Grice e Veca: la ragione conversazional e l’implicatura conversazionale della massima dell’altruismo conversazionale – la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like Veca. Like me, he speaks of altruisn, and he has contributed to a collective volume, “Cooperare e competere.”” Essential Italian philosopher. Svoge un ruolo chiave nell'introduzione nel dibattito culturale italiano dell'approccio alla filosofia politica derivato dall'impostazione di Rawls, divenendo un punto di riferimento filosofico della sinistra, sia come teorico che come militante. La sua formazione di tipo analitico -- sensibile quindi alle metodologie e alle questioni della filosofia del linguaggio e della logica -- insolita rispetto alla figura del teorico politico così come tradizionalmente concepito in Italia, ha permesso alla sua riflessione di spaziare anche negli ambiti dell'epistemologia e della metafisica, indagandone le connessioni con l'ambito della filosofia morale e politica. V. da un impulso decisive nel dibattito filosofico italiano a temi quali il realismo, il problema della completezza nelle teorie epistemiche e politiche, la giustizia globale e la sostenibilità. Studia a Milano, dove si laurea con una tesi sotto PACI (vedi) e GEYMONAT (vedi). Assistente volontario, borsista CNR e assistente incaricato presso la cattedra di filosofia teoretica a Milano. Professore incaricato di filosofia a Calabria. Professore incaricato di storia delle istituzioni e delle strutture sociali presso la facoltà di filosofia di Bologna. Professore incaricato, professore incaricato stabilizzato e professore associato di filosofia politica presso la facoltà di scienze politiche di Milano. Professore straordinario di filosofia politica presso la facoltà di filosofia, Firenze. Professore di filosofia politica, facoltà di scienze politiche, Pavia. Vicepreside della facoltà di scienze politiche, Pavia. Presidente della Facoltà di Scienze politiche, Pavia. Membro del Comitato direttivo della Scuola Superiore IUSS di Pavia. rettore del Collegio Universitario Giasone del Maino, Pavia. Direttore del Centro Inter-Dipartimentale di Studi e Ricerche in Filosofia sociale a Pavia; prorettore per la didattica dell'Pavia; componente del Consiglio di amministrazione della Fondazione Romagnosi di Pavia e del Comitato scientifico dell’European Centre for Training and Research in Earthquake Engineering presso l'Pavia; parte del Consiglio d'amministrazione dell'Istituto italiano di scienze umane di Firenze; vicedirettore dell'Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia. Coordinatore dei corsi ordinari dell'Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia. Pro-rettore vicario dell'Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia. Professore di Filosofia politica presso l'Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia. Insegna Filosofia politica nelle Classi di Scienze umane e Scienze sociali dell'Istituto Universitario di Studi Superiori, Pavia. Tienne seminari e cicli di lezioni a Cambridge (Christ's), a San Paolo, Campinas, Bogotà, Evora, La Sorbonne, Grenoble, Istituto Universitario Europeo. Svolge un'intensa attività di consulenza e direzione editoriale. Ha assunto, grazie a un invito di Bo, la direzione scientifica della Fondazione Feltrinelli di Milano presidente della Fondazione Feltrinelli, promuovendo lo sviluppo del suo Centro di Scienza politica. Direttore degli "Annali" della Fondazione, impegna l'istituzione in una ampia gamma di attività di ricerca, documentazione e pubblicazione nell'ambito della teoria politica e sociale contemporanea che perseguono lo scopo di coniugare la tradizione della ricerca storico-sociale con l'innovazione dei metodi e degli esiti della teoria normativa e descrittiva della politica. Coordina le attività del Seminario annuale di Filosofia politica, promosso dalla Feltrinelli in collaborazione con il Centro Studi Politici Farneti di Torino e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Avvia il progetto della “Biblioteca europea” della Fondazione Feltrinelli, di cui è direttore. Designato Presidente onorario della Fondazione Feltrinelli ed è direttore scientifico del suo Laboratorio Expo -- è inoltre stato condirettore di Aut Aut con PACI (vedi) e ROVATTI. Dirigge la collana Readings per l'Università della Casa editrice Feltrinelli, di cui è consulente per la saggistica nel campo della filosofia e della teoria politica e sociale. Consulente della saggistica de il Saggiatore, di cui ha diretto, con Mondadori, la collana Theoria. Fa parte del comitato scientifico o di direzione di riviste quali "Rassegna italiana di sociologia", "Teoria politica", "Biblioteca della libertà", "Transizione", "Etica degli affari", "Iride", "European Journal of Philosophy", "Filosofia e questioni pubbliche", "Reset", "Quaderni di Scienza politica", "Il Politico", "Rivista di filosofia", “Italianieuropei”. Direttore de “Il giornale di Socrate al caffè. Bimestrale di cultura e conversazione civile; curatore scientifico della Carta di Milano per Expo. Parte del Comitato direttivo di "Politeia", Centro per la ricerca e la formazione in politica ed etica di Milano, di cui è stato uno dei fondatori. Comitato etico dell'Istituto Europeo di Oncologia di Milano e del Comitato etico dell'Istituto Mondino di Pavia; Comitato scientifico della Fondazione Rosselli di Torino; coordinatore del Comitato Scientifico dell’Associazione per la ricerca e l'insegnamento della filosofia, parte del Consiglio direttivo nazionale della Società Filosofica italiana. Componente del Consiglio nazionale presso il Ministero dei Beni culturali e ambientali; presidente dell'Associazione “I quattro cavalieri” che ha promosso le attività dell’ensemble cameristico “I solisti di Pavia”, diretto da Dindo. Comitato generale Premi della Fondazione Balzan “Premio” di Milano. Presidente della Fondazione Campus di Lucca; direttore delle Scuole di formazione politica dell'Associazione “Libertà e giustizia; presidente della Fondazione Grassi La voce della culturadi Milano; Presidente del Comitato Generale Premi della Fondazione Balzan di Milano; membro del Comitato dei Garanti della Scuola Galileiana di Studi Superiori di Padova. Socio corrispondente residente della Classe di Scienze morali dell'Istituto lombardo di scienze e lettere; consigliere della Fondazione del Centenario della BSI di Lugano. Membro del Comitato Scientifico della Fondazione Gualtiero Marchesi. Accademico corrispondente non residente della Classe di Scienze Morali dell'Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna; designato da Pavia quale Garante dei diritti degli studenti; presidente della Casa della Cultura di Milano. Socio corrispondente non residente dell'Accademia delle Scienze di Torino. membro effettivo dell'Istituto Lombardo di Lettere e Scienze e componente del Comitato dei Garanti del FAI. Premio Castiglioncello sezione di filosofia per il saggio “Dell'incertezza” e gli è stata conferita, con decreto del Presidente della Repubblica, la medaglia d'oro e il diploma di prima classe, riservati ai benemeriti della Scienza e della cultura. Riceve il premio dell'Accademia di Carrara per il saggio “La filosofia politica”. Premio per la filosofia “Viaggio a Siracusa” per La priorità del male e l'offerta filosofica; premio “Ponte per la cultura” della Fondazione Europea Venosta per il saggio “Etica e verità”. Medaglia d'oro di benemerenza civica dal Comune di Milano. Nella sua filosofia sono individuabili tre fasi distinte. La prima fase della sua ricerca è stata dedicata a questioni di teoria della conoscenza o di epistemologia. Pubblica “Fondazione e modalità in Kant” e altri saggi su problemi di filosofia della logica, della matematica e della fisica in Whitehead, Frege, Cassirer e Quine. Il suo centro di interesse scientifico si sposta sulle teorie di Marx in rapporto alle scienze economiche, sociali e politiche, delineando una seconda fase i cui esiti sono formulati in “Marx e la critica dell'economia politica” e, soprattutto, “Il programma scientifico di Marx.” Si impegna in un programma di ricerca nell'ambito della filosofia politica influenzato dalla prospettiva della teoria normativa della politica. Dopo “Le mosse della ragione,” introduce la discussione sulla giustizia con “La società giusta” ed elabora e sviluppa la sua prospettiva teorica in “Questioni di giustizia” e “Una filosofia pubblica.” Dedica un saggio divulgativo agli esiti di questa fase della sua ricerca, “L'altruismo.” Gli sviluppi successivi della sua ricerca, orientata al problema dei rapporti fra teoria normativa e teoria descrittiva della politica e incentrata sulla questione del pluralismo come fatto e come valore per la teoria democratica, sono rinvenibile in “Libertà e eguaglianza.” Una prospettiva filosofica in Progetto Ottantanove, in Etica e politica e, in particolare in “Cittadinanza: riflessioni filosofiche sull'idea di emancipazione.” Lavora alla stesura di tre meditazioni filosofiche intorno a questioni di verità, giustizia e identità, in cui estende la gamma dei suoi interessi teorici. Sviluppando una serie di idee originariamente presentate in Questioni di vita e conversazioni filosofiche, gli esiti di questa ricerca sono contenuti in “L’incertezza.” Pubblica “L'idea di giustizia da Platone ad oggi.” Pubblica un saggio di filosofia sociale e politica, “La lealtà civile: un messaggio nella bottiglia” e un saggio dedicato alla interpretazione e alla ricostruzione della teoria politica normative, “La filosofia politica.” Pubblica “La penultima parola e altri enigmi. Questioni di filosofia” in cui sono approfonditi alcuni esiti di Dell'incertezza ed è affrontata la questione meta-teorica della relazione fra l'attività filosofica e la sua storia nel tempo. Pubblica “Il bello e gl’ppressi: l'idea di giustizia” in cui sono presentate alcune idee di base per una teoria della giustizia globale. Presenta la sua prospettiva filosofica nel saggio “Il giardino delle idee: passi nel mondo della filosofia.” In “La priorità del male e l'offerta filosofica” sviluppa e approfondisce le questioni di una teoria della giustizia globale e mette a fuoco, fra l'altro, le connessioni fra l'offerta di filosofia politica e le circostanze e i soggetti di politica. “Le cose della vita: congetture, conversazioni e lezioni personali” estende l'esame delle questioni di vita, inteso come tentativo di autoritratto, e lo connette al problema dell'eredità intellettuale, nel senso della dimensione storica del sapere filosofico. Il “Dizionario minimo. Per la convivenza democratica,” esamina e discute alcuni temi fondamentali per l'interpretazione e la valutazione della forma di vita democratica, sulla base di una tesi sulla natura della libertà democratica. “Etica e verità” raccolge saggi incentrati sui rapporti fra la crescita dell'impresa scientifica e i nostri criteri di giudizio etico. “Quattro lezioni sull'idea di incompletezza” presenta i primi risultati di una ricerca filosofica sull'idea di incompletezza, messa a fuoco in distinti domini di applicazione, quali quello della interpretazione, della giustificazione e della dimostrazione. In “Incompletezza” espone gli esiti delle sue ricerche filosofiche cercando di esplicitarne la coerenza e la connessione con l’incertezza. In “L'immaginazione filosofica” sviluppa la tesi conclusive del contributo all'idea di incompletezza e sullo sfondo di una definizione delle principali linee della propria ricerca filosofica. In “Un'idea di laicità” propone un argomento a favore della laicità delle istituzioni e delle scelte sociali basato su un'interpretazione della natura della libertà democratica e del fatto del pluralismo. In “Non c'è alternativa. Falso!” mette a fuoco, in una prospettiva filosofica, alcuni aspetti rilevanti della crisi economica strutturale e dei rapporti fra capitalismo e democrazia rappresentativa. In “La gran città del genere umano” tratta temi differenti accomunati dalla prospettiva globale “degli occhi del resto d'umanità”. In “La barca di Neurath” affronta questioni epistemologiche, normative e meta-filosofiche sullo sfondo dell’incertezza e dell'incompletezza; curatore del volume degli Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Laboratorio Expo. “Il senso della possibilità, dove Veca, raccogliendo intuizioni sviluppate in quegli anni nelle lezioni presso la Scuola Superiore IUSS di Pavia, espone il suo interesse per la l'interpretazione filosofica delle modalità. In particolare, le questioni metafisiche delle modalità (specie il confronto tra mondo attuale e mondi possibili, esaminando le differenti posizioni di Kripke, Lewis, e Armstrong) costituirebbero la chiave di volta filosofica a cui si riconducono le questioni normative ed ontologiche relative all'epistemologia, all'etica e alla politica esposte nel saggio sull’incompletezza e sull’incertezza. In particolare, la distinzione tra mondi possibili e realtà modale, che fornirebbe una fondazione alla compatibilità tra costruttivismo griceiano e realismo, proposta in chiusura, può considerarsi l'apertura di una nuova fase di sua filosofia, stavolta di stampo prettamente metafisico, e che si ricollega peraltro all'interesse per le modalità centrale nella sua opera prima. Altre saggi: “Fondazione e modalità in Kant” (Milano, Saggiatore); “Marx e le critiche dell'economia” (Milano, Saggiatore); “Il programma scientifico di Marx” (Milano, Saggiatore); “Le mosse della ragione” (Milano, Saggiatore); “La società giusta: argomenti per il CONTRATTUALISMO” (Milano, Il Saggiatore); “Crisi della democrazia e neo-CONTRATTUALISMO” (Roma, Riuniti); “Questioni di giustizia” (Parma, Pratiche); “Co-operare e competere” (Milano, Feltrinelli); “Una filosofia pubblica” (Milano, Feltrinelli); “L'Altruismo” (Milano, Garzanti); “Etica e politica” (Milano, Garzanti); “Progetto Ottantanove” (Milano, Il Saggiatore); “Cittadinanza. Riflessioni filosofiche sull'idea di emancipazione” (Milano, Feltrinelli); “Questioni di vita e conversazioni filosofiche” (Milano, BUR, Biblioteca Universale Rizzoli); “Questioni di giustizia. Corso di filosofia politica. Torino, Einaudi, Europa Universitas. Tre saggi sull'impresa scientifica europea, Milano, Feltrinelli, Filosofia, politica, società. Annali di etica pubblica, Roma, Donzelli, L'Idea di giustizia da Platone a Rawls, Roma, Laterza, Dell'incertezza. Milano, Feltrinelli, La politica e l'amicizia, Milano, Edizioni lavoro, Della lealtà civile: un messaggio nella bottiglia. Milano, Feltrinelli, La penultima parola e altri enigmi. Roma, Laterza, La filosofia politica. Roma, Laterza, La bellezza e gli oppressi: sull'idea di giustizia. Milano, Feltrinelli, Il giardino delle idee. Quattro passi nel mondo della filosofia. Milano, Frassinelli, collana "I libri di Arnoldo Mosca Mondadori", La priorità del male e l'offerta filosofica” (Milano, Feltrinelli); Le cose della vita. Congetture, conversazioni e lezioni personali. Milano, BUR, Biblioteca Universale Rizzoli, Dizionario minimo. Le parole della filosofia per una convivenza democratica. Milano, Frassinelli, Quattro lezioni sull'idea di incompletezza. Milano, La Scuola di Pitagora); “Etica e verità” Milano, Giampiero Casagrande editore, collana "Attualità e studi", L'idea di incompletezza. Quattro lezioni. Milano, Feltrinelli, Sarabanda. Oratorio in tre tempi per voce sola. Milano, Feltrinelli, Kant. Milano, Book Time, Tolleranza. Le virtù civili. Milano, ASMEPA, L'immaginazione filosofica” (Milano, Feltrinelli); “Un'idea di laicità. Bologna, il Mulino, Ragione, giustizia, filosofia, scritti scelti, Antonella Besussi e Anna E. Galeotti. Milano, Feltrinelli, Omnia Mutantur. La scoperta filosofica del pluralismo culturale (Milano, Marsilio,. Non c'è alternativa. Falso! Roma, Laterza,. La gran città del genere umano. Milano, Mursia,. La barca di Neurath. SPisa, Scuola Normale Superiore,. Laboratorio Expo. Milano, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli,. Il giardino di Camilla. Milano, Mursia,. Responsabilità-Uguaglianza-Sostenibilità. Tre parole-chiave per interpretare il futuro (Bologna, Dehoniane); Il senso della possibilità” Milano, Feltrinelli); “Le virtù cardinali: prudenza, temperanza, fortezza, giustizia” (Roma, Laterza), A proposito di Marx. Milano, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli,. Quasi un diario. Socrate al caffè. Milano, Casagrande, “ Qualcosa di sinistra. Idee per una politica progressista. Milano, Feltrinelli,. Libertà. Roma, Treccani. Cura, introdotto la filosofia di Rawls, Nozick, Dahl, Easton, Nagel, Williams, Parfit, Putnam, Walzer, Berlin, Sen, Goodman, Arrow, Regan, Elster, Passmore, Pontara, Dunn, Larmore, MacIntyre, Harsanyi, Hempel, Finetti, Meade, Dworkin, Axelrod, Moore, Hampshire, Pettit, Spence, scrittore britannico Scuola di Milano. Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Socrate al Caffè, su socrate.apnetwork. Biografia. Pavia. Centro di filosofia sociale Scritti Pavia. Centro di filosofia sociale la teoria della giustizia RAI Filosofia Presentazione del volume Ragione, Giustizia, Filosofia. Scritti in onore. Le mosse della ragione conversazionale – La mossa della ragione conversazionale – dinamica conversazionale – la dinamica della ragione conversazionale. Salvatore Veca. Keywords: altruismo, Hampshire, Hart, Grice, giustizia, cooperare e competere, – ragione – virtu capitali, le mosse della ragione – ragione conversazionale -- -- Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Veca: la massima dell’altruismo conversazionale” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Veca.
Grice e Vecchio: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale del criticismo trascendentale
contro il positivismo di neo-Trasimaco – la scuola di Bologna -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Bologna). Filosofo bolognese. Filosofo romagnuolo. Filosofo
italiano. Bologna, Romagna. Essential Italian philosopher. Interessi
principali: Etica, filosofia del diritto, filosofia politica. Influenzato a BOBBIO.
Eminente filosofo italiano del diritto. Tra gl’altri, ha influenzato BOBBIO. Famoso
per il suo saggio “Giustizia.” Insegna a Ferrara, Sassari, Messina, Bologna e
Roma. Rettore a Roma. Aderito al FASCISMO, come molti filosofi del diritto in
Italia -- anche se lui stesso rimosso dal l'ideologia fascista nella fase
iniziale. Perde la sua cattedra per due volte e per ragioni opposte. Per mano
dei fascisti, perché e un ebreo. Per mano di anti-fascisti, perché è accusato
di simpatizzare con il fascismo all'inizio della sua carriera. Reintegrato
nell'insegnamento durante la seconda guerra mondiale, lavora con il Secolo
d'Italia e la rivista Pages libero, pubblicazione regia di Panucci. Fa parte
del comitato organizzatore di INSPE, un Istituto di ricerca che negli anni
Cinquanta e Sessanta si è opposto alla cultura marxista, la promozione di
conferenze internazionali e pubblicazioni. Fondatore e direttore del giornale
internazionale di Filosofia del Diritto. Considerato tra i maggiori interpreti
del kantismo. Criticato il positivismo, affermando che il concetto di ‘ius’ non
può essere derivata dall'osservazione dei fenomeni giuridici. A questo
proposito, le sue convinzioni concordarono con una vertenza che si svolge in
Germania tra filosofia, sociologia e legale Teoria generale che sembra di ridefinire
la "filosofia del diritto" a cui Vecchio ha attribuito questi tre
compiti: compito logico: costruire il
concetto di ‘legge’ -- compito fenomenologico: lo studio del diritto come fenomeno
sociale. Compito ontologico: la natura del ‘giusto’ -- o l'essenza del diritto come – dovere -- dovrebbe
essere. Saggi: “Senso giuridico: presupposti del concetto di legge, Il concetto
di legge, Il concetto di natura e il principio di diritto, Sui principi
generali della legge, Giurisprudenza, Lezioni Filosofia del diritto, La crisi della
scienza del diritto, Storia della Filosofia del diritto, Mutevolezza ed
Eternità della legge, Gli studi sul diritto. Treccani. “Principi generali del
diritto.” Vechio: essential Italian philosopher. Grice: “Note that it is
DelVecchio.” SCOPO DELLO STATO È ATTUARE LA GIUSTIZIA LUG 25, 2022 Giorgio Del Vecchio in una foto d'epoca In
anni di incontrastato positivismo, la pubblicazione in successione di tre opere
di Giorgio Del Vecchio, I presupposti filosofici della nozione del diritto
(1905), Il concetto del diritto (1906), Il concetto della natura e il principio
del diritto (1908), sconvolse il mondo degli studi filosofico-giuridici
italiani. Al suo interno fermenti antipositivistici covavano, ma non trovavano
la via per svilupparsi, mentre molti positivisti si risvegliarono da quello che
si potrebbe chiamare kantianamente il loro sonno dogmatico. Ebbe inizio in
Italia – così come in Germania con R. Stammler – quel capovolgimento dell’impostazione
del problema filosofico del diritto, che vedrà quest’ultimo osservato non dalla
parte dell’oggetto, come fenomeno che il pensiero passivamente conosce, bensì
dalla parte del soggetto. 1. Giorgio Del
Vecchio è rimasto sempre legato a Bologna, dove è nato il 26 agosto 1878, fino
alla morte avvenuta nel 1970, tanto da interessarsi da ultimo anche della
storia cittadina. Il trasferimento a Genova del padre – docente di statistica
–, lo porta a laurearsi e a vivere in questa città, dove nel 1902 pubblica su
Il Convito e sulla Rivista ligure di scienze lettere ed arti. Nello stesso
periodo si dedica a due saggi scientifici, uno “L’evoluzione della ospitalità”,
apparso sulla Rivista italiana di sociologia, e l’altro, “Il sentimento
giuridico”, sulla Rivista italiana per le scienze giuridiche. Insegna Filosofia
del diritto nel 1903 all’Università di Ferrara e pubblica Le dichiarazioni dei
diritti dell’uomo e del cittadino nella rivoluzione francese[1] . Nel frattempo avvia alcune delle relazioni
internazionali che caratterizzeranno la sua attività scientifica, frequentando
l’Università di Berlino, dove conosce Lasson, Kohler e Paulsen[2]. Nel 1906
viene chiamato presso l’Università di Sassari e successivamente, nel 1909, in
quella di Messina; diventato ordinario, si trasferisce dall’Università di
Messina a quella di Bologna, e nel 1920 a Roma. Nel 1905 scrive I presupposti
filosofici della nozione del diritto, nel 1906 Il concetto del diritto e nel
1908 Il concetto della natura e il principio del diritto, raccolte
successivamente nell’opera Presupposti, concetto e principio del diritto,
denominata Trilogia nel 1959, apparsa in America già nel 1914 con il titolo
unitario The formal bases of law, per la Boston Book Company, inserita nel 1921
nella The modern legal philosophy series.
Presupposti, concetto e principio del dirittorappresenta a pieno titolo
il pensiero filosofico-giuridico di Del Vecchio: in esso egli definisce il
diritto come «la coordinazione obiettiva delle azioni possibili tra più
soggetti, secondo un principio etico che le determina, escludendone
l’impedimento». Gli studi su Kant e le riflessioni in un orizzonte di
proiezione universale lo portano ad approfondire e ad avvicinare i neokantiani,
che in Italia vede studiosi come Petrone, Bartolomei e Ravà. Il suo lavoro, in
realtà, si muove tra idealità e prassi del diritto, nella ricerca costante di
un’armonia che chiarifichi le distonie; l’ispirazione a Kant lo fa assimilare
alla Scuola di Marburgo, mentre l’attenzione all’idealismo tedesco lo porta a
criticare, in modo metodico, sia il positivismo filosofico che quello
giuridico. 2. Alla filosofia del diritto
Del Vecchio pone un problema preliminare: quello della possibilità della
determinazione del concetto del diritto. È questa la prima delle tre ricerche
proprie, come già avevano ritenuto Vanni e Petrone, della filosofia del
diritto, la ricerca logica, quella fenomenologica, e quella deontologica. Alla ricerca logica devono accompagnarsi
secondo Del Vecchio quelle fenomenologica e deontologica. La ricerca
fenomenologica, studio misto di filosofia della storia del diritto e di
sociologia giuridica, non è fra gli aspetti più significativi del suo pensiero:
essa dovrebbe consistere nella determinazione delle linee generali dello
svolgimento storico del diritto, che dimostrerebbero la tendenza degli
ordinamenti giuridici positivi a una progressiva adeguazione all’ideale della
giustizia, in quanto nel corso del tempo emergerebbero, sarebbero riconosciute,
e a poco a poco si attuerebbero le prerogative essenziali della persona
umana[3]. Questo fine che Del Vecchio
riconosce nello svolgimento storico del diritto – o piuttosto assegna a esso –
indica quale sia la sua prospettiva riguardo al problema «deontologico», ossia
di ciò che il diritto dovrebbe essere: in altre parole, al problema della
giustizia. In questa materia, da un’iniziale posizione kantiana Del Vecchio via
via si avvicina a quella del giusnaturalismo cattolico: mediante l’attribuzione
di un significato sempre meno formale e più contenutistico del concetto di
persona. Del Vecchio dichiara «legge etica fondamentale» il dovere di operare
«non come mezzo o veicolo delle forze della natura, ma come essere autonomo,
avente la qualità di principio e fine…, non come individuo empirico (homo phaenomenon),
determinato da passioni e affezioni fisiche, ma come io razionale (homo
noumenon), indipendente da esse»[4]. Il concetto, e la stessa terminologia,
sono kantiani, e del resto il richiamo al Kant è esplicito. 3. Nel campo dell’«etica oggettiva», ossia
del diritto, da questa concezione della natura (nel senso di essenza)
dell’uomo, discende logicamente il diritto soggettivo a non essere costretto ad
accettare un rapporto con altri che non dipenda anche dalla propria
determinazione; e questo diritto soggettivo costituisce il «principio, o
idea-limite, di un diritto proprio universalmente della persona, insito in essa
e non esauribile mai in alcun rapporto concreto di convivenza»[5]. Del Vecchio non esita a chiamare tale diritto
«diritto naturale», considerandolo «anteriore ad ogni applicazione e ad ogni
rapporto sociale» – di cui esso è anzi la legge[6] –, ed indipendentemente dal
rispetto che un ordinamento giuridico positivo ne compia. Del Vecchio sostenne
sempre, seguendo un giusnaturalismo che da quello kantiano andò avvicinandosi a
quello tomistico, il limite al potere dello Stato costituito dai diritti
naturali dell’individuo (o della «persona»).
Nella prospettiva ideale di uno «Stato di giustizia» la cui ragione
prima è la tutela di tali diritti, egli respinge ogni teoria che ponga lo Stato
al di sopra o al di fuori del limite giuridico costituito dalla sua intima
ragione d’essere, l’attuazione della giustizia, in quanto solo da questa sua
missione esso trae la propria autorità[7]; anzi, di uno Stato che agisca in
contrasto con la giustizia Del Vecchio giunge a parlare come di «Stato
delinquente»[8] . La giustizia è da lui affermata perciò «valida ed efficace
anche contro un sistema giuridico positivamente vigente» quando questo
contrasti irreparabilmente con le esigenze elementari della giustizia che sono
le ragioni della sua validità: è legittima allora «la rivendicazione del
diritto naturale contro il positivo che lo rinneghi»[9]. Daniele Onori
[1] Del Vecchio, La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino
nella rivoluzione francese. Tra le sue opere: Il sentimento giuridico, 1902;
L’etica evoluzionista, 1902; Diritto e personalità umana, 1904; I presupposti
filosofici della nozione del diritto, 1905; Su la teoria del contratto sociale,
1906; Il concetto del diritto, 1906; Il concetto della natura e i principio del
diritto, 1908; Sull’idea di una scienza del diritto universale comparato, 1908;
Il fenomeno della guerra e l’idea della pace, 1909; Sulla positività come
carattere del diritto, 1911; Sui principi generali del diritto, 1921; Sulla
statualità del diritto, 1929; Stato e società degli Stati, 1932; La crisi della
scienza del diritto, 1933; La crisi dello Stato, 1933; Il problema delle fonti
del diritto positivo, 1934; Individuo, Stato e corporazione, 1934; Etica,
diritto e Stato, 1934; Diritto ed economia, 1935; L’homo juridicus e
l’insufficienza del diritto come regola della vita, 1936; Sulla involuzione nel
diritto, 1938; Sul fondamento della giustizia penale, 1945; Verità e inganno
nella morale e nel diritto, 1945; Dispute e conclusioni sul diritto naturale,
1948. [2] R. Orecchia, Bibliografia di
Giorgio Del Vecchio, p. 11 [3] Del
Vecchio, Lezioni di filosofia del diritto, pp. 350-351 della 13 a ediz.,
Milano, 1965 [4] Del Vecchio, Il
concetto della natura e il principio del diritto, p. 72, Torino, Vecchio,
Etica, diritto e Stato, nel vol. Saggi intorno allo Stato, Roma, 1935, pp.
168-169. Nello stesso volume, nel saggio Individuo, Stato e corporazione, v. il
tentativo di fare rientrare nel concetto di Stato di diritto lo «Stato
corporativo» fascista (p. 134 ss.). [8]
Del Vecchio, Lo Stato delinquente Del Vecchio, La giustizia, pp. 121-124 della
6 a ediz., Roma, 1959. Ma le idee di Del Vecchio circa il diritto naturale
appaiono in numerosi suoi scritti: fra quelli dedicati espressamente a tale
argomento v. Dispute e conclusioni sul diritto naturale (1948), Essenza del
diritto naturale (1952), e Mutabilità ed eternità del diritto naturale (1952),
gli ultimi due ora in Studi sul diritto, I e II. TORINO | °°0‘0‘’‘’ROMA — MILANO —
FIRENZE | FRATELLI BOCCA EDITORI | DI, 1902. È
Estratto dalla Rwista Italiana per le science gi “7 Volume XXXIII
— Fascicolo III ? Ù i Città di Castello
— Tipografia dello Stabilimento S. Lapi, IL SENTIMENTO
GIURIDICO $ I. — Nel principio della Politica, volendo
Aristotele definire in che l’uomo si distingua da tutti gli altri animali,
dice questo esser proprio di lui, ch’egli ha il senso del giu- sto e
dell’ingiusto.! Se fin da tempi antichi si disputò lungamente su la
co- stituzione semplice o derivata, naturale o artificiale di
questo dato della coscienza, la sua esistenza, cioè la realtà
psicolo- gica del senso della giustizia, non fu posta in dubbio da
alcuno. Il problema della sua essenza ed origine andò
congiunto di regola, come facilmente s'intende, con altri più
generali, su la natura etica dell’uomo, e l’essere obiettivo del
giusto; di guisa che non potrebbe tracciarsi compiutamente la
storia di così fatta questione senza comprendervi quella intera
della Filosofia del diritto. Un'idea sinottica del contrasto
si acquista considerando i due punti nei quali accentraronsi le opposte
dottrine. Socrate fondando la concezione ideale del mondo riconobbe nel
cuore dell'uomo l’immagine della giustizia in universale; e tal
principio accolto nel sistema platonico più non scomparve dagli orizzonti
speculativi, benchè sia stato nei secoli, da quelli stessi che vi sì
attennero, variamente inteso e modifi- cato. Così gli Stoici ammisero un
é6pdò3 A6y05, espressione o riverbero nella coscienza della legge
immutabile di natura; 1 Toto yàp nods TRA taa tots dvdperots
lorov, TO povov.... dmatov xal ddlwov.... axiodnow eyew [I, 1 (2)
$ 10 (11)]. 6 questa tesi sostenuta eloquentemente da
Cicerone, ‘dritto naturale. D'altra parte essa s'era contemperata
nella & mentibus? non fu mai abbandonato dalla filosofia
positiva; #@ 4.0... IL SENTIMENTO GIURIDI00,*
si Date E dr: fu ac- DA SEAA Î colta
(benchè in forma men rigorosa) dai giuristi di Roma; e |’ e . ) O . Ù
PIGLIO IO. i St VE gato, ari divenne poi uno tra i fondamentali principî
delle scuole di || x DI 14 dottrina
teologica di San Tommaso coi dogmi della rivelazione la vie o della
caduta. Allo stesso ordine appartiene la concezione del Vico, innalzata
però a meravigliosa potenza per compren- dere “insieme storia e filosofia
dell'umanità, .? : LR L’assunto di una imago justitiae, per naturam
impressa. ad esso si riferirono generalmente pure i giuristi, in
armonia. © col comune dettato delle coscienze. Ipo Bensì, mentre da
un lato si considerò il fondamento della. 1 Sopra tutto in quel
mirabile passo della Repubblica (III, 17; (w Lactantius, Inst., VI, 8):
Est quidem vera lex recta ratio naturae con-. gruens, diffusa
în omnes, constans, sempiterna.... Neque est quaeren- nr dus explanator,
aut interpres eius alius. Nec erit alia lex Romae, alia Athenis, alia
nunc, alia posthac; sed et omnes gentes et omni | tempore una lex, et
sempiterna, et immutabilis continebit;... cui qui. non parebit ipse se
fugiet, ac naturam hominis aspernatus hoc ipso de luet maximas poenas,
etiam si cetera supplicia, quae putantur effuge- rit,. A ragione disse di questo il
Rosmini, non esservi forse su tal T° soggetto “luogo più splendido in
tutta l’antichità,,. MANO ? Principj di una Scienza nuova (1%), I,
6; II, 4. “Siccome in noi. sono sepolti alcuni semi eterni di vero che
tratto tratto dalla fanciul- lezza si van coltivando, finchè con l’età e
con le discipline provengono. in ischiaratissime cognizioni di scienze;
così nel genere umano per lo. Vial peccato furono sepolti è semi eterni
del giusto, che tratto tratto dalla fanciullezza del mondo, col più e più
spiegarsi la mente umana sopra (°° la sua vera natura, si sono iti
spiegando in massime dimostrate di giu= ‘0 stizia ,. se IA 3
GRAVINA, Orig. jur. civ., lib. III, cap. 11. LIE * Intendasi questa
parola nel proprio senso. Oggi va sotto questo nome la filosofia
negativa. i It > KANT, Grundlegung zur Metaphysilk der Sitten,
IT Abschn.: “Aus. dem Angefihrten erhellt : dass alle sittliche Begriffe
vòllig a priori in . der Vernunft ihren Sitz und Ursprung haben; dass sie
von keinem empirischen und darum bloss zufalligen Erkenntnisse abstrahirt
wer-. den
kònnen; dass in dieser Reinigkeit ihres Ursprunges eben ihre a) Wirde
liege ,, ecc. (Cfr. la Hinleitung in die Rechtslehre, $ B. TM FICHTE,
Grundlage des Naturrechts (196, p. 50): “ Es wird sonach zu | | Folge der
geleisteten Deduktion behauptet, dass der Rechtsbegriff im |° Wesen der
Vernunft liege, und dass kein endliches verniinftiges We- sen mòglich
sey, in welchem derselbe nicht — keinesweges zu Folge |. der Erfahrung,
des Unterrichts, willkihrlicher Anordnungen unter den .. Menschen, u. s.
f. sondern zu Folge seiner verniinftigen Natur, Vols ue a,
N 4 + È nz TERI
e N E s* Mia ” Len
#1 Hp 5 > 04) ERRO: D Ti (0... IL SENTIMENTO GIURIDICO a
Uur’esigenza intrinseca della volontà, e l’amore, più che il
concetto, della giustizia si riconobbe innato nell’uomo.! | Il
sentimento giuridico ebbe ancora fondamentale impor- | tanza nelle teorie
della scuola storica, la quale ad esso ri- condusse come ad
original fonte la genesi fenomenica del di- | ritto, ? _ Contto a
questa serie di concezioni, aventi a tratto-co- mune il principio
di una intuizione giuridica immediata ed "irriducibile, un’altra si
svolse, intorno al principio di una ‘formazione progressiva e mediata,
spesso anche artificiale, del. senso del giusto, per effetto
dell’esperienza e delle relazioni esteriori, komme ,,. ©Ofr. pure
Das System der Rechtslehre (Fichte ?s Nachgelas- i sene Werke Zw.
B., p. 495 e seg.). . 1 Questa massima fu sentita più profondamente forse che da
al- cun altro da J. J. Roussmau. Vedi specialmente nel Discours sur
l'ori- gine et les fondementes de l’inégalité parmi les hommes, il passo
in cui si tratteggia la teorica della pietà (nell’ediz. LeFÈvrE delle
Oeuvres complètes, vol. IV, p. 151 e seg.); e nel IV dell’Emile.
la Profession de fot du vicaire savoyard (ed. cit., vol. III, p.
336-342). Anche in tutti gli altri suoi scritti s'incontrano
accenni a “ cet amour de la Justice, inné dans tous les coeurs,
(Confess., vol. I, p. 613).
Analoga è la dottrina di SCHOPENHAUER, in quanto anch'egli fa
scaturire il sentimento della giustizia dalla naturale compassione, che |
{in tal sistema è poggiata su l’unità trascendente della volontà come
cosa in sè. “Dieses Mitleid ist eine unleugbare Thatsache des men- x»
sohlichen Bewusstseins, ist diesem wesentlich eigen, beruht nicht auf
Voraussetzungen, Begriffen, Religionen, Dogmen, Mythen, Erziehung
und Bildung; sondern ist urspriinglich und unmittelbar, liegt in der
| menschlichen Natur selbst, hélt eben deshalb unter allen
Verhàaltnissen «Stich, und zeigt sich in allen Làndern und Zeiten n (Uber
die Grundla- IISB, & 62, ge der Moral, $ 17).
Cfr. Die Welt als Wille und Vorstellung, spec. ° Tale dottrina è
però profondamente diversa da l’altre ond’è pri- ‘ma fatta
menzione. Anzitutto essa non considera il sentimento giu- ridico
come un dato della coscienza singola, ma sì quale espressione ipostatica
di un'anima popolare. Questa espressione poi è intesa solo i \6ome
principio sforîco, cioè avente ad unico e necessario riscontro la |
realtà delle istituzioni vigenti. Esso si rappresenta, per conseguenza,
quale principio vivente e organico (benchè invisibile e in parte
incon- scio), che si svolge nel tempo e nello spazio e assume forme
deter- \iminate secondo le condizioni particolari della
nazione. è Questa teorica si raccosta nella sostanza, e si
concilia più che a ‘|| ‘’prima giunta non paia, col sistema di
HegrI. Specialmente nei continua- tori di questo è visibile la
mutua tendenza delle due concezioni. ‘Pet altro lato la scuola
storica si connette alla tendenza realistica della i moderna sclenza
sociale. V. su ciò le belle osservazioni del VANNI: giuristi della
scuola storica di Germania nella storia della Sociologia e della
Filosofia positiva, in Rivista di Filosofia scientifica, vol. IV, Milano,
1885, p. 693-721. Bi IL SENTIMENTO GIURIDICO Questo
concetto, antico quanto il contrario, ! ebbe il suo ‘massimo
svolgimento nella filosofia inglese, ove sempre, in Ì; una od in altra
forma, prevalse; pur non mancando tra essa propugnatori della
dottrina classica dianzi indicata, * AI nostro tempo la spiegazione
genetica fu accolta dal i5 maggior numero, come quella che s'accordava
colla generale tendenza empirica del pensiero.® La forma più
sostenibile 1 Ne sono in vero già visibili i tratti nelle teorie
dei sofisti; e non mancano accenni pure anteriori. Che nella filosofia
greca sino a Pla-. tone siano stati toccati presso che tutti i
punti di vista onda è pos- sa sibile speculare, fu
già avvertito. Circa i sofisti stessi è ormai dimo- | ‘ strato
che, non ostante alcuni comuni caratteri, le loro dottrine dif-' più
ferivano di non poco, e talvolta direttamente si contrariavano.
Oltre l’opere classiche del Grorn e dello ZELLER, si cfr. in ispecie il
saggio di A. CHIAPPELLI: Sulle teorie sociali dei sofisti grecî
(in Atti della. ©’ R. Accad. di scienze morali e politiche, vol. XXIII, Napoli,
1899). — Il detto notissimo di ARCHELAO, Tò dlxztoy etvat, nai Tò
aloypòv ob oudet, KAAÈ | vép» (su le varie interpretazioni del quale v.
BERTINI, La filosofia greca - prima di Socrate,
Torino, 1869, p. 811), pone, forse per la prima volta, il quesito
dell’esistenza di un dato morale nella natura. La risposta
negativa, quale è data qui dal discepolo di Anassagora, fu certo poi tra
È i sofisti la dominante; ma non essa può dirsi assunto generale
di quella scuola, bensi l’astrazione della natura dal fatto storico della
moralità, e la contrapposizione (in un senso o in un altro) di questi due
termini fra di loro. La tesi per la quale il giusto e
l’ingiusto si riconducono al sem- RS plice fatto della posizione storica,
e non se ne ammette un fondamento | in natura, è propria della
filosofia scettica d'ogni tempo. Così se ne può osservare il
ritorno presso MoNnTAIGNE (Essaîs, I, 22: Les loix de. nat la conscience,
que nous disons naistre de nature, naiîssent de la coustume | ecc.); cfr.
PascaL, Pensées, I, art. VI, $ 19; art. IX, $ Se sog. (sec. to tea volta
dagli stessi “ positivisti, ; SA CROATO, $ II. — L'origine del
sentimento intuitore del ginsto è DI ari problema di pura ragion
metafisica. DISPADIAI Noi teniamo per fermo che la spiegazione
storica del ma- o SIE ‘nifestarsi di un fatto, in connessione con gli
altri dati della 0 i natura, non distrugga la sua esistenza d’idea; la
quale è. soggetta come tale ad una costruzione ontologica,
indipen-. dente dall’accidentalità del suo concretarsi. La mutua incisi
ili denza dell'idea in fatto, e del fatto in idea, la loro trascen=
ti denza reciproca è il primo canone della Filosofia e della vita.
tanga: Essere il mondo un prodotto della coscienza non è men vero,
che non sia vero essere la coscienza un prodotto del NARA mondo. Onde
riesce palese l’assurdità dell’assunto materiali- sta: secondo il quale,
provata la condizionalità reale del pen- | siero, sarebbe esclusa per ciò
la condizionalità ideale dei CFR fatti. Most Tale illusione
ritorna non pertanto incessantemente: e. de: benché trovi nella coscienza
di ognuno la sua sufficiente con- d 208, 520-522, 530 e 531;
Justice, $ 16 e seg. — Cfr. DARWIN, The descent of man, spec. chap. III;
"BAIN, Mental and Moral Science: Ethics, part Ha, DI chap. III, (ed. London, 1884, p. 448-459).
È. 1 L’imperfetta posizione del problema, per la quale vuolsi risol- |
du vere l’essere in divenire, conduce a simili contraddizioni : onde si
è costretti ad ammettere in fine che l'elemento essenziale era già
posto in principio. Vedi ad es. il saggio del LirTRÈ, Origine de l’idée
de Dr n. justice
(in La Science au point de vue philosophique, Paris, 1873, p. 331-! 347).
Ivi prima si dice (p. 332) che “la justice, loin d'ètre primor- diale, innée,
élementaire, est secondaire, acquise et combplexe ,,; però di la si
riconduce tosto a un “fait psychique irréductible,,, e in fine si |
ammette che “l’idée de justice n’est pas autre chose que la dérivation |
|’ d’un fait purement intellectuel, extrèémement simple,
véritablement intuitif,, (p. 346). LL Per una critica originale
ed acuta del moderno empirismo nella. tg seg filosofia giuridica vedi
PaTRONE, La fase recentissima della filosofia del'—|—|* dritto in
Germania (Pisa, 1895) e La filosofia del diritto al lume del-. © l’
idealismo critico (in Rassegna Nazionale del 1° giugno 1896). Su gli © È
elementi irriducibili della coscienza etico- «giuridica v. ancora del me-
——’ desimo Il valore ed i limiti di una psicogenesi della morale (Roma,
Maori, 1896) e La storia interna ed il problema presente della filosofia
del dis (0 ‘ witto (Modena, 1898) p. 46-52. e dee 4
Men + IL SENTIMENTO GIURIDICO ARA Mione. ritenta, a
tratti, di costruirsi in ragion filosofica. LI i) |
Questo è in sostanza l’errore fondamentale, il Grundirrtum, che
Schopenhauer diceva non perir mai dalla terra, ma ele- | vare di tratto
in tratto il suo capo, finchè l’universale indi- gnazione non lo
costringa a rimpiattarsi di nuovo. ! Il problema della natura originale
del giusto comporta dunque in verità più soluzioni, secondo il modo
ond’esso si pone: secondo che si consideri il fenomeno del suo
sviluppo, o la sua essenza d’idea. Questa non può come tale avere
alcuna oreégine storica; poichè i fatti potranno mostrar solo
esempi di sue affermazioni (perfette o imperfette), ma non
LI rodurre ciò che, da questo punto di vista. è condizione
del ì ) lor presentarsi. La storia non potrà però mai
soppiantare l’idea, perchè non potrà liberarsi del suo presupposto
; e l’idea è metempirica per essenza, cioè non si esaurisce
nell’accadere. Così nel proposito nostro le condizioni storiche
della vita. (educazione, abitudine, eredità) non generano l’idea del
giu- sto; ma sono le occasioni ed i modi dei fatti che a lei
cor- rispondono, le ragioni del suo affermarsi o riscontrarsi
in concreto. Solo in questo senso, cioè nel suo aspetto
empi- rico, la coscienza del giusto può dirsi subordinata a condi-
zioni storiche di sviluppo. Nel suo aspetto ideale, essa non ha
altra ragione di determinazione o d’interferenza che quella
logica. H in tal senso appunto v’è tra la personalità ed il
diritto una coerenza essenziale, cioò l’un termine esige l’altro e
lo implica nella sua contenenza d’idea. | A. questo nesso
ideale corrisponde necessariamente una in- trinseca relazione nel fatto,
poichè l’esistenza di un termine è coordinata nella sua possibilità con
quella dell’altro.. Così la personalità ed il diritto — considerati quali
prodotti nel- l'ordine naturale dell’accadere — hanno comuni e
compene- trate le condizioni empiriche di sviluppo. Onde il
necessario apparire della coscienza giuridica nella personalità
sviluppata, e del diritto nella vita storica in generale. 1 Parerga
und Paralipomena, Ed. di KonBeR Zw. B., p. 207- 208 . ($
110). 10 n IL SENTIMENTO GIURIDICO $ III. — La
questione metafisica non pregiudica del resto | in alcun modo l’analisi
del dato psichico e delle sue “DEORPR A funzioni. LEO Il
sentimento del giusto è un dato primario e normale | Mero) della
coscienza etica, un elemento o un aspetto di questa; Ta la sua natura è
affettiva al tempo stesso e ideologica, ine quanto che alla forza
dell’animo, che sente alcunchè giusto ib o ingiusto, necessariamente SO
espresso 0 latente, Vin STA tuito teoretico di un criterio. x ;
Facendoci ad esaminare le funzioni specifiche di questo SS dato, ci
proponiamo di determinare il posto che ad esso "Pata di nella teoria
del diritto. a) Una vocazione giuridica della coscienza è il
presuppo- {° sto della stessa considerazione storica del diritto.
Noi dob- PAIA biamo sentire ripercuotersi in noi la vibrazione ideale
che corrisponde obiettivamente alla struttura del dritto, per com-
| prendere questa. Non la parola diritto, nè le sue corrispon- |‘
denti od analoghe, nella storia indaghiamo: ma l'essenziale | (°° verità
dell'obietto; il quale ha naturalmente in noi stessi la sua radice ed il
suo fondamento. Chi non sente in sè gli rt elementi e le ragioni semplici
e necessarie degl’istituti giu- (°° ridici in generale; chi non ha vivo e
desto nella coscienza Il principio teoretico ed emotivo che corrisponde
intrinseca- . mente ai dati storici del diritto, non potrà sussumerli,
non. |’ potrà assimilarli; sopra tutto non potrà coglierne l'intimo
| senso e la vera i sO E però fallirà nel suo assunto colui
che volendo pene-.. trare la ragion naturale del dritto rifiuti per
preconcetto di (6 scuola il ricorso alla sede interiore di esso, e
s'avvisi compiet. — l'indagine secondo puri dati meccanici e materiali.
Non la Sii. “Lia sperata semplicità ed esattezza, ma il più pernicioso
sviamento | sarà solo l’effetto di questo metodo: che non potrà mài con-
durre al nodo essenziale dei rapporti giuridici. Natura Juris ni ab
hominîis repetenda est natura. Rei: Il fondamento psicologico del
diritto ha dunque una fun- Via zione gravissima nella stessa indagine
storica ed obiettiva; {|| x dn pi
; n SANA "pe x è («| ‘IL SENTIMENTO
GIURIDICO STE, i | appartenendo ad esso generalmente il darci 1
abito alla giu risprudenza, | | è ._b) Il
sentimento del giusto è altresì presupposto da ogni ordine giuridico nei
suoi componenti, per l’intelligenza e l'osservanza delle sue norme; in
particolare poi si richiede |. tal fondamento nella coscienza del
giudice, il quale ad esso deve attingere ultimamente, secondo lo
spirito della legge, le sue sentenze. Si pensi in ispecie
all’interpretazione esten- siva, e ai giudizi “secondo i principî
generali del diritto,,. . La teoria romana dell’aeguitas, che tanta e sì
viva parte ebbe nello sviluppo di quel diritto, si riferiva costantemente
a “questo elemento giuridico della coscienza; e certo non
sa- rebbe stata possibile senza di esso. c) Le stesse
determinazioni legislative e di consuetudine sono d’ordinario un riflesso
organico del sentimento giuridico dominante; ed allo svolgimento di
questo corrisponde in effetto un variare di quelle. Il
processo, per cui il sentimento subiettivo del giusto si traduce
storicamente in istituzioni, è però assai più complesso e meno immediato
che non siasi avvertito dalla Aistorische Rechtsschule. Questa, avendo
posto a priori la massima della “coscienza giuridica popolare,, riferì ad
essa sic et simpliciter, come a fattore storico trascendente, la genesi
del diritto; e in essa ne vide il principio razionale e reale ad un
tempo.‘ Per tal guisa, non uscendo mai dalla ipostasi dogmatica
della “coscienza giuridica popolare ,, quella scuola ne trascurò
inte- ramente l’analisi nella sua prima sede, ch’ è la coscienza
sin- 1 È importante su questo punto il raffronto della dottrina
storica ‘.con quella dei giuristi romani. Essi ammettevano pure un
intuito primario del giusto, ma l’estimavano un dato teoretico
della ragione, quasi espressione logica della necessità intrinseca del
diritto. Lo spi- rito popolare all'incontro, secondo la scuola storica, è
una vera potenza dialettica, una ragione vivente e per se stessa attuosa.
Con che s'in- tende com’esso abbia potuto parers bastante a spiegare la
genesi sto- rica del diritto; laddove i Romani, anzichè su la naturalis
ratio, si fondarono a ciò espressamente sul principio dinamico della vol/untas,
e il momento ideale di quella usaron piuttosto come argomento della
universalità umana del dritto, e come massima ausiliare e interpretativa,
. promotrice dell’equa pratica giudiziale. AN
ABETI en IL SENTIMENTO GIURIDICO... ubi tOE CSC LA DI ; A 4 . e ile ; Ù 3
R P, Lf .gola*; dalla quale bisogna appunto tòrre ‘principio per iscoprir
| | io poi le leggi del suo comporsi obiettivamente
in fattore storico, La coscienza o persuasione giuridica popolare,
che parve a... cotesta scuola un che di misterioso e d’imperscrutabile,®
ha | nella realtà i suoi principî in quegli stessi elementi dell'essere |
© personale, che sono generalmente le condizioni subiettive
0 psichiche del diritto; mentre trova d'altro lato i suoi termini.
{°° in quei dati della natura storica, onde il sentimento del giu- &
|| ° sto ha materia a determinarsi, e coi quali è pertanto neces-
sariamente connesso nel suo sviluppo e nelle sue concrezioni, * |.
Se non che, anche così risoluto il concetto di coscienza ||
giuriaica popolare, non può riconoscersi in questa, come volle n la
scuola storica, la causa imperturbata, semplice e onnipo- |’ tente
della posizione fenomenica del diritto. Cotesta conce- | zione romantica
del Volksbewusstsein, come di un tutto co- © stantemente pacifico
ed omogeneo, contraddice alla storia | (\° dell'evoluzione
giuridica; che ci dimostra le istituzioni nascere per via di
sforzi laboriosi e tenaci, onde le volontà coesistenti portano a
interferire i rispettivi dati delle coscienze. ‘Lungi d’essere unanimi
nella statuizione giuridica, i popoli trovano in essa un peculiare
e quasi non interrotto argomento di dis- sidio e di lotta; nella
quale non solo il sentimento del 1 Degna di nota è la luminosa intuizione
platonica in questo senso : Tà aUTà Sv Sxdotm Eveotiv Mudv elòn te xxl
NIN, darep Èv Ti moiSt. od Yap mod «AXodev èneios dopintar. Repubbl., IV,
435 E. — Similmente il Vico inse- gnava che come questo mondo civile
certamente è stato fatto dagli uomini, così se ne debbono ritruovare i
principj dentro la natura e le modificazioni della nostra medesima mente
umana (Scienza nuova, 1? e 2*, passim). ? La teoria della
coscienza sociale “come sintesi di relazioni delle . coscienze e
dei subietti individuali,, è tracciata con profondità di ve- || dute dal
FiLomusi GusLFI nella eccellente Enciclopedia giuridica (4° ed.) $
18. Vedi quivi ancora i.$$ 16 e 17. 3 Caratteristica è l’ingenua domanda
del PucHTA: “Wer wiirde es unternehmen, den Wegen zu folgen, auf
welchen eine Ueberzeugung | in einem Volk entspringt, keimt, wàchst, sich
entfaltet, hervortreibt?,, (Instit.,$ XII). ° Tra questi
dati della natura storica che tendono a reagire sulla coscienza
viene a occupare la prima linea, come somma dei processi LI
anteriori, lo stesso ordine giuridico, da che è in fatto costituito.
Si determina così uno stato di azione e reazione reciproca tra il
diritto esistente e la disposizione giuridica della coscienza. In questa
è però sempre un principio attivo: e l'avere in qualche modo
veduto ciò è uno dei meriti principali della scuola storica del
diritto. ) IL SENTIMENTO GIURIDICO | © NA
CARREO ‘ |’..’‘’‘’giusto, ma pure ogni altra potenza
e passione interviene e si ripercuote. E la statuizione o
posizione del dritto è deter- minata dalla volontà sociale preponderante,
cioè dalle idee storicamente più forti. n. Il legislatore
stesso è da concepire, non come il messo fatidico dell'entità del
VolKksgeist, ma come il rappresentante e la voce organica della ragione
storica sufficiente. L'armonia delle statuizioni legislative
coll’universale sentimento dei sin- goli potrà assumersi a segno della
perfezione di esse, ma certo non è condizione del loro positivo
vigere: che anzi mai nella storia.tale armonia si presentò
integramente avverata. Il vedere a priori nel sistema che avvince
un popolo l’e- spressione fedele del suo proprio genio è sovrimporre
alla storia una formola, contro cui la stessa voce dei fatti in
mille casi apertamente protesta; ed è vuoto e indegno sofisma, come
disse benissimo il Bruns (in Enc. der R. W. di F. v. Holtzendorff, 5.
Aufl., p. 485), il riferire alla coscienza giuridica di una na- zione la
sua tolleranza di un’autorità usurpatrice. A simile
argomentare aveva già risposto Jean Jacques: “On pourroit employer une
méthode plus conséquente, mais non plus favo- rable aux tyrans, (Contr.
soc., I, 2).! Il sentimento del giusto ha con tutto ciò una funzione
fondamentale e primaria nella determinazione positiva del dritto. Se non
se ne può riconoscere in fatto l’onnipotenza, esso è però, anche
storicamente, una forza viva, e per sua nas tura tende a tradursi in
quegl’istituti, di cui è per se stesso l’espressione embrionica o
potenziale. E di tutte le forze, che presiedono al vigere storico del
diritto, esso è la più pro- fonda e la più indistruttibile; perchè anche
oppresso, vive latente, ed alla fine, tosto o tardi, si esprime in atto e
si fa valere. Gli ordini giuridici sono in effetto tanto più saldi
e durevoli, quanto più ampio e profondo è il loro consenso col dettame
attuoso delle coscienze. Onde il generale paralle- 1 Una
rettificazione della teoria della scuola storica nel senso indi- cato fu
del resto intrapresa al tempo stesso della sua maggior Voga.
Rammentiamo in ispecie la bella polemica sostenuta dal BesELER col
suoscritto: Volksrecht und Juristenrecht (1843) e colla appendice ad
esso in risposta alla critica del PUCHTA. i i IL SENTIMENTO
GIURIDICO lismo dianzi notato, tra l'evoluzione interiore e
Bit aste: sia He riore della FA: A wi d)
Il sentimento del giusto è lungi d’avere un vincolo . od un confine nelle
statuizioni vigenti, che pure esso stesso ha in tutto o in parte
determinate. Ai suoi sforzi di porle in armonia con se stesso, alle sue
varie e successive esigenze se- | gue ordinariamente, secondo i principî
accennati, uno sviluppo nella legislazione; la quale del resto, quasi
temendo di porsi in contrasto con esso, suol riconoscerne la
funzione rinno- vatrice, e ad esso in molti casi si riferisce;
semprechè la per-. pui suasione giuridica si presenti esplicata
obiettivamente in co- {°° stume. Ma la possibilità di un conflitto non è
perciò tolta: | ed in tal caso il sentimento del giusto si
manifesta come ele- mento perturbatore dell'ordine giuridico
istituito; e può pre- sedere contro di esso ad un’azione occulta o
palese, corro- siva o violenta. Ciò accade generalmente
allorchè troppo grave è la discre- panza tra l’autorità esteriore del
reggimento e quella inte- riore delle coscienze. La qual discrepanza è a
sua volta quasi sempre l’effetto del non aver potuto, per
contingenze storiche quali che siano, il sentimento del giusto
esercitare la sua azione normale rispetto alla genesi del diritto.
Allora manifesta la sua efficacia perturbatrice o
rivolutiva. Certo non è sempre agevole segnare in fatto il
confine tra questa e l’azione ordinaria o legalmente rinnovatrice.
La realtà cl presenta anche in ciò, come vuole la sua natu- ra,
una serie impercettibile di gradazioni. Ma l’averne rico- nosciuto
nel proprio senso i due termini basta a mostrare ge- neralmente il
carattere del processo. e) L'aspetto testò toccato della coscienza
giuridica si con- nette immediatamente, nel suo significato
teoretico, con un altro, che rappresenta la sua funzione CATA
Greni e ne de- . finisce il valore fondamentale. La
coscienza del giusto ha in sè la potenza di contrap- porsi
all’autorità del diritto storico, e di cercare in altro che nella
realità del vigere la sua giustificazione ideale. ‘E ssa ha
ai ata v Ù | ID SENTIMENTO GIURIDICO 15 in sè
la potenza di giudicare le leggi vigenti, e precisamente sub specie
juris, cioè alla stregua di quello stesso criterio, che ha pure in esse
la sua storica espressione più forte, e for- malmente esclusiva.
Certamente una concordanza tra il sen- timento originale della coscienza
e la realtà degl’istituti vi- genti è, non che possibile, consueta; nè
potrebbero questi durare senza un minimo di consenso. Ma l'importante è
que- sto: che sotto tal luce, cioè secondo l’intuito proprio della
coscienza, la giustizia delle obiettive determinazioni giuridiche non è
implicita in questa lor qualità, ma è sempre rispetto ad essa mero
accidente: e chi l’affermi enuncia un giudizio eminentemente
sintetico. Noi abbiamo così nella coscienza il principio di tutto
quanto un ordine di determinazioni giuridiche, indipendenti da quelle
storicamente costituite, e comprendenti anzi pur queste sotto la loro
giurisdizione. Molti dottori rifiutano a determinazioni sì fatte la
qualità di giuridiche, e negano che il diritto si affermi altrimenti che
nella storia e come istituto; ma è il caso di chiedersi se negando i
fatti si risolvano le difficoltà che ne nascono. Il vero è
che un principio giuridico è di sua natura il medesimo se sia affermato
da un solo o da tutto un popolo; e similmente non tocca l’essenza sua
logica il fatto, ch’esso sia molto o poco o nulla applicato.
L'applicazione storica presta bensì d’ordinario ai principî vigenti
una minutezza, e una precisione di forme che manca spesso alle
manifestazioni immediate della coscienza; la quale sì smarrisce talvolta
nelle ipotesi complicate, e mossa com’è d'ordinario da intuito di casi
singoli, non sempre eleva le sue sentenze all’universale. Ma per essere
in una od in altra forma espresse e specificate, le immagini di diritto
non sono però meno tali; onde anche da questo lato si vede che la
distinzione tra i dettati giuridici della coscienza e quelli de-
gl’istituti storicamente posti tiene in realtà solo al modo, onde gli uni
e gli altri sono affermati. L'indipendenza da ogni sanzione
esteriore, il non ripe- tere la sua autorità da alcun fatto empirico è
carattere di- stintivo e fondamentale del sentimento del giusto; il
quale TINA CALO ERA, MLN A 3) — 9: iL
GS Î) È pone se shesso come assoluto a
presi î I E questa qualità psic | assolutezza noù può esser
negata neppure da chi le. ragion metafisica quale che sia, ti
ARMI ATI VA { ; N |. Nessuna prescrizione di
legge potrebbe distrugge . facoltà originale della coscienza, di
contrapporre se ‘come principio supremo, all’autorità del diritto
costitu quando Hobbes dichiara (De Cive, XII, 1) che a nessi |
nella società civile permesso un giudizio su ciò che s » |. sto o
ingiusto, dice cosa non solo ignobile, ma anche van CARTE . L'esame
storico poi ci mostra, che questo principio ._\.\--..-... momo di ragion
pratica, debole negli inizi e quasi ripo - A x è . = |
sviluppa gradatamente e si afforza colla progressiva indi duazione delle
coscienze. L'idea etica si scevera sempre più ° mente e
lucidamente all’essere. Il richiamo a una ragioì SAIL autorevole per se
stessa succede di mano in mano alla ob SEE dienza passiva e
all’indiscusso seguitamento degli usi. ® i Io La coscienza giuridica sta
così a fondamento di un’a ‘.||_°°’‘’‘»..°‘’’‘vità speculativa, la quale partendo
dalle più vaghe indi i UR, i zioni del sentimento, giunge infine a
costruire sistemati sa- | mente le immagini ideali della giustizia;
ed illustrando le. ragioni del dritto in universale, offre agl’istituti
vigenti u | ‘’criterio d'estimazione ch’essi non potrebbero mai trovare
: “se stessi, © go DET, SIERRA 1 Questo
carattere spiega altresì la ragione della distinzione ver- .. .
bale tra giustizia e diritto. Giusto è ciò che è diritto indipendente- ©
«\ uu... mente dalla sanzione storica posttiva, cioè astrazion fatta da
questa; | SELVA E ‘benchè nel fatto la possa anche avere. RCA CR
ALIA .._, Con ciò non s'intende certo affermare che la parola giustizia
ab- bia un solo significato, nè che l’uso rispetti sempre la
distinzione A cennata. Già in Aristotele la parola ètxxtosivy ha due
sensi distin Ofr., sul significato delle parole, la. nota (del resto
discutibile) del . SMINI in Filosofia del Diritto, vol. I, p. 166 (ed.
Milano, 1841; ibid. in “i 2* ed., Intra, 1865); Lasson, System der Rechtsphilosophie
(1882), p. 226000 | @ seg. e p. 61-62; Mili, On Utilitarianism (1863),
chap. V. Su la giu: stizia “nel suo concetto più generale possibile; vedi
RomaGNOsI, De- gli enti morali, $$ 463-4. ODI . __,,} Ciò è stato
avvertito chiaramente dal VANNI, nel Proble della Filosofia del diritto
(1890), p. 56 e seg., e nell’altro notevole s gio: Il Sistema
etico-giuridico di H. Spencer (premesso alla trad, della Giustizia), p.
XXVI e seg. 0% 600 Y si tt DARILETT SENTIMENTO
GIURIDICO. TORO . 17 Du; coscienza raubicitiva: del giusto è però
in questo : senso ‘un principio critico e costruttivo; e le sue
esplicazioni rap- | (ad ‘appunto gli HOST teoretici ed il
programma. Hi ii di quelle vicende storiche del diritto, alle
quali la | stessa coscienza giuridica, costituita in fattore empirico,
atti- | vamente partecipa. Nella vocazione giuridica della
coscienza ha dunque pure la sua radice la Filosofia del diritto.
$ IV. — Così abbiamo disposto quasi in un cielo le va- rie, e pure
connesse funzioni del sentimento del giusto. In questo dato della
coscienza (psicologicamente accertato, co- munque se n’intenda l’origine)
abbiamo riconosciuto il ger- me e la condizione di tutte le forme, ideali
e storiche, nelle quali il diritto si afferma. Ognuna di esse se ne
dimostra un’esplicazione particolare od un ramo. Si conterrà
dunque nel sentimento del giusto la verità giuridica in generale, e sarà
esso per sè sufficiente a dimo- strarne l’essenza? Le stesse
deduzioni analitiche sinora esposte non consen- tono sì fatta tesi. Solo
un'illusione mentale potrebbe far ravvisare il diritto in ciò che n'è la
ragion subiettiva e il psicologico fondamento. Nel sentimento
del giusto abbiamo in vero riconosciuto la prova della vocazione ideale
della subiettività alla giustizia. Que- sta vocazione giuridica non è
altro che la naturalità psicologica del diritto, la ragione della nostra
attitudine ad esso. Ella è quel principio, che sentiamo in noi come forza
embrionica, che fa del diritto un oggetto psichico a noi adeguato, e
natu- ralmente c’induce all’attribuzione simpatica dei predicati di
giusto e ingiusto: onde il suo presentarsi qual “ sentimento ,. Ciò
spiega come noi abbiam potuto ricondurre a questo dato della coscienza la
verità giuridica in ogni aspetto, e vedervi convergere tutti i raggi di
essa come in un focus. . Ma al tempo stesso dimostra, che il diritto come
espressione perfetta e verità logica articolata non può trovarsi nel
senti- ‘mento del giusto. La personalità umana non è il diritto;
bensì lo involge naturalmente in se stessa; lo suggerisce, lo esige; e il
sentimento del giusto è per appunto l’esigenza an- |. ideale e
storico (quali noi abbiam tentato ; | propriamente alla Filosofia del
diritto; ma non furono d’ordi | siderate se non per accenni, ovvero in
qualche aspetto pai 10 da Ts vaola Lasi sentimento ETA è n, fin
au A, Solo nei suoi termini generali, in quanto essa è coi più
larghi assunti di psicologia e d’etica, ha luogo nei trattati .
scienze. La natura specifica e le funzioni di qu uel ig de 1
esporre) a Rammentiamo, oltre i già. citati, AuHRENS, Corso
di diritto 7 | Parte generale, II, $ 2 (trad. it., Milano, 1857); RéDAR,
Gi des Naturrechts (2 Aufl., Leipzig, 1860), spec. $ 14; Pòzx, U .
Rechtssinn (Minchen, 1868); RùmmLIN, Veber das Rechtsgefuhl den und
Aufsàtee, Tibingen, 1875); Ueber die Idee tas Gerecht: (ib., Neue
Folge, Freiburg, 1881); J Chit Der Kampf um’s- & o} A'ufl., Wien,
1900). w CRT È LOI ‘Torino . FI? \VTELLI BOCCA
Enron x Torino \ Recentissime pubblicazioni :
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GATTI DELL AUTORITÀ DEL GIUDICATO CIVILE nel Diritto
moderno Italiano LIRE SETTE — Un volume in-8 — SETTE LIRE
LUIGI EINAUDI STUDI SUGLI BPRETTI DELLE IMPOSTE
Contributo allo studio dei problemi tributari municipali
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La dottrina dell'errore in diritto civile italiano LIRE SEI
— Un volume in-8 grande — SEI LIRE s LI TSE ©
La Rivista Italiana = “SMI } f L «€
= per le scienze giuridiche : it. è
diretta dai professori F. Schupfer in Roma e G. Fu- sinato in
Torino. Il Consiglio di direzione si compone dei Signori: ?.
Ellero Senatore, Consigliere di Stato; N. Filomusi-Guelfi Prof.
all’Uni- versità di Roma e V. Scialoia Prof. all’Università di
Roma, Hanno promesso la loro collaborazione i Signori: L.
Abello — G. Abignente — G., Alessio — L. Anirich — G. Arcoleo — A. Ascoli
— L. Barassi — G. Baviera — B. Belotti — E. Bensa — C. Ber- tolini — E.
Besta — E. Bianchi — Fr. Bianchi — G. Biscaro — G. Boccardo — L. Bolaffio
— A. Bonasi — G. Bonelli — G. Bonolis — F. Brandileone — C. Brezzo — G.
Brini — V. Brondi — B. Brugi — A. Brunialti — E. Brusa — F. Buonamici —
G. C. Buzzati — L. Cantarelli — D. Caporali — G. Carle — E. L. Catellani
— A, Cavagrari — L. Chiappelli — G. Chiovenda — G. P. Chironi — F.
Ciccaglione — A. Codacci-Pisanelli — P. Cogliolo — A. Cor- - si — E.
Costa — N. Coviello — T. Cuturi — P. Del Giudice — P. Delogu — P.
Demurtas Zichina — E. De Ruggero — B. Dùsi — P. Esperson — C. Fadda . —
P. Fedozzi — L. Ferrarini — C. F. Ferraris — E. Ferri — E. C. Ferrini f —
P. Fiore — G. Fioretti — C. Formiggini — L. Franchi — C. F. Gabba — / E.
Galluppi — R. Garofalo — C. A. Garufi — A. Gaudenzi — F. Gazzilli — E.
Gianturco — G, Giorgi — G. Grasso — P. Grippo — F. Laghi — V. La Mantia —
L. Landucci — G. Leporini — A. Loria — L. Lucchini — F. f Luzzatto — G.
Macrì — A. Majorana — G. Majorana — A. Malgarini — M, { i Maltini — L.
Manara — F. Mancaleoni — G. Manfredini — G. Manna — A. Marghieri — M.
Mariani — U. Marino — E. Masé Dari — F. Mecacci =. P. Melucci — V. Miceli
— L. Minguzzi — L. Miraglia — U. G. Mondolfo — A. Morelli — L. Moriani —
L. Mortara — G. Mosca — F. Moscatelli — U. Navarrini — G. Oliva — v. E.
Orlando — G. Pacinotti — M. Pam- ; paloni — M. Pantaleoni — F. Patetta —
F. Pepere — S. Perozzi — E. d Pessina — I. Petrone — A. Piras — V.
Polacco — F. Puglia — A. Puvia- ni — L. Ramponi — O. Ranelletti — A. Ravà
— L. Rava — A. Ricci — A. Rocco — F. Ruffini — G. Sabbatini — A. Sacerdoti
— A. Salandra — E. Salvia — G. Salvioli — G. B. Salvioni — L. Sampolo —
G. Seredo — F. Scaduto — O. Scalvanti — C. Schanzer — R. Schiattarella —
G. “agrà _ G. Semeraro — V. Simoncelli — A. Solmi — B. Squitti — A.
Stoppato — D. Supino — L. Tartufari — T. Trincheri — P. Tuozzi — G.
Vadalà-Papale — I. Vanni — G. Venezian — E. Vidari — G, Villa — F;
Virgilii — V. Vi- tail — C. Vivante — A. Zocco-Rosa — L. Zdekauer.
La Rivista esce in fascicoli bimestrali di circa 160 pagine
ognuno. Il prezzo dell’associazione annuale è di L. 20, anticipate, per
l’Italia e di L. 22,50 (marchi 18) per i paesi stranieri, che formano
parte del- i l’Unione postale. Ogni fascicolo L. 5. Le associazioni
si ricevono dagli editori FRATELLI BOCCA in Torino, Roma, Milano e
Firenze e da tutti i principali librai. rr. #
_—tt1tttttt6t6;60]_'’. Città di Castello, Tipografia dello Stubilimento
S. Lapi, 1902, | Dott. GIORGIO DEL VECCHIO _ E
IL SENILNEXTO GIURIDICI TORINO ROMA — MILANO —
FIRENZE FRATELLI BOCCA EDITORI 1902 |
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A, t^^ Giorgio Del Vecchio. DelVecchio.
Vecchio. Keywords: neo-Trasimaco, Hart, ius, kantismo, positivism, giustizia,
il giusto, fascismo, Bobbio. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft, MS –
Luigi Speranza, “Grice, Hart, e Vecchio: il kantianismo dell’ ‘ius.’” Vecchio.
Grice e Vedovelli: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale di una furtiva lagrima – la
scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo
lazio. Filosofo italiano. Roma, Italia. Essential Italian philosopher. Filosofo
italiano. Rettore a Siena, assessore alla cultura del comune di Siena. Laureato
in filosofia a Roma. Insegna a Siena, dove Precedentemente svolge attività di
ricerca e di docenza a Heidelberg, Calabria, Roma, e Pavia. I suoi settori di ricerca
si muovono nell'ambito della glossologia, la semiotica, la sociolinguistica e
la linguistica acquisizionale. Introduce il concetto di lingua immigrata. Le
sue ricerche si concentrano sull'insegnamento e apprendimento delle lingue in contesto
migratorio. È autore di un commento al quadro comune europeo di riferimento per
l'insegnamento delle lingue e co-autore della ricerca italiano, indagine
motivazionale sui pubblici dell'italiano all'estero, realizzata sotto la guida di Mauro. Fondatore e direttore
della certificazione di italiano come lingua straniera, e del Centro di eccellenza
della Ricerca Osservatorio linguistico dell'italiano diffuso fra stranieri e
delle lingue immigrate in Italia, istituiti a Siena. Saggi: “Lessico di frequenza
dell'italiano parlato” (Milano, IBMEtas),
Italiano, I pubblici e le motivazioni dell'italiano diffuso tra
stranieri (Roma, Bulzoni); Guida all'italiano per stranieri: la prospettiva del
quadro comune europeo per le lingue” (Roma, Carocci); “Una furtiva lagrima: l'italiano
degli stranieri – specialmente nei tenori di opera” (Roma, Carocci); Lingua in
giallo. Analfabeti, criminali, sordomuti, certificazioni di lingua straniera,
Perugia, Guerra, Storia linguistica dell'emigrazione italiana nel mondo, Roma,
Carocci, Siena Certificazione CILS Linguistica educativa Glottodidattica
Semiotica Registrazioni di V. su Radio
Radicale. Massimo Vedovelli. Vedovelli. Keywords. Refs.: The H. P. Grice
Papers, Bancroft MS, -- Luigi Speranza, “Grice e Vedovelli” – The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria.
Grice e Vegetti: la ragione conversazionale
e l’implicatura conversazionale dell’accademia di Pater – vadum boum – la
scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Milano). Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo
italiano. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Insegna a Pavia. Si
laurea a Pavia con la tesi, “La storiografia di Tucidide,” quale alunno del collegio
Ghislieri. Libero docente e successivamente professore incaricato in storia
della filosofia antica. Professore di questa disciplina a Pavia dove ricopre
più volte il ruolo di direttore nel dipartimento di filosofia. Docente presso
la scuola superiore IUSS di Pavia e la scuola europea di studi avanzati
dell'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli. Membro del Collegium
Politicum e socio dell'Accademia di scienze morali e politiche di Napoli, e
dell'Istituto lombardo accademia di scienze e lettere. Condivise il lavoro
intellettuale e l'impegno sociale con Finzi. Si dedica alla filosofia
greco-romana, secondo l'insegnamento del suo maestro GEYMONAT (vedi). Fa studi
sulla medicina e sulla biologia da Ippocrate a Galeno. Il primo in Italia a
impartire un corso di storia della filosofia antica che prende in
considerazione i riferimenti alla storia della scienza, particolarmente in
ambito greco-romano. Nella ricerca della connessione fra scienze e filosofia,
segue la metodologia di GEYMONAT. Il campo d'indagine approfondito da V.
consistette nello studio degl’aspetti etici e politici della filosofia, in
particolare il platonismo dell’accademia, il aristotelismo del lizio, e il
PORTICO, in rapporto con l'ambito sociale ed ideologico della cultura
greco-romana. Relativamente all'etica, che assimila l'ordine stabilito dalla
legge morale e politica con l'ordine naturale insito nel kósmos, l'universo
ordinato, V. ritenne che si configurasse per la prima volta nell' “Iliade” proseguendo
poi nella riflessione orfica-pitagorica sull'anima. Apprezzato per i suoi studi
su Platone, Aristotele, Ippocrate, Galeno
e sull'etica. Saggi: “Il coltello e lo stilo” (Saggiatore, Milano); “Tra
Edipo e Euclide” (Saggiatore, Milano); “L'etica degl’antichi” (Laterza, Roma);
“La medicina platonica” (Cardo, Venezia); “La Repubblica platonica” (Napoli, Bibliopolis);
“Il platonismo” (Einaudi); “Socrate incontra Marx. Lo Straniero di Treviri, ed.
Guida; “Guida alla lettura della Repubblica di Platone (Laterza, Roma); “Un paradigma
in cielo. Platone politico, ed. Carocci. Collabora in: “Marxismo e società antica”
(Feltrinelli, Milano); “Oralità, scrittura, spettacolo” (Boringhieri, Torino); Il
sapere degl’antichi” (Boringhieri, Torino); “L'esperienza religiosa antica” (Boringhieri,
Torin) (con Giannantoni) La scienza ellenistica, Bibliopolis, Napoli, Le opere
psicologiche di Galeno, Bibliopolis, Napoli, Nuove antichità, "Aut
Aut", "Dialoghi con gl’antichi", Sankt Augustio. Traduce Ippocrate, Opere, Vegetti, POMBA, Torino, Aristotele,
Opere biologiche, Lanza e V., POMBA, Torino, Galeno, Opere, Garofalo e Vegetti,
POMBA, Torino, Platone, Repubblica, Vegetti, Libri I-III, Dipartimento di
Filosofia, Pavia, "Platone, Repubblica", Vegetti, BUR Biblioteca
Univ. Rizzoli, Milano. “Nell'ombra di Theuth: dinamiche della scrittura in
Platone, in Sapere e scrittura in Grecia, Detienne (Laterza, Roma); “Tra il
sapere e la pratica: la medicina ellenistica” in Storia del sapere medico
occidentale Grmek, Laterza, Roma-Bari. “L' idea del bene nella Repubblica di
Platone, in "Discipline filosofiche", Passioni antiche: l'io
collerico, in Storia delle passioni S. Vegetti Finzi, Laterza, Roma. Curato
inoltre, per Zanichelli, “Filosofie e società.” Biografia su Enciclopedia
multimediale delle scienze filosofiche, su emsf.rai. Vegetti, Finzi, Celli,
Fare società, ed. Einaudi Entrambi
collaboratori della rivista “Iride” delle edizioni del Mulino. Biografia su
Enciclopedia delle scienze filosofiche, su emsf. rai. Filosofo studioso di
Platone, su corriere. Curci, Intervista
a Gastaldi, in ricordo di V., la provincial pavese. Enciclopedia Treccani alla
voce "Galeno" Intervista Carioti, "Critico il Platone di REALE,
il marxismo non c'entra", intervista di V., Corriere della Sera, Opere su
open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere V. Pubblicazioni su Persée,
Ministère de l'Enseignement supérieur, de la Recherche et de l'Innovation. Registrazioni su Radio Radicale. L'etica e la filosofia
antica, su emsf. La retorica e la persuasione, su emsf. La medicina greca.
Aristotele. I pitagorici. Socrate., su emsf. L'etica in Platone e Aristotele,
su emsf. V.: il primato del filosofo per Aristotele, sul RAI filosofia. Mario Vegetti. Vegetti. Keywords:
ariskant, plathegel. -- Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS, -- Luigi
Speranza, “Grice e Vegetti e il platonismo oxoniense di Pater” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Grice e Velino: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale dei velini – la scuola di Velia -- filosofia
italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Velia).
Filosofo campanese. Filosofo italiano. Velia, Ascea, Salerno, Campania. Italian
philosopher Grice: “”A = A,” Parmenides says,” “Le donne sono le donne,” “La
guerra è la guerra.” Enough to
irritate an Italian neo-non-parmenideian“ One of the most important Italian
philosophers, if only because Plato dedicated a dialogue to him!” Grice. -- Parmenide Parmènide di Velia.
Παρμενίδης, Parmenídēs. Velia. Filosofo antico. Autore di un poema sulla
natura. Viene considerato il fondatore dell'ontologia, con cui ha
influenzato l'intera storia della filosofia occidentale. È il filosofo
dell'essere statico e immutabile, in contrasto col divenire d’Eraclito, secondo
il quale viceversa, tutto cambia. A V. si deve la nascita della scuola eleatica
– o velina -- a cui appartenevano anche Zenone, o ‘Senone’ nella grafia antica
più correta -- di Velia e Melisso. La rivalità tra Parmenide ed Eraclito è
stata reintrodotta negli odierni dibattiti sulla concezione del tempo, e della
fisica moderna. Nacque a Velia, in Ascea, da una famiglia aristocratica. Della
sua vita si hanno poche notizie. Secondo Speusippo, nipote di Platone, e
chiamato dai suoi concittadini a re-digere la legge di Ascea. Secondo Sozione è
discepolo del pitagorico AMINIA (vedi), di Crotone. Per altri, è probabilmente
discepolo di Senofane di Colofone. Ad Ascea fonda inoltre una scuola o setta,
insieme al suo discepolo prediletto, Zenone. Platone nel “Parmenide” riferisce
di un viaggio che Parmenide intraprese alla volta di Atene, dove conosce
Socrate col quale ebbe una vivace discussione. L'unica opera di Parmenide è il
poema in esametri “sulla natura”, di cui alcune parti sono citate da Simplicio
in “De coelo” e nei suoi commenti alla fisica del Lizio, da Sesto Empirico e da
altri saggi filosofichi antichi. Di queso poema sulla natura ci sono giunti ad
oggi XIX frammenti, alcuni dei quali allo stato di puro stralcio, che
comprendono un proemio e una trattazione in parti II: la via della verità e la
via dell'opinione. Di quest'ultima abbiamo solo pochi versi. Εἰ δ' ἄγ' ἐγὼν
ἐρέω, κόμισαι δὲ σὺ μῦθον ἀκούσας, αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι· ἡ μὲν
ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, Πειθοῦς ἐστι κέλευθος - Ἀληθείῃ γὰρ ὀπηδεῖ
- , ἡ δ' ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι, τὴν δή τοι φράζω
παναπευθέα ἔμμεν ἀταρπόν· οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε
φράσαις. ... τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι. Orbene io ti dirò, e tu
ascolta accuratamente il DISCORSO, quali sono le vie di ricerca che sole sono
da pensare. L’una che "è" e che non è possibile che non sia, e questo
è il sentiero della persuasione -- infatti segue la verità. L’altra che
"non è" e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un
sentiero del tutto inaccessibile. Infatti non potresti avere cognizione di ciò
che non è -- poiché non è possibile -- né potresti esprimerlo. Infatti lo
stesso è pensare ed essere. Sostiene che la molteplicità e i mutamenti del
mondo sono illusori, e afferma, contrariamente al senso comune, la realtà dell'essere:
immutabile, ingenerato, finito, immortale, unico, omogeneo, immobile,
eterno. La narrazione si snoda intorno al percorso intellettuale del
filosofo che racconta il suo viaggio verso la dimora della dea della giustizia la
quale lo conduce al cuore inconcusso della ben rotonda verità. La dea, in
quanto tutrice dell'ordine cosmico, e vista in tal senso anche come garante
dell'ordine logico, cioè del corretto filosofare. La dea gli mostra la via
dell'opinione, che conduce all'apparenza e all'inganno, e la via della verità
che conduce alla sapienza e all'essere -- τὸ εἶναι. Pur non specificando
cosa sia questo essere, è il che per primo ne mette a tema esplicitamente il
concetto. Su di esso egli esprime soltanto una lapidaria formula, la più antica
testimonianza in materia, secondo la quale l'essere è, e non può non essere. Il
non-essere non è, e non può essere -- ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι
… ἡ δ' ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι -- è, e non è possibile che
non sia … non è, ed è necessario che non sia» -- Simplicio, Phys., Proclo,
Comm. al Tim.). Con queste parole intende affermare che niente si crea dal
niente -- ex nihilo nihil fit -- e nulla può essere distrutto nel nulla. Già i
primi filosofi avevano cercato l'origine (ἀρχή) della mutevolezza dei fenomeni
in un principio statico che potesse renderne ragione, non riuscendo a spiegarsi
il divenire. Ma i cambiamenti e le trasformazioni a cui è soggetta la natura,
tali per cui alcune realtà nascono, altre scompaiono, non hanno semplicemente
motivo di esistere, essendo pura illusione. La vera natura del mondo, il vero
essere della realtà, è statico e immobile. A tali affermazioni giunge
promuovendo per la prima volta una filosofia – discorso filosofico -- basato
non più su spiegazioni mitologiche del cosmo, ma su un metodo razionale,
servendosi in particolare della logica formale di non-contraddizione, da cui si
traggono le seguenti conclusion. L'essere è immobile perché se si muovesse
sarebbe soggetto al divenire, e quindi ora sarebbe, ora non sarebbe. L'essere è
uno perché non possono esserci due esseri. Se uno è l'essere, l'altro non
sarebbe il primo, e sarebbe quindi non-essere. Allo stesso modo per cui, se A è
l'essere, e B è diverso da A, allora B non è. Qualcosa che non sia essere non
può essere, per definizione. L'essere è eterno perché non può esserci un
momento in cui non è più, o non è ancora. Se l'essere è solo per un certo
periodo di tempo, a un certo momento non è, e si cade in contraddizione. L'essere
è dunque ingenerato e immortale, poiché in caso contrario implicherebbe il non
essere. La nascita significa essere, ma è anche non essere prima di nascere. La
morte significa non essere, ovvero essere solo fino a un certo momento. L'essere
è indivisibile, perché altrimenti richiederebbe la presenza del non-essere come
elemento separatore. L'essere risulta così vincolato dalla necessità (ἀνάγχη),
che è il suo limite ma al contempo il suo fondamento costitutivo. La
dominatrice necessità lo tiene nelle strettoie del limite che lo rinserra tutto
intorno. Perché bisogna che l'essere non sia incompiuto. L'essere, secondo
Parmenide: privo di imperfezioni e identico in ogni sua parte come una sfera
paragona l'essere a una sfera perfetta, sempre uguale a se stessa nello spazio
e nel tempo, chiusa e finita -- il finito è sinonimo di perfezione. La sfera è
infatti l'unico solido geometrico che non ha differenze al suo interno, ed è
uguale dovunque la si guardi. L’ipotesi collima suggestivamente con la teoria
della relatività di Einstein. Se prendessimo un binocolo e lo puntassimo nello
spazio, vedremmo una linea curva chiusa all'infinito in tutte le direzioni
dello spazio, ovvero, complessivamente, una sfera. Per lo scienziato infatti
l'universo è finito sebbene illimitato, fatto di uno spazio tondo ripiegato su
se stesso. Fuori dell'essere non può esistere nulla, perché il non-essere,
secondo logica, non è, per sua stessa definizione. Il divenire attestato dai
sensi, secondo cui gl’enti ora sono e ora non sono, è una mera illusione -- che
appare ma in realtà non è. La vera conoscenza dunque non deriva dai sensi, ma
nasce dalla ragione. Non c'è nulla di errato nell'intelletto che prima non sia
stato negli erranti sensi. Questa è la frase che d'ora in poi è attribuita a
Parmenide. Il pensiero è dunque la via maestra per cogliere la verità dell'essere.
Ed è lo stesso il pensare e pensare che è. Giacché senza l'essere non troverai
il pensare, a indicare come l'essere si trovi nel pensiero. Pensare il nulla è
difatti impossibile, il pensiero è necessariamente pensiero dell'essere. Di
conseguenza, poiché è sempre l'essere a muovere il pensiero, la pensabilità di
qualcosa dimostra l'esistenza dell'oggetto pensato.Tale identità immediata di
essere e pensiero, a cui si giunge scartando tutte le impressioni e i falsi
concetti derivanti dai sensi, abbandonando ogni dinamismo del pensiero,
accomuna Parmenide alla dimensione mistica delle filosofie apofatiche
orientali, come il buddhismo, il taoismo e l'induismo. Una volta stabilito che
l'essere è, e il non-essere non è, restava tuttavia da spiegare come nascesse
l'errore dei sensi, dato che nell'essere non ci sono imperfezioni, e perché gl’uomini
tendano a prestare fede al divenire attribuendo l'essere al non-essere. V. si
limita ad affermare che gl’uomini si lasciano guidare dall'opinione (δόξα),
anziché dalla verità. Ossia, giudicano la realtà in base all'apparenza, secondo
procedimenti illogici. L'errore in definitiva è una semplice illusione, e
dunque, in quanto non esiste, non si può trovargli una ragione. Compito del
filosofo è unicamente quello di rivelare la nuda verità dell'essere nascosta
sotto la superficie degl’inganni. Il tema è ripreso da Platone che cerca una
soluzione al conflitto tra l'essere e il molteplice. Per sciogliere il dramma
umano costituito dal divenire per cui tutto muta che si scontra con una ragione,
altra dimensione fondamentale, che è portata a negarlo, Platone conceve il
non-essere non più alla maniera di Parmenide staticamente e assolutamente
contrapposto all'essere, ma come diverso dall'essere in maniera relativa, nel
tentativo di dare una spiegazione razionale anche al tempo e al
molteplice. Il rigore logico di Parmenide gli valse inoltre l'appellativo
di "venerando e terribile" da parte di Platone. La fiducia di
Parmenide in un sapere completamente dedotto dalla ragione, e viceversa la sua
totale sfiducia nei confronti dei sensi e di una conoscenza empirica, fa di lui
un filosofo profondamente razionalista. Parmenide e la scuola di Veli.
Parmenide ne "La scuola di Atene", affresco di Sanzio. Parmenide è il
fondatore della scuola o setta di Velia, dove ha vari discepoli, il più
importante dei quali è Zenone. Il metodo usato dagli velini è la dimostrazione
per assurdo, con cui confutano le tesi dellavversario giungendo a dimostrare la
verità dell'essere, nonché la falsità del divenire e delle impressioni dei
sensi, per una impossibilità logica di pensare altrimenti. Stupiva i
contemporanei un ragionamento che scaturiva dalla radicale contrapposizione
essere/non-essere e da un'immediata conseguenza del principio di
non-contraddittorietà dell'essere e del pensiero, teorizzato in seguito da
Aristotele nel Lizio come evidenza prima e indimostrabile alla ragione senza la
quale diverrebbe impossibile qualsiasi conoscenza necessaria-filosofica,
restando solo il mondo dell'opinione. Parmenide e i velini si
contrapponevano soprattutto al pensiero d’Eraclito, loro contemporaneo,
filosofo del divenire che basa la conoscenza interamente sui sensi. Nella
prospettiva della storia della filosofia, è quindi Hegel a concepire l'essere
in maniera radicalmente opposta a Parmenide. Anche l'atomismo democriteo
intese contrapporsi alla teoria velina dell'essere -- che cerca una soluzione
al problema dell'archè negando alla radice un fondamento originario al divenire
-- presupponendo gl’atomi e uno spazio vuoto, diverso dagl’atomi, in cui essi
potessero muoversi, ipotizzando in una certa maniera una convivenza di essere e
non-essere. In seguito furono i sofisti a cercare di confutare il
pensiero dei velini, opponendo al loro sapere certo e indubitabile (επιστήμη)
sia il relativismo di Protagora, sia il nichilismo di Gorgia di Leonzio. Uno
dei maggiori problemi sollevati da Parmenide riguardava in particolare
l'impossibilità di oggettivare l'essere, di darne un predicato, di sottrarlo
all'astrattezza formale con cui egli l'enuncia, e che sembra contrastare con la
pienezza totale del suo contenuto. È seguendo questa strada che Platone, nel
tentativo di risolvere il problema, approde al mondo delle idee.
L'interpretazione della "doxa" REALE (vedi) ha elencato le diverse
interpretazioni contemporanee sullo statuto e il significato dell'opinione ed
il suo rapporto con la verità. Accanto ad una lettura che le vede contrapporre
radicalmente, ne esiste una diversa, che REALE appoggia, secondo cui l'opinione
(δόξα) non è da intendersi in Parmenide come negazione assoluta della verità,
ma come un modo improprio di accostarsi ad essa. Non si tratterebbe cioè di
puro non-essere, della via dell'errore scartata a priori, ma di una TERZA possibilità
in cui i fenomeni (δοκοῦντα) sarebbero entità pensabili e quindi plausibili, se
non altro come manifestazioni esteriori del fondamento occulto e autentico
dell'essere. Nelle parole della dea, infatti, Parmenide è chiamato a conoscere
anche le opinioni dei mortali, in cui non è certezza verace. Eppure anche
questo imparerai. Come l'esistenza delle apparenze sia necessario ammetta colui
che in tutti i sensi tutto indaga. Si tratta di un'interpretazione condivisa in
varia misura anche da Schwabl, Untersteiner, COLLI (vedi), RUGGIU (vedi), sebbene
respinta da altri, che fa di Parmenide un anticipatore della futura ontologia
platonica, mentre i suoi discepoli invece mantenneno una concezione più
rigorosa dell'essere, quella tradizionalmente attribuita ai velini. Tra le
filosofie volte al recupero del pensiero classico in chiave attuale, in
direzione del quale si sono mossi specialmente gli studi di Heidegger e di BONTADINI,
l'opera di SEVERINO si segnala come una parziale ripresa della dottrina di
Parmenide, e viene perciò definita neo-parmenidismo. In particolare nel suo saggio
“Ritornare a Parmenide”, SEVERINO intende proporre un'originale re-interpretazione
delle categorie fondamentali del pensiero alla luce della rigorosa logica del
velino. Secondo Platone in “Parmenide”. Dopo che è scoperta in uno scavo ad
Ascea un'erma acefala con l'iscrizione Πα[ρ]μενείδης Πύρητος Οόλιάδης φυσικός --
Parmenide figlio di Pirete medico degli Uliadai -- dove Parmenide viene cioè
indicato come capo della scuola medica di Velia degli Ούλιάδαι, si ritrova in
seguito la testa-ritratto con barba qui raffigurata, con la base del collo
adattata ad essere sovrapposta in un'erma del tipo di quella precedentemente
ritrovata con l'iscrizione citata. Altri ritengono invece che questa scultura
riproduca il busto del filosofo epicureo Metrodoro di Lampsaco (Picozzi,
Parmenide, Enciclopedia dell'arte antica Treccani). Logos: rivista internazionale di filosofia,
Bartelli e Verando. I paradossi di Zenone contro il movimento vennero enunciati
proprio per argomentare la posizione filosofica di Parmenide. Lugiato, L'uomo e
il limite, Milano, FrancoAngeli, Secondo Platone in Parmenide, Diogene Laerzio.
Così Plutarco, Contro Colote. Fra questi Aristotele, (Metafisica) e Platone
(Sofista) e così anche Diogene Laerzio, Vite dei filosofi. I presocratici, a
cura di Giannantoni, Bari. Platone, Parmenide, Simplicio, De cœlo. Simplicio,
In Aristotelis Physica commentaria. Sesto Empirico, Adversus mathematicos. Finito
non da intendersi come imperfetto perché per la mentalità antica il segno di
perfezione è la compiutezza, il finito. L'infinito vorrebbe dire che non è
completo, che gli manca qualcosa quindi imperfetto. Sul tema del viaggio in
Parmenide si veda quest'intervista a Ruggiu, tratta dall'Enciclopedia delle
scienze filosofiche. Dalla raccolta I presocratici di Diels e Kranz. Jellamo,
Il cammino di Dike: l'idea di giustizia da Omero a Eschilo, Roma, Donzelli. Sull'ipotesi
che la dea della giustizia è interpretata da Parmenide in una maniera nuova,
filosofica, cfr. Fränkel, Wege und Formen Frühgriechischen Denkens.
Literarische und Philosophiegeschichtliche Studien, München, Beck -- per il
quale essa veniva ora vista come dea della giustezza o esattezza (dikaiosyne),
preludio di quella platonica. Sulla dike "filosofica" cfr. anche Deichgräber,
Parmenides' Auffahrt zur Göttin des Rechts, Untersuchungen zum Prooimion seines
Lehrgedichts, Magonza. La nascita della parola "filosofia" è molto
controversa, in quanto ha diverse accezioni. Già anticamente, così come altri
termini composti col suffisso "philo-" (cfr. Hadot, Che cos'è la
filosofia antica?, Torino, Einaudi) essa indicava una passione, una tensione
(φίλος, fìlos) verso il sapere (σοφία, sofìa). Secondo Capizzi, tuttavia,
Parmenide non era un filosofo nel senso etimologico, in quanto più che al
"sapere per il sapere" propende per le applicazioni politiche del
sapere, ma la questione è tutt'altro che definitiva. Principio enunciato da
Melisso e poi reso in latino da LUCREZIO (vedi), ma implicitamente presente in
un fragmento di Parmenide (cfr. Garrigou-Lagrange, La sintesi tomistica, Fede
& Cultura. Il principio di non-contraddizione, introdotto da Parmenide per
rivelare l'essere stesso, la verità essenziale, è successivamente impiegato
come strumento del pensiero logicamente cogente per qualsiasi affermazione
esatta. Sorsero così la logica e la dialettica -- Jaspers, I grandi filosofi,
Longanesi, Milano). Della raccolta Diels e Kranz. Einstein si espresse tra
l'altro in maniera sorprendentemente simile a Parmenide, in quanto anch'egli
tende a negare la discontinuità del divenire e il suo svolgimento nel tempo.
Secondo Popper, grandi scienziati come Boltzmann, Minkowski, Weyl, Schrödinger,
Gödel e, soprattutto, Einstein hanno concepito le cose in modo similare a
Parmenide e si sono espressi in termini singolarmente simili. La materia,
secondo Einstein, si curverebbe su se stessa, per cui l'universo sarebbe
illimitato ma finito, simile ad una sfera, che è illimitatamente percorribile
anche se finita. Inoltre Einstein ritiene che non ha senso chiedersi che cosa
esista fuori dell'universo (Riva, Manuale di filosofia). Meinong, proprio come Parmenide, difese ad
esempio l'idea che anche la montagna d'oro sussista poiché se ne può parlare.
Diels e Kranz. Sull'analogia tra la posizione parmenidea e le filosofie
dell'Oriente, cfr. Severino. Il Poema, le fonti, le interpretazioni, su
filosofico. Cfr. anche l'intervista a SEVERINO (Venezia, Museo Correr,
Biblioteca Marciana) in Parmenide su Emsf.rai Platone, Teeteto. Un famoso
esempio si ha nelle aporie note come paradossi di Zenone. Si veda La filosofia
dei Greci nel suo sviluppo storico, di Zeller, Mondolfo, Eleati, a cura di Reale,
Firenze, La Nuova Italia, a cura di Girgenti, Milano, Bompiani. Dunque,
Parmenide ha esposto un'opinione plausibile, oltre a quella fallace, e cerca, a
suo modo, di dar conto dei fenomeni -- Reale, Storia della filosofia antica,
Vita e Pensiero, Milano, trad. di Reale. Schwabl, Sein und Doxa bei Parmenides,
Wiener Studien, Untersteiner, La Doxa di Parmenide, in Parmenide. Testimonianze
e frammenti, Sansoni, Firenze, COLLI, Physis kryptesthai philei, ed.
dell'Ateneo, Roma. Ruggiu, Saggio introduttivo e commentario filosofico, in
Parmenide, Poema sulla natura: i frammenti e le testimonianze indirette,
Rusconi, Milano. Di origine evidentemente iranica è il dualismo luce-tenebre
che per Parmenide sta alla base della dóxa, mentre è addirittura di origine
indiana il carattere puramente apparente da lui attribuito al mondo sensibile
(sostenuto dalla corrente Samkya delle Upanishad nella famosa dottrina del
"velo di Maya", ripresa da Schopenhauer), e lo stesso viaggio del filosofo
al cospetto della dea, esposto nel proemio del poema parmenideo, ricorderebbe i
viaggi degli sciamani asiatici -- West, La filosofia greca arcaica e l'Oriente
(Mulino, Bologna). In esso, tuttavia, SEVERINO afferma dapprima di aver
compiuto il secondo grande parmenicidio, dopo quello di Platone. Parmenide
svaluta e quindi annulla i fenomeni. Ma questi appaiono, quindi esistono e, se
esistono, non divengono. Ma tutti sono eterni. In secondo luogo, SEVERINO usa
la logica parmenidea per confutare l'etica e la fede in Dio. Poiché il divenire
non esiste, non sarebbero possibili la libera scelta morale e l'esistenza di un
creatore che tragga l'essere dal nulla, creandolo ex nihilo. Diogene Laerzio,
Vite e dottrine dei più celebri filosofi, a cura di Reale con la collaborazione
di Girgenti e Ramelli (Milano, Bompiani); Albertelli, Gli Eleati: testimonianze
e frammenti (Bari, Laterza); Vitali, Parmenide d'Elea. Peri physeos, una
ricostruzione del Poema (Faenza, Lega); Reale, Ruggiu, Parmenide. Poema sulla
natura (Milano, Rusconi); Cerri, Parmenide. Poema sulla natura (Milano, BUR); Nolletti,
Che cos'è l'essere di Parmenide: spiegazione di un enigma filosofico” (Teramo,
La Nuova Editrice); I presocratici. Prima traduzione integrale con testi
originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti di Diels e Kranz, a cura
di Reale (Milano, Bompiani); Untersteiner, Eleati. Parmenide, Zenone, Melisso.
Testimonianze E Frammenti (Milano, Bompiani); Severino, Ritornare a Parmenide
in Essenza del nichilismo (Paideia, Brescia); DIANO (vedi), Parmenide in Studi
e saggi di filosofia antica, successivamente ne Il pensiero greco da
Anassimandro agli Stoici (Bollati Boringhieri); Ruggiu, Parmenide (Venezia,
Marsilio); Capizzi, Introduzione a Parmenide (Laterza, Roma); CAPIZZI (vedi),
La porta di Parmenid: saggi per una nuova lettura del poema” (Ateneo, Roma); CALOGERO,
Studi sull'eleatismo (Roma, La Nuova Italia, Firenze); Hussey, I presocratici,
Rampello (Mursia, Milano); Heinrich, Parmenide e Giona: studi sul rapporto tra
filosofia e mitologia” (Guida, Napoli); Casertano, Parmenide il metodo la
scienza l'esperienza” (Loffredo, Napoli); Popper, “Il mondo di Parmenide: alla
scoperta dell'illuminismo presocratico” (Piemme, Casale Monferrat); Heidegger, “Parmenide”,
a cura di VOLPI (vedi) (Adelphi, Milano); Gadamer, Scritti su Parmenide, a cura
di Saviani (Filema, Napoli); Colli, Gorgia e Parmenide. Lezioni (Adelphi,
Milano); Cordero, “By Being, It is. The Thesis of Parmenides, Parmenides
Publishing, Las Vega); Pulpito, Parmenide e la negazione del tempo.
Interpretazioni e problemi” (LED, Milano); Sangiacomo, La sfida di Parmenide.
Verso la Rinascenza, Il Prato, Padova); Abbate, Parmenide e i neoplatonici.
Dall'Essere all'Uno e al di là dell'Uno” (Edizioni dell'Orso, Alessandria); Toro,
L'enigma Parmenide. Poesia e filosofia nel proemio” (Aracne, Rom); Ferrari, “Il
migliore dei mondi impossibili: Parmenide e il cosmo dei Presocratici” (Aracne,
Roma); Donà (vedi), Parmenide. Dell'essere e del nulla, (Alboversorio, Milano);
Sperduto, Il divenire dell'eterno (Aracne, Roma); Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
Parmènide (filosofo), su sapere; Agostini. Spiegazione dell'enigma dell'essere
di Parmenide, su parmenide; Severino. Il Poema, le fonti, le interpretazioni,
su filosofico. Severino: Parmenide, su rai scuola; Sull'Essere" recitato
in greco antico ricostruito, su podium-arts; Un'ampia lista degli studi
dedicati a Parmenide su Parmenides; Parmenides and the Question of Being in
Greek Thought, su ontology. con una bibliografia annotata degli studi recenti e
delle edizioni critiche.Stanford. Refs.: H. P. Grice, “Negation and privation,”
“Lectures on negation,” Wiggins, “Grice and Parmenides”. Parmenide. Keywords:
Velia, velino, velini, la porta. Refs.: Luigi Speranza, “Il parmenideismo
italiano,” Luigi Speranza, "Grice e
Parmenide," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Liguria, Italia. Velia.
Grice e Velia: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale dei velini – la scuola di Velia – Campania -- filosofia
italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Velia).
Filosofo campanese. Filosofo italiano. Velia, Ascea, Salerno, Campania. Cf.
senofane, parmenide -- Velia -- (or as
Strawson would prefer, Zeno). Sometimes
spelt ‘Senone’ "Senone *loved* his native Velia. Vivid evidence of the cultural impact
of Senone's arguments in Italia is to be found in the interior of a red-figure
drinking cup (Roma, Villa Giulia, inv. 3591) discovered in the Etrurian city of
Falerii. It depicts a heroic figure racing nimbly ahead of a large
tortoise and has every appearance of being the first known ‘response’ to the
Achilles (or Mercurio, Ermete) paradox. “Was ‘Senone’ BORN in Velia?” -- that is the
question!” -- Grice. Italian
philosopher, as as such, or as Grice prefers, ‘senone’ – Zeno’s paradoxes.
“Since Elea is in Italy, we can say Zeno is Italian.” H. P. Grice. “Linguistic
puzzles, in nature.” H. P. Grice. four
paradoxes relating to space and motion attributed to Zenone di Velia. The race-track,
Achilles and the tortoise, the stadium, and the arrow. Zenoe’s work is known to
us through secondary sources, in particular Aristotle. The race-track paradox.
If a runner is to reach the end of the track, he must first complete an
infinite number of different journeys: getting to the midpoint, then to the
point midway between the midpoint and the end, then to the point midway between
this one and the end, and so on. But it is logically impossible for someone to
complete an infinite series of journeys. Therefore, the runner cannot reach the
end of the track. Since it is irrelevant to the argument how far the end of the
track is -- it could be a foot or an inch or a micron away -- this argument, if
sound, shows that motion is impossible. Moving to any point involves an
infinite number of journeys, and an infinite number of journeys cannot be
completed. The paradox of Achilles and the tortoise. Achilles runs much faster
than the tortoise. A race is arranged between them, and the tortoise is given a
lead. Zenone argues that Achilles never catches up with the tortoise no matter
how fast he runs and no matter how long the race goes on. For, the first thing
Achilles has to do is to get to the place from which the tortoise started. But
the tortoise, though slow, is unflagging. While Achilles is occupied in making
up his handicap, the tortoise advances a little farther. The next thing
Achilles has to do is to get to the new place the tortoise occupies. While Achilles
is doing this, the tortoise has gone a little farther still. However small the
gap that remains, it take Achilles some time to cross it. In that tim, the
tortoise creates another gap. So, however fast Achilles runs, all that the
tortoise has to do, in order not to be beaten, is not to stop. The stadium
paradox. Imagine three equal cubes, A, B, and C, with sides all of length l,
arranged in a line stretching away from one. A is moved perpendicularly out of
line to the right by a distance equal to l. At the same time, and at the same
rate, C is moved perpendicularly out of line to the left by a distance equal to
l. The time it takes A to travel l/2 relative to B equals the time it takes A
to travel to l relative to C. So, it follows that half the time equals its
double. The arrow paradox. At any instant of time, the flying arrow occupies a
space equal to itself. That is, the arrow at an instant cannot be moving, for
motion takes a period of time, and a temporal instant is conceived as a point,
not itself having duration. It follows that the arrow is at rest at every
instant, and so does not move. What goes for arrows goes for everything: nothing
moves. Scholars disagree about what Zenone himself takes his paradoxes to show.
There is no evidence that Zenone offers any “solution” to his paradoxes. One
view is that the four paradoxes are part of a programme to establish that *multiplicity*
-- including motion -- is an illusion of the senses, and that reality is a
seamless whole. Zeno’s argument may be reconstructed like this. If you allow
that reality can be successively divided into parts, you find yourself with
these four insupportable paradoxes. So you must think of reality as a single
indivisible one. Senza le premesse di tale discussione e
problematica si precisano chiaramente nei finissimi argomenti di Zenone di
Velia, discepolo e difensore di Parmenide di Velia, in cui si vede bene il
taglio netto tra l'essere che è e in cui tutto si annulla, e il mondo umano
costruito dall'uomo stesso. All'inizio del “Parmenide” Platone narra che una
volta, durante le grandi Panatenee, Parmenide e Zenone vennero ad Atene.
Parmenide e d'aspetto bello e nobile. Zenone, di grande statura e bell'uomo anche
(“Parmenide”). Platone dice, poi, che in quell'occasione Zenone legge un saggio
che scrive per difendere la tesi di Parmenide di Velia, ma che quel saggio Zenone
compose per amor di polemica e che per giunta un tale glielo ha sottratto, per
cui, Platone fa dire a Zenone. Non ha neppure il tempo di pensare se fosse o no
il caso di darlo alla luce. Platone, forse, per dare avvio alla sua
discussione, probabilmente nei confronti della setta di Velia, si riallaccia di
proposito a Parmenide e a Zenone mettendoli in rapporto con Socrate. Può darsi,
dunque, che Platone forza la notizia di Zenone e Parmenide ad Atene in un'epoca
in cui sembra difficile, per ragioni cronologiche, che Parmenide sia potuto
venire ad Atene. Nulla vieta, invece, di pensare che lui sia stato
effettivamente ad Atene, anche se in epoca diversa. Discepolo di Parmenide,
Zenone nasce a Velia. Platone (“Parmenide”) narra che Zenone e venuto con
Parmenide ad Atene. Tutte le fonti lo presentano come uomo prestante e
altamente intelligente, che prende attiva parte alla vita politica di Velia,
dove sarebbe eroicamente morto combattendo il tiranno Ncarco, quando, preso da
Nearco e torturato, per non parlare si spezza la lingua con i denti, sputandola
addosso al tiranno. Sembra che la struttura originaria del saggio di Zenone, o
dei suoi saggi, e anti-nomica, e che [Altro punto sospetto è che Platone dice
che il saggio che Zenone scrive e stato fatto circolare senza il permesso
dell'autore. Potrebbe questo essere indice che Platone, in effetto, non espone
la tesi vera di Zenone, anche se, nella finzione del dialogo, lui stesso
approvi, con qualche riserva, il sunto che dei punti salienti dà Socrate.
Platone, nel “Parmenide” tende a dimostrare l'impossibilità di pensare l'essere
di Parmenide che porta dietro di sé l'altrettanta impossibilità di pensare i
molti, onde, postici sul piano di Parmenide, risulta impossibile il discorso,
un qual-sivoglia giudizio. Non interessa ora la soluzione di Platone e il suo
tentativo di poter pensare l'essere come dialetticità corrispondente alla
dialetticità del pensiero, per cui si rende possibile porre un tutto oggettivo.
come ordine dialettico e misura su cui scandire, attraverso la conoscenza di
sé, lo stesso ordine politico. È tuttavia importante sottolineare che nei
confronti dell'uno di Parmenide e delle opere di lui -- che accettando
l'ipotesi di Parmenide e anche accettando che l'uno di Parmenide si può,
all'estremo, ritenere assurdo, vuoi dimostrare che altrettanto assurdo è porre
unità accanto a unità, come i pitagorici, quando si ritenga che queste siano
realtà per sé e non puri nomi -- la polemica di Platone chiarifica quella che
storicamente dev'essere stata l'aporia fondamentale in cui si trova il lettore
del saggio di Zenone. In verità - abbietta Zenone nel Parmenide di Platone -
questo mio saggio vuol essere in certo modo una difesa della dottrina di
Parmenide contro quelli che cercano di metterla in ridicolo sostenendo che la
tesi dell'esistenza dell'uno va incontro a molte conseguenze ridicole e contraddittorie.
Vuole confutare perciò questo mio saggio quelli che asseriscono l'esistenza dei
molti e render loro la pariglia e anche di piu, cercando di mostrare che la
loro ipotesi dell'esistenza dei molti va incontro a CONSEQUENZE ANCOR PIU RIDICOLE di quella dell'uno se si vuole
andare in fondo alla ricerca. In effetto, qui Platone corregge la sua prima
affermazione che Zenone e Parmenide diceno la stessa cosa ("dite su per
giu la cosa medesima”), e per i suoi intenti lascia cadere la precisazione di
Zenone. Ma ciò è fondamentale, perché, in genere, è con questi abili accenni
che Platone distingue, quello che a Platone importa da quello che accantona, ma
che corrisponde, quasi sempre, alla verità storica. Zenone, quaranta fossero gl’argomenti
contro la tesi che sostiene il molteplice e il moto. Platone che vede in Zenone
il difensore dell’Uno di Parmenide, lo chiama il "palamede eleatico"
(Fedro) ] dunque, sarebbe parmenideo alla rovescia. Zenone accetta che l'uno-tutto
di Parmenide porta alla finale contraddizione dell'impensabilità -- proprio
sulla via del pensiero -- dell'uno stesso. Solo che la facile critica
dell'annullarsi dell'uno deve tener presente che, ammessa la esistenza dei
molti, di punti accanto a punti, come enti reali, si cade nelle stesse
contraddizioni di chi pone l'uno. Zenone non dice mai cosa sia l'essere. Zenone
nega che posti i molti come esistenti, sul piano logico i molti esistano,
confermando cosi la tesi di Parmenide che i molti in quanto tali, in quanto
definizioni, non sono che puri *nomi* (nel piano linguistico) o illusione (nel
piano cognoscitivo). Ammessa, dunque, pitagoricamente, l'esistenza di punti
reali costituenti le cose, bisogna necessariamente ammettere che ciascuna di
tali unità in quanto punto ha una grandezza, anche se minima, onde in ogni
punto vi sono infiniti punti e quindi ogni punto-unità e infinitamente grande.
Se il punto poi non ha gradezza, poiché le cose si costituiscono come aventi
grandezza per l'unione dei punti, come e mai possibile che punti senza
grandezza diano luogo a grandezze? Un punto dunque, se non ha grandezza, non è.
Ancora: ammesse piu cose costituite di punti, esse saranno ad un tempo in
numero finito e infinito, il che è contraddittorio. Saranno in numero finito,
perché non possono essere piu o meno di quante sono. Saranno in numero nfinito
perché tra l'una e l'altra ve ne sarà un'altra ancora, e tra questa e l'altra
un'altra ancora all'infinito. Ancora: ammessa la molteplicità di cose reali per
sé, bisogna ammettere o che sono continue, onde la molteplicità si annulla
nella continuità, che, essendo divisibile all'infinito, è costituita d’infiniti
punti a loro volta divisibili all'infinito, fino al nulla; oppure che ogni
cosa, limitando l'altra, occupa uno spazio e si distingue dall'altra per uno
spazio. Ma allora ogni spazio in quanto luogo implica un altro luogo e cosi
all'infinito, sino all'unico luogo cioè l'uno, cioè il nulla (Aristotele,
Fisica; Simplicio, Fisica). Entro questa linea rientra anche il cosiddetto
argomento del grano di miglio. Un grano o la decimillesima parte di un grano di
miglio fa rumore. Ora, se fra un grano di miglio e un medimmo c'è proporzione,
vi sarà proporzione anche tra i suoni, per cui se un medimmo di miglio fa
rumore lo fa anche un solo grano (Aristotele, Fisica; Simplicio, Fisica). Ma
ciò non avviene. Evidentemente quest'ultimo argomento rientra nei termini dei
primi. Se l'uno, o la totalità, è impensabile irrelativamente, altrettanto
impensabili sono i molti qualora si pongano quali realtà accanto a realtà.
Nessuna parte del molteplice costituie il limite ultimo e nessuna e senza una
relazione con un'altra. Poiché i molti sono impensabili, se non determinati
come variazione di quantità di un CONTINUO, e poiché IL CONTINUO si può
rappresentare come retta all'infinito, fino al nulla, i molti, se posti come
realtà per sé, non sono. Cosi nell'ipotetica retta -- nulla è pensabile se non
in quanto estensione ed estensione che si qualifica -- altrettanto
inconcepibile è il moto, o meglio la possibilità dello spostamento e del
passaggio da punto a punto, ché, dato, ad esempio, un segmento AB, tra A e B
posta una metà A', necessariamente tra A e A', vi sarà una metà A" e cosi
vita all'infinito – eis apeiron -- (argomento della dicotomia, cioè della
divisione in due: Aristotele, Fisica; Simplido, Fisica). Evidentemente non vi è
allora passaggio tra un ipotetico primo punto A e il punto della linea accanto
ad A, onde si può dire che Achille piè veloce" in A non raggiunge mai la
tartarugà che sia un passo avanti in A", ché, in effetto, logicamente, né
l'uno né l'altra si muovono -- argomento dell'Achille—pie-veloce: cfr.
Aristotele, Fisica; Simplicio), tanto piu che la linea, essendo costituita
d'infiniti punti, è divisibile all'infinito, e quindi, all'infinito, si
annulla. Analogamente LA FRECCIA non raggiungerà mai il bersaglio, dovendo
percorrere l'infinito e rimanendo sempre ferma al punto di partenza -- argomento
della freccia: cfr. Aristotele, Fisica; Simplicio, Fisica; Filopono, Fisica;
Temistio, Fisica). Infine, dei presunti XL argomenti con i quali Zenone
dimostra la contraddittorietà in cui pone o l'esperienza sensibile o la
definizione dei dati che implicano la molteplicità o il movimento, abbiamo
l'argomento detto dello stadio. Considerando in uno stadio un punto mobile che
va ad una certa velocità, se lo si considera rispetto ad un punto fermo andrà,
ad esempio, a X chilometri l'ora. Se lo si considera invece rispetto a un altro
punto mobile che vada alla sua stessa velocità in senso opposto, quello stesso
mobile va a XX chilometri all'ora. Il argomento IV - dice Aristotele - è quello
delle due serie di masse uguali che si muovono in senso contrario nello stadio,
lungo altre masse uguali, le une cioè a partire dalla fine dello stadio, le
altre dalla metà, con velocità uguale. La conseguenza è che la metà del tempo è
uguale al doppio (Fisica; cfr. anche Simplicio, Fisica). I celebri argomenti contro
il movimento, con cui, accettata la premessa che esiste il moto, con ferrea
consequenzialità, di deduzione in deduzione, si dimostra come sul piano logico,
contraddicendosi, non si possa se non negare il moto -- onde, appunto,
Aristotele, secondo Diogene Laerzio, nel “Sofista” andato perduto - ha potuto
dire che lui e padre della DIALETTICA, e non Gorgia da Leonzio -- come arte del
confutare -- ci sono rimasti attraverso le discussioni e le critiche di
Aristotele. Non sappiamo, in effetto, se tali argomenti sono proprii del saggio
di Zenone, ché le fonti precedenti, ivi compreso Platone -- che fa intravedere
solo gli argomenti contro l'esistenza della molteplicità -- ne tacciono. Certo
gl’argomenti contro il movimento potevano essere conseguenza di quelli sulla pluralità,
che, portando a dimostrare l'intraducibilità della fisica in termini
logico-matematici, per l'impensabilità del CONTINUO SPAZIALE, portano anche a
rendere impensabile il continuo spazio-temporale su cui si determinano,
definendoli, i punti-geometrici, i cui rapporti di movimento divenivano
rapporti spaziali e, quindi, ancora una volta impensabili o contraddittori. La sua
polemica sembra quindi rivolta sia contro i punti-cose dei primi della setta di
CROTONE (o se si vuole contro la riduzione a numeri interi delle cose da parte
dei primi de quella setta), supponendo i numeri irrazionali, sia contro
l'impossibilità di ridurre le esperienze della vita, della mutevolezza, alla
sfera della ragione e dei numeri, senza perdere in puri nomi quella stessa
vitalità. Le conseguenze della discussione di Zenone di V., tenendo presenti
certe posizioni a lui contemporanee o immediatamente posteriori - lasciando da
parte le implicazioni che vi hanno veduto certi storici, riferendo le sue tesi ad
alcune delle concezioni della matematica e della fisica moderna -- sembrano
potersi indicare nei seguenti punti. L’impossibilità di ridurre la fisica in
termini matematici. La conseguente impossibilità di pensare, e quindi di
definire, sia l'essere come totalità, sia la molteplicità. La consapevolezza
che ogni ricostruzione matematica è valida, in quanto ipotetica e che
altrettanto ipotetica è ogni ricostruzione fisica. Sul piano storico si
determinano cosi. Posizioni diverse, a seconda di quale aspetto della
problematica, impostata da Zenone, viene approfondito. O si insistito sul
continuo giungendo a risolvere e ad annullare i molti (che restano come
determinazioni valide su di UN PIANO PURAMENTE LINGUISTICO) nel continuo stesso,
cioè nell'infinita unità (Melisso).O si è risolto l'uno su di un piano
puramente matematico, per cui l'uno non è nessuno dei punti della serie, né il
pari né il dispari, ma la possibilità dell'uno e dell'altro, e che
nell'opposizione-armonia dà luogo a un'ipotesi logica che spiega un'ipotesi
fisica (CROTONE e TARANTO). O si è assunta l'ipotesi fisica del continuo
divisibile all'infinito in infiniti punti ognuno dei quali, infinito, ha in sé
tutte le infinite possibilità, gl'infiniti semi vitali, onde in ogni punto
tutto è tutto (Anassagora); o si è fatta l'ipotesi che gli infiniti punti,
proprio perché infiniti e quindi escludenti un passaggio dall'uno all'altro
all'infinito costituiscono infiniti limiti, d'onde una infinita serie di
limiti, d'indivisibili (atomi) implicanti nel limite una separazione, cioè un
altro limite come vuoto (Leucippo, che fu discepolo di Zenone di V., e
Democrito). Infine, se da un lato la sua problematica portava a impostare
l'intelligibilità del reale non come afferrante la struttura in sé del reale
stesso, ma come ipotesi o fisica o matematica, dall'altro lato portava, nella
consapevolezza dell'impossibilità logica dell'essere o del divenire, della verità,
a rimanere sul piano dell'opinione e del discorso umani, entro i termini dello
stesso mondo dègl’uomini e dei loro rapporti (Protagora, Gorgia). Grice: “At Oxford, it would
be ridiculous to refer to Occam, the philosopher, as William. Mutatis mutandis,
Parmenides of Velia and Zenone of Velia should be referred to as “Velia.” I propose to call Parmnide VELIA, and Zenone VELINO,
to avoid ambiguity!”. Senone di Velia. Keywords: reductio ad absurdum, alievo
di Parmenide di Velia, scuola di Velia, scuola di Crotone, i veliati, i
veliani, Adorno, velino. Refs.: H. P. Grice, “Zeno’s sophisma;” Luigi Speranza, "Senone e Grice," “Grice e
Zenone” -- The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Velino.
Grice e Velleio:
la ragione converazionale a Roma –- l’orto divino -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo italiano. L’orto. Used by Cicerone as a
representative of L’orto -- on the topic of the divine in “De natura deorum.” Although
a senator, his philosophical views lead him to steer clear of ‘dirty’ politics.
Gaio Velleio. Velleio. Keywords: Roma antica. Luigi Speranza, for H. P. Grice’s
Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Velleio.
Grice e Venanzio: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’estetica – la scula di
Portogruaro – filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Portogruaro). Filosofo veneziano.
Filosofo veneto. Filosofo italiano.Portogruaro, Venezia, Veneto. Essential talian
philosopher. Filosofo
italiano. Dov'e nato gli e dato a precettore Fortis, prete onesto, né senza
ingegno. A' tredici anni studiò nel patrio seminario belle lettere e filosofia;
ed è ben curioso a pensare, come a quel tempo, che pur anch'esso gloriavasi di
civiltà e cominciava a combattere la tirannia de vecchii errori, non mancasse
più d'uno che con ra-gionamento, meglio specioso che giusto, sentenziasse
doversi apprendere prima filosofia e poscia retorica, perché, innanzi di
scrivere, era debito d'imparare a pensare. Una fedele immagine di quelle scuole
ci presenta lo stesso V. In retorica continue traduzioni dei classici latini,
affatto pedantesche, per non dire meccaniche; della letteratura italiana
neppure un cenno; Dante, Petrarca, Tasso, Ariosto, nomi ignoti; non si
prefiggeva allo scrivere italiano altro modello, che il Cesarotti nei versi, ed
il Thomas nella prosa; onde chi produceva versi più sonanti, o periodi più
tronchi, più smozzicati, più era lodato. In FILOSOFIA, la lettura di qualche TESTO
LATINO DI LOGICA E DI METAFISICA, che poscia si mandava alla memoria senza bene
intenderlo; qualche libamento di fisica; le quattro operazioni fondamentali
dell'aritmetica ed una occhiata al calcolo delle frazioni; le prime
proposizioni d'Euclide; a ciò tutto riducevasi allora il tirocinio
filosofico'». qualche cosa. Il Venanzio abbracciò coll'acutezza dell'ingegno e
con solerte diligenza la filosofia e la giurisprudenza: nella quale fu
addottorato; e fra la gravità degli studii continui, che lo fecero
prematuramente vecchio, fra le publiche cure e l'esemplare affetto alla sua
famiglia può dirsi ch'egli abbia spesa la vita. E fu la sua veramente vita non
vaga di brighe, né di mondano romore, ma quale si conviene a chiunque ami
sinceramente gli studii e voglia rendersi non talso sacerdote del bello. La
natura lo aveva arricchito di tutte le doti che sono richieste al filosofo e al
letterato. V. abbraccia coll'acutezza dell'ingegno e con solerte diligenza la
filosofia e la giurisprudenza: nella quale fu addottorato; e fra la gravità
degli studii continui, che lo fecero prematuramente vecchio, fra le publiche
cure e l'esemplare affetto alla sua famiglia può dirsi ch'egli abbia spesa la
lunga vita. E fu la sua veramente vita non vaga di brighe, né di mondano
romore, ma quale si conviene a chiunque ami sinceramente gli studii e voglia
rendersi non talso sacerdote del bello. La natura lo aveva arricchito di tutte
le doti che sono richieste al filosofo e al letterato. Forza e acume
d'intellet-to, tenace memoria, pronta e fervida fantasia; animo capace di
sentir alto e soave. Tentata, non intelicemente, la lirica e la drammatica, non
tardò a comprendere il grandissimo bisogno che di buoni prosatori, più che di
poeti, aveva l'Italia. E a conseguire il nobilissimo fine stimò necessarii gli
studii estetici; ai quali si siede con largo apparecchio di filosofia e
filologia, apprendendo altresì con volere fermissimo il greco. Onde compose e
pubblica quell'opera, che dall'amore del bello non saprei perché intitolasse
Callofilia me-glio, che Filocalia. Della quale meritamente egli colse a que'
giorni bellissima fama, come di lavoro d'alta natura e di sottili
investiga-zioni, chiaramente e ordinatamente esposte e di certa eleganza e
amenità di stile vestite. Divide la
materia in tre libri. Parla nel primo del bello naturale; e definito essere la
bellezza non una verità, ma un sentimento, dimostra che in tutte le età, in
tutte le condizio-ni, in tutte le sue principali tendenze l'uomo è dominato
dalla forza del principio estetico, e prova sempre il bisogno di porre in
movimento le proprie facoltà vitali. Famiglia, patria, religione, aspetti
naturali, avvenimenti storici d'ogni maniera, tutto agita, tutto commuove,
tutto modifica la sua vita. La storia de popo-li, tanto somigliante alla vita
degl'individui, (poiché questi fanno per giorni ciò che quelli per secoli) ne
fa certi che la brama di senti-re, di pensare, è in tutte le nazioni operosa e
assidua. Ondeché, ristrignendo le osservazioni al bello e alle facoltà
sensitive, pone l'autore che il bello naturale consiste nell'at-titudine che
hanno gli oggetti componenti la universale natura di esercitare
proporzionatamente le facoltà sensitive dell'uomo. Svolge ampiamente e
sottilmente le conseguenze che se ne traggono; e, detto della differenza tra il
vero, il bello e il buono, dimostra come l'accoppiamento del vario coll'uno sia
il necessario generatore della bellezza. E poiché primo bisogno dell'anima
nostra è, che sieno le facoltà convenientemente esercitate, ed è proprio ed
essenziale uffizio della bellezza il soddisfare a questo bisogno, per quanto
spetta alle facoltà sensitive, il Venanzio stabilisce i principii, secondo che
si può conoscere quali tra le passioni abbiano veracemente in sé il pregio
della morale bellezza, e in qual grado e per quali motivi. Di che si fa
manifesto che la morale bellezza, la quale è l'esemplare della vita e la regola
de' costumi, non è un ente speculativo dipendente dai pensamenti e dai capricci
degli uomini, talora dagli errori oscurato, spesso alterato e contraffatto da'
bisogni, dalle vicende, da ogni maniera di malvagità; ma un ente che per le sue
ispirazioni può dirsi reale ed effettivo, reggentesi sul fondamento posto dalla
natura e dettante le leggi sue con una voce, ch'è una in tutti. Per la qual
cosa, essendo la bellezza morale riproduzione della naturale, ne segue che le
stesse norme e condizioni attribuite all'una sieno da attribuire anche
all'altra; onde primieramen-te e solamente la vista e l'udito sono organi della
morale bellezza; della cui molteplice e ordinata varietà d'aspetti egregiamente
discorre V., e ne addita la scala, che una serie di gradi progressivi
d'efficacia e di forza compone. E così procedendo a faticosa e ingegnosa
analisi pon fine al secondo libro.
Materia al terzo è il bello artificiale; obietto precipuo dell'opera.
Quando in un uomo perfettamente costituito la bellezza genera le sue
impressioni, havvi un punto, in cui la sensazione si trasforma in imagine; e
per l'ettetto simultaneo della della imagine sorgono nell'anima gl'impul-si
creatori e le determinazioni della volontà.
Ivi è l'origine della poesia, ch'è nel suo più ampio concetto la
commozione dell'animo eccitato dalla bellezza a operare. Tutte le opere
dell'uomo, nate dalle ispirazioni della bellezza, costituiscono vera e schietta
poesia; ma come non tutte le azioni della vita hanno in sé l'impronta della
bellezza, così alcune sono di lor natura poetiche, e altre non sono. Senza che, varie son le maniere di presentare
le inspirazioni del bello; o cercando nelle forze fisiche e morali, commosse a
splendidi impeti, la via di palesare con fatti la propria commozione; o, in
luogo di fatti, figurando un sentimento vero con mezzi che non son veri. Di qua
l'origine della imitazione; la quale viene l'autore mirabilmente considerando
in tutte le possibili relazioni e in tutte le varietà de fenomeni ch'ella
presenta; né meno maestrevolmente esamina quella parte della poesia, che nella
imitazione è riposta, distinguendo in essa il concetto, la composizione e la
esecuzione. Molto poi sottilmente ragiona del bello ideale, che tanto e
lungamente diede a pensare e discutere. E vinti tutti i sofismi, egli ammette
l'esistenza di questo bello idea-le, che molti pur negano, e n'espone gli
ufficii e ne dimostra i caratteri con assai giuste ragioni ed esempii
autorevoli. Né con minore importanza tralascia di parlare della esecuzione,
punto in cui nascono e si partono le arti imitative, onde l'ingegno rende
manifesti e sensibili i suoi proprii concepimenti. E, o imiti l'artista il
bello naturale per mezzo delle arti del disegno, o il bello morale per quelle
dell'armonia, si troveranno spesso amendue queste parti rannodate fra loro
dall'espressio-ne; santissimo vincolo della bellezza naturale colla bellezza
morale. Appartiene finalmente all'estetica e alla retorica, non meno che alle
pratiche istituzioni additar l'uso de' mezzi materiali, particolari a
ciascun'arte; e insegnare le forme, le figure, i modi acconci ad efficacemente
e nobilmente rappresentare il concetto. In fine conchiude, non essere il bello
argomento di diletto e di piacevoli in-vestigazioni, ma motore principalissimo
della natura morale, dalla quale e impulso e norma e qualità e misura ricevono
le passioni; doversi e per importanza e per dignità agguagliare alla logica;
perocché l'una mira a bene indirizzare la mente; l'altra educa il cuore; questa
segue il lume della verità: quella, della bellez-za; potere insomma e l'etica e
la metafisica e il diritto in generale e l'economia trarre grandissima utilità
dall'amore della bellezza.Carrer. Pietose esequie per lui si celebrarono nella
Basilica di S. Marco, e il dolore apparve su tutti i volti, qual era in tutti i
cuori, solenne e profondo; ed il municipio di Venezia gli decreta sepoltura
propria ed iscrizione monumentale nel comunale cimiterio. Così quella feconda
vita innanzi tempo si spense e la gloria dell'estinto ormai più non dura che
nella memoria delle sue virtù e nella splendida bellezza delle sue opere.
Sventura acerbissima! che priva la patria di un cospicuo decoro e tolse alla
italiana filosofia di cogliere il pieno frutto dei nobili studj di un tanto filosofo,
ed a questo di godere più a lungo, dopo i sofferti infortunj, il meritato
riposo e e ben conseguite ricompense. -- Dal Comentario della vita e delle
opere di Carrer, in Carrer, Poesie (Le Monnier, Firenze). Sulla eccellenza dei
prosatori. Chiunque alle prime origini ed alle rarie vicende della italiana filosofia
volga la mente, scorgerà dì leggieri, che ogni epoca di essa è renduta dalle
altre singolare da pregi non solo segnalati in se stessi, ma eziandio ai
progressi della letteratura medesima in partìcolar modo accomodati; cosicché,
mentre le altre nazioni la maggior loro gloria in un solo secolo ripongono, la
nostra può a giusto diritto di molti egualmente vantarsi. Amore ardentissimo di
patria, zelo di libertà e quel senso squisito del bello che alla prima aurora
della civiltà corse a risvegliare gli animi per lungo sonno inoperosi, mossero
i nostri padri del trecento a fondare la lingua e la letteratura italiana; e
tanta fu la fiamma allora accesa nei petti sdegnosi dell'antica barbarie, che
sursero ad un tratto quei miracoli di sapere e d'ingegno, Dante, Petrarca, e
Boccaccio; ai quali tenne dietro la onorata comitiva dei Villani, dei Cavalca,
dei Passavanti, dei Compagni, e di parecchi illustri Volgarizzatori, dalle cui
scritture la purissima vena discorre dell'italiano favellare. E nella eccelsa carriera, dappertutto, ed
alla testa di tutti si mostra GALILEI; spirito che più che a decoro della sua
patria e del suo secolo parve nato a lume ed a stupore dell'universo. Ch'egli
pensò e previdde come Bacone, ma con alacrità inoltrossi pel sentiero che
quegli aveva soltanto additato; dubitò come Cartesio, ma alle opinioni rivocate
in dubbio non sostituì come quello vane chimere e sognate ipotesi; osservò e
scoprì come Newton; ma la progressione dei tempi riservò al filosofo inglese il
vanto di dare il suo nome al grande sistema per cui l'italiano aveva in gran
parte approntato i materiali. Imperciocchè dopo avere in terra stabilite le
leggi della caduta dei gravi, delle velocità, delle resistenze, delle percosse,
e dopo aver per così dire valutati i corpi in numero, peso e misura, colla
pupilla armata del telescopio da lui forse inventato e certamente perfezionato
speculò arditamente nel cielo, ed ivi con invitta forza stabilì l'impero del
sole ed il nostro mondo gli rese soggetto, vide valli e monti nella luna, vide
di nuove stelle risplendere il firmamento, e Giove che prima per solitaria via
moveva deserto fornì d'astri seguaci, ed il vaghissimo volto di Venere a
seconda dei tempi e delle vicende fece che in vari aspetti ai cupid'occhi si
mostrasse: felice! chè le opere ed i trovati mostrarono quanto in lui vi fosse
di divino, le sole sventure quanto di mortale. Il Dizionario della Crusca è il
solo da cui e precettori e discepoli trar possano norme e soccorsi, serbiamo
con ogni cura intatta la fede e la dignità di questo libro reverendo; e non
feriamone l'autorità coll'arme del ridicolo. Gli alti pensieri, lo stile
acconcio e severo e le scelte ed accresciute parole costituiscono le qualità
distintive delle prose dei buoni scrittori del seicento; per le quali la lingua
italiana giunse in quel secolo ad un vigore e ad un nerbo, che fra le splendide
pompe e le floride eleganze del secolo antecedente non aveva forse saputo
acquistare. A niuno inferiore e superiore a molti è Redi, e sia che il proprio
animo manifesti nella epistolare corrispondenza, sia che della inferma salute
de' suoi ammalati discorra, sia ch'espenga le sue gravissime osservazioni alla
istoria naturale pertinenti, sia che si applichi ad illustrare la patria
favella ed a risolverne le più sottili questioni, dagli altri di lunga mano si
distingue per la spontanea leggiadria con cui le scritture condisce senza
renderle affettate o leziose, per le grazie ingenue e festive di cui le sparge,
pel patrimonio prezioso di schiette e adequate parole di cui le arricchisce,
esoprattutto per certi ritorcimenti e per certe giudiziose piegature con cui
nuovi significati e vaghezza nuova alle voci radicali sa dare. Girolamo Venanzio, Sulla eccellenza dei
prosatori, in Memorie scientifiche e letterarie dell'Ateneo di Treviso, Andreola,
Treviso. Girolamo Venanzio Venanzio. Keywords: filocallia, callofilo, il bello,
l’estetica. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft, MS – Luigi Speranza,
“Grice e Venanzio” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Venanzio.
Grice e Vera: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’idealismo italiano – la
scuola d’Amelia – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Amelia). Filosofo umbro. Filosofo
italiano. Amelia, Terni, Umbria. Essential Italian philosopher. Senatore del Regno d'Italia. Filosofo italiano. Grice:
“One of my own favourite unpublications is “Absolutes,” which took its
inspiration from a little tract by Vera which was especially influential on
Flaubert, “Il problema dell’assoluto.” Strawson remarked: “it was a boojum, you
see!” Senatore del Regno d'Italia. Compe
i suoi studi alla Sapienza di Roma, terminandoli alla Sorbona di Parigi. Mostra
subito un immenso talento per l'insegnamento, caratterizzato da lucidità di
esposizione e genuino spirito filosofico, reggendo svariate cattedre in città
importanti della Francia e della Svizzera. Il colpo di stato di Napoleone
III lo costrinse a rifugiarsi in Inghilterra a causa delle sue idee eterodosse.
Qui intraprese la stesura in francese dell’“Introduzione alla filosofia” di Hegel. Torna
in Italia, riuscendo a diventare il più geniale e originale comunicatore della
filosofia di Hegel, insegnando storia della filosofia dapprima all'accademia di
Milano, e poi, su invito di SANCTIS (vedi), a Napoli. Continua a intrattenere
scambi fecondi con la Società filosofica di Berlino e con gl’ambienti hegeliani
tedeschi e francesi. Divenne socio nazionale dell'accademia dei lincei. E
suo fedelissimo allievo MARIANO. E durante i suoi studi con Cousin a
Parigi che V. arriva a conoscere la filosofia, risentendo fortemente
dell'hegelismo allora in voga, di cui divenne in Italia promotore indiscusso. Si
deve infatti a V. il risveglio in Italia dell'interesse per la filosofia
idealista ed hegeliana in particolare, anche se egli godette di maggior fortuna
all'estero, mentre ha un influsso molto minore in patria rispetto a quello
esercitato ad esempio dai lavori di SPAVENTA. A differenza di SPAVENTA, infatti,
che reinterpreta la filosofia di Hegel in chiave critica, V. si mantenne
sostanzialmente fedele al dettato ortodosso della dottrina. Nei suoi saggi,
che esaltano la capacità di Hegel nel collegare ogni aspetto della realtà in un
sistema organico, prevale l'attenzione per il problema religioso. V. interpreta
l'idea logica hegeliana in senso trascendente, come il concetto del divino venendo
per questo accostato in certa misura alla destra hegeliana in Germania, sebbene
una tale lettura possa apparire una forzatura. Centrale è il primato
dell'idea, che si articola nella storia come organismo spirituale, e per
attingere la quale occorre trascendere la natura. L'idea esiste bensì anche
nelle piante e neg’animali, ma in maniera incosciente, e nel’imperatore di
Prussia in maniera consciente. Solo nell'essere umano – la persona -- essa
giunge a pensarsi come idea, divenendo in tal modo storia, e rendendo possibile
anche il progresso delle entità collettive di personi che sussistono come una nazione. Finché
una nazione vive nella sfera del suo essere sensibile e animale, essa non si
muove. Essa ripete ogni giorno la stessa vita e gli stessi eventi. Essa prova
sempre gli stessi bisogni. Che se non fosse possibile trascendere questa sfera,
la storia stessa non sarebbe possibile. Queste poche considerazioni ci spingono
adunque a riconoscere con più pieno convincimento che solo l'idea o l'assoluto
è il motore della nazione italiana e dell'umanità, ovvero il principio
determinante della storia” -- “Introduzione alla filosofia della storia” (Monnier,
Firenze). La sua “Introduzione alla filosofia di Hegel” influenza Flaubert
nella stesura di Bouvard e Pécuchet. In Italia invece è stato
determinante per aver stimolato, insieme a SPAVENTA, la nascita dell'idealismo
con CROCE e GENTILE. Il suo saggio filosofico più famoso è “Il problema
dell'assoluto.” Si dedica anche a tematiche giuridiche e politiche su Cavour
con Libera Chiesa in libero Stato, in cui attribuie il ritardo del processo di
rinnovamento liberale in Italia alla mancanza, durante il suo rinascimento, di
una riforma luterana come quella d'oltralpe. Tesi in latino: “Platonis,
Aristotelis et Hegelii: de medio termino doctrina. Quaestio philosophica”. Saggi:
“Amore e filosofia: orazione inaugurale nel solenne riaprimento dell'accademia
(Milano); “La pena di morte” (Napoli); “Prolusioni alla storia della filosofia
e alla filosofia della storia” (Napoli); “Ricerche sulla scienza speculativa e
sperimentale” (Napoli); “La filosofia della storia” (Firenze); “Cavour e libera
Chiesa in libero Stato” (Napoli); “Problema dell'assoluto” (Napoli); “Platone e
l'immortalità dell'anima” (Napoli); “Saggi filosofici” (Napoli). Cavaliere
dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro nastrino per uniforme ordinaria. Cavaliere
dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Enciclopedia Italiana. V., su treccani.
La Civiltà cattolica, Firenze, libraio L. Manuelli. Sträter osserva in
proposito che V. sembra la degna riproduzione italo-francese di quel tipo a cui
in Germania usiamo dare il nome di hegeliani o anche di ortodossi di stretta
osservanz -- cit. in Tortora, Le filosofie italiane, de "Le filosofie contemporanee",
Università degli Studi Federico II di Napoli. La rinascita hegeliana a Napoli,
su eleaml. altervista.o. Lezioni di V.,
raccolte e pubblicate con l'approvazione dell'autore da Mariano, Monnier, Firenze,
Revue Flaubert, L'escatologia pitagorica nella tradizione occidentale, su rito simbolico.
Cotroneo, Filosofia e storiografia, Rubbettino, Mariano, Introduzione alla
filosofia della storia. Lezioni di V. raccolte e pubblicate con l'approvazione
dell'autore da Mariano (Firenze, Monnier). Gentile, V. e l'ortodossismo
hegeliano, in Le origini della filosofia contemporanea in Italia, Messina, Enciclopedia Italiana, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, PLEBE, Spaventa e Vera, Torino, Edizioni
di Filosofia, Oldrini, “Gli hegeliani di Napoli. V. e la corrente ortodossa” (Milano,
Feltrinelli); Cricelli, V. e la filosofia hegeliana, Il Testo. Treccani Enciclopedie,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V.,
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., Senatori
d'Italia, Senato della Repubblica. Vita e opere di V., su malerba. Introduzione
alla filosofia della storia. Lezioni di V. raccolte e pubblicate con
l'approvazione dell'autore da Mariano (Firenze Monnier). Gatti, per far
meglio conoscere ai lettori della sua Rivista napoletana Augusto Vera, il
pensatore illustre che insegnava già da due anni nell'Università di Napoli, ma
non pare godesse la riputa-zione e la simpatia di altri professori aderenti
alla stessa scuola filosofica e assai men noti fuori d'Italia, pubblicava due
inediti frammenti di filosofia hegeliana del Vera: e si accingeva quindi
a voltare in italiano e a divulgare in elegante o puscolo una discussione
dell'empirismo inglese, dall'autore già pubblicata a Londra nel 1856 %.
Gli pareva che le questioni toccatevi fossero cosi fondamentali e riguardassero
cosi da vicino l'essenza stessa del sapere filosofico da poter giovare
all'Italia non meno che all'Inghilterra, aiutando gli studi nostri ad orientarsi
verso un concetto esatto della filosofia come scienza dell'assoluto, da
conseguire con un metodo adeguato al suo oggetto, ossia parimenti assoluto: che
era la tesi propugnata dal Vera dal punto di vista dello hegelismo, che è a
come a dire l'ultima parola della scienza». Giac-ché la reazione sorta in
Germania, in quegli anni, contro questa filosofia, era, agli occhi del nostro
Gatti, fallita, non essendo riuscita ad opporre allo hegelismo e un altro
sistema della medesima comprensione, il quale abbia potuto come quello
impadronirsi di tutto il sapere e penetrarne tutte le parti». E intanto il
Gatti vedeva che non c'era campo di studi che il pensiero hegeliano non avesse
fecondato, « e le scienze naturali e le filologiche e le istoriche son tutte
piene del suo spirito. Prova indu-bitata che quel sistema rappresenta la
general maniera di pensare e le esigenze del pensiero contemporaneo e che ha le
sue radici, come ogni altra filosofia le ha avute, nelle intime condizioni
dello spirito stesso del secolo», Le proteste individuali erano state
sopraffatte dall'energia del pensiero; e lo spirito della filosofia combattuta
aveva, senza che essi lo sapessero, soggiogato i suoi stessi avver-sari, «
riducendoli, quasi direi, a muoversi nella sua atmo-sfera, a respirarne l'aria,
a guardare attraverso di essa le cose e i fatti e le loro relazioni e
trasformazioni ». Questa filosofia con sforzi perseveranti e con
ricchezza non comune di sapere il Vera s'era studiato di diffondere, di
renderla accessibile al maggior numero in Francia, «d' inocularla colle sue
genuine fattezze in Italia » e d'ini-ziarvi anche l'Inghilterra. Di questa
vasta filosofia il Gatti non conosceva « né più intero interprete, né più
ardente propagatore, né più libero e insieme più fedel seguace; e ne tesseva
l'elogio con evidente intenzione di contrapporlo a un altro interprete della
stessa filosofia, che insegnava allora nella Università di Napoli accanto al
Vera, e che molti pel rigore e la profondità del pensiero come pel libero
atteggiamento verso l'autore del sistema propendevano a mettere al di sopra del
Vera. « Con una conoscenza profonda del sistema che ha accettato, con una
persuasione intima che fuori di quello non sia salvezza per la filosofia, il
Vera è lontano da quella pedan-teria che fa consistere la profondità o la
sostanza di un sistema in certe astruserie di formole, le quali spesso perdono
il significato passando di una lingua in un'altra. Né meno è lontano da
quella affettazione d' indipendenza per la quale i discepoli più pedissequi si
credono talora ambiziosamente obbligati a cercare un punto in cui si possano
mostrare in disaccordo col maestro». Dove par di udire l'eco di certi giudizi
privati dello stesso Vera, che, come vedremo, fu di proposito e per forza il
più ortodosso degli hegeliani. Non v'ha dubbio d'altronde che egli, in perfetto
accordo col Gatti, fosse convinto che la sua perfetta ortodossia non stesse per
nulla a scapito della sua originalità: « Francamente e compiutamente hegeliano
ha invece tutta quell'aria di originalità che viene dall'intera padronanza di
una dottrina divenuta propria x 1. 2. — Pure questo franco e compiuto
hegeliano, questo geniale e originale espositore di Hegel in un paese cosi ben
preparato a ricevere un insegnamento di filosofia hegeliana, come forse nessun
altro in Europa, insegnò a Napoli per circa un quarto di secolo senza quasi
lasciarvi traccia della sua opera. E il suo nome, se vivo ancora in Francia e
altrove come quello del traduttore francese dell' Enciclopedia e di parte della
Filosofia della religione di Hegel, è presso che dimenticato in Italia, dove
Hegel ora si può leggere in traduzioni italiane migliori e s'è spenta la
fievole eco de suoi scritti. Il discepolo, l'unico discepolo del Vera, fu
Raffaele Mariano che, a furia di dilucidare in prolisse elucubrazioni quei
profondi concetti che gli pareva d'aver imparato a intendere alla scuoladel suo
maestro, fini col non raccapezzarne più nulla 1. E anche lui non mancò
mai di fare le proteste del Gatti intorno all'originalità del maestro,
sciogliendole bensi nel suo stile lungo e nella sua più libera logica. La mente
dell' Hegel, disse egli, una volta, tessendo l'elogio del Vera, «appunto
per la novità, e ancora più per la vastità sintetica ed organica, era apparsa
pressoché impene-trabile. Non solo fuori della Germania, ma quivi stesso la
forma astrusa ed inviluppata aveva fatto intoppo agli stessi discepoli
immediati di lui, i quali in molti, e forse nei punti più essenziali, non
giunsero ad affer-rarla». Ma quel che non giunsero ad afferrare gli scolari
immediati, l'afferrò, miracolosamente, il Vera, che mai non vide l' Hegel; e
con sapiente accorgimento poté comunicarlo a chiunque poi ne avesse voglia. * A
renderla universalmente accessibile e intelligibile, era necessario spezzarne
il rigido involucro formalistico, schiuderne e rivelarne lo spirito e le intime
e recondite potenze. E tale è lo scopo a cui il Vera ha mirato». Egli non
riprodusse, non ripeté le cose da colui insegnate; ma vi aggiunse la
spontaneità ed originalità del proprio pensiero ». Come si possa aggiungere
alle cose un'originalità e spontaneità di pensiero, lasciando le cose quelle
cose che erano, il Mariano naturalmente non può dirci se non ripetendo, alla
sua volta, la metafora del viluppo formalistico che il Vera spezzò, per
assicurarci che « passando attraverso la mente di lui, l' Hegel esce rifatto,
rinnovato, compiuto; non è più l'Hegel, che, nel primo intuire e manifestare i
suoi nuovi e profondi concetti rimane incompreso e riesce in molta parte
incomprensibile; ma è l' Hegel che, a dir così, s'è ripiegato sopra di sé, è
ritornato suiconcetti suoi, e, pel ripetuto lavorio riflessivo e cogita-tivo,
vi ha acquistato consapevolezza perspicua e piena ». L'originalità non
consiste « nell'avere e nel propalare una dottrina di nostro capo». La dottrina
del Vera è quella di Hegel: tal quale. Ma l'essenziale dell'originalità
consiste, a giudizio del Mariano, nel contribuire a mantener viva, svolgendola
ed allargandola, la tradizione filosofica (anzi «la continuità» di questa
tradizione): consiste nel concorrere « a spingere, a condurre il pensiero
e la ragione ad una più intima, ad una più consapevole comprensione di sé e
dell'universo». O che volete che il Vera inventasse? L'invenzione non è affar
della filosofia (ciò che proverebbe troppo, perché bisognerebbe allora indurne
o che Hegel non ha trovato nulla di nuovo, o che quel che ha trovato, non ha
che fare con la filosofia). « Più dell'escogitare e porre nuove
questioni, vale a gran pezza il dare alle antiche questioni soluzioni soluzioni
più adeguate, più determinate e concrete che penetrino più addentro nella
natura di quelle»* In- somma, il Vera fu più originale di Hegel! 3.
- Ma se l'originalità è stata per solito messa in dubbio, la fedeltà, invece,
agl' insegnamenti dell' Hegel, la schiettezza e rigorosità dell' hegelismo da
lui professato sono state sempre riconosciute universalmente; e perfino
hegeliani tedeschi come il Rosenkranz lo proclamarono tra i più autorevoli e
felici interpreti della dottrinaOnde spesso nei paesi di lingua latina è
accaduto che detti e modi del Vera passassero per detti e modi di Hegel, e che
i più trovassero comodo di cercare l'immagine del filosofo tedesco nel
suo traduttore e manipolatore italo-francese, fattosi l'apostolo ispirato e il
privilegiato maestro del suo verbot. Hegel e Vera furono per molti anni due
nomi inseparabili. Lo stesso Vera, rinato nello spirito hegeliano, non serbò
quasi più nessuna memoria della sua vita precedente e dovette finire col
persuadersi di non essere mai stato altro che illuminato da quella su-periore
luce, che fu per lui l'hegelismo. Non pare che il suo scolaro e intimo amico,
che se ne fece biografo, cono- scesse direttamente i primi scritti di
lui; né si può spie-gare se non come un'eco di conversazioni dello stesso Vera
quel che racconta dell'esame pel dottorato sostenuto dal Vera alla Sorbona:
dove gia egli si sarebbe presentato, nel 1845, paladino
dell'idealismo assoluto. Fu questo il momento, racconta il Mariano, in
cui gli screzi già latenti tra lui e il Cousin si fecero mani-festi. L'appoggio
da costui prestatogli non era valso a far velo alla mente del Vera. Le dottrine
e un po' anche il carattere, tutt'altro che schietto e sincero, dell'uomo
gli avevano ispirato sin dal principio forte ripugnanza. Ora che nella
filosofia di Hegel s'era addentrato e ne aveva misurato davvero l'intimo e
profondo valore,gli faceva sopra tutto nausea la guerra sleale da colui
mossale, dopo averla sfruttata». Guerra che avrebbe fatto tremare un candidato
meno del Vera coraggiosamente risoluto a scendere in campo per le proprie
idee. Questi invece, irremovibile nelle sue convinzioni, deciso ad
affermate a viso aperto, facendo tacere considerazioni e rispetti umani e
mondani, quella che egli reputava la verità, non esitò un istante a presentare
due tesi pel dottorato, il Problème de la certitude e il Pla-tonis, Aristotelis
et Hegeli de medio termino doctrina, delle quali il Cousin non voleva affatto
sentir parlare.. Fortuna che, se il Cousin fu fieramente avverso
(argo-mentando, ci assicura il Mariano, contro quelle tesi a in modo poco
degno, nonché per un filosofo, ma per un uomo serio*), tutti gli altri membri
della commissione furono unanimi nel dire che « da un pezzo alla Sorbona non
s'era avuto un esame si splendido»; e uno di essi, il Saint-Marc-Girardin, «
discutendo sull'essere e non essere, fece una specie di professione di fede
hegeliana i con grande sorpresa del Saisset che lo sapeva solito ad andare a
messa tutte le domeniche. Ma il Mariano lascia credere che dopo quell'esame si
sarebbe voltata in Francia pel Vera la ruota della Fortuna, che vi aveva
percorso piuttosto rapidamente la carriera dell'insegnamento. Sicché il
filosofo italiano avrebbe incominciato fin d'al-lora, a proprie spese, il suo
apostolato, durato fin presso alla morte, incoltagli nella solitudine e
nell'abbandono, a Napoli, in mezzo alla quasi indifferenza d'una nazione
incapace d'apprezzare l'alto valore scientifico e morale della dottrina e
dell'uomo che se n'era fatto campione.imparare da giovinetto l'inglese.
Compiuti gli studi letterari nei seminari di Amelia, Spello, Todi, era passato
a studiar leggi nella Università di Roma; ma non pare venisse a capo di nulla.
E nell'inverno 1835 cedé agl' inviti d'un suo parente, archeologo e antiquario,
che dimorava in Francia; e si recò a Parigi. Dove conobbe alcuni scrittori
illustri; frequentò la Sorbona; e il 1837 poté ottenere il posto d'insegnante
di latino e letteratura francese nell'Istituto di Hofwyl, presso Berna, diretto
dal Fellenberg, discepolo del Pestalozzi. Vi rimase un anno, e vi studio il
tedesco e la filosofia germanica, specialmente Kant; ma alla fine di quell'anno
gli convenne dimettersi a causa delle sue opinioni religiose non cosi
rigidamente cristiane come le avrebbe volute il direttore dell'Istituto,
quantunque il Vera allora riconoscesse la divinità di Cristo. Passò in un altro
istituto, a Champel, vicino a Ginevra 1; e vi comincio a insegnareanche
filosofia. A Champel un suo collega hegeliano l'introdusse nella conoscenza
della filosofia di Hegel. Ma nel 1839 era tornato a Parigi, dove il
Cousin cono-sciutolo e avuto con lui un colloquio intorno alle condizioni degli
studi filosofici, gli avrebbe chiesto: Voules-vous vous enrôler sous ma
bannière? E di li a pochi giorni gli avrebbe recato a casa egli stesso il
diploma (Io settembre 1839) di professore di filosofia nel collegio comunale di
Mont-de-Marsan, L'anno dopo il Cousin, ministro dell'istruzione, lo promoveva a
Tolone. Donde il Vera, che intanto s'era fornito dei necessari gradi
accademici, era nel 43 trasferito a Lilla. Di qui nel novembre 1845 a Limoges:
dove rimase fin al 48, quando per un anno suppli il Franck in un liceo di
Parigi. Da Limoges nell'aprile 49 passò a Rouen, e quindi nel settembre 1850 a
Strasburgo. Che fu l'ultima tappa del suo insegnamento in Francia. Dopo il
colpo di Stato, non si sa perché, lasciò questa sua seconda patria; e si recò
in Inghilterra. Dove sperò da principio di ottenere una cattedra filosofica
nell'Università di Londra; ma dovette contentarsi di vivere de' magri proventi
di conferenze private e lavori letterari. Torno in Italia, e Mamiani lo nomina
alla cattedra di Storia della filosofia nell'Accademia scientifico-letteraria
di Milano; donde il ministro Sanctis lo tramuta, insieme con Spaventa, a Napoli.
E qui rimase tutto il resto della vita. Quandera a Tolone nel maggio 1843,
secondo il Mariano, egli avrebbe pubblicato nella Revue du Lyon- nais «il
suo primo scritto filosofico»: Philosophie alle-mande: Doctrine de Hégel, che
dovette essere un breve articolo informativo. " Rapido schizzo», e'
informa lo stesso Mariano, « della filosofia germanica da Kant ad Hegel
»: e continua: Certo, come primo scritto, si risente dell' insufficienza
degli studi. Il pensiero non vi è per anco profondo né appieno sicuro e maturo:
pure, er ungue leonem: ci è uno sguardo a dir cosi fatidico sulla seconda
maniera della filosofia di Schelling, che allora insegnava a Berlino. Quel che
essa propriamente fosse, il Vera non mostra saperlo in modo chiaro e preciso;
e, nondimeno, in una nota osserva che non potrebbe aggiungere nulla di nuovo al
pensiero filosofico tedesco, il quale con Hegel aveva toccato al più alto punto
di svolgimento, e che con le sue nuove speculazioni lo Schelling. lungi
di accrescersi gloria, se la sarebbe diminuita 1 Checché ne sia di
questo scritto (che io non ho potuto vedere), a leggere il giudizio che del
sistema di Hegel il Vera faceva anche due anni dopo, si stenta a credere che
questo sistema potesse nel '43 esser detto da lui il più alto punto di
svolgimento della speculazione germa-nica. Certo, non fu quello il primo
scritto di carattere filosofico pubblicato dal Vera. Nel Museo scientifico,
letterario ed artistico, che si pubblicava a Torino sotto la direzione del
poeta estemporaneo Luigi Cicconi (che il Vera conobbe in Francia e fu da lui
presentato a Mme Louise Colet, presso la quale ebbe frequente occasione
d'incontrarsi col Cousin) 3, egli aveva già inserito il 16 febbraio 1839 un
articolo sulla Filosofia della storiadel Ballanche, annunziando il proposito di
« scrivere alcun cenno sui più famosi sistemi che governano il movimento delle
idee de tempi nostri, in Francia e in Ale-magna, al fine di « spargere in
Italia alcun soffio della vita intellettuale che si vive», egli diceva, al di
qua de' monti». Egli avrebbe fatto soltanto la parte dell'espo-sitore,
lasciando al lettore quella del critico e riserbandosi intatta la propria
opinione. Ma non cela le sue idee a tal punto da non lasciare scorgere che il
Ballanche, che fu uno dei primi scrittori francesi che egli personalmente
conobbe e coi quali strinse relazioni amichevoli, un forte influsso aveva
esercitato sulla sua mente giovanile, Per spiegare infatti il vivo interesse
cosi largamente diffuso nel periodo della restaurazione per gli studi di
filosofia della storia, il Vera rappresenta coi colori proprii dei
tradizionalisti cattolici del tempo il senso di sgomento onde fu presa la
società in seguito all'opera demolitrice delle dottrine del sec. XVIII. Le quali
avevano distrutto, anche secondo il giovane scrittore umbro, « l'edificio
sociale, senza poterlo ristorare. e abbandonata «l'umanità come perduta
in una vasta solitudine senza religione, senza costumi, senza leggi ». Il
turbine della rivoluzione, dopo aver solcato il suolo di Francia e dell'Europa,
dopo aver scosso e scompaginato i troni e gli altari, e offerto dappertutto
olocausti di sangue umano colpevole e innocente, andava a spegnersi sulle
spiaggie lontane e deserte dell'Africa. La ragione gemette allora sui suoi
travia-menti, gittò uno sguardo pieno d'ansia e di dolore sul passato e sul
terribile avvenire, e non vide ovunque che ruite, nazioniin aspro travaglio,
credenze affievolite o spente, l'uomo avvolto nel fango del senso, dimentico di
sé, di Dio e dell'alto fine a cui è creato. Ma in mezzo a questo trambusto
d'opinioni.... vi furono degli uomini generosi e santi, che custodirono puro ed
intatto il sacro deposito della verità e della scienza, e lo condussero a
salvamento a traverso gli incendi e le ruine, e lo mostrarono qual segno di
salute all' Europa attonita e sfiduciata. Si nobile officio adempirono
l'illustre autore del Genio del Cristianesimo, il conte De Maistre, De Bonald e
Ballanche. Dopo la Rivoluzione, la società dovette pensare al proprio
avvenire per rialzare quanto era stato demolito; e per questo bisogno sarebbe
sorta questa profonda riflessione di tanti pensatori sull'andamento delle cose
umane e sulle leggi che governano il corso della storia. *Noi rigettiamo
a tutta possa le dottrine del XVIII se-colo, e gli effetti che ne sono
derivati. Saremmo però ingiusti e irragionevoli se ricusassimo loro il
beneficio di aver risvegliato una novella energia nella società ». Anche nel
1839 dunque dopo la prima conoscenza dell' hege-lismo fatta già in Svizzera,
egli era dominato dallo spirito tradizionalista e aspirava anche lui alla
ristaurazione nella religione; e se inneggiava alla novella energia della
ragione risvegliatasi in Francia e in Germania, (e doveva ignorare quel che intanto,
più profondamente, aveva fatto in Italia il Rosmini, e già s'apprestava a fare
con maggior forza il Gioberti), questa energia non gli appariva ancora nella
forma più possente dell'idealismo assoluto; quantunque gli studi che in quel
torno continuava sugli scrittori tedeschi gli facessero intravvedere di là dal
Reno una gran luce nuova. Caratteristico, sotto questo riguardo,
l'esordio di un articolo su Koerner pubblicato nello stesso giornale,
nell'aprile dell'anno dopo. In esso, ricordata la Germania di Tacito, scritta
con la speranza che al paragone i concittadini avrebbero provato onta della
propria degradazione e si sarebbero indotti a ristorare le vecchie e cadenti
istituzioni della patria, protestava:Io non ho né la forte penna, né l'autorità
dell'austero patrizio di Roma, ma ho ugual affetto pel mio paese, ugual
sentimento della grandezza e dignità dell'uomo, e mi stimerei ben fortunato se
questi scritti invogliassero i miei concittadini a comprendere e studiar il
movimento della scienza e letteratura tedesca. Allorché Tacito scrivea,
era ben lungi dal prevedere ciò che segui. Il settentrione fece irruzione
sul mezzodi, e il giovin sangue germano scese a rinvigorire le razze vecchie e
spossate degl' itali. Ora l'umanità è più ricca d'esperienza e di
previsione; e chi può e sa esaminare lo stato della società e della scienza,
vede chiaramente che avvenimenti analoghi si preparano; ma ora i popoli non si
rinnovellano per dir cosi fisicamente, per mezzo d'emigrazione e di grandi catastrofi,
ma spiritualmente. per virtù e commercio delle idee e della scienza. E questa
si e una delle più grandi, e forse la più gran differenza tra il vecchio e il
nuovo mondo. Idea non mantenuta poi interamente, dopo che ebbe meglio
conosciuto Hegel; ma che già era attinta a quella stessa corrente del
romanticismo tedesco, da cui era sorto il pensiero hegeliano, e che, meglio
determinata più tardi in conformità delle opinioni espresse da Hegel,
segnatamente nella Filosofia della storia, resterà uno degli articoli più saldi
del credo di V.. Gli articoli, che tra il 40 e il '45 dovette venite
scrivendo in vari giornali, da lui stesso poi dimenticati (o rifiutati), ci
aiuterebbero forse a illuminare questo periodo di formazione della sua mente, e
a determinare quindi meglio il carattere del suo posteriore sviluppo. Ma
siamo costretti a saltare alla tesi francese e alla tesi latina del 45, che lo
stesso Vera citò sempre nelle sue opere degli anni più tardi come contenenti
dottrine hege-liane; e invece serbano alla nostra curiosità la inaspet-tata
scoperta di un V. (del più vecchio Vera, non destinato presumibilmente a
sparire del tutto nel nuovo !) antihegeliano. Vera antihegeliano! Si
direbbe una contradictio in adiecto. Eppure in questi due scritti il Vera non
solo combatte Hegel, dandogli battaglia sul terreno stesso della sua logica, e
come nella piazza forte della sua dot-trina; ma si inspira a tutta una
concezione recisamente avversa allo spirito hegeliano. Ci sia permesso di
studiare con qualche cura questo Vera antihegeliano, nella speranza che
la conoscenza di esso ci giovi ad intendere meglio il Vera di dopo, e fors'anco
a darci la soluzione di quel problema storico, in cui ci siamo di sopra
incontrati: di un cosi poderoso hegeliano, che per molti anni insegnò e scrisse
liberamente con l'autorità di un ufficio universalmente tenuto in grande
estimazione e reverenza, e in un paese già pregno di spirito hegeliano, senza
lasciar quasi nessuna traccia dell'opera propria. Sedici
pagine della tesi francese 1 contengono una rapida esposizione e una critica
dei principii fondamentali della logica hegeliana; ma delle sedici,
l'esposizione ne ha sole quattro. Dove si dice che, secondo Hegel, l'essere e
la conoscenza, l'esistenza e la verità fanno uno: sono due forme d'una stessa
unità, percorrono gli stessi gradi, si sviluppano e finiscono simultaneamente.
L'essenza delle cose è la ragione, e la ragione è il pensiero puro, perché il
pensiero non ha altro oggetto che se stesso, cioè la nozione o l'idea. Porre
con un processo d'analisi ciò che è essenzialmente contenuto nell'idea,
sviluppare L'idea sotto tutte le sue forme, seguirla e, per cosi
dire,ritrovarla ne' diversi gradi dell'esistenza, questo il compito della
filosofia. Ed ecco spuntare un' interpretazione dello hegelismo, che si può
certamente difendere sotto il riguardo storico, ma che può anche condurre a una
radicale falsificazione del significato storico di questa filosofia. Giacché
altro è dire che l'essere e la conoscenza, il reale e l'idea sono uno, altro
che siano due forme, due facce di un'unità, tra loro perfettamente
parallele. Nel primo caso siamo sulla via dell'idealismo assoluto; e nel
secondo siamo nello spinozismo e potremmo finire addirittura nel platonismo
accentuando, come fa il Vera, l'organismo dell'idea come unico oggetto della
filosofia. L'idea, secondo il Vera, è da prima, nel suo stato astratto e
assoluto, separata da ogni esistenza concreta e da ogni oggetto. Come tale si
sviluppa in una serie di termini, il cui insieme costituisce la logica. Questo
sviluppo ha luogo in virtù d'un movimento proprio e interno alla stessa Idea,
prodotto dalla dialettica dell'Idea, ossia da una necessità inerente a questa,
per cui l'Idea si nega e passa nel suo contrario, e annulla quindi
l'opposizione in un terzo termine che ci dà l'unità e la conciliazione dei due
primi. Con questo processo l'Idea attraversa tutte le forme logiche fino
all'ultima, che è l'Idea asso-luta: con la quale si compie la logica che è «l'
Idea allo stato astratto», ossia: una realtà, una forza infinita, ma una
realtà, una forza che ignora se stessa ». Essa deve realizzare l'idea della sua
infinità, deve acquistare la coscienza di sé: deve, per dir cosi, manifestarsi
a se medesima, ponendo un oggetto alla propria attività .. Evidentemente,
qui il Vera concepisce il passaggio dall'Idea alla Natura, o dall'astratto,
com'egli dice, all'esi- stenza, come un'aggiunta anzi che come uno
sviluppo. L'oggetto che l'Idea si dà nella natura, non par che ei lo
concepisca come la stessa Idea. E vero, che
chiarendo poi l'antinomia di Logica e Natura, dice: «l'Idée, DEVENUE NATURE, se
sépare en quelque sorte d'elle même»; ma, poco dopo, definisce lo Spirito (il
tetzo termine in cui concilia Logica e Natura) «un idéal où l'Idée a acquis la
conscience d'elle même, où, APRÈS AVOIR, pour ainsi dire, FAÇONNÉ SON OBJET el
s'être retrouvée en lui, elle rentre dans son absolue antén. Ma,
e questo è più notevole, pel Vera, lo Spirito, come mediatore dell'Idea logica
e della Natura, non è, logi-camente, dopo la Natura; bensi nella stessa Natura,
quantunque non vi si possa realizzare. V' è dentro, ed esso (come finalità) la
muove da dentro. Onde la triade vien capovolta. Non è la dialettica dell'Idea
che crea il mondo. La dialettica dell'Idea hegeliana, al pari della pigra
dialettica delle idee platoniche, non genera nulla, non vive, non si muove. « L'Idée ne devient pas, à pro-prement parler; car elle
est éternelle et infinie.. E lo Spirito farebbe proprio
le parti del demiurgo del Timeo. * Son
oeurre consiste à faire descendre l'Idée dans la Nature, et puis à vamener la
Nature à l'Idée par un acte pur et simple de la pensée». E cosi
col divenire dello Spirito l'Idea spiegherebbe tutta la ricchezza delle sue
forme, penetrando nella Natura ed entrando in possesso della sua esistenza
assoluta. Per se stessa, adunque, la Logica potrebbe restare un arsenale di
armi arrugginite. Ma non è meraviglia se qui il Vera non penetrasse
nell'intimo del sistema hegeliano, poiché protestava che esso «donne lieu à des
graves objections», pur giudicandolo una delle più vaste e profonde concezioni
della filosofia moderna. I due elementi, egli notava, di questo sistema, sono
1' Idea e il movimento dialettico, Gravi difficoltà s'affollano intorno ad
entrambi. L'Idea è da principio essere puro, che trova la sua negazione nel
puro niente, e la conciliazione con questo nel divenire. Ma, dice il futuro
hegeliano: è proprio vero che l'essere puro contiene il niente? «L'essere puro,
dice Hegel, richiama [appelle)il niente, perché non c'è in esso nessun segno,
nessun carattere, e niente si può pensare né affermare di esso ». Questa
spiegazione dell'identità essere - niente più tardi apparirà anche a lui
ineccepibile: qui invece non riesce a rendersene conto. L'essere, egli dice, o
è, o non è. Se non è, allora tanto vale cominciare dal niente, quanto
dall'essere. Se è, ci sarà soltanto l'essere, e non si vedrà il suo
contrario. Così, in due parole, la prima proposizione della Logica è
bella e spacciata. Non monta che Hegel inviti a considerare che proprio lo
stesso concetto dell'essere che è, puramente e semplicemente, s' identifica col
non-essere, da se medesimo (e che insomma richiami l'attenzione sulla
impossibilità di tener separati i due concetti di essere e non-essere). Il Vera
non sa vedere altro essere che l'essere di Parmenide (l'idea stessa platonica):
e però sentenzia che «l'idea del niente è qui aggiunta all'essere da un
pensiero finito, anzi che esser dedotta dall'analisi pura dell'idea stessa
dell'essere». E così anche il Vera, almeno qui, resta tra le corna di quello
stesso dilemma, in cui si impiglio, come vedemmo, il Passerini *. E come era da
prevedere, non riesce quindi a capacitarsi del terzo termine della triade: il
divenire. Questo termine non si può, egli dice, dedurre legittimamente dai
primi due. Infatti, se di fronte all'essere puro c'è il puro niente, il
niente annullerà l'essere, e non ci sarà punto divenire. Inoltre: di ciò che
diviene si può dire che i o che non è, ma non che è e non è a un tempo; perché,
se ciò che diviene è realmente a un dato momento del suo divenire, non si potrà
dire di esso se non che ¿, e il niente sarà avanti o dopo di esso. Che se
al contrario si concepisce ciò che diviene come tale che in ogni momento del
suo divenire non sia, tutto quello che se ne potrà dire, è che non i, e non che
diviene. Ancora: da quale dei due termini il divenire è dedotto? O dall'essere
o dal niente divisi, o dall'esseree dal niente congiunti. Ma non può esser
dedotto dal niente, perché il niente, non essendo, non può divenire. Né
dall'essere, perché l'essere è, e non diviene. Né dall'essere e dal niente
presi insieme, perché, quel che non possono separati, non potranno neppure
congiunti. E del resto, chi li congiunge? il divenire ? ma allora il divenire
non sarà dedotto dalla loro combinazione. Ovvero sono riuniti prima di
divenire? ma allora non si vede più quale sia l'ufficio [le vôle] del
divenire. Sofismi dello stesso genere di quelli di Zenone, di Gor-gia,
dei Megarici; e che avevano un grandissimo valore quando la logica era la
logica degli Eleati, dell'essere che non può essere altro che essere: la logica
che con Platone e Aristotele si fisso e s' irrigidi come logica dell'idea
astratta; ma che dopo Hegel giova conoscere soltanto come documento
dell'educazione mentale del Vera trentaduenne, indugiantesi tuttavia agli
antipodi della nuova concezione dialettica hegeliana. Procedendo,
l'oscurità si addensa, com'è ovvio, al passaggio dalla Idea logica alla Natura.
« Questo passaggio non è spiegato». Si dice che l'Idea nella natura si dà
l'oggetto, per conoscersi poi nello spirito. Dunque, nella logica non si
conosce. E come da questa idea senza oggetto e ignara di sé può ricavarsi la
realtà e la cono-scenza? E se non ha un oggetto in cui conoscersi, come va che
la meta di tutto lo sviluppo è la conoscenza appunto dell'Idea nella sua pura
idealità logica? - Voi volete dedurre da questa Idea logica la natura e lo
spirito. Ma, quantunque sia difficile vedere come si possa, con una
deduzione pura l'intervento dell'esperienza, cavare l'idea
della natura dall'idea logica, ad ogni modo non si potrà tirare altro da un
essere logico che un essete egualmente logico: e cosi non si avrà più una
natura reale, ma una natura ideale: non si avrà esseri organizzati,
qualità e una materia concrete, ma esseri organizzati, qualità e una materia
astratte. E in fine sarà sempre l'Idea logica. Solamente, I'Idea-natura
espri- merá altra cosa dell'Idea-logica, ma, in quanto Idea,non ci sarà
tra loro nessuna differenza. E lo stesso si dica dello spirito, Giacché, con
una simile deduzione, si avrà uno spirito ideale e non uno spirito reale e
personale. Obbiezioni, senza dubbio, tutt'altro che lievi, ma che provano
appunto che egli aveva inteso la dottrina di Hegel come una nuova edizione non
corretta, in verità, né riveduta della platonica: l'Idea fuori del mondo, e non
come lo stesso principio interno e assoluto del mondo. La Idea hegeliana, non
essendo natura né spi-rito, è astratta, pel Vera, e cioè non reale. E invece
per Hegel è la stessa realtà. Onde lo sforzo maggiore che egli dovrà fare per
entrare nell' hegelismo, e quasi la breccia che gli dovrà aprire il varco per
introdursi in questa filosofia, consisterà proprio in questo punto: d'intendere
l'idea come realtà, e fin da principio l'es-sere, non come l'idea dell'essere,
ma l'essere dell'Idea. 8. - Quanto allo Spirito, ci sono altre gravi
ripu-gnanze, O l'Idea, egli dice, pensa fin da principio, nello stato d'Idea
logica, o pensa quando diviene Spirito. Ma nel primo caso l'edifizio hegeliano
crolla; ed Hegel infatti esclude questa alternativa. Per pensare, adunque, deve
farsi Spirito. E allora o la facoltà di pensare c'era nell'Idea fin da
principio, o le si viene ad aggiungere quando si trasforma in Spirito, Ma, se
l'Idea come tale avesse già la facoltà di pensare, non potrebbe non pensarsi,
almeno come Idea. Se questo pensiero le si aggiunge, allora il pensiero sarà
altra cosa dall'Idea, e dovrà avere un'altra origine. E poiché il pensiero, non
derivando dall' Idea, conterrebbe in sé l'Idea e la rea-lizzerebbe, sarebbe un
principio superiore all'Idea, la quale non si potrebbe più dire essenza di
tutte le cose. - Obbiezione anche questa assai grave, ma fondata sulla falsa
concezione dell'Idea hegeliana come contenuto-oggetto di pensiero, e non,
qual'è, forma assoluta e cioèassoluto soggetto, sich wissende Wahrheit,
come dice Hegel: onde, se si distingue uno Spirito da un Logo, anche
questo, per Hegel, è pensiero. Se si nega, insiste il Vera, la
successione di Idea, Natura e Spirito, facendone tre termini inseparabili e
simultanei di un'unità, che è la pienezza dell'esistenza e la vita del mondo,
viene a mancare il movimento: tutto è, e nulla diviene. Il divenire nel sistema
hegeliano non è nell'Idea in sé. « Si elle
devient, c'est-à-dire si elle se ma-nifeste, c'est par l'action successive de
l'esprit qui la pense». Bisogna dunque ammettere una
successività, che importa nello spirito qualche cosa che non è nell'Idea:
bisogna concepire questo Spirito non come l'idea dello Spirito, bensi come
pensiero di un soggetto uno e indivisibile, che genera le idee e comunica loro
attività e vita. Cosi a questa unità dell'essere e del conoscere, che si
pretende realizzare nell'unità dell'Idea, sfugge, e la molteplicità degli
elementi riapparisce ». Anche ammesso che il pensiero possa ricavarsi dall'
Idea, esso penserebbe bensi insieme i due contrari, ma distinguendoli, non
unificandoli. Essere e non-essere, idea e natura, bene e male, giustizia e
crimine restano nel pensiero opposti. E del resto « lors même que la
pensée pourrait effacer l'op-position des contraires, il ne suivrait pas de là
nécessai-rement que l'opposition aurait disparu dans la réalité », Ora che
l'opposizione non possa esser cancellata dal pensiero, si è visto per le due
categorie di essere e non- essere: ma si può dimostrare in un modo più
generale «en signalant un vice qui atteint el ruine, suivant nous, tout
le système d' Hégel. Quest'ultima
critica è il suggello dell'incapacità del Vera a superare, con tutto l'aiuto di
Hegel, la posizione platonica. In questo sistema, egli dice, la verità e
l'essere non sono principii, ma risultati. La natura e ilpensiero non sono
mossi da un principio posto fuori del mondo, e in possesso della pienezza
dell'essere e della verità. L'essere da sé non si muove, né muove. Il
non- essere piuttosto sollecita l'essere; e come essere e non-
essere si uniscono nel divenire, il principio non è l'essere ma il divenire. E
lo stesso si dica della triade maggiore Idea-Natura-Spirito. L'Idea in sé
è morta, e non si moverebbe mai. Dev'esser negata nella Natura, perché abbia
luogo la vita dello Spirito. Se mai, la Natura, non l'Idea, dovrebbe
considerarsi come principio dello Spi-rito, svegliando in certo modo l'Idea e
comunicandole con la sua negazione una certa energia. Ma il vero principio è lo
Spirito, in cui si concilia l'opposizione di Idea e Natura; e che trascinerà
nel flusso del suo divenire l'essere e il non-essere dell'Idea, ossia Idea e
Natura. E insomma: o nulla diviene facendosi l'Idea principio di una
Natura come Idea-natura e di uno Spirito che è Idea-spirito; che sarebbe il
partito della logica; o tutto diviene, facendosi lo Spirito principio di tutto;
che sarebbe il partito dell'esperienza. Nel primo caso si hanno tre idee pure
ed immobili, e non si ha il mondo, Nel secondo si ha il divenire dello Spirito,
e quindi della Natura e della stessa Idea, ma non si ha più principii, né
asso-luto: e lo stesso spirito del mondo, di cui parla Hegel, non sarà, in
fondo, se non una generalizzazione dell'esperienza e degli spiriti
finiti. In conclusione, la principale esigenza della critica del Vera è
il concetto dell'assoluto estramondano; e la legge del suo pensiero il
principio astratto d'identità. 10. - Nella tesi latina (dove la dottrina
hegeliana confrontata a quella platonica e a quella aristotelica del termine
medio è appunto la dialettica, la cui sintesi vien considerata come termine
medio tra tesi e antitesi) il Vera ripete in parte la critica che
abbiamoesposta della sua tesi francese, ma formula pure la prima: e capitale
obbiezione nella più schietta forma teistica, che giova a determinare
nettamente la sua posizione mentale. Dice qui presupposto gratuito quello di
Hegel quando ideas aeternas rerum causas el principia esse contendit!. Le idee
possono aver questo valore, oppone il Vera, si cui vi, vel menti, insint, quod
sensit Plato. Ciò che non è storicamente esatto, ma serve a dirci in che modo
il Vera intendesse il platonismo da cui era do-minato. E accumula contro
le prime categorie altre difficoltà. Hegel vede il niente nell'essere
come una sua determinazione (o nota), perché dell'essere non si può dire se non
che è. Ma questo è piuttosto una ragione perché l'essere respinga da sé il
nulla. Affinché infatti si possa dire che l'essere è, non occorre che in esso
ci sia determinazione di sorta: e il niente vi sarebbe se l'essere fosse in
qualche modo determinato: - Poi, se tutto deve cominciare con l'essere e niente
ci dev'esser prima del- l'essere, nec vor, nec res, nec cognitio, allora prima
dell'essere non ci sarà altro che il niente; e dal niente si dovrebbe
cominciare piuttosto che dall'essere. Ancora: per Hegel l'essere diviene; e
niente è. Ma, affinché qualche cosa divenga, bisogna che qualcosa sia, e non
divenga. Giacché se a prima vista pare che quel che diviene sia e non sia
insieme, in realtà, chi consideri con più diligenza, esso non è, solamente.
Giacché quel che ora diviene,dev'essere stato e non divenuto; e poiché era,
diviene. - Inoltre, essere e niente son cose; il divenire, invece, è stato o
proprietà d'una cosa; e non può quindi congiungere l'essere e il niente. Hae
enim verum proprietatibus virtus inesse nequit. - La verità e la potenza che e
è nel divenire, deve ricavarsi da quel che era e che è. Sicché l'essere dovrebbe
essere alcunché di più perfetto di quel che ne deriva, realtà o cognizione.
Laddove Hegel muove da un essere, che non è il primo essere, ma un essere, per
così dire, passato attraverso il niente. Onde il processo va dal meno al più,
dall' imperfetto al per- fetto; il divenire invece è incremento di
perfezione. Verum haec rationi repugnant. E c'è altro. O c'è un
principio delle cose, o no. Se c'è, qualunque sia, o una forza (vis quaedam), o
solo una idea (ens logicum), deve preceder tutto, rispetto alla forza, al
tempo, al moto, al vero. Hegel muove dall'essere: ebbene da quest'essere, se
forza, dovrà ricavarsi la forza di tutto; se idea, tutte le idee. E non si
uscirà mai quindi dall'essere; il principio sarà sempre l'essere. - Che se la
conclusione dovesse essere il divenire, il divenire non cessa mai, non è mai un
atto esaurito: e il processo del reale e del conoscere andrebbe all'infinito. -
E guardando ai rapporti non più intelligibili dell'Idea con la Natura e con lo
Spirito, la tesi latina, con qualche variante dalla tesi francese, trae questo
colpo finale contro la dottrina di Hegel: « Infine, se lo spirito sta di mezzo
tra la natura e la idea e per ciò stesso va innanzi alle idee, le idee non sono
i principii. E ammesso che siano principii, poiché lo spirito diviene, e le
idee sono inerenti allo spirito, è necessario che divengano anch'esse.
Se non che quel che diviene, non è, ma sarà; né intende, ma intenderà;
sicché né spirito né idea avranno coscienza di sé, né ci sarà un fine nel mondo,
ma il tutto andrà soggetto alla cieca necessità delle idee. Dei quali errori
tutti il Vera trova la prima origine in due cause principali. L'una, che Hegel
torse la dialettica dal suo vero ufficio, che è di respingere il falso, alla
scoperta e dimostrazione del vero: pretendendo di edificare con uno strumento
di demolizione. L'altra, che ben vide doversi cercare nell'infinito la ragione
del suo rapporto col finito, ma errò presumendo di rendersi conto del modo di
questo rapporto, onde fu costretto a cercare il finito nella stessa natura
necessaria dell' in- finito: ponendo un infinito semplice che si dirompe
suapte natura e quodam necessario impetu nelle cose finites, e non potendovi
poi restare si sforza di tornare a sé e ri-staurare certo infinito composto, con
un circolo che Hegel per altro non riesce a chiudere, perché l'infinito, una
volta mescolatosi alle cose finite, non può più tornare infinito. Egli è,
insomma, che Hegel vide il vero problema della scienza; mai però appunto andò
più lungi dal segno (sed ob ipsum forsan longius a vero provectum). Perché il V.
è convinto che tale problema è troppo più grave che non possa sostenere l'omero
mortale. Funzione del termine medio, fulero d'ogni dimostrazione, è unire il
finito con l'infinito. Ma come questa unione avvenga né Aristotele, né Hegel,
né lo stesso Platone, quantunque la sua dottrina sia la più soddisfacente, han
potuto ad-ditare, perché il rapporto muove dall'infinito, la cui natura sfugge
alla mente umana. Si enim intelligeremus (dice il Vera riecheggiando un motivo
della filosofia ales-sandrina, già accolto dal Ficino, e tornato in onore nel
De antiquissima Italorum sapientia del Vico) *, Si enim intelligeremus
(infiniti naturam], non solum rerum ratio, sed el quomodo res perficiuntur
nobis innotesceret, neque id tantum, sed el res ipsas quodammodo perficere
nobisconcessum esset. Qui enim verum vim naturamque pentus
agnoscit, his recte uti ad res ipsas conficiendas valebit. Isque
absolute demonstrat qui non modo res intelligit, sed et intelligendo conficit. Quemadmodum summus is est artifex qui opus non modo in
mente revolvit, sed et conficit et confi-ciendo sibi et aliis mentem suam
patejacit et demonstrat. Di questo scetticismo teistico
il Vera tratto di proposito nel Problème de la certitude. Dove, è superfluo
dirlo, non solo Hegel, ma anche Kant è assai bistrattato. Basti per un
esempio la prima obbiezione che il V. muove contro la Critica; ed è che la
distinzione di senso, intelletto e ragione è più artificiale che reale; perché
né la sensazione è altro che un giudizio, né la categoria ha caratteri diversi
dalle idee. « Che l'atto intellettuale non venga ad aggiungersi [sic]
all'impressione esterna, e la sensazione non avrà luogo. Essa è dunque un
giudizio sollecitato da una causa esterna, ma che, come ogni altro giudizio,
non può aver luogo senza l'intervento dell'in-telletto. Sicché senso e
intelletto non sono due facoltà distinte; ciò che Kant stesso confessa
implicitamente, allorché attribuisce certe categorie al senso non meno che
all'intelletto. Infatti, il tempo e lo spazio sono concetti puri
dell'intelligenza, né più né meno della causa, della sostanza, ecc., e quelli
non sono meno di queste condizioni essenziali di ogni pensiero. Non si vede
dunque in che differiscano queste due facoltà, poiché sono sede di nozioni
della stessa natura»?. E con osservazioni della stessa forza continua a
dimostrare che non c'è modo di distinguere per davvero le categorie dalle idee,
fino a far sospettare che il Vera non avesse mai letto la Critica (per la quale
infatti rinvia 3 alle lezioni del Cousin).In tutta la storia della filosofia
non vede se non sforzi vani per superare lo scetticismo; e il suo lavoro vuol
essere un nuovo saggio di teoria della conoscenza. Ogni conoscenza riguarda i
fatti o i principii. Fatti sono le esistenze e le qualità fenomeniche;
principii, le cause delle une e delle altre. La causa d'un fenomeno non è il
fenomeno che lo precede, ma il principio interno, la natura dell'essere che si
manifesta nel fenomeno: l'es-senza. Altro è la sostanza, sostrato o soggetto
delle qualità; altro l'essenza, forma intelligibile della stessa sostanza. Ed è
chiaro che il pensiero non può mirare di là dell'essenza alla sostanza; perché
di questa che altro potrebbe cercare che l'essenza? La vera cognizione, che non
si arresti al puro fenomeno, s' indirizza all'essenza. Ma l'essenza non è
conoscibile, per ragioni derivanti in parte dalla natura sua, in parte dalla
costituzione della nostra intelligenza. L'essenza è una; e intanto è uopo
che si moltiplichi negl' individui. Che è il problema della creazione,
inespli-cabile, Si ammetterà un'essenza per le cose periture e una per le
eterne? Ma quale sarà il loro rapporto? e quale la loro differenza se, come
essenze, saranno pure entrambe eterne ed infinite? Si ammetteranno soltanto
essenze individuali (atomismo): e allora l'essenza in sé sarà una semplice
astrazione. - O si ammetterà una sola essenza; e allora tutti gli individui
diverranno fenomeni transitori e apparenze. - E poi è necessario ridurre tutte
le essenze a un solo principio, e che questo esista; perché quando ve ne
fossero molte, dovrebbero sempre essere tra loro in un rapporto; e questo
importerebbe un principio superiore, il quale sarebbe perciò il vero principio
e unico. E che sarà questo principio? Gli si possono attribuire, come s'è fatto
in tutti i sistemi, tanti caratteri; ma questi caratteri non ci faranno mai
vedere l'intimo del principio e la sua propria natura.La natura poi della
nostra mente ci toglie la possibilità di montare all'unità assoluta; perché
niente possiamo pensare che non si presenti alla nostra coscienza come suo
oggetto e che, sia esso Io o non-lo, non si ponga pel fatto stesso d'esser
pensato come non-lo di contro al nostro Io. Né giova la pretesa intuizione
intellettuale di Schelling. Perché o in essa il pensiero conserva la coscienza
di sé, e allora permane la dualità: o smarrisce questa coscienza, e
assorbendosi nell'oggetto, non sarà più pensiero, ma il niente del
pensiero. Ignorando l'essenza, non si possono spiegare i rapporti.
Si conoscono le esistenze e si conoscono i rapporti degli esseri; ma dal che
non si passa al come. Non si può contestare che io sia, e che siano i prodotti
della mia attività interna e del mio pensiero e gli oggetti e fenomeni del
mondo esterno. Saranno tutti fenomeni, apparenze fugaci; ma non si potrà negar
loro un certo essere e dire che non siano, almeno nel momento in cui sono. Chi
si provasse a farlo, si contraddirebbe. Ma se vi sono esistenze che cominciano,
che sono e non erano, e, insomma, effetti, questi effetti devono avere una
causa. La quale causa o bisognerà cercarla tra le cose finite, o sarà la
collezione delle cose finite, o la sostanza infinita di cui le sostanze finite
siano emanazioni, o infine un principio separato dal mondo e avente esistenza
propria e indivi- duale. Le prime tre ipotesi sono da escludere. a)
E evidente che non può esser causa del finito un fini-to, che come tale è
effetto, e richiede esso stesso una causa. 6) La collezione dei finiti
non aggiunge ai finiti se non una unità artificiale ed astratta, esistente solo
nel soggetto che la pensa. Quindi non può contenere più dei finiti, né essere
altro che finita: cioè un effetto, anch'essa. Senza dire che la
collezione è risultato e non principio, e suppone una causa radunatrice degli
elementi e quindi costitutiva di essa collezione.c) La sostanza che producesse
eternamente le cose, effondendosi in esse senza potersene distinguere, anzi
facendone parte, potrebbe essere o un Io, o una causa meccanica. Un lo, di cui
le coscienze individuali fossero parti integranti, sarebbe tanto causa di
queste, quanto queste di esso. Giacché in un tutto essenziale alle parti come
le parti al tutto, non ci può essere efficienza o causalità vera, ma solo una
causalitá logica. Che se l'Io assoluto si concepisca come una forza infinita
manifestantesi negli individui, si potrà chiedere: e perché si manifesta o
sviluppa? per darsi così una coscienza più chiara e più larga? ovvero per
passare dalla potenza all'atto? In un caso e nell'altro l'effetto conterrebbe
qualche cosa di più che la causa, e questo di più resterebbe senza causa. - O
sarà la sostanza una causa cieca e meccanica? Ma la sola vera causa è la
libertà. Se un corpo in movimento ne mette in moto un altro, noi diciamo impropriamente
il primo causa del movimento del secondo; laddove ne è solo la condizione.
Infatti esso non può non muovere il corpo, e non può non muoverlo con la
velocità e la direzione con cui lo muove perché non è esso stesso la causa del
proprio movimento, né quindi del movimento che ha comunicato. La vera causa del
movimento non dev'esser mossa, ma deve muovere da sé: esser libera.
Sicché la causa assoluta dev'essere separata dal finito, libera, persona
assoluta. Libera, in quanto indipendente dal suo effetto; ma legata bensi alla
legge della sua es-senza. Questo già vede il V.: che la necessità interna non è
incompatibile con la libertà, almeno quando si tratti della causa assoluta.
Perché nell'uomo, che non s'è dato il suo essere, il Vera crede bene che la
necessità interna sia anche esterna; quantunque anche l'uomo che fa il bene, se
fare il bene si concepisce come legge della sua natura, debba dirsi libero. La
necessità, invece, della causa assoluta le è, per dir così, più intimamente
interna.Il Vera, in questa tesi, non ammette nessuna reciprocità tra la causa e
l'effetto. Questo richiama quella: ma «l'idea di causa, lungi dal contenere
quella dell'effetto, l'esclude pel fatto stesso che è causa», Insomma, dualismo
assoluto. La causa assoluta, essendo libera, è intelligente, perché non è
libertà senza intelligenza. E semplice e indivisibile; perché se il suo atto
non fosse uno, e si risolvesse p. e. in due parti, una di queste agirebbe
sull'altra, e la causa non sarebbe causa, e le due azioni causali, esercitandosi
successivamente, darebbero luogo ad effetti a un dato istante sottratti alla
causa, che cesserebbe perciò di essere assoluta causa. E l'atto uno suppone la
sostanza una. E già una sostanza composta sarebbe materiale, e non
sarebbe più libera. Né occorre dire che, per essere asso-luta, la causa
dev'essere universale. La causalità conferisce realtà all'idea di
sostanza, concepita come principio del finito, e conferisce realtà ugualmente a
tutte le idee effettrici delle esistenze finite: al bene assoluto, causa del
bene relativo, alla verità assoluta, alla bellezza assoluta, e via discorrendo.
Con la sola categoria di sostanza potremo avere l'idea di Hegel, l'essere puro,
come una « concezione logica ». La causa ci fa fermare il piede nel reale;
e la certezza del fenomeno si fonda sull'intuizione della causalità reale
supposta dal fenomeno. * Il pensiero non comincia con l'affermazione d'una
causalità astratta, ma d'una causalità reale. Il sentimento della mia finità è
inseparabile dalla mia esistenza, e col primo sentimento della vita si produce
a un tempo il sentimento del mio niente e d'un principio che mi ha fatto
passare dal niente all'es-sere. Ecco già l'idea di causa che si manifesta a me
insieme con la mia esistenza. E non è una causa astratta e possibile, ma una
causa reale e attuale come il suo ef-fetto; non è una causa che deduco da un
principio, mauna causa che colgo con un' intuizione semplice e imme-diata, con
un atto analogo a quello col quale affermo me stesso». Nel libro non è citato mai
il Gioberti; ma questa dottrina coincide a capello con quella della formola
ideale, che cinque anni prima il Gioberti aveva propugnata nell'Introduzione
allo studio della f-losofia. Immediatezza della cognizione,
inconoscibilità dell'es-senza, e quindi misticismo scettico; opposizione
assoluta tra essere e pensiero, Dio estramondano e quindi negazione della
libertà e della verità dello spirito come della spiritualità del vero;
concezione conseguente della verità o idea come contenuto trascendente del pensiero,
retto quindi dalla legge dell'identità, e della dialettica come funzione
meramente negativa del pensiero soggettivo: tutta la somma delle dottrine
essenziali alla vecchia intuizione platonica del mondo, contro le quali da
secoli e secoli combatteva la filosofia moderna, e che furono definitivamente
superate dal principio hegeliano, faceva intoppo nella mente del Vera
all'intelligenza dello hege-lismo. La folla incomposta delle difficoltà che
egli vi in- contrava, attesta chiaramente la refrattarietà del suo
spirito agli incitamenti e alle suggestioni della nuova filosofia, cosi
rudemente paradossale a chi non sia preparato da un vivo affiatamento con tutta
la storia del pensiero moderno (e si può dire anche del pensiero cri-stiano, in
opposizione al greco) a guardare il mondo con gli occhi nuovi dello spirito
conscio della sua vita assoluta. Come fece il Vera negli anni seguenti a
liberarsi dalla grave mora de vecchi pregiudizi, per rifarsi con nuovo e fresco
vigore intorno allo hegelismo, romperne la dura scorza, e penetrarne l'intimo
spirito? Rifece egli più metodicamente il cammino percorso dal pensiero
speculativo da Cartesio a Hegel13. - Dopo il 1845, i primi lavori del Vera sono
quattro articoli del 1848, scritti per una rivista La liberté de penser,
fondata a Parigi dopo la rivoluzione di febbraio da alcuni giovani professori,
come il Simon, il Saisset, il Jacques e lo stesso Vera. E in essi il
demolitore della logica e di tutto il sistema di Hegel ci si presenta in veste
di hegeliano. Nessun documento illumina la crisi antecedente del suo pensiero;
e bisogna contentarsi di osservare in questi articoli il suo primo
atteggiamento nel nuovo indirizzo. Il primo (La Religion et l'Etat) fu
scritto a proposito delle discussioni dell'Assemblea Nazionale per definire i
rapporti tra Stato e Chiesa; e combatte l'idea della se- parazione. Sarà
più tardi, come vedremo, uno degli argomenti su cui più si travaglierà il
pensiero del Vera, senza riuscire mai a dar nettamente la soluzione del pro-blema.
In questo primo saggio, forse perché lo scrittore non sente ancora tutta la
difficoltà della questione, il suo pensiero tocca il massimo della chiarezza,
che abbia mai raggiunto. Vede il progresso storico dei rapporti tra Chiesa e
Stato indirizzato verso la libertà di coscienza; e giudica la Riforma
protestante, malgrado la sua proclamazione del libero esame, inferiore a
cotesto principio, per cui la ragione umana può sottrarsi alla tutela
dell'autorità sacerdotale; perché la Riforma non proclamò insieme l'abolizione
delle religioni di Stato. E religione di Stato significa autorità che è
compressione della li-bertà, in quanto non è l'autorità della ragione
invisibile e universale, conciliatrice della regola con la libertà, della
disciplina col movimento, ma quell'autorità visibile e materiale, che, come
imprigionata nel fatto e nella lettera della legge, colpisce d'immobilità
il pensiero, contrasta ogni espansione nuova dello spirito e riesce alla
violenza e all'asservimento delle coscienze. La Rivoluzione francese ha
compiuto l'opera della Riforma,ispirandosi a un principio superiore: il
principio dei diritti dell'uomo in generale, onde la libertà nuova da lei
proclamata non è più quella di una società particolare, ma del mondo. E
abolisce la religione di Stato, presupponendo quella religione ideale e
assoluta - scoperta dalla filosofia, di cui la Rivoluzione è figlia ed erede -
la quale si sviluppa e manifesta successivamente nella coscienza dei popoli,
domina e abbraccia tutte le religioni positive e compone ad armonia nella
propria unità le credenze parziali del genere umano: la religione, in-
somma, naturale o razionale. Ma né la Francia né l'Europa eran preparate alla
riforma religiosa, che questi principii, rigorosamente applicati, avrebbero
richiesta: e ad essi occorre tuttavia far capo per gettare le basi della nuova
carta religiosa. In un articolo successivo, ma dello stesso anno, il
Vera, accintosi ad esporre la filosofia della religione di Hegel, giudicherà
con lui e rifiuterà, come idealismo ordinario, cotesto deismo prevalso nel sec.
XVIII, il quale astrattamente foggiava la religione ideale e filosofica, che
giace in germe nel fondo d'ogni intelligenza »1, Ma, pure appigliandosi per
qualche altro particolare alla dottrina di Hegel, è fermo nella convinzione che
basti svolgere razionalmente il principio posto dalla rivoluzione francese,
fondato, come s'è visto, sulla dottrina della religione naturale. Segno che
egli non era ancor giunto a possedere un concetto determinato della religione,
né, comunque, a impadronirsi di quello di Hegel. Svolgere il
principio della Rivoluzione, della libertà di coscienza, non era ciò che dal
Lamennais in poi venivano chiedendo in Francia i cattolici, e avevano finito
con invocare gli stessi gesuiti? Ecco, dice il Vera: « nellapresente questione,
come nella maggior parte delle questioni sociali, la difficoltà consiste nel
conciliare l'ordine e la libertà. Se si sopprime una di queste due condizioni,
s' incorrerà nell' inevitabile alternativa, o di tornare all'autorità e alle
religioni ufficiali, o di rinunziare a ogni azione normale ed efficace sugli
spiriti ", Temeva il Vera. che se l'Impero, la Ristaurazione e la
Monarchia di Luglio avevano piegato dal lato della tradizione e del-l'autorità,
ora si piegasse dal lato opposto, esagerando il principio della libertà. Si
preoccupava degli effetti di una libertà assoluta, che avrebbe portato
all'anarchia delle coscienze, all'impossibilità di ogni governo morale e quindi
d'ogni governo politico. Se la pigliava con la stessa espressione di libertà
illimitata, che non può essere, diceva, se non una figura rettorica
lusingatrice degli orecchi e del gusto del pubblico, non potendosi concepire
potere che non sia limite della libertà. Né pertanto è ammissibile la
separazione. I sostenitori della quale si rappresentano la società come una
sorta di d'ag-gregato di parti unite insieme da legami estrinseci: laddove la
storia e la teoria ci mettono innanzi un'unità sociale organica, in cui tutto è
concatenato e la vita di una parte va di conserva con quella del tutto, e
un'unità invisibile vi circola dentro. Perciò Hegel disse che le rivoluzioni
politiche e religiose sono inseparabili; e un popolo che ne fa una e non fa
l'altra, ha lasciato a mezzo la sua opera, mantenendo un antagonismo, che dovrà
rimuovere, se non vuol soccombere. E questo basta qui al Vera per concludere
che Chiesa e Stato sono insepara-bili. Quantungue non sia difficile vedere che
il suo argomento supponga provato quel che è da provare: l'imma-nenza
dell'elemento religioso, anzi della Chiesa, nell'organismo dello Stato.
La separazione è voluta da coloro che dividono con un taglio netto la sfera
religiosa da quella del diritto:nella prima delle quali lo spirito umano si
solleva all'eterno e all'infinito, laddove nella seconda l'uomo rimane stretto
ai suoi bisogni passeggeri e terreni, e quindi implicato negli interessi, nelle
passioni, nelle lotte, da cui si libera affatto mercé la religione. In questo
argomento V. riconosce, a primo aspetto, un'apparenza di verità. Ma gli studi
che in quel torno ei doveva fare della filosofia hegeliana, gliene additano il
difetto. « Au fond, il repose sur une notion
incomplète de la vie religieuse, et il se rat-tache à cette métaphysique qui ne
saisit qu'un seul élément dans les êtres, el qui, en négligeant l'élément
contraire, n' aboutit qu'à des abstractions ou à des inconséquences... E
vero che Dio, comunque si concepisca, trascende ogni limite, ed è termine
immutabile e infinito. Ma Dio è un termine solo del rapporto religioso, onde
Dio si manifesta, e l'altro è l'uomo con le sue condizioni sensibili e finite.
Né la religione è un fatto isolato, chiuso nella coscienza del-l'individuo, ma
un'istituzione sociale, la quale ha per iscopo l'istruzione e la guida delle
anime; e pertanto non può sorgere, conservarsi e svolgersi senza determinate
condizioni materiali ed esterne, insegnamento orale e simbolico, associazione,
disciplina, mezzi finanziari ecc.: tutte cose che rannodano la Chiesa con
lo Stato, Ebbene, esclusa la separazione (lo stesso V. si pro-pone, come
sarà sempre suo costume, l'obbiezione), come sfuggire all'alternativa
dell'oppressione della Chiesa sullo Stato, o dello Stato sulla Chiesa? Ma (come
sarà pur sempre suo costume) se n'esce pel rotto della cuffia, perché non si
spinge fino a una rigorosa definizione dei concetti che adopera. La soluzione
qui la trova in quella astratta filosofia della religione, che ha accettata dal
secolo XVIII, e che è pure quella dottrina eclettica della verità relativa di
tutte le religioni positive nell'assolutaverità della religione naturale, che,
nei nostri filosofi della Rinascenza (BRUNO (si veda) e sopra tutto CAMPANELLA
(si veda), che ne è il vero fondatore, a lui, molto probabilmente, essendosi
inspirato Herbert di Cherbury) ' portava logicamente alla religione di Stato.
Lo Stato, pel Vera, deve sanzionare la libertà di coscienza: ma in questo
stesso postulato è implicata l'attribuzione allo Stato di legiferare in materia
religiosa, riconoscendo a tutte le religioni positive quella legittimità che è
loro conferita dalla religione ideale in cui tutte sono comprese. Se lo Stato
non s'incontrasse nella religione, non potrebbe né anche riconoscerne e
garentirne la libertà. Lo Stato s' investe in questo suo atto di un principio
filosofico, e la filosofia gli conferisce la potenza e il diritto di dettar
legge in re-ligione. La filosofia che è « la fonte della vera libertà, perché
essa sola proclama ed assicura quell'alta libertà dello spirito che è il
principio di ogni libertà, e perché essa solleva continuamente l'umanità al di
sopra di se medesima, e delle cose periture e finite, alla regione dell'eterno
e dell'infinito». E però nell'alleanza dello Stato con la filosofia è il
fondamento di ogni libertà: alleanza tutt'altro che facile, di certo, anzi,
sotto certi aspetti. né possibile né desiderabile: ma perciò appunto fornita
del carattere di ogni ideale, che genera il progresso in quanto meta
inattingibile. «Tout progrès possible repose sur un principe impossiblen
3. E un altro punto, in cui il Vera non si solleva fino allo hegelismo,
restando al dover essere (Sollen) kantiano, messo in derisione dal pensatore di
Stoccarda. E la coscienza dell' irrealità dell'ideale limita l'astrattezza,
tutta platonica, di questo Stato filosofico, in cui si rifugia ilVera, assai
imbarazzato poi quando si tratta di tornare fuori, per rimettersi in rapporto
con la realtà storica. Se Stato e Chiesa sono inseparabili, il prete è,
pel Vera, un funzionario dello Stato. Dacché un culto è legalmente
ammesso, esso diventa una funzione di Stato. Funzione varia, diversa,
molteplice, perché lo Stato ammette tutti i culti, quantunque non s' immedesimi
con nessuna religione. E lo Stato perciò retribuirà i ministri di tutti i
culti. - Ma proprio tutti? - Sì certamente, perché « tutti i culti, quali che
siano le dottrine che professano e la parte di verità che contengono, devon o
incontrarsi in un pensiero e in un'opera comune, dovendo tutti, sotto una forma
o un'altra, per vie e gradi differenti, disciplinare le anime non soltanto a
salvarsi, ma ad adempiere i loro doveri civili». Devono in - contrarsi: ma
s'incontrano realmente? Lo Stato solo può giudicare se e in quel misura una
dottrina religiosa soddisfi questa condizione. Che se si contesta allo Stato
questa facoltà, bisognerà contestargli anche quella di concedere la libertà dei
culti: poiché la libertà dei culti, ripeto, suppone questo criterio: suppone
che lo Stato abbia saputo riconoscere che la verità non è prerogativa d'un solo
culto, e che saprà anche distinguere, fra le dottrine nuove, quelle che
bisognerà ammettere o rigettare ». Ossia, in conclusione, saranno ammessi
tutti i culti, che lo Stato con la sua filosofia approverà, poiché pare ce ne
possano anche essere di quelli che non siano compatibili coi fini essenziali
dello Stato. E allora? Noi crediamo, conchiude il Vera, che « nello stato
presente del mondo, appartenga ai poteri civili e alla civiltà laica
l'iniziativa della riforma religiosa, e che questa riforma debba essere imposta
alla Chiesa nell'interesse della libertà e della Chiesa stessa ». Ma
allora abbiamo lo Stato teologo e la religione di Stato! - Parola più speciosa
che vera», risponde l'au-tore. « Noi pretendiamo che lo Stato, quale l'abbiamo
definito, quale l'han reso la filosofia e la Rivoluzione, sia perfettamente
competente nella questione religiosa. Lo Stato, bensì, non fa della
teologia scolastica, non disserta sulla grazia, il peccato originale e la
trinità. Lascia queste dispute ai teologi e ai filosofi. Ma può dire fino
a che punto una religione risponda ai bisogni della società, e studiando
seriamente questi bisogni, giovandosi dei lumi della filosofia e della libera
discussione, ha il diritto e il potere di imprendere la riforma delle
istituzioni religiose, modificarle e ringiovanirle, facendovi penetrare i germi
di verità nuova na 14. - Come possa lo Stato riformare una religione
senza entrare nella teologia; come giovarsi della filosofia, senza intendere la
filosofia stessa, e quindi filosofare: come proclamare la libertà dei culti e
riconoscere a tutti i culti un valore, dovendone pure eventualmente respingere
qualcuno con un criterio suo; come imporre una riforma alla Chiesa, rispettando
il principio della libertà: sono tutti certamente punti molto oscuri, e non i
soli, della soluzione caldeggiata dal Vera. Ma qui giova soltanto fermare
l'attenzione sul carattere permanente di questa filosofia del Vera, malgrado il
giudizio sulla Rivoluzione francese, cosi diverso da quello enunciato otto anni
prima, e malgrado gli spunti hegeliani contro le astrazioni dell'intelletto.
Essa evidentemente è ancora una filosofia non compenetrata dal concetto della
razionalità del reale e della realtà del razionale: una filosofia di una
ragione concepita come sovrapposta alla vita, alla storia, al reale. L'infinito
si vuole congiunto essenzialmente col finito (e però la Chiesa con lo Stato).
Ma l'infinito è infinito, e il finito è finito. Lo Stato non hainfinità (non ha
valore), se non gli viene comunicata dalla Chiesa; né esso può
acquistarsela da sé, incorpo- randosi e risolvendo in sé la Chiesa: a
fine di stabilire i suoi rapporti con la Chiesa deve ricorrere alla filosofia,
che non è nello Stato, e non è perciò lo Stato. Tutta la storia, come progresso
compiuto in virtù d'un principio impossibile, ha il proprio valore fuori di sé:
ossia, non ha valore. Questo non era il nuovo mondo di Hegel. Segui la
prima parte dello studio sulla Philo-sophie de la religion de Hégel, non
continuato, perché la Liberté de penser cessò di pubblicarsi. E in questo
scritto il Vera espose il punto di vista di Hegel in questa parte del suo
sistema e il suo concetto in generale della filosofia con manifesti segni di
adesione, sebbene qui ancora non s'incontrino quell' iperbolici elogi della
filosofia hegeliana che poi diverranno frequentissimi nei suoi libri. Tornò ad
esporre brevemente il concetto della filosofia hegeliana col metodo stesso
adoperato nelle tesi di tre anni prima, quantunque le difficoltà formidabili
intorno ai punti fondamentali e preliminari che tre anni prima gli sbarravano
l'adito al sistema, pare siano già come per incanto sparite: quel metodo, il
quale consiste nel saltar dentro a una filosofia, dopo averla distaccata dal
complesso della storia, in cui essa sorse e visse, e nel muovervisi dentro come
altri può percorrere una galleria di quadri che non sappia come e donde
raccolti. Il metodo più antihegeliano che ci sia. E cosi ora, così sempre:
anche quando egli diventerà assai più esperto hegeliano e più fervido
propugnatore di questa filosofia, Hegel sarà un filosofo, per V., tutto chiuso
in sé, che si lascia indietro, a mille miglia di distanza, non pure la
filosofia prekantiana, ma Kant, Fichte e lo stesso Schelling: e se qualche
riscontro potrà consentire, richiamerà Platone e Aristotele (che sono poi gli
antesignani dell'oppostaconcezione del mondo). Per ora, non una parola di altri
filosofi, e le determinazioni della filosofia hegeliana, strappate dal loro
terreno storico, si presentano, com'è na-turale, in un aspetto equivoco ed
incerto. La filosofia ricerca l'universale, l'infinito, l'assoluto in
tutte le sfere sulle quali si esercita l'attività del pensiero»›, Definizione,
che, se non è detto quale sia la natura di questo universale, eterno, infinito,
può competere tanto alla filosofia di Hegel, quanto a qualunque altra. «
Secondo Hegel, l'oggetto della filosofia è la conoscenza dell'Idea». Anche
questo è troppo poco. E tutto quello che segue non giova a differenziare
1 he-gelismo dal platonismo: « L'assoluto è lIdea, la quale si divide e si specifica
in una serie di determinazioni, di cui ciascuna costituisce un modo della Idea,
nonché un grado e una faccia dell'esistenza. Questa Idea e questa serie di idee
non si producono a caso e secondo rapporti arbitrari ed esteriori, ma sono
legate da rapporti necessari ed eterni, e formano un organismo interno, e come
una trama indistruttibile su cui sono fondate l'unità e la vita del mondo»2. Lo
stesso V. sa che così c' è una profonda differenza tra l'idealismo « ordinario»
e l'idea-lismo « assoluto » di Hegel. L'idea di quello è astratta, e l'idea di
questo è concreta. Cioè? - Le idee del primo sono poste meccanicamente l'una
accanto all'altra: quelle del secondo hanno un concatenamento e una
necessità interna. - Distinzione così, sulle generali, ille-gittima: perché non
c'è filosofia idealistica che non miri appunto a questo intimo concatenamento
delle sue idee; e in questo senso le idee di tutti gli idealisti sono state
concrete. La concretezza hegeliana non consiste tantonella concatenazione delle
idee, che, tutte concatenate, possono essere nondimeno tutte fisse, immobili:
quanto nell'atto stesso del concatenamento, per cui l'idea non è legata più a
un'altra idea, ma è l'altra; è, e non è se stessa; si muove, e movendosi,
divenendo, è un'idea ed è un'altra idea. Sicché non più catena, ma
medesi-mezza, coincidenza di opposti. E se non si guarda a questa concretezza,
l'idealismo hegeliano smarrisce la sua fiso-nomia, e si confonde con l'antico
idealismo. 17. - Il Vera nota che l'idea concreta è una triade: nè prima
se stessa, poi il suo contrario, e infine la loro unità»; dove il 'prima', il
'poi' e l'infine', possono già dar luogo ad equivoci grossi. « Cosi il vero non
è né nel- Tessere, nénel non-essere, né nella causa, nénell'effetto,
nénel tempo, né nello spazio ecc. L'essere e il non-essere, la causa e
l'effetto, il tempo e lo spazio sono elementi essenziali del vero, ma questo
non è se non nella loro identificazione in un terzo termine: nel divenire, nel
movimento ecc. essi attingono la loro completa realtà. Qui la cosa è diventata
chiaris-sima, e le critiche di tre anni prima contro le prime categorie della
logica hegeliana sono cose dimenticate. Capi l'autore che egli mal si era
apposto, cercando come il non-essere possa uscire dall'essere, ed essere e
non-essere, messi insieme, produrre il divenire? Intende egli ora il processo
logico come superamento dell'astrattezza nella realtà della sintesi? Parrebbe
ora la sua interpre-tazione. Ma anche qui può risorgere il malinteso, assai più
pericoloso, perché chi non se n'accorga, crederà d'essere già dentro l'
hegelismo, e non sarà giunto invece né anche a Platone. Se l'essere e il
non-essere sono elementi del vero, e il vero completo, la realtà è nel
dive-nire, unità concreta dei due elementi, il passaggio del-l'astratto al
concreto si può intendere in doppio modo:come passaggio dello stesso astratto
alla propria con- cretezza; ovvero come passaggio del pensiero che pensa
la realtà e che, dopo averla pensata astrattamente ne' suoi elementi, si sforza
di pensarla in concreto nella sua unità. Nel primo caso si tratta di un
passaggio oggettivo, che è in fondo un passaggio soggettivo; nel secondo, di un
semplice passaggio soggettivo, che importa un oggettivo non-passaggio. Giacché
nel primo caso si muove, realizza od invera l'oggetto, la stessa realtà; che in
tanto si muove, realizza od invera in quanto la stessa realtà è pensiero, Nel
secondo invece è il pensiero, postosi di fronte alla realtà, o foggiatasi una
realtà opposta a sé, che si muove nello sforzo di adeguarsi alla realtà stessa:
segno che, se vi si adegua o quando vi si adegua, non avrà più bisogno di
muoversi perché la realtà è immobile. La strada eraclitea che è la stessa
strada nelle opposte direzioni in su e in giù (ádóc ava váTo pía xai duTi)
dà luogo a una contrarietà e a un movimento appartenenti soltanto al soggetto:
ma in sé è una, immutabile e immobile, come l'essere eleatico. L'idea
(dell'essere elea-tico o del divenire eracliteo) si può concepire in due modi:
o come una cogitatio (modus cogitandi, ipsum intelligere) come profondamente
voleva Spinoza, o come un quid mutum instar picturae in tabula. Anche il fiume
eracliteo infatti può esser dipinto! E allora non scorre, quantunque noi vi
scorriamo sopra con la fantasia. Questo è stato il problema secolare del
concetto del divenire, che non poteva risolversi se non nella filosofia moderna
dopo il cogito (ergo sum) di Cartesio, e quell'idea che è l'ipsum intelligere
di Spinoza, e il nuovo concetto leib-niziano della monade, e la sintesi di Kant,
e l'Io di Fichte e l'Identità di Schelling- Se lo stesso divenire è visto come
esterno al pensiero, si ferma e sta, come pictura in tabula. Il divenire è vero
divenire del reale quando il reale non è di fronte al pensiero che lo pensa
(movendosi lui, o illudendosi di far muovere il reale), ma dentro il
pensiero, lo stesso pensiero che pensando diviene e genera appunto quella
realtà che esso è. Qui è il punto. E la costruzione difficile dell' hegelismo è
cosiffatta, che molti han potuto, prima e dopo il Vera, scambiare l'Idea
lo-gica hegeliana con l'Idea platonica, oggetto del pensiero solo considerando
la posizione di essa di fronte alla na- importante ed essenziale, che si
la natura come lo spirito (fin allo spirito assoluto, e alla stessa filosofia
del filosofo che sta filosofando) sono la realizzazione dell' Idea
stessa, e cioe la stessa Idea nel processo autonomo del suo
svolgimento. 18. - Come l'intende il Vera in questo suo primo saggio di
filosofia hegeliana? Dice: Tout le
travail de la pensée consiste à poser un élément de l'idée, - moment immédiat,
— à saisir dans cet élément un élément contraire, — moment de médiation,
analyse — et à trouver un troisième terme qui concilie et unit les deux
pre-miers, - synthèse — puis à dégager de ce troisième terme une nouvelle
détermination qui enveloppe les précédentes, et qui, à son tour, engendre une
détermination opposée, laquelle se trouve conciliée avec la première dans une
troisième, et ainsi de suite, jusqu'à ce qu'on s'élève à une esistence, à une
idée suprême qui efface et absorbe tous les moments, toutes les contradictions
précédentes dans son unité. C'est là la vie et le mouvement éternels de la
pensée, et, partant, la vie et le mouvement éternels de la réalité ! 1.
Il pensiero, di cui qui si narrano le gesta, è il pensiero in sé, lo stesso
reale, o il pensiero che intende il reale, il pensiero del filosofo che tesse
la faticosa tela della lo-gica? Nel primo caso il pensiero sarebbe la stessa
idea;e la maniera in cui il Vera si esprime, facendo del pensiero l'artefice e
dell'idea la materia del suo lavoro, sarebbe per lo meno molto fantastica e
metaforica. Non che queste espressioni siano illegittime; ma qui dan luogo al
ragionevole sospetto che l'autore abbia veramente inteso il rapporto del pensiero
con l'idea in senso dua-listico, in guisa che la conchiusione (c'est là la vie
et le mouvement éternels de la pénsée, et, partant, la vie et le mouvement
étérnels de la réalité) non possa avere altro significato che di una dommatica
inferenza, contraria del tutto allo spirito dello hegelismo. Giacché quel
partant. in astratto, potrebbe avere due significati ben diversi: o dire che il
processo logico è il processo della realtà, perché la realtà è pensiero
(identita); o dire che il processo logico è anche il processo della realtà,
perché la forma della realtà è intelligibile come pensiero, il pensie-ro si
attua nella realtà, e (nella forma più rigorosa di questa concezione) ordo et
connexio verum idem est ac ordo et con-nexio idearum (parallelismo, e, in fondo,
duali-smo). Ma nel nostro caso l'interpretazione dualistica é confortata dalla
più ovvia interpretazione dei periodi prece-denti, dove è evidente che l'autore
non avrebbe mancato di richiamare esplicitamente l'attenzione sul vero e
proprio rapporto del pensiero con l'idea, se egli ne fosse stato
nettamente consapevole.18. - Ed è anche confermata dal modo in cui il Vera
passa ad esporre la triade Idea-Natura-Spirito, L'Idea, egli dice, è da prima
in uno stato « d' indeterminazione e semplice virtualità», quando è idea
logica, e contiene le determinazioni più generali degli esseri. Giunta al
limite estremo della sua evoluzione logica, l'Idea e esce da questa esistenza
formale e indeterminata, e si dà per sua virtù propria, e come spinta da una
necessità interna, una esistenza oggettiva e determinata nella natura n.
L'Idea infatti genera la Natura; ma in questa non esiste nella sua forma
logica, generale ed assoluta, nella purezza perfetta delle sue determinazioni:
diviene esterna a se stessa, si spezza in prodotti particolari esposti alla
contingenza e al caso. Questa contraddizione è superata in una terza forma
dell'esistenza, superiore alle due prime e che le involge nella sua unità: lo
Spirito, il pensiero, dove l'idea concreta e determinata, risolleva la natura
all'unità ed universalità ed acquista coscienza di sé nella libertà. - Orbene:
il processo nello stesso Hegel è tutt'altro che facile; e lo vedremo a suo
tempo; ma ha un carattere determinato, che a chi sia penetrato, secondo le
osservazioni già fatte, nello spirito dello hegelismo, non può sfuggire.
Dev'essere tutto un processo logico: una via che il pensiero pensando deve
necessariamente percorrere. Ora il Vera non si mette per questa via. Egli è
appunto come lo spettatore della pictura in tabula: vede uscire dall'Idea la
Natura, o l'Idea generare o farsi la Natura, e non sa né può sapere per quale
interna necessità: non si prova nemmeno a fare (egli che è pen-siero, quella
stessa idea) quel medesimo che vede fare all'idea: non si prova a pensarlo. E
come potrebbe pen-sarlo, dopo aver definito il logo una semplice vir-tualità?
Posta l'assolutezza del logo, se s'intende la virtualità al modo di Leibniz
(ossia nel modo più fa-vorevole), donde la ragion sufficiente ?I9. — Ma il
senso di questa virtualità della idea logica ci può essere svelato da scritti
posteriori del Vera, il quale, sia detto qui subito, rimase fermo a questo
con-cetto. Apriamo l'Introduction à la philosophie de Hégel (1855), che è
il suo lavoro più organico su Hegel, ed ebbe molta fortuna in Francia e in
Italia come autorevole esposizione della filosofia hegeliana: che i più si
contentarono di non conoscere altrimenti 1. In questo libro si legge che nella
sfera della logica, Dio è la possibilità e la forma assoluta; è l'essere anteriore
a ogni cosa creata, e che contiene perciò stesso, virtualmente, tutte le cose »
3: dove possibilità non significa altro che pensabilità, Infatti l'autore è
stato trascinato innanzi a svelare e confessare quel suo segreto concetto della
logica, come non la storia eterna, la gesta eterna, dell'idea, ma come la
semplice scienza dell'idea, poiché intanto era germogliato il seme da noi
sospettato nel saggio del 1848. Qual è, ora egli si chiede, l'oggetto della
logica? La logica è « la scienza delle forme universali e assolute del pensiero
e dell'esi-stenza»: forme, bensi, che non sono semplici forme, perché queste
forme si compenetrano col con- tenuto, sono le forme del contenuto, che è
l'idea stessa nella serie delle sue determinazioni. Come tale, la logica è il
fondamento di tutte le scienze. La
Nature et 1 Esprit costituent, il est vrai, des états, des sphères plus
concrétes et plus réelles de l'Idée, et, a cet égard la Logique peut être
considérée comme une science formelleou comme la science de la méthode, mais
comme la science de la forme et de la méthode absolues, comme le type, le
modèle intérieur, sur lequel la Nature et l'Esprit doivent se développer et
s'organiser, comme la forme, en un mot, sous laquelle l'être et la vérité
existent 5. Dove si può bensi distinguere tra logica e idea, di cui la prima è
la scienza; ma è chiaro che quel che il V. dice tipo e modello della natura e
dello spirito è appunto la logica e non l'idea. Non già che egli finisca nel
concetto della categoria kantianamente intesa come condizione soggettiva
della costituzione dell'esperienza, e però della natura fenomenica, quale si
trova nella nostra esperienza. Il Vera rimane molto più indietro di Kant.
Oscillando tra la sua ingenua interpretazione soggetti-vistica e la lettera
degli scritti di Hegel, dove l'Idea é lo stesso assoluto, egli, se da una parte
non sa concepire la logica se non come una elaborazione scientifica della mente
contemplatrice della verità e della mente che pensa di fatto questa verità per
le idee dell'essere, della qualità, della quantità, della causa ecc.,
dall'altra non riesce a conferire altrimenti valore oggettivo a
siffatte condizioni della pensabilità del reale se non ipostatiz-zandole
platonicamente come tipo e modello della natura e dello spirito: ai quali
l'Idea fornisce - egli dice esplicito - una parte del loro contenuto: (e chi
darà il resto ?). Su questo punto il Vera si spiega chiaramente, notando che si
potrebbe dire la Logica, cosi concepita, la scienza delle possibilità assolute,
non nel senso che le idee logiche siano possibilitàe non realtà, ma in questo
senso che niente non e possibile né può esser pensato se non per queste idee
.1. E ricorda Kant, che aveva riconosciuto le idee logiche come «
condizione necessaria di ogni esistenza e verità »; ma le aveva concepite come
condizioni negative, indotto in errore dal termine stesso di condizione;
laddove 1' idea ¿ condizione come elemento integrante e
costitutivo delle cose. La possibilità insomma, di cui parla V., ¿
possibilità rispetto alla natura e allo spirito: in sé e reale e principio di
realtà. La possibilità, egli dice in fine, non può toccare i principii; perché
i principii o sono o non sono. Possibile è questo individuo, questo triangolo,
ma non l'essenza dell' individuo e del triangolo. I concetti universali,
realizzati; ecco la logica di Hegel, per V.: che e per l'appunto,
sostanzialmente, il mondo ideale di Platone, con la sua impossibilità di
risolversi nel mondo dell'esperienza :. Ma nel saggio hegeliano la
conchiusione è che la logica, la natura e lo spirito formano una triade indivisibile;
sono tre termini consustanziali di cui l'idea è il fondo comune, ed è l'azione
reciproca e la fusione eterna di queste tre sostanze che fanno l'unità e la
vita del mondo«3. Dove quel che si vede è la tri-plicità delle sostanze, e quel
che si dice di vedere l'unità dell' idea. Insomma, abbiamo fin qui
un hegeliano che vuol esser tale, perché ha studiato Hegel e ha creduto
d'intravve-dere il vasto mondo della sua filosofia, assai più sícuro rifugio
dallo scetticismo del Problème de la certitude, chenon fosse quella ragnatela
di teismo intuizionistico in cui dapprima gli parve di poter riparare. Ma il
segreto di quella filosofia rimane ancora per lui un segreto; e il suo spirito
continua a gravitare verso la trascendenza platonica. 20. - Nel terzo
articolo Un mot sur la philosophie el la Revolation française, il Vera,
prendendo le mosse dal giudizio dato da Hegel nella Filosofia della Storia
sulla Rivoluzione, come opera del pensiero, ritorna sul tema del primo scritto,
sulla libertà di coscienza che lo Stato deve garentire ispirandosi alla
filosofia. Ma veniamo all'ultimo La souveraineté du peuple, che, come il V. ci
fa sapere, la direzione della Liberté de penser, all'in-domani della
rivoluzione di febbraio, non credette op-portuno pubblicare perché « il aurait
trop heurté les opinions du moment». Vi era infatti combattuta la sovranità del
popolo e il suffragio universale, sostenendo che la vera autorità è l'autorità
della ragione; che la ragione non raggiunge lo stesso grado di forza, di
chiarezza in tutte le intelligenze, qui restando latente e oscura, li
ma-nifestandosi in una maniera incompleta, e in pochi rag- giungendo il
maggiore sviluppo; e che pertanto l'autorità spetta alla minoranza. E guardando
questo lato solo della verità che egli vedeva, difende la sua tesi con quel
calore d'entusiasmo, che fu con la facilità della forma una delle cause più
efficaci della riputazione conquista-tasi dallo scrittore: Si toute vérité
a son origine dans l'esprit, elle est d'abord à l'état théorique et idéal avant
de revêtir une forme matérielle et de passer dans les faits. Dans cet état, elle se trouve en face de la réalité
matérielle, il faut qu'elle lutte contre des intéréts et des croyances
séculaires, contre des habitudes invétérées; contre les préjugés et
l'ignorance. C'est cette vue antérieure et prophétique de la vérité, c'est ce
combat pour le triomphe d'une idée, qui constitue l'héroisme et le génie. Or
les massesne sauraient s'élever à la conception de l'idéal; car l'idéal ne se
révéle qu'à la contemplation solitaire et réfléchie, il demande une culture
speciale, une organisation d'élite, et cette inspira- tion, qui a
sa source dans les profondeurs cachées de l'ame, et qui ne s'éveille que sous
l'action paisible et soutenue de l'intelligence et de la volonté. Les masses
sont comme emprisonnées dans la réalité visible, et par le gente de leurs
travaux, par leurs goûts, leurs habitudes, et par la nécessité où elles sont de
pour-voir a leurs besoins matériels, elle ne peuvent franchir les limites du
fait et de l'ordre actuel des choses, ni discerner le vrai et le faux, le
possibile et l'impossibile 1. Il vero uomo di Stato non si
confonde infatti col po-polo, non se ne fa strumento - che sarebbe interdirsi
ogni azione durevole e salutare su di esso; non abdica alla propria
individualità, ma la fa servire al bene del paese. Ebbene, se la luce nella
società e perciò l'autorità, non sale ma scende dall'alto, al sommo della vita
sociale ci sono tre sfere d'attività che riassumono e dominano tutte le altre:
la politica la religione e la filosofia. In quale di esse risiederà l'autorità
suprema? Nell'uomo politico, nel prete, o nel filosofo? Il Vera rinvia la
ricerca a un altro studio; ma la risposta è implicita nel suo scritto e nel
primo di questi articoli: il potere cioè spetta all'uomo politico, che prende
voce e norma dal filosofo. - Con tutto l' hegelismo del Vera, siamo ancora,
almeno fino a questo punto, al concetto della repubblica di Platone! 21.
- L' hegelismo tuttavia, a poco per volta, divenne un credo fermissimo pel
Vera; e la storia della filosofia fini con l'esser messa da parte. Non abbiamo
certo Coup d'oeil sur l'Idéalismes, che dovette esser pubblicato prima che il
Vera passasse in Inghilterra. E di anterioreall'Introduction à la philosophie
de Hégel non ci resta che l'opuscolo inglese del 18554, scritto in proposito
di una Teorica dell' infinito del filosofo scozzese Calder-wood
(contro Hamilton) e delle Istituzioni di metafisica del Ferrier: libri che
parvero notevoli al Vera perché questi autori si sollevavano al di
sopra del solito empi- rismo inglese e della filosofia del senso comune.
Il giudizio del Ferrier su Hegel (che a guisa di gigantesco serpente boa
avrebbe stretto nelle spire delle sue dottrine impenetrabili come diamante
tutti gli errori correnti) dava qui occasione al Vera di dichiarare che «
ci ha nella filosofia dell' Hegel una certa natural direzione, certi tratti
cosi determinati e certe principali conseguenze che non possono sfuggire a
chiunque vi si sia accostato, e che formeranno d'oggi innanzi il criterio e la
norma direttiva di ogni ricerca filosofica; e di accennare quindi questi punti
fondamentali della filosofia hegeliana. In questi punti, evidentemente, si
condensa l' hegelismo del Vera. In primo luogo: la filosofia è la
scienza dell'assoluto: postulato indimostrabile, perché ogni dimostrazione 1o
presuppone, non essendovi intendere che non sia intendimento dell'assoluto.
Quindi l'assurdità di tutte le dottrine che cominciano dal negare o mettere in
dubbio il valore della conoscenza. In secondo luogo: chi dice scienza
dell'assoluto, dice scienza delle idee, perché tutto si conosce per mezzo delle
idee», né possiamo conoscer nulla di là dai limiti del mondo delle idee: onde,
se diciamo che l'anima non è un'idea, ma una forza, una causa, una sostanza,
che è semplice, immateriale ecc., anche allora, senza riflettervi « noi usiamo
delle idee, e descriviamo l'oggetto come unaggregato di quelli stessi elementi
che abbiamo respinti sotto un'altra forma ». In terzo luogo: il metodo
filosofico è il metodo proprio della conoscenza dell'assoluto, o delle idee:
metodo as-soluto, non essendo altro che la forma dello stesso as-soluto, o la
forma in cui le cose esistono e sono cono-sciute: ossia il sistema, nel suo
ordinamento dialettico. In quarto luogo: il sistema importa l'unità e la
molte-plicità, elementi identici e contradittori. Il metodo assoluto o
speculativo si distingue appunto per questa sua conciliazione dei contrari,
onde gli elementi discordi si compongono in armonia. Con questi concetti
Hegel ha dato corpo a uno de' più comprensivi e profondi sistemi che mai
vennero fuori della mente umana, il quale abbraccia tutte le parti del sapere,
la logica, la filosofia dello spirito, la filosofia della natura, la politica,
la filosofia dell'istoria, l'estetica, la religione. Anzi, strettamente
parlando, si può dire che nell'istoria della scienza il suo sia il primo e vero
sistema, imperocché né Platone, né Ari-stotele, né alcun moderno filosofo hanno
avuto un cosi vasto concetto della scienza, e così abbracciato e legato insieme
i diversi anelli dell'aurea catena a cui l'universo è sospeso. E uno de' tratti
principali di questo maraviglioso filosofo si è che le sue più alte
speculazioni hanno un carattere tutto istorico, e un risultamento positivo e
una pratica applicazione. Cosi potente e cosi comprensiva era la sua mente,
cosi profondo lo sguardo che egli getta nella natura delle cose 1, E il
primo inno cantato dal Vera al suo autore, che tornerà a dire nella sua
prolusione napoletana: « quella mente prodigiosa e sovrana, che i nostri tempi
hanno prodotta, e che, non esito a procla-marlo, per la profondità, per la
vastità delle cognizioni, e anzitutto per la mente speculativa e
sistematizzatrice tutte le altre ha vinte, ma le ha vinte in sé riepilogandolee
concentrandole»*; e altrove: « le plus grand génie dont s'honore l'humanité»=;
colui nella cui filosofia e' è tutto, e c'è « comme il doit y être, par là qu'
il y est dans SON existence systématique»3; e la cui Enciclopedia
si compiacerà di considerare come una nuova Bibbia, « la Bibbia dell'
hegelismo, Ed è altresì la prima volta che egli enuncia come titolo
singolarissimo della filosofia hegeliana questa sua prerogativa, che poi non si
stancherà mai di esibire: la sua sistematicità, parendogli pregio altissimo
questo di Hegel di aver trattato ex projesso tutte le parti del sistema della
sua filosofia, ed esteso il suo sguardo a tutti i rami del sapere, legandoli
fortemente tra loro e creando un vero sistemas: non considerando che non c'è
filosofia, né pensiero mai, che non abbia la sua perfetta sistematicità; e che
il sistema non consiste nella configurazione esteriore delle parti (al qual
patto Wolff è più sistematico assai di Leibniz, e ogni pedante espositore
dell'autore esposto), sibbene nella universalità del principio e nella
profondità dell'intuizione originaria. Egli superficialmente si contentava
della forma estrinseca e non cercava più in là, lasciandosi sfuggire i titoli
più autentici del genio di Hegel.22. -— Ma, tornando ai quattro punti
essenziali che gli pareva di scorgere, quando già meditava la sua
Intro-duzione, nella filosofia hegeliana, non occortono commenti ad assodare che
il suo hegelismo era tuttavia un hegelismo abbastanza platonico; e platonico di
quel platonismo della decadenza della filosofia greca, in cui, sorto già lo
scetticismo contro la primitiva posizione platonica, la fede nelle idee era
ristaurata con nuova e peggior forma di dommatismo. Che sono infatti quelle
idee, in cui si risolvono tutte le categorie della realtà, così come il Vera ce
le presenta, se non le stesse idee vuote della vecchia metafisica wolfiana,
riduzione ideale evanescente del mondo, onde tutto si pensa senza nulla fare?
quella specie d'oro di Mida, in cui si converte tutto il mondo del povero re,
esposto alla dura sorte di morirsi di fame e di sete ? Questa concezione
rimase fitta nella mente del Vera. Il quale, nella sua prolusione di
Milano Amore e filosofia (11 novembre 186t), uno degli scritti, di cui più egli
si compiacque!, ripetendo il ritornello che la filosofia è la scienza
dell'assoluto, che l'assoluto è l'idea, in cui si concentrano e unificano la
molteplicità e le diffe-renze, sostenne che perciò « la filosofia e la scienza
delle scienze e, rigorosamente parlando, la sola scienza, e che tutte le
scienze e tutte le filosofie, che lo vogliano o non lo vogliano, che lo
sappiano o l'ignorino, sono parti di una sola scienza e di una sola filosofia»:
o, come dirà altrove :, tutti gli uomini sono hegeliani senza saperlo. Poiché
pensare e intendere è pensare e intendere idee, e non e' è altra filosofia o
scienza che l'idealismo assoluto 3. Sicché il materialista, che non pensa « la
materia, la forza, la na-tura senza le idee di forza, di materia e di natura»,
è anche lui a suo marcio dispetto dentro l'idealismo, e non se n'accorge. E
come il materialista, lo scienziato, il fisico e il matematico sono idealisti
senza saperlo; perché tutti maneggiano le idee; e non potrebbero fare
altrimenti. E nella già citata prolusione della fine dello stesso anno ripeté
le stesse cose ponendo in forma più ingenua l' inconsapevole dualismo e il
conseguente dom-matismo in cui egli restava sempre impigliato. « Nella stessa
guisa che non si può pensare il triangolo, o il bene, o la giustizia, o la
luce, o il tempo, o lo spazio, o un altro ente qualsiasi senza l'idea che ad
essi corrisponde, così non si può pensar l'assoluto senza l'idea dell'assoluto
» 1. Non si potrebbe più chiaramente confessare che questo assoluto, il
quale deve generare non solo l'essere ma la cognizione dell'essere, non si sa
d'altra parte concepire se non come l'obbietto della mente, in sé, perciò,
estraneo alla mentalità, e l'idea della mente come altro dall'assoluto a cui
deve corrispondere. E come corrispondere ? 23. - Il V. non ebbe mai un
orientamento storico degno di una filosofia come la hegeliana, che concepisce
tutte le filosofie precedenti come suoi momenti. Chiusosi nello hegelismo, ei
fu subito tratto instintivamente dal suo cattivo genio a tagliare i ponti con
tutti gli altri sistemi e principii filosofici, di cui avrebbe invece dovuto
cercare i rispettivi gradi di verità. Nelle Ricerche sulla scienza speculativa
e sperimentale, combattendo l'empi-rismo inglese, si rifà dalla dottrina
baconiana dell'indu-zione, e giudica a questo proposito Bacone. E lo giudica
cercando se nel Novum Organum ci sia un principio nuovo. L'induzione? Ma
negli Analitici di Aristotele la natura di questo metodo, le sue leggi, i suoi
limiti, le sue rela-zioni con la conoscenza oggettiva Sono State
descritte con quella maniera concisa ma sostanziale che è propria del
filosofo greco. Né Bacone vi ha fatto alcuna giunta essenziale. Peggio: Bacone
non aveva un concetto esatto della natura della scienza e delle sue esigenze, e
però né anche della stessa induzione, come è dimostrato dalla sua pretesa che
la scienza non si possa ottenere se non induttivamente. Bacone, troppo poco
versato nella flo-soha greca, non vide che le sue novità erano vecchie: i suoi
contemporanei « non meglio istruiti di lui sulle fonti originali e sul vero
valore delle teoriche aristoteliche, accettarono leggermente le sue opinioni.,
Insomma, tutta la fama di Bacone è una fama scroccata, fondata su errori di
fatto, cui basterebbe a correggere il solo voltare la pagina di un
libro». E con questi profondi criteri storici scrisse in inglese nel 57
uno studio su Bacone, in certo giornale, Emporio italiano, che egli stesso
dirigeva:: dove le stesse considerazioni delle Ricerche sono svolte e
confortate dall'analisi di alcune dottrine baconiane per conchiudere
egualmente, che si può cancellare dalla storia del pensiero speculativo un così
importante momento qual è, per chi l'intenda, questa prima affermazione,
nell'età moderna, della storicità del sapere o del momento della
certezza. Il saggio finisce con una sentenza che potrebbe esser profonda,
ma è piuttosto superficiale: « La scienza, anziché essere la esatta
riproduzione e la copia fedele del-l'esperienza, dev'esser in certo senso
l'opposto dell'espe-rienza; e quindi voler fondare la scienza sulla esperienza
è andare a ritroso della scienza stessa ». Frase che, ristampando il saggio nel
1883, l'autore stesso senti il bisogno di commentare con autocorrection.cancel
lunga nota, poiché gli si affac-ciò il sospetto che una volta che c'è il mondo
dell'esperienza e dell'induzione, il mondo fenomenale debb'avere anch'esso la
sua ragion d'essere e contenere la verità; sicché esagera negando alla cognizione
empirica ogni ragione ed ogni verità». E si scusava adducendo che il suo
scritto aveva carattere popolare, e che egli vi s'era proposto di mettere sopra
tutto in rilievo il lato vulnerabile del-l'empirismo, e che infine la verità
della cognizione empirica è una « verità subordinata, una verità, cioè, che non
rinchiude in se stessa la ragione del suo essere, e suppone quindi una più alta
verità; e che perciò quando l'empirismo pretende di essere il solo e vero
organo della verità, «esso sconvolge l'ordine delle cose e nel fatto nega ogni
verità e cognizione. Scuse troppo magre, perché queste ragioni potevano
limitare, non negare il valore di Bacone. 24. - E in realtà quale sia la
verità dell'empirismo né allora né poi il Vera volle mai dire 1. Nelle Ricerche,
postosi sullo stesso terreno dell'empirista, l'esperienza la concepisce, per
rigettarla, allo stesso modo di chi ne fa l'unica fonte della conoscenza quasi
sbocco nel pensiero, di una realtà esterna. E contro Locke sostiene che tutte
le idee sono innate, perché non c'è sensazione che possa essere avvertita, e
cioè pensata, come una sensazionesenza un idea corrispondente; che il non
esserne mai consapevoli non prova, come credette il Locke, che non esistano,
come non si può dire « che non vi siano leggi che regolano le operazioni
organiche del corpo perché da prima camminiamo, mangiamo, digeriamo senza
es-serne consci, ed ignorandole». L'empirista, intento ad osservare e
raccoglier fatti, non s'accorge di adoperare una quantità di principii, che pur
« debbono preesistere nella sua mente, e dee la sua mente concepirli, ancorché
oscuramente e sotto un' incerta e confusa luce.. - Dove parrebbe di scorgere
una prova che ancora il V. non si fosse dato la pena di studiare la Critica
della ragion pura, né i Nuovi Saggi sull' intelletto umano. Di Leibniz si
occupò nel 186r nella sua polemica col Saisset e col Janet ‹, poiché il
primo di questi, parlando insieme di Leibniz e di Hegel, aveva accennato
a met-tere il filosofo della Teodicea al di sopra di quello della
Fenomenologia: e il nome del Leibniz, grazie all' interesse per gli studi
storici suscitato e nudrito dall' impulso del Cousin, era salito in auge in
Francia, e Foucher de Careil aveva dato i due volumi del carteggio di Leibniz con
Bossuet, e l'Accademia aveva messo a concorso un tema sulla filosofia
leibniziana, ottenendo due lavori degni del premio, uno dello stesso Foucher de
Careil e l'altro del Nourrisson. Il Vera, che gia insegnava storia della
filosofia, e si professava hegeliano, dice a questo pro-posito in tono tra
l'ironico e lo stizzito: J'ai moi aussi le culte des morts, qui est une
religion, on l'a dit, je crois, et qui, comme toute religion, est utile aux
vivants. Aussi l'Acadentie mettrait-elle au concours
la vie et les gestes de Confucius, ou de Menou qu'il faudrait lui en savoir
gré. A plus forte raison, faut-il lui en savoir, lorsqu'elle fait de son mieux
pour entourer d'une nouvelle auréole un nom comme celui deLeibriz. Jusque là
c'est très-bien. Mais ce qui est moins bien, ce que du moins je ne puis
approuver, et ce qui pourrait même au besoin m'indigner et me révolter, c'est
qu'on fasse du bruit autour d'un mort pour étouffer la voix des vivants, c'est
qu'on veuille donner à une ombre des proportions gigantesques pour couvrir et
effacer un véritable géant. E alzando sempre più il tono: Voilà ce
que je ne veux point, et ce que je combattrai de toutes mes forces, eusse-je
devant moi l'ombre de Platon ou d'Aristote. Et, en combattant ainsi, je croirai
combattre, non sculement pour la vérité et la justice, mais pour la dignité de
mon siècle, et de la nature humaine. E pare
credesse sul serio che si « esumasse » Leibniz, e si « facesse chiasso» intorno
a questo nome per dirci che l'epoca dei giganti è passata e siamo a quella
dei pigmei; sicché oggi « per colpire Hegel» ci serviamo di
Leibniz; domani si potrà esumare Plotino, Giamblico, per mostrare, come diceva
il Saisset, che la dottrina di Hegel è quella del vecchio panteismo: et nous
reculerons ainsi, s'il le faut, jusqu'au paradis terrestre1 Onde ridu-ceva la
questione a questi termini: Ainsi donc, vous nous dites, Leibniz est un
grand personnage, et Hégel n'est pas un grand personnage, car c'est là, au
fond, la pensée qui domine dans l'écrit de M. Saisset. À cela je repon-drai sans hésiter, si Leibniz est grand,
Hégel est plus grand encore. passi. Ma il V., per rendere,
com'egli dice, più preciso e più sensibile il proprio pensiero, aggiunge che
«se Leibniz non fosse esistito, la catena della scienza non sarebbe punto
spezzata, perché noi avremmo Newton a prendere il posto lasciato da Leibniz»,
che è un gran matematico, ma un mediocre filosofo e un diplomatico: diplomatico
non solo nelle controversie religiose, ma nella stessa filosofia. « La sua
filosofia è la filosofia degli espe-dienti, delle parole e delle apparenze.
Quando non intende la cosa, mette una parola al suo posto; quando una
difficoltà lo stringe, non vi si sottrae attaccandola sinceramente e di fronte,
ma per l'uscio di dietro ». E della sua critica concreta basti un
esempio. Che è la monade di Leibniz? Questi parte dal principio che ogni essere
o ogni sostanza composta, in quanto tale, deve risolversi negli elementi
componenti semplici e indivi-sibili; che sono appunto le monadi. - Ora che
metodo è questo? Decomporre un tutto nelle sue parti: il metodo che aveva
prodotto l'atomismo: metodo volgare, arbi-trario, che non si preoccupa niente
niente di giustificarsi. Perché si decompone? a qual fine? che si cerca?
Nessuna risposta. E si può decomporre un tutto? Ma se certi elementi sono uniti
in un tutto, il loro essere dipende anche dalla loro unione, e separarli è
distruggerli. Donde poi le escogitazioni puramente verbali dell'armonia
prestabilita e delle fulgurazioni della monade delle mo-nadi, necessarie per ricostruire
alla meglio quell'unità malamente infranta. - Critica, che è vera certamente ed
hegeliana: ma ha il gravissimo difetto (e difetto tutt'altro che hegeliano!) di
essere soltanto negativa, e non saper vedere il pregio grandissimo della monade
leibni-ziana, come la prima concezione, nella storia del pensiero umano,
dell'autonomia assoluta dello spirito. Né più penetrazione e simpatia
storica ebbe per l'altro grande filosofo prussiano, E. Kant, malgrado la sua
capitale importanza nella genesi dell' hegelismo. Ogni volta che ne
scrisse 1, ne disconobbe affatto il va-lore, guardando solo al lato negativo
della filosofia critica,e sconvolgendo co' suoi giudizi tutta la storia
che la pre- para. Non può intendere Kant, chi non intenda Cartesio.
E che è Cartesio pel Vera? Uno scettico, da dar dei punti a Carneade. E vero
che la dottrina della versimiglianza è per l'accademico il risultato della
scienza; e il dubbio è, invece, per Cartesio un punto di partenza e il mezzo di
purificare la mente che deve accingersi alla ricerca della verità. « Tuttavia,
questa differenza fra le sue dottrine è più apparente che reale. Imperocché
ogni qual volta si fa del dubbio una condizione o un elemento essenziale della
cognizione, ch'egli si mostri al punto d'arrivo... o al punto di
partenza.... il risultato è lo stesso: si colpi-sce, cioè, la scienza nella sua
essenza, che è l'affermazione, e la si rende impossibile »1. E non riesce a
scorgere mai né la ragione metodica del dubbio cartesiano, dimostrazione di quel
carattere essenziale della conoscenza, che è la certezza, o presenza del
soggetto nella verità; né della necessità di quel dubbio, per giungere
all'affermazione tutta cartesiana del cogito; né il significato di questo
cogito 326. - Scettico Cartesio, due volte scettico Kant. Contro il quale
il Vera non si stancò mai di ripetere la critica hegeliana (che in Hegel ha un
valore affatto in-cidentale) della assurdità di una ricerca sul valore della
cognizione come necessario preliminare all'uso della cognizione stessa.
Critica, sulla quale non giova insistere troppo contro Kant, che dal bisogno di
una preliminare teorica della conoscenza non parte per giungere allo
scet-ticismo, ma alla giustificazione di una sua positiva filo-sofia; essendo
questa la natura propria di ogni filosofia, ossia della filosofia, di essere un
circolo, in cui non si può muovere da un punto senza volgere le spalle a tutto
il resto del cerchio che si ha da percorrere. Ma, a parte questo punto, che non
fu chiaro nemmeno a Hegel, del Vera è tutta la scoperta (in un suo articolo del
'60) che uno dei risultati» dell'analisi kantiana dell'intelligenza « fu, com'
è noto, la discoperta di un doppio elemento in ogni atto o operazione del
pensiero, di un elemento estrinseco, cioè contingente e variabile, il
feno-meno, e d'un elemento intrinseco, necessario e inva-riabile, il noumeno:
il quale venne da Kant suddiviso in categorie e idee:!. Confusione tra noumeno
e categorie o idee (ossia di ciò che vi ha di più opposto per Kant), che non
impedisce al Vera di identificare poi il noumeno con la cosa in sé, mediante
l'equazione del noumeno con « Dio, l'idea, l'assoluto». Onde la sua critica di
Kant culmina in quest'accusa, che in realtà, la sensazione costituisce il
criterio della filosofia critica, e tutti i suoi ragionamenti vertono intorno a
questo principio: l'assoluto, il noumeno, la cosa in sé (Ding an sich), come
Kant la chiama, non possono esser conosciuti ed affermati, perché non possono
essere sentiti e imaginati ». Così non v'ha dubbio che Kant stesso (quellosopra
tutto dalla seconda edizione della Critica) si sarebbe visto camuffato da
scettico! Il Vera dovette più tardi, io credo, leggere l'opera maggiore
di Kant, e della sua dottrina tornò a discorrere un po' distesamente
all'Accademia delle scienze morali e politiche di Napoli nel 1882. Dopo la
solita accusa di scetticismo larvato, prese ad esporte umoristicamente la
teoria kantiana dell'esperienza, accennando la decomposizione dell'atto dell'
intendimento in forma a priori e contenuto a posteriori, o categoria e dato
sensibile. Due elementi, che non sono separati, ma uniti
indivisibil-mente. Come, adunque, S'incontrano e si uniscono? Nulla di
più semplice. Quando il mondo esterno, la natura, viene col concorso della
sensibilità a bussare alla porta della intelligenza, questa sorge dal suo
letargo, trae fuori dal suo arsenale le categorie, e risponde alla chiamata
battezzando e imponendo un nome al-l'obbietto, e impartendo con ciò a se stessa
una esistenza e una realtà obbiettiva. Quindi l'esperienza è un battesimo in
cui il neonato, l'obbietto esterno, riceve un nome, una forma razionale che lo
trasforma in un qualché d' intelligibile 1. E dopo questa caricatura,
eccolo a far la voce seria e a rimproverare Kant di aver diviso i due elementi
del-l'esperienza: chiudendo gli occhi, malgrado i magistrali lavori dello
Spaventa, che c'erano stati in Italia, e malgrado le profonde interpretazioni
di Schultze e di Beck prima, e poi di Fichte (che il Vera non avrebbe dovuto
ignorare), su tutta l'attività creatrice dello spirito, che plasma e governa
l'esperienza di Kant. Qui, se non confonde più categorie e noumeni,
continua a ritenere sinonimi nel linguaggio kantiano noumeni, cosa in sé e
idee, e la ragione chiama • facoltà dei nou- meni, cioè delle idee
propriamente detten e dalla semi-passività delle categorie, la cui funzione è
subordinata al concorso dell'oggetto esterno, argomenta: Se gli elementi,
o principii che costituiscono l'esperienza, sono limitati, subordinati e
passivi, ne siegue ch'essi presuppongono un principio attivo che li domina, che
è il loro comune prin-cipio, la loro unità, e di cui sono le differenze, i
momenti. La cosa in sé, il noumeno, l'idea di Kant altro non può essere che
siffatto principio. Il noumeno è principio del fenomeno, vale a dire della
categoria e dell'obbietto sensibile, come anche del loro rapporto, della loro
unione, cioé, nell'atto sperimentale, nel fe- nomeno. E cosi, per
intendere la sintesi a priori guarda all'estremo opposto di quello, a cui la
storia della filosofia già, continuando Kant, aveva guardato. Eppure,
nell' Introduction à la philosophie de Hégel il Vera riconobbe che accanto ai
risultati negativi della critica, vi son pure in quella filosofia « des germes
si fé-conds, des vues si larges et si riches, et une intuition si profonde de
la science, qu'elle était destinée à susciter un grand et nouveau monvement» t.
Ma li dall' indirizzo stesso della sua ricerca, in cui si proponeva di sbozzare
in qualche modo il risorgimento dell'idealismo fino al suo culminare in Hegel,
era stimolato a cercare in Kant l'addentellato della filosotia posteriore. Ma
anche li, quali sono pel Vera i meriti di Kant? Tutto si riduce a questo: che
Kant, pel primo nei tempi moderni, ha ricondotto l'idealismo sul terreno dell'ontologia,
provocando cosi, dopo Platone, una nuova ricerca sulla natura delle idee.
Infatti, « movendo dal principio che ogni conoscenza si fonda su una forma
primitiva del pensiero, fu condotto a seguire il pensiero in tutte le sue
applicazioni e in tutte le sfere della sua attività, e a fissare per ciascuna
d'esse l'elemento essenziale che la regge e determina. Dondenumerose ricerche
concernenti la cerchia intera delle cognizioni, la metafisica, la morale, la
natura, la religione, il diritto, l'arte, . dove Kant si sforza sempre di
cogliere le leggi invariabili e assolute dell'intelligenza ». Sicché il pregio
dell'idealismo kantiano consisterebbe nell'esempio dato di una indagine
universale governata da unità di principii: l'unità della scienza e del metodo:
« voilà le côté posilij el vraiment fécond de la philosophie de Kant, et c'est
par ce côté qu'elle se rattache au monvement ulté-rieur de la philosophie
allemande». Concetto che non gli potrebbe servire a una qualunque ricostruzione
di questa filosofia; se egli (messo, forse, sulla strada dalla fonte di cui si
doveva servire) non passasse poi a determinarlo altrimenti, facendo consistere
l'unità di principio, portata da Kant in tutta la scienza, nell'idea
considerata come condizione assoluta della conoscenza, e il processo
speculativo da Kant ad Hegel nel passaggio dell'idea stessa da condizione della
conoscenza a principio assoluto delle cose. Quel che segue infatti, dove passa
a mostrare che i germi di questa trasformazione erano già in Kant, non può essere
pensiero del Vera, il quale non se ne ricordo mai, in séguito, nei suoi giudizi
sul criticismo. Il passaggio da Kant a Hegel era per lui oscuro, e chi sa donde
è attinta questa giustissima osservazione, dove per altro talune espressioni
incerte e poco esatte tradiscono una conoscenza indiretta: che « nella
filosofia kantiana, quantunque essa faccia una larga parte all'esperienza,
considerata come condizione all'esercizio dell'intelletto e il solo mezzo di
verificare il valore oggettivo delle sue leggi, il pensiero conserva la sua
superiorità sull'esperienza, e, anzi che ricevere da essa le sue leggi, gliele
impone in guisa che esso foggia (jaçonne] e si assimila i fenomeni, i quali non
possono giungere a lui se non attraverso le sue forme e le sue leggi»; e
quest'altra idea, più profonda, che «l'atto trascendente e sintetico della
coscienza, iopenso, vi è presentato come la condizione essenziale e, per dir
cosi, il substratam di ogni conoscenza, e costituente l'unità della coscienza e
di tutti i suoi elementi, delle sue appercezioni interne o esterne, delle
categorie e delle idee come dei materiali forniti dall'esperienza. Anche il
passaggio da Kant a Fichte (il Vera pare non sappia nulla dei minori kantiani
che spianano la via a Fichte) è bene rappresentato, almeno in appa-renza:
osservandosi che le leggi del pensiero non sono poi elementi vuoti e inerti, ma
potenze, forze che producono i fenomeni; e che il loro centro è in quell'unità
profonda dell'Io («la cui forma più elevata è l'atto sintetico del pensiero i);
e però dall'Io scaturisce ogni attività dell'intelletto, e quindi questo mondo
esterno e oggettivo, su cui l'intelletto si esercita. Donde Fichte, che pone
nell'Io l'unità delle cose. Ma le poche pagine dedicate al pensiero di Fichte
sono seguite da critiche, che dimostrano la scarsa familiarità del Vera con
quel pensiero in relazione ai principii più profondi della Cri-tica, e la sua
incapacità di apprezzare storicamente questi punti capitali della preparazione
allo hegelismo. Tutto il progresso di Fichte è raccolto in queste tre
osservazioni, superficiali o del tutto erronee: che Fichte ristabili l'unità
della intelligenza, che Kant aveva spezzata con la sua divisione della ragione,
in pratica e spe-culativa; 2) dedusse con metodo rigoroso l'una dall'altra le
varie parti della conoscenza, facendo così sentire sempre di più il bisogno e
mostrando insieme la possibilità di organizzare la scienza secondo i rapporti
interni delle sue parti; 3) facendo dell'Io il principio del pensiero e
dell'essere, «provocava ricerche più profonde sulla natura e le leggi del
pensiero e i loro rapporti con le cose, e preparava la via alla filosofia dello
spirito di Hegel ». Ma la parte negativa, al solito, supera di gran lunga
lapositiva; e le censure si accumulano l'una sull'altra con una desolante
inintelligenza. Eccone qualche esempio. Le deduzioni di Fichte non
penetrano gran che nella natura delle cose, di modo che non si vede né perché
né come si producano le opposizioni e come si passi da un termine all'altro. —
Il non-io è contenuto bensi nell'Io (anzi, dice il Vera, dans la notion même du
moi) ma questo punto non è dimostrato; perché Fichte non s'era elevato a quel
metodo che ricava dal concetto di una cosa la sua differenza e la sua unità. Il
suo metodo era ancora accidentale ed estrinseco; e però egli ridusse tutte le
opposizioni a quelle di lo e non-Io, laddove la contradizione c'è anche nel
non-lo preso separatamente (bel gusto, invero, a prenderlo separatamente, dopo
Fichte!). - E poi l'Io è un concetto o una forza? (domanda, che è una
rivelazione o una confessione rispetto alla posizione del Vera nell'intendere
la natura del movimento del pensiero nella logica hegeliana). - Ancora: I' Io
di Fichte, se è un lo relativo, contingente e finito, si lascia sfuggire
l'assoluto e l'infinito della scienza; se è l'Io assoluto, allora la sua
tendenza, il suo sforzo infinito per attingere l'assoluto è inesplicabile. E
via di questo passo, o con questi salti. Ma il più curioso è che il Vera infine
dice: «Telles (0 sont les lacunes que présent la doctri-ne de Fichle et que
Schelling s'efforça de faire disparaitre. E sorte non migliore, per iscarsa o
nessuna conoscenza diretta e per divergenza di punto di vista, capita quindi a
Schelling, di cui il Vera, non occorre dirlo, non sospetta nemmeno il reale
motivo speculativo e il progresso vero su Fichte: e il cui sistema giudica, a
un tratto, come « plutot une oeuvre d'arl qu'ane ocuore waiment scientifique,..
plutôt le produit de la jeunesse que de la maturité de la pensée d'une vive et
riche imagi-nation que de celle intuition profonde et réféchie, qui est le
résultat des procédés sevères de la sciencent. Se cosi giudicava i
maggiori filosofi tedeschi, che non fossero Hegel, qual meraviglia che non
tenesse in nessun conto tutti i filosofi italiani? Quanto più d' ingegno e di
dottrina spiegava il suo collega napoletano B. Spaventa a mettere, come
si dice, in valore la filosofia italiana, dimostrando con le sue penetranti
investigazioni i tesori di pensiero che si celavano nelle sue viscere, tanto
più il Vera, la cui cultura s'era formata fuori d'Italia, e che, scrivendo in
Francia, aveva finito col non dire più 'i francesi ' ma 'noi'=; e
imbevutosi dell' hegelismo, non aveva più saputo guardare all'Italia con altri
occhi, che quelli onde, in generale, tutti i romantici tedeschi vi guardarono
commiserando 3; tanto più, il Vera, per cuidunque non esisteva il problema
dello Spaventa, di edificare sulle fondamenta, e svolgere il pensiero
italiano, movendosi dentro di esso e movendosi con esso, più s'
impuntava, assai poco hegelianamente, ad asserire che in Italia non s'era mai
filosofato, e che bisognava rifarsi da capo. Una eccezione parve talora farla
pel Bruno, celebrato da Hegel come » nobile anima, che sente in sé l' immanenza
dello spirito e intende l'unità della sua essenza e dell'essenza universale
come tutta la vita del pensiero. Nella sua prolusione a Napoli, la occasione
stessa l'obbligò quasi a ricordare i due grandi nomi na-poletani: Bruno e Vico.
E il primo mise al di sopra del secondo, quantunque manchi a quello «
sopratutto il punto di vista, o concetto istorico, concetto importantissimo e
che è il segno caratteristico, e dirò come il trionfo della filosofia moderna»:
e l'abbia invece il Vico, e sia anzi la sua originalità. Pure, «Bruno è un
profondo me-tafisico, a tal segno ch' è come l'eco dell'antica filosofia e il
precursore della moderna». Ma non andò (né credo potesse con la cognizione che
doveva averne) oltre tali e simili generalità. A cui si attenne anche lo
scolaro Raffaele Mariano in quel suo pamphlet sulla filosofia
contemporanea italiana, in cui si fece, come già in altri scritti, organo del
pensiero del Vera. Tra BRUNO (si veda) e VICO (si veda) V. non vedeva che tenebre. Di Campanella mai
una parola, che io sappia. Vico è lodato caldamente in un articoletto
(L'esegesi), scritto in Inghilterra con qualche accento di italianità: lodato
come « genio profondo e originale», « uno dei primi, per non dire il primo, ad
entrar nella carrieran in cui andarono poi tanto innanzi i tedeschi, della
critica erudita e della filologia: come quegli che nel De antiquissima Italorum
sapientia « ha poste le basi della critica filosofica delle lingue», nel De
unico principio et fine tris (sic) « ha poste le basi della critica del diritto
e nella Scienza nuova ha fondato la filosofia della storia, e quindi i
principii della critica storica. e con la sua teoria sul « vero Omero » va
considerato «come il punto di partenza e il motore di tutte le ricerche
posteriori sulla questione omerica.. Giudizio molto modificato più
tardi:, in parte corretto (in ciò che concerne il De antiquissima ne aveva
bisogno), in parte peggiorato e ravvolto in un apprezzamento complessivo
superficialissimo. « Vico è un mediocre me-tafisico. Trasportando l'idea
platonica, e anzitutto l'idea della repubblica di Platone nella storia comprese
che avervi una storia ideale. Questo intese, ma mal comprese; e mal comprese ed
attuò, perché alla verità e altezza del concetto non aggiunse una facoltà
vera-mente speculativa». Non seppe addentrarsi nella cognizione dell'idea, «sia
con uno studio profondo delle dottrine platoniche e aristoteliche, sia con
indagini proprie e veramente originali». Avrebbe dovuto costruire prima l'idea
della storia, e indi desumere il fatto o storia reale delle nazioni. E invece
mosse dal fatto, la storia di Roma, e però non poté intendere l'Oriente, la
Grecia, il Cristianesimo e le nazioni e la storia moderna (che sono, come ognun
vede dall'indice della Filosofia della Storia di Hegel, le altre parti della
trattazione hegeliana, oltre la storia romana). Più tardi disse che Vico
intravvide, non vide la vera idea della storia!. Viceversa, discorrendone più
di proposito nella Introduzione alla filosofia della Storia :, tornava ad
asserire che « il gran pregio di VICO (si veda), che niuno potrà rapirgli, sta
in questo, nell'aver pel primo riconosciuto che l'idea è il principio della
storia». Ma, con l'usata deplorevole confusione, accettava l'inter-
pretazione platonica che il Vico stesso fa delle sue idee, parendogli chiaro
che «studiando la teorica platonica delle idee, comprendendo, cioè,
l'importanza e la funzione dell'idea dell'universo, si giunge naturalmente al
punto di vista di Vico. E d'altra parte, guardando poi all'applicazione che il
Vico aveva fatto della sua dottrina alla scoperta del vero Omero, dove il Vico
non avrebbe inteso che l'idea non si manifesta se non incarnandosi in certi
individui, non dubitava di arguirne che *Vico non intese la vera natura
dell'idea, né quella del suo rapporto con la storia e con l'individuo ».
E dopo Vico? «Vico», risponde per lui il Mariano, « è un'apparizione che non ha
antecedenti e non lascia tradizione »3. E poiché Vico non ebbe coscienza della
me-tafisica richiesta dal suo concetto storico della scienza, si può dire che «
il pensiero italiano chiuda il suo ciclo storico con Bruno, e s'estingua, se
cosi può dirsi, sul suo rogo». Doloroso a dirsi: l'Italia moderna non esiste
nella storia, se esistere nella storia significa rappresentare un'idea; o
esiste pel suo papato. Dall'alto di questo giudicatorio universale, che
diventavano quei pigmei di un Galluppi, di un Rosmini, di un Gioberti, di cui
faceva tanto caso lo Spaventa? Il Mariano risponde: « A nostro avviso, i
filosofi italiani degli ultimi tempi non hanno contribuito in nessuna maniera
con le loro dottrine al movimento e allo sviluppo del pensiero filo-sofico;
poiché, oltre a venire quando tutto lo sviluppo di questo pensiero era già
compiuto, essi si chiudono in punti di vista esclusivi e subordinati. Le loro
dottrine non sono siste-matiche, nascono non si potrebbe dire donde né
come, senza aver nemmeno una coscienza chiara di se stesse, né della
filosofia in generale; e infine segnano un regresso e una decadenza del
pensiero. La tesi dello Spa-venta, che non intendeva si potesse trapiantare in
Italia una filosofia la quale non avesse nessun appiglio nella tradizione del
suo pensiero, e che andava orgoglioso di aver dimostrato che tutti i nostri più
grandi pensatori da Bruno a Campanella al Gioberti s'erano mossi nello stesso
circolo del moderno pensiero europeo, pareva al Mariano e al Vera « falsasse il
concetto della filosofia, del suo oggetto e della sua storia», uno di quei «
tours de force intellettuali, che non sono rari, che sono anzi disgraziatamente
troppo comuni, e consistono nel mettere in una dottrina quel che è nel nostro
proprio pensiero e nel pensiero d'un altro». Bella testa davvero quello
Spaventa, che veniva a dire 'a questi asini papalini degl' Italiani, che alla
fine la filosofia di Hegel non era poi l'ultima parola dello spirito
speculativo, e non si doveva ripetere e commentare meccanicamente le sue
deduzioni come tante formole sacramentali. « Parole sonore, ma vuote.
L'essenziale è intendere quelle deduzioni e quelle formole, come piace allo
Spaventa di chiamarle. Ma lo Spaventa le intende ? Par di no, dacché
identifica [e non era vero] Gioberti e Hegel. Poi che il pensiero di Hegel
possa essere ulteriormente svolto e compiuto entro certi limiti, nessuno hegeliano,
noi crediamo, si rifiuterà di ammetterlo. Ma se lo Spaventa avesse inteso la
storia della filosofia e l'hegelismo, avrebbe visto che non sono possibili
svolgimenti ulteriori deviando o uscendo dal pensiero hegeliano, e in questo
senso può dirsi che la filosofia di Hegel sia per l'appunto l'ultima parola
dello spirito speculativo. Che poteva essere magari la convinzione dello
Spaventa, ove si dia a questa frase un significato rigoroso, che non era
disposto di certo a darle né il Mariano né il V., quando questi scriveva p. e,
che « la filosofia di Hegel chiude, quanto alle parti costitutive, il ciclo
storico della filosofia; quantunque non vogliamo negar con ciò la possibilità
di altri svolgimenti, ma sempre di un ordine particolare e subordinato, che il
pensiero filosofico potrà ammettere »3. - Uomo pericoloso quello Spaventa,
infido hegeliano! Quei suoi Principii di filosofia, cominciati a pubblicare nel
1867! Sempre quel suo fare d'uomo che dice e non dice (les mêmes allures
contournées et de-tournées !), quell'ambiguità di linguaggio, quell' hegelismo
che non è punto hegelismo: « una logica hegeliana che si dà delle arie di non
sappiamo qual'altra logica: infine, una filosofia nuova, ma stranamente nuova,
prima perchévi si dà per nuovo quel che Hegel stesso e dopo Hegel alcuni de
suoi discepoli hanno esplicitamente e da lungo tempo insegnato, e poi, sopra
tutto, perché non si potrebbe dire che cosa è, donde viene e dove va, e perché
non può avere altro risultato che di creare o perpetuare l'equivoco, la confusione
e l'indisciplina degli spiriti». Cosi dal Vera aveva imparato a giudicare
dello Spaventa, uno scrittorello, che, tanto per accreditare la filosofia
hegeliana, rifaceva in quattro e quattr'otto e tenendosi sempre sulle generali,
senza analisi di testi, né discussione di punti controversi, la storia della
filosofia italiana, e sentenziava che quella specie di eclettismo del Galluppi
era un « fenomeno isolato e accidentale, che non s'era accorto di venire al
mondo quando il movimento filosofico tedesco con Hegel era « achevé, lorsque
l'idéalisme étail une doctrine constituée» (povero Galluppi!). Il pensiero del
Rosmini è più vasto e completo, ma è un vano sforzo • di risuscitare la
filosofia scolastica, e, per questo rispetto, un regresso. Gioberti poi « non
soltanto un'apparizione inutile nell'ordine del pensiero come in quello della
storia, ma la negazione della storia e della scienza " 5 Lo Spaventa
ne aveva fatto la satira anticipata. A proposito di costoro che non vedevano
nulla di nulla in Italia, e la filosofia morta da due o trecento anni, e si
scalmanavano a raccomandare l'idea, a rifarsi dalla idea, e sopra tutto a far
come loro (e guardate a noi, fate come facciamo noi, e dite come diciamo noi:
uno, due, tre; e ritornerete vivi, sani e salvi; e sarete felici ») aveva
ricordato « un tale, bravomo del resto; il quale un giorno, di pien meriggio,
nel mese di luglio, non sapendo che fare e avendo accolto in casa, nel suo
gabi-netto, numerosi amici, chiuse ermeticamente le impostedelle finestre e
l'uscio, e all'oscuro accese subitamente un suo lumicino, e fattosi in mezzo,
non per gioco, ma col maggior senno del mondo, esclamò: - Non temete; ecco, io
vi riporto la luce!* E la satira conchiudeva: « Mi fu detto poi, che il
brav'omo fini i suoi giorni al mani-comio, e non parlava d'altro che del lume
spento e del suo lumicino. Quando imprese la sua volgarizzazione della
filosofia hegeliana, V. non s'era proposto se non di tradurre in francese la
piccola Enciclopedia di Hegel, come già erano state tradotte le opere
principali di Kant, Fichte, Schelling, l' Estetica dello stesso Hegel e una
parte della Logica. Ma estremamente prolisso com'era, e com'è degli scrittori
che non approfondiscono il pensiero e scivolano sulle difficoltà, postosi a
scrivere un proemio introduttivo alla traduzione, la materia gli crebbe ben
presto tra mani fino ad imporgli la necessità di pubblicare questo scritto a
parte, come formante da solo un tutto « indipendente, sotto certi aspetti, dal
sistema di Hegel», le cui tre parti pensò quindi di dare poi in tre volumi
distinti. Se non che quando poté cominciare a pubblicare la sua traduzione,
penso che se a tutta l'Enciclopedia aveva mandato innanzi una introduzione
generale, una speciale per la Logica, ossia per la prima parte, da cui gli
toccava di cominciare, sarebbe stata pure opportuna. E cosi per la sola
Logica occorsero già due volumi 3;come tre gliene occorsero poi per la
Filosofia della natura 5 infarcita di lunghissime note, oltre la solita
vasta introduzione; e due infine per la F'ilosofia dello spiritos, ma grossi:
perché, pubblicato a tre anni di distanza dal primo, il secondo gli parve che
non potesse andar privo di una nuova speciale introduzione. E tra introduzioni
prime e seconde, avant-propos e avertissements premessi agli avant-propos,
commenti perpetui, appendici, pole-miche, si esauri tutta la sua attività
letteraria non impiegata nel tradurre il testo. Tutta, o quasi tutta. Quando
parve proporsi un tema di trattazione originale, come il Cavour (1871) e il
Problema dell'Assoluto (1872-82), in fatto continuò egualmente a discettare
intorno all'uno o all'altro punto di dottrina hegeliana; e quando, come nel
Problema dell Assoluto, doveva pure levar l'ala pervoglia di volare, finiva
tosto per fare come il cicognino dantesco, che non s'attenta
D'abbandonar lo nido, e giù la cala. E lasciava interrotto il
lavoro. L'opuscolo sulla Pena di morte (1863) 1, che, per il vivo
interesse che suscitava allora la questione in Italia, fu degli scritti più noti,
più letti e discussi del Vera 3, è anch'esso un commento a un'opinione dell'
Hegel. L'Introduzione alla filosofia della storia (1869) sono corsi di
lezioni raccolte da uno scolaro, le quali non hanno nessuna pretesa
d'originalità scientifica. Lo Strauss, l'ancienne et la nouvelle foi (1873) si
propone di chiarire e confermare la filosofia della religione di Hegel contro
il radicalismo teologico dello Strauss. Si può dire pertanto che tutta l'opera
del Vera si riduca alla traduzione e al commento dell' Enciclopedia di Hegel
con speciale insistenza sulla parte che riguarda la filosofia della
religione. Opera certamente assai benemerita pei vantaggi arrecati alla
cultura delle nazioni latine, principalmente della Francia e dell'Italia, in un
tempo in cui la filosofia di Hegel era venuta in discredito, le sue opere
apparivano in conseguenza assai più difficili che in realtà non siano, e
facevano torcere il muso agli studiosi, i quali non avrebbero forse letto nulla
di lui, se non avessero avuto a portata di mano quell' Hegel volgare (come
avrebbero dettoi nostri antichi), così agevolmente accessibile nello sciolto
francese in cui il Vera lo dilavò, e cosi largamente illustrato da chi non
dubitava di parlare come l'autentico interprete dello hegelismo. Soltanto in
questi ultimi anni le sue traduzioni sono state, nel rinnovato studio di Hegel,
riscontrate accuratamente con l'originale; e trovate malfide. Se nella prima
traduzione della Logica gli errori d'interpretazione erano frequenti, i lettori
non lo seppero forse prima che ne li avvertisse lo stesso Vera quando li
corresse nella seconda?. Lo stile discorsivo, senza muscoli e senza nervi, del
traduttore non somigliava punto a quello di Hegel: ma chi se n'accorgeva
? I punti più delicati ed essenziali dello hegelismo nelle interpretazioni
veriane andavano alterati. Il colorito generale e il carattere fondamentale di
questa filosofia attraverso quelle interpretazioni eran cancellati o apparivano
troppo sbiaditi. E questo era certamente difetto ingente per la fortuna del
pensiero hegeliano e il progresso speculativo. Ma non è per altro da credere
che una più schietta traduzione e una interpretazione più rigorosa del pensiero
hegeliano sarebbe bastato in quel ventennio tra il 186o e l'8o in cui cadde
l'opera del Vera, a dare una direzione diversa allo spirito filosofico, preso
com'era dalla brama dei fatti e dal disgusto d'ogni speculazione. E
d'altra parte, c'è in ogni grande filosofo e in ogni grande scrittore una folla
di verità particolari, frammenti e scheggie luminose di pensiero, di cui giova
pure arricchire ed accade sempre provvidenzialmente che venga arricchito il
patrimonio generale della cultura, e impinguato quello che si può dire il
terreno spirituale, da cui germogliano, maturate che siano le stagioni
opportune,i nuovi pensieri, e da cui pur continuamente traggono il loro succo
vitale tutte le forme dell'attività umana. Chi potrebbe dire, da questo
aspetto, quanto sia il benefizio arrecato alla cultura dalle fatiche di V.?
3L. - Questa fu la sua parte: la parte del commen-tatore, che si chiude nel
pensiero del suo autore, quasi in un cerchio di Orbilio, e non vede come sia
più possibile uscirne. Il « Commentatore» per antonomasia del medio evo disse
di Aristotele, che egli era stato la regola della natura e come un modello in
cui essa aveva cercato di esprimere il tipo dell'ultima perfezione; posto al
più alto grado dell'eccellenza umana, cui nessun uomo mai aveva saputo
pervenire: disse la sua dottrina « la verità sovrana: perché il suo intelletto
è stato il limite dell'intelletto umano, sicché di lui possa a ragione dirsi
esserci stato dalla Provvidenza dato per imparare tutto ciò che è possibile
sapere»; e che insomma egli « è il principio di ogni filosofia: non si può
differire se non nell'interpretazione delle sue parole e nelle conseguenze da
ricavarne». E le stesse cose, su per giù, ripete di Hegel, come già in parte
abbiamo visto, V., lieto di potersi dire «un hégélien pur, un hégélien à
outrance n3; pronto a protestare che gli anni e la riflessione non facevano che
fortificare la sua convinzione che la philosophie de Hégel est la sente
philosophie véritable, la philosophie absolue »3; che sempre Hégel a raison
contre tous4, perché egli è non pure uno dei più potenti pensatori, ma il più
potente forse che sia mai esistito s. Nella Introduction driconosceva ancora un
qualche valore al concetto (hegelianeggiante) *di Leibniz della philosophia
perennis; ma nel 1873. polemizzando con lo Strauss « in nome della filosofia »
teneva a dichiarare com'egli la intendesse. « Per me, lo confesso, quando sento
parlare di una filosofia in generale, di quella filosofia che Leibniz e altri
sulle sue tracce chiamano col nome sonoro di philosophia perennis, chiudo gli
occhi e gli orecchi, e preferisco non vedere né sentire, che sentire e vedere
mercé d'una tale filosofia». E si appellava al principio, hegeliano senza
dubbio, che la filosofia non può essere che una determinata filosofia; ma
continuava, distruggendo ipso facto il valore di quel principio: « E questa
filosofia non mi stancherò di ripeterlo, e, per quanto è in me di dimostrarlo,
è la filosofia hegeliana » *; laddove una delle determinazioni essenziali della
filosofia hegeliana era appunto questa di adeguarsi alla storia della filosofia
o, se si vuole, alla philosophia pe-rennis, in cui tutte le determinate
filosofie sono la filosofia veramente determinata. E da quest'angusta e
in certo senso materialistica concezione della filosofia hegeliana, tutta
chiusa in una individualità semifantastica, sorretta dalla rappresentazione di
certi libri e di certe parole o di una certa persona vissuta in certi tempi e
luoghi, il Vera era trascinato a perpetrare un vero tradimento di Hegel: da lui
disarmato e consegnato, legato mani e piedi, al primo venuto dei suoi
avversari. Poiché, una volta concepito un sistema filosofico come chiuso in sé,
senza rapporti con gli altri sistemi, prodotto di una speciale visione del
mondo, che non ha che fare con gli altri possibili punti di vista, quasi
spettacolo che si goda in una stanza, e di cui non sia dato saper nulla a chi
non vi entri, cotesto sistema non si può più dimostrare a chi non sia già
persuaso della sua verità; perde cioè la sua universalità,la sua verità, il suo
valore di pensiero, che non è mai atto di uno senza esser atto di tutti: perde
la vita del pensiero che è espansione e forza invadente, conquistatrice e
trionfatrice; per diventare una cosa, che sta dove la mettete, in eterno,
ignara di sé, inerte, esposta al libito di chi vi si abbatta! Concezione
strana, umiliante, ad accettar la quale, coraggiosamente, il Vera fu anche
spinto da un profondo concetto hegeliano, da lui inteso a metà: che la verità
di un sistema sta dentro il sistema e in tutto il sistema. Ma Hegel stesso
andava subito incontro al pericolo d'una possibile interpretazione
materialistica di questa proposizione, per cui il suo pensiero sarebbe rimasto
disteso sovra un'altura inacces-sibile, concependo dapprima come una prima
parte del sistema una Fenomenologia dello spirito come autoaf-
fermazione della propria filosofia attraverso tutte le posizioni storiche e
ideali del pensiero, e premettendo poi all' Enciclopedia un'introduzione
critica e polemica destinata a giustificare il proprio punto di vista di fronte
a quelli inferiori. Talché, se pure era nella sua dottrina, quale si
venne scolasticamente consolidando attraverso le varie redazioni dell'
Enciclopedia (nata per la scuola), la tendenza a fare del sistema un dato
circolo chiuso, nel quale bisognasse penetrare per non so quale grazia
sovrannaturale o luce illuminante ogni privilegiato hege-liano; questa tendenza
era spontaneamente frenata e corretta dalla possente vita del genio investito
dalla forza della verità. Ed era intanto punto capitale della sua dottrina, che
la critica di un sistema filosofico - e quindi il passaggio a un sistema
superiore - non è critica soggettiva che altri possa fare movendo da principii
di sistemi diversi, ma critica interna, autonoma, sgorgante dalle viscere dello
stesso sistema; sicché non si sale slanciandosi in alto per aggrapparsi con la
punta delle dita alla proda delle balze superiori, ma fermando bene ilpiede sul
grado già raggiunto, e di li sforzandosi di salire, costretti dallo stesso
disagio della via erta ed arta, - per tornare ancora una volta alle immagini
dantesche. Sicchè la vera dottrina di Hegel è che la verità della sua
filosofia, se, come sistema, vive nel circolo del suo pensiero siste-matico, si
conquista attraverso tutte le filosofie, e si pone percio per motivi di verità
che giacciono in tutti i sistemi. L' hegelismo che si chiude gli occhi e gli
orec-chi, e, come la Notte di Michelangelo, vuole « non veder, non sentir, non
è quell'originale hegelismo che figge per tutto il suo occhio sereno, certo che
tutto che è reale è anche razionale, ma un hegelismo veriano, alquanto
adulterato. E cosi accadeva al Vera, malgrado tutta la forza del
suo hegelismo, di trovarsi come chi, in paese straniero di cui ignori la
lingua, abbia bisogno di far valere le proprie ragioni, e non trovi né anche un
interprete. Non sapeva parlar altro che l'« hegeliano » 1 Nella introdu-zione
alla Filosofia dello spirito, dopo avere intravvedute ben sei gravi obbiezioni
contro il concetto da lui esposto del sistema hegeliano, dovendo ribatterle, si
ricordò della sua teoria dell'hegelismo chiuso, gia spiattellata
tre anni prima nella nuova prefazione all' Introduction à la philosophie de
Hégel, a proposito delle critiche del Foucher de Careil e del Trendelenburg; e
si senti in dovere di fare questa confessione: Nous commencerons par
avouer que ces objections nOuS embarassent très-fort, et que nous
ne voyons pas comment nous pourrions y répondre d'une manière satisfaisante,
d'une manière, voulons-nous dire, qui satisfasse complètement celui qui nous
les adresse. Car ce n'est pas nous autres hégéliens, bien
entendu [l]. qui nous faisons ces objections, ou si nous nous les faisons, nous
en trouvons aussi la solution. Seulement cette solution est valable pour nous,
mais elle ne l'est pas, len général, pour les au-tres, c'est-à-dire pour les
non-hégéliens (!).Et la raison en est bien simple. C'est que la solution est
dans le système, et que par suite elle ne saurait être entendue et acceptée
qu'autant qu'on est dans le système. Par conséquent, celui qui fait des
objections, qui les fait hors du système, c'est-à-dire en se plaçant au point
de vue de l'opinion, de la conscience vulgaire et irréfléchie du sens commun
comme on l'appelle, et même de la philosophie de l'entendement, et qui, avant
d'entrer dans le système, demande qu'on lui réponde d'une façon qui leve
complètement ses doutes, demande ce qu'en réalité il n'est pas raisonnable de
nous demander. Car ces doutes viennent précisément de ce qu'il demeure hors du
système, et que sa pensée est impuissante à saisir la vérité systématique. Par
con-séquent, tant qu'il n'aura pas franchi cette limite, et qu'il ne sera pas
entré dans le système, toutes nos réponses et toutes nos explications devront
nécessairement lui paraitre insuffisantes, par la même que sa pensée et notre
pensée ne sont pas la même pensée 1. Non era
questo un disarmare Hegel e consegnarlo agli avversari? Tommaso d'Aquino,
convinto che oltre gli articuli fidei, ci siano anche i preambula ad articulos,
aveva potuto scrivere una somma de veritate catholicae fidei contra gentiles;
ma contro i gentili dell' hegelismo il nuovo apostolis gentium non vedeva come
un povero diavolo d'apostolo se la potesse cavare: e badava a ri-petere il
motto di Anselmo: fides quaerens intellectum, ma senza ottemperare troppo
alacremente al maggior detto dello stesso Anselmo (Cur Deus homo, c. 2): «
Ne- gligentiae mihi esse videtur, si postquam confirmali sumus in fide,
non studemus, quod credimus intelligere! ». Il mo-mento della fede, come
vedremo più chiaramente, era l'essenziale per lui. Questo infatti gli bastava a
reggere l'opera sua di paladino di Hegel. Non confessó quel tale, che moriva in
duello pel Tasso contro l'Ariosto, di non aver letto nessuno dei due ?I libri
di Hegel il Vera certamente li aveva letti e ri-letti. Non tutti, forse, quando
scese in campo per lui con l'Introduction, né tutti poi con la stessa
attenzione e diligenza. Il Janet • notò che in quella Introduzione manca ogni
menzione della Fenomenologia; e la critica che già ne abbiamo rilevata contro
lo Schelling autorizza a crede che ei non avesse ancor letta la prefazione di
quell'opera di Hegel. Doveva allora conoscere l'Enciclopedia e, in parte, la
Filosofia della religione: in parte anche la Scienza della logica; ma così
male, da non essersi ancora reso conto ben chiaro della redazione di queste
opere. Cosi allora dimostrava di sconoscere che le appendici (Zusätze) ai
singoli paragrafi dell' Enciclopedia non furono aggiunte da Hegel stesso, bensi
dagli scolari (Henning, Mi-chelet e Boumann) che ne curarono l'edizione postuma
e si giovarono di appunti del maestro e di quaderni di scuola: Anzi,
confondendo con tali appendici le osservazioni che Hegel infatti aggiunse per
la prima volta nel 1827 ai singoli paragrafi, - che da soli formavano il testo
della prima edizione, - asseri 3 che Hegel nella seconda edizione credette di
aggiungere co-teste appendici, per rendere il suo pensiero meno astratto e più
accessibile. E questo errore ripeté nel '59 nell'avvertenza premessa alla
Logica, aggravandolo di un'altra inesattezza che potrebbe far credere non aver
egli allora col secondo e col terzo volume dell' Enciclopedia postuma (detta
ordinariamente Grande Enciclopedia, per distinguerla dalla Piccola, cui mancano
quelle appendici) la familiarità che dovevaaver acquistato col primo contenente
la Logica: perché dice che Hegel non diede propriamente una seconda edizione di
tutta l'Enciclopedia accresciuta delle appendici, ma della sola Logica: « Par
les deux autres parties de la Grande Encyclopédie n'ont paru qu'après la mort
de Hégel dans Védition complète de ses oeuvres qui a été publiée par le soin de
ses disciples et de ses amis » 1. Apparse dopo la morte di Hegel: ma già
redatte da lui stesso, comprese le appendici, come il Vera tornò a dire
chiaramente nell'avvertenza al primo volume della Filosofia della natura.
Confusionis che potrebbero anche ascriversi a sbadataggine di studioso
inesperto d'ogni buona usanza filologica: ma che, se in parte son pure indizio
di scarsa familiarità coi testi hegeliani, in questo caso son pure da riportarsi
all'indole del suo spirito, di cui abbiamo già cominciato a intendere alcuni
tratti essenziali. Il Vera era cominciato mistico: scettico verso i metodi
razionalisti, aveva asserito l' inconoscibilità delle essenze, e certa
intuitiva rivelazione originaria di Dio, alla Jacobi. Il mistico non può
essere idealista che a mo' di Platone: per cui la verità non è processo, ma
conoscenza immediata e miracolosa, presenza dell'oggetto, in cui si prescinde
dal soggetto o in cui perciò il pensiero tende a risolvere e seppellire la
propria soggettività. L'idea a chi cerchi una tale verità si presenta e impone
da sé; è se stessa; e non può farsi, ancorché definita come processo (diventa
allora idea del processo, e, come idea, immobile). In quanto sistema, diventa
sistema in sé, che non forma la mente, ma è innanzi alla mente; e non è
svolgimento;ma un tutto perfetto, in sé, senza passaggio da altro a esso, né da
esso ad altro. E filosofia che non è la filosofia, ma una filosofia, che ha
fuori di sé le altre, il pensiero volgare, l'opinione, la filosofia
intellettualistica, senza un ponte da queste forme mentali a essa. - O tutto, o
niente; o scetticismo, o cognizione assoluta (idest, il sistema di Hegel), come
badava a ripetere V.. E che cosa era per lui la mente fuori dell' hegelismo? Se
la verità era tutta dall'altra parte, di qua non ci restava nulla. La sua
pertanto era una concezione mistica del- 1' hegelismo, per cui il
rapporto dello spirito con la vera filosofia, o illuminazione mentale, veniva
concepito come una unione soprarazionale, di là dalla quale si sarebbe
instaurata la razionalità dello spirito. E questa tendenza mistica del Vera, se
io non m' inganno, gli faceva prendere in mano i libri di Hegel e non guardare
attentamente alle prefazioni, non cercare le varie edizioni, non studiare la
storia dei testi: giacché in ogni tempo la misticità è stata nimica mortale di
tutte le questioni concernenti la lettera, come ad esse piace di dire, e non lo
spirito, quali son quelle di filologia. Pericolosissima china; giacché se
questa tendenza nel Vera col dispregio della filologia portò l'impossibilità di
una vera dottrina storico-filosofica, nel discepolo Mariano, che avrebbe dovuto
essere di professione uno storico del cristianesimo, frutto tutta una boriosa e
vuota teorica di metodo storico, che è una delle più solenni e funeste
falsificazioni della dottrina hegeliana, cioè della prima filosofia venuta in
luce dacché il pensiero prosegue la sua eterna fatica, a giustificare non solo,
ma ad esaltare ogni forma di storia; e nella scuola del Vera, tra i suoi
insegnamenti di storia della filosofia e di filosofia della storia, fu piegata
goffamente a significare un pensiero rispettoso bensi a parole della storia,
dello svolgimento, della determinatezza, ma, nei fatti, di una tracotante
svalutazione d'ogni sincera ricerca dellastoria, ossia dei particolari più
determinati, in cui pur consiste il concreto svolgimento del reale. 32. —
Della quale tendenza, mistica e però antisto-rica, della mente del Vera si
potrebbero raccogliere ne' suoi scritti molte manifestazioni. Il Janet, in un
suo articolo sul primo volume della Filosofia della religione notava finemente
che il Vera, nella lunghissima introduzione che mise di suo in quel volume per
ragionare dei rapporti tra filosofia e religione, «est encore ici fort dans la
discussion, vague et obscur dans la conclusion. Il ré-sume très-bien toutes les manières de se
rapresenter le rap-port de la religion et de la philosophie. Mais
on ne vort trop quelle est la vaie». E nel '73 lo stesso V. contro Strauss
osservava che la posizione da costui assunta era très-nette. E, soggiungeva «les positions très-nettes sont souvent,
surtout dans la science, très-fausses, par la raison même qu'elles sont
très-nettes, par la raison, veux-je dire, qu'elles mutilent les problèmes, et
qu'en les simplifiant les faussent». Ragione hegeliana e
piena di verità; ma pretesto, pel Vera, e conforto a non trarsi fuori da
quel- l'oscuro, da quel vago che il Janet gli rimproverava, e a restare
irresoluto tra il sì e il no. Giacché sarebbe invero assai volgare insolenza
asserire di Hegel, nuovo e pit rigoroso assertore della dialettica del sic et
non, che ei si tenesse perciò di qua dalle soluzioni très-nettes! Ché se
rifiutava, e metteva in satira anche lui, le soluzioni semplicistiche dell'
intelletto astratto, poneva nettissime, per suo conto, quelle della ragione. E
non era il Vera che potesse in nome della dialettica accamparsi contro il
semplicismo e l'astrattismo dei semplificatori; egli chenon sapeva entrare nella
realtà se non armato di astratte definizioni; e si scalmanava contro chi nella
realtà vedeva si quei concetti, ma limitati e commisti ai loro contrari; e lo
Stato reale, p. e., essere e non essere Stato: la Chiesa essere e non essere
Chiesa; e l'esercito essere e non essere esercito; e cosi ogni cosa, non in
quanto considerata nel mondo intelligibile, a cui egli platonicamente guardava,
ma in quello reale, in cui, con tanto poco gusto (a quel che pare), era pur
costretto a vivere. Egli è piuttosto che, com'è proprio dei mistici, il
Vera, da una parte, doveva dilettarsi di cotesto mondo di puri intelligibili,
che appunto perché tali sono estranei alla vita dell'intelligenza e non si
pongono se non per negazione o una mera affermazione immediata dell'in-telligenza,
e poteva d'altra parte riuscir più nella critica e demolizione che
nell'affermazione e nella dimostrazione. Giacché questo è uno dei
caratteri del misticismo: che non rifugge bensi dalla filosofia, ma si pasce di
una filosofia negativa che ha per conchiusione, com' è facile scorgere nella
storia della mistica, una dotta ignoranza: hoc unum scio. Così nel Problème de
la certitude, della età giovanile, il verbo della speculazione veriana era
stato lo scetticismo: la sua affermazione dommatica un timido e vago tentativo
di filosofia dell'intuizione immediata di Dio, conosciuto come che, ma non come
quale: postu-lato, non propriamente conosciuto. Quella stessa menta-lità,
abbattutasi quindi a una conoscenza meno superficiale dello hegelismo, presa di
ammirazione per quella vasta sistemazione del mondo contemplato sub
specie aeterni, cambiò forma, non sostanza; e sotto il nuovo abito rimase
presso che immutato il vecchio Vera. L'oggetto del suo mistico intuito
(conoscenza immediata, senza processo) era prima quel Dio inconoscibile e
indi- mostrabile, di cui non si poteva fare a meno; ora è il sistema
hegeliano, cioè, non propriamente una filosolia,ma un xóguo vontós, e insomma
Dio stesso, quello di prima, egualmente indimostrabile e irraggiungibile con un
processo di pensiero. E pure nell' Introduction volle scrivere anche lui,
come già tanti altri mistici, il suo itinerario della mente a Dio: o come egli
disse, mettere sotto gli occhi del lettore «les recherches qui nous ont conduit
nous-mêmes à l'intelligence de la philosophie hégélienne»t, Ma, posto quel
concetto del sistema chiuso, che per allora covava nel profondo della sua
mente, che itinerario poteva essere il suo? Sarebbe facile dimostrare che
questa specie di itinerario procede, non altrimenti da tutti gli scritti
consimili, per presupposizione, fin da principio, del punto d'arrivo, e per
conseguente critica e negazione delle posizioni diverse: non muove da queste, e
non dimostra realmente il punto a cui vuol pervenire; non è insomma un
processo. E già noi vedemmo a che si riduca pel Vera il movimento da Kant
a Hegel. Dopo un brevissimo capitolo (di tre pagine) sulla « fisonomia generale
della filosofia di Hegel», in cui si coglie, ma assai estrinsecamente, un
tratto senza dubbio essenziale di essa, qual è quello della storicità sua,
oggettiva e soggettiva, in quanto essa concepisce il suo oggetto come
manifestantesi attraverso il movimento storico e sé stessa in intima e
necessaria relazione con la propria storia 1, il V. passa subito a dimostrare
quella sua tesi, che già conosciamo, tutti ifilosofi essere idealisti senza
saperlo: poiché, nell'antichità e nei tempi moderni, tutti, compresi i
materialisti, han sempre mirato all'idea; poiché nessun filosofo mai ha potuto
fare a meno dei principii che sono al di là dell'esperienza. Basta pel Vera
esser metafisico per CS- sere idealista; e in questo senso egli
pensa che in ogni filosofia sia un germe di verità, che si deve svolgere e
compiere, e non si può negare. Vale a dire, all'esclusi-vismo dei vari sistemi
che ricorrono a una o più idee, bisogna sostituire una filosofia comprensiva
che le accolga tutte e le organizzi; fare insomma quel che aveva fatto Platone,
quantunque ora si possa fare un po' meglio. Sicché l'oggetto della
filosofia, quale egli lo concepisce, non è diverso da quello che aveva dato
vita all'idealismo platonico; né egli sapeva concepire altra filosofia che sul
tipo di quell'idealismo, e quasi frammento di esso. Quindi tutto il resto della
sua Introduzione, prima di quel rapidissimo schizzo dell'Enciclopedia hegeliana
che forma la seconda parte del volume, è tutta una polemica per determinare il
concetto della filosofia, come scienza delle idee, e il metodo di essa, che
all'organismo delle idee non può adeguarsi se non mercé la dialettica. Tutto 1'
itine-rario, adunque, consiste nel mettersi dentro alla verità, fin da
principio, e difenderla contro gli errori. Ma se la filosofia per Platone
e pel mistico era pura contemplazione, parrebbe che il Vera ne avesse un concetto
assai più profondo e nuovo, dove sostiene che essa è non solo una spiegazione
della realtà (inten-dendo per spiegazione la contemplazione appunto di tutto il
reale in idea), ma « anche e per ciò stesso, una crea -
zione": e una creazione, com'egli dice, nel solo e vero senso
del termine»!. Ma dal detto al fatto corre8ran tratto; e quando deve
realmente concepire questa creazione che dice di concepire, la cosa non gli
riesce; perché tutto si riduce a dire che le essenze, l'assoluto, le idee sono
eterne, e che di creato e generato non v'è se non i fenomeni, le esistenze
particolari e finite; le quali sono create appunto, dall'assoluto, che ne è la
ragion d'essere; e che la filosofia, se ha per oggetto l'assoluto, deve non
solo sapere come l'assoluto genera le esistenze particolari e finite, ma deve
in certo modo (d'une certaine façon»!) generarle essa stessa, perché, se non si
vuol negare la scienza, bisogna ammettere «qu' il y a un point où la
connaissance et l'être, la pensée et son objet coincident et se confondenti.
Bisogna ammettere; ma è questo il punto: hoc opus! E il V. si sente tanto poco
di superate questo punto, che passa subito a intendere la creazione in un altro
modo: nel senso cioè che la scienza, elevandosi all'assoluto e cogliendo la
natura intima degli esseri, elle refait et dédouble en quelque sorte leur existence».
Sicché, «d'une certaine façon » prima, e «en quelque sorte » poi: e la
creazione vera e propria «nell'unico senso del ter-mine» non si vede e non si
tocca mai. Giacché, se c' è duplicità tra il processo dall'assoluto al relativo
e il processo dalla conoscenza dello assoluto alla conoscenza del relativo, il
due non è uno, e non solo si rinunzia alla creazione delle cose per tenersi
soltanto alla cognizione delle cose, ma pare anche si abbia una certa voglia di
tinunziare altresi a quell'unità del sapere e dell'essere, senza di cui pur
s'intravvede non essere vero sapere. Conchiusione innanzi alla quale si
ritira sgomento il pensiero del nuovo hegeliano. Egli infatti, a questo punto,
per garentire il carattere creativo della cognizione assoluta sottraendola a
quell'ombra che sarebbe per lei quel doppio, contorce e trae a un significato
improprio la dottrina hegeliana del rapporto della natura con lo spi-rito. La
vera creazione, egli dice, non è quella che dal-l'assoluto va al particolare
delle esistenze finite. Perché la natura, considerata in se stessa e
indipendentemente dallo spirito, è un'esistenza morta, priva di coscienza e di
pensiero, un aggregato di elementi e forze individuali e isolate, che non hanno
in se stesse il loro legame, il loro principio e il loro fine; e lo spirito
stesso ne' suoi gradi inferiori, per cui è a contatto della natura, in quella
sua vita oscura e irriflessa in cui s'ignora e mescola e confonde tutto, e si
lascia avvolgere nell'infinita varietà dei fenomeni e delle sensazioni, ha
un'esistenza imperfetta, « che non risponde né all'idea della scienza, né a
quella dell'assoluto». Ora questa imperfezione sparisce per opera della
scienza, la quale « completa e rifa l'esistenza della natura e dello spirito,
elevandoli, con la riflessione e col pensiero, fino al loro principio, dando
loro la coscienza di se medesimi e ordinandoli secondo la ragione. 1. Se
non che, questo processo dall' imperfetto al perfetto, dalla natura allo
spirito, e dai gradi inferiori di questo ai gradi superiori, in Hegel è, e non
può essere altro che un processo ontologico, il processo dall'assoluto alla
coscienza dell'assoluto, o dalla idea logica allo spirito as-soluto. Ma, per intendere
qui la creatività di questa scienza che rifà, noi dovremmo ritornare sul
processo stesso e ripercorrerlo, secondo la concezione del Vera. Chi gli
garentisce che il secondo viaggio non sia inutile, e serva anch'esso a creare
qualche cosa? Perché il processo gnoseologico creasse davvero, non dovrebbe
rifare l'ontologico, mettendosi fuori di esso, come altro da esso, ma fare,
semplicemente, continuando quell'identico processo; e la scienza non dovrebbe
guardarsi indietro. V. non ha quest'orientamento. Il suo assoluto è
dietro le sue spalle; ed è necessario che egli si rivolti.Con la scienza si
corregge il fatto e la realtà materiale, con una specie di creazione continua,
« per cui l'assoluto entra più profondamente nella vita del mondo per
imprimervi una impronta sempre più visibile di se stesso, e farlo sempre più a
sua immagine». Egli è persuaso che « sans doute, l'absolu et le monde, l'idée
et le fail, la pensée et sa réalisation matérielle demeureront fowjours
distinels, et même, dans une certaine mesure, opposés » 1, L'Assoluto è prima
del mondo, che deve rassomigliarvisi; deve e non può, pei limiti della materia,
al di sopra della quale lo spirito si solleva, per riunirsi alla sua origine
ideale. E la vecchia posizione platonica. L'essenza, inconoscibile
nel Problème de la cer-titude, ora per definizione è conoscibile. E un
progresso questo? Quella scepsi conteneva un bisogno e un'affer-mazione: quel
bisogno e quell'affermazione che minavano da secoli l'universale astratto della
filosofia greca, e che dopo Hume dovevano far nascere la critica di Kant: la
realtà non si coglie con idee astratte; cento talleri si possono pensare
benissimo senza che perciò esistano. Che cosa manca loro? Cartesio aveva
trovata la via: cogito ergo sum: un ergo che non è sillogismo, che non muove da
idee, da quegli universali, in cui ancora V. faceva consistere l'assoluto. E si domandava:
se di ogni essere c'è un'idea corrispondente, ne segue che quella idea sia la
sua essenza? O c'è, oltre l'idea, « un'esistenza più alta e più profonda di cui
l'idea non sarebbe se non la forma, una forza di cui la natura intima ci
sfugge, e che avrebbe la sua radice nell'essenza divina, o che, per dir meglio,
non sarebbe altro che quest'essenza stessa?». Questa era la dottrina sua del
1845. - Ora la sua risposta suona il contrario; e la ragione che gliha fatto
cangiare avviso è questa: che ove si ammetta un'essenza di là dall'idea,
quest'altro quid non è pensabile se non per mezzo di idee. Ma la verità è che,
non avendo egli prima approfondito, attraverso Kant (che non aveva letto), il
significato della esigenza a cui obbediva il suo scetticismo, ora è di troppo
facile contenta-tura; togliendosi per essenza appunto quello che come mera idea
gli appariva una volta ben altra cosa dall'es-senza, e rinunziando di fatto
all'essenza più preziosa, che allora desiderava. E che? dice ora per
consolarsi, facendo il verso al Socrate di Platone: « quando studiamo l'anima,
non tale anima in particolare, ma l'anima in generale noi vogliamo conoscere,
né crediamo di possedere la scienza dell'anima se non quando possediamo cotesta
conoscenza: come se con l'anima in generale ci fosse, o ci potesse essere
un'anima! Giacché il destino curioso di questo hegelismo veriano, come del
platonismo, è proprio questo: che queste idee che son tutto, poi non sono
niente: e per V. rimangono come abbiamo visto assolute possibilità o
virtualità. Ma come con un tal concetto dell'idea, che non è Thathandlung
dell' Io (per usare la gran parola di Fichte), ma termine esterno o eterno presupposto
del pensiero, può egli ammettere una dialettica nel senso hegeliano?
Sorvoliamo sui rapporti che il Vera vede tra la dialettica di Hegel e quella di
Platone; e tocchiamo brevissimamente del suo modo d' intendere la prima
nell'Introduction e nelle opere posteriori. Qui è il centro del suo
hegelismo. In tutti i suoi seritti, se si paragonano a quell'articolo del
48, che abbiamo altra volta analizzato, non c'è pro-gresso, ma sempre un
medesimo concetto che torna su se stesso, si rafferma sempre maggiormente e si
ribadisce. Li egli saltò il fosso, sembratogli già abisso
invalicabile,affermando, come vedemmo, la posizione, innanzi al pensiero, non
dei contrari singolarmente presi in astratto, ma della loro unità. Nella
Introduction dice che, se i membri della contraddizione presi separatamente
sono incompleti e falsi, si contraddicono in quanto sono in rapporto tra loro
mediante un terzo termine, che « non è nessuno di essi presi sia separatamente
sia congiunta-mente, ma è tutto insieme se stesso e i due termini che esso
involgen 1, sicché « l'essere e il non-essere si trovano identici nel divenire
n. Posti cosi l'essere e il non-essere, e in generale tesi e antitesi, non come
momenti, ma come elementi della sintesi, ci può essere quel movimento soggettivo,
che già illustrammo: ma oggettivamente c' è la sintesi, stabile e fissa,
identica a se stessa. Dei tre termini, idea logica, natura e spirito, la realtà
appartiene al terzo termine, che contiene nel suo seno fin dal principio gli
altri due: e dentro lo spirito ogni triade non avendo mai una tesi, da cui sia
da sviluppare un'anti-tesi, è come un fiume dipinto, la cui acqua non
scorre. Tutto il congegno del movimento è arrestato da un pensiero
intuitivo che impietra l'oggetto suo. Quasi tutti gli hegeliani s'erano
travagliati e si travagliavano nell'intelligenza del dialettismo dell'idea
hegeliana. Vedremo quali sforzi costasse questo punto a Bertrando Spaventa. A V.,
quand'ebbe pensato che essere e non essere fanno uno nel divenire, il passaggio
dall'uno all'altro apparve cosi ovvio, così semplice, che nulla più (infatti
era un passaggio che non passava!). A proposito delle critiche di Janet: « Il fant voir »,
diceva tutto meravigliato, «dans quel dédale inestricable de rai-sonnements M.
Janet s'engage à cet égard, sans se rendre compte ni du point de départ ni du
point d'arrivée».era dimenticato, a quel che pare, del suo labirinto). L'essere,
che è il termine più astratto, da cui il pensiero possa muovere, non è se non
l'essere: e tutto ciò che si può dire di esso è, che esso è. E anche dicendo
questo, non si rappresenta il suo concetto secondo verità; perché il
pronome e la terza persona vi aggiungono elementi e gli danno una forma che gli
sono estranei, e appartengono a determinazioni ulteriori dell'idea. Peggio poi
se vi s' introduce il concetto del vuoto, come ha fatto l'Erdmann, o pure il
pensiero, come ha fatto Kuno Fischera. Qui noi siamo nella sfera della
scienza, e l'essere è colto dal pensiero tal quale è nel suo concetto.
L'essere è nel pensiero, è l'essere pensato, ma il pensiero, per coglierlo nel
suo vero concetto, deve pensarlo qui come essere e non come pensiero, perché,
pensandolo come essere pensato, vi aggiunge un elemento o una proprietà, che
esso, in quanto essere, non ha. Con quest'aggiunta si facilita la
dimostrazione, ma non si ha più la vera dimostrazione. L'essere non è altro che
l'es-sere, l'essere assolutamente indeterminato, e però non si può dire neanche
che esso è, e per ciò stesso non è, o è il non-essere. Ora l'essere che non è,
o che è il non- essere, è anche il non-essere che è, ossia è il
divenire. * E la dimostrazione più semplice, più diretta e più vera del
passaggio dall'essere al non essere nella loro unità, il divenire »3.
Dimostrazione, la cui ingenuità salta agli (Si —occhi; perché mentre si dice
che all'essere non si deve aggiungere il pensiero, si fa divenire l'essere
mettendoci dentro questo pensiero: che non si possa né anche dire che esso sia,
- Nella introduzione alla Logica * (1859) aveva detto: « L'essere puro è
l'essere, ma l'essere che non è se non l'essere, e che, per questo fatto che
non è se non l'essere, richiama il non-essere, o il non-essere dell'essere, o,
se si vuole, ciò che l'essere non e.... In altri termini, i due concetti di
essere e non-essere sono inse-parabili: dato l'uno, è dato anche l'altro, e
quel che è uno, è l'altro. Formano, per conseguenza, un solo e stesso concetto,
e questo concetto è il divenire ». Dove di chiaro non c'è se non l'unità del
divenire; ma quell'essere che si tira dietro il non-essere, anch'esso, come
l'altro di prima, non può farlo se non aiutato dal pensiero, che lo mette in
rapporto con quel che esso non è. - In una nota al § 87 della Logica in altra
forma ripete lo stesso. « L'essere che non è se non l'essere, è l'essere
assolutamente indeterminato, e per quanto è permesso di far intervenire qui la
possibilità e la cosa, si potrebbe dire che esso è la possibilità assoluta di
tutte le cose, ma che non è nessuna cosa, non è niente; e che quindi è il niente,
il non-essere », Se non che qui ha un vago sentore di certe difficoltà; ma non
le affisa di fronte, e se ne lascia sfuggire tutto il valore. In primo luogo
egli si obbietta: Altro è dire che l'essere non è niente, altro dire che è il
niente. Cioè la prima volta si nega dell'essere ogni determinazione; la
seconda lo stesso essere indeterminato. Ma il Vera non intende la cosa con
tutto questo rigore, perché risponde che « qui si tratta del niente
assolutamente astratto, o, se si vuole, del niente assoluto; di guisa che dire
l'es-sere non è niente, torna lo stesso che dire: l'essere è niente o il
niente. Il che non è vero, evidentemente. L'assolu- tamente astratto, il
niente, di cui si parla qui, è il non - determinato, non già il
non-indetermi-nato!. - In secondo luogo: questo niente, questa negazione prima
e assolutamente astratta non Viene qui ad aggiungersi all'essere,
dal di fuori? - E anche qui una risposta insufficiente: « Il niente non è se
non il niente dell'essere: il non essere. E l'essere che si nega egli stesso
». La risposta può avere un significato solo a un patto: che s'intenda il
non-essere come non-essere dell'essere, in quanto il concetto dell'essere non
può prescindere (come fu detto nell' Introduction) dal concetto del non-
essere; e che cioè il divenire è prima dell'essere e del non-essere. L'essere,
insisteva contro il Trendelen-burg, passa nel non-essere perché non è altro che
essere, per la sua assoluta indeterminatezza e astrattezza: e nella massima
astrattezza dell'essere e della sua negazione sta la difficoltà del passaggio.
Via via che si procede nell'evoluzione dell'idea, si coglie più facilmente il
passaggio reciproco dei termini, perché si hanno termini più concreti, come lo
stesso e l'altro, l'uno e il più, la causa e l'effetto, ecc., tra i quali si
trova più facilmente un rapporto, laddove al principio non si ha se non
l'essere ». Questa è certamente la via da battere per afferrare il senso
segreto della dialettica hegeliana: la quale, ormai è chiaro, malgrado le
proteste dei semplicisti alla maniera del V. 3, non pervenne in Hegel alla
chiaracoscienza della propria natura, come è dimostrato dal ginepraio, in cui
si son trovati involti i suoi seguaci. Ma quella è una via che non spunta, o
meglio riconduce alla vecchia filosofia da cui si crede di allontanarsi, se non
si bada bene a considerare che non è via già bella e fatta innanzi al pensiero,
e che al pensiero non resti se non di percorrere, ma è la via del pensiero, la
via che esso si apre e che prolunga in eterno. Essere e non-essere sono
identici (e differenti) nel divenire; ma il divenire non è niente più
dell'essere che si pretende di superare, se esso stesso rimane di fronte al
pensiero, e non è appunto esso il pensiero che ha negato l'essere. Perché il
divenire non ha da essere giustapposizione de due momenti, ma compenetrazione e
unità intima: la quale non è cosa, ma atto: non è termine di pensiero, ma
pensiero; non è punto a cui il pensiero pervenga e da cui poi debba muovere, ma
lo stesso movimento del pensiero; non è limite, ma posizione di limite, e opera
dell' illimitato. Se il divenire si vuol concepire come l'organismo, di cui
essere e non-es-sere siano le membra indivisibili, ebbene, si badi che
l'organismo non è il corpo che la vita debba investire o con cui debba
accoppiarsi: l'organismo in tale astrattezza esanime non vale né più né meno di
un membro avulso dal resto: è la morte. L'organismo è organizzazione continua e
attualità, è anima, che crea gli organi. E così il divenire, se dev'essere la
risoluzione vera degli opposti, dev'essere pure l'energia creatrice di essi:
cioè, come di- cevo, il pensiero.Non basta perciò dire rapporto,
anteriore ai termini: bisogna concepire questo rapporto come rapporto
vivo. E dalla logica movendo, come fa il Vera, per la natura allo
spirito, non basta dire, com'egli dice, coerentemente alla sua intuizione del
mondo hegeliano che a c'est l'esprit lui-même, ou l'idée en tant qu'esprit, qui
pose la logique et la nature»t; e che «la pensée (= l'esprit) est l' idée active
et creatrice»; e che questa attività non è l'activité qui crée
accidentellement, ni l'activité qui crée hors d'elle-même un monde antre
qu'elle-même, mais L'activité qui crée au dedans d'elle-même, qui crée un monde
qui n'est pas autre qu'elle-même, mais l'autre d'elle-même, si l'on peut ainsi
s'exprimer, et qui crée pour être elle-même, c'est-á-dire pour être dans la
plénitude de sa nature et de sa réalité»: bisogna che questo non sia soltanto
il pensiero in sé, il pensiero che pensa se stesso, di cui parla Aristotele, il
pensiero divino: ma appunto il nostro stesso pensiero, tanto più divino quanto
più nostro, colto nella realtà massima della nostra intima soggettività e
indivi-dualità, dove più vibra l'attualità del mondo. E perché questo pensiero
sia davvero il pensiero vivo, esso appunto bisogna che divenga, e si muova, e
viva insomma, e vibri, e in esso vibri il mondo: e che non rappresenti il
termine fisso d'ogni desio, la morta gora ove precipiti ogni acqua corrente
dell'universo. Che se col Vera si dice "tout devient hormis la
pensée, et tout devient parce qu' il n'est pas la pensée, et pour devenir
pensée, el exister en tant que pensée»3, questo pensiero diventa qualche cosa
di trascendente il pensiero storico e il mondo, e però assolutamente
trascendente; e quindi il suo stesso processo ideale (posizione e negazione del
logo e della naturaper la posizione di se medesimo) diventa tutto un processo
trascendente, come la processione dello spirito nella teologia cristiana; e
tutto l' immanentismo di Hegel sfuma, e la sua dialettica s'irrigidisce nel
mondo ideale, di là da ogni reale accadimento, e concepito ancora una volta,
alla maniera del vecchio Platone, come natura (ancorché ideale) e non più come
spirito. Il Vera vi dirà in tanti modi diversi, perché
messo sull'avviso da tante esigenze interne dell' hegelismo, che «ce qui
devient n'est pas étranger à la pensée» e che « il faut même dire que c'est la
pensée qui pose son devenir, et que, s' il devient, c'est précisément que la
pensée est en lui». Ma distinguerà allora tra pensiero in
potenza e pensiero in attor e il pensiero immanente nel mondo lo portà come
pensiero virtuale («sculement la pensée n'est en lui que virtuellements).
Tal quale è concepito il pensiero da
Aristotele. « Tout se ment en vue de la pensée, et tout est má par la pensée». Il
pensiero è il motore immoto. Perché il pensiero « atto assoluto» è unità
d'intelligenza e intelligibile, come totalità dell'idea una e
sistematica. Due, dunque, i difetti capitalissimi di questa dialet-tica,
a cui si solleva V.: 1) che il pensiero, e nel pensiero tutto il processo del
reale nelle sue forme ideali o intelligibili che aristotelicamente il Vera è
costretto a inchiudere nel pensiero stesso, è un pensiero trascendente, il cui
processo pertanto è egualmente trascendente; che, come trascendente,
cotesto processo è un processo ideale senza essere un processo reale; non è un
vero processo. Due difetti che sono un solo: la negazione pura e semplice della
dialettica hegeliana, sfuggita dal mondo, di sopra alla testa del filosofo. Situazione
disperante per una filosofia che avesse mirato alla comprensione della realtà
determinata, attuale, storica, del sistema, insomma, in cui è il soggetto
artefice della filosofia, anzi dello stesso mondo nel sistema di esso soggetto;
ma il più comodo dei piani inclinati in cui potesse scivolare un temperamento
mistico, portato perciò stesso alla negazione di ogni determinatezza e della
propria concreta individualità. E allora s' intende da una parte il vuoto di
tutte le discussioni di V. intorno ai problemi storici e concreti: esempi
solenni le sue lezioni di filosofia della storia, uno dei libri più flosci e
vacui, che si siano mai pubblicati, pur essendovi gettati dentro, come in un
sacco, taluni dei più forti pensieri che siano stati mai pensati, ma tolti dal
sistema e dall'anima che li regge nella mente poderosa di Hegel; nonché quella
lunga filatessa che reca il titolo di Cavour e libera Chiesa in libero Stato,
con annessa prefazione, apparsa la prima volta nella traduzione francese, la
più strana discussione che si possa immagi-nare: rivolta a combattere il
pensiero d'un uomo e un uomo e un sistema e tutta la storia d'un popolo, il
tutto speculato dentro una formola (libera Chiesa ecc.), quando il più
elementare buon senso richiedeva che si cercasse com'era nata
quella formula, nel pensiero dell'uomo, nelle circostanze e dottrine che
all'uomo l'avevan sug-gerita, e quali problemi, dentro quali limiti, essa
mirava a risolvere, e insomma quale ne era il proprio e genuino e determinato
significato. Perché egli è chiaro che l'intelligenza del V. era la più
antistorica e antibegeliana che ci potesse essere. E s'intende d'altra parte il
segreto motivo della preminente importanza da lui attribuita alla questione
religiosa e quel suo perpetuo bisogno di rifarsi da essa, quantunque la
filosofia che aveva alle mani non gli desse modo di ottenerne una soluzione per
lui molto soddisfacente.Egli è che al V., come a tutti i mistici, il mondo
restava scisso in due mondi: uno dei quali non era il suo, e (ahimé!) era
tutto. In fondo alla lunga introduzione premessa al primo volume della
Filosofia della religione, dopo centocinquanta pagine di schiarimenti, sentiva
che gli si sarebbe potuto opporre. Voi dite che il pensiero è l'assoluto, e che
come tale è il principio supremo e generatore delle cose. Sicché, tutte le cose
saranno pensieri. Intanto, riconoscete anche voi che c'è qualche altra
cosa oltre i pensieri, poiché parlate di rappresentazione, fenomeno, natura e
spirito finito. Questa qualche altra cosa, avrà essa un altro principio? E com'
è che l'asso-luto non basta a se stesso? E come conciliate l'idea o il pensiero
con la storia? « La storia è moto, sviluppo, trasformazione, laddove l'idea, il
pensiero, l'assoluto è l'assoluto precisamente perché esclude ogni
trasformazione ogni cangiamento, ogni divenire. Infine voi dite che l'idea è
insieme forma e contenuto. E sta bene. Ma l'idea sarà sempre un contenuto
ideale, laddove il contenuto che la storia sviluppa e aggiunge incessantemente
a se stessa è un contenuto sensibile, fenomenico, reale. Cosi ci sono due
mondi....». Obbiezioni che colpivano in pieno petto. Ebbene, risponde V.,
noi in parte abbiamo risposto a queste obbiezioni; ma le ripiglieremo e
le esamineremo nei volumi seguenti, che trattano più specialmente delle
questioni a cui queste obbiezioni si riferiscono, e che si possono in generale
designare come il problema storico. Ma nel secondo volume il problema è appena
accennato; gli altri volumi non vennero più; e li dove il problema è accennato,
la soluzione non è una soluzione, e lascia intatto il problema. Nous disons que si l'absolu est le devenir, il n'y a ni
histoire ni absolu, si l'histoire n'est pas un moment de l'absolu
lui-même. Par consequent notre thèse est que l'histoire est un moment de
l'absolu, mais qu'elle n'est qu'un moment, et qu'ainsi pendant que d'un côté,
l'absolu crée et engendre l'histoire, et qu'il est lui-même dans la création et
l'histoire, il s'élève, de l'autre, au-dessus de l'histoire, la nie, il est la
negativité absolue. Dove l'unico senso possibile è quello
aristotelico già indicato, che è in realtà la negazione della storia: per cui
cioe l'atto assoluto del pensiero è di là dalla storia. E però ogni volta
che risorgeva questo problema storico, che V. pur sapeva essere il segreto
dell' hegelismo, era un tormento pel suo povero cervello, rimasto in pre-senza
di quel Dio pronto, peggio che Saturno, a divo-rate le sue creature. Suo
vero problema non era quello storico, bensi il religioso. Il suo hegelismo era
cominciato, come s'e visto, con uno studio sulla Filosofia della religione di
Hegel, quando non gli pareva possibile concepire altri-menti lo Stato che
subordinato al divino della religione professata nella Chiesa 3, E quando con
la Filosofia dello spirito ebbe condotta a termine la versione dell'
Enci-clopedia, le ultime pagine di questa Filosofia lo ricon-dussero a meditare
il problema religioso secondo la filo-sofia hegeliana. E allora scrisse il
Cavour, lo Strauss, e la prefazione all'edizione francese del Cavour; e si
accinse a lavorare attorno alla Filosofia della religione di Hegel, che,
pubblicandone il primo volume, annunziava di voler accompagnare de plusieures
introductions. Poiché qui si imbatteva in un arduo pro-blema: in cui egli disse
di veder chiaro, ma di cui parlò tanto da dimostrare che non ci vedeva poi
tutta quellachiarezza che diceva: il problema dei rapporti tra religione e
filosofia: «un des problèmes les plus difficiles », come protesto una volta con
tutta franchezza, « peut-être même le problème le plus difficile que
l'intelligence trouve devant elle, ou, pour mieux dire, en elle-même et dans
les profondeurs de sa nature ». La soluzione hegeliana, infatti, si
presenta tutt'altro che facile. Dire che la religione e la filosofia hanno lo
stesso contenuto (conoscenza dell'assoluto) ma in una forma diversa (conoscendo
l'una per rappresentazioni, miti, simboli, e l'altra per concetti) è porre anzi
che risolvere un problema per una filosofia che non concepisce forma separabile
dal contenuto, e non può porre perciò un contenuto in due forme. Questo bensi
non è un problema speciale in seno allo hegelismo: ma sempre quello stesso
problema che s'incontra già sulla soglia, dell'unità di identità e differenza
implicita nel concetto del dive-nire. La forma della religione hegeliana non è
una veste soggettiva, onde nell'anima degl' ignoranti si rivesta Iddio: è una
forma dello stesso Dio. Il Dio dello spirito assoluto, che è religione, diviene
il Dio dello spirito assoluto che è filosofia. Il rapporto tra religione e
filosofia è il rapporto tra questi due momenti di Dio o dello spirito assoluto.
Come si passa da un momento all'altro ? O, in generale, come si passa?
Ecco il problema. E il povero Vera che non era venuto a capo di questo pro-blema,
se lo ritrovava avanti in fondo all'Enciclopedia; e per pronto che fosse a
sobbarcarsi a svelare altrui l'enigma, badava a ripetere: « Sans donte,
déterminer, saisir l'idée de la religion, et la saisir à la fois en elle-même,
et dans son rapport avec l'idée de la philosophie, c'est le problème le plus
ardu peut-être qui s'ofre à notre intelligence». E dopo le molte pagine spese
attorno a questa difficoltà nel primo volume della Filosofia della religione,
passandosi una mano sul petto, confessava:C'est celle difficulté que je me suis
appliqué à lever.... L'ai-je complètement levée? Eh non! je le sais». Gli
si affacciava alla mente, a confortarlo, quella bella e comoda idea che non si
può ai non-hegeliani togliere le difficoltà di Hegel. E accennava anche ciò; ma
soggiungeva subito con una osservazione che è una rivelazione intima: « On peut
même dire qu'il est impossible de la lever [cette diffi-culté] complètement
dans un livre. Un livre est toujours une ouvre imparfaite.
C'est plus ou moins la lettre, ce n'est pas l'esprit. Un
livre a toujours besoin d'être complété et vivifié. Osservazione, che è forse
anche una reminiscenza dell'immortale discorso di Socrate nel Fedro ma è pure
la sincera confessione del personal sentimento dello autore analogo a quello
del poeta: Ahi, fu una nota del poema eterno Quel ch'io sentiva, e
picciol verso or e: quel sentimento appunto del mistico che non vede
proporzione tra il picciol verso e il poema eterno, e questo gli suona dentro
come ineffabile; e se gli apparisce sotto forma di problema, è un problema
senza soluzione. Se la filosofia, infatti, è pensiero assoluto, se questo è di
là dal divenire, qual uomo mortale che ad ora ad ora viene imparando a meglio
pensare avrà la tracotanza di pre-tendersi in possesso di quel sistema dentro
il quale sarebbe la soluzione? Ora è chiaro che in questa situazione di spirito
la filosofia, in quanto filosofia negativa o dimostrazione dell'impossibilità
di raggiungere l'assoluta cono-scenza, non può menare ad altra soluzione del
problema religioso che a quella direttamente opposta professata da Hegel. Di
tale soluzione, non occorre dirlo, V. non farà mai esplicita asserzione, non
essendo tale il suo atteggiamento mentale verso la dottrina di Hegelda
permettergli di questi aperti dissensi; ma non perciò essa sarà meno la base di
tutti i suoi ragionamenti intorno alla questione religiosa, e il centro della
sua vita spirituale. Particolarmente significativa in questo proposito
l'ultima lettera da lui scritta al suo diletto Mariano, prima di morire:
Se al vostro ritorno [gli scriveva] la Parca fatale avrà troncato il filo della
mia vita, io me ne sarò andato col dolce pensiero che la mia immagine, e piú
della mia immagine, il mio insegnamento mai non si cancellerà dalla vostra
memoria. Perché credo che il mio insegnamento sia la vera e genuina esposizione
della dottrina hegeliana. E la filosofia hegeliana è la sola e vera filosofia;
e lo è anzitutto, perché è essenzialmente reli-giosa, e religiosa nel senso
profondo della dottrina cristiana. Ed è questo tratto saliente che la
distingue da tutte le altre filosofie, che a lei mi attiro sin dai primi passi
della mia carriera filosofica, come ne fa fede uno scritto pubblicato, se ben
ricordo, nella Liberté de penser. Ed
anche CAVOUR (si veda) non ha altra origine. Perché io sono, e sono sempre
stato, e per indole e per riflessione, un uomo religioso. E la religione io ho
sempre considerata come uno dei più alti privilegi della natura nostra. Senza
di essa l'uomo è un essere degradato e miserabile. E la dottrina hegeliana
insegna ad amare ed adorare Iddio col cuore e con la mente, due cose che in una
anima bene equilibrata non si esclu-dono, anzi si compiono a vicenda. E da
questa via, caro Mariano, non vi scostate. Solo in essa troverete e conforto e
la forza per traversare questa vita si ripiena di disinganni e di
amarezze. Perché Iddio é il sommo e il solo bene, onde, vivendo col cuore
e con la mente e con tutto l'esser nostro con lui e in lui, diventiamo
partecipi delle sue eterne ed immortali perfezioni. Ora la filosofia hegeliana
è sì una filosofia essenzialmente religiosa, ma appunto in quanto risolve in sé
la religione, ed è religione: si concepisce come la rivela-zione, anzi
realizzazione di Dio; e nella unità sua di sapere e saputo, concepisce tutto il
suo mondo, in tutti isuoi gradi, come rivelazione o realizzazione di Dio: onde,
mediando Dio, supera l'immediatezza propria della religione come tale
(insufficiente coscienza che lo spirito, secondo la dottrina hegeliana, avrebbe
della propria natura, e però del reale assoluto), e non lascia posto per lei,
in quanto religione pura (in quanto non fi-losofia) in nessuna parte del suo
mondo. Il mondo hegeliano, d'altra parte, non è soltanto il mondo della
filosofia, in cui tutti i gradi anteriori siano già risoluti. Una tale
filosofia sarebbe astratta e trascendente. La sua concretezza importa, quel che
il Vera non poté vedere, il suo eterno divenire, ossia l'eterno risolversi
degli altri gradi in questo grado supremo del processo dialettico della realtà.
Di guisa che la filosofia hegeliana è portata a concepire tutto ciò che non è
filosofia e la stessa religione come momento necessario di se medesima: e in
questo senso, a concepire razionale tutto il reale. La religione come tale è
conservata dallo hegelismo, ma dichiarata momento della filosofia, e quindi
subordinata, nella filo-sofia, a questa. Sit viva, dum non sit diva. Pertanto
il filosofo hegeliano: 1) ha la sua religione nella sua filosofia; 2)
riconosce che ognuno, di qua dallo hegelismo, ha la propria religione nella sua
filosofia, o la filosofia nella propria religione. Le questioni adunque
in cui si travagliò il Vera, se nella vita delle nazioni ci sia nulla che possa
sostituire la religione (ed egli era d'avviso che non ci fosse nulla, né la
scienza, né la filosofia) *: se la Chiesa debba essere subordinata allo Stato,
o lo Stato alla Chiesa, o se debbano separarsi (ed egli inclinava alla seconda
ipotesi, benché non sapesse poi concepire il come della subordi-nazione, né
determinare la Chiesa a cui lo Stato si sarebbedovuto subordinare) *; queste e
simili questioni sono questioni suscettibili, nello hegelismo, di una sola
solu-zione, che è quella derivante dal concetto filosofico hegeliano della
manifestazione mediata di Dio in tutto il reale e in sommo grado nella
filosofia; ma anche di infinite soluzioni per tutti coloro, che non essendo
hegeliani aspirano soltanto, secondo l'hegelismo, a esser tali, quantunque non
lo sappiano. Ma è pur chiaro che se la verità dell' hegelismo deve valere per
lui come la sola verità, egli non potrà non combattere le soluzioni diverse
dalla sua, ossia tutte le altre filosofie in quanto vogliano passare per
filosofia, e dominare. Il filosofo hegeliano non solo rispetterà tutte le
credenze religiose, ma avrà interesse ad alimentarle come quel terreno da cui
soltanto essa potrà germogliare; così come entra negli interessi dello spirito,
secondo la sua filosofia, la cura della salute fisica. Le soluzioni del
Vera erano invece non per il dominio od autonomia della filosofia e di tutte le
forme spirituali che entrano nel mondo della filosofia, ma per la soggezione di
tutto alla religione: come di chi non ha la propria religione nella filosofia,
ma la propria filosofia nella religione. Egli, insomma, per usare il linguaggio
hegeliano, non si sollevò mai veramente dalla sfera della rappresentazione a
quella del concetto nello spirito assoluto. 4I. - Non si poteva
sollevare, pel suo radicale misti- cismo. Al quale non mi pare contrasti
la tesi presa a sostenere nella Introduction contro l'immortalità
dell'anima: onde la sua autorità d'interprete consumato dello hege-lismo
era opposta poi alla Florenzi Waddington, solatra gli hegeliani d'Italia a
propugnare il concetto dell'immortalità dell'anima. Giacché non è vero quello
che Kant e tutti i filosofi della religione naturale sosten-gono, che la
credenza nella immortalità sia un principio essenziale dello spirito religioso.
Che anzi la più profonda radice della religione, nel senso più stretto del misticismo,
è riposta nel senso della vanità e nullità dell'individuo, nella nichiltade
cantata così fervidamente da Jacopone, nell'aspirazione al nirvana bud-distico,
nell'affermazione della divinità sola; e non si capisce l'anima immortale se
non si concepisce la sostanzialità assoluta dell'io individuale, senza
riconoscere l'infinito nello stesso finito e insomma superare, come fa il
cristianesimo, l'astrattezza della religione imme-diata. Che anzi nella
incertezza del V. nella Intro-duction circa l'interpretazione di questo punto
di dottrina in conseguenza dei principii hegeliani, la sua pro-pensione verso
la tesi negativa non credo si possa altrimenti spiegare che con la sua tendenza
generale a negare il finito nell'infinito, e il pensiero dell'uomo e lo spirito
individuale nel divino. Alla stessa tendenza riporterei anche l'interesse
da lui posto nella questione dell'abolizione della pena di morte, che a lui non
si presentava tanto, come ad Hegel, come una conseguenza ferrea della
dialettica della legge, che non si può volere disvolendola, e da accettare
virilmente come il taglio del chirurgo che arreca la vita, quanto una delle
parti più belle e più sante della filosofia della morte: poiché gli piacque
considerarla più come un diritto dello Stato sull'individuo colpevole che come
un logico momento del diritto, in cui si realizza la vita dello stato insieme e
dello stesso individuo, che ne è parte. E però ricondusse la legittimità della
pena di morte a una questione più generale: della razionalità della morte inflitta
dallo Stato; passando quindi a quella del diritto che lo Stato ha di far
guerra. E scioglieva appassionati inni alla guerra, che fa sentire ai popoli
quel che valgono e quel che possono operare, dà loro la coscienza dei propri
diritti, sveglia tutte le energie dello spirito, è stromento di civiltà e di
progresso: alla guerra, dove l'uomo non muore per sé, ma per la patria e per
l'umanità, e la morte adempie a un più alto ufficio e raggiunge più alti fini
della semplice morte naturale: poiché in essaL'individuo si sacrifica non ai
fini naturali della specie, sì a quelli morali della civiltà. E in generale,
sempre, « la morte è un bene, ora per l'individuo, ora per l'uma-nità; per
l'individuo anche se tutto egli perisce con la morte: perché se la morte lo
colpisce nella vecchiaia, lo colpisce quando la sua vita non ha più pregio né
per lui né per gli altri; e se lo coglie nel vigor degli anni, essa lo eleva
nello stesso istante al più alto grado della libertà e dell'amore. Ma sopra
tutto per l'umanità la morte è un bene, sempre un bene. Infatti, la gioventù,
la bellezza, la potenza, l'espansione dello Spirito suppongono la morte:
dell'individuo, come dei popoli: giacché lo Spirito non si conserva, non si
rafforza, non cresce che per la morte. L'individuo, per potenti che siano le
sue facoltà, è uno spirito limitato pel solo fatto che vive in organi limitati;
ond'è che, dopo aver con-tribuito, per la sua parte, allo svolgimento e alla
vita dello Spirito, non pure ei diviene un ostacolo a nuovi svolgimenti, ma s'abbandona
egli stesso, se può dirsi cosi: ciò che v' ha di profondo e di eterno nel suo
pensiero gli sfugge, e cade come colpito d'atonia e d'impotenza. E quel
che è vero per l'individuo, è vero altresi per i popoli. Cosi la Grecia e Roma,
dopo aver elevato il mondo antico alla più alta civiltà, diventano un ostacolo
alla civiltà nuova. - Bisogna dunque che la morte, affrancando lo Spirito dai
lacci della Natura, gli permetta di vivere una vita sempre giovane e sempre
nuova, e d'in-nestare sull'antico lo spirito nuovo. Cosi si spiega perché
l'individuo cresce dopo la morte nella coscienza dell'u-manità, e perché la
morte è considerata come la consacrazione dell'amore e il segno della
riconciliazione dello spirito. E infatti come la pace, che viene dopo la guerra
e la termina, la pace che è il risultato dell'esercizio di tutte le potenze
della vita, val meglio, checché se ne dica, di quella pace artificiale che
snerva e ammollisce il corpoe l'anima; così la morte, liberando lo spirito
dalle sue pastoie, fa brillare la verità eterna di cui egli era l'organo d'un
più vivo splendore, la rende più visibile agli altri spiriti, la propaga e la
fortifica con la loro adesione e trionfa così della natura. Quest'argomento fa V.
eloquente, come corda che risuonava dal profondo del suo animo. E altrove,
cantando l'amore, a mo' di Platone, come l'aspirazione allo Assoluto o
filosofia, si riscaldava all' ispirazione leo-pardiana di Amore e morte,
facendo della morte « il segno, la consacrazione e il trionfo dell'amore.:. E
nella morte inflitta dallo Stato, vindice dell'eterna giustizia dello Spirito,
egli vedeva pertanto l'olocausto dell'individuo sull'altare dello Spirito:
poiché nell'individuo vedeva, come testé ci ha detto, l'organo dello Spirito,
ma non lo Spirito stesso, che come tale non è individualità finita. Non
era questa l'interpretazione della filosofia hegeliana, che potesse concorrere
al progresso del pensiero speculativo. Ma è indubitabile che essa pure traeva
alimento da uno di quei forti amori dell'eterno e del divino, senza i quali lo
spirito umano non sarebbe a volta a volta distratto dagl' interessi mondani e
spinto alla ricerca filosofica. E per questo verso il Vera fu uno degli
scrittori più vigorosi, più sinceri, più alacri che ci siano stati in Italia
negli ultimi tempi; e non possiamo passare innanzi a lui senza
inchinarci. Il suo fu un vano sforzo di impadronirsi di quell'ideale di
sistema, unità di religione e di filosofia, che Hegel gli fece balenare alla
mente: vano sopra tutto per mancato orientamento nella storia della filosofia,
dacui l' hegelismo aveva con stretta possente voluto spremere il succo vitale.
Perciò una costante meditazione di trent'anni non valse a fargli superare
definitivamente il punto di vista, da cui
nelle sue tesi di dottorato aveva cominciato a combattere Hegel.
Nell'ultimo suo scritto Dio secondo Platone, Aristotele ed Hegel sentiva egli
stesso di « tornare ai primi e quindi vecchi amori, poiché l'argomento» che vi
esaminava « non differisce in fondo da quello trattato nell'opuscolo Platonis,
Aristotelis el Hegeli de medio termino doctrina», e prendeva di nuovo a
studiarlo e svolgendo ed allargando la prima tratta-zione, chiarendone e correggendone
alcuni punti, e in tal senso compiendola». Ma le correzioni non toccavano, in
verità, la sostanza delle sue giovanili speculazioni. Poiché egli ancora,
come nel 1845, toglieva a difendere la tesi che la filosofia muove da una fede;
dalla fede dell'intelligenza in se stessa; dalla fede nella conoscenza; nella
conoscenza della verità; cioè dell'Assoluto o di Dio: dalla fede dell'
Efesio: ady pi huntoy auniatow
oin EfEupnGEL, aveEepeivntoy Eoy xoi aopov. E se ora bensi diceva,
che questa fede è l'alfa della scienza e la sola possibilità di essa, la
scienza, pur troppo, non seguiva. Lo scritto, condotto innanzi fino al
punto in cui ancora una volta il filosofo stanco si ritrovava innanzi al
problema della differenza tra religione e filosofia, si arre- stava,
troncato dalla morte.Augusto Vera. Vera. Keywords. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Vera” – The Swimming-Pool Library. Vera.
Grice e Vercellone: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale del bello e l’estetico – la
scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Torino). Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo
italiano. Torino, Piemonte. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. La
sua filosofia si svolge inizialmente intorno all’ermeneutica e il concetto di
‘classico’ – as in English ‘classy’, in Loeb’s classy library --. Anche il
nichilismo: la sua “Introduzione al nichilismo” edito da Laterza. Continuando a muoversi intorno al rapporto tra
estetica ed ermeneutica, il suo percorso filosofico verte in seguito su ambiti
decisivi: il rapporto tra temporalità
storica e coscienza estetica, la dispersione dell'estetico; il problema del
‘pulcer’ (‘il bello’) (“Oltre il bello” – Castiglioncello, Bologna, Il Mulino);
e il concetto di ‘immagine’. Soprattutto quest'ultima linea occupa le sue
ricerche orientate sull'idea di un radicamento estetico. Insengna a Torino. Direttore
del centro inter-universitario inter-dipartimentale di ricerca sulla morfologia
dell’Udine. Presidente dell’Associazione italiana degli studiosi d’stetica. Vice-Presidente
della Società italiana d’estetica. Collabora con La Stampa. Altre saggi: “Identità
dell' ‘antico’ – (drawing from the antique”) – il concetto di ‘classico’” (Torino, Rosenberg e Sellier);
“Apparenza e interpretazione” (Milano, Guerini e Associati); “Pervasività dell’arte: ermeneutica ed estetizzazione”
del mondo della vita” (Milano, Guerini); “Nature del tempo. Novalis e la forma
poetica del romanticismo tedesco” (Milano, Guerini); “Estetica”, Bologna, Il
Mulino); “Storia dell’estetica” (Bologna, Il Mulino); “Morfologie del moderno”
(Genova, Il Melangolo); “Lineamenti di storia dell’estetica. La filosofia dell’arte”
(Bologna, Il Mulino); “Pensare per immagini: tra scienza e arte” (Milano,
Mondadori); “Le ragioni della forma” (Milano-Udine, Mimesis); “Dopo la morte
dell'arte” (Bologna, Il Mulino); “Il futuro dell'immagine” (Bologna, Il
Mulino); “Simboli della fine” (Bologna,
Mulino); “Morte dell'arte e rinascita dell'immagine: saggi in onore di V.” (Roma,
Aracne); Perniola, “Estetica italiana” (Bompiani; D’Angelo); “L’estetica
italiana” (Laterza); Franzini, Immagini del moderno, in Bertinetto, Garelli,
Morte dell'arte e rinascita dell'immagine. Saggi in suo onore, Roma, Aracne. Vattimo, L'arte è morta, anzi no: è
"dopo", Repubblica, Bertinetto, Garelli, Morte dell'arte e rinascita
dell'immagine. Saggi in onore di V. Belpoliti, “Tra bello e brutto non c'è più
differenza” La Stampa, Bodei, “Là dove rinasce il bello” Il Sole 24 Ore, Bodei,
Salto nel vuoto dell'immagine, Il Sole 24 Ore, Mattazzi, Aprire lo sguardo.
Stili della visione in grado di agire sul reale, Il Manifesto; Vallora, Nelle
torri di Kiefer per trovare un senso in mezzo alle rovine, La Stampa, Università
degli Studi di Torino. La filologia, il tragico, lo spazio
letterario. Per una rilettura del giovane Nietzsche, in «Rivista di estetica»,
Oriente e ornamento nell'estetica di Hegel, in «Rivista di Estetica«, L'Oriente
romantico, in «Rivista di estetica», 1Scheda di "The British Journal of
Aesthetics", vol. 21, n.2, primavera 1981, in "Rivista di
Estetica", Scheda di "The British Journal of Aesthetics", vol. 21,
n.3, estate 1981, in "Rivista di Estetica", Scheda di "Revue
d'Esthétique", Musique présente, in "Rivista di Estetica", Scheda
di "The British Journal of Aesthetics", "Rivista di
Estetica", Scheda di "Revista de estética","Rivista di
Estetica", Dal simbolo alla scrittura. Friedrich Creuzer, in «Rivista di
estetica», La riappropriazione del senso e l'opacità della lettera. Modelli
della comprensione storica, in "Rivista di Estetica", Cura
della sezione dedicata a L'Ottocento di AA.VV., Il pensiero ermeneutico, Scheda
di "Revue d'Esthétique", n.8, 4, 1985, in "Rivista di
Estetica", Scheda di "Zeitschrift für Asthetik und allgemeine
Kunstwissenschaft "Rivista di Estetica",Scheda di "Revue
d'Esthétique", n. 12, 1986, in "Rivista di Estetica", Al di là
della lettera. Lo studio dell'antichità nel pensiero di Ast, in M. Ravera,
F. Vercellone, T. Griffero, Estetica ed ermeneutica, Palermo,
Aesthetica. 16) Scheda di "Zeitschrift für Asthetik und allgemeine
Kunstwissenschaft "Rivista di Estetica", Identità
dell'antico . L'idea del classico nella cultura tedesca del primo Ottocento,
Torino, Rosenberg. L'estetica moderna.
Percorsi bibliografici, in S. Givone, Storia dell'estetica, Roma- Bari,
Laterza. Per una storia del circolo ermeneutico in : AA. VV., Ciò che
l'autore non sa, Milano, Guerini. Apparenza e interpretazione, Milano,
Guerini. Con Gianni Carchia, Premessa a Romanticismo e poesia, in
"Rivista di Estetica", Scheda di "The Journal of Aesthetics and
Art Criticism", 'Rivista di Estetica", Sublime
e memoria. A partire dal giovane Nietzsche, in Dicibilità del sublime, a cura
di T. Kemeny e E. Cotta Ramusino, Udine, Campanotto. Pervasività
dell'arte, Milano, Guerini. Aparencia
y desencanto. Nihilismo y hermenéutica en la Frühromantik, in «Revista de
Occidente», Scheda di "The British Journal of Aesthetics", vol. 27,
n. 1,inverno 1987, in "Rivista di Estetica", rasa a della di resenca,
Mila D, a Rimanik a Niezsche, in Teatro Heidegger e Bäumler
interpreti di Nietzsche, in «Immediati dintorni». Introduzione al
nichilismo, Roma-Bari, Laterza. Allegoria
del contesto. Note su ermeneutica e modernità, in Oltre la linea
dell'avanguardia, a cura di E. Calvi, Milano, Guerini. Forma
ed estetismo nella Torino di Gobetti e di Lionello Venturi, in Alberto
Sartoris. Novanta gioielli, a cura di A. Abriani e J. Gubler, Milano, Mazzotta.
L'utopia del visibile. Note sull'ermeneutica dell'immagine a
partire dalla 'Romantik', in «aut aut», Introduzione a W. H. Wackenroder,
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zur Romantik, Hermeneutik, Nihilismus, in H.M.Baumgartner und W. Jacobs (a cura
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Modernità e progetto; lezione tenuta nell'ambito del corso di
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di Roma (prof. F.Purini), in «Bolletino della Biblioteca del Dipartimento di
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La questione della forma parte della voce Estetica, redatta in collaborazione
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& Associati. 58) Nichilismo e cristianesimo, intervista a mia cura di
L. Pareyson, comparsa originariamente su «L'Ora», Liberatevi da ogni colpa);
versione ampliata in «Annuario filosofico», Pareyson, Opere complete, vol. 19,
Essere Libertà Ambiguità, a cura di F. Tomatis, Milano, Mursia, Categorie
estetiche. in Estetica. Storia, categorie, bibliografia, a cura di S.
Givone, Firenze, La Nuova Italia. Einführung
zum Nihilismus, München, Fink (trad. ted. con lievi modifiche del vol. di cui a
29). L'Occidente della verità. Identità e destino della cultura
europea, a cura di C. Ciancio e F. Vercellone, Milano, Guerini. 62) Arte
e bellezza (testo della conferenza tenuta a Jesi, il 20.1.1998, presso il
Palazzo dei Convegni di Jesi nel ciclo L'estetica e i suoi luoghi a cura del
Circolo Culturale Jesino «Massimo Ferretti»), in AA.VV., L'estetica e i suoi
luoghi, Jesi, Arti Grafiche Jesine). 63) Recensione a: Maria Moneti
Codignola, Moralità e soggetto in Hegel, Pisa, ETS, 1996, su «Iride», 25,
dicembre 1998.64) Estetica dell'Ottocento, Bologna, Il Mulino (trad.
portoghese: A estética do século X/X Editorial Estampa, Lisbona, 2000;
trad. spagnola: Estetica del siglo X/X, Madrid, Machados., Corpo,
memoria, storia., in «Iride» nella rubrica «Libri in discussione», a proposito
del volume di D. Dietrich Harth, Das Gedächtnis der Kulturwissenschaften,
Dresden, Dresden Recensione al vol. di N. Humphrey, Una storia della mente, trad.
it. di B. Antonielli, Torino. Instar Libri, 1998 su «Iride», Recensione a G.
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corpo dell'opera, in : «Multiverso», n.07/08, numero monografico dedicato a «Il
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Schiller dall'illuminismo al criticismo, Pisa, ETS) Forma
come immagine. Da Goethe a Carus, in «Annuario filosofico», Milano, Mursia From
Negativity to the Event: Adorno "before" Heidegger, in : Das Daedalus
Prinzip Festschrift für Steffen Dietzsch, hrsg von L. Kais, Berlin, ParErga
Verlag (versione ridotta e rivista La
dialettica dell'arte. Adorno prima di Heidegger, in Heidgger trent' anni dopo,
a cura di C.Gentili, F. W. von Hermann, A. Venturelli, Il Melangolo (versione
ridotta e rivista La nuova mitologia romantica e il destino
"neopagano" della Modernità in: e Bulzoni. /Atti del Seminario
di Studi su "Il paganesimo nella letteratura dell'800" tenutosi
presso la "Fondazione Malatesta" Teoria del romanzo, a cura di L. A.
Macor e F. Vercellone, Milano-Udine, Mimesis. Il
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ocasión pérdida para la Nietzsche-Rezeption italiana? In «Estudios Nietzsche»,
Madrid, Editorial Trotta, Dove va la bellezza? in: Riflessioni sulla
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Le platonisme romantique, sous la direction de P. Tortonese, Chambéry,
Université de Savoie, Atti del Convegno, Le platonisme romantique: poésie et
philosophie, Chambéry, Philosophy as Ontology of the Actuality. A
biographical-theoretical Interview with Gianni Vattimo edited by Luca Savarino
and Federico Vercellone in «Iris», versione ampliata Una logica abitabile, in: AA. VV., Les très belles heures
de F.D., Testi di L. Prando, R. Rosso, F. Vercellone, Fotografie di S.
Caleca. Goethe, Schelling e la malinconia della natura, Annuario Filosofico,
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denken oder in Gestalten denken? Zum Ansatz einer neuen Morphologie Le
ragioni della forma, Milano, Mimesis. di ta se, o, Ene enica e 4ologia, in
Annuario88-Nietzsche e l'immagine. Il mondo vero è diventato favola?Francesco
Cattaneo Premessa a : Arte e Terrore. In dialogo con Félix Duque, in
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morfologia in La questione del dire.Saggi di ermeneutica per Graziano Ripanti,
a cura di M. Bozzetti, (versione rivista e ampliata Mimesis, Menas atejus jo
pabaigai. Pastabos apie meno mirti siandien (Art
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ir Kultura", Der Untergang der Romantik in der Renaissance, in Maio, Macht
und Ohnmacht des Wortes. Ethische Grundfragen einer
personalen Medizin, Göttingen, Wallstein, ntroduzione a Ontologia
dell'immagine, con di Ciancio, Cantillo, Trione. Nietzsche y la imagen. ¿El mundo verdadero se ha
convertido en una fábula? In «Estudios Nietzsche»,
L'estetica di Luigi Pareyson come ermeneutica dell'arte, in «Annuario
Filosofico», I o5-413 tr della belles, in Sudi d erietica 46, "Gete,
Su enerthe marima di ) ion Sardi
(rietino) Di Sedi laso 2, evione
monografica di del resataio di e aria c.09, e de pensi, Hacia
la morfo-logia in : " Escritura e Imagen", ripreso anche in 150) L'Estetica
di Luigi Pareyson come ermeneutica dell'arte., in "Annuario Fi o,
espressione, in : La vergogna/The shame, Milano/Udine, Mimesis, Dopo
la morte dell'arte, Bologna, Il Mulino Recensione
a S. Poggi, L'io dei filosofi e l'io dei narratori. Da Goethe a Proust, Milano,
Cortina, "Iride" Mas allá de la bellezza, Madrid, Biblioteca Nueva,
Perché la cornice è un modello razionale? In "Multiverso, Due
secoli di "morte dell'arte", in Sotto la superficie visibile. Scritti
in onore di Franco Bernabei,a cura di M.Nezzo e G. Tomasella, Padova?, Canova,
L'esperienza dell'arte di Massimo Poldelmengo, in Poldelmengo l'opera del
prima, a cura di S. Chiarandini, Udine, Venti d'Arte, (con traduzione inglese e
tedesca sino a Dalla contemplazione all'interattività. Modificazioni
dell'esperienza estetica dopo la morte dell'arte, «Anterem. Rivista di ricerca
letteraria» After Art: Notes on the Death of Art Today, in M.F. Molder, D.
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discussione pubblica» der Prescione, Milal, Malisia, talk I Fi orali, a cura di
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dell'estetica, in "Tropos. Rivista di ermeneutica e critica
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estetica nella civiltà dell'immagine. Ipotesi sul futuro prossimo, in «Annuario
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sul destino artistico della tenologia, in : Confini dell'estetica. Studi in
onore di Salizzoni, a cura di Antonelli e Martinengo, volume edito in collana
Tropos Orizzonti - opere collettanee 7, Aracne Editrice Roma Il nichilismo e le
nuove forme dell'immaginario tardo-moderno, in Aut Aut, Il Saggiatore, Milano, Nihilism
and the New Forms of Late-Modern Imaginery, in Listening to Art, ed. Givone and
Magherini, Firenze, Nicomp Bredekamp, Immagini che ci guardano Teoria dell'atto
iconico, a cura V., Milano, Cortina, Immagini
immaginanti, Introduzione all'edizione italiana) Modificazioni dell'infinito,
in Collezioni, a cura di D. Eccher, vol quarto, Allestimento Torino, Allemandi,
L'immagine senza logos. All'alba dell'estetica in «ISLL Papers»,
Dossier, La vita nelle forme. Il diritto e le altre arti. Atti del VI Convegno
Nazionale ISLL, Urbino a cura di L. Alfieri e P. Mittica, Cascia see cia, Me
eliana, Festschift in onore di Massimo 1ctitenet d mott, a i di A,
Matheng, Rom, Apere Modificazioni
dell'esperienza estetica tardo-moderna Abitare Possibile. Estetica,
architettura, new media, Milano, Mondadori. The
lost Experience of Art, in «Cosmo», Art and aesthetic experience, InSpe iosotto
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der Kunst und die Geburt der Ästhetik Nemo contra deum nisi deus ipse. Il
nichilismo dell'apparenza e il re- Ricensament onicanidate su. X, o losofico»
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122), Milano-Udine, Mimesis International- Chaos and Morphogenesis in German
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and Form of Law, Milano-Udine, Mimesis, trad. Inglese con lievi modifiche pe
estelica Rico do riach, in «Anuario, Misil osare in eie ne ritrea prima pal do
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a A. Vianello, Sapere e fede. Un confronto credibile, Udine, Forum, Identità a
venire nello specchio del Grand Tour, in «nuova informazione bibliografica», Braco
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nel tempo dell' "immagine del mondo". Note e riflessioni, in «Lo
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dell'immagine, in G. Lingua e Sergio Racca (a cura di), La cornice simbolica
del legame sociale. Prospettive sugli immaginari contemporanei, Mimesis,
Milano, Francesca Iannelli, Gianluca Garelli, Federico Vercellone, Klaus Vieweg
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dell'arte e la nascita dell'estetica, in lannelli, G. Garelli, F. Vercellone,
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morte dell'arte dopo Hegel, in Gabilondo, Méndez, Ramos, Tudela, Lozano (cur.),
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Il futuro dell'immagine, il Mulino, Bologna, Fantasmi,
fantasmagorie, agnizioni, in D. Eccher (a cura di), Boltanski: Anime, di luogo
in luogo, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, Trad. ingl., Ghosts,
Phantasmagorias, Agnitions, in D. Eccher (ed.), Boltanski: Souls, from Place to
Place, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, Nuovo romanticismo? La civiltà
dell'immagine, in «Teologia», Beyond
Beauty, New York, SUNY, tIl
lusso come problema filosofico, in «Iride», Cura del numero monografico di «Azafea»,
La Nueva Morfologia, Perspectives On A New
Morphology, Kiefer e I Sette Palazzi Celesti. Ovvero l'inizio come la fine e
l'inverso, in «Bollettino filosofico», Pareyson, Suny Press, Albany Simboli
della fine, Bologna, il Mulino, con esteria Maria e ilesia di) Champo delo,
logaica, Palarono, Palermo, Libri in discussione: Vita quotidiana di
Enrica Lisciani-Petrini (con M. Garda e S. Forti), in Iride - Filosofia e
Discussione Pubblica, Dream, Geist. Strategie del Regno, in Dream - L'arte
incontra i sogni - catalogo. Skira, Roma, In uscita o da
verificare: en el siglo XIX Universidad Internacional Menéndez
Pelayo; traduzi lituana in corso; L'educazione estetica nella civiltà
dell'immagine. Ipotesi sul futuro prossimo in versione spagnola negli Atti del
con vegno Schiller a Madrid La morfologia oltre l'estetica. Ricordo di
Olaf Breidbach, trad. tedesca in Atti del convegno «Anschauen, Ordnen, Deuten,
Wissen». Gedächtnissymposium zur Erinnerung von Olaf Breidbach, Jena. Federico Vercellone. Vercellone. Keywords: bello,
estetico, immagine. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi
Speranza, “Grice e Vercellone: l’estetico e il bello’ – The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria. Vercellone.
Grice e Verdiglione: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della congiura degl’idioti – la
scuola di Reggio Calabria – filosofia calabrese – la scuola di Caulonia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Caulonia). Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Caulonia,
Reggio Calabria, Calabria. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Grice: “I like Verdiglione;
my favourite: his “La congiura degl’idioti” – I have used the Greek root which
Boezio translated as ‘proprium’ twice in my seminar on implicature. The first time to refer to
‘kick the bucket’ as a ‘recognised idiom’ – idioma in Latin and idIoma, with
stress on the i, in the Grecian; but more importantly – since ‘recognised by
who?’ – in the next session I referred to a conversationalist using a one-off
signaling which I referred to as a ‘signalling idiolect.’ Yes, Speranza and I can be pretty idiosyncratic!”. Vincitore
di una borsa di studio nel collegio Augustinianum, studia a Milano, dove si
laurea con una tesi sulla filosofia semiotica di PIRANDELLO (vedi). Formatosi
con Lacan, pubblica con le case editrici Marsilio, Rizzoli, Feltrinelli e
Sugarco, con cui collabora. Per quest'ultima dirige la collana
"Bordi". Traduce la raccolta di testi Scilicet di Lacan per
Feltrinelli e il Seminario XXII. Con la sua casa editrice, Spirali, pubblica
testi come la traduzione del Malleus Maleficarum, Il martello delle streghe, il
manuale dell'Inquisizione per la caccia alle streghe, e in seguito, sempre per
le edizioni Spirali, pubblica alcuni testi di BRUNO, come “Le ombre delle idee”
e “Cabala del cavallo pegaseo.” Traduce per Feltrinelli libri che in Francia
animano il dibattito in ambito culturale, come il saggio di Irigaray Speculum.
L'altra donna edito da Feltrinelli nella traduzione di Muraro, il saggio di Mannoni,
Educazione impossibile. Introduce in Italia Kristeva. Incontra anche Oury,
fondatore assieme a Guattari della clinica La borde, di cui pubblica “Creazione
e schizophrenia”, “Psicosi e logica istituzionale”. “Il collettivo”, Babele e
la Pentecoste. La Borde e la scrittura della psicosi, La psicosi e il tempo.
Traduce sempre per Feltrinelli l'edizione del libro di Jean-Goux, Freud, Marx:
economia e simbolico. Fonda il Movimento freudiano e la Spirali Edizioni. Con
Spirali, pubblica autori come Daniel,
Lévy, Glucksmann, Halter, Arrabal, Grillet. Esce in edicola il primo
numero del mensile “Spirali: giornale di cultura”, a cui segue l'edizione
francese Spirales, Il Secondo Rinascimento. V. e il Collettivo “Semiotica e
psicanalisi” organizzano a Milano, in V sedi differenti, il Congresso
internazionale "Sessualità e politica" seguito dai media italiani. Partecipano
molte filosofi. Sempre con il Collettivo “Semiotica e psicanalisi”, organizza
il congresso “La follia”, che si svolge in più sedi, tra cui il Palazzo dei
Congressi e il Museo della scienza e della tecnica. Il congresso è seguito
dalla stampa di vari paesi. Intanto, inventa la “cifre-matica,” la cosiddetta
scienza della parola. Nell'Enciclopedia Rizzoli Larousse viene così definita la
cifrematica come dottrina della parabola intesa come cifra -- dottrina
elaborata da V. e utilizzata all'interno di esperienze di conversazione,
lettura, ecc. Secondo la cifre-matica, ogni parabola può essere analizzata
secondo la sua logica idiomatica – cfr. Grice, “Idioma, not language” -- o la
sua qualità cifratica, come ‘cifrema.’ C’e logica idiomatica della relazione, dello
stigma, della funzione, della operazione, e della dimensione. C’e tre 'strutture':
struttura sintattica, struttura frastica e struttura pragmatica – o griceiana, secondo
cui ogni expression – idioma -- può
essere 'de-cifrata.’ E a Milano, su invito di V. Ionesco. In un'assemblea di intellettuali
e lettori, c’e un convegno organizzato da lui, portando la testimonianza della
sua vita e della sua attività filosofica, documentata nel libro Una vita di
poesia. La sua Università internazionale del Secondo Rinascimento
acquista dalla famiglia Borromeo la Villa di Senago e il parco, lasciati per
anni in uno stato di abbandono. I nuovi proprietari decidono pertanto di
avviare un primo importante restauro che mira alla salvaguardia stessa del
bene. Il restauro si è protratto nel tempo, fedele a criteri conservativi, con
la collaborazione di ingegneri, esperti, architetti, tecnici, storici e
filologi che hanno lavorato, insieme, sotto la direzione della sopra-intendenza
ai beni ambientali ed architettonici di Milano. L'attività editoriale prosegue
quanto già avviato e si indirizza soprattutto sulla dissidenza, in particolare romanzieri.
Pubblica libri di Bukovskij, Zinovev, Naghibin, Maksimov e molti altri.
L'interesse per la dissidenza lo porta a pubblicare saggisti come Suvorov, gl’ambasciatori
russi in Italia Adamishin, Jurij, il teorico della perestrojka Jakovlev, e l'ex
ministro per l'energia e leader dell'opposizione di destra Nemtsov. Oltre agl’autori,
pubblica dissidenti provenienti da tutto il pianeta. In questa direzione sono
stati organizzati i convegni internazionali Festival della modernità che
propongono, in ciascuna edizione, diverse tematiche -- scrittura, libertà,
politica. Prosegue il lungo processo di restauro della Villa San Carlo
Borromeo di Senago, restituendo all'edificio la sua originaria bellezza e
trasformandolo in un palazzo del turismo culturale e artistico, nella sede
dell'Università internazionale del Secondo Rinascimento e della casa editrice
Spirali. In questi anni, la villa è sede di congressi, di corsi, di seminari,
di riunioni di enti pubblici e privati, italiani e stranieri, di un museo
permanente e di un museo per grandi mostre. V. ha totalizzato X anni e VI
mesi di carcere per reati vari. È stato condannato a IV anni e due mesi per
truffa, tentata estorsione e circonvenzione di incapace. Dopo un patteggiamento
è stato condannato a I anno e IV mesi. è stato di nuovo condannato in primo
grado a IX anni (e la moglie a VII) per associazione a delinquere, frode
fiscale, truffa alle banche e allo stato. In seguito la pena è stata ridotta a V
anni. In tale occasione ha causato sofferenze bancarie per 73,4 milioni: 18,3
sono in capo a Intesa Sanpaolo, altri 25,9 milioni a Banca Etruria. Truffa,
tentata estorsione e circonvenzione di incapace V. è al centro di una serie di
vicende giudiziarie (Affaire V.) relative all'attività sua, della sua fondazione
e dei suoi collaboratori. Viene condannato a IV anni e due mesi di reclusione
per truffa, tentata estorsione e circonvenzione di incapace, condanna che passa
in giudicato. Intellettuali di vari paesi -- tra cui Lévy, Ionesco, Arrabal,
Halter, Benamou, Henric, Bukovskij, Safouan, Xenakis, Zinovev, Mathé, Lanzmann
-- acquistano una pagina del quotidiano “Le Monde” in cui pubblicano e
sottoscrivono un appello rivolto al presidente della repubblica italiana e ai
giudici milanesi, col quale denunciano un presunto clima di caccia alle
streghe. Il caso V. secondo i firmatari mette in discussione le nozioni di
diritto, giustizia e libertà di parola in Italia. Daniel, direttore del Nouvel
Observateur, pubblica su la Repubblica una lettera, intitolata "Difendo V.",
rivolta al direttore del quotidiano. Il Partito Radicale organizza un incontro
internazionale in piazza Montecitorio sul Ve., a cui partecipano anche
importanti esponenti del "Comitato Internazionale per V.", promosso
da MORAVIA, Ionesco, Lévinas, Arrabal, Bukovskij, Lévy, Halter. La Repubblica scrive
che dopo quello di Tortora ci e la sponsorizzazione da parte del PR del caso
giudiziario di V.”. Il programma satirico Drive In lo fa conoscere anche al
grande pubblico, attraverso la parodia del "Dottor Vermilione, psicanalista
santone" impersonato da Greggio. Il caso V. è anche citato in relazione al
disegno di legge per l'abolizione del reato di circonvenzione d'incapace -- articolo
del codice penale. Dopo la condanna in Cassazione, la vicenda giudiziaria si
conclude con il rinvio a giudizio per i capi di imputazione stralciati in
occasione del primo procedimento giudiziario e con il definitivo patteggiamento
a una pena di I anno e IV mesi e indennizzi di oltre 3 miliardi di lire a ex
allievi. Si concludono le indagini della Guardia di Finanza coordinate dalla
Procura della Repubblica di Milano, Viene indagato per evasione fiscale in
relazione all'emissione di fatture false, e appropriazione indebita. A seguito
della richiesta avanzata dalla procura di Milano, due dimore storiche
riconducibili al professore (tra cui la Villa San Carlo Borromeo di Senago) per
ordinanza del Gip vengono poste sotto sequestro preventivo, pur mantenendone la
disponibilità. A meno di III settimane di distanza il Tribunale del Riesame di
Milano annulla i decreti di sequestro concessi dal GIP C. Mannocci al PM
Albertini, e restituisce gli immobili alle proprietà, in quanto non sussiste
l'accusa di evasione fiscale. Si tratta invece di neutralità fiscale, in quanto
l'IVA dovuta sarebbe sempre stata pari a zero. In base alle conclusioni del
giudice, sarebbero state emesse fatturazioni fittiziema regolarmente pagatetra
società facenti capo a V., allo scopo di ottenere crediti presso gli istituti
finanziari, potendo esibire bilanci dai quali risultano entrate ingenti, in realtà
fasulle. La giudice Marchiondelli rinvia a giudizio V. per associazione a
delinquere finalizzata a frode fiscale e truffa allo stato. Viene condannato a
IX anni per i reati di associazione a delinquere finalizzata a frode fiscale,
truffa alle banche e truffa allo stato. Nel medesimo processo vengono emesse
condanne anche a carico della moglie
Angeli e di due sue società, intanto fallite. Viene altresì disposta la
confisca, fino ad un valore equivalente rispettivamente di 100 milioni e 10
milioni di euro, di beni come la storica dimora trecentesca Villa San Carlo
Borromeo a Senago con 10 ettari di parco. La sentenza di secondo grado
conferma la prima, nonostante che Procuratore generale, nella sua requisitoria,
abbia chiesto l'annullamento della sentenza di primo grado per assoluta
indeterminatezza e intrinseca contradditorietà delle accuse. La condanna a V
anni di reclusione diventa esecutiva. Nel pieno delle inchieste giudiziarie,
l'associazione da lui fondata viene definita setta dallo psicoterapeuta
infantile Foti. Analoga affermazione fu fatta da Calefato, professoressa
associata di sociolinguistica, che così si espresse in un'intervista per un
quotidiano locale in occasione dell'incontro con Verdiglione organizzato a Bari
da Ponzio, Professore di filosofia del linguaggio, intitolato "La cifra
del Levante". MUSATTI, considerato il fondatore della psicanalisi
italiana, prova una profonda avversione per V. che etichetta come "“il
magliaro di Caulonia” e come "cialtrone". V. ha ospitato come
relatori, nell'ambito di alcuni congressi organizzati alla Villa San Carlo
Borromeo, autori come Duesberg, virologo statunitense, scopritore dei
retrovirus, e Rasnick, biologo, che negano l'esistenza dell'AIDS, sostenendo
che gli ammalati di tale morbo morissero in realtà sia a causa dell'assunzione
di droghe sintetiche fortemente immune-soppressive sia a causa delle cure che
erano loro imposte nella prima fase sperimentale, dove si ricorreva
all'utilizzo di farmaci come l'AZT, originariamente sintetizzato a scopo anti-neoplastico
e poi abbandonato per l'elevata tossicità. Saggi: “Il carcere. La questione
della parola, Associazione Amici di Spirali,
Ur-kommunismus; “La paura della parola”, Associazione Amici di Spirali, “La
grammatica dello spirito,” L'androgino trinitario e la bilancia dell'orrore,
Associazione Amici di Spirali, “I padroni del nulla” Associazione Amici di
Spirali, L'Operazione guru, Associazione
Amici di Spirali, La rivoluzione
dell'imprenditore, Associazione Amici di Spirali, Il bilancio di guerra, Associazione Amici di
Spirali, In nome del nulla. L'accusa di
blasfemia, Associazione Amici di Spirali,
Il bilancio intellettuale dell'impresa, Associazione Amici di
Spirali, Parola mia, Spirali, La realtà intellettuale, Spirali, L'Affaire fiscale ovvero il dispensario del
tempo, Spirali, Scrittori, artisti,
Spirali, La libertà della parola, Spirali, “La politica e la sua lingua”,
Spirali, La nostra salute, Spirali, Il capitale della vita, Spirali, Master dell'art ambassador, Spirali, Master
del brainworker, Spirali, Master del cifrematico, Spirali, “L'interlocutore”, Spirali, Il Manifesto di
cifrematica, Spirali, La rivoluzione cifrematica, Spirali, Artisti, Spirali, Il
brainworking. La direzione intellettuale. La formazione dell'imprenditore. La
ristrutturazione delle aziende, Spirali, Edipo e Cristo. La nostra saga,
Spirali, La famiglia, l'impresa, la finanza, il capitalismo intellettuale,
Spirali, Venere e Maria. La fiaba originaria, Spirali, MACHIAVELLI,
Spirali/Vel, Vinci, Spirali/Vel, La congiura degl’idioti, -- cfr. Grice,
“L’idioma dell’idiota” -- Spirali/Vel, L'albero di San Vittore, Spirali, Lettera
all'eccellentissima corte di appello, Spirali, Quale accusa?, Spirali, Processo
alla parola, Spirali, Il giardino dell'automa, Spirali, Manifesto del secondo
rinascimento, Rizzoli, Spirali, La mia industria, Rizzoli Spirali, Dio, Spirali, La peste, Spirali, La
psicanalisi questa mia avventura, Marsilio, Spirali, La dissidenza freudiana,
Feltrinelli, Spirali. E. Roudinesco, Histoire de la psychanalyse en France, Paris: Le Seuil
(réédition Fayard ) dal sito web italiano per la filosofia. il domenicale
arretrati n. Domenicale miei libri Scienze umane Sociologia e comunicazione
Sollers-scrittore La dissidenza della scrittura Lacan e altri, Scilicet:
rivista dell'école freudienne de Paris, trad. di V., Feltrinelli, Milano, Lacan, Il seminario, in «Ornicar? Venezia. Institor (Krämer),
Sprenger, V., Il martello delle streghe. La sessualità femminile nel
"transfert" degli inquisitori, Spirali, Milano, BRUNO, Caiazza, Le
ombre delle idee, Spirali, Milano, BRUNO, Sini, Cabala del cavallo pegaseo,
Spirali, Milano, Mannoni, Educazione impossibile, (Feltrinelli, Milano). Spirali
pubblica le opere La rivoluzione del linguaggio poetico. L'avanguardia, :
Lautrémont e Mallarmé e Poteri dell'orrore. Saggio sull'abiezione Guattari /spirali books-of-Jean+Oury. Php Goux, Freud, Marx: economia e simbolico,
introduzione e cura di V., Milano, Feltrinelli, atti del Convegno Sessualità e
politica edito da Feltrinelli, 2000 partecipanti al Congresso di Psicanalisi
con tema "Sessualità e Politica", svoltosi a Milano", Anquetil,
"A Milan, le sage congrès de la folie", Les Nouvelles Littéraires, Dadoun,
"A Milan F comme Folie", La Quinzaine littéraire, Descamps, "A Milan au congrès de
psychanalyse on a débattu (vivement) de “Sexe et politique”", La Quinzaine
littéraire, Congres v Milanu, “Razprave problemi”, Maggiori, "La 'Jet
Society' psychanalytique reunie a Milan", Liberation, Italianistica, Cifrematica: di che cosa
parliamo? Enciclopedia Universale
Rizzoli Larousse, Rizzoli, Milano, Mascheroni, il Giornale, Borzi, Etruria
perde 26 milioni nel crack V., in Il Sole 24 ore, V. affidato al servizi
sociali, la Repubblica, in Archiviola Repubblica. "Pour V.", Le Monde, "Difendo
Verdiglione", di Daniel, direttore di Le Nouvel Observateur pubblicato da
la Repubblica, Caso v.: , all'hotel nazionale in piazza montecitorio, a partire
dalle ore 11.45, incontro internazionale sul tema: "il caso v.".
marco pann..., su radio radicale. I radicali bocciano pannella, la Repubblica,
in Archivio la Repubblica legislature camera dati/leg10/lavori/ stampati Milano,
18 rinvii a giudizio per la vicenda v., Repubblica » Ricerca, non profit, v. fa
lo sponsor e le associazione danno forfeit, la Repubblica, in Archivio la
Repubblica. Turano, V. spa, in Corriere Economia, V., ovvero come sposare lo
sponsor e viver felici Corriere della
Sera, su milano.corriere. Archivio
Corriere della Sera, su archivio storico.corriere. Corriere della Sera, su
archivio storico.corriere. Frode
fiscale, IX anni a V. confiscati beni per 110 milioni, in Corriere della Sera. Lo
psicanalista V. dai fasti al ritorno in carcere, su milano corriere. sito dell'associazione diretta da Foti, 'V.
fuori dall'Ateneo' la Repubblica, in Archivio la Repubblica. Il chiaccierato V.
, la Repubblica, in Archivio la Repubblica. musatti Analisi laica, su Analisi
laica. Italian guru, la Repubblica, in Archivio la Repubblica. Szaz, La
battaglia della salute, Spirali. «L'Aids non è contagioso in nessun modo, non
si trasmette né attraverso rapporti eterosessuali né attraverso rapporti
omosessuali e neanche senza rapporti, non si trasmette in nessun modo; l'Hiv è
un retro-virus che, secondo Dusberg, è innocuo." "Muoiono per via
della cura. È la cura, che li ammazza."».
Dizionario di cifrematica, su dizionario di cifrematica. V. Com: Recenti Vicende, su tg mediaset. Armando
Verdiglione. Verdiglione. Keywords: de-ciphering the cipher, cifra decrifrata,
implicatura e cifra, Bruno, Machiavelli. Refs.: The H. P. Grice Papers,
Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Verdiglione e l’idioma dell’idiota” –
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Verdiglione.
Grice e Vernia: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dei peripatetici del lizio – la scuola di Chieti – filosofia abruzzese -- filosofia
italiana
– Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Chieti). Filosofo
abruzzese. Filosofo italiano. Chieti, Abruzzo. Grice: “I love Vernia, but then
any Englishman would, especially when learning that Saint Thomas (Aquino) would
have made such a fuss about him!” -- Essential Italian philosopher. Allievo a Padova di PERGOLA e Thiese
e successore di quest'ultimo. Ha come collega POMPONAZZI (il Pomponaccio). Tra
i suoi allievi: NIFO e PICO. Seguace dell'ermetismo imperante a Padova, cura
un'edizione di Aristotele, il lizio. V. sostenne l'unità dell'intelletto -- dottrina
poi abbandonata a causa di una condanna inflittagli dal vescovo di Padova --, l'autonomia
della fisica rispetto alla meta-fisica, e la superiorità della scienza della
natura sulle scienze dell'uomo. Saggi: “Contra perversam Averrois opinionem de
unitate intellectus et de animae felicitate”; “De unitate intellectus et de
animae felicitate”; “Expositio in posteriorum capitulum secundum in fine”; “Expositio
in posteriorum librum priorem”; “Quaestio de gravibus et levibus”; “Quaestio de
rationibus seminalibus”; “Quaestio de unitate intellectus”; “Quaestio in De
anima. Bellis, “L’aristotelismo” – del lizeo (Firenze, Olscheki editore, Treccani
Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Esaminiamo in prima
quali sieno le sue cose stampate, le quali sono poco conosciute, si perché si
trovano inserite in altre opere, si perché scritte con caratteri molto fitti,
danno pena all'occhio anche molto paziente. La dissertazione più
conosciuta é l'ultima, contro l' unità dell'intelletto di Averroe; tanto è
vero, che nella seconda iscrizione apposta al monumento trasportato dalla
chiesa di S. Bartoloneo all'oratorio dell'ospedale civile di Vi-cenza, è
precisamente questo ultimo scritto ricordato. Del Vernia sono stampate sei
dissertazioni. La prima porta la data del 1480 (') ed è: quuestio un ens mobile
sit toliusphilosopine nuturalis siljectum ('); essa si trova nel commento sul
de general. et corrupt. di Aristotele, di Egidio Romano, di Marsilio Ingnen, e
di Alberto di Sassonia. La seconda é collegata colla terza, e tratta
della partizione della filosofia; è una prolusione ad un corso di un anno
intorno alla fisica di Aristotele. La terza è: utrum medicina jure civili sit
nobilior: è come una conclusione della seconda (°); tutte e due sono nella
fisica di Burleo, e sono precedute da una lettera a Sebastiano Baduario,
censore di Vicenza (3), nella quale ricorda il Vernia la grandezza della di lui
famiglia, di cui i capitani sono scolpiti nelle immagini del Palazzo Ducale di
Venezia. Il Badua-rio fu discepolo, come il Vernia, di Paolo della Pergola, ed
addivenne illustre scotista. In sua casa fu educato il compaesano del Vernia,
Nicola Manupello, di Chieti, che fu fisico e medico. E qui soggiunge, che
essendo stato pregato dagli stampatori di emendare il libro sulla fisica di
Burleo che era corrotto e che doveva leggere agli scolari, volle premettere la
divisione della filosofia e l'ampia questione de inchoatione formaruin da lui
trattita, ed al Baduario dedicata. Questa ultima questione è andata perduta;
almeno finora non la rinvenni. La partizione della filosofia e l'altra sulla
medicina portano la data della fine di febbraro 1482 (*). La quarta
dissertazione è sul de gracibns et lucciles, dedicata a Berardo Bolderio
filosofo e medico veronese; tratta se i gravi ed i leggeri inanimati si muovano
da se stessi o da altro, quando sia rimosso ogni impedimento. Essa si trova
nello scritto sull'intelletto contro Averroe. La data non ci è veramente
segnata; ma siccome essa é citata nella quinta dis-sertazione, e non nelle
altre prevedenti, è da dirsi essere la quarta. La quinta dissertazione é:
questio an denter unicersalin realia, ed é premessa al commento sulla fisica di
Urbano Servita, Averroista. Il Renan seguendo l'Hain, ha creduto che sia una
prefazione ('); invece è una questione a se, che la poca relazione propriamente
culla fisica. Antonio Alabante scrive al Vernia di leggere ed esaminare il
manoscritto di Urbano Servita, e di vedere se ne sia stato l'autore Giovanni
Marcanova, ovvero Ur-bano. Il Vernia risponde che il manoscritto nel primo
esemplare è di Urbano: Marcanova lo copiò e fu trovato nei libro di costui
senza indice: che è degno di essere stampato, jerche Urbano supera moltissimi
averroisti, e non islugge le questioni le più difficili della fisica.
Corrisponde alla gentilezza e stima di Alabante di Bologna con pari condutta,
mandandogli la dissertazione sugli uni-versali, perché la legga e gli dica se
può essere stanpata. La lettera di accompagnamento porta la data del
giugno 1492 da Padova; e la dissertazione è stata terininita nel 17 febbraio
1492 (*). Sino a questo tempo il Vernia è un pretto averroista, mostrando nei
suoi scritti unlampo di razionalitá e di liberta di filosofare pregevole e
rarissima a quei tempi. Ma alla sorveglianza del Vescovo di Padova e alla
• pietá di un uomo dottissimo quale era il Barozzi non poteva sfuggire il
libero pensiero del Vernia. Imperocche il Barozzi nel 4 maggio 1489 aveva
emanata la scomunica lutae sententiae a tutti quelli che disputavano
pubblicamente quoris quaesito colore, sull'unità dell' intelletto. Il
Vernia con tutto ciò si mantiene ancora fermo ai suoi principii; sperava che
essi fossero mantenuti illesi colla pubblicazione delle sue dottrine, affidata
alla protezione di uomo colto ed autorevole che l'aveva accolta. Cio non
basto a salvarlo: una più severa minaccia di seo-munica direttamente al Vernia
dovette venire, la quale l'obbligava a ritrattarsi. Non si puù spiegare
diversamente la vicinanza delle due date, della quarta e della sesta
dissertazione, nella quale ultima il Vernia si ritratta interamente del suo
averroismo. La questione degli universali porta la data del 17 febbraio. La
lettera poi di accompagnamento di questa dissertazione diretta ad Antonio
Alabante porta la data di giugno 1492; mentre quella contro l'unità
dell'intelletto è del 18 settembre, dello stesso anno, 1192. Non
dustrente ophtelmia quae me tune molestant, soggiunge il Vernia in fine: una
circostanza tuti'altro favorevole a fare scrittura. Argomento da ciò, che il
Vernia la dovuto affrettarsi a fare questa ritrattazione. Che la dissertazione
sesta sia un po' affrettata ed un poco anche confusi, é in qualcle parte
evidente. Che rimanga il dubbio di avere abbandonato l' averroismo
perfettamente, e evidentissimo; ed il Barozi se n'era già accorto. Epperò non
possiamo noi accettare come veridica la sua confessione, cioé, che solo per
disputare e per aguzzare l'ingegno tentò di corroborare con argonenti
l'opinione di Averroe intorno all'unico intelletto. Contro tale
dichiarazione sta non solo la dissertazione precedente dello stesso anno sugh
universali, in cui si professa pu-ru averroista, ma anche un'altra che è
sparita, intorno al-1180 nella prina questione preliminare intorno al soggetto
della fisica ('). Ma la vita di insegnante per 33 anni nell' università di
Padova sarebbe stata troppo scarsa di frutti intellettivi, se il Vernia si
fosse limitato a queste sole sei dissertil-zioni. Giá abbiamo visto che egli
emendo la fisica di Burleo. Anche ai tempi di POMPONAZZI (si veda) Burleo gode
all-cora grande autoritá nella scienza. Ed alcune opere di lui erano già andate
perdute (°). Un altro lavoro di cur-rezione di edizione lo fece intorno al de
caelo et murulo del Gianduno. Pellenegra di Troja che insegno filosofia morale
a Padova, ci da notizia di avere più accuratamente stampate le questioni del
Giandono che furono emendate da V. Noto questa notizia molto rilevan-Imperocché
sono di credere che molti hanno pubblicato dei lavori del Vernia, non originali
però, ma intorno ai commenti di Aristotele, appropriandosi in tutto e per tutto
gli scritti del filosofo chietino. Che V. non perde il tempo sulla cattedra, si
rileva dalle sue stesse parole nelle quali dice che essendo stato professore
per anni a Padova, crede essere poco decoroso, se non avesse pubblicato ció che
avea raccolto con diligenza per tanti anni dai filosofi latini. Egli non cessa
tutti i giorni di forbire e ritrallare i commenti che aveva fatto su tutti i
libri del LIZIO, perché potessero meritare di essere pubblicati . Ma manda alla
stampa in prima l'opuscolo sulla immortalità secondo la fede cattolica,
aí-finché fosse esso come il conduttiero delle altre opere. Prega inoltre
Grimani di accettare questo dono durante il tempo, che egli da un'aitra mano ai
coinmenti di Aristotele. Se la lettera dedicatoria è scritta nel 1499, nella
quale confessa che egli ha già pronti questi commenti, ma non li pubblica
perché hanno bisogno di essere ricor-secondo il tenore del suo opuscolo, cioè
contraria ad Averroe, di cui era stato per tanti anni fautore. Quindi si può
supporre, o che egli non li abbia pubblicati prima per la minaccia del Barozzi,
ovvero che dal 1499 egli siasi messo a ritrattare tutti i commenti in senso
anti-averroistico, e che non li abbia finiti per gli acciacchi della sua età.
Pochissimo é stato anche il tempo dalla pubblicazione dell'opuscolo alla sua
morte; quindi si può ritenere che i suoi scritti sieno andati nelle mani degli
altri. Una caratteristica quasi costante si può notare negli scritti del
Vernia, la quale è duplice, materiale e formale. Il Vernia è molto
ordinato nel suo scrivere: quasi tutte le sue dissertazioni sono divise in tre
parti: la prima espone tutti coloro che hanno deviato da Aristotele e dal suo
commentatore, Averroe; la seconda, che cosi al buno sentito entrambi intorno al
quesito proposto, e la terza contuta le opposizioni addotte dagli avversari.
Questo tenore di dividere in tre parti l'argomento era però comune a tutti i
tomisti e scotisti. Ciò riguarda la materia dei suoi argomenti. Circa la sua
opinione, a quale cioé, dei filosofi più si accostava, è da dire in genere, che
egli sebbene averroista, era piu veramente un albertista. Tomista non mai
periettanente. Il suo storzo è di mostrare che l'opinione di Averroe poco
differisce da quella di Alberto. Lo dice finanche nella sua sesta questione
contro l'unità dell'intelletto. Sebbene in quest'ultima sia stato costretto ad
essere tonista, per avvalorare la sua ritratta-zione. Il Vernia insegnava
propriamente li tisica a Padova, e non poteva sottrarsi all'esameseguace, d’AQUINO
(si veda) , o di Alberto. Tale questione era, se l'oggetto della filosofia
naturale era l'ens mobile, come disse S. Tommaso, ovvero il corpres mobile,
come opinó Alberto. Osserva che Egidio Romano combatté l'o-pinione di S.
Tommaso, perché la scienza naturale non è subalterna della metafisica; poiché
tre sono gli abiti speculativi, il metafisico, il matematico, ed il naturale. E
se la mobilità è un' accidentalità, questa non deriva punto dall' essere, in
quanto questo è obbietto della metafisica. La scienza naturale non é
parte della metafisica, ma que-sta e quelle sono diverse parti della filosofia.
D’AQUINO (si veda) la la più buona opinione, dicendolo il migliore espo-sitore
tra i latini; ma pure non solo in questa, ma in altre questioni gli é spesso
contrario. Lo Scoto volevi invece clie l'oggetto dalla fisica fosse la sostanza
naturale, che é soggetto del moto e di altre aflezioni. Ma se per naturale s'
intende il sensibile, soggiunge il Vernia, esso è il soggetto che é
principio di moto e di quiete. Sostiene perció che il corpo mobile sia il
soggetto della fisica. Otto sono le condizioni requisite per un subbietto di
una scienza: che sia reale, uno almeno per unitá analogica, universale,
adeguato, primo noto in quanto alla sua ragion formale, che abbia parti, che
abbia affe-zioni, che abbia principii. Ora l'errore di Antonio Andrea è di aver
posto l'essere come comune a Dio ed alla crea-tura. Queste otto condizioni si
trovano nel corpo mobile,l'ammettere il noto come soggetto di scienza, risponde
che quell'accidente solo non entra nella scienza, il quale non ha causa.
Due difficoltá considerevoli s'incontravano in tale de-finizione della fisica.
Se il corjo mobile é il subbietto della fisica, gli angeli sono mobili, ma non
sono corpi: inoltre, il cielo non é composto di materia e forma, e quindi cone
può essere l'obbietto della fisica? La questione dell'an- gelo
intorbidava la liberta di filosofare nella scienza na-turale. Intorno alle
specie ci era quella della plurabilita, o moltiplicabilità dell'angelo,
che non era ammessa da S. Tommaso, perché ogni angelo rappresentava la
specie tutta. Per l'anima umana invece si doveva sostenere la plu-
rabilita, altrimenti si cadeva nell'averroismo, e si ri-conosceva l'unita
dell'intelletto umano. Il Vernia confessa che egli intende di parlare secondo
la ragion na-turale in tale questione: e dice che gli angeli non si possono
muovere con una velocita infinita, perché la ve-locita dura un certo tempo: il
loro moto locale, se fosse veloce infinitamente, dovrebbe avere uno spazio
infinito ; locché non conviene all'angelo. Esso é dunque una so-stanza semplice
ricettiva di luogo, e quindi di moto. Era giá il primo indizio, con cui egli si
dipartiva dalle veritá di fede e della teologia ('). I teologi invero volevano
con-cedere all'angelo il moto infinitamente veloce, ovrero l'ubiquità,
negandogli il luogo. Locché e contraddittorrio per V. E se con AQUINO (si veda)
ammette che l'angelo rappresentando tutta la specie, era implurificabile, lo
stesso sosteneva rispetto all'intelletto umano. Ma si riserva di trattare
tale questione in quella dell'in-telletto. Se questo scritto sia stato
pubblicato, non si sa: forse dovette sparire dietro la persecuzione del
Barozzi; non credo però che gli fu impedito di pubblicarlo. Il Nifo pare che lo
accenni. Imperocché e chiaro che la citazione sui concorda perfettamente colla
dottrina che espone e che pol Il Nito combatte. Cioé, che per sostenere l'
unità dell'in-telletto, disse un nuoro espositore, che una stessa forma
spirituale informa subbiettivamente la fantasia e l'intel-letto. Imperocché la
forma spirituale può essere una di numero in diversi soggetti, come il colore
nell'acqua e nell'aria. L'intelletto in se come uno in atto informa il nostro
intelletto, ed é la specie intelligibile; informa an-clie la fantasia, ed è il
fantasma. La seconda difficolta era: se Averroe aveva ammes-
so che il cielo non è coinposto di materia e foria, perché é ingenerabile e pur
tuttavolta è mobile, come poteva abbracciare l'idea del corpo mobile il cielo e
le cose terre-stri? V.risponde che la sostanza mobile è cio che è soggetto alla
triplice dimensione. Pare accostarsi per ciò all'opinione di Egidio COLONNA
ROMANO (si veda) che pone identici natura nel cielo e nella terra. Ma pure non
é veramente cosi; perché confessa altrove che il cielo è atto, e non si da in
esso passaggio dall' essere al non essere. Il punto di vista interessante
per caratterizzare fin da ora il chietino filosofo è questo nel primo suo
lavoro, di-chiarare, cioè, la fisica indipendente della metafisica: sottrarre
la natura, per quanto poteva, dall'influenza della teologia. Fin di ora i
fisici non stunno in accordo coi metafisici. E una linea di condotta che è
troppo costante in V. La seconda dissertazione intorno alla
partizione delli filosofia è una prolusione che fece in un anno del suo
insegnamento; nel quale dovendo esporre la filosofia na-turale, esamina quali
sieno le relazioni delle varie parti del sapere al tutto. La filosofia,
dice il Vernia, è la perfezione del sapere; essa è prattica, speculativa e
razionale; e riducendo, è reale e razionale. Questa ultima è la logca; dando a
questa il solo valore razionale e non reale, il Vernia si dichiara vero
occamista: non tomista, né scotista. In tal guisa seguiva la tradizione patavina
cirça la logi-ca, la quale, non solo di Nicoletto Veneto e da Nicola della
Pergola era stata ritenuta come speculativa secondo Alberto, il differenza di
alcuni tomisti che la dissero pratica, ma anche di valore nominale; e cio era
la massima distinzione degli occanisti moderni dai logici antichi che erano o
tomisti, o scotisti. Siccome tre sono gli atti di ragione in eni jo siano
errare, tre sono le parti della logica che servono a dirigerci alla
verita. Le Categorie che Aristotele e Platone ricevettero da Archita da
TARANTO (si veda), servono a non attribuire id una cosa uni qualitá che
conviene ad un'altra. Il libro de interpretalione tratta delle enunciazioni
singole, in cui vi è la composizione, o la divisione dell'intelletto. Il terzo
atto é il sillogino pertetto: ed è questa l'arte nuova che fu da Aristotele
ritrovata. Questa parte é divisa nell'inventiva e nella giudicativa: quindi la
topica e la sofistica. Lia giudicativa è l'analitica, di cui la prima tratta
del sillogismo comune in cui si risolve la conclusione nella preinessa;la
seconda é quella che riduce gli elletti alle loro cause. La risolucione
prima é relativa alla seconda ; perché quella é comune ad ogni sillogismo,
questa é speciale al sillogismo che versa intorno alle cose necessarie.
Al libro dei primi analitici viene quello dei topici; e poi quello dei secondi
analitici, e finalmente quello degli elen-chi. Doyo, la rettorica e la
pratica. La scienza reale poi é divisa in prattica e speculativa.
Quella in fattiva come la medicina, ed in attiva clie com-prende l'etica,
l'economica e la politica. Questa com-pren Je la naturale, la matematica e la
divina. La consi-derazione intorno al mobile in se è della fisica, che è
pri-una tra le parti della filosofia naturale: se si considera il solo moto
locale, ecco la trattzione del cielo; se verso la forina, ecco il libro della
generazione; se verso il mi-sto, si la il libro dei meteorologici, e quello dei
minerali : se é animato, questo o è in genere ed ecco il libro de parcis
naturalibus, o é specitico, ed e il de planlis et de animalibus. La
scienza dell' anima contiene tre parti : la prima il trattato deila vita e
della morte, poi quello de respirationo e il de jucentute et seneclule, de
causis lougitulinis et bieritatzs citae, de sunate et acgrie-dine el de
nutrimento, i quali due ultimi libri non ci pervennero. La seconda ciò che
riguarda il motivo, de cresis motes animalium et de pingresse animalium.
La terra cio che è propriamente del sensitivo, quindi de sense et sensat), de
memoria et reminiscentia, de sonno et vigiliu. Ma perché dai sinili si procede
al dissimile, per-ció dopo il libro dell'anima in genere, vien quello del
senso, del sonno e della veglia. L'intelletto non a. endo concretez/a nel
corjo, é delle sostance separate che ap-partengono alla metatisica. Sbagliano
perciò coloro che dicono soggetto del libro dell'anima il corpo animato e che
l'anima sia sostanca del corpo. Perché il corpo ani-mato secondo le operazioni
comuni a tutti i corpi animati,è soggetto del libro perenni animalinm:
considerato poi secondo le operazioni specifiche è il soggetto dei libri de
animalibus et plantis. Il Vernia è nella dottrina dell'anima in armonia
colla dottrina del cielo. L'anima è propriamente l'intelligenza, così nel
cielo, come nell'uomo L'intelligenza è sostanza separata; eppero non appartiene
veramente alle cose né celesti, né umane. L'anima come senso, come fantasia,
appartiene alla natura, siccome la forma e la materia del cielo danno il cielo
nella sua pienezza. Questa dottrina del 1482 è in pieno accordo colla
dissertazione inedita del 1491, se il cielo é animato. Di qui è chiaro
l'ordine delle arti liberali: cioé, prima apprendiamo la grammatica, indi la
logica e la parola, poi la filosofia naturale e la matenatica: da ultimo la
divina sapienza. Da questa seconda dissertazione non comparisce per noi
nulla di notevole, salvo una mente abbastanza ordinata in mezzo a tutto il
ginepraio dei trattati aristotelici. Si può ritenere che il Vernia gia si era
dichiarato per l'unità dell'intelletto fin dal 1482, perché dichiara
l'intelletto non avere concreteria nel corpo, essendo una potenza separata. Una
dottrina che aveva per conseguenza la mortalitá dell'anima. Imperocché egli
confessa che non solo la sensazione, ma anche la memoria appartengono alla vita
sensitiva. Il senso non è che una specie dell'anima. L'intelletto come
unico appartiene alla metafisica. Non sappiamo se a quest'ora avesse gia
pubblicato il suo traltato de unitute intellectus. Forse no: ma questa
dichiarazione è già abbastanza, oltre quella che si trova nella prima
dis-sertazione, per dichiararlo rigido averroista. La terza
dissertazione, se sia jiù nobile la professione della medicina o quella del
dritto civile ('), ha qualcheche di spiritoso. Nissuno si deve meravigliare che
il Ver-nia abbia preso a trattare quest'argomento; poichè era egli un medico e
filosofo. Difatti, distingue in questo lavoro la medicina come scienza di cui
parla, dalla medicina come arte, la quale dipende da quella. I medici artisti
sono quelli che discreditano la nostra medicina, dice lui: e dovrebbero
essere espulsi dalle città ('). Dopo avere esposto alcuni argomenti in
contrario, tra cui, che il fine del dritto è fare l'uomo virtuoso, quello della
medicina conservarlo nel suo essere solamente, che con questa si sana il corpo,
con quello si sana l'anima, ragiona cosi per la parte vera. La medicina
riguarda la conservazione dell'individuo, che è come la sostanza migliore di
ogni accidente. Il dritto si appoggia sull'autorità dei dottori, la medicina dá
una certezza dimostrativa. Essa veramente dipende immediatamente dalla
filosofia na-turale. Senza di quella nulla si conoscerebbe: ed in essa consiste
la felicità, anzi che nella convivenza, che è una certa felicita. Dimostra a
lungo la felicità consistere nella speculazione; e gli pare clie il giurista
sia più lontano dall'ultimo fine che attinge il naturalista. La medicina fu
sempre avuta più in onore, epperò fu bene ricompensata. Qui non gli
mancano vari esempi dalla storia. Una scienza indeterminata e variabile non può
mai essere davvero scientifica. Tale è la legge degli atti umani, in cui è
impossibile dire universalmente un vero: anzi è utile in certi casi particolari
osservare l'opposto di una legge (°). I forestieri che entrano nella
cittá, sono puniti: ma se questa è assediata, ed entrano per liberarla, sono
degnidi premio. Cne leges cariantui secundum locorum commoditutes et ad libitum
hominum. Leges enim Ju-stiniani in Gallia nihil culent. Aristotele nel V
dell'etica le rassomiglia alle misure del vino e del frumento. Simi-liter non
naturalia et lumana justa non eadem ubi-que. Dopo aver distinto la inedicina
come scienza da quella come arte, osserva che gli scicnziati medici non solo
fanno gli esperimenti, ma ricercano le cause di essi dalle cose naturali. E se
ad Esculapio gli Ateniesi, ad Antonio Musso i Romani per avere sanato
Ottavio Augusto ere:-sero una statua di bronzo, che cosa dovremmo fare noi a
Gerardo Bolderio di Verona, principe tra i moderni medici? (').
Osserva clie i legislatori dei suoi tempi sono privi di cultura e li disprezza,
perclé non conoscono le scienze morali, nè quelle dell'anima. Tali non furono
gli antichi legislatori, come Solone ed Aristotele, che erano periti nella
scienza naturale. Dopo aver riferita l'autorità di (icerone nella pro Murena,
in cui dice che se Servio Sulpicio aprese dritto civile, non perciò trova
aperta la via al consolato, mette in ridicolo alcune glosse che si trovano nel
codice giustinianeo (*). Fra le risoluzioni delle difficoltà poste nella
prima parte della discussione, noto questa. Sebbene la virtú siapreferibile
alla vita nel genere dei costumi, perchè la morte è preferibile alla vita
turpe, perché è più lodevole chi muore per virti di chi vive ozioso; pure nel
genere della natura non è cosi, anzi è l'opposto, essendo preferibile l'essere
alla virtú. E siccome, più essenziale è il genere di natura di quello del
costume, è meglio vivere cle è il fine della medicina, che essere virtuoso che
è il fine della legge. Acuta riflessione! Questa dissertazione mi è apparsa la
più originale tra tutte, perché, oltre che è lasciata interamente la forma
scolastica, essendo scritta in maniera molto spigliata e libera, è piena di
osservazioni punto, sprezzabili. Né si dica che era usuale a quei tempi
l'invettiva dei professori di vari studi contro i legisti, i quali erano
decaduti nella stima jer l'aridità delle loro dottrine. Imperocchè V. si mostra
jiuttosto inspirato ad un altissimo concetto che è vero : cioè, che la scienza
della natura è la sola che ci procaccia una felicita per le verità conosciute,
le quali non sono variabili come le leggi umane. Comprendo che da essa risulta
pure evidente lo stato di decadimento della giuri-sprudenza a quei tempi. Ma V.
indica pure il modo come rinsanguare quegli studi coll' estendere la coltura a
quelle sorgenti, da cui puó fluire la vita del pensiero che era rimasta
assiderata nella forma e nella parola. La questione de paritus et lecilus
è di poca impor-tanza: tratta se i gravi e leggieri inanimati, rimosso
l'impedimento, si muovono localmente da se, o da altro. Espone secondo il
solito, le opinioni devianti da Aristotele e le confuta, quella di Averroe che
é la stessa di Ari-stotele, e finalmente risponde alle obbiezioni. L’Accademia che
pone l'anima e le cose inanimate muoversi da se, è in opposizione ad
Aristotele, che volle nissuna cosa poter muovere se stessa. Alberto disse
muoversi per accidente; e che non ci è bisogno del movente nel moto naturale,
ma solo nel violento: e questo è l'aria. Ma osserva che ogni moto ricerca per
se il movente, e tali sono i gravi. Contro AQUINO (si veda) che dice i gravi
fin-maliter si muovono da se, ed effectire dal movente, dice che per il moto in
atto ci è bisogno del movente in atto. Neppure l'opinione di Gianduno che
disse il movente essere la forma, e la materia la cosa mossa, sta benc, perché
allora la forma sarebbe movente e mossi, perché il moto in atto è distinto dal
motore. Alcuni teologi separarono la gravità dalla sostanza; e dissero clie
l'ostia consacrata cade in giù come gravità, non come sostanza. Ma questa
opinione non è naturale: e non ne parla perciò. Egli dice che i gravi e
leggieri, dopo che sono ge-nerati, si muovono da se, rimosso l'ostacolo, ai
loghi naturali propri, e fuori di essi sono mossi dall'aria per l'impeto dato
dal morente violento. I proiettili sono mossi dall'aria secondo Averroe, la
quale è causa della velocita. Imperocché il mobile in fine è più veloce,
perché maggiore quantità d'aria lo segue nel fine, che nel principio.Lo stesso
succede per l'acqua, perché aria ed acqua sono corpi interminati, indifferenti
a qualunque figura, come non é dei solidi. Cosi si spiega, perché la balista
percuote più a certa distanza che vicino, perché i raggi si uniscono nello
specchio a certa distanza. E curioso che si mantiene più fedele ad Averroe che
ad Alberto, il quale secondo lui non ha detto bene che i gravi sono mossi
dal-l'impeto ad essi dato e non dall'aria e dall'acqua, perché i gravi misti
terminati non sono nati a ricevere tali vio-lenze. Altrimenti un uomo
getterebbe a maggiore distanza una piuma che un pezzo di ferro; locché è contro
l'e-sperienza. E se il maestro Gaetano risponde, che avendo il ferro più
materia, riceve più impeto e va quindi a may-giore distanza, gli osserva V. che,
data una pietra ed un pezzo di ferro della stessa quantita, il ferro dovrebbe
andare a maggiore distanza. Cio proviene perché la mano si applica meglio alla
pietra, che alla piuma. Questa dissertazione fa troppo desiderare la
venuta di BONAIUTI (si veda )per isciogliere questo quesito della fisica che
arri-luppo nel buio le povere menti aristoteliche. Nella quinta
dissertazione, un dentur unirersalia vea-lia, il Vernia è ancora pretto
averroista, cioè sino algiugno del 1492. Espone secondo il solito le opinioni
devianti da Aristotele e dal commentatore, poi quella di questi due, e
finalmente risolve un numero immenso di obbiezioni. Dice che gli universali o
sono concetti puri secondo Occam, ovvero sono reali secondo Burleo nel prologo
della fisica; oppure ci è la via media in quanto sono reali nella cosa
singolare e formali nell'intenzione. V. prende lo stato della questione
non dai primordi della discussione, ma dalle ultine forme che aveva assunte
nella scienza. Perché il Burleo discepolo di Occam stando alla pura questione
filosofica, aseva guardato più alla parte fisica dei generi e delle specie, ed
Occam aveva ridotto la soluzione al puro nominalismo. Non crede dover fare
lunga discussione sugli universali ante rem, parendogli fuori proposito pei
tempi della scienza. Noi che camminiamo nella via media, dice lui, affermiamo
che l'essenza di ogni cosa si può considerare doppiamente, cioè in se, e nella
materia, in quanto è quell'aptitudo realis che nou è particolare, perche è una
essenza non di unitá di numero, ma l'unità secondo l'aptiludinem
communicabilitatis. È una comunità non di materia, ma di forma. Ed é appunto
questa inchoulio formae che é reale. Cosi nello sperma non cessa mai la forma
umana, fin tanto chie l'nomo si perfeziona. Altrimenti la forma sarebbe creata
dal niente di se. Il Vernia è un fisico, e non può trattare la questione degli
universali, se non dal lato della sua scienza. Essa si può dire che si
identiticacon quella dei germi della vita, sino ad un certo punto.Occam sciolge
la questione degli universali negando ogni esistenza astratta e tutto riducendo
il loro valore al puro termine. Ma la specie non ha valore in se? Ecco il
Burleo che ammette quest' universale nella specie : il Vernia lo chiama unita
di forma che é increata, eterna, appunto per negare la creazione temporanea
della specie. La difficoltà era per l'anima intellettiva, ritenendosi che
essa è creata prima e poi infusa nel corpo. Sebbene ciò, dice il Vernia, é
secondo la mente dei sacri teologi, non è però secondo la mente di Aristotele
('). Poichè secondo Averroe nel settimo della metafisica non può uno stesso
effelto essere prodotto da due agenti che non sono subordinati nell'operare, e
che non concorrono aggiustata-mente allo stesso effetto. Cosi sarebbe di Dio e
di un particolare agente nella generazione di Socrate. Epperó egli é di
opinione clie la dottrina di Alberto a questo punto poco differisca da quella
di Averroe. Il quale volle tutte le forme prodotte ed emanate dalla potenza
della materia e non per creazione, la quale credette essere impossibile. Quindi
l'anima intellettiva non è creata, maché la volle creata. Ma cio che ha
esistenza preesistente, è al aeterno. Il Vernia nella questione
dell'anima vede la cosa secondo il fatto. L'uomo genera l'uomo per l'apretito
naturale clie non può essere indarno. L'agente fa la mil- tazione,
trasmutando la materia dalla potenza all'atto, non congregando due cose jer
fare l'unità di un effetto: cosi si approssima alla creazione. La forma non si
crei, ma si produce per generazione. La creazione de noco non gli va. La
generazione non é per trasferimento secondo Anassagora, nè per le idee secondo
Platone. Per Averroe quando succede la generazione, vi è qualche cosa che si
completa: la forma è il termine di essa. La forma particolare è distinta dalla
essenza che la include; jercio essa non si crea, ma si genera. Se Alberto dice
che è creata dal niente di se stessa, rispondo che è jer accidente ge-nerata. E
se soggiunge che incomincia ad essere de noco, rispondo anche dicendo non dal
niente di se stessa, ma da qualche clie di se, cioè dalla essenza che è
l'incoazio-ne ed il seme nella stessa specie. E coloro che non intendono queste
cose, non hanno il cervello abilitato al bene, e non sono atti a filosofare
secondo i principi di Aristotele ('), il cui assioma è dal niente niente farsi.
La quale dottrina fu accolta da tutti quelli che parlano naturalmente. Ottima
confessione! Ma osserva ancora che la forma della specie non è distinta da
quella dell'individuo; perché nell'uomo vi è una forma particolare che si dice
l'anima cogitativa. Nello sperma da cui si ha l'uomo, non si distruggono le
parti di esso, ma si generano successivamente le forme dell'uono, finchè si
perfeziona la forma umana. L'incoa-tivo sene non è una potenza subbiettiva, ma
potenza formale, distinta dalla materia ('). Da ciò segue darsi gli universali
reali. Anzi arriva a dire che tutte le specie rimangono in ogni ora, altrimenti
tutto sarebbe corrutti-bile, locché appartiene al solo singolare. Perfino il
concetto di finalità nella natura non lo ammette; poiché il fine è ens
rationis, il quale è ben diverso dal processo naturale, che non dipende
dall'anima nostra. L'incoazio- ne è reale, dice più prima, é nella
materia, non è nell'intuizione delle cause agenti (*). Segue una immensità di
obbiezioni che tralascio per brevità: qualcuna solo voglio menzionare. Con
questa teoria in ogni uomo vi sarebbe qualche che dell' asino; risponde : in
potenza vi é questa indifferenza della specie, in atto no. Essendo questi
universali separati dall'individuo, non vi sarebbe la necessita dell'intelletto
agente. Risponde: questo essere necessario a produrre nell'intelletto jossibile
mediante i fantasmi le intenzioni dell'intelletto in atto. Nota poi con Alberto
che questi universali incorporei sono sempliciquiddità ulique eristentes, come
la quantità indetermi-nata. Infine a Burleo che nega gli universali nella
mente, altrimenti si andrebbe all'infinito nei concetti comuni, e cosi non vi
sarebbero principi primi della scienza, rispon-de, che il concetto dell'
essenza in ratione entis è singo-lare, in ratione signi è comunissimo. Un uomo
e un uomo sono lo stesso rutione signi, ma differiscono mate-rialiter. Per
questa dottrina egli si avvicina di molto ad Occam che è un puro terminista; ritiene
con lui gli universali nella mente rutione signi, e combatte Burleo clie li
negó nella mente: ma ritiene con costui la realtà degli universali come enti
obbiettivi, che nego l'Occam. In questa dissertazione vi è del buono, vi è del
fal-so. Ad ogni modo è la ultima manifestazione del suo averroismo. Il Vernia
nega la creazione perché riconosce in natura la sola generazione: ed arriva
sino a toccare la questione nebulosa della generazione spontanea colla dottrina
della indifferenza dei generi. Non fa eccezione per l'uomo e neinmeno per
l'anima cogitativa, dicendola una specie non diversa dall'individuo, un'
accidentalità della natura, per cui non ci è bisogno della creazione de noco.
Nega l'infondersi dell'anima nel corpo umano secondo S. Tommaso, reputando
sufficiente la generazione per l'appetito naturale inerente all'uomo. Questo è
il lato più vero dell'arerroismo professato dal Vernia. E se ritiene gli
universali separati dai singolari in quanto sono in se, non è meraviglia che
sia costretto ad ammettere anche l'intelletto agente che completa nell'uomo la
cognizione. Il Vernia mi pare proprio sospeso tra il cielo e la terra, tra la
scolastica antica a cui non può dare un totale addio, e la nuova dottrina della
realtá della natura di cui ne ha qualche presagio. E certo peró, che se altro
scritto mancasse a conoscere qualche valore negli studi naturali, questa quinta
dissertazione è la più valida prova del suo talento negli studi filosofici. Con
questa dissertazione quinta preceduta dall'altra, se il cielo èanimato,
inedita, il Vernia chiude il suo averroismo il più deciso. E si noti che è una
dissertazione in cui fu minacciato della scomunica; cioé prima della sua
ritrattazione, e prima del saggio de
intellecte di Nifo, che ne è il preludio. Discepolo e maestro, cioe Nifo
prima e V. scrivono due saggi *contro* l'unità dell'intelletto di
Averroe. Il trattato de intellectu di Nifo è molto più lungo: maci
sostara e quine di io iu pablicato nel 1503, cosi quello di V. vidde la luce
nel 1499. Naude ha detto che il de intellecte di Nifo fu prima di quello de
unitrle di V. É vero, perché nella dedica del libro a Baduario, patrizio veneto,
dice che gli avevabe procurato di stamparla, se non ci fossero stati gli
invidiosi che lo accusavano di eresia. Da ció si è argomentato che Nifo ha giá
fatto il trattato; e che avendo diteso V., si attirò sopra di lui accuse di
eresia; epperò fu costretto a pubblicarlo nell'anno dopo, avendolo prima del
tutto emendato. E questo ha potuto essere sino a quando V. è ancora
averroista. Ma mutatosi d'opinione il maestro, si muto anche lo scolaro.
Ki-mane la difficoltà rispetto al Vernia, che è maggiore di quella di Nifo,
come dopo più di due mesi soltanto cambio opinione, cive da averroista
addivenne antiaveroista col trattato de unitute intellectus contro Averroe. Di
cosi subitanea mutazione la causa dovette essere la scomunica di Barozzi
fattasi sentire un po' più efficacemente. Che il Nifo ricerette dal
Vernia l'indirizzo fondamentale dalla sua ritrattazione, risulta non solo
dall'andamento del libro de intellecte nel tutto insieme, ma anche da un'al-tra
circostanza che c' induce a credere cosi. Nifo confessa nella dedica del
commento de anima al Giulio cardinale dei Medici, che tutte le cose raccolte
sul de anima da lui fin da quasi fanciullo gli furono rubate e stampate a sua
insaputa e col suo nome, acciocché la cosa fosse più verosimile (). Si capisce
che queste cose raccolte furono sotto scuola del Vernia. E se il de intellectu
a confessione del Nifo si intende per il commento de anima, e deve succedere a
questo, ed è giudicato il primo parto suo giovanile, è ragionevole supporre che
l'un e l'altro libro sieno stati inspirati dal suo maestro nei punti principali
della ritrat-tazione. Percorriamo ora brevemente la sesta dissertazione,
per vederne il contenuto. Dice che Anassagora, Esiodo, Senofane, Melisso di
VELIA e VELIA convengono nel porre che sia lo stesso Dio e l'anima
intellettiva: unico Dio, unico intelletto. Di qui nacque l'errore di Averroe e
di altri peripatetici che dicono uno essere l'intelletto in tutti.
Democrito e Leucippo non facendo differenza tra senso ed intelletto, ammisero
l'anima fatta di atomi. Empedocle volle l'anima composta degli stessi principii
delle cose, perché conosce queste cose. Costoro dunque ammettono l'anima
generabile. Riferisce l'opinione di Pitagora che pose l'anima immortale per la
metempsicosi, e di Platone che disse l'anima da Dio creata, infusa nei corpi.
Ma Origene secondo AQUINO (si veda) volle l'anima creata de noronon eterna,
rinchiusa nel corpo pel peccato originale. Avicenna che ammise
l'immortalità, disse le specie non causate dai fantasmi per l'agente
intelletto, ma clie questi dispongano l'anima a ricevere le specie. Dopo ciò,
magna discordia inter peripateticos, perché in Aristotele non si trova sciolta
né la prima ne la seconda questione, cioe an anima intellection sit forina
substantiulis humani corporis, utrunce sit in eo felicitabilis. Alessandro
ammise l'anima intellettiva essere eterna, e pose l'intelletto agente e
possibile come eterni. Averroe non avendo conosciuto il horo dell'anima di
Aristotele, disse l'intelletto possibile corruttibile, ed intese per intelletto
possibile l'anima cogitativa. Ma se è immortale l'agente, tale è anche il
possibile. La sua attitudine a tutto ricevere è in consonanza colla libertà.
Qui ci è una esposizione delle ragioni per cui Averroe ammise l'unita
dell'intelletto; perché è impossibile l'infinita moltitudine d'intelletti,
perché non non vi è moltitudine nella stessa specie se non per la materia,
perché è impossibile la creazione. E subito dopo una imprecazione ad
Arerroe. Conchiude coi peripatetici più famosi che tra Platone ed
Aristotele non ci è discordia, se non nelle parole, e che l' anima sia
sostanziale dans esse forinaliter corpori hurano, moltiplicata in singulis
hominibus, ab acteï-no creata a deo et corporibus infusa. E ciò secundum
sacrosanctam Rom. Ecclesiam et veritatem. Ma ci è qualche cosa di più: sostiene
che queste cose non solo bisogna credere ex fide, sei philosoplice, non dicendo
nulla di contrario ai principii di Aristotele. Arriva ad ascrivere ad
Aristotele anche la creazione: locché é la cosa più strana per il Vernia, che a
questo profosito si era cosi decisanente espresso cessario cambiarne altre con
quella connesse. Ritiene perciò che all'anima non conviene mutazione per
l'acquisto della scienza. Per l'unione ai fantasmi è l'universale co-
nosciuto. Ma il singolare non può essere conosciuto prima dall'intelletto, ma
solo dal senso in cui vi è mutazione. Nega quindi al Gianduno che
l'intelletto per conoscere l'universale abbia prima bisogno della conoscenza
del particolare; altrimenti vi sarebbe mutazione nella scienza, e quindi
alterazione nell'intelletto. Cosi spiega che l'inten-dere è per reminiscenza.
Similmente circa la indivisibilità dell'anima, il cui opposto ammise Averroe,
Osserva che se l'anima non fosse tale, l'uomo non sarebbe lo stesso da mane a
sera. Un altro inciampo era, come l'anima intellettiva dá l'essere al corpo
umano. Crede una stoltezza l'affermare col Gianduno che non può avvenire se non
jer miracolo, che una forma inestesa dia l'estensione. Qui intanto anche
lui si rifugia alla fede, ut fideles po-nunt. Finalmente ne dimostra la
immortalità: ciò che é indebilitabile per la esistenza dell'oggetto, è
immortale. L'intelletto è tale: è eterno, come gli universali, non è
organico, jerché la sua operazione non è corporea. Un argomento spesso
riprodotto dal Pomponazzi, è questo : non si va da un estremo all'altro senza
un mezzo. Tri la forma astratta e la nateriale ci è la media che dá l'essere
alla materiale: e jer questo conviene colla be-stia, ed è incorrutibile come la
celeste natura. In mezzo a tante difficoltà che tratta, egli è però convinto
che lasoluzione si trova nella fede: e e Platone si accostò alla verità, non la
vidde completamente. Sei soluin ficiles inspirationis lemine fidei illuminati
ceritatem attingere complete, et soli complete salisfuciunt omnies poesi-
tis in his difficultatibies. Da questa dissertazione si vede che V. mostra
di aver perduto ogni vigoria speculativa, ed ogni connes sione stretta di
pensare. Ed essa si può piuttosto accettare come una confessione di fede, anzi
che come una vera tesi scientifica. Il rifugio nella scienza è AQUINO (si veda),
od un Platonismo cristiano. Tale era l'intonazione che da Bessarione venendo in
Italia: e questa si seguito piuttosto a Firenze, che a Padova. E nissnn dubbio
che questo indirizzo lo segue il Vernia. E credo che gli faceva coin-modo per
levarsi dagli impicci che gli dava il Baroz-zi, e perché desiderava il
canonicato di Aquileia, al quale avrebbe trovato ajerta la via con tale
pubblica con-tessione. Ma, siccome è troppo difficile abbandonare quelle idee
che sono state il nutrimento di un giovane intelletto; cosi anche qui si vede
in mezzo alle imprecazioni ad Averroe ed alle eccessive dottrine di fede, una
tendenza a mitigare l'averroismo, cioè a con-temperarlo colle dottrine della
chiesa. Ed il Barorzi gli dice nella lettera di risposta che lui la fatto bene
di fare questo opuscolo, sia che senta cosi, sia che no, perché la sua autorità
è grandissima. E lo paragona a S. Paolo con- vertito; ma pure il sospetto
sulla sua fede non cessó to-talmente. Epperò egli replica la sua confessione
dopo pochi mesi dalla pubblicazione del suo opuscolo nel suo testamento.
Il Nifo nella età giovane imito in tutto il suo mae.tro nella tarda etá colla
sua barcollante fede nell' arerroi-smo. Cosa che il Pomponazzi gli osservò bene
nel de-fensorium. Che autorità ha quest'uomo (ei dice) che mentre ora segue
l'unita dell'intelletto che noi diciano essere di Averroe, prima l'ha
condannata! Allude appunto al trat-se il sistema secondo il Bessarione, di non
avere nissun criterio proprio. E nella prefazione al de Anima egli professa col
Bessarione che né Platone ne Aristotele arrivarono perfettamente alla fede
ortodossa; ma in loro si osserva una parvenza della nostra religione, che poi
il creatore per mezzo della dottrina del suo figlio rivelò più manife-stamente.
Le sentenze perció di Platone e di Aristotele si debbono accomodare a quella di
Cristo. Tale fu il Ver-nia nell'eta decrepita, e tale il Nifo nella
gioventi. Il sistema era molto commodo non solo a non avere disturbi
quali ebbe il Vernia, ma anche ad aprirsi una via sicura agli onori che la chiesa
impartiva. Era il tempo della simonia allora: una fede anche larvata ci voleva
semj re, come scala alle lucrose onorificenze. Noi non ci meraviglieremo
delia confessione del Ver-nia, o meglio della sua ritrattazione, perclé ancle
il povero Pomponari fu obbligato a confessare che gli argomenti del Padre
Crisostomo, dell'ordine dei predicatori, contro il suo trattato de
immortalitale erano fuori ogni dubbio. E si obbliga che il suo libro non puù
esser venduto senza quella aggiunzione! Solo ci possiamo meravigliare del suo
discejolo che seppe imitare a proprio vantaggio ció che fu un tratto di
deboleza senile del suo maestro, senza aver mai dato in tutte le sue 44 opere
un lampo di ingegno un po' libero e meno servile alla chiesa. Nicoletto Vernia. Vernia. Keywords: i parepatetici, i
parepatetici padovani – i parepatetici di padova, il lizio, unita, Aquino,
method in philosophical psychology -- Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft
MS – Luigi Speranza, “Grice e Vernia: viva Aristotele!” – The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria. Vernia.
Grice e Vero: la ragione
conversazionale a Roma – l’implicatura conversazionale del fratello d’Antonino –
la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Like Antonino, he is adopted by
Antonino Pio. They share many tutors,
including Erode Attico, Frontone, Apollonio, and Sesto. They both succeed the
throne when their adoptive father dies. When he dies, his brother deifies him
for the Roman people. Quando Marco Aurelio , gia’ Cesare di Antonino Pio , divenne Augusto
alla morte del padre adottivo , si verifico’ un fatto straordinario : l’ Impero
Romano ebbe per la prima volta nella sua storia due Imperatori legittimi ; ma
come si giunse a questa anomala circostanza ?
L' Imperatore Adriano aveva stabilito che alla sua morte l’ Impero
passasse all’ adottato Cesare , Lucio Ceionio Commodo , meglio conosciuto come
Lucio Elio Vero , non tutti i consiglieri di Adriano approvarono questa scelta
, ma cosi’ fu ; Lucio Elio dopo una breve permanenza lungo la frontiera del
Danubio , tipiche di questo periodo sono le monete emesse con al rovescio
Pannonia , tornò a Roma per pronunciarvi il primo giorno del 138 , un discorso
innanzi al Senato riunito . La notte prima del discorso però si ammalò e morì
di emorragia nel corso della giornata . Il 24 gennaio del 138 Adriano scelse
allora come successore Aurelio Antonino , che assunse poi l’ appellativo di Pio
, obbligandolo a sua volta di adottare il futuro Imperatore Marco Aurelio e
Lucio Vero il figlio di Elio Cesare .
Marco Aurelio , nato come Marco Annio Catilio Severo , divenne Marco
Annio Vero , che era il nome di suo padre , al momento del matrimonio con sua
cugina Faustina , figlia di Antonino , assunse quindi il nome di Marco Aurelio
Cesare , figlio dell' Augusto , durante l'impero di Antonino Pio . Marco Aurelio Antonino fu dunque , su
espressa indicazione di Adriano , adottato nel 138 dal futuro suocero e zio
acquisito Antonino Pio che lo nominò erede all' Impero . Alla morte di Antonino
Pio il Senato voleva confermare solo Marco ma si rifiutò di entrare in carica
senza che Lucio ricevesse gli stessi onori , alla fine il Senato fu costretto
ad accettare e insignì anche Lucio Vero del titolo di Augustus . Marco divenne
nella titolatura ufficiale , Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto
mentre Lucio divenne Imperatore Cesare Lucio Aurelio Vero Augusto . Per la
prima volta Roma veniva governata da due imperatori contemporaneamente . Marco conservò una preminenza , dovuta al
fatto che era stato Cesare dell’ ultimo Imperatore Antonino Pio , fatto che
Vero non contestò mai sebbene la sua elezione ad Augusto fosse stata voluta da
Adriano per onorare la memoria di Lucio Elio adottandone il figlio e al tempo
stesso lasciare l' Impero anche a Marco
Aurelio di cui aveva capito le grandi qualità . A dispetto della loro
uguaglianza nominale , Marco ebbe maggior autorita' di Lucio Vero e fu Console
una volta di più avendo condiviso la carica già con Antonino Pio ; fu anche il
solo tra i due a divenire Pontifice Massimo . In pratica l' Imperatore più
anziano , Marco Aurelio aveva circa 10 anni piu' di Lucio Vero , deteneva un
comando superiore al fratello più giovane .
Marco Aurelio durante l’ Impero tenuto in fratellanza con Lucio Vero
ebbe diversi figli da Faustina minore ma uno solo sopravvisse , il futuro
Imperatore Commodo . Apparentemente sembra che i due Imperatori regnassero in
armonia con l’ unica informazione certa che Marco Aurelio non approvasse lo
stile di vita del fratello adottivo in quanto da lui ritenuta troppo libertina
per un Imperatore , come dimostro’ Lucio nella campagna partica nella quale
affido’ in loco gran parte della guerra ai suoi generali mentre lui si
divertiva in Antiochia ; Lucio ebbe anche qualche remora nel seguire Marco
nella campagna in Germania essendo da poco tornato dall’ Oriente . A questo punto della storia sorge la domanda
del titolo , la morte di Lucio Vero ad Altino vicino Venezia a causa di un
colpo apoplettico , fu casualita’ naturale o dovuta ad altra causa ? La domanda
nasce spontanea per due motivi principali , il primo , forse meno importante ,
si riferisce al fatto che Cassio Dione nel narrare dei fatti di questa epoca ,
tace completamente sulla morte di Lucio Vero e questo fatto e’ alquanto strano
aver taciuto sulla morte di un Imperatore conoscendo la serieta’ ,
scrupolisita’ e precisione dello storico greco , una dimenticanza ? Forse , ma
rimane comunque un fatto strano .
Secondo motivo , piu’ importante , e’ che Marco Aurelio aveva quasi 10 anni
in piu’ di Lucio vero e sapendo sempre tramite Cassio Dione che Marco Aurelio
era di costituzione fisica non perfetta anzi cagionevole , in teoria sarebbe
forse morto con molta probabilita’ prima di Lucio Vero e a quell’ epoca avere
10 anni in piu’ rispetto ad altra persona era quasi una naturale condanna a
morire prima . Cio’ avrebbe comportato il fatto che Lucio Vero sarebbe rimasto
un giorno unico Imperatore legittimo in carica , alla barba di Commodo figlio
di Marco , oppure se questi avesse rivendicato l’ Impero anche per se , si
sarebbe verificato il rischio di una guerra civile , come in seguito avvenne
tra Marco e Avidio Cassio . Insomma i motivi per eliminare Lucio Vero erano
seri , a Marco non piaceva il suo stile di vita e si sentiva anche legato nelle
scelte di politica imperiale , inoltre lo strano assoluto silenzio di Cassio
Dione sulla morte di Lucio lascia quanto meno perplessi essendo stato questi un
Imperatore . Occorre anche aggiungere
che Giulio Capitolino nel narrare la Vita di Marco Aurelio riporta un passo
secondo cui Marco Aurelio , nonostante le sue grandi qualita’ morali da tutti
riconosciutegli , “sapesse anche abilmente fingere o almeno di essere meno
leale di quanto sembrava” Al termine di
questo discorso si puo’ affermare che non esiste nulla di concreto , si
ipotizza soltanto , ma le basi per avere dei blandi sospetti esistono ;
naturalmente se di omicidio si tratto’ , non e’ detto che sia avvenuto per
volonta' di Marco Aurelio , contrasterebbe troppo con la sua natura umana ,
potrebbe essere stato deciso da altra persona della cerchia imperiale , i
pettegolezzi circa la sua morte , inseriti nella Vita di Lucio Vero , in questo
senso non mancano . In foto un cammeo
antico in sardonice con Marco e Lucio , due busti al Museo di Londra , una
moneta celebrante la Concordia degli Augusti e una di Lucio Elio con la
Pannonia .Lucio Vero. Vero. Keywords: il principe filosofo. Luigi Speranza,
“Grice e Vero”. Vero.
Grice e Veronelli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del sadismo italiano – la scuola di Milano – filosofia milanese
– filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano).
Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Essential
Italian philosopher. Figura
centrale nella valorizzazione e diffusione del patrimonio eno-gastronomico.
Antesignano di espressioni e punti di vista che poi sono entrati nell'uso
comune e protagonista di caparbie battaglie per la preservazione delle
diversità nel campo della produzione agricola e alimentare, attraverso la
creazione delle denominazioni comunali, le battaglie a fianco delle
amministrazioni locali, l'appoggio ai produttori al dettaglio. V. assieme ad
alcuni sommelier F.I.S.A.R. Originario del quartiere Isola di Milano, dopo il r.
ginnasio Parini, compie studi di filosofia a Milano, diventando assistente di BARIE
(vedi). Si professa per tutta la vita di fede anarchica, rifacendosi anche alle
ultime lezioni tenute da CROCE a Milano. Inizia l'esperienza di editore,
pubblicando tre riviste: “I problemi del socialismo,” “Il pensiero”, e “Il
gastronomo.” Pubblica “La questione sociale di Proudhon” e “Historiettes,
contes et fabliaux di De Sade”. Per quest'ultima viene condannato, insieme a MANFREDI
(autore dei disegni, poi assolto), a tre mesi di reclusione per il reato di
pornografia. L’opera di De Sade e poi messa al rogo nel cortile della procura
di Varese. Subisce anche una condanna di VI mesi di detenzione per aver
istigato i contadini piemontesi alla rivolta, con l'occupazione della stazione
di Asti e dell'auto-strada, per protestare contro l'indifferenza della politica
per i problemi dei contadini e dei piccoli produttori. Diventa collaboratore de
Il Giorno. L'attività giornalistica lo impegna, e i suoi articoli, di
stile aulico e provocatorio, ricchi di neologismi e arcaismi, faranno scuola
nel giornalismo eno-gastronomico e no. Tra le testate cui collabora vanno
ricordate, oltre a Il Giorno: Corriere della Sera, Class, Il Sommelier, V. EV,
Carta, Panorama, Epoca, Amica, Capital, Week End, L'Espresso, Sorrisi e Canzoni
TV, A Rivista Anarchica, Travel e Wine Spectator, Decanter, Gran Riserva ed
Enciclopedia del Vino, The European. L'apparizione televisiva ne aumenta
notevolmente la fama, in particolare A tavola alle 7, in cui conduce il
programma prima a fianco di Scala e di Orsini, poi di Ave Ninchi, e il Viaggio
Sentimentale nell'Italia dei Vini, dove realizza l'aggiornamento, provocatorio
e di denuncia, della viti-coltura italiana, con inchieste, interviste, proposte
che hanno scosso quel mondo. La sua attività di ricerca e di
approfondimento nel campo eno-gastronomico lo porta alla pubblicazione di
alcune opere fondamentali, anche di carattere divulgativo. Da segnalare: “I
Vignaioli Storici”, “Cataloghi dei Vini d'Italia”, dei “Vini del Mondo”, “Degli
Spumanti e degli Champagne, delle Acquaviti e degli Oli extra-vergine”, “Alla
ricerca dei cibi perduti”, “Il vino giusto”, e la collana Guide V. all'Italia
piacevole. Fondamentale anche la collaborazione con Carnacina, maître e gastronomo
celeberrimo e Guazzoni maître e sommelier. Ne nascono, ad esempio, “La cucina
italiana” e “Il Carnacina.” Fonda la seconda V. Editore col puntuale
obiettivo di approfondire la classificazione dell'immenso patrimonio
gastronomico italiano e contribuire ad accrescere la conoscenza dell’attrattive
turistiche del “paese più bello del mondo,” secondo Platone. La casa editrice cessa
l'attività a fine. Collabora con Derive\Approdi scrivendo le prefazioni ad
alcuni libri di carattere storico, politico e gastronomico. L'intenso
rapporto epistolare sulle pagine di Carta con Echaurren costituisce un forte
stimolo di riflessione sulle questioni legate alla terra e alla qualità della
vita materiale per il movimento contro la globalizzazione. Isieme ad alcuni
centri sociali, tra cui La Chimica di Verona e il Leoncavallo di Milano, al
movimento Terra e libertà. Sempre di questi anni le battaglie per le denominazioni
comunali, una salvaguardia dell'origine di un prodotto; per il prezzo-sorgente,
cioè l'identificazione del prezzo di un prodotto alimentare all'origine, per
rendere evidenti eccessivi ricarichi nei passaggi dal produttore al
consumatore; per l'olio extra vergine d'oliva, contro le prepotenze e il
monopolio delle multi-nazionali e le ingiustizie della legislazione per i
piccoli olive-coltori. Di idee anarchiche, si è anche interessato di
questioni filosofiche, pubblicando anche articoli su A/Rivista Anarchica e
saggi. Le pubblicazioni hanno subito il segno dei suoi interessi
libertari, libertini, eno-gastronomici: racconti, novelle e novelline di de
Sade -- che gli procurerà una denuncia e la condanna al rogo dei libri, tra gli
ultimi roghi di libri avvenuti in Italia --, le poesie di Pagliarani, la
rivista Il gastronomo e quella di filosofia “Il pensiero”, poi interessante per
qualche anno e l'editore della rivista Problemi del socialismo, diretta da BASSO.
In seguito mise un po' in disparte le questioni filosofiche per concentrarsi su
quelle più propriamente eno-gastronomiche e agricole. In A-Rivista Anarchica si
definisce V. l'"anarchenologo" ritenendo che l'attività di V. vada
inquadrata in un ambito libertario e contro l'attività delle multi-nazionali agricole.
Gli anarchici della Cellula V., con l'intento di mostrare l'aspetto più
propriamente politico di V., hanno organizzato un incontro intitolato "V. politico",
a cui hanno preso parte personalità del calibro di MURA, giornalista di La
Repubblica, FERRARI della Federazione Anarchica Reggiana (promotrice
dell'evento biennale, ideato nella sua prima edizione insieme allo stesso
Veronelli, Le cucine del popolo) e TIBALDI. Dag’anarchici è sempre stato
considerato un compagno. V. e un libertario, un uomo colto, senza dogmi, senza
ipocrisie, in perenne lotta contro l’armate schiaviste delle multi-nazionali (Pagliaro,
Umanità Nova, Milano gli attribuisce l'ambrogino d'oro. Rassegna stampa. A-Rivista,
Lettera i giovani estremi Proudhon: La
questione sociale – V. politico. L'ultimo dei vini artigianali sarà sempre
migliore del primo dei vini industriali, perché avrà un'anima -- Il canto della
Terra. Il nostro anarchenologo. Un incontro inatteso. Cellula V. Veronelli politico.
Circolo Cucine del Popolo, l'addio, Bosana Salsa suprema. Luigi Veronelli.
Veronelli. Keywords. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft – Luigi Speranza,
“Grice e Veronelli: metafisica dell’amore” – The Swimming-Pool Library,
Liguria. Veronelli.
Grice e Verrecchia: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della falena dello spirito – la scuola di Vallerotonda –
filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Vallerotonda).
Filosofo italiano. Filosofo lazio. Vallerotonda, Frosinone, Lazio. Essential
Italian philosopher. Studia a Torino. Trascorse un certo periodo nel parco
nazionale del Gran Paradiso, considerato come il più formativo della sua vita.
Lì contempla in modo disinteressato i fenomeni della natura. Fa tre università
-- e solito dire -: quella vera e propria, che non mi ha dato nulla o quasi; la
collaborazione alle pagine dei quotidiani come elzevirista, che mi ha costretto
a leggere libri che altrimenti non avrei mai letto; e infine l'università più
utile in assoluto, vale a dire il soggiorno nel Gran Paradiso a contatto con la
natura. Frutto di quel soggiorno è il saggio che contiene la sua filosofia,
potentemente aforistica. I manoscritti riaffiorati molto più tardi spiegano la
tardività della sua pubblicazione, avvenuta presso Fògolasi tratta del Diario
del Gran Paradiso. Visse poi a Berlino ed e per addetto culturale all'ambasciata
d'Italia a Vienna. Collabora alle pagine culturali di giornali italiani, tra
cui Il Resto del Carlino, La Stampa, Il Giornale. Collabora stranieri (Die
Presse, Die Welt). Non parla volentieri della sua vita privata perché, dice, di
un filosofo ciò che interessa sono gli teorie e non le vicissitudini personali.
Traduttore di Lichtenberg, appassionato studioso di BRUNO e Nietzsche, nel suo
orizzonte culturale, però, la figura che risalta di più è senz'altro quella di
Schopenhauer, da lui considerato a tutti gl’effetti un maestro da tradurre e
continuare. Elementi caratteristici dei suoi saggi sono l'irriducibile vena
polemica e una sacra bilis, ma la sua prosa spicca anche per chiarezza ed
energia. La sua prosa insieme a quella di CERONETTI, SGALAMBRO e GIAMETTA è stata
giudicata la migliore prosa filosofica. Saggi: “L'eretico dello spirito” (Firenze:
Nuova Italia); “La catastrofe di Nietzsche a Torino” (Torino: Einaudi), “La
tragedia di Nietzsche a Torino: la catastrofe del filosofo che sogna un super-uomo
al di là del bene e del male (Milano: Bompiani); “Incontri viennesi” (Genova: Marietti),
“Cieli d'Italia (Milano: Spiral); “Diario del Gran Paradiso (Torino: Fogola), “BRUNO:
la falena dello spirito” (Roma: Donzelli); “Rapsodia viennese: luoghi e
personaggi celebri della capitale danubiana” (Roma: Donzelli), “Schopenhauer e
la Vispa Teresa: l'Italia, le donne, le avventure” (Roma: Donzelli), “Vagabondaggi
culturali” (Torino: Fogola); “La stufa dell'Anti-cristo: altri vagabondaggi
culturali” (Torino: Fogola), “Batracomachia di Bayeruth: nietzschiani contro wagneriani;
Padova: il prato, Lettere Mercuriali (Torino: Fògola). “Il cantore filosofo” (Firenze,
Clinamen); “Il mastino del Parnaso: elzeviri e polemiche” (Firenze: Clinamen); Saggi
introduttivi, traduzioni e cure Viaggio in Italia di Mommsen (Torino: Fogola). Libretto di
consolazione (Milano: Rizzoli); Le civiltà pre-colombiane (Milano: Bompiani,).
Colloqui (Milano: Rizzoli), poi: “Il filosofo che ride” (Milano: Rizzoli), “Metafisica
dell'amore sessuale: l'amore inganno della natura” (Milano: Rizzoli); “Sulla
filosofia di Schopenhauer (Milano: TEA); “Aforismi per una vita saggia”
(Milano: Fabbri); “O si pensa o si crede: sulla religione” (Milano: Rizzoli); “Lo
scandaglio dell'anima” (Milano: Rizzoli); “Breviario spirituale” (Torino: POMBA).
A Bogotà c'è un erede di Montaigne. Tuttolibri de La Stampa, Allora basta un
rospo per finire al rogo. Tutto libri de La Stampa, MATHIEU, Tre giorni in
giallo. Tutto libri de La Stampa, Risvolto di copertina della Rapsodia
viennese. Verrecchia, su digilander libero.
Lanterna, V. venerando e terribile, Pulp Libri, (ora in Lanterna, Il
caleidoscopio infelice. Note sulla letteratura di fine libro, Clinamen, critica
Lanterna, Il caleidoscopio infelice. Note sulla letteratura di fine libro,
Clinamen. Dotti, I vagabondaggi culturali di V., in rivista. Le case illustri,
di Lisa Elena su archivio la stampa. Addio al filosofo V., di Sorrentino, su
poesia. RAInews. L'Anticristo goloso, di Rota, su piemontemese. Anacleto
Verrecchia. Verrecchia. Keywords: la metafisica dell’amore, Nietzsche a Torino,
Bruno, la falena dello spirito. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS –
Luigi Speranza, “Grice e Verrecchia: metafisica dell’amore” – The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria. Verrecchia.


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