? Hi enim
nouerant res, earum cau ſas,materias:ita erant ipſarum mentes.
inſtructę.Ibiuerò, quibusin rebuseſſet prudentia, & feruitus. Nihilominus
cadem facicnt,eciam litute ruperis. Primum cſt hoc,neperturberis:om nia
ſecundum uniuerli naturam eucni unt:paulò pòft,nuſquam eris,ficut núc Adrianus
& Auguſtus. Deinde in rem ipfam intucre,eamg cólidera,recorda tusoz debcrc
tc eſſebonum uirú, acad hominis natura uelit, ageid quod pro pofitum eſt
cóftanter, aciuſtiſsimetúc te egiſſe puta:modòplacidè,uerecúdè, & citra
ſimulationem cgeris. Vniuerli naturehoc agit,ut quæ hoc modo habcnt, aliòm Pomba,
& exuno lo coin alium res transferat: Omnia con Itant mutationibus, neß
quicquã mc tue: nihil enim noui,omnia uſitata cue niunt, & æqualiter
diſpenſantur.Cæte fum unaquęg natura,firccta uia ingro diatur,fibiipfi
fufficit.Natura autem in tellectiuaid facit, G'in cogitationibus, id
obſeruet,ne falſo,aut obfcuro aftipu letur: impetus animi ad eas folum actio
ncs dirigat, quæ faciunt ad ſocietatem hominum: catantum appetat & uitat,
quæ in nobis funt pofita: omnia quæ à communi natura tribuuntur grata ha beat. Hiuius
enim pars eſt,bcutnatura fi lij,naturæ ftirpis pars eſt: nifiquod hæc eſt eius
naturæ quę & ſenſu & intelle Au carcas,impedirepoſsit:Hominjsną gratis non iraſci. tura,pars eſt naturæ quæ impedirinon
poſsit,intelligat, & iuita fit:liquidem æ qualiter, & pdignitate
uniuscuiuſuis tempora,ſubſtantiam,actionem, & eué ta diuidit. Congdera
autem æqualitaté că inuenturum te fifingulas res exami nes: finunam cum
uniucrGs conferas, non item. Atqui licetlibidinem arcerc,uolup tatibus
&doloribus ſuperiorem eſſe, item gloriola: licet ctiam ſtupidis & in
Nemo te audiat uitam aulică repræ hendere,ac ne tu quidem teipfum. Penitentia
eſt repræhenlo quędam fui ipfius, propter bonü aliquod dimif ſum:bonú uerò, oportet
utile effe, ideo qúe ciºcura é haběda uiro bono & ho neſto.At nullus talis
pænitentia ducc turobneglectam aliquam uoluptatem, ergo uoluptasncqin bonis
eft, ncoin utilibus numeranda. Resita expédendæ ſunt.Quid é hocp ſc, & fua,
ppria cóftitutionc? ģei° ſubită tia &materia, quæ forma? quod eius in mundo
officiú,ac quandiu permanet? Si difficulterà fomno expgiſcaris, reminiſcere
conſentaneum eſſe tuæ conſti tutioni, & naturæ humanæ, ut aliquid agas quod
coetui humano pſit. Atdor mire,etiam brutis eſt communc. Quod autem unicuiq
ſecundum naturam eſt, id & magisproprium ei eſt, & cognati us, adde
etiam gratius. Hoc aſsiduo & quibuſcũæ incidétibus cogitationib, li fieri
pofsit, in promptu habendum. Si de natura, affectibus,aut alijs reb. diſputare
cum aliquo libet,ftatim teip fum antè interroga: Quænã is ſentit de bonis
&malis.Nam opiniones de uolu ptate & dolore, eorumg efficientibus, de
honore, ignominia, morte, uita. Non debet mihinouum aut mirum uideri, li quæ
res hoc aut hoc modo a gát: cogitabo em, ita opus efle fieri. Co gitabo, licut
turpe fit uelle me in mira culum raperefificus fructum ſuum pro ducat, ita
etiam, fi mundus ea proferat, quorum eft ferax: etiam medico & gu bernatori
turpe fit mirari uelle, li quis febricitaret, aut fi aduerſus uentus exi
Iteret. Memento mutare ſententiam, & re aệ &
èmonentiobſequi,perindeeffe libe ri. Tua enim adio fecundum tui animi impetum
fit atque iudicium, tuamo mentem. Siin tua eſt poteſtate,cur facis? linin
alterius,quid repræhendis? atomósne, an Deuni? quorum utrungeſt cum inſa nia
coniunctum.Nihiligitur repræhen dédum.Nam fi potes,uel eum qui cau ſa
eſt,corrige,ucl,fi prius nequis,rem ip fam: lin neutrum,quid iamtibi profuit
repræhēdiffe? atqnihil fruſtra faciédű. Quod moritur,non excidit è mun do:nam
ut conftat, & mutatur, ita etiã diffoluiturin elementa, quẹtibifunt cũ
mundo communia.atq hæc ipfa ctiam mutantur,negindignè ferunt. Vnum. quodgeſtad
certum finem factum, ut uitis, equus. quid mirum? etiam ſol, & reliqui dij
pofluntdicere,cuius rei cau fa facti funt. Tu ucrò cuius cauſa? num uolupta
tis? uide an hocferat intellectus. Natura confilium inijt de uniuſcuiuſ
quereitam finc,quàm initio & duratio nc. Si quis pilam inſublimçiacier,
quid h nam ea uelcûm effertur, uclcum defert, aut cadit quid bonimaliucpatit?Quid
bullæ boni accidit fi conſtet,autmaligi diffoluatur? Idem de lucerna poſsisin
telligere. Cogita quidfiat corpuſculo Genelcat, ægrotet,fi ſcortetura Breuis
uita cft & laudantis, & cius q laudatur, cius quimentionem facit, &
eius, cuius mentio fit:prçterca fit hocin angulo portionis mundi, acncque ibi
quidem omnes contentiunt, imò nelie bi quidem ipfi quifqua. Tota ucrò ter ra
punctumeft. Animum aduerte ſubicctæ opinio. ni,actioniaut di&to. Meritò
hçcpatcris, malles uerò cras bonus fieri quàm ho dic. Siquid ergo, id ita fit à
me, ut ad benefaciendumhominib.referatur.Ac cidit mihi aliqd,referoidad Dcos,
om niumg rerum fontem,& originé,à qua omnia inter ſe connexa dependent.
Lauare,quæ tibires uidetur? Oleum, sudor, sordes, aqua, ſtigmenta: omniaab
ominanda.Ita fe omnis pars mundi, om nisgres ſubiecta habet. Lucilla Verum,
deinde Lucilla fecunda Vini, da Maximum.Secunda Diotimum,Fau Itinam, Antoninus
hæc omnia. Cęterű Adrianum, inde Celer. * Vbi ucro auſte ri illi &uates,
& inflaci? ut ex auſteris Charax, et Demetrius Platonicus, Eudemon, &
fi qui alij tales. Omnia in diem durant.iampridem mortui ſunt:quorú dam ne
minimo quidem tempore dura uit mcmoria: quidam fabula facti ſunt: ponnulli etiam
c fabulis jam cuanue rűt.Idigiimemoriatenédú, g necelſeç rit autdiſsipari
tuâmixturā, autextin guianimulă,autmutari,ctaliò trasferri. Læticia hois é, ut
faciat quæciſuntp pria.Propria aút cius funt:beneuolétia crgaſuũ
genus,cótéptusmotuúq ſunt in lenGb.diftin &tio inter uiſa pbabilia,
cótéplatio naturæ uniuerfi, & corúqſe cundú că fiút.Itě tres refpeétus:unus
ad cauſam pximā,alter ad diuină çaufam, à quaoíaoíbus cueniüt,tertius ad cose
nobiſcü uiuút. Doloraut corporima lus é:ergo ipfum id pnúcict,autalo.Scd
animuspoteft fuam tranquillitatem & ferenitatcm conferuarc, ncc dolorem pro
malo ducere. Omnc enim iudici ým, omnis impecus,appetitio, & inclinatio
intus eſt:ncq.ci dolorquicquam mali affert. Quare omnia uila tolle ex animo,
Continenter te ipſum admone:Núc in mea cft poteſtate,ut in animo hocni
hilfitmaliciæ,nihil cupiditatis, nihil. cu multus: accum omnia ita cernam, uti
funt, fingulis utor pro ipsorum dignitate. Hoc tibi licere,memineris fecúdum naturam. Loquere
& in ſenatu, & cum quibus cunghominibus compofitè.Sana ora tione non
eſt apertè femper utendum. Aula Augufti, uxor, filia, ncpotes, po
ſteri,ſoror,Agrippa,cognati,proping, amici,ſoror, Agrippa,cognati, propinqui,
amici, Areus Mæcenas, niedici, sacerdotes: omnino totam aulam mors abripuit.Deinde
etiam accede, ubinon unusmodò eſt mortuus homo.Defecit tota Pompeiorum
gens:hincmonimen tis etiam inſcribi uidemus,fuiſſe aliqué cius familiæ ultimum.
Quàm anxij uc rò fuere maiores cius, ut aliquě ſuccel forem relinquerent: &
tam necesse eft aliquem efle ultimum. Vita componenda est ita, ut conftet
uniuſcuiuſ actionis ratio. Quarum li unaquęg ſuum, quantum cius fieri po
teſtpræſtet officium, contentus fis:at queid quominusfiat,nemo tibi obfta re
poterit.Sedobftabit,inquis, aliquid extrinſecus. Nihil quidem, quodiufti ciæ,modcſtię
&prudentiæ impedimen tolt. Atqui fortaſsis aliquiduim agen dihabens
impediet? quin tu id impedi menti boni conſule, fico ftatim facto tranfitu adid
quo conceditur moderá to,alia emergertibi adio, quæ ad cam, de qua loquimur,
conſtitutionem qua dret.Accipiendumline faſtu, dimitten dum cum facilitate, Si
quando uidiftimanum abſciſlam, uelpedem,capútuc amputatum alicu biſcorâmă
corporciacere, cogita ei ſe adfimilarc pro uirilifuahunc, qui im pá bat ea
quæipli eueniunt,ſeg à commu ni ſocietate feiungit,aut agit aliquid ab
čaalienum, Ita tu te ipſum ab unitione Dáturali abrupiſti,cuius eraspars narº:
nücuerò teipſum abfcidiſti.Id uerò fei tum eft, quòd iterum tibilicetei adiun gi:id quod nulli alij parti deus concef fit,
ut ſeparata & auulla rurſum inoleſce ret toti.Hicmihi bonitatem conlidera,
quæ homini tantum honoris detulit. Nam & initiò iplius in manu pofuit,ac à
toto auelleretur: & deinde, ut auulfus redier,iterug cócreſcerco locü
partis recuperarepoſſet, dedir. Nãquéadmo dugngulç ferè rationis cópotes naturą
ab ea cæteras facultatcs, ita nos quoß hanc ab ipſa accepimus. quemadmo dumenim
ipſa omne id quod obftat & rcfiftit,cóuertit, & fato fubijcit, ſuam
partcm efficit:ita animal rationc prædi tum poteft omne impedimentum pro ſua
materia accipere,coğuti adid, qd intenderat. Note cogitatio totiusuitæ confuna
dat: neq animum aducrte ijs,quæ mul ta uidentur dolorem poffe afferre. Sed
ſingulis rebus oblatis à te ipfo quæro, quid náca in rc Gtintolerabile:id cnim
pudebit te fateri. Deindememineris,ne que præterita tibi, ncquefutura ullam
afferremoleſtiam, fed præſentia tantű. Achæc cxtenuantur,& fuis ca limiti,
bus, determines, cogitationem tuam redarguas,fi ca tam cxiguæ reinó Grfo rendæ.
Num iam domini tumulo adfident Panthca, aut Pergamus? Num Adriani sepulchro
Chabrias & Diotimus? ridi culum hoc. Quid verò G adGderent, ſentiréntne illi? autuoluptatem
cape Tent, fiquidem ſentirent? aut fi cam ce piſſent, an coimmortales
eſſentreddi te? Nónnchis quoquefatum fuit,ut ſencs &uetulæ priùs ficrent,
inde mo scrétur? Quidautem illi poftmodò fa ciét, his mortuis? Oia hæc fætida
funt, & tabus in facco. Si acutèuidere potes, afpiccetquàm fapientiſsimè
iudica,inquitille. In conſtitutionc animantis mente præditi nullam
inueniouirtutem quæ iuſticiam cxpellat: Sed quæ uolupra. tem cijciat,uidco
continentiam. Si tuam opinionem detrahas ab ea quod
uidetur dolorem afferrc, ipfe in tutiſsimo es collocatus.Quisipſe? Ratio.Verùm
ego, inquies, non ſumra tio.Efto.Proinde ratio ſeipſamnedolo re afficiat:Si
quid aliudin te eſt quodlæ datur,ipſum de fe iudicet. Cùm impedit fomnus aut
appetitus, idmalú accidit uegetatrici animæ: quæ &alia ratione offenditur.
Ita fi mensim pediatur,fitcum damno mente prædi tę naturę.Hæcoía ad te
tranſfer.Dolor, uoluptas,attinguntte?Si uiſus impedia tur
quominuscernat,impedituriã fen ſus. Quòd fi abſos exceptione aliquid
appetis,iamid cú rationis capacis par tis incommodo fit:lin communetibi p
poſitum eſt, neg læſus es, nec impedi tus. Mentis quidem proprias actiones
nihil aliud impedire poteft:nonenimac tingitur ab igni ferro,tyráno,autcalum
nia,aut alia ulla talire. Sphæra cum fit,rotunda manet. Indignum eſt, me mihi
ipfi dolorem afferre,quinullum unquam aliúlubens læferim. Alijs aliæ res
læticiam afferunt:mihi, fi pars mei princeps fana ſit, ne auerſe tur quenquam
uel hominem, uel humanum calum:Sed omnia placidis afpici at oculis, omnia accipiat,
ijsý utatur uti dignum est. Difce præsens tempus tibiip, gratificari. Qui
commendationem pofterita tis magis curant,nó reputant dos horú Similes
futuros,quosnuncægrè ferunt, argipä сcia mortales. Porrò quid om nino tua intercít,
a talibusi) uocibuste cantent,autita de te fèntiant. Tolle mc, & ponc
quocung uoluc tis, ibi enim utar genio mcopropicio.i. cótéto,& habeat ſe
&agar naturæ mica confequenter. Id uerò an dignum eft,ut malè props tereà habeat
animus meus, ac feipfo de terius?abicctus, appetens, anxius;per. territus?
Ecquid co dignum inueniam? Homini dihilaccidere poteft quod nó fit humanum,
nccboui,uiti,ſaxo quic quam, quod nonlit confentaneumcius naturæ. Quòd fi
unicuigid contifigit; quod & cófuetum eſt,& naturale,quid eft cur
indigneris? nihiliticoletabile ci bicommunisadfert natura. Sin propter
cttrancam aliquam ré perturbaris: nó A illa tibi, fed tuum de ea iudicium, molc
ſtiã affert: id uerò ut abolcás, in tua eſt poteſtate. Quòd fi quid eorú quæ in
te ſunt, te moleſtat, quis eſt qui prohibe at,ncopinionem emendes? Similiter Gi
doles te hocnon agere,prodeft cogi tare,curnon potius agasaliquid, quàm doleas:
ſin aliquod potétiusobſtat,no li dolere, cùm nófiat tua culpa,neagas. At
uidetur ujuendum non elle,nig hoc agatur: placidus ergo uitam relinque: quádo
&is qui agit,moritur æquusim pedientibus. Memento partem tui principem ſu
perari non poffe, cum in ſe collecta fc ipsa contenta est, neque quicquam pre ter
uoluntatem agat, etiam fi noninftru eta ratione pugnam conferat. Quid er gò
fier, li étà rõe parata, circúſpectè de reb.iudicet.Itaqmés ab affećtibus libe
ta,arx é: nihil. n. munitius homo habet, quò refugiés fuperari nópót.Id qui nó
uidit,indoctus est: qui uidit, ncq eòrc fugit, infortunatus. Siqd uiſa aut
cogitationes tibi renú. ciāt, caue aliquid cu addas. Renunciacú 'cit, eft,aliquem
tibi malè dixiſſe. Eftoid al latum,non taméid quo $,cflc teleſum. Video puerú
ægrotare:uideo, sed g inpericulo Gt,non uideo, Ad hunc modú ſemper ingifte
primis uilis, nihilipfein tus adijce:ita nihil mali erit.Imòhocad 1.dc,noſlete
omnia quæ in mundo cuc niunt. Cucumis amarus cit,omitte cum: uc i pres in uia
ſunt, declina cas:ncq uerò dicas, Cúrnam hæcin mundo sunt facta. Ridereris enim
ab homine naturæ rerű indagatore, haudſecus quàm à fabro aut futore, damnares
quòdinofficina ramenta & reſecamenta operum uide: res.Atquihi ca poſſunt
aliquo abijce re: uniuerli natura nihil extra fe habet. Verùm hocin cius arte
potiſsimùm mirari decet, q cùm ſeipſam circumſcri pâffet, omnia quæ in ſe
habet, quæ ob noxia corruptioni,ſeniog, & nulli ele uſus uideantur, in
ſeipſam tranſmutat, rurfus ex his alia noua efficit: ita utne que fubftãtiá
extra ſe requirat, neqlo cum,quò uiliores res eijciat.Contenta eſtigitur
ſuoloco,materia:& arte. Neqin rebus agendis flu & uandum eſt, ncqucin
communi uita turbandú, ncque cogitatiouibus uagandum, nego omnino animus
contrahendus, aut fü bito impetu efferendus,ncg uita occu pationibus inanibus
attcrenda.Cædes peragunthomines, mactant, exccran tur: quid hęc
poffunt,quominus mens tua permancat pura, prudens,modeſta, iufta? Quemadmodum
fi quis limpido & dulcifontiaſsiſtens, eiconuicium fa ciat:illa quidem ob
id non ceſſat purā aquam ſcaturire: quin &fi quis lurum, aut ftercus
inijciat,tamen ſtatim illa dif fipabit atą eluet,ncgabijs obturabit. Quid ergo
agendum, ut fontemper en nem habeas,non ciſternam? Compone te ipſum,ut fis ad
oés horas liber, man fuctus,fimplex,uerecundus. Qui neſcit effe mundum, neſcit
ubi ür. Qui neſcit, cuius rei cauſa fit natus, ncß quis ipſefit,neq; omnino
mundú cflefcit.Quorum alterutrum cui decft, is cuius gratia extiterit,dicere
ncqucat. Vter uerò tibi elegantior uidetur, isą plaudentium fugit laudem,anilli,
qui ac negubi,nequc qui fint,cognoſcunt, Laudari cupis ab hic, & feipfum
ſpa cio unius horæter execrat? placere uis homini, qui ne fibi quidem ipfe
proba tur?nifi is probeturlibiipa,qui ferè om nium eorum, quæ egerit,poenitétia
cor ripitur. Non iam tantùm unà ſpirandus eſt circumfuſus aër, fed &
confentiendum cum méte quæ uniuerfa complectitur. Haud em minus uis
intellectrix omni ci, quod cam trahere poteſt,circumfu fa eft, quam ſpiritus
ſpirare uolenti. Generatim malicia mundo non ob eft:inſpccie auté,nihil lædit
proximu: Soli ci obeltcui & conceflum eſt, ut cũ primüita uolucrit,liberari
ea poſſit. Non magis ad meam uoluntas alie na pertinet, quam uel anima eius,
uel caro.Nam etfi maximè uerum eft, una noftrûm cffc alterius cauſa natū, tamé
principes noftrum partes,ſuum quæli. bet dominium obtinct.Etenim curalte rius
malicia,mihieſſer malo? cum non Elit uiſum Deo,ut in alterius Gt potefta te,
cſſemeinfelicemSol diffufus effe uidetur? atæ omni. no quidem fufus eſt, non
tame effuſus, Fulio enim eius, cxtenſio.Itaq & fulgo res eius, quos nos
radios,actinas ab ex tendendo Græci dicunt. Quod autem Git natura radij, uidere
eſt, fi inſpiciaslu men ſolis per anguſtum in umbrofam donum immiffum. Recta
enim im mittitur, & diuiditur ad obiectum foli dum corpus, quòd aërem
intercipit:ibi ucrò permanct,ncq decidit. Ita &intel lectum fundiac
difundi, non tamen ef fundi oportet: quippe utextendatur,ne quc ui &
temerario impetu ad obiecta impedimenta impingat:ne concidat, fed perftet,
& illuftretid, à quo acci pitur, id quidem, quòd eum transmit tet,ſplendore
ſeipſum priuabit. Qui mortem metuit, aut amiſsioně ſenſuum timet, aut diuerfum
fenfum, Quod& amitượt ſenſum,nihilutig ma lifenriet; lin alium ſenſum
adipiſcetur, aliud erit animal, neg amittetuitam. Homines unus alteri cauſa
natifunt, Diſccigitur,aut fer, Aliterjaculú,alitermens fertur.Hæc enim etâ
cauta ſit, &in deliberatione uerſetur, rectà tamen fertur.ingredi in
principem cuiuſuis partem: præbet au tem etiam alij unicuique ingredi in ſu am principalem
partem. Viiniuſtè agit, impietatis reus eſt. Etenim cùm uni uer natura ratione
prędi ta animantia eò effecerit ut quantum eius dignum eft,unum alteri
profit,noceatautem ne quaquam: qui uoluntatem cius præua ricat, impius utißeſtin
omniú dcorú primam.Acqui mentitur,etiam impic tatisin candem dcam fefe obligat.
Na tura enim uniuerfi,corúcſt natura,quæ funt:hęc autem omnia interfecognata
funt. Porrò autem cadem Veritas dicituf,uerorųý primaeft caufa. Quii. tagſtudiò
mentitur, cò quod decipit, impius eſt: quinon dedica opera,eò, p ab uniuerh
natura diſcrepat, &quòd præter decorum agit, repugnās uniuer, b naturæ:repugnatenim
ei, quiin con frariam partem à ueris deflectit, prætop quam iplius natura
ferat, quęcioccalio nes præbuit, quibus neglectis non pót jam uera à fallis
diſcernere. Impietatis reus is quoque eſt, qui uoluptates tan, quam bonum
appetit, dolorem utma, lum fugit.Hic enim peceſſe eſt ſæpenu merà incufet
communem natura,quae ſi ça aliquid præter dignitatem bonis malísue
tribuerit:ppterca, quod fæpe mal¡ uoluptatibus fruuntur,cag.quib. efficiútur eæ,poſsidet:
boniuero dolo re afficiunt, & in caufas dolorişincidūt. Jam qui dolorem
metuit mețuet aliquá do aliquid eorum,quçinmundo fient: įd uerò impium
eſt.Rurfus qui uolupta tem confectatur,non abftinebit fe ab in juſticia:id uerò
palàm impietas eít, O portet autě ad ea,quæ natura in utraq partem æqualia
effecit (nca cnim utra que feciffet, niſi ad utranæ partem exx quoſe
babuilſet)eum qui naturam uult lequi ducem, fimiliter æqualiter eſſe ef fectum,Ita
& qui dolores & uoluptates, mortem & uitam,gloriam & ignomini
am,quibusæqualirationcutitur natu 14, nonin eodem ponitmomento, pro culdubiò
impiè agit. Quod auté dixi, Naturam communcm ijs exæquo uti, ita intelligendú
eſt,qdea cueniút in u traque parté conſequentia quadam, iu xta antiquum
prouidentiæ impetum, quo illa ab aliquo principio ſe ad res i ta diſponendas
contulit,complexa ra ționes quaſdam corum quæ ellent futu ra, deſtinatis
quibusdam facultatib. ex quibus nafcerentur ſubicctæ, muta ţiones, &
fucceflus eorum, Gratiofius quidem crat, hominem mendacij, fimulationis, luxus
& ſuper biæ omnis inexpertum mori: ſecunda (aiunt)nauigațio eft,fatietate
horum af fcctum antemigrareè uita quàm illa ui tia probare. Nondum ne tene experien
tia quidem docuit,utpeſtem fugias? Pestis enim eft ca intellectus corruptio, lo
gè magis, quàm aëris quædam intempe' ries ifta &mutatio. Hæc enim animali
peftis eft,quatenus uiuitillud: hæcho minum, qua ratione ſunt homines. Mortem
non contemne, boni camć conſule, quippe remexijs unā,quasna
turadecreuit.Qualcenim eftiuueneſco re, ſeneſcere, augerc, uigerc, dentes, barbam,
canos ferre, liberos crcare, uterű ferre, parere, reliquæ $ naturales effe
ctioncs, quas tempora uiteadferút, tale eft etrādiffolui. 'Hominis ita ßrationc
utentis cft,mortem ncggraucm,ncquc uiolentam, neg contemnendam rem
exiſtimarc,fed operiri eam, tanquam u nam è naturalibus actionibus:perinde
atque nunc expectas, quando fætus ex utero tuçuxoris edatur, ita expectanda
etiam hora, quaanimula tua ex hocre ceptaculo excidat. Quodfi rudequidé, ſed
taméquod corattingere poſsit,do cumentum accipis,omninò ut facile fo ras mortem
efficiet, fi cogites, quales ij fint à quibus diſcedas, & à quorum morum
litanimus tuus ſeparandus col luuica luuie. Iraſci quidé ijs qui tecum uiuút,
nequaquam debes, ſed corum curā gc rere,ijsý placidum te prebere:Cogitan dum
tamē tibi eſt,te ab hominibusnon idem tecum fentientib. diſcedere. Hoc enim
unam erat,quod poterat retinere in uita', G fuiffet homini datum uiuere cum
ijs,quieademſentirent:Núc uides quàm laborioſa fitinter unà uiuentes diffenfio,ita
ut dicas:ô mors, uenicele riùs,ne quádo ipſe quog meiipfius ob liuiſcar.
Quipeccat,abiipfi peccat: quiiniuftè agit, & biipfi iniuftè agit, ſco malum
efficiens ipſum,lædit. Sæpenu merò iniuriam facitis qui nihil agit, nó is modò quiagit. SiadGt
certa de rebus fententia, & a ctio ſocietatem humanam ſpectans, &
animus ita affe & us,ut boni cóſulat om nia quæ accidunt præter id quod eſt
à cauſa profectum: hæcli adfint, ſuficiút ad opiniones tollendas, Gftendum im
petum animi, extinguendum appetitú, &habendum paratam apudſeſc parté
principalem. Vna uita brutis animantibus eft dis tributa:unamens, rationem
adeptis. Qucmadmodum una eſt terrenorú ter ra, & unam lucem uidemus, unum
aêre trahimus. quæcáqucuidendi & uiuédi uim habcmus. Quæ commune aliquid
habent,con tendút ad id quod eft eiufdem generis. Omne terrenum ad terramuchit,omnc
item humidum, aut aërcum ad ſuum iti dem genus,ita ut neceſſe fituiea inde in
tercludi.Ignis furſum effertur, propter clemétarem igncm: omniuerò hic igni
aliquid eſtparatum utinflammctur,ita ut omnis materia paulò ficcior facilè i
gnem concipiat,quia minus eft in eius temperic id quod inflammationě pro
hibeatItag & omnc, id quod commu nis mentis eſtparticeps, limiliter ad co
gnatum ſuum contendit:atq etiam am plius. Quanto enim eſt alijs rebus præ
Itantius, tanto ¶țius ut cómiſcea tur cum co quod eiufdemcſt generis. I
taquc apudipla ſtatim bruta inuenta ſunt examina, greges,pullorum educa tiones,
atq id genusquali amores.Ani macnim iam in his eſt, ido quod ea in unum conduceret,
apud præftantioré partem reperitur:id quodin plantis,la pidibus &lignis nó
inuenitur.Atapud ratione õdita animalia,ciuitatcs funt,ct amiciciç, &
domus, & concilia:ingbel lo pacta & induciæ. Apudpræſtátiora, etiam ex
diuerfis modis unitio quædá conftat, ut apud aftra adcò aſcenſus ad fuperiora
conſenſum etiam in de iua dis cfficere potuit. Atqui apud catan tùm, quæ mentem
habent,obliuio mu tui ſtudij & conſenſus reperitur, & hic modònon
uidetur quomodò adſe in uicem affluant.Quanquam etiam fi fu giant homincs hanc
coniun &tioncm,ca men ab ea corripiuncur, naturanimirú præualente. Vidcbis
autem id quoddi co, li animum aducrtas. Facilius cnim inuenies tcrrcum aliquid
nulli terreno adiunctum, quàm hominem ab homini bus auulſum. Fructumfert
&homo,& deus,&mú dus,fuo unumquodą temporc: quòd lconfuetum cſtin
uite, ut luum fru & ű, nullum communem ferat, tamen ratio fructumfert
&communem &propriú, naſcunturg ex eo alia quædam eiuſmo di, qualis est
ratio. Peccataliquis.Sipotes,meliusillum doce:fin uerò, meminerismanſuetudi nem
tibipropterea datam: nam & ipli dij illis ſunt clementes, qui& nonnul
lis ad conſequendam fanitatem diuiti as, &gloriam, auxilium ferüt: adeò
funt benigni. Id & tibi licet, neque impedit quiſquam Labora, non ut miſer,
nec ut qui uel miſericordia,uellaudé conlequi ſtude as:idunum tibi fit
propoſitum agere ſe cundum ciuilem rationcm. Hodie omni me periculo exemi,imò
uerò omnia quæ uidebantur mala cie ci: nihil enim extrà erat,fed omniaintus in
opinione mea. Omnia hæc, quæ in caducis funt, fa miliaria iam mihifecit
experientia:du ratione autem ſunt diurna, materia for dida,omniatalia, qualia
erat etiã apud illos, quosſepeliuimus. Resipfæ extrafores ſtát,nihilipfæ de
feipfisnorūt, neß pnunciát. Quid igit deijs pronunciat?ratio. Negidperſua
fione, fionc,ſed actione diſtinguit bonum & malum ciuilis animalis ratione
prædi ti: ſicut ncßuirtusneg uitiú in perſua fione, fed actione. Lapidi in altum coniecto nihil mali accidit fi
dccidat,ncg bonum, quòdin ſublime effertur. Introſpice corum animos, &
uidebis quosij iudices timcant, & ut hi ſeipfos iudicent. Omniafunt in
mutatione,ac tuipſe quog in perpetua alteratione, ac quo dammodo corruptione. Quin & totus mundus.
Alterius peccatum ibi eſtre linquendum, ut firactionis defcctus,ap petitus, opinionis
quics,ac quaſi mors. nihil mali. Tranfi nunc ad ætates, ut puericiam,
adoleſcentiam,iuucatutem,ſenectam: horum omnium mutatio eft mors.aun quid
mali?Trág deinde ad uită ſub auo acam,ſub matre, ſub patre: quinetiã ali as
multas mutationes & fines inucni cs, quære ex teipso, an quid mali Git?Ad
cundemmodum eſt etiam totius tuz ui sæ finis, quies,acmutatio. Perpende mentem
tuam,uniuerfi,ac proximi:tuam,ut ea iuſtam reddas.uni uerfi ut recorderc cuius
pars fis: proxi mi, ut uidcas fitnein ca igooratio,an uc rò incellcctus. Simul
intelliges te factú ad explédum ciuile corpus,atqita om nem actionem tuam
facere ad uitam ci uilem complendam.Etenim quecúquc tua actio nó ad focictatem
humanam, tanquam finem uel propinquum uel remotum refertur,illa uerò uitam
inter polat,& unitatem eius foluit; turbaso ciet,ficut in populo cam plebs
ſeceſsio nem facit. Abhac concordantia. Pue. rorumirę,ludicra ſpiritus qui
cadauera geſtant:ut co efficacius accidatidquod eſtin Necya. Vade adqualitatem
cauſa, čamgå materia ſecretam confidera, tum quàm diu permanerc omnino pofsit
ca pro pria qualitas. Paffus
esinnumera, eò quod non có tentus fuiſti cua mente agere ca,ad quæ crat
facta.Sed hæc fatis. Cum te alius repræhendit aut, odit, aut aliquid
talcpronunciat,afpicecorú animulas: intra, & uide quales Gint.Cer nes nihil
eſſe tibi laborandú, ut hocuel illud ij de teiudicent. Bene quidem ijs uelle
debes: Datura em amicifunt, eos dij omni ratione iuuant,perinſomnia,
uaticinia.Hæc quidem de quibus ijcer tant, circulus ſunt rerum mundanaa rum,
quæ ſurſum deorſumgab unoz uoin alterum uoluuntur. Aut ad fingulas res uniuerſi
intelle ctus ſe applicat, quod fi eftita, id, quò ca ſe applicat:approba. Aut
ſemcltan tum impetüfecitipfa més, reliqua om nia conſequéter fiunt.* Et quid
unum alicui. Quodam enim modoAtomi. Omninò autem, que Deus fit, recte omnia
habent: ſiue temerè ſunt omnia; i nunquid & tu? lam nosomnesterra
occultabit:poſt ipfa quogmutabitur: & res deindealię item in infinitum
mutabuntur.Enimuc ro qui fluctusmutationum & motuum confiderabit, earumg
celeritatem, is omnia mortalia contemnet. Torrentis inſtar cauſa uniuerſi rapit
omnia. lam ó ipſa iſta ciuilia quàm ſuntuilia? & quàm k uidentur homunciones
iſti philoſophi cè agentes,pleni eſſe muci? Quid facien dum? quod nuncnatura
poſcit,cò con tende îi liceat, neqcura,an fit aliquis mortalium
hoccogniturus.Neo Plato nis remp. ſpera: Sed contentuseſto,G uel minimum
procedat:hứcqueipſum ſucceſſum cogita quàm non fit exi guus. Mutat aliquis
illorum ſuum placitum? atquiline horum mutatio ne quid eſt, quàm feruitus
gementium, &perſuaſos ſe esse simulantium. Vade nunc et Alexandrum et Philippum
et Demetrium Phalereum mihi dic, Vide rint an ſcierint quid communis uolue
ritnatura, & an leipfos ſub diſciplina te nuerint.Quod ſi tragicè tantùm
ſeſe o tentarunt,nemo me damnauit, ut co gar eos imitari.Opus philoſophiæ ſim-,
plex eft, & uerecundum.Nolimeaddu cere ad faſtú, qui præſeferat grauitaté.
Supernè contemplari infinitaarmen ta,ſacrificia,omnis generis diuitias, in
tempeſtatibus & ferenitate: quæ facta funt,cum ijs nata, quæitem
deceſſerút. Conſidera etiam uitam eorum qui ante te,& qui poſt te uiuét:
horú ét, qui hodie apud Barbarosuiuút: @multico rum ne nomen quidem tuum sciant,
mul ti ſtatim obliuiſcentur, mulu cũ te núc laudent, ftatim ſunt culpaturi.
Deniz quam res nullius momehti lit memoria aut gloria, aut aliquid tale. Vacuitas
perturbationum in his quæ ab extrinſe ca cauſa accidunt, iuſticia in ijs, quarū
actionum tu es cauſa: hoc eft impe tus animi, & actio, quæ finem habe at
ſocietatem humanam: id enim eft tuæ naturæ conſentaneum. Multa fup uacanea ex
hisq te perturbát,precidere potes,q tota in tua ſunt opinione fità, multūý
laxitatis et ſpacij tibi acqrere. Torūmundū alo cócipe,tuuğæuú per pēde, tú
celeré lingularú rerú mutatio. né.breue.f.efſe tēpus ab ortu ad interi.. túid
uerò q huncfequit,idó pillú prę ceſsit,infinitú. Oía quę uides,celerrime
interibút: hi quo,quieorú interitú ui dent, ipfi quog mox peribunt. Qui
decrepita lenecta moritur, idem ferer cum co, quiimmaturamorte cadit. Quænam
ſunt eorum mentes, quib. rebus ſtudent,quæ habent in honore, quæ amant?iudicate
nudas ipforum in tueri animas.Cum uituperando obeſſc, aut prodeſſe laudando ſe
putant, quæ cítilla opinio? Amiſsio uitæ nihil eft aliud quàm mu tatio:
hacautem delectatur natura uni uerfi, fecundum quam omnia fiunt rc te.
Abæternoreseiuſdem formæ natæ ſunt, licg eritin infinitum. Quid ergo dicis
omnia facta, & futura male. Ergo nullus inter totdeos repertus eſt, qui ca
corrigeret, ſed damnatuseſt mundus ut perpetuis malis conflictetur. Vide quàm
putris ſit omniú rerum materia,aqua, puluis,oſsicula,fætor: rurſus calli terræ,marmora:
fęces, aurű & argentum:crines,ueſtis,fanguis, pur pura,omnia reliqua
eiuſdemmodi. Eti am quæ fpiritu conſtant, alio modo ta
lia, atq ex hisin hæcmutantur. Satis miſeræ uitæ eft, & murmuris, &
& imitationis? Quid perturbaris? quid in hisnoui? Qui terret te?nú formala
ſpicc cã.nú materia? afpiceilla. Extra hæc nihil eft. Quin &iam crga deos
ſim pliciot &melior esfaćtus. Idem eft Gue tribus hæc, live centum annis ea
diſcas. Si peccauit, malum apud ipſum eſt: fortaſsis autem non peccauit. Aut ab
una aliqua mente tanquam onteomnia progrediuntur, quæ cor poribus
accidunt:proinde pars non de bet euentis totiusfuccenfere. Autato miſunt
omnia,confufio, & diſsipatio; quid ergò perturbaris?Menti tuæ dicis. Mortuus es?perijſti, efferatus
es, ſimu las, cs in cætu, aleris? Aut nihil poffunt dij, aut aliquid. Si nihil,cur
non compræcaris eos?Sin pol ſunt,cur non magis etiam pecis ut dét tibi, ne quid
horum metuas, autexpe tas,ncque magis doleas ſi abſit,quam ſi adfit.Omnino cnim
li poſſunt adiuua reij homines, etiam in hoc poterunt. Fortè dices,Dcusea in
meapoſuit pote ftate.Efto. Nónne crgo præſtatteijs ģ in tua ſunt poteſtate uti
libere, quàm de · ijs quæ non ſuntin tua man u pofita,ſo icitum eflc, animo
feruili & abiecto 9 3 k 3 Quis autem tibi dixit, deos non in his etiam, quæ
penes nosſunt,auxilium ad ferre?Incipe ergo precari de his, et uide bis.Precat
alius, ut cum aliqua cubet: tu petę, ne eius rei appetitustibioriat. Alius petit, ut certa releuetur,
tu, neca leuari tibi op' ft.Alius,ne amittat filiú: tu, ne idipfum metuas.
Omninò adhuc modum uota concipe, & quid fitfutu rum uide. Epicurus ait
fibicum ægrotaret, nul la fuiffe de corporis affectione cum ſu is colloquia,fed
decaufis rerum natura lium præcedentibus diſputatum conti nenter.Eı rei ſe
intentum, mentem ha buifſe perturbationum uacuam, ut quę motuum corpuſculi
nullam partem acciperet, ſuum bonum cuftodiens,idea qúe ſe ne medicum quidem
qui appli caret pharmaca adhibuiffe; Sed uitam benè habuiſſe.Tuquod is in morbo
po tuit,hoc liquid alterius rei incidat,ob ſerua. Vt eniin non defiftere à
philoſo phia propter quæuis negocia, neg cũ quouis uulgari homine nugari,omnib,
Sectis é cómunc.lic in omniactione cie b h ti incumbendum ſoli, q ppoſitum
eſt,in ftrumétog quoadidutimur. Si cui? impudentia offenderis,ftatim percótare
teipfum, an poſsit fieri, ut nulli fint in múdo impudétes.nó pótaūt hoc fieri:
neigitpoſtula id qd herinequit:alio quin ipse quoß un'eris eximpudétib. ijs,
quos effe in mundo oportet. Idem de uerſuto,infideli,omnidenim quocú quemó
uitiofo in próptu ſit tibi cogita re.Ná firecorderis neceſſarioid genus hominú
efle, fingulos æquioré te prebe bis.Id quoq utileé,ftatimcogitare,quá homini
natura uirtuté cótraid pecca tú dederit.Remediū.n.tribuit, cotra in gratos
manſuetudiné,cótra aliud uitiū, aliud pharmacũ. Olo aút licet tibi in ui am
reducere eu qui errauit: nā oís q pec cat, cò errat, pàppofito aberrat. Denique
quid inde tibidamniallatú é:inue nies quidénullú eorú quib.iraſceris, tale
quippiam fecisse, quomés tua fit futu ra deterior:atquiin hocunico fitú crat,
ut malú tibi atg dánú accideret. Quid verò malum aut novum accidit, fi indoctus
į homo agit suo modo: uide ne tu tibiip c 2 0 k 4 ſe potius ſisrepræfendis,
quinon præ fenferis fore, utisi: a peccarct. Eenim anſam tibi omnino præbuit ut
cogita res, confentaneum eſſe utis ita pecca ret.Ac tamen eius oblitus,miraris
eum deliquiſſe? Maximè ucrò fi cui infi delitatis uel ingratitudinis cauſa ſuce
cenſes, intra te conuertere. Proculdu bio enim à te peccatum eſt, fi eum ita
affectum iudicauifti fidem feruaturum: aucl beneficium conferens,non eo có
tentus fuiſti quod dederis, neque fru - & tum teipſa ex actione capere
cogitaui ſti. Quid enim aliud requiris, cum ho mini bene facis?non cibi ſatis
eſt,te tuæ naturæ conuenienter egiſſe, ſed & mer cedé inſup defideras,
perinde ac fimer çede oculus poſcat,quia uiderit,autpe des ppter grellus.
Quéadmodú enim hæc ad certūfiné facta ſunt,ita ut ſecun dúfuam conſtitutioné
atą naturam ſi egerint, fuum finem adepta ſciamus:ita homo adbeneficentiam
natus, & quid beneficij cótulerit, aut aliud quid ege rit,quod ſocietati
humanæ conducat, fecitid,cuiusgratia eſt factus, conſecu tus cft id, quod ad
eum pertinebat. Ris aliquando, ô anima, bona, simplex,
unica, & nuda, ſplendidior corpo re tibi circumiceto. Gu ſtabis olim amoris
affo ctum:plɔna eris,nullius indigens, nihil deliderans ncg animati neque
inanimi ad fruitiones uoluptatum:ncqtempus requires: quo diutius fruare,neq
locũ, regionem, aut aèris commoditatem, nec hominum conuenientiam.Sed có tenta
eris præfenti ſtatu, dele & aberis omnibus quæ cruntin promptu, tibig ipfi
perſuadebis,omnia tibiadeſſe,om nia cuareétè habere,omnia à Dijs tibial
lata,probabisquæcúq ijs probabunt, ac quæ tibi ad perfe&ti animalis ſalu
tem dabunt,quod bonum eft, iuſtum, honeſtum,omnia generat at continet &
ample &titur, quæ diſſoluuntur cò, ut alia exiplis exiftant. Eris aliquando
ta lis, utita cum Deo & hominibus uiuas, utne quid in ijs repræhendas, neg
ab illis damneris.Obferuaquid natura tua requirar, quippe qui tātùm à natura gu
berneris:id deinde fac &admitte, nifi tuanatura,qua animales, cò fiat
deteri or.Secundo loco animaduertédumeſt, qd animalis natura quæin te eft,
requi rat:idgo mne omittendum eſt, nifide terius tit habitura ea natura, ob
quam rationis particeps diceris: nempe ciui lis, & rationalis. His uſus
regulis, nihil ages fuperuacancum. Omni quod tibi euenit, aut ita euc nit,ut tu
laturuses, aut ſecus.Si como do, quo tuid ferre potes, non fer ægrè, fcd
utnatura tua te docet: fin cótrà, no litamen indignari, etenim ipſum peri
bit.Enimuerò memento cam eſſe tuam naturam,ut omnia feras ca,quæ an into
lerabilia iudicare uelis nécne, in tua eſt fitum poteſtate,ſecundum uiſa, qua
id tibi prodeſſe aut conuenirc ducis. Siquis errat; docercillum debes benigne,
& oftendere quid non animaduer terit.Siidneſcis,teipfumaccuſa,imò ne
teipſum quidem. Quidquid tibieuenit,
id omne abę. terno tibi deſtinatum eſt,atą à conne xu caufarum fataliter
tributum. Nam &quod tu es, et quæ tibi cueniút, ab æ terno dependent. Siue
ex impartilibus corpuſculis, fi uc natura mundus conftat, id primum
conſtat,eflcte partem totius quòd à na ra gubernatur.Deinde,coniunctionem tibi
quandam eſſe cum eiuſdemgeneris partibus.Horum memor,quatenus par tem me eſſe
totius fentio, nihilægrè fe ram eorum, quæ à toto mihi tribuútur. Parti enim
nihil poteft nocere, quod to ti prodeſt. At totum nihil habet, quod nóip6
profit.Id, cùm omnibu set có mune naturis, tú Vniuerſi naturæ hoc accedit, quod
ne ab ulla quidemextrin feca cauſa poteſt cogi, ut aliquid fibi dá nofum
producat. Quatenus uerò mihi cognatio quædam eſt cum partib. quę funt eiuſdem
generis, nihil agam quod non refpiciat communitatem, imà ſemper ad communem
utilitatem diri gammeas actiones, & à contrario auer tam.Hisita conſtitutis,necefle
eſt uitá proſperos habere ſucceſſus: ficut & ci uis uitam profperam
intelligeres,proce dentis per actiones ciuibus utiles, boniş consulentis
quæcung ei civitas tribueret. Omnes partes mundi interire necef farium eſt, hoceft,
alterari. Quod fi hoc etiam malumipfis fit,nónne uniuerfum malè poſsit
perdurare, partibus ad inte ritum, &alterationem cóparatis. Vtrú enim
natura inſtituitſuas partesmalè af ficere,malog obnoxia, & quidéneceſ
ſariò,efficere?aut perimprudentia hoc admifit? Vtrung quidem non eft ueri li
mile. Quin etiam ratione Natura omiſ ſa, ipfarum rerum naturam confideret, item
ridiculum erit hóc. Simul enim di cere, quod mundi partes à natura factæ ſintad
mutationes et carummutatio ncs quafi contra naturam euenientes mirari aut
indignè ferre, abſurdum ſit: præſertim cum fingula ex quibus ſunt conflata, in
ea etiam diffoluantur. Aut enim diſcretio fit clementorum, cx qui bus concretæ
ſunt res, aut mutatio, ſoli di quidem in terram,aèrci autem in ae rem, ita ut
hæc quoß aſſumantur in Ra tionem uniuerfi, fiuehoc certis conuer fionibus
inflammabitur, fiue perpetuis uicibus renouatur. Solidas autem &ae reas
partesnon opinare ab ortu te habc re: omnia iſta heri & nudiustertius ex
alimento et inspirato aêre affluxerunt: hæcgmutanti, non id quod ex utero
matris attulifti. Poneaut,hocte admo dum adiungere propriæ
qualitati:nihil rcuera,puto,adid quod dicitur. Cùm fumpferis tibiipfinomina
hęc, bonus,uerecundus,uerax, intelligens, prudens,alti animi,caucne quando ifta
nomina,amittas,alijsg camutes. Celc riter ea aſo repete, acrecordarcnole in
telligentis indicari ſcientia dc fingulis rebus percipiendi, & eú, qui
cogitatio nibus alienis non occupetur: pruden tis uerò, uoluntariam
approbationem corum, quæ communis natura tribuc rit:altitudine animi,mentis
intentioné & ſublimitatem, ſupraleues & duros motus carnis, gloriam,mortem,
aliasg res elatæ. Siigitur teipſum dignum his nominibus præftiteris,non id
appetés, utab alijs ita appelleris,alius eris,alião ingredieris uitam. Nam
talem te porrò elle,qualis hactenus fuifti,hoceftin hac uita raptari
&inquinari, nimis ſtupidi eft hominis, & VITAM AMANTIS, fimiliso eorum,
qui in pugna aduerfusferas fe meſi ſunt. Hicnim pleniuulnerum & ta bi,tamen
hortantur, ut in craftinum fer ucntur,iterum pugnaturi aduerſus eof dem ungues
& dentes. Itaq te paucisi ſtis nominibus accommoda, ac,& qui dem
pofsis,ea tuere, perinde at hin In ſulas quaſdam fortunatas commigral ſes.Sin
teinferiorem ijs eſſe ſentis, fece de audacter in angulum aliquem,utibi
uictoriam obtineas: aut omnino è uita abi, non iratus,ſed Gimplici & libero
ani mo, atæ uerecundo, cùm id unum in ui ta egeris,uteo modo difcedas. Vt auté
memoriam illorú nominum retincas, haud exiguú tibi ad feret adiumentú, ſi
recorderis deorum, atß eos nolle fe adulari,fcd hocuelle, ut ratione prædita animalia,
ipforum quàm fimilima ef ficiantur. Ficus,canis,apis,ſuum quoduis offi ciumfacit: idem eft
&hominis partiú. Mimus, bellú, terror, ſtupor, ſeruitus: hæc quotidic
delebút facra illa tua pla cita, quæè contemplatione naturæ rc rum hauſta
circumfers. Omnia autem, ita ſuntinfpicienda &agenda,ut & cir
cumſtantijs fimul ſatisfiat, & cognitio inactioné uertatur,ferueturó
animicó ſtátia ex earūſciétia accepta. Ignorat, non tñ cft abfcóditú Quando
capies fru &tum fimplicitatis?qñ grauitatis? quan do cognitionis fingularum
rerum? quæ: nimirum fiteius natura, quis in mundo locus, quandiu ferat eius
natura ut du ret, quibus ex rebus conflata fit, quis eam poſsit poſsidere,quis
dare autadi Aranca, ſi muſcamceperit, exultat: alius G leporem, aut piſciculum,aut
fu cm, aut urſum, autfarmatas,nónne hi ſunt prædones? Si opiniones exami ncs,
quomodo unumin alterum tranf mere. mPombaur,uiam ac rationem contempla di
parabis.Continenter autem hucani mum aduerte, teý huic parti adlucfac: nihil
eſt enim quòd perinde animum magnum efficiat.Corpus enim exue, in
telligensgiamiam te ex hominibus di ſcedentem ifta omnia deſerturum,torů
teipſum da iufticiæin actionib. tuis ſer uandæ, in reliquis quę eneniuntrerum
naturæ totum te cómitte: quid alij uel fentiant de te, uel agant contra te, ne
ad mentem quidem tibi tuam accidat. Duobushis contentus eſto, ut & iuftè
agas in præſentia, & id quod nunc tibi obtigit,boniconſulas. Omnes alias oc
cupationes,omnia ſtudiamiſſafac,huic modò intentus,ut rectà ſecundum lege
ingrediaris, deum ſequens. Quis lituſusderebus tanquam ſuſpe Etis deliberādis
hinc patet. Si quid age dum fit,uideasą id elle ex uſu, firmiter cò
procedendum. Sın id nonintelligis, inhibendaactio, & optimis utendum
confiliarijs.Quòd G alia his aduerſa oc currant,progrediendum eft iuxta præ
fentes occaliones,animo ci quodiuftú uidetur intento. Optimum enim eſt cú
áttingere ſcopum. Quietus fimul, & ad motus facilis, fi mul & lætus,
& conftans eftis, qui ra-. tionem ubiq fequitur ducem. Interroga ex
teipfoftatim à fomno ex pergefactus,nū tua interſit, fi quæ iuſta funt &
reétè habent, in aliorum fint poteſtate?Nihilintereſt. Nunquid oblicus es, illi
qui aliorum fermonibus & laudibusfeiactant,qua les in lecto fint,quales
inméta quid? a gant,quæ fugiant, quæ confectentur? quæ furentur,quærapiant? non
quidé manibus & pedibus, ſed precioſiſsima ipforum parte,qua acquiri poteſt
(ſi qs uelit) fides, uerecundia,ueritas,lex,bo nusgnius. Omnia danti & recipienti naturæ p bè inſtitutus
& uerecundus dicit: Da quicquid uis, aufer quicquid uis. Ne que hocaudacia
elatus dicit, fedeio bediens, camś probans. Vitæ cxigua reſtat pars:uiue tanquá
inmonte. Nihilem refert hîc ne fisuel illic,modò ſcias te ubig in mundo, tan quam
in urbe eſſc. Videant, inquirant hominemhomi nes uerum ac fecundum naturam uiué
tem.Sinon ferunt eum, occidant:præ ftat'enimhoc,quàm illo modo uiuere, Noniam
præçerea tibidiſputandum eſt, qualísnam ſit uir bonus: fed curan dum, ut fis
uir bonus. Subinde tibi ante oculos pone æuũ totum, & uniuerſam
natura:cogita, uc res ſingulæ ratione ſubſtantiæ nuclei fint oliuarum,temporis,tenebri
cóuer lio:1dý de ſingulis rebusindaga.Quem admodum exiam diffoluátur, finto in
mutatione ac qualiputrefactione & dil ſipatione: utunumquodą ſuam ucluti
mortem habeat.Quiſuntilli, qui nunc comedunt,dormiunt,coêunt,uentrem
purgant?cum quiimperant alijs, ſuper biunt,indignantur,inferiores increpát?
quibusilli paulò antè feruierunt, & qui bus de caulis?quieruntpaulò pòft?
Vnicuiqid prodeft, quod naturau niuerG fert,atx co quidem tépore, quo ca fert.
Expetit quidem pluuiam terra: expetit autem uenerandus æther cum eſt repletus
nubibus in terram decide re,ita & mūdusid agere cupit,quod fit: dico
itaqmundo,meei adſentiri. Itag & hocfit, & dicitur fieri, quod mundus
uultita fieri.Authic uiuis, & te adſuefe ciſti, aut aliò te confers, &
hoc uoluiſti: aut defunctus tuo munere moreris. Nihil eſt præter hæc. Bono ergo
esa nimo. Semper fit euidens, hoc efſe agrú: 1 & quomodo omnia funt hieijs
qui in ſummo luntmóte, autin littore, autu. biuis. Omnino enim inuenies
Platonis illud, ftabulo in monte abditus: & ba lare. Quid eſt mens mca? ad
quid nunc ea utor?Eſtne aliquid mentis uacuum? cftne aliquid à comunitate
diuullum? num affixum & admixtum carni, ut il ludunàmPombaur? Qui dominum ſuum fugit,
fugitiuus eſt.Lex autem dominus eft. Ergo qui cótra legem agit, fugitiuus eſt.
Acdolo-, rem aliquis,iram, aut metumconcipit, propter aliquid eorum quod
facūeſt, uçlât, uel fict ſecundum uoluntatem & eiusqui uniuerſum
gubernat.Hic uerò lex eſt tribuens ſuum unicuif. Ergo 13 qui hoc modo timet,
dolet, aut irafcit, & fugitiuuseft. Pater semine in uterum matris dimillo
abijt. Inde ſuccedés alia cau ſa agit, & abſoluit facum,animaduerten dum
eſt ex quo quid efficiatur. Rurſus cibus per fauces dimittetur,deindealia
cauſaluccedens,ſenſum,appetitum,ui tam,robur,omniaģiſta aliaefficit.Ita ea, quæ
in tanta occultatione fiunt, co Gderanda ſunt, facultasģita conſiderá da eft,ut&
eam quæ deorſum, & eam quæ ſurſum uergit uidemus, non ocu lis quidem
corporeis, fed haud minus tamenperſpicuè. Alsiduò conſiderandumeſt,quomo do
omniahęcſint,qualia fuerint,aclint bulæ atqfcenæ earundem in ſpeciem rerum,
quasuelexperientia uidiſti, uel exantiquahiſtoria cognouiſti,ut,aulá
Adriani,totam Antonii aulam,totam Philippi aulam, Alexandri,CroG.Om nia
enimhæc, talia erant. Tantú per alios animo tibi finge cũ, quialicuius rei
caufa doletautindigna tur,fimilem efle porcello qui mactatur, & calcitrat
at grunnit, Similisetiã ei qui gemitin lectulo ſolustacitè alliga tionem
noftram. & quod ſolianimali ratione prędito datum eſt ut rebusque
cueniütfpóte obſequat. Olo aut ſequi eas,oíbusé neceſſariū.In fingulis reb.
rereexteipfo debes, fitnemors mala, proptereà quòd ea re te fit fpoliatura.
Cuni alicuius offenderis peccato,fta tim ad te reuertere, ac cogita quain fi
milire tu pecces: ut,Quòd argetum,uo luptatem, gloriolam in bonisducas. Id iram
mox obliuione delebit: accedat autem & hoc,uteum inuitum peccare ſcias.
Quid uerò faceret coactus? Tu; li potes,efficene cogatur, Cùm Satyronem
uides,Socratium ti bifinge conſpectu dari:cùm Eutychen, Hymenem,uel Euphratem
cervis, Eutychionem, Syluanum, Alciphronem, uel Trophæiferum imaginare: Xenophon.
te uiſo, Critonem aut Scuerum: denis ſingulis aliquem priorum certa ratio ne
limilem oppone. Simuluerò tibi ad animum accidat,Vbinamfuntilli? nusquam,autubicung.
Ita nunquam non cernes res humanas fumum ellc & uani tatem.Maximè fi
recorderis id quod ſe mel mutatum eſt, nihil fore in infinito tépore. Tu aut in
quo tempore es? aut qui non ſufficit tibi, breue hoc honeſte exigere?quam
materiam, o ſubiectum fugis? Quid enim ſunthęcoia,nifi ex ercitia rationis quæ
accuratè perfpexiç naturam earum quæ in uița occurrunt rerum. Perduraigitur,
dum eas res tibị familiares reddas: Quéadmodú ualid ventriculus oía fibi
effiçit familiaria: & ignis ſplendidus quidad ei inijcias, fla mã ex co
&fulgore edit. Nulli liccat uerè dicere,nó efſe te fimplicé et bonu: sedmentiatur,
quicúq hocde te ſentit. Id uerò omne penes te eſt:quis enim pa
hibeat,nelisbonus&fimplex? Tibimo ftet ſententia,nó uiuere,nifi talis ſis:ne
que enim patiturratio te niâ talem. Quid Git, quod poſsit de propoſita materia
rectiſsimè dici, uel agi, conſide ra:quicquid erit,facere tibi uel dicere li
cet,nemine obſtate:neo prætēdete im pediri.Nexprius deſine ſolicitudiné, ita ſis
affectus,ut qďuoluptuarijs ſunt deliciæ, id tibi fit actio in ſubiecta & ob
lata materia, humanæ cóftitutioni co ſentanea.Oé.n.id qdlicet tibi agere ſe
cundú natură, p uoluptatehabendú é: licet aút ubią.Nam cylindro quidem non
datur,ut quouis loco feraturſuo, p prio motu, ut negaquæ, neg igni,ne alijs,
quęànaturaautanima rationis ex pertereguntur:multa enim ſunt quęob ſtent eis,
& intercipiant.Mensautem, ſi ueratio per omnia quæ reſiſtunt perge re
poteſt ſecundum ſuam natura & uo luntatem.Hanc facultatem anteoculos tuos
ponens, g mens per omnia poſsit ferri, ficut ignis ſurſum, lapis deorſum,
cylindrus per decliue,nihilpræterea re quire.Reliquaimpedimenta aut corpo
reiſuntcadaueris,autpræteropinioné, ipfius métisremiſsionénó lædunt,ne que ullú
afferunt malū:Alioquin is qui impediret,malus confeftim fieret. Na reliquæ res
omnes ita ſunt compara tæ ut fi qd eis maliaccidat,ftatim dete riores fiåt.At
hîc, a oío dicédüeſt,meli or etiam fit homo, maiorique dignus į aude,fi rectè
utatur ijs quæ occurrunt. Omninò autem memoria tenendum eſt,ei qui natura ciuis
eſt,nihil poſſe no cumenti accidere, quod nonidem ciui tati noceat.Atqui huic
nihilnocet,nifi quod obfit legi.Eorum uerò, quæ incó moda autinfortunia uocant,
nihillegi officit:ergo neg ciuitati,ncg ciui. Qui morſus eſt à ueris
dogmatibus, ei ad recordationem uacuitatis dolorú & metusſufficiet uel
minimum. quale illud: Sternit humi uentus folia. Haud aliter genus humanum.
Foliorum uerò rationem obtinent &liberi tui, &ij homines qui acclamát
& collaudantita,utfidem mereri uide antur, aut contrà execrantur,aut tacitè
repræhendunt & fubfannant. Foliorú rationem obtinent et hi, qui famam po
ſteritatis excipient.Hęcenimomniana fcuntur tempore ueris:pòſt animus ea
deijcit: inde alia ipſorum in locum ſyla ua producit.Breuitas uerò téporis om
nibus eſt communis. Tu autem omnia perinde atque æterna fugis aut appetis,
paulò pòft moriturus:& cum quite ef feret,alius lugebit. Sani oculi eft,omnia
uiſlia cernere, & non uiridia tantum uelle, quòd faci unt ij, qui vitio
aliquo oculorum laborant.Idem de sano auditu et olfactu sentiendum, utriqomnia
fui generis senli lia esse promptè appræhendenda: qua ratione etiam uentriculus
ad omne a limétum paratus debet effe,inſtar mo læ, quæ ad quæcunque molienda
para ta eſt.Proinde & més ſana parata debet eſſe ad omniaquæ occurrunt. Sed
ea ģ hoc tantum curat, ut liberi fint ſalui, ut ab omnib.laudentur eius
actiones, ocu lo fimilis eft uiridia, autdenti tenuia tan tum uolenti. Nemo eft
adeò felix, cui mortuo non Gintadftituri quidam, qui malú quod ei obtigiſle
putatur, haud malè lit con ſulturus:probus,dicent, & fapiens crat: nónne ad
extremum aliquis dicet fe cum, Etipfe aliquando reſpirabo-ab
hocpædagogo.Nulliquidem noſtrum erat grauis,fed feng tamen clam nos ab
coſperni. Hæc de bono uiro dicentur. ant. Nobis quàm multa ſunt alia, ppter quæ
multi ſunt, qliberari à nobis cupi Hæcmoriens li cogites, cò facili us diſcedes
hinc, reputans te ex ea uita abire, ex quaijipli q ei' ſunt participes, quorum
gratia táta certaminafuftinui, precatus ſum,pcuraui,meuolüt migra re,fortaſſe
aliquid meamorte alleuatio nis fperátes. Quidé,curdiutius hic mo rari quæras?
Nihilo tn minus benignus illis diſcede,morem tuum ſeruans, ami
cus,beneuolus,propicius:negutis qui abripiatur,ſed quibenemoritur,animu la
facilè ſe foluente è corpufculo. Eo
modo & ab his diſcedendum eſt, quib. nos natura accommodauit & mifcuit.
Difloluitnunc?
diffoluor et à familias ribus abducor, non reluctans, non vim patiens. est enim
et hoc unum corum, quç fiunt secundum naturam. Asvesce, utin omni re teipsum per con teris. Hçustu
quorſum hocrefert? A teipso
facinitium, teg primo examina, Memento facultatem motricem corporis intus
latere. Hæc est facundia, hæcuita,
hoc est, ut ita dicam, homo. Nunquam circumiecta vasa animo tibi propone et
instrumenta hæc tibi afficta. Similia enini sunt dolabræ, cotantum differentia,
quod adnata funt. Alioquin sine causa, quæ ea movet et continet, haud maio ri
sunt usui, quàm radius te xtrici, calamus scriptori, flagellum auriga. Aec
propria sunt animi ratione præditi. Se ipsum videt, se ipsum componit
feipfumtalé, quale vult, efficit, fru &tus quosfert, ipfepercipit,(Erenim
plantarú fructus, atg etiam animalium, alij percipiunt.) fuum finem
conſequitur, quicung ui tæ fit terminus: nó utin ſaltatione, & a gendis
fabulis,alijs id genus rebus fit, ut fi quid offendatur,tota actio fiat irri ta:
fed is animus omni in parte, ubicuß depræhendatur, id quod oblatum eſt,e fedum
& nullius rei indigum reddit, ita ut dicere poſsit ſeſuum habere.Con
plectitur pręterea totum mundum, eiſ inanc circundatum,figuram eius, infini
tatem qui, certis conuerlionibus con Itantem regenerationem uniucrſarum rerum
contemplatur. Inde cognoscit, ncgnouum aliquid pofteris cuen turú,nem eos qui
ante nos fuere,quica amplius nobisuidiffe:fed quod is qui è quadraginta
annorú,fi méte utaturferè oía præcerita &fucura uidet in reb.eiul
demformę.Hecquoß eifunt propria, amorproximi, ucritas, uerecundia, utni hil
feipſa præſtantius ducat,quod qui dem ei cum Lege eſt commune,itaut ai
hilinterfitinterreciam rationem, &ra tionem iufticiæ. Cantilenam iucundam,faltationem,
& pancratium contemnes, Siuocélua uè fonantem diuidas in fingulos fonos,
ata ſeorlim de fingulis ex teipfo quæ ras an ab co patiarete uinci:pudorcpro fe
& ò afficieris.Idem dereliquis fuomo do intellige.Deniqin omnib.illis quæ
nonfunt uirtus, nec à uirtute profici ſcuntur, memento ad partes corum re
fpicere, diuifiones illa in cótemptum adducere: ids in uſum totius uitæ eft
transferendum. Qualis eſt aia quęparata fit, fiiamde beat à corpore ſolui,
& uel extingui,ucl diſsipari, uelconſtare.Vtautem licpara ta ſit, à
peculiari iudicio uenit: non ut fimpliciter mortem aliquis ſubcatid Chriſtiani
faciunt, fed bene ſubductisra tionibus & cum grauitate, ita ut & alte
ri hoclincuerború cxaggeratione per, fuadere poſsis. Egi aliquid ad ſocietatem
humana códucens: ergò utilitatem ſum cóſecu tus.Id femp occurrat, nequnquādebt.
Quã tenes arte?Bonuseſſe. Quánam fic hocratione? Si contempler, partim na tură
uniuerâ partimhominis ſtructurā. Initiò Tragoediæ prolatæ ſunt, quæ monerent de
ijs quæaccidere homini bus ſolent, eam eſſe.rerum naturam, ut liceueniant.At
uerò quib. in ſceną delectabamini, curijſdem offendimini in maioreuitæ humanæ
theatro? Vide. ris quidem,quod ita hæcdebuerint per fici,quodý ea feruntetiam
ij, qniclama uerunt. Id Cithoron. Et fanè quædam utiliter à poëtis dicuntur,
quale eſtil ludin primis.: Quod li dijmenegligút, &liberos, Rationem habet
illud.item. Nam reb. iraſciſanènihil expedit. Frugiferam utiſpicam meæ uitæ me
tam. aliag id genus. Poft Tragedia uetus Comædia illata eſt,libertatédiſci
plinæ accommodatam habens, cazip fa haud inutiliter nos monens, ne faſtu
extolleremur. Cuius fimile aliquid etiã Diogenes uſurpauit. Poſthas &media
quædã comedia & ad extremú noua aſſumptæ ſunt, haud alium ob finem, a ad
ſtudiú artis imitando oftentandæ. Dici enim & ab hisipfis quædam utilia,
nonignoratur: fed tota huius poëſeos & fabularum,ſcriptionis intentio qué
nam finem reſpicit? Quomodoeuidens fit,non eſſe aliud uitæ propofitú ita có
modú ad philofophádū,ut eftid, quod núc tenes?Ramusà pximoamputari ra monó pót,
an & à tota arborere fecet: fic homo etiã ab uno auullus hoie,nó pornó écà
toto excidiſſe cætu. Itagra mum quidem alius aliquis, homo feip ſum à proximo
feparat, cum eum odit aut auerfatur:ignorat uerò étà tota ciui li ſocietate
ſecadéroeabrumpitur. Ve runtamé hoc habemus munere louis, hác ſocietaté
cóftituit,ut rurſum adcre ſcere pximo, & explere totú poſsimus: Ettamen ſi
hæcauullio fæpius admitta tur,efficie,ut uniriiterum at coaleſce rehaud facile
pofsit id quod erat auul fum:tum uerò, quòdfatent plátatores, non eadem eſt
ratio rami qui ab initio floruit cum arbore,manfitgin ea,&e. ius qui
amputatus;rurſus deinde eſt in fitus. Oportet igitur in eadem arborc elle, etfi
nonidem cum omnibus ſentias. Qui tibi ſecundum rectam rationem procedenti impedimento
funt,ut auer tere teà recta actionenópoffunt,ica ne que tua erga ipſos
beneuolentia depel lantte:utrobiß teipſum eundem ferua, utnon modò iniudicado
cóftantia, & agédo, fed &aduerſus eosqte phibere conantur, aut aliâs
indignantur,māſue tudiné tuearis. Haudem minusinfirmi eſt illis iraſci, ô
defiftere ab actione, & concideremetu perculſum: utrunque eft eius qui
ordinem ſuú delerit, quod alter mctu facit,alter odio cognati fibi,
&amicinatura. Nulla natura arte inferior eſt: quip PC cùm artes fint naturæ
imitatrices. Quodſi eſt,utiq naturaomnium perfe & tiſsima &omnia
compræhendens, ar tium folertiæ nequaquam cedet. Porro omnes artes præftantiorú
gra tia faciunt uiliora:ergo & cómunis na tura. Acoz hic eſt ortusiuſticiæ:
ab hac reliquæ uirtutes dependent:non enim conitabitiuſticia,ſi uelrebus ſuapte
na tura neqz bonis nec malis nimium tri buamus,uel temerarij,ucl errori procli
ues erimus: Non ueniunt ad teres eę, quarum fu ga uel appetitu perturbaris,fed
tu quo dam modo ad eas accedis:iudiciumita la que deijs quieſcat,ita
etipfçquieſcent, & & ne ſequeris eas,neg fugies. Animus globo
ſimiliseſt, figuræ æ quabilis, quandones effertie, negcó trahit,ſed
luminefulget, quo in omnib. & rebusueritatem cernit,& in ſe quoque
Contemnorab aliquo: uiderit. ego ibi curabo,nequid contemptu dignum a gam
autloquar.Oditmealiquis: uide ip rit.Ego quidem omnibus ſum placidus ces
&beneuolus,atco ipſo promptus ad ne ch ere cm que ipſo. 100 god m oftendēdos
alijs ſuos errores: neß hoc exprobrādi cauſa, aut ut patientiam o ftentem meam,
fed ingenuè & pro bè. Quantus erat Phocion, nifi idip ſum præ ſe tuliffet.
Intus enim omnia oportetrectèhabere, & à dijs conſpici hominem nullam rem
indignè ferenté, autquiritantem. Quid enim mihi mali accidit,fi alius id agit,
quod eſt naturæ tuæ commodum? nó accipies id quod nuncnaturæ uniuerfi eſt
opportunum, cum ſis homo eò deftinatus,ut commu ni utilitati inſeruias? Qui contemnunt fe mutuò, ijdem mutuò ſe demerentur:
& qui mutuò de primatu contendunt, mutuò libi con cedunt. Quam putiduseſt,
& fallusille, qui dicit: Statui fimpliciter tecum agere. Quid agis? non
erat hoc præfari opus: ipla reshocoftendet.Statim ipſo in uul · tuinſcriptus
debet efTe fermo,acftatim ex iplis oculisapparere: Quemadmo dúex afpectu
amatores ſenlum ſui ama fij.ſtatim cognoſcunt.Omninò uir bo nus & fimplex
hircoli debet aliquld fi mile habere, ut qui ei adeft, uelit, nolit, tń cius
fimplicitate depræhendat. One tatio aut ſimplicitatis, infidiæ ſunt te étæ:neq
uerò quicộ turpius eftfubdo lis acinfidis congreſsib.Hocoím maxi mè fugito.
Bonus,fimplex& manſuelº uir,hæc oíaí oculis habet, ncg calatét, Rectiſsimè
uiuédi facultas é in tuo aío pofita,nimirú ut res neg bonas ne quemalas,in
nullo ponas diſcrimine. Id fet, & unamquamlibet eorum conté pleris diuiſim,
& rationetotius,memor nullam earúin animis noſtris de ſe poſ fe excitare
opinionē, negadnos ueni re: sed ipsas quidem quieſcere,nosautem effe, q
deijsiudicia faciamus apudnos, easýnobis quali depingamus:cú liceat tñ autoío
no depingereillas, aut fihoc oío ſit admiſſum ſtatim delere. Exigui temporis
attétio hæc eſt, indefinis erit uitæ.Quid obftas,quo minus hęcrectè habeant?Quęli
ſuntſecundú naturam, gaudeillis, & erútfacilia:ſincótra natu ram,quære quid
fit tibi fecundum natu ram,atpid contéde et si gloria careat.
Ignoſcedūé.n.oīci, ſuuğrit bonum. Videunde uenerint omnia, ex quib. conſtent,in
quod mutentur,qualia fint inde futura,tum nihilmalicis accidere. Primùm, quis mihi
ad eos reſpectus. Nati fumusinuicéun ' alcerius gratia.A lia autem ratione
natus fum utipfisprę ſim, ficut aries gregi, aut taurus ar mento. Rem altius
repetc. Sinó conſtat mú dus ex atomis, utią natura cum guber nat. Quod fi
detur, utiq deteriora præ ftantiorumgratiafunt: hæcuerò, unum propter alterum.
Deinde, quales illi ſunt in menſa,le cto,alibi?Maxime autem quib. illi funt
neceſſariò opinionibusaddicti, & qua to cum faſtu aguntſua. Tertium eft.
Sircctè faciunt hæc, nó eſt indignè ferendum: ſinfecus, at non ſponte,ledignoratione
peccant. Omnis enim anima invita privatur cum veritate, tum eo, ut possit cum
uno quoli betut eſt dignum,uiuere. Itaque dolo reafficiútur,li iniuſti,
ingrati, auari,om ninoſiniurij erga aliosdicantur. Quartum eſt.Ipfequoginmultis
delinquis, es ipſorum ſimilis:ac tametG quibuſdam peccatis abſtines, tamen ha
bitum ea faciendihabes, ac uel metus, uel gloriolæ conſectandem causa, aut
aliud ob malum, abstines similibus peccatis. Quintunc hoc quidem ſatis ſcis,
an peccent. Quædam enim ordinc fiút. Omnino autem multa experiri opusē, antè
quàm certum aliquid dealiorum actionibus ſtatuas. Sextum.ut maximèſtomacheris,ta
men uita hominum eftmométanca, ac paulò pòſtomncsmorimur. Septimum.Non actiones
ipforúno bis moleſtiam exhibent, cùmeæfint in ipforum animis: fednoftræ
opinioncs. Itaq tolle uoluntatem iudicandi de rc aliqua tanquam mala: limul
ſuſtuleris iram.Quomodo, inquies,tollam? Sire putes,non eſſerem
turpem.Namnig.fo la turpitudomalum eſſet,tu quogne ceffariò multis modis
peccares,ficres latro, & omnia tentares. Octauum.Multò grauiora adferunt
dolor & ira,quam obaliorum pecca: ta concipimus, quam ipla illa, ob quæ m 3
raſc imtur & dolemus. Nouú manſuetudo, li genuina fit, no adſcititia aut
fucata,inuictač. Quid uerò uel extremæ libidinis homo tibi faciet, fi
conſtantermanſuetudinem fer ues, acl res ita ferat, placidè eum hor teris ac
doceas eo ipſo tempore, uacás huic reitum, cùm is te lædere nititur. Si
dicas,Noli fili, ad alias res nati ſumº: ego quidem non lædar,ſed tu: ido eia
pertè & integrè oftendas, neque apes, ullum aliud eorum quæad cætű apta
funt natura animalium ita agere. Oportet autem neque irridendi,neque conuitiandi
caufa hocfacere,fed aman ter, atq ita ut ne cor mordeatur, néue ccio abuti
uidearis, acne quis adftans mirctur,fed ut cum ſolo, ita loqui de bes, etiam fi
alijadlint. Horum nouem capitulorum memento, tanquam
a Musis li ea dono accepiſſes. Acincipe tan dem homo efle, dum uiuis. Tam vero cavendum
ne irascaris eis, quam ne aduleris. Utrunque enim a societate est alienum et
damnosum. In promptu tibi fit ira accedente, non iram esse VIRI, fed man ſuetudinem:
id ut humanius, ita & VIRILUS EST, requiritgrobur, nervos et fortitudinem:
quænon ſunt apud indignan tes & morolos.Nam quanto proping or
eftmanſuetudouacuitati affcctuum, tanto & potentia: acquemadmodum dolor,in
impotétes cadit, fic & ira. Uter que enim uulnus accepit, &herbápor
rexit. Quod fi lubet, etiam decimum à duce Muſarum donum accipe:nempe, Inſani
eſſe,uellene praui homines pec cent.qui enim hocpetit, id petit, quod fieri nó
pót.Alijs uerò cócedere ut fint mali, modònein tepeccent, ingrati eſt, et
tyranni. Quatuor potiſsimum motus animi
continenter ſuntobferuandi, ac, fi eos deprehenderis, inhibendi. Primò, ut dicas.
Hæc cogitatio non erat neceflaria. Alterum,hocfacit ad ſocietatis diſſolu
tionem.Tertium, hoc non ex te dices: nam non à le dicere, inter abfurdiſsima
eft reputandum. Quartum: tibiipa ex probra, eſſe hoceius, quidiuiniorelui parte
uincatur, & cedat ignobiliori & mortali parti, corpori ſcilicet
&eius craſsis uoluptatibus. Aêreū, & oésigneęparticulæ quęcó miſtæ ſunt
tuo temperamto, cth natu ra ſurſum efferantur,tamen ut obediãt ordini
uniuerli,ab ipſa mixtione conti nentur.Similiter omne terrçumin te, &
humidum,cùm natura ſua deorſum fe rantur, tamen in ſublimimanét, non in fuo
naturaliloco. Adcò elementa uni verſo obtemperant, aca quò deſtinen tur per
uim, manent, donec diſſolutio. nis rurſum canat claſsicum.Nonnc igi tur iniquum
lit, ſolam tuam rationem nolle obedire,ſuumglocú indigne fer re.Etquidem nihil
ei uiolentum impo nịtur: ea modò, quæ eius naturæ conue niunt. Et tamen ea non
ſuſtinet, fedin contrarium fertur.Motusenim adiniu fticiam,luxuriem iram,dolores,
& me tus, nihil aliud eft,quàm ſeceſsio à naru ra: & cùmanimusaliquid
corum quęc ueniunt indignèfert, tunc quoqueluú locum deſerit. Etenim ad equalitatem
& pietatem cóftructuseſt haud minus, quàm adiuſticiam: quia & hæ
(pecies funt uirtutum,quibus benè defenditur focietas humana, imò etiam
antiquio resiplis iuſtis actionibus. Quinon eundem per omnem uitam propofitum
habet fcopum, is unus & idem eſſe,p totā uitam nequit.Non fa tis eſt, id
quod diximus, niG & hocad datur, qualem eſſe oporteat eú scopú. Quemadmodum
enim non eſt Gmilis de bonis utcunqueplurium opinio,ſed quæ eſt certorum
quorundam commu nis:ita & ſcopus ciuilis, & communita tem reſpiciens
eſt ſtatuendus, Adhuc qui oés fuos animi impetus direxerit, omnes actiones
ſimiles reddet,cogmo ſemper ſuieșit fimilis, Murem montanum, et dameſticum
huiusý pauorem & fugam, Socrates, & uulgi opiniones,Lamias
uocabat,puerorum terriçulamenta. Lacedæmonij peregrinis ſub umbră fede
adugnabāt in ſpectaculis, ipli quo uis loco fedebant, Socrates Perdiccæ quærenticur
nő ad ipfum ueniret,refpondit:nc turpiſsi mointeritu peream.hoceft,ne benefi
cio affectus, idnon poſsim compenſaa re. In Epheliorum literis crat hocprz ceptum,
quod iubebat quotidie remi nilci alicuius ex antiquis, qui uirtutem coluiffent.
Pythagorei manè nos coelum afpice se iubebant,ut recordemur eorum,qui femper
fuum officium præſtant: ité or dinis,puritatis, & fimplicitatis nudæ:a
ftris cnim nullum eft uelamentum. Memento qualis fuerit Socrates > củ pellem
præcingeret, cùm Xáthippe uc fte fumpta procefsit:acquæ dixerit fo cijs
Socrates pudorc affectis, ac recede tibus, cum uiderent eúin iſto ornatu.
Núquàm fcribere &legere alios do. cebis: nih ipſe prius didiceris: id multò
magis inuita eſt præſtandum.Seruus es, ratione cares.tú charũ cor mihi rifum
fuftulit. Virtuti grauibus facient conui cia urbis. Infani eſt, ficus hyeme
quærere.Tale eft puericiam quærere præteritam. Epictetus puerum oſculatus,
interi us cum eo fe collocutum dixit. Fortaſsis cras mortem obibis. Abo minaris
hoc: nihil dictu graue cft, ingt, quod aliquod opusnaturæ defignat:ni ſi
abominere, quod fpicæ'metuntur: Vua primùm cruda,deinde matura fit, pòſt
palla:hæc omnia rei ſuntmutatio nesnonin nihilum, ſed in id quodiam non eft.
Nemo ut dicebat Epectetus latro eſt uoluntatis.Ars autem, aitidem, in ueniéda
eft in adſentiedo, utgimpetus animiferuentur,ita uthabeátautadiun ctam
exceptionem, spectét societatem et dignitatem. Cupiditate omnino abſtinendum
çít, neque inclinandum ad ea quæ non ſunt penes nos. Itaq, inquit,non de leuire,ſed
de in. fania certatur,nib SOCRATES dixit.Vultis ne compotes rationis animos
habere, aut non?uolumus. Cuiuſmodi, bonos ne an prauos?ſanos. Cur ergo nó
quæritis? Quia habemus. Quid igitur conton ditis? Mnia ista, quæ per circui tus
temporum adipiſcio ptas,iam nunc habere potes, nifi tibiipfi invides: hoceft, Siomneid
gpręte. rijt,omittast,uturum prouidentię com mittas,id modò quod præſens eſt,diri
gens ad ſanctitatem & iuſtitiam: alte ram, ut boni conſulas ca quæ tibi
fatū tribuit etenimid natura tibi attulit alteram, ut liberè ac fine ambagibus
ueri tatem loquaris,agasok ſecundum lege, & ut dignum eſt. Non impediat autem teneg aliena malitia,aeg opinio,ncß
vox,nequc fenſus circundare tibi carnis. Id enim curet, quod afficitur. Itaq
jamio exitu cùm fis,tantummentem tu am,idç quod eſt in te diuinum,uenera
beris:neo morrem metues,fed nequan do uiuere non fecundum naturam incipias. Sichomo
eris dignus mundo quite protulit,nec amplius cris tan quam peregrinus patria
tua, admirans ca quæ quotidie eueniunt,ncg de hac uclillare dependebis. Videt
dcus omnia mentesnudas à ua lis materialibus & corticibus iftis
repurgamentis.Sola enim fua intelllige tia ſola ifta cótingit, quæ abipſohucde
fluxerút ac deriuata funt. Quodipfum tu quoque li facere afucſcas,magna cx
parte efficies, ne ita circútrahare. Qui cnim nó aſpicit carncm circumicctam,
occupaturin ueſte, domo,gloria, relia quisg exterioribus ac quali tabernacu lo
contemplando. Tria ſunt ex quibus conſtas:corpus, anima, mens. Priora duo tátum
ea ratio ne tua funt, quòd corum curam geris: Tercium folum ucrè tuum est, quod
si separes à te. Quæalii dicunt aut faciunt aut quetuipſe,aut ģte futura
pturbát, aut quæ corpori tibi circundato, uela nimulæunànatæ præter cuam
uolunta tem accidunt, ac quæfluctusexterna. rum rerum uoluit:Ita ut intellectus
ab illis rebus, quæ fato una sunt, exemptus libera apud feipfam uitā uiuat,
agensiu Ita,probás euéta, dicens uera, fi inquam remoueas à menteres quæ ci
conſenſu quodam naturæ adhærent, itemģfutu rum & præteritum tempus,
efficies ex tcipfo globú, qualis illcEmpedocleus. Sefolo exultās,totus ceres
atqz rotú dus:Diſces id tátú uiuereg uiuis, hocé. in præsentia.I ta fiet, ut ad
fine ufo ui tæ tibi ſupereſt, pofsis abſque petürba tionibus generosè,&
geniū tuú pbás atq amās exigere. Sæpenumeròmihi mirari ſubijt,quidnãeſſet rei,
q homi nes cùm feipfos magis ĝ quenquam ali um diligat, iñ ſuam de ſeſe
exiſtimatio nem minoris ducant quàm aliorum. Quòd fi quis Deus,aut prudens præ
ceptor mandet, ne quid homo apud fe ipſum cogitet animóue concipiat, nisi id statim
lit prolaturus, certè ne unum quidem diemid coleret: adeòmagis ue remur, quid
proximus de nobis fit exi stimaturus, qusm quid ipsi nos. Qui fit, quod Dij,
cum oía pulchrè & humaniter ordinauerint, hoc unu neglexerint,quod
nonnullos homines apprime bonos, acin quos in plurimus ſuam erga deum pictatem
quaſi teſſeris fecerunt teſtatam,unuinig lele familia res multis pijs
actionibus et facrificijs effecerunt, femel fato functos nonredu cunt,fedomnia
extingui finunt. Idaute Gita é,ſcias deos aliterinſtituturos fuif fe,&
aliter fieri expediuiſſet.Nam fieraj iuſtum, erat utiq etiam poſsibile: ac di
erat secundum naturam, certe naturaid tulisset. Quod ergò res nó ita habet Si
tamen non ita habet,id tibi faciatfidem non fuiſſe ex uſu, ut aliter quàm eft
fie ret.Vides enim ipſe quoquete, dúhoc fcrutaris, cum Deodeiure diſceptarc.
Atqui non hocmodo cũ dijs colloque remur, nili cos optimos eſle &iuſtiſsi
mos putaremus.Si autem tales funt, ni hil certè in rerum difpenfione iniuftè accontra
rationem neglectumpręteric runt. Ad sue facte ad ea etiam, de qbus de
ſperas.Etenim læua manus, cum adalia obeunda ſitinhabilis,propterca q non
conſueuit: tamen frænumfortius quàm dextra continet. Qualete
corripiecmorscorpore et ani mo?Conlidera uaftitatem æui quod an te & poft
te est, brevitatem vitæ, materiæ imbecillitatem. Causas ipsas ab integumentis
nudas inspice. Quo referantur actiones vide. Quid dolor, voluptas, mors,
gloria, quis sibi ipsi occupationum sit causa.Neminem ab alioimpediri, omnia
opinionibus constare. In uſu placitorum Gimilem oportetel ſe pancratiaftæ, nó
gladiatori:hic enim enſem quo utit li deponit, interficitur, alter verò manum semper
habet paratam, camg ut ex uſu eſt conuertit. Huiuſmodi res conſiderandæ ſunt,
diuiſione earum facta in materiam, formam et respectum. Quanta est potentia
hominis? Cui licet nihil aliud facere, qid,quoddeus sit laudaturus et amplecti omnia
quæ ei Deusobtulerit. Quodad naturam conſequitur,eius cauſa dei non ſunt
culpandi, nam nex volentes,neg inuiti peccant nec hoíes. Quamridiculus clt
& perigrinus, qui ratur ca quæ in vita fiunt. Omnia funt aut neceffitas
fatalis,at que ordo ineuitabilis, autprouidentia placabilis: aut confufio
inanis & nul lum habés pręfectum.Quòdfi eft necef fitas ineuitabilis, quid
reluctaris? fin p uidentia quę admittit placationcm, dignum præbe teipſum
diuino auxilio. Sin confufio eft, cui præſtnemo,conté tus eſto, gin tanto rerum
fluctuipſe in te habes mentem: quòd ſi te abripiat æftus,abripiat ſanè
corpuſculú, animu: lam,acreliqua:mentem quidemnó ab ripiet. Quaſi uerò lumen
candela tanti ſperluceat dum extinguatur, ne @ splendorem amittat: Veritas
autem in te et iustitia et temperantia ante obitum tuú extingui debeat. Siquis
deſe opinionem peccati præ beat, cogita:ecqd nofti, finepeccatú? ac fi
peccauit:quid ſiipſe ſeipſum dam net, ide perindeeſt ac ſuum ipfius lædere
oculum. Qui autem prauos pecca renon uult eius limiliseft, quinon uult ficum in
ſuo fructu fuccum ferre, infantes plorare, equum hinnire: acli quz ſunt alia
neceſſaria.Quid enim aliud faceret, quihuncfibi habitum contraxit. Si igitur
trux eſt, cura eum morbum. Sinon conuenit,neagas:& non eſt uc rum,ne dicas.
Tui animi motusita Gint compoſiti,ut omnia circunfpicias.Co gita, quid fit quod
cogitationem tibi commouet: idğ excute dividendo in causam, materiam, respectum,
tempus, intra quod ea resdesinet. Senti vel tan dem, elle aliquid in te
præſtantius ac di uinius quam ca ſunt, quæ affectus ciét, ac quæ te mouent.
Quid enim est intellectus? nummetus, nu suspicio, num CUPIDITAS, num aliquid
aliud tale? Primò cogita nihilfruſtra eſſe agen dum, neq quod non aliquò
referatur: deinde, ut non aliò ĝad ſocietatehuma nā referatur. Paulo post
nusquam eris, nec quicquam eorum quæ núc cernis nco quisq eorû q núc uiuunt.
Omnia cnim nata ſuntitaut mutétur, vertatur et pereant, ut in eorum locum alia
na ſcantur. Omnia opinione cóſtát:hęc aúteſtin tua poteſtate. Tolle igit,cu lu
bet,opinioné,eritộtibi tanĝ pronto riú præteruecto oía ſerena, & linus flu
etibusuacans. Nulla, quçcung ca fic actio malú aliquid patitur,fi ſuo tempo re
definat: icutnesis, qui agit, ca róc aliquid mali accipit. Itidem & corpus
omnium in uniuerſum actionú, quod eſt uita,li ſuo tempore deſinat,nihilma li ea
rationcpatitur:neqisquioppor tunè finem facit ſeriei iftiactionú,malú aliqd'
fecit. Tepusucrò debitum et
terminum natura costituit. Aliquamdo et privatim utin senectute. Oio aut
univerli natura. Cuius quidem partib.mutatis, fem perrecens & uigesmundus
perdurat. Seper uerò id pulchrū é & fpecioſum, o códucit uniuerſo.Finisita
g uitæ, în gulis mala quidẻ có nó pót.gene cúnố fit turpis: quippe necuolútate
ènoftra depédens,&àfocietate nó aliena. Bona aútfit: cú & opportune
fiat reſpectu u niuerli, & profit, &diuinitus accidat. His cogitatis,
tria hæcin,pmptu habe. Primúut in agendo cures, ne quid fru Itra agas, aut
fecus quàna ipſa iuſtitia e giflet:in rebus extrinſecus accidentib. easfortunæ
nutu,aut puidétiæ obtigif fe:quarú neutra éīcuſanda. Secundum, qua le unum
quodlibetam privatioe fuéritufa dum animam accepit,indeý,donccca reddidit:ex
quibus conflatum fit et in quæ diffoluatur. Tertium, ſurſum elato animo humanas
res intuere, earumý multiplicem uarietatem: quàm multa circùm in aëre &
inætheré habitét:caſ te uiſurum, quoties in ſublime attolla ris:
utſintomnia.unius ſpeciei, & breui tempore durent. Hisne superbimus? Eijce
opinionem, & faluus es. nemo id prohibebit. Rem aliquam moleftè ferés,
oblitus es omnia fieri fecundum uniuerfi natu rā; &quod peccatum fit
alienum:præ terea omnia ita ut nuncfiunt, femper fa eta effe, & futura,núcý
fieri ubiq:item quæ homini fit cũ uniuerſo genere ho minú coniunctio:nó ea
ſanguinis autſe minis,fed mentis communicatio. Obli tus es etiam mentem
uniuſcuiuſg eflc Deum et inde fluxiſſe: nihil cuiĝpro prium effe, ſed illinc
& fætum, &cor puſculú & ipſam animulā ueniſſe.Obli t'es oía
uerſariin opinione, gid tm qd præſenseít, unuſquitg uiuit, & amittit.
Crebrò apud animú tuú recole cose certis de rebus nimium sunt indignati, qui maxima
gloria,calamitate, inimicitia, aliáue quacüq fortuna effloruerút. Deinde quære,
ubi nam sintista. Nempe fumus sunt, & cinis et fermo. Aut ne hoc ipsum
quidem. Simulad mentem tibi accidat, qualia Gntomnia. Ut Fabius Cattullinus
rure, Lucius Lupus in hor tis obijt, Stertinius Baijs, Tiberius Caprei, Velius
Rufus Et omnino opinionis cauſa diſcrimě inrebus indifferentibus ftatutum.Tum
quàm uile fit omne quod reliſtit. Item quanto magis fit philofophięconfenta
neum, in data materia tueri iuftitiam, modeſtia,ac fimpliciterdijs obſequi.Fa
ftus enim qui ſuperbiæ uacuitatem o ſtentando exercetur, omnium eſt gravissimus.
Qui quærit cur Deos colas, quomo do eos uideris, aut elle deprehenderis, ei
reſpondebis, primùm efle cos uigles: deinde absqz hocſit, tamen animam me am
cum non uideam,nihilominusma gnifacio:ita Deosquoq ex uiribus co rum quas
identidem percipio,cùm eſſe intelligo,tum ueneror. In cò ſita eſt uitæ falus,
ut fingulas res totas intuea ris, quid in iis formæ sit, quid materiæ: toto ało
ageut iufta agas et vera dicas: Quid enim superest, q ut fruaris uita bo nis
bona annectédo,ita ut minimú ſpa cium intermittas. Vnú eftlumenſolis, ét fiintercipiaturparietibus,
muris,alijs innumeris rebus. Vnaeſt communis na tura,etſi certo modo affectis
corporib. infinitis diſtincta.Vna anima, et si naturis in numeris,proprijs
circúſcriptio nibus diſtributa uideatur. Una étmens, etsi discreta
uideat.Reliquæ proinde di ctorum partes,tanquam ſpiritus & ſub iecta
inſenſata, & inuicé nihilcóiunctio nis habentia, tamen ipfa quoqà mente
& eius potentia continentur.Atpecu liariter intellectuseiuſdem generis ad
iungit ſe naturis, neo a societate divellitur. Quid quæris? Ut vivas? Id est
sentire,appetere,creſcere,deſinere, loqui, cogitare. Quid horú deſideratu dignu
est? Quod Guilia sunt oia hæc,ad extrc mú te cófer, népe ut fequaris rationem
&Deú ducem. Sed utrum huic instituto pugnat, ægrè
ferre aliquid, an uerò morsid abolet? Quanta pars immenſi infiniti ę ui
attributa eſt unicuiq? celeriterea in æternitate euaneſcit. Quanta pars
universi? Quantas est univers? quantula in glebula terræ repis? Hæc omnia tecum
cogitans, nihil animo magnum conci pe, hoc tantum, ut ductu naturæ agas,
&feras quæ communis fert natura. Id cura, quomodomens tua ſeipſa utatur. In
hocenim ſunt omnia. Cætera fine à uoluntate dependeant,quc ſccus, mor tua ſunt,
fumus. Id maximè ad contemptum mortis facit, phi ét,qui dolore in malis,
&uo luptaté in bonis duxerüt, tamen ea dei fpexerunt. Quiid tantùmboninom
nc dignatur, quod eft opportunum, ac cui perinde eſt pluresne an pauciores
fecundum rectam rationem præftiterit actiones,negin aliquo ponit diſcrimi
ne,lógioréné an brcuiori tempore mű dum contempletur, ei mors nequaqua eſt
terrori. Heustu, ciuis fuiſtiin hac magna urbe, adattinet, utrum quinquénio? Etenim
quod secundum leges, id omni bus est æquum. Quid ergo grave accidit, si te urbe
emittit dominus. Non is quidem iniustus iudex, sed natura quæ te introduxit;
perinde ac fi prætorhi ſtrionem emitrate theatro, in quod cum introduxerit. Quod fi is dicat, fenon quinque,
sed tres modo actus recital fe, recte dicet. Atvero in vita tres actus
fabulam implet. Finem enim is determinat, qui et concretionis olim fuit et nunc
est dissolutionis autor. Tuneutrius
es causa. Discedeigitur æquo animo. Nam. &is qui te dimittit, propicius
tibi est. Riconosco da Vero, mio avolo, la piacevolezza de’ costumi e'l
non adirarmi. Dalla riputazione e ricordanza di mio padre una modestia virile.
Dalla madre, la pietà verso gl'iddii, la prontezza nel donare ed il contenerini
non solo dall'onprar male ma dal fermarmi cicziandio col pensiero. Ancora la
semplicità nelle vivande e l'esser lontano dal vivere dovizioso. Appresi dal
bisavolo di non frequentare le pubbliche ragunanze, e di valermi in casa di
buoni maestri, col conoscere che in questo è di mestiere lo spendere senza
risparmio. Dall'aio, di non parteggiare ne co' prasiani ne co' veneziani, ne
co’ palmulari ne con gli scutari. Ditrava gliar volontieri, d'abbisognar di
poco, d'operare da me medesimo, ne di troppo infaccendarmi, e difficilmente ammetter
le calunnie. Da DIOGNETO, di non perdermi in cose vane e non prestar fede a ciò
chei prestigiatori e gli stregoni dell'inicantare e discacciare le demonia e di
altre cose tali si vantano, di non nutricare coturnici ne perdersi circa si
fatti trattenimenti, di sopportare l'altrui libertà del parlare, D'ESSERMI
FATTO DOMESTICA LA FILOSOFIA, l'haver udito primieramente Bacchio, appresso Tandaside,
Marciano, l'haver composto nell'era puerile dialoghi, e di contentarmi di uni
letticciuolo e di pelle e di tutti altre cose alla greca. Da Rustico: di formar
in me concetto che i miei costumi habbiano bisogno di correzione, e di coltura,
di non divertirmi all'imitazione de' sofisti, di non comporre sopra MATERIE
SPECULATIVE e di distendere orazioncine efore tative, overo con altrui stupore
ostentare di esser huoino di A vita rigorosa e benefico, di lasciar la rettorica,
la poetica e l'elegante parlare, e no andar con l'abito solenne per casa ed
usar si fatte cose, e discriver letteruzze semplicemente, come da lui medesimo
fu scritto da Sinoessa a mia madre, di rendermi senza indugio reconciliabile
co’ quelli, che danno qualche disguſtoso commettono qual che errore, subito
ch'e'volessero ritornare al buono, nella lettura non contentarmi di passarla
superficialmente ma con accuratezza, di non esser inconsiderato in dar
l’assenso a ciarle e che leggessi i commentarii d'Epitteto, prouedendomi d'un
esemplare di quelli ch'egli teneva in casa. Da Apollonio, il proceder con
franchezza, con una ferma costanza senza vacillare e non rimirare ad al ître
por grande che fosse, che alla ragione e l'esser sempre il medesimo ne' dolori
più acerbi, nella perdita della prole e nelle lunghe malattie, dal vivo esemplo
di lui riconobbi che può l'huomo esser fiſo e inficmemente rimer ſo. Era egli
non tedioſo nello fpiegare;e ſcorgeuafi vn huo. mio, che riputaua ben chiara
mente l'infima delle ſue doti la pratica, e ſpedita maniera dello ſpiegare i
Theoremi. Da lui ancora imparai come biſogni riceuer dagli amici le grazie,
ſenza rimanerne perciò oppreffo,nemeno co me inſenſato ſprezzarle. Da Seſtola
piaceuolezza el'eſempio d'vna.caſa guida ta con carità: Il proponimen to di
viuere fecondo natura: Vna grauità ſenz'affettazio ne:L'inueſtigare attentamen
te il guſto degli amici: Il tollerare gl'idioti, e quelli, che opinano ſenza conſiderazio
ne:L'effer con tutti confacce uole, ficchè la sua conversazione aggradiua aſſai
più di qualſivoglia anche luſinghe uole adulazione; ed era in quello ſteſſo
tempo ſomma mente riyeriro da quelli, che feco erano: E di più yna ap prenſiua
nell'inuentare,e diſ porre con buon ordine le maffime neceſſarie al viuere. Non
moſtraua mai alcun fe gno ne dira,ne d'altro affetto maera aſfai lontano da
tutte le passioni; ed inſieme eglice lebraua, e lodaua gli altri, ma ſenza
ecceſſo; ed era di gran sapere senza ostentazione. Da Aleſſandro Gramatico, il
non ilgridare, ne riprén dere ingiurioſamente, ſe al cuno cometteſſe
Barbariſmo, o Solleciſmo, o altro,chenon bene fonaua; ma con bella maniera
ſuggerire quel tanto appunto, che ſi douea dire, apportandolo per cagione di
riſpoſta, di confermamento, o di conſiderazione ſopra la coſa ſteſſa, non ſopra
la paro la, o con qualch'altro manie roſo, e coperto auuertimento, 9 Da
Frontone imparai qual ſia il tirannico liuore, la frode, e la doppiezza;e come
tutti quelli chiamati da noi “patrizi” sieno in certa manie. m A 4 ra disamorati.
D’Alessandro il platonico,non iſpeſſo, ne ſenza ne ceflità il dire, o fcriuere
ad alcuno di non hauer punto di reſpiro; e per tal modo ſpeſſo eſentarſi dalle
conuenienze che per l'affetto ſono douute a quelli, che con noi viuono ſotto
preteſto, che li negozi ciaſſediano. Da CATULO di non havere in poca stima le
querele de gli amicisancorchè foffero ir ragioneuoli; maprocurare di ritornarli
nel solito stato; CO, sì ancora di celebrar di cuo re li precettori;le quali
coſe fi rammentano di Domizio, e di Athenodoto: Finalmente di amare con vero
affetto i figli uoli. Dal mio fratello Vero l'affezione verso i domeſtici;
l'amor della verità e della giuſtizia. E per fuo mezzo hebbi notizia di Traſca,
Elvidio, CATONE L’UTICENSE, Dione, e MARCO BRUTO; c mi formai nell'immagina
zione vn reggimento di Re pubblica, con leggi eguali a ciaſcuno, e di vn Regno,
che antepone ſopra tutte le coſe la libertà de' ſudditi. Dal medeſimo appreſi
la negli genza difeſteiro, e la coſtan za nel PREGIAR LA FILOSOFIA,
anteponendola a ciascun'altra cosa; e la beneficenza e la liberalità, non mai
intermessa, lo sperar sempre bene e l’asicurarmi di esser AMATO DAGL’AMIICI. Non
taceva, lasciando di fare la correzione a coloro, che conosce la meritassero sicchè
a quelli, A 5 che gli crano caduti di grazia non lo tene celato. E non bisogna
alli suoi amici conghietturare intorno a quello ch'egli voleva o non voleua, ma
la di lui volontà e apertamente palese. Fu eſortazione di Massimo esser padron
di se stesso, non lasciarsi aggirare in cosa alcuna ed esser di buon animo in
tutti gli altri accidenti, ancora nelle malattie. Esser ben aggiustato ne' costumi,
foane e onorevole e senza querimonia esecutore delle cose proposteli. E che
tutti credessero ch'e' PARLA COME SENTE e che nel fare in nulla male opera. Di
niente si maraviglia terriua: in niuna cosa e frettoloso o tardo o perplesso, i
ne s'at accdioso o si faceva befe fe o vero era collerico o sospettoso, ma
benefico, indulgente, e verace, e pare ch'e'e più tosto retto per natura, che
corretto per istudio, ne giammai alcuno si tene da lui disprezzato ne manco
presume di stimarſi di lui migliore e ſe fu faceto fu con modo. Appresi dal padre
addotivo, l’imperatore ANTONINO PIO, la mansuetudine e la stabilità nelle cose
già con esaminamento deliberare, di non esser vanaglorioso negli onori di
apparenza ma amatore della fatica, operando di continuo, e di eſſer pronto ad v
dir quelli che hanno da suggerir cose PER UTILE COMUNE, Iin mutabile in dare a ciascuno quello che
ſecondo il proprio merito gli era dovuto, ed esser discreto ad usar il rigore,
come la moderazione, dove bisogna. Non era egli distratto con l'affetto verso
de giovani ma al pubblico totalmente intento. Non merte GLI AMICI in necessità
che feco cenassero ne bisogna che lontano peregri nafiero per lui, però lo
trovano l'istesso quelli che per qualche necessità erano rima Ai indietro. E
ricercatore ne'consigli esquisito e fermo. Non s'attacca ad ogni sufficiente
indagazione delle opinioni che gli occorreno. Attento e a conseruarsi GLI AMICI
de quali mai non si attedia ne pazzamente amavali e si contenta d’ogni cosa con
volto sereno. L’antiuedendo, e preordinando di lontano, eziandio le coſe minime
senza strepito. Non vuole sentirsi d'attorno ne acclamazioni ne adulazioni.
Tenendo in buona guardia le cose necessarie al principato, e sempre provveduto
di ciò che a quello fa mestiere, sopportando con pazienza se di questi e simili
rigori viene tacciato. Non e superstizioso circa gl'iddii ne quanto agli
huomini troppo popolare, cattando l'aura della plebe, ma in tutto attento, e
ſodo, non dimenticando mai il convenevole. E quelle cose che conferiscono in
qualche modo agli agi della vita delle quali la fortuna gli tera stata liberale;vfaua
ad un’ora senza fasto, e iſchiettezza, dimodo ch'egli godeua indifferentemête
del le preſenti, non bramando ciò chenon haueua. Non vi fu alcuno; che diceſſe
di lui che fosse Sofista, o Caſalingo o pedante; mavn perſonag gio
maturo,perfetto,ſuperio. re alle adulazioni, capace a gouernar ſe ſteſſo e gli
altri; ed oltre ciò onoraua quelli, che veramente eranoFiloſofi; tuttauia non
dileggiava gli altri.Era di più nelle conuer fazioni huomo compagncuo le,
egrazioſo, peròfenza te dio.Del proprio corpo tene ua cura quanto conueniua,
non come huomo del tutto dedito a prolungare la vita, o per fare il bello, però
ne meno con traſcuraggine, ma in maniera tale, che col propio riguardo aſſai
rade vol. te haueſſe biſogno di medi camenti, o al di fuori epitçi marſi. E
ſpezialmente cedeua ſenza inuidia a que’tali, ch'e rano dotati di qualche facul
tà, come a dire, o di ben lare, o dinotizia per via d'if toria, foſſe di leggi,
o foſſe di coſtumi, o di altre fi fatte co ſe; anzi ſtudiauaſi che ciaſcu ņo
ſecondo il proprio talen to acquiſtaſſe nome e crediato. E facendo ogni coſa ſe
condo gl'inſtituti de'maggio. ri,non perciò veniua ad appa fire rigido
guardatore dell' antichità, non efſendo amico di muouerſi leggiermente,
ſuariare,ma di diinorare ſem pre ne'medeſimi luoghi, ed affari. E dopo i
paroliſmidem dolori di teſta tornania ſubito freſco, e vigoroſo alle ſue ſoli
te operazioni.Egli non hauea ua di molti arcani, ma po chiſſimi, molto radi, e
queſti ſolamente circa gli affari del comune. Andaua con pru denza, e miſura
nel conce dere gli ſpettacoli, nelle fab briche pubbliche, e congia rij, e
ſimili opere, fi come colui, che riguardava a quel to, che conueniuà di fare e
non alla gloria, che dal te coſe fatte ne era per ri fultare: Non vſaua bagni
fuor di tempo,non era vago di edificarc, non inuentore di viuande, ne di
teſſiture, etine ture di drappi, ne ambizio fo di ſeruirù di bella preſen za. A
Lorio ýſaua la tonica cheſe gli prouuedcua dalla balla villa, e così sſana ordinariamente
per Lanuuio: ma nel Tuſculano per ſoprauue fta yn tabarro; e di tal licen za ne
faceua come ſcuſa. Era inſomma tale il ſuo tenor di viuere, non diſguſteuolc,
non iinmodefto, non eccedente nelle ſue azioni, ne comeſi dice in prouerbio,
Infino al ſudore; ma tutte le coſe fue ſi annouerauano così ben dif poſte, come
ſe foſſero fatte a bellagio, placidamente, or dinatamente, con ogni vigo re, e
conſonanza fra diloro. Onde a propoſito di lui ſi po teua dire, ciò che di
Socrate ſi racconta ch'egli poteua aſtenerſi, e goderſi di quelle coſe, delle
quali molti, e ncll? aftenerſi s' indeboliſcono, e nel goderle ſi moſtrano in
temperanti. Ma l'eſfer padro 3 nic di ſe, e lo ſtar ſaldo, e sobrio nell'vno e
nell'altro, è da huomo, che ha l'animo ben aggiuſtato, ed inuitto, come ſi vide
nella malattia di MASSIMO. Dagl'Iddij riconoſco l'haucr hauuto buoni auoli,
buoni genitori, buona ſorel la, buoniprecettori, buoni dimeſtici, parenti,
amici, e quaſi ogni coſa buona: che, niun di loro inconfiderata mente io
offendeſfi, benchè con tal natural diſpoſizione', che ſe foſſe venuto il caſo,
io vi farei traboccato. Tuttauia per grazia degl'Iddij non ſe gui tal
combinamento di co le, che ſi diſcopriſſe queſta mia inclinazione: E che io no
foſſi più lunga mente alleua to appreſſo la concubiņa di mio auolo, come
dell'hauer conferuata immacolata la mia pubertà; e che io non mi riſentiſsi
d'eſſer in età virile prima del tempo, anzi in ol tre d'hauer indugiato dopo
che io peruenni a quell'età: L'effereſtato ſoggetto ad un Principe padre, il
quale era per farmi por giù ogni altcri gia, e per farmi appréderc che ſi può
viuere in Corte ſenza che ſieno necaffarie le guardie, le veſti ſegnalate, le
cerimonie delle fiaccole, e delle ſtatue, o altro ſimile ap parato; ma che ſia
lecito il trattarſi sù l'andare di priua to,ne quindi auuilirſi, o de primerli
per far quello, che conuiene ad vn Principe in riguardo del pubblico go uerno ·
Ancora d ' efformi tocco in forte vn fratello tae le, che poteua co’ſuoi coſtu.
mi eccitare in me vn eſatta cura di me ſteſſo, mentre in-: fieme con l'onore, e
con l'a more mi ricreaua: D'hauer hauuto figliuoli d'indole non tralignante, ne
di corpicciyo lo mal fatti: Che io non fa ceſſi maggiori progreſſi nella
Rettorica, e nella Poctica, o in fi fatti ſtudij, ne'quali for fe mi ſarei
troppo ſuagato, ſe mi fofſi auuiſto che in quelli felicemente m' auanzaua: Che
io preueniſſi di colloca re nelle dignità i miei edu catori, concioffiecoſa che
mi pareua eli lo defiaſſero, non nutrendoli di ſperan za, come che cffendo ano
cora giouani poteſſero al pettare quello che poſcia io era per fare: Parimente
d'ha uer io conoſciuto Apollonio, Ruſtico, e Maſsimo: Che ſo uente, e
chiaramente mi li presétaſse nell'immaginazio nc la forma della vita c011
ueniente alla natura. Onde', per quanto appartiene agli Iddij per le
ammonizioni,as ) iuti, ed iſpirazioni da eſsi co partitemi, non vi è ſtata coſa,
che mi tolga il viuere rego lato alla natura, o che'l man camento non proceda
al tronde, che permia colpa, e per non offeruare io gli au uertimenti, de'quali
fui da lo ro come addottrinato: Che: il corpo mio fia durato nella ſorte divita,
che io ho menato: Di non mieſſer non ſolo accoſtato ne a Benedetta, ne a Theodoto;
mache ancora dopo dalle paffioni ' amore ho conferuato la men te fana: Che
ſpeffe volte tro uandomi adirato con Ruſtico io no fia traſcorſo tantoltre, che
me ne habbia hauuto a pétire:E che giacchè mia ma dre era per morir giouane, io
viuuto ſia cô eſſa inſieme ne glivltimi anni ſuoi.Ogni vol ta che io habbia
voluto fou uenire il pouero,o qualunque altro biſognoſo, non vdij mai che i
denari, co’quali poteffi ciò fare mi mancaffero; ne mai accadde tal’vrgenza, che
io da altri gli accattaffı. D’ hauer conuerfato con vna moglie tanto riuerente,
tan.. to amoroſa, e tanto ſchietta: Che ho haluto buona forte negli educatori
per li figliuo li: Che in ſognomifieno ſtati fuggeriti molti rimedij, prin
cipalmente quello allo ſputo del fangue, e quello alla ver tigine; di ciò hebbi
la grazia in Gaeta ed anco in Chre fa: Che, eſſendomi io dato al l'acquiſto
della Filoſofia, non m'abbattei in qualcheSofiſta; ne conſumai il tépo in iſqua
dernare ſcartafacci, ne in or dire, e ſoluere fillogiſini; ne mi ſmarrij tra le
quiſtioni meteorologiche. Queſte co fe tutte riconoſco dall'aiuto degl'Iddij, e
dalla loro for tuna; dimorando io nel pacſe de' Quadi preſſo il fiu me Granua. Di
bel mattino ho così da predire a me ſteſſo: E’faci le che io m'incontri in tale,
che ſia o importuno, o diſ grazioſo, o proteruo, o malizioso o invidioso, o
nemico di ogni comunanza. Tutti queſti difetti prouennero in eſsi
dall'ignoranza del bene', e del malc; ma hauendo io notizia della natura del be
ne, che è l'eſfer'oneſto; e del male, che porta al no oneſto; ed eſſendomi
inſiememente nota la natura di chi nel male pecca, poſciachè egliè a me,
cõgiunto no tanto per la ſimi. gliáza del ſangue, e della ge nerazione, quanto
per la mé te, la quale è comeporzione, della diuinità, ne ho da trar re
conſeguenza,che non pof lo rimaner leſo da alcuno de detti
difettuoſi;concioffiecofa che niuno mi auuilupperà cô le ſue ſconueneuolezze; e
non ho da ſdegnarmi con chi è a me congiunto neodiarlo, im perocchè ſiamo fatti
a fin di cooperare, come li piedi, le mani, le palpebre, e de i den til'ordine
di ſopra con quel di ſotto. Il contrariarſi dun que l’yno all'altro è contro
all'iſteſſa natura, e l'adirarſi, e lodiarſi è vn contrapporſi. Tutto
quell'eſſer mio ſi ri ſolue ad vn pezzo di carnuc cia, ad vno ſpiritello, ed al
la parte ſuperiore, ch'è la mente. Laſcia da parte i libri, ne coſa alcuna ti
diſtragga. Ciò non t'è permeſſo: ma co me sul'orlo della morte ſprez za quella
carnuccia, che con ſiſte in ſanguuccio, oſſetti, ed in vna teflitura tramata di
nerui, venette, ed arterie. Conſidera ancora che ſia lo ſpirito? aura che mai
non ri mane ľifteffa; ma ognora B fuori ſi ſpira, e reſpirando di nuouo li
attrae.La detta terza parte dunque di noi è quella, che ci gouerna, circa della
quale così hai da diſcorrere, Se' vecchio non hai da com portare che queſta più
viua in servaggio. E che ſia più per violenza ſtraſcinata dall' im peto, ch'è
alieno dall'huma na comunicazione; e che non fi prenda più faſtidio di quello,
che cagioni il fato al preſente, o in auuenire. L ' opere degl'Iddij tutte fon
ri piene di prouidenza; e quelle della fortuna non ſono ſenza concorfo della
natura, o del la coordinazione, ed intrec ciamento delle coſe guidate dalla
prouidenza. Quindi tut to ſcaturiſce. Aggiugni anco ra, che così èneceffario,
conferendo all' vniuerfo Mondo, del quale tu se porzione e ad ogni parte della
natura è buo no quello che porta la comu ne natura; e ciò che s'affà al la di
lei conferuazione - Però con feruano il Mondo così le mutazioni degli
elementi,co. me quelle de compoſti. Que Ite coſe a te ſieno ſufficienti, e
perpetui decreti. Caccia ľ auidità de'libri per non mori re fufurrando, ma con
vera placidezza, ringraziando di tutto cuoregl'Idddij. Ammcntati da quan to
tempo in quà se? andato differendo queſte co ſe; e quante volte de termini, a
te aſſegnati da gl'Iddij, non ti ſe’valuto.Biſogna vnavolta che tu riconoſca di
qualMon do ſij parte; e da qual Rettor del Mondo deriui: E come ti è ſtato
circonſcritto yn termi ne di tempo, il quale, ſe tu ben non te ne varrai per
tran quillarti, trapaſſerà, e tu con esso, leſſo;ne ritornerà più. 2 Sta
totalmente, e in ogni tempo intento, come conuie ne ad yn Romano d'animo forte,
e maſchio, ad ele guire quello, che hai tra ma no, con attenta, e non affet
tata grauità, con humanità con libertà, con giuſtizia, con dar poſa a te
ſteſſo, rimo uendo ogni altra immagina zione; E allora la rimouerai, quando
facendo qualche a zione riputerai eſer l'vltima della tua vita, lontana però da
ogni temerità, e da ogni appaſſionata auuerſione alla retta ragione, dalla
diſſimu lazione e dall'amor di te ſteſ ſo, e da qualſiuoglia diſpia cenza alle
coſe a te per fatali tà congiunte. Tu vedi quan te poche ſiento quelle coſe, le
quali poffedendo, potrà vno viuere felice, e diuina vita; poſciachè gl'Iddij
niente di più domanderanno a colui, che queſte tali coſe oſſerua 3. Rimprouera,
o anima,rim, prouera a te ſteſſa, come t'è ſcorſo il tempo per propria mente
honorarti, eſſendo che la vita comunemente ſe'n fugge;ela tua è già quaſi su
I'vltimo, riponendo la tua fe licità nell'opinione degli ani mialtrui. 4 Perchè
fe diſtratto dagli ac. cidenti ch'eſtrinſecamente di foprauuengono? Proccura
del l'ozio a te ſteſſo, per appren dere qualche bene; e ceſſa da aggirar la
mente. Inoltre hai da guardarti da vn'altro ſua. ria mento: Imperocchè alcu, ni
quaſi delirano con le loro aziani: cioè quelli, che tra uagliano aſſai nella
vita, ne hanno fine certo, doue indi rizzino ogni inclinazione, e tutta quanta
la loro imma ginazione. $ Non fi vedrà facilmente alcuno eſſer infelice, perchè
non comprende quel, che ſe gua negli animi altrui: ma è Forza cheinfelici fieno
quelli che non offeruano i moui menti del proprio animo. Egli èmeſtiere che ti
ri cordi fempre delle coſe ſe guenti: Qual fia la natura de principij
vniuerfali, e quale la propria; ecome ſi riferiſca quefta a quella, equal parte
ellaſia, e di qual vniuerfo: E cheniitno impediſce, che tu del continuo non
facci, e non dichile cofe congruealla na B · til tura, della quale tu ſe'parte.
Filosoficamente diſcor re Theofraſto intorno al far comparazione de'peccati, fe
condo che più comunemente fi vſa tal paragonc, afferendo efſer più graui quelli,che
per la concupiſcibile fi commer tono, di quelli, che per l'ira fcibile.
Imperocchè l'adirato con qualche dolore, e occulto raggricchiamento dell'animo
pare che ſi diſcoſti dalla ra gione; doue quegli, che pec ca per la
concupiſcenza, vin to dal piacere, dimoſtra che in certo modo più da intem
perante,e più da effeminato fdruccioli nel peccato. Retta mente dunque, e da
filoſofo proferì, maggior colpa incora rere chi pecca con piacere, che qucgli,
che pecca con dia ſpiacere: E in ſoinma l’ynos" assomiglia più a colui che
per innanzi habbia ricevuto qual che ingiuria, e che, forzato dal dolore, entra
in collera;l altro ſpontaneamente fi muor ue all'operare ingiuſtamente, portato
a ciò fare dalla con cupiſcibile. 8 In tal modo hai da con durre P opere, ei
penſieri, come tu foſſi in punto per vſcir di vita. Ne il dipartirti dagli
huomini ti ha dapeſa re; poſciachè, eſſendoci gl'I & dij, quefti non
poſſono mai indurre al male; fe poi gl'Iddij non ci foſſero, o nonhaueffen ro
alcun penſiero delle coſe humane, che mi giouerà di viuere in yn Mondo manche:
uole degl'Iddij, e doue mans chi la prouidenza?Ma e gl'Id BS dij cifono, ea
cura loro ſono le coſe humane; e acciocchè lº huomo non cadetle in quello che
veramente è male, il tut to ripoſero nel ſuo volere. Nell'altre coſe, ſe vi
fofle del male, haurebbero pure in torno a queſto prouueduto, a cagione che
niuno mai vi pericolaffe. E in vero quello che non può render la perfo na
peggiore, come potrà far peggiorela vita ſua?La natura dell' vniuerfo ne
ignorante mente, ne ſcientemente, ma per non poterle preferuare,ne taddirizzare
le haurà trafcura te Ella certamente non com miſe sì enormepeccato, oper
mancanza del potere, odel fapere, che i beni, eimali ac cadano vgualmente, e
indif ferentemente agli huomini buoni, e a imaluagi;giacche la morte e fæ vita
la gloria e'l disonore, il trauaglio e I pia cere la ricchezza e la pouertà; e
così fatte coſe auuengono vgualmente agli huomini si buoni, si cattiui, non
hauen do elleno in ſe nedell'oneſto ne del difoneſto; dunque non portano feca
ne bene, ne male O come il tutto ben pre fto ſuamiſce!NelMondo i pro prij corpi,
e dopo anche col tempo le memorie di effi fi dileguano. Di tal condizio ne
fonotutte le coſe ſenſibilis e ſingolarmente quelle, che adefcano col piacere',
o che atterriſcono col tranaglio, o per lo faſto ſono applætrdite, quanto
fonovili,diſpregevo Li, fordide, e facili acorrom B 6 perſi,e già boccheggianti?
10 Tocca alla facultà intel lettuale l'auuertire, che coſa fieno quelli, nelle
opinioni, e voci de'quali fi conftituiſce la gloria: Che coſa ſia il morire; il
quale, fe alcuno il contem pla per ſe ſteſio ſolamente; e conla diſgiunzione
della con: fiderazione ne ſepari tutte l? immaginazioni, che con effo vengono
rappreſentate, com prenderà non eſſer altro, che yn opera di natura: Onde da
fanciulletto è l'atterrirſi ad vi opera della natura; e pure il morire non ſolo
è opera + zione della natura, ma molto a quella conferente: Come s? vniſce
l'huomo a Dio; e con qual parte di ſe, e con qua ! maniera ancora tal
particella dell'huomo all' ora è affetta e diſpoſta. II Niuno è più miſerabile di colui che
s'aggira per tut to a rintracciare ogni coſa, e Va razzolando comecolui dice
fin nelle viſcere della terra; e an cora va cercando per con ghietture quello,
ch'è negli animi altrui, non accorgen doſi che gli ſarebbe a baſtan za di
paſſarfela bene col ſuo genio, e riuerentemente ſe condarlo, eſſendo dentro di
lui. Queſta offeruanza però conſiſte nel preferuarlo puro dalle paſſioni,
dall'eſſerarro gante, dalli diſguſti,che ſi pi gliano per quello che venga da
gl'Iddij, o dagli huominis concioſliecoſa checiò, che vi: ene dagľ Iddij per la
virtù s? ha da venerare;quello cheda: gli huomini, s’ha da amare per la
congiunzione della natura: anzi alle volte in yn certo mar do fono degni di
compaſſione, per non conofcere il bene, e il male; ne queſta ignoranza è minore
dell? offüfcazione di poter diſcernere il bianco dal nero. Eziandio che tre
mila anni ti rimaneffero a viuere e di più altrettante decine di migliaia',
nondimeno ricor dati che niuno perde altra vita, che quella, cħeviue', ne
altraviue;che quella cheper. de.. Al medeſimo dunque fi riduce così la vita
funghiffima, comela breuiffima. Perchè quello, ch'è preſente, a tutti &
vguafe,benchè quello, ch'è perduto, a tuttinon è va guale; ecosì quello, che
& perde, pare chefiavn attimo folo. Imperocchène il paffatoy, neil futuro
da niuno ſi perde; concioſliecofa che quelloche non ſi ha, come può eſſere
tolto da veruno? Però dique ſte due coſe è da ricordarſi: l'vna, che
dall'eternită tutte le cofe fono ſtate ſimili, vol. tandoſi in giro, e non v'è
niu na differenza, ſe per cento, o per dugento anni, o pure per tempo
indeterminato vedrai le medefime coſe: La ſecon da è, che colui, che lunghiſſi
mamente ville, come quegli, che preſtiſfimo muore, refta no pareggiati nella
perdita, mentre non vengono a rima ner priui, chedelpreſente, il quale ſolo
hanno, eciò, che non fiha, non ſi perde. Ogni coſa ſta nell'opia nione, il che
appariſce mani feſto dalli diſcorſi con Monimo Cinico. E chiaro farà l've tile
di queſti diſcorſi, ſe da quelli ſe ne coglierà il midol lo della verità. Oltraggia
ſe ſteſſa l'ani ma dell'huomo:Primieramen te allora che, quanto è per 0 pera
fua, diuenta yn’apofte ma, o ghianduccia delmon do;mentre che chiunque mal
volentieri prende quello, che il tempo porta, è vn ' diſtacs camento della
natura, in par te della quale le nature di cia. fchedun degli altri ficonten
gono:Secondariamente,quan. do ſi ha auuerſione a qualche huomo, o ſe gli
opponeper danneggiarlo, come fanno que', che ſi adirano: Nel ter żo luogo
tratta male fe me deſimaallora, che ſi arrende al piacere, o al dolore: Nel
quarto, oue diſſimulando fina tamente,e ſenza verità, qual che coſa fa, o dice:
Nel quin to, quando non indirizza l' azioni fue, eiſuoi moti à niun ſegno; ma
opera a cafo, e ſenza congruenza; effendo neceſſario che ancora le coſe
minutiſſime habbiano rela zione al lor fine. Ora il fine degli animali
ragioneuoli è di ſeguire la ragione, e la leg ge della Città, e dell'anti
chiſſimo gouerno. Il tempo dell' humana vita è vn punto: la ſoſtanza fluſſibile:
il ſenſo caliginoſo: e la coagulazione di tutto il corpo facile a
putrefarſi:lani moyn continuo rigiro: la for tuna difficile a conghietturarm
fi: la fama vna incertezza E per recare
le inolte parole in vna: tutte le coſe corporali vna corrente, quelle dell'ani
ma vn ſogno, e vn fuina d'ac qua: la vita yna guerra, e vor pellegrinaggio di
vn viandan. te: e la famapoftuma farà di menticanza. Checofà è dun que, che
pofſa fare durare 1 huomo Una sola la
Filosofia; e queſta conſiſte nel con feruare l'interno genio inno cente e ſenza
taccia,ſuperio re a ' piaceri, e a ' dolori; che niente operi temerariamente,
ne con bugiane con finzione: e che non habbia biſogno, che altri faccia, o non
faccia. In oltre, che ben ricetia ciò, che auuieneso impoſto gli ſias come di
là tutto auuenga, donde egli medeſimo è ve nuto; e ſopra tutto cheaſpetti la
morte con animno ſërena, non: nonla confiderando, che co mevn diſcioglimento
degli clementi, de'quali qualſiuo glia animale fi compone. E ſe agl'iſteſſi
elementinon è ma. lala mutazione continua,che ſi fa di ciaſcuno di eſli in vn
altro, per qual ragione hafli a temere la mutazione, e il di fcioglimento di
tutti inſie me, giacchè è conforme al la natura e niente è male, eſſendo
conforme ad effa? Fin qui a Carnuto. Ccoveredt gde jeunesse eos POS. Non è
ſolamente da confiderare che la vitaſi va di giorno in giorno conſumando; e che
di eſſa ne rimanc il meno; ma quel lo ancora fi vuole andar ri penſando, che
quantunque yno viueffe eziandio d'au uantaggio, pur reſta quegli incerto ſe ſia
per durargli la mente habile alla buona in telligenza degli affari, e di quella
ſpeculazione, che ri chiede nel trattare le coſe humane, e diuine: Imperoc „chè
fe comincierà perauuen. zura l'huomo a delirare, non perciò gli mancheran forze,
ne il reſpiro, ne la facultà del nudrirſi, ne l'immaginatiua, ne gli appetiti,ne
ſimili altre potenzc; ma s’eſtinguerà ben ſi affatto in lui quella del po terſi
di ſe ſteſſo valere, e di perfettamente adempiere le parti del ſuo miniſtero, e
di chiaramente ſpiegare i con cetti dell'animo, e di confi derare altrui, fe
tal volta debba a ſe medeſimo dare la morte; e tutti finalmente quci
ſimiglianti affari, i quali per ben riſoluere richiedel vn perfetto, e
raffinato di ſcorſo.E'dunque da non iſtar fone a bada, non ſolo perchè la morte
ſempre più s'appref ſa, ma perchè in oltre il ra ziocinio, e l ' intelletto noi
fpeffe volte abbandonano innanzi alla morte. E'ancora da oſſeruare,che
tuttociò, che alle coſe già dal la natura prodotte ſoprattuie ne, aggiugne loro
yn certo che di bellezza, edi grazia; comeper eſemplo, quando il pane ſi cuioce,
infrangonfi, e in varie guiſe apronfi four? eſſo alcune particelle di cro ſta,
che fuor della creden, za, ed arte del fornaio co sì ſcrepolate con particolar
compiacimento muouono P appetito. Così a i fichi, quan dogià ben maturi rompeſi
la camicia; e allylive ſtagiona te, mentre principiano a pu trefarſi, fi viene
ad accreſcere in tal particolare alletta mento: le ſpighe, che per lo pelo s'
inchinano, il ſopraci glio del Lione, la baua, chc1 Cignale ſchiumando getta
dal grifo, e altre coſe, delle quali, ſe ciaſcuna riguardaſi da per fe,
appariſce lontana da ogni bellczza,per lo effe re all'opere della natura con
giunte, recano a queſte orna mento, e agli animi deri guardanti diletto;
Ondechi ha l'affetto e la conſiderazio ne intenta intorno a ciò, che vien
prodotto nell' vniuerſo, quafi niente troverà anco nel le cofe, che a quelle
addiuen gono, come neceſſarie pendi ci, che con qualche buona grazia non le
veda congiu gnerfi. E così i veri digrignan ti grifi de viui animali non con ininor
piacere rimirerà, che quelli, che con iſcherzo dalla pittura, e dal rilieuo ſo
no rappreſentati; e vn certo vigorc, e vna certa maturità d'vna vecchia, o d'vn
vec chio, non che la venuſtà de? fanciulletti, potrà con ben purgata viſta
rimirare; e mol te ſimili cofe, che non ad ogn’vno ſaranno accette; ma ſolo a
colui, che finceramen te ne'ſegreti,e nell'opere del la natura ſi ſarà
internato. 3 Hippocrate, che haueua fanati molti infermi', amma latoſi egli ſe
nemorì: I Cal-, dei a molti prediſſero le mor ti, ed eſſi poſcia furono dall:
ora fatale portati via: Aler ſandro, Pompeo, e Caio Ce fare, hauendo intiere
Città del tutto, e tante volte di ſtrutte, e tagliate a pezzi in battaglia
molte decine di migliaia d'huomini tra fanti, e caualieri, eſſi ancora alla fi
ne vſcirono di vita: Heracli to, dopo hauer con diſcorſo naturale trattato
dell'incen dio del Mondo, gonfio le vi ſcere d'acqua, rauuolto in iſterco
bouino, finì i ſuoi gior ni: Democrito da i pidoc chi, Socrate da altri vermi
reſtarono eſtinti. A che quc ſti racconti? Entraſti in bar ca,
nauigafti,approdaſti: Eſci fuora, e ſcendi; ſe pervn'al tra vita, iui ancora
faranno gl'Iddij, eſſendo quclli per tutto "; ſe reſterai ſenz'alcun ſenſo,
ceſſerai d'eſſere.ratte nuto tra i trauagli, ed i piace ri, e di feruire ad vn
vaſel letto tanto inferiore, quanto la porzione è ſuperiore a quello, a cui
ella ferue. Poi chè queſta è la mente, e il genio, doue quello terra, e
putredine. 4 Non conſumare queila parte di vita, che ti riinane nel darti
inipaccio,o penſiero de? fatti altrui, quando quelli non riguardino all vtile
comune; altrimente tu reſterai impac ciato in coſa da te aliena, ro fiſticando,
che faccia il tale, cd a qual fine e che dica, o penſi, o macchini, e altre co
ſe ſimili, le quali ci fanno de uiare dall' offeruanza della parte, ch'è la
propria di cia fcuno reggitrice. Concioffie coſa che biſogni nel diuilare ľ
immaginazione, sfuggire ogni penſiero intempeſtiuo, e vano, e molto più quello,
che habbia del vizioſo e del maluagio: Alucfare ancora vuolſi ſe ſteſſo a
penſare ſolo a quelli particolari,de' quali, chi all'improuiſo t’interro gaſſe,
che penſi tu adeſſo? tu polla con franchezza riſpon dere, ſenza interporre
tempo di mezzo, queſto, e queſto; dalle quali riſpoſte ſubito manifeſtamente
appariſca che i penſieri tutti ſono in te ſchietti, manſueti, come conuiene a i
viuenti per l'hu mana comunicazione; e che, tu non ſei applicato ' a i piace ri,
ne a qualſifia voluttuoſa immaginazione, non alle conteſc, non all'inuidia, o a
i ſoſpetti, o ad altro, per lo che tu ti hauefli da arroſſire, diſcoprendo
quello, che tu couaui per auuentura nell' C 2 animo. Giacchè vna perſona, così
coſtituita, è quaſi vno degli ottimi, qual facerdo te, e miniſtro
degl'Iddij,ſer uendoſi di quello, che den tro di lui riſiede Questo rende l'uomo
illibato e libero da i piaceri, illeſo da ogni trauaglio, intatto da ogni
ingiuria e ſenza vn mini mo ſentore di malizia, cam pione del maggior combat
timento, da non eſſer ab battuto da paſſione alcu na, intinto nella giuſtizia
in fino all'intimo, che con tut to l'animo ben riceue quanto auuiene, e quanto
per defti no gli venga compartito. Non iſpeſſo ne, fuori che in grandi
neceſſità, e che ſpet tano all' vtile comune, ri flettente a quello, che altri
ſi dica, o faccia, o penſi, ſolo da vn canto intento a ' proprij affari, e
dall'altro continu a mente attento a ciò, che per le contingenze dell' vniuefo
a lui tocchi; acciocchè s'in duſtrij di rendere quelli di bella oneſtà compiuti,
queſto reputi colmo d'ogni vtile e d'ogni bene. Concior ſiecoſa che, quanto a
ciaſcu no viene dal fato deſtinato, fia portabile, e del bene ſeco portante. Ed
egli tenga a mente, che a lui effcr dee fa migliare tutto quello che ha del
ragioneuole, e che la natura dell'huomo richiede, e che dee applicare alla cura
di qualunque ſi ſia degli aleri uomini. Però non ha a vo ler dipendere dall' opinione
così d'ognuno, ma ſolo di C 3 coloro, che viuono conforme alla natura; e dee
offcruare quali ſieno quelli, che diuer famente viuono ilmodo, che tengono in
caſa, e fuori, il giorno, e la notte, e quali, e con quali conuerſando ſi me
ſcolino; Eper ciò non ſi ha ď hauer in alcun grado la lode di coſtoro, che ne
meno fe fteſli contentano. Non opererai come con tro tua voglia, ne come ſcor
dato del bene comune, ne ſenz' hauer prima ventilato efattamente l'affare, ne
ritro fo; ne attenderai con bellet ti di vago dire a vanamente liſciare i tuoi concetti,
non effendo ciarlone, ne troppo faccendiero. Iddio, ch'è in te, preſieda al tuo
viuere da perſona virile, e nell'età auanzata, e di vita politica, e da nato
Romano, e chema neggia gouerno. Sta in mo do tale apparecchiato e diſ poſto che
alla prima chiama ta tu ſij pronto di ſtaccarti da i viui fi intero, che ti fia
data credenza senza tuoi giuramenti o teſtimonianze altrui. Queſt'vno non
manchi, ch'è tal ſerenità nell'animo, che non occorrono conforti efterni, ne di
effere tranquil lato per opera d'altri: s'ha dunque ad cſſer per ſe ſteſſo
retto, e non raddirizzato. 6 Se nella vita humana tu trouerai alcuna coſa
migliore della giuſtizia, della verità, della temperanza, della for tezza, e in
fomma fe altro meglio, che l'eſſer l'opera zione della tua mente sufficiente a
ſe ſteſſa, acciò ca gioni, che tu operi ſecondo la retta ragione, e in ciò, che
non può dipendere dal pro prio tuo conſiglio, al fato tu ti accomodi: ſe meglio
dico di ciò tu truoui, od iſcopri,a quello volgiti con tutto l'a nimo, e godi
dell'ottimo, che haurai ritrouato. Ma fe nulla t'appariſce, che ſia inigliore
dell'iſteſſo genio, che in te riſiede, il quale habbia sottomessi a se stesso i
proprij mori de'tuoiappetiti, ed eſamini le coſe. immaginate, e che dalle
perſuaſioni, o alletta mcnti de' ſenſi, come Socrate dicea, ſia diſtratto, e
con 1 affetto attento agli huomini, fi fia fubordinato agl'Iddij: Se di queſto
trouerai eſſere ogni altra coſa inferiore, e più vile, non dar luogo nclla
mente tua ad altra cofa veru na, alla quale vna volta che tu o propendendo, o
decli nando aderifli, ſareſti ferma mente impedito a poter libe ramente
preferire ad ogn'al tro il ſingolare, e proprio tuo bene; non eſſendo giuſto
che al bene ragioneuole e operatiuo ſi contrapponga qualſiuoglia altro, che ſia
in diuerſo genere, come fareb be l'applauſo della moltitudi ne, o la dignità, o
le ric chezze, o il godimento de piaceri;tutte coſe le quali ha. uendo
apparcnza, ancorchè in minimo, di adattarſi a noi, repentemente preuarranno, e
ci rapiranno. Ondeio ti di co, attienti fchiettamente, e francamente al meglio;
e С aderiſci a quellos e il meglio è quello, che a'te è di profit to; però ſe
ſi confà, come a perſona ragioneuole, queſto riſerbati; ma ſe ſolo, come. ad
animal viuente, riggetta lo, e ſenza gonfiartene,cuſto diſci il fologiudicio,
per po ter formare vn eſame certo, e ſicuro. Non iſtimare giam mai, che ſia
coſa conferente a te ſteſſo quella, che tal vol ta forzeratti a traſgredire la
fede, mancarc all honore, odiare alcuno, ſoſpettare maledire, fintulare, ed
ambi re qualche coſa, laquale hab bia biſogno di naſcondimen to di muri, e di
velami. Im perocchè chi ſtima fopra tut to la propria ſua mente, e il genio, e
l'operazioni della ſua virtù, quegli non fa azione da tragedia, non pia gne,
non hannà biſogno di Itar folitario, ne della com pagnia di molti. Esquel che
più importa, viuerà ſenza de fiderare, e ſenza sfuggire co fa alcuna; ne farà
molto ca fo, ſe dell'anima circondata dal corpo ſe ne ſeruirà per più lungo, o
per più breue tempo: acciocchè qual ora s'haueſſe a dipartire, così franco ſe
ne vada, come ha ueffe a disbrigarfi di qualche affare, che gli conueniffe efe
guire con decoro, e con ogni modeſtia: ofſeruando queſto folo puntualmente per
tutta la vita, che i fuoi penſieri s. aggirino attorno qualche co fa, che ſia
propria de viuen ti razionali, e ciuili. 7 Nella mente di perſona C 6 ben
aggiuſtata, e purgata non trouerai niente di guaſto, niente di marciume, o che
v'habbia fatto ſaccaia. Simil. inente. non troncherà il fato la vita di coſtui
imperfetta, come ſi direbbe dell'Iſtrione, fe,auanti di finire, e compire il Drạmma,gli
vditori all'im prouiſo piantaſſe. Di più non trouerai nulla di feruilc, ne di
affettato, ne di appicci cante, ne di diſciolto che habbia biſogno d' eſſer
corretto, ncd'eſſer ricoper ne to. Habbi in venerazione la facultà, che forma
l'appren ſione, dependendo da queſta il tutto;acciocchè niuna opi nione s'
inſeriſca nella tua mente, che non confcnta colla natura, e colla coſtituzione
di viuente razionale: E queſta profeſſi di non cor rerc alla cieca, e che
l'huomo fi confaccia con gli huomini, e verſo gl’Iddij ſia offequiolo.
Rigettate dunque tutt'altre coſe, imprimiti ſolo queſte poche, e ſpesſo
rammenta ti che da ciaſcuno ſi viue il ſolo momento preſente, il re fto l'ha
gia viuuto, o gliè af fatto ignoto. Piccola adun que è l'età di ciaſcuno: Pic
colo è il cantoncino della terra, dove ſi viue, e piccola, benchè lungi
s'eſtenda, è a ' poſtuni la fama, proceden do queſta dalla ſucceſſione di
homicciuoli, che preſto ſe ne vanno a morire, i quali non conoſcono le ſteſſi,
non che colui, il qual di già lungo tcmpo morì. A'già eſpoſti auvertimenti
s'aggiunga ancora di far ſem pre vna diffinizione, o de: ſcrizione di quello,
che vie ne dall’iinmaginatiua rappre fentato acciocchè qual'è nudamente nella
propria ſo ſtanza, e il tutto per tutte le parti diſtintamente, tu rico
noſchi,e ſia a te ſteſſo eſpreſ ſo. e paleſato qual ſia il ſuo proprio nome, e
i nomi di quelle parti, delle quali è compoſto, e nelle quali ſi ri foluerà.
Perchè non è cofa, che a ſolleuare la generoſità dell'animo ſia più poſſente;
quanto l'eſaminare con me todo, e verità ciaſcuna coſa che può accadere nella
vita ': c riguardarla del continuo in tal modo, che tu comprenda inſieme a qual
Mondo, qual vſo porgano, che poſto tena gano in riguardo dell’yniuer fo, e
quale in riguardo dell' huomozil quale è cittadino di quclla ſopraniſlıma
Cittade di cui le altre ſono come.abi. tazioni di famiglie: Che co fa ſia, o di
quali principij ſia compoſto, e quanto tempo fia per durare quello, che al
preſente m’imprime tale im inaginazione; e qual virtù in torno quello s'habbia
da vla re: come a dire della manſue tudine, delle fortezza, della verità, della
fede, della ſchiet tezza della contentezza, del la propria ſorte, e d'altre fi
mili. Per lo che biſogna dire di ciaſcheduna coſa: Queſto viene da Dio, ma questo
per fatale ordinazione, e conneſ fione delle cose del mondo o per una tale
congiuntura, e fortuna: E queſto altro pro cede da vn tuo proſſimo, e congiunto,
e teco conuer fante, ignaro di quello, che a lui pernatura ſi conuiene. Ma io
che lo ſo m’auuaglio d' effo, fecondo le leggi naturali della comunicazione,
con af fetto benigno, e giuſtizia; e inſieme nelle coſe indifferen ti, o
mezzane mi ſtudio d' andar conghietturando, qual ftima a quelle habbiaſi a da
re. Se tu, della retta ragione feguace, opererai quello che haurai dauanti
ſtudiofa mente, validamente, placi damente, e non mirando ad altro che
all'intrapreſo nego zio, anzi conferuerai il tuo genio puro, e conſtante, co me
ſe già ti abbiſognaſſo di renderlo. Se dunque queſto offeru.crai, a niente
altro at tendendo, niente fuggendo; ma nell'operazione, che hai tra le mani,
conformandoti alla natura, e contentandoti d'eſprimere con verità eroica tutto
ciò, che a dire intra prendi, tu viucrai felice. In vero non v'ha chi ti potra
quefto impedire. u Comei Maeſtri del cu rare hanno ſempre alla mano gli
ſtrumenti, e i ferri per ogni inopinata cura così habbi tu pronti i decreti a
ri conoſcere per mezzo d'effi le coſe diuine e l'humane, in tutto ciò, che,
quantunque mi nimushaurai da operare; ben ricordcuole come queſte fia no
amendue tra di loro con giunte, non potendo far nulla, che appartenga agli huo
mini, che per mera corriſpon denza al Cielojne per lo con trario. 12 Non andar
più vagan do, mentre non haurai più da leggere i tuoi libretti di me morie, ne
i fatti degli an tichi Romani, e Greci, ne le raccolte, che hai eſtratte da
varij ſcrittori, le quali riſer bate t'haueui per la vecchia ia. Affrettati
adunque ver ſo la fine, e abbandonando, mentre che t'è lecito, le va ne
ſperanze, porgi ogni aiu to a te ſtello, ſe tu fe'a cuore a te medeſimo. 13 Gli
huomini volgari non fanno quanti ſignificati hab biano le voci rubate, femina
re, comperare, ripoſare; ne fanno diſcernere quello, che s'ha da operare: il
chenon ſi fa con la viſta degli occhi, macon altra perſpicacia. Habbiamo il
corpo, l'a nima, c la mente: Al corpo appartengono i ſenſi, allani ma gli
apperiti, alla merite i decreti. Si formano le imma ginazioni ancora dagli ani
inali bruti; ma il laſciarli trarre dagl'imperi degli ap petiti a guiſa di
pupazzi tira ti con cordicelle, è cofa da beſtie, e da effeminaci, e d ' yn
Falaride, ed'vn Nerone. L'applicarela reggitrice men: te all' apparenti
conuenienze è ancora di coloro, i quali non tengono, che ci ſiano gl’Iddij, e
che alle occaſioni abbandonano cziandio la pa tria, e che quando han chiu te le
porte, fanno di tutto. Se dunque l'altre coſe ſono comuni alli già detti, reſta
proprio dell'huomo dabbene l'amare, e abbracciare ciò che a lui auuenga, e che
dal fato gli fia compartito, come il non rimeſcolare, e confon dere il genio,
che nel mezzo del petto riſiede, ne pertur barlo colla moltitudine dell'
immaginazioni: ma conſer varlo placido, e come a vn Dio, decenteinente portar
gli riuerenza, ed oſſequio. Non proferendo mai parola, che tutta yera non ſia;ne
fuo ri del giuſto facendo cofa al cuna. Se poi tutti gli huomi ni non
crederanno, ch'egli fchicttamente, e oneſtamen te, e tranquillamente ſe ne viua,
non però fi crucсerà con chi che ſia di loro; ne vſcirà mai dal dritto ſentiero,
che lo conduce al fine della vita, al quale fa di meſtiere giugnerepuro,quieto,
c pron to a diſcioglierſi, e acco- - modarſi di buona vo glia al proprio de
ſtino. Nell interno che domina in noi quando ſi confor ma alla natura, reſta sì
indif ferente a tutti gli auueni menti, che ſenza ripugnanza ſempre prontamente
ſi tra fporta a ciò; ch'è poſſibile, e conceduto; Imperocchè non s'obbliga a
materia deterininata; ma è facile verſo ciò, che gli venga propoſto, ben che
con qualche eccezione; e quello, che in luogo dell eſcluſo è introdotto,
s'appro pria come ſua materia, in guiſa del fuoco, quando nel le coſe, che
incontra predo mina; dalle quali vna picco la lucernctta verrebbe e ſtinta,la
doue vna gran fiam ma trasforma in ſe preſta mente tutto quello, che in nanzile
è poſto, e lo conſu ma, e di quell'iſteſſo diuiene maggiore 2 Niun'opera ſi
faccia a ca ſo, ne altrimente ſi eſegui ſca, ſe non conforme agli
ammaeſtramenti di perfezio ne dell'arte. 3 Proccurano le perſone di ritirarſi
nelle campagne,alla -50 he 9 or it 71 za 2. e 01 marina, e ne' monti, e an co
tu queſti ſe' stato particolarmente ſolito d'amaro e queſta è coſa
ordinarijfſima agl'idioti; eſſendo a te lecito in qualſifia tempo, che ti pia
cerà, ritirarti in te ſteſſo. Ne c'è luogo per l'huomo di più quiete, e più
lontano dalle faccende, per ritirarſi di quello del proprio animo;
particolarmente ſe haurà in ſe formato tali concetti, che in quelli
internandoti pron tamente rimanga in vna to tale tranquillità. Ne altro dico
eſſere queſta calma che l'animo ben compoſto: Ritirati dunque ad oraad o ra, e
rinnuoua te ſteſſo. Si eno però breui, è ordinati que' ricordi, i quali ad vn
tratto fouuenendoti, ſaran no ſufficienti a liberarti dio gni moleftia, e di
rimetterti nelle tue operazioni; alle quali ſenz' annoiarti farai ri torno.
Poſciachè di qual co ſa pigti tu noia? forſe della maluagità degli huomini?
Rammentati di quel decreto, che i viuenti ragioneuoli ſo no prodotti a pro \
vno dell'altro; e che il medeſimo ſofferire è part e della giuſti zia
dell'huomo: e che quelli, che delinquono, no'l fanno di buona voglia; e quanti
dopo hauere eſercitato l'oſti lità, i ſoſpetti, e gli odij, e trafittiſi ľ.yn
l'altro, ſono morti e diſteſi ridotti in cene, re? quietati dunque vna vol ta.
Ma tu non t'appaghi di quello, che dall' vniuerſo ti è ſtato diſtribuito.
Richiama: D però nella memoria la pro porzione diſgiugnéte, che ci è, o la
prouidenza, o gli atomi, o anco altre coſe, donde ben fi conchiude che il Mondo
è in guiſa di ordinata Città. Se poi t'aggrauono le coſe cor poree, tu quì
confidera che la mente, dopo che vna vol ta ſi ſarà in ſe ſteſſa raccolta, e
haurà riconoſciuta la pro pria dignità, non ſi meſco ſerà con iſpirito, che
venga ad eller morbidamente, o ru uidamente agitato. Aggiu gnidi più tutto
quello, che del dolore, e del piacere tu hai vdito, e l'hai approuato. Mala
gloricota ti diſtrarrà? Da vno ſguardo, come pre fto va il tutto in dimenti
canza, e nel chaos dell'euo da amendue le parti immen fo, e nella vanità d ' yn
rim bombo: e quanto mutabili, e ſenza giudicio fono quelli, che di noi poſſono
formar concetto, e in quanto poco luogo tutto ciò li circonſcri ue; mentre
tutta la terra è yn punto, e di queſta non è che yn cantoncello la noſtra
abitabile; e quanti, e quali fono quelli, che ſieno per lo darti. Ricordati
dunque di ritirarti in quella particella di te ſteſſo; e ſopra tutto di non ti
diftrarre, e di non far refiftenza; ma fij. franco, e ri guarda l'opere da PERSONA
VIRILE, D’UOMO, da cittadino, da viuente mortalc. Ma tra i ricordi più pronti e
ſpe diti, i quali hai da conſide rare, fieno queſti due. L'yno, che le coſe
iftcffe non s'at D 2 taccano all'anima, ma ſtan no al di fuori immobili; e che
le turbazioni deriuano ſolo dall'opinione interna: l' altro è, che quanto vedi,
queſto non iftarà guari a mu tarſi, e più non ci ſarà; e con fidera a quante
mutazioni già tu ti ſe trouato, e di con tinuo tieni a mente, che il Mondo ſta
nell'alterazione, la vita nell'opinione. 4 Se l'intelletto è comune, comune
ancora è la ragione, mediante la quale noi ſiamo ragionevoli. E ſe è vero que
ſto, eziandio la ragione, che comanda quello, che ſi deb ba, e che non ſi debba
ope rare, ſarà coinune. E ſe è cosi, ſarà comune la legge; il che ammettendoſi,
verre mo noi ad eſſer Cittadini; donde è, che hauremo da par ticipare di
qualche Cittadi nanza; e conſeguentemente reſta il Mondo eſſere come vna Città.
Concio ffiecofa che dirà alcuno: qual'altra Cittadinanza fitruoua fi co mune,
della quale tutto il genere humano partecipi? E da queſta comune Città deriua
l'iſteſſo effer noſtro in: tellertilo, e ragineuole, e le gale. O se quindi non
ès-don de è perciocchèſi come quel lo, che è di terreſtre in me, da qualche
terra a me ſi com, parte, el eſſere vmido da vn altro elemento, e l'eſſere
fpiritale da qualche ſcaturi gine di ciò, e'l caldo, e l'i gneo da qualche
altra pro pria ſorgente; imperocchè nulla prouiene dal nulla, co D3 me ne meno
ritorna in quel che non è così anche l'intel lettiuo da qualche luogo fi
comparte. 5 Tale è la morte, quale è la generazione, e ſono degli arcani della
natura; queſta è miſtura degli elementi, e quel. la è diſcioglimento ne'mede
fimi: In ſomma non ſe n'hà d'hauer vergogna, poichè non è contra la conuenienza
del viuente intellettuale, ne repugna alla ragione della di lui conſtituzione,
6 La natura porta che queſte cofe da tali ca gioni nafcano neceſſaria mente; il
che, ſe ad alcuno non piacerà, vorrà che'l frutto del fico non habbia
lattificio. Quello in tutto, e per tutto rimanga nella mente, che tra
breuiſſimo tempo tu, e quel tale vi morrete, e tra poco non ci ſarà, ne pu re
il voſtro nome. Leua via l'opinione, che ſarà tolta la querela, che dice, IO SO
NO STATO OFFESO, leua queſto dire: IO SONO STA TO OFFESO, e verrà tolta
l'offeſa. Quello, che non fa peggiore in ſe l'iſteſſo huo mo, non renderà
peggiore la di lui propria vita; e ne in ternamente, ne efternamen te l'offenderà.
7 La natura ad operare in tal modo per lo comune vti le fu neceſſitata. E ciò,
che auuiene, giuſtamente auuie ne: il che ſe attentamente of feruerai, trouerai
eſſer vero; ne per ſola conſeguenza di co, che è queſto, ma perchè D4 così
vuole il giuſto; venen do da colui, il quale ſecon do il proprio merito, diſtri
buiſce a ciaſcuno il ſuo.Of ſerua dunque tu queſto, co me hai dato principio; e
nel fare qualunque coſa ado pera con qucfta oſſeruazio ne, e con lefſere huomo
dab bene; ina di quella maniera, come s'intende propriamen te l'hucmo dabbene.
Tutto ciò oſſerua in ogni tua ope razione. 8 Non farai concetto del le cofe
fecondo il giudicio di chi t'oltraggia; ne come e quali eſſo vuole che tu le
giudichi; ma conſiderale, quali eſſe veracemente ſono. 9 Debbonfi ſempre hauer
in pronto queſti due punti: primieramente di non operare in modo diuerſo da
quello che la ragione, Rcina, e leg gislatrice per l'vtile degli huomini
fuggeriſce; ſecon dariamente d'effer facile a mutarti di parere, ſe qual cuno
fi corregga, e rimuoua da qualche opinione; però queſto rimouimento s'ha ſempre
d'appoggiare alla perſuaſione, che porti del giuſto,o del ben comune, O di coſe
ſu queſto andare,non per compiacimento, ouero per apparenza di gloria. Hai tu
la ragione? la tengo: Per chè dunque non te ne ſeruia Che vuoi cu altro, che
que ſta, mentre ella fa quello, che è proprio di lei? 10 Come parte di queſto
vniuerſo già ſe'ſtato conftitu ito, così tornando a chi t'ha DS fat 82 LIBRO
QVARTO fatto, diſparirai, o più toſtoy con qualche mutazione, fa rai ripoſto
nella ragione fe minále di quello. Di molte granella d'incenso su Piſteffo
altare vna cade prima dellº: altre, purchè ſi conſumi mula la importa. Tra
dieci giorni tu parerai vn Dio a quelli alli quali ora ſembri vna be ftia; e
yna ſcimia, fe ritorni a ri pigliare i decreti, e la vene mazione della
ragione. Non fare i conti come fe hauefli ancora a viuere più migliaia d'anni.
Il debito fatalc fou raſta, mentre viui,mentre ti è permeſſo diuenta buono.. II
Quanto di quiere d'ani mo guadagna chi non bada a quello, che'l vicino diſſe, o
fece, o pensò, ma ben fi ſolo a quello, ch' egli ſteſſo fa, acciocchè l'opera
ſua ſia giuſta, e pia?, nericercando va ſe altri ſia di buoni, o rei coſtumi,
ma corre a dirittu ra per la linea, ſenza punto da efla ſcoſtarſi? I2 Chi
dietro alla fama apoſtuma ſe ne va,come ſtor dito, non conſidera come cia fcuno
di quelli, che di lui li rammenteranno, anch ' egli preſto ſe ne baſirà, e così
di nuouo quegli ancora, chea queſto ſuccedera, finchè ogni memoria, per mezzo
di huo mini, parte ſtupiditi, parte già morti continuata ſi ſpen ga.Mapreſupponi
tu, che quelli che terranno di te me moria fieno immortali, e la memoria
rimanga immorta le? ciò che gioua a te 2 ne ora parlo di quando tu fa D 6 rai
nh ada Te ef 1 rai estinto, ma del preſente mentre tu viui. Che è la lo de ſe
non certamente yn tal condeſcendimento d'huomi ni. Tralaſcia dunque, come
inopportuni i doni della na tura, mentre che dipendo no dal giudicio d'altri.
Del reſto tutto quello, che in qualſiuoglia maniera è buo no per ſe ſteſſo è
buono, e in ſe ſteſſo fi riſtrigne; ne tra le fue parti annouera la lode; onde
non diuiene ne miglio re, ne peggiore. il lodato. Queſto dico ancora di ciò,
che volgarmente ſi chiama buono: quali ſono le coſe, che o per la materia, o
per l' operazione dell'arte tali fi ftimano. Ed in vero quello, che è realmente
buono, di che ha biſogno di nulla più certamente che la legge, di nulla più che
la verità, di nulla più, che la buona mente, che la modeſtia Quale di queſte
per lo eſſer lodata diuiene buona, o bia-, fimata ſi corrompe? forſe di uenta
peggiore lo ſineralduc. cio, ſe non è lodato? non di rafli il medeſimo
dell'oro, dell'auorio, della porpora, del pugnalett, del fiorellino,
dell'arbuscello? Se l'anime ſempre du rano, come fin dall' eternità le può
contenere in ſe l'aria? e come la terra i corpi rac chiudere de' ſepolti di
tanti ſecoli: Poichenell'iſteſſo mo. do, che la mutazione, e la re ſoluzione di
queſti danno luogo ad altri cadaueri,dopo eſſer per qualche tépo quag. giuſo
ſtati, così l'anime poi chè ſono ſtate traggettate nell'aria, e trattenuteuifi
al quanto, fi tramutano, e ſi ſtruggono, e s'abbruciano, ri tornando nella
ragione ſemio nale del tuttoje in tal modo fanno luogo ad altre, che appreſſo
vengono a ricongiu gnerſi. A queſto ſi riſponde, che ſuppoſto che l'anime du
rino, biſogna non ſolo con cepire la moltitudine de'cor pi così ſepolti, ma
quella an cora degli animali, che cia fcun giorno da noize da altri animali ſi
mangiano; poichè quanto numero le ne confu ma, ecosì in yn certo modo ſi
ſeppelliſce nelle viſcere di quelli, che ſe ne cibano de tuttauia capono in
questo luogo per la traſmutazione in in sangue, in aria, e in fuoco. Qualeè
intorno a que ſto la notizia della verità il. diuiderſi in materiale, e cau-,
ſale. Non fi vuole andar con aggiramenti vagando, ma in ogni appetizione
dell'animo deefi aſſegnare il giuſto; ed in ogniimmaginazione con feruare quello,
che ſi è compreso. Tutto quello, che a cé, o Mondo, è conueniente, a me ancora
ſta bene. Nulla è a me acerbo, o tardivo, che a te ſia ſtagionato; ogni coſa,
che portano le tue ſtagioni, è a me frutto. O natura, da te deriua il tutto, in
te è il tutto, e a te il tutto ritorna. Diffe colui; Amata Città di Ci tropese
tu non dirai,Amata Cit tà di Gione? Intrigati di poco, diſſe, se tu vuoi ſtare
coll' animo quiero Non è miglior cola, che far ſolo ciò, che è neceſſario, e
quello, che la ragione all ' huomo,nato per la vita ciui le, detta, e nel modo,
che lo detta. Imperocchè queſto non folamente reca la tran quillità, che dal
ben fare procede; ma quella ancora, che dal poco operare.ti au uiene.
Concioſliecoſa che; fe la maggior parte di quello che ſi dice, o lifa, non
eſſen do di neceſſitade, alcuno ri ciderà, egli ſe ne ſtarà int maggior ozio,c
meno ſturba to. Perciò biſogna in ciaſcu na coſa in particolare ricor darſi che
forſe ella ſi è vna di quelle, che non lon neceſſa rie. Biſogna in oltre non ſo
lo toglier vią l'azioni, che non ſon tanto neceſſarie, ma ancora l'iſteffe
immagina zioni, perchè così non ſegui ranno azioni ſuperfluc. Fa prova, come ti
rie fca la vita d'vn huomo dab bene, cioè, cheſi contenta di ciò, che dall'
Vniuerſo gli vien aſſegnato, che ſi ſoddis fa del proprio operare giu ſtamente,
e della ſua man fuera diſpoſizione.Hai confi derato queſto.2 rimira queſt altro;
non ti turbare, habbi l'animo tuo aperto. Chi pec ca, contro di fe pecca. Ti au
uenne qualche bene? Dal principio dell'uniuerso ti fu ciò deſtinatose
intrecciato in ſieme ognaltro auuenimena to.In ſomma la vita è breue. Vuolſi
guadagnare il preſen te gote con feguire la retta ragio ne, e la giuſtizia. Sta
attento di non rilaſſarti. 18 O il Mondo è vna bel la ordinanza,o'vn meſcuglio
confuſo, tuttauia & Mondo. Ora ſe in te ſteſſo qualche Mondo,cioè,comeper
efem plo,vna venuſtà può conſiſte. re, haurà poi da eſſer yn'im monda
ſconuenenza neli'yni. uerfo, mentre in effo tutte le cofe fi vedono così
diſtinte, c dilatate, con effer inſieme reciprocamente affette? 19 Ci ſono
coſtumi negri, coſtumi effeminati, ferrigni, ferini, e diquelli, che ſono
fimili a'brutali, e a ' fanciul leſchi, inſenſati, affettati, buffoneſchi,
tauernieri, e ti rannici. Se fireputa pellegri no nel Mondochi non faciò: che in
eſſo ſi truoua, molto o più pellegrino è colui, che ignora ciò, che in eſſo ſi
fac cia. Fuggitiuo farà chi fugge 0 dalla ragione ciuile, è cieco chi ha chiuſo
l'occhio dell' intelletto, mendico chi ha neceffità d'altri, e non ha ap "
preſſo di ſe tutto quanto gli è neceſſario per vſo della vi ta. Eyna apoſtema
del mondo, chi ſi diparte, e fi difrom pe dalla ragione della comu ne natura,
non accomodan dofi agli auuenimenti; men tre gli produce quella mede fima, che
ha te ancora pro dotto.E vna ſtracciatura del la Città, chi diſtacca la pro i
pria anima dalla mente r & ei gioneuole, che è vna. 20. Ci è chi filoſofa
ſenza tonica, e chi ſenza libro, vn' altro mezz'ignudo. Non ho del pane, diffe,
e nonmipar to dalla ragione. Io non ho il cibo degl'inſegnamenti, e pur in eſſi
perſcuero: Affe zionati all'articella, che im paraſti, e in quella acqueta
ti.Mena il reſto della vita tua con riporre negl'Iddij la cura d'ogni tuo
affare, e ciò con tutto l'animo: e dhuomo, che viua,non ti fare,ne tiran i no,
ne fchiauo. 21 Conſidera, verbi gratia, i tempi di Veſpaſiano, tu vi vedrai tutte
queſte medefi me coſe, cioè huomini, e far.nozze, ed educar figliuoli, ed
ammalati, e morienti, e com battenti, e feſteggiantise mer. catanti, e
agricoltori, e adu latori, e arrogantemente par Janti, e ſoſpettoſi, e
infidiatori, e deſideranti la morte, e delle coſe, che ſuccedeuano ha
lamentantiſi, e innamorati, e at intenti ad ammaſſar teſori, e e ambizioſi di
Conſolati, e di 1 Regni; tutti fparirono, e della loro vita già non vi rcſta 1
nulla. Appreffo traſportati all'età di Traiano; di nuouo I rimirerai tutte le
medeſime cofc, e pur la vita di quelli non ci è più.Similmente con ſidera altri
ſegnalati inter ualli de' tempi e delle intere nazioni; e offerua,come tanti, e
tanti allora gonfiati l' vno * contro l'altro,dilì a poco ca e dettero, c fi
dileguarono ne gli elementi. Specialmente B t'hai da rammentare di quel li, che
tu ſteſſo hai conoſcill ti, che vanamente affannati hanno tralaſciato d'
operare conforme alla propria diſpo
fizione, e d'aderire tenace mente a quella, e di quclla foddisfarli. E
neceſſario an cora di rammentarti,che l'ap plicazione in ciaſcuna azio ne ha la
ſua propria conue nienza, e proporzione; per chè così tu non ti dorrai; ſe tu
non più di quello chepor ta il pregio in queſte coſe minori, ſarai occupato. 22
Le voci già correnti, ora fono diſufate, e richie dono chioſe; così i nomi di
quelli già tanto celebri fono in yn certo modo al preſente fimilia derte voci:
tale è Ca millo, Cefone, Volefo,Leon.nato; e poco appreffo Scipio ne; e Catone;
dopo anco Auguſto, c indi Adriano, e Antonino; perchè ogni coſa ſua Ct colla
211 ap 10 16 ber Ol ſuaniſce, e tofto paſſa in fa uoleggiamenti, cben preſto
dentro d' yna totale obbli uione reſta ingoiata.E queſto dico di quelli, che a
maraui glia yna volta riſplenderono; poichè gli altri nell'iſteſſo lo ro
fpirare reſtarono ignoti, e niuno più ne domanda. Che coſa è dunque queſta eterna
memoria? Tutto vanità. In torno a che dunque s'ha da porreil noſtro ſtudio in
que ſto ſolo; che la mente ſia giu ſta, l'azione diretta al co mun bene,tale la
ragione che mai non reſti ingannatå, el animo così diſpoſto, che ciò, che
gliaccada, abbracci, co me foſſe a lui neceſſario, e co me famigliare, e come
dall' ifteflo comun principio, e fonte deriuato. Di buon ani til zie id 700
DITI OP ON DC1 او و mo gettati nelle braccia del fato; permettendogli che e
inuolga in quelle coſe, che a lui parrà. Il tutto va a giorni, e chi rammenta,
e'l rammen tato. Mcdita del continuo, come tutto ciò, che ſi fa a per mezzo
delle mutazioni fi fa; e auuezzati a conſiderare, che nulla ama così la natura
del l' vniuerſo, come di mutare gli entie far delle coſe nuo ue a quelle
aſſomiglianti. Perchè in vn certo modo o gni coſa, che è, ſemenza è di quella,
che da eſſa s'ha da produrre; e tu t'immagini ef ſer ſoli ſemi quelli, che ſi
traſ mettono nella terra, o nell' vtero. Coteſti fono penſieri da perſona molto
idiota. Già ſei all' orlo detta morte e ancora non se' diue hel nen ZIO pe TI
che can de nuto ſchierto, e libero dalle rei perturbazioni, da’ſoſpettid'
eſſere dagli eſterni leſo, ne bi placido inuerfo tutti;ne ſtimi la prudenza
eſſere il ſolo giu ftamente operare. 24 Rimira la mente conducitrice degli
altri e ciò, che veramente fuggano e fe de guano i prudenti. Il tuo male non
consiste nella mente d'altri o ne' rivolgimenti o variazione dell'ambiente Doue
dunque la doue tu hai l'opinionede'tuoimali. Per di ciò non opinare queſto, che
il tutto andrà bene; ancor chè il corpicciuolo, che a f quello è propinquo,fi
ſeghi,fi abbruci, marciſca, ſi putre faccia; purchè rimanga quie ta la
particella, la quale for ma l'immaginazione di que dit + C. ef E Ite ſte coſe,
cioè che non giudi chi eſſer ne bene, ne male ciò, che può accadere, tanto
all'huomo dabbene, quanto al cartiuo, Concioſliecoſa che quello, che ſimilmente
auuiene a chi viue, secondo la natura, e a chi viue diuer ſamente, non è ne secondo
la natura ne contro di essa. Conſidera del continuo il mondo come un' animale,
composto d’una sostanza e di un'anima, e come all ynico ſenſo di quello tutte
le coſe ſi riportino, e come con vn'im peto il tutto operi, e come tutte le
coſe tra fe di tutto quello che ſi produce, ſon co. muni cagioni;e quale ſia
l'in trecciamento, ola teflitura. Sei un'animuccia, che porta un cadauero; diceua
Epitteto. A quelli, che ora ſono ali nella mutazione, niente è di male, come
niente è di bene a quelli, che nella mutazio ne ſuffiſtono. 28 L'euo è come un
fiume, e come yna corrente violen ta delle coſe, che ſi fanno, perchè, ſubito
che ciaſcuna di quelle compariſce, è rapi ta, e altra ne compariſce, e queſta
ancora ſi traſporterà. Ogni accidente è così ſolito, e famigliare, come nella
pri mauera la roſa, c nella ſtate i frutti. perciocchè tale è la malattia, la
morte la maledi cenza, l'inſidie, e ciò che rallegra i pazzi, o gli contri fta.
Quello, che proſegue, ſempre ſi connette accon ciamente agli anteceden ti.
poichè non è vna nume 1 orazione di coſe tra loro dif crete, e ſuſſiſtenti per
necef ſità ſolamente di calculo; ma èyna congiunzione, ſecondo la ragione; e
come ſono coor dinate, e ben congiunte tut. te le coſe che eſiſtono, così
quelle, che ſifanno non han no vna ſemplice ſucceſſione, ma dimoſtrano vna
certa ma rauiglioſa famigliarità, che è tra di loro. 29 Habbiaſi ſempre a mente
quel detto d’ERACLITO. La morte della terra eſſere quando diuenta acqua; e la
morte dell' ac qua, quando diventa aria; come del l'aria, quando fuoco, e così
per l'oppoſito. E ancora da ri cordarſi di colui, al quale era ignoto,doue la
ſtrada condu ceſſe; e di quelli, che ſpecial mente, e del continuo con uerſano
con la ragione, la quale ogni coſa amminiſtra, e nondimeno da quella dif
ſentono, e che quelle coſe, nelle quali ogni dis’abbat tono, a loro paiono
ſtranie re. e che non biſogna fare, e fauellare in guiſa quafi di
dormienti,perchèallora anoi ſembra difare, e di dire; ne fi hanno da imitare i
fanciul li, i quali dicono con ſempli cità: Così habbiamo appreſo dai noftri
maggiori. « 30 Se alcuno degl' Iddij ti diceffe, che hai da morire la domane,o
al più lungo por domane, non molto ti im portarebbe, che foſſe più to ito
domane, che poſdomar nc, ſe non le d'animoin eſtre mo tralignante. Imperocchè E
3 quanto ſi è l'interuallo d'vn giorno cosìno iſtimare gran coſa le fia più
toſto dopo moltiſſimi anni che domane. Ripenſa contimamente teco medeſimo;
quanti medici ſon morti, che ſpeſſo hanno le ci glia inarcate ſopra de i ma
lati? quanti matematici, che come yn gran caſo le morti d'altri prediffero 2
quanti Fi loſofi dopo mille, e mille contefe della morte, e dell' inmortalità?
quanti prodi in armi, che molti vcciſero? quanti tiranni,checon gran de preſunzione
della loro potestà sopra l'anime ſi feruiro no, quaſi chenon foffero e glino
ancora mortali? quan te Città ſono, per così dire, affatto morte? Elice, Pom
pei, Erculano, e altre innu nie merabili. Traſcorri ancora quanti hai tu
conoſcuti l'yno appreſſo l ' altro morti. Que gli dopo hauer fatto i fune rali
dell'altro, ha ſteſo egli morendo le gambe, e dopo lui yn'altro. Tutto ciò in
bre de tempo. In ſomma ſempre fono da conſiderare tutte le coſe humane,come
d'vn gior no, e di prézzo viliffimo: ieri vn pochin di mocci,domanc falſume, o
ceneri. E perciò queſto momento di tempo paffalo viuendo, ſecondo la natura, e
muori tranquillo, come l'vliua, che fatta ben matura cade laudando la ſua
producitrice, e rendendo gra zie all'albero, dal quale fpuntò. 31 Sij ſimile a
vn promon torio, nel quale inceffante E 4 mente l'onde s'infrangono; e
nulladimeno egli ſta ſaldo, e intorno a lui fi abbonacciano gli orgogli
dell’acque. Infe. lice me, perche ciò mi è au uenuto l’anzi al contrario, me
ſelice, che essendo miciò accaduto, me ne ſto ſenz'al cun dolore, nedal
prefente offeso, ne temendo l'auueni re. imperciocchè queſto po teua ad ogni
altro accadere, manon ognuno l'haurebbe ſopportato ſenza dolerſi.Per chè
adunque più toſto quello infelicità che queſto felicità farà da noi giudicato?
echia mi tu a pieno infelicità dell' huomo corefto, che non è difauentura alla
natura hu mana? E diſauucntura della natura humana pare a te, che ſia quello,
che non è contra ilvo il volere di lei? Quello che ella voglia, l'hai tu
appreſo? Non é impediſce dunque queſto accidente, che tu non ſij giuſto,
magnànimo, tem perato, prudente, conſidera to,,verace, modesto, libero, con le altre
qualità, le quali efſendo preſenti, la natura humana gode ogni ſuo pro prio.
Quanto al rimanente ricordati, ogni volta che al. cuna coſa t' induce ad attri
ſtarti, di valerti di queſta ſen tenza. Che queſto, che t'è accaduto non ti è
d'infelici tà, ma di felicità, foppor tandolo generoſamente. 32 Per certo è
volgare aiu to, ma tuttauia efficace, per diſprezzar la morte, il ri membrarſi
di quelli, i quali, attaccati al viuere, lungo Es: tempo durarono. Che hebbe,
ro più queſti di quelli, che in eri acerba morirono?Giacor ciono ſenza dubbio
in qual che luogo Cadiciano, Fabio, Giuliano, Lepido, e altri fi mili, i quali,
dopo hauer fat ti i funerali a molti, eglino ancora furono poſcia ſepolti.
Finalinente ci è poco d'inter ftizio, il quale con quante moleſtie, e con quali
ſten ti, e in qual corpicciuolo vien ſofferto? Dunque non ne far gran conto į
rimira però indietro all'immenſità dell'euo, e a te dauuanti yn altro infinito.
In queſto, che differenza è tra vno morto a capo di tre giorni,e d'vn Ne ſtore
di tre ſecoli? Per la ſcortatoia corri ſempre, e quella via, che ſi conforma
alla natura, è la fcortatoia saluteuole. Però dì, e fa ogni coſa nella ma niera
più ſalateuole. Impe r occhè queſto propofito libe ra dalle fatiche, da i
com battimenti, da ogni ſimula zione, e da ogni oſtentazione. Vando dal ſonno
neghittofamente la mattina ti fue gli, habbi in pronto. lo mi fueglio all'opera
dell'huomo; ancora dunque ripugnanza fento, ſe io vo a fare quello pere, alle
quali ſon nato, e per le qualiſono ſtato intro dotto nel Mondo forſe ſono ſtato
ordinato, acciò tra piu macciuoli giacendo io mi riſcaldi? Maciò è di maggior guſto.
Dunque a pigliarti gu ito, e in ſomma non al fare ne all'operazioni ſei nato?
non vedile pianterelle, i paſ ferotti, le formiche, i ragnis l'api
comecooperano all' or namento delMondo, e tu non vorrai fare quello, che ſpet
ta all'huomo e non accorri a ciò, ch'è conforme alla nå tura tua? Ma biſogna
pure ripoſarti. Biſogna.Ed in que ſto la natura aſſegnò lemiſu re; e diedele
ancora, ed al mangiare, ed al bere; e non dimeno tu pafli oltre alla mi fura, e
oltre alla ſufficienza. Non però così nell'opere; ma affai meno di quello ſi
puote; concioffiecoſa che tu non a mi te ſtello, che quando ciò foffe, amereſti
la natura, e'l di leivolere. Altri, che amano le loro arti, ſi conſumano
ne’lauorij di quelle ſenza go der de bagni, e ſtando digiu ni. Tu fai men conto
della tua natura, che il tornitore non fa dell'arte del tornire, o il ſaltatore
dell'arte del fal tare, o l'auaro dell'argento, o il vanagloriofo della glo
rietta; e quando queſti s'af fezzionano a cotalicofe, alle qnali ſono
inclinati, abban donano più preſto ilmangia re, e il dormite, che il laſciar
d'accreſcerle. E a te l'azioni fpettanti alla comunicazione humana appariſcono
di più baſſo pregio, e men degne ď accuratezza. Quanto è facile lo ſcace
ciare,elo fcancellare ogni turbolenta immaginazione, onon conueniente, e ſubito
metterli in iſtato d'ogni tran quillità? Reputa te ſteſſo de gno d'ogni
diſcorſo, e d'ogni azione, che lia conforme alla natura, ne ti ritragga il ri
chiamo d'alcuni, o il biaſimo, che ne ſegue; masſe farà coſa oneſta da operare,
o da dire, non te ne ſtimerai indegno. Imperocchè hanno quel li la propria
loromente, e v fano della propria inclina zione, alle quali tú non hai da
riguardare, ma dei cam minare per la diritta, ſegui tando così la propria
comela comunenatura, delle quali amendue èvna via. Io cammi. nando me ne vo per
le coſe, che ſono ſecondo la natura, finchè cadendo io mi ripoſe rò, e ſpirando
in quello,don de ciaſcun giorno reſpiro, e si cadendo in quello, donde il
ſemuccio da mio padre, e il fanguuccio da mia madre, e il lattuccio dalla inia
nutri ce furonoraccolti; e del qua le per tanti anni ogni di mi paſco, e
m’abbeuero, che mi foftiene mentre lo calco, e dello ſteſſo in tanti modi in '.
abuſo. 3 Non hanno in chemara uigliarſi della tua acutezza fia così. Ci fono
molte altre coſe,delle quali non puoi ne gare, che in te non ſia l'abi lità
Mettidunque in opera quelle, che ſono tutte a tua. diſpoſizione, l'eſſere
ſincero, grauie,tollerante della fatica, non amico del piacere, non, quereloſo
della tua forte, biſognofa di poco, placidos libero,moderato, serio, e magnifico.
Non t'accorgi quan te coſe tu hai poter di fare, per le quali tu non hai prete
ſto, che la tua natura non fia atta, o abile; nondimeno di propria elezione te
ne reſti, comedappoco al diſotto? forſe inetto per natural diſpo ſizione ſe
neceſſitato a inor morare, ad eſſere tenace, ad adulare, ad incolpare il cor
picciuolo, o a luſingarlo, ad effere vano, ed a cotanto nel l'animo agitarti
d'eſſer natu ralmente inetto, e dappoco? Non per gl' Iddij. Ma però già vn
pezzo fa di tutte que Ite coſe tu eri da te ſteſſo pof ſente a libcrarti.E
ſolamente, ſe però è così,poteui ellerac cuſato come più tardo, e du ro ad
apprendere. Ed in que ſto ancora ti doueui eſercitare, non trasuolando altroue
con la mente, ne godendo della pigrizia. 4. Euni chi, quando ha vſa to qualche
amoreuolezza in riguardo d'alcuno, glie lo di chiara incontanente per gra zia:
eď emui ancora chi, ſe non vſa ſeco tal prontezza in ri conoſcerla, nondimeno
ap preſſo di ſe penſa, quanto quegli li ſia debitore, e cono ſce molto bene
quello, che egli haoperato. Fuui ancora chi in vncerto modo non co noſce quello
cheha operato; ma è fimile alla vite,laquale, prodotto il grappolo,null’al tro
di più richiede, dopo ha uer yna volta dato il ſuo frut to. Il cauallo, cheha
corſo il cane,che ha cacciato; l'ape, che ha lauorato il mele; 1 * huoc huomo,
che ha ben opcrato, non cerca acclamazioni, ma procede ad yn altr'opera, co me
la vite torna a produrre dinuouo alla ſtagione vn al tro grappolo. Fra queſti
dun que biſogna in un certo mo do eſſere, come chi ſenza ba dare opera? fi per
certo. Nul ladimeno a queſto iſteſſo s'ha da badare. Perciocchè, dirà alcuno, è proprio del comu
nicatiuo che s'auuegga d'o perare, conformealla comu nicazione; ma perciò ſi
vuole, per gl'Iddi, che anco quegli a chi fi comunica, fe n'accor ga.
E'veriffimo coteſto, che tu dì, ma ſe tu non compren di quello, che'ora ſi dice,
farai per tanto vnodi qnelli, de'quali ſopra s'è fatta men zione: concio
ffiecoſa che ancora quelli da certo probabi le diſcorſo'fi diftraggono, ma ſe
tu vorrai comprendere quale vna volta fia quello, che s'è detto, non temere; ne
perciò laſcia d'operare per beneficio comune. Erano le preghiere degli
Atenieſi: Pioni,pioui, ocaro Gion u éjsopra i campise gli orti degli A tenieſi.
Però o non bisogna pregare, o farlo con iſchiet tezza, e con libertà. A quello,
che comune mente ſi dice: ESCULAPIO ba oi dinqto a queſti il canalcare, o il
lauarli con acqua fredda, d'andar a piedi ſcalzi;è fimile anco queſto che la
natura dell? vniuerſo ha ordinato a quegli la malattia, o la ſtor piatura, o
qualche perdita, o altro ſu queſto andare: poi chè nella parola, Ha ordinato,
vi è vn tal ſenſo, che coſti tuiſce queſto in ordine a que ſto, come per
riferirſi alla fa nità, e così qui quello, che accade a ciaſcheduno, è con
ſtituito per relazione al deſti no. E però diciamo queſte coſe conuenirſi nel
modo, che gli artefici dicono le pietre quadrate per le mura, e per le piramidi
conuenirſi tra di loro in tale commetti tura combaciandoſi. Perchè in fatti
l'armonia è viia, e ' fi come da tutti i corpi ſi viene a compirc vn tal corpo,
che è il mondo, così di tutte le cagioni vien ad esser il fato vna tai cagione
compita. Comprendono ciò, che dico anco le genti affatto idiote. imperocchè
così fauellano. Queſto huyenne a colui, dun que queſto a colui douea ar rivare;
e ciò era dal fato or dito a queſto. Prendiamo dunque ſi queſte coſe, co inc
quelle, ſecondo che Eſculapio ordinò - Perchè molte coſe in vero in fc ſter ſe
ſono aſpre, e nientediine. no noi l'abbracciamo per la ſperanza della ſanità.
Penſa alle coſe, che per la comune natura auuengono, la perfe zione, e il
compimento effe re, come a te la ſanità. E così tuto quello, che vien dato,benchè
ti paia vn po co più aſpro ", abbraccialo, perchè conferiſce alla sanità
del mondo, c agli proſperi auuenimenti, e beneficenza di Gioue. Concioſliecoſa
che queſti non produſſe mai coſa alcuna, fe non per giouare all'vniuerſo;
giacchè qualſifia natura non produce niente, che non ſia congruo al go uernato
da lei.Però biſogna che per due ragioni tu amio gni qualunque coſa ti auuie ne.
Quanto all'vna, perchè per te ſi fece, e a te s'ordinò, e a te in certo modo
attiene, deſtinato da ſourane, e anti chiſime cagioni. Quanto all' altra,
perchè al reggimento dell' voiuerfo ancora quel particolare,che a ciaſcuno au
uiene, è cagione del progreſ ſo, e della perfezione, come anche in verità
dell'iſtella per inanenza. Perciocchè ſi ſtor pia l'integrità del tutto, fe
qualſifia particella tu tronche rai della conneſſione e conti nuanza,così delle
parti come delle cagioni; e, per quanto è in te, lo tronchi, quando non ben lo
riceui, ed in vn certo modo lo toglivia. Non s'ha da maledire, non da
ſmarrirſi,nc ſtomacar fi, ſe volendo tu operare, ſe condo la rettitudine de'pre
cetti, in ciaſcuno di quelli non ti rieſce; ma ancorchè ſij abbattuto, torna di
bel nuouo ad eſſi, e ad abbrac ciarli nelle coſe, che hanno maggiormente
dell'humani tà; e affezionatia quell'azio -ne, alla quale tu riedi. Nc ſi ha da
tornare alla filoſofia, nel modo, che ſi fa al pedan te, ma come glinfermi d'oc
chi ricorrono alle ſpugnette e all'youo, o come altri all' impiaſtro, e altri
al lauamen to. Imperocchècosi non ostenterai d' eller lignoreg giato dalla
ragione, ma di ri poſare totalmente in eſſa. Ri cordati, che la Filoſofia ſolo
vuole quello,che la tua natu ra vuole:ma che tu hai voglia d'altro diucrſo dal
voler della natura. Qual coſa ha più di queſte deldiletteuolc? poichè il
piacere non ingan na egli noi per mezzo di quelle? ma tu conſidera, ſe più
diletto dia la magnani-, mità, la franchezza, la ſchiet tezza, l'equità, la
ſantimonia. E qual coſa vi è, che ſia più diletteuole della prudenza, quandoben
conſidererai,che ſia il non fallire, e l'eſſer ben docile in tutto quello, che
tocca alla facoltà dell'inten dere, e del ſapere? 8 Sono le coſe in yo certo F modo
così ricoperte, che a non pochi Filoſofi, e queſti non ignobili. parue che del
tutto fieno incomprenſibili. Anzi agl'iſteſſi Stoici ſembra rono difficili a
comprenderſi. Ed eſſendo ogni noſtro aſſen ſo ſoggetto a cadere, e mu tarſi, in
che luogo dunque fa rà l' immutabile? Riuolgiti però col penſiero a queſte co
ſe preſenti;e cöſidera quanto ſieno momentanee, e di po ca ſtima: ch' elle
poſſono ef ſere poſſedute da vn zanze ro, da vna meretrice, da vn aſſaſſino.
Dopo queſto tra paſſa a i coſtumi di quelli che teco viuono, tra quali anco il
più da te gradito, malage uolmente da te vien compor tato, per non dir che l'huo
mo appena comporta ſe ſtesso. In queſta perciò caligine e immondizia, e in tal
Auſli bilità della ſoſtanza del tem po, del moto, e di tutto quel, che ſi
muoue, non potrà im maginarſi qual ſia quello che poſſa eſſer degno affatto di
ſtima, e d'affetto. Dall'altro canto però biſogna confor tarſi ad aſpettare il
natural diſcioglimento, e non dolerſi del rattenimento, ma ac quietarſi in
queſte due ſole coſe: L'yna ſi è, che nulla mi auuerrà, che non ſia confor me
alla natura dell' vniuerſo; e l'altra, che ſta in mio pote re di non operare
contro il mio Dio, e genio:'concioſ fiecoſa che niuno ci forzi a traſgredir
queſto. A che finalmente mi va glio ora dell'anima mia? Ad ogni momento ho da
in terrogaré me ſteſſo, e ricer care che ſi fa adeſſo da quel la porzione, che
reggitri ce viene chiamata? Di chi dunque preſentemente porto l'anima? per
auuentura d'vn: bambolino, o d'vn fanciullo forſe dyna donnicciuola, d'vn tiranno,
o d'vn giumen to, o d'una fiera? Quali ficno i beni, che alla moltitudine
paiono tali; lo potrai quindi comprende re;poſciachè ſe vno concepi fce
nell'animo efferui alcuni veramente beni, come a dire la prudenza, la
temperanza la giuſtizia, la fortezzá, chii haurà con la conſiderazione
concepito queſte tali cöfe, non potrà più dar luogo ad alcun'altra, che a queſto
bene non ſi conformi. Ma ſe nella mente ſi faran concepi te quelle, che con
faccia di bene agli più piacciono, da rà luogo, e facilmente rice uerà il detto
del comico.Co sì fin il volgo immagina ſimil differenza;perchè altrimen te quel
detto non offende rebbe, e non ſarebbe con if degno mal preſo. Per lo con
trario l' ammettiamo come propriamente detto, quando cade ſopra delle ricchezz
e, e de cominodi per lo luffo, e per la pompa. Passa più ol e interroga, ſe
queſte coſe hai da pregiare, e ſtima re,quando di eſſe li truoua ef ſer detto
con gaiezza, e gra zia, che al poſſeditor di det te coſe per la gran copia
manca doue egli yoti il triſto facco. Sono ſtato compoſto di cauſa, e di
materia, e ne l'vna, ne l'altra fi dilegucrà nel nul. la; giacchè di nulla non
fu prodotta. Dunque ognimia parte mutandoli rientrerà in qualche parte del
Mondo; e di nuouo queſta in vn'altra parte del Mondo ſi traſmute rà, e così in
infinito. Per mezzo di queſta mutazione ed io ſon venuto, ed i miei genitori; e
così retrogradan do in vn altro infinito. Ne ci e chi proibiſca di così parlare,
ancorchè per peri odi terminati la macchina mondiale ſi regga. La ragione, e
l'iſteſs'ar te ragioneuole ſono facultà a ſe medefime, e alle opere loro
proprie ſufficienti. Muo uonli dunque dal loro proprio principio; e camminano
dirittamente al propoſto fine. Per lo che ſi dicono rettifica zioni così nomate
queſte azioni a ſignificar la rettitu dine del ſopraddetto cam mino. Neſſuna di
queſte co ſe è da dir, che ſia dell'huomo la quale non conuenga all' huomo,
come huomo, ne ſi richiedono dall'huomo, ne quelle profeſſa la natura del
l'huomo, ne ſono perfezioni della natura humana. Non è dunque ne meno il fine
dellº huomo ripoſto in quelle, ne meno il bene, che è il compimento di quel
fine. Se pure qualche cofa di queſte foſſe conferente all'huomo, non gli
apparterrebbe ne il diſpregiarla, ne il contrariar la: ne farebbe da lodarſi
chi si moſtraſſe non hauer biſo gno di elle, anzi chi ſtudiaf fe priuarſi
d'alcune di quelle, non ſarebbe buono, mentre quelle foffero buone. Ora però
quanto più l'huomo ſi leua queſte coſe dattorno, 0 altre ſimili; o permette,
che ſe gli leuino, tanto più buo no è. Tale farà la tua mente quali ſaranno le
coſe, che ſpeſſe volte ti ſono paſſate per la fantaſia:reſtando l'ani ma
colorata dall'immagina zione. Immergila dunque in fi fatte continuate immagi
nazioni; delle quali yna ſi è quella che doue ſi puòviuere, iui ſi può anco
viuer bene: ma nella Corte ſi può viucre, a dunque nella Corte puoſſi feuza
dubbio ben viuere. E dinuouo queſt' altrà, che cia ſcheduna, coſa a qualche co
ſa è diſpoſta, e dou' è di ſpoſta ſi porta, e doue fi porta conſiſte il ſuo
fine, e doue è il fine, iuiè l'vtile, e il bene di ciaſcuno. Sicchè il bene del
viucnte ragion euo le è la comunanza; e men tre teftè s'è dimoſtrato che perla
comunanza ſiamo nati, non è euidente, che l'inferior bene per lo meglio è fat
to, come vn meglio per l'al tro meglio?ma migliori deg! inanimati ſono gli
animati, e degli animati li ragioneuoli. E da furioſo il profe guir le coſe
impoſſibili: ma impoſſibile è che i cattiui non facciano alcune tali co fe.
Niente auuiene a niuno, che non gli ſia ſtato dato a portare dalla natura; ma
le medeſime coſe ſuccedono a gli altri, i quali o non com prendono l'accaduto
loro, o per oſtentar la magnanimi tà, non ſi muouono dal lor fefto, e lieti ſe
ne ſtanno Onde ſtrano parrà che l'in gnoranza, e la propria com piacenza fieno
più poſſenti della prudenza. Le coſe per fe fteffe in niun modo tocca -no
l'anima; anzi non hanno in quella l'introito, ne poſſo no piegarla, o muouerla.
El la ſola riuolge, e muoue ſe ſteſſa: e le coſe, che le fo prauuengono fono
tali, qua ſi ella ſe ne forma i giudicij. 15 Per vn altra ragione la natura
degli huomini è a noi famigliariſſima, in quanto che noi dobbiamo far loro del bene,
e tollerarli; in quanto poi alcuni relifto no all'operazioni, che a noi
conuengono, l'huomo a me diuiene come vna coſa del le indifferenti non meno del
fole, del vento, delle beſtie. Da queſti ſi può impee dire qualche operazione;
ma non ſi può dare impedimen to, ne all'appetizione, ne al la diſpoſizione, a
cagion della eccezione, e del ri. uolgimento. Conciosfiecoſa che la mente
riuolge, e tra muta in coſa a ſe proporzio. nata tutto quello, che all? operare
le da impedimento, e quello, che ratterrebbe l'o pera, l'iſteſſo diuiene opera,
e quello che innanzi era oſta colo al cammino, ſe le fa. cammino. Di tutto
quello, ch'è nel Mondo tu venera l' otti mo; e que to è quello, che, feruendoſi
del tutto, il tut to gouerna. E così parimen te di quello, ch'è in te, onora
l'ottimo,hauendo queſto fin golar relazione a quello.. Concioſliecoſa che,
eſſendo in te, fi vale delle coſe tue, eſotto il di lui gouerno è condotta la
tua vita. Quello, che non è di danno alla Città, non nuo ce al
Cittadino.Applica que fta regola in ogni occorrenza in cui tu reputi d'eſſer
offeſo. Se da queſto la Città non ri ceue nocumento, ne io lo ri ceuo; e fe la
Citrà riceueffe nocumento, non biſogna, che tu t'adiri contra chi l'ha
daneggiatta. Ma moſtra in che egli ha traueduto. Conſidera ben fouente la
preſtezza,con la quale li por tino via, e ſi fottragghino tutte le coſe, che
ſono, e ſi van facendo; poſciachè la ſo ſtanza a guiſa d'yn fiume è in continuo
fluſſo, eľ opera zioni in non intermeſſe mu tazioni, e le cagioni ſogget te ad
infinite riuolte. Nec è quaſi coſa alcuna, che falda ftia, e che non ſia vicina
ad yn'immenſità infinita, sì del paſſato,come del futuro,ncl la quale il tutto
ſpariſce.Co me dunque non è pazzo chi di queſte coſe ſi gonfia,o fe ne
trauaglia,o ſi querela dicoſa, che per iſpazio di tempoan, che pochiſſimolo
conturba 2 Ricordati della ſoſtanza vni uerſale, della quale tu partecipi per
vna minima parte, e del vniuerfal tempo,del qua le vn breue ſpazio, o momen to
te n'è aſſegnato; e nella ſerie fatale che parte fai? Alcuno pecca: che impor
ta queſto a me? Egli ſe lo ve drà. Egli ha la propria diſpo ſizione, la propria
operazio ne. Io al prefente ho quello, chela natura comune vuole, ch'io adcfſo
m’habbia, e fo quello, che la mia propria natura vuole, che io adeſſo faccia.
18 La reggitrice, e domi, nante porzione della tua ani maſia immutabile, e
inarren. deuole a i moti della carne, o morbidi, o aſpri che ſi fieno; ne vi ſi
rimeſcoli,ma conten ga ſe ſteſſa, e confini quegli affetti dentro i ſuoi meinbri.
Quando poi per vn'altra ſim patia ſi rinnalzaſſero alla mente, per effer ella
vnita al corpo, ſtante l'eſſer il ſen ſo connaturale, non haſli a contraſtare
con violenza, pe rò la mente reggitrice da ſe ſteſſa non v'aggiunga l'opi nione
inrorno al bene, o al male. S'ha da viuere con gli Iddij. Viue con gl'Iddij chi
loro fuela continuamente la fua anima effer contenta del diſtribuitole, ed
operando tutto quello, che vuole il ge nio, dato a ciaſcuno da Gio ue per
preſidente, e rettore, come parte a ſe medeſimo preſa, e queſto è la mente, e
la ragione di ciaſcuno. 20 Non ti adiri tu con co Jui,al quale puton l'aſcelle?
E con quegli altresì,che man da fuor dalla bocca fetente fiatore? che ti farà
coſtui? Egli ha vna bocca ſi fatta, e l'aſcelle di tal condizione: Forza è, che
ſimili eſalazioni eſcano da ſimili parti; Mal huomo, mi dirà alcuno, ha la
ragione, e può s' egli au uerte conſiderare in che egli difetti. Buon prò ti
faccia. Dunque per hauer tu ancora la ragione rifueglia la ſua ra gioneuole
diſpoſizione con la tua, inſegnali aminoniſci lo. Perchè fe quello t'aſcol-.
terà, lo riſanerai, e ſarà fu perflua ogni collera. 21 Non fare ne da rappre
fentante tragico;ne da mere trice: Nella maniera che tu diſegni vſcir di vita,
così ti lece ora di vivere? <a quando non te lo permetteſſero, allora eſci
di vita, ma però, come da niuno infortunio abbattuto,ma quaſi tu dichi: Qui c'è
del fumo, e io me ne vado. Ti par queſto gran coſa? mentre nient'altro mi fa
vſci re rimango con la libertà, e niuno mi vieterà di far quel lo, che io vorrò.
Vorrò però quello, ch'è conueniente al la natura dell'huomo ragio neuole, e
nato per la vita cos mune. 22 La inente dell'yniuerſo è comunicatiua; e perciò
hafat te le coſe peggiori in ordine alle migliori, e le più princi pali tra di
loro ſcambieuol mente compoſe. Vedi come le ſubordinò, come inſieme le ordinò,
e come quello che cra conueniente detre a cia ſcuna e le più principali con
reciproca concordia con giunſe? 23 Come ti ſei portato fin ora con gl'Iddij,
con i geni (tori, co fratelli, con la mo glie, con i figliuoli, co * pre
cettori,co'nutricatori, amici, domeſtici, e ferui? hai tu fin ora oltraggiato
alcuno di - loro, o in fatti, o in parole? -Ricordati di più per qualico fe ſe
paſſato, e quali ſe ſtato fufficiente a tollerare,e come di già per te è
adempita la • ſtoria della vita, ed è finito il miniſterio.E quante coſe bel le
hai vedute? e quanti pia -ceri, e dolori hai diſprezza ti? quante coſe d'
apparente gloria hai neglette? a quanti fconoſcenti ti dimoſtraſti benigno? Per
qual cagione l’ani me ſenz'arte, e fenza ſcienza conturbano il perito nell'ar
te, e l'erudito? quale dun que farà l'anima perita nell' arte, ed erudita nelle
ſcicn • ze? quella, che ha notizia del principio, e del fine; e di quella
ragione, che pene trando ogni ſoſtanza dell' vniuerſo, per tutta l'età, fe
condo i periodi ordinaci,reg. ge il tutto. 25 Or or tu farai cenere, é carcame,
' o ſolamente no 1 me,ma ne pur nome, ridu cendoſi il nome in vn poco di
ſtrepito, e di riſonanza; e certamente quelle coſe, che in queſta vita s '
hanno in i grandeſtima, ſono vane,pu tride, ſcarſe, e in guiſa dica gnolini,
che ſi mordono, e di 2 putti, che contendono, e ri dono, e ad vn tratto paſſano
al pianto. Ma la fede, la mo deſtia, la giuſtizia, e la verità Da ilarghi ſpazi
della terra alCielo s? innalzarono. Che coſa adunque qui ti rattienca ſe le
coſe ſenſibili, ſono faci liffime a mutarſi, e non ſon conſiſtenti, e gli
organi del fenſo oſcuri, e facili a ri ceuere falſe impreſſioni, e l' iſteſſa
animuccia del ſangue yna eſalazione, l'acquiſtar gloria appreſſo queſti tali è
vanità. Che dunque aſpetti? Aſpetta placido o la eſtin zione, o la
traportazione. E finchè il teinpo arriui di que ſto, che coſa a te farà ſuffi
ciente che altro ſe non il ri uerire gl’Iddij, e lodarli, e be neficare gli
huomini, sopportarli e aftenerſi da quelli? E quanto coſe ſono fuori del
confine della carnuccia dello ſpiritello ricordati, che non ſono tre, ne ſotto
il tlio comando. Potrai profpcrarti per. fempre, e ben incamminarti, e con buon
ordine apprende dre, e operare. Queſte due co ſe ſono comuni così all'ani ma di
Dio, come a quella de gli huomini', e d'ogni ra gioneuole viuente, cioè di non
poter eſſere impedito da che che altro fi fia, e di porre nella giuſta
affezione, e azio ne il ſuo bene; e in queſto ri ftrignere ogni ſuo deliderio. Se
ne queſto è malizia naia, ne meno l'operazione procede dalla mia malizia, ne il
comune viene offero, perchè di ciò mi trauaglio? e qual è il danno del comune?
Non ti laſciar così totalmen te rapire dalle immaginazio ni, ma aiutati quanto
puoi, e conforme alla conuenienza; e ancorchè nelle coſe mezza ne ſieno
diffettoſi, non iftima re perciò, che queſto ſia dan no;perchè auuiene da mala
conſuetudine. Ma come yn vecchio andandoſene richie deua la trottola del ſuo
allies uo, ricordandoſi che al fine era vna trottola, così tu quì, o huomo,
quando hai fatto ne’roſt ri qualche coſa di bel lo, non ti ricordi, che coſa
queſto fia? me ne ricordo. Ma quello è pregiato da co loro; perciò dunque hai
an che tu da impazzare? Impaz zauo già vna volta ſoprap preſo, douunque io
foſſi, ed ero fortunato; e l'oſſer fortu nato, conſiſte nel dare a ſe hafteſſo
vna buona forte: le buone ſorti ſono i buoni mo uimenti dell'animo, le buo ne
inclinazioni, le buone azioni. La sostanzia dell'universo è ben ubbidiente e
maneggieuole. E pur la ragione, che la reg ge, non ha in ſe cagione al cuna di
mal fare; perchè non ha malizia, ne opera malamente, ne da eſſa coſa alcuna
riceue leſione; ma il tutto conforme a quella fi fa e s'affina. Sia a te indiffcrente d'operare quello, che
ſi conuiene; ſe tu ti ſenti freddo o caldo o pur ſonnacchioſo o fazio di dormire
o fc di te bene, o male ſi parli o tu ftij ſulmorire o in qualche altra azione,
mentre pure quello è vno degli atti vitali per i quali noi finiamo. Baſta.
dunque, e in queſto ben disponi il negozio preſente. Guarda al di dentro, ac
ciocchè ne la propria qualità, ne il merito di coſa alcuna fenz ' auuedertene
ti scappi. Tutto ciò, che hai dinanzi affai presto si cambierà, o di
leguandofi, se la sostanzia consiste per via d'vnione, o dissipandoſi La mente
reggitrice conosce bene con che disposizione e che cosa e in qual materia opera.
s Belliſſimo modo di ven dicarſi con chi t'offcfe, è il non aſſomigliarſi a lui.
In vna ſola cofa hai da godere, e d’acquetarti, cioè di paf ſare da vn atto
conueniente alla comunità humana ad vn altra azione, pur conuenien te alla
medeſima, con ricor darti, che ci è Dio. 6 La facultà reggitrice è quella, che
ſe ſteſſa eccita, e volge, e forma ſe ſteſſa in quella guiſa, che ella voglia,
e tutto ciò,cheauuiene ſi rap preſenta, quale più le piace. Ciascuna cosa si
conduce a fine conforme la natura dell'universo e non secondo altra natura, che
si fia, o esteriormente ambiente o al di dentro riſerrata ouero al di fuori ſeparata.
Il mondo o è vn imbro glio, e auuiluppamento, e diſſipazione, ouero vnione,
eordine, c prouidenza: Se i primi, per qual cagione deſidero io di conuerfare
con questa massa confusa, e cotal nieſcolanza? a che m applico io ad altro, che
ad eſſere per qualche modo ter ra? che ſto a perturbarmi? Concioſliecoſa che
qualun que coſa io mi faccia la dif ſipazione al ſicuro m'arriue rà: ma ſe è
l'altro detto in fe. condo luogo, io riueriſco co lui, che il tutto diſpone, e
in lui m’acqueto e confido. Quando gli anuenimen ti eſtranei ti violentano per
qualche verſo a perturbarti, prontamente ritorna in te ſteſſo; e non vſcire dal
tenore, e concerto più diquello, che la neceſſità ti ſpigne. Im perocchè
cóſeruerai più con fonanza, ſe toſto in eſſa ti ri metterai. Se inſieme tu ha
uelli la matrigna, e la madre, tu quella feruireſti, e niente dimeno del
continuio alla madre fareſti ritorno. Non altro a te è ora la Corte, e la
Filoſofia: a queſta ſpeſſo ri torna, e in eſſa acquetati, per mezzo della quale
le cofe, che in quella occorrono, ti parranno più tollerabili, e tu nell'
iſteſſe coſe farai da tollerare. 10 O comeè bene formar ſi nell'immaginatiua
intorno alle viuande, e altre cole ſi mili comeſtibili: che queſto ſia cadauero
d'yn peſce,quel l'altro cadauero d'vn' vccello d'un porcello. Simil mente, che
il falerno ſia pic cola gocciola d’yn grappo lino d'vua, e lo ſcarlatto pe
luzzi di pecorella intinta col fanguuccio di vna conchi glia. Così ancora nelle
coſe intorno al congiugnimento carnale, che fia vn diletico dell'inteſtino, e
conqualche conuulfione yna egeſtione di yn moccino.Ora come queſti fimili
conceputi penſieripe netrano je toccano il fon dodelle coſe in modo, che ſi
vedano talis quali elle fono in queſta maniera biſogna ſeruirſi di queſti in
tutta la vita, e doue le coſe paiono più degne di fede, dinudarz le, e
riguardar la loro viltà e ſuilupparie dalla pompa, con la quale foſſero poſte
in G 3 alterigia.Poichè l'apparenza è vnagrande ingannatrice e maſſime quando
tu penſi di trattare le coſe ferie, allora più che mai t'affaſcini. Mira dunque
a quel, che diſſe Cratete di Senocrate. Il più delle coſe, che la inolti tudine
degli huomini ammi ra, ſi riduce generalmente a quelle, che hanno dalla na tura
le forme, o dall'arte fon loro aggiunte; per cfemplo, le pietre, le legne, i
fichi, le viti, e gli oliui, e quelle, che vengono ſtimate da huo mini alquanto
più moderati, fi riducono alle coſe animate, ome a dire, gregge, ar menti: ma
quelle, che ſono pregiate da perſone di più garbo, ſono le dotate d'a nima
ragioneuole, non già di quell'anima, che è dell' vniuerfale, ma di quella, che
fi val dell'arte, o altri mente come con ingegno penetra, o per dirlo ſempli
cemente tutto tiene ſogget to, in guiſa d'una quantità diſchiaui. Però chi
dell'ani ma ragioneuole, vniuerfale, e ciuile fa conto, non bada a nient'altro,
ma ſopra il tutto conferua la propria anima di ſpoſta, e ſemouente ragione
uolmcnte, e alla comunica zione humana, é con l'vni uerfale, ch'è del medeſimo
genere, coopera. II Alcune coſe s'auanza no al lor facimento, e altre
s'auanzano al lordisfaci mento; e di quello, cheſi va facendo, vna parte già è
ſpas rita. I corſi delle coſe, e l'al G 4 te terazioni continuamentc ri
nouellano l'infinita eternità, cd il Mondo; nella maniera, che il corſo non mai
man cante del tempo lo rende ſempre recente. E chi è que gli, che in queſta
corrente poſſa affezionarſi ad alcuna di quelle coſe, che via traf ſcorrono,
mentre in quella non può arreſtarſi a queſti fa + rebbe in guiſa d'vno, che ſi
metteſſe ad amare vn paſie rotto di quelli, che col volo trapaſſano, dopo che
già dal. la viſta foffe fcappato. La vi ta di ciaſcheduno è come lo
ſuaporamento del ſangue, e'l reſpirardell'aria. Poichè. qual'è l'attrarre
dell'aria, e il renderla, che del continuo ciaſcuno fa, tale è ogni fa cultà
reſpiratiua, che ieri, o ieri 1 ieri l'altro nafcendo fi rice uè, e l’ha da
irimandare là, donde primafu colta. 12 Stimabil coſa non è, ne l'efferc
fuentolati, come le piante, ne il reſpirare,come le beſtie, e le fieregne il
riceue re l'impreſſioni nell'immagi nazione, ne l'effer tirato dal l'impėto
delle paſſioni, ne lº adunarfi inſieme,ne l'alimen tarſi; poichè queſto è il me
deſimo, che lo ſcaricar il fo prauanzo dell'alimento. Di che s'haurà da far
conto de lo sbattimento delle mani? Non già. Dunque ne meno dell'applaufo delle
lingue; poichè gli applaufi, ele ladi della moltitudine altro non fono, che
ſtrepito di lingue. Mentre tu dunquc leui via queſta glorietta che ci riina G 5
ne da pregiare? Io per me re puto,che ſia il muouerſi, e com tenerſi fecondo la
propria conſtituzione là;doue gli ftu dij,e l'arti conducono.Poichè ogni arte
ha queſto per mira, che quello, che appreſta, lia abile all'opera, per la quale
è diſegnato. Queſto pure ri cerca il lauoratore della vi gna, ed il cozzone de'
pule dri, e’lcanattiere. E ledu cazione de' fanciulli, e glin. ſegnamenti a che
altro s'in dirizzano? Qui dunque con ſiſte il pregio, e, ſe ciò ti ſta rà bene,
di niente altro ti curerai. Cheſe non ti quie ti, e ſtimeraipiù altre coſe,
allora non goderai della li bertà, ne ſarai ſufficiente a te ſteſſo, ne immune
dalle paſſioni; conciofficcola che ti D ti ſarà di meſtiere d'eſercitar
Pinuidia, e l'emulazione, e'l ſoſpetto verſo quelli, che habbiano potere di
priuarti delle dette cofe; e anco di macchinar contro quelli » che le da te
ftimate poſſiedo no. Onninamente è neceſſa rio che ſi conturbi chi ďal cuna di
dette coſe è biſogno fo, e che in oltre ſpeſſo faccia doglienza degl' Iddij. Ma
chi la ſua propria mente ris ueriſce, e pregia, compiace rà a ſe ſteſſo, e a
quelli, che fecocomunicano s'adatterà, e fi conformerà con gl'Iddij, cioè
loderà quanto eſli defti nano, e diſtribuiſcono. Le moſſe degli elemen ti ſono
in giù, in fu, e in giro: però il monimento dellavirtù non confifte in niuna di
que G 6 ſtę; + R ng ſte;ma come coſa più
diuina, per via malageuole a cõpren dere felicemente s'auanza. Che è quello,
che fan no glihuomini? ricuſano di lodare coloro, che nel me deſimo tempo, e
inſieme con effi viuono, e poi queſti iſteſ fi fanno gran conto d'eſſer lodati
da’ poſteri, i quali ne mai conobbero, ne mai vec dranno; ed è quaſi lo ſteſſo,
che fe tu ti doleſli, che da gli antepaſſati in lode tua non foſſe ſtato mai
parlato. Non perchèate ſteſſo quello fia difficile a confe guire, hai
d'apprendere,che Via impoſſibile all'haomo; ma ſe queſto all'huomo è pofſi bile,
e conuencuole, Itima che anco tu lo poſſi arriuare. 16 Negli eſercizij corpo
rali 1 DIMARCO rali, ſe vno con l'vnghie graffia, o vrtando il capo ha urà
fatto piaga, non perciò glie la ſegnamo, ne ce n'of fendiamo, ne ombra ne
prendiamo come d'inſidia tore; ancorchè ci guardiamo da lui, non, come da nimi
co, ne con ſoſpetto, ma piaceuolmente ſcanſandoci. Queſto medeſimo s'vſi da noi
ancora nell'altre parti, che reſtano della vita noſtra, do ue ci affatichiamo
aſſai, co me contro quelli, che con noi s'eſercitano; perchè vn può, come ho
detto, fcan fargli ſenza ſoſpetto, e odio. 17 Se alcuno potrà cor reggermi, o
moſtrarmi, che io dalretto m’abbaglio con l'opinione, e con l'opere, di buona
voglia mimuterò, essendo in me brama della vee rità, la quale non nocque mai ad
alcuno: ma egli vien leſo dal proprio errore, e dalla ſua ignoranza, nella
quale egli perſiſte.Io fo quel lo, ch'appartiene al mio of ficio; l'altre coſe
non mi di ſtraggono, perchè ſono ina nimate, o irragioneuoli, o che errano e
non riconoscono la strada. De viuenti irragioneuoli, e vniuerfal mente di tutte
le coſe, e dem ſoggetti tu come ragioneuo le ſeruitene con grandezza d'animo, e
franchezza, giac chè ragione non hanno; ma degli huomini, perchè eſ hanno la
ragione, ſeruitene nel modo, checonuiene alla focietà humana. E ſopra tutto
inuoca gl'Iddij, e non ti pi 1 gliar penadi quanto tempo tu haida porre in
queſta o pera, perchè tre fole ore fo no baſteuoli. Alessandro Macedone, e 'l
ſuo mulattiere, ora che ſon morti, ſono in tutto ri dotti al medeſimo. Auue
gnachè o ſono aſſunti nell' iſteſſe ſeminali ragioni del Mondo 20 parimente ſono
difperfi ne gli atomi. Conſidera quante coſes. dell'animo, o del corpo in yn
momento di tempo in qualſiuoglia di noi tutte in ſieme fi facciano; ed in tal
guifa non ti marauiglierai, fe molte più coſe, anzi tutto quello, che ſi fà, in
queſt vno, c yniuerfo, che noi chiamamo Mondo, parinen te ſufliſtano.in 2Se
alcuno t'interro ga, come fi ſcriua il nome & ANTONINO, proferirai tu
appuntatamente ciaſcu-. na delle lettere? Che dun que s'egli entrerà in colles
ra,entrerai ancor tu in collera? Anzi più toſto profe guendo non conterai tu ad
vna ad vna con piaceuolezza le lettere? Però queſto ti ri durrai nella memoria,
che ciò, che è conueniente, da alcuni numeri riceue il ſuo compimento.Queſti
biſogna offeruare, e ſenza turbarſi, ne ſdegnarſi contro quelli, che
prendeſſero Idegno, ter minar la faccenda per lo pro prio cammino. E' come yna
crudeltà il non permettere agli huomi ni che ſi diano a far quello, che pare a
loro s'adatti, e conuenga. Il che in vn certo modo tu vieti loro di fare,
quando, peccando eſſi, tu ti diſguſti, e ti ſdegni; auuegna chè allora ſon
portati a quel lo come a coſa, a loro conuc niente, e profitteuole. Ma la cofa,
mi dirai, non va così. Dunque tu inſtruiſcili, e ciò dimoſtra loro ſenza
alterarti. 22 La morte fa cellare l' impreſſioni, che da i ſenſi si cagionano.,
le commozioni violente per l'affezioni, co me ancora gli aggiramenti mentali, e
ogni ſeruitù ver ſo della carne. Diſdiceuole coſa è, che in quella ſorte di
vita, nella quale il corpo non s'infiacchiſce, l'anima prima del corpo
s'infieuoliſca. Guarda di non inccfa rirti, per non intriderti, che così fuole
auucnire. Però conferua in te ſteſſo la ſchiettezza, la probità, l'inte grità,la
conueneuelezza, l'in genuità, l'amore del giuſto, la pietà, la piaceuol ezza,
l'humanità, la fermezza nell operare cofe comuenienti. Sforzati di mantenerti
tale, quale fu l'intento della Filo ſofia di formarci. Venera gľ Iddij, protegi
gli huomini. Breue è la vita, e l' vnico frutto del viuer in terra è vna ſanta
compoſtura d'ani mo, ed il far opere indirizza te al comun bene degli altri. In
ſomma fa ogni coſa da vero allieuo di ANTONINO, Rio cordati, come egli sempre
sta in un retto tuono d'operare ſecondo la ragione dell’uguaglianza ſua in
tutte le cose della santità, della serenità della faccia della soauità, del
diſprezzo della vanagloria e dell'attenzione nell'apprender gli affari. E come
egli non haurebbe trapaſſato coſa alcuna, ſe prima non l'haueſſe ben co
noſciuta, e perfettamente confiderata; e come egli comportaua quelli', che di
eſſo a torto ſi lamentauano, ſenza ridolerſi diloro; e co ine in coſa alcuna
non s'af frettaua, c non ammetteua calunnie; ne de' coſtumi, o dell'azioni era
curiofo fpia tore, ne rinfacciatore, non timido non ſoſpettoſo, non ſofifta;
ecome conten tauaſi del poco sì nell'abi tare, sì net dormire, sì pel 0 e veſtire,
sì nel mangiare, si nella ſeruitù; come, pronto trauagliaua volontieri nel le
fatiche, e con longanimi tà; e in qual modo fe la paf ſaua fin alla ſera con
leggier riſtoro; non hauendo biſo gno fuor delle ore conſue te delle folite
egeſtioni. In oltre conſidera la fermezza di lui fenza niuna variazio ne nell'amicizie;
e la tol leranza' di chi liberamente contradicena a’fuoi pareri, e't godimento,
fe venina da al tri moſtrata cofa migliore; e come era, religioſo ſenza
fuperſtizione: acciocchè nel l'vltinio punto della tua vita ti truoui con fi
buon co noſcimento di te fteffo, me'anuenne a lui. Riſuegliati e richiama te
fter D fteſlo, e di nuouo fuori del fon no conſidera che i ſogni ti
perturbauano, Torna riſuc gliato a rimirare queſte coſe humane, come miraui
quelli. 25 Son compoſto di cor picciuolo, e d'anima. Al corpicciuolo dunque
ogni coſa è vna, poichè egli non può farui differenza; maall? intendimento
tutto quello è indifferente, che non è del le ſue proprie operazioni Ora le ſue
operazioni tutte ſono nel di lui potere; e fra queſte, quelle che al preſen te
folo maneggia: mentre quelle dell'auuenire, o quel le del paſſato anche eſſe già
a lui ſono indifferenti. Non è fuor di natura la fatica alla mano, e al piede,
finchè il piede fa quello, che ha da fare il piede, e la ma no quello, che la
mano. Co sì ancora all'huomo, come huomo, non è fuor di natu ra la fatica
quando opera quello, che ſi ſpetta all’huo mo; c ſe ciò a lui non è fuor di
natura, non gli ſta male. Quanti piaceri ſi goderono i maſnadieri, i zanzeri, i
par ricidi, i tiranni? Non confi deri come i mecanici artiſti infino agl'idioti
in vn certo modo s' accomodano nientedimeno ſoſtengono la regola della loro
arte, ne comportano, che da quella ſi manchi, Non farà coſa ſconueneuole, che
l'archi tetto, o il medico riſpettino più la ragione della propria arte, che
l'huomo la ſua, la quale gli è comune con gli Iddij? L'Asia, l'Europa ſono
angoli del Mondo: tutto ľ Oceano vna gocciola del Mondo: il monte Atho una
zollerella del Mondo: ogni tempo, che corre yn punto dell'eternità. Tutte ſon
coſe piccolc, facili a mutarſi, che preſto fuaniſcono là, donde procedono,
deriuando tutte dal comun direttore. Sicchè il grifo del Leone, e'l vele no, e
ogni maleficio,come le ſpine, ela mota, ſono giun te forucnute da quelle coſe
degne, e buonc. Dunque queſte coſe non reputar alie, ne da quello, che tu
riueriſci, ma riuolgi nella tua mente il fonte di tutte le coſe. 28 Chi vede le
coſe pre fenti, l'ha vedute tutte, fieno quelle, che furono per tutti i ſe 70
12 lle of chi in ori ſecoli, o quelle, che per gli infiniti ſaranno;eſſendo
tutte dell'iſteſſo genere, e confor mità. Conſidera bene ſpeſſo la congiunzione
di tutte le coſe mondane,e l'abitudine; o il riſpetto, che vna ha con l'altra;
giacchè in certo mo do tra ſe tutte le coſe ſono intrecciate, e così tra di
loro, ſecondo queſto, ſi affeziona no, poichè vna ſeguita l'al tra, o ſiaſi per
lo moto loca le, o per la coſpirazione, o per l'vnione della ſoſtanzia. Adatta
te ſteſſo a que' negozij; che ci ſono toccati in forte, ea quelli huomini,
co’quali ſei deſtinato d'eſſere, poni affetto, ma di vero cuo re.
Gl'iſtrumenti, gli arneſi, e ognivaſo, ſe a quello, ache è stato ordinato
s'accomoda, è buono; ancorchè quegli', che lo fabbricò no vi ſia più. Ma di
quelle coſe, che ſotto la natura ſi contengono den tro vi è; eperſeuera la
facult tà che le diſpoſe. Perciò tanto più deeſi quella vene rare; e ſtimare,
perchè ſe tu opererai, e ti gouernerai conforme al voler di quella, il tutto ti
riuſcirà, ſecondo la tua intenzione; così an cora ad ognuno le cofe - rie ſcono,
fecondo la mente di lui. 30 Quando fuor di quello, che cade ſotto la tua elezio
ne hai a te ſteſſo preſuppoſto o bene, o male', è neceffa. rio, ſecondo
l'auuenimento di detto male', o miſauueni mento di detto bene, lan H mentarti
degl'Iddij, e anco ra odiar ' gli huomini, che ſieno ſtati cagione, o che a te
ſieno ſoſpetti, come che poteſſero eſſer cagione di detti miſauuenimenti, o au
uenimenti. E per queſta dif. ferenza verremo pure a peca car molto. Ma ſe folo
giudi chiamo le coſe buone o cattiue, che ſono in noftro potere, non ci rimane
niuna cagione, ne di dolerci di Dio, ne di contro gli huo mini con oſtil
ſedizione op porci - 31 Tutti cooperiamo a compiere l'iſteſſo ouraggio, alcuni
ſapendo, e compren dendolo alcuni ſenza ſaper lo. E quindi, al mio parere,
Heraclito chiama operarij, e cooperarij nel facimento di tutto quello, che nel
Mondo ſi fajanco da'dormienti.Altri in altro modo coopera, e molto largamente
ancora quegli, che ſi querela, e que gli, che ſi sforza d'opporſi, e di
diſtrugger le coſe,che ſi fanno: concioffiecoſa che, di ciò hebbe meſtiere
ilMon do. Reſta dunque, che tu intenda tra quali di queſti tutti annoueri;
poichè l’ ordinator del tutto in ogni maniera ſi ſeruirà bene di te, e ti
riceuerà in qualche parte di quelli, che cooperano, 0 poſſono operare; ma tu fa
di non hauer tal parte, quale nel dramavn vile, e ridico lo verſo mentouato da
Cri ſippo. Forſe che'l sol ambiſce far da pioggia? ed Eſculapio da terra
fruttifera? Non vedi com 3 li H 2 me ciaſcuna ſtella, quantun que dall'altre
diuerfa, nien tediineno al facimento di vna, e iſteſſa coſa concor re 32 Se
dunquegl'Iddij han no deliberato dime, e delle coſe, che a me ſono per au
uenire, la deliberazione non farà, ſe non buona: hauena do in fe repugnanza il
penſar yn Dio ſenzaconſiglio. Qual cagione lo mouerebbe a far mi del male?
Poſciachè a los ro, e all'vniuerſo, del quale hanno ſpezial promuidenza, da ciò
che ne riſulterebbe? ma ſe intorno a me non de liberarono, certamente in torno
dell' vniuerfo hanno deliberato, per cui conſe guenza eſſendo queſti auue
nimenti ordinati, debbo ab bracciarli, ed eſſer contento. Se poi di nulla ſi
pigliano cura, il che è empio a crede Te, non facrifichiamo noi? non porghiamo
preghiere? non giuriamo? e non faccia mo altre coſe, le quali tutte agl' Iddij,
come ſe foſſero prefenti, e conuerſaſſero con noi; indirizziąmo? E ſean cora
niente in riguardo no ftro deliberano, farà lecito ch'io pigli deliberazione di
me ftcflojie la mia riſoluzio nenon farà altro, che intor no a quello, che mi
torna 'bene;maquello torna bene a ciaſcheduno', che è fecon do la ſua
conſtituzione, e nåtura. Ora la mia natura è ragioneuole, c cittadineſca. La
Città, e la patria è a me Roma, in quanto ſon ma in quanto ſon huo. mo è il
Mondo. Dunque quelle coſe, che a queſte Cittadi sono d'vtile, quelle fole ſono
a mebuone. Quello che a ciaſcuno auuiene, conferiſce al' tutto. Queſto doueua
effer fufficientes ma ancora di più quello in ogni maniera con perfpicacia of
feruerai, che ciò, che acca de conferente all'huomo, anche agli altri huomini
conferiſce. Ma al preſente s'intenda queſta parola Eup Os pov nelle coſe
mezzane in ſenſo comune al bene, e al male. Come quanto ti ſi rap preſenta
nella faccia del Theatro, o di ſimili luoghi, fe in vn modoſempre ſi ve de, e
non mai cambi l'aſpetto, diuiene ſazieuole alla vi fta, l'iſtella apprenſione
ſi fa negli auuenimenti per tutta la vita. Poichè ſottoſopra tutte le coſe ſono
le medeſi me, e dalle medeſine ca gioni. Sin doue dunque? Conſidera del
continuo tuto te le ſorti d' huomini, e ď ogni ſorte di profeſſione, e di tutte
le nazioni, quei che fono morti, con arriuare fi no a Filiſtione, Febo, e Ori
ganione. Paffa adeſſo ad al tre nazioni. Colà hauemo da tragettare, doue traget
tarono tanti graui oratori, tanti venerandi Filoſofi. He. raclito, Pitagora,
Socrate, tanti Eroi primieramente, e poi tanti condottieri, e ti ranni: e
appreſſo a loro Eu doſſo, Hipparco, Archimede, e altri di perſpicace ingegno,
magnanimi, amatori della fatica, Scaltriti, arroganti: e quelli ancora, che di
que fta vita humana caduca, e giornaliera ſi ferono beffe come Menippo, e
ſimili. Tut ti queſti conſidera che già yn pezzo fa giacciono. Ora che male è a
loro queſto, e che male a quelli ancora, che in tutto ſono ſenza niuna no
minata? Vna coſa iui è dc gna di ſtima, il viucr tran quillamente con li
bugiardi, e gl'ingiuſti, vſando la veri, tà,e la giuſtizia. 34. Quando tu vogli
ralle grarti, riuolgil'animo all’ec cellenze di quei:, ché teco viuono: come a
dire all'atti uità di quegli, alla modeſtia di queſti, alla liberalità d? vno e
così ad altra virtù di qualche altro. Non ci effen, do cofa, che tanto rallegri,
quanto le ſomiglianze delle virtudi alviuo rilucenti nelli coftumi de
contemporaneiig le quali tutte in vn tratto in fieme a noi rappreſentano. Per
lo cheper quanto è pof fibile, le hai d ' hauer ſempre alle mano. Forſi tu ti
duoli, che fei ſolamente di tante libbre, e non di trecento di Nell' iſtefla
maniera, che fino a tanti anni prolungherai la vita, e non più. Perchè co me
della ſoſtanzia corporea in quanto the determinata e acquieti, così fa ancora
del tempo. 36. Sforciamoci di render gli huomini capaci: però o pereremo ancora
qualche cofà contra guſto loro, quan do la ragione del giuſto così richieda.E
ſe qualcuno vſan doti violenzati si oppone, trapaſſa alla placidezza fen za
dolerti; e dell'impedimen to feruitene per vn'altra, vir tù; e ricordati che tu
deſideri le coſe con dell'eccettuazio ne, non appetendocofe im. poflibili. Che
coſa dunque appetiſco? quel certo defi derio regolato; e queſto tu
ottieniquando, arriua quel lo, che primo, e principal mente viene deſiderato. L'amator
della gloria dall'opere d'altri ſi perſuade il proprio bene; quegli, che ama la
voluttà, dalle ſue pafſioni: ma chi ha ceruello, dalla propria operazione! E'
in tuo potere ſopra ciò non formarne opinione, e non perturbarti nell'animo.
concioſliecoſa che niuna co fa ha vna natural poffanza ſopra i noſtri giudicii.
Auuezzate ſteſſo ad apo plicare attentamente a quel le coſe, che da vn'altro fo
no dette; e più che puoi in ternâtinell'animo di chi fta parlandoti. 40 Quello,
che non è gio. neuoleallo fciame, ne' meno gioua alla pecchia. Se i marinari parlaffe Fo male del loro piloto,
0 gli ammalari del loro media co, forſe per ciò ad altro ar tenderebbono, che
all'opera re, quegli per la ſaluezza de' nauiganti, e queſti per la fanità di
quei, che fi ciira no? Quanti fon già morti diquelli, che meco ſon en trati nel
Mondo? -43. Aglitterici pare ilme-, le amaro: e a ' morſi da ani mal rabbioſo
l'acqua è di terrore: e alli putti è coſa bella il palloncino. A che dunque io
m'adiro? forſi.pa re a te, che habbia minor forza quello, che falſamen te
s'apprende, di quello cheha la bile nell'itterico, o'l veleno nell'arrabbiato a
Non t'impedirà perſona, che tu non viua ſecondo la condizione della tua natu
rà: e niente t'amierrà fuori della ragione della natura dell’vniuerfo.. 44
Quali ſono quelli, alli quali ſi deſidcra d'andar a verſo, e per qualiauuenimen,
ti, e con quali opere? 0 quanto preſto i ſecoli ogni coſa copriranno, e quante
han di già ricoperte! Che coſa è la mal nagità? è quello, che ſpeſſo hai veduto;
e ad ognicoſa, che ti ſoprauuenga, prontamente rappreſon tati, eſſer lo ſteſſo,
che ſpef fo hai veduto. Vniucrſala mente nelle coſe ſuperiori, ed inferiori,
trouerai le me deſime, delle quali ſono pie nele Storie antiche, e quelle di
mezzo tempo, e lemoder ne, e ora ne ſono piene le cittadi, e le caſe. Non ci è
niente di nuouo, tutto è vſa to, e di corta durata. I dogmi, in qual' altra
maniera ſi potranno in te cancellare ſe l'immagina zioni., che a quelli ſono
con formi non ſi eſtinguono, le quali, a te ſta di continua menté rauuiuare?
Reſta in mio poter di fare intorno a ciò quel concetto, che ſi conuiene: e ſe
ſta nel poter mio, a chemi turbo? Quel lo, ch'è fuori della mia men te, non ha
che fare in modo alcuno con la medeſima mente. Queſtoſia il tuo ſen timento, e
cositu ſei retto. 3 Pofciache in tua balia è il ritornare in vita, riconoſci le
coſe nel modo, che le hai già vedute; perchè in ciò conſiſte il ritornare in
vita: Tali ſono la vana curioſità delle pompe, le rappreſen tazioni nelle fecne,
i bran chi d'animali, le mandre, i giuochi d'arme; vn ofſetto gettato a
cagnolini; i minuz žoli di pane buttati nel viua io de' pefci, i trauagli, e il
vettureggiare delle formi che, le corfe in quà se'n là de toperti ſpauentati, i
bam bocei, a quali ſi fanno far de moti con cordićelle. Bi fogna dunque tra
queſte coſe fermarſi con animo tranquil lo, e ſenza ſtrepito: e confe
guentemente apprendere, che tanto ciaſcun vale,quan to vagliono le coſe,
intorno alle quali s'affanna. 4 E' neceſſario attendere nel parlare parola per
parola a quello, che ſi dice: e nell' operare ad ogni moto: e nel l'vno
riguardare ſubito a qual fine ſi rapporti; e nell? altro oſſeruare quello, che
venga ſignificato 5 E' ſufficiente il mio intel letto per queſto, o non è? s'
egli è ſufficiente io me ne vaglio come d'inſtrumento datomi dalla natura
dell'yni uerſo nell'opcrare; se non è ſufficiente, o io cedo l'ope ra a chi
poffa meglio di me condurla a fine, ſe non foſſe a me ſteſſo ſpettante, o vero
la fo come poffo, feruendomi dell'aiuto di quegli, che può cooperando col mio
intellet to effettuare quelloche ſia di preſente opportuno, e vtile alla
comunione humana:per ciocchè ciò che fo, o da per 3 2 3 ine me ſolo, o con
altri, dee ſolo indirizzarſi a quello ch'è pro ficuo, e più proporzionato al
comune. Quanti, che ſom mamente furono celebrati, di già ſono paſſati
nell'obbli uione? E quanti, che li cele brarono già tempo fa, ſono ſpariti a
Non ti vergognar d effere aiutato; poichè ti con uiene operare quello, che ti
appartiene, come ad vn ſol dato nell'affalto d'vna mura glia. Che dunque
fareſti, ſe azzopppato non poteffi ſolo aſcendere fu i merli, e con yn altro
poteſſi farlo? 6 Quello, che ha da auueni re non ti ſgomenti, perchè giugnerai
a quello, fe ſarà di vopo, fornito dell'iſteſſa ra; gione, della quale tu ora
ti ferui in ciò, che t'è preſente. olo bro gal ]l DO ď ti -7 Tutte le coſe ſono
tra di loro auuinte, ed il nodo è fa cro, e quaſi' niuna è all'altra ſtraniera.
Concioffie cofa che tra fc sono ordinatamente disposte, e adornano l'istesso mondo,
poichè di tutte le coſe queſto è vno, e Dio è vno per tutto, vna la natura, e
yna la legge, vna la ragio ne comune a tutti i viuenti intellettuali, e la
verità yna, doue pure vna è la perfezio ne di quelli, che ſono dell' iſteſſo
genere, e di quei, che della medeſima ragione par ticipano. Ogni coſa materia
le preſtamente va a ſuanire nella ſoſtanzia dell'vniuerfo: e ogni
cagione'efficiente pre ſtamente è aſſorbita dalla ragione vniuerſale. I ſecoli
ancora dentro di fe ſeppelli ſcono lo ni. che id at to s ſcono preſtamente la
mc moria di ciaſcheduno, s,is:: 8 L'animal ragioneuole ha la medeſima
opcrazionéry fe condo la natura se ſecondo la ragione, o retto o raddirizzato. Con
qual? abitudine fi riguardano i membrivnitid vn corpo con tale fi confans no
gli enti ragioneuoli, ben chè diſuniti, PER HAVER DISPOSIZIONE A CONCORRERE IN
UNA COOPERAZIONE. E maggior mente ti s'imprimerà l'intelligenza di queſto, ſe
ſpeffe fiate diraia te ſteffo « Io ſono membro di queſto, aduna mento di
razionali. Ma ſe col mutamento d'yna lettera dip'sno, cioè membro, farai
fe'egos, che fuona parte, non di cuore porterai amore agli huo INC die a re
ſteſſo. id -11 huomini, ene anche tu non ti compiacerai fenz hauere altro fine
della beneficienza f operando per 'mera conue polo nienza, e non come per far
beneficio. 10 Accada ciò che ſi vuole i d'eſteriori arucnimenti ſopra a coloro,
che poſſono patir queſti accidenti, e quelli pa tendo ſi querelino pure à lor e
voglia: che quanto a me, se io non reputo che ſia male l'auuenuto accidente,non
ne reſto lefo: ora da me dipen de il non reputarlo. II Qualunque coſa altri ſi
faccia, o ſi dica, tocca a med eſſer huomo dabbene:non al trimente, che ſe
l'oroj ouero lo ſmeraldo, o la porporaco si delcontinuo diceſse; Che che altri
ſi faccia, o dica; a na or el file 7110 Nad fe -em are di col me 1POC fuc da са
) ſim bil vie La 011 me tocca d ' eſſere ſmeraldo, e di ritenere il mio proprio
colore. La porzione, che è in noi reggitrice,non è a ſe ſteſ ſa moleſta, cioè à
dire, ella non s'atterriſce ne s'affige con la cupidigia, e ſe altri è poſſente
d'atterrirla, ò di contriftarla, lo faccia. Certo è cheda per ſe ſteſſa con
l'ap prenſione non fi riuolgerà a tali commouimenti. Alcor, picciuolo ſi laſci
il penſiero, che non patiſca coſa alcuna, ſe potrà; e ſe patiſce lo dica. Però
l'animuccia, che teme, e s'attriſta, e riceuc total mente l'apprenſione, niente
patirà; concioffiecofa che non procederà mai al giudizio di cose simili. Quanto
a ſe ſteſſa la por qu Id nd CC n A 0
porzione in noi réggitrice è fuori d'ognibiſogno, ſepure da ſe ſteſſa ella non
ſi fabbri ca la neceſsità, e nella mede fima maniera è imperturba bile, ed
incapace d'impedi mento, fe da ſe ſteſſa non vien perturbata, o impedita. La
felicità è il buon genio, o l'iſteſſo bene. Che dunque quì fai o fantaſia? deh
pergľ Iddij, vattene comevenifti, nonho vopo di te.Seivenuta conforme
all'antica vfanza: non m'adiro teco; ma vatte ne vna volta. 14 Alcuno ha paura
della tramutazione; e qual coſa può eſſere ſenza tramutazio ne, e quale è più
di lei ami ca, o domeſtica alla natura dell'yniuerfo? Ti potreſti tu lauare, ſe
le legne non ſi tra 2 1 21 -2 al che d 1 mil 1mutaſsero? ti potreſti nutri re,
ſe i camangiari non ſi tra mutaſſero? che altro fi com pierebbe di neceſſario
ſenza la mutazione?Non vedi dun que come ancora il tuo tra mutarti è
confacerole, e pa rimenre neceſſario alla natu ra dell'yniuerſo?. Per l'effen
za di queſto trapaſſano quaſi per yn torrente tutti i cor pi connaturali; e
cooperanti con l'yniuerfo, almodo che le parti noſtre tra di loro cooperano.
QuantiChriſippi, quanti Socrati, quantiEpit teti il tempo s'è inghiottito?
l'iſteſſo in fatti ti ſouuenga di qualunque huomo, e di qua lunque coſa. Vna
coſa fola cruciandomi mi ſcontorce, cioè, che io non forſe faccia quello, che
la conſtituzione dell'huomo non vuole, o nel la maniera, che non vuole, o come
al preſente non vuole. Tra poco tu ti ſcorderai di tutti, e tra poco tutti ſi
ſcor deranno di te. Proprio è dell'huomo amare anco quelli, che erra no;e
queſto ſi fa, ſe nel mede ſimo tempo ti ſouuerrà, che quelli, che peccano, ſono
a te congiunti; e che o per ignoranza, o non volendo, peccano; e come tra
breuil ſimo tempo, e tu, e quellive n'andrete: e ſopra tutto per chè non ti ha
leſo, mentre la porzione tua principale non l'ha deteriorata più che per linnanzi
ella ſi foſſe. 16 La natura dell' vniuerfo dall'eſſenza vniuerfale, come ha ora
formato vn ca: 3. da cera, 194 LIBRO SETTIMO caualluccio, e poi, quello di
ftruggendo, ſe n'è valuta per materia d ' yn albero di poi d'vn homicciuolo, e
appref lo per qualch' altra coſa; e ciaſcuna di queſte ha durato per cortiffimo
ſpazio. Non reca al caffettino molcftia if diſcomporlo, ficome non gliela recò
ne meno il fabbricarlo. La ſdegnoſa torbidez za del volto è oltre modo fuordel
naturale; perchè fa fpeſſe fiate ſuanire la gratia di quello, ouero alla fine
in guifa l'eſtingue, ch'ella non poſla giammai più ràuuiuarſi: Dunque, per
queſto iſteſſo sforzati di apprendere che quello è fuori della ragione;
poſciachè, ſe il riſentimento contra il peccare fi perde, a che gioua il viuere?
18 Le coſe, che tu vedi, tutto tra poco le muterà la natura, che gouerna il
tutto; e dall'eſſere di queſte pro durrà altre cofe, come di nuouo altre dall'
effenza di quelle, acciocchè il Mondo di continuo ſi conferui in giouentù.
Quando vn commerta errore contro di re, toſto conſidera, che coſa egli pec
Cando s'immaginò di bene, o dimale: perchè,conoſcen do queſto, lo compatirai, ſenza
marauigliarti, o adi Tarti. Pofciache o formerai l'isteſſo concetto del bene
ch' eſſo formò, o altro ſimi le a quello concepirai, on de fia neceſſario
perdonar gli. Ma quando anco tu non 1 3 2 I 2 facefli lifteffo concetto del
bene, o delmale, ti renderai più facilmente benigno ver fo colui, che ha
traueduto. 20 Non s'hanno da conſi derare le coſe aſſenti nel ino do di quelle,
che ora ſono: ma fi dee ſcegliere delle preſenti le più abili, e ricor darſi
con quanto ſtudio quc fte fi cercherebbono, fe non foſſero preſenti. Però è
inſic me da guardare cheper trop. po gradirle non ti auuezzi a ſtimarle
vantaggioſamente., a ſegno tale, che, ſe ti inan caffero, te ne turbaſſi. 1.21
Raccogliti in te mede mo. La parte ragioncuole, e principale, è di tal natura,
ch'è ſufficiente a ſe ſteffa, quando giuſtamente opera; e in ciò truoua la sua
quiere. Scancella l'immaginazione, arreſta la violenza delle par fioni,
circonfcriui il prefente del tempo, riconoſci quello, che auuiene così a te,
come ad altri: diftingui, e partiſci quello, che ti ſta fra mano nelle fue
cagionimateriali, e caufali: figurati l'vltima ora: laſcia l'errore comineffo a
quello, e dove fu l'errore. L'animo dee star applicato a quanto si dice e la
mente dee internarsi nelle cose operate, e negli operanti: Abbelliſci te ſteffo
colla ſemplicità, è vergogna, e coll indifferenza, ch'è in mezzo tra la virtù,
e'l vizio. Ama il genere humano, con formati con Dio. Quegli diſſe, ogni coſa
eſſer ordina ta con legge certa, ma gl’elementi soli muoverſi con mouimento
incerto, e for tuito. Baſta hauer nella me moria tutte le coſe eſſere rc golate
con legge fiſſa, c po chiffime andare a caſo.. 23 Intorno alla morte: 0 è
diſipazione, o atomi, o euacuazione, o eſtinzione, o trapaſſo. Intorno al
dolore: fe non è ſoffribile porta via ſe fi allunga nõ è inſoffribile; e
l'animo nel formare i con cetti conferua la ſua pro pria tranquillità, e la
parte ſuperiore non peggiora: le parti affitre dal dolore, ſe poſſono,palefino
il loro ſen timento. Intorno alla glo ria: riguarda gli animi di co loro, quali
ſieno, e qualico fe abborriſchino, e qualiap petiſchino: e come l'arene de i
lidi, che vna ſopra l'al tra venendo a ſoprapporſi naſcondono le prime, fimil
mente nel noſtro viuere le coſe antecedenti ſono dalle foprauuenute ben preſto
ca cellate. 24 Da Platone. Penſi tu dunque, che quegli, che ha penfieri da
magnanimo colla fpeculazione d'ogni tempo, e d'ogni ſoſtanzia faccia gran
concetto del viuere dell'huo po? Non può eſſer che ſia, riſpoſe. Dunque ne
queſti potrà reputare che ſia male la morte. Non per certo. Detto di Antiftene.
E' coſa da Re operar bene, e riceuer ne biaſimo. E ' ſconuenelio le, che'l
noſtro volto obbe diſca, e ſi regoli, e s'abbel liſca, come la noſtra mente I 4
or 200 LIBRO SETTIMO ordina, e che queſta per fe medeſima non ſi regoli, ne ſi
abbelliſca. Se con le cofe diſdegnar ti vuoi Che non curan diſdegno, il tutto è
vano. A i mumi da cui morte va lontano Diaſi allegreza,e diaſi pur'a noi. Che
ſi tronchi la vita, come ſuole Matura Spiga, e un viua, e un ' altro mora Che
di me cura, e de' miei figli 'ancora Non ſi prendan gl'Iddij, ragion il vuole.
26 Da Platone. Io riſpon derei con giuſta riſpoſta. Che tu, o huomo, non ben
diſcorri, ſe penſi douere fti mar coſa di gran momento il viuere, o il morire
dell huomo, per poco ch'effo va glia, e non più toſto queſto solo confiderare,
cioè, ſe quando opera, operi coſe giuſte, o non giufte e da huo mo buono, o
cattiuo. Così il vero ſta, o citta dini d ' Athene: fe alcuno reputando il
poſto cfler otti mo vi ſi collocherà Principe vi farà collocato, "
conuiene, come a me pare, ch'iui ſi fermi, anco che vi foſſc pericolo, non
facendo conto ne della morte d'altro, fuori che della brut tezza. Ma poni cura,
o galant huomo, ſe altra coſa è l'effer buono, e generoſo, che'l faluare altri,
e faluare ſe Ateffo · Concioffiecoſa che non è da deſiderarſi dall ' huomo
veramente prodc la vita lunga,ne dee ftare appiccicato al yiuere, ma rimet
terſi intorno a tutto ciò in Dio, credendo alle donne, che neſſuno può ſcanſare
il fato; e in conſeguenza qui ha da premere in qual ma niera poſſa impiegare,
per ottimamente viuere, il tem po, che gli reſta da viuere. Offerua il corſo
delle ſtelle, comeſe tu giraffi in compagnia loro e confide ra del continuo le
vicende uoli tramutazioni degli ele menti; perchè coll' appren fioni di queſte
coſe fi purifi cano l'immondizie della vi ta terrena. Bene ne i diſcorſi
dell'huomo fu da Platone af ſerito che ſi debbono con templar le coſe terrene,
co me da alto in baſſo, le con greghe, gli eſerciti, i lano ri et is 20 90 7.1
her III le in ri de'campi, i congiugnimen ti de' parentadi, i diſciogli menti,
le nafcite, le morti, gli ſtrepiti de' tribunali, i paefi diſertati, le varietà
del te genti barbare, le feſte, i pianti, imercati,il rimeſco famento del
tutto, e l'abbel limento del Mondo per le coſe tra di loro contrarie. Riuedi
conſideratamen te le coſe dianzi ſuccedute: le tante mutazioni degl'Im perij. E
lecito ancora preue dere le coſe future: perchè a tutti i modi hauranno l'
iſteffa ſomiglianza, c non trauſeranno mai dall' ordine di quelle, che al
preſente ſi fanno. Quindi auuione che il miſurar la vita humana con anni
quaranta non ſia diffe rent e dal miſurarla con an 1 fir 1 0 I 6 ni 204ni
diecimila. Perchè qual coſa vedrai tu di più? Vanno indietro le coſe, e ciò che
diede La terra in terra, e nel celefte templo Ciò che venne dall'etera ſen
riede Ouero queſta è, yna riſolu zione degl'intrecciamenti de gli atomised vna
diſſipazione degli elementi, che non ſog giacciono à paſſione. Con beuande,con
cibi,e con magia Della morte cerchiam ſuolger la via. Conuien Soffrir con
ftenti, e ad occhi afciutti Il vento,ch'a noiSpira dagl'Iddi 29 Rieſce vno più
di te de ftro nella lotta per atterrare gli altri: ma non ſia più co municatiuo,
non più riſpet toſo, non più compofto ne gli accidenti, non più benigno verso
gli abbagliamenti de ' profſimi. 30.: Douc, secondo l'intendimento comune
agl’Iddij, e agli huomini,ſi può condurre vn'opera à fine, iui non è del male:
auuegnachè doue è le cito di trouar l'vtile per l'o perazione, che proſpera
mente s’auanza, e non trali gna dalla ſua diſpoſizione, iuinon s'ha da
ſoſpettar di danno. In ogni luogo, e in ogni tempo ſta in re il pren der a
grado, con la douuta pietà, quello, che preſente mente accade, e di portarti
con glihuomini, li quali con te conuiuono, giuſtamente, ed eſaminare
efattamente quello, che fi rappreſenta all'immaginazione; accioc chè non vi
fubentri qualche coſa, che non ſia per prima bene compreſa. 31 Non inueftigare
ciò che ad altri paſſa per la men te, ma riguarda diritta mente à quello, a che
la natura ti conduce, o ſia quel la dell'vniuerfo, per le coſe che ti accadono,
ouero la tua, per l'azioni, che da te dependono. Ora quellos? haurà a fare da
ciaſcuno, che conſeguentemente corriſpo de alla ſua diſpoſizione. Per rò tutte
l'altre coſe ſono diſm poſte per quelli, che ſono ragioneuoli, come in ogni
altra l'inferiori in riguardo delle migliori, e le ragioner. uoli l'vna per
l'altra.Dunque il primo e principale nella: diſpoſizione dell'huomo ſi è l’essere
COMMUNICATIVO. Secondariamente non arrenderſi alle corporali inclinazioni.
Concioſliecoſa che proprio del mouimiento ragioneuo le, e. intellettuale è
dicir confcriuer fc fteffo, e non laſciarſi ſottomettere da mo. ti ſenſuali, o
impetuolis poi chè tanto gli yni, quanto gli altri hanno del beſtiale. Ma la
intellettiua vuol la preininenza, e non eſſere do minata da quelli: e a ragio
ne; perchè è fatta per feruir ſi di tutti quelli. Il terzo nel la ragioneuole
conſtruzione, è di non trauedere, nc d'ef ſer ſoppiantato. A queſte co ſe
dunque applicata la men te proceda a dirittura, e co si conſeguirà quello, ch'è
fuo proprio. 32 Come tu non hauefli havuto a uiuere, che fin ora, e già foffi
morto, queſto fo pra più che c'è dato diuiuere, dourai viuerlo fecondo la
natura, folamente contento di quello, che ti auuenga, e che ti è deſtinato dal
fato, imperocchè qual coſa ti può efferpiù couveniente? 33 In ogni accidente vo
glionfi hauere auanti agli oc chiquellija' quali occorſero cafi fimili, e che
poi fi dole uano, e ſembrado loro ftrano fi lamentauano. Doue dun que ſono
eglino ora? in niun fuogo. Vorrai tu dunque fare altrettanto? Perchè non la fci
gli altrui rigui alli rigi ranti, e rigirati?: e non te ne ftai tutto intento
come ti habbi da ſeruire di tali acci denti? Te ne feruirai dunque bene, e
quelli ti ſerui ranno per materia. In ogni coſa, che farai; non hai da
applicare ad altro, ne altro proccurare, che d'effer a te Iteffo buono. Nell'
yno, e -nell'altro (fia di ciò, che hai da ſcanſare, o ſia di ciò, che hai da
fare ricordati che'l foggetto dell'operazione è indifferente. Con perspicacia
rimira dentro te stesso, che la fonte del benc è dentro di te, la quale non
ceſſerà mai di ſca turire, ſe tu di continuo la terrai ſcanata. 35 Il corpo ha
da ſtar fiffo, e non ſi ſtorcere, o fia nel moto, o fia nella poſtura. Perchè
nel modo, che l'ani mo imprime vn certo che nella faccia, ferbandola ſe 7 1 Il ria,
e ben composta, al trettanto ſi dee ricercare che ſegua intieramente nel corpo;
e tutte queſte coſe s'hanno da offeruare fcirza affettazione. Il noſtro modo di
viuere è più da affomi gliarſi alla Paleſtra, o lotta, che all'Orcheſtra, o al
ballo; douendo alle coſeche ſopra uuengono, e non ſono pre ucdute trouarſi
appareccħia to, e fermo pernon cadere. Giammai non laſcerai d'eſaminare quali
ſieno quel li, dalli quali tu brami le te ſtimonianze, e quali l'inten
zionidella loro mentc: per chè ne accuſerai quelli, i quali peccano
inuolontaria mente, ne ricercherai la lo ro teftimonianza, fc rimire rai da
qual fonte ſcaturiſco no 10 a,al ercare ate ni € fcuzi mode allomis Torta ballo
lopera t no le loro opinioni, e i loro appetiti. Niun'anima, diſſe que gli, di
ſua fpontanea elezio ne ſi priua della verità. L'i ſteſſo s'ha da dire intorno
al la giuſtizia, alla temperanza, alla benignità, e a tutte le ſi mili.Però è
fommamente ne ceffario di non mai ſcordar d'ognuno ſarai più benigno. In ogni
coſa penoſa, che ti ſucceda, ti fouuenga prontamente che quella non ha
bruttezza, ne può peggiorare la mente in noi reggitrice; poichè non le nuoce,
nene in quanto è ragio neuole, ne in quanto è co municatiua; e nella maggior
parte de dolori ti venga in mente quello d'Epicuro; Che to pre cchia dere
ulcera quel let inter: per Uli, / taria a lo mit rico no 2 I 2Che non è
intollerabile, o non è eterno; ricordandoti però di laſciarlo ne' ſuoi termini
fen za aggiugnerui altro con la tua opinione. Ancora quel lo hai da hauer a
mente, che molte coſe, che partecipa 110 propriamente del dolore, copertaméte
ci trauagliano: come è l'hauer ſonnolenza, lo fmaniar di caldo, il patir faſtio
di ſtomaco '. Quando dunquc alcuna diqueſte coſe maltolenticri ſopporti, con
feffa a te fteffo d' ellerti arre ſo al dolore. Auuerti di non hauere tal volta
quell' auuerſione agl'inhumani, che gl'inhu manihanno agli huomini. 40 Donde
argomentiamo, che Socrate foffe illuſtre, e di diſpoſizione d'animo migliore? Mentre
non baſta, che haueffe vna morte delle più glorioſe, c più acutamen te co '
Sofiſti diſputaſſe più ſofferentemente ſopra'l ghiaccio pernottaſſe, e co
mandato a condurre quel Salaminio, più d'ogni altro generoſamente fi moſtraſſe
renitente, e che per le ſtrade andaſſe con graue contegno. Intorno a che era
aſſai da in ueftigare le così era vera mente. Maquello è neceffa rio
conſiderare, qual ' animo s'haueſſe Socrate, e ſe egli po teſſe appagarſi
d'effer giuſto inuerſo gl’huomini, e fanto inuerſo gļIddij,nő iſdegnan doſi
temerariamente contro la malizia, ne punto feruen do all'ignoranza d'alcuno, ne
accettando come ſtranie Fit Ho fe je. Te ne ng€ ra uc PC PE ra alcuna cofa
datagli dall' vniuerſo, o ſopportandola come intollerabilc: në hauef ſe mai
acconſentito, c piega to l'animo alle paſſioni della carnuccia. La natura non
in fi corporò talmente il compó fto, quaſi che l'huomo non poſſariſtrignere, e
regolar ſe lo medeſimo e far le ſue proprie VE coſe foggiaceré a ſe feflo. 41
Può eſſere facilmente, in che vn diuenga huomo diri no, e non fia conoſciuto da
alcuno. Ricordati ſempre di queſto: e in oltre di quello, 1 che?l viucre
felicemente conſiſte in pochiſſime coſe. E non perchè habbi tu per duto la
ſperanza d' eſſere Dialettico, o Fiſico, ti ſtime rai rigettato dal poter eſſer
libero, pudico, comunicati uO. E I uo, e oſsequente a Dio. 42 Senza alcuna
violenza potrai trapaſſare la vita in vna piena giocondità, an corchè tutti
ſtrepitino,come fi voglino, ancorchè le belue ſtrappino i membricciuoli di
queſta mafsa, che t'è cres ſciuta addoſſo, perchè, che vieta in tutte queſte
coſe ala l'animo di conferuar ſe ſteſso in tranquillità, e nel giudi cio vero
delli circonſtanti accidenti, e collyſo pronto i delle coſe preſenzialmente
ayuemute: in modo che poſsa il giudicio ſentenziare ſopra è quello, che vien
accadendo: queſto fe' in ſoſtanza, ben chè lecondo l'opinione, al tro
appariſci; e l'vſo poſsa di re all'accidente: tu fe' quel lo, ch'io cercaua.
Perchè fem - 01 te elle est sempre quello, ch'è preſen te, ferue per materia
della virtù ragioneuole, e ciuile; e inſomma è materia dell'ar te
dell'huomo,ouero di Dio. Laonde tutto quello, che auuiene ſi fà famigliare a
Dio o all'huomo; e non è coſa nuoua, ne intrattabile, ma conoſciuta, e maneggieuo
le. 43 La perfezione de'coſtu mi porta feco queſto; ch? ogni giorno ſi trapaſſi
come fe foffe l'vltimo, non ſi com mouendo a coſa alcuna, ne con iftordimento,
ne con fi mulazione 44 GI'Iddij eſsendo immor tålicnon hanno a male, che in
tanti ſecoli ſia a tutti lo to neceſsario comportare ta li, e tanti fcelerati,
anzi han Q b f Uella bile ar Dio. che Dio cola m2 Cuo hanno in oltre di quelli
vna total cura; e tu che ſtai già per mancare ti ſtracchi, non oſtante che tu
ſij vno degli ſcelerati? è da riderſenc; tu non fuggi la tua propria mal uagità,
il che è poſſibile, ę fuggi quella deglialtri, il che t'è impoffibile. 45
Quello, che la facultà ragioneuole, e ciuile truoua, non fecondo l'intelletto,
ne ſecondo la ſocietà, con buon dettame lo giudica più viledi fe ftefla. 46
Quando tu hai benéfica to, e vi altro ha riceuuto il beneficio, oltre di queſto
che terza cofa pretendi,comefan no i pazzi, di parer d'hauer fatto bene, e
d'hauer a rice uere il contracambio? niuno s'affatica, mentre riceue vtili K tå,
oſtur ch 9 come COM 2, ne ont 7mor s che tti lo are ta anzi 9 Tantà, e mentre
l'vtile è azione ſecondo la natura; non ti af, fannar dunque riceuendo yti lità
in quello che tu ſe'di gio uamento agli altri. La natura dell’yniuerlo per
proprio inſtinto venne alla fabbrica del mondo, donde è che ora tutto ciò, che
ſi va facendo, procede in ſeguime to di quello; ouero le coſe principaliffime,
alle quali la mente reggitrice del Mondo ha:vna particolar inclinazio ne, ſono
ſenza ragion prodot te. Se tu ciò a memoria ha urai, ti renderà più tranquillo
in molte cse. E è azione non tia4 ndowe 'digia erloper e alla Ponde fi va imé
coff lila 1 do 1 10 ota 1 Vello ancora è gio ueuole contro la vanagloria, con
fiderare, che non iſta più in tuo potere l'eſſer viuuto tutta la vita, o almeno
la paſſata dopo la giouentù, filoſofica mente: ma a molti altri, e a te
medeſimo hai dato a co nofcere, che tu ſeben lonta no dalla DALLA FILOSOFIA. Dunque
ti truoui imbrogliato: perchè K 2 1 1 # oramai non ti è più facile.d '
acquiſtare ſtima di Filoſofo, ſenza che ti è contraria ancor ra la tua
profeſſione. Se adun que tu penetraſti veramente fin doue conſiſte ľaffare, non
ti curar quale tú habbi da ef ſer riputato, ma baſtiti ſe tu il reſto menerai
della vita,fe cõdo il dertame della tua na: tura. Conſidera dunque quel lo,ch'eſſa
ſivoglia, ne altroiti diſtragga: perciocchè hai già prouato per quantecoſe ſe'i
to vagando, ne mai in niuna hai trouato il ben viuere, ne nel fillogizzare, ne
nella ric chezza, ne nella gloria,nenei piaceri, ne in che ſi fia. Don ue
dunque farà? nell'operare ciò, che richiede l'iſteffa na tura humana. Come
dunque queſto li eſeguirà? quand'v no faciled Elofoto ta anch eader zmente y101
dach fetu 2,fe na no haurà nell'animo fermati queidogmi, dalli quali han no
origine gliappetiti, elo pere. E quali ſono queſti do gmi? quelli, che
appartengo no ai beni, e a i mali, come nulla eſſer bene all'huomo, che non lo
renda giuſto, tem peratoforte, liberale, enulla male, ſe non quello, che ope ra
il contrario delle coſe ſud dette, 2 In ogni operazione in terroga così te
ſteſſo: in qual maniera queſtaa me fi confà? forfe appreffo non ine ne pen.
cirò a Di qui ' a poco io farò porto, e ogni coſa fuanirà. Che coſa di più
ricerco, ſe no che l'azione preſente cõuen ga ad animale ragioneuole, e
comunicatiuo, e che nella legge ſi conformi con Dio? Alessandro, Caiose Pompeio,
che coſa ſono appetto a DIOGENE, ERACLITO, E SOCRATE? Queſti penetrarono le
coſe, e le cagioni,e le materie, e tali erano le menti loro: ma quelli a quanti
haueuano da prouedere? a quanti haueua no da ſeruire? 4 Ancorchè tu crepaffi
tutttauolta gli huomini fará no l'iſteſſe coſe. Al bel primo non ti ſtare a
turbare; poichè tutte le cole, fuccedono fe condo la natura dell'vniuerſo; e
tra poco tempo tu farai nič te; ed in niun luogo, come non é Adriano, ne
Auguſto. Appreſſo fiſſandoti nell'opera ſteſſa, conſiderala, ed inſieme
riducendoti a memoria che ti biſogna eſſere huomo dab bene, e ciò che la natura
del l'huomo richiede, fa ciò, che tu ti proponeſti con inuaria bile fermezza, e
parla come giuſtiflimo ti parrà; però con placidezza e con rispetto e senza
ſimulazione. Questa é della natura dell'uniuerso l'opera e'l ministero. Le cose
che ſono qui traſportar colà, tramutarle leuarle di quà, ed iui riporle. Ogni
cosa è mutazione, non però sì, che s'habbia da te mcre di nouità, andando il
tutto ſecondo il conſueto; anzi le diſtribuzioni delle co fe fono eguali. Ogni
natura ſi ſoddisfàdi ſe ſteſſa, s'ella cà. mina per la propria via. E la natura
ragioneuole cammina bene, quando nelle immagi nazioni non conſente al falfo, o
all'incerto; e negli appetiti, quando alle ſole opere co munali gli dirizza; e
nellide fiderij, e nelle auuerſioni, qua do le reſtrigne a quelle coſe fole,
che ſtanno in noſtro ar bitrio; e abbraccia volentie ri tutto quello, che dalla
na tura comune le vien datos poichè è parte di quella, co me la natura della
foglia è parte della natura della pian ta, ſe non che iui la natura della
foglia è parte di natura, che è ſenza ſenſo, e ſenza ra gione, e che ſi può
impedire: doue la natura dell'huomo è parte della natura ad impedi mento non
ſoggiacente, in tellettuale, e giufta; mentre eſſa, ſecondo l'egualità, ei
meriti, diſtribuiſce a ciaſcuno i compartimenti de' tempi, delle ſoſtanzie
della cagione, dell'operazione, e delle
con tingenze. Anuertiperò,che non trouerai in niuna coſa, conſideratele ad vna
ad vna, queſta vguaglianza pari ad vn tutto;maſi bene accumulata mente,
conferendo il tutto dell'vne col tutto dell'altre. 6 Non te conceduto di poter
leggere,maè in tuio po tere il non far delle ingiurie, -il vincere i piaceri, e
idolori, l'effer ſuperiore alla glorietta: di più,il non alterarti contro de i
difenfati, e degļingrati: anzi tè conceduto l'hauere etiandio cura di loro. Niuno
ti oda querelarti del viuer nella Corte, neme no di quello, che tocca a te. 8
Il pentimento è vna tal riprenſione di te ſteſſo per yn ytile traſcurato. Ora
il bene de' efſere qualche vtile, e de eſſere procurato.dall'huomo dabbene, e
di buoni coſtumi. Ma neſſuno huomo dabbene, e bene accoſtumato haurà pen.
timento di hauer traſcurato qualche piacere. Non è dun que coſa vtile, ne buona
il piacere. 9 Che cofa è queſto ſecon do te ſteſſo nellapropria con ftituzione?
Quale è il ſuo ſo ſtanziale, e materiale? Quale è il ſuo caufale? A che serve
nel mondo? E quanto tempo fulliſterà? Quando ti ſuegli con di fguſto dal ſonno
ricordati ciò etſer conforme alla tua conſtituzione, e fecondo la condizione
naturale dell'huo. mo di produrre operazione a prò dell humana focietà: dove il
dormire è comune an cora agli animali irragiuneuo. li. Quello perù, ch'è
naturale ad ognvno, quello è più pro prio, e più comodo, ed è più giocondo. II
Continuamente, ed in ogni immaginazione, giuſta tua poffa, eſamina la ſua na
tura, ricerca le fue paſſioni, e dialetticamete intorno a quel. la diſcorri. In
chiunque t'ab batti, prontamente diſcorri dentro di te; Queſti che maf fime può
hauere intorno al bene, e intorno almale?. Im perocchè, fe ha tali, e tali
maſſime intorno al piacere, e al dolore, e le cagioni dell’y -no, e dell'altro,
intorno alla gloria, all'ignominia, alla morte, e alla vita, non mi ma
rauiglierò, ne mi parrà coſa K 6 ſtrana, s'egli opera tali coſe; e mi
rammenterò, che quegli è violentato ad operare in fi mile maniera. Rammentati,
che come è coſa difdiceuole lo ſtimare ſtrano, che'l fico produca fichi così
che'l Mon do produca quelle coſe, delle quali è fecondo. E ſimilmen te ancora
farebbe vergogna al medico, ed al piloto il pa rer loro ſtrauaganza, ſe viene
ad yno la febbre, e fe il ven to ſoffia in contrario. 12 Ricordati, che tanto
il mutarſi quanto il conformar fi a chi ti corregge, non ti to glie l'eſſer
libero; perciocchè l'azione è tua, e ſecondo il tuo appetito, e giudicio, co me
anco conforme al tuo in, tendimento, ſi riduce a fine. 13 Se depende da te,
pers ché in chè lo fai? ſe depende da al tri, di che ti lamenti? degli atomi, o
degl'Iddij? mentre così l'vna, come l'altra è paz zia. Non dei querelarti d'al
cuno: perchè ſe è in tuo po tere queſto, correggi l'iſteſſa azione; ma ſe
quello non tuo potere, a che gioua il do lerti, giacché non conuiene far coſa
alcuna inuano? 14 Ciò che morì non caſca fuori del Mondo:ſe reſta dun que qui,
e qui fi muta, anco qui ſi riſolue nelle coſe pro prie, le quali ſono elementi
del Mondo, e tuoi; e queſti pure ſoggiacciono a mutazio ni, nc fi qucrelano. Ciò
che è, per qualche coſa è fatto, come a dire il ca uallo, la vite.Di che ti
maraui. gli? Il Sole pure dirà, per qual'effetto ſon fatto, e così gli
altr’Iddij. Tu dunque per qual coſa per pigliarti piace re? conſidera ſe
l'intclletto lo comporta. La natura s'ha preſo pen fiero diciaſcuno, non meno
del fine, che del principio, e della durata dellavita. 17 Quando alcuno tira in
alto vna palla, che di bene ne riporta fa palla quando va balzata in alto, o
che di male quando fcende, e quando ca de in terra? E che di bene n'auuiene
alla bolla dell'ac qua, ſe dura in eſſere, e che di male, ſe fi dilegua. In que
ſta guiſa puoi ancora diſcor rere della lucerna. Riuolta il corpo, e vedi quale
è, e in uecchiandoſi, quale diuiene, o pure cadendo in infermità, o dap o dappoi che s'ha preſo i ſuoi guſti carnali.
18 E ' di breuc durata echi loda, e chi vien lodato: il men touato, e chi lo
mentoua.Ag giugniui, che ciò ſuccede in yn cantone di queſta regione, ne in
quello ancora tutti ſono del medeſino ſentimento; ne pur yno è ſempre del
medeſi mo con ſe ſtcffo.E tutta la ter ra è finalmente yn punto. 19. Applica
l'animo a quel lo che ti ſi appreſenta, o al de. creto, o all'operazione, oal
fignificato. Giuſtamente que ſto patiſci, perchè vuoi diffe rire a domane a
diuenirc huo. mo dabbene, più roſto ch'er ſerlo oggi? 20 S'io fo coſa alcuna,
la fo riferendola a bencficio d'huo. mini. Se m'auuiene qualche? l 1 P cofil
232coſa la riceuo, riferendola al.. tresì agl Iddij, e al forte d'or gni coſà,
dal quale tutto ciò che auuiene inſiemederiua. Che ti pare che ſia il la uarſi?
olio, fudore, fucidu, me, acqua', ſtrofinacci, coſe tutte difpiaceuoli: I ale
èogni parte della vita, e tutto quel lo,che a noi fotto ſta. 22 Lucilla
ſeppelli Vero, appreſſo morì Lucilla. Secon da fepellìMaflimo, appreſſo morì
Seconda. Epitinchanó Diotimo, appreſſo Epitinchano. Antonino ſeppellà Fauſti
na', appreſſo morìAntonino. In tal modo cammina ogni cofa. Celere ſeppellì
Adria no, appreſſo morì Celere. Quelli anco d'acuto ſpirito, o indouini; o
fuperbi, doue ho ra ſono? come Charace, Demetrio il Platonico, Eudemone, e
altri ſimili d'acuto spirito tutte le coſe ſono tran. ſitorie in yn giorno, e
di già morte, e mancate: alcuni ne meno per poco rcſtarono nel la memoria:
altri trapaſſaro no in fauole; altri già dall'i ſteſſe fauole ſcancellati, Quel
lo dunque non è da ſcordarſi, che biſogna o diſſiparli queſta tua
compoſizioncella, o eſtin guerſi lo ſpiritello, o traſpor tarſi, e altroue
riporſi. - La consolazione dell' huomo conſiſte nell' operare ciò, che
appartiene all’huo mo; e appartienſi all'huomo il voler bene a quello, che gli
è ſimile per natura: ſprez zare i moti delfenſo, diſcer ner le probabili
apparenze, contemplar la natura dell'y Olli" ello 300 ha 710 on te ho DP
niwer niuerſo, e tutto ciò, che in quella ſi produce. Tre fono le abitudini,
l'vna alla ca gione,che circoncigne, l'altra alla cauſa diuina, dalla qua le il
tutto a tutti deriua, la terza a quelli, che con noi vi uono. Il dolore o è
male del corpo, el corpo ſia quello, che lo paleſi, o è dell'animo: ma l'animo
ha in ſua balia il conſeruar la propria tranquil lità, e ſerenità, e di non
rcpu tar, che quello fia male. Per chè ogni giudicio, e inclinac zione, e
appetizione, e de clinamento ſta nel didentro e da indi non afcende male
neſſuno. 25 Scancella l'immagina zioni del continuo dicendo a te fteffo: Ora è
in mio potere, che in 10 tra 12 10 vi del 09 70: che in queſt'anima non hab bia
luogo alcuna maluagità, ne la cupidigia, ne qualſiuo glia turbolenza: ma cono
fcendo ciaſcuna coſa, fecon do il ſuo eſſere, mi ſerua di ciaſcuna per quanto
vale. Ri cordati di queſta facultà a te conceduta dalla natura. 26 Parla nel
Scnato, e con ciaſcun'altro in particolare co decoro, e non con troppa li
fciatura, ma vſa vn modo fa no di parlare. La corte d'AUGUSTO, la moglie, la
figlia, i nepoti, i defcendenti; la ſorella, Agri pa si parenti, I famigliari,
gli a mici, Ario,Mecenate, i medici, i sacerdoti, tutta quel la corte è svanita
con la morte. Mettiti poi a conſiderare altre famiglie,nelle quali non trouerai
la morte d'vn huo mo ſolo, ma di tutte, come dei Pompeij. Mancò quella, e ne'
fepolcri iſteffi leggiamo chi fu Byltimo di quella gen te: come anco. quello,
che viene ſcolpito ne'monumen ti, vltimo della ſua gente. Conſidera poi quanto
fi tra uagliarono i loro antenati, di laſciar yni fucceſſore, e pure fu di
neceſſità, che alcuno for ſe l'vltimo, e qui parimente conſidera la fine di
tutta quel. la gente. 28. S'ha collazioni ad vna ad yna a compor la vita; e ſe
ciaſcuna vi ha la ſua parte, Thuomote nºha đa content - re; e che quella non
habbia il ſuo pienoaſufficienza, niuno lo potrà impedire.Se poi s'op- ' poneſſe
qualche cofa eftra nea?1€ lagi 110 11 Pr di 24 nea? niente al certo s'oppor rà
al giuſto, modefto, e confi derato. Ma forſe qualche al tra operazione
l'impedirà?Pc rò ſe tu prendi a grado l'iſteſ fo impedimento, e trapaſſe rai
coll'animo ben aggiuſtato a quello, che ti vien dato ti ſi furrogherà vn'altra
operazioa ne, che quadri a quella com poſizione d'animo di cui ora ſi parla,
che veramente firice na ſenza fato, e fi laſci pure con facilità 29 Se mai
vedeſti vga ma no, o vn piede troncati, avna tefta dal reſto del corpo reci fa
in qualche luogo giacere; a queſti ſimile per quanto a il Luiſta ſi
rendechiunque ricu fa le coſe ch’auuengono, e ſe ftetſo quafi tronca, o fa quel
ſa lo, chenon ſi confaccia al be ne of Tele nd f noto iF ne degli altri, col
diucller i in certo modo dall' vnione della natura; mentre tu effen do nato
parte di cffa, da te ſteſſo te ne fe'reciſo, ma qui cade in acconcio il dire,
che in tuo potere ſta di ritornarti a riunire: il che Dio a niuna altra parte
ha conceduto, che ſegregata,e reciſa, di nuouo fi tornaffe a congiugnere. Però
confidera la fouranz bontà, che tanto onore conceffe all' huomo. Poichè nel
principio poſe inſuo potere il non di uel'crſi dal corpo intero, e dopo
diuelto, il ritornare, ed il ricongiugnerſised il ricupe rare il poſto di
parte. 30 Come ciafcuno de'ragio. neuoli ottenne dalla natura tutte l'altre
facultà quaſi qua to è capace la condizione del. boz fa € 1li ragioneuoli, così ancora da lei
riceuemmo queſta facultà, la quale è, che in quel modo, che quella tutto ciò,
che le reſiſte, e le oſta, lo conuerte, e rimette nel fato, e lo fa ſua parte,
così l'animal ragione uole può d'ogni impedimen to farſi propria materia, e ben
vſar di quello, a che ella per iſtinto e portata. 31 Non ti confonda l'imma
ginazione di tutta la vita Non iſtare a ghiribizzare pen ſando quanti, e quali
trauagli poſſano ſoprauuenirti; ma in qualunque delle coſe, che ti ſi
preſentino,interroga te ſtefa ſo: in queſto fatto,che ci è d'incomportabile,
che ci è d ' intolerabile? Concioſliecofaa che t'arroſſirai di confeſſarlo.
Appreſſo ricorda a te ſteſſo, che 7 ge 10 14 fel 2 t C a C che ne il futuro,ne
quello che è paſſato t'aggraua, ma ſem pre quello che è preſente; é queſto
ſiſminuiſce,ſe diſtinta mente lo ſeparerai, e la men te tua riprenderai,
ch'ella non fia baſtante a reſiſtere a que ſto ſolo. 32 Forſe aſſiſte per
ancora al ſepolcro del ſuo Signore Panthea, o Pergamo? o pure a quello di
Adriano Cabria, o Diotimo? E ' da riderſene, E ſe aſſiſteſſero, ne haureb. bono
ſentimento? E ſe ne ha uefíero ſentimento, haureb bono godimento di queſto E ſe
haueſſero godimento, fa rebbono diuenuti per queſto immortali? Non portò il f
to, che ancora queſti prima diueniſſero vecchi, e vecchie, ed appreſſo
moriſſero? Che dun il 762 en 101 JUICE Con 701 dunque erano perfare quelli,
dopo che queſti foffero mor ti 2 Il tuttoè puzza, e mar cia in yn ſacco. 33 Se
tu haiacuta viſta, adoprala, difle quegli ſauia mente, nel giudicare. 34 Non
vedo, che nella conſtruzione dell'animal ra gioneuole ſia virtù alcuna re
pugnante allagiuſtizia: ma fi bene vedo cffer repugnante al piacere la virtù
della con tinenza. 35 Sea quello chepare ap porti a te meſtizia, detrarrai la
tua apprenſione, tu ſteſſo ti ſe’poſto in ſicuro. Chi è quel tu ſteffo? la
ragione. Ma io non ſono la ragione. Così fia: dunque la ragione non tra uagli
ſe ſteſſa. Maſe qualche altra coſa in te patiſce del L male 16 han Foi [ um 10
The male, ella medefima ne formi il fuo
concetto. L'impedimento del fen ſo è male della natura vitale, e ſimilmente è
male della na tura vitale l'impedimento del l'appetito: ed ecci eziandio vn
altro parimente impedi mento, e male della conftitu. zione vegetatiuas. Così
duna que l'impedimento dellamé te è male della natura intel lettiua; applica:
tutte queſte coſe a te ſteſſo. Il dolore, e? I piacereti co muotono? il ſenſo
fę n'auuer. drà. Nell'apperire ti ſi poſe oſtacólo ſe tu ti folli moffo fenza
ſottraimento, e rifertias allora farebbe male delura: gioneuole;mia fe tu lo
riceuí, come coſa comune tu non fe'dannificato, ne impedito, po es el Bio di tu
né ele poſciache nigni altra cola ſuo le impedire le coſe proprie della mente:
perchè in quieta la ne fuoco, ne ferro, ne ti ranno, ne maledicenza, ne altra
coſa del Mondo può pe netrare:che cheſi faccia della palla, eſſa ſempre rimane
tony da.:' 37 E' coſa indegna il mole ſtar me ſteſſo, mentre a niun? altro mai
di proprio volere ho dato moleftia Altre coſe cagionano allegrezza in altri; io
m'allegro, ſe la mia facul tà guidatrice ſtarà fana, la quale non habbia
auuerſione ad alcuno huomo, ne adal cuna coſa di quelle, che fuc cedono agli
huomini, mail tutto rimiri con occhi placi di; e riceua ciaſcuno, e dieſſo fi
ferua,fecondo il ſuo pregio. L 2 38 Ve có LIF CA Mo It This 700 TO: Vedi di
ſpendere a tuo prò queſto tempo preſente. Coloro, che più affettano la fama
apoftuma, non conſidc rano, che quelli, da’quali la ſperano ', faranno tali,
quali al preſente ſono coloro, che a lor non piacciono, poichè eſſi ancora ſono
mortali. In ſom ma che t'importa, ſe quelli con tali, o tali voci ftrepitino, o
habbiano di te queſta, o quella opinione? 39 Prendimise gettami do ue vuoi:
poichè iui ancora trouerò il mio genio buono, e propizio, cioè a dire a me
ſufficiente, purchè habbia e operi quello, che è confor me alla propria fua
condizione. E' forſe coſa che meriti, cheper eſſa s'incommodi l'animo mio, e
peggiori ſe ſteſ ſo con auuilirſi, appctire, confonderſi, e ſgomentarſi? E che
trouerai, che tanto ine riti? Non può auuenire coſa a vn huomo, che non ſia
acci dente, che non habbia dell? humano; ne al bue che non ſia accidente, che
egli non habbia del bue; ne alla vite, che non ſia della vite; ne alla pietra,
che non ſia proprio della pietra. Se accade dun que a ciaſcuno quello, che è
folito, e connaturale, perchè t'attriſti? mentre non è intol lerabile quello,
che la natura comune a te contribuiſce. E ſe ti pigli moleſtia per qual che
coſa eſtranea, non certo efla ti moleſta,mail tuo giudi cio intorno a quella. E
pure il cancellar quello depende da L 3 te. E ſe ti trauaglia qualche cofa
nella diſpoſizione del tuo animo, chi è quegli, che ti vieta di rettificare il
tuo concetto Con tutto ciò ſe tu ti affanni, perchè non operi tu ciò, che a te
pare ben fat to? Perchè più toſto non ope ri, che contriſtarti? Mavna coſa più
valeuole mi oſta Dunque non ti affannare; poi chè non proccde da te la ca gione
del non operare. Ma non par che conuenga di più viuere, fe ciò non fi fa. Dùn
que placidamente finifti la vita: mentre ancora quegli fa qualche coſa, che
muore benigno eziandio verſo colo ro; che gli fanno oſtacolo. Osserva che la
princi pal parte dell'huomo resta inespugnabil, quando in ſe Iter ko fel he UNO
steſſa ritirandoſi di ſe ſi con tenta non facendo quello che effa non vuole,
ancorché ſi metta in battaglia ſenza la. iuto della ragione. Che dun queſarà,
quando coll'aiuto della ragione prudentemen te giudicherà qualche coſa? Per
queſto la mente libera delle paſſioni è come vn'alta rocca, giacchè l'huomo non
ha coſa più forte, nella quale ritiraro rimanga poi ſempre incípugnabile. Chì
dunque queſto no comprende è igno rante: chi l'ha comprefo, non ſe ne
vale,difgraziato. 42 Niente di più ſuggeri fci a te ſteffo di quello, che
portarlo Ic mere priine ap prenſioni. T'è ſtato riferto, che il tale dice malc
di te; queſto è vn rapporto. Ma L 4 che tu ſij ſtato, offeſo, non ſi contiene
nel rapporto. Veg gio, che il figliolino è am malato, queſto ilvedo, ma che ſia
in pericolo nol vedo già. Dunque reſta ſempre ne gli primi apprendimenti della
immaginazione, e non v'ag. giugnere dentro da te ſteſſo niente d'autantaggio: e
così niente ti ſopragiugne; anzi aggiugni, che non ti viene nuoua qualunque
coſa, che nel Mondo accade. Il cóco mero è amaro, laſcialo; le fpine ſono nella
ſtrada, ſchi fale, baſta; non iſtar a fog giugnere: e perchè queſte co fe ſono
ſtate fatte nelMondo concioffiecoſa che ſi burle rebbe di te ogn'huomo, che fia
inueſtigatore della natura: come appunto ſareſti derifo da of 12 do De le SI da
vn fabbro, o da yn coiaio, ſe tu li condennafſi, per ve dere nella ſua bottega
fca muzzoli, e ritagli delle coſe, che effi lauorano. E pure que gli hanno doue
gittar queſte coſé; il che non può fare fuori di ſe la natura dell'vni. uerſo:
maciò che recamara uiglia di queſta ſua arte è, che circonſcritta in ſe ſteſſa,
quan to dentro di fe fi corrompe, e s'inuecchia, e appariſce non eſſer più ad
alcun yſo, tutto in ſe ſteſſa tramuta, e di nuo uo di quelli forma cole recen
tizin tal guiſa, ch'ella non ri cerca ſoſtanzia eftrinfeca, ne ha biſogno di
luogo per git tarui le coſe più corrotte. Così le ſono baſteuoli la ſua regione,
la ſua materia, e la propria arte. Dzi De TC O le Dj D D? 7 0 L 5 43 Non andar
vacillando nelle azioni; e nelli congreſi non far confufione. Nelle
immaginazioni non andar ya. gandojne in modo alcuno con Panimo o angoſcioſo, o
trop po impetuoſo, non accupare ja vita in fouerchie faccende. Se ammazzano, fe
mandano a fil difpada, fe con efecra zioni infeftano, che nuocono quefte coſe
al conſeruarti Ja mente pura, prudente, contes nente, e giuſta? fiati per e
fcmplo: le vno auuicinatofi ad vna fonte di dolce; c limpi da acqua,a quella
diceſſe del le ingiurie,non perciò ceffereb be di porger l'acqua da bere, e fe
ancora vi gettafle del fan go, ' e dello ſterco, immanti nente ella lo
ſegregherebbe, e diffiperebbe, e in neſſun modo Llande agreb Nelli dara 1000
Otrop CINK cord ndan Mocht OCOMO artil СОЛь modo fe n'imbratterebbe.. Come
farai dınque per hauer vna fontana ſempre viua; e non vn pozzo d'acqua fta
gnante? Merci te ſteſſo ad ognora in libertà, ſtando con l'aniino trãquillo,
ſchiet to, e modeſto. 44 Chì non sa, che coſa ſia il Mondo, non fa doue egli
fia.E chi non ſa a che fine egli medelino fia ſtato fatto, non få ne qual'egli
fi lia,ne che co. fa ſia il Mondo. A chi manca vna di queſte coſe, non può dire
a che fine egli fia fatto Chi dunque pare a te, che ftia più contento, quegli,
che fugge le lodi degliadulatoris o quelli, che nonfanno doue, o quali eſli fi
fiano Ti com piaci d'effer lodaro da vnos che tre volte l'ora maledice Del
& zarob limpi edel flerech berty bhe cfiun do L 6 se ſteſſo? Vuoi piacere
ad huomo, che ne pure ſoddisfà a ſe ſteffodroddisfà a ſe mede ſimo quegli, che
in tutte quafi le azioni, alle quali pon ma no, ſi pente? Avverti per l'avvenire
non ſolo di reſpirare nell'am biente dell'aria, ma ancora di conformare i tuoi
penſieri con l'intelletto, che tutte le coſe contiene. Concioffieco fache non
meno queſta facul tà intellettuale fi diffonde, ed entra in quello che la puòat
trarre, che quella dell'aria in quello, che può reſpirare. 46. Generalmente la
mali zia non danneggia il mondo; e quella che riſguarda il par ticolare, non fa
danno ad vn altro, ma a quel folo e noci ua, al quale ancora è conce duto read
Idishi med quafi ma enie l'am ncora ofieri tele eco cu duto di libcrarſene,
qualun que volta egli ſia pronto a volerlo. Al mio arbitrio è indift ferente
egualmente l'arbitrio del proſſimo, ficome anco il fuo fpiritello, e la
carnuccia: Imperciocchè fe bene ſiamo fatti principalmente l'vno per l'altro,
niétcdimcno ciaſcuna delle menti noftre ha il fuo dominio particolare; altri
mente ſeguirebbe, che la ma lizia del profſimo foſſe il mio male, coſa che non
è piaciu ta a Dio, acciò non dependa da altri il far il mio ſtato in felice. Il
Sole par, che fià dif fuſo, c veramente per tutto fi fpande, ma non però con
queſto Ipandimento fi fparge, e perde; perchè queſta ſua ef fuſio Ged at iain
ali doi par yn ci ce fuſione è vn diſtendimento': che però gli ſplendori ſuoi,
o raggi ſi chiamano in Greco con parola, che viene dallo diftenderk. Ma quale
sia la natura di queſto raggio, tu la potrai conoſcere,fe riguardila luce del
sole penetrata per qualche feſſura in vna ofcura ftanza imperocchéciò ſi fa di
rettamente, e quaſi vien diui fose ſquarciato da ogni corpo folidojin cui
s'incontri no am * mettente più oltre l'aria: e qui ſi ferma,nc inciampa, ne
cade. Tal effuſione, e diffuſione del eſſere della mente, non ell çuamento, ma
diſtendimento; ficche agl'impedimenti chein. contro le ſi parano non violen.
temcntene temerariamente re fifta, mà refti ſtabile, e illumi. ni ciò che la
riceue. Imperoc chè llo be 1 ih pier
lill chè priua fe ſteſſo di luce, quegli, che non l' ammets te. 49 Chi teme la
morte, o te me la perdita de'fenſi, o qual che altra forte di ſenſo, ſe non
haurà niun fenſo, non fentirà male alcuno. Se poſſederà vn'altra ſorte di ſenſo,
farà yn altro animante, e non reſterà di viuere. Gli huomini ſono fatti P'yno
per l'altro; Dunque in ſegna, o ſoffriſci. Altrimente la faetta, al trimente
ſcorre l'intelletto. Ma l'intelletto e quando cau tamente procede, e quando
alla conſiderazione ſi volge, non meno ſi porta per diritto, ed al berſaglio. S'ha
da penetrare den tro alla mente di ciaſcuno e per DO 1] Te te } 0 re e
permetter altresì ad ognu no di penetrare dentro la pro pria tua mente. Chi fa
ingiuſtizia fa vn atto d'empietà. Im perocchè, hauendo la natura dell' vniuerfo
fabbricato gli animali ragionevoli, vno a prò dell'altro, acciocchè, ſe condo
il douere, vno gioui all'altro, e in niuna guiſa gli muoca, chi traſgrediſce
tal decreto di queſta, commette manifeſta empietà contro il nume' antichiſſiino
tra gľ Id dij. Concioffiecofache la natura dell' vniuerſo è natura di enti, e
gli enti hanno vna coral fratellanza con tutte l'altre coſe eſiſtenti. Di più
queſt' iſteſſa fi noma verità, ed è prima cagione di tutte le cofe vere. Onde
chi ſponta neamente mentiſce è empio in quanto con l'inganno fa in. giuſtizia,
come ancora chi in uolontariamente mentiſce, in quanto difcorda dalla natura
dell'vniuerfo, e in quanto ca gion deformità, ripugnando alla natura del Monda.
Im; perocchè ripugna quegli, che per ſe ſteſſo è portato alla contrarietà delle
coſe vere: giacchè haueua innanzirice uuto dalla natura alcuni in ſtinti, i
quali poi eſſo traſcu rando, non può ora diſcerne re le coſe falſe dalle vore.
E pure chi ſegue i piaceri, come coſa buona, e fugge il traua glio, comemale,
commette empietà. Perchè è neceſſario, che coftui fi quereli ſpeſſe vol te
della comune natura, qua fi ch'ella faccia diſtribuzioni di beni a traſcurati,
ed a fol leciti contra il lor merito; effendo che fouente i traſcu rati fieno
di piaceri abbon danti, e di quelle coſe ond'ef fi deriuano; ed i ſolleciti al
l'incontro fieno da dolori op preſli, e cadano in quelle co fe, che dolore
cagionano • In oltre chi teme i dolori, ha urà ancora in orrore qualchu na di
quelle coſe, che hanno da ſucceder nel Mondo; e ciò fimilmente ha dell'empietà.
chi va dietro a’piaceri, non s'afterrà dal far'ingiuſtizia, e qucſto Lira Ck Ho
che all te: Ice FCH E re queſto è chiaramente empie tà. Biſogna, che a quelle
co ſe, alle quali la natura comu ne egualmente ſi porta (per chènon
haurebbefatta l'vna, e l'altra, fe all'vna, e all'altra di queſte coſe
indifferenti non foffe ftata vgualmente pro penfa ) quelli, che vogliono eſſere
ſeguaci della natura, hauendo i medeſimi ſenti menti, con eſſa ſiano vgual
mente affetti. Dunquc chi a' dolori, ed a'piaceri, o alla morte, e alla vita, o
alla glo ria, e al diſonore, delle quali egualmente fi vale la natura
dell'vniuerſo, non è per fe ſteſſo parimente affetto, chia ra cofa è, che fia
empio. Io però dico valerſi di queſti v gualmente la natura comune, in luogo di
dire, che auuengono vgualmente per certa conſeguenza alle coſe, che ſi fanno, o
che vanno ſucceden do conforme allancico im pulſo della prouidenza, col quale
ſi moſſe ſin dal princi pio ad ordinare queſta bella macchina mondiale, hauendo
concepute alcune ragioni del. le coſe future, e determinate le facultà feconde
dell'eſi ſtenze, delle traſmutazioni, e di fimili fuccedimenti. 2 Migliore, e
più deſidera bil coſa certamenteper l'huo mo ſarebbe ch'egli da quefta vita
partiſſe digiuno affatto; così dire,del mentire, del ſimulare, del luſſo, e
della fu perbia: defiderabile dopo ciò (quaſi come vna ſeconda men profpera
nauigazione) ſareb be, che almeno vno già fazio 1:22 il alla to ali UTA per f j
10 j” 19 21 di queſte coſe,voleſſe più to fto morendo fpirare, che nel la
prauità continuare viuen do". E non t'inſegna ancora l'eſperienza a
fuggire dalla peſte? e la corruttela dell'a niina è aſſai peggior peſte a
riſpetto di quella, che dall intemperie, e mutazione del l'aria, che d'intorno
fi fpande, e fpira: poichè queſta peſte è degli animali in quanto fo no animati:
e quella è degli huomini in quanto fono huo mini. 3 Non diſprezzar la morte, ma
fija quella ben affctto, ef ſendo ancor eſſa yria delle co ſe; che la natura
richiede; poichè quale è la giouentù; la vecchiaia, il creſcere, l'in uigorire,
il naſcere de’denti, la barba, i canuti, il genera re100 nel ICP 1000 dali ell
Mei de ant re figliuoli, portargli nel ven tre, e partorirgli, e altre ope re
naturali., le quali prodịco, no le ſtagioni della tuavita, tale è ancora il
diffoluerfi. Dunque queſto è da huomo, che ben ſi ſerue della ragione ne
ſuperficialmente, ne impet tuoſamente, ne ſuperbamente fiporta verſo la morte;,
ina l'attende come yn'opera del la natura. Nel inodo che tu ora, aſpetti o
cheſca il fe to del ventre ditua moglic,.com hai da caſpetar l'ora, nella quale
la tua animuccia diqueſto ricettacolo eſca ca dendo. E fe vuoi ancora vn
conforto cordiale, benchè volgareztirenderàſoprammo do prontoalla morte l'appli
cazione alle coſe preſenta nec, dalle quali douraieſſere ſe A oto des Tak ler
jed Simi Jä Teni Nem If feparato, e a'coſtumi di colo ro, con i quali non
t'haurai più da meſcolare: tuttavia con quelli non s'ha da rompe re, ma
ſtudiare di curarli, e placidamente ſoffrirli. Onde hai da rammentarti, che que
ſta ſegregazione s'ha da fare da huomini, i quali non han no teco glifteſli
ſentimeriti: mentre queſto folo potrebbe ſeruirci di contrappeſo,e rite nerci
in vita, ſe ne foſſe con ceduto il conuiuere con quel li; che haueſſero
gl'iſteſifen timenti. Ma tu- ora vedi quanto malageuole ſia il con uiuere in
tanta diffonanza de' conuiuenti. Sicché ſi può di re: Sollecita o morte a veni
re, accioché io non arriui a fcordarmi vna volta di me ſteffo. 4 Chi rola aurai mpe afait har caini ebbe 4 Chi
péccas contro le ſtefi ſo pecca • Chi opera ingiu ftamentega ſe medeſimo nuô ce,
rendendo maluagio ſe ſteſſo; è ingiuſto ſpeſſe volte, non ſolo chi opera alcuna
co fa, ma ancora quegli, che nonfa qualche cosa. Basta la presente opinione
apprensiua e la preſente operazione comunicativa e la presence disposizione,
che fi compiace d'ogni cosa, che da principiocauſante prouen. ga; per
iſcancellar l'immagi nazione arreſtar l'impeto de gli affetti, temprare gli
appe titieper mantenere nella ſua facultà la parte principale. 6 Fra i bruti
viuenti è diui:. ſå vnà fòl'anima: c tra i viuen. ti ragioneuoli è compartita
vn’animà intellettuale: fico. M me COlle auch Tere vad COll ade bel oni qili?
mi me a tutte le coſe terreftri è vna ſola terra, e tutti quanti habbiamo
facultà di vedere e facultà diviuere, con vna lu cc vediamo, c d'un aria respiriamo.
Tutti quelli, che partecipano d' vna coſa co mune a quella, che è del me deſimo
genere, anſiofaniente fi portano. Ogni coſa terrc ſtre inchina alla terra.
Tutto l'ymido va inſieme ſcorren do,ogniaereo ſimilmente: ſic chè biſogna
diuidergli a for za. Il fuoco s'erge a cagione del fuoco elementare. Tutto il
fuoco, ch'è quà giù, è così pronto ad ardere con l'elc mentare, come ogni
materia le alquanto più ſecco è facile ad accenderſi pereſſere meno abbondante
di quello, che impediſce l'accenderſi. Dun que letes re CO me In 170 za que tutto quello che
è parte cipe della comune natura in tellettuale, corre ſimilmente verſo il ſuo
connaturale, anzi più;: perchè quanto è meglio degli altri, tanto è più diſpo
fto à miſchiarſi inſieme col ſuo famigliare - Anticameji te dunque furono tra i
bruti inuentati gli fciami, le greg ge > i pollai, e quaſi ynioni d'affetti;
imperciocchè ancor? efli hanno animais ecosi la virtù congregatiua tra i min
gliori ſpicca maggiormente, il che non è nell'erbe, non è ne faffi, non è
ne’tegni. Ma tra gli animali ragioneuoli fi truouano leRepubbliche;lean micizie,
le famiglie leraunan ze, e in tempo di guerra le paci, e le tregue. Anzi nelle
coſe piùveccellenti, benchè M 2 ell fit 01 DINE TTO OSİ [ 7110 Fle 70 7e tra ſe
lontane, in qualchemo do vi è vnione, come a dire, tra le ſtelle, così il
deſiderio d'auanzarſi al meglio ha po tuto operare la ſimpatia ezian. dio tra
le coſe diſtanti. Vedi dunque quello che ora ſi fa. Perchè foli
gl'intellettuali ſi ſono ſcordati del conſenti mento, e dell'affetto tra loro;
e queſto concorrimento in effi ſolamente non ſi vede; e nien tedimeno, ancorchè
fuggano, reſtano accerchiati, e preſi, poichè la natura in ciò pre uale. E
vedrai queſto, che di co, offeruando, che più preſto trouerai qualche coſa
terre ftre non congiunta ad altra terreſtre, che vn'huomo dall' altr'huomo
totalmente diſ giunto. 7 Producon fruttto e l'huomo dire deria apo 2126 Vedi
fifa. alii enti. oro; mo, e Dio e il Mondo; e ſi pro duce ciaſcun frutto nelle
ſue proprie ſtagioni; e ſe la con ſuetudine principalmente ſi ferue di queſto
modo di dire nelle vitije altre ſimili piante, cið poco importa: però la ra
gione produce il frutto si proprio, come il comune; e da quella fi propagano
altre tali cofe, della condizione delle quali è ancora l'iſteffa ragione. 8 Se
tu puoi, inſegna ſem pre il meglio a quelli, che er rano; e ſe non puoi,
ricordati che per ciò fare t'è ſtata data l'amoreuolezza, e che gl'Id dij ſon
amoreuoli verſo que? tali, e tanto ſon benigni in alcune coſe,ch'e'dan loro aiu
to per la ſanità,per le ricchez ze, e per la gloria. E queſto a neft viera 2110
vrela pre edi ceſto erre Ultra dall ' dile 10 M 3 te lice, o ſeno, dichiara,
chi te lo vieta? 9 Trauaglia, non come vn tapino, ne meno a fine di pro
cacciarti compaſſione, o mara. uiglia: ma vn folo fia il tuo fine di muouerti,
e di fermar ti, fecondo che la ragione ci uile richiede. 10 Oggi vſcij d'ogni
mole ftia, anzi ſcacciai fuori tutte le moleſtie; poichè quelle non erano
eſterne, ma couauano dentro nelle opinioni. 11 Tutte queſte coſe fami gliari
per l'yſo di vn fol dì quanto al tempo, fordide per la materia, ſono ora tutte
le medeſime, quali furono a tem po diquelli, che habbiamo ſepolti. 12 Le coſe
ſtanno in ſe ſteſ ſe fuori, per così dire, delle por ch meni dipro mara il 2016
Amal onec 1270 tutte porte, е da per ſe medeſime, niente fanno del ſuo eſſere,
e niente a noi fanno apparire. Che dunque è quello, che le diſcuopre? la
ragione. Non nella perſuaſione, ma nella operazione conſiſte il bene,e'l male
dell'animal ragionclio le ciuile: ſicome ancora la vir tù, e’lvizio di queſto
non è nella perſuafione, ma nell'o perazione.Alla pietra fcaglia ta non ſuccede
male ſe caſca, ne bene, tirandoſi in alto. 13 Entra più addentro nelle menti
degli huamini, cſcor gerai quali giudici tu tcma, e quali ſieno elli giudici
intorno a fe ſtelli. 14 Tutte le coſe ſtanno in continua mutazione, e tu ſtef
fo in vna continua alterazio nc, c in vn certo modo cor jenon Lidlo fami Cold
de pe urtel atem bilam ' efter dell corruzione, e così ancora tut to il Mondo.
15 L'errore d’yn altro biſo gna laſciarlo doue è. 16 Il finire della operazio
ne, il ceffare dell'appetito, e dell'apprenſione, e quaſi la loro inorte, e
nulla nuoce: Fa ora paſſaggio all'età,qual'è la pucrile, alladolcfcenza,al la
giouentù, alla vecchiaia. Ogni ſcambiamento di cia ſcuna di queſte è morte. E
per ciò ne auuiene danno? Paſ. fa adeſſo ricercando il tempo, che ſe’viuuto fotto
l'auolo; appreſſo, quello, cheſotto la madre, dopo ſotto il padre, e trouando
altre molte diuerſi tà, mutazioni, e termini, di manda a te medefimo, ſe ve
alcun' nocumento. Dunque fimilmente pe manco nel finire, nel ceſſare, e nel
mutarfi del total tuo viuere. 17 Rifletti alla propria tua mente, e a quella
dellyniuer fo, e a quella d'altri; alla tua per farla giuſta, a quella del
I'vniuerſo per rainmentarti di chi ſei parte, a quella d'altri per conoſcere,
le viene da ignoranza, o da animo deli berato; e nell'iſteſſo tempo fa tua
ragione, che colui e a te congiunto.Sicome tu ſe'ſtato fatto per dar compimento
al la conſtituzione d’yn corpo ciuile, così ogni tua azione compia la vita
ciuile, Dun que qualſiuoglia tua amone, che non iſtà in tal modo che o
proſſimamente, o remo tamente non ſi riferiſca a quc. ſto comun fine, quella
fcon certa la vita, ne le permette, che continui l'iſteſſa; ed è di M 5 più
fedizioſa, quale è colui nel popolo, il quale diſtrae il fuo partito da fimile
concor dia. 18 Riffc, e giuochi di figlio letti, e ſpiritelli foftenenti
cadaueri; acciocchè con più efficacia fi rapprefenti il Dra ma del martorio. Applica
alla qualità del la cagione; c conſiderala aftratta dalla matcria, dopo
preferiui il tempo, in cuitale, è tal coſa in particolare ſia per più
lungamente durare.: 20 Haiſofferto mille coſe per eſſerti nö ſoddisfatto del la
tua mente operante quello, in ordine a cui ella fu fatta: ma queſto baſti. 21
Quando alcuno ti biafi ma, o t'odia, o con ſomiglian ticoncctri di te ſparla, rifletti
all'animucce di cotoro pene tra 1 nione? 3 tra dentro, e ſcorgi quali quel. le
filiano. Vedrai, che non bi ſogna trauagliarti per l'opi ch'elli hanno dite, ma
è neceffario voler loro be ne, ftante che, ſecondo la na tura, foto amici, e
gl’ladij in ogni manicra li foccorrono con fogni, e vaticinij, ancora in quelle
coſe, nelle qualief fi difſentono. 22 Queſti fono i rivolgi menti fotto e fopra
del Mon do, da vn ſecolo all'altro.. E la mente dell' vniuerſo oli applica alli
particolari, e fe ciò è, riceir volentieri ciò che quella ti porta: ouero, ſe
vna volta dette la molla, e l'al tre coſe camminano per con ſeguenza, e come
vna è nell' altra; perchè queſti in qual che maniera o ſono atomi, a M 6 corpi
indiuiſibili: e in fom ma, ſe ci è alcun Dio, ogni coſa ſta bene: ſe il tutto è
a caſo, e tu non le'a caſo? Fra poco la terra naſcon derà tutti noi; appreſſo
anco ra eſſa fi muterà, e quelle co fc, in cui eſſa s'è mutata, in in finito fi
muteranno, e quelle di bel nuouo fi cambieranno in infinito. Perciò chi conſi
dera queſti maroſi delle mu tazioni, e alterazioni, e la ve locità di quelle,
diſprezzerà ogni coſa caduca. La caufa vniuerfale è vn torrente, che rapiſce il
tut to. Quanto vilc e ancora queſta politicheria, e queſte faccende humane, ſe
filoſo ficamente vno le conſidera, quanto ſono piene di mocci? O huomo fa yna
volta quello che ora la natura richie de. Se ti da facultà accorriui, e non
riguardare fe alcuno ſe n'accorge: ne hauere fperan-. za di vedere la
Repubblica di Platone: ma contentati ſe la cofa, ancorchè mcnomiffima, ti
rieſce profitteuole, e l'eſito di quella conſidera non come coſa piccola.
Imperocchè chì mutcrà i loro deliberamenti? e ſenza la mutazione delli de.
liberamenti, che altro farà che yna feruitù di lamentoſi, e di fimulanti di
obbedire in Ora paffa auanti. Raccontami d'Aleſſandro, di Filippo, e di
Demetrio il Falereo:vedran no eſſi ſe conobbero quel lo, che voleua la natura
vni uerfale, e ſe inſtruirono bene ſe ſteſſi, o fe pure fecero da recitanti di
Tragedia, Niu j -1 no m'ha condannato ad imi tarli: l'opere da Filoſofo fona
fincerità, e modeftia; non mi traſportare alla faftoſa graui tà. 25 Conſidera
per lo paſſato gregge d'Armenti fenza nu mero, innumerabili ſacrificij e
nauigazioni d'ogni forte, e nelle procelle, e nelle bonac ce; e diuerſità di
coſe, che fi fanno, che inſiemefi fanno, e che ſi disfanno. Conſidera ancora la
vita già viuuta ſot to d'altri, e quella, che dopo te s'haurà da viuere, e
quella, che oggidi fra barbare genti ſi viue. E quanti vifono, che non ſanno ne
manco il tuo nome? Quanti pure prefto fe lo ſcorderanno? E quanti, che ora ti
lodano, di qui a po. co t’incolperanno. E coine non è da fare ftima, ne della
gloria, nc d'altro tal, qual a fia. Sij tu imperturbabile in torno a quello,
che da cagio ne eſtrinfeca ti auuiene, ela giuſtizia fia nelle operazioni,
delle quali tu ſela cagione, cioè a dire, che habbiano i moti dell'animo, ele
aziciri da terminare nell'operare conforme al ben comune, co me quello, che a
te appartie ne, fecondo la natura.1 526 Molte coſe fuperflue, che ti
trauagliano, puoirife gare, le quali ſono ripoſte to talmente nella tua
opinione: e così yn molto ampio cam po a te ftcffo dilaterai. 27 Concepifci
nella tua mē te l ' vniuerfo Mondo, e va conſiderando il ſecolo, nel quale ſci;
e medita la preſta mutazione di ciaſcuna cofa; e particolarmente come è bre. ue
il tempo dalla naſcita al diſcioglimento; quanto è im menſo quello, che è ſtato
a uanti al naſcere; e come pa rimente infinito è quello, che ha da ſeguire dopo
il diſcio glimento. Tutte le coſe, che tu vedi periranno preſtiſſima mente, e
quelli, che al pre fente le rimirano perire, pre ftiffimamente anch'eglino pe.
riranno. E quegli, che nella decrepità fi muore, paſſerà a Atato pari con
quegli, che muore immaturamente. 28 Quali ſono le menti di coloro, e a quali
coſe atteſe rose per quali cagioni le ama no, ele onorano? Reputa 11!. de
l'animucce di queſti tali; perchè hanno apparenza di C nuocere, mentre
biaſimano, e di giouare,mentre lodano. O quanto è vana queſta im maginazione !
29 Il perire non è altro che mutazione: e di queſta gode la natura vniuerfale,
in con formità della quale tutte le coſe bene ſi fanno. Ab eter no tutte le
coſe ſono ſtate dell'iſtetfa forma, e così in in finito altre coſe ſaranno. Per
chè dunque tu dì, che tutte le coſc fatte, e tutte quelle, che ſi faranno
ſempre faranno mali? E tra tanti Iddij non mai s'è trouato niuno di tanto va
lore, che poteſſe vna volta correggere queſte coſe? ma è ſtato condennato il
Mondo ad eſſere coſtretto da mali che mai non ceffano? 30 La putredine della materia,
che è ſoggetta a ciaſcu na coſa, è acqua, poluere, of ficelli,immondezza, o pur
cal li della terra, come i marmi; o feccia,comeè l'oro, e l'ar gento; o peli,
come la veſte; o ſangue, come la porpora, e tutte le altre cofe fimili. Elo
fpiritello,benchè altro, è tale, e di queſto in altre cofe ſi tra finuta. 31
Sc'viuato affai in queſta vita trauaglioſa, di mormora rione, e alla
ſciiniatica. A che ti perturbiè che ci è di nuouoa che ti fa attonito.
Lacaufiri, guardala. O forſe la nateriale riguarda quella, fuori di que fte non
è cofa veruna: mna vna volta inuerfo gPIddij diuieni e migliore, e più
piaceuole. 32 Il medefimo è, che tu habbi conoſciutoqueſte coſe per CH sof cz. mi te; o 2,6 Elo tra per cent'anni,
o per tre. 33 Se quegli peccò, egli ha ilmale, ma forſe non peccò. Certamente,
come in yn corpo, da vna fonte intellet tuale tutte le coſe deriuanose non
biſogna, che la parte fi quereli delle coſe fatte a pro del tutto; ouero
fonoatomi, e nient'altro: ouero yn me ſcuglio, e diſſipazione, che ti conturbi
dunque? Alla men. te tu dì ſe'morta, fe’perdutå, ſe'rigettata, ti congreghi, e
a modo di armenti ti pafci? O gl’Iddij non poſſono far niente, o lo poſſono. Se
non poſſono a che li preghi? ma ſe poſſono, perchè più preſto loro non dimandi,
che ti concedino di non temere coſa alcuna, che ſi ſia di queſte, ne di bramare
quella, ne di do clie 012 che 2012 VII CITI leer le dolerti di qualſiuoglia di
effe più toſto, perchè eſſe non ſi habbiano, che acciò fi hab
biano.Imperocchè,ſe nel tut to poſſono foccorrere agli huomini, poſſono ancora
in torno a queſte coſe giouare. Ma forſe dirai. Poſero gl'Id dij queſte coſe in
mio potere. Non è dunque meglio valerſi con libertà di quello, che de pende da
te, che laſciarti di ſtrarre con feruitù, e baſſezza intorno a quello, che da
te non depende? Machi ti diſſe, che gli Iddij non aiutano in quelle coſe, che
ſono in no ſtro potere? Comincia dun que a pregargli intorno di effe e vedrai.
Prega il tale diccn. do: come potrò io godere co. lei? tu anzi dì; come potrò
io non deſiderar di goderla? vn altre dichi 11001 Thebe elcut e agli Ora in
Quare 8 !!!! Orere valení hede altro: come mi libererò io da colui? tu dì: come
non haurò biſogno di priuarmene? vn al. tro: come non perderò il fi gliolino?
tu dì: come non temerò di perderlo? In ſom ma in queſta maniera indirizza le
tue preghiere, c conſidera che ne ſuccede. 36 Dice Epicuro: Nella malattia i
ſuoi diſcorſi non ef ſere ſtati intorno alli pati menti del corpicciuolo i ne
meno con quelli, chelo viſi tauano hauer di coſe ſimili fa. uellato: ma hauer
ragionato filoſofando ſopra la naturą delle coſe premeditate; tutto intento a
queſto, cioè, come. partecipando la mente di co tali mozioni, ch'erano nella
carnuccia, ſteſſe imperturbabi. le conſeruando il proprio be ortida lezza dar
idilli 110 i in no dur dielli dicas reca troi tre ne. Ne hauer dato occa
fiorea' medici, che ſi vantaſſero d'ha uer operato qualche coſa, ma che
contuttociò ſe n'andaua tirando'auanti la vita tran quillamente,e bene.Il
medeſi. mosch'egli fece in quella ma lattia, tu hai da fare, ſe ti ſen. tiffi
male, o ſe ti trouaſſi in al. tro trauaglio. Poichè il non partirſi
dallaFiloſofia in qual fiuoglia cofa, che vada acca dendo; e il non applicare
alle bagattelle degl'idioti', e fofi fti è comune diqualſiuoglia fetta, è di
ſtar fiffo ſolo nella coſa, che al preſente l'huomo fase nello ſtrumento permez
zo del quale ſi opera:" ) 37 Se vienioffeſo dalla sfac. tiạtezza di
alcuno, ſubito in: terroga te fteſfo: Può forſe il Mondo essere senza sfacciati
non 0 ca fara ' cobs vanda ta tra ētiles trinal non può. Non ricercare dunque
l'impoſſibile: poſcia chè queſti è yno di quelli sfacciati, i quali è
neceſſario, che ſieno nel Mondo. L'ifter ſo ſia del macchinante, e del
l'infedele, e di qualſiuoglia vizioſo. Habbi qucſto ſempre in pronto; Quando
ancora ti ricorderai eſſere impollibile, che tal forte di gente non ſia, tu
ſarai più placido iuuerfo ciaſcuno di eſſi. Sarà pari mente gioueuole il
conſidera. re ſubito qual virtù habbia dato la natura all ' huomo contra di
queſto vizio: men tre ha dato, come antidoto contra l'ingratitudine, lc mã,
ſuetudine, come contra d'vn altro qualche altra virtù. E ſopra tutto t'è lecito
di diſin gannare chi errò. Ora ogni aqual 1107 ve all chat uoghi JOMO m.cz sfac
it feil nii 10,no,che erra, Si deuia da quel, che gli fu propoſto, e va va
gando. E poi in che ſe'ſtato danneggiato? poſčiachè tro uerai,, che niuno di
coloro, contro de'quali tu ſei eſacer bato, habbia operató tal fat to,dal quale
la tua inenté po teiſe cffere peggiorata; men tre in queſto è ogni ſuſſiſten
zadel tuo dannose malé.Che đi male, o di ſtrano è ſtato fatto, ſe vn'ignorante
opera da ignorantc?Guarda,che tu non habbi più toſto a ripren dere te ſteſſo
del non hauer hauuto riguardo, ch'egli for: fe per commettere tal man camento;
done tu haueui i motiui della ragione à conſi derare, ch'era veriſimile; che
quegli in tal modopeccaſſe: E nientedimeno ſcordato ti maAtato 170 1001 opo per
ter marauigli, ch'egli fia caduto? quel principalmente quãdo tu l'ac. the cuſi,
come d'infedele, o d'in. grato, rifetti in te ſteſſo:con cioſliecoſache più che
manis oros feſtamente l'errore é tuo, ſe credeſti, che yno sin tal mort fue do
diſpoſto, e haueſſe ad of feruare, la fede; e ſe facen dogli delle grazie, non
le haidate coinpitamente, ne in che modo da riceuere dall'iſteſſa tua azione
tutto il frutto ſu bito. Perchè qual coſa più deſideri, che di hauerbenefi cato
vn'huomo? e ciò non ti baſta, che tu hai operato coſa conforme alla tua natura?
e di quefto ricerchi lamercede? come ſe l'occhio domandafle la ricompenfa,
perchè vede, ei piedi perchè camminano. E fi come queſti membri ſo N no 7210
Toy tell for 2014 alf che Te ! 2 ho farti a queſto effetto, e ſe condo la loro
conſtituzione operando si ne ritraggono quello che è loro proprio: così l'huomo
dalla natura pro dotto benefico, quando be nefica, o nelle coſe mezzane
coopera, ha operato, ſecondo la fua condizione, e ottiene quello, che a lui
ſpetta. Fine del Libro Nono. LI 10 291 180,CH tituziar TAGION propri cura on do
be 70272 cond l’Anima ſarai tu mai Ovna volta buona, e ſemplice, e vna, e quda,
più ſplendida del corpo, che ti circonda guſterai tu giammai della
diſpoſizioneamicabile e caritatiua quando farai pienamente fornita,e von
bi. fognofa, e di niente altro de fideroſa, e di niente o ani mato, o inanimato
anida, per N 2 prender piaceri? ne di temo Po, nel quale più lungamen te habbi
da fruire: ne di luo go, o paeſe, o buona tempe. rie d'aria: ne d'huomini au
uenenti; ma ti compiacerai del preſente ſtato, e goderai di tutte le coſe a te
preſenti, e inſieme perſuaderai a te Itefla, che tutto ciò, che ti fia dauanti,
tutto bene ti ſtia, e che dagl'Iddij a te venga, e ti parrà bene tutto quello,
che a loro piacerà', e quello, che da loro ſi concederà s'in riguardo della
ſalute, e con ſeruazione d'vn animal per ferto, buono, e giuſto, ebel los é
quello, chetutte le co fe genera; contiene, circon da, e abbraccia, le quali fi
diſſoluono, generando altre cofe fimili. Sarai dunque finalmente talc, che tu
ſij atta à viuere in cittadinanza con gl’Iddij, e con gli huoinini in modo che
tu non c'habbi da dolere di quelli in coſa alcu na, ne quelli t'habbiano a
condannare. 2 Oſſerua quello, che la na tura tua richiede in quanto dalla mera
natura vien diret to: poſcia fa quello, cab ) braccialo, fe la natura tua, 7
come diviuente, per queſto non ſia da peggiorare • Ha urai daoferitare appreffo,che
1 coſa richieda la natura tua, come di viuénte, e tutto ciò f hai da riceuere,
ſe da queſto la natura tua come quella d'un animal ragioneuole,, nó fia
perdiucnirne peggiore, e'l ragioneuole, nell'iſteſſo tempo ancora ciuile. Ditali
01 N 3 regole ſeruendoti non andar cercando altro curioſamente. 3 Tutto ciò,
che e ' auuie ne, o in modo ti fuccede che ſij per natura abile a com portarlo,
o pure a non com portarlo. Se dunque t'accade nella maniera, che puoi fof.
ferirlo, non l'haucre a male ma ſopportalo,fecondo chefe naturalmente idoneo';
fe poi non fe'idoneo per fofferirlo, aðn ti diſguſtare: perciocchè, confumando té,
confumerà fe parimente. Niente dimet no ricordati, che tu ' se fatto per
fofferirc ognicoſa; ' eche ſia in potere della tua opinio ne di farla
tollerabile, cfof. feribile, fecondo il concerto che farai, che quello ti conferiſca,
o che ti conuenga ſofferirlo. Se qualchuna erra man fueramente s'ha da
inſtruire, e moſtrargli quello, ch'hab, bia traucduto. Però ſe ciò non ti
rieſce, la colpa è di te ſteffo, anzi ne meno di te ſteſſo. 5 Qualunque coſa
c'auuie ne, queſta ab eterno ti ſi prc. paraua, e l'intralciamento delle cauſe
fin dall'eternità fi aggomitolaua inſieme con Peffer tuo, e con quelli au
venimenti. 6 O fieno gli atomi, o ſia la natura, ftabiliſcafi primie ramente
che io ſon parte dell'yniuerfo, che la natura gouerna; appreffo, che io ho vna
famigliarità in vn certo modo con le parti della me deſima forte; pofciachè
ricor dandomi di queſte coſe, in quan 40 TO ON ng N quanto io ſon parte,non
pren derò a male coſa alcuna, che venga compartita dall'vni uerlo:
concioffiecofache ni ente, che conferiſca all'vni. uerfale può nuocere alla par
te:imperocche non vi è coſa, che all'vniucrfo non conferi ſca.E ciò hanno
comune tutte le nature; e quella del Mondo ha queſto di più, che da niu na
cagione eſtrinſeca può ef ſere forzata a produrre cofa alcuna a ſe nociua; e
ſecondo quella ricordanza, che io fon parte di talvniuerfo, mi com piacerò
ditutto ciò, che au uiene; e ſecondo che io ho fi fatta famigliarità colle
parti, della medeſima forte, non o pererò coſa, che non ſia co municatiua con
queſte, ma più toſto porrò mira alle parti della medeſima forte, e condurrò
ogni mia inclina zione all'vtile del comune, e dal contrario me ne ritrarrò
Queſte cofe così da te con dotte, ne ſegue neceffaria mente, che ci traſcorra
la vi ta felice,quale ſtimereſti quel. la d'vn citttadino, che gui daſſe il ſuo
viuere in azioni vtili a i cittadini, c.abbrac ciaſſe tutto quello, che dalla
città a lui determinato viene. 7 A tutte le parti dell'vni uerſo, quelle dico,
che il Mondo contiene, è di necel ſità il corromperſi,cioè a di re,
l'alterarſi, ma ſe aggiungo, ciò, che loro è necellario, el fere dannoſo, non
ſi gouerne rebbe bene l'yniucrfo, eſſen do le parti di lui nell'altere zione
diſpoſte a corromperſi in diuerſe maniere Diremo N dunque, o che la natura
ftef-. ſa intraprendeſſe a fabbricare il male alle ſue parti, e le fa ceffe
fuggette al male, e che di neceſſità caſcaſſero a far il male, o'che
inconſiderata mente non s'accorgeſſe, che le faceffe tali: ma ne I'vno', ne
l'altro certamente è da credere. E ſe qualcheduno laſciando da yn canto la nas
voleſſe dir, ch'effe ſom no così nate, quanto ſarebbe ridicolo nell'iſteſſo
tempo il dire, che la naſcita loro le porta, come parti dellyni uerſo,alle
mutazioni, e in ſieme marauigliarſi, e hauer ciò a male, come ſe auuenifs ſe
fuori della natura dell'yni. uerfo? Tanto più, che la dif ſoluzione vien fatta
in quel le coſe, delle quali ciaſcuna è compoſta, e conſiſte. Im perocchè, o è
diſgregazione degli elementi, dequali le coſe eran permiſchiate, o conuerſione
del folido nel terreſtre; o dello ſpirituale nell'acreo, in modo, che queſte
coſe fi ritornino nella ragione dell'vniuerfo: o è che dopo più periodi di temu
ро ſe ne vada in fuoco, o po re con perpetue viciffitudini fi rinnuoui. E
queſto folido, e queſto ſpiritale, non t'im maginar, che fia dalla prima
naſcita, perchè tutto queſto l'altro giorno, o al più tre di fa dall'alimento;
e dall'aria attratta riceuè l'accreſcimen to. Dunque queſto, che ri ceuè fi
muta, non quello che la madre partori; e,fupponi, che - quello ti riduce affai
N 6 vicino alle qualità del ſug getto particolare, che a ri ſpettodi quello,
che ora fi dice, ſecondo la mia opinio, ncé nicnte. 8 Quelli titoli, che ti se
poſto dibuono, di modeſto, di verace, d'accorto, dipru dente, di magnanimo, au
uerti che giammai non ti ſi cambino, e,ſe li perdi, ſolle citamente torna a
ripigliarli. Ricordati, che col nome d'ac corto ti ſi ſignifica l'attenzio ne,
che tu deiporre per com prendere diſtintamente ciaf cuna coſa ſenza
abbarbagliar. ti la mente: con quel di pru dente, la ſpontanea approua zione
delle coſe, che dalla natura comune vengono di Itribuite: con quel di magna.
nimo, l'alcanzamento della particella del fenno ſopra i moti della carne, ſieno
aſpri, o morbidi, intorno alla glo rietta, intorno al morire, o a coſe si farte.
Se dunque tra queſti nomiriſtrigni te ſteſſo, e di riceuer queſti titolida al
tri non ambirai, farai yn al tro, e darai principio a dif ferente vita.
Concioſliecofa che il proſeguire d'eſſer come finora ſe'ſtato, e ſtraſcinarti
in tal vita, e imbrattarti, è da troppo inſenſato, e da in namorato del viuere,
e da fi mile a quelli che, combatten do colle beſtie, reſtano ſmoz zicati, i
quali,pieni di ferite, e di marciumi, ſi raccoman dano ad eſſere riſerbati fin
ål giorno ſeguente,per rigettar fi di nuouo, così come ſono alle
medefime'vnghie, e zan ne. Interna dunque te fteffo nella confiderazione di
queſti pochinomi, e ſe puoi man tenerti in quelli,fermati, qua fi traſportato a
ſtanziar' inal cuna dell'Iſole Fortunate.Ma fe t'accorgi chetu ſcappi fuo. ra,
e non reſti ſuperiorez riti. rati con ardimento in qual che cantone, doue
fignoreg gerai, quero in tutto eper tut to eſci di vita, non iſdegnan doti, ma
con ſemplicità, li bertà, e modeftia; mentre non hai pretefo altro in queſta
vita che di cosi vſcirne. A conſeruarti peròla memo ria di queſti titoli grande
mente t'aiuterà il rammentar. ti degl'Iddij; e come quelli non vogliono eſſere
adulati, ma chei ragioneuoli tutti so afſomiglino a loro. E come ! 1 il fico fa
quello, che appar tiene al fico, e'l cane opera da cane, e l'ape da ape, così
Phuomo da huomo. 9 Il giullare, la guerra, lo, sbigottimento, il terrore, la
feruicù ſcancelleranno coti dianamente da te que' ſacri decreti,che tu
eſaminator del la natura ti fe'nella mente tra ſmeffo coll'immaginazione. Però
abbiſogna conſiderare il tutto, e operare in modo che inſieme s'habbia da
adempie re quello, che la congiuntura porta, e che nell'iſteſſo tempo ciò che
s'è fpeculato ſi metta in opera; e la franchezza, che s'acquiſta dalla ſcienza
in torno a ciaſcuna coſa, fi con ferui occulta sì, ma non - for terrata. Dunque
quando go derai della ſemplicità? quai do della grauità d e quando della
notizia di ciaſcuna coſa in particolare, quale ſecondo la ſua ſoſtanzia ella fi
fia, e qual luogo habbia nel Mon do, e per quanto debba du rare, e di quali
coſe ſia com poſta, e chifia' per hauerla, e chi fienoquelli che poſſono darla,
e ritoglierla a · 10 Il ragnetto grandemen te s'infuperbiſce per hauer predato
vna moſca: ma vna perſona pervn leprotto, altri per vn'alice prefa nella rete,
e altri per i porcaftri,. vn'al tro per g’orſie altri per i Sar. mati. Non
faranno queſti la droni fe eſaminerai i conce pimenti della mente loro? 11
Seruiti del metodo fpe culatiuo, oſſeruando, come tutte le coſe in fe
RECIPROCAMENTE fi trafinutano, e di con. tinuo ſta applicato,e intorno a queſta
parte eſercitati; im perocchè niuna coſa ti cagio nerà altrettanto la magnani
mità. Del corpo ſi Spogliò. E conſiderando, come ben pre ſto partendo dagli
huomini, gli biſognerà laſciar'il tutto, ſottopoſe intieramente ſe ſteſ ſo alla
rettitudine ', nell'ope rar quello, che da luidepen de, e alla natura
dell'vniuer ſo negli altri accidenti. Ma che dica alcun di lui, ouero creda, o
faccia contro di lui, ne pur colla mente vi bada: contento di queſte due coſe,
dell'operare giuſtamente ciò che al preſente opera; e di compiacerſi di quello,
che a lui preſentemente vien diſtri buito, e libero da ogn'altra occupazione, e
ſtudio, non altro vuole che paſſarſela dirittamente in vigor della legge e
ſeguir Dio, che a dia rittura cammina. Perchè hai da vſare il ſoſpetto, quando
ti è lecito di conſiderare quel che ſi dee operare e fe lo conoſci, proſeguirai
in quel lo dibonariamente, e fenza mai voltarti indietro: ma fe tu non lo
conoſci, trattieni il giudicio, e feraiti di confi glieri ottimi. Se poi ii
ſucce dono in contrario di queſto altre coſe, cammina pruden temente fecondo
l'occaſioni, che ti s'offerifcono,adcrendo al giuſto, che fecondo l'appa renza
ti fi porge innanzi: per chè è boniffima coſa arriuare a quello, nel quale il
non ac certare ſia caduta. Quegli, che in tutto ſegue la ragione è inſiememente
agile, e poſa to, e vnitamente viuace, e co Itante. 12 Subito che dal forno ſe
fuegliato interroga te fteffo, ſe hauratti a importare, che quello che è giuſto
é, retto, da qualch'altro fi efeguiſca? Non t'haurà a importäre. Ti fe'forſe
ſcordato, che queſti, i quali ſi vanagloriano nelle lodi, e ne biafimialtrui,
tali ſono nel letto, e tali nella menfa: e quali coſc fanno, quali fuggono,
quali ambi fcono, quali naſcondono quali rapiſcono', non con le mani, o'con i
piedi, ma con la digniffima parte di loro, colla quale,volendo jacqui ftar
potevano la fede, la mo deſtia, la verità, la legge, e'l buon genio. 13 Il ben
diſciplinato, e modefto,dice alla natura,che da il tutto, e riceue: Da ciò che
vroi,ritogli ciò chevuoi:ne queſto dirà con tracotanza, ma con pura obbedienza
pienezza di gratitudine verſo quella. 14 Poco è quello che ti re ſta;paſſalo
come tu ſteſſi in vn monte: imperocchè niente importa che qui, o lì fi ftia,
quando doinunque fi fia, s'ha da viuere nel Mondo, come in vna Città. Veggano,
eri conoſcano gli huomini yn huomo vero, che viua con forme alla natura. Se non
lo ſopportano, l’ýccidino: per chèqueſto èmeglio che viuer nella maniera di
quelli. !! 15 Tu non timpiegherai più tutto in difcorrere qual fia, l'huomo
dabbene, ma proccurerai d'eſſer tale. 16 Conſidera del continuo tutto l'euo e
la ſoſtanzia vni uerſa; e comeognicoſa par ticolare riſpetto alla ſuſtan zia è
come vn granello di mi glio; e riſpettoal tempo vn roteare di trapano: e appli.
candoti a ciaſcuna delle coſe prelenti, conſiderala già nel disfacimento, e
nellamuta zione, e comenella putrefa zione,o diſlipazioncs o ſecon do che
ciaſcuna coſa è ſtata fatta in ordine al finire. Con. ſidera quali fono quelli,
che, mangiano,che dormono, che attendono alla generazione, che mandano fuori
gli cſere menti, t. altre coſe fimili: appreſſo quelli cheſignoreg: giano gli
huomini, e s'inſu perbiſcono, o li ſdegnano, e come fuperiori inſultano, e pure
poco innanzi a quanti feruiuano, e per quali occa fioni, e di quì a poco in che
fi ridurranno Ad ognuno conferiſce quello, che apporta a ciaſcu no la natura
dell'vniuerfos, e allora conferiſce quando ella l'apporta. La terra ama-cer.
tamente la pioggia, amaque ftaianco l'almo etera, amai Mondod’eſeguire
quelloche ha da effere lo dico dun que al Mondo: '10 ti Tono compagno nell'
amore. Non fi fa ancora queſto se fi dice; che s'ama di far quefto; 0 quello 18
O quà tu viui, e a queſta vita fei di già accoftumato, o elci di effa, e ciò
era quello, che tu voleui, e hai finito l'officio tuo; fuori di queſto non c'è
altro. Dunque ita di buon animo. 19 Habbi ſempre per cui dente, che ogni luogo
è fi mile ad vna campagna, e che tutte le coſe rieſcono le me. deſime a chi
ſtia fopra ad vn alto monte, o sul lido del mare, o douunque ti piaccia. Perchè
chiaramente incon trerai da pertutto quello che diſie Platone: la greggia Ata
torniata di fiepi? ful monte 501 Che coſa è in me la mérite mia 2 e quale ora
io la fac cio? Ache di quella di pré fente mi ſerito a forfe, che è qualche
coſa vacua d'ogni in telligenza? forſe è qualche cofa diſciolta, e diſtratta
dalp accomunamento di forfu qualche coſa liquefatta,e me ſchiata nella
carnuccia,ſicchè habbia da commutarſi con quella? 20 Chi fugge dal padrone
chiamafi feruo fuggitiuo: la legge è la padrona, echi ope ra contro la legge, é
fuggiti. uo. E inſieme, chi ſi da alla malinconia, o alla collera, o al timore,
per qualche coſa delle ordinate, che già ſon fatte, o fi fanno, o ſono per
farſi da quello, che governa il tutto, che è legge, così det ta dal diſtribuire
a ciaſchedu no quello, che gli vienę. Chi dunque fi daal timore; o alla
malinconia, oall'ira è feruo fuggitiuo 21 Depofto che alcuno ha lo ſperma
nell'utero, fi dipar tegte appreſſo, qualch'altra cagione raccogliendolo, lo
perfeziona, e compie il feto: di qual materia? è quale è? ſimilmente tramiſe
l'alimento per la gola, e poi qualche altra cagione raccogliendolo, produce il
ſentimento, l'ap petito, la vita, e la robuſtez za, e altre coſe (c quante, c
quali? ) Biſogna dunque, che tu contempli quelle co fe, che ſotto tal copertura
ſi fanno, e in queſta manicra ri conoſcere la facultà come noi vediamo, c
quella cheaggra ua, e quella cheſolleua, non con gli occhi, ma non meno
euidentemente. 22 Del continuo conſidera, come tutte le coſe ſono tali, quali
ora ſi fanno, e già ſono ſtate; e conſidera quelle, che ſono per eſſere, erappreſen
O tatele auanti agli occhi come intiere fauole, e ſcene, cun forme alle coſe le
quali o per tua eſperienza, o per antichi racconti ti fono note. Verbi gratia
tutta la Corte di Adria no, tutta la Corte di Antoni no, tutta la Corte di
Filippo, di Alessandro, di Creso, poi chè tutte quelle erano l'iſteſ fe, che
queſte, variando ſolo ne'perſonaggi. Immaginati, che que gli, il quale per
qualſivoglia coſa ſi rammarica, e s'afflige, è fimile ad vn porcello, che fi
macella calcitrante, e gru gnente; ne è diuerfo chì pian. ge solo ſopra il
letto con si lenzio la noſtra dappocaggi ne; e immaginati, che al fo lo animal
ragioneuole è con ccduto d'accomodarſi volon ta hi volontariamente agli accidenti, e l'
accomodarli ſemplicemen te è a tutti neceffario. In ciaſcuna delle coſe, bi che
tu operi applicando a parte a parte la mente, in tcrroga te ſteſſo, le la morte
01 pare terribile a cagione, che habbiamo a reſtare priui di e quella tal cofa.
25 Subito, che tu ti offendi per l'altrui peccare,, rientran do in te ſteſo, fa
tua ragione, 111 ſe in caſo fimilcru erri: come a dire giudicando, che ſia co
fa buona la moneta, il piace re, e la glorietta, e altre co ſe sì fatte.
Perciocchè con fi qneſta conſiderazione preſta mente ſmorzerai la collera,
venendoti inſieme in mente, che colui opera forzatamen te. Che ha egli dunque
da fare? ſe è in tuo potere, libe ralo dalla violenza. Vedendo Satirione, vno
de Socratici, immaginati o Eutichete, o Himene: e ve dendo Eufrate, immaginati
di vedere Eutichione, o Sil uano: e vedendo Alcifrone, di vedere Tropeoforo; e
ve dendo Senofonte, immagi nati Critone, o Seuero: e ri mirando te ſteſſo,
immagina ti qualcheduno de ' Ceſari, e in ciaſcun altro qualche coſa {imile a
proporzione. Ap preſſo ti ſouuenga, doue ſo -no dunque quelli? o in nilt no, o
in qualſiuoglia luogo. Così di continuo vedrai le coſe humaneeffer fummo, vn
nulla; maſſime fe eandrai rammentando, che il mu tato vna volta per tutta l'infinità
de'ſecoli non tornerà ad accadere. E tu quanto tem po ſtarai a mutarti? perchè
dunque queſto breue tempo non ti baſta per degnamente paſſarlo? qual materia, e
qual foggetto abborriſci? che al tro ſono tutte queſte coſe, che eſercizij
della ragione, la quale accuratamente ha con fiderato, e diſcorſo ſopra la
natura di quello, che è nella vita? Perſiſti dunque finchè tu ti renda
famigliare queſti, in guiſa d'vn gagliardo ſtoma co che ognicofa abbraccia, e
come il chiaro fuoco di qua lunque coſa, che tu gli butti dentro ne forma
fiamına, e fplendore. Non poſſa alcun veritie ro dire di te, che tu non se {chietto,
o huomo dabbene. Il Do le ai 0 3.ma mentiſca chiunque di te ha fimile opinione.
E rutto queſto è in tuo potere. Per chè chi t'impediſce, che non fij huomo
dabbene, c ſchiet to? A te folo ſta lo ftatuire di non voler viuer più, ſe tik
pon farai tale: imperocche non comporta la ragione, che tu non ſij tale. Che
coſa è, che ſi pora fa intorno a queſta materia rettiſſimamente operare, je
dire? qualunque coſa queſta fia è lecito di farla, e dirla, e non metter
préteſto d'effe re impedito. Non prima cef ſerai di lamentárti, che tu ſij
ridotto a queſto, che quale è agli huomini voluttuoſi il luſſo, queſto è a te
l'operare nella ſoggetta, e ſommini Itrata materia, conneniente alla conſtituzione
humana Imperocchè s'ha da concepi re perdelicia tutto quello, che farà lecito
d'operare con forme alla propria natura, e queſto è lecito in ogni luogo.
Perchè al cilindro non è con ceduto di portarſi per qualſi uoglia luogo col
proprio mo. to, come ne meno all'acqnas ne al fuoco, ne ad altre coſe, le quali
ſono rette dalla na tura, o dall'anima irragione uole; eſſendo molti li rat
tenimenti, e gli oſtacoli:ma la mente, e la ragione può. penetrare pertutti
gl'impedi menti, ſecondo la ſua natura, e a ſuo beneplacito. Queſta facultà,
poſta che tu te Phai innanzi gli occhi, fecondo la quale la ragione potrà
portar fi per tutto, come il fuoco in 04 alto, come la pietra al baſſo, come il
cilindro per dio, nicnt'altro ricerca. Per chè gli altri impedimenti che.
procedono o dal corpo, ch'è yn cadauero, o ſenza l'opi nione, e inchinamento
dell' iſteffa ragione, non fanno. leſione, ne apportano danno alcuno,
altrimente a yn trat toil patiente di quello diuer rebbe cattiuo: perciocche in
tutti gli altri apparatid'opera, quel danno, che ad alcuno auuiene rende
peggiore quel lo, che lo patiſce. Ma quì, le è lecito il dirlo, ſi fa l'huo. mo
migliore, e più degno di lode, ſeruendoſi rettamente di queſti incontri. In
ſomma ricordati, che a colui, il quale è per natura cittadino, nien te nuoce,
che alla Città non 1 nuoca: e a queſta non fa dan no chi alla legge non fa dan
no. E niuna di queſte, che chiamano difgrazie offende la legge. Quello dunque
che non offende la legge, non offende ne la Città, ne il cittadino, - 29 A
quello che gia è toc co da veri dogmi, è fuficien te ogni piccoliffimo, e ordi
nario incontro per ricordarli di sbandire ogni dolore, e ti more. Quale è
queſto? Delle foglie altre il vento a terra abbatte, Altre produce il
verdegiante bosco; Quando la primauera fa ritorno. Cosi ſuccede alla natura
lumana', Che mentre Spriiita l’vil, l'altro; dien em. Fogliucce fono i tuoi
figlio lini: fogliucce ancora que fti, alle acclamazioni de qua 70 ol 70. di ite
yle 00 05 322 quali ſi da tanto credito, e che parlano bene del fatto tuo; o
pure per lo contrario quelli, che maledicono, o tacitamente biafimano, o di
leggiano:fogliucce ſimilmen te ſono quelli, i quali aderi ranno alla tua fama
dopo la tua morte. Perchè tutte que fte coſe naſcono al tempo della primavera,
dopo il ven to le butta a terra, e appref fola felua in luogo loro altre
produce. La breuità del tem po'è a tutti comune. Ma tu ogni coſa fuggi, e
appetiſci tutte le cose, quafi chefoffero per eſſer perpetue. Tra poco tu
ferrerai gli occhi, e vn al tro piangerà quello, che ben preſto ti porterà alla
ſepoltu. 30 L'occhio fano è dime ra. Itie ftiere, che veda tutte le coſe
viſibili; e non dire: Amo ve dere il verde, che queſto è perchi patiſce di
viſta; e l'v dito fano, o l'odorato biſo gna, che ſieno pronti a tutte le coſe
da vdirſi, e da odorar fi; e lo ſtomaco ſano a tutte le cofe, che nudriſcono:
pa rimente, come yna macina dee eſfer ammannita per tuta te le coſe da macinare,
nell' ifteſſo modo la mente ſana dee effer difpoſta a tutti gli auuenimenti;
maquella, che dice: Sieno faluii figliolini, e tut ti lodino quello, che io
farò; fono occhio, che cerca il verde, o denti, che cercano il tenero. Niuno è
talmente feli. ce, che qualcuno di quelli, che ſi truouano alla ſua morte O 6 non
ſia per godere di qucl. cattivo accidente. Era egli di valore, era fauio? non
fa rà alla fine chi del medeſimo fra feſteffo dica? reſpireremo pur una volta
da queſto pedante, Non era faſtidioſo con alcuni di noi, ma io m'accorſi, che
tacitamente ci riprendeua. E queſto d'vn huo mo di valore;main noi quan te
altre coſe ci ſono, per le quali molti bramano liberarſi da noi? queſto dunque
confi dererai nel punto del morire; e meno trauaglioſo ti riuſcirà diſcorrendo
come ſegue. Da quella vita io parto, dalla quale quelli, che meco co municano,
e per li quali ho trauagliato intante cofe, ho pregato, m'ho preſo tanti
penſieri, quegl'iſteſſi deſide rano ich DO 100 Ilo son O le rano, che io me ne
vada, fpe randone facilmente da que ſto qualche ſollieuo. Chi dunque non
saccomoderà a non far più lunga dimora in queſte parti? Non partirai per ciò da
quelli men verſo foro benigno; majconſeruando il proprio tenore, amoreuole,
beneuolo, e propizio: e non come ſe foſli per forza ſtrap pato, ma come a
quegli, che felicemente trapaſſa, facil mente l'animuccia ſi diſtacca dalcorpo,
così biſogna, che fi faccia queſta ſeparazione. dalle coſe preſenti; giacchè la
natura con quelle ci vnì, e congiunte. Doue ora ti diſ giugne? mi diſgiungo
perciò, come da famigliari, non già con renitenza,ma fpontanea mente; poichè
queſto anco rfi [ rà 12 y 0 0 ti ra è vna delle coſe conformi alla natura. 32
In tutti gli atti, che da ciaſcuno ſi fanno, cerca d'af fuefarti, per quanto
c'è poſsi bile, di ricercar dentro di te: Il tale fa quefto, per qual ca gione?
comincia però da te medeſimo, e printieramente eſamina te fteſso. Ricordati,
che, comequelle cordicine, che tirano i bambocci, non appaiono, così quello,
che t'addolora, è dentro nafco fto. Quello è la perfuafiga, quello è la vita,
quello, ſe conuiene cosi dirlo, è l'huo mo.Non fantaſticar dunque di quello,
chea guiſa di vafo ti circonda, e di queſti inſtru mengucci, che attorno a te
fono formati; poichè queſti ſono ſimili all'aſcia, folo in 1 1 ciò diffcrenti,
che ſono con naturali. Mentre ſenza la ca gione, che gli muoue, e rat ticne,
non è maggior l'vtile, che da queſti membri s'ha, di quello, che ne ha la teſli
trice dalla fpola, gli ſcrittori dalla penna, e dalla fruſta i ! cocchicro. E
proprietà dell'anima ragioneuole ſono, il ri mirare ſe ſteſſa, ſe ſteſſa minu
tamente ricercare, fare fe fter ſa quale più a lei piace:il frut to,ch'ella
produce lo produce a ſe ſteſſa (giacchèi frutti del. le piante, e ſimilmente
quelli degli animali, altri godono ) in qualunque luogo le ſoprau uenga il
termine della vita, arriua ella al fuo proprio fine: non come ne i balli, e
nelle rappreſentazioni, e in fimili coſe, nelle quali, ſe qualche impedimento
s'intrapone,tut ta l'azione rimane imperfetta: ma ella in qualſiuoglia parte, e
douunque s'interrompa,ren de tutto quello che ſe le pro pone innanzi perfetto,
e non biſognoſo di coſa alcuna; ſic chè può dire; lo poſſiedo il mio. In oltre,
traſcorre per tutto il Mondo, e per lo va cuo, ch'è intorno ad eſſo, e al la di
lui figura: ella s'eſtende nell'infinità de'ſecoli, eleri generazioni di tutte
le coſe, che a certi giri de' tempi ſi fanno, comprende, intende, e diuiſa, che
niente più di nuouo ſono per vedere i po ſteri, e niente di più videro i.
noftri aſtepaſſati: ma in certo modo chi haurà quaranta an ni, s'ha fior
d'ingegno, haurà veduto tutte le coſe paffare, future, per la ſomiglianza tra
effe. Di più è proprio del l'anima ragionevole amare il proſſimo, effer verace,
mo deſta, e non iftimare niuna co. ſa più di ſe ſteſſa. Il che è proa prio
ancor della legge. In queſta maniera tra laretta ra giòne, e tra la ragione del
la giuſtizia non è differen za. 2 Sprezzerai il canto Infin gheuole, il faltare,
e'l pan crazio, cioè l'eſercizio degli atleri: ſe tu ſpartirai la voce
armoniofain ciaſcuno de'tuor ni, e in qualſiuoglia di quelli interroga te
fteffo: Se da quel lo tu refti vinto; perchè in ve ro te ne vergognerai. Nell' eſercizio
del ſaltare farai l'i ſteſſo a proporzione, a cia ſcun moto, egefto; il medefi
mointorno al pancrazio. In ſomma, in tutto quello, che e fuori della virtù, o
da quel la non deriua, ricordati di traſcorrerlo a parte a parte; e con la
diuiſione di quelle ver rai a vilipenderlo. E queſto l'hai da traſportare
allvſodi tutta la vita 3 Quale è l'anima, che ſta pronta, fe già bifognaffe, a
fcioglierſi dal corpo, o eſtin guerſi, o diſliparfi, o a rima nerui? pronta,
dico, ma che tal prontezza prouenga da vn particolare diſcernimento di mente,non
da vna nudacapar. bietà, comeè quella de'Chri ſtiani, mi conprudente diſ corſo,
e maturità da poter ciò perfuadere ad altri ſenza tragica impreſione, 4 Operai
qualche cofa ap partenente al comune? Dun que n'ho ritratto dell'vtile. Queſto
ſia fempre alla mano in ogni occorrenza,fenza mai traſcurarlo. Qual'è il tuome
ſtiere? l'eſſer buono; ma que fto non ſi fa bene, ſe non per mezzo delle
fpeculazioni, e maſſime, o intorno la natura. dell'vniucrfo, oltero intorno la
propria conſtituzione della huomo. 5. Al principio furono in trodotte le
Tragedie, per rammemotar agli huomini gli accidenti; e che queſti così
naturalmente, loro fogliono auuenire. E acciocchè quelle coſe, che ſu le ſcene
vi ricre aſſero l'animo, non vi contri-, ftal ila NO jai 76 il Her e ftaffero
nella ſcena maggio re, Perchè vedete eſſer così neceſſario che queſte coſe in
cotal modo ſi terminino; e così le comportano quelli, che eſclamano:Oh
CitheroneE fi dicono alcune coſe vtil mente da quelli, che com pongono ii Drami,
quale è particolarmente quella. Che di me cura, ne de’mieifigli uoli. Non ſi
prendan gl'Iddi ragion il vuole E parimente Che con le coſe diſdegnar non lice.
E Cheſi mieta la vita,come ſuole Matura spiga. 119 e altre coſe ſimili. Pure
dopo la Tragedia fu introdotta l'antica Commedia hauente vna libertà di
maeſtreuol 10 2 Blo cer li si 0 mente correggere, rammen tando non inutilmente
col fuo retto parlare la modera zione del faſto; al quale me defimo fine in
qualche modo Diogene ſe ne valeua. Dopo queſta conſidera quale è la Commcdia
mezzana; e ap preſſo la nuoua, a che fine fu poſta in vſo, o come a poco a poco
per l'arte, e applica zione dell'imitare ſubcntrò; mentre ſi ſa, che anco da
que TE fte fi dicono alcunecoſe gio fe ueuoli; ma l'vniuerſale inten to di tal
forte di poeſia, o rappreſentazione mimica a qual ſegno hebbe la mira? C 6 Come
truouafi euidente non ci eſſer altro modo di vi PE vere tanto a propoſito per
fi po loſofare di queſto, nel quale VE tu se'di preſente? to ta 7 II zenu co
TIE • H 0 - Mode 7 Il ramo non ſi può ſchian tare dal vicino ramo, ſe non fi
diſtacca inſieme da tutta la pianta; cosìyn huomo non ſi può difceuerare da vn
altro huomo, ſe non ſi ſepara dalla comunione. Il ramo dunque Jo diuide vn
altro, ma l'huo mo li ſegrega da per ſe ſteſſo dal proſſimo, con odiarlo, e
renderſigli auuerſo. Però non ſi auuede, come dalla gene rale cittadinanza ha
ſeparato ſe ſteſſo E nulladimeno quella è yn dono particolare di Gioue il quale
ha conſtitui to queſta comunicazione. Concioffiecolache è lecito di nuouo
ricongiugnerſi col proſſimo, e dinuouo incor porarſi colla perfezione dell'
vniuerſo; ma ſe ſimile ſepa razione fi fpeſſeggia, fi rende ľu più niC di le ds.81
tra tutduqunat più dificile il riunirſi, e'l tor nar a rallignarſi. In ſomma il
ramo, che da principio ger minò con l'altro, e como conſpirando conſiſte, non é
fimile a quello, che dopo il taglio vn altra volta è ſtato inneſtato. Il che
pur dicono gliagricoltori. Biſogna effe re dell'iſteſſo germoglio, ma non
dell'iſteſſa lembianza. Quelli, che ad impedirti ti ſi frappongono, quando tu
cammini conformealla retta ragione, ſi come non ti po - tranno trauolgere dalla
fana operazione, così non t'han no da ritirare dalla buona vo lontà verſo di
loro: ma cuſto diſci te ſteſſo egualmentenel I'vno, e nell'altro; ne folo
colcoſtante giudicio, ecol l'azione, ma col portarti per9 all anttö ting
allaOr? allo tejla -1 man zumail coloro, che ſtudiano d'impe manſuetamente
ancora verſo 1 tor ger COM 1100 opo il Stato, ma d. dirti dirri, o in altro
modo ti mo leſtano Imperocchè così è da animo iinpotente lo sde gnarſi contro
di quelli comeil tralaſciar di operare, e abbat cono i tuto arrenderſi. Perchè
amen. effe due abbandonano il poſto, queſti intimorito, quegli alie nato dal
congiunto, camico per natura, 9 Niuna natura è inferiore retta all'arte; concio
liecofache le arti imitano le nature. Sc pe Cana rò queſto è, la natura perfet
tiffima tra tutte l'altre, e che il tutto abbraccia, non cederà Ao alla più
atificioſa induſtria. Ora da tutte le arti in ordine alle coſe migliori ſi
fanno le inferiori.Dunque anco dal la natura comune; donde é, P che Jo tu ipo
han vo nel ! olo 04 arti ſo & 11 re
M che da quella deriua la giu ſtizia, e da queſta poi tutte le virtù hanno la
ſua ſufiften za. Perchè non ſi conferucrà il giuſto, fe o alle coſe di mez zo
troppo attribuirem'o, o fa remo facili a prender errore, ead cſſer temcrarij, e
muta bili. 10 Se non vengono a te le coſe, delle quali il proſegui mento, o la
fuga ri perturba 110, ma tu in certo inodo a quelle ti conduci, dunque il
giudicio intorno ad eſſe s'ac quieri, e quelle rimanghino immote, e tu non
ſarai vedu to, neappetirle, ne fuggirle. La sfera dell'anima è luminosa, quando
ella non ſi eſtende fuori a qualche co fa, ne dentro ſi ritira, o fr conſtipa,
ma riſplende con P d d. a 0 fc PE 9 mi ch ch quel a Giv tutti Tilter TUOTI
Legii proccurerò di eſſer manſueto, quel lume, col quale ſcorge la verità di
tutte le coſe, e quella, che è in lei medesima.Mi fprezzerà talvno? ſe
n'accorgerà cgli. Io mi guarderò bene, che niſſuno mi truoui o opcrare, o parla
re coſa degna di diſprezzo Miodierà? guardiſi egli. Io mez ot TOTE, MUT tele
urb.2 do 1 quei rhino reche e di eſſer di buon volere verſo di ognuno, e con
queſto me deſimo ancora pronto a farlo accorgere detfuo trauedere, non per modo
di rinfacciare, o di far moſtra della mia fof. ferenza; ma con ingenuità, e
probità, nell'iſteſſo modo di quel Focione, ſe pure non fi mulaua. Perchè così
biſogna, che ſieno le coſe interiori, e che l'huomo ſia veduto dag! P 2 Iddij
irle 1.2 € 1101 CO 0 h C011 I iddij, così diſpoſto a non ri ceucre coſa alcuna
con iſde. gno, con querele. Poſcia. chè di che danno è a te, ſe tu fteſſo fai
al presére quello, che e proprio della tua natura? non accetterai tu ciò, che
ora è opportuno alla natura dell' vniucrlo, o huomo ordinato per far qucllo,
che conferiſce al comune 13 Quelli, che l'vn l'altro fi difprezzano, l'un
l'altro fi luſingano: e quelli, che cer cano diſoprauanzar l’yn l'al tro, l'vn all'altro
ſi ſottomci tono. Quanto rancido, e non ſincero èil dire: Miſono propoſto di
portarmi teco ſchiettamente. Che fai, o huomo? non è di me ftiere far queſto
prologo: apparirà da per ſe. Nella fronte iſtekla dce eſſere ſcrit ta la voce.
Quello, che hai dentro, ſubito viene eſpref fo negli occhi, come nel lo ſguardo
degli amanti il tutto fubitamente conoſce Pamato. Tale inſomma biſo gna, che
ſia il fincero, e buo no, che ſappia vn poco di ca prino; acciocchè chi ſe gli
ac coſta, nell'iſteſſo primo in contro voglia, o non voglia, al fiuto lo
riconoſca. L'affet tazione della femplicità è vn ferro traditore. Niuna coſa è
più brutta, che l'amicizia lu pina. Fuggila più di ogni al tra. Gli occhi del
buono del ſemplice, del manfueto han no queſto chenicite in quel li ſi naſconde.
15 La facultà di vinere ot timamente è poſta nell’anima. Se pur le coſe
indifferen ti le piglia indifferentemente: e le prenderà indifferente merte, ſe
ciafcuna di quelle contemplerà ſeparatamente, e con riguardo al tutto ricor
dandoſi, che niuna di quelle può formae in noi l'opinione di ſe ſteſſa, ne a
noi venire: ma quelle ſtanno ferme,e noi fiamo quelli, che formiamo i giudici
di quelle, come in noi dipignendole; mentre è lecito laſciar di dipigaerle, è
lecito ancora,ſe furtivamente s'infinuaffcr, o di ſubito ſcan cellarle. Che
queſta attenzio ne ſarà per corto tempo, e appreffo terminerà la vita. E che
difficultà ci è in ben pi gliar queſte coſe concioſie cofache ſe ſono ſecondo
la naturai, habbile care, e ti 8 a I rega antes cate uck Ente; ca uelle vant 1
enoi moi ne if färanno facili; ſe ſono contro la natura, cerca quello, che ſia
ſecondo la tua natura, e intorno a queſto ſtudiati, an corchè ſia ſenza gloria,
eſſen đo da vſare indulgenza con chi cerca il proprio bene. 16. Conſidera donde
ciaſcu na coſa è venuta, e di quali fubbietti ciaſcuna conſiſta, e in quali ſi
muti, e mutandoſi quale ſarà, c come non ſog opere di giacerà a dannoniuno. E
pri ma qualabitudine ſia in me verſo di quelli, eſſendo che ſiamo nati vno a
prò dell'al tro; e ſecondo vn altra 'ragio ne ſon fatto per preſedere a quelli,
come ariete al greg: ge, o toro all'armento. Poida queſto paſſa a raziocinar
più alto ', che ſe non è vn concor fo diatomi, è la natura, che: legi ente car Slicet
ndo ed P4 il tutto regge; e ſe ciò è, l'infe. riori coſe ſono fatte per le mi
gliori, e queſte l'vna per l'altra. Secondo offerua, quali ſie no nella menfa,
quali nel letticciuolo, e in altri luo ghi, ma ſpezialmente quali neceſſità
apportino loro i dog mi, che effi fi ſono profiſſi, e con quanta preſunzione
met tino in opera quegl' ifteffi lo ro decreti. Per terzo. Se quelli retta
mente queſte coſe operano, non è da diſpiacerci; ma fe non rettamente, chiara
co fa è, che operano per for za, o per ignoranza; perchè ogni anima dimala ſua
voglia reſta priua come del vero,co sì di comportarſi con ciaſcu no fecondo la
ſua conucneuo lezza; e perciò prendono a ma , afe ml 12 fit re 110 cal 105 et
FO male l'eſſer chiamati ingiuſti, ingrati,auari,e al tutto procli ui al
peccarecótra de proſſimi. In quarto luogo. Che tu ancora fai di molti errori, e
come yn aftro di loro pecchi; ſe da alcuni errori ti aſtieni, tuttauia hai
l'abito di com mettergli, quantuinquc per cagione di tinore, o di glo ria, o
d'altro ſimile vizio tu ti rattenghi da si fatti crrori. Per Quinto. Che manco
hai ben penetrato, ſe errano: auuenendo molte volte, che lo fanno
diſpenſatiuamente; c in ſomma è neceffario d'ap prendere molte coſe auanti di
pronunciare aſſeuerante mente delle azionialtrui. Per feſto.Che quando fuor di
miſura tir ti degni,o da im pazienzia fei prcfo,fouuenga DI H ľ ¿ 2 P 5 tia 346
[ f fi ti, che la vita humana è mo montanea; e che tra poco tut ti ſtaremo
diſteſi. Settimo. Che non ſono l'o perazioni loro ', che ci pertur bano;
imperocchè eſſe ſono nelle menti di quelli, ma ben sì i noſtri apprendimenti.
Deponili dunque, e conten tati di laſciarne il giudicio, come di coſa a te
graue; e la collera farà ſùanita. Or bene in qual maniera li deporrò?
diſcorrendo;che non té inter. venuto niente di diſdicevo le; poichè ſe non
foſſe fe nori quel ſolo ', ch'è diſdice uole,male', néceſſario fareb be, che tu
in molti modi pec cafſi, diuenendo ladro, e af fatro ſcelerato. Qttauo. Quanto
fono coſe più graui quelle, che apport tano C t t C te al more f per le 30 tano
per cagionc loro i cor rucci, e languſtie dell'animo, che non ſono le coſe i,
quali ci contriftiamo, c adi riamocon quelli. Che la manſuetudine.è
inuincibile, quando ſia fincera, e non affettata fimulata. Che ti farà vno per
fouerchieuoliſſimo, che cgli fi fia:, ſe tu perfeueri d'eſſere con lui
piaceuolc? E, ſe così t'auueniffe, placidamente l'aer uertirai ', e meglio
l'inſegne rai', attendendo a ciò quieta mente in quell'iſteſſo tempo ni che
colui fi ftudia di fare a re il male, dicendogli tu:: Non figliuolo, noi
ſiamoprodottiat altre coſe. Io non rimarrà l'offeſo, ma tu bon fi,figliuolo; e
con de ſtrezza e fommariamente gli moſtrerai, che la cofa paf P 6 ſa cosi. E
che ne le api ciò fanno, ne niuno di quegli animali, che per lor natu ra
inſieme ſi congregano E però di biſogno, che ciò ſi faccia lontano
dall'irriſione, o dall'improperio; ma ami cheuolmente, e ſenza mor dergli
l'animo, e non come nelle ſcuole, ne acciocchè altri, chepreſente ſia, faccia
delle marauiglie, ma a ſolo a ſolo, quantunque alcuni altri vi ficno intorno.
Queſti noue capitoli tiengli a mente, come doni a te fatti dalle Muſe: e yna
volta, men. tre se'in vita, da principio ad eſſer huomo. Però biſogna guardarſi
egualmente, come di non adirarti contro quelli, così di non adularli; perchè
l'vno, e l'altro ſono contro l'hu D. l'humana comunione, e tira no al danno. Ti
ſia in pronto, mentre ti traſporta la collera, che non è da prode huomo
l'adirarſi; ma la placidezza, e la manſuetudine, quanto più fono da huomo,
tanto più hanno del maſchio; poichè. queſti partecipa più della for tezza, e
della neruoſità, e det vigore, ma non già chi è ſdegnofo, e diſamoreuole.
Perché quanto più queſtoè proprio della tranquillità dell' animo, altrettanto è
ancora del vigore. E come la triſtez za è de deboli, così è la col lera.
Poſciachègli vni, e gli altri ſono feriti, e ſi arrendo no. E ſe ti piace, dal
principe delle muse riccuiancora que ſto Decimo dono: Che è da furioſo il non
volere j, che i cit 350 1 cattiui pecchino, concioffie colache in ciò fi
pretenda l'impoſſibile.Ora il concede re, che verſo gli altri ſieno tali, e il
volere, che contro di te non pecchino", è cofa da: huomo- ftolido, c.da
tiranno. S'ha del continuo da of ſeruare', eſfer principalmente quattro i moti
dell'anima. E quando tu li ſcoprirai, gli hai da ſcancellare; dicendo fra te
ſteſſo ſopra ciaſcuno. Queſta immaginazione non è necef-. ſaria: Queſto
diſcioglie la co -- munanza: Queſto non lo di rai di capo tuo;perché il non
dirlo da fenno, reputalo tra le coſe ſtrauagantiſſime: II quarto è, che tu a te
ſteſſo rimprouererai queſto eſſere yn dare per vinta la portione più diuina,
che in te è, e fot to و in te è, bench cometterla alla parte più i gnobile,e
mortale del corpo, e alle ſuematcriali voluttà. Il tuo spiritello e tutto
quello d'igncos che è in te miſchiato,diſua natura tende 1 in alto', nondimeno
per ob bedire all'ordinanza dell'vni uerſo dentro del miſto ficon tiene.
Ancora', tutto quanto di terreſtre, e d'humido, che tuttauia refta ſollevato',
e ſta non ſecondo il natural ſuo ſito. Così gli elementi ancora obbediſcono
alle cofe vni verfali, quando, douunque fieno traſportati, reſtano per
forza,finchè dinuouo lorven. ga fignificata la facultà di di fciorli. Dunque
non è egli mal fatto che la ſola tua par ce intellettuale ſia dura all'obbedire,
e che ſdegni la ſua re gione? e pure non ſe le ordi na niente di violento, ma
ſo lo quello, che é ſecondo la natura fua; tuttauia non vi s'accomoda, ma corre
al con trario. Concioffiecofache on gni commozione verſo l'in giuſtizie, le
lafciuie, i ran cori, c i terrori non è altro che vna riuolta contro la natura.
E quando la mente piglia mal volentieri qualche coſa di quelle, cheauuengono,allo
ra abbandona il ſuo poſto; giacchè quella è fata diſpoſta all'equanimità, e
pietà verſo gl’Iddij, non meno, che alla giuſtizia; perchè queſte ſono d'yna
tal forte, che tendono alla buona comunanza, e fo no più antiche delle iſtelle
opere giuſte. A cui non è ſempre vno, e'l medeſimo fine della vira, non può
eſſer vno, e'l medeſi mo per tutto il tempo della fua vita.Ma non baſta quefto,
che s'è detto, ſe non aggiu gni à quello, quale dee effere queſto fine.
Imperocchè co me non è ſimile l'apprendi mento di tutte le coſe, che in
qualſiuoglia modoalli più pa iono buone, ma di quelle di vna tal forte, cioè di
quelle, che ſon volte al comune, così anco il fine dee eſſere diretto alla vita
comune, e ciuile. Perchè chi a queſto indirizza - tutti i proprij appetiti,
rende rà vniformi tutte le azioni, ed egli in tal modo farà ſempre il medeſimo.
Conſidera il topo nion tagnolo, el domeſtico, e la 4 Vand S vana paura, e fuga
di queſto. Così l'opinioni del volgo chia. maua Socrate lamie, e spaventacchi
de'putti. I Lacedemonij negli ſpettacoli poneuano i fora ſtieri ne ſedili
all'ombra; effi ſedeuano doue a forte loro toccaua.. 22. Socrate riſpondendo a
Perdicca, perchè non andaua da lui, diſfc; Acciò io. non periſca di così infame
morte; mentre non po teſſi corriſpondere alla grazia, che riceueſji. Tra gli
ſcrittide gli E feij taua vn auuertimento y che ſpeſſe volte ſi ricordaſſero di
qualcheduno degli anti chi, i quali haueſſero eſſerci-. tato la virtù. I
pitagorici ordinavano, che di mattino si riguardatſe: ili 8 po fe BE il Cielo;
acciocchè ſempre ci ricordaſſimo di quelli, che ſempre ſimilmente, e nell'i
ſteifa maniera compiono l'o pere loro e dell'ordine, e del la purità, e
difuelamento; im perocchè niun velo hanno le feller 25 Ti fouuenga quale cra
Socrate cinto d'vna pelle, quando Santippe coperta del la di lui veſte vſcila
fuori di caſa; e' rammentati quello, che diffé Socrate alli compa. gni, che fi
vergognauano, e ſi ritirauano, quando lo vidde ro in tal'abito: 26 Non far il
maeſtro di fcriuere, e leggere ad altri, in nanzi che ſij ammacſtrato ciò è da
oſſeruare molto più nella vita. Seruo tu Lei peròparlar non dei. Allora io di
buon cuo re me ne riſto Rampognan la virtù con aſpri det ti. E' da pazzo
domandar i fichi l'imerno. Tale è chì quando non è più tempo d'ha: uerne,
deſidera yn figlioli no. Epitteto ammoniua quc gli, che baciaua il figliolino,
che diceſſe tra di fe: domanefor fi morrà. Sono parole di mal augurio coteſte?
Non è, di ceua cglig parlar di male au gurio vſar parole ſignificanti qualch'
opera conforme alla natura: altrimente il mietere le ſpighe, ſarebbe yn cattivo
augurio, L'vua è prima agre ſto, poi matura, e poi paſla. Ogni coſa foggiace a
mu tarſi, non nel non eſſere, ma in quello, che di preſente non è. Detto è
d'Epitetto, che Ninno è ladro della volonti. Vn arte, diſſe egli,s'ha da ritro
uare d'aggiuſtar gli affenfi, e in materia degli appetiti biſo gna conſeruare
l'attenzione, acciocchè ſieno con eccezio ne, e che s'indirizzino al be. ne comune,
e ſecondo la con ueneuolezza e totalmente aſtenerſi dall' auide voglie e non
iſchifare coſa alcuna, che non ſia in noſtro arbitrio. Non è dunque, diſſe egli,
la conteſa intorno ad vna coſa ordinaria; ma intorno all'ef fer pazzo, o ſauio.
Diceua Socrate, che anime volete ha uere, de'ragioncuoli, o degl'ir.
ragioncuoli de'ragioneuoli. Di quali ragioneuoli, de’lani, o de’deprauati?
de'fani. Per chè dunque non le cercate? perché le habbiamo:dunque a'che
contraſtate, e diſcor date? Fine del Libro Vndecimo, CO b pa te fa fa PI all
ace Vie LI 359 INO cercarei curse dike op. G là fta in tuo potere di poſſeder
tutte quelle coſe, alle quali anſioſamente bramafti con aggiramenti di
peruenire, ſe tu non inuidij a te ſteſſo: cioè a dire, ſe tu non farai più caso
di tutto il passato, e 1 futuro laſcerai alla pronuidenza,e'l preſente ſolo bu
indirizzerai alla ſantità, e alla giuſtizia. Alla ſantità, acciò tu ami quello,
che ti vien deſtinato; concioffieco C1 facció 0 li fache la natura ha portato
quello a te, comc te a quel to. Ma alla giuſtizia liberamente fuori d'auuilup
pamenti tu dica parlando la verità, c operi ſecondo la leg fi ge, e la
conueneuolezza. E non ti ſia d'impedimento ne l'altrui maluagità, ne l'opi
nione, ne le ciarle, ne meno ti il ſenſo della carnuccia teco connutrita. Però,
chi pati- re. ſce, cipenſi. Se tu dunque tú quando in qualſiuoglia tem po
t'approſſimi all’yſcita, ab bandonando tutte l'altre co ſe, solo stimerai la tua
mente, e quello che di divino è in te; e non temerai il cessar vna volta dal
vivere, ma il non haper cominciato giammai a vivere secondo la natura, ſa rai
huomo degno del Mondo, che le TOLE to mi che wani DI110 ne Oi 70 c0 ti chet ha
generato, e nonſarai più foreſtiere nella patria, e non ti marauiglierai,come
di coſe inopinate, di quelle, che alla giornata auuengono,'e finiraidi rimaner
ſoſpeſo per queſta, o per quell'altra co fa. 2 Iddio ſcorge tuttelemen. ti
diſpogliate de’yaſi materia li, delle corteccie e lordu re. Poichè con la ſua
ſola vir tù intellettuale attigne quel le coſe, che da eſſo ſcaturi rono, e
deriuarono in queſte eofe materiali. Il che,ſe tu ti auuezzerai di fare, ti
liberc rai da molti ſpafimi. Percioc chè chiriguardo non haalle carnucce chelo
circondano,fi tratterrà forfi a badare al ve ſtito alla caſa, alla gloria, é a
fimili abbigliamentie arredi? Tre ſono le coſe, delle qualitu fe conpofto, 'il
cor picciololo fpiritello, vela mente. Di queſte le prime duefono cue, finche
ta dilo To habbi cora. La terza fo la è propria rerire, tua. Setu fequeſtrerai
da te, cioè dalla tua confiderazione in tutte quelle coſe che alla faccia no, o
dicano, e quelle,'che Tu hai-detto e fatro, e que te,'che,comefe falfero per
auucnire, ti- boiterbhojne quelle ancora cheper lo cort picciuolo, che ti
circondala per Minneſtæto " piritello tohi tro tua vogliati fuccedchos de
quelle, che intenten einer hohen mente con vina contratttváre tiğine ſi
rivolgonoi, fieche; rendendo la potenza santé fertuale efente delle cofejohe
fono inſieme fatali, pura, eili ibera viuerà in fe fteſfa', ope rando: le cofe
" giufte, te rice uendo volentieri gli auueni menti, e proferendo la veri
tà: Se tu ſeparerai, dicdi, da quefta potenzaquefte. cofend elfæaderentiper
graditimpa zia, edaltempo, quelleche hanno da auuenire appreffo.. pilepaffate,
etiformerairale, qualeè la palla sfericadiem pedocle; Chestutta titanda guide
della-poluere, ch'attornojpelte rigiza, attenderai ſolo alviuere, the gu viui,
cioè al preſente, e po tmisfio alla morte viuendo trapalaretuttoquello che ti
reſta imperturbato gencroſa mente si emanſuetamente, fet condo il tuo genio.
Speffo miſonimarauiglia TO:, come ciaſcuno più di tut Q:2 ti ti ami ſe
ſteſſo; e come non dimeno tenga in minor conto l'opinione propria intorno a ſe
medeſimo, di quella degli altri. Se dunque Dio ſoprau uenendo, o vn macſtro pru
dente, comandi ad alcuno, che nulla dentro dife penfi, o diſcorra, che ſubito
l'ha conceputo, non lo palefi, non lo razterrebbe ne pure per vn giorno.
Cosìpiù temiamo di quello, che i proſſimi giudi cano di noi, che di quello, che
noi medeſimi giudichia mo.: 5 Come farà mai, cheha uendo ordinato il tutto
gl'Id dij bene, e con carità verſo l'huomo, queſto folo habbia no traſcurato,che
alcuni degli huomini, e molto buonije che colla diuinità hāno tenuto co
me 01 700 011 22 TU 101 olis ha On di me ſpeſſi commercij, e che
ſouentemente per l'opere fan te, e ſacrificij ſi ſono reſi à quella famigliari,
queſti, vna volta morti, non ſi facciano ritornare, ma rimangano del tutto
eſtinti? Queſto, ſe pu re così ſta, tu hai da ſapere, che fc altrimente
biſognaſſe, che foffe; l'haurebbero fat to. Concioffiecoſa che ſe era giuſto,
era poſſibile, e ſe era ſecondo la natura, l'haureb be prodotto la natura. Dal
non eſſer così, ſe così non è, tu ti hai da perſuadere non eſſere ſtato
neceſſario, che al trimente fi faceſſe. Imperoc chè tu ſteſſo t'auuedi, che ciò
ricercando, tu entri a con tendere in giudicio con Dio. Ma noi non
diſcorreremmoco sì con gl’Iddij, ſe ottimi, e Q 3 giufillimi non foſſero. E ſe
così è, nicnte ingiuſtamente hanno traſcurato, e irragio nevolmente negletto
nellab Tellimento dell'vniuerſo.. 6 Afſucfatti ancora a quel le coſe, delle
quali non bene ſperi.Imperocchè la mano fi miltia inabile per non eſſere aylata
all'altre coſe, reggeil freno più fortemente, che la deſtra, e queſto perchè vi
s'e ZUL Czzata. Penſa quale biſogna, che tú ti truoui,e del corpo,e del Panima,
ſopraggiunto che fą rai dalla morte: la breuità della vita, la vaſtità
de'ſecoli ayanti, e dopo, la debolez za d'ogoi materia. Content pla ſpogliate
d'ognicorteccia le caufalità, le relazioni dold' opere; che fią la fatica,
che'l piacere, che la morte, chela gloria: chi ſia a ſe ſteſſo cagio ne
deltrauaglio, e coine niu nofią impeditodaaltrise che ognicoſa lia opinione.
& Nell'vſo delle tue maffime è neceffario, che tų fij, limi le non
all'accoltellatore, ma al combattente maneſcamen. te con le pugną. Concioſſie
cofache quegli, ſe pone giù la 1pada, della quale ſi ſerue, re fta vcciſo, ma
queſti ſempre ha la mano, nę gli biſogna nient'altro, che ſerrarla. 9. Di
queſta fatta s'hanno a riguardar le coſe, diuidendo ke in materia, forma, e
rela zione Quanto potere hą l'huomo a non faraltro, faluo quello, che Dio ſia
per gradi re, e riceuere tutto quello, che Dio gli diſtribuiſca, con Q 4 forme
all'ordine della natu ra. To Non s'ha da querelarſi degl'Idij, mentre non ſono,
nevolendo, ne non volendo, ſoggetti ad errori; ne meno ſono da áccufare gli
huomi ni; perchè non peccano, fe non contra voglia, Diniuno dunque s'hanno da
far querele. Quanto è ridicolo, e ftra niero chi s'ammira di qualſi uoglia coſa,
che nella vita occorre! Oviè la neceſſità fatale e ordinazione inuiolabile, o
prouuidenza piegheuole, o confuſione temeraria ſenza gouerno. Se è neceflità
iné witabile, a che ti contraponi? ſe è prouvidenza che ammet tc eſſer piegata,
fa degno te ſteffo del fuſſidio diuino: ſe è confuſione ſenza reggimen to,
rallegrati, chein queſta tempefta tu medeſimo hai in te ſteſſo per gouernatrice
qualche mente: e ſe la tem peſta t'aggira, fia traportata la carnuccia, lo
ſpiritello, e l'altre coſe, ma la mente non farà traportata. Il lume della
lucerna, finché fi ſpenga, 'ri luce sì, e non perde lo ſplen. dore: ma la
verità, che è in te, e la giuſtizia, e la tempe ranza, anticipatamente s'e
ſtingueranno? Dove l'immaginazione concepiſca, che vno ha peca cato, rifletterò
donde ho,che queſto fia peccato, e ſe que gli peccò, ſe fi fia egli reſo reo
per quell'atto? perchè ciò ſa rebbe quali vn lacerarſi il proprio volto. Poſcia
rifletti, che chì non vuole, che'l cattivo, pecchi; è da raſſomigliarſi ad VCO,
che voglia, che l'arbo re de i fichi non produca il lattificio, e i bambini non
piangano, ei cauallinon ani triſching, e altre coſe taliche feguono di
neceſſità. Pero, che coſa ha da fare, hauen do contratto " va cotal mal
abito? Dunque, ſe ti ſenti da ciò, riſanalo. Se non conuiene, non do fare. Se
non è vero, non lo dire, ma l'appetito dia fox, to dite per conſiderare il gut
to che è quello, che fa im preſſione nella tua immaginas zione, e diſcutilo,
diuidenz dolo nel formale, nel mate, riale nella relazione neltem po, dentro al
quale quello ha da Vis petto? forſe cupidigia a forfe da finiie. Riconoſci una
vol ta, che in ce è vna coſa più eccellente, e più diuina di quelle, che te
paffioni in te cagionano. E in ſomma,quan te cofefono,che in qràge in la in
guiſa d'un bamboccio con de cordicelle ti abburattano. Che’çoſà è ora il mio
penfie rodforfe timore? forfe for. cofa alia fimile: 15 Primieramente penfais
che niente è a caso e niente, senza relazione. Secondaria mente chea niun altro
fine, che a quello della focictà fi riduc. Che non molto dopo niūno in niun
loco farai, ne pur cofa alcuna fari di tutte quelle, che orá vedi, ne al cuno
di quello che ora: vi -91 I Qo NOuono; conciofficcofache tut te le coſe ſono
nate per mu tarſi, trasformarſi, e perire, acciò altre per ſucceſſione ſe
guano. Ogni cosa è opinione,e queſta depende da te. Togli dunque, quando tu
vuoi, l’opinione; e, come chi volge al ridoſſo d'vn promontorio trouerai
ferenità ferma di tutte le coſe, e vn ſeno tran quillo.: -18 Vna, e
qualſiuoglia fi fia operazione che a ſuo tem po finiſce, nonpariſce danno niuno,
perchè finì; ne l'ope rator di quella, per hauer finito, patiſce mal alcuno. In
ſimil modo dunque il ſiſte ma, o fabbrica ditutte l'ope razioni, che è la vita,
ſe in qualche tempo finiſce, non rice etut or me erine Quel one, Togh oila
ageal torio ma Stra / di riceue alcun danno, percioca chè fini; ne quegli, che
in tal tempo terminò queſta ſerie, fu malamente trattato. Il tempo, e'l termine
fono dále la natura conſtituiti, talvolta dalla propria,come nella vec chiaia;
ma generalmente dal I'vniuerſale, le cui parti con tinuamente mutandoſi, reſta
tutto il Mondo ſempre nouel. lo, e vigoroſo. Tutto ciò del continuo è buono, e
oppor tuno, che all'yniuerfo.confe riſce. Dunque il finir del vi uere a
chiunque tocchi, non è coſa cattiua, perchè non è vergognofa, come non de pende
dal noſtro volere, ne contraria al comun bene del l'yniuerſo. Anzi è buono
quando è opportuno, e con ferente all' vniucrſo, e con quel elial tem dan l'ope
verf olfille 12 l'ope ſe i non. lo 1 quello è inheme portato Concioffiecofache
è portato da Dio quegli, che fi perta vnitamente con Dio, e a quel le ifteffe
cofe collintendimen to fi conduce.Queſte tre coſe hanno da cflere fempre in
pronto.. Primieramente in ciò, che tu fai, non fia niente inuano, ne altrimente
fi facciay.che felis fefla giuſtizia haveſſe,opera to: ma nelle cofe, che anlı
uengono di fuori, mentre quelle o fono procedurea ca fo, o fecondo la
prouuidenza non s ' ha da querelarſidel ca fe, ne accufare la prouuiden za
Secondariamente qual cofa faccia ciafcuro dal non effene, fino all'animazione,
e dall'animazione, fino al ren dimento dell'anima, e da qua. li coſe da fatto
l'adunamento, e in quali il diſcioglimentos Terzo come ſe ſoprad'yu’ers minenza
follcuato tu rimiral G le coſe humane', e dopo ha. ụer compreſa, la lor gran va
rietà inſiemeconoſcelli quan to ci ſia dell'abitato, e nel l'acre, e nell'etera,
e çoine quante volte cu foffi cosi fol leuato, vedreſti le medeſime, l'iſteſſa
ſpecie, la breue dura ta. Ed in queſte éla noſtra ſu perbia, 29. Gitta fuori l'
opinio ne, ſarai ſaluo. Chi dunque e’impediſce il gittarla. Quando perqualche
co ſa ti prendi diſguſto,ti ſe (cor dat, che ogni coſa li fa', le condo la
natura yniuerſale, che quel peccato è d'altri. E oltre queſto, che tutto ciò,
che pure, che ſi fa,cosìſempre's'è fatto, e li farà, e di preſente ſi fa per
tutto: ancora, quanta è la co gnazione dell'huomo con l'o niuerſo human genere;
per chè non è la comunione del fanguccio, ò della poca ſe menza; ma della mente.
Ti fcordaſti che la mente di ciaſcheduno è Dio, e che da lui ſcaturì, non
eſſendoui coſa alcuna propria di niuno, anzi il figliolino, e'l corpic ciuolo,
e l'iſteſſo ſpiritello in di vennero. E ancora ti ſcor daſti, che ogni coſa è
opinio ne, e parimente, che ciaſche duno il preſente ſolo viue, e che queſto
ſolo ſi-perde. Del continuo riuolgi nell'animo quelli, che per qualche coſa li
corrucciarono, e quelli, che in grandiſſime glorie, o calamità, o inimicia zie,
o in alcuni altri auueni menti li ſegnalarono. Dopo medita, doue fono al
preſente tut te queſte coſe?in fummosin cenc re, c fauole, e ne meno favole.
Tiſouuenga di tutto queſto', cioè, come furono Fabio Catullino in Villa, e
Lucio Lupo, e Stertinio a Baia, e Tiberio a Caprise à Velia Rutfo; e in ſomma
di chi ha fatto con l'apprenſione gran caſo di qualunque ſia cofa: ecome ſia di
vil prezzo turto, che in tentamente appreſe, e finala mente quanto più foffe da
Fi loſofo nella materia toccata gli, portarſi da giuſto, e da fa uio e da
ossequioso schietta mente agl'iddii. Imperocchè la superbia, che sotto velo di
umiltà si nasconde è la più l’intolerabile daograbra. Agudligiche dimanda
nosperchè vonsrigť Iddij acat me turgli habbi vechutia e dom de tu habbi
appreso, che vi freno Primieramente risponde, che sono visibili agl’occhi, e
poi a benchè io, non abbia veduta la mia anima, tuttavia l'onoro. Così dunque è
degl'iddii, la potenza de’ quali mentre ogni giorno io pruqyosda questo
comprendo, che ci sono, e gli venero. La salvezza della vita consiste, che ciascuno
riguar di che cosa sia il tutto, il materiale, il formal, che con tutto l'animo
FACCIA IL GIUSTO, DICA IL VERO. Che resta
altro, che goder della vita, aggiugnendo un ben fatto all'altro, sicche ne pur
si perda un brevissimo spazio di tempo? Il lume del Sole, è uno a benchè venga
interrotto dal: o e pareti, dai monti, e da altre mille cose. Una è la
sostanzia comune, ancorchè ſia di partita tra migliaia di corpi, qualificati
dalle loro proprietà. Una è l'anima con tutto che si distribuisca a mille e
mille nature con ſsngolari circonscrizioni. Una è l'anima all'intelligente, se
bene apparisce, che si divida. L'altre parti dunque delle cose dette: s, com!
me gli spiriti, ei subbietti; so no senza senso, ne famigliarmente si uniscono
insieme. Questi nondimeno contiene LA MENTE UNIVERSALE e poi la propensione,
che al congiugnere gli spinse. Ma l'intelletto propriamente propende
all'istesso suo genere, è s’unisce, ne fi può fradicare l'affetto al ben
comune. Che cerchi? Di campare? o'pur di sentire, d’appetire, di crescere, e
poscia diterminare? Di valersi della voce di DISCORRERE con la mente? Qual cosa
di queste ti pare degna d'essere desiderata Male que ste una ad una non sono da
frezzare, portati alla conclusione d'ossequiare la ragione e gl’iddei. Ma li fa
contro alla stima di queste cotrammaricar si di rimaner perla morte privo
d'alcune di queste. Quanta parte dell'immensa e infinita durata a cia. founo é
compartita? Poichè ben prestissimo si dilegua nell' eternità. Quanta parte di
tutta la sostanzia? Quanta parte di tutta l'anima? In quanta zolletta di tutta
la terra ferpendo tu vai? A tutte coteste cose applicando l'animo, non
t'immaginare niente di grande o questo solo se tu operi come la tua natura ti
conduce, e soffri come la natura universale portage comeliva. le di se stessa
la parte tua reggitrice; polciachè in cio il tutto consiste. Tutte le altre
cose, o sieno nel tuo arbitrib. no fuori di quello. Sono cadaveri, e fummo:
om.svisli! Efficacissimo è il rifletterre, per eccitarci al disprezzo della
morte, che quelli ancora, che stimano essere il bene nella voluttà, e'l male
nel dolore, nondimeno quella disprezzarono. A chi quel so. Lo che è opportuno è
bene je a chì tanto è l'aver molte azioni fatte. Secondo la ragione retta,
quanto poche. Ie a chì non iinporta contemplare il mondo in maggiore, o minor
spazio di tempo, nemanco la morte è terribile. O huomo sosti cittadino in que
sta gran città che ti fa te per cinque anni mentre quello. Che è conforme alle
leggi ad ognuno è dellistesso peso. Perchè dunque ti ègraine, se dalla città ti
manda via non il tiranno, o un ingiusto giudice, ma da natura, che vi
t'introdulfezlic come dalla see, na licenzialse vas comico il capo della truppai
che l'han keva, condotto. Però tu dii, non vappresentaii i cinque atti, ma solo
tre. Tu dibeneze a proposito mentre che nella vita anche tre atti compiono
tutto il drama. Conciossieco fache quegli impone il termine, dove abbia da
finire, che allora ordina l'adunamento, cora fa lo scioglimento, nel li quali
tu non ci hai avuto parte. Vattene dunque placido. Poichè quegli che ti
licenzia, è placido. Dal mio avolo, Vero, la gentilezza del costume, e il non
adirarmi. Dalla fama e dalla memoria del mio genitore, l’esser verecondo
e maschio. Dalla madre, l’esser pio, il donar volentieri, l’astenermi non
solo dal fare il male ma anche dal venirne in pensiero. [Ancora,
l’esser Sottintendi, come nei paragrafi seguenti, il verbo ‘imparai’,
ovvero ‘riconosco’, nel senso di iono riconoscente ili aver ricevuto
chessia, cosa, o esempio di qualsivoglia cosa o virtù), o altra
espressione che riempia acconciamente le ellissi. ‘Maschio’: intendi
forte costante, non molle ed effeminate], frugale nel vitto e alienissimo dall’usanze
dei ricchi. Dal mio bisavolo il non essere andato alle pubbliche
scuole, l’avere avuto di buoni maestri per casa e il conoscere che
in siffatte cose non si vuol guardare alla spesa. Dal mio aio: il
non essere stato nè di parte prasina nè di parte veneta, nè parmulario, nè
scuta- [Il bisavolo paterno di Antonino e Aunio Vero. Il bisavolo
materno e Catilio Severo. Non è chiaro di quale dei due si parli nel
testo. Intendi: la scola elementare. Poiché ognun sa che Antonino frequenta assiduamente
come ‘scolaro’ le varie ‘scuole’ dei fìlosofi a Roma. Non si conosce il nome
dell’aio] [elio morendo lascia grande desiderio di sè in Antonino. Sono i
colori che distingueno i due grandi partiti degli aunghi del circo,
che non sono piccola parte nella storia delle follie dell’impero.
Nunc favent panno, pannum amant,’ disse energicamente Plinio il giovane.
Lucio Vero, collega d’Antonino, la pensava altrimenti, secondo le parole
di Capitolino. Rio]. Il reggere alla fatica, l’aver bisogno di poco, il saper
fare da me, il non intromettermi nelle faccende altrui e il non porger
facilmente orecchio ai delatori. Da Diogneto imparai il non
occuparmi d’inezie, il non dar fede a ciò che i magi e i
fattucchieri dicono intorno alle malie, allo scongiurare gli spiriti e
altre cose di tal fatta, il non avere atteso a nutrir quaglie nè essermi
dilettato di simili cose, il patire ehe altri mi parli francamente.
[Parmularius e il gladiatore armato di un piccolo scudo di cuoio
detto ‘parma’ o parmula, e ‘scutarius’ quegli che porta lo ‘scutum’, grande
e lungo. Questo Diogneto era non solamente filosofo, ma anche pittore, secondo
Capitolino, ed avea dato intorno a quest' arte alcune lezioni ad
Antonino. Si allude ad un giuoco dei romani aveano prego dai greci,. Si
faceano combattere fra loro questi uccelli, o dai casi del combattimento
si traevano presage]. L’ESSERMI DATO ALLA FILOSOFIA. L’avere udito
primieramente Bacchio, poi Tandaride e Marciano. L’avere scritto dialoghi da
ragazzo. L’ avere voluto il lettuccio con la pelle sopravi e le altre cose
che vanno appresso nella educazione greca. Da Rustico: l’esser venuto
in pensiero che i miei costumi avean bisogno di correzione e di
coltura. Il non essermi sviato dietro ad un’ambizione di sofista, o
scrivendo su materie speculative, o declamando orazioncelle esortatorie, o
facendo, per dar nell’occhio altrui, 1’uomo austero e benefico e l’avere
abbandonato la rettorica e la poetica e il bel favellare, e il non
passeggiare togato per casa e altre tali cose e lo scriver le lettere
semplicemente [Era uno stoico come quell’altro romano fatto uccidere da
Domiziano per aver lodato Trasea Peto] e naturalmente, come quella
ch’egli scrisse da la citta di Sinuessa a mia madre, e il non serbar
rancore verso le persone che si son, meco adirate e m’ hanno offeso e
rappacificarmi volentieri con loro tosto eh’ elle si voglion ricredere, e e il
leggere con attenzione e non contentarmi di capire così air ingrosso, nè
assentire troppo di leggieri a quel che i circostanti dicono, e lo
avere avuto contezza dei ‘Ricordi’ d’Epitteto che Rustico mi dona di
suo proprio moto. Da Apollonio: la libertà dell’animo e la fermezza nel
proposito senza dar mai nulla al caso, il non guardare ad altro mai,
nè anche per poco, che alla ragione, l’esser sempre uguale, nei sommi
dolori, nella perdita del figlio, nelle lunghe malattie, l’aver veduto ad
evidenza nel vivo esempio di lui siccome può la stessa persona essere
gagliardissima ad un’ ora e rimessa e il non impazientarsi nello spiegare
e l’aver conosciuto un uomo che manifestamente tene pel minimo de’ suoi pregi
la pratica e la facilità ch’egli ha del comunicare altrui la scienza, e l’avere
imparato come convenga liceverc fivelli che il volgo chiama benefizi dagli
amici, senza diventai, e loro divoto per ciò nè per altra parte,
lasciando correre la ('osa senza saperne grado. Da Sesto:
l’amorevolezza e l’esempio del governare da buon padre una casa e il
concetto di vivere “secondo natura” e la gravità non affettata, e l’indagare
con sollecitudine quello di die gli amici hanno uopo, e il sopportare
gl’ignoranti e il sapersi adattare a Nello spiegare. [Intendi: nel dare
altrui tutte le spiegazioni di die possa aver d’nopo per ben capire
le cose]. [Intendi: senza diventar loro obbligato in modo che nìccia alla
Ina libertà] tutti per modo ch’il CONVERSARE
con esso lui era più dolce cosa che l’adulare di chicchessia ed e egli nondimeno
in quello stesso punto ed appo quelle stesse persone in venerazione
grandissima, e la chiarezza di mente e la sagacità con cui trovava ed ordinava
le verità filosofiche necessarie alla vita, e il non aver dato mai
indizio di collera nè d’altra passione, ma essere stato ad un’ ora il più
impassibile uomo ed il più tenero, e il dir volentieri liene d’altrui,
senza menar remore per ciò, e la molta dottrina senza che
paresse. Da Alessandro: il non isgridare e il non riprendere ingiuriosamente
chi faccia un barbarismo o un solecismo o un cattivo accozzamento di
suoni, parlando; ma profferire destramente ciò che quegl’avrebbe dovuto
dire, per modo di risposta, o di conferma, o come volendo esaminar
con esso la cosa, non già la parola, o per qualsivoglia *altro modo
di suggerimento indiretto* [IMPLICATURA], garbatamente. Da Frontone:
quanta invidia, quanta malizia, quanta simulazione, sia nella tirannide. E
siccome questi da noi chiamati ‘patrizi’ son cattivi padri anzi che
no. Da Alessandro, il platonico: il non dir sovente nè senza necessità a
nessuno, nè scriver per lettera, ch’io sono occupato, nè contrarre r abito di
disimpegnarmi in tal modo dei doveri verso le persone con le quali
io vivo, allegando per iscusa le faccende. Da Catulo: il non tener
poco conto delle doglianze di un amico, quand’ anche si dolga fuor di
ragione. [Secondo Filostrato e un segretario di Antonino]. [Cinna Catulo,
filosofo stoico, menzionato da Capitolino] ma anzi sforzarmi di ricondurlo
alle maniere di prima, e il parlar bene e volonterosamente dei
maestri, come si narra di Domizio e di Atenodoto, e l’amar i figli con vero
affetto. Dal mio fratello, Severo, l’affezione ai dimestici, l’amor
del vero e del giusto, l’avere, per mezzo di lui, avuto contezza di
Trasea, d’Elvidio, di Catone Uticense, di Dione, di Marco Bruto, ed essere
venuto in pensiero di un reggimento civile dove la legge sia una per tutti
e pari i [Neppure l’eruditissimo e diligentissimo Qataker potè
chiarire chi fosse questo Severo che Antonino chiama fratello. A tutto quello
che ci è dimestico] [Una delle più illustri vittime della crudeltà di Nerone] [Genero
di Trasea, esiliato da Nerone]. [L'illustre stoico Catone Uticense] [L' amico
di Platone, l’avversario di Dionigi tiranno di Siracusa, la cui vita fu scritta
da Plutarco] [Marco Bruto, la cui vita fu pure scritta da Plutarco] diritti
di ciascheduno, e di un governo regio che sovra ad ogni altra cosa tenga
conto della libertà dei governati. Ancora quel suo tenor costante ed
uniforme nel culto della filosofia e la beneficenza e il far parte
altrui volentieri e senza rispar- mio delle proprie sostanze; e lo sperar
bene; e l’aver fede nell’amicizia degli amici e quel suo non infìngersi con le
persone quando disapprova alcuna cosa in loro; e il non aver mai avuto
bisogno gl’amici di lui di andare indovinando che cosa egli volesse o non
volesse, sendo l’animo di lui sempre aperto. Da Claudio Màssimo: il
contener sè medesimo, e non lasciarsi andare in nulla malgrado suo,
l’esser di buon animo nelle malattie e negli altri casi avversi e
quella temperatezza di costume, soave ad un tempo e [Clandio
Massimo filosofo stoico] dignitoso e l’eseguir prontamente senza
querimonia qualunque cosa gli accadesse di dover fare e la credenza che
tutti avevano di lui, ch’egli pensas tutto che dicee fa a lìn di
bene tutto che fa; e il non istupir di nulla, non isgomentarsi di nulla,
non esser mai nè frettoloso nò tardo, nè imbarazzato, nè sfiduciato, nè
infingardo, nè ripentito del consiglio preso, nè sospettoso e il
beneficare e il perdonar volentieri, e l’esser veritiero e il parer piuttosto
uomo per natura incontaminato che non per arte emendato e siccome nessuno fu
mai che o si credesse dispregiato da lui, o ardisse riputar sè
migliore di lui; e quel suo piacevoleggiare a proposito. Da mio padre
adottivo: l’imperatore Antonino Pio]: l’esser bonario, e irremovibilmente fermo
nondimeno nei partiti pi'esi dopo accurata disamina, il non trar vanità
da quelli che il volgo chiama onori, l’amore al lavoro e l’assiduita;
il dare ascolto a chiunque avesse da proporre qualche cosa di utile
al comune; il non lasciare che nessuna considerazione lo distornasse
dal retribuire a ciascuno secondo il merito, il conoscere dove bisognasse esser
rigido e dove indulgente, L’AVER POSTO FINE AGL’AMORI DE’ RAGAZZI e il
sentire modestamente di sè e volere stare ad uno stesso ragguaglio con
gl’altri, il permettere agli amici di non cenar punto con lui, e di non
accompagnarlo nei viaggi, e lo accoglier con gli stessi modi di prima chi
per qualche sua bisogna non lo avea potuto seguire; e la diligenza e la
persistenza con che esamina le cose nei consigli, non come
quell’altro di cui è stato detto che tòsto lascia la deliberazione contentandosi
dei primi pensieri che gli furon venuti, e il conservar gli amici, non recandosi
a fastidio nessuno, nè incapricciandosi di nessuno; e il sopperire a sè
stesso, sempre; e la serenità del volto; e l’antivederei da lontano
e pral ovvedere senza scliifiltà anche alle rnenome cose e l’aver
dato bando alle acclamazioni e alle adulazioni d’ogni genere e il
tenere allestito sempre quanto era necessario per le occorrenze
dello stato, moderando le spese e sopportando di buon animo la
taccia che alcuni gli davano per ciò, e l’essere alieno e dalla
superstizione verso gli dei e dalla piagenteria verso gli uomini, non curandosi
di acquistar grazia appo il popolo o con le larghezze, o con le1 Luogo
intricato. Nota due modi condannevoli e vani: di acquistar grazia appo
gli Dei, con pratiche superstiziose; appo gli nomini, con l’andar loro
a genio e secondarli anche a costo del dovere lusinglie, o con lo imitare
i modi di quello] ma sobrio in ogni cosa e saldo, e non mai altro
che dilicato e gentile e osservatore della convenienza e del costume
stabilito, 0 il servirsi seifza boria e senza scrupolo di tutte quelle cose che
conferiscono agli agi della vita, delle quali la fortuna è larga a’ suoi
pari, per modo che delle presenti ei si giova senza farne casa e le
assenti non desidera; e siccome nessuno avria mai detto di lui
ch’egli fosse un sofista o un dileggino o un pedante, ma sibbene un uom
maturo, perfetto, nemico dell’adulazione, capace a governar sè medesimo
ed altri. Eri inoltre quel suo onorare i filosofi veri e non fare
scherno de’ falsi, non lasciandosi nulla dimeno facilmente ingannare da
loro e il conversare sciolto, e quella
sua grazia Come tanti imperatori die It) avevano preceduto. che non
ristuccava; e il tener cura del proprio corpo, non tanta da parer tenero
deliavita, o damerino, nè tanto poca da parere trascurato, ma quanta
basta per non avere quasi punto bisogno di medicine o simili cose. E sovratutto
quel suo cedere senza invidia a chi avesse acquistato abilità in qualche
cosa, come nell’eloquenza o nella conoscenza delle leggi e
dei costumi de’ popoli, e altro di cotal fatta e lo adoprarsi insieme
con essi perchè ottenessero fama, ciascuno nell’arte in che
primeggia e quel suo fare ogni cosa secondo gl’institnti d’ maggiori,
senza dare a divedere che avesse nessuno intento particolare, nè anche quello
di volere conservare essi institnti. Ancora il non esser nè randagio
nè avventato, ma continuar volentieri a star nel medesimo luogo e ad
occuparsi delle medesime cose; e dopo passati gli accessi del dolor
di capo, ritornar iU^teu Aurelio. fresco e vigoroso ai lavori
solidi; e il non aver di molti segreti, ma anzi pochissimi, e di
rado, e solamente nelle cose di stato; e la prudenza e la misuratezza
nel dare spettacoli, nell’ intraprendere opere pubbliche, nel far
distribuzioni ai soldati, e simili cose; siccome uomo che riguardava a
quello che conveniva fare, e non alla fama che gli sarebbe venuta dalle cose
fatte. Non al bagno fuor d’ora, non la smania del fabbricare, non
ricercatezza nel cibo o nella tessitura de’ panni o tintura, o
nell’appariscenza de’ servi. La toga dalla villa inferiore e da quelle di
Lanuvio il più sovente; i modi che tenne col pubblicano in Tusculo,
che supplica; e altre sue simili maniere. Nulla di men che umano,
nulla d’ immisericorde, nulla di violento, nè, come direbbe taluno,
siìw al su- dove; tutte le cose di lui, pensate, distintamente
avvertite, con pacatezza, con ordine, con vigore, e d’accordo le une con le
altre, come se le avesse premeditate per ozio. Ed a lui si potrebbe
applicare ciò che VIEN DETTO DI SOCRATE, che egli poteva e astenersi e
godere colà dove a gran parte degli uomini manca la forza per 1’uno e
la temperanza per l’altro. E il saper reggere con fortezza e con sobrietà
ad ambedue non appartiene se non a colui che ha l’animo sano ed invitto,
quale egli il dimostrò nella malattia di Massimo. Dagli dei: l’avere avuto
buoni avoli, buoni genitori, buona sorella, buoni maestri,
domestici, congiunti, amici, tutti, a un dipresso, buoni. E il non
avere offeso mai nessun di loro, benché talmente disposto di 1 Claudio
Massimo menzionato] natura, che io l’avrei fatto forse, ove fosse venuto
il caso: ma per bontà degli dei non incontra mai tal concorso di
cose che mi ponesse a repentaglio. Il non essere statò più lungamente
allevato appresso la concubina del mio avolo; l’avere serbato nel fior
degli anni la purezza del costume e non aver dato saggio di età virile
prima del tempo, anzi avere soprastato anche più in là, l’essere stato
sottoposto ad un principe e padre il quale doveva sgombrar da me ogni
sorta di boria e farmica pace come egli si può vivere in corte e non aver
bisogno nè di guardie nè di vesti screziate nè di fiaccole nè di statue,
come s’usa, nè d’altre simili pompe; ma anzi, che egli v’ha un modo
di ristrignersi quasi alla ondizione di private e non perder nulla
però nè della dignità nè del nerbo necessario al trattar le cose dello
stato, l’essermi tocco in sorte il fratello ch’io ho il quale se è
d’incitamento a me co’ suoi costumi, ad invigilare sui miei, mi
consola nondimeno e mi rallegra con la riverenza e con l’amore ch’egli
mi porta, l’avere avuto figli nè ottusi d’ ingegno nè contraffatti
di corpo, il non aver fatto maggiori progressi nella rettorica nè nella
poetica nè nelle altre arti, dove sarei forse rimasto allacciato s’ io mi
fossi accorto ch’io vi riusciva, l’eessermi sbrigato di costituire in dignità i
miei educatori, come parve a me ch’essi
bramassero e non avere indugiato con la speranza del potere far
cotesto di poi, sendo essi ancor giovani, l’avere conosciuto Apollonio,
Rustico, Massimo. Lo aver concepito chiaramente e più volte qual sia la
vita [Lucio Vero fratello per adozione, uomo in vero viziosissimo,
più assai, probabilmente, che non fosse noto ad Antonino; ma devotissimo e
affezionatissimo a Ini] secondo natura: s'i che per gli dei non manca, nè
per aiuti e suggerimenti ed ispirazioni loro, ch’io non vivessi a quel
modo; manca bensì por me, il quale non osservai gli avvisi e, sto
per dire, gli insegnamenti che essi mi dano, l’aver potuto reggere della
persona durante cotanto tempo in cotal vita. Il non aver avuto a
fare ne con Benedetta nè con TEODOTO e che di poi, CADUTO novamente nella
PASSION D’AMORE passion d’amore, io abbia potuto guarirne. Che, essendomi
adirato più volte con Rustico, io non abbia fatto nulla di che
avessi poi a pentirmi; che, dovendo mia madre morir giovane, abbia
nondimeno vissuto con me gli ultimi suoi anni; e che, ogni volta eh
io volli soccorrere alcuno, o povero o altrimenti bisognoso, non mi
fu mai detto ch’io non avessi danari per farlo e il non essermi
trovato mai io medesimo in simigliante occorrenza, da dovere aver ricorso
ad altri, l’avere la moglie ch’io ho, così docile, così amorevole, così
alla buona; il non essermi mancato acconci educatori pe’ miei figli, l’essermi
stati dati rimedi in sogno, e, fra gli altri, contro lo sputo di sangue e
contro le vertigini, e il non essere caduto nelle mani di un qualche sofista,
quando io venni in desiderio della filosofia, nè essermi posto a far lo
scrittore, o a risolver sillogismi, o a speculare sui fenomeni del cielo.
Le quali cose tutte richiedono l’aiuta degli dei e della fortuna.
Fra i Quadi, ulle sponde del Or amia. A FauRtiiia non dovè esser
diffìcile il celare coir astuzia o colla fìnta tenerezza! [Suoi
pessimi portamenti ad un nomo di sì poco sospettosa natura qual era
Antonino, massime verso dii mostravagli affeziono]. Al mattino, fa’ che tu
dica a te stesso. Avrò da fare con un curioso, con un ingrato, con un
soperchiatore, con un furbo, con un invidioso, con un insociale. Tutti
questi difetti han per causa la ignoranza dei beni e dei mali. Ma
io, il quale conosco la natura del bene, e so ch’egli è l’onesto; e
quella del male, e so cb’egli è l’inonesto; e quella di lui
medesimo che pecca, e so ch’egli è mio congiunto; non perch’egli
sia d’ uno stesso sangue o d’uno stesso seme con me, ma perchè
partecipa «r una stessa mente e d’ una stessa origine divina. Io
non posso ricever danno da nessun di loro. Giacché nessuno mi farà
incappar mai nell’inonesto malgrado mio; nè adirarmi posso col mio congiunto,
nè diventargli inimico; perchè NOI SIAM NATI PER COOPERARE L’UN COLL’ALTRO, siccome
i piedi, siccome le mani, siccome le palpebre, siccome i denti di sopra e
i denti di sotto. E però l’andare a ritroso l’ un dell’altro è cosa contro
natura, ed è uno andare a ritroso lo adirarsi l’un coll’altro
e l’aversi in dispetto. Questo checchessia, che io mi sono, è un
composto di carni, di fiato, e della parte sovrana. Lascia stare i
libri; non travagliartene più; non ne hai più il tempo. Ma, come quegli
che sei presso a morire, metti le carni in non cale; elle non sono
altro che sangue, ossicini, e una rezza, per così dire, di nervi, di vene
[La parte sovrana, cioè la ragione o la mente e d’arterie. Vedi anche il
fiato che cos’è: imvento; e non sempre il medesimo, ma di continuo
rigettato e rinnovellato. Rimane la parte sovrana. A questa hai da
badare. Tu sei vecchio. Non lasciare che ella serva più oltre. Non
lasciare che ella sia tirata più oltre, quasi fantoccino, da
appetizioni insociali; non lasciare che ella contraddica più oltre al destino,
0 crucciandosi delle cose presenti o respignendo da sè le cose
avvenire. Le opere degli dei sono ripiene di provvidenza. Le opere
della fortuna non sono infuori della natura, cioè di quella
coordinazione e connessione di cause cui la provvidenza governa. Tutto
scaturisce di là. Aggiugni che quanto è, di necessità è, ed è utile all’ universo
di che tu sei parte. Ora, ad ogni parte della natura è buono ciò che porta
la natura comune e che è sostentativo di quella. E sostentano il mondo,
siccome le mutazioni degli elementi, cosi ancora le mutazioni dei
composti di essi elementi. Queste cose ti bastino, queste sieno sempre
mai le tue ferme credenze. E caccia via quella tua sete di libri,
affinchè tu non muoia morando, ma sereno e ringraziando gli dei
sinceramente e di cuore. Ricordati da quanto tempo tu vai differendo
queste cose, e quante volte, avendo ricevuto opportunità dagli dei,
non te ne sei valuto. E convien pure che tu riconosca una volta di
qual mondo fai parte e da quale reggitor del mondo sei emanato; e siccome
un tempo ti è prefìsso, del quale se tu non fai uso per acquistare la
tranquillità dell’ animo, egli passerà, e tu passerai, e non sarà
più. per ritornare. Sii sempre INTENTO AD OPERAR GAGLIARDAMENTE DA ROMANO
E DA MASCHIO QUAL SEI, quel che hai por le mani, con serietà diligente e
non punto affettata, con amorevolezza, con libertà, con integrità; e
sgom-bra l’animo tuo da ogni altra cui*a. Lo sgombrerai, se farai ciascuna
tua azione come se fosse l’ultima della tua vita, scevra affatto di
leggerezza, e di avversione appassionata ai consigli della ragione, e di
doppiezza, e di amor proprio, e di scontentezza per le cose
condestinate ab eterno con te. Vedi quanto poco ci vuole perchè altri
possa vivere una vita avventurosa e accetta agli dei! Chè di fatti
gli dei non richiederanno nulla più da chi osserva cotesto. Disonorati
su, disonorati, o anima; d’onorarti poi, non ti rimarrà più tempo. Perchè
tanto di bene ha ciascheduno, quanto la sua vita glie ne arreca; e
tu hai pressoché consumato la tua, non già rispettando. Con/’ala/ia, disse
CICERONE usando anch’egli una voce ignota sinallora ai latini. 2t)
te medesima, ma riponendo nelle anime altrui la tua felicità. Se’
tu svagato dalle impressioni del di fuori? Concedi agio a te stesso
di imparare alcun che di buono, o cessa dall’errare qua e là. Ornai
anche hai da guardarti da un secondo svagamento. Perchè vaneggiano anche
con le azioni gli uomini stanchi della vita e non aventi uno scopo a
cui dirigano ogni loro sforzo ed ogni lor pensiero qualunque. Per non
avere avvertito ciò che succede nell’anima d’un altro, di rado
l’uomo fu mai veduto infelice, ma chi non avverte i moti dell’ anima
propria, è infelice di necessità. Queste ione conviene avere a mente
sempre. Quale è la natura dell’universo e quale la mia. Qual relazione ha
questa con quella. Qual parte è del tutto e di qual tutto. E come
nessuno può impedirti dal far sempre E DIRE ciò che è consentaneo alla
natura di che sei parte. Filosoficamente Teofrasto, nel paragone
ch’ei fa dei peccati, secondo che volgarmente si suole, afferrna esser
più gravi le colpe che si commettono PER CONCUPISCENZA che non quelle che si commettono PER
IRA. Imperocché non senza un certo dolore e raggricchiamento segreto
deir animo mostra l’uomo adirato ch’egli si torca dalla ragione; laddove
CHI PECCA PER CONCUSPISCENZA, VINTO DAL PIACERE, sembra, in un certo modo, più
intemperante e più EFFEMINTATO nel fallo. Rettamente adunque e con molta
filosofia dice egl’essere maggiore la colpa di chi PECCA CON PIACERE che non di
chi pecca con dolore. Ed infine,’ uno rassomiglia piuttosto a
persona ingiustamente [volgarmeutu: detto por opposiziono al dettato
stoico, essere i peccati uguali. olTesa, che il dolore abbia sforzato a
sdegnarsi. Ma l’altro si muove spontaneo e da per sè all’ingiustizia, recandosi
PER CONCUPISCENZA a far
checchessia. Convien pensare ed operare ogni cosa come se tu dovessi
uscir di vita in quell’ ora. Uscir di vita, se ci sono gli Dei, non è
punto cosa tremenda. Da che non è possibile ch’essi ti vogliano fare
incappar nel male e se non ci sono, o se non curano le cose umane, a
che vivere in un mondo orbo di provvidenza e d’Iddei? Ma e ci sono
gl’iddei, e si piglian cura dell’uomo; e perch’egli non inciampasse
nei mali veri, posero in arbitrio di lui la cosa; dei rimanenti se alcun
fosse male, a quello ancora avrian provveduto, sì che potesse
ognuno guardarsene. Ma quello che non fa peggiore l’uomo, come farebbe
peggiore la vita dell’uomo? Oltre che la natura dell’ universo non saria stata
mai trascurata A TAL SEGNO non, perdi ella non sapesse; non, perchè
sapendo non potesse); non saria mai, dico, nè per impotenza nè per
disavvedutezza incorsa in tanto errore da lasciare che i beni e i mali
toccassero del pari e senza differenza nessuna ai buoni ed ai
tristi. E pur noi veggiamo che la morte e la vita, la gloria e l’infamia,
il dolore e il piacere, le ricchezze o la povertà, cose tutte che non sono
nè oneste nè inoneste, toccano senza differenza ai tristi ed ai buoni.
Adunque, nè benf olle sono nè mali. Come tosto svanisce e va a
per- dersi ogni cosa, nel vortice del mon- do i corpi, e nello
avvicendarsi del tempo la memoria di quelli! quali sono tutte le
cose sensibili, e mas- simamente quelle clic adescano col piacere o
atterriscono col dolore o sono dalla vanità degli uomini celebrate!
quanto son vili, dispregevoli, sucide, corrottibili, morte! questo
è . da considerare per una facoltà intel- lettiva: che cosa son
coloro le opi- nioni dei quali e le voci distribui- scono la fama;
che cosa è il morire; e siccome, chi lo considera solo da per sè,
separandolo con la mente da tutto ciò che la fantasia v’ ha aggiunto, non
se ne fa più concetto se non come di operazione della natura: ora
il temere un’ operazione della na- tura è cosa da fanciullo. E
questa non solo è operazione della natura, ma operazione utile a
quella. In che maniera 1’ uomo comunica con Dio, e per qual parte
di sè; e come disposta debb’ essere allora questa parte dell’
uomo. Non v’ ha misero al pari di colui che va esplorando in giro
ogni cosa, come disse quell’ altro, anche le cose di sotterra, e
vuol penetrare, per via di congetture, ciò che sta nell’ animo del
vicino, senza accor- gersi che gli basterebbe pure tenersi accanto
al genio che è in- lui, e servir quello di cuore. Servire il genio che è
in noi,' vuol dire mantenerlo netto di passione, di operar teme-
rario, e di scontentezza per cosa che venga dagli Dei o dagli uomini.
Per- chè quel che viene dagli Dei è ve- nerabile, per la virtù eh’
è in loro: quel che vien dagli uomini è ami- chevole, per la
parentela che abbiam con loro; e talvolta anche compas- 1 sionevole
per l’ ignoranza in che ' sono de’ beni e dei mali; cecità non
minore di quella che impedisce di scernere il bianco dal nero. Quand’
anche tu avessi a vivere tre migliaia d’ anni ed altrettante
diecine di migliaia, sovvengati non- dimeno che r uomo non perde
altra vita che quella eh’ egli vive, nè vive Inteudi la
ragione. altra vita che quella ch’egli perde. Ad uno stesso
fine adunque riescono e la più lunga vita e la più breve. Perchè il
presente è uguale per tutti, se bene non è uguale lo spazio di vita
insino allora trascorso; e così appare che il tempo che l’ uom
perde è un momento indivisibile. Nè il pas- sato di fatti nè il
futuro non può perdere egli mai; come perdere ciò che non ha? Di
questi due punti adunque ti hai da ricordare; l’uno, che il mondo
va eternalmente sem- pre ad un modo, ravvolgendosi come in un
cerchio, e che non v’ ha dif- ferenza dal vedere le stesse cose per
cento anni al vederle per dugehto o per la infinità dei secoli; l’ altro,
che ugual vita perde e chi muor decrepito e chi muore'per
tempissimo; perchè il presente è la sola vita che venga lor tolta,
essendo la sola che ciascun d’ essi abbia, e nessuno non potendo
perdere quel che non ha. Siccome tutto è opinione. È noto il detto di
Monimo il cinico. E nota anche V utilità di quello, chi ne colga il
midollo per insino ai confini del vero. L’anima umana fa onta a sè
stessa, primieramente quando ella; diventa, per quanto sta in lei,
come chi dicesse un apostema o tumore del mondo, ritraendosi da
quello co- me fan gli umori guasti dal corpo. Perchè il crucciarsi di un
accidente qualunque è un ritrarsi dalla natura univei-sale, dentro
alla quale son contenute, siccome parti di quella, tutte le nature
degli altri. In secondo luogo, quando ha avversione a un [Diceva
che] [Ogni nostra opinione è fumo e boria. “Apostema” in greco vuol dire ad un
tempo ed apostema e ritiramento. È solenne agli stoici il torre
esempi, nelle cose morali, dalla natura fisica, siccome quella in cui
è contenuta, secondo loro, ancho la natura morale. qualche uomo, od
anche se gli volge contro per nuocergli, come le anime degli
adirati. In terzo luogo ella fa onta a sè stessa quando si lascia
vin- cere dal piacere o dal dolore. Quarto, quando ella s’ infinge
ed opera o parla con simulazione e contro la verità. Quinto, quando
ella non in- dirizza a nessuno scopo una qualche sua azione o una
qualche sua deter- minazione di volontà, ma opera a caso e senza
sapere che cosa si fac- cia; laddove nè anche le minime cose non
(iovrian farsi mai se non con rela- zione al fine. E il fine degli
animali ra- gionevoli è il conformai'si alla ragione e legge della
più antica fra le città e le repubbliche e della più veneranda. Della
vita umana, la durata è un punto; la materia, fluente; il senso,
tenebre; la compagine di tutto il corpo, corruzione; l’anima,* un
La città e repubblica del mondo. Per anima qui non s' intendo
certamente ap^gintrsi perpetuo; la fortuna, cosa mala a prevedere;
la fama, cosa senza giudizio. E a dirla in breve, ciò che riguarda
il corpo, è un torrente; ciò che riguarda l’ anima, so- gno e fumo; la
vita tutta intera, guerra e pellegrinaggio; e la rino- manza che le
vien dopo, oblio. Che i adunque v’ ha a cui tu ti possa atte- nere?
Sola ed unica una cosa; la filosofia. E questa consiste nel custo-
dire per tal modo il genio interno, eh’ egli non riceva nè onta nè
danno, sia superiore al piacere e alla pena, non operi nulla a
caso, nè infìnta- mente 0 con animo d’ ingannare, nè abbia bisogno
mai che altri faccia o non faccia checchessia; inoltre ac- cetti
ogni avvenimento a lui desti- r anima ragionevole, nè la mente, o
la parte sovrana, o il genio interno menzionato nelle, linee
segnenti; ma solamente il principio della vita animale [Una distinzione è fatta
distinzione fra corpo, anima e mente. nato siccome cosa che gli viene
di colà d’ onde è venuto egli stesso; sovra tutto poi, aspetti la
morte con mente serena, siccome nulla più che dissoluzione degli
elementi onde ogni animale è composto; ai. quali se non è grave lo
essere trasmutati di conti- nuo r uno nell’ altro, per qual ca-
gione si avrà ella a temere la tras- mutazione e la dissoluzione d’
essi tutti in una volta? Ella è cosa se- condo natura; e nulla che
sia se- condo natura non è mai un male. Tn Carnvnto, Non
solamonte è da considerare che la vita si va consumando ogni dì, e che
sempre ce ne riman meno, ma eziandio che egli è incerto, ove ancor l’uomo
viva lungamente, s’egli avrà sempre vigor 'di mente che basti per la
intelligenza degli affari e la contemplazione che ha per iseopo la
conoscenza delle cose divine ed umane. Perchè, quan- do egli
incominci a vaneggiare, non cesserà però, egli è vero, nè di tra-
spirare, nè di nudrirsi, nè di avere immaginazioni, nè appetiti, nè altre cose
di tal fatta; ma valersi di sè stesso, ma avvertire distintamente
tutti i numeri * del dovere, ma chia- rire i propri concetti, ma, quel
che importerebbe allora, deliberare se sia già tempo per lui di
andatene,® e quante altre cose richieggono una raziocinativa molto
bene esercitata, cotesto non potrà egli più, chè la facoltà sarà
spenta anzi tempo. Con- viene adunque affrettJirsi, non sola- mente
perchè ci facciamo ognora più vicini alla morte, ma ancora perchè
cessano in noi anzi il finir della vita la intelligenza e la com-
prensione delle cose. È degno pure d’ osservazione che anche quelle
cose le quali sono un mero accompagnamento necessario [‘Onesto’
chiamano gli stoici il perfetto bene per lo avere esso tutti i numeri che
la natura richiede.] [Secondo gli stoici non dovea rimanere in vita
r nomo che non potea più adempire gli uffici d’uomo] d’ ima operazione
della natura hanno un non so che di grazioso e di dilettevole. Per
esempio, cocen- dosi il pane, si screpola in certi luo- ghi. Or
bene, anche quelle così fatte screpolature che stan là, per così
dire, fuori dell’ intenzione del for- naio, hanno un certo garbo o muo-
vono r appetito in un certo modo lor proprio. Ancora i fichi,
quando sono ben maturi, si aprono. E nelle ulive lasciate lunga
pezza in su V al- bero, quello stesso essere già vicine a
corrompersi, aggiugne al frutto una certa bellezza particolare. E
le spighe che s’ inchinano, e la guar- datura del leone, e la
schiuma che esce fuori di bocca al cinghiale, e molte altre cose le
quali, considerate da per sè, sono lontane da ogni bellezza, nondimeno,
perch’ elle accom- pagnano necessariamente un’ opera della natura,
aggiungono a quella ornamento e dilettano altrui. Di maniera che, chi
avesse altezza d’ in- gegno e considerasse ad una ad una le cose
che accadono nell’ universo mondo, nessuna ne troverebbe per
avventura, anche di quelle che sono mera conseguenza- necessaria
delle altre, la quale non gli paresse farsi con una certa grazia.
Costui vedreb- be la gola spalancata d’ una fièra viva con non meno
piacere che quando gli scultori o i pittori glie la fan vedere
imitata; e nelle vecchiarelle e nei vecchi scorgerebbe un certo che
di finito e di maturo non meno piacevole ai casti occhi di lui che
là venustà dei fanciulli; e molte altre cose gl’ incontrerebbe di vedere,
che non fan senso in tutti, ma solamente in chi s’ è veramente
addimesticato con la natura e con le opere di
quella. Ippocrate cura di molti ammalati. Poi s’ammala egli stesso,
e muore. I caldei predicono a molti la morte, e poi venne anche per
loro la morte. Alessandro e Pompeo e Giulio Caio Cesare, i quali distrussero
dalle fondamenta le tante città, e tagliarono a pezzi in giornata campale
le tante migliaia di cavalli e di fanti, usceno poi anch’essi di
vita, alla fine. Eraclito, dopo avere con tanta sapienza e ragioni
naturali discorso intorno alla conflagrazione del mondo, gonfiatosegli d’acqua
il corpo, coperto di letame se ne muore. DEMOCRITO e spento da’ pidocchi,
SOCRATE da pidocchi d’ un’ altra sorta. Che è ciò? Ti se’ imbarcato, hai
navigato, sei giunto; esci di nave. Se per andare ad un’altra vita,
nessun luogo è vuoto di iddii, e nè anche [Diogene Laerzio narra che
Democrito mori di vecchiaia. LUCREZIO, che nscì spontaneamente di vita,
perchè sente il suo spirito indebolirsi per effetto degli anni. Non
trovasi nota alcuna tradizione che concordi con ciò che qui
dice Antonino] quello dove vai; se per rimanere senza sentimento,
avrai finito di soffrire i dolori E I PIACERI e di dovere andare a versi ad un
vaso che è di tanto inferiore a quel che gli serve. Perchè l’ uno è
mente e genio, e l’altro è terra e sangue. Non consumare quella
porzione che ti rimane di vita nel pensare ai fatti altrui, ogni
volta che tu noi faccia con un fine di comune utilità. Cioè nello andar
fantasticando che cosa opera il tale e per qual cagione, e che dice,
e che pensa, e che macchina, e somiglianti cose, le quali tutte ti fan
deviare dalla custodia della tua parte sovrana. Conviene adunque
guardarsi, nella succession dei pensieri, dall’ozioso e dal vano, ma
molto ancora^più dal curioso e dal maligno; ed avvezzar sè stesso a
pensar solo tali cose che, quando altri, all’improvviso ti
domandasse, che pensi ora? Tu possa risponder tosto e senza tema.
Questo, o quest’altro. Onde appaia subito manifestamente non avervi nulla in
te che non sia schietto e benevolo, nulla che non convenga ad
animai socievole; il quale non si compiace nelle immaginazioni di
piacere o di godimento qual eh’ ei sia, o di gaiti o d’invidia o di
sospetto, o di qua- lunque altra cosa ti facesse arrossire quando
tu avessi a confessare che l'avevi in mente. Un uomo di tal fatta,
il quale non indugia d’ oggi in domani a por sè nel novero degli
ottimi, è come un sacerdote e un ministro degli Dei, devoto, non meno
che agli altri, a quello che ha il suo tempio in lui medesimo; per
virtù del quale l’ uomo diventa inconta- minabile ad ogni jiiacere,
invulne- rabile ad ogni dolore, inviolabile ad ogni ingiuria,
insensibile ad ogni malizia, sostenitore in campo della massima fra
le imprese, quella del non essere abbattuto da nessuna passione,
imbevuto di giustizia in- sino al fondo, disposto ad accogliere con
tutta r anima quanto accàSe e gli vien destinato, e non occupan-
tesi se non di rado nè mai senza una grande e pubblica necessità,
di CIÒ che altri fa o dice o pensa; perch’ egli non ha altre azioni in
sua balìa che le proprie, e pensa conti- nuamente alle cose che il
fato del- r universo gli arreca; per far si che le prime sieno
oneste, siccome ha fede che le seconde sien buone; quando la sorte
attribuita all’ uomo procede dalla stessa causa che l’ uo- mo e
concorre insieme con 1’ uomo ad un medesimo fine. Sa inoltre che
tutti gli esseri ragionevoli han parentela fra loro; che è quindi con- forme
alla natura dell’ uomo il tener cura di tutti; benché non sia da
far conto deir opinione di tutti, ma solo di coloro che vivono
secondo natura. Quanto a quelli che vivono altra- mente, egli tien
sempre a memoria che sorta cT uomini sono, e quali, e in casa e
fuor di casa, e di notte e di giorno, si dimostrano, e con quali
praticano; non ha quindi in pregio nessuno la lode che gli può
venire da tallente, la quale nè anche a sè stessa non piace.
5. Non operar mai nè contro al tuo volere, nè senza relazione
al bene della società, nè senza avere esaminato la cosa, nò con
renitenza; non adornare con isquisitezza di frasi il tuo pensiero:
non esser uomo nè di molte parole, nè di molte faccen- de.' Ancora,
fa’ che il Dio tuo in- terno abbia a governare in te un animale maschio,
attempato, citta- dino, romano, imperatore, apparec- chiato di
tutto punto, siccome quegli che non aspetta ornai se non il suono Di
molte faccende in cattivo senso, come chi dicesse faccendone, o
faccendiere. della tromba* per uscir della vita, e non occorre
sforzarlovi nè col giu- ramento, nè con la testimonianza (f altr’uomo;
nel lieto aspetto del quale ben si scorge non avere egli bisogno nè
dell’ aiuto che vien dal di fuori, nè della tranquillità che gli
altri procurano. Conviene adunque esser ritto in piedi già, e non
rizzarui solamente. Se tu trovi qualche cosa di meglio nella vita dell’
uomo che la giustizia, che la verità, che la temperanza. che la fortezza, e, in
una pa- rola, che quella disposizione della mente per cui ella si
appaga di sè medesima nelle cose die ti fa ope- rare secondo la
retta ragione,, e del fato, nelle cose che senza parteci- pazione
della tua volontà ti vengono distribuite; se, dico, tu trovi alcun
che di meglio che questo, a quello 1 Similitudine tolta dagli
ordini della milizia appo i Romani. voiti con tutta l’ anima e
godine siccome di cosa che hai ritrovato esser l’ottima. Ma se
nulla ti si presenta di meglio che il genio stesso tuo interno, quando si
è fatto signore de’ propri moti, e rivoca ad esame le proprie
immaginazioni, e si è sot- tratto^ come dice SOCRATE, dalle passioni
del senso, e vive sottomesso . agli Dei e pigliandosi cura degli uomini. Se,
a paragone di questa, tutte . le rimanenti cose ti paion picciole e
vili, non dar più luogo appresso te a nessuna altra, alla quale una
volta che tu ti sentissi propendere, più non potresti senza
repugnanza preferire a tutti quel bene che è proprio di te ed è il tuo;
perchè al bene j’azionale ed efficiente non vien contrapposto
impunemente mai nulla che sia di natura diversa, come le lodi della
moltitudine, o il comandare, o i piaceri del senso; tutte queste cose,
per poco che le si paiano Ò1 adattare,' ti sopralfamio
in un attimo e ti strascinano. Or tu, dico io, sce- gli
schiettamente e liberamente il meglio, e a quello ti attieni. — Ma
il meglio è l’utile. Se l’utile all’uomo in quanto è ragionevole, bene
sta, quello procura: se l’ utile all’ uo mo in quanto animale, dillo su
aper- tamente e vivi di poi senza boria nò fasto, secondo quella
determinazio- ne. Ma bada, ve’, che non ti inganni nell’ esame. Non
riguardare giammai come i [Par ch’Antonino alluda qui alla teoria dell’adattare
le nozioni generali alle cose particolari, o, del concetto alla
rappresentazione, che è ciò in che consisto il giudizio]. Dillo
spiattellatamente, se ardisci, senza avvolgerti in parole coperte: e
ammetti poi tutte le conseguenze di quel tuo detto: cioè, vivi poi
da animale mero e puro, senza in- gerirti a parlare nè di moralità nè di
virtù nè di giustizia, nè d* altro simile, che in quel caso sarebbero
un vano fasto di parole. E provocazione al senso intimo dell'uomo. Utile a te
nulla che sia per isforzarti un dì a violar la fede, abbandonare il
pudore, odiare alcuno sospettare, maledire, simulare, desiderar cosa
j che abbia bisogno di pareti e di ve- lame. Chi ha posto innanzi
ad ogni altra cosa la sua mente e genio, e il culto della virtù eh’
è propria di quello, non fa tragedie, non geme, non ha bisogno di
solitudine, non di frequenza d’ uomini; quel che più impoita, vive
senza ricercar nulla nè fuggire; abbia ad esser lungo o, abbia ad
esser corto Tintèrv^allo di tempo durante il quale sarà conte- nuta
nel corpo l’ anima con che egli lia a fare,' non se ne piglia nè
an- clic il minimo pensiero; e quando Con che egli ha a fare. Non
veggo che cosa abbia voluto dire l’ornato. [Il senso letterale del
testo è: sia lungo o sia breve il tempo, eh' egli avrà a far uso dell'
ani- ma contenuta nel corpo. Il che, parrai, equi- vale a dire: sia
lungo, o sia breve il tempo ch'egli ha a vivere. L’è giunta l’ora dello
sgombrare, cosi spiccio se ne va, come se imprendesse un’ altra qualunque
di quelle azioni che si possono con verecondia e con dignità
operare; da questo solo guardandosi per tutta la vita,, che veruno
dei moti della sua men- te non sia mai men che convene- vole ad
animale intelligente o sociabile. Nella mente dell’ uom castigato e
puro non troverai nulla di marcio, nè tampoco nulla di contaminato
o che paia sano al di fuori e noi sia. La vita di lui, a
qualsivoglia ora lo sorprenda la morte, non è mai imperfetta, come tu
diresti quella tragedia d’onde un attore si fosso riti- rato prima d’
aver condotto a fine la sua parte. Ancora non è in lui nulla di
villano, nè nulla di artata- mente gentile; nulla che il leghi alle
cose esteriori nè nulla che lo separi da quelle; nulla onde egli
sia palesemente ripreso,' nè nulla che covi addentro nascosto.
Abbi in rispetto la facoltà giudicativa.^ Per lei sta che non si ge- neri
nella tua parte sovrana nessuna opinione che non sia consona alla
natura o al fine per che 1’ uomo è ordinato. Ed essa promette la infallibilità,
e l’amicizia con gli uomini e l’ubbidienza agli Dei. Messe adunque
da banda tutte le altre cose, queste poche sole abbi in mente; ed
ancora ricordati che i r uomo non vive altro tempo che questo
presente, cioè un attimo; il rimanente o lo ha vissuto o non sa se
il vivrà. Picciola cosa pertanto è [Intendi: nulla che appaia manifestamente
vizioso. Ossia la virtù del non cadere in errore; che vien definita da Zenone la
scienza del quando conviene assentire ad i un' apparenza, e quando no.
Questa accompagna sempre il giudizio comprensivo, che è il criterio della
verità appo gli stoici. 0 Digitizedh, Cnoi^li: il tempo che
l’ uom vive, picciola cosa rangoletto della terra dov’egli vive. Picciola
cosa la fama anche la più lunga eh’ egli lascerà dietro sè, e questa
tramandantesi per successione d’ omiciattoli in omiciattoli, morti quasi
appena nati, ed ignari anche di sè medesimi, non che di colui il quale
moriva è già gran pezza. li. Agli avvertimenti dati sin
qui s’ aggiunga ancora quest’uno, di definir sempre o descrivere
l’oggetto che cade sotto al tuo senso, si che tu lo scorga a parte
a parte distin- tamente e tutt’ insieme quale egli è nella sua
essenza nudo, e dir teco stesso il nome proprio di quello e il nome
delle cose di che è compo- sto e in che s’ ha da risolvere. Perchè non v’
ha nulla che sublimi cotanto l’animo quanto il potere arguire per la
diritta via e con verità ciascuna delle cose che incontrano nella
vita, e saperle vedere per ino» do da conoscere nello stesso tempo
di qual uso sendo questa tal cosa al mondo, e a qual mondo, qual
valore ha rispetto al tutto e quale rispetto air uomo, che è
cittadino della suprema fra le città, della quale le altre città
sono' come al- trettante famiglie. Che cosa è, e di che cosa è
composto, e quanto tempo è por duiare ij cesto che fa impres- sione
ora sul mio senso; di che virtù s’ ha da far uso con esso, per
esem- pio, della mansuetudine, della for- tezza, della veracità,
della fede, della semplicità, della frugalità, o simili. Però,
intorno a ciascuna cosa, con- vien dire: questa mi viene da Dio. Questa
dalla sorte, dalla complica- zione delle cause condestinate, e so-
miglianti cose; quest’ altra dal mio consorto, dal mio congiunto,
dal partecipe d’ una stessa società con me, il quale ignora
nondimenò ciò che è secondo natura per lui. Ma 10 non lo
ignoro; e però mi governo con lui secondo la legge naturale della
società, con benevolenza e giu- stizia; e ad uno stesso tempo ho
riguardo, nelle cose mezzane,' al valore di ciascheduna. Se tu operi
secondo la retta ragione quel che hai fra mano, stu- diosamente, c
vigorosamente, placi- damente, e non t’ occupi d’ altra cosa tra
via, ma conservi puro ed intatto 11 genio tuo, come se tu dovessi
già rassegnarlo; se a lui ti tieni stret- Si chiamai! còse
mezzane appo gli stoici quelle che non sono nè ben nè male, cioè nè
virtù nè vizio. Le quali, comecché da per sè non meritino d' esser
cercato nè fug- gite, si accettano nondimeno o si rigettano per r
aiuto o disainto che elle possono ar- recare alla vita secondo natura.
Quelle che arrecan più aiuto, han più valore: quelle che più
disainto, più disvalore. Di questò ha da tener conto il savio, ed
accettare, quando gli è data la scelga, quelle che han più valore,
o che han meno disvalore. 0. Sottintendi « a chi tol diede. » to, nulla
aspettando, da nulla rifug- gendo, contentandoti dell’ azion tua
presente secondo natura e della eroi- ca verità d’ ogni cosa che tu
dica: felicemente vivrai. Ora non v’ ha nessuno' che ti possa
questo impedire. Come i medici han pronti sem- pre i loro ferri e
strumenti per le cure inopinate, così abbi tu alla mano i principi!
* per la cognizione delle cose divine ed umane; e non far nulla
mai, per poco che sia, senza ricordarti del legame che unisce
queste con quelle. Perchè nulla di umano farai tu bene se non lo
ri- ferirai al divino, e viceversa. Non andar più vagando;
per- chè non sei per rileggere oramai nè i tuoi ricordi, hè le
azioni degli an- tichi romani e greci, nè gli estratti Punti
fondamentali di credenza, cre- denze prime, dommi: decreta. appo CICERONE.
d’ autori che riserbavi per la vec- chiaia. Studiati dunque d’
arrivare al fine, e poste da banda le spe- ranze vane, soccorri a
te stesso, se pur ti cale di te, mentre che il puoi. 15. Non
sanno * quanti significati abbiano le parole rubare, seminare,
comperare, riposare, veder quel che sia da fare, il che non si reca
ad effetto con gli occhi, ma con un’al- tra sorta di vista. Corpo,
anima, mente; del corpo son le sensazioni, deh’ anima le ap-
petizioni, della mente le credenze.^ Ricevere impressioni nella
fantasia è cosa anche da giumento; esser mosso da appetiti è cosa
anche da fiera, anche da androgino, anche da Falaride, anche da
Nerone; avere per iscorta la mente a quello che ci pare nostro
ufficio, è cosa anche I Sottintendi c gli nomini del volgo. Dommi,
decréta. Intendi, a quello che ci par eg$ere noda chi non crede che v’
abbiano Dei, da chi abbandona la patria, da chi fa, quando ha
chiuso le porte, ogni opera nefanda. Se adunque tutte queste cose
abbiam comuni cogli anzidetti, resta che sia proprio dell’ uomo
dabbene lo amare ed ab- bracciare gli accidenti ad esso con-
destinati e guardarsi dal macchiare e turbare con immaginazioni
sconce il genio che risiede nel petto di lui, ma conservarlo
propizio, seguendolo modestamente* come un Iddio, non dicendo mai
nulla che sia contro al vero, nè dicendo mai nulla che sia contro
al giusto. Che se nissuno ttro interene. Questo è il significato
generale della parola ufficio appo gli stoici. Solo allor quando le si
aggingne l'epiteto di perfetto denota essa il dovere^ che è come V
intereae iublime dell' uomo. Noto questo perchè alcuni degli interpreti,
e per ultimo anche il Corai, hanno maravigliosamente scompaginato -
e interpolato questo passo; frantendendolo. V. Diog. Laerz.; Stobeo;
Cic. de Officiùt otc. degli uomini non gli vuol credere eh’ egli
viva con semplicità, con ve- recondia, e di buon animo; nè s’adira
egli contro costoro, nè si svia dalla strada che conduce al fine della
yita. al quale si vuol giunger puro, tranquillo, spedito, e conformato di
vo- lontà col proprio destino. La parte che dentro di noi regna, quando
è nel suo stato natu- rale, ha tal disposizione verso gli accidenti,
che senza difficoltà si rivolge sempre al possibile e al dato. Perch’ella
non ama nessuna mate- ria determinata; ma si porta con eccezione* a
quello che si ha pro- posto, e quando alcun che se le viene ad
attraversare per via, ella si fa di quello stesso materia; come il
fuoco, quando s’ impadronisce delle [La parte sovrana o dominante. [Eccezione:
vocabolo stoico. Indica limitazione del proponimento al possibile]. Farò
la tal cosa, se non sarò impedito] cose die incontra, dalle quali una picciola
lampana sarebbe spenta. Ma lo splendido fuoco assimila a sè tosto ogni
cosa che se gli butti dentro, e la consuma, e per quella stessa
s’in- nalza più in su. 2. Nessuna azione sia fatta a
caso mai, nè altrimente che secondo una delle regole costitutive
dell’arte. Van cercando ritiri, alla campa- gna, alla marina, sui monti;
e tu stesso suoli desiderare siffatti luoghi. Ma cotesto è da uomo
ignorantissi- mo, potendo tu, a quell’ ora che tu vuoi, ritirairti
in te stesso. Perchè [Ad ogni caso della vita corrispondo una virtù
da esercitare (vedi sopra, III, 11, e più abbasso, IX, 11, 42): ed ogni
virtù è appo gli stoici nna scienza nello stesso tempo ed un’ arte:
parlo delle virtù pro- priamente dette. Come scienza quindi e come
arte consta di certo proposizioni o re- gole, ciascuna delle quali è
parte integrante di quella, e tutto insieme" la costituiscono. Ogni
ufficio consta di corti numeri. inroRDi.«4 in nessuno altro luogo
si ritira l’ uomo con più tranquillità e con meno brighe che nell’ anima
sua; massi- mamente chi ci ha dentro tanto alti oggetti di
contemplazione che il solo affacciarsi a loro procaccia tosto ogni
sorta di agevolezza. Quan- do dico agevolezza, non voglio dir altro
che buon ordine. Concedi adun- que sovente a te questo ritiro e
rin- novella quivi te stesso. Breve sia r espressione ed elementare
la forma di quelle verità contemplative che avran forza di
rasserenare al primo incontro V anima tua c. rimandarti senza
corruccio alle cose alle quali ritorni. Perchè, di che cosa ti
coi'- rucci? Della malizia degli uomini? Rammentati di quella
sentenza, che gli esseri ragionevoli son fatti gli uni per gli
altri; che il sofferire è parte della giustizia; che malgrado loro
peccano; che tanti si son già inimi- cati, sospettati, odiati, perseguitatisi a morte, i quali ora
sono spenti, son fatti cenere; e te ne darai pace. 0 ti crucci tu
di quella parte che a te Vien compartita dell’ universale de-
stino? Rinnovella il dilemma. 0 è la provvidenza o son gli atomi,'
op- pure gli argomenti con che s’ è di- mostrato che il mondo è
come una città. Ma forse tu ti contristi delle affezioni del corpo?
Pensa che non han più nulla che fare con la mente i moti o sieno
soavi o sieno aspri del senso, ogni volta che questa s’ è raccolta in sè
medesima ed ha conosciuto la sua propria potenza; al che potrai
aggiugnere quelle altre cose che intorno al piacere e al dolore hai
apparato ed accettato per vere. 0 sarà forse T amor di gloria
quello che ti turba? Considera come è ratto Si allude
al sistema atomistico di- Epicuro, il quale ne- gava la previdenza,
e attribuiva il mondo e tutti i fenomeni del mondo ad una causa non
intelligente. l’oblio d'ogni cosa, interminato dal - runa parte e dall’
altra* il caos della età, vana cosa il rumore, mutabile, e
inconsiderato chi in apparenza ti‘ esalta, angusto il luogo dove è
cir- coscritto il suo dire. Perchè tutta la t.erra' è un punto: e
qual parte di essa è l’angoletto che tu abiti? e quivi ancora quanti
avrai lodatori, e quali? D’or innanzi adunque sovvengati di ritirarti in
questa tua vil- letta di te medesimo; e sopra tutto, non. t'
affannare, non t’agitare, ma sii libero e vedi le cose da uomo, da
‘ maschio, da cittadino, da mortale. Ed abbi in pronto, fra le
verità alle quali dovrai far ricprso, queste due principalmente: 1’
una, che le cose non arrivano sino all’ anima, anzi stanno al di
fuori immobili;* e i turbamenti nascono dalla sola opinione [A parte ante
e a parte pott come dice la scuola. [nione, che è dentro. L’ altra,
che quanto tu vedi già già si muta e più non è quel desso; e
rivolgi in mente ciascuna delle mutazioni alle quali tu stesso sei
inten'enuto. Il mondo^ alterazione. La vita, opinione. Se la
intelligenza ci è comune a tutti, anche la ragione per cui siam
ragionevoli ci è comune; se cotesto è, anche la ragione imperativa di ciò
che si dee fare o non fare ci è comune; adunque anche la legge ò
comune; aifunque siam concittadi- ni; adunque partecipiamo tutti ad
una specie di reggimento civile; adunque il mondo è come una città.
Perchè qual altro direm noi che sia quel reggimento civile di cui
tutto il genere umano partecipa? Di colà, da quella città comune,
viene a noi r intelligenza, la ragione, la legge, o d’ onde
verrebbon esse? perchè, siccome quanto v’ ha in me di terreo viene
da una certa terra di cui fa parte; e quanto v’ ha in me d’umido,
da un altro elemento; e quanto v’ha di caldo e d’ igneo, da una
certa sorgente propria (nulla venendo mai dal nulla nè ritornando
nel nulla); così anche la intelligenza dee venire da qualche
cosa. La morte è come la nascita, un mistero della natura. Composizione
e risoluzione di certi elementi in quegli elementi medesimi. Ad
ogni modo non è cosa di che1’
uomo debba arrossire; perchè non è cosa che repugni alla natura dell’
animale intellettivo o disconsegua al principio della formazione di
quello. Tali cose debbono di necessità farsi in tal modo da questi
tali; chi le vuole altrimente, vuole che il fico non abbia
lattificcio. Del tutto, sovvengati che in brevissimo tempo e Intendi
ripugni, non aia conforme. !'• tu e costui sarete morti: e che,
poco dopo, non rimarrà più di voi nè an- che il nome. Togli
via r opinione, ed è tolto via il « sono stato offeso: » togli via
il « sono stato offeso, » ed è tolta via r offesa. Quello che non
fa peggiore l’uomo non fa nè anche peggiore la vita di lui, nè le nuoce,
nè esternamente nè internamente. È necessitata dall’ utile ‘ la na-
tura a far cotesto. Siccome ogni cosa che accade, giustamente accade; il
che, se tu osserverai con attenzione, troverai 1 Comune. Più
letteralmente: « È necessitata la na- tura deir utile a far cotesto.» La
natura deir utile, cioè il principio sostanziale dell’utile (chè vuol
esser presa sostanzialmente in questo luogo la voce natura), il
quale evolvendosi, come ragion seminale, successivamente nel tempo, fa
che ogni cosa sia bene. Perchè non conviene dimenticar mai che,
appo gli stoici, l'utile non è altro che il bene. sempre vero: non
solamente, dico, secondo l’ordine di conseguenza, ma ancora secondo
l’ordine di giustizia; come se le cose procedessero da tale che
distribuisse a ciascuno secondo il merito. Osserva adunque, come
hai cominciato; ed ogni cosa che tu fai, falla con questa
condizione, che tu sia uom dabbene, nel vero signifi- cato della
parola dabbene. Questo carattere conserva in ogni tua azione. Non
concepir le cose quali le giudica colui che fa ingiuria, o quali
egli vuole che tu le giudichi; ma vedile quali sono in realtà. Conviene
esser sempre pronto a queste due cose; fai' solamente quello che la
ragion dell’ arte regia e legislativa ti suggerisce per 1’ uti-
lità degli uomini; e cangiar partito, quando altri viene a raddrizzarti
e rimuoverti da una qualche falsa opi- nione. Ma questo cangiamento
dee farsi sempre per un qualche motivo plausibile, come di giustizia,
o d’ utilità comune, o somigliante; e non mai perchè la cosa ti
piaccia o sia per arrecarti gloria. Hai la ragione? Si. Che
dunque non 1’ adoperi? Perchè, se essa fa quanto le spetta, che ti
resta a desiderare? Sei venuto al mondo qual parte; disparirai dentro al
tuo generatore. 0, piuttosto, ti raccoglierai nella ragion seminale di
lui, per via di mutazione. Molti grani d’ incenso su uno stesso
altare: l’uno è caduto prima e l’altro dopo. È lo stesso. Tra dieci
giorni parrai un Dio a coloro, ai quali pari ora una bestia e una
scimmia, se fai ritorno ai prin- cipii e al culto della ragione. Non
come se tu avessi a vi- vere molte migliaia d’ anni. La morte ti
sovrasta: mentre vivi, mentre ti è dato, fa’ che tu sia uom
dabbene. Di quante brighe si libera chi non bada a quello che ha
detto il vi- cino, o ha fatto, o ha pensato, ma solo a quello eh’
egli stesso fa, affinchè r opera sua sia giusta, e santa, e qual si
richiede dall’ uomo dabbene ! Non andar guatando attorno i
neri costumi, ma corrér diritto in sulla linea senza volgersi a destra
nè a manca. Chi vive abbagliato dal pensiero di lasciar fama dopo
morte, non considera come ciascun di quelli che si ricordano di lui
morrà tosto aneli’ egli, e poi ancora chi sarà a costui succeduto,
sinattantochè, passando da abbagliato in abbagliato e da morente in
morente, venga a spe- gnersi affatto ogni memoria. Ma sup- poni
anche immortale chi s’ ha a ri- cordare di te, ed immortale la fama;
che fa ssi abbia, e nessuno non potendo perdere quel che non
ha. Siccome tutto è opinione. È « noto il detto di
Monimo il cinico. E nota anche l’utilità di quello, chi ne colga il
midollo per insino ai confini del vero. L’anima umana fa onta a sè
stessa, primieramente quando ella; diventa, per quanto sta in lei,
come chi dicesse un apostema o tumore del mondo, ritraendosi da
quello co- me fan gli umori guasti dal corpo. Perchè il crucciarsi di un
accidente qualunque è un ritrarsi dalla natura univei-sale, dentro
alla quale son contenute, siccome parti di quella, tutte le nature
degli altri. In secondo luogo, quando ha avversione a un *
Diceva che «Ogni nostra opinione è fumo e boria. Apostema in greco
vuol dire ad un tempo ed apostema e ritiramento. È solenne agli
stoici il torre esempi, nelle cose morali, dalla natura fisica, siccome
quella in cui è contenuta, secondo loro, ancho la natura morale. qualche
uomo, od anche se gli volge contro per nuocergli, come le anime
degli adirati. In terzo luogo ella fa onta a sè stessa quando si lascia
vin- cere dal piacere o dal dolore. Quarto, quando ella s’ infinge
ed opera o parla con simulazione e contro la verità. Quinto, quando
ella non in- dirizza a nessuno scopo una qualche sua azione o una
qualche sua determinazione di volontà, ma opera a caso e senza sapere che
cosa si fac- cia; laddove nè anche le minime cose non (iovrian
farsi mai se non con rela- zione al fine. E il fine degli animali ragionevoli
è il conformai'si alla ragione e legge della più antica fra le città
e le repubbliche e della più veneranda. Della vita umana, la durata
è un punto; la materia, fluente; il senso, tenebre; la compagine di
tutto il corpo, corruzione; l’anima,* un [La città e
repubblica del mondo. Per anima qui non s' intendo certamente
ap^gintrsi perpetuo; la fortuna, cosa mala a prevedere; la fama,
cosa senza giudizio. E a dirla in breve, ciò che riguarda il corpo,
è un tor- rente; ciò che riguarda l’ anima, so- gno e fumo; la vita
tutta intera, guerra e pellegrinaggio; e la rino- manza che le vien
dopo, oblio. Che i adunque v’ ha a cui tu ti possa atte- nere? Sola
ed unica una cosa; la filosofia. E questa consiste nel custo- dire
per tal modo il genio interno, eh’ egli non riceva nè onta nè
danno, sia superiore al piacere e alla pena, non operi nulla a
caso, nè infìnta- mente 0 con animo d’ ingannare, nè abbia bisogno
mai che altri faccia o non faccia checchessia; inoltre ac- cetti
ogni avvenimento a lui desti- r anima ragionevole, nè la mente, o
la parte sovrana, o il genio interno menzionato nelle, linee
segnenti; ma solamente il principio ’ della vita animale. Vedi il § 16
del lib. Ili | dei Bicordi, ove è fatta distinzione fra corpo,
anima c mente. P. I nato siccome cosa che gli viene di colà
d’ onde è venuto egli stesso; sovra tutto poi, aspetti la morte con
mente serena, siccome nulla più che dissoluzione degli elementi onde
ogni animale è composto; ai. quali se non è grave lo essere
trasmutati di conti- nuo r uno nell’ altro, per qual ca- gione si
avrà ella a temere la tras- mutazione e la dissoluzione d’ essi
tutti in una volta? Ella è cosa secondo natura; e nulla che sia se- condo
natura non è mai un male. Tn Carnvnto, Non solamonte è da
considerare che la vita si va consumando ogni dì, e che sempre ce ne
riman meno, ma eziandio che egli è in- certo, ove ancor 1’ uomo
viva lunga- mente, s’egli avrà sempre vigor 'di mente che basti per
la intelligenza degli affari e la contemplazione che ha per iseopo
la conoscenza delle cose divine ed umane. Perchè, quan- do egli
incominci a vaneggiare,* non cesserà però, egli è vero, nè di tra-
spirare, nè di nudrirsi, nè di avere immaginazioni, nè appetiti, nè altre cose
di tal fatta; ma valersi di sè stesso, ma avvertire distintamente
tutti i numeri * del dovere, ma chia- rire i propri concetti, ma, quel
che importerebbe allora, deliberare se sia già tempo per lui di
andatene e quante altre cose richieggono una raziocinativa molto bene
esercitata, cotesto non potrà egli più, chè la facoltà sarà spenta
anzi tempo. Con- viene adunque affrettJirsi, non sola- mente perchè
ci facciamo ognora più vicini alla morte, ma ancora perchè cessano
in noi anzi il finir della vita la intelligenza e la com- prensione
delle cose. È degno pure d’ osservazione che anche quelle cose le
quali sono un mero accompagnamento neces- [“Onesto” chiamano
(gli stoici) il perfetto bene per lo avere esso tutti i numeri che
la natura richiede. Secondo gli stoici non dovea rimanere in vita r
nomo che non potea più adempire gli uffici d’uomo, 0. ] sario d’ ima
operazione della natura hanno un non so che di grazioso e di
dilettevole. Per esempio, cocen- dosi il pane, si screpola in certi
luo- ghi. Or bene, anche quelle così fatte screpolature che stan
là, per così dire, fuori dell’ intenzione del for- naio, hanno un
certo garbo o muo- vono r appetito in un certo modo lor proprio.
Ancora i fichi, quando sono ben maturi, si aprono. E nelle ulive
lasciate lunga pezza in su V al- bero, quello stesso essere già
vicine a corrompersi, aggiugne al frutto una certa bellezza
particolare. E le spighe che s’ inchinano, e la guar- datura del
leone, e la schiuma che esce fuori di bocca al cinghiale, e molte
altre cose le quali, considerate da per sè, sono lontane da ogni
bel- lezza, nondimeno, perch’ elle accom- pagnano necessariamente
un’ opera della natura, aggiungono a quella ornamento e dilettano
altrui. Di maniera che, chi avesse altezza d’ in- gegno e considerasse ad
una ad una le cose che accadono nell’ universo mondo, nessuna ne
troverebbe per avventura, anche di quelle che sono mera
conseguenza- necessaria delle altre, la quale non gli paresse farsi
con una certa grazia. Costui vedreb- be la gola spalancata d’ una fièra
viva con non meno piacere che quando gli scultori o i pittori glie
la fan vedere imitata; e nelle vecchiarelle e nei vecchi
scorgerebbe un certo che di finito e di maturo non meno piacevole
ai casti occhi di lui che là venustà dei fanciulli; e molte altre
cose gl’ incontrerebbe di vedere, che non fan senso in tutti, ma
solamente in chi s’ è veramente addimesticato con la natura e con
le opere di quella. Ippocrate curò di molti ammalati, e poi s’
ammalò egli stesso e muore. I caldei predissero a molti la morte, e
poi venne anche per loro la morte. Alessandro e Pompeo e Caio
Cesare, i quali distrussero dalle fondamenta le tante città, e
taglia- rono a pezzi in giornata campale le tante migliaia di
cavalli e di fanti, uscirono poi anch’ essi di vita, alla fine.
Eraclito, dopo avere con tanta sapienza e ragioni naturali discorso
intorno alla conflagrazione del mondo, gonfiatosegli d’acqua il corpo,
coperto di letame se ne morì. DEMOCRITO e spento da’ pidocchi, SOCRATE da
pidocchi d’ un’ altra sorta. Che è ciò? Ti se’ imbarcato, hai na-
vigato, sei giunto; esci di nave. Se per andare ad un’ altra vita,
nessun luogo è vuoto di Iddii, e nè anche [Diogene Laerzio
narra che Democrito mori di vecchiaia; Lncrezio, che nscì spontaneamente
di vita, perchè sentiva il suo spirito indebolirsi per effetto degli
anni. Non trovasi nell' antichità a noi nota alcuna tradizione che
concordi con ciò che qni dice Antonino. P. quello dove vai;
se per rimanere senza sentimento, avrai Unito di sof- frire i
dolori e i piaceri, e di dovere andare a versi ad un vaso che è di
tanto inferiore a quel che gli serve. Perchè l’ uno è mente e genio,
e r altro è terra e sangue. Non consumare quella porzione che
ti rimane di vita nel pensare ai fatti altrui, ogni volta che * tu
noi faccia con un fine di comune utilità; cioè nello andar
fantasticando che cosa opera il tale e per qual cagione, e che
dice, e che pensa, e che mac- china, e somiglianti cose, le quali
tutte ti fan deviare dalla custodia della tua parte sovrana.
Conviene adunque guardarsi, nella succession dei pensieri, dall’
ozioso e dal vano, ma molto ancora^più dal curioso e dal maligno;
ed avvezzar sè stesso a pensar solo tali cose che, quando altri,
all’ improvviso ti domandasse, che pensi ora? tu possa
risponder tosto e senza tema: questo, o que- st’ altro; onde appaia
subito mani- festamente non avervi nulla in te che non sia schietto
e benevolo, nulla che non convenga ad animai socievole; il quale
non si compiace nelle immaginazioni di piacere^ o di godimento qual
eh’ ei sia, o di gaiti o d’invidia o di sospetto, o di qua- lunque
altra cosa ti facesse arrossire quando tu avessi a confessare che
l'avevi in mente. Un uomo di tal fatta, il quale non indugia d’ oggi
in domani a por sè nel novero degli ottimi, è come un sacerdote e
un ministro degli Dei, devoto, non meno che agli altri, a quello
che ha il suo tempio in lui medesimo; per virtù del quale l’ uomo
diventa inconta- minabile ad ogni jiiacere, invulne- rabile ad ogni
dolore, inviolabile ad ogni ingiuria, insensibile ad ogni malizia,
sostenitore in campo della massima fra le imprese, quella del non
essere abbattuto da nessuna passione, imbevuto di giustizia in-
sino al fondo, disposto ad accogliere con tutta r anima quanto accàSe
e gli vien destinato, e non occupan- tesi se non di rado nè mai
senza una grande e pubblica necessità, di CIÒ che altri fa o dice o
pensa; per- ch’ egli non ha altre azioni in sua balìa che le
proprie, e pensa conti- nuamente alle cose che il fato del- r
universo gli arreca; per far si che le prime sieno oneste, siccome
ha fede che le seconde sien buone; quando la sorte attribuita all’
uomo procede dalla stessa causa che l’ uo- mo e concorre insieme
con 1’ uomo ad un medesimo fine. Sa inoltre che tutti gli esseri
ragionevoli han pa- rentela fra loro; che è quindi con- forme alla
natura dell’ uomo il tener cura di tutti; benché non sia da far
conto deir opinione di tutti, ma solo di coloro che vivono secondo
natura. Quanto a quelli che vivono altra- mente, egli tien
sempre a memoria che sorta cT uomini sono, e quali, e in casa e
fuor di casa, e di notte e di giorno, si dimostrano, e con quali
praticano; non ha quindi in pregio nessuno la lode che gli può
venire da tallente, la quale nè anche a sè stessa non piace. Non
operar mai nè contro al tuo volere, nè senza relazione al bene
della società, nè senza avere esaminato la cosa, nò con renitenza;
non adornare con isquisitezza di frasi il tuo pensiero: non esser uomo
nè di molte parole, nè di molte faccende.' Ancora, fa’ che il Dio tuo
in- terno abbia a governare in te un animale maschio, attempato,
citta- dino, romano, imperatore, apparec- chiato di tutto punto,
siccome quegli che non aspetta ornai se non il suono Di molte
faccende in cattivo senso, come chi dicesse faccendone, o faccendiere. della
tromba* per uscir della vita, e non occorre sforzarlovi nè col giu-
ramento, nè con la testimonianza (f altr’ uomo; nel lieto aspetto
del quale ben si scorge non avere egli bisogno nè dell’ aiuto che
vien dal di fuori, nè della tranquillità che gli altri procurano.
Conviene adunque esser ritto in piedi già, e non riz- zarui
solamente. 6. Se tu trovi qualche cosa di me- • glio nella
vita dell’ uomo che la giu- stizia, che la verità, che la tempe-
ranza. che la fortezza, e, in una parola, che quella disposizione della
mente per cui ella si appaga di sè medesima nelle cose die ti fa
ope- rare secondo la retta ragione,, e del fato, nelle cose che
senza parteci- pazione della tua volontà ti vengono distribuite;
se, dico, tu trovi alcun che di meglio che questo, a quello [Similitudine
tolta dagli ordini della milizia appo I ROMANI. 0Virco \urcIio. rivolgiti
con tutta l’ anima e godine siccome di cosa che hai ritrovato esser
V ottima. Ma se nulla ti si pre- senta di meglio che il genio
stesso tuo interno, quando si è fatto signore de’ propri moti, e
rivoca ad esame le proprie immaginazioni, e si è sot- tratto^ come
diceva Socrate, dalle passioni del senso, e vive sottomesso . agli
Dei e pigliandosi cura degli uo- mini; se, a paragone di questa,
tutte . le rimanenti cose ti paion picciole e vili, non dar più
luogo appresso te a nessuna altra, alla quale una volta che tu ti
sentissi propendere, più non potresti senza repugnanza preferire a
tutti quel bene che è pro- prio di te ed è il tuo; perchè al bene
j’azionale ed efficiente non vien contrapposto impunemente mai
nulla che sia di natura diversa, come le lodi della moltitudine, o il
co- mandare, o i piaceri del senso; tutte queste cose, per poco che
le si paiano adattare,' ti sopralfamio in un attimo e ti strascinano.
Or tu, dico io, scegli schiettamente e liberamente il meglio, e a quello
ti attieni. — Ma il meglio è l’utile. Se l’utile al- r uomo in
quanto è ragionevole, bene sta, quello procura: se l’ utile all’ uomo in
quanto animale, dillo su aper- tamente® e vivi di poi senza boria
nò fasto, secondo quella determinazione. Ma bada, ve’, che non ti
inganni nell’ esame. Non riguardare giammai come i [Par
che Antonino alluda qui alla teoria dello adattare le nozioni generali
alle cose particolari, o, come diremmo noi, del concetto alla
rappresentazione, che è ciò in che consisto il giudizio. Dillo
spiattellatamente, se ardisci, senza avvolgerti in parole coperte: e
ammetti poi tutte le conseguenze di quel tuo detto: cioè, vivi poi
da animale mero e puro, senza in- gerirti a parlare nè di moralità nè di
virtù nè di giustizia, nè d* altro simile, che in quel caso
sarebbero un vano fasto di pa- role. E provocazione al senso intimo
dell'uo-mo. Utile a te nulla che sia per isforzarti un dì a violar la
fede, abbandonare il pudore, odiare alcuno sospettare, maledire,
simulare, desiderar cosa j che abbia bisogno di pareti e di ve-
lame. Chi ha posto innanzi ad ogni altra cosa la sua mente e genio,
e il culto della virtù eh’ è propria di quello, non fa tragedie,
non geme, non ha bisogno di solitudine, non di frequenza d’ uomini;
quel che più impoita, vive senza ricercar nulla nè fuggire; abbia
ad esser lungo o, abbia ad esser corto Tintèrv^allo di tempo
durante il quale sarà conte- nuta nel corpo l’ anima con che egli
lia a fare,' non se ne piglia nè an- clic il minimo pensiero; e
quando [Con che egli ha a fare. Non veggo che cosa abbia
voluto dire Ornato. Il senso letterale del testo è: sia lungo o sia
breve il tempo, eh' egli avrà a far uso dell' ani- ma contenuta nel
corpo. Il che, parrai, equi- vale a dire: sia lungo, o sia breve il tempo
ch'egli ha a vivere. è giunta V ora dello sgombrare, cosi spiccio se ne
va, come se impren- desse un’ altra qualunque di quelle azioni che
si possono con verecondia e con dignità operare; da questo solo
guardandosi per tutta la vita,, che veruno dei moti della sua men-
te non sia mai men che convene- vole ad animale intelligente o so-
ciabile. Nella mente dell’ uom castigato e puro non troverai nulla
di marcio, nè tampoco nulla di contaminato o che paia sano al di
fuori e noi sia. La vita di lui, a qualsivoglia ora lo sorprenda la
morte, non è mai im- perfetta, come tu diresti quella tra- gedia
d’onde un attore si fosso riti- rato prima d’ aver condotto a fine
la sua parte. Ancora non è in lui nulla di villano, nè nulla di
artata- mente gentile; nulla che il leghi alle cose esteriori nè
nulla che lo separi da quelle; nulla onde egli sia palesemente
ripreso,' nè nulla che covi addentro nascosto. Abbi in rispetto la
facoltà giu- dicativa.^ Per lei sta che non si ge- neri nella tua
parte sovrana nessuna opinione che non sia consona alla natura o al
fine per che 1’ uomo è ordinato. Ed essa promette la infal-
libilità,* e l’amicizia con gli uomini e r ubbidienza agli Dei.Messe
adunque da banda tutte le altre cose, queste poche sole abbi in
mente; ed ancora ricordati che i r uomo non vive altro tempo che
questo presente, cioè un attimo; il rimanente o lo ha vissuto o non
sa se il vivrà. Picciola cosa pertanto è 1 Intendi: nulla che
appaia manifesta- mente vizioso. Ossia la virtù del non cadere in
er- rore; che vien definita da Zenono « la scienza del quando
conviene assentire ad i un' apparenza, e quando no. > Questa ac-
compagna sempre il giudizio comprensivo, che è il criterio della verità
appo g-li stoici. 0. Digitizedh, Cnoi^li: il tempo che
l’ uom vive, picciola cosa rangoletto della terra dov’egli vive;
picciola cosa la fama anche la più lunga eh’ egli lascerà dietro
sè, e questa tramandantesi per succes- sione d’ omiciattoli in
omiciattoli, morti quasi appena nati, ed ignari anche di sè
medesimi, non che di colui il quale moriva è già gran pezza.
li. Agli avvertimenti dati sin qui s’ aggiunga ancora quest’ uno, di
de- finir sempre o descrivere l’oggetto che cade sotto al tuo
senso, si che tu lo scorga a parte a parte distin- tamente e tutt’
insieme quale egli è nella sua essenza nudo, e dir teco stesso il
nome proprio di quello e il nome delle cose di che è compo- sto e
in che s’ ha da risolvere. Per- chè non v’ ha nulla che sublimi
cotanto l’animo quanto il potere ar- guire per la diritta via e con
verità ciascuna delle cose che incontrano nella vita, e saperle
vedere per ino» do da conoscere nello stesso tempo di qual uso
sendo questa tal cosa al mondo, e a qual mondo, qual valore ha
rispetto al tutto e quale rispetto air uomo, che è cittadino della
suprema fra le città, della quale le altre città sono' come al-
trettante famiglie. Che cosa è, e di che cosa è composto, e quanto tempo
è por duiare ij cesto che fa impres- sione ora sul mio senso; di che
virtù s’ ha da far uso con esso, per esem- pio, della mansuetudine,
della for- tezza, della veracità, della fede, della semplicità,
della frugalità, o simili. Però, intorno a ciascuna cosa, con- vien
dire: questa mi viene da Dio; questa dalla sorte, dalla complica-
zione delle cause condestinate, e so- miglianti cose; quest’ altra dal
mio consorto, dal mio congiunto, dal partecipe d’ una stessa
società con me, il quale ignora nondimenò ciò che è secondo natura
per lui. Ma 10 non lo ignoro; e però mi governo con lui
secondo la legge naturale della società, con benevolenza e giu-
stizia; e ad uno stesso tempo ho riguardo, nelle cose mezzane,' al
valore di ciascheduna. Se tu operi secondo la retta ragione quel che
hai fra mano, stu- diosamente, c vigorosamente, placi- damente, e
non t’ occupi d’ altra cosa tra via, ma conservi puro ed intatto
11 genio tuo, come se tu dovessi già rassegnarlo; se a lui ti tieni stret- Si chiamai!
còse mezzane appo gli stoici quelle che non sono nè ben nè male,
cioè nè virtù nè vizio. Le quali, comecché da per sè non meritino
d' esser cercato nè fug- gite, si accettano nondimeno o si
rigettano per r aiuto o disainto che elle possono ar- recare alla
vita secondo natura. Quelle che arrecan più aiuto, han più valore:
quelle che più disainto, più disvalore. Di questò ha da tener conto
il savio, ed accettare, quando gli è data la scelga, quelle che han
più valore, o che han meno disvalore. 0. ^ Sottintendi « a chi tol
diede. » to, nulla aspettando, da nulla rifug- gendo, contentandoti dell’
azion tua presente secondo natura e della eroi- ca verità d’ ogni
cosa che tu dica: felicemente vivrai. Ora non v’ ha nessuno' che ti
possa questo impedire. Come i medici han pronti sem- pre i loro
ferri e strumenti per le cure inopinate, così abbi tu alla mano i
principi! * per la cognizione delle cose divine ed umane; e non far
nulla mai, per poco che sia, senza ricordarti del legame che unisce
queste con quelle. Perchè nulla di umano farai tu bene se non lo
ri- ferirai al divino, e viceversa. Non andar più vagando;
per- chè non sei per rileggere oramai nè i tuoi ricordi, hè le
azioni degli an- tichi romani e greci, nè gli estratti *
Punti fondamentali di credenza, cre- denze prime, dommi: decreta.appo
Cicerone. d’ autori che riserbavi per la vec- chiaia. Studiati dunque d’
arrivare al fine, e poste da banda le spe- ranze vane, soccorri a
te stesso, se pur ti cale di te, mentre che il puoi. Non sanno * quanti
significati abbiano le parole rubare, seminare, comperare,
riposare, veder quel che sia da fare, il che non si reca ad effetto
con gli occhi, ma con un’al- tra sorta di vista. Corpo, anima, mente;
del corpo son le sensazioni, deh’ anima le ap- petizioni, della
mente le credenze.^ Ricevere impressioni nella fantasia è cosa
anche da giumento; esser mosso da appetiti è cosa anche da fiera,
anche da androgino, anche da Falaride, anche da Nerone; avere per
iscorta la mente a quello che ci pare nostro ufficio,* è cosa anche
Sottintendi c gli nomini del volgo. Dommi,
decréta. Intendi, a quello che ci par eg$ere noda chi non crede che v’
abbiano Dei, da chi abbandona la patria, da chi fa, quando ha
chiuso le porte, ogni opera nefanda. Se adunque tutte queste cose
abbiam comuni cogli anzidetti, resta che sia proprio dell’ uomo dabbene
lo amare ed ab- bracciare gli accidenti ad esso con- destinati e
guardarsi dal macchiare e turbare con immaginazioni sconce il genio
che risiede nel petto di lui, ma conservarlo propizio, seguendolo
modestamente* come un Iddio, non dicendo mai nulla che sia contro
al vero, nè dicendo *mai nulla che sia contro al giusto. Che se nissuno
ttro interene. Questo è il significato gene- rale della parola
ufficio appo gli stoici. Solo allor quando le si aggingne l'epiteto
di perfetto denota essa il dovere^ che è come V intereae iublime
dell' uomo. Noto questo perchè alcuni degli interpreti, e per
ultimo anche il Corai, hanno maravigliosamente scompaginato - e
interpolato questo passo; frantendendolo. Diog. Laerz.; Stobeo;
Cic. de Officiùt otc. 0. degli uomini non gli vuol credere eh’
egli viva con semplicità, con ve- recondia, e di buon animo; nè
s’adira egli contro costoro, nè si svia dalla strada che conduce al
fine della yita. al quale si vuol giunger puro, tran- quillo,
spedito, e conformato di vo- lontà col proprio destino. La parte
che dentro di noi re- gna,* quando è nel suo stato natu- rale, ha
tal disposizione verso gli accidenti, che senza difficoltà si ri-
volge sempre al possibile e al dato. Perch’ella non ama nessuna
mate- ria determinata; ma si porta con eccezione* a quello che si
ha pro- posto, e quando alcun che se le viene ad attraversare per
via, ella si fa di quello stesso materia; come il fuoco, quando s’
impadronisce delle [La parte sovrana o dominante. [Eccezione:
vocabolo stoico. Indica limi- tazione del proponimento al possibile.
Farò la tal cosa, se non sarò impedito. cose die incontra, dalle quali
una picciola lampana sarebbe spenta; ma lo splendido fuoco assimila
a sè tosto ogni cosa che se gli butti dentro, e la consuma, e per
quella stessa s’innalza più in su. [Nessuna azione sia fatta a caso
mai, nè altrimente che secondo una delle regole costitutive
dell’arte.* 3. Van cercando ritiri, alla campa- gna, alla
marina, sui monti; e tu stesso suoli desiderare siffatti luoghi. Ma
cotesto è da uomo ignorantissimo, potendo tu, a quell’ ora che tu vuoi,
ritirairti in te stesso. Perchè * Ad ogni caso della vita
corrispondo una virtù da esercitare (vedi sopra, III, 11, e più
abbasso, IX, 11, 42): ed ogni virtù è appo gli stoici nna scienza nello
stesso tempo ed un’ arte: parlo delle virtù pro- priamente dette.
Come scienza quindi e come arte consta di certo proposizioni o re-
gole, ciascuna delle quali è parte integrante di quella, e tutto
insieme" la costituiscono. Ogni ufficio consta di corti nu meri.
0. inroRDi. «4 in nessuno altro luogo si
ritira l’uomo con più tranquillità e con meno brighe che nell’ anima sua;
massi- mamente chi ci ha dentro tanto alti oggetti di
contemplazione che il solo affacciarsi a loro procaccia tosto ogni
sorta di agevolezza. Quan- do dico agevolezza, non voglio dir altro
che buon ordine. Concedi adun- que sovente a te questo ritiro e
rin- novella quivi te stesso. Breve sia r espressione ed elementare
la forma di quelle verità contemplative che avran forza di
rasserenare al primo incontro V anima tua c. rimandarti senza
corruccio alle cose alle quali ritorni. Perchè, di che cosa ti
coi'- rucci? Della malizia degli uomini? Rammentati di quella
sentenza, che gli esseri ragionevoli son fatti gli uni per gli
altri; che il sofferire è parte della giustizia; che malgrado loro
peccano; che tanti si son già inimi- cati, sospettati, odiati,
^perseguitatisi a morte, i quali ora sono spenti, son fatti
cenere; e te ne darai pace. 0 ti crucci tu di quella parte che a te
Vien compartita dell’ universale de- stino? Rinnovella il dilemma. 0
è la provvidenza o son gli atomi,' op- pure gli argomenti con che
s’ è dimostrato che il mondo è come una città. Ma forse tu ti contristi
delle affezioni del corpo? Pensa che non han più nulla che fare con
la mente i moti o sieno soavi o sieno aspri del senso, ogni volta
che questa s’ è. raccolta in sè medesima ed ha cono- sciuto la sua
propria potenza; al che potrai aggiugnere quelle altre cose che
intorno al piacere e al dolore hai apparato ed accettato per vere.
0 sarà forse T amor di gloria quello che ti turba? Considera come è
ratto [Si allude al sistema atomistico d’Epicuro, il quale
nega la previdenza, e attribuisce il mondo e tutti i fenomeni del mondo ad una
causa non intelligente.. l’oblio d'ogni cosa, interminato dal -
runa parte e dall’ altra* il caos della età, vana cosa il rumore,
mutabile, e inconsiderato chi in apparenza ti‘ esalta, angusto il
luogo dove è cir- coscritto il suo dire. Perchè tutta la t.erra' è
un punto: e qual parte di essa è l’angoletto che tu abiti? e quivi
ancora quanti avrai lodatori, e quali? D’or innanzi adunque sovvengati di
ritirarti in questa tua vil- letta di te medesimo; e sopra tutto,
non. t' affannare, non t’agitare, ma sii libero e vedi le cose da uomo,
da ‘ maschio, da cittadino, da mortale. Ed abbi in pronto, fra le
verità alle quali dovrai far ricprso, queste due principalmente. L’una,
che le cose non arrivano sino all’anima, anzi stanno al di fuori
immobili e i turbamenti nascono
dalla sola opinione [A parte ante e a parte pott come dice la
scuola], che è dentro. L’ altra, che quanto tu vedi già già si muta e
più non è quel desso; e rivolgi in mente ciascuna delle mutazioni
alle quali tu stesso sei inten'enuto. Il mondo, alterazione. La
vita, opinione. Se la intelligenza ci è comune a tutti, anche la
ragione per cui siam ragionevoli ci è comune; se cotesto è, anche
la ragione impera- tiva di ciò che si dee fare o non fare ci è
comune; adunque anche la legge ò comune; aifunque siam concittadini;
adunque partecipiamo tutti ad una specie di reggimento civile; adunque
il mondo è come una città. Perchè qual altro direm noi che sia quel
reggimento civile di cui tutto il genere umano partecipa? Di colà,
da quella città comune, viene a noi r intelligenza, la ragione, la
legge, o d’ onde verrebbon esse? Perchè, siccome quanto v’ha in me
di terreo viene da una certa terra di cui fa parte; e quanto v’ ha
in me d’umido, da un altro elemento; e quanto v’ha di caldo e d’
igneo, da una certa sorgente propria (nulla venendo mai dal nulla
nè ritornando nel nulla); così anche la intelligenza dee venire da
qualche cosa. La morte è come la nascita, un mistero della natura;
composizione e risoluzione di certi elementi in quegli elementi
medesimi. Ad ogni modo non è cosa di che 1’ uomo debba arrossire;
perchè non è cosa che repugni alla natura dell’ animale
intellettivo o disconsegua* al prin- cipio della formazione di
quello. 6. Tali cose debbono di necessità farsi in tal modo
da questi tali; chi le vuole altrimente, vuole che il fico non
abbia lattificcio. Del tutto, sov- vengati che in brevissimo tempo
e [Intendi: ripugni, non aia conforme. !'• tu e costui sarete
morti: e che, poco dopo, non rimarrà più di voi nè an- che il
nome. Togli via r opinione, ed è tolto via il « sono stato offeso: »
togli via il « sono stato offeso, » ed è tolta via r offesa. Quello
che non fa peggiore l’ uo- mo non fa nè anche peggiore la vita di
lui, nè le nuoce, nè esternamente nè internamente. È necessitata
dall’ utile ‘ la natura a far cotesto. Siccome ogni cosa che accade,
giustamente accade; il che, se tu osserverai con attenzione,
troverai [Comune. Più letteralmente: « È necessitata la na-
tura deir utile a far cotesto.» La natura deir utile, cioè il principio
sostanziale dell’utile (chè vuol esser presa sostanzialmente in questo
luogo la voce natura), il quale evolvendosi, come ragion seminale,
succes- sivamente nel tempo, fa che ogni cosa sia bene. Perchè non
conviene dimenticar mai che, appo gli stoici, l'utile non è altro
che il bene. sempre vero: non solamente, dico, secondo l’ ordine di
conseguenza, ma ancora secondo 1’ ordine di giustizia; come se le
cose procedessero da tale che distribuisse a ciascuno secondo il
merito. Osserva adunque, come hai cominciato; ed ogni cosa che tu
fai, falla con questa condizione, che tu sia uom dabbene, nel vero
significato della parola dabbene. Questo carattere conserva in ogni tua
azione. Non concepir le cose quali le giudica colui che fa ingiuria,
o quali egli vuole che tu le giudichi; ma vedile quali sono in
realtà. Conviene esser sempre pronto a queste due cose; fai'
solamente quello che la ragion dell’ arte regia e legislativa ti
suggerisce per 1’utilità degli uomini; e cangiar partito, quando altri
viene a raddrizzarti e rimuoverti da una qualche falsa opi- nione.
Ma questo cangiamento dee farsi sempre per un qualche motivo plausibile,
come di giustizia, o d’ utilità comune, o somigliante; e non mai
perchè la cosa ti piaccia o sia per arrecarti gloria. Hai la
ragione? Si. Che dunque non 1’ adoperi? Perchè, se essa fa quanto
le spetta, che ti resta a desiderare? Sei venuto al mondo qual parte; disparirai
dentro al tuo generatore. 0, piuttosto, ti raccoglierai nella ragion seminale
di lui, per via di mutazione. Molti grani d’ incenso su uno stesso
altare: l’uno è caduto prima e l’altro dopo. È lo stesso. 16.
Tra dieci giorni parrai un Dio a coloro, ai quali pari ora una
bestia e una scimmia, se fai ritorno ai prin- cipii e al culto
della ragione. Non come se tu avessi a vi- vere molte migliaia d’
anni. La morte ti sovrasta: mentre vivi, mentre ti è dato, fa’ che
tu sia uom dabbene. Di quante brighe si libera chi non bada a quello
che ha detto il vi- cino, o ha fatto, o ha pensato, ma solo a
quello eh’ egli stesso fa, affinchè r opera sua sia giusta, e santa,
e qual si richiede dall’ uomo dabbene ! Non andar guatando
attorno i neri costumi, ma corrér diritto in sulla linea senza
volgersi a destra nè a manca. Chi vive abbagliato dal pensiero di
lasciar fama dopo morte, non considera come ciascun di quelli che
si ricordano di lui morrà tosto aneli’ egli, e poi ancora chi sarà
a costui succeduto, sinattantochè, passando da abbagliato in abbagliato
e da morente in morente, venga a spegnersi affatto ogni memoria. Ma
sup- poni anche immortale chi s’ ha a ri- cordare di te, ed
immortale la fama; che fa egli a te cotesto? E non dico.
a te quando sarai morto, ma a te mentre sei vivo: che è la lode,
se on forse talora un mezzo per una qualche dispensazione? Lascia
stare ora, che sarebbe inopportuna, la considerazione dello essere
secondo natura o no e cosa quindi che non ha pregio se non per rispetto
d’ una qualche altra. Tutto che è bello, qual che egli sia, è bello
da per sè, ha il termine della sua bellezza dentro di sè, nè annovera tra
le sue parti la lode, e lodato, non diventa nè peg- giore, nè
migliore. Dico, anche i belli volgari, le cose belle per materia o
per lavoro artificioso (perchè, in quanto al bello per essenza, ha egli
mai bisogno di lode alcuna? No, niente più che la legge, niente più
che la verità, niente più che la be- nevolenza o la verecondia). Quale
di esse è bella per venir lodata o perde per venir biasimata? Lo
smeraldo diventa egli peggiore, se non si loda? E l’oro, l’avorio,
la poi^pora, una cetra, una spada; un fiorellino, un arboscello? Se le anime sussistono dopo morte, come
può, dalla eternità in qua, contenerle in sè l’aria? E come
contiene la terra i corpi che da tanti secoli vi sono seppelliti?
Perchè nell’ istesso modo che questi, dopo essersi conservati alcun
tratto di tempo, col mutarsi di poi e col dis- solversi dan luogo
ad altri cadaveri: cosi le anime che passano nell’ aria,
soffermatevisi un certo tempo, si mu- tano si struggono e accendono, e
ve- nendo accolte nella ragion seminale dell’universo, fan luogo
alle altre che lor vengono appresso. Questo si può rispondere nella
ipotesi che le anime sussistono dopo morte. E convien recarsi a
mente il numero non solo dei corpi seppelliti a questo modo, ma
anche di quelli che ogni di e da noi e dagli altri animali si mangiano. Perchè
quanti se ne consuma egli e se ne seppellisce, per così dire, nei corpi
di coloro che se ne cibano! E pur nondimeno li cape uno stesso
luogo, pel convertirsi, eh’ essi fanno, in sangue, pel trasmutarsi loro
in aria od in fuoco. Come giugnere, intorno a ciò, alla
cognizione del vero? Col distinguere in materia ed in causa. Non isviarti;
ma fa’ sì che ogni atto della tua volontà rappresenti il giusto e
che ogni tuo giudizio serbi il carattere di comprensivo. Tutto a me
conviene quel che a te conviene, o mondo. Non è im- matura per me
nè tardiva nessuna cosa che sia opportuna per te. Tutto è frutto
per me quel che portano le tue stagioni, o natura. Da te viene. 0il
tutto, in te è il tutto, a te ritorna il tutto. Queir altro dice: 0
amica città di Cecrope! ‘ e tu non dirai: 0 amica città di
Giove? Fa’ poche cose » dice colui, se vuoi viver contento. Non era meglio
il dire, fa’ le cose che son necessarie, quelle che vuol la ragione d’un
animai socievole, e a quel modo ch’ella le vuole? Cosi acquisterai
la contentezza non solo che nasce dal far bene le cose, ma quella
ancora dell’ averne a far poche. Perchè, se dalle cose che diciamo
e facciamo lu tronchi via le non necessarie, che sono il maggior
numero, assai più agio ti rimarrà ed assai brighe avrai meno.
Quindi, ad ogni cosa che sei per fare, domanderai a te stesso: Non
è questa una di quelle che non [Aristofane, nella commedia de' contadini
[DEMOCRITO, in un frammento conservatoci dallo Stobeo] sono necessarie? E
conviene troncar via, non solo le azioni che non son necessarie, ma anche
i pensieri; perchè in questo modo non avrai nè anche più* a temere
che azioni so- verchie li seguano. Fa’ un po’ il saggio
dei come ti riesce la vita dell’ uomo dab- bene, dell’ uomo che
accetta con pia- cere ogni cosa che gli venga com- partita dal
tutto ed a cui basta che r azion sua propria sia giusta e la
disposizione dell’ animo suo bene- vola. Hai tu veduto quelle cose?
Vedi anco queste. Non turbar te medesimo. Fa’ che tu sia semplice.
Pecca egli, un tale? A sè medesimo pecca. T’ è accaduto qualche
cosa? Bene sta; ab eterno era stato destinato per te, destinato
insieme con te, tutto ciò che ti accade. Al postutto, breve è la
vita: conviene far guadagno del [seguendo la ragione ed il
giusto] Sii in te anche quando ti ricrei. il mondo o è ordinato da
una mente, o è un accozzamento fortuito di cose, venute d’ ogni
parte, sì, ma non di meno ordinate. 0 credi tu che possa avervi un
cotal ordine in te e che nell’ universo alberghi il disordine?
massimamente quando ci vedi, le cose cosi distinte le une dal- r
altre, così mescolate le une con r altre e cosi intimamente
collegate tutte insieme col vincolo di reciproca dipendenza?
28. Neri costumi, eiremminati co- stumi, costumi duri, brutali,
pecorini, puerili, infingardi, falsi, buffoneschi, taverneschi,
tirannéschi. 29. Se è uno estraneo nel mondo chi non sa che
cosa c’ è nel mondo, non è meno un estraneo chi non sa che cosa vi
si fa; un fuoruscito chi esce fuori della ragion civile; un cieco
chi chiude gli occhi della men- te; un mendico chi abbisogna d’ al-
trui e non ha in sè quanto gli fa d’uopo alla vita: un apostema'
del mondo chi si separa é allontana dalla ragione della natura
comune, avendo a male ciò che accade; perchè quella te lo arreca la
quale arrecò te* me- desimo ancora; una smozzicatura di città chi
distacca la propria anima dall’ anima comune degli esseri in-
telligenti, che è una. Chi filosofa senza tunica, e chi senza libro.
Quest’altro, mezzo ignudo. Non ho pane, die’ egli, e pure sto fermo nella
ragione. Ed io non ho il cibo della dottrina, e pur ci sto fermo
anch’io. Ama l’arte che hai apparato; in essa ti acqueta; e vivi il
rimanente della tua vita come quegli che ha accomandato le cose sue
con tutta l’anima agli Dei, e che di nessun uomo non vuol essere ne
tiranno nè servo. Figurati, per esempio, i tempi di
Vespasiano; vedrai le stesse cose che adesso: uomini che
s'accasano, che educan figli, che s’ammalano, che muoiono, che fan
guerra, che fan festa, che mercatano, che coltivan la terra, che
adulano, che presumon di sè, che sospettano, che tendono insi- die,
che desideran la morte di alcuno, che mormorano del presente, che
fanno all’amore, che ammassan te- sori, che voglion diventar
consoli, diventar principi. Or tutta quell età è sparita. Passa ai
tempi di Traiano] le stesse cose di nuovo. Quella età è spenta anch’
essa. Considera nello stesso modo le altre generazioni d’ uo- mini
e le nazioni tutte intere, e vedi quanti si travagliarono e
straziarono per morir poi poco stante e risol- versi negli
elementi. Massimamente ricorderai coloro i quali hai veduto a’ tuoi
di aiTaticarsi per cose da nulla e trascurare quello per che eran
nati, dove era da attendere a questo uni- camente e non cercare
altra cosa. Qui è pur necessario il rammen- tarti che a
ciascuna azione corri- sponde un certo valore e un grado di
applicazione proporzionato.* Per- chè allora solamente eviterai il
rin- crescimento e la noia, quando non ti occuperai più di quel che
conven- ga, nelle cose da poco. 33. Le voci che altre volte
erano in uso, or sono antiquate; così an- [Termine stoico. Un
grado di applicazione (dovutale per parte deir uomo) proporzionato al
valore, cioè air importanza di essa. E vuol dire che dobbiamo
attendere e applicarci a ciascuna azione secondo il valore o l'
importanza di essa azione, cioè molto a quelle che hanuo un gran
valore, e meno a quelle che ne hanno un minore; e fra due di valore
ineguale, attendere piuttosto alla più importante, che alla meno
importante. che i nomi di coloro che una volta furon celebri, or sono,
per cosi dire, antiquati; Cammillo, Cesene, Voleso, Leonnato; e
poco dopo, Scipione, Catone; poscia Augusto, poscia Adriano c Antonino.
Incerti e favolosi presto diventano; presto ancora son sepolti
nell’ oblio universale. Parlo di co- loro che in un qualche modo
furon chiari e ammirati; perchè, quanto agli altri, appena han reso
l’ ultimo soffio. «Nessun ne parla più, nessun ne chiede. Ma che è
ella poi, alla fin fine, la. eternità del nome? Vanità pura. Che è
dunque quello a cui dobbiamo seriamente badare? Questo solo: che
le_ nostre intenzioni sien giuste; le azioni, utili alla so- cietà;
le parole, non mai menzogne- re; e r animo, disposto ad accettare
tutto che accade, siccome cosa ne- cessaria, siccome cosa amica,
sicco- me cosa derivante dallo stesso prin- cipio e dallo stesso
fonte che noi. Volontario i’ abbandona nelle mani del Fato,
lasciando eh’ egli ti destini a quelle cose eh’ ei vuole. E il
ricordante e il ricordato, ambidue han la vita d’ un giorno. Osserva
di continuo coipe ogni cosa nasce per via di mutazione; ed
avvezzati a pensare che nulla ama tanto la natura dell’universo,
quanto di mutar le cose che esistono e farne dell’ altre simili.
Perchè ogni cosa che esiste è seme, in un certo modo, di quella che
per essa esisterà. Ma tu ti immagini come semi quelli so- lamente
che si gittano nella terra 0 nell’utero. Cotesto è da uomo rozzo assai. Or
ora moirai, e non sei giunto per anche ad esser semplice, nè im-
perturbato, nè senza sospetto che le cose esterne ti possano nuocere,
nè sereno inverso tutti, nè a riporre la prudenza nel solo operar
con giu- stizia, Guarda alle menti di costoro, e dei prudenti
fra loro; quali cose fuggono, e quali cercano! 39. Nella
mente d’ un altro non istà il tuo male; nè tampoco in un i qualche
cambiamento o alterazione di quello che ti circonda. Dove sta
egli adunque? In quella parte di
te, che giudica intorno ai mali. Quella parte adunque non giudichi, e
tutto andrà bene. Ancorché la cosa a lei più vicina, io voglio dire
il corpo, sia tagliata, sia abbruciata, marcisca, infracidisca,
stiasi nondimeno quieta la pjirte che giudica di siffatti acci-
denti; cioè giudichi non esser nè j male nè bene ciò che può accadere
! ugualmente al tristo ed al buono. Perchè quello che accade
ugualmente e a chi vive contro natura e a chi vive secondo quella, non è
cosa nè secondo natura nè contro. Avvezzati a considerare il
mon- do come un animale unico, avente un corpo unico ed un’ anima
unica; e come ad un senso unico, che è il senso di lui, ogni cosa
risponda; come con un impulso unico - ogni cosa operi; come ogni
cosa concorra alla produzione d’ogni cosa; e qual sia la
connessione e il concatena- mento di tutte. Sei una animuccia
che porta un cadavero, come diceva Epitteto. Non è punto un male il
venire a mutazione, come non è punto un bene l’esser nato da
mutazione. L’età è come un fiume di cose che accadono, e una
corrente rovi- nosa; ' appena vedi 1’ una, ed è già passata ed un’
altra passa, ed un’al- tra passerà. Tutto quel che accade è
cosa tanto solita e tanto familiare quanto le rose nella primavera
e le frutta [Intendi rapidissima e non cagione di rovine, il che
sarebbe nn disordine nel mondo, che è 1' ordine per eccellenza. sa
nella state; nè son da riguardare altramente la malattia, la’
morte, le calunnie, le insidie, e tutto quello che allegra o
attrista gli sciocchi. Nella successione dei casi, quelli che
seguitano han sempre re- lazione di parentela con quelli ché li han
preceduti. Perchè non è già quivi come un novero di cose indi-
pendenti r una dall' altra, cui la sola necessità * insieme costringa,
ma sibbene una connessione ragionevo- le; e come negli enti si
ravvisa una coordinazione armonica degli uni con gli altri, cosi
negli accidenti si manifesta, non già semplicemente la successione,
ma un certo modo di parentela mai'aviglioso. 4C. Abbi a mente
ognora il detto di Eraclito; che la morte della terra è il diventar
acqua, la morte del- r acqua è il diventare aria, la morte I
Intendi «necessità esterna.» dell’ aria il diventar fuoco e viceversa.*
Ricordati ancora di colui che non sa dove inette la via;* e sicco-
me la ragione con la quale gli uo- mini conversano il più
assiduamente, e che governa ogni cosa, è quella per r appunto con
che essi non van d’ accordo; e le cose in che s’ imbat- tono ogni
dì, son quelle che ad essi paiono più strane. E siccome non
conviene fare nè dire a guisa di dormienti; perchè anche dormendo ci par
di fare e di dire; nè come fan- ciulli che van dietro ai lor padri,
cioè nudamente e semplicemente a quel modo che abbiamo appreso.
47. Come se un Dio ti avesse detto che domani sarai morto, o
posdomani [Pasfio famoso di ERACLITO, rammentato da Diog. Laorzio,
Plutarco, Massimo Tirio, Clem. Aless. Filone, ecc., allegati tutti
dal Gataker a questo luogo]. Anche questo, come i seguenti, pare un
detto di ERACLITO. Vi fa allusione, credo, al più, tu non ti
cureresti gran fatto dell’ avere a morire posdomani piut- tosto che
domani, ove tu non sia il più codardo degli uomini; perchè, quanto
sarebbe il divario? così non ti paia nè anche gran fatto l’avere a
morire piuttosto in capo a molte diecine d’anni che domani.
48. Pensa di continuo quanti me- dici son morti, che sovente in
su gli ammalati le ciglia aggrottarono; quanti astrologi, che la
morte altrui, come un gran caso, predissero; quan- ti filosofi, che
intorno alla morte o alla immortalità migliaia di discorsi fecero;
quanti prodi, che molti am- mazzarono; quanti tiranni, che con orribil
ferocia, quasi non avessero essi mai a morire, la podestà in sulle
vite esercitarono; quante città tutte intere, per dir così, son morte.
Elice, Pompei, Ercolano, altre senza fine. Rammemora ancora quanti
hai conosciuto, l’ un dopo V altro: questi fece a colui la
sepoltura, e poi morì egli, e queir altro la fece a lui; tutto ciò
in breve. La somma è, che le cose umane son da riguardare come di
nessuna durata nè pregio; un po’ di moccio, ieri; mummia o ceneri,
doma- ni. E quindi, questo attimo presente di tempo, si vuol
passarlo conforme la natura richiede, e finirsela in pace; come
oliva matura che cada, benedicendo la terra che la portò, e
ringraziando l’ albero da cui fu ge- nerata. 49. Sii simile
ad un promontorio, contro al quale incessantemente s’in- frangono fonde,
e quegli sta saldo, e s’abbonacciano intorno a lui i gorgogli dell’
acque. Sventurato me, che la tal cosa ra’ è accaduta. Anzi, avventurato,
che, la tal cosa essendomi accaduta, me ne sto nondimeno senza
cruccio, nè ango- sciato del presente nè pauroso del- f avvenire.
Ad ogni altro poteva accadere; ma ogni altro non l’avria senza angoscia
sopportata. Perchè adunque sarà quello una sventura piuttosto che
questo una ventura.* E poi, chiami tu. sventura per l’ uo- mo
quello che non defrauda punto la natura dell’uomo? E ti par egli
che defraudi la natura dell’ uomo quello che non va contro al
volere di quella? E che? il volere della natura tu il sai; forse
che questo accidente ti impedirà dall’ esser giu- sto, magnanimo,
temperante, pru- dente, cauto, veritiero, verecondo, libero,
fornito, in somma, di tutte quelle doti che. unite insieme appagano e
soddisfano intieramente la natura dell’ uomo. Sovvengati adun- que,
ogni volta che una qualche cosa ti contristerà, di ricoiTere a
1 Cioè a dire: c perchè chiameresti dun- que sventura V esserti
accaduta la tal cosa, piuttosto che chiamare avventura felice r
aver tu saputo sopportarla con impertur- bata costanza? » questo
pensiero: che non solamen- te essa non è sventura, ma anzi il
sopportarla da forte. è una buona ventura. Volgare aiuto, sì, ma
nondi- meno efficace per disprezzar la morte è il rimembrar coloro
che durarono lentamente vivendo sino all’ età più decrepita. Che
hanno essi ora di più che gli spenti di morte immatura? Kcco, son
buttati là in un qualche canto essi pure e Cadiciano e Fabio e Giuliano
e Lepido e quanti altri ve n’ebbe di cotal fatta, i quali accompagnarono
molti alla tomba, e poi ci furono accompagnati essi alla fine.
Breve, ad ogni modo, è l’in- tervallo che l’uom vive, e questo
breve, tra quali cose, con quali uo- mini, in qual corpicciuolo
conviene stentarlo! Non farne adunque gran caso. Vedi, dietro a te,
una eternità senza fondo, e un’altra eternità in- nanzi a te: posto
così in mezzo, che divario fai tu,da una vita di tre giorni ad una
di tre secoli? Fa’ che tu vada sempre per la più corta via. E la
più corta via è la via secondo natura. Seguirai quin- di, in ogni
cosa che tu abbia da fare o da dire, il più sano partito. Que- sto
proponimento ti libera dai tra- vagli, dai combattimenti interni, e
da ogni sorta di dispensazioni* e d’astuzie. Al mattino, quando con
difficoltà ti svegli, abbi in pronto questo pen- siero: Mi sveglio
all’ufficio d’uomo; come adunque m’ incresce, s’ io vo a far quello
per che son nato e in grazia di che sono stato messo al mondo? 0
sono io stato fbrmato forse per riscaldarmi giacendo in sul letto? Ma
quest© mi dà più gusto. Per pigliarti gusto adunque sei nato? e non
anzi per operare? per essere attivo? Non vedi le pian- te, le passere,
le formiche, i ragni, [Intendi: cO il fine a cui nacqui è
for- se di giacermi a godere questo tepore del letto?» le pecchie, far ciascheduna l’
ufficio suo, concorrer, ciascheduna all’ordi- namento di quel mondo
che le è proprio? E tu non vuoi-far l’ufficio d’uomo? Non intendi a
quello che è secondo natura per te? Ma è necessario poi anche il riposo. È
necessario, è vero; ma la natura vi ha posto un limite; ve n’ ha
posto anche al mangiare ed al bere; e tu nondimeno varchi quei
limiti, vai al di là del bisogno; quando si tratta di fare, poi, la
è un’altra cosa, tu stai sempre al di qua del possibile. Gli è perchè tu
non ami te .stesso. Se tu amassi te stesso, ame- resti anche* la
natura tua, e la vo- lontà di lei.* Gli artisti, che amano l’arte
loro, si consumano in sui la- vori di quella, dimenticando il ba-
gno ed il cibo: ma tu, fai men caso della tua natura che il tornitore
del [Intendi agire, operare, essere attivo, e non infingardo] torniare,
che il ballerino del ballare, che r avaro della moneta, che il va-
nitoso della gloriuzza. Quando la passione ha preso. piede in
costoro, lascian piuttosto di mangiare e di bere che di attendere
ad avanzare la cosa a che son portati. E a te, le azioni sociali
paiono esse cosa di men pregio, cosa men degna di applicazione?
Come è facile il respingere e il cancellare ogni
immaginazione turbolenta o disconvenevole, e tro- varsi tosto in piena
calma! Reputa degna di te ogni parola ed azione che sia secondo
natura; e non ti persuada il biasimo od il garrire che ne seguirà
di taluni; ma, se è onesto il farla o il dirla, credi eh’ ella è
anche cosa da te. Perchè quei tali hanno una mente lor propria per guida,
ed operano per una lor propria volontà; alle quali tu non badare,
ma va’ innanzi per la diritta, seguendo la natura comune e la tua.
La via dell* una e dell’ al- tra è una sola. Vo per la carriera
delle cose secondo natura, sino a tanto che cadendo io trovi requie;
esalando lo spirito in quello di che ogni giorno respiro; giacendo
su quello di che mio padre raccolse il seme, mia ma- dre il sangue,
la balia il latte; di che da cotanti anni mi pascolo e mi abbevero,
che sopporta me il quale lo calpesto e in tanti e sì vari modi lo
adopro. Non s’ ammirerà la prontezza del tuo ingegno. E sia. Molte
altre [Intendi: «Vo per la via per cui vanno tutte le cose che sono
secondo natura, in- sino a che cadendo io trovi requie; esa- lando
lo spirito in quest' aria che ogni giorno respiro, per essere sepolto in
que- sta terra onde mio padre raccolse il seme dell* esser mio, mia
madre il sangue, la ba- lia il latte; dalla quale da tanti anni io
traggo di che nutrirmi e abbeverarmi, che mi sostiene mentre ora la calco
coi piedi 0 ne uso ed abuso in tanti modi.» P. cose ei sono, delle
quali non puoi dire, la natura non mi ci ha dato disposizione. In
quelle adunque ti esercita, le quali dipendono intera- mente da te:
la sincerità, la gravità, r amore al lavoro, l’ indifferenza al
piacere, la rassegnazione, la fruga- lità, la mansuetudine, la libertà
dello spirito, r incuriosità, la serietà, la generosità. Non vedi
quante cose puoi acquistare, dove certo non ha luogo la scusa dello
esserci disadat- to, e tralasci per colpa tua? 0 è ella forse la
tua mala disposizione natu- rale quella che ti sforza a mormo-
rare, a star neghittoso, a piaggiare, ad accagionare il corpo, a
lusingare, a millantare, a passare per tanti e tanti turbamenti
dell’animo? No, per gli Dei ! Da lungo tempo tu potevi esser libero
da tutto cotesto; ma solo avevi a cuore, se pur l’avevi, di non
farti scorgere per uno ottuso e di poca penetrativa! E questo [Antonino
ancora si vuol correggere col por mente alle cose, e non istar
sopra pensiero, nè compiacerti nella tua propria
infingardaggine. V’ ha chi, quando ha prestato un rpialclie
servigio ad alcuno, è pronto anche a domandargliene il contracambio. Un
altro non domanda con- traccambio veramente, ma riguarda colui come
suo debitore nel suo se- greto,, e sa quello che lia fatto. Un
terzo poi, non sa, per cosi dire, nè anclie quello che ha fatto, ma
so- miglia ad una vite che ha portato un grappolo, e non cerca
nulla più in là, messo eh’ ella ha fuoià il frutto a lei proprio.
Il cavallo die ha ga- loppato, il cane che lia ormato, l’ape che ha
fatto il miele, e cosi Tuomo 1 Intonili: e questo t/t/'cf/o ancora
si vuol nondimeno correggere, quello cioè dell’ es- sere ottuso e
di poca penetrativa. Il testo in questo luogo, e nelle linee che
precedo- no, è molto ellittico e poco chiaro, e diversamente spiegato
dagli interpreti. che ha prestato un servigio, non Lschiamazza,' ma passa
atl altro, co- me passa la vite a portar di nuovo un grappolo d’
uva nella stagione. S’ha egli adunque ad essere un di coloro che
fanno il bene, per così dire, senza saperlo? Sì Ma convien pure che
1’ uom sappia quello che fa: sendo proprio dell’ animai sociabile il
conoscere ch’egli opera so- cialmente, e, per Giove, il votere che
anche colui, con chi egli ha a fare, lo conosca. Tu di’ il vero: ma
non. pigli pel lor verso lo mie parole; quindi sarai anche tu un di
coloro di che ho fatto menzione quassù. Perchè anche essi son
tratti in errore da una qualche apparenza di ragione. Ma se vorrai
intendere che cosa è quello eh’ io dico, vivi si- curo che non
avrai a lasciare indie- tro nessuna azione sociale per questo. Cioè
non dee schiamazzare, ma passuire ad altro ecc. Preghiera degli
A.teniesi: «Pio- vi, piovi, o amico Giove, sui campi degli Ateniesi
e sui prati. )> 0 non s’ha da pregare, o così alla buona s’ ha da
pregare e con libertà di parole. Come s’ usa di dire, Esculapio ordinò a
colui il cavalcare, o il ba- gnarsi nell’ acqua fredda, o l’andare
a piè nudi, si dice del pari, e con locuzione non diversa, la natura
or- dinò a colui una malattia, una stor- piatura, una perdita, o
altro simile. In quella prima frase, di fatti, la parola « ordinò »
vuol dire assegnò la tal cosa a colui siccome correlativa alla salute; e
in questa, i casi che avvengono all’ uomo gli sono as- segnati, in
un certo modo, come correlativi al destino. Così ancora si dice « i
casi (die avvengono a come son dette dagli artefici « avvenii*si »
le pietre quadre nelle mura o nelle piramidi quando elle s* adattano l’
una air altra secondo un disegno determinato. Perchè del tutto l’armonia
è una. E siccome di tutti i corpi presi insieme è composto il gran
corpo del mondo, cosi di tutte le c,ause prese insieme è composta
la gran causa del fato. Intendono ciò eh’ io voglio dire anche i
più rozzi, quando dicono: * ella è toccata a lui. Adunque ella
andava a lui, adunque era ordinata per lui. Riceviamo per- tanto
gli ordinamenti della natura come facciamo quei d’Esculapio. Anche in
questi v’ ha molto dell’ amaro, e pur gli accettiamo di buon grado
per la speranza della sanità. Or be- ne, r adempimento di ciò che
la natura ha voluto sia lo stesso per te che la tua sanità. Accetta
di buon grado, per dura che ti paia, ogni cosa che accade,-
pensando che ella conferisce alla sanità del mondo e [Vale a dire:
« itiostrauo di intendere] quando dicono ecc. al buon successo dei disegni di
Giove. Perchè ella non sarebbe venuta a qualcheduno, se non fosse
conve- nuta al tutto: sendo questo il pro- prio d’ogni natura, e
poni anche la più infima, che quanto ella arreca sia sempre acconcio
al governato da iei. Per due ragioni adunque dèi tu aver caro ciò
che accade: Tuna, che questo accade a te, è ordinato per te, ha
attinenza in un certo modo con te, essendo stato conde- stinato di
lassù con te dalla più an- tica delle cause e dalla più veneran-
da; l’altra, che quanto tocca in sorte a ciascuno, concorre, come causa
par- ticolare, alla prosperità, alla perfe- zione, e, sto per dire,
alla perma- nenza istessa del reggitore del tutto. Perchè diventa
mozzo l’intero quando tu tronchi via un minimo che, sia dalla
continuità delle parti, sia dalla concatenazione delle cause. E tu
lo tronchi,- per quanto sta in te, e lo distruggi, per così dire,
quando ti corrucci di quel di’ è accaduto. Non dèi indispettirti,
nè per- derti d’ animo, nè impazientirti teco stesso, se la non ti
riesce cosi per be- ne ogni volta il governarti secondo i retti
principii in quello che tu fai; ma, uscito di via, ritornarci;
quando la maggior parte delle tue azioni sono passabilmente degne
d’un uo- mo, contentartene; ed amare quello a che ritorni; RITORNANDO
ALLA FILOSOFIA, non come ad un pedagogo, ma come un eh’ abbia mal d’occhi
alla spugna ed all’uovo, un altro al cataplasma o alla doccia. Così
non ti darà più fastidio il dovere ubbidire alla ragione, ma anzi
troverai in quella il riposo. E ricordati che la filosofia vuole
quello solamente -che la tua natura vuole; e che sei tu quegli il
quale volevi altro, che non era secondo natura. Ma pure, che v’ha egli di
piii liisingliiero? E il piacere, non t’ inganna egli appunto perchè è
lusinghiero? Ma vedi se non fossero cosa più lusinghiera la
magnanimità, la libertà, la sempli- cità, la bonarietà, la santità.
Quanto alla prudenza poi, v’ ha egli cosa più lusinghiera di
quella? se tu badi allo andar esente da ogni fallo e all' avere a
seconda ogni cosa, che è il proprio della virtù comprensiva e
intellettiva? Le cose stanno immerse, per cosi dire, dentro a un
buio tanto folto, che a filosofi non pochi, e non dei più volgari,
elle son parate del tutto incomprensibili. E gli stoici essi
medesimi tengono che elle sieno - comprensibili sì, ma
difficilmente: e che ogni nostro assentimento sia mal certo;*
perchè, dove è fuomo [Questa ed altri Inoghi dei Ricordi provano che
gli Stoici dopo Crisippo venivan.<»i facondo sempre più scettici, ed
aveano essi medesimi il sentimento della debolezza scientìfica della loro
scuola. che non si sia mai ricreduto? Prendi quindi a considerare gli og-
getti in sè stessi; come poco dura- no, come poco valgono, come
possono - cader nelle mani d’ un bagascione, d’ una cortigiana,
d’un malandrino. “- Passa ai costumi degli uomini con chi tu vivi;
il più gentile dei quali appena si può tollerare, per non dire che
appena v’ ha fra loro chi possa tollerar sè medesimo. In tanta
caligine adunque, in tanto lez- zo, in un tal flusso continuo e
della materia e del tempo, e del moto e di quanto è in moto, qual
cosa v’ ab- bia mai che meriti la nostra stima, o anche pur solo la
nostra premura, io noi so immaginare nè vedere. Che anzi ci bisogna
confortar noi medesimi con l’aspettativa della dissoluzion naturale, e
non adirarci dell’indugio, ma acquietarci in que- ste sole due cose:
T una, che nulla mi può accadere che non sia secondo la natura dell’
universo; l’ altra, che è in mia potestà il non far nulla contro il
Dio e il Genio mio. Perchè nissuno y’ ha che mi possa sforzare mai
ad offenderlo. il. Che uso fo io ora della mia anima? cpiesta
interrogazione con- vien fare a sè medesimo in ogni circostanza, ed
esaminar sè stesso, che v’ ha egli ora in quella parte di me la
quale è detta sovrana? e che sorta d’ anima è ella ora la mia? Non
è un’ anima di fanciullo? o di gio- vinetto? o di donnicciuola? di
tiran- no? di giumento? di fiera. Quali sieno quelli die al volgo
})aion beni, tu il potrai conoscere anche da questo. Chi ha
preconce- pito nella mente, qual bene, alcuna di quelle cose che
sono un bene davvero, come, per esempio, la prudenza, la temperanza, la
giustizia. la fortezza, non può, sincliè un tal concetto gli dura,
pre^star più orec- chio a chi venga a dire in sulla scena,
«Tanta ho di ben dovizia.... eco. I perchè questo ripugnerà
al bene al (juale egli pensa. Ma chi ha precon- cepito alcun dei
beni volgari, ascol- terà ed accoglierà con piacere sic- come
arrecato a proposito, quello che il comico dice. Così persino il
volgo s’accorge della differenza. Altrimenti non rigetterebbe nell' un .de’
casi quel motto, che accoglie poi,’ siccome calzante e faceto,
nell’altro, quando lo vede applicato alle ricchezze o a quelle altre cose
che fo- mentano la effemminatezza o l’am- bizione. Fàtti innanzi
adunque e domanda se si hanno da stimare e [Verso di tm autor
comico, che dovea esser famigerato in sul teatro a quei tem- pi; il
senso del quale, benché Tautore noi citi intero, appare dall' ultime linee
di que- sto paragrafo] da riguardar come beni quelle cose
rispetto alle quali può molto accon- ciamente venir soggiunto, che
al possessor loro, per la soverchia ab- bondanza, non riman più luogo
ove fare i suoi agi. Sono un composto di causa e di materia.
Ora nè questa nè quella non è per ridursi a nulla mai; co- me
neppure non è venuta dal nulla. Adunque ciascuna parte di me di-
venterà per via di mutazione una qiìalche parte del mondo, e quella
poi ancora un’ altra parte del mon- do, e così all’ infinito. Da una
simi- gliante mutazione ho avuto io resi- stenza, e la ebbero i
miei genitori, e così risalendo, sino ad un^altro in- finito;
perchè nulla osta che si fa- velli a questo modo, quand’ anche
vogliamo stabilire che il mondo si regga a periodi determinati.'
1 Allusione alla c conflagrazione del mondo » domma Eraolitico, la
quale doveva accadere. La ragione e V arte ragionativa sono facoltà che
si contentano uni- camente di sè medesime e delle operazioni lor
proprie. Piglian le mosse dal principio peculiare a loro; vanno
dirittamente al fine proposto; ondechè son nomate catortosi le
azioni di cotal sorta, significando col nome la rettitudine della
via. Non è da dire che sia dell’uo- mo nessuna di quelle cose che
non ispettano all' uomo in quanto uomo. Non sono punto requisiti
dell’uomo, nè le promette la natura dell’ uo- a certi tempi,
e distruggersi allora tutto r ordine esistente delle cose, per dar
luogo ad un nuovo. Fu accettato dagli stoici ante- riori,
modificato e cangiato dai posteriori: tra i quali non volle decider nulla
Antonino. por essere consumato ivi dal fuoco, se T universo va
soggetto a con- flagrazioni periodiche, o per servire con vicenda
perpetua al rinnovamento di lui s'egli dura eterno o incorrotto. Beota
effectio appo Cicerone, lib. Ili de Fin., cui vedi. Ciò che in questo § è
no- mato catortoei è l'aziono conforme al dovere, ed è voce solenne
alla scuola. lYio o attende complemento da quel- le. Adunque non
istà nè anche in loro 11 fine dell’uomo, nè iLbene. per conseguenza,
che è parte integrante del fine. Ancora, se alcuna di queste coso
spettasse all’ uomo, non ispetterebbe a lui il dispregiarle o r
opporsi ad esse; nè sarebbe lo- devole chi mostrasse non averne
bisogno; nè sarebbe buono chi se ne disdice alcuna, se buone elle
fossero, f^ppure, quanto più Tuoino si priva di queste cotali cose, o
so- stiene d’ esserne privato, tanto più buono è tenuto.'
IG. Quali saranno i tuoi pensieri abituali, tale sarà la tua
mente: perché si tigne dai pensieri la mente.^ Tignila adunque con l’
abitudine ' Dunque queste cotali cose non sono veri beni per
l' uomo in quanto è uomo, cioè ragionevole. [Questa conclusione è sott'
intesa]. [Demostene più di una volta nelle sue Filipj iche disse che
quali sono le azioni in (li pensieri come questo, per esempio:
Dove si può vivere, quivi si può anche ben vivere. Nella corte si
può vivere; adunque anclie nella corti; si può ben vivere. K come
quest’ altro: Una cosa eh’ ò fatta a contem- plazione d' un’ altra, è
fatta per qucl- r altra; se è fatta per quell’ altra, a quella ò
portata; se a quella c por- tata, quivi è il suo fine; se quivi è
il suo fine, quivi è anche il suo utile e il suo bene. Adunque il bene
del- r animai ragionevole è la comunità; sendo dimostrato già da
lunga pezza che per la comunità siam nati> O non era evidente
forse, che gli es- seri men degni son fatti a contem- plazione dei
più degni, e i più de- gni, a contemplazione gli uni degli altri?
che gli esseri animati son più degni che gli inanimati, e i ragio-
nevoli più degni che gli animati? cui sogliono versare gli uomini,
tali soglio- no pur essere i sentimenti deU’animo loro, Andar dietro all’
impossibile è cosa da stolto. Ora è impossibile che i malvagi non
facciano cose di questa sorta. Nulla accade a nessuno, che egli non
sia nato per sopportare. Le stesse cose accadono a un altro, il
quale, o ignorando eh’ elle sieiio accadute, o volendo dar a
divedere grandezza d’ animo, sta inaltérabile e non se ne duole.
Tristo a noi, se la ignoranza o il rispetto umano avran più forza
che la prudenza. Le cose, per sè stesse, non toccano l’ anima punto;
nè hanno accesso all’ anima; nè posson volger r anima nè muoverla.
Si volge ella e si muove da per sè sola; e quali sono i giudizi di
che ella si reputa degna, tali ella fa che sieno per lei gli oggetti
che le stan presso. Cioè, quali io le vedo fare a costui, ora. Cioè a
dire: «quali sono i giudizi che Per un riguardo, l’ uomo è
di quelle cose che ci toccano il più strettamente, in quanto
convien far del bene agli uomini e sopportarli; ma in quanto si
oppongono alcuni alle azioni debite, diventa per me cosa indifferente
1’ uomo, non meno che il sole, non meno che il vento, non meno che
le bestie. Dalle quali cose può benissimo venir impedita una
qualche azione; ma la volontà, ma la disposizione interna non in-
contrano impedimento mai, per l’ ec- cezione ‘ con che l’anima
accompagna i suoi conati e pel rimovere, eh’ ella fa, l’ostacolo.
Perchè l’anima ha facoltà di rivolgere al suo scopo ogni cosa che
s’ opponga alla attività di lei; e serve quindi ad un’ azione ciò
che impediva quella certa azione, e ella stima degno di sè il fare
delle cose esteriori, cotali ella fa che per lei sieno le dette
cose. diventa una via ciò che le sbarrava quella certa via. Di
quanto v’ lia al mondo, onora r eccellentissimo. L’ eccellentissimo
ò quello che si vale di tutto il resto e che tutto il resto governa. E
così ancora, di quanto v’ ha in te, onora l’eccellentissimo. L’eccellentissimo
in te è quello che v’ ha in te di congenere a quel primo. Di fatti
esso si vale in te di tutto il resto, e da esso è governata la tua
vita. Quello che non offende la città, non offende il cittadino. Ad
ogni pensiero di offesa che ti paia aver ricevuto applica questa
regola; se la città non è offesa da costui, non sono offeso nè
anche io. Che se la città è offesa, non conviene adirarsi, ma
insegnare ‘ a chi l’ha offesa dove sta il mancamento. Do il mio
pieno voto alla correzione dello Schultz, preceduto dal Gatakero,
ben- ché questi non sapesse così bono porro al suo luogo le pardo
scadute. Considera sovente la rapidità con die passa e si dilegua
tutto quello che esiste e che nasce. Per- chè la materia, a guisa
d’ un fiume, è in un flusso perpetuo; le azioni, in uno
avvicendarsi continuo; le cause, in mille determinazioni di- verse;
nulla, per cosi dire, che stia; e questo infinito che presso presso
t’incalza, del passato e del futuro, è un abisso dentro al quale si
spro- fonda ogni cosa. Come adunque non è uno stolto chi, fra
questi termini, si gonfia, o si travaglia, o guaisce, per cosa che
minimamente il mo- lesti, come s’ ella avesse pure a durare un buon
tratto di tempo? Pensa a tutta quanta la materia, della quale per una
minima parte partecipi; e a tutta quanta la età, della quale un
breve e momen- taneo intervallo ti è assegnato; e all’ universale
destino, del quale che parte aliquota sei? /Ucuno pecca. A me che
fa? Tocca a lui il pensarci; sua è la volontà, sua 1’azione. Io ho
adesso quel che la natura comune vuol che adesso io abbia, e fo
quello che la natura mia propria vuol che adesso io faccia. La
parte sovrana e dominante deir anima tua stia salda ai moti della
carne, o sien piacevoli o in- grati, e non vi partecipi, ma circo-
scriva sè stessa e tenga confinate nelle membra quelle passioni.
Che se elle penetrano ciò nondimeno sino alla mente, per la
simpatia in- volontaria che han fra loro le parti d’ uno stesso
tutto; allora, al senso, che è cosa naturale, non -si vuol tentar
di resistere; ma si guardi la parte sovrana dallo aggiungervi del
suo r opinione che quello sia un bene od un male. Vivere con gli
Dei. E que- gli vive con gli Dei, il quale di con- tinuo appresenta
loro T anima sua disposta di tal maniera che élla si contenti di
quanto le vien distribui- to e faccia quanto vuole il Genio cui
Giove distaccò da sè stesso e diede a lei per reggitore e per guida. Questo
è la mente e la ragione di ciascheduno. T’adiri tu con quello che
sa di caprino? T’adiri tu con quello a cui pute la bocca? Che vuoi
tu che ci faccia? Egli ha la bocca a quel modo, egli ha le ascelle
a quel modo, di necessità debbono uscirne esala- zioni a quel modo.
Ma, odo chi dice, r uomo ha la ragione, e può scorgere, rillettendo,
in che pecca. Egregiamente. E anche tu, dunque, hai la ragione; eccita,
con la disposi- zione razionale, in lui la disposizione razionale;
ammaestralo; ammonisci- lo. Perchè, s’egli ti ascolta, lo gua-
rirai, e non c’ è più uopo di collera. Nè eroe di tragedia, nè putta. Come
fai conto di vivere uscito di qua,^ puoi vivere in quello stesso
modo anche qua. Che se non tei permettono, allora esci pur anche
<lalla vita: ma come quegli a cui non incontra nulla di male. C’è del
fumo qua, io me ne vado. Perchè stimi questo gran cosa? Ma sin-
[Queste parole nella vulgata stanno alla fine del § precedente; ma,
se non sono cor- rotte, debbono essere separate e formare da por sè
sole un paragrafo. 2 Cioè, non camminar sui trampoli, e non
istrascinartì per terra: non tanto alto da parer gonfio o affettato, non
tanto basso da muovere a schifo altrui. Cioè, dalla corto. Allude,
secondo che ci avverte il Gata- kero, al proverbio:« tre esserle cose che
ci caccian fuori dì casa; il fumo, il pioverci dal tetto, e la
moglie astiosa.» Vuol dun- que che r uomo esca di vita con quella
in- differenza con che uscirebbe dalla camera dove vi avesse fumo. tantoché
nulla di somigliante non mi sforza a partire, me ne rimango libero,
e nessuno m’ impedirà dal fare le cose eh’ io vorrò; e vorrò se-
condo la natura d’un animai ragio- nevole e sociabile. La mente
dell’ universo ama la comunanza. Perciò ha fatto gli esseri men
degni in grazia dei più degni, e i più degni ha conciliato gli uni
con gli altri. Tu vedi come essa gli ha subordinati, coordinati,
dato a ciascuno secondo il suo grado, e ridotto a mutuo consenso i primi
tra loro. Come ti sei portato sinora con gli Dei, co’ genitori, coi
fratelli, con la moglie, coi figli, coi maestri, co- gli educatori,
con gli amici, coi fa- migliari, co’ servi; se, riguardo a tutti,
puoi dire insino ad ora: « Nè d’ opre mai nè di parole
oltraggio A nullo io fea.* » Omero, Odiss. Kanimenta per quali
traversie sei passato e quali hai avuto la forza di tollerare: e
siccome è piena ornai per te la storia della vita e termi- nato r
incarico. Che cosa s’ è potuto scorgere in te di bello; quanti piaceri e
quanti dolori hai dispre- giato; quante occasioni di gloria hai
negletto; a quanti sconoscenti ti sei dimostrato amorevole. Forse tutto
il paragrafo sarà più chiaro, e il pensiero di Antonino meno
ambigua- mente espresso se diremo: < Qual fosti infino ad ora
verso gli Iddii, i parenti, i fratelli, la moglie, i figlinoli, i
maestri, gli educatori, gli amici, i servi? Puoi tu dire, rispetto
a tutti: nè d'opra mai, ni di parole oltraggio a nullo io /«a? De'
passati tuoi casi e delle passate fortune, quante hai saputo
tollerare da uomo? Conchiuso per te oramai è il dramma della vita, finita
la parte che ti era assegnata. Ebbene, quante sono le buone azioni
che di te puoi ric-ordare? Quanti piaceri, quanti dolori hai saputo
disprezzare? quante cose stimate gloriose, non curare? a quanti ingrati essere
bene- fico e amorevole?» In questo paragrafo il Pierron ed altri
dei migliori interpreti pre- sero alcuni grossi granchi; 1' Ornato
intese Per qual cagione certe anime inesperte ed ignare
confondono esse una esperimentata e sapiente? Qual è dunque l’ anima
esperimen- tata e sapiente? Quella che sa il prin- cipio ed il
fine, e conosce la ragione che penetra la materia delle cose e
governa, secondo cicli determinati, per tutta la eternità 1’
universo. Oramai sei cenere, e schele- tro, e un nome, o nè anco un
no- me; e il nome è strepito e rimbombo mero. Le cose di che si fa
gran conto nella vita son vuote, fracide, picciòle, cagnolini che
si mordono, fanciullini astiosi che ridono e poco stante guaiscono.
E la fede, e la ve- recondia, é la giustizia, e la verità, oc
Air Olimpo, la terra abbandonando Dalle vie spaziose.* »
meglio di tutti; ma troppo fedele alla let- tera del testo, non fu chiaro
abbastanza nello esprimerne il senso. Esiodo, opere e giorni, v. 195.
Sottin- Che dunque ti può trattenere qui ancora? quando le
cose sensibili sono senza costanza nè sussistenza; gli organi del
senso, ottusi- e pronti a impressionarsi del falso; l’animuc- cfa *
tua stessa, non altro che una esalazione del sangue; e 1’ aver fama
appo cotali, cosa del tutto vuota. Che dunque aspetti? Con pazienza
il tuo qual eh’ ei sia o spegnimento 0 traslocamento. Ed intanto che
quel- lo viene, che cosa ti basta? Che altro, se non venerar gli
Dei e benedirli, beneficar gli uomini e soppor- tarli e astenerti con
loro,^ ricordan- doti che quanto è fuor dei limiti del tuo
corpicciuolo e della tua aniinuc- cia non è nè in tuo potere nè tuo?
tendi un verbo, recaronsi o altro che più ti piaccia. P.
t Per antniuccta, intende* spesso Antonino il principio animale
mero, comune anche ai bruti, vedi la nota (6) in fino del volume. Cioè
nelle tue relazioni con loro. Tu puoi prosperar sempre, giacché puoi
andar per la diritta sempre, giacché puoi giudicare di- rittamente
sempre ed operare. Due proprietà son queste, comuni al- l’anima e
di Dio ' e dell’ uomo e d’ogni animai ragionevole: il non potere
essere impedito da altrui, e lo avere il proprio bene interamen- te
riposto nella disposizione interna e nella azione conforme alla giustizia,
senza che il desiderio arrivi più oltre. Comuni all'anima e di Dio e
dell'uomo. Secondo il concetto stoico Iddio ora un corpo o un essere
vivente ed eterno, non simile all' uomo, ma composto tuttavia, come
rnomo. d’anima e di corpo. L’unità del corpo divino coll’anima divina ora
per essi il mondo, e quindi si accordavano a dire che Dio è il
mondo, cioè la materia, dotata di una certa qualità e forma, colla
forza attiva in essa immanente. L'anima di Dio sarebbe dunque questa
forza attiva immanente nel mondo, cioè nel corpo divino. Se cotesto non è
malizia mia, ' nè azione procedente da malizia mia, ' nè
riceve danno la società, perchè me ne do io fastidio? E qual dan-
no per la società v’ ha egli? Non lasciarti portar via dalla
immaginazione al primo incontro; porgi aiuto altrui, sì, a tuo
potere e secondo l’ importanza.del caso, qiiand’ anche lo scapito
non sia se non di cose mezzane; * ma guardati • dall’ immaginare
che sia un danno. Perchè è una cattiva abitudine. Come quel vecchio che
nel partirsi domandava la trottola del suo allie- vo, sapendo bene
che ella era solo una trottola: così hai da fare anche tu *
sui rostri. L’uomo, hai tu dimenticato che cose son queste? No. Mma
costoro ne fanno gran caso. E per questo hai da diventare stolto anche tu?
Dovunque il colga la morte, uomo avventurato. E avventurato vuol
dire che ha dato buona ventura a sè stesso; e buona ventura sono i
buoni moti dell’ ani- mo, le buone volontà, le buone azioni. La
materia delle cose è ar- rendevole e piglia volentieri ogni forma.
E la ragione che 1’ amministra non ha in sè nessuna causa di mal fare,
non avendo malizia, e non fa (juindi male a nulla, nè nulla è
dannificato da lei. Ed ogni cosa av- viene ed ha compimento per
essa. Non ti curare che tu stia al freddo o che tu stia al caldo,
quando fai il tuo dovere; che tu caschi di sonno 0 che tu abbia a
sufficienza dormito; che te ne venga biasimo o che te ne venga lode;
che tu muoia, o che tu attenda ad un’ altra azione qualunque.
Perchè ella è anche una delle azioni pertinenti alla vita, quella
per cui si muore; e basta anche quivi, per conseguenza, ben
disporre del presente. 3. Vedi addentro; nè la qualità
propria di nessuna cosa nè il valore ti sfugga. Tutti gli oggetti
in brevissimo tempo si mutano; ed o avvampe- ranno, se la materia è
unificata, o si disperderanno. La ragione governatrice sa bene
con qual intenzione e che cosa opera, e su qual materia. Il miglior
modo di vendicarsi d’ una ingiuria è il non rassomigliare a chi r
ha fatta. D’ una sola cosa prendi piacere, è di quella ti soddisfa;
del passare dall’ una azion sociale all’ altra azion sociale,
ricordandoti di Dio. [Intendi per aziono sociale una aziono utile
alla comunità dogli uomini, e qual si conviene ad un animalo socievole
qual è l’uomo. La parte sovrana è quella che eccita e volge sè
medesima; che fa sè quale ella vuole,* e fa parere a sè quali ella
vuole tutte le cose che aw^engono. Secondo la natura dell’
universo ogni cosa si fa; non potendosi fare secondo una qualche
altra natura la (piale 0 conterrebbe in sè quella, o sarebbe
contenuta in quella, o sta- rebbe separata al di fuori di quella. 0
confusion d’ ogni cosa, accozzamento d’atomi, e disperdimento; o unità nel
tutto, ordine, prov- videnza. Se- il primo supposto ha luogo, come
desidero io di rimanere [Cioè che ha il potere di modificare sè
stessa come ella vuole. Se contenesse in sè la prima, non sa- rebbe più
questa la natura universale, ma r altra; se fosse contenuta in essa,
quel che si farebbe secondo lei sarebbe fatto, a fortiori, secondo
l' altra: e se stesse sepa- rata al di fuori, ci sarebbe qualche
cosa fuori dell* universo, il che è assurdo. più.a lungo in un
guazzabuglio di quella fatta e lordume? Che altro mi debbe star a
cuore che il « diven- tare terra a qualunque modo? » E di che mi
turbo io? Verrà il disperdi- mento a me, checché io mi faccia. Ma se è
vero il secondo, adoro il reggitore dell’universo, e in lui sto
fermo e confido. Quando vieni sforzato punto punto dalle circostanti
cose a tur- barti, rientra subitamente in te stes- so, e non istar
fuori del ritmo ’ pili di quello che la necessità ti costringa.
Perchè ti farai più valente nella misura col ritornare ad essa di
continuo. Se tu avessi la matrigna e la madre nel tempo istesso,
alla prima faresti onore, ma torneresti pur non- dimeno sempre
accanto alla madre. Cotali son per te la corte e la filosofia [Paragona
la vita alla mimica. 0. Ifarco Aurelio]. Torna sovente alla seconda
e in essa ti riposa, la quale fa a te sopportabil la corte, e te sopportabile
in quella. Come ti fai concetto di tale o tal altra vivanda, dicendo
teco stesso: è un cadavero di pesce, è un cadavero d’ uccello o di
porco; e del falerno, è succo di grappoletti d’uva; e della
porpora, son peluzzi di pecora intinti nel sangue d’ una
conchiglia; e del congiugnimento, è attrito di membrane ed escrezione
di moccio con un po’ di spasmo; come tu giudichi allora, penetrando
col concetto sino alle cose esse mede- sime e rappresentandole
nella es- senza loro quali sono; così hai da fare in tutte le
occorrenze della vita; e quando le cose ti si fanno innanzi con
molta appariscenza, denudarle, e scorgerne la bassezza, tolto che avrai
d' intorno a loro la pompa onde si fan magnifiche. Imperocché gran madre
illusioni è la boria; e quando tu credi più fermamente eh’ elle
sieno serie le cose a cui attendi, allora sei più affascinato. Vedi
che cosa dice Cratete di Senocrate stesso.’ Le cose che il volgo
apprezza sono per la maggior parte di estremo genere ed infimo, di
quelle cioè che dall’ abito (0) o dalla natura son go- vernate:
pietre, legni, fichi, viti, ulivi, (rii uomini un po’men rozzi
tengono in pregio quelle che son governate dall’anima: greggio, per
esempio, e mandre. Gli uomini ancor più còlti, quelle che son
governate dall’anima ragionevole; non tuttavia in quanto è
universale, ma in quanto è arti- ficiosa o, come che sia, ingegnosa.
1 StìTi Socrate tu discepolo di Platone, e famoso per l’austerità
del suo carattere, (guanto al Cratete qui menzionato, ignorasi se
fosse il filosofo Cratete di Atene, oppure il cinico di Tebe; come
ignorasi pariraentn qual fosse il detto a cui si acceuna in questo luogo.
1 m2 ricordi. V od anche senza relazione a nulla,
' come il possedere semplicemente una moltitudine di schiavi.*
Quegli poi che fa stima dell’anima ragione- vole universale e
sociale, non si cura delle altre cose più punto; ma si studia di
consolidare in istati ed in moti conformi alla ragione e volti al
bene della società 1’ anima sua, ed aiuta il suo congenere a far lo
stesso. Una cosa s’affretta a nascere, iin’ altra a venir meno, e di
quella stessa che nasce ima qualche parte è già spenta; il flusso e
l’alterazione ringiovaniscono ad ogni ora il mondo, come lo
scorrere non interrotto del tempo fa sempre nuova 1’ eternità. Tn
tal fiumana di cose che vengono e passano, che v’ ha egli che altri
1 Intendi che costoro ameranno possedere* nn gran numero di schiavi
come i detti pocanzi ameranno possedere nna mandra numerosa. debba
aver caro, quando,su nulla può' far fondamento? Gli è come se
imprendesse ad amare uno degli uc- celletti che volano, e quegli è
già sparito via. La vita di ciascheduno è non al-
trimenti che una esalazione del san- gue o una respirazione dell’aria.
Pei> chè non v’ lia differenza, che tu tragga • a te l’aria una
volta e la renda, il che tu fai tuttodì, o che tu renda tutta
insieme colà d’ onde l’ hai tratta la facoltà respiratrice che ieri o
ier l’altro nascendo acquistavi. 16. Non il traspirare, come
le piante, è degno di stima, non il re- spirare, come i giumenti e
le bere, non il. ricevere impressioni nella fantasia, non Tesser
mosso dagli ap- petiti, non l’adunarsi in branco, non il nutricarsi;
cosa non dissimile dal mandar fuori il soverchiò del nutri- mento.
Che è degno di stima adun- que? lo strepito? No. K per conseguenza nè
anche lo strepito delle lingue. Ora le acclamazioni del volgo non
sono altro che strepito delle lingue. Anche la gloriuzza hai posto
adunque da banda. Che rimane, che s«i degno di stima? Il muoversi,
pare a me, e il ristarsi * secondo il prin- cipio della propria
costituzione, al che conducono ancora le arti e le culture diverse.
Perché ogni arte ha questo per iscopo, che il formato da lei sia
acconcio alPopra per la quale è formato; e il vignaiuolo che
coltiva la vite, e il cavallerizzo, e il canat- tiere, cercano pur
questo. E le educazioni, e le scuòle, a che tendono? Questo adunque è il
degno di stima. E se questo vien condotto a bene, non occorre
procacciar più altro. Non finisci di stimare ancora molte altre cose?* Nè
libero adunque sarai 1 L'operare e il non operare. Cioè, non cesserai
dallo avere in pre- gio molte altre cose?
tu mai, nè bastevole a te, nè im- passibile; perchè ti sarà
mestieri invidiare, ingelosire, sospettare chi ti può tórre le cose
che stimi, mac- chinar contro a chi le ha; in fine, conturbato
convien che sia chi d’ alcuna di quelle è privo, ed ol- tracciò,
che mormori contro agli Dei bene' spesso; laddove la riverenza
della propria mente e la stima ti farà accetto a te medesimo, accomo
- devole agli uomini e consonante agli Dei,* io voglio dire, contento
di tutto che essi distribuiscono e di tutto che hanno ordinato.
Air insù, all’ ingiù, a cerchio intorno, son le mosse degli
elementi. La virtù non si muove in nessuna cDi modo che ciascheduno che
procac- cia di desiderare e fuggire solamente quello che è da
essere desiderato e fuggito, pro- caccia al tempo medesimo di esser pio
-- Epitteto, Manuale, traduz. di G. Leopardi. Vedi tutto questo capitolo
del Manuale. di queste guise, ma in una certa sua più divina, e per
via mal compren- . sibile procedendo va di bene in meglio. Che cosa
è mai quel che fanno ! Ai loro contemporanei, che insieme con essi
vivono, non voglion dar lode; ed essi medesimi poi agognano di aver
lode dai posteri i quali non videro mai, nè vedranno. Gli è come se
tu ti dolessi del ' non aver lode anche da’ tuoi antenati. Non
ogni volta che una cosa è malagevole a te, hai da credere però eh’
ella sia impossibile all’uomo; anzi, ogni volta ch’ella è possibile
all’ uomo e dimestica, credi ch’ella è conseguibile anco da te. Nell’
esercizio della lotta alcuno talora ci graffia, o venendoci addosso ci
percote malamente col [Merico Casaabono cita qui, siccome un
bel comento a questo §, il saggio di Giobbe, che vuol leggersi tutto
intero. capo. Ma noi diamo a divedere, e non ce ne tenghiamo olfesi, nè
stiamo in apprensione di lui quindi innanzi, come se ci insidiasse;
ce ne guardiamo, sì, ma non come da nemico, nè con. animo sospettoso; lo
scansiamo con piacevolezza. Questo medesimo s’ha da fare in tutte
le altre parti della vita: molte cose lasciar correre, come tra
persone che lottano. Perch’egli si può, come ho detto, schi- vare altrui,
e non averlo però a so- spetto nè odiarlo.Se altri mi può
convincere e far capace eh’ io penso ed opero non rettamente, di
buon grado son per ricredermi; perchè io cerco la verità, la quale
non noeque mai a nessuno. Nuoce bensì altrui il li- manere nell’
inganno e nell’ ignoranza propria. Quanto a me, io so l’ufficio mio; le
altre cose non me ne distolgono; perchè o sono inanimate, o irragionevoli,
o vanno errate e non conoscon la via. Gli animali irragionevoli e
le cose in generale a te sottoposte, quando esse non han la ragione
e tu r hai, usa senza riguardi altera- mente; gli uomini, che han
la ra- gione, usa come vuol la legge di com- pagnia. In ogni cosa
poi, invoca gli Dei. E non curarti del più o men tempo che tu
durerai a far cotesto: perchè bastano anche tre sole ore
cotali. Alessandro il Macedone e il mulattiere di lui si ridussero,
morendo, alla medesima stregua. Perchè, o furon ricevuti ambidue nelle
stesse ragioni seminali del mondo,' o si dispersero del pari in
atomi. Pensa quante cose, in un medesimo istante, dentro a ciascuno Nel
caso che sia vero il sìsteina ato- mistico di Epicuro. di noi han luogo,
relative al corpo nello stesso tempo ed all’ anima; e non istupirai
che molte più, anzi tutte quelle che avvengono, coesi- stano
simultanee in quel tutto ed uno a cui diamo il nome di mondo.
Se qualcheduno ti domanda come si scriva il nome d’ Antonino,
proferirai tu forse con isforzo di voce ogni sillaba? E se quegli
s’adira, t’adirerai alla tua volta anche tu? Non annovererai tu
piuttosto, pa- catamente procedendo, l’una dopo l’altra le lettere?
Cosi hai da fare anche adesso. Ricordati che ogni ufficio* consta
di certi numeri; col- r osservare i quali, e non col tur- barti, e
non coll’ adirarti con chi s’adira, arriverai direttamente al fine,
proposto. Come è crudele il non per- mettere agli uomini che seguano quel
che sembra a loro convenevole ed utile? E tu noi permetti, in un
certo modo, quando ti corrucci del loro fallire. Perchè del tutto e’
non vi si indifcono se non in quanto il credono convenevole ed
utile a loro. Ma non è così. Dunque ammae- strali e falli capaci,
senza corrucciarti. La morte è una pausa alla im- pressione dei
sensi, allo stimolo degli appetiti, al discorrer della mente èd alla
servitù verso la carne. È un vituperio che in quella vita dove non
ti s’è stancato ancora il còrpo, ti si sia stancata innanzi tempo r
anima. Bada a non incesarirti,* a non imbrattarti; chè cosi suole
avvenii-e. Conservati adunque semplice, buono, Intendi: sebbene tu
sia stato adottato nella famiglia dei Cesari, bada a non t«cc-
sarirli, cioè cadere nei costumi viziosi di molti dei Cesari o imperatori
che. ti hanno, preceduto. intemerato, grave, ingenuo, amico del
giusto, pio, mansueto, amorevo- le, saldo nell’ adempire al tuo
ufficio. Combatti per mantenerti tale, quale ti ha voluto fare la
filosofìa. Venera gli Dei, fa’del bene agli uomini. Breve è la
vita; e l’unico frutto di questa esistenza terrena è la santa
disposi- zione deir animo e 1’ opere indirizzate al comun bene. Ogni cosa
da vero discepolo di Antonino quel suo vigor costante in ciò che
operava secondo ragione, e 1 umor sempre uguale, e la santità della
condotta, e la serenità del volto, e la soavità dei modi, e il
dispregio della vana gloria, e l’ ardore nel voler comprender le cose, e
come non avrebbe lasciato andar nulla mai, ch’egli non avesse ben
bene considerato in prima e chiarito; e come sopportava quelli che
si dolevano di lui ingiustamente, [Antonino Pio, suo padre di adozione. senza
ridolersi egli di loro; come non faceva mai nulla in furia; come
non dava adito ai delatori; come era diligente esploratore dei costumi
e delle azioni, non maldicente nè te- mente i rumori, non
sospettoso, non sofistico; come si contentava di poco, in materia
d’abitazione, per esempio, di letto, di vestito, di cibo, di
servidori; come era operoso, lon- ganime, e di tal tempra da poter
durare in uno stesso luogo sino alla sera, senza aver uopo, per la
fruga- lità del vitto, nè anche di uscire ai bisogni del corpo fuor
dell’ ora con- sueta; e la costanza e il tenor sempre uguale nelle
amicizie; e il sopportare che altri contraddicesse con libertà di
parole al suo parere, e rallegrai’si quando glien era mostro un migliore;
e come era religioso senza supersti- zione; affinchè, con una buona coscienza
pari alla, sua, tu incontri come egli incontrò l’ultima ora. Esci
dall’ ebrezza, ritorna in te; e cacciato via il sonno, e veduto
ch’eran sogni quelli che ti turba- vano, risvegliati una seconda
volta, e guarda le cose della vita come tu guardavi quelle altre.
Son composto di un corpicciuolo e d’un’ anima. Al corpicciuolo tutte le
cose sono indilferenti; non potendo egli nè manco far differenza.
Air anima sono indifferenti tutte Qui r Ornato volea fare una nota,
come è indicato nel manoscritto, ma non la fece. Verosimilmente
egli volea gìnstiiicare e il- Instrare la sna interpretazione di
questo luogo, alquanto diversa da quella degli altri interpreti. La
traduzione letterale di tutto il § è cEsci d'ebrezza, richiama te
stesso; e cacciato via il sonno, e veduto che eran sogni quelli che ti
turbavano, desto una seconda volta, guarda queste cose, come tu guardasti
quelle altre. Intendi anima razionale,
la quale per gli Stoici non era altro che ragione e vo- lontà,
esclusa la sensibilità appartenente solo airantmwccta, mero principio
animale comune anche ai bruti. quelle che non sono azioni di lei. E
quelle che sono azioni di lei, stantìo tutte in balia di lei. E di queste
an- cora, quelle sole che riguardano il presente. Perchè le azioni
future e le passate sono pure indififerenti per lei. Il lavoro
non è cosa contro natura nè per la mano nè pel piede, sintantoché
il piede fa le cose del piede, e la mano le cose della mano..
Quindi non è nè anche cosa contro natura per V uomo, in quanto
uomo, fìnch’egli fa le cose dell’uomo. E se non è cosa contro
natura per lui, non è nè anche per lui un male. Quanti piaceri non
godono i malandrini, i bagascioni, i parricidi, i tiranni? Non vedi
come gli artisti mec- * canici condiscendono bene in.qual- Sottintendi;
€ hanno importanza per lei. che cosa agli imperiti, ma non
seguitai! meno però la ragione dell’arte, e da quella non si vogliono
distaccare? Non è ella una vergogna che l’architetto e il medico
abbiano più rispetto per la ragion dell’ arte loro propria, che l’
uomo per la sua, la quale egli ha in comune con gli dei? L’Asia e l’Europa son cantucci del
mondo; tutto il mare, una goc- ciola del mondo; l’ Athos, una
zolletta del mondo; ciascuno degl’istanti pre- senti del tempo, un
punto dell’ eter- nità. Tutto è piccola cosa, mutabile, peritura.
Tutto vien di colà, da quella mente comune, o voluto da lei, o per
concomitanza.* E quindi la gola del leone, e il veleno, ed ogni cosa
ma- lefica, come le spine ed il loto, sono un accompagnamento e
quasi una produzion necessaria di quanto v’ha d’eccelso e di bello.
'Non immaginai ti adunque che sien cose aliene da quello che tu
veneri; ma pensa alla sorgente del tutto. Chi ha veduto le cose d’
adesso, ha veduto tutte le cose, quante per gl’ infiniti secoli
furono e per gli jiltri infiniti saranno; perch’ elle son tutte d'
uno stesso genere e d’ uno stesso coloi'e. Considera sovente la
concate- nazione di tutte le cose nel mondo e la relazione dell’
una all’altra. Per- di’ elle son tutte intrecciate, dirò così, r
una colf altra, e tutte, per (piesto motivo, amiche l’ una del- l’altra.
Di fatti all’ una vien sempre dietro 1’ altra; del che è cagione iJ
moto tonico e consenso di tutte e r unità della rnateiia prima. Alle
cose che ti sono date in sorte, ti devi adattare; e gli uomini, coi
quali hai comune la sorte, li devi amai'e, ma amar veramente. Uno
strumento, un ordigno, un arnese qualunque, se è atto, a tutto
quello per che è stato formato, va bene; ancorché non ci sia più
chi r ha formato. Ma negli esseri governati dalla natura è
immanente dentro e continua la virtù che li formò; per lo che
conviene ancor più venerarla, e stimare.che, ove secondo il voler
di quella tu viva, sia per riuscirti secondo il tuo in- tento ogni
cosa. E questo ò quello che succede all’ universo, che gli riesce
secondo il suo intento ogni cosa. il. Quale che sia la cosa
dove tu riponi il tuo bene o il tuo male, s’ ella è una di quelle
che non di- pendono dalla tua volontà, di neces- sità debbe
accadere che, incorrendo tu in quel male, o non conseguendo quel
bene, tu accusi gli Dei, e che tu odii inoltre gli uomini, i quali
ti saran causa, o i quali tu sospetterai avere ad esserti causa del
non conseguir 1’ uno o dell’ incorrer nel- l’altro; e molte
iniquità, certo, com- mettiam noi, per non essere indif- ferenti a
siffatte cose. Ma se noi tenghiamo per beni o per mali quelle cose
soltanto che dipendono da noi, nessuna causa rimane più nè di ac-
cusare Iddio, nè di stare in ostilità verso l’uomo. ANBEDUE COOPERIAMO AD
UN MEDESIMO FINE. Gl’uniscienti e intelligenti, gl’altri alla cieca; per
modo che anche i dormienti, come disse Eraclito, se non erro,
lavorano e COOPERANO a ciò che si fa nel mondo. L’ uno ci lavora in una
guisa, l’altro in un’altra; e ancorché senza suo prò, ci lavora e
coopera anche colui che si va querelando e fa prova ' Vedi il
§ 16 di questo medesimo libro. Con questo § finisce il volgarizzamento
del- r Ornato, e col § seguente incomincia il volgarizzamento rifatto da
me. di resìstere e distruggere l’opera altrui: perchè anche di questi
ha bisogno il mondo. Rimane dunque che tu vegga nel novero di quali
tu ti vuoi porre: perchè chi governa il tutto, saprìi ben valersi
di te in ogni modo, ricevendoti in questa o in queir altra banda
de’ suoi lavora- tori e cooperatori. Se non che hai da badare che
tu non sia tal parte della brigata, qual è del dramma quel povero e
ridicolo verso di cui parla Crisippo. Il sole vuol egli fare le
veci della pioggia? o Esculapio quelle di Cerere? E gli astri non
hanno essi i loro uffici diversi, ciascuno il suo, 1
Plutarco {de comm. adv. Stoicot) cita le parole di Crisippo, alle quali
allude Anto- nino: «In quel modo che le commedie hanno talvolta dei
versi ridicoli e facezie che non hanno alcun valore in sè, ma giovano
non- dimeno all'effetto generale del poema; pa- rimente il vizio è
certamente riprovevole in sè, ma non è inutile a tutto il rimanente
delle cose.» ma COOPERANTI AMBI AD UN MEDESIMO FINE? Se gli Dei hanno
deliberato intorno a me ed alle cose che deb- bono incontrarmi,
hanno bene deli- berato e provveduto: perchè un Dio senza senno e
improvvido non pos- siamo neppure immaginare. E farmi del male, per
qual motivo l’ avreb- bero essi voluto? Qual pio ne sa- rebbe
venuto ad essi o al tutto di che prendono sì gran cura? Che se non
hanno deliberato intorno a me in particolare, essi hanno al certo
deliberato universalmente intorno a tutto il complesso delle cose.
Io debbo quindi accettare e aver caro tutto che mi accade, come
conse- guenza necessaria di quella loro ge- nerale determinazione.
Che se poi non pensano nè provvedono a nulla (è una empietà il
crederlo; o vera- mente non facciam più sacrifici, nè preghiere, nè
alcuna di quelle cose che suppongono presenti gli Dei e viventi con
noi); ’ se, dico non pen- sano nè provvedono in. alcun modo a niuna
delle cose mie; posso io almeno pensare e provvedere a me stesso: e
mio primo pensiero debbe essere di conoscere in che consiste Futile
mio. Ora egli è utile ad un essere qualsivoglia ciò chcs è con-
forme alla costituzione e natura di lui. La mia costituzione è ragionevole
e socievole: la mia società e LA MIA PATRIA, come Antonino, è ROMA; come
uomo, è il mondo. Ciò solo adunque che giova a queste due patrie, ò
utile a me. Ciò che avviene a ciascheduno, è utile al tutto. Questo solo basta.
Ma tu osserverai ancora, so tu ci badi, che per F ordinario ciò che
succede ad un uomo, è utile an- cora agli altri uomini. Intendo ora
^ Intendi: «che suppongono la presenza J e la provvidenza divina.» r utile nel senso volgare, cioè attri-
buendo utilità alle cose medie. Quello effetto che fanno in te gli
spettacoli degli anfiteatri e di simili luoghi, chè per essere sem-
pre le medesime cose, ti rechi a noia il vederle, quello effetto
me- desimo facciano in te tutte le cose della vita: perchè esse
sono, dalla cima al fondo, sempre le stesse, e nate sempre dalle
stesse. K fino a quando adunque? Non cessare di
rappresentarti al pensiero uomini’ trapassati di ogni fatta 0 di
ogni sorta di condizioni, discendendo anche a Filistione, a Febo e
a Origanione;* passa di poi ad altri generi di viventi. Colà dob-
I[Vi fu un Filistione poeta comico, contemporaneo di Socrate; vi fu
ancora un Filistione di Locri, il quale era medico, e da alcuni
creduto autore dei libri sulla dieta che fanno parte della collezione
ip- pocratica. Quanto a Febo e Origanione ci sono al tutto
incogniti. biamo andare anche noi dove sono iti tanti valenti oratori,
tanti gravi filosofi, Eraclito, Pitagora, Socrate; tanti eroi prima
di loro, tanti capi- tani dopo, tanti tiranni; e insieme con loro
EUDSOSSO, IPPARCO, ARCHIMEDE altri acuti ingegni, uomini magnanimi,
laboriosi, scaltri, arro- ganti, beffardi, schernitori di questa
povera vita di un giorno, siccome fu MENIPPO ed altri simili a lui. Pensa
che tutti costoro sono spenti. II celebro matematico discepolo di Platone, il
cui sistema è esposto nel XII della Metafisica di Aristotele; e che
insieme cou Speusippo assorbì tutto il Platonismo nella teoria dei
numeri. A lui si applica, non meno che a Speusippo,!' osservazione di
Ari- stotele: «la matematica è divenuta tutta la filosofia del
nostro tempo. [Matematico contemporaneo di Tolomeo Filadelfo, nato in
Nicea] [Filosofi» cinico nato a Gadara, dal quale un certo genere di
satiro che furono dette menippee: orasi beffato dei filosofi e delio
loro dispute scrivendo con uno spirito e una vena inesauribile, che gli
fu invidiata, come pare, anche da Luciano. da gran tempo. Ora che male
per essi? che male per coloro dei quali non resta pure il nome?
Solo una cosa è qui da avere in gran pregio: r osservar sempre la
veracità e la giustizia, comportandoci benevol- mente anche verso i
bugiardi e gli ingiusti. 48. Quando vorrai rallegrare
te stesso, rappresentati al pensiero le migliori qualità degli
uomini coi quali tu vivi: per esempio, l’ope- rosità efficace di
questo, la vere- condia di quello, la liberalità di quel- r altro,
e cosi via via. Perciocché non è cosa che tanto rallegri, quan- to
le sembianze della virtù espres- se nei costumi delle persone colle
quali viviamo, e quanto più esser possa, accumulate e frequenti. Vuoisi
dunque averle pronte alla memoria. Ti quereli tu del pesare solo
cotante libbre e non tre cento? Così non ti querelare dello aver a
vivere solo tanti anni e non più. Come ti tieni per pago e lieto
della quantità di materia che ti fu assegnata, così accontentati
del tempo. Fa’ prova di persuaderli; ma non lasciar di operare anchh
mal- grado loro, quando ragione di giu- stizia il richieda. Che se
altri ti impedisce colla forza, volgiti alla rassegnazione, e serba
la serenità dell’anima, facendo uso di quello impedimento per l’ esercizio
di un’altra virtù. E ricordati che tu vuoi condizionalmente,* e che non
si ri- chiede da te r impossibile. Ora che si richiede adunque? Una
cotale determinazione di volontà. E questa [ La volontà giusta è
solo scopo e termine di sè medesima, sia o non sia ella efficace, cioè a
dire, sia o non sia seguita dall' effetto esteriore, il che dipende
dalle circostanze esterne. tu l’hai: il fine a cui sei venuto nel
mondo è conseguito. L’ambizioso ripone il ben suo nell’ azione
altrui; il voluttuoso nelle proprie passioni; ' il savio nella sua
propria azione. Io posso astenermi dal fare concetto alcuno intorno
a ciò, e non turbarme nell’anima. Non le cose, ma noi siamo gli
autori dei nostri giudizi. Fa’ di avvezzarti ad ascoltare
senza distrazioni ciò che altri dice, e ad entrare quanto più puoi nel-
l’animo di chi favella. Ciò che non giova allo sciame, non giova
neppure alla pecchia. Quando i naviganti mormorano contro al nocchiero,
o gli infermi. Meno stoicamente direbbesi nel soddisfacimento delle proprie
passioni, » cioè nel piacere procurato da questo soddisfaci- mento.
Perchè il piacere stesso è per gli Stoici una passione, un patire e non
un agire dell' anima. Di contro al medico,' qual motivo può
moverli a ciò se non se il modo con che il medico e il nocchiero
procacciano la sanità e la salvezza loro? Quanti di coloro, coi
quali io venni al mondo, se ne sono già andati! Agli itterici
sembra amaro il miele, l’acqua è spaventevole al- r idrofobo, pel
fanciullo è bellissimi una palla. A che dunque mi adiro? Stimi tu
men potente una falsa opi- nione che la bile nell’itterico, o il
veleno nell’idrofobo? Niuno può recarti impedimento al vivere
secondo la legge della tua natura; nulla accaderti contro la legge della
natura comune. Che è il vizio? è ciò che tu spesso hai veduto. E ad
ogni acci- dente che t’ intervenga abbi apparecchiato questo pensiero,
che è cosa da te spesso veduta. Su e giù, a dritta e a manca
troverai pur sem- pre le stesse cose, di che sono piene le antiche
storie, le mezzane e le moderne; di che ora son piene le città e le
case. Nulla di nuovo: tutto consueto e di poca durata. La fede nei
domini come può venir meno se non se collo spegnersi di quei
pensieri che sogliono ali- mentarla? i quali sta in te jl ride-
«^tar di continuo. Posso pensare di una cosa quel che ne debbo pensare:
se questo è in mia facoltà, a che mi turbo? Ciò che è fuori ilella
mia mente, non ha nulla che fare colla mia mente. Fa’ di essere
cosi dispo- sto e sei ritto. Il risorgere sta in poter tuo: vedi di
nuovo le cose a quel modo che tu le vedevi: sarà il tuo
risorgimento.' 3. Pompe, trionfi, vani apparati, drammi che
si recitano in sulla sce- na, greggi, armenti umani, scara- mucce,
ossicciuolo gittate al cagno- lino, tozzo di pane ai pesci nel
vivaio, affanni e lavorar di formiche,, discorrimenti qua e là di topi
spaventati, fantoccini mossi da un filo. È mestieri assistere a
codeste cose con viso benevolo e non burbero, ma non però dimenticare
che tanto vale cia- Pare che ad Antonino in un momento di sconforto
sombrasse aver perduta la fede nei domrai della filosofia. E si conforta
a ri- cuperarla. Bello e profondo paragrafo, stoicamente considerate] scuno
quanto vaglion le cose cui dà le sue cure. Conviene por mente parola
per parola a ciò che si dice, e atto per atto a ciò che si fa. E
veder tosto nell’ una cosa qual è lo scopo; nel- l’altra, qual è il
significato. Basta, o non basta il mio in- gegno a proccurare questo
effetto? Se basta, io ne fo uso come di uno stromento che la natura
dell’ universo mi diede. Se non basta, ove non osti il dover mio, lascio
fare r opera a chi può condurla a fine meglio di me; ovvero io la
fo co- me posso, giovandomi dell’aiuto di tale, che possa, scorto
dal mio pro- prio consiglio, recare ad effetto ciò che è utile ed
opportuno alla co- munità. Perchè questo deve esser sempre il fine
di ciò che io faccia, sia da per me solo, sia coll’aiuto altrui:
l’utile e il convenevole al comune. 6. Quanti lodatissimi
sono già stati dati all’oblio! e quanti che li loda- rono sono
scomparsi, già è gran tempo! Non ti vergognare dell’essere
aiutato. Tu ci sei per fare quello che tocca a te, come un soldato ad
una battaglia murale. Ora se tu, offeso in una gamba, non potessi
solo salire in sui merli, e ti venisse fatto col- r aiuto di un
compagno? Non ti mettere affanno delle cose future. Tu arriverai ad
esso, se il dovrai, recando teco quella mede- sima ragione di che
fai uso nelle cose presenti. D, Tutte le cose sono
reciproca- mente collegate fra loro; sacro è il legame che le
unisce, e niuna cosa può dirsi estranea ad un’altra. Esse sono
tutte coordinate insieme e con- corrono ad ornare lo stesso mondo. Perchè
uno è il mondo che è formato di esse tutte, uno Iddio che penetra
tutto, una la materia prima, una la legge, una la ragione comune a
tutti t?li esseri intellettivi, una la verità:. essendo pur anche
una sola la perfezione di tutti gli esseri congeneri e partecipi della
stessa ragione. Presto svanisce ogni corpo, risolvendosi nella sostanza
universale; presto svanisce ogni causa, rientran- do nella ragione
universale; e la memoria di ciascheduna cosa è presto inghiottita
nell’abisso del tempo. Per l’animale ragionevole, la stessa azione
che è secondo natura, è anche secondo ragione. Se non sei ritto,
dirizzati. Quella relazione che hanno fra loro le membra del
corpo nell’ ani- ' male individuo, hanno fra loro gli esseri
intelligenti nel corpo collet- tivo della società: tutti sono fatti
per cooperare insieme ad uno scopo comune. E per meglio
ricordartene avrai cura di ripetere. spesso a te medesimo: io sono
un membro del sistema degli esseri intelligenti. Ma se tu di’
solamente: io sono una parte, tu non ami ancora di cuore gli uomini;
il beneficarli non è ancora per te cosa che per se me- desima ti
diletti e ti contenti: tu il fai tuttavia per pretto dovere, non
perchè tu senta di beneficare ad un tempo te stesso. Accada che
vuole al di fuori a quelle parti che possono ricevere nocumento da
cotali accidenti: se ne dorranno esse che patiscono,’ se il
vogliono. Quanto si è a me, ove io non faccia concetto di siffatti
ac- cidenti come di un male, non ne ricevo nocumento veruno. E sta
in mia facoltà il non fare cotali concetti. Che che altri faccia o
dica, a ine conviene essere uomo dabbene: per appunto come se V
oro, o la porpora, o lo smeraldo dicesse: che che altri faccia o
dica, a me conviene essere smeraldo, e avere il mio pro- prio
colore. La parte sovrana non dà mai noia a sè stessa, vale a dire,
non è mai cagione nè di tristezza, nè di timore, nè di
concupiscenze a sè stessa. Se altro v’ ha che possa moverla a ciò, vi si
adoperi. Quanto a lei, operando razionalmente, non sarà mai a sè
stessa cagione di cotai moti. Provveda il corpo, se può, al non
avere a soffrire; e se soffre, lo dica. Quanto si è all’animuccia, nella
(filale veramente cade la tristezza e il terrore, basterà solo che la
parte ove si formano i giudizi* del terribile [Animuccia;
intendi il principio della &dìoi&1o e del tristo, non
dia luogo a quelli: essa animuccia non ha attitudine a formare
giudizi cotali. La parte sovrana, considerata in sè, non ha mai manco di
nulla, ove ella non venga meno a sè stessa: e similmente non è mai
turbata nè impedita, ove non turbi o impedisca ella sè medesima. Beatitudine
vuol dire buon genio, vuol dire mente buona. Che fai dunque tu qui,
o immaginazione? Va’ via, te ne prego per gli Dei, vat- tene come
sei venuta: non ho bisogno di te. Tu sei venuta secondo l’usanza
tua vecchia. Non mi adiro teco; ma vattene. V’ha chi teme il
mutamento? Ma che può farsi mai senza muta- mento e trasformazione?
E che v’ha di più caro, di più proprio e consueto alla natura
dell’universo? E puoi tu stesso prendere un bagno se le legna non
si trasformano? puoi tu nutrirti, se non si trasformano i cibi? E
v’ha egli alcuna delle altre cose necessarie alla vita che possa
elfettuarsi senza trasformazione? Non vedi tu dunque che il dovere
tu ancora essere trasformato, va del pari con tutte le altre
trasformazioni,, ed è parimente necessario alla natura dell*
universo? 19. Per entro la sostanza dell' uni- verso, come
per entro a un torrente, passano tutti i corpi connaturati a
(jiiello, siccome sono connaturate a noi, e cooperano con noi le
nostre membra. Quanti Crisippi ha già inghiottiti il tempo, quanti
Socrati, quanti Epitteti! Lo stesso sovvengati (l;ogni altro uomo,
o cosa qualsi- voglia. Una sola cosa mi turba: la tema di far
cosa che la natura dell’ uomo non voglia, o come essa non voglia, o
quando essa non voglia. Presto avrai tutto obliato, e presto ancora
sarai obliato da tutti. È proprio dell’ uomo l’ amare anche colui che
ci offende. Il che ti verrà fatto se tu penserai che egli è pur tuo
congiunto,^ che ha peccato per ignoranza e suo malgrado, che fra
poco sarete morti ambidue, e so- pra tutto che egli non ti ha
nociuto: perchè non fece peggiore che olla prima si fosse la tua
parte sovrana. La materia comune di tutte le cose è nelle mani della
natura universale, come la cera in quelle dello scultore.^ Ora ella ne fa
un cavallo, poi, rifusa la materia del cavallo, ne fa uso alla
produzione di un albero, poi a quella di un omiciattolo, poi a
quella di qualche altra cosa, e ciascuna di queste cose dura un
brevissimo spazio di tempo. Ma e'non è oggi più tremendo pel
forzierino r essere sconficcato e disfatto, che non fu ieri 1’ esser
fatto. Il quale si serve di essa cera per fare i modelli delle sue
statue. II livore in sul viso è cosa contro natura, da che spesso vi
al- tera anche il colore che naturalmente 10 abbellisce, e
che alla fine vi si spegne in modo da non potervisi più ravvivare.
Questo ti provi che è cosa eziandio contro ragione: perchè se anche
la coscienza del peccare si perde, qual motivo di più vivere? Tutte le
cose che vedi, già già le viene mutando la natura reggitrice del
tutto, la quale ne farà altre della materia loro, e poi altre della
ma- teria di queste, affinchè il mondo sia sempre giovane.
Quando altri ti offende in che che sia, considera tosto qual
cosa egli abbia dovuto estimare come un bene o come un male perchè
fosse così mosso ad offenderti. La qual cosa scorto che tu abbia,
tu avrai compassione airuomo, e cesserai dal maravigliarti e dallo
adirarti. Perdiè o tu stesso stimerai tuttavia come un bene o come
un male quella medesima cosa od altra somigliante; e allora gli si
vuol perdonare; o tu farai altra estimazione ch’egli non fece, e
più facilmente benigno sarai a chi travide malgrado suo. Non
pensare alle cose che tu ancora non hai come se tu gȈ le avessi.
^Ma facendo piuttosto il no- vero delle più comode tra quelle che
liai, sovvengati quale studio porresti in procacciarle se tu non le
avessi. Bada nondimeno che questo tuo averle in grado non ti venga
avvez- zando a stimarle in modo da turbar- tene poi quando elle ti
mancassero. Ravvolgiti in te stesso. La parte sovrana e ragionevole
dell’ uomo ha natura tale che basta a sè quando agisce rettamente e
sa trovare in ciò la sua quiete. 29. Cancella le immaginazioni,
raffrena gli appetiti, circoscrivi il pre- sente del tempo. Conosci ciò
che accade a te e ad altrui. Dividi e ri- solvi ne’ suoi elementi,
la parte causale c la parte materiale, ogni oggetto di appetizione
o di aver- sione. Pensa all’ ultima ora. Lascia stare il peccato
altrui colà dove ò nato. no. Segui col pensiero le
altrui parole. Penetra coll’ acume della mente nelle cose che si
fanno e nel- r animo di coloro che le fanno. 31. Adornati di
verecondia, di sem- plicità e di indifferenza verso tutte le cose
che non sono nè virtù nè vizio. Ama il genere umano. Obbedisci a Dio. Tutto
le cose, disse colui, si fanno secondo una legge immutabile. 0 gli
Dei, o gli atomi. Ma basta il ricordare che tutto si fa [Cioè a
dire: o v' ha una provvidenza divina, o non v' ha, secondo il sistema
ato- mistico di Epicuro. secondo una legge. Ma troppo è anche il
poco già detto. Quanto alla morte, o essa a un disperdimento, se la vita ò
un accozzamento fortuito di atomi o altra aggregazione qualsiasi.
Ovvero essa è uno spegnimento, ovvero un traslocamento. Quanto
al dolore, se è intollerabile, ti uccide. Se dura, è tollerabile. E la mente
conserva la sua tranquillità se si raccoglie in sè stessa: e la parte
dominante non si è fatta peggiore. Quanto alle parti che sono
offese dal dolore, ce lo dicano se il possono. Quanto alla gloria,
vedi le menti loro, quali cose fuggono e quali cose ricercano. E
ancora, che a quel modo stesso che gli strati di arena novel-
lamente gittati in sul lido ricoprono i precedenti; similmente nella vita
le cose nuove ricoprono, sovrappo- nendosi, per così dire, ad esse,
e fanno dimenticare quelle a cui succedono. Di Platone: Ad
uomo di eccelsa mente, al quale sia dato di abbracciar col pensiero
tutta la serie dei tempi e l’ università degli esseri, credi tu che
la vita sia per sembrare un gran che? Impossibile, disse quegli. E
la morte, per conseguenza. non sarà punto stimata da lui una tremenda
cosa. — No certo. » Di Antistene: Operar bene ed essere
lacerate è cosa da re. È vergogna che il
volto ubbidisca alla mente e si componga ed assesti come ella vuole; e
che la mente poi non sappia comporre e«l assestar sè
medesima. Contro le cose lo adirarsi è vano, Ch'esse non se ne
curano. 1 Fiat. Rep. lib. VI. [Lacerato, intendi, dai maldicenti. Plutarco negli
Apoftegmi attribuisce questo detto ad Alessandro]. [Tratto dal
‘Bellorofonte’, tragedia perduta di Euripide. E gli immortali e noi di te fa
lieti. Mieter la vita Come spica matura, e morir l' uno, E
viver l’altro. Sed ime vède’nii eigl’ilddii non curano, Ciò pure ha sua
ragione. Che il bene e il dritto è dalla mia. Non pianger con altrui nè
esultare. (Di Platone). A chi mi favellasse
in colai guisa, potrei con giu- stizia rispondere: Tu erri dal
vero, o amico, se tu credi che un nonio di qualche vaglia debba,
quando im- prende a far che che sia, computare le probabilità dello
avere a morire 0 a vivere; e non piuttosto conside- rare unicamente
se ciò ch’egli im- t Nel testo è un verso esametro, ma igno-
rasi onde 1' abbia tratto Antonino. P. 2 Due versi dell' Isipile,
tragedia perduta di Euripide. II primo di questi due versi è citato
anche al § 6 del lib. XI, come verso di un tragico; ma il nome del poeta
non è noto. D’ ARISTOFANE negli Acarnesi. P. 5 I §§ 44 e 45 sono
tratti dall’Apologia di SOCRATE; il § 46 dal ‘GORGIA’] prende a fare sia
giusto od ingiusto, se azione da uomo dabbene, o da tristo. Perchè
così è veramente, o Ateniesi: quale che sia il posto che altri scelse
nell’ordinanza, giudicatolo il migliore, o in che sia stato
collocato dal capitano; egli vi dee perseverare, secondo che mi
pare, e sostenervi tutti i pericoli, non avendo in conto di nulla la
morte ne altro checchessia, in paragone della disonestà e vergo-
gna che sarebbe lo abbandonarlo. Ma bada bene, o valentuomo,
che altra cosa non sia la gentilezza, d’animo e la virtù, ed altra il
pro- cacciare salvezza asèe ad altrui; e che ufficio deir uomo,
dico chi voglia essere uomo veramente, non sia per avventura,
anziché lo ingegnarsi di campar lungo tempo avendo cara sopra ogni
altra cosa la vita, il ri- mettersene piuttosto a Dio; e pre-
stando fede a ciò che dicono le fem- mine. essere inevitabile il destino
di ciascheduno, studiare il modo di vivere, il più virtuosamente ch’ei può
quel tempo che ha a vivere. Contemplai’e il giro degli astri
accompagnandoli, per cosi dire, nel loro corso; e ripensare di
continuo al perpetuo tramutarsi degli elemen- ti da una in altra
forma. Cotali pensieri purgano l’anima dalle lordure di questa vita
terrestre. 48. Bello è quel luogo di Platone: « Chi ragiona*
degli uomini, deve an- che osservare, come da un’ alta ve- detta,
tutte queste cose terrene: adunanze popolari, eserciti campeg-
gianti, agriculture, nozze, divorzi, nascimenti',’ morti, strepiti di
tribu- nali, contrade inabitate, varietà di nazioni, feste, lutti,
mercati, e que- sto miscuglio di tutti i contrari, e l’ordine di
questo miscuglio di che si compone il mondo. Questo brano di Platone non
si trova nelle opere che ci rimangono di lui. E’ giova il rimembrare le
cose che furono prima di noi: tanti mu- tamenti, tanti e sì grandi
rivolgi- menti di stati. Puoi anche conside- rare le cose che
seguiranno in futuro, perchè esse saranno pur sempre ti’ un taglio,
e non è possibile che escano mai del tenore usato infino ad ora.
Onde che tanto vale il ri- cercare gli eventi di che si compone il
vivere umano ^ in un periodo di t^uarant’ anni, quanto in uno di
dieci mila. Che potresti trovare di più? E questo. Ciò die fu terreo
torna alla terra; Ciò die d’ etereo seme è germoglio.
Del deio etereo torna allo sfere. Che vuol dir ciò? Separazione degli
atomi terrei che erano insieme ag- gregati, e somigliante
separazione degli elementi attivi. Intendi il vivere dell' umanità, o non
deir individuo umano. Gli elementi attivi erano, secondo gli dE con cibi
il torrente e con bevande £ con incanti di stornar proccnra Perchè
a morte noi tragga. Con quel vento Che Dio ne manda navigar ci è
d'uopo, £ non spargere inutile lamento.» Pili valente nella lotta,
ma non piò devoto al ben comune, non piò verecondo, non piò
indulgente e piò benevolo verso il prossimo che ha peccato. Ogni
volta che può condursi a fine una impresa secondo i precetti della
ragione comune agli Dei e agli uomini, non hai nulla da temere:
perchè dove sta in te lo avvantag- giarti coir esercizio libero della
tua operosità, procedendo secondo la costituzione dell’ uomo, quivi
non è luogo a timore di avere a soffrire alcun danno.
stoici, Paria e il fuoco, con che intendevano il freddo e il caldo; i
passivi, la terra e l’acqua. In ogni luogo e in ogni tempo è in tua
facoltà lo acconciarti di buon grado e con pia rassegnazione all’
evento che ti occorre; e il por- tarti con rettitudine verso gli
uomini coi quali ti trovi; e il vegliare dili- gentemente con
quelli spedienti che tu sai sopra ogni tuo pensiero pre- sente,
affinchè non v’entri inavver- titamente nulla che tu non abbia
perfettamente compreso. Non andare investigando in qual modo
credano di doversi governare gli altri, ma guarda dritto . Non andare
investigando gli altri. [Intendo: non curarti di ciò che le menti degli
altri approvano o disapprovano; bada dirittamente a ciò che approva la
tua. Noto questo perchè altri non creda essere il qui detto da
Antonino cosa contraria a ciò che disse in molti altri luoghi, e segnatamente
nell’ Vili, 61: entrare nella parte sovrana di ognuno. Le sono due cose
diverse. In quanto al tuo operare, non badare a ciò che le menti
degli altri prescrivono, bada a ciò che prescri- ve la tua. In quanto ai
giudizi che tu fai degli altri, entra il più che puoi nelle menti
loro, per vedere quai motivi li spingano. allo scopo verso il quale ti
scorge la natura universale per mezzo degli eventi che essa ti
manda; e la tua propria natura per mezzo dei doveri che essa ti
impone. E dovere di cia- scheduno sono quelle azioni che cor-
rispondono al fine pel quale è stato formato. Ora gli esseri non
ragio- nevoli sono stati formati per gli es- seri ragionevoli (come
universal- mente tutte le cose che hanno minor valore, per quelle
che ne hanno un maggiore); e gli esseri ragionevoli, gli imi per
gli altri. Primo dovere adunque dell’ uomo, in conseguenza della
sua costituzione, è di cooperare al bene di tutti i suoi simili. Il secondo
è lo star saldo contro gl’appetiti e le AFFEZIONE DEL CORPO. Essendo
proprio della forza razionate e intellettiva il serbarsi pura e distinta,
circonvallando, come a dire, sè stessa, e noh essere vinta mai dalla t
Vale a dire che non deve ammettere in forza sia sensitiva sia appetitiva.
Perchè queste due forze sono animale- sche, e sopra di esse quella
vuole aver primato e signoria, e non la- sciarsi signoreggiare da
esse. E con ragione: quella essendo fatta per servirsi di queste.
Terzo dovere del- r uomo \i è il procedere cautamente ne’ suoi
giudizi, per non cadere in errore. A queste cose applicandosi la
parte tua sovrana, compia per la diritta via il suo corso; ed ha tutto
ciò che le spetta. Come se tu avessi dovuto mo- rire testé e fornito
già tutto il corso della tua vita; vivi secondo natuia (piei giorni
che ti rimangono, con- siderandoli come un soprappiù che tu non
avessi sperato.’ se alcuna mistura di elementi estranei alla
sua natura,. e apparir quindi distinta con taglio nettissimo da tutto ciò
che ha na- tura diversa dalla sua. [A quel modo che se ci trovassimo
al punto della Cari ti sieno quelli eventi soltanto che t’ incontrano, e
sono quindi come a dire contesti insieme collo stame della tua vita. Che
potresti desiderare di più accomodato a te? Ad ogni accidente che ti
occorre abbiti davanti agli occhi coloro ai quali incontrarono le stesse
cose; ed essi se ne adirarono, parve loro strano, se ne
querelarono. Ora dove sono coloro? In niun luogo. Perchè vuoi tu
dunque rassomigliar loro? e non lasci piuttosto a chi li vuole quei
moti alieni da te, e non badi unicamente all’ uso che devi fare
deir accidente intervenuto? Perchè tu ne farai buon uso, e ti sarà
nuova materia a virtuosamente operare, solo che tu intenda ad esser
uomo morte senza speranza di riaverci e consi- derassimo la nostra
vita trascorsa; ci dor- remmo di averla male impiegata, e vor-
remmo caldamente impiegarla meglio per l’avvenire, scampando; cosi
dobbiamo vo- lere ora ec. dabbene agli occhi tuoi propri, sia qual si
voglia la cosa che tu faccia; e ti sovvenga di queste due verità:
im- portare assai quale sia l’ azione, e non importare nulla in che
cada razione. Guarda dentro di te. Ivi è la fonte del bene, la quale non
sarà esausta mai, solo che tu ci vada scavando di continuo.
60. Anche il corpo, e nel cammi- nare e nello stare, serbi un
contegno egualmente alieno dalla avventatezza e dalla mollezza.
Imperocché siccome l’anima si rivela nel volto, imprimendovi un certo che di
assennato e di composto; così ella dee rivelarsi anche nel
rimanente del corpo. Ma ciò vuoisi fare naturalmente, senza che vi
appaia studio nè affettazione. La volontà giusta è per gli Stoici
solo scopo e termine di sè medesima, sia, o non sia ella efficace,
cioè a dire sia o non sia seguita dall' effetto esteriore, il che
dipende dalle circostanze esterne. La virtù sola è huona.essa sola
basta alla beatitudino. L’arte del vivei e virtuosamente rassomiglia
piuttosto all’arte della lotta che a quella della danza, in quanto
bisogna essere apparecchiati ad ogni accidente non preveduto, e
saldi per non cadere. Non cessare di recarti a mente le qualità di
coloro dai quali vorre- sti essere lodato, e quelle delle menti
loro. Così non ti avverrà di trascor- rere all’ ira contro uomini che
fallano malgrado loro, nè ti curerai dell’es- sere da loro lodato o
biasimato, ve- dendo qual sia la fonte onde moiVono i giudizi loro
e le loro azioni. Non per sua elezione, dicea quegli, ma sempre
malgrado suo, è l’anima umana priva del vero.' E [La sentenza
è di Platone, ed è citata anche da Epitteto (Dissert.), il quale nomina l’autore.
Nel Sofista parti- colarmente, Platone intende a provare che r
ignoranza è sempre involontaria, e che sempre malgrado suo è l’uomo privo
della cognizione del vero. parimente malgrado suo è priva della
giustizia, della temperanza, della mansuetudine e di tutte le altre
cose cotali. Sommamente importa che tu r abbi sempre a mente: sarai
più mite c be_nigno inverso di ognuno. Oi. In ogni caso di
dolore abbi apparecchiato questo pensiero, che non è cosa
disonesta, non tale da far peggiore la mente che ti gover- na:
perocché non le nuoce nè in quanto ella è ragionevole, nè in quan-
to ella è socievole. Nel maggior nu- mero dei casi troverai soccorso efficace
anche in quel detto di Epicuro: il dolore non esser mai nè intollerabile
nè di lunga durata, solo che tu non lo ingrandisca colla tua im-
maginativa, nia lo vegga ne' limiti suoi naturali. Avverti ancora
che molte cose ci muovono ad atti di impazienza senza quasi che vi
ponghiaino mente, le quali non sono pur altro che dolore: siccome
lo aver sonno quando vorremmo veglia- re, r essere travagliati dal
caldo, o r avere inappetenza. Ora quando tu sostieni malvolentieri
alcuna di que- ste cotali cose, di’ a te medesimo che tu hai ceduto
al dolore.* 65. Bada a non comportarti mai verso i disumani,
come i disumani si comportano verso gli altri uomini. Come sappiamo
noi che Telauge, quanto alle disposizioni dell’animo, non soprastasse a SOCRATE? [Intendi
che non basta reggere ai dolori gravi, ma conviene saper vincere anche
i leggieri: coi quali sovente non ci pigliani briga di combattere,
perchè la loro piccio- Iczza fa che non ci badiamo; o ci troviamo
vinti senza accorgercene. In quei casi, dico r autore, di’ a te stesso: «
ho ceduto al do- lore: » qnasi volendo, col rammentare quel nome,
che è il vero, faro a sò stesso parere più gravo il caso,o destare cosi
la sua attenzione. [Filosofo del quale Eschine Socratico diede il nome ad
uno de' suoi dialoghi]. Imperocché non
basta che la morte di SOCRATE Socrate sia stata più famosa, nè eh’
egli abbia fatto prova di mag- giore sagacità nel disputar coi sofisti,
di maggiore fortezza col pas- sare la notte in sul ghiaccio, di più
nobile coraggio col disobbedire al comando di andare a prendere
quel- r uomo di Salamina,' nè eh’ egli camminasse per le vie con
altero contegno: la qual cosa sarebbe mas- simamente da considerare
quando fosse vera. Ma vorrebbesi vedere quale intimamente fosse
l’animo di Socrate. Se egli potea contentarsi dell’ esser giusto
verso gli uomini e [Quest’ nomo chiamavasi Leone e posse- dea
grandi ricchezze. Delle quali i trenta tiranni sperando poter fare lor
preda, avea- no comandato a Socrate che andasèe, ac- compagnato da
altri quattro, ad arrestarlo. Socrate, con pericolo della sua vita,
disub- bidì al comando. Questo fatto è ricorda- to nell’ Apologia
di Platone, da Eschine il Socratico, da Diogene Laerzio e da Epitteto. santo
verso gli Dei se non gli accadesse mai di adirarsi ciecamente contro il
vizio, nè di servire all’altrui ignoranza, nè di accogliere come
strana o incomoda o intollerabile veruna delle cose che gli
venivano compartite dal tutto,* nè di lasciare che la mente sua partecipasse
delle affezioni della carne. Cioè [8’ egli riponeva in ciò solo,
nella santità e nella giustizia, la sua felicità, Renza nulla desiderare
di più. Da queste parole di Antonino non bassi ad inferire che egli
particolarmente dubi- tasse della grandezza mórale di Socrate; ma
esse vogliono piuttosto esser prese in un senso generale, servendosi
Antonino del nome illustre di SOCRATE, come di un esempio, por avvertire
quanto sia malagevole il giudicare del valore morale degli uomini da
alcune loro azioni esteriori, sieno buone o sieno cattive; e come
l’eccellenza morale non consista solamente nel compiere este-
riormente qualche grande atto di virtù, ma richiegga inoltre tutte quelle
disposizioni intime e abituali di cui fa la rassegna. Detto di Fociono. La
mente non fu dalla natura mescolata per modo e confusa in- sieme
col corpo che essa non possa distinguersi da esso e come a dire circonvallare
sò medesima, ed eser- citare libera signoria sopra ciò che è ‘suo;
sendo che possa darsi benissimo che un uomo sia sommamente buono, e che nissùno
il vegga. Questo abbiti a mente, e ancora, che in pochissime cose
consiste il vivere Ecco come intendo io questo luogo: Noi conosciamo
altrui dalle azioni e dalle parole, quindi sempre per qualche organo corporeo,
quindi dal corpo. Ora può benissimo immaginarsi il caso che un uomo moralmente
eccellente sia posto in tali condizioni, o per malattia, o per estrema
povertà, 0 altra forza esteriore, da non poter usare in verun modo
del corpo per compiere alcuno di quelli atti che sono la manifestazione
esteriore delle disposizioni virtuose deir animo. In questo caso esse non
potranno essere conosciute. E però quando Antonino dice: «esercitare
libera signoria sopra ciò che è suo, non vuol dire sopra il corpo,
ma sulle facoltà stesse della mente. felice. E per ciò che tu abbia
dispe- rato di dover essere mai eccellente nella dialettica o nella
fìsica, non disperare medesimamente di dover esser libero, e
verecondo, e socievole, e obbediente a Dio. Vivere non vinto da
alcuna forza esteriore e colla più grande contentezza d’animo,
ancora che tutti gli uomini schiamazzino a posta loro contro di te,
e le fiere mettano in brani le membra di codesta conge- riedi carne
e d’ ossa che ti è venuta crescendo intorno; sì' tu lo puoi. E che
v’ ha in fatti in tutti questi co [tali casi, che possa impedire la mente
tua dal serbarsi mai sempre imperturbata, dal fare sempre giusta estimazione
delle cose circostanti e uso ragionevole degli accidenti che intervengono?
Per tal modo che la tua facoltà giudicativa dica all’ oggetto
presente: « secondo T opinione tu sei altra cosa; ma Tessere tuo vero,
è cotale. E la tua facoltà operativa dica immantinente all’
accidente in- tervenuto: « te appunto io cercava: perchè io non ho
altro intento che di operare razionalmente e socievole mente, e
tutto che accada me ne porge occasione, tutto può essere materia ad
esercitare questa virtù, quest’ arte umana e divina. Perchè
qualsiasi cosa che intervenga, ha qualche relazione di convenienza o con
Dio 0 con l’uomo, e può questi acconciarvisi, e non è mai nuova nè dif-
ficile, ma sempre nota e consueta, e facile 1’ uso che hassene a
fare. Perfettamente costumato è co- lui il quale vive ciascun giorno
come se quello fosse l’ ultimo. Non mai affannosamente operoso, non
neghittoso, non infinto mai. Gli Dei che sono immortali, non indispettiscono
d’ avere del continuo a tollerare, e per tanta durata di tempo, tanti e cotali
dappochi: ed oltre a ciò prendono ogni cura di loro. E tu che oramai
sei per finire, tu rinneghi la pazienza, e quando sei tu medesimo
uno di quel novero? È cosa da ridere che l’uomo non voglia fuggire la
propria malizia, il che è possibile e voglia poi fuggire la malizia, il
che è impossibile. Tutto ciò che la ragione speculativa e civile non
vede essere ragionevole e socievole, è da lei giudicato inferiore a sè
stessa. Quando tu fai del bene ed io ricevo quel bene, che vai tu
cercando, come gli stolti, una terza cosa di più, cioè, che si sa che
tu fai del bene, o che te ne sia reso il contraccambio? Nissuno si
stanca del ricevere giovamento ed è a giovamento nostro [Cioè del novero
di quei dappochi, anche per la ragione appunto che tu non sai tollerarli,
come sarebbe tuo dovere di fare] e d’altrui ogni azione conforme alla
natura. Non istancarti dunque di giovare a te medesimo col giovare ad
altrui. La natura universale produsse il mondo. Ora o tutte le cose
che succedono nel mondo sono conformi alla intenzione di quella
natura; ovvero sarebbero *sragionevoli*, cioè dilformi dalla detta
intenzione, anche talune delle cose principali che si fanno pel ministero
particolare della mente che governa il mondo. In molti casi sarai più
tranquillo se avrai questo a mente. A ritrarti dal vano amore della gloria
giove anche il considerare come non è più in poter tuo il fare che tu
sia vissuto da FILOSOFO tutta la tua vita, cioè insino dalla giovanezza:
cioè anzi molti si ricordano di un tempo, e te ne ricordi benissimo tu
stesso, nel quale tu eri LONTANO DALLA FILOSOFIA. Sicché tu
sei contaminato. Non è dunque più facil cosa per te l’acquistar
rinomanza di FILOSOFO al che si oppone anche la condizione del tuo
stato. E però, se tu hai veramente scorto dove batta il punto,
lascerai da banda il pensiero dell’opinione che altri sia per avere di te,
e ti contenterai di vivere conforme alla tua natura quel rimanente di vita
che ti è conceduto. Pensa adunque che cosa vuole la tua natura, e niuna
altra cura ti distragga da ciò. Perchè tu sai bene di quante altre
cose hai voluto fare esperimento e in nissuna di esse hai TROVATO LA
BEATITUDINE. Non nei sillogismi, non nelle ricchezze, non nella gloria,
non NEL GODIMENTO DEI PIACERI, in niun luogo, insomma. Dove sta essa
adunque? Nel fare ciò che richiede la natura dell’uomo. E come fai tu cotesto?
Lo fai, se hai la credenza che e produttrice di quella azione. Quale
credenza? Quella intorno al buono ed al malo. Non essere il buono per l’uomo
ver una cosa che non lo faccia essere giusto, temperante, forte e libero.
Non essere il malo veruna cosa che non lo faccia essere il contrario. Cioè
non lo contamini del vizio opposto alla VIRTÙ. Ad ogni tuo atto
interrogate medesimo. Che relazione ha esso con me? Non avrò io da
pentirmene? Ancora un poco e son morto e tutto è finito. Se ciò che so
ora è conforme alla natura di un essere intelligente, socievole e
avente le stesse leggi che gli’idei, che cerco io di più? Alessandro, o Caio,
o Pompeo, che e rispetto a Diogene, Eraclito, o Socrate? Diogene, o
Eraclito, o Socrate conosce la cosa e la causa e la materia de la cosa;
e la parte sovrana e in Diogene, o Eraclito, o Socrate, veramente sovrana. Ma
quelli, che cosa Giulio Cesare. seppero prevedere? E di quante
non sono schiavi? Credi pure che non cesseranno di fare la
medesima cosa quando pure tu avessi a scoppiare predicando il
contrario. In primo luogo non turbarti. Ogni cosa succede secondo
la natura dell'universo. E tra breve tu non ci sarai più in nissun
luogo, siccome non ci *sono* più. Nè Adriano nè Augusto. Di poi
affisando lo sguardo nella cosa, vedi che è. E rammentando che ti bisogna
essere uomo dabbene e quello che richiede la natura dell’uomo, fallo
senza guardarti indietro, e favella ciò che a te *sembra* esser
giusto, ponendo mente soltanto che questo tu faccia e dica sempre con
amorevolezza, con verecondia e senza simulazione. Intendi la cosa che ti
turba. Questa faccenda ha la natura dell’universo. Trasportare colà le
cose che sono qui, cangiarle, tramutarle da uno in altro luogo. Tutto
è mutazione. Non però in modo che s’abbia a temere nulla di nuovo. Tutto
è cosa solita ed anche tutto è distribuito egualmente. Ogni natura
qualsiasi è contenta di sè, quando procede libera nella propria via. E la
natura ragionevole procede libera nella sua via, quando non assente ad
alcuna rappresentazione falsa od oscura, quando indirizza i suoi
sforzi verso la sola cosa che e utile al comune, quando non ischifa nè appetisce
se non la cosa che e in nostro potere, quando si accomoda. Il tutto non è
che un giro; onde che non v' ha nulla di nuovo da temere. Di buon grado ad
ogni cosa che le venga compartita dalla natura comune. Perchè essa è parte
di questa, a quel modo stesso che la natura della foglia è parte
della natura della pianta. Se non che la natura della foglia è parte
di una natura senza senso e senza ragione, e che può essere
impedita. Dove che la natura dell’*uomo* è parte di una natura che non
è sottoposta a ricevere impedimento ed è intelligente e giusta. Poiché
distribuisce egualmente, e secondo i meriti di ciascheduno, il tempo,
la sostanza, la causa, razione, l’accidente. La quale egualità di
distribuzione potrai osservai e se tu paragm. r^rai non già separatamente l’una
cosa di questo con l’una cosa di quello, ma *complessivamente* ogni cosa
di questo con ogni cosa di quell’altro. Non puoi leggere. Ma reprimere ì
moti insolentì dell’animo, tu il puoi. Ma non lasciarti SIGNOREGGIARE DAL
PIACERE o dal dolore, tu il puoi. Ma essere disprezzatore della gloriuzza. Tu
il puoi. Ma non adirarti contro gli stolti e gl’ingrati ed anche pigliar
cura di loro, questo ancora tu il puoi. Fa che ninno t’oda più
quind’ innanzi querelarti della vita in corte nè della tua. Il
pentirsi è un rampognare se stesso dell’aver trascurato qualche cosa di
utile. Ora il bene conviene di necessità che sia qualche cosa di
utile, e però l’uomo onesto deve averne gran cura. Ma l’uomo onesto non si
pentirà mai dell’aver trascurato un piacere. Adunque IL PIACERE non è
il buono o cosa utile. Che è questa cosa considerate. Sottintendi: e questa
è la ragione per cui l’uomo onesto si pente di aver trascurato di far del
bene. In se stessa e nell’essere suo proprio? che v’ha in essa di
sostanziale e di materiale? che v’ha di causale? Che fa essa nel
mondo? Quanto tempo è per durare? Quando peni a riscuoterti dal
sonno, sovvengati essere particolar mente conforme all’esser tuo e alla natura
dell’uomo il fare opere socievoli. Dove che il DORMIRE ti è comune cogli
animali irragionevoli. Ora ciò che è più particolarmente conforme
alla nostra natura, è anche più particolarmente accomodato a noi,
più facile e ancora più giocondo a fare. Non ommetter in verun caso li
esaminare, per quanto è possibile, ogni cosa, facendo uso degl’ammaestramenti della
FISICA, di quelli dell’ETICA e di quelli della LOGICA. Divisioni principali
della filosofia appo gli stoici. In chiunque tu ti avvenga, di’tosto a te
medesimo. Che opinioni ha costui intorno al buono? Perchè se egli ha
intorno al PIACERE piacere o alla cosa che e produttrice del PIACERE, e intorno
alla gloria e all’ infamia, alla morte e alla vita, certe cotali
opinioni, non mi pare rnaraviglioso nè strano che faccia certe cotali cose.
E mi ricordo sempre lui essere sforzato ad operare in tal guisa. Ricordati
che siccome è da vuol dire. Esamiua ogni oggetto, riferendolo alla natura
generale, e vedendo, secondo il precetto della fisica, elio relazione ha
col tutto. Riferendolo a te stesso, in quanto sei capace di felicità, la
quale non può mai andare disgiunta dalla VIRTÙ ed è sostanzialmente
identica con essa, e vedendo a che cosa ti giova, secondo il
precetto dell'etica; paragonando il giudìzio che tu ne fai con altri giudizi
anteriori, e vedendo se non ìstà in contraddizione con quelli; esaminando
inoltre le conseguenze che si possono dedurre da questo giudizio:
tutto ciò secondo il precetto della LOGICA. stolto il maravigliarsi che la
ficaia produca il fico, così è il maravigliarsi che il mondo
produca quelle cose che è destinato a produrre. Non altrimenti che stolti
sarebbero quel medico e quel pilota i quali si maravigliassero che altri
avesse la febbre e che il vento fosse contrario. Non dimenticare essere
da uomo libero anche il mutar parere e seguire il consiglio di chi
propone un avviso migliore del tuo. Perchè egli è pur sempre tua l’azione
che tu fai coir esercizio della tua volontà, della tua facoltà
giudicativa, e secondo il tuo intendimento. Se la cosa sta in poter
tuo, perchè la fai? Se sta in potere altrui, di chi ti lagni? Degli atomi
o degli dei? E di questi e di quelli il [Se sta in te il fare o
non fare yna cosa, o l’impedire che si faccia da altri, perchè la fai, o
lasci che ai faccia per dolertene poi? lagnarsi è pazzia. Non occorre lagnarsi
di nissuno. Perchè se il puoi, hai a correggere l’uomo. Se non
puoi l’uomo, hai a correggere la cosa. E se anche questa non puoi, il
lagnarti a che giova? Non vuoisi far nulla a caso e senza
scopo. Fuori del mondo non può cadere chi muore. E se riman quivi, quivi anche
e non altrove si trasforma e si risolve ne’ suoi principi, che sono
gl’elementi del mondo e tuoi. E questi ancora si trasmutano d’una in
altra forma, e non mormorano. Non è cosa che non sia nata ad un certo
fine: il cavallo, la vite ecc. Qual meraviglia? Anche il Sole Febo
Apollo dice. Io nacqui ad un certo fine e similmente gl’altri iddii. E tu
a che sei nato? A darti bel tempo? Vedi se ciò concorda col
concetto che tu fai dell’uomo. Non meno che il cominciare. Cioè nel mondo
e crescere delle cose la natura ha in mira il loro decrescere e
finire, non altrimenti che il giocatore che gitta la palla. Ora
c^ual bene per questa il salire o il discendere, od anche il cadere a
terra? e qual bene per la bolla d’aria il formarsi e qual male il
dileguarsi? Il medesimo puoi dire della lucerna. Arrovescialo codesto
corpo e vedi qual è: e qual diventa invecchiando, e ammalandosi e
depravandosi.Di corta vita sono e il laudante e il laudato, il ricordante
e il ricordato; ed anche ciò accade in un [Il qual giocatore non lancia la
palla perchè abbia solo ad andare in alto, ma ancora perchè abbia a
discendere. La quale si accende, arde e si spegne, o tutto è naturale
egualmente. S Àrroveciato codc lo corpo. Mettendo coir immaginazione al
di fuori ciò che sta al di dentro. Depravandosi coll’ABUSO DEI PIACERI
SENSUALI. angolo di questa contrada, nè quivi pure sono tutti d’accordo,
e v’ha tale che non è neppure d’accordo con sè medesimo: e tutta la
terra non è poi altro che un punto. Applicati all’oggetto, o
al domma, o all’azione, o al significato. È tua colpa se questo ti
accade. Tu vuoi piuttosto diventare domani che essere oggi uomo
dabbene. So io una cosa? La so riferendola al bene degli uomini. Mi accade
una cosa? La ricevo riferendola agli dei e alla fonte di tutte le cose,
dalla quale procedono in- Cioè fa' che la tua attenzione sia sempre
rivolta ad una di queste quattro cose. O all'oggetto su che tu operi,
esaminando che è in realtà: o al domma o credenza per virtù della
quale tu operi, esaminando se ella è vera; o all’azione tua stessa, esaminando
se tu la fai come vuoi farla; o al SIGNIFICATO della parole, cioè
riferendo il particolare al generale, per capire l’ESSENZA della COSA
SIGNIFICATA. sieme conserte le une colle altre tutte le. cose che
accadono. Che ti pare che sia il lavarsi? Olio, sudore, sudiciume, acqua
fecciosa, cose tutte stomachevoli. Tali sono tutte le singole parti della
vita, tutti li oggetti esteriori. Lucilla fe il corrotto a Vero, poi
altri a Lucilla; Seconda a Massimo, poi altri a Seconda; Epitincano a Diotiino,
poi altri a Epitincano. Antonino a Faustina, poi altri ad Antonino; Celere
ad Adriano. Poi altri a Celere. Sempre e in tutto il medesimo tenore. E
quei belli spiriti, quelli antiveditori dell’avvenire, quei burbanzosi
dove sono egli- no? Come per esempio, fra i belli spiriti, Carace,
Demetrio il Platonico, Eudemone e simili? Tutti sono vissuti un giorno,
tutti son morti da lunga pezza; di alcuni non si è fatta più menzione
nè anche per un poco. Altri sono passati nelle favole, e alcuni di essi
scomparvero già anche dalle favole! Sovvengati dunque come bisognerà
pure che o si dissolva codesto tuo composto, o si spenga codesto tuo spirito
vitale, o sia tramutato altrove e vengagli assegnato un altro
posto. È letizia dell’uomo il fare ciò che è proprio dell’ uomo. E
proprio dell’ uomo è il voler bene a’ suoi congeneri, disprezzare i
moti del senso, distinguere fra le rappresentazioni quelle che sono degne
di fede, contemplare la natura dell’universo e le cose che conformemente a
quella si producono. Tre relazioni. L’una colla causa circostante.
L’altra colla causa divina, dalla quale procede tutto che accade ad
ognuno. La terza cogli uomini che vivono con noi. O il dolore è un
male pel corpo, e se questo è, il corpo ce lo dica. O è un male per
l’anima. Ma questa ha in poter suo il conservar sempre la sua calma
e serenità, e il non fare concetto del dolore come di un male.
Imperocché ogni giudizio, ogni volizione, ogni appetizione o avversione
qualsivoglia è un atto del tuo principio interno, e niun male può salire
insino ad esso. Rimovi da te le false rappresentazioni dicendo continuamente
a te stesso. Ora sta in poter mio il fare che in questa mia anima
non sia veruna malizia, veruna concupiscenza, veruna perturbazione,
in somma; e vedendo le cose nel vero esser loro, fare uso di
ciascheduna secondo il valore di essa. Nel senato e con
chicchessia parla compostamente, fuggendo il soverchio delle parole,
e il tuo ragionare sia senza orpello. Corte di Augusto. Moglie,
figlia, nipoti, progenitori, sorelle. Agrippa, congiunti,
famigliari, amici. Ario, mecenate, medici, sacrificatori. Tutta una
corte che è morta. Procedi innanzi e considera il venir meno non delle
persone ad una ad una, ma, per esempio, della famiglia Pompeia. E quella
scritta che si legge sui sepolcri. L’ultimo della sua schiatta; w e pensa
quanto s’ebbero a travagliare gli antenati di colui perchè non mancasse
loro un successore. Nondimeno è pur forza che qualcheduno sia l’ultimo, ed ecco
allora la morte di una intera prosapia. Colla bontà delle singole
azioni vuoisi procacciare di ben comporre la vita. E se ciascuna di
esse, per quanto è possibile, fa quelli effetti che dee fare, ti basti. Nè
ciò può essere impedito mai da checchessia. Sorgerà qualche impedimento
esteriore. Ninno impedimento che possa toglierti di operar giustamente,
temperantemente, razionalmente. Tale o tale altra opera potrà essere
impedita. Ma se tu accetti di buon animo quello impedimento, e passi
alacremente a far buon uso della nuova occasione che ti vien data,
ecco posta nella serie degli atti di che si compone la vita, in
luogo di quella che ti avevi pro- posta, un’ altra azione la quale
non è meno acconcia a quella buona composizione della vita di che
si favella. 33. Ricevi senza boria, lascia an- dare senza
ripugnanza. Vedesti mai una mano tronca. t Cioè i beni della
fortuna. Gli è come se dicesse: Non tenerti per da più, quando la
fortuna ti viene a trovare; non tenerti per da meno, quando ella se ne
va. o un piede, o una testa giacenti lungi dal corpo onde furono
recisi? Cotale si rende, per quanto sta in lui, chi ripugna ad
accomodarsi r ciò che accade, e si separa a questo modo dalla
società comune, o fa qualche atto contrario al bene di quella. Tu
te ne stai là gittate in un canto, fuori dell’ unione naturale
degli esseri. Perchè tu eri nato parte di quella, e te ne sei spiccato.
Se non che tu puoi sempre rappiccar- viti di nuovo, usando della
facoltà a te concessa da Dio, e non concessa a veruna altra parte
di checchessia, che spiccata una volta dall’ intero potesse rappiccarvisi.Evedi
di quanta eccellenza volle Iddio adornare la costituzione
dell'uomo: chè, primie- ramente, egli pose in potestà di lui il non
separarsi punto dal tutto; e poi il rapprendersi e compigliarsi di
nuovo con quello, quando se ne fosse spiccato, e riprendere il suo
posto e le condizioni sue come parte aderente qual era da
prima. Dalla natura degli intelligenti ha ricevuto ciascuno di noi,’
come tutte le altre facoltà (e sono tante quasi e tali, quante e
quali quella medesima ne avea ricevute*), e così anche quest’ una: che
a somiglianza di lei, la quale volge e dispone nella serie del
fato, facendone cosa sua e quasi parte di sè medesima, tutto che a
lei si venga ad attraversare e a resisterle; così può T animai
ragionevole far cosa sua di ogni im- pedimento, pigliandone materia
al suo operare e all’ esercizio della propria virtù; sia pur
qualsivoglia la cosa nella quale venisse impedito. Non ti turbi il
pensiero, quale [Intendi: in qnanto siani ragionevoli]. [Sottintendi: da
chi è maggioro di lei. sia per essere tutta la tua vita, e non darti pena
e sconforto coll’andare fantafticando quanti e quali travagli avrai forse
ancora a sostenere: ma ad ogni caso presente in- terroga te stesso col
dire: che v’ha in ciò d’impossibile a sopportare? Perchè avrai
vergogna di rispondere affermando che v’ abbia alcun che di tale. E
poi ricorda a te medesi- mo, non essere mai nè il futuro nè il
passato quello che ti grava, ma pur sempre solo il presente. E que-
sto presente s’ impicciolisce assai quando tu il consideri ne’ suoi
pro- pri confini, chiedendo poi alla tua mente, se anche così
impicciolito ella non sia buona da sopportarlo. Pantea o Pergamo
stansi forse tuttavia seduti presso alla tomba di Vero? o Cauria e
Diotiino presso a quella di Adriano? è follia il chie- derlo. Ma
quando pure stessero tut- tavia colà seduti, forse che ai loro signori
ne giungerebbe notizia? e quando ciò fosse, forse che ne avreb-
bero diletto? e quando ne avessero, sarebbero Pantea e Pergamo e Caiirio
e Diotimo immortali? non era egli destino che anche questi invec-
chiassero e poi morissero? e morti che fossero, che rimarrebbe a
fare ai loro signori? fetore è tutto cotesto, e marciume in un
sacco. Se hai la vista acuta, dice egli, ' adoprala, giudicando
saviamente delle cose. Una virtù che si opponga alla giustizia non veggo
nella costituzio- ne deir animai ragionevole; ma una che si opponga
al piacere veggo io bene: la temperanza. Togli via il tuo concetto
in- 1 Epitteto. P. Intendi: se hai P ingegno sottile,
fa' che la tna condotta il dimostri, cioè non contentarti di dire
le belle cose, falle. Dai giudizi dipendono, secondo gli stoici,
ne- cessariamente le azioni. torno alle cose che sembrano darti
noia, e tu ti troverai al sicuro. Ma chi è questo tu a cui favelli? La
ragione. Ma io non sono ragione. Sta bene. La ragione non dia dunque noia
a se stessa. E se poi v’ ha altro in te che si dolga, faccia egli
concetto di quel suo dolore. Un male per la natura anima- le è r
impedimento del senso. Ancora un male per lei è ciò che può impedire la
soddisfazione dell’appetito. Medesimamente v’ hanno im- pedimenti alla
natura vegetale, e sono quindi un male per essa. Adun- (jue ciò'che
può recare impedimento alla mente è un male per la natura
intellettiva. Fa’ l’ applicazione di que- sto ragionamento a te stesso.
Il dolore ti tocca o il piacere? lascia che ci badi il senso. Qualche
ostacolo è sorto ad impedire un effetto da te voluto? se tu volesti
senza la debita riserva, questo invero fu un male per te, in quanto
sei animale ragio- nevole. Ma se fu una appetizione nel significato
comune, tu non hai ricevuto nocumento nè impedimento alcuno.
Perocché tutto che è pro- prio della mente non può essere impedito
che da lei stessa; non è dato nè a fuoco, nè a ferro, nè a tiranno,
nè a maldicenza il giun- gere insino ad essa: quando si è fatta
sferica, permane liscia e rotonda. Allusione ad alcuni versi d’Empedocle, il
quale considerava la sfera come la più perfetta delle figure; onde
che appo Orazio la rotondità potè anche essere immagine a significare l’eccellenza
morale, Sat.; «Quisnara igitur liber? Sapiens, sibique imperiosus: Quera
neque pauperies, neque mors, neque vincula ter- reni: Responsare
cupidinibus, contemnere bonores Fortis, et in seipso totus teres,
atque rotundus: etc. » Ai quali versi di Orazio alludeva pur forse
Antonino in que- sto luogo. Anche a Dante piacque una figura
geometrica come immagine di una virtù morale quando disse: < Ben
tetragono ai colpi di ventura. Non debbo, io, che non ho mai voluto
contristare altrui, voler con- tristare me stesso. Chi piglia
piacere ad una cosa, chi ad un’ altra. A me fa piacere se ho una
mente sana, che non abbia avversione a verun uomo, nè a ve- runa
delle cose che sogliono acca- dere all’ uomo, ma guardi ed accetti
ogni cosa con sereno occhio, facendo uso di ciascheduna secondo il
valore di essa. Pigliati questo tempo presente: chi vuol
piuttosto darsi pensiero della fama che lascerà dopo sè, non
considera che i posteri saranno tali tuttavia quali sono i
contemporanei eh’ egli ha in fastidio, e mortali essi pure. A te
che rileva al postutto che dalle bocche loro s’ oda echeggiare tale
piuttosto o tal altro suono, e che essi abbiano di te tale piuttosto
o tale altra opinione? Toglimi di qua e gittami dove vuoi. Colà
ancora* avrò meco il mio genio propizio, vale a dire pago di sè
medesimo, quando le disposizioni. sue sieno conformi alla sua
propria natura. Ciò
vale il pregio che la mia ani- ma se ne turbi e voglia farsi peg-
giore di sè, essere travagliata da desiderii e timori, sconfortata,
im- miserita? E qual cosa troverai tu ' che lo valga?
4G. Air uomo non può nulla ac- cadere che non sia un
accidente umano, nè al bue che non sia acci- dente’ proprio del
bue, nè alla vite che non sia accidente proprio della vite, nè alla
pietra che non sia ac- cidente proprio della pietra. Ora se a
ciascheduno accade quello che è solito accadergli e gli è
connatura- Intendi: colà ancora dove mi avrai git- tato, e dove-che
sia, avrò meco ec. Intendi: ciò che ora mi accade, o chec- ché altro di
somigliante. le, a che ti crucceresti? la natura comune non può arrecarti
nulla che tu non sia fatto per tollerare. Se ti attristi per alcuna
cosa esteriore, non è la cosa esteriore quella che ti turba, ma si
il giudizio che tu ne fai. E lo annullare quel giudizio sta in te.
Se ti attristi per alcun che del tuo stato interiore, chi ti
impedisce che tu non raddrizzi l’opinione onde deriva quel tuo stato? Che
se ti attristi perchè non fai tale o tal altra cosa che ti par
buona, chè non ti volgi al farla anzi che attristarti? Ma sorse osta-
colo più potente di me. Non attristarti adunque se tua non è la colpa del
non fare. Ma non porta il pregio di vivere, se questo non posso fare. Esci
dunque pacatamente di vita (dacché muore anche colui cui vien fatta
la cosa che imprende), o con animo benevolo verso chi ti ha
contrariato. Sovvengati come divenga ines- pugnabile la parte
sovrana dell’ uomo quando rinchiusa in sè stessa non abbia altro
proponimento'che di non lasciarsi indurre a far cosa che essa non
voglia, anche nei òasi in' che quel suo ostinarsi a non volere
fosse fuor di ragione. Ora che non sarà quando la sua risoluzione
proceda da sano e ben ponderato consiglio? La mente scevra da
passioni è dun- que una eccelsa rócca, nè 1’ uomo ha luogo più
validamente munito ove raccogliersi per non esser vinto mai. Chi
non conosce questo- rifugio, è un ignorante; chi lo conosce e non vi
ricovera, è uno sciagurato. 49. Non dire tu a te stesso più
che non siati annunciato dalla per- cezione immediata. Ti si
annuncia che il tale sparla di te. Questo ti si annuncia; ma che tu
ne riceva no- cumento, non ti è annunciato. Vedo che il figliuolo è
ammalato. Questo veggo io; ma ch’egli sia in pericolo non vedo. Fa’
dunque di attenerti sempre a ciò che ti dice la perce- zione
immediata, non aggiungendovi nulla del tuo, e così non ti accadrà
nulla mai.' Anzi aggiiignivi pur qual- che cosa, e siano le riflessioni
di un uomo che conosce le relazioni e le con»lizioni vere di tutte
lé cose che accadono nel mondo. Il cocomero è amaro? non man-
giarlo. V’hanno sterpi nella via? fa di non inciamparvi. Tanto ti
basti. Non farti a dire: che bisogno ci avea anche di cotali cose
nel mondo? perchè ne avresti le beffe dell’ uomo versato nella
scienza della natura, come avresti quelle del legnaiuolo Nulla di
male, intendi, perchè tutto quello che sarà oggetto immediato della
percezione, senza alcuna aggiunta del tuo, non sarà mai gran male. Cioè
che tutto che accade è nell' ordine della natura, e vuol essere accettato
di buon grado. e del calzolaio se ti facessi a biasi- marli del
trovarsi trucioli e ritagli nelle loro botteghe.' E nondimeno per
costoro v’ha luogo ove gittarli fuori delle loro officineT mentre
la natura dell’ universo non ha fuori dell’ universo alcun luogo.
Ma questo è appunto il mirabile dell’ arte di costei, che essendo essa
circo- scritta da quei limiti che ella pose a sè stessa, tutto ciò
che nella sua officina sembra guasto, vieto, non più utile a nulla,
ella riprende in sè stessa e ne fa materia alla pro- duzione di
cose nuove. Perchè ella non vuole aver bisogno mai nè di estranea
materia, nè di luogo este- riore ove gittare il vietume, e a lei
basta il suo proprio luogo, la sua propria materia e l’arte sua
propria. Fa’ di non essere molle o negligente nell’ operare, non
confuso nel favellare, non vagante qua e là senza scopo nel
pensare; fuggi, in quanto si è agli affetti, lo scoramento e la
subitanea gioia, e nel tenore della vita lo impigliarti in troppe
faccende. Ammazzano, tagliano a pezzi, fanno imprecazioni. Che vale
tutto questo ad impedire che la tua mente non si conservi pura,
assen- nata, temperante e giusta? Se alcu- no fattosi vicino ad una
fontana lim- pida e dolce si ponesse a maledirla, forse che da
quella cesserebbe di scaturire acqua potabile? Vi gittasse ancor
dentro fango e sterco, essa lo avrebbe sciolto ed espulso in poco
d’ ora, e non ne rimarrebbe conta- minata. Come avrai tu dunque in
te una fontana limpida e perenne, e non un pozzo? Col non cessare
di rivendicarti in libertà, serbandoti sempre mansueto, schietto e
verecondo. Chi non sa che cosa è il mondo, non sa dove sia egli
stesso. E chi non sa a che il mondo e stato fatto, non sa nò qual
sia egli stesso, nè che cosa sia il mondo. E chi ignoia r una di
queste due cose, non può neppur dire a che fine egli stesso sia
nato. Ora che ti pare di colui che ambisce esser lodato da tali che
non sanno nè dove essi sono, nè quali essi sono?^ 53.
Vuoi tu essere lodato dall’uo- mo che tre volte all’ora maledice se
stesso? Vuoi tu piacere all uomo il quale non piace egli stesso a
sè medesimo? Piace egli a se medesimo chi si ripente quasi di ogni
cosa die va facendo? Oramai non ti basti' più sola- E
chi non so o che il mondo..... nè che cosa sto il mondo. StiU"
interpretazione di questo luogo diversamente inteso dagli
interpreti, si può vedere la nota nell' edi-zione di Torino. [Intendi quali
^ieno le loro condizioni. mente il respirare* con l’aria* che ti
circonda, ma fa’ eziandio di pen- sare e di volere con l’
intelligenza universale* che in sè contiene ogni cosa. Perchè la
potenza intellettiva si diffonde e penetra per ogni dove, chi
voglia attingere da essa, non [Respirare: intendi vivere la vita
sensitiva per mezzo della respirazione. Il verbo “respirare” e il
corrispondente nel testo hanno nelle dne lingue rispettive oltre al senso proprio,
quello di vivere. [Con “l’aria”: intendi coll’ aiuto e cooperazione dell’aria,
conformemente - alla na- tura di essa aria, e insieme con essa; chè
essa pure vive è spira, o respira. La preposizione con e la corrispondente in
greco esprìmono nelle due lingue rispettive, oltre alla relazione di
compagnia, quella ancora di conformità, aiuto reciproco o COOPERAZIONE',
esprimono ancora il rapporto di causa sia istrumentale, sia materiale. Tutte
queste rela- zioni di compagnia, conformità, aiuto e causa
materiale, vogliono intendersi come simultaneamente espresse, confuse insieme
in una idea complessa, nelle dette preposizioni, così in questa
come nella frase seguente. Coll’intelligenza
universale: intendi coir aiuto di ossa, conformemente ad essa e
insieme con essa. meno che l’aria rispetto a chi la aspira. Il vizio,
universalmente, non nuoce al mondo; e singolarmente, non nuoce ad
altrui. Nuoce solo a colui al quale è dato di potersene liberare al
primo momento che il voglia. Alla mia volontà la volontà del vicino
ò cosa tanto indifferente quanto la anim uccia di lui e il cor-
picciuolo di lui. Perchè, sebbene siam nati tutti gli uni per gli
altri, la parte sovrana di ciascuno di noi ha nondimeno il suo
proprio domi- nio separato; altrimenti la malvagità del vicino
potrebbe essere un male per me. Il che non fu voluto da Dio,
affinchè non fosse in potestà altrui il far me infelice. Il sole
sembra versarsi per ogni dove, e effettivamente si diffonde '
Cioè alPuomo vizioso, che può cessare di esser tale tosto che il voglia. da
tutti i lati, ma non però si effon- de.* Quel suo diftbndersi è uno
esten- dersi: e però gli splendori di lui si chiamano actines
(raggi) da ecteine- sthai (estendersi).* Tu puoi vedere che cosa è
un raggio guardando la luce del sole che penetra per un piccol buco
in una camera oscura: ella si allunga in diritta linea e va come ad
applicarsi sul corpo opaco qual siasi, che le si fa incontro e
intercetta 1’ aria al di là.* Quivi si ferma senza sdrucciolare giù nè
ca- dere. Cosi dee pure diffondersi la mente, non effondersi, ma
esten- dersi; e quando s’ appresenta un ostacolo, applicarvisi
senza violenza nè urto, nè tampoco cader giù, ma Non si versa fuori
in modo eh' egli ab- bandoni il luogo onde parte la sua luce. [Falsa
etimologia, simile a tante altre che puoi incontrare presso' gli antichi.
Vale a dire intercetta come corpo opaco il passaggio della luce agli
strati d' aria che sono al di là. star ferma e- illuminare 1’ obb
ietto che la riceve. Che se questo non vorrà trasmettere la luce, tal
sia di lui se rimarrà privo di essa.Chi teme la morte, teme o di
non dover più aver sentimento, o di dover avere un sentimento diverso dal
presente. Ma se tu non avrai più sentimento, non sentirai verun
male; e se tu avrai un sentimento diverso, sarai un animale diverso,
e non avrai cessato di vivere. Gli uomini sono nati gli uni
per gli altri. Ammaestrali dunque, o sopportali. Altro è il moto
della freccia, altro quello della mente. Perchè la mente anche
quando procede cautamente e s’ aggira* nel deliberare, va 1
Intendi: non vorrà lasciarsi penetrare da essa luce, dandole passaggio nelle
parti più interne. Cioè illuminato solo esteriormente, ma al buio
nell' interno. nondimeno per la diritta via verso Io scopo.
61. Entrare nella parte sovrana di ciascheduno, e far sì che
ognuno possa penetrare nella parte sovrana di noi medesimi. Chi fa
ingiuria ad altrui, è reo d’ empietà. Perchè la natura univer- sale
avendo fatto gli animali ragio- nevoli gli uni per gli altri,
affinchè r uno giovi air altro, secondo il merito, e non gli noccia; il
trasgre- dire le intenzioni di lei, è manife- stamente un peccare
contro la più veneranda fra le Dee. Chi mente, è pur reo di quel
medesimo peccato. Perchè la natura universale è natura degli enti,
e gli enti hanno relazione di parentela con tutti gli esistenti. [Secondo
il merito; frase stoica. Di tutti gl'interpreti anteriori all’ornato il Kmtz è
il solo che intendesse bene Oltre che ella è nomata la
verità, ed è la causa prima di tutti i very. E però *chi MENTE CON
INTENZIONE*, è reo verso di lei, in quanto fa torto ad altrui
ingannando; e chi mente senza intenzione,' in quanto che ad ogni
modo discorda dalla natura universale, e turba V ordine andan- do a
ritroso della natura del mon- do; * perchè va a ritroso di essa non
senza sua colpa anche colui che insciente va a ritroso del vero; sendo
che non per altro che per non aver profittato di quelli indirizzi e
sussidi di cui gli fu prov- vida la natura, non è egli più in grado
di distinguere il vero dal falso. Ancora è reo di empietà chi segue
il piacere come un bene e schifa il dolore come un male. Perchè non
questo luogo, ancora che un po' troppo pla- tonicamente. Vedi la
nota dell' Ornato nel- l'edizione di Torino. Cioè per ignoranza, o a
caso. Che è l'ordine per eccellenza. può essere che costui non mormori spesso
contro la natura comune, quasi ’ ella non abbia riguardo al merito nelle
dispensazioni che va facendo ai buoni ed ai tristi, veg- gendosi
spesso i tristi vivere nei piaceri e nella abbondanza di tutte le
cose che li procurano, quando i buoni cadono nel dolore e van sog-
getti a tutti gli accidenti che ne sono cagione. Oltre che chi teme
il dolore, temerà pure talvolta alcune delle cose che sono per
accadere nel mondo: il che è già da per sè cosa empia;* e chi va in
cerca del piacere non si asterrà dal far torto agli altri. Del
resto, chi viiol seguire la natura, dee consentire colla natura [Epitteto,
Manuale, Di modo che ciascuno che procacci di desiderare e fuggire
solamente quello che è da essere desiderato e fuggito, procaccia al
tempo medesimo di esser pio » (traduz. di Leopardi). Cfr. Manuale. ed
essere indifferente rispetto a tutte quelle cose rispetto alle quali ella
si dimostra indifferente col far che suc- cedano egualmente nel
mondo. K • però chi non fa eguale stima del dolore e del piacere,
della morte e della vita, dell’ infamia e della gloria, delle quali cose
fa uso egual- mente la natura universale, è mani- festamente reo di
empietà: dico che la natura ne fa uso egualmente, vo- lendo
significare che sono accidenti a cui sono deipari sottoposti
secondo la legge di anteriorità e posteriorità,' tutti gli esseri
che nascono e si suc- cedono gli uni agli altri per conseguenza
necessaria di.quello impulso primordiale con cui la previdenza
concependo in sè certe ragioni del futuro, e determinando virtù
gene- ratrici di esistenze, di cangiamenti 1 Abbiamo seguito
l' emenda^siono del Ce- rai. Ragioni seminali. e di successioni conformi
a quelle,' diè principio a questo ordinamento di cose.
2. Certo meglio era per te serbarti puro di menzogna e di ogni
sorta di finzione e di boria sino al punto della tua dipartenza
dagli nomini. Ora il partire nauseato di queste cose è, dopo
quello, il miglior par- tito che ti rimanga. 0 hai tu forse
deliberato di marcir sempre nel vizio, e r esperienza stessa non ti
persua- de ancora a fuggire dalla peste? Perchè è peste la
corruzione della mente ancor più che lo infettarsi c corrompersi di
quest’ aria che ne circonda. L’ una è peste degli ani- mali in
quanto sono animali; l’altro è peste degli uomini in quanto sono
uomini. 3. Non disprezzare la morte, ma accettala di buon
grado, siccome Conformi a quelle ragioni seminali. quella che è una delle
cose che la natura vuole. Perchè quale è il giun- gere alla
adolescenza, alla vecchiaia, il crescere, il giungere alla
virilità, il mettere i denti e la barba, il ge- nerare figliuoli,
portarli, partorirli, e tutti gli altri effetti che arrecano le
stagioni della vita, tale è ancorji il dissolversi. Appartiensi dunque
ad uomo assennato il non procedere alla cieca colla morte, nè all’
avventata nè con superbia, ma aspettarla come uno dei tanti effetti
naturali: come aspetti l’ora che dall’utero della mo- glie esca il
feto, a quello stesso modo aspetta l' ora in che l’ anima tua
uscirà di codesto suo invoglio. Che se ti è bisogno anche di uno
em- piastro da idiota il quale s’ applichi al cuore,' ti gioverà il
considerare Che se ti è bisogno anche appli- chi al cuore. Le
parole del testo, chi ben le intenda, non sono, a parer mìo, senza
una certa ironia. Perchè a far riguardare quali sieno le cose onde t’ hai
a dipartire, e gli umori degli uomini tra i quali l’anima tua non
sarà più impigliata. Non che tu abbia a re- carteli a noia, chè
anzi hai da averne cura e sopportarli con amore; ma potrai
ricordare che non sei per di- partirti da uomini che la pensino
come te. Perchè, se ci avesse cosa con indifferenza la morte, la
ragione specu- lativa data già innanzi dovrebbe, secondo l’autore,
bastare al filosofo, al quale non dovrebbero abbisognare argomenti che
ai indirizzino alla sensibilità, e che Antonino chiama “empiastri
da idiota che s’ applicano al cuore”. Ornato traduce questo luogo come
segue: Che se vuoi inoltre uno espediente da nomo materiale che ti
muova sensibilmente:» notando al margine: c anzi tutto conveniva far capire
il senso, e qui era maggior fedeltà il lasciare la lettera. Il primo mezzo,
dice An- tonino, era da filosofo: questo secondo da illetterato: e
però quello era speculativo, questo pratico. Ma vedi se puoi dir
meglio, chè sono scontento assai. Per dir meglio io ho stimato che
fosse da conservare il linguaggio figurato e l'ironia del testo,
non tanto difficile poi a capire anche nella traduzione. che dovesse
affezionarci alla vita, questa sarebbe fuor di dubbio; lo averla a
passare con chi sente e giudica come noi. Chi pecca, pecca a suo
danno: chi commette ingiustizia, fa ingiuria a sè medesimo, facendo
sè malvagio. È ingiusto soventi volte non solo chi fa, ma ancora chi
non fa. Se il giudizio che tu fai nel momento presente è vero; se
l’azione che tu fai nel momento presente si riferisce al ben comune;
se la disposizione in che sei nel momento pre- sente è di accettare di
buon grado quanto avviene per virtù della causa esteriore; non ti
abbisogna più altro. Togli via le false immagina- zioni;
contieni i moti dell’ animo; spegni i desiderii troppo accesi; fa’
che la mente sia padrona di sè. Una è l’anima distribuita fra tutti
gli animali irragionevoli; una la ragione compartita a tutti i ra-
gionevoli come una è la terra di tutte le cose terree, una la luce
per cui veggiamo, ed una 1 aiia che respiriamo tutti quanti abbiamo
vista! e respiro. Tutte le cose che hanno alcun che di comune
fra loro, tendono l’una verso dell’altra. Il terreo tende verso la
terra, V umido s ac- costa all’umido, l’aereo all’aereo. Il
fuoco va in su per cagione del fuoco elementare; e quaggiù è così
pronto ad unirsi con altro fuoco, che ogni materia un po’ secca s
accende di leggieri per lo esservi mescolata dentro minor quantità
di ciò che impedisce l’unione, h sunilmente ciò che partecipa della
natura intellettiva tende verso il suo congene- re, e con più forza
eziandio: perchè quanto ha più eccellenza delle altre cose, tanto
ha maggiore inclinazione ad unirsi con chi ha somigliante natum, e a
confondersi con esso. E però tu trovi appo gli animali privi di
ragione sciami, mandre, nidiate, e come chi dicesse amori: sono già anime
in essi, e la virtù unitiva, più intensa nel più perfet- to, vi si
manifesta quale non è an- cora nelle piante, nelle pietre o nei
legni. Ed appo i ragionevoli tu vedi città, amicizie, famiglie,
radunanze pubbliche; e anco nelle guerre patti e tregue. E appo gli
esseri ancora più eccellenti l’unione ha luogo in certo modo anche
fra i disgiunti e lontani, come puoi vedere negli astri.' Cosi un
più alto grado di eccellenza può generare scambievole corrispon-. Molti
degli Dei popolari riferivano gli stoici ai gran corpi celesti, al
sole, alla luna, alle stelle. Gli Dei medesimi non sono pure, agli occhi
degli stoici, ciascnno per sò medesimo; ma tutti sono per tutti, per la
loro comunità, pel Dio supremo, pel mondo ecdexiza negli esseri anche a mal
grado della distanza che è tra mezzo. Ma vedi ora a che siamo: soli
i ragio- nevoli sembrano talora aver posto in oblio la loro qualità
che li chiama ad unirsi reciprocamente gli uni cogli altri, e quivi
solo pare che non si trovi sempre concorso reciproco. Nondimeno con
tutto che essi fug- gano a poter loro, e’ sono da ogni parte
arrestati; chè la natura è. più potente di loro. Tu vedrai
manifesto (j nello che io dico, se tu saprai osservare. Perchè ti verrà più
agevolmente fatto di trovar terra scompa- gnata dalla terra, che non uomo
scompagnato dall’ uomo. Porta il suo frutto anche l’ uomo, ed anche Dio,
ed anche il mon- do: e ogni cosa nella sua stagione porta il suo
frutto. Che se l’uso ap- plica questo modo di dire propria- mente
alla vite e alle altre cose di simil fatta, non monta nulla. La ragione
poi porta un frutto c per gli altri e per sè stessa, e nascono da
lei cose che hanno natura e qualità simili alle sue proprie. Se tu
il puoi, fa’ che si ricre- da; se non puoi, sovvengati che la
benignità ti è stata data per questo.* Anche gli Dei sono benigni a
questi tali; e in certe cose eziandio li aiu- tano, come a
conservare e ricuperare la sanità, ad acquistare fama e ricchezza:
cotanto sono essi amorevoli. Il medesimo puoi fare.tu an- cora; o
veramente di’ chi ti impedisce che tu noi faccia. Lavora non già come un
ta- pino nè come chi voglia farsi com- miscrare o ammirare; ma
intendi a ciò solamente: operare e astenerti. Cioè per tollerare
amorevolmente an- che chi erra e non vuole o non può ricredersi. Intendi
« agire o non agire, » frase solenne appo gli stoici, non traducibile. secondo
che la ragion civile * richiede. Oggi sono uscito d’ ogni mia noia,
0 per dir più vero, ho cacciato fuori ogni mia noia, perchè non era
fuori di me, ma dentro, nelle mie opinioni. Sion tutte cose, in
quanto al numero delle volte che si sono ripetute, consuete; in quanto
alla durata, transitorie; in quanto alla materia, sordide. Tutte
sono ora quali erano al tempo di coloro che abbiam seppelliti. Le
cose stan fuori dell’ uscio, ^ dapersè, nulla sapendo disè, nè giu-
dicando. Chi è dunque che giudica intorno a loro? la parte sovrana. Intendi
il bene della società. Intendi fuori di noi, e non hanno adito a noi nè
potenza di turbarci, se noi non apriamo loro l’uscio, facendo stima di
loro disuguale al vero. Ho creduto di dover con- servare
l'espressione figurata del testo greco. Cioè la ragione. Non nella
passione, ma nella razione sta il bene e
il male dell’animai ragionevole e socievole; come non istà nella passione
ma nell’ azione la virtù di lui e il vizio. Alla pietra
scagliata in aria non è punto un male lo andare in giù, nè un bene
lo andare in su. Penetra nell’interno delle menti loro, e vedrai
che gente è quella di cui tu temi il giudizio, e che sorta di
giudici sono anche verso di sè medesimi. L’esistenza delle cose è un
passare incessante da una in altra forma. E tu stesso non perduri
un istante nel medesimo stato, ma ti vai di continuo alterando e come
a dire dissolvendoti. E
l’universo parimente. Cioè iniqui anche verso sè stessi, non
che verso gli altri; dannando essi la lo(o parte sovrana a servire alla
inferiore. Il fallo altrui coiivien lasciarlo dov’è. Il finire di una
azione, il cessare di una volontà o di un pensiero e, per così dire, il
morir loro, non è punto un male. Considera ora le diverse età: l’infanzia,
L’ADOLESCENZA, la giovinezza, la vecchiaia. Il cessare di quella che precede
per dar luogo a quella che segue, è ancora, come a dire, una morte. È
egli un male? Passa a considerare la vita che vivesti sotto 1’ avolo,
poi quella sotto la madre, e rammenta ancora molte altre diversità
di stati, e mutamenti dall’ uno in un altro, e ces- sazioni; e interroga
te stesso; è egli cotesto un male? Adunque nò anco il cessare
e concludersi della vita, nè il totale mutamento di essa non è
punto un male. Cioè in chi n’è autore, il quale non nuoce che a sè
medesimo. Bada alla tua parte sovrana, a quella dell’ universo, a quella
di costui. Alla tua, per ridurla giusta ed imparziale; a quella
dell’ uni- verso, per non dimenticare di che sei parte; a quella di
costui, per chiarire s’ egli operò per ignoranza ovvero con intenzione, e
ricor- dati ad un tempo che egli ti è congiunto. Come tu medesimo
sei parte del corpo sociale, così anche ciascuna delle tue azioni è parte
inte- grante della vita di quello. Adunque se una qualsivoglia di
esse non ha per iscopo, o immediato o mediato, il bene della
società, ella turba la vita comune rompendone l’ unità, ed è sediziosa
come è sedizioso chi parteggia in una città e guasta, per quanto è
in lui, la comune concordia. Sdegni fanciulleschi, bambo- late,
animucce che portano cadaveri, cose che rappresentano al vivo ciò che
narra Omero delle anime degli spenti. Considera la qualità della
causa, e separando quella dalla materia, fa’ di contemplarla
distintamente in sè stessa; di poi vedi anche e circoscrivi
distintamente entro i suoi confini il tempo che, al sommo, possa
cotal cosa per la natura sua durare. Hai sofferto mille travagli
per non aver voluto appagarti unicamente del far quello a che sei
stato ordinato: ma basti. Quando altri ti lacera o ti odia, o che
schiamazzano contro di te, come fanno ora, pensa alle animucce Farla
di tutte le cose di questo mondo. L’Odissea, lib. XI, discesa di Ulisse all’Inferno.
Intendi: per non aver riposto unica- mente il tuo bene nel far quello ohe
ec.Come schiamazzano ora; relativo a qualche caso particolare. di questi
tali, penetra loro addentro e osserva che uomini sono. Vedrai che non ti
conviene il dar;(:i briga perchè essi abbiano di te piut- tosto
tale che tale altra opinione. Hai nondimeno a voler loro bene: chè
sono per natura amici tuoi. IC anche gli Dei non lasciano di giovar
loro in ogni modo, per mezzo di sogni, di oracoli, sebbene in
quelle cose soltanto che da costoro si pregiano. Cotale è il
perpetuo giro delle cose mondiali; all’ insù all’ ingiù, d’ età in
età. 0 la mente dell’ uni- verso determina con atti particolari di
volontà ciascuna cosa; e se que- sto è, tu hai da ricevere con
amore il voluto da lei: o ella ha voluto e determinato una volta
per sempre, o tutto pende e procede da quella determinazione; e allora a
che il ri- calcitrare? Egli è, in certo modo, come se non ci avesse
altro che atomi e indivisibili. Al postutto, o egli v’ ha un Dio
intelligente e provvido, e tutto sta bene; o le cose si governano dal
caso; e tu almeno non governare a caso te stesso. Oramai la terra
ci ricoprirà tutti quanti siamo; e poi anche la terra si trasformerà; e poi si
trasformerà quello ancora in che si sarà trasformata la terra; e
quest’ altro ancora di nuovo, air infinito. Davvero chi ripensa a
un cotale incalzarsi di mutamenti e di moti e alla rapidità con che si
suc- cedono, non può essere che al tutto non disprezzi ogni cosa
mortale. La causa universale è un tor- rente che trae seco ogni
cosa. E questi omicciuoli che al parer loro ma- neggiano secondo
filosofia gli affari «li Stato, come son piccioli! Veri bimbi in culla.*
0 uomo, attendi a Letteralmento: « pieni,di moccio, moc- ciosi, »
cioè « bimbi col moccio al naso. far quello, che che sia, che la natura
richiede da te nel momento presente, e non andar guardando attorno se
altri il saprà. Non isperare la repubblica di Platone, e sii contento ad
ogni po’ di progresso che tu vegga; pensando che anche il ridurre questo
ad- effetto non è piccola cosa. Perchè le opinioni degli uomini chi può
mutarle? E senza correggere le opinioni, che puoi tu avere se non
ischiavi che gemono e s’infingono di obbedire? Or va’, non istar
più ad allegarmi Alessandro, Filippo, Demetrio Falereo. Buon per loro,
se conobbero che cosa vuol la natura comune, e seppero raffrenare e
governar sè medesimi. Che se operarono solo per parere,' nissuno ha
moT'oeuXy direbbero i Francesi. Dal novero di questi bimbi non pare
che Antonino intendesse escludere sè medesimo. Fare il bene per amor del bene
piutto- sto che della lode, voler essere piuttosto che parere
ottimo, è il tratto più essenziale condannato me ad imitarli.
Semplice e modesta è l’opera della filosofia. Non indurmi ad ostentazione
di gravità. Contempla, come da un’ alta vetta, mandre infinite d’uomini,
usi di religione innumerevoli, e un na- vigar da ogni banda, in
tempesta, in bonaccia, e diversità di nascenti, di conviventi, di
morenti; pensa an- cora alla vita che si vivea per lo addietro, e a
quella che si vivrà dopo te, e a quella che tra le nazioni barbare
si vive ora, e quanti v’ ha che di te ignorano anche il nome,
dì un gran carattere morale, dipinto da Eschilo con tre versi
sublimi nei Sette a Tebe parlando di Amfiarao, in parte fran- tesi
dal Belletti; e la cui traduzione let- terale, per quanto è possibile,
sarebbe: « non sembrare, ma essere ottimo ei vuole, fa- cendo
fruttificare il fertile terreno della sua mente, ove germinano gli
assennati pensieri. [ Bellissimo e nobilissimo paragrafo ! quanti insegnamenti,
e per quanti, si compendiano in esso! P e quanti che sono per
dimenticarlo in breve, e quanti che ti lodano forse ora, e ti
biasimeranno tantosto: e come non è da fare stima nè della
ricordanza, nè della gloria, nè di ve- runa cosa quaggiù. Imperturbabilità
rispetto alle cose che procedono dalle cause este- riori;
rettitudine nelle cose di che tu stesso sei causa: vale a dire, determinazioni
ed azioni non aventi altro fine che sè medesime, cioè d’o- perare
socievolmente, siccome cosa che è secondo la tua natura. Fra le
cose che ti molestano, molte le quali hanno sede nella tua
opinione, tu puoi sgombrare da te, o darai cosi campo ed agio a te
stesso. Fa’ di abbracciar colla mente l’uni- verso mondo, e
concepir nel pensie- ro r eternità dei secoli, e considera la
rapida trasformazione di ciascuna cosa particolare, e quanto è
breve l’intervallo dalla nascita alla dissoluzione, e infinito il tempo
che precedet- te la nascita, e infinito del pari quello che terrà dietro
alla dissoluzione. Tutte le cose che tu vedi si tlissolverannò tra
breve, e coloro che le vedranno dissolversi, si dissolveranno tra breve
anch’essi. E chi morrà d'estrema vecchiezza, si tro- verà ad un
medesimo ragguaglio con chi mori anzi tempo. Che menti son quelle di
costoro ! e per che motivi amano e onorano altrui! abbi in uso
diveder nude le loro animucce. Quando si credono nuocere
biasimando, o giovare lodando, che vanità! Una perdita di che che sia non è
altro che una trasformazione. Edi ' questo si compiace la natura dell’universo,
conforme alla quale tutto [Intendi: qual vanissimo errore!] Perchè
la lode e il biasimo di chi che sia noii aggiunge e non toglie nulla al
valor vero degli uomini o dello cose. si fa bene. Per secoli
innumerevoli le cose si sono fatte a questo modo, e continueranno a
farsi' a questo modo per altri secoli innumerevoli. Che dirai
dunque? Che sempre sensi fatte male, e che continueranno a farsi
male per l’avvenire? Or nissuno dunque s’ è mai trovato fra cotanti Iddìi, il
quale avesse potestà di correggere tutto questo? E il mondo è egli
condannato a mali che non avranno mai fine? Vedi il marcio della
materia che sottosta alle cose: acqua, polvere, ossicini, sudiciume. Il
marmo, callosità della terra; l’oro e r argento, capomorto di quella;
la veste, peli; la porpora, sangue: cosi di tutto il rimanente. E la materia
organica vivente, altrettale: di La conclusione è che le perdite, i
mu- tamenti, e tante coso allo quali il^ volgo dà il nome di mali, non
sono mali veri. quei medesimi ingredienti si com- pone, e in quelli si
risolve. Abbastanza hai tapinato, abbastanza hai mormorato,
abbastanza hai fatto la scimmia. Che ti turba? Che t’interviene di
nuovo? Che è ciò che ti trae dal senno? La causa? vedila. La
materia? vedi la materia. Da queste cose in fuori non v’ ha nulla.
Ma anche fa’ di essere più pio verso gli Dei e più semplice.
Lo stare a veder queste cose tre o cento anni è tutt’uno. Se
egli ha peccato, in lui sta il male. Ma forse non ha peccato. 0 da una
sola fonte intelligen- te, come in corpo organato procedono tutte le cose;
e se ciò è, non appartiensi alla parte il querelarsi di ciò che
fassi ad utilità comune del tutto; o sono gli atomi. E tutto che
esiste, accozzamento del caso, vien dissipato dal caso. A che dunque ti
turbi? Di’ alla parte sovrana: sei tu morta? sei tu fradicia? sei
tu altra cosa che te? sei tu imbestiata? sei tu giumento? sei tu
pecora? gli Dei non possono far
nul- la, o possono. Se non possono; a che li preghi? Ma se possono,
che non li preghi piuttosto perchè ti concedano di non temere nè
desidarare alcuna di queste cose, nè di rattristarti per esse, anzi che
pre- garli che tu possa ottenerle o evitarle? perchè ad ogni modo, se e’
pos- sono aiutare gli uomini, debbono poterli aiutare anche in
questo. Dirai forse: cotesto gli Dei hanno posto in mia facoltà. 0, non è
dunque meglio valerti con altezza d’ animo indipendente di ciò che
sta in poter tuo, anzi c he affannarti abbiettamente e servilmente per
ciò che non dipende da te? E poi chi ti ha detto che gli Dei non ci
aiutino anche nelle cose che stanno in poter no- stro? provati di
pregarli, e vedrai. Altri prega: fa’ che io possa giacere con
colei. E tu prega: fa’ che io non desideri di giacere con colei. Altri:
fa’ che io mi possa liberare dal tale. E tu: fa’ che io non abbia
bisogno li liberarmi dal tale. Altri ancora: fa’ che io non perda il
figliuolo. E tu: fa’ che io non tema di perderlo. In somma
raddrizza cosi le tue pre- ghiere, e sta’ a vedere che ne segue.
4L Dice Epicuro: « Ammalato, io non facea mai parola delle
affezioni del mio corpicciuolo nè d’altre co- tali cose, quali
sogliono essere quelle di che amano gli infermi inti’atte- nersi
con coloro che li vengono a visitare. Ma attendeva tuttavia a ragionare
intorno ai punti principali della filosofia naturale, soprasUmdo
ad investigare e dimostrare ciò ap- punto: come possa V anima,
ancora che partecipe dei moti del corpo, serbarsi nondimeno
imperturbata, e conservare in sè quel bene che è proprio di lei: nè
dava, aggiunge egli, materia ai medici d’insupei- bire, come se
facessero gran che: chè la mia vita, anche in quello stato, non era
senza calma e giocon- dità. » Ora fa’ tu altrettanto, sia,
ponghiamo caso, che tu ammali, o t’ intervenga qualsivoglia altra
mo- lestia: perchè"' il dover serbar fede alla filosofia in
ogni congiuntura qualsiasi, e non delirare con lo stolto e con
l’ignaro, è precetto comune a tutte le sètte. Bada unicamente a ciò
che tu fai nel momento presente, e all’ istro- rnento con che il
fai. Quando ti senti offeso dall’impudenza di alcuno, interroga tosto te
n'iedesimo: ò egli possibile che non ci abbia impudenti nel mondo?
Non è. Non voler dunque l’impos- sibile: questo è uno di quelli
impu- denti che di necessità hanno ad essorci. Lo stesso hai da dirti e
del furbo e del disleale, e di qualunque altro vizioso che pecchi
in qualsi- voglia modo. Perchè ricordandoti essere impossibile che
tal sorta di gente non sia, tu ti farai più mite verso ciascuno.
Giova ancora il pen- sare subito. Qual virtù ha dato all’uomo la natura
contro questo peccato'? Ha dato, per modo di eseni- [Intendi: tosto
che ci sentiamo offesi por tale 0 tal altro fatto biasimevole di
chicchessia. Intendi: contro al sentirsi offeso da questo peccato del
vicino. Perchè colle stesse parole in altro luogo potrebbesi anche
si- gnificare: qual virtù diede all'uomo la na- tura.per combattere
in sè medesimo questo peccato e serbarne puro sè stesso. pio, contro all’
ingrato la mansuotudino, 0 contro a ciascuno altro vizio, altre virtù. Ad
ogni modo tu puoi far prova di ravviare quel traviato; perchè chi
fallisce, fallisce Io scopo a cui mirava, ed è quindi traviato.' E
ancora tu hai a pensare qual danno te ne viene: eli è troverai
nissuno di costoro, contro ai quali ti adiri, aver fatto cosa per
cui la mente tua sia. per divenir peggiore. Ed ogni tuo male, ogni
tuo danno, ben sai, non poter essere altrove che in quella. E poi
che male ci ha, o che v’ ha egli di strano se l’indotto fa cose da
indotto?- Vedi piuttosto che tu non abbia a rampognar te medesimo, il
quale non hai aspettato da colui tal sorta di fallo. Perchè a te la
ragione porgeva argomenti a pre- vedere che costui fallirebbe
probabilmente in quella guisa; ’ e tu non badasti, ed ora ti vai
maravigliando eh’ egli abbia fallito. Massimamente (juando parratti
aver rimproveri a fare a un disleale, a un ingrato, fa’ che tu
rivolga contro te medesimo r accusa: sendo manifestamente tuo r
errore se hai creduto che un uomo in cotale disposizione d’animo
fosse ' per mantenere la fede; o,se facendo tu del bene ad altrui,
non l’hai fatto senza un rispetto al mondo ad altra cosa che al
bene che volevi fare, nè con r intento di avere a raccogliere
immediatamente e unicamente dal fatto stesso dello aver compiuta
una buona azione, tutto ed intero il frutto di essa. Nel vero
quando tu hai beneficato un uomo, che vuoi tu an- cora di più?^ Non
ti basta aver fatto II saggio, diceano gli stoici, avrà amici, ma li amerà
per utile loro, e non di sè stesso. un’azione che è conforme alla
tua natura, e vuoi inoltre ima mercede, come se gli occhi avessero
ad esser pagati perchè vedono, e i piedi perchè camminano? Perchè
siccome queste membra furono così confor- mate affinchè avessero a
fare cotali uffici, e quando hanno fatto i servigi a che furono ordinate,
hanno ricevuto tutto ciò che è dovuto loro; cosi l’uomo, per
'natura benefico, quando ha operato alcun che di bene, o
semplicemente aiutato altrui nelle cose medie, ha fatto quello a che
è stato ordinato ed ha ricevuto tutto quello che gli è dovuto. E
quando mai, o anima, sarai tu buona, o schietta, ed una, e ignuda, e più
appariscente ' del corpo che ti (àrconda? Quando gusterai tu di
quello stato che è tutto dilezione ed amore? Quando sarai tu
fornita di tutto punto, non mancante di nulla, non agognando nè
desiderando nissuna cosa, sia animata o sia ina- nimata, per
pigliarne diletto? nè tempo perchè il diletto più duri? nè ' luogo
od opportunità di paese o di clima, nè conformità d’uomini che ti
vadano a genio? ma sarai paga [Intendi visibile, chè questo senso
ha pure il vocabolo appariscente] del tuo stato presente, facendo
piacer tuo di tutte le cose presenti, e persuadendo a te stessa che tu
hai tutto e che tutto va bene, e che tutto li viene dagli Dei e
tutto andrà bene, checché piaccia ad essi d’ inviarti per la salute
di quello animale per- fetto e buono e giusto e bello, il quale
genera tutte le cose, e tutte le contiene ed abbraccia e riceve al-
lorché si dissolvono per la riprodu- zione di altre simiglianti?
Quando mai sarai tale che, vivendo in una società con gli' Dei e
con gli uomini, non ti accada mai né di dolerti di loro, né di essere
condannato da loro? Vedi quello che richiede la tua natura in
quanto sei governato dalla sola natura,’ e fàllo o accettalo ogni
volta che non sia per patirne danno la tua natura d’animale; Di poi os- Cioè a dire in quanto soi organismo viventi. serva
quel che richiede la tua natura d’ animale, e questo ancora ri- duci ad
atto ogni volta che non sia per patirne danno la tua natura razionale. Ma
il razionale importa, qual conseguenza immediata, il so- cievole.
Metti in pratica queste re- gole, e non darti pensiero più d’altro. Checché
ti accada, è o non è comportabile alla tua natura. Se è, non hai
motivo di crucciartene, ma Adunque Antonino, come già gli stoici
antichi, come i fllosofl moderni (vedi particolarmente Burdach, Antropologia),
tre diverse nature, o per dire più propriamente, tre diversi gradi
simultanei di vita distin- gueva nell' uomo: la vita plastica o
vegeta- tiva, la vita animale, e la vita razionale. Quanto al
principio unico, o moltiplico di queste tre vite, le idee degli stoici
erano confuse. E Antonino errava lungi dal vero quando diceva,
parlando della vita plastica o vegetativa, questa essere « governata
dalla sola natura, » se con ciò intendea che a produrne, o a
spiegarne tutti i fenomeni bastassero quelle leg^ che i moderni
chia- mano « leggi generali della natura. attendi a portartelo in pace,
essendo tu nato a ciò. Se non è, ancora non crucciartene; perchè
verrà meno come prima ti avrà consunto. Ma sovvengati che sei tale
per natura da poter tollerare tutto ciò che sta in potere della tua
mente di rendere tollerabile col persuaderti che ti giovi 0 sia
dover tuo il tollerarlo. Se falla, correggilo amorevol- mente, e
mostragli in che ha falla- to. Se noi puoi, incolpane te stesso, o
veramente nè anche te stesso. Qualunque accidente ti occorra, egli ti era
da secoli innumerevoli predestinato, e la serie fatale delle cause avea connesso insieme quello accidente
colla tua esistenza. Atomi, o nature, quale che fosse dei due, io
pongo per fermo in primo luogo che io sono parte di ^
Concatenazione delle cause, o serie delle cause è appo gli stoici la definizione
stessa del fato. un tutto governato da una natura; e- in secondo
luogo che io ho rela- zione di affinità con tutte le parti a ine
congeneri. Avendo ferme nel-r animo queste due cose, in quanto io sono
parte, non avrò a grave nulla di ciò che mi viene compartito dal
tutto, non essendo nocevole alla parte quello che al tutto è
giovevo- le; nè potendo il tutto aver nulla in sè che non
conferisca al bene di lui; primieramente perchè questa è proprietà
generale di tutte le na- ture, e poi perchè la natura del- r
universo ha questo ancora di più, che non è càusa alcuna esteriore
da cui possa essere necessitata a pro- durre mai cosa la quale sia
per nuo- cerle. Ricordandomi adunque che io sono parte di un tutto
cotale, avrò caro ogni cosa che avvenga. E in quanto ho relazione
di affinità colle parti a me congeneri, attenderò a non far nulla
mai che non si riferisca a quelle; ma anzi mirando sempre a» miei simili,
rivolgerò tutte le mie forze a procacciare il ben co- mune, e mi
asterrò da tutto che possa ridondare in altrui danno. E così
governandomi' non può essere che la vita non abbia un corso fe-
lice; come felice stimeresti il corso della vita del cittadino il quale
pro- cedesse d’ una in altra opera giove- vole ai suoi compagni di
patria, e avesse caro tutto quello che fosse voluto dal
comune. Alle parti del tutto, quante per natura contengonsi nell’
universo, è necessità il corrompersi: questo sia •detto per
significare lo alterarsi di esse. Il quale alterarsi se fosse per
natura un male, come è una neces- sità, poco felici sarebbero le
condi- zioni del tutto, le parti di lui essendo, come a dire, avute in
odio da chi governa, e da lui fatte tali da doversi chi in uno, chi
in altro modo corrompere. Dove converrebbe dire o che la natura
avesse' voluto nuocere ella stessa alle proprie sue parti (20),
sottoponendole al male, e facendole tali che dovessero neces-
sariamente incappare ' nel male, o che ciò sia avvenuto senza che
sia stato voluto nè avvertito da lei. Delle quali cose nè V una nè
1’ altra ò da credere. Che se taluno, messa da canto la natura,
presumesse espli- care il nodo affermando le cose essere nate a
ciò, non sarà punto meno strano il dire essere le parti del tutto
nate ai mutamenti, e ad un tempo il maravigliarsi e dolersi quan-
do questi mutamenti si compiono: massimamente quando noi veggiamo
che esse risolvonsi sempre in quei medesimi elementi di che è
compo- sta ciascuna. Avvegnaché la corru- zione o dissoluzione delle
cose altro non possa essere e non sia in ef- fetto che una
disgregazione e dispersione di quegli elementi, del cui ag- gregato esse
si compongono, o vogliam dire un ritorno al terreo di I ciò che v’ ha in
esse di solido, e al- r aereo di ciò che v’ha in esse di vitale,'
di modo che la ragione seminale dell’universo riprenda di nuo- vo in sè
questi elementi, perchè al- r ultimo sieho consunti dal fuoco, se r
universo è sottoposto a conflagrazioni periodiche, o servano con per-
petua vicenda al continuo rinnovel- lamento di lui, se egli dura
eterno ed incorrotto.* E questo solido e que- sto vitale non darti
già a credere I che sia quello che tu avesti dalla madre nascendo:
perchè ieri, e ier r altro è venuto ad aggregarsi in te [Ricorda
siccome appo gli stoici la vita consiste nella respirazione, e quindi T
es- senza di quella è 1' aria. Opinione degli stoici più antichi:
Ze- none, Cleante, Crisippo. Opinione di molti stoici posteriori: Zenone
da Tarso, Boeto, Posidouiu, Panezio. e tiai cibi, e (-l’aria die hai respi
rata. Questo adunque che ti si è assrefiato ora si trasforma, e non
oo o più. quello che partoriva la madre. Fa’ che tu vi
sottoponga col pensiero quel che ti lega sì strettamente a ([ueste
tali e tali altre cose, le quali sono un nulla, cred’ io, jrispetto
a quello di che io ragiono Avendo tu imposto a te mede- simo questi
nomi di buono, di mc- ciosto, di veritiero, di assennato, di,
consenziente, di magnanimo, fa’ che non abbiansi a mutare nei loro
con- trari; e ove mai ti accadesse di per- dere quelli, fa’ che tu
non tardi a ri- cuperarli. E ricordati che con la pa- rola
assennata, tu volevi significare r attenzione discernitiva a
ciascuna cosa presente, e il non pensare ad altro in quel mentre. Con
la parola consenziente, l’accettazione volontaria di quanto ti viene
compartito dalla natura comune; e con la parola ma(filammo, la elevazione
dello spirito al di sopra di ogni moto soave o insoave della carne,
e al di sopra I della gloriuzza, della morte c di si- mili cose. Se
adunque tu ti assicu- rerai il possesso di quei nomi senza bramare
che ti vengano dati da al- trui, sarai un alti ò uomo ed entrerai
in ima vita nuova. Percìiè il continuare ad essere per lo innanzi quale
sei stato infino ad ora, e il continuare a voltolarti fra le brutture e I
Je angosce di una vita cotale, troppo è da uomo stupido e codardo,
simile a quei bestiari ' mezzo rosi dalle fiere, i quali pieni di
ferite e con- taminati di sangue e di loto, pre- gano pure di
essere conservati infine al domani, ancora che.consapevoli di dover
essere di nuovo esposti, conci in quel modo, alle medesi- Cosi chiamavano
i Romani quelli accoltollatori che negli spettacoli combatte- vano contro
le fiere. me unghie e ai medesimi denti. Gittati adunque con animo
delibe- rato in su quei pochi nomi, e se puoi tenertivi saldo ed
eretto, tien- tivi, non altrimenti che se tu fossi venuto ad
abitare in qualche isola fortunata; se ti accorgi che tu vi
tentenni, e non possa vincere la prova, vattene animoso in qualche
cantuccio ove tu sia certo di vincer- la; od anche esci al tutto di
vita, senza adirarti, ma semplicemente, liberamente, modestamente
contento di aver fatto pure una cosa nella vita: Tesserne uscito in
cotal modo.* E al farti ricordare di quei nomi gio- verà non poco
il ricordarti degli Dei, i quali non vogliono essere adulati; * ma
bensì che tutti gli esseri ragio- nevoli facciano di assomigliarsi
a Epitteto, Manuale. La pietà verso gli Dei consiste
massimanientG in avere sane e rette opinioni intorno a quelli (traduz.
del Leopardi). loro, e che il fico
faccia le cose che s’appartengono al fico, il cane quelle che si
appartengono al cane, e Tuomo quelle che s’appartengono all’ uomo. Il
teatro, la guerra, lo sbigot- timento, la torpidezza, la servilità
andranno in te cancellando di giorno in giorno quelle sante massime,
le quali tu apprendi bensì colla imma- ginativa e confidi alla
memoria, ma senza dar loro fondamento nè fer- marle colla
considerazione del tuttto 022). Egli ti bisogna vedere le cose e fare in
modo che e il particolare che è intorno a te, sia bene osser- vato,
e la relazione di quello al tutto sia contemplata, e quella compia-
cenza di sè medesimo che nasce dalla scienza di ciascuna cosa si
con- servi nell’ interno tuo, segreta, ma non celata. Altrimenti
quando godrai i frutti della semplicità? quando quelli della
gravità e sodezza? quan- do quelli della conoscenza di ciascuna cosa, quale
ella è per essenza, che posto occupa nel mondo, quanto tempo è per
sussistere, di che è composta, in quali obbietti si può trovare, e
chi sono coloro che possono darla o toglierla. Il ragno superbisce se ha
preso una mosca; altri, se un lepratto; altri, se un’ acciuga;
altri, se un cinghiale o un orso; altri, se fece prigioni alcuni
Sarmati. Non sono dunque assassini costoro se tu consideri i principii
che li movono? Fa’ che tu impari il modo ac- concio di contemplare
come tutte le cose si mutano le ime nelle altre, e attendi senza
ristare a questa parte della filosofìa, e vienti esercitando in
essa. Perchè nuli’ altro è che tanto innalzi 1’ animo. Chi è
assiduo in questa contemplazione si spoglia, sto quasi per dire,
del corpo, e considerando siccome in poco d’ ora gli converrà lasciare
tutte le cose di qua e partirsi dagli uomini, non at- tende più ad
altro che a conformarsi alla. giustizia e alla natura dell’ uni-
verso in tutto che egli fa o patisce. Che dirà un tale, che opinione
avrà di lui 0 che farà contro di lui uìi tal altro, egli non se ne
dà un pen- siero al mondo, pago e contento di queste sole due cose;
se egli fa con giustizia ciò che egli fa nel mo- mento presente, e
s’ egli ha caro qualsiasi cosa presentemente gli accada. Tutte le altre
cure e negozi lascia andare, e d’ altro non gli calo che di
camminare perla diritUivia, tenendo dietro a chi sempre cam- mina
per la diritta via, a Dio. A che il sospetto quando tu puoi
ricercare che cosa è da fare nella congiuntura presente? Che se tu
il vedi, mettiti a ciò, e va’ innanzi alacremente per quella via, senza
guardarti dietro; se noi vedi, sospendi il giud^io, e aiutati
del consiglio degli ottimi. Se insorgono ostacoli al compiere quello
che hai deliberato, governati razionalmente secondo la nuova
occasione che si presenta,* attenendoti sempre a quel- lo che ti
par giusto. Perchè questa è r ottima cosa da conseguire, sendo che
lo scostarsi dalla giustizia è un decadere dalla natura umana. Egli
è un certo che di lento e posato e insieme di mobile ed alacre, di
ilare e sereno e insieme di serio e grave, colui che segue la
ragione in ogni cosa. Appena riscosso dal sonno chiedi a te
medesimo se ti impor- terà che da altri anzi che da te si faccia
quello che sta bene ed è giusto. Non te ne importerà: o avre- sti
tu dimenticato quali sono costoro che superbiscono nel farsi
dispensa- M t Cioè volgi l'ostacolo a profitto, servendoti
di Ini come di nuova materia ad azione. tori della lode e del biasimo,
quali nel letto, quali a mensa; e quali cose facciano e quali
fuggano, a quali intendano, e quali rubino e quali rapiscano ' non
colle mani o coi pie- di: ma colla parte più nobile di loro, la
quale può diventare, solo ch’ella il voglia, fede, verecondia,
verità, legge, buon genio. Alla natura che dà e ritoglie tutte le
cose, 1’ uomo bene instituito e modesto dice: « Da’ quello che
vuoi, togli quello che vuoi, o natura. E questo dice non già con baldanza
orgogliosa, ma con intimo senso di alfettuosa obbedienza verso di
lei. Appo gli stoici imà virtù è la parte so- vrana deir anima
talmente modificata. [‘Natura’ per gli stoici è lo stesso che ‘Dio’. Queste
parole di Marc’aurelio corrispondono perfettamente a quelle di Giobbe:
Dominui dedita Dominus abstulit, osserva qui bouissimo il Pierron. Poco^
è questo che ti rimane a vivere. Vivi dunque come in sulla
montagna. Perchè a qui, o colà, nulla monta, se, dove che tu sii,
tu vivi sempre nel mondo come in una città. E veggano e conoscano
pure gli uomini un uomo davvero, il quale vive secondo natura. Se noi
possono tollerare, uccidanlo. Meglio questo che vivere com’ essi
fanno. 1(». Non è più tempo di far parola intorno a ciò che deve
essere Tiiomo dabbene, ma di incominciare ad esserlo. Il pensiero
del tempo universo e della materia universa ti sia del continuo
presente, e che tutte le cose particolari sono, rispetto a que-
sta, un granello di miglio, e rispetto a quello, un batter d’ occhiò. Considerando
ciascuno degli obbietti che offronsi alla tua osser- Letteralmente:
un volger di trapano. vazione, fa’ di rappresentartelo come già in atto
di dissolversi e trasfor- marsi; d’ infradiciare, per esempio, o
dileguarsi in fumo, o altro, secondo il genere di morte a cui
nacque. Vedili quando mangiano, quan- do dormono, quando usano con
fem- mina, quando sono al cesso, o fanno altre cose tali. Vedili
poi (piando stanno in sussiego o fan cipiglio, quando van tronfi e
pettoruti, o s'adi- rano, rabbuffano altrui con alterigia. E poco
innanzi servivano pure come schiavi a tante cose, e per quali
motivi ! E poco dopo ritorneranno a quelle medesime cose. Giova a
ciascuno ciò che ar- reca a ciascuno la natura comune. Ed allora
giova, quando essa lo arreca. La terra ama la pioggia; e l’ama ancora
1’etere venerando. E il mondo ama far quello che è per accadere. Dico
adunque al mondo: Io amo con te. E non dicesi egli parimenti che una tal
cosa ama accadere? 0 tu vivi qua, e ci
sei già avvezzo; 0 vai fuori, e questo tu desi- deravi; 0 muori, ed hai
finito il tuo compito. Fuori di questi tre casi non v’ ha altro.
Adunque stattene di buona voglia. Abbiti sempre per certo che
quel tuo vivere in villa non è punto diverso da questo, e che tutte
son qui le cose come in sulla cima del monte, o sulla spiaggia del
mare, o dove che tu voglia. Perchè ti si pa- rerà davanti a bella
prima il detto di Platone: « Egli sta nella reggia come in una
capanna sul monte, mugnendo l’armento. Che è in questo istante la
mia parte sovrana? e quale la fo io? A che Tadop ro io? Non è ella
per av- 8Ìde«nd^‘°R sognando o deventura vuota di ragione? Non è
ella separata, divelta dalla comunità? Non è ella cosi congiunta,
conglu- tinata col corpo, da doverne seguire tutti i moti? Chi
fugge dal suo signore, è servo fuggitivo. Ma la legge è signora: chi
trasgredisce la legge, è dunque un servo fuggitivo. E similmente chi s’
attrista, o teme, o non vorrebbe che fosse accaduta o acca- desse 0
fosse per accadere alcuna qualsivoglia di quelle cose che ha
ordinato il reggitore di ogni cosa, cioè la legge distributrice di
quello che tocca a ciascheduno. Adunque Bene rammenta qnì ìi
Gataker ciò che Platone avea già.detto nel Fedone: «Cia- scun
piacere e ciascun dolore, non altri- menti che un chiodo confìgge l'anima
al corpo e con esso la unifica per modo che ella, accetta per vero
tutto che è affermato dal corpo. La legge di cui qui parla Antonino è
la legge universale, quella della natura, di Dio. chi teme, o s’
attrista, o s’ adira, è nn servo fuggitivo. 2(ì. Chi
introdusse il seme nella matrice, se ne va; un’ altra causa
sottentra immantinente, e lavora e conduce a termine il feto. Qual
cosa e da quale? Ancora, egli manda giù il cibo per la gola: e
tosto un’ altra causa sottentrando produce senso, moto, vita,
vigore, eccetera. Quante e quali cose? Queste maraviglie, che si
compiono sotto un velo si impe- netrabile, sianti spesso subbietto
di contemplazione, e sappi fare concetto della potenza operatrice
di ({uelle, come facciamo della causa che fa gravitare i corpi o li
spinge in al- to, la quale non vediamo cogli occhi, ma non però meno
certamente. Non dimenticare che tutte queste cose, che ora si fanno,
si sono fatte prima d’ ora: e pensa che si faranno per l’avvenire.
Pònti da- vanti agli occhi quanti drammi o scene vedesti tu stesso,
o leggesti nelle antiche storie: come, verbi- grazia, tutta intera
la Corte di Adrian no, tutta intera quella di Antonino, tutta
intera quella di Filippo, di Alessandro, di Creso: perchè erano
tutte la stessa cosa che adesso, solamente erano diversi gli attori. Fa’
ragione che colui il quale si attrista d’ alcuna cosa, o l’ ha a
male, non è punto dissomigliante dal porcellino percosso dal ferro
del sagrifìcatore, il quale ricalcitra e grida. Non altro concetto
hai da farti di chi lamenta solitario sul suo lettuccio le catene
che ne stringono. E pensa come al solo animale ragionevole è dato seguire
volontario gli eventi: che in quanto al se- guirli ad ogni modo, è forza
di ne- cessità per tutti. 1 Lettuccio è qui come chi dicesse
il canapè su cui l’uomo lavora e studia. Cosi, bene il Casaubono. Considera
segregatamente in sè stessa ciascuna delle cose che vai facendo, e
interroga te medesimo se la morte è un male perchè ti priverà del potere
di farla. Quando per l’ altrui fallo ti senti montare la collera,
rivolgiti tosto sopra te stesso ed esamina in qual cosa simile a
quella tu pecchi: stimando, per esempio, che le ricchezze siano un bene,
o il piacere, o la gloria; secondo il genere del- l’altrui peccato
che ti sprona all’ira. Perchè se tu badi a ciò, presto cesserà la tua
collera. E ancora con- sidererai che colui è forzato.* E in vero
che farebbe egli? Ovvero, se tu il puoi, rimovi da lui ciò che lo
sforza. Cioè a dire, rimovi dalla sua mente l’errore, il falso giudizio;
perchè gli stoici deriTavano interamente il bene morale dal
giudizio razionale, e riferivano quindi uni- camente alla luce della
ragione le risoln- [Veggendo Satirione, immagina di vedere Socratico
o Imene: veggendo Eufrate, immagina Eutichione 0 Silvano: quando vedi Alcifrone,
immagina Tropeoforo. Qquando vedi Senofonte, immagina Oritene o Severo; e
in te stesso figurati di ve- dere qualcheduno dei Cesari; e così
via via. Poi ti occorra alla mente: ora dove sono costoro? In
nissun luogo, 0 chi sa dove. Di questa maniera tu verrai avvezzandoti a
consi- derare le cose umane come un fumo ed un nulla: massimamente
se ti rammenterai come ciò che fu mu- tato una volta, non
riprenderà mai più quella forma in tutto il tempo infinito. E tu in
qual tempo? Che non ti basta adunque il passare cozioni virtuose della
volontà: secondo essi il giudizio determina la volontà necessariamente. Intendi:
se gli altri non ci ritornano mai più, ti credi tu di averci a
ritornare tu solo? 0, stumatamente questo poco che ti è dato? Da
qual materia d’ azione, da quale impresa rifuggi? Tutte queste cose
che ti accadono, sono esse altro che occasioni di esercizio alla
ra- gione, la quale abbia diligentemen- te, e come si addice allo
studioso della natura, considerate le cose che avvengono nella
vita? Rimanti adun- que finché tu abbia assimilato a te medesimo
ancor questo,' come il valente stomaco assimila a sè tutti i cibi,
come lo splendido fuoco fa fiamma e luce di tutto che tu getti in
esso. Nissuno sia veritiero il quale dica di te che non sei semplice e
schietto, che non sei uomo dabbene: ma menta chiunque fac- cia di
te un tal giudizio. E tutto ciò sta in poter tuo. Perchè chi è [Intendi:
ciò che ora ti è dato per ma- teria di azione f frase solenne ad
Antonino. quegli che ti possa impedire che tu non sii schietto e dabbene?
Solo che tu abbia fermo nell’ animo di non voler più vivere quando
tu non sii tale. Nè la ragione il vorrebbe. Che è ciò che in questa
occa- sione che mi è data si può fare o dire per lo meglio? Checché
egli sia, è in mia facoltà il farlo, o il dirlo. Non iscusarti col
dire che ne sei im- pedito. Non prima cesserai dai lamenti che non sii
fatto tale, che r operare conforme air istituzione tua in
(jualsivoglia caso non sia per te la stessa cosa che è pel sen-
suale la voluttà. Perocché ciò ap- punto vuoisi dall’ uomo avere in
conto di vero godimento. L’operare. In questa occasione - in qualsivoglia
caso.» Chi preferisse la frase stoica dica: « in questa materia — in
qualunque materia a te sottoposta » come disse Ornato. A me parve troppo
alieno dall’ uso, ed anche poco chiaro in italiano. conformemente alla propria
natura. E questo può egli in ogni caso. Al cilindro in tutti i casi
non è dato potersi muovere in quella forma di moto che gli è
propria, nè all’acqua, nè al fuoco, nè a nissuna delle cose che sono
governate o da natura inanimata, 0 da anima irrazionale: molti sono gli
impedimenti che loro si frappongono, molte le resistenze. Ma la
mente, la ragione può seguire, solo che il voglia, la sua propria
via vincendo tutti gli ostacoli. Questo potere e agevolezza che ha
la ragione di seguire la sua via in tutte le direzioni, all’alto, al
basso, per 10 declive, come il fuoco, la pietra, il cilindro,
pònti davanti agli occhi, e non cercare più oltre. Tutti gli
ostacoli che tu puoi incontrare non hanno relazione se non se al
corpo che è cosa morta; o veramente, se non sottentra l’ opinione,
e se la mente non cede, non possono nuocere nè far male veruno.
Altrimenti chi ne patisse, dovrebbe eziandio pa- tire
deterioramento, come veggiamo di tutte le altre produzioni sia
della natura sia dell’ arte; le quali tutte trovansi deteriorate
ove incolga loro alcun male; ma, qui al contrario, r uomo, se ho a
dirlo, si fa migliore e più degno d’ encomio, quando fa retto uso
degli accidenti, quali essi sieno, che gli incontrano. In som- ma
ricordati che non offende il vero cittadino ciò che non offende la città;
che non offende la città ciò che non offende la legge; e che
nissuna di tutte queste così dette avversità offende la legge. E se
non offende la legge, non of- fende adunque nè la città nè il
citadino. A colui che fu ben penetrato dalle vere credenze, basta
il più breve detto, anche di quelli che sono a tutti i più noti, a
sgombrargli dall’animo la tristezza o il timore. Per esempio. Quali sono
le foglie, e tali sono Le schiatte degli umani. Quelle il vento A
terra sparge, ed altre ne produce La germogliante selva a
primavera. Cosi le schiatte degli umani: questa Or nasce, or quella
muore. Foglie sono i tuoi figliuoli, foglie tutti costoro che ti
acclamano, e schiamazzano sì forte da far credere che dicano il vero;
foglie questi altri che altamente ti maledicono, o ti vilipen- dono
e lacerano in segreto. Foglie sono ancora quelli che ricorderanno
il tuo nome dopo la tua morte. Tutte queste cose spuntano fuori alla
verde stagione, poi fi vento le sparge a terra, e(i altre in loro
vece ne ri- produce' la germofjliante selva. Il durar poco è comune
a tutte. Ma tu le fuggi 0 le cerchi come se avessero a durar sempre. Ancora
un poco e chiuderai gli occhi; e a quello che ti comporrà sul rogo,
altri farà il corrotto. 35. L’ occhio sano deve essere
dis- posto a vedere tutto ciò che è vi- sibile, e non dire: io
voglio vedere solamente il verde; perchè ciò è da occhio ammalato.
L’ orecchio sano e r odorato debbono essere disposti a udire tutti
i suoni e a sentire tutti gli odori. E lo stomaco sano deve essere
preparato a digerire tutti i cibi, non altrimenti che la macina è
pronta a macinare tutto quello che ella fu fatta per macinare. E
così pure la mente sana deve essere pronta ad accettare tutto
quello che accade. Colui il quale dice: « sieno salvi i figliuoli »
e « tutti lodino le mie azioni » è come 1’ occhio che vuol vedere
solamente il verde, o come i denti che vogliono masticare sol cose
tenere. 36. Nissuno è tanto avventurato che al suo morire non
sia per avere intorno a sè chi si rallegrerà del male che gli
incontra. Savio e dab- ben uomo sia stato; non mancherà all’ ultimo
chi in sè stesso dirà. Respireremo una volta da questo pedagogo. A
nissuno di noi diede noia con rampogne, è vero; ma ci siam pure
avveduti che in cuor suo ci condannava. » Questo si dirà del- r uom
savio. E di noi, quante altre cose possono fare a molti desiderare
che ce ne andiamo! A questo pen- serai quando sarai per morire, e
la tua partenza ti verrà fatta più facile. Ragionerai teco stesso:
me ne vo da questa vita, dalla quale questi miei concittadini, pei
quali ho in essa tanti travagli sostenuto, tante preghiere fatto,
tante cure avuto, vogliono ora essi medesimi. eh’ io me ne vada,
sperando forse che debba seguirne loro qualche profitto. Chi
dunqu e potrebbe desiderare d’avere a starci più lungamente? Non
per questo partirai tu men benevolo verso di quelli, ma, serbando
inaiterato il costume e 1’ indole tua, amico loro tuttavia qual fosti,
propizio e amorevole a tutti, e non però mesto nè ripugnante. Ma
co- me veggiamo in chi muore di facile morte V anima soavemente
scio- gliersi dal corpo, cosi conviene che si faccia la tua
separazione da co- loro. Perchè la natura ti avea pure congiunto e
complicato con essi. Ora me ne disgiunge? Ed io mi lascio disgiungere
come da amici e carissimi congiunti, non però turbato nè ripugnante, ma
tranquillo e di mio buon grado. Perchè anche questa è una delle cose
volute dalla natura. A ciascuna cosa che tu vegga fare a
chicchessia, vienti avvezzando, per quanto è possibile, a
ricercare, ragionando teco medesimo: costui a che riferisce quello
che sta facendo? E incomincia da te, esami- nando te stesso il
primo. 38. Ricordati che chi dà V impulso e muove, per cosi
dire, le fila del fantoccino, è il celato nel di dentro. Quello è
il dicitore che persuade, t|uello è la vita, quello è, se vogliam
dire il vero, V uomo propriamente. Guardati dal figurartelo come
una sola cosa con esso il vaso le cui pa- reti lo circondano, o con
questi in- gegni che songli cresciuti intorno.* Questi somigliano
alla scure; se non che gli sono per natura aderenti. Si
capisce facilmente che per ingegni bassi qui ad in- tendere ordigni, cioè
gli organi e le mem- bra del corpo. Gli Inglesi e i Francesi
presero dai classici Italiani questa parola ingegno con questo senso, e
dicono quelli engine e questi engin; come ne presero tante altre
bellissime o utilissime dello quali si servono quotidianamente; e di
tali ancora che noi abbiamo interamente dimen- ticato: e per
significar poi quelle cose di cui abbiamo dimenticato i nomi italiani,
an- diamo ad accattar vocaboli dai forestieri, E in effetto, allontanata
la causa che li muove, non è uso alcuno di essi pili che non sia
della spola, senza la mano, al tesserandolo, nè della penna allo
scrittore, nè della frusta al cocchiere. È proprio deir anima razionale'
il veder sè medesima; il conoscere partitamente sè medesima; il far
sè meilesima quale ella vuole: il cogliere essa medesima il frutto
che ella produce, laddove i frutti delle piante e i portati degli
animali sono colti da altrui; il giugnere sempre allo scopo che è
proprio di lei, in qualsivoglia punto arrivi il termine della vita:
perchè 1’ azione di lei, in qualsiasi momento ne sia arrestato il
corso, non rimane imperfetta, co- [Razionale per distinguerla da
quella dei bruti, che dagli stoici è chiamata anima semplicemente. me
nelle rappresentazioni sceniche o nel hallo, o in simili cose; ma
anzi in qualsivoglia istante, in qual- sivoglia luogo le sopravvenga la
mor- te, ella compie nondimeno intera- mente, e in modo
soddisfacente a sè stessa, quanto si avea proposto (28), e può dir
sempre: io ho tutto il mio. Ancora ella va spaziando colla speculazione
per tutto il mondo e il vuoto che lo circonda, e contempla la forma
di quello, e si estende nella infinità dei secoli, e abbraccia col
pensiero i rinascimenti periodici della università delle cose; e
contemplan- doli si fa capace che non rimane da vedere nulla di
nuovo ai nostri po- steri, siccome nulla di più videro i nostri
antichi; chè anzi 1’ uomo giunto all’età di quaranf anni, per poco
che abbia di buon discorso, ha 1 Tutto il mondo: intendi ciò che
noi di- remmo tntto il creato. Ma l'idea di creazione era aliena dagli
stoici. in certo modo veduto e conosciuto tutto ciò che fu e tutto ciò
che sarà per la somiglianza che hanno le cose fra loro. Ancora è
proprio del- r anima razionale l’ amore del pros- simo, la veracità
e la verecondia, e il non anteporre nulla a sè mede- sima: * il che
è proprio eziandio della legge. Onde segue che la retta ra- gione e
la ragione di giustizia sono una sola cosa. I canti aggradevoli e
le danze e gli esercizi ginnastici ti cadranno Bene avverte qui il
Gataker come an-che la legge cristiana ci prescrive di non avere a nulla maggior
rispetto che alla propria anima (confer. s. Matt. Evang. XVI, 26; s.
Marco Vili, 36). E san Gregorio Nazianzeno: c nulla, disse, è più prezioso a
ciascuno che la propria anima» riproducendo quasi nella sua prosa
il verso 301 dell’Alceste di Euripide. [Esercizi ginnastici,
letteralmente il pancrazio. Ognuno sa che i romani per mezzo della
ginnastica voleano esercitata la forza del corpo con signiftcazione di
leggiadria. E quindi i giuochi ginnastici erano pur uno degli spettacoli
più graditi ad un popolo, in disprezzo, se tu dividi, per esempio, la
cantilena melodiosa in ciascuno dei suoni di che ella si compone, e ad uno ad
uno considerandoli, domandi a te stesso, è egli questo quel che mi vince?
» perchè ne avrai vergogna. E similmente in- torno alla danza,
considerando sepa- ratamente ciascuno dei moti, ciascuno degli
atteggiamenti; e così per gli esercizi ginnastici. E gene- ralmente
in tutto ciò che non è virtù, o che non procede da virtù, i
sovvengati di ricorrere alla divisione delle cose nelle parti loro, si
che divise a quel modo elle ti cadano in dispregio. Fa’ l’applicazione
di ciò anche alla vita intera. Quale debba essere 1’ anima in
tutto r ordine della cui vita regnava sovranamente l'idea della bellezza.
Cioè, dividi la vita umana in tante pic- cole porzioni, per disprezzarla
tutta insieme. Sottintendi ronsi'lera, o ricordati. apparecchiata a
sciogliersi, ove occorra, immantinente dal corpo, a spegnersi o a dissiparsi, o
ad entrare in una nuova condizione di esistenza. E questa disposizione
proceda da giudizio particolare della mente, non da sola pervicacia
di volontà, come nei Cristiani; sia scevra da ogni tragica
ostentazione, non però senza dignità, da poter anche persuadere gli
altri. Ho io fatto qualche cosa che giovi alla società? Adunque ho
gio- 0 ad entrare eiUtenta; letteralmente: 0 a perdurare. Ornato traduce:
o a rimanere ancora dopo morte Non mi piacque, ma la mia versione,
che svolge il pensiero dell’ autore, ha un coloro troppo
moderno. I Cristiani erano ancora
comunemente mal conosciuti, e creduti settari fanatici, nemici
dell’ impero. Cioè a dire; sia tale, non solo intimamente. ma anche pe’ suoi
caratteri esteriori, da poter persuadere altrui che essa procede da
ben ponderato giudizio,* nòn da codardia 0 vanità o da intemperata
esaltazione o concitazione di mente.
vate a me stesso.' Questo pensiero ti occorra sempre pronto alla
mente, e ti conforti a perseverare. Qual è r arte tua? L’esser
buono. E quest’ arte come altrimenti s’acquista, se non per le buone
dottrine, le une intorno alla natura dell’uni- verso, le altre
intorno alla costituzione propria dell’ uomo? Da prima fu istituita la
tragedia a ricordare i casi che sogliono av- venire e come essi
sieno così fatti per natura, e ad avvertirci nel medesimo tempo essere
una contraddizione il pigliarne diletto quando li vediamo sulla scena del
teatro e dolercene poi quando accadono sopra una scena maggiore.
Voi vedete di [Sono le parole di' Salomone, Prov. XI, 17: «
Benefacit sibi ipsi vir beneficus. Epitteto svolgo il medesimo concetto,
dis- sert. I, 19; Seneca, epist. 48, disse: «Non potest beate
degere qui se tantum intuetur, qui omnia ad utilitates suas couvertit:
alteri viVas oportet, si vis tibi vivere.»
fatti essere pur forza che 1’ azione si compia a quel modo (30), e
che deb- bono ad ogni modo soffrirlo anche coloro che esclamano: «
0 Citerone, ahi lasso. w E invero alcune cose diconsi utilmente
dagli autori di tra- gedie siccome questa: Che se gli
Iddìi Di me nè de’ miei tigli non han cura, Ragion pur anco
a ciò li move. E quest’ altra. Contro alle cose lo adirarsi è vano. »
E ancora quest’ altra: € Mieter la vita Come
spiga matura - E le altre di cotal fatta. Dopo la tragedia fu
introdotta hi t Parole di Edipo. Vedi Sofocle, Edipo re,
vers. 1391. Ecco, secondo la traduzione del Belletti, i tre versi che
formano il periodo intero di cui quelle parole sono il comin-
ciamonto: Oh Citeron! perchè raccormi? o tosto Perchè morte
non darmi, ond' io giammai L'origin mia non rivelassi al mondo! vecchia
commedia, la quale, con quella sua libertà, facesse come da aio al
popolo, e con quel suo chia- mare le cose coi nomi loro, ne ri-
cordasse agli uomini la vanità: i quali modi assunse poi Diogene
ezian- dio ad un fine somigliante. Dopo la vecchia, quale sia stata
la mezzana commedia, ed ultimamente poi la nuova, e quale scopo
abbia questa, che a poco^a poco si è ridotta ad, essere puro artificio di
imitazione, lascio a te il considerare. Che anche da costoro si
dicano alcune cose utili, non è da negare: ma l’intenzione generale di un
tal genere di poesia e di composizioni drammati- che, qual è ella
mai? Come vedi tu chiaro nissun’ al- tra setta' essere così
acconcia al 1 Setta, intendo della setta illosodca in che
Marco vivea, e non dello stato o- condizione sociale. Ho qualche dubbio, e
parrai che il 3iou filosofare, come quella in che sei ora? Un
ramo spiccato da un altro ramo non può non essere separato dalla
pianta intera. Parimente un uomo diviso da un altro uomo è sca-
duto dalla società intera degli uo- mini. Il ramo vien divelto per
mano d’altri. L’uomo si separa egli stesso dal suo vicino, quando
egli l’ odia, quando lo ha in dispetto; e non s’ avvede eh’ egli si
distacca ad un, tempo dalla intera comunità. Se non che, per dono
di Giove autore dplla comunità, può ciascuno di noi che siasi
distaccato dal prossimo, riap- ÙTTóOeo'.y potrebbe anche voler dire
qualche cosa che non fosse nè la condizione sociale-y nè la setta
filosofica^ ma bensi il modo e r ordine ili vita adottato da Antonino
nella condizione sociale in cui vivea: e cosi l’intesero anche il
Gatakero e lo Schultz, i quali_ tradussero vitee genus. Ma siccome
rOrriato pare che fosse ben fermo in quella sua opinione, ho conservato
la sua parola fetta. P, piccarvisi e farsi di nuovo parte in-
tegrante del tutto. Vero è che quando ciò accade più volte, più diffìcile
diviene la riunione o il ristabili- mento a suo luogo della parte
stac- cata. E ad ogni modo egli è diverso il ramo che crebbe da
principio in- sieme cogli altri e sempre rimase unito con essi, dal
ramo che vi fu innestato dopo esserne stato divelto: checche ne
dicano i giardinieri, fa un albero solo cogli altri rami, ma non un
solo disegno. La vegetazione è una, ma la forma non è una. Questo
potrebbe dirsi di un ramo di pe- sco, p. es,, che fosse innestato in
quello di un noce; ma quando un ramo del uoco che ne fosse stato
spiccato fosse innestato in un altro ramo del noce medesimo,
sarebbe una la vegetazione cd una ancora la forma. Mi è anco
sospetto quello ófJioJoyjjiaTetv parlandosi di piante. Io propendo a
credere, coi migliori critici, questo luogo corrotto o manchevole
nel testo. Alcuni di quest' ulti- ma frase fanno un paragrafo separato:
e remato stesso non era ben risoluto. Chiunque voglia avversarti in
cosa che tu faccia secondo la retta ragione, siccome non avrà forza
dà distoglierti dall’ azione incominciata, cosi ancora non ti
riinova dal sen- timento di benevolenza che devi avere per lui: ma
fa’ che tu ti serbi co- stante nel giudicare e nell’ operar
rettamente, e ad un tempo amore- vole verso chi cerca di impedirti
o in qualsivoglia modo ripugni a ciò che tu fai. Perchè non sarebbe
mi- nore fiacchezza lo adirarti contro questi tali, che il ritrarti
dall’ im- presa e dar luogo per paura; essendo egualmente disertore
chi teine e fugge dall’ ordinanza, e chi s’ allon- tana dal
congiunto e dall’ amico suo naturale. IO. Non è natura alcuna
la quale sia da meno dell’ arte che ne è imitatrice; nè la più perfetta
fra le nature, quella che comprende in sè tutte le nature, può essere da
meno di un’ arte qualsivoglia. Ora le arti tutte fanno le parti inen
nobili di ciascuna delle opere loro per amore delle più nobili;'
adunque anche la natura comune. Quindi ha origine la giustizia, e
da questa procedono tutte le altre virtù. Perchè mal potrà
conservarsi giusto colui, il quale o non sarà indiflerente verso le
cose medie, o si lascierà facilmente in- gannare dalle apparenze, o
sarà pre- Come, per esempio, un pittore farà ciò che pone nel fondo
di un suo quadro per dare maggior risalto a ciò che ne è il sog-
getto principale. E (la questa procedono tutte le altre virtù. Intendo
che dallo aver la natura voluto che si osservasse la giustizia,
procedette che essa natura istituisse le altre virtù; quelle cioè
di cui parla poco dopò; le quali sono necessarie alla pratica della
giustizia e fu- rono dalla natura istituite per amore di essa
giustizia, còme un artefice fa le parti men nobili di una sua opera per
amore delle più nobili. Ricordi il lettore che appo gli stoici
posteriori parte sovrana della filosofia era la morale: la logica, anche
per gli stoici antichi, era subordinata alla morale. cipitoso nel giudicare, o mal fermo nel
giudizio fatto. Non le cose, il cui desiderio o timore ti turba,
vengono alla volta tua; ma tu in certo modo vai alla volta loro.'
Ora fa’ che il tuo giudi- zio intorno a quelle stia cheto, e quelle
rimarransi quete del pari, e tu non sarai veduto desiderar nulla nè
temere. La sfera dell’anima ha la forma che è propria di lei, quando
ella nè si estende al di fuori verso checchessia, nè si ritrae al di
dentro, nè si dissipa, nè si accascia,* ma splende di una luce per
la quale ella vede la verità che è nell’ universo e quella che è in
lei. Un tale mi disprezza? Tal
sia di lui. A me basta parlare e operare Inteudi che l' anima è
nello stato con- forme a natura, quando ella non ha nè de- siderio,
nè timore, nè piacere, nè dolore. in modo che nissun mio detto o fatto
meriti disprezzo. Mi odierà? Tal sia di lui. Quanto si è a me, io mi
ser- berò mansueto e benevolo verso ognu- no, pronto a chiarire
dell’ error suo anche colui che mi odia, non con parole di
rimprovero nè ostentando pazienza, ma cortesemente e con sin- cera
amorevólezza, come Focione so- lea fare (31), supposto che non
s’infingesse. Perchè la mansuetudine vuol essere interna, sì che gli Dei
veggano in te un uomo disposto a non ricevere nulla con isdegno nè a
ma- lincuore. Qual malej in fatti, per te, se tu fai ora quel che
s’ addice alla tua natura e ricevi ciòcche ora è giu- dicato
opportuno dalla natura uni- versale, tu uomo ordinato a questo fine
che sempre si faccia il comun bene, sia qualsivoglia lo strumento
per cui si faccia? Si disprezzano l’un l’altro, e si vanno
piaggiando l’un 1’altro. L'uno vuol essere da pii» che l’altro, e
s’inchinano 1’uno all’ altro scawi- bievolmente. Che fradiciume e
che doppiez- za non è il dir di taluno: a Io ho deliberato di
trattar teco schietta- mente. » 0 uomo che fai? Non è bisogno' di
questo preambolo. Alla prova si vedrà. Sulla fronte conviene ti si
legga immantinente ciò che tu di’, perchè è cosa di tal natura che
tosto si manifesta negli occhi, come nello sguardo dell’ amante ogni
cosa conosce immantinente l’ amato. L’uo- mo schietto e buono dev’
essere come chi sa di caprino, sì che al solo ac- costarsegli altri
il senta, voglia o non voglia. La schiettezza simulata è un’ arme
da traditore. Non è cosa più turpe che l’amicizia del lupo. L’ amicizia
del lupo espressione proverbiale presso i romani, ed era allusione a
quella favola di Esopo, nella quale i lupi persuadono le pecore a dar
loro i cani come ostaggi, e ad accettare alcuni giovani lupi
A tutto potere fuggi cotesto. Alfuom dabbene, all’ uomo schietto, all’
uom benevolo sono appariscenti negli occhi tjuelle qìialità loro, e non è
bisogno di parole a manifestarle. Vivere beatamente è cosa che sta
in potere dell’anima, solo ch’ella voglia essere indifferente verso
le cose indifferenti. E questo le succederà se ella considererà ciascheduna
di esse nelle sue parti e nelle sue relazioni col tutto, non dimen-
ticando che nissuna di esse viene alla volta nostra nè ci sforza a
fare di lei tale o tal altro concetto; ma • anzi elle si stanno
tutte immobili dove sono, e noi siamo quelli che facciamo i.
giudizi intorno ad esse, e li scriviamo, per così dire, dentro di
noi, potendo non farlo; e ancora. come gaardiatii in luogo di quelli; e
divo- rano poi le infelici che lascìaronsi gabbare dalle belle parole
e dalle belle promesse. Cioè le cose fuori di noi. quando ciò ne venga fatto
inavver- titamente e senza avvedercene, po- tendoli cancellare immediatamente
e rammentando inoltre che pocd^ha a durare questa fatica di
considerare le cose in tal modo, e saremo poi fuori della vita per
sempre. E che v’ha poi di tanto arduo in esse? Se sono secondo
natura, pigliane piacere, e ti diverranno facili; se sono contro natura,
vedi tu che cosa è secondo la tua natura, e a quello attendi,
ancora che sia senza gloria. È sempre degno di scusa chi va in traccia
del proprio bene. Donde sia venuta ciascuna cosa, di che elementi
sia composta, ed in che si trasformi, e qual divenga trasformata, e
siccome non è per soffrire alcun male per la trasformazione. E in
primo luogo,* quale rela- [Sottintendi: Considera] [Sottintendido
considerare, o altra zione io abbiaceli essi e come siam nati gli
uni per gli altri, ed io, per altri rispetti sono nato per essere
loro guida, come l’ariete della greggia e il toro deir armento. Risali
più in alto: se gli atomi non sono, la natura è quella che governa
l’uni- verso; e se questo è, gli esseri meno perfetti sono nati pei
più perfetti, e questi gli uni per gli altri. Quali essi sono a
mensa, a letto, negli altri momenti della vita. E massimamente a che
sorta di azioni siano necessitati per le credenze che essi hanno, e con
quanta presun- zione di sapere fanno essi ciò che fanno. Che
se essi fanno ciò a buon diritto, e’ non ti bisogna avertelo a male;
se a torto, essi il fanno indubitatamente malgrado loro, non sa- pendo
quel che si fanno. Perciocché frase cotale; e cosi al principio di
ciascuno degli otto capi seguenti. siccome è involontaria negli
uomini la privazione del vero, così involontario è ancora il non portarsi
verso altrui secondo le norme del giusto: il che provano collo
adirarsi quando sono chiamati ingiusti, ingrati, cu- pidi dello
altrui, o rei di qualsivoglia colpa verso il vicino. Che tu ancora pecchi
non di rado, e sei pur uno del numero loro; e se da certi peccati
ti astieni, hai nondimeno la disposizione a commetterli, benché, sia per
difetto di audacia, sia per vanità o per altro cotal vizio, tu noi
faccia. Ancora, che tu non sai di certa scienza che essi pecchino:
perchè molte azioni, che paiono malvage si fanno talora a fin di
bene o per meno male: e ad ogni modo è me- stieri sapere di molte
cose a poter sentenziare convenientemente sulle azioni
altrui. 6® Quando senti che sìa per occuparti r ira od anche solo
l’ impazienza; che la vita umana dura un mo- mento, e poi saremo tutti
sotterra. Che non sono le azioni loro quelle che ti turbano,
standosi quelle nei loro autori, ma bensì le nostre opinioni.
Adunque togli via, sappi rimovere da te il concetto che tu fai di
quelle, e l’ ira se ne andrà parimente. E come rimovere quel
concetto? Col considerare che le azioni altrui non hanno nulla di
dis- onesto per te. Che se il male tutto non consistesse nella sola
disonestà dell’agente, di necessità peccheresti tu ancora, e
saresti tu pure assas- sino, e macchiato di ribalderie d’ogni
forma. Siccome le ire, i rammarichi intorno a siffatte cose
arrecano seco troppo più gravi danni che non siano quelli di che ci
adiriamo e ramma- richiamo. Che r amorevolezza è
sempre vittoriosa, quando sia schietta, e non sia una affettazione o
una parte che tu reciti. E in vero che ti può egli fare 1’ uomo il
più iracondo e inso- lente, se tu ti mostri a lui tuttavia
amorevole e se, venendo il caso, tu lo ammonisci cortesemente e
cerchi di farlo ricredere in quel tempo me- desimo che egli intende
ad offen- derti? No, figliuol mio; noi siamo nati ad altro. A me tu
non nuoci; a te bensì, figliuol mio. E gli dimostri e fai toccar con
mano che la cosa sta COSI universalmente; e come nè le pecchie si
comportano in quella guisa, nè alcun altro ani- male che sia nato a
vivere in co- munanza. Le quali cose vogliono es- ser dette senza
ombra alcuna di ironia nè di rimprovero, ma bensì con amorevolezza,
e senza amaritu- dine alcuna nell’animo; nè ancora come si
direbbero da un maestro in iscuola, nè per farsi ammirare dai
circostanti; ma da solo a solo, e se v’ha altri presente, Di questi nove
capi fa’ che tu ti ricordi come se tu li avessi ricevuti in dono
dalle muse; e incomincia pure una volta ad esser uomo men- tre hai
vita.* E’ ti conviene ad un tempo guardarti dallo adulare gli
uomini non mejio che dallo adirarti contro di essi: perchè le sono
cose egualmente antisociali e nocive. Quando ti sentirai provocato
all’ira, ti occorra alla mente questo pen- siero: non esser punto
cosa virile lo adirarsi; ma anzi la pacatezza, la mansuetudine,
siccome sono cose più umane, così sono anche più vi- rili; e che la
costanza, il vigore, la fortezza sono nel mansueto, non in [Ornato
collo Schultz, anzi più riso- Intamento che lo Schultz, stimò che qui
il testo fosse manchevole. Seneca,
De ira, 111,43, disse. Humanitatem colamns, dnm inter homines
snmus. » chi si adira o s’impazientisce.
Per- chè più quegli si avvicina alla im- passibilità, tanto più
partecipa della forza; laddove l’ ira, siccome il do- lore, è
propria del debole: lo adirato e lo addolorato furono egualmente
piagati e ambidue cedettero egual- mente. E un decimo ricordo
ancora ricevi, se vuoi, dal Musagete: * essere da pazzo il volere che i
malvagi non pecchino, perch’ egli è un voler l’im- possibile. Il
voler poi che essi por- tinsi da pari loro verso tutti gli altri e
noi facciano con te, è da stolto e da tiranno. Contro quattro specie di
de- terminazioni* della parte tua prin- cipale ti bisogna sopra
tutto stare in guardia, e tosto che una ti venga [Conduttor
delle muse, o Apollo, o se vuoi. Ercole. Piuttosto quello che
questo. Vedi il Gatakero] nsieri, moti, determinazioni, volon-
avvertita, cancellarla, ragionando teco medesimo intorno a ciascuna
di esse in questa guisa: Intorno a quelle della prima specie:
questo pensiero non è necessario. Intorno a quelle -della seconda:
questo pen- siero tende a sciogliere la società. Intorno a quelle
della terza: tu stai ora per dire cose che intimamente non credi: e
il dir cose che inti- mamente non credonsi è da essere annoverato
fra le massime assurdi- tà. Intorno a quelle finalmente del- la
quarta specie, rampognerai te medesimo dicendo: tu lasciasti che
fosse vinta la parte più divina di te, e sottoposta a quella che è
men nobile e mortale, cioè a dire al corpo e ai grossi piaceri di quello.
Quattro cose da prevenire od allontanare. Pensieri inutili oziosi. Volontà od
azioni ingiuste, dove sono anche compresi i moti di irascibilità;
Quanto è in te di aereo e di igneo, benché abbia naturale tendenza ad
innalzarsi, acconciandosi nondimeno all’ordinamento del tutto si
rimane quaggiù nel tuo corpo. E similmente le parti terree é le acquose, benché
tendano naturalmente allo ' ingiù, tengonsi non pertanto solle-
vate ed erette in una forma che non é loro naturale: tanto anche gli
elementi sono obbedienti alla legge dell’ universo, e facendo forza a
sé medesimi serbano costantemente il posto in che furono collocati,
finché da quella medesima legge sia dato il segno dello
scioglimento. Ora non é egli singolarmente strano che sola la parte
intelligente dell’ esser tuo non voglia obbedire e si rammarichi
del posto che le fu assegnato? e pure nulla di violento le è comandato
[Disaccordo della mente e delle parole; cioè falsità voluta, o non
avvertita. Moti di concupiscenza], ma cose soltanto che sono secondo la natura
di lei. Con tutto ciò non vi si vuole acconciare, e vuole andare a
ritroso. Perchè le ingiustizie, le dissolutezze, l’ira, la tristezza, il
timore, sonò tutti moti a ritroso della natura. E ancora allor-
quando r anima non s’ acconcia di buon grado agli avvenimenti, ella
abbandona il suo posto, essendo ella stata instituita alla santità,
alla pietà, non meno che alla giustizia, poiché quelle non meno di
questa fanno parte della sociabilità: chè anzi gli atti di
giustizia succedono piuttosto (-he non precedano a quelli della
pietà e della santità. Intendi la pietà religiosa, o la pietà verso Dio o
la natura, che è tutt’uno presso gli stoici, e non dimenticare che il
rasse- gnarsi volentieri a tutti i casi esteriori, è atto religioso
appo gli stoici. Cioè Tnomo ha relazioni con Dio prima che con gli
nomini, e le sue relazioni con questi hanno per fondamento le sue relazioni
con quello. Chi non ha sempre il medesimo proposito, il medesimo istituto
di vita, non può essere in tutta la vita il medesimo uomo. Ma ciò
non basta se non aggiungi ancora quale esser debba questo proposito
o isti- tuto di vita. Perchè siccome non di tutti quelli che al
volgo paiono beni è invariabile negli uomini il giudizio, ma di
quelli soltanto che sono univer- sali e comuni; ' così lo scopo
comune e civile dell’ umana famiglia, è quello che l’uomo dee proporre
a sè stesso. Colui adunque il quale indirizzerà a questo scopo
comune l’esercizio di tutte le sue facoltà, quegli farà che tutte
le sue azioni sieno fra loro somiglianti, e per tal guisa sarà egli
costantemente il medesimo uomo. Intendi che T idea del bene privato
varia nella stessa persona, secondo che varia la sensibilità;
laddove l'idea del bene pubblico è costante e invariabile, siccome quella
che dipende solo dalla ragione, la quale non varia. Rammenta il
topo di monta- gna e il topo di casa, e lo spavento - di questo e
il correre precipitoso. Socrate chiamava befane le credenze del
volgo, spauracchi di fanciulli. I Lacedemoni nella loro solen-
nità ponevano pei forestieri i sedili all’ ombra, ed essi sedevano
dovunque. A Perdicca, che gii chiedea perchè non andasse a
lui, Socrate rispondea, Per non morire di pes- sima morte » cioè a
dire, « per non ridurmi alla condizione di non poter ricambiare
beneficii eh’ io avessi ricevuti. Nelle
lettere degli Epicurei era una esortazione all’ aver sempre pre-
sente al pensiero alcuno di quelli antichi che praticarono la
virtù. I Pitagorici prescriveano che [Gli interpreti allegano
Orazio, sat. VI, lib. II. Ma riscontra in Esopo, fav. 301. Ogni giorno di buon mattino si do-
vesse volgere gli sguardi al Cielo, affinchè per la contemplazione
di quelli esseri che sempre percorrono le medesime vie e sempre
compiono a un modo il loro ufficio, l’ uomo avesse ad ìfver sempre
vivo in sè il pensiero dell’ordine, della purità e della nudità.'
Perchè le stelle non hanno velo che le ricovera. Qual fu a vedere Socrate
cinto di una pelliccia, allorché uscì fuori Santippe colla veste di
lui; e le cose che egli disse agli amici i quali arrossivano e si
ritraevano indietro, vedendolo assettato in quel modo. Nell’arte dello
scrivere nè in quella del leggere non puoi essere maestro se prima
non fosti discepo- [Il diligentissimo ed ernditissimo
Gatalcer non seppe egli pnre trovare qual fosse il caso particolare
della vita di Socrate, e il detto di Ini, ai quali fa qui allusione A. Meno
amcora lo potrai nell’arte (Iella vita. Sei servo, a te
concesso favellar non è. Ed il mio cor ne rise. E la virtute
Àccuseran con rigido parole. Pazzo chi vuole aver fìchf di
verno; pazzo ancora chi desidera aver iigliolanza quando non è più
tempo da ciò. Quando tu baci un tuo figliuolo, esortava Epitteto, fa' che
tu dica teco medesimo: domani sarà forse morto. Cattivi augurii,
cotesti. Nulla è cattivo augurio di ciò che accenna ad un effetto
naturale. Agresto, uva, zibibbo, tutte [Nei testo è un verso
iambico di autore incognito a noi. È la fine del verso 413, lib. I dell'Odissea.
Nel testo è un verso esametro che ha qualche somiglianza con un
verso di Esiodo mutazioni; non dall’ essere al non essere, ma dall’
essere ciò che è all’ essere ciò che ora non è. Assassini della
volontà non ci sono; sentenza di Epitteto. Diceva ancora (Epitteto) dovensi
procacciare V arte dello assen- tire; stare all’ erta coi moti
della volontà, affinchè tutti sieno condizionali, sempre indirizzati ad
un fine, al bene universale, sempre propor- zionati in intensità al
valore intrinseco delle cose; astenerci in tutto dalla appetizione, e non
dare luogo mai all’ avversione per cose che non sieno in nostra
potestà. Piccolo adunque, diceva egli, non è il frutto della
vittoria o il danno della sconfìtta; ma l’ esser savio, o r esser
pazzo. 39. Socrate dicea: che volete voi! Vuol dire Antonino
che il libero eser- cizio della volontà non può esserci tolto da
nìssuna forza esteriore. avere anime di animali ragionevoli, 0 di
irragionevoli? Di ragionevoli. Di quali ragionevoli? di sani o di
corrotti? Di sani. Perchè dunque non le cercate? Perchè già le abbiamo.
Perchè dunque batta- gliate fra voi e siete discordi? Anche il Gataker
non potè trovare da quale opera socratica abbia tratto Antonino
questa argomentazione: ma moltissimi scritti della scuola socratica non
abbiamo più noi, i quali esistevano ai tempi di Marco nostro. Tutte quelle
cose, alle quali tu . studi di pervenire per mille andiri- vieni, tu
puoi avere immediatamente, se tu non vuoi male a te stesso. E ciò
sarà, se tu metti da banda il pas- sato e lasci alla Provvidenza la
cura del futuro, e attendi solo ad usare il presente, secondo le
norme della santità e della giustizia: della san- tità, coir
accettare volonterosamente i casi tutti che ti intervengono, es-
sendo essi dalla natura prodotti per te, e tu per essi; della giustìzia,
col dire liberamente e senza ambagi la verità e far ciò che è con- forme
alla legge e alla dignità delle l'ose,’ non lasciandoti frastornare
mai nè da malizia altrui, nè da opinione, nè da discorso di chi che
sia, nè da affezione veruna di quel corpicciuolo che ti è venuto
crescendo all’ intor- no: sta a lui che è il paziente a pensarci. Or
dunque, prossimo o lontano sia per essere il termine della tua
vita, se tu, deposto ogni altro pen- siero, non attenderai che ad
onorare la parte principale e divina dell’ossei’ tuo, e tuo solo timore
sarà, non già di dover cessare quando che sia di vivere, ma di non
aver per anco incominciato a vivere secondo natu- ra; tu sarai uomo
degno del mondo che ti ha generato, non sarai più [Le prescrizioni
della l^igge sono gene- rali; la dignità delle cose esteriori serve
di guida nell' applicazione della legge. Ta altro modo si potea dire: «
ciò che è confor- me alla legge nelle circostanze particolari in
che ti’ trovi.» Ma quello è più stoica- mente detto. Per dignità delle
cose intendi il loro va- lore ret»tivo. straniero nella tua patria,
non ti maraviglierai più di ciò che accade tutto dì come di cosa
insolita; non sarai più dipendente da chi nè da che che sia. Iddio
vede tutte le menti de- nudate di questi vasi materiali e involucri e
sudiciumi. Quelle solo egli attinge colla pura sua intelligenza, le
quali da lui scaturite sono deri-^ vate in essi. Se ti avvezzi a far
tu pure il medesimo, tu avrai meno di molte distrazioni e
perturbazioni. Perchè chi non guarda all’ involucro della carne, si
lascierà egli turbare o distrarre alla vista dell’abito, o delle
case, o della riputazione, o di altri cosi fatti involucri e
addobbi? Di tre cose sei composto: il corpicciuolo, il soffio
vitale e la mente. Delle quali le due prime non sono tue se non in
quanto tu hai a prenderne cura; la terza, questa sola è tua
veramente. Laonde se tu rimovi da te, o per dir più proprio dal tuo
pensiero, tutte le cose che altri fa e dice in presente, e le passate che
tu facesti e dicesti, e le future delle quali 1’ aspqttamento ti
turba, e quelle che riferendosi al corpo onde sei circondato e al
soffio vitale congenito con esso, sono in te involontarie, e quelle
che il vor- tice di fuori va agitando intorno a te, si che pura e
sciolta da ogni esterna fatalità la potenza intellet- tiva se ne
viva libera da sè, ope- rando il giusto, avendo caro ogni evento
qualsiasi, e dicendo il vero; se, dico, tu rimovi da codesta parte
dell’ esser tuo tutto ciò che presen- temente le sta come a dire
appiccato per mezzo dello appetito sensitivo, e tutto r avvenire e
tutto il passa- to, e ti fai siccome quella di Empedocle da GIRGENTU
ri tonda Sfera che posa e in suo posar s’ appaga, e attendi solo a
vivere quel tempo che vivi, cioè il presente; ti verrà fatto di
passare tranquillamente, nobilmente e in pace col genio tuo, quello che
ti rimane ancora insino al morire. Soventi volte mi sono
maravi- gliato che ciascuno arai sè stesso più che non arai
qualunque altro uomo, e faccia poi minor conto dei propri giudizi
intorno a sè medesimo, che di quelli degli altri.' Per- chè se a taluno
fosse da un Dio che gli apparisse, o da qualche savio maestro
comandato che non pensasse e non volgesse nulla in mente che tosto,
appena ne fosse conscio ' Anche i Pitagorici, benché non ne
fa- cessero nn precetto assoluto, raccomandavano che ciascuno avesse
massimamente rispetto a sè medesimo, cioè ai propri giudizi intorno a sè
stesso. Tra i versi dorati at- tribuiti a Pitagora, ecco la traduzione
di quello che compendiosamente esprime la detta raccomandazione.
Più che di chiunque altro abbi vergogna di te ste.««so. » a sè stesso, noi manifestasse; noi
sosterrebbe pure un solo giorno. Tanto abbiamo noi maggiore
rispetto a ciò che di noi potrà pensare il vicino, che a ciò che ne
pensiamo noi stessi. Come mai avendo gli Dei propizi all’uomo
ottimamente ordinato ogni cosa, questo solo lasciarono passare
inavvertito, che anco i migliori fra gli uomini, quelli i quali
entrarono, sto per dire, in più stretta alleanza colla divinità, e per la
pietà e santità loro vissero in più intimo commercio con essa,
quando una volta sian morti, non abbiano più mai a rivivere, ma
sieno spenti per sempre? Se tale è veramente la condizione di tutti
gli uomini indi- stintamente, abbi per indubitato, che ove avesse
dovuto essere altrimenti, avrebbero gli Dei altrimenti ordinato: perchè
se un ordine diverso fosse stato giusto, sarebbe anche Stato
possibile; e se fosse stato secondo natura, la natura lo avrebbe recato
ad effetto. Ora dal non essere le cose in questi termini, supposto
che veramente non sieno, tu hai a trarre argomento che non dovea essere
altrimenti da quello che è. Per- chè tu vedi pure che mentre tu vai
facendo queste investigazioni, tu. disputi del diritto con Dio; la
qual cosa non faremmo con gli Dei, se essi non fossero ottimi e
giustissimi; e tali essendo, non possono aver mai tollerato nè
lasciato correre inavvertitamente nell’ ordinamento del tutto,
nulla che fosse ingiusto 0 irragionevole. Vienti esercitando anche
in ciò a che tu credi aver poca attitudine. La mano sinistra, la
quale per difetto di esercizio è disadatta ad altri uffici, tiene il
freno più saldamente che noi faccia la destra, perchè a ciò fu
esercitata. In che stato debba essere l’uomo, e rispetto al corpo e
rispetto all’ anima, al sopraggiungere della morte; ' la brevità
della vita, l’abisso del tempo passato e del tempo avvenire, la debolezza
di tutta la materia. Osservare le cause denudate della loro
corteccia; il fine delle azioni; che sia il dolore, che il pia-
cere, che la morte, che la gloria; chi sia quegli che è cagione di
travagli a sè stesso; siccome nissuno è mai impedito da altrui; che
tutto è opinione. Nel far uso dei precetti della filosofia, fa’ di
rassomigliare piutto- sto al pugillatore che al gladiatore; perchè
questi, lasciata cadere la spada, vien morto; ma quegli ha la
destra sempre, e non gli è mestieri d’altro che di chiudere e
scagliare il pugno. Sottintendi: contidera. Vedere quali sono le
cose in sè stesse, risolvendole nei loro elementi, la materia, la
causa, il fine. Che potere ha l’uomo ! di non fare se non ciò
solamente che Iddio sia per approvare, e di accettare tutto che
Iddio sia per inviargli. Ciò che è conforme alla natura. Non ti dolere
degli Dei, perchè gli Dei non peccano nè volon- tariamente nè
involontariamente; nè degli uomini, perchè gli uomini non peccano
mai se non malgrado loro. Di nessuno dunque ti devi doere. Quanto è
mai ridicoloso e nuovo colui che si maraviglia di alcuna delle cose che
accadono nella vita! In tutte le edizioni che io conosco si
incomincia con questa frase il paragrafo se- guente; ma non si fa alt^o
che guastarvi il senso. O necessità fatale e ordine di cose
impreteribile, o‘ provvidenza esorabile, o confusione a caso e
senza governo. Se necessità inflessibile *, a che resisti? Se
provvidenza esora- bile; fa’ che tu sia degno dell’ aiuto divino.
Se confusione senza governo; pur beato che in tanta tempesta tu hai
dentro di te una mente governatrice. Che se la bufera ti rapisce seco, rapisca
a sua posta il corpicciuolo e la parte animale di te e cotali altre cose;
non potrà rapir seco la mente. Che? il lume della lampada,
fmch’ ella non si estingue, risplende e non perde della sua luce; e in
te, prima che la vita si spegneranno la verità, la giustizia, la
temperanza? Quando altri ti dà materia a supporre che egli abbia
permeato, di’ teco stesso: come so io che ciò sia un peccato? E se
è peccato, ch’egli non siasi già condannato da per sè? il che h come
nn graffìarsi il proprio volto. ' Pensa ancora che il non volere che il
dappoco erri, è un non volere che il fico acerbo abbia lattifìcìo, che i
bambini vagiscano, che il cavallo annitrisca, ed altri simili effetti
naturali e necessari. E che può egli fare in cotale disposizione?
Se tu sei da tanto, incomincia a curar quella. Se non è giusto, noi fare;
se non è vero, noi dire: perchè la tua volontà è libera. Esaminare
in ogni incontro che è la cosa che fa impressione in te, ed
esplicarla distinguendovi la causa, la materia, il tempo entro il
quale avrà a cessare. Seneca, De ira. Nulla maior pccna neqnìtiie est-,
quiim quod sibi displicet. Con questo paragrafo finisco Pinterpro'
taziono lasciata dalPOrnato, la quale, tran- ne i luoghi indicati, io ho
fodcljnonto.seguita noi mio volgarizzamento dal § 42 del lib. VI,
Accorgiti finalmente che tu hai in te stesso alcun che di più potente,
di più divino che non sia ciò da cui si generano gli affetti e che al
tutto ti trac qua e là come per ima fu- nicella. Che è ora la mia
mente? Non è ella timore? Sospetto? Cupidità, 0 altra cosa cotale? Primieramente
nulla si faccia a caso, nè senza uno scopo. Poi, nulla sia riferito
ad altro fine che a quello universale e civile di
tutta l’umanità. Che in breve tu non sarai più, nè alcuna delle
cose che vedi, nè alcuno di quelli che ora vivono. Per- chè ogni
cosa nacque per alterarsi, mutarsi o morire, affinchè altre possano
nascere secondo l’ordine di successione. fin qni. Quanto all'
interpretazione dei pa- ragrafi che seguono, l'Ornato lasciò sola-
mente due otre note delle quali sarà parlato al loro luogo. Che tutto è
opinione, e questa è in poter tuo. Adunque togli via, quando ti
piaccia, l’opinione, e come navigante che appena superato il passo
di un promontorio, trovasi in acque tranquille; così tu ti troverai
in perfetta calma e, come a dire, entrato in un seno non agitati)
da .alcun flutto. Una azione qualsivoglia, quando cessa a suo
tempo, non patisce al- cun male per la cessazione. Ancora r autore
dell’ azione, per la medesi- ma cessazione, non patisce alcun male.
Medesimamente il complesso, 0 vogliasi dire la serie di tutte le
azioni, che è quanto dire la vita, quando cessa a suo tempo, non pa-
tisce alcun male per la cessazione, , nè ancora chi cessa da questa
serie di azioni, soffre per ciò alcun male. Il tempo proprio poi è
determinato dalla natura: talvolta dalla natura .particolare, quando
avviene nella vecchiezza, ma ad ogni modo dalla natura dell’
universo: le cui parti trasformandosi e rinnovandosi del continuo,
ne segue che sempre nuovo e sempre giovane si conserva nella sua
totalità il mondo. E bello sem- pre e tempestivo è ciò che profitta
al tutto. Adunque la cessazione della vita non è un male all’ uomo individuo,
poiché non è cosa disonesta, come quella che non dipende dal-r arbitrio
di lui, nè ripugna al fine universale e sociale della umanità; ed è
in sé stessa un bene, perchè è tempestiva e profittevole al tutto e
armonizzante con esso. E similmente è divino r uomo che è mosso
nella medesima direzione e verso i mede- simi fini che Iddio, ed ha
caro di essere mosso verso questi fini e in questa medesima
direzione. Tutto questo periodo è nel testo gre- co oscurissimo e
diversamente inteso dai comontatori. Chi è grecista vegga nella Queste
tre cose non dimenticare. In primo luogo, per rispetto a ciò che tu fai,
che nulla sia fatto a caso nè altrimenti che si farebbe dalla
giustizia in persona; e per rispetto agli avvenimenti esteriori,
sieno essi effetti del caso o della Provvidenza, che non vuoisi mai
nè incolpare il caso, nè mormorare con- tro la Provvidenza. In
secondo luo- go, qual sia ciascun vivente dal mo- mento della
fecondazione sino a quello della animazione, e da quello della
animazione fino a quello in cui cessa la vita,' e di che elementi
sia nota a questo paragrafo nell' edizione di To- rino le
ragioni della nostra interpretazione diversa da tntte le precedenti. Bene
ricorda qui Gatakero com'egli era opinione degli stoici il feto non
essere animato fino al momento in cui ^sce dal seno materno. Fino a
quel momento essi consideravanlo come parte del corpo della
iinadre, come un ramo vegetante sul tronco dell'albero a cui appartiene.
Abbiamo ve- duto (vedi la nota (26) in fine del volnme) composto e
in quali sia per risolversi. In terzo luogo, che se tu levato in altissima
parte vedessi di là tutte le cose umane e la grande varietà loro, e
vedessi ad un’ ora quanta sia la moltitudine degli es- seri aerei
ed eterei che popolano gli spazi all’ intorno; per quante volte che
tu venissi cosi levato in alto, vedresti pur sempre le medesime cose, la
somiglianza che sempre hanno fra loro e la breve durata di tutte.
Di cotali cose insuperbisci? Espelli da te T opinione, e sei salvo. Chi
dunque ti impedisce que- sta espulsione? Quando stai di mala voglia
per cagione di qualsisia cosa o persona, tu dimentichi che tutto
succede se- come gli stoici fossero ignoranti di anato- mia:
lo erano ancora più di fisiologia. Intendi le succedenti rispetto allo
antecedenti. condo la natura dell’ imiverso; che l’altrui colpa è male
altrui; e inol- tre che le cose che avvengono sono sempre. avvenute
e sempre avverranno, e avvengono ora in ogni luogo al modo stesso; e ancora tu
di- mentichi quanto intima sia la pa- rentela che ha ciascun uomo
con tutta la famiglia umana: perocché non di sangue o di seme, ma è
comunanza di mente. Tu dimentichi ancora che la mente di ciascun
uomo è divina e da Dio scaturita; che nulla è proprio di nissuno,
ma e il figliolino, e il corpicciuolo e Tanimuccia stessa, tutto venne da
quello. Tu di- mentichi finalmente che tutto è opi- nione; che
ciascuno vive solo il momento presente, e perde solo il momento
presente. Recati spesso al pensiero co- loro i quali di alcun che
fieramente adiraronsi, coloro che per grandis- simi onori, o
sventure, o inimicizie, o altre fortune quali si fossero, di-
vennero illustri; poi- chiedi a te stesso; ora dove sono? Fumo, cenere,
languido romore di” fama, o neppur questo. Poi ti occorrano alla
mente tutti questi cotali; Fabio Ca- tullinOjin villa, Lucio Lupo
negli .orti, Stertinio a Baia, Tiberio nel- r isola di Capri, Rufo a
Velia, e, per dire in somma, tutte queste diverse inclinazioni
verso checchessia gene- rate dall’ opinione; e quanto sieno di poco
pregio in sè medesime tutte queste cose che con tanto studio si ricercano;
e quanto sia più da filo- sofo il saper far buon uso delle circostanze
qualunque esse sieno, o per dir più proprio, della materia quale ci è
data, serbandoci sempre giusti, temperanti e con semplicità obbedienti a
Dio. Perchè 1’orgoglio dell’umiltà è di tutti il più abbomi-
nevple. A colóro che ti chiedono dove tu iibbia veduto gli Dei e
donde avuto certa otizia dell’ esser loro, perchè tu abbia a
venerarli - rispondi primieramente. Anche alla vista sono
percettibili. E poi. Nè ancora la mia mente veggo io, e nondimeno io l’ho in
onore: e così da quelli effetti che mi rivelano la loro potenza
argomentando che essi sono, venero io gli Dei. Salvezza di tutta la vita
è il vedere ciascuna cosa quale sia in sè stessa, quale la materia
di essa, quale la ' causa; e attendere con tutta r anima a operare
il giusto e a dire il vero. Poi, che ti rimane a faie, se non se
godere della vita, facendo senza ristare che un bene
succeda Opportunamente avverto qui il Gatakero come A. potesse,
stoicamente, dire benissimo, gli Dei essere visibili anche al- r
occhio, poiché il mondo primieramente era per essi il Dio supremo; e poi
fra gli Dei generati essi veneravano il sole, gli astri, gli
elementi eo. immediatamente ad un altro, non lasciando fra due
neppure un menomo intervallo? Una è la luco del sole, ancora che divisa
all’ infinito da pareti, da •monti, da altri obbietti innumerevoli.
Una è la materia comune, ancora che divisa in una moltitudine innu-
merevole di corpi, ciascuno dei quali ha le proprie qualità. Una è la
vita, ancora che distribuita in una molti- tudine innumerevole di
nature particolari. Una è r anima intelligente, ' ancora che sembri
divisa in tante unità. Ora tutte le altre cose sopra- scritte,
esseri organici viventi ed es- seri privi di vita; non hanno comunanza. [Intendi:
Quando tu sia ben risolato di non attendere ad altro chò ad operare
il giusto e a dire il vero, non avrai più briga alcuna, e non avrai
che a godere della vita; il qual godimento consiste appunto nel
dire il vero e praticare la giustizia; e il godi- mento.sarà
continuo, se tu non cessi un momento dalle azioni virtuose che sono
il vero bene. nanzà fra loro nè corrispondenza alcuna di
sensibilità, sebbene anche ad esse il respirare e il gravitare
verso un centro sia a tutte comune.’ Ma alla mente è proprio il
tendere verso ciò che le è congenere, e con esso ella si unisce, nè può
essere esclusa da lei questa corrispondenza di affetti e di
sensi. Che brami? Campare? Non questo. Che dunque? Aver sensazioni,
moto, incremento, appetiti? Far uso della facoltà della parola, di
quella del raziocinio? E che di tutto ciò ti sembra degno da desiderare?
Se ciascuna di queste cose ti sembra dunque in sè poco prege- vole,
volgiti à quella che sola rima- ne, al seguire la ragione e Dio. Ma
a questo culto ripugna eh’ e’ ti gravi [Il testo in questo luogo è
certamente corrotto. Chi ' vuol vedere come sia stato emendato e
quindi interpretato dair Ornato in una lunga sua nota, ricorra all'
Adizione di Torino] il dover essere per la morte escluso dalle cose
dette dianzi. Qual particella del tempo infinito fu assegnata a ciascuno?
Tosto perderassi nell’eternità. Qual particella di tutfii la materia?
Qual particella di tutta l’anima? Sopra qual particella di tutta la.terra
ti vai strascicando? Questi pensieri ti ricordino che non hai a fare
gran caso di nulla, fuori l’operare se- condo che la natura ti
guida, e tol- lerare tuttociò che la natura comune ti arreca.
Che uso fa di sè stessa la mente? Questo è il tutto per te. Tutto
il rimanente, sia o non sia sottoposto alla tua volontà, è per te
cadavere e fumo. A farti disprezzare la morte gioverà il pensare
come anche coloro che ebbero il piacere per un bene e il dolore per un
male, non di meno la disprezzarono. A colui al quale ciò solo
che è tempestivo è un bene, poco importandogli il maggiore o minor
numero di azioni virtuose che saràgli concesso di compiere, a colui, dico, la
morte non ha nulla di pauroso. L’ uomo, facesti le tue parti
di cittadino in questa grande città. Che rileva a te se per cinque
o solo tre anni? Ciò che è secondo la legge, è giusto ed equo per
tutti. Come puoi dunque rammaricarti se sei rimandato, non da un tiranno,
non da un giudice iniquo, ma dalla natura che ti avea introdotto,
non altrimenti che un attore è rimandato dalla scena dal direttore
della commedia che ve lo avea chiamato? Ma io non ho recitato i
cinque atti. Bene dicesti. Ma nella vita anche tre atti bastano a compiere il
dramma. Perciocché chi ne determina il fine, è quel medesimo che allora
fu autore della plasmazione, cd ora ò della dissoluzione. Tu
non fosti autore nè dell’ una nè dell’altra. Vattene dunque in pace e
contento, chè quegli ancóra che ti accommiata è contento e
propizio. Epistle of Marcus
Aurelius to the senate, in which he testifies that the Christians were the
cause of his victory.1919 The Emperor Cæsar Marcus Aurelius Antoninus,
Germanicus, Parthicus, Sarmaticus, to the People of Rome, and to the sacred
Senate greeting: I explained to you my grand design, and what advantages I
gained on the confines of Germany, with much labour and suffering, in
consequence of the circumstance that I was surrounded by the enemy; I myself
being shut up in Carnuntum by seventy-four cohorts, nine miles off. And the
enemy being at hand, the scouts pointed out to us, and our general Pompeianus
showed us that there was close on us a mass of a mixed multitude of 977,000
men, which indeed we saw; and I was shut up by this vast host, having with me
only a battalion composed of the first, tenth, double and marine legions.
Having then examined my own position, and my host, with respect to the vast
mass of barbarians and of the enemy, I quickly betook myself to prayer to the
gods of my country. But being disregarded by them, I summoned those who among
us go by the name of Christians. And having made inquiry, I discovered a great
number and vast host of them, and raged against them, which was by no means becoming;
for afterwards I learned their power. Wherefore they began the battle, not by
preparing weapons, nor arms, nor bugles; for such preparation is hateful to
them, on account of the God they bear about in their conscience. Therefore it
is probable that those whom we suppose to be atheists, have God as their ruling
power entrenched in their conscience. For having cast themselves on the ground,
they prayed not only for me, but also for the whole army as it stood, that they
might be delivered from the present thirst and famine. For during five days we
had got no water, because there was none; for we were in the heart of Germany,
and in the enemy’s territory. And simultaneously with their casting themselves
on the ground, and praying to God (a God of whom I am ignorant), water poured
from heaven, upon us most refreshingly cool, but upon the enemies of Rome a
withering1920hail. And immediately we recognised the presence of God following
on the prayer-a God unconquerable and indestructible. Founding upon this, then,
let us pardon such as are Christians, lest they pray for and obtain such a
weapon against ourselves. And I counsel that no such person be accused on the
ground of his being a Christian. But if any one be found laying to the charge
of a Christian that he is a Christian, I desire that it be made manifest that
he who is accused as a Christian, and acknowledges that he is one, is accused
of nothing else than only this, that he is a Christian; but that he who
arraigns him be burned alive. And I further desire, that he who is entrusted
with the government of the province shall not compel the Christian, who
confesses and certifies such a matter, to retract; neither shall he commit him.
And I desire that these things be confirmed by a decree of the Senate. And I command
this my edict to be published in the Forum of Trajan, in order that it may be
read. The prefect Vitrasius Pollio will see that it be transmitted to all the
provinces round about, and that no one who wishes to make use of or to possess
it be hindered from obtaining a copy from the document I now publish.1921
1919 [Spurious, no doubt; but the literature of the subject is
very rich. See text and notes, Milman’s Gibbon, Literally, “fiery.” I
recognised this stone in the Vatican, and read it with emotion. I copied it, as
follows: “Semoni Sanco Deo Fidio Sacrvm Sex. Pompeius. S. P. F. Col. Mussianvs. Quinquennalis
Decur Bidentalis Donum Dedit.” The explanation is possibly this: Simon Magus was
actually recognised as the God Semo, just as Barnabas and Paul were supposed to
be Zeus and Hermes (Acts xiv. 12.), and were offered divine honours
accordingly. Or the Samaritans may so have informed Justin on their
understanding of this inscription, and with pride in the success of their
countryman (Acts viii. 10.), whom they had recognised “as the great power of
God.” See Orelli, Insc., . (The
Thundering Legion.) The bas-relief on the column of
Antonine, in Rome, is a very striking complement of the story, but an answer to
prayer is not a miracle. I simply transcribe from the American Translation of
Alzog’s Universal Church History the references there given to the Legio
Fulminatrix: “Tertull., Apol.; Ad Scap.; Euseb.; Greg. Nyss. Or., II in Martyr.;
Oros.; Dio. Cass. Epit.: Xiphilin.; Jul. Capitol,
in Marc. Antonin.] Antonino. Aurelio. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, "Grice, Marc'Aurelio e Frontino,” per il Club
Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Antonino.
Grice ed Antonio
– Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A friend of Porfirio. It is assumed
that he shared his friend’s interest in philosophy and perhaps also became a
student of Plotino. Antonio.
Grice ed Aosta: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di dio in gioco -- logica e sovversione – la scuola d’Aosta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Aosta). Filosofo italiano. Aosta, Valled’Aosta. Grice: “I like Aosta; my favuorite piece of his philosophising is strangely nott he one on paronymy – or the worn-off paralogism on God’s existence; rather, the more obscure “De casu primi angeli,’ on the fal


No comments:
Post a Comment