Grice e Trabucco: all’isola -- la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della filosofia della salute – filosofia
siciliana -- filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Lirary, Villa Speranza (Caltagirone). Filosofo italiano. Caltagirone,
Catania, Sicilia. Non abbiamo grandi
notizie della sua vita, della quale sappiamo solo che esercita con successo la
medicina a Caltagirone, soprattutto durante l'epidemia. Per il suo contributo è
creato nobile da Fernando d'Aragona. Alcune suoi saggi sono conservate nella biblioteca
comunale di Caltagirone, città che gli ha anche dedicato una strada. Saggi: “De Morbis puerorum et mulierum.” Chaudon, Dictionnaire universel, historique, critique,
et bibliographique, v. Amico e Statella, V. M., Dizionario topografico della Sicilia,
Palermo. Libro d'oro della nobilità dell'imperial casa amoriense, Roma, s.v. Amati, Dizionario corografico dell'Italia.
Trabucco. Keywords: salute, filosofia della salute. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Trabucco” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Tragella: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazional dei caduti – filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Trezzano sul Naviglio). Filosofo italiano. Trezzano,
Milano, Lombardia. Studia a Gorla Minore, Milano, e Torino. Si occupa di
serbare la memoria della battaglia di Magenta con la costruzione di una
cappella espiatoria all'interno della chiesa per accogliere le spoglie dei
caduti. Ricovero vecchi poveri Sito Lombardia Beni Culturali. Viviani, cfr. Tunesi, Morani Le stagioni, op.
cit.. T., Lettera a Murri in: Murri, L. Bedeschi, Carteggio. II. Lettere a
Murri. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, Le stagioni di un prete, Le
stagioni di un prete, «Rivista di storia e letteratura religiosa», Viviani, Dalle
ricerche la prima storia vera, Magenta, Zeisciu. Cesare Tragella. Tragella.
Keywords: per i caduti. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tragella” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Trapaninapola: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionle – filosofia italiana – Grice
italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza (Roma).
Filosofo italiano. Trapaninapola. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Trapaninapola” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Trapè: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale dell’umanità di Varrone -- -- filosofia marchese –
scuola di Montegiorgio --filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Montegiorgio). Flosofo italiano. Montegiorgio,
Fermo, Marche. Uno dei massimi studiosi della filosofia semiotica d’Agostino. Si
laurea a Roma con una “Il concorso divino in Colonna” (Tolentino). Insegna a
Roma. Promosse la fondazione dell'Istituto patristico augustinianum. Fonda
la "Biblioteca agostiniana" che si occupa della volgarizzazione di Agostino
(Città Nuova) e il "Corpus scriptorum augustianorum", che pubblica le
opere dei filosofi scolastici agostiniani. Altri saggi: “Introduzione ad Agostino
e le grandi correnti della filosofia contemporanea”, Atti del congresso
Italiano di filosofia agostiniana, Roma, Tolentino; Varro et Augustinus
praecipui humanitatis cultores, Latinitas Augustinus et Varro, Atti del
Congresso di studi varroniani, Rieti) – VARRONE --; “Escatologia e anti-platonismo”
Augustinianum, “Agostino, filosofo e teologo dell'uomo”; Bollettino
dell’Istituto di filosofia (Macerata); Agostino: L'ineffabilità di Dio, in «La ricerca di Dio nelle religioni (EMI,
Bologna); “La Aeterni Patris e la filosofia”, Atti del Congresso Tomistico, Roma;
Agostino, l'uomo, il pastore, il mistico” (Roma, Città Nuova); Patrologia,
Casale Monferrato, Dizionario patristico e di antichità cristiana, Casale
Monferrato, Introduzione e commento alla lettera apostolica «Hipponensem
episcopum», Roma, Introduzione ad Agostino, Roma, L'amico, il maestro, il pioniere, Cremona,
apostolo della cultura. Agostino Trapè. Trapè. Keywords: la semiotica
d’Agostino, Varrone, humanitas. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trapè” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Trasea: la ragione conversazionale
della morale romana e l’implicatura conversazionale del diritto romano -- Roma
antica – scuola di Padova -- filosofia italiana – Grice italico -- Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza (Padova). Filosofo italiano. Padova,
Veneto. Nato da una famiglia illustre e agiata. Mantenne stretti legami con
Padova, come dimostra la partecipazione ai festeggiamenti in onore del
fondatore, Antenore. Nulla è degli inizi della carriera politica tranne
contrasse matrimonio colla figlia di CECINA PETO, console suffetto. Il suocero è
implicato nella rivolta di Lucio Arrunzio Camillo Scriboniano che mira ad
eliminare Claudio e a RESTAURARE LA REPUBBLICA e pertanto e costretto al
suicidio. Lo segue, sebbene T. avesse cercato di impedirlo, anche la
moglie. Probabilmente, dopo la morte del suocero, T. aggiunse il suo nome
al proprio, prassi inconsueta per un genero, che può essere letta come un segno
di opposizione al principato. Non abbiamo informazioni sulla cronologia
della progressione di Trasea tra i ranghi più bassi del cursus honorum ed è
possibile, ma non è affatto certo, che la sua carriera politica fosse ad un
punto morto. A seguito della morte di Claudio e l'ascesa di NERONE,
l'influenza del precettore del nuovo principe, il filosofo Seneca, del Portico,
gli permise T. a di divenire console suffetto acquistando nel frattempo
l'importante amicizia del genero ELVIDIO PRISCO. Dopo il consolato, T. ottenne
il prestigioso incarico di quindecim-vir sacris faciundis. Tale ascesa e,
forse, aiutata dall'attività svolta presso le corti di giustizia né è da
escludere una sua nomina come governatore provinciale in accordo alla
testimonianza di PERSIO, amico e parente di T., il quale scrive di aver
viaggiato con lui. Sostenne in senato la causa di concussione avanzata dai
cilici contro il loro ex-governatore, COSSUZIANO CAPITONE, vicino al principe,
che e condannato probabilmente proprio per l'influenza e la capacità oratoria
mostrata da T.Si oppose ad una mozione con cui i siracusani chiedevano di
superare il numero legale di gladiatori per i loro giochi censurando di fatto
l'irrilevanza cui e giunto il senato. Quando, poi, NERONE invia al senato
una lettera – scritta da Seneca -- in cui giustifica l'appena compiuto omicidio
della madre, T. e il solo ad uscire dall'aula affermando di non poter dire ciò
che voleva e che non avrebbe detto quel che poteva, mentre molti dei suoi
colleghi si congratulavano bassamente con Nerone. Il pretore ANTISTIO SOSIANO, che
scrive poesie diffamatorie su Nerone, a accusato da Cossuziano Capitone,
recentemente riabilitato in Senato su impulso del suocero di questi, TIGELLINO,
di maiestatis. T. dissente dalla proposta di imporre la pena di morte sostenne
la più lieve sanzione dell'esilio, conforme per il reato. La proposta è approvata
con larga maggioranza nonostante il parere contrario di Nerone consultato prima
della votazione ed il principe e costretto ad aderirvi per far mostra di
clemenza. Al processo contro il pro-console di Creta, CLAUDIO TIMARCO, accusato
dai provinciali di continui abusi, avendoli costretti a compiere frequenti voti
di ringraziamento, T. censura il comportamento del pro-console. Fa approvare a
maggioranza un senatoconsulto che però dove aspettare il placet del principe. E
dispensato dal principe dal portargli i ringraziamenti, insieme alla
delegazione del senato, per la nascita di una figlia. Tale gesto e,
probabilmente, il preludio della fine anche perché TIGELLINO, tra i più
influenti cortigiani di Nerone e ostile a T. essendo il suocero di Cossuziano
Capitone, fatto condannare da T. stesso. Tuttavia, è noto che Nerone dice a
Seneca di essersi riconciliato con T. e che Seneca si fosse congratulato perché
recupera un'amicizia piuttosto che averlo costretto a chiedere clemenza. Dopo
tale vicenda, T. si ritira dalla vita politica. Non sappiamo esattamente quando
è presa la decisione ma TACITO fa dire a Capitone, in occasione del processo,
che T. ha da oltre III anni disertato tutte le sedute del senato ma, occorre ricordare
che la fonte è polemica e quindi poco affidabile. Non è noto neppure quale sia
stato il catalizzatore di una tale decisione che contrasta apertamente con la
sua vita precedente. Forse è la sua ultima forma di protesta al principe.
In questo lasso di tempo, T. continua a curare gl’interessi dei suoi clienti e
probabilmente compose anche la sua “Vita di CATONE [si veda]”, in cui loda il
sostenitore della libertà senatoriale contro GIULIO CESARE (si veda) con il
quale condivide la filosofia del portico. Tale opera, oggi perduta, e una fonte
importante per la biografia di Plutarco. Nerone, dopo aver violentemente
represso la congiura dei Pisoni, decide di sbarazzarsi di chiunque sospettava
ostile, e tra questi anche T. e Barea Sorano che da tempo detesta. Spinto da
Cossuziano Capitone, decide di agire durante la visita del re Tiridate I di
Armenia a Roma, come scrive sarcasticamente Tacito "quasi fosse atto da
re", affinché passassero inosservate le vicende di due così illustri
cittadini. L'accusa contro T. e assunta da Cossuziano Capitone e Marcello
Eprio, mentre Ostorio Sabino si occupa di Barea Sorano. Dapprima Nerone esclude
T. dal ricevimento in onore di Tiridate ma questi, anziché farsi prendere dal
timore, chiede che gli fossero notificati i capi d'accusa e che gli fosse dato
tempo di difendersi. Nerone accolge la risposta di T. con agitata premura e
come mai prima d'ora comincia a temere la presenza, l'ardimento e lo spirito di
libertà della sua vittima e pertanto comanda di convocare il senato. L'imputato,
dopo aver consultato gl’amici, decise di non partecipare al processo per
evitare che Nerone si incrudelisse anche con la moglie e la figlia e per non
prestare orecchio all’ingiurie degl’accusatori. In tale occasione, inoltre,
impede al tribuno ARULENO RUSTICO di porre il veto al decreto del senato
affermando che una siffatta azione mette in pericolo la vita del tribuno senza
salvare la sua. Il giorno del processo, il tempio di Venere Genitrice, luogo di
raduno del Senato, e circondato da due coorti della guardia pretoriana.
Iniziata la seduta, il questore legge una lettera del principe che, senza far
nomi, accusa alcuni senatori di trascurare da tempo i loro doveri e di essere,
pertanto, cattivo esempio anche per i cavalieri. Gl’accusatori accolsero
tali affermazioni come un dardo pronto per essere scagliato e subito Cossuziano
si scaglia contro T. per essere seguito poi da Marcello Eprio il quale, con
maggiore energia, grida che si tratta di LA SALVEZZA DELLO STATO ROMANO e che
la longanimità del principe sarebbe venuta meno di fronte all'arroganza dei
sottoposti e che fino ad ora troppo indulgenti sono stati i senatori nei
confronti di T., di Barea Sorano, definiti faziosi ribelli. Non si ricordano
discorsi della difesa ed in ogni caso i senatori, nel più profondo terrore per
i reparti armati, non hanno altra alternativa che votare la condanna a morte
nella forma del liberum mortis arbitrium ovvero l'ordine di suicidarsi. T. e ovviamente
condannato a morte, il genero Elvidio Prisco e esiliato insieme agl’amici
Paconio Agrippino e Curzio Montano. Gl’altri imputati, Barea Sorano e la figlia
di lui, processati separatamente, seguirono lo stesso destino di T.. Al
crepuscolo, T. intento ad intrattenere numerosi ospiti e ad ascoltare con molta
attenzione il filosofo Demetrio, del CINARGO, con il quale discute della natura
dell'anima e della separazione dello spirito dal corpo, riceve da uno dei suoi
intimi, DOMIZIO CECILIANO, la notizia della condanna. A tal punto, esorta i più
a non disperarsi e a ritirarsi in gran fretta per evitare di compromettere le
loro sorti con la sua, poi persuase la moglie che, memore della madre, si
prepara a seguire nella morte il marito, a restare in vita e a non privare la
figlia dell'unico sostegno. Poco dopo, mentre T. si avvia al portico con
un'espressione lieta, avendo saputo che il genero, Elvidio Prisco, è stato solo
esiliato, giunse il questore a comunicargli ufficialmente la condanna. Si ritira,
quindi, accompagnato da Demetrio e dal genero, nelle proprie camere, porse ad
uno schiavo le vene di entrambe le braccia e, come il sangue scorse, lo sparse
a terra libando a Giove liberatore sempre alla presenza del questore. Infine,
dopo molte sofferenze, muore. In Prato della Valle, Padova, è presente
una statua che lo raffigura, opera d’ Andreosi ed eretta a cura della
associazione padovana Excisa Civitas. T. è rappresentato in abito consolare, ai
suoi piedi un piedistallo, simbolo della costanza con cui sostenne la sua
impari lotta contro Nerone. È menzionato nel romanzo Quo Vadis di Sienkiewicz.
È menzionato nel romanzo Memorie di Adriano di Yourcenar. Dione Cassio. Tacito.
Plinio. Tacito, Historiae. Plutarco Moralia. Geiger. Statua di T. su
digilander.libero. Cassio Dione Cocceiano, Historia Romana, libri LXVI-LXVII.
Plinio il Giovane, Epistulae. Tacito, Annales. Brunt, Stoicism and the
Principate, PBSR, Devillers, Le rôle des passages relatifs à Thrasea Paetus
dans les Annales de Tacite, Neronia, Bruxelles, Collection Latomus Geiger,
Munatius Rufus and T. on Cato the Younger, Athenaeum. Rudich, Political Dissidence
under Nero, Londra, (Strunk, Saving the life of a foolish poet: Tacitus on
Marcus Lepidus, T., and political action under the principate, Syllecta
Classica, Syme, A Political Group, Roman Papers, Turpin, Tacitus, stoic
exempla, and the praecipuum munus annalium, Classical Antiquity, Wirszubski,
Libertas as a political idea in Rome in the late republic and early principate,
Cambridge. T., su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. MPortale Antica Roma
Portale Biografie Categorie: Retori romaniFilosofi romaniScrittori
romaniFilosofi del I secoloScrittori del I secolo Romani Nati a Padova Morti a
Roma Filosofi giustiziati Stoici Morti per suicidio. The wide circulation of the
philosophy of the Porch among Romans of the upper class from the time of
Panaetius to the reign of Marcus Aurelius is a familiar fact. Few Romans of
note can indeed be marked down as committed ‘filosofi del portico’, and even
those, like Seneca, who avowedly belongs to the school borrows ideas from other
philosophies. Still, even if eclecticism is the mode, the ‘Porch’ element is
dominant. The PORTICO permeates the writings of ‘filosofi’ like Virgil and
Horace who professed no formal allegiance to the sect, and became part of the
culture that men absorb in their early education. One might think that the
Porch exercises an influence comparable, at Oxford, at in some degree with that
which Christianity has often had on men ignorant or careless of the nicer
points of systematic theology. It has often been supposed that it did much to
humanise Roman law and government. That is a contention of which I should be
rather sceptical, but it is not my present theme. I propose to examine the effects
that The Porch had on men's attitudes to the Principate, the essentially
monarchical form of government created by Ottavianus. Prima facie we might
expect these effects to have been significant, yet it is not easy to discern
exactly what they are. At the very outset an apparent contradiction confronts
us. The Porch seems to be both upholders and opponents of the regime. The Stoic
Atenodoro is an honoured counsellor of Ottaviano; Seneca the preceptor of Nerone
and then one of his chief ministers, Marcus Aurelius Antonino a philosopher on
the throne. Seneca exalts the autocratic power of the Princeps. Under Nerone, a
ruler vigilant for the safety of each and all of his subjects, anxious to
secure their consent, and protected by their affection, Rome (Seneca claims)
enjoyed the happiest form of constitution, in which nothing is lacking to our
complete freedom but the license to destroy ourselves. We may always suspect
Seneca of insincere rhetoric and special pleading. But Seneca’s approval of
monarchy in principle is shared by the honest Musonius, and Antonino clearly
assumed that it was by divine providence that he had been called to exercise
absolute power. And yet that perfect philosopher of the Porch, as Seneca calls
him (Const. Sap.), Catone, died in defence of the old Republic, which Giulio
Cesare had overthrown and Ottaviano had replaced. Cato’s conduct was still
viewed as exemplary by philosophers of the Porch during the Principate. T. writes
Catone’s life, and he is the centre of a circle, including ELVIDIO PRISCO and ARULENO
RUSTICO, which offers the most intractable opposition to certain princes,
opposition which was certainly ascribed to the teaching of the Porch. Nerone’s
suspicions of RUBELLIO PLAUTO, a kinsman and potential pretender to the
Principate, are enhanced by the allegation that he had adopted the Porch’s presumptuous
creed, which made men turbulent and avid for power. Writing soon afterwards,
Seneca himself admits that some thought, though erroneously, that the votaries
of philosophy were 'defiant and stubborn, men who held in contempt magistrates,
kings and all engaged in government', and he advises Lucilius to devote himself
to philosophy, but not to boast of it, since philosophy itself, associated with
arrogance and defiance, has brought many men into danger. Let it remove your
faults and not reproach those of others, and let it not recoil from social
conventions ('publicis moribus"), nor produce the appearance of condemning
what it does not practise'? Though Seneca speaks of 'philosophy' in general,
the context shows that he has in mind only that philosophy in which he thought
the truth resided, the Porch. The second passage indeed may suggest that what
endangers the Porch was not so much resistance to authority as censure of the
behaviour common in the world, which made the Porch generally unpopular. Seneca
had also admitted earlier that The Porch had the reputation, in his view
undeserved, of excessive harshness, which was held to make it incapable of
giving wise advice to rulers. It was under Gaius, Nero, Vespasian and Domitian
that the Porch certainly suffered persecution. The last two princes actually
expelled professional philosophers from Rome and Italy; Epictetus was among the
exiles. Yet he too repudiates the charge that the Porch is opposed to
authority. By reconciling the interests of the individual, truly conceived,
with those of society, the Porch, Epitteto claims, produced concord in a state
and peace among peoples. The Porch teaches men to obey the laws, but not to
despise the authority of 'kings', though in his view neither laws nor kings
could give or take away anything essential to a man's blessedness. On the other
hand, the Stoic would not comply with the orders of 'tyrants', which conflicted
with his own moral purpose. We might then infer that it was not political
authority, nor monarchy as such, that the Porch rejects, but those rulers whose
vile conduct made them 'tyrants',"' and that what the Porch – in a figure
like T. -- admires in Catone is not his fight for the Republic but his
rectitude and constancy. However, Vespasian was never reproached with tyranny,
and ELVIDIO PRISCO, at least, whom Dio called a Republican, and whom Vespasian
puts to death, must have had convictions by which an emperor could be judged in
political as well as moral terms. The apparent inconsistency in the Porch’s
attitude to monarchy is not the only ambiguity in their relations to the state.
Seneca meets the charge of political defiance by replying that none are more
grateful to rulers who preserve peace than philosophers who have retired from
public life to the nobler activity of tranquil contemplation and teaching. Much
writing of the Porch suggests that their teaching tended to promote not active
resistance to government but entire withdrawal from political activity. Quintilian
speaks of philosophers as men prone to neglect their civic duties. P. Suillius
had contemptuously referred to Seneca's own 'studia inertia'. In the very
passage in which Tacitus marks out ELVIDIO PRISCO as a Stoic he says that 'from
early youth he devoted his brilliant mind to deeper studies, not as so many
(plerique') do, to make the high-sounding name of philosophy a screen for
indolent retirement ('segne otium'), but in order to undertake public duties,
while fortified against the strokes of fortune. Evidently, in his judgement,
the general tendency of philosophic training was to render men unfit for public
careers by making them prefer the life of contemplation. Hence an ambitious
mother, like Agricola's, would restrain her son from drinking too deeply at the
philosophic spring. Indeed all writings of the Porch illustrate a certain
tension between the claims of public activity and those of study and meditation
(injra). We must, of course, distinguish sharply between Stoics who
deliberately chose 'segne otium' from the start and those, like T., who retires
from politics in such a way as to manifest their disapprobation of the
government, even though such retirement could be justified by arguments that
might rather have persuaded the believer never to enter the political arena.
The former might by their indifference to the state deprive it of useful
talent, but they constituted no danger to the regime. But we may wonder how a
creed which encouraged such quietism could also be accused of making men
turbulent enemies of the Princeps. To understand these apparent contradictions
in the political attitudes of Stoics under the Principate, we must look more
closely than historians generally do at the moral principles they embraced. All
I can attempt here is naturally no more than a rather impressionistic sketch of
those aspects of Stoic teaching which seem to me most relevant to their actual
political behaviour, in office, opposition or retirement. This is no place for
a systematic exposition of the logical and physical presuppositions of their
moral creed, and indeed the Stoics of our period evinced no keen interest in
the dialectical subtleties and doctrinal coherence of the system the earlier
masters of their school had evolved. Rhetoric and devotion had largely replaced
inquiry and argument. None the less their moral convictions continued to rest
on metaphysical dogmata, however uncritically accepted. Like other philosophers,
the Stoics assume that each man does and must pursue his individual happiness.
This he can secure only if he conforms his life to nature, his own nature and
that of the universe, of which his own is of necessity a part. In the impulses
of animals and of children we can see how Nature herself directs living beings
to seek what is conducive to life and to avoid what is contrary. Life itself
and all that assists the proper functioning of the living creature belong to
the category of things that are natural and therefore can be described as
things of value. They include wealth, health and nearly all that men generally
make their objects of endeavour. Now, man is endowed with reason, and reason
shows that he cannot live in isolation. We are born for one another, and it is
proper to our nature to prefer things of value for our fellows as well as for
ourselves. However, experience teaches us that such things may not be in our power.
If, then our happiness, or that of our fellows, were to depend at all on their
possession, it would not necessarily be within our grasp, our minds would be
filled with anxiety, and our failures to obtain what we desire would seem to be
limitations on our freedom. But no man can be happy if he is not secure from
anxiety and free. Now Nature must have designed our happiness, for all being is
permeated by a substance the Stoics described as reason or the divine. This
ruling element in the world, which causes all things to work together for good,
is also present in our souls, and it is its presence that enables us in some
measure to apprehend the providential order of the Universe. Our reason should
also be the ruling element in our own nature, as it must be capable of
directing us to that true happiness, security and freedom which nature impels
us to seek, and which, given the rationality and beneficence of nature, it must
be in our power to attain. Hence the so-called things of value cannot be truly
good, simply because they are not always and necessarily in our reach. By
contrast nothing can ever prevent us from constantly willing to do what is
right, even though the resultant actions may fail to produce the effects
intended; these effects are external to ourselves and do not or should not
affect that permanent disposition of the soul in which our blessedness,
security and freedom are to be found. The only true good, which reason
prescribes, lies then in a virtuous disposition and in the activity that flows
from it, and the only true evil is the lack of such a disposition, while the
things of value and their contraries must alike be classed, to use the
technical term, as things indifferent to us. Yet this leaves no criterion for
identifying the particular acts the good or wise man will perform, and that
criterion has still to be supplied by the things of value. Is The acts which
were termed in Greek “KaOkovaand” in Latin “officia”, acts incumbent on men,
which we may render as duties, even though the word has perhaps excessively
Kantian overtones, consist in promoting states of affairs which will contain as
much as possible of such secondary goods as health or wealth, and as little as
possible of their contraries. We are bound to make the best calculations we can
on the consequences of our acts, and to exert ourselves to the utmost in
performing them. But we should always act with the reservation in our minds
that what we seek may not be attainable and that its actual attainment is not
per se good. A father will jump into deep water to rescue his child. But the
goodness of his act is not enhanced if the child is saved, nor diminished if it
drowns. Indeed, since the universe is providentially ordered, the death of the
child, if it occurs, must be for the best. Chrysippus is quoted by Epictetus as
saying that, so long as the consequences are not clear to me, I cling to what
is best adapted to securing things that accord with nature; for the divine has
created me such that I shall choose these things; but if I actually knew that
it was now ordained for me to be ill, I would aim at being ill. Victrix causa
deis placuit, sed victa Catoni. As a good Stoic, Catone should not have fought
against Caesar, if he could have foreseen Caesar's victory. But lacking this
foresight, he could still be subjectively right; and the admiration a Stoic
could express for Cato is not in itself incompatible with acceptance of the
regime for which Caesar's victory had prepared the way. For the Stoics only the
wise man has an understanding of nature so complete and a disposition so
unchangeable that he will never do what is not right, and only his actions are
truly successful or good. Others may perform the same actions, but in a way
that is somehow flawed. However, the wise man, as Seneca remarked, is as rare
as the phoenix. Not even the great Stoic teachers pretended to the title. Most
of their statements about his conduct may then be understood as the
presentation of a model for others, and in fact the Stoics did not hesitate
from the first to lay down rules for the guidance of ordinary beings. In such
prescriptions they continued to attach value only to the purpose of moral
activity, and not to success in performance. The fullest discussion we possess
of their teaching on men's duties is to be found in Cicero's “de officiis,” the
first two books of which are avowedly based on a treatise of Panaetius. But
though Panaetius, who departed in various ways from the doctrines of his
predecessors, did not care to describe the ideal sage and expressly turned to
the duties of men in whom perfect wisdom was not to be found but whose conduct
might still manifest the semblances of virtue ('similitudines honesti'), his
concern with this topic was certainly not new. Moreover, there are some
indications that Stoics extrapolated the concept of perfect virtue from the
conduct of ordinary men which commanded universal approval. Orazio on the
bridge could not be called truly brave, because he was no sage. Yet, his
heroism gives an idea, by analogy, of what tcourage is. Thus Stoic practical
morality was founded on commonly received opinions. While every man is bound to
be of service to his fellows, the particular services he should render vary
with his special relationships to them. From the first orthodox Stoic thinkers
enjoined specific duties on the husband, father, slave-owner and so forth. Tacitus
alludes to this practice when he describes ELVIDIO PRISCO as steady in
performing all the duties of life, as citizen, senator, husband, son-in-law and
friend. Epictetus and others conceive such duties as arising from the place in
the world, the station or military post (Tá§is, statio) to which each
individual is appointed, and which may limit, as it always defines, the kinds
of action incumbent on him; though a life of virtue is open to all, even to
slaves, what a man can do determines what he ought to do; for instance, if he
is poor, he cannot hold office or endow his city with fine buildings (Ench.). But
how do we identify these specific duties, which are given to us by our place in
the world? If you are a town-councillor, says Epictetus, remember that you are
one; if you are young, that you are young, if old, that you are old, if a
father, that you are a father; on reflection each name invariably suggests the
appropriate tasks. These tasks can, I think, only have been regarded as obvious
if they were those conventionally expected from the persons so designated, and
in fact Stoics seldom recommend acts that would have violated conventions. All
that Epictetus himself tells a provincial governor is to render just decisions,
to keep his hands off others' property, and to see no beauty in another man's
wife or a boy or a piece of gold or silver plate. Epictetus does not go far
beyond the maxims of abstinentia and integritas, always accepted, if often
infringed, by the Roman ruling class. In fact he adds that we ought to look for
doctrines that agree with but give additional strength to such common notions
of duty. The great mind, as Seneca puts it, is intent on honourable and
industrious conduct in that station in which it is placed. The good man does
not change the rules, but obeys them more strictly. In another metaphor the
Stoics employed the world was viewed as a stage in which each man had to play a
part (persona, mpóocov). Panaetius exploited this metaphor in connexion with a
doctrine he himself seems to have transferred from aesthetic to ethical theory,
that there is a kind of moral beauty, called in Greek pétrov and in Latin
decorum, which 'shines out' in virtuous activity, even in that of the man still
imperfect in wisdom. It would not be germane to my theme to attempt to expound
this doctrine in full, but two points are important. First, just as the
physical beauty of a living creature must be attributed to the due relation of
all the parts to the whole, so the moral beauty of a man's activity lies in the
order and coherence of all his words and deeds, and just as the correct
delineation of a figure in a drama depends on the suitability to his character
of what he does and says, so in real life men must aim at maintaining the
consistency, 'constantia'' or 'aequabilitas, of their conduct. But while the
dramatist may properly portray the wicked man, on the stage of life we are all
bound to play the role of rational beings subject to the moral law. None the
less, the manner of the performance must vary from man to man." Besides
the role which is common to all Panatius distinguished three others. The first
arises from the individual's special inborn endowments, which he must develop
to the full, so far as they are compatible with virtue, and his natural
disabilities, which limit what he can do, the second from his position in the
world, the third from the choice of a vocation that he is bound to make on the
basis of his capacity and of the resources at his disposal, but which tends to
commit him for the future. Thus a Roman of rank might choose to be a
philosopher or a jurist, an orator or a soldier; having made his decision, he
should normally carry it out to the end. For Panaetius it is only by
recognizing the potentialities and limitations imposed by his own personality
and circumstances that the individual can avoid those inconsistencies in
conduct which would mar the moral beauty of his life. 'It is of no avail to
contend with nature or to pursue an end you cannot reach'. Similarly in
Epictetus' view, 'if you assume a role beyond your ability, the result is that
you perform it disgracefully (hoxnuóvndas) and neglect the role you were able
to fill. To thine own self be true, And it must follow, as the night the day,
Thou canst not then be false to any man. Secondly, according to Panaetius,
moral beauty, like physical, attracts the approval and love of other men.
Indeed that approval comes to be regarded as a criterion for determining
whether particular actions really do manifest 'decorum'. We ought to respect
the opinions and feelings of others. Hence deportment, polite conversation and
other matters of social etiquette become the subjects of moral precepts. Manual
labour is condemned as unbefitting the free man. Even the liberal professions
are pronounced below the dignity of an aristocrat. In general the conventions
of the upper class society to which both Panaetius and Cicero belonged are
unquestioningly accepted. We are told that for actions to be performed in
accordance with custom and civic practices no rules need be prescribed. These
practices are the rules, and no one should make the mistake of thinking that he
has the same license as Socrates or Aristippus to transgress them. It was only
their great and superhuman virtue that gave that privilege to them. This
teaching justified Romans in treating their own traditions as equivalent to
moral laws. It is no accident that the Stoic RUBELLIO PLAUTO 'respected the
maxims of old generations' in the strictness of his household, or that Seneca
admires the mores antiqui in which Romans had always tended to find the secret
of Rome's greatness. The very use of the term “officium” to render Kankov had a
similar effect. In common speech “officum” could mean both the kind of service
which social conventions expected one man to render another, and the function
of a magistrate, for example, or a senator. Its use in ethical theory suggested
that such a service or such a function constitutes a moral obligation. Cicero
illustrates Panaetius' doctrine of the special duties imposed by a man's
individual personality from the suicide of Cato. Not every one would have been
right to kill himself in such circumstances. Cato was justified because he had
always held that it was better to die than to set eyes on a tyrant;
his'constantia' left him no choice. Plutarch, who drew directly or indirectly
on a firsthand account, shows that Catone consciously acted on this view. For Catone,
death is the only way out. His son might live, but being also a Catone, should
not serve Caesar. Others might make their peace with the victor and incur no
blame. An anecdote in Plutarch's life of Cicero tells us that Catone also held
in that while he himself could not honourably have abandoned his consistent
opposition to Caesar, Cicero, whose past conduct had been very different, would
have done better to remain neutral in the civil war. Catone’s conceptions are
certainly known to the circle of T., whose own life of the hero may be
Plutarch's immediate source. When they debate whether T. should appear in the
senate to answer the capital charges against him, the question is essentially
what course it is fitting – “deceret” -- for him to take, if he were to be true
to the course of behaviour he had pursued without a break for so many years. Another
man even within his circle is not bound to the same intransigence. Similarly,
his friend, PACONIO, says that any one who so much as thought of going to
Nero's games should go, but his own 'persona' did not allow him to consider the
possibility. ELVIDIO PRISCO is for Epictetus the shining example of a man who
was true to his persona. This sort of conception is indeed ascribed to men who
are not known to have embraced the Stoic creed, just as the word 'persona' is
sometimes used unphilosophically in a way compatible with Panaetius' doctrine
but not derived from it. These are further indications that his doctrine
corresponded closely with the thought and behaviour natural to traditional
Romans. The concept is found in ORAZIO as well as in all the later Stoic
writers, Seneca, Musonius, Epictetus and Marcus (and indeed elsewhere); though
sometimes they think more of the special duties that were imposed on the
individual by his place in the world or his vocation than of those which flow
from his inborn propensities and disabilities, a few texts show that that part
of Panaetius' doctrine was not wholly forgotten. The idea of decorum also
survives in the attention still devoted to etiquette, to seemly ways of
walking, talking, laughing, dressing, behaviour at the table and even in bed,
for all such behaviour was considered an outward manifestation of the
disposition of the soul. It is characteristic that Epictetus would rather have
died than shaved off the beard that symbolized his role as a philosopher. In
all these precepts we find the assumption that the moral law required
performance of traditionally accepted duties and respect for conventions. After
telling his readers that the poet can discover how to treat his personae
appropriately by learning the duties that belong to the citizen, friend,
father, brother, host, senator, judge and general, Horace adds: respicere
exemplar vitae morumque iubebo doctum imitatorem et vivas hinc ducere voces.
For the Stoics a virtuous disposition necessarily issued in virtuous activity.
All had to perform their duties within that City of Gods and men which was not
a city in any ordinary sense, nor a world-state that might one day be brought
into being, but the providentially ordered Universe in which all live here and
now. However, political activity could certainly be included among these
duties. From the first the Stoic fathers had taught that the wise man would
take part in public affairs, if there were no hindrance. Indeed it was a famous
Stoic paradox that only the wise man was a king or statesman; he alone
possessed the art of ruling, whether or not he had any subjects, just as only
the doctor has the art of healing, even if he has no patients. His principal
aim in politics would be to restrain vice and encourage virtue, ' although he
would also necessarily be concerned with the 'things of value' and would treat
wealth, fame, health etc. as if they were goods. But it could hardly fail to
influence his attitude to such objects of endeavour that he was always to remember
that his efforts to promote them might fail, and that failure or success was
unimportant; they were not truly goods. As Epictetus observed, 'Caesar seems to
provide us with profound peace... but can he give us peace from love or sorrow
or envy? He cannot'. And yet blessedness comes only from such spiritual peace.
In the real world, according to Chrysippus, all laws and constitutions were
faulty. He once despairingly said that if the wise statesman pursued a bad
policy he would displease the gods, if a good policy, he would displease men.
So too Seneca could suggest that there was no state which could tolerate the
wise man or secure his toleration. However, such pessimism did not represent
the final judgement of the Stoa. It was recognized, most emphatically by
Panaetius, that the state answered human material needs and fulfilled men's
natural and reasonable impulse for co-operation." It would hardly have
been consistent with the Stoics' faith in providence if all or most existing
states had been irremediably evil. Did not the mere existence of any given form
of institutions perhaps imply that those institutions served a worthy purpose
in the divine economy? At any rate there is no evidence that Stoics condemned
any political system as such; for instance what they disapproved of in the
tyrant was not his absolute power but his abuse of it. We are told that it was
particularly (though not exclusively) in states that exhibited some progress
towards perfection that the wise man would be active. Progress must here be
construed in a moral sense, of states that tended to imbue their citizens with
virtue. Old Sparta apparently evoked Stoic admiration, because of the strict
and simple life prescribed by Lycurgus. Sparta was also most often cited as an
instance of that mixed or balanced constitution which won the approval of many
ancient thinkers, perhaps above all for its stability. In the individual
stability of purpose was for Seneca a mark of moral progress, s and perhaps
stability was also a Stoic criterion for judging constitutions. Certainly we
are told, without explanation, that the old Stoics preferred a mixed
constitution. 6 Panaetius is often held, with no certain proof, to have commended
the Republican system at Rome for its balance,' and the historical work of his
illustrious successor, Posidonius, was probably biased in favour of the Roman
aristocracy. At Sparta Cleomenes I, who professed to be re-establishing both
the old austerities and the old political balance, enjoyed the assistance of a
Stoic counsellor. Cato could probably have cited Stoic texts to justify his
struggle to preserve the Republic. On the other hand Stoics did not condemn
monarchy in theory. Some scholars even suppose that they gave it their special
approbation. No doubt rule by a Stoic sage would have been in their eyes the
best form of government. That may be one reason why several of the early Stoic
masters wrote treatises on kingship. Yet, given the rarity of the sage, it must
have seemed a remote possibility that if he emerged at all, he would also
happen to obtain sovereign authority. Probably these treatises were intended to
depict the perfect ruler as a model for contemporary kings. Conceivably, like
Seneca in the de clementia, their authors did not insist over much on the gulf
that divided actual rulers from their ideal. Moreover, a philosopher had the
best hope, so it might seem, of effecting what he thought right as the minister
of an autocrat, and since kings enjoyed great power in the Hellenistic world,
Stoics who were ready to engage in political activity entered their service;
this was only natural. However, once the aristocratic Roman Republic had become
dominant, they were no less prepared to attend and advise men of influence at
Rome. Panaetius was an intimate of Scipio Aemilianus, and Tiberius Gracchus and
Cato had their Stoic counsellors. Only after Augustus did monarchy become the
one system towards which for practical purposes a Stoic needed to define his
attitude. The precepts and examples of the early masters of the school did not
require him to reject it on doctrinal grounds; how indeed could he have done
so, without impugning the dispensations of Providence? At a merely empirical
level Tacitus reluctantly conceded that it was in the interest of peace that
all power should be conferred on one man; he had been anticipated, a century
earlier, by Strabo, who was an avowed Stoic. Seneca argued that the struggle
for Republican freedom had been futile, and not only his career but those of T.
and Helvidius, men of firmer resolution, indicate that their principles did not
lead these Stoics to condemn the Principate as such. The wise man would not be
hindered from participating in public life by any form of government, yet under
any form he might conceive that he had a higher duty to a vocation of
philosophic investigation and teaching his fellows by precept and example,
besides fulfilling the obligations of private life." And under any form he
might also see that he had no opportunity for effective political action,
because of the wickedness of those in high places at the time. The doctrine
that the goodness of every act lay in the disposition from which it was
performed and not in its results did not require Stoics to engage in an
undertaking doomed to fail ab initio; the wise man would not take a leaking
ship to sea, nor, if unfit to fight, enlist in the army. Under a tyranny he
simply could not do any service. As for the ordinary man, there were reasons
why he might abstain from public affairs which did not apply to the sage. By
definition the latter had already attained to that perfect understanding and
virtue to which others at best aspired. But the pre-occupations of a busy
public career might be sufficient of themselves to prevent imperfect men from
ever reaching that goal. Seneca could hold at times that it was justifiable for
a man to retire from long public service to private duties and to care of his
own soul, at times that the whole of his life was not too long for this task,
all the more because his example could be beneficial to others. The sage too
was impregnable in his virtue, which he could hardly lose, but in other men
moral progress might be impeded by what St. Paul calls 'evil communications' (I
Cor.). Moreover, even when arguing that a man should normally undertake public
duties, Seneca concedes, in a way reminiscent of Panaetius' emphasis on
individual endowments, that he might be debarred not only by his physical,
intellectual or pecuniary resources but also by his temperament; he might be
too sensitive or insufficiently pliable for life at court, too prone to
indignation, or to untimely witticisms that showed high spirit and freedom of
speech but would only do the speaker harm. Again, as Panaetius had also held,
he might be suited only to contemplation, not to public affairs; and
'reluctante natura, irritus labor est'. None of these considerations applied to
the sage, who was omnicompetent and impervious to what others would regard as insults
or injuries. Seneca's views on the propriety of a political career are
self-contradictory, but the assumption that these contradictions can be
explained simply by the hypothesis that he recommended otium only when his own
political prospects were impaired and political activity only when himself
engaged in public affairs, hardly fits the fact that we find the same antinomy
in the sermons of Epictetus and the Meditations of Marcus. Seneca's advocacy of
quietism reflects one important aspect of Stoic influence. Epictetus recognizes
of course that men are bound to perform the duties that arise from their social
relationships, but he is much more insistent on the ultimate worthlessness of
all those secondary goods to which activity in the world is inevitably
directed. A man of a certain station should take office, but it is wrong for
him to set his heart either on holding it or on freedom from its cares; it is significant
that he should think it necessary to warn his pupils against yielding to both
these kinds of pestic Ofeis i a is les kiy Fallivan my police it cno doubt
because no good man would submit to the humiliations on which advancement
depends;? the few whose aim is to bring themselves into a right relation with
the divine earn the mockery of the crowd, and they can hardly pursue their aim
as procurators of Caesar. Epictetus was himself a former slave with no chance
of a public career, but it is plain that his audiences were mainly drawn from
the upper class, some of them aspirants to a career at Rome, like the young
Arrian who took down his words.' In fact Epictetus' own low social station and
the academic character of his way of life may have made him less conscious of
the dangers of evil communications than Seneca had been, even though two of his
diatribes are devoted to the theme (n. 69). We also find a greater serenity in
his teaching than in Marcus' reflections. When Marcus looked back to the time
of Vespasian or of Trajan, he saw a world in which men were engaged in flattery
and boasting, suspicions and plots, praying for the death of others, murmuring
at their own lot, given to sexual passions, avarice and political ambition. It
was the same in his own court. More than once he dwells with loathing on the
dark qualities of those who surrounded him, the emptiness of their aims, their
longing for the death of 'the schoolmaster', though he had so greatly toiled,
prayed and thought on their behalf; indeed death would be a release, the more
merciful, the earlier it came. However, Marcus had his duty to perform; he was
set over mankind as the ram over the flock or the bull over the herd (ibid). No
other vocation (inó®ois) is so suited to philosophy, that is to say, to the
exercise of a reason which has accurately established the rationality of nature
and of all that life contains. But it is evidently by a conscious effort that
Marcus reconciles himself to the place Providence has assigned him, and he can
also say that his role impedes him in the pursuit of philosophy." The
general character of his Meditations shows that his inclination was to ponder
on the divine order and his own relation to it rather than to consume his
energies in 'the daily round, the trivial task' which, nonetheless, furnished
him on his own principles with all his reason required him to ask. Those
principles taught him that the wise man would serve the state, if there were no
external hindrance. But an autocrat could plead no hindrance, so long at least
as his natural capacities permitted him to render good service. All the same we
can see how a man of Marcus' temperament, set in some lower station, must have
preferred that life of contemplation which in the end Seneca had pronounced the
best. Thus the more seriously Stoic teaching was accepted, the more ardent in
some minds must have been the desire for retirement and meditation, at most
combined with the performance of inescapable private duties. Whether Stoics commonly
yielded to this desire, as some of their critics averred (p. 9), we cannot say;
our records can hardly be expected to commemorate lives of quiet seclusion;
Sextius is a rare example, known by name (n. 10). It is with others that we
must henceforth be concerned, men who thought themselves bound by their
principles to enter public life, who believed what Seneca once said (ep. 96,
5),'vivere militare est', and who tried to play the part, or to occupy the
station, to which they had been called by birth and ability. This Stoic concept
of the individual's station was applied, as Koestermann showed long ago, to the
emperor himself. Augustus seems consciously to have adopted it, probably under
the influence of the Stoic Athenodorus; this was known to such panegyrical writers
of the time as Ovid and Velleius. Claudius too appears to have spoken of his
station, and in his reign and Nero's the notion is found in Seneca and Lucan.
Tacitus referred to Vespasian's station, Pliny to Trajan's. Pius himself also
employed the term. It survived into the fourth century.? Curiously, Koestermann
failed to observe that the idea is implicit in Marcus' Meditations. Pius,
according to Marcus, always acted in the way which had been appointed for him.
He exhorts himself to let the god within him be lord of a living being, who is
a male, a Roman, a ruler, who has taken up his post, as one who awaits the
signal for retirement from life, fully prepared. He has to carry out the task
set him like a soldier storming the breach. Similarly he speaks of his 'place'
in the world, or of his 'vocation'; like all men, he has tasks to perform,
proper to his own constitution and nature, and 'as Antoninus, my city and
fatherland is Rome'; he must be strenuous in doing his duty, acts of piety and
benefit to men, like Pius before him. He is a sort of priest and servant of the
gods, and this makes him, rather like the Pope, a servant of men; he regards
his life as a 'liturgy' or as 'servitude'. Long before, Antigonus Gonatas under
Stoic influence had described kingship as 'noble servitude', and Seneca had
applied this to Nero's position. But what were the particular duties that
Stoics attached to the station or role of the emperor? According to Seneca he
is to be 'vigilant for the safety of each and all'. He belongs to the state,
not the state to him.® Seneca recommends Nero to win his subjects' consent,
respecting public opinion 3 and freedom of speech,* and to observe the laws.
Under the good ruler justice, peace, morality ('pudicitia'), security and the
hierarchical social order ('dignitas') will be upheld, and economic prosperity
will be assured.& The greatest stress is of course laid, for reasons not
hard to discern, on clementia. But it is everywhere implicit that the emperor
should be guided by traditional standards and objectives accepted by his
subjects. Marcus accepted similar criteria. Marcus adjures himself to do
everything as a pupil of Pius, to emulate his justice, beneficence, clemency,
piety, frugality, his respect for the opinions of others combined with firmness
and foresight in making his own decisions, the purity of his sexual life, his
mildness and cheerfulness, his civilitas, and so forth. Marcus himself
continually reflects on two themes, the providential order of the world and the
duty incumbent on all men to perform acts of fellowship (praxeis koinônikai), a
duty that springs from man's place in that order." This creed undoubtedly
supplied him with a deeper sense of the value of the virtues that Pius had
exemplified, not least his untiring devotion to work. 'Rejoice and take thy
rest in one thing, proceeding from one social act to another, with God in mind'
(VI 7). There was no novelty in all this. For instance, Hadrian's procurators
had proclaimed the 'indefatigable care with which he is unceasingly vigilant
for the interests of men'. Fergus Millar has illustrated at length the standard
of personal industry which was expected of emperors, though (I suspect) not as
often reached as his more unwary readers might suppose. Dio tells us that
Marcus himself was a hard worker who applied himself diligently to all the
duties of his office, who never said or wrote or did anything as if it were of
small account, but who would spend whole days, without hurrying, on the
slightest point, believing that it would bring reproach on all his actions, if
he neglected any detail. The assiduity always expected of an emperor was now
grounded in Marcus' own philosophic convictions. Recently a scholar has
censured Marcus for speaking of the obligations we have in the universal city
of gods and men without telling us what they are.? But for Marcus each man has
his own station in that city: his was that of Rome's ruler. He was not writing
a treatise to instruct others, but meditating privately on his own duties, and
he could have learned these, in conformity with Epictetus' teaching, by merely
considering the name of emperor which he bore; it told him that his task was to
do what was expected of an emperor. Numerous principles of government are in
fact implicit in his account of Pius, for instance in his allusion to Pius'
husbandry of financial resources. The same critic rightly observes that Marcus'
policy and legislation were largely traditional, and concludes that he was
basically a Roman rather than a Stoic. But the antithesis is false. I suppose
that it rests on a presupposition that Stoic teaching on the kinship of all men
as such ought to have made genuine believers critical of the existing order and
ready, when they had the power, to reform it. But at least after Zeno and
Chrysippus (n. 37) no Stoic thinker drew any such practical implications from
the doctrines of the school: their aim was to amend the spiritual condition of
individuals, not their material lot, nor the social structure. Epictetus held
that it was man's task not to change the constitution of things - 'for this is
neither vouchsafed us nor is it better that it should be' - but to make his
will conform with what happens." So too Marcus, vested with autocratic
power, tells himself 'not to look for a Utopia, but to be content if the least
thing goes forward, and even in this case to count its outcome a small matter.
"3 Marcus' portrait of Pius has special value for two reasons. First, as
the product of intimate familiarity and perfect sincerity, it shows us both
what Pius was in the eyes of one who had long worked with him closely and what
Marcus himself sought to be." It is thus infinitely more authoritative
testimony to the practice of Pius and to the ideals of Marcus than we possess
for any other ruler in the judgements of historians or in the propaganda of
panegyrics and coins. But, in the second place, if we leave on one side a few
merely personal traits and anecdotes, it presents a model that corresponds to
the conventional view of the good emperor that we can construct from such
evidence. The qualities that Marcus imputes to Pius are precisely those for which
other emperors take credit themselves or which are lauded by their admirers or
flatterers, and the judgements of later historians such as Tacitus and Dio
reflect the extent to which they considered these claims justified. Augustus
himself provided the prototype.'5 There is thus no sign that Marcus recognized
any objectives that had not been pursued by those among his predecessors who
had earned the approval of the upper classes, or that his doctrines either led
him to question the established principles of imperial policy or offered him
any guidance in determining the objective content of his actions. His
philosophy inspired him to do what he thought to be right, but what he thought
to be right was fixed by tradition. His convictions made him give the most
conscientious attention to even trivial tasks, but that very absorption can
have left him the less time to re-examine the content of his duties; probably
it never occurred to him that such re-examination could be needed. The
principles and virtues he admired in Pius are almost the same as, for instance,
Pliny had ascribed to Trajan, and Pliny admits that they had been attributed to
all earlier rulers, Domitian included, though with less sincerity and truth.?
To take one example of the traditional character of the ideal, Pius' firmness
of purpose, his self-consistency, recalls the 'constantia' of the Stoic wise
man," but it was Tiberius who had proclaimed to the senate his wish to be
'far-sighted in your affairs, constant in dangers, fearless of giving offence
for the public interest'. And in this same speech Tiberius re-asserted his
policy of treating all Augustus' words and deeds as having the force of law.
That was known even to a provincial contemporary; Strabo remarked that he had
made Augustus the standard for his administration and commands.' It was by that
standard that each of peror our or prided, a deo which the syst a uration of y
ravis a adjustments had from time to time to be made, but it developed slowly
and almost imperceptibly from a sequence of new expedients rather than from any
deliberate pursuit of reform. Deliberate innovation was characteristic only of
those emperors whose policy was reversed after they had been overthrown. There
are certain features in Marcus' imperial ideal which are highly relevant to the
attitudes that Romans of rank might be expected to adopt towards the emperor
and his service. Pius had disliked pomp and adulation and treated his friends
as one gentleman treats another; Marcus warned himself not to be 'Caesarified'.
This civilitas may seem to be no more than a matter of etiquette, but Panaetius
had already elevated sensibility for the feelings of others into a moral
obligation (n. 35), and the more indes-tructibly absolute the real power of the
emperor appeared, the more the upper class at Rome prized the semblance of his
being no more than the first citizen. Perhaps nothing in Domitian's conduct so
enraged them as his claim to be 'God and Master' and the behaviour that went
with this claim. Moreover, civilitas generally accompanied and conduced to
something of more political significance, the emperor's readiness to tolerate
free expressions of opinion and to listen to advice. Both Pius and Marcus were
notable for respecting such 'libertas' (even though there is no good reason to
think that Marcus did not reserve the final decision to himself). 1a Such
respect was demanded of emperors by senators, and it could be seen as an
indispensable condition of their performing their own role in the service of
the state. In name at least the imperial senate retained the highest
responsibilities. Augustus had pretended to restore the old Republic, and it
could even be said of him and of Tiberius that they had revived the maiestas of
the senate. On Republican principles, as stated by Cicero, that should have
meant that the senate was once again the ruling organ of the state with the
magistrates as its servants;1°4 of these the princeps could no doubt be regarded
as the first. In theory he was to be the public choice ('vocatus electusque a
re publica'), and Tiberius expressly acknowledged that it was the senate which
had entrusted him with his wide powers; like Augustus, he would not allow
himself to be styled dominus, but actually addressed the senators as his 'bonos
et aequos et faventes dominos', 105 In outward appearance the majesty of the
senate had been enhanced by new judicial, electoral and legislative
prerogatives, and the privileges of its members were sedulously preserved or
extended. At his accession Tiberius had professed to desire that the functions
of government discharged by Augustus should be more widely shared; later he
censured the senate for casting the whole burden on the emperor; he disliked
flattery, and at least pretended that senators should speak their minds; in his
reign, as under Augustus, 108 there remained what Tacitus calls vestiges of
free speech in the senate. Tiberius began by consulting it on all matters,
however weighty;''° it was still expected to be the great council of state.
Gnaeus Piso, renowned for his free speaking, urged that it would be proper
('decorum') for the senate and Equites to show that they could assume the
burdens of government in the absence of the emperor.!" The reigns of
terror in Tiberius' later years and under several of his successors in the
first century cowed most members, but the emperors continued, however
insincerely, to treat their constitutional rights as unchanged. Claudius could
tell the senate that it was 'minime decorum maiestati huius ordinis' that its
members should not all give their considered opinions. Pliny tells how Trajan
exhorted them to resume their liberty and 'capessere quasi communis imperii
curas'; we may be sure that 'quasi' was inserted as discreetly by Pliny as it
had tactfully been omitted by Trajan. This was not new, as he remarks; every emperor
had said the same, though none had been believed before. Thus in theory the
senate remains the great council of state, and just as a conscientious emperor
could conceive that he was bound to perform the traditional duties of his
station as ruler, so conscientious senators could take seriously the fulfilment
of the responsibilities that the emperors themselves continued to recognise as
constitutionally belonging to their order. Under Nero T. saw it as his duty
'agere senatorem' , to play the role of a senator. At the outset of his reign
in Nero declares that the senate should retain its ancient functions, lis and, until
the conspiracy of Piso, most senators are
free from the terror that hardly abates in the previous generation. Nero's
victims in these years consisted almost wholly of the few who stood too near
the throne. T. has some ground for hope, not least in the influence of Seneca, that
there is now a place for senatorial freedom. T.’s first recorded initiative
consists in unsuccessful opposition to a motion permitting Syracuse to exceed
the appointed number of gladiators for a show. T. is standing for the old
order. T’s critics urge that an advocate of senatorial liberty should devote
himself rather to great questions of state. T. replies that, by attention to
the smallest matters, the senate shows its competence to deal with the
greatest. To T., virtue is manifest in EVERY ACTIVITY ALIKE. We may recall
Marcus' attention to detail and insistence that it was of value if the least
thing went forward. T. also shows his care for good government by assisting the
Cilicians to obtain the conviction of an oppressive governor. Yet T. is to
inveigh against the 'novam provincialium superbiam', manifested in the power
some subjects possessed, to secure or prevent votes of thanks to governors in
provincial councils. It is shameful that
'nunc colimus externos et adulamur'. This solicitude for the superior dignity
of a senator is no more inconsistent with T’s belief in the common humanity of
all men, irrespective of their status, than their failure to challenge the
institution of slavery, or indeed to promote strict equality before the law
among free men. They never expressed disapproval of degree, priority and
place', which were such marked features of the Roman social structure and which
they could not have regarded as incompatible with the providential order of the
Universe. Not that T. is showing indifference to the true interests of the
provincials. It is the 'praevalidi provincialium et opibus nimiis ad iniurias
minorum elati' whom T seeks to check. Tacitus makes T. aver his care for good
government on this very occasion. T.’s sincerity need not be doubted. And, in
all probability, T.’s motion, which was approved after reference to Nero, is
beneficial. Once again it only extended the principle of a senatus consultum of
Augustus' time. Already T. walks out of the senate rather than assent to the congratulations
it proffers to Nero on Agrippina's murder. T. also shows less enthusiasm than
Nero desired for the ludi luvenales. T.’s enemies suggested that it is
inconsistent that T. himself performs in the garb of a tragic actor in his home
town of Padova. But the ludi cetasti which T so honours are of ancient
institution, ascribed to Antenor, and it is very possible that T. does no more
than tradition requires. By contrast, Nero's histrionic performances are a
hated novelty. Ordinary Romans came to detest Nero no less for his breaches of
convention than for his crimes; 'I began to hate you' Subrius Flavus told him: 'once
you appeared as the murderer of your mother and wife, as charioteer, actor and
incendiary' It was typical of a Stoic to disapprove of departures from the old
mores. Yet T. still does not despair. What Seneca could excuse, T. overlooks. T.
advocates a mild penalty for the praetor, Antistius, accused of treason because
he had published poems libellous of the emperor. The senate should not impose
sentence of death 'egregio sub principe', when it was free to make its own
decision and could opt for clemency. Even flattery of Nero was justified in a
good cause, and in fact Seneca's old pupil was not yet ready to disregard the
maxims of his master. Long assiduous in attending the senate, T. at last withdraws,
though he still performs private duties to his clients in the courts, in the
manner Seneca recommends. There is no vestige of evidence that T. conspires. But
T.’s retirement implies that, in his view, the regime is irretrievably corrupt,
since his previous devotion to public affairs showed that it could not be set
down to 'ipsius inertiae dulcedo.’ It may seem strange that his friends,
Arulenus Rusticus, tribune, and Helvidius Priscus, did not retire with T. But
each Stoic had to make his own decision, true to his own persona. T.’s conduct
marks Nero as a tyrant. It may be construed, and genuinely felt, as a threat.
Tyrannicide was esteemed in antiquity as not a crime but a noble deed. In an
extreme case, according to Seneca, it was an act of mercy to the tyrant
himself. The poet, Lucan, who was tinged with Stoicism, had been implicated in
Piso's conspiracy,and that was the occasion for the banishment of Musonius,
though there was apparently no evidence of his guilt. 12 In general, there is
no ground for thinking that Stoics turned to plotting against the emperors of
whom they most profoundly disapproved. Epictetus merely insists that no
commands of the tyrant can affect true freedom; a man can always choose to obey
God rather than Caesar. Thus he only contemplates passive resistance. T. goes
no further, and perishes on that ground alone. Under DOMIZIANO too Arulenus
Rusticus, called an ape of the Stoics, is said to have suffered death merely
for his laudation of T., Herennius Senecio for his biography of the elder
Helvidius and for failing to pursue the normal senatorial career, and
Helvidius' own son for his withdrawal from politics and for alleged libels on
the emperor; by what they did not do, and sometimes by what they said, these
men had indicated that Domitian was a tyrant, no more, but that was sufficient
offence. The elder Helvidius, T.'s son-in-law, undoubtedly went further. Exiled
by Nero and recalled by Galba, he was encouraged by Vitellius' practice of
consulting the senate even on minor matters to controvert the emperor's
proposals, and new hope was brought by the accession of Vespasian, a friend of T..
At first Helvidius spoke of T. with honour but without insincere adulation. He
judged that the time had come for independent action. The senate should indeed
'capessere rem publicam', all the more, as Gnaeus Piso had once held because
the emperor was absent. Helvidius proposed that the senate should take
immediate measures to remedy the deficiencies of the treasury and to restore
the Capitol, a task in which Vespasian might merely be asked to assist. By
selecting deputies to congratulate the new ruler it should mark out the men on
whom Vespasian should rely for advice. Equally the great delators of Nero's
reign, such as T.’s accuser, Eprius Marcellus, should be punished. Perhaps the
motives for this demand made by Helvidius' friends as well as by himself were
vindictive; we cannot read their minds. But we may see a justification that
went beyond rancour, one of the same kind that lay behind the impeachments and
Acts of Attainder that served to promote the development of a constitutional
monarchy in our own country; the punishment of wicked ministers of the past
might deter their like in the future. Helvidius' aim was surely to ensure that
Vespasian and his successors should rule by the advice and consent of the
senate and of those it trusted. His initiatives found insufficient support. 136
It was in the same year after Vespasian's return that the fatal conflict began.
According to Dio Helvidius incurred Vespasian's hatred partly for abusing his
friends - that is easy to understand, for Eprius was again in high favour - and
still more for turbulence in rousing the people with denunciations of monarchy
and praise of a Republican system. 138 That is not to be believed. Long ago
Helvidius had consented to serve the Principate; he had recently approved of
Vespasian's accession, and rabble-rousing was as alien to Stoic practice as it
was futile. Probably Dio confused Helvidius' attachment to libertas, an
ambiguous word, with Republican allegiance. 139 But the breach was serious: it
led first to Helvidius' arrest and then to his banishment and execution, of
which Vespasian himself is said to have repented. He must in the emperor's view
have been guilty of treason. But in what way?Dio, in making out that Helvidius
appealed to the rabble, probably associates his opposition with the expulsion
of Stoic and Cynic philosophers that occurred about the same time. It is highly
probably that some Cynics under the Principate did assail monarchy and the
whole social order. This view indeed hardly fits the notion that there was a
'Cynic-Stoic' theory of kingship, but that notion should surely be discarded.
Just as the Cynic 'citizen of the world' was a man who rejected the ties of
citizenship in any particular state, so the Cynic 'king' was one who truly
possessed the unfettered freedom that was falsely ascribed to autocrats; both
conceptions were moral, not political.140 In any case Cynics and Stoics ought
not to be confused, though some Stoics, notably Epictetus, undoubtedly admired
the true Cynic's indifference to worldly goods; but not even Epictetus held
that it was right, except for a few persons with a special vocation, to neglect
ordinary social and political obligations. 14 But just because there was a
certain measure of agreement between Stoics and Cynics, and because there were
a few Stoics who could be called 'paene Cynici' (n. 37), it was easy for the
enemies of aristocratic Stoics to resort to malicious misrepresentation of
their attitudes. Thus the accusers of T. had suggested that his attachment to
liberty was a mere pretence that concealed anarchic designs inimical to the
Roman peace. Tacitus' detailed account of his actions disposes of this calumny.
Unfortunately, Tacitus' evidence of Helvidius' quarrel with Vespasian is lacking, and Dio,
usually unsympathetic to philosophers, probably adopted uncritically somewhat
similar allegations against him. '43 It is not in the least likely that a man
of mature age whohad sought to uphold the authority of the senate and had
previously been ready to serve emperors now threw over all his past convictions
and engaged in attacks on the whole established order. Epictetus (n. 152) and
Tacitus (n. 22) depict him as true to the last to his own role as a senator. We
must then look for another explanation. Dio's epitomator collocates Helvidius'
quarrel with Vespasian with an incident in which Vespasian left the senate in
tears, saying that either his sons would succeed him or no one would. It is an
old conjecture, which I would endorse, that Helvidius objected to Vespasian's
manifest intention to pass on his power to his sons. 145 Once Titus had
actually been invested with imperial power as his father's colleague in 71,
Helvidius' protests could plausibly have been construed as treason. If this
explanation be true, we can see that there was right on both sides.
Constitutionally the choice of a princeps lay with the senate, and a man was to
be chosen in the public interest as the person best fitted for the task. There
was no reason to think that Titus or Domitian fulfilled this criterion. I* In
practice the succession had been dynastic from the first, and it had given Rome
a series of rulers, every one of whom in senatorial opinion had proved a
tyrant. The crimes and follies of Nero had resulted in civil war that
imperilled the very fabric of the empire. Galba (having no heir in his family)
had allegedly proclaimed a very different principle: the adoption of the best
man to be marked out by consent. 147 Yet from the first Flavian supporters had
seen in the fact that Vespasian had two grown sons a guarantee of stability.
148 Dynastic sentiment might count for little in the senate, but it made a
powerful appeal to the armies and the provinces. '4) Not one of Vespasian's
successors could afford to disregard this factor. Marcus Aurelius admired
Helvidius as well as Thrasea; from them he had learned, he says, the conception
of a state with one law for all, adminstered by the principles of equality and
free speech for all alike, and of a monarchy that valued most highly the
liberty of the subjects;150 yet he too made a worthless son his successor. We
need not think that this must be explained by Aristotle's dry observation that
it would be an act above human virtue for an absolute king to disinherit
his own son:151 dynastic succession was part of the tradition that Marcus could
think it right to accept.Epictetus illustrates his thesis that every man has
his own individual role to play by dramatizing a confrontation between
Helvidius and Vespasian. 'When Vespasian forbade him to attend the senate,
Helvidius replied, "It lies with you to exclude me from the senate, but
while I am a senator, I must attend". "Then attend, but say
nothing." "Do not ask my opinion and I will say nothing."
"But I am bound to ask your opinion." "And I am bound to say
what I think right." "But if you speak, I shall put you to
death." "When then did I tell you that I was immortal: You will do
your part and I mine. It is your part to put me to death, mine to die without
trembling, your part to banish me, mine to depart without repining.'" What
good did Helvidius do, asks Epictetus, as he stood alone? 'What good does the
red stripe do the mantle? What but this? It shines out (iopÉTTE!) as red, and
is there as a fine (koóv) example to the rest. Anyone but Helvidius would
simply have thanked Vespasian for excusing his attendance, but then Vespasian
would not have had to issue any prohibition; any one else would have sat in the
senate, inanimate as a jug, or have heaped on the emperor the flatteries he
wished to hear. '152 Helvidius had assumed a role, conscious of what his
personality required, had prepared himself to play it, and was resolved to play
it to the last. And his conception of that role was determined by
constitutional principles, to which indeed most men now rendered only lip
service. His stand was unsuccesstul. lo a Stoic that was of no consequence.
Similarly it is no valid criticism of T. that, in disapproving of Agrippina's
murder, he imperils himself without promoting the freedom of the rest. Not all
men have the same duties, and in any case you could not prescribe another's
conduct, nor could it affect your own blessedness. If my contentions are
correct, Stoics as such had no theoretical preference for any particular form
of government, monarchical or Republican. They acknowledged the value of the
state, and they accepted that an individual whose position in the world and
natural endowments permitted him to render the state some service had a duty to
take part in public life, but only under certain conditions. His preoccupation
with political activity must not be such as to impair his spiritual welfare,
and even though the value of every action derived wholly from the agent's state
of mind and not at all from the external consequences of the action, it was
senseless for a man to involve himself in public cares, if it were certain from
the start that he could achieve nothing so long as he acted as a good man
should. Thus Stoic teaching may have tended to induce many of its devotees
never to emerge from a quiet course of philosophic study and private duties: it
certainly led others to retire from public life, or to manifest their
opposition to the government, under rulers whose conduct violated moral rules.
These rules were, for the Stoics, those which were endorsed by their society.
It did not occur to them that the political principles that rulers were
commonly expected to observe might need to be reviewed. Each man had a role to
perform, a station to fill, the duties of which were fixed by general consent.
The good emperor, and the good senator, were bound to carry out these duties
conscientiously. It was this way of thinking that united Stoics in power and
Stoics in opposition. Hence, as the good ruler, Marcus could easily recognize
the merits of good subjects such as Thrasea and Helvidius, who had done their
best to play their own, different, parts in public affairs. If in politics
success is the standard of judgment, there was little to commend in men who did
not identify outward defeat with sheer futility, who admired above all the
'iustum et tenacem propositi virum' and would have thought it praise enough to
say that si fractus illabatur orbis impavidum ferient ruinae, without even
admitting that there might be something unwelcome in the ruin of the world.
Moralists may find some comfort that history occasionally reveals men in high
places ready to do or endure anything for what they suppose to be right. The
historian can note that what the Stoics supposed to be right, what they could
conscientiously devote or sacrifice their lives to doing, was largely settled
by the ideas and practices current in their society, and that a Helvidius or a
Marcus was inspired by his beliefs not to revalue or reform the established
order, but to fulfil his place within that order, in conformity with notions
that men of their time and class usually accepted, at least in name, but with
unusual resolution, zeal and fortitude. T. was thus a Roman politician of the
Porch persuasion. As a member of the Senate, he fearlessly follows an
independent line, and in the process antagonised with Nerone, who eventually
pressurises the Senate into condemning him to death. T. duly commits suicide by
opening his veins in the presence of his son-in-law, Elvidio Prisco and
Demetrio di Roma. He was a great admirer of Catone Minore and wrote a biography
of him. Publio Clodio Tràsea Peto.
Keywords: portico, suicidio, vita pubblica, vita privata, virtute, ius,
principe, principato, reppublica, senato, morale, diritto e moral. Roma antica. Per H. P. Grice’s
Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Trasea.
Grice e Trasea: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della filiale della setta di Crotone a Metaponto – Roma –
filosofia italiana – Grice italico -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto, Bernalda,
Matera, Basilicata. A Pythagorean, cited by Giamblico. Trasea. Keywords: la
setta di Crotone, filiale a Metaponto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza
Grice e Trasci: la ragione conversazionale del colloquio
lizio con me stesso -- filosofia italo-albanese -- filosofia italiana – Grice
italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza (Bisignano).
Filosofo italiano. Bisignano, Cosenza, Calabria. “Spera in Deo”. Nato in una
famiglia di origine arbëreshë. Essendo il primogenito della famiglia e, dunque,
contravvenendo alle regole del maggiorascato, a causa della salute cagionevole
venne avviato alla carriera ecclesiastica nel locale seminario, proseguendo gli
studi a Roma e Napoli. È nella città partenopea che si lega particolarmente
alla compagnia di Gesù divenendo uno dei confessori più vicini a Isabella della
Rovere, principessa di Bisignano. Per non essere distolto dai propri studi
filosofici si ritira volontariamente a vita privata, dapprima nella Tuscia e
poi ospite nel Castello di Proceno, presso Viterbo di proprietà dei Sforza.
Ancora nei primi professore una lapide marmore posta nella rocca ne ricorda la
sua permanenza. Da tale esilio usce in pochissime occasioni, assistito dal
nipote. Fu durante la reclusione nella rocca di Proceno che ha modo di
conoscere GALILEI ospite nel palazzo durante un suo viaggio verso Roma. Dopo
esser stato vescovo di Umbriatico,venne creato vescovo di Massimianopoli in
partibus infidelium da Alessandro VII. Saggi: “Colloquio con me stesso”, di Antonino.
Universam Aristotelis philosophiam; Summa Aristotelicha – LIZIO. Summa theologica
dogmatica. Tomassetti, Cenno storico sulla vita dell’illustrissimo T. (Roma); Nutarelli,
Proceno-Memorie storiche, Acquapendente, T., Amalfitani di Crucoli, erudito
italo albanese Professore or mai dimenticato, MIT Cosenza. Ferrante Marco Antonio Baffa
Trasci. Ferruccio Baffa-Trasci. Trasci. Keywords: “conversazione con me stesso”,
lizio, Galilei. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trasci” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Trasillo: la ragione conversazionale del principe filosofo -- Roma
– filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Roma). Filosofo italiano. the
philosophy teacher of emperor TIBERIO. A Pythagorean and member of the
Accademia. Trasillo. Keywords: Tiberio, principe filosofo. Per H. P. Grice’s
Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Grice e Trasimede: la ragione conversazionale della filiale della setta
di Crotone a Metaponto – Roma – filosofia della Basilicata -- filosofia
italiana – Grice Italico -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto, Bernalda,
Matera, Basilicata. A Pythagorean, cited by Giamblico. Trasimede. Keywords:
setta di Crotone, filiale di Metaponto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Grice e Trebazio: la ragione conversazionale della repubblica romana e
l’implicatura conversazionale del luogo – Roma antica -- la filosofia romana – filosofia campanese -- filosofia italiana – Grice
italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza (Velia).
Filosofo italiano. Novi Velia, Salerno, Campania. È molto dubbio che si debbano
prendere alla lettera certe espressioni di CICERONE che accennano l’inclinazione
di T. por la filosofia dell’Orto. Provenne da famiglia agiata e pare che si reca
a Roma per darsi agli studi giuridici. Per raccomandazione di CICERONE, GIULIO
CESARE lo conduce nelle Gallie e si serve di lui per pareri giuridici. Ritornato
a Roma all’inizio della guerra civile, T. age da mediatore tra GIULIO CESARE e CICERONE. Nel conflitto fra CESARE e POMPEO,
T. si schiera col primo al quale rimase sempre fedele. Dopo la morte di GIULIO
CESARE, T. si reca spesso alla villa Tuscolana di CICERONE, ove gli caddero in
mano i "Topica" di Aristotele. Per contentare il suo desiderio di
avere chiarimenti di quella trattazione, CICERONE scrive il saggio omonimo che
dedica ed invia a T. In seguito T. segue
OTTAVIANO. ORAZIO dedica a T. una satira, in cui lo presenta come un
insigne giurista. T. venne nominato cavaliere o da GIULIO CESARE o d'OTTAVIANO. T.
è il maggiore giurista del tempo suo e ha come scolaro ANTISTIO LABEONE (si
veda). Scrive sul diritto civile e sulle religione, ma ci restano soltanto
citazioni di autori posteriori. T. probabilmente adere a un eclettismo simile
in parte a quello di CICERONE con forti caratteri dell’ACCADEMIA e del PORTICO,
ma non si può dire se accetta la scessi probabilista dell'ACCADEMIA. È in
stretti rapporti di amicizia e confidenza con GIULIO CESARE, OTTAVIANO, ORAZIO,
MECENATE, oltre che con CICERONE, col quale intrattenne un fitto epistolario e
che gli dedica i “Topica”. In qualità di giureconsulto, segue GIULIO CESARE
nelle sue campagne galliche, ricoprendo, anche se solo formalmente, la carica
di tribuno militare. E inoltre ascoltato consigliere d’OTTAVIANO ed ha notevole
fama quale maestro di MARCO ANTISTIO LABEONE (si veda), che, nella fase
evolutiva che dalla Res publica al Principato, è l'artefice di quel movimento
innovatore del diritto romano che e stato detto dei proculiani. Delle sue
numerose opere nulla si è conservato, se non le frequenti menzioni che di lui
si trovano nelle Pandette e nelle Institutiones del Corpus iuris civilis
giustinianeo. Da CICERONE e POMPONIO apprendiamo che è allievo a Roma di CORNELIO
MASSIMO (si veda). Secondo POMPONIO, la perizia giuridica di T. e maggiore
dell'eloquenza, arte in cui fu superato da qualcuno, come CASCELLIO, giuridicamente
meno dotato di lui. Potrebbe essersi avvicinato all'ORTO tramite PANSA,
una scuola dalla quale si sarebbe poi allontanato su sollecitazione di CICERONE
che la considera poco consona alle virtù civili e allo studio e alla pratica
del diritto. La questione ritorna poco dopo, quando CICERONE parla dei rischi
del disimpegno civico di T., in relazione al suo ruolo di patrono di Ulubrae, i
cui cittadini, in nome dell'amicizia tra i due, saputa della presenza
dell'oratore di Arpino, si sono mobilitati nel dare un'entusiastica
accoglienza. Nelle stesse righe, CICERONE già si mostra perplesso alla notizia
di un suo precedente avvicinamento, sulla scia di Selius, all’ACCADEMIA di
Carneade, della scessi, una tradizione filosofica un tempo seguita e apprezzata
da CICERONE, ma dalla quale, come si evince indirettamente anche dalla lettera,
egli aveva preso le distanze in favore di una sua particolare interpretazione
del PORTICO. Ha poi una notevole reputazione come maestro di MARCO
ANTISTIO LABEONE (si veda), che avrebbe ricoperto un ruolo importante nella
cruciale fase di svolta che portò dalla repubblica romana al principato. Nell’accanite
dispute dottrinarie che divisero in fazioni i giureconsulti dell'epoca, LABEONE
è l'iniziatore di quella corrente innovatrice che sarebbe stata detta dei proculiani. La
familiarità con CICERONE è testimoniata dall'intensa corrispondenza – XVII lettere
- nelle quali aleggia sempre un tono umoristico e confidenziale e da cui è
possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Ecco come CICERONE,
probabilmente ospite di T. (o forse dell'amico THALNA) a VELIA in un viaggio
verso la Grecia, si rivolge all'amico assente. Tu però, se, come sei solito,
darai ascolto ai miei consigli, serberai i tuoi beni paterni, né lascerai il
nobile fiume Alento, né diserterai la casa dei Papiri. Cicerone. Velia, lettera
a T. in Roma. Da CICERONE proviene anche qualche annotazione critica sul
carattere di T., secondo lui troppo incline, a volte, ad atteggiamenti
presuntuosi e giudizi tranchant: come quando CICERONE, in mezzo ai brindisi,
viene messo alla berlina dall'amico sulla questione dell'esistenza o meno di
una particolare tradizione dottrinaria. L'esistenza della tradizione, a cui
peraltro nessuno dei due adere, vienne negata da T.. CICERONE allora, pur
rientrato tardi a casa, e tra i fumi dell'alcool, trova il tempo di puntigliose
ricerche in biblioteca per dimostrare la fondatezza delle sue ragioni e
rinfacciarle all'amico. Tratti caratteriali che CICERONE considera evidentemente
difetti e che non manca di rimproverare all'amico, in maniera anche piuttosto
aspra. E ora ascoltami bene, mio caro Testa [T.]! Io non so cosa ti renda
più superbo, se il denaro che ti guadagni o l'onore che GIULIO CESARE ti fa nel
consultarti. Conoscendo la tua vanità, possa io crepare se non credo che tu ami
più l'essere da GIULIO CESARE consultato piuttosto che da lui arricchito! -- Cicerone.
Roma, Lettera a T. in Gallia. CICERONE lo raccomanda come giureconsulto a GIULIO
CESARE, allora pro-console della Gallia, definendolo probo, modesto e dotato di
profonda conoscenza e dottrina dello ius civile. T. si une a GIULIO CESARE nella
campagna di Gallia venendo investito della carica di tribuno militare. Mostrandosi
poco attratto dalle faccende militari, sembra che GIULIO CESARE, pur
confermandogli la carica e la paga, lo avesse esentato dagl’oneri connessi. La
stessa cautela in materie militari lo dissuase dal seguire GIULIO CESARE in
Britannia, facendogli meritare ancora le frecciate di CICERONE che ironicamente
si chiede come mai un accanito nuotatore come lui non abbia voluto bagnarsi
nell'oceano. Poté quindi godere dei favori di GIULIO CESARE con il quale entra
in grande confidenza e al cui fianco resta fedele nel corso della guerra
civile. A proposito di tale confidenza è significativo un aneddoto, riportato
da SVETONIO, in cui GIULIO CESARE da prova di superbia e scarso rispetto verso
il senato romano ricevendo, senza neppure alzarsi, una delegazione senatoria
venuta a rendergli onori presso il tempio di Venere genitrices. In
quell'occasione GIULIO CESARE letteralmente fulmina T. con lo sguardo, per il
solo fatto di aver letto nei suoi occhi una poco gradita esortazione ad
alzarsi. Ha anche da GIULIO CESARE il delicato incarico di mediare con CICERONE
e con il tentennante SERVIO SULPICIO, nel tentativo, risultato poi vano, di
condurre i due dalla sua parte. Dopo l'assassinio di GIULIO CESARE alle idi di
marzo, si une alla cerchia d’OTTAVIANO e MECENATE, divenendo consigliere
giuridico del principe. Da POMPONIO apprendiamo che T. acquisce l'ufficio di
quaestor ma che il suo cursus honorum si ferma a quel gradino per scelta deliberate.
T. infatti, non volendo profittare della posizione privilegiata, rifiuta il consolato
offertogli d’OTTAVIANO. Si sa ad esempio che OTTAVIANO, dopo aver dato
personale attuazione a un fidecomesso formalizzato da un certo LUCIO LENTULO attraverso
codicilli, incaricò una commissione di saggi, fra cui T., dall'indiscussa
autorità, di pronunciarsi sulla legittimità dei codicilli stessi. Dalla stessa
fonte apprendiamo che la favorevole risposta di T. e improntata a
un'argomentazione molto pragmatica. I codicilli, più informali di un vero e
proprio testamento, permetteno di dare efficacia anche alle disposizioni mortis
causa di quei cittadini romani che, impegnati in lunghi viaggi, non potevano
conformare le loro volontà nelle solenni formalità richieste al testamento.
Ogni sorta di scrupolo sulla legittimità dei codicilli sarebbe svanita quando
perfino il prestigioso LABEONE, allievo di T., ne avrebbe fatto personalmente
uso. Questa innovazione giuridica infranse la regola secondo cui le
disposizioni testamentarie dovessero essere integrate in un unico atto
unitario, che disponesse simultaneamente di tutti i beni. Da allora in poi è
possibile frammentare le proprie disposizioni testamentarie in una serie di
singoli atti scollegati. Alla cerchia di MECENATE appartene ORAZIO che
recalcitra, con tono leggero e confidente, ai pareri legali dell'amico sui
rischi insiti nella mestiere di poeta satirico. C'è di quelli cui sembro nella
satira troppo feroce e oltrepassare i limiti consentiti. T., dimmi tu che cosa
fare. Startene quieto. Dici che non devo scriver più versi affatto? Appunto questo.
Che mi prenda un malanno se non era questo il meglio. Però soffro d'insonnia. La
consulenza si sposta allora su un altro terreno. Coloro che han bisogno di
dormire attraversin tre volte il Tevere unti. A sera si bagnino di vino. O se
tanta mania ti forza a scrivere osa cantar le imprese dell'invitto Cesare, e
avrà compensi la fatica. ORAZIO insiste ancora. Non che gli manchi la voglia ma
i suoi mezzi poetici non li sente all'altezza del compito. T. sembra
inchiodarlo alla durezza della norma che non tollera ignoranza, ma poi si
arrende agli argomenti del poeta e conclude con un'interpretazione pragmatica. Tuttavia
vorrei darti il mo consiglio di stare attento, di restare in guardia che non ti
porti qualche seria noia l'ignoranza di leggi inviolabili. Se qualcuno abbia
scritto contro un altro versi cattivi sia condotto innanzi al tribunale e sia
data sentenza. Sta bene. Se cattivi; ma se buoni qualcuno li abbia scritti e
con la lode di Cesare che giudica la causa? Se qualcuno ha latrato, integro
lui, dietro a un altro che è degno di disprezzo? Saranno disarmate dalle risa
le leggi e tu sarai lasciato andare. -- Orazio, Satire. Gli scritti di T.
annoverano un De religionibus, in almeno X libri e un “De iure civili”. Delle
sue opere, che si conservavano ancora al tempo di POMPONIO, non ci è pervenuto
direttamente alcun frammento. Sappiamo tuttavia che e frequentemente citato dai
giuristi successivi come desumibile dalle occorrenze nelle Pandette e nelle
Institutiones del Corpus iuris civilis giustinianeo. La congettura sulla data
di morte si deve a Kunkel, Herkunft und soziale Stellung der römischen
Juristen, Böhlau Verlag. Tale datazione si basa sull'identificazione del LENTULO
della diatriba giuridica sui codicilli con il LUCIO CORNELIO LENTULO, pro-console
d'Africa. CICERONE pone mano a questa breve opera proprio su richiesta di T. Vi
si dedica, lavorando a memoria, nella tappa da VELIA a REGGIO di un suo viaggio
-- Si veda: Cic. ad familiares. La decisione di intraprendere questo viaggio è maturata
nelle turbolenze successive all'assassinio di GIULIO CESARE, volendo CICERONE
raggiungere la Grecia attraverso una lunga e inusuale, ma più sicura
navigazione litoranea che, dalle coste tirreniche, attraversasse lo stretto di
Sicilia. Cic. ad familiares. Pomp. Enchiridion, nel frammento incorporato
nelle Pandette giustinianee (The Latin Library). Un accenno a una possibile
vicenda epicurea di T. compare nell'epistola ad familiares 7.12 scritta dalle
paludi pontine. La notizia è riferita a CICERONE dallo stesso PANSA, allora in
Gallia e in procinto di diventare tribuno per il biennio 52-51 a.C. L'accenno è
inserito in una sorta di canzonatura, in cui Cicerone indulge all'ironia lieve
sullo scarso impegno di T. nella campagna di Gallia, quasi l'avesse scambiata
per una molle vacanza tarantina. ^ Altre fonti lo indicano invece come epicureo
seguace di Irzio, legato di Cesare in Gallia (che sarà console con Pansa). Si
veda Gravina. Origines juris civilis (De ortu et progressu juris civilis), riportata
in Biografia degli uomini illustri del Regno di Napol. Ad familiares. L'accoglienza
degli ulubrani intenti a rendergli onore viene comicamente resa con l'immagine
fabulistica di un'orda di ranocchi gracidanti, in una lettera di poco
successiva (ad familiares). Sellius, comune amico dei due, fu un oratore le cui
doti non sono ritenute eccelse da Cicerone (Cic. ad familiares). Pomp.
Enchiridion, in: Pandette. Il riferimento, non chiaro, a Thalna è in una
lettera scritta da Vibo a Tito Pomponio Attico: ad Atticum. Dovrebbe trattarsi,
in questo caso, di persona sicuramente diversa dal Thalna nominato (o
pseudonimato) in ad Atticum, giudice corrotto ai tempi del famoso processo in
cui Clodio fu imputato e Cicerone testimone. È anche possibile che Cicerone,
nella corrispondenza, non facesse menzione dell'ospitalità offertagli a Elea da
Trebazio, per non compromettere l'amico. Cic. ad familiares. La disputa, per
inciso, riguardava l'esistenza di certe tradizioni giuridiche circa una
facoltà, in capo all'erede, di perseguire giudizialmente un furto avvenuto
prima della successione mortis causa. Cicerone tende ad imputare
l'atteggiamento così titubante -- e così poco saggio -- dell'amico agli
insegnamenti di Cornelio Massimo. ^ “studiosissimus homo natandi” -- così lo
definisce in ad familiares. Svetonio, Vite dei Cesari. Si veda, su Lacus Curtius
di Thayer. Il tentativo con Cicerone è in Plutarco, Vite parallele. Cicerone o
su Lacus Curtius. La notizia su Sulpicio è tratta dal già citato Biografia
degli uomini illustri del Regno di Napoli, che riprende, anche in questo caso,
il Gravina. Origines
juris civilis, Vol. 1, (De ortu et progressu juris civilis). Forse identificabile con Lucio Cornelio Lentulo,
console e pro-console d'Africa, morto in Provincia d'Africa (cfr. Kunkel,
Herkunft und soziale Stellung der römischen Juristen, Böhlau Verlag,
Institutiones. Sul prestigio di T. troviamo questo inciso: «cuius tunc
auctoritas maxima erat». ^ Si intende meglio il consiglio se lo si confronta
con l'immagine di un T. appassionato nuotatore, già ricordata in una precedente
nota (ad familiares. In questo caso
Augusto. In Orazio - Tutte le opere. Versione, introduzione e note di
Cetrangolo, Sansoni. Intratext Library. Macrobio, in Saturnalia cita infatti,
fra gli altri, il decimo libro della sua opera. Treccani – Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ruiz, T., in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, T. su sapere.it, De Agostini. Opere di T. su
PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Portale Antica Roma
Portale Biografie Categorie: Giuristi romaniPolitici romani del I secolo
a.C.Giuristi del I secolo a.C.Persone delle guerre galliche[altre] A lawyer and
a friend of Cicerone. When he converted to The Garden, Cicerone wrote to him questioning
whether being a gardener was compatible with belonging to the legal profession.
Trebazio was also the author of some works about the divine and its cult. Gaio Trebiano Testa. Keywords: I topica di
Cicerone, ius, legge, Ottaviao, Labeone, satira, Orazio, religione, ius civile,
pragmatica del diritto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Grice e Trebiano la ragione
conversazionale dell’orto romano e l’implicatura conversazionale del Grice
italo – Roma – filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Roma). Filosofo italiano. Friend of CICERONE.
He takes an interest in philosophy and may have been a ‘Gardener.’ Trebiano. Keywords: Roma antica, l’orto. Per H.
P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Grice e Treves: la ragione conversazionale dei giudici
e l’implicatura conversazionale della giustizia nella filosofia italiana – ventennio
fascista – la scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Torino). Filosofo piemontese. Filosofo
italiano. Torino, Piemonte. Compie gli studi al liceo AZEGLIO (vedi) e poi
nella facoltà dove entra in contatto, fra gl’altri, con BOBBIO, FOA, LUZZATI,
ENTRÈVES, e simpatizza con il gruppo di giustizia e libertà abbracciando i
principi del socialismo liberale. Si laurea sotto la guida di SOLARI con una tesi su Henri
de Saint-Simon. Insegna a Messina, dove viene arrestato per sospetta attività contro
IL REGIME FASCISTA. Trasferito a Urbino e escluso dal concorso bandito sulla
sua cattedra. Insegna a Parma, si trasfere a Milano. Protagonista della
rinascita post-bellica della sociologia in Italia, co-opera attivamente col centro
nazionale di prevenzione e difesa sociale e col suo segretario generale Argentine,
coordinando fra l'altro una vasta ricerca su “L'amministrazione della giustizia
e la società italiana in trasformazione” da cui escono volumi di vari filosofi.
Presiede questo comitato facendosi attivo promotore della sociologia del
diritto. Fonda la rivista italiana della
disciplina, di cui ottiene il riconoscimento accademico e che insegna a Milano.
Difende una posizione filosofica relativista e prospettivista, influenzata da
Mannheim, Mills e Kelsen, del quale ultimo introduce in Italia la dottrina pura
del diritto positivo. Alieno dal dogmatismo e paladino di una concezione
critica della scienza, rifiuta ogni visione metafisica del diritto in favore di
una visione metodologica che sfocia nella sociologia del diritto intesa come
scienza prevalentemente empirica, non avalutativa, ma ispirata a valori, nel
suo caso quelli di libertà e giustizia sociale -- è considerato insigne maestro
per un'intera generazione di filosofi e sociologi del diritto. Due sono i
problemi che la sociologia del diritto deve affrontare: da un lato la
posizione, la funzione e il fine del diritto nella società vista nel suo
insieme. Dall'altro la società nel diritto, cioè quei comportamenti effettivi
che possono essere conformi e difformi rispetto alle norme, ma comunque
forniscono informazioni su come una società vive le regole che si è data. Del
primo problema si sono occupate soprattutto le dottrine sociologiche e polito-logiche,
mentre sul secondo si sono soffermate le dottrine giuridiche anti-formalistiche.
Saggi: “Il diritto come relazione” (Torino); “Diritto e cultura” (Torino); “Spirito
critico e spirito dogmatico” (Milano); “Libertà politica e verità” (Milano); “Giustizia
e giudici nella società italiana” (Bari); “Introduzione alla sociologia del
diritto” (Torino); “Sociologia del diritto -- Origini, ricerche, problem” (Torino);
“Sociologia e socialism - ricordi e incontri” (Milano); “Dizionario biografico
dei giursti italiani” (Bologna, Il Mulino); Il magistero; in La Nuova
Antologia, Colombo, La lezione in La Nuova Antologia, FERRARI, FSociologo del
diritto, in Rivista internazionale di filosofia del diritto, in Ratio Juris, ss. FERRARI, GHEZZI, La scienza del dubbio.
Volti e temi di sociologia del diritto (Mimesis, Milano-Udine), Losano, Sociologo
(Unicopli, Milano); Marconi, Il legato culturale, in Sociologia del diritto, Tanzi,
dalla filosofia alla sociologia del diritto, ESI, Napoli, Nitsch, T. esule in
Argentina. Sociologia, filosofia sociale, storia. Con documenti inediti e la
traduzione di due scritti di T., Memorie dell'Accademia delle Scienze di
Torino, Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, Sociologia del
diritto, Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Samuele
Renato Treves. Renato Treves. Treves. Keywords: giudice, giustizia, giusto,
ventennio fascista. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Treves” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Tria: la ragione conversazionale da
Roma a Roma via Roma; o, l’implicatura conversazionale della terza Roma – la
scuola di Laterza -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Laterza). Filosofo pugliese. Filosofo italiano.
Laterza, Taranto, Puglia. Studia filosofia a Napoli e Roma. Uditore di
diritto presso il monastero benedettino
di Cava de' Tirreni rimane al servizio di questa abbazia anche quando e trasferito
a Roma, è nominato vicario generale di monsignor Gherardi, vescovo di Loreto e
Recanati, e tale rimase. Più tardi, con monsignor Firrao, ha l'incarico di
nunzio straordinario alla Corte del Portogallo.
Quando monsignor Firrao, per questione di salute, è trasferito in
Svizzera, T. anda con lui a Lucerna. Durante la sua permanenza in Svizzera
intraprende un'importante missione in Svezia e Germania. Eletto vescovo di
Cariati e Cerenzia, entra in carica presiedendo il sinodo. Trasferito poi a Larino,
partecipa al concilio di Benevento. Nominato consulente del Sacro Offizio e arcivescovo
di Tiro. Divenne esaminatore di Vescovi
ed è insignito del titolo di cavaliere dell'ordine di S. Giacomo per i suoi
meritori servigi resi alla Corte di Lisbona. Il suoi eruditi saggi includeno: “Memorie storiche civili di Larino (Roma); “Accommodamento
tra il papato e la corte reale di Napoli” (Roma), “Benedetto XIII”. Memorie
storiche degli scrittori, regno di Napoli, Napoli, Tipografia dell'Aquila di
Puzziello, Diocesi di Larino, Pietro Pollidori Giovan Battista Pollidori.
Giovanni Andrea Tria. Tria. Keywords: la terza Roma. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Tria” – The Swimming-Pool Library. Tria.
Grice e Trincheri: la ragione conversazionale
secondo Andrea Speranza, e l’implicatura conversazionale – la scuola di Pieve
di Teco -- filosofia ligure -- la filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pieve di Teco). Filosofo ligure. Filosofo italiano.
Pieve di Teco, Imperia, Liguria. Nato da una famiglia benestante che ha in
possesso alcuni ettari di terreno. Appassionato alli romantici, e riconosciuto
e si afferma all'interno della cerchia dei letterati del suo tempo grazie alla
brillante difesa in favore di Manzoni, quando quest'ultimo pubblica la sua prima tragedia, “Il Conte di Carmagnola”.
E con il sostegno del suo maestro e amico Goethe, famoso filosofo e scrittore
romantico, che riusce a far valere la proprio opinione positiva nei confronti
dell'autore dei Promessi sposi. Poche altre notizie biografiche si conoscono a
proposito della sua vita che, a causa di un incidente in cui fere a morte il suo
amico, Andrea Speranza, crolle in una situazione estremamente travagliata. Trincheri. Keywords: Andrea Speranza. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Trincheri” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Troilo: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale della conflagrazione – la scuola di Chieti -- filosofia
abruzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Perano). Filosofo abruzzese. Filosofo italiano. Perano, Chieti,
Abruzzo. Insegna a Palermo e Padova. Lincei. Partito dal positivismo del suo
tutore ARDIGÒ, pervenne a una sorta di meta-fisica, da lui chiamata realismo
assoluto, che richiama il panteismo di BRUNO (vedi). L'essere eterno infinito,
tutt'uno con lo spirito assoluto, è il presupposto e il principio unificatore
degl’esseri relativi. Trascendente e indeterminato, l'essere si immanentizza e
si determina nella realtà e negl’individui, oggettivandosi di fronte ai
soggetti come assolutamente altro da questi.
Saggi: “Il misticismo”; Idee e ideali del positivism, La filosofia di
BRUNO”; “Il positivismo e i diritti dello spirito”; “Figure e studi di storia
della filosofia”; “Lo spirito della filosofia”; “Le ragioni della trascendenza
o del realismo assoluto”. Società Filosofica Italiana Sezione di Sulmona,
riferimenti in Garin, Cronache di filosofia italiana, Laterza, Roma; Pra F.
Minazzi, Ragione e storia nella filosofia italiana (Rusconi, Milano); Cappelli,
L'orizzonte filosofico: Idealismo e Positivismo, Pra. Dizionario di filosofia,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, T., biografia e nel sito della Società Filosofica Italiana,
Sezione di Sulmona "Capograssi".
IO CM m
Gì (D CO 4615
B5T58 CLASSICI DEL RIDERE. Sono
pubblicati Boccacci // Decamerone
(Giornata I; 2''
ristampa) Petronio Arbitro -
// Saiurkon Maistre
- / viaggi
in casa Firenzuola
- Novelle Doni
- Scritti vani »
7,50 6. EIroda
- / mimi »Porta
- Antologìa »6 SwiFT -
1 Viaggi di
Gulliver RaJBERTI -
L'Arte di convitare Boccacci -
// Decamerone Luciano
- / dialoghi
delle cortigiane Cyrano -
// pedante gabbato,
ecc » Boccacci - //
Decamerone (Ili) 6 —
14. e. TiLLlER
Mio zio Beniamino Margherita di
Navarra - L' Heptaméron Machiavelli Mandragola, Clizia,
Belfagor. WiLDE -
// fantasma di
Canterville Boccacci Decamerone TiLUER Bellapianta e
CornelioBoccacci Decamerone Coster
- La leggenda
di Ulenspiegel Voltaire
- La Pulcella
d'Orléans, trad. dal
Monti. Berni - Le
Rime e la
Catrina » 6,50 24.
D. Batacchi -
La Rete di
Vulcano Coster - La
leggenda di Ulenspiegel
Boccacci - //
Decamerone Boccacci Decamerone Boccacci Decamerone Boccacci -
// Decamerone Boccacci
- // Decamerone Batacchi La
Rete di VuUano
Quevedo La vita
del Pitocco Tassoni -
Z-a Secchia Rapita Salom
Alechem. Marienbad Guerrini e
e. Ricci, //
Giobbe » Marziale -
Gli Epigramu.i Bklzac -
Le sollazzevoli historie BVCH Antonio da
Padova Bruno - In
tristitia hilaris, in
hilaritale tristis BRUNO
IN TRISTITIA HILARIS,
IN HILARITATE TRISTIS
LA PROPRIETÀ LETTERARIA
ED ARTISTICA delle
versioni onginalì, degli
ornamenti, delle note
crìtiche pubblicate in
questa collezione SPETTA
ESCLUSIVAMENTE ALl'
EDITORE i! quale, adempiuti
i suoi obblighi
verso la legge
e verso gli
Autori eserciterà i
suoi diritti contro
chiunque e dovunque Formiggini, Rome- 114S^.
Candelaio. Proprologo. (2) « Or
eccovi... un convito
sì grande, sì
picciolo, sì maestrale,
si disciplinale, sì
sacrilego, si religioso...
che certo credo
che non vi
sarà poca occasione
da divenir eroico,
dismesso; maestro, discepolo;
cre- dente, miscredente; g
aio, triste;... sofista
con Aristotele, filosofo
con Pitagora, ridente
con Democrito, piangente
con Eraclito... ».
Cena delle Ceneri.
Proemiale epistola al
signor di Mauvissiero. Prefazione
|X sione democriteggiare, che
è nella satanica
Declama- e che
zione della Cabala
del Cavallo Pegaseo,
torna nel dialogo
primo de La
Causa Principio et
Uno, ^^^ dove
il pensiero va
con ala superba,
per altezze magnifiche.
Ma è evidente
dal testo dei
passi stessi accennati,
che il Bruno
non intende affatto
stabilire ne una
contrapposizione radicale di
riso e di
pianto, ne la
sua posizione propria;
mentre invece egli
qui riguarda le
cose dal semplice
punto di vista
esteriore e comune;
onde tutto si
presta alla considerazione dell'uno
o dell'altro di
questi, che si
potrebbero chiamare anch'essi
A'jo lo^oi delle
cose. Non senza
piegare, sotto questo
rispetto, verso un
impetuoso riso; che
circola e guizza
in tutte le
sue opere e
scoppia fin in
mezzo agli argo-
menti più gravi, senza
sottigliezza e senza
ambagi, aperto e
rude, come un
suggello di giudizio,
e di sanzione.
Ma se ben
consideriamo la natura
del suo riso, ci apparirà come
esso non abbia
mai nulla di
esteriore o che
possa farlo considerare
quale fine a
se medesimo. Il
comico, in quanto
tale, vera- mente, non
c'è in Bruno.
In lui non
si aprono quelle
brevi parentesi di
azzurro, che, per
esempio, tra- (1)
«Chi potrà donar
freno a le
lingue, che non
mi mettano ne
medesimo predicamento, come
colui che corre
appo h vestigi
degh altri, che
circa cotal soggetto
(\ ^^^ sia
quando si conclude
la dedica dell'opera
stessa, con austere
parole in cui
vibra il senso
profondo della nolana
filosofia. « //
tempo tutto toglie
e tutto dà;
ogni cosa si
muta, nulla s'annichila;
è un solo
che non può
mutarsi, e può
perse- verare eternamente uno,
simile e medesimo.
Con questa filosofia
Vanimo mi s'aggrandisce
e mi si
magnifica r intelletto. ^^^
Suggestive parole, le
quali, a traverso
la trama ridicola
della favola, a
traverso l'ingenuità e
talora la sconcezza
degli svolgimenti e
degli epi- sodi, costituiscono come
un'atmosfera di più
pro- fonda meditazione, entro cui
si accendono di
opposto riflesso l'ilarità
triste e la
tristezza ilare dello
psico- logo, del moralista,
del filosofo. Cosi,
il riso di Bruno è
veramente filo- sofico; e
però esso n on
s'intende nel suo
significato e nel
suo valore, non
s'intende nel suo
intimo segreto. (0
Ved. Spampanato. Introd.
Op. cit., pag.
lxiv. Alla Signora Morgana.
SPAMP. pag. 6.
« ...eccovi la
candela che vi
vien porgiuta per
questo Candelaio che
da me si
parte, la qual
in questo paese,
ove mi trovo,
potrà chiarir alquanto
certe Ombre dei-
Videe, le quali
invero spaventano le
bestie, e come
{ussero diavoli dan-
teschi, fan rimaner gli
asini lungi a
dietro; ed in
cotesta patria, ove
voi siete, potrà
far contemplar l'animo
mio a molti,
e fargli vedere
che non è al tutto
smesso >\ Cfr.
De V Infinito Universo
e Mondi. Wagner,
II, pag. 12:
« .. .Questa è
quella filosofia che
apre gli sensi,
contenta il spirto,
ma^ gnifica l'intelletto
e riduce l'uomo
alla vera beatitudine
». XIV Prefazione
se lo si
considera diversamente e
sotto gli altri
par- ticolari e più
facili aspetti che
può presentare, come
il letterario, e
quello morale, nel
senso più stretto
e più pratico
della parola. Non
che ciò sia
trascura- bile; ma certo
non è tutto,
e non è
il più. Onde è avvenuto
che anche qualche
grande spinto, come
Giosuè Carducci, non
abbia inteso in
parti- colare il Candelaio
ed abbia disconosciuto
in gene- rale, nel Bruno,
lo scrittore. E
che quel riso,
se pur si
esplica nella forma
della comedia cinquecentesca e
della satira; se
nel gonfiarsi delle
tendenze letterarie del
suo tempo ha
spunti di violento
antiaccademismo e di
antipetrarchismo; se ritrae
i tipi classici
del pedante, dell'avaro
libertino, del marito
sciocco, dello scroccone,
etc, non è
un riso, per
cosi dire, let-
terario; e se ancora
vuole, secondo la
massima tra- dizionale, castigare ridendo
mores, non è
nel senso immediato
e, diciamo, esclusivo
della morale. A chi studii
a fondo l'etica
bruniana, appare come
il riso e
la satira del
Nolano non solo
siano profonda- mente inseriti in
essa, ma quasi
ne seguano lo
stesso schema di
svolgimento. Sembrano veramente
corrispondere alle tre
fasi o aspetti
dell'Etica (la psicologica
e descrittiva, la
co- struttiva e, in
certo senso, dialettica,
e la conclusiva
o razionale e
filosofica propriamente) la
Satira in con-
creto e in particolare,
di vizii e
difetti e debolezze
e sconcezze degli
uomini; ^'^ la
Satira in astratto
di quegli stessi
vizi e difetti
e imbecillità, considerati
possiamo pur dire
ex altiore causa,
criticamentee
simbolicamente, in correlazione
con le virtù,
negli O «
Eccovi avanti gli
occhi ociosi princinii,
debili orditure, vani
pensieri, frivole speranze,
scoppiamenti di petto,
scoverture di corde,
falsi presuppositi, alienazion
di mente, poetici
furori, offuscamento Prefazione
XV uomini e
negli dei; la
Satira, infine, che
ha vera e
propria intenzione filosofica,
nella critica e
nel sarcasmo di
carattere eterodosso verso
i tradizio- nali valori
scientifici, morali, politici
e religiosi, e che comprendendo e
riassumendo anche le
altre due forme
accennate, esplica appieno
il significato, della
tristitia hilaris e
della hilaritas tristis.
E si ha
qui una profonda
espressione di quella
oppositorum coincidentia, che,
formula ricorrente nella
filosofia bruniana, assume
forse la sua
maggiore consistenza e
significazione precisamente sotto
l'aspetto morale, nella
caratteristica
compenetrazione di riso
e pianto, e
nella fase culminante
dell'Etica propriamente, con la trattazione,
per quanto frammentaria
e balenante, del
problema delle opposizioni
e delle armonie
mo- rali. Si
possono distinguere, appunto,
questi tre aspetti
o momenti del
riso bruniano; ed
approssima- tivamente e quasi
a mo' di
esemplificazione, si pos-
sono riferire al Candelaio
(1582) il primo;
allo Sphccio della
Bestia trionfante ed
al Cantus Circaeus
il secondo; ed
il terzo allo
Spaccio stesso, alla
Cabala del Cavallo
Pegaseo ed a\V Asino
cillenico, con i
richiami alle altre
opere veramente costruttive, quali
sorxO la Cena
delle Ceneri, De
la Causa, Prin^
cipio et Uno
(1584), etc. di
sensi, turbazion di
fantasia, smarrito peregrinaggio
d'intelletto, fede sfrenate,
cure insensate, studii
incerti, somenze intempestive,
e gloriosi frutti
di pazzia ».
« Vedrete, etc.
Candelaio. Proprologo. E di fronte
a questa materia
di morale miseria,
l'A., nella evidente
contrapposizione del urologo
al Proprologo, delinea
se medesimo, a
L au- tore, si
voi Io conosceste,
direste, ch'ave una
fisionomia smarrita, etc.
...per il più,
lo vedrete fastidito,
restio e bizarro,
non si contenta
di nulla, ritroso
come un vecchio
d'ottantanni, fantastico com
un cane ch'ha
ricevute mille spellicciate,
pasciuto di cipolla...
». Ibid. XVI
Prefazione Non sono
inutili la distinzione,
necessariamente sommaria, ed il riferimento
ai tre gradi progressivi,
come abbiamo detto,
deWEtica; giacche questa
nota di coincidenza
e di analogia
può far vedere
come il riso
di Giordano Bruno
non sia un
episodio, ma rientri
quasi nella linea
del suo pensiero
e, in sostanza,
tenga della stessa
suggestiva profondità di
tutta la sua
etica. Perciò la
materia di questo
libro, il quale
non è leggiero,
come potre bbe forse
apparire a taluno,
ma più tosto
grave e pensoso,
pur nella facezia
e nella licenza,
è disposta secondo
quella triplice divisione,
che naturalmente segue
la partizione dell' etica
bru- niana. Comunque,
è ben certo
che il significato
del ca- ratteristico riso del
Bruno, sta nel
complesso dei suoi
momenti e dei
suoi aspetti. Solo
nell'insieme, e sopra
tutto tenendo conto
della sua formula
inte- grale, che si
estende alle considerazioni estreme
della filosofìa (ma,
come abbiamo notato,
costituisce pure il
solenne avvertimento ed
il motto del
Candelaio) si può
intendere il suo
vero senso umano
ed uni- versale, il
suo valore filosofico.
Bisogna tener conto
della formula compiuta,
che esplicitamente apposta
alla prima opera
italiana, a quella
che più si
avvicina nella forma
e nel conte-
nuto ai molti e
tradizionali componimenti morali
del tempo, sta
ad indicar quasi
di questo l'avvia-
mento verso uno spirito
nuovo; e, riprodotta
più oggettivamente, in uno scritto,
fra altri, di
preva- lente sostanza etica,
che è dei
più personali ed
im- portanti, il De
Vinculis, come a
ragione giudicava Felice
Tocco, sembra abbracciare
l'intero sistema morale
e filosofico del
Bruno. A prescindere
dagli strani richiami
sopra ricor- Prefazione
XV I dati, i
quali, pur facendo
la necessaria parte
alla consueta fantastica
associazione bruniana, prendono
un significato rilevantissimo allorché
vediamo, e dob-
biamo pur confessare senza
intenderne a pieno
il motivo e
la portata reale,
ricongiunti in una
relazione singolare la
luce del Candelaio
e le ombre
delle idee, la
filosofia della Comedia
e la filosofia
de V Infinito Universo
e Mondi (e
molti altri accenni
si potrebbero trovare
ancora nelle altre
opere); a prescindere
da ciò, e
ben evidente che
anche un sommario
esame della formula
della ilarità bruniana
ci riporta, per
cosi dire, nel cuore
della sua fondamentale
inspi- razione filosofica Certo
essa si presta
ad un'analisi puramente
e strettamente morale;
a cui è
connesso un atteggia-
mento particolare
psicologico, sentimentale del
filo- sofo. Da tal
punto di vista
potremo cogliere qualche
lato del pensiero,
qualche momento dello
spirito biz- zarro e
tempestoso del Bruno;
ma se, arrestandoci
a ciò, ritenessimo
soli o ponessimo
definitivi questo lato
e questo momento,
noi non avremmo
e non intenderemmo,
affatto. Bruno nella
sua interezza e
nella sua essenza,
sotto questo rispetto.
Il fastidito, il
perseguitato, l'insonne, l'errante,
il misconosciuto, l'odiato
può anche umanamente
esprimere un senso
tragico, di riduzione
e quasi di
confusione, in un
disprezzo ed in
un'amarezza su- periori, della sua
tristezza e del
suo riso; può,
sopra tutto, esprimere
la sua forza
tremenda, ridendo nella
tristezza ed essendo
triste nell'ilarità; può
anche, mefistofelicamente, ridere
laddove gli altri
piangono e piangere
laddove gli altri
ridono; può, infine,
ripor- tare tutto ciò
ad un senso
vago di scetticismo
e di Bruno,
In tristitìa hilaris,
etc. 2. XVlll
Prefazione pessimismo, che
più d'una volta
pur si accenna
nel- l'opera del Bruno;
ora in forma
propria, come per
esempio in quelle
parole del Candelaio
dove si dice,
m conclusione... non esser
cosa di sicuro,
ma assai di
negocio, difetto a
bastanza, poco di
bello e nulla
di buono, ^^^
ora con qualche
formula usuale, come
il biblico omnia
vanitas. Massime la
ilarità triste, presa
separatamente, si presta
ad una significazione più
particolare, espri- mendo quella
che è l'essenza
amara di ogni
satira; la quale
veste di riso
ciò che in
realtà è solo
degno di compassione
per la sua
debolezza, per la
sua defi- cienza, per
la sua bruttura,
specialmente nell'ordine umano.
Ma questo, mentre
non dà il
lineamento vero ed
intiero del Bruno,
riferendosi solo al
flusso delle sue
vicende personali, intellettuali
e sociali, se
ben si consideri
presuppone, in fondo,
una diversa e
supe- riore posizione della
sua stessa personalità;
e, ciò che
più importa, ancora,
un diverso e
superiore'punto di vista
della sua speculazione
morale propriamente detta
e filosofica. Il
che appare dalla
prima parte della
formula, e più
dall'insieme. La ilarità
che è triste
e la tristezza
che è ilare
non indica un
bisticcio, si una
intuizione profonda, mo-
rale e filosofica; in
quanto non si
limita a conside-
razioni p arziali di umanità,
ma scende alla
totale contemplazione umana,
ed a questa
aggiunge, anzi connette
in un inscindibile
complesso, la considera-
zione della realtà universale.
(') PropTolo^o, —
Sono le ultime
parole che precedono
l'entrata del Bidello.
Naturalmente qui il
senso è del
tutto particolare e
riferito al mondo
del Candelaio, che
sta per entrare
materialmente in iscena.
Prefazione XIX A
nessuno più che
a Bruno ripugna
la concezione della
realtà umana staccata
ed avulsa dalla
realtà totale; e
più a lui
ripugna quella definizione
dell'uomo, a cui
accenna non senza
ironia Benedetto Spinoza,
come V animale capace
di ridere. Qui
siamo fuori del
campo morale, sia
che questa capacità
di ridere si
prenda nella sua
espressione più semplice
e primi- tiva, nella
sua espressione inferiore
e fisiologica —
dove, in sostanza,
non e che
l'animalità — nel
senso preumano, dunque;
sia che si
prenda nel senso
estremo opposto, nel
senso cioè nietzschiano,
che nel Supe-
ruomo travolge l'Uomo. L'umanità
vera ha il
suo segno nel
riso che si
fa pensoso di
tristezza e nella
tristezza che s'illumina
in una visione
trascendente di gioia;
segno vero di
umanità, che è
morale ed estetico
insieme, e che
ha in Bruno
un assertore d'incomparabile energia.
II quale trae
il motivo e
la forza possente
e luminosa dell'affermazione sua,
in un certo
senso nuovissima, non
già da fonti,
che trascendono, in
sostanza, l'uomo e
la realtà, come
sono propriamente le
fonti e gli
ideali religiosi (al
di là, immortalità,
ricompensa divina, etc,
che fanno piacente
la tristezza, il
dolore, la morte),
bensì dalle stesse
fonti della vera
umanità e della
vera realtà, in
una superba considerazione filosofica.
Cosi ritroviamo Bruno
e cogliamo il
vero suo spirito.
Cosi, da un
punto di vista
più particolare ma
non meno importante,
possiamo intendere come
se la rozza
asprezza dell'autore, e
circostanze spe- ciali della
sua vita e
del suo tempo,
lo conducono a
parlar volgare e
sconcio, adoperare forme e figure
licenziose e toccare
talora l'oscenità, tutto
ciò è trasfigurato
e purificato nell'intento
profondo che lo
domina: qui veramente
il riso, che
sembra infettarsi XX
Pref azione di
elementi estremi, è
triste. Questa tristezza
purifica e redime;
ed accenna, appunto,
a qualche cosa
di più alto
a CUI mira
il filosofo, e
che trascende la
ilarità per se
e la tristezza
in se. Così,
la considerazione della
ilarità di Giordano
Bruno ci conduce
a veder, sotto
nuova luce e
forse non meno
profondamente della pura
indagine spe- culativa, una
parte, da cui
non si può
prescindere, del suo
pensiero. Di là
dalla hilaritas tristis,
la tristitia hilaris
può riferirsi ad
un altro importante
aspetto dello spirito
bruniano: l'ottimismo. Il
quale ha la
sua vera significazione (che
riapparirà con altre
forme, in altri
sistemi) non tanto
copie espres- sione morale
per se, o
perchè conferisca una
co- loritura particolare alla
visione bruniana del
mondo; ma in
quanto esprime, in
certo modo, l'aspetto
intrinseco e la
risoluzione culminante della
realtà stessa. L'ottimismo
morale qui è
coessenziale, assoluta- mente, con
l'essere e con
l'immanente suo ordine
ontologico: il nuovo
mondo della realtà
infinita che, escludendo
ogni trascendenza, è
essere, potenza e
legge eterna a
se, non può
non essere, per
ciò stesso, che
uno ah solutissimo
in cui Ente,
Vero, Bene fanno
la medesima cosa.
Che significato possono
avere in questo
universo il dolore,
il brutto, il
disordine, il male
e la morte,
il caso e
la fortuna? Brunianamente, tutto
ciò appartiene alla
superficie, alla esteriorità,
alla contingenza ed
alla transitorietà del
mondo; tutto ciò
che è pluralità
e particolarità è
la spuma che
si gonfia, scorre
e si frange
sulla realtà; non
è la realtà;
tutto ciò è
di ente, non
ente. Prefazione XXI
come dice con
sottigliezza grammaticale, ma
con pen- siero profondo il
Bruno. Il mondo
si presenta, dunque,
sotto questi due
aspetti: quello della
totalità, dell'unità, dell'assoluto
e dell'eterno; e
quello del vario,
molteplice, fluente, disgregantesi
nel tempo e
nella particolarità. L'uomo
sta di fronte
a questo mondo,
spettatore e partecipe,
ad un tempo,
della sua realtà
e della sua
transitorietà; di fronte
a questo enorme
ritmo, ond'esso quasi
sgorga e si
discioglie fuori di
se, nel molteplice,
nel disgregato e nel relativo,
e si rituffa
in se nella
pienezza dell'essere che è assolutezza
d'eternità. Allora l'uomo
che riguarda e
che agisce in
questo mondo, se
si fermi a
ciò che è
particolare, scorre e
cambia volto, può
e deve trovar
motivo alla sua
tri- stezza; ma se
approfondisca lo sguardo
e l'azione, allora
il particolare transfluisce
nell'universale, il contin-
gente nell'infinito, il relativo
nell'assoluto: la visione
e la consapevolezza di
ciò può dare,
dà, filosoficamente, la
tristezza gioconda. Questo
e il segno
del consegui- mento della
più alta coscienza
e della più
profonda realtà; questa
è la visione
sub specie aeterni,
ed è quasi
comunicazione con l'assoluto.
Allora la tri-
stezza svanisce; alla realtà
particolare e contingente
subentra un'altra più profonda realtà.
Dileguano le nubi e brilla
il sole, o
apparisce il cielo
stellato. Il Riso
stesso si è
trasfigurato; esso, ormai
nel campo della
contemplazione e dell'azione
più alta, è
dive- nuto eroico
furore e beatitudine.
* * *
Il presente volume
vuol accogliere quanto
di più caratteristicamente espressivo
della ilarità triste
e della tiistezza ilare
circola, guizza o
s'indugia XXII Prefazione
nella vasta opera
di Giordano Bruno,
e le dà
un fa- scino
strano ed acuto.
Forniscono qui la
materia solo gli
scritti ita- liani; che
sono più varii
di contenuto e
più vivi di
forma e quasi
più liberamente riflettono
l'anima del filosofo
e dell'uomo. Laddove
i latini sono
o più tecnici
e scolastici, come
quelli che appartengono
ai gruppi delle
opere Lulliane, Mnemoniche,
Espo- sitive e critiche;^^^
o più solenni
come le brevi,
im- portantissime Orazioni; ovvero
rielaborano più rigi-
damente, in gran parte
con veste poetica,
come De minimo.
De Monade e
De Immenso, contenuto
di opere italiane.
(Tuttavia, neppur le
opere latine mancano
di qualche sprazzo
del pensoso suggestivo
riso; come la
prima parte del
Cantus Circaeus; la
quale, mentre la
seconda riguarda l'arte
della memoria, è
di carattere essenzialmente morale).
Forse a chi
guardi le tre
sezioni della raccolta
ed i titoli
apposti ai brani
ch'esse contengono, non
apparirà chiaro a
prima vista il
significato messo in
rilievo e che
possiam dire ascendente,
del riso bru-
niano, secondo lo
schema generale dell'etica,
che abbiamo altrove
particolarmente studiato. ^'^
Ma se ben
SI consideri, esso
risulterà, in sostanza,
non meno sicuro
che la intima
compenetrazione di quel
riso in tutte
le parti dell'opera
del Nolano, anche
nelle più astratte,
speculative ed astruse;
come là dove
si tratta dell'eroico
slancio per la
conoscenza e per
1 ideale, o
della nuova cosmologia,
dei principii del-
l'universo e della verità.
(') La Filosofia
di G. B.,
cit. Parte I,
III. Le opere
brunlane. — Giordano
Bruno, - Coli.
Profili, N" 47,
Formi'gglni, Roma, 1917.
Prefazione XXI li
La materia morale
agitata dal filosofo
è una; massa
viva e turbmosa
su cui cadono
il suo ghigno
e la sua
tristezza, come gocce
di fuoco. Ma
non si può
sconoscere la differenza
dell'atteggiamento spi- rituale, e,
in un certo
senso, del fine
medesimo, nel Candelaio,
per esempio (ed
anche in pagihe
affini di altre
opere) e nello
Spaccio de la
Bestia trionfante. Nell'uno
v'è, sopra tutto,
il quadro satirico,
dipin- tura e constatazione
dei vizii e
difetti e debolezze
e sconcezze, come
abbiam detto, degli
uomini; nel- l'altro l'approfondimento critico
di tutto questo
mondo, e la contrapposizione fra
simbolica e dia-
lettica di corrispondenti pregi,
virtù, valori, nel
cielo e nella
terra, negli uomini
e negli dei.
Nell'uno è la
materia fermentante ed
oscura di Menandro
e di Teofrasto,
di Plauto e di Terenzio,
di Machiavelli e di Molière;
nell'altro la materia
di Xenofane e
di Aristofane, ed
è anche (come
non a torto
è stato da
taluno notato) lo
spirito di Dante.
Poiché la Bestia
che si deve
spacciare non è
solo ciò che
d'impuro e triste
offende praticamente l'uomo
e il convitto
umano, ma quello
altresì che contamina
e sminuisce i
diritti, la libertà,
la san- tità della
mente nelle sue
più alte funzioni
contem- plativa e speculativa.
E, insomma, trattasi
dell'af- francazione totale dell'uomo
e dello spirito,
che fanno tutt'uno.
E come nel
Candelaio medesimo (l'abbiamo
di proposito avvertito)
c'è qualche oscuro
accenno a più
profondo intento ed
a relazioni speculative,
cosi lo Spaccio
de la Bestia
trionfante segna la
strada (1) Op'
di.. Parte II.
La filosofia soggettiva,
l'Etica- — Giordano
Bruno. Profilo cit.
XXIV Prefazione per
la più completa
conquista etica ed
elevazione spirituale. Purgare,
liberare: questo è
il motivo dell'opera
strana e stupenda
di fantasia e
di riso. Purificare
ciò che è
fuori dell'uomo (ma
che cosa è
fuori del- l'uomo, dal
punto di vista
morale?) e ciò
che è nell'uomo:
il mondo superno
e celeste, che
la vecchia scienza
teneva incorruttibile, e
che al filosofo
appar pieno e
guasto d'infinita corruzione;
e perfino il
mondo infero, la
sede stessa del
peccato e della
bruttura, che la
credenza a quello
opponeva. (Ab- biam
notizia d'un dialogo
bruniano, // Purgatorio
dell Inferno ^^^
il quale nel
titolo d'apparente bisticcio
ma di trasparente
significato, completa suggestiva- mente il
disegno della totale
purgazione). Oc- corre, finalmente, mondare
e rinnovare la
scienza e la
filosofia, la stessa
mente umana; ed a questo
mira, con passione
intensa, con forza
eroica, il filosofo
nuovo. E se
tale opera, che
più propriamente riguarda
lo spirito, appare
nella form.a ridicola
di quella vivacissima
e scintillante trattazione che
ha per (')
Nella Cena delle
Ceneri, dialogo quinto,
verso la fine,
Teofilo (G. B.)
dice: « Non
dubitate, Prudenzio, perchè
del buon vecchio
non ri si
guasterà nulla. A
voi, Smitho, manderò
quel dialogo del
Nolano, che si
chiama Purgatorio de
l'Inferno, e ivi
vedrai il frutto
della redenzione ».
L'accenno al frutto
della redenzione, che
forse rendeva estremamente
eterodosso lo scritto,
non toglie nulla
all'idea dello spaccio
dell'in- ferno; forse la
rende più forte.
Cosi pure, per
essa nulla importa
che, a quanto
pare, il Purgatorio
sia stato composto
qualche anno avanti
della Bestia trionfante,
verso il 1582.
L'idea potrebbe essere
stata estesa dall'inferno
al cielo. Ma
l'opinione di D.
Berti (Vita di
G. B., pag.
25, 1* ed.),
e di J.
Frith (Life of
G. B., Londra
1887, pag. 375),
i quali accennano
a quella data,
resta anche da
dimostrare. Prefazione XXV
soggetto V Asinità, ciò
non oscura affatto
il pathos intenso
e puro che
agita ogni fibra
dell'instauratore e che
sembra discendere in
lui dall'ardore stesso
del divino Platone.
Ne la frenesia
da cui si
lascia tra- sportare il
Bruno impedisce di
scorgere, da ultimo,
la sovrana bellezza
della visione che
s'apre davanti al
suo occhio profondo,
ed innanzi alla
quale egli stesso
rimane estatico e
commosso. Così come
per Xenofane colofonio
(del quale v'è
qualche traccia nello
spinto del Nolano)
; che dopo
aver spacciato, sia lecito adoperar
questa espressione, gli
Dei della superstizione, dell'ignoranza e
della corruzione, riguardando
nel cielo, purificato,
disse che tutto
era Dio. ^'^
Culmina, dunque, la
critica, la satira,
la deri- sione e
la tristezza delle
brutture e degli
errori umani, un
mondo morale e
spirituale di bellezza,,
di bontà, di
verità. Alla instaurazione
cosmologica, onde si
rompe- vano e disfacevano
i palchi dipinti
e i congegni
di orbi e
di cieli, si
congiungono la instaurazione
mo- rale, e la
intellettuale, le quali
finiscono per coin-
cidere, sul principio dell'indissolubile ternano
di Ente, Vero
e Bene; che
il Bruno contempla,
ragiona e sente
con impeto straordinario. Candelaio
e Canto di
Circe, Spaccio de
la Bestia trionfante
ed Eroici furori.
Cena delle Ceneri
e Asino cillenico.
Cabala del cavallo
pegaseo e Causa
Principio et Uno
esprimono e fondono
insieme, a traverso
^') Noti sono
i framm. di
Xenofane circa la
critica degli Dei.
— Quello citato
è riferito da
Aristotele Metafisica, I,
5. 986^>- 10.
Le diverse interpretazioni del
passo non disdicono
al concetto fon-
damentale qui adombrato.
XXVI Pref azione
i momenti che
singolarmente rappresentano 1
nuovi valori del
mondo e dello
spirito. E però,
non illegit- timamente, si
chiude questo libro
della ilarità triste
e della ilare
tristezza del Bruno
(che speriamo re-
chi qualche vantaggio, illuminando
la pur sempre
scarsamente conosciuta opera
del Nolano) con
al- cune fra le
pagine più solenni
della sua filosofia,
fra le parole
più alte della
sua anima. H
PARTE PRIMA I.
PRESENTAZIONE E SOGGETTO
DEL CANDELAIO IL
LIBRO A GLI
ABBEVERATI NEL FONTE
CABALLINO. Voi che
tettate di muse
da mamma, E
che fiatate su
lor grassa broda
Col musso, r eccellenza
vostra m*oda. Si
fed'e caritad' il
cuor v infiamma.
Piango, chiedo, mendico
un epigramma. Un
sonetto, un encomio,
un inno, un
oda Che mi
sii posta in
poppa over in
proda. Per farmene
gir lieto a
tata e mamma.
Eimè ch'in van
d'andar vestito bramo.
Oimè ch'i* men
vo nudo com'un
Eia, E peggio:
converrà forse a
me gramo Monstrar
scuoperto alla Signora
mia Il zero
e menchia com'il
padre Adamo, Quand'era
buono dentro sua
badia. Una pezzentaria
Di braghe mentre
chiedo, da le
valli Veggio montar
gran furia di
cavalli. 6 Parte
prima ALLA SIGNORA
MORGANA B., SUA
SIGNORA SEMPRE ONORANDA.
Ed lo a
chi dedicarrò il
mio Candelaio? a
chi, o gran
destino, ti piace
ch'io intitoli il
mio bel parammfo,
il mio bon
corifeo P a
chi invlarrò quel
che dal sino
influsso celeste, in
questi più cuocenti
giorni, ed ore
più lambic- biccanti,
che dicon caniculan,
mi han fatto
piovere nel cervello
le stelle fìsse,
le vaghe lucciole
del firmamento mi han crivellato
sopra, il decano
de' dodici segni
m'ha balestrato in
capo, e ne
l'orecchie interne m'han
soffiato i sette
lumi erranti P
A chi s'è
voltato, — • dico
io, — a
chi riguarda, a
chi prende la
miraP A Sua
Santità P no.
A Sua Maestà
Cesarea P no.
A Sua Serenità
P no. A
Sua Altezza, Signoria
illustrissima e reverendissima P non,
non. Per mia
fé, non è prencipe o cardinale,
re, imperadore o papa che
mi ìevarrà questa
candela di m.ano,
in questo solen-
nissimo offertorio. A
voi tocca, a
voi si dona;
e voi o
l'attaccarrete al vostro
cabinetto o la
ficcarrete al vostro
candeliero in superlativo
dotta, saggia, bella
e generosa mia
signora Morgana: voi,
coltivatrice del campo
del- l'animo mio, che,
dopo aver attrite
le glebe della
sua du- rezza e
assottigliatogli il stile,
— acciò che
la polverosa nebbia
sullevata dal vento
della leggerezza non
offendesse gli occhi
di questo e
quello, — con
acqua divina, che
dal fonte del
vostro spirto deriva,
m'abbeveraste l'intelletto. Però,
a tempo che
ne posseamo toccar
la mano, per la prima
vi indrizzai :
Gli pensier gai;
apresso: 11 tronco
d'acqua viva. Adesso
che, tra voi
che godete al
seno d'Abraamo, e
me che, senza
aspettar quel tuo
soc- corso che solea
rifrigerarmi la lingua,
desperatamente ardo e
sfavillo, intermezza un
gran caos, pur
troppo invidioso del
mio bene, per
farvi vedere che
non può far
quel mede- simo caos,
che il mio
am.ore, con qualche
proprio ostaggio e
material presente, non
passe al suo
marcio dispetto, eccovi
la candela che
vi vien porgiuta
per questo Candelaio
I. - Presentanzione e
soggetto del Candelaio
7 che da
me si parte,
la qual in
questo paese, ove
mi trovo, p otrà
chiarir alquanto certe
Ombre dell'idee le
quali in vero
spaventano le bestie
e, come fussero
diavoli dan- teschi, fan
rimanere gli asmi
lungi a dietro,
ed in cotesta
patria, ove voi
siete, potrà far
contemplar l'animo mio
a molti, e
fargli vedere che
non è al
tutto smesso. Salutate
da mia parte
quell'altro Candelaio di
carne ed ossa,
delle quali è
detto che «
Regnum Dei non
posside- hunt )';
e ditegli che
non goda tanto
che costì si
dica la mia
memoria esser stata
strapazzata a forza
di pie di
porci e calci
d'asini: perchè a
quest'ora a gli
asini son mozze
l'o- r ecchie,
ed i porci
qualche decembre me
la pagarranno. E
che non goda
tanto con quel
suo detto: «
Abiit in regio-
nem longinquam »;
perchè, si avverrà
giamai ch'i cieli
mi concedano ch'io
effettualmente possi dire:
« Surgam et
ibo », cotesto
vitello saginato senza
dubbio sarrà parte
della nostra festa.
Tra tanto, viva e
si governe, ed
attenda a farsi
più grasso che
non è; perchè,
dall'altro canto, io
spero di ricovrare
il lardo, dove
ha persa l'erba,
si non sott'un
mantello, sotto un
altro, si non
in una, in un'altra vita.
Ricordatevi, Signora, di
quel che credo
che non bisogna
insegnarvi: — Il
tempo tutto toglie
e tutto dà;
ogni cosa si
muta, nulla s'annichila;
è un solo
che non può
mutarsi, un solo
è eterno, e può perseverare
eternamente uno, simile
e medesimo. — ■
Con questa filosofia
l'animo mi s'aggrandisse, e
me si magnifica
l'intelletto. Però, qua-
lunque sii il punto
di questa sera
ch'aspetto, si la
muta- zione è vera,
io che son
ne la notte,
aspetto il giorno,
e quei che
son nel giorno,
aspettano la notte:
tutto quel ch'è,
o è qua
o là, o
vicino o lungi,
o adesso o
poi, o presto
o tardi. Godete,
dunque, e, si
possete, state sana,
ed amate chi
v'ama. ARGUMENTO ED
ORDINE DELLA COMEDIA.
Son tre materie
principali intessute insieme
ne la pre-
sente comedia: l'amor di
Bonifacio, l'alchimia di
Barto- lomeo e la
pedantaria di Manfuno.
Però, per la
cognizion Bruno. In
tristitia hilaris, etc 3. 8
Parte prima distinta
de' suggetti, ragglon
dell'ordine ed evidenza
del- l'artificiosa testura, rapportiamo
prima, da per
lui, l'in- sipido amante, secondo
il sordido avaro,
terzo il goffo
pedante: de' quali l'insipido
non è senza
goffaria e sordi-
tezza, il sordido
è parimenti insipido
e goffo, ed
il goffo non
è men sordido
ed insipido che
goffo. ANTIPROLOGO. Messer
sì, ben considerato,
bene appuntato, bene
or- dinato. Forse che
non ho profetato
che questa comedia
non si sarebbe
fatta questa sera.^
Quella bagassa che
è ordinata per
rapresentar Vittoria e
Carubina, ave non
so che mal
di madre. Colui
che ha da
rappresentar il Boni-
facio, è imbnaco che
non vede ciel
né terra da
mezzodì in qua;
e, come non
avesse da far
nulla, non si
vuol alzar di
letto; dice: «
Lasciatemi, lasciatemi che
in tre giorni
e mezzo e
sette sere, con
quattro dui rimieri,
sarrò tra par-
glioni e pipistregli:
sia, voga; voga,
sia >k A
me è stato
commesso il prologo;
e vi giuro
eh 'è tanto intricato
ed mdiavolato, che
son quattro giorni
che vi ho
sudato sopra, e
dì e notte,
che non bastan
tutti trombetti e
tamburini delle Muse
puttane d'Elicona a
ficcarmene una pa-
gliusca dentro la
memoria. Or, va'
fa il prologo:
su battello di
questo barconaccio dismesso,
scasciato, rotto, mal'impeciato, che
par che, co
crocchi, rampini ed
arpa- goni, sii stato
per forza tirato
dal profondo abisso;
da molti canti
gli entra l'acqua
dentro, non è
punto spal- mato; e
vuol uscire e
vuol fars' in alto
mareP lasciar questo
sicuro porto del
Mantraccio.^ far partita
dal Molo del
silenzio? L'autore, si voi lo
conosceste, dirreste ch'ave
una fisionomia smarrita:
par che sempre
sii in contempla-
zione delle pene dell'inferno,
par sii stato
alla pressa ccome
le barrette :
un che ride
sol per far
comme fan gli
altri: per il
più, lo vedrete
fastidito, restio e
bizarro, non si
contenta di nulla,
ritroso come un
vecchio I. -
Presentazione e soggetto
del Candelaio 9
d'ottant'annl, fantastico com'un
cane ch'ha ricevute
mille spellicciate, pasciuto
di cipolla. Al
sangue, non voglio
dir de chi,
lui e tutti
quest'altri filosofi, poeti
e pedanti la
più gran nemica
che abbino è
la ricchezza e
beni: de quali
mentre col lor
cervello fanno notomia,
per tema di
non essere da
costoro da dovero
sbranate, squartate e
dissipate, le fuggono
come centomila dia-
voli, e vanno a
ritrovar quelli che
le mantengono sane
ed m conserva.
Tanto che io,
con servir simil
canaglia, ho tanta
de la fame,
tanta de la
fame, L^arte supplisce
al difetto della
natura, Bonifacio. Or,
poi ch'a la
mal'ora non posso
far che questa
tradi- tora m'ame,
o che al
meno mi remiri
con un simulato
amorevole sguardo d'occhio,
chi sa, forse
quella che non
han mossa le
paroli di Bonifacio,
l'amor di Bonifacio,
il veder spasmare
Bonifacio, potrà esser
forzata con que-
sta occolta filosofìa. Si
dice che l'arte
magica è di
tanta importanza che
contra natura fa
ritornar gli fiumi
a dietro, fissar
il mare, muggire
i monti, intonar
l'abisso, proibir il
sole, despiccar la
luna, sveller le
stelle, toglier il
giorno e far
fermar la notte:
però l'Academico di
nulla academia, in
quell'odioso titolo e
poema smarrito, disse:
Don a rapidi
fiumi in su
ritorno. Smuove de
Volto del V aurate
stelle. Fa sii giorno la
notte, e notfil
giorno. E la
luna da lorhe proprio svelle
E gli cangia
in sinistro il
destro corno, E
del mar Fonde
ingonfia e fissa
quelle. Terra, acqua,
fuoco ed aria
despiuma, Ed al
voler uman fa
cangiar piuma. 0)
Candelaio, Atto I,
Scene !I, III
e X. 16
Parte prima Di
tutto si potrebbe
dubitare; ma, circa
quel ch'ulti- mamente dice
quanto all'efifetto d'amore,
ne veggiamo l'esperienza
d'ogni giorno. Lascio
che del magistero
di questo Scaramurè
sento dir cose
maravlgliose a fatto.
Ecco: vedo un
di quei che
rubbano la vacca
e poi donano
le corna per
l'amor di Dio.
Veggiamo che porta
di bel novo.
M. Bonifacio, M.
Bartolomeo ragionano; Pollulo
e Sanguino, occoltì,
ascoltano. Bart. Crudo
amore, essendo tanto
ingiusto e tanto
violento il regno
tuo, che voi
dir che perpetua
tanto P perchè
fai che mi
fugga quella ch'io
stimo e adoro P
per- chè non è lei
a me, come
io son cossi
strettissimamente a lei
legato P si
può imaginar questo
P ed è
pur vero. Che
sorte di laccio
è questa P di
dui fa l'un
incatenato a l'altro,
e l'altro più
che vento libero
e sciolto. BoN.
Forse ch'io son
soloP uh, uh
uh. Bart. Che
cosa avete, messer
Bonifacio mioP pian-
gete la mia penaP
BoN. Ed il
mio martire ancora.
Veggo ben che
sete percosso, vi
veggio cangiato di
colore, vi ho
udito adesso lamentare,
intendo il vostro
male, e, come
partecipe di medesma
passione e forse
peggior, vi compatisco.
Molti sono de'
giorni che ti
ho visto andar
pensoso ed astratto,
attonito, smarrito — come credo
eh altri mi
veggano, — scoppiar
profondi suspir dal
petto, co gli
occhi molli —
Diavolo! — dicevo
io — a
costui non è
morto qualche propinquo,
familiare e benefattore;
non ha lite
in corte; ha
tutto il suo
bisogno, non se gli minaccia male,
ogni cosa gli
va bene; io
so che non fa troppo
conto di soi
pec- cati; ed ecco
che piange e
plora, il cervello
par che gli
stii in cimhalis
male sonantibus: dunque
è inamorato, dunque
qualche umore flemmatico
o colerico o
sanguigno o melan-
colico — non
so qual sii
questo umor cupidinesco
— gli è
montato su le
testa. — Adesso
ti sento proferir
queste dolce parole:
conchiudo più fermamente
che di quel
tossicoso mele abbi
il stomaco ripieno.
II. - L'innamorato
e le arti
magiche d'amore 1
7 Bari. Oimè,
ch'io son troppo
crudamente preso dai
suoi sguardi! Ma
di voi mi
maraviglio, messer Bonifacio,
non di me
che son di
dui o tre
anni più giovane,
ed ho per
moglie una vecchia
sgrignuta che m'avanza
di più d'otto
anni: voi avete
una bellissima mogliera,
giovane di venticinque
anni, più bella
della quale non
è facile trovar
in Napoli; e sete inamoratoP
BoN. Per le
paroli che adesso
voi avete detto,
credo che sappiate
quanto su imbrogliato
e spropositato il
regno d'amore. Si
volete saper l'ordine,
o disordine, di
miei amori, ascoltatemi,
vi priego. Bart.
Dite, messer Bonifacio,
che non siamo
come le bestie
ch'hanno il coito
servile solamente per
l'atto della generazione,
— però hanno
determinata legge del
tempo e loco,
come gli asini
a i quali
il sole, particulare
o princi- palemente
il maggio, scalda
la schena, ed
in climi caldi
e temperati generano,
e non in
freddi, come nel
settimo cli- ma ed
altre parti più
vicine al polo;
— noi altri
in ogni tempo
e loco. BoN.
Io ho vissuto
da quarantadue anni
al mondo tal-
mente, che con mulieribus
non sum coinquinato;
gionto che fui
a questa etade
nelle quale cominciavo
ad aver qualche
pelo bianco in
testa, e nella
quale per l'ordinario
suol in- freddarsi l'amore e
cominciar a venir
meno... Bart. In
altri cessa, in
altri si cangia.
BoN. ...suol cominciar
a venir meno,
com'il caldo al
tempo de l'autunno,
allora fui preso
da l'amor di
Caru- bina. Questa
mi parve tra
tutte l'altre belle
bellissima; questa mi
scaldò, questa m'accese
in fiamma talmente,
che mi bruggiò
di sorte, che
son dovenuto esca.
Or, per la
consuetudine ed uso
continuo tra me
e lei, quella
prima fiamma essendo
estinta, il cuor
mio è rimasto
facile ad esser
acceso da nuovi
fuochi... Bart. S'il
fuoco fusse stato
di meglior tempra,
non t'ar- rebbe
fatto esca ma
cenere; e s'io
fusse stato in
luoco di vostra
moglie, arrei fatto
cossi. BoN. Fate
ch'io finisca il
mio discorso, e
poi dite quel
che vi piace.
18 Parte prima
Bart. Seguite quella
bella similitudine. BoN.
Or, essendo nel
mio cor cessata
quella fiamma che
l'ha temprato in
esca, facilmente fui
questo aprile da
un'altra fiamma acceso.
Bart. In questo
tempo s'mamorò il
Petrarca, e gli
asini anch'essi, cominciano
a rizzar la
coda. BoN. Come
avete detto .^
Bart. Ho detto
che in questo
tempo s'inamorò il
Pe- trarca, e gli
animi, anch'essi, si
drizzano alla contempla-
zione: perchè i spirti
ne l'inverno son
contratti per il
freddo, ne l'estade
per il caldo
son dispersi, la
primavera sono in
una mediocre e
quieta tempratura onde,
l'animo è piij
atto, per la
tranquillità della disposizion
del corpo, che
lo lascia libero
alle sue proprie
operazioni. BoN. Lasciamo
queste filastroccole, venemo
a propo- sizio.
Allora, essendo io
ito a spasso
e Pusilipo da
gli sguardi della
signora Vittoria fui
sì profondamente saet-
tato, e tanto arso
da' suoi lumi,
e talmente legato
da sue catene,
che oimè.... Bart.
Questo animale che
chiamano amore, per
il più suole
assalir colui ch'ha poco
da pensare e
manco da fare:
non eravate voi
andato a spasso
? BoN. Or
voi fatemi intendere
il versaglio dell'amor
vostro, poi che
m'avete donata occasion
di discuoprirvi il
mio. Penso che
voi ancora deviate
prendere non poco
refrigerio, confabulando con
quelli che patiscono
del me- desmo
male, si pur
male si può
dir l'amare. Bart.
Nominativo: la signora
Argenteria m'affligge, la
signora Orelia m'accora.
BoN. Il mal'an
che Dio dia
a te, e
a lei ed
a lei. Bart.
Genitivo: della signora
Argenteria ho cura,
della signora Orelia
tengo pensiero. BoN.
Del cancaro che
mange Bartolomeo, Aurelia
ed Argentina. Bart.
Dativo: alla signora
Argenteria porto amore,
alla signora Orelia
suspiro; alla signora
Argenteria ed Orelia
comunmente mi raccomando.
BoN. Vorrei saper
che diavol ha
preso costui. II.
- L'innamorato e
\s arti magiche
d'amore 19 Bari.
Vocativo: o signora
Argenteria, perchè mi
lasci? o signore
Orelia, perchè mi
fuggi P BoN.
Fuggir ti possano
tanto, che non
possi aver mai
bene! va' col
diavolo, tu sei
venuto per burlarti
di me! Bari.
E tu resta
con quel dio
che t'ha tolto
il cervello, se
pur è vero
che n'avesti giamai.
Io vo a
negociar per le
mie padrone. BoN.
Guarda, guarda con
qual tiro, e
con quanta fa-
cilità, questo scelerato me
si ha fatto
dir quello che
meglio sarrebbe stato
dirlo a cinquant'altri. Io
dubito con questo
amore di aver
sin ora raccolte
le primizie della
pazzia. Or, alla
mal'ora, voglio andar
in casa ad
ispedir Lucia. Veggo
certi furfanti che
ridono: sùspico ch'avranno
udito questo diavol
de dialogo, anch'essi.
Amor ed ira
non si puot'ascondere. ScARAMURÈ,
Bonifacio, Ascanio, ScAR.
Ben trovato, messer
Bonifacio. BoN. Siate
il molto ben
venuto, signor Scaramurè,
spe- ;anza della
mia vita appassionata. ScAR.
Signum affecti animi.
BoN. Si V.
S. non rimedia
al mio male,
io son morto.
SvAR. Sì come
io vedo, voi
sete inam.orato. BoN.
Cossi è: non
bisogna ch'io vi
dica più. ScAR.
Come mi fa
conoscere la vostra
fisionomia, il computo
di vostro nome,
di vostri parenti
o progenitori, la
signora della vostra
natività fu «
Venus retrograda in
signo masculino; et hoc f or
tasse in G
eminibus vigesimo se-
ptimo grada: » che significa
certa mutazione e
conversione nell'età di
quarantasei anni, nella
quale al presente
vi ritrovate. BoN.
A punto, io
non mi ricordo
quando nacqui; ma,
per quello che
da altri ho
udito dire, mi
trovo da quaran-
tacinque anni in circa.
ScAR. Gli mesi,
giorni ed ore
computare ben io
piìi di- stintamente, quando col
compasso arò presa
la propor- 20
Parte prima zlone
dalla latitudine dell'unghia
maggiore alla linea
vi- tale, e distanza
dalla summità dell'annulare
a quel termine
del centro della
mano, ove è
designato il spacio
di Marte; ma
basta per ora
aver fatto giudicio
cossi universale et
in communi. Ditemi,
quando fùstivo punto
dall'amor di colei
per averla guardato,
a che sito
ti stava ellaP
a de- stra o
a sinistra P BoN.
A sinistra. ScAR.
Arduo opere nanciscenda.
— Verso mezzogiorno
o settentrione, oriente
o occidente, o
altri luoghi mtra
questi P BoN. Verso
mezzogiorno. ScAR. Oportet
advocare septentrionales. —
Basta, basta: qui
non bisogna altro;
voglio effectuare il
tuo negocio con
magia naturale, lasciando
a maggior opportunità
le superstizioni d'arte
più profonda. BoN.
Fate di sorte
ch'io accape il
negocio, e sii
come si voglia.
ScAR. Non vi
date impaccio, lasciate
la cura a me. La
cosa già fu
per fascinazione P BoN.
Come per fascinazione
P io non
intendo. ScAR. Idest,
per averla guardata,
guardando lei anco
VOI. BoN. Sì,
signor sì, per
fascinazione. ScAR. Fascinazione
si fa per
la virtù di
un spirito lucido
e sottile, dal
calor del core
generato di sangue
più puro, il
quale, a guisa
di raggi, mandato
fuor de gli
occhi aperti, che
con forte imaginazion
guardando, vengono a
ferir la cosa
guardata, toccano il
core e sen
vanno ad afficere
l'altrui corpo e
spirto o di
affetto di amore
o di odio
o di invidia
o di maninconla
o altro simile
geno di passibili
qualità. L'esser fascinato
d'amore adviene, quando,
con frequentissimo over,
benché istantaneo, intenso
sguardo un occhio
con l'altro, e
reciprocamente un raggio
visual con l'altro
si rincontra, e
lume con lume
si accopula. Al-
lora si gionge spirto
a spirto; ed
il lume superiore,
incul- cando l'inferiore, vengono
a scintillar per
gli occhi, cor-
rendo e penetrando el
spirto interno che sta
radicato al II.
— L'innamorato e
le arti magiche
d'amore 21 cuore;
e cossi commuoveno
amatorio incendio. Però,
chi non vuol
esser fascinato, deve
star massimamente cauto
e far buona
guardia negli occhi,
li quali, in
atto d'amore, principalmente son
fenestre dell'anima: onde
quel detto: «
Averte, averte oculos
tuos ». —
Questo, per il
presente, basti; noi
ci revedremo a
più bell'aggio, provedendo
alle cose necessarie.
BoN. Signor, si
questa cosa farete
venir al butto,
vi ac- corgerete di
non aver fatto
servizio a persona
ingrata. ScAR. Misser
Bonifacio, vi fo
intender questo: che
voglio io prima
esser grato a
voi, e poi
son certo, si
non mi sa-
rete grato, mi doverete
essere. BoN. Comandatemi,
che vi sono
affezionatissimo, ed ho
gran speranza nella
prudenza vostra. AscANio,
ScARAMURÈ, Bonifacio. ^'>
Asc. Oh, ecco
messer Bonifacio mio
padrone. Misser, siamo
qui con il
Signor eccellentissimo e
dottissimo, il signor
Scaramurè. BoN. Ben
venuti. Avete dato
ordine alla cosaP
è tempo di
far nulla P
ScAR. Come nulla P
ecco qui la
imagine di cera
ver- gine, fatta m
suo nome; ecco
qui le cinque
aguglie che gli
devi piantar in
cinque parti della
persona. Questa par-
ticulare, pili grande
che le altre,
li pungerà la
sinistra mammella: guarda
di profondare troppo
dentro, perchè fareste
morir la paziente.
BoN. Me ne
guardarò bene. ScAR.
Ecco, ve là
dono in mano;
non fate che da ora
avanti la tenga
altro che voi.
Voi, Ascanio, siate
secreto, non fate
che altra persona
sappia questi negocii.
BoN. Io non
dubito di lui:
tra noi passano
negocii più secreti
di questo. ScAR.
Sta bene. Farete,
dunque, far il
fuoco ad Ascanio
di legne di
pigna o di
oliva o di
lauro, si non
possete farlo (1)
Atto III. Scena
III. 22 Parte prima di
tutte tre materie
insieme. Poi arrete
d'incenso, alcuna- mente esorcizato o
incantato; co la
destra mano lo
getta- rete al
fuoco; direte tre
volte: «/4urum thus
»; e cossi
ver- rete ad incensare
e fumigare la
presente imagine, la
qual prendendo in
mano direte tre
volte: « Sine
quo nihil »;
oscltarete tre volte
co gli occhii
chiusi, e poi,
a poco a
poco, svoltando verso
il caldo del
fuoco la presente
imagine, — guarda
che non si
liquefacela, perchè morrebbe
la pa- ziente, —
... BoN. Me
ne guardar© bene.
ScAR. ...la farrete
tornare el medesmo
lato tre volte,
insieme insieme tre
volte dicendo: «
Zalarath Zhalaphar nectere
vincula: Caphure, Mìrion,
sarcha Vitloriae »,
come sta notato
in questa cartolina.
Poi, mettendovi al
contrarlo sito del
fuoco verso l'occidente,
svoltando la imagine
con la medesma
forma, quale è
detta, dirrete pian
piano: « Fe-
laphthon disamis festino
barocco daraphti. Celantes
dahitis fapesmo frises
omorum '>K II
che tutto avendo
fatto e detto,
lasciate ch'il fuoco
si estingua da
per lui; e
locarrete la figura
in luoco secreto,
e che non
su sordido, ma
onore- vole ed odorifero.
BoN. Farro cossi
a punto. ScAR.
Sì, ma bisogna
ricordarsi ch'ho spesi
cinque scudi alle
cose che concorreno
al far della
imagine. BoN. Oh,
ecco, li sborso.
Avete speso troppo.
ScAR. E bisogna
ricordarvi di me.
BoN. Eccovi questo
per ora; e
poi farò di
ventaggio assai, si
questa cosa verrà
a perfezione. ScAR.
Pazienza ! Avertite,
messer Bonifacio, che,
si voi non
la spalmarete bene,
la barca correrà
mala- mente. BoN.
Non intendo. ScAR.
Vuoi dire che
bisogna onger ben
bene la mano:
non sapete P
BoN. In nome
del diavolo, lo
procedo per via
d'in- canti, per non
aver occasione di
pagar troppo! Incanti
e contanti. ScAR.
Non indugglate. Andate
presto a far
quel che vi
II. - L'innamorato
e ]s arti
magiche d'amore 23
è ordinato, perchè
Venere è circa
l'ultimo grado di
Pesci; fate che
non scorra mezza
ora, che son
trenta minuti di
Ariete. BoN. A
Dio, dunque, Andiamo,
Ascanlo. Cancaro a
Venere, e... ScAR.
Presto, a la
buon'ora, caldamente! Bonifacio,
solo. (^> Per
quel che costei
me dice, io
credo di avere
approssi- mata le imagine
tanto presso al
fuoco, che quasi
si sarebbe liquefatta:
penso d'averla troppo
scaldata. Guarda come
la povera donna
viene tormentata dall'amore:
per mia fé,
che non ho
possuto contener le
lacrime. Si messer
Scaramurè, — che
Dio li dia il bon
giorno e la
buona sera, che
adesso conosco per
propria esperienza che
è un galantissimo
uomo, — non
mi avesse avertito
con dirmi —
Guarda che non
si liquefaccia; —
io certamente arrei
fatta qualche pazzia
ch'io non ardisco
tra me stesso
dirla. Or, va'
numera l'arte maggica
tra le scienze
vane! (1) Atto
IV. Scena VII
Bruno. In tristiUa
hilaris, etc. III.
ARTI E DEBOLEZZE
DI DONNE Signora
VITTORIA, sola. (')
Aspettare e non
venire è cosa
da morire. Si
se farà troppo
tardi, non si
potrà far nulla
per questa volta;
e non so
SI se potrà
di bel nuovo
offrirsi tale occasione,
come si presenta
questa sera, di far che
questa pecoraccia rac-
coglia 1 frutti
degni del suo
amore. Quando mi
credevo di guadagnar
una dote co
l'amor di costui,
sento dir che
cerca d'affatturarmi, con
l'avermisi formata in
cera. E potrebbe
giamai l'unita forza,
fatta del profondo
inferno, giunta alla
efficacia che si
trova ne' spirti
de l'aria e
l'ac- qui, far ch'io
possa amar un
che non è
soggetto amoroso? Si
fusse il Dio
d'amore istesso, bello
quanto si voglia,
si sarà egli
povero o ver
— che tutto
viene ad uno
— avaro, ecco
lui morto di
freddo; e tutto
il mondo agghiac-
ciato per lui. Certo,
quel dir povero,
over avaro, è
un mi- serabile e
svergognatissimo epiteto, che
fa parer brutti
i belli, ignobili
i nobili, ignoranti
i savii, ed
impotenti i forti.
Tra noi che
si può dir
più che reggi,
monarchi ed imperadon?
questi pure, si
non arran de
quibus, si non
farran correre gli de quibus,
saran come statue
vecchie d'al- tari sparati,
a' quali non
è chi faccia
riverenza. Non pos-
siamo non far differenza
tra il culto
divino e quello
di mortali. Adoriamo
le sculture e
le imagini, ed
onoriamo il nome
divino scritto, drizzando
l'intenzione a quel
(I) Candelaio, Atto
IV. Scena 1.
III. - Arti
e debolezze di
donne 23 che
vive. Adoramo ed
onoramo questi altri
Dei, driz- zando la
intenzione e supplice
devozione alle lor
imagini e sculture,
perchè, mediante queste,
premiino i vir-
tuosi, inalzino i degni,
defendano gli oppressi,
dilatino i lor
confini, conservino i
suoi, e si
faccino temere de-
l'aversarie forze: il
re, dunque, ed
imperator di carne
ed ossa, si
non corre sculpito,
non vai nulla.
Or, che dun-
que sarà di Bonifacio,
che, come non
si trovassero uomini
al mondo, pensa
d'essere amato per
gli belli occhii
suoi P Vedete
quanto può la
pazzia ! Questa
sera intenderà che
possan far contanti;
questa sera spero
che vedrà l'effetto
della sua incantazione. Marta,
sola, ^i) Meschina
me ! io
lo dico, io
lo so, io
l'esperimento. Ero più
contenta, quando questo
zarrabuino di mio
ma- nto non avea
tanto da spendere,
che non potrei
essere al dì
d'oggi. Allora giocavamo
a gamba a
collo, alla stret-
tola, a infilare, a
spaccafico, al sorecillo,
alla zoppa, alla
sciancata, a retoncunno,
a spacciansieme, a
quattro spinte, quattro
botte, tre pertosa,
ed un buchetto.
Con queste ed
altre devozioni passavamo
la notte e
parte del giorno.
Adesso, perchè ha
scudi di vantaggio
per la eredità
di Puc- ciolo
— che gli
sii maledetta l'anima,
anco si fusse
in seno di
Abrammo! — ecco
lui posto in
pensiero, angosce, travagli,
tema di fallire,
suspicion d'esser rubbato,
ansia di non
essere ingannato da
questo, assassinato da
quello altro; e va e
viene, e trotta
e discorre, e
sbozza ed imbozza,
e macina e
cola, e soffia
vintiquattro ore del
giorno. Tra tanto,
oggi, gran mercè
a Barra, che,
se lui non
fusse, po- trei giurare,
che più dì
sette mesi sono,
che non me
ci ha piovuto.
Ieri, feci dir
la messa di
Sant'Elia contro la
sic- cità; questa mattina,
ho speso cinque
altre grana de
li- mosina per far
celebrar quella di
S. Gioachimo ed
Anna, (1) Atto
IV Scena IX. 26
Parte prima la
quale è miracolosissima a
riunir il marito
co la moglie.
Si non è
difetto di devozione
dal canto del
prete, io spero
di ricevere la
grazie, benché ne
veggo mala vegilia:
che, in loco
di lasciar la
fornace e venirme
in camera, oggi
è uscito, più
del dover, di
casa, che mi
bisogna a questa
ora di andarlo
cercando. Pure, quando
men la persona
si pensa, le
gracie si adempiscono.
Gio. Bernardo e
Carubina. (') Carubina Olmè, messer
Gio. Bernardo, io ho ben
tenero il core!
Facilmente credo quel
che dite, benché
siino in proverbio
le lusinghe d'amanti.
Però desidero ogni
consolazion vostra; ma,
dal canto mio,
non é possibile
senza pregiudizio del
mio onore. Gio.
B. Vita della
mie vita, credo
ben che sappiate
che cosa è
onore, e che
cosa anco su
disonore. Onore non
é altro che
una stima, una
riputazione; però sta
sempre intatto l'onore,
quando la stima
e riputazione persevera
la medesma. Onore
è la buona
opinione che altri
abbian di noi:
mentre persevera questa,
persevera Tonore. E
non è quel
che noi siamo
e quel che
noi facciamo, che
ne rendi onorati
o disonorati, ma
sì ben quel
che altri stimano,
e pensano di
noi. CaR. Sii
che si vogli
de gli omini,
che dirrete in
con- spetto de gli
angeli e de'
santi, che vedeno
il tutto, e
ne giudicano P
Gio. B. Questi
non vogliono esser
veduti più di
quel che si
fan vedere; non
vogliono esser temuti
più di quel
che si fan
temere; non vogliono
esser conosciuti più
di quel che
si fan conoscere.
Car. Io non
so quel che vogliate dir
per questo; queste
paroli io non
so come approvarle,
né come riprovarle:
pur hanno un
certo che d'impietà.
Gio. B. Lasciamo
le dispute, speranza
dell'anim.a mia. Fate,
vi priego, che
non in vano
v'abbia prodotta cossi
(I) Atto V.
Scena XI. III.
- Arti e
debolezze di donne
27 bella il
cielo: 11 quale,
benché di tante
fattezze e grazie
vi sii stato
liberale e largo,
è stato però,
dall'altro canto, a
voi avaro, con
non giongervi ad
uomo che facesse
caso di quelle,
ed a me crudele, col
farmi per esse
spasimare, e mille
volte il giorno
morire. Or, mia
vita, più dovete
cu- rare di non
farmi morire, che
temer in punto
alcuno, che si
scemi tantillo del
vostro onore. Io
liberamente mi uc-
ciderrò — si
non sarrà potente
il dolore a
farmi morire, —
si, avendovi avuta,
come vi ho,
comoda e tanto
presso, di quel,
che mi è
pm caro che
la vita, dalla
crudel fortuna rimagno
defraudato. Vita di
questa alma afflitta,
non sarrà possibile
che sia in
punto leso il
vostro onore, de-
gnandovi di darmi vita;
ma si ben
necessario ch'io muoia
essendomi voi crudele.
Car. Di grazia,
andiamo in luoco
più remoto, e
non parliamo qui
di queste cose.
IV. IN TAVERNA
Barra, Marca. ('>
Marc. 0 vedi
il mastro Manfurio
che sen va.^
Bar. Lascialo col
diavolo! Seguite il
proposito inco- minciato: fermamoci qua.
Marc. Or dunque,
ier sera, all'osteria
del Cerriglio, dopo
che ebbemo benissimo
mangiato, sin tanto
che non avendo
lo tavernaio del
bisogno, lo mandaimo
a procacciar altrove
per fusticelli, cocozzate,
cotugnate, ed altre
bagat- telle da passar
il tempo. Dopo
che non sapevamo
che più dimandare,
un di nostri
compagni fìnse non
so che debi-
lità; e Toste essendo
corso con l'aceto,
io dissi: «
Non ti vergogni,
uomo da poco!
camina, prendi dell'acqua
namfa, di fiori
di cetrangoli, e
porta della malvasia
di Candia ».
Allora il tavernaio
non so che
si rinegasse egli,
e poi co-
mincia a cridare, dicendo:
« In nome
del diavolo, sete
voi marchesi o
duchi? sete voi persone
di aver speso
quel che avete
speso ? Non so come
la farremo al
far del conto.
Questo che dimandate,
non è cosa
da osteria ».
« Furfante, ladro,
mariolo», dissi io,
«pensi ad aver
a far con
pan tuoi? tu
sei un becco
cornuto, svergognato ». « Hai
men- tito per cento
canne », disse
lui. Allora, tutti
insieme, per nostro
onore, ci alzaimo
di tavola, ed
acciaffaimo, ciascuno, un
spedo di que'
più grandi, lunghi
da diece palmi...
(1) Candelaio. Atto
III, Scena Vili.
IV. - In
taverna 29 Bar.
Buon principio, messere.
Marc. ...li quali
ancor aveano la
provisione infilzata; ed
il tavernaio corre
a prendere un
partesanone; e dui
di suoi servitori
due spadi rugginenti.
Noi, benché fussimo
sei con sei
spedi più grandi
che non era
la partesana, presimo
delle caldaia, per
servirne per scudi
e rotelle... Bar.
Saviamente. Marc. ...Alcuni
si puosero certi
lavezzi di bronzo
in testa per
elmetto over celata...
Bar. Questa fu
certo qualche costellazione
che puose in
esaltazione i lavezzi,
padelle e le
caldaie. Marc. ...E
cossi bene armati,
reculando, ne andevamo
defendendo e retirandoci
per le scale
in giù, verso
la porta, benché
facessimo fìnta di
farci avanti.... Bar.
« Bel combattere!
un passo avanti
e dui a
dietro, un passo
avanti e dui
a dietro ":
disse il signor
Cesare da Siena.
Marc. ...Il tavernaio
quando ci vedde
molto più forti
e timidi più
del dovero, in
loco di gloriarsi,
come quel che si portava
valentemente, entrò in non so
che suspizione:... Bar.
Ci sarebbe entrato
Scazzolla. Marc. ...per
il che, buttata
la partesana in
terra, co- mandò a
sua servitori che
si retirassero, che
non volea di
noi vendetta alcuna...
Bar. Buon'anima da
canonizzare. Marc. E
voltato a noi
disse: « Signori
gentiluomini, perdonatime, io
non voglio offendervi
de dovero! di
grazia, pagatemi ed
andiate con Dio!
)\ Bar. AUor
sarrebbe stata bene
qualche penitenza con
l'assoluzione. Marc. « Tu ci
voi uccidere, traditore
»: dissi io;
e con questo
puosemo i piedi
fuor de la
porta. Allora l'oste
de- sperato, accorgendosi che
non accettavamo la
sua cortesia e
devozione, riprese il
partesanone, chiamando aggiuto
di servi, figli
e moglie. Bel
sentire! l'oste cridava:
« Paga- temi, pagatemi »;
gli alti stridevano:
« A' marioli,
a' ma- rioli! ah,
ladri traditori! ».
Con tutto ciò,
nisciun fu tanto
pazzo che ne
corresse a dietro,
perché l'oscurità della
30 Parte prima
notte faurlva più
noi che altro.
Noi, dunque, temendo
il sdegno ostile,
idest de l'oste,
fuggivimo ad una
stanza apresso li
Carmini, dove, per
conto fatto, abbiamo
ancor da farne
le spese per
tre giorni. Bar.
Far burla ad
osti è far sacrifìcio a
Nostro Signore; rubbare
un tavernaio è
far una limosina;
in batterlo bene
consiste il merito
di cavar un'anima
di purgatorio! —
Dimmi, avete saputo
poi quel che
seguitò nell'ostariaP Marc.
Concorsero molti, de
quali altri pigliandosi
spasso altri attristandosi, altri
piangendo, altri ridendo,
questi consigliando, quelli
sperando, altri facendo
un viso, altri
un altro, altri
questo linguaggio ed
altri quello: era
veder insieme comedia
e tragedia e
chi sonava a
gloria e chi
a mortoro. Di
sorte che, chi
volesse vedere come
sta fatto il
mondo, derebbe desiderare
d'esservi stato pre-
sente. Bar. Veramente
la fu buona.
— Ma io
che non so
tanto di rettorica,
solo soletto, senza
compagnia, l'altr'ieri, ve-
nendo da Nola per
Pumigliano, dopoi ch'ebbi
mangiato , non avendo
tropo buona fantasia
di pagare, dissi
al ta- vernaio: «
Messer osto, vorrei
giocare ». «
A qual gioco
)>, disse lui,
« volemo giocare .3
qua ho de
tarocchi ». Risposi:
« A questo
maldetto gioco non
posso vencere, perchè
ho una pessima
memoria ». Disse
lui: « Ho
di carte ordinarie
». Risposi: «
Saranno forse segnate,
che voi le
conoscerete. Avetele che
non siino state
ancor adoperate? »
Lui ri- spose de
non. « Dunque,
pensiamo ad altro
gioco ». «
Ho le tavole,
sai.^ ». « Di queste
non so nulla
». « Ho
de scac- chi, sai?»
«Questo gioco mi
farebbe rinegar Cristo».
Allora, gli venne
il senapo in
testa: « A
qual, dunque, diavolo
di gioco vorrai
giocar tu? proponi
». Dico io:
« A stracquare
a palle maglio
». Disse egli:
« Come, a
pall'e maglio P
vedi tu qua
tali ordegni P
vedi luoco da
posservi giocare?» Dissi:
«A la mirella?
» «Questo è
gioco da fachini,
bifolchi e guardaporci
». « A
cinque dadi»? «Che
diavolo di cinque
dadi? mai udivi
di tal gioco. Si
vuoi, giocamo a
tre dadi ».
Io gli dissi,
che a tre
dadi non posso
aver sorte. «
Al nome di
cinquantamila In taverna
31 diavoli »,
disse lui, «
si vuoi giocare,
proponi un gioco
che possiamo farlo
e voi ed
io ». Gli
dissi: « Giocamo
a spac- castrommola
». « Va'
», disse lui,
« che tu
mi dai la
baia: questo è
gioco da putti,
non ti vergogni?
» « Or
su, dun- que^», dissi,
« giocamo a
correre ». «
Or, questa è
falsa » disse
lui. Ed io soggionsi: «
Al sangue dell'Intemerata, che
giocarai! » «Vuoi
far bene», disse,
«pagami; e si
non vuoi andar
con Dio, va'
col prior de'
diavoli! ». Io
dissi :_« Al sangue
delle scrofole, che
giocarai! » «
E che non
gioco? »_diceva. «E
che giochi?» dicevo.
«E che mai
mai vi giocai P
». « E che vi
giocarrai adesso.^ ».
« E che
non voglio? » « E
che vorrai ?
» In conclusione,
comincio io a
pagarlo co le
calcagne, ideste a
correre; ed ecco
quel porco chepoco
fa diceva che
non volea giocare,
e giurò che
non volea giocare,
e giocò lui,
e giocorno dui
altri suoi guattari:
di sorte che,
per un pezzo
correndomi a presso
mi arrivorno e
giunsero... co le
voci. Poi, ti
giuro, per la
tremenda piaga di S. Rocco,
che né io
l'ho più uditi,
né essi mi
hanno più visto.
CASTIGO E BEFFE
— PLAUDITE Barra,
Marca, Corcovizzo, Manfurio,
Sanguino, ASCANIO. (')
Bar. Quell'altro è
ispedito. Che vogliam
far di costui,
del domino Magister
? Sang. Questo
porta sue colpa
su la fronte
non vedi c'hè
stravestito? non vedi
che quel mantello
è stato rubbato
a Tiburolo? Non
l'hai visto che
fugge la corte?
Marc. E vero;
ma apporta certe
cause verisimile. Bar.
Per ciò non
deve dubitare d'andar
priggione. Manf. Verum;
ma cascarrò in
derisione app>o miei
scolastici e di
altri per i
casi che me
si sono aventati
al dorso. Sang.
Intendete quel che
vuol dir costui?
Corc. Non l'intenderebbe Sansone.
Sang. Or su,
per abbreviarla, vedi,
Magister, a che
cosa ti vuoi
resolvere: si volete
voi venir piggione,
over donar la
bona mano alla
compagnia di que'
scudi che ti
son ri- masti dentro
la giornea, perchè,
come dici, il
mariolo ti tolse
sol quelli ch'avevi
in mano per
cambiarli. Mane. Minime,
io non ho
altrimente veruno. Quelli
che avevo, tutti
mi furon tolti,
ita, mehercle, per
lovem, per Altitonantem,
vos sidera testar.
(1) Candelaio, Atto
V. Scene XXV,
XXVI. V.-VI. -
Castigo e beffe
- Plaudite 33
Sang. Intendi quel
che ti dico.
Si non voi
provar il stretto
della Vicaria, e
non hai moneta,
fa' elezione d
una de le
altre due: o
prendi diece spalmate
con questo ferro
di correggia che
vedi, o ver
a brache calate
arrai un cavallo
de cmquanta staffilate:
che per ogni
modo tu non
ti par- tirrai
da noi, senza
penitenza di tui
falli. Manf. «
Duobus propositis malis
minus est tolerandum,
sìcut duobus propositis
bonis melius est
eligendum »: dicit
Peripateticorum princeps, Asc. Maestro,
parlate che siate
inteso, perchè queste
son gente sospette.
Bar. Può esser
che dica bene
costui, allor che
non vuol esser
inteso? Manf. Nil
mali vobis imprecar:
io non vi
impreco male. Sang.
Pregatene ben quanto
volete, che da
noi non sarrete
essaudito. CoRC. Elegetevi
presto quel che
vi piace, o
vi legar- remo
meglio e vi
menarremo. Manf. Minus
pudendum erit palma
feriri, quam quod
congerant in veteres
flagella nates: id non
puerile est. Sang.
Che dite voi?
che dite, in
vostra mal'ora? Manf.
Vi offro la
palma. Sang. Tocca
Uà, Corcovizzo, da'
fermo. CoRC. Io
do. Taf, una.
Manf. Oimmè, lesus,
of! Coro. Apri
bene l'altra mano.
Taf, e due.
Manf. Of, of,
lesus Maria. CoRC.
Stendi ben la
mano, ti dico;
tienla dritta cossi.
Taff, e tre.
Manf. Oi oi,
oimmè, uf, of
of of, per
amor della Pas-
sion del nostro
Signor Jesus. Potius
fatemi alzar a cavallo perchè
tanto dolor suffrir
non posso nelle
mani. Sang. Orsù,
dunque. Barra, prendilo
su le spalli;
tu. Marca, tienlo
fermo per i
piedi, che non
si possa movere;
tu, Corcovizzo, spuntagli
le brache e
tienle calate ben
bene, a basso;
e lasciatelo strigliar
a me; e
tu. Maestro, conta
le staffilate, ad una ad
una, ch'io t'intenda,
e guarda 34
Parte pritra ben.
che si farrai
errore nel contare,
che sarrà bisogno
di ricominciare; voi,
Ascanio, vedete e
giudicate. Mar. Tutto
sta bene. Cominciatelo
a spolverare, e
guardatevi di far
male a i
drappi che non
han colpa. Sang.
Al nome di
Santa Scoppettella, conta:
toff. Manf. Tof,
una; tof, oh
tre; tof, oh
oi, quattro; toff,
cime, oimè...; tof,
oi, oimè...; tof,
oh, per amor
de Dio, sette!
Sang. Cominciamo da
principio, un'altra volta.
Ve- dete si dopo
quattro son sette.
Dovevi dir cinque.
Manf. Oimè, che
farro ioP erano
in rei ventate
sette. Sang. Dovevi
contarle ad una
ad una. Or
su, via di
novo: toff. Manf.
Toff, una; toff,
una; toff, oimè,
due; toff, toff,
toff, tre, quattro;
toff, toff, cinque,
oimè; toff, toff,
sei. 0 per
l'onor di Dio,
toff non piìj,
toff, toff, non
più, che vogliamo,
toff, toff, veder
nella giornea, toff,
che vi saran
alquanti scudi. Sang.
Bisogna contar da
capo, che ne
ha lasciate molte,
che non ha
contate. Bar.
Perdonategli, di grazia,
signor Capitano, perchè
vuol far quell'altra
elezione di pagar
la strana. Sang.
Lui non ha
nulla. Manf. Ita,
ita, che adesso
mi ricordo aver
più di quattro
scudi. Sang. Ponetelo
abasso, dunque, vedete
che cosa vi
è dentro la
giornea. Bar. Sangue
di..., che vi
sono più di sette de
scudi, Sang. Alzatelo,
alzatelo di bel
novo a cavallo:
per la mentita
ch'ha detta, e
falsi giuramenti ch'ha
fatti, bisogna contarle,
fargli contar settanta.
Manf. Misericordia! prendetevi
gli scudi, la
giornea, e tutto
quanto quel che
volete, dimittam vobis.
Sang. Or su,
pigliate quel che
vi dona, e
quel mantello ancora
che è giusto
che sii restituito
al povero padrone.
Andiamone noi tutti:
bona notte a
voi, Ascanio mio.
Asc. Bona notte
e mille bon'anni
a V. S.,
signor Capi- tani©, e
buon prò faccia
al Maestro. V.-VI.
- Castigo e
beffe - Plaudite
35 Manfurio, Ascanio.
Manf. Ecquis erit
modus. Asc. Olà,
mastro Manfurio, mastro
Manfurio. Mane, Chi è, chi
mi conosce? chi
in questo abito
e fortuna mi
distmgue? chi per
nome mio proprio
m'ap- pella ? Asc.
Non ti curar
di questo, che
t'importa poco o
nulla: apri gli
occhi, e guarda
dove sei, mira
ove ti trovi.
Mane. Quo melius
videam, per corroborar
l'intuito e fìrm.ar
l'acto della potenza
visiva, acciò l'acie
de la pupilla
più efficacemente per
la linea visuale,
emittendo il radio
a l'obiecto visibile,
venghi ad introdur
la specie di
quello nel senso
interiore, idesi, mediante
il senso comone,
col- locarla nelle cellula
de la fantastica
facultade, voglio appli-
carmi gli oculari al
naso. — Oh,
veggio di molti
specta- tori la
corona. Asc. Non
vi par esser
entro una comedia?
Mane. Ita sane.
Asc. Non credete
d'esser in scena?
Mane. Omni procul
duhio, Asc. A
che termine vorreste
che fusse la
com.edia? Mane. In
calce, in fine:
ncque enim et
ego risu ilia
tendo. Asc. Or
dunque, fate e
donate il Plaudite.
Mane. Quam male
possum plaudere, Tentatus
pacientia, Nam plausus
per me factus
est lam dudum
miserabilis. Et natibus
et manibus Et
aureorum sonitu. Amen. AVVENTURE LONDINESI
Saulino. Che cosa me
dici, Sofìa? Dunque
li Dei prendeno
qualche volta Aristotele
in mano? Studiano
verbigrazia negli filosofi
P Sofia. Non
ti dirò di
vantaggio di quel
ch'è su la
Pippa, la Nanna,
l'Antonia, il Burchiello,
l'Ancroia, e un
altro libro, che
non si sa,
ma è in
questione, s'è di
Ovidio o Virgilio,
e io non
me ne ricordo
il nome, e
altri simili. Saul.
E pur adesso
trattano cose tanto
gravi e seriose?
SoF. E ti
par, che quelle
non son seriose?
Non son gravi?
Se tu fussi
più filosofo, dico
più accorto, crede-
resti che non è
lezione, non è
libro, che non
sia essami- nato
da' dei, e
che, se non
è a fatto
senza sale, non
sia maneggiato da
dei; e che,
se non è
tutto balordesco, non
sia approvato e
messo con le
catene nella biblioteca
commune; perchè piglian
piacere nella moltiforme
re- presentazione di
tutte cose e
frutti multiformi de
tutti ingegni, perchè
loro si compiaceno
in tutte le
cose che sono,
e tutte le
representazioni che si
fanno, non meno
che essi hanno
cura che sieno,
e donano ordine
e per- missione che
si facciano. E
pensa ch'il giudicio
degli Dei è
altro, che il
nostro commune, e
non tutto quello
che è peccato
a noi e
secondo noi, è
peccato a essi
e secondo essi.
Quei libri certo
cossi, come le
teologie, non denno
esser communi agli
uomini ignoranti, che
medesimi sono scelerati;
perchè ne riceveno
mala instituzione. oribd.
VII. - La
biblioteca degli Dei
119 Saul. Or
non son libri
fatti da uomini
di mala fama,
disonesti e dissoluti,
e forse a
mal fine? SoF.
E vero; ma
non sono senza
la sua mstituzione
e frutti della
cognizione de chi
scrive, come scrive,
perchè e onde
scrive, di che
parla, come ne
parla, come s'in-
ganna lui, come gli
altri s'ingannano di
lui, come si
de- cima, e come
s'inclina a uno
affetto virtuoso e
vizioso, come si
muove il riso,
il fastidio, il
piacere, la nausea;
ed in tutto
è sapienza e
providenza, e in
ogni cosa è
ogni cosa, e
massime è l'uno
dove è l'altro
contrario, e questo
massime si cava
da quello. Saul.
Or torniamo al
proposito, donde ne
ha diver- titi il
nome d'Aristotele e
la fama de
la Pippa. Bruno,
In tristitia hilariz,
etc. 10. LA FORTUNA
0 sant* asinità, sant* ignoranza. Santa
stolticia e pia
divozione, Qual sola
puoi far Vanirne
sì buone, CWuman
ingegno e studio
non F avanza; Non
gionge faticosa vigilanza
D'arte, qualunque sia,
o 'nvenzione, Né
de sofossi contemplazione Al
del, dove t'edifichi
la stanza. Che
vi vai, curiosi,
il studiare. Voler
saper quel che fa la
natura, Se gli
astri son pur
terra, fuoco e
mare? La santa
asinità di ciò
non cura; Ma con
man gionte e
'n ginocchion vuol
stare. Aspettando da Dio la
sua ventura. Nessuna
cosa dura. Eccetto
il frutto de
l'eterna requie. La
qual ne done
Dio dopo Fessequie.
(1) Dalla Cabala
del Cavallo Pegaseo,
154 Parte terza
A L'ASINO CILLENICO
Oh beato quel
venir e le
mammelle. Che t'ha
portato, e n
terra ti lattare,
Animalaccio divo, al
mondo caro. Che
qua fai residenza
e tra le
stelle! Mai più
preman tuo dorso
basti e selle,
E contril mondo
ingrato e del
avaro Ti faccia
sort'e natura riparo
Con sì felice
ingegno e buona
pelle. Mostra la
testa tua buon
naturale. Come le
nari quel giudicio
sodo. L'orecchie lunghe
un udito regale.
Le dense labbra
di gran gusto
il modo, Da
far invidia a'
dei quel genitale;
Cervice tal la
costanza, ch'io lodo.
Sol lodandoti godo:
Ma, lasso, cercan
tue condizioni Non un sonetto,
ma mille sermoni.
DISSERTAZIONI SOPRA L'ASINITÀ'" Oimè,
auditor mio, che
senza focoso suspiro,
lubrico pianto e
tragica querela, con
l'affetto, con gli
occhi e le
raggioni non può
rammentar il mio
ingegno, intonar la
voce e dechiarar
gli argumenti, quanto
sia fallace il
senso, turbido il
pensiero ed imperito
il giudicio, che
con atto di
perversa, iniqua e
pregiudiciosa sentenza non
vede, non considera,
non definisce secondo
il debito di
natura, verità di ragglone
e diritto di
giustizia circa la
pura bon- tade,
regia sinceritade e
magnifica maestade della
santa ignoranza, dotta
pecoragme, e divina
asinitade! Lasso! a
quanto gran torto
da alcuni è
sì fieramente essagitata
quest'eccellenza celeste tra
gli uomini viventi,
contro la quale
altri con larghe
narici si fan
censori, altri con
aperte sanne si
fan mordaci, altri
con comici cachini
si rendono beffeggiatori. Mentre
ovunque spreggiano, burlano
e vi- lipendeno
qualche cosa, non
gli odi dir
altro che: Costui,
è un asino,
quest azione è
asinesca, questa è
una asini- tade; —
stante che ciò
absolutamente convegna dire
dove son più
maturi discorsi, più
saldi proponimenti e
più trutinate sentenze.
Lasso! perchè con
ramarico del mio
core, cordoglio del
spirito e aggravio
de l'alma mi
si presenta agli
occhi questa imperita,
stolta e profana
moltitudine, che sì
falsamente pensa, sì
mordacemente parla, sì
temerariamente scrive per
parturir que' scelerati
(1) Cabala del
Cavallo Pegaseo. —
Declamazione al studioso,
divoto e pio
lettore. 156 Parte
terza discorsi de'
tanti monumenti, che
vanno per le
stampe, per le
librarle, per tutto,
oltre gli espressi
ludibrli, dlspreg- gi e biasimi:
l'asmo d'oro, le
lodi de l'asmo,
l'encomio de l'asino;
dove non si
pensa altro che
con ironiche sentenze
prendere la gloriosa
asinitade in gioco,
spasso e scherno?
Or, chi terrà
il mondo, che
non pensi ch'io
faccia il si-
mile? Chi potrà donar
freno alle lingue,
che non met-
tano nel medesimo predicamento,
come colui che
corre appo gli
vestigli degli altri,
che circa cotal
suggetto demo- criteggiano?
Chi potrà contenerli,
che non credano,
af- fermino e confermino,
che io non
intendo vera- e
serio- samente lodar
l'asino e asinitade,
ma piuttosto procuro
di aggionger oglio
a quella lucerna,
la quale è
stata dagli altri
accesa? Ma, o
miei protervi e
temerarli glodlcl, o
neghittosi e ribaldi
calunniatori, o foschi
e appassionati detrattori,
fermate il passo,
voltate gli oc
hi, prendete la
mira; vedete, penetrate,
considerate se gli
concetti sem- plici, le
sentenze enunciative e
gli discorsi sillogistici,
ch'apporto in favor
di questo sacro,
impolluto e sarìto
ani- male, son puri,
veri e demostratlvi,
o pur son
fìnti, im- possibili ed
apparenti. Se le
vedrete in effetto
fondati su le
basi de fondamenti
fortissimi, se son
belli, se son
buoni; non le
schivate, non le
fuggite, non le
rigettate; ma accettatele,
seguitele, abbracciatele, e
non siate oltre
legati dalla consuetudine
del credere, vinti
dalla suffi- cienza del
pensare, e guidati
dalla vanità del
dire, se altro
vi mostra la
luce de l'intelletto,
altro la voce
della dot- trina intona
ed altro l'atto
de l'esperienza conferma.__
L'asino ideale e
cabalistico, che ne
vien proposto nel
corpo de le
Sacre Lettere, che
credete voi che
sia? Che pensate
voi essere il
cavallo pegaseo, che
vien trattato in
figura degli poetici
fìgmenti? De l'asino
cillenico degno d'esser
messo in croceis
nelle più onorate
academie che v'imaginate?
Or, lasciando il
pensier del secondo
e terzo da
canto, e dando
sul campo del
primo, platonico pari-
mente e teologale, voglio
che conosciate che
non manca testimonio
dalle divine ed
umane lettere, dettate
da sacri e
profani dottori, che
parlano con l'ombra
de scienze e
III. -- Dissertazioni
sopra l'asinità 157
lume della fede.
Saprà, dico, ch'io
non mentisco colui
ch'è anco mediocremente
perito in queste
dottrine, quan- do avien
ch'io dica l'asino
ideale esser principio
prodot- tivo, formativo
e perfettivo sopranaturalmente della specie
asinina; la quale,
quantunque nel capacissimo
seno della natura
si vede ed
è dall'altre specie
distinta, e nelle
menti seconde è
messa in numero,
e con diverso
concetto ap- presa, e
non quel medesimo,
con cui l'altre
forme s'ap- prendeno;
nulla di meno
(quel ch'importa tutto)
nella prima mente
è medesima che
la idea de
la specie umana,
medesima, che la
specie de la
terra, della luna,
del sole, medesima
che la specie
dell'intelligenze, degli demoni,
degli dei, degli
mondi, de l'universo;
anzi è quella
specie, da cui
non solamente gli
asini, ma e gli uomini,
e le stelle
e gli mondi,
e gli mondani
animali tutti han
dependenza: quella dico,
nella quale non
è differenza di
forma e sug-
getto, di cosa
e cosa; ma è semplicissima
ed una. Vedete,
vedete, dunque, d'onde
derive la caggione,
che, senza biasimo
alcuno il santo
de' santi, or
è nominato, non
solamente leone, monocorno,
rinoceronte, vento, tempesta,
aquila, pellicano, ma
e non uomo,
opprobrio degli uomini,
abiezion di plebe,
pecora, agnello, verme,
similitudine di colpa,
sin ad esser
detto peccato e
peggio. Considerate il
principio della causa,
per cui gli
cristiani e giudei
non s'adirano, ma
più tosto con
glorioso trionfo si
congratu- lano insieme, quando
con le metaforiche
allusioni nella Santa
Scrittura son figurati
per titoli e
definizioni asini, son
appellati asini, son
definiti per asini:
di sorte che,
dovunque si tratta
di quel benedetto
animale, per moralità
di lettera, allegoria
di senso, ed
anagogia di proposito,
s'intende l'uomo giusto,
l'uomo santo, l'uomo
de Dio. Pregate,
pregate Dio, o
carissimi, se non
siete ancora asini,
che vi faccia
dovenir asini. Vogliate
solamente; perchè certo
certo, facilissimamente vi
sarà conceduta la
grazia: perchè, benché
naturalmente siate asini,
e la di-
sciplina commune non sia
altro che una
asinitade, dovete avertire
e considerar molto
bene se siate
asini secondo Dio;
158 Parte terza
dico, se siate
quei sfortunati, che
nmagnono legati avanti
la porta, o
pur quegli altri
felici, li quali
entran dentro. Ricordatevi,
o fìdeli, che
gli nostri primi
parenti a quel
tempo piacquero a
Dio, ed erano
in sua grazia,
in sua sal-
vaguardia, contenti nel terrestre
paradiso nel quale
erano asini, cioè
semplici ed ignoranti
del bene e
male; quando posseano
esser titillati dal
desiderio di sapere
bene e male;
e per consequenza
non ne posseano
aver notizia alcuna;
quando possean credere
una buggia, che
gli venesse detta
dal serpente; quando
se gli possea
donar ad intender
sin a questo:
che, benché Dio
avesse detto che
morrebono, né potesse
essere il contrario,
in cotal disposizione
erano grati, erano
accetti, fuor d'ogni
dolor, cura e
molestia. Sovvegnavi ancora
ch'amò Dio il
popolo ebreo, quando
era afflitto, servo,
vile, oppresso, ignorante,
onerario, portator de'
còfìni, somarro, che
non gli possea
mancar altro, che
la coda ad
esser asino naturale
sotto il dominio
de l'Egitto: allora
fu detto da
Dio suo popolo,
sua gente, sua
scelta generazione. Perverso,
scelerato, reprobo, adul-
tero, fu detto quando
fu sotto le
discipline, le dignitadi, le
grandezze e similitudine
degli altri popoli
e regni ono-
rati secondo il mondo.
Non è chi
non loda l'età
de l'oro, quando
gli uomini erano
asini, non sapean
lavorar la terra,
non sapean l'un
dominar a l'altro,
intender più de
l'altro, avean per
tetto gli antri
e le caverne,
si donavano a
dosso come fan
le bestie, non
eran tante coperte
e gelosie e
con- dimenti de libidine
e gola; ogni
cosa era commune,
il pasto eran
le poma, le
castagne, le ghiande
in quella forma
che son prodotte
dalla madre natura.
Non é chi
non sap- pia qualmente
non solamente nella
specie umana, ma
e in tutti
gli geni d'animali
la madre ama
più, accarezza più
mantien contento più
e ocioso, senza
sollecitudine e fa-
tica, abbraccia, bacia, stringe,
custodisce il figlio
minore, come quello
che non sa
male e bene,
ha dell'agnello, ha
de la bestia;
é un asino,
non sa cossi
parlare, non può
tanto discorrere; e
come gli va
crescendo il senno
e la prudenza,
sempre a mano a mano
se gli va
scemando III. -
Dissertazioni sopra l'asinità
1 59 ramore, la
cura, la pia
affezione, che gli
vien portata dagli
suoi parenti. Non
è nemico, che
non compatisca, abblan-
disca, favorisca a
quella età, a
quella persona, che
non ha del
virile, non ha
del demonio, non
ha de l'uomo,
non ha del
maschio, non ha de l'accorto,
non ha del
barbuto, non ha
del sodo, non
ha del maturo.
Però, quando si
vuol mover Dio
a pietà e
comiserazione il suo
Signore, disse quel
profeta: Ah, ah
ah. Domine, quia
nescio loqui; dove,
col ragghiare e
sentenza, mostra esser
asino. E in
un altro luogo
dice: Quia puer
sum. Però, quando
si brama la
remission della colpa,
molte volte si
presenta la causa
nelli divini libri,
con dire: Quia
stulte egimus, stulte
ege- runt, quia
nesciunt quidfaciant, ignoramus,
non intellexerunt . Quando
si vuol impetrar
da lui maggior
favore, ed acquistar
tra gli uomini
maggior fede, grazia
ed autorità si
dice in un
loco, che li
apostoli eran stimati
imbreachi; in un
altro loco, che
non sapean quel
che dicevano; perchè
non erano essi
che parlavano: ed
un de' più
eccellenti , per mostrar
quanto avesse del
semplice, disse, che
era stato rapito
al terzo cielo,
uditi arcani ineffabili,
e che non
sapea s'era morto
o vivo, s'era
in corpo o fuor di
quello. Un altro
disse, che vedeva
gli cieli aperti,
e tanti e
tanti altri propositi,
che tegnono gli
diletti de Dio,
alli quali è
revelato quello che
è occolto a
la sapienza umana ,
ed è asinità
esquisita agli occhi
del discorso razionale:
perchè queste pazzie,
asinitadi e bestialitadi
son sapienze, atti
eroici e intelligenze
appresso il nostro
Dio; il qual
chiama li suoi
pulcini, il suo
gregge, le sue
pecore, li suoi
parvuli, li suoi
stolti, il suo
pulledro, la sua
asina que' tali,
che li credeno,
l'amano, il sieguono.
Non è, non
è, dico, meglior
specchio messo avanti
gli occhi umani
che l'asinitade e
asino; il qual
più esplicatamente secondo
tutti gli numeri
dimostre qual essere
debba colui, che
faticandosi nella vigna
del Signore, deve
aspettar la retribuzion
dei danaio diurno,
il gusto della
beatifica cena, il
riposo che siegue
il corso di
questa transitoria vita.
Non è conformità
megliore, o simile,
che ne amene,
guide e conduca
160 Parte terza
alla salute eterna
più attamente, che
far possa questa
vera sapienza approvata
dalla divina voce:
come, per il
contrario, non è
cosa, che ne
faccia più efficaceme-
mente impiombar al
centro ed al
baratro tartareo, che le filosofiche
e razionali contemplazioni, quali
nascono dagli sensi,
crescono nella facultà
discorsiva e si
maturano nel- l'intelletto umano. Forzatevi,
forzatevi dunque ad
esser asini, o
voi, che siete
uomini. E voi,
che siete già
asini, studiate, procurate,
adattatevi a proceder
sempre da bene
m meglio, a
fin che perveniate
a quel termine,
a quella dignità,
la quale, non
per scienze e
opre, quantunque grandi,
ma per fede
s'acquista; non per
ignoranza e misfatti,
quantunque enormi ma
per la incredulità
(come dicono, secondo
l'Apostolo) si perde.
Se cossi vi
dispor- rete, se tali
sarete e talmente
vi governarete, vi
trovarete scritti nel
libro de la
vita, impetrarete la
grazia in questa
militante, ed otterrete
la gloria in
quella trionfante eccle-
sia, nella quale vive
e regna Dio
per tutti secoli
de' secoli. Cossi
sia ! *
(]) Sebasto. è
il peggio, che
diranno che metti
avanti metaffore, narri
favole, raggioni in
parabola, intessi enigmi,
accozzi similitudini, tratti
misterii, mastichi tropologie. SauliNO.
Ma io dico
la cosa a punto come
la passa; e
come la è
propriamente, la metto
avanti gli occhi.
CoRlBANTE. Id est,
sine fuco, plane,candi
de; ma vorrei
che fusse cossi,
come dite, da
dovero. Saul. Cossi
piacesse alli dei,
che fessi tu
altro che fuco
con questa tua
gestuazione, toga, barba
e supercilio: come,
anco quanto a
l'ingegno, candide, piane et sine
fuco, mostri agli
occhi nostri la
idea della pedantaria.
Cor. Hactenus haec?
Tanto che Sofia
loco per loco,
sedia per sedia
vi condusse? Saul.
Sì. (I) Cabala
del Cavallo Pegaseo.
EMalogo primo —
Sono interlocutori Se-
BASTO, Sauuno, Coribante.
III.- Dissertazioni sopra
l'asinità 161 Seb.
Occórrevi de dir
altro circa la
previsione di que-
ste sedie? Saul. Non
per ora, se
voi non siete
pronto a donarmi
occasione di chiarirvi
de più punti
circa esse col
diman- darmi e destarmi
la memoria, la
quale non può
avermi suggerito la
terza parte de'
notabili propositi degni
di considerazione. Seb.
Io, a dir
il vero, rimagno
sì suspeso dal
desio de saper
qual cosa sia
quella ch'il gran
padre degli dei
ha fatto succedere
in quelle due
sedie, l'una Boreale
e l'altra Australe,
che m'ha parso
il tempo de
mill'anni per veder
il fine del
vostro filo, quantunque
curioso, utile e
degno: perchè quel
proposito tanto più mi vien
a spronar il
desio d'esserne fatto
capace, quanto voi
più l'avete differito
a far o
udire. Cor. Spes
efenim dilata affligit
animum, vel animam,
ut melius dicam;
haec enim mage
significat naturam passibilem.
Saul. Bene. Dunque,
perchè non più
vi tormentiate su
l'aspettar della risoluzione
sappiate che nella
sedia pros- sima immediata e
gionta al luogo,
dove ere l'Orsa minore,
e nel quale
sapete essere exaitata
la Veritade, essendone
t olta via
l'Orsa maggiore nella
forma ch'avete inteso,
per previdenza del
prefato consiglio vi ha succeduto
l'Asi- nità in abstratto:
e là, dove
ancora vedete in
fantasia il fiume
Eridano, piace agli
medesimi che vi
si trove l'Asi-
nità in concreto, a
fine che da
tutte tre le
celesti reggioni possiamo
contemplare l'Asinità, la
quale in due
facelle era come
occolta nella vie
de' pianeti, dov'è
la coccia del
Cancro. Cor. Procul,
o procal, este,
profanil Questo è
un sacri- legio, un
profanismo, di voler
fingere (poscia che
non è possibile
che cossi sie
in fatto) vicino
a l'onorata ed
emi- nente sedia de
la Verità essere
l'idea di sì
immonda e vi-
t uperosa specie,
la quale è
stata dagli sapienti
Egizii negli lor
geroglifici presa per
tipo de l'ignoranza.
Saul. Alla contemplazione de
la verità altri
si promuo- veno
per via di
dottrina e cognizione
razionale, per forza
162 Parte terza
de rintelletto agente,
che s'intrude nell'animo,
exci- tandovi il lume
interiore. E questi
son rari; onde
dice il poeta:
Fauci, quos ardens
evexit ad aethera
virtus. Altri per
via d'ignoranza vi
si voltano e
forzansi di per-
venirvi. E di questi
alcuni sono affetti
di quella, che
è detta ignoranza
di semplice negazione:
e costoro né
sanno, né presumeno
di sapere; altri
di quella, che
é detta igno-
ranza di prava disposizione;
e tali, quanto
men sanno e
sono imbibiti de
false informazioni, tanto
più pensano di
sapere: quali, per
informarsi del vero,
richiedeno doppia fatica,
cioè de dismettere
l'uno abito contrario,
e di ap-
prender l'altro. Altri di
quella, ch'è celebrata
come divina acquisizione;
e in questa
son color, che,
né dicendo, né
pensando di sapere,
ed oltre essendo
creduti da altri
igno- rantissimi, son veramente
dotti, per ridursi
a quella glorio-
sissima asinitade e pazzia.
E di questi
alcuni sono naturali,
come quei che
caminano con il
lume suo razionale,
con CUI negano
col lume del
senso e della
raggione ogni lume
di raggione e
senso; alcuni altri
caminano, o per
dir meglio, si
fanno guidare con
la lanterna della
fede, cattivando l'in-
telletto a colui, che
gli monta sopra,
ed a sua
bella posta l'addirizza
e guida. E
questi veramente son
quelli, che non
possono essi errare,
perchè non caminano
col proprio fal-
lace intendimento, ma con
infallibil lume di
superna in- telligenza. Questi, questi
son veramente atti
e predestinati per
arrivare alla Jerusalem
della beatitudine e
vision aperta della
verità divina: perchè
gli sopramonta quello,
senza il qual
sopramontante non è
chi condurvesi vaglia.
Seb. Or ecco
come si distingueno
le specie dell'igno-
ranza e asinitade, e come vegno
a mano a
mano a conde-
scendere per concedere
l'asinitade essere una
virtù necessa- ria e
divina, senza la
quale sarrebe perso
il mondo, e
per la quale
il mondo tutto
è salvo. Saul.
Odi a questo
proposito un principio
per un'altra più
particular distinzione. Quello
ch'unisce l'intelletto nostro,
il qual é
nella sofia, alla
verità, la quale
è l'oggetto III.
- Dissertazioni sopra
l'asinità 163 intelligibile, è
una specie d'ignoranza,
secondo gli caba-
listi e certi mistici
teologi; un'altra specie,
secondo gli pirroniani,
efettici ed altri
simili; un'altra, secondo
teo- logi cristiani; tra'
quali il Tarsense
la viene tanto
più a magnificare,
quanto a giudizio
di tutt'il mondo
è passata per
maggior pazzia. Per
la prima specie
sempre si niega;
onde vien detta
ignoranza negativa, che
mai ardisce affir-
mare. Per la
seconda specie sempre
si dubita, e
mai ardisce determinare
o definire. Per la terza
specie gli principii
tutti s'hanno per
conosciuti, approvati e
con certo argu-
mento manifesti, senza
ogni demostrazione e
apparenza. La prima
è denotata per
l'asino pullo, fugace
ed erra- bondo; la
seconda per un'asina,
che sta fitta
tra due vie,
dal mezzo di
quali mai si
parte, non possendosi
risolvere per quale
delle due più
tosto debba muovere
i passi; la
terza per l'asina
con il suo
pulledro, che portano
su la schena
il redentor del
mondo: dove Tasina,
secondo che gli
sacri dottori insegnano,
è tipo del
popolo giudaico, e
il pullo del
popolo gentile, che,
come figlia ecclesia,
è parturito dalla
madre sinagoga; appartenendo
cossi questi come
quelli alla medesima
generazione, procedente dal
padre de' credenti
Abraamo. Queste tre
specie d'igno- ranza, come
tre rami, si
riducono ad un
stipe, nel quale
da l'archetipo influisce
l'asinità, e che
è fermo e
piantato su le
radici delli dieci
sephiroth. Cor. 0
bel senso! Queste
non sono retoriche
persua- sioni, ne elenchici
sofismi, né topiche
probabilltadi, ma apodictiche
demostrazioni; per le
quali l'asino non
è sì vile
animale, come comunmente
si crede, ma
di tanto più
eroica e divina
condizione. Seb. Non
è d'uopo ch'oltre
t'affatichi, o Saulino,
per venir a
conchiudere quel tanto,
che io dimandavo
che da te
mi fusse definito:
sì perchè avete
sodisfatto a Coribante,
sì anco perchè
da li posti
mezzi termini ad
ogni buono intenditore
può esser facilmente
sodisfatto. Ma, di
grazia, fatemi ora
intendere le raggioni
della sapienza, che
consi- ste nell'ignoranza ed
asinitade iuxta il
secondo modo: cioè,
con qual raggione
siano partecipi dell'asinità
gli pirro- 164
Parte terza nianì,
efettici et altri
academici filosofi; perchè
non dubito della
prima e terza
specie, che medesime
sono altissime e
remotissime da' sensi,
e chiarissime, di
sorte che non
è occhio, che
non le possa
conoscere. Saul. Presto
verrò al proposito
della vostra dimanda:
ma voglio che
prima notiate il
primo e terzo
modo di stoltizia
e asinitade concorrere
in certa maniera
in uno ;
e però medesimamente
pendeno da principio
incompren- sibile ed ineffabile,
a constituir quella
cognizione, ch'è di- sciplina delle discipline,
dottrina delle dottrine
e arte de
le arti. Della
quale voglio dirvi,
in che maniera
con poco o
nullo studio e
senza fatica alcuna
ognun, che vuole
e volse, ne
ha possuto e
può esser capace.
Veddero e considerorn
o que' santi
dottori e rabini
illuminati, che gli
superbi e pre-
sumptuosi sapienti del
mondo, quali ebbero
fiducia nel proprio
ingegno, e con
temeraria e gonfia
presunzione hanno avuto
ardire d'alzarsi alla
scienza de' secreti
divini e que'
penetrali della deitade,
non altrimente che
coloro , ch'edificaro la
torre di Babelle,
son stati confusi
e messi in
dispersione, avendosi essi
medesimi serrato il
passo, onde meno f
ussero abili alla
sapienza divina e
visione della veritade
eterna. Che fero?
Qual partito presero?
Fermaro i passi,
piegar© o dismesero
le braccia, chiusero
gli occhi, bandirò
ogni propria attenzione
e studio, riprovar©
qual- sivoglia uman pensiero,
rmiegaro ogni sentimento
natu- rale; e, in
fine, si tennero
asini. E quei,
che non erano,
si trasformar© in
questo animale: alzar©,
disteser©, acumi- nar©, ingr©ssar© e
magnific©rno l'orecchie; e
tutte le po-
tenze de l'anima rip©rt©rno
e unir© nell'udire,
c©n asc©l- tare
s©lamente e credere:
c©me quell©, di
cui si dice:
In auditu auris
obedivit mihi. Là,
c©ncentrand©si e cattivan-
d©si la vegetativa,
sensitiva e intellettiva
facultade, hann© inceppate
le cinque dita
in un'unghia, perchè
non potes- sero, come
l'Adamo, stender le
mani ad apprendere
il frutto vietato
dall'arbore della scienza,
per cui venessero
ad essere privi
de' frutti de
rarb©re della vita,
© c©me Pr©mete©
(che è metaf©ra
di medesim© pr©p©sit©)
sten- der le mani a suffurar
il fu©co di
Gi©ve, per accendere
III. - Dissertazioni
sopra l'asinità 165
il lume della
potenza razionale. Cossi
li nostri divi
asini, privi del
proprio sentimento ed
affetto, vegnono ad
in- tendere non altrimente
che come gli
vien soffiato a
l'o- recchie dalle revelazioni
o degli dei
o de' vicarii
loro; e per
consequenza a governarsi
non secondo altra
legge che di
que' medesimi. Quindi
non si volgono
a destra o
a sinistra, se
non secondo la
lezione e raggione,
che gli dona
il capestro o
freno, che le
tien per la gola, o
per la bocca,
non caminano, se non come
son toccati. Hanno
ingrossate le labbra,
insolidate le mascelle,
incontennuti gli denti,
a fin che,
per duro, spinoso,
aspro e forte
a digerir che
sia il pasto,
che gli vien
posto avante, non
manche d'essere accomodato
al suo palato.
Indi si pa-
scono de' più grossi
e materialacci appositorii,
che altra qualsivoglia
bestia, che si
pasca sul dorso
de la terra;
e tutto ciò
per venire a
quella vilissima bassezza,
per cui fìano
capaci de più
magnifica exaltazione, iuxta
quello: Omnis qui
se humiliat exaltabitur.
Seb. Ma vorrei
intendere, come questa
bestiaccia potrà distinguere
che colui, che
gli monta sopra,
è Dio o
dia- volo, è un
uomo o un'altra
bestia non molto
maggiore o minore,
se la più
certa cosa, ch'egli
deve avere, è
che lui è
un asino e
vuole essere asino,
e non può
far me- glior
vita ed aver
costumi migliori che
di asino, e
non deve aspettar
meglior fine che
di asino, ne
è possibile, congruo
e condigno ch'abbia
altra gloria che
d'asino? Saul. Fidele
colui, che non
permette che siano
tentati sopra quel
che possono: lui
conosce li suoi,
lui tiene e
mantiene gli suoi
per suoi, e non gli
possono esser tolti.
0 santa ignoranza,
o divina pazzia,
o sopraumana asinità!
Quel rapto, profondo
e contemplativo Areopagita,
scri- vendo a Caio,
afferma che la ignoranza è
una perfettis- sima scienza;
come per l'equivalente
volesse dire, che
l'asinità è una
divinità. Il dotto
Agostino, molto ine-
briato di questo divino
nettare, nelli suoi So1i1oquii testifica,
che la ignoranza
più tosto che
la scienza ne
conduce a Dio,
e la scienza
più tosto che
1 ignoranza ne
mette in perdizione.
In figura di
ciò vuole ch'il
reden- 166 Parte
terza tor del
mondo con le
gambe e piedi
degli asini fusse
entrato in Gerusalemme,
significando anagogicamente in
questa militante quello
che si verifica
nella trionfante cit-
tade; come dice
il profeta salmeggiante:
Non in fortitu-
dine equi voluntatem habebit,
neque in tibiis
viri benepla- citum
erit ei. Cor. Supple tu:
Sed in fortitudine
et tibiis asinae
et pulii fila
coniugalis. Saul.
Or, per venire
a mostrarvi come
non è altro
che l'asinità quello
con cui possiamo
tendere ad avvicinarci
a quell'alta specola,
voglio che comprendiate
e sappiate non
esser possibile al
mondo meglior contemplazione che
quella che niega
ogni scienza ed
ogni apprension e
giu- dicio di
vero; di maniera
che la somma
cognizione è certa
stima, che non
si può saper
nulla e non
si sa nulla,
e per consequenza
di conoscersi di non posser esser
altro che asino
e non esser
altro che asino;
allo qual scopo
giunsero gli socratici,
platonici, efettici, pirroniani
ed altri simili,
che non ebbero
le orecchie tanto
piccole, e le
labbra tanto delicate,
e la coda
tanto corta, che
non le potessero
lor medesimi vedere.
S e b.
Priegoti, Saulino, non
procedere oggi ad
altro per confirmazion
e dechiarazion di
questo: perchè assai
per il presente
abbiamo inteso; oltre
che vedi esser tempo
di cena, e
la materia richiede
più lungo discorso.
Per tanto piacciavi
(se così pare
anco al Coribante)
di rive- derci domani
per la elucidazione
di questo proposito;
ed io menarò
meco Onorio, il
quale si ricorda
d'esser stato asino,
e però è
a tutta divozione
pitagorico; oltre che
ha de' grandi
proprii discorsi, con
gli quali forse
ne potrà far
capaci di qualche
proposito IV. METAMFISICOSI one?
Onor. Quella de
l'uomo è medesima
in essenza spe-
cifica e generica con
quella de le
mosche, ostreche ma-
rine e piante, e di qualsivoglia
cosa, che si
trove animata, o
abbia anima: come
non è corpo,
che non abbia
o più o
meno vivace e
perfettamente communicazion di
spirito in se
stesso. Or cotal
spinto, secondo il
fato o provi-
denza, ordine o
fortuna, viene a
giongersi or ad
una spe- cie di
corpo, or ad
un'altra; e, secondo
la raggione della
diversità di complessioni
e membri, viene
ad avere di-
versi gradi e perfezioni
d'ingegno e operazioni.
Là onde quel
spinto o anima,
che era nell'aragna,
e vi avea
quel- l'industria e quelli
artigli e membra
in tal numero,
quan- tità e forma;
medesimo, gionto alla
prolificazione umana, acquista
altra intelligenza, altri
instrumenti, attitudini e
atti. Giongo a
questo che, se
fusse possibile, o in fatto
si trovasse, che
d'un serpente il
capo si formasse
e stor- nasse in
figura d'una testa
umana, e il
busto crescesse in
tanta quantità, quanta
può contenersi nel
periodo di cotal
specie, se gli
allargasse la lingua,
ampiassero le spalli,
se gli ramificassero
le braccia e
mani, e al
luogo, dove è
terminata coda, andassero
ad ingeminarsi le
gambe; intenderebbe, apparirebbe,
spirarebbe, parlarebbe, opra-
rebbe e cammerebbe
non altrimente che
l'uomo; perchè non
sarebbe altro che
uomo. Come, per il contrario,
l'uomo non sarebbe
altro che serpente,
se venisse a
con- traere, come dentro
un ceppo, le
braccia e gambe,
e Tossa tutte
concorressero alla formazion
d'una spina, si
incolubrasse e prendesse
tutte quelle figure
de' membri e
abiti de complessioni.
Allora avrebbe più
o men vivace
170 Parte terza
Ingegno; In luogo
di parlar, sibilarebbe;
in luogo di ca- minare,
serperebbe; in luogo
d'edificarsi palaggio, si
ca- varebbe un
pertuggio; e non
gli converrebe la
stanza, ma la
buca; e come
già era sotto
quelle, ora è
sotto queste membra,
mstrumenti, potenze e
atti; come dal
medesimo artefice, diversamente
inebriato dalla contrazion
di ma- teria, e
da diversi organi
armato, appaiono exercizii
de diverso mgegno,
e pendeno execuzioni
diverse. Quindi possete
capire esser possibile,
che molti animali
possono aver più
ingegno e molto
maggior lume d'intelletto
che l'uomo (come
non è burla
quel che proferì
Mosè del serpe,
che nominò sapientissimo
tra tutte l'altre
bestie de la
terra). V. ARISTOTELE-ASINO E
I SUOI SEGUACI
Onorio. Or essendo
io, come ho
già detto, nella
region celeste in
titolo di cavallo
Pegaseo, mi è
avvenuto per ordine
del fato, che
per la conversione
alle cose inferiori
(causa di certo
affetto, ch'io indi
venevo ad acquistare,
la qual molto
bene vien descritta
dal platonico Plotino)
come inebriato di
nettare, venia bandito
ad esser or
un filosofo, or
un poeta, or un pedante,
lasciando la mia
imagine in cielo;
alla cui sedia
a tempi delle
trasmigra- zioni ritornavo, riportandovi
la memoria delle
specie, le quali
nell'abitazion corporale avevo
acquistate; e quelle
medesime, come in
una biblioteca, lasciavo
là, quando accadeva
ch'io dovesse ritornar
a qualch'altra terrestre
a- bitazione. Delle
quali specie memorabili
le ultime son
quelle, ch'ho cominciate
a imbibire a
tempo della vita
de Filippo macedone,
dopo che fui
ingenerato dal seme
de Nicomaco, come
si crede. Qua,
appresso esser stato
discepolo d'Aristarco, Platone
ed altri, fui
promosso col favor
di mio padre,
ch'era consegliero di
Filippo, ad esser
pedante d'Alexandro Magno;
sotto il quale,
benché erudito molto
bene nelle umanistiche
scienze, nelle quali
ero più illustre
che tutti li
miei predecessori, entrai
m presunzione d'esser
filosofo naturale, come
è ordinario nelli
pedanti d'esser sempre
temerarii e presuntuosi;
e con (1)
Cabala, Dialogo secondo
172 Parte terza
ciò, per esser
estinta la cognizione
della filosofìa, morto
Socrate, bandito Platone,
e altri in
altre maniere dispersi,
rimasi io solo
lusco intra gli
ciechi; e facilmente
possevi aver riputazion
non sol di
retorico, politico, logico,
ma ancora de
filosofo. Cossi, malamente
e scioccamente ri-
portando le opinioni degli
antiqui, e de
maniera tal scon-
cia, che né manco
gli fanciulli e
le insensate vecchie
par- larebono e
intenderebono come io
introduco quelli ga-
lantuomini intendere e parlare,
mi venni ad
intrudere come riformator
di quella disciplina,
della quale io
non avevo notizia
alcuna. Mi dissi
principe de' peripatetici;
insegnai in Atene
nel sottoportico Liceo;
dove, secondo il
lume, e per dir il
vero, secondo le
tenebre, che regna'
vano in me,
intesi e insegnai
perversamente circa la
na- tura de li
principii e sustanza
delle cose, delirai
più che ristessa
delirazione circa l'essenza
de l'anima, nulla
pos- sevi comprendere per
dritto circa la
natura del moto
e de l'universo;
e, in conclusione,
son fatto quello,
per cui la
scienza naturale e
divina è stinta
nel bassissimo della
ruota, come in
tempo degli Caldei
e Pitagorici è
stata in exaltazione.
Seb. Ma pur
ti veggiamo esser
stato tanto tempo
in admirazion del
mondo; e tra
l'altre maraviglie è
trovato un certo
Arabo, ch'ha detto
la natura nella
tua produ- zione aver
fatto l'ultimo sforzo,
per manifestar quanto
più terso, puro,
alto e verace
ingegno potesse stampare;
e generalmente sei
detto demonio della
natura. Onor. Non
sarebbono gli ignoranti
se non fusse
la fede; e
se non la
fusse, non sarebbono
le vicissitudini delle
scienze e virtudi,
bestialitadi ed inerzie,
e altre suc-
cedenze de contrarie impressioni,
come son de
la notte e il giorno,
del fervor de
l'estate e rigor
de l'inverno. Seb.
Or, per venire
a quel ch'appartiene
alla notizia de
l'anima (mettendo per
ora gli altri
propositi da canto)
ho letti e
considerati que' tuoi
tre libri, nelli
quali parli più
balbamente, che possi
mai da altro
balbo essere inteso;
come ben ti
puoi accorgere di
tanti diversi pareri
ed estra- vaganti intenzioni e
questionarii, massime circa
il dislac- V.
— Aristotele -
asino e i
suoi seguaci 173
dar e disimbrogliar
quel che ti
vogli dire in
que* confusi e
leggieri propositi, gli
quali, se pur
ascondono qualche cosa,
non può esser
altro che pedantesca
o peripatetica levitade.
Onor. Non è
maraviglia, fratello; atteso
che non può
in conto alcuno
essere, che essi
loro possano apprendere
il mio intelletto
circa quelle cose,
nelle quali io
non ebbi intelletto;
o che vagliano
trovar construtto o
argumento circa quel
ch'io vi voglia
dire, se io
medesimo non sa-
pevo quel che mi
volesse dire. Qual
differenza credete voi
essere tra costoro
e quei, che
cercano le corna
del gatto, e
gambe de l'anguilla?
Nulla, certo. Della
qual cosa precavendo
ch'altri non s'accorgesse,
ed io con
ciò venesse ad
perdere la riputazion
di protosofosso, volsi
far de maniera,
che chiunque mi
studiasse nella naturai
fi- losofia (nella qual
fui e mi
sentivi a fatto
ignorantissimo), per inconveniente
o confusion che
vi scorgesse, se
non avea qualche
lume d'ingegno, dovesse
pensare e credere
ciò non essere
la mia intenzion
profonda, ma più
tosto quel tanto,
che lui, secondo
la sua capacità,
posseva dagli miei
sensi superficialmente comprendere.
Laonde feci, che
venesse publicata quella
Lettera ad Alexan-
d r o,
dove protestavo gli
libri fisicali esser
messi in luce,
come non messi
in luce. Seb.
e per tanto
voi mi parete
aver isgravata la
vostra conscienza; ed
hanno torto questi
tanti asinoni a
disporsi di lamentarsi
di voi nel
giorno del giudicio,
come di quel
che l'hai ingannati
e sedutti, e
con sofistici apparati
di- vertiti dal camino
di qualche veritade,
che per altri
prin- cipii e
metodi arrebono possuta
racquistarsi. Tu l'hai
pure insegnato quel
tanto ch'a diritto
doveano pensare: che
se tu hai
publicato, come non
publicato, essi, dopo
averti letto, denno
pensare di non
averti letto, come
tu avevi cossi
scritto, come non
avessi scritto: talmente
quei cotali, ch'insegnano
la tua dottrina,
non altrimente denno
essere ascoltati, che
un che parla,
come non parlasse.
E finalmente né
a voi deve
più essere atteso,
che come ad
un che raggiona
e getta sentenza
di quel che
mai intese. 174
Parte terza Onor.
...Slamo dovenutl a
tale, ch'ogni satiro,
fauno, malenconico, embreaco
e Infetto d'atra
bile. In contar
sogni e dir
de pappolate senza
construzione e senso
alcuno, ne vogliono
render suspetti de
profezia grande, de
recondito misterio, de
alti secreti e
arcani divini, da
risuscitar morti, da
pietre filosofali, ed
altre poltronarie da
donar volta a
quei ch'han poco
cervello, a farli
dovenir al tutto
pazzi con giocarsi
il tempo, l'intelletto,
la fama e
la robba, e
spendere sì misera
e ignobilmente il
corso di sua
vita. Seb. La
intese bene un
certo mio amico;
il quale, a-
vendo non so
se un certo
libro de profeta
enigmatico, o d'altro,
dopo avervisi su
lambiccato alquanto dell'umor
del capo con
una grazia e
bella leggiadria andò
e gittarlo nel
cesso, dicendogli: —
Fratello, tu non
vuoi esser in-
teso; IO non ti
voglio intendere; —
e soggiunse, ch'an-
dasse con cento diavoli,
e lo lasciasse
star con fatti
suoi in pace.
Onor. E quel
ch'è degno di
compassione e riso
è, che su
questi editi libelli
e trattati pecoreschi
vedi dovenir attonito
Silvio, Ortensio melanconico,
smagrito Serafino, impallidito
Cammaroto, invecchiato Ambruogio,
impaz- zito Giorgio, abstratto
Reginaldo, gonfio Bonifacio;
ed il molto
reverendo Don Cocchiarone
pien d' in finita
e nobil maraviglia,
sen va per
il largo della
sua sala, dove,
rimosso dal rude
ed ignobil volgo,
se la spas-
seggia; e rimanendo or
quinci, or quindi
de la litteraria
sua toga le
fimbrie, rimanendo or
questo, or quell'altro
piede, rigettando or
vers'il destro, or
vers'il sinistro fi.anco
il petto, con
il texto commento
sotto l'ascella, e
con gesto di
voler buttar quel
pulce, ch'ha tra le due
prime dita, in
terra, con la
rugata fronte cogitabondo,
con erte ciglia
ed occhi arrotondati,
in gesto d'un
uomo fortamente ma-
ravigliato, conchiudendola
con un grave
ed enfatico su-
splro, farà pervenir
a l'orecchio de'
clrconstanti questa sentenza:
Huc usque ahi
philosophi non pervenerunt.
Se si trova
in proposito di
lezion di qualche
libro composto da
qualche energumeno o
inspirato, dove non
è espresso e
donde non si può premere
più sentimento, che
possa V. -
Aristotele - asino
e i suoi
seguaci 175 ritrovarsi
in un spirito
cavallino; allora, per
mostrar di aver
dato sul chiodo,
exclamarà: — 0
magnum mysteriuml Seb.
Ma vorrei saper
da Saulino (che
magnifica tanto l'asmitade,
quanto non può
esser magnificata la
scienza e speculazione,
dottrina e disciplina
alcuna) se l'asinitade
può aver luogo
in altri che
negli asini; come
è dire, se
alcuno da quel
che non era
asino, possa doventar
asino per dottrina
e disciplina. Perchè
bisogna che di
questi quel che
insegna, o quel
che è insegnato,
o cossi l'uno
come l'altro, o
né l'uno né
l'altro, siano asini.
Dico, se sarà
asino quello solo
che insegna, o
quel solo ch'è
inse- gnato, o né
quello né questo,
o questo e
quello insieme. Perchè
qua col medesimo
ordine si può
vedere, che in
nessun modo si
possa inasinire. Dunque,
dell'asinitade non può
essere apprension alcuna,
come non è
de arti e
de scienze. Onor.
Di questo ne
raggionaremo a tavola
dopo cena. Andiamo,
dunque, ch'è ora.
Cor. Propere eamus.
VI. L'ASINO ACCADEMICO
<» L'Asino. Or
perchè derrò lo
abusar de l'alto,
raro e pelegrino
tuo dono, o
folgorante Giove? Perchè
tanto talento, porgiutoml
da te, che
con sì partlcular
occhio me miraste
{indicante fato), sotto
la nera e
tenebrosa terra d'un
ingratissimo silenzio terrò
sepolto? Suffnrò più
a lungo l'esser
sollecitato a dire,
per non far
uscir da la
mia bocca quell'estraordinario ribombo,
che la largita
tua, in questo
confusissimo secolo, nell'interno
mio spi- rito (perchè
si producesse fuora)
ha seminato? Aprisi,
aprisi, dunque, con la chiave
de l'occasione l'asinin
pa- lato, sciolgasi per
l'industria del supposito
la lingua, rac-
colgansi per mano
de l'attenzione, drizzata
dal braccio de
l'intenzione, i frutti
degli arbori e
fiori de l'efbe,
che sono nel
giardino de l'asinina
memoria. Micco. 0
portento insolito, o
prodigio stupendo, o
maraviglia incredibile, o
miracoloso successo! Avertano
gli dii qualche
sciagura! Parla l'asino P
l'asino parla? 0
Muse, o Apolline,
o Ercule, da
cotal testa esceno
voci articulate? Taci,
Micco, forse t'inganni;
forse sotto questa
pelle qualch'uomo stassi
mascherato, per burlarsi
di noi. Asino.
Pensa pur. Micco,
ch'io non sia
sofìstico, ma che
son naturalissimo asino,
che parlo; e
cossi mi ricordo
aver avuti altre
volte umani, come
ora mi vedi
aver be- stiali membri. Micco.
Appresso, o demonio
incarnato, dimandarotti chi,
quale e come
sei. Per ora,
e per la
prima, vorrei sa-
(I) L'Asino cillenico. —
Interlocutori sono l'AsiNO.
Micco PITAGORICO, Mercurio.
VI. - L'asino
accademico 177 per,
che cosa dimandi
da qua? che
augurio ne ameni?
qual ordine porti
dagli Dei? a
che si terminarà
questa scena? a
qual fine hai
messi gli piedi
a partitamente mo-
strarti vocale in questo
nostro sottoportico? Asino.
Per la prima
voglio che sappi,
ch'io cerco di
esser membro e
dichiararmi dottore di
qualche colleggio o
academia, perchè la
mia sufficienza sia
autenticata, a fin
che non siano
attesi gli miei
concetti, e ponderate
le mie parole,
e riputata la
mia dottrina con
minor fede, che
— Micco. 0
Giove! è possibile,
che ab aeterno
abbi gìamai registrato
un fatto, un
successo, un caso
simile a questo?
Asino. Lascia le
maraviglie per ora;
e rispondetemi presto,
o tu, o
uno de questi
altri, che attoniti
concor- reno ad
ascoltarmi. 0 togati,
annulati, pileati, didascali,
archididascali e de
la sapienza eroi
e semidei: volete,
piacevi, ewi a
core d'accettar nel
vostro consorzio, so-
cietà, contubernio, e sotto
la banda e
vessillo della vostra
communione questo asino,
che vedete e
udite? Perchè di
voi, altri ridendo
si maravigliano, altri
maravigliando si ridono,
altri attoniti (che
son la maggior
parte) si mor-
deno le labbia,
e nessun risponde?
Micco. Vedi che
per stupore non
parlano, e tutti
con esser volti
a me mi
fan segno, ch'io
ti risponda; al
qual, come presidente,
ancora tocca di
donarti risoluzione, e
da cui, come
da tutti, devi
aspettar l'ispedizione. Asino.
Che academia è
questa, che tien
scritto sopra la
porta: Lineam ne
pertransito? Micco. La
è una scuola
de Pitagorici. Asino.
Potravisi entrare? Micco.
Per academico non
senza difficili e
molte con- dizioni.
Asino. Or quali
son queste condizioni?
Micco. Son pur
assai. Asino. Quali,
dimandai, non quante.
Micco. Ti risponderò
al meglio, riportando
le prin- cipali. Prima, che,
offrendosi alcuno per
essere ricevuto. 178
Parte terza avante
che sia accettato,
debba esser squadrato
nella dl- sposlzlon
del corpo, fisionomia
ed ingegno, per
la gran consequenza
relativa, che conoscemo
aver il corpo
da l'anima e
con l'anima. Asino.
Ab love principium,
Musae, s'egli si
vuol ma- ritare.
Micco. Secondo, ricevuto
ch'egli è, se
gli dona ter-
mine di tempo (che
non è men
che di doi
anni) nel quale
deve tacere, e
non gli è
lecito d'ardire in
punto alcuno de
dimandar, anco di
cose non intese,
non sol che
di di- sputare e
exarninar propositi, e
in quel tempo
si chiama acustico.
Terzo, passato questo
tempo, gli è
lecito di parlare,
dimandare, scrivere le
cose udite, ed
esplicar le proprie
opinioni; e in
questo mentre si
appella ma- tematico, o
caldeo. Quarto, informato
di cose si-
mili, e ornato di
que' studii, si
volta alla considerazion
de l'opre del
mondo e principii
della natura: e
qua ferma il
passo, chiamandosi fisico.
Asino. Non procede
oltre? Micco. Più
che fisico non
può essere: perchè
delle cosa sopranaturali
non si possono
aver raggioni, eccetto
in quanto riluceno
nelle cose naturali;
perciochè non ac-
cade ad altro intelletto,
che al purgato
e superiore' di con-
siderarle in sé. Asino.
Non si trova
appo voi metafisica?
Micco. No; e
quello che gli
altri vantano per
metafi- sica, non è
altro che parte
di logica. Ma
lasciamo questo, che
non fa al
proposito. Tali, in
conclusione, son le
con- dizioni e regole
di nostra academia.
Asino. Queste? Micco.
Messer sì. Asino.
0 scola onorata,
studio egregio, setta
formosa, collegio venerando,
gimnasio clarissimo, ludo
invitto, e academia
tra le principali
principalissima! L asino
er- rante, come sitibondo
cervio, a voi,
come a limpidissime
e freschissime acqui;
l'asino umile e
supplicante, a voi,
benignissimi ricettatori de'
peregrini, s'appresenta, bra-
moso d'essere nel consorzio
vostro ascritto. VI.
- L'asino accademico
179 Micco. Nel
consorzio nostro? Asino.
Sì, sì, signor
sì, nel consorzio
vostro. Micco. Va per quell'altra
porta, messere, perchè
da questa son
banditi gli asini.
Asino. Dimmi, fratello,
per qual porta
entrasti tu? Micco.
Può far il
cielo che gli
asini parlino, ma
non già che
entrino in scola
pitagorica. Asino. Non
esser cossi fiero,
o Micco, e
ricordati, ch'il tuo
Pitagora insegna di
non spreggiar cosa,
che si trova
nel seno della
natura. Benché io
sono in forma
d'asino al presente,
posso esser stato
e posso esser
appresso in forma
di grand'uomo; e
benché tu sia
un uomo, puoi
esser stato e
potrai esser appresso
un grand'asino, secondo
che parrà ispediente
al dispensator degli
abiti e luoghi
e disponitor de
l'anime transmigranti. Micco.
Dimmi, fratello, hai
intesi gli capitoli
e con- dizioni dell'academia? Asino.
Molto bene. Micco.
Hai discorso sopra
l'esser tuo, se
per qualche tuo
difetto ti possa
essere impedita l'entrata?
Asino. Assai a
mio giudicio. Micco.
Or fatevi intendere.
Asino. La principal
condizione, che m'ha
fatto dubi- tare, é
stata la prima.
£ pur vero
che non ho
quella in- dole, quelle
carni mollecine, quella
pelle delicata, tersa
e gentile, le
quali tegnono li
fìsionotomisti, attissime alla
recepzion della dottrina;
perchè la durezza
di quelle ri-
pugna a l'agilità de
l'intelletto. Ma sopra
tal condizione mi
par che debba
posser dispensar il
principe; perchè non
deve far rimaner
fuori uno, quando
molte altre par-
zialitadi suppliscono a
tal difetto, come
la sincerità de*
costumi, la prontezza
de l'ingegno, l'efficacia
de l'intel- ligenza, e
altre condizioni compagne,
sorelle e figlie
di queste. Lascio,
che non si
deve aver per
universale, che l'anime
sieguano la complesslon
del corpo; perchè
può esser, che
qualche più efficace
spiritual principio possa
vincere e superar
l'oltraggio, che dalla
crassezza o altra
indisposizion di quello
gli vegna fatto.
Al qual proposito
180 Parte terza
v'apporto l'esempio de
Socrate, giudicato dal
fisogno- mico Zopiro
per uomo stemprato,
stupido, bardo, effe-
minato, namoraticcio de putti
e incostante; il
che tutto venne
conceduto dal filosofo,
ma non già,
che l'atto de
tali inclinazioni si
consumasse: stante ch'egli
venia tem- prato dal
continuo studio della
filosofia, che gli
avea pòrto in
mano il fermo
temone contra l'empito
de l'onde de
naturali indisposizioni, essendo
che non è
cosa, che per
lo studio non
si vinca. Quanto
poi all'altra parte
principale fisiognomica, che
consista non nella
comples- sion di
temperamenti, ma nell'armonica
proporzion de membri,
vi notifico non
esser possibile de
ritrovar in me
defetto alcuno, quando
sarà ben giudicato.
Sapete ch'il porco
non deve esser
bel cavallo, né
l'asino bell'uomo; ma
l'asino bell'asino, il
porco bel porco,
l'uomo bell'uomo. Che
se, straportando il
giudicio, il cavallo
non par bello
al porco, né
il porco par
bello al cavallo;
se a l'uomo
non par bello
l'asino, e l'uomo
non s'innamora de
l'asino, né per
opposito a l'asino
par bello l'uomo,
e l'asmo non
s'mnamora de l'uomo....
Micco. Sin al
presente costui mostra
di saper assai
assai. Seguita, messer
Asino, e fa
pur gagliarde le
tue raggioni quanto
ti piace; perché
iVe Fonde solchi
e ne Farena
semini, E */
vago vento speri
in rete accogliere,
E le speranze
fondi in cuor
di femine, se
speri, che dagli
signori academici di
questa o altra
setta ti possa
o debbia esser
concessa l'entrata. Ma,
se sei dotto,
contentati di rimanerti
con la tua
dottrina solo. Asino.
0 insensati, credete
ch'io dica le
mie raggioni a
voi, a ciò
che me le
facciate valide? Credete
eh io ab-
bia fatto questo per
altro fine, che
per accusarvi, e
ren- dervi inexcusabili avanti
a Giove? Giove
con avermi fatto
dotto mi fé*
dottore. Aspettavo ben
io, che dal
bel giu- dicio della
vostra sufficienza venesse
sputata questa sen-
tenza: — Non é
convenevole, che gli
asini entrino in
A- cademia insieme
con noi altri
uomini. — Questo,
se stu- VI.
— L'asino accademico
18| dioso di
qualsivoglia altra setta
lo può dire,
non può essere
raggionevolmente detto da
voi altri pitagorici,
che con questo,
che negate a
me l'entrata, struggete
gli prin- cipii,
fondamenti e corpo
della vostra filosofia.
Or che differenza
trovate voi tra
noi asini e
voi altri uomini,
non giudicando le
cosa dalla superficie,
volto ed appa-
renza? Oltre di ciò
dite, giudici inetti:
quanti di voi
er- rano ne l'academia
degli asini? quanti
imparano nell'a- cademia
degli asini? quanti
fanno profitto nell'academia
degli asini? quanti
s'addottorano, marciscono e
muoiono nell'academia degli
asini? quanti son
preferiti, inalzati, magnificati,
canonizati, glorificati e
deificati nell'academia degli
asini? che se
non f ussero stati
e non f ussero
asini, non so,
non so come
la cosa sarrebbe
passata e passa-
rebbe per essi
loro. Non son
tanti studii onoratissimi
e splendidissimi, dove
si dona lezione
di saper inasinire,
per aver non
solo il bene
della vita temporale,
ma e de
l'eterna ancora? Dite,
a quante e
quali facultadi ed
onori s'entra per
la porta dell'asinitade? Dite,
quanti son im-
pediti, exclusi, rigettati e
messi in vituperio,
per non esser
partecipi dell'asinina facultade
e perfezione? Or
perchè non sarà
lecito, ch'alcuno degli
asini, o pur
almeno uno degli
asini entri nell'academia
degli uomini? Perchè
non debbo esser
accettato con aver
la maggior parte
delle voci e
voti in favore
in qualsivoglia academia,
essendo che, se
non tutti, almeno
la maggior e
massima parte è
scritta e scolpita
nell'academia tanto universale
de noi altri?
Or se siamo
sì larghi ed
effusi noi asini
in ricever tutti,
perchè dovete voi
esser tanto restivi
ad accettare un de noi
altri al meno?
Micco. Maggior difficultà
si fa in
cose piìi degne
e importanti: e
non si fa
tanto caso, e
non s'aprono tanto
gli occhi in
cose di poco
momento. Però, senza
ripu- gnanza e molto
scrupolo di coscienza,
si ricevon tutti
ne l'academia degli
asini, e non
deve esser così
nell'aca- demia degli uomini.
Asino. Ma, o
messere, sappime dire
e resolvimi un
poco, qua! cosa
delle due è
più degna, che un uomo
ina- 182 Parte
terza sinisca, o
che un asino
inumanisca? Ma, ecco
in veri- tade
il mio Cillenio:
il conosco per
il caduceo e
l'ali. — Ben venga
il vago aligero,
nuncio di Giove,
fido inter- prete della
voluntà de tutti
gli dei, largo
donator de le
scienze, addirizzator de
l'arti, continuo oracolo
de' ma- tematici, computista mirabile,
elegante dicitore, bel
volto, leggiadra apparenza,
facondo aspetto, personaggio
gra- zioso, uomo tra
gli uomini, tra le donne
donna, desgra- ziato tra'
desgraziati, tra' beati
beato, fra tutti
tutto; che godi
con chi gode,
con chi piange
piangi; però per
tutto vai e
stai, sei ben
visto e accettato.
Che cosa de
buono apporti ?
Merc. Perchè, Asino,
fai conto di
chiamarti ed essere
academico, io, come
quel, che t'ho
donati altri doni
e grazie, al
presente ancora con
plenaria autorità ti
ordino, constituisco e
confermo Academico e
Dogmatico gene- rale, acciò
che possi entrar
e abitar per
tutto, senza ch'al-
cuno ti possa tener
porta o dar
qualsivoglia sorte d'ol-
traggio o impedimento, quibuscumque
in oppositwn non
oh- stantibus. Entra,
dunque, dove ti
pare e piace.
Né vo- gliamo, che
sii ubligato per
il capitolo del
silenzio bien- nale, che
SI trova nell'ordine
pitagorico, e qualsivogli 'altre leggi
ordinane: perchè, novis
intervenientibus causis, novae
condendae sunt leges,
proque ipsis condita
non intelliguntur iura:
interimque ad optimi
iudicium iudicis ref erenda
est sententia, cuius
intersit iuxta necessarium
atqiie commodum providere.
Parla, dunque, tra
gli acustici; considera
e con- templa tra'
matematici; discuti, dimanda,
insegna, de- chiara e
determina tra' fisici;
trovati con tutti,
discorri con tutti,
affratellati, unisciti, identificati
con tutti, do-
mina a tutti, sii
tutto. Asino. Avetel'inteso? Micco.
Non siamo sordi.
VII. DALLE
TENEBRE ALLA LUCE
<•) Elitropio. Qual
rei nelle tenebre
avezzi, che, liberati
dal fondo di
qualche oscura torre,
escono alla luce,
molti degli esercitati
nella volgar filosofia
ed altri pa-
ventaranno, adn aranno,
e, non possendo
soffrire il nuovo
sole de' t;
i chiari concetti,
si turbaranno. FlLOTEO.
Il dift '
o non è di luce,
ma di lumi:
quanto m sé
sarà più b
lo e piìj
eccellente il solc:
tanto sarà a'
de le notturne
strige odioso e
discaro di vantaggio.
Eli. La impresa
che hai tolta,
o Filoteo, è
difficile, rara e
singulare, mentre dal
cieco cibisso vuoi
cacciarne e amenarne
al discoperto, tranquillo
e sereno aspetto
de le stelle,
che con sì
bella varietade veggiamo
disseminate per il
ceruleo manto del
cielo. Benché agli
uomini soli l'aitatrice
mano di tuo
pietoso zelo soccorra,
non saran però
meno vani gli
effetti de ingrati
verso di te,
che varii son
gli animali che
la benigna terra
genera e nodrisce
nel suo materno
e capace seno;
se gli é
vero che la
specie umana, particularmente negl'individui suoi,
mostra de tutte
l'altre la varietade
per esser in
ciascuno più espres-
samente il tutto, che
in quelli d'altre
specie. Onde ve-
dransi questi, che,
qual'appannata talpa, non
sì tosto sen-
tiranno l'aria discoperto, che
di bel nuovo,
risfossicando la terra,
tentaranno agli nativi
oscuri penetrali. Quelli,
(1) De la
Causa, Principio et
Uno. Dialogo primo.
— Interlocutori sono;
Elitropio, Filoteo, Armesso.
Bruno, In tristitia
hilaris, etc. 14.
184 Parte terza
qua! notturni uccelli,
non sì tosto
arran veduta spuntar
dal lucido oriente
la vermiglia ambasciatrice
del sole, che
dalla Imbecillità degli
occhi suol verranno
invitati alla caliginosa
ntretta. Gli animanti
tutti, banditi dallo
aspetto de le
lampadi celesti e
destinati all'eterne gabbie,
bolge ed antri
di Plutone, dal
spaventoso ed erlnnico
corno d'Alecto richiamati,
apriran l'ali, e
drizzaranno il veloce
corso alle lor
stanze. Ma gli
animanti nati per
vedere il sole,
gionti al termine
dell'odiosa notte, rin-
graziando la benignità del
cielo, e disponendosi
a ricever nel
centro del globoso
cristallo degli occhi
suoi gli tanto
bramati e aspettati
rai, con dlsutato
applauso di cuore,
di voce e
di mano adoraranno
l'oriente; dal cui
dorato balco, avendo
cacciati gli focosi
destrieri il vago
Titane, rotto il
sonnacchioso silenzio de
l'umida notte, raggiona-
ranno gli uomini,
belaranno gli facili,
inermi e semplici
lanuti greggi, gli
cornuti armenti sotto
la cura de'
ruvidi bifolchi muggiranno.
Gli cavalli di
Sileno, perchè di
nuovo in favor
degli smarriti Dei,
possano dar spavento
ai più de
lor stupidi gigantoni,
ragghiaranno; versandosi nel
suo limoso letto,
con importun gruito
ne assordiranno gli
sannuti ciacchi. Le
tigri, gli orsi,
gli leoni, i
lupi e le
fallaci golpi, cacciando
da sue spelunche
il capo, da
le deserte alture
contemplando il piano
campo de la
caccia, manda- ranno
dal ferino petto
i lor grunniti,
ricti, bruiti, fre-
miti, ruggiti ed orli.
Ne l'aria e
su le frondi
di ramose piante,
gli galli, le
aquile, li pavoni,
le grue, le
tortore, i merli,
i passari, i
rosignoli, le cornacchie,
le piche, gli
corvi, gli cuculi
e le cicade
non sarran negligenti
di re- plicar e
radoppiar gli suoi
garriti strepitosi. Dal
liquido e instabile
campo ancora, li
bianchi cigni, le
molticolo- rate anitre,
gli solleciti merghi,
gli paludosi bruzii,
le oche rauche,
le querulose rane
ne toccaranno l'orecchie
col suo rumore,
di sorte ch'il
caldo lume di
questo sole, diffuso
all'aria di questo
più fortunato emisfero,
verrà accompagnato, salutato
e forse molestato
da tante e
tali diversitadi de
voci, quanti e
quali son spirti
che dal pro-
fondo di proprii petti
le caccian fuori.
VII. — Dalle
tenebre alla luce
185 FlL. Non
solo è ordinarlo,
ma anco naturale
e necessario che
ogni animale faccia
la sua voce;
e non è
possibile che le
bestie formino regolati
accenti e articulati
suoni come gli
uomini, come contrarie le
complessioni, diversi i
gusti, varil gli
nutrimenti. Armesso. Di
grazia, concedetemi libertà
di dir la
parte mia ancora;
non circa la
luce, ma circa
alcune circustanze, per
le quali non
tanto si suol
consolare il senso,
quanto molestar il
sentimento di chi
vede e considera;
perchè, per vostra
pace e vostra
quiete, la quale
con fraterna caritade
vi desio, non
vorrei che di
questi vostri discorsi
vegnan formate comedie,
tragedie, lamenti, dialoghi,
o come vo-
gliam dire, simili
a quelli che
poco tempo fa,
per esserno essi
usciti in campo
a spasso, vi
hanno forzato di
starvi rinchiusi e
retirati in casa.
FlL. Dite liberamente.
Arm. Io non
parlare come santo
profeta, come astratto
divino, come assumpto
apocaliptico, né quale
angelicata asina di
Balaamo; non raggionarò
come inspirato da
Bacco, né gonfiato
di vento da
le puttane muse
di Parnaso o
come una Sibilla
impregnata da Febo,
o come una
fatidica Cas- sandra, né
qual ingombrato da
le unghie de'
piedi sin alla
cima di capegli
de l'entusiasmo apollinesco,
né qual vate
illuminato nell'oraculo o
delfico tripode, né
come Edipo esquisito
contra gli nodi
della Sfinge, né
come un Salomone
inver gli enigmi
della regina Sabba,
né qual Calcante ,
interprete dell 'olimpico
senato , né come
un inspiritato Merlino,
o come uscito
dall'antro di Trofonio.
Ma parlare per
l'ordinano e per
volgare, come uomo
che ho avuto
altro pensiero che
d'andarmi lam- biccando il
succhio de la
grande e picciola
nuca, con farmi
al fine rimanere
in secco la
dura e pia
madre; come uomo,
dico, che non
ho altro cervello
ch'il mio; a
cui manco gli
dei dell'ultima cotta
e da tinello
nella corte celestiale
(quei dico che
non beveno ambrosia,
né gustan nettare,
ma si vi
tolgon la sete
col basso de
le botte e vini rinversati,
se non voglion
far stima de
linfe e ninfe,
quei, dico, che
sogliono essere più
domestici, familiari e
conversabili 166 Parte
terza con noi),
come è dire
né il dio Bacco, né
quel imbreaco cavalcator
de l'asino, né
Pane, né Vertunno,
né Fauno, né
Priapo, si degnano
cacciarmene una pagliusca
di più e
di vantaggio dentro,
quantunque sogliano far
copia de' fatti
lor sin ai
cavalli. Eli. Troppo
lungo proemio. Arm.
Pacienza, che la
conclusione sarà breve.
Voglio dir brevemente,
che vi farò
udir paroli, che
non bisogna disciferarle
come poste in
distillazione, passate per
lam- bicco, digente dal
bagno di maria,
e subblimate in
recipe di quinta
essenza; ma tale
quali m'insaccò nel
capo la nutriccia,
la quale era
quasi tanto cotennuta,
pettoruta, ventruta, fiancuta
e naticuta, quanto
può essere quella
Londriota, che viddi
a Westmester; la
quale, per iscalda-
É toio del
stomaco, ha un
paio di tettazze,
che paiono gli
borzacchini del gigante
san Sparagorio, e
che, concie in
cuoio, varrebono sicuramente
a far due
pive ferrarese. Eli.
e questo potrebbe
bastare per un
proemio. vili. LA
CENA FILOSOFICA*" Armesso.
Or su, per
venire al resto,
vorrei Intendere da
voi (lasciando un
poco da canto
le voci e le lingue a proposito del
lume e splendor,
che possa apportar
la vostra filosofìa)
con che voci
volete che sia
salutato particolar- mente da
noi quel lustro
di dottrina, che
esce dal libro
de la Cena
de le ceneri?
Quali animali son
quelli, che hanno
recitata la Cena
de le ceneri?
Dimando, se sono
acquatici, o aerei,
o terrestri, o
luna- tici? E lasciando
da canto gli
propositi di Smitho,
Pru- denzio e Frulla,
desidero di sapere,
se fallano coloro
che dicono, che
tu fai la
voce di un
cane rabbioso e
infuriato, oltre che
tal volta fai
la simia, tal
volta 11 lupo,
tal volta la
pica, tal volta
il papagallo, tal
volta un animale,
tal volta un
altro, meschiando propositi
gravi e seriosi,
morali e naturali,
ignobili e nobili,
filosofici e comici?
FlLOTEO. Non vi
maravigliate, fratello, perchè
questa non fu
altro ch'una cena
dove gli cervelli
vegnono governati dagli
affetti, quali gli
vegnon porgiuti dall'efficacia di
sa- pori e fumi
de le bevande
e cibi. Qual
dunque può essere
la cena materiale
e corporale, tale
conseguentemente suc- cede la
verbale e spirituale;
cossi dunque questa
dialo- gale ha le
sue parti varie
e diverse, qual
varie e diverse
quell'altra suole aver
le sue; non
altnmente questa ha
le proprie condizioni,
circonstanze e mezzi,
che come le
proprie potrebbe aver
quella. Arm. Di
grazia, fate ch'io
vi intenda. _
FlL. Ivi, come
è l'ordinario e il dovero,
soglion tro- varsi cose
da insalata, da
pasto; da frutti,
da ordinarlo; da
cocina, da spedarla;
da sani, da
amalatl; di freddo,
di caldo; di
crudo, di cotto;
di acquatico, di
terrestre; di do-
(1) Ibid. Seguito.
188 Parie terza
mestico, di salvatico;
di rosto, di
lesso; di maturo,
di acerbo; e
cose da nutrimento
solo e da
gusto, sustanziose e
leggieri, salse e
insipide, agreste e
dolci, amare e
suavi. Cossi quivi,
per certa conseguenza,
vi sono apparse
le sue contrarietadi
e diversitadi, accomodate
a contrarie e
di- versi stomachi e
gusti, a' quali
può piacere di
farsi pre- senti al
nostro tipico simposio,
a fine che
non sia chi
si lamente di
esservi gionto in
vano, e a
chi non piace
di questo, prenda
di quell'altro. Arm.
e vero; ma
che dirai, se
oltre nel vostro
convito, ne la
vostra cena appariranno
cose, che non
son buone ne
per insalata, né
pe pasto; né
per frutti, né
per ordinario; né
fredde, né calde;
né crude, né
cotte, né vagliano
per l'appetito, né
per fame; non
son buone per
sani, né per
ammalati; e conviene
che non escano
da mani di
cuoco né di
speciale? FlL. Vedrai
che né in
questo la nostre
cena é dissimile
a qualunqu'altra esser
possa. Come dunque
là, nel più
bel del mangiare,
o ti scotta
qualche troppo caldo
boccone; di maniera
che bisogna cacciarlo
de bel nuovo
fuora, o piangendo
e lagnmando mandarlo
vagheggiando per il
palato, sin tanto
che se gli
possa donar quella
maFadetta spinta per
il gargazzuolo al
basso; o vero
ti si stupefa
qualche dente; o
te s'intercepe la
lingua, che viene
ad esser morduta
con il pane;
o qualche lapillo
te si viene
a rom- pere e
incalcinarsi tra gli
denti per farti
regittar tutto il
boccone; o qualche
pelo o capello
del cuoco ti
s'inveschia nel palato,
per farti presso
che vomire; o
te s'arresta qualche
aresta di pesce
ne la canna,
a farti suavemente
tussire; o qualche
ossetto te s'attraversa
ne la gola,
permet- terti in pericolo
di suffocare; cossi
nella nostra cena,
per nostra e
com.un disgrazia, vi
si son trovate
cose corri- spondenti e
proporzionali a quelle.
Il che tutto
avviene per il
peccato dell'antico protoplaste
Adamo, per cui
la perversa natura
umana é condannata
ad aver sempre
i disgusti gionti
ai gusti. Arm.
Pia - e
santamente. IX. LODE
DEL NOLANO e»
Teofilo ....Or che
dirò lo del
Nolano? Forse, per
essermi tanto prossimo,
quanto io medesmo
a me stesso,
non mi converrà
lodarlo? Certamente, uomo
raggionevole non sarà
che mi riprenda
in ciò, atteso
che questo talvolta
non solamente conviene,
ma è anco
necessario, come bene
espresse quel terso
e colto Tansillo:
BencKad un uom,
che preggio ed
onor brama, Di
sé stesso parlar
molto sconvegna. Perchè
la lingua, ov'il
cor teme ed
ama. Non è
nel suo parlar
di fede degna;
L'esser altrui precon
de la sua
fama Pur qualche
volta par che
si convegno. Quando
vien a parlar
per un di
dui: Per fuggir
hiasmo, o per
giovar altrui. Pure,
se sarà un
tanto supercilioso, che
non voglia a
proposito alcuno patir
la lode propria,
o come propria,
sappia, che quella
talvolta non si
può dividere da
sui pre- senti e
riportati effetti.... Gli
Tifi han ritrovato
il modo di
perturbar la pace
altrui, violar i
patrii genii de
le reggioni, di
confondere quel che
la provi da
natura distinse, per
il commerzio radoppiar
i difetti, e
gionger vizii a
vizii de l'una
e l'altra generazione,
con violenza propagar
nove follie, e
piantar l'inaudite (1)
Cena dalle Ceneri.
Dialogo primo 190
Parie terza pazzie
ove non sono,
conchludendosi al fin
più saggio quel
che più forte;
mostrar novi studi,
instrumenti ed arte
di tirannizar e
asassmar l'un l'altro;
per mercè de*
quai gesti tempo
verrà, che, avendono
quelli a sue
male spese im-
parato per forza de
la vicissitudme de
le cose, sapranno
e potranno renderci
simili e peggior
frutti de sì
perniziose invenzioni.... Il
Nolano, per caggionar
effetti al tutto
contrarli, ha disciolto
l'animo umano e la cognizione,
ch'era rinchiusa ne
Partissimo carcere de
l'aria turbulento; onde
a pena, come
per certi buchi,
avea facultà de
remirar le lontanis-
sime stelle; e gli
erano mozze l'ali,
a fin che
non volasse ad
aprir il velame
di queste nuvole,
e veder quello,
che veramente là
su si ritrovasse,
e liberarse da
le chimere di
quei, che, essendo
usciti dal fango
e caverne de
la terra quasi
Mercuri ed Appollini
discesi dal cielo,
con molti- forme
impostura han ripieno
il mondo tutto
d'infinite pazzie, bestialità
e vizii, come
di tante vertù,
divinità e discipline,
smorzando quel lume,
che rendea divini
ed eroici gli
animi di nostri
antichi padri, approvando
e con- firmando le
tenebre caliginose de'
sofisti ed asini.
Per il che
già tanto tempo
l'umana raggione oppressa,
talvolta nel suo
lucido intervallo piangendo
la sua sì
bassa condi- zione, alla
divina e provida
mente, che sempre
nell'in- terno orecchio li
susurra, si rivolge
con simili accenti:
Chi salirà per
me, madonna, in
cielo, A riportarne
il mio perduto
ingegno? Or ecco
quello, ch'ha varcato
l'aria, penetrato il
cielo, discorse le
stelle, trapassati gli
margini del mondo,
fatte svanir le
fantastiche muraglia de
le prime, ottave,
none, decime ed
altre, che vi
s'avesser potuto aggiongere,
sfere, per relazione
de vani matematici
e cieco veder
di filosofi volgari;
cossi al cospetto
d'ogni senso e
raggione, co la
chiave di solertissima
inquisizione aperti que'
chiostri de la
verità, che da
noi aprir si
posseano, nudata la
ricoperta e velata
natura, ha donati
gli occhi a
le talpe, illuminati
ì ciechi, che
non possean fissar
gli occhi e
mirar l'imagin XI.
- Lode del
Nolano 191 sua
in tanti specchi,
che da ogni
lato gh s'opponeno;
sciolta la lingua
a' muti, che
non sapeano e
non ardivano esplicar
gl'intricati sentimenti; nsaldati i
zoppi, che non
valean far quel
progresso col spirto,
che non può
far l'ignobile e
dissolubile composto; le
rende non men
pre- senti, che se
fussero proprii abitatori
del sole, de
la luna ed
altri nomati astri;
dimostra, quanto siino
simili o dis-
simili, maggiori o peggiori
quei corpi, che
veggiamo lon- tano a
quello, che n'è
appresso, ed a
cui siamo uniti;
e n'apre gli
occhi a veder
questo nume, questa
nostra madre, che
nel suo dorso
ne alimenta e
ne nutrisce, dopo
averne produtti dal
suo grembo al
qual di nuovo
sempre ne riac-
coglie, e non pensar
oltre, lei essere
un corpo senza
alma e vita,
ed anche feccia
tra le sustanze
corporali. A questo
modo sappiamo, che,
si noi fussimo
ne la luna
o in altre
stelle, non sarreimo
in loco molto
dissimile a questo,
e forse in
peggiore; come possono
esser altri corpi
cossi buoni, e
anco megliori per
sé stessi, e per la
maggior fe- licità de
proprii animali. Cossi
conoscemo tante stelle,
tanti astri, tanti
numi, che son
quelle tante centenaia
de migliaia, ch'assistono
al ministerio e
contemplazione del primo,
universale, infinito ed
eterno efficiente. Non è più
impriggionata la nostra
raggione coi ceppi
de' fantastici mobili
e motori otto,
nove e diece.
Conoscemo, che non
è ch'un cielo,
una eterea reggione
immensa, dove questi
magnifici lumi serbano
le proprie distanze,
per co- modità de
la participazione de
la perpetua vita.
Questi fiammeggianti corpi
son que' ambasciatori
che annunziano l'eccellenza
de la gloria
e maestà de
Dio. Cossi siamo
pro- mossi a scuoprire
l'infinito effetto dell'infinita
causa, il vero
e vivo vestigio
de l'infinito vigore;
e abbiamo dottrina
di non cercare
la divinità rimossa
da noi, se
l'abbiamo ap- presso, anzi
di dentro, più
che noi medesmi
siamo dentro a noi; non
meno che gli
coltori degli altri
mondi non la
denno cercare appresso
di noi, l'avendo
appresso e dentro
di se, atteso
che non più
la luna è
cielo a noi,
che noi alla
luna. Cossi si
può tirar a
certo meglior proposito
quel che disse
il Tansillo quasi
per certo gioco:
192 Parie lerza
Se non togliete
il ben, che
ve da presso
Come torrete quel,
che ve lontano?
Spreggiar il vostro
mi par fallo
espresso, E bramar
quel, che sta
ne l'altrui mano.
Voi sete quel,
cK ahandonò se stesso.
La sua sembianza
desiando in vano:
Voi sete il
veltro, che nel
rio trabocca. Mentre
F ombra desia di
quel ch'ha in
bocca, Lasciate l'ombre,
ed abbracciate il
vero; Non cangiate
il presente col
futuro. Io d'aver
di meglior già
non dispero; Ma,
per viver piii
lieto e più.
sicuro. Godo il
presente e del
futuro spero: Cossi
doppia dolcezza mi
procuro. Con ciò
un solo, benché
solo, può e
potrà vincere, ed
al fine ara
vinto e trionfarà
centra l'ignoranza generale;
e non è
dubio, se la cosa de'
determinarsi non co' la molti-
tudine di ciechi e
sordi testimoni, di
convizu e di
parole vane, ma
co' la forza
di regolato sentimento,
il qual bi-
sogna che conchiuda al
fine; perchè, in
fatto, tutti gli
orbi non vagliono
per uno che
vede, e tutti
i stolti non
possono servire per
un savio. INDICE
DEL VOLUME Prefazione Pag.
VII PARTE PRIMA
I. Presentazione e
soggetto del Candelaio 5
A gli abbeverati
nel fonte Caballino 5
Alla signora Morgana
B ... 6 Argumento
ed ordine della
Comedia Antiprologo 8 Proprologo
9 Bidello L'innamorato e
le arti magiche
d'amore Arti e debolezze
di donne In taverna Castigo e
beffe - Plaudite Avventure londinesi Vili. Bottegari,
Servi, Furfanti Preludii alla Cena
delle Ceneri Cerimonie di
tavola Delle donne Pedanti Dottori
ed Archididascali La vecchiezza
di Giove Gli
Dei a consiglio Orazione di
Giove 89 III. La
provvidenza di Giove Uomini
e bestie 107 V.
Momo e Marte Indice
del volume Ricchezza
e Povertà La biblioteca
degli Dei 118 Vili.
La Fortuna 120 IX.
Sonno ed Ozio 1 22
X. La Vergine 130
XI. La Bilancia Orione 134 XIII.
La Tazza 137 XIV.
Il Centauro 139 XV.
11 Pesce Epistola dedicatoria
a don Sapatino In
lode de l'asino 153
A l'asino cillenico 1 54 III.
Dissertazioni sopra l'asinità 155 IV.
Metamfisicosi Aristotele - Asino
e i suoi
seguaciL'asino accademico 1
76 VII.
Dalle tenebre alla
luce .... * 183
Vili. La cena
filosofica 187 IX. Lode
del Nolano 189 PROFILI
Ogni volume L.
2,70 - Serie
di 6 volumi
L. 15 I.
1. B. Supino
- Sandro Botticelli
(3i ediz.), 2
A. Alberti -
Cario Darwin (3»
ediz.). Giusto -
Gaspara Stampa (2.
edziz.) (Esaurito). 4.
G. Setti -
Esiodo (2»edÌ7.) (Esaurito).
5 P. ArcaRI
- Federico Amiel.
6. A. Loria-
Malthus (3»ediz.). 7.
A. D'Angeli -
Giuseppe Verdi (2*
ediz.) (Esaurito). 8.
B. Labanca -
Gesìi di Nazareth
(3*ediz.) (Esaurito). 9.
A. Momigliano -
Carlo Porta. (Esaurito).
10. A. FavaRO
- Galileo Ga-
lilei (2* ediz.) (Esaurito).
11. E. Troilo
- Bernardino Telesio.
(Esaurito). 12. A.
RiBERA - Guido
Ca- valcanti (Esaurito). 13.
A. BUONAVENTURA -
A'i- colv Paganini.
(Esaurito). 14. F
Momigliano - Leone
Tolstoi. (Esaurito). Albertazzi
- Torquato Tasso
(Esaurito) 16. I.
Pizzi - Firdusi.
17. S. Spaventa
F. - Carlo
Dickens. 18. C.
Barbagallo - Giuliano
l'Apostata 19. R.
Barbiera - /
Fratelli Bandiera. 20.
A. ZerBOGLIO -
Cesare Lombroso. 21.
A. Favaro -
ArchimedeGalletti Savonarola.
(Esaurit^o). SecrÉTANT -
Alessan- dro Poerio.
24. A. Messeri
- Enzo Re.
25. A. Agresti
-Abramo Lincoln. 26.
U. Balzani -
Sisto V. 27.
G. Bertoni -Dan/e (2* ediz.) 28.
P. Barbèra -G.S. Bodoni.
29. A. MichielI
- Stanleu- 30.
G. Gigli -
Sigismondo Castromediano . 31.
G. Rabizzani -
Lorenzo Sterne. 32.
G. Tarozzi- Rousseau.
Nascimbeni - Wagner.
(Esaurito). Bontempelli -
San Bernardino. 35.
G. MuONl -
C. Baudelaire. 36.
C. Marchesi -
Marziale. 37.G.RadicI0TTI -
G. Rossini. 38.
T. Mantovani -
C. Gluck. 39.
M. Chini -
F. Mistral. 40.
E. B. Massa -G.C.Abba. 41.
R. Murri -
Cavour. Mieli -
Lavoisier. 43. A.
Loria - Carlo
Marx. 44. E.
BuoNAiUTi - S.
Agostino. 45. F.
LoSINI - /.
Turghienief. 46. R.
Almagià - Colombo Troilo -
G. Bruno C.
48. P. Orsi
- Bismark- 49.
E.BuONAIUTi -S. Girolamo.
50. G- Costa
- Diocleziano. 51 .
F. Belloni Filippi
- Tagore. 52.
G. Loria -
Newton. 53.G.MUONI -
GustavoFlaubert 54. e.
Marchesi - Petronio.
55. e. Barbagallo
- Tiberio. Leggere
nei Profili: BRUNO. T. FONDAZIONE
LEONARDO PER LA
CULTURA ITALIANA Palazzo
Doria - ROMA
- Vicolo Doria.
6-a CONSIGLIO DIRETTIVO.
Consiglieri eletti dall'Assemblea dei
Soci: FERDINANDO Martini,
Presid. ,- Orso Mario
cordino, V. Pres.;
Roberto almagìV e
Giuseppe Chic venda.
Consiglieri di dirillo
: // Ministro
degli Esteri (AMEDEO
Giannini, Delegato); Il
Ministro della P.
I. (GIO- VANNI Gentile, Delegato)
; Il Ministro
delle Colo- nie (Ferdinando Nobili
Masìuero, Delegato); Il
Ministro dell'Industria (MICHELE
ARNALDI, Dele- gato); Il
R. Commissario dell'
Emigrazione (TOMASO PERASSI,
Delegato); La Società
della Messaggerie Ita-
liane (Giulio Calabi, Delegato);
A. F. Formig-
GINI {Socio fondatore).
La fondazione, eretta
in ente morale,
mira ad inten-
sificare in Italia e
a far nota
all'estero la vita
intellet- tuale italiana valendosi
di mezzi pratici
ed efficaci finora
intentati. Soci promotori.
Quota libera non
inferiore a L.
1000 Soci perpetui, »
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250 Soci ANNUALI,
con V Italia che
Scrive Estero » Con diritto
anche a 3
Guide Estero nomi dei
Promotori e dei
Soci perpetui sono
costantemìnte ripetuti nelle
pubblicazioni della Leonardo». Le
loro quote ne costituiscono il patrimonio
intangibile. PQ Bruno In
trisbitia hilaris Erminio Troilo.
Troilo. Keywords: conflagrazione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Troilo” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Tronti: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale degli spiriti liberi – filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo italiano. Considerato uno dei
principali fondatori ed esponenti del marxismo operaista teorico. Insegna a Siena,
vive a Roma. Fonda “Quaderni Rossi” e “Classe operaia”. Anima
l'esperienza radicale dell'operaismo. Tale esperienza, che va considerata per
molti versi la matrice della sinistra, si caratterizza per il fatto di mettere
in discussione le organizzazioni del movimento operaio -- partito e sindacato
-- e di collegarsi direttamente, senza intermediazioni, alla classe in sé e
alle lotte di fabbrica. Influenzato da VOLPE (vedi), s’allontana di GRMASCI,
o almeno dalla sua versione ufficiale promossa dal PCI togliattiano. Ri-apre la
strada rivoluzionaria. Di fronte all'irruzione dell'operaio-massa sulla scena
delle società, il suo operaismo propone un'analisi delle relazioni di classe. Mette
l'accento sul fattore inter-soggettivo. La sua filosofia, debitrice anche all’’Operaio”
di Jünger, trova una sistemazione con la pubblicazione di “Operai e capitale” (Einaudi,
Torino), un saggio di forte impatto letterario che esercita un'influenza
notevole sulla contestazione e più in generale sull'ondata di mobilitazione. È
proprio la sconfitta della spontaneità operaia e dell'ondata di mobilitazione,
colta anticipatamente da lui e non invece da altri operaisti come NEGRI (vedi)
-- di qui la rottura tra loro -- a indurlo a spostare la sua riflessione sul
problema del politico, ovvero della direzione e della mediazione politica. Pubblica
“L’autonomia del politico” (Feltrinelli, Milano), una teoria politica realista che, in
un'originale commistione di Marx e Schmitt, e capace di colmare i limiti della inter-soggettività
sociale. Si tratta di una fase più intellettuale che politica. Fonda l'influente
rivista Laboratorio politico. Riavvicinatosi al PCI di Berlinguer, e finalmente
riabilitato dal gruppo dirigente del partito, entrando a far parte più volte
del Comitato centrale. Eletto al Senato della Repubblica nelle liste del
Partito Democratico della Sinistra, membro della Commissione parlamentare per
le riforme istituzionali. Non avendo
condiviso le trasformazioni post-comuniste del partito, la sua filosofia assume
toni pessimistici, concentrandosi sulla fine della politica moderna e sulla
critica della democrazia. Presidente del Centro per la riforma dello stato. Eletto
al Senato nelle liste del Partito Democratico per la Lombardia. È tra i
parlamentari a firmare un emendamento contro l'articolo del disegno di legge
Cirinnà riguardante l'adozione del configlio. Altri saggi: “Hegel politico” (Istituto
dell'Enciclopedia italiana, Roma); ““Soggetti, crisi, potere” (Cappelli,
Bologna); “Il tempo della politica” (Riuniti, Roma); “Con le spalle al futuro:
per un altro dizionario politico” (Riuniti, Roma); “Berlinguer: il principe
disarmato” (Sisifo, Roma); “La politica al tramonto” (Einaudi, Torino); “Cenni
di Castella” (Cadmo, Fiesole); “Teologia e politica al croce-via della storia”
(Albo Versorio, Milano); Passaggio Obama. L'America, l'Europa, la Sinistra (Ediesse);
“La democrazia dei cittadini: dai cittadini per l'Ulivo al Partito Democratico”
(Ediesse); “Non si può accettare” (Ediesse); “Noi operaisti” (Derive Approdi);
“Dall'estremo possible” (Ediesse); “Per la critica del presente” (Ediesse); “Dello
spirito libero: frammenti di vita e di pensiero” (Saggiatore); “Il nano e il
manichino: la teologia come lingua della politica” (Castelvecchi); “Il demone
della politica” (Il Mulino); “Tra materialismo dialettico e filosofia della
prassi”; “La città futura” (Feltrinelli, Milano); ““Cromwell” (Saggiatore,
Milano); “Operaismo e centralità operaia” (Riuniti, Roma); “Il politico: da MACHIAVELLI
a Cromwell; da Hobbes a Smith” (Feltrinelli, Milano); “Il destino dei partiti”
(Ediesse); “Rileggendo "La libertà comunista", “Un altro marxismo” (Fahrenheit
451, Roma); “Classe operaia. Le identità: storia e prospettiva” (Angeli, Milano);
Per la critica della democrazia politica” “Guerra e democrazia” (Manifesti,
Roma); “Politica e destino” (Sossella, Roma); “Finis Europae. Una catastrofe
teologico-politica” (Bibliopolis, Napoli). Ne “La politica al tramonto”, un
capitolo porta il titolo “Karl und Carl”, per sotto-lineare, anche qui allusivamente,
la necessità di completare Marx con Schmitt", Autobiografia filosofica, in
Storia della filosofia, Filosofi italiani contemporanei, Le Grandi Opere del
Corriere della Sera, Bompiani, Milano. Unioni civili: i numeri che mettono a
rischio le adozioni gay, su Termometro Politico; Unioni civili, 30 senatori Pd
contro le adozioni. E Gay pubblica la lista: "Scrivi al malpancista".
Loro: "Squadristi", su Il Fatto Quotidiano. Le piume, le fidanzate,
lo zio comunista. I 60 anni di R. Zero, Altri Mondi, Alcaro, Dellavolpismo (VOLPE)
e nuova sinistra, Dedalo, Bari, Preve, La teoria in pezzi. La dissoluzione del
paradigma teorico operaista in Italia (Dedalo); Gobbi, Com'eri bella, classe
operaia. Storia fatti e misfatti dell'operaismo italiano (Longanesi, Milano); Leo,
Per una storia di Classe Operaia, in Bailamme, Mezzadra, Operaismo, in Esposito
e Galli, Enciclopedia del pensiero politico. Autori, concetti, dottrine,
Laterza, Romai; Basso, Gozzini e Sguazzino, delle opere e degli scritti. Dipartimento
di Filosofia-Università degli Studi, Siena;
Berardinelli, Stili dell'estremismo. Critica del pensiero essenziale (Riuniti,
Roma), Pozzi, Roggero, Borio, “Futuro anteriore: dai Quaderni rossi ai
movimenti globali. Ricchezze e limiti dell'operaismo italiano, Derive Approdi,
Roma, Wright, L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo (Alegre, Roma);
Corradi, Storia dei marxismi in Italia (Manifesto, Roma); Pozzi, Roggero, Guido
Borio, Gli operaisti, Derive Approdi, Roma, Peduzzi, Lo spirito della politica
e il suo destino. L'autonomia del politico, il suo tempo, Ediesse-Crs, Roma, Trotta
e Milana, L'operaismo degli anni Sessanta. Da «Quaderni rossi» a «classe
operaia», cd con la raccolta completa della rivista «classe operaia» (Derive Approdi,
Roma); Peduzzi, A Cartagine poscia io venni incubi sulla teoria marxista,
Arduino Sacco editore, Roma,; Filippini, T. e l'operaismo politico degli anni
Sessanta, Euro Philosophie, Milanesi, Nel Novecento, Storia, teoria, politica
nel pensiero (Mimesis, Milano); Abecedario (Formenti), Derive Approdi, Operaismo
Quaderni Rossi Classe operaia (rivista) Panzieri Negri Cacciari Ingrao Centro per
la Riforma dello Stato, TreccaniEnciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Opere su senato, Senato della Repubblica; T., su Openpolis, Associazione
Openpolis. Registrazioni di T., Radio
Radicale.. Centro per la Riforma dello Stato, "Storia e critica del
concetto di democrazia" -- intervento di T., disponibile anche in file
audio, su global project Sitoitaliano per la filosofia: su lgxserver uniba. Conricerca-Futuro
Anteriore, su alpcub."Lotta contro gl’idoli" (intervento di T. per
Rai Educational, su emsf. rai. Intervista "La lotta di classe c'è
ancora", La Repubblica, "Sono
uno sconfitto, non un vinto. Abbiamo perso la guerra del '900", La Repubblica.
Mario Tronti. Tronti. Keywords: L’implicatura di Hobbes, libero spirito,
democrazia --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tronti” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Tuberone: la ragione conversazionale degl’accademici a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo italiano. Friend of CICERONE.
Accademia. Enesidemo dedicates his discourses on Pirrone to him. Lucio Elio Tuberone. Keywords: Roma antica. Per
H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza
Grice e Tuberone: la ragione conversazionale della repubblica romana e l’implicatura
conversazionale della storia romana— Roma -- filosofia italiana -- Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo italiano. Nipote di Lucio Emilio
Paolo, tribuno della plebe, si oppone a SCIPIANO (vedi) Africano Minore e a
Caio Tiberio GRACCO (vedi). Pretore. Poco lodato come oratore, si distinse per
la cultura giuridica. La semplicità della sua vita e la rigidezza di suo
carattere lo portano verso il ortico, la cui dottrina applica nella
condotta. Conosce Panezio di Rodi e ne segue l'insegnamento. Da T. e da ECATONE
gli futtono i scritti. La cosa è dubbia per l'influenza di Posidonio su T. Figlio
di Emilia, sorella di SCIPIONE Emiliano. Rigido seguace dello stoico Panezio,
studioso di diritto e di astronomia. Uomo rigoroso e severo oppositore di
GRACCO, è bocciato all'elezione per la pretura. Console, CICERONE lo considera
giurista di vaglia con una solida scientia iuris. Tutta la sua famiglia del
resto gode fama di grande dottrina giuridica. Nome d'una famiglia romana, alla
quale appartengono varî giuristi. Il primo è console, e di lui CICERONE loda la
dottrina giuridica. Lucio Elio T. fu legato di Q. CICERONE, proconsole d'Asia.
Più noto è il figlio di lui, Quinto Elio T., che col padre prende parte alla
guerra fra GIULIO CESARE (vedi) e POMPEO (vedi), parteggiando per quest'ultimo,
ma fu perdonato dopo Farsalo. Console, propone un senatoconsulto sul matrimonio
confarreato. A parte un'opera ad Oppium, di cui si ignora l'argomento, scrive
alcuni libri de officio iudicis, destinati come guida del giudice privato del
processo formulare. Le sue opinioni sono citate più volte con grande rispetto
dalla dottrina posteriore. Scrive anche Historiae, in XIV libri. Keywords:
Cicero, iuris, portico, scessi, studied under Panezio. Quinto Elio Tuberone.
Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Grice e Tulelli: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’equilibrio conversazionale:
per una metafisica dell’etica – la scuola di Zagarise -- filosofia calabrese --
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Zagarise). Filosofo calabrese. Filosofo italiano.
Zagarise, Catanzaro, Calabria. A lui sono ad oggi intitolate una via a Zagarise
e una a S.Elia, e una sala della biblioteca di Catanzaro. Targa commemorativa
in suo onore, inoltre, posto davanti alla casa comunale di Zagarise un busto
che lo raffigura, realizzato da Calveri. Zagarise, busto creato da Calveri,
installato davanti al comune di Zagarise. Figlio dal marchese Gaetano T., studia
presso il convento del ritiro dei filippini a Zagarise e poi frequenta a
Catanzaro il real liceo ginnasio e il corso presso il pontificio seminario teologico
regionale S. Pio X. Vive a Napoli dove compì studi filosofici e apre una scuola
dove insegna filosofia morale ed estetica. La richiesta di poter istituire una
scuola e inviata alle autorità competenti, le quali, prima di concedere le
relative autorizzazioni, chiesero al vescovo di Catanzaro dettagliate notizie
in merito alla condotta morale e politica del richiedente, la risposta inviata
loro fu. Elemento di condotta soda, casta e onesta. Tra gl’allievi della sua
scuola molti sono appartenenti a famiglie di alto rango sociale, e tra questi, è
possibile annoverare i figli del re Borbone che, in segno di stima, gli fanno
dono di un orologio da camera di manifattura francese opera dei fratelli Japis.
Molto amico di SETTEMBRINI (vedi), il quale lo cita nelle sue "Lezioni di
letteratura italiana", gli trasmitte l’amore per la filosofia e gl’ideali
patriottici.Allievo di PUOTI e di GALLUPPI del quale studia e diffunde la
filosofia, evidenziando il parallelismo con Kant, così come divulga quello di
altri filosofi, tra cui CAPASSO, ROSSI, e MASCI. Insegna filosofia a Napoli
dietro l’impulso di SANCTIS, iniziando un periodo di vero splendore per
l’ateneo napoletano. Cadde il regno delle due Sicilie e, favorevole alla
formazione di uno stato unitario, porta avanti una battaglia a livello morale e
giuridico per l’abolizione della pena di morte che fino ad allora era in vigore
in tutti gli stati d’Europa tranne il gran ducato di Toscana. La stessa a abolita
con l'adozione del codice penale del regno d'Italia -- il cosiddetto Codice
ZANARDELLI. La fine della dominazione dei Borboni è colta come un’occasione di
rinnovamento sociale e morale ed egli instilla nei suoi insegnamenti la
consapevolezza che il rinnovamento politico dove essere accompagnato a quello
morale, egli riscontra nella popolazione un’evidente scarsità intellettuale e
un sentimento religioso che si manifesta mediante pratiche di culto sempre più
lontane dall’essere ricche di valori spirituali e una società sempre più
formalista, cerca di contrastare questa tendenza in affinità a GIOBERTI.
E un patriota e un liberale. La sua attività di filosofo fa si che la sua
notorietà e la sua reputazione cresceno, e inoltre un oppositore degli
hegeliani napoletani, e a capo degl’oppositori degli Spaventiani (SPAVENTA –
vedi) e rappresentante del movimento filosofico del quale fanno parte GALLUPI,
COLECCHI, CUSANI, e GRAZIA. Sul suo valore si sono pronunciati, fra gl’altri,
anche CROCE e RUSSO. Socio ordinario dell’accademia di scienze morali e politiche
di Napoli a l’accademia reale pontaniana. In relazione all'accademia di scienze
morali e politiche di Napoli, T. e PESSINA, in qualità di soci dell'accademia,
di collocare nell'atrio dell'Università degli Studi di Napoli un busto in marmo
raffigurante GALLUPPI, realizzato da Calì è inaugurato con una cerimonia a cui
prendeno parte il rettore Imbriani, dei rappresentanti e diversi studenti.
Della stessa accademia oltre ad esserne socio ne è anche tesoriere come si
evince dalla Gazzetta ufficiale del regno d'Italia n cui è contenuta la ri-elezione
alla suddetta carica (omissis) S.M., sulla proposta del ministro della pubblica
istruzione, ha, con RR. decreti fatte le nomine e disposizioni seguenti:
(omissis) T. Paolo Emilio, socio della società reale di Napoli, approvata
la sua ri-elezione a tesoriere dell'accademia di scienze morali e politiche
della predetta Società; (omissis), socio corrispondente dell’accademia cosentina
accademia di scienze, lettere e belle arti degli zelanti e dei dafnici. Vive a
Napoli. Nelle sue ultime volontà traspare chiaramente un radicato e forte
legame con la sua terra di origine, infatti i primi due punti del suo
testamento furono: volendo lasciare una prima testimonianza di affetto a Catanzaro,
col fine di promuovere e favorire nel mio nativo comune di Zagarise
l’educazione morale e l’istruzione letteraria e scientifica. Dispone inoltre
che è destinata una somma in dote ad una ragazza indigente di Zagarise e che il
resto del patrimonio del filosofo è suddiviso tra i suoi parenti. Il
documento, disponibile presso l’archivio notarile di Napoli, e depositato nel
capoluogo campano presso lo studio del notaio Mazzitelli sito in via S.
Giovanni numero 19. Dondazione di libri alla città di Catanzaro al fine di
fondare una biblioteca pubblica T. volle donare a Catanzaro alcuni libri
affinché potessero rappresentare una base di partenza per la costituzione di
una biblioteca auspicando che il suo gesto potesse rappresentare un’esortazione
a contribuire al suo ampliamento, una volta istituita, da parte di altr’uomini
generosi e amanti della filosofia. Catanzaro accetta il legato che, in caso
contrario, si sarebbe dovuto destinare ad ampliare il patrimonio della
biblioteca del real liceo di Catanzaro o ad un erede del de cuius nel caso in
cui il anche direttivo del liceo non avesse accettato la donazione. I libri
furono trasferiti da Napoli a Catanzaro a spese del comune, così come indicato
nelle ultime volontà del filosofo, e venne istituita la biblioteca comunale che
venne denominata Biblioteca Municipale di Catanzaro "Onestà e
lavoro", ma che oggi è conosciuta come Biblioteca comunale F. De
Nobili. Volendo lasciare una prima testimonianza di affetto a Catanzaro
ove ebbi i primi semi del mio sapere e le prime aspirazioni alla libertà della patria
italiana, lego al comune i miei pochi libri col fine espresso ed incondizionato
di formare il primo fondo ad una biblioteca pubblica da fondarsi in loco adatto
a vantaggio dei studiosi e dei cultori della filosfia. Istituzione di una
rendita per far studiare un uomo meritevole del comune di Zagarise Per quanto
concerne il comune natio, nell’intenzione di promuovere l’educazione morale,
l’istruzione filosofica nello stesso, istituì una rendita annuale, denominata
Monte o Istituto T. per far si che dei filosofi meritevoli del suddetto comune
potessero studiare. A perenne ricordo di ciò egli dispose nelle sue ultime
volontà che è realizzata una breve iscrizione su una lastra di marmo e che la
stessa fosse posta in un luogo pubblico del comune di Zagarise. Col fine
di promuovere e favorire nel mio nativo comune di Zagarise l'educazione morale
e l'istruzione letteraria e scientifica e così sospingere quei miei concittadini
sulla via della civiltà, istituisco un Monte o Istituto per l'educazione ed
istruzione dei studiosi di detto Comune da elevarsi dal real governo in ente morale
e giuridico con la dotazione di annue lire duemila di rendita al 5 per cento
iscritto al gran libro dei regno d'Italia. All'uopo destino due certificati di
rendita a me intestati dell'annua rendita di L. millesettecento con la data di
Firenze e l'altro dell'annua rendita di L. trecento della stessa data. Sì fatta
annua rendita è unicamente ed esclusivamente impiegata per l'educazione e
istruzione nella filosofia di un filosofo fatto volta per volta per modo che si
dirà qui appresso nato a Zagarise da genitori ivi domiciliati almeno da dieci
anni compiti, dell'età non minore di anni sette, che sa almeno leggere e
scrivere e mostri in generale attitudine e buona disposizione agli studi
filosofici. Saggi: “I principi sostanziali ed informatori della scienza” (Napoli,
Regia Università); “Dei sistemi morali e della loro possibile riduzione” (Napoli,
Regia Università); “La moralità della scienza e della vita” (Napoli, Regia
Università); “Elogio di V. Buonsanto” (Napoli, Fibreno); “Filadelfos di G. Gemelli:
Accademia di scienze morali e politiche” (Napoli, Regia Università); “L’infallibilità
della ragione umana considerata nella triplice sfera della scienza, politica, e
della religione” (Napoli, Regia Università); “La morale indipendente” (Napoli,
Regia Università); “L’educazione popolare in Italia” (Napoli, Vaglio); La filosofia
morale (Napoli, Regia Università); “Metafisica dell’estetica” (Napoli, Regia
Università); “Una formula metafisica” (Napoli,
Regia Università); “GALLUPPI” (Napoli,
Regia Università); “Papasso e Rossi” (Napoli, Cutaneo); “Libero Stato” (Napoli,
Regia Università); “Estetica” (Napoli, Vaglio); “Capasso” (Napoli, Tramater); “La
rosa di Gerico” (Napoli, Poligama); “Metafisica dell'etica” (Napoli, Regia
Università); “Dei sistemi filosofici”; “L’equilibriio”; “La pena di morte” (Napoli,
Regia Università); “Baldacchini” (Regia Università, Napoli”, Elogio di Cilento.
Sulla Bella di Camarda, poema di Cappelli (Napoli); “Armonia della libertà
politica e della scienza morale”; “ Preso da immenso desiderio e ardente”; “Padre,
partisti, forse desolato”; “Aspirazione a Dio”. Il pensiero morale di T., C. Nardi.
Società Napoletana di Storia Patria, Lettere a Milli, F. Adamoli. Collana "Fondo
Milli" il Poeta.Via a Zagarise Via a
Catanzaro. La famiglia dona a Zagarise un'opera raffigurante il filosofo. Discorso
di Imbriani all'inaugurazione del busto di Galluppi posto nell'Accademia di
Scienze Morali e Politiche di Napoli
Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, Zagarise e dintorni, Faragò. Lira italiana. Marchese Cavaliere Paolo Emilio
Tulelli. Paolo Emilio Tulelli. Tulelli. Keywords: filosofia italiana,
l’equilibrio, metafisica dell’etica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tulelli” –
The Swimming-Pool Library. Tulelli.
Grice e Turco: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale dell’agnella, commedia nuova – la scuola di
Mantova – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Asola). Flosofo lombardo. Filosofo italiano. Asola,
Mantova, Lombardia. Nasce da una anticha e nobile famiglie, allora fiorente
cittadina della Repubblica di Venezia, dove ricopre importanti cariche
politiche in qualità di deputato, oratore e avvocato della comunità. La sua prima opera, un dialogo, “Agnella”,
venne rappresentato ad Asola durante i festeggiamenti per la visita dei duchi
di Nemours e Beaulieu e altri illustri francesi al loro seguito. “Agnella”
venne in pubblicata in seguito prima a Treviso, poi a Venezia. Contemporaneo ed
amico di MANUZIO che in una lettera encomia la sua canzone in lode di Carlo V
scritta in occasione della morte di quest'ultimo. Scrive: Letta la vostra canzone
scritta in morte del Gran Carlo V, veramente Signor Carlo onorato, non troppo
benigna stella, essendo voi dotato di si pellegrino ingegno e di tante altre
lodevoli qualità, vi condanna a scrivere dove tra molte tenebre non può
risplendere la vostra virtù, con la quale potevate illustrare voi stesso ed il
secolo nostro eccitando in altri il desiderio di assomigliarvi. Laddove hora,
avendo voi il campo ristretto per esercitare le vostre più nobili parti, non
veggo come possano apparire effetti degni di voi ed alla vostra nobile
industria corrispondenti. Questa lettera è in seguito stampata in Venezia da
Gavardo che, sempre a Venezia, pubblica una tragedia in versi, intitolata “Calestri”.
Altre opere sono stampate anche in Il Sepolcro de la illustre signora Beatrice
di Dorimbergo, Brescia Fabbio, Mangini, Storie Asolane, Lettera di MANUZIO a
Turchi, Lett. Volg. Venezia. Carlo Turco. Turco. Keywords: commedia nuova,
agnella. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Turco” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Turoldo: le XII fatiche della ragione conversazionale
e l’implicatura conversazionale – la scuola di Coderno – filosofia friulana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Coderno). Filosofo friulano -- Filosofo italiano. Coderno,
comune di Sedegliano, Udine, Friuli-Venezia Giulia. Figura profetica,
resistente sostenitore delle istanze di rinnovamento culturale, di ispirazione
conciliare, tenuto da alcuni uno dei più rappresentativi esponenti di un
cambiamento spirituale, il che gli ha valso il titolo di coscienza inquieta. Riceve
con intensità le caratteristiche della semplice cultura umana del suo ambiente
nativo e prevalentemente contadino. Colse e fece propria la dignità delle
condizioni povere della sua terra, che costituirono una solida radice
informante tutto lo sviluppo della sua sensibilità e della sua attività
futura. Accolto tra i servi di Maria nel convento di S. Maria al Cengio a
Isola Vicentina, sede triveneta della casa di formazione dell'ordine servita, dove
trascorse l’anno di noviziato. Emise la professione religiosa. Pronuncia i voti
solenni a Vicenza. Incomincia gli studi filosofici a Venezia. Nel santuario della Madonna di Monte Berico
di Vicenza e ordinato presbitero da Rodolfi, arcivescovo di Vicenza. Assegnato
al convento di S. Maria dei servi in S. Carlo al Corso in Milano. Su invito di Schuster,
arcivescovo della città, tenne la predicazione domenicale nel duomo milanese.
Insieme con il suo confratello, compagno di studi durante tutto l’iter
formativo nell’ordine dei servi e amico Piaz, si iscrive al corso a Milano e
conseguì la laurea con una tesi dal titolo, “La fatica della ragione: Contributo
per un'ontologia dell'uomo”, redatta sotto la guida di BONTADINI. Sia BONTADINI
sia BO gl’offriranno il ruolo d’assistente universitario, a Milano, il secondo
a Urbino. Durante l'occupazione nazista di Milano collabora attivamente con la
resistenza creando e diffondendo dal suo convento il periodico clandestino
l'Uomo. Il titolo testimonia la sua scelta dell'umano contro il dis-umano,
perché la realizzazione della propria umanità. Questo è il solo scopo della
vita. La sua militanza dura tutta la vita, interpretando il comando evangelico
essere nel mondo senza essere del mondo come un essere nel sistema senza essere
del sistema. Rifiuta sempre di schierarsi con un partito. Il suo impegno
nel dialogo senza preconcetti e nel confronto di idee talvolta anche duro, si
tradusse in particolare nel far nascere, insieme con PIAZ, il centro culturale
la Corsia dei Servi -- il vecchio nome della strada che dal convento dei servi
conduceva al duomo. Uno dei principali sostenitori del progetto Nomadelfia,
il villaggio nato per accogliere gl’orfani di guerra con la fraternità come unica
legge, fondato da SALTINI nell'ex campo di concentramento di Fossoli presso
Carpi, raccogliendo fondi presso la ricca borghesia milanese. Si rende
noto al grande pubblico con due raccolte di liriche “Io non ho mani” -- che gli
valse il Premio letterario Saint Vincent -- e “Gl’occhi miei” lo vedranno,
presentato nella collana mondadoriana Lo Specchio d’Ungaretti. A seguito
di prese di posizione assunte da politici locali e da alcune autorità
ecclesiastiche, deve lasciare Milano e soggiornare in conventi dei servi
dell’Austria e della iera. Venne dai superiori dell’ordine assegnato al
convento della S. Annunziata di Firenze, e qui incontra personalità affini al
suo modo di sentire, quali fra VANNUCCI, BALDUCCI, PIRA, e molti altri che
nell’ambiente fiorentino animano un tempo in cui si accendono speranze di
rinnovamento a tutti i livelli. Ma anche da Firenze è costretto ad allontanarsi
e trascorre un periodo di peregrinazioni all’estero. Ri-entrato in
Italia, venne assegnato al convento di S. Maria delle Grazie, nella “sua”
Udine. Ma con il ri-entro in Italia porta con sé un progetto, nato a contatto
cogl’emigrati friuliani: realizzare un film che raccontasse la nobiltà della
povera vita rurale del suo Friuli. Il film con il titolo “Gl’ultimi” e ispirato
al racconto “Io non ero fanciullo” scritto da T. in precedenza, venne concluso con
la regia di Pandolfi. Presentato a Udine, “Gl’ultimi” tuttavia fu ben presto rifiutato
dall’opinione pubblica friulana, che lo ritenne addirittura offensivo. Incomincia
a cercare un sito dove dare avvio a una nuova esperienza religiosa comunitaria,
allargata alla partecipazione anche di laici. Questo luogo, con le indicazioni
ricevute d’amici, venne individuato nell’antico Priorato cluniacense di S.Egidio
in Fontanella. Ottenuto il consenso del vescovo bergamasco GADDI, vi si
insedia ufficialmente. Costruì accanto allo storico edificio del Priorato una
casa per l’ospitalità, la Casa di Emmaus, titolo ispirato all’episodio in cui
Gesù risorto si manifesta a Emmaus alla cena nello spezzare il pane. La casa
costituì un simbolico richiamo alla semplice accoglienza, senza distinzioni di
censo, di religione, o altro: aspetti che caratterizzarono tutta la presenza e
la sua multiforme opera. Costituì inoltre un punto di riferimento per molti
protagonisti della storia culturale e civile italiana. Per molte personalità
del mondo ecclesiale e d’altre confessioni cristiane; un solido incentivo al
rinnovamento di linguaggi e di strutture; un laboratorio di creazioni
liturgiche e celebrative, di cui continuano a essere testimoni la versione
metrica per il canto dei salmi e migliaia di inni liturgici. Insieme con altri
frati, impegnati particolarmente in iniziative di rinnovamento spirituale e
culturale, diede avvio alla pubblicazione di una rivista, il cui titolo è
ispirato all’ordine dei servi di Maria, “Servitium”, e ad altre pubblicazioni
che si ricollegavano all’esperienza editoriale della Corsia dei Servi. La
pubblicazione della rivista continua tuttora con cadenza bimestrale, unitamente
all’edizione di altre proposte librarie edite sotto l’omonimo marchio
Servitium. Molti sono i suoi interventi sui media, dalla carta stampata
alle trasmissioni radio e televisive; molti i luoghi e le circostanze in cui è
stato chiamato a intervenire con la sua avvincente parola. Da ricordare in
particolare i suoi “viaggi della memoria” nei luoghi della Shoah, tra cui
spicca quello a Mauthausen. In quest’occasione compose una preghiera, poi
recitata nella cerimonia conclusiva, pubblicata successivamente nel saggio, “Ritorniamo
ai giorni del rischio”. Colpito da un tumore del pancreas, visse con lucida
consapevolezza e trasparente coraggio l’ultimo periodo della vita, dando una
incoraggiante testimonianza sul cammino verso “sorella morte”. Migliaia di
persone sfilarono accanto alla bara in cui era esposto il corpo di padre I
funerali a Milano videro la partecipazione di una numerosa folla nella chiesa
di S. Carlo al Corso, dove presiedette le esequie il cardinale MARTINI, che aveva
consegnato a T. il primo "Premio Lazzati", affermando la propria
opinione secondo la quale la chiesa riconosce la profezia troppo tardi. Un
secondo rito funebre venne celebrato nel pomeriggio a Fontanella di Sotto il
Monte, presente ancora una folla che copre tutta la collina circostante
l’antico priorato. Nel cimitero riposa ora sotto una semplice croce lignea, in
mezzo alla sua gente. Servitium dedica perciò alla sua figura un quaderno a
frate dei servi di S. Maria e ugualmente fa nel decennale. La grande passione. Saggi: Poesia e opere
letterarie «Lungo i fiumi..» I Salmi Milano, San Paolo, O sensi miei...: Poesie
(Milano, Rizzoli). Sul monte la morte, Servitium, La morte ha paura, Servitium,
poesie, Milano, Garzanti Teatro, Servitium,
I giorni del rischio con Salmodia della
speranza e rappresentazione in Duomo a Milano con Moni Ovadia, Servitium, Salmi
e cantici. Versione metrica per il canto di T., Servitium, La passione di S. Lorenzo, Servitium, La
terra non sarà distrutta, Servitium, Luminoso vuoto. Scritti, Servitium, David
M. T., Capovilla, Nel solco di Giovanni, lettere inedite, Servitium. Saggistica
e spiritualità. Lettere dalla Casa di Emmaus, Servitium, La parabola di Giobbe,
Servitium, Santa Maria. Servitium, Mia chiesa, una terra sola, Servitium, Il dramma è Dio: il divino la fede la poesia. Milano,
Rizzoli, Come i primi trovadori, Servitium, Colloqui con Giovanni, Servitium,
Profezia della povertà, Servitium, Chiamati ad essere, Servitium, È Natale,
Servitium, Mio amico don Milani, Servitium, Pregare, Servitium, Anche Dio è
infelice, S. Paolo, Amare Cinisello Balsamo, Edizioni S. Paolo, Padre del
mondo, Servitium, Povero sant’Antonio,
Il Messaggero, Padova. Narrativa Mia infanzia d’oro (con “Ritratto d’autore” Servitium,
e poi la morte dell'ultimo teologo Torino, Gribaudi. “Gli ultimi” Regia:
Pandolfi; soggetto: T.; sceneggiatura: Pandolfi e T.. Tra le tante, ci è un'iniziativa
che è tentata pochi giorni prima della morte di Moro e che è stata evocata da Craxi
nel corso della sua audizione nella prima Commissione d'inchiesta. In quella
circostanza, l'onorevole Craxi afferma che è chiamato da T., che gli chiedeva
sostanzialmente di domandare alla nunziatura apostolica di dichiararsi
disponibile come sede per far svolgere una trattativa. T. chiese II giorni di
silenzio stampa e insistette molto, con veemenza, affermando che era la sola
via possible. Legislatura, Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento
e sulla morte di Moro, Resoconto stenografico, “Tra i memoriali di Mauthausen”,
in “Ritorniamo ai giorni del rischio. Maledetto colui che non spera”, Milano,
Corriere "E T. nascose le armi dei partigiani" La vita, la testimonianza
Morcelliana. Piaz e la Corsia dei Servi di Milano, Morcelliana, T. e gl’organi
divini. Lettura concordanziale di “O sensi miei...”, Olschki, Una vita con gli
amici; Il mondo delle amicizie di T., documentario Salvi, Roma,
Rai-Educational, Elia, La peregrinatio poietica prefazione di Terza, Firenze, Olschki,
Cardinali, Il Dio Inseguito. Viaggio alla scoperta della poesia di T., Edizioni
Pro Sanctitate, Roma, Romero Balducci, Piaz, Fabbretti. Treccani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. David Maria Turolo. David M. Turoldo. David
Turoldo. Giuseppe Turoldo. Turoldo. Keywords: gl’ultimi, le XII fatiche della
ragione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Turoldo” – The Swimming-Pool Library. Turoldo.
Grice e Tuveri: all’altra isola -- la ragione
conversazionale sarda e l’implicatura conversazionale sarda – la scuola di Collinas
-- filosofia sarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Collinas). Filosofo sardo. Filosofo italiano. Collinas, Sardinia. Grice: “Or should we say,
‘filosofo sardo’?” -- Figlio un noto avvocato. Studia a Cagliari. Di idee
repubblicane comincia l'attività in polemica con molti intellettuali monarchici
e conservatori. Federalista, al parlamento sub-alpino si oppose alla fusione
della Sardegna col Piemonte, ed è in forte contrapposizione con GIOBERTI per le
posizioni anti-repubblicane e anti-mazziniane – vedi: MAZZINI. Fonda La
Gazzetta Popolare, collabora con numerosi giornali e assunse la direzione del
Corriere di Sardegna. Sindaco, propose il nome di Collinas. Lotta contro il
centralismo del regno di Sardegna chiedendo maggiore autonomia, soprattutto
fiscale, per i piccoli comuni. Amico di CATTANEO e MAZZINI, solleva la
questione sarda, promuovendo un riscatto della Sardegna e del popolo sardo
contro uno stato giudicato centralista e oppressivo. Scrive numerosi saggi
filosofici. Assessorato della pubblica istruzione della regione auto-noma della
Sardegna promouove la ristampa dei suoi saggi,
editore Delfino, con una introduzione di BOBBIO. Saggi: “Pintor” (Torino,
Cassone); “Specifici contro il codinismo, (Cagliari, Arcivescovile); “Del
diritto dell'uomo alla distruzione dei cattivi governi: trattato filosofico” (Cagliari,
Nazionale); “Il governo e i comuni” (Cagliari, Nazionale); “Esazione e
compulsione” (Cagliari, Timon); “La questione barracellare” (Cagliari, Timon);
“Della libertà e delle caste” (Cagliari, Corriere di Sardegna); “Sofismi
politici” (Napoli, Rinaldi); “Il veggente: Del dritto dell'uomo alla
distruzione dei cattivi governi”); Accardo, Carta, Mosso; introduzione di Bobbio;
Corrias e Orru, Opuscoli politici. Saggio delle opinioni politiche del signor
deputato sardo Pintor; Specifici contro il codinismo, Sotgiu, Piano e Contu, Scritti
giornalistici. Questione sarda, federalismo, politica internazionale, questione
religiosa, Piano, Contu e Carta, Per la vita e i tempi di T. e altre opere,
Delogu, Fonte: "Centro di studi
filologi sardi". Scheda sul sito della Camera Indipendentismo sardo. Google. Da T. all'intuizione
della concorrenza istituzionale, Bomboi. Venezia; Tuveri. Keywords. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Tuveri: implicature sarda” – The Swimming-Poo Library.
Tuveri.


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