Grice e Spintaro: la ragione conversazionale della filosofia
pre-romanica -- Roma – la scuola di Taranto – filosofia pugliese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Taranto).
Filosofo pugliese.
Filosofo italiano. Taranto, Bari. Teacher – and father – of Aristosseno. Grice:
“Oxonians might wonder why Italians are so obsessed with Crotona, Taranto, and
the rest of them, but I SEE it: it’s all about the pre-Roman!”
Grice e Spirito: la filosofia dello spirito – filosofia
fascista – ventennio fascista – i corpi – corpo e corporazione – la scuola
d’Arezzo -- filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Arezzo). Filosofo aretino. Filosofo toscano.
Filosofo italiano. Arezzo, Toscana. Studia sotto GENTILE. Firma il manifesto dei
filosofi fascisti. Teorico del corporativismo. Insegna a Pisa, Messina, Genova
e Roma. Tra i principali filosofi a Roma insieme con ANTONI, allievo di CROCE, CALOGERO
-- filosofo del "dialogo" -- Cf. Grice – “dialogo” vs. “conversazione”
-- e NARDI grande studioso di filosofia di ALIGHERI e medievale. Rinomate sono
non tanto le sue lezioni quanto i suoi pomeriggi di discussione del GIOVEDÌ.
Tre ore, non di lezione, ma di discussione serrata su un problema filosofico --
uno soltanto per un intero anno. Uno, per esemptio, e dedicato al concetto di sogno.
Ai giovedì nell'aula grande dell'istituto di filosofia interveneno tante e
diverse persone: gli studenti, i numerosi assistenti e inoltre partecipanti di
convinzioni e provenienze. Ascolta tutti, rilancia e guida la discussione verso
nuove prospettive interpretative. Pubblica saggi connessi a quei giovedì. Tra
le altre: “Il problematicismo”; “La vita come ricerca” (Rubbettino); “La vita
come amore”, “Cattolicesimo e comunismo”, fino a l’autobiografica “Vita d’un incosciente”.
Volendo indicare un tratto distintivo della sua filosofia, essa consiste nella
curiosità e nel rispetto per qualsiasi posizione. Non esiste una parola definitiva.
La ricerca della verità dove essere portata sempre ulteriormente avanti. In questa maniera vanno interpretate le sue
riflessioni che spaziano dai campi della speculazione filosofica. Tra i vari
livelli di ricerca, spicca la riflessione sulle strutture dello STATO.
Allontanandosi nettamente dal liberalismo filosofico, non vede alcuna contra-posizione
tra la figura dell'individuo o cittadino e quella dello stato. Con un passo
oltre questa interpretazione, che giudica dis-organica e arbitraria, vede LO
STATO come figura entro cui i cittadini vieneno a realizzarsi. Il binomio stato/cittadino
diventa così un'equazione, in cui il secondo termine viene a risolversi e
quindi realizzarsi pienamente nel primo. Caratterizza lo stato non come una
semplice sovra-struttura disciplinatrice, ma come un organismo che esprime UN’UNICA
VOLONTÀ e compone tutti i dissidi dei cittadini. In questa maniera, l'unica via
percorribile nella realizzazione di tale modello è la via corporativa in cui lo
stato -- al meno due cittadini -- diventa stato di al meno due produttori. Lo
stato rappresenta il luogo in cui interesse pubblico o comune ed interesse
privato o soggetivo del cittadino vengono a coincidere. In esso non deve venire
annullata quella sorgente di vita che sono i cittadini. Questa concezione è
stata definita immanenza dei cittadini nello stato, volta alla mobilitazione dei
cittadini nelle e per le strutture create dallo stato. L’economia è politica.
Deve garantire la sub-ordinazione alle scelte sociali. Inquadra il ruolo che
assegna allo stato in termini di intervento pubblico o comone. Ben lungi dal
prospettare una situazione paragonabile al collettivismo, è lontano anche dagli
eccessi dis-organici che imputa al sistema liberale. Il funzionario di stato,
che in prospettiva dove andare a sostituire il capitalista privato, e giudicato
non come un agente del collettivismo o del capitalismo statale -- che sappiamo
cosa produce col sovietismo -- ma un semplice delegato tecnico, che si fa
garante di una diversa realtà: assicurare socialmente il controllo della
produzione e la stessa proprietà dei mezzi produttivi. Altre saggi: “Il diritto
penale italiano”; “Il nuovo diritto penale”; “Critica dell'economia liberale, “L'idealismo
italiano e i suoi critici” – Grice: “A delightfull read, especially for us
Oxonians, since he manages to quote extensively from the Proceedings of the
Aristotelian Society, seeing that Ryle hated idealism!” --; “I fondamenti dell'economia
corporativa”; “Capitalismo e corporativismo” (Rubbettino); Scienza e filosofia”;
Dall'economia liberale al corporativismo, “La vita come arte, Critica della democrazia” (Rubbettino); “Il
comunismo, Dall'attualismo al problematicismo”, Memorie d’un incosciente”
(Rusconi, Milano); “Pareto” (Cadmo, Roma); “Critica della democrazia” (Luni, Milano);
“Il corporativismo: dall'economia liberale al corporativismo; Rodotà,
Passeggiando in bicicletta; Bighellonando dentro il Verano, Corriere della
Sera, Stefano, Filosofo, Giurista, Economista, VOLPE Roma, “Individuo e stato”,
NEGRI, “Dal corporativismo comunista
all'umanesimo scientifico. Itinerario teoretico” (Manduria, Lacaita); Tamassia,
Roma, Russo, Positivismo e idealismo” (Roma); Dessì, “Filosofia e rivoluzione”
(Milano, Luni); Russo, “Dal positivismo all'anti-scienza” (Milano, Guerini); Cavallera,
“La ricerca dell'incontrovertibile, Formello, SEAM); Breschi, Spirito del
Novecento. Il secolo di S. -- dal fascismo alla contestazione” (Rubbettino), Cammarana,
Roma, Pagine, Cammarana, “Teorica della
reazione dialettica: filosofia del postcomunismo” (Roma). Pirro, Ricordo, in Studi
Politici (Bulzoni, Roma). Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia
machiavelliana, Bettineschi, L'esperienza storica e l'intrascendibilità del
conoscere. Sul sapere di non sapere, Rivista
di filosofia neo-scolastica,, Problematicismo Corporativismo Fascismo
Corporazione proprietaria. Treccani, Dizionario di storia, Dizionario
biografico degli italiani, Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. È verità comunemente ammessa die l’economia
politica o, senz’altro, l’economia sia una scienza sociale. Questo vuol dire
ch’essa non studia 1’/ionio ceconomicus e i fenomeni economici,
quali si possono immaginare in uno stato pre-sociale o anti-sociale, ma
considera invece gli aspetti economici della vita sociale nella sua organicità
essenziale. Ed è chiaro che in tanto può studiarli e intenderli
sistematicamente in quanto la vita sociale abbia essa stessa un’unità, un
ordine, una disciplina: sia, in altri termini, non uno stato di natura
bensì un organismo politico, uno STATO. Fondamento, dunque, di ogni
scienza sociale e dell'economia in particolare è IL CONCETTO DI STATO,
con il correlativo problema dei rapporti tra stato e individuo. Per
intendere la storia dell’economia politica e le vicende degli indirizzi
predominanti -- economia liberale ed economia socialista -- è necessario
indagare come le diverse scuole abbiano impostato e risolto tale
problema. Se si guarda all'economia classica e in genere all’economia più
comunemente intesa come scientifica, si deve convenire che essa è stata
via via costruita e perfezionata dal secolo XVIII a oggi trascurando,
qualche volta in modo assoluto e sempre in modo essenziale, IL PROBLEMA DELLO
STATO. Dal- reconomia del baratto fino a quella complicatissima delle
banche e dell’industria contemporanea, tutti i trattati sono stati
concepiti in rapporto a una vita economica in cui dello Stato non si sente
quasi mai il bisogno di occuparsi, come se fosse realtà estrinseca e irrilevante
ai fini di una vera costruzione scientifica. La spiegazione di questo
fatto, evidentemente in antitesi con la qualifica di scienza sociale con
cui si caratterizza l’economia, va trovata nella particolare concezione
dello stato teorizzata dalla scienza politica e giuridica dal secolo XVIII
in poi, e classificata ormai globalmente con l’epiteto di liberale. Essa
sorge come reazione ai vecchi sistemi politici, per i quali lo Stato era
una realtà diversa dagli individui che lo componevano e sì rappresentava quindi
ai loro occhi conte un’autorità meramente arbitraria, con fini propri e opposti
a quelli dei sudditi: sorge come bisogno di distruggere un
potere estrinsecoedannoso, e con tale esigenza non puòfar altro che
rivendicare i sacri diritti dell’individuo, nella cui celebrazione si vede
l’unico scopo così della vita sociale come della ricerca scientifica. Allo
Stato, che storicamente appariva come un limite e un ostacolo, anziché
come essenza e vita deirorganismo sociale, si opponeva una
negazione perentoria destinata a mutare radicalmente non solo i
rapporti politici, ma anche i fondamentidi ogni scienza sociale. Si può
anzi affermare che, solo in seguito a questa violenta ribellione, il
pensiero scientifico acquista la libertà indispensabile per
uno studio sistematico dei fenomeni sociali, e ciò vale a spiegare
perché le cosiddette scienze sociali si rinnovino sostanzialmente, si
costituiscano e cerchino di organizzarsi tra loro soltanto dopo la prima
metà del Settecento. L’esigenza immediata era quella dell’assoluta
negazione, dalla quale ci si ritrasse unicamente per le necessità irriducibili
di una vita politica organizzata: il ritorno alla natura non poteva essere
altro che il grido nostalgico di un ideologo. Ma se la negazione non
poteva divenire totale, essa tuttavia si spinse al massimo limite
consentito dai tempi, e, in sede scientifica, alla realtà dello
Stato non si riconobbe se non la funzione del tutto estrin¬ seca di
salvaguardare le sfere di arbitrio dei singoli individui, Se unica realtà
e unico valore sono quelli dell’individuo, se al mondo non c’è altra
finalità oltre quella che l’individuo si pone nel suo chiuso egoismo,
ne consegue che allo Stato deve spettare 1 unico compito di determinare i
confini tra quegli infiniti regni costituiti dai singoli cittadini e
di sorvegliare la loro pacifica convivenza: esso non entra nella vita
dell’individuo, ma ne resta al margine come garante. Ora è chiaro che uno
Stato così concepito non deliba trovar posto nella maggior parte delle
scienze sociali: esso è più una realtà di diritto che non una realtà di
fatto, e la sua considerazione tende a esaurirsi nelle indagini di
carattere giuridico. Valori e fini sociali sono quelli dell’individuo, che
si affermano e si negano indipendentemente dallo Stato, il quale ha il
solo scopo di non farne turbare il libero svolgimento. Di questa funzione
di tutore le scienze sociali possono e debbono, dunque, disinteressarsi,
in quanto essa non modifica la realtà dei fatti sociali, ed anzi rende
possibile la loro genuina attuazione. A tali presupposti ideologici e
politici si deve ricondurre in particolar modo lo svolgimento
della scienza economica classica. Facendo sua questa soluzione del
problema circa i rapporti tra individuo c Stato, essa dà allo Stato un
valore positivo solo in quanto garante della libera concorrenza, ma
lo ritiene perturbatore e distruttore di ricchezza ogni volta che
intervenga attivamente nella vita econo¬ mica: assume poi ad oggetto della
propria indagine 1 unica realtà dell individuo, considerato nella
sua vita immediata e mosso esclusivamente dai suoi particolari interessi.
L homo œconomicus è per defini¬ zione extrastatale. Di qui l’equivoco
fondamentale di tutta la scienza economica quale è pervenuta fino a noi.
Se la scienza, infatti, non deve studiare l’organismo sociale (lo
Stato) perché questo, in quanto organi¬ smo, non ha un significato e un
valore proprio, non avrà, per ciò stesso, nulla da dire all’individuo
sin¬ golo che di quell’organismo fa parte. L’individuo scisso
dall’organismo è per definizione anarchico, e norma della sua vila non
potrà essere che il suo arbitrio affatto soggettivo: la scienza non può
insegnargli niente perché non può saperne niente. Per saperne qualcosa
bisogna che un individuo esca dalla sua particolarità, si esprima, entri
in relazione con gli altri individui e venga, dunque, a far parte di
una vita sociale organica : dello Stato. Solo allora ; solo, cioè, quando
Yhomn ceconomicus è diventato cittadino, la sua attività diventa
intelligibile e suscettibile d’investigazione scientifica. Ma la scienza
economica si è voluta ostinare in questo assurdo, di considerare
l’individuo prescindendo dallo Stato; e non è potuta giungere die a
risultati mediocrissimi : le sue soluzioni sono, in fondo, tutte negative,
e si riassumono sostanzial¬ mente nel dogma della libera concorrenza. Il
quale, se ben si riflette, vuol dire solo cbe la scienza si ri¬ mette
all arbitrio degli individui, e che la soluzione più perfetta del problema
economico è quella che scaturisce dal cozzo indisciplinato di tutti gli
infi¬ niti interessi particolari. Allo Stato la scienza dice: non
fare; all'individuo: fa quel che ti pare. Questa l'essenza dell’economia
classica. 1 tentativi fatti per uscire dal circolo vizioso del liberalismo
tradiscono tutti il bisogno di superare una soluzione affatto negativa del
problema della scienza economica. Se non che l’incapacità di
abbandonare il presupposto individualistico non ha consentito di giungere
a una sistemazione scien¬ tifica che non fosse nella massima parte
illusoria. E infatti, una volta ammesso il fondamento
soggetti¬ vistico dell’economia, null’allro restava da fare all’economista
se non aggirarsi all’infinito in quella contraddizione in termini in cui
si risolve ogni tentativo di conoscere le leggi sistematiche
dell’arbitrio. Se al puro e semplice « fa quel che ti pare »,
lo scienziato ha voluto aggiungere una sola parola di carattere
positivo, lo ha potuto fare soltanto illudendosi di entrare nel mondo
ermeticamente chili- so del soggetto. Così si spiegailsorgere della
scuola psicologica e matematica, con la quale si è creduto di
attingere il maximum della scientificità e si è condotto all assurdo il
postulato classico dell'individualismo. Scuola psicologica: e cioè
costrizione dell’anima umana entro schematismi arbitrari, concepiti da chi
non aveva nessuna dimestichezza con gli studi di psicologia; riduzione
dell’/iomo cero- nomicus all’edonista, o all’egoista, o all’altruista,
e, in ogni caso, a un’etichetta di cui non sì sarebbe potuto dare
nessuna giustificazione: livellamento dei soggetti e cervellotica
costruzione del tipo, che rendesse uniforme e perciò intelligibile la
multiforme vita individuale; negazione, insomma, del vero mondo della
soggettività e sostituzione ingiustificabile di una formula meramente
fantastica alla realtà che si pretende conoscere. Scuola matematica: e
cioè quantificazione di quegli stessi elementi soggettivi illusoriamente
determinati: comparazione di dati incomparabili perché essenzialmente di¬ versi;
processo astrattivo sorto su illegittime astrazioni e perciò irriducibile alla
concretezza della vita; formule algebriche, dunque, che non
potranno mai vestirsi di numeri effettivi. L indirizzo psicologico e
matematico, sorto a correzione ed integrazione di quello liberistico,
è valso solo a mettere in luce l’errore fondamentale. Gli individui
nella loro particolarità sono esseri necessariamente eterogenei: i gusti,
i bisogni, gli interessi, le finalilà non sono paragonabili: nessuno potrà
mai dire quante volte il profumo di un fiore vale per una signora
aristocratica più che per una popolana, ed io stesso, che presumo di
conoscermi, non potrò mai dire quante volte il godimento da- tomi da
una sensazione corrisponda a quello procuratomi da un altra, o dalla stessa in
un momento diverso. Nessun tentativo dì approssimazione può essere
concepito seriamente e perciò tutta la cosiddetta economia marginalistica non è
suscettibile di alcuna interpretazione di carattere pratico. Concludere,
come fa 1 economia liberale, che il massimo dell utilità sociale equivale
alla somma dei massimi delle utilità individuali significa dire una cosa
senza senso, se è vero che di addendi incomparabili — come sappiamo
dalla più elementare conoscenza matematica nonè possibile fare la 6omma. Con
il tentativo di passare dal massimo benessere individuale a quello sociale, si
chiude il ciclo dell economia classica o liberale, e la vanità del
tentativo ne conferma il definitivo dissolversi. Di un inondo concepito
coinè moltitudine caotica di individui, vivente ognuno sotto il solo impero del
proprio arbitrio, è insensato voler fare la scienza. Scienza vuol dire
disciplina, e l’individuo che non è ancora cittadino è senza disciplina; vuol
dire norma, c 1 individuo non può riconoscerne alcuna oltre il suo
gusto del momento; vuol dire, soprattutto, conoscenza obiettiva e universale, e
l’individuo del li¬ beralismo è soggettività particolare. A tale
indi¬ viduo l'economista si volge solo per constatarne la natura e
garantirne la primitività: lungi dal gui¬ darlo e disciplinarne gli
interessi, lo abbandona al cozzo brutale della domanda e dell’offerta, in
cui tutto il suo ideale si riassume. È la scienza
dell’anarchia. All’economia liberale si è opposta quella socialista. Tutti
i presupposti della prima sembrano negati dalla seconda, che all’individuo
sostituisce la classe, la società, lo Stato. Ma lo Stato di cui parla
il socialismo ha lo stesso difetto di origine di quello liberale: esso,
cioè, è sempre considerato come una realtà diversa dall’individuo, come
limite dell’attività individuale e sua condizione estrinseca. La
situazione si è invertita, ma il problema è rimasto impostato nella stessa
maniera, poiché l’antinomia individuo-Stato in entrambi i casi è
risolta sacrificando uno dei due termini all’altro; e, in quanto il
termine sacrificato ha conservato un minimo di validità, esso rappresenta una
limitazione, sia pure necessaria, della realtà del termine ipostatizzato.
Limite deirindividuo è Io Stato nel liberalismo, limite dello Stato è l’individuo
nel socialismo. L’incapacità di risolvere l’antinomia con
l’identificazione di individuo e Stato ha condotto il socialismo a concepire lo
Stato burocraticamente. Se lo Stato infatti non è la realtà stessa della
Nazione, ma viene entificato e opposto alla Nazione, esso non può
concepirsi se non come un organismo a sé e con organi propri. Quando il
socialismo nega la proprietà privata e dichiara che i mezzi di produzione
appartengono allo Stato,evidentemente attribuisce a questo una personalità giuridica
ed economica distinta da quella dei privati: ed è chiaro che, se lo Stato
ha una personalità distinta, deve avere i anche il motlo di vivere ed
agire distintamente, attraverso quei determinali organi che
costituiscono appunto la burocrazia. È così che la teoria socialista,
negando l’individuo nello Stato, sostituisce all'economia individuale quella
burocratica e fa dello Stalo, in quanto realtà giuridica diversa dagli
individui, il proprietario, il datore di lavoro, il risparmiatore, il
distributore, e via dicendo. La critica violenta e altezzosa che
reconomia classica ha opposto all’economia socialista è sostanzialmente
giusta e irrefutabile. Se contro il liberalismo ha ragione il socialismo in
quanto richiama l’attenzione dall’individuo allo Stato, contro il socialismo
ha egualmente ragione il liberalismo clie rivendica la superiorità
dell’economia individuale rispetto a quella statale. L’economia statale è
per definizione un’economia monca e patologica, poiché essa non solo
accentra e quindi limita la vita economica, ma ne affida la direzione a un
organo relativamente estrinseco quale è la burocrazia. Quando il liberale
afferma che lo Stato è cattivo amministratore, ha perfettamente ragione, perché
per Stato s’intende appunto una realtà sopraordinata e non costruttiva
della cosa amministrata. In altre parole si vuol dire che l’industriale, il
quale nasce c vive con la sua industria facendo di essa la
stessa ragione della sua vila, farà prosperare la sua azienda
indubbiamente meglio del burocrate, che nell’industria a lui affidala vede solo
la contingente espressione del suo dovere di funzionario. Ma più che
antieconomica l’economia statale è livellatrice e mortificatrice delle
attività individuali. che lulte sì debbono uniformare al meccanismo burocratico
e perdere quella libertà di movimenti la quale costituisce la condizione prima
della loro iniziativa. La comune opinione del
carattere tradizionalista e conservatore della burocrazia è la più
evidente conferma della sua incapacità a rinnovarsi con quel ritmo
acceleratissimo che è proprio della industria contemporanea : l’economia
statale tende per sua natura a diventare economiastatica. Il dualismo
di individuo e Stato, che ha reso inadeguate le soluzioni dell’economia
classica e di quella socialista, non è stato superato neppure
dai tentativi compiuti, specialmente in questi ultimi decenni, per la
costruzione della cosiddetta economia nazionale o di Stato (la
Volkswirtschaft o Staatswirtschafi dei Tedeschi). Anche quando tali tentativi
non si sono ridotti a concepire la vita della Nazione come la somma delle vite
dei singoli individui, e si è voluto invece considerare l’organismo sociale con
caratteristiche e finalità proprie, l’economia pubblica è rimasta sempre
accanto all’economia privata e la necessità della loro assoluta identificazione
non è stata mai dimostrata, né da socio¬ logi né da nazionalisti. I
sociologi, infatti, tutti compresi dal compito di descrivere le varie forme
della vita, si sono preoccupati soltanto di analizzare le diverse
economie, dall’individuo alla famiglia, alla classe, alla Nazione ecc., di
classificarle e di studiarne estrinsecamente i rapporti; i nazionalisti,
poi, infatuati dall ideologia della Nazione, non hanno saputo far
altro che ipostatizzarla come una realtà superiore all’individuo,
affermando in conseguenza la superiorità deireconomia nazionale e la
subordinazione a essa di quella individuale. In entrambi i casi lo Stato è
rimasto come una delle forme, sia pure la massima, della vita sociale; e
l’economia ad esso relativa come una delle forme, sia pure la suprema,
delle possibili economie. E in tal guisa il — pensiero scientifico e
andato oscillando dall’ideologia anarchica del liberalismo a quella
statolatria del socialismo e del nazionalismo, senza mai
cogliere l’essenza del problema. Respinto a volta a volta dagli
assurdi di uno dei due estremi, si è ritratto acriticamente dalle
conseguenze ultime delle opposte concezioni,ed è al solito scivolato verso
i mezzi termini dell’eclettismo: il concetto di Stato è penetrato di
straforo nei trattati deireconomia scientifica, e quello di individuo e di
libera iniziativa nelle costruzioni ideologiche degli statalisti. La
soluzione integrale del problema è delinea¬ ta, se pur non ancora
esplicitamente chiarita, nel- Tordinamento corporativo del regime
fascista. Si tratta per ora di un’intuizione politica più che di vera
consapevolezza scientifica, e anzi la lettera di alctine disposizioni
legislative consacra ancora il dualismo di individuo e Stato. Nella stessa
formulazione della Carta del Lavoro, alcune espressioni di principi, e
soprattutto il famoso articolo 9, legittimerebbero le vecchie interpretazioni
liberali e socialiste, di cui abbiamo discorso. L’intervento dello Stato nella
produzione economica — dice infatti 1 articolo 9 — ha luogo soltanto
quando manchi o sia insufficiente 1 iniziativa privata o quando
siano in giuoco interessi politici dello Stato. Tale intervento può
assumere la forma del controllo, dell'incoraggiamento o della gestione
diretta. Nulla di strano che questo articolo abbia prodotto i più svariati
malintesi nell'interpretazione dell'economia corporativa. I liberali vi
hanno visto a ragione la conferma delle loro dottrine, poiché gli
stessi classici più ortodossi hanno sempre sostenuto che, per motivi
eccezionali o per superiori interessi politici, lo Stato può e deve intervenire
nella vita economica del paese. 1 filosocialisti, insistendo sul
maggior intervento statale che la Carta del Lavoro promuove, 1 hanno
legittimamente interpretata come un passo decisivo verso Tordinamento socialista.
Gli eclettici hanno piaudito entusiastica¬ mente. illusi di veder
consacrata la solita via dei mezzi termini. Gli economisti della cattedra,
infine, hanno dato un'occhiaia distratta e hanno sentenziato senz’altro
che l’economia corporativa non esi¬ ste, risolvendosi essa in una mera
prassi politica contingente. E che Leeonoinia corporativa non esista
parrebbe, infatti, dimostrato dal fatto che i tentativi finora compiuti
per defi nirla e sistemarla scientifi¬ camente hanno condotto alla
riduzione del nuovo al vecchio n alle sterili soluzioni di compromesso
tra liberalismo e socialismo. Mafortunatamente l’infe¬ lice esito dei
tentativi è dovuto soltanto all’inopportuno zelo degli interpreti, i quali, per
malinteso ossequio alla lettera, si sono lasciati sfuggire lo spirito più
profondo della Carta del Lavoro e del fa- seismo in generale. L’imperfetta
dizione dell'art. 9 fii spiega proprio per la mancanza di una sistemazione
scientifica del nuovo concetto dell’economia e gli interpreti avrebbero
dovuto capire che la Carta del Lavoro, per il suo carattere
rivoluzionario, costituisce un punto di partenza più che un punto dì
arrivo, e che alla scienza spetta appunto il compito di rendere esplicita
e sistematica quella visione che in essa è intuitiva. L’articolo 9,
dunque, non può essere considerato come la chiave di volta e il
criterio infallibile del sistema, sihbene come una delle proposizioni da
interpretarsi e coordinarsi alla luce delle nuove esigenze. Le quali
trovano piuttosto la loro esatta formulazione nell'articolo 1. per
cui LA NAZIONE ITALIANA E UNA UNITA MORALE, politica ed economica, che si
realizza integralmente nello STATO FASCISTA: nell’articolo 2, per cui « il
lavoro. solto tutte le sue forme intellettuali, tecniche e manuali, è un
dovere sociale e soprattutto nell’arlicolo 7, per cui l’organizzazione privata
della produzione essendo una funzione di interesse nazionale,
l’organizzatore dell’impresa è responsabile deH’indirizzn della produzione
di fronte allo Stato )). È qui il motivo più profondamente rivoluzionario del FASCISMO,
per cui si afferma l’identità sostanziale di interesse pubblico e privato, di
benessere dei singoli e potenza nazionale. Certo, nella Carta del Lavoro,
questa identità alle volte si spezza e riappaiono i due termini
dell’antinomia, ma al nuovo bisogna guardare e non al vecchio, con
gli occhi ben intenti all’avvenire. Quando l’articolo 7 proclama il
privato responsabile di fronte allo Stato della sua vita economica, vale a dire
di ciò che per la tradizionale mentalità politica e
scientifica — si ritiene il più geloso attributo della sfera di
arbi¬ trio dell’individuo, rende finalmente Fuorno cittadino, lo trasforma
in organo costitutivo dello Stato, e distrugge alla radice ogni differenza
tra ciò che è privato e ciò che è pubblico. Il cittadino risponde di
tutta la sua vita allo Stato cui appartiene, perché il fine della sua vita è
quello stesso dello Stato; e, in quanto ne differisca, in quanto vi si
opponga, o anche in quanto si presuma indipendente da esso, è illegittimo. Ma,
perché Firnificazione della sfera pubblica e di quella privata sia
effettiva e non illusoria, è necessario avere dello Stato un concetto heu
più adeguato di quel che non abbiano i socialisti e. tanto meno, i
liberali. Chi ritenesse che lo statalismo che propugna la Carta del
Lavorosia sostanzialmente sullo stesso piano dell ideologia socialista non
saprebbe poi come spiegare la riaffennazione della proprietà privata. Se
questa non è una contraddizione vuol dire che Ira socialismo e corporativismo, e
cioè tra queste due forme di statalismo, v’ha una differenza essenziale
che occorre chiarire. E il chiarimento dovrebbe già risultare da quanto è
stato detto sul carattere burocratico dello Stato socialista, concepito
tuttavia come entità distinta dagli individui. Il vero Stato è, al contrario,
la stessa realtà dell’individuo e sì esprime quindi, non in
partico¬ lari organi e istituti, sibbene nella vita stessa di
ogni cittadino. La proprietà deve rimanere privata, perché essa è già
assurta a finalità e caratteri pubblici con 1 elevazione del proprietario
a organo costitutivo dello Stato. Credere che la proprietà da
privata diventi pubblica solo se essa venga amministrata direttamente
dallo Stato, significa identificare lo Stato con la burocrazia, e opporlo
all’individuo; significa insomma arrestarsi all’ideologia liberale
e socialista. Lo Stato per realizzarsi nella sua integrità
non ha bisogno di livellare, disindividualizzare, annientare l’individuo e
vivere della sua ^istruzione: al contrario esso si potenzia col
potenziamento dell’individuo, della sua libertà, della sua proprietà,
della sua iniziativa, della sua peculiare posizione nei rapporti con
gli altri individui. E tutto ciò è possibile, in quanto 1 individuo non è più
un mondo particolare e la sua libertà non si chiama più arbitrio, ma e
individuo sociale che nella prosperità dell’organismo statale vede il
proprio fine. L’individualisino del liberalismo e lo statalismo del socialismo
sono superati, perché sono trasvalutati i termini di individuo e Stato che
avevano condotto ai due assurdi opposti. Avere coscienza precisa di
tale trasvalutazione non è davvero cosa molto facile, soprattutto
perché occorre vincere continuamente il pregiudizio tradizionale che ci
porta a entificare lo Stato, a opporlo a noi stessi, a riconoscerlo
soltanto in determinati organi e funzioni. La vecchia concezione
intellettualistica è ormai così radicata in noi e la stessa termi¬ nologia
che siamo costretti a usare è così aderente al concetto dello Stato come
personalità trascendente i cittadini, chenonci riesce agevole sfuggire a
tutti i paralogismi del senso comune. E in siffatto modo si spiega
l'accusa di metafisicheria che si vuole rivolgere, anche da persone non
sciocche, all’iden- tificazione di Slato e individuo. Ma bisogna
resistere all apparente evidenza di queste critiche e persuadersi che
quando un concetto ha davvero fondamento speculativo è per ciò stesso il più
pratico, e vale a risolvere anche quelle difficoltà di carattere tecnico,
che invano si cercherebbe di rimuovere con i vaghi concetti del senso
comune, se pur questi sembrino agli occhi degli inesperti i più precisi,
i più certi, i più assiomatici possibili. Negate infatti questa
metafisicheria che è l'identità di individuo e Stato, e vi accorgerete
che, volendo precisare sul serio il concetto apparentemente lapalissiano
dello Stato e dei suoi limiti, ogni definizione riesce inadeguata. e
quella che sembrava una salda realtà diventa un nome senza consistenza. 11
concetto, dunque, fondamentale e sistematico dell economia corporativa è la
statalità di tutti i fenomeni economici. Economia individuale ed economia
statale sono termini assolutamente identici. Questa conclusione, così
netta e perentoria, sembrerà paradossale e assurda a ogni economista che
abbia tuttavia nel cervello i! più piccolo pregiudizio classicista e
individualista: ma, per chiunque voglia riflettervi su, con mente aperta e
con buona volonlà, dovrà pure apparire come la verità più logica ed
evidente. Le obiezioni che si possono sollevare sono principalmente due:
Luna di carattere psicologico, la seconda in particolar modo
tecnico-economica. Secondo la più ovvia osservazione psicologica
sembra che tra il mio interesse di privato e quello pubblico dello
Stato vi sia non solo differenza, ma spesso opposizione. Il cittadino, ad
esempio, che investe in un modo piuttosto che in un altro i suoi risparmi,
fa gli interessi propri, e le sue decisioni in proposito sono
indifferenti allo Stato: il cittadino, poi, che cerca di sfuggire alle
imposte fa gli interessi suoi e si oppone a quelli dello Stato. Ecco
dunque due economie ben distinte e con finalità differenti: l’una
individuale e l’altra statale. Senoncbé basta saggiare appena la
fondatezza di queste opinioni per convincersi della loro superficialità: e
infatti è chiaro che il modo d’investire i risparmi dei cittadini non può
essere indifferente allo Stato, perché non può essere indifferente
allo Stato che l’indirizzo economico sia tino piuttosto che un altro,
che certe industrie siano favorite o neglette, che le forze produttive
siano armonicamente finanziate: quanto poi airopposizione dì in¬ teressi
individuali e statali che si verifica nel caso del cittadino che si
sottrae alle imposte, è non me¬ no evidente ch’esso dimostra soltanto il
lato abnor¬ me della vita economica e noii può essere assunta a
criterio distintivo di due economie. Non si nega che il dualismo tra
individuo e Stato esista, ma si vuole affermare ch’esso rappresenta
l’aspetto negativo e non quello positivo della vita sociale. Questa, nella
sua essenza, importa l’unità dei due termini e può scientificamente
studiarsi alla luce di tale unità: il dualismo sempre risorgente — e
necessariamente risorgente per la stessa dialettica della vita umana, che
è perfezionamento e non perfezione — indica ii Iato patologico, l’ostacolo
«la rimuovere, e insomma l’arbitrio fuori della legge e fuori
della scienza. Cbi ipostatizza il dualismo e lo legittima facendone
il fondamento di due economie, individuale e statale, confonde il positivo col
negativo, la legge con la sua infrazione, e costruisce infine due
simulacri di scienza. L obiezione di carattere tecnico, che
sembra legittimo sollevare contro l’assoluta identificazione di
individuo c Stato, concerne la possibilità d’intervento dello Stato
nell'economia individuale. Appare, infatti, evidente che, se lo Stato alle
volte interviene a controllare, incoraggiare, gestire, ecc., e alle volte
invece si disinteressa completamente, vuol dire eb’esso rappresenta una realtà
diversa da quella su cui esercita il controllo: la possibilità dell
intervento è la conferma ad oculos del dualismo. Eppure a una analisi più
appropriata del problema una simile rappresentazione dei
fenomeni economici deve risultare fondamentalmente errata ed equivoca.
Se infatti lo Stato non vien concepito in forma mitologica, come un organo
o un insieme di organi sui generis, ma come la stessa Nazione nella
sua organicità (giuridicità) essenziale, è chiaro ch’esso non può intervenire
perché è sempre presente, immanente in ogni manifestazione, sia pure la
più trascurabile, degli individui costitutivi della Nazione. Si può
intervenire negli affari degli altri, ma intervenire in quelli propri è
cosa senza senso. Ogni atto economico da me compiuto s’innesta nel sistema
economico della Nazione cui appartengo (vedremo poi come nella Nazione
entri anche il mondo internazionale) e risulta quindi da esso
condizionalo, anche se nessuna particolare norma lo regoli esplicitamente.
Questa sistematica di¬ sciplina, per cui il mio atto economico si realizza nell’organismo
statale, costituisce il così detto intervento dello Stato, il quale è, per ciò
stesso, asso¬ lutamente sostanziale. Pensare che possa esistere
un fenomeno economico che si sottragga a questa disciplina e che viva in
un mondo extrastatale, è pen¬ sare l’assurdo. Fenomeni antistatali
potranno es¬ servi, e saranno appunto gli atti di arbitrio dell'individuo
che si oppone alla disciplina statale, ina fe¬ nomeni extrastatali no,
perché fuori dello Stato v’c il nulla. Da un punto di vista assoluto,
dunque, è illo¬ gico parlare di intervento dello Stato. Ma dell’assoluto —
ci oppongono gli empirici — noi non ci occupiamo: noi intendiamo spiegarci un
fenomeno molto concreto e innegabile, e cioè quello dello Stato che pone
un dazio, un calmiere, sovvenziona una industria e viadicendo: di uno
Stato, in altre parole, che ha una personalità distinta da quella
degli individui e che, come soggetto economico diverso, compie degli
atti che gli individui non possono com¬ piere. E credono così, codesti
empirici, di aver ta¬ gliato la testa al toro, senza accorgersi invece che
di ogni problema non ci sono due soluzioni, una filosofica e lina
empirica, una assoluta e una relativa, sibbene una soluzione sola e
propriamente quella giusta. La quale, in questo caso, consistendo nell
assoluta identità di individuo e Stato, dà a quello Stalo di cui parlano
gli economisti un significato molto meglio determinato ch’essi non
pensino, e cioè il significato di una delle particolari espressioni
della vita dello Stato. Nessuno si sogna di negare quella realtà di
fatto che è lo Stato nell’accezione più comune del vocabolo: nessuno quindi
pretende negare che esista un’amministrazione centrale con un bilancio
proprio (il bilancio dello Stato), con finalità sui generis, e con fenomeni
economici peculiari: si vuol soltanto affermare che questa realtà non
è lo Stato, bensì uno degli elementi dello Stato, la cui vita
effettiva è nell’organismo integrale della Nazione, ipostatizzare
quell’elemento, e vedere soltanto in esso lo Stato, significa precludersi la
via a un’intelligenza adeguata dei fenomeni economici. Gli empirici,
al solito, potranno esserci indulgenti e concederci di aver ragione circa il
modo di intendere il concetto di Stato: ma — essi continueranno a opporci
— sia pure elemento lo Stato di cui parliamo, noi intendiamo discutere
appunto di esso quando ci riferiamo al suo intervento nella
vita economica. Senonché tale soluzione del problema sarebbe affatto
illusoria, come quella che ridurrebbe a una questione di parole la più
sostanziale delle questioni. Ammettere, infatti, che lo Stato di
cui parlano gli economisti sia un elemento dello Stato e non
esaurisca la realtà di questo, significa ricono¬ scere ch’esso è appunto
elemento di un organismo dal quale non può scindersi, ovvero ch’esso è
coes¬ senziale a ogni altro elemento dell’organismo medesimo.Per tradurre
questo concetto nei termini usua¬ li, è facile osservare che il bilancio
dello Stato vive in un’unità indissolubile con la vita economica della
Nazione, sì che nessun fenomeno economico sfug¬ ge a un rapporto diretto o
indiretto con esso. Quando lo Stato fissa un’imposta, non modifica
soltanto l’economia dei colpiti dall’imposta, ma anche di quelli non
colpiti: così quando lo Stato stabilisce un dazio protettore, non muta
soltanto le condizio¬ ni dell’industria protetta, ma
contemporaneamente quelle di tutte le altre. Ogni intervento dello
Stato è globale. Credo che non vi sia ormai nessun
economista che voglia contestare una verità tanto lapalissiana: ma
purtroppo da essa non si è tratta ancora in ma¬ niera veramente esplicita
la conseguenza inevitabile, e cioè che lo Stato, per il fatto stesso di
essere, interviene sempre; e che discutere quindi si può su questa o
su quella forma di intervento, ma non sulla legittimità ed economicità
deirintervento. Tutti gli infiniti tomi che si sono dedicati alla
discussione del problema circa il valore economico
dell’intervento statale, e tutta la secolare opposizione dei liberisti
a ogni forma di intervento, riposano su un colossale equivoco,
dipendente appunto dall’errato concetto di Stato. Discutere se sia lecito
o no l’intervento dello Stato e nello stesso tempo riconoscere la
necessità del bilancio dello Stato —- vale a dire, per l’Italia, di un
movimento annuo di decine di miliardi — è un assurdo che può non risultare
sol¬ tanto alla cecità degli economisti puri. I quali non sanno quel
che si dicano quando affermano che 1 i- deale della vita economica sarebbe
quella della più perfetta libera concorrenza. Se una Nazione è
tale in quanto è Stato, la libera concorrenza, quale è concepita
dagli economisti, non solo non è raggiungibile, ma è negata nel modo più
perentorio. Per conseguire que! presunto ideale bisognerebbe spezzare
1’organismo. negare lo Stato e tornare al cozzo violento dell’anarchia di
natura. 11 progresso di una Nazione, al contrario, è segnato dalla sua
organi- cita sempre maggiore, e cioè dalla sempre più consapevole realtà
dello Stato; il quale, in conseguenza, tende a diventare sempre più immanente
alla vita degli individui e sempre più costitutivo di ogni loro
manifestazione. L’intervento dello Stato, in altri termini — se ancora
d’intervento può parlarsi — è di fatto, e tende a diventarlo anche nella
co¬ scienza comune, la realtà stessa della vita economica. E se la scienza
dell’economia auspica il trion¬ fo dell ideale opposto, è troppo
palesemente fuori di strada. Allorché la Carta del Lavoro, dunque,
dice all’articolo 9 che « l’intervento dello Stato nella produzione economica
ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente 1 iniziativa privata o
quando siano in giuoco interessi politici dello
Stato»,parla, evidentemente, un linguaggio d’altri tempi. Se lo Stato
interviene sempre, perché è sempre presente e i suoi interessi politici
investono tutta la vita della Nazione con cui si identifica, è chiaro
che tutta l’economia tradizionale deve spostare il suo centro di indagine e
trasformarsi fin dalle fondamenta. Il suo problema era, infatti,
quel¬ lo della libera concorrenza (economia individuale), e della
convenienza o meno, in certi casi, dell’intervento statale (economia
prevalentemente monopo* listica): oggi diventa quello delle forme statali
del- l’intervento e della organizzazione dell’economìa, nazionale. 11
binomio di libera concorrenza e monopolio non ha più significato, e i due
termini si risolvono in uno solo, quello della unità organizzata della
vita economica, in cui la stessa concorrenza viene disciplinata. Cade così
l’argomentazione degli economisti, cbe affermano essere tutte le forine
della vita economica riconducibili alle due sole ipotesi della libera
concorrenza e del monopolio. La forma è unica ed è quella lìbera e
monopolistica insieme, in un’unità tale per cui il concetto di libertà e
quello di monopolio sono radicalmente trasformati e resi inintelligibili in
quanto distinti. Gli schemi non servono più perché non rispondono
a nessuna approssimazione alla realtà, e sono anzi nella loro essenza
opposti alla realtà. Liberi sono gli individui, ma nella Nazione, in
questo colossa¬ le monopolio in cui la loro concorrenza si
effettua: questa è la realtà a cui invano si opporrebbe
il tradizionale dilemma. Né si creda di sfuggire a questa
conclusione passando dall’economia nazionale a quella internazionale,
poiché la Nazione non va concepita anti¬ storicisticamente come un’entità
limitata dai suoi confini e, nei suoi rapporti con le altre
Nazioni, alla stessa guisa dell’uomo di natura rispetto agli altri
individui. La Nazione include in sé il mondo internazionale, e lutto ciò
cbe costituisce la vita di questo mondo non ha altra sede appunto che
nella Nazione, unità suprema di là dalla quale non esiste che l’unità
astratta, perché non dialettica, dell’umano genere. Il compito che si deve
perciò proporre la scienza è, sì, la costruzione sistematica dell’economia
nazionale, nia intendendo questa come unità concreta ne] mondo
internazionale, che non e, neppur esso, riconducibile alPideologia
anarchica del liberalismo, in quanto rientra nella disciplina e nel sistema
della Nazione. È al sistema che bisogna tener sempre fissi gli occhi,
specialmente oggi che 1 organizzazione della vita economica sta incendo
passi giganteschi e che, dinanzi al rapido processo di unificazione delle
industrie, del commercio, dei mercati e delle banche, diventa sempre più anacronistico
e irrisorio lo schematismo individua- listico della tradizionale economia
pura. Riassumendo, possiamo ormai determinare i capisaldi della nuova
economia, facendoli tutti derivare dal concetto fondamentale della statalità
dì ogni fenomeno economico : Subordinazione di ogni fenomeno
economico al fine statale (essenziale politicità o
storicità dell’economia). Interdipendenza dei fenomeni
economici, considerata in funzione del fine statale ( sistematicità o
organicità della vita economica). Carattere pubblicistico della
proprietà privata e della vita economica individuale. Obiettività dei
fenomeni economici data dall obbiettività del fine statale, e quindi loro
intelligibilità scientifica, in contrapposizione alla soggettività dell
individualismo (ofelimità). ) Critica dei concetti di libera
concorrenza e monopolio, e affermazione di un’effettiva epiù profonda
libertà economica (negazione del liberismo anarchico e del vecchio statalismo
burocratico). Carattere internazionale della Nazione e unità
essenziale del mondo economico. Questa Veconomia corporativa o senz’altro
la economia. Poiché è bene intendersi una volta per sempre, ed
escludere perentoriamente quel mostruoso tentativo di concepire la scienza
economica come una forma astratta, da adeguarsi a una qualunque delle
infinite ipotesi economiche. L’ipotesi è nna sola e, cioè, quella
interpretativa dell’effettiva realtà storica: il resto non è che fantasia di
puristi, abituati a scambiare le formule con la vita. La scienza
dell’economia non può essere che una, perché una è la vita ch’essa studia:
e non ha bisogno dì aggettivi. Quando contrapponiamo l’economia
corporativa a quella liberale o socialista o nazionalista, non intendiamo
dichiarare una nostra preferenza rispetto a questi possibili sistemi
economici, ma vogliamo proprio affermare la scientificità della prima
rispetto al carattere ideologico ed arbitrario delle altre: l’aggettivo
corporativa , che noi aggiungiamo all’econo¬ mìa, ha il solo scopo di
distinguere la vera dalla falsa economìa, e non un’economia da un’altra.
Che poi essa si chiami corporativa e non altrimenti, vuol dire non
ch’essa si identifichi immediatamente — e perciò in modo contingente — con
l’ordinamento corporativo, ma soltanto che in questo ordinamenlo la
consapevolezza delle sue verità si è resa più esplicita ed evidente. Che
lo Stato sia costitutivo essenziale della vita individuale non è verità
che si instauri col regime corporativo, né è limitata alla vita
politica deiritalia di oggi : ma mai come nell’Italia di oggi questa verità è
stata esplicitamente affermata : mai si è concepita la vita economica
nazionale come un’unità così saldamente organica. L’epiteto di corporativa
non è dunque arbitrario, né menoma comunque la dignità della scienza a
cui si applica oggi ai soli fini polemici contro il libera¬ lismo, il
socialismo, il nazionalismo ecc. Poiché, se 1 economia corporativa è
senz’altro l’economia, Io stesso non si può dire, ad esempio, di quella
presunta economia pura che è la quintessenza dell’economia liberale. A chi,
seccato della qualifica di libe¬ rale attribuita al suo metodo
scientifico, ha protestato di volersi porre al di là dei particolari
indirizzi e di voler fare solo della scienza, oggi è possibile dare una
smentila categorica. E la smentita suona così: — fino a quando sulla prima
pagina dei trattati di economia non figurerà, a guisa di postulato
fon¬ damentale, il concetto di Stato, sarà vano parlare di scienza e
sarà stolto negare il preconcetto seco¬ lare del liberalismo
individualistico. La scienza, abbiamo detto, è una: e tutti
gli indirizzi scientifici dal mercantilismo alla scuola fisiocratica
e dal liberismo allo storicismo, al socialismo, al corporativismo non sono che
i momenti del suo unico processo storicamente determinato. L economia
corporativa vuol rappresentare soltanto lo sladio più avanzato del
processo, in cui tutti i precedenti debbono risolversi trasvalutandosi. A
chi fosse troppo preoccupato del pericolo di subordi ilare la scienza
a fenomeni politici contingenti, possiamo rispondere che la politica non
profana la scienza quando a essa ci s’avvicini con la fede
dello scienziato e non con l’anima del politicante. TI pavido si ritrae
per falso pudore, e nega l'obiettività della scienza col volerla troppo salvaguardare:
il ricercatore spregiudicato non teme, invece, di fissar gli occhi
nella realtà di cui viviamo, e di scoprire l’eterno nel
contingente. La difficoltà maggiore, che si è incontrata nel¬ la
comprensione della tesi dell’identità di individuo e Stato, è derivata generalmente
dal non aver approfondito i concetti di individuo e di Stato che si
ponevano a fondamento del rapporto di identificazione. È chiaro che. prima di
discutere sulla va¬ lidità di tale rapporto, occorre rendersi conto
del significato dei termini che siconfrontano, perché, se si suppone
noto il significato stesso, si insiste evidentemente in quella concezione
dell’individuo e dello Stato, che ha condotto, nello sviluppo
storico del pensiero, airantinnmia da noi contestata. Storicamente, vale a
dire nel processo della attività speculativa come di quella pratica e politica,
è certo che lo Stato si è configurato a guisa di un ente contrapposto e
sovrapposto all’individuo: e si è parlato, quindi, di autorità di fronte a
libertà, di sovranità di fronte a sudditanza, di arbitrio politico
di fronte a interesse economico, e via dicendo. Lo Stato, insomma, era una
sovrastruttura, sia pur necessaria, della vita degli individui, e si esauriva
nel compimento di particolari funzioni, dette appunto statali. Ne
derivava che lo Stato poteva individuarsi in determinati organi e in
determinate persone, cui erano attribuiti determinati compiti, entro una
sfera esplicitamente circoscritta e non coincidente che in minima parte
con la sfera d’azione degli individui. A questo Stato, così concepito, gli
economisti negavano e negano tuttora la possibilità di un intervento
benefico nella vita economica degli individui. Ed avevano ed hanno
perfettamente ragione; così come hanno torto quegli altri economisti che,
senza persuadersi del mutato concetto di Stato, accedono tuttavia
ecletticamente all’opinione della possibilità benefica di un certo intervento
statale nell’economia individuale. Se lo Stato trascende, sia pure rispetto a
una zona soltanto, il campo d’azione del- l’individuo, esso non può non turbarne
Tequilibrio ogni volta che vi porti un mutamento. Ammettere la
possibilità di un intervento benefico, di un solo, di un transitorio, di
un limitatissimo, del più piccolo tra tutti gli interventi immaginabili,
significa ammettere la possibilità che lo Stato alteri vantaggiosamente
con quel suo intervento tutto il sistema generale dell’equilihrio
economico della vita degli individui, e cioè faccia coincidere, non
limitatamente all’oggetto del particolare intervento, ma nella totalità
delle determinazioni, la propria realtà con quella degli individui. Se si
vuol restare nell’ipotesi che Stato e individuo siano due realtà diverse,
anche solo parzialmente diverse, la conclusione logica non può essere che
una, e precisamente quella del liberismo intransigente: lo Stato non deve
intervenire mai e per nessuna ragione; il suo intervento, implicando
sempre un’alterazione dell’equilibrio naturale, non può essere che
nocivo. Se non che la concezione storica dello Stato, che ha dato
luogo a tali conseguenze nel campo del¬ la scienza economica, ha
cominciato a modificarsi profondamente proprio quando, nella seconda
metà del secolo XVIII, i classici dell’economia iniziavano una
sistemazione della loro scienza con la consapevolezza critica del carattere
negativo di uno Stato trascendente. Sì che tutta la scienza dell
economia si è venuta costruendo sul presupposto dell’antitesi di
Stato e individuo, in funzione di quel concetto di Stato che rispondeva
alla realtà storica anteriore al processo di trasformazione. E a poco a
poco — quasi senza nessuna consapevolezza — si è giunti
al paradossale risultato di uno svuotamento progressivo della scienza del’economia,
svuotamento non do¬ vuto ad errore nella critica dello Stato
trascendente, ma solo aU’illusione di credere ch’esso davvero esistesse e
che esistesse perciò quell’individuo extra-statale, su cui la scienza aveva
costruito il castello delle sue astrazioni. Il fondamento liberistico
di tutta l’economia classica e della migliore economia contemporanea,
e l’atteggiamento antistatale che l’accompagna, costituiscono certamente
l’interna lo¬ gica e il principio sistematico di questa scienza:
e possiamo aggiungere che, se lo Stato fosse quella realtà che gli
economisti immaginano e se l’individuo fosse quel soggetto economico che la
scuola psi¬ cologica ha caratterizzato spingendo all’assurdo
il concetto già implicito nelle teorie dei classici, la scienza
dell’economia avrebbe raggiunto un grado notevole di perfezione, forse il
più alto grado raggiungibile sulla base di tali presupposti. Ma il
guaio, o meglio la fortuna è che così quello Stato
come qucll’individiio non esistono in realtà, e che col mancare dei
presupposti si vanifica inesorabilmen¬ te tutla la costruzione
faticosamente elaborata. È quell ìntimo anacronismo di principi e finalità
che caratterizza la crisi della scienza economica contemporanea, sia pure
attraverso gli sforzi che da più parti si vanno facendo per superare -— in
modo peraltro molto empirico — l'antinomia di cui si comincia ad
avere coscienza. Né la colpa può attribuirsi completamente agli economisti, -se
è vero che ancor oggi si stenta ad acquistare familiarità con i nuovi
concetti fin nel campo più rigorosamente speculativo, e solo ìin'infima
minoranza di gius- pubblicisti comincia a porsi con qualche
precisio¬ ne problemi del genere. Tuttavia è tra gli economisti
soprattutto che si nota la maggiore riluttanza ad occuparsi della
questione, o addirittura l'ignoranza della sua esistenza : tra gli
economisti che, per tradizione di specialismo scientifico, disdegnano di
valicare in qualsiasi senso gli arbitrari confini della loro scienza e
credono di contaminare la purezza della economìa coordinandola con il
processo della speculazione, della politica e del diritto. Si
spiega perciò come essi possano tener fede dogmaticamente a concetti tanto
controversi, accontentandosi di dar loro un significato empirico
rispondente a presupposti teorici di altri tempi: si comprende infine come
possa suonar loro strana, e anzi impertinente, la pretesa di chi chieda
loro il significato dei con¬ cetti di Stato e di
individuo. L’economista — essi rispondono — non pretende porsi e risolvere
scientificamente questi problemi; egli accoglie questi termini nel
significato corrente e a tutti noto, e su essi costruisce i
teoremi dell’economia. Che poi il significato corrente non 3 -
Sunna sia rigoroso e sia anzi suscettibile di critiche più o meno
radicali, è questione cbe reconoinista non di¬ scute, perché relativamente
indifferente alla sua scienza: a lui hasta richiamarsi con quei termini
a una realtà di fatto riconoscibile facilmente da chiunque. ') E il
ragionamento non farebbe una grinza se potesse esserci veramente un
significato comune precisamente determinato dei concetti di Stato e
di individuo, se, cioè, noi potessimo sul serio sostituire mentalmente a quelle
parole una qualunque realtà di fatto a confini netti. Ma, al contra¬ rio,
è facile accorgersi cbe. quando ciò si volesse fare con sincerità, ogni
sicurezza vacillerebbe, e a poco a poco all’illusione della certezza subentrereb¬ be
la certezza dell’illusione, i termini diverrebbero ambigui e la presunta
realtà di fatto andrebbe allar¬ gandosi o restringendosi arbitrariamente
fino a comprendere tutto o a ridursi a un misero moncone. Sottigliezze —
si obietterà ancora incredulamente, — questioni di lana caprina, da cui
resta turbato soltanto chi è abituato a spaccare in quattro il capello, ma
che non possono preoccupare sul serio ehi guarda alla realtà nelle sue
manifestazioni essenziali: se tutti parliamo di Stato e c’intendiamo perfeLtamente,
vuol dire che, in sostanza, sappiamo *) Questo è, in sostanza, l'appunto
che mi fece il Gotitii nel eno (apporlo al Congresso di Bolzano (settembre
193(1). o Lo Sialo, si disse, non può intervenire in un dato momento,
perché è presente sempre. Ma non bisogna prendere la parola intervento in
senso diverso da quello che ormai è di uso comune » (Il procedimento
sperimentale dell’economia corporativa, in « Giornale degli econo¬ misti».
La risposta alle obiezioni del Gobbi dovrebhe risultare abbastanza chiara
da lutto il contenuto di questo capitolo, che vorrei porre come pregiudiziale
di ogni ulteriore discussione sulla validità dei principi della scienza
economica. tutti che cosa esso sia. o per lo meno che cosi crediamo
che sia. Ebbene, a rischio di apparire banali, abbandoniamo per un momento
il terreno più propriamente scientifico della discussione, trascuriamo
cioè le attuali controversie dottrinarie, e scendiamo anche noi a quel
senso comune cui ci richiamano pe¬ rentoriamente alcuni economisti, quasi
avessimo perso il contatto con la terra per la velleità di correre
inutilmente per i cieli. Scendiamo, dico, a ragionare all ingrosso e a
determinare su per giù questo comunissimo concetto dello Stato: vediamo,
insomma, se è possibile giungere a una conclusione pralica qualsiasi, che
ci autorizzi poi a rimanere fedeli a ciò che gli economisti dicono quando
parlano di Stato e individuo, di intervento, di libera concorrenza, di
monopolio, ecc. Se vi perverremo, se potremo comunque pervenirvi, ogni
ragione di dissenso sarà tolta, e ognuno potrà proseguire in pace il
suo cammino; ma se, per avventura, ciò non fosse possibile, bisognerebbe
pure che gli econo¬ misti si decidessero ad affrontare tutte le
conseguenze e a mettere cioè in discussione tutti i principi della loro
scienza. Tra le diverse risposte che potrebbero darsi alla domanda:
«che cosa è lo Stato?», credo che un economista finirebbe col preferire
quella che si ricollegasse al concetto di bilancio dello Stato: Stato
è 1 ente il cui bilancio si chiama appunto bilancio dello Stato. E sarebbe ima
risposta precisa, inequivocabile., perfettamente individuata
nell’organismo di un sistema scientifico, sì cbe ogni ulteriore discussione
sulla sua legittimità dovrebbe apparire inutile. Ma se gli economisti danno
allo Stato questo significalo ristretto di amministrazione centrale, non è
certamente a esso che si limitano quando parlano di intervento statale
nell’economia individuale. Nessuno infatti crede di dover distinguere
l’intervento dello Stato strido sensu da quello, ad esempio, della provincia, o
del comune, o di un ente pubblico in genere: e nessuno pensa a
un rapporto necessario tra intervento politico e bilancio dello Stato
quando si stabilisce, ad esempio, lina riduzione del numero delle osterie.
Ci deve essere, dunque, un altro criterio per determinare i
confini di quella realtà cbe gli economisti chiamano Stato, e
studiano in rapporto ai fenomeni della libera concorrenza. A tal riguardo,
oggi Stato in Italia sono senza dubbio anche l’organismo
corporativo e il partito nazionale fascista, che di gran lunga trascendono
la particolare vita del bilancio statale, e da cui nessuno potrebbe senza
arbitrio prescindere per spiegarsi l’attuale vita economica della nazione. E
dunque lo Stato si allarga necessariamente, anche se ci limitiamo a questa
prima considerazione empirica del problema, daH’ammiiiistrazione centrale
a quella periferica, da pochi organi determinati a una molteplicità indefinita
di poteri regolatori. Sì che l’economista deve tornare a porsi il problema
da capo e andare alla ricerca di un criterio comprensivo di questa più vasta
realtà cui deve riconoscere la qualifica di Stato. Non più
tecnicamente rilevabile attraverso un particolare fenomeno economico come quello
del bilancio statale, la distinzione di Stato e individuo deve a
questo punto trascinare l’economista di là dai confini della sua scienza,
e indurlo a ricercare nel campo del diritto e della politica quel
concetto di Stato che gli è necessario per costruire scientificamente una
teoria degli effetti economici dell’intervento statale. Lo sconfinamento è, al
solito, in gran parte inconsapevole e la soluzione del proble¬ ma
resta, nella letteratura della odierna scienza economica, affatto indeterminata
ed equivoca. All’ingrosso si può dire che l’economista contrappone Stato e
individuo intendendo contrapporre governo e governati. E anche questa
distinzione potrebbe reputarsi precisa e perentoria, se fosse possibile
in realtà individuare non arbitrariamente il concetto di governante;
se fosse possibile, in altri termini, distinguere di fatto i governanti
dai governati, ossia la volontà e l’azione economica dei governanti dalla
volontà e dall’azione economica dei governati. Se lo Stato, in effetti, è
sinomino di governo, l’intervento statale non potrà concepirsi se non
come quello esercitato da un’autorità governativa, ma, anche qui,
nessun economista può essere tanto ingenuo da identificare tale autorità con la
persona del sovrano e con il gabinetto. Anche qui è necessario scendere
dal governo strido sensu al potere governativo esteso a tutte le autorità
centrali e periferiche, da quelle dei ministri a quelle degli enti locali,
delle federazioni, dei sindacati, del partito, ecc. E il problema di nuovo
si allarga in modo indefinito, senza che all’eonomia sia possibile
empiricamente raggiungere i limiti dell’attività governativa e degli uomini che
la impersonano. Di gerarca in gerarca si scende tutta la scala dell’
organismo sodale, senza die sia mai possibile arrestarsi e trovare sul
serio l’individuo che sia governato senza governare. Quando anche si sia
scesi fino al fondo della scala e si sia raggiunta la massa degli
individui che sembra non abbia altro compito sociale se non quello di
lavorare e di obbedire, si deve pur riconoscere, e lo Stato moderno lo
riconosce di fatto, che la massa stessa si articola, si eleva, si spiritualizza
e fa cioè sentire la sua volontà. In quanto essa è qualche cosa nel mondo
sociale, è azione, e cioè governo, così come lo stesso ordinamento
giuridico riconosce allorché a essa affida il compito di votare, vale a
dire di porsi a tu per tu con la suprema autorità governativa, e riconoscerla o
disconoscerla, darle o toglierle il governo, e quindi condizionare e
disciplinare tutta l’azione governativa. Governo e governati vengono
perciò a fondersi nel circolo della vita polìtica, e gli ultimi toccano i
primi, in un organismo unico armonicamente costitui¬ to. Quest’organismo,
che tutti li comprende e che si esprime in una volontà unica, è appunto e
soltanto lo Stato, con il quale l'individuo, in quanto animale sociale,
non può non coincidere assolu¬ tamente. A questo nuovo concetto e a
questa nuova real¬ tà dello Stato, per cui l’antinomia di Stato e individuo
si è venuta via via risolvendo, si è pervenu¬ ti a traverso un processo
storico che qui non è il caso di illustrare in modo particolare. Basti
dire ch’esso è il processo dello spirito umano, del pensiero del secolo
XÌX e dei primi decenni del XX, 39 — della critica della vecchia
trascendenza e dell’ultima sua forma concretatasi neìl’individualisino
illuministico: è il passaggio del liberalismo dalla sua forma irrazionale
e anarchica a quella organica e disciplinata, è il trasformarsi
dell’opposizione più o meno radicale all’autorità e alla realtà dello
Stato nel riconoscimento del suo universale valore immanentistico. Naturalmente
le fasi dello sviluppo non si possono individuare con facilità e anzi
di esse non è dato aver coscienza, se non quando si sia pervenuti
alla piena comprensione dei risultati raggiunti: sono fasi riconoscibili solo
dall’occhio esperto del cultore di studi storici e filosofici, che sa risalire
alle fonti del nuovo orientamento speculativo e determinarne la necessità
logica, ragione del- rineluttabile shocco nella vita pratica. E allo
storico solo è, quindi, consentito di volgersi con piena consapevolezza
alla presente realtà politica per adoperare in senso non occasionale
termini ed espressioni relativi a un’esperienza anch’essa
non occasionale. Quando si parla, non ciarlatanescamente, di economia
corporativa, non s’intende parlare né di una speciale forma di economia
relativa a una contingente esperienza politica, né di una esperienza
politica arbitraria da ordinare scientificamente. S’intende, invece,
riconoscere storicamente e scientificamente un ulteriore sviluppo della
scienza economica, ossia l’erroneità di certi suoi presupposti e la necessità
di sostituirli con altri: e s’intende, insieme, riconoscere la razionalità di
uno sviluppo politico, dovuto agli stessi motivi spirituali dello sviluppo
scientifico e tutt’uno con esso. Stato corporativo ed economia corporativa
sono, in altri termini, frutti imprescindibili dello spirito moderno ed
espressioni del massimo livello da esso raggiunto : qualunque sia la forma clic
verrà assumendo l’idea eorporativa, è eerlo che essa, per il superiore concetto
di Stato che rappresenta, informerà tutta la scienza e la politica dell’avvenire. Ma
perché la previsione non riesca fallace è necessario saper discernere bene
ciò che vi ha di essenziale nel movimento corporativo, e non confondere la
sua realtà positiva con le particolari forme, con i molteplici tentativi e anche
con le inevitabili deviazioni della complicata prassi politica. Il che
vuol dire che non bisogna considerare i fatti nella Ioto immediatezza
indistinta, bensì valutarli alla stregua di un criterio storico che ne
spieghi la necessità logica. Se essi sono frutto della storia
non possono intendersi se non attraverso la storia, ossia attraverso lo
sviluppo del pensiero che nella storia si esprime, e debbono essere
avviati verso quegli ulteriori ideali che sorgono dalla consapevolezza
storica e scientifica. Allora l’idea corporativa può venire sul serio
individuata e resa intelligibile, cioè elevata alla considerazione scientifica,
non a titolo di nuovo oggetto di studio, ma come ragione interna dello
stesso processo scientifico. Allora l’idea corporativa esce dalla vaga
formulazione propria di un’esperienza politica in
rapidissimo movimento e si riconosce in una verità storica che è
frutto di una secolare elaborazione dottrinaria e pratica: l’identità di
Stato e individuo. Ora, se guardiamo all’ordinamento corporativo da questo
superiore punto di vista, dobbiamo convenire che il suo effettivo significato
storico sta appunto nel tentativo di rendere sempre più concreta
l’organicità statale della vita della nazione, e cioè di rendere lo Stato
sempre più immanente alla vita dell’individuo. Nel regime corporativo lo
Stato è destinato a perdere la caratteristica di un ente
tra¬ scendente, a non contrapporsi, cioè, agli individui che sono
soggetti alla sua autorità, ma ad estendere via via i propri confini
scendendo dal vertice alla base e ricomprendendo senza residui tutta la
realtà sociale. L’autorità dello Stato non è più una disciplina che si
impone ai cittadini dall’esterno, ma è la stessa disciplina con cui lo
Stato si organizza nel suo interno: poiché nella corporazione si
incontrano di fatto Stato e individuo, e reciprocamente si trasformano in
un rapporto dialettico che dà significato a entramhi i termini. Cosi nel
diritto come nell’economia rincontro, naturalmente, si esprime con
la identificazione progressiva del pubblico e del privato, e basta
guardarsi intorno per convincersi del¬ la radicale e rapidissima
trasformazione die questi concetti vanno subendo in tutti i rapporti della
vita sociale. Parlare oggi, ad esempio, di proprietà privata, senza
riconoscere anche ad essa un sostanziale carattere pubblicistico, è un
assurdo che risulta evidente a ogni giurista non fossilizzato. E, se dal
concetto base della proprietà scendiamo agli altri infiniti che a esso si
ricollegano, tanto dal punto di vista giuridico quanto da quello economico, è
facile accorgersi che tutti acquistano un significato statale al quale nella
realtà non possono sottrarsi. Costi, prezzi, salari, iniziative, imprese,
banche, negozi, commerci, ecc., tutto è ormai, non solo
implicitamente come sempre, ma anche con progressiva consapevolezza ed
esplicita volontà, subordinato a una disci¬ plina statale di cui sarebbe
assurdo voler segnare i confini. Ed è proprio questa impossibilità che
or- mai rende chiaro, anche sul terreno della realtà politica, il
progressivo svuotamento delle locuzioni tanto abituali nella letteratura
della vecchia economia. Che cosa può mai significare oggi
intervento statale nell economia individuale, quando si è
reso esplicito anche ai più ciechi che non esiste alcun atto
economico che non sia condizionato dall’organisnio statale? Finché lo Stato si
personificava in un ente e si esauriva nell opera di una
burocrazia, esso poteva intervenire in una realtà che era fuori dell
ente e della burocrazia: ma oggi che Io Stato non è, neppure in apparenza,
un ente, né si limita a una huroerazia, perché si estende attraverso la
vita sindacale a tutti gli individui, oggi finalmente è scomparso il
soggetto stesso dell’intervento facendo scomparire con sé tutte le proprie
particolari manifestazioni. Per chi continuasse a sorridere
scetticamente sarà opportuno portare un esempio molto noto: quello
del calmiere. Non so se molti hanno riflettuto sulle vicende che ha subito il
calmiere in Italia in questi ultimi anni: a chi non lo avesse fatto e si
domandasse 6e oggi in Italia esistono tuttavia dei calmieri, dovrebbe
apparire chiara una sola risposta e cioè che oggi in Italia la parola
calmiere non ha più significato, è diventata anacronistica e ha
seguito la sorte di quella concezione politica ed economica che il
fascismo viene liquidando. Ancora fino a qualche anno fa si parlava di
bardature economiche e della necessità di sopprimerle, ancora si
contrapponeva l’intervento alla libertà e si discuteva quindi sulla
legittimità o meno dei calmieri. Oggi la questione è superata, non risolta
né nell’uno né nell’altro senso, ma vuotata di conte- mito
attraverso la consapevolezza acquisita dell’assoluta unità della vita economica
italiana. Che significato dar piu alla parola calmiere quando in pochi giorni
prezzi e costi sono mutati in tutto il paese in virtù di una sola parola
d’ordine? Quando contratti collettivi, stipendi, salari, prezzi di
vendita all’ingrosso e al minuto, ecc., sono tutti legati da
una ferrea disciplina nazionale? Che non è, si comprende bene, una
disciplina arbitraria e quindi antigiuridica e antieconomica, ma, almeno nella
sua realtà migliore, il disciplinarsi stesso, e dairinterno,
della vita economica d^l paese vista in funzione di un unico fine
statale^ È lo Stato che coincide con l’individuo e lo risolve nella propria
organicità : è l’indi¬ viduo che vede nello Stato la sua ragion d’essere
e lo risolve nella propria volontà. La tesi dell'identità di Stato e
individuo, che teoricamente e storicamente si è venuta
delineando, può ancora andare incontro — come si è già accennato — a una
obiezione di carattere empirico, fondata sulla constatazione di un reale
contrasto tra l’attività e le finalità economiche dell’individuo
e quelle dello Stato. È vero — ci si può opporre e ci si oppone in
effetti da più parti — che in teoria, ossia, idealmente. Stato e individuo
coincidono, ma nella concreta vita sociale è pur vero che
l’opposizione o almeno la differenza c’è, e con il suo solo
esserci non può non smentire la teoria. O voi dunque — si continua —
vi contentate di restare in un’atmosfera di pura idealità io cui la teoria
si esaurisce compiutamente in se stessa, e allora potrete avere anche ragione:
o voi invece volete che la teoria si adegui alla realtà e serva ai suoi fini, e
allora dovete riconoscere che la vita è radicalmente diversa
da quella che voi andate teorizzando. Nel primo caso fate una
metafisica, nel secondo lina cattiva economia. Prima di rispondere
esplicitamente a questa obiezione, sarà opportuno ricercare le ragioni
effettive del contrasto indubbiamente esistente e sempre risorgerne nella
vita sociale tra fine pubblico e fine privato. Tale contrasto — diciamo
anche noi — c’è e sarebbe stolto negarlo o porlo comunque in dubbio, tanto
evidente esso è nella vita di ogni giorno e nella coscienza intima di
ognuno di noi. Se diminuiscono gli stipendi e io sono uno stipendiato,
posso logicamente convincermi della necessità e quindi dell’utilità
economica nazionale della riduzione, ma, se mi fosse lecito sottrarmi alla
legge comune, e ottenere che il mio stipendio sfuggisse al provvedimento
generale, con molta probabilità sarei lieto dell’eccezione e agirei perché
essa si verificasse. Il che vuol dire che in realtà tra il mio fine
individuale e quello stalale c’è un contrasto esplicito e che l’agire
economico mio non è identificabile con quello dello Stato. Ma se così è,
non bisogna tuttavia arrestarsi al riconoscimento e occorre spiegarsi la
contraddizione Ira ciò che sarebbe logico e ciò che è reale. E basta
appena porre il problema in questi termini per accorgersi che la ragione
dell’indiscu- libile fatto è appunto contraria alla logica, è
essen¬ zialmente. profondamente illogica. Il contrasto, in altri
termini, c’è, ma è dovuto a una deficienza, a una negatività; esso
rappresenta il lato patologico dell’effettiva realtà sociale, ossia
l’elemento disgregatore e non quello unificatore della società. Se poi
volessimo renderci conto della radice del male e ricercare in'quale dei
due termini del rapporto Stato-individuo si verifica la ragione
del contrasto, dovremmo riconoscere che non a uno solo di essi può
limitarsi la colpa, poiché a fondamento di entrambi è sempre una attività
umana suscettibile di degenerare nelFegnismo antisociale, l’identità
si spezza o almeno si attenua ogni volta che l’individuo si fa diverso
dallo Stato: ogni volta insomma che lo Stato diventa sopraffattore o che l’individuo
diventa ribelle. Alcune brevi osservazioni potranno chiarire il duplice modo
del sorgere dell'antitesi. E cominciamo dallo Stato, contro il quale
generalmente si appuntano le critiche degli economisti, insofferenti del contrasto
soltanto quando l’azione statale ne sia la fonte. Chi può negare un
qualsiasi fondamento alle critiche dei liberisti contro gli interventi
dello Stato nel campo dell'economia individuale? E se non è possibile una
negazione perentoria, come si spiega il verificarsi di interventi dannosi
e antieconomici? Per rispondere in modo scientificamente esatto bisogna
convenire che l’azione economica statale è nociva soltanto quando lo Stato
non è veramente tale, e cioè quando rinnega la sua realtà universali
zzatrice e si parti eoi arizza in determinati individui o in una
determinata classe. Il modo, poi, in cui il particolarizzarsi dello
Stalo può effettuarsi è duplice, a seconda che lo Stato
si differenzia dalla nazione per ignoranza o per inte¬ resse. Nel
primo caso lo Stato — o, per non equivocare, il governo in senso stretto, o,
meglio ancora, gli individui che lo impersonano — interpreta
arbitrariamente la volontà della nazione e agisce in senso antieconomico
perché rompe l’organismo sociale, imponendo una volontà affatto
individuale, disgregatrice di quella universale. È il governante che
vuole agire per lo Stato, ina che in effetti opera contro lo Stato per
l’incapacità di dare valore universale alla propria volontà. Nel secondo
caso, in cui il governante agisce per interesse proprio, non solo manca la
capacità di universalizzarsi e di assurgere veramente a Stato, ma c è
addirittura la volontà di particolarizzatsi anteponendo dolosamente la
propria individualità allo Stalo. È il caso del tiranno o della classe
dirigente che abbassa la nazione a strumento dei propri fini
particolari. Ora, è chiaro che tanto nel primo quanto nel secondo
caso la tesi dell’identità d’individuo e Stato, lungi dall essere scossa e
compromessa, è luminosamente confermata nella sua assolutezza. Il dualismo
infatti è possibile in entramhi i casi non per la contemporanea esistenza
di due realtà distinte che sarebbero l’individuo e lo Stato, nia per la
inesi¬ stenza di una vera volonlà statale. Sono individui (Stato) che
si contrappongono a individui (sudditi) in un contrasto anarchico di fini
particolari: l’unità di individuo e Stato non può effettuarsi,
perché inanca quella realtà universale in cui i due terniini debbono
incontrarsi e sintetizzarsi; manca — rigorosamente parlando — lo Stato. E
l’individuo si oppone allo Stato non perché veda in esso uno volonlà e un
fine universali contrastanti con la propria volontà particolare, ma solo
perché vi scorge una volontà anch essa particolare che non ha
alcuna ragione intrinseca di prevalere. Queste stesse osservazioni,
fatte per dimostrare 1 origine patologica del dualismo di Stato e
individuo, valgono, presso a poco negli stessi termini, per il caso che la
colpa di esso debba attribuirsi all’individuo. È vero che 1 individuo spesso
concepisce il proprio fine e il proprio interesse come
contrastanti con quelli dello Stato, ma la ragione va trovata anche qui o
nell'ignoranza del valore del fine statale o nella volontà di sopraffare
lo Stato abbassandolo a strumento del proprio interesse particolare e
violentando la volontà degli altri individui. In entrambi i casi la sua
condotta non si spiega con l’esistenza di due realtà distinte: individuo e
Stato, ma solo con la negazione di uno dei due termini. È
rindividuo che non riconosce lo Stato. Se per poco lo riconoscesse, se ne
ritenesse giustificata l’esistenza e lo sentisse come valore da difendere,
diverrebbe sua preoccupazione quella di conformare la propria volontà
alla volontà dello Stato, di coordinare cioè il proprio mondo con
quello dello Stato in un'unità superiore in cui i due termini si
risolvessero. E insomma ancora una volta si deve concludere che se di Stato
può propriamente parlarsi, se lo Stato non è un nome ma una realtà
effettiva, esso non può che coincidere con l’individuo. L’antinomia
sussiste e sempre sussisterà, ma come il male nel processo dello spirito,
vale a dire come la volontà di negare ciò che ha valore universale, di
sopprimere o di menomare lo Stato. Forse neppure dopo l’analisi del
contrasto tra Stato e individuo possono ritenersi
definitivamente combattute le obiezioni che si fanno alla tesi
della identità dei due termini. Ebbene — ci si potrebbe ancora dire —
sia pur giusto quanto voi sostenete e sia pur vero che il contrasto denota
soltanto la man¬ canza o la menomazione della realtà dello Stato, ma
intanto, comunque, il contrasto c’è ed è fonda- mentale, sì che da esso
non è lecito prescindere, sen¬ za abbandonare la realtà concreta e
smarrirsi dietro un utopistico ideale. Noi dobbiamo fare la
scienza della vita quale essa storicamente ci si presenta, e non
quella di un mondo astratto, fosse anche il più celestiale dei mondi
possibili. A evitare ogni timore di tal sorta potremmo richiamarci al
carattere radicalmente storicistico del nostro assunto: nessuno più di noi
può aver l’intenzione di aderire alla realtà e di trovare in essa
e soltanto in essa la norma scientifica. E perciò sarà opportuno
dichiarare senz’altro perentoriamente che nessuno più di noi è convinto dell’esistenza
del contrasto; che nessuno più di noi è disposto a riconoscere
l’impossibilità dell’eliminazione totale, sia pur fantasticata nel più
lontano futuro, del contrasto stesso. L’antinomia c’è e sempre risorgerà,
perché essa è nella dialettica della vita, sì che sopprimerla davvero
per sempre significherebbe sopprimere con essa la vita. La quale non è
perfezione ma processo I ; di perfezionamento, e perciò non
identità statica dì individuale e universale, vale a dire non
conquista definitiva del valore, ma sforzo continuo di adeguamento
dell’individuale all'universale, ossia conquista di valori sempre più alti. Per
adeguarsi allo Sta¬ to l'individuo deve vincere se stesso, superare
la propria particolarità, dominare gli impulsi, rinun¬ ciare
all’arbitrio, disciplinarsi insomma attraverso una serie di sforzi, in cui
il dualismo riaffiora continuamente e non può mai dirsi risolto
per intero. Ma se questa è legge di vita, anzi la vita stes¬ sa
nel suo svolgimento, occorre poi saper distinguere entro il processo i due
termini dialettici e non confondere il negativo con il positivo.
L’individuo è veramente tale, è cioè una realtà positiva o un valore
spirituale solo per quel tanto che riesce a universalizzarsi nello Stato:
per quel tanto invece per cui resta al di qua dello Stato egli è non
valore, irrazionalità, mero arbitrio disgregatore della real¬ ta
sociale; è particolarità chiusa in se stessa e inca¬ pace di divenire
comunque termine di rapporto, lira, è chiaro che un soggetto il quale
sfugga alla possibilità di un rapporto con gli altri soggetti — se
non sfuggisse, la sua particolarità sarebbe con ciò «lesso superata, e
quindi l’ipotesi negata — è assolutamente negativo, ossia assolutamente
inintelligibile. Volerlo considerare oggettivamente, facendolo assurgere a
contenuto di scienza, è impresa tanto disperata e assurda, quanto quella di
voler fare scienza dell irreale: e purtroppo in questa assurda fatica si è
cimentata finora la scienza dell’economia per quel tanto per cui ha
vo¬ luto tener fede ai suoi presupposti e assumere veste ^ •
SniJTtì 50 — sistematica. 11 così detto homo aeconomicus è appunto
l’ipotesi astratta dell’individuo visto, non in un particolare aspetto
della sua attività di uomo — come erroneamente è stato ritenuto dagli
economisti —, bensì nella mera negatività del soggetto considerato come
particolare. Esso, dunque, non è un’ipotesi scientifica — per astratta cbe
la si vo¬ glia pensare — ma proprio l’ipotesi negativa della scienza:
se esistessero di fatto gli “homines œconomici”, il loro agire, per
definizione, non sarebbe suscettibile di sistemazione scientifica. Per quel
tanto, invece, per cui l’uomo entra in rapporto con gli altri e supera la
propria parti¬ colarità nell’opera di collaborazione, per quel
tanto appunto esso diventa intelligibile e logicamente considerabile.
La sua azione trascende, infatti, l’ar¬ bitrio e si razionalizza, il suo
procedere si disciplina secondo norme determinate e la sua soggettività si
risolve neH’organismo della vita sociale, nello Stato. Per quel tanto,
insomma, per cui individuo e Stato si identificano, il soggetto economico
— In Stato cbe è individuo o l’individuo che è Stato — diventa una
realtà positiva, e l’azione economica diventa suscettibile di
considerazione scientifica. O si fa scienza e si riconosce l’identità
sostanziale dei due termini, o si ipostatizza l’individuo considerandolo
positivo nella sua particolarità e si rinuncia alla scienza. Ogni via di
mezzo è fatalmente destinata all’equivoco e all’errore. A illustrare
l’argomentazione potrà forse valere un esempio tratto da altre discipline:
la grammatica o la sintassi. Sono discipline cbe ci indicano le leggi del
parlare e dello scrivere; leggi non fissate arbitrariamente, ma ritrovate nella
realtà di coloro die parlano e scrivono. Se non che, così come nel
rapporto tra individuo e Stato nella vita economica, anche qui l’individuo
non si adegua sempre all universale della legge e
comunemente sgrammatica. Anche qui il parlar secondo grammatica è un
ideale che di fatto non è mai raggiunto, né sarà mai raggiunto; eppure a
nessuno viene in mente di fare la grammatica dell’individuo e
di porre a fondamento di essa l’arbitrio di parlare come si desidera. Se
si vuol fare scienza occorre pur considerare l'elemento positivo e non
quello nega¬ tivo: occorre cioè determinare l’universale in
cui gl'individui convengono e non il particolare che non riescono a
superare. Ora, la scienza deH’economia ha mirato proprio a fare la
grammatica dell’individuo, e, quando non è stata arrestata lungo la
china dalla forza imperiosa della realtà, è precipitata addirittura nell
unica conseguenza possibile, quella dell ideale della libera concorrenza,
che, mante? nendo ancora il paragone, vai quanto l’ideale del lihero
parlare, ossia del parlare senza grammatica. Mapotrebbe forse osservare a
questo punto I economista a fondo positivisteggiante — noi
non vogliamo indicare norme di vita. Noi vogliamo, cioè, indicare
nella libera concorrenza non un ideale economico, ma un ipotesi economica
: se si raggiungesse I ideale della lihera concorrenza quali feno¬ meni si
verificherebbero? — ecco il problema. Ebbene, rispondiamo ancora una volta,
l’ipotesi non ha senso come non avrebbe senso lo sforzo del grammatico che
volesse studiare la grammatica di un ipotetico paese in cui ognuno
parlasse un linguaggio proprio. 0 la libera concorrenza ha una qualsiasi disciplina
e si compone nella vita statale, e allora si può analizzare entro l’ambito di
tale disciplina; o la libera concorrenza è davvero l’incontro irrazionale
di soggettività particolari, e allora non può essere cbe abbandonata a se
stessa. Nelle osservazioni che precedono si è cercato di dare un
concetto preciso della tesi dell’identità di individuo e Stato, e di
mostrarne il carattere storicistico, che la pone non a fondamento di una
qualsiasi opinione scientifica, bensì come principio informatore necessario
della nuova scienza economica, in quanto la si renda adeguata al livello
speculativo e politico della vita contemporanea. A quali conseguenze il
nuovo principio conduca nella costruzione sistematica dell’economia non è
possìbile illustrare se non costruendo appunto la nuova scienza; tuttavia
deve già a questo punto risultar chiaro che le conseguenze non possono
essere di carattere accessorio o particolare, ma tali da trasformare
radicalmente la fisionomia della dottrina economica. Spostare il soggetto economico
daWhomn cecoiwmicus, ossia dall’individuo particolare, all’individuo
visto nella sua identità con lo Stato, significa mutare nb imis i
concetti di valore, di utilità, di benessere, di bene economico, di
ricchezza, di libera concorrenza, di monopolio, di intervento statale,
ecc. : di tutti i concetti fondamentali, cioè, dell’economia quale si
è venuta costruendo da secoli. Sarà una trasformazione lunga e faticosa, e
tanto più ardua quanto piu ci si andrà avvicinando alla trattazione dei
prò- blem, particolari, in cui è facile smarrire la coscien- za c ei
presupposti e degenerare in un falso tecnicismo. Ma sarà una trasformazione
assolutamente ne- cessarla, alla quale converrebbe che aprissero fin
da ora gli occhi quegl, economisti che si cullano tutta- via nella
illusione di possedere leggi e teoremi di inoppugnabile certezza. Uno
dei problemi fondamentali dell’economia, in cui la tesi dell’identità di
individuo e Stato può Irovare la conferma del suo valore critico e
ricostruttivo, è certamente quello del benessere. Preoccupazione costante della
scienza è stata la ricerca delle condizioni necessarie per il
raggiungimento del massimo benessere individuale e del
massimo benessere sociale, e a questo supremo fine si può dire siano
subordinate tutte le particolari teorie e indagini degli economisti, anche
quando essi ripudiano come antiscientifico il concetto di disciplina normativa.
Se essi confrontano, infatti, le diverse ipotesi economiche e ne studiano, sia
pure astrattamente, le peculiari conseguenze, debbono avere, per il
fine stesso che si propongono, un criterio di confronto, e debbono poter
esprimere un giudizio comparativo di valore (economico). Vero è che
Feconomista, a cui oggi si domandi se sia migliore il regime di libera concorrenza
o quello di monopolio, risponde di non potersi pronunziare in merito
dovendosi limitare scientificamente a esporre 1 andamento dei fenomeni
economici nei due casi indicati, ma è pur vero che tali fenomeni
— presi almeno a uno a uno, — non possono chiarirsi e determinarsi se
non in funzione di un concetto quantitativo (più o meno utile, maggiore o
minore reddito, aumento o diminuzione della produzione, ecc.) che è
implicitamente valutativo o normativo. Si potrà non concludere in favore
dell’uno o del- 1 ahro regime, ma ciò dipenderà esclusivamente
dall’impossibilità di sommare con esattezza tutti i prò e tutti i contro
delle diverse ipotesi, non dal¬ la rinuncia a determinare i singoli prò e
i sìngoli contro. Così, quando l’eoononiista afferma che la moneta
cattiva scaccia la buona, condanna, limitatamente al fenomeno preso in esame,
la emissione di moneta cattiva, anche se poi, tenendo presenti altri
fenomeni, riconosce che in determinati casi l’emissione di moneta cattiva possa
essere necessaria. E deve allora risultare chiaro che la rinunzia
dell economista a far diventare normativa la sua scienza va attribuita
unicamente all’incapacità di una visione sistematica dei fenomeni economici e
all impossibilità di decidersi fra regimi economici non bene determinati
in tutte le conseguenze. Un’economia veramente sistematica, sebbene fondata su
un principio affatto negativo, era 1 economia rigorosamente liberistica,
che assumeva a fondamento logico della scienza la libera concorrenza e
vedeva in essa l'ideale normativo della prassi politica. Ma quando la
negatività del principio si è andata a poco a poco rivelando anche ai più
ortodossi, il rigore sistematico si è affievolito e la scienza è scivolata
inavvertitamente nel frammentari¬ smo di indagini contradditorie. La ricerca
è diventata più complessa e meno dogmatica, e in tal senso sì è accostata
maggiormente alla vita e alle esigenze dello storicismo, ma, per l'incapacità
di dominare il mondo in la] guisa allargato, è caduta in un relativismo
scettico scientificamente disorganico e praticamente inutile e dannoso. Si
che, se oggi ci 6Ì volgesse intorno e si domandasse agli
economisti quale sia la strada da percorrere per giungere al massimo
benessere individuale e a quello sociale, non si potrebbero ascoltare che risposte
monche, indeterminate e, peggio ancora, evasive. Gli uni ci direbbero
che il problema riguarda la distribuzione e non la produzione, e tenderebbero
perciò a convertire il problema economico in un problema di politica
economica, per lavarsene le mani e rimettersi al prudente arbitrio
delluomo polìtico; allri ci risponderebbero che la soluzione teorica
è sempre quella della lihera concorrenza, la quale in aslratto
garantisce il massimo di ofelimità individuale e SQciale: ma poi
aggiungerebberoche tale soluzione teorica ha bisogno, per una quantità
di ragioni determinabili o indeterminabili, di correttivi più o meno
radicali; altri ancora distinguerebbero tra benessere individuale più
propriamente economico e benessere sociale, determinato, invece, da motivi
in gran parte di natura extraeconomica : altri, infine, si smarrirebbero nella
casistica del contingente e accumulerebbero risposte su risposte, senza
venire a capo di nulla. Ma tutti poi eviterebbero di affrontare o
sommariamente risolverebbero il problema fondamentale di determinare sul serio
il concetto di benessere individuale e sociale, e quindi tutti si
porrebbero nell’impossibilità di dare una risposta scientificamente rigorosa.
Poiché, al solito, l’incapacità degli odierni economisti di dar veste
sistematica alla loro scienza sta proprio nel sorvolare sui presupposti
della costruzione e nell impelagarsi in una congerie disastrosa di
questioni oziose o addirittura inesistenti, smarrendo la nozione stessa del
problema che pur si vuole affrontare. E perciò ancora una volta
occorre fermarsi al limitare, e domandarsi con precisione che cosa
vuol dire benessere individuale, che cosa benessere sociale, e che cosa
infine il rapporto tra le due specie di benessere. Vediamo anzitutto
quale significato hanno preteso di dare e quale significato hanno
effettivamen¬ te dato al concetto di benessere gli economisti
individualisti o liberali, nel tentativo più sistematico da essi compiuto
per la soluzione di questo problema. Vogliamo riferirei in particolar modo alla interpretazione
soggettivistica del concetto di utilità, e quindi alla cosiddetta ofelimità
massima individuale e statale. Credo che, anche limitando a questa teoria la
nostra indagine critica, nessun economista vorrà accusarci di unilateralità, perchè
nessuno potrebbe sul serio affermare resistenza nella scienza economica
contemporanea di una concezione più comprensiva del problema in esame. Con
il concetto di ofelimità la teoria classica dell economia individuale ha
raggiunto il massimo rigore che le era consentito. Se il soggetto
economico è 1 individuo singolo con finalità proprie estra- nee a quelle
degli altri individui, la nozione oggettiva di utile va necessariamente
cangiata in quella soggettiva di ofelimo: nessuno potrà affermare in astratto
Futilità di un bene, perché beni per se stessi utili non esistono, essendo
la loro utilità in funzione dei gusti e dei relativi bisogni degli
individui, L u- tilità di un bene varia perciò da indivìduo a individuo da
momento a momento della sua vita: quello stesso bene cbe oggi è al sommo
delle mie aspirazioni e cbe m’induee a sacrifici notevolissimi,
può diventare domani affatto irrilevante e tale da costringermi
addirittura a nuovi sacrifici per disfarmene. Vano era dunque il tentativo dei
vecchi economisti di determinare il valore dei heni e di spiegare
obiettivamente le ragioni della loro utilità: utile è soltanto Fofelimo,
vale a dire ciò cbe risponde al gusto contingente e arbitrario di dii
com¬ pie la scelta economica. Tutta la cosiddetta economia marginalia
ha preso le mosse da questo presupposto fondamen¬tale e si è trascinata
fin qui nell'illusione — non sempre cieca e totale — che nel puro
soggettivismo fosse tuttavia possibile alla scienza di porre un certo
ordine, frazionando idealmente in unità elementari i vari beni di un individuo
e confrontando le unità ultime di ciascun bene tra loro. Se soggettivo è
il concetto di utile, entriamo pure nell’ani¬ ma del soggetto e facciamo
la sintesi delFeeonomia e della psicologia: così hanno pensato i più
coerenti tra gli individualisti, giungendo infine alla conclusione
alquanto lapalissiana che di veramente certo nella logica di ogni
indivìduo non v’è che il biso¬ gno di procurarsi beni economici in
quantità tali da rendere eguali le soddisfazioni procurate dalle unità
ultime dei diversi beni. Il ragionamento, a prima vista impeccabile, si è
svolto in questi termini: se io vado al mercato a comprare pane e vino è
chiaro che comprerò tanto pane e tanto vino da far coincidere il piacere
che potrà procurarmi l’ultima parte del mio pane con quello che potrà
venirmi dall’ultima parte del mio vino. Se l’ultimo boccone del mio pane
avesse per me maggiore o minor valore dell’ul- timo sorso del mio vino, la
mia opera sarebbe illogica, perché rinuncerei senza ragione al massimo
di utilità possibile, facendo acquisto di troppo vino o di troppo
pane. Estendendo il ragionamento a tutti i miei beni e misurando la quantità di
ognuno posso giungere a determinare il valore relativo di essi: posso
cioè avere una nozione sperimentale del mio equilibrio economico. E se
infine dalla mia persona passo a quella degli altri individui che formano
la collettività, posso sempre sperimentalmente e oggettivamente giungere
alla nozione di un equilibrio generale, che è tuttavia la risultante di
molteplici mondi assolutamente soggettivi. Si compie in tal guisa il
miracolo della trasformazione di un’economia psicologica in un’economia
matematica, e ciò che sembrava l’espressione di un arbitrio inafferrabile
e indeterminabile diventa elemento rigorosamente determinato in una formula
algebrica. Ma la matematica è in questo caso una cattiva consigliera
e conviene aver la forza di resistere al suo fascino, per non essere
trascinati in un mondo tanio più fantastico quanto più tecnicamente
perfetto. E dalle sue equazioni vogliamo per un istante ritrarre lo
sguardo per ritornare all’mdividuo economico e vedere se tanta scienza possa
comunque illuminarlo nel suo cammino e se, soprattutto, pos- ea
comunque illuminargli la strada che gli altri individui percorrono con
lui. Ora è chiaro che l’economia marginalista non può dare
all’individuo nessun criterio orientativo nel mondo economico, poiché
l’azione economica, qualunque essa sia, è sempre, per definizione,
la migliore possihile. Se vado al mercato, compro quel hene, in quella
quantità, e a quel prezzo che rispondono nel modo più infallibile all’unico
criterio logico eh io possa in queiristante seguire: al criterio cioè del
mio gusto e del mio bisogno. Fare libera¬ mente una cosa che non piaccia è
evidentemente una contraddizione in termini, e se dunque fondamento
dell’economia è l’ofelimità, ogni atto eco- mico, in quanto compiuto senza
costrizioni, e necessariamente perfetto. E se perfetto è ogni
atto, perfetto sarà pure il sistema degli atti ossia tutta la vita
economica, si che ogni individuo, che agisca lìberamente, non può non
vivere lina vita rispon¬ dente al più allo ideale economico e non esser
sem¬ pre nello stato del massimo benessere possibile. Se non che una
perfezione così a buon mercato ha già dato qualche sospetto a taluno
degli economisti più intelligenti e c’è stato chi, sia pure di
sfuggita, dando uno sguardo più profondo alla vita del soggetto, si è
accorto nientemeno che le ofelimità marginali non sono confrontabili tra di
loro, neppure nello stesso individuo e neppure nello stesso istante. E poi
si è notato che il marginalismo implica la possibilità per lo meno ideale di
frazionare in unità elementari ogni bene economico e che invece tanti beni
economici sfuggono necessariamente a tale procedimento. Obiezioni queste che,
aggiunte a molte altre, hanno cominciato a scuotere la fede che dai pm si
aveva nel rigore del principio escomi» \f a non tanto si sarebbe avvertita
lL- surdita della posizione, se non si f osse tornali al p . aggio,
dapprima inconsapevolmente ritenuto le- fanello* dall’equilibrio
individuale a quello collettivo e cioè dal benessere del singolo
a quello della società. Posto, infatti, l’individuo a centro del
sistema, il massimo di ofelimità generale non ai e potuto trovare che nella
somma deimassimi delle ofelimità individuali, e allora logica¬ mente il p
rmin problema è sparito, in quanto rias- ?.°. r lt0 Senza ^e ® 1 l du, nel
secondo: ogni individuo ubero raggiunge il suo massimo e con ciò stesso
rag- giunge la somma massima la società di cui egli fa parte. Al a
scienza non resta da far altro che pren- der atto del migliore dei mondi
possibili. Se la scienza volesse comunque uscire da questo suo
atteggiamento dì completa passività di fron¬ te al problema del massimo
benessere individuale e sociale, il primo scoglio contro cui i suoi sforzi
dovrebbero necessariamente infrangersi sarebbe quello del confronto tra il
benessere di due individui di- yersi. Abbiamo già accennato allbbiezione
di chi ha dichiarato inconfrontahili le ofelimità margina- h di due
beni per uno stesso individuo, ma in quel caso si era tuttavia nell’ambito
del soggetto economico e la possibilità del paragone restava in qual¬ che
modo suscettibile di discussione. Ma quando si tratta di confrontare il
benessere di due individui e lo stesso presupposto psicologico
soggettivista che nega a P” 01 ; 1 °8 ni senso alla ricerca ed esclude
la possibilità di un qualsiasi risultato. E basta appena accennare a
questa conseguenza della teoria per accorgersi che la presunta soluzione del
problema è affatto verbalistica e vuota. Se dire massimo di benessere
sociale vuol dire somma di massimi individuali, questa somma deve pur
concepirsi possibile e gli addendi debbono pur potersi confrontare.
Ma confrontare vuol dire conoscere il rapporto quantitativo della
soddisfazione che un medesimo bene procura a due persone diverse e tale
rapporto è purtroppo impossibile per definizione. Dunque? Dunque il circolo
vizioso èsenza uscita di sorta e occorre impostare diversamente il problema. Né,
d’altra parte. l’economista potrebbe rinunziare al confronto, attenendosi per
astrazione a un tipo medio di uomo, che rendesse omogenei gli addendi da
sommare. In tal caso, infatti, l’unica soluzione del problema sarebbe di
eguagliare tutti i redditi individuali e di presumere in tal guisa
raggiunto il massimo benessere sociale. Il che, oltre tutto, sarebbe in
netta antitesi con il criterio di libera concorrenza, che è a fondamento,
assoluto o relativo, dell’economia marginalista. Ma il guaio peggiore
di questa ingarbuglia- tissima situazione viene a porsi in evidenza
allorché l’economista è costretto a passare dall’economia individuale a
quella della collettività (Stato, enti pubblici, sindacati, società, ecc.)
L’agnosticismo dello scienziato trova qui un limite assoluto ed egli
non può più evitare di rispondere con precisione ai problemi che
scaturiscono dalla coesistenza delle due economie. Se lo Stato deve
stabilire un’imposta, quali industrie e quali redditi colpirà e con quale
criterio? È chiaro che il criterio economicamente non può essere che uno e
cioè quello del massimo benessere sociale: ma intanto tale massimo può
concepirsi solo in regime di libera concorrenza e Firnposta è estranea per
definizione a tale regime, e slugge necessariamente alla logica del suo
sistema. imposta Sara scelta esclusivamente con criteri extra-economici e
l’economista, al solito, non solo non potrà dire la sua parola, ma non
riuscirà poi in alcuna maniera a misurare gli effetti di un imposta dal
punto di vista del benessere sodale: egli non potrà, cioè, giudicare né a
priori né a posteriori della bontà di un’imposta. Lo stesso ragionamento
può ripetersi a proposito di qualsiasi intervento statale nella vita economica
del paese: anzi lo stesso problema dell’intervento acquista una nuova
fisionomia e rende vanaogni attività dello scienziato in questo campo. Quando
gli economisti si sono poco o molto allontanati dalla tesi rigorosamente
liberista e hanno ammesso la possibilità, in determinate condizioni, di un
intervento statale economicamente vantaggioso, hanno dato, senza avvedersene,
un colpo mortale alla teoria dell’ofelimità, rendendo oggettivo ciò
che avevano perentoriamente affermato come soggettivo, e confrontando, sia
pure in astratto e in linea di mera ipotesi, il benessere procurato da due
situazioni economiche diverse. 0 si tien fede al carattere soggettivo della
ofelimità e allora bisogna lasciare 1 individuo arbitro incondizionato
della sua vita economica e giudice incontrollato del suo benessere; o si
ammette, anche per un attimo e con ogni sorta di limitazioni, la
confrontabilità delle soddisfazioni, e allora si deve rinunziare a
costruire la seienza sul fondamento della scuola psicologia. Ma intanto convien
pure riconoscere, con i soggettivisti, che il benessere procurato da una
sterlina a un povero è maggiore di quello procurato a un ricco e che,
in tesi generale, uno stesso bene procura soddisfazioni diverse a diversi
individui; come pure bisogna riconoscere, contro i soggettivisti,
che qualunque indagine relativa ai problemi economici implica
inesorabilmente la determinazione obiettiva di un rapporto tra diversi stati di
benessere: e ingomma è necessario concludere che tra soggettivismo e
oggettivismo economico esiste un'antinomia radicale, sulla quale non si è
fatta la debita luce, e che perciò rende infecondi tutti gli studi e i
tentativi compiuti dagli economisti per giungere a una costruzione
veramente sistematica. Il problema che vien fuori dalle considerazioni
precedenti è, dunque, quello di trovare un criterio con il quale superare
Tantinomia di ofelimo e utile, ossia di soggettivo e oggettivo, e dare in
conseguenza un significato intelligibile e non contradditorio ai concetti di
massimo benessere individuale e massimo benessere sociale. La via da
seguire deve essere naturalmente quella prescelta dagli
stessi economisti che hanno posto la nozione di ofelimità a
fondamento della scienza, vale a dire l’analisi psicologica del soggetto
economico. E non sarà certamente colpa nostra se i confini della
particolare scienza economica saranno valicati, come non è sta¬ta colpa
dei puristi che sono scesi su questo terreno, anche se oggi fanno la voce
grossa a chi osa parlare di rapporti tra scienza e filosofia. La
distinzione tra ofelimo e utile domina ormai tutta la scienza economica e
ne spiega 1 attuale struttura: se non si vuol dunque accoglierla come le
colonne d’Èrcole dello scienziato, bisogna pur che i tecnici si abbassino
a discuterla, lasciando per un poco di ammirare e perfezionare i maestosi castelli
matematici che vi hanno fondato sopra. La teoria soggettivista considera
l'individuo economico, che fa una scelta, come dominato immediatamente da
un gusto o da un bisogno che è quello che è: essa non si rende conto né si
vuol render conto del perché di quel gusto, né del rapporto tra un gusto e
un altro dello stesso individuo. Vero è che di tale rapporto si parla
quando si confrontano tra loro le utilità marginali dei diversi beni acquistati
da un individuo e si afferma ch’esse sono eguali, ma il rapporto si limita
a una scelta economica puntualizzata in un dato momento della vita di
un individuo e non vale in alcuna maniera a chiarire il passaggio da un
equilibrio di gusti a un altro equilibrio di gusti, o, più semplicemente,
da un gusto all altro. Inoltre, anche quando il rapporto lo si supponga
puntualizzato in una data scelta, esso non può tradursi in un’eguaglianza
quantita¬ tiva se non attraverso Tarhitrio dello scienziato, per- che
di fatto l’ofelìmità dei diversi beni non è con¬ frontabile dal soggetto,
se per definizione questo si intenda dominato da una mera molteplicità di
gusti. Per dosare un gusto e il bene atto a soddisfarlo è necessario
rendersi conto di rapporti logici deter- v-u L V n S Ca de “ dlst,nzi .°.
ne è stala da noi fatta nel saggio Tr ' r ?oi°n P * j 610 ’ m L, ‘ crltlca
dell’economia liberale, Milano, re\es, Ì9ó0. Ad essa quindi rimandiamo il
lettore che volesse appio on ire. la questione: qui ci limitiamo a presupporla
e intentino insistere invece sui criteri ricostruitivi cui essa dà luogo. minabili
con criteri che non possono ridursi al gusto stesso: in guanto semplici gusti,
il gusto di un profumo e quello di un colore non sono confrontabili. E fin
qui è arrivato lo stesso Pareto. Se oggi vado al mercato e acquisto una
determinata quantità di beni, in tanto posso far questo consapevolmente in
quanto pongo un ordine nei miei gusti, e li determino e li graduo in una
visione complessiva della mia vita. Così non mi abbandonerò al primo
capriccio cbe ini verrà in mente e non esaurirò il imo avere nella soddisfazione
del primo bisogno apparentemente imperioso, ma vaglierò l’oggi e il
domani, i bisogni che mi è lecito soddisfare e quelli al cui appagamento
debbo rinunziare, i capricci e i doveri, e insomm 3 mi spiegherò la ragione dei
miei gusti e agirò con la coerenza logica che avrò saputo raggiungere. Sarà
buona o cattiva la mia logica, ma pensare che i miei gusti possano
guidarmi a caso, senza alcuna logica che li leghi, è pensare
l’assurdo. Ma dire logica, significa già dire soggettività
non immediata né irrelata: significa dire vita unificata e
universale, significa vedere i miei gusti in relazione con quelli degli altri
cbe con me vivono. Lungi dall’essere inconfrontabile, ogni mio
gusto si spiega soltanto in funzione degli altri miei gusti e dei
gusti degli altri, e nelPintimo della mia coscienza è un continuo confronto
attraverso cui i miei gusti sorgono e si modificano. E vado allora
al mercato e compero dei beni economici che servonoper me e per i miei,
perché è anche un mio gusto e un mio bisogno che i miei soddisfino i loro
gusti e i loro bisogni: e la mia scelta economica, allora, sarà
certamente mia e in rapporto aH’ofelimità che i diversi Leni per me
rappresentano, ma io non sono più il soggetto che immaginano gli economisti, chiuso
in una sfera assolutamente impenetrabile, bensì un individuo in rapporto
ad altri individui e perciò attore di lina vita economica che si svolge
in virtù di tale rapporto. Se poi cerchiamo di determinare meglio la
natura del rapporto e di precisarne i limiti, ci accorgiamo ch’esso non
solo lega la mia persona alla mia famiglia, ma anche agli amici,
ai compagni di lavoro, alla classe, al paese e infine allo Stato in
cui la mia vita si disciplina e sì potenzia. Nel mio agire economico, come
in tutto il mio agire, mi propongo, dunque, un fine che è mio e che
risponde ai miei gusti, ma questo fine non è arbitrario e si spiega solamente
inquadrandolo nella vita dello Stato; sì che, se altro fosse lo Stato,
altre sarebbero le condizioni di vita in esso esistenti, altri i gusti dei
cittadini e altro, insomma, il fine che ciascuno di essi potrebbe porsi e
in effetto si porrebbe. Se io non sono un ladro o un farabutto, se cioè il
mio agire economico non ha un valore negativo, il fine che io ho in vista deve
essere in armonia con quello dello Stato, e non perché lo Stato me lo
comanda dall’esterno, ma perché la mia stessa vita individuale non ha
significato senza lo Stato, e tanto più significato ha quanto più con lo
Stato si identifica. Appena l’uomo supera la mera animalità e differenzia
i suoi gusti da quelli della fiera, sorgono bisogni che hanno un’origine
affatto sociale: nessuno dei tanti beni economici che si son venuti
creando nella storia dell’uomo sarebbe stato mai prodotto senza il
fondamento della collaborazione. E collabo- rare vuol dire appunto tendere
a un medesimo fine e cioè avere un medesimo gusto e un medesimo
bi- sogno. Se 1 utile economico fosse veramente l’ofelimo, nessun bisogno
potrebbe soddisfarsi, che, se mi viene il gusto di avere un’automobile, h
soddisfazione di esso mi è possibile solo in quanto lo stesso insogno e
stato inteso dalla società in cui vivo e in cm esistenza delle automobili,
perciò, si è resa possibile. h Se, al contrario, l’utilità delle
automobili rappresentasse soltanto una mia particolare ofeli- mita,
nessuna forza al mondo potrebbe valere ad ap- pagare il mio gusto, perché
nessuno coìlaborerebbe con me al raggiungimento del fine propostomi. Anche
quando da me solo, estraneo a tutti, mi costruissi un oggetto atto a
soddisfare un mio specialissimo gusto non potrei rinnegare la natura
sociale di esso e porlo m rapporto al giudizio di approvazione
o disapprovazione degli altri individui, che sono sempre presenti nella
mia coscienza di uomo, nonostante il mio proposito di prescinderne
assolutamente. Sono quel che sono in forza del processo storico che m me s
individua, e la mia azione deve avere sempre il carattere di universalità che è
proprio della stona. Utile e ofelimo coincidono nel modo più rigoroso e 1
illusione della loro differenza può sorgere soltanto considerando l’aspetto
negativo delI uomo che si oppone alla logica della vita, e quindi allo
Stato che di quella logica è l’espressione concreta. Ma in quanto si oppone
alla logica, l’ofelimo, al solito, non può essere oggetto di scienza e
resta a indicare il limite della scienza come il limite della vita. L
antinomia tra soggettivismo e oggettivismo economico si risolve negando
ogni positività al soggettivismo che non coincida con l’oggettivismo,
e cioè al procedimento puramente arbitrario e irrelativo dell’individuo. I
gusti e i bisogni di cui l’economista può e deve occuparsi sono quelli cbe
si rendono intelligibili nell organismo della vita sociale e cbe
rispondono quindi a finalità essenzialmente sociali: gli altri non sono
veramente gusti né bisogni, bensì piuttosto manifestazioni patologiche
di un attività antisociale e vanno perciò considerati unicamente da
questo punto di vista. Parlare in un Iratlato di economia dell ofelimo in
quanto diverso dall'utile vai quanto occuparsi del furto o del ricatto
come mezzi razionali di produzione. Risolta l’antinomia tra individuo e
Stato, ossia Ira ofelimo e utile, è possìbile tornare al problema del
massimo benessere senza incontrarsi nelle difficolta che rendevano assurda ogni
soluzione. Il concetto stesso di benessere si sposta dalla soddisfazione del
gusto immediato a quella di un gusto consapevole e logicamente determinato: il
benessere non è più in relazione a uno stato naturale cbe va appagato per
il fatto stesso di essere, ma in relazione a un fine da raggiungere e da
far valere nell’organi- smn della vita statale. È quindi dallo Stato, e
non dall’individuo in quanto concepito senza lo Stato, cbe occorre
prender le mosse per intendere quale significato possa avere la ricerca
del massimo benessere individuale e sociale. Non dallo Stato, tuttavia,
concepito come somma di individui, bensì dallo Stato cbe è volontà unica e
unica finalità, ogni giorno storicamente determinata e in continuo
processo di superamento. Ma domandarsi che cosa sia e come si
raggiunga il massimo benessere dello Stato vai dunque
quanto chiedersi che cosa sia e come si raggiunga il massimo ideale dello
Stato stesso: ed è chiaro che a un tale quesito non nuò seguire che una
sola risposta, e cioè che l’ideale di una Nazione è esso stesso
processuale e diventa più grande e più alto via via che 10 si raggiunge,
così come il massimo benessere che una Nazione può proporsi non ha limiti
di sorta e s ingigantisce via via che il benessere aumenta. Se non
che non ci si potrebbe arrestare a questa constatazione, che pur è Tunica
logica e incontrovertibile, senza eliminare addirittura il problema da
risolvere e senza eludere quel tanto di legittimo che pur si cela nella
affannosa ricerca delle vie per raggiungere il massimo benessere. Occorre,
dunque, che quesla stessa constatazione si traduca in termini
di scienza economica, dando una risposta non effimera a un problema
sia pur malamente impostato. Se muoviamo dal concetto dell’unità
dell’organisnio statale, possiamo agevolmente convincerci che 11 valore
dei beni economici varia, aumenta, diminuisce, o addirittura si annulla, col
variare del fine dello Stato. Se una legge stabilisce l’uso di una merce
considerata pressoché inutile fino alla formulazione della legge stessa, quella
merce acquista improvvisamente un valore economico che nessuno prima si
sarebbe mai sognato di attribuirle. È lo Stato, che con un atto di volontà
ha creato un valore economico, e conseguentemente ima ricchezza già prima
esistente, ma non come ricchezza. Le quali considerazioni, si badi bene,
non hanno una portata ristretta al caso di una legge vera e propria, ché
anzi con il termine legge si vuol significare ogni espressione della vita
sociale, sia cli’essa giunga alla determinatezza di una norma giuridica,
sia ch’essa si limiti alle vaghe linee di una opinione, di un uso, di
una moda, di una convenzione, ecc. Basta assistere a una vendita all’asta
per accorgersi delle vicende, a volte stranissime, dei beni economici: ciò
che un tempo rappresentava un grande valore, è caduto in disuso e buttato
via come cosa inutile, o di nuovo è tornato in gran pregio rispondendo
a diversi bisogni spirituali. Ma è chiaro che questa vicenda non è
l’espressione di un arbitrio individuale, sibbene di un processo storico che ha
una logica. Anche la moda più strana e più insulsa non si afferma se
non risponde direttamente o indirettamente a un’esigenza dell’epoca e delle
particolari condizioni in cui fa la sua apparizione. Quest’esigenza è
appunto la legge che dà vita ai valori economici, come a tutti i valori della
vita, e fa nascere gusti e bisogni che non sono individuali senza
per ciò stesso essere collettivi. Ne deriva che tutti i
beni pennoniici, e quindi la ricchezza di una nazione, sono
concepibili e sono determinabili unicamente in funzione della volontà e
del fine statale. Nulla esiste che sia un bene economico in sé, bene è
solo in quanto tale lo fa essere la volontà dello Stato; e la
ricchezza di una nazione, quindi, può variare e varia in effetti
continuamente, anche senza che muti la quantità dei beni esistenti. Il
che, espresso in altri termini, vai quanto dire che non esiste una nazione
povera o una nazione ricca in senso assoluto, ma povera o ricca ogni
nazione diventa a seconda del valore attribuito ai Leni ch’essa possiede o
che essa è in grado di produrre. In questo senso ogni nazione può
essere ricca, perché la ricchezza dipende esclusivamente dalla sua
volontà. Ora, se si conviene in queste considerazioni, e in parte
almeno di esse convengono, sia pure indirettamente, molti economisti, il
quesito circa la via per raggiungere il massimo benessere sociale può
ricevere una risposta precisa anche dal punto di vista più particolarmente
economico. E la via da seguire è appunto quella che vien rivelata dalla determinazione
storica dell ideale economico della nazione: determinazione cui si
perviene studiando il problema economico in rapporto al problema politico
e che si esprime perciò in un programma non aprioristicamente fissato una
volta per sempre, ma in continuo sviluppo e perfezionamento. Il programma
naturalmente si concreterà in un indirizzo d insieme e in direttive
particolari ben precisate, e tutti i suoi aspetti si integreranno a
vicenda in modo sistematico, sì che le diverse manifestazioni dell’at- tività
economica non abbiano a contrastare tra di loro. E l’indirizzo potrà
essere, ad esempio, prevalentemente agricolo o prevalentemente
industriale, tendente all incremento o alla limitazione demografica.
favorevole o contrario all’emigrazione, e via dicendo; tutto in relazione
all’avvenire del paese, alla sua individualità e alle sue condizioni: le
quali consentiranno poi di determinare in qualche maniera le direttive
generali che dovranno essere seguite nell'attuazione delle tante
iniziative della vita economica e come in ognuna di esse debba aversi sempre di
mira il fine comune. Si comprenderà, in tal guisa, come e perché siano da
favorirsi certe industrie e da vincolarsi certe altre, siano da
potenziarsi al massimo le industrie più specificamente nazionali e siano
da trascurarsi quelle più rispondenti ai fini e alle risorse di altri
paesi; siano, infine, da crearsi gusti, bisogni diretti ai beni economici
che più conviene produrre. Poiché bisogna ben convincersi che il problema
del massimo benessere sociale non si risolve solo creando il modo di
soddisfare al massimo i gusti e i bisogni esistenti, ma soprattutto
modificando, correggendo, creando gusti e bisogni in relazione all’ideale
economico — ed economico in quanto politico — della nazione. E si comprende
che quest’opera non deve svolgersi unicamente entro i confini dello Stato, ma
divenire il programma della stessa politica economica internazionale, che
soprattutto airestero conviene far nascere il gusto di ciò che è prodotto
dell’industria nazionale: possibilità questa di cui purtroppo gli
Ita¬ liani hanno parecchi esempi in casa loro, dove tanti usi stranieri si
son lasciati attecchire e con essi l'importazione di tante merci che fanno
passare in seconda linea le nostre. Né questo solo aspetto, più
propriamente pro¬ duttivo. va considerato del problema, che anzi
ad esso è strettamente collegato quello distributivo, in quanto in
un’economia dinamica — e può esistere un’economia non dinamica? —
ripartizione dei red¬ diti e determinazione della produzione sono
pre¬ cisamente la stessa cosa. È chiaro che in un’economia nazionale ben
consapevole la ripartizione dei redditi avverrà favorendo gli uomini e le
industrie la cui attività produttiva sarà più in armonia con l’ideale
economico del paese. Questo ideale determina il valore dei beni e questo stesso
ideale deve determinare la scala dei valori umani, clie sono
in rapporto con quei beni. Beni e uomini che ven¬ gono perciò
ad acquistare un significato economico solo nel] organismo statale di cui sono
espressioni, e che perciò possono essere valorizzati davvero solo se
nell organismo statale sia chiara la consapevolezza della loro particolare
funzione e la volontà che essa si adempia nel miglior modo. Se poi,
dal problema de] massimo benessere sociale, passiamo a quello del massimo
individuale, la soluzione ci dovrà apparire logicamente impli¬ cita
nel già detto. Sì è visto che ogni individuo vive la sua vita individuale
come vita statale, e che an¬ che ciò che sembra più proprio della sua
persona¬ lità ha un significato e un valore in quanto è in rapporto con
l’organismo sociale. Ne deriva, dunque, che il fine di ogni individuo —
così politico come economico — non può essere che quello di potenziare al
massimo la propria personalità in funzione del fine politico ed economico della
nazione. Se sono un buon cittadino, vale a dire se la mia
attività non è antisociale e negativa, il mio massimo ideale è quello
di esser degno della mia nazione e di fare lutto il possibile per esserne
degno. La ricchezza cui tenderò non sarà in antitesi con questo ideale,
ma la consacrazione delFessermi reso degno, più dei non ricchi, della
mia nazione. Se cosi non fosse, tenderei alla ricchezza senza preoccuparmi
del mezzo, vi tenderei soprattutto col furto. Ma se così è, le condizioni
per raggiungere il mio massimo benes¬ sere individuale non possono essere
che due, e cioè in primo luogo la mia decisa volontà di adeguarmi al
fine statale e di contribuire nel modo migliore alla realizzazione di
esso: in secondo luogo, poi, il riconoscimento sociale della mia attività e il
relativo compenso proporzionato. Sì che volendo giungere a una
definizione : imissimo benessere dell’individuo è quello che gli proviene
dall adeguazione perfetta del compenso della sua opera al valore della
sua personalità vista in funzione del fine supremo
dello Stato. Se poi volesse conoscersi come e quando il massimo
benessere individuale possa effettivamente conseguirsi, sarebbe da
osservarsi che, di fatto, esso è sempre raggiunto perché ogni individuo ha
quel che si merita, dato l’ideale consapevole cui è pervenuto il suo
Stato, ina che poi non è mai raggiun¬ to una volta per sempre, in quanto
il livello spiri¬ tuale dello Slato è in continuo sviluppo e con
esso la capacità di riconoscere più adeguatamente Inpera dell’individuo. Se,
ad esempio, ci proponessi¬ mo il problema di conoscere se gli attuali
stipendi dei professori rispondono al massimo benessere individuale di
questi, dovremmo convenire eh essi rispondono perfettamente alla
consapevolezza che lo Stato ha del valore di questa funzione in rapporto
alle altre della vita sociale, ma dovremmo altresì augurarci, e
contribuire con la nostra opera a raggiungere, la realizzazione di uno Stato,
in cui la funzione culturale fosse maggiormente valorizzata e perciò
meglio compensati fossero i professori a confronto di altre categorie di
lavoratori. C’e sem- pre uno St a to reale e uno S ta to ideale nella
3iaiet - tica della storia, e il p roblem a del massimo bencs- sere,
c osì social e come individuale, d eve av ere una soluzione che viva in
questa dialettica. Basta impostare in tal guisa il problema
del massimo benessere per accorgersi del significato che nella sua
soluzione può avere lo Stato corporativo; il quale si differenzia dallo
Stato liberale così co¬ me dall’economia liberale si differenzia la
nuova economia. La soluzione scientifica non può differire da quella
politica perché scienza e politica non possono essere che le
manifestazioni di una stessa vita spirituale. Allo Stato liberale non
poteva accompagnarsi che l'ideale scientifico dell’uomo œconomicus, del massimo
benessere sociale come somma dei massimi individuali, dell’ofelimità che
si differenzia dall’utilità; allo Stato corporativo deve dar
significato il principio dell’identità di individuo e Stato, del massimo
benessere sociale come mas¬ simo benessere nazionale e individuale,
deH’utilità che si identifica con l’ofeìimità. Il problema della
libertà non può avere che un unica soluzione, sia che lo si consideri dal
punto di vista filosofico, politico e giuridico, sia che lo si
traduca in termini di scienza economica. Coloro che parlano della libera
concorrenza come di una ipotesi scientifiea apolitica da porsi accanto
alla opposta ipotesi del regime monopolistico, anch’essa -
apoliticamente considerata, dimostrano soltanto di aver smarrito
completamente la nozione storica dei concetti che adoperano, e soprattutto
dei concetti di individuo, di Stato, di benessere individuale e sociale,
sui quali la scienza economica deve poggiare come sui suoi fondamenti primi.
Avendo già di essi largamente discusso, basterà farli riaffiorare nella
determinazione del concetto di libertà, quale può venir dato dall esame il
più immediatamente aderente alla vita effettiva della socielà
economica. Il modo comune di intendere la libertà è quello
individualistico di arbitrio, per cui ogni uomo si considera veramente
libero quando ha la possibilità di fare lulto ciò che desidera, senza
subordinare o comunque legare la sua volontà a quella di qualsiasi altro.
Perché ciò sia logicamente possibile è necessario che 1 individuo, per
dirla in termini rous- seauiani, sia unità intera e non unità
frazionaria: occorre cioè che egli non faccia parte di un organismo
sociale, ma viva allo stato selvaggio, soddisfacendo da solo a tutti i suoi
bisogni. Ne deriva, dunque, che l’usuale nozione di libertà si
adegua soltanto all idea presociale dell’uomo-fiera. Facciamo invece
il caso di due uomini o di piu uomini che, insoddisfatti dì una vita
puramente animale, decidano — e anche qui restiamo nei termini di Rousseau
— di legarsi in società, dividersi il lavoro, e migliorare con l’unione delle
forze il tenore della vita. Allora la situazione cambia radicalmente e i
collnhnralori debbono anzitutto porsi il fine comune da raggiungere, a
esso subordinando le singole attività. Se prima, ad esempio,
l’uomo svegliandosi al mattino poteva andare a caccia o restare ili
riposo rinunciando per un giorno al cibo, ora, invece, a caccia deve
andarvi in ogni caso, perché il sistema piu perfezionato di ricerca e cattu¬ ratone
degli animali esige ch’egli sia al suo posto pronto ad aiutare gli altri
individui con i quali si è unito in società. S’egli restasse a riposare,
gli altri dovrebbero rinunziare alla sua collaborazione, e la società
si spezzerebbe, perché il fine comune per cui si è costituita non potrebbe
essere raggiunto. Il passaggio dalla fiera all’uomo implica dunque:
la costituzione di un organismo sociale; la determinazione di un fine
comune; fideiitità di questo fine comune con ì fini dei singoli;
l’elevazione del fine comune a LEGGE della società e la subordinazione a
essa dei singoli membri; la conseguente necessità dell’attuazione della
legge e la trasformazione dell’organismo sociale in STATO; l’identità del
benessere individuale e di quello statale; la rinunzia definitiva alla
libertà intesa come arbìtrio. Si apre a questo punto un dilemma, al
quale non vedo come si possa seriamente sfuggire: o la vita civile
non è conciliabile con la libertà o della libertà occorre formarsi un
concetto che non sia quello di arbitrio individuale. Prima di
risolvere il dilemma, occorre elimi¬ nare ogni dubbio circa la possibilità
di un terzo termine. e precisamente di quel terzo termine escogi¬ tato
dalla stessa teoria contrattualistica, secondo cui il necessario vincolo
imposto dalla vita sociale dovrebbe essere il minimo possibile e tale da
lasciare la più ampia sfera all’arbitrio dell’individuo. È questa la
teoria ebe è a fondamento dello Stato liberale e, secondo essa, l'unico
arbitrio vietato al singolo sarebbe quello dell invadenza nella sfera di
arbitrio degli altri individui: il contenuto sociale o statale sarebbe appunto
la garanzia dei particolari arbitri. Ma e chiaro che questa teoria,
equivocando sui termini di società e Stato, sposta il problema, ponendolo
in termini affatto fantastici: io Stalo vien concepito come un ente
distinto dalla società e la legge è ridotta al significato formale e
negativo di limite. Se riportiamo, invece, la questione nei termini
concreti dell’agire economico, è facile convincersi che la legge non è un
limite formale, bensì una esplicita norma di produzione e di
distribuzio¬ ne. che non si esaurisce in un divieto di
sconfina¬ mento. ma impone un determinatissimo lavoro. Se voglio far
parte della società, debbo in modo assoluto occupare il posto che mi spetta e
fare tutto quello che il mio posto esige. Quando sono entrato in
società con il mio simile, non Tho fatto per dividere la mia sfera dalla sua e
segnare i confini della mia proprietà (legge limite, Stato carabiniere,
ecc.) ma l'ho fatto per condurre con esso una vita migliore, per produrre
più e meglio, per raggiungere risultati impossibili alle mie sole forze
(legge di azione, Stato etico). Sì che il confine posto tra la proprietà
mia e quello degli altri non ha neppure esso un valore négàlivojjfi^pura“difesa''tjrrisTTpi^e^de'- ter
ni ina li va-del-campo _in cui esercitare la mia ope¬ ra di
collaborazione: non indica la sfera del mio arbitrio, ma il mio posto di
lavoro. Né quello che io faccio, vincolato dalla società, può stare
comunque accanto ad altro ch’io faccia all’infuori di questo vincolo, perché
all’infuori del vincolo io non ho altra realtà oltre quella dell’animale,
e tutto quanto dall’aniinale mi distingue ho conquistato nella società,
collaborando, ossia sottomettendomi alla legge del fine comune. Se oggi
v’è apparentemente la possibilità di separare un’attività libera da
un’altra obbligatoria, ciò avviene solo per un equivoco di valutazione,
che consiste nel considerare alcuni elementi sociali scissi dalla
vita da cui sono stati originati. Ma, a guardar bene, bisogna pur
convincersi che nulla della nostra condotta sfugge alla legge della
convivenza sociale e che anche nelle questioni propriamente personali,
noi agiamo secondo una volontà comune, individuale e sociale insieme,
in piena identità di termini. Se mi vesto, posso apparentemente
abbigliarmi come mi detta la fantasia, ma in realtà debbo pur
seguire le leggi, gli usi, le tradizioni, il gusto, ecc., della società in
cui vivo; e se, ad esempio, posso mettermi una cravatta rossa ovvero una
grigia, anche questo arbitrio non è un arbitrio, ma un operare entro
quella legge che nell’attuale momento storico impone varietà di colori
nelle cravatte. Questa è la realtà della vita sociale, e, quanto più
progredita e complicata essa diviene, tanto più ferrea è la disciplina cbe
la governa e die deve rendere possìbile l’armonia di tanti elementi
disparati. Le leggi, i regolamenti, le mode, gli usi, le
conven¬ zioni, gli orari ecc. ecc., investono sempre più
me¬ todicamente tutta la nostra vita quotidiana, da un minimo cbe è
lasciato alle forme rudimentali di vita (vita dei campi) a un massimo elle
caratterizza l’azione dei maggiori esponenti della politica,
della cultura, dell’industria e del commercio. Sì che assenza di arbitrio
e massimo di civiltà divengono via via termini equipollenti, e la vita del
più civile uomo di domani non può immaginarsi se non attraverso
un’adeguazione sempre più perfetta della vita e della volonlà del singolo
a quella dello Stato. Ma, dunque, si potrà obiettare dai
nostalgici del liberalismo vecchio stile, la vita deve diventare una
schiavitù, un procedimento meccanico e ineso¬ rabile, al quale non sia
possibile sottrarsi a nessun costo, per rivendicare la spensierata felicità
di chi si leva al mattino arbitro incondizionato della pro¬ pria
giornata? È dunque questa la vera civiltà o non conviene buttar tutto
all’aria e tornare all’immediatezza della natura? Questione vecchia
cotesta, almeno quanto l’opera di quel Rousseau cbe ci ha dato In spunto per discuterla
: e, appunto perché vecchia, orinai risolta e superata, se pur la
soluzione non abbia ancora avuto modo di pervenire agli orecchi degli
econo¬ misti. Essi amano indulgere tuttavia al miraggio di d Spinila — felina libertà
individualisticamente intesa, e non si sono neppure domandati se ormai
occorra, o se sia comunque possibile, che la scienza economica
dia anch'essa un altro significato al termine tradizionale. Poiché di un
altro significato deve ben potersi parlare, dato che al dilemma sopra proposto
non si può rispondere, evidentemente, eoi negare addirittura la
libertà. Notiamo anzitutto che la libertà dei liberali è. per loro
stessa eonfessione, una libertà a mezzo, la quale lia sempre qualcosa da
invidiare alla com¬ pleta libertà dello stato di natura. A quell’assoluto arbitrio
si è dovuto rinunziare per necessità di vita e per sicurezza reciproca, ma
intanto di una rinunzia pur sempre si tratta, che fa assaporare con voluttà
quel giorno felice in cui, per il superiore livel¬ lo della comune moralità,
sarà possibile abolire lo Stato e la sua funzione di inutile gendarme. La
libertà del liberale, dunque, nessuna maggiore pro¬ fondità e spiritualità
acquista con lo svolgersi della storia, che anzi essa ha lasciato alle sue
spalle il proprio modello perfetto e immodificabile. Basterebbe questa
considerazione per farci diffidare della giustezza della comune soluzione del
problema: se libertà è sinonimo di valore, la sua realtà non può essere
che nel suo approfondirsi e spiritualizzarsi continuo, sì che il suo
modello possa brillare della luce dell’ideale da instaurarsi e non
perdersi nel buio della preistoria. La giusta soluzione, dunque,
dovrà ricercarsi nel concetto di una libertà che non si è persa,
ma cbe si deve conquistare; di una libertà non sei- vaggia, ma identificabile
addirittura con la vita civile. E la via ci è indicata dalla stessa ipotesi
contrattualistica, da cui volutamente abbiamo preso le mosse per restare
nell’ambito dei problemi cari agli ideologi del liberalismo. Quando due o
più uomini deliberano di unirsi in società per migliorare le
loro condizioni, liberamente si sottopongono alla legge del comune
lavoro, e questa legge diventa, per ciò stesso, il contenuto del loro atto
di libertà. Libertà e legge, lungi dairescludersi, si identificano senza residui.
Ma la loro identificazione, si badi bene, non è accidentale, bensì
essenziale, perché, se contenuto dell atto di libertà non fosse la legge,
la libertà stessa tornerebbe ad essere arbitrio. Quel che
distingue infatti la liberta dall arbìtrio è appunto l’universalità della
prima di fronte alla particolarità del secondo: il selvaggio può agire in un
qualsiasi modo; 1 uomo civile, invece, deve agire secondo una
volontà che, pur essendo sua, abbia insieme un valore uni¬ versale
{la legge). Costitutivo, insomma, del nuovo concetto di libertà deve
essere la sua identificazione con la legge, ossia la identificazione della
volontà particolare con quella universale, dell’individuo con In
Stato. Né si creda che il libero processo secondo cui gli individui
si costituiscono in società si esauri¬ sca nell’atto della costituzione —
il quale anzi non esiste ebe nella fantasia dei contrattualisti —
poiché esso si perpetua in tutta la vita sociale e ne caratterizza ogni
momento. La legge cbe lega gli individui nel comune lavoro non si determina una
volta per sempre meccanicizzando l’attività da essa regolata, ma si
rinnova continuamente in virtù della stessa forza d’iniziativa che l’ha
fatta sorgere. Ogni individuo, infatti, è indotto a perfezionare l’organismo
sociale ed escogita nuovi procedimenti e ricerca nuove vie, sempre
insoddisfatto dei risultati conseguiti e sempre pronto a conseguirne di nuovi.
Ma si comprende che in questo processo ogni iniziativa del singolo
deve inserirsi nel processo unitario della vita sociale: la sua volontà
deve diventare la volontà di tutti e la sua libertà di attuarla deve coincidere
con la legge che ne impone l’attuazione. Che se l’iniziativa restasse
particolare e si giustapponesse a infinite altre iniziative ancli’esse
particolari, tutte si intralcerehbero a vicenda spezzando
l’organismo della socielà e portandolo fatalmente alla disgregazione
aiomistica. Questa identificazione iniziale e processuale della
volontà e libertà del singolo con l’universalità della legge risulta molto evidente
dalla considerazione del funzionamento di una qualsiasi associazione. Anche se
prendiamo ad esempio il caso limite dell’associazione a delinquere,
dobbiamo convenire ch’essa si costituisce con un atto di libertà dei
singoli membri, volonterosi di sottoporsi alla sua disciplina; che i
singoli tendono al benessere dell’associazione vedendo in esso il
proprio; che ogni particolare iniziativa di un membro è subordinata
all’approvazione degli altri; e che insomma l’associazione tanto meglio vive,
ed è capace di conseguire il fine che i singoli si sono proposti
nel formarla, quanto più unitaria è la sua volontà e quanto più
rigorosa la sua disciplina. Ma se dall’esempio di una singola associazione,
passiamo a quello della grande società che è lo Stato, l’evidenza
della identità si attenua, i termini del problema divengono indecisi e la
questione arbitrariamente si spo¬ sta dando luogo agli equivoci propri
dell’individualismo liberale. Ogni cittadino nello Stato, come
ogni delinquente nell’associazione di cui abbiamo discorso, 6arà tanto più
degno di appartenere alla società quanto più saprà far coincidere la sua
libera volontà con quella sociale. Che se nel caso del cittadino par ci
sia differenza tra il benessere proprio c quello dello Stato, la ragione
va trovata solo nel fatto che, per la maggiore estensione e
complessità dello Stato rispetto all’associazione a delinquere,
più facilmente il cittadino smarrisce la coscienza dell’organismo e più
facilmente è indotto a frodare gli al- Iri membri della società cui
appartiene. Ma per ciò appunto il contrasto tra le due volontà
rappresenta il lato negativo e non quello positivo della vita dello
Sfato e tutte le forze debbono essere impegnate a eliminarlo. Anche
nell’associazione a delinquere uno dei membri può sottrarsi alla
disciplina sociale e averne i vantaggi senza gli oneri, ma egli sarà
appunto il prepotente, l’elemento disgregatore della società e finirà col
fare il danno di essa e quello proprio. In tal guisa considerata la
libertà, si comprende come si sia decisamente sorpassata l’ambigua soluzione
del problema data dal liberalismo. Il cittadino non si sdoppia più in due
attività opposte, nell una delle quali si conserva la libertà
originaria dell' uomo di natura e nell’altra invece si riconosce Tobbligatorietà
della legge: il cittadino è libero in ogni sua manifestazione a patto che
tale libertà sappia conquistare dimostrando il valore dei suoi atti
e facendo 1 ! perciò riconoscere dalla società di cui fa parte. La
libertà per esser vera deve costare, e il suo costo è dato appunto dallo
sforzo necessario a trasformarla da volontà particolare in volontà
universale. Abbiamo ora gli elementi cbe ci sono indispensabili per
discutere il tormentatissimo problema della libera concorrenza e del monopolio. Secondoi
termini tradizionali la libera concorrenza si esercita Ira individui cbe
cercano il massimo benessere individuale, senza alcuna preoccupazione del
fine sociale. L'ideale della perfetta concorrenza è appunto quello dì un
giuoco di forze individuali autonome, la cui autonomia o irrelatività sia
assoluta, 6Ì cbe il fenomeno economico scaturisca dall’incontro
indisciplinato di interessi diversi e opposti. Ogni limite sociale,
ispirato dalla visione di un fine che trascenda quello dell’arbitrio dei
singoli, è considerato come una menomazione della concorrenza e come una
forza antieconomica. Si consacra in tal modo nel campo dell’economia l’assolutezza
del principio della libertà come arbitrio, cbe aveva dovuto trovare un limite
nel riconoscimento della necessità giuridica dello Stato. Quando tuttavia
da questa concezione ideolo¬ gica ritorniamo all’analisi dell’effettivo
processo della vita sociale, dobbiamo riconoscere cbe un tal modo di intendere
l’ideale economico è intimamente incongruente. Se la società, infatti, è
costituita al fine di collaborare, essa implica, come abbiamo
vi- sto, una disciplina comune, una legge che neghi gli arbitri dei
singoli, e cioè i loro interessi individuali in quanto altri da quelli
sociali. Ne viene di conseguenza che o bisogna ripudiare la libera concorrenza
come un fenomeno essenzialmente antisociale o bisogna intenderla e
promuoverla in un senso radicalmente diverso da quello comune. Per rendere
più evidente la questione sarà opportuno ritornare un momento all’esempio
del- l’associazione a delinquere, e vedere in questa forma rudimentale di
società il sorgere della concorrenza e il suo adeguarsi al fine unico della
collettività. Determinate le mansioni dei sìngoli membri, a qualcuno di
essi può sembrare dì avere attitudini speciali per un compito assegnato a
un altro. In tal caso egli fa la proposta di mettere a confronto
le due capacità e di decidere chi dei due debba essere adibito a quel
compito o anche se debbano esservi dedicati entrambi. Si inizia così
nell’ambito della società un fenomeno di concorrenza, ma esso ha
il peculiare carattere di essere voluto dalla società stessa e per un
fine sociale: volontà e finalità che ne costituiscono l’intima legge e
l’unica ragion d’essere. Lungi dall’affermarsi come un contrasto di interessi
particolari, esso si realizza e sì giustifica in virtù del criterio
fondamentale della società, per il quale ogni atto dei singoli membri è
integralmente libero e insieme integralmente necessitato. Né diverso
deve apparire l’opposto caso del monopolio, che, secondo l’interpretazione
corrente, rappresenterebbe l’antitesi netta della libera concorrenza,
perché toglierebbe ai singoli la libertà di far valere i propri interessi
particolari. Ritornando anche qui all’esempio dell’associazione a
delinquere, è facile dimostrare che, quando uno dei suoi com¬ ponenti
abbia rivelato qualità speciali per l’adempimento di una funzione,
l’attribuirgliene il monopolio è atto libero di tutti, e, né più né meno
della libera concorrenza, fondato sulla comune volontà. Libera concorrenza
e monopolio, dunque, visti nella loro effettiva origine e giustificazione,
si rivelano dotati della stessa libertà e della stessa necessità, e nessun
elemento essenziale può comunque caratterizzarne una differenza logica. La
molteplicità dei concorrenti nell’un caso e l’unità del monopolista
nell’altro sono affatto apparenti, poiché la volontà che agisce in entrambi i
casi è quella di tutti, e identici ne sono gli effetti. Questa tesi,
teoricamente ineccepibile, può apparire smentita dalla realtà della vita
economica, in cui concorrenza e monopolio troppo evidente¬ mente si
differenziano nei caratteri costitutivi e nelle conseguenze immediate. È
esperienza molto elementare quella che ci insegna il diverso determinarsi dei
prezzi nei due casi, né alcun ragionamento potrà mai riuscire a
convincerci che si tratti di un unico processo. Bisogna trovar, dunque, la
ragione della differenza e vedere in che modo essa possa conciliarsi
con i risultali cui siamo pervenuti. Caratteristica della libera
concorrenza è l’arbitrio dei singoli non vincolati da alcuna
necessità, caratteristica del monopolio la necessità eliminatrice di ogni
libero procedimento : due fenomeni opposti, entrambi in antitesi con il
carattere fondamentale della società, quale è stato fin qui chiarito.
Il che può subito farci avvertiti che i due fenomeni, in quanto si
differenziano, non rispondono al regolare effettuarsi della vita sociale,
ma ne rappresentano la radicale alterazione e trasformazione. Libera concorrenza
e monopolio sono i casi limiti, patologici e assurdi, della normale vita
economica caratterizzata dairidentificazione della libertà e della
legge. La prova più evidente della contraddittorietà e anormalità dei
due fenomeni opposti può esserci data dalla constatazione della
impossibilità di una loro effettuazione integrale. Anche il liberista
più convinto è oggi d accordo nel ritenere che una vera libera
concorrenza non è mai esistita né potrà mai esistere e, anche guardando ad
essa come al perfetto ideale, egli si arresta alla solita soluzione a
mezzo del liberalismo politico, che in tal guisa riaffiora
in economia attraverso questo riconoscimento di fatto : è tutto il
mondo della necessità che grava sull’arbitrio dei singoli e finisce col
distruggerlo o con Tele- vario alla vera libertà. Né altrimenti avviene
per il monopolio, costretto sempre a far i conti con una concorrenza
potenziale, sempre limitato dalla forza della legge o dalla pressione
delTopinione pubblica, spesso evitato per vie traverse o collaterali. È
la realtà effettiva che reagisce sulle sue deformazioni e lentamente
o violentemente finisce con Taverne ragione. I$|W La libertà
economica, dunque, non può concepirsi se non come la perentoria negazione degli
op¬ posti arbitri rappresentati dalla libera concorrenza e dal
monopolio, ovvero dalTanarcbia e dalla tiran¬ nia economica. E basta porre
in questi termini rigorosi il problema per comprendere tutta la vanità
de¬ gli sforzi compiuti dagli economisti per riportare i loro teoremi
a quelle due ipotesi scientifiche. Lungi dall’essere scientifiche, quelle
ipotesi esprimono la più radicale istanza antiscientifica e conducono
necessariamente a una generale, continua miscompren- sione dell’essenza
della vita economica. Né vale opporre che tali ipotesi sono soltanto schemi
irreali ed astratti, ai quali lo scienziato perviene per intendere
fenomeni economici in prima approssimazione: ciò che a quegli schemi si
rimprovera non è l’astrattezza, bensì la netta opposizione alla realtà
effettiva dei fenomeni economici sociali, i quali si
svolgono normalmente fuori di quelle ipotesi e vi tendono solo in
quanto degenerane. Perché la scienza economica possa darci il tipo astratto del
fenomeno eco¬ nomico occorre che abbandoni decisamente la via finora
percorsa e, al di sopra dei concetti negativi dj libera concorrenza e
monopalio, ponga quello evidentissimo e concretissimo di collaborazione
, Resta ora da esaminare come l’ideale della vera libertà economica
debba intendersi nelle sue deter¬ minazioni pratiche e quale via debba
seguirsi per la sua più profonda attuazione. Se il nuovo concetto è
fondato stili identità di liberta e di legge, è chiaro che instaurare una
maggiore libertà economica vuol dire rendere sempre più rigorosa tale
identità e cioè considerare 1 individuo sempre più identico allo
Stato, così nei fini della vita come nei mezzi per raggiungerli. L ideale
della vita economica e di quella sociale in genere dovrà condurre a una lotta
più consapevole contro tutte le forme dualistiche tendenti a separare il
mondo dell’individuo dalla realtà dello Stato, e dovrà insemina imporre il
capo- volgimento delle ideologie individualistiche del li¬ beralismo
politico e del liberismo economico. Il che nel campo più strettamente
economico si traduce nell'istanza scientifica e pratica di combattere
con ogni mezzo 1 individualismo che ispira il dogma della libera
concorrenza e insieme lo statalismo che per 10 più è a fondamento delle
forme, monopolistiche. Consentire ancora che gli individui si esauriscano in
una lotta destinata al soddisfacimento di particolari interessi, e non
ricondurre la lotta stessa ai fini dello Stato, significa indulgere
tuttavia alla più immorale e antieconomica forma di vita
politica, riaffermando inconsapevolmente il trionfo del più egoistico
arbitrio. Se lotta deve esserci e rimanere a fondamento del progresso,
occorre ch’essa si impegni per la conquista di un più alto fine statale,
e sempre con la coscienza di tendere a un benessere individuale che
sia il benessere sociale: non lotta dunque di individui contro individui
per il trionfo degli uni sugli altri, bensì lotta tra gli individui
per il trionfo di un unico fine che rappresenti il massimo bene di tutti.
Non si tratta di eliminare la concorrenza, ma di intenderla nel solo
significato giusto, che è quello dell’affermazione dell’iniziativa individuale
nella ricerca del bene comune. Essa deve svolgersi nello Stato e per lo
Stato, con ì limiti, la disciplina e la volontà dello Stato: la statalità
deve costituirne l’essenza e il fine. Ma se convien combattere
l’individualismo tradizionale della lihera concorrenza occorre poi eliminare
con non minore energia tutte le forme statali che tendono a differenziarsi
dagli individui. Come 1’individiio degenera nell’egoismo, così lo Stato
degenera nel particolarismo della classe o degl’uomini dominanti: allora esso
diventa lina forza contro altre forze, un’entità contro altre entità,
e il dualismo di benessere individuale e benessere statale si riafferma
come differenza di arbitri e di egoismi. Così si spiega e si giustifica
incontrovertibilmente la critica del liberalismo alle forme statali
monopolistiche o comunque di intervento. Quando il monopolio, o l’azione
economica delloStato, è ispirato da una volontà trascendente quella
dei cittadini, quando lo Stato si differenzia dalla Nazione e diventa
burocrazia o governo o oligarchia o comunque un ente particolare con
volontà autonoma, allora 1 intervento statale è antieconomico e
il monopolio distruzione di ricchezza. All’arbitrio degl’individui
abbandonati nella lotta egoistica si sostituisce l’arbitrio di un governo che
impone un proprio fine altrettanto egoistico : e in entramhi i casi la
libertà economica è radicalmente legata. Il perfezionamento della vita
economica non potrà essere che in forme sempre più unitarie di
collaborazione, con il progressivo allargarsi degli organismi produttivi e
il disciplinarsi delle varie forze nell’unico sistema statale. Questa è
l’intuizione fondamentale dello Stato corporativo, destinato a realizzare
con progressiva consapevolezza la compenetrazione e identificazione
assoluta di individuo e Stato, ossia della volontà e dell’iniziativa
dell’individuo con il fine supremo dello Stato. La critica
dell’econoinia liberale e la tesi dell’identità di individuo e Stato, che di
quella critica è la inevitabile conclusione, hanno condotto a
una impostazione radicalmente diversa dei problemi tradizionali. E la
differenza fondamentale va trovata nella sostituzione del concetto di
molteplicità di soggetti economici — gli individui o gli homines (Economici,
arbitri del proprio mondo particolare, limitato solo dalle sfere di arbitrio
degli altri individui — con quello di organismo economico unico, con
unica volontà e unico fine, quello statale. Nell’economia liberale la
molteplicità degli individui è sostanziale e costituisce il valore base
della costruzione: l’uni¬ tà del mondo economico risulta solo dalla
giustapposizione e conciliazione estrinseca delle diverse volontà e dei diversi
fini. Nell’economia nuova, invece, l’unità dell’organismo politico è il
presupposto im¬ prescindibile, e la molteplicità degli individui è risolta
in essa senza dualismi di alcuna sorta. Si nega, cioè, che oltre al fine
statale abbia ragion d’essere un qualsiasi fine economico individuale.
Naturalmente questa differenza teorica tra le due economie ha una
conseguenza pratica anchessa fondamentale, che può, all ingrosso, determinarsi
contrappo¬ nendo al concetto di concorrenza e di lotta, che domina la
vecchia economia individualistica, quello di collaborazione e di
organizzazione che è caratteristico della nuova. La concorrenza e la lotta sono
an- ch essi concetti trasvalutati : non cozzo violento di interessi
diversi e contrastanti, ma sforzo e competizione per il miglior raggiungimento deirinteresse unico. La
stessa nozione di equilibrio viene ad essere intimamente corretta, in
quanto non si pensa più ad una risultante meccanica, ma a un processo
intelligentemente voluto e guidato. Dove i soggetti sono molti, Limita è
secondaria e fatale: dove il soggetto è uno, l’unità è originaria e
intelligente. Ma ima grave obiezione può sollevarsi a questo punto, ed è
stata difatti sollevata a difesa del¬ l’economia individualistica. Ammesso
pure, si dice, che la concezione unitaria del soggetto economico
si dimostri giusta e irrefutabile, quando si consideri a fondo la
realtà di un'economia nazionale, non per questo il ragionamento può
estendersi all’economia internazionale. Se Stato e individuo si
identificano, facendo con ciò diventare unico il soggetto economico, resta
tuttavia sempre una molteplicità di stati, che non possono non concepirsi
come molteplicità di soggetti economici. Ne consegue — si
conclude perentoriamente — che, se l’economia individua¬ listica non
ha più valore per lintelligenza dei fenomeni economici nell’ambito di una
Nazione, essa è. ciò non ostante, l'unica che ci consenta di comprendere i
fenomeni dell’economia interstatale. Gli stati, infatti, diventano essi
individui economici e la toro azione va considerata alla stessa stregua
di quella degli individui dell’economia liberale, Criteri fondamentali per
l’intelligenza della loro vita eco- nemica saranno quelli di concorrenza e
di lotta : secondaria e necessaria sarà l'unità della vita economica:
meccanico e fatale l’equilibrio delle diverse forze contrastanti. E
il ragionamento, a prima vista, sembra impeccabile, sì da rendere vana o almeno
solo parzialmente valida la tesi dell’idemità di individuo e Stato: la
struttura dell'economia liberale e individualistica resta quella che è, almeno
per ciò che riguarda la vita internazionale. Ma fortunatamente il ragionamento
non resiste a un’indagine più accurata e profonda, e la stessa critica
rivolta all’individuo cittadino finisce per valere per l’individuo
Stato- I economia individualistica non può reggere in nessun caso, perché
non può reggere il principio naturalistico su cui essa è fondata. Per
chiarire adeguatamente la questione è necessario approfondire il concetto di
Stato e di rapporto interstatale quale si è venuto delineando attraverso la
speculazione e il diritto pubblico contemporaneo, Occorre precisare alcuni
presupposti teorici c e servano a illuminare la concreta prassi nella
vita economica. Di organismo economico inteso come unità essenziale, se
pur in modo affatto meccanicistico, si è già parlato dai sociologi, i quali,
muovendo dall’individuo isolato, son passati alle diverse forme dei gruppi
sociali (famiglia, tribù, società, comuni, regioni. nazioni, umanità) tutti
ponendoli su di un unico piano ed eliminando ogni differenza qualitativa
tra i gruppi stessi. E si parlato, quindi, di economia individuale, familiare,
nazionale, sociale, mondiale, ecc., riconoscendo la possibilità di
tante economie quante sono le forme sociali o di un unica economia
che tutte le comprenda. Pur ammessa, perciò, la necessità di considerate i
fenomeni economici nell’organismo della vita sociale, sembrerebbe. dal punto di
vista della sociologia, affatto ingiustificata Videntificazione di individuo e
Stato, e la riduzione dell’economia a economia statale. Perché mai arrestarsi
o sollevarsi allo Stato per riconoscervi il fondamento della scienza economica,
se è possibile concepire una vita economica sia di gruppi inferiori allo
Stato sia dell’umanità che gli Stati tutti comprende? L’obiezione,
anche qui, sembra inconfutabile e decisiva ; e finisce per congiungersi
all’altra dell'e- conomia individualistica, in quanto riconosce,
essa pure, la molteplicità degli individui sociali, o come persone
fisiche o come gruppi di persone. Al solito, l’esigenza sociologica
antindividualistica, e perciò antiliberale, è condotta dai suoi
presupposti naturalistici agli stessi risultati della tesi che vuol superare.
Ma l’obiezione, anche qui, è destinata a cadere definitivamente quando si abbia
la forza di sollevarsi a un punto di vista più alto, dal quale e
le persone e gli enti possano essere considerati nella loro vera
essenza unitaria. Unità che non può esser data né dall’individuo
particolare, in quanto uno Ira ì tanti, né dall’umanità, in quanto
sommaNi^^ wU tanti, bensì dallo Stato in cui l’individuo e l’umanità
acquistano la loro effettiva concretezza. Il superiore punto di vista nel
quale occorre metterci per giungere a questo risultato è dato dalla
concezione storicistica o dialettica della vita sociale, per cui allo Stato e
soltanto allo Stato è consentita quella vera individualità ebe coincide
con la vera universalità. E la ragione è questa: che tutti gli individui
(persone o enti) che sono nello Stato, vivono, appunto, nello Stato, e sono
perciò in esso risolti come momenti della sua vita; laddove al di
sopra degli stati non può concepirsi un’umanità che sia organismo unitario
(Stato o superstato) senza annullare, per ciò stesso, il concetto di Stato.
Lo Stato, infatti, ha questo di caratteristico rispetto a tutte le
altre unità sociali storicamente esistenti: di essere la suprema unità
dialettica della storia, in quanto è unità differenziata rispetto alla
moltepli¬ cità degli stati e non ha al di sopra nessuna
unità differenziata. Lo stato-umanità è una contraddizione in termini in
quanto unità senza molteplicità, e perciò unità statica, indifferenziata e
indifferenziabile, sottratta a ogni dialettica spirituale. Lo Stato non
può essere che unità-molteplicità, ossia veramente sovrano, per il fatto di avere
una sovranità riconosciuta dagli altri stati: se non ci fossero
gli stati a riconoscere lo Stato, Io Stato non sarebbe perché non
avrebbe coscienza della sua sovranità, non avendo ragione di essere
sovrano. In tanto lo Stato può dettar legge ai cittadini, in quanto
deve fonderli in un unità che viva e si affermi nella molteplicità: che,
se questa molteplicità non esistesse, lo Stato non avrebbe un fine suo, ma
vivrebbe per i " Svinilo fini degli elementi che lo compongono:
non sarebbe perciò sovrano ma strumento, e la vera sovranità competerebbe
agli organismi (persone o enti) cbe vivono nello Stato; sollevati al grado di
vero individuo, unità-molteplicità, o unità dialettica. Questo primo
risultato della nostra indagine ci consente di rifiutare ristanza
sociologica di più economie sociali, a seconda delia qualità dei
gruppi considerati, o di un’unica economia sociale, coincidente con
l’economia dell’umanità. La vera unità storicamente concreta è quella
dello Stato, e perciò l’economia scientifica non può essere cbe statale.
Ma, se ! istanza sociologica è superata, non altrettanto sembra
quella individualistica, cbe si fonda appunto sulla molteplicità degli
stati. Che, anzi, questa seconda obiezione pare rafforzata dal
riconoscimento esplicito die abbiamo fatto della molteplicità
degli stati, e addirittura del carattere essenziale e imprescindibile di
tale molteplicità. Se non cbe, guardando più a fondo, si deve convenire cbe il
nostro riconoscimento non può avere lo stesso significato di quello su cui
si fonda l’obiezione individualistica, per il fatto cbe nel caso nostro si
tratta di nna molteplicità essenziale soltanto ai fini deirunità. E
la unità è lo Stato, ossia l’individuo concreto, in cui gli stati, in
quanto molteplicità, si risolvono senza residuo. Per intendere con
precisione questo carattere di interiorità degli stati rispetto allo
Stato, occorre m ritornare al concetto di sovranità, cui abbiamo
prima accennato. Perché lo Stato sia sovrano è necessario che tale sovranità
sia riconosciuta dai cittadini, ma è necessario insieme che venga
riconosciuta dalla molteplicità degli stati. Il che vuol dire che la
sovranità ha due aspetti egualmente imprescescindibili: uno interno e 1 altro
esterno, rispetto ai cit-tadini e rispetto agli stati. E se di fronte
ai primi la sovranità si esprime con ridentificazione dei fini
individuali col fine statale, è necessario che anche di fronte ai secondi
la sovranità abbia la stessa ragion d’essere. In altri termini, nella vita internazionale
lo Stato deve vedere negli stati altrettanti elementi del proprio
organismo unitario, vale a dire altrettanti strumenti del proprio fine. Il
che, si badi bene, non va inteso nel senso assurdo di un nazionalismo
cieco, bensì in un senso affatto spirituale e perciò il più
internazionalistico possibile. Come i cittadini, invero, sono strumenti
dello Stato, non sacrificando i propri fini particolari a quello
dello Stato, bensì riconoscendo che i primi si identificano col
secondo e lottando per un sempre maggior riconoscimento di tale identità, così
gli stati debhono trovare nel fine dello Stato gli stessi loro fini
particolari e dare incremento a una vita che, se è potenziamento dello Stato,
è, per ciò stesso, potenziamento della collaborazione internazionale. Se
così non fosse, se cioè lo Stato non fosse sovrano così verso i cittadini come
verso gli stati, non si avrebbe sovranità di sorta, perché la stessa
sovranità, esercitata sui cittadini non sarebbe sovranità, in quanto
necessariamente condizionata dalla realtà degli altri stati. Il che sanno
bene quei giuristi i quali non ammettono che il diritto internazionale sia un
diritto superstatale, di natura diversa dal diritto interno. Due modi,
insoninia, ni sono di intendere la vita internazionale: uno, che può
dirsi liberale o individualistico, per cui esistono gli stati nella
loro molteplicità atomistica, legati da un rapporto estrinseco concepito come
risultante della coesistenza degli stati stessi; un altro, invece,
che potremmo denominare idealistico o storicistico, per cui esiste Io
Stato nella sua unità assoluta, che risolve in sé dialetticamente la
molteplicità degli stati, legati da un rapporto sostanziale e intrinseco
che è il fine stesso dello Stato. Da una parte una vita internazionale che
è quella che è, bruto incontro di forze eterogenee e di fini particolari
contrastanti; dall’altra un organismo internazionale che ha un fine
consapevole e un unico centro : lo Stato. Ora, se applichiamo questo
concetto dello Stato e della vita internazionale alla scienza
dell’econo- mia, possiamo ripetere in questa sede la critica
già svolta a proposito deireconomia liberale o individualistica. 0 si
accetta la concezione atomistica della vita internazionale, e allora
bisogna riconoscere che una scienza deireconomia non può esistere, in
quanto i fenomeni economici internazionali hanno la stessa illogicità
(itnprevedibililà) dei fenomeni economici dell’individuo soggettivisticamente
inteso e non possono sottrarsi alla sfera del puro arbitrio; o,
invece, si crede che una scienza deireconomia possa esistere, e allora
bisogna riconoscerne il fondamento in un organismo intelligibile, che è,
così nella vita economica nazionale come in quella internazionale, lo
Stato nella sua concretezza storica e nella sua consapevole attualità. E
lo Stato in nessun caso può venir superato o sostituito, come principio primo
della scienza, senza annullare la scienza stessa nella sua possibilità teorica
e nella sua validità pratica. Ancora una volta l’identità di individuo e
Stato segna il punto di arrivo delle scien¬ ze sociali in genere e
deireconomia politica in particolare. Risolto il problema dei rapporti tra
economia nazionale ed economia internazionale, riconducendolo al più vasto
problema del concetto dello Stato, occorre ora mostrarne le conseguenze
più particolarmente economiche e vedere in quale senso le con¬ clusioni
cui finora è pervenuta la scienza vadano rivedute e corrette. È
opportuno anzitutto precisare il significato che per la scienza
tradizionale ha il concetto di economia interstatale. Purtroppo tale
precisazione non può avere che un carattere tulio negativo, in
quanto a rigore per reeonomia classica un problema economico interslatale
non può neppure sussistere. Dato, infatti, il concetto di homo ce conomicus
come presupposto fondamentale della scienza, tutta l’indagine si esaurisce
in un’economia individualistica nella quale non v’è posto alcuno per lo
Stato. Quando lo Stato ha fatto sentire la sua esigenza imprescindibile,
airesigenza stessa si è tentato soddisfare individuando lo Stato in un
ente particolare, con un fine e una vita economica propri, diversi
da quelli degli individui. Ne è derivata, nella migliore delle
ipotesi, una sottoscienza sui generis cui si è dato il nome di scienza
delle finanze. Ma lo Stato vero, quello che si identifica con l’individuo,
e ne costituisce la vita logica, quello non è entrato mai in
questione e i fenomeni economici sono stati studiali in quanto fenomeni
interindividuali. La vita economica naturale esclude lo Stato e si
esprime tutta nella libera concorrenza delle forze particolari, sì che
rintervento statale può essere studiato lutt’aì più come causa di
deviazione dal corso naturale, ossia come uno degli ostacoli alla
libera estrinsecazione delle forze in contrasto. E questa conclusione
non varia col passare dall’economia nazionale all’economia internazionale, per
il fatto stesso che lina nazione o uno Stato come unità economica è negato a
priori nel modo più categorico. Come neirambito dello Stato i fenomeni
economici si svolgono indipendentemente dallo Stato, così si svolgono pure
quelli che si verificano nel più vasto mercato mondiale. Non sono,
infatti, gli stati che contrattano fra loro, sibbene gli individui o
i gruppi di individui che ne fanno parte, e che agiscono economicamente
così quando si trovano ad appartenere a una stessa nazione, come quando
sono cittadini dì stati diversi. I fenomeni economici che ne risultano
sono precisamente gli stessi, e la scienza non ha ragione di porre un
qualsiasi problema al riguardo. Problemi diversi nascono invece quando tra slato
e stato si elevano delle.barriere che distìnguono il mercato interno da quello
esterno. Sono le barriere doganali, espressioni tipicamente
statali, che alterano tutti gli scambi facendo sorgere,
anche nell’economia classica, la specifica teoria del commercio internazionale.
Tuttavia bisogna star bene attenti alla natura del problema, e non credere
che la scienza tradizionale abbia con ciò abbandonato o comunque
menomato il presupposto individualistico. Lo Stato di cui, anche qui, discorre
la teoria, è sempre quello che è oggetto della scienza delle finanze
e cioè un ente a sé con particolari fini e funzioni. E la scienza in tanto lo
prende in considera¬ zione in quanto esso fa deviare l'economia
naturale dal suo libero corso. Se, infatti, si analizzano le co¬ muni
teorie del commercio internazionale, è facile avvedersi come tutto il loro
contenuto si risolva, per un verso, in un’istanza negativa, implicita o
espli¬ cita, contro l'intervento degli siati (soppressione delle
barriere doganali), e, per un altro verso, nel¬ l’indagine delle conseguenze
che il sussistere delle barriere doganali ha nell economia degli
individui appartenenti ai diversi stati. In ogni caso si resta ligi
al presupposto d eWhomo ceconomicus , unico centro e ragione della vita
economica, e si resta con¬ seguentemente ligi al vecchio concetto di
Stato, inteso come una superfetazione, sia pur necessaria, e un limite più
o meno grave della libera vita dell’individuo. Una vera economia
internazionale può nascere solo col sorgere del concetto di Stato, come
organismo economico di carattere universale ; lo Stato, cioè, come
soggetto economico in cui si fonde tutta la vita economica dei cittadini.
In che cosa consista la differenza essenziale dei due concetti di
Stato nella concreta prassi economica potrà risultare
molto agevolmente da un esempio notissimo. In Italia si produce meno
grano di quel che non si consumi: non solo, ma io posso trovar convenienza
a rinunziare alla coltivazione del grano e a importarlo dall’estero. Secondo la
dottrina liberale, della convenienza economica di produrre grano o di
importarlo, sono giudice assoluto io solo: lo Stato è tenuto a
disinteressarsene completamente. Nel caso di un suo intervento, questo è
dovuto o a ragioni politiche concepite come extraeconomiche o al bisogno
di provvedere, mercé i proventi di un dazio doganale, alle spese
inerenti alle sue peculiari funzioni. 0 un problema politico, dunque, o un
problema di scienza delle finanze: e l’economia scientifica, in ogni caso,
non ne è toccata, racchiusa come essa è nell’indagine dello scambio tra me,
produttore e consumatore, e il produttore straniero. Ma quando lo Stato
cessa di essere un ente particolare per divenire la stessa nazione nella sua
unità, il problema del grano diventa problema economico solo in quanto
problema nazionale. E come quello del grano 6Ì impostano tanti e tanti
problemi — a rigore tutti i problemi economici — che non hanno significato
alcuno per l’economia fondata sul presupposto dell’homo œconomicus. Che
significato, infatti, possono avere per una concezione individualistica
problemi come quelli della ruralizzazione o industrializzazione,
dell’incremento demografico, dell’emigra- [Quando considero la scienza
delle finanze lucri dell'economia politica non intendo parlare di
un'estraneità assoluta, bensì rela¬ tiva al particolare concetto di Stalo
sul quale la scienza delle finanze finora è stata costruita. Dato uno Stalo —-
essa dice — else ba particolari funzioni (pubblica sicurezza, giustizia,
esercita, ecc.l, esso deve pur avere un proprio bilancio; e le sue entrale
e le sue spese, come pure la loro influenza sulla vita economica dei
cittadini, devono esser studiate dalla scienza economica: tuttavia la
vita economica dello Stato è altra cosa dalla vita economica dei
citta¬ dini, sì che scienza delle finanze ed economia politica non
coincidono. Cbi invece crede allo identità di indivìduo e Stato deve
ne¬ cessari ante me intendere tale identità come fondamento di
quella di scienza delle finanze ed economia. Ma sul problema della riforma della
scienza delle finanze avremo modo di tornare in altra sedezione, ecc.? A
ognuno, secondo i suoi gusti e le sue capacità, risponde Peconomia pura,
perché per essa tali problemi sono tanti quanti gli individui.
Ognuno al suo posto secondo il fine unico dello Stato, ri¬ sponde la
nuova economia, perché per essa tali problemi si risolvono in uno solo. E i
gusti si educano e le capacità ci creano: sì che al posto di tanti centri
economici se ne mette soltanto uno, e all’incon¬ tro di tanti mondi si sostituisce
un organismo consapevole. Organizzazione: ecco la grande realtà della
vita civile in genere e della economia in particolare;
ma organizzazione vuol dire organismo e l’organismo non può essere
che unico: lo Stato. V’è poi l’organizzazione internazionale e sembra vi
sia anche un organismo internazionale. E difatti esso esiste, ma in un senso
diverso da quel che comunemente si crede. Se lo Stato ha un fine da
raggiungere, risolve a suo modo tutti quei pro¬ blemi economici cui
abbiamo prima accennato, risolvendo la vita economica dei cittadini in
quella della propria unità. Ma è chiaro che il fine non sarebbe raggiunto
se lo Stato non operasse egualmente con gli stati, che tutti, direttamente
o indirettamente, entrano in rapporto con esso. Scendendo anche qui a un
esempio concreto, possiamo notare come l’Italia per industrializzarsi deve
importare alcune materie prime e trovare i mercati di
esportazione per i manufatti. Il che è possibile solo in quanto altri
stati siano disposti a darci quelle e a comprare questi; vale a dire a
divenire strumento di raggiungimento del fine che ci proponiamo. Ora, le
condizioni necessarie perché gli altri diventino mezzi per il nostro fine
sono essenzialmente due. Prima: che il fine che ci proponiamo sia davvero
proposto, e cioè sia un fine consapevole; seconda: che si abbia la
capacità di far divenire tale fine il fine economico degli altri stati.
Perché la prima condizione si verifichi è necessario che lo Stato si
identifichi con l’individuo, ossia con la nazione, e sia organismo unico,
soggetto economico unico. Perché si verifichi la seconda è necessario che
lo Stato si identifichi con Tumanità, ossia con la vita
interna¬ zionale, risolvendo nel proprio organismo l’organi¬ smo
internazionale. La forza dunque che ci può consentire di raggiungere il
nostro fine è forza organizzativa di noi e degli altri, ossia la forza di
col¬ laborazione, in cui la lotta e la concorrenza vengano risolte
come momenti dialettici. Vi sono, infatti, due modi di concepire la lotta e
la concorrenza economica, come, in genere, ogni sorta di lotta: l’uno per
il quale il fine della lotta è la distruzione dell’avversario, l’altro,
invece, per cui il fine è l’unificazione delle volontà. TI primo è
puramente negativo e infecondo, il secondo, momento necessario di ogni
sviluppo e progresso. Ora, nel campo economico internazionale una
lotta intesa nel primo senso non potrebbe avere alcuno scopo
intelligibile all’ìnfuori di quello del distruggere per il distruggere. E ciò
non può lasciar dub¬ bio di sorta se si pensa che lo stesso effetto
della distruzione sarebbe raggiungihile senza il minimo sforzo
chiudendo i confini e facendo divenire l’eco- nomia nazionale un’economia
chiusa. Se i confini restano aperti, è segno che gli altri stati non
sono ostacoli da abbattere, ma forze da utilizzare, e utilizzare vuol dire
coordinare le proprie forze per procedere in un’unica direzione. Allora la
concor- rema diventa — così come nel campo nazionale — voluta,
disciplinata e subordinata al fine nazionale da raggiungere: il suo scopo
non è più quello di eliminare delle forze avverse, ma di convertirle
a una funzione che risulti più rispondente ai bisogni dell’organismo.
11 che si ottiene non lasciando che i concorrenti si urtino a vicenda
seguendo i propri fini particolari, ma regolando la competizione
verso la più opportuna divisione di lavoro. Che le conclusioni, cui
siamo pervenuti, noti siano arbitrarie e utopistiche, lo dimostra, a
chiunque abbia gli occhi per vedere, la trasformazione sempre più rapida
del mondo economico nella direzione indicata. All’interno il processo di
unificazione della vita economica ha fatto passi giganteschi e tutto fa pensare
che il cammino sarà an¬ cora più notevole nel prossimo avvenire. Il
concetto di organismo economico va sostituendosi, nella real¬ tà
ancor prima che nella scienza, a quello di individuo o di homo o economicus,
tra svalutando soprattutto i concetti di monopolio e di libera concorrenza. Sul
terreno internazionale poi le intese e gli accordi economici sono sempre più
frequenti e l’esa¬ sperazione della lotta doganale va richiamando sempre
più l’attenzione generale sulla necessità di una organizzazione più salda
e profonda delle forze economiche dei diversi stati. E anche qui la concorrenza
va di fatto mutando i caratteri arbitrari di una volta, per rientrare nel
circolo di un sistema dalla — lofi - cui logica unità viene
incanalata e corretta. È una disciplina certamente più ardua e instabile,
data la immensità del mercato e la molteplicità degli elementi da
controllare, ma solo i ciechi potrebbero negare 1 abisso che corre tra
l’atomismo economico di alcuni decenni fa e l’ingranamento odierno
d’infiniti centri economici in giganteschi organismi a carattere
internazionale. Né l’urto e l’esasperazione di tanti nazionalismi sorti o
rafforzati nel dopoguerra riescono ad arrestare questo processo di
collabora¬ zione internazionale, che è, d’altronde, l’unico strumento di
un nazionalismo non illusorio. L’economia individualistica o liberale ha
fatto il suo tempo e la realtà ce lo insegna additandoci le necessità della vita
economica dentro e fuori i confini. Al dogma del liberismo e alla fede
nella lotta incondizionata degli arbitri dei singoli va sostituendosi la
convinzione critica dell’apriorità dell’organismo economico coincidente con la
realtà dello Stato. E con la realtà deve ormai procedere la scienza, che,
non avendo più a suo oggetto una molteplicità caotica
e inintelligibile come quella presupposta dal liberismo. può cominciare a
veder chiaro nella logica del- 1 organismo economico e trovare quei
fondamenti sistematici che ha invano perseguito per due secoli. Dopo
aver precisato il concetto di libertà economica e i rapporti tra economia
nazionale ed eco¬ nomia internazionale è possibile procedere all’analisi
della secolare antinomia tra liberismo e protezionismo. Nessun problema della
scienza economica e stato tanto dibattuto come questo e l immensa
letteratura sull argomento continua di giorno in giorno ad arricchirsi di nuovi
saggi, che sostanzialmente si esauriscono nella ripetizione dei motivi
fonda- mentali addotti dai fisiocrati in poi in favore dell’una o dell
altra tesi. Ma, nonostante tutta questa mole di studi, sta di fatto che
l'antinomia è rimasta teoricamente e praticamente insoluta, sì che
liberisti e protezionisti continuano tuttavia ad accusarsi a vicenda di
sproposilare nel campo scientifico e di rovinare, in pratica, l’economia
della nazione. La soluzione classica del problema — conforme al motivo
fondamentale della scienza dell’economia quale si è venuta configurando dal
secolo XVI1T a — è quella rigorosamente liheristica. Muovendo dal
presupposto del carattere naturale della vita economica, si è giunti a fil
di logica alla eonclu- sione che. così negli scambi interindividuali
come in quelli internazionali, le varie forze vadano lasciate affatto
libere nel loro giuoco e che il risultato dell’anarchico incontrarsi e
scontrarsi sia quello della loro più perfetta composizione. A tale
teoria naturalistica degli scambi internazionali ha dato poi — come
si è detto — nuova forza la scuola psicologico-matematica, che, giungendo, con Pareto,
al concetto di ofelimità e frantumando, in tal guisa, il giudizio della
economicità delle azioni nella molteplicità dei soggetti economici postulati,
ha sottratto alla sfera di competenza dello scienziato e a quella
dell’uomo politico la stessa possibilità di un giudizio obiettivo di valore.
Intervenire negli scambi non si può perché si ignorano in modo assoluto
le utilità soggettive di coloro che scambiano. L'opposta tesi
protezionistica, invece, non ha mai trovato un fondamento ideologico così
deciso e preciso e, sebbene confortata dal costante esem¬ pio storico
di una politica più o meno antiliberisti- ca, è rimasta nel campo
scientifico in condizioni di evidente inferiorità. Il che spiega come essa
nella maggior parte dei casi non abbia assunto le caratteristiche di una
vera e propria teoria, ma si sia li¬ mitata a contemperare il rigore della
concezione liberistica, mettendo capo a varie forme interme¬ die. E il
compromesso ha finito, in sostanza, col trionfare nella letteratura
scientifica più recente, sia per l’impossibilità di eliminare in modo
assolu¬ to i motivi della tesi protezionistica, sia per la sempre maggiore
coscienza storicistica dei cultori dell’economia, costretti, volenti o nolenti,
ad avvicinarsi alle nuove concezioni speculative. I tentativi di
conciliazione si possono raggruppare intorno a due tipi principali. Gli
ortodossi bauno mantenuto fede al postulato Veristico limitali- dosi a
confinarlo nel campo della così detta economia pura. Da un punto di vista
astrattamente economico, essi dicono, resta incontrovertibile che
ogni dazio protettore distrugge ricchezza: ciò non vuol dire,
tuttavia, che in pratica sia da eliminare sempre e dovunque ogni sorta di
barriere doganali; possono esservi, infatti, altre ragioni di
carattere politico che consiglino l’intervento protettivo non ostante
il danno economico da esso prodotto. Ma accanto agli ortodossi vi sono
ormai parecchi esempi di economisti che, nello stesso ambito dell’economia
pura, ammettono la possibilità di un dazio proficuo. Secondo essi,
l'economia pura non può stabilire a priori se un dazio sia
economicamente vantaggioso o dannoso: in certi casi la
protezione, lungi dal distruggere ricchezza, è condizione necessaria per il
suo accrescimento. A chi, direttamente o indirettamente, segua
le tracce della vecchia economia sembra verità di carattere addirittura
lapalissiano che con le soluzioni del problema ora prospettate si siano
esaurite tutte le alternative possibili. 0 liberismo, o protezionismo o
forme intermedie di compromesso: e la venta va cercata eliminando due di queste
soluzioni. Ma chi ormai ci ha seguito nella critica della scienza
economica e nella riduzione dei diversi indirizzi a quello classico liberale,
può agevolmente rendesi conto dell’impossibilità di giungere a
un risultato davvero conclusivo accettando i termini della questione
e limitando l’indagine a una semplice scelta. Se il problema ha messo capo a
queste tre alternative e fra di esse si è dibattuto per due secoli, è
segno cb'esso è rimasto aderente a una determinala concezione scientifica e cbe
è vano tentare ancora di risolvere l’antinomia, senza superare quella
concezione e porre la questione in termini affatto diversi. Ma perché il
superamento non sia illusorio e perché l’antinomia appaia nella sua
assoluta irriducibilità, è necessario anzitutto chiarire la sostanziale
identità dei due termini opposti. Occorre, in altre parole, dimostrare che
liberismo e protezionismo non sono due soluzioni cbe si riportano a due
diverse concezioni della vita economica, sì che l’errore dell'uno possa
significare o per lo meno possa non escludere la verità dell'altro, bensì
che l’uno e l’altro scaturiscono da uno stesso principio informatore e
rappresentano l’antinomia interna di esso. L’errore dell’uno è lo stesso
errore dell'altro, ed entrambi si spiegano con l’errore del principio
di cui sono espressioni. Il principio, s’intende, è quello solito
dell’individualismo economico. Si parte dal presupposto che le forze reali
siano gli indivìdui nella loro autonomia e si pretende ch’essi soddisfino i
loro bisogni nel libero giuoco della concorrenza, Nel caos in cui si
scontrano le infinite forze individuali ognuna salvaguarda come può i propri
interessi e cerca di trarre il massimo profitto possibile. Così
come per la naturalistica legge della selezione, i migliori si
affermano e trionfano, i peggiori sono travolti e soccombono: né mai altro
equilibrio o composizione delle forze si instaura che non sia quello derivante
dall urto disorganico e disordinato. Ora, in questa concezione liberistiea
o individualistica del- 1 economia, la teoria protezionistica, se appare
come una contraddizione alle leggi di natura e però sostanzialmente
illogica dal punto di vista scientifico ortodosso, è tuttavia escogitata per
servire allo stesso sistema della concorrenza di cui apparentemente è la
negazione. Quando un’industria chiede un dazio protettore lo
faesclusivamente per vincere la concorrenza, e il dazio si risolve in un aiuto
a una delle forze concorrenti e non in una forza eliminatrice della
concorrenza. Anche nel caso di un dazia proibitivo il fine ultimo è quello
dì spostare e non di eliminare la concorrenza: i dazi, insonuna, non
sono che altrettante forze gettate sul mercato per meglio resistere allumo
e vincere nella lotta. Ma, con o senza dazi, la vita economica resta
sempre quella primitiva o naturale di una bruta molteplicità di elementi
contrastanti. Nel mercato internazionale come nel mercato interno si
incontrano soggetti economici diversi, reciprocamente estranei fino
al momento deH’incontro e che dal solo atto deirincontro debbono trarre
norma per l’ulteriore difesa di propri fini particolari. Ragione della
concorrenza è quindi il persistere di una molteplici¬ tà atomistica incapace
di unificarsi, e il mercato, che è appunto la classica espressione dell’economia liberista,
rappresenta il campo di lotta di individui (persone o nazioni) fino allora
chiusi in mondi non comunicanti. Ambita Il carattere primitivo
della vita economica fondata sul principio della concorrenza (compreso
in questo termine l’intervento protezionistico) è dovuto, dunque, alla sua
disorganicità o irrazionalità. Come il liberalismo politico di cui è la
necessaria conseguenza, essa è il punto di partenza per il cammino della
civiltà e non l’ideale della civiltà stessa. Il trionfo assoluto della
concorrenza, lungi dal rappresentare, come pensano i liberisti, un ideale
da raggiungere allorché sarà superata ogni sorta di pregiudizi
antiscientifici, è soltanto una realtà che si perde nella notte del
primitivo stato di natura, in quello stato precontrattuale che vagheggiava
la mente del ginevrino. Il carattere irrazionale della vita
economica fondata sulla concorrenza e sul protezionismo è da¬ to
appunto dalla irrelatività primitiva degli uomini e dei paesi, i quali
rimangono gli uni fuori degli altri e non possono o non vogliono fondersi
in un organismo unico. Credere che ogni forza economica possa
rimanere autonoma e tuttavia ottenere il massimo di utilità possibile nello
spontaneo equilibrio di tutte le altre forze, significa cadere nella
più grossolana delle contraddizioni, in quanto si pretende far derivare la
razionalità da un processo non razionale. Se razionalità vuol dire
universalità, ossia unità di volere e di fine, è chiaro che il
modo migliore di raggiungere il fine non potrà esser quello di ignorarsi
reciprocamente e di procedere per vie diverse. La scienza dell’economia
che finora ha teorizzato la libera concorrenza o la protezione
è caduta in un errore che ha tutto compromesso.’in quanto ha cercato
di dare le leggi di ciò che è ex ege.. e ha lasciato fuori proprio la vita
economica razionale. Libera concorrenza e protezione sono al di qua
di ogni norma per il fatto stesso che sono al di qua di ogni organismo:
esse rappresentano rat¬ inino, la natura, il male, il frammentarismo, la
ne¬ gatività, msomma, della vita; e fare scienza di esse vai quanto
fare scienza del caso. La vera vita economica e quindi la vera scienza può
sorgere soltan¬ to allorché si comincia a uscire comunque dalla
ir- relatività e a unificare i mezzi e i fini da raggiun¬ gere. Se,
in apparenza, la vita degli individui e quella delle nazioni è stata
finora denominata dalla concorrenza e dal protezionismo e tuttavia ha
proceduto nel cammino della civiltà, ciò è dovuto in realtà al fatto che,
di là da ogni liherismo e protezionismo, si è andata sempre più affermando
una intesa e una collaborazione di forze completamente sfuggita alla
miopia degli scienziati. Accordo, collaborazione, organismo: ecco
ì termini del problema, una volta superato il presupposto irrazionale dell’individualisnio.
E tanto più è necessario porsi per questa via quanto maggiore è lo
sviluppo della vita economica e dei suoi elementi essenziali. Se, infatti,
si resta nei limiti di iorze individuali o quasi, la cieca competizione
dà luogo a danni meno appariscenti e profondi: ma quando, come nella
vita contemporanea, gli orga¬ nismi economici sono diventati tanto
complessi e grandiosi, andare avanti ignorando quel che faranno gli altri
significa esporsi a crolli improvvisi e spaventevoli. Superate in gran
parte nella vita economica interna le forme dell’individualismo e divenute
normali le forme delle società anonime, delle banche, dei trust , ecc.,
continuare a tener fede all’individualismo nei rapporti internazionali diventa
sempre più assurdo e pericoloso. La crisi economica mondiale è l’espressione
più evidente e convincente di tale assurdo. Dunque: né liberismo, né
protezionismo; nes¬ suna, insomma, di quelle soluzioni che presuppongono
l’autonomia radicale delle forze economiche. Anche qui l’obiezione più
facile sarà quella che deriva da una grossolana ipostasi della lotta
e della dialettica della vita. Ma, anche qui, è facile rispondere che
c’è lot¬ ta e lotta, e che il camminodella civiltà sta appunto nel
rendere sempre più elevata e spirituale la competizione e sempre più abnorme ed
eccezionale la guerra. E della guerra e non della competizione hanno
proprio i caratteri la concorrenza economica e la protezione, in quanto
tendono a sopraffare e non a collahorare con l’avversario. La competizione
che si deve instaurare è quella che ha per fine l’inciemento
dell’organismo e si svolge quindi nell’ambito dell’organismo, non quella
che ha, invece, per fine l'incremento dell’individuo (persona o
nazione) visto nella sua particolarità irrelata. Dalia tesi teorica è
molto facile scendere alla pratica applicazione nella vita politica. La
realtà urge da tutte le parti e sta già facendo giustizia dei vecchi
dogmatismi scientifici. Dobbiamo rendercene 9empre più consapevoli e
affrettarne il procedimento. Le forme concrete di realizzazione sono
naturalmente quelle die tendono all’unificazione dell’organismo economico
mondiale. In primo luogo, lo studio internazionale delle forze economiche
dei diversi paesi e delle vie più adatte alla loro collaborazione e
fusione. E, in conseguenza, la politica degli accordi industriali e
commerciali atti a realizzare quella fusione. La traduzione in pratica
della tesi non avverrà tanto facilmente, né mai in forma assoluta. Ma, se
questa è la mèta cui tendere, bisogna die il periodo di transizione sia
informato alla coscienza del punto d arrivo. Voglio dire che
nell’organizzare l’economia della nazione occorre dalle fin d’ora
quella fisionomia che più risponde alla sua funzione specifica nel sistema
dell’economia mondiale. Eliminando, per quanto è possibile, ogni sterile
concorrenza, deve cercarsi un’affermazione dell’industria che assuma
un’importanza essenziale nella vita del nostro e degli altri popoli. 11
nostro orizzonte deve allargarsi e non si può più pretendere di
giovare alla nostra economia senza con ciò stesso giovare all’economia
degli altri. Questa è la legge di ogni organismo e a questa legge deve essere
informata anche la politica economica di un paese che voglia guardare sul
serio all’avvenire. V è, abbiamo detto, una concorrenza superiore a
quella comunemente intesa; ed essa si vince oggi ponendosi all avanguardia
nel processo dell’unificazione. La grandezza economica di una nazione
si instaura col darle un posto di primo ordine nell’organismo
internazionale: chi ha la consapevolezza della via da seguire può
concorrere più decisamen¬ te degli altri alla creazione di un organismo in
cui far valere al massimo le proprie energie. Ma a quest'azione politica
internazionale va accompagnata, s intende, una trasformazione adeguata
della vita interna in modo da porla all’altezza di quella
vita mondiale del cui rinnovamento ci si fa promotori. Per uscire dai
termini generali e scendere al- 1 esempio pratico del nostro Paese, che
dei fonda¬ menti della nuova economia ha tentato prima e più degli
altri una concreta attuazione, è facile precisare alcune conseguenze
imprescindibili da cui trarre norma per l’avvenire. L’Italia è la prima nazione
— si può aggiungere la Russia, ma per essa dovrebbe farsi altro discorso —
cbe ba proceduto alla formazione di un sistema economico
nazionale, attraverso l’ordinamento corporativo: ma i suoi sforzi,
per quanto innovatori e fecondi, non posso¬ no raggiungere un risultato
decisivo finché il suo sistema rimarrà un centro organizzato in mezzo
a una vita mondiale disorganizzata. La vera vittoria del FASCISMO o
del corporativismo si avvererà il giorno in cui avremo fascistizzato o
eorporativizzato tutto il mondo. Fino a quel giorno avremo la possibilità
di resistere un po’ meglio degli altri ai ma¬ rosi dell’oceano, ma
rimarremo in gran parte in ba¬ lìa di essi. Primo compito, dunque, quello
di per¬ suadere il mondo della verità dell’economia corpo¬ rativa e
di farsi iniziatori di un sistema corporati¬ vo internazionale. Ma questo
fine, a sua volta, im¬ plica la necessità di considerare fin d’ora il
sistema corporativo italiano, non come un sistema a sé, chiuso e
sufficiente nella sua autonomia, bensì co¬ me il sistema in cui si risolve
tutta la vita economica mondiale. E alla realtà di questo più
ampio sistema bisogna volgere gli occhi per la soluzione degli
infiniti problemi propri della nostra nazione. Se, per esempio, nella
soluzione del problema del grano consideriamo il sistema economico
na¬ zionale come un sistema chiuso, è chiaro che spingeremo al massimo la
produzione fino al punto da non importare più un quintale dall’estero; ma
se, al contrario, badiamo al sistema corporativo mon¬ diale, i nostri
sforzi tenderanno a raggiungere una produzione massima per ettaro
coltivato, ma insieme a ridurre progressivamente la superficie coltivata. È
evidente che una produzione che per reggersi ha bisogno di un dazio di 75 lire
a quintale oltre a varie altre provvidenze legislative, e che non può
sperare di modificare sensibilmente queste condizioni nell avvenire, deve
rappresentare uno stadio provvisorio nel processo dell’organismo mondiale.
Ben diverso è il problema dell’industria siderurgica e delle industrie
meccaniche nella cui soluzione non si può affatto convenire con i
teorici del liberismo. (Tanto è vero che l'economia corporativa è di là da
ogni liberismo o protezionismo). Le industrie siderurgiche e meccaniche
sono al fondamento di tutta la più alta industria moderna, e una nazione
che vi rinunci, si suicida. Ma anche qui occorre non perdere d’occhio il
sistema mondiale e quindi indirizzare tali industrie verso quelle forme
superiori in cui il tecnicismo (preparazio¬ ne e ingegno dei dirigenti e
bontà della mano d'operai diventi fattore di produzione predominante fino
a rendere trascurabile il maggior costo delle materie prime. Alla
visione dell’avvenire, verso cui certamente si cammina a gran passi, contrasta
la politica dell’oggi con altissime barriere doganali e con
la sfrenata concorrenza. Ma se la logica è dell’avvenire -— ci dicono
ancora gli scettici — intanto come si va innanzi? Dobbiamo togliere le
barriere e dar ragione ai liberisti, ovvero dobbiamo elevarne ancora e
difenderci a tutti i costi? La vita economica sociale, si è detto, è
cono¬ scibile scientificamente solo in quanto razionale e organica.
Se il problema resta posto nei termini consueti della concezione
individualistica, nessuna risposta può darsi ebe abbia valore di norma.
Li¬ berismo e protezionismo sono le soluzioni di uno stato di guerra,
di un urto violento e indisciplinato; e in guerra, si sa, ci si difende
come si può. Se un individuo viene affrontato, deve uccidere o
deve corazzarsi? Tutte e due le soluzioni sono buone, ma certo
sarebbe meglio che i due casi fossero eli¬ minati e ebe gli avversari si
dessero la mano, risolvendo in modo logico la ragione del contrasto. E
così oggi nella vita economica internazionale: cerchiamo di affrettare il
processo di razionalizza¬ zione, e intanto andiamo avanti con o senza
bar¬ riere doganali, secondo l’urgenza del momento e le particolari
condizioni economiche e politiche. Lettera operici di Berlini a S.) Chiarissimo
Professore, Intorno ai problemi dell’Economia corporativa ai
è formala in breve tempo una vasta letteratura, ma di carattere — oom Ella
afferma — piuttosto giornalistico, mentre i tentativi di rigorosa
sistemazione scientifica della nuova materia sarebbero scarsi o poco
notevoli. Di tale condizione di cose Ella chiama responsabili gli
economisti della cattedra, i quali evitano di parlare di quei problemi,
considerandoli pertinenti ad un indirizzo an¬ tieconomico e, per ciò
stesso, estraneo alla scienza. Richiesto cortesemente del mio avviso, non
voglio chiudermi in un silenzio che potrebbe essere interpretato come
un adesione al modo di fare e di pensare, da Lei attribuito ai miei
autorevoli eollegbi. Veramente, il mio tacere avrebbe avuto piuttosto lo
scopo di prender tem- po, innanzi di esporre un’opinione molto radicale,
la cui elaborazione non è forse arrivata a termine nel mio proprio
pensiero. Ma, se non è arrivata a perfetto termine, essa ha già fatto tal
cammino, che il discorrerne non parrà intempestivo o inopportuno. Le
persone di spirito non la troveranno neppure irritante. Io consento
in quasi tulle le riflessioni da Lei svolte nell’articolo: «Verso
l’Economia corporativa» — ma vado più diritto alla sede del male. Dico
dunque, senza ambagi, che alcuni economisti fanno dell'Economia
teo¬ rica una mezza scienza. Non « mezza » nel significato poco riguardoso
di scienza superficiale, dalle conclusioni mal cucite alle premesse; ché
anzi (io lo riconosco volentieri) da certe cattedre fluiscono ragionamenti, i
quali partecipano del rigore delle matematiche. Dico mezza scienza
nel significato dimensivo dei termini, ossia dot¬ trina che nelle sue
premesse fondamentali non ha gettato il seme diquestioni che pur le
appartengono; questioni di vita della stirpe o di potenza della Nazione;
questioni di interventi o non interventi dei poteri pubblici nei
rap¬ porti d’interesse privato; questioni anche di scuole o
di parLiti economico-politici. Certo, ogni buon professore sa
trattarne, e spesso ne tratta in apposite lezioni dedi¬ cate alla politica
economica, alla storia delle dottrine, ecc.; ma altro è che ne discorra
fuori sistema, per la col¬ tura generale de’ suoi allievi, senza sentirsi
obbligato a farlo dalla forza delle premesse; ed altro è che ne
di¬ scorra, perché così esige lo sviluppo logico degli enunciati,
previdentemente inseriti in uno schema introdut¬ tivo della
disciplina. Ora, il problema dell’ordinamento corporativo, al pari di
altri consimili, non è discusso affatto (a quanto sembra) o è discusso «
fuori sistema » a titolo semplicemente informativo. Esso appartiene alla...
seconda metà della scienza — quella che non s’insegna come
scienza, ma piuttosto come storia — e invano ne cercheremmo nella
prima metà i cardini d’attacco o i motivi prenio- nilorii. Ciò
dipende anzitutto, a mio avviso, dalla ripugnanza che provano non porhi
economisti ad accogliere nei loro preliminari scientifici il concetto
dello Stato, quale fattore della produzione. Tale disposizione d'animo
non si giustifica menomamente. Il processo della ricchezza è la
risultante di due fasci di forze componenti: l’attività individuale,
singola o associata, e l’attività dell’organiz- [Cfr. La critica
dell'economia liberale. Milano, Treves. zazione politica, di cui lo Stato è
l’espressione suprema. I punti d'applicazione di queste forze (diciamoli
cosi per completare la similitudine coi fatti della meccanica) son da
ricercare nella stessa ricchezza esistente al momento iniziale del
processo — ricchezza in gran parte d’origine ereditaria, cioè prodotta da
anteriori generazioni. Fa della scienza a metà colui che si ferma alla
prima componente e tace della seconda o l’assume come « costante » lungo
tutta la linea di condotta della sua disciplina. Lo Stato, che provvede
alla difesa nazionale, alla sicurezza, alla giustizia, alla viabilità,
all'istruzione, ecc., e trasforma così buona parte della ricchezza privata in
potenza collettiva (che rigenera ricchezza), è un produttore continuo di
beni, servizi e ordinamenti aventi carattere di stretta complementarità
coi beni, servizi e ordinamenti dell’iniziativa privata. E come questi
secondi si sviluppano in quantità e varietà, col progredire dell incivilimento,
e fanno luogo a rapporti viepiù complessi o differenziati tra gli individui o i
gruppi, così i primi, cioè i loro complementari forniti dallo Stato, non
hanno co¬ lonne d’Èrcole che li fermino ad un punto obbligato. Lo sstato
è coevo all’uomo, ché la prima famiglia umana fu in embrione un impero. I
caratteri di necessità e immanenza, che gli son proprii, non ammettono
che si prescinda da esso per astrazione, come se fosse
una circostanza secondaria, accidentale o di semplice perturbazione.
Basterebbe un momento d’incertezza nella vita dello Stato per rompere
tanti fili nel tessuto della società, da gettare il disordine in ogni specie di
operazioni. Voler vedere in esso anzitutto un elemento
perturbatore dell’attività spontanea dei privati e dei loro calcoli
edonistici, è generalizzare solo a suo carico difetti di funzionamento che non
sono né più rari, né meno gravi presso i singoli individui. Si può invece
assumere lo Stato come una costante fin che l’assunto giovi alla soluzione
di problemi in prima approssimazione; ma per conclusioni più aderenti
alla realtà è mestieri rivedere da vicino il valore della costante. E
allora si scorge che costante non è. Lo Stato è un organismo in
evoluzione, ad immagine degli uomini che lo compongono e soprattutto ad
immagine degli uomini più rappresentativi di interessi,
dì 126 ideali, di temperamenti, che esercitano una
influenza sulla legislazione e si avvicendano al potere. Qui cessa
d’esser valida la similitudine presa dai fatti della meccanica. Nelle
scienze l’uso dei trafilati, che sono spedienti proprii delle belle
lettere, vuoisi fare con cautela e sobrietà. Coloro invece che vi
insistono a fondo, trattando le forze evolutive dell’uomo, come se
fossero le forze rigide della fisica, non scrivono l’economia dell’homo
sapiens, ma dell’uomo-macchina, tutto ruote dentate e molle di
precisione. Può l’eeonomista addurre a sua scusa che Io studio della
componente Stato appartiene ad altre discipline? L’eccezione d’incompetenza
sarebbe irricevibile. Ad altre discipline spetterà di considerare lo Stato
ir relazione ad altri scopi della vita, che non siano la costituzione della
ricchezza; ma per questo particolare scopo, che implica la conoscenza di
due variabili essenziali e interdipendenti, l’egoismo individuale e lo
spirito di so¬ lidarietà nella sua più imperativa espressione che è
lo Stato, sarebbe strano che il più interessato ad averla, non la
volesse avere che per una delle variabili e chiamasse pura anziché incompleta
la teorica innalzata su base siffatta. Ho insistito varie volte su
questo punto: non esserci Ira 1 homo oer.onomicus e il cittadino ( civis )
soluzione di continuità. La moda di oggigiorno è quella di
separare una figura dall altra. Ma se c’è qualità che non si
possa isolare dal soggetto dell’economia politica se non per un
capriccio dialettico, è proprio quella del cittadino. Essa lo segue come
l’ombra il corpo. L’individuo può essere dotto o indotto, credente o
miscredente, originale o imitatore, padre o non padre di famiglia; ma
cittadino lo è sempre. E come tale spiega un'influenza più o
meno grande sulla formazione del costume e su quella del diritto. L’àomo
ceconomicus, dunque, inseparato dal cittadino, è creatore del diritto. Ecco
scoprirsi alla nostra veduta l’aspetto genuino della questione. Tutti
veniamo al mondo con un patrimonio ereditato, che può variare da zero a qualche
miliardo di nostra moneta; ci presentiamo alla carriera della vita,
come ad una gara di corsa, movendo da posizioni iniziali vantaggiose o
svantaggiose. La distribuzione dei corridori in posti di partenza
diversamente avanzati rispetto al traguardo, non è per anco entrata nelle
regole sportive ma certamente fa regola nel mondo economico. Anzi, il
primissimo capitolo da scrivere in Economia — dopo la definizione e un po’ di
nomenclatura — dovrebb’essere proprio quello delle posizioni iniziali più o
meno avanzate (leggasi: distribuzione più o meno equa della
proprietà) che la sorte e la legge ci assegnano al nostro nascete, perché
da esse dipendono molte cose: educazione d’ambiente, modi di sentire riguardo
al valore dei beni e dei ser¬ vigi, professioni preferite, capacità di
resistenza nei contratti, possibilità (grazie al diritto successorio e al
feno¬ meno dell’interesse del capitale) di far vivere una discendenza infinita
su una quantità finita di ricchezza. E così via. Ond’è con meraviglia che
vediamo gran parte degli economisti e l’autore stesso della felice
similitudine posizioni iniziali relegare la premessa in capitoli terminali
dell’insegnamento o in separata sede; insomma, fare dell’Economia teorica una
costruzione senza la chiave di volta, che le è necessaria per reggersi in
piedi in tutta la sua interezza. I fatti dimostrano che l’uomo (chiamisi
pure l’uomo economico) venuto al mondo senza i favori della
sorte, cioè in posizione iniziale svantaggiosa, si industria
come cittadino, a modificarla in meglio per sé o per la sua classe,
influendo, come può, sulla legislazione; e se ci venne in posizione
favorita s’industria, come cittadino, a conservarla. Le armi a ciò non sono
tutte dell’arsenale economico, perché una delle parti in campo, già per ipotesi
non ne possiede; se le possedesse in pieno, vorrebbe dire che
disuguaglianza di posizioni non c’è, e non c’è la ragion del contrasto. Le
armi, allora, sono quelle del cittadino: la scheda elettorale, la lega di
resistenza, lo sciopero, ecc. ; e le chiamo del cittadino, in quanto
presuppongono il riconoscimento di libertà e diritti che a poco a poco fanno
mutare ilviso e l’animo al legislatore. Or si domanda: questo giuoco di
azioni e reazioni potendo riuscire pericoloso alla collettività, ossia
agli stessi combattenti e ai semplici spettatori, a chi toccherà di regolarlo
nell interesse della pacìfica collaborazione delle classi? A chi, se non
allo Stato, a cui fanno capo tutti i problemi attinenti alla coesione
sociale? Ed ecco come dalla considerazione del cittadino — qualità
inseparabile dal soggetto dell’Economia politica — arriviamo al
regolamento dei contrasti di classi, come ufficio di competenza dello
Stato. Che il regolamento sia bene o male idealo, che il servizio valga o
non valga quello che costa, sarà questione subordinata da
risolvere in Economia applicata, se l’altra Economia teme di per¬ dere
della sua purezza. Il fatto che il regolamento implichi un costo, non
costituisce motivo perché si debba riguardarlo come un affare
antieconomico ed estraneo alla scienza. Chi afferma questo, dimentica che
i beni, i servizi, gli ordinamenti che lo Stato crea, non li crea ex nihilo
; il rapporto in cui stanno coi beni, servizi, ordi¬ namenti prodotti
dall’iniziativa privala è di stretta complementarità, complementarità ebe deve
intendersi nel duplice rispetto, delle utilità e dei costi. Gl’economisti,
che vedono nell'aumento di spese generali delle aziende una ripercussione, a
tutta perdita, dell’assetto corporativo della Nazione, si mettono da
un punto di vista unilaterale, quello degli imprenditori; ed anche in
questo riducono la loro scienza ad una mezza scienza. L’assetto
corporativo fu pensato nell’interesse di ambo le parti: imprenditori e
lavoratori; meglio ancora, fu pensato nell'interesse generale del paese.
La disciplina restituita al lavoro, lo spirito di concordia che va
informando ogni giorno più i contratti collettivi e il valore morale della
magistratura che veglia sulla loro osservan¬ za e sui mutamenti delle
condizioni del mercato, sono vantaggi, che non si misurano in moneta, come
non si misurano in moneta quelli di una efficace organizzazione della
giustizia, della sicurezza, dell’istruzione o della difesa
nazionale. Si ripensa forse con nostalgia ad un’economia
pret¬ tamente individualista? Senza dubbio essa, limitando all’estremo le
funzioni dello Stato, riduceva al minimum le spese dell’azienda pubblica e
di riflesso alleggeriva il carico alle private imprese; ma lasciava
esposti ad un maximum di rischio i buoni rapporti delle classi, Che
le poche funzioni attribuite allo Stato erano giusto
quelle desiderate dai cittadini delle posizioni favorite, ai quali faceva
comodo che la macchina collettiva da produrre il diritto e la forza
esecutiva del diritto, lavorasse a conservarle. Ma era inevitabile che gli
altri cittadini rumi¬ nassero a farla lavorare altrimenti, prendendone in
mano le leve, di forza o di sorpresa. Quindi lotta aperta o insincera
collaborazione di classi. Molti molto si aspettano da un sistema
collettivista. \ogliono, dunque, un maximum di funzioni dello
Stato, il sistema implicando la trasformazione, graduale o di impeto,
dei servizi oggi resi dalla privata proprietà e dalla libera concorrenza
in servizi pubblici. Ma quel maximum si accompagnerebbe ad un minimum di
rendimento del lavoro e delle libere iniziative. Tale la previsione più
ragionevole. D'altronde lo sfruttamento del1 uomo per l’uomo, cacciato dalla
porla rientrerebbe dalla finestra, perché esso è un fenomeno generale, non
del- 1 officina soltanto, ma dell’ambiente stesso della famiglia, di
quello delle amicizie, dei partiti politici, ecc.; ha radici nella natura
umana. Il sistema socialistico ne svilupperebbe in un senso la fioritura, come
il sistema in¬ dividualistico la sviluppava in un altro
senso. L’assetto corporativo nazionale si tiene egualmente lontano
dai due estremi: mira ad attuare un maximum di rendimento del lavoro con
un minimum di attriti fra le classi sociali e di ritardi per il progresso
civile della nazione. Se non è il sistema perfetto, è perfettibile. Avrei
altro da dire, ma la lettera aperta vuol essere chiusa. Le sono quasi
grato, caro professore, d’avermi indotto a scriverla. Che, alla mia età,
si può anche pro¬ mettere un trattato di Nuovi principiì, ecc.; ma
difficile e mantenere la promessa! Devotissimo Benini 5 - S m
bit* La lettera che precede fu pubblicata in Nuovi Studi di diritto,
economia e politica ed era seguita da un articolo di Fnvel su L’individuo e lo
Stato nella scienza economica in cui si discutevano alcune mie
af¬ fermazioni. Al Bellini e a Fovel rispondevo con le pagine seguente.
Il tentativo compiuto da questa rivista per un primo orientamento nello
studio dell’economia corporativa comincia a dare i suoi frutti, e già
si veggono chiarite alcune posizioni fondamentali, che consentono una
certa disciplina nell’ulteriore ricerca. I due scritti pubblicati in
questofascicolo — la lettera aperta del Benini e l’articolo di
Fovel — sono due sintomatici documenti di quella svolta decisiva
nella storia della scienza economica che deve ormai risultare evidente a
chiunque abbia una mentalità non irretita da pregiudizi dogmatici.
Ma il risultato raggiunto è soprattutto notevole perché il
significato della svolta è stato reso esplicito e ìne- quivocahiìe, ed è
stato posto il criterio fondamen¬ tale per le nuove costruzioni
scientifiche. Si è usciti — ìai insomma dallo stato dì disagio
proprio di chi, pur insofferente del vecchio, non conosce ancora la nuova
via da intraprendere ; e si è posto un quesito che non può più restare
senza una risposta categorica. Benini, con squisita ironia e con
una critica che va anche al di là delle sue affermazioni esplicite,
ha accusato senz’altro l’economìa teorica di essere una mezza scienza, e
mezza « nel significato dimensivo dei termini, ossia dottrina che
nelle sue premesse fondamentali non ha gettato il seme di questioni
che pur le appartengono; questioni di vita della stirpe o di potenza della
Nazione; que¬ stioni di interventi o non interventi dei poteri pubblici
nei rapporti d’interesse privato; questioni an¬ che di scuole o di partiti
economico-politiei. Certo, ogni buon professore sa trattarne, e spesso ne
tratta in apposite lezioni dedicate alla politica economica, alla
storia delle dottrine, ecc. ; ma altro è che ne discorra filari sistema,
per la coltura generale de’ suoi allievi, senza sentirsi obbligato a farlo
dalla forza delle premesse; ed altro è che ne discorra, perché così
esige lo sviluppo logico degli enunciati, previdentemente inseriti in uno
schema introduttivo della disciplina. Ciò dipende, continua Benini, anzitutto
dalla ripugnanza che provano non pochi economisti ad accogliere nei loro
preliminari scientifici il concetto dello stato, quale fattore della
produzione. Tale disposizione d’animo non si giustifica menomamente ». E
non si giustifica perché lo Stato è coevo all’uomo », perché tra 1
homo (Economicità e il civis non ci può essere soluzione di continuità, perché
infine solo per un capriccio dialettico » è possibile isolare la
qualità del cittadino dal soggetto dell’economia politica. Né meno
categorico è l'atteggiamento di Fovel, il quale prende atto « che la scienza —
ripetiamo ancora: la scienza nel suo stato più puro — è negativa di fronte
alle scelte statali, le esclude da sé, non le mette neanche, a rigore, nel
novero delle scelte, è, insomma, negativa di fronte allo Stato. Ciò
può essere venuto per le origini antistatali della scienza economica stessa;
oppure per un incolpevole e vergine oblio teorico: oppure insomma (sia
detto con la massima prudenza) per un errore, che la ha viziata fin qui.
Lasciamo andare: il nascere del fatto poco ei importa. E ci importa, in¬ vece,
il fatto stesso, che è questo: per la scienza l’ipotesi statale, o,
meglio, lo Stato-ipotesi è (oppostamente aH’individuo-ipotesi) la non
economia; e lo è solo, e solo perché la scelta statale implica per
definizione, la non libera scelta individuale ». 11 quesito, dunque, che
si pone oggi alla scien¬ za può formularsi brevemente così. È lecita ed
è scientificamente giustificabile una costruzione si¬ stematica
dell’economia pura che prescinda dal concetto dì Stato e dal rapporto tra Stato
e individuo? E in caso negativo, in quale senso tale concetto
va introdotto nella scienza e a quali conseguenze teoriche deve
condurre? Questo, il punto di partenza per un’intelli¬ genza critica
dell’economia corporativa, e ci sembra ormai che nessuno onestamente possa
eludere il problema con una fin de non recevoir. Finché il
corporativismo s’intende come una mera esperienza pratica, i puristi possono
disinteressarsene, chiusi come sono nel loro preconcetto dualistico
dei rapporti tra scienza e politica, ina quando esso si traduce in
una perentoria istanza teorica, bisogna pur decidersi ad accogliere o a
respingere critica- mente. E noi ci auguriamo di avere
dall’esperien¬ za dei maestri un valido aiuto all’attuazionedel nostro
programma. Una volta posto il problema in siffatti termi¬ ni, il
primo punto da chiarire e da precisare concerne, naturalmente, il significato
stesso da attribuirsi al termine Stato e, correlativamente, al termine
individuo. E su tale punto conviene insistere con molta perseveranza,
soprattutto perché il concetto di Stato sembra a prima vista il più
semplice ed evidente che ci sia, sì da poter su di esso costruire senza
preoccupazioni di sorta; ma la sicurezza, poi, con cui si procede su tale
terreno viene subito a mancare appena si cessi dal presupporre noto il
conceLto e si tenti di determinarlo effettivamente. 11 che ci sembra di poter
dimostrare alla luce degli stessi scritti sopra accennati. 11 Benini parla
dello Stato, come di chi provvede alla difesa nazionale, alla sicurezza, alla
giustizia, alla viabilità, all’istruzione, ecc., e altrove osserva che il
processo della ricchezza è la risul¬ tante di due fasci dì forze
componenti: l’attività individuale, singola o associata, e l’attività
della organizzazione politica, di cui LO STATO è l’espressione suprema.
Ora, questo linguaggio implica un dualismo irriducibile di Stato e
individuo, e per quanto il vigile senso di concretezza che ispira Benini
lo conduca a concepire i rapporti di complementarietà delle due forze nel
modo più in- 134 timo e indissolubile, sussiste tuttavia una
radicale contrapposizione di funzioni e di finalità che compromette il
sistema, Tanto è vero che il Benini av¬ verte infine il bisogno di mettere
in guardia contro la tendenza di attribuire « un maximum di funzioni allo Stato,
perché « quel maximum si accompagnerebbe ad un minimum di
rendimento del lavoro e delle libere iniziative ». L’assetto corporativo
sarebbe ottimo sol perché « si tiene egual¬ mente lontano dai due estremi. Inutile
dire che la critica contro il colletti¬ vismo, ripetuta da Benini e mossa
da tutta l’economia lihcrale a quella socialista, è esatta nella diagnosi e
nella conclusione, ma occorre tener presente che il socialismo è superato
sol perché è superato il concetto di Stato ch’esso implica, e che è
quello stesso del liberalismo, dal quale non riesce a staccarsi neppure il
Benini. Lo stato, cioè, è circoscritto a un ente immaginario, in limiti
imprecisabili, e con personalità essenzialmente distinta da
quella degli individui che lo compongono. Si cambia cioè 10 Stato con
un organo centrale, relativamente estra¬ neo alla vita della nazione e
perciò sopraffattore delle energie individuali. Di quest’organo — che
è poi la burocrazia — a ragione si diffida e giusta¬ mente si
protesta contro l’attribuzione che a esso si voglia fare di un maximum di
funzioni. Ma questo è lo Stato ancien regime, al quale il FASCISMO deve
opporsi con tutte le sue forze, perché essenzialmente contrario al suo
spirito; lo Stato non deve essere, non è, un organo fuori
del- Torganismo, una sovranità opposta ai sudditi, una realtà sui
generis diversa dal cittadino: lo Stato, insomma, non è più quello contro
cui insorgeva il secolo elei lumi e che si è trascinato come
misero residuo nella storia del liberalismo. Lo Stato s’identifica con
l’individuo, in una sintesi idealmente as¬ soluta, e, di fatto, sempre più
realizzabile e realizzata. Se noi cercassimo infatti di precisare i
confini dello Stato ci accorgeremmo subito di questo progressivo suo
immedesimarsi nella vita della nazione. Dallo Stato alle provincie, ai
comuni, agli enti parastatali, agli enti morali è tutto un lento compenetrarsi
della vita pubblica in quella privata, sino all’esperienza rivoluzionaria
del FASCISMO che, prima sul terreno più strettamente politico dell
organizzazione del partito, poi, e ben più radicalmente, su quello
dell’organizzazione sindacale, ha posto decisamente l’esigenza di un
combaciamento assoluto della sfera dell’attività statale e di quella
individuale. Lo stato contro il quale nacque il liberalismo è veramente morto
eoi morire dello Stato propugnato dallo stesso liberalismo. E continuare
oggi a discutere dello Stato, illudendosi di poterlo individuare entro
quei limiti in cui lo si individuava nel Settecento, significa perpetuare un
equivoco di gravissimo pregiudizio per tutte le scienze sociali. Il potere
dello Stato non ba limiti e chiunque tentasse di determinarne le funzioni
resterebbe fatalmente a mani vuote: ogni determinazione della sua sfera
rispetto agli individui sarebbe fondamentalmente erronea. Ritornando ora
alle esemplificazioni del Belli¬ ni è facile spostare i termini del problema:
uno Stato comequello concepito dal fascismo, non provvede soltanto « alla
difesa nazionale, alla sicurezza, alla giustizia, alla viabilità, all
istruzione, ecc., ma provvede a tutto perché è immanente a tutto.
Ed esso perciò non può rappresentarsi come un fascio dii forze da
aggiungersi all’altro delle attività indi¬ viduali, bensì come le stesse
forze individuali nella loro vita solidale. Di quest unica vita sono
manife¬ stazioni tutti i poteri pubblici e privati, centrali
e periferici: e, nel campo economico, il bilancio dello Stato, quello
degli enti pubblici, degli enti para¬statali e morali, delle organizzazioni di
partito e sindacali, e infine di tutti i cittadini, che tutti nello e
per lo Stato vìvono. Ogni barriera che si volesse porre a un punto della
serie sarebbe affatto arbitraria e irragionevole. E si comprende, dunque,
come 1 ideale del corporativismo non debba esser quello dì rimanere
egualmente lontano dai due estremi (sopravvento dell’iniziativa privata o
della pubblica), bensì di rendere insussistente il problema eliminando ogni
differenza tra l’essenza delle due iniziative. Certo, se per Stato
s’intende la burocrazia, affidare ad essa l’economia nazionale non può non
es¬ sere una mostruosa utopia: ma lo sforzo del FASCISMO deve essere
appunto quello di sburocratizzare lo Stato, elevando ogni cittadino al grado
di funzionario pubblico. Il processo di trasformazione non è dei più
facili e dei più rapidi: v’è anzi il pe¬ ricolo di periodi di transizione
in cui il fenomeno burocratico si aggravi, e dia luogo a nuovi
inconvenienti. Si pensi che l’organizzazione sindacale e corporativa, prima di
aderire in modo soddisfacente alla realtà, è destinata in gran parte a
pesarvi su come una soprastruttura — vale a dire come una burocrazia.
Ma gli ostacoli non debbono arrestare ilcammino, anzi debbono porre la
necessità di accelerarlo, sì da superare con energia sufficiente
gli inevitabili punti morti. E per accelerare il ritmo, a me sembra
che uno dei mezzi {ondamentali deb¬ ba essere fornito dalla scienza, la
quale deve sgombrare il terreno dai pregiudizi teorici che arrestano, con
la forza della tradizione, la stessa mano dell’uomo d’azione. L
immedesimazione assoluta della vita dello Stato con quella dell’individuo
dà il criterio preciso della riforma della scienza economica, la
quale, dunque, non è « mezza scienza nel significato di- mensivo dei
termini), vale a dire nel senso di essersi occupata dell’individuo (una delle
componenti) e non dello Stato (l’altra componente), ma mezza proprio nel significato
deteriore di scienza fondata su premesse erronee, e propriamente sull’ipostasi
di un individuo e di uno Stato inconcepibili, o concepibili soltanto come
manifestazioni patologiche (individuo anarchico e Stato tiranno. ÀI quale
ulteriore concetto sembra accennare Fovel nella chiusa del suo articolo
quando dice che per colmare l’iato tra le scelte dette libere
dell’individuo e le scelte dette non libere dello Stato (si può tentare di
mostrare che anche le sedicenti scelte libere dell’individiio non sono
libere, ma economicamente imperative, quanto quelle statali; e ciò perché
sono esattamente prescritte dalle scelte pure libere degli altri
individui, ossia dalla società economica. Oppure si può tentare di
mostrare che anche le cosidette scelte non libere dello Stato
sono libere, né più né meno che le scelte individuali; e questo
perché anche le scelte dello Stato non sono altro, anch’esse, che scelte
di individui nella società economica. Senonché per Fovel, Stato e
individuo hanno ancora una loro particolare personalità, e lo Stato conserva
una fisionomia corpulenta, che rende estremamente difficile il processo di
risoluzione della sua autorità nella libertà degli individui e viceversa.
Quando l'iato sarà effettivamente colmato, il vero concetto di libertà
economica apparirà in tutta la sua luce e le forme stereotipate della
libera concorrenza e del monopolio, che restano a fondamento della costruzione
del Fovel, si risolveranno in uno schema economico ben
altrimentiadeguatoalla realtà.II SE ESISTA, STORICAMENTE, LA PRETESA
REPUGNANZA DEGL’ECONOMISTI VERSO IL CONCETTO DELLO STATO PRODUTTORE. Alla
lettera sopra riportala del Benini rispose anche L. Einaudi con il
seguente articolo pubbli¬ cato in Nuovi Studi. Renini, 1. Mi è
accaduto solo adesao di leggete, una tua sug¬ gestiva lettera aperta
pubblicata nel lasci colo di gennaio-febbraio di quest’anno dei Nuovi Studi-,
suggestiva, perché costringe a pensare e a dubitare. Le questioni «
di interventi o non interventi dei poteri pubblici nei rapporti d’interesse
privato; questioni anche di scuole o di partiti economico-poi itici »,
sarebbero di quelle questioni che dagli economisti sono discusse fuori
sistema; apparterrebbero a quella « seconda metà della scienza, quella che
non s’insegua come scienza, ma piuttosto come storia ed invano ne cercheremmo
nella prima metà i cardini d’attacco o i motivi premonitorii. Quale la
spiegazione del fatto? fecondo te, eaao « dipen¬ de anzitutto dalla
ripugnanza che provano non pochi economisti ad accogliere nei loro preliminari
scientifici il concetto dello Stato, quale fattore della produzione
». E benissimo aggiungi: «Tale disposizione d'animo non si giustifica
menomamente. Il processo della ricchezza è la risultante di due fasci di
forze componenti : l’atti¬ vità individuale, singola o associata, e
l’attività dell’organizzazione politica, di cui Io Stato è l’espressione
suprema... Fa della scienza a metà colui che si ferma alla prima
componente c tace della seconda o l’assume come « costante » lungo tutta
la linea di condotta della sua disciplina. Lo Stato, che provvede alla
difesa nazionale, alla sicurezza, alla giustizia, alla viabilità,
all’istruzinne, ccc., e trasformacosì Intona parte della ricchezza privala
in potenza collettiva (che rigenera ricchezza), è un produttore continuo
di beni, servizi e ordinamenti aventi carattere di stretta complementarità
coi beni, ser¬ vizi e ordinamenti dell’iniziativa privata ». 2.
Chiudo qui la citazione, perché, altrimenti, do¬ vrei riprodurre tutta la
tua bella lettera. Né la chiudo, per ridiscutere il problema della parte
avuta dallo Stato nella produzione della ricchezza; ma
esclusivamente per porre un problema di storia: chi sona quei
cotali economisti (non pochi, dici tu, e dal contesto del di¬ scorso
sarebbero i più, sicché occorre affermare contro di essi, quasi come teoria
nuova, la tesi dello Stato come fattore necessario e inscindibile della
produzione), M i quali repugnerebbero ad accogliere nei loro pre- J )
Appunto perché non intendo menomamente intervenire nella sostanza della
discussione aperta Ira te ed il prol. Spirito : ma soltanto porre un
dubbio storico su ehi e quanti siano coloro quali reputarono alla tesi da
te posta, così non discuto la critica che a queeta tesi muove lo Spirito:
implicare dessa, sebbene mate¬ riata di realtà, un « dualismo irriducibile
di Stato ed individuo » oramai superato dalle nuove concezioni dello
Stato, le quali iden¬ tificano lo Stalo con l’individuo «in una sintesi
idealmente ssso- Ima, e, di latto, sempre più realizzabile e realizzata ».
Vero è che, incidentalmente, lo Spirito afferma ebe il suo dualismo è
implicito nel « linguaggio a da le adoperalo. Il che porterebbe a
chiedersi se, per avventura, non si traiti di un contrasto — Ira la tua
(e quindi fra quella degli economisti ebe io tento di dimostrare
essere identica alla tua) e la tesi di S. — più di linguaggio —
di terminologia, che di parole. Se io possedessi la meravigliosa
facoltà «he in sommo grado aveva il compianto amico Vadali di
tradurre una qualunque teoria dal linguaggio geometrico in quello
algebrico, da quello edonista in quello della morale kantiana, dalla
termino- limiaari scientifici il concetto dello Stato come
fattore della produzione? La domanda non è impertinente. È rosi
supremamente difficile sapere chi, in economia, ha detto o non detto
qualcosa, ei è dichiarato fautore od avversario di un certo indirizzo, o
teoria, soxT-attutto è cosìstraordi¬ nariamente difficile riprodurre,
anche usando il massi¬ mo scrupolo, esattamente il pensiero altrui che
forse, penso, sarehhe opportuno non citare mai nessuno e
non attribuire ad altri, neppur ricordati genericamente, un qualunque
pensiero. 3. La mia impressione è che di codesti negatori
o dimentichi dello Stato, non ce ne siano oggi e non ce ne siano
stati mai tra gli economisti. Non bisogna scambiare per negazione o repugnanza
atteggiamenti men¬ tali profondamente diversi. Se l’economista
intendeva compiere una ricerca del tipo che diceBi astratto — ed i classici conseguirono i loro
maggiori successi per tal via — era ovvio ragionassero sulla base di
premesse semplici, ridotte talvolta ad una sola, e giungessero
a conseguenze vere nell’ambito delle premesse fatte. Se tra le
premesse non aveva luogo lo Stato, sarehhe illogico tuttavia affermare che essi
lo negassero o vi repu¬ gnassero. Anzi, il loro stesso procedimento logico
di- logia economico pura normativa in quella applicala
precettistica, potrei tentare di ritradurre la pagina dello Spirilo nella
formuli- allea tua, orna economialica classica. Sarebbe un esercizio feconda, simile
a quelli di cui racconta Loria, da lui intrapresi in gioventù; di RBporre
6uccessivamenie una data dimostrazione economica prima in linguaggio di
Smith, e poi di Ritardo e quindi di Marx, di Mill e di Cairnes. Ma sono esercizi che
vanno, come faceva Loria, dopo fatti, ripoBti nel cassetto. Giovano ad
ingegnate la umilio ad ognuno di noi, quando per un momento ci
illudiamo dì aver visto qualcosa di nuovo. Perché se questo novità
poteva essere stala delta con le loro parole e inquadrarsi nel pensiero
dei vecchi, segno è che quel qualcosa era contenuto in quel
pensiero. Ma non posaono né devono impedire cheogni generazione usi
quel linguaggio che meglio si adatta al modo suo di pensare e
d’inlen- dere il mondo. Si riscrive la Binria ; perché non si dovrebbe riscri¬ vere
la scienza economica, prima in termini di costo di produzione, e poi di
utilità e quindi di equilibrio statico e poi di
equilibrio dinamico? mostrava che essi affermavano la esistenza
dei fattori esclusi e riservavano ad allra indagine il tenerne
conto. Si può criticare il metodo, si può cercare di dimostrare che
con quel metodo non si può giungere alla scoperta della verità; non si può
tuttavia dire, senza offesa alia verità storica, che a causa della
adozione di quel me¬ todo essi negassero la esistenza dei fattori da eui
in prima approssimazione astraevano. Tanto poco negavano o repugnavano
che, per lo più, quando esei dall’indagine astratta si voltavano alla concreta,
dalla costruzione di schemi ipotetici passavano allo studio dei problemi reali,
ossia complessi e vivi, essi per lo piò facevano nelle loro discussioni gran
parte allo Stato. 4, Si può ammettere, sebbene storicamente si
deb¬ ba andare assai guardinghi nel fare affermazioni generali in
proposito, che gli economisti, a partire dai membri della « setta »
fisiocratica, attraverso a Smith sino a Mill non compreso, siano stati contrari
all’inter¬ vento dello Stato e favorevoli al laissez faire,
laisser passar. Ma fu già dimostrato (c(t., per le fonti, una
mia recensione del libretto The end oj laissez-faire del Keynes, in La
Riforma Sociale) che siffatta contrarietà non era teorica, ma puramente
contingente. l 'avversione all’intervento dello Stato non aveva cioè alcuna
connessione logica necessaria coi postulati fondamentali della dottrina
economica, non faceva corpo, come dici tu, con i cardini d’attacco della
scienza; ma discendeva da ragioni contingenti. L’osservazione degli effetti
dannosi delle vecchie corporazioni d’arti e mestieri, e del vincolismo
economico e doganale spiegano abbastanza il liberalismo di Adamo Smith e
dei classici. Dopo le ricerche di Nicholson in A Project oj empire
(di cui il concetto dominante è che per lo Smith la considerazione
delTacquisto della ricchezza deve cedere dinnanzi aquella della difesa ossia
della grandezza dello Stato: de.je.nce is oj much more impor lance
than opulence)-, dopo Laureo libretto di Schùller, Les économistes classiqu.es et leurs
adversaires fin cui viene dimostrato, testi alla mano, che la accusa rivolta
agli eco-Doratati di avere creato un fantoccio (il eosidetto
homo rp.conomicus] avulso dai luoghi, dai tempi, dalla storia, c di
aver dato ad un puro strumento di indagine figura di realtà concreta o
storica, è una invenzione gratuita dei loro avversari socialisti,
socialisti della cattedra, eco¬ nomisti storicisti, ecc. eec.], non è più
lecito attenersi ad una tesi dimostrata. all’iiifuori di ogni dubbio,
contraria alla verità storica. Quegli stessi economisti, i quali
affermavano i danni di certe determinate maniere di intervento dello Stato
reputate feconde di male, altrettanto recisamente affermavano la necessità
rii quell’azione (azione e non intervento, ae la parola
intervento implica il concetto che lo Stato si immischi sempre
in cose non sue] nelle maniere che reputavano più confacenti all’indole
dello Stato e più vantaggiose alla collettività. 5. S'intende che sempre
fu d’uopo non occuparsi degli imitatori, dei pedissequi,
dei sicofanti i quali colgono a volo le idee che corrano nell’aria ed
impasticciando scienza e pratica, un po’ di senso comune e molti pregiudizi
correnti, si gittano dalla parte che è alla moda e dimentichi oggi di quel
che avevano asseverato ieri, oggi sono liberisti e domani,
indifferentemente, interventisti. Costoro non sono scientificamente nulla,
sebbene siano i maggiori fabbricanti di scuole, di conventicole
protezioniste, interveniste, li- beriste, cattedratiche e delle vane
ingiurie che i rispet¬ tivi adepti ai scagliano l’un l'altro. La
caratteristica fondamentale del pensiero degli economisti in questo
particolare campo (naturalmente essi si occuparono sovratutto di
problemi più difficili, che dai laici sono detti, per dispregio, tecnici e
che sono e probabilmente sempre saranno i problemi economici specifici) è stato
un approfondimento vie maggiore del problema dei rapporti fra Stato,
individuo, società, gruppi sociali. Da Mill a Marshall, da Marshall a
Pigoli è tutta una indagine minuta e delicata, la quale talvolta diventa un
ricamo tenuissimo, rivolta a precisare, a limitare, a scrutare i metodi di
massitui 77azione della ricchezza, del benessere, della felicità, della potenza
degli uomini organizzati in società. Come è accaduto in tutte le scienze
progressive, ogni passo innanzi si innesta su perfezionamenti
precedenti ed è preludio a perfezionamenti successivi. Nella
nostra chiesa non è di moda la parola superamento, che veggo assai usata
tra ì filosofi; ma ben potrebbe tale parola eesere usata ad indicare gli
stadi successivi del pensiero economico, di cui ognuno non nega ma contiene e trasforma
gli stadi precedenti c sarà contenuto e tra¬ sformato negli stadi
fuluri. Perché, caro Benini, non ricordare il contributo che taluni
italiani colleghi tuoi e miei maestri hanno dato a queata meravigliosa
ascesa della scienza economica? Per ragioni scientifiche di divisione del
lavoro, è toccato a quella sottospecie degli economisti, la
quale studia ed insegna la cosiddetta scienza delle finanze,
di occuparsi dello Stato e dell’indole teorica del suo operare. Piace
anche a me il pensiero che supera Stato ed individuo ed insieme li fonde;
ma piace non meno e per la difficoltà dell’impresa soddisfa
intellettualmente di più lo sforzo di coloro che hanno tentato di ficcare
lo sguardo in fondo all’azione dello Stato ed hanno tentato definire in
che cosa consistesse la sua azione. Scartata la concezione errata dì uno Stato
il quale interviene a cose fatte, a ricchezza prodotta e preleva
l’imposta per consacrarla, ossìa distruggerla, sia pure per altissimi fini
pubblici (ed un ultimo vaghissimo ricordo di questa concezione lo vedo
nelle tue stesse parole, laddove parli di uno Stato, il quale (( trasforma
buona parte della ricchezza privata in potenza collettiva », dove l’errore
involontario sta nel supporre che esista una ricchezza privata da trasformare,
dopoché essa è stata prodotta, in qualcosa di collettivo, mentre la realtà
è che la ricchezza che lo Stato trasforma in potenza collettiva, non fu
mai privata, ma fin dall’inizio era prodotta dallo stato, se per prodotta
intendiamo cosa che non sarebbe nata se lo Stato non fosse esistito e non
avesse operato secondo l’indole sua), i teorici italiani assai discussero
intorno all’indole dell’apporto od azione dello Stato. Tu bene bai scritto,
continuando, che nella atessa maniera come i beni, i servizi e gli
ordinamenti delTiniziativa privata « ai sviluppano in quantità e varietà,
col progredire dell’incivilimento, e fanno luogo a rapporti viepiù
complessi e differenziati Ira gli individui o i gruppi, così i [beni,
servizi ed ordinamenti] loro complementari forniti dallo Stato non Iranno
colonne d’Eicole che li fermino ad un punto obbligata. Quarantanni fa Mazzola
aveva già scrit¬ to: c Che CROCE non comprenda l'accusa di
anti¬ storicismo da me rivolta alla scienza economica, non deve certo
meravigliare chiunque legga i perio¬ di ora riportati. L’economia come
l’arilxnetiea non cangia quale che sia il corso della storia :
l’economia è matematica anch’essa, e quattro e quattro hanno fatto e
faranno sempre otto. Con quale entusiasmo accoglieranno queste parole ì
nostri economisti ma¬ tematici, che giurano sulla purezza della loro
scienza 1 Ma che queste parole avessero dovuto suo¬ nare con tale durezza
anche sulla bocca di un filo¬ sofo e di uno storico, non ci saremmo
davvero aspettato. Oh, dunque, anche per Croce la distin¬ zione tra
economia pura ed economia politica è ovvia? Che ovvia sia sembrata e
sembri a tanti economisti — non a tutti — è cosa fuori dubbio, ma non
crede Croce che io, aprendo quei tali trattati cui egli allude, abbia già
dimostrato come, in real¬ tà, la distinzione non stia né in cielo né in
terra, e sfugga immediatamente dalle mani, appena si cer¬ chi
comunque di precisarla? Ecco, io non vorrei ritorcere l’accusa di scarsa
conoscenza delle opere degli economisti, ma non so proprio come
spiegar¬ mi questa fiducia illimitata che Croce ha sull’esistenza
effettiva di un’economia pura e, peggio an¬ cora, di una economia
matematica che non abbia fondamenti illusori. Non si lasci intimidire dall
apparente rigore delle ben collegate serie di formule, penetri un poco in
questo mondo di superiore tecnicismo e veda se gli sia possibile trovare
un tentativo sistematico di economìa matematica — nella possibilità e
opportunità del metodo matematico nella determinazione dei rapporti di alcuni
fenomeni economici non ci può esser dubbio — che non poggi su basi di
creta e non si riattacchi a presup¬ posti affatto arbitrari e
verbalistici. L articolo di Croce si chiude con un esempio, che
dovrebbe provare ad oculos la riduzione allW surdo dell’economia
attualizzata. Ma l’esempio — oltre la poco simpatica e poco generosa
ironia ver¬ so un uomo che merita tanto rispetto — riesce a provare
soliamo una cosa, vale a dire la poca co- scienziosilà di un critico che
pretende di far giusti¬ zia di un tentativo scientifico, artificiosamente
ridu- cendolo a una sua particolare espressione. Poeti giorni prima
che uscisse il fascicolo de La Critica era apparsa sul Giornale critico
della filosofia ita - liana la mia recensione del libro di Emilio La Bocca
[Abbozzo di una interpretazione idealistica del¬ la economia politica ,
Perugìa-Vcnezia. «La Nuo- va Italia »): che io non intenda a quel
modo l'identità di scienza e filosofia, CROCE avrebbe dovuto risultar chiaro, e
che nel libro dei La Rocca io veda Io stesso pericolo che vi
vede Croce, anche questo avrehhe dovuto essere evi¬ dente a chi si
fosse accinto alla discussione con animo sereno. Ma di serenità oramai il
Croce non è piu capace e prima di ogni altra cosa egli cerca
di convincersi che le nostre « manipolazioni pseudo- dottrinali siano
più o meno direttamente a servigio di equivoci ideali », che lo
autorizzino a diicuter- uè in maniera astiosa e ingiusta. Terreno,
questo dell ingiuria, nel quale sarebbe vano seguirlo, sia che si
cercasse di pagar della stessa moneta eia che si tentasse di persuadere
dell’errore. In chi lavo¬ ra con fede, trascurando frutti che pur sarebbe
facile (e quanto facile!) raccogliere, la ripetuta insi¬ nuazione di Croce
può gettare solo un’ombra di tristezza: forse un giorno, ritornando con
altro ani¬ mo su queste discussioni e avendo altri elementi
per giudicare gli uomini di oggi, egli sentirà il
rimorso dell’ingiustizia commessa. Ed ecco la recensione del saggio
di Rocca : È un audace tentativo di dominate nelle sue grandi linee
tutta la scienza economica da un punto di vista rigorosamente idealistico
: un tentativo che va considerato con molta attenzione da quanti sono persuasi
della necessità di porre in primo piano il problema del rapporto tra
scienza e filosofìa. Rocca, dopo aver accennato al principio fondamentale
dell’attualismo, cerco appunto di chiarire nel secondo capitolo il
concetto di scienza in generale e di scienza empirica in
partico¬ lare, e conclude « che se non può proprio parlarsi di identificazione
perfetta tra quella che è l’attività del filosofo e quella che è
l’attività dello scienziato, non deve potersi escludere tra esse una
parentela molto stretta che, mutate talune circostanze, potrebbe
diven¬ tare quasi tra esee una vera e propria identificazione. In verità,
questa soluzione, così schemati¬ camente riassunta, non può non apparire
alquanto in¬ decisa e problematica, né tutte le argomentazioni che la
precedono e la seguono valgono a farci superare ef- fettivamente lo stato
di dubbia da casa ingenerato. L’Autore ai oppone con malta efficacia a una
concezione ne¬ cessariamente naturalistica della scienza, ma
quando si tratta di giungere alla estrema conseguenza di tale critica
arretra un po’ perplesso e ripristina il dualismo che voleva eliminare: la
distinzione di scienza e filo¬ sofia, dialetticamente negala con acutezza
non comune, ai riafferma infine in modo categorico e nel senso
forse più pericoloso. Ma, osserva infatti Rocca, se una distinzione
rigorosa Ira le due non si può avere perché non può nel fatto aver luogo,
non è mica detto che una distinzione dedotta dal diverso oggetto o
fine che entrambe perseguirebbero non si possa avere. Si può avere di
fatti, consistendo la prima nella risoluzione nello spirito della realtà
universale, e l'altra nella risoluzione in esso di un aspetto particolare
della realtà universale. Dove è. chiaro che la realtà universale
viene abbassata a oggetto e che la filosofìa si concepisce ancora al
vecchio modo intellettualistico. La soluzione non molto rigorosa del
problema ha avuto le sue necessarie conseguenze nella scelta dei criteri
seguiti per determinare i principi fondamentali del- 1 economia. La
filosofia come scienza della realtà universale è rimasta un presupposto di
fronte all’economia che è scienza di un particolare aspetto di quella
realtà, sì che la ricostruzione filosofica dell'economia è
stala intesa nel senso di ricondurre ì principi scientifici
alle categorie filosofiche. E Rocca ha potuto perciò avvicinarsi
all’economia dall'esterno c tradurre i principi scientifici in termini
altualisticì, senza preoccupar¬ si troppo della fecondità di un tale
procedimento, destinata a esaurirsi in una zona di confine tra la scienza
c la filosofìa, intese al vecchio modo. Concepito in tal guisa il
problema, la prima preoccupazione di Rocca è stata quella di
individuare il principio primo della scienza economica, e
l’indivi¬ duazione naturalmente e stata da lui cercata non sul
ter¬ reno storico dell’origine c dello sviluppo della economia, bensì sul
terreno filosofico della dialettica dello spirito. L a priori è stalo
inteso non nell’attualità dell’esperienza scientifica, ma come la
determinazione pre- scientifica del principio della scienza. E il
principio è diventato allora un momento assoluto della
dialettica dello spirito, astoricamente concepito. «Ma», dice infatti il
La Rocca, parlando del rapporto tra economia ed etica, « se per quel che
riguarda la sua legittimità filosofica esso si identifica perfettamente
col principio dell’eticità, non si deve concludere insieme, che
non possa avere un suo oggetto speciale c inconfondìbile pur sulla
base della sua realtà etica. Es90 può ben af¬ fermare un suo originale
compito: quello della spiritua¬ lizzazione-materializzazione,
deH’acquisizione-alienazione, della valorizzazione-degradazione, il quale non
è certo il compito della eticità che, se lien l’occhio al primo
termine, non lo tiene, nello stesso tempo, ad entrambi. Tale procedimento
dialettico non si limila alla determinazione del principio primo, ma si estende
a tutti i concetti tradizionali della scienza economica, e Rocca tenta di
dedurre apeculativamente anche i termini di produzione, circolazione,
distribuzione e consumo; e finisce infine con l’idealizzare la figura dell
imprenditore identificandolo addirittura con il soggetto economico. Ma per
quanta fede e calore l’Autore ponga in siffatta ricostruzione, l’astrattezza
del procedi¬ mento non può non colpire l’attento lettore, che
vede, pur attraverso l’esigenza giustissima di cui il La Rocca è tra
i primi sostenitori, il grave pericolo di un ritorno all’hegelismo o al
filosofismo antiscientifico. Ho voluto insistere più sul lato negativo che
su quello positivo del libro del T,a Rocca — che pur è ricco di belle
pagine e di acutissime critiche — perché ritengo necessario e urgente
sgombrare nettamente il campo di tutti quei preconcetti filosofici e
scientifici ohe non consentono ancora di giungere all’assoluta
con¬ vinzione di un’unica forma del sapere e alla conseguente
ricostruzione storicistica della scienza. L idealismo attuale ha dato il
colpo di grazia al concetto intellet¬ tualistico di categoria, che è vano
voler fare risorgere comunque in una malintesa determinazione di
prin¬ cipi assoluti. I principi di tutte le scienze non possono che
ricercarsi sul terreno concreto dell esperienza sto- sebbene egli siTuìa^
Rocca ’ w problemi filosofie-;
narnn •of.ro « MMh> (atelier,„ (1 ]i M "r iivemlno^ne 0110
mente sinonimi. — lv enlano necessaria- d 1'~ » '•*.Srrjiar *
»In un articolo, Verso l’economia corporativa , Nuovi studi: La critica
dell’economia liberale, Milano, Treves) ebbi occasione di occuparmi di Tonelli
e di accennare agli errori metodologici delle sue teorie di politica
economica. Esemplificando in una nota, scrivevo. Rinviando la critica
della concezione ebe il de Pietri Tonelli ha della scienza della
po¬ litica economica a quando sarà pubblicato il tratta¬ to che I A.
annunzia, ci limitiamo qui, in via d’esempio, a riferire una delle presunte
leggi della nuova disciplina. Nella prolusione citata {Di una scienza
della politica, in Rivista di politica economica, fase. 1) si afferma
perentoriamente che « gli impulsi non si possono creare, né
distrugge¬ re «, che, « se gli impulsi esistono, si trovano
in proporzioni diverse in tutti gli uomini, dello stesso tempo e di
tempi diversi )), ecc. Non ci meraviglie¬ remmo se tutto ciò, prima o poi,
fosse tradotto in termini matematici e additato come una
delle eipiesaioni della scienza più pura ; ma la facilità che cobi bì
dimostra di trasportare sul terreno scien¬ tifico i termini più empirici e
indeterminati non può non rendere diffidenti contro le leggi
dell'eco¬ nomia razionale. La mentalità è sempre la stessa, e cioè —
piaccia o non piaccia l'aggettivo essen¬ zialmente dogmatica, come
potrebhe riconoscere anche Tonelli, qualora provasse a domandare a uno
studioso di psicologia e se Raffermare che gli impulsi non si creano né si
distruggono possa avere un qualsiasi significato men che banale. Come risposta
a questa critica il de' Pietri Tonelli non ha trovato di meglio che
recensire con troppo evidente acrimonia il volume in cui Particolo è stato
riprodotto (Rivista di politica economica, Ma a una recensione che si
limita a una filza di improperi non è il caso di ribattere : la polemica
diventerebbe personalistica e quindi estranea ai fini di una discussione
scientifica. Sarà piuttosto opportuno prendere in esame quel trattato che
allora Tonelli ci annunciava e di cui recentemente è apparso il primo volume
(Corso di politica economico, Introduzione, Padova, Cedam. Purtroppo le
previsioni contenute nella mia nota sono state confermate dalla realtà, e
sarà sufficiente qualche assaggio perché chiunque voglia giudicare con
animo sereno se ne possa convincere. Dopo aver discusso in generale
dell'oggetto della politica economica, 1\A. determina gli elementi
fondamentali dello studio. « Per limitare », egli scrive, « o meglio, per
delimitare, il campo della ricerca politica che ci interessa e metterlo
alla por¬ tata della mente dello studioso, si può cominciare con lo
sceverare e considerare, in sé, e nelle loro reciproche relazioni, tre
elementi fondamentali della realtà sociale, cioè della vita delle cerehie
sociali. Insieme coi fatti di natura, questi clementi formano la vita
deU’universo. Tali elementi sono precisamente: 1) gli impulsi, che indicheremo
con I, cioè i moventi, o le determinanti, o gli stimoli, ecc., quali
i bisogni, i sentimenti, gli interessi, le passioni, il raziocinio, ecc.,
assai vari e che si conviene debbano effettivamente esistere e
operare, per indurre gli uomini ad agire e ad esprimersi ; 2) gli
atti, che indicheremo con A, cioè le azioni, di diversa specie, a cui si
ritengono indotti gli uomini, soprattutto dagli I; 3) le espressioni, che
indicheremo con E, cioè le manifestazioni di linguaggi, ge¬ stiti, verbali
e scritti, riguardanti appunto gli I e gli A. Tutta la costruzione del
sistema è impostata su questa tripartizione della realtà sociale, sì
che convien fermarsi al limitare e domandarsi quale sia il carattere
e la validità scientifica di tali pre¬ supposti. È chiaro che una distinzione
fra impulsi, atti ed espressioni non può avere valore sistematico se
non si giustifica alla luce di tm criterio scientifico, ed è chiaro che un tale
criterio non può trovar¬ si se non nella disciplina che si occupa ex
professa di tali fenomeni. La distinzione, in altri termini, ha
bisogno di una giustificazione logica che le ven¬ ga dalla psicologia:
ogni allra giustificazione sarebbe di carattere empirico e però irrilevante ai
fini di un sistema scientifico. Ma, intanto, dal punto di vista
psicologico, nessuno potrebbe dare un qualsiasi valore a quella
distinzione, affatto arbitraria aia per la scelta degli elementi, sia per
la loro defini- zione, sia per l’interferenza dei rispettivi
campi, bolo chi non ha alcuna dimestichezza con questi studi può
illudersi di dare un significato critico a termini così radicalmente
antiscientifici. . Si P° lr ehbe, a questo punto, porre una
pregiu- disiale perentoria a tutto il sistema escogitato da Tonelli e
chieder conto di tali presupposti, esihiti senza alcuna garanzia della loro
legittimità. Ma noi vogliamo far credito all’À. e ammettere che si possa
accettare, su un terreno meramen¬ te astratto, una classificazione
ottenuta con un gros¬olano senso comune. Se non che, riconosciuto
nel senso connine o nell’opinione il fondamento della distinzione, è
possibile pervenire da essa a risultati che trascendano la sfera del senso
comune e dell’opinione? In altri termini, se la distinzione
ha carattere empirico, può da essa ricavarsi una qual¬ siasi
conclusione non empirica? La risposta non dovrebbe esser dubbia, e il lettore
dovrebbe aspettarsi che nel resto del volume si continuasse a discutere
mantenendosi sullo stesso terreno sul quale poggiano gli elementi
fondamentali. Ma le cose, purtroppo, procedono ben diversamente,
perché, appena esposta la distinzione delle tre classi, le classi
stesse vengono ipostatizzate e si comincia a giuncare con esse come con
quantità esattamente definite. Le tre classi a loro volta si
suddistinguono m classi minori, in cui l’arbitrio della definizione e
sempre più palese, ma nelle quali la rigidità del metodo appare via via
più dogmatica. La molteplì- cita delle classi acquista corpulenza
numerica, e tra lettere e numeri si trova subito il materiale per
una trasformazione in termini matematici. Dopo poche pagine le
grossolane definizioni si sono cangiate in entità aritmetiche c dalla
penna tecnicamente formidabile del de Pietri Tonelli cominciano
a scaturire le formule algebriche. Per chi volesse delibare la bontà del
metodo riportiamo il seguente periodo: « Così ad es., in 5a la ed Iy
possono, negli individui e quindi nelle C. accentuarsi, palesan¬ do
individui e C materialistici; in 82 , Ix ed le possono, negli individui e
quindi nelle C, accentuarsi palesando individui c C spiritualistici; in II
2 , Ih ed le possono, negli individui c quindi nelle C,
ac¬ centuarsi, palesando individui e C aperti alle no¬ vità nel campo
spirituale; in 122 , Ih ed Iy possono, negli individui e quindi nelle C,
accentuarsi, palesando individui e C aperti alle novità nel campo pratico;
in 22 , la ed Ih possono, negli individui e quindi nelle C, accentuarsi
palesando individui e C inclini a rinnovarsi nel loro interesse, poiché
coloro i quali hanno lai ,2 ed Ib son coloro che voglio¬ no salire nel
campo economico e in quello politico e son disposti alle mutazioni
necessarie » (pp. 39 Son cose che farebbero sorridere ironicamente, se poi non
atterrissero con la conseguenza di duecento pagine irte delle più
complicate formule matematiche, sotto le cui lettere e i cui numeri
si celano le elucubrazioni psicologiche e sociologiche del professore
di Tonelli, ad ineffabile gaudio dei suoi studenti. Non è il caso,
naturalmente, di dimostrare ciò che ha solo bisogno di esemplificazione:
casi simili di aberrazione scientifica si spiegano solo con motivi di
carattere patologico che fanno smarrire ogni contatto con la realtà e con
quello stesso buon sen- so con cui la imitazione vorrebbe iniziarsi. E
tanto più grave diventa la sensazione del patologico, quanto più l’A.
insiste sul carattere obiettivo delle sue ricerche, facendo amene riserve
sulla loro attendibilità. Come non rimanere addirittura sconcertati leggendo,
dopo non poche costruzioni matematiche relative agli impulsi, che « ancora non
sappiamo se gli I siano una nostra astrazione, per coprire la nostra ignoranza,
non esistendo di fatto che gli A; ovvero se gli 1 siano effettivamente una
realtà finora poco o nulla conosciuta? Le constatazioni ora fatte a
proposito del saggio del de 1 Tonelli non vogliono limitarsi a un caso
particolare, ma dal caso particolare, in cui l’assurdità giunge alla
massima evidenza, debbono estendersi un po’ a tutti i tentativi di
mateinatiz- zare i fenomeni sociali e alla stessa economia matematica
quale è comunemente intesa. L’unione della psicologia e della sociologìa
con il metodo matematico è una delle espressioni più gravi della mentalità
antiscientifica che domina nel campo delle scienze sociali: e non è ormai
lecito ritenere comunque valido uno solo dei tentativi compiuti in
tal senso. Il che, si badi bene, non è dovuto a una impossibilità
costitutiva di applicare la matematica a siffatti fenomeni, bensì
all’incapacità di ridurre a unità matematiche ì fenomeni stessi. E
l’incapacità si spiega eoi fatto che, se gli studiosi i quali si cimentano
nell’impresa hanno una preparazione matematica sufficiente, non hanno poi
alcuna preparazione scientifica alla intelligenza dei fenomeni psicologici e
non si sono resi conto delle critiche mosse alla sociologia dalla speculazione
moderna. Sì che, assumendo a fondamento delle proprie ricerche concetti
scelti e definiti arbitrariamente, scambiano l’oggettivo col soggettivo,
il determinato con l’indeterminato, e matematizzano indifferentemente tutto,
senza preoccuparsi di raggiungere l’effettiva quantificazione degli
elementi posti nelle loro formule. L’errore del procedimento appare con
maggiore evidenza nel campo delle ricerche sociologiche, dove l’ncongruenza
stessa delle conclusioni basta a far giustizia dell inutile fatica degli
studiosi che tuttora vi insistono. Ma purtroppo nel campo
della cosiddetta economia matematica l’illusione è più saldamente
radicata e le conseguenze dell’errore, meno manifeste, sono e diventano
sempre più pericolose. Siccome a nessuno può venire in niente di negare
l’opportunità e la necessità di servirsi della matematica nella analisi
dei fenomeni economici, il senso del limite si smarrisce agevolmente
e messici per quella china si sdrucciola a poco a poco dalla
matematica utile all’economia all’economia matematica, che è la negazione
dell’economia. Per comprendere la differenza che passa tra l’uso
lecito della matematica nel campo delle scienze economiche e la cosiddetta
economia matematica, è necessario distinguere la matematica come mezzo di
ricerca dalla matematica come sistema in cui le ricerche vanno composte e
fissate una volta per sempre. Ora, la validità del primo criterio
non dimostra affatto la legittimità del secondo, che è fa- talmente
destinato a fallire. La matematica come sistema, infatti, implica la
necessità di quantificare non solo i fatti economici, ma anche la ragione
di tali fatti; e il processo di oggettivazione, perciò, investe
illecitamente il mondo della soggettività. Basta riflettere un poco sui
risultati dell’economia matematica di Pareto per accorgersi delle mostruose
conseguenze cui dà luogo rillegittimo bisogno di presupporre quantificato o
comunque quantificabile ciò che condiziona lo stesso processo di
quantificazione. Perché gli economisti possano una buona volta uscire dal
vicolo cieco in cui si sono andati a ficcare, occorre che si decidano
ad abbandonare la loro psicologia da dilettanti e a distinguere nettamente
il fatto dall’atto, vale a dire ciò che è necessario considerare in veste
di numero e ciò che del numero è condizione. Allora finalmente si
accorgeranno che l’economia matematica non è possibile, per il semplice
fatto che il numero è nella vita, ma la vita non può essere
numero. Per chi lavora, desideroso soltanto di allarga¬ re gli
orizzonti e di aver la certezza di andare innanzi nel cammino della scienza, vi
sono dei dis¬ sensi che hanno perfino maggior valore dei consensi. E sono
i dissensi dei cattedratici, che, allarmati e disorientati dai colpi inferti
agli schemi tradizionali della loro scienza, scendono in campo uno
dopo l’altro a difendere il loro regno pericolante, non senza gratificare di
burbanzose parole chi osa ficcarvi lo sguardo un po’ a fondo. Ne
ven- gon fuori delle confutazioni, le quali, o raggiungono 1 effetto
contrario per la inadeguatezza dei vecchi criteri di giudizio
relativamente alle nuove teorie da combattere, o addirittura sbagliano il
ber¬ saglio per la mancanza di quel tanto di buona volontà che
occorrerebbe per scorgerlo davvero, e per la fretta di liberarsi di
qualcosa che inconsciamen¬ te s intuisce come un grave pericolo. Effetto
contrario, dico, in quanto tali critiche finiscono col fare insuperbire chi ne
è oggetto e col far trascurare, in conseguenza, anche ciò che di valido
può essere al fondo di siffatte negazioni globali e violente. 0 come
non insuperbire, infatti, considerando lo sforzo compiuto da Contento ’)
attraverso ima quarantina di pagine dedicate a di¬ fendere P homo œconomicus
dalle, mie critiche.' 1 Come non insuperbire di fronte a tanta
ingenuità di argomenti e a tanta incomprensione della mia tesi? Ma è
un malinconico insuperbire, come quel¬ lo di cbi pur vorrebbe convincere e
far sì che la propria certezza, sempre più consapevole e
salda, diventasse la certezza degli altri. Il che purtroppo non è
neppur da sperare di fronte a chi troppo evi¬ dentemente è su una strada
affatto diversa e parla un linguaggio che non consente la discussione.
La risposta non può avere valore che per i terzi, vale a dire per
quelli che, affacciandosi più spregiudi¬ catamente alla questione, sono in
grado di vedere obbiettivamente e di fare quello sforzo di
buona volontà che è indispensabile per comprendere ciò che si vuol
giudicare. Prendendo lo spunto da quanto affermarono Alfredo Rocco e
Filippo Carli nel congresso della Associazione Nazionalista del 1914, che
non vè « forse un’azione economica che l’uomo compia sotto la spinta
del puro interesse economico, cioè sotto l’impero del principio edonistico
», il Con¬ tento giustamente fa osservare che Vhomo cecarw- micini è
una astrazione scientifica per nulla com¬ promessa dall’affermazione dei
nazionalisti, con la quale non si può non concordale. Dal punto di
vi¬ sta scientifico una sola cosa importa ed è la preci- J ) Albo
Contento, Dilesa dell'ut homo œconomicus. L'homo œconomicus » nello STATO
CORPORATIVO, in « Ginnialo degli economisti. sazione del concetto di homo
cecanomicus : preci¬ sazione alla quale 1 A. vuole addivenire dopo
aver convenuto con me che « molta dell'incertezza che domina nello
svolgimento e nelle conclusioni della scienza economica, derivi da una
mancata defini¬ zione di quel postulato, cui si assegnano valore e
li¬ miti più o meno diversi. Senonché rac¬ cordo si arresta a questa
constatazione, dopo la quale le vie divengono sempre più divergenti, per
non incontrarsi mai più. E, per cominciare, il Contento attribuisce
anche a me la mancata precisazione del concetto, quasi che fosse possibile
precisare ciò che si nega in quanto imprecisabile. Io ho
affermato che l’uomo osconnmicus non può valere come ipo¬ tesi scientifica,
perché è un termine scientificamen¬ te tutt altro che rigoroso e
determinato: chi pensa il contrario ha il dovere di mostrare la
possibilità di ima definizione valida, ma non può pretenderla da
me. Alla definizione, per conto suo, si è accinto Contento, eliminando in
via preliminare i comuni concetti di egoismo, edonismo e utilitarismo.
Que¬ sti concetti non sono adatti a caratterizzare l'homo œconomicus
ed è stato un errore degli economisti aver fatto implicitamente o
esplicitamente una tale confusione. La dimostrazione che ne dà l’A. non
appare, in verità, gran che persuasiva, fondata cont essa è sulle
definizioni dei vocabolari di Zingarelli e di Tramatter: comunque
possiamo dare per buona la conclusione e passare all'analisi del
concetto che si vuol sostituire a quelli ritenuti errati. Richiamandoci al
pensiero, scrive Contento, di quelli che fecero dell’fi. ne. il
postulato fondamentale, o la base di tutto l’edificio scienti- fico,
può dirsi deva intendersi, con tale designazione. 1 individuo immaginato nella
sua pura condotta economico, la quale, nei moventi e nei fini, si ritiene
informata, generalmente, ad un tipo uni¬ forme corrispondente alla ricerca
della massima soddisfazione col minimo di sforzo cioè all'applicazione
integrale del principio del minimo mezzo. Si comprende bene come dopo questa
defini¬ zione l’A. non sappia giustificare la critica che si fa dell
5 *. ck., né sappia vedere alcuna incompatibi¬ lità tra Vh. 03. e la
concezione corporativa dell’economia. Un individuo che cerchi di seguire il
principio del minimo mezzo non solo è perfettamente a posto qualunque sia
l’ambiente politico in cui vive, ma è anche Punico individuo concepibile
nella sfera della normalità. Il che riconosce esplicitamente lo stesso Contento
quando afferma: « Ogni uomo vivente tende a comportarsi da h. ce.,
cioè misurando la convenienza dei mezzi al fine, non pure nel rampo
stoltamente economico , ma in ogni campo della sua esistenza, e affermiamo
che, se così non fosse, se ognuno non cercasse di condursi, sempre, seguendo
il principio della economicità, danneggerebbe, alla fine, non pure se
stesso, ma la società tutta intera. Chi così non facesse,
sistematicamente, darcbhe prova non tanto di non essere un egoista ,
quanto di essere... un incosciente! E allora? Relegate nella sfera delFinco- scienza
le azioni non subordinate alla legge del minimo mezzo, l’uomo è sempre Vh.
ce. non pure nel campo stoltamente economico, ma in ogni cam¬ po
della sua esistenza [enfasi mio], né resta dunque modo di distinguere
mediante tale princi- pio le azioni economiche dalle non economiche.
Il presupposto fondamentale della scienza economica si dissolve in
una vuota generalità e la fictio del- 1 h. ce. si rivela ancora una volta
assolutamente ina¬ datta a servire da ipotesi scientifica. Ex ore tuo
iu- dico te: e non v’è bisogno di aggiungere altro alla confutazione
che Contento ha fatto involontariamente della sua definizione. Inutile dire che
con ciò stesso viene a mancare ogni ragion d’essere alla critica
mossa a Rocco e a Carli — con la quale pur avevamo convenutotendente a
mostrare il carattere astratto dcll’ft. re.: se Yh. re. è colui
che segue il principio del minimo mezzo, h. re. è l’individuo concreto
nella pienezza della sua realtà, in ogni momento. Dato un concetto
così anodino di li. re., si comprende come Contento non sappia spiegarsi
il suo necessario collegamento col liberalismo politico. Qualunque sia la
concezione politica dell’economista, l’astrazione dell’/i. re. resta nella sua
assoluta integrità, perché rispondente a un rapporto di mezzo a fine che
non muta per il mutare del fine. V’è Yh. re. nel regime liberale, come in
quello auto¬ cratico come nel democratico, e Yh. re. adatterà la sua
condotta all’ambiente in cui vive seguendo tuttavia in ogni caso il
principio della economicità. Di qui scaturisce la seconda accusa che
Contento muove alle mie affermazioni circa l’intervento dello Stalo e il
rapporto Ira individuo e Stalo. Per l’A. esistono due modi d’intendere lo
Stato e, in particolare, lo Stato corporativo. « Secondo alcuni, die
partono dal vecchio e normale concetto dello Stato, quale ente
rappresentativo degli interessi generali dei cittadini, creato come organo ad
essi superiore, la figura dello STATO CORPORATIVO è una concezione che evitando
i mali dello stretto individualismo, o liberalismo, come quelli del completo
statalismo, riunisce di tali principi i vantaggi, creando nuove forme
d'organizzazione politico-economica, nelle quali le varie categorie ed i vari
ed opposti interessi sociali si riuniscono e con temperano, consentendo al
progresso della vita civile un più armonico e intenso sviluppo. Secondo
alcun altTo. come, e specialmente, lo Spirito, la differenza consisterebbe
in ciò, che la nuova forma, non pure avvicina e unisce, ma chiaramente accomuna
e immedesima Stato e cittadino, in modo da renderli un unico ente Alle due
diverse teorie il Contento fa seguire i seguenti perentori giudizi. La
seconda delle ricordate concezioni è, a nostro avviso, inconsistente per
lo Stato corporativo, come per ogni altro Stato. Se pur corrispondesse alla
realtà, e sarebbe, evidentemente, per qualunque Stato, ciò avrebbe importanza
dall aspetto filosofico, più che economico. La prima invece,
fondamentalmente vera, parte da un presupposto errato, quale quello della
semplice condotta negativa dello Stato nella organizzazione liberale. E
Contento continua mostrando come anche lo Stato liberale sia sempre
intervenuto, in misura maggiore o minore, nell’economia della nazione e abbia
quindi influito sulle economie individuali. Con l’ECONOMIA CORPORATIVA non
si è mutato il problema, e l’intervento dello Stato è rimasto
sostanzialmente della stessa natura. L’unica questione viva è quella dei
limiti di tale intervento, e i limiti sono stati certamente
spostati, richiedendo nìf individuo una limitazione più am¬ pio alla
sua condona economica. Ld ecco come 1"A. può concliiudere ripetendo
ancora una volta la concezione dello Stato contrattualista-liberale per
cui questo, pur frenando l’arbitrio individuale », concede all’uomo
({il massimo di libertà compatibile in lina civile convivenza. Ma, intanto,
scartata come meramente filosofi¬ ca (che cosa mai Contento intenderà per
filosofia?) la teoria dell’identità di individuo e Stato, mito il
ragionamento ha preso altra direzione e la mia tesi, che pur si voleva confutare,
non è stata neppure sfiorata. Io volevo contrapporre Stato liberale e
Stato corporativo in quanto il primo è concepito come Stato limite delle
libertà individuali e il secondo invece come Stato potenziatore
delle libertà stesse: volevo contrapporre al dualismo di individuo e
Stato, e alla conseguente distinzione di economia individuale ed economia
statale, l'unità dei due termini e la negazione dell economia
individualisticamente concepita: volevo insomma negare, insieme alla vecchia
concezione economico- politica dello stato, quel concetto di homo œcono- micus
che il Contento si affanna a difendere. Ma la risposta dell'A. lascia
assolutamente impregiu- dicala la questione, perché gira, senza
affrontarlo, proprio il principio fondamentale della mia cri¬ tica,
vale a dire quello che dà significato e valore a tutte le particolari
conseguenze. Quell’ individuo che vive nello Stato senza essere lo Stato e
che perciò può venir limitato nella sua lihertà dallo Stato stesso;
quell'individuo che ha finì propri, realtà propria e diversa, sia pure
in parte, dall’organismo di cui è espressione; quel- 1 individuo è
appunto l’esponente del liberali¬ smo politico e del liberalismo
economico, in netta antitesi col corporativismo come è stato da me
teorizzato. Quell’individuo si è scientificamente dimostrato irreale, e
con lui è venuto a mancare ogni fondamento alla ficiio dell’homo œconomicus di
cui è il presupposto necessario. Non avendo inteso né avendo comunque
analizzato questa negazione perentoria, Contento è rimasto anche lui sulle
orme del vecchio liberalismo, precludendosi la via a ogni comprensione del
significato rivolu¬ zionario della concezione politica del fascismo
e del corporativismo. Al quale proposito il Contento crede di scoprirmi
in grossolana contraddizione, quando io, pur avendo riconosciuto proprio
di ogni Stato il carattere dì immanenza all’individuo, affermo
esplicitamente che solo l’ECONOMIA CORPORATIVA pttò dirsi sul serio
scientifica. Confermato così, anche su questo punto, dice infatti l’A., il carattere
di congiunzione, o di derivazione, dello Stato corporativo da quello
liberale, non possiamo spiegarci come lo Spirito, che asserisce non
potersi separare, nel campo economico, la concezione della vita dello
Stato da quella delle economie individuali, dato che lo Sialo interviene sempre
in queste, sostenga poi che soltanto l’ECONOMIA CORPORATIVA sia degna del
titolo di scientifica, scrivendo; « che lo Stato sia costitutivo
essenziale della vita individuale non è verità che s’instauri col
regime corporativo, né è limitata alla vita politica dell’Ita¬ lia di
oggi: ma mai come nell’Italia di oggi que- sta verità è slata
esplicitamente affermata, inai si è concepita la vita economica nazionale
come una unità così saldamente organica ». — 11 semplicismo di questa
conclusione è troppo evidente per dovervi insistere. — Sarebbe come dire che
soltanto quello e degno del nome di inverno, perché mai come allora ci si
accorse del freddo !). Ma semplicistica, a ver dire, è la osservazione del
Contento ed egli stesso dovrà con¬ venirne se rifletterà sul senso preciso
delle mie parole. Che la concezione copernicana del mondo sia la sola
scientifica non vuol dire che prima di Copernico il mondo fosse governato
da altre leg¬ gi; allo stesso modo con l’economia corporativa, o, per
essere più esatti, con l’economia che riconosce l'identità di individuo e
Stato (il corporativismo essendo solo l’espressione teoricamente
realizzante- si di questa identità), si giunge alla
consapevolezza della vera realtà dello Stato e ci si pone in grado di
eliminare quegli errori teorici e pratici che osta¬ colavano la libera
affermazione deH’individuo. Tra la libertà del liberalismo e quella del
corporativi¬ smo bene inteso, v’è appunto la stessa differenza che
passa tra Vhomo mconomicus e l’individuo vi¬ sto nella sua identità con lo
stato. RIFORMISMO 0 RIVOLUZIONE SCIENTIFICA? In un recente articolo
(1/economia corpora¬ tiva, l’individuo, lo Stato e una polemica, in
Po¬ litica Sociale, FoveI cerca di chiarire in qual senso
egli consente e in qual senso dissente dalle tesi da me sostenute. E
conclude con questa pagina che è op¬ portuno trascrivere per intero: «
Identificazione ideale, dunque, fra individuo e Stato. D’accordo. Ma
per quale via? Qui si affaccia la terza cosa, che si deve dire allo
Spirito. Essa è che, se la sua po¬ sizione del problema è perfetta, la
soluzione che egli ne dà è, dal punto di vista della scienza
econo¬ mica, imperfetta. Dal punto di vista della scienza economica,
noti bene Io Spirito, e non già da un altro diverso, per esempio, quello
genericamente storico. Ma però, noti ancor meglio lo Spirito,
dal punto di vista della scienza economica toni court. e non già di
quella detta liberale. E dove sta Firn- perfezione? Non si può certo qui.
nello scorcio di quest’articolo, già troppo lungo, neanche delibare la
questione. Indichiamo soltanto la grande di- rettivi! di marcia. Eccola.
Spirito tenta la idenli- ficuzione ideale dell'individuo e dello Stato,
risol¬ vendoli entrambi in una terza nozione, che è la Nazione. Ora
ci chiediamo noi. forse, qui, se questo tentativo può, scientificamente,
riuscire? Ossia se la nozione di Nazione sia esprimibile in
termini quantitativi? No. Si può anche aggiungere che non siamo
troppo diffidenti in proposito. 0, almeno, non vi crediamo molto meno di
quello che crediamo al- l'esprimibilità quantitativa dell’individuo. Ci
limitiamo invece a dire clie, tentando questa via. Spi¬ rito tenta ab imis
una nuova scienza economica. E che noi invece pensiamo che la
identificazione possa avvenire, estendendo allo Stato lutti i dati
for¬ mali dell’individuo (e viceversa), cosi come oggi la scienza
economica lo concepisce. E che, così facendo, la identificazione voluta si
realizza attraverso una espansione energica, ma non eversiva,
della scienza economica, quale oggi si presenta. È un metodo. È un metodo
anche questo — esso consiste nell'innestare nuove teorìe sui vecchi
principi rianalizzati e rifecondati, e che chiameremo riformista — che ha i
suoi vantaggi. E che, tralasciando quelli teorici che ci trascinerebbero
nel cuore della questione, ha i vanlaggi pratici seguenti. Mettendosi per
questa via si potrebbe marciare, almeno per un bel tratto, fianco a fianco
con altri molti studiosi; quelli che anche in altri paesi
pensiamo soprattutto alla nuova scienza economica dinamica americana
— lavorano a rinnovare e a ricostruire, senza ripudiarla, la scienza
economica accettata. Si utilizzerebbero, agli effetti della penetrazione
delle nuove teorie nello spirito pubblico e sopratutto nel¬ le
élites, quei sedimenti, che la tradizione sdentili- ea forma sempre,
ravvivandoli senza distruggerli. FoveI, dunque, d’accordo con me con la
tesi fondamentale di ricostruire la scienza eco¬ nomica alla luce del
principio della identificazio¬ ne di individuo e Stato, non erede che ciò
debba farsi operando una vera rivoluzione scientifica e propone un
metodo riformista ebe concilii il nuovo col vecchio e utilizzi i sedimenti
della tradizione. Ora, lasciando da parte i vantaggi pra¬ tici che sono e
debbono essere fuori questione, bi¬ sogna riconoscere che una scienza,
qualunque essa sia, non può progredire che su se stessa, svolgendo e
perfezionando i principi che ne costituiscono il fondamento. È questa una
verità ormai lapalissiana, specialmente per chi riconosce nello
storicismo il carattere precipuo della nuova scienza. Chi si proponesse
a un bel tratto di arrestare il corso del¬ le cose, e ricominciare
daccapo, dimostrerebbe per lo meno una grande ingenuità e sarebbe
costretto suo malgrado a smentire con i fatti la sua
pretesa verbalistica. Anzi, v’ha di più: a guardare bene a fondo,
ogni scienza coincide con la sua storia, e in¬ tenderla e perfezionarla
non si può senza intende¬ re e continuare il suo processo di formazione. E
se questo avviene in generale per ogni scienza, tanto più deve
verificarsi per le scienze sociali e per le- conomia politica in
particolare: scienze in cui l’aderenza alla vita storica è più immediata e
palese e in cui le vicende politiche sono più manifesta¬ mente
condizioni del sorgere e dello svilupparsi di certi problemi teorici. Né
ad altro, in fondo, ha miralo lutto il lavoro eia me compiuto, con cui
ho cercato di porre in chiaro il delincarsi delle nuove esigenze
scientifiche alla luce de] processo storico che in esse è sboccato
trasvalutondosi. Ora, è chiaro che. se questo è il nostro programma e il
carattere fondamentale della nostra critica, porre il dilemma se convenga
meglio una revisione riformistica o un’opera rivoluzionaria non può
avere il significato che a] dilemma stesso si da accennando all
utilizzazione dei residui tradizionali. Nessun dubhio infatti che tutto il passato
vada utilizzato e inverato, e non superficial¬ mente o rapsodicamente,
bensì nella sua realtà in¬ tegrale e imprescindibile. Nessun dubbio,
dunque, che si debba trattare di riforma e non di negazione pura e
semplice di quanto è stato fatto nel campo di questi studi: di riforma, e
cioè di ulteriore processo che viva dell’esperienza già fatta e la
conduca a nuovi e più profondi risultati. Se non che c’è riforma e
riforma: quella che si svolge nel ritmo normale della vita di ogni
gior¬ no e cambia il mondo quasi inavvertitamente ponendo pietra su
pietra; e quella, invece che segna un punto di arresto e di ripresa,
perché nel lento processo di trasformazione ci si accorge a un tratto che
la via presa non è proprio la più adatta e che, se non si vuol
precipitare, eonvien volgersi in altra e più giusta direzione. V’è,
insomma, la trasformazione ordinaria e quella straordinaria, senza che tra
l’una e l’altra ci sia iato o contraddizione, che anzi il lento modificarsi
delle condizioni crea a poco a poco mia nuova situazione, la
quale all’improvviso si svela ed esige un nuovo orientamento. Abbiamo
allora la rivoluzione, che non è, si comprende, neppur essa negazione,
bensì processo accelerato e rapido dissolvimento di tutto il negativo che
via via era andato affiorando. Una rivoluzione degna di questo nome non è
eversiva, non distrugge nulla che non sia già distrutto, ma
toglie via le macerie perché il lavoro proceda senza impedimento. e il
nuovo si affermi in tutta la sua pienezza di vita. A chi ci domandasse, a
questo punto, se nella revisione della scienza economica occorra oggi
una opera riformistica o rivoluzionaria, potremmo si¬ curamente
rispondere, senza timore di essere frain¬ tesi. che la crisi di questa
disciplina è giunta ormai a un punto culminante e che vano sarebbe aver fiducia
in soluzioni non assolutamente radicali. Ma si deve, poi, aggiungere, che
la rivoluzione da noi auspicata acquista un carattere storico sui
generis e quasi in apparente contraddizione con quanto è stato fin
qui detto. È una rivoluzione, infatti, che nega, in un certo senso, la
scienza economica quale si è venuta svolgendo da due secoli a questa
parte e che tende a far riprendere il cammino ex nova, per vie finora
non tracciate. Contraddizione apparente, dico, perché anche qui la
negazione non è sterile negazione, e cioè annullamento di qualcosa che abbia
una realtà posi¬ tiva, bensì riconoscimento esplicito
dell’inesistenza di ciò che si nega. E quel che si nega è
addirittura la dignità di scienza airecnnomia costruita da Smith in
poi: si nega, in altri termini, che sia esistito un economista capace di
superare l’empiricità delle ricerche particolari per assurgere a un sistema
informato a un principio unico e organico; si nega che la sistematicità
dei più famosi trattati di economia sia più che estrinseca e formale; si
nega, infine, che ci sia un solo concetto fondamentale
dell’economia (valore, utile, bene economico, gusto, homo œconomicus,
libera concorrenza, ece.) cui si attribuisca un significato non
intimamente contradditorio. Si comprende bene come un’affermazione
così perentoria, così grave e paradossale, debba provo¬ care il
dissenso e anzi lo sdegno di ehi, educato a questi studi, ha imparato a
venerare come sommi maestri Smith e Ricardo, Mill e Pareto;
ma bisogna pure una buona volta spezzare l’angusto cerchio in cui
l’economista si chiude, geloso del suo tecnicismo, e reinterpretare i
classici alla luce del loro tempo, dei loro presupposti speculativi e
delle esigenze loro fondamentali. Occorre, insomma, far scendere gli
dèi dall’olimpo in cui sono stati posti con scarsa consapevolezza storica
e procurare di giudicarli con criteri più larghi e comprensivi,
sen¬ za farsi deviare dall’esagerato rispetto di fame con¬ solidate
troppo esotericamente. Ma perché questa opera dia i suoi frutti, è necessario
pure che coloro i quali sono urtati nelle loro convinzioni o
nelle loro opinioni abbiano la forza di considerare
senza intolleranza i risultati che loro si offrono, e soprat¬ tutto
si dispongano a sceverare ciò che nelle loro convinzioni è frutto di
ricerca personale da ciò che vi si confonde come presupposto acquisito e
indi¬ scutibile sol perché non discusso. Certo, agli occhi loro deve
apparir strano ed assurdo che si possa du¬ bitare del valore scientifico
di una siffatta discipli¬ na e che scrittori ritenuti classici nel senso
più alto della parola siano di punto in bianco riportati a una non
aurea mediocrità; ma essi debbono pur convenire che tutto è relativo e che
con un occhio solo si è re nel inondo dei ciechi, sì che chiudendo¬ si
nel mondo dell'economia non v’è da meravigliar¬ si se diventino
luminosissimi soli le semplici lan¬ terne del più vasto mondo della
cultura. 0 che for¬ se avrebbero nozione della loro piccolezza i
lillipuziani se non conoscessero altro che il paese di Lilliput? Né, d’altra
parte, è lecito pretendere che i giganti di Lilliput siano presi sul serio
fuori del loro regno. E 1’economia non è un regno che possa vivere in una
beata solitudine. Uno degli esempi tipici del consolidarsi di
una fama esageratamente superiore alla realtà dei meriti effettvi è quello
di Smith, il cosiddetto fondatore dell’economia scientifica. Mezzo
empirista e mezzo huonsensista, incline per educazione alle vaghe
ideologie, con troppa abbondanza coltivate nelle sfumature di una etica
inconsistente, lo Smith era certo la persona meno adatta a dar forma
scientifica a una disciplina come l’economia. >) Vero è rbe ormai i
migliori Ira gli storici dellVonomia mettono per lo meno in dubbio tale
qualifica, ma ciononostante Smith reeta sempre in altissimo loro e in
lulti i modi si certa di gon- tiare ciò che a Smith non appartiene o ciò
che, a lui appartenendo, non è certamente esempio di particolare
prolondilà. Tra labro Smith è diventalo il classico ohbligalorio per chi si
presento agli esami di concorso per l’insegnamento dell’economia
politica nelle scuole medie. A quale titolo? Sta di fatto che i candidali
non lo Studiano e gli esaminatori girano al largo. Evidentemente
ne gli uni nò gli altri riescono a entusiasmarli per una sì grande □para.
Non sarebbe tempo di finirle? Ma, intanto, se il suo nome, per quel che
rigirarti 1 etica, è stato completamente offuscato dai colossi della
speculazione, a cominciare dal suo maestro ed amico Hume, Leu altra è
stata la sorte della sua opera sulla ricchezza delle nazioni, assurta, non
certo per meriti superiori a quelli della sua etica, a pietra miliare o
addirittura iniziale della storia della scienza economica. E il più strano
è che tra le lodi più comunemente rivolte allo Smith v’è appunto quella
di aver sistemato in un organismo unitario ciò che prima di lui era
frammentario e disperso. Ora, se v’è cosa che salta subito agli occhi a
chi legga 1 opera di Smith, è proprio la sua radicale incapacità a porre
unità nelle sue consi¬ derazioni e a dare una qualsiasi veste
sistematica alle sue aprioristiche affermazioni da esscryist. Se poi
dall unità passiamo alle singole teorie, la stessa indeterminatezza di
limiti e di formulazione si rivela, anche là dove l’espressione verbale
sembrerebbe più categorica e decisiva; e da indetermina¬ to a
indeterminato, si scende giù giù fino alla fine dell opera senza aver mai
agio di poggiar su un terreno di una qualche solidità. Comunque — valore
sistematico a parte — quale la parola nuova dettaci da Smith?
Vano sarebbe cercare una risposta nella sua opera, ma anche vano
cercarla negli storici e negli apologeti che ne hanno consacrato la fama.
La letteratura intorno a Smith è immensa, ma tutta fondamental¬ mente
viziata dal pregiudizio di trovare ciò che non c’è: nulla di strano dunque
che ancor oggi si di¬ scuta se Smi ili abbia seguito il metodo
deduttivo ovvero quello induttivo, se la sua economia sia conciliabile con
la sua etica, se l’interesse personale Spunto faccia a pugni con la
simpatia, e via dicendo: restando sempre, come Fautore di cui si discute,
nel campo di un’economia a base di opinioni. Che se poi si tenta di
fare di Smith il teorico del libera¬ lismo economico, lo si solleva, sì,
nel campo della storia, dandogli finalmente una fisionomia ben de¬ terminata,
ma si commette una grande ingiustizia verso i fisiocrati che in modo ancor
più perentorio e genuino erano giunti prima di lui alle stesse
con¬ clusioni. Figura scialba e inconsistente,
mentalità antiscientifica c mnralisteggiante, Adamo Smith è tuttavia
oggi onorato come il padre o uno dei padri dell’economia: non è certo questa
una grande garanzia per la serietà di una scienza. Ma l’esempio di
Smith non è un'eccezione nel¬ la storia dell’economìa, che anzi il fatto
che egli stia ancora a godere una fama pressoché incontra¬ stata è la
dimostrazione più evidente del livello speculativo al quale sono rimasti gli
economisti poste¬ riori. Sviluppatasi sempre fuori o ai margini
del movimento idealistico, l’economia politica ha ricevuto a volta a volta
l’impronta di filosofie di secondo ordine, rese ancora più superficiali dal
contatto con i fenomeni empirici presi a trattare. Empiristi, storicisti,
scettici, positivisti, sociologi, ideologi dell’umanitarismo, e simili, si son
conteso il campo, costringendo la realtà viva dei fatti econo¬ mici
entro gli schematismi aprioristici di vieti dogmatismi. E la realtà è stata
svisata e resa irriconoscibile, ora in nome della scienza, ora in nome
di una astratta idealità sociale, senza mai uscire dal¬ l'astratto
che si postulava e senza mai accostarsi alla vita per intenderla davvero e
dominarla con una scienza che non fosse una pseudoscienza. Non è qui
il caso di continuare in una esemplificazione che saia data in forma
organica in altra sede: tan¬ to più che a questa conclusione non è
opportuno arrestarsi considerando solo gli economisti che han¬ no
fatto la scienza, ché anzi dagli economisti con- vien passare alla scienza
per vedere se il lavoro di molti non ahhia potuto compensare la mediocrità dei
migliori. Al di là della consapevolezza dei sin¬ goli. la scienza può
venirsi costruendo in modo pressoché anonimo, col lento fondersi e
integrarsi dei contributi degli studiosi, e quella concezione che non
è stata mai chiara nella mente di ciascuno scienziato, tutt’assorto nel
suo lavoro particolare, potrchhe rivelarsi all’occhio dello storico
abituato a guardare dall’alto e a comprendere il
molteplice nell’unità. Ma purtroppo v’ha nella storia dell’eco- nomia
un vizio di origine che ha tolto finora a questa scienza la possibilità di
giungere a un organismo logico e non contradditorio. È un vizio sui
ge¬ neris, in quanto più che infirmare la perfezione della scienza,
ne ha addirittura vietato la nascita: è un presupposto assolutamente
negativo che ha sbarrato il cammino prima che si avesse modo
di incamminarsi. Si è detto che si cercherebbe invano nella
sto- iia dell economia un sistema informato a un principio unico e
sistematico. Ma se questo è vero in senso positivo non è altrettanto vero
in senso negativo; e a tutti è noto, infatti, come la storia dell’economia
coincida in modo quasi assoluto conla storia del liberalismo economico,
anche se questo, velato da un apparente obiettivismo scientifico,
sia rimasto celato agli occhi di molti economisti. Un principio
informatore c’è stato, dunque, e sistematica perciò deve essere stata la
scienza che ad esso si è attenuta. Il che è tanto evidente da non
poter temere smentita, soprattutto da parte di chi quel principio ha
cercato e cerca di mettere nella maggior luce possibile, ad esso riportando anche
quelle conseguenze teoriche che ai più non sembrano necessariamente
connessevi. Ma il fatto è che quel principio lungi dall’essere un
principio costruttivo è meramente negativo e distruttivo, sì che
proprio ad esso si deve Timpossibilità in cui l’economia si è trovata
di assurgere a vera scienza. Per intendere la negatività del principio è
opportuno confrontare la storia dell’economia con quella del diritto, dal
secolo XVIII in poi. E il confronto si rende necessario per il chiarimento
di quel concetto di individuo, che è alla base di tutte le scienze
sociali quali si sono svolte in questi ultimi due secoli. Presupposto, infatti,
di queste scienze, che, alimentate dalle ideologie illuministiche, hanno
poi avuto il loro massimo sviluppo col positi¬ vismo sociologico, è
l’esistenza di un individuo concepito come un microcosmo, un individuo, cioè,
fine a se stesso, con volontà autonoma, con libertà di arbitrio, e
insomma come un mondo chiuso in sé, col sacrosanto diritto di rimaner
chiuso e di regnare indisturbato entro la sua sfera d’azione. È il
presupposto liberale, ormai superato da una critica perentoria e inconfutabile,
in nome di una libertà ben altrimenti profonda e coerente. Ma
in¬ tanto a quel presupposto bisogna risalire per spie- garsi il
valore e i limiti delle scienze sociali nella loro attuale
struttura. Ora, da una libertà intesa in senso atomistico è chiaro
che non può, a rigore, derivare alcuna scienza, se è vero che una scienza
è tale in quanto studia dei rapporti obiettivi. Una scienza sociale può
esistere solo a patto che la società costituisca un organismo e cioè
un’unità intelligibile. Ma quando si sostiene a priori che la vera unità è
l’in¬ dividuo e che i rapporti sociali sono disciplinati al solo fine
del benessere individuale, l’oggetto della scienza si frantuma nella
molteplicità di individui, per definizione irrelati e
inconfrontabili. L’unica scienza che si salva è il diritto: e
il perché è evidente. Se la società si costituisce e vive non per un
fine sociale bensì per la salvaguardia dei fini individuali, l’unico
contenuto della società sarà la difesa dei diritti reciproci e Tunico
contenuto della scienza sociale sarà Io studio dei limiti delle sfere
individuali: il diritto. Sarà anche questa una concezione formale ed estrinseca
del dirit¬ to, inadeguata alle superiori esigenze oggi manifestatesi, ma
intanto è certo che un contenuto speci¬ fico e positivo la scienza del
diritto lo ha pur restando nell’ambito di una teoria prettamente
individualistica. E un contenuto positivo ha il dirit¬ to perché ha lo
Stato cui propriamente quella fun¬ zione compete, e che in tanto lia una
realtà in quanto ha lo scopo di garentire le sfere degli arbitri
in¬ dividuali. Si spiega, dunque, molto bene come la scienza
giuridica ahhia potuto tanto svilupparsi in questi ultimi due secoli; e si
spiega anche prescin¬ dendo dal fatto che al mondo giuridico si sono
affacciati scienziati e filosofi di ben altra forza specu- lativa che non
quella dei più illustri economisti. Si può dire anzi che nel diritto si conchiude
ed esaurisce teoricamente tutto il mondo sociale illuministicamente inteso,
senza alcun margine per altra scienza che non sia affatto
descrittiva. Trasportato questo stesso principio nel campo deH’economia,
esso si è necessariamente mu¬ tato in principio distruttore della scienza.
E, infatti, logicamente lasciata in disparte la realtà dello stato —
realtà affatto giuridica con l’esclusiva funzione di determinare i confini
interindividuali — o relegata in una particolare scienza detta
scienza delle finanze, l’economia ha ipostatizzato l’individuo, rendendolo
assolutamente irrelato attraverso l’astrazione dell’homo œconomicus. Ma
una volta fatta oggetto di scienza una molteplicità irrelata, nessuna
via era aperta per la determinazione di un qualsiasi rapporto entro la
stessa molteplicità. 0 l’homo œconomicus è veramente arbitro e allora
la relazione tra gli homines si potrà soltanto constatare a posteriori, o
la relazione è in qualche modo scientificamente determinabile e allora
l’arbitrio dell’individuo è negato. E la scienza economica per gran
parte è stata fedele al principio individualistico giungendo a conclusioni
meramente negative (libera concorrenza), e quando se ne è scostata è
caduta in una serie di contraddizioni che hanno rotto l’unità del sistema,
o ne sono rimaste al margine. Peggio è avvenuto quando l’economia,
raffinata metodologicamente e spinta da esigenze di mag¬ giore
sistematicità, ha voluto togliere al proprio liberalismo la veste di mera
ideologia politica, tra- ducendn il presupposto individualistico in
termini di pura scienza. Ne è venuta fuori la scuola psicologica e
matematica, sboccata in quel fuoco d’arti- tìzio cbe è la teoria
dell’equilibrio economico generale. Non è il caso di ripetere qui quanto
si è detto altrove e ripetutamente di questa scuola: basterà porre in
rilievo l’antinomia irriducibile tra l’esigenza di scientificità che l’ispira e
l’impossibilità di soddisfarla per la natura stessa del
presupposto da cui muove. Tutta la storia dell’economia è giunta al suo
logico plinto di sbocco e ha segnato il fallimento di una scienza costruita su
una base illusoria. Alla debolezza speculativa degli uomini si è aggiunta
la contradditorietà del principio informatore e l’economia ha invano tentato
per due secoli di sollevarsi a un grado veramente scientifico.
La scienza dell economia è ancora una speranza dell’avvenire. Ma cbe
cosa è oggi, dunque, la scienza della economia? Credo che migliore
risposta non possa esservi di quella data da Luigi Einaudi parlando della
storia delle dottrine economiche, nelle pagine riportate in questo volume. Per
lui tale storia « dovrebbe occuparsi solo di quelle che sono dottrine
economiche proprie, ossia postulati, assiomi, teoremi, corollari enunciati
dagli economisti come tali e non come filosofi, o politici, o religiosi, o
industriali. Quei teoremi o corollari non sono moltissimi e si chiamano prezzi
di monopolio o di concorrenza, o dei beni congiunti, costi comparati,
di- stribuzione dei metalli preziosi fra i diversi paesi del mondo,
rendita del produttore, del risparmiatore, del consumatore, equilibrio
economico, equa¬ zione degli scambi, rapporto fra moneta
propria¬ mente detta e surrogati della moneta, elasticità del¬ le
curve di domanda e di offerta, traslazione e capi¬ talizzazione
dell’imposta, doppia tassazione nella tassazione del risparmio, e simili
astruserie, fortu¬ natamente noiose per la comune degli uomini e poco
appetitose per gli uomini storici, politici, pratici esercenti banca o
commercio o industria, sebbene atte a formare l’unica e suprema delizia
degli economisti di professione. Da qualche secolo gli economisti
faticano per costruire, in questo campo chiuso, un beH’edificio astratto
di teorie logiche e coerenti. Sono lontanissimi dalla meta e questa non sarà
mai raggiunta, perché ad ogni passo compiuto, nuove mete, nuovi teoremi
attraggono la loro attenzione. Per tanto tempo si erano industriati
a creare schemi astratti statici, rappresentazioni atte a raffigurare
un meccanismo in equilibrio in un dato momento. Disperavano, per la
imperfezione degli strumenti di ricerca da essi posseduti, di riuscire mai
a creare schemi atti a raffigurare il « movimento » da un equilibrio a quello
successivo ; os¬ sia a trasformare i loro schemi astratti relativi
ad un momento del tempo in schemi pure astratti, ma relativi al
susseguirsi dei momenti del tempo. Da qualche anno si sono gettati su
questo terreno ver¬ gine e, nonostante la difficoltà dell’impresa,
non dobbiamo disperare che un giorno un uomo di genio, capitato a
prediligere la dinamica economica, abbia da dire qualcosa ai filosofi cd
ai politici che quei campi del movimento, ossia del reale e del vivo,
hanno sempre, a modo loro e giustamente a modo loro, coltivato. Per ora,
non sarebbe bene che noi confessassimo di non essere riusciti in tante
generazioni adorne di qualche uomo di genio e di molti ingegni di
prim’ordine, i quali avreb¬ bero onorato, se ci si fossero dedicati, i più
illustri campi della matematica pura, della fisica, della chimica e delle
altre scienze, ad uscire dal regno del [Se, dell ipotetico , dell irreale?
Non per mancanza di buona volontà; ma per sordità della materia,
la quale appena ora si piega, in mano a sottilissimi statistici
armati di tutti i più penetranti strumenti del calcolo, a fornire qualche
pallidissima luce, per ora diffusa attraverso schemi astratti, intorno
al reale, che è vita e movimento. Confessione di fallimento, dunque,
e riduzione della scienza alla molteplicità di alcuni
postulati, teoremi e corollari. E questa è la parola di uno di quegli
economisti che, rifiutando la qualifica di liberali, credono ancora alla
saldezza scientifica di teoremi alla concezione liberale pur
intrinseca¬ mente connessi. Vano sarebbe per lui fare una sto¬ ria
dell economia, che fosse la storia di un principio della molteplicità
delle sue derivazioni. Soltanto alla molteplicità deve badare lo storico e
ricercare 1 atto di nascita dei vari teoremi che mette
conto d’illustrare. Al di là dei teoremi non c’è il sistema e tanto
meno la storia del sistema. E la scienza dunque non c’è se non come
giustapposizione di ricerche particolari. La diagnosi è precisa, ma non
altrettanto pre¬ cisa ne è l’interpretazione. La scienza non c’è perché è
fallito quel principio liberistico che la negava nell atto stesso rEinformarla
: oggi non sono rimasti che gli scarsi frammenti (postulati, teoremi,
corol¬ lari) che vanno finalmente intesi e rifusi alla luce di un
principio ricostruttivo positivo. E, se è vero che il nuovo principio deve
rappresentare il supera¬ mento del vecchio, contrapponendo alla pura
negatività di un individuo irrelato la positività e la concretezza
deiridentificazione di individuo e Stato, non può trattarsi evidentemente
di un procedere sulla via già percorsa se non nel senso di riprendere il
cammino con la consapevolezza del fallimento avvenuto. Nulla di quanto si è
fatto deve essere negato: e nessuno potrebbe in buona fede
cancel¬ lare i tanti risultati raggiunti nella soluzione di
par¬ ticolari problemi (molti, se non tutti, tra quelli citati d’Einaiidi,
e altri ancora non meno impor¬ tanti); ma soli risultati limitati a
fenomeni ridotti a termini matematici, o illustrati da una sapiente
sta¬ tistica, o descrittivi di momenti storici determinati: non sono
la scienza, l’organismo, il sistema, in cui la luce e sempre unica perché
unico il principio c il fine. Quel che si nega è appunto la scienza che
non c’è, e non ci potrà essere fino a quando non sarà compiuta quella
rivoluzione scientifica di cui fin qui si è discorso. Tra le tante
critiche rivolte alla tesi della iden¬ tità di filosofia e scienza
nell’applicazione fattane nei problemi della scienza economica, meritano
di essere considerate a parte quelle che ci provengono dai cultori
della filosofia. Curiosa posizione, invero, la nostra, di fronte a
scienziati, che loro malgrado sono indotti a occuparsi, sia pure di
sbieco, di filo¬ sofia, per rispondere alle critiche di principio
che loro moviamo; e di fronte a filosofi, costretti a scivo¬ lare,
con evidente senso di disagio, nel campo scientifico, per salvare la filosofia
da una presunta contaminazione. Curiosa, perché ci troviamo a
dover discutere con illustri scienziati, i quali, per evi- dente
inesperienza di studi filosofici, vengon fuori con ingenuità sconcertanti
e gettano un’ombra non lieve sulla stessa scienza che professano; e
con non meno illustri filosofi, i quali immaginano una scienza che
non esiste e con essa fanno i conti senza voler uscire dal guscio di
quella pseudo universalità di cui si ritengono depositari. E gli uni e gli
altri, naturalmente, ci combattono in relazione a quella filosofìa o a
quella scienza che non conoscono e concordano a priori nella conclusione
di ritenerci pseudofilosofi o pseudoscienziati. Ma non è colpa nostra
se, stando nel mezzo, ci punge il de- siderio di sollevarci sulla
reciproca incomprensione di cui gli uni e gli altri danno prova, e di
dimo¬ strare come quell’universalità cbe i filosofi difen¬ dono sia
verbale e apparente e come il rigore si¬ stematico di cui gli scienziati
sono orgogliosi abbia la stessa consistenza delle affermazioni
filosofiche che si lasciano sfuggire. A noi non resta cbe invi¬ tare
ancora una volta a porsi da questo più comprensivo punto di vista, dal quale è
possibile una visione precisa di quel cbe siano la falsa filosofia e
la falsa scienza. Armando Carlinicomincia con l’avvertire, in linea
di massima, cbe « bisogna vincere il pre¬ concetto, ancora molto diffuso,
cbe ci siano dei principi da riformare nelle scienze con criteri
filo¬ sofici, per poi procedere alla riforma di esse. I principi sono
immanenti al lavorio scientifico, il quale procede riformandosi da sé:
l’enunciazione dei principi avviene dopo, non prima. Se non che tale
modo d’impostare il problema presuppone già un dualismo dogmatico di
scienza e filosofia che preclude inevitabilmente la strada alla
com¬ prensione del nostro tentativo. Se principi scientifici e criteri
filosofici son cose diverse, se 1 enun¬ ciazione dei principi vien dopo,
se il lavorio scientifico procede riformandosi da sé, vuol dire cbe
la lesi dell’identità di scienza e filosofia resta fuori discussione
e che rammonimento va a coloro i quali 5 ) CIr. la sua recensione del mio
libro su Lo critica dell'econa- mia liberale, in Leonardo. mescolano
una scienza e una filosofia intese Alla vecchia maniera. Per conto nostro
non possiamo aver la pretesa di riformare i prìncipi delle scien¬ ze
con criteri filosofici perché non conosciamo criteri filosofici che non siano i
principi stessi delle scienze: ammettiamo che il lavorio scientifico
proceda riformandosi da sé per la semplice ragione che non conosciamo
alcun altro lavorio oltre lo scientifico: e infine non possiamo ammettere che l
enun- ciazione dei principi avvenga dopo per la stessa ragione per
cui non possiamo ammettere che avvenga piìma essendo i principi, come ben
osserva Carlini stesso, immanenti al lavorio scientifico. Ma il
Carlini non si arresta a queste osserva¬ zioni e riafferma il dualismo in
modo ben più perentorio. La vita, egli scrive, nella filosofia gentiliana è
pura spiritualità e personalità del soggetto: per lo scienziato, è nel divenire
storico della realtà eh egli studia, e a questa cerca di adeguare i
suoi concetti. La scienza, se non procede così, con questa mentalità, non
è più scienza. Introdurre nella scienza una questione morale (la
consapevolezza che quel mondo della scienza ha dei limiti, e che in noi è
una ragione di vita che lo supera) è distruggere il prohlema proprio dello
scienziato. Dove è da osservare che la vita del soggetto è appunto il
divenire storico della realtà ch’egli studia; che il mondo della scienza non ha
limiti, bensì li ha ogni scienza vista nella sua particolarità ;
e infine che lo scienziato, il quale non avesse la consapevolezza dei
limiti della sua particolare scienza, non sarebbe scienziato. Del resto,
il dualismo cui si arresta il Carlini è più un residuo di vecchie teorie
che non una pre- cisa convinzione. Tanto è vero ch’egli ammette
la bontà dei miei saggi e la spiega « non con gli schemi
dellTntroduzione ma con quanto l’autore vi porta di conoscenza concreta
dei problemi dibattuti, e soprattutto con quel vivo senso della storicità di
questi problemi ch’è, nel campo della cultura in generale, specialmente per noi
italiani, una delle conquiste fondamentali dell’idealismo contemporaneo.
Ora, è chiaro che il senso della storicità dei problemi discussi è appunto la
consa¬ pevolezza dei limiti delle affermazioni scientifiche e sta a
dimostrare, in atto, l’identità di scienza e filosofia. Che poi
l’Tntroduzione si riduca a schemi irrilevanti ai fini delle affermazioni
scientifiche contenute negli altri saggi, è cosa per lo meno
di¬ scutibile: comunque ciò non denoterebbe la natu¬ ra filosofica
dellTntroduzione in contrasto con la natura scientifica dei saggi, bensì
lo scarso valore filosofico e perciò lo scarso valore scientifico
della Introduzione stessa. In altri termini, in essa per¬ marrebbe
alcunché di quell’astrattismo filosofico che noi ci proponiamo di
combattere non meno del correlativo astrattismo scientifico. Il dualismo
di scienza e filosofia è presuppo¬ sto in modo ancor più perentorio da
Giulio Cola¬ marino, *) che ripetutamente ha voluto dimostrare ) G.
Col A Marino, Scienze e filosofìa, in Nuovi problemi; recensione, La eritrea
della economia liberale; Scienze sociali, filosofia e scienze
economica, 1 autonomia della scienza dando come unica legitti¬ ma una
scienza non filosofica e perciò a lui. studioso di filosofia, affatto ignota. «
Ma peggio sa¬ rebbe certamente », egli osserva, « se
l’idealismo assoluto volesse entrare nel dominio della scienza per
migliorarla e renderla più rispondente alla vita — come appunto sostiene il
libro di cui parliamo. Non potendo la filosofia dettar legge alla
scien¬ za. né costruirla come una finzione intellettuale che le
rimarrebbe sempre estranea, potrebbe acca¬ dere che, col concorso di
circostanze che non occorre specificare, l’invocato connubio tra scienza
e filosofia, segnasse in Italia l’inizio di un periodo di grande
confusione, se non nel mondo della cultura, per lo meno in quello della scuola
(recensione cit.). E qui, al solito, si parla di una filosofia che
dovrebbe entrare nel mondo della scienza, e di un connubio di scienza e
filosofia, laddove la tesi che con ciò si vuol combattere è quella di
una scienza che è filosofia e che filosoficamente progredisce correggendo
i suoi principi. Non si tratta di unire due mondi, bensì di riconoscerne
l’identità. Al che Colamarino, finché rimarrà sulla via intrapresa, non
potrà certamente giungere per l’inesperienza da lui dimostrata degli studi
scientifici in genere e deireconomia in ispecie. Chi dubitasse
di questa mia affermazione non avrebbe che a leggere le osservazioni
che Colamarino fa sulla mia critica di Pareto, e riflettere in particolare sul
se¬ guente passo, in cui si cerca di svalutare il mio giudizio
giudicandolo meramente filosofico. Bisogna concludere perciò, egli scrive,
« che di uno scienziato è troppo vano e tardivo fare la critica filosofica,
dopo che tale critica si è già esercitata sulla forma del sapere
scientifico, e che quella critica è poi anche fuor di luogo se deve valere
per gli scienziati. Se Pareto non avesse scritto il Manuale, tutti i suoi
libri pseudostorici e sociologici non sarebbero valsi a ricordarlo agli
scienziati, e quindi lo Spirito non avrebbe sentito il bisogno di
occuparsi di lui. Ora, parlare di Pareto, come egli ha
fatto, svalutando il Manuale, e concentrando tutto Tinte- resse sullo
scetticismo sorto nell’animo paretiano nel vano tentativo di combinare
insieme la sociolo¬ gia con l'economia, significa rimanere ai
margini dell’argomento, rinunciare a parlare di scienza per eccessivo
attaccamento alla filosofia. Se Colamarino avesse letto davvero Pareto
e si fosse reso conto delle mie critiche, non avrebbe certamente
scritto queste righe che sono la conferma decisiva dell’impossibilità in cui
egli si trova di discutere il problema dei rapporti tra filosofia ed
economia. Il Manuale ch’egli contrappone ai li¬ bri pseudostorici e
sociologici è proprio il saggio di Pareto in cui le ideologie sociologiche
e pseudofilosofiche prendono il sopravvento sulla scien¬ za economica più
aderente alla tradizione rappre¬ sentata dal Cours, e mettono capo a leggi
e teoremi privi di qualsiasi rigore logico. Lungi dal rinunciare a parlare
di scienza per eccessivo attaccamento alla filosofia, io ho voluto dimostrare l’inconsistenza
scientifica della costruzione di Pareto dovuta al suo impelagarsi nella
filosofia (che è, s’intende bene, una cattiva filosofia). Se Colamarino ritiene
che scientificamente il Manuale rappresenti qualcosa di altro e di meglio
di ciò che è stato da me filosoficamente criticato, lo dimostri, e
si finisca ima buona volta dì contrapporre al mio Pareto un Pareto
scienziato che nessuno dà prova di conoscere e di saper difendere contro
un giudizio che ne investe i principi fondamentali. E qui mi occorre
di dare un consiglio ai con¬ traddittori, filosofi o economisti, che
siano, ma soprattutto se economisti: non continuino a oppormi inutilmente
vaghi filosofemi e opinioni approssi¬ mative sulla possibilità o
impossibilità del mio as¬ sunto, ma cerchino di saggiare in concreto la
validità deile critiche particolari e dei criteri ricostruttivi. Allora
soltanto la discussione potrà riuscire feconda ed esser liberata da quel
filosofismo di cui sono purtroppo infetti i miei accusatori. Delle tante
pagine che il Colamarinn mi ha dedicate non interessano certo quelle che
pongono una pregiudiziale filosofica: non interessano e perciò non le discuto.
Interessano invece, e vorrei quindi discutere, le osservazioni circa i problemi
concreti della scienza economica, ma purtroppo di queste vi ha molta
scarsezza negli articoli citati. L’unico punto un po’ determinato è quello
che concerne l’ipotesi dell homo cp.canomic.ua, da Colamarino
riproposta a fondamento della scienza economica. Contro il Contento,
ch’era della stessa opinione, e che aveva definito l’homo œconomicus «
l’inividuo immaginato nella sua pura condotta economica, la quale, nei
moventi e nei fini, si ritiene informata, generalmente, ad un tipo uniforme
corrispondente alla ricerca della massima soddisfazione col
minimo sforzo, cioè all’applicazione integrale del principio lfi -
Suino del minimo sforzo », avevo opposto che, se tale è l’ homo
cp.conomicus. l’uomo è sempre economico, in ogni campo della sua
esistenza, perché sempre tende alla massima soddisfazione col minimo
sforzo, e che dunque la fictio dell’/i. ce. si rivela ancora una volta
assolutamente inadatta a servire da ipotesi scientifica. Ora, su questo
ragionamento, « impressionante nella sua semplicità », come dice lo
stesso Colamarino, si trova modo di sofisticare distinguendone la validità
scientifica da quella filosofica e concludendo che il principio si estende,
sì, a tutti i campi dell’attività umana, ma acquista un particolare
significato allorché si parla di econo¬ mia politica. « E qual’è, continua
Colamarino, C( l’economicità sulla quale si erge l’edificio
della scienza economica? È indubbiamente l’attività che sì esercita
nella produzione, nello scambio, nel consumo dei beni materiali, misurabili,
trasferibili, o riducibili comunque a nozione quantitativa. E l’homo œconnmicus
non è altro che l’individuo che esercita tale attività: individuo che non
è certo l’Io della filo sofia e neppure tutto l’individuo sociale (che
allora la economia sarebbe tutta intera la scienza sociale), ma che è
appunto quell’astrazione, quella fictio necessaria alla scienza
dell’economia » (Scienze sociali ecc.). Ma con ciò Colamarino conferma
appunto che la definizione del Contento, e di tanti altri prima, è errata,
perché generica, e che il vero homo ceconomicus è invece l’individuo che
esercita la sua attività nella produzione, nello scambio, nel consumo dei
benimateriali, misurabili, trasferibili, o riducibili co¬ munque a nozione
quantitativa. Filosofica o scientifica che fosse, la mia obiezione era dunque
vali- da e la definizione è stata cambiata. Che poi la nuova formula
non abbia, neppur essa, alcun valore scientifico, è cosa che dovrebbe risultare
abbastanza evidente dopo tante discussioni in proposito, ma non sono alieno dal
tornarvi su, se al Colamarino, o a qualche altro in sua vece,
venisse il desiderio di maggiori delucidazioni. Ciò che importa è di
discutere su questa piano, senza conti¬ nuare a domandarsi se si tratti di
scienza ovvero di filosofia, e cercando, semplicemente, di ragionar
bene. À coronamento della sua grande opera di sto¬ ria economica.
Werner Sonibart ha voluto com¬ piere un tentativo di sistemazione
scientifica dei principi fondamentali dell’economia, e ha
scritto un’opera (Die drei Nationalókonomien, Miinchen und Leipzig,
Duncher und Humhlot) intenzionalmente rivoluzionaria, che non potrà non
destare scandalo presso tutti gli economisti convinti dell'assolutezza e
infallibilità delle loro leggi. Ai cattedratici ortodossi che si compiacciono
della solidità di quel corpo di dottrine economiche messo insieme dai
classici e via via perfezionato dagli scienziati puri pervenuti al
rigore delle discipline matematiche, il Somhart getta risolutamente in
faccia l’accusa di radicale incongruen¬ za e di cieco dogmatismo. Lungi
dal rappresentare una scienza esatta, l’economia si trova oggi in
una situazione disperata -- verzweifelle J.u&tand un- serer
Wissenschaft -- che Somhart non teme di rappresentarsi con le fosche tinte
di uno spaventoso caos. Naturalmente il giudizio è confortato dallanalisi
dei motivi e dalla dimostrazione inoppugnabile della indeterminatezza dei
principi su cui la scienza delFeeonomia è stata fondata. Si tratta di
un imprecisione che ha involto lo stesso concetto di economia e poi lutti
i metodi di ricerca e tutta la terminologia scientifica. Criteri
estrinseci di classificazione, interferenza di motivi
disparati, delimitazioni arbitrarie, presupposti infondati e concetti
equivoci hanno portato la confusione nel campo degli studi economici,
facendo smarrire ogni senso dei suoi confini e delle sue
caratteristiche peculiari. L’economia si è accontentata fin qui
di concetti che a guisa di vagabondi si sono aggirati tra 1 confini
dei vari paesi, senza Leu sapere dove avessero diritto di cittadinanza.
Con tal genia er- rante e vagabonda l’economia ba voluto riempire i
quadri del suo esercito di concetti: valore, bisogno, bene, piacere, pena,
utilità, eco., e ha persino concesso a questi vagabondi la dignità di “Grundbegriffe.”
Non si tratta dunque di eliminare errori o di colmare lacune, bensì di
trasformare ab imis tutta la scienza economica mediante l’assunzione di
principi affatto diversi e a confini ben determinati. Non v’è uno solo dei
concetti di cui ] a scienza economia oggi fa uso che non sia di carattere
empi- ri co e perciò suscettibile delle infinite interpretazioni
giustificate dalle contingenze del suo uso. Aver la pretesa di far della
scienza rimanendo su un terreno così poco stabile è un assurdo che
il Somharf riesce a mettere efficacemente in luce, mostrando
l’urgenza dei rimedi. Ed egli senz’altro’ afferma, con simpatico orgoglio,
di aver appunto intenzione di recare « un po’ d’ordine in questo caos
)) e di dar finalmente rigore scientifico a una disciplina che con troppa evidenza
ha dimostralo di non averne affatto. Con questo libro una nuova epoca
dovrebbe, dunque, iniziarsi nella storia della scienza economica. Per
chiarire la sua posizione di fronte a tutti gli altri indirizzi
scientifici, Sombart compie fin dalle prime pagine una generale
ripartizione dei sistemi di economia in tre grandi tipi, caratterizzati
dal metodo di ricerca: il metafisico o normativo (Tirhtende Nationalokonomie),
il naturalistico o classificatorio o descrittivo (ordnende A
lational-Òknnomie) e infine lo spiritualistico o critico (vpt- slehende
Nationalokonomie). Del primo sarebbe rappresentante tipico Sau Tommaso,
del secondo il Pareto, del terzo il Sombart (das « meinige »).
E tutto il libro quindi vien ripartito in tre parti, due delle quali
volte alla critica dei sistemi giudicati inadeguati (metafisico e
naturalistico) e l’ultima invece destinata a porre i fondamenti della
nuova costruzione spiritualistica. L’economia normativa non ba lo
scopo di studiare il mondo nella sua effettiva realtà, ma di indicare ciò
ch’esso deve divenire: non si riferisce all’essere ma al dover essere, e
in quanto tale pone le direttive della condotta umana per l’instaurazione
dell’economia giusta. I concetti su cui essa si fonda sono perciò concetti
sociologici come classe o mestiere; concetti di giustizia come giusto
prez- zo, giusto salario o giusta distribuzione; concetti di valore
come sfruttamento, ecc. I suoi fini sono quelli di determinare i valori
assoluti, di riconnet- tcre ad essi le proposizioni scientifiche, di
tradurli nella pratica della vita e di segnalare le deviazioni della
realtà dall’ideale. Dopo aver esposto i vari tipi di questa economia
normativa, l’Autore si domanda se essa sia scientificamente ammissibile e
se possa quindi rappresentare il vero canone metodologico dello studioso. Nella
risposta si rivelali d’un tratto tutti i limiti dell’orizzonte speculativo
del Sombart e si iniravvedono le difficoltà che egli dovrà
superare per liberarsi, almeno in parte, dai pregiudizi
della ideologia da cui prende le mosse. Ancora fedele al concetto
positivistico di scienza e alla conseguente critica antifilosofica, egli
distingue in modo cate¬ gorico il mondo dell’esperienza dal mondo dei
va¬ lori, la scienza dalla filosofia, e alla prima ricono¬ sce la
possibilità di una verità obbiettiva laddovealla seconda consente un
significalo esclusivamente soggettivo. L’economia, in quanto scienza, non
può indicarci l’ideale di una maggiore produzione, perché tale ideale
implica la soluzione di un problema non semplicemente economico, ma totale
o metafisico, quale è quello del fine sociale: implica, cioè, una
particolare visione del mondo una Weltan- schauung, che trascende
assolutamente i meri dati scientifici. Né è possibile, secondo il Sombart,
che tale concezione integrale informi comunque di sé una scienza
particolare, perché la differenza fra la parte e il tutto, ossia tra la
scienza e la filosofia, non è soltanto quantitativa, bensì anche
qualitativa. La filosofia è da lui intesa come intuizione re- ligiosa, come
conoscenza personale e soggettiva: se essa si insegna, i] suo insegnamento
non può con¬ siderarsi come 1 introduzione a una verità, ma co¬ me
una suggestione personale del maestro sull’a- lunno, come un invito alla
lede del maestro. La conoscenza filosofica, perciò, è essenzial¬ mente
relativistica e può rivelarci un solo aspetto della realtà, mutando
legittimamente da persona a persona, con pari validità per ognuno. Alla
fede scientifica, originariamente positivistica, il Sombart può
giustapporre, senza timore di ledere la sicurezza obiettiva dell’esperienza,
una filosofia rela¬ tivistica e scettica, fornitagli a troppo buon mercato
dall’indulgente Simrnel. E allora dalla scien- za si dà il bando a tutti i
giudizi di valore, che. in quanto personali, non possono costrìngere logica¬ mente,
ma debbono rimanere fuori dell’esperienza e dell’evidenza. 11 loro
fondamento è Femore: per i valori 1 uomo vive e muore, ma i valori non
co¬ nosce: essi appartengono alla sfera filosofica o reli¬ giosa,
nella quale dunque può solo rientrare tutta l’economia normativa. In
tal guisa vien liquidato dal Sombart uno dei tipi fondamentali della
scienza economica, e il lettore non può non rimanere sorpreso
dalla facilità e diciamo pure — superficialità, con cui si ripetono
monotonamente la istanza scientifi¬ ca del positivismo, l’affermazione
dogmatica della validità di un’esperienza e di un’evidenza logica non
meglio definite, l’accusa di relativismo alla fi¬ losofia, e 1
impossibilità scientifica di un qualsiasi giudizio di valore. Se dovessimo
arrestarci a que¬ sta prima parte del libro, non avremmo che a
con¬ cludere in modo affatto negativo, perché se il Som- bari avesse
sul serio mantenuto fede a tale pozio¬ ne iniziale, nessun motivo nuovo e
nessuna nugoli esigenza sarebbero scaturiti dalla sua
ricostruzione. 1] dualismo di conoscenza e fede, di fatto e
valore, di oggettivo e soggettivo, ci appare finora così radi¬ cale e
grossolano, da far ritenere completamente fallito il tentativo e da far
per lo meno dubitare della serietà di un effettivo riordinamento
della scienza economica. Più che la rozzezza dei motivi critici^
meraviglia vedere in un uomo di tanta cul¬ tura l’assoluta incapacità di
prender atto dello svi¬ luppo del pensiero contemporaneo e delle
infinite istanze critiche sollevate d’ogni parte al massiccio credo
positivistico, cui il Sombart sostanzialmente serba ancora fede. Lo stesso
Pareto, del quale egli ricalca fin qui le orme, aveva detto queste cose
in ben altra e più nuova maniera: né si capisce come vi si possa
ancora tanto insistere, senza porre in campo argomenti nuovi o senza
impostare diversa- mente la logora questione. Si tratta, oltre tutto,
an¬ che di sensibilità e di gusto. Ma fortunatamente il Sombart. pur
portando attraverso tutto il libro il peso di tali presuppo¬ sti, sa
presto sollevarsi a un altro livello e affac- ciare esigenze in netta
antitesi con le prime affermazioni. Da una parte si affina in lui il concetto
di esperienza, dall altra si attenua fin quasi a scom¬ parire il
crudo dualismo di scienza e filosofia. E già nell analisi del secondo tipo
di sistemi econo- mici, quello classificatorio o descrittivo, si
comin¬ cia a delineare una forte istanza critica rispetto al¬ la
comune concezione naturalistica della scienza. Caratteristiche della
scienza della natura so¬ no la validità universale e l’assoluta
obiettività dei principi e delle leggi: ma questo risultato, che è
il risultato più grande raggiungibile dalla scienza, è possibile solo
a patto di rimanere in una zona me¬ ramente formale. Se analizziamo,
infatti, le propo¬ sizioni delle scienze naturali, ci accorgiamo
ch’es¬ se si riferiscono a fenomeni morii, già realizzati fìssati e
resi calcolabili attraverso un processo di elementarizzazione. Il tutto,
l’essenza della natura sfugge completamente e va relegato nei campi
della metafìsica: ciò che resta oggetto di scienza sono i particolari
aspetti, i fatti semplici, i fenomeni mi¬ surabili, i quali vengono
raccolti e ordinati secon¬ do principi formali estrinseci (concetti
generali, schemi, leggi, uniformità). « La conoscenza, come viene
intesa nelle moderne scienze naturali, è una comprensione esteriore delle
cose; è una conoscen¬ za dal di fuori, o, come fu anche detta,
particolare, vale a dire ch’essa si limita a un solo carattere:
la quantità (Gròsse). Fornendoci solo la misura o il numero delle
proprietà dei fenomeni, le scienze naturali hanno sostituito un rapporto
formale e unilaterale all’unità complessa. Ora, v’è un modo di costruire
la scienza del- reconomia, che si ispira appunto a tali criteri
na¬ turalistici, poco preoccupandosi del valore conosci¬ tivo dei
risultati. E il Sombart giustamente ravvisa nei seguaci di questa ordnende
Nationalókonomie non solo i teorici delFoggettivismo, ma gli stessi
sog¬ gettivisti, gli psicologi, i marginalisti e i seguaci
delle teorie dell’equilibrio. Egli non si lascia ingannare da un
presunto soggettivismo e. dopo aver osservato cbe esiste un
modonaturalisticodi fare la scienza dell’anima e dello spirito, giunge
fino a rilevare il carattere equivoco del principio di ofe¬ limità
del Pareto. Una critica condotta in termini sì efficaci e ri¬ gorosi della
concezione naturalistica della scienza basta a farci comprendere come la
posizione piat¬ tamente positivistica dell’altra critica alla
richtende Nationalókonomic non fosse sufficiente per indivi¬ duare il
livello speculativo cui Sombart è perve¬ nuto. Qui si rivela una coscienza
abbastanza esatta e approfondita di tutto quel movimento di
reazione idealistico alla scienza che ha caratterizzato gran parte
del pensiero filosofico e scientifico degli ultimi decenni, e si dimostra
a chiare note una radicale in¬ soddisfazione per rinfallibile obiettività
e assolu¬ tezza di cui presumevano avere il monopolio i
po¬ sitivisti. Se, quindi, si volesse nuovamente definire, limitandoci
a questa seconda tappa, la concezione speculativa del Sombart.
occorrerebbe cercarne i li¬ miti in quella stessa critica alla scienza cbe
caratte¬ rizza le filosofie contemporanee antintellettualisti- che. E
i lìmiti allora si ritroverebbero nel dualismo di natura e spirito, cbe
pesa purtroppo sulla scien¬ za e sulla filosofìa come dualismo delle
stesse disci¬ pline, e che fa ritenere tuttavia a molti
insupera¬ bile la concezione naturalistica delle scienze natu¬ rali.
L’accusa che il Sombart muove alla scienza della economia non riguarda,
per sua esplicita con¬ fessione, la scienza della natura, la quale è e
deve essere naturalistica, e necessariamente degenera nel¬ la
metafisica quando voglia supeiare il proprio caratiere meramente formale: il
che vuol dire che scienza naturale e scienza sociale sono
as¬ solutamente eterogenee, e che alla prima competono metodi di
ricerca affatto diversi da quelli seguiti dalla seconda. La conseguenza
ultima sarà che la scienza sociale per quel tanto che interferirà con la scienza
naturale diverrà per definizione impossibile e assurda, come appunto
confermerà nell’ultimo svolgimento del suo pensiero lo stesso Sombart.
Egli, al solito, non sospetta che la critica alla scienza ha il solo
valore di una critica alla concezione natu¬ ralistica della scienza e non
pensa neppure che la scienza della natura possa farsi con altri criteri
che non siano quelli estrinseci del positivismo : dalla sua critica
perciò egli non perviene a una nuova visio¬ ne della scienza, in generale,
bensi soltanto a un distacco arbitrario delle scienze sociali, che
vorreb¬ be sottrarre alla metodologia propria delle scienze naturali.
È questo certamente un passo innanzi ri¬ spetto alla comune critica alla
scienza, ma è un passo fatto a costo di un dualismo che
compromet¬ terà inevitabilmente la nuova costruzione. Dall’analisi
compiuta della richtende Nationa- lókonomie e della ordnende
Nationalókonomie so¬ no scaturiti per contrasto i caratteri che
do¬ vrà avere la vera scienza dell’economia, la ver- stehende
Nationalokonomie. E il problema viene a porsi in termini almeno
apparentemente rigo¬ rosi, quando il Sombart affaccia l’esigenza di un
cri- terio conoscitivo che sfugga per la sua obiettività
al relativismo di una metafisica soggettività e non si esaurisca d
altra parte in una sistemazione affatto estrinseca e classificatoria dei
fenomeni sottoposti a indagine. La nuova scienza dovrà giungere
alla essenza della realtà economica, pur non abbando¬ nando mai il
terreno concretissimo dell’esperien¬ za. Per giungere a questo risultato
il Sombart com¬ pie il maggiore sforzo speculativo che gli è
possibile assumendo entusiasticamente a guida indiscussa il pensiero
del nostro Vico, dal quale appunto trae argomento per ipostatizzare il dualismo,
cui abbia¬ mo accennato, di scienza della natura e scienza so¬ ciale.
(( lo sono disposto )), afferma risolutamente il Sombart, « a riconoscere
in Vico il pa¬ dre delle moderne scienze dello spirito e di un
rela¬ tivo particolare metodo di conoscenza. Egli è. a mio modo di
vedere, il primo che nei tempi moderni ab¬ bia contrapposto con coscienza
le scienze storiche alle scienze naturali e abbia
dimostratolanecessità perle prime di un metodo d indagine diverso
dal¬ l’usuale)). E che il Vico sia proprio il padre della «
verste- bende » sociologia il Sombart vuol dimostrare tra¬ scrivendo
addirittura nel testo italiano il noto passo della Scienza nuova: «Questo
mondo civile certa¬ mente egli è stato fatto dagli uomini: onde se
ne possono, perché se ne debbono, ritrovare i Principi dentro le
modificazioni della nostra medesima men¬ te umana. So che a chiunque vi
rifletta sopra, deve recare una somma maraviglia, come tutti i
Filosofi seriosamente si studiarono di poter conseguire la Scienza di
questo Mondo naturale, del quale, perché Dio egli il fece, esso solo ne ha la
Scienza ; e trascurarono di meditare su questo Mondo delle Nazio¬ ni, o
sia Mondo civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne
potevano conseguire la Scienza gli uomini ». Ora, la scienza
dell’economia, come tutte le scienze sociali e la sociologia in genere —
il Som- bart preferisce ancora questo termine a quello di storia —
riguarda appunto il mondo fatto dagli uo¬ mini, vale a dire non il mondo
della natura, bensì quello dello spirito o della Kultur : quel mondo
che noi possiamo conoscere veramente perché costruito da noi. « Noi e
noi soltanto siamo i creatori della cultura e ci muoviamo in questo
piccolo mondo co¬ me Dio in quello grande. In questo nostro mondo noi
siamo in effetti il Dio onnisciente e onnipotente », Intesa in tal modo la
cultura come tutta l’opera umana in contrapposizione alla natura, si
compren¬ de bene come il Sombart possa concepire una scien¬ za
dell’economia spiritualistica e al tempo stesso sperimentale e obiettiva.
Metafisica era la richtende Natianalòkonomie perché presumeva di
conoscere un mondo trascendente il nostro pensiero: forma¬ listica
era la ardnende Nationalòkonomie perché vo¬ leva arrestarsi nel campo
delle scienze sociali agli stessi criteri validi per le scienze naturali :
ma non più metafisica né formalistica sarà la
verstehende JSationalókonomie, che potrà giungere all’essenza delle
cose, senza tuttavia sconfinare in un mondo trascendente. Essa potrà
divenire veramente una Erfahrungxwi.'isp.nschaff, quando sarà concepita
come una Geistwissenschaft nel senso di
Kulturtcissen- schaft. Con l’affermazione della verstehende
Nationnl- ofconomie come sociologia il Sombart raggiunge il più alto
livello che gli è consentito dai suoi presup¬ posti filosofici: e alla
luce di essa ci è ota possibile ritornare alle critiche delle due prime
forme scien¬ tifiche dell’economia e intravederne quel più profondo
significatico intuitivo che mal ci è apparso attraverso la rigorosa
riduzione in termini logici che ne abbiamo fatto. Perché adesso ci è dato
capire come la critica grossolanamente positivistica rivolta alla
richtende Natiflìialakonomie non stava a dimostrare una meschina
adorazione del fatto, visto fuori della vita dello spirito e della storia,
bensì piuttosto l’insofferenza per ogni forma di scienza moralistica,
volta a determinare aprioristicamente i fini dell’attività umana in genere
e di quella economica in ispecie. Se in quella critica predominava senza
dubbio il vecchio pregiudizio positivistico di un’esperienza intesa in
modo affatto oggettivo, è pur vero che a esso si accompagnava una
coscienza storicistica di ben altro valore, tendente non all’eliminazione dei
valori spirituali, bensì al loro spostamento dall’astratto campo della
metafisica moralistica alla salda e concreta realtà della storia. Che è
poi la 6tessa esigenza che induce Sombart a svalutare le scienze
naturali e insieme il modo naturalistico dì costruire la scienza
economica. Non che egli non creda utile una sistemazione formale dei dati dell’econoniia,
che anzi ne conferma in questo stesso libro l’opportunità e addirittura la
necessità, ma non ritiene che in essa possa esaurirsi il compito
di una scienza destinata allo studio di una realtà viva e
progrediente quale è l’attività umana creatrice della storia. Gli
economisti tanno finora oscillato tra un arbitrario moralismo e un
formalismo tautologico enon hanno mai saputo assurgere a una effettiva
comprensione dei fenomeni che volevano spiegarsi: Sombart ne ha visto
efficacemente le ragioni ed è salito a lina forma superiore di storicismo. Lo
storicismo del Sombart, infatti, è molto diverso da quello tradizionale della
scuola storica e si comprende come egli non ami troppo la parola, che
pur è la più adatta a caratterizzare la sua posizione. Al vecchio storicismo
Sombart è giustamente contrario e la diagnosi che ne compie coglie proprio
il segno. Se la scuola storica aveva avuto rintuizione delle complessità e
varietà dei fenomeni economici, non aveva poi saputo elevarsi fino
al loro dominio ed era finita neH’irrazionalismo : lo storicismo,
come descrizione empirica dei fenomeni visti nella loro caotica
molteplicità, non è la scienza ma la negazione della scienza. Lo
storicismo di Sombart, invece, penetra al fondo della mutevole realtà e
vuol coglierne la logica del movimento: e questo può fare, perché, grazie a VICO
(si veda), ha compreso che quella logica è la logica stessa del nostro
pensiero. Ma se così è, necessaria¬ mente ne deriva che in tanto è
possibile intendere un qualsiasi fenomeno della realtà — e nel
caso particolare, un fenomeno economico — in quanto lo si riconduce
al sistema integrale di quel pensiero che gli ha dato origine dando
origine a tutto il mondo della cultura. Vano e assurdo è ogni tentativo di
determinare un qualsiasi principio scien¬ tifico nel campo dell'economia,
se non si tiene ben presente che il fatto economico è intelligibile
soltanto in funzione di tutti gli altri aspetti della realtà in cui esso
sorge e si svolge. E il significato stesso dei termini cbe si adoperano
dagli economisti non è definibile se non in rapporto alle diverse
condi¬ zioni storiche, continuamentevariando con il variare di queste; sì
che soltanto con un atto di arbitrio ingiustificato è possibile agli economisti
fissare una legge sciertifiea di presunto valore assoluto, trascendente il
tempo e lo spazio. L’errore più grave della scienza economica quale si è
svolta fin qui è stato appunto quello di ipostatizzare alcuni termini
e alcuni principi, obliando il nesso loro imprescindibile con la concreta
vita storica dalla quale termini e principi avevan tratto
alimento. Anche le parole di significato più generale e
appa¬ rentemente affatto libere da legami con una particolare epoca
storica — ad es. scambio — in effetti non significano nulla, e per
diventare davvero in¬ telligibili hanno bisogno di una determinata
qua¬ lificazione storica — lo scambio presso i primitivi, nell’epoca
capitalistica, ecc. Il che implica che la scienza dell’economia va
ricostruita ex novo, come scienza storica che utilizzi concetti storici e
si pon¬ ga perciò in grado di superare l’attuale stato caotico dovuto
al giustapporsi di principi originati da di¬ verse situazioni storiche e
tuttavia messi su di uno stesso piano, con la pretesa di farli
corrispondere a qualsiasi situazione storica. Si continuano oggi
a ritenere scientifiche tante leggi dell’economia classica, e non ci si
accorge che quelle leggi non hanno più valore perché i termini in cui sono
espresse 17 - Srum hanno cambiato di significato, senza che
Leconomi- sta ahhia riflettuto sulla portata di tale mutamento. E a
poco a poco l'economia è diventata un lavoro di mosaico, in cui ogni
pietruzza sta per conto suo, senza che neppure in tale indipendenza possa
avere una fisionomia sua, suscettibile com’è di infinite
co¬ lorazioni, alle diverse luci che la illuminano. 11 Somhart ha
visto come pochi questa essenziale inorganicità e incongnienza della scienza
economica e ha saputo scoprirne la piu profonda ragione. Senonché il
Somhart non può raccogliere tutti i frutti della sua concezione per i
limiti stessi entro cui rigorosamente la circoscrive arrestandosi
alla dottrina dì Vico. Se l'aver riallacciato il nuovo sto¬ ricismo
al pensiero del grande filosofo italiano co¬ stituisce il più gran merito
del Somhart, l’aver poi creduto che si possa ancor oggi, dopo due secoli
di intensissimo travaglio speculativo,impostareil pro¬ blema proprio
negli 6tessi termini, è purtroppo tale un errore da compromettere in modo
irrimediabile il risultato di ogni ricerca. L’errore — come si è già
accennato — consiste nel dualismo vichiano di mondo umano e
mondo naturale, considerati l’uno come fattura dell’uomo e l’altro di
Dio. Poiché si può essere dualisti quanto si vuole, ma bisogna pur
rendersi conto che, se esi¬ stono due realtà, esiste per ciò stesso il problema del
loro rapporto. Ora, tale rapporto è sfuggito in gran parte alla mente del
Vico, ed è appena analizzato da Somhart che lo concepisce in modo
molto estrinseco e a posteriori. Egli non si preoccupa, infatti, di
ricercare 1 unità originaria dei due mondi, sì ch’essi possano rendersi
intelligibili alla luce di un unico fine, ma si limita a constatarne i
rapporti di coesistenza e il reciproco influsso: le due
realta restano presupposte e la soluzione del problema si trasforma
in un mesebino modus vivendi. Se l’uomo fosse davvero costretto a creare
— secondo le parole del Somhart — il piccolo mondo della cultura
lasciando nel mistero della sua essenza il grande mondo della natura
creata da Dio, evidentemente il grande non potrebbe non soffocare il
pic¬ colo e renderlo affatto illusorio. Se viviamo nella natura, se
natura siamo noi stessi venendo alla luce, se la nostra vita fisica e
spirituale è costretta a svol¬ gersi nelle determinate condizioni fissate
dalla na¬ tura, com’è poi possìbile comprendere l’essenza di quel che
facciamo ignorando l’essenza di quel che troviamo? Se esistono due mondi,
l’uno nostro e l’altro di Dio, è pur necessario che il primo sia
su¬ bordinato al secondo e adegui il proprio fine a quel¬ lo
dell'altro; ma se è così, o l’uomo conosce il fine di Dio, vale a dire
l’essenza della natura, e allora può agire seguendone le tracce, o non lo
conosce, e allora procede alla cieca senza aver coscienza
della direzione del proprio cammino. E la scienza, del cui
rinnovamento il Sombart giustamente si preoc¬ cupa, deve ormai decidersi
ad affrontare il proble¬ ma nella sua integrità, diventando storicistica
nel senso più rigoroso della parola e cioè intendendo per storia
dell’uomo la storia stessa del mondo, e riconoscendo in tal guisa
l’identità assoluta di sto¬ ria e di filosofia.Scienza storicistica e
scienza filo¬ sofica non possono essere altro che sinonimi. Da questa
conclusione rigorosa e perentoria il Sombart si è ritratto per un residuo
di positivistico odio contro la filosofia e per il conseguente
agno- ticismo metafisico ; ma s’egli si informasse più
ade- ^natamente dei risultati del movimento
idealistico italiano finirebbe forse eoi convenire cbe, se ancora di
metafisica resta traccia nella filosofia contempo¬ ranea, è proprio in
cotesto agnosticismo positivisti- co, il quale, proprio perché nega la
possibilità di conoscere l’essenza della natura, ammette nientemeno
l’esistenza di un mondo trascendente e si pre¬ clude la via a una
conoscenza effettiva della realtà. Perché si possa parlare di scienza è
necessario cbe il nostro conoscere non abbia limiti insuperabili e
cbe il mondo di Dio sia lo stesso mondo nostro: fino a quando nel concetto
tedesco di cultura non sarà risolta anche la natura, esso non potrà carat¬ terizzare
l’umana realtà nella sua più profonda consapevolezza. Che tale sia
veramente il limite della concezio¬ ne del Sombart basterebbe a
dimostrarlo la parte ricostruttiva della sua teoria, nella quale
dovreb¬ bero essere tracciate le linee maestre della nuova scienza
economica. Putroppo questa è la parte più scadente e irrilevante del
libro, dove l’insostenibi- lità del dualismo viebiano finisce col
rivelarsi a ogni passo in continua ed evidente contraddizione, e
do¬ ve l’urgenza dei motivi più disparati non consente una visione
organica del problema. Tutto ciò ch’era stato negato e relegato nel mondo
della filosofia o della metafìsica, viene ora bruscamente fuori a
riaf¬ fermare esigenze imprescindibili, e il Sombart lutto accetta
rifacendo un posticino alla filosofia deH’eco- nomia, alla richtende
ISationalòkonomie, alla dot¬ trina dei valori, ece., senza che nella
molteplicità degli elementi giustapposti sia più possibile
discer¬ nere un criterio direttivo rigorosamente determinato. È la scienza
che deve servire alla vita e cbe deve perciò riconciliarsi in qualche
modo, attraverso una serie di compromessi, con il mondo naturale e il
di¬ vino incautamente trascurato. Ma intanto Punita della visione si
spezza a causa della molteplicità dei punti di vista e la scienza diventa la
somma ano¬ dina di infinite constatazioni. L’esigenza storicistica è
tradotta in termini po9tivistici e si muta nel bi¬ sogno di tutto
includere oggeltivisticamente nel gran pozzo della scienza, dove tutto il
bene e tutto il male va buttato a pari titolo per il fatto stesso di
esistere. E la così detta W'ertefreiheit torna a essere ancora una
volta — sia pure attraverso qualche timida smentita — il più alto ideale
scientifico. Se vogliamo ora trarre le somme di quanto 6Ì è detto e
indicare brevemente il risultato del tentativo compiuto dal Somhart di
giudicare tutta la scienza economica classica e contemporanea, e
di gettare le fondamenta della nuova costruzione, dob¬ biamo
concludere che l’istanza critica dell’opera supera di gran lunga il breve
abbozzo sistematico e che il lato veramente positivo si riduce in effetti
a una mera esigenza. Quel che v’è di saldo e peren¬ torio nel volume
è la diagnosi, spietata ma giustis¬ sima, delle attuali condizioni della
scienza. La erisi è presentata nelle sue effettive proporzioni e
soprat¬ tutto nc sono indicate con grande precisione le ra¬ gioni più
notevoli: dogmatismo, antistoricismo, in¬ determinatezza di principi e di
terminologia, asiste¬ ma licita, metodo naturalistico, moralismo. Sono ac¬ cuse
di cui gli economisti non riescono a persuader- si, ma che pure ormai
dovrebbero richiamare una più profonda attenzione ed essere esaminate
con mentalità più sgombra da preconcetti. A noi in par¬ ticolare, che
da quattro anni andiamo precisando questa diagnosi nei Nuovi studi di diritto,
econo¬ mia e politica, non può non esser gradita l’analogia dei
risultati cui è pervenuto il Sombart; e tanto più interessante e fecondo
sarebbe raccordo se potesse estenderei al lato più propriamente
ricostruttivo del sistema. Poiché se la diagnosi della economia attuale
basta a dimostrare la necessità di una visio¬ ne storicistica della
scienza, non è sufficiente di ner sé sola a chiarire la peculiare forma
che deve avere il nuovo storicismo. F a noi pare che il Sombart, per
gli stessi presupposti speculativi da cui prende le mosse, è fatalmente
destinato ad arrestarsi ad una forma di positivismo vichianeggiante in cui
la vita vera della storia 9Ì frange e si acqueta
tuttavia nell’eclettica stasi contemplativa della sociologia. Ugo
Spirito. Spirito.Keywords: stato/cittadini, pathos romantico, romanticism e
nuovo ordine, sindicalismo, fascismo da sinestra, filobolcevicco,
corporativismo, attualismo, stato fascista, equilibrio liberta/autorita,
gentile e spirito, i filosofi fascisti, filosofia e revoluzione, romanticismo,
proprieta, filosofia come pedagogia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Spirito” –
The Swimming-Pool Library.
Grice e Spisani: la ragione conversazionale della
contestazione – la scuola di Ferara -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Ferrara), Filosofo emiliano. Filosofo
italiano. Ferrara, Emilia-Romagna. Si laurea a Padova con una tesi di
sull'attualismo italiano, Natura e spirito nell’idealismo attuale” (Milano,
Fabbri). In seguito collabora a Urbino. A Bologna fonda “Rassegna di Logica” e il centro di logica. In una lettera Carnap
critica una sua decisione di non pubblicare un'opera. Morì suicida. Altri
saggi: “Neutralizzazione dello spazio per sintesi produttiva” (Bologna,
Cappelli); “Implicazione, endo-metria e universo del discorso” (Bologna) e “Introduzione
alla teoria generale dei numeri relativi, con ingresso dei numeri
moltiplicatori e divisori, legati alla logica e alla matematica trascendentale”
(Bologna, Centro di logica e scienze comparate, analisi matematica). C'è una
relazione divisoria che ipotizza il valore “M,” numero logico trans-infinito all'origine
della neutralizzazione dello spazio trans-finito. “ℵ” va verso successivi
aumenti. Ma è la relatività dei numeri, espressa nel calcolo per valori di
posizione, che ne individua la direzione inversa. Spiega le sue scoperte in
forma di dialogo. Tra gli interlocutori la misteriosa figura della piovra
Clipso. Logo-fenica. Altri saggi: “Il numero nell'istanza
ontologica del rapporto d'identità” (Imola, Galeati); “Logica ed esperienza”
(Milano, Marzorati); “Logica della contestazione” (Bologna, Cappelli). Sulla storia della pubblicazione della Teoria
generale, importanti ricerche erano già pronte. Allora, dice: “Ne discuto con
Carnap. Carnap sottopone i risultati dell'indagine. Carnap spiega anche le
ragioni che mi induceno a non diffonderne le conclusioni. Carnap risponde che
quella scelta gli sembra affatto ingiustificata: l'operas crises non poteva
rimanere nel silenzio. Tuttavia non cambiai parere. Non avrei pubblicato, e glielo
confermai. “Dai numeri naturali ai numeri relativi, moltiplicatori e divisor”. Gallo,
“Un uomo genial”, Nuova Ferrara, L'ha vegliato prima di suicidarsi, di Gulotta,
la Repubblica, sezione Bologna, Archivio. Franco Spisani. Spisani. Keywords: il
concetto di numero, numero naturale, numero relativo, logica auto-genetica,
numero relativo moltiplicatore, numero relativo divisore, opposto,
contradittorio, regole e segni, contestazione, esperienza, limiti della
metafisica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Spisani” – The Swimming-Pool
Library.


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