role quali si possono riconoscere negli scrittori pei rispetti della purità e della correttezza fa fede dopo tanto lavorìo grammati- cale, dopo la crisi filosofica della grammatica, che sopravvisse sol- tanto la parte puramente empirica, cessando ogni interesse per quella filologicamente storica, sopravvisse cioè la grammatica spogliata d'ogni elemento filosofico e conoscitivo. A che si do- veva logicamente venire, e il fine e la funzione della gramma- tica non potevan non esser quelli che abbiam visto aver rico- nosciuto il Puoti. Oggi essa non si studia diversamente ne con diverso fine : ed è presumibile che nel futuro si seguiterà a fare altrettanto. E se alcuni resultati della grammatica storica si sono incorporati nella moderna grammatica normativa ed altri ancora vi si includeranno, ciò potrà forse migliorare il metodo di esse e aiutare l'apprendimento, ma come conoscenza, come contenuto conoscitivo, storico, rimarrà sempre estraneo al fine della grammatica, che è quello di condurre all'acquisto della lingua da adoperare per i bisogni pratici, tant'è vero che delle grammatiche per gli stranieri questo elemento conoscitivo è as- solutamente escluso. Pure è facile avvertire nel contenuto specifico della gram- matica del Puoti l' influenza tanto dei precedenti accertamenti della filologia quanto delle tendenze della grammatica filosofica ; com'è naturale che vi sia tenuto conto delle formule trovate dai migliori precedenti grammatici, dal Bembo al Salviati al Citta- dini, dal Buonmattei e dal Cinonio al Corticelli : sicché il Puoti ci appare come un diligente vagliatore di quanto era stato esco- gitato dai grammatici dei vari tempi e indirizzi, un disegnatore sobrio e corretto, un espositore chiaro e temperato che sa bene il suo fine e che ha coscienza de' suoi mezzi e del proprio me- todo, e perciò esibitore d'una materia che passi immediatamente nel cervello de' discepoli, osservabile negli scrittori e applica- bile nelle scritture e nella parola viva, scartata ogni superfluità, ogni suppellettile che rivesta carattere scientifico o conoscitivo. Vedasi, p. es., quanto è rimasto nel Puoti dei trattati cittadi- neschi dellV e dell'<? su cui tanto si travagliarono per sistemarli didascalicamente i grammatici posteriori ; quanto, nella sintassi, di tutte le categorie della grammatica filosofica ; quanto, per la morfologia, di tante forme di nomi e di verbi e d'altre categorie scovate dai più minuti ricercatori ; quanto, per l'ortografia, delle smisurate trattazioni precedenti. 504 Storia della Grammatica Su tutto sta come principio dominatore infrangibile il più rigoroso criterio puristico. Valga d'esempio l'osservazione che il Puoti oppone alla regola del luì, del lei e del loro, che « non si possono usare nel caso retto », sebbene << non manchino esempi in contrario anche del buon secolo della favella » : « Ma ora che la grammatica della lingua è ben fermata, questi esempi vo- glionsi tenere come errori, e punto non debbonsi imitare » (p. 135). Avvertiva il marchese che, « se l' ingegno de' discepoli il poteva comportare », s'incominciasse « per bel modo a far loro compren- dere le ragioni delle cose », e, come già vedemmo, tollerò che il suo prediletto discepolo e assistente studiasse la grammatica generale, concessioni strappategli dalla riverenza in che ancora era questa tenuta, ma nelle sue Regole fu soppresso ogni perchè, e tutto dato come fatto e come legge. Concludendo, diremo che la grammatica del Puoti è l'e- spressione più caratteristica che presero le dottrine grammati- cali ornai trionfanti di questo periodo. Francesco Ambrosoli, comasco (1797- 1868), grande ammi- ratore del Giordani e del Leopardi, più noto per il suo Ma- nuale (edito nel 31 e rifatto nel 60), fu meno restio del Puoti all'ammettere un po' di elemento filosofico : si vuol render conto, infatti, del come sorsero le categorie e le forme grammaticali ; ma in questo, lungi dall'ispirarsi agli enciclopedisti francesi, egli tornava al Buonmattei ; come pure adottava il metodo lessicale del Cinonio per la dimostrazione dell'ufficio e dell'uso pratico delle voci. La sintassi appar fondata sul principio della gram- matica generale e particolare nella sua divisione di regolare e irregolare e nell'accettazione della dottrina dell 'ellissi: ma nella sua fisonomia generale come anche nella maggior parte della trattazione questa grammatica dell'Ambrosoli è ormai la gram- matica di stampo moderno ; tant'è vero che è stata ristampata, con le debite modificazioni, anche qualche decennio fa('). Un vero ritorno alla grammatica filosofica sembra avverarsi con quella novissima della lingua italiana (') del palermitano (') Milano, 1S85. (2) Grammatica nuovissima della lingua italiana " ricomposta da Leopoldo Rodino per uso del Liceo arcivescovile e de'Seminari di Napoli, sopra quella compilata nello studio di Basilio Puoti. Prima edizione fiorentina rivista da un Maestro toscano", Firenze, Barbèra Bianchi u Comp., 1858. Capitolo quindicesimo 505 Leopoldo Rodino (1810-1882), che anche si è ristampata non è molto(') e vien citata come autorevole (*), meritando forse l'e- logio che il Betti le tributò di « lavoro filosofico, magistrale, compiuto», sebbene non le siano mancati critici acerbi come Michele Giannini (3). Col Rodino si dimostra, quello che era naturale che accadesse, che la grammatica empirica aveva do- vuto venire a patti con la ragionata, la quale, spregiata dopo tanti onori ricevuti, non se ne poteva andare senza lasciar tracce: e le tracce ne son rimaste nelle grammatiche moderne special- mente con la famosa analisi logica della proposizione e del pe- riodo. Nella Grammatica popolare della lingita italiana tratta dalla grammatica novissima ('), manifestava A chi legge questa sua veduta: « La grammatica si può insegnare per tre differenti modi. L'uno è il filosofico, e sta nel porre alcuni principi di logica, da' quali si facciano discendere come conseguenze le re- gole grammaticali. Questa io chiamerei la scienza della Gram- matica ; ed è lavoro, eh' io mi propongo di pubblicare di qui a qualche anno. L'altro è positivo e pratico, ed è quando si raccolgono tutti i precetti di quest'arte applicati alla lingua, e derivati dalla logica, ma esposti per modo, che nulla apparisca della loro origine filosofica alla mente de' giovanetti non ancora capaci di lunghi e severi ragionamenti. Questo secondo modo ho io tenuto nella mia Grammatica nuovissima. Ma non tutti possono imparare tutti i precetti di questa Grammatica....»: quindi Grammatica popolare, circa al qual modo « a due, si dee por mente. La prima è che i precetti non siano mai né contro alla ragione logica né contro alla verità positiva della lingua. L'altra è che si scelga giudiziosamente quella parte de' precetti che è più necessaria a sapere, e contro alla quale si falla più generalmente dal popolo ». Che la esecuzione tanto della nuovis- sima quanto della popolare sia riuscita opera secondo il fine pra- tico veramente magistrale per l'agilità e la chiarezza, nessuno (') Napoli. 1880. (") Cfr. ftass. crii. d. I. it., XI, 3-4. (a) La Grammatica antica e le moderne. Osservazioni, Viareggio, Malfatti, opusc. recensito in II Borghini, I, 9, 574-7. Il Giannini vi prende posizione contro i riformatori della grammatica, difendendo l'antica nomenclatura e gli antichi metodi. i4j Firenze, Barbèra, Bianchi e Comp., 1859. 5o6 Storia della Gr animai ica vorrà negare che s' intenda di cose didattiche, e il favore goduto da entrambe l'attesta (1); ma questo stesso tentativo di adattare, anzi specializzare la grammatica alla varia mentalità degli ap- prenditori, stabilendo de' gradi non pur nell'ampiezza maggiore o minore della materia, ma nella maggiore o minore infusione dello spirito filosofico, come se ci sia un vero grammaticale più o meno potenziato di virtù illuminatrice, non solo, ma affer- mando il principio che questo vero ci abbia a essere anche nel grado inferiore, ma senza mostrarcisi, se può riuscire in lode del maestro che s' industria e s'affanna nell'escogitazione di espe- dienti sempre meglio e specialmente efficaci, è indizio però assai grave contro la stessa grammatica, scienza che si stira e s' im- polpetta a piacere altrui. Infine, questo scolaro del Puoti che sorride alla grammatica filosofica, ma si regola nel compilarne una su per giù come si regolava il maestro, e ne escogita un'altra in cui la filosofia a braccetto dell'empirismo sia posta in servizio del popolo, è, grammaticalmente parlando, l' incarnazione di quel periodo di crisi e di transizione e della filosofia e dell'em- pirismo, in cui il popolo -appunto affermava il suo diritto di par- tecipare al banchetto della letteratura, asserendolo per bocca del Manzoni. (') Verità, necessità, chiarezza delle regole sono pel Rodino i re- quisiti che deve avere una grammatica. La verità è nella logicità, es- sendo la grammatica figlinola piimogcnita della logica. « Ma non si aspetti per questo alcuno di vedere in questa Grammatica quelle teo- riche di filosofia, che si vorrebbero da certi in questo secolo, che di- cesi filosofico. Che, lasciando stare tutte le altre ragioni, questo non sarebbe acconcio a quelle tenere menti che non potrebbero sostenere difficili principi ideologici, e poco utile riuscirebbe all'uso della parola, la quale se ha la sua ragione nella ideologia, ha la sua forma dalla maniera propria di ciascuna lingua. Adunque lasciando star questa ma- niera che sarebbe conveniente ad una Grammatica generale o meglio alla Ragion della grammatica, bisogna star contenti a questo, che i principi cioè, che per necessità si hanno a porre nelle regole gram- maticali, sieno secondo la logica». Prefaz., pp. IX-X. E si noti, in- tanto, che Y 'e tuttologia vien chiamata l'analogia. Così che la sintassi conserva le tre parti della grammatica generale: collocazione, concor- danza, reggimento. Naturalmente la proposizione è il complesso di pa- role con cui si esprime quell'operazione della mente che si chiama giudizio. Capitolo quindicesimo 507 III. Tra il fragor d'armi che la Proposta montiana aveva de- stato, il Manzoni era venuto componendo il suo romanzo, non senza esser condotto naturalmente a meditare il problema della lingua sia dalle vivaci discussioni che intorno ad esso si agitavano, sia dagli ostacoli che si figurava aver incontrati nell'opera sua per non possedere tutta la lingua che gli sarebbe occorsa a raggiungere almeno la forma approssimativa del suo pensiero. Sicché, quando negli anni 1840-2 diede fuori la seconda edizione de' Promessi sposi nella nuova veste fiorentina che si era per- suaso dover ad essi indossare, mostrando un esempio pratico della necessità e bontà della tesi di cui s'era venuto sempre meglio convincendo, era naturale che si aprisse un nuovo pe- riodo di ardenti polemiche intorno a quel problema dell'unità della lingua, di cui in quel libro aveva praticamente dimo- strato qual potesse e dovesse secondo lui esser la soluzione. La storia di quest'ultima fase della secolare controversia è ben nota anche nei minuti particolari e quel problema per fortuna è stato ormai risoluto nella pratica con la vittoria della dottrina manzoniana, vittoria immancabile non solo per merito di questa e dei sostegni che ebbe, ma anche per cause sociali che non importa dichiarare ; nella teoria con il riconoscimento della sua natura non filosofica. Poiché quella del Manzoni non fu neppur nella sua mente e non poteva essere una tesi estetica ; ma semplicemente un vivace lavorìo di pensiero per trovare la via di soddisfare a un'imprescindibile esigenza pratica del momento non pur nei rispetti dell'artifizio stantìo della vecchia prosa, ma in quelli della lingua futura d' Italia intesa anche come mezzo d'integrazione della constituenda unità nazionale ('). (') « Colla lingua è che noi formiamo le idee, e perfezione di lingua è perfezione di pensiero. — Tutto poi quello che è ordinato, decente, quello che giova a pensare con facilità e con rettezza pro- duce nelle anime nostre delle disposizioni preziosissime alla morale virtù. — Finalmente qual vantaggio a questa bella parte del mondo, se l'Italia divenisse tutta d'una sola favella! Che maggior fratellanza non crescerebbe tra noi ! Che aumento alla carità della patria co- mune! ». Così pensava anche il Rosmini i Opere edite e inedite, vo- 5o8 Storia della Grammatica O, meglio, la tesi pratica sorse imperiosa dal suo stesso spirito artistico, ma cercò nella speculazione la sua base critica, tramutandosi necessariamente in pedagogica: resultato triplice dell'elaborazione, la correzione del romanzo, la negazione teorica della grammatica generale, le proposte di mezzi d' unificazione linguistica; criterio dominante, anzi assoluto, l'Uso, particolar- mente il fiorentino, quale l'aveva formato l'evoluzione storica dell'italiano ed in cui era il maggior consenso di tutti i parlanti d'Italia 0). Il punto di partenza della dimostrazione teorica del Manzoni è il concetto di lingua. « Le lingue sono : complesso di vocaboli soggetti a regole ; » (") ma ciò che le fa essere quel che sono, non è V analogìa (intendi : le leggi immutabili e universali della grammatica generale), sì bene X1 uso (« le regole grammaticali, in lume XVIII, Pedagogia e Metodologia, I, p. 127), che, come ha ben detto il Borgese (op. cit. p. 152) fu maestro in filosofia e scolaro in letteratura del Manzoni. E per non tornarci sopra altrove, aggiungerò qui che il Rosmini distingueva nella lingua la materia e la farina. «Quanto alla forma della lingua», avvertiva ai maestri, il fanciullo «non è ancora da ciò; perocché la forma della lingua, cioè la gram- matica, esige delle intellezioni d'un ordine molto superiore al secondo » (op. cit., p. 128). (J) Gli scritti manzoniani sui quali fermiamo più specialmente la nostra attenzione sono le due minute dell'opera non condotta a ter- mine Della lingua italiana costituenti il IV volume delle Opere ine- dite o rare pubbl. dal Bonghi, Milano, 1891 ; ma teniamo presenti tutti gli altri Scritti linguistici raccolti e egregiamente illustrati dal Ber- toldi nelle cit. Prose minori, col corredo d'un'abbondante quanto scelta bibliografia. ('-) Minuta prima, p. 49. Nella seconda, la definizione è corretta così: « materia propria d'ogni lingua sono de' vocaboli, e delle forme grammaticali applicate ad essi, e che sono comunemente chiamate regole», p. 217. Il mutamento è stato suggerito dalla necessità di tener ben distinti tra loro nella trattazione il vocabolario e la gram- matica, « mezzi che s'adoprano per rappresentare qualunque lingua nel suo complesso». Abbiam preso qui le mosse dalla prima minuta, tanto per dare subito una prova di quel che sia la seconda, che la supera special- mente di rigore metodico e maggior precisione dialettica ; e noi questa terremo a nostro fondamento, benché nella prima qua e là nell'incer- tezza dell'espressione par che si scopra meglio il pensiero dell'autore, il quale nella seconda ha cura di mostrarne di mano in mano e se- guirne il progresso, perchè alla fine balzi più vivo: è l'arte sua. Capitolo quindicesimo 509 ogni Lingua, dipendono in tutto dall'Uso, come i vocaboli ») ('). Così la dimostrazione viene a constare di due parti, non sempre nettamente distinte, ma rispondenti alle due parti fondamentali che ci restano dell'opera, dopo la prima che serve d'introdu- zione (Lib. I, Cap. I : « Dello stato della lingua in Italia, e degli effetti essenziali delle lingue »), e che trattano, la prima: « Quale sia la causa efficiente delle lingue, » suddivisa in a) ri- spetto ai vocaboli (Cap. II», fi) rispetto alle regole grammaticali (Cap. Ili) ; la seconda : « Se V analogia produca degli effetti neces- sari nelle lingue, riguardo alla parte grammaticale » (Cap. IV) (2). Quest'ultimo capitolo, che è quello che più ci riguarda qui, contiene la critica negativa della grammatica generale, cioè la parte veramente nuova del sistema del Manzoni. E dall'esame d'esso ci vien messa in rilievo la profonda differenza che intercede tra il Manzoni e il De Sanctis nella loro comune critica grammaticale. Il De Sanctis, mente speculativa, moveva dalla grammatica per andare verso la scienza, verso l'estetica, e riuscì a vedere tanto quanto bastava per esser libero nella sua critica, cioè nella manife- stazione della sua vera personalità da pregiudizi teorici ; il Manzoni, anima d'artista, andava dalla teoria verso la pratica, verso la tec- nica, alla ricerca de' mezzi dell'espressione, o meglio combatteva per vincere quegli ostacoli che ai grandi suoi pari (3 ) spesso op- (') Minuta prima, p. 68. (2) Ecco tutta la materia dell'opera che sarebbe stata in tre libri: « Principi generali, riconoscimento del fatto particolare ; confutazioni delle obiezioni; esame de' sistemi; tale è l'assunto, e tale sarà l'or- dine di questo primo libro. Nel secondo s' esamineranno i diversi si- stemi. Nel terzo si tratterà de' mezzi atti a propagar le lingue, e da impiegarsi, per conseguenza, a rendere, per quanto sia possibile, co- mune di fatto in tutta Italia quella che avremo dimostrato esser la lingua italiana». P. 215. Chi abbia presenti tutti gli altri scritti lin- guistici del Manzoni, s'accorge che il libro in quel che ci manca non sarebbe stato che una rielaborazione e sistemazione di quel che in essi è contenuto. Ma è sempre a dolere grandemente che l'opera ri- manesse incompiuta. (3) Soccorrono facilmente alla memoria i nomi dell'Alfieri e del Leopardi. Delle fatiche del primo per conquistar la lingua italiana, dell'elaborazione tormentosa dell'espressione formale delle sue tra- gedie, è superfluo dire. Ci piace invece riferire un pensiero che egli esprime a proposito dei francesismi da lui avvertiti ( Voci e modi toscani 5 io Storia delta Grammatica pone la lingua come passività, come cosa morta, voleva insomma parlare. Il Volgare illustre di Dante, le varie grammatiche cin- quecentesche e la correzione dell' Orlando Furioso, l'Uso e la correzione de' Promessi Sposi del Manzoni, sono aspetti diversi d'un medesimo problema spirituale, il bisogno d'esprimersi in tutta la pienezza, di creare la propria espressione ; nuove teorie, nuove grammatiche, rifacimenti, polemiche, tormenti teorici d'ogni genere accompagnano fatalmente quello sforzo inevitabile, specie ne' momenti di grandi rivoluzioni dello spirito. Grandi e piccoli partecipano calorosamente a tali dibattiti : i primi sciol- gono il problema, se sono artisti, non con le teorie che costrui- scono, ma creando capolavori, se sono filosofi creando sistemi, i secondi imitando gli uni e gli altri,, ripetendo, ma pur dando nel loro lavoro complessivo un riflesso teorico di quella che è stata chiamata la creazione collettiva della lingua, perchè tutti che abbiano in sé una sola favilla di vita interiore collaborano allo svolgimento del linguaggio, e tutti vogliono rendersi ra- gione e asserire un piccolo dritto sul capitale comune. Così si può intendere, meglio che non si faccia comune- mente, il valore che la parola Uso, tanto frequente sulla bocca del Manzoni, abbia nel suo discorso: l'Uso è il parlar vivo, il con la corrisp. in lingua francese e in dialetto piemontese, ed. Cibrario, Torino, Alliana, 1827) nel Boccaccio: «le regole o inezie grammaticali debbono per l'appunto essere dai sommi scrittori più rispettate, perchè più grandezza d'animo si richiede per sottomettervisi che per disprez- zarle » (in G. A. Fabris, I primi scritti in prosa di Vittorio Alfieri, Firenze, 1899, p. 24), e che, lungi dall'essere una banalità o un pa- radosso, rivela quale importanza avesse nella coscienza del grande artista annunziatore della terza Italia l' italianità della sua lingua. Quell'omaggio alla grammatica è un omaggio reso al nume agitatore del suo spirito poetico. Il Leopardi anch'egli volle andare ad abbeverarsi al fonte lingui- stico di Firenze, e al Giordani che l'ammoniva non esser « paese che parli meno italiano di Firenze», rispondeva piacergli « imparare quel- l'infinità di modi volgari che spesso stan tanto bene nelle scritture, e quella proprietà ed efficacia che la plebe per natura sua conserva tanto mirabilmente nelle parole»; e se pur allora di quell'andata non ne fu nulla, risciacquò però anch'egli più tardi le sue prose nell'Arno, sebbene in modi diversi da quello tenuto dal Manzoni (Mazzoni, L'Ot- tocento, pp. 542-3). Giudicavano rettoricamente di lingua sì il Gior- dani che il Leopardi, ma, chi guardi, con perfetta concordia col pro- prio temperamento spirituale. Capitolo quindicesimo 511 parlare, il solo parlare : e quand' egli sostiene che la vera causa efficiente delle lingue, l'unica è l'Uso, in fondo non dice altro che questo, che il parlare è il. parlare : di codesta causa efficiente egli dovrebbe pur sapere che v' è un' altra causa più intimamente efficiente, che è lo spirito: su questo non si sofferma, e qui è la parte manchevole del suo sistema ; il che vuol dire che egli non ha un'estetica, una filosofia sua del linguaggio vera e propria. Ma chi metta questa sua parola Uso o Parlar effettivo in rap- porto col suo spirito artistico, vedrà che in esso l'Uso s' iden- tifica con la causa generatrice dell'espressione. E in questo è la superiorità della sua dottrina. V ha di più. Questo propu- gnare l'Uso vivo del popolo, e del popolo fiorentino che certo fu il grande collaboratore della lingua nazionale, che altro rivela, in sostanza, se non una viva coscienza che il Manzoni avesse dell'attività spirituale collettiva onde il linguaggio si altera, si crea ogni momento ? « Perchè altri facevano della questione della lingua una questione storica, dimenticavate sempre più che è una questione atttiale di sua natura » (p. 209), dice in un punto ai suoi supposti avversari, e, a suo modo, diceva una verità. Sicché si può dire che egli, pur facendo una questione pratica, rasenta sempre il vero problema scientifico della lingua ('). E se n' ha una conferma magnifica nella critica eh' ei fa delle leggi immutabili della grammatica generale, dove egli riesce ancor più nuovo e originale e limpido negatore che non fosse il De Sanctis medesimo ("). (') Potrei citare moltissimi luoghi che dimostrano eh' egli intuiva la vita spiritunle del linguaggio, tanto come creazione collettiva quanto come creazione individuale. V. specialmente le pagine dove afferma che la causa della lingua non può esser che una, e l'esempio addotto d'una parola del Malherbe che diviene francese dopo solamente che è accettata dall'Uso. Sono le 220-22. Ma un luogo singolarmente ca- ratteristico è il seguente: « La grande operazione dell'Uso, l'operazione essenziale, permanente e omogenea, quella che fa viver le lingue, è, al contrario, quella di mantenere, e di mantenere incomparabilmente più di quello che, in ogni momento, possa andarsi mutando, com'è s'è accennato dianzi». P. 231. (2) Unico, tra tutti i letterati italiani, il Manzoni ha comune col De Sanctis la conoscenza intima de' grammatici sì antichi che mo- derni, in particolare, s'intende, dei francesi del sec. XVIII. Una cor- rezione notevole di storia della questione della lingua è l'aver detto nella seconda minuta (p. 145) che della lingua italiana si va dispu- 512 Storia della Grammatica Di negazione in senso assoluto, veramente, non si potrebbe parlare, in quanto che il Manzoni non nega l'esistenza delle regole, cioè d'un fondamento logico del linguaggio; ma sostiene che queste regole si trasformano via via sotto l'imperio dell'uso, in modo che esse non sono universali né immutabili : il che equivale a non ammenterle, tanto più quando si affermino con- tinuamente i capricci e gli arbitri dell'Uso. Negazione è, e in- confutabile, quando il Manzoni dimostra con ragioni ed esempi l'arbitrarietà delle categorie grammaticali e delle loro funzioni. Dopo dimostrato, rispetto alla causa efficiente de' vocaboli, « che ciò che fa essere nelle lingue i rispettivi vocaboli, sia col significato che si chiama proprio, sia con uno traslato, sia con- siderati ognuno da se, sia aggregati in locuzioni speciali, non è altro che l'Uso; » (p. 240) e, rispetto alle regole gramma- ticali, « che ogni effetto grammaticale può essere ottenuto con mezzi diversi; e che, per conseguenza, l'applicazione d'uno piut- tosto che d'un altro di essi dipende da un arbitrio, » (p. 247) (') il Manzoni si fa a confutare « l'opinione che l'Analogia (2), per una sua virtù propria, produca nelle lingue degli effetti neces- sari, e quindi indipendenti da qualunque arbitrio » (p. 247), ossia ad abbattere tutto il fondamento della grammatica generale. tando da cinquecent'anni, mentre nella prima aveva detto da trecento. Vi volle evidentemente comprendere anche Dante. Aggiungo qui a suo titolo esclusivo di lode, che il Manzoni nelle innumerevoli esem- plificazioni e analisi particolari fa anche (e in che modo!) la gram- matica normativa! (') Questo canone — salva la forma non filosofica — potrebbe esser propugnato anche dalla nostra estetica, se per arbitrio s'inten- desse la libertà dello spirito. E quest' identità, occorre avvertirlo, il Manzoni non pone affatto; né tanto meno sospetta egli l'identità tra linguaggio e attività fantastica : il linguaggio resta sempre per lui qualcosa di estraneo allo spirito, una materia fonica a cui si dia un significato. L'eufonia, p. es., per cui si appella all'autorità di Donato, è per lui « un motivo affatto materiale e estraneo agi' intenti razionali del linguaggio » (p. 251) : laddove per l'estetica moderna ogni minima sfumatura fonetica deve riportarsi a un movimento spirituale. Il Manzoni riman sempre in fondo sotto la veduta del logicismo e del dinamismo meccanico del sec. XVII I. (2) Per analogia il M. intende «l'applicazione de' medesimi mezzi esteriori e, dirò così, materiali del linguaggio a de' medesimi intenti del pensiero ». P. 249. Capitolo quindicesimo 513 Per il Manzoni l'Analogia è impotente a dare alle lingue legge veruna, né circa i vocaboli, né circa i mezzi gramma- tica/i, cioè l'Inflessioni, i Vocaboli che fanno un ufizio gramma- ticale, la Costruzione, in altre parole le Categorie grammaticali e sintattiche. Alla confutazione generale serve di discussione la definizione data dal Beauzée nell' Encyclopédie Mcthodìque (art. Analogia). In una Nota al Cap. IV si fa poi ad esporre la critica delle parti del discorso o categorie, passando in rassegna i vari grammatici antichi, poi « quel Giulio Bordoni, che amò meglio usurpare il nome di Scaligero che render celebre il suo » (p. 288), il Sanzio, lo Sdoppio e il Vossio ('), i Portorea- listi Arnauld e Lancelot, il Buffier (1709) e il Girard (1747), il Beauzée, determinando con molta acutezza la posizione d'ognuno e il modificarsi del problema delle categorie ne' vari periodi, con la conclusione della sua insolubilità. In un'Appendice al Cap. Ili discute « Se ci siano de' vocaboli necessariamente i?ide- clinabili », concludendo anche qui per l'insolubilità di tali que- stioni, « perchè derivate da una supposizione affatto arbitraria, cioè che tutti i vocaboli di tutte le lingue siano naturalmente e necessariamente divisi e scompartiti in tante classi diverse, o parti dell'orazione, ciascheduna delle quali sia esclusivamente propria a significare una data modalità degli oggetti del pen- siero, o, come dicono, a fare una funzione speciale e distinta » (p. 305J, e esamina con opportuni esempi comparativi tolti da lingue diverse le questioni particolari della pretesa essenziale indeclinabilità della preposizione, dell' avverbio , della congiun- zione e dell' interiezione . Infine, dopo toccato « d' una restrizione e d'una necessità imposte arbitrariamente alla Decliiiazione », viene alla Conclusione , sulla scorta della quale abbiam creduto, per ragioni di brevità, di fare il riassunto del pensiero man- zoniano. Gli errori particolari di alcuni grammatici circa le categorie grammaticali dimostra che hanno un'origine comune, la so- praddetta supposizione, che è quella medesima su cui si fonda la così detta Grammatica generale (p. 330). « Ma il nome di Parti dell'orazione non era forse solenne da secoli? Non erano esse state, già nell'antichità greca, oggetto Cj Di questo cita V Aristarchus, sive De Arte Grammatica, 1636. C. Trabalza. 33 514 Storia della Grammatica delle ricerche di diversi filosofi? e non furono poi, senza inter- ruzione, la base, o dirò cosi, l'ordito delle grammatiche po- sitive e speciali di tutte le lingue europee, antiche e moderne, e dell'altre lingue più note in Europa? Quale fu dunque la sco- perta per cui la Grammatica di Porto Reale acquistò e conserva, la reputazione d' aver fondata, o almeno iniziata, una nova scienza? » (p. 330). E. qui il Manzoni spiega come poteron sorgere le categorie e il loro variare dai filosofi greci ai latini, il cui carattere è « la mancanza d'ogni intento sistematico. Ci si vede bensì un progresso, o piuttosto un aumento successivo, ma occasionale e, si può dire, empirico ; un'analisi continua, ma che non è né lo svolgimento, né la ricerca d'una sintesi » (p. 434). « Se a qual- cheduno de' filosofi di quel tempo, che parlarono, in qualunque modo, di parti dell'orazione, fosse potuto venir in mente di ordi- narle in un complesso scientifico, pare che Aristotele avrebbe dovuto esser quello. Ma, dagli scritti che rimangon di lui, appare tutt' altro « (p. 335)- Continua poi fino a Prisciano, che ne enumera quattordici, « lo stesso suddividere, e per motivi d'egual valore » (ib.). L'intento de' grammatici fu sempre pra- tico: « indicare le regole positive dei vocaboli... E in questo... si trovavano d'accordo senza fatica, perchè seguivano tutti una medesima guida, l'Uso: sfido a prenderne un'altra per comporre delle grammatiche positive » (p. 336). Anche « quel novo e ar- tifizioso edilìzio filosofico » che è la Grammatica speculativa di Duns Scoto, « è fondato sull'autorità sottintesa e costrutto sul metodo arbitrario d'un grammatico » (pp. 339-40). E l'arbitrio fu proseguito dal Valla al Buonmattei. « Novo e notabile /w in questo l'assunto de' due celebri scrittori francesi », che lo fondarono su questo principio: « La maggior distinzione... di ciò che ac- cade nel nostro spirito è che ci si può considerare e l'oggetto del nostro pensiero, e la forma o la maniera del pensiero me- desimo » : che, applicato al linguaggio, li conduceva alla dedu- zione « che, avendo gli uomini bisogno di segni per indicar ciò che accade nel loro spirito, la distinzione più generale de' vo- caboli dev' essere che gli uni significano gli oggetti de' pensieri, e gli altri la forma, o il modo de' pensieri medesimi » (p. 342). Qui il Manzoni trova acutamente che una supposizione è stata sostituita da una ricerca; mentre «i fondamenti dell'arte di parlare dovevano esser cercati altrove che in una distinzione Capitolo quindicesimo 515 de' vocabili in due categorie » (pp. 342-3). Ciò che dette origine a tutte le arbitrarietà della grammatica generale. « E sarebbe una storia lunga e superflua quella di tant' altre questioni dello stesso genere [di quella della preposizione non preposizione o participio non participio Excepté] ; vai a dire se tali o tali altri vocaboli s'avessero a collocare tra gli avverbi, o tra le prepo- sizioni, o tre le congiunzioni, o tra' nomi, o tra' pronomi, o tra' verbi. Questioni non mai sciolte, e, oso dire, insolubili, perchè con esse si cercava ne' vocaboli una qualità supposta arbitrariamente, qual'è l'attitudine esclusiva a fare un ufizio gram- maticale. Quindi ognuna delle parti poteva avere una ragione ; nessuna poteva aver ragione » (pp. 346-7). Dalla qual conclusione è facile concludere, come già accen- nammo, che il Manzoni colpiva a morte la grammatica generale, ma non la grammatica ('). Come tesi pratica, lungi dall' esser una reazione e oppo- sizione al purismo trionfante del Cesari come quello che offriva un'unità linguistica da seguire di contro alla nuova barbarie del francesismo e alla babele della lingua universale, la teoria man- zoniana ne fu, non dico la continuazione, ma una trasformazione : il purismo affermava i diritti della lingua letteraria del Trecento e degli scrittori posteriori che l'avessero mantenuta viva, ossia dell'unità fiorentina quale si era stabilita nelle scritture; il Man- zoni affermò i diritti dell'unità fiorentina viva e parlata in quanto, non discordando da quel tanto di fiorentino che era rimasto vivo e che era perciò adoperabile e rappresentava il nucleo che gl'Ita- liani avevano in comune, poteva essere comunicata a tutti e ba- stare ai bisogni di tutti, cioè diventare con la maggior facilità e precisione la lingua comune, universale della nuova letteratura e perciò della nuova Italia ("). (') Sul Manzoni grammatico, seguendo il voi. IV delle opere ine- dite o rare da noi esaminate, scrisse una memoria G. B. Zoppi (nella Miscellanea per le Nozze Biadego- Bernardinelli , Verona, 1896, pa- gine 1 24-141 ), di cui avremo occasione di occuparci tra poco. (2) Il che viene a concordanza con quanto osserva il Borgese circa le relazioni tra il purismo classico e il romanticismo : « I clas- sicisti puristi avevano quasi troncato tutte le dispute sulla natura sto- rica della nostra lingua, stabilendo ch'ella dovesse modellarsi sulla toscana, o meglio, sulla fiorentina; se non che, per la medesima ra- gione che la poesia esprimeva sentimenti, passioni, opinioni di tempi 516 Storia della Grammatica Le opposizioni di genere teorico non potevano mancare alla tesi del Manzoni, e non mancarono, come non mancarono le calorose difese ('): intervennero nella disputa anche filologi e glot- tologi eminenti, con gli argomenti a favore e contro che la gram- matica storica poteva loro offrire ("); ma dubitiamo che la parte- cipazione di essi al dibattito sia stato il deus ex machina che sia riuscito a risolverlo ; poiché, se essi poterono ben chiarire col metodo positivo come sia sorta e siasi sviluppata la lingua italiana intesa come evoluzione, non è vero che con questo chiarissero ancora che cosa una lingua effettivamente sia : il problema insomma non è filologico, è filosofico: e noi sap- piamo con che la filosofia identifichi la lingua. Nel fatto in- vece il problema del Manzoni in quanto ha di pratico fu ri- soluto nel senso da lui voluto. Che cosa aveva voluto? Quello che ottenne, e che dirò con parole del De Sanctis, di uno cioè che non prese e non poteva prender parte a una controversia che non aveva per lui alcuna portata né critica né filosofica. « Il Manzoni ha rinnovato la forma, rendendola popolare, perchè ha combattuto a morte la forma convenzionale, ha distrutto l'at- mosfera classica, ha vinto la rettorica, producendo una forma semplice, vera, reale, forma cercata nelle viscere stesse del po- polo, forma ingentilita con tali colori accessibili al popolo »(3). Su questo nuovo fatto, che non fu naturalmente tutt' opera del Manzoni e de' suoi valorosi seguaci (son troppi per citarli tutti, ma qui è doveroso ricordare il Bonghi, il Morandi e, benché sia manzoniano temperato, il D'Ovidio), sorse la nuova grammatica italiana oggi adottata nelle scuole, cioè la gram- andati, parlava anche con le parole morte, quasi fosse latina. I ro- mantici mostrarono che, se la poesia vuole imitare il vero, per vero deve intendere quello a cui noi crediamo, e che, se ha da parlare ai contemporanei e non ai defunti, deve usar di quelle parole che possono nell'età nostra intendersi anche dai non dotti. » Op. cit., p. 147. (') Sulla dibattuta questione fu pubblicato perfino uno speciale periodico: L'Unità della lingua, per cura di P. Fanfani, A. Gelli e R. Vescovi. Firenze, 1869-1873. (2) A titolo d'onore dobbiamo qui registrare il Proemio dell'Ascoli i\\Y Archivio glottologico, che degnamente combattuto dagli avversari, sollevò la controversia alla maggiore elevatezza di discussione pos- sibile. (3) In Vivaldi, op. cit.. Ili, p. 314. Capitolo quindicesimo 517 matica dell'uso moderno, o della lingua parlata e dell'uso vivo, di cui avemmo tipi invero in qualche parte diversi. Il che chia- rendo avremo assolto anche il compito che qui ci era riservato, di dar conto complessivamente di un gruppo di grammatiche, troppo numerose per essere singolarmente esaminate, e troppo uniformi non solo nel principio che lor serve di base ma anche nella configurazione loro, non gran che, s'aggiunga, differente da quella che ebbe la grammatica del purismo, per meritare un'analisi minuta del loro speciale contenuto, considerato sopra- tutto che non scaturendo esse, come invece avvenne nel Cinque- cento, dal bisogno di rendersi conto di una letteratura nuova — bisogno che assume aspetto di problema filosofico — né connettendosi, come nel Sei e Settecento si avverò, agli sforzi compiuti dai filosofi del linguaggio per intenderne la natura e insieme le tradizionali categorie, ma solo rappresentando un in- dirizzo pratico, come quelle del purismo cesariano della prima metà del secolo, vengono a perdere individualmente gran parte del loro interesse in una storia come la presente. Trascurando non senza ragione gli ultimi epigoni della gram- matica del purismo, non esclusi quelli che sotto veste di novità in sostanza esponevano la medesima materia (Melgaj, e tacendo anche per amor di brevità di trattazioni particolari, che per certi rispetti si ricongiungono alla grammatica storica (Buscaino- Campo, Regole per la pronunzia italiana, (') e per altri che vertono più specialmente sulla sintassi tradizionale (Bulgarini A. e P. E. Castagnola, La struttura del periodo) ("), e delle solite disquisizioni sullo studio o sull'importanza o sulla por- tata filosofica della grammatica generalmente prive di senso scientifico, noteremo che, se ben presto, dopo cessate comple- tamente le polemiche rinnovatesi più vivacemente con la Rela- zione del Manzoni e quando ormai i fatti cominciavano a parlar da sé, cioè sui primi dell'ultimo ventennio del secolo scorso, sorsero e pullularono le grammatiche del nuovo principio dell'uso moderno, invero quella che applicasse rigorosamente, cioè nel suo preteso esclusivismo ma in tutta la sua larghezza e in tutte le sue contemperanze, il concetto fondamentale del Manzoni, uscì (') Trapani, 1S85. (2) Torino, 1879. 5i 8 Storia della Grammatica relativamente tardi, e precisamente nel 1894 : e fu la Gramma- tica italiana del Morandi e del Cappuccini, non essendoci lecito dubitare, anche se non ce ne fossimo convinti col nostro studio, di quanto essi affermavano nell' introduzione. « Più di ven- tanni fa, uno di noi [il Morandi, in due scritti pubblicati nel 1873-4 e incorporati in Le correzioni ai Pr. Sp. (')], so- steneva come fosse ormai tempo di rinnovare la Grammatica italiana sul concetto fondamentale del Manzoni : concetto che le indagini e gli studi filologici hanno sempre meglio illustrato e confermato. Ma questo voto rimase quasi del tutto inesau- dito, come potrà vedere chiunque confronti accuratamente il nostro lavoro con le grammatiche che si pubblicarono da al- lora ad oggi» (pp. VII-VIII). Dell'82 è la Grammatica italiana dell'uso moderno del Fornaciari e la Grammatica italiana dello Zambaldi, dell '83 la Grammatica della Ungila parlata con gli esempi cavati dal Manzoni del Boni, dell' 87 la Grammatica della lingua italiana del Petrocchi ; son tutte pregevoli, come ga- rantiscono i nomi degli autori chiari e autorevoli quanto bene- meriti e infaticabili cultori del nostro idioma ; ma il principio dell'uso moderno v'è stato applicato diremo così un po' all'in- grosso, con maggior simpatia verso l'uso letterario in quelle del Fornaciari e dello Zambaldi, con più libertà manzoniana, dirò così, nelle altre due. Scendere a particolari qui non possiamo, né ne metterebbe il conto. È un giudizio che i lettori ci possono menar buono anche senza prove, purché pensino ai nomi di co- desti autori e alla diffusione che le opere loro hanno ancora nelle scuole : il nome dello Zambaldi e più ancora del Fornaciari as- sicurano, per es., di un certo freno, quasi di una remora pru- dente e ragionevole alla scapestrataggine grammaticale : infatti le loro grammatiche si ristampano coi dovuti miglioramenti anche oggi, e sono meglio accette ai maestri che vogliono sì l'uso mo- derno ma con le debite cautele e restrizioni : gente che ha na- turalmente molta fede nella grammatica come ausiliatrice della rettorica per gli effetti del corretto e bello scrivere degli alunni. Invece interamente manzoniana nel senso largo che abbiamo de- terminato, ma non esclusivamente manzoniana, perchè vi si tien conto nella fonetica dei più notevoli e certi resultati della gram- (') Parma, 1S79, 3'1 ediz. Capitolo quindicesimo 519 matica storica, è quella del Morandi e del Cappuccini. I quali l'hanno caratterizzata meglio di quel che potremmo far noi. « Posto come norma fondamentale l'uso civile fiorentino, senza punto occultarne, ma anzi mettendone in rilievo i rari e leggieri dissensi con l'uso vivo generale italiano, noi facciamo poi largo luogo anche all'uso letterario, distinguendo il comune del poe- tico, o dell'antiquato, o dal pedantesco, ecc., e notando spesso ciò che di quest'uso sopravvive tuttora nel volgare, ossia plebeo, di Firenze, o ne' vari dialetti. Sicché, quella parte storica della lingua, che anche quando sia addirittura morta, può alle volte essere riadoperata nello stile poetico, ovvero per ironia, o per ischerzo, o per altro, qui non solo non manca, ma ce n'è di più che in molte altre grammatiche, con la differenza però che ci si trova nettamente distinta. E a proposito di lingua, dobbiamo pur dire che dell'usata e usabile abbiam procurato, negli esempi e nel resto, di darne con la maggiore possibile varietà e ric- chezza, senza però invadere il campo proprio del Vocabolario, se non quando i Vocabolari erano discordi tra loro, o addirit- tura in errore. Se spesso poi, specialmente rispetto all'uso vivo, noi ricorriamo ai forse, ai più o meno, ai d 'ordinario , e simili, anche di questo la colpa non è nostra. Gli è che noi non vo- gliamo dar per certo ciò che è dubbio, ne sostituire il nostro gusto alla realtà de' fatti. E i fatti, in ogni lingua viva, son di tre specie: ben determinati, e di questi noi diamo regole fisse; che si vanno determinando, e qui noi diciamo la tendenza, il più comune; ancora incerti, e noi notiamo l'incertezza». Non vi par questa una pagina sinteticamente illustrativa della dot- trina manzoniana nella sua parte più essenziale e praticamente attuabile? e, nel tempo stesso, non vedete qui disegnato l'ideale della moderna grammatica normativa? della grammatica che, conscia del suo modesto compito, vi spiana la via all'apprendi- mento della lingua che vi occorre o vi può occorrere senza met- tervi né la catena a' piedi né le manette ? La grammatica Mo- randi-Cappuccini chiude l'ultimo momento storico dello svolgi- mento di questo prodotto di cui siam venuti descrivendo le vicende, riflettendo in sé esattamente l'ambiente linguistico in cui si maturò. Delle moltissime altre che le si sono succedute con la rapidità e frequenza onde le imitazioni sogliono accom- pagnare l'opera originale, è superfluo qui spender parole, anche se in qualcuna di esse avessimo da segnalare particolari espe- Storia della Gran/matita dienti didattici, non essendo stato nostro assunto il far la storia delle istituzioni scolastiche e dei metodi d' insegnamento ('). IV. Ma lasceremmo una lacuna, se non facessimo un cenno dello sviluppo della grammatica storica nel secolo passato, non perchè l'argomento rientri nel nostro tema, specie quando si consideri che la grammatica storica si svolse in quest'ultimo suo vera- mente glorioso periodo affatto indipendentemente, come il suo metodo e i suoi intenti esigevano, dalla mera grammatica nor- mativa — il che non accadde, p. es., nel Cinquecento, quando il problema apparve unico e intimamente connesso con quello della rifiorita letteratura nazionale — ma perchè, come già abbiamo accennato, la grammatica storica s' immischiò nelle discussioni intorno alla lingua, o meglio alla tesi manzoniana e, fuori di queste relazioni, volle esser rappresentata non senza ragione nella antica sezione della pronunzia e dell'ortografia, costituendovi un riassunto dei principali accertamenti della fonologia. Bianco Bianchi in quella sua lodata Storia della preposizione A e de' suoi composti nella lingua italiana (1S77) dichiarava d'es- sersi giovato del Nannucci, « che da noi segna il passaggio del- l'antica alla nuova scuola, e che ancora egli stimava assai più di certi arrembati, i quali montati a cavalluccio sopra i Bopp, i Grimm e i Diez, si danno il facile vanto di far passar da ciuchi tutti i loro predecessori » (prefaz.). Prima ancora del Nannucci, non era mancato un certo interesse per lo studio storico della lingua. Il Ciampi nel suo libro De uste linguae italicae saltem a saeculo quinto R. S. (1817) ripigliava la vecchia tesi Bruni-Citta- dini con molta dottrina ed erudizione, ma così, mi pare, peggio- randola: « linguam italicam extitisse apud vetus italum vulgus, in multo ante, nec equidem repugnabo, saltem a saeculo R. S. quinto ; eamque ortam non tantum ab reliquis latinae linguae cultioris, sed ab universis vetustissimis Italicis dialectis, dein, varie, variis (') Una Grammatica italiana recentissima a cui sottostà la co- scienza della sua inconsistenza filosofica e che cerca di attenuare i danni dell'eccessivo schematismo tradizionale è quella di G. Lombardo- Radice (seguace dell'Estetica del Croce), Catania, 1908. Capitolo quindicesimo 521 temporibus, adauctam latino maxime, et graeco sermone: tum edam quibusdam Externorum vocibus. Post saeculum vero R. S. alterimi supra decimum, e triviis in aedes hominum elegantiorum successiti hinc et ad normam, libellumque redacta, scriptorum statu et praeceptis grammatices polita est » (pp. 39-40). È il tono degli eruditi del 700, Muratori, Tiraboschi, Maffei, del quale in- fatti il Ciampi ripubblicava Yitalica ehtaibratio hi idem argu- mentum, riassumendo e criticando tutt'e tre i nominati, che, nello sfogliare le cartapecore antiche, vedendo tante voci e modi della nostra lingua adoperati in tempi ne' quali si credeva non fossero mai sonati sulle bocche de' parlanti, erano stati condotti a veder chiaro nel problema lasciato insoluto dai precedenti trattatisti: il primo — riferisco il Ciampi, s'intende — - aveva concluso che la lingua italiana era derivata dalle rovine del la- tino, e che ingrossata dai barbari nel sec. Vili già era parlata dal volgo; il secondo ridotto l'antichità dell'origine al periodo longobardico e riconnessala alle genti barbare più che alle latine ; il terzo negato ogni straniera e particolarmente tedesca deriva- zione, mettendosi così sulla buona via di dimostrarla in tutto d'origine latina sebbene con molte alterazioni della lingua dotta. Anche questa del Ciampi era un'esercitazione erudita, sebbene scendesse a particolari de usu verborum quae vocant auxiliaria e di voci e costrutti volgari rintracciati nel latino antico e di vo- caboli derivati dal greco ; né poteva far fare un passo al vecchio problema ; ma intanto lo manteneva vivo ed era già un pro- gresso e lasciava visibile l'orizzonte verso cui avrebbero i po- steri spinto così profondamente lo sguardo. Anche il Manno col suo fortunato libro Della fortuna delle parole contribuiva a tener vivo 1' interesse per gli studi storici intorno alla lingua ; e le stesse polemiche destate dalla Proposta e particolarmente le dissertazioni del Perticari e de' suoi con- tradittori non possono non considerarsi, con tutti i loro errori e traviamenti più o meno spontanei, non possono non conside- rarsi almeno come caratteristici episodi nella storia della gram- matica storica ('). (') Tra le ricerche d'indole storica, ricorderò: O. Toselli, Ori- gine della lingua italiana, Bologna, 1831-33; B. Biondelli, Origine e sviluppo della lingua italiana, Milano, 1840; Sicher, Elementi e stati della lingua italiana, Trento, 1853. 522 Storia della Grammatica La quale si mise finalmente sulla strada regia dell'indagine me- todica storico-comparativa, quando, cessate le vane logomachie, le ricerche complessive che si contentavano di raggiungere un'idea approssimativa delle parentele delle lingue e del loro stato in determinati periodi storici, pose sulla pietra anatomica il vario materiale linguistico dei gruppi affini monogenetici criticamente vagliato, e, coi potenti aiuti della comparazione e delle leggi dell'analogia e de' suoni, potè stabilire con matematica sicu- rezza le derivazioni delle lingue romanze dal latino popolare, fissarne le fasi e le condizioni e costituirsi così in corpo orga- nico di dottrina capace di ulteriori modificazioni ne' suoi aspetti particolari, ma stabilmente fondato su basi incrollabili, s'intende nel senso che diamo noi a queste parole. Ricordare i nomi e le date più notevoli di questo serio e fecondo lavorìo che rappresenta uno de' caratteri più spiccati e più seri dell'erudizione della seconda metà del secolo passato, ci sarebbe molto facile. Ci sia permesso solo accennare qui che, di fronte ai celebri nomi dei fondatori della scienza positiva del linguaggio e della grammatica storica particolarmente romanza (Bopp, Diez) (*) e degli ammirati maestri stranieri, che ci diedero la grammatica storica dell' italiano (Meyer-Lùbke) e alle loro importanti riviste e enciclopedie (Romania, Zeitschrift, Grun- driss, ecc.), l'Italia può vantare una schiera di valorosi filologi, dai compianti Caix, Canello e Mussafia al Rajna, al Crescini, al Parodi, al Gorra, al Salvioni, al De Lollis, al Biadene, al Goi- danich, allo Zingarelli, al Savi Lopez, al De Bartholomaeis, al Bertoni, a molti altri giovanissimi, al Renier e al Novati, bene- meriti della filologia anche pel Giornale storico, al D'Ovidio, sempre ricercato anche dai colleghi d'Oltralpe a collaborare in libri e periodici, a Emilio Teza, cui, come disse recentemente un nostro poderoso glottologo, Luigi Ceci, nessun territorio linguistico è sconosciuto, a Ernesto Monaci che fondò riviste che gareggiarono felicemente con le straniere migliori e ora è anima d'una fiorentissima e attivissima Società filologica, stretti già quasi tutti intorno a Graziadio Ascoli, il glorioso fondatore dell 'Archivio glottologico . (') Tra i primi divulgatori della grammatica storica dell'italiano sono degni tra noi di menzione il Fornaciari e il De Mattio, che erano stati preceduti fuori dal Blanc, la cui Gratnmatik der italienischen Sprachen (1864) ha ancora un certo valore per la dottrina delle forme. Capitolo quindicesimo 523 V. Se la grammatica generale, non mai del tutto rassegnata a morire ('), giacque sotto i colpi e i sarcasmi della scienza del linguaggio ("), non mancarono tra noi tentativi di una filosofia della grammatica, e notevole è quello dello Zoppi, un rosmi- niano acuto quanto dotto e diligente e anche garbato esposi- tore. Il quale credette appunto di costruire una scienza della grammatica col connubio della grammatica generale e della scienza positiva del linguaggio (:ì), inconsapevolmente (') ese- (') Ricorderò l'opera di Ed. L. Starck, Grommar and Language, Boston, 1887, fondata sulla credenza che almeno i tre gruppi attuali e più importanti delle lingue indo-europee sieno retti da comuni prin- cipi generali ; e i numerosi lavori di Raoul de la Grasserie e par- ticolarmente V Essai de Syntaxe generale, Louvain, 1896, che parimenti mi sembrano ispirarsi alla medesima fede nelle leggi generali. — Per curiosità ricorderò anche una recente ristampa della grammatica ra- gionata di S. Compagnoni, Grammatica scientifica, ossia la teoria della lingua italiana secondo i principi naturali del linguaggio, Milano, 1892, e C. Michelin-Bert, Nouvelle grammaire rationelle et pratique de la langue italienne, Paris, 1894; inoltre: Em. Donatelli, Appunti di lo- gica e grammatica, Venezia, 1897; A. Fink, Logisches und Gramma- tisches, Progr., Ploen, 1897; L. Peine, Notes sur Vanalyse gramm. et logique, Montemorency, 1898 (Extr. d. Bull. d. la Societé amicale des proff. elèni, de Paris et de départ. — Breve contributo agli studi logico- sintattici (e nel testo, a p. 30, « modesto contributo a una futura sintassi filosofica della meravigliosa lingua di quel popolo (il greco), a cui nessuna intuizione mancò») è il sottotitolo della cit. memoria su La teoria Kantiana del giudizio già intuita e fissata nella sintassi de' Greci di G. Piazza, il quale non so quanto si sia confortato a proseguire nell'ardua impresa dalla recensione parimente citata che gliene ha fatto il Croce. (-1 II vero fondatore della scienza del linguaggio intesa in senso idealistico è l'Humboldt, e sotto i colpi de' principi di questa cade effettivamente la grammatica generale ; ma si sa che il punto di vista humboldtiano fu spesso smarrito dagli indagatori della parola col me- todo positivo: e questi non sappiamo quanto possano aver da ridire sulla grammatica generale, che in fondo è un tentativo di filosofia del linguaggio. (ò) Dico qui per chiarezza positiva in ordine a quanto osservo nella nota precedente. 1') Perchè la pubblicazione del frammento manzoniano è poste- riore al suo tentativo che risale agli anni 1884-55-86, ne' quali lo pub- blicò nella Rivista « La Sapienza ». 524 Storia della Grammatica guendo un disegno abbozzato già dal Manzoni stesso. « Il miglior mezzo di farle cessare [le controversie sulla distribuzione delle parole nelle arbitrarie classi grammaticali] sarà una Grammatica veramente filosofica », aveva detto il Manzoni, « la quale, in vece di supporre nel fatto delle lingue una simmetria arbitraria, cerchi, nella natura dell'oggetto della mente, e nella condi- zione imperfetta e necessariamente limitata del linguaggio, la spiegazione del fatto qual' è, vale a dire di quella molteplice attitudine di diversi vocaboli. Il campo della quale ricerca deve naturalmente essersi allargato con la cognizione più diffusa e più intima di lingue altre volte o ignorate in Europa, o stu- diate da pochissimi, e con intenti più pratici che filosofici. Si veda, per un esempio, ciò che dice d'una di queste il celebre sinologo già citato [Abel-Rémusat]: « Molti vocaboli chinesi possono essere adoperati successivamente come sostantivi, come aggettivi, come verbi, e qualche volta anche come particelle » (/). « La filosofia della grammatica », dice lo Zoppi, (diversamente dalla grammatica generale, « che pretende che certe ferme o espedienti grammaticali siano cosi necessari ed inerenti a certe specie di vocaboli da costituire una teorica grammaticale, asso- luta, a cui devono conformarsi tutti i linguaggi »), « confron- tando i risultati della filosofia colle leggi psicologiche del pen- siero cerca le origini, studia ed espone il perche di quelle torme grammaticali che si trovano di fatto diversamente svolte ed at- tuate nelle diverse lingue » ('"'). Essa « per una parte è l'appli- cazione della logica alla lingua, ed è quindi per questo rispetto scienza a. priori, ma dall'altra è fondata sulla più diligente e minuta osservazione dei fatti che nelle sue molteplici varietà presenta il linguaggio, ed è perciò anche scienza induttiva ed a posteriori. Laonde la filosofia della grammatica deve essere il frutto dell' accordo di questi due metodi. La sola logica in ef- fetto ci darebbe delle generalità troppo astratte e spesso con- tradette dai fatti, come è avvenuto delle grammatiche generali: la sola linguistica, poi, ossia, la critica delle lingue si starebbe paga a raccogliere e ad ordinare dei vocaboli o ad accertare alcune leggi di questo o di quell'idioma, ed a formarne delle (') Opere inedite o varie, voi. IV cit., p. 306. (;) // Manzoni grammatico cit., p. 135. Capitolo quindicesimo famiglie e dei gruppi, senza però levarsi mai alla sommità di principi universali, in cui deve trovarsi la ragione ultima di tutte le varie forme, onde il pensiero si attua e si plasma nella parola » ('). Ma noi dubitiamo assai che lo Zoppi con tutto il suo buon volere sia riuscito a far di meglio che un lavoro di natura egual- mente arbitraria, vorremmo dire doppiamente arbitraria, com'è quello in cui si uniscono, anzi si confondono due sistemi, l'uno de' quali il logico, è falso e arbitrario, 1' altro, il positivo, è semplicemente metodologico e non gnoseologico e che si giova di schemi e di categorie per pura comodità pratica, senza dare ad essi alcun valore. Due punti di vista sono troppi per com- prendere un unico fatto ; congiunti in un terzo non possono dare che un nuovo punto di vista falso, tanto più falso in quanto tra gli altri due non vi è intimità di rapporti e l'uno è più in- sufficiente dell'altro a spiegar da solo quell'unico fatto ('). E il vero linguaggio, il linguaggio come creazione resta fuori d'ogni considerazione sia storica (storia letteraria) che teorica (estetica). Il superamento della concezione grammaticale del linguaggio e il concetto della vera natura spirituale e intuitiva di esso si sono ottenuti in modo pieno e definitivo solamente ai nostri giorni coli 'opera capitale di Benedetto Croce, 1' Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, che, riannodandosi al Vico, all' Hegel, all'Humboldt nella correzione integrativa dello Steinthal, scioglie il problema identificando parola e intui- zione e riferendo arte e linguaggio alla medesima attività teo- retica dello spirito, V intuitiva o fantastica. Qui la grammatica ha finalmente la sua critica completa. Se il linguaggio è espressione e non esistono classi di espres- sioni, la linguistica in quanto ha di riducibile a scienza è tutt'uno con V estetica, e non può davvero costruirsi sulle particolari teo- riche che furono escogitate dell' interiezione, dell' associazione ('; A questo punto lo Zoppi cita la p. 62 del cit. voi. del Man- zoni, e tutto il brano è riportato nello studio // Manzoni grammatico <PP- T35-6) dalla seconda edizione de La filosofia della grammatica, fatta in Verona, nel 1891. (') Lo Zoppi alla fine del suo voi. (parlo ora della ia ed., p. 204) dà due Tavole dimostrative , l'una della genesi psicologica delle parti del discorso, l'altra di quella glottologica. 526 Storia della Grammatica o convenzione e dell'onomatopea, mescolate insieme : e poi che, se il linguaggio è creazione spirituale, dev' esser sempre crea- zione (onde resta senza significato la distinzione del problema in origine e svolgimento), V altra considerazione che può farsi sul linguaggio non può esser che storico-artistica, ogni espres- sione essendo un individuo artistico da studiare in sé stesso e da rivedere e ricreare in noi col ricollocarci nelle condizioni storiche in cui si produsse. Una terza Considerazione del lin- guaggio, la logica, che consiste nell'elaborare logicamente il fatto estetico, che è di natura sua indivisibile, dividendolo in con- cetti e ricavando le categorie grammaticali del moto o dell'a- zione (verbo), dell'ente o materia (nome) eccr, se è lecita, è in- feconda per la comprensione del fatto estetico, perchè in quella elaborazione esso è stato distrutto : e quelle categorie non pos-^ sono valere come modi imitabili d'espressione, come formule e precetti per la creazione artificiale del linguaggio: una tecnica dell' 'espressione è un termine erroneo, contradittorio : e appunto tale è la grammatica normativa, il cui valore è semplicemente didattico. Una forte risonanza de\V Estetica del Croce, per quanto ri- guarda la lingua, si è avuta recentemente in Germania nel- l'opera di Karl Vossler, Positivismo e Idealismo nella scienza del linguaggio ('), dove si conducono argute polemiche contro recenti teorici del linguaggio e in bellissime particolari analisi è mostrata tutta la fecondità e la verità del principio idealistico propugnato dal Croce e si traggono deduzioni importantissime per il metodo e il fine dell'indagine linguistica. Il Vossler trova nella lingua due aspetti distinti sotto cui dev'essere conformemente considerato : 1' uno del progresso as- soluto, cioè dalla libera creazione individuale e teorica, 1' altro del progresso relativo, cioè dello sviluppo regolare e della crea- zione teorico-pratica collettiva condizionantisi a vicenda. Nel primo caso la considerazione è estetica o stilistica (cioè di storia artistica, o critica letteraria, o storia, semplicemente), nel se- condo è storica o evoluzionistica (cioè di storia della coltura, 11) Con questo titolo è uscita quest'anno, per i tipi del Laterza di Bari, e per merito del dott. Tommaso Gnoli, la traduzione italiana delle due parti originali dell'opera tedesca citate nell'Introduzione. Capitelo quindicesimo 527 grammatica storica). « Un terzo modo di considerar la lingua, puramente positivistico o descrittivo senza valutazione estetica o spiegazione evoluzionistica, non esiste ; è teoricamente impos- sibile » (p. 121). Ossia quel terzo modo è la grammatica empi- rica e normativa, sussidio didattico. Ma il sistema idealistico vige pienamente in entrambe le prime considerazioni, poiché anche nel momento del progresso relativo della lingua opera un'attività spirituale. La grammatica, quando è conoscitiva, è così sciolta o nella storia letteraria o nella storia della cultura, sempre cioè nella storia ; quando vuol esser normativa, e non più empirica ma filosofica e rigorosa, si annulla nell'estetica. Col presente saggio noi speriamo d'esser riusciti a confer- mare la verità di tale sistema, applicandone i principi alla con- siderazione d'un prodotto caratteristico dello spirito teorico ita- liano studiato nelle condizioni storiche del suo svolgimento, nei suoi rapporti cioè con l'arte e con la scienza. APPENDICE « REGOLE DELLA LINGUA FIORENTINA » C ["kabalza. PREFAZIONE A quanto dico nel cap. I (p. 13 sgg.) del notevolissimo do- cumento che qui esce per la prima volta alla luce, sono in grado, per speciale favore usatomi dal mio illustre maestro ed amico senatore Luigi Morandi, di aggiungere alcune notizie di grande importanza storica, anticipando le conclusioni a cui egli è giunto, com'è suo costume, dopo largo e profondo studio, e che illustra col noto suo magistero di dottrina e di stile in un saporitissimo saggio d'imminente pubblicazione. Nella Nuova Antologia del iu agosto 1905, il Morandi se- gnalava l'importanza della Grammatichetta Vaticana, narrando le vicende del manoscritto; e poiché egli stesso m'aveva esor- tato a pubblicarlo per intero, annunziava fin d'allora ch'io l'a- vrei messo come appendice al presente lavoro. Continuando però le sue indagini con rigore di metodo in- torno ai primi vocabolari e alle prime grammatiche della nostra lingua, il Morandi ha potuto tra le altre cose provare che la nostra Grammatichetta fu molto probabilmente opera di Lorenzo il Magnifico, non certamente di Leon Battista Alberti, com'era stato supposto ; e che anche Leonardo da Vinci abbozzò una grammatica italiana, dimettendone forse il pensiero, quando ebbe notizia, come apparisce da due suoi ricordi, della Grammati- chetta del Magnifico. Lo studio del Morandi si occupa poi distesamente dei ma- teriali raccolti da Leonardo per fare il Vocabolario italiano, il latino-italiano e una specie di Dizionario illustrato delle armi 5 3 2 Prefazione antiche, pel quale seppe attingere da una fonte classica sfuggita ai lessicografi latini suoi contemporanei. Per tutto questo il Mo- randi adduce fatti fin qui ignorati o fraintesi; ed attorno alla Grammatichetta Vaticana e all'opera filologica di Leonardo trat- teggia e documenta i traviamenti degli altri primi come de'po- steriori grammatici e vocabolaristi, italiani e latini, e ha occa- sione di riparlare, sotto nuovi aspetti, de'punti più capitali della questione della lingua, dimostrando, in concordia e in conferma del principio che egli viene sostenendo da tanti anni, come il Magnifico, il Vinci e il Machiavelli avessero criteri linguistici assai più giusti di altri loro contemporanei e di molti moderni. Sicché il suo nuovo libro, mentre, integrando le sue ben note trattazioni precedenti, va a prendere un cospicuo posto nella secolare letteratura della questione dell'unità della lingua, viene a colmare, sotto il rispetto storico, una vera lacuna. II Ed ora poche parole sull'edizione della Grammatichetta; poche, perchè i criteri da noi tenuti appariranno ben chiari dal testo che qui segue. S'è cercato di conservarlo in tutta la sua integrità anche sotto il rispetto puramente materiale: quindi nessuna sostanziale modificazione nel sistema ortografico e di punteggiatura, che qui poi ha un maggior valore, mancando nella Grammatichetta qua- lunque principio d'interpunzione e d'ortografìa('); nessuna sosti- tuzione di corsivo, anche là dove forse per la chiarezza del testo sarebbe stato di qualche utilità. Anche l'incertezza nell'uso delle maiuscole e delle minuscole s'è lasciata. Per Yu e il v, benché sempre rappresentati dall' A. coll'?^, s'è adottata la distinzione gra- fica dell' Ordine delle lettere. Si sono conservati i più e i cosi e simili, senz'accento, di contro all'a, preposizione, accentata. S'è mantenuta anche la disposizione dei titoli de'capitoli. Si sono invece sciolti i pochi nessi, anche perchè si son trovati di non i1 In 536,36 dopo e, 537,8 dopo O, 537,38 dopo come, 540,10 dopo o, 543.2 dopo amiamo e amiate, 545,10- dopo compositione, 546,22 avanti a che il punto o la virgola sono stati cancellati, Prefazione 533 incerto intendimento; i dubbi sono stati accennati in nota. Ma le comuni abbreviature grammaticali, come di pir. per plurale, dov'erano, si son mantenute, senza per altro tener conto di qualche /.'per plr., che è il più frequentemente adoperato. Frantendimenti e lacune del copista, che certo non mancano, sono stati corretti e colmati nel testo con le parentesi quadre o nelle note. All'evidente (l) spostamento subito nella rile- gatura dal foglio 11 (si ricordi che la Grammatichetta e il « De Vulgari Eloquentia » hanno scambiato nel nostro codice le guardie: v. qui, pp. 13-14 u) s'è provveduto col dare questo foglio risolutamente nel luogo dove deve stare, ma lasciandogli la numerazione che ha nel codice. Qualche altra particolarità è stata descritta in nota. Poiché, infine, i segni delle lettere e degli accenti ortogra- fici adoperati nell' Ordine delle lettere e nello specchietto delle Vochali non erano riproducibili coi tipi comuni, abbiam creduto opportuno, benché solo pochissimi siano adoperati poi nel testo, dare un facsimile delle due pagine in cui si trovano : alle quali rimandiamo i lettori per ogni altra cosa che ad esse si riferisca. Uno di quei pochissimi segni è Ve articolo e pronome che il no- stro A. scrive con un apostrofo non a destra, ma postogli sopra perpendicolarmente. Non valendo la spesa il farlo fondere apposi- tamente, potevamo renderlo coll'apostrofo laterale; ma abbiam preferito di renderlo coll'accento acuto, che pur è meno esatto, perchè quell'<? ricorre anche in casi, come in elio, dove l'apo- strofo non si sarebbe potuto più mantenere ("). Evidente non solo per l'ordine che richiede la trattazione, ma anche per il segno del fine (una croce tratteggiata negli angoli) posto all'ultima parola della e. 11 B. (;) Dobbiamo qui esprimere i nostri più vivi ringraziamenti al- l'egregio amico nostro prof. Giuseppe Zucchetti che ha compiuto per noi la diligente fatica di collazionare la nostra copia e le prime bozze sull'originale vaticano. urJM / SV et ' tfftmtme U ImmniAftm tvn efitrr fktn cvtwmt' ti ' tum ?»t?w ijtfini y mti st* < brtpriA, di' c<rh datti yoUjbet ', cerne '?*tP wuwdmo /" / f ff ' ' f m irteli ; erta* d?t*rrt*n* Mttìl* crtvrr : nette** aiu/h tufJhf tyu(t»ou> in (tinaie ut racwi [ufi id [a unntA rwjVto tn unnwmc- (lunata-turni ; omì cof* #mU' -futre otiti* 1W (r<*n4' t' ) ìtuA0S% frvfs* t* vrect prima , e' fa «rifa <tc ì-lMimi: Crchtflnifiif * i t i \ , «^_ tfnejfc' sunti* ammanitimi .wtr* i jerù/erc' V fonai** atre/ scnzA ecmmeia. $uc nmc urwti.ihes nur' jm Afte' anale' e >U S{& rn ia .tnoiiA y^Avi Ufticr ttm e' intende mv.fr ' Ovài ne ae'.ie it*Hrc' . i r t d b n H m e r* 0 & < r L > / /V C crj M Tav. I. \roc^M * e' e i o 0 h e' e e" r7 - -» / CónmniTte vermi* Arftculns c't <nro tir/ fiUw ci -zembe H- iirolfr' fora a perei aneti* cyr f piiUfdtc'. QlSl bnmU e dilhvnc' Tcfiiwii fini/ce ' ( ' f f ( ' ' f (> ( ," ' w KoCfi*c .- scis fiixyhM ArHchoa acromi L C c\)c(c ' iti molH pnrtt' \)WHq in mmis. tifimi, 4%c' mzwhni nomi , v/m Utmo - tfen^tuj e-tvjmujrci e rum attrfi cf majiuliiict c'i&mwitut; t nSHtri Ufim fi -fmo wdcww. f iflfa/l 'in orni nmf ' (rtino l* Mnm* shmltret ffitfto /tifi iti cgr> cdf S^^<: «fi."?!»*4 Tav. II. Regole della lingua fiorentina 535 [«REGOLE DELLA LINGUA FIORENTINA»] DELLA THOSCANA SENZA AUTORE Guardia (Dal Cod. Vat. Reg. 1370 ce. 1-161 [QjVe che affermano la lingua latina non essere stata comune a e. 1 A tutti é populi latini, ma solo propria di certi docti scolastici, come hoggi la vediamo in pochi; credo deporanno quello errore: vedendo questo nostro opuscholo in quale io racolsi l'uso della lingua nostra in brevissime annotationi: qual cosa simile fecero gl'ingegni grandi e studiosi presso a Grseci prima, e pò presso de é latinj : et chiamorno queste simili ammonitioni apte a scrivere e favellare, senza corruptela, suo nome Grammatica. Questa arte quale élla sia in la lingua nostra leggietemi e intenderetela. Ordine delle lettere i r t d b v e e o 1 s f è e e Coniunctio el giro girò aldo el zembo et volse pòrci à porci quello che è pélla pelle. p q a x Z e eh g I) ó u e e Verbum Articulus YOCHALI e. I B io. Cod. d'tlle. V. facsimile (Tav. I). 11. L'z nel cod. è senza puntino. 14. Quest'ultima lettera sarebbe una g gutturale da distinguere dalla g della linea 12 che ne rappresenterebbe il suono palatale? Nel testo, in ogni modo, il g non ricorre in nessuna di queste due forme, ma nell'altra che si può com'esse vedere nel facsimile (Tav. I). 16. LV e Vó chiusi nel cod. sono distinti da^eo aperti, il primo con un apostrofo so- prastante e il secondo con un circonflesso. 17-18. L'è congiunzione è distinto con due puntini ; I* verbo con tre puntini a triangolo preceduti da un'asta perpendicolare su cui ne cade perpendicolarmente un'altra; Ve articolo e pronome \ei, i) con tre puntini l'uno sull'altro obliquamente posti, preceduti dal segno dell'angolo o di un sette. Ma vedi meglio nel facsimile Tav. II). Regole della lingua fiorentina [OJgni parola e dictione Toscana finisce in vocale: solo alenimi articholi de nomi in .1. et alchune prepositioni finiscono in .d. .n. .r. Le chose in molta parte hanno in lingua toscana que medesimi nomi, che in latino. Non hanno é toscani fra é nomi altro che masculino, e, feminino. 5 é neutri latini si fanno masculini. Pigliasi in ogni nome latino lo ablativo singulare, e questo s'usa e. 2 A in ogni caso singulare; cosi al majsculino come al femminino. A é nomi masculini l'ultima vocale si converte in .1. e questo s'usa in tutti é casi plurali. io A é nomi femminini l'ultima vocale si converte in .E. e questo s'usa in ogni caso plurale per é femminini. Alchuni nomi femminini in plurale non fanno in .E. come la mano, fa le mani. Et ogni nome feminino quale in singulare finisca in .e. fa in più- 15 rale in .1. come la oratione, le orationi, stagione, stagioni, confusioni e simili. É casi de nomi si notano co suoi articoli: de i quali sono varii é masculini da é feminini. Item é masculini, che cominciano da consonante hanno certi ar- 20 ticoli non fatti come quando é cominciano da vocale. Item é nomi proprij sono varij da gli appellativi. Masculini che cominciano da consonante hanno articoli simili a questo. SlNGI'LARE 25 c- 2 B EL cielo DEL cielo AL cielo EL cielo Ó cielo DAL cielo Plurale É cieli DE cieli A cieli É cieli Ó cieli DA cieli Masculini che cominciano da vocale: fanno in singulare simile a questo. 30 LO òrizonte DELLO òrizonte ALLO órizonte LO órizonte .O. òrizonte Dallo òrizonte. Plurale Gli orizonti Degli orizonti Agli orizonti Gli orizonti Dagli orizonti. É nomi masculini che cominciano da .s. prceposta a una conso- ^ nante hanno articoli simili a quei che cominciano da vocale, e dicesi Lo spedo, Lo stocco, Gli spedi, e simile. Regole della lingua fiorentina 537 Questi vedesti die sono vani da quei di sopra nel singulare él primo articolo et anque él quarto; ma nel plurale variorono tutti gii articoli. Nomi proprii masculini non hanno él primo articolo, ne anque él 5 quarto; e fanno simili a questi. Proprii masculini che cominciano da consonante in singulare e. 3 A fanno cosi. Cesare DI Cesare A Cesare Cesare .O Cesare Da Cesare. Nomi proprii che cominciano da vocale nulla variano da conso- lo nanti, excetto che al terzo vi si aggiugne .D. e dìcesi. Agrippa DI Agrippa AD Agrippa etc. In plurale non s'adoperano é nomi proprii, e se pur s'adoperas- sero; tutti fanno come appellativi. E nomi feminini ó proprij o appellativi o in vocale, o in conso- •5 nante che é cominciano; tutti fanno simile à questo. Singulare La stella Della stella Alla stella La stella Ó stella Dalla stella. La aura Della aura Alla aura La aura O aura Dalla aura. Plurale 20 Le stelle Delle stelle Alle stelle Le stelle O stelle Dalle stelle, e. 3 B Le aure Delle aure Alle aure Le aure Ó aure Dalle aure. E nomi delle Terre s'usano come proprij e dicesi. Roma superò Cartilagine. Et similj a nomi proprii s'usano é nomi de numeri uno, due, 25 tre e cento e mille e simili e dicesi Tre persone, Vno dio, Nove cieli e simili. Et quei nomi che si riferiscono a numeri non determinati come, OGNI, CIASCVNO, QUALVNQUE, N1VNO e simili; e COme TVTTI, PARECCHI, pochi, molti, e similj tutti si pronuntiano simili à é nomi proprij senza 30 primo e quarto articolo. E nomi che importano seco interrogatione, come chi, e che e ovale e qvanto e simili, quej nomi che si rifferiscono a questi in- terrogatorij come tale e tanto e cotale e cotanto, si pronuntiano -. La C di Cesare nei casi obliqui è incerto se sia maiuscola o minuscola. 11. Cod. DA con un'/ sopra VA, preceduta da crocetta. ' 26. Dopo similj il cod. teca un att coti un'abbreviatura, e cosi a 541,22, dopo /ussero. 538 Regole della lìngua fiorentina e. 4 A simili à é propri; nomi, pur senzajprimo e quarto articolo, e dicesi: Io sono tale, quale voresti esser tu: et, amai tale, che odiava me. chi s'usa circa alle persone e dicesi, chi scrisse ? che, significa quanto presso a é latini qui et quid; significando quid, s'usa circa a le cose e dicesi, che leggi? significando qui 5 s'usa circa alle persone e dicesi: Io sono cholui, che scrissi. chi. di sua natura serve al masculino ma aggiunto à questo verbo sono e sei, é serve al masculino e al feminino e dicesi chi sarà tua sposa: chi fu el maestro? Chi sempre si prepone al verbo: che. si prepone, e postpone. 10 Che, preposto al verbo significa quanto presso a é latini quid et quantum, e quale, come che dice? che leggi? che huomo ti paio? che ti costa ? e. 4 B Che postposto al verbo significa quanto àpresso é la|tini VT. et Quod. come dicendo i voglio che tu mi legga: scio che tu me amerai. 15 É nomi quando é dimostrano cosa non certa e determinata si pro- nuntiano senza primo e quarto articolo, come dicendo, Io sono stu- dioso. Invidia lo move. Tu mi porti amore. Ma quando egli impor- tano dimostratione certa e determinata allhora si pronuntiano coll'ar- ticolo, come qui. Io sono lo studioso e tu el docto. 20 É nomi simili a questo Primo, secondo, vigesimo. posti dietro à questo verbo sono, sei, è non raro si pronuntiano senza el primo arti- colo, e dicesi. Tu fusti terzo et io secondo, e anchora si dice chostui fu el quarto el primo el secondo etc. Vno, due, tre, e simili quando é significano ordine; vi si pone l'ar- 25 ticolo: e dicesi tu fusti el tre, et io l'uno. Il due è numero paro etc. e. 5 A Fra tutti gli altri nomi appellativi, questo nome|Dio s'usa come proprio: e dicesi lodato dio. Io adoro Dio. Gli articoli hanno molta convenientia co pronomi : e anchora é pronomi hanno grande similitudin, coni questi nomi relativi qui re- 30 citati : Adunque suggiungeremogli De pronomi: é primitivi sono questi. Io Tu Esso, questo, quello, chostui lui cholui. Mutasi l'ultima vocale in .A. e fassi il femminino e dicesi questa, quella, essa: solo io et tu in una voce serve al masculino e al feminino. 35 B. Il cod. avanti il serve legge e, che evidentemente qui è pronome. 10-20. Cod. coli articolo. 24. El secondo è abbreviato con un do soprastante a una lettera che forse è un 2. 30. Il cod. legge similitudin, come altrove esser, favellar con un apostrofo o accento sopra l'ultima consonante. Regole della lìngua fiorentina 539 É plurali di questi primitivi pronomi sono vani, e, anque, é sin- gulari, Declinansi cosi. Io et i. di me A me e mi: Me e mi. Da me. Noi, di noi. Anoi et ci. noi et ci da noi. 5 Tu di te e ti. Te e Ti. O tu. da Te. Voi di voi, a voi e vi, ó voi, da voi. Esso et é, di se e si, se e si, da se, et egli. Non troverrai in tutta la lingua toscana casi mutati in voce, al- c- 5 B trove che in questi tre pronomi. Io. Tu. esso. 10 Gli altri primitivi se declinano cosi. Questo, di questo, a questo, questo, da questo. Quello, di quello, à quello, quello, da quello. Muta .0. in .i. e barai el plurale: e dirai. Questi, di questi, a questi, questi da questi, e il somigliante fa quelli. 15 Et cosi sarà costui, e lui, e cholui simili a quegli in singulare: ma in plurale chostui fa costoro, lui fa loro, colui fa coloro, di coloro, a choloro. coloro, da choloro. Questo e quello mutano .0. in .a. e fassi él femminino singulare e dicesi questa e quella, et fassi il suo plurale queste, di quelle, a quelle. 20 Lui chostui. cholui. mutano .v. in .e. e fassi él singulare femmi- nino, e dicesi Costei. Lei. cholei. di colei etc. In plurale hanno quella voce che é masculini. cioè. Loro, coloro, costoro, di costoro, a costoro etc.| Vedesti come simile à nomi propri questi pronomi primitivi non e. 6 A 25 hanno el primo articolo, né anque él quarto. A questa similitudine fanno é pronomi derivativi ; quando é sono subiuncti a é proprij nomi ; Ma quando si giungono a gli appellativi si pronuntiano co suoi articoli. Derivativi pronomi sono questi e declinansi cosi. El mio. del mio etc. et plr. é miei, de miei etc. 30 El nostro del nostro etc. et plr. é nostri de nostri etc. El tuo . plr. é tuoi. El vostro plr. é vostri. El suo . et pluraliter é suoi etc. Mutasi come à é nomi l'ultima in .A. e fassi el singulare fem- minino: qual .a. converso in .e. fassi el plurale e dicesi mia e mie: 35 vostra vostre, sua e sue. In uso s'adoprano questi pronomi non tutti a un modo. 8. Cod. troverai. 33. Cod. / ultima. Di qualche altro apostrofo tralasciato non s'è tenuto qui conto. 540 Regole della lingua fiorentina É derivativi giunti à questi nomi, padre madre fratello, zio, e simili se pronuntiano senza articolo: e dicesi mio padre: vostra madre, e tuo zio etc.j e. 6 B Mi e me, ti e te, ci e noi, Vi e voi, si e se, sono dativi insieme et accusativi come di sopra gli vedesti notati: ma hanno questo uso, 5 che preposti al verbo si dice mi. ti, ci, etc. come qui é mi chiama, é ti vuole ; que vi chiegono: io mi sto: é si crede. Postposti al verbo, se a quel verbo saia inanzi altro pronome, o nome si dira, come qui, Io amo te, e voglio voi. Se al verbo non sarà aggiunto inanzi altro nome, o pronome io si dirà .1. come qui aspettoci, restaci, scrivetemi. Lui e cholui dimostrano persone come dicendo lui andò: cholei venne. Questo e quello serve a ogni dimostratione, e dicesi, questo exer- cito predò quella provincia: e questo Scipione suppero quello Hannibale. 15 É et él, lo e la, le e gli, quali giunti a nomi, sono articoli: quando e. 7 A si giungono à verbi diventano | pronomi e significano quello, quella, quelle etc. et dicesi . Io la amai . tu le biasimi . chi gli vuole? Ma di questi egli et é hanno significato singulare e plurale, e pre- posti à la consonante diremo é, come qui : e' fa bene, e' corsono: 20 e preposti alla vocale si giugne e et gli e dicesi, egli andò: egli udivano. Et quando [segue] loro .s. preposta ;i una consonante, ancora diremo, egli spiega: egli stavano. Potrei in questi pronomi esser prolixo investigando più chose 25 quali s'osservano simili à queste. Vi preposto à presenti singulari indicativi d'una syllaba, si scrive in la prima e terza persona per due v-v. e simile in la seconda per- sona presente imperativa, come stavvi e vavvi. e ne verbi d'una e di più syllabe, la prima singulare indicativa al futuro come- amerovvi, 30 leggerovvi, darotti, adoperrocci e simile. Ma forse di queste cose più particulari diremo altrove. | c _ B Sequitano k verbi. Non ha la lingua Toscana verbi passivi in voce, ma per expri- mere él passivo compone co questo verbo, sono sei, è . él participio 35 preterito passivo tolto da é latini in questo modo. Io sono amato. Tu sei pregiato, cholei è odiata, e simile . si giugni a tutti é numeri et tempi é modi di questo verbo: adonqut- lo poremo qui distinto. 26. Cod. quasi. Regole della lingua fiorentina 541 Indicativo Sono, sei. è. plurale, siamo, sete, sono Ero, eri, era, plr. eravamo e savamo. eravate e sa va te, erano Fui, fusti . fu . plr. fumo, fusti, furono Ero . eri . era stato . plr. eravamo e savamo, eravate et savate, erano stati Sarò . sarai . sarà . plr. saremo . sarete . saranno. Hanno é Toscani in voce uno preterito quasi testé, quale in questo verbo si dice rosi Sono sei è stato plr. siamo, sete, sono stati e dicesi hieri fui ad Hostia . hoggi .sono stato a Tibuli. Imperativo Sie tu . sia lui . plurale siamo, siate, siano. Sarai tu . sarà lui . plr. saremo etc. Optativo Dio chio fussi . tu fussi . lui fusse . plr. fussimo . fussi . fussero Dio chio sia. . sij . sia stato . plr. siamo, siate, siano stati Dio chio fussi . fussi . fusse stato . plr. fussimo, fussi fussero stati Dio chio sia . sij . sia . plr siamo . siate . siano. SVBIENCTIVO Benchio . tu . lui sia . plr. siamo . siate . siano Benchio fussi . tu fussi . lui fusse . plr. fussimo, fussi . fussero Benchio sia . sij . sia stato . plr. siamo, siate, siano stati Benchio fussi . fussi . fusse stato . plr. fussimo . fussi . fussero stati. Benchio sarò . sarai . sarà stato . plr. saremo, sarete, sareste stati. Et usasi tutto l'indicativo di questo e d'ogni altro verbo, quasi come subienctivo prepostovi qualche una di queste dictioni . se . quando . benché e simili . e dicesi . benchio fui . se é sono . quando é saranno. Infinito Essere . essere stato Gervndio . Essendo . Participio . Essente Dirassi adonque per dimostrare él passivo. Io sono stato amato . fui pregiato . e sarò lodato . tu sei reverito. Hanno é Toscani certo modo subienctivo in voce, non notato da é Latini . e panni da nominarlo . asseverativo come questo. 542 Regole della lingua fiorentina Sarei . saresti . sarebbe . plr. saremo . saresti . sarebbero . e di- rassi cosi . stu fussi docto, saresti pregiato: se fussero amatori de la patria; e' sarebbero più felici. Seqvitano é verbi activi Le congiugationi de' verbi activi in lingua Toscana si formano *c. 9 A dal Gerundio latino, levatone le tre ultime | lettere n.d.o.e quel che 5 resta si fa terza persona singulare indicativa e presente: ecco l'exemplo . amando . levare n.d.o. resta ama . scrivendo resta scrive. Sono adonque due congiugationi, una che finisce in .A. l'altra finisce in . E . Alla congiugatione in . a . quello . a . si muta in . o . et fassi la io prima persona singulare indicativa e presente, et mutasi in . I . e fassi la seconda: e cosi, si forma tutto il verbo, come vedrai la similitu- dine qui in questo exposto. Indicativo Amo . ami . ama . plr. amiamo . amate . amanu 15 Amavo . amavi . amava plr. amavamo . amavate . amavano Ho . hai . ha amato . plr. habbiamo, havete, hanno amato. Amerò . amerai . amerà : plr. ameremo amerete ameranno. In questa lingua ogni verbo finisce in .0. la prima indicativa pre- c. 9 B sente: et in questa coniugatione prima, fijnisce anchora in .0. la 20 terza singulare indicativa del preterito. Ma ecci differentia, che quella del preterito fa él suo .0. longo : e quella del presente lo fa .<". brieve. Imperativo Ama tu . ami luj . plr. amiamo, amate, amino ss Amerai tu . amerà cholui . plr. ameremo etc. Optativo Dio ch'io amassi . tu amassi . lui amasse . plr. dio che noi amas- simo . voi amassi . loro amassero. Dio ch'io habbia . tu babbi . lui habbia amato . plr. dio che noi 30 habbiamo . habbiate . habbino amato. Dio ch'io havessi . tu havessi lui havesse amato . plr. dio che noi havessimo, havessi . riavessero amato. Dio ch'io ami, tu, lui ami . plr. amiamo, amiate, amino. 2. Cod. brieve col puntino sotto 1'/. Regole della lino uà fiorentina 543 SVBIENCTIVO Bench'io, tu, lui ami . plr. amiamo amiate amino Bench'io, tu amassi, lui amasse; plr. amassimo, amassi, -ro. Bench'io habbia, habbi, habbia amato . plr. habbiamo habbiate e. io A 5 habbino amato . Bench'io havessi, tu havessi, lui havesse amato . plr. havessimo, havessi, havessero amato. Bench'io harò, harai, harà amato . plr. haremo, harete haranno amato, io Assertivo Amerei, ameresti, amerebbe . plr. ameremo, ameresti, amerebbero Infinito Amare, havere amato. Gekvndio. Amando. Participio Amante. Vedi come à é tempi testé perfetti et al futuro del subienctivo, J5 manchano sue proprie voci : e per questo si composero simile à verbi passivi: él suo participio cho tempi e voci di questo verbo ho, hai, ha. Qual verbo benché é sia della coniugatone in .A. pur non sequita la regola e similitudine de gli altri: pero che egli è verbo d'una sillaba e cosi tutti gli altri monosyllabi sono anormali. 20 Ne troverrai in tutta la lingua Toscana verbi monosyllabi, altri c. ioB che questi sei . Do . Fo . Ho . Vo . Sto . Tro. Porremogli adonque qui sotto distincti. .Ma per esser breve, notamo che é sono insieme dissimili né é pre- teriti perfecti indicativi, et né singulari degli imperativi: e nel singular 25 del futuro optativo . Né quali é fanno cosi . Do . diedi . desti . dette . plr. Demo . desti . dettero. Fo . feci . facesti . fecie . plr. facemo . facesti . fecero. Ho . hebbi . havesti . hebbe . plr. havemo . havesti . hebbero. Yo . andai . andasti . andò . plr. andamo . andasti . andarono. 3° Sto . stetti . stesti . stette . plr. stemo . stesti . stettero. Tro . tretti . traesti . trette . plr. traémo . traesti . trettero. In tutti é verbi come fa la seconda persona singulare del prete- rito, cosi fa la seconda sua plurale come amasti . desti . legesti. Do, da tu, dia luj. 35 Fo. fa tu. faccia luj io. Cod. Amerai. 27. Cod. fecie col puntino sotto l'i. 544 Regole della lingua fiorentina e. 12 A Ho . habbi tu . habbia luj. \"o . va tu . vada lui. Sto . sta tu . stia lui. Tro . tra tu . tria lui. Do, dio eh' io dia, tu dia, lui dia. 5 Fo . faccia . facci . faccia. Ho . habbia . habbi . habbia. Vo . vada . vadi . vada. Sto . stia . stij . stia. Tro . tragga . traggi . tragga. io Sequita la coniugatione in .E. Questa si forma simile alla coniugatione in .A. mutasi quello .e. in .o. e fassi la prima presente indicativa: mutasi in .1. e fassi la seconda come qui legente et scrivente . levatone n.t.e. resta legge, scrive: onde si fa leggo, leggi, leggeva, legerò . etc. Solo varia dalla 15 coniugatione in .A. in que luogi dove variano i monosyllabi. Ma questa e 12 B coniugatione in .e.i varia in più modi, benché comune faccia é preteriti perfetti indicativi in .ssi. per due .ss. come leggo lessi . scrivo scrissi . ma que verbi che finischono in sco, fanno é preteriti in .ij. per due .ii. come esco usci) : ardisco ardij . anigittisco anigittij. Ma per più 20 suavità nella lingua toscana non si pronuntiano due iuncte vocali. Da questi verbi si exceptuano cresco e é suoi compositi Rincresco, accresco, e simili, quali finiscono a preteriti perfetti in .bbi. come crebbi, rincrebbi. Item nasco fa nacqui, e conosco fa conobbi. Et que verbi che fini- 25 scono in mo, fanno é preteriti in .etti, come premo . premetti . e quei che finiscono in .do. fanno é preteriti in .si. per uno .s. come ardo . arsi . spargo . sparsi . excetto vedo fa vidi, odo, udì, cado, caddi, godo godei e godetti. Et quegli che finiscono in N.D.O. fanno prete- riti .si. per uno .s. prendo presi, rispondo risposi, excetto vendo fa 30 e 13 A vendei e vendetti. Sonci di queste regole forsi altre excettioni . ma per bora basti questo principio di tanta cosa chi che sia . a cui di- letterà ornare la patria nostra aggiugnera qui quello che ci manchi. Dicemo de' preteriti, resta a dire de gli altri. Imperativo Leggi tu . legga ebollii Optativo 35 Futuro singulare Dio chio scriva . tu scriva . lui scriva . e chosi fanno tutti. 1. Per la trasposizione di e. 11 A e e. 1 1 B, v. prefazione. 17. Dopo seconda forse si ha una lacuna: dovevasi indicare come dal part. pres. si fornii la 3a ps. dell'ind. Regoli della lingua fiorentina 545 Verbi impersonali si formano della terza persona del verbo activo in tutti é modi e tempi giuntovi .si. come amasi . leggevasi . scrivasi. Ma questo si suole transporlo in anzi al verbo, giuntovi .e. e dicesi. 5 é si legge, é si corre: et maxime ne l'optativo e subienctivo sempre si prepone, e dicesi. Dio che é s'ami . quando é si leggerà, e simile. Seguitano le Prepositioni Di queste alchune non caggiono in compositione e sono queste: oltre, sine . dietro . doppo . presso . verso . nanzi, fuori, circa. e. 13 B Prepositioni che caggiono in compositione et anchora s'adope- rano seiuncte sono di una syllaba o di più. D'una syllaba sono queste. De . De nostri . Detractori. Ad . ad altri . Admiratori. 15 Con . con certi . Conservatori Per . per tutti . Pertinace. Di . di tanti . Diminuti. In . in casa . Importanti. Di preposto allo infinito ha significato quasi come a Latini .Vt. e 20 dicono Io mi sforzo d'esser amato. Quelle de più syllabe sono queste. Sotto . Sottoposto. Sopra e dicesi Sopraposto. Entro . Entromesso. 25 Contro . Contraposto. Prepositioni quale s'adoperano solo in compositione. | Re, sub, ob, se, am, tras, ab, dis, ex,pre, circum, onde si dice e. 14 A trasposi e circumspetto. Sequitano gli Adverbii 30 Per é tempi si dice hoggi, testé, hora, hieri, crai, tardi, nomai, già, alhora, prima, poi, mai, sempre, presto, subito. Per é luoghi si dice costi, cola, altrove, indi, entro, fuori, circa, quinci, costinci, e qui e ci e ivi e vi . onde si dice io voglio starci, io ci starò, prò qui et verrovi e io vi starò prò ivi. 35 Pelle chose si dice assai, molto, poco, più, meno. Negando si dice, nulla, no, niente, ne. 5. Cod. ne loptativo. 6. Cod. è s.imi. C. Trabalza. 546 Regole della lingua fiorentina Affirmando, si dice, si, anzi, certo, alla fé. Domandando si dice, perche, onde, quando, come, quanto. Dubitando . forse. Narrando si dice, insieme, pari, come, quasi, cosi, bene, male, peggio, meglio, optime, pexime, tale, tanto). 5 e. 14 B Usa la lingua Toscana questi adverbij in luogo di nomi giuntovi l'articolo, e dice él bene . del bene etc. qual cosa ella anchora fa degli imfiniti e dicono él legere del legere. . Ma a più nomi, pronomi e infiniti giunti insieme solo in principio della loro coniunctione usa preporre non più che uno articolo, e dicesi io él tuo buono amare, mi piace. Item a similitudine della lingua Gallica piglia el Toscano é nomi singulari feminini adiectivi et agiungevi . mente . e usagli per ad- verbij . come saviamente bellamente magramente. Interiectioni I5 Sono . queste . heu . hei . ha . o . bau . ma . do. CONIVNCTIONI Sono queste . Mentre, perche, senza, sé, però, benché, certo, adonque, anchora, ma, come, et, ne, osegi [sic]. e 15A Et congiunge: Ne disiunge . O divide . senza si lega| solo à 20 nomi et a gli imfiniti, e dicesi senza più scrivere . tu et io studieremo : che ne lui ne lei siano indocti: ó piaccia ó dispiaccia questa mia inventione. Et questo Ne ha vario significato e vario uso . se si prepone sim- plice à nomi a verbi a pronomi significa negatione, come qui, ne tu «5 ne io meritiamo invidia. Et significa . in . ma agiuntovi . 1 . serve à singulari masculini e femminini, e senza . 1 . serve a plurali, quali comincino da consonante, à tutti gli altri pluralj masculini e femminini si dice . nel . et quando . s . sarà preposta alla consonante pur si dice . nello spazio . nelle camere, ne letti . nel lo exercito di Dario . negli 30 horti. Et questo Ne se sarà subiuncto a nome o al pronome significa . di qui . di questo . di quello . secondo che l'altre dictioni vi si adat- teranno come chi dice Cesare ne va . Pompeio ne viene. e. iSB Et questo Ne preposto al verbo sarà o doppo à mono|syl1abi o 35 30. Cod. camemere. 33. Cod. làltre. Regole della lingua fiorentina 547 doppo a quei di più syllabe, et più i> significa interrogatione, o af- firmatione, 0 precepto. Adonque doppo l'indicativo monosyllabo, la in- terrogatione si scrive in la prima e terza persona per due n.n . la se- conda per uno .11. come interrogando si dice . Vonne io . vane tu? 5 Vanne colui? Nello Imperativo si scrive la seconda per due .n.n. e dicesi . Vanne . danne. La terza si scrive per uno, e dicesi . siane lui, traggane. Et questi monosyllabi la prima indicativa presente affirmando si scrive per due .n.n. e dicono . fonne . vonne . nonne. Se sarà el verbo di più syllabe, la interrogatione- et affirmatione io si scrive per uno .11. in tutti e tempi, excetto la affirmatione in lo futuro, quale si scrive per due .n.n. come dicendo . porterane tu? porteronne . e questo sino qui detto s'intenda per é singulari però che plurali si scrive quello . ne . sempre per uno . n . come andiamone. Non mi stendo ne gli altri simili usi a questi: basti quinci in- e. n A 15 tendere é principij d'investigar lo avanzo. E vitij del favellar in ogni lingua sono o quando s'introducono alle cose nuovi nomi: o, quando gli usitati si adoperano male . ado- peranosi male discordando persone e tempi, come chi dicesse . tu hieri andaremo alla mercati . et adoperanosi male usandogli in altro signi- 20 ficato alieno come chi dice processione prò possessione. Introduconsi nuovi nomi o in tutto alieni et incogniti o in qualunque parte mutati. Alieni sono in Toscana più nomi barberi, lasciativi da gente Ger- mana, quale più tempo milito in Italia, come helm . vulase . faceman . bandier . e simili. In qualche parte mutati, saranno quando alle dictioni 25 s'agiugnera o minuira qualche lettera, come chi dicesse, paire, prò patre, e maire prò matre. Et mutati saranno come chi dicesse Rej plubica prò Republica, et occusfato prò offuscato . e quando si pò- e. 12 b nesse una lettera per un'altra . come chi dicesse, aldisco prò ardisco, inimisi prò inimici. 30 Molto studia la lingua Toscana d'essere breve et expedita ; e per questo scorre non raro in qualche nuova figura, qual sente di vitio, ma questi vitij in alcune ditioni e prolationi rendono la lingua più apta : come chi diminuendo dice, spirto prò spinto, e maxime l'ultima vocale, e dice papi et . Zanobi prò Zanobio ; credon far quel breve onde 35 s'usa che a tutti gl'imfiniti quando loro segue alchuno pronome in .i. allhora si getta l'ultima vocale, e dicesi farti, amarvi . starci . etc. E mutando lettere dicono . mie prò mio e mia: chieggo prò chiedo, 34. Breve: cod. bv, opp. bu. 548 Regole della lingua fiorentina paio prò paro . inchiuso prò incluso . chiave prò clave . e aggiugnendo dice . Vuole prò vole, schuola prò scola, cielo prò celo, e, in tutto troncando le dictioni dice vi prò quivi e similiter stievi prò stia ivi. =)|= Se questo nostro opuscolo sarà tanto grato a chi mi leggerà, quanto fu laborioso a me el congettarlo, certo mi dilecterà averlo prò- 5 mulgato, tanto quanto mi dilettava investigare e raccorre queste cose a mio iuditio degne e da pregiarle. Laudo Dio che in la nostra lingua habbiamo nomai é primi prin- cipij ; di quello ch'io al tutto mi disfidava potere assequire. Cittadini miei, pregovi, se presso di voj hanno luogo le mie fa- 10 tighe, habbiate a grado questo animo mio, cupido di honorare la patria nostra: Et insieme piacciavi emendarmi più che biasimarmi se in parte alchuna ci vedete errore. Finis Sumptum ex Bibliotheca .L. medices . Romée anno humanatj Dei 15 1508. Decembris ultima exactum.
Sunday, December 15, 2024
Subscribe to:
Post Comments (Atom)


No comments:
Post a Comment