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Sunday, December 15, 2024

GRICE ITALO A/Z T T

 

Grice e Trabucco: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della filosofia della salute – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Lirary, Villa Speranza (Caltagirone). Filosofo italiano. Caltagirone, Catania, Sicilia.  Non abbiamo grandi notizie della sua vita, della quale sappiamo solo che esercita con successo la medicina a Caltagirone, soprattutto durante l'epidemia. Per il suo contributo è creato nobile da Fernando d'Aragona. Alcune suoi saggi sono conservate nella biblioteca comunale di Caltagirone, città che gli ha anche dedicato una strada.  Saggi:  “De Morbis puerorum et mulierum.” Chaudon,  Dictionnaire universel, historique, critique, et bibliographique, v. Amico e Statella, V. M., Dizionario topografico della Sicilia, Palermo. Libro d'oro della nobilità dell'imperial casa amoriense, Roma,  s.v. Amati, Dizionario corografico dell'Italia. Trabucco. Keywords: salute, filosofia della salute. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trabucco” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Tragella: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazional dei caduti – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Trezzano sul Naviglio). Filosofo italiano. Trezzano, Milano, Lombardia. Studia a Gorla Minore, Milano, e Torino. Si occupa di serbare la memoria della battaglia di Magenta con la costruzione di una cappella espiatoria all'interno della chiesa per accogliere le spoglie dei caduti. Ricovero vecchi poveri Sito Lombardia Beni Culturali.  Viviani, cfr. Tunesi, Morani Le stagioni, op. cit.. T., Lettera a Murri in: Murri, L. Bedeschi, Carteggio. II. Lettere a Murri. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, Le stagioni di un prete, Le stagioni di un prete, «Rivista di storia e letteratura religiosa», Viviani, Dalle ricerche la prima storia vera, Magenta, Zeisciu. Cesare Tragella. Tragella. Keywords: per i caduti. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tragella” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Trapaninapola: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionle – filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Roma). Filosofo italiano. Trapaninapola. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trapaninapola” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Trapè: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’umanità di Varrone -- -- filosofia marchese – scuola di Montegiorgio --filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Montegiorgio). Flosofo italiano. Montegiorgio, Fermo, Marche. Uno dei massimi studiosi della filosofia semiotica d’Agostino. Si laurea a Roma con una “Il concorso divino in Colonna” (Tolentino). Insegna a Roma. Promosse la fondazione dell'Istituto patristico augustinianum.  Fonda la "Biblioteca agostiniana" che si occupa della volgarizzazione di Agostino (Città Nuova) e il "Corpus scriptorum augustianorum", che pubblica le opere dei filosofi scolastici agostiniani.  Altri saggi: “Introduzione ad Agostino e le grandi correnti della filosofia contemporanea”, Atti del congresso Italiano di filosofia agostiniana, Roma, Tolentino; Varro et Augustinus praecipui humanitatis cultores, Latinitas Augustinus et Varro, Atti del Congresso di studi varroniani, Rieti) – VARRONE --; “Escatologia e anti-platonismo” Augustinianum, “Agostino, filosofo e teologo dell'uomo”; Bollettino dell’Istituto di filosofia (Macerata); Agostino: L'ineffabilità di Dio, in  «La ricerca di Dio nelle religioni (EMI, Bologna); “La Aeterni Patris e la filosofia”, Atti del Congresso Tomistico, Roma; Agostino, l'uomo, il pastore, il mistico” (Roma, Città Nuova); Patrologia, Casale Monferrato, Dizionario patristico e di antichità cristiana, Casale Monferrato, Introduzione e commento alla lettera apostolica «Hipponensem episcopum», Roma, Introduzione ad Agostino, Roma,  L'amico, il maestro, il pioniere, Cremona, apostolo della cultura. Agostino Trapè. Trapè. Keywords: la semiotica d’Agostino, Varrone, humanitas. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trapè” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Trasea: la ragione conversazionale della morale romana e l’implicatura conversazionale del diritto romano -- Roma antica – scuola di Padova -- filosofia italiana – Grice italico -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Padova). Filosofo italiano. Padova, Veneto. Nato da una famiglia illustre e agiata. Mantenne stretti legami con Padova, come dimostra la partecipazione ai festeggiamenti in onore del fondatore, Antenore. Nulla è degli inizi della carriera politica tranne contrasse matrimonio colla figlia di CECINA PETO, console suffetto. Il suocero è implicato nella rivolta di Lucio Arrunzio Camillo Scriboniano che mira ad eliminare Claudio e a RESTAURARE LA REPUBBLICA e pertanto e costretto al suicidio. Lo segue, sebbene T. avesse cercato di impedirlo, anche la moglie.  Probabilmente, dopo la morte del suocero, T. aggiunse il suo nome al proprio, prassi inconsueta per un genero, che può essere letta come un segno di opposizione al principato. Non abbiamo informazioni sulla cronologia della progressione di Trasea tra i ranghi più bassi del cursus honorum ed è possibile, ma non è affatto certo, che la sua carriera politica fosse ad un punto morto.  A seguito della morte di Claudio e l'ascesa di NERONE, l'influenza del precettore del nuovo principe, il filosofo Seneca, del Portico, gli permise T. a di divenire console suffetto acquistando nel frattempo l'importante amicizia del genero ELVIDIO PRISCO. Dopo il consolato, T. ottenne il prestigioso incarico di quindecim-vir sacris faciundis. Tale ascesa e, forse, aiutata dall'attività svolta presso le corti di giustizia né è da escludere una sua nomina come governatore provinciale in accordo alla testimonianza di PERSIO, amico e parente di T., il quale scrive di aver viaggiato con lui. Sostenne in senato la causa di concussione avanzata dai cilici contro il loro ex-governatore, COSSUZIANO CAPITONE, vicino al principe, che e condannato probabilmente proprio per l'influenza e la capacità oratoria mostrata da T.Si oppose ad una mozione con cui i siracusani chiedevano di superare il numero legale di gladiatori per i loro giochi censurando di fatto l'irrilevanza cui e giunto il senato.  Quando, poi, NERONE invia al senato una lettera – scritta da Seneca -- in cui giustifica l'appena compiuto omicidio della madre, T. e il solo ad uscire dall'aula affermando di non poter dire ciò che voleva e che non avrebbe detto quel che poteva, mentre molti dei suoi colleghi si congratulavano bassamente con Nerone. Il pretore ANTISTIO SOSIANO, che scrive poesie diffamatorie su Nerone, a accusato da Cossuziano Capitone, recentemente riabilitato in Senato su impulso del suocero di questi, TIGELLINO, di maiestatis. T. dissente dalla proposta di imporre la pena di morte sostenne la più lieve sanzione dell'esilio, conforme per il reato. La proposta è approvata con larga maggioranza nonostante il parere contrario di Nerone consultato prima della votazione ed il principe e costretto ad aderirvi per far mostra di clemenza. Al processo contro il pro-console di Creta, CLAUDIO TIMARCO, accusato dai provinciali di continui abusi, avendoli costretti a compiere frequenti voti di ringraziamento, T. censura il comportamento del pro-console. Fa approvare a maggioranza un senatoconsulto che però dove aspettare il placet del principe. E dispensato dal principe dal portargli i ringraziamenti, insieme alla delegazione del senato, per la nascita di una figlia. Tale gesto e, probabilmente, il preludio della fine anche perché TIGELLINO, tra i più influenti cortigiani di Nerone e ostile a T. essendo il suocero di Cossuziano Capitone, fatto condannare da T. stesso. Tuttavia, è noto che Nerone dice a Seneca di essersi riconciliato con T. e che Seneca si fosse congratulato perché recupera un'amicizia piuttosto che averlo costretto a chiedere clemenza. Dopo tale vicenda, T. si ritira dalla vita politica. Non sappiamo esattamente quando è presa la decisione ma TACITO fa dire a Capitone, in occasione del processo, che T. ha da oltre III anni disertato tutte le sedute del senato ma, occorre ricordare che la fonte è polemica e quindi poco affidabile. Non è noto neppure quale sia stato il catalizzatore di una tale decisione che contrasta apertamente con la sua vita precedente. Forse è la sua ultima forma di protesta al principe.  In questo lasso di tempo, T. continua a curare gl’interessi dei suoi clienti e probabilmente compose anche la sua “Vita di CATONE [si veda]”, in cui loda il sostenitore della libertà senatoriale contro GIULIO CESARE (si veda) con il quale condivide la filosofia del portico. Tale opera, oggi perduta, e una fonte importante per la biografia di Plutarco. Nerone, dopo aver violentemente represso la congiura dei Pisoni, decide di sbarazzarsi di chiunque sospettava ostile, e tra questi anche T. e Barea Sorano che da tempo detesta. Spinto da Cossuziano Capitone, decide di agire durante la visita del re Tiridate I di Armenia a Roma, come scrive sarcasticamente Tacito "quasi fosse atto da re", affinché passassero inosservate le vicende di due così illustri cittadini. L'accusa contro T. e assunta da Cossuziano Capitone e Marcello Eprio, mentre Ostorio Sabino si occupa di Barea Sorano. Dapprima Nerone esclude T. dal ricevimento in onore di Tiridate ma questi, anziché farsi prendere dal timore, chiede che gli fossero notificati i capi d'accusa e che gli fosse dato tempo di difendersi. Nerone accolge la risposta di T. con agitata premura e come mai prima d'ora comincia a temere la presenza, l'ardimento e lo spirito di libertà della sua vittima e pertanto comanda di convocare il senato. L'imputato, dopo aver consultato gl’amici, decise di non partecipare al processo per evitare che Nerone si incrudelisse anche con la moglie e la figlia e per non prestare orecchio all’ingiurie degl’accusatori. In tale occasione, inoltre, impede al tribuno ARULENO RUSTICO di porre il veto al decreto del senato affermando che una siffatta azione mette in pericolo la vita del tribuno senza salvare la sua. Il giorno del processo, il tempio di Venere Genitrice, luogo di raduno del Senato, e circondato da due coorti della guardia pretoriana. Iniziata la seduta, il questore legge una lettera del principe che, senza far nomi, accusa alcuni senatori di trascurare da tempo i loro doveri e di essere, pertanto, cattivo esempio anche per i cavalieri.  Gl’accusatori accolsero tali affermazioni come un dardo pronto per essere scagliato e subito Cossuziano si scaglia contro T. per essere seguito poi da Marcello Eprio il quale, con maggiore energia, grida che si tratta di LA SALVEZZA DELLO STATO ROMANO e che la longanimità del principe sarebbe venuta meno di fronte all'arroganza dei sottoposti e che fino ad ora troppo indulgenti sono stati i senatori nei confronti di T., di Barea Sorano, definiti faziosi ribelli. Non si ricordano discorsi della difesa ed in ogni caso i senatori, nel più profondo terrore per i reparti armati, non hanno altra alternativa che votare la condanna a morte nella forma del liberum mortis arbitrium ovvero l'ordine di suicidarsi. T. e ovviamente condannato a morte, il genero Elvidio Prisco e esiliato insieme agl’amici Paconio Agrippino e Curzio Montano. Gl’altri imputati, Barea Sorano e la figlia di lui, processati separatamente, seguirono lo stesso destino di T.. Al crepuscolo, T. intento ad intrattenere numerosi ospiti e ad ascoltare con molta attenzione il filosofo Demetrio, del CINARGO, con il quale discute della natura dell'anima e della separazione dello spirito dal corpo, riceve da uno dei suoi intimi, DOMIZIO CECILIANO, la notizia della condanna. A tal punto, esorta i più a non disperarsi e a ritirarsi in gran fretta per evitare di compromettere le loro sorti con la sua, poi persuase la moglie che, memore della madre, si prepara a seguire nella morte il marito, a restare in vita e a non privare la figlia dell'unico sostegno. Poco dopo, mentre T. si avvia al portico con un'espressione lieta, avendo saputo che il genero, Elvidio Prisco, è stato solo esiliato, giunse il questore a comunicargli ufficialmente la condanna. Si ritira, quindi, accompagnato da Demetrio e dal genero, nelle proprie camere, porse ad uno schiavo le vene di entrambe le braccia e, come il sangue scorse, lo sparse a terra libando a Giove liberatore sempre alla presenza del questore. Infine, dopo molte sofferenze, muore.  In Prato della Valle, Padova, è presente una statua che lo raffigura, opera d’ Andreosi ed eretta a cura della associazione padovana Excisa Civitas. T. è rappresentato in abito consolare, ai suoi piedi un piedistallo, simbolo della costanza con cui sostenne la sua impari lotta contro Nerone. È menzionato nel romanzo Quo Vadis di Sienkiewicz. È menzionato nel romanzo Memorie di Adriano di Yourcenar. Dione Cassio. Tacito. Plinio. Tacito, Historiae. Plutarco Moralia. Geiger. Statua di T. su digilander.libero. Cassio Dione Cocceiano, Historia Romana, libri LXVI-LXVII. Plinio il Giovane, Epistulae. Tacito, Annales. Brunt, Stoicism and the Principate, PBSR, Devillers, Le rôle des passages relatifs à Thrasea Paetus dans les Annales de Tacite, Neronia, Bruxelles, Collection Latomus Geiger, Munatius Rufus and T. on Cato the Younger, Athenaeum. Rudich, Political Dissidence under Nero, Londra, (Strunk, Saving the life of a foolish poet: Tacitus on Marcus Lepidus, T., and political action under the principate, Syllecta Classica, Syme, A Political Group, Roman Papers, Turpin, Tacitus, stoic exempla, and the praecipuum munus annalium, Classical Antiquity, Wirszubski, Libertas as a political idea in Rome in the late republic and early principate, Cambridge. T., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. MPortale Antica Roma   Portale Biografie Categorie: Retori romaniFilosofi romaniScrittori romaniFilosofi del I secoloScrittori del I secolo Romani Nati a Padova Morti a Roma Filosofi giustiziati Stoici Morti per suicidio. The wide circulation of the philosophy of the Porch among Romans of the upper class from the time of Panaetius to the reign of Marcus Aurelius is a familiar fact. Few Romans of note can indeed be marked down as committed ‘filosofi del portico’, and even those, like Seneca, who avowedly belongs to the school borrows ideas from other philosophies. Still, even if eclecticism is the mode, the ‘Porch’ element is dominant. The PORTICO permeates the writings of ‘filosofi’ like Virgil and Horace who professed no formal allegiance to the sect, and became part of the culture that men absorb in their early education. One might think that the Porch exercises an influence comparable, at Oxford, at in some degree with that which Christianity has often had on men ignorant or careless of the nicer points of systematic theology. It has often been supposed that it did much to humanise Roman law and government. That is a contention of which I should be rather sceptical, but it is not my present theme. I propose to examine the effects that The Porch had on men's attitudes to the Principate, the essentially monarchical form of government created by Ottavianus. Prima facie we might expect these effects to have been significant, yet it is not easy to discern exactly what they are. At the very outset an apparent contradiction confronts us. The Porch seems to be both upholders and opponents of the regime. The Stoic Atenodoro is an honoured counsellor of Ottaviano; Seneca the preceptor of Nerone and then one of his chief ministers, Marcus Aurelius Antonino a philosopher on the throne. Seneca exalts the autocratic power of the Princeps. Under Nerone, a ruler vigilant for the safety of each and all of his subjects, anxious to secure their consent, and protected by their affection, Rome (Seneca claims) enjoyed the happiest form of constitution, in which nothing is lacking to our complete freedom but the license to destroy ourselves. We may always suspect Seneca of insincere rhetoric and special pleading. But Seneca’s approval of monarchy in principle is shared by the honest Musonius, and Antonino clearly assumed that it was by divine providence that he had been called to exercise absolute power. And yet that perfect philosopher of the Porch, as Seneca calls him (Const. Sap.), Catone, died in defence of the old Republic, which Giulio Cesare had overthrown and Ottaviano had replaced. Cato’s conduct was still viewed as exemplary by philosophers of the Porch during the Principate. T. writes Catone’s life, and he is the centre of a circle, including ELVIDIO PRISCO and ARULENO RUSTICO, which offers the most intractable opposition to certain princes, opposition which was certainly ascribed to the teaching of the Porch. Nerone’s suspicions of RUBELLIO PLAUTO, a kinsman and potential pretender to the Principate, are enhanced by the allegation that he had adopted the Porch’s presumptuous creed, which made men turbulent and avid for power. Writing soon afterwards, Seneca himself admits that some thought, though erroneously, that the votaries of philosophy were 'defiant and stubborn, men who held in contempt magistrates, kings and all engaged in government', and he advises Lucilius to devote himself to philosophy, but not to boast of it, since philosophy itself, associated with arrogance and defiance, has brought many men into danger. Let it remove your faults and not reproach those of others, and let it not recoil from social conventions ('publicis moribus"), nor produce the appearance of condemning what it does not practise'? Though Seneca speaks of 'philosophy' in general, the context shows that he has in mind only that philosophy in which he thought the truth resided, the Porch. The second passage indeed may suggest that what endangers the Porch was not so much resistance to authority as censure of the behaviour common in the world, which made the Porch generally unpopular. Seneca had also admitted earlier that The Porch had the reputation, in his view undeserved, of excessive harshness, which was held to make it incapable of giving wise advice to rulers. It was under Gaius, Nero, Vespasian and Domitian that the Porch certainly suffered persecution. The last two princes actually expelled professional philosophers from Rome and Italy; Epictetus was among the exiles. Yet he too repudiates the charge that the Porch is opposed to authority. By reconciling the interests of the individual, truly conceived, with those of society, the Porch, Epitteto claims, produced concord in a state and peace among peoples. The Porch teaches men to obey the laws, but not to despise the authority of 'kings', though in his view neither laws nor kings could give or take away anything essential to a man's blessedness. On the other hand, the Stoic would not comply with the orders of 'tyrants', which conflicted with his own moral purpose. We might then infer that it was not political authority, nor monarchy as such, that the Porch rejects, but those rulers whose vile conduct made them 'tyrants',"' and that what the Porch – in a figure like T. -- admires in Catone is not his fight for the Republic but his rectitude and constancy. However, Vespasian was never reproached with tyranny, and ELVIDIO PRISCO, at least, whom Dio called a Republican, and whom Vespasian puts to death, must have had convictions by which an emperor could be judged in political as well as moral terms. The apparent inconsistency in the Porch’s attitude to monarchy is not the only ambiguity in their relations to the state. Seneca meets the charge of political defiance by replying that none are more grateful to rulers who preserve peace than philosophers who have retired from public life to the nobler activity of tranquil contemplation and teaching. Much writing of the Porch suggests that their teaching tended to promote not active resistance to government but entire withdrawal from political activity. Quintilian speaks of philosophers as men prone to neglect their civic duties. P. Suillius had contemptuously referred to Seneca's own 'studia inertia'. In the very passage in which Tacitus marks out ELVIDIO PRISCO as a Stoic he says that 'from early youth he devoted his brilliant mind to deeper studies, not as so many (plerique') do, to make the high-sounding name of philosophy a screen for indolent retirement ('segne otium'), but in order to undertake public duties, while fortified against the strokes of fortune. Evidently, in his judgement, the general tendency of philosophic training was to render men unfit for public careers by making them prefer the life of contemplation. Hence an ambitious mother, like Agricola's, would restrain her son from drinking too deeply at the philosophic spring. Indeed all writings of the Porch illustrate a certain tension between the claims of public activity and those of study and meditation (injra). We must, of course, distinguish sharply between Stoics who deliberately chose 'segne otium' from the start and those, like T., who retires from politics in such a way as to manifest their disapprobation of the government, even though such retirement could be justified by arguments that might rather have persuaded the believer never to enter the political arena. The former might by their indifference to the state deprive it of useful talent, but they constituted no danger to the regime. But we may wonder how a creed which encouraged such quietism could also be accused of making men turbulent enemies of the Princeps. To understand these apparent contradictions in the political attitudes of Stoics under the Principate, we must look more closely than historians generally do at the moral principles they embraced. All I can attempt here is naturally no more than a rather impressionistic sketch of those aspects of Stoic teaching which seem to me most relevant to their actual political behaviour, in office, opposition or retirement. This is no place for a systematic exposition of the logical and physical presuppositions of their moral creed, and indeed the Stoics of our period evinced no keen interest in the dialectical subtleties and doctrinal coherence of the system the earlier masters of their school had evolved. Rhetoric and devotion had largely replaced inquiry and argument. None the less their moral convictions continued to rest on metaphysical dogmata, however uncritically accepted. Like other philosophers, the Stoics assume that each man does and must pursue his individual happiness. This he can secure only if he conforms his life to nature, his own nature and that of the universe, of which his own is of necessity a part. In the impulses of animals and of children we can see how Nature herself directs living beings to seek what is conducive to life and to avoid what is contrary. Life itself and all that assists the proper functioning of the living creature belong to the category of things that are natural and therefore can be described as things of value. They include wealth, health and nearly all that men generally make their objects of endeavour. Now, man is endowed with reason, and reason shows that he cannot live in isolation. We are born for one another, and it is proper to our nature to prefer things of value for our fellows as well as for ourselves. However, experience teaches us that such things may not be in our power. If, then our happiness, or that of our fellows, were to depend at all on their possession, it would not necessarily be within our grasp, our minds would be filled with anxiety, and our failures to obtain what we desire would seem to be limitations on our freedom. But no man can be happy if he is not secure from anxiety and free. Now Nature must have designed our happiness, for all being is permeated by a substance the Stoics described as reason or the divine. This ruling element in the world, which causes all things to work together for good, is also present in our souls, and it is its presence that enables us in some measure to apprehend the providential order of the Universe. Our reason should also be the ruling element in our own nature, as it must be capable of directing us to that true happiness, security and freedom which nature impels us to seek, and which, given the rationality and beneficence of nature, it must be in our power to attain. Hence the so-called things of value cannot be truly good, simply because they are not always and necessarily in our reach. By contrast nothing can ever prevent us from constantly willing to do what is right, even though the resultant actions may fail to produce the effects intended; these effects are external to ourselves and do not or should not affect that permanent disposition of the soul in which our blessedness, security and freedom are to be found. The only true good, which reason prescribes, lies then in a virtuous disposition and in the activity that flows from it, and the only true evil is the lack of such a disposition, while the things of value and their contraries must alike be classed, to use the technical term, as things indifferent to us. Yet this leaves no criterion for identifying the particular acts the good or wise man will perform, and that criterion has still to be supplied by the things of value. Is The acts which were termed in Greek “KaOkovaand” in Latin “officia”, acts incumbent on men, which we may render as duties, even though the word has perhaps excessively Kantian overtones, consist in promoting states of affairs which will contain as much as possible of such secondary goods as health or wealth, and as little as possible of their contraries. We are bound to make the best calculations we can on the consequences of our acts, and to exert ourselves to the utmost in performing them. But we should always act with the reservation in our minds that what we seek may not be attainable and that its actual attainment is not per se good. A father will jump into deep water to rescue his child. But the goodness of his act is not enhanced if the child is saved, nor diminished if it drowns. Indeed, since the universe is providentially ordered, the death of the child, if it occurs, must be for the best. Chrysippus is quoted by Epictetus as saying that, so long as the consequences are not clear to me, I cling to what is best adapted to securing things that accord with nature; for the divine has created me such that I shall choose these things; but if I actually knew that it was now ordained for me to be ill, I would aim at being ill. Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni. As a good Stoic, Catone should not have fought against Caesar, if he could have foreseen Caesar's victory. But lacking this foresight, he could still be subjectively right; and the admiration a Stoic could express for Cato is not in itself incompatible with acceptance of the regime for which Caesar's victory had prepared the way. For the Stoics only the wise man has an understanding of nature so complete and a disposition so unchangeable that he will never do what is not right, and only his actions are truly successful or good. Others may perform the same actions, but in a way that is somehow flawed. However, the wise man, as Seneca remarked, is as rare as the phoenix. Not even the great Stoic teachers pretended to the title. Most of their statements about his conduct may then be understood as the presentation of a model for others, and in fact the Stoics did not hesitate from the first to lay down rules for the guidance of ordinary beings. In such prescriptions they continued to attach value only to the purpose of moral activity, and not to success in performance. The fullest discussion we possess of their teaching on men's duties is to be found in Cicero's “de officiis,” the first two books of which are avowedly based on a treatise of Panaetius. But though Panaetius, who departed in various ways from the doctrines of his predecessors, did not care to describe the ideal sage and expressly turned to the duties of men in whom perfect wisdom was not to be found but whose conduct might still manifest the semblances of virtue ('similitudines honesti'), his concern with this topic was certainly not new. Moreover, there are some indications that Stoics extrapolated the concept of perfect virtue from the conduct of ordinary men which commanded universal approval. Orazio on the bridge could not be called truly brave, because he was no sage. Yet, his heroism gives an idea, by analogy, of what tcourage is. Thus Stoic practical morality was founded on commonly received opinions. While every man is bound to be of service to his fellows, the particular services he should render vary with his special relationships to them. From the first orthodox Stoic thinkers enjoined specific duties on the husband, father, slave-owner and so forth. Tacitus alludes to this practice when he describes ELVIDIO PRISCO as steady in performing all the duties of life, as citizen, senator, husband, son-in-law and friend. Epictetus and others conceive such duties as arising from the place in the world, the station or military post (Tá§is, statio) to which each individual is appointed, and which may limit, as it always defines, the kinds of action incumbent on him; though a life of virtue is open to all, even to slaves, what a man can do determines what he ought to do; for instance, if he is poor, he cannot hold office or endow his city with fine buildings (Ench.). But how do we identify these specific duties, which are given to us by our place in the world? If you are a town-councillor, says Epictetus, remember that you are one; if you are young, that you are young, if old, that you are old, if a father, that you are a father; on reflection each name invariably suggests the appropriate tasks. These tasks can, I think, only have been regarded as obvious if they were those conventionally expected from the persons so designated, and in fact Stoics seldom recommend acts that would have violated conventions. All that Epictetus himself tells a provincial governor is to render just decisions, to keep his hands off others' property, and to see no beauty in another man's wife or a boy or a piece of gold or silver plate. Epictetus does not go far beyond the maxims of abstinentia and integritas, always accepted, if often infringed, by the Roman ruling class. In fact he adds that we ought to look for doctrines that agree with but give additional strength to such common notions of duty. The great mind, as Seneca puts it, is intent on honourable and industrious conduct in that station in which it is placed. The good man does not change the rules, but obeys them more strictly. In another metaphor the Stoics employed the world was viewed as a stage in which each man had to play a part (persona, mpóocov). Panaetius exploited this metaphor in connexion with a doctrine he himself seems to have transferred from aesthetic to ethical theory, that there is a kind of moral beauty, called in Greek pétrov and in Latin decorum, which 'shines out' in virtuous activity, even in that of the man still imperfect in wisdom. It would not be germane to my theme to attempt to expound this doctrine in full, but two points are important. First, just as the physical beauty of a living creature must be attributed to the due relation of all the parts to the whole, so the moral beauty of a man's activity lies in the order and coherence of all his words and deeds, and just as the correct delineation of a figure in a drama depends on the suitability to his character of what he does and says, so in real life men must aim at maintaining the consistency, 'constantia'' or 'aequabilitas, of their conduct. But while the dramatist may properly portray the wicked man, on the stage of life we are all bound to play the role of rational beings subject to the moral law. None the less, the manner of the performance must vary from man to man." Besides the role which is common to all Panatius distinguished three others. The first arises from the individual's special inborn endowments, which he must develop to the full, so far as they are compatible with virtue, and his natural disabilities, which limit what he can do, the second from his position in the world, the third from the choice of a vocation that he is bound to make on the basis of his capacity and of the resources at his disposal, but which tends to commit him for the future. Thus a Roman of rank might choose to be a philosopher or a jurist, an orator or a soldier; having made his decision, he should normally carry it out to the end. For Panaetius it is only by recognizing the potentialities and limitations imposed by his own personality and circumstances that the individual can avoid those inconsistencies in conduct which would mar the moral beauty of his life. 'It is of no avail to contend with nature or to pursue an end you cannot reach'. Similarly in Epictetus' view, 'if you assume a role beyond your ability, the result is that you perform it disgracefully (hoxnuóvndas) and neglect the role you were able to fill. To thine own self be true, And it must follow, as the night the day, Thou canst not then be false to any man. Secondly, according to Panaetius, moral beauty, like physical, attracts the approval and love of other men. Indeed that approval comes to be regarded as a criterion for determining whether particular actions really do manifest 'decorum'. We ought to respect the opinions and feelings of others. Hence deportment, polite conversation and other matters of social etiquette become the subjects of moral precepts. Manual labour is condemned as unbefitting the free man. Even the liberal professions are pronounced below the dignity of an aristocrat. In general the conventions of the upper class society to which both Panaetius and Cicero belonged are unquestioningly accepted. We are told that for actions to be performed in accordance with custom and civic practices no rules need be prescribed. These practices are the rules, and no one should make the mistake of thinking that he has the same license as Socrates or Aristippus to transgress them. It was only their great and superhuman virtue that gave that privilege to them. This teaching justified Romans in treating their own traditions as equivalent to moral laws. It is no accident that the Stoic RUBELLIO PLAUTO 'respected the maxims of old generations' in the strictness of his household, or that Seneca admires the mores antiqui in which Romans had always tended to find the secret of Rome's greatness. The very use of the term “officium” to render Kankov had a similar effect. In common speech “officum” could mean both the kind of service which social conventions expected one man to render another, and the function of a magistrate, for example, or a senator. Its use in ethical theory suggested that such a service or such a function constitutes a moral obligation. Cicero illustrates Panaetius' doctrine of the special duties imposed by a man's individual personality from the suicide of Cato. Not every one would have been right to kill himself in such circumstances. Cato was justified because he had always held that it was better to die than to set eyes on a tyrant; his'constantia' left him no choice. Plutarch, who drew directly or indirectly on a firsthand account, shows that Catone consciously acted on this view. For Catone, death is the only way out. His son might live, but being also a Catone, should not serve Caesar. Others might make their peace with the victor and incur no blame. An anecdote in Plutarch's life of Cicero tells us that Catone also held in that while he himself could not honourably have abandoned his consistent opposition to Caesar, Cicero, whose past conduct had been very different, would have done better to remain neutral in the civil war. Catone’s conceptions are certainly known to the circle of T., whose own life of the hero may be Plutarch's immediate source. When they debate whether T. should appear in the senate to answer the capital charges against him, the question is essentially what course it is fitting – “deceret” -- for him to take, if he were to be true to the course of behaviour he had pursued without a break for so many years. Another man even within his circle is not bound to the same intransigence. Similarly, his friend, PACONIO, says that any one who so much as thought of going to Nero's games should go, but his own 'persona' did not allow him to consider the possibility. ELVIDIO PRISCO is for Epictetus the shining example of a man who was true to his persona. This sort of conception is indeed ascribed to men who are not known to have embraced the Stoic creed, just as the word 'persona' is sometimes used unphilosophically in a way compatible with Panaetius' doctrine but not derived from it. These are further indications that his doctrine corresponded closely with the thought and behaviour natural to traditional Romans. The concept is found in ORAZIO as well as in all the later Stoic writers, Seneca, Musonius, Epictetus and Marcus (and indeed elsewhere); though sometimes they think more of the special duties that were imposed on the individual by his place in the world or his vocation than of those which flow from his inborn propensities and disabilities, a few texts show that that part of Panaetius' doctrine was not wholly forgotten. The idea of decorum also survives in the attention still devoted to etiquette, to seemly ways of walking, talking, laughing, dressing, behaviour at the table and even in bed, for all such behaviour was considered an outward manifestation of the disposition of the soul. It is characteristic that Epictetus would rather have died than shaved off the beard that symbolized his role as a philosopher. In all these precepts we find the assumption that the moral law required performance of traditionally accepted duties and respect for conventions. After telling his readers that the poet can discover how to treat his personae appropriately by learning the duties that belong to the citizen, friend, father, brother, host, senator, judge and general, Horace adds: respicere exemplar vitae morumque iubebo doctum imitatorem et vivas hinc ducere voces. For the Stoics a virtuous disposition necessarily issued in virtuous activity. All had to perform their duties within that City of Gods and men which was not a city in any ordinary sense, nor a world-state that might one day be brought into being, but the providentially ordered Universe in which all live here and now. However, political activity could certainly be included among these duties. From the first the Stoic fathers had taught that the wise man would take part in public affairs, if there were no hindrance. Indeed it was a famous Stoic paradox that only the wise man was a king or statesman; he alone possessed the art of ruling, whether or not he had any subjects, just as only the doctor has the art of healing, even if he has no patients. His principal aim in politics would be to restrain vice and encourage virtue, ' although he would also necessarily be concerned with the 'things of value' and would treat wealth, fame, health etc. as if they were goods. But it could hardly fail to influence his attitude to such objects of endeavour that he was always to remember that his efforts to promote them might fail, and that failure or success was unimportant; they were not truly goods. As Epictetus observed, 'Caesar seems to provide us with profound peace... but can he give us peace from love or sorrow or envy? He cannot'. And yet blessedness comes only from such spiritual peace. In the real world, according to Chrysippus, all laws and constitutions were faulty. He once despairingly said that if the wise statesman pursued a bad policy he would displease the gods, if a good policy, he would displease men. So too Seneca could suggest that there was no state which could tolerate the wise man or secure his toleration. However, such pessimism did not represent the final judgement of the Stoa. It was recognized, most emphatically by Panaetius, that the state answered human material needs and fulfilled men's natural and reasonable impulse for co-operation." It would hardly have been consistent with the Stoics' faith in providence if all or most existing states had been irremediably evil. Did not the mere existence of any given form of institutions perhaps imply that those institutions served a worthy purpose in the divine economy? At any rate there is no evidence that Stoics condemned any political system as such; for instance what they disapproved of in the tyrant was not his absolute power but his abuse of it. We are told that it was particularly (though not exclusively) in states that exhibited some progress towards perfection that the wise man would be active. Progress must here be construed in a moral sense, of states that tended to imbue their citizens with virtue. Old Sparta apparently evoked Stoic admiration, because of the strict and simple life prescribed by Lycurgus. Sparta was also most often cited as an instance of that mixed or balanced constitution which won the approval of many ancient thinkers, perhaps above all for its stability. In the individual stability of purpose was for Seneca a mark of moral progress, s and perhaps stability was also a Stoic criterion for judging constitutions. Certainly we are told, without explanation, that the old Stoics preferred a mixed constitution. 6 Panaetius is often held, with no certain proof, to have commended the Republican system at Rome for its balance,' and the historical work of his illustrious successor, Posidonius, was probably biased in favour of the Roman aristocracy. At Sparta Cleomenes I, who professed to be re-establishing both the old austerities and the old political balance, enjoyed the assistance of a Stoic counsellor. Cato could probably have cited Stoic texts to justify his struggle to preserve the Republic. On the other hand Stoics did not condemn monarchy in theory. Some scholars even suppose that they gave it their special approbation. No doubt rule by a Stoic sage would have been in their eyes the best form of government. That may be one reason why several of the early Stoic masters wrote treatises on kingship. Yet, given the rarity of the sage, it must have seemed a remote possibility that if he emerged at all, he would also happen to obtain sovereign authority. Probably these treatises were intended to depict the perfect ruler as a model for contemporary kings. Conceivably, like Seneca in the de clementia, their authors did not insist over much on the gulf that divided actual rulers from their ideal. Moreover, a philosopher had the best hope, so it might seem, of effecting what he thought right as the minister of an autocrat, and since kings enjoyed great power in the Hellenistic world, Stoics who were ready to engage in political activity entered their service; this was only natural. However, once the aristocratic Roman Republic had become dominant, they were no less prepared to attend and advise men of influence at Rome. Panaetius was an intimate of Scipio Aemilianus, and Tiberius Gracchus and Cato had their Stoic counsellors. Only after Augustus did monarchy become the one system towards which for practical purposes a Stoic needed to define his attitude. The precepts and examples of the early masters of the school did not require him to reject it on doctrinal grounds; how indeed could he have done so, without impugning the dispensations of Providence? At a merely empirical level Tacitus reluctantly conceded that it was in the interest of peace that all power should be conferred on one man; he had been anticipated, a century earlier, by Strabo, who was an avowed Stoic. Seneca argued that the struggle for Republican freedom had been futile, and not only his career but those of T. and Helvidius, men of firmer resolution, indicate that their principles did not lead these Stoics to condemn the Principate as such. The wise man would not be hindered from participating in public life by any form of government, yet under any form he might conceive that he had a higher duty to a vocation of philosophic investigation and teaching his fellows by precept and example, besides fulfilling the obligations of private life." And under any form he might also see that he had no opportunity for effective political action, because of the wickedness of those in high places at the time. The doctrine that the goodness of every act lay in the disposition from which it was performed and not in its results did not require Stoics to engage in an undertaking doomed to fail ab initio; the wise man would not take a leaking ship to sea, nor, if unfit to fight, enlist in the army. Under a tyranny he simply could not do any service. As for the ordinary man, there were reasons why he might abstain from public affairs which did not apply to the sage. By definition the latter had already attained to that perfect understanding and virtue to which others at best aspired. But the pre-occupations of a busy public career might be sufficient of themselves to prevent imperfect men from ever reaching that goal. Seneca could hold at times that it was justifiable for a man to retire from long public service to private duties and to care of his own soul, at times that the whole of his life was not too long for this task, all the more because his example could be beneficial to others. The sage too was impregnable in his virtue, which he could hardly lose, but in other men moral progress might be impeded by what St. Paul calls 'evil communications' (I Cor.). Moreover, even when arguing that a man should normally undertake public duties, Seneca concedes, in a way reminiscent of Panaetius' emphasis on individual endowments, that he might be debarred not only by his physical, intellectual or pecuniary resources but also by his temperament; he might be too sensitive or insufficiently pliable for life at court, too prone to indignation, or to untimely witticisms that showed high spirit and freedom of speech but would only do the speaker harm. Again, as Panaetius had also held, he might be suited only to contemplation, not to public affairs; and 'reluctante natura, irritus labor est'. None of these considerations applied to the sage, who was omnicompetent and impervious to what others would regard as insults or injuries. Seneca's views on the propriety of a political career are self-contradictory, but the assumption that these contradictions can be explained simply by the hypothesis that he recommended otium only when his own political prospects were impaired and political activity only when himself engaged in public affairs, hardly fits the fact that we find the same antinomy in the sermons of Epictetus and the Meditations of Marcus. Seneca's advocacy of quietism reflects one important aspect of Stoic influence. Epictetus recognizes of course that men are bound to perform the duties that arise from their social relationships, but he is much more insistent on the ultimate worthlessness of all those secondary goods to which activity in the world is inevitably directed. A man of a certain station should take office, but it is wrong for him to set his heart either on holding it or on freedom from its cares; it is significant that he should think it necessary to warn his pupils against yielding to both these kinds of pestic Ofeis i a is les kiy Fallivan my police it cno doubt because no good man would submit to the humiliations on which advancement depends;? the few whose aim is to bring themselves into a right relation with the divine earn the mockery of the crowd, and they can hardly pursue their aim as procurators of Caesar. Epictetus was himself a former slave with no chance of a public career, but it is plain that his audiences were mainly drawn from the upper class, some of them aspirants to a career at Rome, like the young Arrian who took down his words.' In fact Epictetus' own low social station and the academic character of his way of life may have made him less conscious of the dangers of evil communications than Seneca had been, even though two of his diatribes are devoted to the theme (n. 69). We also find a greater serenity in his teaching than in Marcus' reflections. When Marcus looked back to the time of Vespasian or of Trajan, he saw a world in which men were engaged in flattery and boasting, suspicions and plots, praying for the death of others, murmuring at their own lot, given to sexual passions, avarice and political ambition. It was the same in his own court. More than once he dwells with loathing on the dark qualities of those who surrounded him, the emptiness of their aims, their longing for the death of 'the schoolmaster', though he had so greatly toiled, prayed and thought on their behalf; indeed death would be a release, the more merciful, the earlier it came. However, Marcus had his duty to perform; he was set over mankind as the ram over the flock or the bull over the herd (ibid). No other vocation (inó®ois) is so suited to philosophy, that is to say, to the exercise of a reason which has accurately established the rationality of nature and of all that life contains. But it is evidently by a conscious effort that Marcus reconciles himself to the place Providence has assigned him, and he can also say that his role impedes him in the pursuit of philosophy." The general character of his Meditations shows that his inclination was to ponder on the divine order and his own relation to it rather than to consume his energies in 'the daily round, the trivial task' which, nonetheless, furnished him on his own principles with all his reason required him to ask. Those principles taught him that the wise man would serve the state, if there were no external hindrance. But an autocrat could plead no hindrance, so long at least as his natural capacities permitted him to render good service. All the same we can see how a man of Marcus' temperament, set in some lower station, must have preferred that life of contemplation which in the end Seneca had pronounced the best. Thus the more seriously Stoic teaching was accepted, the more ardent in some minds must have been the desire for retirement and meditation, at most combined with the performance of inescapable private duties. Whether Stoics commonly yielded to this desire, as some of their critics averred (p. 9), we cannot say; our records can hardly be expected to commemorate lives of quiet seclusion; Sextius is a rare example, known by name (n. 10). It is with others that we must henceforth be concerned, men who thought themselves bound by their principles to enter public life, who believed what Seneca once said (ep. 96, 5),'vivere militare est', and who tried to play the part, or to occupy the station, to which they had been called by birth and ability. This Stoic concept of the individual's station was applied, as Koestermann showed long ago, to the emperor himself. Augustus seems consciously to have adopted it, probably under the influence of the Stoic Athenodorus; this was known to such panegyrical writers of the time as Ovid and Velleius. Claudius too appears to have spoken of his station, and in his reign and Nero's the notion is found in Seneca and Lucan. Tacitus referred to Vespasian's station, Pliny to Trajan's. Pius himself also employed the term. It survived into the fourth century.? Curiously, Koestermann failed to observe that the idea is implicit in Marcus' Meditations. Pius, according to Marcus, always acted in the way which had been appointed for him. He exhorts himself to let the god within him be lord of a living being, who is a male, a Roman, a ruler, who has taken up his post, as one who awaits the signal for retirement from life, fully prepared. He has to carry out the task set him like a soldier storming the breach. Similarly he speaks of his 'place' in the world, or of his 'vocation'; like all men, he has tasks to perform, proper to his own constitution and nature, and 'as Antoninus, my city and fatherland is Rome'; he must be strenuous in doing his duty, acts of piety and benefit to men, like Pius before him. He is a sort of priest and servant of the gods, and this makes him, rather like the Pope, a servant of men; he regards his life as a 'liturgy' or as 'servitude'. Long before, Antigonus Gonatas under Stoic influence had described kingship as 'noble servitude', and Seneca had applied this to Nero's position. But what were the particular duties that Stoics attached to the station or role of the emperor? According to Seneca he is to be 'vigilant for the safety of each and all'. He belongs to the state, not the state to him.® Seneca recommends Nero to win his subjects' consent, respecting public opinion 3 and freedom of speech,* and to observe the laws. Under the good ruler justice, peace, morality ('pudicitia'), security and the hierarchical social order ('dignitas') will be upheld, and economic prosperity will be assured.& The greatest stress is of course laid, for reasons not hard to discern, on clementia. But it is everywhere implicit that the emperor should be guided by traditional standards and objectives accepted by his subjects. Marcus accepted similar criteria. Marcus adjures himself to do everything as a pupil of Pius, to emulate his justice, beneficence, clemency, piety, frugality, his respect for the opinions of others combined with firmness and foresight in making his own decisions, the purity of his sexual life, his mildness and cheerfulness, his civilitas, and so forth. Marcus himself continually reflects on two themes, the providential order of the world and the duty incumbent on all men to perform acts of fellowship (praxeis koinônikai), a duty that springs from man's place in that order." This creed undoubtedly supplied him with a deeper sense of the value of the virtues that Pius had exemplified, not least his untiring devotion to work. 'Rejoice and take thy rest in one thing, proceeding from one social act to another, with God in mind' (VI 7). There was no novelty in all this. For instance, Hadrian's procurators had proclaimed the 'indefatigable care with which he is unceasingly vigilant for the interests of men'. Fergus Millar has illustrated at length the standard of personal industry which was expected of emperors, though (I suspect) not as often reached as his more unwary readers might suppose. Dio tells us that Marcus himself was a hard worker who applied himself diligently to all the duties of his office, who never said or wrote or did anything as if it were of small account, but who would spend whole days, without hurrying, on the slightest point, believing that it would bring reproach on all his actions, if he neglected any detail. The assiduity always expected of an emperor was now grounded in Marcus' own philosophic convictions. Recently a scholar has censured Marcus for speaking of the obligations we have in the universal city of gods and men without telling us what they are.? But for Marcus each man has his own station in that city: his was that of Rome's ruler. He was not writing a treatise to instruct others, but meditating privately on his own duties, and he could have learned these, in conformity with Epictetus' teaching, by merely considering the name of emperor which he bore; it told him that his task was to do what was expected of an emperor. Numerous principles of government are in fact implicit in his account of Pius, for instance in his allusion to Pius' husbandry of financial resources. The same critic rightly observes that Marcus' policy and legislation were largely traditional, and concludes that he was basically a Roman rather than a Stoic. But the antithesis is false. I suppose that it rests on a presupposition that Stoic teaching on the kinship of all men as such ought to have made genuine believers critical of the existing order and ready, when they had the power, to reform it. But at least after Zeno and Chrysippus (n. 37) no Stoic thinker drew any such practical implications from the doctrines of the school: their aim was to amend the spiritual condition of individuals, not their material lot, nor the social structure. Epictetus held that it was man's task not to change the constitution of things - 'for this is neither vouchsafed us nor is it better that it should be' - but to make his will conform with what happens." So too Marcus, vested with autocratic power, tells himself 'not to look for a Utopia, but to be content if the least thing goes forward, and even in this case to count its outcome a small matter. "3 Marcus' portrait of Pius has special value for two reasons. First, as the product of intimate familiarity and perfect sincerity, it shows us both what Pius was in the eyes of one who had long worked with him closely and what Marcus himself sought to be." It is thus infinitely more authoritative testimony to the practice of Pius and to the ideals of Marcus than we possess for any other ruler in the judgements of historians or in the propaganda of panegyrics and coins. But, in the second place, if we leave on one side a few merely personal traits and anecdotes, it presents a model that corresponds to the conventional view of the good emperor that we can construct from such evidence. The qualities that Marcus imputes to Pius are precisely those for which other emperors take credit themselves or which are lauded by their admirers or flatterers, and the judgements of later historians such as Tacitus and Dio reflect the extent to which they considered these claims justified. Augustus himself provided the prototype.'5 There is thus no sign that Marcus recognized any objectives that had not been pursued by those among his predecessors who had earned the approval of the upper classes, or that his doctrines either led him to question the established principles of imperial policy or offered him any guidance in determining the objective content of his actions. His philosophy inspired him to do what he thought to be right, but what he thought to be right was fixed by tradition. His convictions made him give the most conscientious attention to even trivial tasks, but that very absorption can have left him the less time to re-examine the content of his duties; probably it never occurred to him that such re-examination could be needed. The principles and virtues he admired in Pius are almost the same as, for instance, Pliny had ascribed to Trajan, and Pliny admits that they had been attributed to all earlier rulers, Domitian included, though with less sincerity and truth.? To take one example of the traditional character of the ideal, Pius' firmness of purpose, his self-consistency, recalls the 'constantia' of the Stoic wise man," but it was Tiberius who had proclaimed to the senate his wish to be 'far-sighted in your affairs, constant in dangers, fearless of giving offence for the public interest'. And in this same speech Tiberius re-asserted his policy of treating all Augustus' words and deeds as having the force of law. That was known even to a provincial contemporary; Strabo remarked that he had made Augustus the standard for his administration and commands.' It was by that standard that each of peror our or prided, a deo which the syst a uration of y ravis a adjustments had from time to time to be made, but it developed slowly and almost imperceptibly from a sequence of new expedients rather than from any deliberate pursuit of reform. Deliberate innovation was characteristic only of those emperors whose policy was reversed after they had been overthrown. There are certain features in Marcus' imperial ideal which are highly relevant to the attitudes that Romans of rank might be expected to adopt towards the emperor and his service. Pius had disliked pomp and adulation and treated his friends as one gentleman treats another; Marcus warned himself not to be 'Caesarified'. This civilitas may seem to be no more than a matter of etiquette, but Panaetius had already elevated sensibility for the feelings of others into a moral obligation (n. 35), and the more indes-tructibly absolute the real power of the emperor appeared, the more the upper class at Rome prized the semblance of his being no more than the first citizen. Perhaps nothing in Domitian's conduct so enraged them as his claim to be 'God and Master' and the behaviour that went with this claim. Moreover, civilitas generally accompanied and conduced to something of more political significance, the emperor's readiness to tolerate free expressions of opinion and to listen to advice. Both Pius and Marcus were notable for respecting such 'libertas' (even though there is no good reason to think that Marcus did not reserve the final decision to himself). 1a Such respect was demanded of emperors by senators, and it could be seen as an indispensable condition of their performing their own role in the service of the state. In name at least the imperial senate retained the highest responsibilities. Augustus had pretended to restore the old Republic, and it could even be said of him and of Tiberius that they had revived the maiestas of the senate. On Republican principles, as stated by Cicero, that should have meant that the senate was once again the ruling organ of the state with the magistrates as its servants;1°4 of these the princeps could no doubt be regarded as the first. In theory he was to be the public choice ('vocatus electusque a re publica'), and Tiberius expressly acknowledged that it was the senate which had entrusted him with his wide powers; like Augustus, he would not allow himself to be styled dominus, but actually addressed the senators as his 'bonos et aequos et faventes dominos', 105 In outward appearance the majesty of the senate had been enhanced by new judicial, electoral and legislative prerogatives, and the privileges of its members were sedulously preserved or extended. At his accession Tiberius had professed to desire that the functions of government discharged by Augustus should be more widely shared; later he censured the senate for casting the whole burden on the emperor; he disliked flattery, and at least pretended that senators should speak their minds; in his reign, as under Augustus, 108 there remained what Tacitus calls vestiges of free speech in the senate. Tiberius began by consulting it on all matters, however weighty;''° it was still expected to be the great council of state. Gnaeus Piso, renowned for his free speaking, urged that it would be proper ('decorum') for the senate and Equites to show that they could assume the burdens of government in the absence of the emperor.!" The reigns of terror in Tiberius' later years and under several of his successors in the first century cowed most members, but the emperors continued, however insincerely, to treat their constitutional rights as unchanged. Claudius could tell the senate that it was 'minime decorum maiestati huius ordinis' that its members should not all give their considered opinions. Pliny tells how Trajan exhorted them to resume their liberty and 'capessere quasi communis imperii curas'; we may be sure that 'quasi' was inserted as discreetly by Pliny as it had tactfully been omitted by Trajan. This was not new, as he remarks; every emperor had said the same, though none had been believed before. Thus in theory the senate remains the great council of state, and just as a conscientious emperor could conceive that he was bound to perform the traditional duties of his station as ruler, so conscientious senators could take seriously the fulfilment of the responsibilities that the emperors themselves continued to recognise as constitutionally belonging to their order. Under Nero T. saw it as his duty 'agere senatorem' , to play the role of a senator. At the outset of his reign in Nero declares that the senate should retain its ancient functions, lis and, until the conspiracy of Piso,  most senators are free from the terror that hardly abates in the previous generation. Nero's victims in these years consisted almost wholly of the few who stood too near the throne. T. has some ground for hope, not least in the influence of Seneca, that there is now a place for senatorial freedom. T.’s first recorded initiative consists in unsuccessful opposition to a motion permitting Syracuse to exceed the appointed number of gladiators for a show. T. is standing for the old order. T’s critics urge that an advocate of senatorial liberty should devote himself rather to great questions of state. T. replies that, by attention to the smallest matters, the senate shows its competence to deal with the greatest. To T., virtue is manifest in EVERY ACTIVITY ALIKE. We may recall Marcus' attention to detail and insistence that it was of value if the least thing went forward. T. also shows his care for good government by assisting the Cilicians to obtain the conviction of an oppressive governor. Yet T. is to inveigh against the 'novam provincialium superbiam', manifested in the power some subjects possessed, to secure or prevent votes of thanks to governors in provincial councils. It is  shameful that 'nunc colimus externos et adulamur'. This solicitude for the superior dignity of a senator is no more inconsistent with T’s belief in the common humanity of all men, irrespective of their status, than their failure to challenge the institution of slavery, or indeed to promote strict equality before the law among free men. They never expressed disapproval of degree, priority and place', which were such marked features of the Roman social structure and which they could not have regarded as incompatible with the providential order of the Universe. Not that T. is showing indifference to the true interests of the provincials. It is the 'praevalidi provincialium et opibus nimiis ad iniurias minorum elati' whom T seeks to check. Tacitus makes T. aver his care for good government on this very occasion. T.’s sincerity need not be doubted. And, in all probability, T.’s motion, which was approved after reference to Nero, is beneficial. Once again it only extended the principle of a senatus consultum of Augustus' time. Already T. walks out of the senate rather than assent to the congratulations it proffers to Nero on Agrippina's murder. T. also shows less enthusiasm than Nero desired for the ludi luvenales. T.’s enemies suggested that it is inconsistent that T. himself performs in the garb of a tragic actor in his home town of Padova. But the ludi cetasti which T so honours are of ancient institution, ascribed to Antenor, and it is very possible that T. does no more than tradition requires. By contrast, Nero's histrionic performances are a hated novelty. Ordinary Romans came to detest Nero no less for his breaches of convention than for his crimes; 'I began to hate you' Subrius Flavus told him: 'once you appeared as the murderer of your mother and wife, as charioteer, actor and incendiary' It was typical of a Stoic to disapprove of departures from the old mores. Yet T. still does not despair. What Seneca could excuse, T. overlooks. T. advocates a mild penalty for the praetor, Antistius, accused of treason because he had published poems libellous of the emperor. The senate should not impose sentence of death 'egregio sub principe', when it was free to make its own decision and could opt for clemency. Even flattery of Nero was justified in a good cause, and in fact Seneca's old pupil was not yet ready to disregard the maxims of his master. Long assiduous in attending the senate, T. at last withdraws, though he still performs private duties to his clients in the courts, in the manner Seneca recommends. There is no vestige of evidence that T. conspires. But T.’s retirement implies that, in his view, the regime is irretrievably corrupt, since his previous devotion to public affairs showed that it could not be set down to 'ipsius inertiae dulcedo.’ It may seem strange that his friends, Arulenus Rusticus, tribune, and Helvidius Priscus, did not retire with T. But each Stoic had to make his own decision, true to his own persona. T.’s conduct marks Nero as a tyrant. It may be construed, and genuinely felt, as a threat. Tyrannicide was esteemed in antiquity as not a crime but a noble deed. In an extreme case, according to Seneca, it was an act of mercy to the tyrant himself. The poet, Lucan, who was tinged with Stoicism, had been implicated in Piso's conspiracy,and that was the occasion for the banishment of Musonius, though there was apparently no evidence of his guilt. 12 In general, there is no ground for thinking that Stoics turned to plotting against the emperors of whom they most profoundly disapproved. Epictetus merely insists that no commands of the tyrant can affect true freedom; a man can always choose to obey God rather than Caesar. Thus he only contemplates passive resistance. T. goes no further, and perishes on that ground alone. Under DOMIZIANO too Arulenus Rusticus, called an ape of the Stoics, is said to have suffered death merely for his laudation of T., Herennius Senecio for his biography of the elder Helvidius and for failing to pursue the normal senatorial career, and Helvidius' own son for his withdrawal from politics and for alleged libels on the emperor; by what they did not do, and sometimes by what they said, these men had indicated that Domitian was a tyrant, no more, but that was sufficient offence. The elder Helvidius, T.'s son-in-law, undoubtedly went further. Exiled by Nero and recalled by Galba, he was encouraged by Vitellius' practice of consulting the senate even on minor matters to controvert the emperor's proposals, and new hope was brought by the accession of Vespasian, a friend of T.. At first Helvidius spoke of T. with honour but without insincere adulation. He judged that the time had come for independent action. The senate should indeed 'capessere rem publicam', all the more, as Gnaeus Piso had once held because the emperor was absent. Helvidius proposed that the senate should take immediate measures to remedy the deficiencies of the treasury and to restore the Capitol, a task in which Vespasian might merely be asked to assist. By selecting deputies to congratulate the new ruler it should mark out the men on whom Vespasian should rely for advice. Equally the great delators of Nero's reign, such as T.’s accuser, Eprius Marcellus, should be punished. Perhaps the motives for this demand made by Helvidius' friends as well as by himself were vindictive; we cannot read their minds. But we may see a justification that went beyond rancour, one of the same kind that lay behind the impeachments and Acts of Attainder that served to promote the development of a constitutional monarchy in our own country; the punishment of wicked ministers of the past might deter their like in the future. Helvidius' aim was surely to ensure that Vespasian and his successors should rule by the advice and consent of the senate and of those it trusted. His initiatives found insufficient support. 136 It was in the same year after Vespasian's return that the fatal conflict began. According to Dio Helvidius incurred Vespasian's hatred partly for abusing his friends - that is easy to understand, for Eprius was again in high favour - and still more for turbulence in rousing the people with denunciations of monarchy and praise of a Republican system. 138 That is not to be believed. Long ago Helvidius had consented to serve the Principate; he had recently approved of Vespasian's accession, and rabble-rousing was as alien to Stoic practice as it was futile. Probably Dio confused Helvidius' attachment to libertas, an ambiguous word, with Republican allegiance. 139 But the breach was serious: it led first to Helvidius' arrest and then to his banishment and execution, of which Vespasian himself is said to have repented. He must in the emperor's view have been guilty of treason. But in what way?Dio, in making out that Helvidius appealed to the rabble, probably associates his opposition with the expulsion of Stoic and Cynic philosophers that occurred about the same time. It is highly probably that some Cynics under the Principate did assail monarchy and the whole social order. This view indeed hardly fits the notion that there was a 'Cynic-Stoic' theory of kingship, but that notion should surely be discarded. Just as the Cynic 'citizen of the world' was a man who rejected the ties of citizenship in any particular state, so the Cynic 'king' was one who truly possessed the unfettered freedom that was falsely ascribed to autocrats; both conceptions were moral, not political.140 In any case Cynics and Stoics ought not to be confused, though some Stoics, notably Epictetus, undoubtedly admired the true Cynic's indifference to worldly goods; but not even Epictetus held that it was right, except for a few persons with a special vocation, to neglect ordinary social and political obligations. 14 But just because there was a certain measure of agreement between Stoics and Cynics, and because there were a few Stoics who could be called 'paene Cynici' (n. 37), it was easy for the enemies of aristocratic Stoics to resort to malicious misrepresentation of their attitudes. Thus the accusers of T. had suggested that his attachment to liberty was a mere pretence that concealed anarchic designs inimical to the Roman peace. Tacitus' detailed account of his actions disposes of this calumny. Unfortunately, Tacitus' evidence of Helvidius'  quarrel with Vespasian is lacking, and Dio, usually unsympathetic to philosophers, probably adopted uncritically somewhat similar allegations against him. '43 It is not in the least likely that a man of mature age whohad sought to uphold the authority of the senate and had previously been ready to serve emperors now threw over all his past convictions and engaged in attacks on the whole established order. Epictetus (n. 152) and Tacitus (n. 22) depict him as true to the last to his own role as a senator. We must then look for another explanation. Dio's epitomator collocates Helvidius' quarrel with Vespasian with an incident in which Vespasian left the senate in tears, saying that either his sons would succeed him or no one would. It is an old conjecture, which I would endorse, that Helvidius objected to Vespasian's manifest intention to pass on his power to his sons. 145 Once Titus had actually been invested with imperial power as his father's colleague in 71, Helvidius' protests could plausibly have been construed as treason. If this explanation be true, we can see that there was right on both sides. Constitutionally the choice of a princeps lay with the senate, and a man was to be chosen in the public interest as the person best fitted for the task. There was no reason to think that Titus or Domitian fulfilled this criterion. I* In practice the succession had been dynastic from the first, and it had given Rome a series of rulers, every one of whom in senatorial opinion had proved a tyrant. The crimes and follies of Nero had resulted in civil war that imperilled the very fabric of the empire. Galba (having no heir in his family) had allegedly proclaimed a very different principle: the adoption of the best man to be marked out by consent. 147 Yet from the first Flavian supporters had seen in the fact that Vespasian had two grown sons a guarantee of stability. 148 Dynastic sentiment might count for little in the senate, but it made a powerful appeal to the armies and the provinces. '4) Not one of Vespasian's successors could afford to disregard this factor. Marcus Aurelius admired Helvidius as well as Thrasea; from them he had learned, he says, the conception of a state with one law for all, adminstered by the principles of equality and free speech for all alike, and of a monarchy that valued most highly the liberty of the subjects;150 yet he too made a worthless son his successor. We need not think that this must be explained by Aristotle's dry observation that it would be an act above human virtue for an absolute king to disinherit his own son:151 dynastic succession was part of the tradition that Marcus could think it right to accept.Epictetus illustrates his thesis that every man has his own individual role to play by dramatizing a confrontation between Helvidius and Vespasian. 'When Vespasian forbade him to attend the senate, Helvidius replied, "It lies with you to exclude me from the senate, but while I am a senator, I must attend". "Then attend, but say nothing." "Do not ask my opinion and I will say nothing." "But I am bound to ask your opinion." "And I am bound to say what I think right." "But if you speak, I shall put you to death." "When then did I tell you that I was immortal: You will do your part and I mine. It is your part to put me to death, mine to die without trembling, your part to banish me, mine to depart without repining.'" What good did Helvidius do, asks Epictetus, as he stood alone? 'What good does the red stripe do the mantle? What but this? It shines out (iopÉTTE!) as red, and is there as a fine (koóv) example to the rest. Anyone but Helvidius would simply have thanked Vespasian for excusing his attendance, but then Vespasian would not have had to issue any prohibition; any one else would have sat in the senate, inanimate as a jug, or have heaped on the emperor the flatteries he wished to hear. '152 Helvidius had assumed a role, conscious of what his personality required, had prepared himself to play it, and was resolved to play it to the last. And his conception of that role was determined by constitutional principles, to which indeed most men now rendered only lip service. His stand was unsuccesstul. lo a Stoic that was of no consequence. Similarly it is no valid criticism of T. that, in disapproving of Agrippina's murder, he imperils himself without promoting the freedom of the rest. Not all men have the same duties, and in any case you could not prescribe another's conduct, nor could it affect your own blessedness. If my contentions are correct, Stoics as such had no theoretical preference for any particular form of government, monarchical or Republican. They acknowledged the value of the state, and they accepted that an individual whose position in the world and natural endowments permitted him to render the state some service had a duty to take part in public life, but only under certain conditions. His preoccupation with political activity must not be such as to impair his spiritual welfare, and even though the value of every action derived wholly from the agent's state of mind and not at all from the external consequences of the action, it was senseless for a man to involve himself in public cares, if it were certain from the start that he could achieve nothing so long as he acted as a good man should. Thus Stoic teaching may have tended to induce many of its devotees never to emerge from a quiet course of philosophic study and private duties: it certainly led others to retire from public life, or to manifest their opposition to the government, under rulers whose conduct violated moral rules. These rules were, for the Stoics, those which were endorsed by their society. It did not occur to them that the political principles that rulers were commonly expected to observe might need to be reviewed. Each man had a role to perform, a station to fill, the duties of which were fixed by general consent. The good emperor, and the good senator, were bound to carry out these duties conscientiously. It was this way of thinking that united Stoics in power and Stoics in opposition. Hence, as the good ruler, Marcus could easily recognize the merits of good subjects such as Thrasea and Helvidius, who had done their best to play their own, different, parts in public affairs. If in politics success is the standard of judgment, there was little to commend in men who did not identify outward defeat with sheer futility, who admired above all the 'iustum et tenacem propositi virum' and would have thought it praise enough to say that si fractus illabatur orbis impavidum ferient ruinae, without even admitting that there might be something unwelcome in the ruin of the world. Moralists may find some comfort that history occasionally reveals men in high places ready to do or endure anything for what they suppose to be right. The historian can note that what the Stoics supposed to be right, what they could conscientiously devote or sacrifice their lives to doing, was largely settled by the ideas and practices current in their society, and that a Helvidius or a Marcus was inspired by his beliefs not to revalue or reform the established order, but to fulfil his place within that order, in conformity with notions that men of their time and class usually accepted, at least in name, but with unusual resolution, zeal and fortitude. T. was thus a Roman politician of the Porch persuasion. As a member of the Senate, he fearlessly follows an independent line, and in the process antagonised with Nerone, who eventually pressurises the Senate into condemning him to death. T. duly commits suicide by opening his veins in the presence of his son-in-law, Elvidio Prisco and Demetrio di Roma. He was a great admirer of Catone Minore and wrote a biography of him. Publio Clodio Tràsea Peto. Keywords: portico, suicidio, vita pubblica, vita privata, virtute, ius, principe, principato, reppublica, senato, morale, diritto e moral. Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Trasea.

 

Grice e Trasea: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della filiale della setta di Crotone a Metaponto – Roma – filosofia italiana – Grice italico -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto, Bernalda, Matera, Basilicata. A Pythagorean, cited by Giamblico. Trasea. Keywords: la setta di Crotone, filiale a Metaponto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza

 

Grice e Trasci: la ragione conversazionale del colloquio lizio con me stesso -- filosofia italo-albanese -- filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Bisignano). Filosofo italiano. Bisignano, Cosenza, Calabria. “Spera in Deo”. Nato in una famiglia di origine arbëreshë. Essendo il primogenito della famiglia e, dunque, contravvenendo alle regole del maggiorascato, a causa della salute cagionevole venne avviato alla carriera ecclesiastica nel locale seminario, proseguendo gli studi a Roma e Napoli. È nella città partenopea che si lega particolarmente alla compagnia di Gesù divenendo uno dei confessori più vicini a Isabella della Rovere, principessa di Bisignano. Per non essere distolto dai propri studi filosofici si ritira volontariamente a vita privata, dapprima nella Tuscia e poi ospite nel Castello di Proceno, presso Viterbo di proprietà dei Sforza. Ancora nei primi professore una lapide marmore posta nella rocca ne ricorda la sua permanenza. Da tale esilio usce in pochissime occasioni, assistito dal nipote. Fu durante la reclusione nella rocca di Proceno che ha modo di conoscere GALILEI ospite nel palazzo durante un suo viaggio verso Roma. Dopo esser stato vescovo di Umbriatico,venne creato vescovo di Massimianopoli in partibus infidelium da Alessandro VII. Saggi: “Colloquio con me stesso”, di Antonino. Universam Aristotelis philosophiam; Summa Aristotelicha – LIZIO. Summa theologica dogmatica. Tomassetti, Cenno storico sulla vita dell’illustrissimo T. (Roma); Nutarelli, Proceno-Memorie storiche, Acquapendente, T., Amalfitani di Crucoli, erudito italo albanese Professore or mai dimenticato,  MIT Cosenza. Ferrante Marco Antonio Baffa Trasci. Ferruccio Baffa-Trasci. Trasci. Keywords: “conversazione con me stesso”, lizio, Galilei. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trasci” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Trasillo: la ragione conversazionale del principe filosofo -- Roma – filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza  (Roma). Filosofo italiano. the philosophy teacher of emperor TIBERIO. A Pythagorean and member of the Accademia. Trasillo. Keywords: Tiberio, principe filosofo. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Grice e Trasimede: la ragione conversazionale della filiale della setta di Crotone a Metaponto – Roma – filosofia della Basilicata -- filosofia italiana – Grice Italico -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto, Bernalda, Matera, Basilicata. A Pythagorean, cited by Giamblico. Trasimede. Keywords: setta di Crotone, filiale di Metaponto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Grice e Trebazio: la ragione conversazionale della repubblica romana e l’implicatura conversazionale del luogo – Roma antica -- la filosofia romana –  filosofia campanese -- filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Velia). Filosofo italiano. Novi Velia, Salerno, Campania. È molto dubbio che si debbano prendere alla lettera certe espressioni di CICERONE che accennano l’inclinazione di T. por la filosofia dell’Orto. Provenne da famiglia agiata e pare che si reca a Roma per darsi agli studi giuridici. Per raccomandazione di CICERONE, GIULIO CESARE lo conduce nelle Gallie e si serve di lui per pareri giuridici. Ritornato a Roma all’inizio della guerra civile, T. age da mediatore tra GIULIO CESARE  e CICERONE. Nel conflitto fra CESARE e POMPEO, T. si schiera col primo al quale rimase sempre fedele. Dopo la morte di GIULIO CESARE, T. si reca spesso alla villa Tuscolana di CICERONE, ove gli caddero in mano i "Topica" di Aristotele. Per contentare il suo desiderio di avere chiarimenti di quella trattazione, CICERONE scrive il saggio omonimo che dedica ed invia a T. In seguito T.  segue OTTAVIANO. ORAZIO dedica a T. una satira, in cui lo presenta come un insigne giurista. T. venne nominato cavaliere o da GIULIO CESARE o d'OTTAVIANO. T. è il maggiore giurista del tempo suo e ha come scolaro ANTISTIO LABEONE (si veda). Scrive sul diritto civile e sulle religione, ma ci restano soltanto citazioni di autori posteriori. T. probabilmente adere a un eclettismo simile in parte a quello di CICERONE con forti caratteri dell’ACCADEMIA e del PORTICO, ma non si può dire se accetta la scessi probabilista dell'ACCADEMIA. È in stretti rapporti di amicizia e confidenza con GIULIO CESARE, OTTAVIANO, ORAZIO, MECENATE, oltre che con CICERONE, col quale intrattenne un fitto epistolario e che gli dedica i “Topica”. In qualità di giureconsulto, segue GIULIO CESARE nelle sue campagne galliche, ricoprendo, anche se solo formalmente, la carica di tribuno militare. E inoltre ascoltato consigliere d’OTTAVIANO ed ha notevole fama quale maestro di MARCO ANTISTIO LABEONE (si veda), che, nella fase evolutiva che dalla Res publica al Principato, è l'artefice di quel movimento innovatore del diritto romano che e stato detto dei proculiani.  Delle sue numerose opere nulla si è conservato, se non le frequenti menzioni che di lui si trovano nelle Pandette e nelle Institutiones del Corpus iuris civilis giustinianeo. Da CICERONE e POMPONIO apprendiamo che è allievo a Roma di CORNELIO MASSIMO (si veda). Secondo POMPONIO, la perizia giuridica di T. e maggiore dell'eloquenza, arte in cui fu superato da qualcuno, come CASCELLIO, giuridicamente meno dotato di lui. Potrebbe essersi avvicinato all'ORTO tramite PANSA, una scuola dalla quale si sarebbe poi allontanato su sollecitazione di CICERONE che la considera poco consona alle virtù civili e allo studio e alla pratica del diritto. La questione ritorna poco dopo, quando CICERONE parla dei rischi del disimpegno civico di T., in relazione al suo ruolo di patrono di Ulubrae, i cui cittadini, in nome dell'amicizia tra i due, saputa della presenza dell'oratore di Arpino, si sono mobilitati nel dare un'entusiastica accoglienza. Nelle stesse righe, CICERONE già si mostra perplesso alla notizia di un suo precedente avvicinamento, sulla scia di Selius, all’ACCADEMIA di Carneade, della scessi, una tradizione filosofica un tempo seguita e apprezzata da CICERONE, ma dalla quale, come si evince indirettamente anche dalla lettera, egli aveva preso le distanze in favore di una sua particolare interpretazione del PORTICO. Ha poi una notevole reputazione come maestro di MARCO ANTISTIO LABEONE (si veda), che avrebbe ricoperto un ruolo importante nella cruciale fase di svolta che portò dalla repubblica romana al principato. Nell’accanite dispute dottrinarie che divisero in fazioni i giureconsulti dell'epoca, LABEONE è l'iniziatore di quella corrente innovatrice che sarebbe stata detta dei proculiani. La familiarità con CICERONE è testimoniata dall'intensa corrispondenza – XVII lettere - nelle quali aleggia sempre un tono umoristico e confidenziale e da cui è possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Ecco come CICERONE, probabilmente ospite di T. (o forse dell'amico THALNA) a VELIA in un viaggio verso la Grecia, si rivolge all'amico assente. Tu però, se, come sei solito, darai ascolto ai miei consigli, serberai i tuoi beni paterni, né lascerai il nobile fiume Alento, né diserterai la casa dei Papiri. Cicerone. Velia, lettera a T. in Roma. Da CICERONE proviene anche qualche annotazione critica sul carattere di T., secondo lui troppo incline, a volte, ad atteggiamenti presuntuosi e giudizi tranchant: come quando CICERONE, in mezzo ai brindisi, viene messo alla berlina dall'amico sulla questione dell'esistenza o meno di una particolare tradizione dottrinaria. L'esistenza della tradizione, a cui peraltro nessuno dei due adere, vienne negata da T.. CICERONE allora, pur rientrato tardi a casa, e tra i fumi dell'alcool, trova il tempo di puntigliose ricerche in biblioteca per dimostrare la fondatezza delle sue ragioni e rinfacciarle all'amico. Tratti caratteriali che CICERONE considera evidentemente difetti e che non manca di rimproverare all'amico, in maniera anche piuttosto aspra. E ora ascoltami bene, mio caro Testa [T.]! Io non so cosa ti renda più superbo, se il denaro che ti guadagni o l'onore che GIULIO CESARE ti fa nel consultarti. Conoscendo la tua vanità, possa io crepare se non credo che tu ami più l'essere da GIULIO CESARE consultato piuttosto che da lui arricchito! -- Cicerone. Roma, Lettera a T. in Gallia. CICERONE lo raccomanda come giureconsulto a GIULIO CESARE, allora pro-console della Gallia, definendolo probo, modesto e dotato di profonda conoscenza e dottrina dello ius civile. T. si une a GIULIO CESARE nella campagna di Gallia venendo investito della carica di tribuno militare. Mostrandosi poco attratto dalle faccende militari, sembra che GIULIO CESARE, pur confermandogli la carica e la paga, lo avesse esentato dagl’oneri connessi. La stessa cautela in materie militari lo dissuase dal seguire GIULIO CESARE in Britannia, facendogli meritare ancora le frecciate di CICERONE che ironicamente si chiede come mai un accanito nuotatore come lui non abbia voluto bagnarsi nell'oceano. Poté quindi godere dei favori di GIULIO CESARE con il quale entra in grande confidenza e al cui fianco resta fedele nel corso della guerra civile. A proposito di tale confidenza è significativo un aneddoto, riportato da SVETONIO, in cui GIULIO CESARE da prova di superbia e scarso rispetto verso il senato romano ricevendo, senza neppure alzarsi, una delegazione senatoria venuta a rendergli onori presso il tempio di Venere genitrices. In quell'occasione GIULIO CESARE letteralmente fulmina T. con lo sguardo, per il solo fatto di aver letto nei suoi occhi una poco gradita esortazione ad alzarsi. Ha anche da GIULIO CESARE il delicato incarico di mediare con CICERONE e con il tentennante SERVIO SULPICIO, nel tentativo, risultato poi vano, di condurre i due dalla sua parte. Dopo l'assassinio di GIULIO CESARE alle idi di marzo, si une alla cerchia d’OTTAVIANO e MECENATE, divenendo consigliere giuridico del principe. Da POMPONIO apprendiamo che T. acquisce l'ufficio di quaestor ma che il suo cursus honorum si ferma a quel gradino per scelta deliberate. T. infatti, non volendo profittare della posizione privilegiata, rifiuta il consolato offertogli d’OTTAVIANO. Si sa ad esempio che OTTAVIANO, dopo aver dato personale attuazione a un fidecomesso formalizzato da un certo LUCIO LENTULO attraverso codicilli, incaricò una commissione di saggi, fra cui T., dall'indiscussa autorità, di pronunciarsi sulla legittimità dei codicilli stessi. Dalla stessa fonte apprendiamo che la favorevole risposta di T. e improntata a un'argomentazione molto pragmatica. I codicilli, più informali di un vero e proprio testamento, permetteno di dare efficacia anche alle disposizioni mortis causa di quei cittadini romani che, impegnati in lunghi viaggi, non potevano conformare le loro volontà nelle solenni formalità richieste al testamento. Ogni sorta di scrupolo sulla legittimità dei codicilli sarebbe svanita quando perfino il prestigioso LABEONE, allievo di T., ne avrebbe fatto personalmente uso. Questa innovazione giuridica infranse la regola secondo cui le disposizioni testamentarie dovessero essere integrate in un unico atto unitario, che disponesse simultaneamente di tutti i beni. Da allora in poi è possibile frammentare le proprie disposizioni testamentarie in una serie di singoli atti scollegati. Alla cerchia di MECENATE appartene ORAZIO che recalcitra, con tono leggero e confidente, ai pareri legali dell'amico sui rischi insiti nella mestiere di poeta satirico. C'è di quelli cui sembro nella satira troppo feroce e oltrepassare i limiti consentiti. T., dimmi tu che cosa fare. Startene quieto. Dici che non devo scriver più versi affatto? Appunto questo. Che mi prenda un malanno se non era questo il meglio. Però soffro d'insonnia. La consulenza si sposta allora su un altro terreno. Coloro che han bisogno di dormire attraversin tre volte il Tevere unti. A sera si bagnino di vino. O se tanta mania ti forza a scrivere osa cantar le imprese dell'invitto Cesare, e avrà compensi la fatica. ORAZIO insiste ancora. Non che gli manchi la voglia ma i suoi mezzi poetici non li sente all'altezza del compito. T. sembra inchiodarlo alla durezza della norma che non tollera ignoranza, ma poi si arrende agli argomenti del poeta e conclude con un'interpretazione pragmatica. Tuttavia vorrei darti il mo consiglio di stare attento, di restare in guardia che non ti porti qualche seria noia l'ignoranza di leggi inviolabili. Se qualcuno abbia scritto contro un altro versi cattivi sia condotto innanzi al tribunale e sia data sentenza. Sta bene. Se cattivi; ma se buoni qualcuno li abbia scritti e con la lode di Cesare che giudica la causa? Se qualcuno ha latrato, integro lui, dietro a un altro che è degno di disprezzo? Saranno disarmate dalle risa le leggi e tu sarai lasciato andare. -- Orazio, Satire. Gli scritti di T. annoverano un De religionibus, in almeno X libri e un “De iure civili”. Delle sue opere, che si conservavano ancora al tempo di POMPONIO, non ci è pervenuto direttamente alcun frammento. Sappiamo tuttavia che e frequentemente citato dai giuristi successivi come desumibile dalle occorrenze nelle Pandette e nelle Institutiones del Corpus iuris civilis giustinianeo. La congettura sulla data di morte si deve a Kunkel, Herkunft und soziale Stellung der römischen Juristen, Böhlau Verlag. Tale datazione si basa sull'identificazione del LENTULO della diatriba giuridica sui codicilli con il LUCIO CORNELIO LENTULO, pro-console d'Africa. CICERONE pone mano a questa breve opera proprio su richiesta di T. Vi si dedica, lavorando a memoria, nella tappa da VELIA a REGGIO di un suo viaggio -- Si veda: Cic. ad familiares. La decisione di intraprendere questo viaggio è maturata nelle turbolenze successive all'assassinio di GIULIO CESARE, volendo CICERONE raggiungere la Grecia attraverso una lunga e inusuale, ma più sicura navigazione litoranea che, dalle coste tirreniche, attraversasse lo stretto di Sicilia.  Cic. ad familiares. Pomp. Enchiridion, nel frammento incorporato nelle Pandette giustinianee (The Latin Library). Un accenno a una possibile vicenda epicurea di T. compare nell'epistola ad familiares 7.12 scritta dalle paludi pontine. La notizia è riferita a CICERONE dallo stesso PANSA, allora in Gallia e in procinto di diventare tribuno per il biennio 52-51 a.C. L'accenno è inserito in una sorta di canzonatura, in cui Cicerone indulge all'ironia lieve sullo scarso impegno di T. nella campagna di Gallia, quasi l'avesse scambiata per una molle vacanza tarantina. ^ Altre fonti lo indicano invece come epicureo seguace di Irzio, legato di Cesare in Gallia (che sarà console con Pansa). Si veda Gravina. Origines juris civilis (De ortu et progressu juris civilis), riportata in Biografia degli uomini illustri del Regno di Napol. Ad familiares. L'accoglienza degli ulubrani intenti a rendergli onore viene comicamente resa con l'immagine fabulistica di un'orda di ranocchi gracidanti, in una lettera di poco successiva (ad familiares). Sellius, comune amico dei due, fu un oratore le cui doti non sono ritenute eccelse da Cicerone (Cic. ad familiares). Pomp. Enchiridion, in: Pandette. Il riferimento, non chiaro, a Thalna è in una lettera scritta da Vibo a Tito Pomponio Attico: ad Atticum. Dovrebbe trattarsi, in questo caso, di persona sicuramente diversa dal Thalna nominato (o pseudonimato) in ad Atticum, giudice corrotto ai tempi del famoso processo in cui Clodio fu imputato e Cicerone testimone. È anche possibile che Cicerone, nella corrispondenza, non facesse menzione dell'ospitalità offertagli a Elea da Trebazio, per non compromettere l'amico. Cic. ad familiares. La disputa, per inciso, riguardava l'esistenza di certe tradizioni giuridiche circa una facoltà, in capo all'erede, di perseguire giudizialmente un furto avvenuto prima della successione mortis causa. Cicerone tende ad imputare l'atteggiamento così titubante -- e così poco saggio -- dell'amico agli insegnamenti di Cornelio Massimo. ^ “studiosissimus homo natandi” -- così lo definisce in ad familiares. Svetonio, Vite dei Cesari. Si veda, su Lacus Curtius di Thayer. Il tentativo con Cicerone è in Plutarco, Vite parallele. Cicerone o su Lacus Curtius. La notizia su Sulpicio è tratta dal già citato Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, che riprende, anche in questo caso, il Gravina. Origines juris civilis, Vol. 1, (De ortu et progressu juris civilis). Forse identificabile con Lucio Cornelio Lentulo, console e pro-console d'Africa, morto in Provincia d'Africa (cfr. Kunkel, Herkunft und soziale Stellung der römischen Juristen, Böhlau Verlag, Institutiones. Sul prestigio di T. troviamo questo inciso: «cuius tunc auctoritas maxima erat». ^ Si intende meglio il consiglio se lo si confronta con l'immagine di un T. appassionato nuotatore, già ricordata in una precedente nota (ad familiares.  In questo caso Augusto. In Orazio - Tutte le opere. Versione, introduzione e note di Cetrangolo, Sansoni. Intratext Library. Macrobio, in Saturnalia cita infatti, fra gli altri, il decimo libro della sua opera. Treccani – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ruiz, T., in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, T. su sapere.it, De Agostini. Opere di T. su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Portale Antica Roma   Portale Biografie Categorie: Giuristi romaniPolitici romani del I secolo a.C.Giuristi del I secolo a.C.Persone delle guerre galliche[altre] A lawyer and a friend of Cicerone. When he converted to The Garden, Cicerone wrote to him questioning whether being a gardener was compatible with belonging to the legal profession. Trebazio was also the author of some works about the divine and its cult. Gaio Trebiano Testa. Keywords: I topica di Cicerone, ius, legge, Ottaviao, Labeone, satira, Orazio, religione, ius civile, pragmatica del diritto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Grice e Trebiano  la ragione conversazionale dell’orto romano e l’implicatura conversazionale del Grice italo – Roma – filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza  (Roma). Filosofo italiano. Friend of CICERONE. He takes an interest in philosophy and may have been a ‘Gardener.’ Trebiano. Keywords: Roma antica, l’orto. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Grice e Treves: la ragione conversazionale dei giudici e l’implicatura conversazionale della giustizia nella filosofia italiana – ventennio fascista – la scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza  (Torino). Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Compie gli studi al liceo AZEGLIO (vedi) e poi nella facoltà dove entra in contatto, fra gl’altri, con BOBBIO, FOA, LUZZATI, ENTRÈVES, e simpatizza con il gruppo di giustizia e libertà abbracciando i principi del socialismo liberale. Si laurea  sotto la guida di SOLARI con una tesi su Henri de Saint-Simon. Insegna a Messina, dove viene arrestato per sospetta attività contro IL REGIME FASCISTA. Trasferito a Urbino e escluso dal concorso bandito sulla sua cattedra. Insegna a Parma, si trasfere a Milano. Protagonista della rinascita post-bellica della sociologia in Italia, co-opera attivamente col centro nazionale di prevenzione e difesa sociale e col suo segretario generale Argentine, coordinando fra l'altro una vasta ricerca su “L'amministrazione della giustizia e la società italiana in trasformazione” da cui escono volumi di vari filosofi. Presiede questo comitato facendosi attivo promotore della sociologia del diritto. Fonda  la rivista italiana della disciplina, di cui ottiene il riconoscimento accademico e che insegna a Milano. Difende una posizione filosofica relativista e prospettivista, influenzata da Mannheim, Mills e Kelsen, del quale ultimo introduce in Italia la dottrina pura del diritto positivo. Alieno dal dogmatismo e paladino di una concezione critica della scienza, rifiuta ogni visione metafisica del diritto in favore di una visione metodologica che sfocia nella sociologia del diritto intesa come scienza prevalentemente empirica, non avalutativa, ma ispirata a valori, nel suo caso quelli di libertà e giustizia sociale -- è considerato insigne maestro per un'intera generazione di filosofi e sociologi del diritto. Due sono i problemi che la sociologia del diritto deve affrontare: da un lato la posizione, la funzione e il fine del diritto nella società vista nel suo insieme. Dall'altro la società nel diritto, cioè quei comportamenti effettivi che possono essere conformi e difformi rispetto alle norme, ma comunque forniscono informazioni su come una società vive le regole che si è data. Del primo problema si sono occupate soprattutto le dottrine sociologiche e polito-logiche, mentre sul secondo si sono soffermate le dottrine giuridiche anti-formalistiche. Saggi: “Il diritto come relazione” (Torino); “Diritto e cultura” (Torino); “Spirito critico e spirito dogmatico” (Milano); “Libertà politica e verità” (Milano); “Giustizia e giudici nella società italiana” (Bari); “Introduzione alla sociologia del diritto” (Torino); “Sociologia del diritto -- Origini, ricerche, problem” (Torino); “Sociologia e socialism - ricordi e incontri” (Milano); “Dizionario biografico dei giursti italiani” (Bologna, Il Mulino); Il magistero; in La Nuova Antologia, Colombo, La lezione in La Nuova Antologia, FERRARI, FSociologo del diritto, in Rivista internazionale di filosofia del diritto, in Ratio Juris,  ss. FERRARI, GHEZZI, La scienza del dubbio. Volti e temi di sociologia del diritto (Mimesis, Milano-Udine), Losano, Sociologo (Unicopli, Milano); Marconi, Il legato culturale, in Sociologia del diritto, Tanzi, dalla filosofia alla sociologia del diritto, ESI, Napoli, Nitsch, T. esule in Argentina. Sociologia, filosofia sociale, storia. Con documenti inediti e la traduzione di due scritti di T., Memorie dell'Accademia delle Scienze di Torino, Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, Sociologia del diritto, Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Samuele Renato Treves. Renato Treves. Treves. Keywords: giudice, giustizia, giusto, ventennio fascista. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Treves” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Tria: la ragione conversazionale da Roma a Roma via Roma; o, l’implicatura conversazionale della terza Roma – la scuola di Laterza -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Laterza). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Laterza, Taranto, Puglia. Studia filosofia a Napoli e Roma. Uditore di diritto  presso il monastero benedettino di Cava de' Tirreni rimane al servizio di questa abbazia anche quando e trasferito a Roma, è nominato vicario generale di monsignor Gherardi, vescovo di Loreto e Recanati, e tale rimase. Più tardi, con monsignor Firrao, ha l'incarico di nunzio straordinario alla Corte del Portogallo.  Quando monsignor Firrao, per questione di salute, è trasferito in Svizzera, T. anda con lui a Lucerna. Durante la sua permanenza in Svizzera intraprende un'importante missione in Svezia e Germania. Eletto vescovo di Cariati e Cerenzia, entra in carica presiedendo il sinodo. Trasferito poi a Larino, partecipa al concilio di Benevento. Nominato consulente del Sacro Offizio e arcivescovo di Tiro.  Divenne esaminatore di Vescovi ed è insignito del titolo di cavaliere dell'ordine di S. Giacomo per i suoi meritori servigi resi alla Corte di Lisbona. Il suoi eruditi saggi includeno:  “Memorie storiche civili di Larino (Roma); “Accommodamento tra il papato e la corte reale di Napoli” (Roma), “Benedetto XIII”. Memorie storiche degli scrittori, regno di Napoli, Napoli, Tipografia dell'Aquila di Puzziello, Diocesi di Larino, Pietro Pollidori Giovan Battista Pollidori. Giovanni Andrea Tria. Tria. Keywords: la terza Roma. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tria” – The Swimming-Pool Library. Tria.

 

Grice e Trincheri: la ragione conversazionale secondo Andrea Speranza, e l’implicatura conversazionale – la scuola di Pieve di Teco -- filosofia ligure -- la filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pieve di Teco). Filosofo ligure. Filosofo italiano. Pieve di Teco, Imperia, Liguria. Nato da una famiglia benestante che ha in possesso alcuni ettari di terreno. Appassionato alli romantici, e riconosciuto e si afferma all'interno della cerchia dei letterati del suo tempo grazie alla brillante difesa in favore di Manzoni, quando quest'ultimo pubblica  la sua prima tragedia, “Il Conte di Carmagnola”. E con il sostegno del suo maestro e amico Goethe, famoso filosofo e scrittore romantico, che riusce a far valere la proprio opinione positiva nei confronti dell'autore dei Promessi sposi. Poche altre notizie biografiche si conoscono a proposito della sua vita che, a causa di un incidente in cui fere a morte il suo amico, Andrea Speranza, crolle in una situazione estremamente travagliata.  Trincheri. Keywords: Andrea Speranza. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trincheri” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Troilo: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della conflagrazione – la scuola di Chieti -- filosofia abruzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Perano). Filosofo abruzzese. Filosofo italiano. Perano, Chieti, Abruzzo. Insegna a Palermo e Padova. Lincei. Partito dal positivismo del suo tutore ARDIGÒ, pervenne a una sorta di meta-fisica, da lui chiamata realismo assoluto, che richiama il panteismo di BRUNO (vedi). L'essere eterno infinito, tutt'uno con lo spirito assoluto, è il presupposto e il principio unificatore degl’esseri relativi. Trascendente e indeterminato, l'essere si immanentizza e si determina nella realtà e negl’individui, oggettivandosi di fronte ai soggetti come assolutamente altro da questi.  Saggi: “Il misticismo”; Idee e ideali del positivism, La filosofia di BRUNO”; “Il positivismo e i diritti dello spirito”; “Figure e studi di storia della filosofia”; “Lo spirito della filosofia”; “Le ragioni della trascendenza o del realismo assoluto”. Società Filosofica Italiana Sezione di Sulmona, riferimenti in Garin, Cronache di filosofia italiana, Laterza, Roma; Pra F. Minazzi, Ragione e storia nella filosofia italiana (Rusconi, Milano); Cappelli, L'orizzonte filosofico: Idealismo e Positivismo, Pra. Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, T., biografia e  nel sito della Società Filosofica Italiana, Sezione di Sulmona "Capograssi".   IO   CM   m       (D CO    4615  B5T58 CLASSICI  DEL  RIDERE. Sono  pubblicati Boccacci     //  Decamerone  (Giornata  I;  2''  ristampa) Petronio  Arbitro  -  //  Saiurkon  Maistre  -  /  viaggi  in  casa  Firenzuola  -  Novelle  Doni  -  Scritti  vani »  7,50   6.  EIroda  -  /  mimi »Porta  -  Antologìa »6 SwiFT  -  1  Viaggi  di  Gulliver  RaJBERTI   -  L'Arte  di  convitare Boccacci  -  //  Decamerone  Luciano  -  /  dialoghi  delle  cortigiane Cyrano  -  //  pedante  gabbato,  ecc » Boccacci   -  //  Decamerone  (Ili) 6     14.  e.  TiLLlER       Mio  zio  Beniamino Margherita  di  Navarra  -  L' Heptaméron Machiavelli      Mandragola,  Clizia,  Belfagor.   WiLDE  -  //  fantasma  di    Canterville Boccacci Decamerone  TiLUER       Bellapianta  e  CornelioBoccacci  Decamerone  Coster  -  La  leggenda  di  Ulenspiegel  Voltaire  -  La  Pulcella  d'Orléans,  trad.   dal  Monti. Berni  -  Le  Rime  e  la  Catrina »  6,50   24.  D.  Batacchi  -  La  Rete  di  Vulcano Coster  -  La  leggenda  di   Ulenspiegel  Boccacci  -  //  Decamerone Boccacci Decamerone Boccacci Decamerone Boccacci  -   //  Decamerone  Boccacci  -  //  Decamerone Batacchi      La  Rete  di  VuUano  Quevedo       La  vita  del  Pitocco Tassoni  -  Z-a  Secchia  Rapita Salom  Alechem.  Marienbad Guerrini  e  e.  Ricci,  //  Giobbe »  Marziale  -  Gli  Epigramu.i Bklzac  -  Le  sollazzevoli  historie BVCH Antonio  da  Padova Bruno  -  In  tristitia  hilaris,  in  hilaritale  tristis  BRUNO    IN  TRISTITIA  HILARIS,   IN  HILARITATE  TRISTIS    LA  PROPRIETÀ  LETTERARIA  ED  ARTISTICA   delle  versioni  onginalì,    degli  ornamenti,   delle  note  crìtiche   pubblicate  in  questa  collezione   SPETTA    ESCLUSIVAMENTE    ALl' EDITORE   i! quale,  adempiuti   i  suoi  obblighi   verso  la  legge  e  verso  gli  Autori   eserciterà  i  suoi   diritti   contro  chiunque  e   dovunque Formiggini, Rome-    114S^.  Candelaio.  Proprologo.   (2)  «  Or  eccovi...  un  convito    grande,    picciolo,    maestrale,  si  disciplinale,    sacrilego,  si  religioso...  che  certo  credo  che  non  vi  sarà  poca  occasione  da  divenir  eroico,  dismesso;  maestro,  discepolo;  cre-  dente, miscredente;  g  aio,  triste;...  sofista  con  Aristotele,  filosofo  con  Pitagora,  ridente  con  Democrito,  piangente  con  Eraclito...  ».  Cena  delle   Ceneri.  Proemiale  epistola  al  signor  di  Mauvissiero.    Prefazione  |X sione  democriteggiare,  che  è  nella  satanica  Declama-  e    che    zione  della  Cabala  del  Cavallo  Pegaseo,  torna  nel  dialogo  primo  de  La  Causa  Principio  et  Uno,  ^^^  dove  il  pensiero  va  con  ala  superba,  per  altezze  magnifiche.  Ma  è  evidente  dal  testo  dei  passi  stessi  accennati,  che  il  Bruno  non  intende  affatto  stabilire  ne  una  contrapposizione  radicale  di  riso  e  di  pianto,  ne  la  sua  posizione  propria;  mentre  invece  egli  qui  riguarda  le  cose  dal  semplice  punto  di  vista  esteriore  e  comune;  onde  tutto  si  presta  alla  considerazione  dell'uno  o  dell'altro  di  questi,  che  si  potrebbero  chiamare  anch'essi  A'jo  lo^oi  delle  cose.  Non  senza  piegare,  sotto  questo  rispetto,  verso  un  impetuoso  riso;  che  circola  e  guizza  in  tutte  le  sue  opere  e  scoppia  fin  in  mezzo  agli  argo-  menti più  gravi,  senza  sottigliezza  e  senza  ambagi,  aperto  e  rude,  come  un  suggello  di  giudizio,  e  di  sanzione.   Ma  se  ben  consideriamo  la  natura  del suo  riso,  ci  apparirà  come  esso  non  abbia  mai  nulla  di  esteriore  o  che  possa  farlo  considerare  quale  fine  a  se  medesimo.  Il  comico,  in  quanto  tale,  vera-  mente, non  c'è  in  Bruno.  In  lui  non  si  aprono  quelle  brevi   parentesi   di  azzurro,   che,  per   esempio,   tra-    (1)  «Chi  potrà  donar  freno  a  le  lingue,  che  non  mi  mettano  ne  medesimo  predicamento,  come  colui  che  corre  appo  h  vestigi  degh  altri,  che  circa  cotal  soggetto  (\  ^^^  sia  quando  si  conclude  la  dedica  dell'opera  stessa,  con  austere  parole  in  cui  vibra  il  senso  profondo  della  nolana  filosofia.  «  //  tempo  tutto  toglie  e  tutto  dà;  ogni  cosa  si  muta,  nulla  s'annichila;  è  un  solo  che  non  può  mutarsi,  e  può  perse-  verare eternamente  uno,  simile  e  medesimo.  Con  questa  filosofia  Vanimo  mi  s'aggrandisce  e  mi  si  magnifica  r intelletto.  ^^^  Suggestive  parole,  le  quali,  a  traverso  la  trama  ridicola  della  favola,  a  traverso  l'ingenuità  e  talora  la  sconcezza  degli  svolgimenti  e  degli  epi-  sodi, costituiscono  come  un'atmosfera  di  più  pro-  fonda meditazione,  entro cui  si  accendono  di  opposto  riflesso  l'ilarità  triste  e  la  tristezza  ilare  dello  psico-  logo, del  moralista,  del  filosofo.   Cosi,  il  riso  di  Bruno  è  veramente  filo-  sofico; e  però  esso  n on  s'intende  nel  suo  significato  e  nel  suo  valore,  non  s'intende  nel  suo  intimo  segreto.    (0  Ved.  Spampanato.  Introd.  Op.  cit.,  pag.  lxiv. Alla  Signora  Morgana.  SPAMP.  pag.  6.  «  ...eccovi  la  candela  che  vi  vien  porgiuta  per  questo  Candelaio  che  da  me  si  parte,  la  qual  in  questo  paese,  ove  mi  trovo,  potrà  chiarir  alquanto  certe  Ombre  dei-  Videe,  le  quali  invero  spaventano  le  bestie,  e  come  {ussero  diavoli  dan-  teschi, fan  rimaner  gli  asini  lungi  a  dietro;  ed  in  cotesta  patria,  ove  voi  siete,  potrà  far  contemplar  l'animo  mio  a  molti,  e  fargli  vedere  che  non  è  al  tutto  smesso  >\  Cfr.  De  V Infinito  Universo  e  Mondi.  Wagner,  II,  pag.  12:  «  .. .Questa  è  quella  filosofia  che  apre  gli  sensi,  contenta  il  spirto,  ma^  gnifica  l'intelletto  e  riduce  l'uomo  alla  vera  beatitudine  ».    XIV  Prefazione   se  lo  si  considera  diversamente  e  sotto  gli  altri  par-  ticolari e  più  facili  aspetti  che  può  presentare,  come  il  letterario,  e  quello  morale,  nel  senso  più  stretto  e  più  pratico  della  parola.  Non  che  ciò  sia  trascura-  bile; ma  certo  non  è  tutto,  e  non  è  il  più.  Onde  è  avvenuto  che  anche  qualche  grande  spinto,  come  Giosuè  Carducci,  non  abbia  inteso  in  parti-  colare il  Candelaio  ed  abbia  disconosciuto  in  gene- rale, nel  Bruno,  lo  scrittore.  E  che  quel  riso,  se  pur  si  esplica  nella  forma  della  comedia  cinquecentesca  e  della  satira;  se  nel  gonfiarsi  delle  tendenze  letterarie  del  suo  tempo  ha  spunti  di  violento  antiaccademismo  e  di  antipetrarchismo;  se  ritrae  i  tipi  classici  del  pedante,  dell'avaro  libertino,  del  marito  sciocco,  dello  scroccone,  etc,  non  è  un  riso,  per  cosi  dire,  let-  terario; e  se  ancora  vuole,  secondo  la  massima  tra-  dizionale, castigare  ridendo  mores,  non  è  nel  senso  immediato  e,  diciamo,  esclusivo  della  morale.   A  chi  studii  a  fondo  l'etica  bruniana,  appare  come  il  riso  e  la  satira  del  Nolano  non  solo  siano  profonda-  mente inseriti  in  essa,  ma  quasi  ne  seguano  lo  stesso  schema  di  svolgimento.   Sembrano  veramente  corrispondere  alle  tre  fasi  o  aspetti  dell'Etica  (la  psicologica  e  descrittiva,  la  co-  struttiva e,  in  certo  senso,  dialettica,  e  la  conclusiva  o  razionale  e  filosofica  propriamente)  la  Satira  in  con-  creto e  in  particolare,  di  vizii  e  difetti  e  debolezze  e  sconcezze  degli  uomini;  ^'^  la  Satira  in  astratto  di  quegli  stessi  vizi  e  difetti  e  imbecillità,  considerati  possiamo  pur  dire  ex  altiore  causa,  criticamentee  simbolicamente,  in  correlazione  con  le  virtù,  negli    O  «  Eccovi  avanti  gli  occhi  ociosi  princinii,  debili  orditure,  vani  pensieri,  frivole  speranze,  scoppiamenti  di  petto,  scoverture  di  corde,  falsi  presuppositi,  alienazion  di  mente,  poetici  furori,  offuscamento    Prefazione  XV   uomini  e  negli    dei;  la  Satira,    infine,  che  ha  vera  e  propria    intenzione  filosofica,    nella    critica    e   nel  sarcasmo    di   carattere    eterodosso    verso  i  tradizio-  nali valori  scientifici,   morali,    politici   e   religiosi,  e  che  comprendendo    e    riassumendo    anche    le   altre  due  forme  accennate,  esplica  appieno   il  significato,  della  tristitia  hilaris  e  della  hilaritas   tristis.  E  si   ha  qui  una  profonda  espressione  di  quella  oppositorum  coincidentia,    che,    formula  ricorrente    nella  filosofia  bruniana,  assume  forse  la  sua  maggiore  consistenza  e  significazione  precisamente  sotto  l'aspetto  morale,  nella  caratteristica  compenetrazione  di  riso  e  pianto,  e  nella  fase  culminante  dell'Etica  propriamente,  con  la  trattazione,  per  quanto  frammentaria  e  balenante,  del  problema  delle  opposizioni  e  delle  armonie  mo-  rali.   Si    possono    distinguere,    appunto,    questi    tre  aspetti  o  momenti  del  riso  bruniano;  ed  approssima-  tivamente e  quasi  a  mo'  di  esemplificazione,  si   pos-    sono riferire  al  Candelaio  (1582)  il  primo;  allo  Sphccio  della  Bestia  trionfante  ed  al   Cantus  Circaeus  il  secondo;  ed  il  terzo  allo  Spaccio  stesso,  alla  Cabala  del  Cavallo  Pegaseo  ed  a\V Asino  cillenico,  con  i  richiami    alle    altre    opere    veramente    costruttive,  quali  sorxO  la   Cena   delle  Ceneri,  De  la  Causa,  Prin^  cipio  et  Uno  (1584),  etc.    di  sensi,  turbazion  di  fantasia,  smarrito  peregrinaggio  d'intelletto,  fede  sfrenate,  cure  insensate,  studii  incerti,  somenze  intempestive,  e  gloriosi  frutti  di  pazzia  ».   «  Vedrete,  etc.  Candelaio.  Proprologo.   E  di  fronte  a  questa  materia  di  morale  miseria,  l'A.,  nella  evidente  contrapposizione  del  urologo  al  Proprologo,  delinea  se  medesimo,  a  L  au-  tore, si  voi  Io  conosceste,  direste,  ch'ave  una  fisionomia  smarrita,  etc.  ...per  il  più,  lo  vedrete  fastidito,  restio  e  bizarro,  non  si  contenta  di  nulla,  ritroso  come  un  vecchio  d'ottantanni,  fantastico  com  un  cane  ch'ha  ricevute  mille  spellicciate,  pasciuto  di  cipolla...  ».  Ibid.    XVI  Prefazione   Non  sono  inutili  la  distinzione,  necessariamente  sommaria,  ed  il  riferimento  ai  tre  gradi  progressivi,  come  abbiamo  detto,  deWEtica;  giacche  questa  nota  di  coincidenza  e  di  analogia  può  far  vedere  come  il  riso  di  Giordano  Bruno  non  sia  un  episodio,  ma  rientri  quasi  nella  linea  del  suo  pensiero  e,  in  sostanza,  tenga  della  stessa  suggestiva  profondità  di  tutta  la  sua  etica.   Perciò  la  materia  di  questo  libro,  il  quale  non  è  leggiero,  come  potre bbe  forse  apparire  a  taluno,  ma  più  tosto  grave  e  pensoso,  pur  nella  facezia  e  nella  licenza,  è  disposta  secondo  quella  triplice  divisione,  che  naturalmente  segue  la  partizione  dell' etica  bru-  niana.   Comunque,  è  ben  certo  che  il  significato  del  ca-  ratteristico riso  del  Bruno,  sta  nel  complesso  dei  suoi  momenti  e  dei  suoi  aspetti.  Solo  nell'insieme,  e  sopra  tutto  tenendo  conto  della  sua  formula  inte-  grale, che  si  estende  alle  considerazioni  estreme  della  filosofìa  (ma,  come  abbiamo  notato,  costituisce  pure  il  solenne  avvertimento  ed  il  motto  del  Candelaio)  si  può  intendere  il  suo  vero  senso  umano  ed  uni-  versale, il  suo  valore  filosofico.   Bisogna  tener  conto  della  formula  compiuta,  che  esplicitamente  apposta  alla  prima  opera  italiana,  a  quella  che  più  si  avvicina  nella  forma  e  nel  conte-  nuto ai  molti  e  tradizionali  componimenti  morali  del  tempo,  sta  ad  indicar  quasi  di  questo  l'avvia-  mento verso  uno  spirito  nuovo;  e,  riprodotta  più  oggettivamente,  in  uno  scritto,  fra  altri,  di  preva-  lente sostanza  etica,  che  è  dei  più  personali  ed  im-  portanti, il  De  Vinculis,  come  a  ragione  giudicava  Felice  Tocco,  sembra  abbracciare  l'intero  sistema  morale  e  filosofico  del  Bruno.   A   prescindere  dagli   strani   richiami   sopra   ricor-    Prefazione  XV I   dati,  i  quali,  pur  facendo  la  necessaria  parte  alla  consueta  fantastica  associazione  bruniana,  prendono  un  significato  rilevantissimo  allorché  vediamo,  e  dob-  biamo pur  confessare  senza  intenderne  a  pieno  il  motivo  e  la  portata  reale,  ricongiunti  in  una  relazione  singolare  la  luce  del  Candelaio  e  le  ombre  delle  idee,  la  filosofia  della  Comedia  e  la  filosofia  de  V Infinito  Universo  e  Mondi  (e  molti  altri  accenni  si  potrebbero  trovare  ancora  nelle  altre  opere);  a  prescindere  da  ciò,  e  ben  evidente  che  anche  un  sommario  esame  della  formula  della  ilarità  bruniana  ci  riporta,  per  cosi  dire,  nel  cuore  della  sua  fondamentale  inspi-  razione filosofica   Certo  essa  si  presta  ad  un'analisi  puramente  e  strettamente  morale;  a  cui  è  connesso  un  atteggia-  mento particolare  psicologico,  sentimentale  del  filo-  sofo. Da  tal  punto  di  vista  potremo  cogliere  qualche  lato  del  pensiero,  qualche  momento  dello  spirito  biz-  zarro e  tempestoso  del  Bruno;  ma  se,  arrestandoci  a  ciò,  ritenessimo  soli  o  ponessimo  definitivi  questo  lato  e  questo  momento,  noi  non  avremmo  e  non  intenderemmo,  affatto.  Bruno  nella  sua  interezza  e  nella  sua  essenza,  sotto  questo  rispetto.   Il  fastidito,  il  perseguitato,  l'insonne,  l'errante,  il  misconosciuto,  l'odiato  può  anche  umanamente  esprimere  un  senso  tragico,  di  riduzione  e  quasi  di  confusione,  in  un  disprezzo  ed  in  un'amarezza  su-  periori, della  sua  tristezza  e  del  suo  riso;  può,  sopra  tutto,  esprimere  la  sua  forza  tremenda,  ridendo  nella  tristezza  ed  essendo  triste  nell'ilarità;  può  anche,  mefistofelicamente,  ridere  laddove  gli  altri  piangono  e  piangere  laddove  gli  altri  ridono;  può,  infine,  ripor-  tare tutto  ciò  ad  un  senso  vago  di  scetticismo  e  di   Bruno,  In  tristitìa  hilaris,  etc.  2.    XVlll  Prefazione   pessimismo,  che  più  d'una  volta  pur  si  accenna  nel-  l'opera del  Bruno;  ora  in  forma  propria,  come  per  esempio  in  quelle  parole  del  Candelaio  dove  si  dice,  m conclusione...  non  esser  cosa  di  sicuro,  ma  assai  di  negocio,  difetto  a  bastanza,  poco  di  bello  e  nulla  di  buono,  ^^^  ora  con  qualche  formula  usuale,  come  il  biblico  omnia  vanitas.   Massime  la  ilarità  triste,  presa  separatamente,  si  presta  ad  una  significazione  più  particolare,  espri-  mendo quella  che  è  l'essenza  amara  di  ogni  satira;  la  quale  veste  di  riso  ciò  che  in  realtà  è  solo  degno  di  compassione  per  la  sua  debolezza,  per  la  sua  defi-  cienza, per  la  sua  bruttura,  specialmente  nell'ordine  umano.   Ma  questo,  mentre  non    il  lineamento  vero  ed  intiero  del  Bruno,  riferendosi  solo  al  flusso  delle  sue  vicende  personali,  intellettuali  e  sociali,  se  ben  si  consideri  presuppone,  in  fondo,  una  diversa  e  supe-  riore posizione  della  sua  stessa  personalità;  e,  ciò  che  più  importa,  ancora,  un  diverso  e  superiore'punto  di  vista  della  sua  speculazione  morale  propriamente  detta  e  filosofica.  Il  che  appare  dalla  prima  parte  della  formula,  e  più  dall'insieme.   La  ilarità  che  è  triste  e  la  tristezza  che  è  ilare  non  indica  un  bisticcio,  si  una  intuizione  profonda,  mo-  rale e  filosofica;  in  quanto  non  si  limita  a  conside-  razioni p arziali  di  umanità,  ma  scende  alla  totale  contemplazione  umana,  ed  a  questa  aggiunge,  anzi  connette  in  un  inscindibile  complesso,  la  considera-  zione della  realtà  universale.    (')  PropTolo^o,    Sono  le  ultime  parole  che  precedono  l'entrata  del  Bidello.  Naturalmente  qui  il  senso  è  del  tutto  particolare  e  riferito  al  mondo  del  Candelaio,  che  sta  per  entrare  materialmente  in  iscena.    Prefazione  XIX   A  nessuno  più  che  a  Bruno  ripugna  la  concezione  della  realtà  umana  staccata  ed  avulsa  dalla  realtà  totale;  e  più  a  lui  ripugna  quella  definizione  dell'uomo,  a  cui  accenna  non  senza  ironia  Benedetto  Spinoza,  come  V animale  capace  di  ridere.  Qui  siamo  fuori  del  campo  morale,  sia  che  questa  capacità  di  ridere  si  prenda  nella  sua  espressione  più  semplice  e  primi-  tiva, nella  sua  espressione  inferiore  e  fisiologica    dove,  in  sostanza,  non  e  che  l'animalità    nel  senso  preumano,  dunque;  sia  che  si  prenda  nel  senso  estremo  opposto,  nel  senso  cioè  nietzschiano,  che  nel  Supe-  ruomo travolge  l'Uomo.   L'umanità  vera  ha  il  suo  segno  nel  riso  che  si  fa  pensoso  di  tristezza  e  nella  tristezza  che  s'illumina  in  una  visione  trascendente  di  gioia;  segno  vero  di  umanità,  che  è  morale  ed  estetico  insieme,  e  che  ha  in  Bruno  un  assertore  d'incomparabile  energia.  II  quale  trae  il  motivo  e  la  forza  possente  e  luminosa  dell'affermazione  sua,  in  un  certo  senso  nuovissima,  non  già  da  fonti,  che  trascendono,  in  sostanza,  l'uomo  e  la  realtà,  come  sono  propriamente  le  fonti  e  gli  ideali  religiosi  (al  di  là,  immortalità,  ricompensa  divina,  etc,  che  fanno  piacente  la  tristezza,  il  dolore,  la  morte),  bensì  dalle  stesse  fonti  della  vera  umanità  e  della  vera  realtà,  in  una  superba  considerazione  filosofica.   Cosi  ritroviamo  Bruno  e  cogliamo  il  vero  suo  spirito.  Cosi,  da  un  punto  di  vista  più  particolare  ma  non  meno  importante,  possiamo  intendere  come  se  la  rozza  asprezza  dell'autore,  e  circostanze  spe-  ciali della  sua  vita  e  del  suo  tempo,  lo  conducono  a  parlar  volgare  e  sconcio,  adoperare  forme  e  figure  licenziose  e  toccare  talora  l'oscenità,  tutto  ciò  è  trasfigurato  e  purificato  nell'intento  profondo  che  lo  domina:  qui  veramente  il  riso,  che  sembra  infettarsi    XX  Pref    azione    di  elementi  estremi,  è  triste.  Questa  tristezza  purifica  e  redime;  ed  accenna,  appunto,  a  qualche  cosa  di  più  alto  a  CUI  mira  il  filosofo,  e  che  trascende  la  ilarità  per  se  e  la  tristezza  in  se.   Così,  la  considerazione  della  ilarità  di  Giordano  Bruno  ci  conduce  a  veder,  sotto  nuova  luce  e  forse  non  meno  profondamente  della  pura  indagine  spe-  culativa, una  parte,  da  cui  non  si  può  prescindere,  del  suo  pensiero.   Di    dalla  hilaritas  tristis,  la  tristitia  hilaris  può  riferirsi  ad  un  altro  importante  aspetto  dello  spirito  bruniano:  l'ottimismo.  Il  quale  ha  la  sua  vera  significazione  (che  riapparirà  con  altre  forme,  in  altri  sistemi)  non  tanto  copie  espres-  sione morale  per  se,  o  perchè  conferisca  una  co-  loritura particolare  alla  visione  bruniana  del  mondo;  ma  in  quanto  esprime,  in  certo  modo,  l'aspetto  intrinseco  e  la  risoluzione  culminante  della  realtà  stessa.   L'ottimismo  morale  qui  è  coessenziale,  assoluta-  mente, con  l'essere  e  con  l'immanente  suo  ordine  ontologico:  il  nuovo  mondo  della  realtà  infinita  che,  escludendo  ogni  trascendenza,  è  essere,  potenza  e  legge  eterna  a  se,  non  può  non  essere,  per  ciò  stesso,  che  uno  ah  solutissimo  in  cui  Ente,  Vero,  Bene  fanno  la  medesima  cosa.   Che  significato  possono  avere  in  questo  universo  il  dolore,  il  brutto,  il  disordine,  il  male  e  la  morte,  il  caso  e  la  fortuna?   Brunianamente,  tutto  ciò  appartiene  alla  superficie,  alla  esteriorità,  alla  contingenza  ed  alla  transitorietà  del  mondo;  tutto  ciò  che  è  pluralità  e  particolarità  è  la  spuma  che  si  gonfia,  scorre  e  si  frange  sulla  realtà;  non  è  la  realtà;  tutto  ciò  è  di  ente,  non  ente.    Prefazione  XXI   come  dice  con  sottigliezza  grammaticale,  ma  con  pen-  siero profondo  il  Bruno.   Il  mondo  si  presenta,  dunque,  sotto  questi  due  aspetti:  quello  della  totalità,  dell'unità,  dell'assoluto  e  dell'eterno;  e  quello  del  vario,  molteplice,  fluente,  disgregantesi  nel  tempo  e  nella  particolarità.   L'uomo  sta  di  fronte  a  questo  mondo,  spettatore  e  partecipe,  ad  un  tempo,  della  sua  realtà  e  della  sua  transitorietà;  di  fronte  a  questo  enorme  ritmo,  ond'esso  quasi  sgorga  e  si  discioglie  fuori  di  se,  nel  molteplice,  nel  disgregato  e  nel  relativo,  e  si  rituffa  in  se  nella  pienezza  dell'essere  che  è  assolutezza  d'eternità.   Allora  l'uomo  che  riguarda  e  che  agisce  in  questo  mondo,  se  si  fermi  a  ciò  che  è  particolare,  scorre  e  cambia  volto,  può  e  deve  trovar  motivo  alla  sua  tri-  stezza; ma  se  approfondisca  lo  sguardo  e  l'azione,  allora  il  particolare  transfluisce  nell'universale,  il  contin-  gente nell'infinito,  il  relativo  nell'assoluto:  la  visione  e  la  consapevolezza  di  ciò  può  dare,  dà,  filosoficamente,  la  tristezza  gioconda.  Questo  e  il  segno  del  consegui-  mento della  più  alta  coscienza  e  della  più  profonda  realtà;  questa  è  la  visione  sub  specie  aeterni,  ed  è  quasi  comunicazione  con  l'assoluto.  Allora  la  tri-  stezza svanisce;  alla  realtà  particolare  e  contingente  subentra  un'altra  più  profonda  realtà.  Dileguano  le  nubi  e  brilla  il  sole,  o  apparisce  il  cielo  stellato.  Il  Riso  stesso  si  è  trasfigurato;  esso,  ormai  nel  campo  della  contemplazione  e  dell'azione  più  alta,  è  dive-  nuto  eroico  furore  e  beatitudine.   *   *    *   Il  presente  volume  vuol  accogliere  quanto  di  più  caratteristicamente  espressivo  della  ilarità  triste  e  della     tiistezza    ilare    circola,    guizza    o     s'indugia    XXII  Prefazione   nella  vasta  opera  di  Giordano  Bruno,  e  le    un  fa-  scino  strano   ed  acuto.   Forniscono  qui  la  materia  solo  gli  scritti  ita-  liani; che  sono  più  varii  di  contenuto  e  più  vivi  di  forma  e  quasi  più  liberamente  riflettono  l'anima  del  filosofo  e  dell'uomo.  Laddove  i  latini  sono  o  più  tecnici  e  scolastici,  come  quelli  che  appartengono  ai  gruppi  delle  opere  Lulliane,  Mnemoniche,  Espo-  sitive e  critiche;^^^  o  più  solenni  come  le  brevi,  im-  portantissime Orazioni;  ovvero  rielaborano  più  rigi-  damente, in  gran  parte  con  veste  poetica,  come  De  minimo.  De  Monade  e  De  Immenso,  contenuto  di  opere  italiane.   (Tuttavia,  neppur  le  opere  latine  mancano  di  qualche  sprazzo  del  pensoso  suggestivo  riso;  come  la  prima  parte  del  Cantus  Circaeus;  la  quale,  mentre  la  seconda  riguarda  l'arte  della  memoria,  è  di  carattere  essenzialmente   morale).   Forse  a  chi  guardi  le  tre  sezioni  della  raccolta  ed  i  titoli  apposti  ai  brani  ch'esse  contengono,  non  apparirà  chiaro  a  prima  vista  il  significato  messo  in  rilievo  e  che  possiam  dire  ascendente,  del  riso  bru-  niano,  secondo  lo  schema  generale  dell'etica,  che  abbiamo  altrove  particolarmente  studiato.  ^'^  Ma  se  ben  SI  consideri,  esso  risulterà,  in  sostanza,  non  meno  sicuro  che  la  intima  compenetrazione  di  quel  riso  in  tutte  le  parti  dell'opera  del  Nolano,  anche  nelle  più  astratte,  speculative  ed  astruse;  come    dove  si  tratta  dell'eroico  slancio  per  la  conoscenza  e  per  1  ideale,  o  della  nuova  cosmologia,  dei  principii  del-  l'universo e  della  verità.    (')  La   Filosofia   di   G.  B.,  cit.    Parte  I,  III.  Le  opere  brunlane.    Giordano  Bruno,  -  Coli.  Profili,  N"  47,  Formi'gglni,  Roma,  1917.    Prefazione  XXI  li   La  materia  morale  agitata  dal  filosofo  è  una;  massa  viva  e  turbmosa  su  cui  cadono  il  suo  ghigno  e  la  sua  tristezza,  come  gocce  di  fuoco.  Ma  non  si  può  sconoscere  la  differenza  dell'atteggiamento  spi-  rituale, e,  in  un  certo  senso,  del  fine  medesimo,  nel  Candelaio,  per  esempio  (ed  anche  in  pagihe  affini  di  altre  opere)  e  nello  Spaccio  de  la  Bestia  trionfante.  Nell'uno  v'è,  sopra  tutto,  il  quadro  satirico,  dipin-  tura e  constatazione  dei  vizii  e  difetti  e  debolezze  e  sconcezze,  come  abbiam  detto,  degli  uomini;  nel-  l'altro l'approfondimento  critico  di  tutto  questo  mondo,  e  la  contrapposizione  fra  simbolica  e  dia-  lettica di  corrispondenti  pregi,  virtù,  valori,  nel  cielo   e   nella   terra,   negli   uomini  e  negli  dei.   Nell'uno  è  la  materia  fermentante  ed  oscura  di  Menandro  e  di  Teofrasto,  di  Plauto  e  di  Terenzio,  di  Machiavelli  e  di  Molière;  nell'altro  la  materia  di  Xenofane  e  di  Aristofane,  ed  è  anche  (come  non  a  torto  è  stato  da  taluno  notato)  lo  spirito  di  Dante.   Poiché  la  Bestia  che  si  deve  spacciare  non  è  solo  ciò  che  d'impuro  e  triste  offende  praticamente  l'uomo  e  il  convitto  umano,  ma  quello  altresì  che  contamina  e  sminuisce  i  diritti,  la  libertà,  la  san-  tità della  mente  nelle  sue  più  alte  funzioni  contem-  plativa e  speculativa.  E,  insomma,  trattasi  dell'af-  francazione totale  dell'uomo  e  dello  spirito,  che  fanno  tutt'uno.   E  come  nel  Candelaio  medesimo  (l'abbiamo  di  proposito  avvertito)  c'è  qualche  oscuro  accenno  a  più  profondo  intento  ed  a  relazioni  speculative,  cosi  lo   Spaccio  de  la  Bestia   trionfante  segna  la   strada    (1)  Op'  di..  Parte  II.    La  filosofia  soggettiva,  l'Etica-      Giordano  Bruno.  Profilo  cit.    XXIV  Prefazione   per  la  più  completa  conquista  etica  ed  elevazione  spirituale.   Purgare,  liberare:  questo  è  il  motivo  dell'opera  strana  e  stupenda  di  fantasia  e  di  riso.  Purificare  ciò  che  è  fuori  dell'uomo  (ma  che  cosa  è  fuori  del-  l'uomo, dal  punto  di  vista  morale?)  e  ciò  che  è  nell'uomo:  il  mondo  superno  e  celeste,  che  la  vecchia  scienza  teneva  incorruttibile,  e  che  al  filosofo  appar  pieno  e  guasto  d'infinita  corruzione;  e  perfino  il  mondo  infero,  la  sede  stessa  del  peccato  e  della  bruttura,  che  la  credenza  a  quello  opponeva.  (Ab-  biam  notizia  d'un  dialogo  bruniano,  //  Purgatorio  dell  Inferno  ^^^  il  quale  nel  titolo  d'apparente  bisticcio  ma  di  trasparente  significato,  completa  suggestiva-  mente il  disegno  della  totale  purgazione).  Oc-  corre, finalmente,  mondare  e  rinnovare  la  scienza  e  la  filosofia,  la  stessa  mente  umana;  ed  a  questo  mira,  con  passione  intensa,  con  forza  eroica,  il  filosofo   nuovo.   E  se  tale  opera,  che  più  propriamente  riguarda  lo  spirito,  appare  nella  form.a  ridicola  di  quella  vivacissima    e    scintillante    trattazione    che    ha    per    (')  Nella  Cena  delle  Ceneri,  dialogo  quinto,  verso  la  fine,  Teofilo  (G.  B.)  dice:  «  Non  dubitate,  Prudenzio,  perchè  del  buon  vecchio  non  ri  si  guasterà  nulla.  A  voi,  Smitho,  manderò  quel  dialogo  del  Nolano,  che  si  chiama  Purgatorio  de  l'Inferno,  e  ivi  vedrai  il  frutto  della  redenzione  ».   L'accenno  al  frutto  della  redenzione,  che  forse  rendeva  estremamente  eterodosso  lo  scritto,  non  toglie  nulla  all'idea  dello  spaccio  dell'in-  ferno; forse  la  rende  più  forte.  Cosi  pure,  per  essa  nulla  importa  che,  a  quanto  pare,  il  Purgatorio  sia  stato  composto  qualche  anno  avanti  della  Bestia  trionfante,  verso  il  1582.  L'idea  potrebbe  essere  stata  estesa  dall'inferno  al  cielo.  Ma  l'opinione  di  D.  Berti  (Vita  di  G.  B.,  pag.  25,  1*  ed.),  e  di  J.  Frith  (Life  of  G.  B.,  Londra  1887,  pag.  375),  i  quali  accennano  a  quella  data,  resta  anche  da    dimostrare.    Prefazione  XXV   soggetto  V Asinità,  ciò  non  oscura  affatto  il  pathos  intenso  e  puro  che  agita  ogni  fibra  dell'instauratore  e  che  sembra  discendere  in  lui  dall'ardore  stesso  del  divino  Platone.  Ne  la  frenesia  da  cui  si  lascia  tra-  sportare il  Bruno  impedisce  di  scorgere,  da  ultimo,  la  sovrana  bellezza  della  visione  che  s'apre  davanti  al  suo  occhio  profondo,  ed  innanzi  alla  quale  egli  stesso  rimane  estatico  e  commosso.  Così  come  per  Xenofane  colofonio  (del  quale  v'è  qualche  traccia  nello  spinto  del  Nolano)  ;  che  dopo  aver  spacciato,  sia  lecito  adoperar  questa  espressione,  gli  Dei  della  superstizione,  dell'ignoranza  e  della  corruzione,  riguardando  nel  cielo,  purificato,  disse  che  tutto  era  Dio.  ^'^   Culmina,  dunque,  la  critica,  la  satira,  la  deri-  sione e  la  tristezza  delle  brutture  e  degli  errori  umani,  un  mondo  morale  e  spirituale  di  bellezza,,  di  bontà,    di    verità.   Alla  instaurazione  cosmologica,  onde  si  rompe-  vano e  disfacevano  i  palchi  dipinti  e  i  congegni  di  orbi  e  di  cieli,  si  congiungono  la  instaurazione  mo-  rale, e  la  intellettuale,  le  quali  finiscono  per  coin-  cidere, sul  principio  dell'indissolubile  ternano  di  Ente,  Vero  e  Bene;  che  il  Bruno  contempla,  ragiona  e  sente  con  impeto  straordinario.   Candelaio  e  Canto  di  Circe,  Spaccio  de  la  Bestia  trionfante  ed  Eroici  furori.  Cena  delle  Ceneri  e  Asino  cillenico.  Cabala  del  cavallo  pegaseo  e  Causa  Principio  et  Uno  esprimono   e   fondono   insieme,    a     traverso    ^')  Noti  sono  i  framm.  di  Xenofane  circa  la  critica  degli  Dei.    Quello  citato  è  riferito  da  Aristotele  Metafisica,  I,  5.  986^>-  10.  Le  diverse  interpretazioni  del  passo  non  disdicono  al  concetto  fon-  damentale  qui   adombrato.    XXVI    Pref    azione    i  momenti  che  singolarmente  rappresentano  1  nuovi  valori  del  mondo  e  dello  spirito.  E  però,  non  illegit-  timamente, si  chiude  questo  libro  della  ilarità  triste  e  della  ilare  tristezza  del  Bruno  (che  speriamo  re-  chi qualche  vantaggio,  illuminando  la  pur  sempre  scarsamente  conosciuta  opera  del  Nolano)  con  al-  cune fra  le  pagine  più  solenni  della  sua  filosofia,  fra  le  parole  più  alte  della  sua  anima.    H    PARTE  PRIMA    I.   PRESENTAZIONE  E  SOGGETTO  DEL  CANDELAIO    IL  LIBRO   A  GLI  ABBEVERATI  NEL  FONTE  CABALLINO.   Voi  che  tettate  di  muse  da  mamma,  E  che  fiatate  su  lor  grassa  broda  Col  musso,  r eccellenza  vostra  m*oda.  Si  fed'e  caritad'  il  cuor  v  infiamma.   Piango,  chiedo,  mendico  un  epigramma.  Un  sonetto,  un  encomio,  un  inno,  un  oda  Che  mi  sii  posta  in  poppa  over  in  proda.  Per  farmene  gir  lieto  a  tata  e   mamma.  Eimè  ch'in  van  d'andar  vestito  bramo.  Oimè  ch'i*  men  vo  nudo  com'un  Eia,  E  peggio:  converrà  forse  a  me  gramo   Monstrar  scuoperto  alla  Signora  mia  Il  zero  e  menchia  com'il  padre  Adamo,  Quand'era  buono  dentro  sua  badia.   Una  pezzentaria  Di  braghe  mentre  chiedo,  da  le  valli  Veggio  montar  gran  furia  di  cavalli.    6  Parte  prima   ALLA  SIGNORA  MORGANA  B.,   SUA  SIGNORA  SEMPRE    ONORANDA.   Ed  lo  a  chi  dedicarrò  il  mio  Candelaio?  a  chi,  o  gran  destino,  ti  piace  ch'io  intitoli  il  mio  bel  parammfo,  il  mio  bon  corifeo  P  a  chi  invlarrò  quel  che  dal  sino  influsso  celeste,  in  questi  più  cuocenti  giorni,  ed  ore  più  lambic-  biccanti,  che  dicon  caniculan,  mi  han  fatto  piovere  nel  cervello  le  stelle  fìsse,  le  vaghe  lucciole  del  firmamento  mi  han  crivellato  sopra,  il  decano  de'  dodici  segni  m'ha  balestrato  in  capo,  e  ne  l'orecchie  interne  m'han  soffiato  i  sette  lumi  erranti  P  A  chi  s'è  voltato,  — •  dico  io,    a  chi  riguarda,  a  chi  prende  la  miraP  A  Sua  Santità  P  no.  A  Sua  Maestà  Cesarea  P  no.  A  Sua  Serenità  P  no.  A  Sua  Altezza,  Signoria  illustrissima  e  reverendissima P  non,  non.  Per  mia  fé,  non  è  prencipe  o  cardinale,  re,  imperadore  o  papa  che  mi  ìevarrà  questa  candela  di  m.ano,  in  questo  solen-  nissimo  offertorio.  A  voi  tocca,  a  voi  si  dona;  e  voi  o  l'attaccarrete  al  vostro  cabinetto  o  la  ficcarrete  al  vostro  candeliero  in  superlativo  dotta,  saggia,  bella  e  generosa  mia  signora  Morgana:  voi,  coltivatrice  del  campo  del-  l'animo mio,  che,  dopo  aver  attrite  le  glebe  della  sua  du-  rezza e  assottigliatogli  il  stile,    acciò  che  la  polverosa  nebbia  sullevata  dal  vento  della  leggerezza  non  offendesse  gli  occhi  di  questo  e  quello,    con  acqua  divina,  che  dal  fonte  del  vostro  spirto  deriva,  m'abbeveraste  l'intelletto.  Però,  a  tempo  che  ne  posseamo  toccar  la  mano,  per  la  prima  vi  indrizzai  :  Gli  pensier  gai;  apresso:  11  tronco  d'acqua  viva.  Adesso  che,  tra  voi  che  godete  al  seno  d'Abraamo,  e  me  che,  senza  aspettar  quel  tuo  soc-  corso che  solea  rifrigerarmi  la  lingua,  desperatamente  ardo  e  sfavillo,  intermezza  un  gran  caos,  pur  troppo  invidioso  del  mio  bene,  per  farvi  vedere  che  non  può  far  quel  mede-  simo caos,  che  il  mio  am.ore,  con  qualche  proprio  ostaggio  e  material  presente,  non  passe  al  suo  marcio  dispetto,  eccovi  la  candela  che  vi  vien  porgiuta  per  questo  Candelaio    I.   -  Presentanzione  e  soggetto  del  Candelaio  7   che  da  me  si  parte,  la  qual  in  questo  paese,  ove  mi  trovo,  p otrà  chiarir  alquanto  certe  Ombre  dell'idee  le  quali  in  vero  spaventano  le  bestie  e,  come  fussero  diavoli  dan-  teschi, fan  rimanere  gli  asmi  lungi  a  dietro,  ed  in  cotesta  patria,  ove  voi  siete,  potrà  far  contemplar  l'animo  mio  a  molti,  e  fargli  vedere  che  non  è  al  tutto  smesso.   Salutate  da  mia  parte  quell'altro  Candelaio  di  carne  ed  ossa,  delle  quali  è  detto  che  «  Regnum  Dei  non  posside-  hunt  )';  e  ditegli  che  non  goda  tanto  che  costì  si  dica  la  mia  memoria  esser  stata  strapazzata  a  forza  di  pie  di  porci  e  calci  d'asini:  perchè  a  quest'ora  a  gli  asini  son  mozze  l'o-  r  ecchie,  ed  i  porci  qualche  decembre  me  la  pagarranno.  E  che  non  goda  tanto  con  quel  suo  detto:  «  Abiit  in  regio-  nem  longinquam  »;  perchè,  si  avverrà  giamai  ch'i  cieli  mi  concedano  ch'io  effettualmente  possi  dire:  «  Surgam  et  ibo  »,  cotesto  vitello  saginato  senza  dubbio  sarrà  parte  della  nostra  festa.  Tra  tanto,  viva  e  si  governe,  ed  attenda  a  farsi  più  grasso  che  non  è;  perchè,  dall'altro  canto,  io  spero  di  ricovrare  il  lardo,  dove  ha  persa  l'erba,  si  non  sott'un  mantello,  sotto  un  altro,  si  non  in  una,  in  un'altra  vita.  Ricordatevi,  Signora,  di  quel  che  credo  che  non  bisogna  insegnarvi:    Il  tempo  tutto  toglie  e  tutto  dà;  ogni  cosa  si  muta,  nulla  s'annichila;  è  un  solo  che  non  può  mutarsi,  un  solo  è  eterno,  e  può  perseverare  eternamente  uno,  simile  e  medesimo.  — ■  Con  questa  filosofia  l'animo  mi  s'aggrandisse,  e  me  si  magnifica  l'intelletto.  Però,  qua-  lunque sii  il  punto  di  questa  sera  ch'aspetto,  si  la  muta-  zione è  vera,  io  che  son  ne  la  notte,  aspetto  il  giorno,  e  quei  che  son  nel  giorno,  aspettano  la  notte:  tutto  quel  ch'è,  o  è  qua  o  là,  o  vicino  o  lungi,  o  adesso  o  poi,  o  presto  o  tardi.  Godete,  dunque,  e,  si  possete,  state  sana,  ed  amate  chi  v'ama.   ARGUMENTO  ED  ORDINE  DELLA  COMEDIA.   Son  tre  materie  principali  intessute  insieme  ne  la  pre-  sente comedia:  l'amor  di  Bonifacio,  l'alchimia  di  Barto-  lomeo e  la  pedantaria  di  Manfuno.  Però,  per  la  cognizion   Bruno.   In  tristitia  hilaris,  etc  3.    8  Parte  prima   distinta  de'  suggetti,  ragglon  dell'ordine  ed  evidenza  del-  l'artificiosa testura,  rapportiamo  prima,  da  per  lui,  l'in-  sipido amante,  secondo  il  sordido  avaro,  terzo  il  goffo  pedante:  de'  quali  l'insipido  non  è  senza  goffaria  e  sordi-  tezza,  il  sordido  è  parimenti  insipido  e  goffo,  ed  il  goffo  non  è  men  sordido  ed  insipido  che  goffo.    ANTIPROLOGO.   Messer  sì,  ben  considerato,  bene  appuntato,  bene  or-  dinato. Forse  che  non  ho  profetato  che  questa  comedia  non  si  sarebbe  fatta  questa  sera.^  Quella  bagassa  che  è  ordinata  per  rapresentar  Vittoria  e  Carubina,  ave  non  so  che  mal  di  madre.  Colui  che  ha  da  rappresentar  il  Boni-  facio, è  imbnaco  che  non  vede  ciel    terra  da  mezzodì  in  qua;  e,  come  non  avesse  da  far  nulla,  non  si  vuol  alzar  di  letto;  dice:  «  Lasciatemi,  lasciatemi  che  in  tre  giorni  e  mezzo  e  sette  sere,  con  quattro  dui  rimieri,  sarrò  tra  par-  glioni  e  pipistregli:  sia,  voga;  voga,  sia  >k  A  me  è  stato  commesso  il  prologo;  e  vi  giuro  eh 'è  tanto  intricato  ed  mdiavolato,  che  son  quattro  giorni  che  vi  ho  sudato  sopra,  e    e  notte,  che  non  bastan  tutti  trombetti  e  tamburini  delle  Muse  puttane  d'Elicona  a  ficcarmene  una  pa-  gliusca  dentro  la  memoria.  Or,  va'  fa  il  prologo:  su  battello  di  questo  barconaccio  dismesso,  scasciato,  rotto,  mal'impeciato,  che  par  che,  co  crocchi,  rampini  ed  arpa-  goni, sii  stato  per  forza  tirato  dal  profondo  abisso;  da  molti  canti  gli  entra  l'acqua  dentro,  non  è  punto  spal-  mato; e  vuol  uscire  e  vuol  fars' in  alto  mareP  lasciar  questo  sicuro  porto  del  Mantraccio.^  far  partita  dal  Molo  del   silenzio?   L'autore,  si  voi  lo  conosceste,  dirreste  ch'ave  una  fisionomia  smarrita:  par  che  sempre  sii  in  contempla-  zione delle  pene  dell'inferno,  par  sii  stato  alla  pressa  ccome  le  barrette  :  un  che  ride  sol  per  far  comme  fan  gli  altri:  per  il  più,  lo  vedrete  fastidito,  restio  e  bizarro,  non     si     contenta     di    nulla,   ritroso   come    un    vecchio    I.   -  Presentazione  e  soggetto  del  Candelaio  9   d'ottant'annl,  fantastico  com'un  cane  ch'ha  ricevute  mille  spellicciate,  pasciuto  di  cipolla.  Al  sangue,  non  voglio  dir  de  chi,  lui  e  tutti  quest'altri  filosofi,  poeti  e  pedanti  la  più  gran  nemica  che  abbino  è  la  ricchezza  e  beni:  de  quali  mentre  col  lor  cervello  fanno  notomia,  per  tema  di  non  essere  da  costoro  da  dovero  sbranate,  squartate  e  dissipate,  le  fuggono  come  centomila  dia-  voli, e  vanno  a  ritrovar  quelli  che  le  mantengono  sane  ed  m  conserva.  Tanto  che  io,  con  servir  simil  canaglia,  ho  tanta  de  la  fame,  tanta  de  la  fame,     L^arte  supplisce  al  difetto  della  natura,  Bonifacio.  Or,  poi  ch'a  la  mal'ora  non  posso  far  che  questa  tradi-  tora  m'ame,  o  che  al  meno  mi  remiri  con  un  simulato  amorevole  sguardo  d'occhio,  chi  sa,  forse  quella  che  non  han  mossa  le  paroli  di  Bonifacio,  l'amor  di  Bonifacio,  il  veder  spasmare  Bonifacio,  potrà  esser  forzata  con  que-  sta occolta  filosofìa.  Si  dice  che  l'arte  magica  è  di  tanta  importanza  che  contra  natura  fa  ritornar  gli  fiumi  a  dietro,  fissar  il  mare,  muggire  i  monti,  intonar  l'abisso,  proibir  il  sole,  despiccar  la  luna,  sveller  le  stelle,  toglier  il  giorno  e  far  fermar  la  notte:  però  l'Academico  di  nulla  academia,  in  quell'odioso  titolo  e  poema  smarrito,  disse:   Don    a    rapidi  fiumi  in  su  ritorno.  Smuove  de  Volto  del  V aurate  stelle.  Fa  sii  giorno  la  notte,  e  notfil  giorno.  E  la  luna  da  lorhe  proprio  svelle  E  gli  cangia  in  sinistro  il  destro  corno,  E  del  mar  Fonde  ingonfia  e  fissa  quelle.  Terra,  acqua,  fuoco  ed  aria  despiuma,  Ed  al  voler  uman  fa  cangiar  piuma.    0)  Candelaio,  Atto  I,  Scene  !I,  III  e  X.    16  Parte  prima   Di  tutto  si  potrebbe  dubitare;  ma,  circa  quel  ch'ulti-  mamente dice  quanto  all'efifetto  d'amore,  ne  veggiamo  l'esperienza  d'ogni  giorno.  Lascio  che  del  magistero  di  questo  Scaramurè  sento  dir  cose  maravlgliose  a  fatto.  Ecco:  vedo  un  di  quei  che  rubbano  la  vacca  e  poi  donano  le  corna  per  l'amor  di  Dio.  Veggiamo  che  porta  di  bel  novo.   M.  Bonifacio,  M.  Bartolomeo  ragionano;  Pollulo  e  Sanguino,  occoltì,  ascoltano.   Bart.  Crudo  amore,  essendo  tanto  ingiusto  e  tanto  violento  il  regno  tuo,  che  voi  dir  che  perpetua  tanto  P  perchè  fai  che  mi  fugga  quella  ch'io  stimo  e  adoro P  per-  chè non  è  lei  a  me,  come  io  son  cossi  strettissimamente  a  lei  legato  P  si  può  imaginar  questo  P  ed  è  pur  vero.  Che  sorte  di  laccio  è  questa P  di  dui  fa  l'un  incatenato  a  l'altro,  e  l'altro  più  che  vento  libero  e  sciolto.   BoN.  Forse  ch'io  son  soloP  uh,  uh  uh.   Bart.  Che  cosa  avete,  messer  Bonifacio  mioP  pian-  gete la  mia  penaP   BoN.  Ed  il  mio  martire  ancora.  Veggo  ben  che  sete  percosso,  vi  veggio  cangiato  di  colore,  vi  ho  udito  adesso  lamentare,  intendo  il  vostro  male,  e,  come  partecipe  di  medesma  passione  e  forse  peggior,  vi  compatisco.  Molti  sono  de'  giorni  che  ti  ho  visto  andar  pensoso  ed  astratto,  attonito,  smarrito    come  credo  eh  altri  mi  veggano,    scoppiar  profondi  suspir  dal  petto,  co  gli  occhi  molli    Diavolo!    dicevo  io    a  costui  non  è  morto  qualche  propinquo,  familiare  e  benefattore;  non  ha  lite  in  corte;  ha  tutto  il  suo  bisogno,  non  se  gli  minaccia  male,  ogni  cosa  gli  va  bene;  io  so  che  non  fa  troppo  conto  di  soi  pec-  cati; ed  ecco  che  piange  e  plora,  il  cervello  par  che  gli  stii  in  cimhalis  male  sonantibus:  dunque  è  inamorato,  dunque  qualche  umore  flemmatico  o  colerico  o  sanguigno  o  melan-  colico    non  so  qual  sii  questo  umor  cupidinesco    gli  è  montato  su  le  testa.    Adesso  ti  sento  proferir  queste  dolce  parole:  conchiudo  più  fermamente  che  di  quel  tossicoso  mele  abbi  il  stomaco  ripieno.    II.  -  L'innamorato  e  le  arti  magiche  d'amore  1  7    Bari.  Oimè,  ch'io  son  troppo  crudamente  preso  dai  suoi  sguardi!  Ma  di  voi  mi  maraviglio,  messer  Bonifacio,  non  di  me  che  son  di  dui  o  tre  anni  più  giovane,  ed  ho  per  moglie  una  vecchia  sgrignuta  che  m'avanza  di  più  d'otto  anni:  voi  avete  una  bellissima  mogliera,  giovane  di  venticinque  anni,  più  bella  della  quale  non  è  facile  trovar  in  Napoli;  e  sete  inamoratoP   BoN.  Per  le  paroli  che  adesso  voi  avete  detto,  credo  che  sappiate  quanto  su  imbrogliato  e  spropositato  il  regno  d'amore.  Si  volete  saper  l'ordine,  o  disordine,  di  miei  amori,  ascoltatemi,  vi  priego.   Bart.  Dite,  messer  Bonifacio,  che  non  siamo  come  le  bestie  ch'hanno  il  coito  servile  solamente  per  l'atto  della  generazione,    però  hanno  determinata  legge  del  tempo  e  loco,  come  gli  asini  a  i  quali  il  sole,  particulare  o  princi-  palemente  il  maggio,  scalda  la  schena,  ed  in  climi  caldi  e  temperati  generano,  e  non  in  freddi,  come  nel  settimo  cli-  ma ed  altre  parti  più  vicine  al  polo;    noi  altri  in  ogni  tempo  e  loco.   BoN.  Io  ho  vissuto  da  quarantadue  anni  al  mondo  tal-  mente, che  con  mulieribus  non  sum  coinquinato;  gionto  che  fui  a  questa  etade  nelle  quale  cominciavo  ad  aver  qualche  pelo  bianco  in  testa,  e  nella  quale  per  l'ordinario  suol  in-  freddarsi l'amore  e  cominciar  a  venir  meno...   Bart.  In  altri  cessa,  in  altri  si  cangia.   BoN.  ...suol  cominciar  a  venir  meno,  com'il  caldo  al  tempo  de  l'autunno,  allora  fui  preso  da  l'amor  di  Caru-  bina.  Questa  mi  parve  tra  tutte  l'altre  belle  bellissima;  questa  mi  scaldò,  questa  m'accese  in  fiamma  talmente,  che  mi  bruggiò  di  sorte,  che  son  dovenuto  esca.  Or,  per  la  consuetudine  ed  uso  continuo  tra  me  e  lei,  quella  prima  fiamma  essendo  estinta,  il  cuor  mio  è  rimasto  facile  ad  esser  acceso  da  nuovi  fuochi...   Bart.  S'il  fuoco  fusse  stato  di  meglior  tempra,  non  t'ar-  rebbe  fatto  esca  ma  cenere;  e  s'io  fusse  stato  in  luoco  di  vostra  moglie,  arrei  fatto  cossi.   BoN.  Fate  ch'io  finisca  il  mio  discorso,  e  poi  dite  quel  che  vi   piace.    18  Parte  prima   Bart.  Seguite  quella  bella  similitudine.   BoN.  Or,  essendo  nel  mio  cor  cessata  quella  fiamma  che  l'ha  temprato  in  esca,  facilmente  fui  questo  aprile  da  un'altra  fiamma   acceso.   Bart.  In  questo  tempo  s'mamorò  il  Petrarca,  e  gli  asini  anch'essi,  cominciano  a  rizzar  la  coda.   BoN.  Come  avete  detto  .^   Bart.  Ho  detto  che  in  questo  tempo  s'inamorò  il  Pe-  trarca, e  gli  animi,  anch'essi,  si  drizzano  alla  contempla-  zione: perchè  i  spirti  ne  l'inverno  son  contratti  per  il  freddo,  ne  l'estade  per  il  caldo  son  dispersi,  la  primavera  sono  in  una  mediocre  e  quieta  tempratura  onde,  l'animo  è  piij  atto,  per  la  tranquillità  della  disposizion  del  corpo,  che  lo  lascia  libero  alle  sue  proprie  operazioni.   BoN.  Lasciamo  queste  filastroccole,  venemo  a  propo-  sizio.  Allora,  essendo  io  ito  a  spasso  e  Pusilipo  da  gli  sguardi  della  signora  Vittoria  fui    profondamente  saet-  tato, e  tanto  arso  da'  suoi  lumi,  e  talmente  legato  da  sue  catene,  che  oimè....   Bart.  Questo  animale  che  chiamano  amore,  per  il  più  suole  assalir  colui  ch'ha  poco  da  pensare  e  manco  da  fare:  non  eravate  voi  andato  a  spasso  ?   BoN.  Or  voi  fatemi  intendere  il  versaglio  dell'amor  vostro,  poi  che  m'avete  donata  occasion  di  discuoprirvi  il  mio.  Penso  che  voi  ancora  deviate  prendere  non  poco  refrigerio,  confabulando  con  quelli  che  patiscono  del  me-  desmo  male,  si  pur  male  si  può  dir  l'amare.   Bart.  Nominativo:  la  signora  Argenteria  m'affligge,  la  signora  Orelia  m'accora.   BoN.  Il  mal'an  che  Dio  dia  a  te,  e  a  lei  ed  a  lei.   Bart.  Genitivo:  della  signora  Argenteria  ho  cura,  della  signora  Orelia  tengo  pensiero.   BoN.  Del  cancaro  che  mange  Bartolomeo,  Aurelia  ed  Argentina.   Bart.  Dativo:  alla  signora  Argenteria  porto  amore,  alla  signora  Orelia  suspiro;  alla  signora  Argenteria  ed  Orelia  comunmente  mi  raccomando.   BoN.  Vorrei  saper  che  diavol  ha  preso  costui.    II.  -  L'innamorato  e  \s  arti  magiche  d'amore  19   Bari.  Vocativo:  o  signora  Argenteria,  perchè  mi  lasci?  o  signore  Orelia,  perchè  mi   fuggi  P   BoN.  Fuggir  ti  possano  tanto,  che  non  possi  aver  mai  bene!  va'  col  diavolo,  tu  sei  venuto  per  burlarti  di  me!   Bari.  E  tu  resta  con  quel  dio  che  t'ha  tolto  il  cervello,  se  pur  è  vero  che  n'avesti  giamai.  Io  vo  a  negociar  per  le  mie  padrone.   BoN.  Guarda,  guarda  con  qual  tiro,  e  con  quanta  fa-  cilità, questo  scelerato  me  si  ha  fatto  dir  quello  che  meglio  sarrebbe  stato  dirlo  a  cinquant'altri.  Io  dubito  con  questo  amore  di  aver  sin  ora  raccolte  le  primizie  della  pazzia.  Or,  alla  mal'ora,  voglio  andar  in  casa  ad  ispedir  Lucia.  Veggo  certi  furfanti  che  ridono:  sùspico  ch'avranno  udito  questo  diavol  de  dialogo,  anch'essi.  Amor  ed  ira  non  si  puot'ascondere.   ScARAMURÈ,  Bonifacio,  Ascanio,   ScAR.  Ben  trovato,  messer  Bonifacio.   BoN.  Siate  il  molto  ben  venuto,  signor  Scaramurè,  spe-  ;anza  della  mia  vita  appassionata.   ScAR.  Signum  affecti  animi.   BoN.  Si  V.  S.  non  rimedia  al  mio  male,  io  son  morto.   SvAR.    come  io  vedo,  voi  sete  inam.orato.   BoN.  Cossi  è:  non  bisogna  ch'io  vi  dica  più.   ScAR.  Come  mi  fa  conoscere  la  vostra  fisionomia,  il  computo  di  vostro  nome,  di  vostri  parenti  o  progenitori,  la  signora  della  vostra  natività  fu  «  Venus  retrograda  in  signo  masculino;  et  hoc  f or  tasse  in  G  eminibus  vigesimo  se-  ptimo  grada:  »  che  significa  certa  mutazione  e  conversione  nell'età  di  quarantasei  anni,  nella  quale  al  presente  vi  ritrovate.   BoN.  A  punto,  io  non  mi  ricordo  quando  nacqui;  ma,  per  quello  che  da  altri  ho  udito  dire,  mi  trovo  da  quaran-  tacinque anni  in  circa.   ScAR.  Gli  mesi,  giorni  ed  ore  computare  ben  io  piìi  di-  stintamente, quando  col  compasso  arò  presa  la  propor-    20  Parte  prima   zlone  dalla  latitudine  dell'unghia  maggiore  alla  linea  vi-  tale, e  distanza  dalla  summità  dell'annulare  a  quel  termine  del  centro  della  mano,  ove  è  designato  il  spacio  di  Marte;  ma  basta  per  ora  aver  fatto  giudicio  cossi  universale  et  in  communi.  Ditemi,  quando  fùstivo  punto  dall'amor  di  colei  per  averla  guardato,  a  che  sito  ti  stava  ellaP  a  de-  stra o  a  sinistra P   BoN.  A  sinistra.   ScAR.  Arduo  opere  nanciscenda.    Verso  mezzogiorno  o  settentrione,  oriente  o  occidente,  o  altri  luoghi  mtra  questi  P   BoN.  Verso  mezzogiorno.   ScAR.  Oportet  advocare  septentrionales.    Basta,  basta:  qui  non  bisogna  altro;  voglio  effectuare  il  tuo  negocio  con  magia  naturale,  lasciando  a  maggior  opportunità  le  superstizioni  d'arte  più  profonda.   BoN.  Fate  di  sorte  ch'io  accape  il  negocio,  e  sii  come  si  voglia.   ScAR.  Non  vi  date  impaccio,  lasciate  la  cura  a  me.  La  cosa  già  fu  per  fascinazione P   BoN.  Come  per  fascinazione  P  io  non  intendo.   ScAR.  Idest,  per  averla  guardata,  guardando  lei  anco   VOI.   BoN.  Sì,  signor  sì,  per  fascinazione.   ScAR.  Fascinazione  si  fa  per  la  virtù  di  un  spirito  lucido  e  sottile,  dal  calor  del  core  generato  di  sangue  più  puro,  il  quale,  a  guisa  di  raggi,  mandato  fuor  de  gli  occhi  aperti,  che  con  forte  imaginazion  guardando,  vengono  a  ferir  la  cosa  guardata,  toccano  il  core  e  sen  vanno  ad  afficere  l'altrui  corpo  e  spirto  o  di  affetto  di  amore  o  di  odio  o  di  invidia  o  di  maninconla  o  altro  simile  geno  di  passibili  qualità.  L'esser  fascinato  d'amore  adviene,  quando,  con  frequentissimo  over,  benché  istantaneo,  intenso  sguardo  un  occhio  con  l'altro,  e  reciprocamente  un  raggio  visual  con  l'altro  si  rincontra,  e  lume  con  lume  si  accopula.  Al-  lora si  gionge  spirto  a  spirto;  ed  il  lume  superiore,  incul-  cando l'inferiore,  vengono  a  scintillar  per  gli  occhi,  cor-  rendo e  penetrando  el  spirto  interno  che  sta  radicato  al    II.    L'innamorato  e  le  arti  magiche  d'amore  21    cuore;  e  cossi  commuoveno  amatorio  incendio.  Però,  chi  non  vuol  esser  fascinato,  deve  star  massimamente  cauto  e  far  buona  guardia  negli  occhi,  li  quali,  in  atto  d'amore,  principalmente  son  fenestre  dell'anima:  onde  quel  detto:  «  Averte,  averte  oculos  tuos  ».    Questo,  per  il  presente,  basti;  noi  ci  revedremo  a  più  bell'aggio,  provedendo  alle  cose  necessarie.   BoN.  Signor,  si  questa  cosa  farete  venir  al  butto,  vi  ac-  corgerete di  non  aver  fatto  servizio  a  persona  ingrata.   ScAR.  Misser  Bonifacio,  vi  fo  intender  questo:  che  voglio  io  prima  esser  grato  a  voi,  e  poi  son  certo,  si  non  mi  sa-  rete grato,  mi  doverete  essere.   BoN.  Comandatemi,  che  vi  sono  affezionatissimo,  ed  ho  gran  speranza  nella  prudenza  vostra.   AscANio,  ScARAMURÈ,  Bonifacio.  ^'>   Asc.  Oh,  ecco  messer  Bonifacio  mio  padrone.  Misser,  siamo  qui  con  il  Signor  eccellentissimo  e  dottissimo,  il  signor  Scaramurè.   BoN.  Ben  venuti.  Avete  dato  ordine  alla  cosaP  è  tempo  di  far  nulla  P   ScAR.  Come  nulla P  ecco  qui  la  imagine  di  cera  ver-  gine, fatta  m  suo  nome;  ecco  qui  le  cinque  aguglie  che  gli  devi  piantar  in  cinque  parti  della  persona.  Questa  par-  ticulare,  pili  grande  che  le  altre,  li  pungerà  la  sinistra  mammella:  guarda  di  profondare  troppo  dentro,  perchè  fareste  morir  la  paziente.   BoN.  Me  ne  guardarò  bene.   ScAR.  Ecco,  ve    dono  in  mano;  non  fate  che  da  ora  avanti  la  tenga  altro  che  voi.  Voi,  Ascanio,  siate  secreto,  non  fate  che  altra  persona  sappia  questi  negocii.   BoN.  Io  non  dubito  di  lui:  tra  noi  passano  negocii  più  secreti  di  questo.   ScAR.  Sta  bene.  Farete,  dunque,  far  il  fuoco  ad  Ascanio  di  legne  di  pigna  o  di  oliva  o  di  lauro,  si  non  possete  farlo    (1)  Atto   III.   Scena   III.    22  Parte  prima   di  tutte  tre  materie  insieme.  Poi  arrete  d'incenso,  alcuna-  mente esorcizato  o  incantato;  co  la  destra  mano  lo  getta-  rete  al  fuoco;  direte  tre  volte:  «/4urum  thus  »;  e  cossi  ver-  rete ad  incensare  e  fumigare  la  presente  imagine,  la  qual  prendendo  in  mano  direte  tre  volte:  «  Sine  quo  nihil  »;  oscltarete  tre  volte  co  gli  occhii  chiusi,  e  poi,  a  poco  a  poco,  svoltando  verso  il  caldo  del  fuoco  la  presente  imagine,    guarda  che  non  si  liquefacela,  perchè  morrebbe  la  pa-  ziente, —  ...   BoN.  Me  ne  guardar©  bene.   ScAR.  ...la  farrete  tornare  el  medesmo  lato  tre  volte,  insieme  insieme  tre  volte  dicendo:  «  Zalarath  Zhalaphar  nectere  vincula:  Caphure,  Mìrion,  sarcha  Vitloriae  »,  come  sta  notato  in  questa  cartolina.  Poi,  mettendovi  al  contrarlo  sito  del  fuoco  verso  l'occidente,  svoltando  la  imagine  con  la  medesma  forma,  quale  è  detta,  dirrete  pian  piano:  «  Fe-  laphthon  disamis  festino  barocco  daraphti.  Celantes  dahitis  fapesmo  frises  omorum  '>K  II  che  tutto  avendo  fatto  e  detto,  lasciate  ch'il  fuoco  si  estingua  da  per  lui;  e  locarrete  la  figura  in  luoco  secreto,  e  che  non  su  sordido,  ma  onore-  vole ed  odorifero.   BoN.   Farro  cossi  a  punto.   ScAR.  Sì,  ma  bisogna  ricordarsi  ch'ho  spesi  cinque  scudi  alle  cose  che  concorreno  al  far  della  imagine.   BoN.  Oh,  ecco,  li  sborso.  Avete  speso  troppo.   ScAR.  E  bisogna  ricordarvi  di  me.   BoN.  Eccovi  questo  per  ora;  e  poi  farò  di  ventaggio  assai,  si  questa  cosa  verrà  a  perfezione.   ScAR.  Pazienza  !  Avertite,  messer  Bonifacio,  che,  si  voi  non  la  spalmarete  bene,  la  barca  correrà  mala-  mente.   BoN.  Non  intendo.   ScAR.  Vuoi  dire  che  bisogna  onger  ben  bene  la  mano:  non  sapete  P   BoN.  In  nome  del  diavolo,  lo  procedo  per  via  d'in-  canti, per  non  aver  occasione  di  pagar  troppo!  Incanti  e  contanti.   ScAR.  Non  indugglate.  Andate  presto  a  far  quel  che  vi    II.  -   L'innamorato  e  ]s  arti  magiche  d'amore  23   è  ordinato,  perchè  Venere  è  circa  l'ultimo  grado  di  Pesci;  fate  che  non  scorra  mezza  ora,  che  son  trenta  minuti  di  Ariete.   BoN.  A  Dio,  dunque,  Andiamo,  Ascanlo.  Cancaro  a  Venere,  e...   ScAR.  Presto,  a  la  buon'ora,  caldamente!   Bonifacio,  solo.  (^>   Per  quel  che  costei  me  dice,  io  credo  di  avere  approssi-  mata le  imagine  tanto  presso  al  fuoco,  che  quasi  si  sarebbe  liquefatta:  penso  d'averla  troppo  scaldata.  Guarda  come  la  povera  donna  viene  tormentata  dall'amore:  per  mia  fé,  che  non  ho  possuto  contener  le  lacrime.  Si  messer  Scaramurè,    che  Dio  li  dia  il  bon  giorno  e  la  buona  sera,  che  adesso  conosco  per  propria  esperienza  che  è  un  galantissimo  uomo,    non  mi  avesse  avertito  con  dirmi    Guarda  che  non  si  liquefaccia;    io  certamente  arrei  fatta  qualche  pazzia  ch'io  non  ardisco  tra  me  stesso  dirla.  Or,  va'  numera  l'arte  maggica  tra  le  scienze  vane!    (1)  Atto  IV.  Scena  VII    Bruno.  In  tristiUa  hilaris,  etc.    III.   ARTI  E  DEBOLEZZE  DI  DONNE    Signora  VITTORIA,  sola.   (')   Aspettare  e  non  venire  è  cosa  da  morire.  Si  se  farà  troppo  tardi,  non  si  potrà  far  nulla  per  questa  volta;  e  non  so  SI  se  potrà  di  bel  nuovo  offrirsi  tale  occasione,  come  si  presenta  questa  sera,  di  far  che  questa  pecoraccia  rac-  coglia  1  frutti  degni  del  suo  amore.  Quando  mi  credevo  di  guadagnar  una  dote  co  l'amor  di  costui,  sento  dir  che  cerca  d'affatturarmi,  con  l'avermisi  formata  in  cera.  E  potrebbe  giamai  l'unita  forza,  fatta  del  profondo  inferno,  giunta  alla  efficacia  che  si  trova  ne'  spirti  de  l'aria  e  l'ac-  qui, far  ch'io  possa  amar  un  che  non  è  soggetto  amoroso?  Si  fusse  il  Dio  d'amore  istesso,  bello  quanto  si  voglia,  si  sarà  egli  povero  o  ver    che  tutto  viene  ad  uno    avaro,  ecco  lui  morto  di  freddo;  e  tutto  il  mondo  agghiac-  ciato per  lui.  Certo,  quel  dir  povero,  over  avaro,  è  un  mi-  serabile e  svergognatissimo  epiteto,  che  fa  parer  brutti  i  belli,  ignobili  i  nobili,  ignoranti  i  savii,  ed  impotenti  i  forti.  Tra  noi  che  si  può  dir  più  che  reggi,  monarchi  ed  imperadon?  questi  pure,  si  non  arran  de  quibus,  si  non  farran  correre  gli  de  quibus,  saran  come  statue  vecchie  d'al-  tari sparati,  a'  quali  non  è  chi  faccia  riverenza.  Non  pos-  siamo non  far  differenza  tra  il  culto  divino  e  quello  di  mortali.  Adoriamo  le  sculture  e  le  imagini,  ed  onoriamo  il    nome   divino    scritto,    drizzando   l'intenzione    a    quel    (I)  Candelaio,  Atto   IV.  Scena    1.    III.   -  Arti  e  debolezze  di  donne  23   che  vive.  Adoramo  ed  onoramo  questi  altri  Dei,  driz-  zando la  intenzione  e  supplice  devozione  alle  lor  imagini  e  sculture,  perchè,  mediante  queste,  premiino  i  vir-  tuosi, inalzino  i  degni,  defendano  gli  oppressi,  dilatino  i  lor  confini,  conservino  i  suoi,  e  si  faccino  temere  de-  l'aversarie  forze:  il  re,  dunque,  ed  imperator  di  carne  ed  ossa,  si  non  corre  sculpito,  non  vai  nulla.  Or,  che  dun-  que sarà  di  Bonifacio,  che,  come  non  si  trovassero  uomini  al  mondo,  pensa  d'essere  amato  per  gli  belli  occhii  suoi  P  Vedete  quanto  può  la  pazzia  !  Questa  sera  intenderà  che  possan  far  contanti;  questa  sera  spero  che  vedrà  l'effetto  della  sua  incantazione.   Marta,  sola,  ^i)   Meschina  me  !  io  lo  dico,  io  lo  so,  io  l'esperimento.   Ero  più  contenta,  quando  questo  zarrabuino  di  mio  ma-  nto non  avea  tanto  da  spendere,  che  non  potrei  essere  al    d'oggi.  Allora  giocavamo  a  gamba  a  collo,  alla  stret-  tola, a  infilare,  a  spaccafico,  al  sorecillo,  alla  zoppa,  alla  sciancata,  a  retoncunno,  a  spacciansieme,  a  quattro  spinte,  quattro  botte,  tre  pertosa,  ed  un  buchetto.  Con  queste  ed  altre  devozioni  passavamo  la  notte  e  parte  del  giorno.  Adesso,  perchè  ha  scudi  di  vantaggio  per  la  eredità  di  Puc-  ciolo    che  gli  sii  maledetta  l'anima,  anco  si  fusse  in  seno  di  Abrammo!    ecco  lui  posto  in  pensiero,  angosce,  travagli,  tema  di  fallire,  suspicion  d'esser  rubbato,  ansia  di  non  essere  ingannato  da  questo,  assassinato  da  quello  altro;  e  va  e  viene,  e  trotta  e  discorre,  e  sbozza  ed  imbozza,  e  macina  e  cola,  e  soffia  vintiquattro  ore  del  giorno.  Tra  tanto,  oggi,  gran  mercè  a  Barra,  che,  se  lui  non  fusse,  po-  trei giurare,  che  più    sette  mesi  sono,  che  non  me  ci  ha  piovuto.  Ieri,  feci  dir  la  messa  di  Sant'Elia  contro  la  sic-  cità; questa  mattina,  ho  speso  cinque  altre  grana  de  li-  mosina per  far  celebrar  quella  di  S.  Gioachimo  ed  Anna,    (1)  Atto   IV    Scena  IX.    26  Parte  prima   la  quale  è  miracolosissima  a  riunir  il  marito  co  la  moglie.  Si  non  è  difetto  di  devozione  dal  canto  del  prete,  io  spero  di  ricevere  la  grazie,  benché  ne  veggo  mala  vegilia:  che,  in  loco  di  lasciar  la  fornace  e  venirme  in  camera,  oggi  è  uscito,  più  del  dover,  di  casa,  che  mi  bisogna  a  questa  ora  di  andarlo  cercando.  Pure,  quando  men  la  persona  si  pensa,  le  gracie  si  adempiscono.   Gio.  Bernardo  e  Carubina.  (')   Carubina Olmè,  messer  Gio.  Bernardo,  io  ho  ben   tenero  il  core!  Facilmente  credo  quel  che  dite,  benché  siino  in  proverbio  le  lusinghe  d'amanti.  Però  desidero  ogni  consolazion  vostra;  ma,  dal  canto  mio,  non  é  possibile  senza  pregiudizio  del  mio  onore.   Gio.  B.  Vita  della  mie  vita,  credo  ben  che  sappiate  che  cosa  è  onore,  e  che  cosa  anco  su  disonore.  Onore  non  é  altro  che  una  stima,  una  riputazione;  però  sta  sempre  intatto  l'onore,  quando  la  stima  e  riputazione  persevera  la  medesma.  Onore  è  la  buona  opinione  che  altri  abbian  di  noi:  mentre  persevera  questa,  persevera  Tonore.  E  non  è  quel  che  noi  siamo  e  quel  che  noi  facciamo,  che  ne  rendi  onorati  o  disonorati,  ma    ben  quel  che  altri  stimano,  e  pensano  di  noi.   CaR.  Sii  che  si  vogli  de  gli  omini,  che  dirrete  in  con-  spetto de  gli  angeli  e  de'  santi,  che  vedeno  il  tutto,  e  ne  giudicano  P   Gio.  B.  Questi  non  vogliono  esser  veduti  più  di  quel  che  si  fan  vedere;  non  vogliono  esser  temuti  più  di  quel  che  si  fan  temere;  non  vogliono  esser  conosciuti  più  di  quel  che  si  fan  conoscere.   Car.  Io  non  so  quel  che  vogliate  dir  per  questo;  queste  paroli  io  non  so  come  approvarle,    come  riprovarle:  pur  hanno  un  certo  che  d'impietà.   Gio.  B.  Lasciamo  le  dispute,  speranza  dell'anim.a  mia.  Fate,  vi  priego,  che  non  in  vano  v'abbia  prodotta  cossi    (I)  Atto  V.  Scena  XI.    III.   -  Arti  e  debolezze  di  donne  27   bella  il  cielo:  11  quale,  benché  di  tante  fattezze  e  grazie  vi  sii  stato  liberale  e  largo,  è  stato  però,  dall'altro  canto,  a  voi  avaro,  con  non  giongervi  ad  uomo  che  facesse  caso  di  quelle,  ed  a  me  crudele,  col  farmi  per  esse  spasimare,  e  mille  volte  il  giorno  morire.  Or,  mia  vita,  più  dovete  cu-  rare di  non  farmi  morire,  che  temer  in  punto  alcuno,  che  si  scemi  tantillo  del  vostro  onore.  Io  liberamente  mi  uc-  ciderrò    si  non  sarrà  potente  il  dolore  a  farmi  morire,    si,  avendovi  avuta,  come  vi  ho,  comoda  e  tanto  presso,  di  quel,  che  mi  è  pm  caro  che  la  vita,  dalla  crudel  fortuna  rimagno  defraudato.  Vita  di  questa  alma  afflitta,  non  sarrà  possibile  che  sia  in  punto  leso  il  vostro  onore,  de-  gnandovi di  darmi  vita;  ma  si  ben  necessario  ch'io  muoia  essendomi  voi  crudele.   Car.  Di  grazia,  andiamo  in  luoco  più  remoto,  e  non  parliamo  qui  di  queste  cose.    IV.  IN  TAVERNA    Barra,  Marca.  ('>   Marc.  0  vedi  il  mastro  Manfurio  che  sen  va.^  Bar.   Lascialo  col  diavolo!  Seguite  il  proposito  inco-  minciato: fermamoci  qua.   Marc.  Or  dunque,  ier  sera,  all'osteria  del  Cerriglio,  dopo  che  ebbemo  benissimo  mangiato,  sin  tanto  che  non  avendo  lo  tavernaio  del  bisogno,  lo  mandaimo  a  procacciar  altrove  per  fusticelli,  cocozzate,  cotugnate,  ed  altre  bagat-  telle da  passar  il  tempo.  Dopo  che  non  sapevamo  che  più  dimandare,  un  di  nostri  compagni  fìnse  non  so  che  debi-  lità; e  Toste  essendo  corso  con  l'aceto,  io  dissi:  «  Non  ti  vergogni,  uomo  da  poco!  camina,  prendi  dell'acqua  namfa,  di  fiori  di  cetrangoli,  e  porta  della  malvasia  di  Candia  ».  Allora  il  tavernaio  non  so  che  si  rinegasse  egli,  e  poi  co-  mincia a  cridare,  dicendo:  «  In  nome  del  diavolo,  sete  voi  marchesi  o  duchi?  sete  voi  persone  di  aver  speso  quel  che  avete  speso  ?  Non  so  come  la  farremo  al  far  del  conto.  Questo  che  dimandate,  non  è  cosa  da  osteria  ».  «  Furfante,  ladro,  mariolo»,  dissi  io,  «pensi  ad  aver  a  far  con  pan  tuoi?  tu  sei  un  becco  cornuto,  svergognato  ».  «  Hai  men-  tito per  cento  canne  »,  disse  lui.  Allora,  tutti  insieme,  per  nostro  onore,  ci  alzaimo  di  tavola,  ed  acciaffaimo,  ciascuno,  un  spedo  di  que'  più  grandi,  lunghi  da  diece  palmi...    (1)  Candelaio.  Atto   III,   Scena  Vili.    IV.  -  In  taverna  29   Bar.  Buon  principio,  messere.   Marc.  ...li  quali  ancor  aveano  la  provisione  infilzata;  ed  il  tavernaio  corre  a  prendere  un  partesanone;  e  dui  di  suoi  servitori  due  spadi  rugginenti.  Noi,  benché  fussimo  sei  con  sei  spedi  più  grandi  che  non  era  la  partesana,  presimo  delle  caldaia,  per  servirne  per  scudi  e  rotelle...   Bar.  Saviamente.   Marc.  ...Alcuni  si  puosero  certi  lavezzi  di  bronzo  in  testa  per  elmetto  over  celata...   Bar.  Questa  fu  certo  qualche  costellazione  che  puose  in  esaltazione  i  lavezzi,  padelle  e  le  caldaie.   Marc.  ...E  cossi  bene  armati,  reculando,  ne  andevamo  defendendo  e  retirandoci  per  le  scale  in  giù,  verso  la  porta,  benché  facessimo  fìnta  di  farci  avanti....   Bar.  «  Bel  combattere!  un  passo  avanti  e  dui  a  dietro,  un  passo  avanti  e  dui  a  dietro  ":  disse  il  signor  Cesare  da  Siena.   Marc.  ...Il  tavernaio  quando  ci  vedde  molto  più  forti  e  timidi  più  del  dovero,  in  loco  di  gloriarsi,  come  quel  che  si  portava  valentemente,  entrò  in  non  so  che  suspizione:...   Bar.  Ci  sarebbe  entrato  Scazzolla.   Marc.  ...per  il  che,  buttata  la  partesana  in  terra,  co-  mandò a  sua  servitori  che  si  retirassero,  che  non  volea  di  noi  vendetta  alcuna...   Bar.  Buon'anima  da  canonizzare.   Marc.  E  voltato  a  noi  disse:  «  Signori  gentiluomini,  perdonatime,  io  non  voglio  offendervi  de  dovero!  di  grazia,  pagatemi  ed  andiate  con  Dio!  )\   Bar.  AUor  sarrebbe  stata  bene  qualche  penitenza  con  l'assoluzione.   Marc.  «  Tu  ci  voi  uccidere,  traditore  »:  dissi  io;  e  con  questo  puosemo  i  piedi  fuor  de  la  porta.  Allora  l'oste  de-  sperato, accorgendosi  che  non  accettavamo  la  sua  cortesia  e  devozione,  riprese  il  partesanone,  chiamando  aggiuto  di  servi,  figli  e  moglie.  Bel  sentire!  l'oste  cridava:  «  Paga-  temi, pagatemi  »;  gli  alti  stridevano:  «  A'  marioli,  a'  ma-  rioli! ah,  ladri  traditori!  ».  Con  tutto  ciò,  nisciun  fu  tanto  pazzo  che  ne  corresse  a  dietro,  perché  l'oscurità  della    30  Parte  prima   notte  faurlva  più  noi  che  altro.  Noi,  dunque,  temendo  il  sdegno  ostile,  idest  de  l'oste,  fuggivimo  ad  una  stanza  apresso  li  Carmini,  dove,  per  conto  fatto,  abbiamo  ancor  da  farne  le  spese  per  tre  giorni.   Bar.  Far  burla  ad  osti  è  far  sacrifìcio  a  Nostro  Signore;  rubbare  un  tavernaio  è  far  una  limosina;  in  batterlo  bene  consiste  il  merito  di  cavar  un'anima  di  purgatorio!    Dimmi,  avete  saputo  poi  quel  che  seguitò   nell'ostariaP   Marc.  Concorsero  molti,  de  quali  altri  pigliandosi  spasso  altri  attristandosi,  altri  piangendo,  altri  ridendo,  questi  consigliando,  quelli  sperando,  altri  facendo  un  viso,  altri  un  altro,  altri  questo  linguaggio  ed  altri  quello:  era  veder  insieme  comedia  e  tragedia  e  chi  sonava  a  gloria  e  chi  a  mortoro.  Di  sorte  che,  chi  volesse  vedere  come  sta  fatto  il  mondo,  derebbe  desiderare  d'esservi  stato  pre-  sente.   Bar.  Veramente  la  fu  buona.    Ma  io  che  non  so  tanto  di  rettorica,  solo  soletto,  senza  compagnia,  l'altr'ieri,  ve-  nendo da  Nola  per  Pumigliano,  dopoi  ch'ebbi  mangiato ,  non  avendo  tropo  buona  fantasia  di  pagare,  dissi  al  ta-  vernaio: «  Messer  osto,  vorrei  giocare  ».  «  A  qual  gioco  )>,  disse  lui,  «  volemo  giocare .3  qua  ho  de  tarocchi  ».  Risposi:  «  A  questo  maldetto  gioco  non  posso  vencere,  perchè  ho  una  pessima  memoria  ».  Disse  lui:  «  Ho  di  carte  ordinarie  ».  Risposi:  «  Saranno  forse  segnate,  che  voi  le  conoscerete.  Avetele  che  non  siino  state  ancor  adoperate?  »  Lui  ri-  spose de  non.  «  Dunque,  pensiamo  ad  altro  gioco  ».  «  Ho  le  tavole,  sai.^  ».  «  Di  queste  non  so  nulla  ».  «  Ho  de  scac-  chi, sai?»  «Questo  gioco  mi  farebbe  rinegar  Cristo».  Allora,  gli  venne  il  senapo  in  testa:  «  A  qual,  dunque,  diavolo  di  gioco  vorrai  giocar  tu?  proponi  ».  Dico  io:  «  A  stracquare  a  palle  maglio  ».  Disse  egli:  «  Come,  a  pall'e  maglio  P  vedi  tu  qua  tali  ordegni  P  vedi  luoco  da  posservi  giocare?»  Dissi:  «A  la  mirella?  »  «Questo  è  gioco  da  fachini,  bifolchi  e  guardaporci  ».  «  A  cinque  dadi»?  «Che  diavolo  di  cinque  dadi?  mai  udivi  di  tal  gioco.  Si  vuoi,  giocamo  a  tre  dadi  ».  Io  gli  dissi,  che  a  tre  dadi  non  posso  aver  sorte.  «  Al  nome  di  cinquantamila    In  taverna  31   diavoli  »,  disse  lui,  «  si  vuoi  giocare,  proponi  un  gioco  che  possiamo  farlo  e  voi  ed  io  ».  Gli  dissi:  «  Giocamo  a  spac-  castrommola  ».  «  Va'  »,  disse  lui,  «  che  tu  mi  dai  la  baia:  questo  è  gioco  da  putti,  non  ti  vergogni?  »  «  Or  su,  dun-  que^», dissi,  «  giocamo  a  correre  ».  «  Or,  questa  è  falsa  »  disse  lui.  Ed  io  soggionsi:  «  Al  sangue  dell'Intemerata,  che  giocarai!  »  «Vuoi  far  bene»,  disse,  «pagami;  e  si  non  vuoi  andar  con  Dio,  va'  col  prior  de'  diavoli!  ».  Io  dissi :_«  Al  sangue  delle  scrofole,  che  giocarai!  »  «  E  che  non  gioco?  »_diceva.  «E  che  giochi?»  dicevo.  «E  che  mai  mai  vi  giocai P  ».  «  E  che  vi  giocarrai  adesso.^  ».  «  E  che  non  voglio?  »  «  E  che  vorrai  ?  »  In  conclusione,  comincio  io  a  pagarlo  co  le  calcagne,  ideste  a  correre;  ed  ecco  quel  porco  chepoco  fa  diceva  che  non  volea  giocare,  e  giurò  che  non  volea  giocare,  e  giocò  lui,  e  giocorno  dui  altri  suoi  guattari:  di  sorte  che,  per  un  pezzo  correndomi  a  presso  mi  arrivorno  e  giunsero...  co  le  voci.  Poi,  ti  giuro,  per  la  tremenda  piaga  di  S.  Rocco,  che    io  l'ho  più  uditi,    essi  mi  hanno  più  visto.  CASTIGO  E  BEFFE    PLAUDITE    Barra,    Marca,    Corcovizzo,    Manfurio,    Sanguino,   ASCANIO.    (')   Bar.  Quell'altro  è  ispedito.  Che  vogliam  far  di  costui,  del  domino  Magister  ?   Sang.  Questo  porta  sue  colpa  su  la  fronte  non  vedi  c'hè  stravestito?  non  vedi  che  quel  mantello  è  stato  rubbato  a  Tiburolo?  Non  l'hai  visto  che  fugge  la  corte?   Marc.  E  vero;  ma  apporta  certe  cause  verisimile.   Bar.  Per  ciò  non  deve  dubitare  d'andar  priggione.   Manf.  Verum;  ma  cascarrò  in  derisione  app>o  miei  scolastici  e  di  altri  per  i  casi  che  me  si  sono  aventati  al  dorso.   Sang.  Intendete  quel  che  vuol  dir  costui?   Corc.  Non  l'intenderebbe  Sansone.   Sang.  Or  su,  per  abbreviarla,  vedi,  Magister,  a  che  cosa  ti  vuoi  resolvere:  si  volete  voi  venir  piggione,  over  donar  la  bona  mano  alla  compagnia  di  que'  scudi  che  ti  son  ri-  masti dentro  la  giornea,  perchè,  come  dici,  il  mariolo  ti  tolse  sol  quelli  ch'avevi  in  mano  per  cambiarli.   Mane.  Minime,  io  non  ho  altrimente  veruno.  Quelli  che  avevo,  tutti  mi  furon  tolti,  ita,  mehercle,  per  lovem,  per  Altitonantem,  vos  sidera  testar.    (1)   Candelaio,   Atto  V.  Scene  XXV,  XXVI.    V.-VI.  -  Castigo  e  beffe  -  Plaudite  33   Sang.  Intendi  quel  che  ti  dico.  Si  non  voi  provar  il  stretto  della  Vicaria,  e  non  hai  moneta,  fa'  elezione  d  una  de  le  altre  due:  o  prendi  diece  spalmate  con  questo  ferro  di  correggia  che  vedi,  o  ver  a  brache  calate  arrai  un  cavallo  de  cmquanta  staffilate:  che  per  ogni  modo  tu  non  ti  par-  tirrai  da  noi,  senza  penitenza  di  tui  falli.   Manf.  «  Duobus  propositis  malis  minus  est  tolerandum,  sìcut  duobus  propositis  bonis  melius  est  eligendum  »:  dicit  Peripateticorum  princeps,   Asc.  Maestro,  parlate  che  siate  inteso,  perchè  queste  son  gente  sospette.   Bar.  Può  esser  che  dica  bene  costui,  allor  che  non  vuol  esser  inteso?   Manf.  Nil  mali  vobis  imprecar:  io  non  vi  impreco  male.   Sang.  Pregatene  ben  quanto  volete,  che  da  noi  non  sarrete  essaudito.   CoRC.  Elegetevi  presto  quel  che  vi  piace,  o  vi  legar-  remo  meglio  e  vi  menarremo.   Manf.  Minus  pudendum  erit  palma  feriri,  quam  quod  congerant  in  veteres  flagella  nates:  id  non  puerile  est.   Sang.  Che  dite  voi?  che  dite,  in  vostra  mal'ora?   Manf.  Vi  offro  la  palma.   Sang.  Tocca  Uà,  Corcovizzo,  da'  fermo.   CoRC.  Io  do.  Taf,  una.   Manf.  Oimmè,  lesus,  of!   Coro.  Apri  bene  l'altra  mano.  Taf,  e  due.   Manf.  Of,  of,  lesus  Maria.   CoRC.  Stendi  ben  la  mano,  ti  dico;  tienla  dritta  cossi.  Taff,  e  tre.   Manf.  Oi  oi,  oimmè,  uf,  of  of  of,  per  amor  della  Pas-  sion  del  nostro  Signor  Jesus.  Potius  fatemi  alzar  a  cavallo  perchè  tanto  dolor  suffrir  non  posso  nelle  mani.   Sang.  Orsù,  dunque.  Barra,  prendilo  su  le  spalli;  tu.  Marca,  tienlo  fermo  per  i  piedi,  che  non  si  possa  movere;  tu,  Corcovizzo,  spuntagli  le  brache  e  tienle  calate  ben  bene,  a  basso;  e  lasciatelo  strigliar  a  me;  e  tu.  Maestro,  conta  le  staffilate,  ad  una  ad  una,  ch'io  t'intenda,  e  guarda    34  Parte  pritra   ben.  che  si  farrai  errore  nel  contare,  che  sarrà  bisogno  di  ricominciare;  voi,  Ascanio,  vedete  e  giudicate.   Mar.  Tutto  sta  bene.  Cominciatelo  a  spolverare,  e  guardatevi  di  far  male  a  i  drappi  che  non  han  colpa.   Sang.  Al  nome  di  Santa  Scoppettella,  conta:  toff.   Manf.  Tof,  una;  tof,  oh  tre;  tof,  oh  oi,  quattro;  toff,  cime,  oimè...;  tof,  oi,  oimè...;  tof,  oh,  per  amor  de  Dio,  sette!   Sang.  Cominciamo  da  principio,  un'altra  volta.  Ve-  dete si  dopo  quattro  son  sette.  Dovevi  dir  cinque.   Manf.  Oimè,  che  farro  ioP  erano  in  rei  ventate  sette.   Sang.  Dovevi  contarle  ad  una  ad  una.  Or  su,  via  di  novo:  toff.   Manf.  Toff,  una;  toff,  una;  toff,  oimè,  due;  toff,  toff,  toff,  tre,  quattro;  toff,  toff,  cinque,  oimè;  toff,  toff,  sei.  0  per  l'onor  di  Dio,  toff  non  piìj,  toff,  toff,  non  più,  che  vogliamo,  toff,  toff,  veder  nella  giornea,  toff,  che  vi  saran  alquanti  scudi.   Sang.  Bisogna  contar  da  capo,  che  ne  ha  lasciate  molte,  che  non  ha  contate.   Bar.  Perdonategli,  di  grazia,  signor  Capitano,  perchè  vuol  far  quell'altra  elezione  di  pagar  la  strana.   Sang.  Lui  non  ha  nulla.   Manf.  Ita,  ita,  che  adesso  mi  ricordo  aver  più  di  quattro  scudi.   Sang.  Ponetelo  abasso,  dunque,  vedete  che  cosa  vi  è  dentro  la  giornea.   Bar.  Sangue  di...,  che  vi  sono  più  di  sette  de  scudi,   Sang.  Alzatelo,  alzatelo  di  bel  novo  a  cavallo:  per  la  mentita  ch'ha  detta,  e  falsi  giuramenti  ch'ha  fatti,  bisogna  contarle,  fargli  contar  settanta.   Manf.  Misericordia!  prendetevi  gli  scudi,  la  giornea,  e  tutto  quanto  quel  che  volete,  dimittam  vobis.   Sang.  Or  su,  pigliate  quel  che  vi  dona,  e  quel  mantello  ancora  che  è  giusto  che  sii  restituito  al  povero  padrone.  Andiamone  noi  tutti:  bona  notte  a  voi,  Ascanio  mio.   Asc.  Bona  notte  e  mille  bon'anni  a  V.  S.,  signor  Capi-  tani©, e  buon  prò  faccia  al  Maestro.    V.-VI.  -  Castigo  e  beffe  -  Plaudite  35    Manfurio,  Ascanio.   Manf.  Ecquis  erit  modus.   Asc.   Olà,  mastro  Manfurio,  mastro  Manfurio.   Mane,  Chi  è,  chi  mi  conosce?  chi  in  questo  abito  e  fortuna  mi  distmgue?  chi  per  nome  mio  proprio  m'ap-  pella ?   Asc.  Non  ti  curar  di  questo,  che  t'importa  poco  o  nulla:  apri  gli  occhi,  e  guarda  dove  sei,  mira  ove  ti  trovi.   Mane.  Quo  melius  videam,  per  corroborar  l'intuito  e  fìrm.ar  l'acto  della  potenza  visiva,  acciò  l'acie  de  la  pupilla  più  efficacemente  per  la  linea  visuale,  emittendo  il  radio  a  l'obiecto  visibile,  venghi  ad  introdur  la  specie  di  quello  nel  senso  interiore,  idesi,  mediante  il  senso  comone,  col-  locarla nelle  cellula  de  la  fantastica  facultade,  voglio  appli-  carmi gli  oculari  al  naso.    Oh,  veggio  di  molti  specta-  tori  la  corona.   Asc.  Non  vi  par  esser  entro  una  comedia?   Mane.  Ita  sane.   Asc.  Non  credete  d'esser  in  scena?   Mane.  Omni  procul  duhio,   Asc.  A  che  termine  vorreste  che  fusse  la  com.edia?   Mane.  In  calce,  in  fine:  ncque  enim  et  ego  risu  ilia  tendo.   Asc.  Or  dunque,  fate  e  donate  il  Plaudite.   Mane.  Quam  male  possum  plaudere,   Tentatus  pacientia,  Nam  plausus  per  me  factus  est  lam  dudum  miserabilis.  Et  natibus  et  manibus  Et  aureorum   sonitu.  Amen.  AVVENTURE  LONDINESI      Saulino.  Che  cosa  me  dici,  Sofìa?  Dunque  li  Dei  prendeno  qualche  volta  Aristotele  in  mano?  Studiano  verbigrazia  negli  filosofi  P   Sofia.  Non  ti  dirò  di  vantaggio  di  quel  ch'è  su  la  Pippa,  la  Nanna,  l'Antonia,  il  Burchiello,  l'Ancroia,  e  un  altro  libro,  che  non  si  sa,  ma  è  in  questione,  s'è  di  Ovidio  o  Virgilio,  e  io  non  me  ne  ricordo  il  nome,  e  altri  simili.   Saul.  E  pur  adesso  trattano  cose  tanto  gravi  e  seriose?   SoF.  E  ti  par,  che  quelle  non  son  seriose?  Non  son  gravi?  Se  tu  fussi  più  filosofo,  dico  più  accorto,  crede-  resti che  non  è  lezione,  non  è  libro,  che  non  sia  essami-  nato  da'  dei,  e  che,  se  non  è  a  fatto  senza  sale,  non  sia  maneggiato  da  dei;  e  che,  se  non  è  tutto  balordesco,  non  sia  approvato  e  messo  con  le  catene  nella  biblioteca  commune;  perchè  piglian  piacere  nella  moltiforme  re-  presentazione  di  tutte  cose  e  frutti  multiformi  de  tutti  ingegni,  perchè  loro  si  compiaceno  in  tutte  le  cose  che  sono,  e  tutte  le  representazioni  che  si  fanno,  non  meno  che  essi  hanno  cura  che  sieno,  e  donano  ordine  e  per-  missione che  si  facciano.  E  pensa  ch'il  giudicio  degli  Dei  è  altro,  che  il  nostro  commune,  e  non  tutto  quello  che  è  peccato  a  noi  e  secondo  noi,  è  peccato  a  essi  e  secondo  essi.  Quei  libri  certo  cossi,  come  le  teologie,  non  denno  esser  communi  agli  uomini  ignoranti,  che  medesimi  sono  scelerati;  perchè  ne  riceveno  mala  instituzione.   oribd.    VII.   -   La  biblioteca  degli  Dei  119    Saul.  Or  non  son  libri  fatti  da  uomini  di  mala  fama,  disonesti  e  dissoluti,  e  forse  a  mal  fine?   SoF.  E  vero;  ma  non  sono  senza  la  sua  mstituzione  e  frutti  della  cognizione  de  chi  scrive,  come  scrive,  perchè  e  onde  scrive,  di  che  parla,  come  ne  parla,  come  s'in-  ganna lui,  come  gli  altri  s'ingannano  di  lui,  come  si  de-  cima, e  come  s'inclina  a  uno  affetto  virtuoso  e  vizioso,  come  si  muove  il  riso,  il  fastidio,  il  piacere,  la  nausea;  ed  in  tutto  è  sapienza  e  providenza,  e  in  ogni  cosa  è  ogni  cosa,  e  massime  è  l'uno  dove  è  l'altro  contrario,  e  questo  massime  si  cava  da  quello.   Saul.  Or  torniamo  al  proposito,  donde  ne  ha  diver-  titi il  nome  d'Aristotele  e  la  fama  de  la  Pippa.    Bruno,   In  tristitia  hilariz,  etc.  10. LA  FORTUNA      0  sant* asinità,  sant* ignoranza.  Santa  stolticia  e  pia  divozione,  Qual  sola  puoi  far  Vanirne    buone,  CWuman  ingegno  e  studio  non  F avanza;   Non  gionge  faticosa  vigilanza   D'arte,  qualunque  sia,  o  'nvenzione,    de  sofossi  contemplazione  Al  del,  dove  t'edifichi  la  stanza.   Che  vi  vai,  curiosi,  il  studiare.  Voler  saper  quel  che  fa  la  natura,  Se  gli  astri  son  pur  terra,  fuoco  e  mare?   La  santa  asinità  di  ciò  non  cura;   Ma  con  man  gionte  e  'n  ginocchion  vuol  stare.  Aspettando  da  Dio  la  sua  ventura.   Nessuna  cosa  dura.  Eccetto  il  frutto  de  l'eterna  requie.  La  qual  ne  done  Dio  dopo  Fessequie.    (1)  Dalla  Cabala  del  Cavallo  Pegaseo,    154  Parte  terza    A  L'ASINO  CILLENICO    Oh  beato  quel  venir  e  le  mammelle.   Che  t'ha  portato,  e    n  terra  ti  lattare,  Animalaccio  divo,  al  mondo  caro.  Che  qua  fai  residenza  e  tra  le  stelle!   Mai  più  preman  tuo  dorso  basti  e  selle,  E  contril  mondo  ingrato  e  del  avaro  Ti  faccia  sort'e  natura  riparo  Con    felice  ingegno  e  buona  pelle.   Mostra  la  testa  tua  buon  naturale.  Come  le  nari  quel  giudicio  sodo.  L'orecchie  lunghe  un  udito  regale.   Le  dense  labbra  di  gran  gusto  il  modo,  Da  far  invidia  a'  dei  quel  genitale;  Cervice  tal  la  costanza,  ch'io  lodo.  Sol  lodandoti  godo:  Ma,  lasso,  cercan  tue  condizioni  Non  un  sonetto,  ma  mille  sermoni.  DISSERTAZIONI  SOPRA  L'ASINITÀ'"    Oimè,  auditor  mio,  che  senza  focoso  suspiro,  lubrico  pianto  e  tragica  querela,  con  l'affetto,  con  gli  occhi  e  le  raggioni  non  può  rammentar  il  mio  ingegno,  intonar  la  voce  e  dechiarar  gli  argumenti,  quanto  sia  fallace  il  senso,  turbido  il  pensiero  ed  imperito  il  giudicio,  che  con  atto  di  perversa,  iniqua  e  pregiudiciosa  sentenza  non  vede,  non  considera,  non  definisce  secondo  il  debito  di  natura,  verità  di  ragglone  e  diritto  di  giustizia  circa  la  pura  bon-  tade,  regia  sinceritade  e  magnifica  maestade  della  santa  ignoranza,  dotta  pecoragme,  e  divina  asinitade!  Lasso!  a  quanto  gran  torto  da  alcuni  è    fieramente  essagitata  quest'eccellenza  celeste  tra  gli  uomini  viventi,  contro  la  quale  altri  con  larghe  narici  si  fan  censori,  altri  con  aperte  sanne  si  fan  mordaci,  altri  con  comici  cachini  si  rendono  beffeggiatori.  Mentre  ovunque  spreggiano,  burlano  e  vi-  lipendeno  qualche  cosa,  non  gli  odi  dir  altro  che:  Costui,  è  un  asino,  quest  azione  è  asinesca,  questa  è  una  asini-  tade; —  stante  che  ciò  absolutamente  convegna  dire  dove  son  più  maturi  discorsi,  più  saldi  proponimenti  e  più  trutinate  sentenze.  Lasso!  perchè  con  ramarico  del  mio  core,  cordoglio  del  spirito  e  aggravio  de  l'alma  mi  si  presenta  agli  occhi  questa  imperita,  stolta  e  profana  moltitudine,  che    falsamente  pensa,    mordacemente  parla,    temerariamente  scrive  per  parturir  que'  scelerati    (1)  Cabala  del  Cavallo  Pegaseo.    Declamazione   al  studioso,  divoto  e  pio  lettore.    156  Parte  terza   discorsi  de'  tanti  monumenti,  che  vanno  per  le  stampe,  per  le  librarle,  per  tutto,  oltre  gli  espressi  ludibrli,  dlspreg-  gi  e  biasimi:  l'asmo  d'oro,  le  lodi  de  l'asmo,  l'encomio  de  l'asino;  dove  non  si  pensa  altro  che  con  ironiche  sentenze  prendere  la  gloriosa  asinitade  in  gioco,  spasso  e  scherno?  Or,  chi    terrà  il  mondo,  che  non  pensi  ch'io  faccia  il  si-  mile? Chi  potrà  donar  freno  alle  lingue,  che  non  met-  tano nel  medesimo  predicamento,  come  colui  che  corre  appo  gli  vestigli  degli  altri,  che  circa  cotal  suggetto  demo-  criteggiano?  Chi  potrà  contenerli,  che  non  credano,  af-  fermino e  confermino,  che  io  non  intendo  vera-  e  serio-  samente  lodar  l'asino  e  asinitade,  ma  piuttosto  procuro  di  aggionger  oglio  a  quella  lucerna,  la  quale  è  stata  dagli  altri  accesa?  Ma,  o  miei  protervi  e  temerarli  glodlcl,  o  neghittosi  e  ribaldi  calunniatori,  o  foschi  e  appassionati  detrattori,  fermate  il  passo,  voltate  gli  oc  hi,  prendete  la  mira;  vedete,  penetrate,  considerate  se  gli  concetti  sem-  plici, le  sentenze  enunciative  e  gli  discorsi  sillogistici,  ch'apporto  in  favor  di  questo  sacro,  impolluto  e  sarìto  ani-  male, son  puri,  veri  e  demostratlvi,  o  pur  son  fìnti,  im-  possibili ed  apparenti.  Se  le  vedrete  in  effetto  fondati  su  le  basi  de  fondamenti  fortissimi,  se  son  belli,  se  son  buoni;  non  le  schivate,  non  le  fuggite,  non  le  rigettate;  ma  accettatele,  seguitele,  abbracciatele,  e  non  siate  oltre  legati  dalla  consuetudine  del  credere,  vinti  dalla  suffi-  cienza del  pensare,  e  guidati  dalla  vanità  del  dire,  se  altro  vi  mostra  la  luce  de  l'intelletto,  altro  la  voce  della  dot-  trina intona  ed  altro  l'atto  de  l'esperienza  conferma.__  L'asino  ideale  e  cabalistico,  che  ne  vien  proposto  nel  corpo  de  le  Sacre  Lettere,  che  credete  voi  che  sia?  Che  pensate  voi  essere  il  cavallo  pegaseo,  che  vien  trattato  in  figura  degli  poetici  fìgmenti?  De  l'asino  cillenico  degno  d'esser  messo  in  croceis  nelle  più  onorate  academie  che  v'imaginate?  Or,  lasciando  il  pensier  del  secondo  e  terzo  da  canto,  e  dando  sul  campo  del  primo,  platonico  pari-  mente e  teologale,  voglio  che  conosciate  che  non  manca  testimonio  dalle  divine  ed  umane  lettere,  dettate  da  sacri  e  profani  dottori,  che  parlano  con  l'ombra  de  scienze  e    III.  --  Dissertazioni  sopra  l'asinità  157    lume  della  fede.  Saprà,  dico,  ch'io  non  mentisco  colui  ch'è  anco  mediocremente  perito  in  queste  dottrine,  quan-  do avien  ch'io  dica  l'asino  ideale  esser  principio  prodot-  tivo,  formativo  e  perfettivo  sopranaturalmente  della  specie  asinina;  la  quale,  quantunque  nel  capacissimo  seno  della  natura  si  vede  ed  è  dall'altre  specie  distinta,  e  nelle  menti  seconde  è  messa  in  numero,  e  con  diverso  concetto  ap-  presa, e  non  quel  medesimo,  con  cui  l'altre  forme  s'ap-  prendeno;  nulla  di  meno  (quel  ch'importa  tutto)  nella  prima  mente  è  medesima  che  la  idea  de  la  specie  umana,  medesima,  che  la  specie  de  la  terra,  della  luna,  del  sole,  medesima  che  la  specie  dell'intelligenze,  degli  demoni,  degli  dei,  degli  mondi,  de  l'universo;  anzi  è  quella  specie,  da  cui  non  solamente  gli  asini,  ma  e  gli  uomini,  e  le  stelle  e  gli  mondi,  e  gli  mondani  animali  tutti  han  dependenza:  quella  dico,  nella  quale  non  è  differenza  di  forma  e  sug-  getto,  di  cosa  e  cosa;  ma  è  semplicissima  ed  una.   Vedete,  vedete,  dunque,  d'onde  derive  la  caggione,  che,  senza  biasimo  alcuno  il  santo  de'  santi,  or  è  nominato,  non  solamente  leone,  monocorno,  rinoceronte,  vento,  tempesta,  aquila,  pellicano,  ma  e  non  uomo,  opprobrio  degli  uomini,  abiezion  di  plebe,  pecora,  agnello,  verme,  similitudine  di  colpa,  sin  ad  esser  detto  peccato  e  peggio.  Considerate  il  principio  della  causa,  per  cui  gli  cristiani  e  giudei  non  s'adirano,  ma  più  tosto  con  glorioso  trionfo  si  congratu-  lano insieme,  quando  con  le  metaforiche  allusioni  nella  Santa  Scrittura  son  figurati  per  titoli  e  definizioni  asini,  son  appellati  asini,  son  definiti  per  asini:  di  sorte  che,  dovunque  si  tratta  di  quel  benedetto  animale,  per  moralità  di  lettera,  allegoria  di  senso,  ed  anagogia  di  proposito,  s'intende  l'uomo  giusto,  l'uomo  santo,  l'uomo  de  Dio.   Pregate,  pregate  Dio,  o  carissimi,  se  non  siete  ancora  asini,  che  vi  faccia  dovenir  asini.  Vogliate  solamente;  perchè  certo  certo,  facilissimamente  vi  sarà  conceduta  la  grazia:  perchè,  benché  naturalmente  siate  asini,  e  la  di-  sciplina commune  non  sia  altro  che  una  asinitade,  dovete  avertire  e  considerar  molto  bene  se  siate  asini  secondo  Dio;    158  Parte  terza   dico,  se  siate  quei  sfortunati,  che  nmagnono  legati  avanti  la  porta,  o  pur  quegli  altri  felici,  li  quali  entran  dentro.  Ricordatevi,  o  fìdeli,  che  gli  nostri  primi  parenti  a  quel  tempo  piacquero  a  Dio,  ed  erano  in  sua  grazia,  in  sua  sal-  vaguardia, contenti  nel  terrestre  paradiso  nel  quale  erano  asini,  cioè  semplici  ed  ignoranti  del  bene  e  male;  quando  posseano  esser  titillati  dal  desiderio  di  sapere  bene  e  male;  e  per  consequenza  non  ne  posseano  aver  notizia  alcuna;  quando  possean  credere  una  buggia,  che  gli  venesse  detta  dal  serpente;  quando  se  gli  possea  donar  ad  intender  sin  a  questo:  che,  benché  Dio  avesse  detto  che  morrebono,    potesse  essere  il  contrario,  in  cotal  disposizione  erano  grati,  erano  accetti,  fuor  d'ogni  dolor,  cura  e  molestia.  Sovvegnavi  ancora  ch'amò  Dio  il  popolo  ebreo,  quando  era  afflitto,  servo,  vile,  oppresso,  ignorante,  onerario,  portator  de'  còfìni,  somarro,  che  non  gli  possea  mancar  altro,  che  la  coda  ad  esser  asino  naturale  sotto  il  dominio  de  l'Egitto:  allora  fu  detto  da  Dio  suo  popolo,  sua  gente,  sua  scelta  generazione.  Perverso,  scelerato,  reprobo,  adul-  tero, fu  detto  quando  fu  sotto  le  discipline,  le  dignitadi,  le  grandezze  e  similitudine  degli  altri  popoli  e  regni  ono-  rati secondo  il  mondo.   Non  è  chi  non  loda  l'età  de  l'oro,  quando  gli  uomini  erano  asini,  non  sapean  lavorar  la  terra,  non  sapean  l'un  dominar  a  l'altro,  intender  più  de  l'altro,  avean  per  tetto  gli  antri  e  le  caverne,  si  donavano  a  dosso  come  fan  le  bestie,  non  eran  tante  coperte  e  gelosie  e  con-  dimenti de  libidine  e  gola;  ogni  cosa  era  commune,  il  pasto  eran  le  poma,  le  castagne,  le  ghiande  in  quella  forma  che  son  prodotte  dalla  madre  natura.  Non  é  chi  non  sap-  pia qualmente  non  solamente  nella  specie  umana,  ma  e  in  tutti  gli  geni  d'animali  la  madre  ama  più,  accarezza  più  mantien  contento  più  e  ocioso,  senza  sollecitudine  e  fa-  tica, abbraccia,  bacia,  stringe,  custodisce  il  figlio  minore,  come  quello  che  non  sa  male  e  bene,  ha  dell'agnello,  ha  de  la  bestia;  é  un  asino,  non  sa  cossi  parlare,  non  può  tanto  discorrere;  e  come  gli  va  crescendo  il  senno  e  la  prudenza,  sempre  a  mano  a  mano  se  gli  va  scemando    III.  -  Dissertazioni  sopra  l'asinità  1 59   ramore,  la  cura,  la  pia  affezione,  che  gli  vien  portata  dagli  suoi  parenti.  Non  è  nemico,  che  non  compatisca,  abblan-  disca,  favorisca  a  quella  età,  a  quella  persona,  che  non  ha  del  virile,  non  ha  del  demonio,  non  ha  de  l'uomo,  non  ha  del  maschio,  non  ha  de  l'accorto,  non  ha  del  barbuto,  non  ha  del  sodo,  non  ha  del  maturo.  Però,  quando  si  vuol  mover  Dio  a  pietà  e  comiserazione  il  suo  Signore,  disse  quel  profeta:  Ah,  ah  ah.  Domine,  quia  nescio  loqui;  dove,  col  ragghiare  e  sentenza,  mostra  esser  asino.  E  in  un  altro  luogo  dice:  Quia  puer  sum.  Però,  quando  si  brama  la  remission  della  colpa,  molte  volte  si  presenta  la  causa  nelli  divini  libri,  con  dire:  Quia  stulte  egimus,  stulte  ege-  runt,  quia  nesciunt  quidfaciant,  ignoramus,  non  intellexerunt .   Quando  si  vuol  impetrar  da  lui  maggior  favore,  ed  acquistar  tra  gli  uomini  maggior  fede,  grazia  ed  autorità  si  dice  in  un  loco,  che  li  apostoli  eran  stimati  imbreachi;  in  un  altro  loco,  che  non  sapean  quel  che  dicevano;  perchè  non  erano  essi  che  parlavano:  ed  un  de'  più  eccellenti ,  per  mostrar  quanto  avesse  del  semplice,  disse,  che  era  stato  rapito  al  terzo  cielo,  uditi  arcani  ineffabili,  e  che  non  sapea  s'era  morto  o  vivo,  s'era  in  corpo  o  fuor  di  quello.  Un  altro  disse,  che  vedeva  gli  cieli  aperti,  e  tanti  e  tanti  altri  propositi,  che  tegnono  gli  diletti  de  Dio,  alli  quali  è  revelato  quello  che  è  occolto  a  la  sapienza  umana ,  ed  è  asinità  esquisita  agli  occhi  del  discorso  razionale:  perchè  queste  pazzie,  asinitadi  e  bestialitadi  son  sapienze,  atti  eroici  e  intelligenze  appresso  il  nostro  Dio;  il  qual  chiama  li  suoi  pulcini,  il  suo  gregge,  le  sue  pecore,  li  suoi  parvuli,  li  suoi  stolti,  il  suo  pulledro,  la  sua  asina  que'  tali,  che  li  credeno,  l'amano,  il   sieguono.   Non  è,  non  è,  dico,  meglior  specchio  messo  avanti  gli  occhi  umani  che  l'asinitade  e  asino;  il  qual  più  esplicatamente  secondo  tutti  gli  numeri  dimostre  qual  essere  debba  colui,  che  faticandosi  nella  vigna  del  Signore,  deve  aspettar  la  retribuzion  dei  danaio  diurno,  il  gusto  della  beatifica  cena,  il  riposo  che  siegue  il  corso  di  questa  transitoria  vita.  Non  è  conformità  megliore,    o    simile,   che    ne   amene,    guide    e    conduca    160  Parte  terza   alla  salute  eterna  più  attamente,  che  far  possa  questa  vera  sapienza  approvata  dalla  divina  voce:  come,  per  il  contrario,  non  è  cosa,  che  ne  faccia  più  efficaceme-  mente  impiombar  al  centro  ed  al  baratro  tartareo,  che  le  filosofiche  e  razionali  contemplazioni,  quali  nascono  dagli  sensi,  crescono  nella  facultà  discorsiva  e  si  maturano  nel-  l'intelletto umano.   Forzatevi,  forzatevi  dunque  ad  esser  asini,  o  voi,  che  siete  uomini.  E  voi,  che  siete  già  asini,  studiate,  procurate,  adattatevi  a  proceder  sempre  da  bene  m  meglio,  a  fin  che  perveniate  a  quel  termine,  a  quella  dignità,  la  quale,  non  per  scienze  e  opre,  quantunque  grandi,  ma  per  fede  s'acquista;  non  per  ignoranza  e  misfatti,  quantunque  enormi  ma  per  la  incredulità  (come  dicono,  secondo  l'Apostolo)  si  perde.  Se  cossi  vi  dispor-  rete, se  tali  sarete  e  talmente  vi  governarete,  vi  trovarete  scritti  nel  libro  de  la  vita,  impetrarete  la  grazia  in  questa  militante,  ed  otterrete  la  gloria  in  quella  trionfante  eccle-  sia, nella  quale  vive  e  regna  Dio  per  tutti  secoli  de'  secoli.   Cossi  sia  !   *     (])   Sebasto.  è  il  peggio,  che  diranno  che  metti  avanti  metaffore,  narri  favole,  raggioni  in  parabola,  intessi  enigmi,  accozzi  similitudini,  tratti  misterii,  mastichi    tropologie.   SauliNO.  Ma  io  dico  la  cosa  a  punto  come  la  passa;  e  come  la  è  propriamente,  la  metto  avanti  gli  occhi.   CoRlBANTE.  Id  est,  sine  fuco,  plane,candi  de;  ma  vorrei  che  fusse  cossi,  come  dite,  da  dovero.   Saul.  Cossi  piacesse  alli  dei,  che  fessi  tu  altro  che  fuco  con  questa  tua  gestuazione,  toga,  barba  e  supercilio:  come,  anco  quanto  a  l'ingegno,  candide,  piane  et  sine  fuco,  mostri  agli  occhi  nostri  la  idea  della  pedantaria.   Cor.  Hactenus  haec?  Tanto  che  Sofia  loco  per  loco,  sedia  per  sedia  vi  condusse?   Saul.  Sì.    (I)   Cabala   del  Cavallo  Pegaseo.    EMalogo    primo    Sono    interlocutori    Se-  BASTO,  Sauuno,  Coribante.    III.-  Dissertazioni     sopra  l'asinità  161    Seb.  Occórrevi  de  dir  altro  circa  la  previsione  di  que-  ste sedie?   Saul.  Non  per  ora,  se  voi  non  siete  pronto  a  donarmi  occasione  di  chiarirvi  de  più  punti  circa  esse  col  diman-  darmi e  destarmi  la  memoria,  la  quale  non  può  avermi  suggerito  la  terza  parte  de'  notabili  propositi  degni  di  considerazione.   Seb.  Io,  a  dir  il  vero,  rimagno    suspeso  dal  desio  de  saper  qual  cosa  sia  quella  ch'il  gran  padre  degli  dei  ha  fatto  succedere  in  quelle  due  sedie,  l'una  Boreale  e  l'altra  Australe,  che  m'ha  parso  il  tempo  de  mill'anni  per  veder  il  fine  del  vostro  filo,  quantunque  curioso,  utile  e  degno:  perchè  quel  proposito  tanto  più  mi  vien  a  spronar  il  desio  d'esserne  fatto  capace,  quanto  voi  più  l'avete  differito  a  far  o  udire.   Cor.  Spes  efenim  dilata  affligit  animum,  vel  animam,  ut  melius  dicam;  haec  enim  mage  significat  naturam  passibilem.   Saul.  Bene.  Dunque,  perchè  non  più  vi  tormentiate  su  l'aspettar  della  risoluzione  sappiate  che  nella  sedia  pros-  sima immediata  e  gionta  al  luogo,  dove  ere  l'Orsa  minore,  e  nel  quale  sapete  essere  exaitata  la  Veritade,  essendone  t  olta  via  l'Orsa  maggiore  nella  forma  ch'avete  inteso,  per  previdenza  del  prefato  consiglio  vi  ha  succeduto  l'Asi-  nità in  abstratto:  e  là,  dove  ancora  vedete  in  fantasia  il  fiume  Eridano,  piace  agli  medesimi  che  vi  si  trove  l'Asi-  nità in  concreto,  a  fine  che  da  tutte  tre  le  celesti  reggioni  possiamo  contemplare  l'Asinità,  la  quale  in  due  facelle  era  come  occolta  nella  vie  de'  pianeti,  dov'è  la  coccia  del  Cancro.   Cor.  Procul,  o  procal,  este,  profanil  Questo  è  un  sacri-  legio, un  profanismo,  di  voler  fingere  (poscia  che  non  è  possibile  che  cossi  sie  in  fatto)  vicino  a  l'onorata  ed  emi-  nente sedia  de  la  Verità  essere  l'idea  di    immonda  e  vi-  t  uperosa  specie,  la  quale  è  stata  dagli  sapienti  Egizii  negli  lor  geroglifici  presa  per  tipo  de  l'ignoranza.   Saul.  Alla  contemplazione  de  la  verità  altri  si  promuo-  veno  per  via  di  dottrina  e  cognizione  razionale,  per  forza    162  Parte  terza   de  rintelletto  agente,  che  s'intrude  nell'animo,  exci-  tandovi il  lume  interiore.  E  questi  son  rari;  onde  dice  il  poeta:   Fauci,  quos  ardens  evexit  ad  aethera  virtus.   Altri  per  via  d'ignoranza  vi  si  voltano  e  forzansi  di  per-  venirvi. E  di  questi  alcuni  sono  affetti  di  quella,  che  è  detta  ignoranza  di  semplice  negazione:  e  costoro    sanno,    presumeno  di  sapere;  altri  di  quella,  che  é  detta  igno-  ranza di  prava  disposizione;  e  tali,  quanto  men  sanno  e  sono  imbibiti  de  false  informazioni,  tanto  più  pensano  di  sapere:  quali,  per  informarsi  del  vero,  richiedeno  doppia  fatica,  cioè  de  dismettere  l'uno  abito  contrario,  e  di  ap-  prender l'altro.  Altri  di  quella,  ch'è  celebrata  come  divina  acquisizione;  e  in  questa  son  color,  che,    dicendo,    pensando  di  sapere,  ed  oltre  essendo  creduti  da  altri  igno-  rantissimi, son  veramente  dotti,  per  ridursi  a  quella  glorio-  sissima asinitade  e  pazzia.  E  di  questi  alcuni  sono  naturali,  come  quei  che  caminano  con  il  lume  suo  razionale,  con  CUI  negano  col  lume  del  senso  e  della  raggione  ogni  lume  di  raggione  e  senso;  alcuni  altri  caminano,  o  per  dir  meglio,  si  fanno  guidare  con  la  lanterna  della  fede,  cattivando  l'in-  telletto a  colui,  che  gli  monta  sopra,  ed  a  sua  bella  posta  l'addirizza  e  guida.  E  questi  veramente  son  quelli,  che  non  possono  essi  errare,  perchè  non  caminano  col  proprio  fal-  lace intendimento,  ma  con  infallibil  lume  di  superna  in-  telligenza. Questi,  questi  son  veramente  atti  e  predestinati  per  arrivare  alla  Jerusalem  della  beatitudine  e  vision  aperta  della  verità  divina:  perchè  gli  sopramonta  quello,  senza  il  qual  sopramontante  non  è  chi  condurvesi  vaglia.   Seb.  Or  ecco  come  si  distingueno  le  specie  dell'igno-  ranza e  asinitade,  e  come  vegno  a  mano  a  mano  a  conde-  scendere  per  concedere  l'asinitade  essere  una  virtù  necessa-  ria e  divina,  senza  la  quale  sarrebe  perso  il  mondo,  e  per  la  quale  il  mondo  tutto  è  salvo.   Saul.  Odi  a  questo  proposito  un  principio  per  un'altra  più  particular  distinzione.  Quello  ch'unisce  l'intelletto  nostro,  il  qual  é  nella  sofia,  alla  verità,  la  quale  è  l'oggetto    III.  -  Dissertazioni  sopra  l'asinità  163    intelligibile,  è  una  specie  d'ignoranza,  secondo  gli  caba-  listi e  certi  mistici  teologi;  un'altra  specie,  secondo  gli  pirroniani,  efettici  ed  altri  simili;  un'altra,  secondo  teo-  logi cristiani;  tra'  quali  il  Tarsense  la  viene  tanto  più  a  magnificare,  quanto  a  giudizio  di  tutt'il  mondo  è  passata  per  maggior  pazzia.  Per  la  prima  specie  sempre  si  niega;  onde  vien  detta  ignoranza  negativa,  che  mai  ardisce  affir-  mare.  Per  la  seconda  specie  sempre  si  dubita,  e  mai  ardisce  determinare  o  definire.  Per  la  terza  specie  gli  principii  tutti  s'hanno  per  conosciuti,  approvati  e  con  certo  argu-  mento  manifesti,  senza  ogni  demostrazione  e  apparenza.  La  prima  è  denotata  per  l'asino  pullo,  fugace  ed  erra-  bondo; la  seconda  per  un'asina,  che  sta  fitta  tra  due  vie,  dal  mezzo  di  quali  mai  si  parte,  non  possendosi  risolvere  per  quale  delle  due  più  tosto  debba  muovere  i  passi;  la  terza  per  l'asina  con  il  suo  pulledro,  che  portano  su  la  schena  il  redentor  del  mondo:  dove  Tasina,  secondo  che  gli  sacri  dottori  insegnano,  è  tipo  del  popolo  giudaico,  e  il  pullo  del  popolo  gentile,  che,  come  figlia  ecclesia,  è  parturito  dalla  madre  sinagoga;  appartenendo  cossi  questi  come  quelli  alla  medesima  generazione,  procedente  dal  padre  de'  credenti  Abraamo.  Queste  tre  specie  d'igno-  ranza, come  tre  rami,  si  riducono  ad  un  stipe,  nel  quale  da  l'archetipo  influisce  l'asinità,  e  che  è  fermo  e  piantato  su  le  radici  delli  dieci  sephiroth.   Cor.  0  bel  senso!  Queste  non  sono  retoriche  persua-  sioni, ne  elenchici  sofismi,    topiche  probabilltadi,  ma  apodictiche  demostrazioni;  per  le  quali  l'asino  non  è    vile  animale,  come  comunmente  si  crede,  ma  di  tanto  più  eroica  e  divina  condizione.   Seb.  Non  è  d'uopo  ch'oltre  t'affatichi,  o  Saulino,  per  venir  a  conchiudere  quel  tanto,  che  io  dimandavo  che  da  te  mi  fusse  definito:    perchè  avete  sodisfatto  a  Coribante,    anco  perchè  da  li  posti  mezzi  termini  ad  ogni  buono  intenditore  può  esser  facilmente  sodisfatto.  Ma,  di  grazia,  fatemi  ora  intendere  le  raggioni  della  sapienza,  che  consi-  ste nell'ignoranza  ed  asinitade  iuxta  il  secondo  modo:  cioè,  con  qual  raggione  siano  partecipi  dell'asinità  gli  pirro-    164  Parte  terza   nianì,  efettici  et  altri  academici  filosofi;  perchè  non  dubito  della  prima  e  terza  specie,  che  medesime  sono  altissime  e  remotissime  da'  sensi,  e  chiarissime,  di  sorte  che  non  è  occhio,  che  non  le  possa  conoscere.   Saul.  Presto  verrò  al  proposito  della  vostra  dimanda:  ma  voglio  che  prima  notiate  il  primo  e  terzo  modo  di  stoltizia  e  asinitade  concorrere  in  certa  maniera  in  uno  ;  e  però  medesimamente  pendeno  da  principio  incompren-  sibile ed  ineffabile,  a  constituir  quella  cognizione, ch'è  di-  sciplina delle  discipline,  dottrina  delle  dottrine  e  arte  de  le  arti.  Della  quale  voglio  dirvi,  in  che  maniera  con  poco  o  nullo  studio  e  senza  fatica  alcuna  ognun,  che  vuole  e  volse,  ne  ha  possuto  e  può  esser  capace.  Veddero  e  considerorn  o  que'  santi  dottori  e  rabini  illuminati,  che  gli  superbi  e  pre-  sumptuosi  sapienti  del  mondo,  quali  ebbero  fiducia  nel  proprio  ingegno,  e  con  temeraria  e  gonfia  presunzione  hanno  avuto  ardire  d'alzarsi  alla  scienza  de'  secreti  divini  e  que'  penetrali  della  deitade,  non  altrimente  che  coloro ,  ch'edificaro  la  torre  di  Babelle,  son  stati  confusi  e  messi  in  dispersione,  avendosi  essi  medesimi  serrato  il  passo,  onde  meno  f ussero  abili  alla  sapienza  divina  e  visione  della  veritade  eterna.  Che  fero?  Qual  partito  presero?  Fermaro  i  passi,  piegar©  o  dismesero  le  braccia,  chiusero  gli  occhi,  bandirò  ogni  propria  attenzione  e  studio,  riprovar©  qual-  sivoglia uman  pensiero,  rmiegaro  ogni  sentimento  natu-  rale; e,  in  fine,  si  tennero  asini.  E  quei,  che  non  erano,  si  trasformar©  in  questo  animale:  alzar©,  disteser©,  acumi-  nar©, ingr©ssar©  e  magnific©rno  l'orecchie;  e  tutte  le  po-  tenze de  l'anima  rip©rt©rno  e  unir©  nell'udire,  c©n  asc©l-  tare  s©lamente  e  credere:  c©me  quell©,  di  cui  si  dice:  In  auditu  auris  obedivit  mihi.  Là,  c©ncentrand©si  e  cattivan-  d©si  la  vegetativa,  sensitiva  e  intellettiva  facultade,  hann©  inceppate  le  cinque  dita  in  un'unghia,  perchè  non  potes-  sero, come  l'Adamo,  stender  le  mani  ad  apprendere  il  frutto  vietato  dall'arbore  della  scienza,  per  cui  venessero  ad  essere  privi  de'  frutti  de  rarb©re  della  vita,  ©  c©me  Pr©mete©  (che  è  metaf©ra  di  medesim©  pr©p©sit©)  sten-  der le  mani  a  suffurar  il  fu©co  di  Gi©ve,  per  accendere    III.  -  Dissertazioni  sopra  l'asinità  165   il  lume  della  potenza  razionale.  Cossi  li  nostri  divi  asini,  privi  del  proprio  sentimento  ed  affetto,  vegnono  ad  in-  tendere non  altrimente  che  come  gli  vien  soffiato  a  l'o-  recchie dalle  revelazioni  o  degli  dei  o  de'  vicarii  loro;  e  per  consequenza  a  governarsi  non  secondo  altra  legge  che  di  que'  medesimi.  Quindi  non  si  volgono  a  destra  o  a  sinistra,  se  non  secondo  la  lezione  e  raggione,  che  gli  dona  il  capestro  o  freno,  che  le  tien  per  la  gola,  o  per  la  bocca,  non  caminano,  se  non  come  son  toccati.  Hanno  ingrossate  le  labbra,  insolidate  le  mascelle,  incontennuti  gli  denti,  a  fin  che,  per  duro,  spinoso,  aspro  e  forte  a  digerir  che  sia  il  pasto,  che  gli  vien  posto  avante,  non  manche  d'essere  accomodato  al  suo  palato.  Indi  si  pa-  scono de'  più  grossi  e  materialacci  appositorii,  che  altra  qualsivoglia  bestia,  che  si  pasca  sul  dorso  de  la  terra;  e  tutto  ciò  per  venire  a  quella  vilissima  bassezza,  per  cui  fìano  capaci  de  più  magnifica  exaltazione,  iuxta  quello:  Omnis  qui  se  humiliat  exaltabitur.   Seb.  Ma  vorrei  intendere,  come  questa  bestiaccia  potrà  distinguere  che  colui,  che  gli  monta  sopra,  è  Dio  o  dia-  volo, è  un  uomo  o  un'altra  bestia  non  molto  maggiore  o  minore,  se  la  più  certa  cosa,  ch'egli  deve  avere,  è  che  lui  è  un  asino  e  vuole  essere  asino,  e  non  può  far  me-  glior  vita  ed  aver  costumi  migliori  che  di  asino,  e  non  deve  aspettar  meglior  fine  che  di  asino,  ne  è  possibile,  congruo  e  condigno  ch'abbia  altra  gloria  che  d'asino?   Saul.  Fidele  colui,  che  non  permette  che  siano  tentati  sopra  quel  che  possono:  lui  conosce  li  suoi,  lui  tiene  e  mantiene  gli  suoi  per  suoi,  e  non  gli  possono  esser  tolti.  0  santa  ignoranza,  o  divina  pazzia,  o  sopraumana  asinità!  Quel  rapto,  profondo  e  contemplativo  Areopagita,  scri-  vendo a  Caio,  afferma  che  la  ignoranza  è  una  perfettis-  sima scienza;  come  per  l'equivalente  volesse  dire,  che  l'asinità  è  una  divinità.  Il  dotto  Agostino,  molto  ine-  briato di  questo  divino  nettare,  nelli  suoi  So1i1oquii  testifica,  che  la  ignoranza  più  tosto  che  la  scienza  ne  conduce  a  Dio,  e  la  scienza  più  tosto  che  1  ignoranza  ne  mette  in  perdizione.  In  figura  di  ciò  vuole  ch'il  reden-    166  Parte  terza   tor  del  mondo  con  le  gambe  e  piedi  degli  asini  fusse  entrato  in  Gerusalemme,  significando  anagogicamente  in  questa  militante  quello  che  si  verifica  nella  trionfante  cit-  tade;  come  dice  il  profeta  salmeggiante:  Non  in  fortitu-  dine equi  voluntatem  habebit,  neque  in  tibiis  viri  benepla-  citum  erit  ei.   Cor.  Supple  tu:  Sed  in  fortitudine  et  tibiis  asinae  et  pulii  fila  coniugalis.   Saul.  Or,  per  venire  a  mostrarvi  come  non  è  altro  che  l'asinità  quello  con  cui  possiamo  tendere  ad  avvicinarci  a  quell'alta  specola,  voglio  che  comprendiate  e  sappiate  non  esser  possibile  al  mondo  meglior  contemplazione  che  quella  che  niega  ogni  scienza  ed  ogni  apprension  e  giu-  dicio  di  vero;  di  maniera  che  la  somma  cognizione  è  certa  stima,  che  non  si  può  saper  nulla  e  non  si  sa  nulla,  e  per  consequenza  di  conoscersi  di  non  posser  esser  altro  che  asino  e  non  esser  altro  che  asino;  allo  qual  scopo  giunsero  gli  socratici,  platonici,  efettici,  pirroniani  ed  altri  simili,  che  non  ebbero  le  orecchie  tanto  piccole,  e  le  labbra  tanto  delicate,  e  la  coda  tanto  corta,  che  non  le  potessero  lor  medesimi  vedere.   S  e  b.  Priegoti,  Saulino,  non  procedere  oggi  ad  altro  per  confirmazion  e  dechiarazion  di  questo:  perchè  assai  per  il  presente  abbiamo  inteso;  oltre  che  vedi  esser  tempo  di  cena,  e  la  materia  richiede  più  lungo  discorso.  Per  tanto  piacciavi  (se  così  pare  anco  al  Coribante)  di  rive-  derci domani  per  la  elucidazione  di  questo  proposito;  ed  io  menarò  meco  Onorio,  il  quale  si  ricorda  d'esser  stato  asino,  e  però  è  a  tutta  divozione  pitagorico;  oltre  che  ha  de'  grandi  proprii  discorsi,  con  gli  quali  forse  ne  potrà  far  capaci  di  qualche  proposito    IV.  METAMFISICOSI   one?   Onor.  Quella  de  l'uomo  è  medesima  in  essenza  spe-  cifica e  generica  con  quella  de  le  mosche,  ostreche  ma-  rine e  piante,  e  di  qualsivoglia  cosa,  che  si  trove  animata,  o  abbia  anima:  come  non  è  corpo,  che  non  abbia  o  più  o  meno  vivace  e  perfettamente  communicazion  di  spirito  in  se  stesso.  Or  cotal  spinto,  secondo  il  fato  o  provi-  denza,  ordine  o  fortuna,  viene  a  giongersi  or  ad  una  spe-  cie di  corpo,  or  ad  un'altra;  e,  secondo  la  raggione  della  diversità  di  complessioni  e  membri,  viene  ad  avere  di-  versi gradi  e  perfezioni  d'ingegno  e  operazioni.    onde  quel  spinto  o  anima,  che  era  nell'aragna,  e  vi  avea  quel-  l'industria e  quelli  artigli  e  membra  in  tal  numero,  quan-  tità e  forma;  medesimo,  gionto  alla  prolificazione  umana,  acquista  altra  intelligenza,  altri  instrumenti,  attitudini  e  atti.  Giongo  a  questo  che,  se  fusse  possibile,  o  in  fatto  si  trovasse,  che  d'un  serpente  il  capo  si  formasse  e  stor-  nasse in  figura  d'una  testa  umana,  e  il  busto  crescesse  in  tanta  quantità,  quanta  può  contenersi  nel  periodo  di  cotal  specie,  se  gli  allargasse  la  lingua,  ampiassero  le  spalli,  se  gli  ramificassero  le  braccia  e  mani,  e  al  luogo,  dove  è  terminata  coda,  andassero  ad  ingeminarsi  le  gambe;  intenderebbe,  apparirebbe,  spirarebbe,  parlarebbe,  opra-  rebbe  e  cammerebbe  non  altrimente  che  l'uomo;  perchè  non  sarebbe  altro  che  uomo.  Come,  per  il  contrario,  l'uomo  non  sarebbe  altro  che  serpente,  se  venisse  a  con-  traere, come  dentro  un  ceppo,  le  braccia  e  gambe,  e  Tossa  tutte  concorressero  alla  formazion  d'una  spina,  si  incolubrasse  e  prendesse  tutte  quelle  figure  de'  membri  e  abiti  de  complessioni.  Allora  avrebbe  più  o  men  vivace    170  Parte  terza   Ingegno;  In  luogo  di  parlar,  sibilarebbe;  in  luogo  di  ca-  minare,  serperebbe;  in  luogo  d'edificarsi  palaggio,  si  ca-  varebbe  un  pertuggio;  e  non  gli  converrebe  la  stanza,  ma  la  buca;  e  come  già  era  sotto  quelle,  ora  è  sotto  queste  membra,  mstrumenti,  potenze  e  atti;  come  dal  medesimo  artefice,  diversamente  inebriato  dalla  contrazion  di  ma-  teria, e  da  diversi  organi  armato,  appaiono  exercizii  de  diverso  mgegno,  e  pendeno  execuzioni  diverse.  Quindi  possete  capire  esser  possibile,  che  molti  animali  possono  aver  più  ingegno  e  molto  maggior  lume  d'intelletto  che  l'uomo  (come  non  è  burla  quel  che  proferì  Mosè  del  serpe,  che  nominò  sapientissimo  tra  tutte  l'altre  bestie  de  la  terra).    V.   ARISTOTELE-ASINO  E  I  SUOI  SEGUACI      Onorio.  Or  essendo  io,  come  ho  già  detto,  nella  region  celeste  in  titolo  di  cavallo  Pegaseo,  mi  è  avvenuto  per  ordine  del  fato,  che  per  la  conversione  alle  cose  inferiori  (causa  di  certo  affetto,  ch'io  indi  venevo  ad  acquistare,  la  qual  molto  bene  vien  descritta  dal  platonico  Plotino)  come  inebriato  di  nettare,  venia  bandito  ad  esser  or  un  filosofo,  or  un  poeta,  or  un  pedante,  lasciando  la  mia  imagine  in  cielo;  alla  cui  sedia  a  tempi  delle  trasmigra-  zioni ritornavo,  riportandovi  la  memoria  delle  specie,  le  quali  nell'abitazion  corporale  avevo  acquistate;  e  quelle  medesime,  come  in  una  biblioteca,  lasciavo  là,  quando  accadeva  ch'io  dovesse  ritornar  a  qualch'altra  terrestre  a-  bitazione.  Delle  quali  specie  memorabili  le  ultime  son  quelle,  ch'ho  cominciate  a  imbibire  a  tempo  della  vita  de  Filippo  macedone,  dopo  che  fui  ingenerato  dal  seme  de  Nicomaco,  come  si  crede.  Qua,  appresso  esser  stato  discepolo  d'Aristarco,  Platone  ed  altri,  fui  promosso  col  favor  di  mio  padre,  ch'era  consegliero  di  Filippo,  ad  esser  pedante  d'Alexandro  Magno;  sotto  il  quale,  benché  erudito  molto  bene  nelle  umanistiche  scienze,  nelle  quali  ero  più  illustre  che  tutti  li  miei  predecessori,  entrai  m  presunzione  d'esser  filosofo  naturale,  come  è  ordinario  nelli  pedanti  d'esser  sempre  temerarii  e  presuntuosi;  e  con    (1)  Cabala,  Dialogo  secondo    172  Parte  terza   ciò,  per  esser  estinta  la  cognizione  della  filosofìa,  morto  Socrate,  bandito  Platone,  e  altri  in  altre  maniere  dispersi,  rimasi  io  solo  lusco  intra  gli  ciechi;  e  facilmente  possevi  aver  riputazion  non  sol  di  retorico,  politico,  logico,  ma  ancora  de  filosofo.  Cossi,  malamente  e  scioccamente  ri-  portando le  opinioni  degli  antiqui,  e  de  maniera  tal  scon-  cia, che    manco  gli  fanciulli  e  le  insensate  vecchie  par-  larebono  e  intenderebono  come  io  introduco  quelli  ga-  lantuomini intendere  e  parlare,  mi  venni  ad  intrudere  come  riformator  di  quella  disciplina,  della  quale  io  non  avevo  notizia  alcuna.  Mi  dissi  principe  de'  peripatetici;  insegnai  in  Atene  nel  sottoportico  Liceo;  dove,  secondo  il  lume,  e  per  dir  il  vero,  secondo  le  tenebre,  che  regna'  vano  in  me,  intesi  e  insegnai  perversamente  circa  la  na-  tura de  li  principii  e  sustanza  delle  cose,  delirai  più  che  ristessa  delirazione  circa  l'essenza  de  l'anima,  nulla  pos-  sevi comprendere  per  dritto  circa  la  natura  del  moto  e  de  l'universo;  e,  in  conclusione,  son  fatto  quello,  per  cui  la  scienza  naturale  e  divina  è  stinta  nel  bassissimo  della  ruota,  come  in  tempo  degli  Caldei  e  Pitagorici  è  stata  in  exaltazione.   Seb.  Ma  pur  ti  veggiamo  esser  stato  tanto  tempo  in  admirazion  del  mondo;  e  tra  l'altre  maraviglie  è  trovato  un  certo  Arabo,  ch'ha  detto  la  natura  nella  tua  produ-  zione aver  fatto  l'ultimo  sforzo,  per  manifestar  quanto  più  terso,  puro,  alto  e  verace  ingegno  potesse  stampare;  e  generalmente  sei  detto  demonio  della  natura.   Onor.  Non  sarebbono  gli  ignoranti  se  non  fusse  la  fede;  e  se  non  la  fusse,  non  sarebbono  le  vicissitudini  delle  scienze  e  virtudi,  bestialitadi  ed  inerzie,  e  altre  suc-  cedenze de  contrarie  impressioni,  come  son  de  la  notte  e  il  giorno,  del  fervor  de  l'estate  e  rigor  de  l'inverno.   Seb.  Or,  per  venire  a  quel  ch'appartiene  alla  notizia  de  l'anima  (mettendo  per  ora  gli  altri  propositi  da  canto)  ho  letti  e  considerati  que'  tuoi  tre  libri,  nelli  quali  parli  più  balbamente,  che  possi  mai  da  altro  balbo  essere  inteso;  come  ben  ti  puoi  accorgere  di  tanti  diversi  pareri  ed  estra-  vaganti intenzioni  e  questionarii,  massime  circa  il  dislac-    V.    Aristotele  -  asino  e  i  suoi  seguaci  173    dar  e  disimbrogliar  quel  che  ti  vogli  dire  in  que*  confusi  e  leggieri  propositi,  gli  quali,  se  pur  ascondono  qualche  cosa,  non  può  esser  altro  che  pedantesca  o  peripatetica  levitade.   Onor.  Non  è  maraviglia,  fratello;  atteso  che  non  può  in  conto  alcuno  essere,  che  essi  loro  possano  apprendere  il  mio  intelletto  circa  quelle  cose,  nelle  quali  io  non  ebbi  intelletto;  o  che  vagliano  trovar  construtto  o  argumento  circa  quel  ch'io  vi  voglia  dire,  se  io  medesimo  non  sa-  pevo quel  che  mi  volesse  dire.  Qual  differenza  credete  voi  essere  tra  costoro  e  quei,  che  cercano  le  corna  del  gatto,  e  gambe  de  l'anguilla?  Nulla,  certo.  Della  qual  cosa  precavendo  ch'altri  non  s'accorgesse,  ed  io  con  ciò  venesse  ad  perdere  la  riputazion  di  protosofosso,  volsi  far  de  maniera,  che  chiunque  mi  studiasse  nella  naturai  fi-  losofia (nella  qual  fui  e  mi  sentivi  a  fatto  ignorantissimo),  per  inconveniente  o  confusion  che  vi  scorgesse,  se  non  avea  qualche  lume  d'ingegno,  dovesse  pensare  e  credere  ciò  non  essere  la  mia  intenzion  profonda,  ma  più  tosto  quel  tanto,  che  lui,  secondo  la  sua  capacità,  posseva  dagli  miei  sensi  superficialmente  comprendere.  Laonde  feci,  che  venesse  publicata  quella  Lettera  ad  Alexan-  d  r  o,  dove  protestavo  gli  libri  fisicali  esser  messi  in  luce,  come  non  messi  in  luce.   Seb.  e  per  tanto  voi  mi  parete  aver  isgravata  la  vostra  conscienza;  ed  hanno  torto  questi  tanti  asinoni  a  disporsi  di  lamentarsi  di  voi  nel  giorno  del  giudicio,  come  di  quel  che  l'hai  ingannati  e  sedutti,  e  con  sofistici  apparati  di-  vertiti dal  camino  di  qualche  veritade,  che  per  altri  prin-  cipii  e  metodi  arrebono  possuta  racquistarsi.  Tu  l'hai  pure  insegnato  quel  tanto  ch'a  diritto  doveano  pensare:  che  se  tu  hai  publicato,  come  non  publicato,  essi,  dopo  averti  letto,  denno  pensare  di  non  averti  letto,  come  tu  avevi  cossi  scritto,  come  non  avessi  scritto:  talmente  quei  cotali,  ch'insegnano  la  tua  dottrina,  non  altrimente  denno  essere  ascoltati,  che  un  che  parla,  come  non  parlasse.  E  finalmente    a  voi  deve  più  essere  atteso,  che  come  ad  un  che  raggiona  e  getta  sentenza  di  quel  che  mai  intese.    174  Parte  terza    Onor.  ...Slamo  dovenutl  a  tale,  ch'ogni  satiro,  fauno,  malenconico,  embreaco  e  Infetto  d'atra  bile.  In  contar  sogni  e  dir  de  pappolate  senza  construzione  e  senso  alcuno,  ne  vogliono  render  suspetti  de  profezia  grande,  de  recondito  misterio,  de  alti  secreti  e  arcani  divini,  da  risuscitar  morti,  da  pietre  filosofali,  ed  altre  poltronarie  da  donar  volta  a  quei  ch'han  poco  cervello,  a  farli  dovenir  al  tutto  pazzi  con  giocarsi  il  tempo,  l'intelletto,  la  fama  e  la  robba,  e  spendere    misera  e  ignobilmente  il  corso  di  sua  vita.   Seb.  La  intese  bene  un  certo  mio  amico;  il  quale,  a-  vendo  non  so  se  un  certo  libro  de  profeta  enigmatico,  o  d'altro,  dopo  avervisi  su  lambiccato  alquanto  dell'umor  del  capo  con  una  grazia  e  bella  leggiadria  andò  e  gittarlo  nel  cesso,  dicendogli:    Fratello,  tu  non  vuoi  esser  in-  teso; IO  non  ti  voglio  intendere;    e  soggiunse,  ch'an-  dasse con  cento  diavoli,  e  lo  lasciasse  star  con  fatti  suoi  in  pace.   Onor.  E  quel  ch'è  degno  di  compassione  e  riso  è,  che  su  questi  editi  libelli  e  trattati  pecoreschi  vedi  dovenir  attonito  Silvio,  Ortensio  melanconico,  smagrito  Serafino,  impallidito  Cammaroto,  invecchiato  Ambruogio,  impaz-  zito Giorgio,  abstratto  Reginaldo,  gonfio  Bonifacio;  ed  il  molto  reverendo  Don  Cocchiarone  pien  d' in  finita  e  nobil  maraviglia,  sen  va  per  il  largo  della  sua  sala,  dove,  rimosso  dal  rude  ed  ignobil  volgo,  se  la  spas-  seggia; e  rimanendo  or  quinci,  or  quindi  de  la  litteraria  sua  toga  le  fimbrie,  rimanendo  or  questo,  or  quell'altro  piede,  rigettando  or  vers'il  destro,  or  vers'il  sinistro  fi.anco  il  petto,  con  il  texto  commento  sotto  l'ascella,  e  con  gesto  di  voler  buttar  quel  pulce,  ch'ha  tra  le  due  prime  dita,  in  terra,  con  la  rugata  fronte  cogitabondo,  con  erte  ciglia  ed  occhi  arrotondati,  in  gesto  d'un  uomo  fortamente  ma-  ravigliato, conchiudendola  con  un  grave  ed  enfatico  su-  splro,  farà  pervenir  a  l'orecchio  de'  clrconstanti  questa  sentenza:  Huc  usque  ahi  philosophi  non  pervenerunt.  Se  si  trova  in  proposito  di  lezion  di  qualche  libro  composto  da  qualche  energumeno  o  inspirato,  dove  non  è  espresso  e  donde  non  si  può  premere  più  sentimento,  che  possa    V.  -  Aristotele  -  asino  e  i  suoi  seguaci  175   ritrovarsi  in  un  spirito  cavallino;  allora,  per  mostrar  di  aver  dato  sul  chiodo,  exclamarà:    0  magnum  mysteriuml   Seb.  Ma  vorrei  saper  da  Saulino  (che  magnifica  tanto  l'asmitade,  quanto  non  può  esser  magnificata  la  scienza  e  speculazione,  dottrina  e  disciplina  alcuna)  se  l'asinitade  può  aver  luogo  in  altri  che  negli  asini;  come  è  dire,  se  alcuno  da  quel  che  non  era  asino,  possa  doventar  asino  per  dottrina  e  disciplina.  Perchè  bisogna  che  di  questi  quel  che  insegna,  o  quel  che  è  insegnato,  o  cossi  l'uno  come  l'altro,  o    l'uno    l'altro,  siano  asini.  Dico,  se  sarà  asino  quello  solo  che  insegna,  o  quel  solo  ch'è  inse-  gnato, o    quello    questo,  o  questo  e  quello  insieme.  Perchè  qua  col  medesimo  ordine  si  può  vedere,  che  in  nessun  modo  si  possa  inasinire.  Dunque,  dell'asinitade  non  può  essere  apprension  alcuna,  come  non  è  de  arti  e  de  scienze.   Onor.  Di  questo  ne  raggionaremo  a  tavola  dopo  cena.  Andiamo,  dunque,  ch'è  ora.   Cor.  Propere  eamus.    VI.  L'ASINO  ACCADEMICO      L'Asino.  Or  perchè  derrò  lo  abusar  de  l'alto,  raro  e  pelegrino  tuo  dono,  o  folgorante  Giove?  Perchè  tanto  talento,  porgiutoml  da  te,  che  con    partlcular  occhio  me  miraste  {indicante  fato),  sotto  la  nera  e  tenebrosa  terra  d'un  ingratissimo  silenzio  terrò  sepolto?  Suffnrò  più  a  lungo  l'esser  sollecitato  a  dire,  per  non  far  uscir  da  la  mia  bocca  quell'estraordinario  ribombo,  che  la  largita  tua,  in  questo  confusissimo  secolo,  nell'interno  mio  spi-  rito (perchè  si  producesse  fuora)  ha  seminato?  Aprisi,  aprisi,  dunque,  con  la  chiave  de  l'occasione  l'asinin  pa-  lato, sciolgasi  per  l'industria  del  supposito  la  lingua,  rac-  colgansi  per  mano  de  l'attenzione,  drizzata  dal  braccio  de  l'intenzione,  i  frutti  degli  arbori  e  fiori  de  l'efbe,  che  sono  nel  giardino  de  l'asinina  memoria.   Micco.  0  portento  insolito,  o  prodigio  stupendo,  o  maraviglia  incredibile,  o  miracoloso  successo!  Avertano  gli  dii  qualche  sciagura!  Parla  l'asino P  l'asino  parla?  0  Muse,  o  Apolline,  o  Ercule,  da  cotal  testa  esceno  voci  articulate?  Taci,  Micco,  forse  t'inganni;  forse  sotto  questa  pelle  qualch'uomo  stassi  mascherato,  per  burlarsi  di  noi.   Asino.  Pensa  pur.  Micco,  ch'io  non  sia  sofìstico,  ma  che  son  naturalissimo  asino,  che  parlo;  e  cossi  mi  ricordo  aver  avuti  altre  volte  umani,  come  ora  mi  vedi  aver  be-  stiali membri.   Micco.  Appresso,  o  demonio  incarnato,  dimandarotti  chi,  quale  e  come  sei.  Per  ora,  e  per  la  prima,  vorrei  sa-    (I)  L'Asino  cillenico. —  Interlocutori  sono  l'AsiNO.  Micco  PITAGORICO,  Mercurio.    VI.  -  L'asino  accademico  177   per,  che  cosa  dimandi  da  qua?  che  augurio  ne  ameni?  qual  ordine  porti  dagli  Dei?  a  che  si  terminarà  questa  scena?  a  qual  fine  hai  messi  gli  piedi  a  partitamente  mo-  strarti vocale  in  questo  nostro  sottoportico?   Asino.  Per  la  prima  voglio  che  sappi,  ch'io  cerco  di  esser  membro  e  dichiararmi  dottore  di  qualche  colleggio  o  academia,  perchè  la  mia  sufficienza  sia  autenticata,  a  fin  che  non  siano  attesi  gli  miei  concetti,  e  ponderate  le  mie  parole,  e  riputata  la  mia  dottrina  con  minor  fede,  che     Micco.  0  Giove!  è  possibile,  che  ab  aeterno  abbi  gìamai  registrato  un  fatto,  un  successo,  un  caso  simile  a  questo?   Asino.  Lascia  le  maraviglie  per  ora;  e  rispondetemi  presto,  o  tu,  o  uno  de  questi  altri,  che  attoniti  concor-  reno  ad  ascoltarmi.  0  togati,  annulati,  pileati,  didascali,  archididascali  e  de  la  sapienza  eroi  e  semidei:  volete,  piacevi,  ewi  a  core  d'accettar  nel  vostro  consorzio,  so-  cietà, contubernio,  e  sotto  la  banda  e  vessillo  della  vostra  communione  questo  asino,  che  vedete  e  udite?  Perchè  di  voi,  altri  ridendo  si  maravigliano,  altri  maravigliando  si  ridono,  altri  attoniti  (che  son  la  maggior  parte)  si  mor-  deno  le  labbia,  e  nessun  risponde?   Micco.  Vedi  che  per  stupore  non  parlano,  e  tutti  con  esser  volti  a  me  mi  fan  segno,  ch'io  ti  risponda;  al  qual,  come  presidente,  ancora  tocca  di  donarti  risoluzione,  e  da  cui,  come  da  tutti,  devi  aspettar  l'ispedizione.   Asino.  Che  academia  è  questa,  che  tien  scritto  sopra  la  porta:  Lineam  ne  pertransito?   Micco.  La  è  una  scuola  de  Pitagorici.  Asino.  Potravisi  entrare?   Micco.  Per  academico  non  senza  difficili  e  molte  con-  dizioni.  Asino.  Or  quali  son  queste  condizioni?  Micco.  Son  pur  assai.  Asino.  Quali,  dimandai,  non  quante.  Micco.  Ti  risponderò  al  meglio,  riportando  le  prin-  cipali. Prima,  che,  offrendosi  alcuno  per  essere  ricevuto.    178  Parte  terza   avante  che  sia  accettato,  debba  esser  squadrato  nella  dl-  sposlzlon  del  corpo,  fisionomia  ed  ingegno,  per  la  gran  consequenza  relativa,  che  conoscemo  aver  il  corpo  da  l'anima  e  con  l'anima.   Asino.  Ab  love  principium,  Musae,  s'egli  si  vuol  ma-  ritare.   Micco.  Secondo,  ricevuto  ch'egli  è,  se  gli  dona  ter-  mine di  tempo  (che  non  è  men  che  di  doi  anni)  nel  quale  deve  tacere,  e  non  gli  è  lecito  d'ardire  in  punto  alcuno  de  dimandar,  anco  di  cose  non  intese,  non  sol  che  di  di-  sputare e  exarninar  propositi,  e  in  quel  tempo  si  chiama  acustico.  Terzo,  passato  questo  tempo,  gli  è  lecito  di  parlare,  dimandare,  scrivere  le  cose  udite,  ed  esplicar  le  proprie  opinioni;  e  in  questo  mentre  si  appella  ma-  tematico, o  caldeo.  Quarto,  informato  di  cose  si-  mili, e  ornato  di  que'  studii,  si  volta  alla  considerazion  de  l'opre  del  mondo  e  principii  della  natura:  e  qua  ferma  il  passo,  chiamandosi  fisico.   Asino.  Non  procede  oltre?   Micco.  Più  che  fisico  non  può  essere:  perchè  delle  cosa  sopranaturali  non  si  possono  aver  raggioni,  eccetto  in  quanto  riluceno  nelle  cose  naturali;  perciochè  non  ac-  cade ad  altro  intelletto,  che  al  purgato  e  superiore' di  con-  siderarle in  sé.   Asino.  Non  si  trova  appo  voi  metafisica?   Micco.  No;  e  quello  che  gli  altri  vantano  per  metafi-  sica, non  è  altro  che  parte  di  logica.  Ma  lasciamo  questo,  che  non  fa  al  proposito.  Tali,  in  conclusione,  son  le  con-  dizioni e  regole  di  nostra  academia.   Asino.  Queste?   Micco.  Messer  sì.   Asino.  0  scola  onorata,  studio  egregio,  setta  formosa,  collegio  venerando,  gimnasio  clarissimo,  ludo  invitto,  e  academia  tra  le  principali  principalissima!  L  asino  er-  rante, come  sitibondo  cervio,  a  voi,  come  a  limpidissime  e  freschissime  acqui;  l'asino  umile  e  supplicante,  a  voi,  benignissimi  ricettatori  de'  peregrini,  s'appresenta,  bra-  moso d'essere  nel  consorzio  vostro  ascritto.    VI.   -  L'asino  accademico  179   Micco.  Nel  consorzio  nostro?   Asino.  Sì,  sì,  signor  sì,  nel  consorzio  vostro.   Micco.  Va  per  quell'altra  porta,  messere,  perchè  da  questa  son  banditi  gli  asini.   Asino.  Dimmi,  fratello,  per  qual  porta  entrasti  tu?   Micco.  Può  far  il  cielo  che  gli  asini  parlino,  ma  non  già  che  entrino  in  scola  pitagorica.   Asino.  Non  esser  cossi  fiero,  o  Micco,  e  ricordati,  ch'il  tuo  Pitagora  insegna  di  non  spreggiar  cosa,  che  si  trova  nel  seno  della  natura.  Benché  io  sono  in  forma  d'asino  al  presente,  posso  esser  stato  e  posso  esser  appresso  in  forma  di  grand'uomo;  e  benché  tu  sia  un  uomo,  puoi  esser  stato  e  potrai  esser  appresso  un  grand'asino,  secondo  che  parrà  ispediente  al  dispensator  degli  abiti  e  luoghi  e  disponitor  de  l'anime  transmigranti.   Micco.  Dimmi,  fratello,  hai  intesi  gli  capitoli  e  con-  dizioni dell'academia?   Asino.  Molto  bene.   Micco.  Hai  discorso  sopra  l'esser  tuo,  se  per  qualche  tuo  difetto  ti  possa  essere  impedita  l'entrata?   Asino.  Assai  a  mio  giudicio.   Micco.  Or  fatevi  intendere.   Asino.  La  principal  condizione,  che  m'ha  fatto  dubi-  tare, é  stata  la  prima.  £  pur  vero  che  non  ho  quella  in-  dole, quelle  carni  mollecine,  quella  pelle  delicata,  tersa  e  gentile,  le  quali  tegnono  li  fìsionotomisti,  attissime  alla  recepzion  della  dottrina;  perchè  la  durezza  di  quelle  ri-  pugna a  l'agilità  de  l'intelletto.  Ma  sopra  tal  condizione  mi  par  che  debba  posser  dispensar  il  principe;  perchè  non  deve  far  rimaner  fuori  uno,  quando  molte  altre  par-  zialitadi  suppliscono  a  tal  difetto,  come  la  sincerità  de*  costumi,  la  prontezza  de  l'ingegno,  l'efficacia  de  l'intel-  ligenza, e  altre  condizioni  compagne,  sorelle  e  figlie  di  queste.  Lascio,  che  non  si  deve  aver  per  universale,  che  l'anime  sieguano  la  complesslon  del  corpo;  perchè  può  esser,  che  qualche  più  efficace  spiritual  principio  possa  vincere  e  superar  l'oltraggio,  che  dalla  crassezza  o  altra  indisposizion  di  quello  gli  vegna  fatto.  Al  qual  proposito    180  Parte  terza   v'apporto  l'esempio  de  Socrate,  giudicato  dal  fisogno-  mico  Zopiro  per  uomo  stemprato,  stupido,  bardo,  effe-  minato, namoraticcio  de  putti  e  incostante;  il  che  tutto  venne  conceduto  dal  filosofo,  ma  non  già,  che  l'atto  de  tali  inclinazioni  si  consumasse:  stante  ch'egli  venia  tem-  prato dal  continuo  studio  della  filosofia,  che  gli  avea  pòrto  in  mano  il  fermo  temone  contra  l'empito  de  l'onde  de  naturali  indisposizioni,  essendo  che  non  è  cosa,  che  per  lo  studio  non  si  vinca.  Quanto  poi  all'altra  parte  principale  fisiognomica,  che  consista  non  nella  comples-  sion  di  temperamenti,  ma  nell'armonica  proporzion  de  membri,  vi  notifico  non  esser  possibile  de  ritrovar  in  me  defetto  alcuno,  quando  sarà  ben  giudicato.  Sapete  ch'il  porco  non  deve  esser  bel  cavallo,    l'asino  bell'uomo;  ma  l'asino  bell'asino,  il  porco  bel  porco,  l'uomo  bell'uomo.  Che  se,  straportando  il  giudicio,  il  cavallo  non  par  bello  al  porco,    il  porco  par  bello  al  cavallo;  se  a  l'uomo  non  par  bello  l'asino,  e  l'uomo  non  s'innamora  de  l'asino,    per  opposito  a  l'asino  par  bello  l'uomo,  e  l'asmo  non  s'mnamora  de  l'uomo....   Micco.  Sin  al  presente  costui  mostra  di  saper  assai  assai.  Seguita,  messer  Asino,  e  fa  pur  gagliarde  le  tue  raggioni  quanto  ti  piace;  perché   iVe  Fonde  solchi  e  ne  Farena  semini,  E  */  vago  vento  speri  in  rete  accogliere,  E  le  speranze  fondi  in  cuor  di  femine,   se  speri,  che  dagli  signori  academici  di  questa  o  altra  setta  ti  possa  o  debbia  esser  concessa  l'entrata.  Ma,  se  sei  dotto,  contentati  di  rimanerti  con  la  tua  dottrina  solo.  Asino.  0  insensati,  credete  ch'io  dica  le  mie  raggioni  a  voi,  a  ciò  che  me  le  facciate  valide?  Credete  eh  io  ab-  bia fatto  questo  per  altro  fine,  che  per  accusarvi,  e  ren-  dervi inexcusabili  avanti  a  Giove?  Giove  con  avermi  fatto  dotto  mi  fé*  dottore.  Aspettavo  ben  io,  che  dal  bel  giu-  dicio della  vostra  sufficienza  venesse  sputata  questa  sen-  tenza: —  Non  é  convenevole,  che  gli  asini  entrino  in  A-  cademia  insieme  con  noi  altri  uomini.    Questo,  se  stu-    VI.    L'asino  accademico  18|   dioso  di  qualsivoglia  altra  setta  lo  può  dire,  non  può  essere  raggionevolmente  detto  da  voi  altri  pitagorici,  che  con  questo,  che  negate  a  me  l'entrata,  struggete  gli  prin-  cipii,  fondamenti  e  corpo  della  vostra  filosofia.  Or  che  differenza  trovate  voi  tra  noi  asini  e  voi  altri  uomini,  non  giudicando  le  cosa  dalla  superficie,  volto  ed  appa-  renza? Oltre  di  ciò  dite,  giudici  inetti:  quanti  di  voi  er-  rano ne  l'academia  degli  asini?  quanti  imparano  nell'a-  cademia  degli  asini?  quanti  fanno  profitto  nell'academia  degli  asini?  quanti  s'addottorano,  marciscono  e  muoiono  nell'academia  degli  asini?  quanti  son  preferiti,  inalzati,  magnificati,  canonizati,  glorificati  e  deificati  nell'academia  degli  asini?  che  se  non  f ussero  stati  e  non  f ussero  asini,  non  so,  non  so  come  la  cosa  sarrebbe  passata  e  passa-  rebbe  per  essi  loro.  Non  son  tanti  studii  onoratissimi  e  splendidissimi,  dove  si  dona  lezione  di  saper  inasinire,  per  aver  non  solo  il  bene  della  vita  temporale,  ma  e  de  l'eterna  ancora?  Dite,  a  quante  e  quali  facultadi  ed  onori  s'entra  per  la  porta  dell'asinitade?  Dite,  quanti  son  im-  pediti, exclusi,  rigettati  e  messi  in  vituperio,  per  non  esser  partecipi  dell'asinina  facultade  e  perfezione?  Or  perchè  non  sarà  lecito,  ch'alcuno  degli  asini,  o  pur  almeno  uno  degli  asini  entri  nell'academia  degli  uomini?  Perchè  non  debbo  esser  accettato  con  aver  la  maggior  parte  delle  voci  e  voti  in  favore  in  qualsivoglia  academia,  essendo  che,  se  non  tutti,  almeno  la  maggior  e  massima  parte  è  scritta  e  scolpita  nell'academia  tanto  universale  de  noi  altri?  Or  se  siamo    larghi  ed  effusi  noi  asini  in  ricever  tutti,  perchè  dovete  voi  esser  tanto  restivi  ad  accettare  un  de  noi  altri  al  meno?   Micco.  Maggior  difficultà  si  fa  in  cose  piìi  degne  e  importanti:  e  non  si  fa  tanto  caso,  e  non  s'aprono  tanto  gli  occhi  in  cose  di  poco  momento.  Però,  senza  ripu-  gnanza e  molto  scrupolo  di  coscienza,  si  ricevon  tutti  ne  l'academia  degli  asini,  e  non  deve  esser  così  nell'aca-  demia degli  uomini.   Asino.  Ma,  o  messere,  sappime  dire  e  resolvimi  un  poco,  qua!  cosa  delle  due  è  più  degna,  che  un  uomo  ina-    182  Parte  terza   sinisca,  o  che  un  asino  inumanisca?  Ma,  ecco  in  veri-  tade  il  mio  Cillenio:  il  conosco  per  il  caduceo  e  l'ali. —  Ben  venga  il  vago  aligero,  nuncio  di  Giove,  fido  inter-  prete della  voluntà  de  tutti  gli  dei,  largo  donator  de  le  scienze,  addirizzator  de  l'arti,  continuo  oracolo  de'  ma-  tematici, computista  mirabile,  elegante  dicitore,  bel  volto,  leggiadra  apparenza,  facondo  aspetto,  personaggio  gra-  zioso, uomo  tra  gli  uomini,  tra  le  donne  donna,  desgra-  ziato tra'  desgraziati,  tra'  beati  beato,  fra  tutti  tutto;  che  godi  con  chi  gode,  con  chi  piange  piangi;  però  per  tutto  vai  e  stai,  sei  ben  visto  e  accettato.  Che  cosa  de  buono  apporti  ?   Merc.  Perchè,  Asino,  fai  conto  di  chiamarti  ed  essere  academico,  io,  come  quel,  che  t'ho  donati  altri  doni  e  grazie,  al  presente  ancora  con  plenaria  autorità  ti  ordino,  constituisco  e  confermo  Academico  e  Dogmatico  gene-  rale, acciò  che  possi  entrar  e  abitar  per  tutto,  senza  ch'al-  cuno ti  possa  tener  porta  o  dar  qualsivoglia  sorte  d'ol-  traggio o  impedimento,  quibuscumque  in  oppositwn  non  oh-  stantibus.  Entra,  dunque,  dove  ti  pare  e  piace.    vo-  gliamo, che  sii  ubligato  per  il  capitolo  del  silenzio  bien-  nale, che  SI  trova  nell'ordine  pitagorico,  e  qualsivogli 'altre  leggi  ordinane:  perchè,  novis  intervenientibus  causis,  novae  condendae  sunt  leges,  proque  ipsis  condita  non  intelliguntur  iura:  interimque  ad  optimi  iudicium  iudicis  ref erenda  est  sententia,  cuius  intersit  iuxta  necessarium  atqiie  commodum  providere.  Parla,  dunque,  tra  gli  acustici;  considera  e  con-  templa tra'  matematici;  discuti,  dimanda,  insegna,  de-  chiara e  determina  tra'  fisici;  trovati  con  tutti,  discorri  con  tutti,  affratellati,  unisciti,  identificati  con  tutti,  do-  mina a  tutti,  sii  tutto.   Asino.  Avetel'inteso?   Micco.  Non  siamo  sordi.    VII.  DALLE  TENEBRE  ALLA  LUCE  <•)    Elitropio.  Qual  rei  nelle  tenebre  avezzi,  che,  liberati  dal  fondo  di  qualche  oscura  torre,  escono  alla  luce,  molti  degli  esercitati  nella  volgar  filosofia  ed  altri  pa-  ventaranno,  adn  aranno,  e,  non  possendo  soffrire  il  nuovo  sole  de'  t;     i  chiari  concetti,  si  turbaranno.   FlLOTEO.  Il  dift  '  o  non  è  di  luce,  ma  di  lumi:  quanto  m    sarà  più  b  lo  e  piìj  eccellente  il  solc:  tanto  sarà   a'  de  le  notturne  strige  odioso  e  discaro   di  vantaggio.   Eli.  La  impresa  che  hai  tolta,  o  Filoteo,  è  difficile,  rara  e  singulare,  mentre  dal  cieco  cibisso  vuoi  cacciarne  e  amenarne  al  discoperto,  tranquillo  e  sereno  aspetto  de  le  stelle,  che  con    bella  varietade  veggiamo  disseminate  per  il  ceruleo  manto  del  cielo.  Benché  agli  uomini  soli  l'aitatrice  mano  di  tuo  pietoso  zelo  soccorra,  non  saran  però  meno  vani  gli  effetti  de  ingrati  verso  di  te,  che  varii  son  gli  animali  che  la  benigna  terra  genera  e  nodrisce  nel  suo  materno  e  capace  seno;  se  gli  é  vero  che  la  specie  umana,  particularmente  negl'individui  suoi,  mostra  de  tutte  l'altre  la  varietade  per  esser  in  ciascuno  più  espres-  samente il  tutto,  che  in  quelli  d'altre  specie.  Onde  ve-  dransi  questi,  che,  qual'appannata  talpa,  non    tosto  sen-  tiranno l'aria  discoperto,  che  di  bel  nuovo,  risfossicando  la  terra,  tentaranno  agli  nativi  oscuri  penetrali.  Quelli,    (1)  De  la  Causa,  Principio  et   Uno.  Dialogo  primo.    Interlocutori    sono;  Elitropio,  Filoteo,  Armesso.    Bruno,  In  tristitia  hilaris,  etc.  14.    184  Parte  terza   qua!  notturni  uccelli,  non    tosto  arran  veduta  spuntar  dal  lucido  oriente  la  vermiglia  ambasciatrice  del  sole,  che  dalla  Imbecillità  degli  occhi  suol  verranno  invitati  alla  caliginosa  ntretta.  Gli  animanti  tutti,  banditi  dallo  aspetto  de  le  lampadi  celesti  e  destinati  all'eterne  gabbie,  bolge  ed  antri  di  Plutone,  dal  spaventoso  ed  erlnnico  corno  d'Alecto  richiamati,  apriran  l'ali,  e  drizzaranno  il  veloce  corso  alle  lor  stanze.  Ma  gli  animanti  nati  per  vedere  il  sole,  gionti  al  termine  dell'odiosa  notte,  rin-  graziando la  benignità  del  cielo,  e  disponendosi  a  ricever  nel  centro  del  globoso  cristallo  degli  occhi  suoi  gli  tanto  bramati  e  aspettati  rai,  con  dlsutato  applauso  di  cuore,  di  voce  e  di  mano  adoraranno  l'oriente;  dal  cui  dorato  balco,  avendo  cacciati  gli  focosi  destrieri  il  vago  Titane,  rotto  il  sonnacchioso  silenzio  de  l'umida  notte,  raggiona-  ranno  gli  uomini,  belaranno  gli  facili,  inermi  e  semplici  lanuti  greggi,  gli  cornuti  armenti  sotto  la  cura  de'  ruvidi  bifolchi  muggiranno.  Gli  cavalli  di  Sileno,  perchè  di  nuovo  in  favor  degli  smarriti  Dei,  possano  dar  spavento  ai  più  de  lor  stupidi  gigantoni,  ragghiaranno;  versandosi  nel  suo  limoso  letto,  con  importun  gruito  ne  assordiranno  gli  sannuti  ciacchi.  Le  tigri,  gli  orsi,  gli  leoni,  i  lupi  e  le  fallaci  golpi,  cacciando  da  sue  spelunche  il  capo,  da  le  deserte  alture  contemplando  il  piano  campo  de  la  caccia,  manda-  ranno  dal  ferino  petto  i  lor  grunniti,  ricti,  bruiti,  fre-  miti, ruggiti  ed  orli.  Ne  l'aria  e  su  le  frondi  di  ramose  piante,  gli  galli,  le  aquile,  li  pavoni,  le  grue,  le  tortore,  i  merli,  i  passari,  i  rosignoli,  le  cornacchie,  le  piche,  gli  corvi,  gli  cuculi  e  le  cicade  non  sarran  negligenti  di  re-  plicar e  radoppiar  gli  suoi  garriti  strepitosi.  Dal  liquido  e  instabile  campo  ancora,  li  bianchi  cigni,  le  molticolo-  rate  anitre,  gli  solleciti  merghi,  gli  paludosi  bruzii,  le  oche  rauche,  le  querulose  rane  ne  toccaranno  l'orecchie  col  suo  rumore,  di  sorte  ch'il  caldo  lume  di  questo  sole,  diffuso  all'aria  di  questo  più  fortunato  emisfero,  verrà  accompagnato,  salutato  e  forse  molestato  da  tante  e  tali  diversitadi  de  voci,  quanti  e  quali  son  spirti  che  dal  pro-  fondo di  proprii  petti  le  caccian  fuori.    VII.    Dalle  tenebre  alla  luce  185   FlL.  Non  solo  è  ordinarlo,  ma  anco  naturale  e  necessario  che  ogni  animale  faccia  la  sua  voce;  e  non  è  possibile  che  le  bestie  formino  regolati  accenti  e  articulati  suoni  come  gli  uomini,  come  contrarie  le  complessioni,  diversi  i  gusti,  varil  gli  nutrimenti.   Armesso.  Di  grazia,  concedetemi  libertà  di  dir  la  parte  mia  ancora;  non  circa  la  luce,  ma  circa  alcune  circustanze,  per  le  quali  non  tanto  si  suol  consolare  il  senso,  quanto  molestar  il  sentimento  di  chi  vede  e  considera;  perchè,  per  vostra  pace  e  vostra  quiete,  la  quale  con  fraterna  caritade  vi  desio,  non  vorrei  che  di  questi  vostri  discorsi  vegnan  formate  comedie,  tragedie,  lamenti,  dialoghi,  o  come  vo-  gliam  dire,  simili  a  quelli  che  poco  tempo  fa,  per  esserno  essi  usciti  in  campo  a  spasso,  vi  hanno  forzato  di  starvi  rinchiusi  e  retirati  in  casa.   FlL.  Dite  liberamente.   Arm.  Io  non  parlare  come  santo  profeta,  come  astratto  divino,  come  assumpto  apocaliptico,    quale  angelicata  asina  di  Balaamo;  non  raggionarò  come  inspirato  da  Bacco,    gonfiato  di  vento  da  le  puttane  muse  di  Parnaso  o  come  una  Sibilla  impregnata  da  Febo,  o  come  una  fatidica  Cas-  sandra, né  qual  ingombrato  da  le  unghie  de'  piedi  sin  alla  cima  di  capegli  de  l'entusiasmo  apollinesco,    qual  vate  illuminato  nell'oraculo  o  delfico  tripode,    come  Edipo  esquisito  contra  gli  nodi  della  Sfinge,    come  un  Salomone  inver  gli  enigmi  della  regina  Sabba,    qual  Calcante ,  interprete  dell  'olimpico  senato ,    come  un  inspiritato  Merlino,  o  come  uscito  dall'antro  di  Trofonio.  Ma  parlare  per  l'ordinano  e  per  volgare,  come  uomo  che  ho  avuto  altro  pensiero  che  d'andarmi  lam-  biccando il  succhio  de  la  grande  e  picciola  nuca,  con  farmi  al  fine  rimanere  in  secco  la  dura  e  pia  madre;  come  uomo,  dico,  che  non  ho  altro  cervello  ch'il  mio;  a  cui  manco  gli  dei  dell'ultima  cotta  e  da  tinello  nella  corte  celestiale  (quei  dico  che  non  beveno  ambrosia,    gustan  nettare,  ma  si  vi  tolgon  la  sete  col  basso  de  le  botte  e  vini  rinversati,  se  non  voglion  far  stima  de  linfe  e  ninfe,  quei,  dico,  che  sogliono   essere   più   domestici,   familiari    e   conversabili    166  Parte  terza   con  noi),  come  è  dire    il  dio  Bacco,    quel  imbreaco  cavalcator  de  l'asino,    Pane,    Vertunno,    Fauno,    Priapo,  si  degnano  cacciarmene  una  pagliusca  di  più  e  di  vantaggio  dentro,  quantunque  sogliano  far  copia  de'  fatti  lor  sin  ai  cavalli.   Eli.  Troppo  lungo  proemio.   Arm.  Pacienza,  che  la  conclusione  sarà  breve.  Voglio  dir  brevemente,  che  vi  farò  udir  paroli,  che  non  bisogna  disciferarle  come  poste  in  distillazione,  passate  per  lam-  bicco, digente  dal  bagno  di  maria,  e  subblimate  in  recipe  di  quinta  essenza;  ma  tale  quali  m'insaccò  nel  capo  la  nutriccia,  la  quale  era  quasi  tanto  cotennuta,  pettoruta,  ventruta,  fiancuta  e  naticuta,  quanto  può  essere  quella  Londriota,  che  viddi  a  Westmester;  la  quale,  per  iscalda-  É   toio  del  stomaco,  ha  un  paio  di  tettazze,  che  paiono  gli  borzacchini  del  gigante  san  Sparagorio,  e  che,  concie  in  cuoio,  varrebono  sicuramente  a  far  due  pive  ferrarese.   Eli.  e  questo  potrebbe  bastare  per  un  proemio.    vili.   LA  CENA  FILOSOFICA*"    Armesso.  Or  su,  per  venire  al  resto,  vorrei  Intendere  da  voi  (lasciando  un  poco  da  canto  le voci e le lingue a proposito del  lume  e  splendor,  che  possa  apportar  la  vostra  filosofìa)  con  che  voci  volete  che  sia  salutato  particolar-  mente da  noi  quel  lustro  di  dottrina,  che  esce  dal  libro  de  la  Cena  de  le  ceneri?  Quali  animali  son  quelli,  che  hanno  recitata  la  Cena  de  le  ceneri?  Dimando,  se  sono  acquatici,  o  aerei,  o  terrestri,  o  luna-  tici? E  lasciando  da  canto  gli  propositi  di  Smitho,  Pru-  denzio e  Frulla,  desidero  di  sapere,  se  fallano  coloro  che  dicono,  che  tu  fai  la  voce  di  un  cane  rabbioso  e  infuriato,  oltre  che  tal  volta  fai  la  simia,  tal  volta  11  lupo,  tal  volta  la  pica,  tal  volta  il  papagallo,  tal  volta  un  animale,  tal  volta  un  altro,  meschiando  propositi  gravi  e  seriosi,  morali  e  naturali,  ignobili  e  nobili,  filosofici   e  comici?   FlLOTEO.  Non  vi  maravigliate,  fratello,  perchè  questa  non  fu  altro  ch'una  cena  dove  gli  cervelli  vegnono  governati  dagli  affetti,  quali  gli  vegnon  porgiuti  dall'efficacia  di  sa-  pori e  fumi  de  le  bevande  e  cibi.  Qual  dunque  può  essere  la  cena  materiale  e  corporale,  tale  conseguentemente  suc-  cede la  verbale  e  spirituale;  cossi  dunque  questa  dialo-  gale ha  le  sue  parti  varie  e  diverse,  qual  varie  e  diverse  quell'altra  suole  aver  le  sue;  non  altnmente  questa  ha  le  proprie  condizioni,  circonstanze  e  mezzi,  che  come  le  proprie  potrebbe  aver  quella.   Arm.  Di  grazia,  fate  ch'io  vi  intenda.  _   FlL.  Ivi,  come  è  l'ordinario  e  il  dovero,  soglion  tro-  varsi cose  da  insalata,  da  pasto;  da  frutti,  da  ordinarlo;  da  cocina,  da  spedarla;  da  sani,  da  amalatl;  di  freddo,  di  caldo;  di  crudo,  di  cotto;  di  acquatico,  di  terrestre;  di  do-    (1)  Ibid.  Seguito.    188  Parie  terza   mestico,  di  salvatico;  di  rosto,  di  lesso;  di  maturo,  di  acerbo;  e  cose  da  nutrimento  solo  e  da  gusto,  sustanziose  e  leggieri,  salse  e  insipide,  agreste  e  dolci,  amare  e  suavi.  Cossi  quivi,  per  certa  conseguenza,  vi  sono  apparse  le  sue  contrarietadi  e  diversitadi,  accomodate  a  contrarie  e  di-  versi stomachi  e  gusti,  a'  quali  può  piacere  di  farsi  pre-  senti al  nostro  tipico  simposio,  a  fine  che  non  sia  chi  si  lamente  di  esservi  gionto  in  vano,  e  a  chi  non  piace  di  questo,  prenda  di  quell'altro.   Arm.  e  vero;  ma  che  dirai,  se  oltre  nel  vostro  convito,  ne  la  vostra  cena  appariranno  cose,  che  non  son  buone  ne  per  insalata,    pe  pasto;    per  frutti,    per  ordinario;    fredde,    calde;    crude,    cotte,    vagliano  per  l'appetito,    per  fame;  non  son  buone  per  sani,    per  ammalati;  e  conviene  che  non  escano  da  mani  di  cuoco    di  speciale?   FlL.  Vedrai  che    in  questo  la  nostre  cena  é  dissimile  a  qualunqu'altra  esser  possa.  Come  dunque  là,  nel  più  bel  del  mangiare,  o  ti  scotta  qualche  troppo  caldo  boccone;  di  maniera  che  bisogna  cacciarlo  de  bel  nuovo  fuora,  o  piangendo  e  lagnmando  mandarlo  vagheggiando  per  il  palato,  sin  tanto  che  se  gli  possa  donar  quella  maFadetta  spinta  per  il  gargazzuolo  al  basso;  o  vero  ti  si  stupefa  qualche  dente;  o  te  s'intercepe  la  lingua,  che  viene  ad  esser  morduta  con  il  pane;  o  qualche  lapillo  te  si  viene  a  rom-  pere e  incalcinarsi  tra  gli  denti  per  farti  regittar  tutto  il  boccone;  o  qualche  pelo  o  capello  del  cuoco  ti  s'inveschia  nel  palato,  per  farti  presso  che  vomire;  o  te  s'arresta  qualche  aresta  di  pesce  ne  la  canna,  a  farti  suavemente  tussire;  o  qualche  ossetto  te  s'attraversa  ne  la  gola,  permet-  terti in  pericolo  di  suffocare;  cossi  nella  nostra  cena,  per  nostra  e  com.un  disgrazia,  vi  si  son  trovate  cose  corri-  spondenti e  proporzionali  a  quelle.  Il  che  tutto  avviene  per  il  peccato  dell'antico  protoplaste  Adamo,  per  cui  la  perversa  natura  umana  é  condannata  ad  aver  sempre  i  disgusti  gionti  ai  gusti.   Arm.  Pia  -  e  santamente.    IX.  LODE  DEL  NOLANO      Teofilo  ....Or  che  dirò  lo  del  Nolano?  Forse,  per  essermi  tanto  prossimo,  quanto  io  medesmo  a  me  stesso,  non  mi  converrà  lodarlo?  Certamente,  uomo  raggionevole  non  sarà  che  mi  riprenda  in  ciò,  atteso  che  questo  talvolta  non  solamente  conviene,  ma  è  anco  necessario,  come  bene  espresse  quel  terso  e  colto  Tansillo:   BencKad  un  uom,  che  preggio  ed  onor  brama,  Di    stesso  parlar  molto  sconvegna.  Perchè  la  lingua,  ov'il  cor  teme  ed  ama.  Non  è  nel  suo  parlar  di  fede  degna;  L'esser  altrui  precon  de  la  sua  fama  Pur  qualche  volta  par  che  si  convegno.  Quando  vien  a  parlar  per  un  di  dui:  Per  fuggir  hiasmo,  o  per  giovar  altrui.   Pure,  se  sarà  un  tanto  supercilioso,  che  non  voglia  a  proposito  alcuno  patir  la  lode  propria,  o  come  propria,  sappia,  che  quella  talvolta  non  si  può  dividere  da  sui  pre-  senti e  riportati  effetti....   Gli  Tifi  han  ritrovato  il  modo  di  perturbar  la  pace  altrui,  violar  i  patrii  genii  de  le  reggioni,  di  confondere  quel  che  la  provi  da  natura  distinse,  per  il  commerzio  radoppiar  i  difetti,  e  gionger  vizii  a  vizii  de  l'una  e  l'altra  generazione,  con  violenza  propagar  nove  follie,   e  piantar  l'inaudite    (1)  Cena  dalle  Ceneri.  Dialogo  primo    190  Parie  terza   pazzie  ove  non  sono,  conchludendosi  al  fin  più  saggio  quel  che  più  forte;  mostrar  novi  studi,  instrumenti  ed  arte  di  tirannizar  e  asassmar  l'un  l'altro;  per  mercè  de*  quai  gesti  tempo  verrà,  che,  avendono  quelli  a  sue  male  spese  im-  parato per  forza  de  la  vicissitudme  de  le  cose,  sapranno  e  potranno  renderci  simili  e  peggior  frutti  de    perniziose  invenzioni....   Il  Nolano,  per  caggionar  effetti  al  tutto  contrarli,  ha  disciolto  l'animo  umano  e  la  cognizione,  ch'era  rinchiusa  ne  Partissimo  carcere  de  l'aria  turbulento;  onde  a  pena,  come  per  certi  buchi,  avea  facultà  de  remirar  le  lontanis-  sime stelle;  e  gli  erano  mozze  l'ali,  a  fin  che  non  volasse  ad  aprir  il  velame  di  queste  nuvole,  e  veder  quello,  che  veramente    su  si  ritrovasse,  e  liberarse  da  le  chimere  di  quei,  che,  essendo  usciti  dal  fango  e  caverne  de  la  terra  quasi  Mercuri  ed  Appollini  discesi  dal  cielo,  con  molti-  forme  impostura  han  ripieno  il  mondo  tutto  d'infinite  pazzie,  bestialità  e  vizii,  come  di  tante  vertù,  divinità  e  discipline,  smorzando  quel  lume,  che  rendea  divini  ed  eroici  gli  animi  di  nostri  antichi  padri,  approvando  e  con-  firmando le  tenebre  caliginose  de'  sofisti  ed  asini.  Per  il  che  già  tanto  tempo  l'umana  raggione  oppressa,  talvolta  nel  suo  lucido  intervallo  piangendo  la  sua    bassa  condi-  zione, alla  divina  e  provida  mente,  che  sempre  nell'in-  terno orecchio  li  susurra,  si  rivolge  con  simili  accenti:   Chi  salirà  per  me,  madonna,  in  cielo,  A  riportarne  il  mio  perduto  ingegno?   Or  ecco  quello,  ch'ha  varcato  l'aria,  penetrato  il  cielo,  discorse  le  stelle,  trapassati  gli  margini  del  mondo,  fatte  svanir  le  fantastiche  muraglia  de  le  prime,  ottave,  none,  decime  ed  altre,  che  vi  s'avesser  potuto  aggiongere,  sfere,  per  relazione  de  vani  matematici  e  cieco  veder  di  filosofi  volgari;  cossi  al  cospetto  d'ogni  senso  e  raggione,  co  la  chiave  di  solertissima  inquisizione  aperti  que'  chiostri  de  la  verità,  che  da  noi  aprir  si  posseano,  nudata  la  ricoperta  e  velata  natura,  ha  donati  gli  occhi  a  le  talpe,  illuminati  ì  ciechi,  che  non  possean  fissar  gli  occhi  e  mirar  l'imagin    XI.   -  Lode  del  Nolano  191    sua  in  tanti  specchi,  che  da  ogni  lato  gh  s'opponeno;  sciolta  la  lingua  a'  muti,  che  non  sapeano  e  non  ardivano  esplicar  gl'intricati  sentimenti;  nsaldati  i  zoppi,  che  non  valean  far  quel  progresso  col  spirto,  che  non  può  far  l'ignobile  e  dissolubile  composto;  le  rende  non  men  pre-  senti, che  se  fussero  proprii  abitatori  del  sole,  de  la  luna  ed  altri  nomati  astri;  dimostra,  quanto  siino  simili  o  dis-  simili, maggiori  o  peggiori  quei  corpi,  che  veggiamo  lon-  tano a  quello,  che  n'è  appresso,  ed  a  cui  siamo  uniti;  e  n'apre  gli  occhi  a  veder  questo  nume,  questa  nostra  madre,  che  nel  suo  dorso  ne  alimenta  e  ne  nutrisce,  dopo  averne  produtti  dal  suo  grembo  al  qual  di  nuovo  sempre  ne  riac-  coglie, e  non  pensar  oltre,  lei  essere  un  corpo  senza  alma  e  vita,  ed  anche  feccia  tra  le  sustanze  corporali.  A  questo  modo  sappiamo,  che,  si  noi  fussimo  ne  la  luna  o  in  altre  stelle,  non  sarreimo  in  loco  molto  dissimile  a  questo,  e  forse  in  peggiore;  come  possono  esser  altri  corpi  cossi  buoni,  e  anco  megliori  per    stessi,  e  per  la  maggior  fe-  licità de  proprii  animali.  Cossi  conoscemo  tante  stelle,  tanti  astri,  tanti  numi,  che  son  quelle  tante  centenaia  de  migliaia,  ch'assistono  al  ministerio  e  contemplazione  del  primo,  universale,  infinito  ed  eterno  efficiente.   Non  è  più  impriggionata  la  nostra  raggione  coi  ceppi  de'  fantastici  mobili  e  motori  otto,  nove  e  diece.  Conoscemo,  che  non  è  ch'un  cielo,  una  eterea  reggione  immensa,  dove  questi  magnifici  lumi  serbano  le  proprie  distanze,  per  co-  modità de  la  participazione  de  la  perpetua  vita.  Questi  fiammeggianti  corpi  son  que'  ambasciatori  che  annunziano  l'eccellenza  de  la  gloria  e  maestà  de  Dio.  Cossi  siamo  pro-  mossi a  scuoprire  l'infinito  effetto  dell'infinita  causa,  il  vero  e  vivo  vestigio  de  l'infinito  vigore;  e  abbiamo  dottrina  di  non  cercare  la  divinità  rimossa  da  noi,  se  l'abbiamo  ap-  presso, anzi  di  dentro,  più  che  noi  medesmi  siamo  dentro  a  noi;  non  meno  che  gli  coltori  degli  altri  mondi  non  la  denno  cercare  appresso  di  noi,  l'avendo  appresso  e  dentro  di  se,  atteso  che  non  più  la  luna  è  cielo  a  noi,  che  noi  alla  luna.  Cossi  si  può  tirar  a  certo  meglior  proposito  quel  che  disse  il  Tansillo  quasi  per  certo  gioco:    192  Parie   lerza   Se  non  togliete  il  ben,  che  ve  da  presso  Come  torrete  quel,  che  ve  lontano?  Spreggiar  il  vostro  mi  par  fallo  espresso,  E  bramar  quel,  che  sta  ne  l'altrui  mano.  Voi  sete  quel,  cK ahandonò  se  stesso.  La  sua  sembianza  desiando  in  vano:  Voi  sete  il  veltro,  che  nel  rio  trabocca.  Mentre  F ombra  desia  di  quel  ch'ha  in  bocca,   Lasciate  l'ombre,  ed  abbracciate  il  vero;  Non  cangiate  il  presente  col  futuro.  Io  d'aver  di  meglior  già  non  dispero;  Ma,  per  viver  piii  lieto  e  più.  sicuro.  Godo  il  presente  e  del  futuro  spero:  Cossi  doppia  dolcezza  mi  procuro.   Con  ciò  un  solo,  benché  solo,  può  e  potrà  vincere,  ed  al  fine  ara  vinto  e  trionfarà  centra  l'ignoranza  generale;  e  non  è  dubio,  se  la  cosa  de'  determinarsi  non  co'  la  molti-  tudine di  ciechi  e  sordi  testimoni,  di  convizu  e  di  parole  vane,  ma  co'  la  forza  di  regolato  sentimento,  il  qual  bi-  sogna che  conchiuda  al  fine;  perchè,  in  fatto,  tutti  gli  orbi  non  vagliono  per  uno  che  vede,  e  tutti  i  stolti  non  possono  servire  per  un  savio.    INDICE  DEL  VOLUME    Prefazione        Pag.  VII   PARTE  PRIMA   I.  Presentazione  e  soggetto  del   Candelaio       5   A   gli  abbeverati    nel  fonte  Caballino 5   Alla  signora  Morgana   B ...  6   Argumento  ed  ordine  della  Comedia Antiprologo 8   Proprologo 9   Bidello L'innamorato  e  le  arti  magiche  d'amore Arti  e  debolezze  di  donne In  taverna Castigo  e  beffe  -  Plaudite Avventure  londinesi Vili.  Bottegari,  Servi,  Furfanti Preludii  alla Cena  delle  Ceneri Cerimonie  di  tavola Delle   donne Pedanti  Dottori  ed  Archididascali La  vecchiezza  di  Giove  Gli  Dei  a  consiglio Orazione  di  Giove 89   III.  La  provvidenza  di  Giove Uomini  e  bestie 107   V.  Momo  e  Marte Indice  del  volume  Ricchezza  e  Povertà La   biblioteca  degli   Dei 118   Vili.  La  Fortuna 120   IX.  Sonno  ed  Ozio 1 22   X.  La  Vergine 130   XI.  La  Bilancia Orione 134   XIII.  La   Tazza 137   XIV.  Il  Centauro 139   XV.  11  Pesce Epistola  dedicatoria  a  don  Sapatino In  lode  de  l'asino 153   A  l'asino  cillenico 1 54   III.  Dissertazioni  sopra  l'asinità 155   IV.  Metamfisicosi Aristotele  -  Asino  e  i  suoi   seguaciL'asino  accademico 1 76   VII.  Dalle  tenebre  alla  luce  ....    * 183   Vili.  La  cena  filosofica 187   IX.     Lode  del  Nolano 189    PROFILI    Ogni  volume  L.  2,70  -  Serie  di  6  volumi  L.  15    I.  1.    B.    Supino    -    Sandro  Botticelli  (3i  ediz.),   2  A.  Alberti  -  Cario  Darwin  (3»  ediz.).  Giusto  -  Gaspara  Stampa  (2.  edziz.)  (Esaurito).   4.  G.  Setti  -  Esiodo  (2»edÌ7.)   (Esaurito).  5    P.  ArcaRI  -  Federico  Amiel.   6.  A.  Loria-  Malthus  (3»ediz.).   7.  A.  D'Angeli    -    Giuseppe  Verdi  (2*   ediz.)    (Esaurito).   8.  B.     Labanca     -     Gesìi    di  Nazareth  (3*ediz.)  (Esaurito).   9.  A.  Momigliano    -    Carlo  Porta.   (Esaurito).   10.  A.   FavaRO   -   Galileo    Ga-  lilei (2*  ediz.)  (Esaurito).   11.  E.    Troilo    -    Bernardino  Telesio.  (Esaurito).   12.  A.   RiBERA     -     Guido    Ca-  valcanti (Esaurito).   13.  A.     BUONAVENTURA     -    A'i-  colv  Paganini.  (Esaurito).   14.  F    Momigliano    -    Leone  Tolstoi.  (Esaurito).   Albertazzi  -    Torquato  Tasso  (Esaurito)   16.  I.  Pizzi  -  Firdusi.   17.  S.    Spaventa    F.   -  Carlo  Dickens.   18.  C.  Barbagallo  -  Giuliano  l'Apostata   19.  R.  Barbiera  -    /    Fratelli  Bandiera.   20.  A.    ZerBOGLIO     -     Cesare  Lombroso.   21.  A.   Favaro   -  ArchimedeGalletti Savonarola.  (Esaurit^o).   SecrÉTANT   -    Alessan-  dro  Poerio.   24.  A.   Messeri  -  Enzo  Re.   25.  A.  Agresti  -Abramo  Lincoln.   26.  U.  Balzani  -  Sisto    V.   27.  G.  Bertoni  -Dan/e (2* ediz.)   28.  P.  Barbèra -G.S.  Bodoni.   29.  A.    MichielI    -   Stanleu-   30.  G.    Gigli     -     Sigismondo  Castromediano .   31.  G.    Rabizzani     -  Lorenzo  Sterne.   32.  G.  Tarozzi-  Rousseau.   Nascimbeni  -  Wagner.   (Esaurito).   Bontempelli    -    San  Bernardino.   35.  G.  MuONl  -  C.  Baudelaire.   36.  C.  Marchesi    -  Marziale.  37.G.RadicI0TTI  -  G.  Rossini.   38.  T.  Mantovani  -  C.  Gluck.   39.  M.  Chini  -  F.  Mistral.   40.  E.  B.  Massa -G.C.Abba.   41.  R.     Murri    -    Cavour.   Mieli    -   Lavoisier.   43.  A.  Loria  -    Carlo    Marx.   44.  E.  BuoNAiUTi  -  S.  Agostino.   45.  F.  LoSINI  -  /.  Turghienief.   46.  R.  Almagià  -  Colombo Troilo    -    G.  Bruno  C.   48.  P.   Orsi  -  Bismark-   49.  E.BuONAIUTi  -S.  Girolamo.   50.  G-  Costa   -    Diocleziano.   51 .  F.  Belloni  Filippi  -  Tagore.   52.  G.  Loria  -  Newton.  53.G.MUONI  -  GustavoFlaubert   54.  e.   Marchesi   -  Petronio.   55.  e.  Barbagallo  -  Tiberio.    Leggere  nei  Profili: BRUNO. T.  FONDAZIONE    LEONARDO   PER  LA  CULTURA  ITALIANA   Palazzo  Doria  -  ROMA  -  Vicolo  Doria.  6-a    CONSIGLIO  DIRETTIVO.   Consiglieri  eletti  dall'Assemblea  dei  Soci:  FERDINANDO   Martini,  Presid. ,-  Orso  Mario  cordino,  V.  Pres.;  Roberto  almagìV  e  Giuseppe  Chic  venda.   Consiglieri  di  dirillo  :  //  Ministro  degli  Esteri  (AMEDEO  Giannini,  Delegato);  Il  Ministro  della  P.  I.  (GIO-  VANNI Gentile,  Delegato)  ;  Il  Ministro  delle  Colo-  nie (Ferdinando  Nobili  Masìuero,  Delegato);   Il  Ministro  dell'Industria  (MICHELE  ARNALDI,  Dele-  gato); Il  R.  Commissario  dell'  Emigrazione  (TOMASO  PERASSI,  Delegato);  La  Società  della  Messaggerie  Ita-  liane (Giulio  Calabi,  Delegato);  A.  F.  Formig-   GINI  {Socio  fondatore).   La  fondazione,  eretta  in  ente  morale,  mira  ad  inten-  sificare in  Italia  e  a  far  nota  all'estero  la  vita  intellet-  tuale italiana  valendosi  di  mezzi  pratici  ed  efficaci  finora    intentati.   Soci  promotori.  Quota  libera  non  inferiore  a  L.     1000   Soci  perpetui,       »        »  »  »      250   Soci  ANNUALI,  con  V Italia  che  Scrive Estero »  Con  diritto  anche  a  3  Guide Estero  nomi  dei  Promotori  e  dei  Soci  perpetui  sono  costantemìnte  ripetuti  nelle  pubblicazioni  della Leonardo».  Le  loro  quote  ne costituiscono il   patrimonio   intangibile.    PQ     Bruno In  trisbitia  hilaris Erminio Troilo. Troilo. Keywords: conflagrazione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Troilo” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Tronti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale degli spiriti liberi – filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo italiano. Considerato uno dei principali fondatori ed esponenti del marxismo operaista teorico. Insegna a Siena, vive a Roma.  Fonda “Quaderni Rossi” e “Classe operaia”. Anima l'esperienza radicale dell'operaismo. Tale esperienza, che va considerata per molti versi la matrice della sinistra, si caratterizza per il fatto di mettere in discussione le organizzazioni del movimento operaio -- partito e sindacato -- e di collegarsi direttamente, senza intermediazioni, alla classe in sé e alle lotte di fabbrica. Influenzato da VOLPE (vedi), s’allontana di GRMASCI, o almeno dalla sua versione ufficiale promossa dal PCI togliattiano. Ri-apre la strada rivoluzionaria. Di fronte all'irruzione dell'operaio-massa sulla scena delle società, il suo operaismo propone un'analisi delle relazioni di classe. Mette l'accento sul fattore inter-soggettivo. La sua filosofia, debitrice anche all’’Operaio” di Jünger, trova una sistemazione con la pubblicazione di “Operai e capitale” (Einaudi, Torino), un saggio di forte impatto letterario che esercita un'influenza notevole sulla contestazione e più in generale sull'ondata di mobilitazione. È proprio la sconfitta della spontaneità operaia e dell'ondata di mobilitazione, colta anticipatamente da lui e non invece da altri operaisti come NEGRI (vedi) -- di qui la rottura tra loro -- a indurlo a spostare la sua riflessione sul problema del politico, ovvero della direzione e della mediazione politica. Pubblica “L’autonomia del politico” (Feltrinelli, Milano),  una teoria politica realista che, in un'originale commistione di Marx e Schmitt, e capace di colmare i limiti della inter-soggettività sociale. Si tratta di una fase più intellettuale che politica. Fonda l'influente rivista Laboratorio politico. Riavvicinatosi al PCI di Berlinguer, e finalmente riabilitato dal gruppo dirigente del partito, entrando a far parte più volte del Comitato centrale. Eletto al Senato della Repubblica nelle liste del Partito Democratico della Sinistra, membro della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali.  Non avendo condiviso le trasformazioni post-comuniste del partito, la sua filosofia assume toni pessimistici, concentrandosi sulla fine della politica moderna e sulla critica della democrazia. Presidente del Centro per la riforma dello stato. Eletto al Senato nelle liste del Partito Democratico per la Lombardia.  È tra i parlamentari a firmare un emendamento contro l'articolo del disegno di legge Cirinnà riguardante l'adozione del configlio. Altri saggi: “Hegel politico” (Istituto dell'Enciclopedia italiana, Roma); ““Soggetti, crisi, potere” (Cappelli, Bologna); “Il tempo della politica” (Riuniti, Roma); “Con le spalle al futuro: per un altro dizionario politico” (Riuniti, Roma); “Berlinguer: il principe disarmato” (Sisifo, Roma); “La politica al tramonto” (Einaudi, Torino); “Cenni di Castella” (Cadmo, Fiesole); “Teologia e politica al croce-via della storia” (Albo Versorio, Milano); Passaggio Obama. L'America, l'Europa, la Sinistra (Ediesse); “La democrazia dei cittadini: dai cittadini per l'Ulivo al Partito Democratico” (Ediesse); “Non si può accettare” (Ediesse); “Noi operaisti” (Derive Approdi); “Dall'estremo possible” (Ediesse); “Per la critica del presente” (Ediesse); “Dello spirito libero: frammenti di vita e di pensiero” (Saggiatore); “Il nano e il manichino: la teologia come lingua della politica” (Castelvecchi); “Il demone della politica” (Il Mulino); “Tra materialismo dialettico e filosofia della prassi”; “La città futura” (Feltrinelli, Milano); ““Cromwell” (Saggiatore, Milano); “Operaismo e centralità operaia” (Riuniti, Roma); “Il politico: da MACHIAVELLI a Cromwell; da Hobbes a Smith” (Feltrinelli, Milano); “Il destino dei partiti” (Ediesse); “Rileggendo "La libertà comunista", “Un altro marxismo” (Fahrenheit 451, Roma); “Classe operaia. Le identità: storia e prospettiva” (Angeli, Milano); Per la critica della democrazia politica” “Guerra e democrazia” (Manifesti, Roma); “Politica e destino” (Sossella, Roma); “Finis Europae. Una catastrofe teologico-politica” (Bibliopolis, Napoli). Ne “La politica al tramonto”, un capitolo porta il titolo “Karl und Carl”, per sotto-lineare, anche qui allusivamente, la necessità di completare Marx con Schmitt", Autobiografia filosofica, in Storia della filosofia, Filosofi italiani contemporanei, Le Grandi Opere del Corriere della Sera, Bompiani, Milano. Unioni civili: i numeri che mettono a rischio le adozioni gay, su Termometro Politico; Unioni civili, 30 senatori Pd contro le adozioni. E Gay pubblica la lista: "Scrivi al malpancista". Loro: "Squadristi", su Il Fatto Quotidiano. Le piume, le fidanzate, lo zio comunista. I 60 anni di R. Zero, Altri Mondi, Alcaro, Dellavolpismo (VOLPE) e nuova sinistra, Dedalo, Bari, Preve, La teoria in pezzi. La dissoluzione del paradigma teorico operaista in Italia (Dedalo); Gobbi, Com'eri bella, classe operaia. Storia fatti e misfatti dell'operaismo italiano (Longanesi, Milano); Leo, Per una storia di Classe Operaia, in Bailamme, Mezzadra, Operaismo, in Esposito e Galli, Enciclopedia del pensiero politico. Autori, concetti, dottrine, Laterza, Romai; Basso, Gozzini e Sguazzino, delle opere e degli scritti. Dipartimento di Filosofia-Università degli Studi, Siena;  Berardinelli, Stili dell'estremismo. Critica del pensiero essenziale (Riuniti, Roma), Pozzi, Roggero, Borio, “Futuro anteriore: dai Quaderni rossi ai movimenti globali. Ricchezze e limiti dell'operaismo italiano, Derive Approdi, Roma, Wright, L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo (Alegre, Roma); Corradi, Storia dei marxismi in Italia (Manifesto, Roma); Pozzi, Roggero, Guido Borio, Gli operaisti, Derive Approdi, Roma, Peduzzi, Lo spirito della politica e il suo destino. L'autonomia del politico, il suo tempo, Ediesse-Crs, Roma, Trotta e Milana, L'operaismo degli anni Sessanta. Da «Quaderni rossi» a «classe operaia», cd con la raccolta completa della rivista «classe operaia» (Derive Approdi, Roma); Peduzzi, A Cartagine poscia io venni incubi sulla teoria marxista, Arduino Sacco editore, Roma,; Filippini, T. e l'operaismo politico degli anni Sessanta, Euro Philosophie, Milanesi, Nel Novecento, Storia, teoria, politica nel pensiero (Mimesis, Milano); Abecedario (Formenti), Derive Approdi, Operaismo Quaderni Rossi Classe operaia (rivista) Panzieri Negri Cacciari Ingrao Centro per la Riforma dello Stato, TreccaniEnciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere su senato, Senato della Repubblica; T., su Openpolis, Associazione Openpolis.  Registrazioni di T., Radio Radicale.. Centro per la Riforma dello Stato, "Storia e critica del concetto di democrazia" -- intervento di T., disponibile anche in file audio, su global project Sitoitaliano per la filosofia:  su lgxserver uniba. Conricerca-Futuro Anteriore, su alpcub."Lotta contro gl’idoli" (intervento di T. per Rai Educational, su emsf. rai. Intervista "La lotta di classe c'è ancora", La Repubblica,  "Sono uno sconfitto, non un vinto. Abbiamo perso la guerra del '900", La Repubblica. Mario Tronti. Tronti. Keywords: L’implicatura di Hobbes, libero spirito, democrazia --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tronti” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Tuberone: la ragione conversazionale degl’accademici a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo italiano. Friend of CICERONE. Accademia. Enesidemo dedicates his discourses on Pirrone to him. Lucio Elio Tuberone. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza

 

Grice e Tuberone: la ragione conversazionale della repubblica romana e l’implicatura conversazionale della storia romana— Roma -- filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo italiano. Nipote di Lucio Emilio Paolo, tribuno della plebe, si oppone a SCIPIANO (vedi) Africano Minore e a Caio Tiberio GRACCO (vedi). Pretore. Poco lodato come oratore, si distinse per la cultura giuridica. La semplicità della sua vita e la rigidezza di suo carattere lo portano verso il ortico, la cui dottrina applica nella condotta. Conosce Panezio di Rodi e ne segue l'insegnamento. Da T. e da ECATONE gli futtono i scritti. La cosa è dubbia per l'influenza di Posidonio su T. Figlio di Emilia, sorella di SCIPIONE Emiliano. Rigido seguace dello stoico Panezio, studioso di diritto e di astronomia. Uomo rigoroso e severo oppositore di GRACCO, è bocciato all'elezione per la pretura. Console, CICERONE lo considera giurista di vaglia con una solida scientia iuris. Tutta la sua famiglia del resto gode fama di grande dottrina giuridica. Nome d'una famiglia romana, alla quale appartengono varî giuristi. Il primo è console, e di lui CICERONE loda la dottrina giuridica. Lucio Elio T. fu legato di Q. CICERONE, proconsole d'Asia. Più noto è il figlio di lui, Quinto Elio T., che col padre prende parte alla guerra fra GIULIO CESARE (vedi) e POMPEO (vedi), parteggiando per quest'ultimo, ma fu perdonato dopo Farsalo. Console, propone un senatoconsulto sul matrimonio confarreato. A parte un'opera ad Oppium, di cui si ignora l'argomento, scrive alcuni libri de officio iudicis, destinati come guida del giudice privato del processo formulare. Le sue opinioni sono citate più volte con grande rispetto dalla dottrina posteriore. Scrive anche Historiae, in XIV libri. Keywords: Cicero, iuris, portico, scessi, studied under Panezio. Quinto Elio Tuberone. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Grice e Tulelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’equilibrio conversazionale: per una metafisica dell’etica – la scuola di Zagarise -- filosofia calabrese --  filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Zagarise). Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Zagarise, Catanzaro, Calabria. A lui sono ad oggi intitolate una via a Zagarise e una a S.Elia, e una sala della biblioteca di Catanzaro. Targa commemorativa in suo onore, inoltre, posto davanti alla casa comunale di Zagarise un busto che lo raffigura, realizzato da Calveri. Zagarise, busto creato da Calveri, installato davanti al comune di Zagarise. Figlio dal marchese Gaetano T., studia presso il convento del ritiro dei filippini a Zagarise e poi frequenta a Catanzaro il real liceo ginnasio e il corso presso il pontificio seminario teologico regionale S. Pio X. Vive a Napoli dove compì studi filosofici e apre una scuola dove insegna filosofia morale ed estetica. La richiesta di poter istituire una scuola e inviata alle autorità competenti, le quali, prima di concedere le relative autorizzazioni, chiesero al vescovo di Catanzaro dettagliate notizie in merito alla condotta morale e politica del richiedente, la risposta inviata loro fu. Elemento di condotta soda, casta e onesta. Tra gl’allievi della sua scuola molti sono appartenenti a famiglie di alto rango sociale, e tra questi, è possibile annoverare i figli del re Borbone che, in segno di stima, gli fanno dono di un orologio da camera di manifattura francese opera dei fratelli Japis. Molto amico di SETTEMBRINI (vedi), il quale lo cita nelle sue "Lezioni di letteratura italiana", gli trasmitte l’amore per la filosofia e gl’ideali patriottici.Allievo di PUOTI e di GALLUPPI del quale studia e diffunde la filosofia, evidenziando il parallelismo con Kant, così come divulga quello di altri filosofi, tra cui CAPASSO, ROSSI, e MASCI. Insegna filosofia a Napoli dietro l’impulso di SANCTIS, iniziando un periodo di vero splendore per l’ateneo napoletano. Cadde il regno delle due Sicilie e, favorevole alla formazione di uno stato unitario, porta avanti una battaglia a livello morale e giuridico per l’abolizione della pena di morte che fino ad allora era in vigore in tutti gli stati d’Europa tranne il gran ducato di Toscana. La stessa a abolita con l'adozione del codice penale del regno d'Italia -- il cosiddetto Codice ZANARDELLI. La fine della dominazione dei Borboni è colta come un’occasione di rinnovamento sociale e morale ed egli instilla nei suoi insegnamenti la consapevolezza che il rinnovamento politico dove essere accompagnato a quello morale, egli riscontra nella popolazione un’evidente scarsità intellettuale e un sentimento religioso che si manifesta mediante pratiche di culto sempre più lontane dall’essere ricche di valori spirituali e una società sempre più formalista, cerca di contrastare questa tendenza in affinità a GIOBERTI.  E un patriota e un liberale. La sua attività di filosofo fa si che la sua notorietà e la sua reputazione cresceno, e inoltre un oppositore degli hegeliani napoletani, e a capo degl’oppositori degli Spaventiani (SPAVENTA – vedi) e rappresentante del movimento filosofico del quale fanno parte GALLUPI, COLECCHI, CUSANI, e GRAZIA. Sul suo valore si sono pronunciati, fra gl’altri, anche CROCE e RUSSO. Socio ordinario dell’accademia di scienze morali e politiche di Napoli a l’accademia reale pontaniana. In relazione all'accademia di scienze morali e politiche di Napoli, T. e PESSINA, in qualità di soci dell'accademia, di collocare nell'atrio dell'Università degli Studi di Napoli un busto in marmo raffigurante GALLUPPI, realizzato da Calì è inaugurato con una cerimonia a cui prendeno parte il rettore Imbriani, dei rappresentanti e diversi studenti. Della stessa accademia oltre ad esserne socio ne è anche tesoriere come si evince dalla Gazzetta ufficiale del regno d'Italia n cui è contenuta la ri-elezione alla suddetta carica (omissis) S.M., sulla proposta del ministro della pubblica istruzione, ha, con RR. decreti fatte le nomine e disposizioni seguenti: (omissis) T. Paolo Emilio, socio della società reale di Napoli, approvata la sua ri-elezione a tesoriere dell'accademia di scienze morali e politiche della predetta Società; (omissis), socio corrispondente dell’accademia cosentina accademia di scienze, lettere e belle arti degli zelanti e dei dafnici. Vive a Napoli. Nelle sue ultime volontà traspare chiaramente un radicato e forte legame con la sua terra di origine, infatti i primi due punti del suo testamento furono: volendo lasciare una prima testimonianza di affetto a Catanzaro, col fine di promuovere e favorire nel mio nativo comune di Zagarise l’educazione morale e l’istruzione letteraria e scientifica. Dispone inoltre che è destinata una somma in dote ad una ragazza indigente di Zagarise e che il resto del patrimonio del filosofo è suddiviso tra i suoi parenti.  Il documento, disponibile presso l’archivio notarile di Napoli, e depositato nel capoluogo campano presso lo studio del notaio Mazzitelli sito in via S. Giovanni numero 19. Dondazione di libri alla città di Catanzaro al fine di fondare una biblioteca pubblica T. volle donare a Catanzaro alcuni libri affinché potessero rappresentare una base di partenza per la costituzione di una biblioteca auspicando che il suo gesto potesse rappresentare un’esortazione a contribuire al suo ampliamento, una volta istituita, da parte di altr’uomini generosi e amanti della filosofia. Catanzaro accetta il legato che, in caso contrario, si sarebbe dovuto destinare ad ampliare il patrimonio della biblioteca del real liceo di Catanzaro o ad un erede del de cuius nel caso in cui il anche direttivo del liceo non avesse accettato la donazione. I libri furono trasferiti da Napoli a Catanzaro a spese del comune, così come indicato nelle ultime volontà del filosofo, e venne istituita la biblioteca comunale che venne denominata Biblioteca Municipale di Catanzaro "Onestà e lavoro", ma che oggi è conosciuta come Biblioteca comunale F. De Nobili. Volendo lasciare una prima testimonianza di affetto a Catanzaro ove ebbi i primi semi del mio sapere e le prime aspirazioni alla libertà della patria italiana, lego al comune i miei pochi libri col fine espresso ed incondizionato di formare il primo fondo ad una biblioteca pubblica da fondarsi in loco adatto a vantaggio dei studiosi e dei cultori della filosfia. Istituzione di una rendita per far studiare un uomo meritevole del comune di Zagarise Per quanto concerne il comune natio, nell’intenzione di promuovere l’educazione morale, l’istruzione filosofica nello stesso, istituì una rendita annuale, denominata Monte o Istituto T. per far si che dei filosofi meritevoli del suddetto comune potessero studiare. A perenne ricordo di ciò egli dispose nelle sue ultime volontà che è realizzata una breve iscrizione su una lastra di marmo e che la stessa fosse posta in un luogo pubblico del comune di Zagarise. Col fine di promuovere e favorire nel mio nativo comune di Zagarise l'educazione morale e l'istruzione letteraria e scientifica e così sospingere quei miei concittadini sulla via della civiltà, istituisco un Monte o Istituto per l'educazione ed istruzione dei studiosi di detto Comune da elevarsi dal real governo in ente morale e giuridico con la dotazione di annue lire duemila di rendita al 5 per cento iscritto al gran libro dei regno d'Italia. All'uopo destino due certificati di rendita a me intestati dell'annua rendita di L. millesettecento con la data di Firenze e l'altro dell'annua rendita di L. trecento della stessa data. Sì fatta annua rendita è unicamente ed esclusivamente impiegata per l'educazione e istruzione nella filosofia di un filosofo fatto volta per volta per modo che si dirà qui appresso nato a Zagarise da genitori ivi domiciliati almeno da dieci anni compiti, dell'età non minore di anni sette, che sa almeno leggere e scrivere e mostri in generale attitudine e buona disposizione agli studi filosofici. Saggi: “I principi sostanziali ed informatori della scienza” (Napoli, Regia Università); “Dei sistemi morali e della loro possibile riduzione” (Napoli, Regia Università); “La moralità della scienza e della vita” (Napoli, Regia Università); “Elogio di V. Buonsanto” (Napoli, Fibreno); “Filadelfos di G. Gemelli: Accademia di scienze morali e politiche” (Napoli, Regia Università); “L’infallibilità della ragione umana considerata nella triplice sfera della scienza, politica, e della religione” (Napoli, Regia Università); “La morale indipendente” (Napoli, Regia Università); “L’educazione popolare in Italia” (Napoli, Vaglio); La filosofia morale (Napoli, Regia Università); “Metafisica dell’estetica” (Napoli, Regia Università); “Una formula metafisica” (Napoli,  Regia Università);  “GALLUPPI” (Napoli, Regia Università); “Papasso e Rossi” (Napoli, Cutaneo); “Libero Stato” (Napoli, Regia Università); “Estetica” (Napoli, Vaglio); “Capasso” (Napoli, Tramater); “La rosa di Gerico” (Napoli, Poligama); “Metafisica dell'etica” (Napoli, Regia Università); “Dei sistemi filosofici”; “L’equilibriio”; “La pena di morte” (Napoli, Regia Università); “Baldacchini” (Regia Università, Napoli”, Elogio di Cilento. Sulla Bella di Camarda, poema di Cappelli (Napoli); “Armonia della libertà politica e della scienza morale”; “ Preso da immenso desiderio e ardente”; “Padre, partisti, forse desolato”; “Aspirazione a Dio”. Il pensiero morale di T., C. Nardi. Società Napoletana di Storia Patria,  Lettere a Milli, F. Adamoli. Collana "Fondo Milli" il Poeta.Via a Zagarise  Via a Catanzaro. La famiglia dona a Zagarise un'opera raffigurante il filosofo. Discorso di Imbriani all'inaugurazione del busto di Galluppi posto nell'Accademia di Scienze Morali e Politiche di Napoli  Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, Zagarise e dintorni, Faragò.  Lira italiana. Marchese Cavaliere Paolo Emilio Tulelli. Paolo Emilio Tulelli. Tulelli. Keywords: filosofia italiana, l’equilibrio, metafisica dell’etica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tulelli” – The Swimming-Pool Library. Tulelli.

 

Grice e Turco: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’agnella, commedia nuova – la scuola di Mantova – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Asola). Flosofo lombardo. Filosofo italiano. Asola, Mantova, Lombardia. Nasce da una anticha e nobile famiglie, allora fiorente cittadina della Repubblica di Venezia, dove ricopre importanti cariche politiche in qualità di deputato, oratore e avvocato della comunità.  La sua prima opera, un dialogo, “Agnella”, venne rappresentato ad Asola durante i festeggiamenti per la visita dei duchi di Nemours e Beaulieu e altri illustri francesi al loro seguito. “Agnella” venne in pubblicata in seguito prima a Treviso, poi a Venezia. Contemporaneo ed amico di MANUZIO che in una lettera encomia la sua canzone in lode di Carlo V scritta in occasione della morte di quest'ultimo. Scrive: Letta la vostra canzone scritta in morte del Gran Carlo V, veramente Signor Carlo onorato, non troppo benigna stella, essendo voi dotato di si pellegrino ingegno e di tante altre lodevoli qualità, vi condanna a scrivere dove tra molte tenebre non può risplendere la vostra virtù, con la quale potevate illustrare voi stesso ed il secolo nostro eccitando in altri il desiderio di assomigliarvi. Laddove hora, avendo voi il campo ristretto per esercitare le vostre più nobili parti, non veggo come possano apparire effetti degni di voi ed alla vostra nobile industria corrispondenti. Questa lettera è in seguito stampata in Venezia da Gavardo che, sempre a Venezia, pubblica una tragedia in versi, intitolata “Calestri”. Altre opere sono stampate anche in Il Sepolcro de la illustre signora Beatrice di Dorimbergo, Brescia Fabbio, Mangini, Storie Asolane, Lettera di MANUZIO a Turchi, Lett. Volg. Venezia. Carlo Turco. Turco. Keywords: commedia nuova, agnella. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Turco” – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Turoldo: le XII fatiche della ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Coderno – filosofia friulana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco  di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Coderno). Filosofo friulano -- Filosofo italiano. Coderno, comune di Sedegliano, Udine, Friuli-Venezia Giulia. Figura profetica, resistente sostenitore delle istanze di rinnovamento culturale, di ispirazione conciliare, tenuto da alcuni uno dei più rappresentativi esponenti di un cambiamento spirituale, il che gli ha valso il titolo di coscienza inquieta. Riceve con intensità le caratteristiche della semplice cultura umana del suo ambiente nativo e prevalentemente contadino. Colse e fece propria la dignità delle condizioni povere della sua terra, che costituirono una solida radice informante tutto lo sviluppo della sua sensibilità e della sua attività futura. Accolto tra i servi di Maria nel convento di S. Maria al Cengio a Isola Vicentina, sede triveneta della casa di formazione dell'ordine servita, dove trascorse l’anno di noviziato. Emise la professione religiosa. Pronuncia i voti solenni a Vicenza. Incomincia gli studi filosofici a Venezia.  Nel santuario della Madonna di Monte Berico di Vicenza e ordinato presbitero da  Rodolfi, arcivescovo di Vicenza. Assegnato al convento di S. Maria dei servi in S. Carlo al Corso in Milano. Su invito di Schuster, arcivescovo della città, tenne la predicazione domenicale nel duomo milanese. Insieme con il suo confratello, compagno di studi durante tutto l’iter formativo nell’ordine dei servi e amico Piaz, si iscrive al corso a Milano e conseguì la laurea con una tesi dal titolo, “La fatica della ragione: Contributo per un'ontologia dell'uomo”, redatta sotto la guida di BONTADINI. Sia BONTADINI sia BO gl’offriranno il ruolo d’assistente universitario, a Milano, il secondo a Urbino. Durante l'occupazione nazista di Milano collabora attivamente con la resistenza creando e diffondendo dal suo convento il periodico clandestino l'Uomo. Il titolo testimonia la sua scelta dell'umano contro il dis-umano, perché la realizzazione della propria umanità. Questo è il solo scopo della vita. La sua militanza dura tutta la vita, interpretando il comando evangelico essere nel mondo senza essere del mondo come un essere nel sistema senza essere del sistema. Rifiuta sempre di schierarsi con un partito. Il suo impegno nel dialogo senza preconcetti e nel confronto di idee talvolta anche duro, si tradusse in particolare nel far nascere, insieme con PIAZ, il centro culturale la Corsia dei Servi -- il vecchio nome della strada che dal convento dei servi conduceva al duomo. Uno dei principali sostenitori del progetto Nomadelfia, il villaggio nato per accogliere gl’orfani di guerra con la fraternità come unica legge, fondato da SALTINI nell'ex campo di concentramento di Fossoli presso Carpi, raccogliendo fondi presso la ricca borghesia milanese. Si rende noto al grande pubblico con due raccolte di liriche “Io non ho mani” -- che gli valse il Premio letterario Saint Vincent -- e “Gl’occhi miei” lo vedranno, presentato nella collana mondadoriana Lo Specchio d’Ungaretti.  A seguito di prese di posizione assunte da politici locali e da alcune autorità ecclesiastiche, deve lasciare Milano e soggiornare in conventi dei servi dell’Austria e della iera. Venne dai superiori dell’ordine assegnato al convento della S. Annunziata di Firenze, e qui incontra personalità affini al suo modo di sentire, quali fra VANNUCCI, BALDUCCI, PIRA, e molti altri che nell’ambiente fiorentino animano un tempo in cui si accendono speranze di rinnovamento a tutti i livelli. Ma anche da Firenze è costretto ad allontanarsi e trascorre un periodo di peregrinazioni all’estero.  Ri-entrato in Italia, venne assegnato al convento di S. Maria delle Grazie, nella “sua” Udine. Ma con il ri-entro in Italia porta con sé un progetto, nato a contatto cogl’emigrati friuliani: realizzare un film che raccontasse la nobiltà della povera vita rurale del suo Friuli. Il film con il titolo “Gl’ultimi” e ispirato al racconto “Io non ero fanciullo” scritto da T. in precedenza, venne concluso con la regia di Pandolfi. Presentato a Udine, “Gl’ultimi” tuttavia fu ben presto rifiutato dall’opinione pubblica friulana, che lo ritenne addirittura offensivo. Incomincia a cercare un sito dove dare avvio a una nuova esperienza religiosa comunitaria, allargata alla partecipazione anche di laici. Questo luogo, con le indicazioni ricevute d’amici, venne individuato nell’antico Priorato cluniacense di S.Egidio in Fontanella. Ottenuto il consenso del vescovo bergamasco GADDI, vi si insedia ufficialmente. Costruì accanto allo storico edificio del Priorato una casa per l’ospitalità, la Casa di Emmaus, titolo ispirato all’episodio in cui Gesù risorto si manifesta a Emmaus alla cena nello spezzare il pane. La casa costituì un simbolico richiamo alla semplice accoglienza, senza distinzioni di censo, di religione, o altro: aspetti che caratterizzarono tutta la presenza e la sua multiforme opera. Costituì inoltre un punto di riferimento per molti protagonisti della storia culturale e civile italiana. Per molte personalità del mondo ecclesiale e d’altre confessioni cristiane; un solido incentivo al rinnovamento di linguaggi e di strutture; un laboratorio di creazioni liturgiche e celebrative, di cui continuano a essere testimoni la versione metrica per il canto dei salmi e migliaia di inni liturgici. Insieme con altri frati, impegnati particolarmente in iniziative di rinnovamento spirituale e culturale, diede avvio alla pubblicazione di una rivista, il cui titolo è ispirato all’ordine dei servi di Maria, “Servitium”, e ad altre pubblicazioni che si ricollegavano all’esperienza editoriale della Corsia dei Servi. La pubblicazione della rivista continua tuttora con cadenza bimestrale, unitamente all’edizione di altre proposte librarie edite sotto l’omonimo marchio Servitium.  Molti sono i suoi interventi sui media, dalla carta stampata alle trasmissioni radio e televisive; molti i luoghi e le circostanze in cui è stato chiamato a intervenire con la sua avvincente parola. Da ricordare in particolare i suoi “viaggi della memoria” nei luoghi della Shoah, tra cui spicca quello a Mauthausen. In quest’occasione compose una preghiera, poi recitata nella cerimonia conclusiva, pubblicata successivamente nel saggio, “Ritorniamo ai giorni del rischio”. Colpito da un tumore del pancreas, visse con lucida consapevolezza e trasparente coraggio l’ultimo periodo della vita, dando una incoraggiante testimonianza sul cammino verso “sorella morte”. Migliaia di persone sfilarono accanto alla bara in cui era esposto il corpo di padre I funerali a Milano videro la partecipazione di una numerosa folla nella chiesa di S. Carlo al Corso, dove presiedette le esequie il cardinale MARTINI, che aveva consegnato a T. il primo "Premio Lazzati", affermando la propria opinione secondo la quale la chiesa riconosce la profezia troppo tardi. Un secondo rito funebre venne celebrato nel pomeriggio a Fontanella di Sotto il Monte, presente ancora una folla che copre tutta la collina circostante l’antico priorato. Nel cimitero riposa ora sotto una semplice croce lignea, in mezzo alla sua gente. Servitium dedica perciò alla sua figura un quaderno a frate dei servi di S. Maria e ugualmente fa nel decennale.  La grande passione. Saggi: Poesia e opere letterarie «Lungo i fiumi..» I Salmi Milano, San Paolo, O sensi miei...: Poesie (Milano, Rizzoli). Sul monte la morte, Servitium, La morte ha paura, Servitium,  poesie, Milano, Garzanti Teatro, Servitium,  I giorni del rischio con Salmodia della speranza e rappresentazione in Duomo a Milano con Moni Ovadia, Servitium,   Salmi e cantici. Versione metrica per il canto di T., Servitium,  La passione di S. Lorenzo, Servitium, La terra non sarà distrutta, Servitium, Luminoso vuoto. Scritti, Servitium, David M. T., Capovilla, Nel solco di Giovanni, lettere inedite, Servitium. Saggistica e spiritualità. Lettere dalla Casa di Emmaus, Servitium, La parabola di Giobbe, Servitium, Santa Maria. Servitium, Mia chiesa, una terra sola, Servitium,  Il dramma è Dio: il divino la fede la poesia. Milano, Rizzoli, Come i primi trovadori, Servitium, Colloqui con Giovanni, Servitium, Profezia della povertà, Servitium, Chiamati ad essere, Servitium, È Natale, Servitium, Mio amico don Milani, Servitium, Pregare, Servitium, Anche Dio è infelice, S. Paolo, Amare Cinisello Balsamo, Edizioni S. Paolo, Padre del mondo, Servitium,  Povero sant’Antonio, Il Messaggero, Padova. Narrativa Mia infanzia d’oro (con “Ritratto d’autore” Servitium, e poi la morte dell'ultimo teologo Torino, Gribaudi. “Gli ultimi” Regia: Pandolfi; soggetto: T.; sceneggiatura: Pandolfi e T.. Tra le tante, ci è un'iniziativa che è tentata pochi giorni prima della morte di Moro e che è stata evocata da Craxi nel corso della sua audizione nella prima Commissione d'inchiesta. In quella circostanza, l'onorevole Craxi afferma che è chiamato da T., che gli chiedeva sostanzialmente di domandare alla nunziatura apostolica di dichiararsi disponibile come sede per far svolgere una trattativa. T. chiese II giorni di silenzio stampa e insistette molto, con veemenza, affermando che era la sola via possible. Legislatura, Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Moro, Resoconto stenografico, “Tra i memoriali di Mauthausen”, in “Ritorniamo ai giorni del rischio. Maledetto colui che non spera”, Milano, Corriere "E T. nascose le armi dei partigiani" La vita, la testimonianza Morcelliana. Piaz e la Corsia dei Servi di Milano, Morcelliana, T. e gl’organi divini. Lettura concordanziale di “O sensi miei...”, Olschki, Una vita con gli amici; Il mondo delle amicizie di T., documentario Salvi, Roma, Rai-Educational, Elia, La peregrinatio poietica prefazione di Terza, Firenze, Olschki, Cardinali, Il Dio Inseguito. Viaggio alla scoperta della poesia di T., Edizioni Pro Sanctitate, Roma, Romero Balducci, Piaz, Fabbretti. Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. David Maria Turolo. David M. Turoldo. David Turoldo. Giuseppe Turoldo. Turoldo. Keywords: gl’ultimi, le XII fatiche della ragione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Turoldo” – The Swimming-Pool Library. Turoldo.

 

Grice e Tuveri: all’altra isola -- la ragione conversazionale sarda e l’implicatura conversazionale sarda – la scuola di Collinas -- filosofia sarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Collinas). Filosofo sardo. Filosofo italiano.  Collinas, Sardinia. Grice: “Or should we say, ‘filosofo sardo’?” -- Figlio un noto avvocato. Studia a Cagliari. Di idee repubblicane comincia l'attività in polemica con molti intellettuali monarchici e conservatori. Federalista, al parlamento sub-alpino si oppose alla fusione della Sardegna col Piemonte, ed è in forte contrapposizione con GIOBERTI per le posizioni anti-repubblicane e anti-mazziniane – vedi: MAZZINI. Fonda La Gazzetta Popolare, collabora con numerosi giornali e assunse la direzione del Corriere di Sardegna. Sindaco, propose il nome di Collinas. Lotta contro il centralismo del regno di Sardegna chiedendo maggiore autonomia, soprattutto fiscale, per i piccoli comuni. Amico di CATTANEO e MAZZINI, solleva la questione sarda, promuovendo un riscatto della Sardegna e del popolo sardo contro uno stato giudicato centralista e oppressivo. Scrive numerosi saggi filosofici. Assessorato della pubblica istruzione della regione auto-noma della Sardegna  promouove la ristampa dei suoi saggi, editore Delfino, con una introduzione di BOBBIO. Saggi: “Pintor” (Torino, Cassone); “Specifici contro il codinismo, (Cagliari, Arcivescovile); “Del diritto dell'uomo alla distruzione dei cattivi governi: trattato filosofico” (Cagliari, Nazionale); “Il governo e i comuni” (Cagliari, Nazionale); “Esazione e compulsione” (Cagliari, Timon); “La questione barracellare” (Cagliari, Timon); “Della libertà e delle caste” (Cagliari, Corriere di Sardegna); “Sofismi politici” (Napoli, Rinaldi); “Il veggente: Del dritto dell'uomo alla distruzione dei cattivi governi”); Accardo, Carta, Mosso; introduzione di Bobbio; Corrias e Orru, Opuscoli politici. Saggio delle opinioni politiche del signor deputato sardo Pintor; Specifici contro il codinismo, Sotgiu, Piano e Contu, Scritti giornalistici. Questione sarda, federalismo, politica internazionale, questione religiosa, Piano, Contu e Carta, Per la vita e i tempi di T. e altre opere, Delogu,  Fonte: "Centro di studi filologi sardi". Scheda sul sito della Camera  Indipendentismo sardo. Google. Da T. all'intuizione della concorrenza istituzionale, Bomboi. Venezia; Tuveri. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tuveri: implicature sarda” – The Swimming-Poo Library. Tuveri.

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