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Friday, December 13, 2024

Tra

 role quali si possono riconoscere negli scrittori pei rispetti della 

purità  e  della  correttezza  fa  fede  dopo  tanto  lavorìo  grammati- 
cale, dopo  la  crisi  filosofica  della  grammatica,  che  sopravvisse  sol- 
tanto la  parte  puramente  empirica,  cessando  ogni  interesse  per 
quella  filologicamente  storica,  sopravvisse  cioè  la  grammatica 
spogliata  d'ogni  elemento  filosofico  e  conoscitivo.  A  che  si  do- 
veva logicamente  venire,  e  il  fine  e  la  funzione  della  gramma- 
tica non  potevan  non  esser  quelli  che  abbiam  visto  aver  rico- 
nosciuto il  Puoti.  Oggi  essa  non  si  studia  diversamente  ne  con 
diverso  fine  :  ed  è  presumibile  che  nel  futuro  si  seguiterà  a  fare 
altrettanto.  E  se  alcuni  resultati  della  grammatica  storica  si 
sono  incorporati  nella  moderna  grammatica  normativa  ed  altri 
ancora  vi  si  includeranno,  ciò  potrà  forse  migliorare  il  metodo 
di  esse  e  aiutare  l'apprendimento,  ma  come  conoscenza,  come 
contenuto  conoscitivo,  storico,  rimarrà  sempre  estraneo  al  fine 
della  grammatica,  che  è  quello  di  condurre  all'acquisto  della 
lingua  da  adoperare  per  i  bisogni  pratici,  tant'è  vero  che  delle 
grammatiche  per  gli  stranieri  questo  elemento  conoscitivo  è  as- 
solutamente escluso. 

Pure  è  facile  avvertire  nel  contenuto  specifico  della  gram- 
matica del  Puoti  l' influenza  tanto  dei  precedenti  accertamenti 
della  filologia  quanto  delle  tendenze  della  grammatica  filosofica  ; 
com'è  naturale  che  vi  sia  tenuto  conto  delle  formule  trovate  dai 
migliori  precedenti  grammatici,  dal  Bembo  al  Salviati  al  Citta- 
dini, dal  Buonmattei  e  dal  Cinonio  al  Corticelli  :  sicché  il  Puoti 
ci  appare  come  un  diligente  vagliatore  di  quanto  era  stato  esco- 
gitato dai  grammatici  dei  vari  tempi  e  indirizzi,  un  disegnatore 
sobrio  e  corretto,  un  espositore  chiaro  e  temperato  che  sa  bene 
il  suo  fine  e  che  ha  coscienza  de'  suoi  mezzi  e  del  proprio  me- 
todo, e  perciò  esibitore  d'una  materia  che  passi  immediatamente 
nel  cervello  de'  discepoli,  osservabile  negli  scrittori  e  applica- 
bile nelle  scritture  e  nella  parola  viva,  scartata  ogni  superfluità, 
ogni  suppellettile  che  rivesta  carattere  scientifico  o  conoscitivo. 
Vedasi,  p.  es.,  quanto  è  rimasto  nel  Puoti  dei  trattati  cittadi- 
neschi dellV  e  dell'<?  su  cui  tanto  si  travagliarono  per  sistemarli 
didascalicamente  i  grammatici  posteriori  ;  quanto,  nella  sintassi, 
di  tutte  le  categorie  della  grammatica  filosofica  ;  quanto,  per  la 
morfologia,  di  tante  forme  di  nomi  e  di  verbi  e  d'altre  categorie 
scovate  dai  più  minuti  ricercatori  ;  quanto,  per  l'ortografia,  delle 
smisurate  trattazioni  precedenti. 


504  Storia  della   Grammatica 


Su  tutto  sta  come  principio  dominatore  infrangibile  il  più 
rigoroso  criterio  puristico.  Valga  d'esempio  l'osservazione  che 
il  Puoti  oppone  alla  regola  del  luì,  del  lei  e  del  loro,  che  «  non 
si  possono  usare  nel  caso  retto  »,  sebbene  <<  non  manchino  esempi 
in  contrario  anche  del  buon  secolo  della  favella  »  :  «  Ma  ora  che 
la  grammatica  della  lingua  è  ben  fermata,  questi  esempi  vo- 
glionsi  tenere  come  errori,  e  punto  non  debbonsi  imitare  »  (p.  135). 
Avvertiva  il  marchese  che,  «  se  l' ingegno  de'  discepoli  il  poteva 
comportare  »,  s'incominciasse  «  per  bel  modo  a  far  loro  compren- 
dere le  ragioni  delle  cose  »,  e,  come  già  vedemmo,  tollerò  che 
il  suo  prediletto  discepolo  e  assistente  studiasse  la  grammatica 
generale,  concessioni  strappategli  dalla  riverenza  in  che  ancora 
era  questa  tenuta,  ma  nelle  sue  Regole  fu  soppresso  ogni  perchè, 
e  tutto  dato  come  fatto  e  come  legge. 

Concludendo,  diremo  che  la  grammatica  del  Puoti  è  l'e- 
spressione più  caratteristica  che  presero  le  dottrine  grammati- 
cali ornai  trionfanti  di  questo  periodo. 

Francesco  Ambrosoli,  comasco  (1797- 1868),  grande  ammi- 
ratore del  Giordani  e  del  Leopardi,  più  noto  per  il  suo  Ma- 
nuale (edito  nel  31  e  rifatto  nel  60),  fu  meno  restio  del  Puoti 
all'ammettere  un  po'  di  elemento  filosofico  :  si  vuol  render  conto, 
infatti,  del  come  sorsero  le  categorie  e  le  forme  grammaticali  ; 
ma  in  questo,  lungi  dall'ispirarsi  agli  enciclopedisti  francesi,  egli 
tornava  al  Buonmattei  ;  come  pure  adottava  il  metodo  lessicale 
del  Cinonio  per  la  dimostrazione  dell'ufficio  e  dell'uso  pratico 
delle  voci.  La  sintassi  appar  fondata  sul  principio  della  gram- 
matica generale  e  particolare  nella  sua  divisione  di  regolare  e 
irregolare  e  nell'accettazione  della  dottrina  dell  'ellissi:  ma  nella 
sua  fisonomia  generale  come  anche  nella  maggior  parte  della 
trattazione  questa  grammatica  dell'Ambrosoli  è  ormai  la  gram- 
matica di  stampo  moderno  ;  tant'è  vero  che  è  stata  ristampata, 
con  le  debite  modificazioni,  anche  qualche  decennio  fa('). 

Un  vero  ritorno  alla  grammatica  filosofica  sembra  avverarsi 
con  quella  novissima    della    lingua    italiana  (')   del    palermitano 


(')  Milano,   1S85. 

(2)  Grammatica  nuovissima  della  lingua  italiana  "  ricomposta  da 
Leopoldo  Rodino  per  uso  del  Liceo  arcivescovile  e  de'Seminari  di 
Napoli,  sopra  quella  compilata  nello  studio  di  Basilio  Puoti.  Prima 
edizione  fiorentina  rivista  da  un  Maestro  toscano",  Firenze,  Barbèra 
Bianchi  u  Comp.,    1858. 


Capitolo  quindicesimo  505 


Leopoldo  Rodino  (1810-1882),  che  anche  si  è  ristampata  non  è 
molto(')  e  vien  citata  come  autorevole  (*),  meritando  forse  l'e- 
logio che  il  Betti  le  tributò  di  «  lavoro  filosofico,  magistrale, 
compiuto»,  sebbene  non  le  siano  mancati  critici  acerbi  come 
Michele  Giannini  (3).  Col  Rodino  si  dimostra,  quello  che  era 
naturale  che  accadesse,  che  la  grammatica  empirica  aveva  do- 
vuto venire  a  patti  con  la  ragionata,  la  quale,  spregiata  dopo 
tanti  onori  ricevuti,  non  se  ne  poteva  andare  senza  lasciar  tracce: 
e  le  tracce  ne  son  rimaste  nelle  grammatiche  moderne  special- 
mente con  la  famosa  analisi  logica  della  proposizione  e  del  pe- 
riodo. Nella  Grammatica  popolare  della  lingita  italiana  tratta 
dalla  grammatica  novissima  ('),  manifestava  A  chi  legge  questa 
sua  veduta:  «  La  grammatica  si  può  insegnare  per  tre  differenti 
modi.  L'uno  è  il  filosofico,  e  sta  nel  porre  alcuni  principi  di 
logica,  da'  quali  si  facciano  discendere  come  conseguenze  le  re- 
gole grammaticali.  Questa  io  chiamerei  la  scienza  della  Gram- 
matica ;  ed  è  lavoro,  eh'  io  mi  propongo  di  pubblicare  di  qui 
a  qualche  anno.  L'altro  è  positivo  e  pratico,  ed  è  quando  si 
raccolgono  tutti  i  precetti  di  quest'arte  applicati  alla  lingua,  e 
derivati  dalla  logica,  ma  esposti  per  modo,  che  nulla  apparisca 
della  loro  origine  filosofica  alla  mente  de'  giovanetti  non  ancora 
capaci  di  lunghi  e  severi  ragionamenti.  Questo  secondo  modo 
ho  io  tenuto  nella  mia  Grammatica  nuovissima.  Ma  non  tutti 
possono  imparare  tutti  i  precetti  di  questa  Grammatica....»: 
quindi  Grammatica  popolare,  circa  al  qual  modo  «  a  due,  si  dee 
por  mente.  La  prima  è  che  i  precetti  non  siano  mai  né  contro 
alla  ragione  logica  né  contro  alla  verità  positiva  della  lingua. 
L'altra  è  che  si  scelga  giudiziosamente  quella  parte  de'  precetti 
che  è  più  necessaria  a  sapere,  e  contro  alla  quale  si  falla  più 
generalmente  dal  popolo  ».  Che  la  esecuzione  tanto  della  nuovis- 
sima quanto  della  popolare  sia  riuscita  opera  secondo  il  fine  pra- 
tico veramente  magistrale  per  l'agilità  e    la    chiarezza,   nessuno 


(')   Napoli.   1880. 

(")  Cfr.   ftass.  crii.  d.  I.  it.,   XI,  3-4. 

(a)  La  Grammatica  antica  e  le  moderne.  Osservazioni,  Viareggio, 
Malfatti,  opusc.  recensito  in  II  Borghini,  I,  9,  574-7.  Il  Giannini  vi 
prende  posizione  contro  i  riformatori  della  grammatica,  difendendo 
l'antica    nomenclatura  e  gli  antichi  metodi. 

i4j  Firenze,  Barbèra,  Bianchi  e  Comp.,  1859. 


5o6 


Storia  della  Gr animai ica 


vorrà  negare  che  s' intenda  di  cose  didattiche,  e  il  favore  goduto 
da  entrambe  l'attesta  (1);  ma  questo  stesso  tentativo  di  adattare, 
anzi  specializzare  la  grammatica  alla  varia  mentalità  degli  ap- 
prenditori,  stabilendo  de'  gradi  non  pur  nell'ampiezza  maggiore 
o  minore  della  materia,  ma  nella  maggiore  o  minore  infusione 
dello  spirito  filosofico,  come  se  ci  sia  un  vero  grammaticale  più 
o  meno  potenziato  di  virtù  illuminatrice,  non  solo,  ma  affer- 
mando il  principio  che  questo  vero  ci  abbia  a  essere  anche  nel 
grado  inferiore,  ma  senza  mostrarcisi,  se  può  riuscire  in  lode 
del  maestro  che  s' industria  e  s'affanna  nell'escogitazione  di  espe- 
dienti sempre  meglio  e  specialmente  efficaci,  è  indizio  però  assai 
grave  contro  la  stessa  grammatica,  scienza  che  si  stira  e  s' im- 
polpetta a  piacere  altrui.  Infine,  questo  scolaro  del  Puoti  che 
sorride  alla  grammatica  filosofica,  ma  si  regola  nel  compilarne 
una  su  per  giù  come  si  regolava  il  maestro,  e  ne  escogita  un'altra 
in  cui  la  filosofia  a  braccetto  dell'empirismo  sia  posta  in  servizio 
del  popolo,  è,  grammaticalmente  parlando,  l' incarnazione  di 
quel  periodo  di  crisi  e  di  transizione  e  della  filosofia  e  dell'em- 
pirismo, in  cui  il  popolo  -appunto  affermava  il  suo  diritto  di  par- 
tecipare al  banchetto  della  letteratura,  asserendolo  per  bocca 
del   Manzoni. 


(')  Verità,  necessità,  chiarezza  delle  regole  sono  pel  Rodino  i  re- 
quisiti che  deve  avere  una  grammatica.  La  verità  è  nella  logicità,  es- 
sendo la  grammatica  figlinola  piimogcnita  della  logica.  «  Ma  non  si 
aspetti  per  questo  alcuno  di  vedere  in  questa  Grammatica  quelle  teo- 
riche di  filosofia,  che  si  vorrebbero  da  certi  in  questo  secolo,  che  di- 
cesi filosofico.  Che,  lasciando  stare  tutte  le  altre  ragioni,  questo  non 
sarebbe  acconcio  a  quelle  tenere  menti  che  non  potrebbero  sostenere 
difficili  principi  ideologici,  e  poco  utile  riuscirebbe  all'uso  della  parola, 
la  quale  se  ha  la  sua  ragione  nella  ideologia,  ha  la  sua  forma  dalla 
maniera  propria  di  ciascuna  lingua.  Adunque  lasciando  star  questa  ma- 
niera che  sarebbe  conveniente  ad  una  Grammatica  generale  o  meglio 
alla  Ragion  della  grammatica,  bisogna  star  contenti  a  questo,  che  i 
principi  cioè,  che  per  necessità  si  hanno  a  porre  nelle  regole  gram- 
maticali, sieno  secondo  la  logica».  Prefaz.,  pp.  IX-X.  E  si  noti,  in- 
tanto, che  Y 'e tuttologia  vien  chiamata  l'analogia.  Così  che  la  sintassi 
conserva  le  tre  parti  della  grammatica  generale:  collocazione,  concor- 
danza, reggimento.  Naturalmente  la  proposizione  è  il  complesso  di  pa- 
role con  cui  si  esprime  quell'operazione  della  mente  che  si  chiama 
giudizio. 


Capitolo  quindicesimo  507 


III. 

Tra  il  fragor  d'armi  che  la  Proposta  montiana  aveva  de- 
stato, il  Manzoni  era  venuto  componendo  il  suo  romanzo,  non 
senza  esser  condotto  naturalmente  a  meditare  il  problema  della 
lingua  sia  dalle  vivaci  discussioni  che  intorno  ad  esso  si  agitavano, 
sia  dagli  ostacoli  che  si  figurava  aver  incontrati  nell'opera  sua 
per  non  possedere  tutta  la  lingua  che  gli  sarebbe  occorsa  a 
raggiungere  almeno  la  forma  approssimativa  del  suo  pensiero. 
Sicché,  quando  negli  anni  1840-2  diede  fuori  la  seconda  edizione 
de'  Promessi  sposi  nella  nuova  veste  fiorentina  che  si  era  per- 
suaso dover  ad  essi  indossare,  mostrando  un  esempio  pratico 
della  necessità  e  bontà  della  tesi  di  cui  s'era  venuto  sempre 
meglio  convincendo,  era  naturale  che  si  aprisse  un  nuovo  pe- 
riodo di  ardenti  polemiche  intorno  a  quel  problema  dell'unità 
della  lingua,  di  cui  in  quel  libro  aveva  praticamente  dimo- 
strato qual  potesse  e  dovesse  secondo  lui  esser  la  soluzione. 
La  storia  di  quest'ultima  fase  della  secolare  controversia  è  ben 
nota  anche  nei  minuti  particolari  e  quel  problema  per  fortuna 
è  stato  ormai  risoluto  nella  pratica  con  la  vittoria  della  dottrina 
manzoniana,  vittoria  immancabile  non  solo  per  merito  di  questa 
e  dei  sostegni  che  ebbe,  ma  anche  per  cause  sociali  che  non 
importa  dichiarare  ;  nella  teoria  con  il  riconoscimento  della  sua 
natura  non  filosofica.  Poiché  quella  del  Manzoni  non  fu  neppur 
nella  sua  mente  e  non  poteva  essere  una  tesi  estetica  ;  ma 
semplicemente  un  vivace  lavorìo  di  pensiero  per  trovare  la  via 
di  soddisfare  a  un'imprescindibile  esigenza  pratica  del  momento 
non  pur  nei  rispetti  dell'artifizio  stantìo  della  vecchia  prosa,  ma 
in  quelli  della  lingua  futura  d' Italia  intesa  anche  come  mezzo 
d'integrazione  della  constituenda  unità  nazionale  ('). 


(')  «  Colla  lingua  è  che  noi  formiamo  le  idee,  e  perfezione  di 
lingua  è  perfezione  di  pensiero.  —  Tutto  poi  quello  che  è  ordinato, 
decente,  quello  che  giova  a  pensare  con  facilità  e  con  rettezza  pro- 
duce nelle  anime  nostre  delle  disposizioni  preziosissime  alla  morale 
virtù.  —  Finalmente  qual  vantaggio  a  questa  bella  parte  del  mondo, 
se  l'Italia  divenisse  tutta  d'una  sola  favella!  Che  maggior  fratellanza 
non  crescerebbe  tra  noi  !  Che  aumento  alla  carità  della  patria  co- 
mune! ».   Così  pensava  anche   il    Rosmini  i  Opere   edite    e    inedite,  vo- 


5o8 


Storia  della  Grammatica 


O,  meglio,  la  tesi  pratica  sorse  imperiosa  dal  suo  stesso 
spirito  artistico,  ma  cercò  nella  speculazione  la  sua  base  critica, 
tramutandosi  necessariamente  in  pedagogica:  resultato  triplice 
dell'elaborazione,  la  correzione  del  romanzo,  la  negazione  teorica 
della  grammatica  generale,  le  proposte  di  mezzi  d' unificazione 
linguistica;  criterio  dominante,  anzi  assoluto,  l'Uso,  particolar- 
mente il  fiorentino,  quale  l'aveva  formato  l'evoluzione  storica 
dell'italiano  ed  in  cui  era  il  maggior  consenso  di  tutti  i  parlanti 
d'Italia  0). 

Il  punto  di  partenza  della  dimostrazione  teorica  del  Manzoni 
è  il  concetto  di  lingua.  «  Le  lingue  sono  :  complesso  di  vocaboli 
soggetti  a  regole  ;  »  (")  ma  ciò  che  le  fa  essere  quel  che  sono, 
non  è  V analogìa  (intendi  :  le  leggi  immutabili  e  universali  della 
grammatica  generale),  sì  bene  X1  uso  («  le  regole  grammaticali,  in 


lume  XVIII,  Pedagogia  e  Metodologia,  I,  p.  127),  che,  come  ha  ben 
detto  il  Borgese  (op.  cit.  p.  152)  fu  maestro  in  filosofia  e  scolaro  in 
letteratura  del  Manzoni.  E  per  non  tornarci  sopra  altrove,  aggiungerò 
qui  che  il  Rosmini  distingueva  nella  lingua  la  materia  e  la  farina. 
«Quanto  alla  forma  della  lingua»,  avvertiva  ai  maestri,  il  fanciullo 
«non  è  ancora  da  ciò;  perocché  la  forma  della  lingua,  cioè  la  gram- 
matica, esige  delle  intellezioni  d'un  ordine  molto  superiore  al  secondo  » 
(op.  cit.,  p.   128). 

(J)  Gli  scritti  manzoniani  sui  quali  fermiamo  più  specialmente  la 
nostra  attenzione  sono  le  due  minute  dell'opera  non  condotta  a  ter- 
mine Della  lingua  italiana  costituenti  il  IV  volume  delle  Opere  ine- 
dite o  rare  pubbl.  dal  Bonghi,  Milano,  1891  ;  ma  teniamo  presenti  tutti 
gli  altri  Scritti  linguistici  raccolti  e  egregiamente  illustrati  dal  Ber- 
toldi nelle  cit.  Prose  minori,  col  corredo  d'un'abbondante  quanto 
scelta  bibliografia. 

('-)  Minuta  prima,  p.  49.  Nella  seconda,  la  definizione  è  corretta 
così:  «  materia  propria  d'ogni  lingua  sono  de'  vocaboli,  e  delle  forme 
grammaticali  applicate  ad  essi,  e  che  sono  comunemente  chiamate 
regole»,  p.  217.  Il  mutamento  è  stato  suggerito  dalla  necessità  di 
tener  ben  distinti  tra  loro  nella  trattazione  il  vocabolario  e  la  gram- 
matica, «  mezzi  che  s'adoprano  per  rappresentare  qualunque  lingua 
nel  suo  complesso». 

Abbiam  preso  qui  le  mosse  dalla  prima  minuta,  tanto  per  dare 
subito  una  prova  di  quel  che  sia  la  seconda,  che  la  supera  special- 
mente di  rigore  metodico  e  maggior  precisione  dialettica  ;  e  noi  questa 
terremo  a  nostro  fondamento,  benché  nella  prima  qua  e  là  nell'incer- 
tezza dell'espressione  par  che  si  scopra  meglio  il  pensiero  dell'autore, 
il  quale  nella  seconda  ha  cura  di  mostrarne  di  mano  in  mano  e  se- 
guirne il  progresso,  perchè  alla  fine  balzi  più  vivo:  è  l'arte  sua. 


Capitolo  quindicesimo  509 


ogni  Lingua,  dipendono  in  tutto  dall'Uso,  come  i  vocaboli  »)  ('). 
Così  la  dimostrazione  viene  a  constare  di  due  parti,  non  sempre 
nettamente  distinte,  ma  rispondenti  alle  due  parti  fondamentali 
che  ci  restano  dell'opera,  dopo  la  prima  che  serve  d'introdu- 
zione (Lib.  I,  Cap.  I  :  «  Dello  stato  della  lingua  in  Italia,  e 
degli  effetti  essenziali  delle  lingue  »),  e  che  trattano,  la  prima: 
«  Quale  sia  la  causa  efficiente  delle  lingue,  »  suddivisa  in  a)  ri- 
spetto ai  vocaboli  (Cap.  II»,  fi)  rispetto  alle  regole  grammaticali 
(Cap.  Ili)  ;  la  seconda  :  «  Se  V  analogia  produca  degli  effetti  neces- 
sari nelle  lingue,  riguardo  alla  parte  grammaticale  »  (Cap.  IV)  (2). 

Quest'ultimo  capitolo,  che  è  quello  che  più  ci  riguarda  qui, 
contiene  la  critica  negativa  della  grammatica  generale,  cioè  la 
parte  veramente  nuova  del  sistema  del   Manzoni. 

E  dall'esame  d'esso  ci  vien  messa  in  rilievo  la  profonda 
differenza  che  intercede  tra  il  Manzoni  e  il  De  Sanctis  nella  loro 
comune  critica  grammaticale. 

Il  De  Sanctis,  mente  speculativa,  moveva  dalla  grammatica  per 
andare  verso  la  scienza,  verso  l'estetica,  e  riuscì  a  vedere  tanto 
quanto  bastava  per  esser  libero  nella  sua  critica,  cioè  nella  manife- 
stazione della  sua  vera  personalità  da  pregiudizi  teorici  ;  il  Manzoni, 
anima  d'artista,  andava  dalla  teoria  verso  la  pratica,  verso  la  tec- 
nica, alla  ricerca  de'  mezzi  dell'espressione,  o  meglio  combatteva 
per  vincere  quegli  ostacoli  che  ai  grandi  suoi  pari  (3  )  spesso  op- 


(')  Minuta  prima,   p.   68. 

(2)  Ecco  tutta  la  materia  dell'opera  che  sarebbe  stata  in  tre  libri: 
«  Principi  generali,  riconoscimento  del  fatto  particolare  ;  confutazioni 
delle  obiezioni;  esame  de'  sistemi;  tale  è  l'assunto,  e  tale  sarà  l'or- 
dine di  questo  primo  libro.  Nel  secondo  s'  esamineranno  i  diversi  si- 
stemi. Nel  terzo  si  tratterà  de'  mezzi  atti  a  propagar  le  lingue,  e  da 
impiegarsi,  per  conseguenza,  a  rendere,  per  quanto  sia  possibile,  co- 
mune di  fatto  in  tutta  Italia  quella  che  avremo  dimostrato  esser  la 
lingua  italiana».  P.  215.  Chi  abbia  presenti  tutti  gli  altri  scritti  lin- 
guistici del  Manzoni,  s'accorge  che  il  libro  in  quel  che  ci  manca  non 
sarebbe  stato  che  una  rielaborazione  e  sistemazione  di  quel  che  in 
essi  è  contenuto.  Ma  è  sempre  a  dolere  grandemente  che  l'opera  ri- 
manesse incompiuta. 

(3)  Soccorrono  facilmente  alla  memoria  i  nomi  dell'Alfieri  e  del 
Leopardi.  Delle  fatiche  del  primo  per  conquistar  la  lingua  italiana, 
dell'elaborazione  tormentosa  dell'espressione  formale  delle  sue  tra- 
gedie, è  superfluo  dire.  Ci  piace  invece  riferire  un  pensiero  che  egli 
esprime  a  proposito  dei  francesismi  da  lui  avvertiti  (  Voci  e  modi  toscani 


5 io  Storia  delta  Grammatica 

pone  la  lingua  come  passività,  come  cosa  morta,  voleva  insomma 
parlare.  Il  Volgare  illustre  di  Dante,  le  varie  grammatiche  cin- 
quecentesche e  la  correzione  dell'  Orlando  Furioso,  l'Uso  e  la 
correzione  de'  Promessi  Sposi  del  Manzoni,  sono  aspetti  diversi 
d'un  medesimo  problema  spirituale,  il  bisogno  d'esprimersi  in 
tutta  la  pienezza,  di  creare  la  propria  espressione  ;  nuove  teorie, 
nuove  grammatiche,  rifacimenti,  polemiche,  tormenti  teorici 
d'ogni  genere  accompagnano  fatalmente  quello  sforzo  inevitabile, 
specie  ne'  momenti  di  grandi  rivoluzioni  dello  spirito.  Grandi  e 
piccoli  partecipano  calorosamente  a  tali  dibattiti  :  i  primi  sciol- 
gono il  problema,  se  sono  artisti,  non  con  le  teorie  che  costrui- 
scono, ma  creando  capolavori,  se  sono  filosofi  creando  sistemi, 
i  secondi  imitando  gli  uni  e  gli  altri,,  ripetendo,  ma  pur  dando 
nel  loro  lavoro  complessivo  un  riflesso  teorico  di  quella  che  è 
stata  chiamata  la  creazione  collettiva  della  lingua,  perchè  tutti 
che  abbiano  in  sé  una  sola  favilla  di  vita  interiore  collaborano 
allo  svolgimento  del  linguaggio,  e  tutti  vogliono  rendersi  ra- 
gione e  asserire  un  piccolo  dritto  sul  capitale  comune. 

Così  si  può  intendere,  meglio  che  non  si  faccia  comune- 
mente, il  valore  che  la  parola  Uso,  tanto  frequente  sulla  bocca 
del  Manzoni,  abbia  nel  suo  discorso:    l'Uso  è  il  parlar  vivo,  il 


con  la  corrisp.  in  lingua  francese  e  in  dialetto  piemontese,  ed.  Cibrario, 
Torino,  Alliana,  1827)  nel  Boccaccio:  «le  regole  o  inezie  grammaticali 
debbono  per  l'appunto  essere  dai  sommi  scrittori  più  rispettate,  perchè 
più  grandezza  d'animo  si  richiede  per  sottomettervisi  che  per  disprez- 
zarle »  (in  G.  A.  Fabris,  I  primi  scritti  in  prosa  di  Vittorio  Alfieri, 
Firenze,  1899,  p.  24),  e  che,  lungi  dall'essere  una  banalità  o  un  pa- 
radosso, rivela  quale  importanza  avesse  nella  coscienza  del  grande 
artista  annunziatore  della  terza  Italia  l' italianità  della  sua  lingua. 
Quell'omaggio  alla  grammatica  è  un  omaggio  reso  al  nume  agitatore 
del  suo  spirito  poetico. 

Il  Leopardi  anch'egli  volle  andare  ad  abbeverarsi  al  fonte  lingui- 
stico di  Firenze,  e  al  Giordani  che  l'ammoniva  non  esser  «  paese  che 
parli  meno  italiano  di  Firenze»,  rispondeva  piacergli  «  imparare  quel- 
l'infinità di  modi  volgari  che  spesso  stan  tanto  bene  nelle  scritture, 
e  quella  proprietà  ed  efficacia  che  la  plebe  per  natura  sua  conserva 
tanto  mirabilmente  nelle  parole»;  e  se  pur  allora  di  quell'andata  non 
ne  fu  nulla,  risciacquò  però  anch'egli  più  tardi  le  sue  prose  nell'Arno, 
sebbene  in  modi  diversi  da  quello  tenuto  dal  Manzoni  (Mazzoni,  L'Ot- 
tocento, pp.  542-3).  Giudicavano  rettoricamente  di  lingua  sì  il  Gior- 
dani che  il  Leopardi,  ma,  chi  guardi,  con  perfetta  concordia  col  pro- 
prio temperamento  spirituale. 


Capitolo  quindicesimo  511 


parlare,  il  solo  parlare  :  e  quand'  egli  sostiene  che  la  vera  causa 
efficiente  delle  lingue,  l'unica  è  l'Uso,  in  fondo  non  dice  altro 
che  questo,  che  il  parlare  è  il.  parlare  :  di  codesta  causa  efficiente 
egli  dovrebbe  pur  sapere  che  v'  è  un'  altra  causa  più  intimamente 
efficiente,  che  è  lo  spirito:  su  questo  non  si  sofferma,  e  qui  è 
la  parte  manchevole  del  suo  sistema  ;  il  che  vuol  dire  che  egli 
non  ha  un'estetica,  una  filosofia  sua  del  linguaggio  vera  e  propria. 
Ma  chi  metta  questa  sua  parola  Uso  o  Parlar  effettivo  in  rap- 
porto col  suo  spirito  artistico,  vedrà  che  in  esso  l'Uso  s' iden- 
tifica con  la  causa  generatrice  dell'espressione.  E  in  questo  è 
la  superiorità  della  sua  dottrina.  V  ha  di  più.  Questo  propu- 
gnare l'Uso  vivo  del  popolo,  e  del  popolo  fiorentino  che  certo 
fu  il  grande  collaboratore  della  lingua  nazionale,  che  altro  rivela, 
in  sostanza,  se  non  una  viva  coscienza  che  il  Manzoni  avesse 
dell'attività  spirituale  collettiva  onde  il  linguaggio  si  altera,  si 
crea  ogni  momento  ?  «  Perchè  altri  facevano  della  questione  della 
lingua  una  questione  storica,  dimenticavate  sempre  più  che 
è  una  questione  atttiale  di  sua  natura  »  (p.  209),  dice  in  un 
punto  ai  suoi  supposti  avversari,  e,  a  suo  modo,  diceva  una 
verità.  Sicché  si  può  dire  che  egli,  pur  facendo  una  questione 
pratica,  rasenta  sempre  il  vero  problema  scientifico  della  lingua  ('). 
E  se  n'  ha  una  conferma  magnifica  nella  critica  eh'  ei  fa 
delle  leggi  immutabili  della  grammatica  generale,  dove  egli 
riesce  ancor  più  nuovo  e  originale  e  limpido  negatore  che  non 
fosse  il  De  Sanctis  medesimo  ("). 


(')  Potrei  citare  moltissimi  luoghi  che  dimostrano  eh' egli  intuiva 
la  vita  spiritunle  del  linguaggio,  tanto  come  creazione  collettiva  quanto 
come  creazione  individuale.  V.  specialmente  le  pagine  dove  afferma 
che  la  causa  della  lingua  non  può  esser  che  una,  e  l'esempio  addotto 
d'una  parola  del  Malherbe  che  diviene  francese  dopo  solamente  che 
è  accettata  dall'Uso.  Sono  le  220-22.  Ma  un  luogo  singolarmente  ca- 
ratteristico è  il  seguente:  «  La  grande  operazione  dell'Uso,  l'operazione 
essenziale,  permanente  e  omogenea,  quella  che  fa  viver  le  lingue,  è, 
al  contrario,  quella  di  mantenere,  e  di  mantenere  incomparabilmente 
più  di  quello  che,  in  ogni  momento,  possa  andarsi  mutando,  com'è 
s'è  accennato  dianzi».  P.  231. 

(2)  Unico,  tra  tutti  i  letterati  italiani,  il  Manzoni  ha  comune  col 
De  Sanctis  la  conoscenza  intima  de'  grammatici  sì  antichi  che  mo- 
derni, in  particolare,  s'intende,  dei  francesi  del  sec.  XVIII.  Una  cor- 
rezione notevole  di  storia  della  questione  della  lingua  è  l'aver  detto 
nella  seconda  minuta  (p.   145)  che  della    lingua   italiana  si    va  dispu- 


512  Storia  della  Grammatica 

Di  negazione  in  senso  assoluto,  veramente,  non  si  potrebbe 
parlare,  in  quanto  che  il  Manzoni  non  nega  l'esistenza  delle 
regole,  cioè  d'un  fondamento  logico  del  linguaggio;  ma  sostiene 
che  queste  regole  si  trasformano  via  via  sotto  l'imperio  dell'uso, 
in  modo  che  esse  non  sono  universali  né  immutabili  :  il  che 
equivale  a  non  ammenterle,  tanto  più  quando  si  affermino  con- 
tinuamente i  capricci  e  gli  arbitri  dell'Uso.  Negazione  è,  e  in- 
confutabile, quando  il  Manzoni  dimostra  con  ragioni  ed  esempi 
l'arbitrarietà  delle  categorie  grammaticali  e  delle  loro  funzioni. 

Dopo  dimostrato,  rispetto  alla  causa  efficiente  de'  vocaboli, 
«  che  ciò  che  fa  essere  nelle  lingue  i  rispettivi  vocaboli,  sia  col 
significato  che  si  chiama  proprio,  sia  con  uno  traslato,  sia  con- 
siderati ognuno  da  se,  sia  aggregati  in  locuzioni  speciali,  non 
è  altro  che  l'Uso;  »  (p.  240)  e,  rispetto  alle  regole  gramma- 
ticali, «  che  ogni  effetto  grammaticale  può  essere  ottenuto  con 
mezzi  diversi;  e  che,  per  conseguenza,  l'applicazione  d'uno  piut- 
tosto che  d'un  altro  di  essi  dipende  da  un  arbitrio,  »  (p.  247)  (') 
il  Manzoni  si  fa  a  confutare  «  l'opinione  che  l'Analogia  (2),  per 
una  sua  virtù  propria,  produca  nelle  lingue  degli  effetti  neces- 
sari, e  quindi  indipendenti  da  qualunque  arbitrio  »  (p.  247), 
ossia  ad  abbattere  tutto  il  fondamento  della  grammatica  generale. 


tando  da  cinquecent'anni,  mentre  nella  prima  aveva  detto  da  trecento. 
Vi  volle  evidentemente  comprendere  anche  Dante.  Aggiungo  qui  a  suo 
titolo  esclusivo  di  lode,  che  il  Manzoni  nelle  innumerevoli  esem- 
plificazioni e  analisi  particolari  fa  anche  (e  in  che  modo!)  la  gram- 
matica normativa! 

(')  Questo  canone  —  salva  la  forma  non  filosofica  —  potrebbe 
esser  propugnato  anche  dalla  nostra  estetica,  se  per  arbitrio  s'inten- 
desse la  libertà  dello  spirito.  E  quest'  identità,  occorre  avvertirlo,  il 
Manzoni  non  pone  affatto;  né  tanto  meno  sospetta  egli  l'identità 
tra  linguaggio  e  attività  fantastica  :  il  linguaggio  resta  sempre  per 
lui  qualcosa  di  estraneo  allo  spirito,  una  materia  fonica  a  cui  si 
dia  un  significato.  L'eufonia,  p.  es.,  per  cui  si  appella  all'autorità  di 
Donato,  è  per  lui  «  un  motivo  affatto  materiale  e  estraneo  agi'  intenti 
razionali  del  linguaggio  »  (p.  251)  :  laddove  per  l'estetica  moderna  ogni 
minima  sfumatura  fonetica  deve  riportarsi  a  un  movimento  spirituale. 
Il  Manzoni  riman  sempre  in  fondo  sotto  la  veduta  del  logicismo  e  del 
dinamismo  meccanico  del  sec.  XVII I. 

(2)  Per  analogia  il  M.  intende  «l'applicazione  de'  medesimi  mezzi 
esteriori  e,  dirò  così,  materiali  del  linguaggio  a  de'  medesimi  intenti 
del  pensiero  ».   P.   249. 


Capitolo  quindicesimo  513 


Per  il  Manzoni  l'Analogia  è  impotente  a  dare  alle  lingue 
legge  veruna,  né  circa  i  vocaboli,  né  circa  i  mezzi  gramma- 
tica/i, cioè  l'Inflessioni,  i  Vocaboli  che  fanno  un  ufizio  gramma- 
ticale, la  Costruzione,  in  altre  parole  le  Categorie  grammaticali 
e  sintattiche.  Alla  confutazione  generale  serve  di  discussione  la 
definizione  data  dal  Beauzée  nell' Encyclopédie  Mcthodìque  (art. 
Analogia).  In  una  Nota  al  Cap.  IV  si  fa  poi  ad  esporre  la 
critica  delle  parti  del  discorso  o  categorie,  passando  in  rassegna 
i  vari  grammatici  antichi,  poi  «  quel  Giulio  Bordoni,  che  amò 
meglio  usurpare  il  nome  di  Scaligero  che  render  celebre  il 
suo  »  (p.  288),  il  Sanzio,  lo  Sdoppio  e  il  Vossio  ('),  i  Portorea- 
listi  Arnauld  e  Lancelot,  il  Buffier  (1709)  e  il  Girard  (1747),  il 
Beauzée,  determinando  con  molta  acutezza  la  posizione  d'ognuno 
e  il  modificarsi  del  problema  delle  categorie  ne'  vari  periodi, 
con  la  conclusione  della  sua  insolubilità.  In  un'Appendice  al 
Cap.  Ili  discute  «  Se  ci  siano  de'  vocaboli  necessariamente  i?ide- 
clinabili  »,  concludendo  anche  qui  per  l'insolubilità  di  tali  que- 
stioni, «  perchè  derivate  da  una  supposizione  affatto  arbitraria, 
cioè  che  tutti  i  vocaboli  di  tutte  le  lingue  siano  naturalmente  e 
necessariamente  divisi  e  scompartiti  in  tante  classi  diverse,  o 
parti  dell'orazione,  ciascheduna  delle  quali  sia  esclusivamente 
propria  a  significare  una  data  modalità  degli  oggetti  del  pen- 
siero, o,  come  dicono,  a  fare  una  funzione  speciale  e  distinta  » 
(p.  305J,  e  esamina  con  opportuni  esempi  comparativi  tolti  da 
lingue  diverse  le  questioni  particolari  della  pretesa  essenziale 
indeclinabilità  della  preposizione,  dell'  avverbio ,  della  congiun- 
zione e  dell'  interiezione .  Infine,  dopo  toccato  «  d' una  restrizione 
e  d'una  necessità  imposte  arbitrariamente  alla  Decliiiazione  », 
viene  alla  Conclusione ,  sulla  scorta  della  quale  abbiam  creduto, 
per  ragioni  di  brevità,  di  fare  il  riassunto  del  pensiero  man- 
zoniano. 

Gli  errori  particolari  di  alcuni  grammatici  circa  le  categorie 
grammaticali  dimostra  che  hanno  un'origine  comune,  la  so- 
praddetta supposizione,  che  è  quella  medesima  su  cui  si  fonda 
la  così  detta  Grammatica  generale  (p.  330). 

«  Ma  il  nome  di  Parti  dell'orazione  non  era  forse  solenne  da 
secoli?  Non  erano    esse  state,  già  nell'antichità    greca,  oggetto 


Cj  Di  questo  cita  V  Aristarchus,  sive  De  Arte  Grammatica,  1636. 

C.  Trabalza.  33 


514  Storia  della  Grammatica 


delle  ricerche  di  diversi  filosofi?  e  non  furono  poi,  senza  inter- 
ruzione, la  base,  o  dirò  cosi,  l'ordito  delle  grammatiche  po- 
sitive e  speciali  di  tutte  le  lingue  europee,  antiche  e  moderne, 
e  dell'altre  lingue  più  note  in  Europa?  Quale  fu  dunque  la  sco- 
perta per  cui  la  Grammatica  di  Porto  Reale  acquistò  e  conserva, 
la  reputazione  d' aver  fondata,  o  almeno  iniziata,  una  nova 
scienza?  »  (p.  330). 

E. qui  il  Manzoni  spiega  come  poteron  sorgere  le  categorie 
e  il  loro  variare  dai  filosofi  greci  ai  latini,  il  cui  carattere  è 
«  la  mancanza  d'ogni  intento  sistematico.  Ci  si  vede  bensì  un 
progresso,  o  piuttosto  un  aumento  successivo,  ma  occasionale  e, 
si  può  dire,  empirico  ;  un'analisi  continua,  ma  che  non  è  né  lo 
svolgimento,  né  la  ricerca  d'una  sintesi  »  (p.  434).  «  Se  a  qual- 
cheduno  de'  filosofi  di  quel  tempo,  che  parlarono,  in  qualunque 
modo,  di  parti  dell'orazione,  fosse  potuto  venir  in  mente  di  ordi- 
narle in  un  complesso  scientifico,  pare  che  Aristotele  avrebbe 
dovuto  esser  quello.  Ma,  dagli  scritti  che  rimangon  di  lui, 
appare  tutt'  altro  «  (p.  335)-  Continua  poi  fino  a  Prisciano,  che 
ne  enumera  quattordici,  «  lo  stesso  suddividere,  e  per  motivi 
d'egual  valore  »  (ib.).  L'intento  de'  grammatici  fu  sempre  pra- 
tico: «  indicare  le  regole  positive  dei  vocaboli...  E  in  questo... 
si  trovavano  d'accordo  senza  fatica,  perchè  seguivano  tutti  una 
medesima  guida,  l'Uso:  sfido  a  prenderne  un'altra  per  comporre 
delle  grammatiche  positive  »  (p.  336).  Anche  «  quel  novo  e  ar- 
tifizioso  edilìzio  filosofico  »  che  è  la  Grammatica  speculativa  di 
Duns  Scoto,  «  è  fondato  sull'autorità  sottintesa  e  costrutto  sul 
metodo  arbitrario  d'un  grammatico  »  (pp.  339-40).  E  l'arbitrio  fu 
proseguito  dal  Valla  al  Buonmattei.  «  Novo  e  notabile /w  in  questo 
l'assunto  de'  due  celebri  scrittori  francesi  »,  che  lo  fondarono 
su  questo  principio:  «  La  maggior  distinzione...  di  ciò  che  ac- 
cade nel  nostro  spirito  è  che  ci  si  può  considerare  e  l'oggetto 
del  nostro  pensiero,  e  la  forma  o  la  maniera  del  pensiero  me- 
desimo »  :  che,  applicato  al  linguaggio,  li  conduceva  alla  dedu- 
zione «  che,  avendo  gli  uomini  bisogno  di  segni  per  indicar  ciò 
che  accade  nel  loro  spirito,  la  distinzione  più  generale  de'  vo- 
caboli dev'  essere  che  gli  uni  significano  gli  oggetti  de'  pensieri, 
e  gli  altri  la  forma,  o  il  modo  de'  pensieri  medesimi  »  (p.  342). 
Qui  il  Manzoni  trova  acutamente  che  una  supposizione  è  stata 
sostituita  da  una  ricerca;  mentre  «i  fondamenti  dell'arte  di 
parlare    dovevano   esser    cercati  altrove   che  in  una    distinzione 


Capitolo  quindicesimo  515 


de'  vocabili  in  due  categorie  »  (pp.  342-3).  Ciò  che  dette  origine 
a  tutte  le  arbitrarietà  della  grammatica  generale.  «  E  sarebbe 
una  storia  lunga  e  superflua  quella  di  tant'  altre  questioni  dello 
stesso  genere  [di  quella  della  preposizione  non  preposizione  o 
participio  non  participio  Excepté]  ;  vai  a  dire  se  tali  o  tali  altri 
vocaboli  s'avessero  a  collocare  tra  gli  avverbi,  o  tra  le  prepo- 
sizioni, o  tre  le  congiunzioni,  o  tra'  nomi,  o  tra'  pronomi,  o 
tra'  verbi.  Questioni  non  mai  sciolte,  e,  oso  dire,  insolubili, 
perchè  con  esse  si  cercava  ne'  vocaboli  una  qualità  supposta 
arbitrariamente,  qual'è  l'attitudine  esclusiva  a  fare  un  ufizio  gram- 
maticale. Quindi  ognuna  delle  parti  poteva  avere  una  ragione  ; 
nessuna  poteva  aver  ragione  »  (pp.  346-7). 

Dalla  qual  conclusione  è  facile  concludere,  come  già  accen- 
nammo, che  il  Manzoni  colpiva  a  morte  la  grammatica  generale, 
ma  non  la  grammatica  ('). 

Come  tesi  pratica,  lungi  dall'  esser  una  reazione  e  oppo- 
sizione al  purismo  trionfante  del  Cesari  come  quello  che  offriva 
un'unità  linguistica  da  seguire  di  contro  alla  nuova  barbarie  del 
francesismo  e  alla  babele  della  lingua  universale,  la  teoria  man- 
zoniana ne  fu,  non  dico  la  continuazione,  ma  una  trasformazione  : 
il  purismo  affermava  i  diritti  della  lingua  letteraria  del  Trecento 
e  degli  scrittori  posteriori  che  l'avessero  mantenuta  viva,  ossia 
dell'unità  fiorentina  quale  si  era  stabilita  nelle  scritture;  il  Man- 
zoni affermò  i  diritti  dell'unità  fiorentina  viva  e  parlata  in  quanto, 
non  discordando  da  quel  tanto  di  fiorentino  che  era  rimasto  vivo 
e  che  era  perciò  adoperabile  e  rappresentava  il  nucleo  che  gl'Ita- 
liani avevano  in  comune,  poteva  essere  comunicata  a  tutti  e  ba- 
stare ai  bisogni  di  tutti,  cioè  diventare  con  la  maggior  facilità 
e  precisione  la  lingua  comune,  universale  della  nuova  letteratura 
e  perciò  della  nuova  Italia  ("). 


(')  Sul  Manzoni  grammatico,  seguendo  il  voi.  IV  delle  opere  ine- 
dite o  rare  da  noi  esaminate,  scrisse  una  memoria  G.  B.  Zoppi  (nella 
Miscellanea  per  le  Nozze  Biadego- Bernardinelli ,  Verona,  1896,  pa- 
gine  1 24-141  ),  di  cui  avremo  occasione  di  occuparci  tra  poco. 

(2)  Il  che  viene  a  concordanza  con  quanto  osserva  il  Borgese 
circa  le  relazioni  tra  il  purismo  classico  e  il  romanticismo  :  «  I  clas- 
sicisti puristi  avevano  quasi  troncato  tutte  le  dispute  sulla  natura  sto- 
rica della  nostra  lingua,  stabilendo  ch'ella  dovesse  modellarsi  sulla 
toscana,  o  meglio,  sulla  fiorentina;  se  non  che,  per  la  medesima  ra- 
gione che  la  poesia  esprimeva  sentimenti,  passioni,  opinioni  di  tempi 


516  Storia  della   Grammatica 

Le  opposizioni  di  genere  teorico  non  potevano  mancare  alla 
tesi  del  Manzoni,  e  non  mancarono,  come  non  mancarono  le 
calorose  difese  ('):  intervennero  nella  disputa  anche  filologi  e  glot- 
tologi eminenti,  con  gli  argomenti  a  favore  e  contro  che  la  gram- 
matica storica  poteva  loro  offrire  (");  ma  dubitiamo  che  la  parte- 
cipazione di  essi  al  dibattito  sia  stato  il  deus  ex  machina  che 
sia  riuscito  a  risolverlo  ;  poiché,  se  essi  poterono  ben  chiarire 
col  metodo  positivo  come  sia  sorta  e  siasi  sviluppata  la  lingua 
italiana  intesa  come  evoluzione,  non  è  vero  che  con  questo 
chiarissero  ancora  che  cosa  una  lingua  effettivamente  sia  :  il 
problema  insomma  non  è  filologico,  è  filosofico:  e  noi  sap- 
piamo con  che  la  filosofia  identifichi  la  lingua.  Nel  fatto  in- 
vece il  problema  del  Manzoni  in  quanto  ha  di  pratico  fu  ri- 
soluto nel  senso  da  lui  voluto.  Che  cosa  aveva  voluto?  Quello 
che  ottenne,  e  che  dirò  con  parole  del  De  Sanctis,  di  uno  cioè 
che  non  prese  e  non  poteva  prender  parte  a  una  controversia 
che  non  aveva  per  lui  alcuna  portata  né  critica  né  filosofica.  «  Il 
Manzoni  ha  rinnovato  la  forma,  rendendola  popolare,  perchè  ha 
combattuto  a  morte  la  forma  convenzionale,  ha  distrutto  l'at- 
mosfera classica,  ha  vinto  la  rettorica,  producendo  una  forma 
semplice,  vera,  reale,  forma  cercata  nelle  viscere  stesse  del  po- 
polo, forma  ingentilita  con  tali  colori  accessibili   al  popolo  »(3). 

Su  questo  nuovo  fatto,  che  non  fu  naturalmente  tutt' opera 
del  Manzoni  e  de'  suoi  valorosi  seguaci  (son  troppi  per  citarli 
tutti,  ma  qui  è  doveroso  ricordare  il  Bonghi,  il  Morandi  e, 
benché  sia  manzoniano  temperato,  il  D'Ovidio),  sorse  la  nuova 
grammatica  italiana  oggi  adottata  nelle  scuole,    cioè   la    gram- 


andati,  parlava  anche  con  le  parole  morte,  quasi  fosse  latina.  I  ro- 
mantici mostrarono  che,  se  la  poesia  vuole  imitare  il  vero,  per  vero 
deve  intendere  quello  a  cui  noi  crediamo,  e  che,  se  ha  da  parlare 
ai  contemporanei  e  non  ai  defunti,  deve  usar  di  quelle  parole  che 
possono  nell'età  nostra  intendersi  anche  dai  non  dotti.  »  Op.  cit.,  p.  147. 
(')  Sulla  dibattuta  questione  fu  pubblicato  perfino  uno  speciale 
periodico:  L'Unità  della  lingua,  per  cura  di  P.  Fanfani,  A.  Gelli 
e  R.  Vescovi.  Firenze,  1869-1873. 

(2)  A  titolo  d'onore  dobbiamo  qui  registrare  il  Proemio  dell'Ascoli 
i\\Y  Archivio  glottologico,  che  degnamente  combattuto  dagli  avversari, 
sollevò  la  controversia  alla  maggiore  elevatezza  di  discussione  pos- 
sibile. 

(3)  In  Vivaldi,  op.  cit..   Ili,  p.  314. 


Capitolo  quindicesimo  517 


matica  dell'uso  moderno,  o  della  lingua  parlata  e  dell'uso  vivo, 
di  cui  avemmo  tipi  invero  in  qualche  parte  diversi.  Il  che  chia- 
rendo avremo  assolto  anche  il  compito  che  qui  ci  era  riservato, 
di  dar  conto  complessivamente  di  un  gruppo  di  grammatiche, 
troppo  numerose  per  essere  singolarmente  esaminate,  e  troppo 
uniformi  non  solo  nel  principio  che  lor  serve  di  base  ma  anche 
nella  configurazione  loro,  non  gran  che,  s'aggiunga,  differente 
da  quella  che  ebbe  la  grammatica  del  purismo,  per  meritare 
un'analisi  minuta  del  loro  speciale  contenuto,  considerato  sopra- 
tutto che  non  scaturendo  esse,  come  invece  avvenne  nel  Cinque- 
cento, dal  bisogno  di  rendersi  conto  di  una  letteratura  nuova 
—  bisogno  che  assume  aspetto  di  problema  filosofico  —  né 
connettendosi,  come  nel  Sei  e  Settecento  si  avverò,  agli  sforzi 
compiuti  dai  filosofi  del  linguaggio  per  intenderne  la  natura  e 
insieme  le  tradizionali  categorie,  ma  solo  rappresentando  un  in- 
dirizzo pratico,  come  quelle  del  purismo  cesariano  della  prima 
metà  del  secolo,  vengono  a  perdere  individualmente  gran  parte 
del  loro  interesse  in  una  storia  come  la  presente. 

Trascurando  non  senza  ragione  gli  ultimi  epigoni  della  gram- 
matica del  purismo,  non  esclusi  quelli  che  sotto  veste  di  novità 
in  sostanza  esponevano  la  medesima  materia  (Melgaj,  e  tacendo 
anche  per  amor  di  brevità  di  trattazioni  particolari,  che  per 
certi  rispetti  si  ricongiungono  alla  grammatica  storica  (Buscaino- 
Campo,  Regole  per  la  pronunzia  italiana,  (')  e  per  altri  che 
vertono  più  specialmente  sulla  sintassi  tradizionale  (Bulgarini 
A.  e  P.  E.  Castagnola,  La  struttura  del  periodo)  ("),  e  delle 
solite  disquisizioni  sullo  studio  o  sull'importanza  o  sulla  por- 
tata filosofica  della  grammatica  generalmente  prive  di  senso 
scientifico,  noteremo  che,  se  ben  presto,  dopo  cessate  comple- 
tamente le  polemiche  rinnovatesi  più  vivacemente  con  la  Rela- 
zione del  Manzoni  e  quando  ormai  i  fatti  cominciavano  a  parlar 
da  sé,  cioè  sui  primi  dell'ultimo  ventennio  del  secolo  scorso, 
sorsero  e  pullularono  le  grammatiche  del  nuovo  principio  dell'uso 
moderno,  invero  quella  che  applicasse  rigorosamente,  cioè  nel  suo 
preteso  esclusivismo  ma  in  tutta  la  sua  larghezza  e  in  tutte  le 
sue  contemperanze,  il  concetto  fondamentale  del  Manzoni,   uscì 


(')  Trapani,  1S85. 
(2)  Torino,  1879. 


5i 8  Storia  della  Grammatica 

relativamente  tardi,  e  precisamente  nel  1894  :  e  fu  la  Gramma- 
tica italiana  del  Morandi  e  del  Cappuccini,  non  essendoci  lecito 
dubitare,  anche  se  non  ce  ne  fossimo  convinti  col  nostro  studio, 
di  quanto  essi  affermavano  nell'  introduzione.  «  Più  di  ven- 
tanni fa,  uno  di  noi  [il  Morandi,  in  due  scritti  pubblicati 
nel  1873-4  e  incorporati  in  Le  correzioni  ai  Pr.  Sp.  (')],  so- 
steneva come  fosse  ormai  tempo  di  rinnovare  la  Grammatica 
italiana  sul  concetto  fondamentale  del  Manzoni  :  concetto  che 
le  indagini  e  gli  studi  filologici  hanno  sempre  meglio  illustrato 
e  confermato.  Ma  questo  voto  rimase  quasi  del  tutto  inesau- 
dito, come  potrà  vedere  chiunque  confronti  accuratamente  il 
nostro  lavoro  con  le  grammatiche  che  si  pubblicarono  da  al- 
lora ad  oggi»  (pp.  VII-VIII).  Dell'82  è  la  Grammatica  italiana 
dell'uso  moderno  del  Fornaciari  e  la  Grammatica  italiana  dello 
Zambaldi,  dell '83  la  Grammatica  della  Ungila  parlata  con  gli 
esempi  cavati  dal  Manzoni  del  Boni,  dell' 87  la  Grammatica  della 
lingua  italiana  del  Petrocchi  ;  son  tutte  pregevoli,  come  ga- 
rantiscono i  nomi  degli  autori  chiari  e  autorevoli  quanto  bene- 
meriti e  infaticabili  cultori  del  nostro  idioma  ;  ma  il  principio 
dell'uso  moderno  v'è  stato  applicato  diremo  così  un  po'  all'in- 
grosso, con  maggior  simpatia  verso  l'uso  letterario  in  quelle  del 
Fornaciari  e  dello  Zambaldi,  con  più  libertà  manzoniana,  dirò 
così,  nelle  altre  due.  Scendere  a  particolari  qui  non  possiamo, 
né  ne  metterebbe  il  conto.  È  un  giudizio  che  i  lettori  ci  possono 
menar  buono  anche  senza  prove,  purché  pensino  ai  nomi  di  co- 
desti autori  e  alla  diffusione  che  le  opere  loro  hanno  ancora  nelle 
scuole  :  il  nome  dello  Zambaldi  e  più  ancora  del  Fornaciari  as- 
sicurano, per  es.,  di  un  certo  freno,  quasi  di  una  remora  pru- 
dente e  ragionevole  alla  scapestrataggine  grammaticale  :  infatti 
le  loro  grammatiche  si  ristampano  coi  dovuti  miglioramenti  anche 
oggi,  e  sono  meglio  accette  ai  maestri  che  vogliono  sì  l'uso  mo- 
derno ma  con  le  debite  cautele  e  restrizioni  :  gente  che  ha  na- 
turalmente molta  fede  nella  grammatica  come  ausiliatrice  della 
rettorica  per  gli  effetti  del  corretto  e  bello  scrivere  degli  alunni. 
Invece  interamente  manzoniana  nel  senso  largo  che  abbiamo  de- 
terminato, ma  non  esclusivamente  manzoniana,  perchè  vi  si  tien 
conto  nella  fonetica  dei  più  notevoli  e  certi  resultati  della  gram- 


(')  Parma,  1S79,  3'1  ediz. 


Capitolo  quindicesimo  519 


matica  storica,  è  quella  del  Morandi  e  del  Cappuccini.  I  quali 
l'hanno  caratterizzata  meglio  di  quel  che  potremmo  far  noi. 
«  Posto  come  norma  fondamentale  l'uso  civile  fiorentino,  senza 
punto  occultarne,  ma  anzi  mettendone  in  rilievo  i  rari  e  leggieri 
dissensi  con  l'uso  vivo  generale  italiano,  noi  facciamo  poi  largo 
luogo  anche  all'uso  letterario,  distinguendo  il  comune  del  poe- 
tico, o  dell'antiquato,  o  dal  pedantesco,  ecc.,  e  notando  spesso 
ciò  che  di  quest'uso  sopravvive  tuttora  nel  volgare,  ossia  plebeo, 
di  Firenze,  o  ne'  vari  dialetti.  Sicché,  quella  parte  storica  della 
lingua,  che  anche  quando  sia  addirittura  morta,  può  alle  volte 
essere  riadoperata  nello  stile  poetico,  ovvero  per  ironia,  o  per 
ischerzo,  o  per  altro,  qui  non  solo  non  manca,  ma  ce  n'è  di  più 
che  in  molte  altre  grammatiche,  con  la  differenza  però  che  ci  si 
trova  nettamente  distinta.  E  a  proposito  di  lingua,  dobbiamo 
pur  dire  che  dell'usata  e  usabile  abbiam  procurato,  negli  esempi 
e  nel  resto,  di  darne  con  la  maggiore  possibile  varietà  e  ric- 
chezza, senza  però  invadere  il  campo  proprio  del  Vocabolario, 
se  non  quando  i  Vocabolari  erano  discordi  tra  loro,  o  addirit- 
tura in  errore.  Se  spesso  poi,  specialmente  rispetto  all'uso  vivo, 
noi  ricorriamo  ai  forse,  ai  più  o  meno,  ai  d 'ordinario ,  e  simili, 
anche  di  questo  la  colpa  non  è  nostra.  Gli  è  che  noi  non  vo- 
gliamo dar  per  certo  ciò  che  è  dubbio,  ne  sostituire  il  nostro 
gusto  alla  realtà  de'  fatti.  E  i  fatti,  in  ogni  lingua  viva,  son  di 
tre  specie:  ben  determinati,  e  di  questi  noi  diamo  regole  fisse; 
che  si  vanno  determinando,  e  qui  noi  diciamo  la  tendenza,  il 
più  comune;  ancora  incerti,  e  noi  notiamo  l'incertezza».  Non 
vi  par  questa  una  pagina  sinteticamente  illustrativa  della  dot- 
trina manzoniana  nella  sua  parte  più  essenziale  e  praticamente 
attuabile?  e,  nel  tempo  stesso,  non  vedete  qui  disegnato  l'ideale 
della  moderna  grammatica  normativa?  della  grammatica  che, 
conscia  del  suo  modesto  compito,  vi  spiana  la  via  all'apprendi- 
mento della  lingua  che  vi  occorre  o  vi  può  occorrere  senza  met- 
tervi né  la  catena  a'  piedi  né  le  manette  ?  La  grammatica  Mo- 
randi-Cappuccini  chiude  l'ultimo  momento  storico  dello  svolgi- 
mento di  questo  prodotto  di  cui  siam  venuti  descrivendo  le 
vicende,  riflettendo  in  sé  esattamente  l'ambiente  linguistico  in 
cui  si  maturò.  Delle  moltissime  altre  che  le  si  sono  succedute 
con  la  rapidità  e  frequenza  onde  le  imitazioni  sogliono  accom- 
pagnare l'opera  originale,  è  superfluo  qui  spender  parole,  anche 
se  in  qualcuna  di   esse  avessimo   da  segnalare   particolari  espe- 


Storia  della   Gran/matita 


dienti  didattici,  non  essendo  stato  nostro  assunto  il  far  la  storia 
delle  istituzioni  scolastiche  e  dei  metodi  d' insegnamento  ('). 


IV. 

Ma  lasceremmo  una  lacuna,  se  non  facessimo  un  cenno  dello 
sviluppo  della  grammatica  storica  nel  secolo  passato,  non  perchè 
l'argomento  rientri  nel  nostro  tema,  specie  quando  si  consideri 
che  la  grammatica  storica  si  svolse  in  quest'ultimo  suo  vera- 
mente glorioso  periodo  affatto  indipendentemente,  come  il  suo 
metodo  e  i  suoi  intenti  esigevano,  dalla  mera  grammatica  nor- 
mativa —  il  che  non  accadde,  p.  es.,  nel  Cinquecento,  quando  il 
problema  apparve  unico  e  intimamente  connesso  con  quello  della 
rifiorita  letteratura  nazionale  —  ma  perchè,  come  già  abbiamo 
accennato,  la  grammatica  storica  s' immischiò  nelle  discussioni 
intorno  alla  lingua,  o  meglio  alla  tesi  manzoniana  e,  fuori  di 
queste  relazioni,  volle  esser  rappresentata  non  senza  ragione  nella 
antica  sezione  della  pronunzia  e  dell'ortografia,  costituendovi  un 
riassunto  dei  principali  accertamenti  della  fonologia. 

Bianco  Bianchi  in  quella  sua  lodata  Storia  della  preposizione 
A  e  de'  suoi  composti  nella  lingua  italiana  (1S77)  dichiarava  d'es- 
sersi giovato  del  Nannucci,  «  che  da  noi  segna  il  passaggio  del- 
l'antica alla  nuova  scuola,  e  che  ancora  egli  stimava  assai  più 
di  certi  arrembati,  i  quali  montati  a  cavalluccio  sopra  i  Bopp, 
i  Grimm  e  i  Diez,  si  danno  il  facile  vanto  di  far  passar  da  ciuchi 
tutti  i  loro  predecessori  »  (prefaz.).  Prima  ancora  del  Nannucci, 
non  era  mancato  un  certo  interesse  per  lo  studio  storico  della 
lingua.  Il  Ciampi  nel  suo  libro  De  uste  linguae  italicae  saltem  a 
saeculo  quinto  R.  S.  (1817)  ripigliava  la  vecchia  tesi  Bruni-Citta- 
dini con  molta  dottrina  ed  erudizione,  ma  così,  mi  pare,  peggio- 
randola: «  linguam  italicam  extitisse  apud  vetus  italum  vulgus,  in 
multo  ante,  nec  equidem  repugnabo,  saltem  a  saeculo  R.  S.  quinto  ; 
eamque  ortam  non  tantum  ab  reliquis  latinae  linguae  cultioris, 
sed  ab  universis  vetustissimis  Italicis  dialectis,  dein,  varie,  variis 


(')  Una  Grammatica  italiana  recentissima  a  cui  sottostà  la  co- 
scienza della  sua  inconsistenza  filosofica  e  che  cerca  di  attenuare  i 
danni  dell'eccessivo  schematismo  tradizionale  è  quella  di  G.  Lombardo- 
Radice  (seguace  dell'Estetica  del  Croce),  Catania,  1908. 


Capitolo  quindicesimo  521 


temporibus,  adauctam  latino  maxime,  et  graeco  sermone:  tum 
edam  quibusdam  Externorum  vocibus.  Post  saeculum  vero  R.  S. 
alterimi  supra  decimum,  e  triviis  in  aedes  hominum  elegantiorum 
successiti  hinc  et  ad  normam,  libellumque  redacta,  scriptorum 
statu  et  praeceptis  grammatices  polita  est  »  (pp.  39-40).  È  il  tono 
degli  eruditi  del  700,  Muratori,  Tiraboschi,  Maffei,  del  quale  in- 
fatti il  Ciampi  ripubblicava  Yitalica  ehtaibratio  hi  idem  argu- 
mentum,  riassumendo  e  criticando  tutt'e  tre  i  nominati,  che, 
nello  sfogliare  le  cartapecore  antiche,  vedendo  tante  voci  e  modi 
della  nostra  lingua  adoperati  in  tempi  ne'  quali  si  credeva  non 
fossero  mai  sonati  sulle  bocche  de'  parlanti,  erano  stati  condotti 
a  veder  chiaro  nel  problema  lasciato  insoluto  dai  precedenti 
trattatisti:  il  primo  —  riferisco  il  Ciampi,  s'intende  — -  aveva 
concluso  che  la  lingua  italiana  era  derivata  dalle  rovine  del  la- 
tino, e  che  ingrossata  dai  barbari  nel  sec.  Vili  già  era  parlata 
dal  volgo;  il  secondo  ridotto  l'antichità  dell'origine  al  periodo 
longobardico  e  riconnessala  alle  genti  barbare  più  che  alle  latine  ; 
il  terzo  negato  ogni  straniera  e  particolarmente  tedesca  deriva- 
zione, mettendosi  così  sulla  buona  via  di  dimostrarla  in  tutto 
d'origine  latina  sebbene  con  molte  alterazioni  della  lingua  dotta. 
Anche  questa  del  Ciampi  era  un'esercitazione  erudita,  sebbene 
scendesse  a  particolari  de  usu  verborum  quae  vocant  auxiliaria  e 
di  voci  e  costrutti  volgari  rintracciati  nel  latino  antico  e  di  vo- 
caboli derivati  dal  greco  ;  né  poteva  far  fare  un  passo  al  vecchio 
problema  ;  ma  intanto  lo  manteneva  vivo  ed  era  già  un  pro- 
gresso e  lasciava  visibile  l'orizzonte  verso  cui  avrebbero  i  po- 
steri spinto  così  profondamente  lo  sguardo. 

Anche  il  Manno  col  suo  fortunato  libro  Della  fortuna  delle 
parole  contribuiva  a  tener  vivo  1'  interesse  per  gli  studi  storici 
intorno  alla  lingua  ;  e  le  stesse  polemiche  destate  dalla  Proposta 
e  particolarmente  le  dissertazioni  del  Perticari  e  de'  suoi  con- 
tradittori  non  possono  non  considerarsi,  con  tutti  i  loro  errori 
e  traviamenti  più  o  meno  spontanei,  non  possono  non  conside- 
rarsi almeno  come  caratteristici  episodi  nella  storia  della  gram- 
matica storica  ('). 


(')  Tra  le  ricerche  d'indole  storica,  ricorderò:  O.  Toselli,  Ori- 
gine della  lingua  italiana,  Bologna,  1831-33;  B.  Biondelli,  Origine  e 
sviluppo  della  lingua  italiana,  Milano,  1840;  Sicher,  Elementi  e  stati 
della  lingua  italiana,  Trento,  1853. 


522  Storia  della  Grammatica 

La  quale  si  mise  finalmente  sulla  strada  regia  dell'indagine  me- 
todica storico-comparativa,  quando,  cessate  le  vane  logomachie, 
le  ricerche  complessive  che  si  contentavano  di  raggiungere  un'idea 
approssimativa  delle  parentele  delle  lingue  e  del  loro  stato  in 
determinati  periodi  storici,  pose  sulla  pietra  anatomica  il  vario 
materiale  linguistico  dei  gruppi  affini  monogenetici  criticamente 
vagliato,  e,  coi  potenti  aiuti  della  comparazione  e  delle  leggi 
dell'analogia  e  de'  suoni,  potè  stabilire  con  matematica  sicu- 
rezza le  derivazioni  delle  lingue  romanze  dal  latino  popolare, 
fissarne  le  fasi  e  le  condizioni  e  costituirsi  così  in  corpo  orga- 
nico di  dottrina  capace  di  ulteriori  modificazioni  ne'  suoi  aspetti 
particolari,  ma  stabilmente  fondato  su  basi  incrollabili,  s'intende 
nel  senso  che  diamo  noi  a  queste  parole. 

Ricordare  i  nomi  e  le  date  più  notevoli  di  questo  serio  e 
fecondo  lavorìo  che  rappresenta  uno  de'  caratteri  più  spiccati 
e  più  seri  dell'erudizione  della  seconda  metà  del  secolo  passato, 
ci  sarebbe  molto  facile.  Ci  sia  permesso  solo  accennare  qui  che, 
di  fronte  ai  celebri  nomi  dei  fondatori  della  scienza  positiva  del 
linguaggio  e  della  grammatica  storica  particolarmente  romanza 
(Bopp,  Diez)  (*)  e  degli  ammirati  maestri  stranieri,  che  ci  diedero 
la  grammatica  storica  dell'  italiano  (Meyer-Lùbke)  e  alle  loro 
importanti  riviste  e  enciclopedie  (Romania,  Zeitschrift,  Grun- 
driss,  ecc.),  l'Italia  può  vantare  una  schiera  di  valorosi  filologi, 
dai  compianti  Caix,  Canello  e  Mussafia  al  Rajna,  al  Crescini,  al 
Parodi,  al  Gorra,  al  Salvioni,  al  De  Lollis,  al  Biadene,  al  Goi- 
danich,  allo  Zingarelli,  al  Savi  Lopez,  al  De  Bartholomaeis,  al 
Bertoni,  a  molti  altri  giovanissimi,  al  Renier  e  al  Novati,  bene- 
meriti della  filologia  anche  pel  Giornale  storico,  al  D'Ovidio, 
sempre  ricercato  anche  dai  colleghi  d'Oltralpe  a  collaborare  in 
libri  e  periodici,  a  Emilio  Teza,  cui,  come  disse  recentemente 
un  nostro  poderoso  glottologo,  Luigi  Ceci,  nessun  territorio 
linguistico  è  sconosciuto,  a  Ernesto  Monaci  che  fondò  riviste 
che  gareggiarono  felicemente  con  le  straniere  migliori  e  ora  è 
anima  d'una  fiorentissima  e  attivissima  Società  filologica,  stretti 
già  quasi  tutti  intorno  a  Graziadio  Ascoli,  il  glorioso  fondatore 
dell  'Archivio  glottologico . 


(')  Tra  i  primi  divulgatori  della  grammatica  storica  dell'italiano 
sono  degni  tra  noi  di  menzione  il  Fornaciari  e  il  De  Mattio,  che  erano 
stati  preceduti  fuori  dal  Blanc,  la  cui  Gratnmatik  der  italienischen 
Sprachen  (1864)  ha  ancora  un  certo  valore  per  la  dottrina  delle  forme. 


Capitolo  quindicesimo  523 


V. 

Se  la  grammatica  generale,  non  mai  del  tutto  rassegnata  a 
morire  ('),  giacque  sotto  i  colpi  e  i  sarcasmi  della  scienza  del 
linguaggio  ("),  non  mancarono  tra  noi  tentativi  di  una  filosofia 
della  grammatica,  e  notevole  è  quello  dello  Zoppi,  un  rosmi- 
niano  acuto  quanto  dotto  e  diligente  e  anche  garbato  esposi- 
tore. Il  quale  credette  appunto  di  costruire  una  scienza  della 
grammatica  col  connubio  della  grammatica  generale  e  della 
scienza    positiva    del    linguaggio  (:ì),    inconsapevolmente  (')   ese- 


(')  Ricorderò  l'opera  di  Ed.  L.  Starck,  Grommar  and  Language, 
Boston,  1887,  fondata  sulla  credenza  che  almeno  i  tre  gruppi  attuali 
e  più  importanti  delle  lingue  indo-europee  sieno  retti  da  comuni  prin- 
cipi generali  ;  e  i  numerosi  lavori  di  Raoul  de  la  Grasserie  e  par- 
ticolarmente V Essai  de  Syntaxe  generale,  Louvain,  1896,  che  parimenti 
mi  sembrano  ispirarsi  alla  medesima  fede  nelle  leggi  generali.  —  Per 
curiosità  ricorderò  anche  una  recente  ristampa  della  grammatica  ra- 
gionata di  S.  Compagnoni,  Grammatica  scientifica,  ossia  la  teoria  della 
lingua  italiana  secondo  i  principi  naturali  del  linguaggio,  Milano,  1892, 
e  C.  Michelin-Bert,  Nouvelle  grammaire  rationelle  et  pratique  de  la 
langue  italienne,  Paris,  1894;  inoltre:  Em.  Donatelli,  Appunti  di  lo- 
gica e  grammatica,  Venezia,  1897;  A.  Fink,  Logisches  und  Gramma- 
tisches,  Progr.,  Ploen,  1897;  L.  Peine,  Notes  sur  Vanalyse  gramm.  et 
logique,  Montemorency,  1898  (Extr.  d.  Bull.  d.  la  Societé  amicale  des 
proff.  elèni,  de  Paris  et  de  départ.  —  Breve  contributo  agli  studi  logico- 
sintattici  (e  nel  testo,  a  p.  30,  «  modesto  contributo  a  una  futura 
sintassi  filosofica  della  meravigliosa  lingua  di  quel  popolo  (il  greco), 
a  cui  nessuna  intuizione  mancò»)  è  il  sottotitolo  della  cit.  memoria 
su  La  teoria  Kantiana  del  giudizio  già  intuita  e  fissata  nella  sintassi 
de'  Greci  di  G.  Piazza,  il  quale  non  so  quanto  si  sia  confortato  a 
proseguire  nell'ardua  impresa  dalla  recensione  parimente  citata  che 
gliene  ha  fatto  il  Croce. 

(-1  II  vero  fondatore  della  scienza  del  linguaggio  intesa  in  senso 
idealistico  è  l'Humboldt,  e  sotto  i  colpi  de'  principi  di  questa  cade 
effettivamente  la  grammatica  generale  ;  ma  si  sa  che  il  punto  di  vista 
humboldtiano  fu  spesso  smarrito  dagli  indagatori  della  parola  col  me- 
todo positivo:  e  questi  non  sappiamo  quanto  possano  aver  da  ridire 
sulla  grammatica  generale,  che  in  fondo  è  un  tentativo  di  filosofia  del 
linguaggio. 

(ò)  Dico  qui  per  chiarezza  positiva  in  ordine  a  quanto  osservo 
nella  nota  precedente. 

1')  Perchè  la  pubblicazione  del  frammento  manzoniano  è  poste- 
riore al  suo  tentativo  che  risale  agli  anni  1884-55-86,  ne'  quali  lo  pub- 
blicò nella  Rivista  «  La  Sapienza  ». 


524  Storia  della  Grammatica 

guendo  un  disegno  abbozzato  già  dal  Manzoni  stesso.  «  Il  miglior 
mezzo  di  farle  cessare  [le  controversie  sulla  distribuzione  delle 
parole  nelle  arbitrarie  classi  grammaticali]  sarà  una  Grammatica 
veramente  filosofica  »,  aveva  detto  il  Manzoni,  «  la  quale,  in 
vece  di  supporre  nel  fatto  delle  lingue  una  simmetria  arbitraria, 
cerchi,  nella  natura  dell'oggetto  della  mente,  e  nella  condi- 
zione imperfetta  e  necessariamente  limitata  del  linguaggio,  la 
spiegazione  del  fatto  qual'  è,  vale  a  dire  di  quella  molteplice 
attitudine  di  diversi  vocaboli.  Il  campo  della  quale  ricerca  deve 
naturalmente  essersi  allargato  con  la  cognizione  più  diffusa  e 
più  intima  di  lingue  altre  volte  o  ignorate  in  Europa,  o  stu- 
diate da  pochissimi,  e  con  intenti  più  pratici  che  filosofici.  Si 
veda,  per  un  esempio,  ciò  che  dice  d'una  di  queste  il  celebre 
sinologo  già  citato  [Abel-Rémusat]:  «  Molti  vocaboli  chinesi 
possono  essere  adoperati  successivamente  come  sostantivi,  come 
aggettivi,  come  verbi,  e  qualche  volta  anche  come  particelle  »  (/). 
«  La  filosofia  della  grammatica  »,  dice  lo  Zoppi,  (diversamente 
dalla  grammatica  generale,  «  che  pretende  che  certe  ferme  o 
espedienti  grammaticali  siano  cosi  necessari  ed  inerenti  a  certe 
specie  di  vocaboli  da  costituire  una  teorica  grammaticale,  asso- 
luta, a  cui  devono  conformarsi  tutti  i  linguaggi  »),  «  confron- 
tando i  risultati  della  filosofia  colle  leggi  psicologiche  del  pen- 
siero cerca  le  origini,  studia  ed  espone  il  perche  di  quelle  torme 
grammaticali  che  si  trovano  di  fatto  diversamente  svolte  ed  at- 
tuate nelle  diverse  lingue  »  ('"').  Essa  «  per  una  parte  è  l'appli- 
cazione della  logica  alla  lingua,  ed  è  quindi  per  questo  rispetto 
scienza  a. priori,  ma  dall'altra  è  fondata  sulla  più  diligente  e 
minuta  osservazione  dei  fatti  che  nelle  sue  molteplici  varietà 
presenta  il  linguaggio,  ed  è  perciò  anche  scienza  induttiva  ed 
a  posteriori.  Laonde  la  filosofia  della  grammatica  deve  essere  il 
frutto  dell'  accordo  di  questi  due  metodi.  La  sola  logica  in  ef- 
fetto ci  darebbe  delle  generalità  troppo  astratte  e  spesso  con- 
tradette dai  fatti,  come  è  avvenuto  delle  grammatiche  generali: 
la  sola  linguistica,  poi,  ossia,  la  critica  delle  lingue  si  starebbe 
paga  a  raccogliere  e  ad  ordinare  dei  vocaboli  o  ad  accertare 
alcune    leggi   di    questo  o  di  quell'idioma,  ed  a  formarne  delle 


(')  Opere  inedite  o  varie,   voi.   IV  cit.,  p.  306. 
(;)  //  Manzoni  grammatico  cit.,  p.   135. 


Capitolo  quindicesimo 


famiglie  e  dei  gruppi,  senza  però  levarsi  mai  alla  sommità  di 
principi  universali,  in  cui  deve  trovarsi  la  ragione  ultima  di 
tutte  le  varie  forme,  onde  il  pensiero  si  attua  e  si  plasma  nella 
parola  »  ('). 

Ma  noi  dubitiamo  assai  che  lo  Zoppi  con  tutto  il  suo  buon 
volere  sia  riuscito  a  far  di  meglio  che  un  lavoro  di  natura  egual- 
mente arbitraria,  vorremmo  dire  doppiamente  arbitraria,  com'è 
quello  in  cui  si  uniscono,  anzi  si  confondono  due  sistemi,  l'uno 
de'  quali  il  logico,  è  falso  e  arbitrario,  1'  altro,  il  positivo,  è 
semplicemente  metodologico  e  non  gnoseologico  e  che  si  giova 
di  schemi  e  di  categorie  per  pura  comodità  pratica,  senza  dare 
ad  essi  alcun  valore.  Due  punti  di  vista  sono  troppi  per  com- 
prendere un  unico  fatto  ;  congiunti  in  un  terzo  non  possono 
dare  che  un  nuovo  punto  di  vista  falso,  tanto  più  falso  in  quanto 
tra  gli  altri  due  non  vi  è  intimità  di  rapporti  e  l'uno  è  più  in- 
sufficiente dell'altro  a  spiegar  da  solo  quell'unico  fatto  (').  E  il 
vero  linguaggio,  il  linguaggio  come  creazione  resta  fuori  d'ogni 
considerazione  sia  storica  (storia  letteraria)  che  teorica  (estetica). 

Il  superamento  della  concezione  grammaticale  del  linguaggio 
e  il  concetto  della  vera  natura  spirituale  e  intuitiva  di  esso  si 
sono  ottenuti  in  modo  pieno  e  definitivo  solamente  ai  nostri 
giorni  coli 'opera  capitale  di  Benedetto  Croce,  1'  Estetica  come 
scienza  dell'espressione  e  linguistica  generale,  che,  riannodandosi 
al  Vico,  all'  Hegel,  all'Humboldt  nella  correzione  integrativa 
dello  Steinthal,  scioglie  il  problema  identificando  parola  e  intui- 
zione e  riferendo  arte  e  linguaggio  alla  medesima  attività  teo- 
retica dello  spirito,  V  intuitiva  o  fantastica.  Qui  la  grammatica 
ha  finalmente  la  sua  critica  completa. 

Se  il  linguaggio  è  espressione  e  non  esistono  classi  di  espres- 
sioni, la  linguistica  in  quanto  ha  di  riducibile  a  scienza  è  tutt'uno 
con  V estetica,  e  non  può  davvero  costruirsi  sulle  particolari  teo- 
riche che  furono  escogitate   dell'  interiezione,    dell'  associazione 


(';  A  questo  punto  lo  Zoppi  cita  la  p.  62  del  cit.  voi.  del  Man- 
zoni, e  tutto  il  brano  è  riportato  nello  studio  //  Manzoni  grammatico 
<PP-  T35-6)  dalla  seconda  edizione  de  La  filosofia  della  grammatica, 
fatta  in  Verona,  nel  1891. 

(')  Lo  Zoppi  alla  fine  del  suo  voi.  (parlo  ora  della  ia  ed.,  p.  204) 
dà  due  Tavole  dimostrative ,  l'una  della  genesi  psicologica  delle  parti 
del  discorso,  l'altra  di  quella  glottologica. 


526  Storia  della  Grammatica 

o  convenzione  e  dell'onomatopea,  mescolate  insieme  :  e  poi  che, 
se  il  linguaggio  è  creazione  spirituale,  dev'  esser  sempre  crea- 
zione (onde  resta  senza  significato  la  distinzione  del  problema 
in  origine  e  svolgimento),  V  altra  considerazione  che  può  farsi 
sul  linguaggio  non  può  esser  che  storico-artistica,  ogni  espres- 
sione essendo  un  individuo  artistico  da  studiare  in  sé  stesso  e 
da  rivedere  e  ricreare  in  noi  col  ricollocarci  nelle  condizioni 
storiche  in  cui  si  produsse.  Una  terza  Considerazione  del  lin- 
guaggio, la  logica,  che  consiste  nell'elaborare  logicamente  il  fatto 
estetico,  che  è  di  natura  sua  indivisibile,  dividendolo  in  con- 
cetti e  ricavando  le  categorie  grammaticali  del  moto  o  dell'a- 
zione (verbo),  dell'ente  o  materia  (nome)  eccr,  se  è  lecita,  è  in- 
feconda per  la  comprensione  del  fatto  estetico,  perchè  in  quella 
elaborazione  esso  è  stato  distrutto  :  e  quelle  categorie  non  pos-^ 
sono  valere  come  modi  imitabili  d'espressione,  come  formule  e 
precetti  per  la  creazione  artificiale  del  linguaggio:  una  tecnica 
dell' 'espressione  è  un  termine  erroneo,  contradittorio  :  e  appunto 
tale  è  la  grammatica  normativa,  il  cui  valore  è  semplicemente 
didattico. 

Una  forte  risonanza  de\V Estetica  del  Croce,  per  quanto  ri- 
guarda la  lingua,  si  è  avuta  recentemente  in  Germania  nel- 
l'opera di  Karl  Vossler,  Positivismo  e  Idealismo  nella  scienza 
del  linguaggio  ('),  dove  si  conducono  argute  polemiche  contro 
recenti  teorici  del  linguaggio  e  in  bellissime  particolari  analisi 
è  mostrata  tutta  la  fecondità  e  la  verità  del  principio  idealistico 
propugnato  dal  Croce  e  si  traggono  deduzioni  importantissime 
per  il  metodo  e  il  fine  dell'indagine  linguistica. 

Il  Vossler  trova  nella  lingua  due  aspetti  distinti  sotto  cui 
dev'essere  conformemente  considerato  :  1'  uno  del  progresso  as- 
soluto, cioè  dalla  libera  creazione  individuale  e  teorica,  1'  altro 
del  progresso  relativo,  cioè  dello  sviluppo  regolare  e  della  crea- 
zione teorico-pratica  collettiva  condizionantisi  a  vicenda.  Nel 
primo  caso  la  considerazione  è  estetica  o  stilistica  (cioè  di  storia 
artistica,  o  critica  letteraria,  o  storia,  semplicemente),  nel  se- 
condo è  storica  o  evoluzionistica    (cioè    di    storia  della  coltura, 


11)  Con  questo  titolo  è  uscita  quest'anno,  per  i  tipi  del  Laterza 
di  Bari,  e  per  merito  del  dott.  Tommaso  Gnoli,  la  traduzione  italiana 
delle  due  parti  originali    dell'opera  tedesca   citate    nell'Introduzione. 


Capitelo  quindicesimo  527 


grammatica  storica).  «  Un  terzo  modo  di  considerar  la  lingua, 
puramente  positivistico  o  descrittivo  senza  valutazione  estetica 
o  spiegazione  evoluzionistica,  non  esiste  ;  è  teoricamente  impos- 
sibile »  (p.  121).  Ossia  quel  terzo  modo  è  la  grammatica  empi- 
rica e  normativa,  sussidio  didattico. 

Ma  il  sistema  idealistico  vige  pienamente  in  entrambe  le 
prime  considerazioni,  poiché  anche  nel  momento  del  progresso 
relativo  della  lingua  opera  un'attività  spirituale. 

La  grammatica,  quando  è  conoscitiva,  è  così  sciolta  o  nella 
storia  letteraria  o  nella  storia  della  cultura,  sempre  cioè  nella 
storia  ;  quando  vuol  esser  normativa,  e  non  più  empirica  ma 
filosofica  e  rigorosa,  si  annulla  nell'estetica. 

Col  presente  saggio  noi  speriamo  d'esser  riusciti  a  confer- 
mare la  verità  di  tale  sistema,  applicandone  i  principi  alla  con- 
siderazione d'un  prodotto  caratteristico  dello  spirito  teorico  ita- 
liano studiato  nelle  condizioni  storiche  del  suo  svolgimento,  nei 
suoi  rapporti  cioè  con  l'arte  e  con  la  scienza. 


APPENDICE 


«  REGOLE  DELLA  LINGUA  FIORENTINA  » 


C     ["kabalza. 


PREFAZIONE 


A  quanto  dico  nel  cap.  I  (p.  13  sgg.)  del  notevolissimo  do- 
cumento che  qui  esce  per  la  prima  volta  alla  luce,  sono  in  grado, 
per  speciale  favore  usatomi  dal  mio  illustre  maestro  ed  amico 
senatore  Luigi  Morandi,  di  aggiungere  alcune  notizie  di  grande 
importanza  storica,  anticipando  le  conclusioni  a  cui  egli  è  giunto, 
com'è  suo  costume,  dopo  largo  e  profondo  studio,  e  che  illustra 
col  noto  suo  magistero  di  dottrina  e  di  stile  in  un  saporitissimo 
saggio  d'imminente  pubblicazione. 

Nella  Nuova  Antologia  del  iu  agosto  1905,  il  Morandi  se- 
gnalava l'importanza  della  Grammatichetta  Vaticana,  narrando 
le  vicende  del  manoscritto;  e  poiché  egli  stesso  m'aveva  esor- 
tato a  pubblicarlo  per  intero,  annunziava  fin  d'allora  ch'io  l'a- 
vrei messo  come  appendice  al  presente  lavoro. 

Continuando  però  le  sue  indagini  con  rigore  di  metodo  in- 
torno ai  primi  vocabolari  e  alle  prime  grammatiche  della  nostra 
lingua,  il  Morandi  ha  potuto  tra  le  altre  cose  provare  che  la 
nostra  Grammatichetta  fu  molto  probabilmente  opera  di  Lorenzo 
il  Magnifico,  non  certamente  di  Leon  Battista  Alberti,  com'era 
stato  supposto  ;  e  che  anche  Leonardo  da  Vinci  abbozzò  una 
grammatica  italiana,  dimettendone  forse  il  pensiero,  quando  ebbe 
notizia,  come  apparisce  da  due  suoi  ricordi,  della  Grammati- 
chetta del  Magnifico. 

Lo  studio  del  Morandi  si  occupa  poi  distesamente  dei  ma- 
teriali raccolti  da  Leonardo  per  fare  il  Vocabolario  italiano,  il 
latino-italiano    e  una    specie    di   Dizionario  illustrato    delle  armi 


5  3  2  Prefazione 

antiche,  pel  quale  seppe  attingere  da  una  fonte  classica  sfuggita 
ai  lessicografi  latini  suoi  contemporanei.  Per  tutto  questo  il  Mo- 
randi  adduce  fatti  fin  qui  ignorati  o  fraintesi;  ed  attorno  alla 
Grammatichetta  Vaticana  e  all'opera  filologica  di  Leonardo  trat- 
teggia e  documenta  i  traviamenti  degli  altri  primi  come  de'po- 
steriori  grammatici  e  vocabolaristi,  italiani  e  latini,  e  ha  occa- 
sione di  riparlare,  sotto  nuovi  aspetti,  de'punti  più  capitali  della 
questione  della  lingua,  dimostrando,  in  concordia  e  in  conferma 
del  principio  che  egli  viene  sostenendo  da  tanti  anni,  come  il 
Magnifico,  il  Vinci  e  il  Machiavelli  avessero  criteri  linguistici 
assai  più  giusti  di  altri  loro  contemporanei  e  di  molti  moderni. 
Sicché  il  suo  nuovo  libro,  mentre,  integrando  le  sue  ben 
note  trattazioni  precedenti,  va  a  prendere  un  cospicuo  posto 
nella  secolare  letteratura  della  questione  dell'unità  della  lingua, 
viene  a  colmare,  sotto  il  rispetto  storico,  una  vera  lacuna. 


II 


Ed  ora  poche  parole  sull'edizione  della  Grammatichetta; 
poche,  perchè  i  criteri  da  noi  tenuti  appariranno  ben  chiari  dal 
testo  che  qui  segue. 

S'è  cercato  di  conservarlo  in  tutta  la  sua  integrità  anche 
sotto  il  rispetto  puramente  materiale:  quindi  nessuna  sostanziale 
modificazione  nel  sistema  ortografico  e  di  punteggiatura,  che  qui 
poi  ha  un  maggior  valore,  mancando  nella  Grammatichetta  qua- 
lunque principio  d'interpunzione  e  d'ortografìa(');  nessuna  sosti- 
tuzione di  corsivo,  anche  là  dove  forse  per  la  chiarezza  del  testo 
sarebbe  stato  di  qualche  utilità.  Anche  l'incertezza  nell'uso  delle 
maiuscole  e  delle  minuscole  s'è  lasciata.  Per  Yu  e  il  v,  benché 
sempre  rappresentati  dall' A.  coll'?^,  s'è  adottata  la  distinzione  gra- 
fica dell'  Ordine  delle  lettere.  Si  sono  conservati  i  più  e  i  cosi  e 
simili,  senz'accento,  di  contro  all'a,  preposizione,  accentata.  S'è 
mantenuta  anche  la  disposizione  dei  titoli  de'capitoli.  Si  sono 
invece  sciolti  i  pochi  nessi,  anche  perchè  si  son  trovati  di  non 


i1  In  536,36  dopo  e,  537,8  dopo  O,  537,38  dopo  come,  540,10 
dopo  o,  543.2  dopo  amiamo  e  amiate,  545,10-  dopo  compositione, 
546,22  avanti  a  che  il  punto  o  la  virgola  sono  stati  cancellati, 


Prefazione  533 

incerto  intendimento;  i  dubbi  sono  stati  accennati  in  nota.  Ma 
le  comuni  abbreviature  grammaticali,  come  di  pir.  per  plurale, 

dov'erano,  si  son  mantenute,  senza  per  altro  tener  conto  di 
qualche  /.'per  plr.,  che  è  il  più  frequentemente  adoperato. 
Frantendimenti  e  lacune  del  copista,  che  certo  non  mancano, 
sono  stati  corretti  e  colmati  nel  testo  con  le  parentesi  quadre 
o  nelle  note.  All'evidente  (l)  spostamento  subito  nella  rile- 
gatura dal  foglio  11  (si  ricordi  che  la  Grammatichetta  e  il 
«  De  Vulgari  Eloquentia  »  hanno  scambiato  nel  nostro  codice 
le  guardie:  v.  qui,  pp.  13-14  u)  s'è  provveduto  col  dare  questo 
foglio  risolutamente  nel  luogo  dove  deve  stare,  ma  lasciandogli 
la  numerazione  che  ha  nel  codice.  Qualche  altra  particolarità  è 
stata  descritta  in  nota. 

Poiché,  infine,  i  segni  delle  lettere  e  degli  accenti  ortogra- 
fici adoperati  nell'  Ordine  delle  lettere  e  nello  specchietto  delle 
Vochali  non  erano  riproducibili  coi  tipi  comuni,  abbiam  creduto 
opportuno,  benché  solo  pochissimi  siano  adoperati  poi  nel  testo, 
dare  un  facsimile  delle  due  pagine  in  cui  si  trovano  :  alle  quali 
rimandiamo  i  lettori  per  ogni  altra  cosa  che  ad  esse  si  riferisca. 
Uno  di  quei  pochissimi  segni  è  Ve  articolo  e  pronome  che  il  no- 
stro A.  scrive  con  un  apostrofo  non  a  destra,  ma  postogli  sopra 
perpendicolarmente.  Non  valendo  la  spesa  il  farlo  fondere  apposi- 
tamente, potevamo  renderlo  coll'apostrofo  laterale;  ma  abbiam 
preferito  di  renderlo  coll'accento  acuto,  che  pur  è  meno  esatto, 
perchè  quell'<?  ricorre  anche  in  casi,  come  in  elio,  dove  l'apo- 
strofo non  si  sarebbe  potuto  più  mantenere  ("). 


Evidente  non  solo  per  l'ordine  che  richiede  la  trattazione,  ma 
anche  per  il  segno  del  fine  (una  croce  tratteggiata  negli  angoli)  posto 
all'ultima  parola  della  e.   11   B. 

(;)  Dobbiamo  qui  esprimere  i  nostri  più  vivi  ringraziamenti  al- 
l'egregio amico  nostro  prof.  Giuseppe  Zucchetti  che  ha  compiuto  per 
noi  la  diligente  fatica  di  collazionare  la  nostra  copia  e  le  prime  bozze 
sull'originale  vaticano. 


urJM 


/ 


SV  et '  tfftmtme  U  ImmniAftm  tvn  efitrr 
fktn  cvtwmt'  ti  '  tum  ?»t?w  ijtfini  y  mti  st*  < 

brtpriA,  di' c<rh   datti  yoUjbet ',  cerne '?*tP  wuwdmo 

/"  /     f  ff  '       '    f 

m  irteli  ;  erta*  d?t*rrt*n*  Mttìl*  crtvrr  :  nette** 

aiu/h  tufJhf  tyu(t»ou>  in  (tinaie  ut  racwi  [ufi  id 
[a  unntA  rwjVto  tn  unnwmc-  (lunata-turni  ;  omì  cof* 
#mU'  -futre  otiti*  1W  (r<*n4'   t'  ) ìtuA0S%    frvfs*  t* 

vrect  prima ,  e'  fa  «rifa  <tc   ì-lMimi:  Crchtflnifiif 
*      i  t     i    \    ,  «^_ 

tfnejfc' sunti*  ammanitimi  .wtr* i  jerù/erc' V  fonai** 
atre/  scnzA   ecmmeia.    $uc  nmc  urwti.ihes  nur' 
jm  Afte'  anale' e >U  S{&   rn  ia  .tnoiiA  y^Avi    Ufticr 
ttm  e'  intende  mv.fr  ' 

Ovài  ne    ae'.ie  it*Hrc' . 


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CónmniTte       vermi* 

Arftculns 

c't  <nro 

tir/ 

fiUw     ci  -zembe 

H-  iirolfr'  fora   a  perei  aneti*   cyr  f  piiUfdtc'. 

QlSl    bnmU  e    dilhvnc'  Tcfiiwii    fini/ce  ' 

(  '       f      f  (    '        '  f  (>    ( ,"    ' 
w  KoCfi*c  .-  scis    fiixyhM   ArHchoa    acromi 

L  C  c\)c(c  '  iti  molH  pnrtt'  \)WHq   in    mmis.  tifimi, 

4%c'  mzwhni    nomi  ,  v/m  Utmo  - 
tfen^tuj   e-tvjmujrci  e  rum    attrfi  cf  majiuliiict 

c'i&mwitut;    t  nSHtri  Ufim  fi  -fmo  wdcww. 
f  iflfa/l 'in  orni  nmf  ' (rtino   l*  Mnm*  shmltret 

ffitfto  /tifi  iti  cgr>    cdf   S^^<:  «fi."?!»*4 


Tav.  II. 


Regole  della  lingua  fiorentina  535 


[«REGOLE  DELLA  LINGUA  FIORENTINA»] 

DELLA  THOSCANA  SENZA  AUTORE  Guardia 

(Dal  Cod.  Vat.   Reg.   1370  ce.   1-161 


[QjVe  che  affermano  la  lingua  latina  non  essere  stata  comune  a  e.  1  A 
tutti  é  populi  latini,  ma  solo  propria  di  certi  docti  scolastici,  come 
hoggi  la  vediamo  in  pochi;  credo  deporanno  quello  errore:  vedendo 
questo  nostro  opuscholo  in  quale  io  racolsi  l'uso  della  lingua  nostra 
in  brevissime  annotationi:  qual  cosa  simile  fecero  gl'ingegni  grandi  e 
studiosi  presso  a  Grseci  prima,  e  pò  presso  de  é  latinj  :  et  chiamorno 
queste  simili  ammonitioni  apte  a  scrivere  e  favellare,  senza  corruptela, 
suo  nome  Grammatica.  Questa  arte  quale  élla  sia  in  la  lingua  nostra 
leggietemi  e  intenderetela. 

Ordine  delle  lettere 
i         r         t  d         b         v 


e        e         o 
1         s         f 


è         e         e         Coniunctio 
el  giro  girò  aldo  el  zembo 
et  volse  pòrci  à  porci  quello  che  è  pélla  pelle. 


p      q 

a         x 

Z 

e        eh 

g 

I)            ó 

u 

e 

e 

Verbum 

Articulus 

YOCHALI  e.    I   B 


io.  Cod.  d'tlle.  V.  facsimile  (Tav.  I).  11.  L'z  nel  cod.  è  senza  puntino.  14. 
Quest'ultima  lettera  sarebbe  una  g  gutturale  da  distinguere  dalla  g  della  linea  12  che  ne 
rappresenterebbe  il  suono  palatale?  Nel  testo,  in  ogni  modo,  il  g  non  ricorre  in  nessuna 
di  queste  due  forme,  ma  nell'altra  che  si  può  com'esse  vedere  nel  facsimile  (Tav.  I). 
16.  LV  e  Vó  chiusi  nel  cod.  sono  distinti  da^eo  aperti,  il  primo  con  un  apostrofo  so- 
prastante e  il  secondo  con  un  circonflesso.  17-18.  L'è  congiunzione  è  distinto  con  due 
puntini  ;  I*  verbo  con  tre  puntini  a  triangolo  preceduti  da  un'asta  perpendicolare  su  cui 
ne  cade  perpendicolarmente  un'altra;  Ve  articolo  e  pronome  \ei,  i)  con  tre  puntini  l'uno 
sull'altro  obliquamente  posti,  preceduti  dal  segno  dell'angolo  o  di  un  sette.  Ma  vedi 
meglio  nel  facsimile    Tav.  II). 


Regole  della  lingua  fiorentina 


[OJgni  parola  e  dictione  Toscana  finisce  in  vocale:  solo  alenimi 
articholi  de  nomi  in  .1.  et  alchune  prepositioni  finiscono  in  .d.  .n.  .r. 
Le  chose  in  molta  parte  hanno  in  lingua  toscana  que  medesimi  nomi, 
che  in  latino. 

Non  hanno  é  toscani  fra  é  nomi  altro  che  masculino,  e,  feminino.      5 
é  neutri  latini  si  fanno  masculini. 

Pigliasi  in  ogni  nome  latino  lo  ablativo  singulare,  e  questo  s'usa 
e.  2  A    in  ogni  caso  singulare;  cosi  al  majsculino  come  al  femminino. 

A  é  nomi  masculini  l'ultima  vocale  si  converte  in  .1.  e  questo 
s'usa  in  tutti  é  casi  plurali.  io 

A  é  nomi  femminini  l'ultima  vocale  si  converte  in  .E.  e  questo 
s'usa  in  ogni  caso  plurale  per  é  femminini. 

Alchuni  nomi  femminini  in  plurale  non  fanno  in  .E.  come  la 
mano,   fa  le  mani. 

Et  ogni  nome  feminino  quale  in  singulare  finisca  in  .e.  fa  in  più-    15 
rale  in  .1.  come  la  oratione,  le  orationi,  stagione,  stagioni,  confusioni 
e  simili. 

É  casi  de  nomi  si  notano  co  suoi  articoli:  de  i  quali  sono  varii 
é  masculini  da  é  feminini. 

Item  é  masculini,  che  cominciano  da  consonante  hanno  certi  ar-    20 
ticoli  non  fatti  come  quando  é  cominciano  da  vocale. 

Item  é  nomi  proprij  sono  varij  da  gli  appellativi. 

Masculini  che  cominciano  da  consonante  hanno  articoli  simili  a 
questo. 

SlNGI'LARE  25 

c-  2  B         EL  cielo     DEL  cielo     AL  cielo     EL  cielo     Ó  cielo     DAL  cielo 

Plurale 

É  cieli     DE  cieli     A  cieli     É  cieli     Ó  cieli     DA  cieli 
Masculini  che  cominciano   da    vocale:  fanno  in    singulare    simile 
a  questo.  30 

LO  òrizonte  DELLO  òrizonte  ALLO  órizonte  LO  órizonte 
.O.  òrizonte  Dallo  òrizonte. 

Plurale 

Gli  orizonti  Degli  orizonti  Agli  orizonti  Gli  orizonti  Dagli  orizonti. 

É  nomi  masculini  che  cominciano    da  .s.  prceposta  a  una  conso-    ^ 
nante  hanno  articoli  simili  a  quei  che  cominciano  da  vocale,  e  dicesi 
Lo  spedo,  Lo  stocco,  Gli  spedi,  e  simile. 


Regole  della  lingua  fiorentina  537 

Questi  vedesti  die  sono  vani  da  quei  di  sopra  nel  singulare  él 
primo  articolo  et  anque  él  quarto;  ma  nel  plurale  variorono  tutti  gii 
articoli. 

Nomi  proprii  masculini   non  hanno  él   primo  articolo,  ne  anque  él 
5    quarto;  e  fanno  simili  a  questi. 

Proprii     masculini    che    cominciano    da    consonante    in    singulare    e.  3  A 
fanno  cosi. 

Cesare   DI   Cesare  A  Cesare  Cesare  .O  Cesare   Da  Cesare. 
Nomi   proprii   che  cominciano  da  vocale  nulla  variano  da   conso- 
lo   nanti,  excetto  che  al  terzo  vi  si  aggiugne  .D.  e  dìcesi. 
Agrippa  DI   Agrippa  AD  Agrippa  etc. 
In  plurale  non  s'adoperano  é  nomi  proprii,   e  se  pur  s'adoperas- 
sero; tutti  fanno  come  appellativi. 

E  nomi  feminini  ó   proprij  o  appellativi  o  in   vocale,  o  in  conso- 
•5    nante  che  é  cominciano;   tutti  fanno  simile  à  questo. 

Singulare 

La  stella  Della  stella   Alla  stella  La   stella  Ó    stella    Dalla   stella. 
La  aura  Della  aura  Alla  aura  La  aura  O  aura  Dalla  aura. 

Plurale 

20    Le  stelle  Delle  stelle  Alle   stelle    Le   stelle  O     stelle  Dalle  stelle,    e.  3  B 

Le  aure  Delle  aure  Alle  aure  Le  aure  Ó  aure  Dalle  aure. 
E  nomi  delle  Terre  s'usano  come  proprij  e  dicesi.  Roma  superò 
Cartilagine. 

Et   similj    a   nomi    proprii   s'usano   é   nomi   de   numeri  uno,  due, 
25    tre  e  cento    e  mille    e    simili  e    dicesi  Tre    persone,   Vno    dio,   Nove 
cieli  e  simili. 

Et  quei  nomi  che  si  riferiscono  a  numeri  non  determinati  come, 

OGNI,  CIASCVNO,  QUALVNQUE,  N1VNO  e  simili;    e  COme    TVTTI,  PARECCHI, 

pochi,  molti,  e  similj  tutti  si  pronuntiano  simili  à  é  nomi  proprij  senza 
30    primo  e  quarto  articolo. 

E  nomi  che  importano  seco  interrogatione,  come  chi,  e  che  e 
ovale  e  qvanto  e  simili,  quej  nomi  che  si  rifferiscono  a  questi  in- 
terrogatorij  come  tale  e  tanto  e  cotale  e  cotanto,  si  pronuntiano 


-.  La  C  di  Cesare  nei  casi  obliqui  è  incerto  se  sia  maiuscola  o  minuscola. 
11.  Cod.  DA  con  un'/  sopra  VA,  preceduta  da  crocetta.  '  26.  Dopo  similj  il  cod.  teca 
un  att  coti  un'abbreviatura,  e  cosi  a  541,22,  dopo  /ussero. 


538  Regole  della  lìngua  fiorentina 

e.  4  A    simili  à  é  propri;  nomi,  pur  senzajprimo  e    quarto  articolo,  e  dicesi: 
Io  sono  tale,  quale  voresti  esser  tu:  et,  amai  tale,  che  odiava  me. 

chi  s'usa  circa  alle  persone  e  dicesi,  chi  scrisse  ? 

che,  significa  quanto  presso  a  é    latini   qui  et  quid;   significando 
quid,    s'usa    circa    a   le   cose    e    dicesi,    che    leggi?    significando    qui     5 
s'usa  circa  alle  persone  e  dicesi:   Io  sono  cholui,   che  scrissi. 

chi.  di  sua  natura  serve  al  masculino  ma  aggiunto  à  questo  verbo 
sono  e  sei,  é  serve  al  masculino  e  al  feminino  e  dicesi  chi  sarà  tua 
sposa:  chi  fu  el  maestro? 

Chi  sempre  si  prepone  al  verbo:  che.  si  prepone,  e  postpone.        10 

Che,  preposto  al  verbo  significa  quanto  presso  a  é  latini  quid  et 
quantum,  e  quale,  come  che  dice?   che   leggi?   che   huomo   ti   paio? 
che  ti  costa  ? 
e.  4  B  Che  postposto    al    verbo   significa  quanto   àpresso  é  la|tini  VT.  et 

Quod.   come  dicendo  i  voglio  che  tu  mi  legga:  scio  che  tu  me  amerai.     15 

É  nomi  quando  é  dimostrano  cosa  non  certa  e  determinata  si  pro- 
nuntiano  senza  primo  e  quarto  articolo,  come  dicendo,  Io  sono  stu- 
dioso. Invidia  lo  move.  Tu  mi  porti  amore.  Ma  quando  egli  impor- 
tano dimostratione  certa  e  determinata  allhora  si  pronuntiano  coll'ar- 
ticolo,  come  qui.   Io  sono  lo  studioso  e  tu  el  docto.  20 

É  nomi  simili  a  questo  Primo,  secondo,  vigesimo.  posti  dietro  à 
questo  verbo  sono,  sei,  è  non  raro  si  pronuntiano  senza  el  primo  arti- 
colo, e  dicesi.  Tu  fusti  terzo  et  io  secondo,  e  anchora  si  dice  chostui 
fu  el  quarto  el  primo  el  secondo  etc. 

Vno,  due,  tre,  e  simili  quando  é  significano  ordine;  vi  si  pone  l'ar-    25 
ticolo:  e  dicesi  tu  fusti  el  tre,  et  io  l'uno.  Il  due  è  numero  paro  etc. 
e.  5  A  Fra  tutti  gli  altri  nomi  appellativi,  questo   nome|Dio  s'usa  come 

proprio:  e  dicesi  lodato  dio.   Io  adoro  Dio. 

Gli  articoli  hanno  molta  convenientia   co  pronomi  :    e  anchora   é 
pronomi  hanno  grande  similitudin,  coni  questi  nomi    relativi    qui   re-    30 
citati  :    Adunque  suggiungeremogli 

De  pronomi:  é  primitivi  sono  questi. 

Io  Tu  Esso,  questo,  quello,  chostui  lui  cholui.  Mutasi  l'ultima 
vocale  in  .A.  e  fassi  il  femminino  e  dicesi  questa,  quella,  essa:  solo  io 
et  tu  in  una  voce  serve  al  masculino  e  al  feminino.  35 


B.   Il  cod.  avanti  il  serve  legge  e,  che  evidentemente  qui  è  pronome.         10-20.  Cod. 
coli   articolo.  24.  El   secondo   è   abbreviato   con  un  do  soprastante  a  una  lettera  che 

forse  è  un  2.         30.  Il  cod.  legge  similitudin,  come  altrove  esser,  favellar  con  un  apostrofo 
o  accento  sopra  l'ultima  consonante. 


Regole  della  lìngua  fiorentina  539 

É  plurali  di  questi  primitivi  pronomi  sono  vani,  e,  anque,  é  sin- 
gulari,   Declinansi  cosi. 

Io  et  i.  di  me  A  me  e  mi:   Me  e  mi.  Da  me.   Noi,  di  noi.  Anoi 
et  ci.   noi  et  ci  da  noi. 
5  Tu  di   te  e  ti.   Te  e  Ti.  O  tu.    da   Te.  Voi  di  voi,  a    voi  e   vi,   ó 

voi,   da  voi. 

Esso  et  é,  di  se  e  si,  se  e  si,  da  se,  et  egli. 

Non  troverrai  in  tutta  la  lingua  toscana  casi   mutati  in  voce,   al-    c-  5  B 
trove  che  in  questi  tre  pronomi.   Io.  Tu.  esso. 
10  Gli  altri  primitivi  se  declinano  cosi. 

Questo,  di  questo,  a  questo,  questo,  da  questo. 

Quello,   di  quello,   à  quello,  quello,   da  quello. 

Muta  .0.   in  .i.  e  barai    el    plurale:   e  dirai.    Questi,    di    questi,   a 
questi,  questi  da  questi,  e  il  somigliante  fa   quelli. 
15  Et  cosi  sarà  costui,  e  lui,  e  cholui   simili  a  quegli   in   singulare: 

ma  in  plurale  chostui  fa  costoro,  lui  fa  loro,  colui  fa  coloro,  di  coloro, 
a  choloro.  coloro,  da  choloro. 

Questo  e  quello  mutano  .0.  in  .a.  e  fassi  él  femminino  singulare  e 
dicesi  questa  e  quella,  et  fassi  il  suo  plurale  queste,  di  quelle,  a  quelle. 
20  Lui  chostui.  cholui.  mutano  .v.  in  .e.  e  fassi  él  singulare  femmi- 

nino, e  dicesi  Costei.  Lei.  cholei.  di  colei  etc. 

In  plurale  hanno  quella  voce  che  é  masculini.  cioè.  Loro,  coloro, 
costoro,   di  costoro,   a  costoro  etc.| 

Vedesti  come  simile  à  nomi  propri  questi  pronomi  primitivi  non    e.  6  A 
25    hanno  el    primo  articolo,  né  anque  él  quarto.    A    questa    similitudine 
fanno  é  pronomi  derivativi  ;  quando  é  sono  subiuncti  a  é  proprij  nomi  ; 
Ma  quando  si  giungono  a  gli  appellativi  si  pronuntiano  co  suoi  articoli. 

Derivativi  pronomi  sono  questi  e  declinansi  cosi. 

El  mio.  del  mio  etc.  et  plr.  é  miei,  de  miei  etc. 
30  El  nostro  del  nostro  etc.  et  plr.  é  nostri  de  nostri  etc. 

El  tuo  .   plr.  é  tuoi.   El  vostro  plr.   é  vostri. 

El  suo  .  et  pluraliter  é  suoi   etc. 

Mutasi  come  à  é  nomi    l'ultima  in    .A.   e  fassi  el  singulare  fem- 
minino: qual  .a.  converso  in  .e.  fassi  el  plurale  e  dicesi  mia  e  mie: 
35    vostra  vostre,  sua  e  sue. 

In  uso  s'adoprano  questi  pronomi  non  tutti  a  un  modo. 


8.  Cod.  troverai.         33.  Cod.    /  ultima.  Di  qualche  altro  apostrofo  tralasciato  non 
s'è  tenuto  qui  conto. 


540  Regole  della  lingua  fiorentina 

É  derivativi  giunti    à   questi    nomi,  padre    madre    fratello,  zio,  e 
simili  se  pronuntiano  senza  articolo:  e  dicesi  mio  padre:  vostra  madre, 
e  tuo  zio  etc.j 
e.  6  B  Mi  e  me,  ti  e  te,  ci  e  noi,  Vi  e  voi,  si  e  se,  sono  dativi  insieme 

et  accusativi  come  di  sopra  gli  vedesti  notati:  ma  hanno  questo  uso,      5 
che  preposti  al  verbo  si  dice  mi.  ti,  ci,  etc.  come  qui  é  mi    chiama, 
é  ti  vuole  ;  que  vi  chiegono:  io  mi  sto:  é  si  crede. 

Postposti  al  verbo,  se  a  quel  verbo   saia  inanzi  altro   pronome,  o 
nome  si  dira,  come  qui,   Io  amo  te,  e  voglio  voi. 

Se    al    verbo    non   sarà   aggiunto    inanzi    altro   nome,    o    pronome    io 
si  dirà  .1.   come  qui  aspettoci,   restaci,  scrivetemi. 

Lui  e  cholui  dimostrano  persone  come    dicendo  lui  andò:  cholei 
venne. 

Questo  e  quello  serve  a  ogni  dimostratione,  e  dicesi,  questo  exer- 
cito  predò  quella  provincia:  e  questo  Scipione  suppero  quello  Hannibale.    15 

É  et  él,  lo  e  la,  le  e  gli,  quali  giunti  a  nomi,  sono  articoli:  quando 
e.  7  A    si  giungono  à  verbi  diventano  |  pronomi    e    significano  quello,  quella, 
quelle  etc.  et  dicesi  .  Io  la  amai  .  tu  le  biasimi  .  chi  gli  vuole? 

Ma  di  questi  egli  et  é  hanno  significato  singulare  e  plurale,  e  pre- 
posti à  la  consonante  diremo  é,  come    qui  :    e'  fa    bene,    e'  corsono:    20 
e  preposti    alla    vocale  si    giugne    e    et    gli    e  dicesi,  egli  andò:    egli 
udivano. 

Et  quando  [segue]  loro   .s.    preposta   ;i    una    consonante,    ancora 
diremo,  egli  spiega:   egli  stavano. 

Potrei  in    questi    pronomi    esser    prolixo    investigando  più    chose    25 
quali  s'osservano  simili  à  queste. 

Vi  preposto  à  presenti  singulari  indicativi  d'una  syllaba,  si  scrive 
in  la  prima  e  terza  persona  per  due  v-v.  e  simile  in  la  seconda  per- 
sona presente  imperativa,  come  stavvi  e  vavvi.  e  ne  verbi  d'una  e 
di  più  syllabe,  la  prima  singulare  indicativa  al  futuro  come-  amerovvi,  30 
leggerovvi,  darotti,  adoperrocci  e  simile.  Ma  forse  di  queste  cose  più 
particulari  diremo  altrove. | 

c  _  B  Sequitano  k  verbi. 

Non  ha  la  lingua    Toscana  verbi    passivi  in    voce,  ma   per   expri- 
mere  él  passivo  compone  co  questo  verbo,   sono  sei,  è  .  él  participio    35 
preterito  passivo  tolto  da  é  latini  in  questo  modo.  Io  sono  amato.  Tu 
sei  pregiato,  cholei  è  odiata,  e    simile  .  si  giugni  a  tutti  é    numeri  et 
tempi  é  modi  di  questo  verbo:  adonqut-  lo  poremo  qui  distinto. 

26.  Cod.   quasi. 


Regole  della  lingua  fiorentina  541 


Indicativo 

Sono,  sei.   è.   plurale,  siamo,  sete,  sono 

Ero,  eri,  era,  plr.  eravamo  e  savamo.  eravate  e  sa  va  te,  erano 

Fui,   fusti  .  fu  .  plr.   fumo,   fusti,   furono 

Ero  .  eri  .  era  stato  .  plr.  eravamo  e  savamo,  eravate  et  savate, 
erano  stati 

Sarò  .  sarai  .  sarà  .  plr.  saremo   .   sarete   .  saranno. 

Hanno  é  Toscani  in  voce  uno  preterito  quasi  testé,  quale  in  questo 
verbo  si  dice  rosi 

Sono  sei  è  stato  plr.  siamo,  sete,  sono  stati 
e  dicesi  hieri  fui  ad  Hostia  .  hoggi  .sono  stato  a  Tibuli. 

Imperativo 

Sie  tu  .  sia  lui  .  plurale  siamo,  siate,  siano. 
Sarai  tu   .   sarà  lui   .   plr.  saremo  etc. 

Optativo 

Dio  chio  fussi  .  tu  fussi  .  lui  fusse  .  plr.  fussimo  .  fussi  .  fussero 
Dio  chio  sia.  .  sij  .  sia  stato  .  plr.  siamo,  siate,  siano  stati 
Dio  chio  fussi  .  fussi  .  fusse  stato  .  plr.  fussimo,   fussi  fussero  stati 
Dio  chio  sia  .   sij   .   sia  .   plr  siamo  .  siate   .  siano. 

SVBIENCTIVO 

Benchio  .  tu   .   lui  sia  .   plr.   siamo  .  siate  .  siano 

Benchio  fussi   .   tu   fussi   .   lui   fusse  .   plr.   fussimo,  fussi  .  fussero 

Benchio  sia  .  sij   .  sia  stato  .  plr.  siamo,  siate,  siano  stati 

Benchio  fussi  .  fussi  .  fusse  stato  .  plr.  fussimo  .  fussi  .  fussero  stati. 

Benchio  sarò  .  sarai  .  sarà  stato  .  plr.  saremo,  sarete,  sareste  stati. 

Et  usasi  tutto  l'indicativo  di  questo  e  d'ogni  altro  verbo,  quasi 
come  subienctivo  prepostovi  qualche  una  di  queste  dictioni  .  se  . 
quando  .  benché  e  simili  .  e  dicesi  .  benchio  fui  .  se  é  sono  .  quando 
é  saranno. 

Infinito 

Essere   .   essere  stato 

Gervndio  .  Essendo  .  Participio  .  Essente 

Dirassi  adonque  per  dimostrare  él  passivo.  Io  sono  stato  amato  . 
fui  pregiato  .  e  sarò  lodato  .  tu  sei  reverito. 

Hanno  é  Toscani  certo  modo  subienctivo  in  voce,  non  notato  da 
é  Latini   .   e  panni   da  nominarlo  .   asseverativo  come  questo. 


542  Regole  della  lingua  fiorentina 


Sarei  .  saresti  .  sarebbe  .  plr.  saremo  .  saresti  .  sarebbero  .  e  di- 
rassi  cosi  .  stu  fussi  docto,  saresti  pregiato:  se  fussero  amatori  de  la 
patria;  e'  sarebbero  più  felici.  Seqvitano  é  verbi  activi 

Le  congiugationi  de'  verbi  activi  in    lingua   Toscana   si    formano 
*c.  9  A    dal  Gerundio  latino,  levatone  le  tre  ultime | lettere  n.d.o.e  quel  che     5 
resta  si  fa  terza  persona  singulare  indicativa  e  presente:  ecco  l'exemplo 
.  amando  .  levare  n.d.o.  resta  ama  .  scrivendo  resta  scrive. 

Sono  adonque  due  congiugationi,  una  che  finisce  in  .A.  l'altra 
finisce  in  .  E . 

Alla  congiugatione  in  .  a  .  quello  .  a  .  si  muta  in  .  o  .  et  fassi  la    io 
prima  persona  singulare  indicativa  e  presente,  et  mutasi  in  .  I  .  e  fassi 
la  seconda:  e  cosi,  si  forma  tutto    il  verbo,  come  vedrai    la    similitu- 
dine qui   in  questo  exposto. 

Indicativo 

Amo   .   ami   .   ama  .   plr.   amiamo  .   amate   .   amanu  15 

Amavo  .  amavi  .   amava  plr.  amavamo  .  amavate  .  amavano 
Ho  .  hai  .  ha  amato  .  plr.  habbiamo,  havete,  hanno  amato. 
Amerò  .  amerai  .  amerà  :  plr.  ameremo  amerete  ameranno. 
In  questa  lingua  ogni  verbo  finisce  in  .0.  la  prima  indicativa  pre- 
c.  9  B    sente:    et    in  questa    coniugatione  prima,    fijnisce    anchora   in  .0.    la    20 

terza  singulare  indicativa  del  preterito. 

Ma  ecci  differentia,  che  quella  del  preterito  fa    él  suo  .0.  longo  : 

e  quella  del  presente  lo  fa  .<".  brieve. 

Imperativo 

Ama  tu  .  ami  luj   .  plr.  amiamo,  amate,  amino  ss 

Amerai  tu  .  amerà  cholui  .  plr.  ameremo  etc. 

Optativo 

Dio  ch'io  amassi  .  tu  amassi  .  lui  amasse  .  plr.  dio  che  noi  amas- 
simo .   voi  amassi  .   loro  amassero. 

Dio  ch'io  habbia  .   tu  babbi   .   lui  habbia  amato  .   plr.   dio  che  noi    30 
habbiamo  .  habbiate  .  habbino  amato. 

Dio  ch'io  havessi  .  tu  havessi  lui  havesse  amato  .  plr.  dio  che  noi 
havessimo,  havessi  .  riavessero  amato. 

Dio  ch'io  ami,  tu,   lui  ami   .   plr.   amiamo,   amiate,   amino. 


2.  Cod.  brieve  col  puntino  sotto  1'/. 


Regole  della  lino  uà  fiorentina  543 


SVBIENCTIVO 

Bench'io,  tu,  lui  ami  .  plr.  amiamo   amiate   amino 
Bench'io,  tu  amassi,  lui  amasse;  plr.  amassimo,  amassi,  -ro. 
Bench'io  habbia,  habbi,    habbia   amato  .  plr.    habbiamo    habbiate    e.  io  A 
5    habbino  amato . 

Bench'io  havessi,  tu  havessi,  lui  havesse  amato  .  plr.  havessimo, 
havessi,  havessero  amato. 

Bench'io  harò,   harai,   harà  amato  .  plr.  haremo,   harete  haranno 
amato, 
io  Assertivo  Amerei,  ameresti,  amerebbe  .  plr.  ameremo,  ameresti, 

amerebbero         Infinito 

Amare,  havere  amato.  Gekvndio. 

Amando.         Participio         Amante. 

Vedi  come  à  é  tempi  testé    perfetti    et   al  futuro  del  subienctivo, 
J5    manchano  sue  proprie  voci  :  e  per  questo  si  composero  simile  à  verbi 
passivi:   él  suo  participio  cho  tempi  e  voci  di  questo  verbo  ho,  hai,  ha. 
Qual  verbo  benché  é  sia  della  coniugatone  in  .A.  pur  non  sequita 
la    regola    e    similitudine  de  gli    altri:    pero    che  egli  è  verbo   d'una 
sillaba  e  cosi   tutti  gli  altri  monosyllabi  sono  anormali. 
20  Ne  troverrai   in   tutta  la    lingua  Toscana  verbi   monosyllabi,    altri    c.  ioB 

che  questi  sei  .  Do  .   Fo  .  Ho  .  Vo  .  Sto  .  Tro. 
Porremogli  adonque  qui  sotto  distincti. 

.Ma  per  esser  breve,  notamo  che  é  sono  insieme  dissimili  né  é  pre- 
teriti perfecti  indicativi,  et  né  singulari  degli  imperativi:  e  nel  singular 
25    del  futuro  optativo  .  Né  quali  é  fanno  cosi  .  Do  .  diedi  .  desti  .  dette  . 
plr.   Demo  .  desti   .   dettero. 

Fo  .  feci  .  facesti   .  fecie  .  plr.  facemo  .  facesti  .  fecero. 
Ho  .  hebbi  .  havesti  .  hebbe  .  plr.  havemo  .  havesti  .  hebbero. 
Yo  .   andai  .  andasti  .   andò  .   plr.  andamo  .   andasti   .  andarono. 
3°  Sto  .  stetti  .  stesti  .  stette  .  plr.  stemo  .  stesti  .  stettero. 

Tro  .   tretti  .   traesti  .  trette  .  plr.  traémo   .  traesti   .   trettero. 
In  tutti  é  verbi  come  fa  la  seconda  persona  singulare  del   prete- 
rito, cosi  fa  la  seconda  sua  plurale  come  amasti  .  desti  .  legesti. 
Do,  da  tu,  dia  luj. 
35  Fo.  fa  tu.  faccia  luj 


io.  Cod.   Amerai.         27.   Cod.  fecie  col  puntino  sotto  l'i. 


544  Regole  della  lingua  fiorentina 

e.  12  A  Ho  .   habbi  tu   .   habbia  luj. 

\"o  .   va  tu   .   vada  lui. 

Sto  .  sta  tu  .  stia  lui. 

Tro  .   tra  tu   .   tria  lui. 

Do,  dio  eh'  io  dia,  tu  dia,  lui  dia.  5 

Fo  .  faccia  .  facci  .   faccia. 

Ho   .   habbia  .   habbi   .   habbia. 

Vo  .  vada  .  vadi  .  vada. 

Sto  .  stia  .  stij   .  stia. 

Tro  .  tragga  .  traggi  .  tragga.  io 

Sequita  la  coniugatione  in   .E. 

Questa  si  forma  simile  alla  coniugatione  in  .A.  mutasi  quello  .e. 
in  .o.  e  fassi  la  prima  presente  indicativa:  mutasi  in  .1.  e  fassi  la 
seconda  come  qui  legente  et  scrivente  .  levatone  n.t.e.  resta  legge, 
scrive:  onde  si  fa  leggo,  leggi,  leggeva,  legerò  .  etc.  Solo  varia  dalla  15 
coniugatione  in  .A.  in  que  luogi  dove  variano  i  monosyllabi.  Ma  questa 
e  12  B  coniugatione  in  .e.i  varia  in  più  modi,  benché  comune  faccia  é  preteriti 
perfetti  indicativi  in  .ssi.  per  due  .ss.  come  leggo  lessi  .  scrivo  scrissi  . 
ma  que  verbi  che  finischono  in  sco,  fanno  é  preteriti  in  .ij.  per  due 
.ii.  come  esco  usci)  :  ardisco  ardij  .  anigittisco  anigittij.  Ma  per  più  20 
suavità  nella  lingua  toscana  non  si  pronuntiano  due  iuncte  vocali. 
Da  questi  verbi  si  exceptuano  cresco  e  é  suoi  compositi  Rincresco, 
accresco,  e  simili,  quali  finiscono  a  preteriti  perfetti  in  .bbi.  come 
crebbi,  rincrebbi. 

Item  nasco  fa  nacqui,  e  conosco  fa  conobbi.  Et  que  verbi  che  fini-  25 
scono  in  mo,  fanno  é  preteriti  in  .etti,  come  premo  .  premetti  .  e  quei 
che  finiscono  in  .do.  fanno  é  preteriti  in  .si.  per  uno  .s.  come  ardo  . 
arsi  .  spargo  .  sparsi  .  excetto  vedo  fa  vidi,  odo,  udì,  cado,  caddi, 
godo  godei  e  godetti.  Et  quegli  che  finiscono  in  N.D.O.  fanno  prete- 
riti .si.  per  uno  .s.  prendo  presi,  rispondo  risposi,  excetto  vendo  fa  30 
e  13  A  vendei  e  vendetti.  Sonci  di  queste  regole  forsi  altre  excettioni  .  ma 
per  bora  basti  questo  principio  di  tanta  cosa  chi  che  sia  .  a  cui  di- 
letterà ornare  la  patria  nostra  aggiugnera  qui  quello  che  ci  manchi. 
Dicemo  de'   preteriti,   resta  a  dire  de  gli  altri.  Imperativo 

Leggi  tu  .   legga  ebollii  Optativo  35 

Futuro  singulare  Dio  chio  scriva   .   tu  scriva  .   lui  scriva  .  e  chosi 
fanno  tutti. 


1.  Per  la  trasposizione  di  e.  11  A  e  e.  1 1  B,  v.  prefazione.  17.  Dopo  seconda  forse 

si  ha  una  lacuna:    dovevasi   indicare   come   dal  part.  pres.  si  fornii  la  3a  ps.  dell'ind. 


Regoli    della  lingua  fiorentina  545 

Verbi  impersonali  si   formano  della  terza  persona  del  verbo  activo 

in  tutti  é  modi  e  tempi  giuntovi   .si.   come  amasi   .  leggevasi  .  scrivasi. 

Ma  questo  si  suole  transporlo  in  anzi  al  verbo,  giuntovi  .e.  e  dicesi. 

5    é  si  legge,  é  si  corre:   et  maxime  ne  l'optativo  e  subienctivo  sempre 

si  prepone,  e  dicesi.  Dio  che  é  s'ami  .  quando  é  si  leggerà,  e  simile. 

Seguitano  le  Prepositioni 

Di  queste  alchune  non  caggiono  in  compositione  e  sono  queste: 
oltre,  sine  .  dietro  .  doppo  .  presso  .  verso    .  nanzi,  fuori,    circa.         e.  13 B 

Prepositioni    che  caggiono    in    compositione    et  anchora  s'adope- 
rano seiuncte  sono  di  una  syllaba  o  di  più. 

D'una  syllaba  sono  queste. 

De  .   De  nostri  .  Detractori. 

Ad   .   ad  altri   .  Admiratori. 
15  Con  .  con  certi  .  Conservatori 

Per  .   per  tutti  .   Pertinace. 

Di   .   di  tanti   .   Diminuti. 

In   .   in  casa  .   Importanti. 

Di  preposto  allo  infinito  ha  significato  quasi  come  a  Latini  .Vt.  e 
20    dicono  Io  mi  sforzo  d'esser  amato. 

Quelle  de  più  syllabe  sono  queste. 

Sotto  .  Sottoposto. 

Sopra  e  dicesi  Sopraposto. 

Entro  .  Entromesso. 
25  Contro  .   Contraposto. 

Prepositioni  quale  s'adoperano  solo  in  compositione. | 

Re,  sub,  ob,  se,  am,  tras,  ab,  dis,  ex,pre,  circum,  onde  si  dice    e.  14  A 
trasposi  e  circumspetto. 

Sequitano  gli  Adverbii 

30  Per  é  tempi  si  dice  hoggi,  testé,   hora,   hieri,   crai,  tardi,   nomai, 

già,   alhora,  prima,  poi,  mai,  sempre,   presto,  subito. 

Per  é  luoghi  si  dice  costi,  cola,  altrove,  indi,  entro,  fuori,  circa, 
quinci,   costinci,  e  qui  e  ci  e  ivi  e  vi   .   onde  si  dice  io  voglio  starci, 
io  ci  starò,  prò  qui  et  verrovi  e  io  vi  starò  prò  ivi. 
35  Pelle  chose  si  dice     assai,  molto,  poco,  più,  meno. 

Negando  si  dice,     nulla,   no,   niente,  ne. 


5.  Cod.  ne  loptativo.         6.  Cod.  è  s.imi. 
C.  Trabalza. 


546  Regole  della  lingua  fiorentina 

Affirmando,  si  dice,     si,  anzi,  certo,  alla  fé. 

Domandando  si  dice,     perche,  onde,  quando,  come,  quanto. 

Dubitando  .   forse. 

Narrando  si  dice,  insieme,  pari,  come,  quasi,  cosi,  bene,  male, 
peggio,  meglio,  optime,  pexime,  tale,  tanto).  5 

e.  14  B  Usa  la  lingua  Toscana  questi  adverbij  in  luogo  di  nomi  giuntovi 

l'articolo,  e  dice  él  bene  .  del  bene  etc.  qual  cosa  ella  anchora  fa 
degli  imfiniti  e  dicono  él  legere  del  legere.  . 

Ma  a  più  nomi,  pronomi  e  infiniti  giunti  insieme  solo  in  principio 
della  loro  coniunctione  usa  preporre  non  più  che  uno  articolo,  e  dicesi    io 
él  tuo  buono  amare,   mi  piace. 

Item  a  similitudine  della  lingua  Gallica  piglia  el  Toscano  é  nomi 
singulari  feminini  adiectivi  et  agiungevi  .  mente  .  e  usagli  per  ad- 
verbij .  come  saviamente  bellamente  magramente. 

Interiectioni  I5 

Sono  .  queste  .  heu  .   hei  .  ha  .  o  .  bau   .  ma  .  do. 

CONIVNCTIONI 

Sono    queste  .  Mentre,    perche,    senza,    sé,    però,  benché,  certo, 
adonque,  anchora,  ma,  come,  et,  ne,  osegi  [sic]. 
e  15A  Et    congiunge:    Ne    disiunge  .  O  divide  .  senza  si    lega|    solo  à    20 

nomi  et  a  gli  imfiniti,  e  dicesi  senza  più  scrivere  .  tu  et  io  studieremo  : 
che  ne  lui  ne  lei  siano  indocti:  ó  piaccia  ó  dispiaccia  questa  mia 
inventione. 

Et  questo  Ne  ha  vario  significato  e  vario  uso  .  se  si  prepone  sim- 
plice  à  nomi  a  verbi  a  pronomi  significa  negatione,  come  qui,  ne  tu  «5 
ne  io  meritiamo  invidia.  Et  significa  .  in  .  ma  agiuntovi  .  1  .  serve  à 
singulari  masculini  e  femminini,  e  senza  .  1  .  serve  a  plurali,  quali 
comincino  da  consonante,  à  tutti  gli  altri  pluralj  masculini  e  femminini 
si  dice  .  nel  .  et  quando  .  s  .  sarà  preposta  alla  consonante  pur  si  dice  . 
nello  spazio  .  nelle  camere,  ne  letti  .  nel  lo  exercito  di  Dario  .  negli  30 
horti. 

Et   questo   Ne  se  sarà  subiuncto  a  nome  o  al  pronome  significa  . 
di  qui  .  di  questo  .  di  quello  .  secondo   che  l'altre    dictioni   vi  si  adat- 
teranno come  chi  dice  Cesare  ne  va  .   Pompeio  ne    viene. 
e.  iSB  Et  questo   Ne   preposto  al    verbo  sarà  o   doppo   à   mono|syl1abi  o    35 


30.  Cod.  camemere.         33.  Cod.  làltre. 


Regole  della  lingua  fiorentina  547 


doppo  a  quei  di  più  syllabe,  et  più  i>  significa  interrogatione,  o  af- 
firmatione,  0  precepto.  Adonque  doppo  l'indicativo  monosyllabo,  la  in- 
terrogatione si  scrive  in  la  prima  e  terza  persona  per  due  n.n  .  la  se- 
conda per  uno  .11.  come  interrogando  si  dice  .  Vonne  io  .  vane  tu? 
5  Vanne  colui?  Nello  Imperativo  si  scrive  la  seconda  per  due  .n.n.  e 
dicesi  .  Vanne  .  danne.  La  terza  si  scrive  per  uno,  e  dicesi  .  siane 
lui,  traggane.  Et  questi  monosyllabi  la  prima  indicativa  presente 
affirmando  si  scrive  per  due  .n.n.  e  dicono  .  fonne  .  vonne  .  nonne. 
Se  sarà  el  verbo  di   più   syllabe,  la   interrogatione-  et  affirmatione 

io  si  scrive  per  uno  .11.  in  tutti  e  tempi,  excetto  la  affirmatione  in  lo  futuro, 
quale  si  scrive  per  due  .n.n.  come  dicendo  .  porterane  tu?  porteronne  .  e 
questo  sino  qui  detto  s'intenda  per  é  singulari  però  che  plurali  si 
scrive  quello   .   ne   .   sempre  per  uno   .  n  .   come  andiamone. 

Non  mi  stendo  ne  gli  altri    simili  usi  a  questi:    basti    quinci    in-    e.  n  A 

15    tendere  é  principij   d'investigar  lo  avanzo. 

E  vitij  del  favellar  in  ogni  lingua  sono  o  quando  s'introducono 
alle  cose  nuovi  nomi:  o,  quando  gli  usitati  si  adoperano  male  .  ado- 
peranosi  male  discordando  persone  e  tempi,  come  chi  dicesse  .  tu  hieri 
andaremo  alla  mercati  .  et  adoperanosi  male  usandogli  in  altro  signi- 

20    ficato  alieno  come  chi  dice  processione  prò  possessione.  Introduconsi 
nuovi  nomi  o  in  tutto  alieni  et  incogniti  o  in  qualunque  parte  mutati. 
Alieni  sono  in  Toscana  più  nomi  barberi,  lasciativi  da  gente  Ger- 
mana, quale  più  tempo  milito  in  Italia,  come  helm  .  vulase  .  faceman  . 
bandier  .  e  simili.  In  qualche  parte  mutati,  saranno  quando  alle  dictioni 

25    s'agiugnera  o  minuira  qualche  lettera,    come  chi    dicesse,    paire,  prò 
patre,   e  maire  prò  matre.    Et  mutati  saranno  come   chi    dicesse    Rej 
plubica  prò  Republica,  et   occusfato    prò   offuscato  .  e  quando    si  pò-    e.  12  b 
nesse  una  lettera  per  un'altra  .  come  chi  dicesse,  aldisco  prò  ardisco, 
inimisi  prò  inimici. 

30  Molto  studia  la  lingua  Toscana  d'essere  breve  et  expedita  ;  e  per 

questo  scorre  non  raro  in  qualche  nuova  figura,  qual  sente  di  vitio, 
ma  questi  vitij  in  alcune  ditioni  e  prolationi  rendono  la  lingua  più 
apta  :  come  chi  diminuendo  dice,  spirto  prò  spinto,  e  maxime  l'ultima 
vocale,  e  dice  papi  et  .  Zanobi  prò  Zanobio  ;  credon  far  quel  breve  onde 

35    s'usa  che  a  tutti  gl'imfiniti  quando  loro  segue  alchuno  pronome  in  .i. 
allhora  si  getta  l'ultima  vocale,   e  dicesi  farti,   amarvi  .  starci  .  etc. 
E  mutando  lettere  dicono  .  mie  prò  mio  e  mia:  chieggo  prò  chiedo, 


34.  Breve:  cod.  bv,  opp.  bu. 


548  Regole  della  lingua  fiorentina 


paio  prò  paro  .  inchiuso  prò  incluso  .  chiave  prò  clave  .  e  aggiugnendo 
dice  .  Vuole  prò  vole,  schuola  prò  scola,  cielo  prò  celo,  e,  in  tutto 
troncando  le  dictioni  dice  vi  prò  quivi  e  similiter  stievi  prò  stia  ivi.  =)|= 

Se  questo  nostro   opuscolo    sarà   tanto    grato   a    chi    mi    leggerà, 
quanto  fu  laborioso  a  me  el  congettarlo,  certo  mi  dilecterà  averlo  prò-     5 
mulgato,  tanto  quanto  mi  dilettava  investigare  e  raccorre  queste  cose 
a  mio  iuditio  degne  e  da  pregiarle. 

Laudo  Dio  che  in  la  nostra  lingua  habbiamo  nomai  é  primi  prin- 
cipij  ;  di  quello  ch'io  al  tutto  mi  disfidava  potere  assequire. 

Cittadini  miei,  pregovi,  se  presso  di   voj  hanno  luogo   le   mie  fa-    10 
tighe,  habbiate  a  grado   questo   animo    mio,  cupido    di    honorare    la 
patria  nostra:  Et  insieme  piacciavi  emendarmi  più  che  biasimarmi  se 
in  parte  alchuna  ci  vedete    errore. 

Finis 

Sumptum  ex  Bibliotheca  .L.  medices  .  Romée  anno  humanatj  Dei    15 
1508.  Decembris  ultima  exactum. 


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