Grice e Teage: la ragione conversazionale degl’ottimati di Crotona – Roma – la scuola di Crotone -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Crotone).
Filosofo italiano.
Crotone, Calabria. According to Giamblico, a Pythagorean, who seeks to
introduce more democratic institutions into Crotone. STOBEO (si veda) preserves
fragments of a little treatise T. writes on this – “On Virtue – possibly by a
later philosopher, though. The treatise is not well known, and as a result of
this ignorance, the sect is destroyed without a trace, by the real democrats,
who think that the sect was pro-aristocratic, only!
Grice e Teagene: la ragione naturale del naturale, del tras-naturale, e del sopra-naturale – Roma – la scuola di
Reggio Calabria -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio Calabria). Filosofo italiano. Reggio, Calabria. T. argues that a
myth or a legend – such as a she-wolf having nurtured the founder of Rome, and
his twin brother – should be interpreted *allegorically* or analogically. T.
also claims that what people regard as an act of a god (say, Romolo, once
divinised, or when the statue of the she-wolf is struck by a lightning – is only
a natural (fisico), not trans-natural (meta-fisico) o super-natural (iper-fisico)
phenomenon. Cf. Psicologia,
para-psicologia.
Grice e Teagene: la ragione conversazionale del cinargo di Roma -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Cinargo. T. gives his seminars in the foro
di Traiano. He dies,
unfortunately, when he consults Attalo about a problem he is experiencing with
his the liver, and for which Attalo gives him the totally wrong treatment and
medication – hemlock, mixed with beans -- causing the philosopher’s death.
Grice e Teanor: la ragione conversazionale del filosofo come dramatis
persona -- Roma – la scuola di Crotone -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Crotone, Calabria. Filosofo italiano. A Pythagorean,
he appears as a character in some of the dialogues by Plutarco.
Grice e Tearida: la ragione conversazionale -- il principio conversazaionale
è uno – Roma – la scuola di Metaponto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto, Basilicata. T.
composes an essay entitled, “Della natura” – where he argues that everything
comes from one single first principle. Cited by Clemente of Alexandria. He may
have attended the sect at Crotone. “Or
not.” – Grice.
Grice e Telecle: la ragione conversazionale della diaspora di Crotona --
Roma – la scuola di Metaponto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A Pythagorean,
cited by Giamblico.
Grice e Telesio: la ragione conversazionale del
filosofo sperimentale – la scuola di Cosenza -- filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Grice italico -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Cosenza). Filosofo cosentino. Filosofo calabrese.
Filosofo italiano. Cosenza, Calabria. Mentre le sue teorie naturali sono state
successivamente smentite, la sua enfasi sull'osservazione fa il primo dei
moderni che alla fine hanno sviluppato il metodo scientifico. Nato da
genitori nobili, è istruito a Milano dallo zio, lui stesso uno studioso e poeta
di eminenza, e poi a Roma e Padova. I suoi studi hanno incluso tutta la vasta
gamma di argomenti, classici, scienza e FILOSOFIA, che costitusceno il
curriculum degli rinascimentali sapienti. Così equipaggiata, inizia il suo
attacco sul LIZIO medievale che poi fiorisce a Padova e Bologna. Fonda l’Accademia
cosentina. Per un certo periodo vive nella casa del duca di Nocera. Il suo
grande saggio è “Sulla natura delle cose secondo i loro propri principi,” seguito
da un gran numero di saggi di importanza sussidiaria. L’opinioni eterodosse che
mantenne suscitano l'ira di Roma per conto del suo amato LIZIO. Tutti i suoi saggi
sono stati immessi sul “Index.” Invece di postulare materia e FORMA, T. basa
l'esistenza sulla materia e FORZA. Questa forza ha due elementi opposti. Il
primo elemento è il calore, che espande la materia. Il secondo è il freddo, che
la contrae. Questi due processi rappresentano tutte le tipi di esistenza,
mentre la MASSA su cui opera la FORZA rimane la stessa. L'armonia del tutto
consiste nel fatto che ogni cosa separata sviluppa in sé e per sé conformemente
alla sua natura e allo stesso tempo la sua MOSSA avvantaggia il resto. I
difetti di questa teoria, che solo i sensi possono non comprendere materia o
MASSA stessa. Non è chiaro come la molteplicità dei fenomeni puo derivare da
queste due forze. Pensato, non è meno convincente di Aristotele caldo/freddo,
secca spiegazione/umido, e che addotta alcuna prova per dimostrare l'esistenza
di queste due forze, sono stati sottolineato a suo tempo. Inoltre, la sua
teoria della terra fredda a riposo e il sole caldo in moto è destinato a confutazione per mano di
Copernico. Allo stesso tempo, la teoria è sufficientemente coerente per fare
una grande impressione sulla filosofia italiana. Va ricordato, però, che la sua
obliterazione di una distinzione tra la fisica super-lunare e la fisica sub-lunare
certamente abbastanza preveggente anche se non riconosciuto dai suoi successori
come particolarmente degno di nota. Quando T. continua a spiegare la relazione
tra mente o anima e materia, e ancora più eterodosso. Le forze materiali sono,
per ipotesi, in grado di sentire. Questione deve anche essere stato fin dal
primo essere vivo dotato di coscienza. Per la coscienza, o anima, esiste, e non
avrebbe potuto essere sviluppato dal nulla. Questo porta T. a una forma di ilo-zoismo.
Anche in questo caso, l'anima è influenzata dalle condizioni materiali o della
massa e la forza. Di conseguenza, l'anima deve avere un esistenza materiale. Inoltre,
T. dichiara che tutta la conoscenza è sensazione ("non-ratione sensu
sed") e che l'intelligenza è, quindi, un agglomerato di dati isolati, in
sensi. Non lo fa, però, riesce a spiegare come solo i sensi possono percepire
la differenza e identità. Alla fine del schema di T., probabilmente in
ossequio ai pregiudizi teologici, aggiunta un elemento che e completamente
estraneo, vale a dire, un impulso più alto, un'anima sovrapposta dal divino, in
virtù della quale ci sforziamo di là del mondo sensibile. Questa anima divina
non è affatto un concetto completamente nuovo, se visto nel contesto della teoria
percettiva d’Averroe e Aquino. L’intero sistema di T. mostra lacune nella
sua tesi, e l'ignoranza dei fatti. Allo stesso tempo, T. è un precursore di
tutte le successive scuole dell'empirismo e segna chiaramente il periodo di
transizione da autorità e la ragione di SPERIMENTARE e individuale
responsabilità. Nel ricorso ai dati sensoriali, T. è il capo del grande
movimento italiano del sud, che protesta contro l'autorità accettata della ragione
astratta e semina i semi da cui spuntavano i metodi scientifici di CAMPANELLA
(si veda) e BRUNO (si veda), e di Bacon e Descartes, con i loro risultati
ampiamente divergenti. T. quindi, abbandona la sfera puramente intellettuale e
ha proposto un'indagine sui dati forniti dai sensi, dai quali ha ricoperto che
tutta la vera conoscenza viene veramente. La sua teoria della percezione
sensoriale è essenzialmente una ri-elaborazione della teoria di Aristotele dal
De anima). Nota all'inizio del proemio del primo libro della terza edizione del
De Rerum Natura Iuxta propria principia Libri Ix che la costruzione del mondo e
la grandezza dei corpi in esso contenuti, e la natura del mondo, è da ricercare
non dalla ragione, come è stato fatto dagl’antichi, ma è da intendersi per
mezzo di osservazione. Mundi constructionem, corporumque in eo contentorum
magnitudinem, naturamque non ratione, quod antiquioribus factum est,
inquirendam, sed sensu percipiendam. Questa affermazione, che si trova sulla
prima pagina, riassume ciò che molti studiosi moderni hanno generalmente
considerato la filosofia di T., e spesso sembra che molti non leggere oltre per
nella pagina successiva si imposta il suo caldo teoria/freddo della materia o
massa informata, una teoria che non è chiaramente informata dall’osservazione. L’osservazione
(sensu percipiendam) è un processo dell’anima molto più grande di una semplice
registrazione dei dati. L’osservazione comprende anche l’analogia. Anche se
Bacon è generalmente accreditato con la codificazione di un induttivo metodo
che sottoscrive pienamente l'osservazione come procedura primaria per
l'acquisizione di conoscenze, non è certamente il primo a suggerire che la
percezione sensoriale è la fonte primaria della conoscenza. Tra i filosofi
naturali del Rinascimento, questo onore è generalmente conferito a T.. Bacone
si riconosce T. come il primo dei moderni. De T. autem bene sentimus, atque eum
ut amantem veritatis, e scientiis utilem, e non nullorum Placitorum emendatorem
et novorum hominum primum agnoscimus. – Bacone, “De principiis atque originibus.”
Per mettere l'osservazione di sopra di tutti gl’altri metodi di acquisizione
delle conoscenze sul mondo naturale. Questa frase spesso citata da Bacon, però,
è fuorviante, perché semplifica eccessivamente e travisa l'opinione di Bacone
di T.. La maggior parte del saggio di Bacon è un attacco a T. e questa frase,
invariabilmente fuori contesto, facilita un malinteso generale della filosofia
naturale di T. dando ad essa un timbro baconiana di approvazione, che era
lontano dalle intenzioni originali di Bacon. Bacone vede in T. un alleato nella
lotta contro l'antica autorità. Ma Bacone ha poco positivo da dire su
specifiche teorie di T. della mossa della massa per la forza. Ciò che
forse colpisce di più De Rerum Natura è il tentativo di T. di meccanizzare il
più possibile. Si sforza di spiegare tutto chiaramente in termini di materia
informati – la mossa della massa colla forza -- dalla calda e fredda e per
mantenere i suoi argomenti il più semplice possibile. Quando i suoi colloqui si
rivolgono agl’esseri umani, introduce un istinto di auto-conservazione per
spiegare le loro motivazioni. E quando discute l’anima e mente umana e la sua
capacità di ragionare in astratto su argomenti immateriali e divine, aggiunge
un’anima divina. Per senza anima, tutto il pensiero, dal suo ragionamento,
sarebbe limitato alle cose materiali. Ciò renderebbe il divino impensabile e
chiaramente questo non è il caso, per l'osservazione dimostra che la gente
pensa del divino. “De rerum natura iuxta propia principii libri IX” (Horatium
Saluianum, Napoli). Altre saggi: “De Somno”; “De la quae in aere fiunt de mari de cometis
et circulo lactea respirationis. De USU. Gl’appunti Riferimenti. Deusen,
Telesio: primo dei moderni. De La sua, Quae in aere Sunt, et de Terrae motibus piena.
GENTILE T. CON APPENDICE
BIBLIOGRAFICA BARI LATERZA Questa commemorazione, scritta per invito
del Comitato per le onoranze a T. nella ricorrenza del quarto centenario
della sua nascita, e letta, tranne poche pagine, nel Teatro Comunale di
Cosenza, poteva e non vuol essere una monografia su T,; ma soltanto
una caratteristica della sua personalità e della sua filosofia
guardata nel processo generale del pensiero speculativo. Ciò spiega
perche essa si estenda un po ' largamente sulla storia degli
antecedenti. Aggiungendovi, per questa stampa, oltre le note
necessarie, una bibliografia, 1 nè sembralo opportuno riprodurre in essa
dalle vecchie edizioni raiùssime degli scritti telesiani dediche e
proemii, che sono documenti biografici e storici notevolissimi, poiché
m'è accaduto di vederli non di rado citati di seconda mano pur
dagli studiosi più diligenti, ai quali non era riuscito di averli
sott'occhio. Dietro al chiarore del rinascimento, sullo sfondo
dell’orizzonte, s’addensa ancora la nebbia medievale; e la luce nascente
s’imporpora dei riflessi fumiganti di quella neb¬ bia, che il sole alto,
splendente nel mezzo del cielo, spazzerà, quando all’alba della rinascenza
sarà successo il gran giorno dell’età moderna. In quella prima ora le
vecchie idee sono morte; ma, pur morte, rimangono nel pensiero
umano, e l’impediscono e l’opprimono con la gravezza di ciò che, estraneo
alla vita, attraversa il processo della vita. Le idee nuove, quelle che
sono anche oggi la sostanza del nostro spirito, si sono annunziate, anzi
affermate con la vivacità impetuosa e fremente, con l’entusiasmo gioioso
della giovinezza, che ha per sè l’avvenire, e non sente il passato che si
lascia alle spalle. Ma la loro affermazione per noi è piuttosto un
annunzio: manca lo sviluppo logico, in cui è la vita vera e concreta
delle idee, e manca l’integrazione, che il lembo della verità in-
travvista raccolga nella coscienza coerente • del tutto, dove ogni parte
ha il suo valore organico. E lo sviluppo e l’integrazione mancano, perchè
il nuovo è commisto e ravvolto nel vecchio: e si va innanzi, come infatti
è dei giovani, senza sapere distintamente che cosa si lascia e che
cosa si cerca, e quale è il cammino: portati dall’istinto della
vita, che perverrà più tardi alla netta coscienza del nuovo in quanto
negazione del vecchio. Perciò tutti i pensatori di questa età hanno
due facce, e ci presentano contraddizioni, che paiono spiantare i
principii stessi del loro filosofare: e chi guarda a una sola
faccia, non riesce a più rendersi conto dell’altra; e c’è chi di
costoro ne fa gli iniziatori, a dirittura, del pensiero moderno, e chi li re-
' spinge indietro, alla scolastica dei tempi di mezzo: laddove il
loro significato storico è in questa posizione, che occupano, tra una
filosofia che hanno solo virtualmente superata e una filosofia che solo
del pari virtualmente essi affermano. Trascurare cotesto residuo
esanime, che resiste nei loro sistemi alle loro intuizioni innovatrici, in
tutti questi filosofi, dal Poinponazzi a Bruno e a Campanella, non
è possibile: vien meno tutto il significato di queste medesime
intuizioni, che fanno di loro i precursori dei più grandi filosofi
moderni; e non si spiegano più atteggiamenti essenziali, parti vitali del
loro pensiero; ma, sopra tutto, diviene un mistero perchè il germe
di verità, che essi si recano in mano, rimanga soltanto un germe, di cui
la vita s’arresti appena cominciata. L’uomo del medio evo si
era travagliato in una contraddizione, che si può dire orga¬ nica,
perchè ne dipendeva la vita stessa del pensiero: contraddizione, i cui
termini, se si vuol considerare il processo generale della storia
ne’ suoi grandi tratti, si possono de¬ signare come la filosofia greca e
la fede cri¬ stiana: due termini, che il pensiero tentò tutte le
vie, lungo più di un millennio, di conci¬ liare; ma erano inconciliabili
per lui, assolu¬ tamente, sul terreno in cui egli era posto;
perchè, a dirla brevissimamente, la filosofia sua, che avrebbe dovuto
operare la conci¬ liazione, era tuttavia la filosofia greca, e cioè
uno dei due termini stessi antagonisti. T. La filosofia greca è il pensiero che si
vede fuori di sè: e si vede perciò o come natura, nella sua
immediatezza sensibile, o come idea, che non è atto del pensiero che
pensa, ma cosa in cui il pensiero si affisa, e che pre¬ suppone
come verità eterna e ragione eterna di tutte le cose e della sua stessa
cognizione parallela alla vicenda delle cose: in entrambi i casi,
come una realtà che è in se stessa quella che è, indipendentemente dalla
rela¬ zione in cui il pensiero entra con essa quando la conosce.
Visione la più dolorosa che l’anima umana possa avere del proprio essere
nel mondo: perchè l’anima umana vive di verità, ossia della fede
che sia quel che essa pensa ed afferma: e in quella visione, che è poi
la visione eterna della prima riflessione, da cui si dovrà sempre
pigliare le mosse, la verità, quel che è veramente, non è nell’anima
umana; la cui condizione permanente ed essenziale è raffigurata da
quel sensibilissimo amatore della verità, dell’essere eterno del
mondo, che fu Platone, nel mito di Eros: mito pre¬ gno, nella sua
classica serenità, di pathos che direi cosmico: perchè l’aspirazione
fer¬ vente al divino, che è l’Amore di Platone, e che nella sua
forma più alta è la filosofia, non è solo lo sforzo supremo in cui si
con¬ centra l’anima umana, ma culmina in questa, e affatica tutto
l’universo, tormentato dal de¬ siderio di qualche cosa che è il suo
vero essere, ma è fuori di esso. Mito, che, con tutto il suo pathos,
può essere intanto se¬ reno, perchè l’occhio dell’idealista greco è
attratto e fermato dalla bellezza dell’ideale lontano, e gli sfugge la
miseria infinita del¬ l’amante senza speranza. In questa visione,
quando, per opera prin¬ cipalmente dello stesso Platone, la verità
della natura sensibile e mortale si rifrange nelle forme ideali,
ond’essa si rivela al pensiero ne’ suoi varii aspetti, e diventa sistema
di idee, tutta la scienza, nel suo proprio as¬ setto, come possesso
adeguato della verità, non apparisce quale il perenne lavoro della
mente e la celebrazione dell’ufficio supremo del mondo, ma quasi un che
di remoto dalla realtà, o, come si dice, d’ideale, di cui la
cognizione umana è sempre copia imperfetta. La scienza, di cui la logica
deduttiva di Ari¬ stotile descrive mirabilmente il congegno, non è
la scienza nostra, la scienza umana, che si fa e rifà continuamente nella
storia: è la scienza che ha principi! immediati, che in sè
contengono sistematicamente tutti i concetti, I in cui si snoda lo
scibile: è pertanto la scienza che è tale, in quanto è tutta e perfetta a
un tratto, senza possibilità di svolgimento sto¬ rico. Ossia, la
scienza per ottenere la quale ] tutto questo svolgimento, in cui è pure
tutta la vita e tutto l’essere nostro, non giova: un ideale, al cui
cospetto quel travaglio men¬ tale, che ci par tuttavia la cosa più
seria del mondo, non ha valore di sorta '). Dentro questa
visione si chiude tutta la filosofia greca, e ogni filosofia che,
come quella del medio evo, accetta la logica, ossia la maniera
d’intendere la verità, di Aristo- tile. Questa logica si può definire la
logica della trascendenza; o altrimenti, la logica dell’intellettualismo:
per questa logica infatti la verità, che è termine dello intelletto, è
tra¬ scendente, radicalmente superiore all’intel¬ letto stesso; e
questo è ridotto a semplice facoltà passiva, contemplatrice e non
autrice: che è il concetto dell’intelletto nel senso deteriore di questo
termine: quasi una mente, che importa bensì la presenza delle cose
da conoscere, ma non dell’uomo, non dello spirito che le conosce, e
che ha appunto questo di proprio e di diverso rispetto alle cose:
che non è cosa da conoscere, ma l’attività cor¬ relativa, che queste
presuppongono nel loro concetto di « cose da conoscere » : una
mente, insomma, per cui c’è il mondo, ed essa, per cui il mondo è,
non è. Che è come dire: l’uomo, questo divino artefice di quanto è
bello e santo e vero nel mondo, di quanto c i umilia e ci esalta, ora
facendoci piegar le ginocchia innanzi alla potenza terribile del
genio, ora sublimandoci nel gaudio di quanto trascorre immortale i secoli
e aduna nel con¬ senso d’uno spirito solo i morti coi vivi; quest’uomo,
annichilato. Annichilato, s’intende, ai proprii occhi, nella coscienza
che ha del suo essere. Di un uomo così, ignaro del pro¬ prio
valore, men che atomo disperso nell’in¬ finito, Chiesa ed Impero,
accampatisi immediatamente come rappresentanti di Dio, possono disporre a
loro talento, come cose, che non sono persone. Manca la coscienza,
e manca perciò l’individuo: non c’è la libertà, come coscienza
della propria legge. La legge, come la verità, scende dall’alto.
Ma era questo il principio del cristiane¬ simo? Il cristianesimo
voleva essere, al con¬ trario, la redenzione, la rivendicazione del
valore dell’uomo; voleva sollevare l’uomo a T. Dio, facendo scendere Dio
nell’uomo, e ren¬ dendo questo partecipe della natura divina.
Giacché in Gesù, che è l’uomo stesso nella sua idealità, o come
dev’essere concepito, Dio stesso era uomo: con tutte le miserie j
umane, soggetto all’estrema delle miserie, la morte; ed era Dio (quel
dio, che redimeva) in quanto questo uomo, che eroicamente affrontava la
morte, otteneva in questa il premio della missione della sua vita tutta
spesa umanamente in un’opera d’amore. Onde l’amore risorgeva, non più,
come nel mito platonico, contemplazione desiderosa
dell’irraggiungi¬ bile, ma attività dell’uomo che crea se stesso
perennemente: e non era più la celebrazione estatica di un mondo che è,
ma la celebra¬ zione operosa, dolorosa insieme e letificante, di un
mondo, che è regno di Dio essendo la purificazione della smessa volontà
umana nella fiamma della carità. Onde l’uomo non è più sapere o
intelletto; ma amore o volontà, cioè creatore esso stesso della sua ve¬
rità, che è il bene: la verità che si scorge, j insomma, quando la
cerchiamo con la buona volontà, col cuore puro, mettendo tutto l’essere
nostro, sinceramente, ingenuamente nella ricerca; e che non è più,
quindi, un che di esterno a noi, che si presenti e s’imponga a noi
passivi, ma è il premio o il risultato del nostro sforzo. L’uomo non è
più spettatore; ma artefice. Si desta, e sente se stesso; sente che
senza la sua volontà, senza il suo conato, senza lui, il mondo che ha valore
per lui, la felicità, la vita, Dio, non si raggiunge. Acquista
quindi davvero la coscienza della sua personalità, e però della sua
responsa¬ bilità: poiché vede che da sè dipende tutto; e, lui
caduto, tutto cade; e lui risorto, tutto risorge. L’uomo trova dunque se
stesso nel cristianesimo. Se questa intuizione fosse divenuta
senz’altro concetto complessivo ed organico del mondo, se questo senso
nuovo del valore dello spirito umano avesse rinnovato tutta la
concezione della vita, in cui l’uomo afferma la sua creatrice potenza, se
insomma il contenuto della nuova fede fosse assurto al vi¬ gore di una
nuova filosofia, il cristianesimo avrebbe segnato fin da principio la
morte dell’intellettualismo. Ma la fede non è ancora filosofia: è
visione immediata della verità non integrata in sistema di pensiero. E il
cristiano, quando volle pensare il suo Dio, pensò più a Dio padre che a
Dio figlio, e G. Gentile, Bernardino Te lesto. s’impigliò
nella rete della metafisica aristo telica che il principio della realtà,
come motore immobile, che è solo pensiero di se stesso, e non d’altro,
faceva estraneo alla realtà, e poi s’affaticava invano a colmare
l’abisso tra Dio e la natura; tra la causa del movimento, che non è
movimento, e il mo¬ vimento, che non ha in sè la propria ragione
sufficiente; e quindi tra il principio del di¬ venire, che non diviene, e
la natura che in se non ha la cagione del suo perenne ge¬ nerarsi e
corrompersi; e poi tra l’anima e il corpo; e poi ancora tra l’anima che
in¬ tende, ed è lo stesso intendimento in atto, e 1 anima naturale
solo capace di raggiun¬ gere la mera possibilità d’intendere, ma
in¬ capace per sè d'intendere mai realmente: e,' in generale, tra
la materia, potenza, e non più che potenza, di tutto, e la forma, realizzazione
di tutto: come dire, tra l’aspirazione alla vita e la vita: eterno
destino di Tantalo! Aristotelici o platonici, nominalisti o
realisti, averroisti o tomisti, tutti i cristiani che nel medio evo
si sono sforzati di concepire la realtà, sono giunti a questo risultato:
al de¬ stino di lantalo. Tanto più doloroso, tanto più inquietante,
in quanto era pur contenuto nella fede novella, che fiammeggiava a quando
a quando nei mistici, il concetto dell’immanenza di Dio nel mondo, nell’uomo,
nello spirito. La teologia, tutta la filosofia scola¬ stica, anzi
tutta la scienza medievale (che non è tutta filosofia) si costruisce come
scienza di una verità che si sente, appena il sentimento si sveglia
(basti per tutti ricordare Francesco d'Assisi e Jacopone, il suo poeta),
che si sente, dico, estranea all’anima, lontana, oc¬ cupante per
vano riflesso solo l’intelletto del¬ l'uomo, speculazione umbratile e di scuola,
che non entra nell’ intimo e non afferra e non impegna e non riforma e
non fa l’uomo. Scienza vana per chi ravvivava in sé il senti¬ mento
tutto cristiano del valore spirituale: scienza elegante nel suo laborioso
artifizio, sottile nella pellegrinità de’ suoi tecnicismi,
delicatissima nei pazienti avvolgimenti dida¬ scalici in cui si dispiega,
vasta, universale come un mondo per quanti vi si dedicavano: e,
messovi dentro, talvolta, un intelletto di vasto respiro e di tempra
ferrea, vi si ag¬ giravano e scendevano per meati lunghis¬ simi,
con ricerche, che ora ci spaventano per la fatica di pensiero e la forza
di sacrifizio che attestano, fino a toccare l’ultimo fondo delle
difficoltà, in cui la filosofia antica urta e si arresta. E basti per
tutti ricordare il nostro Aquino: i cui sforzi possenti per scuotersi di
dosso la plumbea cappa delle conseguenze ineluttabili dell’antica
filosofia, riempiono l’animo dello studioso moderno di commossa
ammirazione e di reverenza. Chi vuole intendere la storia del
pensiero medievale, deve figgere lo sguardo in questo contrasto
delle maggiori forze spirituali che vi operavano dentro: il misticismo,
che, affer¬ mando immediatamente la presenza di Dio, della verità,
di quanto ha valore, nello spi¬ rito umano, nega la scienza, la
cognizione che è sviluppo e sistema, e tutte le forme a cui lo
sviluppo dello spirito dà luogo nella scienza e nella vita; e la
filosofia intellettua* listica, che, presupponendo una realtà fuori
dello spirito che la ricerca, si affanna in una costruzione, formalmente
ricchissima e sostanzialmente vuota, di quel che non può essere
verità. O verità senza scienza, senza vita dello spirito; — o
scienza, forma elevatissima di questa vita, senza verità, vana.
Quando il medio evo è al tramonto, un uomo di genio raccoglie in una
espressione eloquente il senso di vuoto che l’anima cri¬ stiana
provava nella scienza delle scuole: ma un senso, che non è più schietta
conseguenza di disposizione mistica, la quale, rinunciando alla
scienza, possa trovare il suo appaga¬ mento nell’immediatezza della fede;
anzi, un senso che nasce da un vivo bisogno di sapere, di pensare,
d’intendere. Egli è un dotto, un grande maestro di dottrina, un amante appassionato
della scienza; ma aspira dal pro¬ fondo a una scienza che riempia l’anima
e appaghi i bisogni che la nuova fede ha creati dando all'uomo la
coscienza della sua inizia¬ tiva, della sua posizione centrale nel
mondo: a una scienza insomma che dia la filosofia a questa fede.
Quest’uomo, che si presenta sulla soglia del rinascimento con la
coscienza di tale nuovo problema, e che, parlando un linguaggio
pieno di malinconica nostalgia per un tempo che non è il suo, avvia
per una nuova strada lo spirito umano, svegliando intorno e innanzi
a sè una lunga schiera e* folta di ricercatori, che indagano con
fedel oscura ma salda una scienza nuova, che noni essi potranno
trovare, è un grande poeta,! che fu anche un grande scrutatore
deH’anima propria colta e sensibilissima, I'rancesco le trarca:
iniziatore deH’umanesimo. L’umanesimo ha un doppio valore
storico negativo e positivo. È guerra alla scienza del medio
evo, combattuta bensì con argomenti alquanto estrinseci e con
spirito assolutamente restio per lo più, a passare attraverso a
quelli scienza per superarla: combattuta con 1; satira della forma
letteraria, ispida, irsuta lutulenta, aspra di terminologia creata
dal l’intelletto assottigliantesi nell’astrazione quello
degli studi, e quell’altro, in cui purj vive come uomo, che ha famiglia e
interess sociali, non è il suo mondo; il letterato in^ somma che
non è uomo. Tale il Petrarca, i cui sdegni contro l’avara Babilonia e il
saluto augurale ed ammonitore allo spirito gentile sono
superfetazioni retoriche della sua poe? sia. Tale non era stato quell'Alighieri,
che fu a lui sempre incomprensibile, nel poemi divino,
contemplazione e poesia, ma di uno spirito energico, che guarda al suo
tempo, e s’appassiona per tutte le lotte che gli si agitano
attorno, e fa tuonare da Dio la parola che può essere la salute di tutti.
Letterati saranno tutti i poeti e filosofi della Italia fio¬
rentissima del rinascimento, che accetteranno tutti la vita quale la
troveranno, poiché la loro vera vita essi se la faranno dentro,
nella fantasia e nella speculazione, nel mondo creato da loro. La
stessa religione, fissatasi al loro sguardo nella Chiesa, che non solo
associa le anime, ma le forma e riforma, con l’ammini¬ strazione
del divino commessole, con la sua teologia e con la sua filosofia,
diventa per loro qualche cosa di estrinseco e indifferente, che
ogni cittadino nel suo paese deve accettare come le leggi dello Stato.
Cioè, in realtà, essi non partecipano alla religione del paese; ma
ne hanno una per conto loro, il loro Dio è la loro arte, la loro filosofia,
alle quali votano tutta infatti l’anima loro e subordinano ogni
altro interesse, almeno nell’intimo del loro spirito. Non è,
veramente, nè indifferentismo re¬ ligioso, nè tanto meno ateismo. Ma
ateismo pare verso la religiosità ufficiale di cui si ridono,
ancorché esteriormente le professino ogni riguardo. Quindi i conflitti
frequenti e le prigioni e i roghi, che aspettano i nostri filosofi
del secolo xvi. Il letterato, a ogni modo, stralciandosi
dalla vita comune, in cui si era consolidata, in forma di instituzioni
costrittive dell’indi¬ viduo, l'intuizione trascendente e
intellettua¬ listica del medio evo, ereditata dalla filosofia
greca, ristaurava, come poteva, la libertà dello spirito che si fa il suo
mondo; e si fa un mondo di puro pensiero, poiché non gli è
consentito di scrollare, d’un tratto, quell’altro della comunità sociale;
al quale per altro, a suo tempo, perverrà egualmente quando il
principio suo, il principio della libertà, diverrà nel secolo xvm coscienza di
tutti. E per questa sua ristaurazione, che è perfetta ed assoluta
rispetto al mondo dell’umanista, egli, il malvisto della Chiesa, il
perseguitato nei libri che saranno proibiti, nell’insegna¬ mento
che sarà vietato, nella persona' che sarà bruciata, egli è più cristiano
dei suoi persecutori: egli è il continuatore dello spi¬ rito vero
del cristianesimo. Ha infranta e buttata via, con l’impeto. • della
giovinezza, la vecchia filosofia, la fida, l’eterna alleata della
chiesa medievale, come della chiesa di oggi e di ogni chiesa avvenire
(poiché un medio evo bisogna che ci sia sempre); ma non si è
abbandonato, come si faceva una volta, al misticismo; anzi celebra la
potenza dello spirito; e, poiché una filosofia sua non ce rha (e non
era facile averla, dopo il ri¬ fiuto di una filosofia opera millenaria),
ei la ricerca nell’antichità più remota. La ricerca dove, a dir
vero, era vano cercarla; perchè quell’antichità aveva generato il medio
evo; ma l’umanista non sa questo, e non può cre¬ dere che Platone,
Aristotile, quei maestri solenni di sapienza umana, che gli
scrittori antichi a una voce lodano, possono avere in¬ sertato la
dottrina di cui essi vedono la tar¬ diva e sfigurata immagine nelle
scuole del loro tempo. E poiché, in realtà, noi troviamo solo
quello che cerchiamo, gli umanisti, che imparano il greco, e vanno a
leggere nei testi originali e traducono e commentano, col sussidio
dei più genuini commenti greci, gli scritti di Platone ed Aristotile,
scoprono un mondo nuovo; un altro Platone e un altro Aristotile da
quelli che erano i maestri della filosofia del medio evo; non dico
di quella filosofia, ansimante nella logica termi- nistica degli
occamisti, che sul cadere del 300 lacerava le orecchie delicate dei primi
uma¬ nisti fiorentini, i quali avviarono pure i lavori delle nuove
traduzioni greche (chè codesta è la filosofia della decadenza
medioevale); ma di quella che e la vera, la essenziale filosofia
dell epoca: la filosofia della trascen¬ denza e dell’intellettualismo. E
non occorre dire che, se essi non trovano più i maestri di questa
filosofia, è perchè muovono da una condizione spirituale affatto nuova,
che fa di questo ritorno all’antico, che avviene nel 400, '
qualcosa di radicalmente diverso non solo dalla primitiva ellenizzazione
del cristiane¬ simo nel periodo alessandrino, ma anche, e sopra
tutto, da quel primo ritorno alle fonti I greche del sapere, che era già
avvenuto nel secolo xm, nel tempo stesso di San Tom- I maso.
Marsilio Ticino e Pico della Mirandola, in j cui culmina la
direzione platonizzante, sono j platonici; ma sono profondamente
cristiani; 1 e un aura di mistica religiosità pervade tutto 1 il
loro pensiero, che vede e sente Dio per ] tutto, e sommamente nell’anima
umana; e, | ispirandosi ai neoplatonici anzi che a Pia- J tone,
accentuano più della trascendenza, che ] non possono negare, l’immanenza
del divino I nella realtà naturale e aspirante a ritornare ] all
Uno da cui trae sua origine: e aprono la 1 via a Leone Ebreo e a Bruno. Pomponazzi,
il maggiore aristote- 1 fico, fiorito al principio del 500 dal movimento
filologico sui testi di Aristotile del secolo antecedente, scopre un
Aristotile, che non è più quello dei tomisti, nè quello degli aver-
roisti: un Aristotile che, a poco per volta, secondo apparisce dai varii
gradi attraversati dalla speculazione stessa del Pomponazzi,
finisce col persuadersi che la materia si possa sollevare da sè fino
all’intelligenza, senza il sussidio dell’intelletto separato; e che
l’anima umana, ultimo risultato così del processo della natura,
possa compiere in questo mondo, con le sue forze, tutta la sua missione,
che è principalmente il ben fare, la virtù; e che tutti poi i fatti
della natura debbano pel filo¬ sofo spiegarsi meccanicamente, per le
loro cause: un Aristotile, insomma, per cui quel che rimane di
trascendente (e rimane tutto quello che nell’Aristotile originale e
nell’Ari- stotile medievale, ossia nella scolastica, era tale) non
serve più alla ricostruzione e spiegazione della realtà che sola è per il
filo¬ sofo. Sicché la filologia del secolo xv riesce, ricalcando
gli antichi modelli con lo spirito nuovo dell’umanesimo, a cavarne due
intui¬ zioni generali, in cui la filosofia greca riapparisce trasfigurata
e come ricreata dal soffio spirituale del cristianesimo, inteso, come
ho detto, quale autonomia e valore assoluto della natura e
dell’uomo. La nuova filo¬ sofia infatti dicesi platonica e aristotelica
$ ed è cristiana, ancorché mal veduta e con-] dannata dai
rappresentanti ufficiali del cri-^ stianesimo. Guardatela in
Machiavelli, contemporaneo di Pomponazzi e coerede suo della tradii
zione filologica del secolo xv: chè tutto il suo realismo politico,
quella concezione dello ^ spirito, della storia, dello Stato, tutta
fon¬ data sulla visione della realtà effettuale e I illuminata
dalla lezione degli antichi, non è I come il positivismo guicciardiniano
un empi- I rismo, ma è una vera e propria speculazione I
(Machiavelli è un idealista); la quale dello I studio degli antichi si
giova solo per libe- I rare l’uomo dalle contingenze storiche, quali
I sono per lei tutte le forme e istituzioni me-j I dievali sorrette
dalla autorità di una tra- I dizione irrazionale; e studiarlo quindi per
I quel che esso è, nelle sue forze e nelle sue I reali attinenze
col resto del mondo, come il I vero ed unico autore della sua storia: una
J specie di naturalismo del mondo umano. Guardate, dico,
questa nuova filosofia nel I Machiavelli. Machiavellismo sarà dopo un
secolo, nel Campanella, sinonimo di « achito- fellismo », negazione di
ogni fede religiosa, p l’achitofellismo, più o meno apertamente e
coraggiosamente, è la conclusione defini¬ tiva e il succo delle dottrine
di tutti i pen¬ satori del 500: anzi, di tutto lo spirito italiano
del secolo: a cui l’interpretazione aristotelica si ispira e si conforma.
Giacché averroisti e alessandristi, per diverse vie, tendono tutti
alla stessa mèta: che è la spiegazione naturale di quel che una volta pareva
superiore affatto alla natura; e gli artisti, si chiamino Ariosto o
Folengo, non conoscono altro inondo, oltre quello naturale ed
umano. Ma negavano perciò Dio? Se Dio è quel Dio, che, stando
fuori della natura e del¬ l’uomo, rende impossibile concepire una
na¬ tura divina e un uomo divino, Dio essi lo negavano, perchè
affermavano il valore as¬ soluto della natura e deH’uomo. Ma quel
Dio, che era sceso in terra, e si era fatto uomo, e aveva redento
la natura, era la radice della religione, che, essi primi, dopo il lungo
vano travaglio medievale, ristauravano nella storia della
umanità. Essi, infatti, per la prima volta, rivendicavano in
libertà, dal misticismo e dall’ intellettiialismo, che ne sono per opposte
ra-, gioni la oppressione aduggiatrice, il sensi profondo, proprio
del cristianesimo, dellaI divinità della vita che crea eternamente
sj stessa, dell essere che nella propria logica ha eternamente la
ragione del proprio traJ formarsi e perpetuarsi trasformandosi.
Quando l’umanesimo venne per tal modo in chi prima e in chi dopo,
alla maturiti della rinascenza, lo spirito umano potè met¬ tere
quasi 1 anelito potente di una nuova; vita, e di filologia farsi
filosofia. Quando il nuovo Platone e il nuovo Aristotile ridie¬
dero all’uomo la coscienza dell’immanente suo valore, e l’ebbero allenato
alla libertà dell esser suo, e dell’essere naturale, cui il suo
essere appartiene, lo stesso Platone e lo stesso Aristotile, (questi
sopra tutto, che era stato il vero signore delle scuole e il
maestro di ogni umana sapienza) dovevano necessariamente perdere il loro prestigio
di rivelatori privilegiati delle verità naturali.] L umanista
e ancora un platonico o un aristotelico; cerca la scienza; e non sa
nè anche come deve cercarla; e interroga gli] antichi, che la
tradizione e la fama consacra nella generale estimazione come i soli filosofi.
UMANESIMO E RINASCIMENTO il fil° s °f° c l e H a
rinascenza da questi ntichi, meglio conosciuti e studiati con lo
spirito nuovo dell’umanesimo, ha appreso he la natura si spiega con la
natura, la toria con la storia; e che bisogna cercare quindi nel
gran libro della natura e della realtà effettuale dei fatti umani che
cosa è la natura e che cosa è l’uomo. Gli antichi maestri
rimandavano i nuovi scolari all’os¬ servazione diretta di quel che essi
avevano osservato e inteso come era possibile a loro, senza nessun
sentore della imprescindibile presenza del soggetto umano nel mondo
del¬ l'uomo. La libertà, che gli scolari appresero da loro, quali
essi li videro coi loro occhi nuovi, la libertà essi la affermarono ben
pre¬ sto contro l’autorità dei maestri, che faceva della verità
qualche cosa di dato e di estrin¬ seco alla mente come il Dio nascosto
della teologia, come la realtà dell’intellettualismo. E però gli
umanisti, divenuti filosofi, come parvero, e in un certo senso furono,
atei e achitofellisti, furono antiaristotelici e, in ge¬ nerale,
ribelli all’autorità degli antichi. Tutti invasi da un fantasma affatto
nuovo, non in- travvisto mai dagli antichi scrittori: quello in cui
i vecchi pensatori e sacerdoti l’avj vano posta a sedere, quasi
paralitica impoJ tente: e si sgranchisce, e procede col tempo! e
vive di questo suo cammino pei secoli ' anzi per le menti delle
generazioni, che si succedono, e mai indarno: quasi fiamma che]
passi da una mano all’altra e mai non sii spenga perchè accenda sempre nuovi
incendiiJ e sempre più vasti. / eritas jilia temporis! Gli
uomini, che peri lo innanzi avevano concepito la verità cornei pei
se stante e non come il loro lavoro, I l’avevan sempre collocata dietro a
loro', al principio della loro vita, nel paradiso ter- ] restie,
nell età dell oro, nel vangelo rinnoJ vatore e iniziatore di un’era nuova
già fin da principio perfetta, o, almeno (la verità acJ cessibile a
mente umana) nell’insegnamento degli antichi, venuti crescendo perciò
sempre ] più nella venerazione dell’universale e illuni! nandosi
dell’aureola della saggezza, onde agli t occhi dei fanciulli si ricinge
sempre la canizie , dei vegliardi. — Sì, è vero, si comincia a dire
I sulla fine del secolo xvi : la sapienza cresci cogli anni ; ma i
vecchi siamo noi, non quelli che furono prima di noi. — Così dice Bruno;
; e così ripeteranno Bacone e Cartesio, Pascali UMANESIMO E
RINASCIMENTO Malebranche, e poi con voce sempre più alta tutti i
filosofi moderni 4 ). I quali afferme¬ ranno con coscienza sempre più
salda la ] e 11, 1-5; c. 49 r e 49 v : capp. 11 e 12; c. 50 v
a 51 v : cap. 14. Ma per mostrare con un solo esempio, tratto da un
luogo del De retimi natura contenente alcuni periodi famosi (cfr.
anche in questo voi. p. 40: quei periodi in forma poco diversa
erano nel proemio del 1565, soppresso nell’ed. 1570: cfr. sopra pp.
102-3) come il Telesio lavorasse dopo il 1570 attorno al testo della
sua opera, giova riferire il cap. 1 del lib. 11 dell’edizione Cacchi
con le correzioni autografe dell'esemplare napoletano e la
redazione corrispondente del 1588, dov’è mantenuta la più importante
di quelle correzioni. Ecco il cap. dell’ed. Cacchi con le
correzioni dell’autore: Quoniam, quae in superiore Commentario
exposita sunt t alio omnia se habere modo Aristoteli videntur,
eius omnino de singulis illis sxp/icondqw esse, cxcwiviividfini- que
sententiam. Quoniam autem non Terra modo e sublunaribus
primum corpus Aristoteli videtur; sed et aqua itidem, et qui nos ambit
aer, et is, qui Coelo subiacet et cum Coelo circumvolvi videtur; et
unumquodque eorum non ab unica' agente natura, sed a duplici singula
illas, de- bilitatasque, at non eas tamen modo, quae unius sint
corporis, sed omnes simul sibi ipsis commistas, cont- plicatasque, pene
et unum factas inesse; e simplicium itaque complexu, commistioneque
effecta mista Aristo¬ teli dicuntur: et nequaquam a propria Coelum natura,
propriaque calefacere substantia, caloris omnino expers, nec calorem
suscipere ullum aptum, commune sublu¬ naribus habens nihil, penitusque
diversa praeditum na¬ tura, sed sublunarem aerem commovens,
conterensque: et nec a propria omnino forma '), propriaque moveri
substantia, sed ab immotìs motoribus; longe omnia a nostris dissidentia;
ipsius explicanda est, excutiendaque de singulis sententìa: neque enim et
aliorum itidem re- censendae sunt, examinandaeque opiniones, ab
ipso satis reiectae Aristotele, et non penitus etiam notae nobis.
Utinam et cum Peripateticis liceret idem: magno itaque vacuis labore
aliena exponendi reiiciendique, nostra tantum explicanda. esset sententia; at
non admissis modo illorum placitis decretisque, sed ea acceptis
fide ac religione, ut si ex ipsius naturae ore prolata essent: non
igitur rei ullius 1 2 ) amplius natura inspicienda, in- dagandaque
cuipiam videtur, at tantum quid de quaque Aristoteles senserit,
speculandum. Non id ignoscant raor- tales rogandi, quod videlicet in
singulis examinandis et neqnaquam a propria Coelum.., forma,
cancellato. 2) itaque rei ti ullius. T. Arislotelis
sententiis haereamus '): at quod dissentire ab ilio audeamus, et non
illum numinis instar venere- mur; qui si illius dicto audiant, aut factum
incitentur, nihil nobis veritatis studio illi adversantibus succenseant
: quin gratias potius habeant, et idem ipsi faciant omnes: ipse
enim Aristoteles veritatem amicis omnibus prae- honorandam admonet, et
veritatis gratia praeceptorem etiam amicumque incusare nihil vereri
videtur. Huius certe nos amore illecti, et hanc venerantes solam,
in iis, quae ab antiquoribus tradita fuerant acquiescere
impotentes, diu rerum naturam inspeximus: et conspe- ctam (ni fallimur)
tandem aperire illam mortalibus vo- luimus, nec liberi nec probi liominis
officio fungi iudi- cantes, si generi illam hurnano invidentes, at
invidiam ab hominibus veriti ipsi illam occultemus. Age igitur, ut
clarius illa elucescat, agentia rerum principia inquirentem, et prima
constituentem corpora, tum reliqua ex iis componentem, postremo et Coeli
Solisque motu calorem generantem, et motores immotos, a quibus
Coelum moveatur, indagantem, ea omnino, quae in superiore nobis tractata sunt
Commentario, in quibus (ut dictum est) omnibus summe a nobis dissentit,
explican- tem Aristotelem audiamus, eiusque dieta singula ratio-
nesque examinemus. Ed ecco che cosa diventerà questo capitolo nella
redazione definitiva del De rer. natura (ed. Spampanato). Cancellato
questo periodo Non id... haereamus, c corretto: {specu- landnm) quovis
labore nostro, quovis ahorum itidem fastidio, singulae eius positiones
quam diligentissime et saepius eadem interdum esponen¬ do f ex am in a n
daeque omnino sunt (?). Nihil si in iis tractandis plus iusto immoremur
mortales nobis ut ignoscant rogandos esse existimantcs. GENTILE, T. Repeluntur
complura quae superioribus traditi sunt commenlariis. Ponitur stimma
positionum Aristotelìs quae infra sunt expendendae. Materia
non una ei duplex natura agens, et unus calor frigusque unum, mundi huius
universi principia, nec quod terrain mareque et stella? inter quodque
ipsas inter stellas locatum est ens, unam idemque et ab una
eademque universum constitutum natura, nec duo tan¬ tum prima esse
corpora, nec entia reliqua a coeli so- lisque natura e terra effecta,
quemadmodum nobis, Ari¬ stoteli videntur. Ille enim sublunaria omnia una
eadem¬ que e materia; quae supra lunam sunt entia, caelum
stellasque omnes, ex alia constare et quae nihil illi congruat naturarumque
quas illa suscipit prorsus incapax sit; et quod inter lunae orbem
terramque et mare est ens, in duo, in ignem aéremque (ignem enim
supre- mam eius portionem quae lunae orbi subiacet, aerem vero
infimam liane quae terram ambit, appellat), divisam esse affirmat. Et praeter
caelum quattuor esse prima corpora, terram, aquam, aerem, ignem,
decernit: mi- nimeque ad horum constitutionem calorem modo fri¬
gusque sed humiditatem etiam et siccitatem, ut agentes naturas, et ad illorum
singulorum constitutionem nequa- quam earum unam sed oppositionis
utriusque alteram affert; et duplicem omnino singulis agentem
assignat naturane dictisque e quattuor corporibus, at veluti mu-
tuis vulneribus confectis afflictisque et pugnam pertaesis tandem et sibi
ipsis commixtis, pene et unum factis omnibus, entia reliqua constituit
omnia. Et caelum stel¬ lasque omnes propria natura et quae
a calore frigore- que et ab humiditate siccitateque prorsus diversa sit,
do- nat. Itaque calor qui a sale fit non ab eius natura nec a
propriis eius viribus, sed ab eius fit motu, a quo sic caelo suppositus
ignis et bona aéris pars agitetur, conteratur, accendatur accensusque ad
terram usque detrudatur; et nequaquam a propria caelum natura propriaque
substantia sed ab immotis moveri motoribus statuit. Longe tandem mutuo in
omnibus fere dissentimus. Quas ob res Aristotelis explicanda
excutiendaque est de sin- gulis sententia; nec vero et aliorum etiam
opiniones, satis ab ipso, ut videtur, reiectae et quae, nulli
admis- sae, ab ullius removendae sunt animo. Utinam cum Peripateticis liceret
idem: magno aliena exponendi reiciendique labore vacuis, nostra tantum
explicanda esset sententia. At quoniam non admiserunt modo illorum
placita et decreta, sed ea acceperunt fide et religione ac si ex ipsius
naturae ore prolata essent; itaque rei nullius amplius natura inspicienda
indagandaque cuipiam videtur. sed tantum quid de quaque Aristoteles
senserit speculandum: utique quovis labore nostro, aliorum etiam
fastidio quovis, singulae illius positiones quam diligentissime, et saepius
eaedem interdum, exponendae exa- minandaeque sunt. Nihil, si in iis
tractandis plus iusto interdum immoremur, mortales nobis ut ignoscant,
sed quod a summo naturae interprete dissentire audeamus et non
numinis instar illum veneremur, rogandos esse existimamus: qui, si illius
dictum audiant aut factum imitentur, nihil nobis veritatis studio illi
adversantibus succenseant, quin gratias potius habeant idemque ipsi
faciant omnes. Ipse enim liber in philosophando Ari¬ stoteles veritatem
amicis omnibus praehonorandam ad- monet, et veritatis gratia praeceptorem
etiam amicumque incusare nihil veretur. Huius certe solius nos
amore illecti et hanc venerantes solam, in iis quae ab antiquo-
ribus tradita erant acquiescere impotentes, diu rerum naturam inspeximus,
et conspectam, ni fallimur, tandem mortalibus aperire voluimus; nec
liberi nec probi homi- nis officio fungi iudicantes, si generi illam
humano in- videntes aut invidiam ab hominibus veriti, ipsi
illam occultaremus. Ergo, ut clarius illa eluceat, agentia re- rum
principia inquirentem et prima constituentem cor- pora, tum reliqua ex
iis componentem, postremo et càeli'solisque motu calorem generantem et
motores im- motos, a quibus caelum moveatur, indagantem, ea de-
nique, in quibus omnibus summe a nobis dissentit, explicantem Aristotelem
audiamus, et singula eius dieta rationesque examinemus. T.
Consentini De Ret urn natura \ iuxta propria principia | libri IX | ad
illustriss. et Excel- lenriss. D. Ferdinandum Carrafam Nuceriae Ducem
| Neapoli | Apud Horatium Salvianum In f. Sul frontespizio è riprodotta
la figura femminile. Questa edizione definitiva (di cui Graesse, vi, ij, p. 47
ri¬ corda copie con la data 1587) è riprodotta nelle due seguenti:
4- Tractutionum pkilosophicarum tomus unus\ in quo
continentu.r: I. Mocenic! Veneti Universaliutn Institutio-
num ad hominum perfectionem, quatcnus industria paruri potest,
contemplationcs quinque ; Caesat.pini Aretini Quaestionum Peri-
pateticarum, libri v; III. Ber. Telesii De rerum natura, Genevae,
apud Eustach. Vignon; in f. Nè anch'io I10 potuto vedere questa
edizione; che il Nicekon (Mèmoires) dice conforme all’ed.. Spampanato,
pref. alla sua ed. p. xxi, erra dicendo genovese questa ristampa e
credendo relative al De rcr. fiat, le opere del Moce- nigo e del
Cesalpino. T. I i; 5- T. Consentini
De rerum natura iuxta propria principia , Coloniae, Excudebat
Petrus Moulardus,Questa edizione è citata da L. T., in T. Operimi
catalogus, aggiunto alla sua ristampa dell 'Orazione del D’Aquino, p.
71.— Fiorentino, Pomponazzi, cita una edizione del De rei . natura con la
data di « Neapoli 1637»: che dice appartenuta a Ulisse Aldrovandi ed
esistente nella Bibl. Naz. di Bologna. Se non che, come m’informa l’amico
prof. Flores, questa Biblioteca possiede soltanto l’edizione, e del
resto l'Aldrovandi mori nel 1605. È piuttosto da tener presente il
se¬ guente luogo della Orazione 8 del D’Aquino (p. 9): « Onde de’
suoi divini scritti tanta stima ha fatto il mondo, che sono stati dati
più volte in luce, non solamente in Italia, ma in Fiandra ed in Germania: e
sebbene gli Italiani hanno innalzato le sue opere grandemente, le nazioni
straniere si sono ingegnate in ciò di avanzargli, e gli Alemanni, rimosso
il primo titolo del libro, dove egli per sua modestia ponea solamente il
suo nome ed il suggetto dell’opera, l’hanno ornato grandemente d’un altro
nuovo titolo nel quale si contiene, che quella opera è piena di
molta dottrina, e che è necessaria agli studiosi delle lettere così
umane come divine ». T. De rerum natura \ a cura di |
Vincenzo Spampanato, Formiggini editore in Modena. È il 1“ volume dei Filosofi
italiani, col¬ lezione promossa dalla Soc. filos. italiana, diretta da
Felice Tocco. Precede una pref. del Tocco e una dello Spampanato. Il
(piale pubblicherà in altri due volumi il resto del Ve r. nat., e forse
un 4“ e un 5» voi. contenenti dei saggi delle edizioni e gli opuscoli. A questo
i» voi. ha premesso una riproduzione del ritratto inciso dal Morghen,
pubbl. per la prima volta nella Biografia degli uomini ili. del Regno di
Napoli del Gervasi. n 8 appendice bibliografica
Riproduco qui appresso la dedica e il proemio, premessi dal Telesio
all’edizione definitiva della sua opera, secondo la stampa del
Salvianl. Illustrissimo atque exceli.entissimo domino don Ferdinando
Carrafae duci Nuceriae Bernardinus Telesius consentinus.
Commentarios de rerum natura, quos, ut probe no- sti,
excellentissime Princeps, magnis laboribus diutur- nisque confeceram
vigiliis, edendos tandem visum cum csset, sub tuis omnino auspiciis
emittendos esse duximus; nani et domi tuae conscripti fuerant, et
plurtmis magnisque beneficiis, quae in me contuleras, debeban- tur.
Et amplius etiam, quod Aristotelis doctrinam (quam adeo Alexander
excoluit veneratusque est, et quae sub Alexandri patrocinio adeo floruit
tantoque habita fuit in honore) ut sensui et sibi ipsi passim
repugnantem cum damnemus, aliamque et longe ab illa diversam cum
ponamus, non sub regis cuiuspiam auspiciis, qui imperii amplitudine
Alexandro conferri posset, sed sub herois praesidio emittendos esse
duximus, qui nec in- genio nec iudicio nec animi magnitudine nec
virtute omnino ulla ab Alexandro exsuperaretur, quin qui in multis
illum exsuperaret. Et nostri temporis hominum unus tu talis,
excellentissime Princeps, non nobis modo, sed sanis hominibus visus es
omnibus, ltaque nihil ve¬ nti quod opibus potentiaque ab ilio
exsupercris, sub tuis omnino auspiciis emittendos esse decrevimus. Nostra
siquidem doctrina quoniam nec sensui nec sibi ipsi nec sacris etiam
litteris repugnat unquam, quin adeo bis et illi concors est, ut ex
utrisque enata vi- deri possit; quoniam omnino vera est, sese ut ab
m- vidorum calumniis tueatur et, iis reiectis, sese assidue T. effundat
amplificetque, nullis regum opibus nuliaque potentia sed tua modo opus
habet ope; qui sic animi bonis, quae dieta sunt, nihil ab Alexandro
exsuperaris, quin in illorum multis tu illum exsuperas. Nam inge¬
nio iudicioque te ilio quam longissime praestantiorem esse, vel doctrina,
quam uterque admittendam decrevit, manifestai. ,Quam enim ille amplexatus
veneratusque est et summis praemiis summisque dignara existimavit
honoribus, quod dictum est, et sensui et sibi etiam ipsi, quin et Deo
optimo maximo, passim repugnat. Itaque soli calorem lucemque abnegat: et
mundum nequaquam a Deo optimo maximo constructum, sed voluti casu
quodam enatum ponit; et rerum humana- rum administrationem cognitionemque
Deo demit om- nem. Et non sensui modo, sed, ut nostris in com-
mentariis apertissime ostensum est, sibi ipsi etiam passim dissentit
adversaturque ; ut existimare liceat vel in praeceptoris gratiam, nihil
eius fundamentis positionibusque inspectis examinatisque, Alexandro
ad- missam fuisse, vel quam longissime illum abesse, ut ingenio
iudiciove tibi conferri possit. Nam tu doctri- nam nostram non statim,
sed ibi tandem admittendam perdiscendamque esse duxisti, ubi sensui et
sibi ipsi universa et sacrae etiam scripturae bene concors visa
est. Ut, quod dictum est, ingenio iudicioque multo te Alexandro
praestantiorem esse necessario existiman- dum sit. Neque enim, si, quali
tu, ingenio iudiciove donatus ille fuisset, et sensui et sibi ipsi et
sacris divinis litteris passim dissentientem Aristotelis doctri-
nam admittendam duxisset unquam. Animi porro magnitudine fortitudineque nihil
Alexandrum te prae¬ stantiorem fuisse res, a te in Peloponneso
gestae, manifestant: ubi, innumerabilibus Turcarum equitibus in
Christianorum exercitum, turbatum iam trepidan- temque, irruentibus (qui
omnino nisi a te repressi reiectique fuissent, magnimi nostris incommodum
illaturi erant), non magno veteranoque cum exercitu, ut Ale¬
xander, sed perpaucis cum peditibus, in fugam iam coniectis et a te
retentis tuaque praesentia et fortitudine confirmatis, sponte tua te opposuisti;
et longe illorum plurimis interfectis, reliquos in fugam coniecisti
peni- tusque prodigasti. Itaque Christianorum exercitum, sum- mum
iam in periculum adductum et in fugam iam con- versum confirmasti
conservastique : talem omnino te praestitisti, ut eorum, qui pugnantem te
conspexere, nulli dubium esse posset, quin, si unquam exercitus
ductandi magnaque bella gerendi occasio tibi oblata foret, bellicam
Alexandri gloriam aequaturus et supe- raturus etiam esses. At pares, quae
dictae sunt, vir- tutes in utroque ut sint, puriores certe in te
splendent, neque enim, quod in ilio passae interdum sunt, ab
immixtis vitiis in te obscuratae sunt unquam. Et ne- quaquam, ut ille,
deos tu colis ab hominibus effictos multisque obnoxios vitiis; sed Deum
venerans, caeli terr:eque conditorem et qui unigeniti Filii sui
morte humanum genus servari substinuit, sanctissimaque eius
praecepta summa observas cum religione. Minus etiam generis claritate ab Alexandro
exsuperaris, siquidem Carraforum) familia multis iam saeculis plurimorum
ma- gnorumque principum coronis et regio etiam diademate effulget
(nam tuus ille Stephanus Sardiniae regnum regio cum titulo obtinuit diuque
possedit), et plurimorum magnorumque sacrorum antistitum puniceis pileis
et pontificia etiam corona exornata est: ut ambigere non liceat,
quin generis etiam claritate nihil ab Alexandro exsupereris. Quoniam
igitur, Alexandro collatus, nec generis claritate nec ullis animi bonis
inferior videri Spamp. Carra/arum. potes; age, commentarios nostros
(propterea in primis tibi dicatos, quod Alexandro si) quidem fortuna
impe- rioque, non certe et ingenio iudiciove, nec vel magnitu¬ dine
vel aliis ullis animi bonis ab ilio J ) exsuperaris, quin in multis tu
illum exsuperas) libens suscipe. Et si Aristo- telis voluminibus, quae
tantis Alexander praemiis tan- toque digna existimavit honore, niliil
deteriores tibi visi sint; et nostri mores nostrumque ingenium, quod
pe- nitus tibi perspectum sit oportet, nihil me unquam (cuiusmodi
Aristoteles erga Alexandrum fuit) tuorum erga me beneficiorum immemorem
ingratumque futu- rum suspicari sinent 3 ); non quidem, ut non
minoribus praemiis nos prosequaris, rogamus (quae scilicet a prae-
senti fortuna tua exspectari non possunt et quae nulla a te expetimus,
satis superque a benigni tate tua ditati), sed ut non minore me
prosequaris benevolenza et, quod hactenus strenue fecisti, Peripatedcorum
iniurias calurn- niasque repellas. Nihil omnino, quam Aristoteles Alexandro
fuit, me tibi minus carum, neque in minore, quam ab ilio habitus fuit,
nos a te in honore haberi homines intelligant. Hoc vero, ut praestes,
percupimus et summopere te rogamus. Vale, o praesidium et dulce
decus meum. Spamp. Quod si. Spamp. Ab Alexandro. Spamp.
Sinant. I Bernardini Telesii Comentini De rerum natura
iuxta propria principia Liber primus: Prooemium ').
Mandi constructionem corporumque in eo contentoram magnitu- dinem
naturamque 2) non ratione, quod antiquiorihus factum est, inquirendam,
sed sensu percipiendam et ab ipsis liaben- dam esse rebus. ,
Qui ante nos mundi huius constructionem rerum- que in eo
contentarum naturam 3 ) perscrutati sunt, diu¬ turni quidem vigiliis
magnisque illam indagasse 4) labo- ribus, at nequaquam inspexisse
videntur. Quid enim iis illa innotuisse videri queat 5), quorum sermones
omnes et rebus et sibi etiam ipsis dissentiant adversique sint? Id
vero propterea iis evenisse existimare licet 1 2 3 4 5 6 7 ), quod, nimis
forte sibi ipsis confisi, nequaquam, quod opor- tebat, res ipsas earumque
vires intuiti, eam rebus ma- gnitudinem ingeniumque et facultates '),
quibus donatae videntur, indidere. Sed veluti, cum Deo de sapientia
contendentes decertantesque, mundi ipsius principia et caussas ratione
inquirere ausi, et, quae non invenerant, inventa ea sibi esse
existimantes volentesque, veluti suo arbitratu mundum effinxere. Itaque corporibus, e quibus
1) Questo Proemio formava il cap. i del lib. i nella ediz. 1570
con alcune varianti che saranno qui appresso indicate: rultima delle
quali assai notevole. coni etti or uni naturam. rerumqtu
naturam. 4) indagasse illatn. 5) videri potest.
6) evenisse videtur. 7) id rebus ingenium easque
facultates. 8) causas. constare is videtur, nec magnitudinera
positionemque, quam sortita apparent, nec dignitatem viresque ‘),
quibus praedita videntur, sed quibus donari oportere propria ratio
dictavit, largiti sunt. Non scilicet eo usque sibi homines piacere et eo
usque animo efferri oportebat, ut (veluti naturae praeeuntes, et Dei
ipsius non sapien- tiam modo 1 2 3 4 5 ) sed potentiam etiam i)
affectantes) ea ipsi rebus darent, quae rebus inesse intuid non
forent et quae ab ipsis omnino habenda erant rebus. Nos non adeo
nobis confisi, et tardiore ingenio et animo donati remissiore, et humanae
omnino sapientiae amatores cul- toresque (quae quidem vel ad summum
pervenisse vi- deri debet, si, quae sensus patefecerit et quae e
rerum sensu perceptarum similitudine haberi possunt, inspe- xerit),
mundum ipsutn et singula eius partes, et partium rerumque in eo
contentarum passiones, acriones, opera- tiones et species intueri
proposuimus. IUae enim 4), recte perspectae, propriam singulae
magnitudinem, hae 5 ) verum ingenium viresque et naturam manifestabunt.
Ut si nihil divinum, nihil admiradone dignum, nihil etiam valde
acutum nostris inesse visura fuerit, at nihil ea tamen vel rebus vel sibi
ipsi repugnent unquam; sen- suin videlicet nos et naturam, aliud
praeterea nihil, se- cud sumus, quae, perpetuo 6 ) sibi ipsi concors,
idem semper et eodem agit modo atque idem semper ope- ratur. Nec
tamen, si quid eorum, quae nobis posita sunt, sacris litteris
catholicaeve ecclesiae non cohaereat, tenendum id, quin penitus
reiciendum, asseveramus 1) ejfmxere et corporibus. e quibus
constate is videtur. non ram tua- gnUudinem eamque dignitatem et
vires. 2) modo sapientiam. 3) etiam potentiam.
4) aciiones atque operationes intueri. 5) magnitudinem ac
speciem, hae. 6) s unirne. contendimusque. Nequeenim humana
modo ratio quaevis, sed ipse edam sensus illis posthabendus; et si illis
non congruat, abnegandus omnino et ipse etiam est sensus *).
7- Bernardini | Telesii | Consentini | De hìs, quae in
Aere fiunt; et de Terrae- \ motibus. Liber (Jnicus | cum Superiorum
facultate. | Neapoli, | Apud Iosephum C'ac- chium. Carte. 14 nuin. nel
redo. Sul frontespizio è la solita figura fem¬ minile, eom’è anche nei
due opuscoli seguenti. Precede questa dedica:
Illustrissimo et Reverendissimo Tolomeo Gallio Cardinali
Comensi ac Archiepiscopo Sipontino Bernardinus Telesius S. P.
D. Quoniam plurimis gravissimisque, ut nosti, molestiis
oppresso detentoque, ad te, quod summe quidem sem- per cupivi, et quo
nihil mihi iucundius contingere pos- set, venire tecumque vivere non
licet; nec vero alia ratione meam erga te observaniiam gratitudinemque
ma¬ nifestare; utrumque, quo licet modo, ut efficerem, Com-
mentarium De iis quae in aère fiunt, ad te mittere statui. Minus certe
munus, quam quod tuis erga me meritis debeo; qui scilicet cum nulla alia
in re studium voluntatemque tuam a me desiderati passus sis, tum
vero studiorum meorum egregius imprimis fautor sem- per fuisti. Multo
etiam minus quam quod virtutes tuae expostulant, surnma integritas,
summaque in omnes cha- ritas; non illae quidem ad homines alliciendos
simulatae, [Mancano i due ultimi periodi: JVec tamen... est sensus. a
ut segnes unquam, sed verae puraeque, et unius honesd grada scraper
vigiles semperque operantes; et summa prudentia, rerumque omnium cognido.
Emicue- runt quidem illae, cum sub Pio IIII. Pontif. Max. Chri-
stianam Rempublicam tu imprimis tractares, administra- resque; et ita
eraicuere, ut multo spiendidius emicaturae viderentur, si tempus unquam
nactae forent, in quo liberius splendere possent. Summam praeterea animi
tui magnitudinem quis non summopere amet summeque ve- neretur? Qua
effectum est, ut nullis bonorum quorumvis accessionibus quicquam elatus
aut immutatus omnino esses unquam; bona scilicet quaevis, et quae virtus
tibi pararat tua, te minora semper visa sunt, et fuere me- hercule
semper minora; itaque nihil illa te extulere unquam. Me quidem diu
penitusque egregias animi tui virtutes et mores cum sancdtatis tum vero
et iucun- ditatis plenissimos intuitum tanta illae erga te venera-
done tantoque animi tui amore desiderioque inflamma- runt, ut nec
venerari te satis, nec colere amareque, et tecum esse satis desiderare
posse videar. At multo, ut dixi, maiora a me meritus, parvo hoc munere,
scio, contentus eris ; Deum Opt. Max. imitatus, qui non quas non
habemus opes, nec opes omnino ullas, sed veram modo pietatem, esto et
modici thuris evaporationem a nobis poscit. Tum qualecunque id est,
perpetuum erit, spero, tuorum erga me meritorum, et meae erga te
observantiae charitatisque signum. Vale. T. | Consentini De color um
generatione Opusculum. Cum superiorum facultate | Neapoli, | Apud
Iosephum Cacchium. In-4 1 cc. 7 nnmiii. nel redo. Precede la seguente
dedica, in alcuni esemplari premessa ai due libri del De t er. natura del
'70 per errore di chi legò con essi questi opuscoli. Illustr. mo Io
anni Hieronymo Aquevivio Hadrianensium Duci T.,
CONSENTINUS S. P. D. Multos equidem iam annos surama te
prosequor veneratione, summoque tui videndi desiderio teneor. Neque
enim unus aut alter te cum caeteris animi bonis virtutibusquetum vero divino
sane ingenio iudicio- que longe acerrimo praeditum disciplinisque
omnibus apprime ornatum mihi praedicavit; sed communis om¬ nium
consensus, et eorum praecipue qui et te magis norunt, et qui, quae in te
sunt, bona reliquis exqui- sitius intueri possunt: in primis Marius
C/aleota (qui vir et quantus!): hic quideni te non summis aetatis
nostrae hominibus, sed antiquis illis haeroibus ac divinis viris
conferre nihil veretur; nec vero Rempublicam vel manu vel consilio adiuvandi
occasionem nactus si sis umquam, quin illorum gloriam exaeques, aut etiam
exsuperes du- bitat quicquam. Admirabilem scilicet intuitus naturam
tuam, et cum reliquarum honestarum disciplinarum tum vero philosophiae
studiis diu summaque excultam diligentia, summa itaque erga te charitate ac
veneratione sum¬ moque tui desiderio me inflammavit (rie). Quod si per
mo- lestias, quibus multos iam annos assidue opprimor, mihi
licuisset, promptius, mihi crede, ad te quani ad fortuna- tissimos reges
advolassem; et praesens animi mei propen- sionem erga te patefecissem, ac
dedidissem omnhio me tibi. Id quando adhuc facere non licuit studiorum
meo- rum monumentum quippiam tibi offerre visum est, quod meae erga
te observantiae signum esset: itaque commen- tarium De colorum
generatione ad te mitto. Libens, spero, munus, qualecumque est, accipies,
in quo nimi- rum hominem, qui te nunquam vidit, virtutum tuarum
pulchritudine ac fulgore incensum intuebere. Nani, si probatus tibi ille
fuerit, et perobscuram adhuc, ut videtur, colorum naturarli exortumque
patefecerit, id vero opi- bus a te omnibus carius aestimatum iri certo
scio; ut qui illustrissimorum maiorum tuorum more rerum cogni-
tionem rebus omnibus ac regnis edam ipsis praehaben- dam semper duxeris.
Vale. 9- Bernardini | T. | Consendni | De mari, \
Li- ber Unicus. | Ad Ulustriss. Ferdinandum Carrafam | Soriani Comitem. |
Neapoli, | Apud Iosephuin Cacchium. In fondo all'opuscolo-. Cum Licentia
Superiorum. Sono cc. 12 numm. nel recto-, in-4®. Precede
questa dedica: Illustriss. Ferdinando Carraeae Soriani
Comiti T. S. P. D. Cum primum literas tuas accepi,
quibus declarabas te in iis, quae de mari ab Aristotele tradita erant,
acquie- scere minime posse, et quid de eius natura et motibus
sentirem, ad te conscribere mandabas: etsi plurimis (ut nosti) opprimerer
molestiis, dbi tamen ut morem gererem tuique desiderio sadsfacerem,
commentari uni, quem iam pridem de eo conscripseram, rudem adhuc,
quantum per praesentes occupadones licuit, polivi. Et praeter morem
nostrum, prius quae ab Aristotele tra¬ dita sunt, in eo exponuntur
examinanturque, ut fa¬ cile homines intelligerent iure te in iis
acquiescere non potuisse: tum nostra apponuntur. Perleges vero tu
il¬ luni, et si tibi probatus sit talisque visus, qui et tuo sub
nomine in lucem prodire queat, prodeat. Neque enim, quae tu admittenda
decreveris, alii ut damnent vereri licet; libens certe confectum tibi
opus, qualecum- que id sit, accipies; summara in eo meam erga te
charitatem observantiamque intuitus et grati animi si- gnum cura erga te,
tum et erga illustrissimos parentes tuos, Alfonsum Nuceriae Ducem, virum
unum omnium optimum constantissimumque, et loannam Castriotam, quae
cum maxime fortunae corporisque bonis affluat, et tantis omnino, quantis
plura ne optare quidem liceat, si cum alias eius animi virtutes, tum
vero, quae aegre si- tnul coire videntur, lenitatem sublimitatemque summe
in ilio coniunctas, pene et unum factas quis inspiciat, vix illorum
splendorem intueatur; ut mihi quidem nostrae aetatis homines nihil ea
amabilius, nihil etiam divintus conspicere posse videantur. Haec vero tu
eius paren- tisque tui splendorem summamque utriusque generis
claritatem ne novis luminibus non illustres dubitandum est quicquam. Nam
mihi quidem te illosque intuenti, quae in illorum utroque corporis
animique bona sunt, ex utroque hausisse videris omnia: minimeque vel
eo- rum vel avorum gloria vel tantarum opum possessione, totve ac
tantorum populorum dominatione contentus tuo tibi ut studio tuoque labore
novum decus novos- que honores acquiras summa attendis cum
diligentia. Age vero, qua coepisti perge, et mihi crede, non sum-
mam modo gloriam, sed veram adipisceris felicitatem, summae nimirum
fortunae summam adiicies sapientiam. Vale. io.
Bernardini | Telesii | Consentini | Vani de natu- ralibus | rebus libelli
\ ab Antonio Persio editi. | Quo¬ rum alii nunquam antea excusi, alii
meliores | facti pro- deunt. | Sunt autem hi | de Cometis, et | Lacteo
Cir- culo. | De liis, quae in Aere fiunt. | De Iride. | De Man. SCRITTI
DI B. T. Quod Animai universum. | De Usu Respirationis. | De Coloribus.
| De Saporibus. | De Somno. | Unicuique libello appositus est capitum
Index. | Cum privilegio | [insegna tipografica) | Venetiis M.D.XC. | Apud
Felicem Valgrisium. Dopo la pref. Antonine Persine camiido Perfori, c’è l’ Inde
a opusculorum, diviso in due parti: Prima pars, in qua precipua
Metereologica continentur; Secunda pars, in qua, quae Parva naturalia
dici possimi, tractantur. Nella 1“ classe sono compresi
i quattro opuscoli De Cometis et tacteo circolo, De bis quae in apre
fiunl (dedicati entrambi a Gian Iacopo Tomaie), De iride (al vescovo di
Padova Luigi Cornelio) e De mari (a Francesco Patrizio).
Nella 2 a altri cinque opuscoli : Quod animai universum ab unica
animae substantia gubernatur contro Calenum (a Tinelli), De usu respirationis
(a Giovanni Micheli), De coloribus (a Benedetto Giorgi), De saporibus (a
Fed. Pendasio), De somno (a Girolamo Mercuriale). Il volume
consta di 4 carte inn. a principio, 5 parimenti inn. in fine e dei 9
opuscoli ciascuno dei quali con numerazione a sé, sul recto, e con
frontespizio particolare; tranne il primo. Il I- 1 I op. di cc. (De Com. e De Air); il III (De ir.) di cc.
20; il IV (De mari) di cc. 19; il V (Quod anim.) di cc. 47; De usu)
cc. 8; De color.) cc. 15; (De sapor.)
cc. 15; De somno) cc. 15. Riporto la prefazione generale e le sin¬
gole dediche. «) Antonius Persius CANDIDO
LECTORI. Novem haec Bernardini Telesii physica opuscula, quo¬
rum tria tantum antehac excusa fuerunt, eodem omnia volumine complexa, ut
publici iuris efficienda curarim id fuit causae potissimum, Candide
lector, quod, cum paucissima eorum exempla circumferrentur, adeo ut
jpsi mihi, qui Telesio inter vivos agenti coniunctissimus, G.
Gentile, Bernardino Telesio. 1.^0 ac, ni fallor,
carissimus fueram, antequani unius ex sin- gulis compos fierem, sudandum
fuerit, liuic malo quani primum eonsulere necessarium existimarim.
Timebam enim ego duorum alierum, vel scilicet ne labores Ili
perirent omnino, vel ne quis eos tanquain proprii sibi partum ingenii
vindicans, suuni iis noinen, Telesii ex- puncto nomine, inscriberet, et
ut sua tandem in com- mune proferret. Cuiusmodi non defuturos homines
fuisse ut milii persuaderem effecere multi, quos novi egomet
consimilem lusisse ludum. Ac profecto nostra liac tem¬ pestate, si ulla
unquam alia factum est, malis hisce ar- tibus prò sapientia uti
licet. Ut autem rem piane intelligas, erant ex his tres tan¬
tum modo, ut dixi, excusi libri, De his quae in aere fiunt scilicet unus,
alter De mari, tertius De colorum generatione. Ac De mari quident
ille non- nullis auctior capitibus tibi datur, quae nos in ipsius
calcem omnia reiecimus. Qui vero De coloribus est, longe prodit alius,
non verbis tantum, sed et sententiis atque opinione. Caeteri omnes nunc
primum publicantur. Ex iis, qui mihi a T. missi fuere (sunt autem hi; De
somno, De saporibus, De bis quae in aere, De mari), hi longe aliis
emendatiores exhi- bentur; reliqui autem, quos aliunde expiscatus sum
(cu- ravit eos mihi Franciscus Mutus, praestanti vir doctrina ac T.
philosophiae cognitione liaud levi praeditus), ii non solum alicubi
imperfecti, veruni etiam tam male exarati ac mendose exscripti erant, ut
divi- nandum mihi fuerit in plerisque locis. Cum autem in iis
exentplaribus, quae nacti sumus, loci nulli neque Aristotelis, neque
Galeni, neque aliorum, qui a I elesio laudantur authores, neque in
contextu, neque in mar¬ gine notati extarent, nos eos omnes in tuum
commo- dum, Amice Lector. ad oram cuiusque libelli rite ad-
scripsimus. Ad haec
schemata quaedam in libello De SCRITTI DI B. T. '.il
iride ab authore nominata, vel saltem subintellecta, quod nullum
eorum in nostris codicibus vestigium extar et, accurate delineavimus, ut
facilius id, quo de agitur, intelligeres. Atque haec nos tibi tanquam in
alieno solo (ut cum nostris loquar iurisconsultis) elaboravimus,
pro- pediem te in nostro accepturi, atque ex ugello ingenioli
nostri, quae tibi forte non ingrata videantur, multo li- beralius deprompturi.
Quod reliquum est, Lector Immanissime, quo nobiscum ab illius sapientissimi
viri ma- nibus gratinili aliquam in eas, ac magis udlitati publi-
cae consulamus, si forte meliores, quam nostri sunt, codices fuerit
nactus, ut et ego meliores edere possim, mihi eos, quaeso candidus
imperti; si non, his utere mecum. Vale. Ai primi due opuscoli è
premessa la dedica seguente: Antonius Persius IGANNÌ
IACOBO TONIALO VIRO PRAESTANTISSIMO S. P. D. Quod in
studio mathematices, quo maxime omnium semper es delectatus, in primisque
astronomicae facul- tatis, totus usque sis, laudo te, mi Tomaie,
vehementer, ac vere virum censeo, qui non te otio, quod plerique
ista fortuna, hoc est opibus, abundantes homines faciunt, corrutnpi
sinas; sed, cum ingenio iudicioque cum paucis sis conferendus, animum
tuum optimis artibus perpoli- tum nobilissima rerum excelsissimarum
excolis cogni- tione. Cui tantum detulit Aristoteles, ut eam vel
imper- fectam perfecta inferiorum rerum scientia multo duxerit esse
praestantiorem. Utere igitur fortunae bono dum per florentem aetatem tuam
licet, et viaticum senectuti para. Collocupleta tuum solidis atque immortalibus
bonis ani¬ mimi: amicitias quoque, quod facis, adiunge tibi
liberali- tate hac tua, omnique officiorum genere, quae ego abs te
expertus non vulgaria, perlibenter soleo praedicare. Et quo extaret
eoruni significano diuturnior, a me tibi nun- cupati ut exirent duo hi
Telesii nostri libelli De come- tis et lacteo circulo unus, De iis quae
in aere fiunt alter, libentissime curavi: simul ut haberes oc¬
casionerei de rebus coelestibus, coeloque proximis, quo te rapit astrorum
studium, novam Telesii nostri dispu- tationem alacrius legendi. Cuius tu
philosophiam magno animo amplexatus maxima cum iudicii et ingenii
laude tueris. Ac liber ille quidem, quo De iis, quae in aere fiunt,
disseritur, editus antehac est, nunc emacu- latior prodit. Alter vero nunc primum publici
iuris ef- ficitur. Vale, et Persium tuum ex animo nunquam elabi tuo
patiare. Patavio Illustrissimo ac reverendissimo Aloysio Cornelio
episcopo Paphiensi et Patavino designato. Antonius Persius. S. P.
D. Post nobilem illum universae terrae cataclysmum, ex quo
Noe, cum familia servatus, humanum genus re- paravit, apud Ethnicos
quoque pervulgatum, ac Deuca- leonearum undarum nomine a poeds
significatimi, scrip¬ tum fecit Moses summi ille Dei scriba atque
interpres, Illustrissime ac Reverendissime Episcope, Deum ipsum
edidisse arcum, seu Iridem pacti indicem ac foederis inter se atque
humanum genus constituti, ut quoties id in coelo appareret toties divinae
potentiae beneficiique nobis divinitus collati memoriam renovaret. Hoc
mihi, SCRUTI DI B. T. 1 .1 ,ì dura eximii philosophi
Bernardini Telesii libellum De iride in lucem proferre cogitarem animo
repetenti cu¬ pido incessit, ut haud ita dissimilis in re simili tui
erga me animi significatio exstaret, operam dare. Est igitur a me
curatimi, ut ii, in quorum oculos haec T. Iris incurreret, de tuorum in
me magnitudine merito- rum brevi hac ad te epistola quoquo pacto
admoneren- tur. Namque, ut alia praeteream, maximorum semper in
loco beneficiorum mihi delatum putabo, quod in ali- qua apud te grada
vigeam, ac me ipse in tuorum tibi addictissimorum numero censeri velis.
Cum enim per- crebuerit te non nisi doctos, probos ac sapientes
viros, tui scilicet simillimos, amare, fovere atque ornare so¬
lere, cum tu non solum maiorum splendore summaque familiae nobilitate, verum
edam doctrinae, probitatis ac sapientiae laude nemini concedas (quarum
quidem vir- tutum singulare specimen in administradone Episcopatus
Patavini tibi ab amplissimo Cardinali Federico patruo tuo, prudentissimo
viro delata maximo cum ecclesiae Patavinae fructu quotidie exhibes); quid
mihi proficisci abs te maius atque optabilius unquam posset, quam
ex tua consuetudine, qua me dignum tua esse voluit humanitas singularis,
tantarum mihi virtutum famnia, ac nomen aliquod comparare? Quod igitur
opusculum hoc tuo sacratum nomini dicarim, id primum boni ut
consulas vehementer cupio; deinde ut tuam in me animi propensionem, in
qua maximam existimadonis meae par- tem esse positam inteiligo, (quod
facis) tueare te iterum rogo obsecroque. Vale. Patavii.
d) Antonius Persius Francisco Patricio Platonicae
Philosophiae in Ferrariensi Gymnasio Professori Celeberrimo
S. P. D. Meministi, eruditissime Patrici, cum Venetiis
coninto- raremur, me tibi novam Telesil Philosophiam ac phi-
losophandi rationem saepius commendare, et te hortari, ut libros eius de
natura legeres diligenter. Quod ubi est a te factum, cum multa offenderes
in iis, quae ve¬ lini Democritea Delio quopiam natatore indigerent,
me identidem tanquam in eorum lectione diutius versatuni, ac
Telesii familiarem consulebas, ego igitur libenter et obscura quaecunque
tibi essent interpretabar, et obii- cientium sese dubitationum scrupulos
eximebam, quod poteram. Ita ad calcem usque operis cum legendo per-
venisses, tum honorifice de eo loqui caepisti, ut ipsurn veteribus
philosophis anteferres. Scripsisti quoque a me rogatus in eam
philosophiam dubitationes tuas nonnul- las, quas ad Telesium transmisi.
Ex eo candidissimus philosophus quanti tuum lacere iudicium haud
obscure significavit, cum deinceps sua scripta ad tuum sensum
exigere non sii gravatus. Cum igitur libellum eius De mari ab ipso primum
editum, atque aliquibus ex eius- dem scriptis ad eandcm rem pertinentibus
auctum, de- nuo imprimendum curarem, patrem ipsi ac patronum nullum
Patricio aptiorem in venire me posse existimavi, tuaeque idcirco ipsum
fidei commendare decrevi. Tu, si constans es in summi viri laude, ut te
esse mihi et natura et consuetudo tua suadet, huiusce opusculi pa-
trocinium suscipias libenter, ac tuam in eo tuendo non SCRITTI ni n. T. t35vulgarein
eruditionem plaudentibus omnibus explicabis. Feceris autem mihi
pergratum, si meis verbis coni- raunem amicum ac fatniliarem Franciscum
Mutum et tuum et Telesii praeclarum propugnatorem ingenii, et
eruditionis laude ornatissimum, salutaveris, meoque ipsi nomine dixeris,
cura ego ipsius beneficio plerosque ex iis, quos iam edo libellos, fuerim
nactus, expectare, ut eosdem idem ipse meliores, atque alios eiusdem
Aucto- ris nondum editos nobis eruat alicunde. Vale, ac mei mutuo
memor est. Patavio. Dopo il cap. x segue quest’avvertenza (c. 13 t
f ): Tria haec, quae sequuntur capita de maris aestu, a
Telesio quidern et ipsa elucubrata sunt, sed tamen ab eodem in prima
huiusce libelli editione consulto prae- termissa; idque ea, ut puto, de
causa, quod in hac con- teraplatione nondum sibi piane satisfaceret. Erat
enim tum in alienis, tum maxime in propriis sententiis iudi- candis
sane quam difficilis atque morosus. Itaque nihil edere ille solebat, quod
non longa adhibita discussione lente prius ac fastidiose probasset. Nos
tamen, ne ea quidern intercidere aequum putantes, quae ipse rudia
atque imperfecta reliquerat, pauca haec de manuscripto exemplari
diligenter excepta, priusquam ea sibi aliquis vindicaret et ut sua
venditaret, in calce huiusce libelli excudenda curavimus. l H. T. doctrina
et eloquentia tectum sartumque praestes ab aculeis reprehensorum,
libenter curavi ut nonien tuum clarissimum prae se ferret imprcssus. Neque
enim dubito, quin maximum apud omnes hoc tuum patrocinium sit
pondus habiturum. Perspectum iam enim est ac notum, quanto te discipulo
gloriaretur dignus ille tnagnorum philosophorum magister Iacobus
Zabarelia, nobis im¬ portuna morte praereptus. Cuius sane viri quoties
mihi venit in mentem, venit autem saepissime, toties ego Patavinae,
in qua profitebatur, Academiae ingemisco, quae tot tantisque infra paucos
annos orbata viris, ci- vem hunc suum, qui facile omnium desiderium
leniret, rednere diutius in vita non potuerit, cum tamen ea de-
cesserit aetate, quae senectutem vix a limine attingebat. Verum alieno
quidem patriae et amicis, sibi autem, hoc est nomini, et gloriae suae
liaud quam importuno tempore cessit e vita, relictis ingenii sui
monumentis, nunquam intermorituris. Cuius vocem porticus illae eru-
ditae Lycei Patavini frustra nunc, frustra, inquam, de- siderant. atque
eum, si possent, suum ipsae civem, qui philosophiam non praeceptis tantum
ac scriptis, verum et factis praeclarissime exprimebat, omnium
virtutum, imprimis humanitatis ac modestiae, singulare exemplunt
erat, perpetuo lugerent ; ut eos contra philosophos ri- derent, qui non
tam in academiae porticis prò Peripa- teticae doctrinae primatu, quam in
publicis hisce, quae promiscere ab omnibus ultro citroque commeantibus
te- runtur, prò peripatetica, hoc est, ambulatoria (ut sic dixerim)
praerogativa tanquam prò aris et focis ridi- culc dimicant, quasi in eo
sitae sint Graeciae divitiae, si cui occurrens, caput aperias, aut
interiorem Porticus partem, videlicet parietem ambulanti concedas. Sed iam
nos iis homulis et xaipeiv dicamus et vyicuveiv. Te vero iterum iterumque
rogo, ut animum tuum familiae tuae splendidissimae nobilitate dignissimum
mihi benevolum ae meae summae in te observantiae memorerà tueri,
munusculumque hoc, novum piane munus (cum libel- lus hic it prodeat ab
eodem Auctore iam pridem multis additis, detractis, immutatis
interpolatus, ut, si cum an- tea edito conferas, mirum quantum ab eo
difierre de- prehendas) tanquam maximum a maximo ad te missum animo
gratificandi tibi suscipere ne dedigneris. Vale. h) Persius
Eminentissimo Phii.osopho Federico Pendasio,. S. P. D. Si quantum
Aristoteli philosophorum filii, tantum tibi, Federice Pendasi,
philosophorum memoriae nostrae facile princeps, ipsum debere Aristotélem
dixerim, nae ego vera praedicarim. Illustrasti etenim publicus tot
an- nos in ceteberrimis Italiae Gymnasiis interpres Aristotelicam usque
adeo philosophiam, ut non tibi minus, quam Aristotelicorum librorum, qui
situ obsiti parum ab in- teritu aberant, erutori ac vindicatori iHi
gratiae debea- tur. Quos si nobis inimicum fatum ad exitium usque
invidisset, poteras tu novus illucere mortalibus Aristo- teles,
iacturamque tantam undequaque compensare. Ita- que subinvideo Ascanio
fratri, quod ipsi, te Bononiae degente, Bononiae degenti fruì licet, ac
de te non pu- blicos solum, sed, quae tua in omnes privatimque in
ipsum est benignitas, domesticos haurire sermones. Fe- rebam ego antea
tui desiderium paullo lenius, dum vi- veret alterum Italiae lumen Zabarella
philosophiae scientia, ut tibi uni secundus (quem scilicet ille sibi non
solum praeferebat, sed auctorem ctiam recte philosophandi fuisse olim
praedicabat), sic caeteris omni¬ bus meo ac multorum iudicio
anteponendus. Eo nunc, SCRITTI I>! R. T. M
quo familiarissime utebar, extineto, nisi tua me aliquando usurum
consuetudine sperarem, vitarn mihi profecto acerbam putarem. Interim
autem quia te libenter et studiose legere ea scripta, in quibus ingenii et
eruditionis lumina haud vulgaria conspiciantur probe novi, cuius-
modi sunt Telesii philosophica monumenta, idcirco ut ex ungue leonem
agnosceres: ad haec ut sententiarum novitate animum tuum consuetis fessum
contemplatio- nibus recreares, liunc eius De saporibus libellum
tan- quam èvSóoipav ad reliquam ipsius philosophiam cogno- scendam,
et, ut sapiat, iudicandam ad et mittere, adeoque tuo inscriptum nomini publicare
decrevi. Accipies igi- tur hilari fronte hanc meae in te benevolentiae
atque observantiae significationem, ut meum in te studium nunquam
in posterum obliviscaris. Vale. Patavii. Persius PRAECLAR 1 SSIMO
MEDICO Hieronymo Mercuriali S. P. D. Homericus
ille Iuppiter, quod te non fugit, Hiero- nymeMercurialis, medicorum
choryphaee, ut Agamemno- nem de sonino excitaret, misisse ipsi somnium a
poeta perhibetur. Ego vero, ne tu mihi dormias, hoc est, ne me tibi
e memoria atque ex animo excidere patiare, tui amantissimum
studiosissimumque tui nunquam oblitum, non vanum aut mendax aliquod
somnium, sed erudi- tum ca veridicum Somnum Telesianum a Telesio
tum, cum minime dormitabat, elucubratum ad te mitto, qui somnum
arcere quovis somnio validius possit. Hunc ego, et ut sedulum monitorem,
et ut non obscurum mei in te animi interpretem ad Te destinavi, dum
aliud TOSINO U2 APPENDICE 11IBI-IOGRAEICA quaero
tibi mnemosynon, quo pateat illustrius non so¬ limi quantuni tibi ipse
ego debeam deferamque, veruni edam quam ab aliis omnibus esse deferenduni
exisdniem; etsi tu unica de te clarissimae Bononiensis Academiae
existimatione (ut communem eruditorum om¬ nium sensum praetermittam)
contcntus esse potes, quae te tanto studio ac contentione ad
eminentissimam me- dicinae cathedram ingentibus atque ante te nemini propositi
praemiis pertraxit. Atque hoc sapienter B0110- nienses, ut alia omnia,
sapienter te quoque ipsum, qui condicionem acceperis, fecisse
sapientissimus quisque existimat, cum tibi in ea urbe domicilium
statueris, quae bonorum omnium ornatu ac copia comparari cum ur-
bibus' omnibus merito potest. Quo tit ut non iniuria et te ego Bononiae,
et tibi Bononiam invideam, hoc est summorum virorum doctrinae et
huraanitatis laude ce- leberrimorum Bononiae degentium consuetudinein.
Pe- regrinos nunc taceo, ne te plus aequo legentem morer. De civium
numero unum tantum honoris caussa com- memorabo, Camillum Palaeottum,
tuorum, ut tu te merito gloriaris, principem amicorum; quem virimi pri-
mum Romae sum contemplatus, allocutus, admiratus, cum in eo omnia maiora
opinione ac fama deprehende- rim. Itaque Alexandrum Burghium summa
insignem timi scientia et eloquentia, tum probitate virum amo
plurimum, qui ut Romae Palaeottum cognoscerem atque ab eo cognoscerer et auctor
et interpres mihi fuit. Obsecro igitur te, vir preclarissime, per
humanitatem et comitatem iliam tuain, qua vel sola aegrotis
restituere valetudinem soles, ut me illi addictissimum diligentis¬
sime commendes, et a me salutem dicere ne graveris. Te vero mei muneris ne
poeniteat, siquidem id, quod ab optimo in te est animo profectum, optimum
putas. Vale, et
diu vive, ut diutius alii vivant. Patavio. In fine della raccolta
sono 3 cc. di Errata-corrige , SCRITTI DI B. T. Due opuscoli
inediti del T. De fulmine e Quae et quomodo febres facilini furono per la
prima volta pub¬ blicati dal Fiorentino, Telesio , n, pp. 325-374,
insieme con la risposta del Telesio al Patrizi: Soluliones Thyìesii. Dal
Fiorentino è anche ristampato il Carmen ad Ioannam Castriotam del T.,
inserito nel volume Rime et versi in lode della illustriss. et
eccel- len/iss. S. D. Giovanna Castrio/a Carr. Duchessa dì Nocera
et Marchesa di Civita Santo Angelo , scritti in lingua toscana, latina et
spagnuota da diversi huomini illustri in varii et diversi tempi et
raccolti da Don Scipione de’ Monti, Vico Equense, 1585; già ristampato da
S. Spiriti, Memorie , e da Luigi T., o. c. pp. 55-6. Circa l’apocrifità
dell’epigramma per la storia di Scipione Mazzella v. Bartelli, Note, Manoscritti
e opere smarrite. Oltre la notizia importante dataci da Giov.
Paolo d’Aquino, riferita a p. 54, e quelle del Persio, è da considerare
la lettera del Quattromani, su cui richiamò già l'attenzione il Ni-
codemi nelle Addizioni copiose alla Bibl. Nap. del dott. N. Toppi,
Napoli, Castaldo: e l’accenno dello stesso Telesio De rer. nat., v, 1: «
Tum maris aquarumque et eorum quae im sublimi fiunt iridisque et
colorum exortus in propriis est explicatus commenta- riis. Metallorum
lapidumque et reliquorum, si quae APPENDICI-: BIBLIOGRAFICA
144 alia supersunt, quin in superioribus manifestatus sit, parimi
cannino deesse videri potest, et alias, si coeptis faverit Deus,
manifestabitur magis ». Per un opuscolo De pluvfis, cui si allude nel De
mari, c. x, cfr. Al- magiA, I.e dottr. geofisiche di B. T.. SCRITTI SU B.
T. La Filosofia di Berardino T.
ristretta in brevità, et scritta in lingua toscana dal Montano
Accademico Cosentino [Sertorio Quattromani] , in Napoli, ap¬ presso
Giuseppe Cacchi, 1589. Ora/ione di Gio. d‘Aquino in morte di
Bernardino Telesio, philosopho eccellentissimo, agli Accademici Cosentini.
In Cosenza, per Leonardo Angrisani, 1596. Rist. a Napoli, Fratelli
Traili, a cura di L[uigi) T., Precede una lettera di T. al marchese
di Villarosa; e seguono (p. 55) il Carme del Telesio a Giovanna Castriota
con la trad. italiana del Cavalcanti, l’epigramma a Sci¬ pione Mazze-Ila
(p. 60) col distico contro Aristotile, il son. di Lelio Capilupi (p. 61)
e due poemetti di Antonio Telesio. Sul p. Luigi Telesio prefetto
della Biblioteca dei Gerolamini v. Luigi Maria Greco, Elogio del p. L.
T., negli Atti dell’Ac¬ cademia Cosentina, voi. Ili, pp. 345 sgg.
Francesco Bacone, De principiis atque originibus secundum fabulas
Cupidinis et Coeli: sive Parmenidis et T. et praecipue Democriti
philosophia, tractata iti fabula de Cupidine ; in Philosophical Works
edited by Ellis and Spedding (con pref. del- l’EUis e note).
La prima volta questo opuscolo fu pubblicato da Isacco Gru- ter in
Franc. Baconi de Verulamio Scripta in naturali et universali philosophia,
Amsterdam. Sono citati gli scritti più notevoli. Delle storie generali della
filo¬ sofia soltanto quelle che contengono esposizioni originali.
G. Gentile, Bernardino T. appendice bibliografica Iohannis
Imperiala Musaeum kistoricum et pky- sicum, Venetiis, ap. Iuntas, C’è un
ritratto del Telesio. Pel cui valore storico si osservi che nello stesso
frontespizio del libro è detto che le ima- gines del Museo storico sono
ad vivum expressae, e nella pre¬ fazione al lettore: « Icones ad vivum
ubique locorum a nobis anxio perennique studio conquisitas, vix cogere in
unum licuit paucas, nec impensae pepercimus, nec oleo, aliquam
interdum, prout minus congrua censebatur, abolendo, aliquam
reformando, et cum probatioribus conferendo, quo studiosa cupidaque
huius- modi elegantiarum tua non falleretur fiducia». Petri
Freheri Theatrum viro rum eruditione claro- rum, Norimbergae. C’è
un ritratto del T., riprodotto da Rixner e Sibek innanzi al vojutne qui
sotto citato. Ioh. Georgii Lotteri De vita et philosophia T.
commentarmi ad illustrandas historiam philosophicam universam et
literariam saeculi XVI C/iri- stiani sigillativi, Lipsiae, apud Bernh.
Christoph. Breit- Kopfium. Nei Nova Acla eruditorum di
Lipsia, 3 c'è una recensione di questa monografia. Bruckeri, Historia
critica philosophiae, to. iv, pars 1, Lipsiae, Mémoires pour servir à
filisi, des hommes illustres dans la republique des le/tres avec un
catalogne raisonné de leurs ouvrages par le R. P. Niceron
barnabite, to. xxx, Paris, io. H 4 - Salvatore Spiriti, Memorie degli scrittori
cosentini , Napoli, Buhle, Gesch. d. neueren Philosopkie seit der Epoche
d. Wiederhers/ellung der Wissenschaften, SCRITTI SU B. T. Gòttingen.;
trad. frane. Jourdan, Paris, Ginguené, Histoire littéraire d’Italie [conti¬
nuata da F. Salfi], to. vii, Paris, Michaud. I- e PP' 5 °°* 1 4 relative al T. sono
un’aggiunta di Salfi. Rixner e Siber, Leben und Lehrmeinungen
berukm- ter Physiker am Ende des XVI und am Anfange des XVII
fakrhunder/s, Bd. ni (Sulzbach) ( B. T.) . Oltre una biografia del T., contiene la
traduzione'(molto libera) di molti brani del De rei' . natura.
Giuseppe Boccanera da Macerata, B T., nella Biografia degli uom. illustri
del Regno di Napoli , to. vni, Napoli, N. Gervasi (col ritr. del
Morghen). Francesco Saverio Sai.ki , Elogio di Bernardino T.,
2“ ediz., Cosenza, Migliaccio Ristampato in Salpi, Prose varie, Cosenza,
Migliaccio. La prima volta era stato pubblicato nel giorn. La Fata
Morgana di Reggio Calabria; e contro di esso allora com¬ parve un
opuscolo: Luigi Telesio, Risposta all'art. inserito nel giorn. intitolato
La Fata Morgana... Su la vita e la filosofia dì Bernardino Telesio, in
Napoli, nella Stamp. della Società Filomatica (cit. da F. Bartelli, Note). Scaglione,
[La filosofia di B. Telesio]-, negli Atti della Accademia Cosentina,
Cosenza, pe’ tipi di G. Migliaccio, 1842, voi. 11, pp.15-115.
In risposta al tema assegnato dall’Accademia l’anno 1838: « Esporre
con lucidezza e precisione il sistema filosofico di B. T., e far
conoscere quale e quanta influenza abbia esercitato sul progresso delle
scienze, e quali scrittori, sian essi calabri o stra¬ nieri, abbiano
maggiormente contribuito a propagare la nuova dottrina Telesiana
APPENDICE BIBLIOGRAFICA Bartholmèss, De Bernardino T., Paris,
1849. H. Ritter, Geschichte dcr Philosopkie, r l heil (Bd. I
della Gesch. d. neutra Pkilos. ) , Hamburg, Perthes, Erdmann, Grundriss der
Geschichte der Phi- losophie, 1 , Berlin, Fiorentino, T., ossia studi storici
su l’idea della natura nel Risorgimento italiano, Firenze, Le Monnier, 2
voli. 1872, e 1874. Della psicologia del T. il Fior, s’era occupato
nel Pomponazzi. A proposito del volume del Telesio furono pubblicati i
seguenti scritti du Ferri e Francie. Luigi Ferri, La filosofia
della natura e le dottrine di B. T.\ nella Filos. ileUe scuole i/al., a.
1873. Ad. Franck, Bernard. Telesio, ou Études histort-
ques sur l’idée de la nature pendant la renaissance ita- lienne par F.
Fiorentino, in Journaldes Savanls. Carriere, Die philosophische Weltanschauung der
Reformationszeit* , Leipzig. T., rivista di scienze lettere ed arti, Cosenza (direttori
Iulia e Bianchi). Ne conosco 3 fase., che non contengono
nulla sul Telesio, salvo un cenno neil’art. di G. M. Greco, Il
Qualiromani critico a 8 a teoria dell’anima del filosofo cosentino, difesa
dalle critiche del Fiorentino. SCRITTI SI! B. T. Lasswitz, Geschichte der
Atomisti): vom Afitte/- alter bis Newton, Hamburg u. Leipzig, Heiland,
Erkenntnisslehre nnd Ethik des Bernardinus Telesius ; Inaug.-Dissert.,
Leipzig. C’è una bibliografia della letteratura telesiana. Tocco, Le fonti più
recenti della filosofia del Bruno, Roma, 1892 (estr. dai Rend.
Lincei). I rapporti di Bruno col T. Cui è da aggiungere l'osservazione
dell' Eli.is nella pref. al De principiis di Bacone, ed. cit., p. 75
n. Felici, Le dottrine fi/osofico-religiose di Campanella con
particolare riguardo alla filos. della rinascenza italiana. Lanciano,
Carabba. Sono studiati i rapporti del Camp, con T. St. de Chiara,
Bricciche lelesiane. Nozze Tancredi- Zumbini, xix aprile mdcccxcvii
(Cosenza, ApreaJ, Spigolature dall’archivio cosentino relative al nome
della madre del T. e ad alcuni de’ suoi figliuoli. A p. 4 n. 1, è
detto: c Un solo, il Bruckero, dice ch'egli sia nato nel 1508: ma questo
non è assolutamente possibile, perchè nel sett. del 1508, come abhiam
visto [«nelle schede del notar Arnone, i capitoli di un secondo matrimonio, che
Giovanni T., padre del nostro Bernardino, contrasse con la signora Vincenza
Garofalo »], il padre passa a seconde nozze. La data, poi, si desume anche
dalla seguente notizia cortesemente comunicatami dal mio nob. amico
Luciano de Matera e da lui ricavata di su un antico ms.: si sepelì nella sua
sepultura della sua cappella dentro la Chiesa magiore il filosofo
Bernardino tilese d’età d’anni settantanove APPENDICE BIBLIOGRAFICA
Bartelli, Note biografiche (B. Telesio e Galeazzo di Tarsia) Cosenza, A.
Troppa, MCMVI. Sul T. È il miglior saggio biografico che si
abbia per l’esame rigoroso delle notizie e per la larga • esplora¬ zione
dei documenti inediti cosentini. Almagià, Le dottrine geofisiche di B. T.:
primo contributo alla storia della geografia scien¬ tifica nel
cinquecento, Firenze, Ricci, 1908 (estr. dagli Scritti di geografia e
storia della geografia pubbl. in onore di Vedova). Duilio
Ceci, Bernardino Telesio (con bibliografia) ne La cultura contemporanea ,
Roma, a. n, n. 3, Articoluccio d’occasione. Nella Bibliografia si cita: «Bonci,
Il volgarizzamento dello scritto latino di B. (sic) T: I colori presso
gli antichi Romani, Pesaro, Federici, 1894. Ma si tratta del De coloribus
di Antonio T. Troilo, T., Modena, Formiggini; col ritr. del Morghen;
N. 11 dei Profili del Formiggini). Il medio evo; II. Umanesimo e
rinascimento Vita e scritti del T., La filosofia del T.; V. Chiarimenti Note
Appendice bibliografica. » I. Scritti di B. T. » II.
Scritti su B. Telesio LATERZA BIBLIOTECA DI CULTURA MODERNA
Elegante collezione Orano Psicologia sociale (esaurito). •2.
B. King e T. Okkv 1/ Italia d'oggi .Ciccotti
Psicologia del movimento
socialista . Virgiu L’Istituto
famigliare nelle Società primordiali -,f>0 Martin L’Edncazione
del carattere (esaurito). Lorenzo — India e Buddhismo
antico Spinazzola — Le origini ed il cammino dell’Arte. Gourmont
Fisica dell’Amore. Maggio su l' istinto
sessuale . Cassola I sindacati
industriali. Cartelli - Pools - Trusts . Marchesini Le finzioni dell’anima. Saggio di
Etica pedagogica Kbioh 11 Successo delle
Nazioni. Barbagali La fine della Grecia antica . Novati Attraverso il Medio Evo Spingarn La critica
letteraria nel Rinascimento.. Carlyle Sartor Resartus Carabki.lbse Nord e Sud attraverso i secoli Spaventa
— Da Socrate a Hegel Labriola — Scritti vari di filosofia e
politica a cura di B, Croce. LATERZA Balfour Le basi della fede Freycinet Saggio sulla Filosofia delle
Scienze Crock Ciò che è vivo e ciò che è
morto della filosofia di Hegel Hearn Kokoro. Cenni ed echi dell’intima vita
giapponese . Nietzsche Le origini della tragedia Imbriani — Studi letterari e
bizzarrie satiriche. Hearn Spigolature nei campi di Bml-
dho . Saleeby La Preoccupazione
ossia la malattia del secolo. K. Vossi.br Positivismo e idealismo
nella scienza del linguaggio. Arcoleo Forme vecchie, idee nuove Il
pensiero dell’Abate Galiani - Antologia di tutti i suoi scrìtti
editi e inediti Spaventa La filosofia italiana nelle sne relazioni
con la filosofia europea Sorbi. — Considerazioni sulla violenza Labriola Socrate. Kohlkr Moderni problemi del Diritto Vossi.br
— la Divina Commedia stu¬ diata nella sua genesi e interpretata Storia
dello svolgi¬ mento religioso-filosofico Storia dello svol¬ gimento
etico-politico. Gentile — Il Modernismo e i rapporti tra religione
e filosofia. Festa — Un galateo femminile italiano del trecento Spaventa — La
politica della destra Royce — Lo spirito
della filosofia mo¬ derna Pensatori e Problemi Prime linee d’un sistema .
LATERZA Rrnier — Svaghi critici Gbbhart — L’Italia mistica Farinelli — Il
romanticismo in Germania Tari — Saggi (li Estetica e di Metafisica Romagnoli —
Musica e Poesia nell antica Grecia Fiorentino — Studi e ritratti •
45. G. Fkrrarelli Memorie militari del Mezzogiorno d'Italia Spaventa
- Principii di Filosofia Anile - Vigilie di Scienza e di Vita Royce — La
Filosofia della Fedeltà Emerson — L’anima, la natura e la saggezza
- Saggi Rbnsi — Il genio etico ed altri saggi Gentile, T. Bernardino Teleio. Telesio. Keywords: empirismo,
teoria della percezione, l’anima d’Aristotele, l’analogia, l’uomo e gl’animali,
la ragione, i antici, contro i antici, osservazione, percezione, la tradizione
empirista italiana, il Telesio di Bacone, sperimento, sperienza, esperienza,
ex-perior, esperire – Latino ex-perior, Gr. em-pereia, osservazione, osservare
– observatum, percipere – percezione per-capio. Refs.: Luigi Speranza, “Telesio
e Grice,” per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice,
Liguria, Italia. Telesio.
Grice e Teocle: la ragione conversazionale della legislazione di Reggio
– principe filosofo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio). Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Reggio
Calabria, Calabria. A Pytahgorean who helps produce a new code of law for
Reggio. Cited by Giamblico. Unfortunately, Giamblico also mentions one Teeteto
in exactly the same context – implying that they may be the same person.
Grice e Teodoro: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della natura rerum – Roma – la scuola di Milano – filosofia lombarda
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Filosofo lombardo. Milano,
Lombardia. Accademia. Nato da famiglia ligure. Agostino, che gli dedica il “De
beata vita”, dice che conosce bene l’Accademia, Dopo essere stato per qualche
tempo avvocato, poi governatore in Africa e consolare della Macedonia e aver
coperto vari uffici a corte, è praefectus praetorio delle Gallie. Si occupa
dell’amministrazione dei propri beni e di studi filosofici e astronomici e
scrive dialoghi su questi argomenti, STILONE lo nomina praefectus praetorio per
l’Italia, l’Illirico e l'Africa. Mentre confere questo ufficio ha il consolato
e in quell'occasione CLAUDIO CLAUDIANO gli dedica un panegirico. Di T. resta un
saggio “De metris”, mentre si sono perduti altri, tra i quali un “De natura
rerum.” Console, Consolato Prefetto del pretorio d'Italia. Di T. è noto
abbastanza, grazie al panegyricus dedicatogli da CLAUDIO CLAUDIANO. Di famiglia
notabile, sappiamo che è console. Il suo consolato avvenne sotto il principe ONORIO.
Prima di essere console è anche prefetto con sede a Mediolanum-Aquileia. Qui
Agostino conosce T., uno degl’intellettuali accademici che incontrato appunto a
Milano e, scrive “De vita beata”, dedicandolo proprio a T., che a quel tempo si
è ritirato dalla corte. Di T. resta un trattato di metrica, “De metris”, uno
dei migliori pervenuti, e per questo molto conosciuto e studiato. Inoltre,
sempre secondo CLAUDIO CLAUDIANO, e un cultore di filosofia, astronomia e
geometria e scrive diverse saggi su questi argomenti che, insieme al suo
consolato, sono l'argomento del panegirico a T. dedicato da CLAUDIO CLAUDIANO.
Markus, The end of
ancient Christianity, Cambridge; Keil, “Grammatici Latini”. Bonfils, C. Th. e il prefetto T., Bari, Edi puglia,
consoli tardo imperiali romani Stilicone Prefettura del pretorio delle Gallie
Mariano Comense Siburio Teatro romano di Milano Prefettura del pretorio
d'Italia Nicomaco Flaviano (prefetto del pretorio) T., su Treccani –
Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di T. su digi libLT,
Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro. Opere di T., su
Open Library, Internet Archive. Predecessore Consoli romani Successore Imperatore
Cesare Flavio Honorio Augusto IV, Flavio Eutichiano T., Eutropio Aureliano,
Flavio Stilicone V D M Grammatici romani Portale Antica Roma
Portale Biografie Categorie: Scrittori romani Grammatici romani Politici
romani Scrittori Consoli imperiali romani Prefetti del pretorio d'Italia. A statesman and author who writes
on a wide range of subjects. He is best known for a technical work on poetry,
but he also comments philosophical works. Flavio Mallio (o Manlio) Teodoro. Keywords: de natura
rerum. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Teodoro”, per H. P. Grice’s gruppo di
gioco, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza
Grice e Teodoro: la ragione conversazionale della scuola di Taranto –
Roma – filosofia pugliese – la scuola di Taranto -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza (Taranto). Filosofo pugliese. Filosofo italiano.
Taranto, Puglia. A Pythagorean cited by Giamblico.
Grice e Teone: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della filosofia della salute – Roma – filosofia italiana –
Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Roma). Filosofo italiano. He moves to Gaul to become a healer. Cited by Eunapio.
Grice e Teofri: la ragione
conversazionale della setta di Crotone– Roma – la scuola di Crotone -- filosofia
calabrese -- filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Crotone). Filosofo italiano. Crotone,
Calabria. A Pythagorean.
Grice e Teoride: la ragione conversazionale da Crotone a Metaponto – Roma – filosofia basilicatese -- filosofia
italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto, Matera,
Basilicata. Pythagorean cited by Giamblico.
Grice e Terillo: all’isola – la ragione conversazionale della scuola di
Siracusa -- Roma – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Grice italo -- Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza (Siracusa). Filosofo
italiano. Siracusa, Sicilia. Plato mentions T. in his letter to Dionisio II di
Siracusa. In it, T.
is described as someone who divides his time between Siracusa ‘and everywhere
else’ – ‘a philosopher, of much learning, too’, he adds as a joke. The
authenticity of the letter is highly doubted – “and therefore, of Terillo’s own
existence!” – H. P. Grice. Terillo.
Keywords: filosofia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Terillo,” per H. P.
Grice’s gruppo di gioco, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Grice e Tertulliano: la ragione conversazionale -- nothing is so absurd
that some philosopher has not thought it – Roma – filosofia italiana – Grice
italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza (Roma).
Filosofo italiano.
‘Credo quia absurdum est’ is his life-guiding motto, which he learns from his
philosophy tutor at Rome. He belongs to the Porch, and later becomes a
‘montano,’ an ascetic sect, “although,” his brother reminsices, “my brother
stays away from the more extreme forms of the asceticism the sect officially
promulgates.” Quinto Settimio
Florente Tertulliano.
Grice e Terzi: implicatura crittologica – la scuola di Brescia –
filosofia lombarda. filosofia italiana -- Luigi Speranza (Brescia).
Filosofo lombardo. italiano. Brescia, Lombardia. Sistemi crittografici di
questo tipo hanno grande fortuna. Ma ovviamente in ragione dello scopo
contrario a quello qui perseguito d’A., il rendere illeggibile un testo non
possedendone la chiave di lettura. Più sistemi di questo tipo sono ad esempio
creati dal padre gesuita, e allievo di Kircher, Francesco Lana conte de’ TERZI
(si veda) nella suo saggio “Prodromo, overo saggio di alcune inventioni nuove
premesso all'arte maestra pubblicato a
Brescia. Vedasi FRANCESCO LANA CONTE DE' TERZI, Prodromo, overo saggio
di alcune inventioni nuove premesso all'arte Maestra, opera che prepara il P.
Francesco Lana bresciano della Compagnia di Giesu per mostrare li piu reconditi
principij della naturale filosofia, riconosciuti con accurata teorica nelle piu
segnalate inventioni, ed isperienze fin'hora ritrovate dai filosofi di questa
materia e altre nuove del filosofo medesimo, Brescia, presso Rizzardi. Lana
nacque a Brescia e vi muore. Studia FILOSOFIA presso l'ordine dei gesuiti a Roma, dove
conosce anche Kircher che lo introduce alla fisica e al poker. È insegnante di
matematica e FILOSOFIA. •^J 'iMì\h
TPi- 3M00- PRODROMO Ouero
faggio dì alcune
inuentioni nuoue premeffo
ALL ARTE MAESTRA
Opera che prepara
ìL P. FR.ANCESCO
Lx^NA BRESCIANO DELLA COMPAGNIA DI GIESV. Per nioftrare
li più reconditi
principi] della^ Naturale
Fiìoroaa, riconofciuti con
accurata Teorica nelle
pio fegnalate inuentioni ,
ed ifperienze fin'hora
ritrouate da gli
fcrittori di quefta
materia & altre
nuoue dell'auto- re medeiimo.
DEDICATO ALLA SACRA
MAESTÀ CESAREA EL
IMPERATO LEOPOLDO I IN BRESCIA. Per li
RizLardi, Con Licenza
de'Superiori. V SACRA MAESTÀ CESAREA
Ouca per ogni
titolo ricorrere al
patrocinio dt Vojlra
Sacra Maefià Cefarea,
quejia prtr/io ,
e ro'j^iQ parto
del mio dehhole
in- gegno : ìmpcrcioche
ejfendo egli ijn
fag^ gio dell'
opere , che
fono per dedicare
k Fofira Sacra
^Maefià, fono le
ali deli" aquila
Imperiale , tncominctera ad
au- uelJiarfi a
fijfare lo f guardo
ne' chiari ffimt fpiendori
dt quei SOLE
terreno, che tiene
il primo pofio
nella ^Monarchi^ Colitica
de" Trencipi , come
appunto ti Sole
nella cele fle gerar- chia delle
felle. Non doueano
efporp alla luce
dt vn Pianeta
sì luminofo tutti
li miei parti
prima di far
prona, fé pano
atti a contemplare
i raggi del f no
maejlofo fplendore-^ All'-
hora io gli
ricono fcero per miei ,
quando potranno fìjfar
gl'- occhi in Vofira
Sacra t^AtaeJlà, (f
all' hora folo
potranno 'Volare per
tutto il mondo
, quando faranno
fofienutt dalle grand'
ali di queìi'
ej^qutU , che
impera nelì'Vniuerfo. Quejlo
TRO D ROMO,
che va innanzi
all' ^ RT £ ìM
a e ST
RA , non
potea ritrouare alloggio
più fortuna- to ,
che in cote
fa Qorte, la
quale da leggi, ^
ammaejira tutti le
nattoni : e
benché fir amerò ,
fpera nulladtmeno fa
per ejferc ^
ejfere accolio be/jignamefUe
d^ l^oflra Sacra
lAaefla, che con
fauorue ì lelicralt
jcrrihra haner conferito
U csìtadt.nan- l^a
a tiitie l Arti
piti nobili .
Pertanto fé queUe
mandano per vn fuo mcjfao^gtcre
alcune naoue ìnuenìionì
fi deggiono tributare
al merito di
Vofira Sacra Aiaefià
, che con
la ma~ gntficen]^a
della Jua mano
{^efarea , e
con la grandeZjZ^^
del petto magnanimo
i diva altro.
Il nono è
il moto predominante, che imp"difcc,o rv^primc
"l'altri moti meno
potenti, Il decimo
è quello di
lìftole, e dialtole,
quai'è quello delle
arterie. L'vndecimo è
quello di fimpatia,& an-
tipatia. Alcuni aggiongono quello,
che imprime alcuna
virtù alle_^ cpfe,
fenza comunicarli alcuna
foftanza; quale io
nego potcrfifare, e
refterà prouaro a
fuo luogo. Inoltre
vi fono li
moti propri] di
ciafcun fenfo, della
FantafiajC dell'Appetito; ma
quefti fi deuono
fpic- gare a
luogo proprio,oue fi
tratta delle operationidelli animali
;folo a predetti
moti fi deue
aggiongerc la quiete,
con ciò che
fa refiftenzs al
moto. Dalli predetti
moti naturali femplici
prouengono i moti
naturali. compofti,che fono Talteratione,
la niiftione,la feparationc, la gcncr
rationCjC corruttione, Taumentationce diminutionej
poiché i moti
femplici j che
nafcono da più
intimi penetrali della
Natura conti- nuati, mefcolati, replicati,
alternatÌ5rafrrenati,incitati,&:
in molte ma- -niere variati
fono cagione di
tutti gì' effetti j e h.e
amrairiaiBO r.cllc cpfe
Efiche 0, La
feconda parte della
Fifìca aftratta confiderà
gl'accidenti, che fonoc6muni,oatutte,o almeno
a molte foftanze
materiali, come fo- no il
raro,^ iì,den/o ;
il greue,e leggiere;
il caldo, &
il freddo ;
l'hu- raido,8c il
lecco 1 il
volatile, & il
fifso; ilfolido5& il
£luidp;il cru- do 6
fondare inai alcun
principio ("opra ilpeneniejche
non fiano certe
, e prouaiCj
proeurjndo di ibbilir?
laveria non fopra
vna fola, ma
ibpra molte ilpericnic
fé fìa pofsibilei
Ec oflemando fé
il principioj e
verità ftahilita fi
confacela ad altre
limili efperienzc^ poiché
all'ho-- fa fi
donerà itimarc infallibile
vn priacipio, quando
coerentemente a quello
caminano tutte le
altre cofc della
medefima , o fimile.^
•nate ria. Manca
dunque a qiicfta
fcienza vna notitia
efatta, e ben
ordi=T nata di
tutte l'ifperienze, le
quali Piano certe^e
prouatCjtanto naturali, quanto
artiBciali, ò mirtea
e quefte fi
deuono ridurre a
capijcon-f forme l'ordinedeUe
matcrieje quali ti trattano,
premettendo le dette
ifpeticnze,e pofcia ftabilendo
con quelle i
principi;, e le
verità pro- prie di
quella materia, e
con cfsi rendendo
ragione delle ifperienz,e
medefime, mollando la coerenza
de principi; con
tutte quelle ifpC'^
iienzc; il che
noi procuraremodi fare
nella
noftr'AtteMaeftrajqyaiv to comporterà
il noffro debole
intendimento. Tutte Tifpericnze
fi pofsono conliderare
di tre forti:
la prima intorno
alle gcnerationi saturali
di tutte lecofe
materiali, e fenfibili,
come delli mincralijdelli vegetabili,
e delli animali,
e anche delle
mur tationi,& accidenti
ne corpi celefti,
delli elementi, e
de mifti imper-
fetti j La feconda,
intorno all€ generationi^che fono
ftior dell'ordir ne
naturale, e fi
chiamano pretergenerationi, e
tutto ciò che
fifcofta dalcorfo ordinario
della Naturalo fia
per ragion del
luogo particola- re, o
del concorfo di
caufe ftraordinarie j
o per qualche altro
info- iito cafo, o
accidente; sì de
moftri nelli animali ,
e nelle piante 5
sì de portenti
meteorologici, e
fotserran/^if sì d'alcun' Indiuiduo fin-
golare nella fua
fpctie; sìdi altre
nafcofte proprietà ftraordinarie. La
terza, intorno all'ifperienze artificiali,
le quali fono
moltiflìmp da notarfi
in ciafcun' aite,
non trafcurando le
piuEriuialÌ5& vfitate, quando
da quelle fi
pofsano dedurre verità
non. ordi|iar̀,.e di
moke confcguenzCo .
-, La prima
forte d'jfperienze,per quanto
appartengono alla gc-
neratione delli animali,de
vegetabili, e minerali, è fiata
afsai accura- tamente ofseruata da
Arìftotele,da Diofcoride ,
da Teofraflo, da
Giorgio Aericola,e da
akri^ non cosi
di quelle che
appartengono al- li elementi,
& alle cofe
meteorologiche, fotterranee, e
celefti. La fecondi
forteèft.ata afsai uafcnrata
dalli antichi» e,
Jbjp il mg-.
derno derno Aldroando
l'ha' in buona parte
illuftrata. La terza
delle ifpe- rienze artificiali, fi ritrouafparfa in
molti autori, fenza alcun
buoji-, ordine,e molto
imperfettamente. Tutte tré
poi fono, come
diffi, ri- piene di
molti inganni, e fallacie, efsendo molte
cofe ofcure ,
altre in- certe, &
altre del tutto
falfe ^ oltre
che non fono
confiderate, & ordina-
te in modo, che
feruano al fine,
che pretendiamo, di
ftabilire con elìe_->
le più foftantiali
verità della fcienza
naturale. Quanto poi
a quella parte
della Fifica,che tratta
de principi] delle
cofe fenfibili,èftata maneggiata
affai bene da
molti, e particolarmen- te da
alcuni moderni , tra
quali il noUro
P, Cabco , e
dopo lui il
Caf- fendo j
ma in elfi
fi può defiderare
maggior metodo, &
vn indutcione megliore
di maggior numero
di efatte ifperienze.
Quell'altra parte, che
difcorre della fabricadelPVniuerfo con
l'or- dine, e collegamento
delle fue parti,
non la ritrouo
trattata con quella.,
dignità, che merita
vna materia fi
nobile : Poiché
fé bene molti
hanno fcritto opere
degne dì Aftronomia,
e di Cofmografia ,
particolarmente il noftro
P.Riccioli nel fuo
impareggiabile Almagefto jquefti
però fi fono
fermati nella confiderationede'moticclefli^ nelle
mifure del!a_^ grandezza
de cieli, e
della terra, nelle
lorodiftanze, e nella
defcric- tione de'fiti ,
fenza confidcrare Tordine,
e connedìone delle
cofe ter- rene jcon
le celefti,* la
virtù, & efficacia
dell'operare dell'vne nell'altre,
e la dipendenza
nelli effetti squali
fi debbano attribuire,
a quef1:a,ò a
quell'altra ftella^qualfia la
vera, e fifica foitanza
de corpi celef^i
; quale fia
la cagione del
loro moto :
perche alcuni veloci,
altri tardi s'-
aggirino ; perche altri
intorno alla terra,
altri intorno al
Sole, a Gioue,
a Saturno ;
perche hora vicini,
hora più lontani
dalla terra, e
cofe fimi- li
. Et ancorché
delli effetti , &
influenze de Cieli ,
moke cofe fi
legga- no apprelfo gl'afiirologi
giudiciarij , fono però
tanto vane, e
fi mal fon-
date, che meritamente da
huomini di giudicio
fi hanno in
conto di paz-
ze chimcre,e di vere
bugie, ellendo quelli fimili
a Prometeo, che in-
gannò Gioue con vn
bue, il quale
haueua folo la
pelle grande , bella ,
e ben difpofta,
ma fotto di
efla altro non
v*era,che paglia,e foglie.
Mo- flrano coftoro
vn cielo fatto
da Dio, qui e
xiendit calumf cut
pillem ^con bell'ordine
di regolati fiftemi
difpoftojma vi mancano
le vifcert»» 5 cioè le
ragioni fific he, dalle
quali fi poffano
ftabilire le verità
intorno alla natura,
foftanza, moto, &
influfidieffi. E benché
io del tutto
condanni quella parte
di Aftrologiagiudiciaria, la quale
foggetta il libero
arbitrio alle influenze
del Cielo j
non pretendo però
condannare, quella,che giudica
de futuri auuenimenti
nelle cofe fifiche,
e naturali ;
come fono le
mutationi dell'aria, l'impreflìoni
meteorologiche,& altri D
eflfecci ' effetti
pccpnarijjchedcpendono
dancccflaric cagioni: ma
folo dico che
qucfta parte fia
alcuni fondamenti fìlli,
i quali fi
deuono rigettare, jilcuiii
veri 5 che
fi deuono ammettere,
ma adoperare con
maggior cau- tela diquellojche fi
faccia comunemente dalli
aftrologi; e che
molti filtri feli
deuono aggiongere,dopo che
fi faranno ben
conofeiutc le proprietà,
e natura delle
ftcUe, e de
loro infludì, conforme
vedremo a |uo
luo^Ojincui prccuraremo di
riformare quell'arte, accio in cai modo
corretta, polla non
folo con diletto,
ma vtilmente efcrcitarfi.
Laterza parte, che
difcorre delle nature
fparfe in varij
generi, «^ fpecie ,
ritrouo edere molto
più imperfetta delle
due precedenti j
e ciò r.onfolo
mentre tratta delle
cofeaflratte, ma anche
delle concret^-^ } poiché
quanto a quefte
non fi ritroua
alcuno, che abbracci
tutcc 1^.^ parti,edi
ciafcuna numeri Tjfperienze, deducendo da
effe con buon
ordine le verità,
e principi] di
quefta (cienz,a.' e
benché molti habbiano
riattato di vna
parte, o fpecie
di cofe particolare
sciopero hanno fat-
to rn^^lto imperfettamente, non
penetrando a fondamenti,
e ragioni più
recondite dclli effetti, e
ciò per mancamento
delfinduttione,
l*aItrafcientifica,e
fpeculatiua j la
prima con- tencrà
gran numero d'ifperienze
le più confiderabili , &
vtili apparte- nenti a
quella materia, eoa
l'inuentioni più rare
tanto mie propri^.^
quanto di ciafcun
altro autore, fi
antiche come moderne.
Nella fecon- da partCjdalle predette
ifperienze,&
operationiprattiche, dedurrò
tutti i principi j
vniuerfali ,con le
altre verità che
s'afpettano a tai
ma« teria, procurando
di confermarle con lunga
induttione dell* ifperienze
medefime,emoftrando la coerenia
di quelle con
li Inabiliti principi],
che renderanno la
ragione vera, e
legitima di effe
: doue infieme
accen- nerò cornei mcdefimi
principi} fi poffano
ftendere all'inuentione di
cofe nuoue, e ftraordinarie; particolarmente applicando
i principi] di
vna materia ftfica
a quelli di
vn altra parimente
fifica , &
a quelh di ciafcuna materia
fifica, quelli di
alcuna parte della
Matematica. Nel principi®
di ciafcuna di
quefte feconde parti
riferirò grafiìomi,& il
modo di filofofare
di ciafcuna fetta
de filofofi i e nel
fine aggiongerò vn
catalogo de problemi, ò
fiana cofe dubbiofe, delle
quali non fi
ha- uerà potuto
hauer perfetta cognitione fpeculatiua, & vn
altro dellt^ inuentioni
prattiche,che reftaranno a
ritrouarfi j accio
ogn* vno , dalle
cofe antecedenti pigliando
nuouo lume, poffa
animarfi a perfettionare
maggiormente quefta fcienzaj
mentre procurarò di
far vedere che
l'- Arte, e Tefperieza
è quella, da
cui ogn'vno più
che da niuna
cofa reftì jneffa
ammacftratOjond*è,chemi è piaciuto
di dare all'opera,
che in quefto
faggio prometto, nome
d'Arte Maeftra j
non arrogandomi il
ti» tolodi maeftro,ma
attribuendolo air Arte,
di cui con
indefeffe ifpe^^ jienze
mi fono fempre
profeffato fcolaro. -.
Ho voluto dare
q^uefto faggio, e
notitia dell* opera j che fono
pe^ man^
17 mandare alle
ftampe, non tanto
per fodisfarc alla
curlofità di quelli,
che defideraranno di
vederla , quanto far
fare intendere a
tutti quelli , che
fi dilettano d'ifperienze,
buone, e di
curiofe inuentioni,che mi
faranno cofa grata
fé degnaranfi di
communicarmi alcuna cofa
di nuo- uo
ritrouata in tal
genere, e mi
obligaranno a darne
all'autore quell'ho- nore,
di cui farà
meriteuole. In tanto
acciò tal vno
non ftimi che
io prometti cofe
vane , mentre prometto
inuentioni nuoue in
ogni forte di
arti, con il
modo di per-
fettionarle 5 ho
voluto inuiare auanti
all'Arte Maeftra quefto
mio Pro- dromo, in
cui oltre varij
nuoui ritrouamenti in
molte forti di
arti,pon- go per
vltimole regole prattiche,
che feruiranno a
perfettionare due arti
appartenenti ad vna
fol parte della
Fifica, cioè alla
fcienza delf- OpticajlVna
è l'arte della
Pittura , l'altra de
cannocchiali, e micro-
fcopij; Doue per
hora tralafcio di
rendere efattamente le
ragioni di quefte
operationijriferuandomi a farlo
ordinatamente in ciafcuna-.
parte dell'opera già
promefla , che oltre l'ifperienze,
& operationi prattiche
in ogni materia ,
& in ogni
arte, comprenderà infierae ia_-
teorica, e fpeculatiua,
con l'ordine, e
forma accennata di
fopra_.. 2^uoud ìttuentione
di fcriuere in
"fifira , in modo
tale, che il
fegreto nafcofto nella
fcrittura fia del
tutto tmper-- eettihilei^
U fcrtttura formi
fenfi totalmente diuerp
dal f egreto, siche
non dia fa ff etto
alcuno di X^fra,
Oltifsimi fono ì
modi di fcriuere
in Zifra,nafcondendo alcun
feg^eto fotto varie note,
caratteri, numeri, e cofe (ìmili,
ritrouati da varijAutori,come fi
può vedere nelle
loro Opere date
allaStampaj e particolarm.ente in
quel- le di Tritemio,di
Cardano,e nuouamente di
Hercol^-ij. deSundc,e del
noftroGafparo Scotto. Ninno
però fin hora
ha po-t tuto
ritrouare ciò,che N(^
qui proponiamo di
fare j con
tutto che cia-
fcuno (ìHa in
quefto affaticatOjC particolarmente i
Segretari] de Pren-
cipi dcftinati a
quefto laboriofo meftiere
di fcriuere , &
interpretare le Zifrc
. Tre fono
le forti di
Zifre ritrouate fin
hora da altri
: La prima
è tale, che
venendo in mano
d'alcuno viene tofto
ricono- fciuta per
zifraj& il modo
con cui è
comporta fi può
penetrare da chi è prattico
nel dizifrare; e
quelle zifre fono
le più imperfette
di tut- te le
altre; poiché hanno
ambi li difetti,che
fogliono efsere nelle
zifre; rvno che
danno fofpetto di
alcun fegreto nafcofto,
e perciò vengono
trattenute; Taltro che
facilmente fi può
fcoprire, e cauare
il fegrero con
le regole del
dizifrare molto ben
note a fegretarij
di zifre, quali
infegnaremo nella già
promeffa no^ra. Arte Maefìra,!.^ feconda iorte
di zifre, è quella,
che non da
fofpetto alcuno: ma
eflendoui il fo-
fpetto per altro, è
tale, che con
le medefime regole
fi può dizifrare.
La terza è
di quelle zifre,che
in niunmodofipofìbno dizifrare
da chi non
ha la contrazifra;
ma però ritengono
l'altro difetto, ch'è
il dare fofpettodizifra, e
di fegreto; onde
le lettere fcritte
in tal forma
ven- gono trattenute, .
Reda dunque da
ritrouare il modo
di togliere alla
zifra ambidue C|ueftidifettì,sichene dia
fofpetto, ne poifa
effer dizifrata da
chi ha- ucfle
per altro alcun
fofpetto; ilche fin
hora non è
ftato ritrouato da
al- cuno, benché cercato
con ogni ftudio,
per IVrilità grande
che può recare
nelli pia importanti
maneggi,& intereflì Politici
: Onde fpero,
che per quefto
folo fia per
efler gradita quefta
mia Operetta, mentre
palefo vna nuoua
mia inuencione tanto
gioueuole a tutti,emafi[ìmea grandi,
li quali finhoraL
l'hanna anfiofamente defiderata.
Pri- 29 §.
I. Frìma ^ifrA
in intelligthile, e
fen-^a fofpetto, Sidiuidano
le venti lettere
dell'alfabeto Italiano in
cinque parti come
qui fi vede,
e fé le
dia queir ordine
confufo che ciafcun
vuole : il
quale i b
o n a
1 e d
hspnì I qgfz
Alfabeto cofidiuifoferuirà
dichiaueper chiudere, e nafconderc nella lettera
qual fi vòglia
fegreto, e per cauarnelo,8c
intenderlo, da chi farà
partecipe della medefima
chiaue. Si fcriua
pofcia vna lettera
di cerimonie, o
di qualunque negotio
meno importante, ma ciò fi
faccia.» in modo
tale, che fi
fcielgano alcune lettere,
le quali feguitaranno
do- po vna virgola,
e punti che
foglionfi mettere fopra
la vocale i:
1««* quali lettere
douerannopigliarfi,o
immediatamente dopo Tvltima
i» oucroncl principio
della parola feguente,ilcheriufcirà più
facilt^j Umilmente le
lettere che feguitanodopo
vn punto fermo,
e Tiftefle vo-
cali i, e nello
ftcfib modo le
lettere, che feguitano
dopo due punti,
e le medefime
vocali i. Quelle
parimente che feguono
dopo vn punto
intcrrogatiuoje vocale i, E finalmente
quelle lettere che
feguitano dopo vn
accento, eie medefime vocali
i. Si che
volendo indicare la
lettera h del
fegreto, faremo che
detta lettera fi
ritroui immediatamé- tc
dopo vna virgola,
e due vocali
;. per efleril
h la feconda
lettera^ delle quattro
notate con la
virgola : ma
volendo
fignificarelalcrtera_. 0, faremo
che quefta venga
immediatamente dopo vna
virgola, e tré
vocali j,pcr efler
nel terzo luogo.
Sepoivoremo fignifìcare 1.
lette- ra » faremo
che quefta fia
immediataméte dopo vna
virgolale quattro vocali
i, che fé
voremo denotare la lettera
/. faremo si,
che venga-» dopo
vn punto, e due
vocali ». fé
la lettera /?.
dopo due punc!,e
tré vocali ».
fé la lettera
g dopo vn
punto interrogatiuo, e
due vocali i i,
* fé la
lettera e dopo
vn accento, e
quattro vocali /'.
m Volendo dunque
fcriuere quelle parole
fecrete è mono
Paolo ^ pet più
facilità difponerai aparteciafcuna lettera,con
lenotedc funti, i]irgole,& accenti,
che li deuono
precedereconformelachiau^i
iopr*- polla, le quali
faranno quefte. .. e
è in 21
r ~ -
t i ?
I I •
» r »
5 • j
cmortopaolo Ciò fatto potremo
ftendere vna lettera
di cerimonie in
quefta forma. jFÙ
(ingoiare ilhenepcio, e
grande ti fauore
fattomi da V.
S» : ne
io mai man-
caro di corrifpondere^proteHandomidi rimanere
à lei ohligato
in ognhora,^ in
ogni momento f' che
mi rejìa digita
cuunque farai Porgami
occafione di poter
moftrare dottuto affetto.
'Poiché amo-, di
impiegarmi ognora a
prò di f^.S.
Afpetto Cuoi comandi
lontano, ben fi
di loco ma
non di ohìtgatiom
, ^ affetto.
Per intendere il
fegreto nafcofto in
quella lettera , fi
oflerueranno tutti \i
accenti, virgole, e
punti, con tutti
li punti pofti
fopra le vocali
u e vedremo
primieramente che dopo
il primo accento
pofto fopra la
prima parola/» feguitano
quattro.. ..di quattro
vocali «.prima di
ritrouare altro accento,uirgola, o
punto j perciò
uederemo nella chiane
quale fia quella
lettera, la quale
è notata con
un accento, e
tiene il quarto
luogo tra le
accentate, e ritroua
remo eiTere la
lettera e. Segui-
tando poi auanti ritrouaremo
due punti: e
dopo quefti prima
di ritro- uare altra
uirgola, o interpuntione, uedremo
che ui fono
quattro not«L^ di
uocale i. Dal
che uerrà fignificata
quella lettera, nella
chiauejche^ tiene il
quarto loco tra
le appuntate con
due punti, cioè
la Ietterai. Poi
ritrouaremo una uirgola,e
dopo quefta tre
note della uocale
i. pri- ma di
ritrouare altro accento,
onero interpuntione, la
qual uirgola co
tre uocali i.
denotano nella chiane
la lettera o.
fegue poi l'accento
con tre punti
di uocali prima
di ritrouare altra
interpuntione, che ci notano
la lettera r.
fi che pigliaremo
la lettera r.
e cofi caueremo
lo» altre lettere,
che compongono le
parole fegrete e
morto Paolo. Auuertafi
che per facilità
maggiore nel comporre
la lettera fi
potrà tal'hora tralafciare alcuna nota, o
punto, che per altro dourebbe ccl-
locarfi fopra la
uocale /'. come
filiede nelle parole
il fattore fattomi ,
tL^ fimilmente fi
potrà tralafciare alcuna
uirgola, opunto ;
poiché quando ciò
fi faccia con
moderatione, non darà
alcun fofpetto, efsendo
con- fueto a
molti l'hauerpoco riguardo
nello fcriuere alle
uirgole, & in-
terpuntioni. Quefìo mododifcriuere come
che paia alquanto
laboriofo,nnlfa- dimenodopo qualche
efercitio,con la prattica
fi rende facilcj
perche fiamo fempre
in libertà di
fcriuere que'fenfi che
noiuogliamo,e di ufare, e
uariare le parole
a noftro capriccio, il
che fa chefipoflanofare cadere
le lettere del
fegreto nel principio
delle parole, che
feguitano doporinterpuntioni,e note
richicfte. F Cofi
2i Cpsì refta
manlfefìo, che non
folo fi toglie
ogni fofpetto, ma
anche fi rende
la zi fra
impercettibile, il che
naice dalie coflibinationi quafi
infinite delle lettere
dell'alfabetto, con le
quali fi può
variatela chiaue in
altre tante maniere,
quante fono le
combina tieni podìbilf,
Refta parimente manifefto,
che con quefta
maniera di fcriuereoC'
eultamente fi può
comporre la lettera
in lingua Latina,
oGreca,© in_. qual
fi voglia altro
idioma , ancor che
il fegreto nafcofto
fia in lingua,.
Italiana ; &
all'incontro il fegreto
potrà eifere Latino,
Greco,o Arabo, anchor
che la lettera
fia in lingua
Italiana^ fi che
fcriuendo intutte le
lingue, potrò effer intefoda
chine sa vna
folade fcriuendo in
vnafol linrzua, potrò
cfìer intefo da
tutti quelli , che
profefiano altre lingu^^
diuerfe Si può
anche render più
facile la eompofitione
della lettera, difpo*
neadola chiaue nella
forma feguentc-» i b o
n \ a
1 e d
| h s
p m j
q , :
: * :
^ l i
i i ?
JJ J)> 1
> 5>. >3> I
5 55 5>J
I > 5>
5» g f"
2 ? ?
? g f
z j u
t r e
J > 3
Conforme alla quale
volendo noi fignificare
la lettera i.
faremo che quefta
fcguiti immediatamente dopo
vn punto fermo,
e volendo figni-
ficare la lettera k
faremo ch'ella feguiti
immediatamente dopo vn_.
punto, & vna
virgola; la lettera
o.feguitarà dopovn punto,
e due vir-
gole 5 la lettera
». dopo vn
punto, e due
virgole j la
lettera ^on inuiAruì
nella prefente una
fuìfc erata preghiera y
e he ut * .
mgliate degnare di
commandarmi (^c. • Nel
quale paragrafo fé
noi voremo fare
intendere quefte parole^
fegrcte : mi
ritrem prigione fciegliercmo
li foli caratteri,
v he f
)rmano tali parole,
incominciando dal terzo
carattere w. e
da queitoiì no all'-
altro carattere /.delfecreto numeraremo
cinque caratteri, quindi
pri- ma di ritrouare
il terzo carattere
r. numeraremo dicci
carattcri,e così delli
altri, che per
facilità habbiamo notati
con punti, &
inquefìo mé- tte collocheremo da parte
li numeri delli
caratteri,che s'interpongono tra
l'vn punto,c Taltroj
cioè numerando dal
primo carattere fmo
all'/», haueremo il
numero 5. e
dall' w. fino all'/,
haueremo il numero
s, da_, quefto
fino air r,
haueremo il numero
i o. e
cofi facendo delli
altri rac- coglieremo li
numeri feguenti . 5,
5. 10.4. 22.
25. I. IO.
10.45. I(). 21.
II. 2. IO.
IO, 5. Oltre
di ciò haueremo
vn alfabeto ,
il quale fia
difpofto non con.,
l'ordine naturale, ma
con qualfiuoglia altro
ordine j e
fopra il detto
alfabeto fi collocheranno
ifuoi numeri corri fpondenti alli
caratteri , il quale
alfabeto così difpofto
feruirà di chiaue.
Supponiamo per tanto
che fia difpofto
nel modo feguente,
I. 2. 3.
4. 5. C,
7. 8. 5).
lo. II. 12.
15, 14. 15.
16. 17. 18. Ip.20,
a. r. n.
d. b, d.
f. e. i.
h. 1. m.
s. u. t.
e. g. p.
q, z. Per nafcondere
dunque li predetti
numeri, che moftrano
il fegreto nafcoftonel
primo paragrafo della
lettera, componeremo il fecondo
paragrafo in modo,
che la prima
lettera fia». la
quale indicata il
pri- mo numero 3.
pofcia dopo la
prima virgola incominciaremo la
parola con la
lettera ^. che
indiorà il fecondo
numero 5. Similmente
dopo la feconda
virgola, incominciaremo la
parola con il
carattere /;. chft«»
denotata il terzo
numero cioè i o. e
così de gl'altri
caratteri , z^ numeri.
Si oflrerui,chefe vi
farà alcun numero
maggiore, il quale
non fi ri-
trou^neU'alfabettOjfi donerà hauer
riguardo folo alla
feconda nota numerale, incominciando la
parola con il
carattere à tal nota
corrif- pon- i4.
ponaente, guanti alla quale
parola cfoiirannò '^recedòre due
punti in_i luogo
r'jeiJa virgola, i
quali due punti
moftrcranno , che la
prima nota_» nmiiP-vale
farà 2. e
quando la prima
nota numerale farà
5. , dourà
precedere vn punto,
& vna virgolasse
vn punto fermo
quando la nota
numerale farà, Pertanto
il fecondo paragrafo
della lettera potrà
ei'er quefto, ^cn
ho potuto/:» hora
, benché io
la defideri , hauere
occapone di parlare
con Kntonio yOYide
mi difpiace :
reH^wdo defraudato dal
deJJderto di femirui:
non ho pero
perfa U [piranha
^ anzi credo
che prejìo ,hauero commodita,
hoggiforfi di abboccarmi
con efso. u^el
reHo fempre,t^m ogni
occorenza farò pronto
5 anzi prontiffimo a
feruirui ^la'vofra wodejìia non
'vi , ritenga di comman-
darmi ^hauete un jeruo
fedele yhabbiate ogni
confidanzj^ con me^
ne ut f corda*
te di un
mHra Ajfctionatifftmo &*c.
In quefto modo
di fcrinerefele interpuntioni
per maggiore facili-
tà nonfoflero del tutto
acconcie, e pofte a fuoi luoghi, non
perciò li darà
lofpetto alcuno, come
ho auiiertito di
fopra^e fempreil fegreto
ftarà nafcofto,fenza poterfi
intendere da chi
non ha la
chiaucjcioè la difpofitione del foprapoflo alfabeto. Mail
corri[pondente,o ami- co, il
quale fia partecipe
della chiauejofleruerà il
primo carattere ».
al quale nella
chiane corrifpondeil numero
^.epofcia il carattere.^,
che fc"U!tadopola prima
virgola cioè ^.
a cui corrifponde
nella chia- ne il
numero 5. indi
dopo l'altra virgola
ritrouerà il carattere
h, a cui
corrifponde il numero
io. più auanti
ritrouerà il carattere^,
a cuicor- rifponde
il numero 4.
Poco dopo ritrouerà
il carattere r.
a cui corriti
pondeil numero 2.
e perche al
detto r. precedonodue
punti, che (ì- onificanoil
numero 2. perciò
noterà il numero
22. e così
ritrouerà tut- ti li
altri numeri ;
con i quali
haucrà poi facilmente
nel primo paragra-
fo della kttera , tutti
li caratteri che
formano il fegreto
nafcofto, §. III.
Ter^o f^oào ài
fcrluere in zjfra
fatile ^ che
nondaalcuu fof petto 3
ne può intenderfi
da chi non
ha la chiane»
Q Vello, che ferine, e fimilmente
quello, a cui fi
ferine, hauranno vna
ferie, & ordine
di caratteri, com'
è il pofto
qui fotto, &
ambidue fi accorderanno
aflìeme di fcriuere
in vna tal
chiaue determi- nata ,
quale farà vna
parola , o molte,
o fignificatiua, o
non fignificpiua come
lorc pili piacerào A B M A B C D E
F G H
1 L M
N OP QR
S T V
Z ABCDEFGHIL M
N O P
Q^R S T
V Z A
B C D
E F N
O P CLR
S G H
I L T
V Z M
ABCDEFGHIL O P
CLR S T
V Z M
N ABCDEFGHI L
PQRSTVZMNO A B C D E F G H I L Q R S T V Z M N O P A B C D E F G H I L R S
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N O P CL ABCDEFGHI L
ST V ZMNOP
Q^R ABCDEFGHIL T
V Z M N O
P Q^R S
ABCDEFGHIL VZMNOPQ^RS T
ABCDEFGHIL ZMNOP Q^R S T
V ■;!pnj ••0'>
Il ^'5 -/>
CU ore cuorecuo
r ecuor ecuorecuo
:i Il tuo
fratello è stato
ammazzato, ->> Di
poi neirordine de*
caratteri pofto di
fopra fi cercherà
la prima^ lettera
e, della chiaue rielli
caratteri più grandi,
la qual lettera
e ftà nella
feconda riga ,•
e perche fotto
il e della
chiaue v*è la
prima lettera j.
del fegrcto, cercheremo
nella feconda linea
la lettera i,
delli caratteri più
piccoli, & in
vece di effa
fermeremo quella, che
vi ftà fotto
cioè
àferpendo{l!uoniptrò,/ono
gl'auuifi dell'armata
yi>uoni[iìmi quellt dei
nofìro CeneraliJl/tmOiÀcui. è
riyfcito yfcuidare dalli
alloggiamenti n nemico
? Q ode
fi per tanto
Jpermdoxhe ilTurco fi
rifoluerà^ad abbandonare l'intprefa^
Se altro accader
a ^mandaro auutjoiiJoiin
tanto fiate [ano
^ godete dt
fotefi\ ^ria. ; non.
fate, dfordini^e ricordateui
di honorartni de m^ri commandi f^c.
U cQtrifpondente confa peuoledeirartificio, aperta
la lettera, note-
rà per ordine tutti
li caratteri , che
feguitano immediatamente dopo
le uirgole,^: interpuntionì , quali
ritrouerà cffere li
feguenti cuQ re
cuore cuore zubba
fgfafmugne., Sopra de
quali egli fcriuerà
la folita chiaue
5 poi cerchersi
la. prima^! lettera
IìR fcrluercinxifrafiferuono alcuni
delli numeri corri fpondenti * alle lettere
j ma perche
cofi facendo,rifte(ro numero
vale fempr«-» ^erla
medefima lettera j
perciò riefcc facile
rintenderc,e cauare dalla 2Ìfra
il fegreto nafcollo
; Noi dunque
in vece di
fcriucre li numeri
cor- rilpondéti alle
lettere, cioè /.
per a. 2.
per L 5.
per e fcriuercmo
vn altro- numero,che
(ìa moltiplicedi eflb
j fi che
poi quelli numeri
diuifi per vii
altro numero fi
habbia il numero
precifocornfpondencealli
caratteri. Per efempio
volendo lu fcriuere
quelle parole non ti pdire
di Pietro , fcri-
uerai quefti numeri
in tal forn.a
5 9, 42, 3
9« 5 7, 27.
i 8, 27, f
2, 5, 5
1, 15. 12,
27.45,27, 15, 57> 5
i,42.douei punti fono
quelli,chc diuido- jio
le parole vna dall'altra, eie virgole diuidono le lettere: quelli nu-
jmeri dunque diuifi
per il numero
5, fil quale
ferue di chiaue)
danno li aìumeri
fcguenti 15,14,15. I9,p.6,p,4,
i, 17, 5.
4,9. MjP, 5)«9,
17,14.11 primo numero
lignifica »«» jpoieheil
i ?.corrifp. Io.
I7« iS. ti?.
29. H. 12.
13. 14. 15»
'^"^ I. %,
3. 4. 5.
6. 7. S.
^. ICt li.
tf. 10. II.
12. 13* 14.
15. i^. 17.
t. 1. 3. 4. 5. 6. 7. •• P. IO»
19. 20. II. 12. 13. I4. 15. 16, 17.
18. '•= •*
2 I '• ^* 5* 4*
5. ^» ?•
"• 9* i®»
^ I ipi
II. 12^. I3«
14. ts. i^.
17. IS. 19-
H ST 5^
Si determini vna
chiaue, fopfa cui
fi hauerà da
fcriuere,ta quale confifterà
in alcuni Numeri,
più, ò meno,
conforme fi vuole_^,
pur che niun
numero ecceda il
venti. Sia per
efsempio la chiane
com- pofta delli
quattro numeri feguenti,cioò
7. 12. ?. 8.
Volendo metr tere
in zifra qucfte
parole, ^on it
firmare in l^oma ,
cercherai nelle lettere
pofte qui a lato la
lettera N. è
nella riga corrirpondcnte iln^.y^
ma in luogo
del 7. fcriuerai
quello, che vi
è pofto Tetto,
cioè 12. Di
poi prenderai la
feconda lettera -del fegreto,chc
è O, e
nella riga^ corrifpondente cercherai
il fecondo numero
della chiaue,che è
12. ina in
luogo di 12.
fcriuerai il numero
foprapofto,cheè'(5. fimilmentc prenderaila
terza N, e
nella riga corrifpondente cercherai
il numero 3.
della chiane, ma
in luogo del
j. metterai il
numero pofto di
fotto, cioè 1 8.
cesi farai di
tutte le altre
lettere, & hauerai
li feguenti numeri
1 2. (?. 18. 15. 1 1.
IO. 15. 15.
12.2.20. 20. 1 1.7.20.14.
12.2. quali fé
manderai al tuo
corrifpondente, fingendo,
che fiano numeri
di altre cofejnoncagionarannofofpctrpje quando
ben'anehe vi foflfe
per al- tro alcun
fofpetto, la zifra
è tale, che
non potrà mai
efler intcfo il
fe^reto j perche
la medefima lettera
muta fempre numero
per ca- gione della
chiaue, come fi può facilmente
ofseruarq aelll efempia
allegato. -'' ^ '
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Settima Si §.
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cen numeri, QVellOjche
fcriue, è quello
a cui fi
fcri'ue,habbiano rvno,e l'altro
alcune virgolette di
cartone, o di rame,o
di legno con
fopra notati i
numeri e lettere ,
come fi vede
nelle feguenti . *
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Quelle verghettc fi
potranno profegnire fino
al numero di
venti, che cofi
ciafcuna faràdiuerfa dall* altra
; ma balleranno
anche meno per il noftro
intento : ferucndofi
noi dunque delle
fole otto qui
pofte, e volendo
per efempio/criuerc Pietro
è morto per
fcriuere il p
prendere- mo iU'n:-iih
mo qualfivoglia delle
dette vei ghette^ per
efempio quella, che ha
ili fronte il
5. e trouercrnojcliein efla
alla lettera;» cQrrifponde
il nume- ro IO.
onde noteremo qucfti
due numeri 5.r
o. coli in
luogo della let-
tera i, fcriuerenio 8.
2. che fignifica
nell'ottaua verghetta il
fecondo luogOjOiiero 4, tf
, che
fignifica nella quarta
verghetta il fefto luogo &c. e per togliere
il fofp^tto che
potrebbero recare quefti
numeri, li po-
tremo fcriuerecome fé foflero
tauolc aftronomiche, ponendouiauanti il
C,&M»quafi che il
numero che fignifica
levcrghette fignificaflc i
gradi 5 e
l*altrp numero fignifìcafle
i piinuti di
qualche fcgiio qelei^c;
il che refleropio
potrà ftare così ,
^ C. 5 .
G. 8. G.
7. G. ».
G. 5 . G.
a. G. ^.
G. 1. G.
2. G. 5.
C.7. G. 9^ ~
M.IQ.M. 2» M,ip.
M.i7.M.i2.M,i i.M.^o.M.^i.M. 1 2.M.14.M.1
^.M.^, Quando dunque
Tamico tuo vorrà
leggere vna tale
fcrittura, prende-' là
le verghette per
ordine cioè la
quinta, Tottauajla fettima
&c. e quc*»
fte le ponerà
l'vna dopo Taltra
alzandole, & abbacandole
fi, che s'in-
contrino inficme li fecondi
numeri 10. 2.19. i7«&c.
Poiché con tali
niji^ in?ri hauerà
gnqora \c predette
parole Pittro i
morto, $. VJIL
Vn Altro modo
di/erìuere in ^ifrsJimUi
4I precedente» SI
h abbia no
le tauolc pofte
qui fotto fegnate
con li dodici
fegnf del Zodiaco,
in quella forma,che
quìfi vede, con progreffione
di numeri, Hiuno
de quali fia
maggiore del 30.
per erprimcre i
gradi di tali
fcgni . Volendo
dunque fcriuere Paolo
in luogo del
Pi fcriuerai G.24.
onero G. 25.
ouero G.22.§ic.cofi in
luogo di «
fcriaeraiG.il. ouero G.
io. e cofi
le altre lettere
di mano in
mano. Li collocarai
poi feguitamcnte rvno
dopo l'altro in
mo4o che ftmbri.vna
tanol^ aftronomica.^9 Auercait
Jr- a Illa
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Auuertafi, che in
qucftc tauole fi
è fchiuato il
cominciare dallVnrà tà
» ma fi
è cominciato dall' vndici,
per Icuare ogni
fofpjstto,il che con-
figiiamoa fare io
ogni altra uuola.
.ty^'-.. ,imm 34
Volendo dunque fcn'ucre
GuarJati Ja Pittiò
Tefcmpìt (iiaì n«I
modo che feguQ.
V I uì, I V
♦H, I C,
17. I G.
»?. \ G.
10. Q. 19 I cofìfbrme efprimono
di eflere in
diuerfi gradi delli
fegni del zodiaco
; nel qual
modo oga vno
potrà formarfi le
tauo« k a
fuo piacere j potendofi queJftc
difporrc in molte
maniere, f)cr cfcmpio
in luogo di
cifticuna lettera, potrai
vfare qual fi
voglia € nel
medefimo modo egli
potrà rifpondere benché
cieco. In oltre
fi potrà trattare
viccndeuolroentc in fegreto
co vn cieco
per jnezzo di
vn libro di
molti fogli :
ponendo tra fogli medefimi vari
fe- gni, fi che i'vnofia
dittante dall'altro tanti
fogli quante il
numero cor- rifpondentc
al carattere del
alfabeto, che vogliamo
indicarejd: acciò il
fegreto retti maggiormente
nafcotto,daremo alli caratteri
del alfabeto vari
numeri feni ordine
naturale 5 come
farebbero li feguenti.
i 3. 2.
I. 7. 8.
9* lo. 4.
5. 6, II,
I). I J.I4. 15.
2o» fp. 18.
I7.1tf« abcdefg hilmn
opqrf cvz E
volendo indicare il
carattere g* numeraremo
dal principio del
li- bro dieci carte,
e dopo la
decima metteremo nel
libro vn fegno
di car- 13,0
altro ; ouero
piegaremo la carta
medefima j volendo
indicare il d
feguitarcmo a numerare
fette altre carte, e
dopo vi metteremo
vn altro fcgno,e
cofi fcguitando finoche
fia compito tutto
il fenfo fegreto.
Que- ftc modo
fi può variare
in molte forme
facendo feruire diuerfe
forti di kgni
per diuerfe lcttere,ouero
diuerfe piegature di
carte, bora di
fopra, hor di
fotto,hor alla dettra,hor
alla finiftra del
libro ; fi
che il diuerfo
nu- mero delle carte ,
& la diuerfa
forte di fegni
combinati infieme denoti-
no li diuerfi caratteri.
11 modo di
dare minor fofpetto,
e difficiliffimo ad
eflcr ritrouato da^
chi non ha
la contrazifra , può
effer quefto . Habbianfi
cinque fegni di-
uerfi da mettere tra
vna carta,e l'altra
del libro j
la diuerfità de'fegni
po- trà eflere,chevno fia
vnaliftafottile di carta,raltro
vna lifta parimente
di carta ma
piegata per lungo,
il 3. vna
lifta fimile piegata
da capo ;
il quarto vn
altra iifta piegata
da piedi, il 5. vna
lifta piegata da
capo, e da
piedi . Aciafcunodiqueftifegnifi attribuiranno
quattro carattc- !ri ,
che faranno in
tutto venti. Volendo
poi indicare il
primo di quelli
quattro caratteri,pofto il
fegno in qualfiuoglia
luogo( cominciando da!
principio del libro
verfo il fine
,òdal fine verfo
il principio ) tra IVna-j»
carta,e Taltra fi
piegherà la carta ,
che tta alla
deftra parte del
fegno,c6 vna piegatura,comefi fuole,nella
partedi fopra; e
volédo indicare il
2**. •carattere fi
piegherà la medefima
carta nella parte
di fono: per
indicare il 4J
il terzo carattere
fi piegherà la
carta finiftra nella
parte fuperiore,o per
indicare 4°. carattere
fi piegheri la
medefiraa carta nella
parte in- feriore j
così faremo di
tutti li altri
caratteri attribuiti a
gl'altri fegni fi
cheladiuerfitàdelli fegni, con
la diuerfità della
piegatura delle car-
te,indicfai la diuerfità
delli 20. caratteri. Molti
altri modi fi
potrebbero inuentare,quali ognVno
potrà facil- mente ritrouarea fimilitudine
delli precedenti ;
a quali voglio
aggion- gerne vn
altro non meno
ingegnofo , benché alquanto
laboriofo. Si pigli
vna tauola di
legno dolce, e molle, e
con caratteri da
ftanv. pa, quali
però vorebbero eflère
di ferro, o altro
metallo fodo, più
tofto che piombo,
& alquanto grandi,
s'imprimano nella tauola
le parol?^ del
fegreto, facendo rientrare
in dentro il
legno j di
poi con vna pialla, fi
fpiani la tauola
leuandone tutto il
legno, che foprafta
alli caratteri impreffi,
in modo, che
refti tutta piana.
Quefta tauola s'inui;
al cieco il
quale la metterà
neiraqua:& in breue
Taqua penetran- ào
per i pori
fari rialzare i
caratteri com- prcfiì,
fi che il
cieco toccandoli con
le mani potrà
leggere , &
intendere il fegreto.
Jn qtiftl modo
fi pojfa parlare,
o rnamfeUarc ì
fuoi fcnji 4
chi ^t^ lontano
fenz^a mandare ne
letjtre ^ ne
mejfaggtere^ JTIft «^^'Arie
inticntloni h fono
ritrouate per manifeftare
i fuoi fl^nfi,
^\Éj4?^ e parlare
a chi (la
lontano per via
di alcuni fegni
vifibih, p\\Jv^^ le
quali deicriueremo nell'Arte
Maeftra, con molte
altre ¥&i^^ cofejcheaqucfta materia
s'afpettano.Maperrhe le fu-
dette inuentioni feruonofolo
per parlare :
Ila diltanza di
pochenilgliaje di più
fono alquanto labonofea
pratticarfi: perciò ne
defcriuerò qui due
altre mie molto
più facili delle
ritrouate fu/ bora_. ,
con le quali
pot^-emo parlare alla
dilania di trenta,
& anche piu
mi- olia_Je Sedunque
quello,con cui vogliamo
parlare farà in
Iuoctoj ne! quale
fionpofla penetrare la
vifta, per eflerui
di mezzo alcuna
collina, mura- glia,© altro:
potremo nulladimeno parlar
facilmente con efib
lui in_a quefta
forma. Spararemo vn
mofchetto, e fé
queflo.per la molu;
diftan- za, non
potefle vdirfi, vn
grofìfo mortaro , onero
vn pezzo di
cannone | «quello
farà il primo
fegno 5 che
daremo a quello,
con cui vogliamo
parlare. Tanto egli 5
quanto noi hauremovna
palla di qualfivoglia
ma- teria pendente da
vn filo, o
catena, con il
moto,&ondutioni della qua-
le fi mifuri il
tempo: ma è
neceflario chelVno, e
l'altro (ìlo-da cui
pen- dono fofpefe in
aria le pallejfia
della medefima lunghezza,
accio i moti,
& ondationiiiano parimente
vguaii. L'amico dunque
vdito il primo
fparo fi accoderà
al fuo filo
, e pallajC
noi fimilmente alla
no(ìra_i : All'hora
faremo vn altro
fparo, e nel
medefimo tempo daremo
il moto alia
palla pendente dal
filo, acciò faccialelue
ondationiiil che farà
anche l'amico lontano ,
tofto che ode
quefto fecondo colpo:
Volendo poi noi
fignificare la prima
lettera del alfabeto
afpettaremo,che la_# palla
habbia compito cinque
ondationi,& all'hora faremo
vn altro fparo
jfimilmente volendo dopo
quello fignificarela feconda
lettera_> dell'alfabeto,
afpettaremo chela medefima
palla habbia terminato
dieciondationi, e fubito
faremo vn altro
fparo j per
fignificare la ter-
za lettera afpettaremo quindici
ondationi della palla;
e così dell'altre
j in tal
maniera ancor e
he fi vfafle
qualche negligenza in
sparare vn poco
k, piti 45
più pretto, o
più tard© del
tempo «on fi
potrà pigliar' errore
dall'ami- co lontano;
polche lo fuarionon
farà mai più
di vna,odueondationi. Non
potrà ne anche
cagionai* errore il
fentirfi Io fparo
lontano, molto tempo
dopo che fi
è dato fuoco
aljmortaro , o cannone
5 poiché tanto
tempo paflèrà di
mezzo all'vno fparo,
e l'altro, quato
di mezzo al
vdnfi dellVno , &
allVdirfi deiraltro. più
facile farà il
parlare quando l'amico
lontano fia in
luogo non., impedito
alla vifta; poiché
in tal cafo ,
fé farà di
notte in luogo
dello fparo, potremo
moftrare vna torcia
acccfa, e poi
nafconderla mentre-* che la palla
falefucondationiie di nuouomoftrarla dopo
cinque, o dieci,
o quindici > onero venti
ondationi, conforme le
lcttere,che vor- remo fignificarc ;
& cflèndo di
giorno,farcmo il medefimocon
vna ban- diera,© altra
cofa vifibile da
lontano in luogo
della torcia :
ma queiU di
notte fi vedrà
molto più lontano.
Ofleruifianchora che con
la torcia, o
bandiera fi potrebbero
abbreuiare
roperationi,feruendofidi più tor-
c ie, o
bandiere j in
modo che, per
efempio, volendo denotare
la prima lettera deiralfabeto,fi moftraflc
vna torcia dopo
cinque moti, &
onda- tioni della palla
; e volendo
denotare la feconda
lettera fi moftraflero
due torcie parimente
dopo cinque ondationi
; volendo fignificare
la ter- za lettera
fi moftraflero tre
torcie dopo il
medefimo tempo ;
volendo poi denotare
la quarta lettera
fi moftraife di nuouo vna
torcia fola, ma-»
dopo dieci ondationi,
e cofi dell'altre .
Qyefta inuentionedidare diuerfofignìficatoal medefimo
fegno dal diuerfo
tempo, in cui
fi moftra, può
feruire alle perfoneinduftriofe per
fondamento di molte
altre inuentionij &
a me bafta
per bora-, haucilo
accennato. Vn altro
modo propongo per
parlar da lontano,
pur che fia
in luogo vifibile
,che può feruire
alla diflanza di
vinticinque, trenta,e più
miglia particolarmente di
notte.Si facciano tante
tauole di legno
quadre, t-* larghe
vn braccio almeno,
quante fono le
lettere dell'alfabeto j&
iii^ ciafcunatauola sentagli
vna lettera grande
quanto è la
tauola,ficheiI taglio fiagroflbdue
deti,'e palli dalfvna
all'altra parte della
tauola-/ , poi fi
copra elfo taglio
con carta rofla,
fottilc, e trafparente:
facciati poi vna
feneftrella della medefima
grandezza delle tauole
: alla qualci»
feneflra di notte
fi applicheranno fucceflìuamente le
lettere intagliate nelle
tauole, le quali trafpariranno da lontano, tenendoui dietro
vna torcia: onde
fé l'amico lontano
farà prouifto di
vneccelente cannoc- chiale, potrà
diftingucre le predette
lettere trenta, e più
miglia lon- tane^.
Si poffono anchora
fai riflettere, per
mezzo della luce,
e dell'ombra M
i 5® I
caratteri sì,che comparìfconoropra !e
muraglie di alcuna
càfa Ioni ranaje
ciò in moke
maniere j come diremo
alcrouej in tanto
io qui ac*
far sì, che vn tal
muto fciolga la
lingua , & impari
a parlare ^
e qu-llo che
è più mirabile
intenda benché fordo
l'altrui parole . E
ve ne fono
alcuni efempi, quah
mi piace di
riferire. Racconta Digbeo
nel fuo trattato
4e natura corporum
cap. 2 ^.num.
8. che vn
nobile Spagnolo, fratello
minore del Conteltabile
di Cailigiii»,, fordo,
e muto dalla
fua nafcita in
modo, che non
vdiua ne pure
vna bombarda fparata
vicino alle fue
orecchie, dopo hauer
tentato ognar- te
de Medici in
vano,per aquiftare rvdito,e
per confequenz.a la
loque- la, che li
mahcauafolopernò poter imparare
a parlare dall'vdire
l'al- trui parole j
finalmente vn certo
Sacerdote fpagnolo , sì
offerì ad '\n(Q-r
gnargli non folo
a parlare, ma
anche ad intendere
le parole de
gl'altri; i\ che fé bene
cagionò da principio
le rifa ne
circoftantiinulladimeno dopo qualche
anno fi x'ìMq
riufcito,con ftupore di
tutti j nel
qual tem- po con
molta fatica, &:
allìduaapplicatioue dello fcolare,e
del maeftro jnfienie,fi
fece in tal
modo, che intendeua
beniflìmo ogni parola
pro- ferita da altri, anche
in linguaggio difficile,
e di cui
non intendeua il
fignificato, ma pero
egli la ripcteua
felicemente, e parlaua
nella pro- pria lingua,e
rifpondeua fenz* alcuna
difficoltà >haucndone fatto
più volte rifperienza
il Sereniamo Prencipe
di Zambre, parlando nella
propria Ìingua,di cui
è molto difficile
l'articolar le parole
j& ilCaua^ liere
Digbeo medefimo afferma
di hauer più
volte parlato con
queftp nobile fpagnolo, & hauere
ammirato com'egli ripeteua
le parola-* proferite
da vn altro
con voce fommclfa ,
e lontano quanto
era la lun-
ghezza di vna gran
fala. L'ifteflb è
riufcito al Prencipe
di Sauoia fratello
cugino del Duca
prefence, come mi
hanno atteftato perfone,che
hanno trattato con
efla ., .
lui. 5* li:i,huomo
di vìuaciflimo ingegno: e
vi fono ftati
due nofìri Padri
, che dal
folo veder muouere
le labra diquellijche
parlauano, incendc- uano
le parole j
come riferifce il
P. Carparo Schotci
nella fua Fifica-i
curiofa lib. 5,cap.
3J, Niuno però, ch'io fappia, ha fcrittodel
modo,che{ìdeuc tenera-» per
apprendere queft'artc veramente
mirabile^ onde ho
(limato, che jion
fia per ifpiacere,
fé io qui
ne dirò ciò,
che fento. Deuefi
dunque» confiderare 5
che nel proferire
ciafcuna lettera dell'alfabeto, tanto
Ita- liano, quanto Latino, Greco, Hebreo, odi altra lingua,neceflariamen- le
fi fa diuerfo
moto, o nelle
labra, o nella
lingua, o ne
denti, o in
tutti afiìeme 5
hor* aprendo più
la bocca come
nell'Arhora meno come
nell* E :
hora prima ftringcndo
le labra, e
poi aprendole, come
nel B :
bora aprendole, e
ftringendo i denti come nel
C : e
così dell' altre
. Ciò che
fuccede nelle lettere
folitarie,fuccede parimente nelle
lettere accompagnate, cioè
nelle fiIlabe,epoi nelle
parole intiere .
Se dun- que alcunofiauneLzeràa conofcerc
tutte le differenze
di queftimoti, potrà
pariméte intendere cio,che
vien detto da
vn altro,bcnche no
oda la voce;
e per confeguenza
imparare a proferire
le medefime parole ,
procurando d'imitare tali
moti di labra,
di denti, e
di linguali che
non fideueftimare tanto
difficile, come a
prima vifta raffembra,
per- cloche ogn'vnodinoietiandio prima,
che haueffc IVfo
della ragione, imparò
a proferire le
parole con marauigliofa
induftria della natura,
che (limolata dalla
nece(Iìtà,fi affaticaua d'imitare
l'altrui parole,con dare
alle labra vari
modfm tanto, chp ritrouaflfe
quello, che articolaua
)a ricercata parola.
Ma molto più
viene diminuita la
difficoltà di apprendere
queft'arte in vnfordojdallaprouida, e
cortefe natura, che al
diffetto di vn fenfo
fuole fupplireconla perfettione
de gl'altri j onde fi
come alcuni priui
di vifta, con
il tatto riconofcono
tutte le diuerfìtà
de colori: come
ho raccontato di
fopra ,compenfando(ì il
mancamento delia vifta
con la perfettione
delli altri fen(ì,edeirimaginationc non
diftratta dalli og-
getti vifibili : così
il difetto deHVdito
fuole ricompenfarfi dalla
pcrf^t- ttone della
vifta, e parimente
deirimaginatione,e
memoria,non diftrat- ta dalli
oggetti ftrepitofi j
ond'è che il
(ìlentio fi chiama
padre, e mae-
ftro delle concemplationi. Hor
venendo alle regolc,chefi
deuono pratticareda chi
vuole farfi tnaeftro
inqueft*arte;dicochefi deue primieramenrc
hauere auanti a
gl'occhi del fordo
vn alfabeto, &
incominciando ad accennare
al fordola prima
lettera, nel medefimo tempo
proferirla con moto
ga- gliardo della bocca,
e della lingua ,
accennando al fordo^che
anch'egU prò- 4P
procuri d'imitare l'ifteflb
motore ciò fi
dcuc fare fin*
tanto, che imi-
tandolo perfettamente
proferifclii ciafcuna lettera ,
il che riufcirà
in_. poche lettioni . Apprefo
che haucrà il
fordo tutto J*aIfabcto,dourà aUuezzarfi
a proferire ii monofillabi,comc fono
gl'articoli //, 4/, /
aura fpiritus inclufxy
atque occulia ccncitum.
Dal qual mQdodifauellarc raccogliefi
p che moflb
non era da
vento eftrinfeco , ma
più tofto da vn fiato
chiufo nelle parti
interne della machina,
che ftauafene equilibrata
nell'aria. Racconta parimente
Adriano Romano, che
il Regiomontano famo-
fo Aftronomo,e matematico
fabricò vn aquila, la
quale volò incontro
a Carlo V,
mentre faceua la
folcnne entrata in
Norimberga , e con
eflb Carlo ritornò
addietro accompagnandolo fin*
dentro la Città.
Boetio famentionedi certi
vccelletti formati di
rame, che volauano
non folo, ma
cantauano ancora. Glica, e
Manafle raccontano, ch'altri
fimilivc- cellihauefle apprefo
di fé l'Imperatore
Leone. E più
modernamente habbiamo dal
noftroP.Famiano Strada che
il Turriano ingegnere va-
lorofifiìmo, faceua volare
certi vccelletti per
le ftanzc di
Carlo quinto, mentre
ftaua ritirato dopo
la rinuntia del
fuo gouerno fatta
al fuo figli-
uolo Filippo. Eflendo che
dunque niuno ha
tramandato a pofteri
queft'arte tanto ingegnofa^ e
diletteuole, mi è
paruto di doner
fodisfare alla curiofità
de machinifti,eon accennare
in qual modo
fi poiTano imitare
fimilivcceU 5i- li
; il che
llimo fi pofla
pratticare in più
maniere. Primieramente ciò
f: può fare
con inanticetti moflì
da ruote denta-
te :Fabricata che iiaraiiuila,
colomba, o altro
vccello di materia leg-
oerequanto piufia podi
bile 5 fé
li faranno le
Tue ah di
penne, odi altra
materia atta per
riceuere il vento,
e fi connetteranno
al còrpo dellaJ
colomba per modo
tale, che fi
pollano agitare, e
muoucre facilmente :
pofcianel corpo della
medcfima fi acconcieranno
alcune ruote dentate,
le quali fi
muouano p mezio
di vna fufta
nel modo mcdefimOjchVfafi ne
"li oriuoli j
quelle ruote mouendofi
faranno alzare , $^'
abbaflaredue piccoli mantici
conncfii allMtjma ruota,
che fi muoue
più veloceméte, in
modo, che mentre
l'vno fi alia,
l'altro fi abballi,
il che non
è difficile a
chi ben intende
il modo , con
cui le medefime
ruote de gli
orinoli muouono il
tempo, o librile dell'orinolo
mcdefimo; Il vento
de man- licettifi
farà vfcire per
due piccole cannette
fotto l'ali ne fianchi
della colomba, in
modo tale,chevrtando nell'ali
medefime le muouino,
eoa- qualche incerottione
si , che dibattendofije per
conieguenza rcfiften- (toaU'^riajfi
{blleuerannoinefia,e daranno il
volo alla machina,
il quale durerà
fin tanto, che
perfeuererà il moto
delle ruote,e de
mantici; e quefto
modo fembra conforme
a quello,che riferifce
Aulo Celio ci-
tato, i -- -
; 11 fecondo
modo fimile al
precedente farà , fare'
le medefime ruote
dentate, che in
vece di muouere
i manticetti, o
il tcpo dell'oriuolo
muo» uano immediatamente le
ali con moto
proportionato alla grauità
della machina, fi che fia
fufficiente ad alzarla
in aria, e
farla volare. .
Terzo fi potrebbe
ancora condcnfare violentemente
l'aria in vna^
vefica, o vafo
di vetro chiufo
nel corpo della
colomba, fi che
poi apre- do il
vafo co vna
chiauetta, e lafciando
vfcire l'aria per
due Gaoneìfini fotto
Tali, quefiia con
il fuo impeto
fofpingeffe l'ali medefime
j ma poco
durarebbe vn tal
moto ,& andrebbe
prefto mancando. Quarto
finalmente fi potrebbe
far folleuare in
arialVccclIo in quel
modo,che fi foUeua
vn vuouo pieno
di ruggiada fi:illata,pofto a
raggi cal- di del
Soie , fé nel
corpo dell'vccello medefimo
chiudèffìmo TvuouOjO vefica
piena
diliquorefottili{Iìmo,ehc
facilmente rarefatto dal
colore del Sole
fi folle uafle. E
quefto, e quanto
ho voluto accennare
in quefta materia,
per aprir la
via a gl'ingegni
perfpicaci in ordine
a pcrfettionare quefta
inuentio- nc, e
ricrouarnc altre fimili
j e per
inftradarmi ad vn
altra mia inuemio-
ne più marauigliofa, cioè '
- ri^ V ,'!
• ;iì 6*n
-Gob ••■ Féthricàrt
'vriA naut^ che
camini fofientata fopra
l* aria 4t
remi , ^ h
vele \ quale
fi dimoerà poter
riufcirs nella prattica»
[ON fi è
fermato nelle precedenti
inuentioni r.irdire, e.^
curipfità deirintelletto humano
j ma in
oltre ha cercato
comegl'huomini
poflanoanch'eflìiguifadi
vccelli vo» lare
per l'aria; e
non è tbrfi
fauolofo ciò, che
di Dedalo^ e
de' Iccaro fi
racconta; Imperciochc narrafi
per cofa.» certa,
che vn tale
,di cui non
fouuiemi il nome,
a tempi noftri
con fimi. le
artificio, pafsò volando
dall'vna all'altra parte
del lago di
Perugia-^: benché poi
volendofi pofare in
terra fi lafciò
cadere con troppo
impe- to, e precipitò
a cofto della
fua vita. Ninno
però mai ha
ftimato podi- bile
il fabricare vna
naue, che fcorra
per l'aria, come
fc foffe foftcnuta
dalPaque j imperoche
hanno giudicato non
poterfi far machina
più leggiera dell*
aria fteifa , il
che è necelTario
accio poffa feguire
l'effetto •dcfidcrato •
j3.iio^nvm;f; JL Hor*
io che fempre
hebbi genio di
ritrouare inuentioni di
cofe lc-> più
difficili, dopolungoftudio
fopradi ciò, ftimo hauere
ottenuto l'in- tentodi fare
vna machina piu
leggiera in fpecie
dell'aria fi, che
honu -folo cffa
con la propria
leggierezza ftia folleuata
in aria, ma
pofla por- .tare
fopradi fé huomfni, e qualfivoglia altropefojue
credo d'ingan- .narmi ,
effendoche diraoftro il
tutto con ifperienze
certe, e con
vna_# infallibile dimoftratione
del libro vndecimo di
Euclide, riceuuta per
tate da tutti
li matematici. Farò
dunque prima alcune
fuppofitioni,dal- le quali pofcìa
dedurrò il modo
prattico di fabricarc
quefta naue, la-, quale
fé non meriterà
come quella di
Argo ,d effer
pofta tra le
Stelle^» falirà alineno
verfo di efle
da fé medcfima.
Suppongo in primo
luogo, che l'aria
habbia il fuopcfo,a
cagione dei vapori,&efalationiche all'altezza
di molte miglia
fi folleua no dal-
la terra, e dall'aque,
e circondano tutto
il noftro globo
tcrraqueo 5 «.*»
ciò non mi farà negato
da filofofi, che
fono leggiermente verfati
nelle ifperienzej poiché
è facile il
fi mela prona,
con cauare fé
non tutta almeno
parte dell'aria, chefia
in vn vafo
di vetro: il quale
pefato pri- ma, e
dopo che n*è
ftata cauata l'aria
fi ritrouerà notabilmente
dimi- ^ &*-..-
nuito 5^ nulto
di pefo. Quanto
poi fia il
p£fodeirariaiol*ho ritrouato inquc-
fta maniera. Ho
prefo vn gran
vafo di vetro ,
il di cui
collo fi poteua-#
chiudere, & aprire
con vna chiauetta
: e tenendolo
aperto l'ho rifcal-
dato al fuoco
tanto', che rarefacendofi
l'aria, ne vfcì
la maggior parte:
poifubitolo chiufi sì,chenon
poteflrerientrarui,e Io pelai
j ciò fatto ibmmerfi
il collo ncH'aqua ,
reftando tutto il
vafo fopra l' aqua
iftelTa , &
aprendolo fi alzò
l'aqua nel vafo,
e ne riempì
la maggior parte_j
: l'apri) di
nuouo,e ne feci
vfcir Taqua quale
pefai,ene mifurai la
mole, e quantità
5 Dal che
inferifco che altre
tanta quantità d'aria
era ufcita dal
vafo 5 quanta era la
quantità deiraqua,cheviera entrata
per riem- pire la
parte abbandonata dall'aria
5 Pcfai di
nuouo il vafo
prima ben rafciugato
dall'aqua, e ritrouaiche
pefauavn oncia più
mentre era-, pieno
d'aria di quello
pefafle, quando n'era
vfcita gran parte.
Si che quello
di più, che pcfauaera
vna quantità di
aria vgualc in
mole all*- aqua,
che vi entrò
in fuo luogo
: L'aqua pefaua
540. oncie , onde
con- cludo che il
pefo dell'aria paragonato
a quello dell' aqua, e
come i.a (540.
cioè a dire
fé l'aqua , che
riempie vn vafo
pefa 640. oncie ,
l'aria.» che riempie
il medcfimo vafo
pefa vn oncia.
Suppongo fecondo che
vn piede cubico
di aqua, cioè
l'aqua ch;_> può
fìare in vn
vafo quadro, largo
vn piede, &
altretanto lungo, &
alto, pefi 80. librecioè
oncie p5o. conforme all'ifperienza del
Villalpando, che è
quafi del tutto
conforme alla mra
: Imperciohe ritrouai
che qucll' aqua
la quale pefaua
640. oncie era
poco meno di
due terzi di
vn pie. de
cubico . Dal
che viene in
neceifaria confeguenza >
che fé due
terzi di vn
piede di aria
pefa vn oncia
, vn piede
intiero pefarà vn
oncia e hiezza.
Terzo, fuppongo che
ogni gran vafo
fi pofla notare
da tutta , o
al- me no
quafi tutta l'aria
je ciò dimoftrerò
farfiinvarij modi nell'opera
dell'arte maeftra ,
come fpiegaròa fuoluogo^
Intanto accio tal
uno non ftimi,
che fia una
uana promefla, ne
infegnarò qui uno
de più facili.
Piglifi qualfiuoglia gran
uafojche fia tondo,
& habbia un
collo , o al
yr,- coUofiaconnefla una
canna di rame,
odi latta lunga
almeno 47. V^^' Terzéi
mi Romani moderni
, conforme allamifura
che èregiftrata verfo
il ' finediquefto
libro, nel trattato
decannochiali 5 &
eflendopiù lunga l'effetto
farà più ficuro
5 uicino al
uafo A. fia
una chiauetta B.chechiu-
da per tal
modo il uafo
, che nonni
poffa entrare aria:
fi riempia di
3qua tutto il
uafo con tutta
la canna; poichiufaJa
canna nella partt-»
eflrema C. fi
riuolti il uafo
si, che flia
nella parte di
fopra, e la
parto «flrema C.
della canoa, fi
fommerga dentro alfa
qua; e mentre
.è im^ i
'.; O merfa
ri 54 merfa
nell'aqua fi apra,
accio cfcaraquadal vafo,!a
quale ufcirà tutta,
reftando piena la
canna fino all'alcezia
di palmi 45.
minuti 2^. e
tutto il rimanente
di fiDpra farà
voto, non potendo
entrar aria per
alcuna partcj airhora
fi chiuda il
collo del uafi^conlachiauettaB. e
fi haucrà il
uafo uoto^ che
fé alcuno non
lo crede lo
pefi, e ritrouerà,che
quan- ti piedi cubici
d'aqua fonoufcitida efi^o,altre,e
tante oncie, e
mezze.-» oncie di
meno pefarà di
quello pefaua prima,
quando era pieno
di aria ;
il che bafta
per il mio
intento, non uolendo
qui difputare, fé
refti woto d'ogni
forte di corpo
5 del che
difcorrerò a fuo
luogo difenden- do, che
non può efler
uacuo, & infieme
moftrando, che non
ui refta-. corpo,il
quale fia di
alcun pefo, Qu^arto,fuppongoefleruere, ed
infallibili le dimoftrationidel libro
I i . e
£ 2. di
Euclide, riceuute da
tutti i filofofi,
e matematici,& euiden-
ti per manifefta
ifperienza ; nelle
quali fi proua,
che la fuperficie
delle palle, o
sfere crefce in
ragione duplicata delli
loro diametri , douc
che Ja folidità
crefce in ragione
triplicata delli medefimi
diametri: Et ac-*
cioqueftofi pofla intendere
da tutti; fi deue
fapere che allora
la ra- gione, o
proportione è duplicata,
quando fi pigliano
tre numeri in
tal modojcheil terzo
contenga il fecondo
tante uolte, quante
il fecondo contiene
il primo, come nell*
efempio qui pofto
I. 2. 4,
I. 5- 5>.
l. 4' i^.
doue il terzo
numero 4, contiene,
il 2.0 numero
2, tante uolte
quante il due
contiene l'uno, cioè due
uolte; e fimilmente,
il terzo numero
p. contiene il
fecondo 5, tante
uolte,quante il tre
contiene l'uno, cioè tre uolte 6cc,
All'horapoila proportione è
triplicata, quando fi
pigliano quattro numeri
in modo tale,che
il 4.*' cótenga
tante uolte il 3
.° quante quefto
contiene il 2.**
&; il terzo
contenga tante uolte
il 2.0 quante
quefto con» tiene
il primo, come
ft uede in
quefto altro efempio.
I* 3. 9'
17» I, 4.
i6^ 64. Dimoftra
dunque Badile che
la fuperficie delle
palle, o sfere
crefce in proportione
dupUcau delli diametri
5 cioè fé
pigliaremo due palle»
una delle quali
fia di diametro
groifa il doppio
dell'altra, per efempia
una 55 vnadl
vn palmo di
diametro, l'altra di
duella fuperficie della
palla_^ di due
palmi farà quattro
volte più grande
della fupcrficie della
palU di vnpalmoje
che rutto il
corpo, o folidità
della palla di
due palmi crefcendo
in pioportione triplicata
farà otto volte
più grande, e
per confeguenza otto
volte più pefante
della palladi vn
palmo di diame-
tro; fi chela fuperficie
della maggiore alla fuperfìcie della
minore»/ farà come4,
a i.e lafoliditi
faràcome 8. a
i. La quale
verità oltre la
dimoftrationefpcculatiuafi
può vedere in
prattica,pefando Taqua-. che
empie vna palladi
vn palmo di
diametro, e quella
che empie vn_.
altra palladi due
palmi: con il
che haueremo la
proportione triplica- ta della
folidità ; la
proportione poi duplicata
della fuperficie la
ri- trouaremo, mifurandola
fuperfìcie delle medefime
palle, ovafirDoue di paflaggio
auuerto vna regola
vtile all'economia , e
fparamio nella fpefa
de materiali, volendo
fare botti per
tener vino,facchi,o altri
vafi neceflfarij; cioè
che facendo vna
fola botte con
quei legnami con
i quali fé ne farebbero
due, quella botte
fola terrà in
fé il doppio
di vinodi quello,
che farebbero tutte
due le botti
jcofi anche, fé la
me- defima tela, che
forma due facchi fi
vniràinfieme facendone vn
Tacco folo , quefto
folo facce terrà
il doppio più
grano di quello,
che teneua- nolidue
facchi. Quinto, fuppongo
con tutti i
filofofi, che quando
vn corpo è
più leg- giero in
fpetie,com*e(lì parlano,di vn
altro, il più
leggiero afcende-» nell'altro
piugreue,fe il più
greuefia corpo liquido;
come vna palla
di legno, afcendefopra
raqua,e galleggia percheè
più leggiera in
fpetie dell*aqua ;
cofi anche vna
palla di vetro
ripiena di aria
galleggia fopra l'aqua,
perche fé bene
il vetro è
più greue dell' aqua,
tutto il corpo
pero della palla
pigliando il vetro
inlìemeconTariaèpiu leggiero di
quello, che fia
akretanto corpo di
aqua: che quqfto
è reflere più
leggie- ro in fpetie,
-ìm...
Prefuppoftequeftecofe,certoèchefc
noi poteflìmofare vn
vafodi vetro, o
d'altra materia, il
quale pefafle meno
dell'aria, che viftà
den- tro, e poi
ne cauafifìmo tutta
l'aria, nel modo
infcgnato di foprajquefto
vaforeftarebbepiu leggiero in
fpetie dell'aria medefimajficheper il
quinto fuppofto gaUeggiarebbe
fopra l'aria, 6 che fi
deuemultiplicareefib
diametro per la
circonferenza;fiche mul-^ tjiplicheremo
14. per44. &haueremola fuperficiedi
quefto vafo ton-ì
do, che faranno
ó 16. piedi
quadri di laftra
di ramc,ciafcuno de
quali hab- 57
habblamopoftochepefi tre oncie
,riche muItiplìcando^K?. per
5. haueremo i
848. oncie j
che è il
pefo di tutto
iì rame con
il quale è
fa- bricatala palla,
cioè libre 154.
Vediamo horafe l'aria
che fi concieae
in queftovafo pefipiudi
i 54. libre poiché
fé cofi è, cauatanc
raria_, refterà il
yafo più leggiero
di lei :
e quanto farà
più leggiero d:lla
rne- defima,altretanto pefo
potrà alzare feco,
efolleuarloin aria. Per
ve- dere il pefo
dell'aria, che vi
fta dentro, bifogna
vedere quanti piedi
cubici di aria
contenga, ciafcuno de quali
habbiamo moftrato che
pefi vn oncia, e
mezza. Perciò fare
infegna di nuouo
Archimede, che bi-
fogna multiplicareil femidiametro,chefarà piediy,
per la terza
parte della fuperficie
che farà 20
5 .e vn
terzo,il che £uto,
h luremo la e
:ip ici-
tàdel yafo, che
farà piedi 1457.6
vnterzo,e perche ogni
piede di aria
pefa yn oncia,
e mezza ,
Airà il pefo
di tutta l'aria
contenuta nel vafo
oncic 2i5 5.edueterzi,cioèlibrc i79.oncie7.
e due terzi. Hauédo
duri- due veduto
che il rame,
di cui è
formato il vafo
pefa folo 154.
libre , reftail
yafo più leggiero
dell'aria 2 5. libre
oncie 7.C ducterzi,comeha- ueuo
propofto didimoftrare; fi
che canata fuori
queft'aria, non folo
falirà fopra l'aria ,
ma potrà tirar
feco in alto
yn pefo di
2 5 . libre ,
««# oncie 7.
e due terzi.
Ma accio che
pofla alzar maggior
pefo,efolleuarehuominiinaria
pigliaremoil doppio di
rame,cioè piedi 1232.
che fono libre
di rame 3o8.conilquaI
rame duplicato potremo
fabricare vn vafo,
non folo al
doppio più capace ,
ma più capace
quattro volte del
primo , per la_^
ragione più volte
replicata della quarta
fuppofitione je per
confegué- za l*aria,che
fi conterrà in
detto vafo farà
libre 7 1 8 oncie
4.e due terzi,
fi che cauata
queft'aria dal vafo, quefto
refterà 410. libre,
& oncie 4.
e due terzi,piu
leggiero di altretant'aria, e per
confegucnza potrà folle-;
uare tre huomini, o
due almeno 3
ancor che pefino
più di otto
pefi per yno.
Si vede dunque
manifeftamenteyche quanto più
grande fi firà
li-* palla, o
vafo fi potrà
anche adoperare laftra
di rame, o
di latta più
grof- fa , e {oda ;
Impercioche fé bene
crefcerà il pefo
di eflb, crefcerà
pero fempre più
la capacità del
medefimo vafo, e per
confegucnza il pefo
dell'aria j onde
potrà fempre alzare
in aria maggior
pefo. Da ciò
fi raccoglie facilmente,
come fi pofla
formare vna machina ,
FigwA laqualeaguifa dinauc
camini per aria
jSi facciano quattro
palle ciaf- IV.
cuna delle quali
fia atta ad
alzare due, o
tre huomini, come
fi è detto
pocoauantijle quali fi
votino dall'aria nel
modo fopra moftrato,
e fiano le
palle , 0 vafi
A. B. C.
D. Qucftc fi
connetta no infieme
con quat- tro legni,
come fi vede
nella figura, fi
formi poi vna
machina di legno
P ' E.F.
5» E.F. fimilead
vna barca, con
il fuo albero,
vele, e remi:
e con quattro
funi vgiiali fi
leghi alle quattro
palle,dopo che fi
farà cauata fuori
l'aria, tenendole legate
a terra accio
non sfuggano, e
fi folleuino prima,
che fiano entrati
gHiuomini nella machina
j all' hora
fi fciolgano le
funi rallentandole tutte
nel medclìmo tempo
: cofi la
barca fi folleuerà
fo- pra l'aria,
e porterà feco
molti huomini più ,
o meno conforme
la gra- pezza
delle palle; i
quali potranno feruirfi
delle vele , e
de remi a
fuo diaccreper andare
velociffimamenre in ogni
luogho fino fopra
allcj' iiìontagne più
alte. Ma mentre
rifcrifco quefta cofa
rido tra mefte0b
parendomi che_-» ila
vna fauola non
m.eno incredibile, e
fìrana di quelle,
che vfcirono dalla
volontariamente paz.za fantafiadel
lepidiflìmo capo di
Luciano; e pure
dall'altro canto conofco
chiaramente di non
hauere errato nel-
le mie prone, particolarmente haucndole
conferire a molte
perfone_-» intendenti, e
fauie j le
quali non hanno
faputoritrouare errore nel
mio difcorfo;& hanno
folodefiderato di poter
vederelaprouain vna pal-
la, che da fé
ftefla falifìe in
aria j quale
hauerei fatta volontieri
prima_. di publicarequeftamiainuentione,fe]apouerta religiofache
profcflo mi hauefie
permefìb Io fpenderevn
centinaio di ducati,
che farebbero d'auantagoio
per fodisfarea fidiletteuole
curiofirà : onde
prego i let-
tori di quefto mio
libro a quali
veniife curiofità di
fare quella ifperien-
za , che mi
vogliano ragguagliare del
fucefìb ,il quale
fé per qualche-*
difetto commefib nell'operare
non fortifle felicemente,
potrò forfi ad-»
ditarli il modo
di correggere l'errore
j e per
animare maggiormente_j ciafcuno
alla proua voglio
fciogliere alcune difficoltàjche potrebbero
opporfì in ordine
alla prattica di
quefta inuentione. Primieramente può
ritrouarfi difficoltà in
voltare la predetta
pal- la, ovafo nel
modo di fopra
infcgn3ro,richiedendofi il riuoltare
fopra la canna
B. C. la
palla A. mettendo
in alto la
palla che prima
pofaua_. in terra
5 il che
certo non fi
potrebbe farefenza qualche
machina, con difficoltà,
filante la grandezza
del vafo,o palla
tutta ripiena di
aqua • A
quefto fi può rimediare in
modo, chenonfianeceifario muouere
la ì^igmA palla.
Si collochi dunque
la palla in
luogo alto almeno
47. palmi , e_^
V. nella parte
di fottofiaconeflb al
collo Ja canna
di 47. palmi,la
quale fi chiuderà
nella parte inferiore
C. pofcia fi
empirà di aqua
il vafo A.
con tutta la
canna per vn
altro forame D.
nella parte fuperiore
; pieno che
farà, fi chiuderà
il detto forame
con vna vite,
ochiauetta D. e
volen- dolo votare bafterà
aprire la parte
efl:reraa C. della
canna immerfa in un
uafo d'aqua, accio ufcendo
Taqua dal uafo non ui pofia fottentrar'
aria ; ufcita
che (ara rutta
Taqua fi chiuderà
la chiauetta B.
del collo del
" uafoj 59
uafo, e fi
leiiera via la
canna, cofi haueremo
il uafo ,
il quale fé non farà
del tutto voto
di aria ,
del che non
uoglio qui difputare,
certo è che
almeno peferà tante
uncieje mezza di
menojquanti fono i
piedi d'aqua, che
prima conteneua nella
fua capacità, il
che bafta per
il mio intento,-
& è già
ftato prouato con
rifperienza, come ho
detto di fopra
: deuefi folo
vfare diligenza in
fare, che le
chiaui, che chiudono
il vafo, fiano
f^t^e efattamente in
modo,che non vi
pofla entrar aria
perle commef- furc->.
Secondo, fi può
fare difficoltà in
ordine alla fottigliezza
del vafo ;
poiché facendo gran
forza l'aria per
entrar dentro ad
impedire il va-
cuo, o almeno la
violenta rarefattione, pare
che douerebbe compri-
mere eflb vafo, e
fé non romperlo,
almeno fchiacciarlo, e
guaftare la fua
rotondità. A quefto
rifpondo, che ciò
auuenirebbe quando il
vafo non folle
tondo i ma
eflendo sferico l'aria
lo comprime vgualmentc
da tutte le
parti sì, che;
più tofto lo raffodajche
romperlo? ciò fi
è veduto per
if- perienza in
vafi di vetro,
li quali anchor
che fatti di
vetro grofiò, e-»
gagliardo,fe non hanno
figura rotonda,fi rompono
in mille pezzi^doue
all'incontro ivafi tondi
di vetro ancor
che fottiIiffimi,non fi
rompono^ ne è
necefiaria vna pcrfetciffima
rotondità j ma
bafta , che non
fi fcofti molto
da vna tale
figura sferica. Terzo,nel
formare la palla
di rame fi
potranno fiire due
mezze pal- le,e
poi connetterle infieme, e
faldarle con ftagno
al modo folito
; ouero farne
molte parti, e
fimilmente vnirle j nel che non fi
può ritro- uare
difficultà. Quarto, può
nafcere difficoltà circa
l'altezza alla quale
falirà per aria
la nauej poiché
s'ella fi follcuafle
fopra tutta l'aria
che comune- mentefi
ftimaefferalta cinquanta miglia
piu,o meno come
vedremo dopo, feguitarebbe
che gl'hucmini nonpoteflero
refpirare. Al che
rifpondo, che quanto
più fi va
in alto nell'aria,
ella è fempre
plufottile, e leggiera
3 onde arriuata
la nane ad
vna certa altezza
non potrebbe falire
più alto, perche
l'aria fuperiore efiendo
più leggiera-, nò
farebbe atta a
foftcnerla, fi che
fi fermerà doue
ritrouerà l'aria tanto
fottiie, che fia
vguale nel pcfo
a tutta la
machina -, con
la gente , che
vi fta fopra. Quindi
accio non vada
troppo alta, conuerrà caricarla
di pefopiu,o meno
conforme all'altezza , alla
quale voremo falire;
ma fé ella
pure faliffe troppo
alto ; fi
può a ciò
rimediare facilmente coii_.
aprire alquanto le
chiauette delle palle
lafciandoui entrare qualche
quantità di aria;
imperoche perdendo in
parte la loro
kggierezza fi abbaiferannocon tuttala
nane; come airincontrofenon falifle
alta_. quanto 6q
quanto defìderiamo, potremo
farli falire con
allegerirla di que'pefi,
che vi metteremo
fopra. Cofi parimente
volendo dcfcendere fino
a Cerrafidoucrà aprire
le chiauette de
vafijpercioche entrando in
effi a poco
a poco Taria
perderanno la fualeggierezza 5
e fi abbafleranno
a poco a
poco fino a
deporre la nane
in terra. Quinto,
alcuno potrebbe opporre,
che quefta nane
non pofla efler
fpinta pervia di
remi, perche quefti
in tanto fpingono
le naui per
1*-^ 2 qua, in
quanto l'aqua fd
refiftenza al remo,
la doue l'aria
non può fare
tal rellftenza. A
quello
rirpondo,cherarfabenche non faccia
tanta refiftenza al
remo quanto fa
Taqua per efser
piufottile,e mobile; fa
pero notabile refiftenza,
e tanta, quanta bafteràafpingere la
nane; poiché quanto
è minore la
refiftenza che fa
l'aria al remo,
altre tanto è
minore la refi-
ftenza che fa al
moto della nane:
onde con poca
refiftenza di remo
potrà muouerfiageuolniente; oltre
che rare volte
farà necefsario ado-
prarei remi, mentre nslfariafempre haueremo
qualche poco di
ven- to, il quale
ancorché debboliffimo farà
(ufficiente a muouerla
veloce- mente j e
quando anche fofse
vento contrario alla
noftra nauigatione, infegnerò
altroueilmodo di accomodare
l'albero delle naui
in mo- do, che
pofsano caminare con
qualfi voglia vento
non folo per
aria_» ma anche
per aqua, Sefto,
maggiore è la
difficoltà di rimediare
all'impeto troppo gran-
dc,ccn cui il
vento gaoljardo potrebbe
fpingere la naue
sì, che corref^
fé pericolo di
vrtare nei monti,che
fono i fcogli
di quefto oceano
dellV aria^ouero di
fconuolgerfijC ribakarfi: Ma
quanto al fecondo
dico che difficilmente
potrà da venti
fconuolgerfi tutto il
pefo della machi-
na, con molti huomini,che
ftandoui fopra la
premeranno in modo
che fempre contrapcferannoalla leggierezza
delle palle; fi
che quefte re-
fteranno fempre in
alto fopra la
naue,ne mai la
naue potrà alzarfi
fo« pra di
loro ; oltre
che non potendo
mai la naue
cadere a terra ,
fé non_. entra
aria nelle palle
; ne eflendoui
pericolo d'affogare nell'aria ,
come neiraqua,afferrandofi gl'huominialegni,o corde
della machina fa-
rebbero ficuri di non
cadere. Quanto al
primo confeflb che
quefta no- ftra naue
potrebbe correre molto
pericolo; ma non
maggiore di quel-
li , a quali
foggiaciono le navi
maritime ; percioche
come quelle , cofì
quefta potrebbe feruirfi
dell'ancore, le quali
facilmente fi attacchereb-
bero a gl'alberi :
oltre che quell'oceano
dell' aria, benché fia
fenza_» lidi, ha
pero qnefto auuantaggio,che non abbifognano i
porti oue rico-
uerarfi la naue,
potendo ogni qual
volta vede il
pericolo prender terra,
e defcendere dall'aria,
Altre 6i Altre
difficoltà non vedo
cbe fi pofl'ano
oppore a quefta
inuentione toltane vna,che
a me fembra
maggiore di tutte
le altre, &
è che Dio
non fia per
mai permettere, che
vna cale machina
fia per riufcire
nella prattica, per
impedire molte confeguenze,chepcrtiirbarebbcroiI go-
uerno ciuile, e
politico tra gl'huomini
: Impercioche chi
non vede, che
niuna Città r:irebbe
ficura dalle forprefe,
potendofi ad ogn'hora
por- tar la nr
uè a dirittura
fopra la piazza
di erie,e lafciatala
calare a terra.,
defcenderc la gente
? rifteflb accaderebbe
nelle corti delle
cafe priua- tcje
nelle naui che
fcorrono il mare,
anzi con folodefcenderelanaue dall'altezza
dell'aria, fino alle
vele della naue
maritima^ potrebbe troncarle
le funi j&
anche fenza defcende-
re, con ferri,
che dalla naue
fi gcttaflero a
baffo fconuolgere i
vafcelli, vccider gl'huomini,
& incendiare le
naui con fuochi
arti- ficiati, con palle,
e bombe y
ne folo le
naui , ma le
cafe , i cartelli ,
e le città,
con ficurezza di
non poter effer
offefi quelli, che
da vna fmifurata
altezza le faceffe-
ro precipitare. Nuoue jNfuoue
intient'iom diTermofcopi per
cono [cere U
^varietà del caldo,
e del freddo
., ne gl'elementi. primoinuentoredelTermofcopiojper mexz.ol'di
cui fi pofìa conofccre quando l'aria fia
più, e meno calda,
o frcda, fu
Roberto Fluddo, il
quale prefe vn
tubo di vetro
com'è A.B. con
vna palla, o
altro vafo C. connelTo
al tubo nella
fommità di lui,
e facendo prima
rifcaldare al fuoco
la palla, fi
che Taria ne
reftafle rarefatta, immerfe
rcftremità A. del
tubo in vn
vafo D. pieno
di aqua; onde
l'aria nel tubo
5 e nella
palla-, raffreddandofi, e
ritornando al fuo
ftato naturale di
prima,ne potendo per
la bocca A.
immerfa ncll'aqua entrare
altr'aria , l'aqua del
vafo D. ialiuaperil
tubo ad occupare
il luogo abbandonato
dall'aria, mentre quefta
condenfandofi fi ritiraua
nella palla C.
Quindi pofcia auueniua
che
reftandoqueftoinftrumento
immobile, ogni qualvolta
l'aria efter- na vcniua alterata
dal freddo, o dal caldo, fi
alteraua ancor l'aria
chiu- fe nel vetroi
e condenfandofi perii
freddo, faceua che l'aqua
faliff^L.,» più alta
nel tubojfi come
rarefacendofiperil caldo rifcfpingeua
a_. bado l'aqua
medcfima -, &
efiendo il tubo
di vguale groffezza
in tutte le
parti, e diuifo
in molti gradi
trafeileffi vguali, l'aqua
falendo, onero abbaflandofi
moftraua nella lunghezza
del tubo li
diuerfi gradi del
fred- do,© del caldo.
Quefta inuentione fu meritamente
ftimata ingeonofa,ma nulladi-
menoera foggetta a tale inconuenientejcherinuernofpeiTo agghiac-
ciandofi Taqua, o
rompeua l'inftrumcnto , o
almeno lo rendeua
inutile per quella
ftagione. La onde
ringegnofiflTimo Gran Duca
diTofcana hoggidi viuente,
quanto amante de
peregrini
intelÌetti,altretanto per- I
fpicace con il
fuo alle nuoue
inucntioni, ouuiò al
predetto incommodo, facendo
lauorare a quelli,
che fanno l'arte,
con la fiamma
di vna lu-
cerna, vna palletina di
vetro con il
fuo collo fottile ,
quale appunto dimoftra
la figura A.
B. e riempiendo
tutta la palla
con parte del
collo figura ^jj
quint' eflenza di
vino, o aquauita
retificatiflìma, il che
fi fa immer-
VII' gendo l'iftefìb
vetro con il
collo B. apcrto,mentre
è tutto caldo ,
nel li- quore medefimo j
pofcia fi chiude,
e figilla con
Tifteflo vetro la
bocca del collo,e
fi coferua rinftrumcto,che fa
Tvfo medefimo deiraltro,ma
c6 ^t;vt-i,. et-
effetto cótrariojpercioche h
doue in quello l'aqua
afcende per il
freddo, che condenfa
l'aria della palla
fuperiore, in qucftoil
liquore afcende per
il caldo che
Io rarefa nella
pallina inferiore, e
falendo per il
collo diuifone fuoi
gradi, moftrahora il
freddo bora il
caldo ,fenza verun
pericolo, che il Iiquorefiagghiacci,o fi
confumi, o fi verH, come
nel primo: hauendo
di più quefto
maggior commodo,che potiamo
facil- mente portarlo con
noi ouunque andiamo
; quefto medefimo
feruc per regolare
i gradi del
caldo ne fornelli ,
de quali fi
feruono i chimici
per le loro
operationi ; per
ritrouare, e mantenere
il calore neceffario
a_. far nafcer
i pulcini dalle
vuoua fcnza opera
di gallina, anche
di mezzo inuerno
: per far
cuocer l'voua medefime
a quel fegno,
che vn vuole»^
tenendo l'inftrumcntoimmerfo nelt*aqua,in
cui fi cuociono, fin
tanto che il
caldo arriui al
grado prefifTo, e
per molte altre
cofe come fi
dirà altroue. Inuentione
degna per certo
di fi Gran
Prencipe , il quale
noa_. contento d'hauerla
ritrouata con ammiratione
ài chi fha
veduta , ha_» voluto
pratticarla non folo
con far nafcer
li pulcini ne
forni , ponendo prima
rinftrumentofofto la gallina
che coua, e
notando il grado
del caldo che
fi ricerca per
tale effetto ;
ma anche dando la
cura a moIte_-p
perfonein diuerfipaefi,che ancor
hoggi notano ogni
giorno la diuer-
fità del caldo,
e del freddo,
per potere pofcia
confrontare infieme tutte
le mutationi dell'aria
cagionate dalleftellein varie
parti del mondo,e
quindi dedurre regole
d'aftronomia fondate nell'induttione di
effetti efattamente fperimentati. Etohvi
foiferopur molti ches'occupafleroin efsercitij
fi nobili !
quanto accrefcimento farebbero
rarri,ele fcienze, fé
tanti Prencipi , e
Caualieri dotati di
eleuato ingegno, che
confumano le ricchezze
in_« giuochi, e
trattenimenti affatto inutili,
Timpiegafìero
nell'ifperienzc-^ tìfiche, da cui
trarebbsro non folo
diletto maggiore, ma gloria
im- mortale al fuo
nome, con le
ingegnofe inuentioni , che
riempirebbero i libri
de' letterati. Io pertanto
aggiongendo in quefta
materia alcuna cofa
alle già ri-
trouateslafcierò che altri
vadino fpeculando cofe
migliori 3 e per dir
ciò che fento ,
parmi che li
due modi predetti
di conofcere i
gradi del caldo,
e freddo foggiaciano
ancora a qualche
difetto; e quanto
al pri- mo chiara
cofa è, che
quanto piìì l'aqua
afcende nel tubo
di vetro,tan- to
più con il
fuo maggior peforefiftealla falitaj
ondefe quattro gradi
di freddo, per
cagion d'efempio, baftano per
farla afcendere alla
metà del tubo,
quattro altri gradi
di freddo, non
batteranno per farla
afcen- dere tutta l'altra
metà, efìendo che
quanto più faglie,
tanto più forza
fi richiede per
alzarla ; aggioqgafi
che parimente l'aria,
che fi condenfa-.
oriuj quan- 6^
quanto più fi
rimuoue dalla Tua
rarità naturale, tanto
maggior freddo richiedefi
percondenfar]a,ond*èche non fi
può alzarl'aquaapropor»- tione
del freddo eftrinfeco.
Si porrebbe rimediare
a quefto con
diuider il tubo
in parti ineguali,
facendo che le
parti fuperiori fodero
più piccole delle
inferiori ; ouero
formando vn tubo, che
fofle più fottile
nella fommita,che nel
fondo ; ma
farebbe Tempre difficile
il ritrouarc la
proportione,con la qualc->
le parti, o
la grofczza dei
tubo doueflcro andarfi
diminuendo. Quanto al
tcrmofcopio piccolo del
Gran Duca, egli
incorre invn-* fimJle
inconueniente: poiché l'aria
chiufa nel collo
del vetro al
falir del liquore
fi deue condenfare
violentamente ,6 quanto
più alto faglie
il liquore per
ragion del caldo ,
tanto maggiormente l'aria
fa refiftenia; e
ciononfolo perche fempre
più fi difcofta dalla
fua rarità naturale.^,
ma anche perche
il caldo, che
fa rarefare, e
falir il liquore,fa
rarefare ancora l'aria,
la quale perciò
fi sforxa di
defcendere, e fa
refiftenza al- la falita
del liquore medefimojaggiongaficheficomeho detto
dell'- aria,cofidcli'aqua vita
fipuo dire, che
fc dieci gradi
di calore bafbno
a far che
falga fino alla
metà del collo,
dieci altri gradi
non balleran- no a
far che falga
fino alla fommità,
poiché tanto più
refifte alla rare-
fatione? quanto più
fi rarefa, eflendo
naturale ad ogni
patiente tanto più
refiftere quanto più
fi ritroua vicino
alla fua deftrutione,e
più lontano dal
fuo effere naturale.
Si che queft'inflrumentino^e ben
fi ottimo per
determinarci gradi del
calore richicfto ne
forni, o per
al- tra fimile opqratione chimica; ma
nonèattoa diitinguere vgualmente
i gradi del
caldo, e del
freddo? Per ouuiare
dunque a quefti
difetti, ho ritrouato,e
pratticato vn_» altro
modo più certo,
e ficuro fjcendovntermofcopio,il quale
ha an- che quefto
auuantaggio fopra graltri,chc
per ogni minima
alteratione dell'aria, egli
fi altera notabilmente
5 fi che
fi puoconofcere facilmente
ogni picciola differenza
di caldo, e
di freddo. Si
pigli vnvafo di
vetro diqualfivoglia figura,
e farà forfi
migliore Figura]^ sferica 3 quefto habbia
vna picciol bocca,
quale fi rapprefenta^
Vili* nella figura
A. B. e
nel lui fondo
fi pongano due
dita incirca di
aqua; fi pigli
pofcia vn tubo
fottile di vetro
aperto d'ambe le
parti, e fi
metta con vn
eftremitànel vafo A.B.fi
chela parte eftrema
A. refti immerfa
neiraquaj&ilcollo B.fi chiuda
diligentemente sì,che non
vi poffa entrar
aria. Ciò fatto
fi foffi con
la bocca violentemente
per il tubo
dalla parte C.
peroche in tal
modo l'aria, che
fta chiufa nel
vetro fi condenferà
, e facendo
forza per rarefarfi
di nuouo, fofpingerà
l'aqua in alto
per il tubo
^5 tubo A.
C. il quale
douera efler lunga ,
non molto grofifo,
e diuifo nelle
fue parti. Supponiamo
dunque, che per
forza della condenfationc-» fatta
con il foffio
5 Taqua fia
falitafinoal fegnoD. vedra(Iì,che
ftando immobile l'inflrumento
ogni minima alteratione
d'aria farà alzarti»
notabilmente l'aqua , o
abbacarla j poiché
il caldo rarefacendo
mag^ giormente l'ariajch'è
condenfata violentemente nel
vetro,farà alzac l'aqua
: & il
freddo condenfando la
medefima aria, faraila
defcen- derc«j. '
Quefto modo non
paté quell'inconueniente, a
cui foggiaciono gl'ai-
tri due modi
mcntouati di fopra;
cioè della refiftenza
dell'aria alla condenfatione , mentre
faglie il liquore
; poiché, com'
è manifefto^ nel
tubo l'aria, eh' è
nella parte di
fopra entraj &
efce dal tubo,il
quale nmane aperto,
ne l'aqua ritrouarelìflenza nell'aria
perfalire più alto,
come fa il
liquore nelli altri
termometri. f In
oltre fé bene
anche in quefto
l'aqua con il
caldo deue falirc
con- tro alla fua
naturale inclinatione, onde
pare che non
debba falirs.^' •ugualmente
5 & a
proportionc del caldo
, cóme fi
è detto del
primo termofcopiojcio pero è rimediato
fé non in
tutto almeno in
gran_» parte dalla
violenta condenfatione dell'aria
fatta nel vetro
j poiché fé
bene Taqua con
il fuo pefo
refifte al falire
j pero raria
che fta_. fopra
Taquadel vafoelTendo condenfata
violentemente, preme l'aqua
è lafofpinge in
alto fi, che
l'vna, e l'altra
con il fuo
pefo ftanno in_,
equilibrio :& ogni
benché picciolaggionta di
calore bada per
rare- far l'aria, che
per fé ftelfa
procura di rarefarfi,e
cofi fa falir
Taqua-,: - ■'■■
e pero vero,che
anche in quefto
termofcopio quanto più
l'aria fi ra-
refa, e ritorna al
fuo ftato naturale,
tanto maggior forza
di calore ix
richiede, refiftendo anche
vn maggior pefo
di aqua che
deueakarfi nel tubo: ma
quefta differenza non
è fi notabile
come ne gl'altri
. Aggiongafi,che in
quefto,come fi proua per ifperienEa,ogni picciol
calore fa alzare
l'aqua notabilmente anche
quando è giontaquafi
fino "i*"^ alla
cima del tubo,
fi che fono
più diftintamente notabili
i gradi, par-
ticolarmente fé il va fo A.
B. fia grande,
e fé pur
vi è qualche
irapro- portione,fi può
facilmente correggere, con diuider
la parte fuperio-
re del tubo
ili gradi proportionalmente fempre
minori. Finalmentefi può
rimediare anche a
quefta piccola imperfettione
del pefo dell'aqua
nel canelloche refifte
al falire,con porre
ilcanelloinfito quafi hori-
^ig^r*. zontale, cioè con
poca decliuità, come
fi vede nella
figura nona. I^*
Vn'altra forte di
termofcopio ritrouo per
ifperienza riufcire non
meno delli due
primi, benché fia
foggetto ad vno
delli difetti accen-
P^g^'^x nati. Piglio
vnvafo,Q palla di
vetro A. con
vn colio B.C.
non molto X«
.:'-b ' R
fbttile 66 iGiuk^Si.
al collo C. attacco
vn pefo conuènìénte
F. poi Io
immergo]
ncU'aciuajdicuicpicno il vafoD.
E. fattoa modo
di cojonnaj fi
che. refiftcndola leggierezza
dell'aria chiufa nella palla, enei
collo>quefta. auuanzi fuori
del vafo D.
F. in gran
parte, o la
metà incirca j il colla
è diqifo nefuoi
gradi 5 fi
chcrifcaldandofi Tana fi
rarefa nella palla,
ricercando maggior luogo, ne
potendo vfcire per il collo
immerfa neU*aqua fa
alzar tutto il
vetro, e nell'orlo,
o labro D.del
va(oD.EJ nota i
gradi diuerfi. Ma
perche Tacjua contiene
in fearia,efacilmen-» te
inaria fi rifoluc&efala in
vapori, riempiendo la
palla di eflì
va- pori, quando l'aria
di cfladouercbbe condenfarfi.-equeftoèvn altra
ìnconueniente, che patifce
anche la prima
forte di termofcopio
vfata comrrunementej perciò
potremo rimediare ancheaqueftocon empi-*
re il vafo
D, F. non
di aqua? ma
d'ai genso viuo
j nel qual
cafo accio il
pefofipo0a
fommcrgerinclfodouerà eflere vna
palla d*oro:ma chi
non hauerà commodità
della palla d'oro,
o vorrà ifparamiar
queOa fpe* fa ,
potrà fabricare il
vafo A. in
modo,che nella parte
fuprema di elfo
(ì pofla collocar
qualche pefo di
piombo, o d'altra
materia, che tenga_^
niiiììerfa parte del
collo nell'argento vino.
Si può per
maggior leggiadria delnoftro
termometro addattarlo in
modo, che
reftandoeglinafcofto fi vedano
li ^radi delfrcddo-e
del caldo in vna moftrafimile
a quella delli
horiuoli: ilchefiottencrà fa-
cendo galleggiare fopra l'aquachefialza nella
canna vn cilindretto
ft^m» di le|;nQC.
il quale ahandofi,o
abbafìandofi con l'aqua
medcfima_» XI. faccia
girare vn aife
A. B. con la
Tua frezza in
B. mediante vn
pefo E. attaccato
ad vn filo,che
fi rauuolge intorno
all'alfe in p.
e dall'aitro ca*
pofoftieneil cilindretto C« Si
può anche fare
che il fi|o,a
cui è annelfo
il cilindro fia
attaccata al capo
di vnaftafottile A.B.
eleggiera,chcappoggiatainE.
a modo /"/^«m
di vna lena
fi alzi, e
fi abbadi, notando
con l'altro capo
B. i gradi
XII. del caldo,
o del freddo
nell'arco CD, nelchefiolTcruische quanta
maggiore farà la
proportione=delle due parti
A. E. &
E. B, della
lcua,c quanto più
lunga farà ra(la,tanto
più fenfibile farà
ogni minima muta^
tione dell' aria. Finalmente
fi può fare
vn termometro duplicato,
in cui fi
condenfc- F'igmx rà
l'aria foffiando nella
chiauetta A. e
fubito di nuouo
chiudendola, XIIU accio
l'aria condenfata faccia
falirc alquanto l'aqua
nei fifone B.
dai quale ritirandofi
l'aria nell'altro vafo
C. farà parimente falir l'aqua
nel fifone D.e
col rifcaldarfi maggiormente
dell'aria, falirà l*aqua
fi- no alla fommità delli fifoni, paflando vicendeuolmente dall' vno
all'-, altro vafo,
con effetti curiofi,
e diietteuoli, particolarmente fé
li prcn detti
re- ietti vafi,o fifoni
farannodi grandezzadiucrfa. Molto
più galan leggiadra
riufcirà quefta inuentionc,fe
dentro a detti
vafi, o alme
no in vnodi
effifi collocherà yna
piccola ruota, che
fatta girare dairaqua,chevicaderi fopra
mentre viene per
il fifone dell'altro
yafo, faccia Tuonare
va_i campanello, e
nioftri con vna
frezza ag- gio nta,
i gradi del
caldo, e dèi
freddo? Altre K«
«/^/f;'^ ìnutnùonì per fapere
tutte le mt^tatlom
dèlPana humiàa :,
o fecc4> ,oUU:?b;,
i'ii;-!g!jr: ^Ejl conofcere
ogni giorno le
varie mutationi intorno
all' hiimidità,oficcità dell'aria,
fono varie inuentioni
ritro^ uatc parte
da altri, e
parte da mej
delle quali ne
accen- ^SMÌÉ narò
alcune in quello
capo, riferuandomi il
trattarne^ più longamente
nell'Arte maeftra a fuo proprio
luogo. ìlP. Kirchero
nell'arte magnetica lib.j.p.
2. capo j.
dice che fi
pigHj, vn'arifta,o paglia
di quelle che
Iranno intorno alle
fpighe dell'auena , &
vneftremità di efla
fi fermi nella
fommità di vno
ftile , o fopra
vn_, legno perpendicolare alThorizonte^e fopra
l'altra eftremùà fé
li vnif- ca
vn indice di
carta, o altra
cofa che tì
pofTa girare facilmente,
e fia-, parallelo
all'horiz-ontc, intorno ài
quale fi -defcriuavn
circolo diltinto ingradij
e farà preparato
rifinimento ^poiché eflendo
quella paglia-, naturalmente
ritorta a modo
di fune quando
viene inhumidita fi
va_»
difnodando,&afciugandofi,o
fcccandofiiiiorna ad auuiticchiarCj'i-*' contorcere,
fi che riuolgendofi
in giro muoiie
l'indice che ha
vniconeU la parte
fuperiore, e nota
i qradi deirhun^idità, e
ficcità dell'aria, con^
forme alla qualejfiauuiticchia,© fi
riuolgé piu,o meno.
Il mcdefimo effetto
fa§|iQ.tuttii furti di
hQ/be,che nafcono naturala
mente in tal
modo ritorte, 6^
aivùiticcfiiàtef come fono i
conuoluoli jTt^ura notturni,
e fimili jde'quali
io piglio vnfufto
B. A. e
lo pongo chiufa
XlVe in vn
cilindro ,0 colonnetta
A. F. fi
che non veda fermando l'eftrema
parte B.fichequefta non fi pofl'a
girare 5 nell'altra
parte cftrema A.
del detto fufto
di herba, pongo
vna figurina di
carta che tiene
innianovna frezza D.
fi
cheauuiticchiandofijegirandofi
ilfuflofi gira anche
la_. figurina, che gì e attaccata per
vnpiedej&in vn circolo
chefì:a intor-r no,
e copre il
cilindro, accio non
fi veda l'artificio,
moftra i gradi
dell'- humidità, o
ficcità dell'aria per
caufa delia quale
fi va girando
la figuraj e
la frezza. Vn'altromodouieneinfegnato dal
Cardinale Cufano il
quale pre- fcriue,che
fi prenda una
bilancia , & in
efla fi ponga
della lana, o
altra_» materia atta
ad imbeuerei'humidicà dell'aria
^collocando nella partc^
oppofla il fuo
contrapefo alla bilancia,
poiché in tal
modo inhumi^ dandofi
69^ dendoG la
lana fi accrefcerà
il fuo pefojOnde
dal pefooppofto che
la tiene in
equilibrio, fapremo la
maggiore,e minore humidità
deiraria medefima . Io
per pefarel'h umidità dell'aria
tengoappreflb di meuna
piccola bilancina ^
e in unofcudellino
dì efla pongo
del fale di
alcun hcrba cali-
da, poiché quefto attrae maggiormente
l'humido, onero del
Talnicro calcinato che
fi il medefimo
effetto , anzi attrae
tanto efficacemente,^ che
fi rifolue tutto
in aqua,& alcune
uolte pefa tre, e quattro
uoke più di
quello che pefi
quando di nuouofifecca
j nell'altra parte,
cioè nell'- altro fcud
eli ino della
bilancina pongo i
pefi, con la uarictà
de quili uengoapefarel'humidità maggiore,
e minore dell' aria:
Douc fi noti
che il fale
non fi liquefa
femplicementc perche la
fola materia di
cflb fi rifolua
in aqua: ma
perche fé li
unifconoiuapori dell'aria humida,
e lo' fanno
più pefante j
altrimente non crefcerebbe
di pcfo. Manonmenogratiofo è
il modo fcguente.
Si prendano due
grof-; fé corde
di leuto, vna
delle quali fia
A. B. legata
iminabihneiite in^ A.
da vna parte,e
dall'altra riuoltata intorno
ad vna girchcta
niol-. to piccola
C. la quale
girelctta fia immobilmente
vniti cox^^.- l'alfe
di vn altra
girella maggiore M.
F.E. laquile habbii
vn con-^rr trapefo
moderato M. N.
tanto,chebaftipertener tirata li
corda B. A. ,
la quale inhumidendofi
l'aria , anch'eia fentendo
l'humidicà fi acor4
cierà,& acorciandofi alzerà
il contrapefo,e farà
girare la girclla,que(ì:i girella
hauerà vn dente,
in F. il
quale entrerà in
vn manico di
mar- telletto L, H.
fermato mobilmente in G. e
facendolo alzare ri-
caderà con il
fuo pefo percuotendo
il campanello H,
L siche dal
fuono di quefto
campanello faremo ammoniti
dell'humidità dell'aria. Vn
altro campanello di
diuerfo fuono R.
ci auuertirà della
ficcità in quefì:omodo:advn anello
F. farà legata
l'altra corda F.
O. e quefta
medefima corda in
qualche diftanza notabile
farà riuoltata con
l'altro capo intorno
ad vna gircletta
D. vnifa come
l'altra immobilmente nell'alfe
ad vna girella
maggiore con il
fuo dente P.
martello, e cam-
panella vicini,econ il contrapefo
T. Rallentandofi dunque
nell'fec- carfi la
corda E. O.
il contrapefo T.
defccnderà,e ficendo girare
la girella quefta
vrterà con il
dente P, nel
martelletto, e farà fonare
il campanello R.
Si pofTono ancora
multiplicarei denti delle
girelle si che
fonino più volte
i
campanelli,conformelamaggiore5e
minore humidità, e
ficcità; e le
corde, ò ruote
fi potrebbero difporre
in altri modi,come
ognivho nella prattica
potrà facilmente prouarejbaftan* do
che io habbia
accennato il fondamento
di quefto artifìcio.
Nel che fi
habbia riguardo di
fare chele girelle, intorno alle
quali firiuoltano S
IcJ ie cordcjfiano
molto piccolcjacciò ogni
piccolo fcorcfamcnto , o al^ lungamento
di corda fia
fufficiente a farle
girare j e le corde
fiano a.% quanto
lunghe, acciò lo
fcorcianiento fia notabile.
Finalmente fi pofsono
anche con l'orecchie
mifurare i gradi
dell*- humidità dell'aria
: poiché fé
noi prenderemo due
corde di leuto,
o di chitarra j& vnadiefse
fi ftenderàfopralifcannelli d'alcuno
ftrumentQ al modo
ordinario ftirandola , e
lafciandola fempre ad
vn me^ demo
pofto 5 ma
l'altra la ftenderemo
fopra li medefimi
fcannelli facendo che
refti tefada vn
pefo attaccato ad
vn capo di
cffa,il quale fia
tanto, che la
renda vnifpna alla
prima , Quefta che
vien tefa dal
pefo mantenerà femore
vn mcdefimo fuono,doue
che l'altra lo
variarà facendolo hora
più acuto hor
più graucsconforme che fi ftenderà,o
raU icntarà dalla
maggiore, o minore
humidità dell'aria; onde
dalle loro confonanze,
0 difsonanze haueremo
armonicamente i gradi
dell'hu- fniditàjche faranno
tantijquanti fono i
tonijO femitoni rauficalio
Quero fi ftenda
vna corda per
il maggior diametro
di vn arjcllo
di legno ouato
e facile a
concepir l'humido nelle
fue fibre ftefe
per lo grof-
fo,no^ per lo
lungo del legno,che
fia porofo; poiché
all'humido fi dila-
nerà ranello,e fi ftenderà
la corda facendo
il fuono più
acuto,che para- gonato co
vn altro fuono
fempre (labile, haueremo
il medemo intento;
l.e corde fiano
di metallo, acciò
anch'effe non fi
alterino facilmente^ Cap©
7' CAPO NONO
Wdhrìcsre *vn horimUt
^he fi muou^
perpetHAmente fenx^&c. fia
fufficien- tea muouereil
perpendicolo, ancorché molto più
pelante della palla,
che vrta nell'afta; fi aggionge
al facilitar quefto moto, che
il perpen- dicolo quando
viene vrtato dall'afta
è già in
moto ; onde
per fare che
il moto continui,
baftavn impulfo minore
aftai di quello,
che fi richie-
derebbe per darli il
moto fé fofle
totalmente in quiete
5 Di più
eflb per- pendicolo douràeflere molto
corto, il che
ci giouerà a
far falire più
prefto lacafletta con
nmouere più velocemente
le ruote; impercioche
quanto è più
corto, tanto più
frequenti firanno le
fue ondationi ;
Dalla quale breuità
di perpendicolo nafcerà, che
fia moflb più
facil- mente dall'afta. Finalmente
accio la palla
non difcenda troppo
prefto per i
canali inclinati ciafcunodi
elfidourà effere molto
lungho; hor quanto
è pia lungo
il canale, per
cuidifcendela palla, ella
nel fine aquifta
maggior impeto, fi
che venendo da
h in b ,
quando arriua in
b ad vrtarenell*
afta, ha giàaquiftato
molto impeto dal
moto decliue, per
tal modo,che Scorrendo
per la palla
da binl,e da
l in e vrta di
nuouo nell'afta mentre dura
ancora il moto
del perpendicolo,e non
fa altro che
accref- cerlocon vrtarìo di
nuouo, accio pofsa
durare, fin tantoché venga
di nuouo ad
vrtarlo in d,
poi in e>f
&c. Secondariamente può
nafcere difficoltà, che
il perpendicolo fia
per hauere tanta
forza, quanta fi
richiede per alzare
la palla conlacafset-
taN.douendola alzare mediante
il moto di
tre ruote, ciafcuna
dells»-» quali fa
refiftenza al moto.
A quefto rifpondo,
che farebbe diffi_cile
alzare la cafsctta
con la_, palla,
quando l'altezza, a
cui fi dcue
alzare, fofle molta,
& il tempo
breue j cioè
quando il moto
della cafsetta douefse
efser veloce; e
con- feguen- 84
fcgucritemente veloce cfìcrdouefi'e
anche il iiìoto
della ruota I
k noce- leraca
dall'altre ruote più
tarde j ma
quando il moto
della caflccia deb-
ba efìer lento fi, che
fi muoua più
lentamente la ruota
Jk di quello
, che fi
muoua la prima
ruota E F,
tal moto lento
riufcirà piufacilejcon- forme
fi dimofìra con
i principi] della
fcienza mccanica. Che
poi bafti vn
moto lento della
cadetta èmanifelloj Pcrcioche
ella non deuearri-
uare alla fua
determinata altezza fé
non quando la
palla, che difccnde
per il canale,
farà arriuata nel
fondo X :
per il qual
moto della palla^
firichicderà molto tempo, doucndo dii'cendeie
per moki canili
affai lunghi, come
fi è detto
di foprajonde tiìttclecofe
concorono a fjcili-
lare queftomoto. Aggiongoche
lacafietia N dourà
eflere IcggierifTì- ma ; poiché,
ancorché tale , potrà
femprc difcendere a
ripigliare la pal-
la in X ogni
volta che farà
liberata la ruota
LM dal ritegno,
o linguet- ta L.
La palla fimilmente,
ancor che fia
moltiffìmc volte più
leggiera della palla
del perpendicolo D,
farà fufficientca farlo
muoucre ccil.. vrtare
nell'afta YC, fi per
l'impeto che prende
nel difcendere per
il canale, fi
anche molto più
per la lunghezza
dell'aftajche farà l'effetto
di Iena; e
finalmente perlabreuità del
perpendicolo, Auuerto anchora
che la palla
S del braccio
tampinato S gR
dourà efiere più
leggiera di quello
che fia lacafsetta
N con la
fua palla_, j
accio quefta vrtando
nell'afta piegata EZV
pofla alzare, e
ripone la.;, detta
palla S foprail
fuofcanettoTQ^5& ancor che
quefta palla S
fia afsai leggiera
farà però fufficicntea
far piegare il
rampino in R,e
li- berare la ruota
LM ritirandola vcrfo
T 3 pcrcioche
la fpira,o filo
di ferroRTdcue premere
leggicrifììmamcnce, e fol tanto,
qu;into bafta perrifofpingerela ruota
LM verfo la
ruota lK,il che
fi farà con
poca violenza mentre
l'afse della ruota
IK entra mobilmente
neli'afse della ruota
L M in
fitohorizontale. Nctifi di
più che potiamo
facilmente accomodare vn
altr'afta dall' altra
parte del canale,
cioè in hlmno;
nella quale vrti
parimente la palla, e
dia più frequentemente il
moto al perpendicolo,
onde roaj pofsa
mai tal moto
inlanguidirfi, nel qual
cafo potremo fare
minorcL-» quantità di
canali, ma più
lunghi fi, che la
palla fpenderà maggior
tempo in difcendere, e
nel fine di
ciafcun canale prenderà
maggior impeto, poiché
quanto più lungo
è il canale,
tanto maggiore farà
l'inv peto, che
haurà aquiftato nel
fi,nt-»o Vn altro
moto perpetuo Jlmile
al precedente. femplice
g^^^i^^N altro modo
mi fouuiene a
fine di perpetuare
il moto no
molto diflìmile dal
precedente, con adoperare
vna co- p-
elea, la quale
riporti in alto
la palla dopo
che farà difce-
^^ fa per
il canale, come
fi è moftrato
di fopra j
il che fi
fura con minor
quantità di ruote,
e con machina
molto più fpedita .
Sia come prima
vn perpendicolo A
B, il quale
muouendofi faccia gi-
rare con li due
rocchetti H,I, vnitial
fuoafìejla ruota L
nel modo fpiegatonel
capo precedente jall'afleLM
di quefta ruota
fia vnita va,,
altra ruota N
O, la quale
girandofi morda la
ruota O P
: e quefta
ruota OP farà
vnita all'afle di
vna coclea RTQ^
intorno alla quale
farà il canale,
che per eflere
a modo di
lumaca li da
il nome di
coclea. Le due
cftremitàdell'afsedi quefta coclea
cioè Y, T faranno
appoggiate fo- pra due
poli T,Y in
modo che Tafse
fi poffa girare
liberamente con la
coclea vnita, mediante
il girare della
ruota O P.
Difcenda dunque vn\
palla per li
canali O F,come
di fopra j
e quefta vrtando
nell'afta DF ogni
volta, che arriua
al fine di
alcun canale dia
nuouo moto,&impul- fo
al perpendicolo; il
quale muoucndo le
ruote inferiori, e
la coclea, quefta
coclea porterà in
alto un altra
palla pofta nel
canale tortruofo T S V
Z Q^, portandola
dalla parte inferiore
S alla fuperiore
Q^ ^^-' quale
vfcendo dal canale
della coclea, cadere
nell'altro canale nel
me- dcfimo tempo,
o almeno poco
dopo che l'altra
palla è gionta
al fìnc^ del
canale, cioè in
S : all'hora
quefta palla farà
prefa dalla coclea,
e farà portata
in alto,mentre l'altra
difcende, e cofi
fucceflìiiamentcruna dopo l'altra.
Auertafi che acciò
la palla, che
è arriuata inS,
fia riceuuta dalla.»
coclea nel medefimo
tempo, che l'altra efce
dal canale Qjdella
coclea, fi potrà
fare, che la
palla vfcendo dalla
bocca Qjdel canale
della», coclea, e
cadendo nell'altro canale
faccia impeto in
alcun afta la
qua- le fia connefla
con vn ritegno,
o molletta pofta
nell'eftrema parte del
canale S, dalla
quale l'altra palla
vcniua ritenuta, accio
non cadeflc-* nella
coclea prima del
tempo. UTA XXL Capo CAPO DECIMOTERZO
y n altro
moto perpetuo molto
più facile deUi
due precedenti per
Via di trombe
che ahino l'aqua.
figura, ^-'^^^P, lA
il perpendicolo A
B foilenuto con
il Tuo afse
C Q^D ia
KXiL ^^%>Sj1 duepoliCQ
mobilmentej&al
medefimoaflefiaimn.Q-
bilmenre connefsavn afta
leggiera, ma foda
QJl, che penda
all' in giù
neiriftefso modo che
fa il perpend'colo
A B 5
Al fine del
medefimo afte in D fia
connefso vn_. braccio
F E che
faccia angoli retti
con l'afse C D
, &
alle parti cftre-
meE, &F fiano
attaccati due piftoniI,&G i
quali entrino in
dut«» trombe LkIjSiMHG,
in modo che
muouendofi il perpendicolo
AB fi alzeranno, & abbafserannoi detti piftoni
G,I alzando laqua..-
, ('incui rifuppongono
imerfele trombe ) peri canali
HM,KL nel vafo
foprapofto P F
j nel qual
vafo farà vno
fcifone N P
O il lui
brac- cio più corco
NP arriui fino
al fondo del
vafo, ma reftipero
apertala bocca fua
N, e l'altro
braccio più lungo
P O penetri
per il fondo
del vafo, e ftia parimente
aperto in O ,
e quefto fcifone
fia tanto alto
in P dal
fondodel vafo, che
riempiendofi il vafo
refti pieno anch' efso,
(1 che all'hora
preponderando l'aqua del braccio O
P incomJnci a fcorre-
re fuori del
vafo, e per
confeguenza non cefserà
di vfcireperla bocca
Q fin tanto,che
il vafo non
refti voto. Sotto
la bocca O,
per cui efse
l'aqua farà accomodata
una ruota.», ST con le
fue ale foftenuta
in due poli
XZ,& equilibrata in
modo che con
facilità fi pofsa
girare dall'impeto dell'aqua,
che cadcrà per
lo fcifone fopraefsa
ruota 3 la
medefima ruota hauerà
da vna parte
vn_* aletta S
che fparga in
fuori in tal
modo, che girandofi
la ruota vrti
nell* cftrema parte R
dell'afta OR,laqual hafta
cadendo nontrattenerà pero
il moto della
ruota ; fi
che fcguitera a
girare fin tanto,
che vi cade
fopra l'aqua :
& anche dopo
che l'aqua farà
finita , la ruota
per l'impe- to già
concepito, girerà molte
altre uolte prima
di fermarfij e
girandofi, urterà con
l'ala S nell'afta
QR, e feguiterà
a dare il
moto al perpendi-
colo AB j e
perche il perpendicolo
dopo che ha
concepito l'impeto feguita
a muouerfi molte
uolte da le
ftefso , fi muouerà ,
e farà le
fuc»* ondationi ancor
dopo che farà
fermata la ruota
j Si che
dopo che farà
yotatoiluafojC fcorfa tutta
l'aqua per lo
fcifone fopra la
ruota, fegui-^. terà
terà ancor qualche
tempo a muouerfi
la ruota , e
finito anche il
moto della ruota,
feguiterà per qualche
altro tempo il
moto del perpendico-
lo: ne quali due
tempi s'alz.erà nuou'aqua
nel vafo per
mezzo dcii«i^ trombe
mofle dal perpendicolo
: fi faccia
dunque il vafo
capace folo di
tant* aqua, quanta
è quella, che
fi alza in
quelli due tempi
; dal chz^
feguiterà che, finito
il moto del
perpendicolo, refterà di
nuouoil vafi> pieno
j e per
confeguenza anche il
Icifone N P O
, onde
incominciarà di nuouo
a fcorrereraqua perii
fi:ifone,e darenuouo moto
alla ruota, &
al perpendicolo^ e
perche voglio che
molto maggior copia
di aqua_. efca
dal vafo per
il fcifonedi quella
che nel medefimo
tempo, entra_, nel
medefimo vafo per
le trompe, finirà
ben fi di
votarfi il vafo,
ma non ce&rà
pero fubito il
moto della ruot:i,e
molto meno il
moto del per-
pendicolo, onde in quello
tv mpo di
nuouo fi riempirà
il vafo^c tornerà
a votarfi per
di nuouo riempirfi,
e cofi perpetuamente
cadendo l'aqu-i là,d'ondefi
alzò. Che quefì:o
moto fia per
elTere perpetuo fé
io non m'inganno
fi di- moftra
facilmente : poiché
eflendo molto maggiore
la quantità dclf-
aqua che difcende
per lo fcifone,c
cad^ fopra la
ruota, di quella
ch^-* in vgual
fpatio di tempo
fi alza per
le trombe j
e cadendo dalla
meden- ma altezza,
alla quale fi
alza j farà
fufficiente , ad
alzare effa minore^*
quantità di aqua,
mediante il moto
della ruota, e
del perpendicolo j
al moto de
quali due, perche
fi muouono liberamente
fopra i fuoi
poH,noa vien fatta
altra refiftenza, che
quella del pefo
deiraqua,chedeue fali- re
perle trombe j eflendo
dunque queila molto
meno pefante di
quel- la, per confeguenza
potrà cfler alzata
da lei :
Di più ogni
poca quanti- tà di
aqua, che afcenda
per le trombe
nel vafo,dopo che
farà rollato voto,
farà ballante nellVfcirechefaràper lofchifoneadarnuouo im-
peto al perpendicolo 5 in tal
modo che pofla
muouerfi, e riempire di
nuouo in breue
tempo il vafo.
Aggiongovn altro auuantaggio,
che ci nafce
dalla forza della
Icua; poiché fé
noi faremo che
Tafta QR fia
molto più lunga
di quello, che ila
il perpendicolo A
Bjquefìi'afta urtata in R dalla
ruota hauerà forza
dileuain ordine a
muouere il perpendicolo,fi che
con poca refifl:enza
della ruota farà
mofso il perpendicolo . E
fé bene eflendo
il perpendi- colo più
breue, più breui
ancora faranno le
ondationi,e per confegué-
za meno fi
alzeranno i piftoni
I, G, alzando
minor quantità di
aqua i;i ciafcuna
ondatione del perpendicolo:
quefl:o difetto però
fi rà ricom-
penfato dalla maggior
celerità, e frequenza
delle medefimeondationi del
perpendicolo : il
quale quanto è
più breue tanto
più predo compif-
ceun ondatione 5 fi che
facendofiinciòla
compenfatione,ci rimarrà anchora
88 anchora il
primo auiiantaggi'o del
muouerfi più facilmente,
e fare mi-
nor rcriilciìza al moto
della ruota . Aggiongafi
anchora , che poca
for- za fi lichiedeper
rimouere il pefo
B. dal Tuo
centro, a cagione
che non fi
deuc alzare a
perpendicolo, ma obliquamente
nel arco delle
fueon- tiutiuni 5
quanto più dunque
con l'aiuto della
leua , onde fi
potrà fare il
pendolo B molto
pefante, e sì,
che pofla aliare
molta più aqua.
L'efìertofeguirà anche meglio, e
s'intenderà maggiormente la
ra- gione di efib,
fé in vece
di fare vn
fol vafo, in cui fi
riceua l'aqua, che fi lihs.
dalle trombe, e
da cui efce
per muouerc la
ruota, faremo due
vali ciiltinti AB,&
EF IVno immediatamente fotto dall'altro, con due»
icitoni C,e D.
Nel vafo di
fopra entrerà l'aqua
alzata dalle trombe,
e quando farà
pieno incomincierà ad
vfcire l'aqua per
lo fcifone C
, b:i'jbn!ì .7
À ...iiiv;?^ ^.,
^n )'uh'j. OHI
Oim t:jirf 'yWXi'
" 1 >-
i». ^Modo curio jo
fatile , 0*
n)ù\ì[fimo di d'^fìilUre
l'aria , e
(onuertirU in aqua,
con 'vn tnuentione
di fare fontane
co pio fé
in luoghi» ne
quali non fi
a alcuna forbente
di aqua. Auendomoftrato alcroueche
l'aria particolarmente vicina
alla terra è
ripiena di molti
vaporijch^ altro non
fono che aqua
attenuata, e rarefatta
dal calore inminutifiìme
particelle; non farà
difficile il conuertirla
di nuouoin_, aqua,
fé con l'arte
fapremo imitare la
natura , che fimil-
mente mediante la
condenfationeconuertei detti vapori
in pioggia j
fi come la
natura con il
calore del Sole,
o fotteraneo della
terra rare- facendo
i'aquala conuerte in
aria, e di
nuouocon il freddo
della fe- conda regione
dell'aria ,condenfando,i medefimi
uapori,li muta io.,
aqua; coli l'arte
per mezzo di
una
fimilccondcnfatione,conuertirà
in aqua gl'ifte^
uapori prima attenuati
naturalmente dal caldo.
. Prendali vn
gran varfo di
vetro ABC largo
nella fommità, \i
quale fi vada
reftringendo nel fondo.fmo
a finire in
vna punta, come
di ^^'*'** vn
cono jia parte
fupcriore A B fia
aperta, fé no
in tutto,almeno in
parte nel mezzo,
con vna bocca
D; e la
parte inferiore (ìa
tutta ve- tro fenr,
alcuna apertura . Si
riempia quello vafo
di neue,o d'\
giac-, ciò in
tempo di Eftate,
ò almeno in
luogo oue l'aria
fia affai ca!da_:.;
e meglio riufcirà
tenendolo efpofto al
Sole; poiqhe l'aria,
che iìi intorno
fuori del vafo
, feutendo il
freddo della neueficondenferà, e
fiandra attaccando alla
fuperficie eilerna del
vetro, per il
quale_^ fcorrendo giùnella punta
C fi diftillarà in gaccie frequenti si, ch^^
collocandoui fotto vn
vafo E, in
poco tempo ne
raccoglieremo buo- na quantità,
ejtantopiù, quanto faj-à
maggiore, la grandezza
del. vafo A
B,C.^^^*»^bn? ! •
onToinri" -^l»'*^^^ • :- I'^l'OìD
'V Queft'aqua farà
molto leggiera , limpida ,
e falubre si ,
che TEf* tate
ne potremo bere
fenza pericolo di
riceuere nocumento ;
anzi per cflere
ripiena di fpiriti
ignei folarif quando
fia diftillata, mentre
l'aria èefpofta a
raggi del Sole)
conferua, & aumenta il
calore naturale; onde
gì' EthicijO Tifici ne
riccuono gran giouamento;
& Io ho
co- iiofciuto vna
perfona, che già
toccaua il terzo
grado di tale
infermità; e 91
e perciò era
difperata daMedicì,'c con
bere per molti
giorni buo-i na quantità]di queft*aqua
rifanòperfettsmente.Quefto
mcdefimo ar- tificio può
eflere molto vtilcjà
quelli, che fi
ricrouaflero in penuria
di aqua dolce
per bere, 3c
in molte altre
occarioni,come ogn'vn vede.
Et acciòche alcuno
non ilimaffcche queft'aqua
foffe la neue
liquefatta che penetrafle
per ilJvetrOjpelì riftcffa
neueauanti èdopo,e ritrouerj,
che non farà
fccmata di pcfo,
fé 'non forfi alquanto
per eflère ftata-»
efpofta al Solejmà
non mai tanto,che
compcnfi il pefo
dell'aqua d'aria raccolta.
per conuertire maggiore
quantità di aria
in aqua,c fare
vna Fon- tana copiofa
in luogo benché
aridiffimo,e nelquale non
fia alcuna vena
di aqua, particolarmente di
Eftate,quando il bifogno
di efla fuol
effermaggiorcjfcieglieremo
vn fito efporto
verfo il mczzodi,e
fé folle alquato
eleuatoin vna collina,© monte,farebbe migliorc,c
quini fca» ueremo
fotto terra vna
grsn camera, la
quale habbia vna
fola bocca, e
quella non molto
grande, e riuoltata
verfo il mezodìj
ma lo fca-
uamento della camera
non douràefler fatto
immediatamente vicino all'aria
j anzi fi
dourà prima incominciare
vna caua larga
cinque, o F/^«r^ {ci
bracci, la quale
fi vada reftringendo
fino alla bocca
della camera; XX\\
equeftaboccanonfia
piùlargadivn braccio,e mei2o,o
duej pofcia nella
parte più a dentro fcauercmo
vn gran vafo a modo
di vna came-
ra, come dimoftra la
figura^ poiché in tal modo
l'aria, che entri^ calda,
e rarefatta dal
mezzo dì per
la bocca AB
nel fito grande
fca- uatoC fi
condenferà dal freddo
fotterraneo, & aitaccandofi
d*. ognV intorno
i vapori condenfati,goccicranno dalla
fommità nel fondo
D copiofamente si ,
che ogni giorno
fi potranno cauar
fuori molti fecchij
d'aqua per il
canale D E ,
o in altro
modo 5 e tanto maggior
copia d*- aqua
haueremo, quanto laflagione farà piQ
calda, e l'aria maggior-
mente percofsa dal Sole,
a proportione della
grandezza della camera
C 5 poiché
quanto più grande
ella farà, tanto
maggior quantità di
va- pori conuertirà in
aqua j &
acciò il freddo , che
deue condenfare Taria
fia maggiore, fi
donerà, come dilli,
fare molto profonda,
& inoltrata» nella
collina,cioè lontana dalla
prima apertura più
larga B. i
Giouerà anchoraveftirla d'intorno
di pietre fredde
ed* vmidé, Ì
qualiper natura fua
fiancarti ad attraerel'vmidità, come
quelle che fono
imbeuute di fpiriti
minerali, e particolarmente falnitrarli
; onde fi
potrà ancora artificiofamentc dare
vna tal qualità
a dette pietre,
ac- » ciò
più facilmente facciano
l'eHetto, di condenfare
i vapori io
aqua_. f^ incroftando
la parte inferiore
D che deue
riceuer l'aqua come
fi fuole nelle
cifterne, acciò non
penetri per la
terra, e fi perda.
1 £nv o3ub;
.:4 Qucfì' 93
Queft'aqua farà purgata,
e falubre poco
meno della già
detta di fo-
pra , onde fc
ne potrà bere
a fatictà :
e farà baftante
per l'vfo quotidia-
no almeno di vna
famiglia, & anche
di più quando
fi faccia m
luogo, e fito
opportuno con le
diligerne accennate. E
di ciò io
ne ho veduta-.
rifpericnza,e di fimil
aqua hobeuuto più
volte: il cheogn*vn
vede quanto fia
per cfl'er gioueuolea
molti in luoghi
penuriofide aque; oar-
ticolarmcnte perche quando
s' inaridifcono i powi .
E fi votano
le ci^ fterne
a cagione della
ftagione
caIda,&afciutta,airhorapiu
che mai copiofa
farà quella fontana
jpercioche in tal
tempo maggiore è
la co- pia de
vapori, che il
calor del fole
folleua nell'aria ^
fi che quell'aqua,
checifù rubbata dal
fole conuertcndola in
aria, faremo che fia
forzato a reftituircela
molto più purgata,
e falu^ tcuole.
C^cfìia inucntione parimente
può libe- rare tal' hora vna
città dall'afledio; nel
quale tagliati , come
fuol farfi, i
con- dotti dell'aqua, farebbe
forzata ad arrenderfi,fe
fi feruiràdi qucfto
noftro rimedio. 5riDD:
•yj^qd zup: \h::
~r ■A ih
03 A a L'érU
maej^r^ d' agricoltura infegna
a moUi^licare il
raccolto delle femen'^e.
L raccogliere dalle
femenze frutto copiofo ,
non depende in tal maniera
della natura, che le produce,
che non dc-
penda anche molto
dall'arte , che con
applicare le caufc
a greffètti proportionati, auualora
le forze della
natura medefima , di
cui è ferua,
e miniftra ,
Ne parlo io
qui fole dell'arte
dcll'agricokurajdi cui hanno
fcritto, Varrone,Colutnelia, Pal-
ladio, Crelcentio, Herrera, il
Gallo, & altri ,
la quale è
già fatta triuiale,
e
ripratticacommunemente^maparlodi
qu,eUa>che con modi
più re- conditi emulando la
natura la necedìta
a produrre frutti
non ordinari], e
molto più copiofidi
quelli, che ad
ogn'hora fi fogliono
raccogliere. Di quefta,
che chiamo arte
maeftra d'agricoltura ,difcorrerò
lunga- mente a fuo
luogo : in
tanto per darne
alcun faggio voglio
accennare il modo
di fare che ilgrano,e l'altre
femenze ordinarie multiplichino
copiofamentejC diano frutto
fé non centuplicato,
almeno molto ab-
bondante, Deuefi dunque
fapere che , come
moftrerò altroue , tutta
la virtù gc-
neratiua particolarmente de
vegetabili confifte nel
fale di e(lì,
dal qua- le depende
l'organizatione delle parti,
& è formatrice
dell'embrione: il quale
pofcia viene nutrito,&
allattato da gl'elementi, ma principal-
mente dalia ruggiada, che
cade la notte, 6C.
é il latte
più falutteuolc,cho auidamente
fi fucchia dalle
biade afletate," per
il calore del
giorno • Eforfihebbe
iiguardo a ciò
quella benedittionc di
Giacobbe Det tihi
Deus de rore
c^i/, Cp'»\ '•''^-'-^'j^
^^ Quefto è
quanto mi è
paruto di douere
accennare in quefta
ma- teria, riferuandomi molte
cofevtiliècuriofe
appartenenti or. all'Agricoltura e ircà^gl*irvefti,leviti,fiori, e frutti,quaU
-i: paleferò nell'Arte
Maeftra al fuo
luogo proprioj doue
anche moftrerò in
qual modo fi
pofla ♦ >-
in pochehore far
nafccre ogni vege-
tabile, e raccoglierne il
frutto poche hore
dopo che fi
3 farà feminato.
^ Jf ,
lil jcsA ì
ni lìoq ib
'• oi?fn ?/>?oi
ib 2rr; •
Ci'. nicoun-ignoiggte- Ji iiJiiiJt)!
óiyq ^zn-Sì. :uqof;
Ol' ìbùn'r t-^k
US uì TlktV^S^
fi 'f I
ir; :>aoi§ci ^fSS^^^A
•'^•'"i"^^-' *"'
''J^f-^ ^ ' -»
or , .,;
♦.jj'j'aficlv fi .
- - —
« -inrsii ,-
p4r ndfcere quéil fi
'vp^lia fiore , e
frutto in vn
'V^fo di vetro
fenz^a ftmenz^a. ^^^it/.èi vJ-
-fti C c
Capo taoB .siriD
ilbb ifnte*ibb 5lf:i5n:>D
-iin^nsT iioH'tis iinor>
oirnsDOOnC aì [:
i^r-«i /'^''«'«I^I^Sp^^I^ iàccia
vna lucerna, di cui la
part&rcibtrriceue in fc l'oglio
XXl^li ^\%^SI' ^*^
^^ farma d'vna
colonnetta,:come fi vede
nella figura !'p;;..efrexeU colonna,
ocilindifo A Ji
chiufo nella parte
di i. r:fopr^,eper
ogni luogo fìijche
non.vipolTa entrar den-
.i ! tro
ana, tettando aperto folo
nelfondo con vna
parti- cella C per
Ia.,q,ualeefica. l'oglio
neJi*anneflbvafoCL
incuiftàlollop- pinojche arde
in Li«j€0«^uniaTidoi'oglio fa
chevadi difcendendo nel
cilindro a pocoapoco
vniforniemeBce nella parte
anteriore CE della
lucerna fia vn
altEO-piccolo cilindretto, o^-fimile
ricetracoloj nella parte
fuperiore del quale
fia vna girella
IK-con ilfuo afìe
EF chi-» habbiaanncfib
vna freccia, o
iindi^lc per moftrarl'horefegnate intorno
alla ruota GHjciò
fatto fi ponga
nella colonna AB
Toglio con vn-.
pe7.zo di fuuaro,
o altro corpo
leggiero D che
nuoti fopra l'oglio,
a cui fia
legata vna funicella
fottilc D CI
k M , la
quale fune pafli
fopra la girella
IK,e neireftremo habbiaconnellb vn
pefoM,ma non tan-
to greue che pofla
far difcendere il
fuuaro D, il
quale galleggierà fempre
fopra l'oglio, e
quefto difcendendo con
il confumarfi difcende-
rà anche il
pefo Ni, che
con la funicella
farà girare la
girella IKjCol* indice
E F , che
moftrerà l'hore. Deuefi
dunque auucrtiredi fare
la grandezza della
girella Ik,pro- portionataal
difcendere dell'oglio, e
del fuuaro D.
oiferuando quan* to
difcendein vnhora, accio la
girellai K, col*
indice fi muoua
ordi- natamente. Si
deue auuertire ancora
di mettere la
ftbppino fempre della
mede- fimagrolTc'zzaje deiriikfso
numero defili, acciò
fempre l'oglio fi
con- fumi vniformemente nella
fommità della lucerna
fi potrà metter
vna_# vite A,
che chiuda perfettamente
il buco, per
il quale fi
mette l'oglio; benché
quefto fi può anche mettere
per la portella
C riuoltando fotto-
fopra la lucerna.
Notifi anche, che
fé fi poteffe
accomodare in modo
l'afse della gi-
rella I k dentro
la colonnetta A B
, che
pcnetrafse fuori per
vn forame tanto,addattato,che riempiuto
totalmente dall'afsenon dafse
adito all' aria
103 aria per
penetrare nella colonna,
fi potrebbe accomodare
il tutto fen-
za l'altra colonnetta,©
ricettacolo IMC; ma
tuttofi potrebbe mette;
e nella colonna
A B^ e
ciò in moki
modi facendola moftra
dell'horead vn latOjOueroin
cima alla colonna
nel piano fuperiore
di efsa, ma
perche Te vi
entrafse aria Toglio
caderebbe fijbito tutto
a bafso ;
& è diffìcile
forare k lucerna
in modo, che
l'afse fi giri
nel forame fenza
dar adito all'aria,
perciò habbiamoftimato più
ifpedientc, e ficuro
il mo- do fopra
defcritto. Si potrebbe
ajicora aggiongere alla
moftra vna ruota
dentata, che iacefse
batter le hore
come ognuno può
facilmente uedere ;
ma per far
battere le hore
dentro allamedefima lucerna
potremo fare in
quefta juaniera . Dentro
alla colonna nella
circonfereiìza interiore , difpore-
mo un canale
aperto nella parte
fuperiore,attoa foftenere una
palla di legnOschedifcendaperefib canale
fatto a fpira,cioèamodQ di
uite intorno ad
efla colonna j
quefta palla galleggiando
fopra l'oglio, andrà
difcendendo per il
canale in giror'fia
dunque accomodato in
modo che dopo
vn bora habbia
fatto vn giro
intiero, & arriuata
al fine di
eftb la palla
vrti nel manico
j onero afta di una molla
fi, che alzandofi quefta lafci
trafcorrere vna ruota
con il fuo
contrapefo, come fono
quelle delli oriuoli
a ruota , che
fanno fonare le
hore j a
cui fia addatta^
to vn ma,rtelletto,
che batta vn
campanello pofto nel-
la fommità della lucerna
5 e cofi
fucceftìuamente cojmpito l'altro
giro, la palla
faccia il me-
defimo cftctto di
far fonare Infecon-
da bora, e poi
lctre,quattro&:c. In qtial
modo chi camtna
in carrozjZj^ , ouero
nauig^ per aqtta
pofs^ [^f^^i h
f»k^t^ 4^^ 'Viario
fstto» ^«(•^ ^^^l^g
Vefta inuentione bene
he fia accennata
da VitruuiOj egli
XXVinllj^^^® però parla
fi ofcuramente che
io non ho
ritrouato alcu- fefe^SJ
no: il quale
l'habbia fapuca interpretare
; onde mi
è par- SSJI'ìS
fpiegarla in
quefto luogo come
cofa nuoua.*fé non
in foftanza, almeno
in ordine aireifettOjdeireflc* re
bene intefa,e pratticata.
Si mifuri il
giro di vna
ruota del carro,
o carezza, e
fia per efempio
di I o.
piedi, cioè di
due paflì ^
all'afle di quefta
ruota A B,
come fi vede
nella figura, fia vn dente
C. fopra all'afTe
fia vna ruota
di 5 o. denti C
D, & airaile
I E fia vnito
vn dente E che morda
vna ruota dentata
E F, che
farà la moftra
del viaggio diuifa
per efempio in
12. parti, e
ciaf- cuna diefse
parti habbia io.
denti, che faranno
in tutto 1 20.
Nel cen- tro G
fia vna freccia
immobile, che moftri
il numero delle
miglia.. ? Impcrocheogni
giro della ruota
AB, cioè ogni
due pafli di
viaggio fi promouerà
vn dente della
ruota C D
mediante il dente
C , & hauendo
quefta ruota 50.
denti, dopo cento
pafiì di viaggio
la ruota C
D haurà fatto
vn giro intiero,
e per confeguenza
mediante il dente
E haurà pro-
mofso vn dente
della moftra EFj
&erscndo dieci denti
da vn numero
ali* altro , dopo
dieci giri della
ruota CD cioè
dopo mille paflì,
che ■ fono
vn miglio, farà
promofsa vn fegno
intiero la moftra
E F,e la
frec- cia moftreràil principio
del numero II.
che prima moftraua
il princi- pio del
I. Nel medefimo
modo fi può
operare naulgando per
aquife fi feruire-
mo di vna
ruota colle ale
fimilja quelle delle
ruote demoHni,Ic quali
con il moto
della naue vrtando
nell'aqua facciano girare
la ruota,che farà
in vece della
ruota A B
, fi che
tutto l'artificio confifte
in fare, che
il giro della
prima ruota , che
corrifponde alla quantità
del uiaggio,fia multiplicatoa
proportione delle altre
due ruote CD,
& EFj il
che fi può
fi^rc in più
maniere, gome ognVno
uede. L'Arti
Maejlra di (Chimica
mofira la tramutatione
ie** Metaltt j
^ addita la
firada pir ritrouare
la ^Pietra FilofofaU,
fi' Qon
il modo dì
fare le vere
Quinte Efsenze, j»'Pg
E Operationi appartenenti
alla Chimica non
confiftor !6§W folamente^'come rtimano
alcuni) nella tramutatione. .
V^lpl de Metalli,
poiché ella è
vn arte molto
piii vniuerfah -w
^ÉH^ lacuale in
certo modo abbraccia
anche la Mcdicinf^
- o almeno
le gì accolta
molto da vicmo
per aiutarla-, .
e fi può
definire efsere vn'arte,
la quale rifoluendo,
e riducendt^ tutti
i corpi mifti
nèfuoi primi clementi,
va rintracciando la
natura d effi,cfeparando il
purodairimpuro,edi quello fi
ferue a perfcttiona-" ve
i medefimi corpi,
& anche a
tramutare vn corpo
in vn altro.
_] Dalla quale
definitione rclìa manifefto quanto ampiamente
fi ftendrf lachimica
per tutte le
forti de corpi
naturalijdi cui quella
p;. ite, c"hl[*
s'afpetta alli foli
Metalli, ha il
fuo proprio nome
di Alchimia , prcft"
dal vocabolo Greco,
che fignitìca Su^o
di Sale; Imperciòche
ncllt fpirito fugofodel
Sale rificde tutta la
virtiì,& efficacia de
corpi miili" La
Chimica poi vien
detta ancora Spagirica
dal verbo Greco
. . che
vai quanto dire,fciegliere, ejfeparare ;
poiché come fi
è d-tcv, fepara
l'inipurOjC fciegliere il
puro , Altri
la chiamarono cabbala
perche anticamente fi
cómunicaua da Padri
alli figliuoli f jlim/ntr
in voce, propagandofi
à pofteri non
per hiftoria, ma
per fempHc!! rraditione.
Altri finalment lì
diedero nome di
Sapienza ; perche
nO;^ (cnza ragione
(limarono impoflibile, fcnza tal
arte ii poterconofcer
' perfettamente Ja
natura, e 'ic vii
tu de corpi
naturali. " ^'Pcr
ojongere al fine
da loro pi^tefo,
ch'è il perfettionarc
i. cor. con
la leparacione dei
puro dairimp'.:io,effcrcirano i
Chimici vari'., operationi, lequali tutte
fi poiTono ridurre
a Tei (òrti,che
fono le pri
" cipali.La prima
èVà CaUinatìone con
la quale i
corpnl riduco'io in
- calce, onero in
cenere . La fecondali
chiama ^olun'one^ con
cui ' difsoluono
nell'vmidoi corpi gii calcinati.
La."terzaèla DiUiìLuo^ mediante
laquale fi purg3,e
fi rettifica l'vmido
già diffoluro, con.
di{i{ ""^ liarìo
vna o p]H
volte;. La quarta
vien detta Putrejaiuone^con'ìdi c.u\
10^ fi difpongono
icorpi,acciò facilmente fi
pofTano fcparare le
parti pu- re dairimpure,che fono
inei?ì mefcolatc. La
quinta chianiafi Suùli.
tnaticne, per mezzo
della qtjalc le
parti più fottìi i,
fpiritofe,c volatili fono
forzate a falire
in altoj acciò
in tal modo
fi feparino dalle
parti pili ftfse,
che rimangono nel
fondo del vafojda
cui fi fa
la fublinu- tione.
La lefta finalmente
è l'vnione delle
parti pure fpirìtofe,
e vola- tili con
le parti fimilmente
puTe,ma fifse; acciò
tutte infieme vnendofi
fi coagulinoje dìuenohinotìfse jonde
vien chiamata ConguUtione
^ «^ JFifsatione ', polche
in tal modo
le parti pure
feparate dall'impure, an-
corché altre iìano volatili,
altre fifse fi
vnifcono però infieme
amiche- uolmente,e fi
congiongonocon vnfiifoj& indiflblubile
legame, & all*-
hora aquiftano virtù,
merauigliofc, & efficaciflìme
ncll'operare j la
doue primOjtale efficacia
di operationiveniua impedita
dalle parti im-
pure, nelle quali ftauano
come imprigionate ,
e legate. Nel
che fi deue
auuertire ( come
diffufamente difcorrerò nell'Arto
Maeftra, trattando delliElerpenti, conforme
la Filofofia de
Chimici) che tutti
li mifti da
quelVarte fi fcoprono
eifer comporti di
cinque»^ fjrti di
foftanza 3 due
forti di foftanza
impura, cioè, del
tutto morta, e
fenza alcuna virtùjO
proprietà efficace all'operare^
e credi follan-
za pura, nelle
quali è pofta
tutta la forza,
& virtuofa efficacia
propria diciafcunmifto; di
quefte due l'vna fi
chiama flemma,che è
quanto direvna foftanza
aqueafenzaaicnn' odore, o fapore; l'altra
fi chiama capo
morto,e terra dannata, cioè,
vna foflanz,a terrea
parimente fen- xa
alcun fapore,efenza alcuna
virtù: Dell'altre tré
poi l'vria fi
chiama-. fale,&clj fofìianza
più fiiTa,cosi detta
perche refifte ad
ogni violenza di
fuoco,ne fi diftiugge,
ne vola,o fuaniflfe
per l'aria j
la feconda vien
detta oglio,oucro folfo,
perche a fimilitudine
di efiTi è
pingue,e vifcofa; la
terza chiamafi fpirito,
perche è più
di tutte l'altre
fpiritofa,e vola- tilej&
ogni benché minimo
calore la didìparebbe
per raria,fe non_.
fofle vnitacQnilfale,cheèIa parte
fifìfa, mediante foglio,
che perciò è.
di fua natura
tenace, e vifcido,atto
a legare il
volatile con il
fido» Quefte tre
forti di foftanza
pura fono quelle,
che con altri
molti nomi fi
chiamano, corpo,anima,fpi rito j
amaro, dolce, acido
ifale,foIfo, mer- curio, &c.Et in
efle fole è
pofta tutta la
virtù,& efficacia delli
minera- li delli vegetabili, e
delli animali j con
tuttoché incialcun mifto
la_* quantità della
foftanza pura, in
paragone dell'impura, fia
meno— mifTìma. Ciò
fi vedrà manifeftamente fé
prenderemo afare,dirò cosi,vna_.
diligente anotomia di
alcun mifto,pereflempio delle
rofe. Prende- remo dunque
gran quantità di
fofe frefche, e
fiorite, colte nel
leuar del I07
del fole, quando
fono anchor ruggiadofc,cfubitopcfl:ate in
vnmorta- j-o di
pietra, le metteremo in
vafiditerra vetriati, e
coprendole molto bène,
le Jafcieremo macerare,
e putrefare fin
tanto che uedremo,
e Ten- ti remo
dall'odore efferfi inacidite
; il che
farà dopo dodici ,
o quindici giornii
Scacciò meglio fi
difpongano alla fcparatione
del puro dall'-
impuro, ui aggiongeremo da
principio una poca
quantità di fale,
o cremore di
tartaro j poiché
quefto penetrando incide,
ediuide le fo-
ftan^e eterogenee j onde poi più
facilmente Tuna fifepara
dall'altra • Dopo queftaputrefattione prenderemo
una quintale fettima
parte dì dette
rofe,e pofteinuafodi uetrolediftillaremoa Bagno
maria, ouero 2
bagno uaporofo/l'aqua chenediftillerà la
rimetteremo fopra uil.
altra parte di
rofeC liferuando però
da parte le
già diftillate,nellt-* quali
rimane anchor l'oglio,
ed' il fale
) e quefte
dirtilieremo al medefi-
mo modo cauandone
i'aqua foprapollaui , &
anche di più
quella , che in
fé contengono :
quale di nuouo
rimetteremo fopra altre
rofe , & in-.
tal modo hauercmo
tutta l'aqua rettificata,
e pura i
nella quale fi
con- tengono gli fpiriti,
cioè la parte
più fottile,e uolatilc
: che conuienc»/
feparare dalla flemma ,
cioè dalla foftanz.a
aquea in quefto
modo: met- teremo tutta
queft'aqua,o parte di
efia in vn
vafo di vetro, cioè
in-, vna boccia
con il colio
alto afl'ai,efpoftoui fopra
il fuo capello, con
il recipiente luteremo
benidimole gionture :
poi a fuoco
Icogieriflimo di cenere
ne caucremogli fpiriti,reltando la
fléma nel vafo,che
come m >-
teria più grolla
ed impura,non potrà
co poco calore
afcenderc tanc'alto. Ma
perche nuUadimeno fempre
afccnde buona parte
di flemma più
fottiÌe,c leggiera perciò
rettificarcmo il già
diftillato,diftilIandolo,di nuouo in
vafo non men
alto del primo,
e con calore
più moderato, nel
modo che fi
fa conlofpiritodi vino,
pigliando folo quello,
che afcen- de
più facilmente, e ciò
replicando più volte;
poiché alla fine
hiuere- mo benfi
vna piccola parte
di tutta quella
foftanz,a liquida , ma
clla^ ixrì tutta
fpiriti il che
fi conofcerà non
folo da vn
frag^rantiffimo odore, che
fpargerafi per tutta
vna ftanzacon folo
aprire iìvafo; ma
anche perche auuicinatogli
vn lume, arderà
tutta nel modo,
che fi l'aqua
vi?^ più fina.
Conferueremo dunque quefta
parte
fpiritofa,,chepcrfefoìa ha infinite
virtù, j e
l'altra maggior parte,
eh* è la
flemn^a, la gettarc-mo
fopra le rofe
già diftillate,aggiongendoui anche
alcr'aqua rofa, ofl^-pa-
■ ma fimile
per cauar da
cflè rofe l'oglio
; il che
fi farà diftillando
a fuo- co di
ccnerijcon calore alquanto
galiardo; poiché in
tal modo difìil-
larà infieme con la detta
flemma anche l'oglio,
il quale via
via lì andrà
da fé fteflb
fcparando, e nuoterà
in cima alla
flemma in coloraureo,.
e bcnchcla quantità
di quefto faràpochiftìma, cioè
vn oncia incirca,
a poco Jo8
poco più per
ogni pefo di
rofe, & ynafola
quinta parte dello
rpirito ludetto, hauràperò
maggior virtù dello
fpirito medefimoje di
tutto il rimanente .
Si fepari dunque
; e fi
conferui l'oglio da
per fé, &
anche la flemma:
poi s'abbrugino le rofe rcftate
nel vafo, dalle quali
fi è già
cauato l'oglio, e
lo fpirito j
e ncil'abbrugiarle fé
gl'aggionga vn poco
di folfo ;
ridotte che faranno
in cenere , fé
le dia fuoco
gagliardo acciò diuenti
bianchinfima; Quella cenerefi
ponga in vafo
di vetro, o
di tew ra
ben vetriata, e
fé le metta
fopra la flemma
fudetta j poi fi faccia
bol- lire molto bene, fin
che la flemma
habbia cauato dalle
ceneri il iale
: All'hora fi
coli percartaemporetica,efimettaadiftiIlare,e fenecaui
la flemma: e refterà il
fale puro nel
fondo del vafo
: le ceneri
fi calcini- no di
nuouoa fuoco gagliardo
di reuerbero,edi nuouofìfaccino bolli-
re con la flemma
: poiché qucfl:a
cauerà dell'altro fale;
e qucfta opera-
tionefi replicherà più
volte, fin chele
ceneri rcftino del
tutto priue di
fale: cquefìefonola terra
dannata, cioè la
fofì:anxa terrea impura;
fi che farà
terminata tutta la
feparatione delle parti
pure fpirito, ogh'o ,'
e fale, dalle
parti impure cioè
dalla flemma aquci,edcilla
terra danna- ta,© capo
morto. Ma fé
il fale non
fofie puriflìmo, per
farlo tale, fi
folua di nuouo
nella flemma,fi coli,
e fi congeli
con farla euaporarc,
o difl:il- lare,
e quefta folutionc,
e congelatione fi
replichi più volte,
& haueremo vn
fale purismo in
minor quantità dell'oglio, ma di
maggiore virtù. Qdcilc
tre pure foftanze
ciafcuna da per
fé fono efficaci flliTie: ma
molto più fé
fi vniranno infieme,
formando vnà Quinta
elTenra , il
che fi fa
in quefta maniera
:Pongafi il fale
puro in vn
vafo di vetro
col collo affai'
Jungo,epoftoa moderatiffimo calore
fé «li ponga
fopra vna parte
di oglio;continuifiil calore
con il vafobenchiufo,(ìno che
fia l'oglio per-
fettamente vnito al fale,
poi fi aggionga
vna altra parte
di oglio, e
fi continuiladecottione, ecofia
poco a poco fin tanto,
che tutto i^ogiio
fiafiben
incorporato,&abbracciatocon
il fale: all'hora
fi aggionga parte
dello fpirito, e
fi operi via
via lentamenre nel
medefimo modo che
fi è tenuto
con l'oglio j
poiché cofi quelle
tre foftanzc pure
del fale, ogiio, e
fpirito fi abbraccieranno infieme
con vn vincolo
indiflblubile talmente, che ninnartele
potrà più fepa rare, e germoglieranno da
fé medefime in
rofe benché chiufe
in uafi di
uetro , operando
prodigi in' medicina*
,-.«..ì.jìì^ *.i- ^u>ì
-ii.qoi Da ciò
fi vede come
la Chimica rifoluai
córpi'ne iìiòi pirmi
priti-' cipij,& elementi,faccndone anatomia,
in ordirle a
conofcere le quialità
' poi che
ciò che fi è detto
delle rofe vale
di tutti gl'alti-i
vegetabili j E
anche delli animali,c
dclli minerali; benché
in quefti fia
più difficile li
feparatione della materia
pura dali*inipura,e fi
richiedcano diuerf«->^^ opc-
ìo9 ope'rationi ;
delle quali diicorrcremo
altrouc ; e
fi vede parimente
ifi_. qualmodofi facciano
le vere quinte
eflen/.c, le quali
alerò non fono,
che vnafollanza pura
liberata da ogni
materia impura, e
che eflfendo prima
diuifii intrediucrfe fodanzc,
fi fapoivna fola
con vn vincolo
indifiblubiie di tutte
tré. Ma ricorniamo
alle opcrationi de
Chimici in ordine
alla tramuta- tione
de metalli j
per le quali
innumerabili fono grinftrumenti , che.-»
adoprano tanto Vafi,
quanto Fornelli , eoa
i quali benché
facciano molte cofe
vtili alia Medicina
j in ordine
però alla Pietra
Filofofica_,, fé conofccflero
la vera ilrada
per la quale
imitando la natura
si de ca-
minare, lafciarebbero da
parte tante ftorEe,Iambichi, Vafi
circulatorij, oui FiÌofofifici,Vafi di
Ermete, forni d'Atanor,
forni otiofi, di fafione,
di r!uerbero,dicalcinatioae, di
digeftione, e che
so io 5
ne fi feruireb-
bero di alcun
fuoco violento,con cui
vanno in fumo
i denari, e
le fpe- ranze
di nioiti,refi:andogli la
fola caligine nel
volto, e la
triftezza nell'- animo d'hauer
coni mantici foffiato
viadal cruciuolo il
mercurio, e I*- crodallaborfajmentre pazzi credono
alNume delle bugiejeftimano che
vn Dio de
ladri uà per
arricchirli.
Ducpoifonoleihade perlcquali procede
la Chimica, in
ordin,; .a òi
n'incontro volendo tramutare
il piombo in
argento vino, fi
metterà il piombo
invnvafo di terra,
che non fu
vetriato, ma molto
ben lutato ;
vi fi mette
lopra il cape]lo,nella
par- te fuprema del
quale fia vn
piccolo forame, e
fcglVnifce vn gran
re- cipiente, in. cui
fia buona quantità
di aqua ;
fi colloca fopra
vn for- nello à
vento,e quando dal
fupremo forame predetto
incomincia ad vfcire
il fumo,fubito fi
chiude con diligcnra,efiaccrefce il
fuoco po- tentemente j
poiché in tal
modo il piombo
fi difilla conuertito
in argento viuojmadavna
libra di piombo
non fi caua
più di quattro
oncie d'argento, viuo .
. ^^^u ^.y,
^ ^ Ouero piglia
calce di piombo,
fatta come fòpra
con ilfale,o fal-
nìtro, gettala in
aqua bollente, fi
che la calce
deponga tutto il
falt-^j poi feccatafi
metta in aqua
di fale armoniaco
difloluto^ in cui
fia alquanto di
cake di fcorze
d'ouo, e chiufa
ogni cofa in
vafo di vctr©
fifepelifcafottoiJ fimo per
i^.giorni^e ritrouerafsi il
piombo mu- tato in
argento vino» :L^c?ì!
; '-'-;' /^rr-y}}
li 023!J.- '":
., Ff Tir.
^'"^ TRAMVTATIONE P
tD/ SitAgno in
aArgcnto, Rendafi vn
poco di ftagno
d'Inghilterra fino,e purgato,
fi chiu- da invna
palla di creta
tenace, cioè, fi
luti tutto d'intorno
la ftagno con
luto fortiIIìmo,che non
crepi al fuoco.
Poi fi H-
qucfaccia vna buona
quantità di argento
in vn crogiuolo;
all'hora fi metta
la palla di
cicta,ofia (lagno lutato,
e prima ben
caldo, acciò non
crcpi dentro Targento;
& acciò fi
fommerga nell'argentoliquc- fatto,convn
ferro vi fi
prema dentro a
poco a poco,
e vi fi
tenga im- merfo
per meno quarto
d*hora incirca; fi
leui il luto,
e ritrouerafli lo
ftacrno mutato in
vero argento; mafiauuerta,che quell'argento
in cui fu
immcrfa la palla
refta talmente infettato
da maligni vapori
dello fl:agno,che poi
purgandolo, e copellandoIo,fe ne
perde altre tanto,e
più di quello
che fi è
guadagnato; non rcfta
però che quefta
non fia vera
tramutatione, poiché non
fi può dire,
che lo ftagno
pe- netri per la
creta nell'argento , ne che
l'argento penetri ou'
era lo ftagnoj
ma il folo
odore dell'argento comunicato
allo ftagno pene-
trando lo muta in
argento,e l'argento vicendeuolmente riceuendo
i va pori
dello ftagno refta
infettato da quelli;
onde chi ritrouaffcjil
modo di riparare
quefto danno con
purgar prima lo
ftagno da quelli
alici maligni, ò eoa aggiongere
all'argento alcuna cofa,chc
rcpri- mefse tali
vapori , hauerebbe vn
gran fegrcto. TRAMVTATIONE
r -1
.1 D*QAr gerito viua
in vero Argenta .
• .-t /-»
o P Rendafi del
Minio,ouero altra calce
di piombo; fi
mcfcoli con eflaCinabro,ouero argento
viuo,e Solfo, de
quali fi compone
ilCinabrojfi metta in
crogiuolo, e fé
gli dia fuoco
prima mo- derato, ma
quando comincia à
fumare, e volar via
Targcnto viuo con
il folfo,fe gli
dia fuoco potentiftìrao
; reftarà confumato
tutto il folfo,eIa
maggior parte dell'argento
viuo,reftando nel crogiuolo
il piombo, il
quale fé fi
metterà alla copella,
confumato che fia,
reftcrà qualche parte
di argento, ma
non tanta che
l'opera fia compenfata
dal guadagno. ,
% Quefta,& altre
fimili fperienzehò prouate,&
vedute con gli
oc- chi chi
miei, onde non
mi rimane alcun
dubbio intorno alla
poiTibilid della tramutatione
de metalli: Refta
ch'cflaminiamo vn altra
che fi ftiaia
tramutatione di ferro
in rame , TRAMVTATIONE
di ferro in
rame, SI prendano
laftre di ferro,
e fi pongano
in aqua vctriolata,
nella quale ftandoimmerfefi irruginifconojfirada quella
rugine,che farà poluerc
roifa,!! fonda in
vn crogiuolo , e
troueradì effer^-r rame
perfetto. Quindi fanno
il medefimo effetto
alcune aque ch^-»
naturalmente fono vetriolate,
perche paffano per
miniere di vetriolo;
come fono quelle
di vn fonte
non molto lontano
da Leiden , e
di vn al-
tro appreflbilCaftclloSmolentzchi
della Mofcouia; Del
quale Gior- gio Agricola
Lik ^. de
natura foffìlium dice
quefte parole; Expuieoex-
trahimr atjuay ^..,:..
'^i^^ì 'j^ai^m^ÙB cij^nz^ Aggiongo,
cheDio perla Prouidenw,
che ha' Ù^r^ìffi^m^.h\h:, mane
non deue facilmente.
pcirinecter.e,,;ch,qiOiQltia!qiii{yjn^,qtìe^*»>; art«,e
particolarmcnteiiPjenjci.pi
gfandija:ehfifi ^(geifltp^tefe^'ei cA't?à'a)^ter€Q!n a
chi più li
pia(;e,non'perme^9r>d0r;
pwomàhefifascci;atCQmune:.3:tmiolti ..
Aggioflgafijcbe-ai
cioreoftr., cQirre il
pericoloni Qhi, la
pofl[4edLe>fe
peraiiuemura fijrifapfta>«:diC- (Hmalarla,
.0 z^? i.nc::^'b
" • r
Sì-ì r ijii!
'••^-Yir- /.| Hor
per direalcuna cofa
del modo ,chc
fiha à tenere
per aqui», ftarla
jfi de* auuertiie,anzi tenct
per fermo, ch'ella
tutti» cplìjQ/le ìa
(puerili due precetti, che. commuaemente danaoi
maeftn^ f^ j
InxHmfiat n/olatflii; ^
iterftm/VQlaitile fiat fìxum
: E voglioBKir
dire,. chr dall'oro
oéairargenta fi- Qawi la
femcnza, difsolueado l'oro,
o 1'- e*.-:
Gg argen- uà
ar»cnco,che fono corpi
fifìfìjC permanenti alfuòcov
perilche è aeceflario
ch'cfib meftruo,e liquore
apra i pori
dell'- oro, e vi
penetri dentro amiche«olmente , feparando
eflTa foftanzi vmida
dall'altre parti pura ,
ed illefa ;
e per confeguenia
il mef— iruojfe
ha ad operare
in quello modo,conuienejchefiavna foftanza
tenuiffìma,acciò pofta entrare
peri fottiliftìmi pori dell'oro;
ed in oltre
congenca all'anima medefima
dell'Oro, acciò non
Toffen- da,nela diftrugga,maamicheuolmcnte,e fimpaticamente penetran-
do fi vnifca con
elf3,e la fepari
dall'altre parti; In
tal modoqucfta foftanza,
che vnita prima
alle parti impure
reftaua fifia, e
pertinace al fuoco,
slegata da efle
diuenta volatile, &
a fuoco leggiero
afcende, ediftilla per
il Lambicco, come
più d'vna volta
io ftcfso ho
vedut» per ifperienza.
E quefto è
il far diuentar
volatile quello ch'era
fif- To, nel
che ftimafi efsere
la maggiore difficoltà
di tutte l'altre»
tal- mente, che afserifcono
comunemente eftere più
difficile il diftrug-
gere l'orOjche il farlo,' poiché quando
alcuno habbia ri
trouato que- llo meftruo,
e ridotto l'oro
in prima materia ,
diftruggendolo coii_p mantenere
intatta lafua anima,
onero Temenza, riefce
facile l'adem- pire il
fecondo precetto, che confitte
in fifsare di
nuouo queft'ani- ma>
119 ma, che
di fifsa è
ftata fatta volatile,
il che fi
fa in quefto
modo. Pigliali Oro
finifsimo , fi
riduce in calce,
cioè, in poluere impal- pabile rubicondifsima , ilchefi
fa in molti
modi, come diremo ai-
troue, ma particolarmente diftillandoli
d'addofso più volte
Targen- to viuo
prima purgatifsimo »
Sopra quefta calce
di oro purifsima,
fi va mettendo
a poco a
poco la fopradetta
anima, ò fia
fcmenra, ò prima
materia di oro,
tenendola in vn
calore moderatifsimo dentro
vn vafo figillato
ermeticamente j quella
imbibitioncjche chiamano inceratione, fi dee
continuare fintanto che
la calce d'oro
non pof- fa
più bere altr'anima,
il che farà
dopoché vna parte
ne hauerà be-
uutecinque,piìì ò meno
conforme farà più
ò meno pura
j in quefto
modoqueiranima,ch'cra
volatile, vnita a
poco a poco
con il corpo
fifsoanch'efsafivà fifsando, ma fi de'auuertire
diligentemente d'in- ftillarla
a poco a
poco,lafciando fifsare la
prima parte, auanci
che fi aggionga
l'altra ^altramente in
vece di fifsarfi
farebbe diuenrar"^ volatile
anche la parte
fifsa, cioè, la
calce fudetta j
cosi refta nutrita
l'infante come parlano
i Chimici, per poi
pigliar forze, e
coronarfi monarca di
tutti i metalli;
il che fa
mentre fi va
continuando, ^ accrefcendo
graduatamente il calore,
fin tanto,che la materia diuen-
tirubicondifsimacomc vn rubino, s'ella è
pietra fatta con
l'animi.. diOro,ouero candidifsima
come vna perla
s'ella e pietra
fatta eoa l'anima
d'argento. Et all'hora
quefta pietra non
teme più alcuna^*
violenia di fuoco,
anz.i da cfso
piglia maggior vigore,
che però la
chiamano Salamandra . Efscndochc
dunque in quefta
pietra cinque parti
di foftanza feminale
purifsima fono perfettamente
vnite ad vna
foia parte di
Oro puro, come cinque anime
in vn fol
corpo; ella_» aquifta
virtù di moIti.p.'icarc,e produrre
frutti copiofi sì,
che vna fola
parte può tramutare
cento, & anche mille,e
più parti di
altri Metalli imperfecti
j non può
già perù tal
virtù moltiplicatiua crefcereiiL-.
infinito, come afserifcono
communemente ; ma
della moltipli- catione
della Pietra in
virtù, ed in
quantità parlerò altroue.
Refta dunque folo
di ritrouare vn
meftruo proportionaro alla
folutÌGne,e riduttione dell'Oro
in prima materia,
il quale dico,che
■OH è altro che
vna fcmenza dall'Oro
medefimo : cioè,
vn vmido radicale
metallico
fottile,pefantc>e
pingjje, il quale
fi ritroua in
molti corpi metallici, ma
diftìcilc a fepararfi
puro, netto,cd intatto; ncll'-
argcmoviuofolamentefiha più copiofo^e
più puro che
in alcun'al- tro
corpo,cccetto che neiroro,e
ncH'argento medef{mo;onde chi
vuo-i le operare
più accertatamente , e
can,iinare per la;
vera ftrada,fton fi
ferua d'alcun'ahra cofa,chc del
mercurio,^ dell'oro ;
perciochc_-> quefti 0
2I- - ^uefti
fono i corpi
più amie abili,
fi come in
Cielo; gx';*ì and
hr \nLi>'- .terra;
che però vno
s'accofta volontieri all'altrOjC
l'abbmcd.i*,. «i^^- fé
Tinlìnua, come vedcfi
per ifperienza ;
E cioèsì vcro,clie'altlitii'ra' ifnperfcttej
e nel fu«
prim/> ftifcere,cd jnquéftéla
Natura ha beri
si difpofta la
fetncnza, ma non
ha antera -j^
per per mexzo
di efsa' maturato il
frutto ^ Perciò
non efìfendo ancora
quella fé menza,o prima
materia deiroro, ftrcttamente
legata all'aU tre
foftanze, con cui
formafi l'Oro perfetto,
e maturo ^ ci
fari facile dottenerla,eilraendola da
ogn'altrafothnza minerale Impura.
Non dirci quefto,
fc io mcdefimo
non hauedi hauuro
fortuna di hauerc
alqnanta di vna
fimile miniera, dalla
quale con noa
molto artifìcio fu
canata vna poca
quantità di certo
liquore aureo, che
era la vera
fcmenià di oro,
ma per non
cffer conofciuto, tutto
fu confumacocon g'^ttarlo
fopra vna quantità
di argenco vino
bollen- te, il quale
tutto fubito congcloflì ,
& accrefciuto il
fuoco,, refta* l^ono
cinque parti di
efìb perfettamente fido,
cioè» a dire
vna inciz' oncia di
quei liquore fifsò,
due oncie e
mezza di argento
,viuoj che fé
foffe flato n)aggiormentc
depurato, e poi
congion- to come
anima al fuo
corpo proportionato, farebbefi
con eifo po-
tuto formare la vera
Pietra j ma
fm hora non
ho mai potuto
ritro- juare altra
miniera fimilq a
quella, e perciò
atta a quefto
fi nc^ Ch'intende bene
quanto fm qui
(i è detto
non ha bifogjjo
d'sicro, ckedi elfer
fauorito dalla Diuina
Prouidenza si,che gli
pei:aii:?:ta_,>
ilritrouare vnafimile miniera
di oro, ouero
d'argento; ma ricordili,! jehe quello
è dono fiagolare
di Dio, che
fùole concedcFlo folo
a ^erfone di
retta intenciOne, acciò
non ne nafcano
que'difordini,- fhe come
fi è detto
kreUhcro co^jtcarij a
iiìoi.jleUaj4ia.PxQui--jdenza
, :)'>.-.-ìì-v'I r-;--:-.:?
•^: ;-:n?1 p-5n'i:n:c%i:» Retta
che per vltimo
fi rifponda alle
obiettioniiche fogliono fjrd-
contro, la poflìbilità
della tramutationp,benchequì non
farebbe ne- ceflfario
hauendone già vedutala
manifefta ifperienza. Dicono prr-i?.
jìiieramcnte con S.
Tomafo i.fent, di/ì.j.qua/i.^.art, i^SiC
i^e Pot.(j.6, artt I.
con Egidio in
^.^uod^ q,S, Auerroe
m prìmum ltl>r»m
de gin,- amM,Si
Auicenna in Comm.Meiheor,
che Toro fatto
per artt-> chimica
non è vero
oro 3 poiché
la vera forma
dell'oro non fi
può» introdurre nella
materia fé non
per mezzo del
calore Celcfte , e
folare ; onde
effcndo il calore
del fooco, di
cui fi feruono
i Chimici molto
diucrfo da quello
feguita , che
non pofla ge--
nerare vero Oro.
Al che rifpondo
primieramente, che il
calore del aoftro
fuoco jioaè infpecie
diuerfo da quello
del Sole,e delle
Stelle, eflendo-^ the
produce molti effetti
del lutto fimili,,
come moftrerò di— :
ftejfamcnte nell'Arte Maeftra,
e per confeguenza
può produrre ancor
Toro . Aggiongo, che
con i raggi
del Sole difcende
fino alla . l^oflra
terra vna puriffima
(oftanza Celefle,come; dirò
altroueyla,^ ^laqof Hh
quale 122 quale
fé alcuno ritroHcrà
modo di pefcarla
in quefto vafto oceano
dell* aria,c ridurla
in liquore vifibilc, egli haucrà
la chiauc di
tutti i fegreri,
e farà quafididì
padrone della natura, che
di vna tal
foftania fi fcruc
per fare tutti
gl'effetti 5 e
mutationiche noi vediamo
marauigliofiin,, quefta noftra
baila terra. *'^»j
^J ^ in
fecondo luogo oppongono
con Egidio,c he quelle
cofe, le quali
fono perfette in
alcun genere, hanno
vna fola determinata
caufa del- la fua
generatione j l'oro
tra tutti i
metalli è perfetti
(Timo j dunque
io-. vniol modo
fi potrà generare,
cioè in quello
che adopera la
natura j donquc
non fi può
generare dall'arte. Rifpondo
che l'arte chimica
non fa che
Torojacui ella coopera,non
proceda da quella
caufa,c he dalla natura
gl'è ftata determinata,
par- lando della caufa
prodìma ed immediata
j poiché quefta
èia fetenza dell'ore,
la quale opera
naturalmente anche quando
Tarte vi coopera;
onde il chimico
altro non fa
che cauarc dall'oro la
femenza, & appli-
carla a corpi proportionati, con
i quali vnita
poffa render il
frutto mul- ciplicaiojin
quel modo, che
l'agricoltore non produce
egli i frutti,ma
difpone,eprcparala terra,e la
fcmenia vncndoli in
modo, che frutti- Bchino, TerjQ
oppongono che il
luogo della generatione
de metalli è
de- terminato in tal
modo,chela natura li
produce fempre nelle
vifcerc-^ della terra, doue
concorrono tutù gì*
influffi celefti,come a
centra commune a
tutti j e
per confeguenia l'oro
non potrà generarfi
fuori delle vifcere
della terra, Rifpondo
che il luogo
della generatione dell*oro non
è tanto deter-
minato, che non (ì
polla produrre anche
fuori della terra,
purché vi fia
materia difpofta,e proportionata
a riccuere in
fé la la
femenza dell'- oro j(ofi>
le altre femenze
di erbe,o piante
portate fopra i
tetti delle cafe,
pur che ritrouino
terreno, o materia
in cui germogliare
produco- no ifuoi fol
iti frutti. Quarto,
Dicono che l'arte
non può mutare
vna foftaniain vn
al- tra diuerfa in
fpecic : poiché
il far ciò
appartiene alla fola
natura. Rifpondono alcuni
che vn metallo
non è diuerfo
in fpec ie
dairaltro: ma benché
fia diuerfo,dico non
cfler l'arte che
lo tramuta, ma
la natu- ra aiutata
dall'arte j poiché
l'artefice altro non
fa che applicare
vna_j materia all'altra,
dalla quale debita
applicatione prouitne, che
vna foftanza muti
in feftefla l'altra,
a cui fu
congionta dall' artefice. Coiì
lafemenza dell'oro congionta
come conuiene al
mercurio, lo tramuta
in oro, in
quel modo, che
la femenza di
grano congionta alla
terra tramutala terra
medc^ma in grano
«Quindi fi dice,
che Tarte non
fa l'opere roperechc
fa la natura,
ma folo modifica
la natura medeflma
, dcter- minandt)Ia
ad operar? più
prefto,© più tardi
,in queflo,o in
quell'ai* tro modo
; come ucdefi
in molte arti,
e particolarmente in
quella dell* ineftare
un albero fopra
l'altro . ' epe
parimente quando dicono
non poterfi dall'artefice
far l'oro, per
non fapcr egli
la proportionedelli elementi
che lo compongano,
ne il temperamento
delle qualità, ne
gli ftrumenri , de
quali la natura
fi fcrue :
fi deue rifpondcre
non edere neceffario
il fa pere
tali cofe :
poi- ché fatte non
opera immediatamente gl'effetti ,
che fono della
natura, ma fole»
li porge la
materia, 1« quale
fc prima fia
ftata preparata, «_->
difpofta dairarte, U
natura opera in
efifa più facilmentCo
ed in modo
ftfaordjnariovsrr rs«Rv pi
Finalmente o,ppongoiio alcuni
che noi non
potiamo fa pere
fé l'oro chimico
fia vero oro', con
laverà forma foftantialc dell'oro: poiché
dicono potrebbe cflere
che faflTero mutati
folo gl'accidenti, onde
fQflcoroapparente.afìini^iO'
>fl ^« Al
che rifpondo che
nelle cofe Bfichc
non fi può
hauere maggior ccrtewa
che quella che
ci danno concordemente
tutti i fenft,
i quali conofconoU
foftanz,e dalli foli
accidenti : onde
quando apparifcono tutti
gl'accidenti di vcfo
eroj l'intelletto
naturalmente deue aflerfrc
ch'egli fia vero
oro, quando la fede
diuina non li
diceflc il contrario,
Aggiongo che loroficonofce
più intimamente che
dalli accidenti cfterni,
facendofcne varie proue,c
faggi che da
Gebro fi riducono
a noue, e
fono Tinfocarlo, l'eÀinguerlo,
il fonderlo j
IVnirfi ch'egli fa
ali*- argento viuo,
poiché il vero
oro fé glVnifcc
più facilmente ;
il mcfco- larlo
con materie adurenti
: il porlo
fopra vapori acuti
; il metterlo
alla Due forti
di Medicamenti diftinguercmo
nell'Arte Maeftra,doue irattaremo
della Medicina ; IVna è
di quelli i
quali operano per
fimpatia che hanno
con gl'vmori veneBci,che
fparfi per il
corpo ca- gionano le
infermità, quefti fono
i Medicamenti purganti, che
tutti ihanao del
vclenofo,anziènece(farioche habbiano in
fé foftanra ve»
nefica per poter
efser purganti j
Impercioche per la
fimpatia, che hanno
con l'altra fimile
foftanza venefica fparfa
per il corpo
infer- mo.ìa rifuegliano,
la muouono,e la
tirano a fé, onde
laNatuta del corpo
humano per mezzj^
delia facoltà efpulfiua
fcaccia poi dal
cor- po con il
Medicamento anche la
foftanza venefica, che cagionaua»»
l'infermità; cosi ilDiagridio,per eflervn
veleno, il quale
ha fimpa- cia
con Thumore venefico
picuitofo, prefo per
Medicina s'infinua^ Uiagneticamentc nella
pituita, e fi vnifce
con efia rifuegliandola_*, commouendola,& eccitandola, onde la
Natura fentendofi opprefla
da doppio remico
tumultuante, e minacciante
Teftintione del caler
naturale, quefto tutto fi
raccoglie, fi vnifce, e
refiftendo fa forza
al oemicoje lo
difcaccia da fc;
onde auuienejcheilDiagridio vfcen-
do dal corpo
tira feco ancor
l'iltro veleno, a
cui fi era
vnito fimpati- camente.
U aiedefimo accade
del Rcubarbaro in
lordine alla flaua
bile. bile, deirTurbit,
ElIeboro,&c. in ordine
all'altra bile, e
cosi di tutti
i Medicamenti purganti,
i quali non purgano
fen za contrailo con
la Natura,e perciò
fcmpre con debilitamento
delle fue forze.
L'altra forte di
Medicamenti è di
quelli, li quali
operano per an-
riparia che hanno
con le qualità
venefiche, e maligni
vmorifp^rfi per il
corpo : Quefti
per confeguenza hanno
fimpana con la
Natur^^ humana,cioè,J dire
con il calore
naturale, e con
Tvoiido radicalt»ji; onde
vnendofi a quefti,&
accrefcendofì le loro
forzc,iì accendono CGntroiInemico,rinueftono, e lo
difca^ciano lontano dallarocca del cuore,
& anche del
turca dal corpo,
che è come
la città, di
cui impa- dronito rentaua (orpendère
la fortezza del
cuore . Quindi
è, che_^ quefta
feconda forte al
Medicamenti purga da
maligni, e velenoii
vmori in affai
diuerfe maniere j^
poiché fc tali
m.aligni vn?ori, e ve-
lenofe foftanze fono
fpiritofe,e fottili le
purga per i
pori fcaccìandoli dal
cenrro del cuore
alla circonferenza, talvolta
per infen{ibMc;_^ trafpiratione,e quando
fono più vmidi
p fudore;Sc poi
fono vmid!,fTia più
grollì, li fcaccìa,e
purga per orinale
finalmente fé fono
groflì e men
vmidi purgali per
feceflo; ladoue la
prima forte dì
Medica^ iTienti purga
Tempre pel- feceffo,o
per vomito,rare volte
per orina, e
mai per fudcre,
ne per infenfibile
tranfpiratione. Di qui
nafce an- cora, che
i primi debilitano
la Natura perche
li fono contrari)
5 e pur-
gano con violenza,e con
fconcerto delli vmori,
e del naturale
tempe- ramento; ladoue i
fecondi più tofto
fortificano, e corroborano
U Natura medefima,a
cui fono fimili,
e purgano foauemente,
e fcKzji rurbatione,
particolarmente t^uando operano
per infenfibilejraBfpi- ratione,
o per fudore .
Da ciò che
(ì è accennato,e
fi dimoftrarà diffufamente
a fuo luo^o,
ognVn vede quanto
piìì ficuri,e gioueuoH
fiano i fecondi
Medica- menti, che i
primi ; nulladimeno
perche i primi
fono più facili
ari- rrouarfi,e no
richiedono certe particolari
preparationi,e perche ope-
rano potentemente ; perciò
fono più in
vfo de gl'altri
; non operò,
che non fi
debbano più tofto
adoperare i fecondi
j! poiché quefti fé
noii danno tanta
virtù alla Natura,
che bafìi per
difcacciare dai corpo
Tvmor vitiofo, almeno
non offendono la
Natura medefima ^
e repli- caci più
volte finalmente a
poco a poco
confumano affatto il
nemico. Ma quello
che quifideue auuertire,
e perii che
ho prcmeffo quello
difcorfo,è, che la
prima forte di
Medicamenti velenofi, ò
fiano ca- tartici,© diurerici,o vomitorij,
non poffono mai
effere Vniuerfali sì^,
che fiano applicabili
ad ogni forre
d'infermità; poiché purgano
folo da quel
veleno particolare, con
cui ciafcun d'cfli
ha fimpatìa^ma ai^
I i l'in-
l'incontro gl'altri Medicamenti,
i quali fono
congcnei al c«loi
natu- rale, ed vmido
radicale, fono vniuerfali,
e curano ogni
malaria j per-
cirche altro non
fanno, che accrefcere
leforie abbattute, e
rinuigo- rirle, acciò
la Natura medefima
pofla fcacciare da
fé ogni forte
di vmori a
lei pcrnitiofi. Di
tal forte fono
gl'elixiti , i magifteri
di perle, o
di coralli, i
giulebbi gemmati, i
Bezuari j ma
benché qucfìi in
alcune forti d'infermità
facciano alcun buon'effetto,
pur e he
fiano fatti con
quell'artejchc fi ricerca,
nulladimenovedefi per ifperienza,
chelo più delle
volte no hanno
virtù fofficiente di
efterminare l'vmore morbi-
fii-o^chc però 1
Medici ricorrono alle
medicine purganti, che
hanno del veleno^
perche non hinno
cognitione di altro
medicamento, che operi
cfficscementc,e fia infieme
congeneo alla Natura,
onde iìa li-
berata dal male,fenxareftare debilitata
dal medica mento,an?LÌ fenia
pericolo di reftarne
opprefla , Per tanto
io pretendo di
palefare qui vno
fimile Medicamento, il
qualeperche,comcfi è detto,
operando con dar
forze alla Natura, e
convna Virtù Balfamìca
contraria ad ogni
forte di qualità
venefica, o morbifica
riefce vciliflìmo in
ogni genere d'mfermitàjperciò le
diedi nome di
Panacea, che vale
quanto dire Medicamento
Vniucrrfale, il quale
fi prepara in
queftomodo^ Si prende
Salnitro ottimo, e ben
raffinato^ fi mette
in vn Vafo
di ferro a
liquefare lentamente al
fUoco ; dopo,
che farà liquefatto,
fi piglia carbone
di legna dolce
peftato minutamente, e fé ne-»
getta fop-a vna
poca quantità , il
quale fubito arde,
e fi confuma,
all'hora fé ne
mette vn altro
poco, e dopo
quefto dell altro,
fin che a
poco a poco
il Salnitro fi
fifsi,fi fa di
colore alquanto verde,
bc il car-
bone non fi folleua
più a modo
di fiamma, come
faceua per auanti:
All'hora fig.'tta ji
Salnitro fufo entro
ad vn mortaro
di pietra_«, che
fia calda, acciò
non crepi j
raffreddato che fia
refterà bianco come
pietra alabafl:rma,e fragile
come vetro, fubito
fi pefb3,e la_.
poluere fi diftende
fopra laftre di
vetro,© piatti di
maiolica, li quali fi
tengono efpofl:iairaria,m?^ in.
luogo doue non
gli pofla cader
lopra ne picggia,
ne ru^giada,ne fi«no
battuti dal Solej
deuono col- locarfi
alquanto inclinati, e
pendenti, e fotto fi
dee mettere vnvafo
per raccoglierne il
liquore, che vi
caderà dentro j
poiché dopo al-
cuni giorni attraendo il
Salnitro gran quantità
di aria firifoluerà
in_. Ogìio, e
per longo tempo
fempre andcrà gocciando
in liquort^ ; che fé
incontrerà in ilagione
opportuna, farà talvolta
fei ,& otto
volte più in
quantità, e pefo di
quello, che. fofTe
il Salnitro mede-
fimo . Queft'-
C^eft*^Oglio,e liquore di
Nitro è vn
mezzo efficaci/lìmo per
ef- trarre potentemente,
e con marauiglia
ogni elìcnìa da
tutte le forti
di miftij particolarmente fc
farà rettificato, e
ridotto a maggior
per- fetcione nel
modo, che dirò
altroue . Intanto
prendaci quattro, o
cinque parti di
eiTa, ed vna
parte di antimonio
del più perfctto,cioè, di
auello che è più vicino
alla miniera di
oro, nella quale
egli fuol gè*
nerarfijeiiconofcedal
colore, che in
qualche parte rofleggiajfi
pon- evano m vna
boccia grande di
vcEro,the refti vuota
almeno due terzi,
e rantimonio fia
macinato fotti lmente,cd il
vafo chiufo per
modo, che non
rcfpiri: lì tenga
iodigeftione a calore
moderato,come fareb- be a
quello della fiamma
di vna lucerna,
fin tanto che
il liquor.; del
Nitro,che fopra nuota
all'antimoniojfia colorito in
color di oro
ac- ccfo, o di rubino
: all'hora fi
vuoti fuori del
vafo il liquore,
fi coli per
carta cmporctica.e fi
metta in vn
altra boccia co
collo lungojvi fi
metta fopra altret3ntaaquavica,chefiafini(fima,c lenza
f lemma, relUnJo la maggior
parte del Vafo
vuota, e fia ben
chiufaj fi tenga
per alcuni giorni
iadigeftionc a moderato calore,finchc
l'aquavita tiri afe
tutta la tmtura,
ed efscza d€irantimonio,peroc he
refterà il liquore
del Nitro nel
fondo bianco,echiaro,e tutta
la tintura rcfterà
vnita all'aquavita, che
fempre galleggia
fopral'oglio diNitro;fi decanti
dunquc,e fi fepan
l'aquavita daU'ogliof'ilquale è
buono come prima
per reite- rare la
medefima opcratione ) e la
detta aquavita fi
ponga in vn
Lambicco, e fi diitilli
foauemente, finche ne
rimanga folo vna_.
fluinca parte incirca,
nel Vafo inficme
con la tintura,
& eflenza dell'antimonio; Overo
fi caui tutta
l'Aquavita, fino che
riman- ga la fola
foftanza, dell'antimonio a
modo di fale
fufibile.^. Quella è la noilra
Panacea di marauigliofa
Virtù per ogni
for- te
d'inférmità,dellaqu.ilc fé è
reftata in liquore
fé ne pongano
cin- que, ofei goccie
in liquore proportionato
alla malatia,o vero
itL* brodo,© Vino }
ma fé fi
è ridotta in
foftanza confiftente,comc fi
è detto, fé
ne pongono trc,quattro,o
cinque granijconforme al
bi- fogno; auuertendQ, che l'alterar
la dofe,& accrefcerU
molto più non
può cagionar dapno,anzi
è neceflario quando
il male è
perti- nace 3 poiché
in tal cafo
fi replica più
volte pigliandone femprc
maggior dofe tre
volte, o quattro
alla Settimana; ma
nelle infer- mità ordinarie dopo
due, tre; o
quattro prefe gì*
infermi fo- gliono
guarire j ed
in quefto modo
io ho veduto
rifanare moltif- fime
pcrfone, che hanno
prefo quefto Medicamento, da ogni
forte di malaria ,
particolarmente da cjuelle
che erano più
inuccchiate, e più
difficili a curarfi
, come dalla
febre cuartana, del
morbo Gal- ii8
Gallico daJIa febre
Etica, dairHid»opifia,e {imill
: -iNfe foie
gioua per i
n-;ali intcrnuma anche
per gl'efterni applicato
a modo cii
Bai- amo lite
vlccri,cancrenc,ferite,e limili. E
paiimente'vtile alli dif-
fttii della Vifta,
alla {ordità,e fimilr,rpa
ottimo' riefce per
lineai ca- duco,e
per ogni infermità,
ed indirpofitiór.e del
capò, e dello
ftoma- eo, poiché qiitllo
viene mirabilmente confortato, e
quefto corrobo- rato a
bea d'gcrire. Ma
peTì,che la feconda
differenza (la maggiore
della pri- ma di
due vnità,e fnnilmente
la terza della
fecondale, come fi
vede nelle pofte
differenze i. 5.
5, 7. &c.
La terza proprietà
nafce dalla feconda,
& è, che
duplicandofi la^ radice
quadra di alcun
numero quadrato, &
al numero prodotto
a^ giongendq vna
vnit3,(; ha la
differenza tra cffo
numero quadrato, e
l'altro proffimo maggiore;
onde tal differenza
aggionta al quadrato
minore ci dà
il quadrato maggiore, così la
radice del numero
qua- drato 4. che
è 2. duplicata,& aggionta
vna vnità fi
ha la differen-
za 5. che aggionta
al 4. ci dà
il quadrato 9.
proflìmo maggiore. Alfincontro,
fé duplicaremo la
radice di alcun
numero quadrato, e^ dal
prodotto leuaremo vna
vnità haueremo la
differenza tra effoqua^
drato, e Taltro
proffimo minore. Ir,
quale detratta dal
quadrato mag- giore haueremo nelrefiduo
il quadiato proflìmo
minore j cosi
du- plicata la radice
5, del quadrato
9. haueremo 6,
da cuileuata vna^
vniti refterà 5.
cioè, la differenza
tra p. e 1*
altro quadrato mi-
nore 4. i:f La
quarta proprietà nafce
dalla precedente,& è,
che fé noi
diuide- remo la
differenza tra due
numeri quadrati proflìmi
( la quale
come fi è
detto è fempre
vn numero imparo
) haueremo due
numeri l'vno maggiore
dell'altro vna fola
vnità j Qi
il maggiore farà
la radice del
qua- quadrato maggiore,
fi come il
minore è la
radice del quadrato
n^ino- re;ccsì la
differenza tra 4.
e p. che
è 5. diuifa
ci dà a.
e j.che^ fono
le radici di
4.6 di p.
Porto quello fi
proponga vn numero,di
cui fi cerca
la radice qua-"
dra ; quale
per ritrouare fuppongo,che
ci^ fiano note
alcune radici di
numeri perfettamente quadrati
facili fiì me. Per cagion'
di efcmpio oon'vno
sa che ice
radice di 100. che
lo.eradicedi 4oa.che 30. e radice
di 900. e
40. e radice
di 1 600. &c.
Sia dunque propeso
il numero 531.
di cui cercsfi
la radice quadra.
Prendafi vn numero
quadratodtili già noti,il
quale fia minore
del numero propofto
525. e quefto
fia per efcmpio
400. di cui
fappiamojche la radice
è 20. La
differenza tra il
quadrato 400. &
il profifìmo maggiore
per le cofe
fopradettefarà 4T.cioè,il comporto
della radice ventÌ5del
numero qua- drato 400.6
della radice 21.
del numero quadrato proffimo
maggiore; qucfì:a differenza 4i.fi
aggionga al quadrato
400. 6^ haue-
rem.o 441. Di
nuouo la differenza,tra44i.dicuila radice
e it. &
il quadrato fcguente,di
cui la radice
e 22. farà
45. quefta aggionta
al quadrato 44i.haucrcmo
484. fimilmente ladifterenza
tra 484. &il
quadrato feguente farà 4 5.
eioè5maggiore diievnità della
precedente, la quale
aqgionta a 484.
haucrenio 5 29.
che farà il
numero quadrata proffimo
minore del numero
propofto 552. la
di- cui radice
e 25. detratti
dunque 529. da
552.reftarà j.con cui
fi forma il
rottOjeffcn^ dochc il
numero propofto non
è quadrato perfetto.
Ma più facilmente
faremo Toperatione in
quefto modo.Ritrouaca la
differenza tra il
numero quadrato prefo
4oo.eraltro proffimo mag-
oiore, quale fappiamo
edere 4 1 . quefta
fcriueremo a parte,e
fottodi effa l'altre
differenze per Oidinevna
maggiore dell'altra di
duevnita> comevcdefi nell'efempio
qui porto; dopo
aggiongercmo la prima-.
differenza,cheè 4T. al
quadrato 400,3! prodotto
44i.aggiongeie« rno l'altra
differenza 43.6 cosi
feguiteremo fin che
haueremovn nu- mero prolTìmo
minore al numero
propofto 5 31.
poiché l'vlcima dif-
ferenza aggionta indicata da
l'altro lato la
radice d^l numero
che fi ^er
ca. ai. 41.
c^on .^ .i/
aa. 43. -:-
Sion 23. 45.
24. 47. a
M ^« ^-k
«if ■•* r^*?
?* *t ncj
Radici Differenze. i
omb 6 lì
532. Quadrato. •
\> aioi^'^^x.fn 23.
Radice. in Il
fimilefi può fare
per mcizo della
fottrattionc j poiché
fé noi do-
yeremo ritrouarc la
radice del numcso
2 8p. potremo pigliare
vn nu- mero quadrato
maggiore delli già
noti con la
fua radice j
per cflem- pio
rifteflb quadrato 400.
Il cui radice
nota è zo.
e la differenza
tri elfo, &
il quadratoproffimo minore
perle cofe già
dettefarl ^9. qae-
fta fottrattada4oo. rcftarà
5 5 i.di
nuouo la differenza
tra 551. la cui radice
è 15).& il
quadrato proflìmo minore,il
cui quadrato è
185. farà 57»^a
quale leuatada $6
c.reflerà 514. fimilmente da
queflo Ie- llata l'altra
differenza 55» refleràil
quadrato 289. onde
lafua radice farà
17. Operifì dunque
nel modo che
fièdettodifopra,fcriuendo le radici
minori, e minori
lotto il quadrato
prefo 400. ed
in vece di
aggionger- ìc fi
fottraggano, cerne fi
vede nelfelTempio qui
pofto. zo 400 18
37 17 35
Radici Differenze Quadrato iSp.
Sua radice 17.
Conquefta operatione farà
facilismo ilritrouare la
radice di qua!
fi voglia numero
i poiché potremo
prendere qualfivoglia altro
numero quadrato, di cui
fia nota la
radice, & il quale fia
non molto maggio-
re, ne molto minore
del numero propofto:
fé è minore,
fi opererà con
la prima regola
della fomma 5
fé è maggiore,
fi opererà con
la feconda della
fottrattione : onde
non farà mai
difficile il ritrouare
facilmente vn numero
quadrato vicino al
propofto, che ci
ferua di ftrada
per arriua- re
alla radice, che
fi cerca ;fchifando
con ciò tutte
le operationi labo-
riofe, e difficili delle
diuifioni, e multiplicationi, che
fi fogliono ado-
perare nel modo ordinario
di cauarcla radice
quadra. Eperhaucrevn numero
proflìmo maggiore, o
minore a quello
di cui fi
cerca la radice,
auuertafi di pigliare
vn numero quadrato
, la cui
radice habbia tanti
caratteri , quanti fono i punti
che fi notarebbero
fotto al numero,di
cui fi cerca
la radice, fé
haueflìmo a cauar
da elfo la
radice nella forma
^ ©r- .-
•^.-^ »K c-T'lTI'irr.llr'.K T /•1*i,-'^i-J ?r^-:v:'r?
r^,r. n^ t^ir.'ir.t.
rrn , ..A 1
I 1
« ftoric, ma ancora
delle fauolc de
buoni poeti, e dalla
lettura di cjucfti
apprenderà ràrte dell'ili iienta fé, è rìcììipirSBt-nìèlite^'Bclli fidile ima-
gini,gualifi sformerà di
ritrarre con il
pcneMondta tcIa,inaàBl ìnoJo
che «tllèdercrittioni poetiche
vendono defcrirte.co* veri!,,
'n^ - >-. .,
Determinata che lara
la materia, o da
ltorica,otauo]>jl.-,o vera ,
o ideale, deuefihauer riguardo
a||a rnaititu(i?ne de
C'l>rpi*»difp|nendoH in modo
che non partorifcanò
confw(ìonc"j perciò Benché
non i\ pofla
ptefwiucr numero
jlei^f^fìiinatòcfijcf^i fi^é|iojjq^ej|)
ttìtci; rp£pi imerc in trodotalc,
che fi vedano
i loro propri]
attef^giamcnti, difetti,
fcorci, p::fi' yrcyondcnop
^Ìirtorirc'arioè0nftiflone,r'cihjndo
l'vno ih gran
par- te n^(tipft^ di^trQ,4Jrakro, renìachei'occhti^po(ra diTcemere
ciò che fi
faccia i In
qùèrifriódo dunque, che
in vnh tragedia
fi difpongono i
perfonaggithcefconOin fcenatfóh tal
ordine, che dalla
molntudine.^ non nafcala
confufione, così nel
quadro non deuonfi
rapprcfentarc li personaggi
m guifi^t^le,-pheiVnQ-|olga all'occhio
il poter godere
dell* altro 5
poiché cagiona noia
il vedere ififcena
vn perfonjggio, cht_j
pereflercon la moltitudine
corfufo, non potiamo
bendikerncrc ciò eh*
egli operi. >Jcl
che deucfiauuer^rr^di più,
chetici teatro non
fi proibisce i!
molto numero delli
attori, ancore he
reftino ;ifFolIatri, e
ftretti, purché vi fi
veda vnitàin modo,
che fé benerattioni,
i moti, e
gràffetticficiakuhofonodiuerfi,
tutti però fia no
drdmati ad vn
fatto {"olo:onde nel
medefinio modo, ancorché
nell'ampiezza del quadro
fi contenga gran molticudine di
perf(/n?,& altri oggetti, dciionfi però
tutti difporre in
modo,che habbino vnione nella diucrfìtà delle parti;
flc deuonfimai fopra
vn medefinao quadro
rapprc^fentarc arcioni dif-
paratejfenEachelVnahabbia rclaticneconl'altra. Ma
li come la
tnufica tanto più
diletta l'vdito, quanto
più varie fono
le vocijcrintrecciamento delle
difl'onanze con le
confonanzc,purche dalle proportionidcH'vnecon Tjlrre, nafca
l'vnionedi tuttc,e l'armo-
nia: e rt-ì nella
piiiura, tanto più l'occhione
gode , quanto più
diffe- renti fono i
volti, gl'atteggiamenti, e
gl'affetti delle perfonc,
purché tanta diucrfità
riceua vnione,concorendo a
rapprefentare vn fol
fatto. Pertantofideue porre
gran ftudioindare vnioneall'attione rappre-
fentata',congiongendo con
l'unità di'quefta la
uarieià de gli
affjtti, de gli
atteggiamenti, delle pofiture
de' fcorci, e
fopra tutto delle
fifono- miede'uolti; nelche
fi ritroua molta
difficoltà j poiché
ogni pittore inclina
naturalmente ad efprimere'nelli perfonaggi
quelleiìfonomie, che ha
più imprcffe nell'imaginationc, onde
è ftatoofferuato che i uolti
pittorefchi tengono fempre
molto della fifonomia
^1 padre,della madrej o d'altra perfona più amata, e
più frequentemente ueduta
dal pittore ;e rari
fono que* quadri
ne quali rapprefentandofi molte
hic« eie, l'vna
non habbia la
fifonomiafimile all'altra. Quindi
è degno di
molta lode il
famofifìRmoRafaellOjche in tante
opere ch'egli fecs»*
difficilmente fi ritrouerà
vn volto che
fia fimile ad
vn altro j
per lo che
giouerà tra la
moltitudine della gente,
andar ricercando nuoneSfono-
mie di volti,
riponendoli nell'erario della
imaginatione per ilrui
rfene airoccafione,e cofi
sfuggire la fomiglianz,a
nelle fue opere
j ma molto
più il fapere
alterare le parti
che compungono il
volto humanojpoiche dal
variarne vna fola
il tutto prende
vna differente fìfonomia.
Mi piace in
oltre ciò che
hanno vfato di
fare lodeuolmentc i
mae- itridi queft'arte,
per dar vaghezza
alle loro opere
con la varietà,
di framefcolare con
i perfonaggi humani
altri oggetti confjceuoii
alla ftoria,o fauola
chefi rapprefenta,come animali,
piante,f.ibrichedife- gnate in
buona profpettiua, lontananze
di paefi, e cofe fimili,
come PaolodaVerona,DanieI da
Volterra, Raffaello, e tutti
li buoni, auucr-
tendo però che
non tutte queftc
cofefidouranno accopiare sempre
in vna mcdefima
ftoria,ma quelle sole
che à tale
ftoria fi conuengono
^ per non
incorrere nella riprenfione
del poeta, fatta
a coloro i
quali perche sanno
esprimer bene alcuna
cosa particolare, quefta
in ogni luogo, e
fuori d'ogni occafione
esprimer vogliono, Fortalfe
cupreffum Scis [ìmulare, . . , Aquefto
medefimo fine di
cagionare diletto con
la varietà, & anche
acciò il pittore
dia faggio di
molto fapere con
vn fol quadro,
doiirà ' procurare,
che alcuni de'perfonaggi dipinti (lano
con vaghi, e naturali
panneggiamenti coperti,
altri m.oftrinonuda la
fchiena, altri il petto,
chi le braccia,
e chi le
gambe,ricordandofi però fempredinon
offen- dere gl'occhi pudichi
con nudità difdiceuolirfimilmente alcuni
volti faranno dipinti
in profilo sì,
che lì fcorga
folola metà, altri colloche-.
ranno piegati alquanto,
al tri chini,
altri folleuati al
cielo : hauendo
in ognicofa riguardo
alla naturalezza del
fatto, & alla
verità delJ:a_, ftoria,
a cui non
fi deue pregiudicare
per accrcfcere la
varietà, coa-=. giongendo
inficme cole difparate,e
perfonaggi vifluti in
tempi di- ucrfi:
come fanno alcuni
che dipingono il
Serafico d'AìTìfi {opra.*
il monte caluaiio
prefente alla croccfiffìone
de' noilro Saluatore
5 allegando p
fua difcolpa quel
detto trito,nìa da
cfiì mal intcfo
diOratio, Viiiori'tus atijiie
poetis ^idlihet auiiendi
femper fu,it aqua
p^oie/ias. Lodo in
oltre che i
pittori imitino li
poeti nelle loro
iperboli, e poe^.
tici ingrandimenti 3
il che potranno
fare conia fimilitudine,eparago- M
m ne, '3«
fic,ouerd conil oontrapofto,come appuntoperlopiufogHono fare
ì ppcti: per
cagione di efempio
(e tu vorrai
far comparire vn
huoniQ nano con
la fimilitudine, lo
dipingerai in età
virile, con la
barba, c^ membra
grofle:& apprefso di
elio dipingerai vn
paggio ,0 altro
un- ciullo in
età di fette ,
onero otto anni,
con le membra
fottili,e delicate, il
quale ecceda più
torto che manchi
dell'altezza del nanojo
pure po- trai poruialato vn
cane che lagnagli
in grandezza, o cofe iìmili:
& infieme lo
potrai far comparir
nano per mezzo
del contrapolìo, collo-
candoui vicini altri
huomìni, i quali
egli con la
mano non gionga
a toccarli la
cintata 5 Per
quefto contrapofto iperbolico
fu lodato Timan-
|te,il qualedipingendovn ciclope,
che dormiua in
vn picciol quadro, vi
fece apprcifo alcuni
fatiti, li quali
abbracciauano il dito
groflb dell* adormentdto,con jlqual
contrapofto, benché la
figura del ciclope
fof-^ feriftretta inanguftatela,compariua nulkdimeno
grandiffima,' cos^ |a
bckàdivna donzella, (piccherà
maggiore vicino alla
deformità di vn
fatiro, ed il
candore di vn
volto europeo, poftp
al confronto di
vn etiope j
poiché il grande,
ed ii piccolo,
il chiaro, e
l'ofcuro, con tutti
li ^Itri accidenti,
coniparifcono più , 0 meno dal
confronto, e paragone^
ondeaffcrifconoifilofofijche
feilcielo, le delle,
la terra, le
piante, gì* anirnali,
egl'huomini con tutte
le altre cofe
che fono nel
mondo, fi fa-? ^e|Irro
molto maggiori, 0
minori, conferuando la
medefima propor» ^jonc,
che hanno al
prefente,non comparirebbero ne
più grandi 5
ne-» più piccole
di quello , che
hora fono. Deue
dunque il diligente
Pittore hauer fempre
l'occhio al paragone,
e proportione de
gli oggetti, che
dipinge non folo
per di-' lettarecon
gl'ingrandimenti iperbolici, come
fi èdctto: ma
anche per non
incorrere in quegli errori,
che molti commettono,
mentre dipin» gono
vicini a'ie c?fe,
o torri huomini,ocaualii che in altezza
le me- defime
torri, o gl'alberi vicini
formontanoro almeno tanto
grandi che per
la porta di
dette ca fé entrar
non potrebbero, Habbiafi
per tanto riguardo
alla proportione, &
ordine delle cofe,
& anche alla
diftanza, che ii
fingono haucre tra
di loro ;
poiché fé noi
fingeremo con la
pit- tura una montagna
in lontananza, potrerno
fopra il medefimo
quadro far un
cane maggiore di
ella montagna, nel
che deucfi auuertire
di non paflare
immediatamente da un
eftremo di uicinanza ,
alf altro eftremo
di lontananza, ma piutoftofidcuono dipingere
altre cole di
mez- zo, acciò fi
veda una degradationedi molte
parti, dalla quale
ri- fulta quel
diletteuole inganno , di far creder
lontane le cof^-*
uicine. Habbiafi fommo
riguardo all'imitatione decoftumi,& alla
natura-? lezza 139
lezza delle perfoncjche
nella ftoria fi
rapprefentano: dando a
ciaf- cuna quelle
membra, quelle veftimenta, quelle
attieni, & afFc'tti che
gli fono conucneuoli
; poiché farebbe
grande errore chi
veftiflc Marte con
gonna feminile,eGaninniede diruido
faioj o pure
fé fi deffero
a Rachele le
mani di villano,
con le guancie
crefpe di rughe,
& a Sanfo-
ne le braccia,
e fianchi deboli
i come anche
fé rapprefentaflìmo Salo^
mone a giuocar
tra fanciulli ;
e poneflìmo nelle
mani di Golia
la cetra del
paftorelloDauide:difdiceuole
farebbe il vedere
Nerone con man-
fueto afpetto, e con volto
modello, o vero
il Pio Coftantino
con la-, crudeltà
di Mafcntio su
la faccia :
e non poiTo
non biafìmar quei
pitto- ri, i quali
dipingono la Beatiflìma
Vergine a pie
della croce,totalmente abbandonata
perii dolore,e qua
fi che disperata
; douendofi efpri—
mere in lei
vn dolore grande
si ,ma coftante,e
diuoto^quaKc la_ mo
alprefente^è tanto alto,
quanto è la
diftanza deireftremità dcll*:^
due detipiu lujighiiftendendole braccia,
eie mani quanto
più fiupor*- fibile;
al qual fpatio
parimente è vguale
anche la diftanza..dci& due
piedi, slargandoli quanto
più fi può
l'vno dall'altro. -ìir;':) ''
Secondo, fc alcun huomo
slargerà le braccia, ed
infieme i piedi
quanto fia poflìbile
i n modo,
che fi formi
come vna croce,
IVrabclico fata il centro di
tal croce, fi che
poftovn piede del
compaifo ncll'vm- belico,e
tirando vn circolo paflcrà per
l'eflrcmità tanto delle
mani quanto de*
piedi j e
tirando quattrolince rette
le quali congionghinoj
l'eftremità de'piedi, e
delle mani fi
formerà nel detto
e irculovn per- fetto quadrato. ] « »..». :Il
volto è vguale
di lunghezza a
tutta la mano,
cioè,al!a_, diltanza della giontura
della mano con
il braccio, fino
all'eftre nid del
dito più lungo;
e fimilnienre alla
profondità, che dal ventre
fi llende fino
alla fchiena .
queft'ifteflfi lunghezza del
volto , o d^lli,.
mano è vna
decima parte,o come
altri vogliono alquanto
più de!! i
nona parte di
tutta l'altezza del
corpo: la quale
nelli iiuomini Jì
mezzana ftatura fuoleflere
di trebraccia,o di
cinque piedij e
mcii», o pure (che
è l'ifteffo di
(J6, pollici. .'.biji^aoìsr Quarto, Il
deto pollice, la lunghezza dellorecchio,'raIt?7.za della
fronte, la lunghezza
del nafo, e
la dilUnza dal
nafo daljmccicojii fono
tutte trajfe vguali :
quindi è,che nel
difcgnare vn volto
divi- diamo la fua
altezza in tre^parti
vguali; La prima
dall'infiina f:«^d. ce de'
capelli fino alla
fommità del nafo
; La feconda
dalla fomn^iti. del
nafo fino all'infima
parte di efib;
La terza da
qucfta infima par4
te fino aireftremità
del mento; facendo
poi le orecchie
dirimpet- to al nafo,cd
vguali ad elfo
in lunghezza. evinto,
Se fi piglia
tutta la tefia
dal mento fino
alla fommità dei
capo, quefl:a è
l'ottaua parte di
tutto il corpo;
e quefta parimente
èli doppio della
diftanza^che è tra
vn'angolo] dell'occhio
airalcro, dico de
gli angoli efteriori .
Sefì:0j La lunghezza
dell'occhio è vguale
allo fpatio, che
è tra vn
occhiOje l'altro :
fi che la
diftanza delli angoli
efteriori de gli
occhi iì diuide
^44 diuidein tre
parti vguali,due de
gli ccchi,& vna
tramezzoad c{Tì;e, tutta queftadiftanza è il doppio
del nafo, i'ifìeira
lunghezza dell'oc-. chio vogliono chefiavguale
alla bocca; ma
in realtà non
ho ancora^*- ritrouato
alcuno che habbia
la bocca fi
piccola. Settimo, il
foro della narice
è la quarta
parte della lun
ghciza dell'- occhio.
Ottauo,dalla forcella fupcrjore
del petto fino
alla radice de'capcl-
li,o fommità della fronte, vi
è diftanza vgUale al
cubito, & alla hr-
gherti..f;t Finalmente, riducendo
a numeri quelle
prohoVlioni, daremo rilla_. faccia
parti i8,tra li
due angoli efteriori
dclli occhi parti
12. La km-
ghezza del nafo
parti 6. la
lunghezza dell'orecchio parti
6. dalle radici
de'capelli alnafocioè al mezzodelle
ciglia parti 6. Dal fcttonaio
al mento parti
6. il pollice
parti 6. La
lunghezza della bocca
parti 4. Dal
fottonafo alla bocca
parti due, l'apertura daila
narice parci vnaj
dal- la bocca al
mento parti ^.
Il cubito parti
50. il petto
parti 50. claiia
fommità delia tefta,
alla fommità della
forcella iopra il
petto parti 56,
la lunghezza dell'occhio
parti 4. La
diftanza tra l'vn' occhio,
e raUro parti
4. dal mento
alla fommità della
tefta parti 24.13
mano parti i8.
il piede parti
20. tutto il
corpo parti 180.
Quindi non può
liare come bene auuertifce Filandro
ciò che dice
Vitruuio, cioè che
il petto fia
la quarta parte
di tutto il
corpo. Chi vorrà
vedere più minutamente
altre proportioni delle
parti del corpo
humano legga Alberto
Durero,il quale fcriffe
vn intiero volume
di quefta materia,
a noi baftahauer
numerato le principali
,c più ne-
ceflaric pervn pittore
jfenzafermarfi a confiderare
quanto artiiìcioU fia
145 fia qucfìarimetria,e propoitione,
come quella che,confornie
ail'inB»
iiitojfapcredcldiuino artefice,
che fabricò il
corpo humano, giiilli^ menteliconueniua percilerquefto il
più perfetto di
tutti gl'alcri corpi.
Onde è poi
natoche dalle parti
dieflbfi prendanole mifurc
di tutti li
altri corpi jdicendofi
che il tal
corpo è di
tanti cubiti, di
tanti pal- mi, di
tanti piedi, di
tante dita: e con
ragione,poiche la mifura
è vna quantità
nota,con cui lì
fa con?2(fcerc vn
altra quantità ignota
jondiL-» non vi
elTcndo quantità alThu^mopiu
nota di quella
delle fue proprie
membra doueua di
cffd feruirju per
prima mifura :
oltre che, come
dice il Filofofo,
que'la cofa, che
ilei fuo genere
è più perfetta,deue
efter mi- fura di
tutte le altre,
che fonone! medefimo
genere: che però
efsendo rhuomo il
più perfetto di
tutti i corpi
con ragione Pitagora
diflc, che l'huonio
era mifura di
tutte lecofe. Quindi
è che tutte
le opere artifi-
ciali fembrano più belle
all'hor quando nella
fimetria, e proporticne
delle loro parti,
hanno qualche fimilitudinec©n la
proportione delle membra
humane; e ciò
particolarmente viene ofseruaco
nell'architeti tura ciuile
; perche (
Ione parole di
Vitruuio nei libro
terzo ) tìon-
può f africa alcuna
fe»zj* mifura^ e
proporticne hauer ragione
éUcomponi-r tnento.)fe prima
non haiterà rifpetto^e
conjì^eratione fopra la
ferace certa rapici
ne dei membri
delC huomo ben proportionato
: quindi nelle
colonne le bafi
fi rafsomiglianoa piedi, i
capitelli al capo,
il fufto dimezzoal
reilan- te del
corpo humanoj Quindi
ofseruò il Villalpandoche il
tempio di Salomone
con proportioni a
maraviglia belle fi
rendca fimile all'ordi-
ne delle parti del
corpo humano,chefù il
primo tempio fabricato
dal- le mani diuine, per
collocami la fua
propria imagine, che
è l'anima noftra
immortale: Quindi finalmente
per tralafciare molte
altre cofe l'arca
fabricata da Noè
era in lunghezza
5 oc. cubiti, in
larghezza 50. «d
in profondità 50.
per tal modo,
che la lunghezza
fuperaua fei volte
la larghezza ,e
dieci volte la
profunditàjnel medefimomodo appun-
to, che habbiamo detto
delcorpo hiimano,la cui
lunghezza, e \%o^ partila
larghezza 3 o.
che fono la
iefta parte di 180. e
la profondità dal
ventre fino alla
fchienarS.. parti, che
fono vna decima
parte delle medefime
i8no dall'altro, e ciafcuno
in tutte quelle
forme, che fi vedono
differenti in varij
huomini ; poiché
alcuni hanno il
nafo Ghiac- ciato, altri
gonfio, altri aperto
; altri aquilino
, altri profilato.
^ Alcuni pongono
innanzi la bocca
fpalancata, alcuni hanno
i labri di
€{Taprommenti,altri piegati; in
fomma ogni membro
ha non so
che di particolare,
il quale quando
vi è più
o meno, fa
vna varietà nota-
bile *47 bile
nella fifonomìa di
tutto il volto.
Di più fi
dourà confi derare
;a_, varietà de'membri,
che fonoproprij di
ciafcunaetà; poiché altra
for- ma haueranno quelle
di vn fanciullo
grofle, e ritorce
j altra quelle
di vn vecchio
fcarme, fmunte, e fottili ;
auuertendo che ne
corpi dc'flìn- ciulli
non fi deueofìeruare
efattamente la proportione
delle parti di
fopra notata ;
efiendo che efiìnon
hanno ancora il
corpo, e le
membri perfette j
il che dcuefi
intendere anche de
vecchi, ne quali alcuni
mem- bri s'incuìuanOjO fi
affotigliano,© in altra
maniera fi deformano.Tutce quefle
particolarità fi doneranno
diligentemente ofseruare dajla
natu- ra, che fola
è la perfetta
maeftra di tutte
le arti. Quando
poi hauercmo fatto
alcun profitto nel
difegno di ciafcuna_,
di quefte parti,
farà meftieri cfercitarfi
nel proportionato accopia-
mentodiefle difegnando figure
intiere, e quelle hora
in vna pofitura,
bora in vn
altra, fedenti, diritte
in pie, giacenti,
proftrate,fupinejaItre con le
fpalle riuolte, altre
che moftrino il
petto j confiderando
le diuer- fé
attitudini, nel che
confifte la principale
perfettione del difegno,
che però doureraoferuirfi delle ftatuc,
e modelli, fabricandone
molte per confiderare
inefleli diuerfifiti,c pofiture.
Di più fi
deue diligentemen- te ftudiare
ildiuerfo effetto, che
fanno tutte le
membra, conforme alii
diuerfi affetti dell'animo,
nell'efprimere i quali
fi de* porre
ogni sforz.o dell'arte
eflendo quelli, che
danno la viuezza,
e naturalezza alla
pittM. ra;c non
folo diuerfa cenuien
che fia la
pofitura del corpo ,
e l'atteg- giamento dei
membri conforme a
diuerfi affetti, ma
anche fi de'auuei-
lire, che nell'iftefsa
pofitura, & atteggiamento
haurà vn non
so che di
diuerfo vn huomo
cogitabondo, ed il
medefim*huomo quado flà
fpcn- llerato;fimil mente quando,
emefto,e quando è
lieto: quando ripofa,
e quando veglia
: per efprimere
le quali circoftanze,
vero è che
gioua molto la
varietà di colori,
ma anche nel
folo difegno di
chiari, e fcuri
fi dourannofar campeggiare
con vn certo
rilcntamcnto,© ftcndimen- to
di mufcoli, con
vn talqual vigore,
o franchezza delle
membra,con i nei ui
più, o meno
ftirati, e diftefi
j la qual
cofa per cfsere
molto ditfi^ cilc
dcuefi con maggior
diligenza, & accuratezza
maneggiare, fer- ucndofi
non folo del
naturale, ma anche
facendo molto ftudio
nel!'* adotomia per
conofcere i diuerfi effjtti
che moftrano le
diuerfe parti del corpo,
diftefc ,e rallentate da
mufcoli, e da nerui,e
per intender doua
priiìCÌpiano,c finifcono entrando
vno in vn
altro : ma
nelJi piegai menti
de membri, ftorcimento
di vita, e sforzi
di tutto il
corpo , fi doli-
la por molta cura
di non far
cofa, la qui.l
ecceda lapoflìbilità del
na- turale i nel
che molti peccano
ftorcend», e dislogandoi
le ofsa in
tal modo, che
da quefto folo
fi può conofcere
cfser quello vn
huomo di- pinto,
48 pinto,e non
viao, perche non
grida, e non
fpafima per il
dolore, che dourebbefentirne feviuofoflc.
Circa di ciò
farebbe molco che
dire, ma ofleruofolo
chenclli sforzi delia
vita, e delie
membra ben fpeflb
ftanno nafcofti molti
errori, ed innaturalezze, le
quali da chi
non è bene
intendente difficilmente fi
conofcono,perche tali sforzi
rapifco- no l'occhio
con lanouirà,che cagiona
non so qual
diletteuole mara- uiglia
: ma anche
in quefto, come
fi è detto
dell'inuentione , ù àc
pro- curare ben fi
la marauigliaconlanouità,ma però
non dee fc olla
fi dal poflibile,e
dal verifimile. Per
tanto la tefta
di chi ftà
in piedi non
fi vol- ti più
in sii, fé
non quanto gì' occhi
guardino mezzo il
cielo j ne
più iì volti
da vn lato,
fé non quanto
il mento tocchi
la fpalla ;
il petto non-,
fia fi torto
che la fpallaarnui
più oltre della
dirittura deirvmbilico #
Il volto di
chi fta fermo
ha riuolto là
doue è dirizzato
il piede. Se
alcu- no fi appoggia
fopra vnfol piede,
quello flanella linea
che chiamano di
diretionej le mani
rare volte fi
alzino fopra il
capo,& il gomito
fo- pra le fpalle,&
il piede fopra
il ginocchio. Finalmente
giongeremo alla perfettione
di qaefta fcienzajSccopian- do
in vnfol quadro
diuerfità di corpi
tanto humani, quanto
di nltre-» forti
convna qualche vaga,
ed ingegnofa inuentione,nelmodo,ehe fu
detto nel capo
precedente jricordandofi della
varietà, e fopra
tutto d* imitare
icoftumi, e proprietà
di ciafcun perfonaggio
nel modo, chc^
prefcriue l'arte poetica,
trattando dell' imitatione de
coftumi^ auuer- tendo
in oltre di
non far perfona
che flia otiofaj
ma in ciafcuna.»
cfprimer quegli atti, e
quegli affetti, che richiede
l'iftoria,© la fa-
uola. Deuo anche ricordare
a quelli che
fi fentono inclinati
dalla na^ tura
a queflo efeixitio,
che fi auutziino
da principio a
difcgnare in graLde,cio€
conforme al naturale:
poiché in vn*
imagine pie-» cola
ben fpcfso vi
.flanno nafcofli errori
grandi ; la
doue in vn'
imagine grande fi
fcopre ogni benché
minimo diffetto j
che altri fcolpìfca
in vn anello
Fetonte tirato da
quattro caualìi, non
merita altra lode
che di feimezza
di mano , acutezza
di vifta , e
patienza_* nell'operare, e quefta
è più propria
de* fcultori, che de
pittori; i quali
fc apprenderanno bene
il modo di
formar imagini grandi,
facilmente poi formeranno
ancora le piccole
; la doue
coloro, che hanno
au-» uezKa la
mano a lauori
minuti , rare volte
riefcono nei- gran--
di • ?''Q'''-
,.'.c..i.^.u za ijiwiii
Rcflai-cbbc per vltimo,
che io daffi
qui le regole
det difegnarcjf in
profpcttiua,effendo che ogni
quadro de* hauere
determinato.il .:^ì:^^. .•..V---V
.- -punto-:! 149
punto che chiamano
centrico, ed il punto
della diftanza dcirocchio
che-k) rimira regolando
con queftidue punti
le degrada- tioni,
e l'altezze de
gli oggetti ;
ma di ciò
mi riferuo a
difcorrerepiua lungo nell'arte
maeftra. Hiunque fi farà
perfettionato nel difegno*,
ofseruando /(fj^^^tìj^ tutti
li precetti infinuati
nel precedente Capo,
non.. Cni!r)/ji ritrouerà
molta difficoltà nel
colorire : nulladimeno
Vh^*liialttijpiu ofciirij e
chiamanfi tali fu-
perficie ricetti de' lumi,/ «ffen
deche pM»t fi
tirano {u*l quadro
i feiTiplici contorni
delire figure, che
è la prima
parte de! dife-
gno,e chiamafi circonfcrittio»e; ia
cin noa...j(ì vede
altro che la_.
linea efì:rema,che tcrmifia,e
circondil
rogge:t|pdifegnato: poi of-
feruando i termini
de' chiari, e. d€ fcurji,fi
4J-^inguo"0 eoa varie
Jinee,che diuidono tutto
il carpa iurcoufcritto- in varie
parti, o fu-
pcrficie,cheèla feconda parte
del difegno: Finalmente
quefte fi de- uono riempire
de'fuoi proprijlumi, ilchefi
faocon femplice chia*
ro,e fcuro^o pure
con i colori,iquali
fvjnno molto migliore
effetto, perche più
imitano il naEurale,e
dano vsghezza,e leggiadria
al di^ iegno.
In quefìo riempire
di colori le
fuperficie,&
vniucrfalmente nel modo
ò\ colorire fideue
confiderare,che fi come i corpi
reali fono compofti
di quattro elementi,
& in alcune
parti l'vno predo-
mina più dell'altro, onde cagiona
diuerfo colore: cosi
il Pitcor^^ volendo
imitare la Natura
fi ferue di
quattro colori principali,
che corrifpondono alli
quattro elementi, cioè, del
color roffo, fia di
cinabro, dilacca,odi minio,che corrifponde
al fuoco; del
co- lore azzurro, che
rapprefenta l'aria ;
del verde che
fi confà aH'aqua,
e del cinereo
ofcuro,chc fi riferifce
alla terra, e
quefti colori con-
tempcra in modo,c he
doue 'ì\ ricerca
il predominio di
vn elemento iui
aumenta il colore
a tal elemento
corrifpondente: cosi per
efpri- mere vn
volto fanguig no, &
accefo di -"degno adopera
il cinabro, ed
151' ed il
minia; e colendo
far vn fangue
fofco vi pone laheca, ma
vo- lendo rapprefentare vn
volto timido, freddo,
o languente, fi
ailicn?.^ dalroflb,e vi
aggiongc il cinereo
j e cosi
dell'altre cole ;
Per tanto io
lodo molto, che
non vi fia
parte per minima
ch'ella fia deirimaginc,
laquale non iu
formata con tutti
quefti quattro colori,fi
come non vi
è'parte di corpo
reale, la quale
non fia mifta
di tutti quattro
gli elemen- tì;
onde quando anche
io hauerò a
dipingere vna carnagione
bian- chtlTìma, aggiongerò
alla biacca vn
poco di cinabro,
il quale certo
è neceflario per
cipri mere il
fangue, fenza il
quale non può
il;arevna_. viua c^rne;
ed m oltre
vi porrò alquanto
di azzurro oltramsrino,
il quale cagiona
vn mirabile effetto
in tutti i
colori, ed in
particoiire.* visto moderatamente
nella carnagione, poiché
le di vna
ccrt'aria, e lutiìeceldle,
chela rende fuauc,e
dolce. In oltre,
perche inciafcua.. corpo
reale olrre li
quattro clementi,de*quali è
comporto, euui meico-
lata la luce,
e doQcqucfta manca,
rcfta il corpo
ofcuro, e cenebrofo;
perciò nella pittura
habbiamo due colori,
fvnode quali èfimile
alla_. luce,e quefto
è la biacca
j TaUro ci
efprime le tenebre,e
quefto è il
ne* grodio(ro,odi fumo,
odi carbone,© di
terra nera; poiché,
come al- croue
dimoftro,aicro non è
la luce, che
vn puro candore,
e le tenebre
vna pura nerezza;
onde il puro
bianco, e. la femplice nerezza
non fono due
colori,ma fono l'eAremità
di e(Tì colori,
come i punti
fono T- cftremità
della lii>ea,'ma non
fon linea; noi
però perche non
habbiamo ct>fa più
bianca della biacca.,
ne più negra
del negro d'elfo;
perciò adoperiamo qucfti
due colori per
efprimere la luce,
e le tenebre
; per tenebre
intendo ancheTombre, che
fono priuationedi luce;
onde-» doue è
maggiore la priuatione
di tal luce ,
e l'ombre più
gagliarde ; iui
adoperiamo più quantità
di negro d'olfo,doue
è minore adoperiamo
con elfo più
terra d'ombra, o vi
mefcoliamo altro colore
pju, chiaro . Deuefi
dunque in ogni
oggetto dipinto, e per confeguenza
in ogni colore
porre,© la biacca
quando fi ha
da erprimere vna
parte lucida :
òil negro d'olfo
quando fi ha
da efprimere vna
parte priua di
lux:e;,e cofi conforme
alk luceminore,o maggiore
adoperare più o
meno di biacca,
nel che farà maeftralaprattica, conlaquale
imparerà aafcit- ttoa
mefcolarci colori, ne
li riufcirà difficile,
fé hauerà ben'-intefocif), Qhe
fin bora habbiamo,
detto. i >
Con wttaciò perche
in quefto breue
trattato, pretenda d'i ftfegnare
minimamente la pratica
del dipingere,non voglio
tralafcÌAc di dire
y come io
foglia |)rim a di dipingere
far varie tinte
fopra la mia.
tauoli pigliando con
lap,unta del coltello
i colori macinati,con
filkliìa punr U
vnendoUcd impaftandoli infiemein
varie parti della
tauola^Pongo
£"!!>•:» da MI
da vna parte
vb poco di
biacca fchietta,fenza mcfcolamento
di al- tro colore,
la quale mi
ferua perdarefopra la
Pittura i fomtìii
chiarij ed in
vn altra parte
collocano va poco
di negro di
ofso, parimente fchietto
per le ombre
maggiori, e per le
minori della terra
di ombrai li
altri colori non
li adopro mai
rchieEti,fe pure non
douefsero feruire per
fare qualche panneggiamento
,ma ne faccio
varie tinte, e
mezze tinte, con
varij mefcolamenti, e
prima faccio vna
tinta di azzurro
cltramarino,pigliando del meno
perfetto, con vn
poco di biacca,della
quale mi feruo
per vnire con
quafi tutte le
altre tinte, poi
con il cina-
bro,© vero terra rofsavn
ita con biacca,
faccio tre tinte
vna più carica
dell'altra 5 e
quefte mi fcruono
per la carnagione 5
in modo però ,
ckc non le
adopro mai fole,
ma vi aggiango
vn poco d'vn
altra tinta fatta
di biacca, e
di laccai e
più lacca vi
metto doue la
carne fi deue
efpri- mcre più
fanguigna ; ma
doue la carne
dourà cflere meno
fanguigna, e più
pallidaifparamio la lacca,
& adopro la
tinta di cinabro
me» cari- ca jfempre
Peronella carnagione adopro
vn poco della
fopradetta tinta di
azzurre, e he
riefce mirabilmente. Faccio
in oltre tre
alcreche fi chiamano
mezze tinte, con
biacca, e terra d'ombra
in tal modo,
che l'vnafia più
chiara dell'altra, auertendo
che nella più
chiara ogni poca
quantitàdi terra d'ombra
è fufficicnte, e quando
voglio vna tinta
più ofcura,vi aggiongovnpocodinegro dioffo;
quelle mezze tinte
di terra d'ombra
feruono anch'effe per
la carnagione,e particolarmente le
più chiare, le
quali non fi
deuono adoperare femplici,ma
mefcolarui vn poco
delle tinte rofsc,e
della tinta di
azzurro^ nell'ombre della
carnagione, cioè in
quelle parti che
fono meno illuminate,
aggiongafì alle mezze
tinte più ofcurevn
poco di tinta
fatta con la
lacci , poi- ché quefta
fa vn color
carneo ofcuro,cnori s*
ifparamii l'azzur- loperchc
anche in qucfto
luogo fa la
carnagione fuauiffima, e
de- licata. Deuonfi
dunque con la
punta del coltello
fare fopra la
tauola tutte le
foprad€ttetinte,e mezze tinte
per mezzo della
biacca, fi che
ciaf- cuna tinta
fìadi vn color
folovnito alla biacca
che lo fa
più chiaro quanto
più vi fé
neponejpofcia ne! dipingere^iideue con
il penello pigliare
vn poco di
vna,& vn poco
di vn altra
mcfcolandole infìeme conforme
al bifogno,e far /Indio
che effe tinte
tutte nel metterle
in», opera fi
auuicinino più alla
carne naturale, e vera che
fia pofTìbile, Ma
perche non fi
può fapere in
qual luogo debbafi
porre l'vna , &
ia_. qual altro
vn altra, fenza
la cognitione dei
lumi diucrfi, che
diuerfa- inente ferifcono
gl'oggetti che v^ogliamo
dipingere, perciò flimo
ne- cc ffario
difcorrere in quefto
luogo alcuna cofa
intorno ai lumi
3 Poiché dalla
'5-5 dalb retta
intelligenza di quefti
dipende tutta queft'arte:
Molte cofe farebbero
degne da ofleruarfiin
quefta materia, ma
che io in
quefto luogo pretendo dinfegnare piutofto
la prattica del
dipingere, che la
fcienza fpeculatiua de
colori ,& altre
cofe ali' opcica appartenenti
, toccherò folo
breuemente alcune oferuationi,che molto
potranno gio- uarc
a chi l'hauerà
bene intefe. :.:.•;:,
:.. i Primieramente fi
oflerui dal pittore
il luogo, in
cui dourà cflfere
col- locata lafua opera
j come, fé farà vn
quadro, che debba porfiinaLui
luogo detcrminato di vna fala,o
chiefa, veda da
qual parte,edinqual modofia
percflfcre illuminato j feda
vn lato, fé in
faccia, leda alto,
o in altra
manierale dopo tal
notitia non potendo,
come farebbe bene
dipingerla nel proprio
Ioco,dipinga lafua figura
in modo che
i chia- ri fianoda
quella medefima parte,dalla
quale dourà hauere
il lume :
e quella parte
della figura che
farà più rileuata,
e più vicina
al iumo quella
facciaficon chiaro maggiore
di tutte le
altre,dando poi alla
pittura gl'altri chiaridi
grado in grado
minori, conforme alla
maggio- re lontananzadal lume,
& al rileuar
delle partii in tal modo,
che vna fola
parte della pittura
fia quella,che habbia
il primo, e
maggior chia- ro; dopo
la quale le
altre habbianoichiaii minori,
piu,o meno, con*
forme il fitoj
cofi fé il
lume veniri da
alto a battere
immediatamente nella fronte
dell'hucmo dipinto, quefta
da quella parte
che è ferita
dal lume habbia
il primo, e
maggior chiaro, pofciala
guancia,© nafo h:ib-
bia vn chiaro
poco minore, e
dopoqucftiIafpalla,c cofì di
mano in_.r mano
fino alle gambe,
le quali per
effer più lontane
dal lume,chefifup- pone
fcendere da alto ,
douranno hauer minori
chiari di tutte
le altre parti
fuperiori,& al lume
più proIKìme. i
Secondariamente, habbiafi riguardo
che ciò che
fi è. detto,
deuefì intendere di
quelle parti, le
quali fono ferite
perpendicolarmente, cioè, ad
angoli retti, o
vogliamo dire direttamente
dal lume; poiché
quelle, che fono
ferite obliquamente, e
con angoli ottufi,
ancor che foflbro
più vicine al
lume,deuono però effer
più chiare,mafideue con-;
temperare IVnacofa con
l'altra; quindi è, che
le parti piurileuatefi
fanno per ordinario
più chiare, perche
per lo più
riceuono il lume
piu^ direttamente; diffi
per lo più,
perche alle volte,
conforme alle di-
uerfe pofiture, lo
riceuono più direttamente
le parti meno
rileuatcy onde, fi
fanno più chiare
; come quando
il lume ferendo
obliqua- mente la faccia, ferifce direttamente, e perpendicolarmente vn
lata del nafo,e
lo rende più
chiaro di quello
che fia il
filo del medcfimo, '-
benché quefto filo
fia piurilcuato^mafe il
lume ferirà diretta
in ente il
volto, all'hora il
filo del nafo
farà quello, che hauerà
il mas^ìor; laro.
Q^ q In
H4 In tetto
luogo oflerulfi che,
fi come vn
raggio di lume
itott pucb ferire
perpendicolarmente vna fuperftcic,
fé non in
vn punro folo
j cosi il
maggior chiaro di
ciafeuna delle molte
fuperficie del corpo
di* pinco, donerà effere
in quel fol
punto, che viene ferito
perpendica* Iarmenteda.1 lume;
e quanto più
obliquainenre il lume
fcrifce le parti
più lontane da
quel punto, tanto
meno chiare doueranno
farfi,*cd in-f- quefto
confitte la dcgradaiione
de'colori dal maggior
chiaro,finoal maggiore orfcuca».
Imperciocbe deuono degradare
conforme alla_, maggiore, o
minore obliquità del
raggio, fu ppofta la medefima lon-
rananz,adel medcfimo.Che fé poi la
parte più obliquamente
ferita-* dallume,iarà anche
più lontana da
eifojmaggiore donerà effere
la de- gradationejma
fé vnapaiKte farà
ferita pia obliquamente
di vn altra,
equ '.Ila farà
più vicina allume
di quefta,fi douerà
compcnfare la mi-
nor chiarezza nata; percaufa.
deli*Qbliquttà,conlachiarezza
nata per la
vicinanza del lirmc^
Quarto ofseruifi ,che
in qucfta degradatione
de* chiari , &
ofcuri, o vogÌi;im,o
dire de lumi^&
ombre c«^fifte tutta
la fbrza del
colorire, ed il
rikuare delle parti;
& acciò non
rileuino con afprezza,
tra il mag-
gior chiaro, ed il
maggiore ofcuro,fideuono degradare
fuauemcnt^-» ed infenfibilmentei colori; poiché
in quefta infenfibile degradatione
confitte la dolcezza
del colorire,^c(ì fugge
ogni afpcrità,la quale
otten* de l'occhio
ogni qua! voha
fi fa palfaggio
immediatamente da vn
eftre- mo all'altro;
che però anche
gl'iftefiì contorni , ne
quali pare che
fi debba pattare
immediataméte dal maggior
chiaro al maggiore
ofcuro, fideuono fare
co vna certa
fuauità sfumati j
fi che teraperino
quell'im- mediato
pattaggiodivn eftremo all'altro.
Quando poi il
chiaro è pofto
in mezzodì vna
fuperficie, e vifonodue degradationi
verfo l'ofcuro, dall'vna,
cdall'ahra parte ;
all'hora ne rifulta
quell* effetto , che
chia» mafitondeggiare; poiché
la parte di
mezzo come quella
che è più
chia- ra rileua più
dell'altre, le quali declinando
dall'vna, e dalKaltra
parte all'ofcurojfi moftranomeno
rileuatesì,chcpirchericeuino
il lume-» obliquamente,
come appunto fanno
le parti laterali
di vn corpo
tonda ferito nel
mezzo dal lume.
Quinto notifi che
vna delle principali
Iodi de! artefice
è ch'egli nella
difpofitione de chiari,e
de fcuri dia
tal forza alla
pittura, che ri-
Icui qaantofia poffibile,.e
per così dire
fi fpicchi fuori
del quadro; per
ottenere la qual
cofa, oltre la
predetta intelligenza de
lumi, dourà of-
feruaie quel precetto,
che danno molti,
& èintefo da
pochi, mentrc«# quelli
dicono chcfidcue vfare
molto parcamente la
biacca, e quefti
Rimano che della
quantitàdi eflà fi
parli ; poiché
cerco c^ che
la quan- tità
*5? tiiià della
biacca necefifària a
dipingere vn volto
è molto maggiore
tU tufta la
quantità dclii altri
colori, che a tal
funtjone fi adoperano;
&l viiiucrfalmente nel
colorire rare voltefi
adopera colore, a: cui
no»: fi, vnifca
la biacca, come
quella che tempera
tutti icolori,in quel
n>od0j, che fa
la luce fopra
i corpi da
efla illuminati . Il
fenfo dunque di
tal precetto fi
è, che in ni un
luogo della pittura
fi veda la
purabiaccai tolrt tone
quei pùnto,chcè ferito
perpendicolarmente dal lume
più vicino^; etche
tutte le altre
parti vadino con
i debiti modi,
e coni veri
compar- timenti de lumi
degradando vcrfo l'ofcuro ,
caricando poi Tombr^.^
, accio al
confronto di queftefpjecando maggiormente
i chiari) la
pit- tura riceua forz,ad'ini^annarchiia m.ira,e
far credere eh*
ella, sia rile-»
uata dal quadro,
fsn oq Sefto,
deuefi oflfcruare rintcnfionedcllumc,chc douerà
i'Iuminare la.Pittura,cioè a
dire fé il
luogo, nel quale
deue eflere il
qiiadrQ,hab- bia lume gagliardo,
o debole, e come dicono
viuo,o mortoj poicht^
conforpie alla diuerfità
del piaggiore,o minor
lume, doueran no eflere
maggiori, o minori
i
chiari,egIifcuridellaPittura,con
reciproca prò* portione,cioè
a dire, fé il lume
vero farà debole,
e morto, la Pittura-*
douerà haucre i tuoi lumi
finti, cioè i
fuoi chiari,viui, e
ga^jliardi ; ma
ieillumefarà viuoe potente,(arannoi chiari
della Pittura alquanto
più lieboli, e
moderaci j e
]a ragione fi è, perche
il lume vero.,cbe:ièrifce la
Pitturajèquellojchcriflettendofi
all'occhio infieme con il lumefin-
tOjchc è il
chiaro della Pittura,
concorrono ambi vniti
a fQrmare la_»
viflra: ondequefla che
fi offende con
gl'cltremijnon può tolcrare
due lami ambi
troppo chiari,e viui
j ne li
piace che ambi
fia no poppo dcr
bolicmorti: onde perdilettarcrocehiofideuc conteraperarc
il viua del
lume vero, con
il morto del
finto, ed il
morto di quello
coni il Viuodi
quefto. Che fé
il quadro foOc
già dipinto, e
fi cercafle vn
luo- go per collocamelo ,
fi douerà hauereil
medefimo rifpettQ,che fé
i colori del
quadro fono molto
viui , e chiari, fi
ponga ad vn
lume-» moderato j
8c all'incontro, fé
i chiari faranno
dcboli,fe lidiavn lume
piujviuo. Settimo, ho
oflèruatOjche quando il
lume fcrifce vn
corpo Hfcioi C.luftro,lo
moftra molto più
chiaro di que-io
che faccia vnahracojf-
pforaenluftro,e pulito; e
particolarmence quella parte,che
è ferita per-
pendicolarmente dal lume fi
moftra lucidiffima all'occhio
; ilche fi
può vedere in
vna palla di
crifbllo pulita, &
anche nella luce
de noftri oc;
chij : ond'è,chequella parte
dell'occhio, la quaL è ferita
dal lume dit rettamente
nella pittura fi
efprimecon vn punto
di pura biacea^5.chc
la^dimoftra.Iucidiffima e- Tengafi
dunque per regola
in materia de'lu».
mi, mi, che nel
colorire fi deuono
vfare maggiori chiari
in quelle parti,
che verremo éfprimere
più tcrfe-yc pulite^
come fé vorremo
dipin- gere vna carnagione
Jifcia,e luftrajdoucremo farla
più chiara, ben-
ché à- ciò pofcia
aiuti anche molto
veramente la fuperfìcicjche co-
lorica della tela
fia ben lifcia,e
dipinta con colori
ben macinati, alli
quali alcuni aggiongono
in fine certa
Vernice, di cui
diremo ap- prcfso,--ichc
però nell'efprimere quefti
lumi rif- leffi
douremo tingerli alquanto
del colore del
corpo da cui
fi rifletto- no, ma
deu' eflere vna
tintura leggieriflìma ,
e deueficiò pratticare
con deftrezza,c ne
luoghi opportuni, che
cosi cagionerà vn
effetto Ict'giadro, mentre Tocchi©
non folo conofce,
che quel chiaro
è vn-* lume riflefso
, ma
anche comprende da
qual corpo venghi
riflet— Cuto. Nono,per
dare alla pittura
què chiari, e
quei fcuri,che fono
conuene- lioli,ed in
quelle parti che
li richiedono, deuremo
prima determinare VJU.
157^ vnluo^G fuori ddlapittura^dal quale doueremo imaginar{ì,che vcngi>
il lume a
ferirla,e pofcia collocare
il quadro, che
uogliamo dipingerci invn
tal fico uicino
ad una Feneftra,che
il lume entrando
per efsa_».'i lo
ferifca in quel
modo,che noi delìdcriamo
più uiuamcnce,o meno,
: da unlato,o
in faccia, o
da altoje tal
fico e riceuimcnto
di lume hab-.i
bJa il quadro,mentre
fi dipinge qual
deue hauere dopo
che farà dipin»
WfQ collocata ai
deftinaco luogo; circa
diche non lafcieròdi
dire,> che quelle
pitture, che riceuono
il lume da
alto acquiftano una
noa^ so qua!
gratia,e leggiadria fopra
le altre, come
ben fi ofifcrua
ne uiui oggetti,neIla
Ritonda di Roma,che
per ordinarie fifonomic
chefiano , in
quel loco coi
lume alto apparifeono bellifTimcj
Sempre però o(-
feruifijche dobbiamo fuporre,
che il
lumevcnghi da vn fol punto , e
quindi fi fparga
a ferire tutta
la pittura,dal che
nafcc la diucrfità
dei chiari, conforme
le diucrfe parti,
che vn tal
punto riguardano j
ne folo fi
dourà determinare il
punto, da cui
viene il lume,
ma il punto,
dal quale l'occhio
dourà mirare la
pittura , poiché conforme
al diuerfo fito
dell*occhio,i chiari appariranno
in diuerfa parte;
comefipuò ofl"er-«i uarcncl
rimirare vna ftatua,
la quale filando
immota, e riceuendo
fem- prc vnmcdcfimolume da vna medefima
parte, fé l'occhio
peròfimuo- uc, e
da diuerfo fito
la rimira, vedrà
i e hiari
del lume, che
la ferifce , itu.
diuerfi luoghi.Finalmente
perbene intendere quefti lumi,giouerà mol- to rauueA7.arfi a
dipingere di notte
a lume di
lucerna, poiché eifcRdo
quefto vn lume
debole,fi canofcono in
cflb più notabilmente
le degra- dationi
poltre che ci
viene da vnfol
puneo, ciò che
non patiamo fpcri-
mentaredi giorno, benché anchedigiornodobbiamo procurare di
ri- ceuer il
lume da vna
piccola feneftrella, perche
in tal modo
meglio li fcorge
la diuerfa illuminatione
delie parti direttamente
ouero obHqua- mence
ferite dal himergiouerà
ancora Teflerc ita rfi nel
ritrarre le i\i-
£ue,e qualfivogliaaltro corpo
dal fuo naturale; ma
fopra tutto ci
ap« porterà grande
vtilità il dipingere
dal naturale varie
forti di frutti,
co- me anche vccelli,
cani, lepri, e
fimiii. cole; la
ragione fi è
perche i frutti
fiori,ecofefimili hanno colori
molto viuaci, ne
quali percuotendo il
lume moftra più
difliintamente la diucrfità
dei chiari, e
de gli fcuri
; Oltre a che nel
dipingere li detti
oggetti fi prende
vna certa franchez-
za nell'operarc,che molto
gioua, ed inanimifce; Tal Francezz.a,e faci- lità nafce
da quefto, che
nel dipingere le
dette cole habbiamo
grande libertà, e
licenza di variare,
facendo foglie, fiori,
frutti qui più,
e la me- no
carichi di colore,
glVni con vna,
altri con vn
altra diuerfa figura
: Quefto precetto
di elTercitarfi in
dipingere fiorijC frutti
dal naturale fi
ofserui come vn
gran fegrcco di
qucft'arte^vn valente maeftra
delia R r
quale I5t qu^leametmolto locommendaua
per molte ragforii,ma
principal- mente per la
poco auanti accennata
di far venire
in cognitione de
i lumi, dalla
quale notjtia perche
dipende tutta l'arte
di bendifporrf^ i
e dori) perciò
ho voluto auucrtire
quefte poche cofe^
ma molto fo-
ftantiali in quella
materia. ^.'r-^yii Refta
per fine di
quefto capo che
fi diano alcune
altre regole parti»
colari, e pratiche
per il colorito, oltre le
già accennate da
principio; e già
che con rintrapoftodifcorfodeluinihabbiamoperdircori inter-
meflb il colorire, voglio qui
auuertire,che quandoè ftato
intermefibil laiioio,e pofcia
fi ripiglia a
dipingere il quadro,
li cui colori
fiano già afciutti,e
fecchi, acciò corra
meglio il peneilo^fideuevgnerc prima
il luogo doue
fi vuole fcguitar
la pittura, o
rittocar il fatto,
con oglio di
lino cotto, cioè
in cui fiaftatò
poftodueonciedi litargiro per
ogni li- bra dioglio,e
rifcaldato fino che incominci
a bollire, la quarvntio-
ne non nuoce
altrimenti alla pittura,
come alcuni ftimanoj&
il pro- fitto è,
che breuemente fecca,
yolendiD» l'oblio (loxj
cotto tempo aliai
a rafciugarfi, .-"z
vi'iìr Prima di
formar alcun difegno
fopra il quadro, quello deue
hauere la faa
imprimitura, non folo
fc il quadro
farà di tela,
ma ancora fé
fijt di legno,o
verodi rame, fopra
il quale foglionfifare
ì piccoli ritratti;
quefta imprimitura confifte in
coprire il quadro
con alcun colore,che
fuolcflerc di terra
d'ombra ben macinata,
con vnpoco di
biacca, e»^ terra
rofla, con oglio
di lino j
quefta macinata alquanto
più foda, e meno liquida
de gl'altri colori,
fi ftende fopra
il quadro cenvn
coltel- lo
largo,procurandochefiaftefa,vgualmente
in tutcele parti,e
fotti- le i
alcuni dopo eiTer
afciiicta, vene ftendono
dell'altra iìno alla
terz.a^ fiata; il
che a me
non piace j
poiché, riufcendo troppo
grofla altera molto
i colori, che pofcia
fé li danno
fopra, mentre li fucchia
, e^ l'imbeue
in modo, che
partecipano del colore
dell'imprimitura.* medefima. Acciò
i coleri fi
mantengano vini jfideuono
dar fopra il
quadro più volte
replicando i'iftcflb colore
fopra il primo;
ed in oltre
i colori fi
deuono caricare alquanto
più del naturale;
come nel colorire
le guan- cie,e
fimili parti di
cinabro, e di lacca
fi ecceda alquanto
facendoli più roffi
ài quello che
conuenga alla carnagione
naturale; imperciochc dopo
qualche fpatio di
tempo fi vanno
moderando, e mortificando
ri- ducendofi al fuo douere;
altrimenti reftarebbe il
volto troppo pal-
lido, e fmorto. Molta
induftria ha ni
ad vfare dal
Pittore nel difporre
fopra il fuo
quadro gl'oggetti particolari
coni loro propri],
e naturali colori
itu» modo, hf9
modo, che vn
colore in Vicinante
dell'altro faccia fpiccarc,e
rileua- re tutte
fe' parti jlmpcrcioche i
tolori ofcuri, e
profondi fanno fpicca-
re maggiormente i
colori chiari , che
li fono vicini
; quindi Ce
noi vo- gliamo che
vna teftafpicchi, e
rileuidifporcmoi colori intorno
ad eip^. in
maniera tale,che la
parte più chiara
habbia vicino a
fé alcun* og»
getto, o contorno
di colore ofcpro,
e fofco j
come all'incontro la
parte ombreggiata, &ofcura
dourà hauere vicino
alcun* oggetto alquanto più
chiaro j il
quale fé farà
difpofto in modo ,
che riceua il
lume dalla parte
oppofta, e lo
rifì - tta
nella parte ombrofa
della tefta, vn
tal lunie rifleflb
cagionerà vn belliffimo
effetto, temperando alquanto
l'ombra., di quella
parte della tefta,
che non può
rieeuere il lume
di retto j
Per cagionare fimili effetti, giouerà feruirfi
delli panneggiamenti formati
con quelli colori
che faranno più
proportionati ; poiché
fiamo in libèf-' tàdi
dare al panneggiamento quel
colore, che più
ci aggradajc poten-
dolo far fcorrere in
quelle parti che
a noi piace,
procuraremo di con^
durlo in modo,
che i colori
di effo feruano
a far fpiccare
le parti me-
,fb' .'0 ni
r f\n♦ [VE
fono li principali
modi , con i
quali fogliamo dipinge-
re,!* vno che chiamano
dipingere a frefco/altro
a oglio. Il
primo modo fu
in vfo anticamente, auanti che
fofle ritrouato l'altro
di dipingere a
oglio, inuentione venuta^
da Fiandra, e ritrouata
in Arlemrlaqualeha aggiorno
molto di v'agOjcdiluftro alla
pittura, poiché riefce
delicata; e fi
vCilì communemente fopi
a la tela ,
la quale fi
conferua lunghiffimo tempo
fenxa chefi fmarrifchino
i colori,! quali
più torto con
l'inuecchiare pi- gliano delicatezzaniaggiore j la doue
il dipingere a
tempera (cofi chiamato,
pcilchei colori fi
ftcmperano con aqua^
fi faceua anticamen-
te fopratauole di legno,
le quali con
lunghezza di tempo
fi tarlano ,
benché mantengono la
viuezza de* colori,
che fi conferua
più che fopra
la tela, douei
colori fonoftempcrati con
Foglio ; oltre
che tiefce mol-
to più commodo il
portare, e maneggiare
le tele potendofi
piegare, e leggiermente
muouere; horafiè quafidel
tutto tralafciato il
dipingere fopra le
tauolej& anche le
pitture a frefco, fi
fannofopraleteie,tol-' tone quando fiamo
neceffitati a dipingere
fopta il muro.
Per tanto volendo
dipingere a guazzo
fopra la tela,
o cartone, fé
li dà prima_>
fopra l'imprimitura di
creta temprata con
colla di ritagli,
fopra la quale
dopoché farà afciutta
fi mettono i
colori macinati con
aqua, e ftemperaticon
la niedefima colkdi
riragli, ouero con la
tempera fat- ta con
oua. Ma fé
noi voremo dipingere
fopra il muro,dourcmo
far- lo fin tanto
che il muro
è ancora irefco della
calce, pei ò con colori ftemprati
con Taqua pura, e
terre fenza adoperar
biacca , lacca
, cinabro, e
altri minerali, feruendofi
invece di biacca,
di Calcc,oiie-' re
bianco fanto, Ciafcuna
di qOefte due
maniere di dipingere
fi può vfare
in.» tré modi, che
fi diftinguono dal
diucrfo maneggiare, che
fi fa il
pennello in lauorare
; 11 primo
più vfitato, e
commune è lenendo ',ì\
che fi fa
con mettere ciafcun
colore a fuo
luogo, t^ poi
con vn altro
pennello, che ha
netfo,c fenza tinta,
congion- gendo le
parti cftreme dclli
due colori vicini
> acciò vnendofi
nfieme JnCieme non
cagionino vna certa
arprezza, che offenderebbe
roc- chio, fé vcdeflevn
colore porto immediatamente vicino
all'ahrojfen- no di
pittura, e di
difegno, non fi
ap- plicano al tediofo
lauoro di ricamo ,
onde quefto refta
fole nelle mani
di donne, che
poco, o niente intendono
le regole di
buon difegno ,
ne fanno le
cofe neceffarie alla
pittura ; nulladimeno
Nicolò della Foggia
di»Marfiglia a giorni
no.ftfi, è ftato
mirabilifiìmo, & fi
vidde va ritratto
di Papa Vrbano
Vili, fatto di
ricamo naruralifiìmo, che
non eccedea di
grandezza vno fpatio
ottangolare, per metter
in vnanelio, e
donato a eflb
Pontefice > cofa veramente
degna d'amiratione. Simili
alle imagini di
ricamo fono quelle
dclli Arazzi, cofi chiamati
da Arazza doue
prima fi lauorarono,
e fc ne fanno non
folo di lana^ma
di feta ancora,
che riefcono molto
più belli , e
quando fiano fatti
coii buon difegno, e
pofti indebita diftanza
dall'occhio fanno vn
bdllif- fimo effetto
; ed io
direi che gl'arazzi
paragonati alU ricami ^siano co- me
le pitture grandi
fatte a ogiio
sii la tela,
in riguardo alle
iraagitii fat- te a
punta di pennello. Inuentione molto
più antica è
ftata quella di
far lHmagini.a-Tnafa;loo e
si fanno come
ogn'vn sa adoperando
in vece di
colori piccioli minuz-
zoli di pietre pretiofe,
o marmi di
varij colori , o
fmalti , intrecciando insieme
le minute particelle,
ed vnendole in
modo, che formino
vna fuperficie piana
rapprefentante in buona
form^a di difegn^o,
e regola di
pittura alcun* imagine
di floria, o
d'altra cofa. Molte
di qjiefte te
me vedo- vedono
lauorate dalli antichi,
come in S.
Marco di Venetia,
in Roma, ic
altroue, le quali
però (ono di
iauoro affai groflb,
e che richiede
mol- ta diftanza acciò
non fi conofc a
quel difetto, che
prouiene dal noii^
cflerben temperati i
colori a riguardo
della groffezza delle
pietre che le
compongono 5 ma
delle più moderne
alcune fono fatte
con pietre» cofi
minute, che in
molta vicinanza non
fi diftinguono, e
fembrano pit- tore su
la tela,fe non
che hanno i
colori più luftri,
e più viuaci,com«-»
quella di S,
Michele Archangelo in
S. Pietro di
R.oma,difegno del Caualier
Giufeppc d'Arpino, opera
veramente Angolare in
tal gc- ner
feixa del marmo.
Finalmente a tutte
le predette inuentioni
io qui ne
aggiongerò vna mia, di
fare, che le
pitture comparifchino delicati/lime, ed in_*
modo, che non
fi conofca douc,
ed in qual
modo fiano dipinte.
Si dee dunque
auuertire , che
tanto più delicate
comparifcono le pitture, quanto più
vguale, e iifcia
riefce la loro
fuperficie ,- ond*è,che
alcuni Pittori, quando hanno
compira alcuna pittura.^,
vi danno fopra
vna Vernice,che viene
a fare alquanto
più Iifcia,© luftra
l'opera; ferue anche
a tale effetto
il mettere l'imagine
fotto il criftallo,oucro talco,
poiché quefto toglie
dall'occhio molto dX
T t ine-
166 incgualirà,e roz-ierza
della fupc:ficictk! quadro;
ma perche il cri-
ftallo,otalco non fi
adatta, ed vnifce totalmente
alla pittura, anz.i
vi refta di
mezzo molto vacuo,
perciò non può
dare alla pittura,,
quel luftro,eroauità, che li
darebbe fé potelle
vr.irfi alla pittura
per modo tale,
che non vi
reftafle parte alcuna
diari3,e luo5.fo tra
ef- fa pittura, ed
il criltallo .
Se dunque Noi
dipingeremo fopra il
cri- ftallo,o talco in
tal modo che
tralparifca rimanine nella
faccia oppo- ftadelmedefimocriftallo,come ho
fatto io in
alcune mie pitture
pic- cole, quefìe compariranno
dclicariffime, ed i
colori per effer
imme- diatamentevniti fopra
il criftallo ('che
vuol' e0cr pulitiflìmo d'ambe
le parti) aquiftaranno
vna foauità marauigliofa;
ma vn tal
modo riefce molto
arduo per due
ragioni; rv^na,perc he
i colori fopra
il cri- fìallo
pulito non fcorrono,
ne fi vnifcono
fxicilmente ; L'altra,
che molto più
ardua rende rimprefa,è
che il primo
colore, che fi dà
fopra jlcriftallojè quello
che trafparifce; che
però fé non
è pollo a fijo luo-
go non fi può
più emendar l'errore
con metteruene fopra
dell'altro; onde chi
vele dipingere in
quella forma,
conuienc,ch'e^rhabbia-fran-
coildifegno,eche lauori a
botte, ouero a
punta di pennello,
ma con queftodiu3rio,chequì nellauorarc
a punta conuicne
adoperare anco labiacca,acciò non
virefti parre'di Vetio,che
non fia coperta
di co- lore,ciòche
riefce molto più
diflìcile del lauoro
a punta di
pennello fopra la
carta pecora, doue il
candor della carta
ferue di biacca.
Perciò ho procurato
di rirrouare j!
modo di fare, che
vn im:)gine_-* già
dipinta fopra carta
pecora, o lopravna
tauola,o tela,fi vnifca,e{i
attacchi alcriftallo totalmente,
fi che non
vi refti aria
alcuna tra mez-
xo.Faccio qucfto métrc
la pittura è
ancor frefca. intenerendo maggior-
mente i colori con
far penetrar per
la tauola,o cartapecora
alcun li- quore, che
intenerifca i colori,
lafciando in tanto
m fopprefia la
pittu- ra fopra il
criftallo, acciò preniutauifopra,fiv2da attaccando
ad eifoj poiché
dopo che farà
bene attaccata, ed
vniti i colori
al criftallo , liac-
candofi la carta
deftramente reftu la
fuperBcie della pittura vnica
al crifìiallo , con
l'imagine imprefla perfettamente , conforme
fi dcfidera .
Nel che quando
fi operi con
tutta diligenza riefce
opera veramente-» degna, riufcendo però
meglio fopra il
criftallo, che fopra il
talco , perche
la profondità del
criftallo li da vn non
so che più
di luftro e
delicato» Hor per
aggiongere all'opera maggiore
marau!glia,dopo che fa-
ranno afciugati i colori
pofti fopra il
criftallo, dipingeremo fopra_,
quelli medefimivn altra imagine totalmente dsuerfa
dalla prima,fiche mirandofi
la faccia del
criftallo, che none dipinta
trafparifca per efia
cfìfa laprimaimigine^e mirandofi
l'altra faccia fi
veda la feconda,
n_^ tutto varia
dall'altra. Ouero dipingeremo
dueimagini che trafpan'fcano
fopra àviz diii?rfi
criftaDi, e poi
vniremotucce due le
faccie dipince di
detti crifiilli j
quali incaftreremo cofi
vniti in vna
cornice, acciò fembri
va cri- llallo
folo crafparente intorno
alla pittura \
poiché in tal
modo d.iiiVna parte
comparirà un imaginc,
e dall' altra un
altra diuerfa,e munì
di effe farà
fopra la fuperficie,
cofa che renderà
marauiglia a quelli ch^_> non
fanno Tartificio, Con
un altro artiticio
più facile potremo
dare molta delicarf2za_,
air imagine ponendoui
fopra il talcojouero
crftillo in mode,
che non uireftiariadi
mezzo. Dopo che
farà afciutta la
pttrur?. ,^ilt>;.ll• peraremodella
gomma netti (lima
in aqua limpida,ediquefta gamni
alquanto denfa copriremo
la pittura ftendendouela
fopra coiìefc foffe
vernice, e mentre
è ancor tenera
ui metteremo fopra
il r ileo
pimen- douelo fopra fintanto
chefia aIIìugatalagomma,euirefti attic
ato j così
la gomma uerrà
a riempire ogni
uacuo tra il
talco, e la
piruura_, come fé
foffe unica immediatamente ,
e dipinta fopra
il talco, o
criftallo. Quanto poi
al modo di
difcgnare anch'egli è
moìco vario, poiché
alcuni difegnano con
la penna, e
con l'inchioftro, e
ciò in due
modi. Il primo
è di quelli,
che lauorano minutamente^
tratteggiando, e formando
difegni, in tutto
fimili alle carte
flam- pate in
rame. Il fecondo
di quelli, che
mieftri nell'arce coi
pochiflìmi tratti di
penna formano vn
difegno di molte
figure, nelle quali
benché non vi
fia delicatezza alcuna,
comparifce nulla di-
meno vna gran
forza di difegno
nclli atteggiamenti, e viua
natu- ralezza delle cofe
rapprefentate, ne! che
fu molto eccellente
il Can- giafi,Luca
per nome, e
Genouefc,di cui ho
veduto vn tal
difegno ap« preffo
air lUuftrifs. Sig.
Cauaglicr Celfo Lana
inrendente non folo
di pittura,ma anche
di fcoltura,di fortificatione, d'ailronomij,ed in
ogni forte di
effercitio virtuofo fempre
spplicatiflìmo. Altri difegnano
comunemente con lapis
roffo, o piombino,
nel qual modo
meglio fpiccano i chiari,
e gli fcuri,
e lo sfumare
dell om- bre j
e queftomododidifegnare è
neccffario, che fia
bene intefo pri-
ma, e pratticato da
quelli, che vogliono
applicarfialla pittura 5 poi- che
chi faprà ben
difporrei chiari e gli
fcuri rie! difegno
in carta„., non
ritrouerà poi molta
difficoltà in adoperare
i colori fopra
la_. tela. Anche
l'intaglio in rame
è vna forte
di difegno, nel che
non dcuo 16$
deuo tralafciare di
auuertire grriuagIiatorì,e quelli
che formano di-
fegni per intaglio
di que]rerrorc,chc fi
vede in moltifsìme
carte, nelle quali
fi vedono i
personaggi operare con
la mano finiftra,e
pofte alla dcftra
quelle cofe, che
dourcbbero eflere collocate
alla finiftra parte;
il che è
effetto della ftampa,
che muta fopra
la carta il
fito delle figure,
che fono intagliate
nel rame j
perciò nel rame
fi deuono ia»
tagliare con fito
contrario. S'intaglia anche
il rame con
aqua forte, inuentione
molto bella è
facile de' moderni, fi dà al
rame la Vernice, e
dopo efler afciuga-
ta,s*imprime nella Vernice
vna fottil punta
di ferro, che
penetri fino z\
rame, vi fi
mette poi lopra
l'aqua forte, che
penetra in quei
luoi ghi douenon
è la Vernice,
e lafcià impreflb
il difegnoj ma
fé noi vorremo,
che qualche parte
del rame refti
meno bagnata dall'aqua
forte, come quella
che nell'Imagini rapprefenta vna lontananza
di paefe, ongeremo
l'intaglio con vn
poco di feuo,
il quale diminuirà
Is^ for^a ali
aqua forte. % *S4^ rca^*
j»f^' *¥^* ^* nf'^* A^H' *Y4' *fe'9!*" *ì^^' •JCftp
ryC'» "/sii «^9k9
^i» ft*?*» «>fèìU «>^^
««^s» e>^L’ARTE MAESTRA ^OUH'^
K " e
particolarmente perche il
V^tro concauo diuarica,
e difvnifce i
raggi j oltre,
che fi vedrebbero
roucfci, poiché nella
decuflatione de* raggi
171 raggi il
dcftrodiuenta fmiftro, e
rinfcriore fi fa
fuperiore, & all'in-
contro • Si pone
dunque qucfto Vetro
concauo vicino airocchio ,
acciò che i
raggi, i quali
iì vnifcono in
vn 'cono,o piramide
troppo acuta, fi
diuertifcano da taIevnione,e
fi dilatino si,
che la luce
cosi fparfa,c dilatata
fi pofla foffrire
dall'occhio^ e di
più, accio che
li raggi mcdefimi,i quali di
nuouo firenfrangono negli
vmori dell'occhio, non
fi vnifcano prima
di arriu.ire al
fondo dcirocchio, Qyefto
Vetro concauo deue
parimente cfiere più ,
o meno \on-n,
tano dal punto
delP vnjone deVaggi, conforme alla
pupilla dell oc-
chio di chi rimira
j poiché fé
la pupilla farà
più tu.Tiida,e sferica,
come fuorcflere dei
giouaniper l'abbondanza di
vmido, all'hora U
diftanza del Vetro
concauo dal punto
deU'vnione, de* eflere
mag^ giorc,cioè,efler meno
diftante vn Vetro
dall'altrojonde il cannochiale
de accorciarfi j
all'incontro fi de*
allongare quando la
pupilla è meno
gonfia e tumida,
come fuol'eflere quella
de Vecchi, per
mancanza di vmido,
il che fi
potrebbe facilnientedimoftrare con
i fondamenti deU
Toptica, Li feconda
cofa , che
fi de oflcruare
nella fabrica d\
quefto ftrumento, e
che a proportione
della lunghezza di
eflb crefca anche
lo fpatio aperto
del Vetro obbicttiuo,per il
quale entrano i
raggi con le
fpccie de gli
oggetti , Ciò
fi fa comodamente,
coprendo l'eftre- mità
del Vetro con
vn cartoncino, il
quale hahhia vn
foro tondo nel
mezzo della grandezza
predetta j la
qual regola e
molto importante, edaeffa
depcnde molto il
vedere l'oggetto chiaro,
e diftinto]; poiché
fé il foro,
& apertura del
Vetro farà troppo
grande comparirà 'con- fufo,
& ofcuro ;
e la ragione
è, perche non
tutti li raggi
dopo la re-
frattionc fatta dal
Vetro conu;^(ro,fi vnifcono
nel medefimo punto;
«• come fi
vede nella figura
fcguente ; poiché
gl'cftremi rags;! A
A fi y J^
vnifcono più prei^odi
quello,che facciano li
raggi B3, cioè
qneliifi voifcono in
D,e quelH in
E, e fimilmente
i rag^i B
più prcfto, fi
vnifcono che li
raggi C, poiché
qucfìi fi vnifcono
in F,e la
ragionec, perche li
raggi eftremi vengono
a^ ferire più
obliquamente la fuper-
ficie sferica ABCCBA,
m^ gl'altri CC
la ferifcono meno
obliqua- mente^ onde meno,
anche fi refrangono, e
confeguencemente fi lien-
dono più lontani
prima di vnirfi
nel punto F.
Se dunque poneremo
il Vetro concauo
nel luogo. GG,
quefto. non riceuerà
altri raggi primaiche
fi vnifchino, e
fi decu(fino, che
li CC, poiché
li raggi A
A, è: BB
fi decufiinojed vriifcono
in D, &
in E auanti
al Vetro concauo
Gj conuerrà dunque
dar adito, &
am- mettere nel tubo
li foli raggi
CC,con gl'altri di
mezzo, impedendo l'-
in-. ingrefTo a
gli altri con
ricoprire reftrcmità AB,
AB (Eel Vetro
j altri- mcnte
li raggi A,B,
dopoché faranno decuffati
in D, &
E, confon- derebbero in
tal luogo le
fpecie de gli
oggetti, che feco
portano, eie portano
confufe all'occhio pofto
vicino al Vetro
G. • Giouerà dunque
molto oiTeruare vna
proportione conuenicnte, nel
che auuerto,che non
fi poflbno afTegnare
proportioni certe, It^
quali feruano in
ogni calo, ed
in ogni circoftanza;anii in
due cafi la
proportione fi dourà
alterare . Primieramente
per ragione del
Vetro conueffo; poiché
s'egli haurà Sgura
Ipérbolicaj all'hora il
forame, 5c apertura dourà
eÌTerc molto più
grande, come dimollre-»
remojne folo quando i
Vetri hanno figura
Iperbolica, ma anche_^
quando la figura
sferica farà più
efattamente fatta ;
poiché in tal
cafo pochi fono
li raggi inutili,che
fi dcuono impedire,
onde l'apertura pò-,
tra eflere maggiore
; ma fé
il Vetro farà
lauorato male, conuerrà
fare l'apertura più
ftretta. Secondariamente, per
ragione dell'illumina- tione
dell'oggetto ; poiché
quando l'oggetto è
affai illuminato dee
l'apertura del Vetro
cffcr minore; ma
particolarmente annulla de
ef- fere quando
noi miriamo le
ftelle più chiare,
le quali altrimenti
non fipofibno vedere cfattamerite, perche
i raggi, che
rifplendono intor-. noallall:ellai^^ombranola vita;
oltre che fanno,
che il corpo
di efsa ftella
comparifca più grande,
nel che molti
hanno errato nel
deter- minare la grandezza
del Sole,e dell'altre
ftelle, e pianeti;
e ciò auuìe-
ne particolarmente in
Mercurio, ed in
Marte, come che
fono pianeti più
fcintillanti; intorno alche
vedafiHeuelio nella fua
Selenografia, & il
P. Niicolò Zucchi
nella fìlofofia optica
parte prima cap.
i.fe'"-'^ nuouo refrangendofi
dalli medefirai vmori,
conforme la maggiore,
o._ ' minore conuefiità
loro in O,
& in P,
dopo tale refrattione
co.iJj'^,^'*f! ! v»yV
corrano finalmente in
Q, fuperficie deÙ4
Retina ,.ij^^ J
Efsendoche dunque non
tutti gl'occhi, e
pupille hanno la'
me- defima figura,e
conuefi^tà, per tutti
gl'occhi non ferue
vgualmente i-i X
X bene bene
il mcdefimo Vetro
toncauo j Quefto
folo fi ofseruì ,
che fé il
Vetro oculare ùlÙ
meno concauQ , e
come dicono più
clo^c»/ , rapprcfcntcrà l
oggetto più chiaro ,
ma anche più
piccolo, e con*
fcgucntcmentc il cannocchiale
farà più corto
-, all'incontro fc
farà pitt concauOjC
come dicono più
acuto, farà bensipiu
grandi gl'o^^ getti? ma
i"cno chiari, ed il cannocchiale
fari più lun^o, perche
il Vetro più
concauo, più anche
dilata li raggi,
onde per non
dilatarli iroppo dourà
riceuere folo quelli,
che più fono
riftrettiie tali fono
quelli che fi
vnifcono pi" lontani
dal Vetro conuefso
. Serua dun»
que di auuifo,che
non fi de
accomu^odare la lunghezza
del can- ^occhiale
al Vetro j
ma fi de
cercare vn Vetro
concauo propor- tionatoalla
lunghezza del cannocchiale
già Inabilita, cioè,
alquanto minore del
fcmidiametro della conueffità
del Vetro ©bbiettiuo
; e fé
in tal diftanza
vn conuefso della
mcdefiitia conuedìtà richiederà
vn concauo più
acuto dell'altro farà
fegno di maggior
perfettionc-» del medefimo
con^eflo, poiché f^rà
più grande l'oggetto,
fenzM ofcurarlo. Ordinariamente fi
potremo feruire della
Tauola féguente, in cui fono
determinate le proportioni
tra il diametro
del conuefso, &
il diametro del
concauo, conforme ne
ha Infeguato l'ifperienza-p e J^unghezza
del diametro dclconucffo
I 2 o.
5^ 12 >
2. 24 3
4 5 C.
7 8 >
2. 4 II
i. 41 28
2.56 51 >
2. Io >
2.43 29 >
S.57 IPt Lunghezza del d'jamctiCi
delconcaao 5 0. 3^ II
2, 20 »3
— > I,
28 > > I.
49 1-57 17
2. 35) 2.
i^ Conueffo14 IS
16 1 20
> 2.45 1
Concaua 2. 27 2. 3
I 5 5
V 342. 37
i5 -i 3°
2.58 Conueffo 3rl
> ^•47 %%.
r ( 2.
5 « 14
l6 i ^7
i. 5 5
1 Concauo 5
' a. 45
5 a»^* 5 > 1.
5 3 i-
54 1 .—
^^ ■ ''
Li 175 JLi
numeri della lunghezza
del diametro del
Vetro conuefsp rap.
prelentano palmi, li
quali fi fuppongonodiuifi in
iz,oncie,e ciafcua oncia
in 60. minuti
, onde poi
li numeri della
lunghezza del dia^
metro del Vetro
concauo fignificano le
dette oncie, &
i minuti 5
siche ad vn
Vetro conuefso di
diametro di vn
palmo, corrifpoodQ vn
concauo di diametro
di oncie o.
minuti $6, Doue
fi fuppone, che
tanto il Vetro
concauo, quanto il
conueflb fia lauorato
d'ambe le partiima
fé il concauo
farà lauorato davna
parte fola, e
dair'altra refterà piano,
all'hora il diametro
della concauità dourà
cflere l^^, metà
mmore. Circa di
che fi noti,
che nulla importa
che il concauo
fia tale d'ambe
le parti, poiché
fa l'ifteflb effetto
vn concauo di
dia- metro dj vn
oncia,Iauorato da vna
parte foia, ed
vn altro concauo
di diametro di
due oncie lauorato
da tutte due
le parti, non
cosi riefce nel
conueflb,poichc fé farà
di due palmi
il diametro della
conueffità, cflendo lauorato
da vna parte
fola, porterà il
cannocchiale lungo due
palmi; ma fé
farà lauorato da
tutte due le
parti porterà il
cannochiale lungo fol
vn palmo. Quinto.
Si dee diligentemente auuertire,che
le parti del
can^ nocchialc, che s
"inferifcono Tvna nell'altra,
nel modo, eh t^
poi inregnaremo,fiano talmente
ftrette,ed vnite infieme,che
non vi redi
feffura alcuna, per
cui poffa entr:^re
la luce; la
quale non dourà
poter penetrare per
altra parte, che
per l'apertura de
i Vetri , altra-
mente confonderà le fpecie
deU*oggetto,che entrano per
il Vetro, fucr
cedendo il medcfimo,
che in vna
camera ofcurata,alla cui
feneftra fia vn
picciolo forame, per
il quale entrino
le fpecie degli
oggetti, doue fé
fi ammette altra
luccjfubito fi confondono
fimagini di detti
oggetti . Sefto. Gioua
molto per vedere
l'oggetto chiaro,e diftinto
met- tere nelPeftrema parte
di ciafcuna canna
del canocchiale va
circo-» lo di
cartone; e quefti
circoli deuono effere
aperti nel mezzo
con tanta apertura, che
riceuano folo i
raggi dell'oggettoje le
linee, che paffano
per reftreme parti
dell'apertura del Ve!;ro
concauo, e del
Vetro conueffo pailGno
medefimamente per l'eftreme
parti dell'aper- tura di
tali circoli, si che dopo
che hauremo detcrminate
l'aperture del Vetro
concauo,e del conueffo
infieme con tutta
la lunghezza del
cannocchialcsinferiremo nelle canne
dieffo gli altri
circoli dimezzo con
detta proportione, i
quali fanno quefto
effetto, che impedifco-
no li raggi,e
fpecie,che: dalle parti
laterali entrano per
il Vetro con-
ueffo, acciò quefte non
arriuino all'occhio, poiché
confonderebbero le fpecie
dciroggctto, che fi
vede; Per quefto
medefimo effetto gio-
uerà '7» uerà
che le canne
fiano larghe »
ancorché il cannocchiale
fìa corco :
poiché nell'ampiezza di
effe fi debiliteranno, e fi perderanno
le mede- Sme
fpecie de gli
oggetti ftranieri. Settimo,per
impedire maggiormente tali
fpecie de gli
oggetti late- rali, acciò
non entrino per
il vetro conueffo ,
metteremo effo vetro
non totalmenteinfinedella canna,
ma alquanto più
indentro, acciò i
lati cfìremidi effa
canna impedifcano d'ogn'intorno
l'entrata a tutte
le altre, fpecie ,
fuori che a
quelle dell'oggetto che
fi può fcoprire
con tale can-
nocchiale : ouero potremo ancora
auanti al vetro
conueffo ncll't iberna parte
del tubo due,
otre diti lontano
da effo vetro
mettere vn circolo
di cartone con
tanta apertura, che
fia fufficicnte ad
introdurre le fole-»
fpecie dell'oggetto vifibile;
nel qualcafo non
faranno neceffarij altri
circoli nel mezzo
del cannocchiale, ma
in ciò fare
fi de'auuertire di
non ofcurare troppo
effe vetro cbbiettiuo,
poiché non rapprefentareb- be
l'oggetto chiaramente : onde all'hora
fi porremo feruire
di quella-, regola
,quado vedremo che
il cannocchiale rapprefenta
l'oggetto trop- po chiaro,
e con qualche
luce colorita a
modo di Iride
j poiché per
to- gliere queft'iride è
vnico il rimedio
predetto, non procedendo
tal iride da
altro che dalla
luce colorata co
la fpecie de
gli altii oggetti
che in- fieme
fi confondono. ,:o,-,i.r
1 Ottauo, il
vetro concauo de' effer
collocato in luogo
ofcuro quanto più
fia poffibile,* e
l'occhio di chi
rimira de' effere in
luogo parimente ofcuro,
altrimenti^ fé foffe
cfpoflo al fole
poco,o niente potrebbe
dif- cernere deiroggetto,
e quefta regola
è di grande
confideratione,& è vniuerfale
per ogni forte
di cannocchiale, e per ogni
conditione di occhic,
& anche per
vedere le cofe
piccole con il microfcopio; come.*
vniuerfali parimente fono
per ogni forte
di cannocchiale le
regole quinta, fefta,efettima precedenti.
Giouerà dunque molto
tingere di color
nero tutta quella
parte del tubo,
che è intorno
al vetro concauo ,
e vicina ull'occhio ,
e collocare effo
vetro alquanto indentro
nella can- na. Queft'ifteffo c'infegnò
la natura nella
fìruttura dell'occhiojpoiche intornoairvmor criftallino, che rapprefenta
il uetro,pofe la
tonaca.^ detca uuea di color
fofco, e denfa, acciò in tal modo
la uirtu uifiua,e
gli fpiriti uiforij
non fi diffipaffero:e farà
meglio a nchora tinger
di nero tutta
la canna nella
parte interiore. Nono,
Si dèfapere,che con li cannocchiali
breui fi fcopre
inJ vnafola occhiata
maggior fito a
proportione della minore
lunghez- za^ ma quanto
più oggetto,c fpatio
fi fcopre tanto
minoreèladiftanza
acuìpoffono diftinguere,e far
comparire l'oggetto grande.
Cosi di due cannocchiali vno
di due palmije
l'altro di quattro/c
quello. difcerj la ragione
è, perche per
miraredavicino,comerièdetto,ri de allun-
gare il cannocchiale; e
queftoallungandofii raggi fanno
angolo mi- nore,e
perconfeguenzala punta del
cono rad iofo,eirendo più
picco- Ja,e riftretta,piccola
anche de
eflere l'apertura del
Vetro perlaquale dee
pafiare. Refta hora
d'infegnare il modo
di lauorare i
Vetri, e formare
le canne nelle
quali fi deuono
inferire; per il
che diamo le
fe^uenti re- gole,
I. Si deue
far fcicita di
criftallo, il quale
non habbia pori,
nc^ bollc,ma fia
denfo,e netto quanto
farà poffibilejcome fuol
eflere il cri-
ftallo di Venetia,
con cui fi
lauorano gli Specchi,
o altro fatto
artificio- famente; Etauuertafi
di pigliare crifhl!o,in
cui non fiano
certe vene, overoonde,le
quali nai'cono dal
difetto de gli
artefici nello ftenderlo
inlaftre; poiché tali
onde molto più che i
pori turbano le
fpecie,^^ confondono le
refrattioni; perciò fi
pigli criflallo,che fialauorato,
e luftro, per
poter prima di
fare la fatica
conofcere {e inefla
vi fono bolle,e
vene, che impedifcano il
buon' effetto del
cannocchial^-j-: Alcuni adoprano il
criftallo disiente, per efler
più chiaro, ma
però C^li ha
yn altro difetto,
che fa minore
rcfrattione del criftallo
di Ve- netia,dalla
qual minore refrattionc
nafce,che ingrandifce manco gl'-
oggetti 5 oltreché non è facile
il ritrouare criftallo
di Monte,che fia
fenza vene,ed inegualità;
Altri fanno de!
criftallo con arte
partico- lare,e per
farlo chiaro vi
pongono molto di
fale Alcalino foda;
ma que- fti
criftalli per l'ecceflo
del Tale fogliono
fudare,cd invmidcndo fi
appannano,onde ogni volta
che vogliamo adoperare
il cannocchiale conuiene
Icuare vìa 1
Vetri dalle canne,e
nettarli; e per
ordinario an- che quefti
fogliono fare minor
refrattionc, il qual
fecondo difetto è
molto coufiderabile; anzi
perciò alcuni eleggono
Vetro ordinario, benché
alquanto fcuro, perche
efllcndo più denfofa
maggiore refrat- tione;c
per confeguenza ingrolTa
più l'oggetto. Si
de* ancora auuer-
tire che il
vetro, o criftallo
non habbia colore
alcuno ; ne
anche de* eficre
troppo chiaro, poiché
è inditio di non eflere
molto denfo, oltre
che rapprefenta gl'oggetti debbolmente,& alle
volte con iride
,de* dunque eflere
di vna certa
chiarezza, e nettezza
denfa,e fé tira
alquan- to al color
d'aria, oceleftc farà
buoniflìmo effetto, particolarmente nel
vetro oggettiuo. Suol
anche eflere ip.ditio
di buon criftallo,
che men- tre fi
contorna con ferrOjO
forbice (ì fpezzi in
particelle minute; ma_*
quando fi rompe
in parti grofie,moft
radi eflere imperfetto, e
fi mani- fefta
i8t fetta in
cflc rofcurìtà, o
il color verde
del crifl:allo,o altro
5 che fé non appariranno
tali colori, ma più tofto
vna cerca ofcurità tenue, e
rap. prefenterà le
lettere fcrittefopra la
carta viuacemence, con
colore più nero
di quello che
fono, e con vn certo
diletto dall'occhio, e
vagherà, fappiafi che
è criftallo ottimo
per il noftro effetto. Auuertafiin
oltre, che il
criftallo per lauorareil
cócauo nonhabbia alcun
poro, o macchia
nel mezzo j
poiché iui concorrendo
vnici tutti li
raggi delle fpecie
dell'oggetto, fi
perturberebbero molto, facendo
refrattione irrego!ata,e confufa;
onde meglio farebbe
il concauo ado-
perare criftallo di Monte,
o altro criftallo
chiaro, ancorché non
fofl'e molto denfo,poiche fé per
tal ragione farà
poca refrattione, fi
potrà fare alquanto
più concauo, onde
non ne nafcerà
altro inconue- nientt^ .
Dopo, che hauremo fatto
elettione di ottimo
criftallo, con- uiene
tagliarlo in parti
quadre,e poi contornarlo,
e rifondarlo perfet-
tamente prima con vn
ferro, o forbice
fatta a tale
effètto, poi fopra
la moIa,o ruota,
acciò venga ben
tondo, incontrandolo con
vna carta rondata
con il compafso.Per
tagliarlo in pezzi
quadri fi fegna
con fmeriglio,ocon vna
punta di diamante,o
altra pietra pretiofa
j ma fé
il Vetro toffe
troppo groflb, e
ciò non baftafìe
per tagliarlo, dopo
che rhauerai fegnato
con la pietra,
toccherai eflì fcgni,
e righe con
vn_. ferro infocato.
Onero accenderai vn
filoimbeuuto di fojfo,
e difte- fofopra
il Vetro, doue vuoi
tagliarlo, e ciò
farai più volte
nel medtv fimo
luogo, fino che
h^bbia bene concepito
il calore, poijvi
ftenderai fopra vn
altro filo bagnato
di aqua fredda.
IH. Il Vetro,
particolarmente l'oggettiuo, non
fia troppo fottile,
anzi fia alquanto
groflb, maflime quando
dourà feruire pfer
cannoc- chiale lungo; e più groflb
fia quanto più
è chFaro, e
mcn denfo; poiché
efsendo grofso h
maggiore refrattione; onde
fi può com^
penfare nel criftallo
chiaro di Monte? o
altro, la poca
refrattione-* con la
maggiore grc)fi*ezza. IV.
Il Vetro fia
ben piano, in
modo, che non
fia più grofso
dall'- vaa, che
dall'altra parte ; anzi ne
meno de cfsere
più denfo in
vn luogo, che nell'altro, acciò le
refrattioni vengano ordinatamentc-^j perciò
fi potranno fare
alcuni anelli di
ferro, o di rame,
alti tanto quanto
dourà efsere la
grofsezza del v^etroji
quali douranno efsere
lauorati efsattainenie al
torno, acciò vna
parte non fia
più alta deli%
altra 5 in
quefti anelli farai
infondere da Vetrari
il criftallo lique-
fatto, e fubito lo
premeranno di lopra
con vns kftra
piana, procu- rando che fia
premuto vgualmente, acciò
non rcfti più
denfo, o qrof-
fo x8» fo
da vna parte
che dalPaltra ;
dal che ne
rìfulta anche queftj
commo- ditàjchefi fparamia
la fatica di
tondare il criftallo,venendo in
tal for- ma perfettamente tondo
: ma conuieneauuertirc cheli
detti anelli fia-
no alquanto più
lirghi nella parte
di fopra, per
doue fi mette
dentro il vetro,
acciò fi poffa
facilmente cauar fuori,
e mettcruenc dell*
altro j (imilmcnte
per Ichifare la
fatica di lauorare
le lentijche fono
vetri mol- to conueflì,
come diremo appreflb,
potremo fare anelli ,
che nel fon-
do fiano alquanto concaui,
acciò il uetro,
che ui s'infonderà
prenda_* forma conueffa.
Auuertafi finalmente di far infondere
il criftallo molti
giorni dopo , che
il criftallo è
Lìazo nella fornace ,
acciò fia ben
cotto, e purgato.
V. La maggiore
difficoltà di tutte
le altre confitte
nel lauorare i
piat- ti,ouero forme, fopra
le quali fi
lauoranopofciaiuetri, dandoli
figura conuefl^a fopra
li piatti concaui ,
e la figura
concaua fopra li
piatti con- ueflì ,
ouero fopra palle,
o mezze palle
rotonde : li
uetri conueffi,e par-
ticolarmente quelli, che hanno
poca conuefiìta, cioè
una piccola por-
tione di una
gran sfera fono
più difficili da
lauorare che gl'altri:
onde perciò fi
richiedono piatti molto
perfettive fappiafi che
dalla pcrfct- tione
del piatto nafce
la perfettione del
uetro , poiché fé
il piatto non-,
ha forma sferica
perfetta, non la può communicare
al uetro, che
fo- pra lui fi
lauora ; per
quefto pongafi fomma
induftria nel lauoro
di detti piatti.
Alcuni li lauorano
in quello modo.
Prendono vna pertica,
o afta di-
ritta di tanta lunghezza, quanta vogliono
che fia quella
del cannoc- chiale jvn
capo di effa
formano in modo
che l'altro fi
pofia girare, e
muouerc per ogni
lato, fi che
fcrua come di
compafio. In quefta
parte mobile fermano
vna punta di
ferro, con la
quale girandofi come
fa la punta
del compaffodifegnano fopra
vna lamina di
ferro, odi ramc^
vna
portionediarco,qualetagliano,econlalimalo riducono
in modo, che
fia perfettamente sferico
j pofcia quellurco
medefimo, o vero
vn-^ altro di
ferro tagliato all'ifteffo
modello formano a
modo di lima
; eoa quefta
lima danno la
forma ad vn
modello di piatto
fatto di legno,con
il qual modello
fanno poi la
forma di creta,
nella quale fi
fa il gitto
del siietallo,e queftoè
il piatto concauo ,
fopra cui fi
lauorano i vetri
con- uedijò vero
conueflb fé fia
per i vetri
concaui i ma
prima con la
mede-f fima lima
di ferro fatta
a modo di
arco sferico, fi
perfettiona toglien- do da
eflb ogni inegualità,
che hauefle contratto
con il gitto.
Qual me- tallo fia
migliore per quefto
effetto l'infegnerà adognVno la
propria-, ifpericnia, ordinariamente fi
adoprano di bronzo,
ouero di rame
j e fi
fiolTono fere anche
di ferro ;
Io nel lauorare
le lenti ?
perche in tal
fat- tura turafi
de* lograre molto vetro,
onde fi logrerebbc
molto anche la
for- ma, con pericolo
di perdere la
perfetta (uà figura,
perciò le difrozzo
prima in vna
forma di piombo,
e pofciale finifcodi
perfettionare in-, vn
altra fimile di
bronzo, o di
rame, la quale
quando mi auucdo
chs_^ habbia pcrfa
la figura, glie
la dò con
l'arco di ferro
fatto a limale
quefli* arco fatto
a lima io
adopro folo per
le piccole forme
da lauorare le-»
lenti: nelle quali
forme non vi
è molta difficoltà,
ne fi ricerca
fom- ma efattezza ,
come nelle forme
grandi, e di
molto diametro 5
ne il predetto
modo della fagma
tagliata con la
pertica, riefcc ficura
ed efatta. Perciò
meglio farebbe fare
in quell'altro modo
da me taluolta
vfato felicemente, Attaccafivna
pertica diritta al
uolto di una
camera.* , ouero
ad un traue,
o altra cofa
immobile, e uuole
attaccarfi non con.,
una fune, ma
con anelli di
ferro, acciò non fi
pofsa allungare , ne
fcor- tare :
All'altro capo della
pertica metto vn
ferro fatto à
modo di pic-
colo fcalpello tagliente nella punta
j ciò fatto
prendcfi il piatto
di mc- ta|lo,acui
vuolfi darela forma
concaua, e fi
colloca direttamente fot-
to la pertica
pendente in aria
in tal modo,
chela punta dei
ferro pofta in capo
alla pertica ferifca
il centro del
piatto , il quale
vuol' efler fer-
mato ftabilmentc incaftrandoloin vnatauola,o
incollandolo fopra_. vna
pietra sì, che
nonfipoffa
muouere^airhorafivà mouendo intorno
la pertica in
modo, che la
punta di ferro
vada rodendo il
piatto, fino che
gl'haurà data la
portione di quella
sfera, di cui
la pertica viene^
ad effereil femidiametrojSt accioche
fi polla meglio
girare la perti-
ca fenza che fi
alteri la di
lei luughezza , meglio
farà fare, che
in capo habbia
vna palla,© mezza
palla rotunda, e
quefta s'inferirà in
vn anel- lo tondo, e
concauoamodo di vn' altra
mezza palla coricaua
sì , che
quella in quella
mouendofi la pertica
faccia il fuo
effetto , ^_^ la
palla fia come
il centro, da
cui prende il
moto la medefima
pertica.^ • Ma
lafciando ogn'altro modo
come laboriofo, impetfetto,& efpofio
a molti pericoli
di errore ;paleferò
in cuefto luogo
vnmodo ficuriffi- mojcfattiffimo, e
facile, con cui
potremo fare piatti
per cannocchiali di
cento, e più
palmi fenza pericolo
di errore alcuno:
Quello artificio tenuto
fin bora fegreto,
non voglio tralafciaredipalefarloper publico
vtilc J benché
forfi a tal*
vno non piacerà
che io l'habbia
palefato; ma fc
alcuno il quale
forfiè flato il
primo inuentore di
quello artificio ,
l'ha voluto tenere
nafccftojiochefenza
faperlodalui,o da altri
l'ho ritrouato , poflb
publicarlo come cofa
mia propria :
deuo benfi però
darne anche lode
a chi mi
ha aiutato a
perfettionarloj e ridurlo facil-
% z mente
i8z Hicntealhpratticajcioè al
Sig. Francefco Simonetta
Ingegnere, «_, matematico
molto intendente del
Sereniflìmo Sig, Duca
di Parma, il
quale nel mcdefimo
tempo che io
in Roma ;
haueua penfato in
Parma_. quello artificio
fenza che Tvno
fapeire nulla dell'altro^
onde poi l'anno
1660, giontoioinparmaje difcorrendoìconefib lui,rJtrouai
che il •enio
conforme hauea portati
ambidue ad vna
medefima inuentione? Quale
hora è pratticata
da quefto gentilhuomo
con ogni perfettione
, facendo egli
piatti per ogni
forte di cannocchiale
con ogni eccellen-
za, e maeftria. E
so elfer hoggidì
pratticata ancora da
altri,© efli Thab-
biano ntrouatadafcmedefimi,o l'habbianorifaputadaalcunia quali
io rhocommunicatajnel che
mi dichiaro di non volere
pregiudicare ad alcuno
nella gloria di
tale inuentione, effendo
cofa frequente cho-»
piudVno s'incontri a
ritrouarQ fpecolando,o prattic^ndo
vna, cofa_r. medefima.^
« Prendafi il
piatto di metallo
rotondato, e piano, overo
alquanto battuto, $r incauato ,
conforme al maggior
confano, che fé
li vuol dare, e
per finirlo di
perfettionare,e darli perfetta
figura fi incaftra
fortemente in vn
capo di vn
legno tondo, e
cosi fermo fi
fta- bilifce fnpra
vn torno in
aria, in modo
che fi giri
nel fno centro;
e per farlo
girare feguitamente fempre
da vna parte
fi potrà ac-
commodare vna ruota,
che girandofi col
premere di vn
pierr nr ^nr^fy
"*f o^JÌ X.
Il vetro oggiettiuo
de' eflère groflb , o
fottllc conforme la
lun- ghezza del cannocchiale,
e eonucflìtà,che fé
li vuol dare
5 e quanto
più lungo farà
il cannocchiale, tanto
più groffo de*
eflere il vetro
^ rna_, %,
è difficile il
determinare qual regola,
e proportione s'habbia
da ofler- uarej
poiché non ogni
vetro è vgualmente
denfo , o chiaro,
e perciò vno
fa più refrattione,
e l'altro meno
j onde i
vetri meno denfi
deono pigliarli anche
più groflì, acciò
la poca refrattione,
che nafce dalla_,
rarità, fia compenfata
dalla groflfezza. lotenendo
vna viadi mezzo
of- feruo quella
proportione j piglio
dodici gradi di
quel circolo (che
fi fuppone diuifo
al folito in
$ 60, gradi
) di cui
effer dee la
conuclTìtà del vetro
; come nella
portione di circolo
A D B,
fimile al quale
cfler dec«* la
conuellìtà del vetro;
piglio dodici gradi
cioè da A
fino a B,e
vi tiro fotto
vna linea ACBjpoi faccio
che la groffezza
del uctro fia_,
tanta, quanta è la diftanza
CD duplicata, cioè
tanta quanta è
la Imea ig'-vv^T
DE in modojche
fé il uetro nella conuellìtifofìe 12. gradi, e
filano- -^^^^-^ ^
raffe d'ambe le
parti, nell'cllrcma circonferenza
refterebbe confumata dall'arena
tutta la fua
groflfezza, e finirebbe
in un taglio.
XI. Sopra tutto
fi de' hauer riguardo
alla grandezza del
uetro; poi- che
fé bene poca
parte di eflb
de* reftare fcoperta
per riceuere i
ra"^. gi de
gli oggetti ;
nulladimeno moftra Tifperienza
che facendoli pic-
coli non prendono perfettamente
la figura del
piatto, onde fi
deono fare molto
più grandi di
quello che porti
l'apertura loro nel
cannoc- chiale ; poiché
lauorati, e luftrati
che fiano,fe non li vorremo
sì grandi potremo
poi impiccolirli; e non
rincrefca ad alcunola
maggior fatica, che
fiproua inlanorare,e luftrare i
vetri più grandi,
poiché verrà ri-
compenfata dalla perfettionedel vetro
che riufcirà fenza
paragone^ megliore :
come ho imparato
dall' efpcrienza: Io non
faccio vetro di
12. palmi che
non fia largo
almeno 4. oncie,cioè
vn terzo di
palmo, ed i
vetri di 20.
palmi li tengo
larghi mezzo palmo;
che peròadopro piatti
affai grandi, doucndo
quelli eflere tre
in quattro volte
più lar^^hi del
vetro nel loro
diametro; onde anche
auuiene che meglio
confer- uinola loro
figura concaua perfetti^ .
Dopo che fono
lauorati, e puliti
li vetri fi
deono inferire nelle
canne; circa le
quali oltre lecofe
già accennate difopra
fide'auuerti- re di
farle leggieri, acciò non
fi pieghino facilmente
perii pefo ;
ma nondeuono però
eflere tanto fottiIi,che
vi penetri, e trafparif-
ca la luce; di
più non folo
conuiene in ogni
maniera impedire ogni
adito alla luce,
facendo che vna
canna vadiben ftretta
con l'altra»,, ma
»>» ina anche
gìoucrà per di
dentro darle color
neroi Giouerà ancora^
fare le canne
in modo che
fiano alquanto più
Jarghe nella rvl
cima che nel
fondo, poiché cofi
Icorrerano facilmen^ te, e
diftcfe che fiano
la parte larga,
vnendofi con la
ftrctta fi ftringeranno
forrement^^ fenza pericolo
che fi pieghino,
o vacillino. !Oìt)nt)n; Capa
'53 CAPO SECONDO
: ^tlli céinnocchìali
dì due^ o
fin 'vetri conuef/f.
I fogHono fare
cannocchiali fenza vetro
concauo,ponen- do vicino
all'occhio, o poco
da eflb lontano
come di- remo vna,
o più lenti,
cioè vetri conueflì
di poca sfera
; e benché
li cannocchiali con
vna fola lente
vicina all'- occhio rapprefentino gl'oggetti riuoltati
al contrario; fi
vfano però per
mirare le macchie
della luna, del
fole, e le
altre ftelle, quali
nulla rileua che
la parte deftra
comparifca dalla finiftra.
Per tan- to fi
fanno con quefte
regole. I. La
lentefcèconuelTa d'ambe le
parti dceftarc dentro
la canna_. vicina
all'occhio quanto è
ilfemidiametro di effa
lente ; ma
fé è con-
ueflada vna parte
fola dee fìare
lontana dall'occhio il
doppio, cioè quanto
è tutto il
diametro. IL Al
diametro del vetro
oggettiuo dee corrifpondere
quello della lente;
poichei vetri obbiettiuì
di maggior diametro
richiedonoanche vna lente
di diametro maggiore
con vna tal
quale proporrione; nel
che fi de*
fapere , che
tanto più grandi
fi rapprefenteranno gl'oggetti
, quanto la
lente farà di
minor sfera, e
di più breue
diametro; ma quan-
to più grandi farà
gl'oggetti, tanto più ofcuri
compariranno, & all'in-
contro la lente di
maggior sferali rapprefenterà
più chiari,ma più
pic- coli. La ragione
di queftoè perche
ciò che apparifce
più grandc,app2- rifce
tale perche fi
mirafottovn maggior angolo,
come dimoftra Top-
tica;ma quelle cofé
che fi vedono
fottomaggiorangolo, fi vedono
più ofcuramente ,
perche eflendo l'angolo
grande, i raggi
vifuali che_» deuono
riempire eflo angolo, fi
diffipano troppo, onde
perdono della fua
forza, viuacità, e
vigore, che riteneuano
e&ndo vniti in
vn angolo minore-^.
Quale debba eflere
la proportione della
lente con il
vetro cbbietti- uo
non fi può
facilmente determinare, poiché
quanto più perfetta
farà la figura
sferica deirobbiettiuo, tanto
più gagliarda, cioè di
minori;^ sfera potrà
cflcre la lente ,
onde anche da
ciò fi conofce
la perfettiono del
vetro obbicttiuo , che
fi poifa accompagnare
con vna lente
gagliar- da, e nulladimeno
con ingrandire maggiormente
roggctto,lo rappre- fenti
però affai chiaro.
Quando vn vetro
obbiettiuodi cannocchiale-^ C
e e lungo
»54 lungo 1
o. palmi fi
pofTa accompagnare con
vna lente che
fia di femi-
diametro vna fefta
parte fola diva
palmOjfide'ftimare molto perfet-
to, ed io ne
ho lauorati alcuni
di que/h natura
5 fi che
rapprcfentano l'oggetto fefianta
volte più grande
di quello che
comparifca all'occhio nudo.
Poiché fi de*
fapere che la
grandezza apparente dell'oggetto
lontanomiratocontalecannocchiale,
paragonata alla grandezza
ap- parente del medefimo
mirato fenza cannocchiale,
ha la medcfima
pro- portione, che è tra
il diametro dell'obbiettiuo, ed
il diametro della
len- 5e,fi che
efiendo vna fefta
parte di vn
palmo, a io.
palmi come i.a
6q, tuie èfimilmentela
proportione
dell'ingrandimento. Quindi èche
fé vn cannocchiale
il doppio più
lungo cioè di 20. palmi
fi accompagnaf- fe con vna
lente di diametro
pirimence al doppio
cioè di vna
terza par- te divn
palmo, quefto cannocchiale
benché il doppio
più lungo, non_*
rapprefenterebbe niente più
grande Toggecto di
quello che faccia
l'al- tro; che però
non deecrefcereil diametro
della lente a
quella propor- tion
,checrefceil diametro dell'obbiettiuo, ma
molto meno. La
ragione poi per
la quale l'iftciTa
lente, che ferue
bene ad vn
ob- bicinuodi lo.palmi
nonferuaad vn altrodi 20.
palmi, è perche di
quanto più lungodiam.ctro,e i!
vetro, tanto piuingrandifce a
propor- tione gl'oggetti, i
quali non comparifcono
grandi per altro
fé non per-
che fi vedono fottovn
angolo maggiore; e
confeguentemente conmi^ nor
quantità di raggi
in ciafcun ponto
dell' imagine,!a quale quanto
più grande fi
forma, fi forma
parimente più debbole,
e meno viuace
, come fi
vede nelle imagini
tramandate da tali
vetri obbiettiui,poftiad vn
forame di vna
feneftra in camera
ofcura: Quindi èche
fefiaccom- pagnafle conTobbiettiuo di
20. palmi l'iftefla
lentcchc ferue perl'ob-
bieitiuo di lo.
palmi fi formerebbero
l'imagini delli oggetti
troppo dtbboli,& ofcure;
che però fi
accompagna vna lente
di maggior dia-
metro, la quale formi
Timagini più chiare
benché più piccole
; conuie- neperò
notare che l'imagini
più grandi formate
da vn vetro
obbicttiua U.g.di 10.
palmi non fono
il doppio più
debboli di quelle
che fi for-
rnano da unuetro
obbiettiuodi io. palmi ,
perche la maggior
quantità di ra^^ich'
entrano per l'apertura
maggiore del vetro
di 20. palmi
compcnlala debbolezzajonde fé
l'apertura del vetro
di 10. palmi
po- tefle eflcre
il doppio più
grande di quella
del vetro di
io. palmi sì,che
tutti iraggsche entra{reroperefl3,fi vnifl'ero
a formare l'imagine,
co» me fi
vnifcono quelli eh'
entrano per l'apertura
il doppio minore
del vctrodi lo.
palmi, l'imagine fi formerebbe
il doppio più
grande, c-^ nuUadimeno
ritenerebbe l'iftcfla chiarezza,
e viuacità jonde
fi potreb- be adoperare
l'ifteifa lente, che
ferue per il
vetro di 10.
palmi j ma_.
per- Ii>5 perche
non fi può
dare tant' apertura
al vetro, che
tutti h" raggi
che per cfla
entrano vengano ad
vnirfi nella formatione
dell'imagine, perciò fi
deecompenfarela minore apertura,
con la lente
di maggior diametro:
Pertanto fi dourà
ofleruare quefta regola
, che nel
cannocchiale più lungo
quanto l'apertura del
veftro è minor
di quello che
dourebbe effe. re
a proportione della
lunghezza , tanto maggiore
fia il diametro
della_, lente à
proportione del diametro
della lente del
cannocchiale minore, v.g.
fia vn vetro
di cannocchiale di
i ©.palmi, con
apertura di vn
oncia, C con
vna lente di
due oncie di
diametro, il quale
riefca perfetto :
oc vn altro
vetro di 20.
palmi non pofl'a
vnire perfettamente i
raggi con aper-
tura maggiore di vn
oncia è mezza ,
fi che manchi
vna mezz'oncia alla
proportione della lunghezza ,
la lente dourà
efiere di 5,
oncie. Nel che
però fi auuerta
che quando dico
vn oncia,o vn
oncia,c mez- za di
apertura del vetro
non fi de'
intendere vn oncia
di diametro in
lunghezza,ma in ampiezza
difuperficie, eflendoche la
fupcrficie non crefcc
con la proportione
del diametro, ma
con proportione ma^aio-
re,cioè con la
proportione de' quadrati del
diametro ; come
dimoftra Euclide. Ciò
che fi detto
del diametro della
lente s'intenda ancora
del diametro delconcauo
, quando quefl:o
fi adopra invece
di quella. Didì
che la proportione
della grandezza apparéte
con il canocchia-
le , alla grandezza
apparente fenza cannocchiale , e
la medefima ch?_-»
quella del diametro
del vetro obbiettiuo
al diametro della
lentejil che fide'intendere quando
l'oggetto ftia lontano
dal vetro obbiettiuo
del cannocchiale foltanto,quanto è
il diametro ,
onero fcmidiametrodeija conuefiìtà
del medefimo vetro ,
cioè quando l'oggetto
è lontano dal
ve- tro quanto è
il foco delvetromedefimo^nel qual
cafo il cannocchiale
fa l'effetto di
microfcopio : ma
in maggiore dilhnza
l'oggetto non com-
parifce ingrandito con la medefima
proportione, ancor che
cale fia la
proportione de gli
angpli,che fanno i
raggi , li quali
vengono dall'eflire- me
parti dell'oggetto al
punto della villa ,
la ragione è
perche la gran-
dezza apparente
dell'oggetto, non fi
de'mifurare dall'angolo, de
i rag^^i efì:remi
dell'oggetto formato nell'occhiojma dal
angolo , de'medefimi
« raggi dopochefi
fono refratti da
gli umori dell'occhio
medefimo i il
che per non
eifer fì:ato auuertito
da molti, è
fl:ato occafionedi errore
nel determinare la
grandezza apparente de
gii oggetti ;
fia v. g,
l'oggetto r-- AB
prima vicino all'occhio
C, l'angolo che determina la
grandezza ;f^_J^^* apparente
non è l'angolo
AC B,- ilchefi
prouamanifeftamcntecon-,
l'ifperienza.-poiche pofto rifieflb
oggetto AB al
doppio più lontano
dall'occhiojcioè in GH,farà
necefìariamente TangoloGCH il
dop- pio minore dell'angolo
A C B,
onde dourebbe l'oggetto
medefimo com- pa-
196 parire il
doppio più piccolo
^ e pure
rifpenenza moftra , che
Ce io miro
vg.vn vetro di
vna fencftra prima
in diftanza dicinquepaffijC poi in diftanza
di dieci paflì,
in quefta feconda
diftanza non mi
comparirà ildoppjo più
piccolo j anzi
mi comparirà poco
minore di prima-.
• La grandezza
dunque apparente fi
dcEermina,da gl'angoli de'mcdefimi
raoc^i dopoché fi
fono refratti nell'occhio,
cioè dall'angolo F CE for-
mato dalli raggi A CE, BCF,
dopo che fi
fono decufifati, e
refratti, e dall'angiolo
DCI formato dalli
raggi C CI,
HCD, fimiimente de-
cufTsti, e refratti
; e perche
l'angolo F C E
, non
è il doppio
maggiora-» dell'angolo DCl,benchefia
formatoda raggi, che vengono
dall' og- oettoil doppio
più vicinojperciò l'oggetto
ancorché più vicino
al dop- pio non
comparifce al doppio
più grande 3
La ragione poi
per la quale
quell'an^olojchedourebbe
efiere al doppio
più grande non
Io fia, de*
pende da varie
cofe,quali farebbe cofa
lunga il fpiegarlejOnde mi
rifer- uo a
parlarne nell'optica. i
Per bora bafìii
fapereche laproportionedegli angoli
fatti da raggi
eftrcmi deiroggetto,ed vniti
fenza refrattione all'occhio, non èia
me- defima con
la proportione della
grandezza apparente, e
per confe- ouenxa
è falfa la
regola vniuerfaie jche
anche nell'ingrandimento óeK-
oggetto fatto dal
cannocchiale fia la
medefima proportione tra
Ia-appIicheremo effo cannocchiale
con il Ve-
tro cbbiettiuo al forame
della feneftra,e porremo
al fuo luogo
la terza lente
fola,facendopafl3re per il
Vetro obbiettiuo, &
per cfla lente
le imagini de
gl'oggetti pofti incontro
alla feneftra, e
collocheremo die- tro alla
lente vna carta,laquale
fé farà vicina
alla lente, riceuerà
ì^l^ imagini rouefciate
; ma fé
fi andrà allontanando
, il cerchietta
delle imagini fi
andrà impiccolendo, fino
chela carta fia
lontana daeffa lcnte,tantoquancoè ildi
lei femidiamctroj, ed
in qucfta dif-
tanza farà vn piccioHffimo
cerchietto, e quafivn
punto di luce
vi-*. i E
e e uif-
202 uifsima,ch'è quel
punto, in cui
fi colloca l'occhio,
mirancio per dee-'
to cannocchiale di vna fola
lente. Allontanando poi
maggiormente. la carta,di
nuouo s'incomincierà ad
ingrandire il cerchietto,
con den- tro l'imagini
radrizzate.- fegno euidente,che
fi radrizzano in
quel punto di
luce
intenfa,ouefivnirconoiraggi,efidecufl'anoj e
quanto più fi
allontanerà la carta,
più longo fi
farà il cerchietto,e
s'ingrandi- ranno le imagini,ma
perderanno ancora della
fua chiareiz,a,c viuacirà;
punque collocheremo la
feconda lente in
quella diflanza dalla
ter- za, ncìla,'quale diitanza
comparifcono le imagini
radrizzate in vn_*
cerchietto di competente
grandezza, nel quale
fiano aflai chiarc,e
viuejlat]ualediftanza farà il
duplicato femidiametro della
terza lente, o
alquanto meno. Di
nuouo poi collocheremo
la carta dietro
a ^'■^"'.^.quefta feconda
lente,e vedremo in
cfìa le imagini
parimente radriz- "
^''zate con quefta
varietà peròjche in
vicinanza alia detta
feconda
lente,comparirannochiare»maconfufe;nia
in maggiore diftanza
di quello,chefia ilfemidiametro della
lente, compariranno difìiinte,
t_j qui doue
fono più diftinte,
e chiare fi
de collocare la
prima lente ocu-
lare di quella grandezza,
che farà il
cerchietto di.efìefopra lacarca,
dietro alla quale
prima lente collocando
la cartaio diftanza
del femi- diametro,
vedremo vn altro piccolo
punto di luce,
doue fide'col- locare
l'occhio, vncndofi ini
le imagini. Ciò
fi dichiara nelia^
prefente figura 5
nella quale il
Vetro oggettiuo AB,
riceue le ima-
gini con i raggi
CE, DF, iqualifidecufsano,cfirouefcianonel- Tentrare
per l'apertura dicfso
Vetro sì, che
roggetto deliro vedeCi
alla parte finiftra,comc
è manifefto nelle
imagini, che fi
vedono rap- prelentate
nella carta pofta
dietro ad elfo
Vetro, quando quefì:a
fi applica iolo
al forame della
camera ofcurata ;
fi riccuono dun-
que le imagini rouefciatc
nella terza lente
FÉ, e perciò
met- tendo la carta
vicina ad efla
lente tra il
punto G, e
la medcfir ma
lente fi vedono
rouefciate,fino a tanto,
che vnendofi tutti
li raggi di
efi^ nel punto
G, fi raddrizzano, e fi
riceuono diritte-» nella
lente H I ,
e perche i
raggi di cfle
fi dilatarebbero in
L, & M,
perciò la feconda
lente HI, li
reftringe in N,
& O, doue
parimente dirizzate fi
riceuono nella prima
lente NO, e
quefta le finifce
di vnire nel
punto P, poco
auanti al quale
fi colloca l'occhio,
il quale le
vede, come fé fofsero
nella fuperfi^ eie
della lente NO,
e perciò le
vede diritte 5 so
che altri altra-
mente fpiegano il modo,
con cui operano
quefti Vetri nel
cannoc- chiale, ma qui
non voglio prendere,
ed impugnare l'altrui
opinioni, poiché io
non procedo con
dimoftrationi geometriche, il
che mi ri^
feruo 205 feruodi
fare nella mia
optica; ma folo
con le ragioni
fìfiche cauate^ dairifperienza che
cofi m'infegna. Chi
bene intende queft*
effetto de i
detti vetri (
e l'intenderà più
facilmente chi gli
applicherà al forame
della feneftra come
fi è detto)
potrà difporre le
lenti non a
cafo, come fanno la
maggior parte ài
quelli che fabricano
cannocchiali, ma con
arte ed in
modo tale, che
faranno gì oggetti
molto più grandi,
con vedere infiemc
molto fito .
Poiché auuertirà prima
che la lente
F E vuol
cfìer collocata lontana.^
dal vetro obbiettiuo
in quel fito,
e diibnza poco
maggiore, nella quale
i'imagini cheentrano per
eff^ vetro obbiettiuo
applicato al forame,
fi vedono più
chiarc,ediftintej il che
farà il femidiametrodi elfo
vetro obbiettiuo. Dourà
parimente effer larga
acciò riceua I'imagini
di mol- ti oggetti,
poiché cofi il
cannocchiale vedrà maggior
quantità di o^;-
getti,cioè tutti quellijdelli
quali fi
riceuonoleimagini m ella
tcrz,a_. lente F
E j purché
tutte venghino tramandate
alle altre lenti
; e perche
fé la lente
F E fofie
troppo conuefìa ingrandirebbe
ben sì, ma
non rra- mandarcbbe
tutte le imagini
alla feconda lente,
ma folo parte
di elle ,
e quefte affai
ofcure; perciò fi de'
fare di
minore conueflìtà, cioè
di maggior diametro
delle altre, acciò i
raggi FI, EH
non fi dilatino
troppo in modo, che
non fi poffano
riceuere tutte le
imagini nella fe-
conda lente MI, la
quale vuole efler
pofta difiante dal
punto G,in_. cuifiriuoltano,e fi
raddrizzano I'imagini, tanto,
quanto è il
proprio femidiametro, e
dourà effere tanto
larga, quanto è
il cerchietto delì
l^ imagini in
quella diftanza, acciò
non fi perda
niuna imagine di
quella che riceue
la terza lente, ma
tutte fi tramandino
raddrizzate alla fe-
conda, e quefta feconda
lente HI, de' effere
conueffa tanto, quanto bafta
perrefì:ringere i raggi
GH,GI (i quali
andrebbero a termina-
re inL,&i\'f,) e portarli
nella prima lente
in N,& O,onde
neanche dourà effere
troppo conueffa altramenteli
rellringerebbe troppo, ^^ per
confeguenza impiccolirebbe le
imagini, fi che
de'cffere taie,chei raggi
H O, IN
fi vadano più
tofto dilatando che
reftringendo, e ter-
minino in vna lente
O N, tanto
larga quanto bafta
a riceuere tutte
le dette imagini,
acciò ne anche
queih ne perda
alcuna; e perche,come fi
è detto più
volte 5 gl'oggetti
comparifcono comefefoffcro in
quefta prima lente
oculare, perciò dourà
effere molto più
conueffa delle altre;
poiché in tal
modo vnirà i
raggi in maggior
vicinanza cioè inP,e
per confeguenza l'angolo
OPN farà maggiore;
onde anche maggior^»^
comparirà l'oggetto, il quale
tanto più grande
rafìembra, quanto è
maggiore l'angolo fotte
cui fi vede.
Nclchefipuò ofseruare che
I«^ due lentivicine
all'occhio fanno l'effetto
del microfcopio,ingranden-;^ do
204 do le
fpecie,che fi riceuono
nell.i terza lente.
• Auuertafi finalmente
che le lenti
fiano di criftallo
chiariilìmo, e» candido^e
più fottilechefia poffibilcje
particolarmente )a lente
ocu- lare de'hauere quefteducconditioni j
ma la lente
di mezzo potrà
efiere alquanto meno
chiaraje di colore
leggiermente auuinato, par-
ticolarmente quando il criftallo
dell'obbiettiuo fofle aflai chiaro,
ma quando quefto
fofle, come de'efìcre
di colore auuinato,
tutte le lenti
deuono eflcre di
criftallo chiariftìmo,come quello
di monte. Oltre
alle tre lenti
fé ne poflbno
aggiongere delle altre,
e ciò in_.
vari) modi, ma
perche dalla moltitudine
di efie poca
vtilità fi può
ottenere; perciò io
non ftimo ,
che fia bene
l'vfarle particolar- mente,perche
incorreremo facilmente in
alcuni difetti difficili
ad eui- tarfi
nella moltiplicatione delle
lenti : Ben
sì io ho
efperimentato mol- lo gioueMoleTaggiongereyn fecondo
Vetro obbiettiuo poco
lontano dal primo sì,chefiano due Vetri
obbiettiuij&vna
lentc,ouero anche tre
lentijpoiche quefta difpofitione
di cinque Vetri
abbreuia il can-
nochiale,ritiene in gran
parte la mcdefima
grandezza l'oggetto, c-^
comparifce più chiaro:
Dcuefi dunque fare vn
Vetro obbiettiuo, il
quale fia di
minor diametro de!ralrro,ela
difterenia de'efterelaquin^ ta,ola
quarta parte; per
cfempio fei'vno è
di cinque paimi,raitro
fi de* fare
di quattro in
circa; poi quello
di cinque fi de'
mettere neireftre-. mo
del cannocchialcjche miri
l*oggetto,e l'altro di
quattro palmi 11
de' collocare più
dentro nel cannocchiale,
o meno 5
conforme li di-
uerfi efifetti,che pretendiamo,
poiché fé defideriamo
vedere l'oggetto chiaro,
e piccolo auuicineremo
maggiormente edì due
Vetri obbiet-' tiuijfe vorremo che
rapprefenti l'oggetto grandc,e
meno chiaro, gli
allontanaremo;auuercendojche
quando allontaneremo vn
obbiettiuo dall'altro, douremo
auuicinarelelcntiad eflì obbicttiui,& all'incon-
troquando auuicineremo
gl'obbiettiai tra di
loro, douremo allonta-
nare da edile lenti.
Auuertafi anchcjchcla lunghezza
del cannocchiale farà
motto mi- nore di
quello che farebbejfe
vi fofle il
folo primo obbiettiuo,che mira
l'oggetto. Di più,
tal hora due
Vetri cbbiertiui lauorati
fopra vn medefimo
piatto fono atti
a quefto effetto,quando dal
modo di lauorarli
vno rie-. fce
di alquanto maggiore
diametro dell'altro. Notoancora,chequeftj due
obbiettiui fanno belliffìmo
effetto nei cannocchiali
aflTai lunghi, poiché
il difetto de' Vetri,
che hanno afsai
lungo diametro, confifte
in non vnire
bene i raggi
;& vn tale
difetto viene corretto
dall'altro Vetro di
minore diametro,come fi
vedrà me-» olio
205 Balle le
cofe, che fi
diranno apprefso. Finalmente
deuo auuertire,che nelli
cannocchiali di molti
Vetri fi vfi
molta diligenza in
fare, che la
faccia di vn
Vetro riguardi dirit-
tamente Taltra, e non
fiano ftorte, ma
Tvna efattamente parallela-,
all'altra ; altrimenti
il cannocchiale rapprefenterà
l'oggetto ofcura- mcnte
per la confufione
delle refrattioni. Refta
difcorrere de* cannocchiali
ditrce più Vetri,
parte de qua-
li fiano concaui,e parte
conueflì; e primieramente
fappiafi, che Ia_,
inedefima inuentione poc
* anzi accennata
di feruirfi di
due Verri conueflì
obbiettiui, fa ottimo
effetto anche nel
cannocchiale ordina- rio con
il Vetro oculare
concauo^ siche qual fi
voglia cannocchiale ordinario
di due Vetri,vno
concauo, l'altro conuefso
fi può molto
per- fettionare con aggiongere vn
altro conueflb poco
lontano dal primo,
edi alquanto minore
diametro j poiché
in tal modo
il cannocchiale^ riufcirà
afsai più breue,e
farà Toggetto più
chiaro,abbracciando mag- gior fico 5
e fi può
allongare, & accorciare,
conforme defideriamo vedere
gl'oggetti grandi, e
meno chiari, overo più
chiari, e pic-
coli. 2. Mi
piace di riferire
in quefto luogo
vn altra inuentione,
che confifte in
fapere collocare vn
Vetro concauo circa il
mezzo de! can-
nocchiale ordinariosì, che fiano
due Vetri concaui
jauertendo, che il
concauo,che fi mette
no dal capo,ma
più dentro nella
canna de'cfsere disferaalsaigrande, cioè,
poco concauo ^poiché
in tal modo
non di- uaricarà
li raggi trafmefseli
dal Vetro obbiettiuo,
ma folo impedirà
chefivnifcano troppo prefto,e
portandoli più lontani
gli vnirà tutti
infiemej ladoue prima
quelli,che entrauano perle
parti eilreme del
Vetro fi vniuano
troppo prefto,e prima
de gl'altri, e
nella mcdefima maniera
potremo feruirfi di
fimili Vetri concaui
anche ne gl'ahri
can- nocchiali con le
lentijO con due
Vetri obbiettiui^ e
di più porremo
cor- reggere il medefimo
difetto, che hanno
le lenti di
non vnire tutti
i rag- gi nella
medefima diftanxa, con
metterui auantio dopo
alcuno di quefti
Vetri concaui, auuertendo,
che vuole efsere
proportionatifsi- mo alla
conuefsità di auellojdi
cui vogliamo correCTocre
il difetto, nel
che anche fi
de'«faperc,che collocando quefto
concauo dopo il
Vetro obbiettiuo, il
cannocchiale riefce notabilmente
più lungo j
e fé nt«>
può facilmente intendere
la ragione dalle
cofe predette. ponendo
la fuperficie conuefli
verfo l'oggetto vnirà
i raggi in
diftanza diuerfa da
quello, che farà
ponendo verfo l'oggetto
la_, fupcrfìcie concaua ,
o meno conuefsa ,
o piana». ;
Quindi riefce difficile
il determinare precifamente
la diftanza del
foco dei Vetri
sferici 5 aggiongafi,
che i Vetri
piu denfi, e
b:n_, cotti fanno
maggiore refrattione, si che
vnifconoi raggia minore
di- ftanzajonde non
effendo tutti li
Vetri vgualmente denfi,non
fi può fa-
pere precifamente la
quantità dell'angolo della
refrattione, potendo eflere
in alcuni piu,
in alcuni meno
della terza parte
dell'angolo dell'-^ incidenza
. Quanto è
maggiore la refrattione,tanto megliore
riefce il Vetro, poiché
minore fuario di
refrattione vi ètra
i raggi vicini
al- rafse,edi raggi
da efso lontani,
si che poi
tutti fi vnifcono
quafiaU'if- tcfsa diftanza,
Hor per fapere
pratticamente la diftanza
del foco di
ciafcua Vetro fi
pofsono ofseruare varie
maniere. 11 primo
modo affai co-
mune perii Vetri conuefsi
è,efporli alla luce
del Solere facendo
paf- farepereflìifuoi raggi,ofreruare a qual diftanza
fi vnifcano in
vn mi^ nor cerchietto di
viuitfima lucej poiché
tal vnione di
raggi la dous
fi fi, quiui
fi dice efler
il foco del
Vetro conueffo; fi
de* però notaresche
ne'Vetri di grande
sfera riefce difficile
il difcernere qual
fii quel fico
piu,o meno diftante,nel
quale fi faccia
la maggior vnione,poiche
tali Vetri non
vnifcono tutti i
raggi in si
piccol cerchio, come
fanno li Vetri
di sfera minore,
2. Pongafi vn
lume dietro al
Vetro in tal
diftanza, che i
raggi di elfo
penetrando per il
Vetro efcano dall'altra
parte paralleli, termi-
nandofi in alcun
piano oppofto ne
riftretti,ne dilatati, ma
con vn cer-
chio di luce vgualea'la
grandezza del Vetro
j percioche tal
diftanza del lume
del Vetro, fé
quefto farà conueflo
d'ambe le parti,
farà il fe-
mìdiametroj e fé
conueflbda vna fol
parte dall'altra piano,
farà il diametro,
e comunque fia
farà fempre la
diftanza del foco;
Quefto modo parimente
riefce piu efatto
nelle lenti, & -altri
Vetri di non
molta sfera; e
fi de'auuertirejcheriufcirà meglio,fe
illumefarà molto pìccolojouero
applicato ad vn
piccolo forame. 3.
Si metta l'occhio
lontano dal Vetro
conueflo pofto dirimpetto
ad oggetti lontani;
e quando l'occhio
farà arriuaco a
tal lontanan- za dalVetro,che mirando
perefib gl'oggetti lontani
fé gli confondano:
totalmcnte,fappiafi che tal
diftanza è fito
dell'occhio e quella
del focoj Que-
io8 Quefta regola
però non fcrueper
i uìiopi, poiché
quefti ponendo in^
tal fico, o
poco da eflb
lontano l'occhio fenza
altro vetro concauo ,
^^ fcnza lente,
vedono gl'oggetti diftinti
ed ingranditi, come
altri li vedo-
no con il cannocchiale
perfetto di due
vetri, cofa offeruata
nouamente, e deonad'efiere
notata come nuoua,efinfjolare, 4.
Si efponga al
fole il vetro,
e fi faccia
riflettere il lume
in vn pia-
no oppoftocheftiatràil
vctro,edilfo!ejfi
vadaauuicinando,o allon- tanando il
vetro da elfo
piano fin tantoché
i raggi rifleflì
dalla fuperfi- cie
di dietro dal
vetro fi vnifcano
in detto piano
in vn cerchietto
di luce, più
piccolo che farà
podìbile, poiché la
diftanza del vetro
dai piano farà
la quarta parte
del diametro della
fuperfìcie di dietro
al ve- tro, che
riflette tal lume,
come fé fofl'e
fpccchio concauo,onde fé
il ve- tro haurà
rifìefl'acenueflìtà, anche dall'altra
parte tal diftanza
farà la metà
della diftanza del
foco, ma fé
dall'altra parte farà
piano, farà folo
la quarta parte.
Nella lenteèpiu facile
conofcere quanta fia
la diftanza del
foco non folo
con le regole
infegnate di fopra,
particolarmente con efporlc
a rag8;i del
fole, ouero ad
vn lume lontano
acciò i raggi
fiano paralleli fé
non perfettamente almeno
proflìn5amentc,&
offeruarea che diftan-
za gli vnifcCjCcon por l'occhio in
fito in cui
fi confondono gl'oggetti
lontani: ma di più con
por l'occhio aflai vicino
alla lente, e
quefta fo- pra vn
libro allontanandola da
efibfmo che i
caratteri fi vedano
più ingranditi, e più
chiari che fia
poflìbile; poiché tal
diftanza del!a_. lente
da quei caratteri,
e la diftanza
del foco. Secondo
fi ponga vn
lu- me tral'occhio, e
lalente,ed il lume
fi vada auuicinando
allalcntc_j, fintantoché fi
veda riflettere dalla
fuperfìcie concaua oppofta
deila_» lente, vn
lume rouefciato che
fporga fuori della
lente quafi in
aria_^ verfo l'occhio, & arriui
fino al lume
vero, poiché tal
diftanza del lume
dalla lente, farà
la metà del
femidiametrocioè del foco.
Per faperpoiil foco,
o come altri
Io chiamano il
contrafoco de' ve-
tri concaui fi miri
con l'occhio vicino
per il vetro
vn oggetto fino
che comparifca il
doppio minore, per
efempiofino che due
vetri di vna
feneftra comparifcano in
tanto ipatio, quanto
vn folo a
loro vi- cino jimpercioche la
diftanza del vetro
dall'oggetto farà quella
del foco . La
feconda regola aflegnata
di fopra per
i vetri conueflì
vale an- cora per
i concaui. 5.
Vn altra inuentione
molto vtile nel
lauoro deVetri obbiettiui
per cannocchiali afìfai
lunghi, è il
congiongerein eflì la
figura conca- ua
conia conuefla,in modo
tale, che eflendo
la conueftìtà portionc-»
di minor sfera,
e la concauità
di sfera maggiore
facciano Teftetto di
vetro Io9 vetro
conueflfo, con il
quale artificio noi
potremo lauorarc vetri
(opra piatti di
pochi palmi di
diametro, li quali con
tutto ciò feruano
per cannocchiali longhidìmijcome fé
foflerolauorati fbpra piatti
di grà- diflìmo
diametro: e con
ciò euitaremo quella grande
difficoltà , che fi
ritrouanel dare la
figura perfetta conuefla
alli vetri di
lungho dia- metro :
oltre che fé
la concauità di
vna faccia del
vetro haurà vna_j
conueniente proportioneconla conuefifìtà
dell'altra faccia, partorirà
ottimo effetto di
vriire i raggi
molto meglio , che
fé fofle conueflfo
dall' vna, e
dall'altra parte. Nel
che accade, che
quanto minore farà
la_. differenza de'diametnY purché il
concauofia fempredi maggior
dia- metro ) tanto
più lungo riufcirà
il cannocchiale,come fé
il vetro foiT?^
lauorato fopra piatti
di lunghiflìmo diametro.
Quefti vetri conuellb
concaui,foggiaciono però ad
vna imperfettione notabile,
& è ch«_/
non fé li
può dare apertura
maggiore di quella,
che porterebbe fé
foflfe folo conueffo
con l'ifteffa conue{Iìtà,onde riceuono
pochi raggi a
proportione della lunghezza
del cannocchiale,onde fimagini
fi ingran- difcono
ben sì , ma
reflano debboli 5
feruiranno nulladimeno per
li og- getti celefli, quando
il uctro ricerca poca
apertura, Refla per
fine di quello
capo di dire
alcuna cofa delli
cannochiall , con i
quali fi mirano
gì* oggetti con
tutti e due
gl'occhi che per
ciò adimandiamo binoculi.
Elfendo dunque cofa
certa che quando
noi miriamo alcun* oggetto con
ambi gl'occhi lo
vediamo più chiaro
, particolarmente in
molta diftanza , feguita
che facendo noi
vn can- nocchiale con
il quale fi
poffa rapprefentare Toggetto
a tutti due
gl'- occhi , non
folo ci comparirà
più chiaro ,
ma faremo meno
fa— tica_j . Si
farà dunque in
quefta, o altra
fimil forma -,
fabricheremo vn tubo
di cartone di
figura ouata, e
di tale larghezzasche
applicato a gli
oc- chi gli abbracci
ambidue j nel
margine della parte
fuperiore fi ta^li
vn arco che
copra, e fi adatti
allafronce,e nel margine
inferiore fi fcaui
in modo, che
fé li pofìTa
comodamente addattarc il
nafo j e
gl'occhi re- fl:are
nel fuo fito
fempre immobili, riguardando
direttamente i verri
obbiettiui 5 Pofcia collocherai nell'altro
cflremo del tubo,o
cannoc-. chiale due
vetri obbiettiui, li
quali deuonoeflfere di
vna mcdefima lun-
ghezza di diametro, e
l'vno totalmente fimile
all'altro nella fua
fi^^ura conueflfajfimilmente collocherai
vicino a grocchi
due vetri concaui
; ouero due
lenti, o anche
fei come ne
cannocchiali di quattro
vetri , Ci che
fiano come due
cannocchiali in vnoj
ma quefti vicini
a gli occhi
dcuono effere collocati
con taldifl:anza,che il
centro loro coirilponda
G g g
efat- N efattamente
al centro della
pupilla de gli
occhi j ali*
incontro li due
vetri obbietti dcDono
eflere tra di
fé al quanto
più vicini, o
meno conforme la
lontananza del l'oggetto,
e he vogliamo
guardare ^ poiché
in maggiore uicinanza
dell'oggetto^anch'eflì
deuono eflere più
uicinì tra dì
fé ; acciò
in tal modo i raggi
uifuali d'ambidue gl'oc-?
chi ipaffando per li uetri
obbiettiui,uadano a termina?
re nel mcdefimo
oggetto; onde douremo
addat- tare li
detti uetri obbiettiui
in modo, che
conforme al bifogno
fi poffano auuici»
nare più, e
meno tra di
loro, . ^n qual
modo ft pojfa
cono/are fé i///
Vetro fiA perfetta^
mente lauorato, etiandio
fen'^a farne l*ifùerien7a
con il Cannocchiale* \A
perfetdone del Vetro,
e del fuo
efatto lauoro, meglio
fi conofce con
Tifperienza del cannocchiale
mede- fimo j
nulladimeno potremo conofcerla
affai bent-^ anche
fenza cannocchiale, che
però accennerò come
fé ne potiamo
certificare nellVnOjC nell'altro
modo. Primieramente la
perfettionc del Vetro,
( parlo deli
obbiettiuo per eflcrc
in elfo la
difficoltà maggiore^ fi
conofcerà congiongendolo in
vn cannocchiale con
vn Vetro concauo al
modo ordinario, poiché
quanto più acuto
comporterà il detto
concauo,tanto più perfetto
farà il Vetro
ì l'ifteflo fi
può far con
vna lente, la
quale quanto farà
più ga. gliarda,cioè,di minor
diametro, fegno farà
che il Vetro
fia migliore, purché
non perda di
chiarezza j il
concauo però dà
inditio più cer-
to della bontà del
Vetro. Di più,
nel far quefte
proue non douremo
contentarfi di mirare
oggetti grandi,benche lontani
; ma douremo
pia toftodirizzare il
cannocchiale verfo vn
foglio di carta
Rampata, con
diuerficaratteri,altripiu grandi, altri
più piccoli, e
pofta in vna
mo- derata diftanzadi 80.
overo 100. o
più pafsi,& offeruare
fé tali ca-
ratteri fi poffano leggere
diflintamente, e fé comparifcano
ben ter- minati,fenza
confufione verunajpoichedaciòfiha ini^allibilmciite la
bontà del Vetro,
e del cannocchiale.
Terzo, fi conofce
ancora la detta
bontà del Vetro,fe
li potremo dare
vna apertura grande
sì, che entrando
per effo maggior
quantità di raggi
rapprcfentino l'oggetto più
chiaro, e nulladimeno
dif^into, e fenza
abbagliamento di luce_j.;
poiché l'ecceflìua chiarezza
fipuò fempremai temperare
con ado- perare vna
lente più gagliarda, che imgrandirà
maggiormente l'o^^- getto, ma
quell'abbagliamento nato dalla
coniufion^? de' raggi, ch^
non fi vnifcono
all'ifteflo punto,nó fi
può leuare fcnoucó
refì:rin gere l'apertura
del Vetro,impedendo l'ingreffo
alli raggi più
lontani dal centro
del Vetro, i
quali facendo refrattione
maggiore de gl'ai-
tri,non fi vanno
ad vnirc inficmc
con eflì,onde più
tolto li confondo-
no, con pregiuditio dell'occhio.
Si 212 Si
de* notare,che nelle
proue,e paragoni de* cannocchiali, più
age- uolmente con
vn cannocchiale leggeremo
vn carattere grofTo
mcz,zo dito in
diftanza dimezzo miglio,
che vn carattere
groflo vn dito
in diftanza divn
miglio, e ciò per
due capi. Primo, perche
la rarefata tione
de raggi dellicomi
radiofi di ciafcun
punto dell'oggectOjcrcfce non
a proportionc della
diftanza, ma a
proportione della fuperfìci^^
delle sferCjdi cuilediftanze
fono i diametri, si
che i raggi
in doppia di-
ftanza faranno quattro volte
più rari, mentre
fi diuaricanojonde an-
corché l'ingrandimento
crefca a proportione
della miaore diftanza,
crefce però più
reciprocamente la chiarezza
. Secondo, perche
ia_*
niaggiordiftanzafifrapongono
più vapori dell'aria, che impedifcono
la viftadiftinta; e
particolarmente nellVfo dexannocchiali lunghi,
i quali ingrandendo
molto ogni piccolo
oggetto, fanno che
compa- rifcino ancora
nell'aria di mezzo ivapori,iquali perche
ftanno in_. vn
continuo moto, e
bollore, come fi
vede in effetto,
perciò eoo», tale
agitatione perturbano molto
la vifta diftinta,
e tranquilla degli
oggetti. Chi poi
volefse conofcere fé
alcun Vetro obbiettiuo
fia ben lauo*
ratOjfenza farne prona
con il cannocchiale,
ciò potrà ottenere
inuarij modi. Primo,faremo
paflare per il
Vetro oppofto al
Sole li di
lui raggi sjjche
l'unione di efli
uada a terminarfiinunpiano pofto
a dirim- petto, e
fé a proportione
della diftanza del
foco quefti faranno
uniti in tal
modo, che formino
un cerchietto di
luce piccolo nel
piano, il quale
cerchietto (ìa perfettamente
rotondo, e di
più le parti
eftremefianoben contornate, e
terminate,fenza penumbra, ed in
tut- to il cerchietto
la luce ha
ugualmente uiua,farà fegno
della bontà del
Vetrojchefcpoifiuedefteil
cerchietto di luce
con leconditioni pre-
dette, ma non fofle
nel mezzo dell'ombra
cagionata dal Vetro,
mapiutofto davn lato,
ciò è fegno,
che il Vetro
fia ben la-
uorato, ma che
lalaftra del VecroèpiugroiTa dauna
parte, ch5_-» dall'altra,
il che fa
peftìmo eff"etto. Secondo,
fi ponga il
Vetro in- contro a
gli oggetti lontani, poi
fi metta l'occhio
nel foco del
Vetro tra effo,e
gl'oggetti, e fi
uedranno le imagini
di tali oggetti
aflai piccole, le
quali quando il
Vetro farà ben
lauorato, compa- riranno diftinte,e con
la loro douuta
proportione, fenza ftorci-
mento, o altro
difetto. Terzo, fi
fermi il Vetro
incapo di un
af- fé sì, che
fi poffa girare
in torno, come
fopra un torno
in aria, ft^
poco lontano da
eftb fi ftenda
un filo fottile
, che corrifponda
al centro,e diametro
del Vetro j
poi con Tocchivo
alzato,& abbaf- fato
fi oflerui 1* ombra, o
iraagine del detto
filo nel Vetro,
la-*, quale "3
quale fé fi
manterrà fempre parallela
al filo medefimop
mentre il vetro
fi gira farà buon
fegno, / Finalmente
ottimo, e ficuriflìmo
è il modo
feguente. SI accenda
' vnlumeinvna camera
ofcura,e poftoilvetroin alcun
luogo dirimpet- to al
lume, fi tenga
rocchio vicino al
lume medefimojefivada allon-
tanando il lume infieme
con l'occhio dal
vetro fin tanto, che
corrifpon- da alfocodellafuperficieconcauajche riflette
il lume dalla
parte di dietro
al vetro all'occhio
ifteflb, che farà
la diltanza di
vna quarti.^ parte
di tutto il
diametro,© poco più,
in tal fito
fi oflerui il
vetro con., il
lume rifleflbed vniconel
punto dell'occhio, che
però fi de' tener
fer- mo ed immobile
in quel punto
deUVnione de'raggi riflefiì
j poiché fé
vedraflì il vetro
tutto ripieno, e
pregno di vna
luce viua,ed vniforme,
che non ondeggi,ncfia
mefcolatacon ombre, farà
ottimo inditio della
perfetta figura del
vetro da quella
parte che riflette
il lume,cheèla_, parte
di dietro, la
quale in tal
refleflione fa l'effetto
dello fpecchio con-
cauo: mafemouendo al
quanto il lume,
e l'occhio fi
vedrà ondeggiare quella
luce nel vetro,
ouero reftarui qualche
ombra con luce
ineguale, e non
vniforme,© fenza riempire
tutto il vetro,
farà fegno chiaro
che nonfia lauoratobene
da quella parte
j l'ifteflofi farà
dell'altra parte :
cdintalmodononfoloconofceremo
fé il vetro
habbia la figura
per- fetta: ma di
più s'accorgeremo fé
fia ftato ben
fpoltigiiato,e ben puli-
to, percioche comparifce in
eflbimbeuuto in tal
modo di luce, ogni
minimo fegno di
afprezza,(3i righe, di
onde,& altri difetti, ofiano dell'
artefice, o della natura,epafta
del vetro, a
tal fegno, che
fi conofce fé
fia ftato lauorato
con arena grofla,
o confpokiglio fino,
dalle righs.,», e
ruidezzeche femprepiu,o meno
comparifcono, ancorché fia
finiffi- mamente lauorato
3 cofa veramente
degna da fperimentarfi, e
di non-a poca
vtilitàe. Ddli mtcrofcofu .
l come con
il cannocchiale fi
aiuta l'occhio a
vedere-» gl'oggetti, li
quali auuegnache grandi,non
però fipof- Tono
chiaramente difcernere a
cagione della loro
lon- tananza, cosi è
ftato ritrouato vn
altro ftrumento ,
che chiamano microfcopio,
il qualifiche l'occhione
gli oggetti vicini
pofla difcernere moltiflìmecofe, le
quali per la
loro picciolew^ fuggono
la vifta ordinaria.
Quindi è>chc facendo
ef- fetti fimilijma oppofti
a quelli del
cannocchiale, fi fabrica
anche in modo
fimile, ma contrario»
Primo, Il cannocchiale
rapprefenta maggiori gli
oggetti lon- canijqu^ntQ
maggiore è il
diametro della conueffità
del Vetro obbiet-
tiuo; & airoppofto
il microfcopio rapprefenta
maggiori gl'og- getti vicini,quanto è
minore il diametro
della conaeflità delle
lenti, delle quali
è comporto, 2.
Li lente obbiettlua
del microfcopio nonde'efìere
pia lon- tana dall'oggetto di quello, che
fia il femidiametro
della conueflìtà di
effi ientej ladoue
il cannocchiale dc'hauerc
l'oggetto affai lon-
tano « 3. Nelli
cannocchiali di due
Vetri conueffi , cioè,
dell'obbiet- tiuocon vna
lente oculare fi
pone il Vetro
più conueflb, cioè
la lente vicina
all'occhio, ed il
Vetro meno conueflb
lontano dall'occhio 5
nel microfcf>pio,che fuol
efiere di due
lenti, fi colloca
la lente meno
con- uefi"a vicina
all*occhio,e la più
conuefla, e di
minor sfera lontana
dall*- Occhio,e vicina
all'oggetto. 4. li
cannocchiale fi pone
incontro all'oggetto 5
il microfcopio fi,
pone fopra l'oggetto.
Venendo dunque alla
prattica di formare
quefto ftrumento fi
de*
fapcre,cheCebenelimic'rofcopij
più perfettifi fogliono
fare di due-»
Ienti,vna lente fola
però fa l'effetto,
che noi cerchiamo
d'ingrandire le cofe
picciole j e
tanto maggiormente le
ingrandifce, quanto la
lente è più
conuefla , cioè
parte di minor
sfera j anzi
anche vna in-
tiera sfera di criftal!o,overo vn'ampolla
rotonda piena d'aqua
chiara farà il
medefimoj ma Ih
qucftp cafo l'oggetto
vuol porfi imme-
dia- diatamcntc fottola
palla, o sfera sì,chc
Ja tocchi^ la
doue la lente
de* ftare lontana
dall'oggetto tanto, quanto è
il fcmidiametro della
fua conuefiìtà? Volendofi
dunque feruire di
vna fola lente
potremo fabricarc^ lo
ftrumento in vno
delli due modi
leguenti , Faremo vna
piccola cannetta di
lamina di ottone, o
cofa fimile, tanto
ìarga,che vi entri
dentro la Jente,cioè
quanto è l'iride
dell oc- chio noftrOjO
anche più piccola,e
lunga quanto ?
il femidiametro del-
la medefima lente. Quella
cannetta farà chiufa
da vna parte,
in modo però
che vi refti
nel mezzo vn
picciol foro,fopra ilqualc
pofi immediatamente la
lente, dall'altra parte
vicina all'occhio reitera
apertii,e farà loftentata da
tre, o quattro
piedi, in tal
modo però,che fi
pofla alzare,& abbalfare,
cioè auuicinare,o allontanare
dall'oggetto, che fi
pone direttamente focto
quel piccol foro,
fopra cui pofa
la lente,come fi
vede nella figura,nella
quale A B , rapprefenta
la cannetta CD,
i piedi chela foftenca no B,
il piccolo forame
fopra cui dentro
la canna fi
pofa la lente,
in modo tale, che
l'oggetto E, pofto
fotto alla lente,
la lente mede-
fima, e l'occhio pollo
in A, ftiano
in retta linea .
Poiché all'hora/^'/V^r* fi
pone l'occhio in
A5&
auuicinafiapocoapoco,overoallontanafila^-^^-^' cannetta
dall'oggetto E, pofto
fopra il piano
di vna tauola,
fino che fi
difcerna l'oggetto chiaro,
e grande pliche
fuccederà quando la_*
lente farà tanto
lontana dall'oggetto, quanto
è il femidiametro
della medefima . Il
fecondo modo di
accommodare vna fola
lente, che ferua
per microfcopio è
quello, che fi
vede nella figura,
in cui fi
rapprefentayr^v^^- vn piccolo
piede di legno
con vn cerchietto
, overo forame
nella_»XLll. parte fuperiore,
nel qual forame
fi colloca la
lente: per il
piede forato nel
mezzo paflfa vn
legnetto a trauerfo,
il quale eflendo
parimenti^ forato da
vn capo pafsa
per il foro
vn altro legnetto
nella cui fommità,
è vna morfetta
fatta di filo
di ferro, o
di altra materia
atta a ftrin-
gerc,& afferrare vna
mofca, vna fogIia,o
altra fimile materia, che
fi mira coll'occhio
pofto dall'altra parte
della lente, Quefti
microfcopij di vna
fola lente ingrandifcono
l'oggetto mol- to meno
di quello che
facciano i microfcopij
formati di due,o
più lenti nel
moclo,che diremo appreffojma hanno
però vn'auuantaggio fopra
gl*altri, che fi
pyò vedere in
vna occhiata vn'intiera
mofca, ra- gno, o
altro fimile oggetto ,
ladoue con i
microfcopij di due,o
più Vetri appena
fi può vedere
tutto il capo
di una mofca,
ouero un'intiero pulice
3 fé pure
la lente oculare
non è grandifiìma . I
mi- 11^ I
nnicrofcopij di due
lenti fono però
ftimatl megliori, perche
rap* prefentano gl'oggetti
di gran lunga
maggiori sì, che
vn capello tali*»
Fiora comparifcecome vnagrofla
funere fì fabricano
in c^uefto modo^ ripigliano
due lenti di
crifìallo Iauoi'ate,e pulite
come fi è
infegnato di fopra
5 vna de'
efler piccola, e conuefìa sì ,
che il femidiametro
della conueflìtà fia
poco più, 0
meno della groflezza
di vn dito
j e quefta
fi accomoda immediatamente fopra
l'oggetto che vogliamo
rimirar^-;, ponendola invn
picciol tubo, q
cannetta, come è
la defcritta poc'an-
zi 5 l'altra lente
de* effere affai
più larga, &
anche meno conueffa,ia^
tal modojchc ii
femidiametro fia di
einquc,fei , o più
dita in groffezza
5 e quefta
fi mette invn
altro tubo di
cartone, il quale
fi connette infie"
mecon l'altra cannetta
piccola in modo
però,che fi poffa
alzare, & abballare,
acciò fia più, o menolontana
dalla lente piccola
pofta nella parte
inferiore j finalmente
nella parte fuperiorc
dei tubo è
vn piccol buco
tanto lontano dalla
lente grande, quanto
è il femidiametro
delia medefima :
al qual forame
fi auuicina l'occhio ,
che perle due
lenti mira l'oggetto
poftoui fotto : ma quefto
forame ancora de*
poterfi hof più
hor meno allontanare
dalla lente. Deuono
dunque effere almeno
quattro tubi conneffì
infieme, come Fioura^^'O^^s. la
figura. Il primo
B C piccolo,
nel fondo del
quale fta la
lente XJLIII. piccola,
& ha vn
piccol forame B
fopra l'oggetto A.
Il fecondo è
C D conneffo
immobilmente con il
primo, ma molto
più largo, e
lungo : Il
terzo E F
inferito fopra il
fecondo C D
in modo, che
fi poffa alzare,
& abbaffarc, fopra
del quale fi
colloca la lente
FF: Il quarto
è GH inferito
fimilmente fopra il
terzo, e mobile 2
nella fommità del
qual^-» vi è
il forame I
a cui fi
applica l'occhio per
vedere l'oggetto A.
circa il che
fi de' auuertire.
Primo, che l'oggetto
fi rapprefenta all'occhio
rouefciatOje la ragio-
ne è perche nella
lente oculare FF
fi riceuonoi raggi
con le immagini
dell'oggetto dopo che
già fi fono
decuffati dalla lente
B ; onde
fé defi- deriamo
di vedere l'oggetto
radrizzato, conuienc aggiongere
vicino all'occhio vn
altra lente nella
medcfima forma, che
fi ò detta
delli can- nocchiali di
più lenti: e
cofi potiamo aggiongere
anche la quarta,
e la quinta,
a noftro piacere.
Secondo, quanto più
conueffa,e di minor
diametro farà la
lente infe-^ riore
vicina all'oggetto, tanto
piq piccola parte
di effo oggetto
fifcorgej ma altretanto
comparifce più grande
j la ragione
è manifefta , perche-»
/"iffamcome fi vede
nella figura,la lente
A di minore
diametro de' /lare
mena XUV.loritana dall'oggetto
BC di quello
che fij la
lente D dall'oggetto
E F, cffendochc
la difianz,a
de'^ffertanta,quantoèilfemidiametro-.Quindi è
^^7 è che
la lente A
non può tramandare
alla lente G
le imagini dell^.^
parti eftrcmcB,& C
delloggetto BC^ poiché tali
imagini cadono fuori
della lente G
come moftra la
linea I L. doue
che la lente
D e(ren> do
più lontana dall'oggetto
E F, e
refrangendo meno i
raggi rappre- senta tutto
l'oggetto EF, e
ne porta le
imagini nella lente
H vicina», all'occhio
; efìTcndo chejcome
fi è detto
altroue,tanto oggetto fi
vede^ quanto è
quello, l'imagini del
quale fi rapprefentano
nella lente vicina
all'occhio j dal
che auuiene, che
quando fi vedono
poche parti dell'og-
getto, quelle comparifcono più
grandi, perche occupano tutta
Tarn-. piez.za della lente
oculare; ma quando
nella medefima ampiezza
della ftefia lente
fi reftringono l'imagini
di tutte le
parti deH'oggettOjnecelTa- riamente
comparifcono più piccole.
5. Si de'
fapere,chc tanto più
grande comparifce ToggcttOjquan- topiu
fi allontana vna
lente dall'altra; ma
fi vede meno
chiaro,e fé ne
fcoprc minor parte
: la ragione
è, perche la
lente oculare efscndo
più lontana dall'altra
riccue lefpecie più
diuaricate,e confeguente- mente più ingrandite
; ond* è ,
che anche minor
parte di oggetto
rap- prefentinoj valendo
fempre quella regola
vniuerfale, che quando
in vna lente
medefima fi vedono
l'imagini di molte
parti dell'oggetto, cife
compaiono più piccole,&
all'incontro grandi, quando
fono po- che 5
impercioche invn medefimo
fpatio,& ampiezza della
lente, non fi
pofl'ono dipingere molte
cofe,e tutte grandi.
Quindi fi deduce
inqual modo fi
pofla accrcfcere o
la grandezza, o
la moltitudine de
gl'oggetti . Si accrefce
la grandezza in
due modi. Il
primo con adoperare
lenti di minore
sfera . Il fecondo
con allon- tanare maggiormente vna
lente dall'altra; ma
perche in quefto
allon- tanar delle lenti
l'oggetto comparifce men
chiaro, perciò farà meglio
feruirfi del primo
modo. La moltitudine
de gli oggetti,©
delle parti di
vn folo oggetto,
acciò fi fcopra
tutta in vna
fola vifta,fi accrefce
con feruirfi di
lenti di maggior
sfcra,e meno tra
fé diftanti; ma
perche, come fièdetto,quanto più
fi auuicinano le
lcnti,overo queftefonodi maggior
sfera, tanto minore comparifee
l'oggetto; perciò volendo
vedere molte parti
dell'oggetto,'ed infieme grandi
non v'è altro
ri- mediojche feruirfi
di vna lente
oculare affai grande,
in cui fi
pollano riceucre molte imaginijc quelle
grandi; ma fi
de'auuertire,che non fi
poifono fare lenti
molto larghe, le
quali fiano di poca sfera,
onde conuiene farle
di sfera maggiore,
e perche l'oggetto
comparifca gran- de, fi
deuono collocare lontane
dalla lente obbiettiua,
la quale anch'-
cfla dourà efiere
di sfera non
troppo piccola, poiché
fi de'auertire, 4.
Che vuolfiofferuare vna
certa proportione,tra la
diftanza del- I
i i le
ii8 le due
Ienti,c la grandezza
delle mcdcfimej impcrcioche
quanto faja minore
il diametro della
lente obbicttiua,tanto più
vicina douràefìere alla
lente oculare,poicheeflendo lontanai
raggi troppo diuaricandofi
dalla lente obbiettiua
di poca sfera,cadercbbero fuori
della lente,e rap
prefentarebbero l'oggetto ofcuro.
5. Per ingrandire
l'oggetto, fenza ofcurarlo fi
potrà aggion- gerevna
terza lente vicina
airocchio,laqualefia di maggior
sfera del- la fecondajpoiche in tal modo
non folo (i
radrizzeranno le imagini,
ma compariranno anche
maggiori, con allontanare
le lenti oculari
dall*- obbiettiuajoueroconfare,che quefta
obbiettiua fia di
minore sfera. Anzi
dicojche l'ottimo modo
di fare ilmicrofcopio, e
ofiTeruare Hf- teffe
regole, che habbiamo
date nella fabrica
delli cannocchiali di
molte
lentiimaalrouefciojcioè fare che
nel microfcopiole lenti
più vicine all'occhio
vadano crefcendo non
folo io ampieiza,
ma anche in
grandezza di sfera
con la medefima
proportione , con la
quale nel cannocchiale
habbiamo detto, che
deuono andarfi diminuendo,
& ef- fere
di minor sfera
quelle che fono
più all'occhio vicine
j fi che
per nor- ma dclIi
microfcopij potranno feruire
le regole medefime,
che habbia- mo dato
nelli cannocchiali di
più lenti :
Auuertp folo in
ordine alla-. proportione,che de'
hauere la lente
obbiettiua con la
lente oculare >
efler ottima quella
di i , à
i o, cioè
fé la lente
obbiettiua è nel
fuo diamc*^ tro
di (re tninuci
di vn palmo
la lentQ oculare
farà di 30.
minuti. Capo CAPO
SESTO. 21$ %
^'ofidt n^fcano le
imperfettioni àeU cannoechUUjedinqttal modo
(ì fo^a Untare
II rimedio. IVali
fiano le imperfettioni, che neccflariamcntc nafcono
ne*cannocchiali compoftidi vn
obbiettiuo conuello sfe-
rico, e di vn'oculare
concauo, ouero di
vn* obbiettiuo fimilmente
conueflb sferico con
vna,o più lenti
oculari fi fono
potute ofleruare dalle
cofc dette di
fopra.Primic- ramente al
vetro obbiettiuo non
fi può dare
fé non vna
certa determi- nata apertura, ond'è
che entrando pochi
raggi, fé noi
vogliamo ado- prare
vna lente gagliarda,
ouero vn concauo
molto acuto,mentre que-
ftiingrandifconoroggetto,lorapprefentanolanguidamente,perlafcar- fezza
de i raggi.
Secondo dando ali* obbiettiuo apertura
maggiore en- trano ben
sì molti raggi,
onde rapprefentano l'oegecto
chiaro , anche con
lente gagliarda, ma
abbagliato,e confufo,perche non
tutti que'rag- £;i, ch'entrano perii
vetro, vanno ad vnirfiordinatamente.Terzo quan- do vogliamo
far comparir grande
l'oggetto, con vfarevna
lente più gagliarda, ci
fi rapprefenta più
ofcuro : ne
lo potiamo hauer
più chiaro, che
non ci compaia
più piccolo vQuartoadoprando vn
cannocchiale il doppio
più lungo dell'altro ,
non perciò potiamo
vedere l'oggetto co
l'iftefla chiarciza,&al doppio
più grande. Quinto
li cannocchiali più
lunghi benché ingrandifcano
maggiormente l'oggetto, nulladimeno
non lo rapprefentano
mai sì diftinto,
e ben terminato
come fanno i
pic- coli. Sefto li
cannocchiali con le
lenti fanno che
fi fcopra molto
cam- po in vna
fola occhiata, ma
non terminano sì
bene la vifta^come
fan- no i cannocchiali
ordinari] con il
concauo femplice. In
fomma 1«-» perfettioni
del cannocchiale, che
fono ingrandire l'oggetto ,
farlo ve- der chiaramente, farlo
comparire diftinto, e
precifo fenz,a confufione,
o abbagliamento di
luce, e fcoprirein
vna fol vifta
molti oggetti,fono perfettioni
tali, che riefce impofTìbileil
congiongerle infieme in
gra- do eccelente, non
che perfetto, nelli
cannocchiali, che nel
modo hog- eidì
vfatofifabricano. Quindi acciò
ogn*vno pofsa tentare
qualche ftrada di
ridurli a mag-
gior pcrfettione, e sfuggire
ifudetti difettijèneceffario prima
conof- cere quale
ne fiala prima,
e nera origine,
quale procurerò di
moftrarc tanto più volcntierijqaatttOjche nonèftatafe
non in parte
oflferuata^ da altri
;&:a/jiche acciò meglio
fi pofTano intendere
le ragioni dellt-*
cofegià lopra accennate;
siche dopo hauer
fcopcrto l'origine del
ma- f'.'1e,potr£mo additarnieglio laftrada
per ifcanfarlo.Si debbono
dun- que prima fapere
alcune cofe comunemente
riceuutejC che da
noi fi di- moftreranBo nella
fcicnza optica. Primo,
Si fiippone comunemente,
che i raggi
pafì'ando dall*- >F;^«r
da ciafcun punto
deiroggetto,non vengono realmente
paralleli, ne (i
polTono prendere per
tali, come fi
fuppone nella quinta
fuppoficione; poiché fé
bene l'angolojche fanno
nel punto deiroggetto,dacui{ì pir-
tono,èpiccoli{Iìm;),&acutiinni,&infe ftelTo
non è confiderabile-», cagioni
però fenfibiie.e notabile
varietà ne'fuoieff.-tcijciò fi
proui manifeftamentej poiché
mirando con vn
medefimo cannocchiale, vicino
al qual punto
N , benché alquanto
più lontano fi
termina- ranno ranno
ancora i raggi
più vicini all'aflfe
tra AB, (la
dunque AB la
metà dell'apertura del
Vetro nel cannocchiale
ordinario,siche li rag-
gio BN con tutti
gì' altri, che cadono tra
AB vadano ad
vnirli quafiadvn medefimo
punto N, che
però come vtili
fi ammettono, ma
gl'altri CH, DL,
come inutili, anzi noc'ui
fi efcludono co-
prendo la parte BD
del Vetro. Per
fare, che ancor
quefti, li quali
andando in L,
& H farebbero
nociui,fiano vtili, e
vadano con_. gl'altri
in N collocheremo
vn Vetro KM
conueflb-concauo poco auanti
all'vnione di edì
raggi CHjDL, ilquale
fia forato nel
mez- zo, acciò per
tal forame padì
liberamente il raggio
BN, con gl'altri
tra AB, i
quali per efl'er
vtili, ed vnendofi tutti quafi
in vn fol
pun- to N, uon
fi deuono alterare.
La conueflìtà del
Vetro KM, per
fuggire le molte
refrattioni farà riuoltata
verfo il Vetro
obbiettiuo,e farà di
tanto femidiametro, che
li raggi CG,
DI, vi cadano
fopra^ perpendicolarmente 5
ma perche facendo
diuerfo angolo non
tutti ponno cadere
perpendicolari, fi faccia
almeno che vi
cada perpen- dicolarmente il raggio
CG, poiché gl'altri, che
faranno tra FG,
e tra Gì,
pochiffimo fi fcofteranno
dal cadere perpendicolari fo-
pra la conue/Iìtà
IcM, che però
penetreranno fenza refrattiont-*
per il Vetro,
fino all' altra fuperfìcie
concaua in S,
e Q^ Per
fare, che il
raggio CG cada
perpendicolare,fi notidoue vada
ad vuirfi con
rafse,cioè, in H,
polche HG daurà
efifereil femidia- metro della
conuellìtà K M ,
La concauità poi
RT dourà effer
tanta, che il medefimo
raggio CGS, il
quale fenza refrattione
andrebbe in H,
vfcendo dalla detta
toncauità vada a
terminarfi in N,
infieme con gl'altri ,
ììchti fi otterrà, fé
tirata vna linea
da S in
N mifureremo l'angolo HSN,
e faremo vn altro angolo
H S V,
tirando la linea
SV, il quale
fia il doppio
maggiore di eflb
HSN, poiché VS
farà il femidiametro
del- la concauità RT.
Ma forfi farà
meglio far vn
altro concauo-conueflb, ilquale
fi pon- ga con
la parte concaua
verfo il Vetro
obbiettiuo, e conia
conucfsa.^ verfo la
lente, e collocato fimilmente
auanti airinterfecatione d«^
raggi CH, DL.
fi determinerà la
conueflìtà KM dalla
diftanza dd^'^^'''^ Vetro
dal punto N, poiché quanta
farà efla diftanza
V, g. NV,^^^*
altretanto dourà efiere il
diametro della conueflìtà
KM, la conca-
uitàpoi fi determinerà
dalla dif>anza del
punto H doue
il raggio CG
s'interfeca con l'afse
j onde quanta
è la diftanza
HV, aJtretanto farà
il diametro della
concauità RT. Poiché
in. quefto modo
il rag^ |io
CG,per la lo.fuppofitione^refrangendofi nel
vetro fi farà
conia N n
n pri- 254
prima rerattionc parallelo
airaffc A N,
fi che poi
arriuando alla fuper-
ficie conuefla K M
, nel
vfcire farà la
feconda rcfratcione, con
la qua- le perla
fefta fuppofitione verrà a
tcrminarfi in JNjj
eflendoche N V,
e il diametro
della conaellìtà K
M- H ragie
poi DI3 cadendo
nel ve- tro in
I con maggior
angolo d'inclinationcj farà
ancora maggiore^ refrattione di quelloche
faccia il raggio
CG, conforme è
neceflario acciò vada
a terminarfi anch' egli
in N. vero
è però che non ne
farà tanca che
bafti per arriuareprecifamcntc fino
in Nj nulladimeno
vi arriuerà fi
vicino, che ancor
tal raggio potrà
e0er vtile, y..
Da ciò fi
vede che potiamo
far guadagno di
tanti raggi quanti
fono l-Xll ^wellijche
penetrano per la
parte concaua del
vetro ABCD, la>*
doue prima fole
quelli erano vtilij
che penetrauano per
il fora- me E,
Vn altro modo
per ottenere Ti ftefla
vnione de" raggi
laterali con i
_.. raggi ch'entrano
vicini al'aife, può
eflere il feguente.
Sia il vetro
ob- , £,J''bicttiuokD,ildi cuifocofia
inGjCioèil punto doue
vanno ad vnirfi
tutti li raggi
che cadono tra
A, B con
l'iftefio raggio AG
perchedun- que i raggi
laterali CFjDEjfi
vnifconocon l'afle AG
lontano dal foco
G> verfo Tobbiettiuo cioè in E,
& F,
faremo che ancora
il ng- gioBG
inficmecon gl'altri, li
quali cadono tra
AB, & andrebbero
ad vnirfi in
G50 poco più
lontano, faremo dico che
vengano ad vnirfi
più vicinij cioè
tra E, &
F infieme, con
i laterali. Ciò
fi potrà ottener^--»
per mezzo di
vn vetro conuefloHlsil
quale riceuafoloi raggi
di mez- zo tra
LjC B, recando
libero il paflb
a gl'altri laterali
d'intorno, e per-
ciò fare cingeremo all'intorno
il vetro H I
con vna fottilifiìma
laminet- ladi ftrrojin
cuifiano fermati tre,
o quattro altri
filetti fottili di
ferro AjBjCjCon i
quili fi appf>ggi
fopra vn cerchietto
dentro \^ canna
del cannocchiale sì,
che refti fofpefo,
rimanendo libero il
vano ABC, tra
, » il
vetro 5 &
il cerchietto fopra
cui fi appoggiano
que'tre ferretti :f
flf^il vetroHIj douendo
far pochiffima akeratione
de' ra^gi per
por- ' tarli
da Gjin Ejdourà
perciò hauerevnaconueflìtà di
grandidìma-* portione disferaja
proportione deirobbiettiuoj onde
per più facilità
fi potrà vfare
vn piano conueflb,^ouero anche
unconMefso concauo, in
modo però chela
conueJ(Iìtàfia alquanto maggiore
della concauità, cioè
portione di sfera minore,
conforme le regole
di fopra noratej
ne alcuno tema
cheque* filetti, e cerchietto
di ferro,che fi
frapongono irà rocchio,
e robbiettiuo,fiano perturbare
punto la uifta
5 poichc-» cflendo
lontani dal foco
della lente oculare,
ne pur fi
potranno difcer- nere,
e chi noi
crede ne taccia
meco l'efperienza. Capo
ii5 CAPO SETTIMO
Della fgf^ra de'
Vetri Iperbolica, ^liptica,
e Parabolica. A
ciò che fi
è detto fin
hora, e da
quello che fi
dirà nella parte
Optica deirArteMaeftra,con il
confenfodi tutti li
Matematici fi deduce,
che la figura
sferica ne* Vetri,non
è tanto atta
per vnire i
raggi come è
la figura Ipf'rbolica,rEplitica,e la
Parabolica j poiché
queftc.^ vnifcono i
raggi in vn
folo punto, o
fia fpatio menomiflìmo
j dal che_^
fi raccogIie,cheli Vetrijiquali
hanno alcuuadi quefte
tre fioure,fono opportuniflìmiperil noftro
intento di fabricare
i cannocchiali j
poi- che dalla
figura sferica molti
raggi fi vnifconOjC
fi decuflano prima^
di arriuare al
Vetro oculare, onde
quefti invece di
giouare allavifta le
apportano nocumento confondendo
le fpetie degliogaecti;
All'- incontro i Vetri
lperbolici,Eliptici,o
parabolici vnifcono tutti
i ra^oi di
vn medefimo punto
dell'oggetto in vn
minimo punto nel
cannoc- chiale sì, che
iui la luce
vnita riefce viuaciflìma.j
dal che fe^uitajche
lavifta dell'oggetto fia
molto chiara,e non
folo nonviealcunrapojo ^he
la perturbi, ma
tutti fono vtili,e
coneorrono. a perfettionarla . AggioDgafi,che potiamo
lafciar apertole fcoperto
tutto, quanto è
am- pio il VetrO}
che haurà fimile
figura,e far\o grande
in modo, che
pofla riccuere molte
fpecie deiroggetto,poic|5,e ninno
ài quefti raggi
impe- difce TaltrOjma
tutti afiìeme concorrono
in vn medefimo
punto, il che
gioua grandemente non
folo a far
vedere l'oggetto, più
chiaro, e più
grande,ma anche a
(coprire molto maggiore
fpatio con vna
fola oc- chiata; in
tal modo che
fefipotefle forrxiare vn
Vetro obbiettiuo con
la perfetta figura
Iperbolica, o fimile,
farebbe effetti marauicrliofi
ed incomparabilmente meoliori
di quello, che
fanno i Vetri
sferici ordinarli. So
che alcuni hanno
condannate quefte figure
delle fetrioni co-
niche} dicendo primieramente efier
difficiliffimo, e quafijmpofifìbile il
lauorare i Vetri
con fimili figurc,le
quali fé non
fi fanno efattifl^ma-
inente, confondono ì raggijC
le fpecie de
gli oggetti 5
poiché tali fi-
gure hanno infiniti
centri, ed infinite
circonferenze, e l'errare
in vilj folo,èvn
perdei e tutta
l'opera. Aggiongono , che
nelli Vetri obbiet»
tiui ^$6 tiui
4i cannocchiale, che non
fia piccolifTìmOj è
infenfibile la ó'y
uerfitàjche è tra
la figura sferkajC
le altre nominate,che
nafcono dalla fettionedelcono3ondcconfiftendoIa cofa
in vn picciolifsimo
fuario, riefce impofsibile
nella pratcica toccare
il punto, A
quefti rifpondocfler tanta
la pcrfcttione della
figura Iperbolica, ealtrefirnilijche vna di efle
di vn fol
palmo di diametro,faràmcgliore effetto
di vn altro
Vetro obbiettiuo di
dieci, e quindeci
palmi j Hor
vna figura Iperbolica
di vn fol
palmo di diametro,
è notabilmen- te diuerfa
da vna figura
sferica fimilmente di
vn palmo, e
per confe- guenza
non farà impofsibile
a farla, purché
noi fiferuiamodi perfetti
ihumenti,qualidefcriuerò
appre(ì'oj& ancorché non
fofle perfettif- fima,dico
che non perciò
fi confonderanno le
fpecicjficome no fi
con- fondono dal Vetro
sferico in modo,
che impedifca la
viftajbencheil Vetro sferico
confondai raggi decufiati,
con quelli che
non fono an-
cora decufsati . Certo
è,che alcuni Vetri
lauorati in piatti
sferici, perche talvolta
nel lauorarli prendono
alquanto della figura
Iperbo- lica,© fimilc, perciò
riefcono molto megliori, e
contrafeguo n'è il
ri- chiedere vn altro
Vetro oculare piuconcauo,
il quale con
la .mag- giore diuaricationc de*
raggi ricompenfi la
maggior vnione fatta
dal Vetro obbiettiuo3ed
in oltre fi
proua che tali
Vetri, i quali
fi accofìano alquanto
alla figura Iperbolica
fi pofibno lafciar
più aperti,a riceuerc
maggior quantità di
raggi, fenta pregiudiciojilche non
auuiene nelii Vetri
femplicemente sferici. Secondariamente oppongono,che
tal vnione di
raggi in vn
fol pun- to non
folo non può
efler vtile, ma
di più è
nociua all'occhio ,
il quale non
può {offrire vna
luce cosi intenfaj
e che perciò
noi poniamo uicino
all'occhio il Vetroconcauo
per difunire,edifgre gare que' raggi
unitijchepròdunqucjdicon'efsijunirliinun
punto, fé poi
nccefsaria- inentefideuono difgregare^
A quefto rifpondo
prima
indirettamente,dicendo,che nel can-
chialedipiulenti,fcnza alcun Vetro
concano,fi fa dalla
lente uicina airocchio
una fohifsima unione
de* raggi, e pure tal
unione non folo
impediffcla uifta,ma anzi
Taiuta molto j
Di più, i
cannocchiali pic- coli fono
megliori de' cannocchiali
lunghi, parlando a proportione,
cioè,adireun cannocchiale di
fei palmi dourebbe
ingrandire l'og- getto al
doppio di un
altro cannocchiale di
tre palmi, e
pure non lo
fa,* il che
non procede da
altro,fe non perche
i Vetri di
cannocchiale piccolo efsendo piuconuefsi
unifcono meglio i
raggi; onde chi po-
tefse far un
Vetro di trenta
palmi di diametro,
il quale unifcei
raggi SÌ perfettamente
come vn Vetro
di uu palmo,'
efso Vetro in
un can- noe-
nocchiale di trenta
palmi ingrandirebbe l'oggetto
trenta volte più di quello
che farebbe il
cannocchiale di vn
palmo j la doue per
ordi- nario vn canocchiale
di 50. palmi
ingrandifce l'oggettOjfolo cinque,
o fei volte
più di queIlo,chc
faccia vn altro
cannocchiale di vn
palmo. Finalmente,come ho
accennato di fopra^fi
vede per ifperienza,
che di due
Vetri lauorati fopra
il mcdefinio piatto
concauo sferico felVno
prenderà alquanto di
figura Iperbolica,ed vnirà
meglio i raggi
di quel- lo che
faccia l*altro,ingrandirà molto
più l'oggettOjC lo
farà più chia-
ro,e fcoprirà maggior
paefcjcon tuttoché il
cannocchiale non fia_,
piulongo; onde, che quello
cannocchiale, che vnifce meglio
i rag- gi richieda
poi vn Vetro
oculare più concauo,
per maggiormente di-
uaricarlijciò non fa
e he con
quella forte vnione
de'raggi non renda
1'- effetto megliore;
e perciò deuelì
ritrouarealtra ragione per
la quale riadoperai!
Vetro concauo vicino
all'occhio, la quale
non è precifa-
mcntepcrdifgregarc i raggi,
altrimenti non riufcirebbero
i cannoc- chiali con
le lenti, nc'quali l'vnionc
de' raggi è molto
maggiore, e pure
non vi è Vetro concauo, che
li diradi .
Siche rifpondendo diretta-
mente dico,che fi adopra
il Vetro concauo
vicino all'occhio per
far si che
i raggi non
fi unifcano fuori
deirocchio,ma dentro di
elfo in quella
parte doue prodìma mente
fi forma lauiilaj come
s'intenderà meglio nel
Trattato dcil'Optica . Refta
dunque manifefto quanto
fia per ^io-
uare l'inuentione delle figure
fudctcc, mentre anche
la figura sferica,
fole alquanto aceoftandolì
ad effe fa
effetto notabilifiìmamente mo- gi
iorcj Pere io
tra molti ftrumenti
da me a
quefto fifle inuentati,ne
de- fcriucròdue folijcome
più facili, e che
pollbno ridurfi utilmente
alla prattica* Sii
vn afta dirittifsima
AL, che neliVftrema
parte A hjbbia
vnitovna palla tonda
di ferro, o di
legno Cj Sia
inoltre vn le^no/'^v^y;.
DE, formato immobilmente
in luogo altoj
ed in mezzo
a queffoLXI v' Icgftofiavn
buco per il
quale entri Tedrema
parte A dell'afta,
c«» nella parte
di fopra ila
incauato sfericamente si,
che vi pofi
fopra la_* palla
C, la quale
infieme con l'afta
pendei ntc Ci pofsa
girare, nvinte- nendofi
fempre nel medefimo
centro, nel quale
ftando immobile-^, l'altra
parte eftrema L
defcriuerà vna portione
di figura sferica..
NH; direttamente fotto
l'afta, fia collocato
vn piatto sferico
con- eauo,fopra ilqualefifogliono lauorarei
Vctri^ma fia il
diametro del- la concauità
con debita proportione
minore del diametro
dell'afta, come e la coacauiti
sferica PQO, il di cui
centro è in
R, nell'- eftrema
parte L dell'afta
lì atcachi il
Vetro IL, in
modo talc',cheil centro
di cfso corrirpcnda
al centro del.
piatto, il quale
fi douràcollo- Ooo
care 2^8 care
in (Ito piano
orizontalc, vfando ogni
diligenza, che non
pieghi piiidavna partCjchc
dall'altra, ma fia
pofto perfettamente in
piano, e direttamente
a perpendicolo fotto
il centro della
palla Cj poiché
in quelle due
cofeconfifte tutta la
perfettione j ciò
fatto fi vada
gi- rando,e mouendo
l'afta con il
Vetro fopra il
piatto fottopofto, il
quale con l'arena
s'anderà logorando j
e perche nelTaccoftarfi alle
parti eftreme, P,
& O del
piatto, cioè alla circonferenza
quefte faran- no piueleuate, efTendo
detto piatto di
minor diametro dell'afta,
per- ciò il Vetro
nella circonferenza refterà
più logorato, che
nel mezzo, prendendo
figura atta al
noftrofine, cioè, di
fectione conica; comc_^
potrei dimoftrare con
i fondamenti della
Geometria . E
perche di mano in mano,
che il Vetro
fi va logorando
fi de' andare accoftan-
doal piatto, acciò confricandofi
con efib fi
finifca di logorare,
t_* prendere la
fiigura douuta; per
qucfto faremo entrare
nella partc»^ ìuperiore
A dell'afta vn
ferro fatto a
vite vnito alla palla, siche
ri- uolgendo efsa
vite 1' afta
fi vada abbafsando
quanto farà di
bifo- gno. Il
fecondo modo di
dare alli Vetri
la figura Iperbolica
è il fe-
guente. Si pianti
immobile in vn
luogo alto vn
piatto conueflb ABC
jnmodocheftiainfito
orizontale,fotto a quefto
piatto direttamente ^^i^^'^fene
ponga vn altro
parimente in fitoori^ontale, il
quale habbia fi-
^ guraconcaua, e
quanto più fi
può fimile alla
DEF, che è
figura Iper- bolica; la
quale per farla
perfetta, fi prenderà
vn afta BGE, la quale
fia tonda,e paffi
per vn forame
tondo e fottile
in modo,chelo riempia
conia fui groflezza, e quefto
forame fia non
nel mez^o dell'afta,
ma nella parte
fuperiore in vna
proportionata diftanza, conforme
alla^ diuerfità della
figura Iperbolica, che defideriamo
più, o meno
con- caua ;
Sia dunque quello
forame in G
formato immobilmente in-,
modo cheftiain retta
linea con il
centro B, del
piatto conuelso ABC,
e con il
centro E dell'altro
piatto, che de*
riceuere la fi-
gura Iperbolica:
nell*eftrema parte dell'afta
B fia vn
bottoncino di ferro,che
entri a vite
nell'afta, acciò fi
pofìfi allungare,& abbreuiare
; nell'altro eftremo
E fia vn
altro bottoncino intagliato
a modo di
lima atto a
rodere il piatto
fottopofto jftando le
cofe difpofte nel
detto modo fé
noi moueremo l'afta
girando la lima
E fopra il
piatto DEF, e
facendo che Teftrema
parte fuperiore B
rada fempre il
piatto con- ueflb ABC,
il detto piatto
inferiore prenderà perfettamente
la figu- ra Iperbolica, come
fi vede dalle
linee CD,BE, IM,
LN, AF, le quali
rapprefentano l'afta,
fecondo i varij
fitiche prende nel
mouerla intor- no,e
per ogni parte
del piatto. Altri
Altri ftrumentl fi
pofsono fare,defcritti da
altri Autori, e
parti- colarmente da Renato
CartefiOjC dal Reità
per lauorare i
Vetri Iper- bolici,nia
perche con effinófi
poflbno lauorare fé
no con mantenerli
Tempre in vn
medefimo centro, ilche riefce
difficiliffimo, e la
forma perde predo
la fua figura
j perciò ho
ftimato di tralafciarli,
& appi- gliarmi alli
due modi fudetti.
Deuo folo auuertire,che
il Vetro fé
haurà da vna
parte figura Iper-
bolica dall'altra dourà efler
piano, acciò riceuendo
nella parte piana i
raggi paralleli gii
vnifca in vn
fol punto ;
ma fé da
vna parte ha-
urà figura Eliptica, dall'altra
parte dourà efler
concauo contale con-
cauità sferica, che
il centro fianel
foco dell'Elipfi, acciò
i raggi pa-
ralleli entrando per la
parte Eliptica, dopo
la refrattione, nell'vfcire
per la parte
concaua,non facciano altra
refrattione, e concorrano
tutti ad eflb
centro. Finalmente fi
auuerta, che, come
fi difse di
fopra,! raggì,che ven-
gono da punti dell'oggetto,
fanno angolo in
eflb punto, onde
non-» vengono paralieli,e
per confeguenza, il
Vetro Iperbolico,© Eliptico
non li potrà
mai vnire perfettamente
in vn fol
punto^ nuiladimeno per-
che da gl'oggetti aflai
lontani i raggi
fanno sì poco
angoio,che poco pregiudica
all'effetto defiderato,e dall'altro
centro viene rimediato
al difetto principale
del Vetro sferico
conueflb, mentre in
quefto gl'an- goli d'inclinatione non fono vguali,
come fono nel
Vetro Eliptico, o
Iperbolico, Quindi fegue,
che tali Vetri
fiano per giouare
grande- mente,benchcnon arriuino
a tutta la
perfettione di queircffetto,che fi
cerca,cioè,di vnire i
raggi ad vn
fol punto ;
Quefìia totale perfettio-
ne none poflìbile ad
ottenerfi in quaHi voglia
diftanza dell'oggetto, poiché
dipendendo darmaggiorejO minor
angolo,che fanno i
raggi del punto
obbiettiuo piuvicino,o più
lontano,fevn Vetro vnirà
tutti i raggi
di vn punto
lontano,non potrà vnire
tutti i raogi
del medefi- mo punto
vicino, & all'incontro, fé
vnirà quelli di
vn punto vicino
non potrà vnire
quelli del punto
lontano, che perciò
dobbiamo con- tentarfidi
haoer rimediato al
difetto principale nato
dalla diucrfirà dell'anoolo
d'inclinatione, che fanno
i raggi più
vicini, e più
lontani dall • afse
. DeH^'vfo dei Cannocchiali, e dn
Micro fcopij. j^EllilTima è
Tempre ftara ftimatarinuentionedclCannoc- i
chiale,non tanto perii
dilettOjquamo per l'vtilitàjche
apporta, e che
può apportare, le
quali perche confi-
flono nei faperio
vfare, tratterò in
quefto luogo in
qual modo fi
adoperi, moftraiìdo varie
cole, alle quali
può feiuire,non tutte
confiderate da gl'altri.
Egh è dunque
vtile si nella
guerra, come nella
pacej e primiera-
mefite nella guerra
ferue per offeruare
tutti gl'andamenti dellinimico,
€fpiareleattioni,e le perfoncj
cosi per mezzo
del cannocchiale ef-
fendo ftato riconofciuto
ilDuca Francefco di
Modena, che fi
era in» citrato
(otto la Città
di Cremona gli
fu tirato vn
colpo con il
can- none, da cui
rcftòvccifo il Marchefe
Villa, che gli ftaua
a lato. Può
anche feruire per
leggere di notte
lettere di fegrcto
nella piazza afsediata,o
fuori,comericfpiegato nel Terzo
Capo di queft'Opera.
Di più, non
iblo lì potrà
numerare quanti fianoi
pezzi di alcuna
bat- teria fcopcrta,qu3nti i
SoIdati,ma anche fi
potranno vedere'quelli che
dinafcoftofiauuicinano per riconofcere
i pofti :
e quefti all'incontro
fcnza mctterfi a
pericolo con troppo
auuicinarfi li potranno
ricono- fcere da lontano
con il cannocchiale.
In oltre dico,
che con il
can- nocchiale noi potremo
mifurare l'altezza delle
mura,le diftanze de*
baluardi, la lunghezza
delle Joro faccie,e
delle cortine,c5 tutto
ciò che prattica
la Trigonometria; il che potrà
feruire anche in
altre occa- fioni,quando
vorremo faperele altezze,
odiftanae d'alcune cafe,
ofiti a quali
non fi potiamo
accodare. Quefta cofa
che da altri
ch'io (appia non
è ftata ofseruata/i
potrà facilmente pratticare
in quello modo
. Fabricato,che hauremo
il noftrocannGcchiale,che fé
farà di quattro
Vetri farà mcgliore,perche fcopre
piufpatio^ofserueremo quanto fpatio
fcopra invna fola
oc- chiata, mirando alcun'oggetto
lontano venti pafsij
e quefta mifuri^»
dello fpatio,che fi
vede in vna
fola occhiata la
noteremo fopra la
can- na del cannocchiale,tirandoui fopra
vna linea, e
diftinguendolacon li fuoi
numeri; l'iftefso faremo
ofseruando quanto fpatio
fcopra in diftanza
di trenta pafsi,
poiché come fi
è detto, fcoprirà
maggiore fpatio 241
fpatio,e quefto pure
lo noteremo fopra
il cannocchiale, facendo
il medefimo delle dirtanze
maggiori, cioè, di 50. di 40.
di 50.di
cento pafsi&c. &
in tal modo
haueremo preparato vn
cannocchiale geo-metrico;
del quale quando
fi vorremo feruirc
per fapere per
cagione di erempio,raltezza di
vnaTorre,delIa quale ci (la nota
la diftanza_,j in
tal diftanza la
mireremo con il
canocchiale, & oiTerueremo
quanta^ parte fi fc
opra diefla invna
occhiata, dal che
raccoglieremo quanto lìa
alta . Sia per
efempio vn cannocchiale^he in
diftanza di cento
pafsiicopravnofpatio di venti
piedi, e mirifi
la Torre in
tal diftanza di
cento pafsi ;
fc dunque fi
fcopre in vna
fola occhiata tutta
laTorre, e non
piu,fcgnoè,chequeftaèalta
venti piedi foli,
ma fé non
fi fcopre tutta
lì ofìTerui quante
occhiate vi vogliano
per fcoprirla tutta;
e fé in
due fi fcopre
farà alta 40.piedi,
fé in tre
60. ma fé
in mezza occhiata
Ci fcoprilfe,farebbealtafolo dieci
piedi jrifteffo fi
deue intendere della
diftanza tra vn
luogo e l'altro,
i quali fiano
lontani da noi,
come fa- rebbe la
lunghezza di vna cortina,© diftanza
tra due baluardi.
Quando poi ci
farà nota l'altezza
di alcuna cofa,
o diftanza tra
due cofe lontane;
Quindi conofceremo ficeuerfa
la lontananza , che hanno
da noi dalli
numeri che haueremo
notati nel cannoc-»
chiale. Ma quando
noi dcfideraflìmo di
fapere l'altezza di
airi cuna cofa,
quale non potiamo
fapere, quanto fia
diftante da_, noi;
ed infieme la
diftanza di vna
cofa, quale non
fappiamo quanta fia
grande; e io conofceremo con
fare due offeruationi
in due diihn-
ze vna maggiore
dell'alcraj come fi
fuol fare con
gl'altri ftrumcntÉ altimetri.
Sia V. g.
la Torre AB,
mirata dalluogo D,
con vn Cannoc-
chiatc,che in diftanza
di joo.pallìfcopravno fpatio
di 6©. piedi;
c»> fupponiamo che
in vna occhiata
fi vedano due
terze parti della
Torre, cioèjda B,
fino a C,
fi ritiraremo lontani
fin tanto, che il
cannoc- chiale fcopra tutta
laTorre, il che
fuccedcrà nel fito
E, ciò fatto
mì-Fi^ura fureremo la
diftanza, che è tra
il fito primo
D, & il
fecondo Eyf-XVj. quale
fupponiamo che fia
100. palli :
Se dunque cento
paffi di maggior
diftanza ci fanno
fcoprirevn terzo di
più della Torre,
fecrno €,che la
diftanza tutta fia
di tre volte
centopa{lì,e perche nelli
numeri
fegnatifoprailcannocchialeritrouochein
diitanza di^oo.paffi fco-*
prò lo fpatio
di lontane; e
quefto modo non
più pratticato, ne
auuertito da altri,
ch'io fappia,è fondato
nel principio vniuerfale
acuì s'appocroi-i rurta
la Trigonometria, cioè,
nella propordone de' lati
delli due triangoli
Ooo: EBA, BBA,
e DBC, poiché
tale è la
proportione del lato
DB, al lato BC,
quale è quella
del lato EB,
allato BA, come
dimoftra Eu- clide nel
lib. 6. Ciò
che fi è
detto dell* vfo Trigonometrico del
can- nocchiale fi può
incendere di qualunque
maniera cglifiafabricato; rna
quando fm fornito
di vna,o più
lenti in vece
del concauo ocu-
lare, riufcirà molto più
efatto il modo,
che qui foggiongo.
Si formi di
metallo vncerchictto,ed in
eflbfifaccjavn foro,o più
tofto vna fenellrella
quadra ABCD , tagliandone
tutta la laftra
.di Eucl. che
li due triangoli
ABR, di. HGR
fono proportionali , e
per confeguenza anche
li triangoli SBR ,
& TGR, onde
farà come R,S,
diftanza dell'og^ getco
dall' obbiecciuo a
S B mecà
delPoggecco, cosi TR
diftanza.^ dell'obbiettiuo da
fili del cerchietto
a TG metà
della diftanza de'
fili niedefimi,e per
confeguenza come RS, ad AB,
ciocia diftanzau deiroggetto,allagrandez.za di
tutto l'oggetto, cosi
la diftanza TR
a tutta la
diftanza GH de*
fili. Diuidafi dunque
tutta la diftanza
TR in parti
vguali alli gradi
notati ne' lati del
cerchietto, e poniamo,
che quefta diftanza
del cerchietto dall'obbiettiuo fiano
looo.dique' gra- di, 24J
di,delliqaali HG, cioè,
la diftanza de' fili
nel cerchietto fia
folo5. farà dunque
come looo. a 5.
così la dìftanza
nota RS, qualt-j»
fuppongaii di ^ooo.
paffi alla grandezza
AB, che fi
cerca, cioè, paffi
10. & all'incontro
fé hanremo nota
la grandezza dell'ogget-
to AB di paffi
10. faremo come
GH, a TR,
cioè, come 5.
a 1000, cosi
AB IO. ai
RS 2000. Che
fé poi non
ci farà nota
ne la diftanza
ne la grandezza
del- l'oggetto, douremo o0eruare
l'oggetto medefimo in due diihnz^^
diuerfe , poiché in
maggior dìftanza 1
' ifteifo oggetto
manderà i raggi
cftremi tra due
fili paralleli del
cerchietto, li quali
faranno me- no diftantì
tra difcjche quando
era in minor
diftanza; onde dalla.^
diffjreH^La delle due
diftanze de' fili nella
prìma,e feconda ofleruatio-
ne,e dalia diftania
de' luoghi, ne' squali fi
fono fatte le
due olferuatio- ni
deiroggcttojconforme le regole
della Trigonometria hauremo
la diftanza dell'oggetto,
ed infieme la
fua grandezza, T
vna, e l'altra
del- le quali prima
erano ignote. In
particolare potremo mifurare
l'al- tezza di alcun
Monte,con vna fola
oìleruatione, purché in
cima di ef-
fovi fu vnoggettodi
nota grandezza, poiché mirandolo
fapremo la diftanza
di elfo nella
lìnea,che chiamano Ipotenufa,
dalla quale infie-
me con l'angolo,
che è facile
a prendcrfi con
l'inclinatione del can- nocchiale
medefimo hauremo ambii
lati del triangolo,vno de* quali è
la diftanza del
Monte j e
l'altro l'altezza perpendicolare. Quefta
inuentione riufcirà diletteuole,
ed vtile, non
folo per mi.
furare Je diftanze,e
grandezze de gli
oggetti terreni j
ma molto più
psr deterrr\inare efattamente
li diametri de'
Pianeti , quando
(oao. apogei , o
quando fono perigei
j benché ài
ciò io mi
riferuo a parlarne
altroue, doue fpiegarò
alcuni nuoui modi
dirinueniriJ^ con maggiore
accuratezza tutte le
fudette mifure per
mezzo dei can-
nocchiale. ,., Ma fingolarmente ci giouerà
per determinare la
grandezza deU le
macchie del Sole, e
della Luna, il
fitOjC la lontananza,
che hanno. Tvna
dall'altrajovero dal Limbo
del Pianeta,le diftanze
de'fatelliti di Gioue
daGioue medefimo,e tra
fé fteflì, &
altre cofe fimili
j per il
quir le effetto
ci giouerà lofccndere
nel vano del
cerchietto fudetto mol-
ti fili tutti equidiftantì, e tra di fé
paralleli, intrecciandoli poi
con al- tri fili
di trauerfo sì,
che formino come
vna rete di
molti quadretti, per
li quali paflando
i raggi vifuali
nel mirare, V.g
la Luna, quefta.,
ci comparirà reticolata
in quel modo,
che fi fogliono
reticolare da_* Pittori
le imagini, di
cui vogliano cauare
ildifegno^onde formando poi in carta
vna fimile figura
reticolata,ci farà faciliffimo
il collocare ciafcuna macchia
a iuo luogo,
e iicauarc vn
perfetto difegno della,,
faccia lunare. Deuefi però
auuertire,che a cagione
della maggiore,o minore
di-
ftanzadeiroggettOjchefirimirajquefto
tramanda i fuoi
raggi al V^etro obbicrtiuo, piu o meno
proffimi all' cflere parallelo, e
perciò fanno maggiore,o minore refrattionc
nel Vccromcdefimo, dalchenafcejchc non crefca
la dilatatione dell'angolo
HRG, a proporcione
della^ maggiore vicinanza
dell'oggetto j siche
la regola fopradctta
è fog- getta
a qualche diffetto
; ma quefto
è si leggiero
ne' cannocchiali Junglii, particolarmente quando
fi ofleruano oggetti
molto lontanijche fa può facilmente
hauere in conto
di nulla,- particolarmente perche.^
alJaproportionc, che vàdiminucndo(ì la
refrattione,e la dilatation««»
dcirangolo R del
triangolo HRG, fi
abbreuia ancora il
cannoc- chiale per vedere
diftintamente i medefimi
oggetti lontani; si
che la bafe
HO del triangolo, che è la diftanza
de'fili, riafcirebbe mag.
gioredel douere,ma accoftandofi
all'angolo R,con lo
raccorciamcn- to del
cannocchiale, riefce proportiouata . Quando
però per mag-
giore ficurczza,&
efattezza noi voleflìmo
conferuare iempre Tif-
tcfsa lunghezza del
cannocchiale, cioè, l'iftefla
diftanza delì'obbiet- tiuo
dal cerchietto , si potrebbe
correggere quel poco
di fuario del-
la maggioreje minore refrattione,
poiché tal refrattione
va diminuen- dofi
nelle maggiori , e
mag{»iori diftanze a
quel modo, che
fi vanno diminuendo
ifeni de gl'archi
a proportione del
feno totale. Finalmente
auuertafi,che nellVfo di
quefto cerchietto fi
de'vfare grandiffima diligenza
nel mifurare le
diftanze delli due
fili paralleli, per
i quali padano
i raggi eftrcmi
dell'oggetto j onde
i gradi, ne*
quali fono diuifii
lati del cerchietto
douranno elTere per^tramentc
vguali, efegnaticon ogni
diligenza; e perche
lo piu delle
volte accadere, che ofieruando
li diametri de' Pianeti, o grandezze
di altri oggetti,
li fili tra
quali ci comparifce
tutto 1* oggetto
non cadano precifamént?_> fopra
il finc,o fopra
il principio di
alcun grado, ma
fopra vna piccola
partedieflo; douremo certjficarfi
quanta fia quella
parte a propor-
tione di tutto vn
grado intiero; il
che non fi
può fare con
quella efat- tez; ,
Che nell'Aceto vi
è vn buHicame
di Vermi, i quali
fi vedono chiaramente
con quefto ftrumento
guizzare come piccole
anguille; come parimente
nel latte quando
incomincia ad inacidirfi,
& anche lìcl
formaggio, -"'i 3.
Nel fangue corrotto,©
infetto per qualche
malatiafifono of- feruati
fimili Vermi con
modo particolare; poiché
fi vedono gl'occhi
de'Vermimedefimi, li quali
fé fono neri,
fi è prouato
perifperienza.,, che il
male è mortale
j Dalle quali
oflferuationi fi può
probabilmente arguirc,che non
fi corrompa,© putrefaccia
alcuna cofa,che infiema«»
non fiano fimili
Vermi nella cofa
putrefatta ; onde
anche nell'aria cor^
rotta per cagione
di pelle ilima
il noftro Kirchero,
che vi fiano
tali^ Vermi, i quali
riceuuti in noi,mentre
refpiriamo quell'aria ci
cómu," nichinovna fimile
infettione. >:; / :;
1^ ^n .
k. 4 -t'jiii.i-
;. :>»^3i 4. In vn
piccioliffimo granello,© femenza
ài papauero'ton il
m^i croicopiofi fono
numerate 48.faccie fatte
tutte a fei
angoli. In alcuni femi
di Cedro,e di
Limoni tagliati per
mezzo io ho
ol-T feruatonon fenza
ftupore vn intiera
pianta di Cedro
col tronco, f(}-j
glie,e frutti ;
onde.fi può credere,che
in tuttele femenze
vi fia com 'j:
7 n Moltiffime
altre ofieruationi fi
poffono farc-nonfiDlo-nellé*
parti dei gl'Animali,ma anche nell'Erbe^ nelle piante, nei
minerali,daiie quali) potrà riceuere
gran lume la
Naturale Filofofia,come fi
vedrà nella... noftr'ArteMaeftra., raa.
(opra ogaalir.a. cof^
ci può gionafi^jaiìnedi; ,C,fe
vorremo tirare due
alere linee, che
habbiano tra di fé
la medefima proportionc , e fianofolo v, g.
vna_. cinquantcfima parte
di effe linee
date ^applicheremo le
punte del coni-
paffo fotto il
microfcopio, e parallele
alla* linea A B
fin tanto che
cora- parifchanp ftcfe
quanio è la
medefima
line»,.qucft'apcrtura,di
cotnpaiTo farà 25*
farà vna Iineaj
l'iftefìTo fi faccia
con la linea
CD5& haurcmo l'altra
linea : con
la medefima proportione
tra loro,c'hanno le
due linee date^ma
ac^ cioche la
maggiore delle date
alla maggiore,che fi
cerca,e la minore
al- la minore habbiano
la proportione di 50. a
i.fidourà allontanare, o vero auuicinare
vna lente del
microfcopioairaltra,fin
tanto,chc Tog-» getto
s'ingrandifca precifamente cinquanta
volte. Ma molto
più facilmente potremo
ottenere le medefime
cofe dette difopra,&altre,|che s'accenneranno appr€Ìro,fe
aggiongeremo al mi-
H:rofcopio vna reticella
Ornile a quellajche
fi è fpicgata
di fopra nelfvfo
del canocchialejQuefta fi
farà in vn
cerchio tondo tanto
largo nella fua
apcrcurajche i raggi vifuali
eftremi tocchino l'orlo
interno di cfia
sì,che egli termini
la grantjezza del
campo apparente,e fi
collocherà dietro alla
lente oculare nel
foro di eflarln
quefto modo fchifaremo
quella dif- ficoltà che
s' incontra (^maflìme da
quelli che non
fono molto auuezzi)
nel mirare con
gl'occhi due oggetti
diuerfijvno reale con
l'occhio fuo- ri del
microfcopio,e l'altro apparente
co l'occhio fopra'l
microfcopio. Sia v.g.
la linea,overo vn
grado piccolo AB
di alcun quadrante,ed
in efìo vna
parte piccolifTima AC,e
fi defiderifapere quale
proportione habbia efìa
particella AC con
tutto il grado,o
linea A85V,g.quante fcf-
fantefime parti,overo minuti
di tutto il
grado.Si accomodi il
microfco- pio con tali
lentisC con tale
diftanza traloro,che ingrandifca
Icliìiee fefsantavokejC fi
faccia la reticella
diuifa in feiparti,si
che ad vna
cor^ rifpondano lo.minutijoueroin i2.sicheadogn'vna necornfpondano cinque. Pofto
il microfcopio fopra
quel grado AB,
e particella di
efso AC,fi oiTerui
in quanti fili
della reticella venga
comprefo tutto il
grado F'tgura^j^^Q^ in
quanti la particella
AC,& hauremoia proportione,clie fi
cer- J.XXII^2. y^g^
Cg jytjQ ]|
grado AB prenderà
tuico il campo
di 1 2. partijcicè,
ii fi c J
l\'''M||Ultll|l'|li,ll,|l|lllll..l,|l" 1
^ I oì:z
22. ,i,iu^i" ii4iT!>itUii|iiiiiuii;»ii l'^V'i
'I '' "l 'Miiinj W'T^
Da ì. jf
\Mm\\\mé'My
y:A\H\\\\mm[mmmmm m^ ''"'v
XXIII,^x*- %. ^^;^ V^'^Vi^
s E J
^^^ ^-^^ *:^S9«i=s^_-: A
ì E •i}ij^\ O Q O O C O m\ 0 O Q 0 0 0 O O O 0 Q Q 0 O o
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I 1 'tStt-t l-t-
V L ! i
Hi 4 à'.
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-«.vf- ."^p /Francesco Lana conte de’Terzi. Keyword: lingua
universale, grammatica ragionata. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Terzi.”Terzi.
Grice e Tessitore: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale del Vico di Tessitore – filosofia campagnese -- filosofia
italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo campanese.
Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “If
there’s Oxonian dialectic and Athenian dialectic [la scuola d’Atene], there is,
to follow Tessitore, the ‘scuola napoletana.’” Si laurea in giurisprudenza -- la sua tesi ricevette
dignità di stampa -- a Napoli, allievo di PIOVANI -- è libero docente per
meriti eccezionali in filosofia del diritto, e professore. Insegna storia delle
dottrine politiche; quindi, in poi, storia della filosofia. Preside della facoltà
di magistero dell'università degli studi di Salerno. Preside della facoltà di lettere
e filosofia dell'università Federico II di Napoli, della quale è stato anche
rettore. Socio dell'Accademia dell'Arcadia col nome di Echione Cineriano. È
inoltre socio nazionale dell'Accademia dei lincei e di numerose altr’accademie.
Diregge il Centro di studi vichiani del CNR e fa parte del consiglio scientifico
dello stesso centro. Presidente della Fondazione Piovani per gli studi vichiani e del consorzio
inter-universitario Civiltà del mediterraneo. Presidente del comitato tecnico scientifico
della fondazione Amato onlus; socio dell'Istituto per l'Oriente Nallino di Roma;
vicepresidente della fondazione Cortese. Siede inoltre nel consiglio direttivo
dell'istituto italiano per gli studi storici fondato da CROE. È stato
componente del consiglio scientifico dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana
Treccani. Membro del consiglio universitario nazionale, in cui è stato
presidente del comitato di lettere, lingue e magistero, vice presidente della
Fondazione teatro di S. Carlo, componente del consiglio generale della fondazione
Banco di Napoli, del Consiglio direttivo e vice presidente della CRUI, la
Conferenza permanente dei Rettori delle Università italiane; cavaliere di gran
croce dell'Ordine al merito della Repubblica. Senatore della Repubblica
italiana nelle file dei Democratici di Sinistra L'Ulivo e deputato nelle file
del L'Ulivo. Medaglia d'oro della Scuola dell'arte e della cultura e della Scienza
e della cultura. Autore di molti saggi -- ai quali sono stati assegnati numerosi premi. Saggi:
Aspetti del neo-guelfismo napoletano, Morano, Napoli; Crisi e trasformazioni
dello STATO: recerche sul pensiero gius-pubblicistico italiano, Morano, Napoli;
Fondamenti della filosofia politica, Morano, Napoli, La storia dell’idee, Monnier,
Firenze, Profilo dello storicismo politico, POMBA, Torino, Lo storicismo, Laterza,
Roma, Meinecke, Laterza, Roma; Filosofia, storia e politica in CUOCO (si veda),
Marco, Lungro); Contributi alla storia e alla teoria dello storicismo, Storia e
Letteratura, Roma; Interpretazione dello storicismo, Scuola Normale, Pisa; Contributi
alla storiografia arabo-islamica Edizioni di Storia e Letteratura, Roma); La
mia Napoli. Frammenti di ricordi e di pensieri (Grimaldi, Napoli); Letture
quotidiane, Editoriale scientifica, Napoli, che raccolgono articoli di giornali
quotidiani. Trittico Anti-hegeliano da Dilthey a Weber. Contributo alla teoria
dello storicismo (Edizioni di Storia e Letteratura, Roma; Da CUOCO (si veda) a
Weber. Contributi alla storia dello storicismo, Edizioni di Storia e
Letteratura, Roma. Fonda il “Bollettino del Centro di Studi Vichiani”, Archivio
di Storia della Cultura, Civiltà del Mediterraneo, pontaniana. unina. Curriculum
su filosofia. unina. Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Fulvio Tessitore. Tessitore. Keywords: Cuoco. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Tessitore,” per H. P. Grice’s gruppo di gioco, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza.
Grice e Testa: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della nemica fortuna – la scuola di Tidone – filosofia piacentina
– filosofia emiliana -- filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Tidone). Filosofo emiliano. Filosofo italiano.
Tidone, Piacenza, Emilia-Romagna. Rifiuta la cattedra filosofica a Pisa e
prefere lavorare a Parma, divenendone presidente dell'area filosofica. Deputato
al parlamento sabaudo. T. Storia di un povero pretazzuolo di Fausto
Chiesa, pubblicato dalla libreria Romagnosi di Piacenza. Treccani Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Alfonso Testa. Testa. Keywords. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Testa” – The Swimming-Pool Library.


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