Luigi Speranza --Grice e Roccoto: la ragione conversazionale e l’implicatura
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). To be identified.
Luigi Speranza -- Grice e Rodano: la ragione
conversazionale dell’immunità e della comunità, o l’implicatura dei comunisti –
filosofia italiana -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano . Fondatore
del “catto-comunismo.” E tra i fondatori
del movimento dei cattolici comunisti, poi sinistra cristiana. Studia a Roma.
Frequenta la Scaletta. Milita nell'azione cattolica e nella FUCI presieduta da
Moro. Entra in contatto e collabora con anti-fascisti d'ispirazione
cattolica -- Ossicini, Pecoraro, Tatò e altri -- comunista -- Bufalini,
Amendola, Ingrao, Radice e altri --, del partito d'azione e liberali -- Malfa,
Solari, Fiorentino fra gl’altri. Partecipa al movimento dei cattolici anti-fascisti.
Con Ossicini e Pecoraro tra i promotori e dirigenti del partito co-operativista
sin-archico -- poi partito comunista cristiano -- e ne redige i principali
documenti. Fa parte, con Alicata e Ingrao, del trium-virato dirigente le II
distinte organizzazioni clandestine, comunista e comunista cristiana. Scrive
saggi sull’Osservatore Romano. Arrestato dalla polizia fascista in una generale
retata dei militanti del partito comunista cristiano, e deferito al tribunale speciale
con altri suoi dirigenti. Il processo non ha luogo per la caduta del fascismo. Nel
periodo badogliano ha intensi scambi d'idee con i compagni di partito e altre
personalità anti-fasciste sulla linea da seguire. Stringe amicizia con Luca e Pintor.
Collabora al “Lavoro”, diretto da Alicata, comunista, Vernocchi, socialista, e Gaudenti,
cattolico. Sotto l'occupazione nazista di Roma fonda il movimento dei cattolici
comunisti, e ne redige i documenti teorico-politici. Scrive saggi sui 14 numeri
usciti alla macchia di “Voce operaia”, organo dello stesso movimento dei
cattolici comunisti. Liberata Roma, il movimento di cattolici comunisti prende
il nome di partito della sinistra cristiana. Vi confluiscono i cristiano-sociali
di Bruni. Vi partecipano anche Balbo, Sacconi, Barca, Amico, Chiesa, Valente,
Mira, Tatò, Tedesco, Parrelli, Tranquilli, e Rinaldini. Stringe un
rapporto di amicizia e collaborazione -- che non sarà privo di momenti di
dissenso critico --con Togliatti. Su Voce Operaia, pubblicata adesso
legalmente, scrive numerosi saggi. In IV di essi sostiene la prosecuzione
dell'IRI e ciò segna l'inizio della sua amicizia con Mattioli. S'incontrano, a
casa di R. e con la sua mediazione, Togliatti e Luca, primo, cauto sondaggio
reciproco tra mondo cattolico e movimento comunista italiano. A
conclusione di un congresso straordinario, il partito della sinistra cristiana si
scioglie. Sostiene, con argomentato vigore, che non è più utile una formazione
cattolica di sinistra, poiché incombe alla classe operaia nel suo insieme e
perciò al partito comunista il compito di affrontare la questione cattolica,
superando le pre-giudiziali a-teistiche e del dogmatismo marxista. Si adopera
perciò per ottenere modifiche nello statuto del partito comuista, che
consentano l'iscrizione e la militanza in esso indipendentemente dalle
convinzioni ideo-logiche e religiose, modifiche che saranno adottate dal partito
comunista nel suo congresso. Entrato nel partito comunista, scrive su periodici ufficiali di tale
partito o ad esso vicini. Particolarmente numerosi i suoi saggi su Rinascita. Vi
ha largo spazio l'invito ai cattolici a lavorare in politica e nelle altre
dimensione della storia comune degl’uomini in spirito di laicità, evitando
quindi improprie commistioni con la fede religiosa. Questa posizione approfondita
nel corso di tutta la sua opera ed essenziale per comprenderla contrasta con la
linea della chiesa di Pio XII, che coglie l'occasione di due suoi saggi sulla
condizione economica del clero (Rinascita) per comminargli l'interdetto dai
sacramenti, accusandolo di fomentare la lotta di classe all'interno delle
gerarchie (L'interdetto e tolto sotto Giovanni XXIII). Cura i saggi politici di
“Lo Spettatore”. Scrive sul Dibattito Politico, diretto da Melloni e Bartesaghi,
teso a una difficile mediazione tra le posizioni politiche del mondo cattolico
e di quello comunista e socialista, nel distinto riconoscimento dei rispettivi
valori e motivi ideali. Vi collaborano tra gli altri Chiarante, Magri, Baduel, Salzano. Durante
il pontificato di Giovanni XXIII opera, tramite Togliatti, per la trasmissione
ai dirigenti della proposta, primo, cauto sondaggio reciproco tra mondo
cattolico e movimento comunista italiano. A conclusione di un congresso
straordinario, il PSC si scioglie. R.sostiene, con argomentato vigore, che non
è più utile una formazione cattolica di sinistra, poiché incombe alla classe
operaia nel suo insieme e perciò al PCI il compito di affrontare accolta, di
uno scambio di messaggi in occasione del compleanno di papa Roncalli.
L'iniziativa sarà il primo segno di disgelo tra URSS e s. sede. Si svolge un
serrato dialogo tra R. e NOCE (si veda), che mette in chiaro la diversità delle
rispettive posizioni. Fonda con Napoleoni La Rivista trimestrale, affrontando
nodi teorici e politici di fondo. Ancora con Napoleoni, e Ranchetti, dirige la scuola
di scienze politiche ed economiche, rivolta a militanti del movimento. Collabora
alla rivista “Settegiorni”, diretta d’Orfei e Pratesi, in cui fra l'altro
scrive una serie di interventi d'intensa riflessione teologica, le Lettere
dalla Valnerina. Chiusasi l'esperienza della Rivista Trimestrale, R. scrive sui
Quaderni della Rivista Trimestrale, diretti da Reale, cui collaborano, insieme
a Sacconi, Salzano, Tranquilli, Gasparotti, Rinaldini, Reale, Agata, Vincenti,
Montebugnoli, Padoan, Sacconi, Zevi, R.
e R., ed altri. Lo si considera l'esponente più autorevole del “catto-comunismo”:
"i rapporti di R. con il mondo cattolico sono stati indagati a fondo.
Quelli con Togliatti -- che furono rapporti personali assai intensi -- assai
poco, come quelli con Berlinguer -- all'Istituto Gramsci si conservano tre
vaste memorie che scrive per Berlinguer -- anche se il rapporto stretto di
questi con Tatò è sufficiente a delinearne l'influenza". Nella
stagione del compromesso storico proposto da Berlinguer e oggetto prima di
attenzione, poi di cauta convergenza da parte di Moro, R. elabora i fondamenti teorici
di una politica diretta a non ridurre l'incontro tra le grandi forze storiche
del comunismo, del socialismo e del cattolicesimo democratico a una mera
operazione di governo, ma a farne una strategia di lungo periodo di
trasformazione della società. Quella stagione e quelle prospettive vengono
improvvisamente troncate dall'ASSASSINIO DI MORO. S'intensificano, all'epoca, i
suoi contatti personali con esponenti del PCI, del PSI, della DC e di altri
partiti -- Malfa, Malagodi, Visentini -- su problemi politici a breve e lungo
termine. Pubblica saggi su vari periodici e sul quotidiano Paese Sera, quasi
settimanalmente. Altre saggi: “Sulla politica dei comunisti” (Boringhieri,
Torino); “Questione demo-cristiana e compromesso storico” (Riuniti, Roma), “Lenin
da ideologia a lezione” (Stampatori, Torino); “Lettere dalla Valnerina” (Pratesi,
La Locusta, Vicenza); “Lezioni di storia possibile” -- Tranquilli e Tassani (Marietti,
Genova); “Lezioni su servo e signore” – Tranquilli (Riuniti, Roma); “Cattolici
e laicità della politica” Tranquilli (Riuniti, Roma); “Cristianesimo e società
opulenta” – Mustè (Storia e letteratura, Roma). Saggi sono spubblicati in
numerosi periodici e quotidiani, tra i quali l'Osservatore Romano, Primato,
Voce Operaia Rinascita Il Politecnico,
Unità, Vie nuove, Società, Cultura e realtà, Lo Spettatore Italiano, Il
Contemporaneo, Il Dibattito Politico, Argomenti, La Rivista Trimestrale,
Settegiorni, Quaderni della Rivista Trimestrale, Paese Sera, Città Futura,
Nuova Società, e Il Regno. I saggi più importanti, pubblicati sulla Rivista
Trimestrale e sui successivi Quaderni, sono “Risorgimento e democrazia, Il
processo di formazione della società opulenta”; “Il pensiero cattolico di
fronte alla società opulenta”; “Egemonia riformista ed egemonia rivoluzionaria”;
“Nota sul concetto di rivoluzione”; “Significato e prospettive di una tregua
salariale; “Il centro-sinistra e la situazione del paese”; “Marx, A proposito
del convegno delle ACLI a Vallombrosa”; “Su alcune questioni sollevate dal
movimento studentesco; “Con Dopo Praga: considerazioni politiche sulla storia
del movimento operaio, A proposito dell'autunno caldo”; “Considerazioni sulla
dialettica sociale dell'opulenza”; “La peculiarità del partito comunista”; “Dopo
il congresso del partito comunista: il nodo al pettine”, “I germi di comunismo”;
“La questione demo-cristiana”; “La proposta del compromesso storico”; “Dopo la
morte di Mao Tse-tung: la lezione di una grande esperienza, con Tranquilli; “Considerazioni
sulla strategia dei comunisti italiani”; “Egemonia e libertà delle opinioni”;
“Considerazioni sui fenomeni di eversione”; “La politica come assoluto”; “Note
sulla questione”; “La specificità umana e condizione storica: dopo la lettera
di Berlinguer al vescovo di Ivrea: laicità e ideologie”; “Alla radice della
crisi”; “L'incompatibilità tra capitalismo e democrazia”; “È possibile una
soluzione reazionaria?” “Idee e strumenti della manovra reazionaria”; “Roluzione”
“Rivoluzione”; “Filosofia della storia”; Rivoluzione in Occidente e rapporto
con l'URSS, Il senso di una grande
lezione: per una lettura critica di Lenin”; “Per un bilancio del compromesso
storico”; “Innovazione e continuità”; “Contratti e costo del lavoro: imprese e
sindacati, partiti e istituzioni”; “La chiesa di fronte al problema della pace”.
Craveri, Una critica pregnante, in Mondoperaio, Teorico del compromesso storico
Archivio la stampa. Noce: Lettera a R. -- Regno-attualità --; Cinciari: Cattolici comunisti, n
Enciclopedia dell'anti-fascismo e della resistenza, Milano; Bedeschi: Cattolici
e comunisti (Feltrinelli, Milano); Cocchi, Montesi: Per una storia della
Sinistra cristiana (Coines, Roma), Casula: Cattolici-comunisti e Sinistra cristiana
(Mulino, Bologna); Tassani: Alle origini del compromesso storico (EDB, Bologna);
Ruggieri, Albani: Cattolici comunisti? (Queriniana, Brescia); Repetto: Il movimento
dei cattolici comunisti: problemi storici e politici -- Quaderni della Rivista
Trimestrale; Ricordo, Broglio, "Un cristiano nella sinistra", in
"Nuova Antologia", Giannantoni, Alema, Ingrao: Dibattito in Rivista
Trimestrale, Nuovo Spettatore Italiano, Bella: “Lo Spettatore Italiano”
(Morcelliana, Brescia); Papini: Tra storia e profezia: la lezione dei cattolici
comunisti (Univ., Roma); Landolfi, R.: la rivoluzione in Occidente, Palermo,
Ila Palma, Raimondo: solitudine e realismo del comunista cattolico (Galzerano,
Salerno); Tronti: Una riflessione -- in Rivista Trimestralen; Manacorda: lettore
di Marx in Critica marxista; Napoleoni, Cercate ancora (Riuniti, Valle); Napoleoni,
Teoria politica; Noce: Il comunista (Rusconi, Milano); Tranquilli: Fede
cattolica e laicità della politica -- in Teoria Politica; Tranquilli: Realtà
storica e problemi teorici della democrazia
-- in Bailamme, Reale: Sulla laicità: considerazioni intorno alle
relazioni fra atei e credenti -- in Novecento, Bellofiore: Pensare il proprio
tempo. Il dilemma della laicità in Napoleoni, in Per un nuovo dizionario della
politica (Riuniti, Roma); Capuccelli, Lucente:
La riflessione teorica di R. dalla Sinistra Cristiana alla “Rivista
Trimestrale” -- tesi di laurea in scienze politiche, Milano -- Istituto
Gramsci: Convegno commemorativo di R., Roma --; Mustè, “Critica delle ideologie
e ricerca della laicità” (Mulino); lbani: La storia comune degli uomini. Ri-leggendo
R. -- in Testimonianze, Papini: La formazione di un cattolico -- Tra la
Congregazione mariana La Scaletta e il liceo Visconti, in Cristianesimo e
storia, Possenti: Cattolicesimo e modernità. Balbo, Noce, R. (Milano); Mustè:
Fra NOCE e R.: il dibattito sulla società opulenta, La Cultura; Mustè: R.:
laicità, democrazia, società del superfluo (Studium, Roma). "Cristianesimo
e società opulenta", a cura e con introduzione di Mustè (Edizioni di Storia
e Letteratura, Roma, Parlato: L'utopia in Manifesto, Melchionda: R. (in Aprile,
Rosa, "R.; il cristianesimo e la società opulenta", in
"Ricerche di storia sociale e religiosa", Chiarante: Tra Gasperi e
Togliatti. Memorie (Carocci, Roma; Pandolfelli: Marxismo, Scienze politiche,
Roma; Tassani:"Il Belpaese dei Cattolici", Cantagalli, "La
traccia e la prospettiva teorica di R." MORO, R. e la storia del 'partito
cattolico' in Italia", in Botti, Storia ed esperienza religiosa. Urbino,
Quattro Venti, Hanno detto di lui: la sua vita testimonia, in modo esemplare,
quanto possa essere forte, nell’uomo, la dedizione all’impegno intellettuale e
ai grandi ideali, tra i quali la politica intesa nel senso più nobile e più
alto dell’accezione. Portatore d’una fede religiosa profondamente sentita e
sofferta, ha avuto costantemente con sé il dantesco “angelo della solitudine”:
durante l’intera sua vita, infatti, mai si è sottratto al rovello e al dubbio;
mai ha preferito la comoda via dei pigri, degli opportunisti e dei neutrali. La
sua prima scelta di campo nell’Italia divisa in due, fu doppiamente coraggiosa: la resistenza al
nazi-fascismo ed il tentativo di conciliare nel Movimento dei cattolici
comunisti i valori della tradizione cristiana e cattolica con quelli della
rivoluzione d’ottobre. E così continuò senza paura e con sacrificio personale
in tutti questi anni promuovendo con le sue tesi, tra consensi e dissensi, un
continuo dibattito. La sua “inquietudine” è, dunque, sincera e feconda,
sorretta da uno spirito virile, ma al fondo sensibile ed umanissimo. Certamente
sarà ricordato dallo storico del futuro con queste sue peculiarità di
intellettuale originale, pugnace e coraggioso. In questo modo l’ho visto e
conosciuto, e così rimarrà per sempre nella mia memoria. Pertini, Quaderni
della Rivista Trimestrale. Ritengo che la sua vita e la sua opera abbiano
fornito una prova concreta e significativa della validità di due principi che
egli ha serenamente professato e praticato e che, anche con il suo personale
contributo, sono acquisiti al patrimonio teorico e ideale del partito
comunista. Il primo è la distinzione e l’autonomia reciproca della politica e
della fede religiosa -- o della convinzione filosofica o del “credo”
ideologico. Il secondo è l’affermazionefatta da Togliatti, formulata in una
tesi approvata dal X congresso del partito e sviluppata poi nelle tesi del XV
congresso secondo la quale un cristianesimo genuinamente vissuto non soltanto
non si oppone, ma è anche in grado di sollecitare un’azione che può contribuire
alla battaglia per la costruzione di una società più umana, più libera e più giusta
di quella capitalista. Berlinguer, Quaderni della Rivista Trimestrale. C’era
nella sua avversione al misticismo, all’indistinto, all’anarchismo, una grande
lezione di umanesimo storico e costruttivo. La drammaticità con cui sentiva i
rischi di un capovolgimento della democraziavissuta nei suoi angusti limiti
democraticisticiin corporativismo e in anarchia, e, quindi, la possibilità di
una replica autoritaria, è tuttora inscritta nella nostra vita quotidiana,
nella fase che stiamo attraversando. Bene: distinguere per collegare; stabilire
i confini del campo di ciascuno, da cui discende l’autonomia della politica
dalla religione e dalle ideologie. Per questo ritengo che occorra respingere le
sollecitazioni di quanti pensano di poter rimuovere la questione di fondo posta
da R.. Quella questione oggi riguarda, a mio avviso, il confine mobile tra progresso
e conservazione” Occhetto, Quaderni della Rivista Trimestrale, Per chi ha
seguito, anche talvolta dissentendo, la filosofia di R. e lo ha spesso messo a
confronto con la visione di MORO, appare chiaro che gli insegnamento di R. come
quelli di MORO non hanno solo valore per la ricostruzione storica di una fase
politica conclusa, ma hanno invece valore e significato come guida per la
costruzione di un processo di allargamento della democrazia, di sviluppo e di
confronto e di un dialogo che sono ancora più che mai attuali, perché attuali e
non risolti sono i grandi problemi nazionali che richiedono sì maggioranze
e governi più efficaci e risoluti, ma anche un più largo consenso popolare da
realizzarsi col confronto, col dialogo, con la partecipazione, sia pure a vario
titolo, ad un unico disegno di tutte le forze politiche rappresentative
dell’intera realtà popolare. Galloni, Quaderni della Rivista Trimestrale, “benché
creda che la storia sia opera di molti, e non di singole personalità pur
spiccatissime, ho sempre ritenuto che il ruolo esercitato da R. nella vicenda
italiana di questi decenni sia stato assolutamente fuori del comune, e
portatore di cambiamento come a pochissimi altri è stato dato. Ciò dico
soprattutto in riferimento alla storia e alle trasformazioni del partito
comunista italiano, nei cui confronti Rodano ha esercitato una funzione
liberatrice e maieutica che, se non temessi di far torto alla complessità del
processo di un grande movimento di massa e agli innumerevoli apporti di cui
esso è sostanziato, non esiterei a definire demiurgica.» Valle, Quaderni
della Rivista Trimestrale. Lasciamo ad altri le banalità sul consigliere del principe
o sul consulente per i rapporti con il mondo cattolico o con il Vaticano.
Togliatti ne fu attratto e interessato certo, anche perché l’esperienza di R.,
le sue riflessioni, le sue frequentazioni arricchivano il Partito di qualcosa
che altrimenti non sarebbe venuto. Forse qualcosa di analogo era stato per
Gramsci e per Togliatti l’incontro con Godetti. Che conoscesse e stimasse Ottavini,
che fosse intimo di Luca, non era importante perché ciò rappresentava un
“canale”. E iuttosto decisivo che un giovane così ascoltasse e parlasse, che si
trovasse a casa sua tra i comunisti, che per farlo soffrisse fino alla
persecuzione vaticana, riuscendo sempre ad essere fedele nel senso più pieno
del termine. Paietta, Quaderni della Rivista Trimestrale. Rrimane uno dei pochi
uomini la cuia filosofia rende possibile l’appellativo di femminista anche per
un appartenente al sesso maschile. La sua continua attenzione dalla questione
femminile derivava, certo, da una molteplicità di circostanze. Vi influiva la
ricerca su quello che egli stesso define il processo di umanizzazione
dell’uomo, nel cui quadro la liberazione della donna costitusce ben più di una
semplice componente o misura, ma piuttosto una delle condizioni decisive per
una reale, generale fuoruscita dall’alienazione e dallo sfruttamento umano. Oggi
più d’uno ambirebbe, revanchisticamente, a considerare conclusa la stagione
femminista. E invece il vero problema per le donne, per la democrazia, per il
mutamento, è la perpetuazione e il saldo attestarsi a un livello superiore del
femminismo. Per questo il messaggio che può ben a ragione essere definito
femminista nell’accezione più onnicomprensiva ed elevata, risulta tuttora
rivolto alla speranza e soprattutto all’impegno: quell’impegno per cui egli ha
consumato generosamente, e certo positivamente anche per la causa femminile,
tutta intiera la sua vita. Tedesco, Quaderni della Rivista Trimestrale. Il mio primo
interrogativo riguarda le scelte politiche che egli ha fatto, ponendosi come
cattolico in contrasto con alcune direttive ecclesiastiche. Dove ha trovato
forza e serenità, pur con sofferenza, per queste opzioni non rinunciando alla
sua fede e alla sua appartenenza ecclesiale, sempre professata? Non ho trovato
altra risposta che la sua fede teologale. La fede di Franco non era credenza
dottrinale, magari utilizzata ideologicamente, o sottomissione alla gerarchia
che poi si muta in ribellione; era adesione cosciente e ferma a Dio che si è
rivelato in Gesù Cristo, ancora vivente nella Chiesa. Questa fede comporta quel
“sensus fidei” (ne ha parlato il Vaticano II nella Lumen Gentium) che diventa
giudizio pratico nelle concrete situazioni per scelte che siano conformi alla
volontà di Dio. È il discernimento di cui parla san Paolo nella Lettera ai
Romani (12, 2) e che tanta parte ha nella dottrina spirituale cristiana. D. Torre,
Quaderni della Rivista Trimestrale, Il rapporto con la chiesa, sia come
comunità di fede che come istituzione, senza mediazioni di un partito cattolico
rappresentava per R. un’occasione e una garanzia per depurare il movimento
comunista non solo dall’ateismo scientista, ma anche di una visione
totalizzante della rivoluzione politica e sociale. Il mito del regno dei cieli
sulla terra e di una storia senza alienazioni. Corrispettivamente il movimento
comunista e il portatore necessario di una trasformazione della società che non
si presentasse come inveramento e compimento della razionalità illuministica,
della rivoluzione borghese, ma anche e soprattutto come loro rovesciamento
dialettico, e perciò offre un fondamento storico e materiale ad un mondo
in cui le persone diventano centro e misura, liberate dalla rei-ficazione
capitalistica, e perciò stesso base reale di un pieno sviluppo di un
cristianesimo, non integralista, ma consapevole, diffuso, praticabile. Magri. Melchionda,
in "Aprile", Dall'utopia alla secolarizzazione, Vassallo, Il
consigliere di Berlinguer che ama la Contro-Riforma. Giornalista politico, Franchi,
Corriere della Sera, Archivio storico. Treccani L'Enciclopedia italiana". Franco
Rodano. Rodano. Keywords: immunità e comunità – filosofia italiana – i
comunisti, il laico, democrazia, revoluzione, lotta di classe, societa
opulenta, peculiarita dei comunisti italiani, anti-fascismo, arrestato dai
fascisti. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rodano” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Rodippo: la ragione conversazionale ante la
diaspora – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. Crotone,
Calabria. A Pythagorean, cited by Giamblico.
Luigi Speranza -- Grice e Rogatiano: la ragione conversazionale della
filosofia della gotta – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A senator whose tutor is Plotino.
He credits Plotino for helping him realise the importance of leading a frugal
existence. He himself fasts every other day – to which he attributes his
recovery from gout. Rogatiano.
Luigi Speranza -- Grice e Rogo: la ragione conversazionale dell’allievo
di Filone – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A pupil of Filone at Rome. Tertilio
Rogo.
Luigi Speranza -- Grice e Romagnosi:
la ragione conversazionale della Roma antica, e l’implicatura dei IV periodi: o,
dal segno alla logìa – filosofia emiliana -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Salsomaggiore). Filosofo italiano.
Salsomaggiore, Parma, Emilia-Romagna. Important Italian philosopher. L'etica, la politica ed il diritto si possono bensì
dis-tinguere, ma non dis-giungere. Non esiste un'etica pratica, se non mediante
la buona legge e la buona amministrazione. Studia a Piacenza e Parma. Insegna a
Parma e Pavia. Membro della società letteraria di Piacenza, dove legge i suoi saggi:
“Discorso sull'amore considerato come motore precipuo della legislazione”; “Discorso
sullo stato politico della nazione romana e italiana”; “L’opinione
pubblica. Uno degl’Ortolani. Pubblica la “Genesi del diritto penale”; Cosa
è eguaglianza e, Cosa è libertà; Primo avviso al popolo romano, che mostrano
simpatie rivoluzionarie. Il suo incarico gli procura contrasti con il principe
di Trento, Thun. Questi gli concede comunque il titolo di consigliere aulico
d'onore. Schiere contro i principi della rivoluzione francese. Accusato di
giacobinismo, è incarcerato a Innsbruck. Scrive “Delle leggi dell'umana
perfettibilità per servire ai progressi delle scienze e delle arti”. Scopre gl’effetti
magnetici dell'elettricità. R. anticipato la scoperta dell'elettro-magnetismo. Pubblica
“Quale e il governo più adatto a perfezionare la legislazione civili”. Fonda il
“Giornale di giurisprudenza universale”. Pubblica l’Istituzioni di Diritto
amministrativo e Della costituzione di una monarchia costituzionale
rappresentativa. Rerduna intorno a Milano una scuola o gruppo di giocco alla
quale si formarono alcuni dei nomi più illustri del risorgimento: Ferrari (si
veda), Cattaneo (si veda), Cantù (si veda), Defendente S. (si veda) e G. Sacchi
(si veda). Collabora alla biblioteca italiana. Pubblica L’Assunto primo della
scienza del diritto naturale. È arrestato e incarcerato a Venezia con l'accusa
di partecipazione alla congiura ordita da Pellico, Maroncelli e Confalonieri.
Pubblica “Dell'insegnamento primitivo delle matematiche” e “Della condotta
delle acque”. Pubblica l’Istituzioni di
civile filosofia ossia di giurisprudenza teorica. Dirige gl’Annali Universali
di Statistica Tra i maggiori filosofi italiani,
nel rinnovamento del pensiero giuridico italiano richiesto dalla necessità di
codificare i nuovi interessi delle classi borghesi emersi con la rivoluzione
francese e consolidati nel successivo codice napoleonico, è legata alla
fondazione di una nuova scienza del diritto pubblico, penale e amministrativo,
con uno spirito scientifico illuministicamente volto all'unificazione delle
scienze giuridiche, naturali e morali. Studia pertanto la vita sociale nelle
sue componenti storiche, giuridiche, politiche, economiche e morali. Considera
l'uomo nelle forme della sua esistenza storica, nei modi in cui concretamente
pensa e agisce in un contesto sociale determinato. In questo modo lo studio
della storia rivela lo sviluppo dell'incivilimento umano. Nella “Genesi
del diritto penale”, opera che gli dette notevole fama e non solo in Italia,
riprendendo tesi di BECCARIA, pone i problemi dell'utilità della punizione,
della natura della colpa e del diritto. Dà una GIUSTIFICAZIONE RAZIONALE della
società che gl’appare un'unione necessaria tra gl’uomini, dialetticamente
rapportati nel rispetto di una disciplina condivisa. L'uomo è lo stesso sia
nello stato di natura che in quello di società, malgrado le diversità delle
forme sociali. Pertanto gl’uomini hanno un diritto di socialità importante e
sacro, quanto quello della conservazione di se stesso. La società è per R.
l'unico stato naturale dell'uomo, respingendo così la dottrina di uno stato di
natura *anteriore* allo stato sociale. Il cosiddetto stato di natura è solo un
diverso stato sociale nella storia dell'umanità. Nell'introduzione allo
studio del diritto pubblico universale, premesso che ogni complesso giuridico di
basarsi sul bisogno della comunità, sostiene che lo scopo del diritto e il
rafforzamento delle strutture civili e politiche della
società. Nell'Assunto primo della scienza del diritto naturale, riprende
temi sviluppati nella genesi del diritto. Sostiene che nella natura è tanto il
principio di individualità quanto quello di socialità, e, pertanto, lo sviluppo
umano avviene naturalmente verso uno stato di società, l'unico in cui si
sviluppa l'incivilimento - termine ricorrente nei suoi scritti - un continuo
processo verso stadi più avanzati di perfezionamento morale, civile, economico
e politico. E ancora nel Dell'indole e dei fattori dell'incivilimento,
con esempio del suo risorgimento in Italia si pone il problema di quale sia il
motore del progresso umano nella storia. La tesi è che la società umana è
l'organismo fattore di progresso, essendo in sé dotata di forze agenti in
particolari condizioni storiche e ambientali. Lo sviluppo civile, suddiviso da
R. in IV periodi -- I l'epoca del senso e dell'istinto, II l'epoca della
fantasia e delle passioni, III l'epoca della ragione e dell'interesse personale
e IV l'epoca della previdenza e della socialità -- vede un costante
trasferimento, agl’organismi pubblici rappresentativi, delle funzioni sociali
come se la natura si trasferisse progressivamente nella funzione
rappresentativa. Il punto d'arrivo della civiltà è una forma sociale in cui
prevalgono la proprietà e il sapere. Tale processo non è lineare. Il diritto ROMANO
si afferma in condizioni civili arretrate. Ma, come una macchina i cui
meccanismi migliorano nel tempo, la sua azione progressivamente perfezionata fa
sorgere dal fondo delle potenze attive un sempre nuovo modo di ri-azioni e
quindi d’effetti variati. L'incivilimento appare così una cosa complessa
risultante di molti elementi e da molti rapporti formanti una vera finale unità
simile a quella di una macchina, la quale scindere non si può senza
annientarla. Il motore di siffatta macchina è il COMMERCIO, sviluppato a sua
volta dal progresso dello stato sociale. Guardando allo sviluppo storico
nazionale, vede nel medio-evo l'epoca in cui la città diviene luogo di
aggregazione di possidenti, artisti, commercianti e dotti, favorendo le
condizioni per la nascita dello stato italiano dallo stato romano anche se ai comuni
medievali manca uno spirito politico nazionale perché presero la strada dal
ramo industriale e commerciale per giungere al territoriale. Essi dunque
ripigliarono l'incivilimento in ordine inverso. In quest'ordine trovarono i più
gravi ostacoli avendo dovuto separare la professione dell’armi da quella del’arti
e della mercatura. Per questo, bisogna sempre porsi il problema di un corretto
modo di sviluppo e ora, nella società industriale, l'incivilimento è una
continua disposizione delle cose e delle forze della natura pre-ordinata dalla
mente ed eseguita dall'energia dell'uomo in quanto tale disposizione produce
una colta e soddisfacente convivenza. Nella collezione degl’articoli di
economia politica e statistica civile si trova espressa la fiducia nella
sviluppo capitalistico e nella libera concorrenza economica, difesa contro le
tesi di SISMONDI che vede nello sviluppo industriale una spaventosa sofferenza
in parecchie classi della popolazione. I poteri pubblici fano rispettare le
corrette regole della libertà di con-correnza, cosa che non avviene in Inghilterra
dove ora si favorisce il popolo contro i mercanti, ora i possidenti e i
mercanti contro il popolo e intanto si applica ancora il protezionismo. E inoltre
un paese in cui non si applica IL DIRITTO ROMANO, fonte di equità civile. La
mentalità empirica degl’inglesi non consente loro di pre-vedere ma solo di
constatare i fatti. Polemizza col Saint-Simon, dottrinario che ostacola la
libera con-correnza, assegna ogni ramo d'industria a guisa di privilegio
personale, favorisce il popolo miserabile contro i produttori e abolire il
diritto di eredità. I saintsimoniani vogliono far lavorare e poi lavorare senza
dirmi il perché. Progresso non è che lavoro. Questo è l'ultimo termine, questo
è il premio. L'uomo, secondo Saint–Simon, dovrebbe sempre progredire lavorando
con una indefinita vista e senza stimolo. Ma voler far progredire l'industria e
il commercio col togliere la possidenza è come voler far crescere i rami col
distruggere il tronco. La proprietà ha un carattere naturale e, come la natura
è la base di ogni società, negare la proprietà significa distruggere ogni
possibilità di convivenza civile. Partendo dalla sua vasta esperienza
giurisprudenziale e politica, auspica una nuova forma di filosofia civile, che
studia le forme e condizioni dell'incivilimento storico della nazione romana e
la nazione italiana, scoprendo la legge massima e unica delle vicende
politiche, sociali e culturali dei popoli. Riguardo al problema
gnoseologico, per R. la conoscenza proviene dai sensi ma la sensazione non è di
per sé ancora conoscenza, la quale si ottiene solo quando l'intelletto ordina e
interpreta le sensazioni secondo proprie categorie, definite logiche – logìe --,
con cui diamo segnature razionali alle segnature positive. Chiama compotenza
questa mutua concorrenza di sensazioni provenienti dall'esterno e di
elaborazione della nostra mente. Una logìa non è una idee formata nel
momento della nostra nascita, ma a sua volta è il risultato della riflessione
operata sull'esperienza empirica. La logìa è dunque a posteriori rispetto alla
sensazione passata e a priori rispetto alla sensazione attuale. Pertanto, la
conoscenza è in definitiva un a posteriori con un contenuto base
empirico. Ma cosa conosciamo in realtà? I sensi non danno conoscenza delle
cose in sé, ma di ciò che percepiamo delle cose. Conosciamo la rappresentazione
che ci formiamo della cosa. Se il fenomeno non e copie esatta del reale,
tuttavia è UN SEGNO a cui corrisponde in natura un’essere reale. Pertanto, una
cosa esiste fuori di noi, non è una creazione dell’io trascendentale. Non
essendoci evidentemente posto per una meta-fisica nella sua costruzione
filosofica, R. è attaccato dagl’spiritualisti e in particolare dal puritano
SERBATI (si veda). Può a buon diritto essere considerato il precursore del positivismo
italiano. Considera la contrapposizione di classico e romantico – nata
nell'immediatezza della restaurazione e trascinatasi per oltre un ventennio con
implicazioni letterarie, linguistiche e anche politiche - come impropria. Cerca
di dare una soluzione alla controversia attraverso la sua concezione
ilichiastica -- cioè relativa al tempo – cf. Grice, La costruzione ilichiastica
dell’io -- della letteratura, secondo la quale la filosofia e consone all'età e
al gusto del popolo romano e del popolo italiano, e suggere che le opere
contemporanee dovessero corrispondere sempre al pensiero moderno di un popolo.
L'ilichiastismo si rifà in sostanza alle sue concezioni sulla formazione della civiltà.
Così espose la sua dottrina in Della Poesia, considerata rispetto alle diverse
età della nazione romana e della nazione italiana. Sei tu romantico? Signor no.
Sei tu classico? Signor no. Che cosa dunque sei? Sono “ilichiastico”, se vuoi
che te lo dica in greco, cioè adattato alle età. Misericordia! che strana
parola! Spiegatemela ancor meglio, e ditemi perché ne facciate uso, e quale sia
la vostra pretensione. La parola “ilichiastico” che vi ferisce l'orecchio
è tratta dal greco, e corrisponde al latino “aevum”, “aevitas” -- e per sincope,
“aetas”, “età,” la quale indica un certo periodo di tempo – nell’unita
longitudinale della filosofia --, e in un più largo senso, il corso del tempo.
Col denominarmi pertanto “ilichiastico,” io intendo tanto di riconoscere in
fatto una filosofia relativa all’età, nelle quali si sono ri-trovato e si trova il popolo romano e il popolo italiano,
quanto di professare principj, i quali sieno indipendenti da fittizie
istituzioni, per non rispettare altra legge che quelle del gusto, della ragione
e della morale. Ma la divisione di romantico e classico, voi mi direte, non è
dessa forse più speciale? Eccovi le mie risposte. O voi volete far uso di
queste due parole, ‘classico’ e ‘romantico,’ per indicare nudamente il tempo, o
volete usarne per contrassegnare il *carattere* della filosofia nelle diverse
età. Se il primo, io vi dico essere strano il denominare ‘classica’ la
filosofia romana antica, e filosofia romantica la media e moderna. L’eta antica
(palio-evo), l’eta media (medio-evo), e l’eta moderna (neo-evo), sono fra loro
distinti non da una divisione artificiale e di convenzione, ma da una effettiva
rivoluzione. Se poi volete adoperare le parole di ‘classico’ e di ‘romantico’
per contrassegnare il carattere della filosofia romana e della filosofia italiana
nelle diverse età, a me pare che usiate di una denominazione impropria. Quando
piacesse di contrassegnare la filosofia coi caratteri delle tre diverse età –
I: paleo-evo, II: medio-evo, III: neo-evo), parmi che dividere si potrebbe in I
filosofia eroica (filosofia romana antica), II filosofia teocratica (filosofia
del medio-evo), e III filosofia civile (neo-evo, moderna eta). Questi caratteri
hanno successivamente dominato tanto nella prima coltura, che è sommersa dalle
nordiche invasion dei barbari longobardi – dimenticami i goti – e d’arii --,
quanto nella seconda coltura, che è ravvivata e proseguita fin qui. Questi
caratteri non esistettero mai puri, ma sempre mescolati. Dall'essere l'uno o
l'altro predominante si determina il genere, al quale appartiene l'una o
l'altra produzione filosofica. Vengo ora alla domanda che mi faceste, se io
classico o romantic. E ponendo mente soltanto allo spirito di essa, torno a
rispondervi che io non sono (né voglio essere) né romantico, né classico, ma
adattato alla mia eta, ed al bisogno
della ragione, del gusto e della morale. Ditemi in primo luogo. Se io fossi
nobile ricco, mi condannereste voi perché io non voglia professarmi o popolano
grasso, o nobile pitocco? Alla peggio, potreste tacciarmi di orgoglio, ma non
di stravaganza. Ecco il caso di un buon italiano in fatto di filosofia. Volere
che un filosofo italiano sia tutto classico, egli è lo stesso che volere taluno
occupato esclusivamente a copiare diplomi, a tessere alberi genealogici, a
vestire all'antica, a descrivere o ad imitare gl’avanzi di medaglie, di vasi,
d'intagli e di armature, e di altre anticaglie, trascurando la coltura attuale
delle sue terre, l'abbellimento moderno della sua casa, l'educazione odierna
della sua figliuolanza. Volere poi che il filosofo italiano sia affatto
romantico, è volere ch'egli abiuri la propria origine, ripudj l'eredità de'
suoi maggiori per attenersi soltanto a nuove rimembranze -- specialmente
germaniche: i longobardi. Voi mi domanderete se possa esistere questo terzo
genere, il quale non sia né classico né romantico? Domandarmi se possa esistere
è domandarmi se possa esistere una maniera di vestire, di fabbricare, di “con-versare”,
di scrivere, che non sia né antica, né media, né moderna. La risposta è fatta
dalla semplice posizione della quistione. Ma questo III genere e desso
preferibile ai conosciuti fra noi. Per soddisfarvi anche su tale domanda osservo
primamente che qui non si tratta più di qualità, bensì di bellezza o di
convenienza. In secondo luogo, che questa quistione non può essere decisa che
coll'opera della filosofia del gusto, e soprattutto colla cognizione tanto
dell'influenza dell'incivilimento sulla filosofia, quanto degl’uffizj della filosofia
a pro dell'INCIVILIMENTO. Non è mia intenzione di tentare questo pelago. Osservo
soltanto che questo III genere non può essere indefinito. E necessariamente il
frutto naturale dell'età nella quale noi ci troviamo, e si troveranno pure i
nostri posteri. Noi dunque non dobbiamo sull'ali della meta-fisica errare senza
posa nel caos dell'idealismo, per cogliere qua e là l’ idea archetipo di questo
genere. Dobbiamo invece seguire la catena degli avvenimenti, dai quali nella
nostra età, essendo stata introdotta una data maniera di sentire, di produrre,
e quindi di gustare e di propagare il bello, ne nacque un dato genere, il quale
si poté dire perciò un frutto di stagione di nostra età. Per quanto vogliamo
sottrarci dalla corrente, per quanto tentiamo di sollevarci al di sopra dell’ignoranza
e del mal gusto comune, noi saremo eternamente figli del tempo e del luogo in
cui viviamo. Il secolo posteriore riceve per una necessaria figliazione la sua
impronta dal secolo anteriore. E tutto ciò derivando primariamente dall'impero
della natura che opera nel tempo e nel luogo, ne verrà che il carattere filosofico,
comunque indipendente dalle vecchie regole dell'arte, perché flessibile,
progressivo, innovato dalla forza stessa della natura, e necessariamente
determinato, come è determinato il carattere degl’animali e delle piante, che
dallo stato selvaggio vengono trasportate allo stato domestico. Posto
tutto ciò, l'arbitrario nel carattere della filosofia cessa di per sé. Si puo allora
disputare bensì se il bello ideale coincide o no col bello volgare. Se il gusto
corrente possa essere più elevato, più puro, più esteso; ma non si potrà più
disputare se le sorgenti di questo bello debbano essere la mitologia pagana degl’antichi
romani – o dei longobardi -- piuttosto che i fantasmi cristiani, i costumi
cavallereschi piuttosto che gl’eroici, le querce, i monti o i castelli gotici,
piuttosto che gl’archi trionfali, le are e i templi ROMANI. Il carattere
attuale sarà determinato dall'età attuale e dalla località. Vale a dire dal
genio nazionale romano e dal genio nazionale italiano eccitato e modificato
dalle attuali circostanze, il complesso delle quali forma parte di quella
suprema economia, colla quale la natura governa le nazioni della terra. Finisco
questo discorso col pregare i miei concittadini a non voler imitare le
femminette di provincia in fatto di mode, e ad informarsi ben bene degli usi
della capitale. Leggano gli scritti teoretici, e soprattutto le produzioni di
LA FILOSOFIA SETTENTRIONALE, e di leggieri si accorgeranno che se havvi in essa
qualche pizzo di romantica poesia, niuno si è mai avvisato né per teoria né per
pratica di essere né esclusivamente romantico né esclusivamente classico nel
senso che si dà ora abusivamente a queste denominazioni. Troveranno anzi
essersi trattati argomenti, e fatto uso di similitudini e di allusioni
mitologiche anche in un modo, che niun LATINO O ROMANO antico MERIDIONALE si
sarebbe permesso. Il solo libro dell'Alemagna della signora di Staël ne offre
parecchi esempi. Il pretendere poi presso di noi il dominio esclusivo
classico, egli è lo stesso che volere una poesia italiana morta, come una
lingua italiana morta. Quando il tribunale del tempo decreta questa
pretensione, io parlo con coloro che la promossero. Durante il periodo del regno
italico, è iniziato massone nella loggia r. giuseppina di Milano, di cui è in
seguito oratore e maestro venerabile. È grande esperto all'atto della
fondazione del grande oriente esponente di primo piano della massoneria di palazzo
Giustiniani, grande oratore aggiunto del grande oriente e in questa funzione
autore di vari discorsi massonici. Altri saggi: “Genesi del diritto penale”; “Che
cos'è uguaglianza”; “Che cos'è libertà”, “Introduzione allo studio del diritto
pubblico universale”; “Principi fondamentali di diritto amministrativo”, “Della
costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa”; “Dell'insegnamento
primitivo delle matematiche”; “Della condotta delle acque”; “Che cos'è la mente
sana?”; “Della suprema economia dell'umano sapere in relazione alla mente sana”;
“Suprema economia dell'umano sapere”; “Della ragion civile delle acque nella
rurale economia”; “Vedute fondamentali sull'arte logica”; “Dell'indole e dei
fattori dell'incivilimento con esempio del suo risorgimento”; in Collezione
degli articoli di economia politica e statistica e civile, con annotazioni di
Giorgi (Milano, Perelli e Mariani); Opere, Milano, Perelli e Mariani, La
scienza delle costituzioni, I Discorsi
Libero-Muratori, L'acacia Massonica, Scritti filosofici, Milano, Ceschina,
Scritti filosofici (Firenze, Monnier); Stringari, R. fisico; Lanchester, R.
costituzionalista, Giornale di storia costituzionale, Macerata: EUM-Edizioni
Università di Macerata, Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori (Mimesis-Erasmo,
Milano-Roma); Studi in onore, Milano, Giuffrè, Per conoscere R., Milano,
Unicopli, Albertoni, “La vita degli stati e l'incivilimento dei popoli nella
filosofia politica di R.” (Milano, Giuffrè); Mereu, “L'antropologia
dell'incivilimento in R. e CATTANEO (si veda)” (Piacenza, La Banca); E. Palombi,
“Introduzione alla Genesi del Diritto penale” (Milano, Ipsoa); Tarantino,
Natura delle cose e società civile. SERBATI e R.” (Roma, Studium); Treccani Dizionario
di storia, Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, L'Unificazione,
Dizionario biografico degl’italiani, Il contributo italiano alla storia del
Pensiero. 0 U»** in
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OPERE DI RIORDINATE ED ILLUSTRATE DA GIORGI dottore in
leggi eoa ANNOTAZIONI, LA
VITA DELL’AUTORE, L’INDICE
DELLE DEFINIZIONI E
DOTTRINE COMPRESE NELLE
OPERE, ED UN
SAGGIO CRITICO E
ANALITICO SULLE LEGGI
NAT DELL’ORDINE MORALE PER
SERVIRE D’INTRODUZIONE ED
ANALISI DELLE MEDESIME. P.E
SCRITTI FILOSOFICI MILANO
PRESSO PERELLI E
MARIANI. RICERCHE SULLA VALIDITÀ
DEI GIUDICII DEL PUBBLICO A DISCERiNERE
IL VERO DAL FALSO. Optici
poduuta E ij nauti1 anche
accadesse che hi generazione attuale cangia d’avviso intorno ad imo stesso
soggetto nemmeno allora dir si potrebbe che ciò avvenga per un appallo a
qualche esterna autorità che ne patirò- ne&r1 1 gindicii. Ma b tinsi questa rivòlt&ioue di giudiaio
molte tolte pn- regguir si dovrebbe ai cangiametili di tua despota die ni indora
del giorno ri colma di beneficenza un suo suddito per un1 azione per la quale
un ora prima Io sottopone a supplici®. 6,
1) altronde quanto rimo La ed aerea è dessa mai la soddisfazione die uu
uomo può trarre da ir appello d’un secolo all'altro, mentre attua-!*- meule seutesi depresso dall’umiliazioni
ricevute da1 suoi contemporanei! Ora se fatale cotanto è la sorte che talvolta
tocca a quelle produzioni le quali iti nulla riguardano la persona medesima del
pubblico, con quanto maggiore ragione detrassi temere che tale riesca a colui
che attentasse di rivocare in dùbbio o di negare a lui la prerogativa di cui si
mostra possessore imperturbato? E se non
v'ha potestà a cui ricorrere per indurre una riforma, come potrà
egli invocarla in suo favore? S. Quindi dovrò io riguardare come deciso il
mio destino, avendo divisato di filosofare sull’esposto quesito anche
avanti ch'io palesi
Popi- mou mia Se più addentro io riguardo le cose, parrai
di travedere che, malgrado tutte lo premesse osservazioni non Io sì possa per
auco u h i a ra men
te preveJere. Non io,
mercè 1’aspetto imponi tore
dcirautorilà, pretendo di
riscuotere la pubblica approvazione; e
nemmeno aspiro a conciliarmi una vaga
persuasione; opera d’un gusto arbitrario, o d’un presentimento di
congettura o d’nua inclinazione di
probabilità: ma bensì io sento, che se ne ’T ardua alternativa
o di ottenere 1’involontario assenso d’ima certezza irresistibile, o di subire
invece gl’anatemi che pendono sul capo della rivoltosa temerità e della orgogliosa indipendenza, io
giunga a dimostrare l’opinion mia: io sento, dissi,
che quantunque la mia decisione vada
a ferire il pubblico, ella sarebbe solennemente accettata e
riconosciuta come irrefragabile. Allora non è più lo scrìMore privato che parìa, ma
è bensì la suprema ragione che manifesta
i suoi oracoli pella bocca del suo
interprete. Allora, rivestito del carattere d’inviato
di colei a cui’1 Pubblico
stesso riverente piegar
deve i suoi
pensieri e la
sua condotta, lo scrittore
privato ne trattiene
o ne modera
i trascorsi, o
ne corregge ì gìudicii
: non altrimenti
che talvolta il
Ministro della religione
in uu dispotico governo
di molli barbari
è V unico
ente capace a
frenarne le stravaganze. 10. Dalle
condizioni adunque ch’io
impongo a me
stesso nel trattare
questo argomento è
ben agevole cosa
arguire di quanta
riverenza io mj professi
compreso e di
quanta sentita stima
ripieno verso del
Pubblico, del quale
io debbo ragionare,
qualunque riesca la
soluzione del proposto
quesito. Quindi senza
indugio rivolgo su
di esso l’aUenzioii. Chiunque rifletta
per un momento
sull’esposizione del quesito.
tosto si avvede
che tutte le
risposte possibili che
a lui dare
si possono, riduconsi
alle tre sole
seguenti: mai; sempre;
talvolta il giudicio del pubblico può
essere e deve
quindi tenersi quale
criterio di verità.
Quest’ultima risposta trae
seco altre ricerche
subalterne, e sono appunto:
su quali oggetti
ed in quali
circostanze un tale
giudicio possa essere e
si debba tenere
come criterio di
verità. E ben chiaro
che le sovraindicate
risposte presuppongono la esposizione d’una
quistione più generale
ancora; cioè se
giammai il giudicio del
Pubblico possa essere
veramente un criterio
di verità: _ ed è chiaro
altresì, eh’ essa nell’ordine
delle idee precede
il quesito proposto.
Imperocché se il
risultato della discussione
fosse che mai
il giudicio del pubblico possa essere criterio di verità, ciò
renderebbe assurdo l’indagare in quali materie, dentro a quali circostanze e
fino a qual segno essere lo possa;
conciossiachè un tale
risultato, essendo una
pura ed illimitata
esclusione di ogni
caso possibile singolare
affermativo 5 rende
metafisicamente contradditorio il
supporne qualcheduno esistente. Che se poi invece si
ritrovasse che sempre
il giudicio del
Pubblico riguardar si
debba come regola
di verità, ciò
renderebbe totalmente
superfluo 1 indagare
quando essere Io
possa; poiché la
conclusione abbracciando ogni
caso singolare, renderebbe
assurdo lo escluderne
qualcheduno. l i.
Laonde da siffatte
premesse è forza
dedurre che il
mentovato quesito ravvolga dentro
di sé come
fermo supposto la
tesi formale, che talvolta
il giudicio del
Pubblico debba tenersi
quale criterio di
verità; a meno che
non vogliamo avvolgerci
in una formale
ripugnanza, o supporre
che 1 esposizione
nou corrisponda all’ intenzione del
suo autore: delle quali
cose nou lice
nemmeno di fare
parola. 1 o.
Ma questo medesimo
supposto è egli
poi vero? Avanti
di deciderlo esponiamo
le nostre ricerche
nell’ordine loro naturale.
Il giu- Tom. T. T34
ricerchi-; si ua
validitàdisi giuduiilkc.
Jicio dei Pubblico
pud egli essere
per avventura cri
lev io di
verità? E se essere Io potesse, lo sarebbe egli sèmpre o
solamente r/wa/c/ic coftrt? E
se sol lauto
per qualche volta su
di quali materie,
ed in quali
tempi r circostanze essere
lo potrebbe? Panni
che, iti tal
guisa ordinando le quisLouh
riesca del tuLto
lìbero il corso
alPattìvità delle ricerche,
ed affatto ì
inprevenuta la manifesta
/do uè della
verità, qualunque sìa
la occulta opinione di
dii la espone. 1
6; Ma per
lo contrario (mi
si perdoni se
ardisco di farlo
osservare) panni che, lasciando
tra lucere il
supposto del programma,
potrebbe avvenire che
taluno avvedendosene s*
inducesse a rispettarlo
fors’anche per riverenza verso
quel Corpo illustre
da cui egli
aspira ili essere
favorevolmente giudicato. E
quindi non avendo
coraggio di gettare
su di esso
min sguardo di diffidenza,
onde naturalmente apprezzarne
la validità, lo
riguardasse come mi
punto fisso, inalterabile
e incontroverso», d'onde
m- cominciare la sua
trattazione: e quand’anche
a Lui sorgesse
qualche dubbio, crederebbe
grave temerità il
sottometterlo a discussione» 17.
Ma se d’altronde
dalla sorte di
esso dipende, come
sopra sic veduto, quella
degli ulteriori teoremi,
perchè mai lo
lascoremo inesanu- nato, ancorché
tosse vero ?
Non si renderebbe
forse per lo
meno precaria la
certezza dVigni nostro
ulteriore pensamento ! Quindi dal
cauto mio, benché io mi rechi
a gloria di
non cedete ad
alcuno in Estima
verso di codesta Regìa
Accademia, io credo
necessario di dirigere
le mie ricerche
giusta bordine da me sopra
divisato j siccome appunto
io faro incontanente,
trattovi da qneU’pbhlìgazione inviolabile
clic lega ogni
essere intelligente alla
schietta verità, ma
che ad un
tempo stesso ama
di rispettar* ogni altro
rapporto morale e d'
istituzione, il quale
non possa colliderla o
snerva me ì
vincoli venerandi. Di elio
all'esame delle idee
succede quello dei
piaceri e dei
dolori che vanno
a loro annessi.
Rammentiamoci, che siccome
tulli gli oggetti
possibili dei giudiciì
umani, e quindi
tutte le materie
sulle quali il Pubblico
può recar giudicìo .
non possono essere
che le idee,
e le loro particolarità, combinazioni
e couuessioni; c
siccome altresì nelle
idee stesse non si
può distinguerò da
una parte altro
chi! il loro
stato assoluto o
relativa, e dallTdlra
fa loro attività
piacevole o dolorosa,
e niente più: cosi
tulli; fi classi
jèstìibiJi delle materie,
sulle quali il
Pubblico può giudicare, riducousi
o alle qualità
diverse degli oggetti
gli uui relativamente
agli altri, o
relati va mente
a non, o
al piacere e
al doloro ebe
Intima ne può
ritrarre, Da
ciò nascono sol lanlo
due specie di
giudicii, e di generi
universali di scienze e
di arti: la
prima di giu
dici! o di
scienze ed n l* Li di
semplice convenienza o
ripuguauza fra le
cose: e gli
altri, ad altre, di
gusto e di
utilità. 47. Ciò
ritenuto, è d’uopo
osservare die il
dileLLo o il
disgusto si può riguardare SotLo
duo punii dì
relazione : vale
a dire o
isolato, mercé di uu
astrazione; o in
quanto va naturalmente
connesso a determinate
idee, le quali nei
loro paragoni souo
sempre feconde di
rapporti di convenienza
o di ripugnanza
o interna o
linaio. 48. Ora
contemplando il piacere
o il dispiacere
in se stessi,
noti entrano nella serie
delle attuali ricerche;
conciosaiachè non si
chiede direttamente se il
gusto del Pubblico
possa essere criterio
di verità almeno
per connessione, o
so passa essere
regala di gusto
o per rapporto al
privato, o per
rapporto ad un
altro Pubblico; a bua
I mente se la
testimonianza del Pubblico
dì sentire intorno
a certi oggetti
un dato piacere °
disgusto sia un
giudichi o no
(la qual cosa
sarebbe superflua a
proporsi a qualunque
uomo dotato di
senso comune ma
beasi ss chiede dìrettameute, se
il giudìcio del
Pubblico possa essere
criterio di verità. 40,
Sogliono, è vero,
per lo più
gli uomini denominare
Odilo o brut - lo^
utile o nocivo
quello che reca
loro piacere o
dolore nell atto
che provano classi
diverse d’ideeo che oe preveggono
per connessione lo
speri mento. (Questo
denominazioni souo in
sostanza altrettanti giudtóU*
^ vero altresì che
questi sono giudici]
dedotti, dirò còsi*
e di couseguen- za
del sentimento, e
non mai souo
espressioni dirette del
piacevole o doloroso sentimento.
Questo ini piace,
o è capace
di recarmi piacere;
dunque è bello,
o è buono.
Questo mi dispiace,
o ò acconcio
a recar mi
disgusto: dunque è
bruito, cattivo, pericoloso,
cc. Ecco f
inavvertito e tacito
raziocinio che.! ih
J Pubblico quando
da ciò che
a Ini piace:
o dispiace denomina un
oggetto bello o
buono 5 brutto o
nocivo* A suo
luogo esamineremo se questa
maniera di ragionare
sul sicura, e
conforme :,lla verità* o no. Pei*
ora bastami di
osservare, che V
espressione del seuli- nmuio
del piacerò o
del doloro, considerata
in se stessa,
uou ò diretta- rntmte contemplata
dal programma. Dall*
affinità delle precedenti
idee siamo naturalmente
condoni ad indagare se
quella che dai
moralisti e dai
politici appellasi opinione pubblica assumere
si debba come
oggetto contemplato dalla
presente questione. 51. A
parlare però con
verità, si distinguono
in essa due
parli fra loro assai
diverse; l’una delle
quali è opera
dell’ intendimento, e l’altra del
cuore. La prima,
essendo un formale
giudicio, può appartenere
a questo argomento; ma
l’altra, non essendo
che un mero
affetto, ne resta esclusa. E
per verità qui
si chiede di
ciò che può
riuscire criterio di
verità. non di
quello che può
ispirare stima o
disprezzo., conciliare onore
o infamia, riscuotere biasimo
o lode. 52.
Ma siccome il
dividere la parte
del cuore dalla
parte dello spirito
egli è un
distruggere formalmente la
nozione dell’opinione pubblica, la
quale essenzialmente risulta
dall’unione solidale di
ambe queste parti; così
presa come tale,
vale a dire
presa l’opinione pubblica
nel suo vero e
complesso senso, non
può entrare nella
considerazione del quesito.
A. line di sentire
esattamente la verità
di questo ragionamento
nou v’ha miglior partito
di quello di
addurre la vera
nozione dell’opinione pubblica,
e precisamente di
quella opinione, la
quale essendo nei
rapporti della verità, cioè
a dire che
ne’ suoi giudicii coincide
col vero merito delie
cose, sembra eziandio
avere la più
intima connessione col
presente argomento, in cui
si ricerca del
criterio di verità.
Certamente esistono molte specie
di opinione, alle
quali abusivamente si
applica il nome
di opinione pubblica. Ma
è ben chiaro,
che se ve
n’ha taluna alla
quale attribuir si debba
il diritto a
divenire criterio di
verità, quella sarebbe certamente, la
quale essendo conforme
ai rapporti dell’ordine
morale, ed a quell’unità
sistematica che passa
fra il vero,
il giusto e
il solido utile del
genere umano, comparte
alle persone, alle
azioni ed ai
sentimenti onore od infamia,
giusta il loro
merito reale. 53.
Ora quest’opinione pubblica
io la definisco
=uua guisa di
pensare uniforme e
costante della massima
parte d’una nazione,
mercè la quale ella
giudica qual cosa
buona o cattiva,
e ad un tempo stesso
stima o disprezza, loda o biasima,
ascrive ad onore
o ad infamia
tutto quello che è
giovevole o contrario,
conforme o difforme
alla verità ed
alla costante di
lei felicità o
perfezione. = Quest’opinione pubblica,
le cui cagìoui,
leggi, direzioni, forze.
ajutì, aumento e
decremento Sono oggetti
i quali non sono
stali pera neh
e uè ben
compresi, nè apprezzali *
nè sviluppati:, quest’ opinione, che
è la parte
precipua della legislazione,
dal successo della quale
sembra dipendere quello
delle altre tutte;
questa, che sembra V anima
e lo scopo
del quale il
grande e filantropo
legislatore si occupa
iu segreto, mentre
eli’ egli sembra limitarsi
a particolari regolamenti' questa,
benché tanto importante,
tanto estesa, tanto
possente, non può
partecipare, per l’aspetto
suo totale e
complessivo, alle presenti nostre
ricerche. Che se, come
sì è osservato,
la parte intellettuale, cioè
il mero giudielo che
ne forma parie,
può venirvi compreso,
egli cadrebbe propriamente
sotto it problema
generale, se i
gittcìiciì del Pubblico
iu materia di
morale, di politica,
od anche di
bello, e di
qualunque altra cosa che
interessa il di
Lui cuore, possano
per la parte
del pero essere
riguardati come criterio
di verità. Ma
ciò tramuta affatto
l1 oggetto della
ricerca: non altrimenti
che nell’ ipotesi, che
taluno proponesse ad
un desolo di addurgli
le dottrine completo
appartenenti alla musica,
egli si limitasse
invece a riguardare
il propostogli argomento
sotto V aspetto solo delle
fredde e generali
teorie delle sensazioni:
e si restringesse
a spie gare come
ramina senta le
noie, come le
distìngua, corno lo
giudichi ora simili
ed ora diverse,
ora lente, ora
rapide, ora appartenenti
ad un is t ro llio
n to, ora
ad un altro,
e niente piu.
In breve, 1
opinione pubblica, con siderata
corno tale, non
entra, almeno direttamente,
nel piano delle
at tuali nostre ricerche,
e non è
uno dei termini
della qui shunt'
proposta. Ma che cosa
ò fpiesto Pubblico,
e specialmente questo
Pubbli co che reca
ciudi ciò di
qualunque cosa? Io
credo, a parlare
con esat tezza, che
questa quistione si
possa più sciogliere
mercè la considera zione di
un’ipotesi, che di
un fatto reale,
segnatamente se venga
ri vosi ita
di tutte le
circostanze richieste dal
quesito. oG. E
por verità è
Incontrastabile che pochi
privati non formano
un Pubblico, come
è evidente; non
formano nemmeno il
Pubblico certe classi
o società, benché
numerose, di uno
Stalo* Dal!1 altra
parte l’unio ne dello
nazioni non è
veramente il Pubblico
qui contemplalo: sì per
chè esse
propriamente formano fiuterò
genere umano; e
sì perchè ap pena
si potrebbe verificare
la conformili del
giitdiciu che si
suppone o almeno ad
ognuno che bramasse
di fare dei
di lui giudioii
un criterio di
verità sarebbe impossibile
di rilevarne Topinioue:
e sì perchè
final mente
nell’accettazione comune la
denominazione di Pubblico
non im porla una
estensione cotanto immensa
di concetto. Nemmanco
sotto tal nome
s’intendono molli uomini
erranti in seno
di una selvaggia
indipendenza, poiché non v’
è fra
loro colleganza e
comunione di pensiero.
D’altronde senza un
esteso linguaggio non es
sendo intelligenti, non
possono propriamente recare
giudicio sui varii
oggetti dello scibile
umano, e mollo
meno un giudicio
che possa servire
di criterio di
verità. 58.
Per questa ragione
una nazione ancor
barbara, le cui
nascenti idee sono
peranco ravvolte ed
aggravate nel pesante
e grezzo infarcimento
dei sensi, i
quali non permettono
altre combinazioni, che
quelle le quali
Yeugouo tessute dai
primitivi bisogni, nè
suggeriscono altre dottrine
che quelle di
un'accidentale ed organica
contemplazione degli oggetti
mista alle illusioni
di una prepotente
e sensuale fantasia;
una tale nazione,
dico, non può
certamente costituire il
Pubblico contemplato dal
quesito. Rimane
adunque che una
nazione per lo
meno mediocremente incivilita
e illuminala, di
un comune linguaggio,
e vivente in
collegan za, sia il
soggetto del quale
qui si chiede. Ma
questa stessa estensione
del numero degl’ individui compo nenti
la persona del
Pubblico, presa almeno
come carattere essenziale
della nozione di
lui, è forse
soverchia, infatti, se
una cosa venga
presen tata ad una
popolata città; come,
per esempio, una
tragedia su d’uu
teatro, uno spettacolo
su d’una piazza;
e di siffatte
cose dagli spettatori
venga recato qualche
giudicio, si suol
dire: la tale
tragedia o il
tale spet tacolo furono
applauditi o biasimati
dal Pubblico; e,
individuando, si dice
pur anche da
quella città, o
dal Pubblico di
quella città. Ma
così fa vellasi del
pari se ciò
avvenga in molte
città successivamente ;
talché sotto la
denominazione del Pubblico
molte città e
molli Pubblici, dirò
così, si abbracciano. 61. Per la
qual cosa a
questo cute così
indeterminato, crealo dall
umano arbitrio, non
altrimenti che ad
una stessa figura
fisica suscetti bile di
varia grandezza, in
forza del comune
modo di legare
le idee alla
denominazione, conviene assegnare
limili più o
meno ampii, senza
co stringerlo rigorosamente ad
alcuno. Avvi pelò
di comune in
tutte queste modificazioni
della nozione del
1 ubblico una
specie di unità
ed una certa
circonferenza, che nc
racchiude 1 estensione
e lo separa
da ogui altro,
la quale necessariamente deve essere
quella medesimà che
d'altronde naturalmente apoliticamen te distingue
una società qualunque
o piccola o
grande da qualsiasi
altra o vicina
o lontana, 63* La
circostanza adunque, che la nozione
del Pubblico di sua na tura
esclude* sì è
la divisione delle
parti di una
stessa società: cioè
a dire, che
non si può
appellare pubblica mia
cosa qualunque, quando
dalia posizione attuale
escluda iu fatto
o iu potenza
una qualche parte
d’indi vidui che la
compongono* lo mi
spiegò; si affìgge*
a ragion d'esempio*
uno scritto in
un luogo ove
tutti lo possono
leggere: si espone
una cosa m
mi luogo* e
con condizione per
cui LulLi vi
possono intervenire. Benché
forse i! minierò
di coloro clic
leggono l’affisso* o
concorrono a vedere
In cosa*,, sia
talmente piccolo che
non ecceda il
numero degl’ individui com ponenti
una famiglia: pure
la sola possibilità,
la facoltà ampia,
e lo cir costanze
Lutto dal cauto
degli oggetti ad
essere veduti da
lutti* fa si
chidi consi esposti
ai Pubblico* Laonde
ogni cosa acquista
la denominazio ne di
pubblica per la
sua relazione a
tulli gli Individui
di una società.
Onde è chiaro
che nel conce
LLo comune la
nozione del Pubblico
avvolge la considerazione di
tatti gl’ individui di
un paese* «li una città,
di una nazione. GL Per
lo contrario* benché
un numero assai
maggiore intervenisse In
altro luogo a
vedere altri oggetti,
ma che fosse
destinalo o per
alcuni. o per
una certa classe
soltanto di persone,
quantunque effettivamente maggiore
fosse il numero
degli spettatori clic
colà concorrono di
quelli che si
recano alle cose
esposte al Pubblico,
pure un Lai
luogo e gli og
getti quivi presentati
riterrebbero Sempre II
nome di primati
; cosi dicesi
un teatro privato*
una privata accademia . Quando si
parla d’una universalità
d’uomini componenti una
o più società
non si deve
estendere la significazione così
rigorosamente . che debba
abbracciare tutù affatto
gl’individui, ninno escluso
ma bensì basta
legarvi l’idea dhma
universalità morale* cioè
a dire della
mussami parte degl’ individui, mcnLre
aldi sottodi tale
misura la collezione
cessa dessero pubblica*
e rimane del Lutto privata*
5 66* E
però conveniente* che
siccome si parla
di un Pubblico
che deve riuscire
giudice di verità,
cosi in forza
di Lale veduta
è d’uopo pre cipuamente ed
a preferenza comprendervi
la parte pia
illuminata^ non tanto
per un riguardo
aireccellenza di lei*
quanto anche per
la relazione al
fine per cui
si contempla* 67.
Ma y’è ancor
di più. 11
programma parla del
Pubblico in ge nerale*
né si limita
a quello dei
paesi, nè a
quello delle città,
uè a quello
delle nazioni. Perdo
nel le ricerche
attuali no» lutti
Ir compreu direni
o in distili
Lamenti OB*
Non è iuuLìle
di osservare, die
Impropria mente nei
ragiona menti comuni si
accenna resistenza anche
di urt' altra tal
quale specie di
Pubblico, la quale
viene composta dalle
persone coke ed
in tendenti, sparse
a rari intervalli
nei paesi inciviliti.
31 a, a
parlare esattamente^ essi
piuttosto disegnar .sì
debbono col titolo
speciale di dotti*
anziché di Puh/dico
; e conviene
riguardarli come parti
del Pubblico 5
c come il
flore più scelto
di Ini, anziché
costi in irne
un Pubblico intero.
Infatti essi sono
divisi in classi
diverse, ed appellanti
o metafìsici, o fìsici ^
o politici . a
moralisti^ o poeti,
e non Pubblico.
Così I giudici!
sulle diverse materie
d a loro
r e e
a ti «man
a no da
va rii dij.
m r ti
menti s tn
ceatieosi e sciti
si vameule, che
quelli di uno
non vengono mai
riguardati come appartenenti
ad un altro
diverso. Ond* è,
che per questo
rapporto I dotti
uno vengono giam mai
tutti avvolti entro
di una sola
denominazione collettiva, che
li fac cia riguardare
ripetuta men té nelle diverse
materie come individui
dì un tribunale
unico e stabile*
che sempre giudichi
di tutte le
materie dispa rate, i' sia natura
[mente lo stesso
nel recare giudicii
differenti. Ma, se
ben si ritengono
le annotazioni precedenti,
essi da un’altra
parte ven gono di già compresi
nella con siderazione
totale di quel
Pubblico 5 al
quale o per
dimora o per
lingua appartengono. 00.
lì Pubblico ha
aneli5 egli una
certa vita a lui propria,
la quale non
é ristretta al
corto giro di
quella degli umani
individui. Egli, al
pari degli altri
corpi lutti morali,
come si suol
dire, uon muore
mai. Sotto di
questo rapporto Lo
tic lo vicende
di □ pi
mone si considerano
avvenire in un
solo soggetto, benché
appartengano a parecchie
generazioni diverse. Così,
oltre all’ evertalo uè
naturale; del suo
corpo, egli ira
uu1 estensione successiva
di esistenza., la
quale, ragionando della
verità, che è
per se stessa
immutabile, assoggetta I
di lui giudici!
a condizioni le
quali pos sono forse
sembrare rigorose, ma
che non dimeno
sono necessarie e na
turali ai rapporti
reali delle cose. i Ih
Raccogliamo le idee.
Il Pubblico, del
quale si ragiona
in que sto argomento,
si deve riguardare
come F unione
della massima parte
degl individui componènti
le società Incivilite,
compresevi speda Imeni
e k persone
colte che vi
esistono. Del modo dei
giu die ii del
pubblico, TU Qualunque
giudicio, die recar
si può tól'iiomo
intorno ad tmn
" più cose
* deriva dalla
cognizione perfetta o
imperfetta dell’ oggetto su
del quale sì
giudica, o deriva
da una ragionevole
o non matura
defe renza alPaUrui discer
Dimenio. Qui non yT
ha mezzo. La
prima specie di
giu dici i
può dirsi di
scienza^ e la
seconda di credenza
$ la pretta
origi na le ^
e la seconda
di tradizione; la
prima propria, e
la seconda di mi
* tori
là altrui. T *2.
Questa differenza però
riguarda la situazione
interna, dirò crisi,
del giudicio e
le fonti di
lui. Ond'è dio
portai motivo sposso
élla rima* ne
occulta al Po
celi io di dii ascolta,
è no raccoglie
Pestcrna espressione. 73;
Bea è vero
pero, che talvolta
può avvenire che no riescano
plesi le sorgenti.
Jn tal caso
convien pure usare
di regole diverse
per mi surarne il
valore. Questo triodo
adunque, benché intorno, riesce
allora una quantità
filosofica, cui né' calcoli
dell' estimazione morale non
votivie no trasandate
iuapprezzata. DiffatLi se
il giudicio è
origina Ir* conviene
valutarlo colle regole
logiche dei raziocina
umani, in qua
alo si riferi scono
allo stato delle
cose e della
natura del fu
omo. Che se
poi è ili
pur.'1 credulità, conviene
salire ai fondamenti
dell1 autorità da
cui viene tras messo
[come più ampiamente
si ragionerà qui
sotto). Concìóssìachò non
avendo allora che
un valore puramente
precario, e tutta
la verità stia
ri solvendosi sulla prima
fonte d’onde derivò,
sarà sempre o
mal sicuro, n
precipitalo, o falso,
se sarà stato
adottato o con
dubbii fondaménti, o
Sènza ragione, o
contro ragione. i à
. D'a11
rond e questa in
aniera di giudicii
se sot1o di
u il aspe
Lto può dirsi
pubblica, perchè dal
Pubblico viene professata*
panni ciò non
ostanie che a
rigore al Pubblico
non si possa
imputare: poiché egli
non c pro priamente
autore, ma solo
crede con Inventore,
ma solo copista;
non sciente, ma
solo credente, 75.
Il filosofo adunque,
assumendo in considerazione una
siffatta classe di
giudici! nei rapporti
della ricerca attuale,
è costretto ad
indagaru se la
credenza del Pubblico,
non in materia
solo di fatti,
ma ezian dio di
riflessioni, di principila
di scienze, possa
èssere criterio dì verità* o,
a dir meglio,
se i fondamenti
e la maniere
colle quali il
Pubblica adotta un
giudicio qualunque sul P asserzione altrui
siano tali, onde L
credenza che ne
emerge si possa
accogliere quale criterio
di verità, ficco
quale differenza d i
considerazioni tragga seco
rj n està interna diffb*,
ronza de* modi dei
giudici! umani. 70.
lui altro modo
i al erti
o dei giu
dici! di piu
uomini, cui meglio
appellar si deve
o difetto od
ostacolo al pubblico
giudicio, si è
la fre quente discrepanza
di opinioni degl*
individui sociali. So
però soventi volte
i cervelli degli
uomini sono come
i loro orinoliì
quali mai non
sono perfettamente d’accordo
nello stesso punto,
ed ognuno crede
al suo, come
dice Pope ;
pure ogni risultato
derivante da questa
circostanza ri mane escluso
dalle attuali ricerche;
imperocché se la
discordanza è tale
(die impedisca un
comune ed uniforme
consenso su di
qualsiasi oggetto della
massima parte di
società, è ben
chiaro che sT impedisce
o si toglie
1 esistenza di
qualunque pubblico giudizio.
Ora coi ragioniamo
nel sup posto ohe
tale giudici o esista*
g 77. Cosi
dicasi dell’ assoluta ignoranza
o della noncuranza
del Pubblico a
giudicare di qualsiasi
oggetto . intorno al
quale per altro
po trebbero cadere dei
giudici]. E tròppo
chiaro che colla
prima non si può
giudicare rie bene
nè male, e
che colla seconda
uou si giudica
di niente* e cosi
tanto nell* uno
quanto nell’altro caso
non esiste -giudìcip
di sorte alcuna. 78*
Rapporto poi al
modo esterno dei
giudici! del Pubblico,
il quale propriamente
consiste nell’ espressione o
manifestazione di bri.
io credo che
non si possa
a buon diritto
e con sicurezza
attenersi clic ad
un solo, (I
quale è appunto
la favella o
vocale o scritta
: mercè di
essa gli uomi ni
esprimono le toro
idee dirci .t
amen le; ogni
altro mezzo rimane
equi voco, fallace, e
talvolta perfetta mento
con Ira rio*
Così, benché le
azioni, i costumi,
gli usi 5 le
mode, e cento
altre cose di
fatto, possano per
una e a
Lumie connessione connotare
in generale P
esiste u za
di un giudicio
ili approvazione n dì disapprovazione, di
piacere o di
dispiacere di lui
Pubblica inlomo agli
oggetti relativi; pure
se da ciò
si volesse dedurre
il pensamento preciso
di lui intorno
ai principi! pratici
di siffatte azioni
ed usi, si
tesserebbe, crcd’io, una
fatica per lo
più frustranea, di
un esito equivoco,
e del tutto
vana pei progressi
o per la
scoperta della verità.
Quante volle infatti
molti uomini, ognuno
dei quali meglio
d’agni altro dev
essere Consapevole dei
motivi precisi delle
proprie azioni, prendono
degli abbagli, e
fanno illusione a
sè medesimi sulle
ragioni di molte loro
azioni, di molte
loro pratiche e
di molti ragionamenti!
Quante volte lo
stesso atto m
tempi differenti parte
da motivi non
solo diversi, ma
eziandio opposti! Ora
se tanto avviene
in ogni singolare
individuo mentre che ognuno
ha V ìntimo
scrutìnio del proprio
pensiero, cosa dir
si dovrà di
rollìi olie si
rivolge al Pubblico
col fine di
dedurre dalie azioni
i qraUeri dei
giudirii di quello?
Non .si trova
egli forse ìu
una tale posizìn*
nf‘F in cui
non solo manca
di siffatto soccorso*
ma viene collocato
nella massima distanza
possibile, ed avvolto
nelle tenebro le
più impenetrabili, onde
scemerò le interne
Speciali ragioni di
l'alto delle prati
dui ili cui
egli è spettatore?
Non deV egli conoscere
mfimtam ente meglio, pei
rapporti concreti di
fatto* la sua
famiglia, l suoi
amici-, it suo
celo? Ora riguardo
a questi ardirebbe
egli infallibilmente dì
fissare i principi!
specula Livi degli
usi e della
condotta? Pure per
potersi giovare di
loro a ma' di
ente* rio converrebbe accertarsene
chiaramente come d’oguì
altra cosa di
fatto* 70* Ma.
rapporto agli usi
del Pubblico, noi
soventi volte abbiamo
esperienze che ci
possono servire di
caparra onde congetturare,
che quan do anche
ci fosse permesso
P accesso nei cervelli
umani, ci asterremmo
forse dall* assumerci la
fatica del loro
esame,. Quante volte
infatti gli uo mini
seguono in comune
una. pratica unicamente
perché la veggono
in a E
trise n ?/
altra ragione o
giudicio teoretico possibile
intorno alla bontà
o malvagità* opportunità
o scouveuienza, decenza
o indecenzaaltitudi ne ad
abbellire o a
deturpare! 5 50.
Per la qual
cosa quello che
appallasi linguaggio delle
azioni nel presente
caso, non si
deve assumere mai
non solo come
ledale inter prete* ma
nemmeno come contrassegno
naturale di una
specie precisa di giudieii
regolatori, o di
opinioni riguardatili la
verità o la
falsila, la convenienza o
la disconvenienza di
alcuna nostra idea, Si.
Attenendoci adunque al
solo modo della
espressione vocale o
scritta., qui non
possono cadere ìu
considerazione che quei
soli giudici! del
Pubblico* i quali
in tal guisa
vengono da lui
manifestati. ^ &£2.
Dopo ciò si
potrebbe far ricerca
io qual mudo
propriamente constare ci
debba che un gì
udic io qualunque sia
veramente del Pubblico,
ha risposta è
semplice; ma Tallo
è pressoché impraticabile, o
almeno non mai
praticalo, E in
verità*, se consta
che non si
può dire pubblico
uu gra fi icio
se non è
veramente esteso alla
maggior parte di
una società; se
non si può
essere veramente certi
de IT esistenza
di lui se
non inarcò la
favel la; è ben
ebbro che nel
ceso che taluno
dovesse farne uso
come eli re gola
di verità, dovrebbe
raccogliere lo opinioni
del maggior numero,
ìncominciando sempre dalla
parte più cotta*
non altrimenti che
in lui con gresso
democratico si raccolgono
I voli. B3*
Questa fatica però
renderebbe*! dei lutto
superflua, se supposta
audio per ipotesi
resistenza di im
siffatto giudicio vsl
dimostrasse che non può
servirò di veruna
istruzione. Ora se
ciò sia vero,
o no* Io
veremo incontanente ;
e dedurremo quindi
se dobbiamo sollevare
il ligio amante
del Pubblico da
questa serie di
visite e di
richieste agl’ individui che lo compongono.
Quello che ora mi sembra
non inutile di
osservare si è.
che non avendosi
mai praticata una
siffatta raccolta di
opinioni in verun
genere, noi supponiamo
una cosa possibile,
cui per altro
ignoriamo se esista,
o no ;
coutenti piuttosto di
un semplice saggio
fatto sopra di
alquante per sone, che di un
esteso sperimento ripetuto
sopra il maggior
numero: conchiudendo che
debba bastare per
le altre tutte
da noi non
consultate; quasiché ci
constasse di una
tanta uniformità di
pensare fra gli
uomini, che dal
modo di opinare
di uno o
di pochi ci
fosse lecito dedurre
quello di molti,
o di assai
più. Da ciò
si scorgerà se con ragione
all’ incominciamento del
Capo precedente io
abbia osservato che
qui versavamo più su
di una
considerazione ipotetica, che
reale. Tutte le materie
possibili dei giudicii
umani sono le
idee che 1 uomo può
avere intorno a
qualsiasi oggetto. Ora
fra lo sperimentarne
I impressione ed
esserne privi non
v’è mezzo; come
non v’ha mezzo
fra il loro concetto
assoluto ed il
loro concetto relativo.
Inoltre non v’è
distinzione nè divisione
in ogni idea,
che quella che
passa fra la
loro qualità e
forma, e la
loro attività aggradevole
o disaggradevole. 8G.
Ma considerate le
idee nei loro
rapporti alla verità,
le affezioni loro
piacevoli o dolorose,
tutti gli effetti
che ne derivano
restano esclusi dal
quesito. Inoltre ritenendo che
debbonsi contemplare i
giudicii che ri guai
dano le dette
idee, e non
la diretta loro
impressione, restano perciò
queste del pan
escluse dalle attuali
ricerche, e quindi
anche ogni espres sione
ad esse relativa.
8S.
Per la qual
cosa scorgesi che
tutte le possibili
materie, sulle quali
può cadere la
ricerca del programma,
sono state comprese
dalle piecedenti osservazioni
almeno in una
guisa generale, e
separatene le stiauiere.
Circoscritto così tutto
l’orbe degli oggetti
delle presenti ricer che,
e presentato il
tenore generale della
quistione, giova ora
passare alla soluzione
di lei. Soluzione
del (/itesi lo. Esposizione ‘lelfaspetio
ilr£cis0 cui i,l‘lwl,,J di
cliùunart' ad esame* r
g9_ Premesse le
cose sopra discorse^
mi si chiede
di nuovo sn i
Ridiede del Pubbli™»
possa essere giammai
un criterio di
verità. Put» marno
che tjui si
parla delle verità
di riflessione. 90.
A. ciò rispondo:
o consta abbastanza
su quali fondamenti
il Pubblico appoggia
i suoi giudieii:
vale a dire,
si conoscono i
principi! le combinazioni
delle prove da
cui risultano, o
no. Nel primo
taso d giu dichi
del Pubblico non
può essere mezzo
a disceruere la
venta, perni" diviene
superfluo; nel secondo
esserlo non può,
perchè rimane iuccWo.
01.
Il primo è
chiaro; perchè il
criterio è propriamente
tale sola mente avanti
di possedere la
cognizione della verità,
e non dopo
che « è
scoperta e riconosciuta:
couciossiachè il criterio
di natura sua
e dirette ed
ordinato a scoprirla,
e a distinguerla
dall’errore; talché m
questo stesso uso
e direzione consiste
precisamente la di lui essenza.
Criterio di verità,
a senso di tulli i
logici, altro non
è che una
regola di cui
su serve i’uomo
per acquistare la
cognizione della verità;
un mezzo oli
c distinguere il
vero dal falso.
Orai quando consta
pienamente m Vigore
della cognizione intrinseca
dei rapporti degli
oggetti, e delle
loro con venienze o
ripugnanze, diviene superfluo
il soccorso di
qua siasi altra
metodo, benché altronde
esistesse, per «coprirla
e comprovarla :
poiché abbiamo di
già ottenuto il
nostro intento. Tale
infatti è oziami™
pratica delta ragione
umana. Conoscendo, a
cagiou d'esempio, per
dimo strazione intrinseca che
tutti gli angoli
d’un triangolo, presi
insieme, sono eguali
a due retti,
nou sentiamo noi
che sarebbe ridicolo
d implorare U
riudi ciò del Pubblico,
quand’anche pensasse così,
onde affermare che
questa è una
verità? DI questo
particolare adunque non
facciamo p« p avola.
Passiamo all’altro membro
della distinzione. 92.
Immaginiamoci che talnno
tessesse un corso
ili geometria sui
giudieii del Pubblico,
e chesoppresse le
dimostrazioni, dicesse al
suo allievo ;
il Pubblico circa
le tali proposizioni
giudica io tal
guisa: quindi adol J. laLe
le sue séti
lenze pei* vere,
semlevone imi fiducia
no’ vostri ulteriori progressi
nelle matematiche Se
questi aderisse ai
suggerimenti dei suo
precetto ve, veramente
dir non si
potrebbe eh ei
sappia la geometria.
ma bensì che
la crede soltanto.
Ma se però
5 volendo anche
prescindere dalle dimostrazioni
singolari do gru
proposizione, egli amasse
tuttavia rii assicurarsi,
almeno iti generale,
del fondamento dei
propri! giudichi, egli
chiederebbe per lo
meno per quale
ragione rimettere si
possa con sicu rezza
allWLorUà del Pubblico
Ìli materie geometriche,
e non anzi
dubi tare della di
lei validità.’ Allora
è ben chiaro
che il suo
precettore do vrebbe assicurarlo
su di ciò
o col dimostrargli
ad una ad
una ogni pro posizione
ili geometria, c
quindi fargli sentire
che il Pubblico
effettivamente non s*
inganna; o almeno
col tessere un
discorso ben convincente,
con cui dimostrasse
teoreticamente e, come
si suol dire,
a priori che
in materia di
geometria d Pubblico
non si possa
ingannare, \td prima
caso egli esaminando
i fondamenti de
Ih autorità ilei
Pubblico, la renderebbe
superflua ai suo
allievo, emide evidente;
ufd secondo poi
converrebbe provare In
generale, che tale
sia bindolo delle
verità matematiche, e
tale la loro
relazione colla mente
umana e tale
la forza della
logge che la
incorrere molti ingegni
umani nello stesso
sentimento, da rendere
im possibile al Pubblica
di errare. Senza di
questui Ili ma
circostanza 11 Pubblico
non godrebbe veramente
ver un maggior
privilegio sopra d’ogni
singolare individuo'; ed
anzi siccome è
per questa sola
ch’egli si distin guo
dal privato, cosi
da questa deve
dipendere in ultima
analisi la pre ferenza
de'gìndicn suoi., se
la merita, sopra
(fucila dei privati.
Se
la ricercata prova
poi veramente riuscisse,
allora cóle sto
allievo, benché non
potesse nutrire una
certezza, dirò così,
diretta ed intrinseca
delle verità, di
geometria prodotta dall’ intima
cognizione dei loro
rapporti, avrebbe però
una certezza di
connessione prodotta dalla
cognizione intima di
quelle leggi generali
che le dettarono
al Pubblico. Di là. come
da fonte comune,
la certezza si
spanderebbe sopra lutti
i loro prodotti,
e rende rebbe indubitato
ogni giudi ciò
pubblico di geometria
per ciò solo
che derivasse da
lui. L
pero manifesto, clic
tanto nel-Puna quanto
nelTalira maniera ogni
privato diviene per
diritto di ragione
unico giudice ih-lla
verità, e del
Pubblico stesso, luiatti
supponiamo che 3 a
fronte di un
asserzione del P„bld
ico su qualche
oggetto, io avessi
tali argomenti uj
mano, onde uè
risultasse la falsità:
potrà’ io mai
dissuadermi ch’egli non
s" inganni ì
5 Ibi. p
qui par l'appunto
cade mb osservazione
sul vero aspetto
della qui si iena
che esaminiamo. Abbiamo
dello che quando
si conoscono intrinsecarne
tile c chiaramente
i rapporti dimostrami
ti uà verità»
il giudirio del
Pubblico noti può
servire di criterio,
Quando si conosce
fa falsità di
un sì Paltò
gkdlcio * non sì
può ih: sì
deve a Ini
rimettere la nostra
opinione* benché egli
sia dell* opposto partito;
ma il privalo
ò in diritto
di aderire ai
proprio privalo sentimento,
0 almeno*, se
amasse dì apprez zare
soverchiamente l’ autorità pubblica,
dovrebbe per necessità
rimanere in dubbio
fra entrambe: orni1
é,, die nemmeno
allora il giudìcìo
del Pubblico potrebbe
servire di criterio
di verità, Dunque
la quislione tende
propriamente a scoprire
se quella specie
dei giudici! del
Pubblico, de’ quali
soltanto signora la
intrinseca ragiono, si
possa assumere come
mezza onde disceruere
uni verità peranche
incognita; talché ogni
cosa che convenga
con loro debba
dirsi vera* ed
ogni cosa che
con essi non
convenga si debba
riputar falsa. lo
non ho detto
di quei giudieh,
de quali le
ragioni determinanti il
Pubblico ci sono
occulte 5 ma bensì
di quelli dei
quali s'ignora la
intri 11 s
oca ragione. Imperocché
i sostegni della
verità possono nello
stato reale dei
rapporti essere ben
diversi da quelli
che esistono nello
spirita del Pubblico:
potendo benissimo accadere,
come tuttodì reggiamo,
die una verità
venga adottata mercé
argomenti del tutto
privi di valore
di mostrativo. 5 9 Eh
Nel caso adunque
ohe tali motivi
insussistenti mi fossero
palesi* ma che
d’altronde avessi prove
della verità del
giudicio, io dir
potrei non che
il Pubblico s inganni,
ma bensì eh5
egli è persuaso
della verità per
ragioni frivole, ed
anche assurde. Rei
caso poi che
non avessi i9 altronde
prove delb intrinseca ve rità
o falsità dell’asserzione* e
che ad mi
tempo stesso mi
lessero nate le
ragioni determina alt
in fatto 11
giudicio del Pubblico,,
ma che le
sentissi ad un
tempo stesso in
con eluderli i,
io non potrei
dire perciò che
il di Ini
giudicio fosse falso,
ma soltanto che
non uè vengono
addotte valide provo:
e ciò por
la ragione sovra
indicala, 98.
In tal caso
quest’ultimo modo di
giudicio dovrebbe dal
privato pareggiarsi a
quei pensamenti de
quali a lui
vengono occultate le
ragioni: colla sola
differenza* che udì’ mi
caso ci sa
che la deduzione
espressa è vana,
e nell1 altro
ignora se sia
dimostrati va* o
no, g gp
[g]fj è vero
che il vedere
la càusa della
verità soste mila
da un patrocinio
palesemente invalido ingerisce
comunemente una sinistra
prevenzione contro di
lei, essendo scarsissimo
il numero di
quelle menti che
si sappiano contenere
entro i limiti
di una filosofica
moderazione nel li¬ mitare
la sfera d’ influenza
anche dei difetti,
e che sappiano
bene dividere i
vizii delle cose
dai vizii dei
loro trattatoti, Ma di ciò
non e nostro
Islluito di ragionare*
10(1.
Forse misi chiederà,
come possa avvenire
che al privalo
siano occulte le
ragioni me yen
li il Pubblico
ad un dato
giudi e io.,
perciò stesso elisegli
è pubblico. Ma
io rispondo: die
siccome questo Pubblico
è un complesso
d’ uomini, e
siccome non è
d’essenza ad un
uomo che mi palesi la
ragione di una
sua opinione perchè
solo me la
propone; così può
avvenire (ed è.
ciò appunto die per lo
piò accade) che
io, anche rapporto
a molti, sappia
beasi il con
tenuto di essa,
senza ch'io tic
sappia le Interne
e mentali cagioni.
10].
Ritorniamo al V
assunto. Dal fin
qui detto parrò
I di potere
a ragiono coochiudere,
che nel caso
che il Pubblico
o in Lutti
o In taluno
degli oggetti delle
umane cognizioni si
dovesse tenere per
un criterio di
verità, ciò avverar
non si potrebbe
se non In
quei soggetti ne' quali
nuu si veggono [e
di mostra zi
cui. tfO-2. Il
caso si verificherebbe nella
seguente maniera. Esìste
un dato soggetto, sul
quale io non
so che cosa
mi debba pensare:
esiste però intorno
ad esso un
giudizio del Pubblico.
Si chiede s'io
debba, o almeno
possa, sicuramente rimettermi
a Ini per
farne norma al
mio giudìcio, Ma
è chiaro che
a produrre in
me una tale
sicurezza converrebbe prima
che, almeno per
una ragione generale,
mi persuadessi che il
Pubblico non si
possa ingannare mai.
o almeno non si possa
ingannare su di
quelle materie a
cui appartiene il
soggetto, intorno a!
quale lo bramo
d* -istruirmi. Ora. rapporto
a questo, io
ho detto clic
il giudicìo del
Pubblico de* vesi
riguardar sempre come
incerto, e quindi
non mai come
criterio di verità.
Il dimostrare che
un critevio il
quale non fo
sse sicuro* cioè
a dire un
mezzo della cui
costanza nel farci
discernere il vero
dal falso o
in lutti gli
oggetti, o anche
in qualcheduno speciale,
si dovesse diffidare,
non sarebbe propriamente
un criterio di
venLà nè generalo
nò speciale, ma
invece un mezzo
fallace, e quindi
non piò criterio-,
il dimostrala', dico,
una tal cosa
sarebbe 'fatica del
lutto superflua, poiché
ciò è posto
in chiaro dal
concetto stesso della
cosa, (j nello piuttosto
che giova al
caso nostro dì osservare
si è, che
la nozione medesima
del criterio c’iudica
il carattere della prova
clic dobbiamo usare,
onde dimostrare la
verità della risposta sopra
allegala. Qual genere di
prova richieggasi dall’ indole
del c/uesito. 104,
Se il giu
dici o del
Pubblico o in
tutte le materie,
o in taluna,
o sempre, o
in alcun tempo
potesse essere un
criterio di verità,
ciò avvenir dovrebbe
in forza d’uu
principio costante e
generale di natura.
Imperocché, se si
risguardi il caso
contemplato dalla quistioue.,
tosto si scopre
eh’ ei uon
riguarda il Pubblico
di un dato
paese o di
un dato secolo,
nè certi individuali
oggetti, nè certi
anni, ma bensì
abbraccia il Pubblico
d’ogui secolo e
d’ogni paese: eli’ è
quanto dire una
universalità d’uomini e
di cose, fra
le quali non
vi può essere
di comune che
ciò che è
proprio della natura.
Del pari volendo
elevare i di
lui giudicii alla
dignità di criterio
di verità o
generale o speciale,
conviene dimostrare in
essi un tal
carattere costante di
verità, che iu
tutti i casi,
in tutti i
tempi, o almeno
sempre che ritornano
certe circostanze e
certe materie, eglino non
Smentiscano giammai la
propria attività a
farci discernere il
vero dal falso.
Infatti senza una
tale immutabile rettitudine
di giudicio o
su tutti gli
°g~ getti, o
su certuni, quello
del Pubblico sarebbe
per ciò stesso
mal sicuro, benché
spesso fosse conforme
alla verità. A
che mi gioverebbe
che sovente uon
errasse, se pur
talvolta egli lo
facesse? Non è
egli chiaro clic
nell’ ipotesi che dovessi
farne uso, e
perciò nei casi
singolari dovendo io
appoggiarmi totalmente e
alla cieca sulla
di lui autorità,
come sopì a si o dimostrato,
io potrei a buon diritto
dubitare se quello
per avventura foss«
Vèspài se r&tuiasnt a
] *De !' esprit . Discours
I- Ghap, I. fJ uiaLéR
Ics operano MS
de I esprit
se re- 'Liisént b. l'obsciTaLiot]
des restiti bftmces ei
dee dìtTépenecs, des
convÉiiances 1 tre
s i, cli
o per fissa
re u el1a
memorla i 1 n
a pereezion e ricevuta
e vvi pur d’uopo
ili a tl&n
s fon e,
a co n
fessio u e de1lo stesso
E l v
òzi o, e
comeanc 1 1 e
viene dimostrato dall
esperienza. Ora, benché
quest' attenzióne, a riguardo
della umana cognIzione,
no u si
possa de fiuì re
che una persistenza
p 1 ù
° rae«° lunga
do IL 'ani ma
sulla stessa idea,
perchè una definizione
qualunque nou potrà
giammai esprimere altra
cosa, che affezioni
della facoltà di
sentire, vale a
dire delle idee:
pure, se scrutiniamo
più a fondo
la reali La
delle cose, dobbiamo
confessare che la
permanenza dell" idea nclfauima
altro non è
che un puro
effetto apparente di un potere
attivo di lei,
il quale si
esercita meuLr essa
attende; e clic
lattenzìone c realmente
una vera reazione
dell anima stessa
sulla sede fisica
dell’ idèa; quindi, eh 'essa
e I esercizio
dì un potere
attivo di lei,
il quale si
fa sentire alla
sensibilità mercé I
effetto die in
lei produce; il
qual effetto è
appunto quello deve corrispondere
al di lei
esercizio. Conciossiachè siccome
un dato organo,
mosso da un
oggetto, produce nell’ anima
un'idea; così se
venga prolungato o
rinnovato o aumentato
il movimento stesso
da una forza
qualunque, deve produrre
per la stessa
ragione ['effetto medesimo
nella sensibilità, altro
non essendo l'idea,
nè potendo essere
in ultima analisi.
che il risultato
dei rapporti che
passano fra l’anima
e gli organi,
e gli orgaui
e l’anima :
rapporti fondati sulla
natura degli uni
e dell’altra. 155.
Io credo poi
che non faccia
mestieri dimostrare che
l’attenzione sia l’esercizio
d’uu potere attivo
che reagisce nella
guisa sovra spiegata
; mentre dall’esperienza risulta
che mercè di
essa si aumenta
la forza di
alcune impressioni esterne,
e si rintuzza
l’apparenza di alcune
altre, col sottrarre
l’anima fino ad
un certo segno
dal loro impero.
Mercè di essa
si sperimenta eziandio
che l’anima passa
dalle più forti
alle più deboli
impressioni e per la noja
di una forte
e lunga sensazione,
e per l’amore
dell’uomo alla varietà,
e per cento
altre morali relazioni.
1
56. Ora se
l’uomo può, mercè
dell’attenzione, aumentare l’impressione
d’uua cosa, segnatamente
se venga prodotta
dalla memoria; e
se, malgrado la
sollecitazione di altri
sensi, non si
presta alle loro
forti richieste, ma
passa a suo
piacimento alle più
deboli; non dovremo
noi dire che
dunque l’anima nell’ esercitare l’attenzione
non è puramente
passiva ? perchè in
tal caso essa
non potrebbe avere
che quelle idee
e quel grado
solo di sentimento,
il quale derivasse
dal grado della
impressione degli oggetti
esterni. Inoltre essa
sarebbe tratta unicamente
a beneplacito del
concorso delle idee
cui l’accidente solo
esterno guidasse ad
occupare la di
lei sensibilità, e
le quali cacciate
poi da altre
attendessero d’esserne pure
sbandite da altre
successive. Allora infatti
1 anima, simile
al passivo ed
inerte cratere di
un mare, altro
far non potrebbe
se non se
accogliere nel suo seno
una folla d
idee, le quali
al pan delle
onde lascierebbe necessariamente scorrere
e incalzarsi a
piacimento dei venti,
e delle altre
cagioni che le
spingono nel vario
loro corso ed
agitazione. _ Conchiudiamo: nell’attenzione si
esercita un potere
attivo dell’anima che
reagisce; e l’esercizio
di un tal
potere è necessario
a fine di
fissare le idee nella
memoria. l’AJìTK li. Vili. Co n
tiri un z
i one* iVSècr.fij'.Hte ife/r
attenzione a formare,
le idee astratte
a le generali* IVecéssità
dei segni e
dell' attenzione per conservarle. 1
57. ì\ cosa
nota e fuori
di controversia presso
lutti i filosofi,
che a formare
le idee astratte
richìedesi necessaria mente
il magistero dtriV attenzione^ e che anzi
a lei sola
doveri la loro
f$gtnaziou c. Imperocché è
sentenza nota, che
fasirazione non ò
ali.ro che una
fissazione dell* attenzione medesima
su alcune particolarità
di mi oggetto
qualunque complesso, sia
bricco sia morale,
mercè la quale
la vista o
interiore o esteriore
dellamcia viene su
di essa concentrata
e finii lata;
non badando allora,
nè accorgendosi, uè
apprezzando Io altre
particolarità tutte circostanti.
158.
Quest' idea speciale, in lai guisa
contraddistinta da tutte
le altro appartenenti
allo stesso soggetto,
e la quale
per un modo
metaforico si separa^
appellasi perciò idea
astratta ^ cioè staccata
dalle rimanenti colle
quali prima giaceva
unita, le quali
tutte per questa
ragione aveva¬ no il
nome di idee
concrete. E noto in
oltre, dalla facoltà
di aste ' art
'e. c quindi
d a 1 1
rise rema de\V attenzione derivare
quella di generalizzare
fra loro le
idee, come dicono
i filosofi (parlando
degli oggetti complessi*
parte simili e
parte dissìmili );
mentre il formare
un* idea o
una nozione generate
altro non è
clic separare da
molti indivi dui
quelle qualità che
a tutti Convengono,
om mettendo tutte quelle
che soejo proprie
e particolari 5
e formare di
tutte ua aggregato,
o, a dir
meglio, un5 associazione
tale di idee
accoppiate e di
giudicii, per cui
sentiamo che quella
tale idea, eh t
noi ravvisiamo, Gabbiamo
con Ir addì
stinta in tanti
differenti soggetti. Ciò
avviene sì perche
molto idee simili
non sono poi
elio la stessa
idea ripetuta in più soggetti diversi:
e sì perchè
tale essendo F
indole dell* esser
nostro, che mercè
la memoria siamo
necessari amen le
ricollocati nella stessa
situazione in cui
fummo un tempo
per rapporto alla
sensibilità; è forza
che molti dei
soggetti, da cui
abbiamo tratta l’idea
generale, si riproducano
: e sì
riproducano sotto la
posizione medesima in
cui li contemplammo
al momento de
11 astrazione e
dell associazione loro
cogli altri tutti
simili coi quali
li paragonammo. 1
00. Ecco perchè
alcuni filosofi hanno
appellato le idee
generali coi nome
di forme vaghe
ed incerte; efriè
quanto dire non
rigorosamente individuali,,
ma che però
dentro certi Confini
hanno una rassomiglianza. Ld ecco
ancora perche alenili
altri filosofi più
superficiali, confondendo le associazioni
sale accidentali delle
idee generali coll1
esistenza del principale
soggetto, fratino detto
else ogni idea
generale altro non sia elio
una immagine concreta
d’una cosa materiale
ed esterna, o
di inolio cose
sensibili dello stesso
genere:, non avvedendosi
primieramente, che ciò
non hi può verificare in
tulli, e clic
inoltre quantunque sia
vero die uua
data particolarità esista
in un soggetto,
millafimeno non si può dire
di’ essa a \o
componga tutto intero,
o venga contemplata
confusa con lui,
tanche a lui
sia congiunta. Ora
questo ò 11
caso delle idee
generali appartenenti a
molli soggetti ili
una parziale rassomiglianza, le
quali non Soup
in sostanza die
molte idee simili,
cioè a dire
molte particolarità simili
appartenenti a differenti
soggetti insieme risvegliale
nell1 anima. UM.
Appena è necessario
di rammentare clic
alla formazione delle
idee generali è
necessario il magistero
della memoria; mentre
ninno ignora che
senza la presenza
di molti individui,
dai quali si
traggono io idee
simili e comuni,
ed ai quali
poi eziandio si
applicano in progresso
per applicarle pure
a molti altri,
farebbe impossibile di
compiere questa operazione;
alle quali cose
può soccorrere unicamente
la memoria. 1
G2. Non sarà
forse inutile di
richiamare ancora, che a fine
di ritenere le
idee astratte, e d’
impedire che, cessata
la lorza dell
attenzione, hi quale,
per dir cosi.
La staccali i
fogli dall ammasso
Intero, essa non
debba un’altra volta
rifare V opera sua,
lasciandole ricadere di
nuovo nel loro
primitivo stato concreto,
si richieggono i
segni delle idee
stesse* mercè i
quali le astrazioni,
quasi da vincoli
legate e dipendenti^
sì scuotano, o
renda usi presenti
all'anima tali e
quali iurooo astratte,
Così quelle porzioni
delbidea Concreta, cui l’
attenzione di già
staccò, vengono presentate
all’ intelletto: c senza
siffatto magistero la
ragione e le
spettanza mostrano che tutta
Itaca concreta sarebbe
persamente riprodotta appuntino
come nella prima
volta: e V
uomo, dopo bavere
per Infinite maniere
ripetute le astrazioni,
non sarebbe niente
superiore ai bruii.
$ fba Tutto
questo si vedo
dm con pari
diritto applicar si
deve anche alle
nozioni generali* le
quali, al pari
delle idee astratte^
abbisognano dui segni
otid7 essere ritenute, conservate
c riprodotte . 1
04 Quindi giova
osservare di passaggio
quante la perfezione
del linguaggio sia
necessaria ai progressi
dell’ umana ragione: e
che uua nazione
è sempre barbara
o fanciulla riguardo
allo cognizioni, lino
a che non
abbia aumentato ed
esteso fino ad
un certo segno
II suo Dizionario.
Questa sarà la
vera e naturale
norma indicante la
misura dei progressi
intellettuali «Fogni popolo
della Lena. idlò.
Ma siccome per
associare tutte le
n canta Lo
idee coi loro
segai è d’uopo dell’effetto dell’ attenzione, com’è
già nolo, c
per conservare l’associazione è
necessaria la memorici
; così anche
per formare e
per conservare le
idee astratte e
le generali richiedesi
il magistero de \Y attenzione e
della memoria. Altre
riflessioni sulla necessità
dell attenzione analitica
a formare le
idee generali. 1 GG.
Una mente che
astrae è una
mente che si può fissare
e si fissa
sopra gli elementi
delle idee complesse;
ed una mente
che eseguisce una
siffatta operazione può ad una
ad una tutte
sentirle, discernerle le
uue dalle altre,
e così per
una chimica sentimentale
scomporre tutto intero
il tessuto ideale;
la quale operazione
appellasi metaforicamente analisi.
Ma dopo ciò
può anche ricapitolare
tutte le distinte
ed enumerate idee,
ed esprimerle ;
ciò che formerà
una descrizione o
una definizione, giusta
il soggetto o
individuale o generale
su del quale
si sarà occupata.
\
67. Quindi ne
viene, che se
il fondamento d’ogni
scienza sono le
buone definizioni, il
fondamento, o, a
dir meglio, il
mezzo ad ottenere
le buone definizioni
è l’analisi accurata.
L’analisi non è
che una successiva
astrazione sulle parti
tutte dell’oggetto, accompagnata
dal sentimento paragonalo
delle loro scambievoli
diversità : cioè
un’ attenzione forte,
paziente e seguita,
che fa apprendere
alla sensibilità le
forme e le
diflerenze di tutte
le parti di
un’idea qualunque complessa
o fisica o
morale. 168.
Parmi d’avere qui
sopra fatto vedere
quanto l’analisi sia
necessaria all’evidenza nei
soggetti già formati,
di qualunque genere
si fossero; e
quanto questa lo
sia alla cognizione
della verità. Ora
mi propongo dimostrare
quanto sia necessaria
alla formazione stessa
dei soggetti intellettuali, sia
che parliamo delle
idee generali delle
cose della natura,
sia che contempliamo
le altre che
si creano dalla
forza della immaginazione, delle
quali anche abbiamo
di sopra ragionato.
Da ciò si
potrà dedurre a
quali condizioni la
natura abbia legato
l’acquisto delle verità
intellettuali, ed ardisco
anche aggiungere del
bello il più
completo; e quindi
se la capacità
del Pubblico sia
a ciò proporzionata. 1 69.
Per verità, questo
assunto potrà sembrare
strano a qualche
pensatore; perchè a
prima vista apparisce
ripugnare all’indole dell
analisi, la quale
non pare potersi
conciliare col generalizzàmenlo (se
m è permesso
il dirlo) delle
idee e delle
loro arbitrarie composizioni.
Imperocché nell’analisi la
mente si chiude
entro i confini
di una sola
idea complessa, di cui va discerpeuda
le parti tutte;
e. ciò fatto,
ha fluito f
nifi ciò suo:
all' incontro nel
rendere generalo un’ idea
molle ne percórre
« anzi tutte
quelle che hanno
fra di loro
ima data rassomiglianza, NelPiitialisi
si tien conto
esalto egualmente di
tulli gH ' le
menti di
tm soggetto, i?
tutti si registrano
nella storia dell’
attenzione : ma
uol rendere generale
un'idea non si
Lieo conto che
delle solo particola
ri t;i ra$so
migliatiti dei soggetti
Ira sa mia
Le le al
ire tulle; e le primo
m lai gubn
delibate noti si
recano nel deposito
comune .della ragione.
NoIlVirdiM Liuto ressi:
do I bittenziòne
si estende ugualmente
a tutte le
parti del soggetto;
ma ni contrario
nel formare bilica
generale si restringe
ad mi aspetto
solo .lì tulli
gl' in diri
dui contemplali. HO.
Malgrado questo* io
dico che l'analisi
deve presiedere alla
retta formazione delle
idee generali. E
ni verità supponiamo
qnnltrocouln olgetti, ognuno
dei quali abbia
cinque primarie qualità
semplici che ik
eoa Etnisca no
il carattere individuale .
Supponiamo inolttr.die cento
dì questi si
rassomigli uo fra di
loro per quattro
qualità, r che
ognuno di essi
uc abbia una
differente: che gli
altri cento rassomiglino
a questi pei
Ire solo qualità;
e gli altri
cento a Lutti
i precedenti pi
r duo sole:
e gli al*
tri cento per
una. Ciò supposto,
chieggo in: per
clnssiEicure corno convieoe
tutti questi oggetti,
e per applicare
a tutti h
idee dee hanno
verarneuLe comuni, non
conviene forse sapere
die i primi
cento Lamio qualtre
qualità slmili i
secondi tre, I
terzi due. c
gli ultimi mia
sola'.1 Ora a
scoprire questo con
certezza come far
sì potivi, se
non coll5 e
sa ni io
a vi1 attentamente
Lutti gì Individui
classificati in ogni
loro parie . e,
disine guendo e
ravvisando le loro
finirne forme, Leucr
conto delle slmili s«
ira san dare
le differenh ?
E ciò non è forse
usare del magistero
deh V analisi
ÌJ)7 i ^ Ma
tutte Irclassi possibili
di specie o
di generi. si
primari! eh secondari] 3
che cosa altro
sono mai, che
qualità simili esteso
ad im miuore
o maggior numero
di soggetti, cioè
a dire la
stessa idea cooiem*
putta dall uomo
qual elemento ch'entra
nella composizioni: di
un mimerò piti
o meno esteso
di idee complesse 7
Queste poi formano
i! maggior cori
odo deh umana
ragionevolezza. La cognizione
estesa della prògremiva
e non interrotta
gradazione dall individuo
a tutti i
più alti gè- neri,
e delle connessioni
die indi ne
nascono, caratterizza in
gran parte (i) L.j
non dico perciò
che I1 analisi
soia presieda alla icjrmaziqiìe
delle idee gctiordl-,
v'entra dopo la
lati olla di
compórre, du\ rioì
pi io! and
li riti asdociando
fi separate commii
cj i j □ J J l ri . le
congrega m mi
solo corpo o tjhziomi, e
flp; presenta i(
quadra alPnmmo, lu
imprime nella memoria,
e lo riflette
uni fo uvffa :e
u;dfjjfl|;‘ij cerne jji
uno qtècclùo lf
!■ !' il
aenio scientifico. Da ciò uè
Tiene, die l’aUeuzionG
analìtica é la
madre immediata della
ragione voleva umana
e del genio.
A règè'$fiià
tlelValit'ti-ionc atta litica
ne Un 'deduzionedèi
rapporti ipotetici e
nella perfezione delle
opere del btdlù,
172. Inoltre anche
nella composizione arbitraria
delle Ilice è
necessaria ['analisi per
ottenere il fine
loro consueto. E
infatti, 0 si
uniscono idee astratte
0 concrete per
coni coniarne fra
di loro i
caratteri, e dedurne
i rapporti di
semplice convenienza 0
disco n ve
n ieri za;
ciò che tendi:
alla, scoperta delle
verità di supposto
per altro sommamente
ipotètico* od allora
è cosa evidenLe
elio ricercasi Fa
1.1 tifisi al
pari che nelle
altre venta di
supposto totalmente necessario,
0 slfTatU coni posiziono tende
a produr diletto
: di pur
vero dio per
oLLenere il maggior
diletto possili ]r
da quella unioni:
d' idee, ciò
die è In
scopo delle belle
arti e delle
belle lettere, deve
precedere Fan alisi.
Infatti0 II bello
che si vuole
esprimere è di p
tira imitazione^ 0
è di pura
invenzione. 0 è
misto delFona o
dell’altra. Se è
di pura imitazione,
ò evidente che V
espressione di esso
non sarà giammai
perfetta 5 se non
accoppierà in se
le rassomiglianze Lutte
visibili, ed anche
Inavvertite, le quali
udì' originale fanno ciò
non ostante un
reale e sentito
effe Ilo sui
sensi umani. Ora
come potrà così
accoppiarle senza conoscerle
perfettamente, e come
potrà tanto finamente
conoscerle senza una
squisita e profonda
analisi degli originali?
173,
Clic se poi
il beilo, che
si cerca eli
esprimere, è di
pura invenzione; allora
siccome egli risultar
deve da un
collegamento arbitrano di
idee, 1 rapporti
delle quali producano
il maggior numero
possibile dr piaceri
tanto assoluti quanLo
relativi, accoppiando la
varietà con Fucila
in guisa che
ne risulti nelle
date circostanze d
maggior possibile diletto:
così è pur
chiaro rendersi assolutamente
necessario che preceda
una cognizione analitica
dello particolarità tutto
delle idee, onde
poter discendere quelle
che sono valevoli
a produrre meglio
l'effetto inteso; e rosi presentarle
piuttosto sotto di un aspetto
die sotto di
un altro, cioè
a di-re fissando
Fatteuzione dello spettatore
più su di
una parte ohe
su di e
tu’ altra delle
idee fantastiche e
delle intellettuali, Montaigne
ha dotto ohe
Orazio irrigava incessantemente nel
magazzino dello idee,
per rappreseci arse!
e nel loro
più vivo lume.
A u c
0 ra una
ri II essi
0 n 0
su quesla specie
di bello, il
quale non può
qui riguardarsi che sotto
un aspetto solo.
Egli è certo
ohe il bello tallo
letterario di pura
invenzione vieu tratto
precipuamente dai tropi;
mentre senza di
essi lo stile
è puramente storico,
o rivolgasi alla
nuda esposizione dello
spettacolo della natura,
o dei fatti
degli uomini, o
delle nude idee
delle scienze (anche
in tal caso
però sarebbe foudato
su di uu
attento esame della
cosa descritta). Ora
tutti i tropi
possibili in ultima
analisi riduconsi a
risvegliare, mercè dell’espressione di una idea,
un’altra idea o
per semplice associazione
di circostanze, o per analogia.
Maio quanto maggior
numero veggonsi le
particolarità nelle idee
fisiche e morali
che si accoppiano
e si fanno
contrastare piacevolmente nell’animo,
non si hanno
forse tanti punti
di più di
paragone, e tante
più feconde sorgenti
di bello letterario,
e, quel eh
è più, maggiori
occasioni ad esporre
più corretti e
più squisiti modelli
di bellezza ? Ma il
ben vedere tulle
le ricordate intime
differenze degli oggetti
letterarii non dipende
forse dal Vallatisi?
L’operazione adunque che
costituisce il merito
principale del filosofo,
quella stessa eziandio
prepara c feconda
il gusto corretto
del1 aitista e
del letterato. Per
tal motivo se
la natura, come
dicesi volgar mente,
forma il grande
artista per creare
le aggradevoli produzioni,
per animarle, e per superare
1 inerzia dominatrice
della comune degli
uomini: la filosofia
ne depura il
gusto, ne previene
gli sviamenti, e
ne agevola il
libero corso fra
i più occulti
seni ed i più angusti
recessi dell’universo ideale,
onde possa conquistare
spoglie recondite e
peregrine, ar l
icchirne le sue
produzioni, e rapire
i fremiti sublimi,
i sospiri dilettevoli,
e gli applausi
entusiastici delle anime
sensibili. Fingete un uomo
d’una illimitata capacità
di conoscere. Credete
voi ch’egli, a
fine di comprendere
lo stalo assoluto
e relativo delle
cose, e cosi
le verità tutte
possibili, abbisognasse di
assoggettarsi a tutte
le sovra descritte
operazioni, o che
anche lo potesse?
177.
E ben chiaro
che un tal
uomo nè fare
lo potrebbe, e
neppure ne abbisognerebbe. Imperocché
per ciò stesso,
ch’egli fosse dotato
di una illimitata
comprensione, non potrebbe
angustiare l’intendimento suo
nè su di
un’idea singolare, nè
su di una
parte sola di
un’idea; ma per
una necessaria e
naturale forza, respingendo
ogni costringimento, rimarrebbe nella sua
ampiezza naturale. . \y altronde,
in forza della
illimitala sua iukdligeuza,
Lulle vecìrobbe ad
un solo trailo
presemi 3 e idee
degli oggeUÌ, e
mite le raffigurerebbe nelle
loro precise forme:
tutte ue sentirebbe
le differenze scambievoli;
e quindi i
rapporti lutti che
fra le mie
e le altre escono:
talché ], l to"uiasione delle
verità lauto assolute
quanto relativo, tanto
di sensa zione
quanto di riflessione
sarebbe l’opera d'ima
semplice visione intuitiva
Per lui tulle
le verità nou
sarebbero che per
sì> evidenti, od
egli uou avrebbe
che giudici! diretti*
179.
Quindi egli non
abbi sognerebbe di
astrazioni, le quali
noti sono clic
attenzioni parziali, come
si è già
detto:, e a
lui sarebbero anche
impossibili ad eseguirsi 180.
Non abbisognerebbe d'idee
generali, le quali
in sostanza nou
sono, come si
è già veduto,
se uou astrazioni
rapidamente ripetute sopra
molti soggetti, o
ripetizioni della stessa
idea intera su
molte cose simili,
G 1Q |.
Non abbisognerebbe dì
analisi, nò di
raziocinio, nè dì
altro qualsiasi metodo,
com' è evidente; e
tutte nuche siffatte
funzioni gli riu
seirebberó di ima
insuperabile impossibilità. Se
dunque elleno riescono
indispensabili all1 uomo,
come la esperienza
lo dimostro, ciò
deriva dalla limitata
capacità della di lui facoltà
di conoscere. 183.
Esse pertanto sono
contrassegni indubitati dì
un difetto, e
non di una
perfezione $ o
se pure riguardar
si volessero come
doli significanti i'cccllenziu
esse nou potrebbero
riuscir Lali se
uou relativamente ad
alili esseri aventi
una pari limitazione,
ma die fossero
sprovveduti di pari
mezzi a scoprire
t rapporti di db; cose.
Laonde dir si
potrebbe meno ìmperfetto
di loro, ma
però sempre assai
inferiore in potenza
ed in mezzi
ad una intelligenza,
la quale eou
un’assai maggiore sicurezza,
celerità, e con
nessuna [iena giunge
allo stesso scopo.
Se viceversa esistesse
un nomo di
una lauto limitala
e Indifferente capacità
di sentire, che
non avesse se
non ad una
ad una lo
idee singolari e
concreto, e non
ne provasse uè
piacere uè dolore
disuguale, egli non
avrebbe nò astrazioni
nò idee generali,
non eseguirebbe analisi
alcuna, non tesserebbe
raziocluil; ed altro
non sentirebbe, che le immediate
e momentanee differenze
nel passare dallo
irne allo alLre
concrete sensazioni. Così
un tal nomo
della massima limitazione
mentalo rassomiglierebbe in
qualche parte all7 uomo
dell5 illimitata intelligenza,
c sarebbe di
una condizioni.:: totalmente
opposta. Così anche
in questa ipotesi
si ve rifi
e ber ebbe
che gli estremi
si toccano senza
con fonder si .
Ha e l une
c l 'altra sono
puramente fittizie. Se poi
si ciliegia quali
sono i gradi
della limitata capacità
di conoscere dell’uomo,
tosto l’esperienza ce
li indica: poiché
è chiaro che
i limiti di
essa si racchiudono
entro quelli della
vista intuitiva dei
rapporti delle idee.
La capacità naturale
dell’ intendimento umano finisce
ove incomincia il
raziocinio : conciossiachè
se il raziocinio,
giusta il pensamento
di tutti i
filosofi, e queiratto
per cui non
polendo l’intelletto scoprire
immediatamente le relazioni
di due cose,
ossia di due
idee, le paiagona
amendue ad una
terza, colla quale
entrambe abbiano una
relazione già conosciuta,
per dedur quindi
la relazione che
hanno fra di
loro* e chiaro
adunque, che dove
incomincia a rendersi
necessario il raziocinio,
ivi finice la
estensione naturale della
forza intelligente dell’uomo.
186.
Ora il raziocinio
incomincia precisamente (come
la esperienza il
dimostra] a rendersi
necessario quando, oltre
la comprensione dei
rapporti di due
idee semplici, 1
intelletto nostro tenta
scoprire la relazione
di una terza.
Dunque risulta che
la estensione naturale
della capacità intellettuale
umana a conoscere
i rapporti delle
idee, e quindi
a scoprire la
verità, non oltrepassa
l’estensione di due
idee semplici* e
quindi tutto ciò
che al di là di
tal confine si
eseguisce è opera
di pura industria
umana, che ripete
le operazioni originali
della facoltà di
conoscere, e le
ripete colle stesse
leggi della vista
intuitiva e ristretta
naturale all’intendimento. Così
l’uomo nel percorrere
un lungo cammino
ripete sempre un
solo passo; e
se egli naturalmente
non può abbracciare
che un breve
spazio, pure ripetendo
un tal atto
abbraccia nel suo
viaggio tutta la circonferenza del
globo. 187.
E quand’ anche
la forza sua
mentale si estendesse
a qualche cosa
di più, ciò
sarebbe infinitamente poco
in proporzione dell’aspetto
sommamente complesso e
del numero illimitato
delle verità che
rimangono a conoscersi.
188.
Dalle premesse cose
pertanto si deduce
fino a quale
prossimità ridur si
debbano gli aspetti
delle cose in
iscambievole paragone, a
fine di produrre
la intera certezza;
e se con
ragione altrove io
abbia asserito che un evidenza
pari a quella
che si ottiene
dalle verità rigorosamente
semplici rendesi assolutamente
necessaria in tutti
gli oggetti possibili
delle umane cognizioni,
onde rilevare la
verità delle cose;
e quindi che è
pur necessaria l’analisi
accurata, minuta e
completa delle idée.
J. OtóO XV. Attila
necessità delle nozioni
e dei p rindpii
generali ad aetj nidore
hi cognizione dei
veri rapporti delle
cose. c: ] $9
. Sop
ra a I
> b lama
in tra veduto
iti 1 1 n
a m ri
n i era
stiperficiale co m e y USO delle
nozioni e dei
prinelpii generali sta
utile, e iois^
anche necessarip. a
co adegui re
la cognizione dei
rapporti die esistono
tra le cose.
\] i sono
esse veramente necessarie
.1 donde risalta
una tale necessità?
irl quale maniera
risulta nelle circostanze
attuali dtdr nomo? . Queste
S0I10 ricerdiC del
tutto importatili, mentre
Geremia ino quali
siano le condizioni
clic la natura
stessa delle cose
esige dallo spirito
umano, onde conseguire
la cognizione delle
verità i ed
a li tic di scoprire
da ciò se
il Pubblico per
legno generale possa
costantemente prati cor
le. onde riuscire
giudice sicuro, almeno
in qualche materia,
et 190.
inoltre più sopra
abbiamo asserito che
le nozioni ed
i priju ipii
generali e le
diverse categorie formano
il migliore, anzi
V unico coiv
redo del Tu
ma u a
ragione: ed è
precisamente per questo
solo che l'uomo
si distingue dai
bruti. Por la
qual cosa gii
uomini, in quanto
che sono ragionevoli,
sono esseri uaturalmenle
metafisici . ossìa forniti
di nozioni metafisiche
: p cicli
è la m
c la ti
sì eà e
per sè stessa
rivolta a do
m inare colle
viste generali gli
aspetti delle cose,
La religione e
le leggi ce
li suppongono tali,
e le grammatiche
e i dizionari!
ce ne indicano
i diversi gradi
di dottrina nelle
vane partì del
globo. 1£M.
Laonde, ciò supposto,
si scorge che
l'uomo, in forza
del solo possesso
delle nozioni e
dei principi! generali,
rendasi propriamente giudice
competente di ogni
verità: eoncìossiache nello
stato di essere
senziente, c ristretto a
particolari giu di
eli* non dissimile
dai bruti e
ridotto ad una
perpetua infanzia, non
potrebbe giammai riuscire
giudice di verità
in alcuna materia.
Certamente non di
un Pubblico dì
bestie, ma di
un Pubblico d’uomini,
c d1 uomini
ragionevoli^ parla il
programma. Ora tale
essendo egli non
mercè della sola
capacità comune anche
all’ inibiizia,, ma
dell'attuale possesso delle
nozioni generali, perciò
si scorge elio
lo sforzo principale
delle nostre ricerche
debb’ essere precipua mente
concentrato a scoprire
Ì doveri dell’intelletto limano,
a norma dell' indole
e dell ampiezza
e delle relazioni
di sii latte
nozioni c di
siila Iti pri
nei pii generali^
ed a fissare
L’esistenza egli vero
che collocala la
mente a varie
disianze, ho pure
differenti punti di
vista, d’onde riguardare
gli stessi prospetti,
e ritrarne concetti
diversi ? Ma
è pur vero
altresì, clic tutte
queste classi hanno
un diritto di
tendenza alla realità,
né la classe
più generale può
escludere la meno
generale, uà questa
escludere la più
vicina e la più speciale
da si da
ila tendenza. Quindi,
a Ime rii
togliere tutte le
ingiuste pretensioni di
ognuno che, avendo
le sane idee
di una categoria,
s* avvisasse per avventura
di escludere altri
punti di vista,
o di asserire
che non siano
egualmente veri della
veduta ch’egli ha*
perché é. cerio
di contemplare le
cose sotto di
un dato aspetto:
a ime, dico,
di prevenire un
siffatto errore é
mestieri cogliere estesa
me ut e,
tulli i gradi
della scala delle
idee generali delle
cose di cui
si ragiona; é.
mestieri ordinare successivamente tutte
le categorie delle
nozioni differenti, sì
per fissare quanto
manchi di valore
reale alle idee
che si maneggiano,
e sì per
iscorgere a quale
grado preciso definitezza
delle idee generali
la mente sìa
situata, onde non
escludere né le
più alte c
rimole, nò le
più basse c
vicine nozioni appartenenti
allo stesso soggetto.
^ 2G0, Nella
elevazione delle considerazioni umane
intorno allo stalo
reale delle cose
accade all1 intelletto
precisamente lo s Lesso
di quello che
avviene all occhio
fisico nelle elevazioni
visuali. Se dal
piano molli nonuni
ascendano su ih
una montagna, e
che ognuno ad
un'altezza differente guardi
in giù gli
stessi oggetti, tulli
questi uomini potranno
dire con venta
di vedere le
medesime cose .ma
non però di
vederle nella stessa
maniera. meno propria
ad eseguire come
conviene le diverse
operazioni mentali, onde
apparecchiare, ridurre* ordinare
e connettere le
varie idee nel
rapporti della verità,
302.
fino a ohe
non si era
scorta chiaramente ed in una
guisa speciale la
connessione che passa
fra una certa
struttura ed irritabili
là organica colla
felicità delle operazioni
intellettuali, si poteva
pera nche dubitare
di questa veri
Li, Ma dopo
che una parlicela
reggia^ e rannodala
dimostrazione ha posto
in aluaro P
influenza clic il
fisico aver può
sulla buona o
cattiva costituzione e
sulPuso dclT intonili
menta; c dopo
clic si si
e scorto come
aver la possa:
dopo che non
oscuramente si ó
scoperto come dentro
la latitudine dell’umana
ragionevolezza si possa
rendere ragione delle
diverse disposizioni alla
riuscita delio spirito,
supponendo sempre ima
pari enerva e
direzione. de\V attenzione
in lutti gli
uomini; dopo clic
si ò veduto
ciac dentro di
qualcheduna di siffatte
gradazioni dev’essere racchiusa
la tempra ihdP
organizzazione umana relativa
alle funzioni del! i n tendi rnc uto *
panni elio sia
vano il più
dubitarne. Se Etvezio
avesse comprese o
calcolate tutte queste
circostanze, noi! avrebbe certamente
(usando buona fede)
promosso il più
strauo, il più
temerario ed il
più antipolitico paradosso
cbe in buona
filosofa applicar si
potesse agl’ingegui umani,
dicendo e ripetendo
espressamente, che tutta
la loro differenza
dipende dalle sole
cagioni morali . e
nulla dall’organizzazione (De
H espritI). Ma
egli tutte queste
cose La ignorate,
o certamente ommesse.
304.
Dopo ciò, si
potrebbe forse chiedere
di nuovo di
quale condizione organica
la natura abbia
dotato la comune
degli uomini. E
certo che questa
quislione non può
essere sciolta mercè
di una scienza
intuitiva della struttura
dei cervelli umani.
Pure un profondo
e freddo analitico
dedurre lo potrebbe
dagli effetti esterni,
e discernere quello
che è stato
aggiunto dall’arte da
quello eh’ è originalmente
proprio della natura.
305.
Ma questa discussione,
la quale anche
di troppo ci
farebbe divergere dalle
tracce dirette cui
dobbiamo seguire in
questo scritto, ad
altro non servirebbe
che a procacciarci
una vaga ridondanza
di prove, dopo
quelle cui l’esame
delle circostanze, e
dell’uso generale che
il Pubblico far
può d e\V attenzione, ci
deve somministrare. A
questo solo punto
debbono essere limitate
le nostre ricerche,
sebbene si ritenga
quanto altrove abbiamo
ragionato. Quindi, anche supposti
gli uomini tutti
egualmente dotati della
più perfetta disposizione
fisica alla perfezione
intellettuale, ora passiamo
a vedere che
cosa generalmente e
costantemente possano fare,
onde conoscere la
verità nelle diverse
materie: e se il
Pubblico possa inai
esserne giudice competente
ed infallibile. Di quello
che possono fare
gli uomini per
conoscere la verità. Li
attenzione, il cui
potere ed esercizio
abbiamo a parte
a parte dimostrato
indispensabile nelle operazioni
della mente umana,
incominciando dalle sensazioni,
e giugnendo fino
alle più vaste,
variate e sublimi
astrazioni, e teorie
ed invenzioni del
vero, del bello
e dell’utile (ved.
Capo VII. al XI
II. della Sez.
I.): l’attenzione, la
quale, essendo ben
diretta, è la
madre di ogni
verità, di ogni
perfezione dello spirito umano, e
che costituisce tutta
la buoua educazione
intellettuale : e che,
mai direlta* diviene
la sorgente di
tnlLi gli errori
e di tutti
i traviamenti: l’ attenzione, la
quale non è
elio l’esercizio del
potere attivo del
resero pensa ilio
* che nelle
sue deterrei nazioni
non è punto
diverso o distinto
dalla volontà umana:
o nello spiegare
la sua forza
non è clic
la stessa stessissima
forza motrice ossia
esecutiva di lei
* in quanto
reagisce sulla sede
Gsica delle Idee,
onde aumentarne o
prolungarne i movimenti:
Faite azione, dico,
e un potere
di sua natura
Indeterminato^ e io
di (Cereri tc a qualunque
allo speciale, per
ciò stesso che
è capace di
molti atti, anzi
dì altrettanti alti,,
quante sodo le
idee diverse che
si presenta no
alla mente. 307.
Questa indeterminazione ci
offre tosLo in
sé stessa una
specie d’ inerzia essenziale
alla natura del
potere attendente. Tale
infatti con buon
diritto ris guardar si
deve una forza,
la quale non
viene determinala che
da qualche estrinseco
impulso; e die
per conseguenza non
sì spiega, nè
spiegare si può,
die a proporzione
della vivacità e
della durata degl'impulsi.
L uà piu
evidente da m ostruzione di
questo principio la
ritroveremo piu sotto.
308.
Qui giova soltanto
dì osservare, che
questa forza d’ inerzia
. di' io appellar
posso psicologica^ poiché
in qualunque stato
si Irosi l'anima,
o separata o
nulla ad una
macchina, ella deve
sempre risentirne r impero*
poiché è unicamente
fondato e derivante
dalla natura del
solo essere di
lei: questa inerzia,
dico, si deve
giudicare come essenziale
all’anima umana. mo.
Quindi si può
adottare come assioma
primo di natura,
che I esercizio
del potere del
la LLc azione
si determina in
forza dei soli
motivi*. che ne
sono gli unici
stimoli; e quindi
che l'energia. o a dir
meglio i gradi
di energia, coi
quali spiegar si può questo
potere, saranno necessariamente proporzionati
ai gradi della
forza stimolante degl' impulsi
che lo determinano,
dltì.
Ma tutto eiù
è ancor poco.
Se la forza
dei ruotivi esercitar
si dovesse solamente
nelFanima collocata nello
stato dì nudo
spirito; se Faiti
vita loro non
dovesse vincere, per
dir così, che
la indifferenza sola
dell essere pensante;
questa legge sarebbe
semplicissima, nè dovremmo
calcolare altre forze
resistenti che le
potessero servire di
ostacolo. Ma il
fatto sta, che
contemplando l’uomo come
è realmente costituito,
e ritenendo quale
sia lo scopo
dell’attenzione,, ed il
soggetto su cui
ella esercita la
sua attività, noi
non troviamo più
una semplice indifferenza;
ma invece incontriamo
una positiva resistenza
li sica, e
bene spesso una
reazione penosa sull’anima,
la quale per
una specie di
ripercussione la distoglie
da! poterlo lungamente
esercitare. Tulio questo
è opera dei
soli scusi, al H 1
0 Fazionedd quali
sia raccomandala tutta
la sene delle
affezioni delio spirito
umano. Dififa UÌ noi abbiamo
vedo lo che
il ministero del
F attenzione è
lutto impiegato sul
sensorio comune dello
idee; die [effetto
spe~ dal e
proprio di lei
é di Reagire
ulFoccasione dì un'idea
sulForgano corrispondente ;
d onde si
produce una prolungazione
ed un aumento
nel molo di
lui * e
si conferma uro
fe tracce ossia
le disposizioni lasciate
dalTazìone degli oggetti
sui sensi* e
vengono ricalcale, dirò
così,, nella memoria,
Da ciò 1
idea resa piu
vìva e piò
prolungata, richiamando a
nè b vista
limitatissima della monte
umana, ne dirige
i concetti, i
puntoni od i
giudicò in una
maniera imperiosa ed
assolata. 3'M.
Ma siccome questi
sensi, al pari
di tutti gli
altri còrpi tendenti
al riposo, e
per necessaria legge
inerti, contrappongono una
vera resistenza a
qualunque potere che
voglia cangiare il
loro sialo attuale,
perciò oppongono la
medesima resistenza anche
alla forza attendente
del1 anima* Incontrando
quindi ella dai
canto suo una
siffatta opposizione dei
sensij deve subirla
tanto maggiore, quanto
minori sono le
forze accidentali tendenti
al movimento racchiuse
ucIForgano stesso, mercé
li' quali rattenzione
possa essere coadiuvala
ne* suoi effetti. ^
3Ì2* L esistenza
dì queste forze
accidentali, o làìjnancauza
accidentale di esse,
può derivare lauto dalla
natura, quanto da
IFed acazi uno*
Dalia natura, quando
il tessuto fibrillare
del cervello sia
alquanto più grossolano*
o meno imlabile5
o meno provvedalo
dì del trias
mo stimolante; dalFediicazione, quando
manchi [abituale esercìzio
del Fatte unione
stessa sugli orgaui
delle idee*, mercé
il quale é
noto quanto ad
un tempo stesso
si vini orzino
gli organi o
se ue agevolino
le diverse funzioni fisiche. Allora
la forza attiva
mentale trova un
ostacolo di più
da superare: e
maggiore è lo
sforzo che le
conyien fere per
piegare il cervella
alle operazioni della
mente. Ma vfe di
più. E cosa
nota ai hslologisti
essere proprietà naturale
dfegni fibra organica
irritabile o sensibile,
allorquando venga irritata
r scossa per
un certo tratto
di Leftipo, di
richiamale a sé
una maggiore qnauLita
di fluido stimolante,
e di cadere
eziandìo in una
specie di rilassamento
e di atonia;
talché spingendo più
oltre la forza*
o prolungandone f
esercizio, produco nella
sensibilità dell'anima un
sentimento penóso dui
giunge lai volta
fino al dolore*
E ben cosa
naturale che questo
fenomeno dove assai
più fàcilmente avvenire
in una fibra
ili un lessato
più pigro o
meno esercitato, che
in fibre piò
docili, non deboli,
e piò avvezze
ai movimenti . Imperocché
io molecole delle
prime non possono
turbarsi da [Fardi
ire naturale loro
se non che
con una specie
di dissoluzione del j Bl I
r a
Lluale tessitura, Quindi
avanti di produrre
l'effe ilo snniimeuLalfì
ri- ridesto dal pensiero
si debbono dislocare
assai piu elementi,
lb r la
qual cosa alla fine
o non si
pud olle aere
per veruna maniera,
o in piccolis¬ sima parte,,
l’effe Lio sentimentale. 315.
Per una ragione
opposta una libra
assai tenera cade
in rilassamento in
un tempo assai
breve, e quindi
oppone una vera
pena all’anima, onde
esercii, are a luogo
il potere del
dalie ex. ione.
Ecco perche da
una parte i
selvaggi, i popoli
barbavi, è tutti
quelli eziandio clic
io seno delle
collo società non
si avvezzarono ad
esercitare la loro
forza mentalo, r
dall'altra parte i fa
nciulli, gl'infermi di corpo,
e generalmculc i
rilassali di temperarne u tu . durino
Lauto di fatica
e di pena
ad applicare Fattelizinne
e ad apprendere
le varie cognizioni,
e perché tulli
riguardino un I ale
esercizio cou una
vera avversione. 5
diti. Ma non
limitandoci a questi
casi speciali, e
invoco considerai!do la
costituzione delF intero genere
umano, r forza
dedurre die la.
notava formi l’uomo
ignorante non solamente
pendio lo fa
nascere privo di
qualunque cognizione, ma
assai più perchè
pose in lui
una gt'avititrinne positiva
verso di essa,
od una vera
resistenza fisica all' esercizio delle
tue facoltà mentali,
317,
il teologo cristiano
troverebbe forse qui
il luogo ove
allogavi' la spiegazione
delle conseguenze do!
peccato originale. Forse
dir potrebbe clic
Adamo nello stato
d innocenza aveva
una macchina di un tessuto
docile e pronto
a tutto le
richieste delle cognizioni:
ubbidiente alla forza
dtd l 'attenzione, e robusto
nel non. cadere
troppo presto in
aioma ; ma che, dopo
la caduta di
luì, alla generazione
umana Iddio volle
compartire un corpo
più corruttibile e
più difettoso: e
per la via
medesi1^! per la
quale s5 introdussero
le infinite infermila,
per quella stessa
51 aggravò pure
e si trasmise
la cieca e
negli] Uosa ignoranza. Non
divergiamo dalle tracce
del nostro cammino .
L inerzia psicologica,
cui è meglio
appellare indifferenza delio
spirilo* e Fin
orzi a fisica
sono yen ostacoli
allo sviluppo delle
facoltà umano. Quindi
se la natura
destinò l’uomo ad
una certa perfezione
morale, e no
predispose le facoltà,
dobbiamo dedurre ad
un tempo stesso
che abbia volli
lo guida rvclo
vincendo degli ostacoli,
e mercè risultati
di forze opposte
e contrastante dii).
Con di auliamo.
Ndl’atUtale costituzione delTuomo
sono assoIn la
niente ne cessarli
i motivi all'esercizio
dell' attenzione : essi
soli sono le
vere forze e
tee del mondo
inorale. Per tal
modo Fa tic
ozi otte, la
quale, come abbinano
vedalo, interviene come
forza necessaria in
tutta quanta economìa mtellettude,
incominciando dalla sensazione*
e giungendo firm
al voli dui
genie: 1 attenzione,
la quale non è die
Ceseremo delta volontà
e della libertà
umana, ci offre
ad un I
vallo due grandi
leggi fonda mentali
ed universali del
mondo morale. o20.
La prima si
è,, che se
si ricercano gli
affetti per far
agire gli uomini r
sì ricercano pure
per farli pensare;
c che perciò
lo spirilo ed
il cuore sono
mossi mercé di
un solo e
identico principio^ quindi
tulio l'universo morale
viene spinto*, animalo
e diretto mercè
di una sola
susta. L’economia della
natura riesce ia
tal modo armonica,
siste malica e
semplice : ed
in tale ben collegato andamento,
mercè dòma necessaria
azione r reazione.
luLLo cospira alla
perfezione ed alla
felicità ilelFoomo, ed
al grande ordine
maravigliasti di tutto
l'universo, 32 h
Questa grande verità
si ravviserà rissai
meglio nella sua
vera estensione, se
oltre di considerare
clic i motori
precipui thli1 amor
proprio sono pur
anco quelli della
sana ragione 9 si
giungerà a scoprire
che per mi
ammirando vincolo quei
soli mezzi c
quelle sole Circostanze
le quali sono
le più acconcio
alla felicità personale
e sociale dell' uomo,
sono pur anche
quelle le quali
riescono le più
proprie e le
più efficaci a
produrre generalmente So
svolgimento ed i
progressi dello spirito
umano nelle parti
lutto del globo
intorno a qualsiasi
genere di cognizione.
ZS on si credesse
per avventura die
io abbia qui
soltanto di mira
la lunga pace
ed i secoli
rii lusso delle
nazioni. Se la
prima è un
bene, non c
perù la sola
cagione che la
natura abbia prescritto
al progressi dell’
umana pem fetlibiliLà.
Rapporto poi al
lusso, lungi dal
giudicare le circostanze
die lo producono
e lo sostengono
(sopra tutto scegli
è un lusso
delle classi interne
dello Stato, cioè
se è un
lusso parziale :
come eccita meri
ti proporzionali ai
veri progressi della
menLe umana nel
grande piano dello
scibile apparecchia Lo
dalla legislatrice natura,
io dico che
per lo contrario
riguardar si debbono
come possenti ostacoli
contrari! del pari
al vero ed
al grande di
qualsiasi genere, che
al giusto. Quando
io parlo di
circostanze uguali giovevoli
ai progressi dèlie
umane cognizioni ed
al benessere umano,
io parlo soltanto
di quelle circostanze
che sono le
più proprie a
produrre ed a
far fiorire fra
i popoli la
sociale virtù. In
questo scritto non
in è permesso
d’inoltrar mi ad
esporre ed a
svolgere questa vasta
ed importante veduta,
la quale forse
lino a qui
non bene avvertita,
ad ingiuria della
provvida sapienza sparsa
per entro a
tutto l'ordine mornle
e Lordine fisico,
ci ha occultato,
non dico una
semplice teorica e
specula fica connessione
fra II giusto
ed II vero,
ma una effettiva
e pratica influenza
fra le circostanze
promovenii la virtù
sociale, e le
circostanze le più
favo mo li alla pubblica
ed alia privata
istruzione. Senza calcolare
questa influenza e
éOunessiGue, è ben
chiaro clic ogni
sistemi die olir
ir si volesse
su di questo
proposito rimaner dovrebbe
del tulio chimerica*
Da tei sola
le scienze traggono
la loro apologia 5
e la dimostraiiona
più solida dulia
loro utilità e
noe essi Là
al bene della
società. L'altra legge fon
da montale, la
cui cognizione emerge
dalle precedenti riflessioni,
si èche le ine
o Ita dell’anima umana
tinte &i esercitano
ad un tempo
stesso tu ogni
operazione della mente,
! filosofi Latino
dislieto ndranima la
sensibilità*, la volontà,
e la forza
csecutrìcùl ma tutte
queste facoltà si
esercitano sempre ad
un tratto in
ogni operazione tendente
ai progressi dello
spirito umano, c
fin aoebe negli
errori* Questa legge
fondarne utale è stata
dimostrata da tallo
quello die abbiamo
detto sali attenzione*
Per la qual
cosa riferire*, come
lui fallo Bacon
e ? alcune
cognizioni o scienze
alla me mona,
altre all' Immaginazione, ed
altre al Ilo
tendi mentoe su
questa divisione fondamentale
piantare c diramare
tutto r albero enciclopedico
delle scienze, egli
è Lessero uua
divisione del unto
fattìzia* che puulo
non sì verifica
rigorosamente in natura,
o uhe senza
di certe avvertenze
guida a vedute
false, o assai
imperfette. La memorili,
il potere ordinatore
dell'immaginazione e ì!
potere ragionatore sempre
si esercitano ad
un tratto; e
tutt’al più dir
si può che la facoltà
attiva detrattori zlone u
delFumana ragionevolezza per
uu altro rapporto.
I rifalli se F
i $ l rii L
Lare u TéducaLore,
sia egli uu
individuo o una
società, non avesse
dapprima per sè
lo idee clTei
vuole o deve
ingerire nel suo
allievo, non potrebbe
certamente in lui
insinuarle o radicarle
giammai. Ora andando
all' indietro, grada Lame
lite sì deve
giungere fino al
momento in cui
Duomo in seno
della sola natura...
e cinto dallo
spettacolo delibi inverso
materiale, abbandonato quasi
a sé solo
ed alla serie delle
circostanze esterno, viene
da esse sole
ammaestrato ed educato.
Cosi sì giungo
al momento ovtì
ritrovar si deve
il fisico bisogno,
e gli -avvenimenti o
le circostanze delbordine
sensibile dell’univorso resi
quasi soli maestri
della specie umana,
Leggete la storia
di moki popoli
delFÀmerica al tempodella
saperla, iii moke
isole dell’ Oceano meridionale,
dei contorni del
Capo di Buona
Speranza e delle
1 erre Australi,
e troverete uua
prova storica di
questa verità. 345,
Ma o sìa
la natura, o
sia la società
la fonte dei
motivi dell umilia
attenzione, o siano
entrambe unite, egli
sarà sempre vero
clic, relativamente ad
ogni uomo singolare,
razione, l’ intensità e la direzione
deb r attenzione
deriveranno interamente dall’ ordine
e dal concorso
iLifiniLu e indeterminato
delle esterne circostanze
fisiche e morali
nelle quali I
nomo si troverà
collocato. Du nque F impiegare
la propria attenzione.
l impiegarla con
una certa forza,
il dirigerla su
di certe idee
piuttosto die su di certe
altre, F ottenerne
F opportuno effetto,
consistente nulla chiarezza
dell5 aspetto, nella
distinzione delle forme
e del numero,
nell impressione nella
memoria, nel collegamento
coi segni oc,,
sono tutte casi?
che rimarranno fuori
del potere dell5 uomo.
Sarà
dunque fuori del
potere dell1 uomo
Inseguire le operazioni
preliminari necessarie alla
cognizione del vero,
e alF esecuzione del
bello e dell'utile.
Per consegue^ anche
il tessere un
buon giudicm su
di qualunque oggetto
non dipendeva nella
sua vera origine,
a rigor di
diritto, dall5 umana
industria. Ove leggeremo dunque
le leggi dei
giudici] umani? ove
trove¬ remo l’ordine e le forzo
degl impulsi pr-o
moventi F estensione ed
i pre¬ gressi deiriugeguo?
La risposta è
fatta dalle riflessioni
precedenti, Eccola: In
quel Codice stesso,
in cui sta
scritto il destino
generale d ogm
uomo. Da uu
solo filo, da
una sola concole,
da quella onnipossente
forza. die ud suo
ini me uso
corso Lrasciua seco
la partì tutte
del creato, che
la succedere i
secoli 5 e
pad remeggia il
destino delle nazioni;
in quella invisibile
ed immensa catena,
dm trae ora
volonteroso ed ora
costretto l’uomo su
certe trac eie,
noi dovremo attingere
la specie, il
numero e la
direzione dui motivi
regolatori delle opinioni
e dei giudicii
umani. Così mentre
nell* ordine della
natura ravvisiamo un
sistema unico e vittorioso di
economia, dalla forza
del quale ugni
atto ed ogni
pensiero viene sottomesso
ad un ordine
infallibile . che
non viene smentito
uè frustralo nemmeno
di un atomo,
incontriamo una impenetrabile
e deusa unite,
elle ci asconde
la guisa determinata
delle leggi di
re Linei degli
umani pensieri* benché
per sè. stessa
sia fissa, inalterabile,
precisa e necessaria
u\ pari del
moto degli astri,
g Questa rispettiva
incertezza, che avvolge
all1 occhio nostro
e presenta tu
LI e le
forme e le
leggi di quella
che appelliamo fortuna^
cinge tutta la
serie e la
direzione dei motivi
dell/ umana attenzione.
Quindi so si
riguardano per ora
sotto di questo
generale aspetto, ne
deriva clic la
cognizione della y
eri Là sarà
un risultato di
una combinazione all’ occhio
umanu puramente fortuita.
^ 348. KidoLLe
cose le cose
a questo punto
di vista, benché
gli uomini in
complesso non errassero
giammai, pure siccome
ciò non ci
consterebbe per un
principio certo, universale*
costante e conosciuto
di ragione nè
teorico ne pratico:
così per tale
ignoranza o incertezza
non potremmo avere
norma alcuna, onde
riguardare t loro
giudicii come sicuri
intorno a verno
genere di cose;
e quindi non
potremmo giammai apprezzarli
come criterio di
verità. Questi sarebbero
i risultati inevitabili
della nuda precedente
considerazione, 340, Ma
se passiamo a
contemplare altri rapporti,
allora ci troviamo
costretti non solamente
ad adottare un
sistema di dubbio
sulla fallibilità perpetua
del giudicii umani,
ina inoltre ad
inclinare verso una
precisa probabilità di
fallacia^ e uua
copiosa, frequente e
costante probabilità di
errore. Imperocché è
cosa indubitata clic
Io stalo delle
verità, riguardando la cos LÌ
t azione ed
i rapporti degli
esser], è necessariamente determinato ed
unico tanto relativamente
alle forme, quanto
relativamente alle connessioni,
alle successioni, ed
àgli effetti loro.
Dunque le combinazioni
dei veri giudici]
riditconsi in ogni
caso ad una
sola e necessari a .
E eco p
t ? veli
è la vev
ì La c,
come di cesi,
una sola. Ma i
a u
te sono le
combinazioni possibili dei
giudicii sulle stesse
idee, quante sono
le diverse e ombi nazioni possibili
delle idee medesime,
e quante sonale
combinazióni delie combinazioni;
le quali cose
sono pressoché influite. Dunque havvi
un numero pressoché
infinito eli errori
contro una sola
verità, Dunque, ragionando
in astrailo sopra
un ordine di
cose padani tuie j
orinilo * e
nel quale non
si conosca una
precisa e Jelarmjtfjgg
direzione a condurre
sull unica traccia
del vero, si
deve ammettere uribàjìniia
probabilità deir esistenza
dell1 errore contro
resistenza del vero:
cioo a dire,
si potrà calcolare
che i uomo
debba andar soggetto
ad un ini
mero indefinito di
errori in uu
dato genere di
cose, prima dì
avere otte nulo
una sola verità.
Ma se la
cosa è cosi.,
taluno mi dirupa
die varrebbe quel
tank' celebrato lume
di ragione, raggio
della Divinila acceso
nellhi mano in
Leudimenio-, e dato
per guida all
uomo no suoi
giudicai c nello
sue iuipcvso ?
Non riuscirebbe egli
del lotto vano,
e riguardar non
si dombb quale
spenta face in
mezzo al Laberinlo
inestricabile degli errori
ed alla tempesta
delle passioni ? La natura,
che non fa
nulla diiuulilenò senza
di un bue*
la natura, che
prepara sempre i
mezzi proporzionali a
coliseguirlo, avrebbe dunque
in uu oggetto
laolo importante smentite
!u leggi di
quella provvida economia
che ris plaude
sovranamente nella minima
delle sue Iatture?
0 dunque conviene
non lasciare ibi
omo in balia
d una serio
torli l ila di combinazioni
quando si accinga
a scoprire e
giudicare il veroo
conviene negargli il
dono sublime di
cut Topluiono universale
lo vuole tornito,
e die 1
occhio hlosofico pure
scopre convcnieiUe alla
sua natura dopo
che in lui
suppose la perfetlibiliLà. 3t>2.
A quest3 ubbie
Ito, che una
nebbia plausibile di
apparenza mviluppa, uon
è disagevole cosa
il rispondere in
una guisa soddisfacenti.;', c
che combini e
si concili i colle
vedute e coi
principi! sovra esposti.
lì . l'jcr verità,
dire die V uomo
è dolalo di
lume dì ragione
non è certamente
dire eh3 egli
nasca scienziatola qual
cosa sarebbe follia;
ma beli ai
asserire eh egli
nasce collo spirito
naturalmente gius L o ^
ossia retto. d o 3
Ora, bendi c lutto
questo si conceda,
si toglie forse
che le sopra
allegate osservazioni siano
vere ? E.,
In veritàlo .spirito
giusto o rotto
non crea le
idee, né le
occasioni delle idee
; non crea
Lordine delle cose,
no i inolivi
dell’ attenzione; ma soltanto
discerne la verità
quando gli viene
presentata, e la
di sceme per una legge
necessaria della natura
delI essere pensante.
Ma questa non
è una qualità
aggiunta, o distinti*
da quelle J elle quali
in ogni età
ed in ogni
hìé^o è fornito
il nostro spìrito
; uia bensì
altro non h,
che la capacità
di dì scornare
e di giudicare
gli carrelli tali
e quali vengougìi
presentati. Così quando
giudica erroneamente, egli
opera collo stesse
leggi, collo quali
egli agisce quando
giudica con verità.*
L’effetto estrinseco soltanto
è differente: ma
dal canto dello
spìrito il giudicio
si fa sempre
d’ima sola maniera.
^ 354, Cosi
giudicando egli d’uua
sola maniera, conserva
l7 essenziale sua rettitudine
5 ed errando
quando è posto
in certe circostanze,
prova coll7 orrore stesso
cb’ egli à
naturalmente ed essenzialmente retto.
Infatti quando coglie
la verità, ciò
avviene perchè a
lui sono stali
presentali tulli rapporti
di un dato
oggetto, e lutti
gli ha sentiti,
ed a norma
di quello che
ha sentito egli
ha pure pronunciato
giudicio. Quando poi
cade in orrovo,
egli ha del
pari sentito tutti
i rapporti che
hanno occupata la
sua sensibilità; ed
a norma di
questo sentimento egli
ha deciso. La
differenza c derivata
dal non essergli
stati resi presenti
o tutti i
fattio tutti i
rapporti. o tutti
i molivi clic
dovevano provocare un
retto giudicio. 355,
Lo spirito giusto
o retto adunque,
coni7 ò troppo noto,
non predispone. uè
può predisporre i
dati relativi alla
cognizione della verità,
jlgli pròpriamente somiglia
ad un giudice,
d quale ammettendo
avanti al suo
tribunale chicchessia, senza
scelta od eccezione,
nonché le coso
tutte che si
espongono, si domandano
e si allegano,
pronuncia soltanto sullo
cose a lui
prodotto. 350,
Lev 3a qual
cosa, affinché questo
spirilo si avvenga
nel vero é
mestieri che le
occasioni e le
circostanze offra ng li tutte
le condizioni che
riescono necessarie al
buon discernimento. Dunque
le cagioni del
pratico giudicio di
veulà si risolvono
necessariamente sulle cagioni
che offrono alla
mente umana gl]
aspetti, lo connessioni
e le derivazioni
complete delie cose,
eh 7 è quanto dire
delle loro circostanze
estèrne. 5 35
i. Ora 1' ordine, con
cui le esterne
circostanze agiscono sullo
spinto umano, apparisce
alla nostra cognizione
puramente fortuito, e
perciò avvolge in
li aiti casi
di errore contro
una sola verità.
Dunque il lume
della ragione, ossia
lo spirito giusto,
non si oppone
in nulla alla
fallibilità frequentò dei
gin dici i
umani, foss’ ella
anche infinitamente maggiore.
Sii questo particolare'
adunque resi tranquilli,
proseguiamo le ulteriori
nostre osserva zio
oh Se richiamiamo
i doveri logici
dell’umano intendimento intorno
alla formazione ed
all’ uso delle
idee generali, veniamo
tosto a com¬ prendere
quanto numerose, gravi
ed estese siano
le occasioni dell’errore al di
sopra di quelle
che avvenir possono
intorno a qualsiasi
altro soggetto concreto o
speciale. Quanti sono
i doveri dell’intendimento sopra
di mi dato
soggetto, altrettanti sono
i generi delle
contrarie mancanze che
vi si possono
opporre. Queste mancanze
possono derivare da
infinite cagioni, e
mille maniere diverse
possono assumere. Perciò
siccome la buona
logica delle idee
generali è assai
più complessa e
delicata di quella
delle altre idee,
ed esige mol tiplici
e circospette avvertenze,
come si è
già veduto, cosl
gli errori che vi si
possono intrudere sono
per infinite mauiere
assai maggiori di
quelli che accader
possono intorno alle
altre classi di
cognizioni. 359.
INon e necessario
eh io entri
in una lunga
e specifica enumerazione
di siffatti casi;
poiché si scorge
tosto che dalla
loro prima formazione,
la quale e
opera dell umana
industria, dalla loro
apparenza languida e
indeterminata assai più
che quella delle
sensazioni, perchè risulta
dalla memoria e
dalle astrazioni, passando
alle classificazioni, alle
moltiplici avvertenze su
diversi loro punti
di vista, alla
dilicata loro economia,
fino a che
si giunga al
loro uso, non
solamente le cadute
nell’errore si possono
moltiplicare all’infinito, ma
riescono assai più
facili, e soventi
volte pressoché inevitabili.
Ciò si verifica
anche prescindendo dal
supposto, che la
serie delle idee
sia o no
l’effetto di una
fortuita combinazione di
occasioni, perchè nasce
dalla natura stessa
di siffatte idee. 360.
Per la qual
cosa siccome per
esse sole noi
ragioniamo, per esse
sole noi godiamo
dell intelligenza, per
esse sole propriamente
gli uomini ed
il Pubblico giudicano
dei fenomeni e
dei rapporti sì
fisici che morali.'
così dove più
importava allo spirito
umano di andar
sicuro dai falli
e dai vizii,
ivi appunto infinitamente
più grave, più
frequente, più nociva
e più estesa
incombe la probabilità
d’incontrare la rea
potenza dell’errore, purché
si supponga che il retto
giudicio della specie
umana in qualunque
tempo ed in
qualunque luogo derivi
propriamente da cagioni
puramente accidentali. 361.
Nella Sezione precedente
ho offerto un
breve saggio della
scienza dei diritti
e dei doveri
dell’attenzione, fu questa
ho incominciato a
tessere la storia
naturale di fatto
dell’indole e della
condotta generale di
lei in tutti
i tempi ed
in tutti i
luoghi, attese le
cagioni universali che
la dirigono. Per
la qual cosa
se paragoniamo quello
che gli intendimenti
fanno con quello
che far dovrebbero,
noi troviamo frapporsi
assai più di
distanza e di
opposizione fra il
diritto ed il
fatto intellettuale, che
fra il diritto
ed il fatto
morale. Gli uomini
per legge universale
hanno propensione a
riescire infinitamente più
ingiusti o colpevoli,
per dir così,
in linea di
giudici i, che in
linea di azioni
morali. Il fin
qui detto si
verifica nella supposizione
di un corso
fortuito e vago
di circostanze non
soggetto a verun
ordine fisso e
determinato. Ma questa
supposizione, applicata al
fatto reale, non
si verifica in
alcuna maniera. L’incertezza
versatile e casuale
degli avvenimenti che
influiscono sull’ economia dell’ attenzione da
noi supposta, non
risulta che dalla
pura nostra maniera
di contemplare l’ordine
delle circostanze operanti
sull’umano intendimento. Questa
maniera o deriva
dall’ignoranza nostra, prodotta
dall’ impotenza di penetrare
lo stato intimo
delle cose, e
di abbracciare la
catena immensa delle
cagioni tutte fisiche
e morali che
influiscono sul corso
delle nostre idee
e delle nostre
azioni; e in
tal caso ciò
non cangia per
niente lo stato
delle circostanze, com’egli
è in sè
stesso. Ond’è, che
potendo essere fisso,
sicuro, e fors’ anche
tendente a guidare
P intendimento umano alla
verità, sarebbe un
cattivo raziocinio il
fare illazione dal
tenore delle nostre
idee allo stato
reale delle cose. 363.
0 la maniera
anzidelta di riguardare
le cagioni influenti
sul1 economia dell’attenzione risulta
da una mera
considerazione astratta e
assai generale, in
cui si prescinda
da altre notizie
di fatto più
speciali, per altro
cognite; ed allora
volendo ragionare (senza
assumerle in una
precisa considerazione) del
fatto reale delle
leggi direttrici dell’attenzione umana,
si cade nel
grande e perniciosissimo vizio
di cui abbiamo
fatto parola là
dove offrimmo un
saggio della logica
riguardante le idee
generali. Ed anche
in questo caso
un tal modo
di riguardare gli
oggetti non solo
non toglie niente
alla situazione loro
reale, ma invece
reca in se
stesso un formale
difetto ed un
erroneo modo di
pensare. 364.
Ora per appressarci
al fatto, egli
è innegabile che se l’ordine
della verità è
fisso e determinato,
è pur anche
fisso e determinato
lo gog slato
e r ardine
ili successione delle
circostanze fra le
quali gli nomini
si ritrovano, 365.
Ciò non è
Lutto, Dobbiamo ritenere:
1.°che noi parli
amo del Pubblico,
0 perciò d’una moltitudine
dWinioi viventi In
society: 2.°cbe noi
parliamo di un
Pubblico die può
esser giudice o
buono o cattivo
di verità 3
e però dobbiamo
supporre una società
d* no ni
ini in un’epoca
dì ragionevolezza c d’
in civili mento,
c di moderata
celiava; 3,°che dobbiamo
contemplare questo Pubblico
iti quanto reca
un giudi ciò
comune al maggior
numero degli individui
clic Io compongono;
4.°che dobbiamo calcolare
quelle circostanze operanti
in Lutti i
tempi. In tulli
i luoghi di
in tutte le
materie, od almeno
su certe materie*
Dunque dobbiamo indagare*
prendere di mira
e valutare quelle
cagioni, le quali
uni versai melile
c costantemente sono
valevoli a determinare
c a dirigere
le cognizioni e
1 attenzione di
una società incivilita
d’uomini* ondo rilevare
se esse siano
tali da guidare
universalmente e costantemente
le menti umane
sulle v?già segnate
del cero* e
nella guisa che
il vero di
natura sua richiede
dah F umano
intendimento in ogni
tempo,, in ogui
luogo* e su
qualunque materia. 360.
Siccome però la
natura dell’ uomo non
cangia* nò per
conseguenza cangiar possono
le qualità naturali
dell’ attenzione* così quella
necessaria inerzia fisico-morale, preponderante
su I fai
ti vi là
del potere alti
vo* le altre
leggi essenziali all* indole
di lei, c
la procedenza proporzionata
dogli effetti dell1, umano
ingegno, noti cangieranno
giammai: tnlche sempre
ed in ogui
luogo e su
qualunque oggetto affermare
sì dovrà come
assioma evidente, che
poste le occasioni
delle cognizioni, ogni
eh ietto dell’attenzione umana,
e perciò ogni
operazione e giudicio
che ne deriva,
sia un risultalo
derivante in ragion
composta ch'ila forza
resistente dell’ inerzia fisico-morale, c
della forza comunicala
ffalPattivila altee dente
della mente umana.
3G7.
rùLenule così le
condizioni del supposto*
sul quale aggirarsi
debbono le nostre
considerazioni, veggi amo
primieramente quali siano
le generali circostanze
sociali apportatrici dei
lumi, c quali
le contingenze somministranti i
motivi dell’ alte azione,
e quale forza
e direzione da
queste contingenze venga
comunicata a siffatti
motivi; e fiuabìieuie
quali siano gli
effetti i quali,
combinando tutte queste
forze coll indole
e colle altre
leggi dell’umana intelligenza,
derivar ne possono
iti tutti i
tempi, iu tutti
i luoghi, e
su qualunque oggetto*
In tal guisa
emergerà U chiara
soluzione pratica del
gran problema propostoci
ad esaminarli =
che cosa gli
nomini, o dirò
meglio il Pubblico
possa dal cauto
suo eoa-Iribuire 5 onde
conoscere la verità;
=* e si
dedurrà, mercè una
evidente dimostrazione 5 se
quei giudicii di
lui, che si
aggirano su oggetti
complessi di riflessione 5
possano essere giammai
criterio di verità.
CAPO IX. Quali
possono essere in
società le costanti
e generali cagioni
dell’ istruzione umana ? Aspetto
della ricerca presente.
Dobbiamo primieramente indagare
se nello stato
delle società incivilite
esistano circostanze valevoli
ad apportare retta
istruzione alla massa
intera degli individui
che le compongono;
e nel caso
quali siano tali
circostanze. Certamente esse
risultar dovrebbero dalle
parti tutte della
società, e da
quei rapporti che
ingerir possono idee,
giudicii e lumi agli
uomini. Per la qual
cosa, siccome nelle
associazioni incivilite e
colte, oltre alla natura
fisica delle cose,
si riscontra la
famiglia, l’unione totale degli
uomini coi quali
si vive, le
leggi, il corpo
del governo, la
religione e i
ministri di lei,
le relazioni colle
altre società; le
quali sono tutte
cose, d’onde derivar
possono materiali ed
occasioni di lumi;
così esse riguardare
si possono come
altrettanti istruttori per
ogni individuo che
compone la colleganza.
370.
Il ricevere tali
cognizioni io lo
appello venire educato
nello spirito. Quindi
se da siffatte
cose egli riceve
cognizioni, riguardar si
debbe come educazione
intellettuale la trasmissione
dei lumi che
da esse deriva.
Perlochè è mestieri
distinguere: 1. ° Un’educazione
naturale, la quale
comprende anche V accidentale
concorso di quelle
circostanze speciali, le
quali talvolta eccitano
uel1 uomo inaspettate
connessioni, e le
quali, ben ravvisate
ed apprezzate, dimostrano
che l’impero del V accidente sulle
deduzioni e sulle
scoperte umane anche
intellettuali è forse
più esteso di
quello che comunemente
si possa pensare.
2. Si distingue
inoltre l’educazione domestica,
la quale abbraccia
quella che ricevesi
dalle nutrici, dai
parenti, dai compagni
e dagli amici,
che formano la
domestica società: dai
maestri, che dirigono
gli studii e
la condotta della
prima età} e
iu parte anche dalle
letture nostre^ vale a dire
da quelle che
dalla famiglia ci
vengono prescritte. Dopo
ciò viene l’educazione
sociale, la quale
risulta da quella
indeterminata serie d’infiniti
incidenti che ci
si presentano nel
vario commercio cogli
individui componenti la
città o la
nazione nostra. 4. °
Si passa quindi
a ravvisare l’educazione
politica, che in
noi deriva non
solo dai lumi
emanati dalla legislazione
e dagli stabilimenti
fissali alP istruzione relativa,
ma eziandio dalla
direzione degli interessi
comunicata dalla costituzione
e dairammiuistrazione del
governo, dal possente
esempio, dalla distribuzione
dei premii e
delle pene, dalle
decisioni civili, e
da cento altre
circostanze che agiscono
e reagiscono sull’opinione
degli uomini componenti
uno Stato. 5. °
Si scorge pure
esistere uu’educazione religiosa,
la quale abbraccia
non solo tutti
i dogmi sulla
natura e sulla
provvidenza della Divinità,
ma eziandio tutte
le dottrine appartenenti
al culto, alla
morale interna ed
esterna, al riguardo
dovuto a’ suoi miuistri,
e ad infinite
pratiche cui l’umana
istituzione può aggiungere,
onde conservarne, rinforzarne
ed estenderne i
sentimenti. Le quali
cognizioni noi riceviamo
indistintamente dalla famiglia,
dalla società, dai
ministri della religione,
dalle letture, dalle
leggi, ec. 6. °
Finalmente si aggiunge
pur anche Peducazioue
straniera, in noi
effettuata dal commercio
colle altre nazioni
o mercè i
viaggi latti dagli
individui scambievolmente presso
delle une e
delle altre, dalla
comunicazione delle produzioni
delle opere d’ingegno
e dell’arte, dalle
relazioni delle loro
gesta, degli usi,
delle maniere, degli
interessi, ec. 371.
Tutte queste forze,
tutte queste guise
d’istruzione in fatto
pratico non agiscono
separatamente o successivamente, ma
bensì per lo
più collettivamente, ed
a vicenda ripetono
e ripigliano la
loro azione: talché
in buona fdosofìa
di fatto conviene
necessariamente conchiudere, che
in generale Peducazione
umana nelle colte
società sia inevitabilmente un
risultato derivante in
ragion composta dal
concorso di tutte
le ricordale circostanze
accoppiate a quelle
del temperamento individuale.
Per la qual
cosa si scorge
quanto il più
perfetto sistema di
educazione domestica, eseguito
colla più completa
diligenza ed avveduta
sagacità, debba riuscire
frustraneo senza il
concorso armonico e
sistematico di tutto
il complesso delle
altre suddette circostanze,
le quali, come
l’esperienza il comprova,
hanno sì alto
predominio sullo spirito
e sul cuore
degli uomini. 3T2.
Quello però che
più specialmente giova
osservare nel proposito
presente si è,
che l’esistenza e
l’influsso di certe
speciali e private
cagioni valevoli a guidare gli
individui al retto
pensare o a
trarli in errore,
e delle quali
più accuratamente sembrano
essersi occupati i
precettori dell’arte di
pensare, non vengono
qui da noi
assunte in considerazione; essendo
noi guidali dall’indole
delle attuali ricerche
a contemplare quelle
sole che agiscono
sulla maniera comune
delle nazioni, poiché
ragioii in mo
del Pubblico. Quindi
noia arrestai! Jori
ur .sulle diversità
indlv ideali di
temperarne alo s
uà sullo accidentali
in fermi tu
fisiche o perni
arifinfi o pa$S*ggicr abuso n e3 Yordin ?
didb materie, e
nel n ic i o do il bp pi ic are a. u che
in ogni singolare
oggetto; il," abuso
uel conchittderQ e nel trarre
ì risultati. 398.
E per verità,
pressato dall" azione
composta della curiosi
Là e dell
inerzia, egli si
rivolgerà bensì alle
scienze : ma
fra molte offertegli
si appiglierà a
quelle dulie quali
a preferenza potrà
sperare maggior dih-Llo:
oppure se successivamente ve
n gang li
prèse li Late,
le rigetterà lino
a die tuia
ne ritrovi adatta
al suo gusto.
E non contento
di una sola,
die soverchiamente prolungata
in lui produrrebbe
noja o stanchezza,
si apprgliera. ad
altre senz altra
ragione die di
soddisfare sempre al
suo dòsideno col
minimo di fatica*
la Ira queste
avranno sempre la
preferenza quelle che
saranno animate dal
prestigio della novità
5 o dall’ idoleggiamento vago
della fantasia. 5
399. berciò Lene
spesso accadrà cintigli
mollassi a ricerche
te quali saranno per
avventura o del
tutlo inutili per
se e per li suoi
simili, o talvolta
eziandio del tutto
nocive; o di
un esito assolutamente
impossibile allo spirito
umano, perchè eccedono
le forze e
i limiti dell7 intendere suo
naturale; o di
un esito impossibile
relativamente, perchè io
spirito nou apparecchiò
preventivamente le condizioni
e le notizie
necessarie onde trarne
solido profitto. E
tutto questo non
è egli abusare
dell’attenzione nella scelta
degli oggetti? 400.
Io credo d’essere
in diritto di
riguardare come un
abuso nella scelta
degli studii nostri
l’applicarsi a cose
inutili, di cognizione
impossibile, ed assai
più a cognizioni
nocive a qualunque
oggetto del benessere
umano. Infatti se,
come ho accennato,
il principio animatore
e fecondante del
mondo scientifico è
l’interesse ben inteso,
cioè a dire
l’amore della felicità;
se questo motore
è comune anche
al mondo morale,
talché l’uomo pensa
per quegli stessi
impulsi pei quali
agisce: è pur
certo altresì, che
lo scopo dev’essere
perfettamente lo stesso,
vale a dire
la maggiore nostra
attuale e futura
felicità. E perciò
tutto quello che
uelle arti, nei
costumi, nelle fantasie
può contribuire a
procacciarci il bene
e ad allontanare
il male, si
dovrà riguardare come
vero oggetto dell’attenzione nostra,
ed altresì come
unico oggetto di
lei. Imperocché in
una vita così
breve, qual’ è quella
dell’uomo, e in
quella iufinitamenle più
breve la quale
è propria della
ragione, nou si
La spazio a deviare dalle
numerose cognizioni o
necessarie o utili
al benessere nostro,
e dal lungo
studio richiesto ad
apprenderle a segno
di esserne veramente
conoscitori. Io non
m’arresterò ulteriormente a
dimostrare questa verità,
dopo quello che
ne ha detto
Bacone nella sua
Logica, da lui
appellata Nuovo organo
delle scienze . 401.
Ilo detto in
secondo luogo, che
un indeterminato amore
delle scienze, per
cui l’uomo prediliga
fortemente, almeno per
un tempo proporzionato, quella
scienza a cui
si applica; e
tanto più la
prediliga, quanto e
più vasta e
difficile; sovente non lo guarderà
da una mala
condotta nell ordine
delie idee benché
utili, e da
un cattivo regime
nel contegno dell
attenzione. Infatti se
noi pensiamo quanto
quest’ ordine sia
necessario, si per
conoscere i rapporti
delle idee, che
per ritenerle ed
usarne con profitto;
noi sentiamo ch’egli
è uno dei
primarii doveri intellettuali. Ma
se osserviamo in
fatto pratico che
quest’ ordine deve
da una parte
angustiare 1 intemperanza
mentale, figlia dell’ingenito
amor del piacere
di aver molte
e variate idee
nello stesso tempo
per gustarne altrettanti
piaceri; c deve
dall’altra assoggettare l’uomo
ad uua forte,
prolungata e coliegaia
fatica-, a cui
ripugna la naturale
inerzia: noi troveremo,
anzi dovremo aspettarci.
Dell’ipotesi sopra immaginata,
di vedere l’uomoo
abbandonare dopo un
certo tratto di
tempo la fatica
intrapresa, ed applicarsi
ad un altro
genere di scienza,
e così dividere
l’ attenzione, cui era
necessario tenere senza
interruzione occupata sullo
stesso oggetto; o
se pure proseguirà
in essa per
qualche estrinseco motivo,
egli non vi
presterà che una
leggiera attenzione, ad
intervalli soltanto, o
in una guisa
disordinata. 402.
Da tutto ciò
emergerà l’abuso nel
conchiudere lo studio
delle scienze, e
nel trarne i
risultali. E per
verità, che cosa
si potrà mai
prevedere ch’esca da
siffatte disordinale o
malamente scelte occupazioni,
se non nozioui
inutili, ed anco pericolose, da
chi male trascelse
gli oggetti delle
sue riilessioni? se
non idee confuse,
dottrine imperfette, e
spesso connessioni precipitate
ed erronee in
tutti coloro che
non serbarono l’ordine,
e non impiegarono
il tempo necessario
ad imbeversi perfettamente
di una scienza
? Da tutto
ciò si deduce
che, in forza
delle leggi naturali
dello spirito umano,
a fine di
approfittare dell’
istruzione non basta
che esista una
disposizione favorevole delle
facoltà dal canto
dell’uomo: non basta
che esista un
vago interesse a
prò delle scienze:
ma inoltre è
d’uopo ch’egli sia
tale da eccitarci,
e legarci fortemente
e lungamente su di un
oggetto, fino a
che ne abbiamo
ben percorse tutte
le parti, e
ritenutine i risultali
per via di
convincente dimostrazione. Io
convengo che possono
esistere, come esistono,
eccezioni; ma per
ciò stesso che
sono eccezioni, non
entrano nei nostri
calcoli attuali, in
cui dobbiamo soltanto
valutare le cagioni
comuni. D’altronde esse
veramente formano un’altra
ipotesi. 404.
Questa e le
altre sopra ricordate
tre condizioni sono
quello che precipuamente
rendonsi necessarie ad
un Pubblico, ond’ essere
soltanto istruito da
altri, ed esserlo
come richiede la
verità e la
natura umana. Ora
veggiamo se il
Pubblico possa essere
in pratica a
ciò incamminalo. Riscontro
delle condizioni necessarie
all' istruzione scientifica
colla pratica possibile
del Pubblico . 405.
II supporre un
Pubblico, gl’individui del
quale in ogni
materia s’interessino talmente
da reggere coH’atleuzioue al
corso intero delle
parti che sono
necessarie ad esaminarsi
oude saperle cose
per dimostrazione: che
vincano gli ostacoli
interni cd esterni,
i quali s’
attraversano ai progressi
d’ogui ingegno onde
interessarsi per le
scienze: che siano
dottili sii una
tale perfezione di
facoltà da sostenere
un attenzione penosa
e ]uùga^ quale
richiedevi eli* apprendere le
cognizioni, e segnatamente
Jt; più utili,
le quali sono
per sè stesse
assai vaste e
complicate, che possano
essere giudiziosi nella
scélta, ordinali nella
distribuzione dello materie.
melodici nell1 esaminare
le parla successive
di ognuna, esalti
md coglierne e
ri Le nera
e tutti L
risultali: condizioni tutte,
le quali, come
abbiamo veduto, sono
esclusivamentenecessarie
all1 efficace e
completa istruzione: ella
è questa una
combinazione talmente singolare,
unica, e rara- che
nel calcolo delle
circostanze dì fattosi
dove computare come
una mera eccezione.
Chiunque mediocremente avverta
sul T esperienza Io
vede colla maggiore
chiarezza. Articolo I.
Delle condizioni necessarie
affinchè un Pubblico
possa essere passivamele
istm ito in pratica
su di un
genere ceciate di
cauzioni. Prima condizione:
riduzione detta idee
del genio atta
misura comune di
concepire, Ripugnanza
del genio a
questa riduzione ;
ostacolo alta pronta
propagazione delle véri
ho ^ 406.
E per verità
conviene supporre primieramente
almeno resistenza di un genio
che abbia recato
al massimo segno
di perfezione quella
scienza, intorno alla
quale gl7 individui della
società si debbono
istruire; altrimenti il
Pubblico sarebbe tuttavia
avvolto non solo
nella scienza imperfetta,
ma spesso eziandio
negli errori, come
si è veduto.
Nè precisa menti::
fissar si potrebbe
l'època in cui
egli ne potrebbe
uscire, essendo abbandonato
lo spirito umano
alle vicende dei
pregiudizi! per un
tempo indefinito 5
e che non
si può misurare.
Imperocché ò innegabile
che Lulle le
invenzioni ole scoperte
delle verità dipendono
in prima ed
efficace origine dall'
accidente ; ed
avanti di esse
non si può
da vermi noni o
con sicura fiducia
giudicare ili nulla.
Ora per ciò
appunto che si
deve far caso
dell accidente^ dobbiamo
supporre 1 avvenimento
di nu numero
non calcolabile di
errore 407.
Ciò non è
lutto. Alla praticabile
istruzione non basta
solamente che il
u o o più uomini
di genio abbiano
uff étto lo
stato intero di
una scienza; non
basta che abbiano
esposti i risultati
delle loro meditazioni;
ma è mestieri
inoltro clic Ir
scoperte loro vengano
corródale dalla più
minuta ed analitica
dima strazi cui
e, senza la
quale uno spirito
comune, ancora straniero
a quella scienza,
non saprebbe salire
all’ altezza dei risultali
ai quali la
forza dollà meditazióne
elevò la mente
scopri! vice. Di
tutto ricerchi: su lla
validità1 Dia giudichi,
eg ciò abbiamo
gta la Lio
parola. Ora questo
stesso qua alo
dev'essere raro aJ
in con trarsi
! Spiati la
latti gli uomini
dì geirio dalla
vivace celerilà di
pensare propria d’nu
cervello ben temprato,
c per lunga
meditarono akh Dialo
celle materie sulle
quali occupassi' avvezzi
a ve dii
Le estese *
disiiule dei rapporti
delle cose ;
e dall1 astratto
passando eoo vasto
e rapido volo
al concreto^ e
dui concreto all
astratto, senza bisogno
di fare lenta
pausa sulle idee
intermedie die coti
giungo no gli
estremi da essi
veduti d una
sola occhiala : mal saprebbero
piegarsi, e quasi
direi condannarsi ad
inceppare ed a
trascinare a ripetute
pause l’aUca/.iouc su di ognuno
dei piccoli gradi
necessari] a produrre
l 'evidenza nel limitatissimo
ed ancora ignorante
spirito altrui. Robusto
ed alto giovane
avvezzo al corso.
', che risento
i moti di
fervido elettricismo, non
dura egli fatica
a guidare per
mauo il debile
fanciullo, ed a
rallentare e restringere
i passi suoi?
Questa pena riesce
doppiamente insopportabile all'uomo
di genio ;
si perchè angustiando
sommamente la espansiva
sua forza, si
oppone all'abito eh* egli
contrasse di percorrere
velocemente moki estremi;
e si perché
bramoso di passare
a nuove vedute
(per quel bisogno
che risente og li i
intendimento attivo e
bramoso di pascolo,
soddisfatto dalle precedenti
ricerche), troverebbe nella
minuta istruzione una
fatica cernirò !' indole
sua, senza una
intrinseca ricompensa, ed
anzi una fatica
di effetto per
lui totalmente molesto,
lo prescindo da
un altro sentimento
spesso aggiunto dalla
vanità, il quale
è il desiderio
di far sentire
la propria superiorità.
40$,
Ora che I
uomo di gemo
generai mente agisca
contro tonti impulsi*
contro ÌI suo
stesso modo naturale,
è ella cosa
verosimile in natura
? o non
anzi il contrario
de veri calcolare
per regola certa
ed ordinaria? Qui
I' esame di
alcune delie rare
produzioni dei più
celebri uomini potrebbe
giovare alla co
a fermasi ione
delbasserrioo mia. Ma
io lo om metto, come
cosa che ogni
dotto leggitore conosce
di lunga mauci.
e che d’altronde
non è rigorosamente
necessaria. Che se
taluno si ritrovasse,
il quale dopo
le fatte scoperte,
pel desiderio d
essere utile a1
suoi slmili, scegli
esse pure con
tanto suo sacrificio
di assoggettarsi ad una cura
si minuta, e
per lui quasi
mecca Luca; questi
sarebbe certame uto un
vero eroe scientifico^
c riguardar si
dovrebbe conio una
eccezione assai più
rara del genio
stesso. D'altronde forse
ciò non sarebbe
utile ai progressi
dello spirito umano,
mentre quell attività
e quel tempo
ch'egli impiegasse a
sminuzzare io sue
dottrine poti ebbe
meglio rivolgersi ad
allargare l confini
delle sue scoperto.
Non contemplando pertanto
ulteriormente questi singolarissimi casi,
noi invece dovremo
supporre per regola ordinaria,
che il ridurre
le opere del
genio alla comune
capacità sia opera
di altri ingegni
ausiliari! e subalterni,
come dilfalti sempre
avviene. Scorgesi adunque
essere necessario per
regola generale di
natura, onde un
Pubblico possa approfittare
delle invenzioni del
genio, che esistano
siffatti ingegni, i
quali suppliscano agl’ intervalli delle
idee intermedie lasciati
da quello: ne
rischiarino, sviluppino, commentino
i profondi pensieri,
e li proporzionino
alla comune veduta.
41 1.
Ma quante condizioni
ancora si ricercano
affinchè questi ingegni
ausiliarii possano rivolgere
lo sguardo all’apparire
delle scoperte, interessarsi
per esse, ed
assumerne lo studio!
quante poi per
propagarle ed estenderle
al maggior numero
dei membri di
una società! e
quanti osta¬ coli conviene
ancora superare! Frattanto
l’impero della prevenzione
e della scienza imperfetta
si prolunga ancora
per un tempo
indefinito. 412.
E per verità
non basta che
il genio risplenda
di una nuova
luce per essere
preso di mira;
uon basta solamente
che una scienza
sia stata scoperta,
o aumentata di
nuove dottrine, perchè
venga coltivala anche
dal Pubblico. Vi
si ricerca di
più: è necessario
un motivo che
attragga l’attenzione comune
ad istruirsene, e
una occasione propizia
che ne inspiri
l’interesse. Questa precipuamente
si verifica solo
quando la comune
stima, nata dal pubblico
bisogno o reale
o fattizio, o
da un certo
spirito di sazietà
delle altre precedenti
cognizioni, attiri l’attenzione
di molti a
coltivarla. Gratuitamente non
si assume mai
fatica alcuna dall’ uomo.
413.
Quindi affinchè uu
Pubblico simile a
quello che qui
immaginiamo, il quale
in sostanza è
situato come una
repubblica letteraria, potesse
senza ritardo approfittare
delle scoperte del
genio, converrebbe che
si trovasse in
un momento in
cui il genere
delle scoperte del
genio stesso coincidesse
con quello sul
quale il Pubblico
si trovasse attualmente
occupato. Lo spirito
di moda diverrebbe
così utile alla
cognizione. Fuori di
questo punto di
coincidenza sono inopportuni,
benché maravigliosi ed
utili, i lumi
del genio; nè
di loro il
Pubblico fa pregio,
come di cosa
d’un geuere o
scaduto di stima,
o che non è attualmente
in ricerca. A fine
di sentire colla
dovuta estensione questa
legge naturale di
fatto dell umana
istruzione non ci
dipartiamo giammai dal
contemplare la maniera
semplice, unica e
primitiva con cui
si muove il
mondo morale; voglio
dire, in ragione
composta del bisogno
del piacere, e
della tendenza all’inazione.
Ma siccome questa
legge, inerente all’uomo
in tutte le
situazioni.per sè stessa
noa determina specialmente
effetto alcuno: cosi
conviene di mano
in mano vestirla
delle sue determinanti
circostanze di fatto.
Qui è mestieri
calcolarne Fazione, meulre
che si considera
lo stato necessario
delle facoltà umane,
ed i successivi
gradi di sviluppo
intellettuale delle nazioni
e delle vicende
del gusto, ed
in breve tutti
quc’ periodi nei quali,
sia originalmente, sia
dopo le scoperte
fatte, si effettua
la gran legge
dell’ umana perfettibilità. Articolo
II. Necessità della
coincidenza delle scoperte
del genio col
genere attuale delle
occupazioni del Pubblico,
prima condizione a
propagare senza ritardo
la verità. Se contemplo
lo stato delle
attuali società, io
trovo che il
bisogno dell’ istruzione, considerato
o come suggerimento
delPamor proprio onde
sgombrare la noja,
o come mezzo
nelle popolazioni incivilite
d’essere utile a sè o
aggradevole ad altri,
e quindi occasione
a sè stesso
o di ricompensa
o di gloria;
questo bisogno, dico,
è uno stimolo,
mercè il quale
molti individui si
applicarono dapprima alle
scienze; e dopo,
falli genitori, vi
avvezzarono i proprii
figli, o vi
furono anche spinti
dalla pubblica autorità
o dai privati
stabilimenti. Ma questa
situazione, tal quale
in oggi la
veggiamo, è un
fenomeno morale, il
quale presuppone la
esistenza e la
compostissima azione di
un numero vario
di possenti, durevoli
ed universali cagioni,
le quali agirono
nelle diverse generazioni
trascorse; e favorite
anche dalle casuali
combinazioni, collocarono le
società nello stato
dell’ intellettuale e morale
raffinamento in cui
ora si trovano.
41 8.
Ad ometto di
ben calcolare tutte
le circostanze e gli effetti
di queste lente
e proficue rivoluzioni
del mondo morale,
è mestieri distinguere
e ben apprezzare
due epoche; la
prima delle quali
riguarda le invenzioni.;
e la seconda
la semplice istruzione
intorno alle cose
ritrovate. 419.
La prima abbraccia
tutto quel tratto
di tempo che
dall infanzia delle
società si estende
fino all’ età della
loro ragione, quando
mercè i soccorsi
tratti dal proprio
fondo, dopo reiterati
tentativi ripetuti nel
lungo corso dei
secoli, o per
opera di qualche
straniera società, o di un
privato in cui
un concorso felice
di circostanze affrettò
lo sviluppo dello
spirito, o almeno
allontanò gli ostacoli,
le più rozze
popolazioni vengono fornite
d’ogni genere di
lumi onde conoscere
i rapporti del
mondo fisico e
del mondo morale.
In tal caso
non rimane ad
una siffatta popolazione
sa:ì i:\iq la
scelta fr a
1 Tarli rami
dello wcilji!e3 por
istruii ai quindi
in ognuno. Ora
questa svelta ralteri
di quell epoca
ebe rechiamo sotto
al nostro sguardo,
onde esaminarla nei
rapporti dell' istruzione e
della moralità. 4 30.
la da notarsi
però nell’ ordine della
natura la suprema
ed universale legge
della continuità- direttrice delle
forze dell’ amor propri»
e dell inerzia,
le quali producono
sempre un effetto,
ove siavi il
minim di forza
attiva. Mercè una
Lai legge nei
progressi del mondo
morale niente si
fa per salto,
ma il tutto
lo una .successione
più o meno
Ionia di gradazioni
fedelmente osservate; e
ciò forse per
la intima relazione
e connessione che
l’uomo, essere misto*,
ha per la
sua parte fisica
e oli* universa
materiale. Attesa una
tal legge non
si debbono considerare
queste epoche come
IraLli distinti e
staccati l’uno dall’ altro,
e come situazioni
le cui grandi
diversità si possano
verificare, soppressi tutù
i passaggi_lbu belisi
d’uopo contemplarle come
progressioni di cangiamenti
gradatamente eseguiti per
una insensibile e
sempre aumentata forza
o frequenza d'impulsi
eccitanti fumana attivila,
e rattemperati in
proporzione della forza
d’inerzia; ai quali
corrispondono poi altrettante
successive gradazio oi ili
effetti. 431.
Se la mente
del contemplatore divido
in certi spazi!
distilli1 tutta la
progressione continuata, e
per is f
li maIe gradazioni
di r ò
ce sì prò1
ungala; ciu fa
al solo fine
ili agevolare la
cognizione e Tesarne
delle pili contraddistinte situazioni .
Io quali a
certi intervalli diventano
visibili^ diversissime dalle
antecedenti; non altrimenti clic
nel molo lentissimo
deli Indice delle
ore di un
orinolo non si
può contrassegnare gli
spasa percorsi se
non dopo certi
intervalli, benché i
progressi siano senza
interruzione continuati. 432.
Per la qual
Cosa, mentre consideriamo
nello stato delle
nazioni l’epoca doIT
Immagina zio ne,
dobbiamo ritenere che
ila una parte
eliaci va a
perdere per gradi
hi se usi
bili dentro la
sfera della piu
diretta ed organica
sensibilità, e dall’altra
si confonde coITnurora
della ragionevole^ temperala.
Ciò avviene pure
ad ogni individuo
nella società (vedi
la noia all1
articolo precedente), Si
può dire in
certo senso, clic
la ragione comincia
lino dalla prima
Impressione delia nascita:
poi clic tutto
si opera mercè
una catena dì
cagioni Ida ciò
ai può vedere
la ragione di
quanto coll autorità
dì Bacone abbiamo
già sopra accmiuato
iu Ionio a
1 latta 0
catti è u
lo die molti
individui delle culto
socleLà hanno per
varie opinioni, le
quali danno pascolo
alta fantasia ;
poiché anclie nelle
cube società Rincontrano
parecchi, i quali
sono allo sLesso
grado di Umn
delle nazioni dominate
dalla immaginazione. 439,
Inoltre con liiui
fantasia si 1
ultamente agitata, e
ripiana deifi impero
di potenze or
benefiche ed ora
malefiche ^ nell ignoranza
delle loro indili
azioni 5 della
estensione delti:1 loro
forze e del tenore
del loro dominio,
la. quale lascia
un campi? Infinito
a fingersi ogni
specie di mali,
non altrimenti che
un timido fanciullo,
piena la incuto
della credenza degli
spettri e d’ immaginari! pericoli,
si finge mille
spaventose figure e
timori al fi
aspe Ito delle
tenebre: come mai
una società non
sara compresa dai
più violenti, più
frequenti e più
irragionevoli terrori. Quindi la
religione dovrà avvolgersi
ira tutte le
tenebre, tutti S
capricci e ì
delirii della superstizione ^ c
spesso del più
ardente e feroce
entusiasmo* Tremando, e
venerando ogni appare
ut e indìzio
dell in flueuza
della Divinità, il
quale una fan
Li sia rozza
ed esaltata fa
sempre ravvisare in
ogni fenomeno die
sembri alquanto straordinari
a. o nel
qua Irsi supponga
qualche connessione eolia
Divinità medesima, è
ben cosa naturale
die una popolazione
prestar debba cieca
fede alle Bilie,
alle Sibille, agii
oracoli di ogni
maniera, alle predizioni,
al pretesi predigli,
spésso abusare dei
dogmi della vita
futura. Quindi gli
augurii, le divinazioni,
le aruspiciuc, i
sacrifica di ogni
genereanche fercidj se
si sospettano grati
alla DivinilaQuindi per
ima guisa troppo
maturale di coki
porre le Idue
In ima maniera
analoga allo stato
dello spirito, quale
lo abbiamo ravvisato
in questa epoca»,
tuta nazione noi:
sapra ini marmarsi
altra Divinità che
uno o più
esseri soggetti a
tutte io passioni
deli* uomo, c
dotati di un
potere sterminato:, e»
quel eli’ è peggio,
la rivestiranno ili
Lulle le passioni
anche più sregolate,
meta* Ire m
tal epoca, come
tosto vedrà ssi,
non esiste altra
nozione di giusiizia»
ne altra morale,
die quella delle
passioni monlioatc della
forza, 442.
Impastata cosi la
Divinità dì un
aggregato dei più
assurdi attributi, datolo
un impero ed
una provvidenza a
norma anche del
vario genio dei
popoli ed a
norma del clima
stesso, ora si
farà intervenire negl*
affavi umani, si
esigeranno da lei
prodìgi], s* inventeranno le
prove giuridiche, si
farà pieghevole ai
doni, vendicativa, parziale,
sangui uam. e s
inventeranno anche stravaganze
feroci per placarla:
e ora stimmaginerà
neghittosa, ora voluttuosa
» ora guerriera,
ora astuta., c
fin antri ghiotta
c vorace ;
e a norma
del genio a
lei attribuito si
dirigeranno pim: gli
uomini nel loro
culto. Dal fin
qui detto pertanto
si rileva quanto
la nascita del
politeismo sia naturale
agli nomini ed
alle sassoni nell1
epoca ni cui
le contempliamo, senza
che abbisognino di
ereditarne le idee
Jr ime dalle
altre: e si
deduce altresì la
chiara a generale
origine dì Dilli
e sì stra vagan li
'culti) dei quali
è piena la
storia della Specie
umana. 443.
Por una legge
poi troppo naturale
al cuore umano,
e spesso inavvertita,
di spandere lo
ai fez ioni
nostre dal soggetto
principale die cc
lo inspira sovra
tutto ciò che
con lui ci
sembra avere relazione:
ai druKfai lama*
ai profeti, agli
auguri, al divinatori,
ed a tutte
in line le
persane giudicate soggette
in qualche guisa
all* Influsso o ài
comandi o al
culle delle pretese
potenze superiori, si
estenderà parte della
venerazione professata per
le potenze stesse
collo quali si
supporrai! no in relazione.
Sì temerà persino
d’ incontrare l’ira coleste,
se sì ardisse
dì dubitare ^
loro carattere: e
si riguarderanno perciò
come un ordine
superiore ed inviolabile
di esseri, sì
seguirà uno i loro impulsi,
sì iddìi dirà
ai loro comandi,
si ricorrerà ad
essi come ad
intercessori fra làn min
e le superiori
intelligenze, sì consulteranno
nelle sventure, $’
imploreranno i loro
consigli negli affari,
e sovente si
affiderà lóro il
destino politico dulie
popolazioni. Lcco i
impero teocratico ;
ecco la universale
crednliOt rinforzata dai
più temuti e
più reverendi vincoli,
mercè la quale
intuiti boni ed
inImiti mali si
possono preparare, produrre,
perpetuare in un
popolo. Se un
Z oro astro,
un Minosse, un
Licurgo, im Salone,
un IN urna,
un May* cu-capac,
un Confucio vivono
allora nel di
lei seno, lei
felice; ma se
vi esistono solo
valgavi druidi, lama,
bonzi, muftì oc.,
in tal caso
per serie indefinita di
secoli f se
pure la commista
d’ mi popolo
straniero doti vi
si frapponi) la
sorta della nazione
sarà di bruteggiare
ncIL ignoranza, di
tremare ira le
angoscio delta superstizione, e
di gemere sotto
il peso del
des poliamo. In tale
situazione questa congrega
di fanatici, d5
impostori, di ambiziosi,
di malvagi, come
non avrà il
più forte e
durevole interesse di
perpetuare il proprio
impero, perpetuando nei
popoli quell' ilIasione sulla
quale è fondalo
ì Come nou
daranno estrema importanza
al rispetto verso
il loro ceto,
al bendimi resi
alle loro persone:
e per Io
contrario pretenderanno gravissime colpe
le trasgressioni e
la uoncurauyjq non
senza l’artificio d’essere
ad un tempo
stesso rilassali uri
più importanti doveri
della morate? Dà
questo tenore sarà
in quest’epoca (come
la storia di
Lutti i paesi
ce lo prova)
la religione delle
più rozzo società, Vi 4,
Da questo solo
si potrebbe agevolmente
prevedere quale esser
possa lo stato
della monde e
della legislazione^ la
quale non è
in sostanza die
la morale stessa
m unita di sanzioni
umane, avvalorala cogl’ in
li ressi politici, colle
abitudini, colle precauzioni,
e colla forza
unita. LìuIlton ha
osservato giudiziosamente, che e ove
la religione è
imperfetta, ivi la
politica società e
tutte le leggi
deggiono essere del
pari imperfette. La
religione altro non
è che ima
sublime filosofa, uè
ver un uomo
potrebbe vantarsi d’essere
eccellente nelle scienze
politiche, se prima
la sua mento
non fosse rischiarata
cd ampliala dalle
istituzióni della teologia;
imperocché un errore
di religione trae
mai sempre seco
il guasto nelle
leggi, » (Storia
d Inghilterra^ Leti. 11.)
Ma senza ciò,
consultando i lumi
della ragione c
i fatti della
storia, troviamo elio
in quest’epoca 1’ uomo
viola i più
importanti doveri della
morale socievole, per
quella stessa ragione
fondamentale per cui
nel l’epoca antecedente,
limitato ai primitivi
bisogni, uon Ei
poteva pressoché mai
uè praticare, uè
trasgredire. P rosegli imenla
deli1 darne della
seconda età della
società relativamente all*
istruzione umana* Della
mortile delle nazioni.
Sono costretto ad
arrestarmi sul proposito
della morale delle
nazioni m quest’epoca
più ch’io uou
vorrei, e abbandonalo
per un momento
bordine progressivo delle
presenti osservazioni, debbo
salire più alio
al principii teoretici
rii filosofia- onde schiarire
e convalidare ed
estendere i risultati
derivanti dal [Esperie
p?.a delle nazioni.
A ciò vengo
astretto non lauto dall
importanza dell argomento,
e dalla sua
affinità a queste
ricerche ? in
quanto egli formi
una delle materie
sulle quali cade
più spesso il
giudicio del pubblico,
ma eziandio perchè
non essendo in
molli peranche spento
il pregiudizio, per
vicinissime relazioni cognato
del teosofismo, cne
la comune degli
uomini possa sicuramente
giudicare della morale
senza l uso
del raziocinio, e
per un senso
o per un
istinto da Dio
preparato, ciò urterebbe
di fronte la
soluzione da me
addotta del quesito
proposto e le
ragioni allegatene. Quindi
assumerò per un
istante i loro
sentimenti, e li
rinforzerò di quelle
prove che li
possono almeno apparentemente convalidare.
Il lìu qui
detto (taluno opporrà)
se verificar si
può sotto uu
aspetto, sembra non
aver luogo sotto
un altro: anzi
ripugnare all’ordine provvido
della natura. Concediamo
(si proseguirà) che
ad acquistare la
cognizione della verità
le occasioni presentino
alla mente gli
oggetti, e che
1 attenzione umana
si adoperi su
di loro in
tal guisa da
cougiungere e separare
i rapporti apparenti
delle idee in
un modo del
lutto corrispondente alle
convenienze ed alle
ripugnanze reali delle
cose. Ma che
perciò? Dunque non
si potrà giudicare,
almeno delle materie
morali, che col
solo mezzo dei
lunghi giri del
raziocinio, delle lente
spinte dell’analisi, e
del penoso procedimento
dell’ induzione ? Poniamo
che una legge
generale e costante
somministrasse in natura
le occasioni opportune
alla mente umana,
ed inspirasse un
forte interesse a
considerarle; e che
la direzione di
questo interesse, in
forza della costituzione
naturale dell’ uomo
e delle altre
preordinazioni della natura,
piegasse l’altenzioue giusta
le vere ripugnanze
o convenienze delle
cose, senza che
fosse d’uopo fare
altri confronti per
comprendere la verità
e disceverarla dall’errore.
In tale ipotesi
è chiaro che
gli uomini presumere
si dovrebbero sicuri
scopritori e giudici
del vero, meno
per scienza che
per sentimento,* e
quindi il loro
comune giudicio apprezzar
si dovrebbe generalmente
qual fermo ed
infallibile criterio di
verità. Infatti, se
egli non fosse
tale in forza
di raziocinio e
di dimostrazione, lo
sarebbe in forza
della irrefragabile autorità
della natura. Ora tal
è la condizione
dell uomo rapporto
alle verità morali
Imperocché se dapprima
si riguardi Y
ordine di natura,
i rapporti del
i|Liale vengono appunto
espressi dalle verità*
le quali non
uè sono clic
i risultali di
cognizione, e si
supponga che la
natura non abbia
voluto liiy\ n-, hi
vano : sì
deve certamente supporre
che ne abbia
altresì divisala V esecuzione.
Quindi giudicandola provvida
ed antiveggente, si
deve pur supporre
clic abbia preordinata
le cose in
guisa, die questa
moltitudine ih esseri
umani debba essere
spinta efficacemente, sulle
tracce da lei
segnate. per mezzo
di quelle facoltà
stesse dì cui
ella li fornì,
e per le
quali si muovono
lu tutte le
altre loro 1
unzioni. 448,
Pertanto ella doveva
fornire all’ intelligenza
loro quelle occasioni*
(Fonde eglino .trai1
potessero la cognizione
delle di lei
intenzioni ; ed
al cuor loro
quegli stimoli, ui
forza de quali
secondar dovessero i fini volali
da lei. e
fuggire I lini
da lei proscritti.
Ecco infatti le
sanzioni naturali annesse
alla pratica delle
leggi della natura,
il benessere consunto
all'osservanza loro, e
il disagio che
no segue l1
inosservanza; ecco Fani
tir proprio fatto
F unico e
glande motore nelF
esecuzione debordine morale
di natura: ecco la legge
naturale inscritta nel
cuor dell'uomo: ecco
t doveri, i
diritti, le virtù
ed i vizi!
uou ignorati: ecco
ì fondamenti di
una morale sperimentale^
niente dissimile, sotto
dì un aspetto,
da una fisica
speri mentale, 440.
Per tal motivo
adunque, trailo dalla
provvidenza c dall
ordine delle cause
finali della natura*
esister deve cella
costituzione umana un
comuno lo u
d a me1lto,
pe r il
quale i n
morale de b
b ano gli
uomini, senza uso
di teorie ed
lu forza di
sola esperienza e
di sentimento, pensare
uniformemente e pensare
con verità .
laiche F errore diventi
una pura eccezione .
450,
Da ciò inoltre
si vede come
indie materie di
morale, e per
la stessa ragione
nelle altre cose
lutto elio per
se stesse costantemente
interessano il genere
umano, le massime
particolari, le quali
sono 1 espressione
d altrettanti guidimi
sugli effetti, debbano
procedere i sistemi,
e le isolate
osservazioni e gli
aforismi assoluti debbano
precedere lo teorie,
ludi nascono i
proverbii delle nazioni,
indi le sentenze
e gli a
poi Log mi
dei savii, avanti
ebe nascano lo
loro dimostrazioni. Così
le conclusioni dei
raziocìnìi precedono la
comprensione r la
esposizione dei principi!
generali. Ma lutto
ciò senza temerità, e
per una sicura
mossa della natura.
Del senso e
tildi' istinto murale.
4«>
I. I seguaci
di IIuLcbesou, c
degli altri filosofi
dell istinto molali
* mi sapranno
forse buon grado
di’ io abbia
presentalo da un
lato assai vantaggioso
la loro opinione
prediletta. Alò nc.fi è possano
essere pm sicuri
eli’ io ne contemplo
tutto il tenore,
uou credo inutile
di esporlo. Il
dottor Hutcheson si
propose di provare
che l’uomo è
dotato di un
senso morale. Egli
appellava con questo
nome una facoltà
della nostr’anima di
discernere prontamente iu
certi casi il
bene ed il
male morale per
una sorta di
sensazione, e per
un gusto indipendente
dal raziocinio e
dalla riflessione. 4o2.
Gli altri moralisti
lo appellarono istinto
morale (e d altri
sesto senso ), il
quale è, come
dicono essi5 una
inclinazione o tendenza
naturale che ci
porla ad approvare
certe cose come
buone e lodevoli,
ed a condannarne
certe altre come
malvagie e biasimevoli,
iudipeudentemente da ogni
riflessione. Fra questi
sentimenti vieue annoverala
la compassione ai
mali altrui, la
gratitudine ai beneficii,
la benevolenza sociale,
1 indignazione all
ingiuria, o al
racconto di una
iniquità commessa contro
un nostro simile. L’ origine di
questo sentimento si
attribuisce a Dio,
che ha costituiti
gli uomini in
questa guisa, e
che ha voluto
che la nostra
natura fosse tale,
e che noi
fossimo affetti in
questa maniera dalla
differenza del bene
e del male
morale, come lo
siamo dalla differenza
del bene e del male
fisico. La ragione
poi ossia il
fine per cui
Dio fornì l’uomo
di questa specie
d istinto comune
si è. ch’egli
si determinasse più
fortemente e più
piontamenle in tutti
que’ casi nei
quali la riflessione
fosse troppo lenta,
mentre i bisogni
pressanti e indispensabili domandavano
che l’uorno fosse
condotto per la
via del sentimento,
il quale è
sempre più vivo e più
pronto del raziocinio.
Ecco in compendio
la dottrina dei
difensori del senso
o del1 istinto
morale, la quale
ha avuto ed
ha tuttavia seguaci,
e venne esposta
come vera anche
in un libro,
del quale i
dotti di una
celebre nazione pretesero
di fare un
ampio deposito delle
umane cognizioni, e
come il fiore
più scelto dei
lumi del secolo
( Encjclopédie, Art. Sens
inorai ). Del senso
comune. 45
G. lo
non credo poi
di dovere aver
lite coi difensori
del senso cornane.
Basta ch’io esponga
le loro idee
e le loro
pretensioni per far
sentire che fra
noi non vi può essere
contesa. Per senso
comune s’intende la
disposizione che la
natura ha posto
in tutti gli
uomini, o manifestamente nella
più parte di
loro, oude giunti
all’ età della ragione
recassero un giudicio
uniforme e comune
sopra differenti oggetti
dell’intimo senso della
loro propria percezione:
giudicio che non
è la conseguenza
.ti aleuti altro
principio anteriore. Oud’ ò5
i lio questo
senso comune sopravvieuc
all1 uomo dopo
la fanciullezza *
ossia dopo 1’
educazione della prima
ria ; e,
a senso dei
filosofi, versa intorno
a quelle elio
appellatisi prime verità,
457. Eglino però
ammettono*, clic fuori,
di queste primo
verità si verifica
la legge o
l'assioma comune, die
la verità non
e per ìa
moltitudine ì il
glie si verifica*
dicono essi* io
lutti quei casi
5 ove sì
tratta dì impiegare
Fallendone e la
combinata. riflessione, di
cu! la molli
Ludi ne non
è capace. Ma
nelle altre verità,
die appellammo verità
prtme9 può aver
luogo certamente Feltro
dello comune, che la voce
del popolo b
voce dì Dio j
la quale nello
cose di puro
fatto eziandìo si
può* come vedremo
più sotto, con
certe precauzioni cri
lidie verificare* 459.
Ridotte pertanto così
le cose, e
ammesso questo senso
comune $ che
io non saprei
negare in un
Pubblico incivilito e
ridotto al periodo
della ragionevolezza 5
per la ragione
che deve esistere
un fondamentale carattere
comune die lo
faccia riconoscere per
tale ; e
questo dev’essere it
possesso almeno di
certi principi! generali
e primarii della
ragione^ acquistati per
una serie di
molli avvenimenti anteriori;
ammesso*, dico*, questo
senso connine, non
servirebbe non basta ancora
per lare del
giu dici q
del Pubblico mi
criterio di veriisV
in tutte le
ricordate materie, e
clic anzi tutto
è fonda Lo
sopra imperfettissime nozioni.
E
per procedere cou
ordine e con
efficaci1 persunsiQne io
dirò in prima
delle cose morati^
iodi a suo
luogo di quelle
che ap. pellami
dì semplice pus
io. Articolo 11.
Osservazioni generali iti
risposta alla precedente
'obbiezione. 40
G. Si
vuole primieramente clic
il Pubblico possa
essere giudici; competente
e sicuro delle
cose morali^ o
si vuole clic
lo sia mm
pei nziocinii teoretici
o acquisiti, ma
per mi scali
meato sperimentale. Ora
io osservo die
qui si suppone
resistenza reale d*una
cosa ili fiuto
$ cioè d
un istinto morale
qual legge di
natura coni uno
alla magginr parte
degli uomini. /.Gì,
In tale supposto
c cerLo ìu
buona logica, che
il filosofo davi'
ragionare col sussidio
àeW osservazione ;
altrimenti non vi
sarebbe pi confine
alla smodata licenza
delle mere ipotesi,
delle congetture, deb
ie illusioni e
delle chimere s nò
distinzione alcuna solida
fra la ve/UJt
i1 V errore.
Ciò posto,
egli non deve
ammettere resistenza di
cagioni la* comprensibili, confuse,
e di pura
eccezione, quando dai
fatti «Lussi piai
trarlo ciliare, noie,
regolari, e fondato
iu una comune-,
semplice o primaria
logge della natura*
Sarà sempre arbitraria,
capricciosa e nulla ogui eccezione,
a cui la
cognizione delle cagioni
note delle cose
non ci aloni
di ricorrere Questi
sono pr incipit logici
di una lorza,
di un evidenza
e dì un
estensione, che ogni
uomo di buon
senso non saprebbe
nvpcìiru in dubbio.
469.
Ora, mercè un
altea lo esame
della natura umana
e dei rap
porli costanti di
lei, sì giunge
a scoprire eli
e luLti i
fenomeni a L
tribù ili dal
patrocinatori de! senso
morale sono pure
derivazioni acrjuìsife derivanti
dall azione combinata
delle circostanze esterne
e delle laeolia
uma¬ ne 3 al
pari delle akre
nozioni ed a Ile zip
ni clic al
senso /fiorale unii
si fanno appartenere. E non solamente
si dimostra come
nascano, crescane e
si estendano, senza
ricorrere ad altrg
eccezioni c finzioni
confuse; ma, quel
cìFè più, si
dimostra coi fatti
positivi, più moltiplicali,
pìb cevh 0
più generali della
storia scrìtta di
tutu i popoli,
clic h esistenza
e E forza
di siflaiti sentimenti
in fatto pratico
deriva interamente dall* azione
r dalPordine delle
circostanze de termi
nauti F umana
sensibili Ln. 470,
Dunque non solamente
si deduce che
la dottrina del
senso morale è
puramente gratuita, a
nti di oso
fica e nulla,
in linea di
ragione, ma. quel
cìdè più, positivamente
falsa, e ripugnante
alla verità di
fatto ♦ 471.
Chiederei volentieri ai
sostenitori del senso e deli'
istinto morale, se
abbiano mai ridotto
il loro uomo
a quel putito
di semplice considerazione, in
cui era d’uopo
assumerlo per dar
forza alle loro
prove. Lo hanno
eglino spogliato dì
tutte le acquisizioni
dell’ educazione} della religione,
dell1 istruzione sociale^
deli’ esempio *
delle abitudini ^
e ridotto allo
nude sue facoltà
abbandonate alla natura,
onde scoprire se
gli effetti che
vergiamo negl’ individui delle
culle società siano
prodotti dell1 istinto
o di un
sesto senso, o
non piuttosto dell1
educazione? Ciò era
pur d'uopo di
fare, per non
essere esposti al
rischio dì attribuire
ad una cagione
puramente supposta effetti
realmente derivanti da
altre conosciute sorgenti:
e conveniva anche
escludere l’azione di
queste note cagioni,
o almeno dimostrarla
totalmente inefficace a
produrre gli effetti
che attribuir si
vogliono al senso
/fiorale. Ma eglino
si sono limitati
a considerare 1
uomo la! quale
si trova nelle
culle società, o
almeno in uno
stalo in cui
egli è già
rivestilo delle abitudini
àe\Y educazione $
poiché certamente nel
perìodo dell' infanzia,, e
cosi anche nell' isolala
vita selvaggia, non è
nè morale, nè
immorale. 5 472.
Ma venendo dire
Ita m cute
all'esame dei fondamenti
della ricordata opinione,
io convengo di
buona voglia che
la natura abbia
divisato l ordine
morale, che ne
abbia voluto P
esecuzione, che uè
abbia preparati i
mezzi; ma che
perciò? Dunque dir
sì dovrà che
precisamente abbia voluto
seguire le tracce
disegnale dal capriccio
di alcuni filosofi?
T\on era dunque
possibile altra sarta
di mezzi, die
quella immaginala da
questi enigmatici creatori
di istinti? 0
almeno un’altra maniera
di econonna non
era forse più
conforme alle viste
complesse dei grandi
suoi disegni ?
E quando mai
sì correggerà la
viziosa maniera di
trarre illazione dal
metodo nostro di
ordinare le cose
a quello della
natura? E Imo
a quando temerariamente si
ripeterà s questo è
utile, questo è
ragione-» volo; dunque
la natura lo
ha fatto? Perchè
non dire invece:
questo fu fatto
dalla natura; dunque
è utile e
ragionevole? fi i
L Se dovessimo
argomentare nella guisa
oppostaci, con pari
diritto dir potremmo:
la natura ha
destinalo fuorno alla
ragionevolezza ed alla
scoperta delle verità:
dunque Pilorcio è
sempre infallibile ne
suoi giudicib Qual
differenza di titolo
indar si potrebbe
fra queste due
conseguenze ? Il
principio, da cui
si deducono* è
Io stesso. 47 4
E che giova
che il Pubblico
si arrogisi il
giudicio delle coso
Tom, I. 55
h i morsi?
Frova ciò forse
eli’ egli ne giudichi
per istinti)? Prova
ciò forse et’ egli
m sin giudice
infallibile ? Esclude
ciò per avventura,
che risicatone. r
educazione, hi religione,
F esemplo, le
abitudini noti lo
possano porre in
grado di recare
le decisioni ch’egli
pronuncia? ilo forse
io proteso ch’egli
sempre commetta errore
ne5 suoi giudici i?
e quindi die.
istruito s peci
alme ùle dal
progresso dei lumi
ragionati sparsi in
lui per credenza
e per tradizione,
non possa giudicare
sanamente della morale,
del bello e
del merito? Non
lio io accennato
più sopra le
fonti da cui
derivano i lumi ?
Ma in questo
caso il Pubblico
ammette le cose
più per credenza
e per imitazione,
che per un
discernimento interno o
per raziocinio: doveché
uelPaltro caso egli
le conoscerebbe come
per una ispirazione
rispettabile ni in
Fai Ulule della
stessi natura. Nel
primo caso egli
non reca un
giti dienti proprio .
ma altrui: ed
in tal guisa
rac conaio dato
alF altrui autorità, che
in lui riguardar
si deve più
per una preoccupazione ossia
per un pregia
di ciò, die
corno un sentirne
uLo di intima
pr ovata pe rs uision o . 475.
Cosi adunque ridotti
i suoi giudicii,,
resterebbero esclusi dall'ipotesi
che combattiamo. Ma
non constando die
le abitudini e
le pieImi sioti
i del Pubblico
possano per se
sole riguardarsi come
diritti derivali da
un titolo proprio
in Ini riposto,
e racchiuso nel
suo propri*} landò* ad
esercitare ]’ impero
de! giu die
io e delFopimcue,
perciò non è
necessario eh" io
mi trattenga ulteriormente
a dimostrarlo, o
ciò io ritorni
ad occupa r mene
dappoi. 470.
Sembrami che questa
risposta .sommaria potrebbe
bastare a far
sentire { almeno ia
generale) la nullità
della con tra
ria dottrina, ^
amando io di
porre in chiaro
lume Ferì ore in mia
maniera più proficua
a IF istruzione 9 vale a
dire col dimostrare
la opposta verità,
c di svolgere
chiaramente Lotta la
catena delle idee
imperfettamente presentate, e ai tessere
l’origine naturale dei
fenomeni morali, V
ignoranza della quale
fece all’orgogliosa ed
impotente curiosità immaginare
un cieco istinto!
io mi accìngo
ad esporre succintamente
dapprima il comune
e nolo principio
delle affezioni tutte
del cuore umano,
che e l- amore
della j elicti unico
ver a Sènso
ed istinto morale
^ come richiede
la legge del
raziocinio. Indi mi
sforzerò di far
vedere che quelle
affezioni stesso virtuose
e sociali, che
si all riha
irono allVjtfmfiK sono
semplici e naturali
atispnsizio ni risultati
I i dalle
circostanze, e si
vedrà come nascono:
c che del
pari tutte le
viziose discendono dallo
stesso principiti. fi
477. Premésse queste
osservazioni generali, comuni
a tutti i
icmj'ù a tutti
i luoghi, a
tutte le circostanze,
perchè emanano iramediatamea^ dalla
chiara, provala e
conosciuta costituzione della
natura umana, e
dalle circostanze di
fatto necessariamente inerenti
a lei; si
potrà indi agevolmente
passare con una
precognizione chiara di
principii a determinare
quale esser debba
la morale tanto
di giudicio quanto
di pratica delle
nazioni poste nell’ epoca
dell’ immaginazione di cui
ragioniamo: le quali
se, così dedotte,
saranno conseguenze vere,
saranno pur anche
conformi alla storia
di tutte le
società situate in
un simile periodo;
e mercè tale
coincidenza confermeranno le
mie teorie, e
rovescieranno opinione da me impugnala.
Così tutto sarà
tessuto e ridotto
a quella vera
unità sistematica che
si trova sparsa
nel grand’ordine della
natura, e si
potrà da tutte
le cose antecedenti
ricavare un saggio
della storia dello
spirito e del
cuore umano in
quest’epoca. Articolo III.
Amor proprio. Sua
indeterminata direzione . Conseguenza
sul carattere morale.
478.
E indubitato che
i sentimenti morali
sono nell’uomo meri
efjetti, che riconoscono
una propria cagione.
Ora questa cagione
esiste o nell’uomo
solo o nelle
circostanze, o nell’uomo
e nelle circostanze
congiuntamente. Ma
l’uomo non è
nò può essere
giusto od ingiusto,
virtuoso o malvagio,
se non a
proporzione che trova
un sentito interesse
ad esserlo. Egli
nasce colla sola
tendenza ad essere
felice, la quale
si determina a
norma delle circostanze,
o, a dir
meglio, degl’interessi inspiratigli
dalle circostanze. Non
si può dunque
dire in astratto
che l’uomo sia
naturalmente o buono
o malvagio; ma
bensì egli si
deve dire indifferente
all’ una e all’altra
cosa. Se
dunque è vero
quanto asserisce Machiavello,
che in politica
tutti gli uomini
si debbano riputare
cattivi, ciò non
può avvenire se
non perchè il
concorso delle ordinarie
circostanze o interne
o esterne ilelle
società sia tale,
che faccia riuscire
il cuor dell’uomo
vizioso. 480.
Nelle sole circostanze
adunque operanti sulla
natura umana si
deve ricercare la
cagione, sulla quale
in ultima analisi
vada a risolversi
1 origine del
carattere morale della
specie umana. L’ uomo non
è nudo spirilo*
ma nasce coir
ingombro di una
macchina, a cui
per conservarsi* per
crescere e per
propagare è mestieri
di molti pimi
soccorsi esterni, dell’ esigenza o
della superfluità dei
quali la sensibilità
viene avvertita mercè
11 bisogno* la
sazietà o il
dolore. Così bnomo
si può dire
che nasca con
certe occasioni 7 che
determinano la sua
tendenza a procacciarsi
il benessere. ò82.
Quindi v chiaro
ciò ci nasce
colla tendenza a
conservarsi, e perciò
a respingere ogni
nocumento*' quindi V
amore alla consertali
trae, rodio aìF
ingiuria, V impulso
alla difesa. 483.
Ei nasce colla
tendenza a nutrirsi,
a difendersi dalle
iugiurh delle stagioni e
degli animali, e
a propagare la
sua specie; e
quindi col desiderio di
possedere gli oggetti
al Li a
soddisfare a siffatte
intenzioni. Quindi il
desio del dominio
delie cose, del
co/ìkh'zìo coll* altro
sesso, t della
libertà di procacciarsi
il proprio vantaggio.
484,
Ei nasce con
nna macchina che
tende come LiilLi
gli altri cor"
pi all inerzia,
no si muove
che a proporzione
degE impulsi che riceve
o dagli oggetti
esterni o dallo
spirito; e ne
ritiene le impressioni,
e ripete i
suoi proprii movimenti
con maggiore o
minore facilità, a
proporzione che sono
più o meno
ripetute le proprie
azioni o le
impressioni esterne, e
giusta le loro
maniere. Quindi nasce
V imitazione: quindi
si formano le
abitudini; quindi [a
loro forza sulla
natura, il loro
durevole impero sull*
nomo, la loro
ostinata resistenza a
cancellarsi; quindi i
caratteri individuali, quei
di famiglia, di
provincia, di nazione.
485,
Ciò non e
tutto. Siccome il
corpo umano è uu automa
di una compostissima
costruzione, le Cui
suste molto esercizio
affatica, c molta
quiete rende piu
inerii e rilassate:
così V uomo
nasce con una
tendenza aJEazione in
certi tempi, ed
iu certi altri
tempi al riposo.
486.
Inoltre., siccome egli
non è un
Dio da bastar
sempre a sè
solo, così abbisogna
spesso del soccorso
altrui anche nell’ esercizio pieno
delle sue forze;
e provatolo utile,
viene spinto a
desiderarlo ed a
procacciarselo, Perciò volendo
accoppiare il massimo
di comodo e
di piacere cui
minimo dr incomodo
e di dolore,
egli appetisce piò il soccorso
altrui che il
proprio lavoro^ e
il dominio uuito
delle cose e
delle persone più
che il dominio
delle cose sole.
Quindi scorsesi in
generale 5 die
Pamor proprio d'òguì
individuo trasportalo in
società è un
centro dì attrazione
che tende ad
appropriarsi il maggior
numero possibile di
beni e di
servigi; e che
Para or proprio
d'ogni altro simile.,
per la stessa
ragione, tende dal
cauto suo ad
attirare a sè
con egual forza
i servigi di
tutti. 5 488.
Da dò deriva,
come da sua
prima fonte, Pamor
delle ricchezze, del
potere, del comando
e della riputazione,
che serve alP
uno e all’altro:
e che eziandio
solletica piacevolmente la
sensibilità e per
la prospettiva dei
piaceri che prométte,
e per una
ripetuta testificazione c
compiacenza della perfezione
che si possiede.
Da ciò eziandio
si vede quanto
questi sentimenti siano
connaturali alla specie
umana, 489,
Per la qual
cosa è chiaro
quanto l'uomo sia
naturai mente amante
solo di sè
: e che
per sè solo
egli opera anche
quando agisce a
prò dT altrui, benché
di ciò egli
por avventura non
s’avvegga* È pur
chiaro quanto il
bisogno sia necessario
per indurlo ad
operare a prò
della colleganza; cosicché
se ['istituzione della
società fosse un
oggetto rii mero
arbitrio e non
dì necessità, non
si sarebbe mai
effettuata socieLà alcuna*,
anzi non sarebbe
mai stata possibile.
490.
Il grande argomento
adunque che rimane
tuttavia a discutere
si è. fino
a qual segno
naturalmente l’uomo si
presti al soccorso
altrui, fino a qual seguo
egli aspiri a
soddisfare le proprie
brame, e fino
a quando egli
rimanga inerte; e
d onde finalmente
si debba ripetere
la cagione dell
eccesso o del
difetto, o dell'aberrazione de’ suoi
affetti e delle
sue azioni. Articolo
V* Delie affezioni
sociali virtuose* Loro
origine, 491.
Se contempliamo i
reali bisogni dell1
uomo, noi scopriamo
cb essi sono
veramente imperiosi; ma
sentiamo del pari*,
cito sono pur
anche assai limitati^
nè esservi uopo
di molto a
soddisfarli. Ond’ è chef
sollevato che sia
l’uomo da tali
bisogni, gli può
rimanere ancora grande
spazio ad agire
a prò d’altrui.
492*
Ma se oltre
la sfera dei
bisogni cessasse nelPuomo
ogni vincolo di
dipendenza e d
interesse co’ suoi simili,
come potrebbe egli
concorrere al loro
soccorso? Agirà egli
senza motivi? Cessa,
è vero, un
bisogno materiale; ma
éòtteutrauo per buona
ventura, e per
legge naturale a
Uri bisogni morali
torse assai più
efficaci dei primi,
e certamente di
più estesa utilità. Solleutra nelle
sventure, nei dolori
e nelle indigenze
altrui la compassione,
la quale recando
nello spettatore o
nelPudilore,per
un’associazione di idee
analoghe, ma acquisite,
un senso penoso,
lo spinge a
soccorrere l’afflitto per
sollevare sè stesso
dall’ ambascia. 494.
Sottentra all’ aspetto
o alla rimembranza
dell’ ingiuria altrui
un senso comune
di odio essenzialmente annesso
all’indole delle idee
componenti il concetto
dell’ingiuria, che spinge
alla comune vendetta,
che io appello
convendetta, onde sfogare
il senso di
odio concepito, riducendo
le cose all’eguaglianza ingiustamente
violata. 495.
Sotteutra all’aggradevole sensazione
di un bene
fattoci da taluno,
o all’aspetto di un bene
da taluno recato
ad altri, o
alla rimembranza loro,
un senso aggradevole
o diretto o
riflesso, o attuale
o ricordato, naturalmente
connesso all’idea del
piacere, il quale
viene appellato rispettivamente gratitudine
o congratulazione ; e per
una naturale associazione
d’idee rivolto verso
l’autore del beneficio,
prende anche forma
di benevolenza. 496.
Da siffatte cagioni
e per simili
modi naturalmente si
estende, si perfeziona
e si sublima
la socievolezza. Cosi
quei sentimenti, ed
altri molti da
essi derivanti per
una reazione naturale
e felice a
prò dell’uomo, riproducono
e variano ed
accoppiano in mille
modi tutti i
fenomeni delia virtuosa
sensibilità. Ond’è che,
diretti dalla conoscenza
dei principi! dell’ordine
e delle persone
a cui si
debbono riferire, moderati
dai limiti che
debbono avere, assumono
in complesso il
nome di umanità,
di cfc vita
del genere umano,
di fdantropia. Tutti
questi sentimenti sono
più o meno
attivi, più o
meno durevoli, a
proporzione che sono
più o meno
forti e durevoli
le loro cagioni.
497.
Ecco come, anche
cessati i primitivi
bisogni umani, la
natura supplisce alla
socialità colle leggi
stesse dell’amor proprio
di ognuno posto
in esercizio dalla
sensibilità, mercè i
vincoli e le
associazioni delle acquisite
attive idee di
piacere e di
dolore. 498.
Non è necessaria
molta penetrazione a
riconoscere che gl’ indicati sentimenti
sono tanto naturali
al cuor dell’ uomo
socievole, quanto Io
sono i più
concreti ed animali
bisogni, mentre ciò
risulta dalla loro
stessa esposizione (ved.
Art. VI). Si
vede però eh’ essi
non sono effetti
nè di un
sognato sesto senso,
nè di un
oscuro istinto morale.
Guai a colui
che può dubitare
dell’esistenza di queste
affezioni! Io non
so se sia più da
compiangere o da detestare chi
giunse a spegnerle.
Egli può dirsi
veramente aver sofferto
iu tutto il
suo cuore una
morte morale odiosa
alla natura. Dell' intemperanza
morale. 499.
Quello che è
più fatale alle
nazioni si è, che senza
il ministero dei
lumi viene talora
a scemarsi la
forza di questi
sentimenti virtuosi, e
fin anche a
soffocarsene il nascimento.
Conciossiachè conviene sempre
aver presente eh’ essi
propriamente non sorgono
che da una
restante porzione di
quel sentimento che
sopravanza, per dir
così, ad ogni
uomo dopo di
aver pensato a
sè stesso. Un
uomo infatti preoccupato
fortemente del solo
proprio bene, uon
può prestarsi all’ altrui.
Quegli che combatte
coi flutti può
egli essere mosso
ad accorrere alle
grida degli altri
naufraganti? Le affezioni
sociali esigono adunque
almeno certi intervalli
liberi dalle prepotenti
passioni personali. 500.
Ma le passioni
fattizie usurpano nel
cuore quella parte
di sensibilità che
l’uomo volger dovrebbe
a prò de’ suoi
simili: e iucominciando
dal renderlo duro
e freddo egoista,
finiscono col renderlo
ingiusto e scellerato.
Ecco l’origine, i
progressi e i
gradi della corruzione
sociale. 501.
X fine di
scorgere chiaramente come
ciò avvenga, ritorniamo
ad esaminare in
sè stessa la
costituzione reale dell’ uomo.
Dalle cagioni di
fatto universali e
necessarie, esistenti nella
natura umana, noi
deduciamo assai meglio
e con più
solida argomentazione non
solo l’esistenza dei
naturali o necessairi
effetti o buoni
o cattivi, ma
ci viene inoltre
concesso di prevenire
i perniciosi e
di preparare gli
utili . Questa dovrebb’
essere la prima
scienza del legislatore
e del politico,
la quale poi
gradualmente dovrebbe discendere
all’uomo della loro
nazione e del
loro secolo. Solo
in questa guisa
eglino possono utilmente
divisare ed operare.
Senza di questo
metodo o si
va brancolando fra
le incertezze di
un cieco empirismo,
o si dissipa
il pensiero fra
le chimere di un aereo
idealismo; e frattanto
il bene delle
società rimane avventurato
al caso, o
immolato agli errori.
502.
Si è veduto
come naturalmente l’uomo
abbia bisogni reali,
ed abbiamo pur
anche osservato quanto
naturalmente egli eserciti
le sociali virtù.
Come dunque con
pari ragione egli
aver può anche
vizii sociali ? 503.
S egli non
fosse costrutto con
altri organi che
con quelli di
un ostrica, ò
chiaro eh egli
non avrebbe altro
sentimento clic un
oscuro e material
senso di vita,
nè altra specie
di bisogni che
quelli della sua
rozza macchina. Onde
siccome quella è
condannata ad aprire
ed a chiudere
perpetuamente un guscio,
a cercare alimento,
e a propagare
la spceie: così
1 uomo sarebbe
unicamente ristretto a
tali funzioni, benché
fosse anche in
mezzo a tutti
gli oggetti di
delizie e di
godimento. Egli quindi
non sarebbe moralmente
intemperante, nè farebbe
mai guerra a’ suoi
simili per protervia,
ma per solo
bisogno. Limitato quindi
nel male alla
pura necessità^ sarebbe
moderato quand’anche recasse
danno ad altri.
504.
Se dunque l’uomo
riesce cupido, astuto,
intemperante, ciò deve
avvenire in vigore
del principio stesso
per cui egli
è ragionevole, illuminato
e sociale. Ciò
dev’essere un frutto
di quelle facoltà
e potenze stesse
che formano la sua perfezione,
e la superiorità
ch’egli gode sopra
i bruti. 505.
Infatti, data la
possibilità che l’uomo
possa conoscere ogni
cosa, egli può
pure, almeno in
astratto, desiderare ogni
cosa. Quindi può
desiderare anche ciò
eh7 è oltre i
proprii bisogni reali,
oltre le proprie
forze, di altrui
pertinenza o diritto,
e così contravvenire
al dovere ed alla virtù.
Quindi contemplato f uomo dal
canto della sola
cognizione, egli può
essere tanto più
corrotto e vizioso,
quanto più estesa
è la serie
di quelle cognizioni
che gl’ inspirano
i desiderii dannosi
al suo simile.
Ma se si
riguarda la sola
cognizione, può essere
del pari tanto
più probo e
tanto più virtuoso.
506.
Egli è dunque
V interesse che
lo determina a
rivolgersi piuttosto ad
una via che
all’altra. Questo interesse
nasce dalle circostanze j
e se queste
circostanze sono universali,
si debbono ritrovare
comuni alle società:
e gli effetti
che ne derivano
debbono derivare in
ragion composta della
natura dell’uomo e
delle situazioni esterne.
507.
Ma se tutti
gli uomini, ancorché
capaci di limitate
cognizioni, non avessero
altro grado di
società che quello
dei Boschmanni, degl’irochesi, o
d altri barbari
popoli, avrebbero del
pari assai meno
d’industria, d’invenzioni, di
comodi, di virtù,
di scienze; ma
avrebbero eziandio assai
meno modi di
cupidigia e di
corruzione, non tanto
per ignorare variate
e moltiplici combinazioni
di reità, quanto
anche perchè queste
propriamente non possono
sopravvenire nell’uomo se
non dopo che
sono soddisfatti i
primi bisogni creati
dalla natura, la
soddisfazione dei quali
non solamente è
lecita, ma altresì
doverosa ed irresistibile. D’onde
viene, che la
corruzione è una
cosa del pari
fattizia che tarda
nella società; e
che nell infanzia
di lei gli
uomini possono essere
bensì ingiusti per
ignoranza, e ciechi
nella scelta del
bene e del
male: ma non
sono nè possono
essere corrotti di
cuore, nè malvagi
per malizia ragionata.
Ora quali possono
eglino essere in
quest’epoca dell’
immaginazione^ seconda età
della società ?
Veggiamolo. sfato r/torafe
riporto affo v^mto
ed al cuore
delle società nel
perìodo della seconda
età. 508.
Non perdiamo di
vista Tu omo
di fatto. In
ogni società, segnala mente
se è giunta
a qualche progresso,
mercè le varie
ed irresistibili combinazioni
delle idee, parte
delle quali deve
spontaneamente svolgersi in
ognuno j e
parte apprendersi ed
imitarsi da altri,
le varietà e
lo disuguaglianze di
stato ira gl*
individui debbono nascere
necessariamente e rendersi
assai visibili, e
produrre effetti e
distinzioni segnalatissime. Cosi
se taluno ha
dalla natura sortilo
una felice disposizione
a combinare piu
idee di un
altro, per le
ragioni fisiche clic
si diranno altrove;
e che, coiti’
è ben naturale
in quest'epoca, mercè
lo stimolo dei
bisogni rivolga V ingegno
suo a migliorare
la sua fisica
situazione; egli si
troverà in grado
dJ inventare mezzi più
numerosi, più facili
e più utili
di provvedere alle
proprie indigenze, od
eziandio di procacciarsi
fino ad un
certo seguo le
comodità della vita*
Ceco l'origine prima
dello arti necessario
e alili alla
specie umana t
E ben naturale
e giusto eh7
egli prima di
chicchessia profitti dei
beni che ne
ricaverà. Eccolo cosi,
mercè V invenzione-, giunto
in situazione migliore
di molti suoi
simili, 509.
Altri poi, mercè
uno stimolo più
continuato, unito ad tm robusto
temperamento, persìsterà nell' affaticarsi sugli
oggetti utili, ondo
latrarne maggior prof
Ito, di cui
riterrà a preferenza
il possesso. Eccolo,
mercé 1 industria,
in miglior condizione
di molti infingardi,
olG.
Altri finalmente senza
fi una u
l'altra di siffatto
doti, giovato da
un accidente le
lice, si troverà
nella situazione di
acquistare un maggior
numero di boni
di qualsiasi altro.
Eccolo per fortuna
posto in uno
italo più vantaggioso
dì assai persone
della stessa società.
51 1.
All’opposto T infermità
od altri casi
inevitabili de] f or dine
fisico ti morale
possono privare dei
mezzi del benessere,
già dapprima acquistati,
parecchi individui; ed
eccoli posti al
di sotto degli
altri sopra rammemorali.
A questo si
aggiunga una originale
costituzione meno valida
a lunghe fatiche,
onde, anche volendo,
non si possa
esercitare un' industria pan
a quella di
molti altri; un’indole
meno ingegnosa, meno
inventiva, e quindi
meno atta a
migliorare la sorte
attuale; o finalmente
la mancanza dogli
stimoli eccitanti all*
invenzione o all’ industria: ed
ecco una moltitudine
d uomini in
assai più infelice
condizione di parecchi
loro compagni. 5 1*2.
Non fa bisogno
provare che tanto
le uue quanto
le altre cagiou
agiscono in tutti
i tempi, in
tutti i luoghi,
e in tutti
gli stadii della
società. 513.
Àrdendo sempre nei
petti umaui il
desiderio del benessere
col minor incomodo
possibile, e rendendosi
palesi nelle società
queste differenze, si
potrà egli evitare
ch’esse nei più
malagiati non eccitino
l’invidia, la cupidigia,
e l’amore del
loro acquisto? Supponiamo
che in taluni
questi sentimenti possano
limitarsi ad una
tacita e non
intraprendente passione, e
che in alcuni
altri si restringano
ad una emulazione
lodevole: potremmo noi
riprometterci che in
questo periodo una
silialta moderazione si
estenda a molti?
514.
Consideriamo attentamente tutte
le circostanze. Qui
la società è
assai imperfetta dal
canto della sua
pubblica costituzione: tutto
al più non
veggiamo che un
governo di famiglia
foudato piuttosto sull’ uso
e su vincoli
volontarii, che su
formali regolamenti sanzionati
colle leggi, ed
assodati dalla forza
comune. Quindi o
le società sono
piccolissime, e ad
un tempo stesso
gl’individui sono assai
indipendenti; ovverameute esse
sono adunameuti fortuiti,
i cui membri
sono collegati fra
loro per condizioni
eguali suggerite dal
bisogno, o da
altre avventizie ed
auche strane occasioni.
515.
In secondo luogo
in questo periodo,
in cui per la legge
delle gradazioni la
società è aucor
vicina all’epoca della
più macchinale sensualità;
non possono gli
uomini avere acquistata
idea veruna dell
'ordine morale, dei
diritti, dei doveri,
della giustizia. Queste
sono nozioni troppo
astratte, troppo complicate.
La legge insuperabile
delle al finità
logiche sarebbe altrimenti
violata; e d’altronde,
per la immutabile
costituzione propria alla
verità, essa non
può esistere che
in una sola
combinazione delle cognizioni
intorno ai rapporti
delle cose. Come
adunque nell assoluta
ignoranza delle regole
della giustizia potrebbero
gli uomini per
un giudicio di
relazione conformarsi a
loro ? 51
G. Vero è
che esistono in
natura i sentimenti
preordinati, che spingono
all’equità ed alla
virtù sociale. Ma
come in quest’epoca
la più parte
degli uomini vi
potrebbe prestare ubbidienza?
Spinti dai bisogni
assoluti, coi quali
una mal agiata
situazione cinge e
stimola incessantemente la
loro sensibilità: o
almeno eccitati mercè
il paragone del
miglior essere altrui;
incominciando a sentire
il pungolo dei
bisogni relativi 5
cui l’intemperanza umana
accoglie ed estende
sterminatamente in tutte
le successive età:
senza un freno
esterno sostenuto da
una forza umana
superiore che ne
bilanci la violenza
colla minaccia di una certa
pena; senza la
tema interna di
una sanzione invisibile,
onnipotente ed i
uìti: ii SEzmm:
ri capo \\\.
871 inevitabile. clic
spaventi f ingiustizia;
senza Y abitudine d?uua
felice e moderala
e due azione
* die modelli
e diriga in
una guisa conforme
aU*ordiue sociale i
moli del cuore
5 con una
gagliarda fantasia, che
esagera !' importanza
di uu oggetto
utile 0 piacevolone
per conseguenza colla
massima violenta delie
passioni operanti con tu Uà
Ja naturale loro
impetuosità; come mai
Je volontà non
dovranno per un*
assoluta, imperiosa od
evidente morali; necessità
essere tratte a
norma degli stimoli
della cupidigia? I,a
moderazione e lenità
qui sarebbero un
fenomeno assurdo, un
rovesciarne uto di tulle
le leggi della
natura morale. Infatti
una voIonLà eoi
più violenti impulsi
da una parte,
e senza nessun
treno contrario che In rafctenesse
dall1 altra,, se
agisse da quel
lato dal quale
mancano i motivi,
sarebbe un vero
assurdo morale. 517.
Quindi è Inevitabile
clic tutti coloro
che per difetto
d'ingegno, \V industria
e per infingardaggine si
trovano mal acconci
ai pacifici lavori
delie arti, e
che sono insofferenti
dogin occupazione, in
forza della cupidigia
e dell’Inerzia che
li spinge a
voler ottenere 1
beni colla minor
fatica possìbile; è
inevitabile, dico, ohe
non solo aspirino
alfa equi sto
degli oggetti utili,
di cui veggono
abbondare gli al
Lei, ma eziandio
per quel carattere
rozzo, non educalo,
e che non
conosce nè riguardi
né modi indiretti,
ed è proprio
di tutte siffatte
societàeh leggano direttamente
ai più agiati
possessori delle; cose
utili 0 tutto
o parte di
esse, 0 assolutamente
le invadano per
arrogarsele colla forza.
5 18.
E ben naturalo
dall* altra parte, che
per quella premura
in-gemia in ogni
nomo dì con
servare ciò che
gli ù caro
c ciò che
gli è costato
fatica ed industria,
i possessori neghino
di cedere di
buona voglia gli
oggeLU dei loro
benessere, uè soffrano
in pace di
vedersene privati. 519,
Ecco quindi da
una parte, la
violenza, la rapina,
il ladroneggio; dall* altra
la resistenza, la
rivendicazione. Ecco la
guerra Lanto dì
offesa, quanto di
difesa; la rappresaglia.
Il saccheggio ilei
viveri, delle vestì,
dei bestiami, dolio
donne, c di
ogni bene infine
alto a procurarci
sostentamento o ditello*
520,
ha vendétta nasce
ad un tempo
stesso tanto dalla
parte degli usurpatori,
quanto dei difensori,
con tutta la
violenza nel suo
sentimento, con tutta
la ferocia nel
suo esercizio, con
tutta V estensione ut? suoi
effetti, e colla
massima pertinacia nella
durata e nella
riproduzione. Ecco una
seconda cagione di
guerra incessante: ecco
Y origine dell5
indole feroce, brutali
a, sanguinaria, vendicativa
ili quest" epoca.
521.
Ciò non r
tulio, lina sorte
favorevole, una maggiore
robustezza, 0 conto
altre cagioni rendono .
per qualche tratto
almeno, vincitore uu
uomo, o una
famiglia, o una
banda di collegati.
La sperienza dimostra
che l’offeso ritorna
a molestare. Quindi
la naturale antivedeva,
od anche un
assoluto sentimento di
orgoglio e di
domiuio troppo naturale,
suggerisce di porre
l’avversario nell’ impotenza di più reagire,
quando non lo
si voglia privare
di vita. Ed
ecco nata la
schiavitù personale. ])a
essa 1 uomo,
per quella naturai
legge già accennala
di procurarsi la so
ddisfazione dei bisogni
o il godimento
dei piaceri col
minor incomodo possibile,
non tarderà a
ritrarre profitto, e
quindi a farsi
servire dal fatto
schiavo ; ed
ecco il despotismo
della forza da
una parte, e
la servitù forzata
dall’altra. 522.
Molti fatti cosi
ripetuti, il vedere
la superiorità della
forza e del
coraggio essere cagioni
all’acquisto dei beni,
del potere, del
comando, ed inspirar
terrore e rispetto,
è ben naturale
che debbano eccitare
la stima verso
siffatte cose, in
vista di tutti
i vaula^^i che
ne derivano. L noto che
la sorgente e
la misura della
stima deriva dalla
sentita utilità. Ecco
l’origine àe\Y opinione pubblica
in quest’epoca. 523.
Essa deve apprezzare
e lodare sovra
ogni altra cosa
la forza ed
il coraggio, e disprezzare e
biasimare la fievolezza
ed il timore,
sì per la
ragione indicata, sì
perchè mancaudo generalmente
le nozioni di
giustizia e di
diritto, od essendo
assai imperfettamente conosciute,
e di nessuna
conseguenza pratica per
il reale comun
bene, uon danno
adito a diffidare
della falsità della
comune maniera di
pensare. Prescindendo dalla
cognizione dei principii
della morale, io
non veggo per
quale diritto le
culte società nell’ apprezzare cotanto
ed in guisa
assoluta le grandi
ricchezze, e tutti
i contrassegni che
vi hanuo relazione,
si debbano in
buona morale filosofia
riguardare come superiori
alle barbare nazioni
nell’ apprezzare la forza
ed il coraggio.
Il solo appetito,
il solo interesse
detta tanto nell’uno
quanto nell’altro stato
i giudicii pubblici.
Anzi ardisco dire
che in una
società, ove sopra
ogni altra cosa
si apprezzano i
beni di fortuna,
gl’interessi sono dissociati,
le virtuose affezioni
o languide o
sbandite, e la
vera pubblica opinione
spenta. 524.
Ma ritornando all’epoca
che esaminiamo, in
forza degli annoverati
stimoli ne verrà
che per inspirare
stima ad altri,
e per conciliarsi
i comuni applausi
e la sociale
ammirazione, si ecciterà
nel cuore la
brama di dare
tutte quelle esterne
dimostrazioni, le quali
possano ingerire o
conservare l’opinione della
forza e del
coraggio, e allontanare
ogni sospetto di
fiacchezza e di
timore. Per
la qual cosa
accadrà che, anche
senz’altro bisogno che
quello di aver
fama ed applausi,
molli si occuperanno
a dar prove
di valore, di
coraggio, di gagliardia. Per lo
stesso motivo la
circospezione, la prudenza,
P artificio ( nell’opinione
di quelle menti
grossolane, le quali
non possono penetrare
più addentro della
prima superficie esterna
delle cose, e
non hanno idee
di ordine morale
alcuno) appariranno irresolutezze
derivanti da timore:
per tal ragione
saranno generalmente disprezzate,
biasimate, infamanti. Per lo contrario
una certa protervia,
un’aperta e diretta
manifestazione delle proprie
idee, della propria
volontà, della propria
condotta, verrà lodata,
esaltata ed onorata.
A ciò aggiungasi
altresì la rozza
situazione dello spirito,
incapace di molte
combinazioni, e per
non esercitata pieghevolezza
non abituato a
studiare raggiri, dissimulazioni, riguardi,
cui d’altronde le
resistenze non mettono
in necessità di
praticare; e si
scorgerà come l’astuzia,
la cautela, la
dissimulazione non possano
in questa età
essere comunemente praticate,
ma nemmeno conosciute,
ed anzi per
lo contrario positivamente
infamate (ved. Plutarco).
52G.
Ecco Porigine di
quella schiettezza, lealtà,
franchezza, semplicità, buona
fede, che si
videro in quei
secoli, e che
in un’epoca simile
di barbarie ritornala
ebbero vanto in
Europa, e dovettero
essere onorate, apprezzate,
ed encomiate. Ecco
altresì come la
natura prepara sotto
P inviluppo della
rozzezza tutta la
composizione di quelle
virtù che dappoi
formar debbono il
cemento della civile
società, un pregio
onorevole degl’individui umani,
una nobile sublimità
dell’indole loro. Così
nei seno della terra,
frammisti a vili
materie, si tesoreggiano
nelle miniere quei lucidi
metalli e quelle
preziose gemme, le
quali, disceverale col
ma¬ gistero dell’arte, dovranno
formare un ornamento
alle suppellettili dell’opulenza, del
culto e della
suprema podestà. 527.
Un mezzo certo,
onde scoprire ed
apprezzare quale sia la sentita
morale speculativa e
pratica di una
società, sarà sempre
di rilevare quali
oggetti vengano apprezzati
o negletti o
disprezzati da lei.
L’opinione pubblica sjlrà
eternamente Punico, naturale
e non fallace
segno dei sentimenti
pràtici d’ogni nazione.
528.
Dalle riflessioni fatte
sin qui, corroborate
dalla storia di
tutti i popoli
posti in quel
periodo in cui
ora li esaminiamo,
si deduce che,
oltre i caratteri
sovra ricordati, si
verifica in essi
una greve ignoranza,
una leggiera credulità,
una mobile incostanza,
una insolente arroganza
nelle cose prospere,
un vile abbattimento
nelle avverse, un’improvida
condotta nelle deliberazioni
e nei regolamenti,
un disordinato regime
in tutte le
passioni: ed in
fine P incapacità di
ravvisare le cose
nel loro vero
aspetto, di combinarne
molte dal canto
in cui si
conciliano scambievolmente, di
connetterle in guisa
sistematica, onde comunicare
una certa conseguenza stabile
alla condotta. E
cliiaro altresi, che
tutti questi cileni
derivano da animi
spinti da tutta
la forza delle
passioui, senza il
contrapposto di sentiti
interessi che li risospingano
all’ordine della giustizia
e della virtù.
529.
In tale stalo
potrà giammai un
popolo, non dico
giudicare rettamente delle
materie morali, ma
nemmeno andarne ricercando
convenienti istruzioni? Come
giudicare e sentire
giusta una norma
che ripugna a
tulli gl’ interessi ed
a tutti i
sentimenti attuali ?
D’altronde le idee
della morale sono
di un genere
astratto e generale,
e di rapporti
complicati; e, quel
eh’ è più, di
un genere del
tutto relativo ad una regola
immutabile, suprema ed
unica della legislatrice
natura. Ond’è, che
per la ragione
medesima per cui
le menti degli
uomini, quali si
trovano in quest’epoca,
si dovevano prima
gradualmente preparare, onde
porsi iu grado
di ricevere a
suo tempo le
opportune istruzioni scientifiche
di qualsiasi genere
; per la
stessa ragione si
debbono preparare onde
ricevere quelle della
morale, e riceverle
non per semplice
cieca credenza, ma
per dimostrazione che
produca un’efficace ed
intima persuasione. La
inorale infatti, sotto
il rapporto del
giudicio, altro non
è che una
scienza, ed una
delle più vaste
ed astratte. 530.
Per la qual
cosa il Pubblico
in quest’epoca dell
'immaginazione^ massimamente nei
tempi più vicini
al regno dei
sensi, non può
essere peranche acconcio
alla passiva istruzione
della morale, ed
anzi all’opposto è
tuttavia rimotissimo dall’ averne
la capacità. Articolo
Vili. Continuazione dell’ Articolo precedente.
Esame
di quel tratto
dell’ età dell’
immaginazione che piu si avvicina
alla ragionevolezza civile.
531. Più addietro,
nel carattere morale
delle nazioni dentro
l’epoca dell’ immaginazione abbiamo
distinto due tratti
di un’indole assai
differente 5 bencliè
per continuala progressione
fra di loro
connessi: l’uno dei
quali si risente
della vicinanza del
regno dei sensi,
con cui confiua
per un estremo,
ritenendone molte affinità;
e l’altro partecipa
della vicinanza dell’età
della ragione, verso
la quale per
l’altro estremo si
avanza. Ora rapporto
al primo tratto
io credo di
aver detto quanto
basta al mio
istituto. 532. Del
secondo dirò alcun
che sotto i
rapporti dell’argomento da
noi qui contemplato.
Per la qual
cosa converrà accennare
in succinto il
carattere dello spirito
e del cuore
umano in questo
progresso, c indirare
la maniera eolia
i piale venga effettualo
in natura mercè
1' anione composi^
delPaLLivHà delle passioni
e della forza
(F inerzia dirètta
dalla legge iella
contai ni Là.
Converrà poi dedurre
qual grado di
capacita una nazione
possegga a ricevere
i lumi tic
IP istruzione relativi
allo stalo ubico
della verità. $
533, Nel primo
tratto più vicino
all* impero dei soli
sensi, invece di
trovare nelle menti
umano quella metafìsica
in cui consiste
la ragioneoolezz^ì ermi
e abbiamo detto
altrove., vi abbiamo
trovato un ordine
d’idee parte interamente
sensuali e parte
imperfettamente astraLlc, cioè
a dire che
erano tuttavia assai
aggravate dalle spoglie
concrete., fra cui
in oriè io
e le Idee
astratte stanno ravvolto. 534, La
povertà del linguaggio
doveva fare annettere
molte ideo alto
stesso vocabolo, e
quindi nozioni assai
confuse e vaghe
allo stesso discorso,
I)’ altronde, siccome
la generazione naturale
delle idee astratte
e generali imporla
eli* esse vengano formate
dall* attenzione t come
si è veduto,
e debbano essere
necessariamente tratte dalle
idee concrete: cosi
anche per quella
necessaria legge di
continuità che regge
le lorze dell'attenzione, e
che è propria
della natura umana,
esse non potevano
se non mercè
lente gradazioni essere
dedotte. 535. Così avvenir
doveva che qui
t fantasmi dovevano
tener luogo di
idee astratta ;
i bizzarri accozzameli
LÌ tener luogo
di idee generali;
e le Casuali
combinazioni tener luogo
di raziocinio; in una parola,
la sola fantasia
in quel primo
tratto tenero il
luogo delia ragioneLoco
la metafisica delle
nazioni nel primo
tratto di questa
età. 536,
Da ciò solamente
si poteva scorgere
quale esser dovesse
tutta la scienza
del popoli intorno
a qualsiasi genere,
C per verità,
che cosa e
propriamente la sana
metàfìsica, se non
che V espressione dei
rapporti comuni ossia
generali dei fatti
del mondo hsico
e del mondo
morale - attesa la
limitazióne umana. Io
spirito non può
veramente conoscere o ragionare
sulle cose se
non padroneggiando questi
rapporti: e se non
ptm padroneggiarli se non col
renderli generali (
giusta quanto si
è discorso piu
sopra)* come potrà
egli possedere scienza
alcuna senza la
metafisica l Inoltre,
prescindendo dal contemplare
i fatti, ossia
la realità delle
cose, 1 uomo
si gcLta nell'
immaginario e nei
chimerico. Come dunque
potrà possedere una
solida metafìsica senza
prenderli in considerazione ?
finalmente lordine fìsico
p V ordine
morato, oltre gli
oggetti che compongono
la natura., e
gf individui che
compongono la nostra
specie, possono eglino
racchiuderne d'altre maniere?
Ed, olire siffatti
oggetti, V Ha
egli altra specie
di esseri esistenti
conosciuti dall'uomo? Può
egli qui adì
esistere altra specie
di rapporti, die
quella eli' è fondata
su di essi
? Può adunque
esistere altra scienza ^
che quella che
tersa intorno ad
essi ?537. La
vera metafisica adunque
è la espressione
la più elevala
di tulio lo
scibile umano: essa
è un estratto
piu sublimato della
ter a scienza,
e per conseguenza
V unico punto da cu! la
mente umana veramente
possa scorgere lo connessioni più
ampie dello cose*
g 538. Perciò
essa nel tracciare
l’albero delle scienze
devo essere h
madre e V ordinatrice
di tutta la
loro logica genealogia;
mercè di essa
sola si possono
esattamente tessere le
origini e lo
procedenze di tutte
le cognizioni* D'altronde,
però è chiaro,
che so nella
esposizione loro essa
forma Io spirito
architetto ed ordinatore,
ed è la
prima scienza che
si deve supporre:
per lo contrario
nella generazione di
fatto delle coedizioni,
quale avviene nelle
menti umane, deve
per ciò stesso
essere 1 ultima
a scoprirsi ed
acquistarsi.530* Per la
qual cosa si
scorgo chiara la
ragione per cui
quelle scienze* nelle
quali essa esercita
un più vasto
dominio, le quali
appunto sono le
più vaste, le
più complicate e
le più utili
al genere umano;
come, a ragion
d’esempio, le scienze
del diruto, dei
cosLumi, della legislazione,
elei governi, e quella eziandio
delle più universali
leggi del mondo
fisico, debbano necessariameute riuscire
le ni Lime
ad essere scoperte
ed intese nella
loro vera estensione,
e le ultime
altresi ad essere
apprese per modo
di semplice passiva
istruzione., e che
fanno ordina riamente
presupporre una più
provetta età. Ciò
è del tutto
naturale. Imperocché, prescindendo
anche dalle leggi
dell' inerzia e dai
molivi, ùiì^attenilone^ che
non ispiu* gemo
giammài per salto
allo più ardue
e laUcose operazioni*
ed attenendoci a
contemplare quella graduate
c. preventiva serie
di cognizioni assolutamente
necessarie alla mera
loro intelligenza, e
ritenendo ì ordine
successivo e ristretto
cui lo spirito
umano limitatissimo è
forzato di osservare;
J 1 acciaino sentire
questa importante distinzione,
mercé di cui si dimostra
che cosa si
racchiuda di vero
in quelle opinioni
die suppongono gli
uomini essere in ogni tempo
conoscitori della legge
naturale; e si
fa sentire, eoe
a motivo solo
di idee confuse
e di un
precipitoso passaggio alle
conseguenze si è
stabilita una tesi
che non era
il legittimo ri su
Ita mento dei
latti O’ dei
principi l su
cui riposava, 1W T, M5,
Misi dica: non
ò egli vero
die buoni o
è un essere
prima di divenire
essere intelligente* Non
è egli vero
che* a odi
e dola tu
JT intelligenza, non
agisce die a
norma delle idee
di cui r
fornito? Cln: queste
idee presentando Valile o
il danno alla
menta, e stimolando
il ctioiv col
piacere o col
dolore, lo pongono
in esercizio a
norma della /oro
diversa forza ?
(j 546, Ciò
posto, se confrontiamo
I’ uomo provetto
coti altri esecri
senzienti. o coll' nomo
stesso bambino o
del lutto selvaggio,
che cesa risulta
da questo paragone
sul punto della
moralità? 547. Affinché questo
paragone riesca più
istruttivo, e la
venta venga esattamente
circoscritta e fedelmente
lumeggiata in tutti
ì tratti cliilli
riveste 5 r
mestieri tessero questo
paragone sotto due
rapporti s : cioi
fi d'uopo riferire
prima il nostro
soggetto alla facoltà
di vedere speculativamente le
cose; indi riferirlo
alla facoltà di
volere e di
agire a nomili
degli impulsi ricevuti,
e quindi avvicendarlo
al sistema realmente
eseguito dalla natura.
Cosi dapprima ravviseremo
la notìzia della
morde et della
mancanza di lei
nell* umana cognizione
; quindi 1*
efficacia della medesima
monde, e V efficacia
di altri impiliti,
in mancanza della
di lei r&òtizi&f sul
fumana volontà; c
per ultimo la
direzione seguita dallWie
sotto gl’ impulsi dell’ordine
naturale* 54.6, I bambini
e Ì bruti
li a ano
una forza esecutiva
della loro to*
looLà al pari
di quella ddtòiomo
dotato di ragionevolezza, 1/
ostrica ini' mobile
nell'arena, e che
altro non fa
se non die
aprire et chiuderò
il suo guscio*
fa ciò che
vuole. Questa volontà
ù determinata da
una semaio nc?
die ò quella
della farne. La
sua forza-} in
quanto non viene
eslerioo mente impedita
(e che è
perciò libera:-) *
v dotata di
libertà. (j, 54D*
Gli altri bruii
hanno una stura
piu estesa di
azioni, por dii
hanno organi piu
complicati; tanto sensitivi,
quanto esecutivi. Come
.suscettibili di un
maggior numero e
di una più
estesa varietà di
moviairuli5 sono capaci
di trasmettere all'anima
più numerose e
più variate sensazioni
; quindi somministrano
alla volontà più
numerosi e variali
pn uccn e dolori,
ossia motivi dì
volizione ; quindi
più numerose e
variate determinazioni c scolte: finalmente
agli organi esecutivi
le volizioni l
rasiti Atono più
numerosi e variati
movimenti, i quali
a proporzione poi
della loro rispettiva
stmlUira e forza
variano, moltiplicano *
e rendono più
0 meno energici
i medesimi movimenti.
Cosi co usi
durando questo llJ
quanto non incontrano
ostacolo, uè vengono
impedite nei loro
impTiUL sì possono
chiamar libere. 5
550. Giù nonpertanto
la legge fondamentale
ri eli -azione dell
ostrica e di
quella della sciinia
è perfettamente la
medesima; i mezzi
e i modi
soli variano di
specie e di
numero. 551. NeH’uomo, essere
misto, cioè a
dire risultante dall’ unione
di una ceri’ anima
con un certo
corpo, sotto di
un rapporto non
si cangia nè
si può caugiare
questa legge fondamentale.
Egli dai canto
della moltiplicità e
della varietà degli
organi esecutivi è
assai meno superiore
alla scimia, di
quello che la
scimia lo sia all’
ostrica. 552. Ma egli
ha una facoltà
che lo distingue
da tutti i
bruti siffattamente, che
esclude qualsiasi paragone.
Dal polipo alla
scimia evviuna scala
di gradazioni di
sensibilità e di
azioni volitive ed
esecutive, la quale
in vero è
assai estesa; ma in sì
lunga serie di
gradazioni per nulla
si riscontra la
capacità di tessere
tutti i gradi
delle astrazioni, tutte
le composizioni delle
nozioni e delle
categorie generali; in
breve, nulla che
costituisca la ragionevolezza . Per
lei P uomo
è costituito nel
carattere di essere
intelligente ; carattere
da lui goduto
esclusivamente al di
sopra dei bruti.
Le sue facoltà
mentali, e l’ organizzazione per
cui può divenir
tale, costituiscono realmente
ciò che appellasi
perfettibilità. Ora
l’uomo senza l’uso
dei segni potrebbe
mai riuscire a ciò? (ved.
Parte II. Sez.
I. Cap. Vili.) 553.
L’uomo non giunge
a questa elevazione
se non per
un graduale avanzamento
eseguito durante l’ infanzia,
epoca che dalla
nascita si estende
sino alla fanciullezza,
la quale, rapporto
alle facoltà mentali,
riesce più o
meno lunga nei
varii individui a
proporzione che l’organizzazione interna
e le esterne
circostanze sono più
o meno favorevoli
allo sviluppamene; e
siccome del pari
la ragionevolezza si
svolge gradatamente mercè
la scomposizione ossia
l’atteuzioue parziale sulle
idee semplici, aggruppate
e raccomandate ai
segni, e di
nuovo poi accozzate,
divise e paragonate
in altre mille
svariate maniere; così
fra l’uomo essere
senziente c 1
uomo essere intelligente
non si frappone
un’ essenziale differenza^ ma
soltanto una differenza,
dirò così, di
preparazione e di
lavoro di quelle
stesse idee e
di quelle stesse
affezioni cui egli
ebbe ed ha
tuttavia come essere
senziente ; diflerenza però
importantissima, e che
lo rende capace
a fare ed
a pensare ciò
che tutti i
bruti dell’universo non
potrebbero. ooh. Ma ognuno
accorda che l’uomo
come essere puramente
senziente^ ed allorquando
si trova, per
dir così, ancor
tutto ravvolto entro
la crassa atmosfera
delle idee sensuali,
non è superiore
ai bruti; e
(parlando al proposito
della moralità) uon
è suscettibile nè
di inerito nè
di demerito, uè
di premio nè
di pena. Ma
perchè ciò? Perchè
non è peranche
ragionevole. Quando adunque
nell’ infanzia egli è
mansueto, compassionevole: quando
nello stalo puramente
selvaggio i genitori
nutrono i figli,
i figli accarezzano
i padri: quando
non rubano, non
ammazzano, uon pongono
legami alla libertà
altrui: non sono,
a parlare esattamente,
agenti morali, cioè
capaci di merito
e di demerito,
di virtù e di vizio,
di probità e
di delitto, di
premio e di
pena. Eglino
agiscono bensì a
norma della morale,
ossia della legge
naturale, ma uon
la conoscono. Sono
allora simili ad
un cieco, che
brancolando passeggia le
strade senza vederle. 556.
Ma per qual
legge l’uomo fa
egli tutto questo?
Per quella del
piacere e del
dolore ch’egli ha
sentito e sente,
ch’egli rammenta e
ch’egli prova, che
le circostanze esterne
hanno associato nella
sua memoria. In
breve, ella è
la sola sentimentale
utilità il motore
e la causa
di tutto questo.
Ciò non si
chiama certamente aver
idee di doveri,
di diritti . di
giusto e d’ ingiusto,
di onesto e
di turpe, di
lecito e d’ illecito.
I ulte sono
idee astratte, e
relative ad una
regola; e questa
regola non è
conosciuta da lui,
che non ha
idee astratte di
sorte alcuna. 557. Che
se perchè la
natura lo ha
preordinato in guisa,
che debba così
sentire ed operare
a fronte delle
circostanze, dir si
dovesse eh’ egli
opera per un
sesto senso, o per un
istinto ; dire pur
si dovrebbe, che
in forza di un sesto
senso e d’un
istinto egli scappa
quando vede un
uomo che lo
ha bastonato, si
rallegra quando rivede
un cibo altra
volta aggradito, fugge
da un pericolo
perchè gli rammenta
passate cadute; e
così dei resto. 558.
L’unico istinto è V
amore al
piacere e Yodio
al dolore. L
unico sesto senso
è la preformazione
organica di tutti
i sensi umani,
per cm tutti
essendo formati io genere d’una
sola maniera, è loro inevitabile
il sentire tutti
certi bisogni e
certe soddisfazioni . certi
dolori e certi
piaceri, in simili
circostanze e alle
stesse epoche, e
in certi gradi
pressoché uguali. 559. Ma
per qual motivo
godendo l’uomo dell’attuale
ragionevole za, diviene
egli un agente
morale. J Perchè
in tale situazione
raziocinando, e paragonando
il presente col
passato, le idee
generali fra loro
e gli effetti
colle loro cagioni,
egli può conoscere
nelle diverse circostanze
i rapporti che
gli può somministrare
il bene o
il male; egli
può antivedere le
conseguenze d’una propria
azione: può discernere
il bene apparente
dal bene reale;
e perciò può
determinarsi in vista
di un maggior
bene antiveduto, e
resistere alle sollecitazioni d’un
utile presente e
di mera apparenza:
la qual cosa
far non può
sotto l’impero di
una sensualità schiava
delle sole idee
fortuite . sia attuali,
sia passale, accozzate
PARTE IL SEZIONE
JJ. CAPO MA'
88 \ in
luì dalie esterne
circostanze, e dall1
azione degli oggetti
esterni. Mercè
di questa sublime
cognizione si erige
mi regno proprio
5 per dir
cosi, deli’ uomo interiore,
oye la volontà
dirige i suoi
decreti e le
sue operazioni per
impulsi nati da
interne e libera
combinazioni. uOO, l udire, mercè
la intelligenza e
la ragionevolezza* può
venire scoprendo che
le regole delle
sue azioni sono
espressioni della volontà
d’ un Knte supremo
e che alla
sanzione annessa all* ordine
naturale si aggiungo
uq’ altra sanzione
di supplemento decretata
dalla di luì
provvidenza. ■ Fu
vista quindi di
essa l’uomo può
vie meglio dirìgere
la sua condotta
sopra una traccia
diversa da quella
dei nudi appetiti. 5G-L Finalmente,
mercè la intemgetiza
* può essere
capace dT intendere
il senso d’nua
minaccia o dT ima
proméssa annessa dall*
uomo a certe
azioni: e quindi,
in conseguenza dd
timore e della
speranza prodotti dalle
istituzioni umano, determinare
le suo azioni
In una guisa
diversa da quella
dd soli sensibili
e preseulanei appetiti.
Ma se non
avesse intelligenza come potrebbe
in tendere il
significato delle leggi
! come antivederne
le conseguenza 7
come applicarle allo
sua azioni, e Jeru
e nonna
ad esse? Come
potrebbe adunque essere
meritevole d’ un
premiò, cui non
assunse uè potè
assumer mai come
inoltro delle sue
azioni? come essere
soggetto ad uua
pena, cui non
potè nò temete
nò conoscere? 5U2. In
forza dunque dell1
intelligenza diviene un
agente morale., un
agente capace dì
merito c di
demeritò, di premio
e di pena
ridia maniera sovra
indicata. 1? intelligenza
o ragionevolezza lo
costituisce tale, c
lo assoggetta ad
un genere d5 impulsi
Leu diversi da
quelli dd sdo
èssere seni tenie* 503,
Ma la morula
naturale altro non
è veramente che
il sistema delle
regole che debbono
servire di norma
alle azioni libere
dell' uomo. ^ 564.
La parti’ puramente
precettiva-) ossia prescrivente
le tali e
tali azioni, è,
per dir così,
una serie rii
tracce segnale dalla
naturo qual sentieri
clic r nomo
deve percorrere nulla
vita. 50ò, La parte
poi persuasiva., o
movente* altro nou
è die il
sistema ilei motivi
die la natura
annette allo azioni
medesime.,! quali altro
con sono che
il piacere o
il dolore, l1
utile © il
danno che deriva
all' nomo in conseguenza
dsiresecuziouo o deirom missione di
alcuni suoi alti
liberi. Dunque il
conoscere la morale
è lo stesso
che conoscere siila
Ile regole e
i loro motivi. 5-6.6. Ma
se per uno
stimolo fortuito di
sensibilità, nato dalle
circnstauze, egli percorresse
le tracce medesime
die la natura
segnò, ne verrebbe
egli perciò che
ne avesse letto
il Codice legislativo,
e ne couoscesse
gli articoli ? 5G7.
L’uomo adunque in
quest’epoca può essere
un agente morale 5
e non conoscere
la morale; agire
a norma delle
regole della morale,
o violarle, senza
pur conoscerle. 5G8. Dunque
conviene distiuguere nell’uomo
tre distinte situazioni.
La prima, di
essere non morale,
cioè non avente
ragionevolezza, e non
determinante sè stesso
iu forza di riflettuti motivi
tratti dal proprio
fondo, come souo
appunto i fanciulli
e i selvaggi
più abbrutiti. La
seconda, di essere
morale, ma ignorante
le regole astratte
dei proprii doveri,
e i freni
speculativi delle proprie
passioni, annessi a
queste regole: che
tuttavia provando in
pratica le buone
e cattive conseguenze
della sua condotta,
come sono appunto
gli uomini nella
prima barbarie e
nell’epoca dell’
immaginazione, agisce a
norma dell’ utile più
diretto. La terza,
di essere morale,
e istrutto delle
regole de’ suoi
doveri c delle
sanzioni della natura,
com’è appunto l’uomo
sotto la istruzione
delle leggi civili,
delle leggi religiose
e della coltura.
Allora prima di
agire conosce la
carta, dirò così,
del paese che
la sua libertà
deve abitare, e
le vie eh
ella deve percorrere
per giungere al
suo meglio: allora
egli riesce giusto
o ingiusto, in
quanto si conforma
o si dilunga
dalla norma fissata. 5G9.
Ma siccome iu
tutti questi tre
stati 1’ unica
susta che dirige
l’uomo è l’ amore
alla felicita; siccome
gli stimoli eccitatori
sono il pia cere
e il dolore;
così in quelli
egli non diversifica
il fine, ma
i soli mezzi
per giungervi. Egli
è sempremai spinto
dalla medesima forza .
Merce di questa
forza, diretta dallo
sviluppo successivo delle
sue facoltà, egli
è avviato verso
la cognizione delle
regole. E mercè
la cognizione di
queste regole egli
poi diviene culto
e sociale. CAPO
XV. Perche la
cognizione delle vere
regole speculative della
morale debba essere
assai tarda, e
difficile a scoprirsi
nelle popolazioni. 5/0. Dal
fin qui detto
non si ravvisa
ancora distintamente la
dimostrazione della proposizione
di fallo da
me esposta, che
iu quest’epoca di
barbarie più vicina
alla selvatichezza non
possono le popolazioni
avere peranche la cognizione
delle vere regole
speculative della morale.
Ora, per convincere
altrui di questa
verità, trovo espediente
di applicare a
questo particolare lo
stesso metodo che
mi sono proposto
di sc i
8s;ì "aire per
rapporto a tulio
II complesso delle
verità che riguardauo
hi soluzione del
quesito* Cosi propongo
brevemente di accennavo
che cosa debba
far Idioma per
conoscere le regole
teoretiche della morale.
D'onde emergerà se
le popolazioni possano
o no in
quella dà giungere
alla cognizione di si falle
regole. Ciò diviene
importarne a fi
cole di una vol^ave opinione,
la quale fa
riguardare la provincia
della morale come
quella sulla quale
gli uomini in
complesso, o a
dir meglio il Pubblico sembra
arrogarsi una piu
speciale competenza di
giudieu*, come alLrovc
si h veduto
(Parte II. Sezione
Ih Capo XIV.
Art. L), e
sulla quale potrebbe
precipuamente cader dubbio
che il giudieio
del Pubblico s’abbia
a tenere al
maggior grado possibile
qual criterio, di
ver Uh, Articolo
1. Che debba
fare L'uomo per
discoprire le regate
f tpec illative della
morale. 571. Osservare gli
uomini ed i
loro rapporti interni
ed esterni, lau\o
da uomo a
uomo, quanto colla
natura, in quanto
producono il bene
o il male dipo udentemente
dall' attività delle loro
azioni libere ; rilevare
prima le complesse
e concrete circostanze
particolari; ricavar poscia
le astratte simili.,
meno complesso e
generali; indagare le
cagioni da cui
nascono e gli
effetti che producono;
collocai duomo in
diverse categorie^ contemplandone le
qualità ed i
bisogni merce di
piu semplificale astrazioni,
e a d
it li tempo
s t ess
o abbra cc i a
re una si
e r a
p i u
a i np
iu . d
o v e
a p pariscano
le differenti circostanze;
riportare le relazioni
di latto ad
un centro comune,
qual è il
conseguirne ntu del bene
e del male;
nidi dedurre quali
diritti egli abbia
e quali doveri
ne nascano: e
ad un tempo
stesso dal conflitto
delle circostanze Inevitabili
ed irreiormaLUi dall
umano potere dedurre
i motivi eccitatori
delta volontà che
tende alla felicità;
ècco in compendio
la più risi
retta e generale
espressione dei doveri
logici, ossia del
metodo onde osservare
in morale e
trarne le regole
tcoroi ielle di direzione,
ed ì motivi
naturali efficaci a
porle in pratica.
Ma quante cure
e quante cautele
l1 esecuzione di
sii latte cose
reca mai seco
ed esige dal
contemplatóre a line
di cogliere la
verità! h* dopo
ciò, quanto imperfetti
no debbono Urti
avia riuscire i
risultameli li l
h Come lutano
debba procedere nello
scoprire i primi
generali fondujnen li della
morale. 572. Supponiamo che
le molteplici osservazioni
d \ fatto siano
conipiu te, c diamo un
semplice saggio di
quello che rimane
a lare dappoi
Se ci trasportiamo
alla categoria più
semplice e più
universale. (Tonde lo
sguardo abbraccia tutto
il genere umano,
ne ravvisiamo, è
vero. gT individui
sotto il più
uniforme ed unico
aspetto; ma. come
beo si vede,
egli è il
più rimoto dallo
stalo loro reale
(ved. 211). 574. Colà
se prescindiamo, come
esige la semplicità,
da qualunque stato
o sociale o
selvaggio, noi tronchiamo
dal concetto una
differenza . la quale
è pur cotanto
feconda di diritti,
di doveri, di
virtù e di
perfezione. 575. Se poi
passiamo a rivestire
gT individui del
carattere sociale, la
contemplazione diviene meno
generale., e la
nozione meno semplice.
Ella non abbraccia
più l’altra circostanza
di fatto degli
uomini selvaggi; o,
a dir meglio,
questa nuova differenza
non si concilia
più coi caratteri
comuni anche agli
uomini selvaggi. Quindi
le regole che
ne nascono non
convengono che ad
una sola parte
del genere umano. 576.
Viceversa le regole
che prima nascevano
nella superiore universale
categoria uon bastano
nè servono completamente
all’uomo posto in
società. Dunque trasportandole così
nude, vale a
dire senza la
dovuta aggiunta delle
circostanze sociali, riescono
impraticabili in società,
ed anzi di
un uso nocivo.
Conciossiachè ciò clie
deve e ciò
che è lecito
all’uomo fuori di
società onde procurare
il suo benessere,
non è tutto
lecito all’uomo sociale
onde procacciarsi il
suo; e così
viceversa. 577. Ma anche
nella considerazione dello
stalo sociale, contemplato
nel senso più
astratto e generale,
non si comprende
peranche la circostanza
dei Governi, ossia
delle società politiche.
Laonde le regole
morali risultanti dai
rapporti delle società
non politiche, sia
riguardo a tutto
il corpo, sia
riguardo ai singolari
individui, non sono
applicabili tulle come
stanno alle società
dirette da una
sovranità; e così
viceversa. 578. Ma siccome
anche nelle politiche
società ogni individuo,
oa dir meglio
molti individui separatamente, oltre
all’essere uomini sodi
e cittadini (i
quali appunto sono
i caratteri appartenenti
alle tre categorie
ora contemplate), taluni
sono o magistrali
o padri o
figlia tanto separa'
tamente quanto cumulativamente, ovvero
sono anche rivestiti
di altre individuali
o comuni prerogative,
circostanze ed accidentalità: così
è chiaro che
alcune regole non
possono vicendevolmente servire
a determinare i
diritti, i doveri,
le virtù e
i motivi di
benessere in tutti
gli stati differenti.
Così, a cagion
d’esempio, le viste
di una individuale
prudenza non convengono
nella loro totalità
ai rapporti di
famiglia: quelle di
famiglia a quelle
di membro d’uua
professione; queste a quelle di
cittadino; e viceversa.
Perlocchè, a fine
di offrir regole
proporzionate a tutti
questi stati, è
assolutamente indispensabile contemplare
tutte le circostanze
che racchiudono; rilevare
i rapporti al
benessere in una
guisa conciliabile con
tutto il complesso
degli altri rapporti
generali; cogliere i
risultati interessanti di
tutti questi rapporti
promiscuamente modificati, e
così 1’ effetto
del benessere individuale;
e quindi trarne
le rispettive regole
teoretiche, e i
motivi della morale. 579.
Ma perchè mai
la considerazione di
tutte queste cose
è effettivamente necessaria
a determinare le
vere regole teoretiche
che servir debbono
alla pratica esalta
della morale? La
risposta è semplice.
Perchè tutto l’ordine
morale in fatto
si fonda sull’ordine
fisico: quindi le
redole sono necessariamente determinate
in ispecie, numero
ed estensione dall’ordine
fisico, sia permanente,
sia successivo. 580. A
fine di dare
un saggio di
prova di questa
fondamentale verità, e
far sentire le
conseguenze che ne
nascono,, trasportiamoci di
nuovo alla sommità
della scala delle
morali categorie, e
riguardiamo l’uomo nella
sua più assoluta
ed astratta semplicità.
Certamente in questo
punto di vista
egli ha il
minimo di reale .
e riunisce in
sè il maggior
merito metafisico. Ora
benché in questo
punto di vista
non riteniamo che i soli
essenziali caratteri, pure
troviamo una quantità
assai complessa. 581. Esaminiamo
questa quantità; riportiamo
le elementari e
più importanti circostanze
alle viste del
diritto e del
benessere; e veggiamo
che cosa ne
risulti. 582. Se non
contemplassimo nell’uomo che
la sola parte
dello spi rilO) egli
per ciò stesso
avrebbe i soli
diritti, i soli
doveri, i soli
bisogni e la
sola felicità propria
dello spirito: quindi,
se si fingesse
tale, non abbisognerebbe nè
di nutrimento, nè
di vestito, uè
di propagazione: non
temerebbe uè la
fame, nè il
freddo, nè le
catene, uè la
morte. 583. Quindi non
esisterebbe diritto di
dominio, nè tutta
quella ramificazione di
conseguenze che Ya
annessa a siflatto
diritto: non esisterebbero
nè i doveri
nè i diritti
di matrimonio, non
quelli della conservazione
dell’ individuo, non quelli
della hsica esteriore
libertà. I
delitti contro la
temperanza fisica, contro
la educazione e
la società, l’omicidio,
il suicidio, il
lurlo, le percosse,
il libertinaggio d’ogni
genere ec. sarebbero
cose di cui
non si potrebbe
formare tampoco un’
idea. 584. La morale
umana detterebbe un
altro catalogo di
doveri, di virtù
e di vizii,
di cui non
è possibile formare
alcun concetto. Ma
per ciò che
riguarda Dio, l’uomo avrebbe
le stèsse relazioni
di dipendenza, e
quindi sarebbe soggetto
ai doveri religiosi.
Ma il modo
di praticarli nello
stato di puro
spirito sarebbe diverso
da quello dello
stato di essere
misto . Dunque egli
è la coesistenza
di una macchina,
e di una
certa macchina che
determina la specie,
il numero e l’
estensione delle vive
regole della morale
umana. Ciò tulto
si esprime brevemente
dicendo che la
morale umana è
la morale di
un essere misto. 586.
Dunque, benché i
rapporti ne siano
necessarii ed immutabili
tuttavia il fondamento
di questi rapporti
non è niente
più immutabile e
necessario di quello
dell’ordine fisico. 1
rapporti di una
figura materiale reale
sono necessarii ed
immutabili: ma lo
sceglierne la specie
è cosa arbitraria;
il farla esistere,
distruggerla, cangiarla, è
cosa contingente. 587. Questa
macchina umana, benché
costrutta come ora
la vergiamo, si
può immaginare formata
in altre guise.
Se
l’uomo, a cagiou
d esempio, riunisse
entrambi i sessi,
e fosse costrutto
in guisa da
moltiplicare senza accoppiamento, egli
polrebb’ essere padre e
madre ad uu
tempo stesso. Ecco
cangiati tutti i
doveri e i
diritti relativi a
questo particolare. 588. Se
le sue braccia
invece di finire
in maui flessibili
andassero a terminare
(come ha immaginalo
Elvezio) in una
zampa di cavallo,
non potrebbe fare
lavoro alcuno. L’arte
della scrittura, dell’architettura, della
pesca, l’agricoltura, la
tessitura, l’arte del
falegname, del fabbro-ferrajo, ed
in breve tutte
le arti di
prima necessità non
potrebbero aver luogo.
Da ciò quanti
beni sociali di
meno, quanti disagi
di più! Anzi
la società uou
avrebbe luogo, poiché
gli uomiui sarebbero
condannali ad abitarle
caverne a guisa
di bruti. Del
pari un numero
infinito di diritti
e di doveri
sarebbe senza fondamento. 589. La
struttura adunque della
macchina umana determina
iu ispecie molli
doveri e diritti,
e perciò molte
regole della morale,
e molli molivi
di osservarle. 590. L’uomo,
quale ora lo
conosciamo, ha una
tessitura di organi
distruttibili dalle forze
de’ suoi simili,
talché ne può soffrir danno
e morte, come
anche ne può
ritrarre molti beni
e soccorsi. Ma
se questa strutlura
fosse, per dir
così, invulnerabile, o
se le forze
dell’uomo fossero talmente
fievoli da non
recare alcuna nociva
impressione, o non
prestare veruu ajulo
al suo simile,
cesserebbe ogni fondamento
di molli doveri
tanto positivi quanto
negativi, e riuscirebbero
impossibili molli vizii
e molte virtù.
La
passibilità dunque della
macchina umana e la sua
Jorza determinano altri
diritti, doveri, virtù,
vizii e delitti. 59 1. Ma
se l’uomo, benché
dotato di una
macchina, non abbisognasse
di un nutrimento
procurato dall’ industria, ma
invece lo assorbisse
dall atmosfera, e
per una via
più compendiosa compisse
il nutrì É
PARTE II. SEZIONE
II. CAPO XV.
887 mento e Y
assimilazione dei corpi
estranei 5 se
la temperatura delle
stagioni in certi
climi non irritasse
dolorosamente le fibre del suo
tatto, e talora
non apportasse malattia
e morte; egli è chiaro
che non abbisognerebbe dei
frutti della terra
o del regno
animale per ricovrarsi,
nutrirsi c vestirsi.
Perloccbè di nuovo
la tanto estesa
caterva dei diritti
e dei doveri
annessi al dominio
delle cose, tanti
oggetti di necessità,
di comodo e
di piaceri, e
quindi tante passioni
virtuose e malvagie
non avrebbero esistenza. 592. Aduuque
i bisogni fisici
dell’ uomo, derivanti dalla
struttura e dalle
determinazioni e relazioni
della sua macchina,
determinano assolutamente certe
regole della morale. 593.
Così (senza dilungarmi
in ulteriori enumerazioni)
il numero, la
diversità, l’estensione, Y
intensità, la durata
dei bisogni, le
forze ora maggiori
ed ora minori
a poterli soddisfare,
saranno e sono
tutte circostanze che
inducono e indurranno
una diversità di
numero, estensione, specie,
durata ec. di
alcune regole della
morale ('). 594. Da
questo brevissimo saggio
analitico consta abbastanza
la verità della
sovra allegata proposizione,
che Y ordine morale,
tanto nel suo
stalo, quanto ne’
suoi rapporti attivi,
sta interamente fondato
e viene diversamente
determinato dal Y ordine fisico. 595.
Dunque le regole
della morale, quali
possano servire alla
pratica umana, debbono
essere tratte e
definite dalle relazioni
di fatto fisicomorali
fra fuorno e gli esseri che
lo circondano ed
hanno azione sopra
di lui, e sui quali
egli pure reagisce;
e ciò in
quanto le sue
azioni libere possono
influire sulla sua fieli
ci là. 596. Ma
in questo elevato
punto di vista
mancano pur tuttavia
assaissimo considerazioni, onde
determinare la morale
sociale . Qui nou
abbiamo contemplato l’uomo
se non nel
suo più astratto
e generale concetto:
ma vi manca
la parte maggiore
che può servirgli
nel commercio co’ suoi
simili, lo ne
farò quindi il
più breve cenno,
e generale. (
1 ) Il
commercio tra uomo
c uomo è
intieramente fisico: le
anime loro non
si comunicano direttamente
: il corpo
vi sta frammezzo;
e mercè di
esso si eseguiscono
tutti gii atti
sociali. Di
più, col progresso
dell iucivilimcnlo sorgono
variatissimi oggetti fisici,
che divengono fondamento
di nuovi diritti
e doveri. H.
Come V uomo
debba procedere nel
determinare le regole della
inorale sociale. 597. La
mente umana, fatte
le convenienti osservazioni,
scorge nell'uomo, al
pari che negli
altri esseri animati,
il line comune
della cotiservazione degl
individui e della
riproduzioue loro. Questa
è uua legge
di fatto naturale.
Nella storia preliminare,
proposta a fondamento
di questa scienza,
si è notato
esistere in tulli
gl’ individui uua invincibile
teudeuza al piacere,
e un odio
insuperabile al dolore
; in una parola, Yamor
proprio ossia l’amore
alla felicità :
legge di fatto
reale della natura.
Io
terzo luogo alla
conservazione, alla riproduzione,
ed ai mezzi
a quelle tendenti
fu annesso Y amore
e il piacere,
ed alle cose
contrarie Yodio e
il dolore. Auche
questa è legge
di fatto reale
di natura. 598. Mercè
quindi il collegamento
dell’rt/nor proprio alle
sovra espresse cose
il contemplatore scorge
due leggi di
fatto insieme coordinate
allo stesso bue. Dunque
è costretto a
dedurre in generale,
che giusta l’ordine
stabilito dalla natura,
e giusta i
rapporti del comune
interesse, la distruzione,
l’incomodo, la schiavitù,
e in fine
tutto ciò che
tende a togliere
o a sminuire
la felicità altrui,
sono cose vietate
dalla natura, e
per le quali
da’ suoi simili a
lui ne deriverebbe
danuo, perii connaturale
odio al dolore,
per la tendenza
alla difesa, e
per gli stimoli
alla vendetta: mentre
per lo contrario
tutti gli atti
di soccorso e
di beneficenza vengono
muniti dall’approvazioue della
natura legislatrice, e
sono vincoli di
affezione e di
colleganza. Da ciò
vede esistere una
norma delle sue
azioni, indipendente dalla
di lui esecuzione,
i rapporti della
quale gli arrecano
o male o
bene. 599. Dunque egli
scorge un bene
ed un male
annessi a siffatti
atti, che riescono
di stimolo o
di freno alla
sua libertà. Formando
quindi la nozione
degli atti che
portano seco si
fatte conseguenze, nasce
l’idea del dovere.
Osservando
che il bene
e il male
annessi sono per
lui inevitabili, e
sentendo una unica
ed invincibile tendenza
alla felicità, ne
trae la nozione
della obbligazione morale.
In
vista di uua
nonna, ha uu
modello di paragone,
onde nascono relazioni
di conformità o
di difformità fra
quella e le
sue azioni. Ecco
la nozione di
giustizia. Siffatta
norma essendo il
risultato di rapporti
realmente attivi, ed
esistenti iu natura,
forma la nozione
di legge. Alla
osservanza pratica od
alla contravvenzione scorgendo
annessi il piacere
o il dolore,
per tale unione
e relazione forma
l’idea di sanzione.
Finalmente
scoprendo clic per
ciò appunto che
la natura ha
voluto la conservazione
e la felicita,
é drl pan
avrà autorizzato la
voIopLà e la
forza ili ogni
uomo a praticare
r ii alti
a lai fine
tendenti od efficaci.,
ed avrà vietalo
ad ogni altro
nomo E impedirlo
; cosi formerà
1 idea del
diritto* 5 G00.
Olimpio il dovere
e il diritto
non sono nella
loro realità se
non che modificazioni
della libertà eli
fatto dtilTpQtóo. Voglio
dire, eh 'essi non
sono se dou
che gli atti
stessi della sua
facoltà di volere
e dì eseguire
le volizioni, in
quanto vengono riferiti
alla norma ed
al fine voluto
dalla natura. g
GOL Ma in
natura Tatto astratto
non esìste j
non esistono che
atti indwiductli 'doli* ticiBO.
Presi come esistono,
sono effetti di.
una forza: agire
altro non è
che produrre un
certo elle Ito.
La loro relazione
non f\ die
mi concetto dello
spirito umano: ben
è vero che
il loro esercizio
è l'applicazione dì
mia forza sopra
un oggetto. ^
602. Dunque i
diritti presi nella
loro realità, e
riportati alla loro
norma e al loro fine
non possono essere
altra cosa che T
esercizio della volontà
r de IL
forza umana sopra
certi oggetti, in
quanto questi alh
sono conformi alle
leggi della natura,
e Lendenli a
procurare il benessere
ut] i ano. G(K;p.
Dunque malamente e
impropri a monte
di cesi trasportare
c svenarti un
diritto . Il trasporto
e T alienazióne
non cade che
sull oggetto. L’uomo
dal cauto suo
altro non fa.
che raffrenare la
sua forza dal
praticare su ili
un da Lo
oggetto quegli atti
che prima a suo piacimento
era gli lecito
esci citare. 6 Od. Dunque
una convenzione riguardante
specialmente una cosa
materiale, se si
considera dal canto
suo movale-, altro
non e che
I espressione della
volontà di due
o più uomini,
per cui 1
uno ma mi
està che a
favore d? un
suo simile egli
ha deliberato cd
assicura di non
esercitai più la
sua forza legittima
sopra di ima
data cosa 5
e 1 altro
esprime di voler
egli praticare senza
oracolo gli stessi
atti . \ iceversa
* quando la
convenzione ha per
oggetto Tesecuzione diretta
di qualche aLLo
personale* l'espressione è
pure la medesima,
postochè dapprima una
parte non era
in dovere di
praticate un atto
della sua terza. 6(b>. Ma
il possedere un
dato oggetto materiale,
oppure 1 esercizio
dì un atto
personale nel commercio
umano, è per
sè cosa utile,
e sovente necessaria.
Il continuare in
siila Ito possesso
Lrae seco importantissime conseguenze
al ben comune.
Il richiamarlo contro
la volontà del
possessore apporta incomodo,
dispiacere 0 contrasto.
Inoltre trae seco
per necessaria conseguenza
il turbamento di
molteplici connessioni necessarie
al collegamento, alla
conservazione cd ai
progressi della società
. La società è
d altronde uno
stato asssolutainente necessario
al benessere eil
alla perfettibilità umana.
Quindi nulla si
può attentare contro
di lei ;
e per lo
contrario praticar si
deve ciò che
tende alla sua
conservazione ed al
suo meglio. 006. Da
ciò la mente
umana deduce le
regole riguardanti la
fede e la
stabilita dei patti
non risolvibili senza
il consenso scambievole
delle parli. Internandosi
poi nelle rattemprate
modificazioni e nell’
incrocicchiamento dei diversi
rapporti del tutto
sociali, e riportandoli
al loro centro,
ne trae, come per soluzione
di un problema,
le limitazioni e *r
89 j Sì 5
Io sei io
quanto la legge
non li considera
soggetto a me;
perchè ci obbliga
entrambi a rispettarci
; perchè se
imploriamo la sua
autorità, se si
tratta di concorrere
al ben comuue,
ci riguarda con
pari affezione: ma
non perchè ti
debba lar parte
dei frutti della
mia industria, della
mia fortuna, degli
onori da me
acquistati e de’
miei onerosi privilegii.
Se tu avrai
pari industria, ingegno,
fortuna, merito, virtù,
tu godrai uuo
stato eguale al
mio. La tua
eguaglianza astratta è
dunque ipotetica. In
tutto ciò noi
siamo diseguali :
dunque diseguali debbono
essere anche i
diritti relativi che
godiamo in laccia
della le°£e. 625. Ma
d onde nasce
questa conciliazione ?
Dall’aver prese in
considerazione alcune circostanze
di fatto dell’ordine
reale di natura,
non comprese nella
nozione di fatto
che formava il concetto del
principio astratto. Discendo
alquanto dalla montagna,
e dico: tutti
gli alberi sono
egualmente alberi: ma
non tutti gli
alberi sono eguali. 626.
Non altrimenti che
le apparenze ottiche
hanuo un’ effettiva verità
alle diverse distanze
da cui si
contempla l’oggello, talché
ogni pittura che
se ne fa
si può dir
sempre fedele, ma
pure diversa in
date ilistanze; così
pure nelle regole
pratiche avviene che
i pii nei
pii (benché nelle
diverse generali categorie
siano veri) nulladimeno
non sono completi
che nel punto
piu vicino alla
realità, perchè la
pratica uon può
mai essere astratta. 62
l. Lo stesso
sperimento che ho
tentalo sull’eguaglianza eseguir
si potrebbe egualmente
sulla libertà. Ma
ciò soverchiamente mi
devierebbe dal mio
scopo. 62o. Si perdoni
questa lunga digressione
all’importanza della opinione
che io poteva
temere contraria; si
perdoni alla mancanza
di metodi precisi
di ragionare in
morale; e finalmente
alla rilevanza della
materia medesima troppo
interessante all’umanità, e
in cui per
difetto di metodo
si sono commessi
e tutto dì
si commettono innumerevoli
errori calamitosi alla
società. Articolo li.
Se gli uomini
nell epoca barbara
della immaginazione possano
conoscere le regole
della morale. 629. La
risposta è già
fatta dalia dipintura
dello stato di
quell’epoca paragonato col
complesso dei doveri
logici fin qui
esposti. Che se
il cuore di
molti ripugna all’atrocità,
alla violenza ed
alla soperchierà, non
ne viene perciò
che senta una
tale ripugnanza ia
vista PARTE li.
SEZIONE li. CAPO
XV. 895 d’an
paragóne con una
regola teoretica, auzicliè
per un effetto
di sensibilità determinato
dairattivilà delle idee
acquisite, la cui
efficacia ed impressione
piacevole o dolorosa
viene diretta dai
rapporti della sua
natura, oiusta quanto
si è veduto
di sopra (ved.
Capo XI Y. Art.
III. IV. e
Y. di questa
Sezione). Ad acquistare
la cognizione d’una
cosa qualunque non
vi sono che
due sole vie:
vale a dire
o 1’ invenzione propria,
o Yistruzi0ne altrui.
Ma la prima
è impraticabile, se
non si hanno
dapprima predisposte le
idee, se la
ragionevolezza e la
coltura non sono
giunte ad un
certo grado di
sviluppamene proporzionato alla
comprensione delle astrazioni;
e per conseguenza,
se l’attenzione non
venne fissata dapprima
sugli aspetti parziali
delle cose, se non ne
ha ritrovati i
segni e annessevi
le idee, e in breve
se lo spirito
umano non abbia
eseguite tutte quelle
operazioni che si
sono dimostrate indispensabili alla
ragionevolezza ed alla
scoperta della verità
(ved. Parte li.
Sezione I. Capi
Vili. IX. XI.
e XX). L'istruzione
poi è impossibile
dove mancano le
persone che siano
fornite di lumi,
e li possano
sommihistrare ad altrui - Ma
in questa epoca
delle popolazioni e
l’una e l’altra
di queste condizioni
mancano interamente (ved.
Cap. XIV. Art.
VII. Vili, e
IX. di questa
Sezione). Dunque manca
ogni mezzo di
conoscere le regole
teoretiche della morale. 630.
Si chiederà se
colla guida del
solo sentimento, benché
acquisito e determinato
dalla natura nel
modo sopra annunciato,
possauo le popolazioni
recare giudici! morali
tanto retti, quanto
mercè il lume
della più perfetta
cognizione delle regole
teoretiche. 631. Rispondo, che
se molte volte
ciò far possono,
ciò non trattiene
le popolazioni dal
cadere spesso nell’ errore.
Il sentimento diviene
fallace ogniqualvolta vi
si mescola qualche
estrinseco eterogeneo interesse.
Il sentimento diviene
fallace ogniqualvolta vi si associa
male un’idea. Cosi
se per alcune
particolari circostanze in
un popolo nasca
la credenza che
sia atto di
compassione l’uccidere i
vecchi e 1
esporre i bambini,
esso lo farà
freddamente, ed anzi
s’applaudirà di praticare
un atto umauo;
se crederà rendersi
terribile ai vicini,
o fare un
opera meritoria mangiando
o abbruciando vivi
i suoi nemici,
ciò pure praticherà
con allegria di
cuore: e così
dicasi del resto.
L’ospitalità, benefizio tanto
costantemente usato presso
tutte le barbare
nazioni della terra
tanto antiche quanto
moderne, quante volte
non è stata
violata cogli atti
ì piu immorali!
Aprite
gli annali del
genere umauo: leggete
la storia delle
nazioni in un’epoca
simile a quella
che esaminiamo, e poi rispondete
se entro a
quella il solo
sentimento possa servire
di sicura guida
morale alle popolazioni. Ora se
cotanta è la
fallacia di questo
mezzo, come mai
si po. tra
stabilire la tesi
generale, che il
sentimento possa essere
un sicuro direttore
dei giudicii morali,
e quindi riescire
un criterio di
verità? 633. Io non
dico perciò che
il sentimento molte
volte non detti
quegli atti medesimi
che le regole
morali additano: ma se egli
non esclude per
sistema intrinseco e
generale le opinioni
immorali, sarà eternamente
vero che converrà
determinarne la direzione
colla combinazione delle
circostanze esterne 9 o
rettificarne le aberrazioni.
Questa è l’opera
delle leggi, e
di una ragione
pienamente illuminata; e
le une e
l’altra non si
riscontrano che in
un’ epoca ulteriore
di incivilimento per
lente e graduali
progressioni eseguito. Ed
anzi in questo
stalo medesimo di
perfetta società v
hanno gradazioni, le
quali se prima
non sono fedelmente
seguite, non si
giunge alla vista
della verità: la
quale all’ occhio umano
non si presenta
se non sotto
un punto di
vista unico e
viciuo, e dopo
che è salito
ai più sublimi
gradi della perfettibilità, come
in parte si
e già veduto,
e più ampiamente
si vedrà in
progresso. 634. Questo sarebbe
il momento nel
quale, volgendo l’occhio
sulle culte ed
illuminate popolazioni, dovrei
fare l’applicazione delle
teorie fin qui
tessute allo stato
di fatto del
Pubblico; e, riscontrando
le cognizioni necessarie
alla scoperta della
verità colla pratica
possibile di questo
Pubblico 5 far
sì che risultasse
evidentemente la verità
della risposta da
me recata al
proposto quesito. Ma
siccome l’unità sistematica,
che appoggia e
sostiene la catena
delle verità, non
permette speculazioni dimezzate
; così debbo
sospendere ora dal
procedere a sififatta
conchiusione, lino a
che non abbia
esposte e sviluppate
altre fondamentali considerazioni. CAPO
XVI. Necessità di
conoscere la base
della certezza delle
cose di fatto. Ricerche
relative. 635. Due sole
specie di verità
possono esistere; cioè
a dire le
verità di fatto
e quelle di
raziocinio, corrispondenti appunto
alla sensazione ed
alla riflessione. 636. Non
escludo il raziocinio
dalle notizie di
fatto, ben sapendo
che a guidare
1 uomo alla
loro scoperta, o
ad accertarlo delle
loro qualità e
delie loro circostanze,
soventi volte è
mestieri del raziocinio.
Ma allorché scopo
primario del ragionamento
sono le cose
di fatto ^
egli noa diventa
se non che
un mezzo subalterno,
onde porle in
luce ed in
certezza. Ciò però
non altera nè
corrompe l’indole e la costituzione
della verità rintracciala,
uè può alterarne
la specie; uon
altrimenti che uua
strada non può
cangiare la forma
o la collocazione
della meta a cui si
lende. D’altronde
in ultima analisi
i raziocina che
servono ad accertare
i fatti sono
in se medesimi
altrettanti risultali di
altri fatti diversi.
per la ragione
che i raziocina
risultano dalle idee
acquistate coll’ esperienza. 637. Ripigliamo
il (ilo a cui tendeva
l’incominciamento di questo
discorso. I giudicii
umaui, aventi per
oggetto la verità,
debbono poggiare essenzialmente sullo
stato reale delle
cose. Abbiamo
accennato che ogni
nozione anche astratta
e generale noti
è vera, se
non in quanto
si può in
ultima analisi ridurre
ad uua idea
di esperienza. Dunque
ogni teoria non
sarà vera se
non in quanto
esprime la connessione
ed i rapporti
vicendevoli di molti
fatti reali della
natura o fisica
o morale o
mista. 638. Ma se
i fatti immaginati
non sussistessero, ogni
nozione sarebbe puramente
ideale ; ogni teoria
diverrebbe un mero
romanzo. Dunque l’uomo
giudicando che siffatte
cose veramente esistessero,
ed in natura
fossero come egli
le concepisce, formerebbe
un falso giudicio. 639. Quindi
affinchè ogni pensamento
umano si possa
dir vero, lauto
rapporto a’ suoi fondamenti,
quanto rapporto alle
sue deduzioni, è
assolutamente necessario che
la sperienza nou
sia fallace. 640. Ma
approssimiamoci vieppiù allo
scopo a cui
tendono le nostre
osservazioni. Siccome in
natura qui non
abbiamo che l’uomo
e gli esseri
che lo circondano,
così tutti i
fatti si racchiudono
entro questa sfera.
Dunque i raziocina
aventi per iscopo
la verità eutro
questa sola sfera
si aggirano, nè
oltre si possono
estendere. 641. Ma siccome
gli esseri uon
sono fra loro
nè sconnessi, uè
isolati: ma all’opposto
per un’azione, per
una reazione, per
un assorbimento scambievole
si ravvolgono entro
innumerabili sfere, or più ed
oi meno ampie,
di reciproca influenza,
talché fra loro
alcune si aiutano,
altre si collidono,
altre predominano, ed
altre servono: così
i fatti saranno
risulta menti necessarii
della materia e
dello spirito, modificati,
aggirali, e in milioni di
guise composti dall’azione,
dalla forma, e
dallo stalo accidentale
e progressivo dei
soggetti medesimi posti
in iscambievole comunicazione
e dipendenza. 642. Ciò
premesso, approssimiamo ancora
di un grado
le idee al
nostro soggetto. —
La base prima
delle scienze è
la storia di
qualsiasi genere, come
ora si vede.
Ma quand’anche i
fatti fossero certi
in se medesimi.
se chi deve
recar giudicii su
di loro non
avesse prove indubitate
della loro esistenza
e delle specifiche
eircostauze u per
l’esperienza o prr
indubitata autorità, i
giudicli nuli r Esulterebbe; ro mai
certi.. _ Dall'altro cauto il
dii mero dei
J fitti die
possono emisi a
re ad ormino
mercé la prò*
pria esperienza é
ristrettissimo* Dunque è
inevitabile il riportarsi
quasi intieramente all
altrui tradizione o
scritta o verbale. 643.
Ma se sulla
nuda in esaminata
fedo altrui si
ammettessero! fatti* è troppo chiaro
che 11 fondamento
dei giudleii nostri
sarebbe Le* m
erario. Allora col
favore di questa
precipitilo za si
potrebbe sempre In*
tra dere e
far ammettere come
certo qualsiasi fallo
non contestalo, e
sovente ancora fatti
realmente falsi. Perl
oche i giudici!
clic ue sorgesspri)
non potrebbero tenersi
mai qual criterio
di verità. 644. Che
se ci rimanesse
dubbio sulla eerttcitU
del Pubblico, curri
mai potremmo esser
certi della verità
dirli notizie a
noi trasmesse tmri
la via delia
tradizione? Dunque,
prima &i Litio,
deve esistere iu
un* luna un
fondamento certo ed
uifutliLib1. il quale
ci rassicuri che
la norrazione e
la tradizione, poste
almeno certe circostanze.
non sono men*
zognere: altrimenti, mancando
questo primo fmidameiiL'.
imi s n r u Eitn i o aggirati
da un perpetuo
dubbio su tutte
quelle cognizioni quali
JL:,|j ci constassero
per immemata esperienza,
Periodi è quasi
tutto lo sci L il
avrebbe una fonte
meramente precaria. 645. Dunque,
oltre l'avere un
principio indubitato ridia
triV^a reale delle
case à\fctttO,r avvi
d uopo alia
ter Le zza
dei giiidicii umani
eh'1 esista un
chiaro e formo
teoretico fondamento che
ci assicuri dell
.dlnn veracità. Nè
pensarsi deve ch’agli
riguardi soltanto que#faUi
dteformano la storia
civile o religiosa,
ma abbraccia eziandio
I dati e
1 dell ordine
fisico, psicologico e
morale misto. _ Quando II
Pubblico e il
pm dei fisici
medesimi giudicano che
gli esperimenti di
Newton, di Haller,
di Franklin, di
LavoLi-r sono veri:
quando ammeftouo corni'
autentiche le storie
di Buffon, di
BonneU di Réaumur.
di Trembley, i
Spallanzani, ui Linneo,
di Tourneforl: quando
riportano con fiducia
le loro scene*
S ti73' Ora
egli è pur
vero che ogni
idra, ogni affezione,
ogni seminjento mio
non si può
divìdere da me,
che lo sento;
e che Lauto
dalI esperienza, quanto
dall ipotesi . esse
non sono enti
reali o diversi
a staccati da
me, ma soltanto
modi d’ esistere dell'essere
mio senziente: la
qtial cosa poi
nel buon linguaggio
della realtà altro
non significa, m
non che esse
non sono altra
cosa che 1
estero mio cosi
modi! ira lo,
ossi:i I essere
mio in quanto
esiste ora sotto
la forma dell'idea
delfodor di rosa,
ora di color
cilestro, ora di
virtù sociale. So
tutto ciò è
vero, a che casa propriamente
fidar rts&Besi quella doppia
attività tll sopra
supposta nelI* idea
? ^ 61
j, 11inLrmsechf! determinazioni dell' esser
mio, qualunque xiauo.
noli atto che
provo T idea
del colore cllestro
determinano la mb
sensibilità a vestirsi
dell idea di
detta colore; egli
sarebbe cosa ripuj
.gnaulò il dire
che uè] momento
stesso siffatte do
terni inazioni tenda
a o a
sbandirla. Dunque fino
a che questo
determinazioni non cangiano,
non si cangerà
nemmeno Io stato
attuale della mia
sensibilità. S se
1 esser mio
abbisogna di cangiare
di de ter mi nazioni,
code rivestire 1
altro stato successivo:
e so lo
stato attuale è
uh effetto !
giusta I ipotesi J
soltanto delle determinazioni sue
interne. indhJÈndi'rJ* temente
da qualunque esterna
azione; come potrà
dunque essere a
stesso cagìppp (Jj
cangiamento ? Se
l'idea del colore
cilestro non è
una sostanza reale,
e per conseguenza
non è una po
Lenza attiva e
divisa da ine.
ma è per
se stessa un
effetto, una semplice
modificazióne mia; in
brrve, altro non
è che Y
essere mio cosi
esistente : non
dovrò io dire,
che siccome, a
tenore dei priocipìi
deir idealismo 3
io non esco
da me stesso
nell atto di
sentirla, e sono
io stesso che
me la formo;
cosi anche per
cangiarla non debbo
implorare il soccorso
di alcun agente
esterno? G*G. Ora se
la ragione di
cangiarla si deve
ripetere nell’idea stessa
attuale, anzi m
è forza dedurla
da essa sola,
poiché ogni stato
dell'essere mìo passato
e futuro non
é veramente un
Ila; debbo adunque
supporre m me
un attuale, viva
ed attiva determinazione ad
avere fi idea
stessa ed a
scacciarla da me,
cioè a dire
ad averla e
a non averla
nello stesso tempo.
Ciò rimi è
tulio. Nelle alluci
e combinate JetermmazLom
delTesser mio de
ve si uou
solo ri irò
va re questa
contraddittoria tendenza a
produrre ed a
far cessare semplicemente
mi’ idea; ma inoltre
è forza racchiudervi
una speciale e
determinala disposizione ad
eccitare F altra determinala
idea che succede:
ciò cho aggiunge
una nuova ripugnanza. G78* Nè
dir si po Irebbe
clic Fidea precedente
generi la successiva
al momento solo
eh5 essa parte da!
campo della sensibilità 5
cioè a dire,
clFelia vi persista
senza cangiamento, per una forza
naturale di conservazione
di eè stessa,
per creare la
successiva al momento
solo ch’ella parte
dall' anima. Imperocché dovrebbe
sempre ritrovarsi una
prima ragione, per
cui essa debba
partire dalla mente;
o5 per parlare
più precisameli Le,
per cui Fan
ima so ne
debba spogliare* 5
679. Nemmeno dir
si potrebbe, die
soltanto dopo un
dato tempo di
durata nella sensibilità
l’idea debba divenire
madre di un
altra: poidie se
da nessun altro
agente esterno non
sopravviene mutazione in
tutto il tempo
eli ella si
trattiene nella mente;
c. sé ella
non è un
ente distinto e
sovrapposto alla facoltà
di sentire *,
che vada cangiandosi
per partì successive,
ma bensì è
una nuda m edificazione della
sensibilità; non v è ragione,
per la quale
s* ella deve
essere madre di un idea
successiva, esserlo non
debba al primo
momento che sT
impossessa della mente
: e per
ciò stesso* clic
nel momento medesimo
non debba sparire
dagli occhi mici,
per dar luogo
alla pretesa e
necessaria sua produzione,
(y 680* Ma
ciò (parlando senza
allegorie] non involge
forse una formale
contraddizione ed un
fatto contrario alF esperienza f
fufatLi, se al
momento che un1
idea si forma
in me devo
produrne un’altra, e
svanire per darle
luogo; ciò deve
far necessariamente supporre
entro di me una determinazione* uno
stato qualunque anche
incognito, mercè il
quale ìó debba
avere e non
avere nello stesso
tempo le idee
tutto. Imperocché* se
un idea al
primo momento clic
esiste in me
deve cessare, olla
realmente non vi
esiste nò vi
può esistere in
alcun momento possìbile*
cioè a dire
non vi può esistere giammai.
5 681. Ora
non ò forse
questa la necessaria
conseguenza dell idealismo
non solo, ma
eziandio della troppo
celebrata mi tempo
ipotesi delV armonia prestabilita^
nella quale soltanto
per un supposto
del tutto gratuito
sì ammetteva la
esistenza della nostra
macchina e degli
altri esseri della
natura? fj 682.
Iti dunque non
solo gratuita, ma
assurda e ripugnante
al latto la
supposta obbietta la
attività generante delle
idee; ed è
dimostrata tale non
in vigore d'nna
pretesa roguì/douc del F
intima natura della
nostra mente, ch'io
professo di nou
avere, ma da]
hi combina /ione sola
dei rnj porli di
quella ragione stessa,
colla quale l’ idealista
si sforza di
persia dermi de] la
sua opinione. 683. Resta
dunque provato che
ressero nostro senziente
e pensanti' debba
ripetere fuori di
sè stesso la
cagione determinante le
affezioni tnlte della
sua sensibilità; ciò
che è lo
stesso come dire,
che esiste fidò
che cosa di
reale e di
attivo fuori di
noi* die è la cagione
eccitatrice delle nòstre
idee. 684, Prego a
ridettero attenta mente
ni rapporti interni
di queste ultime
riflessioniLsse rovesciano ogni
fondamento tanto dell1
una quàt* to
dell altra opinione
che combattiamo* ancorché
si pretendesse chi'
In prima idea
non si debba
all azione di
verno agente esterno,
ed aUcofcIfe si
volesse tarmare dell
essere nostro una
spècie di divinità,
a coi aon
abbisognasse nemmeno un
primo impulso onde
far comparire e
mettere ni moto
tutte le parti
della macchina nostra
ideale, e far
succedere b ime
alle altre tutte
le variate scene
delle nostre idee »
delle nostra affezioni;
delle nostre volizioni,
e tutta la
catena in fine
degli avvenimenti della
nostra vita, Confermazioni dei
precedenti riflessi Osservazioni
sull' unità del
L'essere pensarne. 685, Mi
si permetta ancora
una osservazione atta
a convalidare le
prove Gli qui
addotte. A ivo
ed irrefragabile come
il sentimento della
misi esistenza .
io ho quello
dell unità del
mio essere. Ogni
dimostrazione, ogni raziocinio
che tessere si
volesse onde convincermi
che io non
setto piu persone,
ma una sola
persona, uon solo
sarebbe del tutto
superfluema ridicolo ed
impossibile, come sarebbe
una vera follia
tentare di persuadermi
il contrario. 686. Ora
questa unità o
è realmente singolare
propria indivisi* bile,
c rigorosamente tale
iu natura; oppure
è una unità
soltanto col* ì
e Ulva, Impropria,
divisibile e nominale.
Nulla prima specie
di unità sarebbe
vano il tentare
qualche divisione, o
voler discente re
differenze^ poi eh
e ciò renderebbesi
impossibile dal concetto
-stesso dulia cosa.
Quindi volendola definire,
potrei ben indicare
ciò ch’ella non
è o non
può efc sere
coll annoverare le
qualità che non
lo si convengonoma
non potivi mai
insegnare ciò ch’ella
sia in sè
stessa a chi
dapprima uou ne
avesse idea: non
altrimenti che ad
un cieco-nato non
[rosso far comprendere
che cosa sia la intrinseca
idea del color
rosso. Nell’ uniti collèttmi poi
io distinguo bensì
più cose; ma,
a parlare propriamente,
io le distinguo
non Dell'idea di
unità, ma bensì
ar|,po fletto a coi
la giudico appropriala.,
Io mi spiego.
Avarili di me
siasi posto, a
cagion d’esèmpio, uu
pentagono tua Le
riale, o un
dato animale singolare.
1/ idea della
loro totale indivìdua
figura ò talmente semplice
e determinata, che
non mi è
possibile aggiungere o
levare a lei
almi uà cosa
senza distruggerne il
concetto. Quindi essa
è tale, o
non è più,
Ecco V unità rigorosamente
singolare sotto di
un aspetto. Tale
pur si verifica
ne Ih idea
di ogni determinata
grandezza, colore, figura,
ec, 688, Ma siccome,
passando ad un’altra
considerazione, io veggo
delle parti Ìu
questo pentagono o
animale; e veggo
che possono, come
a n eli
e Fesperienza me
Io dimostra, esistere
Funa senza dell’altra;
e comprendo che
sono ira loro
distinte e moltiplica
quindi ho sullo
stesso oggetto l'idea
di numero. Ciò
non ò tatto.
Come veggo che
queste parli moltiplici
sono quelle stesse
che concorrono a
creare in me
l’idea Sémplice ed
indivisibile di pentagono
e di animale,
laiche pare che
questa idea rigorosamente
unica, singolare e io divisibile
vada a chiuderle
lutto entro un
solo co d ce L Lo indivisibile,
ciò che gli
scolastici chiamavano informare
: quindi per
uri’ operazione dell anima
mia, che racchiude
amendue queste considerazioni ad
uu tratto, io
dico che al
pentagono, alFanimale, e
cosi dicasi ili
un aggregato qualunque
di cose, si
può attribuirò soltanto
una unità collettiva^
e non singolare*
5 689. E
però ma ni
tosto . che propriamente
non esiste che
una sola idea
di un ità^ i;i un
aggregato rii eni
distinti l'uno dallVdlro,
aventi una esistenza
fra di loro
ludi perniatile. 5
69 I. DebLo
dire altresì, clic
questo di’-io appello
un tulio, canal
derato in astratto,
non ò veramente
dal cauto renio
della cosa clic
un puro nulla *
c ch'egli ò
soltanto uua idea
prodotta in comune
da tutti quegli
enti uniti; e
perciò che in
natura non esistono
se non enti
singolari e determinati,
e niente più.
g 602. Prego
di ponderare per
un momento questo
ultimo peri siero.
Par mi che
debba#! ammettere come
un assioma di
ragione, che TiJn
delVmte reale, applicata
ad un soggetto,
sia per necessità
metafòrica Ìliseparabile dall' idea
di unità *
cosicché quando l'uomo
afferma che quel
fai ente esiste^
e elio quel
tal ente è
reale^ deve anche
per Decessila inch in dorè
nel suo concetto*,
che per sé
stesso è unito;
poiché se la
realità o renliLà
fossero moltipiub, dir
non si dovrebbe
più che quel
tal ente esule j
ma brusi clic
quei tali enti
esistono. $ 750.
Che che ne
sia, non la
impugnerei giammai con
quell’ usi tato
argomento col quale,
accordando che Dio
abbia bensì la
potenza di farlo,
ma provando che
gli sia impossibile
il volerlo, perchè
ripugna agli attribuii
morali ili lui il trarre
in inganno f
uomo 3 si
deduce che dobbiamo
nutrire un assoluta
c massima certezza
dell’ esistenza reale dei
corpie degli altri esseri
umani. 75L lo non
mi gioverei mai
di questo modo
di ragionare, perche
i neh in
de e si
appoggia su di
un supposto lulso,
o almeno non
provato. Ammesso
infatti die ripugni
alla Divinità V
ingannare T uomo
; ammesso clic
la veracità e
la schiettezza, clic
l mortali apprezzar
devono infinitamente, e
riguardare come sacri
doveri, perchè costituiscono
uno dei vincoli
più importanti della
società umana, debba
pur necessariamente annoverarsi
fra gli attributi
morali della Divinità
£ si pretenderà
dunque altresì che
per non farla
autrice d’ inganno, essa
si debba fare
anche malie vadrìce
di quegli errori
nei quali Tucano
cade volontaria me uLe, o
i quali la
ragione più illuminata
trova pur mezzo
di evitare? No
certamente, mi si
risponderà. 752. Ora per
ciò appunto che
ammettete che Dio,
attesa la sua
olivii potenza, abbia
il potere di
supplire nel mio
spiritò a tutùle
apparenze delT uni verso,
e che a
voi è impossibile
accertar vene per
mezzo di esperienze,
polche non avete
altra via di
contatto; colle cose
esterne, che le
soli; vostre sensazioni:
ne segue clic
vai dobbiate necessaria™™ le Coulessare
che non vedete
impossibile che Io
stesso effetto possa
derivare di due
cagioni, c non
avete prove evidenti
da escludere l' intervento
di unti piuttosto
che dell* a 3 tra. 753, Dunque
io tal caso
attribuir si deve
ad uria verri
preti jiUansff, se voi
giudicate ch’esse possano
derivare soltanto da
una sola, citi
dai corpi. 1/
inganno adunque sarebbe
dell’uomo, e non
della Divinila, 754. Pene
li è, a
ca gioii d’esempio,
tutto il mondo
crede falsamente i
carpì la se
stessi colorali, sonori,
odorosi ec., dirà
forse li filosofo
clic la Divinila
inganni 1 uomo?
Gli sì potrebbe
ben rispondere, che
nella ragione umana
abbiamo ii mezzo
di persuaderci del
contrario ili queste
cosa di latto.
Cosi in questa
ipotesi, per ciò
solo ohe si
amine Ih. fisicamente
il potare della
Divinila ad eccitare
le idee nella
uostE inuma, e
elie ad un
tempo stesso non
possiamo iliscernerri coti
evidenza di sparirne
n to se
le dobbiamo o
a lei o
ai corpi, abbiamo
nel supposto me
desi irto un
argomento a dubitare
del contrario, se
non in latto,
almeno m linee
dì possibilità* E
quindi la ragione,
lasciando luogo ad
im’ altra possibile
causa, non è
tratta necessariamente in
inganno. Dunque nel
caso eh mia
tal causa agisca
su di ani
per far le
veci dei corpi,
la tirili u
ire Fa&fonc medesima
ai corpi sarebbe
un gin die
io nostro non
necessariamente derivante dai
rapporti delle cose
sulle quali giudichiamo,
si beni; una
illusione tratta da
una precipitosa ed
inconsiderata operazione della
nostra mente. 755. Sapete
quando propriameuLe potremmo
essere tratti in
inganno ? Allorquando
o noi avessimo
una certezza sperimentale
sulla natura delle
cagioni esterne delle
nostre sensazioni . che
necessariamente si limitasse
ai soli corpo;
o la mente
nostra, per una
necessaria legge del
suo naturai modo
di ragionare, ci
facesse sentire impossibile
1* intervento (Itila Divinità
sola a produrre
in noi le
sensazioni: talché, tanto
per I uno
quanto per Faitro
motivo, dovessimo escluderne
la possibilità. 756, Laondea
line di escludere
E intervento della
D i vi n i là, P conviene
assolutameli Le negare
die Dio possa
fisica meri le agire
sull amimi nostra
a modo dei
corpi : o,
se ciò si
ammette, conviene anche
ainnujLtere ebe tale
azione noti ripugni
agli attributi morali
di lui. 757, 5la
fra emendile questi,
casi, siccome il
pifi approssimato allumarla
intelligenza, il più
accomodato alF indole
delle prove, rd
d conforme alle
affinità delle cagioni,
si è quello
di supporre esseri
limitati c distinte
dì numero, Lauto
rapporto ai corpi
in generale, quanto
rapporta agl' individui umani:
cosi a questo
naturalmente Fuma tiaragioue
dona la preferenza,
e su dì
luì sì acquieta.
Quindi colui clic
ammetto il potere
della Divinità a
produrre le apparenze
tìsiche in noi,
deve pure ammettere
la esistenza dei
corpi e degli
altri esseri umani
come dimostrata soltanto
da una massima
probabilità, contro la
quale per altro
non vede poter
esistere clic un
unico caso in
comprensibile, Ridonali alla
società dei □ostri
simili, e bramosi
di scoprire se
lutti abbiamo un
simil modo di
conoscere Io cose,
onde accertarci so
esista fondamento di
una verità comune
dei nostri giudici!
riguardanti i latti
esterni: noi troviamo
sempre non solo
di non avere
altro mezzo di
certezza che quello
stesso che ci
persuase della esistenza
degli altri uomini,
ma che ci
è audio impossibile
averne di altra
sorta. Imperocché, onde
sapere con certezza
di sperimento se
esista o no
differenza fra il
modo dì sentire
e ili conoscere
proprio degli esseri
umani, farebbe d'uopo
essere sta Li
successivamente in noi
slessi e negli
altri . Ora ò
impossibile clic nessuno
sia stato giammai
fuori di sè
stesso. 7179, Ciò posto,
io chieggo se
un’ occulta diversità
di sensazioni si
concilierebbe mai con un modo
comune di esprimersi
e dì agire
non solo alla
presenza degli stossi
oggetti esterni, ma
eziandio iu infinite
circostanze, rielle quali
eglino ritornano, si
accoppiano o si
modificano per cento
diverse maniere* @
HUL Tutte le
possibili differenze che
possono esistere nelle
sensazioni Ira 1 5 u ] i o
e Fabro uomo,
si riducono a
due classi: Tona
nella forma o
specie della sensazione,
e P altra
n&ìWattìviià piacevole o
dolorosa che Ricconi
pago a. Ciò
è provato da]
['analisi che se
ne può fare,
seguendo r esperienza. Infatti
ogni anatomia che
tentar piacesse di
una sensazione* per
rapporto alla sensibilità
di ogni nomo
singolare-, non potrebbe
somministrare al!1 occhio
del filosofo clic
duo parli sole
5 io voglio
dire I idea
considerata come semplice
maniera di essere
dtdlr anima ) e
la dì lei
attmih piacevole 0
dolorosa. 5 7(i
f. Anche queste
cose però sono
identificate colla maniera
stessa ili esistere
dell anima, nè si
distinguono clic per
rapporto agli elicili,
poiche, a parlare
esattamente, il piacere
ed il dolore
non pongono una
diversità specifica nella
forma delle sensazioni
-, ma solamente
una diflevcn/ri., dirò
cosi, di attrazione
e di ripulsione,
ed una distinzione
di gradi nella
energia loro sulla
sensibilità r sulle
facoltà attive delTuomo*
Ne voTum, I, '£.tj lete
una prora di
esperienza? Aprile gli
ocelli sopra uu
piano coperto ili
nere, da cui
si riflettano i
raggi dei sole.
Per breve ora
ne semirote piucerei
indi passerete all'incomodo
e al dolore.
La stessa stessissima
sensazione continuata è
quella clic vi
fa provare questi
due stati opposti.
| 762. Fingiamo
ora per una
mera ipotesi, clic
ciò eli* io
veggo o alle
o distante o
lunsro o largo
lui piede solo,
al mio vicino
apparisse ihlla misura
dì due piedi
; (Le ciò
ch’io veggo plano
gli apparisse curvo,
e viceversa; die
il latte sembrasse
bianco all’ tino, c
rosso all' altro; eh
Fodere ch’io appello
di rosa, fosse
nell'odorato del mio
vicino Fodere di
garofano, o viceversa:
che il snono
per me dì
no flauto tosse
nell’ orecchio del mio
vicino il suono
d'ima zampogna: sarebbe
egli possibile ube
gli nomini si
potessero fra lpro
in tendere c
comunicare lo loro
idee? 5 703.
À prima vista
pare di no:
e cosi pure
parve ad alcuni
celebri pensatori. Ma
ciò non pertanto,
considerando la cosa
pni profonda menta,
sì scorge die.
malgrado tali differenza
poti' ebbero pure usar
Lutti uu linguaggio
sìmile, intendersi Firn
l'altro, ed esser*:
persuasi se&mbkvoli
nenie di
avere le stesso
idee. Ciò non
ò lutto, lo
dico clic esisterebbe
aoclie sempre uu
fondamento di verità
comune, per rapporto
alle idee, dei
sensi coi loro
oggetti. q 704.
Infatti se una
certa misura apparisse
diversa fi u
due in db
io ui. per
qual cagione ciò
avverrebbe, se non
atteso il mezzo
per cui si
Luis, mettono le
sensazioni? Tale apparenza
sarebbe dunque un
risultalo dei rapporti
naturali delle cose.
Posto adunque die
un aggetto avente
la abiura per
nifi di uu
piede si sminuisca
o si accresca
dolili metà ■.
:he si sminuirà
pur sempre in
proporzione anche dl
allio, tomo av
id uu occhio
nudo e ad un occhio
armato dì lente.
11 linguaggio *u
mi pie sarà
simile fra entrambi,
benché siano diverse
le idee loro
interiFu stesso dicasi
nei colorì . nei
suoni, negli odori
; poiché lo
dUitn teca dea
ciò e rinnovandosi
con un rapporto
costante ira 1
sensi e g
r re Iti,
attese le relazioni
rispettivamente eh fiorènti
c eoa Lauti
ha la .li
entrambi, si vanno
pure a rinnovare
anche nelle idee
di II un
tuia. 765. Per la
qual cosa deve
avvenire che lo
stesso segno o
ricevuto > comunicato
non solo uou
può svegliare le
stesse sensazioni hi
divn&i :e rv dii
. m
a de ve svogli a
rie a ssa
idi ffe re
n ! 1 5
c a d
n u lem
p ó s
f. e s
so al 1 1
'orno dei medesimi
o di altri
simili oggetti risvegliare
eoiStan temente stesse idee
nel medesimo cervello.
Quindi in ogni
uomo ingerii 1l01j
a persuasione elisegli
In Leo da
il linguaggio delle
sensazioni altrui. u
' dive, che
gli altri leghino
le stesse stessissime
idee allo stesso
segnò; keli è
realmente ve ne
annettano una del
luLLo diversa. Gettiamo
uu lume maggiore
su questa ipotesi,
la quale sembra
abbisognarne, perché riesce
troppo stravagante al
comune ed usitalo
nostro modo di
concepire gli altrui
pensamenti. Supponiamo il
caso che si
presenti una rosa
a tre persone
differenti, e cbe
in una ecciti
la sensazione del
color rosso, nell’altra
del giallo, e
nell’altra dell’azzurro. Egli
è certo, cbe
siccome ciò avviene
in forza della
struttura organica degli
ocelli di ognuno:
così ogni volta
che si presenterà
di nuovo lo
stesso bore, egli
rinnoverà in tutti
le annoverate diverse
e rispettivamente identiche
sensazioni. Per la
stessa ragione ogniqualvolta
si presenterà qualunque
altro corpo, la cui struttura
superficiale sia atta
ad eccitare nell’uno
la sensazione del
rosso, avvenir deve
che negli altri
due ecciti costantemente
quella del giallo
e dell’azzurro. Così
se dalla prima
persona il colore
veduto alla presenza
della rosa venga
denominato rosso, e
gli altri ne
apprendano da lui
il vocabolo, l’uno
chiamerà rosso ciò
che nella mente
dell’altro è giallo,
e l’altro pure
chiamerà rosso ciò
che nella mente
dell’ altro è azzurro,
senza che avvenga
mai varietà alcuna
nella corrispondenza che
passa fra il
vocabolo e l’ idea
a cui è
associato, e fra
gli oggetti ai
quali viene applicato.
Oud’è, che anche
negli altri colori,
dandosi le stesse
costanti dilfereuze, useranno
pure lo stesso
linguaggio; credendo ognuno
in suo cuore
fermamente di annettervi
le stesse idee,
le quali altri
vi fanno corrispondere, senza
che ciò per
altro effettivamente avvenga,
e senza che sia possibile
accertarsi se fra
loro intervenga disparità
d’ immaginare. 767. Ora passando
dall’ipotesi al fatto,
qual cosa dobbiamo
noi tenere per
certa su questo
argomento? Anche ammessa
l’esistenza dei nostri
simili, tali e
quali ci sembrano
all’apparenza, siccome mai
non potremmo avere
sperimenti o ragioni
per accertarci se
esistano o no
siffatte differenze; così
dobbiamo limitarci ad
una meno convincente
analogia, e quindi
ridurre anche questa
cognizione alla classe
delle probabilità. CAPO
XIII. Limitazione . 768. Ben
è vero, che
se le soprannotate
differenze si possono
fingere nelle sensazioni
individuali dello stesso
genere, in guisa
di conciliarle con
un comune linguaggio,
egli sarebbe impossibile
di farlo supponendo
fra parecchi individui
una differenza generica
di sentimento; cioè
a dire, se
piacesse di fingere
che uno avesse
le idee appartenenti
ad un senso,
mentre che l’altro
ne mancasse, o
ne avesse un’altra
di un scuso
diverso: e così
se uno vedesse,
mentre che l’altro
non vedesse nulla;
o in vece
di vedere udisse
qualche suono. Una
sì strana differenza
fra due individui
aventi alla presenza
dello stesso oggetto
esterno non solo
idee diverse appartenenti
allo stesso senso,
ina idee appartenenti
a sensi diversi,
farebbe sì che
fra loro non s?
intenderebbero in guisa
alcuna, o che
ognuno accuserebbe l’altro
di stravagante, di
mal organizzalo, di
pazzo o di
visionario. Il cieco-nato
potrebbe mai ragionar
di colori, e
il sordo-nato tessere
teorie di musica? 769.
Ciò non è
lutto. Se con
un esame paragonato
si osservinole esperienze
somministrateci dal senso
del tallo, e
le inflessioni diverse
che debbono prendere
le nostre membra
per rapporto alla
struttura degli oggetti
più materiali sottoposti
al senso della
vista, si trova
un punto, benché
unico, tendente a
confermarci nella opinione
della somiglianza delle
sensazioni nostre con
quelle dei nostri
simili, ed un
fondamento di analoga
presunzione anche per
rapporto alle altre
particolarità delle sensazioni
visuali, e fors’ anche
degli altri sensi. 770.
Ilo detto un
punto unico ; imperocché
fra il tatto
e le inflessioni
delle nostre membra
e la vista
non v’è altro
genere di sensazioni
in cui concorra
una corrispondenza di somiglianze, di
differenze e di
successioni, come nella
struttura o forma
delle cose più
palpabili. 771. Finalmente supponendo
anche esistere fra
uomo e uomo
le sopra limitate
differenze nelle sensazioni,
ciò non indurrebbe
discordanza alcuna almeno
in quelle verità
che debbono servire
all uomo ragionevole,
e riescono importanti
agli usi della
vita ed al
commercio scambievole dell’umana
società. Conciossiachè, a
riguardo della prima
circostanza, egli è
certo che siccome
le differenze dubbie
fra le sensazioni
di parecchi uomini
rispettano certamente i
confini dei loro
generi; così rispettano
pur anco lo
stato delle idee
generali ed intellettuali, le
quali, se ben
si osservi il
linguaggio della ragion
comune, sono le
predominanti nelle verità
anche di fatto.
Eccettuando infatti i
ragionamenti che contengono
o riguardano le
descrizioni degl individui
ed alcune sensazioni
specialissime, tutti gli
altri sono più
o meno generali.
E d altronde
sic come anche
le differenze, se
esistessero, avrebbero un
costante rapporto fra
gl’individui, e tale
che necessariamente si
concilierebbe colla convenienza
apparente di sentire
fra uomo e
uomo; convenienza clic
bisogna assolutamente tener
per certa, perchè
è una cosa
di esperienza e
cosa nota: perciò
l’uomo nulla dovrebb’ essere premuroso
d’indagare gl’ impenetrabili recessi
della mente altrui,
polendo benissimo valersi
dell ajy parenza
sola, come di
un segno costante
e certo di
verità nelle cose
di fatto appartenenti
alle sensazioni. Per la
qual cosa se,
a cagion d’esempio,
taluno a me
dicesse: io ho
veduto un fiore
giallo ; benché
io dubitassi che
a lui fosse
veramente sembrato rosso,
io dovrei dire:
il tale ha
veduto un fiore,
cui sJ io
vedessi troverei di
color giallo; cioè
ecciterebbe in me
l’idea di giallo,
benché in lui
abbia forse eccitato
l’idea del rosso. 773.
E ben chiaro
che, mercè questa
differenza, la cosa
venendo ridotta ad
una pura traduzione
del linguaggio d’istituzione, comune
all’idioma mentale di
ognuno, salva nonpertanto
i rapporti che
passano fra i
sensi di ognuno
e gli esseri
esterni: couciossiachè a quel dato
vocabolo nella mente
dei varii individui
si sveglia l’idea
che ognuno vi
ha legato; ed
oguuuo vi ha
legato quell’idea che
risulta dai rapporti
necessari! che passano
fra il di
lui essere e
l’universo. Perciò una
tale differenza sarebbe
nulla per la
verità delle sensazioni. 774. Quindi
ogniqualvolta io fossi
solamente certo che
un mio simile
esprimesse veramente l’idea
ch’egli legò a
quel tal vocabolo
in forza dell’uso
suo comune di
favellare, sarei pur
anche certo ch’egli
ha veduto o
sentito quel tale
oggetto, al quale
io ho legato
quello stesso vocabolo,
o qualsiasi altro
seguo d’istituzione. Oud’ è
che ogui racconto,
purché fosse verace,
sarebbe pur anche
vero per rapporto
alla realtà del
fallo; cioè a
dire per rapporto
allo stato esterno
degli esseri che
circondano l’uomo, in
quanto agirono sulle
di lui facoltà. 775.
Il fin qui
detto si riferisce
soltanto a quelle
verità di sensazione,
le quali riguardano
meno davviciuo 1’
uso della vita,
che potrebbero perciò
in paragone delle
altre chiamarsi speculative .
Anche di queste
mi conveniva qui
ragionare, attesoché presentemente
noi riguardiamo non
l’utilità o il
danno, non il piacere o
il dolore, ma
bensì l’esistenza o
la non esistenza
di una cosa
qualunque in natura,
e delle di
lei qualità e
forme, affermala o
negata da più
uomini concordemente. 776. Tutto
questo appartiene alla
parte fisica e
psicologica della veracità,
d’onde risulta la
sua base reale.
Parmi per altro che
i ragionamenti esposti
bastar debbano contro
i sogni dell’idealismo e
contro tutti i
dubbii del pirronismo.
CAPO XIV. Nozione
filosòfica della verità
di sensazione. Dell'
unico metodo a
scoprire le verità
di fatto, ossia
la realità. 7 (
7. Avanti di
chiudere questo saggio
sulla parte metafisica
della veracità, giudico
acconcio esporre esplicitamente la
nozione della verità di
sensazione* e dì
accendere almeno in
geo citte ciò
die lar dell
mi IW ino
per conseguirne la
cognizione* 77S, Datemi un
uccìdo umano, e
datemi uno determinata
quan tilò dì luce
ebe sotto certe
leggi ne irriti
P interno tessuto
nervoso. Ne segno
mi effetto fisico
nel Porgano della
vista: ed a
questo effetto fisico
ne cor risponde
liu altro nella
sensibilità rimana, ed
e l’idea di
un colore è
di un ilaLo
colore. 779. Questa catena
dì effetti, risultante
dai rapporti naturali, a. a a
dir meglio, dalle
forze dì tilt
Li quest* èsseri
posti in i
scambievole commercio conforme
e proporzionato alla
loro rispettiva attività
radicata nella loro
natura* costituisco necessariamente o
rende la mia
idea V espicisione
di un fatto
reale . Questa catena
è necessaria del
pari dio h
un* tura delle
cose da cui
risulta. i 89. Siccome
adunque qui intervengono
esseri clic veramente
esistono. ed i
quali producono un
effetto reale, e
proporzionato alfe Imo
attuali determinazioni j cosi all'alto
eh* io bo P idea
di i dato
colore, gladi* caudo
1." clic esista
qualche cosa fuori
dì me: 2."
che lai cosa
agtSBS su di me: 3.u
ebe V effetto^ che
ne risulta, sia
corrispondente ai rapporti
naturali delle cagioni
attive, io giudico
rottamente. Duco in
buona filfr sofia
clic cosa sìa
la verità ri
e f gnidielo
sulla realità delle
cose esterne, ossia
la verità della
sensazione stessa rappòrto
al suo Aggetto.
Dal canb mio,
qualunque ella sia,
non posso esimermi
dal sentirla tuie e rjuale
mi si presenta,
e dall1 essere
convinto di sentirla*
Ma questa r
la certe dei
sentimento, anzi di
è la verità
della sensazione, 78 L
Se fucino fosse
costituito con sensi
diversi, con scusi
di raggiere attivili»,
non vedrebbe forse
le cose diversamente
ì Per rapporto
a quest7 ultima
circostanza sembra che
il microscopio ci
persuada allenanti vomente.
In ogni caso
possiamo dedurre ebe
lo stato delle
verità di latto
rapporto all* uomo
sia puramente ipotetico.
5 78‘X Ma
siccome non è
in potere delPuomo
di cangiare Patinale6*stillazione sua
naturale, e per
conseguenza nemmeno le
relazioni cogl' altri
esseri e i
loro risultati*, ebe
sono appunto le
sensazioni; così egli
o costretto a
riguardare le verità
di fatto nella
stessa guisa che
se avessero un
reale ed esterno
fondamento assolutamente immutabile. Otiti
r, ebe per
rapporto a ciò,
senz'ai tre cure,
egli dev’essere attento
sol Lauta a
Leo rilevare te
notizie dell'esperienza dei
scusi. 783. Le condizioni
clic In verità
di fatto esigono
dall uomo sena
dunque sempre le
stesse, voglio dire
quelle medesime ebe
abbiamo già Indicate
come necessarie nelle
verità di riilessiòneSpiavi: attentati! ente ■
ri 1 lutti i
fenomeni dei sensi.;
raffigurarne minutamente le
particolarità, sentirne attentamente
le differenze nell’alto
di sperimentare la
loro azione: ecco
la cura unica
dell’ uomo che brama
ottenere la verità
delle sensazioni. Ciò
è dimostrato dall’esame
dei rapporti interni
della definizione che
ue abbiamo sopra
addotta. Quindi V osservazione dei
fatti non ò
punto diversa àa\Y osservazione delle
idee acquistatene. 784. Per
la qual cosa
l’arte di osservare
non sarà nè
potrà essere altro
che l’attenzione applicata
con regola alle
sensazioni nell’atto di
sperimentarle; la qual
cosa si effettua
tanto coll’ attendere accuratamente
all’esperimento allorché ci
viene fortuitamente oflerto
dagli oggetti, quanto
coll’ applicare con certi
modi gli organi
per riceverne le
sensazioni ©«rispondenti; e
finalmente coll’ indurre certe
modificazioni nelle cose,
onde altre non
ordinarie apparenze ci
vengano rese sensibili.
Aon è questa
sola cura dei
fisici, ma lo
è eziandio dei
psicologisti, dei moralisti
e dei politici.
Ecco che cosa
sia a riguardo
dell’ uomo la realita
c lutto ciò
che può e
deve fare l’uomo
per conoscerla. SEZIONE
II. Della parte
morale della veracità.
CAPO I. Principii
delia credenza e
della critica rapporto
all’ esistenza dei
fatti. 785. È stalo
detto che, ammesso
il principio che
quello che sembra
il più conforme
alla ragione o all’
attuale interesse dell
uomo non influisca
efficacemente sulle determinazioni della
volontà di lui,
e non sia
valevole a produrre
infallibilmente l’effetto conforme
c proporzionato alla
natura ed alla
forza dei motivi;
ammesso un tale
principio, dissi, sarebbe
ad ognuno affatto
libero il pensare
che molli uomini
abbiano potuto mentire
gratuitamente contro la
testimonianza dei loro
occhi, e contro
quello eli’ essi
sapevauo colla certezza
maggiore. 7SG. La veracità
e la certezza
morale sono adunque
fondate sulla legge
generale delle volizioni
umane. Quindi la
credenza di qualsiasi
genere, che tutta
riposa sull’altrui veracità
e che sì
largamente si estende
su tutta la
nostra vita, trae
interamente il suo
appoggio dall’ annoverata legge
morale. i. L
ulil cosa esaminare
attentamente le prove
ili questo ragiariamente. a
fine di sperimentare
la solidità delle
fondamenta di ogni
nos l rà
crede nz a risgu a
r d ante
i fai Li
? e t
css e re
c osi una
scala gene r
al o t
Sei gradi diversi
di probabilità annessi
alle circostanze ed ;d numero
diverso delle pèrsone
elio concorrono a
testificare un latto
^ e quindi
far se o li rt cj
il a io
certezza assegnar si
debba alla testi
moni ari za
del Pubblica. 788. Siccome
il palesare ed il raccontare
un fatto qualunque,
di cui lumino
testimonìi, altro non
è ebe un atto della
nostra volontà» ed una esecuzione
di quésta stessa
volontà, die esprime
coi segui colivi
nienti all altrui
intelligenza una o
più sensazioni che
Panima nostra Ita
provalo alla presenza
degli oggetti esterni:
così questa slessa
espressione è soggetta
perfetta mento alle
leggi della volontà
e della libertà
umana: talché non
v c* nè
vi può essere
eccezione alcuna rapporto
a lei, a
mtìto che non
si cangi Fessenza
stessa 'dell'alto* ciò
che ù impossibile:
osi ri* jormi
la costituzione naturalo
dell'etere umano, ciò
che non è
no riunenti da
considerarsi ueìT ipotesi dello
stato attuale delle
cose. 789. Ma esaminando
la natura stessa
di quest’ alto, si
trova che I
uomo può bensì
essere veritiero gratuitamente; ma
die gratuitamente non
può mentire* Infatti
a il esprimerà
un fatto qualunque
di esperienza basta
la scienza del
fatto stesso: a
mentirne l’ espressione vi si ricerca
una invenzione cd un
interasse contrario» Ma
è evidente ad
un i *■ uipo
stesso, che il
fatto non s'ignora,
e si sente
dentro di sè
come realmente In:
ed o chiaro
del pari, die
le circostanze esterno
di qua! dato
luti-1 non hanno
somministrata [a composizione
della menzogna per
ciò stesso che
è menzogna ;
cioè a dire,
nou ne hanno
offerte te idee
o almeno b
lorma complessa, il
nesso successivo, e
lo stato generale.
La menzogna dunque
è un atto
del tutto avventìzio,
occidentale, ed estraneo
a quella situazione
naturale, in cui
la legge dell'esperienza pone
Idioma per l'apporto
a quel fatto
stesso sul quale
egli mentisce. 700, Indire
è liu atto
assai più cont
pósto nella specie,
nel numero c
nella combinazione delle
mac laro che assume
Lnnnio mendace. Ibso
ricerca una fatica
estranea e divisa
del ['attenzione a
conciliare idee beo
diverse da quelle
che i fallì
som ministra no
da sè sdì; cd
a conciliarle col
sentimento segreto di
verità che tenta
di sprigionarsi, e
ad annettervi un'espressione esterna,
in cui sì
possano radunare plausibilmente tutti
i requisiti della
v erosi m igiut 1 1 za, 791
« Ma non
può certa mentiIl
menzognero, per regola
di natura, sottrarsi
dalla logge tF inerzia
propria delFuomo di
seguire sempre ciò
l-hu imporla meno
di fatica n udì'
esercizio dolFaUcuzioiii:, o
iu i|acllo delle facoltà
listello» INou può
nemmeno darsi quelle
idee cldegli non
ha (vetL il
Capo 11. Sez.
1. di questa
terza Parte), e
che sarebbero pur
talvoli a necessarie
a conciliare certe
ripugnanze osto rii e o
interne fra idea
e idea, e
fra le idee e le
cose esterne. E
ben eli è
anche talvolta rinvenir
k potesse, non
no potrebbe far
uso se non
a proporzione sol
Lauto dell1 indole,
del numero e
della forza dei
motivi che lo
spingessero. Quindi ne
deriva, che dì
sua natura la
menzogna essere non
può cosi consonante
nella esposizione tutta
dei fatti, cosi
stabile, uniforme e
comune a molli,
che non involga
contraddizione, e non
lasci un varco
alla verità. ^
792. Vero ò,
che se esiste
un interesse prepotente
contrario alla veracità.,
Tuomo agirà a
norma di questo
interesse, convelli agisce
a norma di
lui quando e
verace. Ma egli
è vero altresì,
che nella veracità
lazlono organica è
conforme di natura
sua alla verità
j talché molli
uomini per essere
veritieri non abbisognano
di combinarsi insieme
e iTiuLe adersi su
di un fallo
qualunque, non potendo
essere veraci che
di una sola
maniera: dove eh
e nella menzogna
I interesso essendo
diverge u Le
dalla traccia della
verità., può essere
diverso in i
ufi Elite maniero.
Comandale che si
segui la linea
retta ria molti
uomini sim ni
tanca ménte :
doti nc uscirà
che una sola
. Comandate che
ne segnino una
non retta :
ne uscirà uno
di in dui
le maniere diverse. ).
Da essi soli
traggousi tutte le
regole possibili risguardauti
lopportunità, Fuso e
la necessità degli
argomenti che denominami
dai critici negativi
o positivi. Ecco
i canoni che
reggono la fede
storica . la fede
legale . la fede
religiosa, per rapporto
agli avvenimenti. e
somministrano forza alle
eccezioni che versano
intorno all’abilità o
inabilità dei testimoni^
alla fiducia o
al sospetto, all
ommissione o ricettazione
delle loro deposizioni,
ed in uua
parola a tutto
ciò che riguarda
la certezza o
V incertezza, l’assenso
o il dissenso
sulla testimonianza di un fatto
qualunque o passaggiero
o permanente, o
palese o segreto,
o vicino o
lontano, affermalo da
uno o più
uomini. Fondamento generale
dei principii risguardauti
la credenza dei
fotti. 796. Ma se
le leggi generali,
colle quali agisce
il cuore umano,
fossero di natura
loro versatili e
incerte, o nou
si avesse principio
sicuro onde conoscerle:
è ben chiaro
che si toglierebbe
ogni fondamento dì
certezza alla fede
prestata alla testimonianza
altrui, foss’clla ben
anche di tutto
il genere umano
unito. Ora queste
leggi della volontà
amar sono esse
certe, invariabili e
conosciute l 797. È
cosa di esperienza
che la volontà
nou può agire
senza oggetto di
volizione. D’altronde l’indole
dell’anima, considerala da
sé sola, è
di natura sua
indeterminata, e per
agire abbisogna d’impulsi
spcc.ah: a meno
che far non
se ne voglia
un Dio a
rigor d. termine,
ma m Dio
assurdo (ved. il
Capo IL al
IVSez. I. di questa terza
Parte). La volizione
adunque è necessariamente un
puro effetto, che
trae la sua
cagione, a meno
occasionale, da impulsi
esterni. 798. Non esistono
in natura, ed
è impossibile che
esistano, se non
volizioni singolari e
determinate: e perciò
conviene ripeterne l’ origine
o dagl'impulsi speciali
esterni, o dalle
idee speciali presenti
all’anima. (i) Si
noli henc : qui
se ne parla
solo remonii, c all’
interesse loro ad
essere veraci o
lalivamente alla buona
o inala fede
dei lestimenzogneri. l'.u mi
m. siùzrONK ii. c
u>o il 935
Le volizioni adunque
sono necessaria m ente effetti
o di reazione
o di pura
pLl$S ibi t 1 1
ti », ile
rivalili dall attiviLa
del f anima clie
sì d dermi u a
in vista di
no' ideo, o è mossa
da esterni impulsi. Chi.
la cosa di
fatto ch’ella sì
determina ed è
spinta sempre verso
del suo meglio
o apparente o
reale. Questo fatto
di esperienza non
può essere invocalo
in dubbio da
vcrun uo dìo dotato
di senso comune,
qualunque sia il
sistema clic sì
anime L La sulla libertà
umana. Dunque i!
maggior piacere e
il minar dolore
sono Ve cagioni
efficienti delle determinazi o n i della
voi 0 n tei, o a f rn e n o
o 1’ uno
e I al tra
som o i sego i
naturali e connessi
die corrispondono costantemente
alle leggi collo
quali una cagione
occulta qualunque determina
Io nostre volizioni
5 crea i
nostri affetti, c
ci spinge alle
azioni esterne. $j 80 th Ma dico
di più. Supponiamo
che si volesse
anche negare qrte-si*
armonia tra la
forza dei motivi
e le nostro
volizioni, dopo di
avere loro negata
una vera influenza
di aziono impellente
e de ter
min ante, lo
dico pur tuttavìa,
che siccome ò
certo (per prova
di ragione pari
alla certezza della
nostra esistenza) che
l'anima ha volizioni
singolari e successive,
e so fi
re suo malgrado
disgustose situazioni; e
non c, uè
può essere a
sò medesima ad
ini tempo stesso
e origine e
derivazione, c cagione
ed effetto delle
situazioni del proprio
essere: cosi sarebbe
pur certo che
dovrebbe cercare fuori
di sè la
cagione determinante, o
immediata o mediata,
delle proprie volizioni.
Ora lutto questo
sottomette tuttavia la
volonLa umana a
leggi Infallibili . certe
e conosciute dì
azione. Couciossiaelii! per
un princìpio certo,
anzi per il
principio stesso di
contraddizione, consta che ogni
essere è di
natura sua determinato:
cioè a dire,
la sua costi
tu zio no
altro essere non
può cheli complesso
fisso ed Immutabile
di certe qualità
ed attribuii che
compongono la sua
natura: talché, cangiandosi
in Lutto o
in parte, non
sarebbe più lo
stesso etite, ma
un altro cui-:. Bùi.
Consta altresì che
il nulla non
è capace di
aziono:, principio ili
una pari evidenza
del precedente* o
clic perciò ogni
aziono, ogni db
letto reale vuoisi
attribuire all’ente reale
ed esìsto ole
5 la quale
azione essere non
può clic l
ente medesimo, in
quanto agisco. 802. So
dunque avvenga ohe un onte
por determinarsi abbisogni
dell azione mediata
o Immediata di
un altro, egli
è evidente che
la dolermi nazione,
che un risulterà,
altro non potrà
essere clic il
risultato ìiù~ céssàrio
della natura di
entrambi, messa io
mio scambievole 'commercio
di azione e
di passione, 0
di aziono e
di reazióne. Blbf. Che
se volessimo supporre
Y e fi
etto fallibile* cioè
a diro che
talvolta 1 aziono
doli oggetto determinante
potesse andare frustrala
sui suo soggetto, cadremmo
in un vero
assurdo. Imperocché per
ciò stesso che
una sola volta
produsse effetto, egli
lo deve sempre
e necessariamente produrre.
Infatti per qual
ragione lo produsse
una volta, se
uon perchè ambi
gli esseri erauo
dotati d’ una forza
attiva, e la
natura loro non
ripugnava allo scambievole
loro commercio, altrimenti
belletto uon sarebbe
giammai seguito? Siccome
adunque questa stessa
natura sussiste pur
ancora fra entrambi,
così sarebbe assurdo
che non seguisse
l’effetto connesso al
loro urto scambievole:
il quale effetto
per ciò stesso
è rigorosamente necessario. 804. L’efficacia
del fuoco ad
ardere un qualche
corpo è iu
ragion composta dei
rapporti che passano
tra il fuoco
e la materia
combustibile; i quali
rapporti poi si
risolvono nella natura
dell’uno e dell’altra.
La combustione è il risultamento
e l’effetto di
questi rapporti praticamente
combinali, una legge
cioè di natura.
La fallibilità dell’effetto
sarebbe dunque una
formale ripugnanza. 0 conviene
adunque uon supporre
mai l’effetto: o
supponendolo esistente con
le stesse cagioni,
convieu concederlo sempre
infallibile, e concederlo
sempre necessario c
determinato. Potrebbe certamente
avvenire che si
desse la concorrenza
di due o
più impulsi simultanei
sopra uno stesso
soggetto, prodotta da
diversi oggetti, e
perciò che l’azione
di uu altro
precedente venisse tolta
o collisa o
modificata. Ma ciò
non distrugge o
affievolisce, anzi conferma
vieppiù il mio
precederne raziocinio sulla
necessaria ìufallibilila dell
effetto. posta la
sua cagione. Imperocché
dall’ipotesi questo essere
diviene renitente all’azione
completa di un
tale agente estraneo,
non in forza
delle disposizioni sue
naturali e necessarie,
ma bensì delle
disposizioni acquisite e
contingenti che risultano
dall’azione degli altri
esseri sopravvenuti ad
operare in lui.
Pertanto ora non
si può prestare
interamente, o almeno
in parte, all’ azione
di un singolare
oggetto, per la
stessa ragione per
la quale dapprima
vi si prestava,
e vi si
prestava totalmente. 806. E
iu verità a
questi nuovi esseri
attivi si deve
pure applicare in
generale la teoria
da noi allegata
a riguardo del
primo, avendo eglino
comuni con lui
tutte le determinazioni, i
rapporti e le
leggi clic competono
a tutti gli
esseri. Quindi siccome
sarebbe stato assurdo
il dire, rapporto
al primo, che,
data la capacità
di agire o
di reagire fra
due enti, e
venendo l’un l’altro
entro la sfera
della loro scambievole
energia, non ne
fosse seguita razione
e l’effetto; del
pari sarebbe assurdo
11 dire, anche
riguardo agli altri
concorrenti all’azione, che
non producessero un
elìetto proporzionalo alla
loro combinata attività,
ed ai grado
dell’attività stessa esercitata
sul loro comune
soggetto. 807. Perciò eglino
debbono necessariamente impedire
o moderare o
rendere mista l’azione
di un ente,
per la ragione
medesima per la
quale uno di
essi la compiva
tutta da sè
solo, quando solo
si trovava ad
agire sul soggetto
suo; non altrimenti
che un corpo
mosso da due
eguali forze impellenti
a direzione rettangolare
deve seguire la
direzione diagonale per la ragione
medesima per cui
egli seguiva la
direzione retta quando
era mosso da
una sola. 808. Dunque
anche nelle eccezioni
apparenti la legge
della necessaria discendenza
e stabile proporzione
fra l’effetto e
la cagione si
mostra in tutta
la sua forza.
Anzi il modo
stesso e le
condizioni con cui
riesce il risultato
delle forze combinate
portano in sè
l impronta d’una
dipendenza tale, che
corrisponde perfettamente al
tenore dei gradi
d energia impiegata
da ogni potenza
a produrre in
concorso 1 elicilo
sul soggetto comune. 809.
Laonde, qualunque sia
il sistema che
si abbracci intorno
alla volontà, non
si potrà giammai
riuscire a sottrarla
da leggi certe
ed invariabili di
agire. E siccome
abbiamo veduto, che
o si ammetta
che le considerazioni del
bene e del
male, della felicità
o della infelicità
siano per sè
stesse motori efficaci
della volontà a
scegliere e ad
agire; o anche,
negalo questo, si
valutino come meri
segni naturali e
di corrispondenza fra
le modificazioni della
potenza sentimentale e
delle potenze attive
dell’uomo; o finalmente,
negata anche quest’armonia, si
ammetta per lo
meno (come per
necessità metafisica si
deve ammettere) che
gli alti della
volontà siano atti
singolari e veri
eilelti; non si
può sfuggire di
adottare qualcheduno di
questi partiti: così
sarà eternamente vero
che le volizioni
saranno soggette a
leggi fisse, inalterabili
e conosciute, per
ciò solo che
si ammette che
l’uomo è un
essere capace di
elletlo. 810. Per la
qual cosa la
forza di siffatte
leggi dovrebbe necessariamente estendersi
fin anche al
caso che l’uomo
potesse essere a
sè medesimo uuica cagione
de’ proprii voleri, e non ne
riconoscesse fuori di sè nemmeno
cagione alcuna occasionale
o prossima o
rimola; e che
tra la facoltà
di sentire e
di volere si
supponesse anche frapposta
una insuperabile barriera,
che impedisse fra
di loro qualsiasi
comunicazione. 811. Io mi
limito a queste
principali osservazioni metafisiche,
senza estendermi alle
altre confermazioni tratte
dall’universale persuasione di
tuLto il genere
umano, che esista
una infallibile e
costante connessione J
038 JUCMttfK SULLA
VALIDITÀ' URI GIUDICI],
HC fra i
muli vi clic
sono prese uh
all' inLen dimenio,
e le dclemiuaziaui
rL-U l'umana volontà;
e dio queste
dctormìuazioui .sia tra per 5
è stesse
efìdli assolala inculo
certi ed invariabili,
rdalivi e proporzionali
alla .specie ed
aireuergia dei molivi
medesimi. Le legislazioni
Lutto religiose e
politichi.', la murale*
buso della parola*
l’edncariaae, le ricompense
alle azioni virtuose
e le pene
ai delitti, la
sicurezza pubblica e
la privala* il
commercio, e in
breve la condotta
universale del genere
umano, sommi lustrerebbero
infiniti mdizìi, Ma
come questa è
una sovrabbondanza, così
m\ rimetto a
quanto ne dice
h Genesi del
Diritto penale ^ 4D7
lino al 467,
| SIS. 0
conviene adunque negare
che 3 uomo
sia un ente rati le
^ 0 negare
che abbia volizioni*
0 negare i
priuclpii più semplici,
più uia* versali
0 pili incontroversi
delle cose; o d
alba ì Ito lato ù
forza anime tic- re
la indicata invariabile
e certa legge
dello volizioni umane
(>). Le
fondamenta dunque di
quella che appellasi
morale certezza sono
immutabili ed inconcusse*
CAPO IV* Continuazione e
schiarimenti 813* lo non
vorrei perù che
si pensasse ch’io
faccia agir l'anima
a guisa di
un corpo, e ]’
nomo ragionevole al
pari dei bruti*
1/ ànima nou agisce
nè può agire
a guisa di
mi corpo, perche
non è uè
può essere, come
pensante*, fin soggetto
composto. Inoltre nell' nomo
intelligente non sono
precisamente i molivi
die determinano l’ anima*
ma è beasi
l’ aulma che determina
sò stessa in
vista dei molivi:
distinzione importantissima, che
frappone una diJìcn/uza
inficila fra la
spinta d' una pietra
e le volizioni
di un uomo* 8 1 4.
Di più; non
sono sempre le
sole occasioni esterne
die abbiano forza
d' influire sulle determinazioni sue,
come nei bruti;
ma bene spesso
ella no trae
da II’ io terno
suo i motivi:
talché a molli
appetiti svegliati dalle
circostanze esterne, e
chi' il bruto
segue senza riserva
c senza previdenza,
Contrappose una ragionata,
sublimo e mora!
seria di molivi
dT una superiore
ed antiveduta IV:
li citò* \.'
intelligenza di cui
egli " dotato,
e di cui
sono mancanti i
bruti 0 gli
stupidi, Jo rende
capace ^intenderò il
senso di una
légge, e di conoscere i
rapporti di convenienza
(1) Alte cose
détte daU!Àntorc da! 78$
h 1 1 Ijiiq
e tilt vogliono
tfi&ere intese rnd
loro giusto senso,
onde evitare $^3
errori dui dei&rmunsmOz servo
lì 0 di
ujijjorEuno stbiaxiMK-iilo il 7^7
e il ffdgìjéiaic.
Fréga i! lèttene
di vedere énebo
lo mie no
ri ola/ ioni a
divtj1* si ^ai-àgrall
della Genesi del
diruto penale circa
il li lj ero arbitrio
e l’ a aio
tic dei molivi
stilla volontà. e
disconveuienza delle sue
azioui con quella.
La sensibilità poi,
di cui è
dotato, lo rende
suscettibile a piegarsi
ueiratto pratico alla
sanzione ; e runa
e l’altra di
queste facoltà, considerate
sotto questi rapporti,
lo costituiscono un
essere capace di
moralità ed attualmente
morale, quando egli
abbia l’anima fornita
delle idee relative.
Queste sono qualità
di cui mancano
i corpi e
gli esseri irragionevoli. 815. Ma
perchè l’uomo ha
questa superiorità, perchè
egli ha la
volontà, come dicesi,
illuminata, e può
fare, mercè l’uso
dei segni e delV
intelligenza^ infinite combinazioni,
e creare migliaja
di motivi diversi
ed impossibili all’azione
dei puri sensi
(benché eglino siano
la prima sorgente
di ogni idea);
c perchè in
vista di siila tte
cose egli può
essere uu ente
morale: si dirà
dunque che questi
qualunque sieno intellettuali
motivi o legali,
o liberi da
obbligazione, smentiscano la
legge unica ed
universale della infallibile
esistenza dell’ effetto, postane
l’adeguata cagione? Anzi
all’opposto l’indole stessa
delle leggi tutte
sì divine che
umane, e della
moralità, svela e
predica altamente il
supposto dell’azione e
corrispondenza infallibile del
bene e del
male sulle determinazioni dell’umana
volontà, senza la
quale nell’un caso
sarebbero un puro
gioco illusorio, e
nell’altro gratuite ed
irragionevoli crudeltà. 81 G.
Ancora una parola
in grazia della
pia timidezza di
coloro che non
sanno ben concepire
fumana libertà. Io
bramo di cuore
di trovarmi d’accordo
colle persone di
buona fede. 817. Qual
differenza v’ha fra un uomo
di cinque anni
ed un uomo
di trenta? Quella
sola, mi si
dirà, dell’età, e
quella sola che l’
esperienza può frapporre
nelle cognizioni di
questi due uomini.
Ma la sostanza,
la natura, le
facoltà delle anime
loro: il numero
e la struttura
delle facoltà fisiche;
le idee sensibili,
gli appetiti naturali
e fisici, le
passioni che ne
derivano immediatamente, l’odio
al dolore, l’amore
al piacere, la
memoria nel rammentare
le cose passate;
sono in sostanza
simili in entrambi.
Solo il fanciullo
manca di idee
iutelleltuali ed assai
astratte, di nozioni
e princlpii generali,
che, mercè l’uso
dei segni, disciolgano
e sottraggano le
sue idee dall
ordine delle circostanze
esterne, e dall’impero
meccanico col quale
padroneggiano l’umana volontà,
delle quali idee
intellettuali è fornito
l’uomo di trent’auni. 818. Questa
differenza, la quale
consiste parte in
una semplice separazione
d idee, parte
in un’associazione spontanea
di esse, e
parte in un
artificioso collegamento delle
medesime fatto dall’ attenzione, come
sopra si è
veduto; questa sola
fa sì che
l’uomo di trentanni
sia da tutti
i filosofi, da
tutti i teologi,
da tutti i
giureconsulti, e generalmente
da ricerchi: SI
LLà VALIDITÀ’ dei
giui.it cu, ec. mo
lutto il mondo
considerato lìbero, ed
il lanciLillo no:
l'uomo di treuG njnii
un ente moru/e,
che merita e
demerita colle sue
azioni; ed IL
(alleluilo un ente
non ancor morale^
die non ha
nè merito nò
demerito, ^ 8
IH, La libertà
umana dunque propria
dell' essere ragionevole, e
quale viene comunemente
intesa, deriva unicamente
dal possesso delle
idee in ielle
Liliali, e dagli
effetti loro sulLnom^.
Giù da me
schiarito, eccoci riconciliali. CAPO
V. Quale specie
di certezza vada
annessa alle testimonianze
utpaii* e quale
sópra tu abbiamo
definir^ possa riuscire
generalmente giudice amorevole
dì verità, 5
843. Dalla nozione
che nulla prima
Parte di questo
scritto abbiamo esposta
si vede cbe
cosa noi intendiamo
qui sol Lo
la denominazione del
hihbhcQ (ved. Parte
J. Capo \ I
)* Chiedere adunque
se il Pubblico
possa generalmente riuscire
giudice autorevole di
verità, egli è
lo stesso cbe
chiedere se II
maggior numero degli
nomini componenti una
o più civili
società possa recare
giudicii I quali
tenersi debbano qual
criterio di venta.
Dapprima sotto uua
considerazione meramente ipotetica
abbiamo [ i
gu va Lo
qu es Lo
P u bb
1 i co fornito di
tutte le capacit à
opportune e pròporziouatcì a
giudicare (ved. Parte
R Sezione li.
Capo IX), Ma
questa è una
pura finzione, attesoché
realmente lo stato
e le circostanze
delle civili società
impediscono al maggior
numero degli individui
componenti il Pubblico
di acquistare e
rivestire siffatte capacità.
5 ^44. Se
la costituzione, P estensione
ed i nessi
dello verità fossero
versatili) laiche or
più ed or
meno si potessero
ampliare e ristringere
proporzionatamente alla comprensione
di chi le
contempla' forse un
sii (t) Pur
ora -ci oon leu
liomo di q
iresti re nrraltafli?
tlt proposito qnoalo
àtgo raetUo, Vcd
*"’a motivo editi
più sono dobbiamo
di nuovo Pone
IV. Sose. MI.
Capo Ili) Ari.
U. fatto Pubblico,
quale realmente lo
riscontriamo nelle civili
popolazioni, potrebbe divenir
giudice competente di
verità; e quindi
le sue decisioni
rivestire un carattere
autorevole di certezza,
ed esprimere gli
oracoli adequati dell’umana
ragione. Ma siccome
la verità dipende
dallo stato reale
delle cose, immutabile
rapporto all’uomo: e
siccome un tale
stalo offre un
vastissimo ed immenso
numero di relazioni,
di esistenza e
di non esistenza,
d’identità e di
diversità, di origine
e dipendenza da uoa parte,
e di iudipeudenza
dall’altra, di coesistenza
e di successione,
ec.: e siccome
altresì i giudici!
umani si racchiudono
entro tali rapporti,
talché la verità
relativamente all’uomo non è che
la comprensione di
siffatte cose, a
norma dell’azione risultante
dalle determinazioni scambievoli
del di lui
essere pensante con
tutti gli esseri
fisici e morali
che lo circondano:
così è troppo
chiaro che i
giudicii umani per
essere veri debbono
abbracciare ed esprimere
siffatte relazioni, lotte
le scienze, tutti
i lumi, tutte
le umane investigazioni hanno
questo solo scopo
e quest’ unica sorgente. 845. D’altronde
abbiam veduto che le verità
per se evidenti
nou debbono entrare
come scopo c
materia nelle ricerche
di questo programma,
ma bensì dobbiamo
attenerci alle verità
complesse (ved. Parte
II Sezione I.
Capo V. e
VI). Dunque, parlando
del Pubblico nello
stato reale, conviene
esaminare se al di la
delle verità spontaneamente evi
denti possa essere
collocato in tali
circostanze, che, assumendo
la Datu rale
capacità della mente
umana, egli possa
recar giudicii i
quali siano il
risultalo della cognizione
dello stato complesso
e dei moltiplici
iaj porti delle
cose. . . 846.
Ma siccome abbiamo
veduto che a
ciò si vuole
un’ analitica e profonda
attenzione, il cui
esercizio richiede tempo
piopoiziouat grandezza degli
oggetti ed alla
limitazione della vista
razionale (ved. arte
II. Sezione I. Capo Vili,
al XII., e
XX.), oltreché dipende
dall azione . direzione,
durala ed intensità
dei motivi (ved.
1 ai le
11. Sezi Capo
I. al V.):
così, riguardo alla
ricerca presento, convieu
discoprire se nell’universalità degli
uomini componenti le
civili società si
trino siffatti motivi,
che spingano a
ricercare, o almeno
ad impau mercè
l’altrui istruzione, a
conoscere i rapporti
meno evidenti delle
cose; e se
pur anco loro
ne rimanga il tempo proporzionalo. 847. Ridotta
la questione a
questo punto di
vista, la risposta
si piescota agevolmente.
D noto un
calcolo che un
acuto ingegno (sa
rriaso) ha formato
per provare la
necessità della rivelazione
pei 1 1 1
alle verità morali.
Onesto stesso calcolo
non solo prova
la necessita ti
parte mi. si;
zi ohe n. capo ìx.
047 ìr istruzione
scientifica* derivata ria
quei pochi privati
che hanno il
raro privilegio di
essere inventori o
pensatovi; ma, esaminalo
a fondo, prova
che la universalità
degli individui componenti
le civili società
non ha il
campo nemmeno di
essere completamente istruita,
onde formare giudici!
autorevoli di verità
(0, Diciamo anzi*
die per lo
più si contenterà
delle decisioni del
puro senso comune
sulle cose più
ovvie e triviali:
ricevendo, rapporto alle
altre materie alquanto
ardue, i giu
dici I studiati .
dall’autorilà e dalla
tradizione di pochi,
in guisa che
li ripeterà per
una cieca deferenza,
e senza comprenderne
il valore. 848. Ed
affinché si ravvisi
più davvlemo questa
verità* giova considerare
che i primi
lì vi ed
In dispensa bili
bisogni invocano imperiosamente la
nostra attenzione* Dopo
di questi sopravvengono
I bisogni di
comodità* In appresso
convìeu sempre ricordare
che l'esercizio dell*
at¬ tenzione, clic appellasi
studio^ riesce penoso,
In olire* che
ì piaceri fisici
e di spettacolo
hanno un grande
a&ccmlcnie sulf nomo,
essere misto* Quindi
tutto II coro
dello passioni predomina
generalmente alta tranquilla
ed imparziale passione
della ricerca e
cognizione della verità*
Questi sono fatti
noli, e deriva
ri li dalla
cosile u zinne
cognita dell Panino, 849*
Ciò posto, considerando
dall’ altro canto lutto
ciò che i
progressi dello stato
sodalo esìgono dai
membri della società,
e combinando le
forze c le
circostanze col carattere
fisico e morale
del genere umano*
si ritrova clic
11 maggior un
mero di una
popolazione* lungi da!
potere In veruna
materia riuscire conoscitore
competente e giudice
autorevole di venia,
vì rimane anzi
dccisivameuLe inabile* Si
assuma in consklerazinue qualsiasi
popolo* in quanto
sia capace di
conoscere e giudicare
della verità. Conviene
tantosto sottrarne la
metà* cioè a
dire Je femmine*
l'educazione e la vi La
delle quali si
oppone a qualunque
profonda cognizione della
verità* oltre lo
più evidenti e
triviali, E d’uopo
altresì del farne
i lanciti Ili,
i vecchi, gli
artigiani* gli operai,
la gente di.
servizio, 5 soldati
di proiezione, i
mercanti, il gran
numero degli agricoltori*
ed inoltro genera
Ime u le
lutti coloro ohe,
in forza del
loro stalo, delle
loro dignità* delle
loro ricchezze, sono
assoggelUili ad assidue
occupazioni o dati in
balia a piaceri
che riempiono molta
parte dello loro
giornate: e sì
troverà quanto ristretto
risulti il numero
di que? soli
i quali possano
giudicare della verità
nelle diverse materie
meno triviali. (')
P'^ge die qui
véja°iìno richiamate l>
;j n i
uomo puà ri
asci re passiva
inrijtt addot li’
mullàmì iml^pcasabili, mcrrr
le quali I
rinato, r^|;ì controversia, viene
designato il complesso
degl’ intendenti^ non
limitato a numero,
nò a paese.
1/ alito Pubblico viene
sotto alla denominazione
di volgo i oppure
di popolo; ed
il quesito ha
chiesto non del
volgo, nò ilei
popolo, ma bensì
del Pubblico in
genere* In vista
di ciò, potendo
essere avvenuto che
codesta Reale Accademia
abbia avuto di
mira siffatto Pubblico
o còme soggetto
solo, o come
soggetto cumulali va;
se io tralasciassi.
di volgere le,
mie ricerche su
di big non
soddisfarei alle intenzioni
del qa esito,
c le mie
discussioni riuscirebbero fuor
di proposito, od
i mpcrfóUe. 5
$G8* V’ha ben
anche un'altra considerazione, che
si può conciliare
coi termini del
quesito ; ed
è, che una
situazione acconcia a
giudicare sulle cose
complesse^ quale nel
maggior numero degl’ indivìdui delle
rivelili popolazioni rinvenire
non si può
in fatto, ma
che pure non
ripugna, si potrebbe
porre nel novero
di quelle circostanze
contemplate dal quesito,
entro alle quali
situando il Pubblico,
può forse recare
giudici i che talvolta
s'abbiano a tenere
per criterio di
verità* 8blh Lui altro
motivo finalmente si
è5 che quand'anche
si supponesse che
il Pubblico disegnato
dal quesito fosse
quello solo che
più ovviamente viene
divisalo; ciò non
pertanto le mie
ricerche sulla validità
dei giudici! della
repubblica letteraria mi
somministrerebbero, rapporto alla
validità o nullità
dei giudicò del
Pubblico, volgarmente inteso,
risultati di una
forza trascendente* Con cioss biche* se
si dimostrasse che
i! gìudìcio concorde
dei dotti non
può essere in
certe materie criterio
di veritìt^ argomentar
sempre si potrebbe
a fortiori ch'essere
no '1 possa pel
Pubblico in genere. *
Nelle altre materie
poi, ove i
dotti potessero essere
giudici autorevoli, riflettendo
al come ed
al perchè il
giudicio loro concorde
possa divenire criterio
di verità, si
verrebbe a dimostrare
In is pedalila, che
la Lesi mia
generale contro del
Pubblico (tesi della
quale 10 medesimo
ho fallo la
censura, come testò
si è vedalo }
viene pur an^
che verificata in
tutti i casi,
o, a dir
meglio* in tutte
le materie. 870. Laonde,
m vista dei
premessi motivi, mi
è forza analizzare
se 11 ragionamento
lessato nel Capo
precedente sussista, o no. E
posto che sussista,
se m tutto
o in parte
sia conforme al
vero; c con
quali cautele, e
in quali materie,
e dentro a
quali circostanze si
possa egli verificate. Che, in
forza di sole
generali e piu
favorevoli considerazioni, il gì lidie
io dei dotti
tuffai più esser
può un criterio
probabile, ma non
certo, di verità . 871.
Per quanto il
ragionamento esposto nel
primo Capo far
possa iugombro alla
mente, e per
quante attrattive egli
abbia a cattivare
il volo della
ragione; uulladimeno non
giungerà mai a
persuadere che il
giudi c i
o concorde e
ragionato di molti
riguardar si debba
quale infallibile norma
di verità. Diffatti
le prove addotte
ci additano elleno
per avventura in
una guisa speciale
e dimostrativa la
infallibilità scolpila nel
giudicio concorde e
ragionato di più
uomini? Escludiamo forse,
mercè i rapporti
del ragionamento, la
possibilità logica di
un comune e
concorde errore? Anzi
all’ opposto ci abbandoniamo
ad una logge
vaga, confusa, generale,
e per noi
incalcolabile, qual’ è
quella della fortuna
degli umani pensamenti. 872. Se
reudiamo esattamente conto
a noi medesimi
per qual via
siamo giunti alla
illazione che attribuisce
tanto peso al
sentimento concorde di
molti, ci avvediamo
di aver percorsa
soltanto la dubbia
e vaga carriera
della probabilità, dove
solo penetra il
barlume ed il
presentimento, ma non
la retta e
piena luce della
certezza, per cui l’
anima e
còlta da una
irresistibile attrazione di
assenso. Abbiamo noi
forse dentro i
cervelli umani vedute
le idee connettersi
a foggia di
vero, benché tutte
si esprimano in
una sola maniera
? 873. L’errore è
vario. Ciò è
vero. Ma fu
forse dimostrato essere
impossibile che molti
uomini talvolta, giudicando
anche a proprio
dettame nelle materie
complesse, errino di
una sola maniera?
E pur veio
clic l’errore dipende
dall’ignoranza e dalla
mal diretta attenzione.
Ora ci consta
per avventura certamente
che in molti
uomini non si
possa verificare il
caso, che tutti
ignorino su qualche
materia complessa un
dato aiti colo,
la cognizione del
quale perchè appunto
mancò doveva trarli
ad uno stesso
errore, quanto più
metodiche erano le
loro ricerche e
quanto pm esatte
le illazioni? Datemi
un calcolo riguardante
qualche cosa di
reale, a cui
manchi una partita:
lutti i più
periti calcolatori dedurranno
la stessa somma.
Ma applicato al
fatto riuscirà falso.
E perchè ciò
? Perchè vi
manca una quantità
reale . A che
giova per la verità che
molti siano concordi
nello stesso risultato,
se non ad
assicurare che il
calcolo è stato
tessuto a dovere,
ma non mai
che tutte le
quantità convenienti sianvi
state introdotte? parte
iv. shznm: i.
capo nr. nri5 STA.
Ora* per rapporto
ai Pubblico,, si
e forse dimostrato
die a motivo
fhe molti concorrono
a ragionare di
ima stessa maniera
sur uu sog-*
getto complesso, abbiano
avuto tutte le
notizie die la
natura delle case
esige per la
verità? ■ Giù
posto, dii ci
assicura dall’ ignoranza,
prosa rigorosamente carne
tale? 875, jn tale
ipotesi sarà vero
che non yì
fu ammissione nei
radocimi; ma ciò
basta farse per
la verità !
Se un popolo
di ciechi deduce
che il sole
non fa altro
che riscaldare il genere umano,
prova ciò per
avventura die lealmente
sul restante degli
uomini produca questo
solo effetto ?
^ 870. Dunque
esaminando 11 gì
li dido concorde
di molti per
questo .solo rapporto,
che io chiamo
rapporto allo spirito^
luti ' al più
potrebbe produrre, la
certezza die non
intervenne abbaglio nell7 osservazione e
nella deduzione; ma
non mai V
altra certezza ch'egli
sia conforme alia
verità delle cose,
là quale in
$è stessa, cioè a dire
nello stato reale,
può essere diversa. 877Che se
poi esanimiamo questi
giudicò reta tirameli
le al cuore
^ vale a
dire per rapporto
ai motivi dire
Uovi deHaLLcnzione, il
ragionamento sopra tessuLo
non ci può
offrire il giudicio
concorde di molti
rivestito di certezza,
nemmeno per rapporto
alla osservazione ed
alla deduzione, se
non si dimostra
p recisa me u Le
che non vi
possa intervenire una
cagione contane di
seduzione. Questa agisce,
come si e
veduto, deviando 1J attenzione
dal considerare quei
rapporti i quali
comprendere si dovevano
per pronunciare un
giu di do
vero; oppure non
istimolando abbastanza fa
Udizione ad a
r restar vi
si per quel
tempo e con
quella intensità eli*
erano necessari! a
percepire tutti gli
aspetti delle cose* 878.
Fino a che
non abbiamo un
principio dimostratilo, il
quale escluda una
siffatta cagione comune,
non potremo mai
riguardare quei ■giu die iì
come aLLi a
servire di criterio
di verità, 8 i
9. Ora nei
proposto ragionamento non
ci consta dell7
esistenza di un
principia chiaro, il
quale escluda questa
cagione.— Dunque, contemplando
L giudicò benché
concordi di molti
dal canto delle
leggi dell attenzione^
non possiamo, in
forza dei soli
dati generali sovra
espressi, ì quali,
come ben si
vede, sono i
più favorevoli possibili:,
non possiamo, dissi,
mai dedurre eh eglino s’
abbiano a tenere
per im criterio
infallibile di verità*
Solo ci consta
che non possiamo
decidere tra la f
allibii ila. o
la infili iìbilità* -880. Dunque
siccome tanto dal
canto dello spirito,
quanto dal cauto
del cuore* vi
sì ravvisa la
logica possibilità dell’errore,
o almeno non si
può escludere; il
giudicio concorde e
ragionalo di molli
non si potrebbe
giammai tenere per
cerio ed infallibile,
ma soltanto probabile
criterio di cerila. 881.
Ecco in geuerale
fino a qual
segno il giudicio
di un Pubblico
intendente tener si
potrebbe qual criterio
di cerila: tutt’ al
più si potrebbe
farlo salire fino
alla probabilità della
esistenza del cero,
ma non mai
fino alla certezza
assoluta. 882. Per tal
modo emerge un
altro estremo di
conciliazione frale mie
idee. Ilo dello
che nei senso
rigoroso di criterio,
che ho richiesto
di un uso infallibile, il
giudicio del Pubblico,
ancorché vero, rimaneva
superfluo, perchè incerto
(ved. Parte II.
Cap. I). Qui
trovandolo probabile ?, dico
che, nelle materie
dove può verificarsi,
egli serve ottimamente
all’ uomo in pratica;
perchè temer potendo
di abbaglio nel
ragionare sugli oggetti
complessi, abbisogna di
una testimonianza che
lo rassicuri da
tal timore; e
in mancanza di
certezza, gli serve
la probabilità. CAPO
IV. Quali precisi
supposti racchiuda la
tesi che attribuisce
al giudicio di
molli intendenti una
maggiore presunzione di
verità che a
quello di un privato.
883. Spingiamo più
oltre l’analisi. Per
qual ragione debbo
io indurmi a
presumere che nel
giudicio concorde di
molli conoscitori si
racchiuda la verità?
Deve pure esistere
un principio teoretico
e generale, certo
per sè medesimo,
il quale determini
ed avvalori piuttosto
questa presunzione, che la sua
contraria. Se io
mancassi di un
tale principio, la
mia presunzione sarebbe
temeraria . Esiste
questo principio fondamentale
e determinante? E
se esiste, qual
è ? 884. Se
in natura non
esistesse un mezzo
per sè infallibile
onde conoscere le
verità complesse; se
questo mezzo non
escludesse di sua
ua tura tutti
i casi possibili
dell’errore, e non
abbracciasse tutti gli
accidenti favorevoli alla
verità; a che
gioverebbe l’investigazione e
l’autorità di molti
uomini a produrre
nel privato o
certezza o probabilità
della di lei
scoperta? È pur
chiaro che tutte
le viste del
genere umano sarebbero
m tale ipotesi
frustrate, e noi
rimarremmo nella notte
perpetua del pirronismo. 885. Dunque
in tanto il
giudicio pubblico si
valuta qualche cosa
per la verità,
in quanto si
suppone che l’uomo
sia fornito di
qualche mezzo per
sè infallibile di
rassicurarsi della verità. 886.
Ma se all’opposto
a tutti gli
uomini singolari ogni
verità si presentasse
in una guisa
evidente, cosicché escludesse
la tema dell
abbagito a die
avrebbero bisogno d' invocare
il soccorso dell'altrui
autorità? fveJ4 Parto
IL Capo L)
Jj 887. Dunque
il gnidi ciò
di molti in
tanto si considera
utile e tu
tanto Ottiene preferenza
sopra quello dì
un privalo, in
quanto si suppone
else un solo o pochi
possano errare più
facilmente che molli
nel rilevare ] veci rapporti
delle coso. 888, Dunque
per ciò stesso
si suppone per
regola generale e
teo~ reiioa* che
moki vengano o
avvertano quello che
un solo o
pochi non vedono*
li i avvertono.
Iu breve: si
suppone che, a
forila di radezza
te e disti
ole osservai ioni,
i molti emendino
i diletti di
spìrito e dì
cuore*, i quali
possono rendere erronei
i giudi rii
d’ogtii nomo singolare;
e ciò in
forza della sola
moltiplico diversità delle
loro vedute, dei
loro interessi e
delle loro in
eh nazioni. 889. Se
si riuniscono adunque
gli estremi del
principio avvalorante lautorità
di molti in
fatLo di verità*
egli in chiù
de il doppio
supposto* che esista
un mezzo infallibile
a conoscere la
verità* escludente tutti
1 casi dell'errore*
od abbracciatilo lutti
eli accidenti fa
vere voli alla
verità: e che
questo mezzo* merco
Tosarne di moltivenga
ridotto ad effetto
piu probabilmente che
da un sola
nomo: e perciò
ottenga V intento
della scoperta della
verità. 890. Ora lutto
ciò hi verifica
egli di fatto?
Con quali modi
e iu quali
circostanze entrambi i
supposti si possono
verificare? Potendosi
eglino verificare in
natura* come sì
deve dirigere fuomo
privato iu pratica*
onde accertarsi della
loro esistenza noi
casi Concreti, e
determinare il suo
assenso al pubblici
giudi eh ? 89 1.
Loco ricerche, la
soluzione delle quali*
quando venga eseguita
a dovere* deve
ini allibii incuto
soddisfare allo scopo
del proposto quesito.
Prima però di
entrare nella loro
investigazione è d uopo proporre
altre p r eli
ni i u a
ri osse r v a
zi o 1 i i
. A
tjualt confuti venga
ristretta V idea
del l' libidico intendente,
ossia della repubblica
delle lettere - 892. Anche
la persona di
questo Pubblico intendente
sì deve circoscrivere
entro certi estremi.
■ Se a
costituire il pubblico
consenso dogi i
intendenti si richiedesse
il pensamento di
tutti coloro che
io ogni secolo
edili ogni paese
giudicarono e giudicano
cou cognizione di
causa di qualche
cosà, non sólamente
ciò renderebbe troppo
ampio il concètto
di questo Pubblico,
ma Io farebbe
riuscire del Lutto
frustraneo. Tom. I.
fii fi5S ricerche
stilla validità' dei
gii Dine et:. 893.
II PubfeEeo colto
d‘ oggidì si può
forse appellare il Pii
JjIjMco del secolo
di Galileo* di
Bacone e di
Newton* o quello
del secolo di
}Lride o di
Augusto? Se oggi
esce qualche produzione,
stilla quale i
dotti decidono, si
dovrà forse attendere
il gliidieio della
posterità per affermare
che 11 Pubblico
o la repubblica
delle lotterà abbiano
giudicato? 804. Qud che
vissero dapprima formano
fan tirili l.'i
o gli augnali;
quei che vengono
dopo formano la
posterità. Il Pubblico
si racchiuda fra
questi due estremi.
Egli è nella
generazione rivelile. La
tomba corii* tuisce
la linea di
confine dm circoscrive
il concetto del
Pubblico, 895. Che se
questo Pubblico adotta
i pensamenti delle
antecedenti generazionis* egli aumenta
il patrimonio dei
lumi che ne
ereditò; tulio ciò
gli appartiene* direi
cosi, per sua
speciale proprietà. TJ
diritto di rm*
ionia pubblica, ebe
le vecchie opinioni
hanno è fondato
i nteramentij sul consenso
della viveule generazione:
la quale siccome
alcune oc a-o*
nulla, ad altre
deroga, e iu
tal guisa fa si che
non più riescano
gmdicìo del Pubblico,
ma opinioni di
qualche privatoo vìttime
dell’obbho: cosi se
alcune ue ritiene,
sicché possano dirsi
pubbliche* ciò avviene
unicamente in forza
di uu intrinseco
ed innato diritto
della vivente età* S9G.
Non dico perciò
che molte vòlte
gli antichi non
possano aver ragione
contro un Pubblico
moderno* ù che
ìl Pubblico noti
abbisogni in certi
casi del soccorso
della loro sapienza
per legittimare i
suoi giudici! :
ma dico solamenteche
n cosLiluiie il
giudicio di un
Pubblico riccr* casi
unicamente il complesso
dei co aleni
pora neh Questi
sono 1 limili
cU sembra fissare
si debbano al
Pubblico ragion a
loro per rispetto
ali eia, dj
897. Ma se
anche, attenendosi ai
soli eoo Tempera
noi si volesse
per un altro
cauto oltrepassare il
cerchio degli intendenti
racchiusi nitro alle
nazioni culto poste
in iscambleyole 5
mòltiplice e regolare
corrispondenza e commercio
di lumiper errare
traviali Ira le
piò e dissociate
popolazioni a raccoglierne
i pensamenti sugli
articoli speciali degli
umani giudicii: questa
cura sarebbe del
pari strana che
ina prati cabile
albi lì Lento
die trar se
ne dovesse. lì
altronde m Ila
comune significazione si
sente che siffatta
ampiezza eccede smodatamente
i limiti dell' idei
di nu Pubblico
di dalli, o
vogliaci! dire di
una repubblica ‘-Ir. tu
lettere, 898. Nemmeno poi
credo che sia
lecito restringerei ai
pensieri degli intendenti
di una borgata
o di una
CiLlà. onde caratterizzare un
g1K' di ciò
veramente pubblico, o
poterlo dir e
giudici o della
repubblica L-ttcr aria 5 trovandosi
che nella comune
significazione il suo
concetto . Proseguo,
persìstendo sempre a
far suonare sul
cembalo ./la corda
prima, e passa
sul cembalo lì
a toccare la
seconda corda, stento
la differenza. Ecco
un secondo giudici^
negativo. 91 fi, Persisto
sempre iu A
sulla prima corda,
e iu B
collo stesso metodo
passo a toccare
la terza, la
quarta c la
quinta corda. Sunto
scia, iti:. pre
la dissonanza, e
ut; ottengo uti
terzo* un quarto
e uo quinto
giudiciò negativo si
ugola re* 91 7. Ritengo
che B troll
ha clic cinque
corde, notizia di
latto preliminare; veggo
d’averle percorse Lulle:
concili udó die la
prima corda del
cembalo A uoli
consuona cou alcuna
del cembalo B. Questa
è ua;s cotieljiusione generale
su tutte le
corde del cembalo
B rapporto alla
prima del cembalo
À . Questa couehlusioue
forma un giudicio
negativo, che si
esprime colla seguente
proposizione! La corda
prima del cembalo
J non consuona
cou alcuna del
cembalo B. 918, La
verità di questa
proposizione risulta dalla
verità di tutte
le altre proposizioni
* ossia, di
tulli i giudici!
latti nel paragonare
il suono della
prima corda del
cembalo A con
ognuna delle corde
del cembalo e
m tanto appunto
è vera,, perchè
lui te le
altre singolari sono
vere, 919. Ma come
è risultala questa
verità? Prima dal
sapere che il
cembalo B La
cinque corde; in
secondo luogo dafLayerlc
come sopra paragonate* 9*20. Ma
come si è
saputo e scoperto
clic IJ aveva
sole cinque corde
! Dall' averle ben
distiate e annoveralo,
cioè dall* attillisi* 921* Ma
Favere cinque corde
forma lo sialo
di fatto reale
del cembalo, Dunque
J 'analisi dello stalo
di fatto delFoggetlo
su cui versa
il raziocinio h
la prima operazione
preparatoria onde ottenere
certamente una verità
riguardante una cosa
complessa* dì cui
st voglia al
fermare o negare
qualche cosa in
una maniera generale,
Pili sotto giu
sii li cleri
l'estensione generale da
me data a
questa couchitisiont. Frattanto
raccolga come un
lemma. 922* L5 altra conseguenza
poi si è,
che il paragone
analitico 5 cioè fatto
con ogni elemento
delle idee complesse,
distinto prima col
mezso de d'analisi*.
è la seconda
condizione pratica e
necessaria nude a
Samare una verità
generale, vale a
dii e relativa
a Lutto intero
un argomenta 923*
Se sopra si
è veduto 'Capo
antecedente) che tutto
ciò c iodi
^pensabile all’ uomo
attesa la naturale
ristrettezza della sua
comprensione, si vede
ad uri tempo
stesso esservi un
mezzo infallibile onde
otteuere la scienza
certa dei rapporti*
vale a dire V
evidenzila 924. F però
chiaro che il
metodo usato in
questa specie di
rag10nameutì compiessi è
perfettamente identico a
quello che si
usa nei 8iU'
rlicii o ragionarne# ti semplici.
Non v’ha altra
differenza che nell
esseri ripetuta l’operazione,
e nel riferire
In £mc il
sommario di queste
ripf;F ziuni. Mercé
la conclusione generale
veggo con un
solo cenno il
risultato delle operazioni
prore Jenljj e
quindi neJFmvo rapidamente
trascoi io .
%3 più oltre.
Il motivo che
mi fa riuscire
indispensabile Tanalisi per
ridurre tutto a
molti plicità) a fine
appunto di ottenere
due semplici vicine
unità, è pur
quello stesso che
mi rende indispensabile questo
sommario, in cui
le cose singolari
si riducono ad
unità, onde ottenere
il più semplice
concetto proporzionato alla
capacità mia. 925. Sarebbe
agevole opera il
dimostrare essere questo
metodo lo stesso
di quello che
si usa nelle
matematiche; e quindi
nasce una conferma
più speciale di una verità
annunciata in generale
più sopra (ved.
Parte li. Sezione
I. Capo III).
capo in. Continuazione. Degli
errori nelle materie
complesse. 926. Ma se
da questo primo
sperimento io volessi
dedurre che nessuna
corda del cembalo
A consuona con
quelle del cembalo
questa conseguenza sarebbe
precipitosa. La deduzione
sarebbe un pregiudicio. 927. £
perchè ciò? Perchè
se la prima
corda del cembalo
A non consuona
con tutte quelle
del cembalo B,
potrebb essere benissimo
che qualcheduna o
tutte le successive
consuonassero con taluna
o con tutte
quelle del detto
cembalo B. 928. Ma
ciò non mi
consta, uè mi
può constare, se non dopo
che Lo ripetuto
collo stesso ordine
Io sperimento paragonato.
Così pronuncio un
giudicio che uella
maggior parte non
è provato. Qui
il difetto è
nella prima parte
della proposizione. 929. Quanti
difetti di questa
natura si commettono
tuttodì negli umani
giudicii su di
qualsiasi materia! Quanti
scrittori, quanti filosofi
rassomigliano a quel
Francese, il quale
avendo in Germania
alloggiato ad un’osteria,
ove la padrona
era rossa di
capelli e stizzosa,
scrisse utd suo
giornale: tutte le
ostesse di Germania
sono di capelli
rossi e stizzose! 930.
A questo difetto
l’uomo è assai
proclive, lutte le
opere che segnano
i progressi dello
spirito umano ne
fanno luminosa prova.
Si scorge ch’egli,
dopo pochi fatti
non bene analizzati,
scappa con impazienza
e senza riteguo
alle couchiusioni generali.
Tulli i sistemi
imperfetti dei filosofi,
tanto antichi quanto
moderni, contestano questo
fatto d’ una maniera
tanto costante ed
invariabile, che si
può porre per
legge: esistere una
intemperanza logica nello
spirito umano. 931. La
cagione è nella
natura. L’amore di
conoscere molto e
senza fatica da
una parte, e
il ritegno dell’ inerzia
dall’altra, producono questo
elfelto. La curiosità
odia di andare
a lente e
piccole pause trascinandosi .
sui particolari, dai
quali nou trae
die pìccole cognizioni
e tè ime
piacere, 1/ inerzia non
procede se uou
islimolata : e
V ima e
Mira, g n
dir rullio f
uomo Tiene atterrito.
dalla fatica della
meditazione, $ 932.
Questa Intemperanza reca
ìn progresso molti
inali. Il primo
si è d’ indurre
i pregmdicii e
gii errori formali
mercé l’ allettativo d’ima
piccolissima dose di
verità clic abbaglia.
Il mondo si
trova iu onda
Lo di cognizioni,
le quali rasso
migliano alle mone
Le dorate. L’apparenza
è vero oro:
l'Intrinseco è pessimo
metallo, Il seco □ do
male» egli è
di arrestare per
lunga pezza i
progressi dello spirilo
ornano: e ciò
per due motivi.
I] primo, perché
Tappa rema della verità
attrae e lega,
per dir cosi,
lo spìrito -all’ errore
epa quella far*
za istessa per
cui dovrebbe andarne
sciolto, vale a
dire per Tamar
del vero. I
titoli autentici e
le prerogative della
verità .si fanno
servite di passaporto
all errore. Come
mal non si
attirerà egli la
fiducia della mente
eLe pure lo
odia, e che.
ravvisatolo per quel
di’ egli è. usui
gli darebbe certamente
ricetto.’ ì] secondo
motivo si è,
perchè Io spirito
umana vie* ne,
per dir cosi,
adulato e lusingato
nel suo stesso
debole. Difiat li
Li passione predominali
Le di chi
si rivolge 1
studiare alcuna materia
si è quella
di conoscerla. E
come mai non
sarà lusingalo da
una co neh
disio tic generale.
la quale appunto
gli annuncia che
conosce tulio? Come
mui riposerà. egli
con una specie
eh soddisfalla acquiescenza,
d un far
Le ri Linecamealo
e d ona
compiacenza orgogliosa sulle
proprie conquiste, o
sul possesso di
quelle che suppone
mime e coni
pie Le verità?
Come non d
irriterà contro chiunque
ardisce sturbarlo, o
diminuirgli od assai
più tògliergli siffatto
dominio? Rimarrebbe troppo
povero mi umiliato.
934. Quindi
hr controversie ìutoruo
alle nuove opinioni,
benda vere quindi le
censure e le
persecuzioni contro 3
saggi nova t un dal
regno sdenuGcn; quindi
lo umiliazioni e
lo scoraggi inculo
laro: e Tra-liaiito
più durevole T
impero del Terrore.
Tutte questo opposizioni
derivano e derivar
debbono appunto da]
più ricchi del
regno scientifico, i
quali ne soffrono
il maggior danno.
Non è questa
forse la storia
pratica delle lettere
e delle scienze?
Ora si vegga
se T inerzia e
Tamar proprio mal
di* retto nou
si debbano riguardar
corno leggi che
largamente rnJlmSconfl sopra
1 giu dici!
dogli intende oli
in tallì i
tempi ed in
talli i luoghi,
fino a che un pieno
lume non rischiari
tutte le oaasclieratc
de IT errore,
avvalorato da quel
Tamar proprio clic
è imperfettamente attivo
rudi’ acquistare. e sommamente
tenace per la
medesima ragione nel
posso doro, 935. àia
questo nou è
aucor tutto, .De neh-: ■
T errore dipenda in
ultima analisi ila
quel motore medesimo
che spinge all’acquisto
della ve ni'1* ocr,
e solo ue
differisca uri gradi
progressivi di energia
e nella direzione
: pure contro
la verità rivolge
le a Li
ratti ve medesime
di cui ella
si giova per
ca LI Iva
re il cuore
deli" uomo. Se
lo spirito- umario non
tosse svegliato dagli
stimoli della curiosità,
apula li ed
aumentati da altri
interessi socondarli «
egli si arresterebbe
entro il più
augusto cerchio delle
cognizioni limitatissime., procacciategli dai
puri indispensabili bisogni
: quindi uou
si potrebbe mai co m
pierò l a
grand7 o pera dell
a urna □
a perfettibilità. 956: Ma al]
'opposto 1* incessante e
sempre rinascente bisogno
di conoscere nuove
cose è. per
dir così, uno
sprone a percorrere
una carriera immensa.
Periodi è, da
uno hi altro
particolare sempre scorrendo..
Fu omo non
si arresta litio
n clic non
sia giunto ad
una sfera, d'onde
realmente abbraccia o
almeno credo abbruciare
tulli i particolari
o generali delle
cose. Si pud
dire, i mila u do una
frase antica, clic
la sfera a
cui tende lo
spirito umano sia 3
a regione metafisica. 937. Noi
abbiamo altrove accennato
(vedi Parte II.
Sezione L Capi
IX. XIII XIV.
W. XIX .,
per quali gradazioni
salir si debba
a quella sfera,
e come discendere
se ne deliba
: le difettose
dimore,, U rilassamento.
Fa "gravamento e
la preci pi
lanza. di cui
si è parlato,
rendono l’opera imperfetta:
ma puro si
vuol soddisfare a
qualunque costo aWnppàrenza. 938. Da
ciò nasce la
tendenza a ridurre
sempre le scienze
m leone generali,
in sistemi, in
corpi, in corsi.
Se queste cose
sono utili e
necessarie nel Lempo
della piena cognizione.,
elleno sono ìiib
mia mente nocive
le uno stalo
dì lumi imperfetti,
i quali non
possono porgere più
die meri aforismi,
o assiomi meno
generali. Dico
die Sono infinitamente
noti ve :
an/l aggiungo, che
sono tutte prestigli
e adulazioni perniciosissime, le
quali lusingano, seducono
e corrompono la
ragione dell' uomo. e
per lungo trattò
ri e arrestano
i progressi. 939. E
come no ?
Se Io spirito
umano si lusinga
rii conoscere tutto,
non fa più
nulla per Spingere
più oltre le
sue ricerche. Da
un canto uou
sospetta dm esista
un paese da
conquistare alla sua
curiosità: dall .alLro
Cairi Lo unii
si riversa sopra
la carriera trascorsa,
perché non Ravvede
delle grandi lacune
die vi Ita
lasciale per entro.
E cóme lo
larebbe con oli
anima la quale
non è mossa
se uou dagli
stimoli, e a
cui si toglie
per questo m
ev,z o L
i ncrtiLìy o
de Ibi r u r
i o si
1 à ? 940.
Da ciò il
male si raddoppia,
perché in chi
lo prova toglie
la volontà di
guarire, togliendo lino
il sospetto d'
abbisognar di rimedio;
r perchè dalla
irritabile resistenza, di cui sopra
si è parlalo,
i saggi u
ovato ri vengono
respinti, e viene
loro Imposto silenzio:
noti altrimenti die
quando un ammalalo,
non cause io
della sua infermitàcaccia da
se > medici.
I Gli IHClIt
EG. 941. Per buona
fortuna la male
imbevuta generazione sparisce
nella successione dei
tempi: e la
verità giunge a
trionfare* c lo fa eolie
forze medesime con
cui si volle
difender Ferrare. Imperocché
se la eorcmue
degli nomini coiti
trascorre o. a
dir meglioriposa sugli
estremi delle oiLi Le
generali, olire le
quali le spirilo
umano non può
sospingersi: nasce il
felice accidente di
taluso che, dagli
estremi procedendo al
centro, o a
dir meglio attenendosi
ai particolari, procede
coti meno di
prccipibaza ai generali,
e va discoprendo
molli assiomi meno
generali, e moltiplica
così ì puuU
dì vista intermedi!. 942. Allora
nuovi., pieni e più solidi
priucipii vengono discoperti;
ma allora la
vecchia scienza vh-n
cangiala* Appunto il
complesso di questi
nuovi principio o
a dir meglio
delle viste intermedie,
forma la nuova
scienzae porge il
campo alle conquiste
dell' uomo di genio,
1/ attività e
Farle mdF eseguirle sono
i caratteri che
lo contraddistinguono dalla
comune! intelligenza. 943. Nasce,
è vero, tra
le vecchie, imperfette
od erronee dominaci!
opinioni e le
nuove un acre conflitto^ ma
se da un
canto Ferrare sest tnulo
dal V amor pròprio combatte,
ciò si rivolge
a profitto della
vcritk. 944. L’ ardore
della conLroyersia riconcentra
V attenzione del
vero iuterprete*ed energico
difensore della verità.
Ogni nuova trincea,
tigni nuova difesa
contrapposta al nemico
riesce un nuovo
sostegno albi verità;
e se l'notno
di genio, prima
di palesare le
sue scoperte . prevede
fs resistenza, diffonde
sulle sue idee
un più chiaro
ed irresi alibi!
I u tri o, a due
di soggiogare F indomito e
negli il toso
orgoglio degli spirili
lusingali r, vincolali
dal Terrore. Ecco
per qual maniera
3 a verità
giunge a tnoufare
colle forze medesime
con cui impera
i errore. 945. Hai
fin qui detto
lice trarre una
conseguenza impor tante
A presente trattazione
; ed 4,
che in astratto
un gindìcio cd
un opiuieu!.' accolta
o formata da
dolLt in qualunque
epoca an tenore alla
picca scoperta dei
lumi non può
veramente, essere tenuta
per un assoluto
prol lutile criterio di
verità^ ma solamente
far prova della
sita i ila -ione
legittima dai ricevuti
principila Mi riservo
a provare più
ampiamente tj mista verità,
la quale riesce
una delle fondamentali
della presente Opera,
*j 94(4 E
d'uopo altresì distinguere:
le condizioni della
verità e dvlY errore
nella loro intrinseca
attività, e quali
sì verificano in
natura, dalle apparenze
loro esteriori, e
quali si verificano
solamente nella umana
opinione. Sotto iJ
primo rapporto dotte
cose sopra dette
si deducono i
seguenti corollarii: cioè:
1.° Quanto più
rm giu dici
o è generale*,
cioè comprendente maggia punterò Ji
ometti nel suo
concettobenché abbia ne5
suo! fondamenti un'
apparenza o, a
dir meglio, uni
certa quantità di
verità speciali che
impongono all- intelletto ; ciò non
pertanto, per naturale
difetto dello spinto
umano, trae seco
una maggiore facilità
pratica di errore.
Onesto ìun corollario
applicabile a tutti
i tempi., a
tutti i luoghi,
a tutte le
materie 3 a tutte
le circolarne, per
ciò stesso che
vien tratto daL
rapporti universali della
verità, c dalle
leggi fondamentali della
naturale umana fallibilità.
2/ Viceversa quanto
meno un giu
dieia e generale*,
vale a dire
piu speciale-} trae
seco una minore
facilità di errore
dal canto dell’ uomo.
Forse dir si
potrà che, per
lo contrario, a
proporzione ciò reca
seco una maggiore
presunzione di verità.
Ma rispondo, che
se se assume
questa presunzione dal
cauto dell 'apparènza
esterna, ciò non si può
verificare se non
se provvisoriamente ed
in una guisa
negativa: cioè a
dire, se non
lino a che
non consti della
falsità positiva, e
però dopo che
si avranno tutti
i dall che
dal canto degli
autori del giudicio
c dell* opimo* uè
siasi posto In
uso un esame
accurato, il quale
(come sopra si
è veduto. e
meglio si scorgerà
dappoi ) è
acconcio a procurare
la cognizione della
verità. Ma se
poi si riguardi
la cosa intrinsecamente,, questa
presunzione di verità
non ai può
legittimamente dedurre dai
gradi diversi della
ftdUbilUa. Ciò è
chiaro, poiché deriva
dalla nozione intrinseca
della verità indivisibile
ed invariabile. Forse
clic ella rassomiglia
ad un liquore
die possa esistere
disperso iu parti
ed esteso in Li
u tura suite umane
Idee'? Ogni verità
sta in un
gtudicio; ogni ve ri
Là relativa ad
un oggetto complesso
sta nella couchiusionc
del raziocinio. A dm giova
che taluna delle
premesse sia in
se stessa vera,
se non ha
un rapporto completo
colla conseguenza ?
Questo rapporto completo
non risulta torse
dall influenza degli
altri dati, ossìa
delle altre premesse?
Lu solisma, perché
impone . è
desso vero ?
Ma pure impone
a chi lo legge ed
a chi lo
ascolta. Dunque dalla
minore 0 maggiore
probabilità dell errore^ relativa alla
maggiore o m
ì □ o
re fallibilità umana,
non è lecito
dedurre una maggiore
0 minore presunzione
di verità sullo
sta Lo intrìnseco
delle cose. 3.°
U altro corollario,
che deriva dalle
cose discorse in
questo Capo, si
ò, che la
riprovazione dei dotti
al comparire di
una nuova opinione
contraria alle massime
da loro ricevute
in quella materia
in cui sono
versali. non può
per se stessa
formare una presunzione
legittima di falsità.
contro la nuòva
opinione, 0 di
verità a favore
ddl antica.. Appartiene
ad £C. un
terzo il giudicare.
Questo terzo è
F intimo senso
còlto dall "evidenzaed il
Pubblico che può
esser giudice è
la posterità. Questa
si deve annoverare
fra le circostanze
da registrarsi nella
risposta del quesito.
4.° Per lo
contrario la favorevole
accoglienza d’ima nuova
contraria opinione (altro
non constando in
contrario nè dal
canto delPiutimo senso.
nè dal canto
di un secreto
interesse), quando venga
fatta dai dotti
su quelle materie
in cui tali
si prolessauo (specialmente
se sia intervenuta
controversia), induce per
un’astratta considerazione nel
privato una ragionevole
presunzione estrinseca di
verità a favore
della nuova opinione,
e una presunzione
di falsità contro
l’antica. Potremmo trarre
altri corollarii; ma
qui non cadono
per anche iu
acconcio. I sopra
dedotti richiedono per
la pratica alcune
altre considerazioni; e noi ci
limiteremo a suo
tempo a quella
sola che precipuamente
interessa Io scopo
di quest’opera. Frattanto
è d’uopo non
perdere di vista
Io scopo speciale
di questa Sezione;
perlochò ritorno alla
mia similitudine. CAPO
IV. Come il
metodo sopra accennato
escluda tutti i
casi possibili, dell
errore, ed abbracci
tutti gli accidenti
della verità. Di
quali errori e
di quali verità. 947.
Il lettore si
rammenterà ch’io ho
fatto lo sperimento
della prima corda
del cembalo A
con tutte le
corde del cembalo
B. e l’ho
trovata dissonante con
tutte . Ora
a fine di
scoprire con certezza
la verità di
cui andava in
traccia, vale a
dire se iu
ambedue que’ cembali ne
esista alcuna che
consuoni scambievolmente, proseguo
collo stesso ordine
il mio sperimento
sopra tutte le
corde, e giungo
finalmente a scoprire
che la quinta
corda di A
consuona colla quinta
di B. 948. Ma
quante operazioni mi è convenuto
eseguire? Siami lecito
esprimerle qui tutte
paratamente. Cembalo A.
Corda 1.a colla
» 1 .a
.» 1.a . »
1.a . 1
.a . . .
Cembalo B. 1. a dissonanti 2. a diss. 3. a
diss. 4. a diss. 5. a diss. Cembalo
À. Corda 2;’ colla »
2.a, . . »
2.a . . . li 2;'
* . . »
2? .. OPEJUZIONJS U.
Cembalo B* . \ ? disse oan li
. . * 2."
diss. # . . .
3* disa, 4* diss* t,
5a diss* OIT.RAZIOKE III- Cembalo
A, Cembalo B Corda
3.“ colla . 1 3, 5 . . » 3* .
5“ dissi or uè. a
vagine iv. Cembalo À. Corda
4 “ colla,,
. . . ■ ìl 4.*
a * 4* 4,a
. . » 4.a . OPETU&fOrvPv. Cembalo
J. Cembalo Corda
5.a colla . . . 1.* dissonanti n 5.n . ....
fe* diss. u 5 * .
. * . . . 3* diss. ...... 4 *
diss. » 5t* . . . 5“ concordanti. Cembalo
/?, 1,a dissoda oli 2.a
diss. 3;1 dìss, 4;1 di
ss, 5,a di ss.
949,
Se si rifletta
al tenore di
queste operazioni parziali,
le *11ìl1'* formano
il complesso particolareggiato deir
analisi generale e
paragonala dei suoni
delle corde nei
due cembali, si
trova che ad
oggetto di scoprii
e se vi
siano due corde
consonanti io ho
eseguili ventìcinque confronti
dai quali sono
risultati venticinque giudicii singolari
e semplici, compendiati
in cinque giudici i
generali per rapporto
al cembalo /?,
ma che per
rapporto ad ogni
corda del cembalo
A di ventava
do singolari, Questi
giudieii generali e
subalterni . eccettuato l'ultimo, si
esprimevano come il
primo, Ji e, ti
sopra alziamo ragionato:
cioè a dire:
nessuna Jelle corde
del cembalo B
consuona colla prima
del ceni Li
lo J; pi
casi ripetendo in
seguito. 9 9ì
J> Perìodi!* sì
scorga clic ogni
idea singolare ossia
eie m eoi
are hJe tjo oggetto putii
divenire un centro
com uni: di rapporti
affermativi o ubativi
con Lulte le
idee di un
a Uro oggetto.
Si può fìngere
cosi eli 'ella fornii
intorno a sè
come tanti raggi,
forbita dei quali
forma una nozione
complessa ed unica,
il cui centro
sia 1 idea
costituente il primo
estremo degni paragone,
e la circonferenza
le altre die
no formarlo il
secondo estremo. 952. Allora
questa nozione srrve
conre di mi
punto compendia le
* u ondò
più spedita mente
può Io spirito
passare ari altre,
allorquando gli rinvenga
di doverne far
uso* Dilla Iti
U mento non
abbisogna di altro
lampo a comprendere,
se non clic
di quello che
ricercasi per a
hi tracciare tl
concetto di tana
semplice proposizione. 953. Cosi
nel nostro esempio
tu ita quell’ analisi si
riduce ad uà
complesso di cinque
nozioni. Queste si
possono di nuovo
tradurre e restringere
in una sola
e generale. Eccolo.
1 itile le
corde dei due
cembali A e
lì sono dissonaci
li fra loro,
a riserva delle
due ultimi.:.. 954. Questa
nozione esprime tutto
intero lo stato
dei rapporti Ji
consonanza e dissonanza
dei due oggetti.
Mercé di essa
vie a ricomposti)
nella mia mente
ciò che dapprima
ella vide singolarmente
diviso u ©Uà mentale
anatomia, la quale
era total me
ut e necessaria
alle corto visti!
della mia cognizione.
Questa ricomposizione esprime
la natura. beco
Il metodo unico
per ritrovare la
verità dì ri
flessione. 5 955,
Ma I termini
della mia ricerca
quali erano? Sapere
sa tra In
curde dei due
cembali ve ne
fossero delle consonanti,
o no. J,
idea di consonanza
era dunque il
centro unico di
tulle lo mie
ricerche. Mì eseguirle
egli era il
tèrmine primo di
paragone con tutte
Ir successive Idee
singolari dei suoni
delle corde. Dunque
la soluzione non
poteva essere se
non un gmdicio
semplice o affermativo
o negativo; o lulL d
più. due. giudidi.
l'imo affermativo fra
f idea assunta
per primo termine
di paragone con
alcune; parli dell* oggetto, e
l’altro negativo Ira
la medesima idea
ed altre parti
del medesimo oggetto. 956.
Si è veduto
con quale artificio
questo si compia.
1 al è
pere il modo
dì sciogliere qualsiasi
problema n quesito
filosofico, ma tematico}
fisico, politico: scmpreche
il suo oggetto
si possa analizzare.
5 957. Ilo
deLLo semprechb si
posta analizzare: poiché
se col nostro
esempio constasse bensì
che i due
cembali avessero delle
cordo* ma fos*
I sero collocali
iti allo, e
non fosse possibile,
se non mercè
qualche filo annesso
all’uno o all’altro
tasto, di scoprirne
i suoni, è
chiaro che allora
la mia ricerca,
se fosse generale,
resterebbe delusa: e
il problema riuscirebbe
per me insolubile,
per mancanza di
qualcuno dei fatti
fondamentali. la cui
cognizione è necessaria
a scoprire il
mio intento. 958. Per
altro allorché sapessi
clic vi souo
più corde alle
quali non posso
far rendere un
suono, la ragione
ben dedotta ne
trarrebbe altri risultati
* cioè a
dire, che la
verità ch’io mi
sono proposto di
scoprire è superiore
ai mezzi praticabili;
e quindi che
debbo acquietarmi in
una ragionala ignoranza,
ed astenermi da
chimeriche congetture. L’altro
risultato si è,
che se le
mie cure riescirono
frustrate nel loro
scopo finale e
generale, non rimangono
tuttavia defraudate di
frutto e di
utilità. Conciossiachè dopo
i miei tentativi
dir potrei: le
tali e tali
corde consuonano, e
le tali dissuonano.
Queste sarebbero effettive
verità singolari e
certe. Perlochè se
l’oggetto fosse utile,
ne otterrei sempre
verita speciali, acconcie
a qualche uso. Dal
fin qui detto
si scorge che
col metodo medesimo
si giunge tanto
alla piena scienza,
quanto alla necessaria
ignoranza, della quale
si debbono rispettare
i confini. 959. Quante
volte avviene in
ogni scienza che
lo scopo d’una
ricerca riesca frustraneo?
Ne abbiamo un’infinità
d’esempii in fisica,
in * morale
ed in politica,
che ommetto e
per amore di
brevità, e perchè
più sotto ne
dovrò fare parola. 9G0.
Solo parmi che
nelle matematiche astratte
dar non si
possa veramente un
problema intrattabile, a
motivo appunto che
gli enti di
sì fatta scienza
essendo di creazione
umana, cioè a
dire mere astrazioni,
ovvero nozioni ontologiche,
non possono racchiudere
dati estremi o
mtermedii non reperibili
coll’analisi. E
se per avventura
taluno dei proposti
problemi rimane intrattabile,
ciò deve certamente
derivare o dall’assurdo
racchiuso nella esposizione,
o dal non
essere l’esposizione fatta
a dovere. Quindi
non si deve
dire problema intrattabile,
ma bensì assurdo
e ripugnante negli
estremilo mancante dei
dovuti requisiti. Potrei
comprovare tutto questo
coll’esame di quei
problemi un tempo
cotanto celebrati, che
fecero il tormento
di tanti matematici;
ed eziandio collanalisi
di quei pretesi
misterii matematici, che
l’ignoranza per tali
riguardo, perchè non
salì giammai alle
prime origini delle
cose. 961. Non debbo
per altro dissimulare,
che fra il
modo di ragionale
delle mere logiche
convenienze e discrepanze
degli oggetti, e
il modo di
ragionare delle dipendenze
e delle connessioni
fra le cagioni
e gli effetti,
passa per un
rapporto una totale
diversità, Ma questa
diversità noD varia
punto il concepimento
Iodico della verità,
nè la di
lei struttura, dirò
così, nè la
legge unica Ae\Y
analisi applicata successivamente alle
parti singolari. La
diversità consiste soltanto
urAY ordine* o a
dir meglio nella
distribuzione degli oggetti.
Come in pittura
posso ravvicinare nello
stesso quadro un
edificio della Cbiua
ad un edificio
di Londra: così
pure nella mia
immaginazione, quando scelgo
di rilevare le
somiglianze e le
differenze di due
oggetti, posso prescindere
dalla loro reale
collocazioue in natura,
e dalla loro
priorità o posteriorità
di esistenza: in
breve, mi limito
alle loro qualità,
facendo astrazione dalle
circostauze con cui
esistono nello spazio
e nel tempo.
Ciò appartiene agli
oggetti che noi
giudichiamo esistenti fuori
di noi. Per
lo contrario ragionando
delle cagioni e
degli effetti, l’ordine
non è più
arbitrario rapporto alle
connessioni ed alle
esistenze: ma viene
necessariamente determinalo dall’ordine
e dalla successione
reale delle cose,
e viene sillattamente
determinato, che il
negligerlo o il
controverterlo produrrebbe errori
e assurdi formali;
e gli uni
e gli altri
sarebbero gravemente nocivi,
attesa la natura
degli oggetti cui
appartengono (ved. 219). 962.
Per altro agevolmente
si scorgerà che
collo stesso metodo
esaminando le connessioni
e le dipendenze,
previo un esalto
stalo islorico o
sperimentale della cosa,
si giungerà ad
un risultato del
pari evidente, il
quale determinerà o
la nostra assoluta
o respettiva ignoranza*
ola nostra certa
scienza ; e Luna
e l’altra di
queste cose è
infinitamente utile alla
umanità. 963. Ben è
vero che talvolta
nella mancanza di
cognizione di certe
o concause 1
intelletto umano attribuirà
interamente l’effetto alla
sola cagione conosciuta:
ma l’errore allora
è inemendabile, l’uomo
non è colpevole;
e altro non
constando, è costretto
ad attenersi alla
cagione conosciuta. 964. Da
questa considerazione emerge
una necessaria limitazione
alla proposizione proposta,
in cui abbiamo
enunciato l’esistenza di
uu mezzo infallibile
a conoscere la
verità. Noi abbiamo
inteso ed intendiamo
che riguardi non
le verità storiche,
per dir così,
e quali esistono
nei rapporti forse
comprensibili all’uomo (ved.
Parte II. Sez.
I. Capo XVIII.
le Osservazioni), ma
di cui però
mancarono le notizie
e le occasioni
per ottenerle; ma
riguardi soltanto le
verità di osservazione
e di deduzione
sulle notizie che
la presenza delle
cose ha offerte
o poteva offrire
alla mente umana.
Qui il giudicio
dei dotti è
concorde: là è
precario. Come il
metodo sovra esposto
escluda lutti i casi possibili
dell' errore, ed abbracci
tutti gli accidenti
della verità. 9G5.
Ritenuta la limitazione
ora fatta sulle
verità e gli
errori comprensibili all’uomo,
mi rimane a
provare fino a
che si estenda
la forza e
la sfera d’influenza
del metodo sopra
divisato; e dico
ch’egli esclude tutti
i casi possibili
degli errori di
osservazione e di
deduzione, ed abbraccia
tutti gli accidenti
favorevoli alla verità.
Alcuni filosofi hanno
asserito che la
scoperta di tutte
le verità nuove
è effetto dell ’accidertte. Se
si parla della
scoperta delle verità
che sopra ho
disegnate col nome
di storiche, ciò
è vero. Che
se poi si
ragioni delle altre
verità di osservazione
e di deduzione;
se ciò si
verificasse in fatto,
deriverebbe unicamente da
qualche difetto di
memoria e di
attenzione, e perciò
nel complesso degli
uomini sarebbe evitabile
e correggibile. Ma
sarebbe sempre vero
che, mercè il
metodo sopra divisato,
l’uomo di genio
non sarebbe douo
della sola natura
e dell’accidente, ma
sì bene dell’arte.
Conciossiachè se da
prima noi abbiamo
sottomesso le occasioni
d e\Y attenzione ad
una specie di
ordine fortuito (ved.
Parte II. Sez.
II. Capo XI.),
ciò da noi
fu contemplato nei
casi singolari; ma per ciò
appunto che si
ragiona di un
Pubblico, questo par
che divenga caso
di eccezione, per
le ragioni sopra
allegale in favore
dell’ autorità prestata all’assenso
di più uomini
che di concerto
rivolgono il loro
ingegno allo stesso
oggetto. 9G6. D’altronde non
conviene mai perdere
di vista che
le osservazioni determinate
dai rapporti generali
vengono a grado
a grado limitate
dai meno generali. 9G7. Che
se auche dopo
la scoperta del
metodo piacesse, per
l’uso pratico di
lui, attribuire all’ accidente tutto
quell’impero che prima
di tale scoperta
esso ha su \X
attenzione; ciò non
affievolirebbe in conto
alcuno la verità
della tesi, per
cui affermo esistere
un mezzo infallibile
a porre in
luce tutte intere
le verità di
osservazione e di
deduzione. Conciossiachè la
mia proposizione non
riguarda l’esercizio pratico
dell’uomo, e nemmeno
le circostanze favorevoli
ad adoperare siffatto
metodo: ma sì
bene affermo che
il mezzo racchiude
di sua natura
uua tale efficacia,
che praticato dall’uomo
gli procura certamente
la cognizione della
verità. L’ una
di queste proposizioni
è di fatto,
l’altra è di
diritto. Lungi pertanto
dal collidersi, anzi
conciliansi scambievolmente. L’intemperanza morale,
la quale produce
tuttodì una moltitudine
iufinita di disordini,
esclude ella forse
1’ esistenza di
uua regola di
perfetta giustizia e
di virtù? Premessa
questa couciliazione, procediamo
oltre. Articolo I.
Effetto ed estensione
dell' efficacia dell' accidente
sulla cognizione della
verità. 968. Quando dicesi
che V accidente è
cagione di tante
scoperte tisiche e
morali, qual è
il senso reale
che annettere si
deve a quest’asserzione ? 969.
Ogni verità per
rapporto all’uomo non
può essere che
uu giuclicio ; ogni
giudicio non può
essenzialmente venir prodotto
e creato se
non dalla presenza
delle idee e
da uu atto
di attenzione. Se
dunque alV accidente
si attribuisce la
scoperta di una
verità, ciò non
potrebbe significare se
non che esiste
una combinazione di
circostanze o non
comprensibile o non
procurata, la quale
introduce nella sensibilità
di taluno certe
idee, e ne
richiama 1’ attenzione a
paragonarne i rapporti.
La cognizione del
risultato di questi
rapporti costituisce appunto
la verità relativamente
all’ uomo. 970. Ma
è ben chiaro
che se V
accidente non pareggia
il metodo nel
guidare successivamente e
adequatamente l’umana attenzione
sugli aspetti tutti
di due oggetti,
la verità scoperta
sarà rapporto agli
oggetti medesimi solamente
parziale. Il concetto
integrale, ossia la
conchiusione che abbraccia
tutto il complesso
delle verità singolari,
e che esprime
la somma di
tutti i rapporti
d’identità o di
diversità, di cagione
o di effetto,
mancherà intieramente. 971. V
enendo ora al fatto, io
chieggo se l’attività
accidente s1 può
ella estendere fino
a questo segno. wSi
noti bene: io
qui non parlo
di ciò che è possibile
metafisicamente, ma bensì
di ciò che
per legge stabilita
di natura si
può ottenere. 972. A
questa ricerca si
presenta tosto un’ovvia
osservazione. Pei la
ragione medesima, che
veggendosi su di
uua tavola una
fila di caratteri
di stamperia, i
quali esprimessero, a
cagion d’esempio, Arma
virimi rjue cano, non
si giudicherebbe mai
essere stata opera
di un getto
fatto a guisa
di quello dei
dadi; del pari
una teoria, un’analisi
seguita non si
saprebbe tutta attribuire
ad una vista
fortuita. Nelle cose
di fallo dell’ordine
fisico e morale
non v’ha altra
norma solida di
ragionare sulle Leggi
stabilite, se non
che ricorrere alle
consuetudini della natura,
oe si afferma,
a cagion d’esempio,
esser legge di
natura clic l’anno
abbia ili verse stagionile
che il sole
duri or piti
ed or meno
sulio-rizzuplc; tale asserzione
ò fondala unicamente
su IT esperienza
del passato. 973* Per
loditi ragionando della
sfera attiva Aù\Y
acci&jfàite ueirimpero razionale 5
chieggo a quanto
egli per se
solo estenda le
viste dello spirilo
umano allorché presenta
le viste e
sveglia FaLLenzioDe. La
storia e la
sperìeuza ci mostrano
ch’egli per se
solo non somministra
che ri strettissimi
e fuggitivi cenni,
e nulla più. 974*
Se poi sì
chiede lì no
a qual segno
egli per sè
solo sospinga dappoi
ì passi della
ragione, e renda
utile una vista
presentata; e spela
Imeni e poi
se egli esiga
condizione alcuna preliminare
onde inspirare, diro
cosila verità; io
rispondo colle seguenti
osservazioni. 975. Soventi volte
V accidente presenta
le occasioni più
favorevoli ;a vedere
una nuova verità,
rna lo presenta
in vano1 ignoranza
o la diali
Uè ozio oc
vi si oppongono.
Ad un uomo
della plèbe si
presentano nel1 ordine
morale certi oggetti,
che india Lesta
di un filosofo
avrebbero prodotta una
luminosa e loco u da
teoria; ma nell
nomo della plebe,
quasi semi gettati
su sterile arena*
muojcmo senza germogliare* (Juaule
volle ad uu
pastore sui monti
e fra i
boschi la natura
svela certi segreti
che il fisico
si tormenterebbe invano
d’ indovinare ì
Ma allo sguardo
zotico del pecoraio
trascorrono inosservati, ovveramente
eccitano uno stupore'
pass aggi ero,
e nulla piu*
La storia delle
invenzioni di ogni
genere c la
sperìeuza giornaliera sommiinsLrano
infinite prove di
questa verità. Negli
uomini stessi illuminali,
se da qualche
passione vengano assorti,
avviene il medesimo*
Ma per ora
atteniamoci ai rapporti
della cognizióne* e
sorpassiamo quelli d e Watt eiti-i Oìie* ^
976. D’onde deriva
che nel filosofo
clic avverte ad
uu fenomeno o
fisico o morale,
ovvero anche ad
un accozzamento nou
premeditato di idee,
V accidente divieti
fecondo di verità
1 È, troppo
chiaro che deriva
da ciò: che
nel filosofo la
mente si trova
dapprima fornita di
altre convenienti cognizioni,
le quali facilmente
si accappiano colle
fortuite successive: ed
all’opposto V idiota
ne manca. Didatti
qual è il
carattere che contraddistìngue l’uno
dall’altro, talché 1
Accidente debba favorir
I uno, e
l’altro no? Certamente
è quello solo
che distingue un
uomo istruito da
un altro che
non lo è, 977*
Ma approssimiamoci vie
meglio alla verità*
La sperìeuza e
hi ragione ci
dimostrano che se
queste cognizioni precedenti
non si Liovano
iti un rapporto
assai vicino con
quelle che vengono
presentate dalV accidente^ questo
nou olire sorgente
alcuna di verità*
Didatti so fra
le cognizioni attuali
acquisite e le
fortuite si frapponesse
un’assai lunga distanza* ò
troppo chiaro clic
sul momento la
incute umana non
pnLpelèe coglierne gli
estremi, perchò eccederebbero
.sovcrcliittmeute la suri
naturale capacità* Uali'alLro
canto,, passato ristante,
I toccasi ni
tc svanisce. '■
non si produce
verun e Iteti
o di Goni prensione c
di giudicìo, 918, Dunque
in fatto di
eerità, perché Yuccìdente
riesca fecondo ili
im buon pensiero
o di un*
alquanto estesa scoperta,
sì richiede die
il fondo, dirà
così* dello spìrito
umano sia preparato
c disposto a
guisa di addentellato:
ossia che le
sue Idee siano
in tal guisa
associate ed ordinate*
che faci! mente innestare
si possano colle
fortuitoNò ciò solo:
ma ricercasi inoltre
che V intervallo fra
lo uno e
le altre non
sia eonslrlfirabile, o. n dir
meglio, elio le
nue e le
altre non siano
fra toro trinilo
disparate, g 979.
Può talvolta avvenire
( he la
mente umana avendo
due serio separate
di idee, non
vi ravvisi eli
anelli luLermcdd dì
comumcazintir. Allora P accidente
servo a guisa
di polite, il
quale mostra c
rende praticabile la
eonuiulcazione dapprima incognita
fra due strade
già cognite ed
appiattale: allora pronto
e fecondo riesce
Folletto dr 31V/iv.7t/c^A\ ila
;mfhc ia questo
caso la caLcua
intermedia delle ideo
non può esseu1
lungo, ed eccedere
t limiti di
un semplice raziocinio*
altrimenti 1 cffe'àrìa
àa\Y accidente riescireLhe frustranea
per la medesima
ragiono sopra discorso* 980. Talvolta
poi guida ad un varco
non previ ditto.
a£VT dente si
ò la vocazione
ad una data
scienza od arte.
In tal case
egli non apporta
veruna speciale cognizione
della verità, ma
solamente somministra eccitamenti
ad acquistarla. Allora
rassomiglia a taluno
che invili a
leggere un hi
mi. predicandolo interessante
senza spiegarne il
Gnu Li uli te \p
pari iene Cali
era mente al
leggitore il rilevarne
la dottrina e
il trarne le
couvenicalJ istruzioni. Quindi
allora non siamo
debitori a \Y accidente
delle nostre cognizioni
piu di quello
che lo saremmo
ad un cieco
o ad uu
ignora nòe il
quale ci additasse
resistenza di im
libro istruttivo. 982, Dalle
cose esposte (ino a qui
si deduce che
l1 accidente SI
ilUU contemplare come
operativo In tre
distinte maniere: cioè:
1 ."come limolo
ad acquistare certe
cognizioni* 2." co
me apportatore diretto
di cenni rapidi
di cognizione; ecceomo
stimolo ed istnittorc
nel medesimo tempo.
La prima maniera
non appartiene al
nostra assunto. Noi
ragioniamo qui della
cognizione iutiina della
verità^ e non
della passione d’ intra
prenderne la ricerca.
Nemmeno la seconda
maniera può interessare
la presente trattazione;
perchè l' accidente in
quella rassomiglia a
taluno che mostri
in privalo una
pagina di un
libro, e uè
lasci leggere una
riga, e poi
lo chiuda e lo nasconda.
Ora nel presente
argomento di questo
scritto valutar si
debbono le cagioni
operanti sulla massa
intera di un
popolo o di
una colta classe
di persone; e
perciò la cognizione
della verità si
debbo derivare da
cagióni costanti e
comuni: specialmente poi
perchè ri viene
proposto II Pubblico
in astrattole si
deve prescindere da
qualunque luogo, paese,
e momentanea circostanza.
Quindi i vantaggi
e gli svantaggi
puramente accidentali non
possono recare al
Pubblico alcuna prerogativa
speciale sópra del
privato, ma all'opposto
la comunicano al
privato sopra del
Pubblico. Tabù appunto
la sorte di
molti nomini di
genio, e di
tutti quegli inventori
i quali a
rigor di terni
ine mentano questo
nome. Della terza
maniera non faremo
parola, come 4 ! [
cosa superflua: ella
è una mera
unione delle due
precedenti.— Non era
innlil cosa il
considerare da vicino
questa sorgente di
COgmziouL postochè sembrava
avere qualche iullueuza
sulla opinione avvalorarne
i pubblici giudico.
Articolo II. Come
il metodo graduai
niente analitico e
recapitolante escluda i
casi dell* e irore,
è racchiuda Hit
il gli accidenti
favorevoli alle verità
di riflessione. 985-,
lo non dubito
che chi dà
un5 occhiata alla
esposizione e albi
pratica del metodo
sovra esposto, non
accordi agevolmente eh’
osso raduna tutti
gli accidenti favorevoli
alle verità di
osservazione e di
deduzione, ed esclude
Lutti i casi
possibili di errore.
Se tutte le
convenienze e sconvenienze
sono sentile; tutti
i giudici! sono
dunque tessuti, Lutte
le veri i. ù seoperie,
tulli gli errori
esclusi. Ciò è
troppo manifesto, e
non abbisogna d' ulteriore
dimostrazione, 985. Solo sembrami
non inutile cosa
il iar osservare,
che quando proponiamo
di ritrovare con
quel metodo qualche
speciale verità, ci
avviene di abbatterci
ito pensata mente
in altro luminose
eri importanti veci
là, delle quali
non ci eravamo
pur sognala la
esistenza. Scorgo in
vetta di un
collo un edilìcio
che mi vico
brama di visitare.
In salir vi
debbo per un
aperto sentiero, da
me però non
mai per Io
addietro praticato* Con
qual grata sorpresa
ni' avviene per via
di vedere aprirsi
avanti allo sguardo mìo
le varie scene*
ove per lunga
fuga boschi e
colli e limine
paesi sono in
vaga distri bustone
disposti. 1* aspetto
dei quali io
oca immaginava allorquando
mi avviai per
quel sentiero! Io chiamo
iti testimonio tutti
que’ pochi pensatore ì
quali hanno fallo
uu uso completa
dell'analisi ia qualsiasi
materia; e sono
ben certo ch’eglino
tnLli, or fin
ed or meno
* saranno stati
sorpresi da queste
aggradevoli fughe d’icìcee
scossi eia un
vivo trasporto di
giojii si saranno
vieppiù confermati nella
persuasione della piena
efficacia di siffatto
metodo in prò
della istruzione umana.
Ardisco predire, che
a malgrado dell’alta
opinione che si
uutrs della ricchezza
dei lumi di
questo secolo, potrà
avvenire tuttavia che
io ogni materia
esista un Archimede,
il quale colto
da un' ebbrezza
ili verità non
solo esca dal
bagno esclamando inverti*
inv&ìlij ma eziandio
possa eoo trasporto
esclamare: Io trovai
assai più di
quello eh io ut’
era proposto di
scoprire. Questi sono,
se mi lice
dirlo, I colpi
segreti della grazia
razionale, coi quali
il genio della
venia e della
sana ragtoue tee*
ferma ed infervora
i suoi eletti
nella difficile ed
unica via delta
certezza. 9 SS. Non so
con quale accoglienza
siasi dai dotti
trattala ropiniene di
un troppo celebre
scrittore, colla quale
sostiene per principio
necessano di natura,
che ogni nuovo
pensamento sia dono
deli accidente' 50
però che la
ragione ch’egli ne
adduce è incoia
eludente: a Una
venia intieramente incognita
non può essere
oggetto della mia
meditazione»^ Questo riflesso
ò vero, ma
la conseguenza non
ò h‘gil!lma. Conciossw*
che [ oggetto
cognito della mia
meditazione, analizzato con
metodo, ini può
somministrare certe verità*
delle quali prima
della meditazióne non
aveva il minimo
presentimento: non altrimenti
che un libro
o uu gahi*
netto che rni
proponga di visitare
mi offre oggetti
dapprima non vedali
51 dirà che
altro è un
oggetto di meditazione,
ed altro è
un oggeilo mljsìbile
incognito, lo rispondo:
che no’ idea anche
presente alhanhoa. dell-1
quale V attenzione
non abbia per
anche distinti e
rilevali ì rapporti
e l particolarità s può
somministrare almeno tutte
le Ideo relativo,
ossia i giudici),
in una maniera totalmente
nuova. Si sa
clic ogni verità,
di ll’^" sione
consiste appunto nella
cognizione del risultati
di si fatti
rapporl1, Ne) paragone
dei due cembali
io poteva scoprire
clic tutta le
collidi entrambi fossero
dissonanti; la qual
verità r lese
irebbe genera le
p^‘ rapporto a
quei due oggetti,
mentre pure ch’io
m’era proposto soltauLo
una speciale verità,
la quale era
di sapere se
oc esistessero nkiim
concordanti. ( 1 )
elici.;. Di: lv
hr/mmr. Scct. II L
Chap, U Per
le cose fin
qui esposte convengo
che esista uu
mezzo infallibile a
scoprire le verità
di osservazione e di deduzione,
e che perciò
il primo supposto
inchiuso neiropinione autorizzante
i pubblici giudicii
dei dotti sia
pienamente vero. 988. Ma
tutto questo non
determina peranche nulla
per lo stato
reale e pratico
del Pubblico, sicché
si attribuisca a’ suoi
giudicii una preferenza
di verità sopra
quelli di un
solo. Parlando
metafisicamente, sì fatto
metodo può essere
usato con pari
felicità da un
solo uomo, o
da molti insieme.
In tal caso
meramente possibile il
privato nou abbisognerebbe dell’ assicurazione dell’ altrui
giudicio nelle verità
di osservazione e di deduzione,
come non ne
abbisogna in una
dimostrazione geometrica. 989. Perlochè
ora è d’uopo
indagare se il
secondo supposto racchiuso
neH’opinione convalidante i
pubblici giudicii al
di sopra di
quelli dei privati
si verifichi, o no. Egli
era quello che
si esprime col
comune proverbio: plus
vident oculi, quarti
oculus. 990. Prima di
sperimentarne la verità
stimo acconcio di
additare in qual
guisa si debba
verificare, giusta i
termini che racchiude.
Ma avanti di
accingermi a questa
intrapresa debbo giustificare
il contegno mio
sopra adoperato, estendendo
in generale un
esempio sensibile. CAPO
VI. Che il
metodo e le
leggi dei giudicii
e dei raziocina
delle cose sensibili
si applicano rettamente
a qualsiasi materia. 991.
Quando io penso
ad una massa
di piombo, la
mia anima non
rimane meno spirituale
che allorquando penso
ad un angelo
o a Dio.
E l’un a
e E altra
idea sono sempre
modificazioni del mio
stesso essere pensante:
o, a dir
meglio, egli è
lo stesso mio
spirito, in quanto
riveste 1 una
o l’altra idea.
Egli rassomiglia ad
uno specchio, le
cui riflessioni si
fanno colla medesima
legge fondamentale tanto
riflettendo l’una, quanto
l’altra pittura. 992. Se
io ravviso le
relazioni d’ identità
o di diversità,
d azione o d’
efletto che passano
fra due oggetti
corporei; o, a
dir meglio, fra
le loro idee,
o fra due
idee intellettuali, o fra una
corporea ed una
intellettuale; Tatto del
mio intendimento è
sempre simile ed
uguale (ve d.
Parte I. Capo
II). La diversità
sta nella natura
intrinseca degli oggetti,
gli uni dei
quali sono corporei,
e gli altri
incorporei; e non
nel modo di
concepire e giudicare
dell’anima, che è
sempre il medesimo. 993. Inoltre
l’essere le idee
in se medesime
o semplici o
complesse, o generali
o singolari, non
può indurre varietà
uè differenza fra le leggi
dei coucetti e
dei raziociuii che
versano su di
loro; couciossiachè la
semplicità e la
complicazione delle idee
sono (jualità che
si verificano promiscuamente tanto
negli oggetti sensibili,
quanto negli intellettuali. La
nozione di un
essere che defluisco
dotato delle facoltà
di sentire, di
volere, e di
eseguire le volizioni,
racchiude essenzialmente il
concetto di tre
distinte idee, le
quali fanno riuscire
l’idea totale complessa.
Ecco l’idea dell’anima
umana, oggetto incorporeo.
Se tentassi sottrarre
taluna di siffatte
parziali idee, distruggerei
il concetto di
un’anima umana. Pure
quest’idea quanto è
complessa a fronte
di quella di
un circolo tracciato
sulla carta! 11
carattere di complesso
non si oppone
al corporeo, ma
soltanto al semplice,*
il concetto del
moltiplico in parti
si oppone solamente
al concetto deli’ zm/co
rigorosamente. 994. Perl oche
non si potrebbe
sentire ripugnanza ragionevole
uel vedere che
le conseguenze dedotte
da un esperimento
logico fallo sopra
due cembali si
estendessero ad ogni
maniera di giudizii. 995. Ma
perchè mai avviene
che con pari
facilità non si
possano tessere le
analisi e le
ricomposizioni sulle cose
astratte e generali,
come sulle cose
sensibili ed individuali?
La ragione della
differenza è troppo
manilesta. Un oggetto
sensibile può realmente
sottomettersi all’occhio., o
esprimersi in figura;
dove per lo
contrario uu oggetto
astratto o generale
non può essermi
reso presente se
non col magistero
della memoria, o
voglia m dire della
immaginazione . Ben è
vero che, dopo
che è reso
presente, può essere
espresso coll’uso dei
segni, specialmente in
iscritto; e quindi
si scorge la
necessità di una
somma esattezza uel
foggiare ì vocaboli
anche per uso
di colui che
produce una propria
idea. Qualunque scrittore
avrà sperimentato soventi
volte che la
scelta sola di
un vocabolo avrà
influito sulla cognizione
di molli rapporti
di una cosa
qualunque, e quindi
sulla scoperta di
una verità, e
sempre poi sopra
una chiara di
lei dimostrazione. 996. Ma
se questo sussidio
giova dopo che
le idee sono
risvegliate, qual soccorso
possiamo noi avere
contro i difetti della
memoria, la quale
o non riproduce
assolutamente le idee
in tutto o
in parte, o
le olire m
una guisa languida,
o finalmente le
affolla d’una maniera
rapida e coniusa,
talché al momento
che ne abbiamo
espressa qualcheduna, le
ahre sono già
svanite dallo sguardo
della mente? (ved.
Parte IL Sez.
L Capo XXI).
Contro sì fatti
diletti non v’è
rimedio: couciossiachè doli
è in potere
dell’ uomo il fissarsi
sulle sue idee
ueH’atto stesso che
ne distoglie la sua attenzione
(ved. Parte 111.
Sez. 1. Capo
II). PARTE IV.
SEZIONE II. CAPO
VI. 981 997. Ecco
dove consiste la
differenza e la
difficoltà maggiore nel
maneggiare analiticamente le
idee astratte e
generali, e ogni
rappresentazione interna in
paragone di un
visibile oggetto esterno. E qui
di uuovo si riconferma una
delle cagioni fisiche
che può frapporre
una grandissima differenza
fra gl’ ingegni degli
uomini. Si vede
inoltre, che al
buon raziocinio ed
alla vasta comprensione
delle cose si
esige una forte,
vivace e durevole
memoria, vasta quanto
la materia che
si tratta. Onde
parmi che sia
un favellare improprio
il dire che
una gran memoria
escluda un grande
ingegno. Io sono
d’avviso che dir
si dovrebbe piuttosto,
che una memoria
grandemente caricata di
molte notizie non
lascia il tempo,
nè permette l’ abito
del raziocinio. In
breve: contemplar non
si deve la
potenza della memoria,
ma si bene
il di lei
esercizio esclusivo. Degli
aspelli diversi, sotto
i quali si
pub assumere il
giudicio del Pubblico . 998. Dire
che molti occhi
veggono più che
un solo, suppone
che molti occhi
esaminino una data
cosa attentamente, o
almeno ciascuno ne
rilevi una parte,
talché 1’ unione di
tutte vicendevolmente comunicate
costituisca un concetto
completo, altrimenti un
occhio solo, attento
indagatore, vedrebbe assai
più che cento
occhi distratti. 999. Inoltre
col dire che
molti occhi veggono
di più che
un solo, non
si determina quanto
ci veggano di
più. Ora trattandosi
di ravvisare la
verità, è cosa
importantissima il sapere
la comune misura
di vedere del
Pubblico anche illuminato.
Le verità sono
immutabili, e stanno,
pei dii così,
collocate immobilmente in
un dato luogo,
per raggiungere il
quale è indispensabile percorrere
una carriera più
o meno lunga.
Ma per quanta
velocità piaccia attribuire
all’ uomo, egli
non potrà eccedere
giammai 1 angolo
che le sue
gambe possono lare
nel dar ogni
passo. Parliamo senza
metafora: egli non
potrà mai eccedere
i limiti della
naturale sua intuitiva
comprensione, talché sarà
sempre costretto nelle
materie complesse a
ripetere più o
meno a lungo
le sue occhiate
5 ne in
ciò vi può
essere differenza fra
un solo o
molti. 1000. Quindi è,
che siccome tutto
un popolo situato
in una pianura
non vede ciò
che si apre
allo sguardo di
un solo uomo
collocato sulla cima
di un colle
vicino; del pari
nel paese della
ragione esister può
un solo individuo,
che in qualche
materia vegga di
più che tutti
1 suoi contemporanei
uniti. Tali sono
appunto i genii,
i quali hanuo
ampliato i li
:>82 RICERCHE SULLA
VALIDITÀ' DE] (ìli 'DI GII.
EU. inili (Jelltr
limati e coguizìoui.
Scilo questo puulo
di vista il
PnliLlico M. me
potrebbe mai esser
giudice competente di
verità avanti che
gli fossero comunicate
le grandi scoperte,
non dico di
rigorosa invenzione t
ma Jì pura
asservitone e deduzione*
delle quali appunto
parecchie s’iueouLrauo nella
storia delle scienze?
È pur vero
che dappoi le
adattò e le
riconobbe per vere*
ma è pur
vero che dapprima
fu imbevuto di
un cernirne errore,
che riconobbe e
riprovò. È pur
vero ch'egli dapprima,
nm conoscendo le
posteriori scoperte, non
poteva far uso
di incogniti priaeipii
ue! recare i suoi giu
di eli, ^ 00 1 .
Dunque siccome la
storia dello spìrito
umano presenta iti
ogni materia errori
comuni, rivocali pur
anco dal giudìcio
concorde del medesimo
Pubblico che pria
li confessò :
così giova dedurre
che il suo
gludicto non si
estenda a modellare
i prmripii direttori
dei giudicli, ma
sulamento abbia forza
a pronunciare sulle
verità di mi
paragone* assumendo per
norma il principio
ricevuto, e riportandolo
al nuovo oggetto. 1002. Con
vieti dire per
altro, che &*
egli cangia d'avviso,
ciò timi avvenga
in forza di
si fatto paragone,
ma bensì per
quel lume di
ragia* ne di
cui più sopra
si è parlalo
(vcd. PartiIL Scz,
IL Capo VL).
mercé il quale
venendogli svelati ed
oflerLÌ luminosa incute
nuovi rapporti, udii
si può esìmere
dal riconoscerne le
forme e le
connessioni. 1 003, E chiaro per
altro, che sì
latto magistero non
determina nulla di
preciso per la
verità, non altrimenti
che la bontà
di un occhio
umano non determina
per sè medesima
la struttura e
il colore di
uu oggetto visibile
(ved. loc. eli.). 4
004. Ma a
bue che Io
scopo delle nostre
ricerche non vada
soggetto ad uno
scambio facilissimo, attesa
la somiglianza dei
termini, stimo acconcio
premettere alcune generali
e teoretiche distinzioni. 4005. La
frase di giudìcio
del Pubblico si
può assumere iti
din; scusi, ciascuno
dei quali importa
mia relazione ed un effetto
assai diverso. Ella
può sigili beare
lo stesso che
un opinione del
Pubblico intorno a
qualche oggetto, e
può eziandio disegnare
uaa mera decisione
m* torno a
qualsiasi materia, 4 006,
Sotto la prima
interpretazione II vocabolo
di giudìcio veste
un significato totalmente
logico, attesoché è
noto che ogni
opinione con* sIsLe
appunto in un
giudìcio. Nell* altra interpretazione poi
niclmide un concetto
per dir così
giuridico, e quale
appunto egli presenta
allorché il Pubblico
giudica fra due
partili, fra i
quali ferve una
qualche controversia di
opinioni : allorché
assistendo ad uno
spettacolo ne afferma
o nega la
bellezza o la
magni bronza, o
pronuncia sul merito
di un libro
3 partì; di
un’azione, di una
persona, di una
manifattura, o assolutamele
o comparativamente ad
un’altra opera o
azione o persona.
^ 1007. Nell’ usitato
modo di favellare
sembra che la
denominazioue di giudicio
venga riservala più
propriamente a questa
seconda specie :
e che alla
prima si applichi
in vece più
esattamente il nome
di opinione, che
di giudicio. Diffalti
dicesi che il
Pubblico reca giudicio
fra le opinioni
di Leibnitz e
di Newton ;
e viceversa dicesi
più propriamente che
il Pubblico tiene
opinioni religiose, morali,
fisiche, politiche, di
quello che dire
tiene giudicii religiosi,
morali, fisici e
politici. 1008. Ciò premesso,
se dobbiamo estimare
il giudicio del
Pubblico nel seuso
di mera decisione,
in quanto ha
rapporto alla verità,
si debbono distinguere
due considerazioui fondamentali;
la prima cioè
di diritto, e
la seconda di
fatto . La prima
riguarda il principio
o la regola
che serve di norma al
giudicio decisivo del
Pubblico; la seconda
poi riguarda la
pratica ossia le
leggi di fatto
naturali, colle quali
la ragione umana
viene in molti
uomini diretta a
giudicare. 1009. Ritenuto tutto
questo, sembrerà per
avventura a primo
aspetto che il
giudicio del Pubblico
intendente, riguardato come
una mera decisione^
non importi un
apparato tanto grandioso
di condizioni, come
quello che abbiamo
premesso. Ma se
più addentro si
consideri la cosa,
si scoprirà che
anche un tale
giudicio soventi volte
esige le medesime
condizioni. le quali
uelle prime parti
di questo scritto
sono state da noi annoverate;
a meno che
da un canto
non vogliamo assumere
per norma di
verità una mera
provvisoria apparenza delle
cose tanto nella
loro intrinseca nozione,
quanto uel modo
di presentarne gli
aspetti e di
tesserne i rapporti;
e dall’altro canto
non vogliamo ammettere
che qualunque grado
di lumi del
Pubblico, uelle diverse
progressioni dell’
incivilimento, sia egualmente
acconcio a renderlo
giudice competente delle
verità complesse, e
quindi sempre ugualmente
dotto ed immutabile
ed infallibile. 1010. ITo
detto soventi volte ;
ed è quindi
mestieri determinare la
ragione e i
confini di questa
limitazione. . Per
due maniere il
Pubblico può recare
una decisione: o
assumendo per norma
la verità possibile
della cosa, colla
quale confrontando l’oggetto
speciale, ne rileva
la rispettiva conformità
o difformità, quindi
giudica a norma
del sentimento che
ne riporta; ovvero
decide assumendo per
norma un già
cognito c professato
principio, ovvero un
modello, intorno al
quale ha data
opinione di verità
o di falsità,
di bontà o di malvagità,
di bellezza o di turpitudine,
di perfezione o di difetto. Nel
primo caso la
norma che assume
può essere in
sè medesima vera e
perfetta, c
può essere eziandio
falsa e difettosa. Ma
siccome iu torno
a questa uorma
si presuppone che
il Puhblico tenga
qualche opinione, cosi
la chiamerò giudicio
logico antecedente, a
differenza del posteriore
decisivo, cui nominerò
giudicio susseguente. 1011. Ma
se il giudicio
antecedente fosse iu
sè medesimoyù/vo, è
iucontrastabile che anche
il susseguente dovrebbe
riuscire necessariamente falso,
quantunque molti Io
deducessero In tal
caso dunque, a
fine di caratterizzare un
pubblico giudicio come
vero, non basterebbe
ch’egli fosse formato
rettamente: ma di
più sarebbe necessario
che il principio, da
cui è dedotto,
fosse vero per
sè medesimo,* e
però che il
Pubblico non avesse
dapprima errato nel
giudicio antecedente. La
validità dunque dei
giudicii decisivi e
susseguenti del Pubblico
risultar dovrebbe dal
previo adempimento delle
condizioni che la
verità esige dallo
spirilo umano per
fissare i principii
logici delle cose. 1012.
Che se poi
si tratta del
secondo caso, allora
ci troviamo con
principii dirò così di convenzione
o di fatto
positivo. I n
questa ipotesi la
verità di un
giudicio dovendo essere
il risultato completo
dei rapporti fra
due oggetti fìssi,
Puno dei quali
si pone come
uorma di verità,
di bontà, di
bellezza e di
perfezione, e l’altro
come oggetto di
paragone: in tale
ipotesi, dico, le
condizioni per giudicare
rettamente sono meno
difficili e meno
numerose, e quindi
è più agevol
cosa ottenere la
verità. Ma ciò
non pertanto è
sempre vero, che
se tutte le
esposte condizioni non si debbono
riscontrare nella pratica
del Pubblico, tuttavia
vi debbono aver
luogo quelle che
sono proprie dei
più semplici giudicii
di paragone. 1013. In
tal caso per
altro la competenza
dei giudicii del
Pubblico viene assai
ristretta: conciossiachò verrebbe
esclusa dal recare
giudicio autorevole sulle
cagioni dei fenomeni
e dei fatti
dell’ordine fisico e
morale, e limitata
ad un semplice
giudicio comparativo delle
convenienze e delle
disconvenienze, del più o del
meno, del bello
o del turpe,
del bene o del male,
a norma del
sentimento. Allorché si
vuole assegnare la
vera e adequata
ragione del moto
della sfera di
un oriuolo, sarà
sempre d’uopo indicare
la molla elastica,
i rocchetti e
le ruote, e
la loro scambievole
connessione. Perlochè o
siano molti uomini
od un solo,
esistano in tempo
di barbarie ovvero
d’incivilimento; finché non
giungeranno a sì
fatta cognizione tutte
le loro teorie
e le ipotesi
saranno sempre false,
e quindi i
loro giudicii sulla
vera cagione non
potranno esser veri
iu parte alcuna
; attesoché l’effetto
è un risultato
unico, derivante in
ragion composta dalla
considerazione di tutte
le cagioui confluenti
a produrlo. ^
10^4, Quindi è,
cìh: se ìjj la
l.to ili
rassomiglianza o differenza
o (lei |,i[ì
e del meno
apparir possono verità
parziali ed ovvie.,
ciò non può
avvenire al torcile
sì ragiona delle
cagioni e degli
effetti. jj}.]5. Ma
egli è pur
vero, die nello
spingere successivamente i
pria ci pii
logici verso le
loro origini non
si deve procedere
all* in finito.
\lh (ine si
giunge ad un
principio, o almeno
ad una classe
di principi!, olire
i quali h
impossibile procedere. Perioditi
siccome I giudicìi
auLecedciili sono dal
canto loro susseguenti
ad altri principiò
non si sellivi*
la difficoltà esaminandoli
parti Laro ente
V uno rispett
iva mente all’altro*
ma invece è
d'uopo riportarli tutti
ad una norma
connine, qual’ ù
la verità essenziale
delle cose. 10 Iti.
Riduce odo però
allo Stato reale
delle civili popolazioni
que-,sla considerazione* si
giunge ad una
situazione, nella quale
troviamo la massa
della società romita
degli elementi costituenti
la ragionevolezza civile.
Ma questi alla
perline die cosa
sono in sé
medesimi? Eglino altro
non sono che
le idre radicali .
dirò cosi, della
ragionevolezza, le quali
vengono tratte dalle
più ordinarie scene
c dalle più
ovvie apparenze delr ordino
tìsico e morale. Ha a
qual prò si potrebbero elleno
allegare là dove
si tratta delle
più complesse verità
tanto tìsiche quanto
morali, te quali
pur sono quelle
die più largamente
padroneggiano il sisLermi
delle nostre cognizioni
l Ma
eccoci ornai avviati
dalle viste teoretù
Le verso le
con side razioni
di fatto. CAPO
Vili. aie hi
qualunque epoca della
ragionevolezza esule una
cagione comune a
cani ritenere errori
simili e durevoli, Delia
prima epoca. filosofa
volgare. 1017, Tutti gli
uomini, prima di
essere dotti ed
illuminati, sono ignorali
li e rozzi:
lutti 1 popoli,
prima di essere
politi. Furono selvaggi
ghe osservazioni, scoprendo
che i pianeti
hanno mi moto
speciale* adegueranno loro
una sfera di
cristallo trasparente in
circoli perfetti, Ed
ecco un *
astronomia intelligibile a
Lutti, da tutti
facilmente accolta^ nella
quale tuLti o
almeno il maggior
numero dei ragionatori
converrai! no* perchè uri
trovano una cornane
ovvia ragiona, o
a dir meglio
spiegazione, Così vedendo
talvolta rovesci di
pioggia*, immagineranno, a
somiglianza delle cose
che veggono iu
terra, serbatoi da
cui, come da
vasi ed otri,
hi acque vengano
traboccate. 1 °22* Nel!a
fólgore, dopo certe
funeste speranze di
alberi scorticali e
infranti, di materie
accese, di fabbriche
diroccate, immagineranno, a
somiglianza delle cose
più note e
familiari, uà sasso
o no ferro
rovente scagliato con
impelo sorprendente, e
collocheranno in cielo
zolfi, biUuni. ed
altre confuse malerie,
die esalate dalia
terra, poi si
accozzano e si
accendono, 102^3. Osservando inoltre
che i vapori,
il fumo, il
fuoco ec. salgono
in a Lo,
I acqua discende
al basso, e
la pietra gravita
enormemente-, ini* PARTE
IV. SEZlOiNE II.
CAPO Vili. 987
magheranno le varie
sfere di tendenza;
e quindi la
regione del fuoco
sarà più alla,
quella del fumo
e dei vapori
più bassa, quella
finalmente dei gravi
nel seno della
terra. 1024. Sentendo talvolta
la terra tremar
sotto a’ loro
piedi, la loro
casa scossa dall’impeto
del vento, e
il turbine schiantare
alberi e atterrare
abitazioni, eglino si
figureranno che sotterra
i venti vengano
fra loro a
fiera lotta, e
facciano traballare la
terra; ed ecco
il terremoto . 1025. Passando
ai corpi organizzati,
e riflettendo che
tutti nella loro
specie, siano animali,
siano vegetabili, vestono
una forma simile,
e nascono da
ascose semeuti; e
d’altronde essendo loro
noto che gli
artefici hanno certe
loro forme, onde
sollecitamente gettare e
far sortire molte
cose tutte simili,
e che, ripetendo
sempre lo stesso
getto, 1 opera
ìiesce sempre uguale:
così naturalmente immagineranno
le forme plastiche,
ed altre preformazioui
di siffatta specie.
Alcune volte poi
quando nei luoghi
chiusi s’ avvedranno di
certi vermi o
della muffa, nascerà
loro 1 idea
della generazione dalla
putredine o dall’ accidente. 1 02G.
Finalmente sperimentando che
ogni luogo è
pieno daria; che l’acqua
penetra ovunque trova
meati ove porsi
a livello; che
laria e laequa
s’ingorgano nell’atto di
darsi scambievolmente luogo,
ma che nulla
lasciano di vano,
immagineranno nella natura
una innata tendenza
a riempiere ogni
cosa, ed una
ripugnanza a lasciar
vuoti; e denomineranno
tale tendenza orror
del vacuo. 1027. Così
se le prime
popolazioni, non conoscendo
altie cagioni attive
fuorché degli esseri
animati, dovettero immaginare
in cielo, nell’aria
e nel seno
della terra uomini
o genii buoni
o cattivi; la
nazione incivilita per
egual maniera spiegherà
i fenomeni della
natura meicè le
leggi più cognite
e più grossolane,
le quali a
prima vista nella
natura e nelle
arti si svelano
o si aprono
alla impaziente meditazione
di un ingegno
che rifugge d’ intiSichire su
minute, lente, ripetute,
spesso frustrale, sempre
faticose e poco
sorprendenti osservazioni. Se fra
le nazioni può
esistere qualche varietà,
ella sarà di
modificazione, ma non
di essenza nel
fondo dei pensieri. Nel
nostro spirito non
v ha pressoché
veruna nozione anteriore
a quelle che
apprendiamo dallo spettacolo
diretto della natura
e dell’arte nel
paese che abitiamo. Questo
principio quanto non è fecondo
di osservazioni utili
all’educazione ! 1028. E
come dunque non
sarà questa la
prima fisica di
tutte le colte
persone nei primordii
delle scienze? e
come non sarebbe
e non sarà
sommamente facile in
tutti i tempi
e in tutti i luoghi
farla adottare, ammirare,
tenere per soddisfacente
e certa? Ella
sceude da principi!
o. a dir meglio,
da notizie cognite,
nè reca fatica
ad essere compresa.
Rammentiamoci che anche
in mezzo ad
una generazione illuminata
sonovi sempre fanciulli
adulti e ignoranti,
e che ad
ogni nuova generazione
si presentano forniti
di tali germogli
comuni, sui quali
siffatta filosofia si
può sempre e
poi sempre innestare.
Se, per uua
finzione, al dì
d oggi tutti
i libri e
tutti gl intendenti
della sana fisica
fossero rapiti dalla
terra, io sono
d avviso che
in capo ad
un anno questa
sarebbe la fisica
di tutta r
Europa. 1029. Io non
so se male
m’apponga; ma parmi
che quando uua
filosofia si trova
in tale lega
colle sempre rinascenti
ed eguali nozioni
volgari, nou può
sembrare molto meraviglioso
che tenga un
concorde, vittorioso e
durevole impero sulle
menti umane. 1030. Molte
volle avvenir può
(come diffalti è
avvenuto) che questa
popolare filosofia emigri
da un popolo
all’altro: ella serve
al genere umano
come di primi
rudimenti e di
scala intermedia alla
scienza della natura. In tal
caso però si avrebbe torlo
di calcolarne la
vera durala connettendo
le successive epoche
iu cui dominò
i pensatori nelle
rispettive popolazioni. Se
un popolo che
da cent’anni iu
qua ìucominciò ad
essere colto e
adottò siffatta filosofia,
dappoi soggiogato ferocemente
venga risommerso nell
ignoranza, e la
medesima filosofia passi
a regnare in
un altra rozza
popolazione per altri
cento anni ;
non si dee
veramente dire eh
ella ha durato
duecento anni nello
spirito umano, e
che per tanto
tempo lottò contro
la verità? 1031. Ma
compiamo il giro
dell’orbe intellettuale, e
delle materie sulle
quali cadono gli
umani giudicii, onde
non uasca sospetto
ch’io mi voglia,
mercè l’esame di
una parte sola,
disimpegnare dal restante. 1032. Avvezzo
l’uomo dalla prima
infanzia a trasportare
le sue idee
fuori di sè ed
ai membri del
suo corpo, dirà
di sentire nella
mano, nel piede,
nella schiena ; e
dirà quindi filosofando,
che l’anima è
sparsa in tutto
il corpo, oppure
è tutta in
tutto, e tutta
iu ogni parte.
_ Nei forti affetti
suoi sentendo certi
plessi di nervi,
collocati alle regioni
del petto, più
sensibilmente irritarsi per la loro
maggiore corrispondenza col
corvello, cosicché nasce
una più forte
sensazione, dirà che
il cuore ama
ed odia. 1033. Avvezzo,
come dissi, a
trasportare le sue
idee fuori di
sè, attribuirà i
colori, i suoni,
gli odori, i
sapori, il caldo,
il freddo agli
oggetti posti fuori
di sè; gli
parrà di palpare
le realità, di
vedere fin per
entro le essenze.
Le sue idee
saranno per lui
immagini, la sua
anima uno specchio.
Le larve, le
entelechìe, gli specchietti
delle monadi verranno in
folla ad abitare
gli appartamenti della
filosofia 5 come le
ombre dei morti,
i folletti, i
gemi cattivi, i
congressi delle streghe,
i vampiri escono
di notte ad
inondare la terra
nel regno della
superstizione. 1034. I ragionatori
allora giudicheranno con
eguale audacia delle
qualità reali e
dei poteri della
natura; e tutta
la intellettuale filosofia
nelle più astratte
nozioni si risentirà
di questo realizzamento, fino
al segno di
inventare le forme
sostanziali, le realità
accidentali, e convertire
le specie e
i generi in
sostanze esistenti. 1035. A
questo passo io
non so contenermi
dal richiamare le
fatte osservazioni, e
di rivocare alla
mente le leggi
generali dello spirito
umano, che vien
mosso per un
canto da uno
stimolo di curiosità,
e rintuzzato per
l’altro dallo scoraggiamento di
un’aspra e incerta
fatica, che spaventa
la nostra inerzia
e la nostra
vanità, mentre la
nostra curiosità ha
lieve pascolo: perloché
avvenir deve che
l’ingegno umano, munito
di pochi fatti,
si rivolga ad
abbracciare tutto lo
spettacolo fisico e
morale posto sotto
i suoi occhi. 103G.
Che se poi
sale a sottili
astrazioni, ciò avviene
per la medesima
legge. È certamente
più comoda e
agevol cosa in
una indolente solitudine
riversar l’ attenzione sulle
proprie idee, che
uscire ad accattar
con istento le
osservazioni singolari e
staccate in seno
della natura e
della società. Perloché
lo spirito umano,
in forza di
tal legge, si
darà in balia
alle astrazioni ed alle minute
anatomie fatte ex
abrupto, dirò così,
sul fenomeno tal
quale gli verrà
presentato, anziché cumulare
i fatti, tessere
sperimenti, e derivare
una buona genesi
delle cose. Qual
meraviglia dunque se con sommi
ingegni e coti
lunghe meditazioni non
solo non si
allarghi la s fera
delle umane cognizioni,
ma solamente si
ammucchi! una illusoria
scienza, la quale
arresta i progressi
della ragione per
l’apparenza stessa della
verità? Qual meraviglia
che presso tutte
le società dell’ universo si
ritrovi l’infanzia della
filosofia cinta d’un’aspra
selva delle più
minute e sfumate
astrazioni, le quali
sembrano dover piuttosto
appartenere all’epoca della
maturità? 1037. La geometria
potrà fiorire, è
vero: ma la
geometria nou è
forse figlia immediata
delle astrazioni più
ristrette? Grandezze, superficie,
numeri, quantità esigono
forse la cognizione
dei fatti della
storia fisica e morale, e
le penose indagini
e le difficili
genealogie delle cagioni
e degli effetti? Giacendomi
neghittosamente a letto
potrò sapere, al
di sopra di
chi che sia,
tutte le più
minute particolarità della
camera che sia
sotto gli occhi
miei . Ma per
sapere con certezza
la sola misura
del territorio mi
converrà uscire, informarmi,
far mille e
mille passi, e
spesso Tom. I.
63 indarno. Por
sapere come la
mia camera fu
formala, e il
magistero Quindi .
approssimandoci per uu
doveroso ritorno colle
austro riflessioni al
punto da coi
ci dipartimmo, giova
tare? una 1 irti
i tn^.iuuo ni stip
posto autori^Mmic ì
gmdiciì pubblici sopra
i e: iti
die il privali,
restringendolo entro certi
caniini: cosiceli t: fino
a quando mi
Pubblico non ha disceverato
le sue vetluLe
da quelle del
volgo5 non si
potrà riguardate già m mai
come più illuminato
di alcuni pochi
u di un
solo privalo. Avverrà
bensì che in
alcuni paesi ravviamento
alla verità venga
maggiormente acceleralo: ma
questo non isme
olisce la regola
sopì addetta* ^
1051. Inoltre nel
seno di tuia
popolazione e fra ì dotti
sì troverà lino
i dissidènti . Questa
è ima provvidenza.
Sorgerà poi l
Ercole liberatote, Ma
frattanto se eglino
non saranno nè
Lauto illuminali *
nè tanto robusti
da riformare colta
possanza di uua
irresistìbile cd ampiamente
fruttifera evidenza i
priacipiL e non
si trama dietro
il volo universale, al[' opposto
verranno trascuratile ùu
anco perseguitali* Le
opinioni volgari hanno
il vantaggio di
affascinare colf incantesimo
dell appai Tinnì,
t li interessare
colla facilità di
un’abituale e comune
serie di idee,
e coi! «ablazione
resa all’orgoglio: attesoché
non rinfacciano l
ignoranza, urgSìigono limite
alla curiosità. CAPO
IX. Dalla distanza
che i progressi
del lumi frappongono
fra il popolo
e la repubblica
letteraria* 1052. Da quello
che pur ora
abbiamo discorso sembra
die trarsi possa
una conseguenza in
ordine invèrso; ed
è, die in
massa II giudicb
dei moki intendenti
deve riuscire discordante
w-Werrore* allorché le
teorie sono, se
m* è permesso
il dirlo, del
tulio fattìzie; vale
a dire, acquando
debbono trarre tutto
il loro vigore
dalle complete, razionali
c graduale nozioni.
ri mote dal
volgari concetti, Cóucios&iachè sembra
efie avvenir debba
la discordanza* tostochc
gli uomini non
hanno, pernii cosi,
più un punto
comune di vocazione
alte medesime opinioni;
m£l,u_ vece è
Imo d’uopo scegliere
da se la
traccia, per la
quale procedere a
qualche conclusione. 1053* Ma
in fallo pratico
questa io dipende
ale investigazione si
vjvitìca ella mai
pel maggióre complesso
degl1 iute a
denti anche nel
regno dei lumi
non volgari? Lo
vedremo tantosto. Frattanto
giova osservare dì
passaggio, che questa
è l’epoca più
solenne (Dilla umana
perfettibilità; ma ad
un tempo stesso
è il momento
della maggior reale
povertà dei bini
i e dello
esatte cognizioni. Se la
voce divina e
possente della Verità
dissipa finalmente l’ incantesimo di
una seduttrice fantasia;
se Tenerla penetrante
del genio supera
gli ostacoli eretti
dalla ignoranza e
dall’ orgoglio, spezza
le catene dell’ errore,
sgombra gli spettri
dei pregiudizi, afferra
la mano della
ragione, la trae
fuori dal vecchio
recinto, e la
sforza quasi suo
malgrado a fare
un perpetuo divorzio
dalla sua antica
società; se guidatala
in una regione
dapprima a lei
incognita, sotto altro
cielo, dove signora
di sè medesima
può scegliere la
via che la
condurrà alla luce
eterna del Vero
ed alla purissima
beatitudine del giusto:
con tutto ciò,
se il genio
non le addita
ad un tempo
stesso il sentiero
che deve percorrere,
a quante cadute
umilianti egli non
l’avventura! 1055. Il genio
percorre d’uu rapido
sguardo il regno
scientifico: sembragli intravedere
il tempio della
Verità, ne traccia
i contorni, ne
eleva le mura.
Ma l’edificio posa
su labili fondamenta;
egli è rovinoso,
perchè fu elevato
in fretta, e
non era possibile
fare di più.
Le illustri e
lunghe fatiche dei
saggi a distruggere
i vigenti errori
e a sventare
i pregiudizi! non
lasciarono adito a
scoprire i rapporti
diretti della verità;
o se parte
ne scopersero, non
ne poterono segnare
tutti gli aspetti.
Ciò per altro
era necessario, perchè
a diritta ed a sinistra
vi mettono capo
ì sentieri degli
errori. Però il
genio rese un
alto servigio alla
umana ragione, egli
ardi redimerla dalla
schiavitù dei comuni
nativi errori. 105G. In
origine questa fu
l’opera di felici
circostanze. Sopravvengono di poi altri
geuii i quali,
approfittando
dell’acquistata libertà, rovesciano
l’effimero edificio eretto
dal genio precursore.
A ciò non
abbisogna grande sforzo,
avvegnaché non incontrano
se non fatlizii
ostacoli. L’edificio che
atterrano non s’ innesta
coll’addentellato molteplice e
saldo dei consueti
e sempre rinascenti
errori e pregiudizii.
L opera più
grande di questi
nuovi genii consiste
nell’essere legislatori della
repubblica letteraria. Le
imprese del primo
sono le fatiche
di Ercole; quelle
dei secondi T opera
dei Licurghi, dei
Numa e dei
Manco-Capac. 1057. Ma dopo
che i pensatori
sanno diffidare delle
nozioni volgari, e
vedonsi forniti di
meditati lumi dimostrativi,
costituiscono in mezzo
alle popolazioni un
corpo, nelle operazioni
del quale il
Pubblico comune non
prende quasi parte
alcuna, attesoché le
vie di commercio
ed i punti
di comunicazione sono
soverchiamente disparati. Allora
per la comune
ì giudicii dei
dotti diventano sempre
più oggetti di
mera credenza . Nella
storia dell’ infanzia
delle nazioni coloro
che primeggiavano in
sapienza tenevano gelosamente
celato al popolo
il tenore delle
loro dottriue: quindi
il Pubblico riceveva
le opinioni a
guisa di oracoli,
e le professava
per credenza sostenuta ùdN
autorità. Nella storia
delle più illuminate
nazioni, dove i
dotti comunicano apertameute
le loro cognizioni,
il Pubblico non
le cura; o
se pure le
riceve, lo fa
tuttavia per tradizione, persuaso dalP
argomento dell’ autorità .
Cosi gli estremi
si toccano senza
confondersi. CAPO X.
Che il giudicio
sulle materie complesse
potrebbe al piu
avere validità nell
epoca dei maggiori
lumi, quando derivasse
dai pochi versati
specialmente nelle materie
intorno alle quali
si aggira il
giudicio. 1058. Quanto più
una scienza sale
ad uu punto
maggiore di perfezione,
tanto più lunga
e varia diventa
la catena delle
dimostrazioni che racchiude. Siccome
il metodo non
si può dispensare
dall’ indurre la certezza,
così non si
può esimere dal
segnare tutti i
punti di passaggio
necessarii alla ristretta
capacità dello spirito
umano (ved. i
Capi I. c
11. di questa
Sezione). 1059. Ma siccome
tutte le scienze
fanno corpo, perchè
tutte sono espressioni
della natura, e
sono deduzioni tratte
da comuni fondamenti,
così verun uomo
non si potrà
a buon diritto
chiamar dotto, se
non conoscerà le
connessioni della scienza
da lui coltivata. Quanto
la dissociazione delle
scienze riesce di
ostacolo alla completa
loro cognizione, altrettanto
il ravvisarne i
rispettivi confini e
le proviucie, dirò
così, fini time
riesce utile a
fissarne la collocazione
nella carta generale
del legno scientifico.
Ma inoltre (quello
che più importa)
ciò serve a
determinale le fonti
dalle quali ogni
scienza trae il
suo nascimento e
la sua esisleu
za, e ad
indicare quei rapporti
successivi, mercè i
quali o sola
o iu coni
pagnia di altre
scienze influisce sulla
filiazione di altre
subalterne. 10G0. Ma a
proporzione che si
radunano le esperienze,
che si mo
tiplicano gli assiomi,
che si dilata
il tessuto armonico
delle teorie sui
i versi oggetti
dello scibile; a
proporzione pur anche
ogni uomo no11 pui abbracciare
se non un
minor numero di
rami dell’albero scientifico,
lei lochè nell’albero
enciclopedico accadrà appunto
quello che vedesi
ne0!i alberi di
genealo già. All’infanzia
delle scienze i
nomi dei dotti
possono agevolmente abbracciare
tutta la dottrina
cognita. All’ opposto nella
loio maturità il
nome di ogni
dotto viene innestato
su di un
solo ramo. Si
può dire che
a proporzione che
i lumi si
aumentano tocca ad
ogm uomo una sempre minor
frazione della vera
scienza. Perlochò l’elogio
di Ci cerone
a Varrone ridurrebbesi
nel secolo dei
maggiori lumi ad
una incredibile adulazione
o ad una
satira formale. Un
uomo tale ripetei cl’l
c PARTE IV
SEZIONE IL CAPO
A, 995 \v,
sue cognizioni corno
il sergente di
Storno nel Tristmm
Sh.andy ret\ui la
predica. Si falli
uomini sono i
pappagalli del paese
razionale : e„ljuo
uon possono divenire
giudici delle cose,
ma rimangono puri
eredenti. Pare eglino
ed i loro
piccoli confratelli, cacciatori
di vocaboli, di
molti, dello stelluzze
dei tropi ripetitori
o estimatori di
fogliame e di
vernici * sono
quelli die menano
più rumore nella
repubblica delle lettere.
Ma i solidi
pensatori sanno che
il corvo così
coperto delle piume
altrui de/ essere rilegato
col volgo. 1061. Quando
le scienze souo
spiate ad un
grado assai elevato
tenti esi impossìbile
il creare grandi
sistemi, perdi è
sono giù scoperti.
Laonde i grandi
ingegni non si
possono riversare che
sui particolari. Il
campo è mietuto
: conviene spigolare.
g 1 062.
Da ciò si scorge che
la repubblica delle
lettere non si
devi' assumere come
un tribunale, ì
cui individui presi
in complesso possano
giudicare su ogni
materia; ma bensì
come un unione,
le coi competenze
riseggono ìu altrettanti
dipartimenti divìsi, a
ciascuno dei quali,
ove mai giudicasse
oltre la sfera
della sua competenza,
oppor sì potrebbe
ragionevolmente la declina
Loria del fóro»
Il ?ie su
(or uhm erepidam
non si applica
mai tanto a
dovere in epoca
veruna, quanto in
quella dei grandi
lumi. 1063. Se dunque
gl’ individui componenti il
Pubblico letterario potessero
recare giudici i che
tener si dovessero
per un critèrio
dt verità nello
rispettive materie, tale
prerogativa non apparterrebbe
ai meri eruditi,
nò ai biologi,
nò ai begli
spirili, nè ai
ragionatori occupati fu
una materia disparata,
ma sì bene
a quei solì
che fossero versati
nelle materie proprie,
sulle quali cade
il gì inficio.
1064. Se
la necessità di
rostri ugere alle persone
testò rammemorale la
proporzióne e la
competenza di quest*
autorità risulta dai
rapporti della sola
cognlz ione^ ella
assai più si
còni erma so
si ridette, alla
necessità dotV attenzióne di
cui sopra si
ù ragionato. Conciosslachò, dato
eziandio che taluno
possa conoscere una
cosa, siccome non
abbiamo argomento ch'egli
vi presti attenzione
iu una guisa
proporzionala a rilevarne
tutti; le parli
se non per
effetto dell* Impressione' esternai
e dall altro
canto essendo indispensabile tale
attenzione iu chi
deve giudicare :
così a buon
diritto siamo costretti
a riservare PauLórità
del gìudicio sulle
materie complesse a
quei soli che
consta appunto essersi
su di quelle
rispettivamente occupati, od
occuparsi attualmente. 1005. Per quanta sia
la propensione che
ini spinga ad
allargare vieppiù la
competenza di giudicare
su di un
maggior numero di
persone. non ritrovo
venni principio logico
il quale mi
autorizzi ad ammettere
sì latta estensione.
Ritorno sempre al
mio principio: per
giudicare con verità
convien conoscere tutti
i rapporti delle
cose, nella cognizione
completa dei quali
consiste la verità.
Per conoscere siffatti
rapporti convieue esaminarli
ad uno ad
uuo. Per esaminarli
in tal guisa
è necessario avere
11 metodo, il
tempo e V
interesse di farlo.
Chiunque è altrove
rivolto o volontariamente o
a suo malgrado,
non fa uè
può fare nè
l’uno nè l’altro. Parlando
di un Pubblico,
i cui giudici!
debbono fare autorità
per essere di
molte persone concordi,
non si ha
altro mezzo a
riconoscere chi sia
in grado di
aver tempo, metodo
ed interesse di
applicarsi all’esame di uua materia,
se non dalle
notizie estrinseche ottenute
dalle opere, dalle
lezioni, dalle conversazioni
: in uua
parola, mercè i
segni estrinseci o
degli scritti o
dei fatti o
della favella. Collocandosi
poi il Pubblico
in un epoca
di lumi molto
copiosi, quando i
gradi intermedii per
giungere dalla sémplice
ignoranza agli estremi
delle già scoperte
cognizioni sono molto
numerosi, dovrebbe per
ciò stesso esigersi
molto tempo ed
attenzione: e perciò
una mediocre e superficiale
dottrina* non potrebbe
avvalorare il giudicio
delle persone in
qualsiasi materia, quand’anche
di quella sola
si fossero occupate. 1 0G6. Dal
fin qui detto
però non vorrei
che si deducesse
ch’io voglia collocare
e restringere la
competenza dei giudicii
nelle materie complesse
a quei soli
che professano una
data scienza al
momento che viene
annunciata una nuova
scoperta: talché in
qualunque situazione possibile
si debba riguardare
a preferenza quale
miglior norma probabile
di verità. Solo
intendo parlare di
uno stato posteriore
alla scoperta dei
lumi, dopoché cessato
il conflitto fra
le vecchie, imperfette
e scadute opinioni
e le novelle,
queste a mano
a mano hanno
acquistato il voto
universale, e vengono
dal Pubblico coltivate.
L’importanza, la latitudine
e le condizioni
di questa limitazione
si sentiranno assai
meglio più sotto,
dopo che avrò
sviluppato altre vedute.
CAPO XI. Dei
contrassegni esterni ed
ovvii per riconoscere
il secolo della
maggiore scienza. 1067.
Ma a quali
segni esterni riconosceremo
noi l’epoca della,
se non completa,
almeno maggiore scienza,
quale per congettura
si può ripromettere?
Non è egli
vero che ogni
secolo intenta la
pretesa di essere
il più dotto
? E come
no? Merce i
sistemi suoi o
ragionevoli o assurdi
abbraccia tulio lo
scibile, ed anche
quello che non
si può sapere.
D'altronde non conoscendo
le scoperte che
i secoli avvenire
faranno, non può
avere norma o
misura alcuna nò
della sua ignoranza,
nè de’ suoi errori. 1068.
Rispondo, che il
secolo dei maggiori
lumi verrà riconosciuto
precipuamente mercè due
contrassegni visibilissimi, e
che non mi
sembrano fallaci. Il
primo si è
una vera e
sentita stima che
i coltivatori di
tutte le scienze
e di tutte
le arti professeranno
scambievolmente gli uni verso
gli altri. Il
secondo poi si
è F intima persuasione
di non poter
conoscere nè giudicare
di certe materie
(di cui più
abbasso si farà
parola), e la
perfetta acquiescenza nella
ragionata ignoranza di
quelle. 1069. La validità
del primo coutrassegno
si sente tantosto,
se si ridetta
che allorquando una
scienza od un’arte
sono spinte ad
un allo segno
d’ ingrandimento, si conoscono
i loro estremi,
le loro connessioni,
i loro sussidii,
e le leggi
di azione e
di reazione che
le une hanno
sulle altre. 1070. Siffatti
rapporti di connessione,
d’ influenza e di
soccorso scambievole esistouo
certamente fra le
scieuze, e ormai
fra molte parti
dello scibile si
sono comprese e
si agisce in
conseguenza. Se invece
di avere informi
e mal distribuite
classificazioni delle scieuze
avessimo un vero
albero enciclopedico: se
fosse esistito in
Europa un genio,
il quale invece
di fare partizioni
meramente fattizie ed
incongruenti avesse tessuta
la filiazione naturale
delle scienze; il
Pubblico scorgerebbe al
dì d'oggi fra
le scieuze questa
vicendevole connessione ed
influenza, come in
un albero genealogico
la vede fra
le cognazioni. 1071. Siccome
adunque ogni scienza
esprime il complesso
di tutti i
fatti e di
tutte le nozioni
tessute e concatenate,
le quali or
più or meno
a lungo serpeggiano,
fino a che
per rami distinti
si giunga ad
un tronco comune;
e siccome si
sa che l’uomo
coesiste costantemente con
altri esseri, i
quali hauno e
tra loro e
con lui rapporti
vicendevoli di identità
e di diversità,
di azione e
di passione, di
cagione e di
effetto : così
le scienze, le
quali altro non
sono che la
espressione di siffatti
rapporti, debbono per
necessità rappresentare un
sistema di collegamenti,
di relazioni, di
dipendenze, di azioni
e di reazioni,
di influenze e
di effetti. 1072. Se
dunque tutto ciò
vien compreso e
sentito, le professioni
rispettive dei dotti
sentono di poggiare
le une sulle
altre, e di
attingere scambievolmente soccorso.
Allora i diversi
loro coltivatori diventano
stretti per una
specie di cognazione
e di scambievole
società. 1073. E se
durante l’epoca di
una corta intelligenza
ogni dipartimento aspirava
al primato letterario,
ciò non avviene
più nell’epoca dei
maggiori lumi. Couciossiachè
ognuno conoscendo il
sistema degl’interessi interni
ed esterni del
mo dominio, e
la di lui
collocazione ed estensione;
nell1 orbe scientifico,
uou può ornai
più nutrire mire
ambiziose, le quii
verrebbero tosto rintuzzate
dagli altri. le
cui prerogative egli
si volesse arrogare.
Inoltre conoscendosi evideu
te mente e
notoriamente debitore de* suoi
possessi alle fatiche
di molli alivi,
egli non può
soverchiare altrui per la prosperità
e lo splendore
della propria provincia.
Se e T
iuteresse che inspira
la stima, come
uou potrebbe ogni
uomo veramente scienziato
stimare doppiamente le
professioni tutte, che
vedo recare lauto
sussidio ai ramo
prediletto ila lui,
alla umana perfettibilità ed
al benessere sociale?
5 1 074 Quanto
poi alla cognizione
dei limiti dello
umane investigazioni, e
alla necessità di
rispettarne i confini.
ciò è troppo
chiaro essere una naturale conseguenza
di una scienza
completa. Quando gli
uomini sono giunti
ad un tal
punto, invece li
gettare inutilmente 1
loro su riori
in tentami superflui,
o disperdere stoltamente
la preziosa attività
delle loro meditazioni
io un vacuo
immenso, la rivolgono
sul campo li
uno ir u
idi era speculazione
♦ Sono inoltre
costretti per una
inevitabile coalizione a
divenire modesti e
meno dogmatici- perchè scorgono
quanto sia* no
limitale le progressive
visto umane, e
perchè s* avveggono die
gli ultimi limiti,
a cui viene
raccomandata la Galena
della loro scienza
sulle cagioni e
sugli effetti, sì
stendono olire il
loro sguardo per
ascondersi iu una
notte impenetrabile, 1075. Per
tal maniera i
detti costituiranno una
vera repubblica letteraria,
invece di rappresentare
un anfiteatro sii
piccoli ambiziosi, gelo*],
esclusivi, e sempre
alle mani gli
uni cogli altri. Ecco
i contrassegni esterni^
ai quali si
riconoscerà V epoca dei
lumi più completi
che ottener sì
possano fra gli
uomini. Dèlia seconda
epoca della civile
ragionevolezza* Pii volgiamo
ora i nostri
ragionamenti a comprovare
Piutrapres-1-1 assunto (
ved. Capo Vilidi
questa Sezione). À
ferreo lo i.
Della scoperta delle
verità. 5 1Q7G.
Duo stali conviene
distinguere nella costituzione
razionale di ogni
Pubblico, per fissare
P estensione delle sue
vedute, e la
validità dei giudieìi
che appellammo antecedenti
(ved. loc, sopra
cit,). Il pruno
si è quello della
scoperta delle verità:
il secoudo si
è quello della
loro accettazione. 1077. Esaminiamo
i rapporti di
fatto del primo
stato. Toltene
le più semplici,
ristrette e triviali
opinioni, la scoperta
o F invenzione
delle verità complesse,
sia che parliamo
di quelle che
hanno una più
ampia applicazione speculativa,
sia che parliamo
di quelle che largamente influiscono
sulla morale e
sulle arti, è
un privilegio per
ordinaria legge riservato
ad un solo
pensatore. Immaginare che
molti ingegni, senza
una precedente scambievole
comunicazione e per
una specie di
simultanea ispirazione, creino
uno stesso originale
pensiero richiedente qualche
studio ella è
cosa che la
comune sperienza di
fatto ed il
sentimen'to delle consuetudini
razionali riconosce cotanto
straordinaria, che quando
due veramente s’incontrano
in qualcheduno di
siffatti pensieri, si
presume piuttosto l’uno
averlo tolto all’altro,
che derivar esso
da una originale
e simultanea concorrenza
di idee. Io non
dimenticherò giammai di
ricordare, che ad
assegnar le leggi
di fatto del
mondo fisico e
morale dobbiamo sempre
riportarci alle consuetudini
cognite della natura
(vedi il Capo
Y. Art. I.
di questa Sezione). 1078. Questa
legge fondamentale della
origine delle opinioni
studiate, derivante da
un solo, da
cui dappoi il
Pubblico le raccoglie,
viene più largamente
confermata dalla storia
costante di molte
scoperte, le quali
rigorosamente non meritano
un tal nome:
pel merito delle
quali ciò non
oslaute alcuni rari
pensatori hanno acquistato
gli strepitosi nomi
di inventori, di
genii creatori, ed
altrettali predicati da
apoteosi. 1079. Tali nomi
e tale esagerata
professione di stupore
si direbbono meglio
essere una specie
di tacito compenso
cercato dall’orgoglio della
mediocrità comune, la
quale veggendosi fuori
della sfera di
una facile emulazione,
e nella distanza
troppo visibile dal
merito, si sforza
di rendere il
genio pressoché prodigioso.
Per tal maniera
si tenta di
togliergli ciò che
non si può
uè dividere con
lui, nè offuscare. 1080. 11
genio per verità
merita la nostra
ammirazione, i nostri
suffragii e la
nostra gratitudine. È
dovere il professar
verso di lui
siffatti sentimenti, tanto
per una specie
di ricompensa alle
sue coraggiose fatiche,
quanto per aggiungere
uno sprone a
coloro che fossero
còlti da sublime
entusiasmo di imitarlo.
Ma conviene da un altro
canto guardarsi bene
dal collocare il
genio in tanto
ardua altezza, che
agli altri nascer
debba F opinione dell’ impossibilita di
raggiungerlo. 1081. Non so
se male io
m’apponga, ma parmi
che questa mal
misurata opinione sia
da annoverarsi fra
gli ostacoli che
si oppongono ai progressi
delle solide cognizioni,
e fanno si
che il Pubblico
s’arresti, assai più di
quello che F ordine
delle cose comporta,
in quelle lunghe
pause che si
frappongono fra le
utili scoperte. A dissipare
questa illusione 10
credo che sarebbe
cosa acconcia il
far entrare nella
educazione razionale la
storia degli uomini
celebri, più particolareggiata in
quei tratti che
fisicamente o moralmente
poterono influire sulla
loro anima, aggiugnendovi
eziandio le pratiche
da loro usate
per rapporto all’ attenzione. Se
ad insegnare a
pensar rettamente è
necessario tracciare il
modo col quale
11 pensiero deve
procedere, dall’altro canto
è pur d’uopo
dargli stimolo a
camminare. Un muto
e freddo apparato
di regole che
non movono il
cuore come potranno
svegliare l’attenzione? E
come si potrà
svegliar l’attenzione senza
eccitare le passioni
convenienti? Quanto è
possente nei teneri
cuori la sacra
fiamma dell’entusiasmo scientifico!
Ma quanto è
sopra ogn’ altro mezzo
valevole a suscitarla
V esempio ! 1082.
Quindi vorrei che
un due terzi
per lo meno
d’ogui corso di
logica (la quale
non dovrebbe esser
altro che una
pura avvertenza di
attenzione su quello
che dapprima si
fosse già fatto
nell’ apprendere altre scienze
ben insegnate) fosse
occupato dalla vita
e dagli elogii
dei più celebri
scienziati. Vorrei per
altro che anche
nell’ incominciamento della
carriera filosofica si
proponesse, fra gli
altri eccitamenti, l’esempio
della gioventù di
siffatti illustri personaggi,
e si additasse
solo in generale
la celebrità a
cui salirono dappoi,
e gli onori
di cui i
contemporanei o iposteri
ricolmarono il loro
nome. 1083. Io non
sarò giammai del
sentimento di un
moderno Inglese, il
quale vorrebbe in
siffatte vite troncata
ogni narrazione delle
circostanze private, accusando
di noja e
di superfluità il
riferirle. Certamente se
Foggetto per cui
si narra la
vita di un
gran letterato dovesse
essere unicamente un
dilettoso spettacolo onde
ingannar l’ozio degli
svogliati lettori. egli
avrebbe ragione. Ma
se si considera
essere necessario il
togliere all’inerzia umana
ogni scusa, e
prevenire lo scoraggiamento nella
comune degli uomini,
i quali stupefatti
dalla grandezza delle
opere dei celebri
letterati s’ immaginano che
siano concorsi mezzi
assai straordina rii a
sublimarli a tant’ altezza
di merito e
di gloria; io
credo alF opposto
essere cosa utilissima
il dare a
divedere, mercè la
narrazione fedele della
loro vita privata,
eh’ essi non furono
collocali in veruna
situazione privilegiata al di sopra
della moltitudine, e che generalmente
la P0' sterità
non ha per
questo rapporto altra scusa, che
la pigrizia o
la tumultuaria applicazione
determinala dalie seduzioni
di un abbagliante
lusso ideale. Io non
sono perciò disposto
a credere che
ogni uomo, il
quale n’abbia il
tempo, possa divenire,
mercè la sola
arte, uomo di
genio, siccome più
sotto accennerò: ma
dico solamente, che
per attribuirgli troppo
il privilegio delle
esterne circostanze si
toglie forse l’adito
ad aumentarne il
numero; e certamente
si respingono gli
altri dal giugnere
almeno a quel
segno a cui
senza ciò potrebbero
utilmente pervenire. 1085. Ripigliamo
il filo del
ragionamento. Ho detto
che a molle
cognizioni si è
attribuito il nome
di scoperte, mentre
pure no’l meritavano.
Non si avrà
difficoltà alcuna a
ravvisare la verità
di questa proposizione,
se si dia
un’occhiata ai monumenti
più celebri dell’ umana
ragione. Se si
eccettuano alquante scoperte
dell’ ordine fisico; come,
per esempio, l’uso
della calamita, della
polvere da schioppo,
della elettricità, e
di altre simili;
le restanti tutte
dell’ordine fisico, e
generalmente tutte le
altre dell’ordine morale,
sono un mero
risultato dei paragoni
e dell’applicazione di
quelle notizie eh’ erano
già sotto gli
ocelli di tutti.
Ne potrei citare
molti esempii; ma,
come noti, li
tralascio per amore
di brevità. 1086. Le
prime si possono
quindi veramente dire
scoperte accidentali ; le
altre poi, se
tali furono talvolta
in fatto, non
lo sono però
di loro natura:
quindi le appelleremo
col nome di
razionali. In queste
ultime Y invenzione
altro non è
che una più
lunga e non ordinaria deduzione. 1087. Ma
se il fatto
costante di tutti
i secoli dimostra
essere queste razionali
invenzioni riservate sempre
al privato, si
può fissar come
legge di fatto
dell’umana ragione che
il Pubblico in
complesso non sospinge
più oltre i
progressi delle cognizioni;
o, a meglio
dire, non deduce
le complesse verità,
le quali pure
potrebbero essere raggiunte
col solo uso
dell 'attenzione. 1088. Da
ciò deriva una
importante conseguenza; ed
è, che il
Pubblico, propriamente parlando,
in fatto di
verità riesce, per
dir così, un
conoscitore passivo, ritenendo
il solo merito
della scelta e
dell accettazione delle
dottrine scoperte dal
genio. Perlochè conviene
esattamente distinguere le
circostanze che lo
determinano a siffatta
scelta, e all’uso
ch’egli ne fa
dappoi. 1 089. Se
i progressi dei
genio si possono
riguardare come gli
slanci più energici
ed ampii della
umana ragioue; se
la misura dello
spazio percorso dal
genio ad ogni
scoperta forma la
misura della distauza
maggiore che passa
fra il Pubblico
intendente e gli
estremi sforzi della
ragione umana; e
se, mercè di
tale misura, si
viene a circoscrivere
l’orizzonte della veduta
dei Pubblico, ed
a fissare l’estensione
del suo discernimento; egli è certamente
del nostro instiluto
l’occuparci di quest’oggetto. H(1,
^r'ììc scoperte 'Ielle
verità due tratti
specialmente primeggia* no;
vale a dire
ì essere elleno
ad assai rari
intervalli sparse nella
successione dei tempi,
e Tessere ogfci
volta eseguito da!
ministero di mi
solo. 199f. La medesima
cagione produce questi
due effetti 9
e viene effettuata
dal complesso delle
circostanze che formano
T uomo di
gemo, Qui
noi parliamo del
genio di riflessione,
c die come
La le doyrebbn
essere definito —h
ve ditta ampia
e distinta dei
rappòrti che sodo
fra % cose,^
Egli, occupandosi di
no dato oggetto,
prima abbraccia Lette
k yc~ riti
note al Pubblico,,
e in ciò
è semplice tu
ente dotto; ma
ve ue aggiunge
poi molte altre
dapprima incognite, o a dir
meglio non avvertite.
Con un piccolo
progresso un uomo
sarebbe ingegnoso, ma
non un genio. 1092.
Ma siccome egli
non può cangiare
la natura del
suo essere! tì è
le leggi del
destino umano* cosi
non può nemmeno
ampliare la capacita
della sua Intuizione,
togliere o scemare
l’inerzia delle sue
facoltà, prolungare la
sua vita, protrarre
la sua gioventù.
Quindi la legge
delle ripetute riflessióni
e della graduale
spinta delle cognizioni,
la forza dei
motivi, T ordine delle
circostanze, la necessità
del metodo oc.,
sono dominatori supremi
a cui egli
è costretto di
servire e di
soddisfare, 1 093. Quali sono
adunque le condizioni
in dispensa lidi
che producono ì\
geulo, e lo
contraddistinguono dulia comune
dògli uomini ;
L indubitato eh
elleno esser debbono
quelle medesime* le
quali, data L
natura attuale dell
uomo ed I
suoi rapporti colla
verità, sono valevoli
a produrre T
e fletto che
contraddistingue il genio
dagli altri minori
iugegnb Quest effetto,
come testò si
ò veduto, consiste
nella veduta ampia
n a 1 1
è gn à c o
ì a n
to ristretto ;
qua 1 1 Lo
p i ù
ris L r
e ito e
ssere non dovrà
II novero di
coloro che adempiono
alle condizioni che
la verità richiede
dallo spirito umano
l 5 noti.
Ciò non è ancor tutto.
11 noto qua u lo
sìa prepotente sull’aoiino
degli uomini V
impero àt\V autorità
e della pubblica
opinione, E nolo
che questa, benché
assurda,, ottiene il
sacrificio di tanti
piaceri e tanti
interessi. che eccita
tanti alla uni
c tanti bisogni,
che dalla capanna
al trono regge
imperiosamente la sorte
delle riputazioni, e
spesso anche il
de■uino di molli
uomini. Ora è
ben evidente ch'ella
deve spesso affacciarsi
IL uomo di
genio come un
terribile fantasma, ed
arrestarlo nella sua
carriera, f pensamenti
invalsi uel tempo
precedente, e adottati
dai contemporanei. si
rivestono dal Pubblico
di un'autorità veneranda,
alla quale pare
non esser lecito
opporsi senza sacrilegio
n ribellione. 1107, Molte
volte poi alla
forza morale già
troppo soverchiati te
delYùpinione si aggiunge
eziandio la forza
reale della pubblica
autorità) la ■
piale non bene
distinguendo ì confini
della verità, della
giustizia e del
ben pubblico, interessa
il sacro c
supremo suo potere
per difendere opi^
ninni (die realmente
sono iu differenti,
o nocive al
rogge L Lo
delle vere suu
cure, talvolta poi,
tremando d'oguì novità,
sbandisce indistintamente anche
quelle che potrebbero
riuscire proficue alla
verità, alla giustizia,
ed al comune
interesse. La storia
delle IcLLere somministra
molti esempi! dì
questi abusi. L
uon parlo solamente
delle opinioni che
riguardavano davvlemo la
tranquillità ed il
benessere delle popolazioni,
ma eziandio di
quelle die erano
più indifferenti e
più rimote da
quella dignità che
deve occupare i
direttori delta pubblica
felicità. Xou si
è forse vedutomi
Parlamento d’Inghi [terra
in ter e
sdirsi della pronuncia
di certe lèttere
dell'alfabeto greco? Siccome
questo è un
aneddoto non mollo
conosciuto. 10 riporterò
culle parole medesime
di un anonimo
Inglese (0. «
Sul fra i» re
del regno di
Arrigo Vili. Smith
e Check cominciarono
a riflettere » ai cattivi
effetti cagionali dalla
imperfezione della greca
pronuncia. Os* })
servarono cV oratisi
perdali i suoni
di molle vocali
e di parecchi
dilli tanghi: che un tale
difetto privava la
lingua della sua
antica bellezza,,3 del
suo vero spirito
e del suo
carattere proprio, e re u
dovala insipida c
« languida, Xon
sentivano in questa
pronuncia quell* armonia, nè
quei » sonori
periodi, pei quali
gli antichi retari
ed oratori greci
avevano ìì acquistato
un si gran
nome* Non potevano
far comparire eloquenti
» alcuna nei
loro discorsi e
nelle loro arri □
glie, perchè mancava
ad msr vi
la bellezza c
la varietà dei
suoni: ciò fece
che pensassero ad una
re
ji forma (*).
Studiarono la più
parte degli antichi
retori e autori
greci, 33 i
quali aveouo trattato
dei suoni: e
ritrovando in essi
il modo d i n
Irajr durre una
mutazione, di consentimento
della più parte
dei doti! dolili
h [inversi Li
si posero ad
al faticar visi.
Furativi alla prima
alcuni conta•j sii:
ma iu dappoi
quasi generalo V
approvarlo uè. » Era allora
Cancelliere dell1 (Ini versili
Croni vvclh Non erano
so-llo 11 di
lui le riformarlo
ni tanto pericolose*
come sotto Gardincr
suo suiti ce
sso re, il
quale era nemico
di ogni novità.
Quest' ultimo lece
per iji^l ii
che tempo ostacolo.
lS i arrogò un
potere* che non
si ora giammai
p1 -i Cesare^
di dar leggi
alle parole. Scrisse
a Check, professore
a qLii'l ì'tn
■i po di
greco, perchè abbandonasse
II suo nuovo
metodo. Il qmdf
[?l-Ll tutto t
dine era l'a litico
e il vero*
Check non si
diè a vedere
sommesso in »
di Ini volere.
G ardine r mandò a nome suo
e del Parlamento
nix u ii
che ha qualche
cosa di straordinario. Io
qui non ne
riferirò pi 1
>K 3? vita
che due o tre articoli*
» Ali Tl
COLI* Ou isrj u is n os tra m
potcs la lem agnoÈMs 3
sonos lilteris sire
graecis ( j
) R eflec
i f o
ns tipo n
ha m 1
rcg\ w h
e re /
n i s
skeft-n thè iris
uffici ency there&f
in itssever&l pàHiculftrg^
in or iter
in crine e
thè tisefuD netti
a tid ne
c&ssity; of lieve
la t io ù
. E
u l rado
l Lo in
italiano solilo il
ri Loto di
Trattalo della ìn
tf Chi riconosce
il nostro pulci'
» non osi
dare di sua
privata atùn certezza
delle scienze. Vcni'Ktfl,
p1 u ^
f CL'Sco Rii ter], 1 735,
Vedi il Cypo
Uh t|TlSr e
seg, *. (0
CMi* De linp
grafie, pronti ■,v >uL Simili,
De prommt. linf: Ali. sive latinis
ah usa può
Ileo mrae- sentis saeculi
alienos privato j
itili ciò a
(fingere non andito.
tìmhthongos gpQccas* n
editai lati nas.
nìsi id diaerssis
exìga sonix ne diducilo.
\f ah £
et es ah
i ne distinguilo^ tantum in
orthogmpìua disdirne n
servato; ??, i3
v ano eodcmqite
so¬ no expria? do. Nè
multa : in
saniti o maino ne pkilosophator^ sed
utitor praesm* fàhus. 1007
)> rii alle lettere
greche o latine
rt suoni differenti
daJFuso pubbli ce
n dì questo
secolo. Ji Non is
componga i suoni
dei s) dÌLLonghi
greci o latini,
se non lo
n ridi lede
la figura di
dieresi, » Si
distingua cu da
s e u
da t a
solamente nella ortografia,
r3 v »
abbiano un medesimo
suono. n Tu
somma: non. filosofar
sopra » i
suoni, mp ognuno
si attenga al»
l'uso. 1 i
Nulla noi aggiungeremo
a questo esempio.
Le riflessioni si
presentano in folla
da sè medesime, 1
■■] 08. Ma
se è pur
vero che V
impero ridi' autori ih
La cotanto predominio
sulle menti umane,
talché il Pubblico
per qu està parte
ne sembra sotto
un aspetto Io
schiavo, e sotto
un altro il
tenace difensore pronto
a combattere contro
ogni privato che
non ne veneri
ciecamente i dettami
■ se questo
Pubblico è un
padrone sempre rispettato
dagli individui: come
in ai potrà
agevolmente sorgere un
uomo che ardisca
violare il senti
mento della venerazione
infuso in lui
sino dall’ infanzia?
0,, se pure giunge ad
emanciparsi, come vorrà
poi per un'opinione
sua propria compromettere
i! proprio nome;
e fin anche
la propria tranquillità?
A meno di
un singolare e
sLraordìnario entusiasmo, ciò
non pare praticabile.
Frattanto lo .stalo
delle umane cognizioni
rimane per lunga
pezza nella condizione
e md grado
di depressione in
cut si trova,
e te scoperte
riescono rare. fili
abusi della critica,
moke volte dettata
da motivi personali,
ossia dal1 amor
proprio „ cadono
sotto questa classe.
Gli nomini si
rassomigliano hi tutti
gli stati; o.
a dir meglio,
le passioni agiscono
sempre di una
data maniera. La
passione dei dotti
sembra essere f
ottenere e il
conservare è pubblici
Goffragli e il
primeggiare in riputazione.
Un aulico scrittore
chiamò i filosofi
animali della gloria.
Nello stato politico
la passione di
chiunque ha già
soddisfatto alla necessità
sì è pur
quella di distìnguersi
c di dominare.
Ora siccome i
vecchi nobili, come
ha riflettuto Bacone,
invidiano gli avanzamenti
dei nuovi che
ascendono {■). del
pari coloro che
( i) Frano»
sci Bac&n»S eie
Y orni am
io Sarmcatp.f fideU.^
Y J V,J0Q8 primeggi a
no nella repubblica
delle lettere scorgono
con amarezza la
nuova fama di
mi alLro pensatore,
e quindi pongono
lutto in opera
per reprimerne i
progressi, clic temono
nocivi al loro
domìnio sulla pubblica
opinione. Arrossiscono di
aver potuto ignorare
quale li e
cosa nelle maL*
rie Jl cui
fanno professione, e
quindi spingono la
censura lino alla
mala fede ed
alla sopcrchieria, 1 i
09. Ancora una
riflessione avanti ili
chiudere questo articolo,
L condizioni sopra
annoverale per formare
I' uomo di
genio sono quelle:
che possono farlo
divenir tale. In
ultima maniera però
il loro esercizio
spiegato e pratico
dipende da felici
combinazioni di fortuna,
Questa jorluna a
libracela alcune circostanze
sopra non avvertito:
come, a cngiojK
cl* esempio 5 il
nascere o il
trovarsi in un
paese dove siano
coavemenla occasioni d
istruzione, d’emulazione, d* imitazione, rincontro
di lettura proficue,
r accesso ad uomini
illuminati, e finalmente
anche quelle ultime
accidentali determinazioni del
pensieri, di cui
piu sopra si
ù ragionala i
yeti. Capo \ .
Art. L dì
questa Sezione ). 1
110. Al fin
qui detto aggiungere
si deve, che
solamente ìli una
certa epoca di
cognizioni sono possibili
certe scoperte; e
ciò forma U
misura della forza
del genio. La
di lui attività
non e infinita
: olla viene
circoscritta dall' indole
delln memoria* dalla
estensioni: naturale della,
mente umana nelle
intuizioni singolari, e
dal tempo che
iru piegare ^ può
nella meditazione durante
la ragionevole u
robusta età. Se
dunque ogni scoperta
nel caso nostro
è una verità,
e per conseguenza
ella àia cognizione
delle connessioni che
sono fra due
estremi ; ogi-uqmjbch'1
questi estremi siano
talmente rimoti Limo
dfitr nitro, che
il trovarne gli
anelli intermedii sorpassi
il tempo e
la capacità di
cui ora si
la pavol.q, essi
eccederanno per allora
la comprensione del
pensiero umano. Ma
sà * come
poì col progresso
di più ingegni,
che va nno
a grado a
grado 3g»lU' gnendu
nuovi anelli, si
ottiene un avvicinamento
maggiore Ira qui.
sLl estremi: o*
a dir meglio,
si segnano nuovi
punti di passaggio
: cosl ilvlene
dappoi eseguibile ciò
che dapprima non
era. Ond è,
che rjiir-sL • situazione
di avvicinamento, è
una circostanza favorevole
a produrre d
pieno effetto ;
ni a si
può a ragione
appellare opera del
tempo e del
t rivoluzioni dello
Spirito umano. fili. Dalle
cose fin qui
disaminato si scorge
la ragione per
cingi uomini di
£euio nello spazio
dei secoli e
delle società delibano
essere L° tanto
pari. Sì vede
ad un tempo
stesso che un
tal fenomeno dipeline
una stessa Cagione.
Quindi non è
meraviglia se le
scoperte siano tanti»
scarse, i progressi
della ragione cotanto
lenti, e i
impero dei pregiudizi – cf. Grice, Prejudices and
predilections, which become the life and opinions of H. P.. Grice, by H. P.
Grice -- e degli errori
cotanto durevole. Quello
che abbiamo detto
del genio si
applica pur anche
all’ ingegno, da
cui esso non
differisce che per
la sola misura.
Articolo IL Osservazioni
preliminari sulla promulgazione
delle opinioni, e
sull' accettazione fattane
dal Pubblico . 1112. Mi
lusingo di aver
dimostrato il fatto
e la ragione
per la quale
il Pubblico dotto
non iscopre le
dottrine, ma gode
solamente delle scoperte
fatte dapprima dal
privato geriio. 1113. Nelle
scoperte che appelliamo
razionali le verità
non sono di
rigorosa invenzione, ma
bensì di pura
osservazione e deduzione.
Dunque se il
Pubblico dotto non
eseguisce da sè
siffatte scoperte, è
per ciò stesso
evidente ch’egli per
se medesimo non
estende la sua
attenzione ad investigare
i rapporti dapprima
inavvertiti fra le
cose, a connetterne
gli estremi, e
a formar quindi
giudicii logici espressi
in proposizioni, in
sentenze, in teorie,
in sistemi. Dunque
il Pubblico non
esercita il suo
giudicio direttamente sullo
stato delle cose,
ma sì bene
sulle opinioni che
intorno alle cose
medesime vengono formale
dai privati dopo
che tali opinioni
sono stale promulgate.
Dunque la cura
unica de’ suoi
giudicii consiste nell’ approvare o nel riprovare,
ammettere o rigettare
un’opinione, un sistema,
un principio enunciato
dal privato autore. 1114.
Bla ogni teoria
o sistema altro
non è che
1’ espressione dViua
somma e serie
più o meno
lunga di giudicii
taciti o espliciti
sopra una data
cosa, di cui
si affermano o
negano i rapporti
o contemplativi o
efficaci. Dunque
il giudicio del
Pubblico in queste
contingenze ad altro
non si estende,
che ad affermare
o negare i
rapporti indicati da
un privato. 1115. Ora
se prima della
scoperta fatta il
Pubblico non conosceva
questi rapporti, ed
auzi ne riceve
la notizia dal
privato, se sempre
egli viene addottrinato
dal privato autore:
come potrà egli
giudicare da sè
della verità o
falsità dell’ opinione promulgata?
Forse per le
censure o le
lodi di un
altro privato? Bla
primieramente quando siffatta
critica o lode
non esistessero, come
mai il Pubblico
se ne potrebbe
prevalere? 1116. Quando poi
esse esistessero, il
Pubblico in tal
guisa non giudicherebbe
più per propria
scienza, ma bensì
su V altrui parola
e per cieca
credenza . In tale
ipotesi il suo
giudicio non sarebbe
propriamente il giudicio
di molti intendenti,
ossia dei Pubblico,
ma sì bene
il giudicio di
un solo ripetuto
da molti. In terzo
luogo, con quale
ragione si dovrà
presumere che il
Pubblico modelli il
suo giudicio piuttosto
su quello del
critico, che sa
quello dell’autore medesimo?
Iu fondo della
cosa potrebbe darsi
bellissimo che il
critico avesse torto,
e l’autore avesse
ragione: e talvolta
accadere il contrario.
Come dunque iu
una cieca scelta
si potrebbe mai
presumere la verità? 1118.
Ma in fatto
pratico . o
sia che esista
controversia, o uou
oe esista, il
Pubblico talvolta approva,
accetta e professa
l’opinione di un
autore, e talvolta
la disapprova e
la rigetta. Ora
dà ragione ai
critici coutro l’autore
e i suoi
difensori* ed ora
la dà a questi contro
dei critici ;
e talvolta dà
torto ad entrambe
le parti. Finalmente
avviene talvolta ch’egli
riceva un’opinione senza
critici e senza
difensori. 1119. Pared unque
che in questa
condotta egli non
assuma le suggestioni
di una classe
di privati come
guida de’ suoi giudicii,
almeuo iu quelle
materie dove può
giudicare liberamente, ma
bensì li pronuncila
proprio dettame. Ciò
è conforme anche
a quel sentimento
di naturale indipendenza
dei proprii pensieri,
il quale si
spiega euergicamente quaudo
non preesisle la
preoccupazione
dell’autorità, o il
costringimento della forza*
e sopra tutto
poi quando la
veduta dei rapporti
è lauto chiara
e viciua, che
convelle, per dir
così, e attrae
diretlameute la nostra
sensibilità. Generalmente parlando,
pare che, per
qualunque estensione che
abbia l’impero dell’autorità
altrui sul nostro
spirito, tale impero
non si eserciti
propriamente e completamente
se non dove
noi abbiamo uu
confuso timor di
errare. Ma allorquando
le cose ci
si presentano sotto
uu vivo, chiaro
e convincente aspetto,
non abbiamo bisogno
del soccorso dell’autorità
per giudicare, ed il di
lei impulso o
la di lei
tesi slenza rendesi
pressoché nulla, a
meno che non
abbiamo adottala la
precedente opinione dell’assoluta
sua infallibilità. 1120. Da
ciò lice trarre
una importante conseguenza
per la plt;
sente trattazione: e
questa si è:
affinchè il giudicio
del Pubblico non
n' sca sospetto
di derivare da
una mera ripetizione
dell’altrui sentimento, anziché
da proprio impulso
e persuasione diretta,
essere necessario clic
una nuova opiuione
di un privato
sia ridotta così
vicina allo stello
ut tuale della
comprensione del Pubblico,
che non debba
durar molta lotica
a coglierne le
connessioni. Qui cadono
in acconcio le
osservazioni già fatte;
e si scorge
quindi che le
condizioni necessarie alla
passiva istruzione del
Pubblico sono pur anco
quelle che rendousi
necessarie affinchè egli
possa veramente giudicare
a proprio dettame,
e quindi costitu,re
U11 giudicio che si possa
con verità riguardare
come proprio del
Pubblico. Ora supponendo che
il pubblico giudichi
per intimo e
libero seutimeato tanto
nello scegliere quanto
nel rigettare le
opinioni, e uel
decidere su qualsiasi
materia: con qual
logge* nonna e
sentimento si diri^e
egli* Devesi ammettere*
o no, che
il Pubblico sì
attenga allora alla
vini là? ^
M2f2. AÌ casi
in cui sì
esercita la scelta
eia decisione del
Pubblico se ne
aggiunge un altro.
Talvolta avviene clic
il Pubblico sì
trovi fra due
o più sistemi,
Ira due o
più teorie o
sette o scuole,
che invocano tutte
il suo voto e sollecitano
i suoi suffragi).
Allora egli si
vede avanti gli
occhi la scena
nella quale a
Pirrone presentava □ si
i filosofi di
Atene, eli egli
ravvisava divisi in
molte scuole opposte,
gli uni dai
Liceo e gli
altri dal Portico,
gridando: Sun io che posseggo
la verità: egli
è qui che
sì apprende ad
essere sapienti ;
venite, signori, datevi
la briga di
entrare: il iato
vicino non è
cheun ciarlatano che
vi fura impostura. Eppure,
malgrado tanti dibattimenti
dì opinioni, il
Pubblico presta i
suol suffragi ad
una parlo, e
proscrive le altre:
professa le dottrine
di una scuola,
r sommerge lo altre nell
ebbi jo. Questo scelta
c decisione deve
pm svcio una
qualche cagione, o
buona 0 cattiva.
Questa ragione qual*
è y. 5
Ì V2Ò. Certamente
ella è un
sentimento o imparziale,
o determinato dalle
passioni. Prescindiamo dalla
seconda cagione, od
alleniamoci unicamente alla
prima. Chieggo io:
il Pubblico, uel
determinare la sua
scelta e ueì
pronunciare i suoi
giudica, va egli
soggetto ad errore /
Esaminiamolo. CAPO XÌÌI La decisióne
e la scelta
del Pubblico intendente puh esser
fallace. 1 1 24. Lo
stato ipotetico in cui ravvisammo
il Pubblico, egli è quello
di nif epoca
di libertà c
dì ragione. Le
materie sulle quali
abbiamo figurato versarsi
il suo giucUcio^
sono quelle intorno
alle quali non
può cadere sospetto
di estranea passione
clic rifranga le
sue sentenze. Le
opinioni poi sulle
quali egli pronuncia,
furono da uni
supposte di pura
ov1 az-io ne
e d ì
dedrtz io 1 1 e, tìngendo
eli 0 i
fon d a
ni enti di
fa Ilo *
i a n
o certi. Abbiamo
con Lulle queste
supposizioni Lr ovato che
il I ubidì
co non giunge
a procurarsi lo
scoperte razionali, e
per conseguenza ne
a creare uè
a riformare i
priuoìpii delle scienze,
ma bensì che
gli accoglie o
li rigetta dalla
mano del privato
autore. Quindi rassomiglia
a colui che
solamente gode dei
cibi apprestati, alcuni
de* quali gusta,
e ad alcuni
Jk 1 altri
non si cura
di stendere la
mano, senza però
essersi dato cura
alcuna di prepararseli. 1125. Sotto
questo punto di
vista trattandosi d’uu
mero giudicio di
scelta e di
decisione, io dico
che, malgrado tante
supposizioni favorevoli, il
Pubblico va tuttavia
soggetto ad errore.
Ilauuovi però gradazioni
e modiGcazioni tali
nella maniera di
errare, che in
fine favoriscono la
competenza del Pubblico,
e danno una
gran preponderanza al suo discernimento. 1 12G.
Nel comprovare la mia tesi
non pretendo colla
mia privata autorità
erigermi censore dei
giudicò del Pubblico
ragionatore; ma beasi
pretendo valermi della
sua medesima autorità.
Si è già
avvertito che il
Pubblico in un
secolo professava una
concorde opinione, che
poi in uu
altro secolo riprovò.
Non è mestieri
ricordare più specialmente
i falli sui
quali è foudata
quest’asserzione. Le dottrine
delle quali più
sopra ho esibito
un saggio, e
le quali pure
versano sopra materie
intorno a cui
sembra che gli
uomini nou debbano
avere una passione
ed un interessamento ad
errare, furono quelle
di tutto il
mondo culto un
secolo fa, e
pur tuttavia in
certe nazioni occupano
e ritengono l’assenso
della pluralità degli
intelletti. 1127. Ora se
il Pubblico un
tempo professò sentimenti
che dappoi rigettò
per sostituirvi un’altra
guisa di opinare,
egli è certamente forza
conchiudere che o
in un tempo
o nell’altro egli
abbia preso abbaglio.
Dunque il Pubblico,
anche nelle materie
dove non esiste
una estranea spinta
d’interesse a decidere
piuttosto in una
guisa che in
un’altra, e soggetto
ad errore. 1128. Vero
è che talvolta,
anzi il più
delle volte, il
Pubblico viene costretto,
quasi suo malgrado,
a deporre le
vecchie opinioni. In
tal caso forse
si dirà, che
se si può
supporre che dapprima
siasi ingannato, ciò
non si può
supporre dopo l’avvenuta
rivoluzione delle sue
idee: imperocchè ella
non potè esser
l’opera che di
forti, chiare e
ben rannodate dimostrazioni, le
quali abbiano, per
dir così, avuto
forza di divellere
il suo assenso
dal vecchio errore
per annodarlo alla
scoperta verità. 1 129. Rispondo,
che in questo
caso esiste una
maggiore presuntone^ ma
non mai una
certezza della verità
del giudicio del
Pubblico, assumendo il solo
giudicio qual criterio
di verità. Poiché
convengo di buon
grado, che a
fronte del conflitto
della controversia, della
imponente influenza dell’ autorità, e
dell’abituale impero delle
ricevute opinioni. non
è cosa naturale
che il Pubblico
con libero impulso
deponga •un’opinione per
abbracciarne un’altra, od
anco semplicemente ne proscriva uu
aulica, senza che
esista una più
chiara e convincente
ragione che a
ciò lo induca;
altrimenti dovremmo rovesciare
le leggi essenziali
deh’umauo intendimento. Ma
non segue perciò
che la nuova
ragione sia in
sè medesima indubitatamente conforme
alla verità, talché
per questa sola
vittoria dir si
debba assolutamente certa.
Primieramente si sa
quale distanza passi
fra il distruggere
un errore e
creare una nuova
opinione. Per convincere
taluno di un
errore basta porre
in chiaro le
sconvenienze fra quelle
idee ch’egli connetteva:
per lo contrario
a stabilire una
teoria, un principio,
un sistema ricercansi
altre vedute. 1130. À
dedurre un carattere
di certezza assoluta
in favore della
decisione del Pubblico
non basta che
noi lo supponiamo
preferire una opinione
ad un’altra, bastando
che la prescelta
apparisca più ragionevole
dell’altra. Il sentirla
più ragionevole reca
seco una persuasione
puramente comparativa, ma
non mai una
certezza assoluta. La
certezza assoluta non
può essere prodotta
che dalla piena
e perfetta comprensione
dello stato reale
della cosa a
cui il pensamento
si riferisce. Ora
non solo non
abbiamo alcun principio
teoretico che il
Pubblico possegga la
scienza assoluta delle
cose; ma per
lo contrario sappiamo
che ogni nuova
veduta, in cui
si ricerchi studio
ed artificio, gli
viene somministrata dal
genio di un
privato autore. Come
dunque avvenir potrà
che il Pubblico
possa pronunciare il
suo giudicio in
vista di siffatta
scienza assoluta? 1131. Dunque
tutt’al più il suo giudicio
in favore della
nuova opinione potrebbesi
rassomigliare a quello
di un tribunale
integro ed accurato,
che pronuncia giusta
le cose allegate
e provate in
processo, ma non
mai direttamente ed
immediatamente sullo stato
reale delle cose.
E la verità
risiede nello stato
reale, non nelle
deduzioni del contemplatore. 1132. E
vero però che
in questo caso
il Pubblico cangia
di giudiciò per
un sentimento che
ogni volta più si approssima
alla verità, attesoché
ogni volta abbraccia
il verisimile, e
lo abbraccia in
un’epoca sempre più
copiosa di lumi e di
scoperte. Perlochè la
pratica del Pubblico
ad altro non
riducesi, che ad
uu esercizio del
senso comune, o
a dir meglio
della ragionevolezza, la
quale pronuncia senza
parzialità Y affezione che
prova alla presenza
di un’opinione scoperta
e a lei
presentata. 1133. Ma ciò
non ci assicura
che tuttavia non
vi siano altre
relazioni incognite da
scoprire; anzi questo
modo di giudicare
lascia le investigazioni a
quel punto, sotto
cui vengono offerte.
D’altronde la persuasione
che aveva il
Pubblico di non
errare si trovò
pur priva d’un
assoluto e perpetuo
fondamento tosloché esso
fu costretto a
riconoscere il suo
errore ed a
cangiare di opinione.
L’unica norma dunque
onde trarre argomento
clic la pubblica
decisione non sarà
più per cangiarsi
lìberaweole, sarebbe il
sapere certamente che la Materia,
della quale si
sano dall' autore seguali
i lapponi, fu
vera niente esausta.
Ma il giudichi
del Pubblico non
ci rassicura su
questo punto: poiché
anche dapprima esso
credeva veder tutto,
mentre poi l'evento
mostrò il contrario.
Dobbiamo dunque couveuire,
die mercè il
/urne naturale non
si ravvisano gli
a». se nou
sono ravvici ubili assai
al centro dei
roggi; e così
come Tengono presentati,
c nulla più, lidi.
Dunque con tutte
le supposizioni favorevoli
sovra espresse eì È forza
convenire cLe il
Pubblico in ogni
materia complessa vaia
soggetto ad errore *
eouciossìachè se In
quelle 5 intorno
alle quali nou
prova uu impulso
parziale di passione
e di interesse .
r costretto a
soggiacere a fallacia;
con assai più
torte ragione vi
deve andar soggetto
iu tulLi quei
casi, dove elTelt
iva mente esistono
seduzioni o secreto
o palesi del
cuore. Del pari
se, cangiando rii
pensiero, a fronte
della controvèrsi11 e
di una penosa
rinuncia alle dominanti
v cecilie opinioni, va
soggetta ad errare,
mentre pure aveva
il piu vivo
interesse di esaminare
ajscimtamenic i titoli
delia confutazione o
della nuova opinione;
con quanto maggior
ragione non riescìrà
fallibile la decisione
e la scelta
in quelle materie
dove manca la
discussione, e per
una non contrastata
apparenza e promulgazione, o
per uu assoluta
novità, uu soggetto
razionale s insinua
nella grazia del
Pubblico? 5 1135.
Non dico perciò
che Fultima opinione
del Pubblico sì
debba assolutamente reputar
jfals&ì ma affermo
soltanto non aver
noi dal cauto
della condotta del
Pubblico uu principio
teoretico, ed no a norma
e pietra di
paragone, per accertarci
clic la reale
verità sìa pienamente
conforme ai caratteri
die f opinione racchiude.
CAPO XIV. Che
fa concorde uniformità
q Li moli
iplice diversi tu
dei pareri sci
di Hf* oggetto
no/i può servire
di contrassegno certo
per indicare piuttosto
la venta che
1* errore, 1 1 3G.
Dalle cose sopra
discorse risulta che
li Pubblico e q
usuilo accetta e
quando rigetta uu?
opinione la quale
esigè studio ed
artificio ad essere
creata, ciò fa
dietro la semplice
prima perisimi^liiuiz&ì 0 PCI un
appaiente conciliazione coi
piincipii già ricevuti:
ma non mai
per uu profondo
esitine delta materia
medesima, e per
un 'antecedente piene
scienza della verità.
Quindi sì scorge
clic può esistere
imi comune ùcw
timento fra molli
uomini sopra un
dato oggetto, senza
che inevitabilmente siamo
costretti a confessare
che tale uniformità
sla effetto unico
e proprio della
sola venta. 1137. Affinchè
r illazione che si trae
dall 'uniformità di
pensare alla esistenza
della verità fosse
legittima converrebbe dimostrare
che tale uniformità
nou potesse essere
prodotta che dalla
sola verità. Bla
toslocbè si vede
che ella può
derivare da una
passione o da
una prevenzione comune,
o da una
semplice apparente verisimiglianza che
sulla comune faccia
impressione, senza che
realmente la cosa
in fondo sia
vera; tale uniformità
diviene in generale
un connotalo equivoco,
e per conseguenza
non può servire
di certa prova
a determinare in
particolare la presenza
della verità, ed
escludere quella dell' errore.
Ogni prova per
essere veramente tale
deve per sè
medesima escludere resistenza
degli altri casi o diversi
o con Irarii. 1138.
Interniamoci vieppiù nei
seni reconditi di
questo supposto. A
fine di poter
trarre vantaggio dalla
disparita dei pensamenti
umani in favore
della verità, allorché
si verifica la
uniformità di pensare
converrebbe dimostrare che
un’opinione apparentemente ragionevole,
ma in sostanza
erronea, non possa
nel maggior numero
degli uomini nou
dotali dapprima di
lumi superiori fare
una eguale impressione.
Converrebbe aver provalo
dapprima esistere in
natura una legge,
per cui un
giudicio non evidentemente
erroneo, passando da
un uomo ad
un altro, sempre
svegli successivamente una
nuova vista di
cose; o che
ogni altro, cui
viene comunicato, ve
l’aggiunga da sè:
talché propagato a
tutto il Pubblico,
alla perfine non
ottenga mai l’uniformità
di assenso e la pluralità
dell’approvazione. Ciò non
basta ancora. Converrebbe
aver provato che
queste nuove e
dispari viste, impedienti
la uniformità, derivassero
unicamente dall’azione e
dal sentimento dell
errore. Conciossiachè se
anche una cosa
vera producesse questa
medesima disparità di
opinare, ella non
potrebbe per una
contraria relazione servire
di distintivo nè
alla verità, nè
aWerrore. 1139. Ma venendo
alla storia reale
dei giudicii del
Pubblico, si trova
ch’egli molte volte
di comune assenso
ha ammesso un
errore e rigettata
una verità anche
in quelle materie
dove nou interveniva
un interesse estraneo
che deviasse le
idee. Dunque l’assenso
o il dissenso
del Pubblico non
fa prova certa
della presenza o
dell’assenza della verità. 1140.
Bensì in tale
ipotesi constando che
in ogni uomo,
che non sia
fuor di senno
o soverchiamente invaso
da una straniera
forza, un errore
evidente non può
mai cattivarsi l’assenso;
così nella presenza evidente ed
irresistibile della verità,
Senza ima patente
mala fede 5
noa pohà esimersi
dal tributare uu
uniforme gludìcìa, Dunque
il valore dei
giudicii del Pubblico
si ristringe ad mi’
olvù* convenienza o
riptiguaÉin eolio stato
attuale delle cognizioni
di egli possiede;
e perciò non
fa altra prova,
clic della esenzione
da un oc
tuo ed apparente
errore. 1UL Àudiam più
oltre, 0 supponiamo
il Pubblico in
uno stalo in
cuti non è
fornito die dì
nozioni volgari, le
quali appellatisi ragion
naturale ; o lo
supponiamo in uu
epoca dì lumi
acquisiti eolie mulilazioni
dei tioLti, die
potrebbonsi dire cognizioni
fattizie. 1 Di 2.
Nel primo caso
traviamo mia cagione
anipia di comuni
errori. come sopra
si è veduto,
anche in tutte
quelle materie nelle
qttsili non può
esistere un prepotente
estraneo interesse a
giudicare piuttosto in
una guisa che
nell altra* Ivi
gii errori sono
durevoli e largamene
predominanti, senza che
la legge dei
singolari dispareri faccia
sulla nia&.sa del
Pubblico mi sensibile
elle Ito. I I
43. Se poi
lo contempliamo neiPepoca
dei lumi fattizii^
per v\ù stesso
lo troviamo sforniti)
di uu patrimonio
proprio e riservato
di lumi ulteriori
a quelli d/ ogni
progressivo pensamento, sì
quale riportarlo come
a termine di
paragone* M 44. Se
dunque neglige o
rigetta un pensamento
nuovo, ciò non
può avvenire che
in forza dei
rapporti delle precedenti
sue coguiziaaÉ. Che
se poi lo
accetta . è
chiaro che non
deriva da uu
discernì mento naturale^
col quale in
ogni tempo ed
in ogni epoca
d' Ignoranza, intendendo i
rapporti di una
cosa» ò spìnto
a giudicarne in
una guisa retiforme
alle impressioni ricevute
ed al Tal
Leu zinne prestatavi. J 145. Ma
siccome per regola
generale non s
interna mai assdissi/no
nei seni reconditi
delle cose, talché
per veder più
oltre ha semfiai
d uopo del
soccorso dei privati
ingegni: cosi tale
disccrnìnienLo noa rassicura
da un più
ascoso errore* $
1 1 46. Nulla
hi natura *si fa per
salto, nò senza
cagione. Tutto (fio
che avviene nel mondò razionate
ha le sue
leggiCosi data la
misura della perspicacia
comune dell* uomo
in quella clic
appellasi prima trn/a
ed ordinaria attenzione
per decidere, sì
ha la vera
misura del J lecerrnmecto del
Pubblico, c quindi
della sua fallibilità* 1 1
4 T . Dunque
o con viene
supporre che il
Pubblico dapprima ufìQ
siasi Ingannato, n
con vie n
confessare che la
sua approvazione o
disapprovazione, la uniformità
o il disparere
non provino certamente
h esistenza della
verità n falsità
recondita rispettivamente alle
attua b sne cognizioni.
11 fatto comprova
solennemente questa verità.
Quante volle è
avvenuto, che essendo
un tempo insorti
molti critici ed
ottimi innovatori, i
loro giudicii nel
tempo che furono
divulgati non ebbero
effetto alcuno, od
anche furono rigettati,
mentre dappoi il
Pubblico s’ avvide che
avevano piena ragione? 1149. Dunque
l’argomento riferito al
principio di questa
Parte inchiude un
supposto, il quale
applicato indistintamente alla
pratica riesce falso:
trovandosi che il
convenire in un
sentimento non è
effetto della sola
reale verità, e
viceversa la moltiplicità
delle opinioni non
deriva necessariamente ed
unicamente dall 'errore. 1150. I
casi dell’ esistenza di
varii errori non
si debbono calcolare
matematicamente; cioè a
dire, non si
deve far uso
del calcolo delle
astratte probabilità, supponendo
che in ogni
caso, dove non
sia presente la
verità, siano egualmente
praticabili tutti gli
errori che si
oppongono ad una
data verità; e
che perciò moki
dispareri possano effetti
va meote nascere
ad un tempo
stesso in un
Pubblico, il cui
discernimento si esercita
in maniera superficiale.
Anche gli errori
hanno le loro
leggi fisse . le
quali determinano sempre
resistenza di uno
in particolare a
preferenza di ogni
altro. Ogni errore è
un giuclicio ; ed
in ogni giudicio
concorrono la comprensione
e l’attenzione, come
cagioni efficienti. Dunque
gli errori di
un Pubblico sono
determinati dalle leggi
attuali della cognizione
e dell’ attenzione di
questo Pubblico. Sopra
abbiamo veduto quali
siano queste leggi,
e come elleno
operano; talché qui
è superflua ogni
ulteriore dichiarazione. 1151. Dunque
risulta, che lauto
per legge di
fatto ^ quanto per
legge di ragione,
tanto a priori,
quanto a posteriori
possono esistere cagioni
di un errore
simile e comune
in un Pubblico
in qualunque epoca
della ragionevolezza, senza
che la moltiplicità
delle viste rivolte
sopra uno stesso
oggetto possano indurre
un’ assicurazione sullo
stato vero e
alquanto recondito delle
cose. Dei diversi
gradi del loro
valore, inalisi del
senso comune. 1 152.
Abbiamo veduto i
difetti e i
gradi di debolezza
del discernimento del
Pubblico; ora veggiamo
le prerogative e
i gradi di
validità. La esposizione
delle cose per
riuscir vera dev’
essere completa. f (1
1 s
Primieramente si è
veduto die il gin-lieto libero
e ^njpiu del
Pubblico fa sempre
fede delia esenzione
di u m di
lai opinione Ja
una evidente ed
ovvia falsità e
ripugnanza fra le
idee noie; talché
si può sempre
dire: il Pubblico
pensa cosi: dunque
questo pensiero non
è ovviarti cute
falso, 1 1 K
siccome indie diverse
elevazioni della istruzione
ei prò* cede
sempre decìdendo a
norma dei principili
dapprima ricevuti; cosi s
ir il
1 u Id i ìco
afferma o nega,
sceglie o rigetta
liberamente c con
pròpria scienza, dir
si può ebe
la sua decisione
è ragion eV0Ìe,
com par a
tivamente ai principi i
cogniti e ricevuti.
Ma anche di
siffatti principi! aulecedenti,
professati liberamente ed
a proprio dettame,
si può affermare
fa medesima cosa.
Dunque 11 canone
predetto, col quale
si attribuisca una
verità apparente ai
giudicii del Pubblico
coti tali condizioni
recali riesce gene-nule*
Non abbiamo spiegato
ebe cosa debba
intendersi per libertà
del ghidicto, Non
istinto però superfluo
di far presente^
die Ih due
maniere si dove
ella verificare: vale
a dire tanto
rapporto alla d
sÈoue dello Spirito^
quanto rapporto alla
espressione esterna, lìelytiuTTinutc al
primo punto è
chiaro che siccome
la verità delle
cose non dipende
dall’ arbìtrio umano, così
i giudiosi dello
spirito non possono
dipendere dalle affezioni
da cui egli
è preoccupalo, ma
bensì debbono essere
intieramente modellati giusta
i rapporti della
verità. Dunque lo
spirilo dev1 essere
talmente disposto, che
se la verità
gli delta una
apimone, egli non vi si
opponga; dev1 essere
disposto ad adottare
lauto un pensiero,
quanto il suo
contrario. Senza questa
perfetta indifferenti, o
H dir meglio
impu rz la
Itth . riesce sempre
sospetto qtfalsiasi giu
ili ciò. M ria.
Ma js attenzione
è una delle
cagioni necessarie alla
Ibrttìàz ione dei giudicii.
Dunque Fumee* motivo
tlvAV attenzione esser
deve un impegno
generale a scoprire
la veri Là
della cosa, il
quale ad un
trmpo stesso lascia
sgombro il cuore
dal desiderio dì
ottenere piuttosto tiu 1 |j
saltato die il
suo contrario. Dunque
quaudo copta intervenire
qualche prevenzione o
/ n t è
ress e che
determini specialrncute un
giudizio piali11' sto
che il suo
contrario, il giu
dici o diviene
di sua natura
sospettò; t;|l abbisogna
d'essere intierameute convalidalo
da un'accessoria dlnmtìU'tizione che
ne taccia sentire
la verità, rimanendo
intanto nulla laulenU
di chi lo
recò. - -Ecco quella
ebe io chiamo
liberta dì spirito
nei guidici I
del Pubblico. 1 1
56. Ma siccome
si chiede se
questi giudicii possano
mai servne di
criterio di verità*
così si suppone
cito siano palesai
f e palesati
mtJI-ra mente nella
guisa eoo cui
furono formati. Dunque
allorché co ufi
tasse che uon esiste
una perfetta libertà
eli manifestazione, si
potrebbe sempre ragionevolmente sospettare
se gl’individui componenti
il Pubblico esprimano
le cose nella
guisa con cui
le sentono, e
quindi se il
giudicio promulgato sia
conforme al concetto
intellettuale dei Pubblico,
o no. Perlocbè,
oltre alla imparzialità
di spirito, esige
un’assoluta libertà di
manifestazione, affinchè possa
rivestire un carattere
autorevole, e riguardar
si possa come
la voce della
ragione comune di una nazione
o della repubblica
delle lettere. Questo
è ciò che
precisamente intendo per
libertà di giudicio,
la quale si
deve esigere come
perpetua condizione nei
giudicii umani, affinchè
possano servire di
qualche prova della
comprensione della verità. 1157.
il canoue sovra
fissato si verifica
iu una maniera
eguale in o^ni
Pubblico. Conciossiachè sebbene
due nazioni possano
essere dispari fra
di loro in
cultura, ciò non
pertanto la misura
di vedere d’ entrambe,
considerata dal canto
delle persone, riesce
perfettamente uguale. L’ una
vede maggior numero
di oggetti dell’altra:
ma la vista
dell’una uon è
in sè medesima
più lunga di
quella dell’altra. Datemi
due uomini di
vista eguale, l’uno
posto in una
valle, e l’altro
su di un
monte: benché questi
scorga più ampio
orizzonte e numero
maggiore di cose
di quello che
sta nella valle,
non si può
dire ch’egli abbia
miglior occhio dell’altro. 1158. La
misura visuale media
fra molti si
è quella che
forma la misura
della vista fisica
umana. Del pari,
ragionando dello spirilo,
il discernimento tra
più uomini preso
in simile proporzione
forma la vera
misura di quello
che appellasi senso
comune, o lume
di ragione. 1159. Per
tal maniera il
Pubblico letterario non
riesce punto superiore
al Pubblico popolare.
Fra l’uno e
l’altro non v’ha
altra differenza, se
non che gl’individui
del letterario sono
collocali chi più
chi meno alto
nelle scienze; laddove
quelli dei popolare
sono rimasti chi
per necessità e
chi per pigrizia
nella ignoranza. Perlocbè
i popolari stando
a quel basso
sito, o non giudicheranno di
quelle cose che
vengono ravvisate solamente
da quelli che
stanno iu alto:
o, se ne
affermeranno alcuna, ciò
faranno soltanto sulla
informazione e tradizione
altrui. E se
pur volessero di
proprio capriccio dirne
qualche cosa, è
chiaro ch’eglino parlerebbero
a caso, e
proferirebbono molti errori.
Ecco fin dove
s’estende la condizione
di parlare con
cognizione di causa,
che noi abbiamo
richiesta come indispensabile ai
giudicii del Pubblico.
Quindi, oltreché siffatto
giudicio non deve
essere recato sull’altrui
nuda autorità, deve
eziandio essere formato
con competenza di
cognizione; e però
presuppone una tale
istruzione e dottrina,
che il discernimento
esercitato in .
uua «*»’«• Mimici*
possa agevolmcute cogliere
gli estremi fra
|c preti,,denti cog Dizioni
di cui tabu, o
è fornito, e
Vogalo ani quale
si s Jt6a
RutHjae dove consta
intervenire* lina consìderabilwf&^ja fra
i lumi di
chi giudicacela malaria
«alla quale egli
pronuncia, èktm ragionevole
il Sospetto die
11 giudiclo non
sia recato colla
cognizione necessaria ed
intima dei rapporti
che legano i
concetti: e quindi
non può né
devesi mai tenere
come un dettame
della ragione umana. I
Hit. Abbiamo veduto
qual differenza passi
tra il Pubblico
volgare ed il
Pubblico istruito. Questa
differenza è pura
monte estrinseca ^ ma
nuli di costituzione*
dirò cosi, delle
facoltà razionali: attesoché
olla rnu.siste nella
sola maggiore coltura
di cui uno
è fornito a
fronte dell altro.
Iticio è chiaro
die tanto il
Pubblico popolare strile
nozioni volgari da
lui compreso, quanto
il Pubblico letterario
sulle acquisite con
ispedah studio, sì
dirigono nella stessa
maniera, e così
godono mpettivameiito di
pari autorità. Couciossiadiè
siccome fra gl' individui
umani, beuelér esistano
e ciechi e
miopi e oftàlmici
e guerci, ciò
non pertanto dicasi
sempre che tulli
gli uomini ei
veggono, e che
fino ad una data lontananza
dìscernono: del pari
benché fra i
privali si riscontrino
e stupidi e
pazzi e prevenuti
e la n alici e
distraili, dicesi però
sempre clic gli
Udini ni giungono
comunemente a dis cernere
e comprendere duo
ad uu dato
senno. 5 1102.
Qui si offre
spontaneamente la ragione
per la quale
a pari caso
il giudici d pronuncialo dal
Pubblico a proprio
dettame* con cognizione
Intima della cosa
e Uberamente, debba
avere una decisa
preponete cu nzit
sopra il gì
ti dici g di uu
privato, assunto come
nuda untori lu .
eu e appunto
perchè uri complesso
degli individui componenti
il ! Libidico spariscono
tutte lo subalterne
individuali eccezioni difettose:
R quindi ottenendo
il suo sentirli en Lo »
accompagnato dai sovra
richicsli requisiti, si
ottiene lo schietto
e adequato sentimento
della naturali1 h**
gionevolezza emana 5
posta ni un
dato grado di
sviluppata perfetti! àllta* Q
li està naturale
ragionevolezza è la
stessa cosa clic
il senso coovine. 'H
G3. Molti filosofi
hanno confuso un
lai senso colla
cognizione i o a
dir meglio colla
erudizione comune. Se
per senso comune
s in leni
la la misurai
dei lami dei
quali un popolo
si trova fornito,
non si riscontrerà
in realtà giammai
senso, comune alcuno:
attesoché venendo allora
riportato soltanto ad
una varia, mutabile
ed estrinseca quantità)
noti può mai
essere ridotto a
stabile definizione. Oltre
diete i lumi
e le notizie
forma no piuttosto
F oggetto sul
quale il scuso
comune si esercita,
anziché costituire il
scuso comune in
sé medesimo* Se
poi per senso
comune s’intenda la
sola astratta facoltà
di discernere e
giudicare, in tal
caso non abbiamo
cbe una nuda
potenza :, la quale
non contraddistingue colui
che dicesi aver
senso comune da
colui che dicesi
esserne privo, o non averlo
per anche acquistalo;
come sarebbero, a
cagiou d’esempio, gli
stupidi e i
bambini. 11 65. Il
senso comune sta collocato fra
questi due estremi:
egli dir si
potrebbe essere realmente
la comune e
subitanea capacità comprensiva
dell’ intelletto umano, ossia
dell’uomo dotato di
ragionevolezza, posto in
qualsiasi grado di
coltura. 1166. Questa nozione
non si può
sentire adequatamele fino
a che non
se ne abbiano
accuratamente distinte e
sviluppate le parti;
e specialmente se
non si abbia
presente qual differenza
passi tra i
fondamenti ossia le
idee radicali, dirò
cosi, della ragionevolezza umana,
e le cognizioni
scientifiche più artificiali. 1167. Quando
Tacito, Machiavello, Galileo,
Bacone, Locke, Leibuitz,
Montesquieu hanno annuncialo
le loro osservazioni,
le grandi loro
vedute, hanno forse
dovuto inventare un
nuovo dizionario ?
E chiaro dunque
che le loro
scoperte non racchiudevano
se non mere
combinazioni diverse delle
già cognite idee
radicali, tanto concrete
quanto astratte, tanto
assolute quanto relative.
La cognizione attuale
di tali idee
serve all’uomo come
quella dei caratteri
alfabetici per leggere
o scrivere. Se
io conosco siffatti
caratteri, è ben
naturale che quando
vengami presentala una
nuova parola non
mai da me
veduta, io la
rilevi e la
legga e la
scriva, quantunque ella
sia nuova. Del
pari allorché l’uomo
è fornito delle
idee le quali
servono quasi di
perpetui elementi ossia
di materia prima
alla industria intellettuale
per fabbricare le
infinite sue combinazioni,
ei può a
grado a grado
passare da una
in altra cognizione,
senza bisogno di
tessere dapprima entro
la sua mente
le associazioni elementari
fra i vocaboli
e le idee.
L’unica pena cb’ei
proverà sarà quella
di seguirne le
combiuazioni, segnatamente se
vengano soppresse le
idee intermedie al
di là di
quelle ch’egli può
per una subitanea
comprensione abbracciare o
supplire. 1168. Se si tessesse un
catalogo separato di
tali idee radicali
comuni a tutte
le umane cognizioni,
vale a dire
un catalogo separalo
delle idee rigorosamente
semplici . espresse come
tali, tanto di
quelle che si
destano dagli oggetti
esterni, quanto di
quelle che stanno
racchiuse nelle affezioni
interne della nostra
anima; io ardisco
dire che il
catalogo risulterebbe infinitamente
più ristretto di
quello che taluno
possa figurarsi. Ora
questo catalogo esiste
realmente in ogni
uomo dotato di
Tom. I. 65
ragionevolezza fiuo ad
un dato segno,
cioè fino al
punto che le
circostanze ordinarie della
vita civile comportano.
Egli è già
latto: ma si
trova sparso e
frammisto per entro
le idee complesse.
le massime e
Io opinioni che
vengono tuttodì poste
in opera dagli
uomini. Questo catalogo
e queste cognizioni
formano il patrimonio,
dirò così, del
senso comune. La
capacita poi naturale
della vista intellettuale, ed
il modo ordinario
di esercitare l’attenzione
sugli oggetti tanto
fisici quanto morali,
costituisce la forza
e F estensione del
senso comune. 1 1 G9. Laonde
ricomponendo tutte le
parti d’onde egli
risulta, si può
dire che il
senso comune è
la comprensione naturale
dell’intelletto umano, in
quanto trovandosi fornito
delle idee che
la natura e
la società olirono
agli uomini inciviliti,
si esercita a
norma dell’ attenzione diretta
dalle circostanze. 11/0. Perlochè
se troviamo che le verità
più semplici divengono,
per dir così,
acquisizioni immediate del
senso comune: egli
è del pari
vero che possiamo
collocarlo anche in
uno stato accidentale
e meno immediato:
non altrimenti che se fingessimo
gli uomini non
abitare dordinario che
la sola pianura,
potremmo ciò non
pertanto supporli abitare
sui colli e
sui monti. Ora
se didatti collochiamo
il senso comune
nella sommità della
maggior perfezione ragionevole,
noi troviamo eh
egli si esercita
colle stesse leggi .
cioè a dire
comprende colla stessa
forza ed estensione
proporzionale, colla quale
comprendeva nello stato
dell infima ragionevolezza: nè
v’impiega cura o
tempo maggiore che
prima. dita nel
p scorse, di
comprovare che non
si estendono oltre
questi contini, ei
o chè ogni
giudicio del Pubblico
altro non è
che la decisione
del senso comune
collocato in tutte
le graduali cognizioni
delle scienze e
delle aiti. 1172. Ciò
posto, qualunque siasi
la materia sulla
quale il I
uhblico pronunci la
sua decisione, non
se gli potrà
mai negare, posti
i convenienti requisiti
già sopra espressi,
quella misura di
autorità, la qu Qui siami
lecito osservare, die la disparità
fra due mimi
non può essere
cotanto esorbitante. tra
mie il caso
die non abbiano
da indio tempo
avuto mutue Cuti
tiessi olii ed
attivo commercio di
lumi e di
utEJiliL Quindi a
proporzione clic siffatto
commercio fu ed
è più Ìntimo
e molli jd ice, e
die i pensatori
usano di uua
lingua intesa da
entrambi i popoli,
o st moltiplica
le traduzioni, o
si comunicano i
lavori e le
mie f rie,
sarà il uopo
a proporzione un
lampo mollo minore,
perchè la naymiue
meno colla possa
decidere colla misura
del senso connine
o, a dir
medio, del buon
senso* Il quale
non è elio
lo stesso senso
comune cali calo
iti un grado
non volgare di
lumi. La misura
del tempo che
abbi* sogna per
divenire non dico
gemi inventori, uè
tampoco ingegni che flg*
giungano e rischiarino,
ma soltanto semplici
addottrinati al seguo
intuì \r scoperto
sono gin spinte,
egli è JI
punto di competenza
dei giiidiciì di
ogni Pubblico umano. 1212.
1 ulte queste
considera zìo ni.
tutte questi regole
e cautele ri"
riardano solamente d
primo requisito della
validità dei giudico
del Faibbeo: d
qual requisito trae
\ suoi rapporti
dalla sola cognizione*
Compiuto cosi questo
primo saggio sulla
parto dallo spirita
$ passiamo -alle considerà&iuui degli
elicili del cuore
sui giudici! del
Pubblico, ed alb
! ■ gole
convenienti per Fare
uu uso pratico
della loro autorità.
Articolo IL Dette
regola risguardantì l'uso
del giudicH del
Pubblico per rapporti
all imparzialità del
cuore, ed ulta
lìbera loro promulgazione* Pi I
dr Non là
Insogno dimostrare die
la imparzialità del
cuori' 1 delI
essenza di un
giudici^ vero: e
la libera sua
promulgatilo è iudispi'usa bile, ove si voglia
saperne il vero
c genuino Umore.
Così. per esempla,
se nella geometrìa
si potesse introdurre
un estraneo interesse,
il auendovrebbe essere
sgombro da ogni
desiderio che il
quadralo ddFipohnusu iosso
uguale al quadralo
dei cateti, affinchè
riir potessimo che
Sa concilia siooe
del geometra sia
stala vera, allorché
ci riportassimo alla
di lui -JL]~
tenta. Ma tostoché
constasse eli1 egli
ha uu estraneo
interèsse a desiderare;
che j! quadralo
sia maggiore o
minore, la sua
autorità ci di
vorrebbe sospetta. 1214. Del
pari ci dovrebbe
constare che non
abbia iutarosse alcuno
contrario a palesarci
il multato della
sua dimostrazione, e alte cm
non gli venga
vietalo da ehi che sia:
altrimenti noi potremmo
legittimamente: temere die
la espressione esterna
non sia conforme
sfH ictteruo pensiero.
Questa medesima condizione
diviene indispensabile ai
progressi di qualunque
scienza ed arte.
Dai elio deriva
che, almeno negativamente, la
libertà sarà mia
cagione confluente ai
progressi dei lumi,
delle arti e
dell* iuemiinfèuto di
qualunque società. Ilo
detto negativamente* condola
eh è la
imparzialità e la
libertà risultano da
una mera nemiune
cd assenza di
un ostacolo interno
ed estero. A. svegliare
Fattività umana tanto
a pensare, quanto
ad operare ?
si esige un
positivo stimolo efficace
5 il quale
consiste ne\V aspettazione
di un bene
o di un
male fisico o
morale. 12/1 G. Da queste
considerazioni nasce una
regola logica, che
quando consta di
parzialità n di
costringimento, l’uomo privato
deve sospendere il
suo assenso, e
richiamare ad esame
la decisione emanata,
e riportarsi al
suggerimento della propria
ragione. Vm. ÌNon è
cosa ardua lo
scoprire le cagioni
della p.v/mili là °
del costringi mento
del Pubblico. Conciossmhè
non potendo tali
effetti derivare se
non dà cagioni
che operano sur
una massa intera
di uomini, per
ciò stesso sono
note e palesi;
e sì può
agevolmente ravvisarle, e
calcolame i gradi
di estensione e
di attività sulle
diverse materie. Do
speci bcare siffatto cagioni
c le rispettive
materie ci verrà
meglio fatto più
so Ito. et 1218.
Ora ini si
chiederà come il
privato operar debba
quando non consti
della esistenza di
ostacoli interni od
esterni che il
cuore o il
potote oppongono alla
perfetta cognizione e
genuina manifestatone della
verità. _, Da risposta,
è già latLa
dalle cose discorse.
Quando si ver-iii nliinq i
requisiti uecossarii dal
canto della pura
cognizione, il giudicio
del Pubblico sì
avrà a tenere
come F espressione
del senso comune
r. come mi’
autorità di V arisi mig 1 i n 1219. Appena
egli è necessario
ricordare, che quando
un se oli
m auto esce
dal Pubblico ad
onta di un
contrario interesse, egli
racchiudi' la maggiore
vmWMì^ ianzu. È noto
con spiai occhio
indulgente e coti
quanta facilita l’un
ino accolga le
idee che lusingano
le sue passioni:
per lo contrario
con quanta, severità
e renitenza egli
s induca a cedere àlh
cose, se d
cuore contrasta,. 1220.
Per finale compimento
delFnso pratico che
far si dove
di. i giu
dicli del Pubblico
risai La che
la prigione dell
uomo privato appon
loro., per dir
cosi, il suggello
autentico della probabilità
relativa. Di (Fa
uh SO quando
una eoo vìnce
ore ragione oppugna
nell’ intimo scuso
dell uomo un
pubblico giudieio, egli
non vi deve
deferire; scapando ha
aigomenu della loro
invalidità, a motivo
della mancanza degli
opportuni requisiti, gli
è tF tropo riportarsi
intieramente al proprio
interno dottami' . 1034
ricerchi: sulla validità'
dei gfudigh, ec.
egli è troppo
ciliare clic allorquando
li trova con
l'ormi ai risultati
della propria discussione,
eglino acquistano il
maggior grado possibile
rii pròbahilm. Ed a vicenda
se siffatti giudici!
del Pubblico succedano
a convalidare il
gitidicio del privato,
gli prestano una
cauzione di verità,
è Io rassicurano vieppiù
dal timore di
avere errato* Sa
quali materie t
giudica del Pubblico
possano o non
possano essere riguardati
per un criterio
di ve ri
tic CAPO l
Prospetto generale delle
materie dei giudico
del Pubblico. \ I .
Le materie possibili
dui giudicii del
Pubblico sono le
materie lotte debili
umunt pensieri* Ma
sia che V uomo
col pensiero ascenda
al cielo o si approfondi
negli abissi, sia
die arretri la
mente sullo spailo
ÌliIiuILo del passato
o la inoltri
nel futuro, sia
che la contenga
nel risibile o
la sospinga nell’ invisibile, sia
ciré Raggiri sull’
esistente o la
lasci trascorrere senza
freno nel possibile,
J uomo non
esce giammai da
sé rarde.simo: le sue proprie
idee sono mai
sempre il cerchio
insuperabile in cui
si ravvolgono i
suoi pensamenti. 5
1 2 22.
Ciò posto, quante
specie di idee
assolute e relative
esistei' possono, altrettante
sono le materie
dei giudicii del
Pubblico, e le
specie dei giùdici]
medesima. E benché
qui riguardiamo siila
Ito materie nel
solo rapporto della
validità del ||udmm
del Pubblico a
divenire criterio di t
11 erìth.,* talché,
analisi latta, si
scopra che alla
perfine non abbisogni
ionio di sì
vasto apparecchio Dèlia
enumerazione delle materie:
ciré nondimeno siamo
costretti ad abbracciarne
tutto il complesso
ideale, onde rassicurarci
di non averne
trasandata alcuna, la
quale potesse cadere
a buon diritto
sotto le nostre
ispezioni. 1223, Per tale
maniera siamo obbligati
a contemplare, almeno
in mia vista
generale, tutto intero
b albero enciclopedico, guidati
dall analisi. la
quale se da
un canto si
occupa a dividere
e ad Isolare
con precisione le
parti di un
oggetto, dalbalt.ro cauto
però presuppone di
tenerlo tutto intiero
sotto II magi
stero anatomico. Fissato
cosi il canapo
della annali nostre
osservazioni, passiamo a
distinguerne le parti
clic costituìscoilo le
materie degli umani
giudici i. Nella scienza
Ili generale distinguo
prima di tulio
due cose: yate
a dire Y oggetto
della scienza medesima,
che con altro
vocabolo appallasi malaria
della scienza ;
ed il fine
di lei. Il
primo membro di
quesia distinzione racchiude
tulle le idee
possibili dell’uomo ; li secondo
poi esprime il
centro di tendenza
della mente umana
ue IT occupare la
sua alieczEonc intorno
[die idee medesime,
(j j 225. SoLLo
il primo rapporto
le idee uon
sono altro clie
un feuomnto puramente
storico ed esperlméntale
; sotto il
secóndo divengono materiali
per simmeliizzare il
grande edificio della
scienza. Conciossiache ogni
scienza ho un
/ine, e per
ciò stesso esìge
una determinala scelta
e combinazione d’idee
confluente al centro
o scopo suo;
e così esclude
ogni altra combinazione.
(; 1226. Appunto
sotto questo secondo
rapporto cì conviene
conteraipiare le Idee
umane. Ciò ritenuto,
è noto che
il bue di
ogni scienza 6 la verità,
Ma 1. Capo
\ Uh e
seg.) . Quest attività
ò svegliala dall’ amor
proprio (ved. Parte
Ih Sez* Ih
Capo. I), Dunque
tutte e tre
I c fa
coltà del 1 T
e ssere pensante
so u o
ad un tra
tto esercitate u c 1la
contemplativa o conoscitiva. 1238. Ma
siccome la scienza
mte rasante non é
che la stessa
conoscitiva^ in quanto
è rivolta a
discerne re c
a discevera^' i
rapporti utili c
nocivi e i
motivi de Tarn
or proprio: e
del pari siccome
la scienza operativa
non è altro
che la medesima
conoscitiva^ in quanto
discerne, trasceelic o
fissa le regole
delle azioni* sia
interne, sia esterne:
così anche Toni.
I. 1038 ricerchi:
sulla validità dei
giudichi, ec. in
queste due parli
tulle b* tre
facoltà dell’etere pensante
vengono impiegate ed
esercitate congiuntamente. 1239. Nella
operativa avviene precisamente
lo stesso. Le
idee, In cognizioni, i
giudicii determinano la
voloutà. e questa
spinge l’ attività ad
operare in conseguenza.
In breve: nelle
scienze, nelle arti,
nella vita le
facoltà dell’ auima umana
non solamente nou
agiscono mai divise, talché avvenga
che quando l’ima
si esercita, l’altra
riposi: ma all’ opposto
tutte congiuntamente sono
poste in esercizio. 1240. Ilo
creduto dover trattenermi
alquanto più a
lungo su queste
considerazioni fondamentali, sapendo
di avere a
fronte la divisione
generale delle scienze
fatta da Bacone,
adottata da Ghambers,
e dappoi dagli
enciclopedisti francesi. Credo
così di offrire
una significazione di
rispetto a tanti
uomini celebri, posto
die vengo a
dipartirmi dal loro
modello per esibirne
un altro. Connessione
costante fra Varie
e la scienza. 1241. Aggiungiamo
aucora un cenno,
per dileguare F
incantesimo che sembra
affascinarci quando contempliamo
F edificio generale
dello scienze e
delle arti. Se
tutto ciò che
l’uomo può scrivere,
favellare, dipingere e
formar colla mano
nou è che
la espressione del
suo stesso pensiero.
accompagnato dall’azione della
volontà e dal
sentimento dell’utilità: è
chiaro che le
scienze e le
arti vanno per
una specie di
ruota di ntoiuo
al medesimo principio
da cui partirono.
Questo è il
punto più semplice
di reintegrazione di
tutta la gran
macchina deli’ esistente e
del possibile per
rapporto all'uomo. 1242. Le
cose esterne, ch’egli
appella universo, clic
cosa sodo re
ramente per rapporto
all’uomo, se non
idee di lui ?
Se ne assegna
Li causa ad
un potere incognito
esterno, ne vede
però solamente 1
effetlo in sé
medesimo. Quest’ effello
egli denomina appunto
cose esterne, b
cose esterne adunque
nou sono che
sue m odifìcazioni,
determinai a uno
o più agenti
esterni. Per
rapporto alle cose
interne è nolo
uoo essere elleno
che modificazioni determinate
direttamente dai potei i
che costituiscono la
sostanza dell y essere
pensante. Dunque la
speranza, la storia,
le scienze, le
arti, in quanto
formano la materia
dell’umano discorso, non
sono altro che
modificazioni dell’uomo interiore. 1243. Ma
se il fine
della scienza contemplativa
e conoscitiva c
di scoprire Ja
verità fra molti
errori possibili; se
del pari il
fine della scieuza
interessante è di
cogliere la verità
per rapporto ai
beni ed ai
mali, onde additare
all’uomo i mezzi
di felicità: e
se finalmente nella
scienza farti: operatila
11 mestieri disceriRTe,
fra mezzo ai
modi die non
producono gli atti
conformi alla intenzione,
quei modi ed
atli onde sì
eseguisce. Feifctto intese:
si sente perciò
che in lotte
le arti e
le scienze interviene
la cognizione guidata
dall’ arte, e
che ogni parte
della scienza richiede
il soccorso di
un'arte speciale. Così
distinguendo le arti
sussidiarie ad ogni
scienza Hall* arte essenziale
costituente la scienza
medesima, .si trova che
nell' albero enciclopedico un 7 arte
viene sempre sottintesa;
questa serpeggia, per
dir così, entro
le vene d’ogrii
scienza, le dà
anima, vita, forma
e direzione* 1244. Per sentir meglio
questa verità giova
riflettere, che se
le cognizioni umane
fossero senza scopo
^ e il
mondo intelligente si
dovesse pareggiare ad
un caos in
cui le idee,
a guisa degli
atomi di Democrito
e di Epicuro,
non avessero connessione,
nè centro alcuno
di tendenza* noi
avremmo bensì una
sensibilità in esercizio;
ma la verità
e F errore, il
bene ed il
male, ridotti a
puri fenomeni di
cognizione passiva* sarebbero
ricevuti con pari iti
differenza* Ma è
chiaro che in
tale ipotesi non
esisterebbe scienza alcuna.
AH' opposto, to&lochè noi
supponiamo uno scopo
È mestieri trovare
e percorrere la
via onde giungere
a lui. Allora
ecco la scienza.
Ma ad un
tempo stesso ecco
utiV/rfe, la quale
in ultima analisi
costi Luis ce
In scienza . e
la contraddistingue dalla
indeterminata ■cognizione Sperimentale
delle cose. Ecco
del pari che
convieu dividere e
disegnare le scienze
dal loro fina.
Così viene confermala
la ragion e
v ote zza
della divisione da
noi riportata. Arte
figlia dulia natura. 1*245. Ma
se Varie uellT uomo
fosse innata, ella
non sarebbe veramente
più arte, ma
natura : Fnomo
non avrebbe bisogno
di arte alcuna,
poiché giungerebbe in
la 11 ih
ìl mente al
suo fine. Se
poi ques Varie
non ■■ innata,
come la discopre
egli? Certo conviene
elicgli la ritrovi
senz'arte. Dunque avanti
di tutto si deve supporre
ch’egli la ritrovi
per semplice speri.cn za.
Dunque in prima
origine le scienze
e le arti
si riducono e
ritornano alle leggi
di -fatto della
sensihilUh sotto il
regime della natura.
1/ emblèma del serpente,
che fi i cesi usato
un tempo dagli
Egizi i per simboleggiar
I anno, potrebbe
pur servire di
simbolo alla scienza.
Da questo punto
di visLa V esperienza
e la scienza
non vengono punto
distinte, e se
dappoi riescono diverse,
ciò pure deriva
in orìgine dalla
forza e dagli
impulsi dclltes/jmm^. In
tal guisa b
natura di cesi
maestra deli9 nomo.
L uomo agisce
lauto internamente, quanto
esternamene. Dunque la
distinzione di cognizione
e di Opera,
di scienza e
dì potete zn.
di scienza e
di arte ha
un fondamento reale
nella natura, 1 24 L L
nomo, consideralo corno
un essere esistente 5
forma parla della
natura, hglì diviene
a sè medesimo
oggetto della propria
eoa tempi azione*
oggetto dell arte.
L aLlività sua.,
olire all* esercitarsi
in risia di
un fine sugli
oggetti esterni, si
esercii a eziandio
sul proprio interne, 1248. Gli
altri esseri esistenti
fuori dell’ uomo formano
II restsató della
natura, che più
specialmente si appella
universo. 1249, Mia natura
corrispondono V esperienza e
la credenza. Gli
oggelti di queste
sono i fatti .
i quali formano
la universale e
comune prima base
e materia delle
scienze. 4 250, Come
la natura non
ci somministra le
case, nè le
seggio I e, nu gli
orologi formati, ma
si bene Ì
soli materiali :
del pari non
ci eom ministra le
idee astratte, nè le nozioni,
uè gli assiomi,
no le teori
b, nò i
sistemi, ma i soli materiali
di tutte questo
cose. E siccome
le mÈuifalturc sono
propriamente prodotti dell*
arte fisica esterna*
cosi lo costì
razionali sono prodotti
dell arte psicologica
intenta* Llleno appellar
à pòIrebbero lavori
mentali La natura
genera Varie, coma
si e vccIliLo
. 1 arte
serve alla natura
per conseguire il
fine della verità
e della utilità,
1 25
L Perlochè vi
sono tante arti,
quanti vi sono
scienze, e da
esse acquistano la
denominazione, Solo non
esiste Varie di
crear J arte^
perché è natura,
come si è
detto* 5 1252.
Se i Jaiti^
ossia la natura,
formano la base
c la materia
tlì tutte le
scienze; dunque i
fatti somministrano i
materiali dell albero
enciclopedico* Questo nella
parte scientifica presuppone
già 1 un
iene Li fatti
tatti debordine fìsico
e morale* 5
1253, La raccolta
dei fatti può
c dev’essere ordinata
ad usp Llb
mente umana* benché
nell’ universo tutto esista
in uno stato
connesso- e concreto. La
distribuzione delle materie
di questa raccolta
forma le radici.,
dirò cosi, dell’albero
enciclopedico, l veri
rami di quest’
albero dovrebbero essere
quelli che abusivamente
appellarsi elementi delle
sciente o della
filosofia^ ì quali
più propriamente appellarsi
dovrebbero risultati delle
scienze. Dìffatti se.
al dire del
filosofi, eglino racchiudo^
il sistema dei
pria ripa generali,
racchiudono adunque quelle
aozjQUb ie quali
sono veramente le
ultime ad ottenersi
coi ìien ordinari
progressi del Fu
mano intendimento nella
eognizioue delle cose. 1254.
11 modo eoo
cui separiamo queste
che chiamiamo radici
delFalbero enciclopedico dai
rami superiori che
formano i principi
generali delle cose,
corrisponde alluso ed
alla successione della
sìntesi e delFanalisi.
L’analisi riguarda i
fatti: la sintesi
riguarda Se scienze.
La prima prodace
la seconda, e
la seconda succede
alla prima. Per
lai maniera si
scorge che un
albero enciclopedico tracciato
in questa maniera
deve riuscire il
più completo e
fruttuoso. g 1255,
Una sola avvertenza
mi conviene qui
ri di la
mare, ed è:
che sui fatti
singolari^ attesa la
nostra limitazione, ci
h forza impiegare
il raziocinio . come
altrove si è
discorso. Ciò però
non altera F aspetto
linaio ed essenziale
della cosa (vcd.
Parte li. Capo
ultimo). Un fatto
sarà sempre una
rappresentazione completa, quale
viene o dovrebbe
venirprodotta a norma
dei rapporti tutù
attivi delle cose
che fanno o
farebbero impressione su di
noi: rappresentazione la
quale, considerata nel
suo stato reale
* non soffre
astrazioni, nò paragoni,
Questi sudo opera
della nostra mente. 1250.
Quindi vi sono
arti che tendono
a scoprire o
a verificare i
fatti; come appunto
Yurte di $p$&ìmen$arC) di
osservare, la critica,
ee. 1 257. Da ciò
viene in qualche
modo turbato il
vero ordine col
quale delincar si
dovrebbe V albero enciclopedico, se
tutti i i'aLti
potessero constare alFuomo
mercè la esperienza
diretta. 1258. Adattandoci quindi
alla limitazione c
costì lufcioa e attuale della
mente umana, noi
osserveremo preliminarmente gli
ultimi confini dell
orbe scientifico. A
destra Tu orno
ha, por cosi
dire, il passato;
a si nisira
il fa furo.
Egli è posto
nel mezzo del
visibile, o. a
dir meglio, del
sensibile, A fronte
e a tergo
ha Y invisibile^ ossia
V insensibile. 1259. Però
se l'uomo non
conosce veramente se
non a tenore
delle idée ricevute;
dunque il passato
ed lì futuro
non saranno nulla
per la cognizione
umana, se non
in quanto attualmente
le apportano una
cognizione certa dei
fatti o accaduti
o futuri. Ma
il passato veramente
non esiste più.
Dunque la certezza
della di lui
esistenza ò fondata
sui monumenti presenti
che ebbero connessione
col passato medesimo,
che da ossi
viene indicalo mercè
di siffatta connessione. 3 200.
Similmente F esistenza elei
futuro non può,
mercé la cognizione*
essere determinala che
per le connessioni
eoi presento: altrimenti
rami esisterebbe fondamento
di distinzione ira
il puro immaginar
io ed il
reale. Rapporto al
abbiamo dimostralo che
buoni u nonne
può conoscere le
vere intime cagioni
invoce egli è
limitalo a segnare
nel prospetto enciclopedico
la successione delle
apparenza costatili fra
gli oggetti come
cagioni delle loro
azioni* passioni, fenomeni*
effetti^ ec, Libi, Ma
per conoscere le
cose convieu supporlidapprima già èststenti,
e tali che
agiscano sull uomo.
Dunque è chiaro
eh1 egli non
può nulla pron
li a eia
re sulla primitiva
origine dello medesime*
e non può
ai a iter
marne* nè negarne
l'epoca e il
modo. Le origini
clic l'uomo conosce.
e può conoscere
* sono le
apparenze del nascere
delle cose subalterne*
vale a dire
di meri lezio
meni del lutto
secondarli, dopo eli»;
le coso esislouo. 1203. I
ulto questo si
vede, se sì
ritiene che Fu
omo non può
conoscere i poteri reali
della natura se
non mercè gli
effetti clic producono
in lui. Gli
attributi essenziali delle
cose sono sepolti
al di lui
sguardo iti una
notte impenetrabile. lAdieltiva
primaria cagione delle
cose gli è
iticomprensibile. La catena
reale delle cagioni
primitive* producenti Lift
inameni 5 e
del pari ascosa*
c cinta eia
tenebre insuperabiliLa qua
bissi reale origine
di tutti gli
avvenirne u ti
del Tu ni
verso viene n
e ccss;j riandate
ignorata dall uomo*
Dunque eoo infinita
me u te
maggior ragione egli
uon poLri aver
cognizione nè congettura
alcuna dell’ origina c
della fb& inazione
delF universo. i 264. Da ciò
si scorge che
la scienza delle
cagioni ossia dei
potAJ reali della
natura non deve
entrare uelhalbero en
ciclope dico* ma
dev essere soltanto
inscritta nella serie
delle umane credenze.
Del pari sì
du duce che
la cosmogonia li
Iosa Bea dev7
essere aucldessa eliminata
dJpm spetto delle
scienze: parlo perù
di quella cosmogonìa
che 1 uomo*
invìi-*, il solo
proprio ingegoo5 si
Unge filosoficamente. 12fjò. [al
contegno* li u o ad uu certo
limite* si può
usare rumbe nella
cosmologia ♦ Imperocché V nomo non
può promiuciare che
mll" mere secondarie
apparenze? delle quali
è spellature. Ma
queste app^ieu_ zc .
a cui corrisponde
F ascosa ed
ini pepe tra
bile realtà 9
connotai)0 11110 scarsissimo
numero di leggi
generali di quello
di’ egli appella universo ^
c se eccettuiamo
la luce degli
astri ed il
moto dei pianeti.
Lutto il resinale
della cosmologia resLrmgesì
alla tèrra el
degli abitino per
consegue^ somministra Io
spettacolo ristrettissimo di
un solo punto
dellòmivei'so. 1 206. lo
credo che prima
di erigere l'edifìcio
enciclopedica sia à
Ut)po divisare i
materiali che vi
debbono entrare *, e
quelli che convieu
■ > gcLLarc.
Se le scienze
vengono determinale dal
loro fine* è
tropp0 tVl‘ dente
che non possono
abbracciare uè quello
che unii si
può sapere quello di ’
è falso. Il
miglior servigio che
rendere si possa
alla ragione umana
non è solamente
istruirla di ciò
che ignora, ma
eziandio avvertirla di
quello eh’ è impossibile
di mai conoscere.
Questa parmi la
prima cautela fondamentale
nel tracciare i
confini del regno
delle scienze. 1267. Dai
confini passando all’
interno, distinguo in
questa storia la
parte meramente descrittiva
dalla parte ragionala.
L’oggetto poi di lei è Y
imiverso e Yuomo. 1208.
Nella prima parte
descrittiva si comprende
la cosmografia, che
si divide in
uranografia ed in
geografia. La geografia
presenta la forma
e la struttura
del globo, e
in essa la
materia organizzata e la inoro-anica.
L’ organizzata abbraccia la
materia animata, vale
a dire gli
ammali: e la
materia organica inanimata,
vale a dire
i vegetabili. La
descrizione di questi
riceve il nome
di botanica. 1209. La
materia inorganica abbraccia
la terra, il
mare e l’atmosfera
5 io una
parola, quelli che
dal volgo appellansi
elementi. La tena.
presa sotto questo
aspetto, dà campo
alla descrizione delle
miniere, delle cave,
delle cristallizzazioni, delle
petrificazioni, ec. L’atmoslera,
tutte le meteore:
il mare, tutte
le sue vicende
e diverse forme
di vortici e
correnti, di tempesta
e bonaccia, di
flusso e riflusso,
ec. 1270. Salendo all’altra
parte della storia
che deve servire
di materiale alle
scienze, c’incontriamo nella
storia dell uomo.
La di lui
descrizione si divide
in interna ed
esterna. L’interna riguarda
il principio pensante,
vale a dire
l’anima: i fenomeni
puramente spirituali entrano
in questa descrizione.
L’esterna si è
quella della sua
macchina e de
suoi bisogni. Quindi
la storia dell’uomo
si divide in
psicologica e fisiologica.
Questa storia riguarda
l’uomo individuo. 1271. Ma
siccome l’uomo stesso
vive in società,
evvi una storia
politica, civile, aneddota,
ec. Egli ha
una religione, un
culto, una credenza,
e quindi la stona
religiosa, teologica o
sacra o ecclesiastica. 1272. Le
popolazioni vivono e si succedono
per il corso
dei secoli: quindi
la divisione della
storia umana in
antica ed in
moderna: quindi la
cronologia presa come
divisione de’ tempi. 1273. L’uomo
e le popolazioni
formano certe opinioni,
certi discorsi, certe
combinazioni d’idee, che
palesano a’ loro simili.
La recensione di
tutte queste cose
forma la storia
letteraria, in cui
l’errore e la
venta, i pensamenti
utili ed i
nocivi vengono egualmente
compresi. 1274. L’uomo, mercè
la sua mano
ed il suo
ingegno, forma opere
elaborando la materia,
o producendo mediatamente
certi effetti esterni.
Ecco la storia
delle arti e
delle loro produzioni.
Cosi percorrendo i
sovra riportali ed
altri oggetti, si
prepara il londo
delle sciente e
delie arii* le
prime delle quali
siano coordinale alla
verità, e le
seconde alla utilità
ed al piacere. 1270, Dopo
ciò sorge V
edificio razionale^ distribuito
in tre grandi
parti, a coi
corrispondono altrettante parti
dell’arte generale che
costituisce la scienza.
Se le partizioni
possono convenire alla
sto ri a*,
esse ripugnerebbero alta
struttura generale delle
sciale: elleno deh
bona essere esposte
mercè rassegna/. ione dello
fonti da cui
derivano. Per la
)1. Ma a fine di
veder vie meglio
a qual punto
preciso debbono essere
rivolte le uoslre
considerazioni è mestieri
riflettere clic V
atkn-,ione non è
die I esercizio
di uua forza*
Questa forza non
può essere suscettiva
che di due
stati: vaio a
dire di azione
o d1 inazione *
JNdlJu stato di
a Jone non
si possono distinguere
se non: P'J
la durata del
Ji lei esercizio:
'2, i gradi
ora maggiori ed
ora minori della
di lei energìa:
e finalmente la
direzione del di
Iti esercizio, dia
abbiamo veduta ebe
fa verità richiede
dì sua natura
che l’uomo si
possa accomodare a
com* prendere tutti
i rapporti clic
le cose in
eh in do no, quali
sono iti sé
mettasimi. Dunque fino
a che non
consti che 1* attenzione
del Pubblico v&ug
realmente spinta per
un principio generale
attivo a cogliere
le coso ad
loro vero aspetto,
non consterà che.
il Pubblico giudicando
per sentimele lo,
giudicai con verità.
Dire eli e
l inclinazione comune
la giudicare così;
e che dunque
ilgìudicio è vero,
sarebbe un ragion
amento temerario fin
ù a ehc
non constasse che
il sentimento del
Pubblico venga d'altronde
l3ìretto, per una
legge generale, giusta
i rapporti della
verità. ^288. Qui nasce
una distinzione importante, lo
quale dà lame
in tutte quelle
decisioni nelle quali
ha parte il
cuore. Altro è
dire che un
giudici,*) venga recato
per uà intima
com prensione delle idee
e della loro
intrinseca redazione; ed
altro é dire
che venga recalo
sulla veduta e
stille, connessioni degli
aspetti offerti da tm sentimento
interessato. 11 primi)
modo di gìudlcii
è propri a
me ole teoretica;
il secondo è
di pù gitone.
Quantunque questa seconda
specie potesse essere
e lusso elle
ni vanumi vera,
tuttavia la certezza
non risulterebbe dalla
illazione, ma binisi
da un’armonia tra
la spinta dell'
affetto e i
rapporti della verità*
Alloca la certezza
'divinile, per dir
cosi, estrinseca. Ma
onde accertarsi se
ciò avvenga veramente,
è iV uopo
dimostrare che io
certe materie il
cuore ^ i ige et presenta
al Pubblico le
idee in guisa
armonica colla veritàIto'
que è d
uopo dimostrare che
esista su certe
materie una legge
di jtdlo* per
cui la natura
dirige colle spinte
del cuore i
dettami del Pubblico
a norma della
verità* Fuori di
questa certezza uon
potremmo mai rig$fjp
dare i giudica
del Pubblico porta ti
per puro sentimento
come legittimi? ma
s\ bene come
mancanti ili prova:
in ima parola,
li dovremmo estimare
come semplici preludici],
che la ragione
deve poi ratificare
u ri£d' lare
mercè una diretta
di musi razione.
Queste sono le
nozioni direttrici, colle
quali possiamo avviarci
iu progresso a
determinare in quali
materie il giudicio
del Pubblico, che
dobbiamo sempre ritenere
non essere se
non l’oracolo del
senso comune, tener
si debba quale
criterio di verità. Ridurremo
queste materie a
cinque classi principali;
vale a dire:
1.° del vero
e del falso
speculativo; 2.° del
giusto e dell’ingiusto; 3.°
del bello e
del turpe; 4.°
dell’ utile e del
nocivo; 5.° del
merito e del
demerito. Del vero e del
falso speculativo. ]u
questo Capo doli
diremo nulla, oltre
a quello che
si è già
discorso. Lina sola
ricapitolazione e necessana.
Articolo I. Separazione
del vero e
del falso speculativo,
di cui il
Pubblico non pub
giudicare, da quello
di cui egli
pub recar giudicio. 1290. Prima
di tutto convien
separare il vero
ed il falso
speculativo, intorno al
quale il Pubblico
non può mai
recare giudicio per
mancanza di cognizione.
Ora dalle cose
dette più sopra
risulta : 1. °
Che nell’ ordine fisico
ilgiudicio concorde del
Pubblico non si
potrà mai tenere
come criterio nemmeo
probabile di verità,
quando abbia per
oggetto di pronunciare
sui poteri della
natura reale, sulle
veie origini delle
cose, su quello
che per se
possa recare di
bene e di
male, poste altre
combinaziodi. 2. ° Nell’ordine
morale il giudicio
concorde di molli
non si potrà
tenere per un
criterio di verità^
quando col senso
comune pronuncia sulle
leggi delle umane
percezioni, attesoché iu
natura esiste un
fondamento costante ed
universale di errore,
originato dalle abitudini
e dalla inevitabile
ignoranza, per cui
deve passare e
principiare bordine delle
umane cognizioni. 3. °
Nemmeno sulle materie
religiose puramente tali,
iu quanto il
giudicio del Pubblico
si occupa nel
pronunciare sugli attributi
della Divinità, sui
decreti della di
lei volontà, sull’ordine
della di lei
provvidenza, sul culto
a lei dovuto. Non
già che la
sana ragione non
possa, poste certe
cognizioni, dedurre alcune
verità su queste
materie: ma bensì
perché in natura
vi sono leggi
costanti, per cui
il Pubblico, diretto
dal solo senso
comune, deve comunemente
errare . Qui
il fallo di
tutte le false
religioni convalida la
mia proposizione. Nell
ordine fisico-morale il
giudicio del Pubblico
non può essere
assolutamente criterio di
verità in tutte
quelle materie, la
determinazione e la
cognizione delle quali
dipende dal concorso
di molle minute,
passaggiere e momentanee
circostanze, e di
viste affatto private
e spesso incomunicabili. Questa
proposizione viene dimostrala
dai rapporti essenziali
del giudicio. Per
ciò stesso cbe
si tratta di
un giudicio del
Pubblico, comien supporre
una materia la
quale o per
sè stessa sia
posta sotto gli
occhi di tutto
il Pubblico, o
della quale almeno
esistano prove comunicate
a lui. Ma
come è egli
possibile comunicargli, a
cagion d’esempio, quello
che appellasi colpo
d'occhio di un
generale, di un
politico, di uu
filosofo, di un
artista, e di
qualunque altro uomo
che s’accinge a
qualche impresa? Come
giudicare di quelli
che appellansi presentimenti
o passaggiere apparenze,
note ad un
solo od a
pochi privati? 11
Pubblico tutt’al più
potrebbe giudicare degli
effetti esterni, di
cui rimanesse una
cognizione almeno di
tanta durala, che
potesse completamente comunicarsi
a tutti gl’ individui
componenti il Pubblico.
Articolo II. Del
vero e del
falso speculativo nelle
materie di fatto . 1291.
Separate cosi queste
materie, rimangono tutte
le altre, sulle
quali può accadere
il vero o
il falso speculativo.
Queste materie altre
sono di fatto
ed altre di
riflessione . Su quelle
di fatto-, siccome
qui non contempliamo
il Pubblico come
testimonio, ma bensì
come giudice che
ne afferma o
ne nega la
verità; cosi noi
siamo costretti a
limitarci a quelle
materie di fatto
^ sulle quali
egli giudica non
mercè della propria
espe rienza, ma
per altrui tradizione.
Le prime sono
propriamente cose talmente
notorie, che ad
ogni uomo privato
constano mercè un atto d
intuizione, talché non
abbisogna dell’altrui giudicio
onde pronunciale con
certezza. Piestringendoci pertanto
alle seconde, esse
non possono riguaida
re se non
che un fatto
passato, di cui
soltanto esiste la
memoria 50 un fatto
presente, che avviene
fuori degli occhi
del Pubblico; come,
a cagion d
esempio, in un
paese lontano, ovvero
in un luogo
del tutto privato. 1292. Qui
abbiamo sott’occhio un
Pubblico posto nella
necessità di trarre
ogni sua notizia
dal racconto altrui.
Dunque trattiamo della
credenza del Pubblico,
e quindi cerchiamo
se i motivi
di credibilità elio
egli adotta si
possano riguardare come
certi, perchè egli
li adotta; e
se 1 uomo
privato debba deferire
alla pubblica credenza.
Quest’ipotesi presuppone che
esista la testimonianza, sulla
quale il Pubblico
crede il fatto
narrato. Questa testimonianza
dev’essere certamente nota
a tutto il
Pubblico, poiché egli
deferisce il suo
assenso a lei.
Dunque l’uomo privato
può chiamare ad
esame la testimonianza
medesima senza aver
bisogno della credenza
del Pubblico, onde
pronunciare se il
fatto sia o no credibile,
se sia certo
o incerto, vale
a dire provato
o non provato. 1294. Sarà
sempre vero che la notizia
del fatto noto
deriva da uno
o più uomini.
Dunque assumendolo dal
canto della sua
prova, non può
la credenza di
molti, quand’anche si supponesse ragionata
e determinata dalle
regole della più
purgata ed imparziale
critica, spingerci ad
altro risultato, se
non a quello
di sapere se
il dato uomo,
che narra il
fatto, si possa
credere verace, o
no. Dunque il
fatto anche ammesso
da più persone,
mercè l’uso accurato
delle regole critiche
non diviene niente
più certo di
quello che essere
lo possa mercè
la fede del
testimonio. 1295. Se dunque
dal numero delle
persone che concorrono
con discussione critica
a credere un
dato fatto si
volesse trarre maggior
argomento della certezza
di lui di
quella che deriva
dalla testimonianza di
chi lo depone,
si argomenterebbe falsamente.
L’unica illazione che
trar si potrebbe
a favore di
un fatto, quando
la sua credibilità
fosse stata purgata
dal crogiuolo della
critica, si è:
che dal canto
del testimonio non
constano nè appariscono
eccezioni di menzogna:
che la nostra
credulità o incredulità
non è temeraria,
perchè viene misurata
dal valor critico
della fede del
testimonio, e nulla
più. 129G. Ma ridotta
a questo punto
la questione, si
hanno tosto in
mano le misure
onde stimare il
giudicio del Pubblico
giusta il suo
vero valore . Didatti
s’egli non è
accertato dell’esistenza del
fatto se non
col mezzo della
testimonianza; se la
credenza per non
essere temeraria deve
essere richiamata a
discussione; siamo dunque
nel caso che
la certezza della
credenza riposa sui
raziocinii. Dunque risulta
che la credenza
del Pubblico dev’essere
stimata colle medesime
regole con cui
si valu tano i
di lui giudicii
sulle verità complesse
di riflessione. 1297. Ma
ciò non basta
ancora. Fra le
materie di fatto
e quelle dì
riflessione passa una
differenza essenziale . Nelle
materie di riflessione
non devesi ricercare
se gli oggetti
esistano, o no:
qualunque siano, quando
souo presenti, Tuomo
giudica. La questione
cade sulla sola
cognizione dei rapporti.
Non esistendo le
idee degli oggetti,
non si può
tessere giudicio alcuno
sopra i differenti
punti di relazione
e di tendenza
che possono avere.
Per lo contrario,
benché il Pubblico
non abbia sott
occhio prom alcuna
dd lutto, In
può credere e
sposso lo crede
sulla sola asserzione
dì mi uomo
che rie propaghi
il racconto o
la descmione. >—
Unaqu e* affinerò la
pubblica credenza possa
servire di qualche
presiniziouc di verità .
sarebbe necessario :
3r' die le
prove dei latti
fossero i.: gualineute
pubbliche e note,
quanto il fallo
medesimo; 2tu che
siffatte prfl?e fossero
talmente sminuzzate ed
ovvio, che per
coglierne la vali
diti non si
richiedesse che una
prima vis la .
un allo del
senso comune; 3?
vk questo Pubblico
non avesse uu
estraneo interesse^ nato
dalle passioni, ;i
credere un fallo,
avveramento un contrario
interesse a non
crederlo. 1298. Poste tutte
queste condizioni, si
potrebbe dedurre die
lame* deuza del
Pubblico fa prova
dì credibilità, egualmente
che dì verisimiglianza, nelle
cose di riflessione;
o. per parlare
più precisamente, de*
dur si potrebbe
che se il
Pubblica crede un
fatto con tali
fondi /doni, gli argomenti
di credibilità sono
verisimili^ e quindi
non si deve
leggiennuate rigettare la
credenza del fatto;
e lino a
che non sì
hanno più cornhe denti
prove si dee
giudicarlo come probabilmente
avvenuto, 125.19. Ala riportandoci
alla pratica costante
dui Pubblico, uocitro*
viamo quasi mai
die le tre
sovra allegate condizioni
sì yen fidi
ino nella credenza
dui latti ch’agli
ammette come certi
: all* opposto
troviamo gB* nerakaente
temeraria la sua
credulità o incredulità.
La ragione di
questo procedere si
scorge contemplando da
un canto quali
rapporti tirila mente
e del cuore
si richieggano per
comprovare un latto
* e qual
cosa dall’altro prestar
soglia il Pubblico
in siffatte investigazioni. Sì
richiami alla mente
qual’ estensione e
penetrazione dì veduta
abbia il senso
comune ( ved.
il Capo XV.
della Sezione prenderne);
quale intriPP discussione
sì riehiegga . onde
avverare il faLLo
più minuto, e
h ss aro e i
gradi di probabilità
( ved. Parte
HI. Sez. IL
Capi V. c
\I.)? e ufi
sfiline farà le
meraviglie come aneli
e nei fatti
dove il cuore
non rapisce il
giu dlcio, sì
possa giudicare generai
monte con som
tua precipita □
za* Su qu®'
sta difficoltà. di
verificare i fatti
m’ appèllo ai giureconsulti
iuteuii a nscontrar
prove dio hanno
appena il minimo
vigore filosohcoj della
qualipure la potenza
umana è stata
costretta di contentarsi
per jjrancanza u
prove piò convincenti. ■? 300. Clic
se poi esaminiamo
la credenza dd
Pubblico nei rapp01^
del cuore, troviamo
pratico monte cagioni
di errore e
dì pire cip!
tauzn, anche supponendo
tuLLe le possibili
facilità dal canto
delle cognizioni. Si
sa che Fa
more, Iodio, il
falso zelo, l'or. irò
dio nazionale., il
desiderio c fi
speranza, il timore
od il sospetto
viziano egualmente e
la esposizione nei
faui, è la
loro credenza o
rigo nazione. À
questo proposito ini
rimetto a PARTE
IV. SEZIONE 111.
CAPO IH. 105/
quanto ne dissero
* filosofi 5
a quanto si
scorge nelle opere
dei critici, e
upf li il
mi ali delle
imposture. Basterà aggiungere,
die il privato
ha un mezzo
più direlLo e
breve per giudicare
delle verità di
fatto richiamando ad
esame i fondamenti
della credenza de!
Pubblico 5 mentre
11 privato in
questo caso riveste
il doppio carattere
di privato giudice
c di membro
del Pubblico; attesoché
per principio teoretico
si dimostra che
onrni fatto, le
cui prove non
siano egualmente noie
a! Pubblico come
il fallo s lesso,
non si può
giammai riguardare cerne
probabile. \h ti
colo 1IL Del
vero e del
falso speculativo nelle
materie di riflessione. Iddi. Nulla
di essenziale dobbiamo
aggiungere sul vero
ed il falso
speculativo nelle materie
di riflessione^ dopo
le cose dette
nella Sezione precedente.
Solo por rapporto
ai gradi di
validità dei giudicii
del Pubblico, recati
con cognizione di
causa, con imparzialità
e con libertà,
ci c. o u verrei i he entrare
in qualche enitìneroztonù, disegnando
le relazioni diverse
delle cose che
forma no la
materia dei giudicii
speculativi* c fissando
In ognuna L
gnidi diversi di
ve risi mi
glia nz a
die le decisioni
del Pubblico possono
ottenere. Conci ossiachè dapprima
abbiamo contemplato il
giudi ciò del
Pubblico su queste
materie in complesso,
e senza una
distinta loro recensione,
e un calcolo
speciale della diversa
misura di verismi iglianza delle
decisioni de) buon
senso intorno ad
ognuna di esse.
È su pedino
formare questa scala
di probabilità, dopo
quanto nr scrissero
il Locké (e Genovesi
(a). Quindi io
dico, che a
proporzione dei gradi
della cognizione umana
intorno alla identità
o diversità, eguaglianza
o disuguaglianza, esistenza
assoluta o coesistenza,
connessione o dipendenza,cagione o
effetto, i giudicii
del Pubblico avranno
gradi diversi di
yerisimigtifmza, ben ritenuto
che il punto
da cui si
deve salire, e
quello a cui
si può giungere,
siano racchiusi entro
Ì soliti limili
della comprensione e
deli’ attenzione esercitale in
ogni atto del
senso comune. 1302. Da
ciò emerge, che
in tulle le
materie positive* dove
si t ru
t E ; di cogliere
le somiglianze 9 sarà più
agevole al Pubblico
il giudicare, e
quindi piu probabilmente
egli si avvicinerà
al cero. In
natura esiste un
fondamento, mercè il
quale gli uomini
più facilmente giudicano
con verità allorché
si traiti di
pronunciare sullo somiglianze.
Le idee si
n (r) Drì.P
iute ridimmi' j umano,
.Lièi' a IV* Gràpo
III.- (i) Logica, chiamano
scambievolmente nella memoria
mercè il (loppio
vincolo delY associazione
e àe\Y analogia
; anzi queste
sono le uniche
fonti del bello
letterario: tutti i
tropi in ultima
analisi riduconsi a
questi due soli
generi; le metafore
e le allegorie
si riferiscono oXYanalogia;
gli altri si
riferiscono alle associazioni
formate dalle circostanze
che costantemente presentano
due o più
idee connesse o
di tempo o
di apparenza. Nelle
somiglianze lo spirito
umano assaissimo si
compiace. Quindi tanto
a motivo della
costituzione della umana
memoria, quanto a
motivo dell’interesse che
le somiglianze inspirano,
si deve conchiudere
chela massima autorità
nelle materie di
pura riflessione attribuir
si deve ai
giudicii del Pubblico
allorché si occupa
a decidere in
fatto di somiglianza
o d 'identità. Nemmeno
sul giusto e Y
ingiusto dobbiamo più
a lungo trattenerci,
dopo quanto ne
abbiamo scritto. 11
giusto qui si
assume come relazione
ad una regola.
Sotto questo rapporto
fa parte delle
verità speculative di
riflessione. Quando la
regola teoretica è già
nota ed
ammessa, il giudicio
del Pubblico sopra
un’azione o un
sentimento riesce agevole, e
riveste il massimo
grado di autorità.
Allora non si
tratta che di
pionunciare se la
materia o, a
dir meglio, il
soggetto sul quale
il 1 ubblico
giudica sia conforme
alla norma adottata.
Ma questa specie
di giudicii non
somministra che una
verità ipotetica e
convenzionale, anziché care
una certezza della
reale verità. Questa
non può risultare
c e a
un profondo e
moltiplice esame dei
rapporti interessanti delle
cose, 1 cui
il Pubblico nel
giudicare non suole
assumere giammai 1
ìucauco. D’altronde le
materie della morale
e del giusto
sono per sè
stesse cilissime e
complicatissime, talché la
scoperta delle venta
viene esclusivamente riservata
all’uomo di genio. 1304.
Che se poi
chiediamo se il
Pubblico possa formare
gu autorevoli intorno
al giusto e all’
ingiusto, seguendo i
dettami del cuoie;
rispondo che questa
ricerca si risolve
a sapere se
i giudicii dell
affetto intorno all’utile
ed al nocivo
s’abbiano a tenere
quali dettami di
retta ragione. Conciossiachè
per ciò stesso
che la guida
a giudicare si
è ì cuore,
si presuppone che
l’unico criterio sia
il sentimento dell
utile o del
nocivo, del bello
o del turpe. La risposta
a questa ricerca
si troverà nei
Capi seguenti. diffi teoretiche udicii
Del hello e
del turpe. |
1305, Se nel
decorso di questo
scritto ìio serbato
silenzio sull Argomento del
hello e del
turpe $ abbenchè
mi sia. proposto
u □ a
speciosa fibbie* ione», ciò
fu per non
disperdere in minute
e staccate osservazioni,
e quasi in
frammenti, tl complesso
della risposta, j 1300.
E prima di
tutto osservo, che
Hutcheson ha stabilita
]’ esu sten
za di un senso estetico;
ma la cosa,
m ultima analisi,
si riduce a mere parole.
Non si nega
che l’uomo sia
dotalo di capacita
a sentire il
bello ed il
turpe^ il buono
ed il nocivo;
anzi e 1
uno e V altro
sono tali unicamente
in forza àe\Y
effètto che fuomo
ne risento, piacevole
o do I or
oso, utile o
nocivo alla sua
conservazione, ai mezzi
del piacere, eri
a tutti quégli
oggetti che possono
soddisfare ì suoi
bisog ni. Quello che
più importa di
sapere si è,
se la natura
abbia dotati gli
nomini rii tale
sensibilità ed antiveggenza,
ed abbia così
coordinalo il sistèma
delle coso, che
qualunque specie c
grado di hello
n di turpe,
di utile o
di nocivo venga
sentilo mercè un
allo subitaneo die
rassomigli alla sensazione,
e quindi Tu
omo non prenda
abbàglio nel giudicare. 1 307, Ora
a schiarire questo
punto non basta
solamente dimostrare die
V uomo senta
il hello eri
il turpe. Vi
Ulte ed il
nocivo in molli
oggetti; conciossiadiè siila
Ito fenomeno può
benissimo verificarsi nelle
materie di pura
sensazione fìsica, od
anche nelle materie
morali, fino ad
un dato segno,
senza che per
ciò necessariamente si
debba supporre ch’egli
avvenga in ogni
altra più profonda
e meno prossima
circostanza. Il risolvere
adequatameli te questo
problema importa viste
più grandi e
varie di quelle
che i partigiani
del senso estetico
hanno abbracciate. Non
solo è necessario
arrestarsi sull7 uomo .
spiarne sottilmente i
fenomeni sentimentali, e
le conseguenze clic
tic derivano 5 ma
egli è indispensabile entrare
nell7 economia generale della
natura, nei molli
plici rapporti del
fini da lei
voltili nella umana
costituzione, seguendo però
sempre i risultati
ili ima esperienza
paragonata fra le
cose che avvengono
ndP indivìduo, e
gli cileni che sì producono
sulla massa elei
genere umano nei
diversi periodi di
tumì^ di gu
sto e dì
benessere. Quest1 astratta
osservazione verrà vie
meglio sentita quando
entrerò in qualche
specificazione. Ora mi
limito ad un
princìpio generale, ed
è: che so
la naLirra umana
non viene a
cangiarsi nei diversi
periodi di cognizione,
non si dovrebbe
II Appai; cangiare
II gusto, se
fosse vero che
runico sensorio del
hello fi siedesse come
iu un seslo
senso: attesoché nella
stessa maniera che
l’occhio, in qualunque
tempo cìie gli
si presenta uu
oggetto illuminato, produce
una sensazione visuale,
c siffatta legge
non si può
smentire: del pari
iu qualunque tempo
si presenta un
oggetto di gusto,
egli dovrebbe dall’ uomo
essere sentito come
hello, senza che
avvenisse giammai clic
un secolo prima
fosse ritrovato indifferente,
ed uu secolo
dopo assai bello,
o viceversa. Ora
la sperienza comprova,
che segnatamente nelle
materie di gusto
ideali avviene iu
tutto il Pubblico
una rivoluzione e
contraddizione di giudicii
e di sentimenti.
E come dunque
si conciliano le
funzioni di questo
sesto senso colla
esperienza? Se egli
esistesse, le sue
leggi sarebbero del
tutto simili a
quelle della umana
perfettibilità e del
senso comune: e
quindi non verrebbero
a somministrare criterio
al¬ cuno estetico, mercè
il quale dir
si dovesse che
il gusto del
Pubblico sia una
norma del bello
reale. Qui per
bello reale si
assume quel sentimento
piacevole che viene
prodotto o, a
dir meglio, dev’essere
prodotto in ragion
composta dei rapporti
che passano fra la costituzione
reale delle umane
facoltà, e l’ attività
degli oggetti esterni
o interni, lo
non pretendo ancora
di assegnare una
definizione, ma soltanto
di accennare alcuni
tratti fondamentali che
sono inseparabili dal
bello reale. Ma,
a fine di
dare qualche ordine
alle nostre osservazioni,
giudico necessario separare
in diversi punti
di vista l’argomento
sulle materie di
gustosi* latinamente ai
giud icii del Pubblico.
Non aspiro a
raggiungere In meta
che molti scrittori
si prefissero nel
trattare del bello
essenziale applicalo alle
opere della natura
e dell’arte, ma
sì bene mi
limilo a trattarne
rapporto al Pubblico,
onde scoprire se
il di lui
gusto possa servire
di cu terio
per discernere il
bello dal turpe,
ed il men
bello dal più
bello. Articolo I.
Delle rivoluzioni del
gusto del Pubblico. 1308. Sembra
che lo spirito
umano provi un’incessante
inquielu dine fino
a che non
raggiunga il bello
e P ottimo:
ma del pari
sembi.i che, quando
lo ha raggiunto,
tenda ad allontanarsene. Non
è nei soli
piaceri sensuali che
l’uomo diventi logoro
‘blasé), usandone senza
moderazione: ma lo
diviene eziandio nei
piaceri dello spirito
e nelle opeie
del bello. Il
Pubblico, pel solo
motivo che persiste
iu un dato
geneio i piaceri
o in un dato modo
di produrli, se
ne sazia ed
auuoja: questa e cosa di
fatto notorio. 1309. La
cagione è fondata
nella costituzione stessa
dell’u01110, una fibra
viene scossa per
la prima volta,
reca seco il
piacere della nevilà:
ma dappoi a
poco a poco
quella specie di
energica resistenza alla
impressione dell’ oggetto, per
cui reagiva sull’anima
con un tono
di una interessante
difficoltà, e per
cui il piacere
diveniva più vivace,
e s’aumentava eziandio
dalla forza dell’ attenzione; tale
resistenza, dico, va
degenerando in un’abituale
e pieghevole facilità,
e talvolta eziandio
cade in vera
atonia. Quindi la
primitiva aggradevole impressione
si scema, e
decade alla noja
od anche al
dispiacere. 1310. Ma rimane
pur anco una
reminiscenza confusa del
piacer maggiore provato
dapprima. Quindi si
viene ad un
involontario paragone fra
il minor piacere
presente ed il
maggior piacere altra
volta provato. Da
ciò nasce una
disaggradevole situazione, in
cui col piacere
attuale si sente
il desiderio di
un piacere uguale
o maggiore di
quello che si
provò, e però
una somma inquietudine,
ovvero anche un
positivo sentimento di
disperazione, allorché non si ravvisino
i modi di
soddisfarlo. 1311. Allora si fanno tutti
gli sforzi d’invenzione
per pareggiare il
piacer passato, ed
anche per superarlo.
Quindi avvenir deve
l’ abbandono totale dell’oggetto
usalo, o almeno
delle forme e
combinazioni che dapprima
rivestì. Quindi si
cercano altri oggetti
intieramente diversi, o
almeno altre combinazioni
e forme atte
a recare un
nuovo piacere. E
succedono le nuove
invenzioni nelle arti,
le nuove foggie
di frasi, di
maniere, di vesti,
di musica, di
poesia. 1312. Nò giova,
per impedire queste
vicissitudini, che un
oggetto siasi dapprima
riconosciuto rivestire i
rapporti più completi
del bello: tuli’ al
più si otterrà
dal Pubblico una
fredda confessione: ma ciò non
impedirà ch’egli non
cada nella sazietà,
e non tenti
variare. Per astenersi
dall’innovare sarebbe d’uopo
ch’egli potesse mantenere
la sede del
piacere nello stesso
sialo di energia,
da cui l’uso
solo dell’ impressione la
fa decadere. Ma
siccome è impossibile
cangiare la natura
dell’uomo, così è
del pari impossibile
che un oggetto
quantunque bello possa
sempre piacere. 1313. Ma
dall’altra parte l’incessante
bisogno di godere
stimolando senza posa
il cuore umano,
e V ottimo
in qualunque genere
uou potendosi variare
od oltrepassare senza
peggioramento ; non
si può evitare
dicadere nel mal
gusto, e subir
sempre nuove e
più rapide rivoluzioni.
La sorgente dei
piaceri al di
là dei modi
della vera bellezza
è sempre più
sterile; il gusto
loro riesce vieppiù
incompleto. 1314. Invano allora
gridano i precettori
del bello, che
nelle opere dell’arte
non conviene discostarsi
mai dal grande
ed inesausto modello
della natura ;
invano con precetti
luminosi e critiche
severe tentano ri .j
054 siedesse come
iu un sesto
senso: attesoché nella
stessa maniera che
rocchio, in qualunque
tempo che gli
si presenta uu
oggetto illuminato, produce
una sensazione visuale,
e siffatta legge
non si può
smentire; del pari
in qualunque tempo
si preseli la
uu oggetto di
gusto, egli dovrebbe
dall’ uomo essere
sentito come bello,
senza che avvenisse
giammai che un
secolo prima fosse
ritrovato indifferente, ed
un secolo dopo
assai bello, o
viceversa. Ora la
sperienza comprova, che
segnatamente nelle materie
di gusto ideali
avviene iu tutto
il Pubblico una
rivoluzione e contraddizione di
giudicii e di
sentimenti. E come
dunque si conciliano
le funzioni di
questo sesto senso
colla esperienza? Se
egli esistesse, le
sue leggi sarebbero
del tutto simili
a quelle della
umana perfettibilità e
del senso comune:
e quindi non
verrebbero a somministrare
criterio alcuno estetico,
mercè il quale
dir si dovesse
che il gusto
del Pubblico sia
una norma del
bello reale. Qui
per bello reale
si assume quel
sentimento piacevole che
viene prodotto o. a dir
meglio, dev’essere prodotto
in ragion composta
dei rapporti che
passano fra la
costituzione reale delle
umane facoltà, e l’
atti vita desili
ometti esterni o
interni, lo non
pretendo ancora di
assegnare una definizione,
ma soltanto di
accennare alcnni tratti
fondamentali che sono
inseparabili dal bello
reale. Ma, a
fine di dare
qualche ordine alle
nostre osservazioni, giudico
necessario separare in
diversi punti di
vista Pargomenlo sulle
materie di gusto,
ielativamenle ai giudicii
del Pubblico. iNon
aspiro a raggiungere
la rac,n che
molti scrittori si
prefissero nel trattare
del bello essenziale
applicalo alle opere
della natura e
dell’arte, ma si
bene mi limito
a trattarne i apporto
al Pubblico, onde
scoprire se il
di lui gusto
possa servire di
eie terio per
discernere il bello
dal turpe, ed
il men bello
dal piò ^°'
Articolo I. Delle
rivoluzioni 'del gusto
del Pubblico. 1308. Sembra
che lo spirito
umano provi un’incessante
i uquielu dine fino
a che non
raggiunga il bello
e P ottimo;
ma del pal*
semb1 che, quando
lo ha raggiunto,
tenda ad allontanarsene. Non
è nei so ì
piaceri sensuali che
l’uomo diventi logoro
[blasé), usandone senza
mo derazione: ma
lo diviene eziandio
nei piaceri dello
spirito e nelle
opeie del bello.
Il Pubblico, pel
solo motivo che
persiste iu un
dato geneie piaceri
o iu un
dato modo di
produrli, se ne
sazia ed auuoja:
questa c cosa
di fatto notorio. 1309. La
cagione è fondata
nella costituzione stessa
dell uomo, c
una fibra viene
scossa per la
prima volta, reca
seco il piacere
della no di
y i l ri : in g
dappoi a poco
a poco quella
specie di energica
resilienza alla impressione
de|F oggetto, per cui
reagiva sóli1 anima
cou un tono
ih una iuleress&plti difficoltà,
e per cui
il piacere diveniva
più vivacelo /aumentava
eziandio dalla forza
dell1 atte unione;
lalc resistenza, diro,
va. degenerando in un’ abituale
e pieghevole facilità,
e talvolta eziandio
cade iti vera
atonia. Quindi la
primitiva aggradevole impressione
si scema. e
decade alla noja
od anche, al
dispiacere. jj 1310.
Ma rimane pur
anco mia reminiscenza
confusa del piacer
maggiore provato dapprima.
Quindi si viene
ad uu involontario
paragone fra il
minor piacere presente
ed il maggior
piacere altra volta
provato. Da ciò
nasce una disaggradevole situazione,
m cui col
piacere attuale si
sente il desiderio
ili un piacere
ugnale o maggiore
di quello clic
si provò j c
però una somma
inquietudine, ovvero anche
un positivo sentimento
di dispera zio
uè, allorché non
si ravvisino i
modi di soddisfarlo,
1311.
Allora si fanno
Lutti gli sforzi
tF invenzione per
pareggiare il piacer
passato, ed anche
per superarlo. Quindi
avvenir devo F
abbandono toltile dell 'oggetto
usato, o almeno
delle torme e
combinazioni clic dapprima
rivestì. Quindi si
cercano altri oggetti
intieramente diversi-, a
almeno altre combinazioni
e forme atte
a recare uu
nuovo piacere. E
succedono le nuove
invenzioni nelle arti,
le nuove foggie
di frasi, di
ma mere, di
vesti, di musica,
di poesia. 1312iNò giova,
per impedire queste
vicissitudini, che un
oggetto siasi dapprima
riconosciuto rivestire i
rapporti più completi
del belìo: tu If
ai più si
otterrà dal Pubblico
una fredda confessione,
ma ciò non
impedirà ch’egli non
cada nella sazietà,
e non leu
Li variare. Per
astenersi dall’ innovare sarebbe
d’uopo ch’egli potesse
mantenere fa sede
del piacere nello
stesso sialo di
energia, da cui
Fuso solo dell1
impressione la la
decadere. Ma siccome
è impossibile cangiare
la natura de
Ih uomo, così
è del pan
impossibile che un
oggetto qnan t unque hello
possa sempre piacere^ 1313. Ma
dall'altra parte F
incessante bisogno di
godere stimolando senza
posa il cuori:
umano, e V
ottimo in qualunque
genere uou potendosi
variare od oltrepassare
senza peggiora mento
5 non si
può evitare di
cadere uel mal
gusto, e subir
sempre nuove e
più rapide rivolo
zio ui. La
sorgeii Le dei piaceri
al di là
dei modi delia
vera bellezza ò
sempre ] a u sterile 3
d gusto loro
riesce vieppiù incompleto. 131 A.
Invano allora gridano
i precettori del
bel Un. che
nelle opere dell’arte
non conviene discostarsi
mai dal grande
ed inesausto modello
della natura :
invano con precetti
luminosi e critiche
severe imitano ridilaniare
questo Pubblico di
sensibilità obliterala alla
purità del gusto;
invano citano le
informi stravaganze della
novità al confronto
dei capolavori antichi.
L’amore della varietà,
il bisogno di
nuovi piaceri trascina
gli artefici ed
i contemplatori per
sempre più oscure
e mal agiate
discese d' imperfezioue :
fiuo a die
la sazietà medesima
e la noja.,
la quale assai
maggiore ed assai
più pronta si
fa sentire tra
gl’ imperfetti piaceri della
decadenza, riconduca di
nuovo gli spiriti
per altre vie.
e li riconcilii
colle Muse e
colle Grazie. 1315. Queste
sono le inevitabili
vicissitudini del gusto
del Pubblico, le
quali è forza
che si succedano
cou tanto maggiore
rapidità, quanto è
più durevole e
concentrata la persistenza
di lui nello
stesso genere di
piaceri, e quanto
è più delicata
la sede organica,
per mezzo di
cui si percepiscono.
Laonde dir si
potrebbe che il
gusto del Pubblico,
in quello che
appellasi bello d
invenzione dell'arte umana,
non assicura della
perfezione dell’oggetto. Il
Pubblico nou ha
altro criterio del
bello ^ che il
proprio piacere. Dunque
il suo gusto
forma l’espressione diretta
dello stato attuale
della sua sensibilità
e cognizione, anziché
della perfezione intrinseca
dell’ oggetto stesso. Bramo
però che si
distingua il gusto
dai giudicii estetici
del Pubblico. Articolo
II. Effetti delle
rivoluzioni del gusto
a prò dell '
uvnana perfettibilità. 1316. Le
leggi del gusto
sono in parte
quelle dell attenzionibe
leggi dell’ attenzione sono
quelle che determinano
la direzione e 1 esito
degli umani giudicii.
Le leggi del
gusto influiscono adunque
nell acqui sto
della cognizione di
molte verità. 1317. Le
leggi del bello,
ed il bisogno
che l’uomo ne
sente dopo che
il conobbe, si
possono riguardare: 1.°come
impulsi a percorrerei
gradi di quelle
cognizioni che un
più ristretto bisogno
non rende ue
cessarie o interessanti;
2.° come sussidii alla
istruzione, allorché il
blico giunse ad intraprendere la
coltivazione di una
determinata dotti ina,
3.° come oggetto
di semplice stima
e di puro
diletto alla specie
umana, la quale
abbisogna d’intervalli di
ricreazione onde giungere
al fine vo
luto dalla natura.
Nel primo stato
le leggi del
gusto precedono e
gm dano l’uomo
sulle soglie del
tempio della Verità:
nel secondo dalla
soglia lo introducono
al di lei
santuario; nel terzo
poi giovano all
uomo i genio,
onde interpretarne gli
arcani, e renderli
agevoli al volgo
La natura determinando
l’uomo alla ragionevolezza e ad u
li’ a Ita
perfezione, dispose i
mezzi ad ottenere
il suo fine:
tali sono i
bisogni naturali, i
fattizii, ed il
desiderio del bello.
Ma arrestandoci sopra
quest’ultimo, noi troviamo
una ragione importante
nelle rivoluzioni del
gusto. Il piacere
annesso alle idee
sveglia ed adesca
l’attenzione ad esaminarle;
la sazietà, il
disgusto e la
noja, appendici dell’abitudine, lo
distolgono dall’ arrestatisi oltre
il bisogno, e
lo invitano a
passar oltre all’acquisto
di nuovi gradi
di perfezione morale
ed intellettuale. 1319. Se
un oggetto fosse
all’uomo affatto indifferente,
egli non vi
arresterebbe giammai l’attenzione,
e non potrebbe
trarne profitto nè per la
verità, nè per
l’utilità. Se all’opposto
continuasse ad essergli
piacevole ed interessante
come da principio
gli riuscì, l’uomo
non se ne
staccherebbe mai per
trapassare ad altro
meno piacevole. Dall’altro
canto la scala
dei gradi di
piacere viene determinata
da altri importanti
fini dell’umana organizzazione. Perlochè
il crescere sempre
in intensità nelle
impressioni dei diversi
oggetti diveniva certamente
impossibile senza costruire
organi diversi o
crearne a mano
a mano dei
nuovi, e senza
violare molti altri
rapporti sistematici del
mondo fisico e
morale. 1320. D’altronde, quand’anche
per una finzione
si avesse supposto
un ordine di
questa fatta, conveniva
pur sempre coordinare
le circostanze in
guisa che l’uomo
non fosse mai
condotto a scegliere
i sommi gradi
di piacere, tralasciati
i meno intensi;
ma bensì condurlo
ad incomiuciare dagli
infimi e più
languidi gradi della
scala, e successivamente fargli
calcare ad uno
ad uno gli
altri tutti consecutivi.
Senza ciò, se gli eventi
della vita in
quest’ipotesi avessero primieramente
recato all’uomo il
godimento di quegli
oggetti d’onde si
attingono i più
forti piaceri; come
avrebbe egli, nel
caso che avessero
durato sempre con
eguale attività, potuto
discostarsi per discendere
agli inferiori? ' 1321.
Dunque il far
sì che un
oggetto da principio
fosse interes sante all’uomo,
e continuasse ad
esserlo fino ad
un dato segno,
e dappoi il
piacere continuando si
scemasse, riuscir doveva
un’ottima via per
attrai* l’uomo su
altri oggetti sovente
meno piacevoli dei
primi, e così
guidarlo ad altre
cognizioni. 1322. E poi
necessario temperare la
durata del piacere
e dell’ attenzione in
guisa, che riescano
proporzionate allo scopo
della ragionevolezza. Se
l’attenzione cessasse troppo
presto, le cognizioni
risulterebbero sempre incomplete.
Se continuasse troppo
a luugo, si
frapporrebbe un ritardo
ai progressi della
perfettibilità. Il mezzo
unico efficace fra
questi due estremi
era di porre
un rapporto proporzionale
di eccitabi 11)58
ftICMCHK SULLA VALIDITÀ’
DH GIU Di
GII, EC. lìti
iì dì consistenza
fra la tenacità
dell1* attenzione e la
capacità c a mprc u et l
va del In
n i tu a .
1323. fila esaminiamo
gli dìolti dello
leggi del gusto
nei Ire «
sopra dipintiPresso ima
nazione vivace ed
ingegnosa* in ima
lungii pace, senza
ostacoli alle invenzioni
od alla coltura,
con opportuni $ussiiJn,
molto più se si aggiungano
eccitamenti esteriori, massima
rlnvVs&m la rapidità
con cui le
fasi tuLle del
gusto si succedono.
Se alla perirne
sì esauriscono lo
sorgenti del diletto*,
die dirci quasi
di lussò r
amasie, ne nasco
in appresso un
bene* La nazione
per togliersi dalla
uopi viene costretta
a rivolgersi senza
avvedersene a più
solide occupazioni, appunto
perdi è le
leggi del gusla
la nutrirono col
latte primitivo del
[dà saperdolale dilettò.*
Cosi se nelle
lidie arti d* immaginazione s
incominciò a dilettarla
coir incantesimo della
poesia, questa re n desi
vieppiù uiteres* stmle
coti adornar le
memorie nazionali, e
rivestire le massime
delia morder II
Insogno detta la
scolla. I graduali
avanzamenti, latti cella
legg’è della continuità,
som ministra no
il tipo del
belio proporzionato al
grado di sviluppo
delle facoltà della
niente. Cosi se l’
epica e
la morale presta
lormano i primi
rudimeuli dell' istruzione nazionale,
la colta lirica
clcvv sopravvenir più
tarda, la drammatica
vi sta frammezzo.
La nazione chi'
si trova solamente
capace a seguire
I racconti dellr epica
non polffikk' mai
tener dietro ai
salii della più
sublime lirica. Sono
persuaso che k
Odi d’ Orazio, lette
al secolo di
Omero o di
Romolo, non avrebbero
desiala ammirazione alcuna. 4324.
Ma si scorge
clic per entro
le materie medesime
poedek u sono
gradi di maggiore
difficoltà, che ricMeggono
attenzione Cosi la
natura a poco
a poco illudendo
Romana Inerzia, o
a dir guidandola
Insensibilmente per una
salila agevole e
borita, e alienandola
dal passato, la
guida ai gradi
più elevati della
perfettibilità. 1325. Ciò clic
fu dello della
poesia si applica
pure alla pittura,
db scultura, alf
ardii lettura, alla
musica, alla eloquenza,
ed a tulle
kmli in cui il
piacere primeggia, e
rutilila sembra tenere
un luogo subaltvJ alico. Ho
detto le prime
libere, avendo di
mira unicamente il
gradualo svi lapparne
a tu mercè
i naturali Impulsi
della umana curiosità^
e inni delle
pecche, straniere ed
eventuali urg
enzeQuand'anche questi vi
si mescolino In
guisa da rendere
necessaria una certa
classe cu cognizioni
che ecceda l’atluale
capacità del Puhldioo.
non faranno perù
eli’ egli aifelli soverchia
ni cote la
salita ai più
elevati gradi dello
cognizioni; benché gli
stimoli noti derivino
dalle impressioni dirette
del beilo, ma
bensì da DB
bisogno originato dalle
sociali circostanze. Ne
sono Lesti moni!
que secoli, nei
quali il diritto
c la morale
erano scienze più
clic necessarie agli
i ci I
eressi 'li certe
nazioni; oppure gl’
interessi, i trattati
eh decisioni offrono
un li izza
no complesso di
strane c male
avvedute dia posizioni., 4.32.8. Le
medesime leggi, la
«lessa influenza del
piacere e dulia
uo\.f si veriflca.no
eziandio allorché non
per propria in-veuziou e,
my pt, i
bJ. tur ;i dello
opere di .m’ altra
colta nazione uu
Pubblico ignorante viene
coltivandosi. Le traduzioni,
EeiWiziff&e, lo studio
degli originali, k loro imitazione,
sano i gradi
pei quali questo
Pubblico passar deve
pei iu,L tersi
in cani ini
uo parallelo colla
uoziuue maestra. 1321). E
per libera e
spontanea inclinazione 3
dopo le anno
vera le materie,
la fisica, la
storia naturale, la
eli-ùnica in Le
lesseranno le L',Ltl
rhe del Pubblico.
Dopo ciò per
gradi insensibili e
per quelle ùuigk
pause con cui
le invenzioni si
succedono, egli si
rivolgerà a quegu
aiutili che dapprima
lo spaventavano per.
la loro dilucollàma
die allora troverà
più proporzionali. et dall’
altro cauto nuovi,
e cosi perverrà
alla metafisica di tutte
le materie, ma
prima al diritto,
alla morale, alla
legislazioue, alla politica. 1330. Ecco
come la natura
per uu cammino
eli graduale pendio,
proporzionato alla lena
dello spirito uraauo,
coll’ allettativa del piacere,
cogli impulsi e
colle ripulse della
sazietà, guida la
specie umana allacquislo
delie più elevate
e solide cognizioni.
Perlochè dir si
può che le
belle arti e
le belle lettere
alla mente umana,
per rapporto al
progresso delle scienze ;
launo la stessa
funzione dei fiori
di primavera negli
alberi. Senza di
essi i albero
non concepirebbe il
frutto. Piacciono, durano
poco, e cadono:
ma al loro
cadere vedete già
spuntato il frutto,
che poi maturerà. 1331. Uu
altro rapporto utile
si scorge in
questa economia. Una
lunga pace fa
sorgere infiniti bisogni
dapprima incogniti, e
moltiplici oggetti dell
umana cupidigia. La
società diventa una
macchina più complicata,
ove sono necessarii
lumi maggiori a
dissipare i germi
di dissoluzione, e
correggerne i pericolosi
fermenti. Perlochè se il progresso
dei lumi e
della coltura somministra
Pulimento alla umana
intemperanza, olire pur
anco i ritegni
per raffrenarne gli
stimoli, e direi
quasi neutralizzarne 1
attività imitante. Così
nell’ordine fisico facendo
maturare in primavera
la fraga, indi
la ciriegia, poi
le susine: nella
più fervente stagione
fa maturare i
maggiori frigidi, come
il cocomero, il
popone. Che se
per un deviamento
l’uomo libero sconosce
la natura, ciò
non ismeutisce 1 ordine
provvido con cui
essa procede, e
gli offre, per
dir così, sotto
alla mano i
proporzionati correttivi, a
lato di quei
mali che sono
inevitabili nella effezione
del bene. i3o2. Seguendo
la traccia con
cui la natura
promove e reca
al suo fine
il progetto della
perfettibilità umana, mercè
le alternative spinge
del bello, del
piacere e della
noja in provvida
successione, abbiamo adoperato
come il fisico
nell’asseguare le leggi
semplici e generali
del flusso e
riflusso del mare.
Insorgono nella pratica
modificazioni le quali
oppongono qualche apparente
eccezione; ma il
fondo del sistema
si trova sempre
lo stesso. Così
se in una
nazione esistono ostacoli
esterni a quella
espansiva forza della
ragione, la quale
ricerca una sana
libertà, gli effetti
delle spunte della
natura non appariranno
con pieno effetto.
Ma nelle sue
stesse forzate mosse
porterà l’ evidente impronta
della potenza superiore
che le opero:
non altrimenti che
in una pianta
cresciuta fia scogli
che costrmgono lo
sviluppo delle radici
si ravvisano le
le^1 possenti della
vegetazione, che tendono
all’accrescimento. E però
a proporzione che
gli ostacoli all
attenzione sono meno
forti, la legge
della 10ÙI perfetti
bili tà ricevo
il suo effetto,
posta pari ogni
cosa dal cauto
del dima, del
suolo, della soddisfazione
del primitivi bisogni,
della quiete e
sicurezza del Pubblico.
La vegetazione della
pianta imprigionata appronta
di ogni spazio
e di ogni
vano per condursi
ad accresci mento
e maturila. Periodi
è dir si
può della coltura
ciò che fu
dello della popolazione,
die per se non abbisogna
essenzialmente di eccitamenti
esterni, ma le
basta 11 riuaoY
intento degli ostacoli,
g 033. utile
e la gloria
sono due sproni
possenti a questo
Hnej usa sarebbe
una sconoscenza oltraggiosa
alla natura il
dire che siano
i n ditip
e a $
a b ili
a 1 1 V' He
zi o n
e del gran
line dello sviluppameli
t o del
Tu m a o a
ragione voleva. GT
individui capaci di
spingere più oltre
la dottrina ne
abbisognano solamente per
superare gli ostacoli
accidentali ed esterni
che ltì fattizie
umane istituzioni oppongono
ai loro progressi,
od anche per
accelerare le mosse,
attesoché quelle della
natura riescono assai
più lente. Non
si, deve confo
udore la storia
della coltura del
Pubblico colla storia
delle invenzioni dd
genio. Il Pubblico
non produce nulla,,
ma si approfitta
delle altrui fatiche.
Egli rassomiglia a chi entra
In un campo
ubertoso c pieno
di frulli maturi, c li coglie
finché, non trovandone
più, si volgo
altrove a cercarne:
bisogna dar tempo
che altri ne
germoglino, per dare
altro pascolo alla
sua curiosila. Questo
più specialmente verificar
si vuole in
un’epocà, nella quale
dopo un corso
di vicende e
di dottrine elementari
il Pubblico si
trova, per dir
così, proporzionato a
pascersi d’ogui novità
razionalo. lj Ad®'.
Questa col Loro
viene eseguita, come
si è già
dello, dagli ingegni
minori, il cui
ufficio è di
ridurre a tale
aspetto lo scoperto
del gerì i
ih, che si
p r educa
la i m
pr e ss
io n e
del piacere e
V ago v
o I a
mento del la
fa licy. La
prima forma ì'
impero positivo del
hello; il secondo
ne adempio lo
condizioni negatile :
couciossiachc la minor
fatica nel cogliere
i rapporti del
bello complesso e
uno dei requisiti
propri i di lui.
Gol vestire degli
ornamenti, della immaginazione
i sublimi e
vasti caucciù del
genio, o coffa
pprossi mare gli
estremi da lui
segnati, gli spiriti
rischiaratoli ottengono l’uno
a l’altro effetto.
Col primo mezzo
offrono l’allettativa, die fa strada
aff accoglienza della
verità, col secondo
si accomodano alla
fievolezza cd impazienza 3
che s’oppone ad
ogni ardua iatica.
Il diibeile consiste
nel conciliare queste
due operazioni cosi,
che gli aspetti
della verità non
ne soffrano detrimento,
e bini magi
nazione rispètti i
dettami del buon
metodo. Cj. 133h.
Per tal maniera
si scorge qual
sìa buso del
fatto udì acquisto
delle solide cd
interessatili umane cognizioni,
e come venga
posto in opera dalia
natura, e come
si possa adoperare
dall’arte umana. 11
bello sensibile d’imitazione,
giunto ad un
certo confine, non
solfre vicissitudini, per
la ragione medesima
che le umane
sensazioni della vista
non possono essere
cangiate dall’umano arbitrio. 1336. Io
mi souo lungamente
trattenuto sull’uso del
bellone sui (iui
a cui può
servire, per contrapporre
vedute ragionate alla
obbiezione proposta nella
Parte seconda di
questo scritto, e tratta dall’economia
generale della natura.
Ora appare in
qual guisa combinare
si possano le
idee generali e
confuse, riguardanti la
tendenza dell’umana sensibilità,
coi fenomeni versatili
del gusto del
Pubblico; e quanto
a torlo da
ciò trar si
pretenda, che il
sentimento del bello
riguardar si debba
come un criterio
di verità estetica,
la quale suppone
un modello immobile,
come esiste nei
principii teoretici delle
scienze. Quand’anche esistessero
questi modelli, figli
delle nostre astrazioni,
non pare che la natura
ci spinga a
sagrificar loro oggetti
più gravi uelle
opere del mondo
morale. Sembra piuttosto
che abbia voluto
farli servire di
veicolo alla severa
asprezza delle cose
più importanti, giusta
il pensiero di
Lucrezio espresso taulo
lelicemente dal Passo.
Ma io stimo
acconcio internarmi iu
altre considerazioni dirette
intorno al bello
contemplato nelle sue
diverse relazioni. Articolo
III. Delta distinzione
e combinazione fra
il bello e
/’ interessante, considerato
come cagione dei
giudicii del Pubblico. La
distinzione fra il
bello e X interessante è
taulo nota, che
non abbisogna di
lunghe trattazioni. Si
sa che il
bello viene riguai
dato come inerente
alla forma ed
alla disposizione delle
idee dell oggetto
appellato bello ; talché
viene tenuto come
una sua qualità
così propria, che
cangiato il complesso
che lo costituisce,
cessa di essere
bello. 1 ‘
i o contrario
V interessante si riguarda
come un effetto,
anziché come una
qualità; un accessorio
associato al bello,
anziché una parte
iutegianlc di lui;
talché soventi volte
V interessante esiste senza
il bello, o
questo senza X
interessante. Tuttodì si
dice: la fisouomia
della tale PeiS0Ua
non é bella,
ma è interessante.
L’ interessante si riferisce
direttamente ad un
affetto che viene
svegliato iu noi
iu relazione a
qualche eonsido razione
estrinseca dell’oggetto stesso.
Il bello per
lo contrario, quantunque
ecciti piacere, si
limita piuttosto ad
una compiacenza conia11
piativa, quale appunto
sperimentiamo nel mirare
un7 architettura, uua
pittura, ed altre
tali cose. VX
interessante si riferisce
sovente all nido,
a 10(13 ìdc^ìucle
il coni u so stmlimealo
ili ito nostro
bisogno, o di
qualsiasi pussiono usti
ìo s££ a a cui 1 bigetto
può soddisfare. ^ 1 338.
Ora soventi volte
il bello si
trova accoppiato al Y
interessante jn \nl\i)
le materie di
gusto. Allora l'uomo,
per la contemporanea
impressione dell* uno e
deli7 altro* attribuisce al
bello tulio l'effetto
elisegli doveva ripartire
in parie aneli
e sopra l' interessante. ^
I33P. per sentire
la voriLà di
questo pensiero basta
dare un' occhiala passeggierà,
ma atte ala.
al vani generi
di cose, intorno
ai quali il
Pubblico unire il
sentimento del bello .
Noi ci avvediamo
che in tutti
si può accoppiare
il sentimento accessoria
dell 'interessante^ e
soventi volle vi
si colliri unge
e fa sulla
mente un effetto
simultaneo, e dirò
così soUdale* Supponiamo
un quadro die
rappresemi Y addio
di Ettore ad
Androni aca* Supponiamo
die riavendone, h
eotnpasidone, Y espresaioue
il colorilo, il
chiaro-scuro bisserò degni
di tutta lode;
ma die venisse
posto sull' occhio di
no Pubblico che
ignorasse il fatto.
Il sentìmonto di
piacere, ebe un
tal quadro sveglierà,
sarà tutto proprio
del bello pittoresco.
Ma se bugiamo
che il Pubblico
conosca e gusti
Omero* quale impressione
proverà* oltre a
quella die provò
quando ignorava d
l'alto? Non solamente
si sentirà svegliare
in petto quel
tremilo di piacere
die desia il
bello pittoresco; ma per un'
associazione inevitabile di
itine proverà un confuso e
delicato assalto di
moliti rapidi alletti,
ebe colla loro
commozione accresceranno il
piacere del bello.
Un eroe, un
padre, un marito,
uu prìncipe elio
consacra il sangue
alla difesa della
patria: il destino
di una boriila
nazione clic pende
dal suo valori;;
una virtuosa principessa
desolata sulla sor
Le del marito:
uu pargoletto die
colle iuuucelili grazie
dell* infanzia spando
la tenerezza; sono
immagini commoventi, le
quali ìli confuso
sentir si debbono
da qualsiasi Pubblico
intende u te e
gouii ti-. Attilio Regolo
che ritorna prigioniero
a Cartagine; Andrea
Dori a che
col sacrificio del
potere crea la
libertà della pairia,
e altri argomenti
di questa sorla
v riuniscono certamente
il doppio cfletto
del hello e
dell' interessanée, 1340. In
archile Lima se
vegliamo delineate, a
e a gioii
d esempio, le
mine di Roma,
cì possiamo noi
tòrse sottrarre dal
rammentare le grandi
cose di Roma
antica, e per
un contuso ed
inavvertito sentimento ingrandir
l'idea dell' architettonica maginiiccnza
? ^ 134
E Nella musica
disiiuguesi V armonìa dalla
melodia^ la quale
n o forma il
più seducente iueante simo . Una
musica che non
Locca il mi
ore, a ragione
si pareggia ad una beltà
morta. Tariini ai
suonatori ili violino
clic ambivano- u visitarlo
nel suo ritiromentre
per dargli saggio
della loro maestria
eseguivano pezzi di
difficile agilità, rispondeva:
Tutto è bello;
ma (ponendosi la
mano al cuore)
questo noti mi
dice nulla ; c così faceva
la distinzione fra il bello
e P interessante
della musica istruinentale. L
aggiunta dell’ interessante
si sente più
chiaramente nella musica
vocale, in cui
all’armonia si aggiugnc
l’effetto della passione
a cui le
parole alludono. Per
altri modi più
distinti P interessante si
accoppia «d bello
musicale. Una melodia
nazionale, un’aria militare
che rammenta il
trionio sopra un
nemico, per naturai
legge dell’essere umano
svegliano in un
solo gruppo tutte
quelle idee piacevoli
che un tempo
yi si collegarono. 4 342.
IN ulla aggiungeremo intorno
agli altri generi
di bello fantastico
o intellettuale o
morale o misto.
Lo spirito, avvertilo
a porvi attenzione,
ravvisa tantosto P
interessante regnarvi iuseparalo
nella guisa più
manifesta. 1343.
Oguuno che conosca
anche superficialmente il
giuoco delle impressioni
simultanee rimane convinto
ch’esse confondono talmente
il loro effetto,
che anche al
freddo analitico sarebbe
impresa malagevole 1
assegnare la misura
del piacere che
ognuna produce. 11
cuore le sente
a modo di
una sola cagione:
nè sa distinguerle
se non allorquando
si trovano accoppiate
a rovescio, cioè
quando il bello
si trova in
compagnia del V interessante penoso,
o P interessante piacevole
si trova accoppiato
al brutto . 1344. Siccome
la più esplicita
sensazione è quella
del bello. j in
quanto che la
forma e la
distribuzione delle idee
richiama principalmente la
nostra attenzione: così
la sensazione àe\Y
interessante divenendo quasi
accessoria, serve ad
aumentar quella del
bello; e tanto
più he^a una
cosa verrà giudicata,
quanto più grande
sarà l’energia di
questo misto effetto.
Ora, parlando filosoficamente, questo
modo di giudicare
non è veramente
esatto; ed è
mestieri separare le
cagioni combinate del
piacere, ed attribuire
a ciascuna il
suo proporzionato effetto;
anziché usurparlo all’
interessante^ per attribuirlo
tutto intero al
bello, e smentire
così l’intervento dell’
interessante., o almeno
sconoscerlo di ciò
che gli è
dovuto. Pero i
gì ridici i
del Pubblico saranno
sempre recali in
questa maniera. La
natura che vide
l’abbaglio non essere
nocivo, ne lascio
provvidamente sussistere la
cagione. I grandi
artisti, sia per
un avvisalo sentimento,
sia per un
confuso barlume, sentono
che l’unione del
bello e dell’
interessante, anche là
dove pare sfinire
all’occhio, è il più e^'
cace mezzo ad
ottenere la stima
più grande del
Pubblico. Quindi scelgono
quegli oggetti che
per molti altri
fini divengono interessanti
alla società. Chi
può dubitare che
uno scultore scegliendo
a rappresentare un
eroe caro alla
patria, non riscuòta
maggiori applausi dalla
sua nazione che
rappresentando uno straniero
ed incognito personaggio?
Ora P esempio
di Attilio Regolo,
di Doria, e
di altri simili
a loro, non
è forse un
impulso alla virtù?
Da una muta
tela, da un
freddo marmo, da
un insensibile metallo,
che offre le
immagini degli eroi,
lo spettatore trae
un’ispirazione di meraviglia
e di emulazione. 1345. Da
ciò si ricava
per tutti gli
autori delle opere
del bello una
regola nella scelta
dei soggetti, la
quale coincide con
quella delle scienze
e delle altre
arti. 1346. L’uuioue del
bello e c\e\Y
interessante è una
sorgente di varietà
di giudicii intorno
al bello, se
si paragonino quelli
di un privato
con quelli del
Pubblico, quelli del
Pubblico di un
paese con quelli
di un altro,
di un secolo
con un altro
secolo. Questa varietà,
supposta pari ogni
cosa dal canto dei
rapporti del bello
reale, non consisterà
che in una
diversa misura di
piacere e di
stima, seuza passare
a generi opposti
di sentimento. Riassumendo
gli esempli sovra
riportati, chi non
vede incontanente che
il quadro di
Ettore doveva sembrare
assai più bello
al brigio che
al Greco? Il
Frigio didatti vi
aggiungeva un sentimento
di più; e
questo si è F
interesse e la
gloria nazionale. Così
al Romano quello
di Attilio Regolo,
al Genovese quello
del Doria debbono
sembrare più belli
che ad uno
straniero : quindi
si può dire
che il primo
e più forte
grado del piacere
è riservato al
Pubblico a cui
la rappresentazione pittoresca
più strettamente si
riferisce. Il secondo
e men forte
grado si è
quello che in
ogni colta ed
imparziale società F interessante risveglia
in forza di
quegli stabili e
preziosi vincoli di
affetto che la
natura pose nel
cuore umano (ved.
Parte II. Sez.
II. Capo XIV.
Art. V). 1347. Si
potrebbe formare una
scala, in cui
ponendo tutto il
restante pari, tanto
dal lato della
dipintura quanto del
discernimento degli spettatori,
si farebbe sentire
una graduale progressione
di intensità nel
piacere che deriva
dall 'interessante congiunto
al bello, la
quale si estendesse
ad un numero
sempre maggiore d’individui.
Così il ritratto
di un amante
può sembrar più
bello ad un
individuo, che alle
altre persone di
una famiglia; quello
di un antenato
può sembrar più
bello a una
famiglia, che ad
una società; quello
del fondatore di
un corpo o
del capo di
una setta può
sembrar più bello
ai membri che
la compongono, che
alla nazione intera;
quello di un
eroe, di un
re benefico, più
alla sua nazione,
che ad una
straniera; quello di un nume
a tutti i
seguaci d i una
data religione, più
che alle nazioni
che ne professano
una diversa ;
final nmi ricerche
sulla v vuur
i A’ dei
giudicii, ec mr?nlcr
J immagine dell’ inventore di un’
arte o
ili un bette
di citi ^aJoiju
luttr le civili
società, può sembrar
più bello alle
nazioni poli Liete*
rlu: n quegli
uomini dm non
vivono sotto siffatto
redime, S 1^48.
L esempio preso
dal in' Ilo pittoresco
sì eSteinle rr^tivol rilento a
rutti gli altri
generi di bello
fantastica o morale
o Intel letto
ale o misto.
UlÌ può dubitare
die al Lìiéco
t:d al Romano
un dramma, ua
poema epico, una
storia, nu brano
^ docpienza, che alludano
ad uu avvenimento
nazionale, non debbano
sembrare assai più
belli dio ad
una straniera nazione
l Alla stessa
nazione poi deve
apparire molto più
aggradevole, se essa
e LuLLora costituita
iti circostanze pressoché
simili al buio
avvenuto, che se
sì ritrovasse in
un sistema d’iuicrcssi
del Lutto disparato.
L immagine c
i fatti di
i biglie] ino Teli sembrerebbero forse
egualmente pregevoli e
belli allo Svizzero
vivente sotto il
governo monarchitcS chc
sotto il repubblicano?
È facile moltiplicare
le applicazioni: e flap*
portutto 1 esperienza
comproverà ad un
attento indagatore l1
efficace influenza dell
interessante nei giudicai
che iì Pubblico
forma sul balbi i
qualsiasi genere- 1 349. Da
ciò si può
trarre una regola
logica intorno alla
validità dei giudico
del Pubblico sul
bello preso rigorosamente
come tale: siccome nella
ricerca delle verità
bisogna sottrarre le i
junu rilà che
derivano da mia
parzialità straniera. Mu
siffaLLi operazione è
più agevole ad
eseguirsi e o
n una s
pe c u
ì t l
tJ va astrazione,
d i e med
io □
f e u
□ a si cu ra
direzione [ira ben.
Abbiamo veduto che
ud mescolameli tu
dello impressioni del
bello o dell
interessante la mente
del lilosofo assai
difli ci 1 mento
potrebbe se* parare
1 effètto che
ognuno dei due
prmcipìì produce. Periodatanto
più difficilmente ciò
si potrà ottenere
ud casi pratici
dei giudica ih!
Pubblico intorno alle
materie estetiche, onde
rilevarne la vera
ftittiutt di verità, 1350,
Tri generale contentiamoci
di dire che
i giudicii del
Pubblico fanno fede
della bellezza del
l'oggetto* ma questa
fede si sminuisce
a proporzione che un estraneo
interesse concorre ad
alterarne hi imjuvssiGxis. 5
1 db L Questa regola
ravvolge nel suo
concetto l'opinione dell
esistenza del bello
o del turpe
^ i epa
li per sò
medesimi siano capaci
a recare una
impressiono aggradevole o
disaggradevole. Quindi si
presenta uiP altra
ricérca, od è:
se i giudicii
del Pubblico sul
bello schietto sabbiano
a tenere per
criterio di verità
estetica ; vale
a dire, se
il Pubblico pronuncia
una cosa essere
più 0 meti
bella, ovvero turpe,
si debba per
ciò stesso ammettere
che realmente -sia
tale quale egli
la glU" j
deden ritmi ac tneiilnr
bonus 0). » 1 433.
Couchiudiamo. Le materie
politiche, e special
tocn Li; ^
^ fica di
esse, si possono
a buòn diritto
riporre fra quelle
sulh 1N,J 1 1
Pubblico unii s’ha
a tenere per
giudice assoluto. Su
questo l;,JllliTI non mi arresto
ulteriormente* (m: ni
capo \ n
IO 87 Del
meritò. 1 1 3 \.
QucsLu parola merito munto
viene tuttodì usata
in lauti diversi
significali,, che se
seuliamo darne una
definizione ci si
allacciano alla monte
più idee, le
quali ora ammettono
ed ora escludono
certi elementi che
in diverso aspetto
sembrano iu Destarsi
sopra un fonde
comune. 1435. È noto
che dalfuso volgare
di funesta parola
viene spesso disegnata
una mera capacità
a produrre in
generale qualche utile
0 piacere, In
questo senso il
merito si applica
anche alle cose
lira gioii evo
li ed inanimate.
Dicesi: il tal
componimento* la tede
pittura ha qualche
merito. lieti é
vero che più
esalta mente a
siila L Le
cose viene applicato
V attributo di pregio
o di valore. Parlando
anche degli esseri
umani, ed avendo
relazione a qualche
dono di natura*,
si usurpa la
parola di merito
per indicarlo. 1 43 G.
Del pari questo
vocabolo si applica
alle azioni ornane,
in quanto venendo
prodotte con intelligenza
e con libertà,
acquistano al loro autore
un diritto od
una relazione morale
a conseguir qualche
bene, od a
subire qualche pena.
Allora il merito
si riferisco ad
una qualche leggo
morale. Cosi dicesi
che l’uomo dotato
di ragione è
capace di merito
e di virLù,
di demerito e
di vizio. 5
1437. Finalmente il
merito si applica
a significare qualche
talento, qualche disposizione
pratica ad esercitare
atti utili o
belli ^ o in
qualunque altra guisa
pregevoli, ed a
creare certe produzioni
di mano o
d’ingég n o
co ii e s p
re ssa cog
u iz i
o n t
r e libo
r t A
Questa spe ci
e d ì
m eri io
e \ pi
dio che è
proprio della moralità
delle azioni hanno
questo di comune,
'clic in chiudono
nel loro supposto
il concetto àc\Y
imputazione^ senza la
quale qualunque uomo,
benché sia fornito
di qualche cosa
pregevole, od ottenga
qualche bene od
onore, o faccia
qualche atto stimabile,
dicesi essere senza merito, lo
breve, per attribuire
merito a taluno
si esìge una
potenza conoscente e
libera, la quale
sia cagione deireffeLLo
premiabile. 1438* Nel caso
nostro perù si
tratta di una
potenza prossima ad
un effetto praticabile,
o, a dir
meglio, di ufi
abito morale a
produrre pensieri, ad
esercitare atti, a
formare opere con
disegno e con
libertà, le quali
siano nei rapporti
del hello o
de IL utile. 1 439,
Ciò premesso, si
chiede se il Pubblico sìa
giudice pompe tenie
del merito^ e
se le sue
decisioni s’abbiano a
teucre per un
criterio di verità.
La risposta a
questa ricerca in
gran parte ù
già fatta mercé
le cose deltc
più sopra. Imperocché
qualunque esterna opera,
d’onde uu uomo
si può conciliare
l’opinione di aver
merito* si riduce
ad alcuua delle
materie sopra esaminate.
Quindi verificandosi solamente
il fatto che
taluno ne sia
autorete che il
Pubblico giudichi con
cognizione diretta delle
opere sia intellettuali, sia
morali, sia fisiche,
si ha una
tessera della validità
de’ suoi giudicii
intorno al merito. 1440.
Quello che rimane
propriamente ad indagare
si è, quali
requisiti debbano concorrere
ad accertare se
il Pubblico attribuisca
merito a taluuo
con fondamento, oppure
temerariamente : e
se il diverso
pregio iu cui
tiene le diverse
specie di merito,
e la stima
che ne professa,
si abbia a tenere come
il criterio della
vera quantità del
merito di un
uomo. 1441. Agevolmente si
scorge, che se
oguuuo non può
essere vero giudice
del proprio merito,
il giudice essere
non può che
un terzo: ma
se questi fosse
un semplice privato,
potrebbe più lacilmenle
soggiacere alle eccezioni
difettose della ignoranza
o della parzialità.
Dunque per togliere
di mezzo, per
quanto è possibile,
tutti i vizii
del giudicio non
v ha miglior
espediente che quello
di ricorrere al
giudicio del Pubblico:
ivi almeno svaniscono
i piccoli particolari
interessi contrarii al
mento. 1442. Ma ciò
non ostante molte
volte il giudicio
del Pubblico, preso
indistintamente, non può
assicurarci del merito.
Queste considerazioni possono
cadere tanto sulla
cognizione, quanto sugli
affetti del Pubblico.
Esponiamoli paratamente. Articolo
I. Dei giudicii
del Pubblico sul
merito per rapporto
alla cognizione che ne
può
avere. 1443. Trattando dei
giudicii del Pubblico
sul merito di
qualche uo ino
particolare, non si
deve dimenticare che
talvolta un Pubblico
giudica del suo
proprio merito, facendo
elogi all’ ingegno e
all indole e
a propria nazione.
E troppo noto V
accecamento dell’ orgoglio naziona
Quindi il voto
delle altre nazioni
tult’ al più potrebbe
divenire uu mezzo
egualmente competente a
giudicare del merito
del Pubblico di
un tao paese,
come questo lo
è per rapporto
ad un privalo.
Un celebre scultore
francese a decidere
la troppo strepitosa
controversia intorno la
premi nenza della
musica italiana sulla
francese diede peso
alle ragioni in
vore della prima. 1
444. Ptagionaudo quindi
del merito dei
particolari, due cose
con vien distinguere
nei giu dicii
del Pubblico: vale
a dire le
notizie difetto parti;
j (>80 ri.sguairtla.nLi le
prove ed ì
molivi ptu quali
si possa giudicare
aver tabulo mi
merito} e la
vera cognizione de!
valere e dei
gradi del medio
medesimo- 1445, Rapporto al
primo punto, o
le prove sulle
quali il Pubblico
pronuncia stantio 'Spilo
gli occhi di
lutto il Pubblico,
come quando si
tratta di ima
rappresentazione teatrale, d?
uu libro iu
lìbera circolazione, d'ima
cosa esposta nei
luoghi pubblici; o
siffatte prove gli
vengono Lram amia
te per altrui
privala tradii ione. Nel
primo caso rimane
ad indagare scegli
abbia le cognizioni
e disposizioni convenienti:
e se la
maggior patte degl
'individui che Io
compongono siano proporzionati
a recare un
gì ridi ciò,
sul valor del
quale si possa
nutrire fiducia. Nel
secondo caso è
indispensabile riscontrare tulle
quelle condizioni, mercè
le quali egli
può venire accertato
dell* esistenza di un
fatto particolare. Noi
qui non ripetei
cruci ciò die
ai è giu
esposto su questo
articolo (veda! Capo
llì. ili questa
Sr/., Art. Hi
Solo faremo riflettere
che il merito
.y la cui
esistenza uon è
legittimamente comprovata, deve
ascriversi al novero
di quelle tante
vane credènze di
cui tuttodì si
moltiplicano gli esempli.
Non perciò ragion
evo I mente
si negherà die
un tal uomo,
vantato come meritevole
senza prova alcuna
esistente sotto gb
occhi del Pubblico,
sia Investo di
merito. Piuttosto sì
sospenderà il giudirio,
e con un
si dice -s*
evi Lenì dì
a doti a
ro ima falsa
opinione, 1440. Passiamo ora
ad esaminate il
gibdìcio del Pubblico
sull’uO' ino di
merito, ì cui
titoli siano per
la parie di
fatto indubitati. 5
1447. Per conoscere
u meri Lo
dì ima persona
bisogna rilevare ima
connessione fra a
di lui talenti
o d carattere
movale, ed uu
modello ali verità
o di bellezza,
o uu effetto
Stimabile o perfetto.
Tutto questo importa.
che chi deve
giudicare conosca il
pregio della cosa,
ed eziandìo conosca
i mezzi pei
quali taluno sia
giunto a produrre
ì azione qualunque
die serve di
fondamento e di
titolo alla stima
del Pubblico Ciò
riesce perfeLta mente
identico con quanto
abbiamo detto sui
gin elidi del
P Libidico intorno
alle verità di
riflessione^ intorno al
giusto* al buono
ed al bello.
Laonde se si
usano gli stessi
canoni, i giudicii
del Pubblico intorno
al merito avranno
sotto questo rapporto
la medesima autorità
che rivestono allorquando
si aggirano sulle
ricordate materie. Qui
prego a richiamare
eziandio quanto abbiamo
notalo sull' uomo superiore
al smsecolo o
sull’ nomo prontamente celebre
(ved. Parie IL
Sez. 1. Capo
IV). 1448. Per quello
poi che riguarda
i mezzi, mercè
dei quali Idiomi
particolare ha acquistalo
opinionedi mento*, non
y’ ha dubbio
die quanto piò
di cognizione; c di arie
la loro esecuzioni:
importava) lauta piti
il me dette
più sopra. Imperocché
qualunque esterna opera,
d’onde un uomo
si può conciliare
l’ opinione di aver
merito, si riduce
ad alcuna delle
materie sopra esaminate.
Quindi verificandosi solamente
il fatto che
taluno ne sia
autore, e che
il Pubblico giudichi
con cognizione diretta
delle opere sia
intellettuali., sia morali,
sia fisiche, si
ha una tessera
della validità de’
suoi giudicii intorno
al merito. 1440. Quello
che rimane propriamente
ad indagare si
è, quali requisiti
debbano concorrere ad
accertare se il
Pubblico attribuisca merito
a taluuo con
fondamento, oppure temerariamente :
e se il
diverso pregio iu
cui tiene le
diverse specie di
merito, e la
stima che ne
professa, si abbia
a tenere come
il criterio della
vera quantità del
merito di un
uomo. 1441. Agevolmente si
scorge, che se
ognuno non può
essere vero giudice
del proprio merito,
il giudice essere
nou può che
un terzo: ma
se questi fosse
un semplice privato,
potrebbe più facilmente
soggiacere alle eccezioni
difettose della ignoranza
o della parzialità.
Dunque per togliere
di mezzo, per
quanto ò possibile,
tutti i vizii
del giudicio non
v ha miglior
espediente che quello
di ricorrere al
giudicio del Pubblico:
ivi almeno svaniscono
i piccoli particolari
interessi contrarii al
mento. 1442. Ma ciò
nou ostante molte
volte il giudicio
del Pubblico, preso
indistintamente, non può
assicurarci del merito.
Queste considerazioni possono
cadere tanto sulla
cognizione . quanto sugli
affetti del Pubblico.
Esponiamoli paratamente. Airi
u.o I. Dei
giudicii del Pubblico
sul merito per
rapporto alla cognizione
che ne può
avere. 1 443. Trattando
dei giudicii del
Pubblico sul merito
di cjualcl mo
particolare, non si
deve dimenticare che
talvolta un Pubblico
dica del suo
proprio merito, facendo
elogi all’ingegno e
all imo e
propria nazione. È
troppo noto P acciecamento dell
orgoglio nazioi Quindi
il voto delle
altre nazioni tutt’
al più potrebbe
divenire uu m
| ^ egualmente
competente a giudicare
del merito del
Pubblico di uu
paese, come questo
lo è per
rapporto ad uu
privalo. Uu celebre
sonilo francese a
decidere la troppo
strepitosa controversia intorno
la pie™1 uenza
della musica italiana
sulla francese diede
peso alle ragioni
m vore della
prima. 1444. Ragionando quindi
del merito dei
particolari, due cose
vien distinguere nei
giudicii del Pubblico:
vale a dire
le notizie ci/
risgttardanli le prove
ed i motivi
pei quali si
possa giu di
care aver tal
trito fin merito:
o la vera
codili /dono dd
valore e dei
gradi del merito
medesimo. g. 1445,
Rapporto al primo
punto, o le
prove sulle quali
il Pubblico prou
un eia stanno
sotto gli occhi
di lutto il
Pubblico, come quando
Si tratta di
una rappresentazione teatrale,
d1 nu libro
in libera circolazione^
d’uua cosa esposta
nei luoghi pubblici:
et siffatte prove
gli vengono tramandale
per altrui privata
tradizione. ■ Nel
primo caso rimane
ad indagare scegli
abbia lo cognizioni
e disposizioni convenienti;
c se la
maggior parie degl* individui clic
lo cdfiut pongono siano
proporzionati a recare
un gl udlrio, sul
valor del quale
si possa nutrire
fiducia, Nel secondo
caso e indispensabile riscontrare
lotte quelle condizioni,
mercé le quali
egli può venire
accertalo dell’esistenza di
un fatto particolare.
[Noi qui non
ripeteremo ciò die
si è già
esposto su questo
articolo (ved.il Capo
111, di questa
Sez, . Art. II).
Solo faremo ri
ile Iter e.
che il merito la
cui esistenza non
r dritti inamente
comprovata, deve ascriversi
al novero ili
quelle Laute vane
credenze di cui
tuttodì si moltiplicano
gli esc m pii. Non
perciò rag! ou evo I mento si
negherà che un
tal uomo, vantato
come meritevole senza
prova alcuna esistente
sotto gli occhi
del Pubblico, sia
fornito di merito.
Piuttosto si sospenderà
il giudici®, e
con mi si
dice s*evi lem
di n dottare una
falsa opinione. 1 h 40.
Passiamo ora ad
esaminare il giudicìo
del Pubblico stili*
uomo di inerito,
i olii titoli
siano per la
parte di fatto
indubitati. 1447, Per conoscere
il merito di
una persona bisogna
rilevare una connessione
fra ì di
lui talenti e
il carattere morale,
ed no modello
dì verità o
di bellezza, o
un elicilo stimabile
o perfetto. Tutto
questo importa, che
dii deve giudicare
conosca il pregio
della cosa, cd
eziandio conosca i
mezzi pei quali
taluno sia giunto
a produrre Fazione
qualunque che serve
di londarnento e
di titolo alla
stima del Pubblico.
Ciò riesce perfettamente
identico con quanto
abbiamo detto sui
giudici! del Pubblico
intorno alle verità
di riflessione ^
intorno al giusto,
al (mono ed
al belio. Laonde
se si usano
gli stessi canoni,
ì giudicai del Pubblico intorno
al merito avranno
sotto questo rapporto
la medesima autorità
che rivestono allorquando
si aggirano sulle
ricordate materie. Qui
prego a richiamare
eziandio quanto abbiamo
notalo su IF nonio supcriore
al suo secolo
c su 1F uomo
prontamente celebre (veci.
Parte 11 Sez.
1. Capo \
X 1448,
Per quello poi
die riguarda i
mezzi* mercé dei
quali Fuouin particolare
ha acquistalo opinione
di merito, non
v’ha dubbio che
quanto piò di
cognizione e di
arte la loro
esecuzion : importava^
tanto più il
me l'ilo medesimo
cresce, a motivo
appunto che il
suo carattere essenziale
importa intelligenza e
liberta. Su dì
questi messiti si
può pensare clic
un Pubblico ^ comunque
intenderne., noti possa
mai essere adequataruectc informalo
3 onde recare
una illuminata decisione.
Conciassi adì è
il pili delle
volte refletto esterno
non manifesta quanto
siasi contribuito ili
artificio, di fatica,
di cure, di
virtù e di
cautele. Se t
pochi e rari
conoscitori giungono ad
avere qualche lume
intorno a questo
proposito, lo ottengono
piuttosto paragonando quello
che a Ih
irò stessi costa
ima eoa dello
stesso genere, die
per una diretta comprensione
dei mezzi lEp6"
gali dall'uomo di
merito* Pcrlocliè il
già die io
del Pubblico uou
puA essere giammai
un perielio e
adequato criterio del
merito iulkra di
un nomo. \*
n Dei gntdkìi
dei Pithblieu sul
me ri lo,
considerato uvi rapporto
dritti rii luì
stima* 5 I
à VA. Pino
a qui dir
si può dm
io abbia ragionato
sopra uea ficai
possibilità e sopra
uu’ ipotesi* attesoché per
comodo dell analisi
b° !iLP rato
nei giudi di
del Pubblico la
cognizione dagli affetti*
Il fatto sta
i"1che uo merito
non isti maio
comunemente unn viene
riguardato comi; merito,
ma unicamente come
talento di produrre
cose di uhm 1450,
Io generale, quantunque
sia vero che
la solida e
vera a-i ^
debba essere lo
scopo delle opere
e dei pensieri
dell uomo i,
veti. \ ^
Sez, 11* Gap.
Xll,) . tuttavia in
latto pratico rosta
a determinale se
>i qualunque circostanza
il Pubblico possa
essere Leon conoscitore
n que sia
comune utilità, c
se efleLtivamente la
conosca e la
risconto produzioni *, quindi
determini la sua
stima a norma
del vero f.
j o se
pure molte volte
lo sconoscale quindi
non gli renda
la gius11* che
Mi è dovuta.
Si noti bene:
altro è din1
clic il Pubblico
tiJ‘ altro è
dire che, esondo
;■ due la
sua stima se
non se al
merito olili? a
lui: qualunque merito
realmente utile . In
stimi sempre. Questo
so a a
proposizioni totalmente distinte. 1451. La
prima è vera,
eri è indora
monte conforme ai
rripp0^1 dell’ amor proprio
r, della ragione.
Uoll’amor proprio; conciossia
> ben noto
che ciò che
porta seco Pi-dea
eli un nostro
vantaggio deve eoo
odiarsi per Jcuge
ili fatto il
nostro amore! e
vi sì deve
accoppi31 u .. ^
. :T\. u,. • . i,
. . . Ula difficob della
nvll’ csecu/dotiC; nude
d suo autore
riveste una specie
di stipiì senti
mento piu nobile
di pregio quando
ci avvediamo loriiif
ti di sopra
della comune. E
poi conforme alla
ragione 5 a motivo
che la natura ci
addita l’importanza e
la nobiltà della
sociale virtù. 1452. Solo
convien rammentare, che
siccome vi sono
anche delle virtù
di pregiudicio, così
può anche esistere
un merito ed
una stima di
pregiudicio. L’opinione dell’utile
presente o futuro,
politico o religioso,
detta i sentimenti
del Pubblico. Senza
ricordare la stima
agli àuguri, agli
indovini, agli astrologi,
di cui tutte
le popolazioni furono
prodighe, non vediamo
noi ad arditi
impostori tributarsi una
sentita stima presso
molti popoli anche
oggidì? Dunque la
stima del Pubblico
non è sempre
adequata al vero
merito, e per
conseguenza non può
essere norma sicura
ed universale a
contraddistinguerlo. Ma evvi
ancor di più.
Supponendo anche un
oggetto veramente stimabile
sotto gli occhi
del Pubblico, egli
non si sentirà
spinto ad apprezzarlo
fino a che
almeno non gli
venga evidentemente mostrato
nei rapporti pratici
di una immediata
e materiale utilità.
Prima di vedere
una siffatta connessione
egli sarà avaro
della sua stima;
e quindi il
merito rimarrà negletto,
e soventi volte
disprezzato. Pure hanuovi
certi rami delle
arti e delle
scienze, i quali
sono, per dir
così, le radici
dell’albero che fruttifica
a prò del
Pubblico. Senza queste
radici egli non
coglierebbe certamente il
fruito. Ma il
Pubblico non è
grato se non a coloro
che glielo spiccano
e glielo apportano,
e non apprezza
il merito prodigato
intorno alle radici.
Tali sono le
scienze solidamente teoretiche,
senza delle quali
non sarebbe possibile
giungere ad alcuna
utile scoperta. Ma
se queste si
trovano un solo
grado fuori della
più immediata e
presente utilità, il
Pubblico non ne
fa pregio, e
le riguarda come
cose di vana
curiosità. Un primo
sguardo del senso
comune non estende
taut’oltre le sue
vedute. 1453. Ma qui
non finisce peranche
la cosa. Date
due azioni notoriamente
importanti e vantaggiose,
il Pubblico non
accorda sempre una
stima proporzionata al
grado della loro
utilità pubblica, ma
sì bene a
tenore del più
o meno forte
accidentale sentimento eli’
egli ha di
tutte queste cose.
Se le vicende
degli umani eventi
fossero sistemate su
di una scala
di proporzioni morali;
se la nostra
attenzione, la nostra
fantasia, e la
forza dei nostri
desiderii, delle nostre
speranze, dei nostri
timori, delle nostre
urgenze fossero proporzionate
al merito delle
cose, io di
buona voglia accorderei
che il sentimento
del Pubblico potesse
pur anco servire
di norma a
fissare i diversi
gradi del merito.
Ma siccome anche
avendo sottocchio le
circostanze tutte del
merito avviene sempre
che non vi
presti il dovuto
esame; e più
occupato a godere
del beneficio, che
ad esserne riconoscente
verso Fa utore, non
calcoli il vero
grado Um di eccellenza
: così il
Pubblico deve bene
spesso mostrarsi i
u giu sto
per recesso e per diletto.
A eoulerinare questa
verità fìngiamo uno
di quegli uSempii*
dei quali sovente
vediamo il modello
nella storia di
Lutti i popoli,
145
4. lo gè
aerale vince ima
battaglia contro un
esercito incanìminato verso
una capitale, 1
□ politico eoa
avveduto Irutlalive allentata
una guerra clic
sarebbe stata ancor
[dù fatale, perchè
con un nemico
mollo piu poderoso
ed agguerrito, il
Pubblico non ignora
tal fatto, f tuU.i
I estensione del
pericolo ila cuj
il negoziatore Io
sottrasse. lappine il
Pubblico attornia il
generale vittorioso) Io
accompagna iu trionfa,
gli L N^e
statue, v riguarda
il negoziatore come
un grande riguarda
tiu m bLjoii
servo. Pure il
bene ebe il
politico reco fu
realmente maggiore I
quello dm recò
il generale. Egli
senza sanane, senza
spese, senza terrari
jli - ij I anò un
nemico assai più
pericoloso. L’altro all’ opposto
non potè contro
nu rneu furie
u* urico otLeuere
lo slesso bue
se non col
sarriljciu di molte
vite, col lutto
di molte famiglie,
e colla perdita
di molli lesali.
N-' dir si
può che derivi
ria ciò, die
i talenti dell1
uno siano 1
uferiori a quelli
dell'altro. E noto
die le viste
di un avveduto
politico sua o pili
complicate di quelle
ili uu generale.
^ 145*i, Ala
por togliere anche
quest' a p parente diversità si
sappDtigano due generali .
I’ nno dei
quali vinca il
nemico al remoti
.confi aidr:J| impero,
e l'altro lo
scoti figga alle
porte della capitale,
fo sono cuiidfe
dto al primo
non si tributerà
giammai la stessa
ammirazione clic vien
dimostrata all altro.
Il timore medesimo
fa piu 1
orlc me ale
avvertire al pericolo*
c lo ingrandisce,
e rende vieppiù
interessante il becchetti
ricevuto: bandii: l'utilità
sia pari . c
la difficoltà vinta
sia miuore. Perlock
Rvvi un ardore
o un languore
d1 interesse, il quale
infiamma o rallreddàt
I immani nazione, perpetua
nutrice dei nostri
alleili* Conchi udì
am£Jj clic 1
opinione del Pubblica
non può indicare
la vera misura
del mèrito nemmeno
quando ò uuLorio,
c tnlti gli
aspetti di luì
iu sono JunHtima*
mento presenti, e
I oggetto di
lui c giusto
e granfie, 'S
I4uf>. S\ potrebbe
a udì e q ni
a t tendere
l 'opera del tempo
> ^,J (F‘1^
lasciando calmare V
effervescenza di uu
preso ala neo
interesse m progresso
prescolare una più
matta misura del
merito evidente e
fidibliou. Ma se
il tempo modera
gli eccessi della
immaginazione* malte radi1
adda dui lutto
quei scotimenti i
quali abbisogna v ano d’f^1'0
T^P" più animati,
lo però sono
ddvviso. elle non
intorno alla misura
del tifa rito,
ma sì bene
in torno alla
solidità dell 'oggetto di
lui SI tempo
sia itia tuetra
di paragone, per
cui E uomo
di merita acquista
dai posterà qftfclftf
;,Jie gli venne
negalo da’ suoi contemporanei. Il
manoscritto che noi
possediamo ha fine
con questo Capitolo,
in calce al
quale si trova
la seguente intestazione
aggiunta di pugno
dell Autore. Cap.
Vili. Raccozzamento e
prospetto del complesso
dell’ Opera. Recensione
delle circostanze generali
e speciali, in
cui il giuclicio
del Pubblico pub
essere tenuto come
criterio di verità. Conclusione.
Questo titolo sembrerebbe
annunziare compiuta la
discussione dell’argomento. Se
non che si
trovò fra gli
scritti inediti un
brano, scritto tre
o quattro anni
dopo, in aggiunta
alla dottrina del
bello. È un
sollecito abbozzo, o
piuttosto una prima
nota di pensierima
fa credere che
l’Autore meditasse una
generale ampliazione del
suo lavoro. Più
volte eccitato a
pubblicare quest Opeia
die da tanti
anni giaceva inedita,
palesò il proposito
di rifonderla e
modellarla su quei
vasti disegni che
nella lunga meditazione,
nell’ esperienza del secolo
e nella pratica
delle cose era
venuto architettando. Questo
frammento per verità
non era destinato
a venire al
cospetto del Pubblico
nella sua presente
forma; ma sembra
ad ogni modo
che i pensieri
che vi si
adombrano sembrassero alT Autore
non indegni d’essere
conservati. Il perchè
non ci parve
convenevole di abbandonarli
aU’obblio. Ltiggv della
con tinnita. Si
riferisce ai paragrafi
4-fìi, e 13.05
ai t-4-np \
4,7. Nell Opera
inviolata AVeerc/te tWAitó
ek£ et uditi i
l - i.fH, .itictl*.
vmnnw IIM gvtuuufl
del Pubblico a
dis cerne te
il vero dal
falso Lo indagato
F origine Jd
sentimento del bello
per rischiarare i
fenomeni se eli
menadi del gusto,
Onesta teoria è
fondata nella economia
delie umane facoltà,
c nella unità
sistematica dei principi!
motori del mondo
morale. La misura
necessari ri del!
umana comprensione e del giuoco
delta memoria nel
riprodurne :e conservarne
le idee entrano
come elementi rii
spiegazione. Le due
grpudi leggi deir
associ abilità delle
idee, e particolarmente Y
analogia* spiegai-io j l'
oo me
ni degli accompagnamenti: quella
della misura comprfensiva
spiega gLiutervallL i
riposi, la distribuzione
equabile delle parli;
éd unendosi entrambe,
spiegano quello deli* unità
e della semplicità.
Queste due, congiunte
poi col senso
fondamentale ed e
speri ritentale de!
piacere. o5 dirò
meglio, del desiderio
del piacere., spiegano
il bisogno della
varietà nelle idee
piacevoli; per cui
si La nel
minoro spazio la
maggior somma compatibile
colla semplicità, coll1
unità, e con
quella moderala estensione
che si proporzioni
alla forza rappresentativa della
memoria e alia
capacita comprensiva dell* anima.
A cui se
si aggiungi I
altere s* sante 9
si produce il
massimo di diletto.
Si può dire
allora: opiM tulli
punctum. Questa teoria
riduce così i
fenomeni alle leggi
primitive dello spirito
umano; ma par
tuttavia Ita bisog
no di un'aggiunta.
Questa nguarda la
gradazione, la successione
c l’ordine delle
varie idee piacevoli
Ò® entrano nelL
oggetto, e più
precisamente la legge
della continuità estetica.
S Là. ^8, Per
rischiarare lo stato
della ricerca distinguo:
1 ■ L
estensióne totale del
l'oggetto che dì
cesi bello* 2d
La divisione delle
sue [farti corrispettivameuto alla
facoltà comprensiva umana.
d*° La varietà
ira gli elementi.
4." La lacile
loro cospirazione AY
uniti f . che ne
j ! capitola c
couHundc il e ance Lio:
ciò chi* appellasi
ordine. In lodevole
seni pii e itti,
cioè l’ economia nella
varietà per corrispondere
alla facile comprensione;
cosiceli è gli
elementi non siano
lauto stivati ila
rendere difficile II
pronto sentimeulo, uè
tanto scarsi da
renderlo languido. (1°
La distribuzione, per
cui queste variet
à vengano race
Muse dentro certi
spazii e con
certo ordine, oltre
i quali sta
la confusi onc^ come
al di sotto
sta Sa insipidezza;
e abbiano luogo
i riposi, die
possono essere una
nuova fonte di
piaceri relativi* T.°
Gli accompagnamenti per
cui la energia
deirìmpressìone venga a
fu Tata con
una specie di
ripercussione ogni t piai volta
la serie cominci
iuì eccedere la
forza comprensiva dello
spirito. 1459. Dopo Lutto
questo rimane a
schiarire come le
varie singolari idee
debbansi succedere per
produrre il primo
necessario elicilo dellarmoidn.
Resta dunque a
parlare della gradazione,
successiva^ ossia della
continuità accoppiata alla
varietà medesima. La
varietà si riduce
alla differenza scambievole
della loro intrinseca
qualità o quantità
rappresaltatila. Si
Lrova p. c.
ndl^sperieoaia, die certi
colori collocati successivamente fanno
piacere all’occW mentre
altri cosi successivamente accompagnati
non fanno che
dispiacere. Si trova
die una forma
protratta giusta una
certa linea fa
piacere, e quindi
nasce la curva
della hdlez&a; ma
protratta in una
maniera diversa ? non
fa piacere. Del
pari una data
voce elio succede
□ si accompagna
ad un' altra produce
r armonia musicale,
mentre un3 altra
ih dissonanza. Qui
non Vale propria
mente la teoria
della varietà^ perchè
élla può coesistere
a questi difetti:
non vale la
teoria della sempUciih*
perdi è gli
dementi possono essere
nel giusto numero
ed essere tuttavia
disarmonici: non vale
parimente la teoria
thAl'onìine. àcU’ untiti e
della distribuzione, 1400. Ciò
premesso, si ricerca
quale sia la
teoria fondamentale del
piacere annesso a
questa intrìnseca graduale
armonìa* Essa deve
cospirare colia teoria
del hdlo^ ed
esserne un necessario
accompagna mento. ]I
giuoco del sensorio
e della memoria,
per quello thè
riguarda l intensione
sola delle Idee,
non può essere
soddisfacente. A questo
aggiungiamo 5 che
iva due idee
comunque diverse non
si vede ragione
per cui luna
debba avere piuttosto
affinità con certe,
che con certe
altre. Parlando metafisicamente. la
diversità è una
qualità outo logica,
fondamelilalo* semplice, indivisibile-, die
non può essere
cangiata senza upugiiauza,
ossia senza violare
i fondamenti di
ragione. In una
parola* due idee
diverse lo sono
per infinito od
eguale concetto di
distanza, 14(M. Con tutti
questi riflessi presentì
rn propongo mi
pensiero clic uou voglio
adottare come vero,
nò rigettare come
falso, lino a
die non si
esperimenti alla dimostrazione. Eccolo.
Se nel succedersi
di due idee
varie si eccitasse
il sentimento di
una terza per
un mero tacito
accompagnamento, che cosa
si produrrebbe? Vi
avrebbe: 1.°il piacere
assoluto di queste
due idee; 2.
il piacere relativo
per la successioue
ed il paragone
loro : 3.°
il piacere relativo
pel doppio rapporto
colla terza tacita,
e inoltre uua
ripercussioue di energia
che rifluirebbe sulle
due iblee espresse.
E questo lutto
iu uu solo
punto. Se all’ opposto
queste due idee
si succedessero senza
eccitare secretameutc quella
terza, uou •.mei
che il piacere
prodotto da esse
due immediatamente, e
più oltre ancora
io sentirei uua
disarmonia. I Se questa
terza idea, che
già per se
viene suscitata dalla
puma, e che
pei l altro
estremo di connessione
può giovare alla
seconda, venisse espressa,
certamente si diminuirebbe
assaissimo il piacere
^ poieh' si
allontanerebbe l’ impressione simultanea
fra le due
idee estreme pei
espiimerne una intermedia,
la fruale viene
già suggerita da
sò. ) i
o. AH opposto
se invece si
scegliessero fra le
idee espresse due
clic non siano
valevoli ad eccitare
una tacita idea
intermedia qualunque, quale
consegueuza ue verrebbe?
Il seusorio, in
cui le impressioni
successive non si
possono fare che
in tempo determinato,
si potrebbe forse
trovare affetto iu
guisa da uou
seguire agevolmente le
leggi a lui
propiie, e quell
affluita graduale di
moli che è
propria alla di
lui natura, e
che auzi questa
venisse controvertila; o
almeno la espansione
di lui uou
venisse avvivata o
secondala, ma lasciata
cadere ed estinguere. 146 4. Volgiamo
ora alla verità
dei fatti. Uua
legge naturale della
memoria si è
di risvegliare, per
un solo uodo
di analogia e
di affluita, idee
che 1 uomo
contemporaneamente non ebbe.
Una idea simile
è la medesima
idea ripetuta, e però vi
corrisponde la medesima
impressione dal sensorio.
Risveglialo questo movimento,
si risvegliano anche
gli altri associati
dalle circostanze, e però anche
le idee corrispondenti. 1465. Due
idee analoghe non
sono due idee
identiche, ma talvolta
non hanno clic
un’affìuilà di rassomiglianza assai
rimola. Ciò stante,
tutto quello che
uou è rassomiglianza è
vera differenza. Se
l’uomo non fosse
disposto a percepire
che le perfette
somiglianze, ossia lo
vere identità, e
non fosse per
necessaria legge indotto
a percepire anche
le a finita
meno viciuc, accadrebbe
mai questo fenomeno
di latto? h
uomo è costituito
in guisa da
percepire una serie
di idee giusta
una certa ostensione
di affinila, senza
che a ciò
sia necessaria una
impressione esteriore. Ma queste
affinila lianno un
confine. La minima
differenza graduale, unita
alla più vicina
rassomiglianza, va via
via estendendosi in
ragione inversa; cioè
a dire, a
proporzione che si
aumenta la Carenza
si diminuisce la
rassomiglianza, e viceversa.
Questo costituisce la
continuità. Si può
graduare la voce
così, che il
passaggio dal tono
più acuto al
più grave si
faccia d’una maniera
impercettibile. In una
lunga lettura fatta
ad alla voce
si offre questo
fenomeno. Nei colori
le gradazioni e
le sfumature si
possono fare in
guisa, che l’occhio
non possa determinare
il punto preciso
del cambiamento. Se si sopprimono
queste impercettibili gradazioni,
si hanno le
sensibili differenze, e
senza ti queste
le rassomiglianze hanno
una ben estesa
espansione. 1467. Quali considerazioni somministra
questo fenomeno. La differenza
è un modo
di sentire, ma
non è percettibile
che a certi
determinati intervalli, fuori
dei quali per
l’essere senziente non
c’è vera mente differenza.
. 1468. Ma s’è
certo che si
può passare a
questi intervalli per
gradazioni impercettibili, è
pur vero che
i nostri organi
sono fatti per
sentire queste impercettibili gradazioni. 1469. Se
la gradazione non si può
fare che di
una sola maniera,
nè può stare
in arbitrio dell’uomo
il produrla eccitando
d sensorio in
altre maniere, è
pur anche certo
che le leggi
della di lei
impressione sono necessarie. 1470. Se
le gradazioni vicinissime
non somministrano il
senso chiaro della
varietà, ma bensì
sovrabbondano in quello
della uniformila, e
chiaro che non
possono essere nei
massimi rapporti del bello, che
esige la varietà. 1471. Se
finalmente le analogie
servono di eccitamenti
a risvegliale idee
corrispondenti, è chiaro
che fra due
idee d’una determinala
varietà se ne
debbono eccitare altre
inavvertite intermedie d’una
minore varietà, che
possono dare come
una sfumatura di
piacere, e clic
pure debbono ad
un tempo stesso
avvicinare l’impressione delle
idee anteriori e
posteriori espresse, che
non sono rimote
da essa idea
sottaciuta ed inavvertita,
e produrre così
il piacere già
disegnato nei prenotati
ante tm Yi“ chiamate
t set hctltiicnle^ ossia coi
segui di convenzione, 10. Questa
osservazione è forse
nuova, tua è
importa u Le e decisiva
yw la sorte
iutiera della scienza.
Essa abbisogna non
solamente, come Lai
riire nostre produzioni
intellettuali, d’essere rappresentala
in uua sola
maniera, ma di
essere espressa in
due maniere diverse.
Considerando in generale
i progressi dell’umana
ragione, si scopre
che col distingue/ e
si crea la
ricchezza, e col
rappresentare si dona
la possanza razionale.
La ricchezza sarebbe
perduta, se la
rappresentazione non la
coprisse colle sue
divise. Così mirabile
e possente si
è il magistero
rappresentativo, che pare
costituire il dominio
eminente del mondo
umano. Vedetene la
piova nella moneta,
nella scrittura, nei
pesi, nelle misure,
nella bussola nautica,
nei barometri, termometri,
igrometri, nei pesa-liquori,
e in mille
altri stromenti e
segnali che ci
assicurano delle qualità
o quantità delle
cose, dei fatti,
e perfino delle
nostre stesse volontà,
ec. ec. I
progressi del magistero
rappresentativo, come assicurano,
così testihcauo visibilmente
le crescenti nostre
cognizioni. Ma esso
variar deve a
norma del bisogno.
Quando esso viene
applicato alle cose
fìsiche, egli ha
l’oggetto suo corrispondente rappresentatoci dai
sensi, e quindi
dalla memoria; quando
esso esprime qualche
nostro sentimento, qualche
nostro bisogno, qualche
nostra passione, esso
ha pure nel
mondo interiore il
suo ometto intelligibile, fabbricato
dirò così dalla
natura: ma quando
versa sulle idee
matematiche, esso non
può ricorrere alla
rappresentazione verbale, se
prima non compie
la razionale. 11. Voi
mi direte che
in Matematica vi
sono le figure,
le cifre numeriche,
e gli altri
segni. Ma di
buona fede credete
voi ch’esse siano
e tali e
tante da supplire
al bisogno dello
spirito degli apprendenti,
e che la
maniera colla quale
vengono usate supplisca
a siffatto bisogno?
Questa ricerca mi
porterebbe a trattare
un argomento speciale,
sul quale dovio
appunto dir qualche
cosa. Basti tutto
questo per far
presentire il bisogno
di riformare il
primitivo insegnamento delle
Matematiche . Io qui
prescindo da quei
molivi che riguardano
l’intima natura dei
metodi complessivi della
scienza. Posto tutto
questo, e volendo
tracciare un buon
metodo d’istruzione, parmi
che convenga considerare
tre cose ad
uu tratto; cioè:
1.° che cosa
esiga da noi la cognizione
più breve, più
lacile e più
proficua del vero,
avuto riguardo all’
indole propria della
materici da insegnarsi;
2.° che cosa
esiga, avuto riguardo
allo scopo morale
c sociale a
cui destiniamo l’insegnamento; 3.
che cosa esiga
finalmente, avuto riguardo
allo stato particolare
ed al bisogno
degli apprendenti. S 12
1 risultati di
queste tre considerazioni, contemperate
le uue colle
altre, formano le
condizioni di qualunque
buon metodo d’insegnameulo. HI
Iti c Toro
2 io 111
non i naie
ZIOilG 2 PRODUZIONE
onsegueuza di queste
condizioni si stabiliscono
le regole. Ampio
Lisi ri chiederebbe^
se si volesse
di proposito trattare
so queste is^
tanto in generale
rpiauLo io particolare
per le Matematiche
« Ma intendendo
che di motivare
una proposta ;
credo clic basti
aeccualcuni principi i che
piu da vv Scino riguardano
la primitiva istruivate
malica. M 13 Disconso
i. Sull' imlole e
generazione naturate dei
primitivi conce ili
matematici* !:c Necessità
dì conoscere l'indole
c la generazione
degli enti matematici.
Esaminando i termini
della prima ispezione,
essa ci porta
alla riucrca =
quale idea formar
ci dobbiamo della
Datura e dèlia
generazione degli enti
matematici, ossìa meglio
dei concetti primitivi
che intervenivo come
elementi nella scienza
della quantità* =±=
Questa ricerca dopo
Loti secoli dovrebbe
essere stata esaurito,
e quindi la
risposta dovrei» b esftere
\a pponto* Ma
considerando attentamente le
cose che sì
dettano c s’ insegnano,
siamo noi certi
di poter rispondere
con verità? L'esame
di alcune sentenze
fondamentali dei matematici
cì convincerà che
noi abbisogniamo ancora,
di un'analisi psicologica
dì questi primitivi
concetti. Ma essi
corno costituiscono V
abbici della scienza,
somministrano pure i
primi lumi logici
del metodo :
la cognizione adunque
almeno abbozzata dalla
loro indole e
generazione vera naturale
è indispensabile per
istalline le condizioni
di questo metodo* 14.
Generazione naturale del
punto c della
lìnea. 1 primi concetti matematici
sono quelli che
versano sull’ estùrmone.
Una grandezza senza
forma in Geometria
è mi assurdo
filosofico. Le nitrazioni
colle quali si
è preteso di
generare gli enti
geometrici debbono essere
uniformi alla natura
logica delle cose,
ed alla maniera
con cui opera
Ì1 nostro intelletto.
Con un'astrazione non
è permesso di
cangiare l'essenza del
concetto originario 5 ma unicamente
si deve far
avvertire all’idea ultima
che si è
voluta dislaccare dalle
altre. Dunque Fidea
astratta deve portare
F Impronta autentica
della sua origine;
altrimenti essa e
dirò così apocrifa,
e quindi falsa
in fatto. Seguendo
questo princìpio, jo
uou dirò mai,
per esempio, che
la lìnea sia
prodotta dal flusso
del punto indivisibile
; ma dirò
invece eh* essa
è V estremità
d'una superficie. Diluiti
il concetto della
linea si genera
in noi concentrando
l’attenzione STi questa
^tremila, l, idea
nata da questa
concentrazione separata Haliti
a [ire si
chiama astratta $
segnata con un
nome, appellasi linea.
Voi presentando 5
per esempio, una
carta bianca tagliala
sotto una forma
qual, tjuque, fissando
1 attenzione sul
suo contorno, formate
ridea delEn litica
o rena o
curva, a norma
della forma che
avete soli* occhio* Dividendo
jicu questo contorno
in minime parti,
e ferma udo Fatte
azione sopranna di
esse, estraete l’idea
del punto; come
pure la formate
i marmandovi no roto
odo appena discernibile,
o tutto nero.
L idea del
flusso di im
punto è tutta
artificiale . per
far in le
udore come si
formerebbe la lìnea
se si potesse
seda generare iu
natura. Essa °
1 operazione inversa
del l'astrazione già
fatta. Ma altro
è il meccanismo
mannaie, ossia la
formazione arti Belale
dima cosa* ed
altro è la
generazione logica o
psicologica della medesima.
Voi* per esempio,
descrìvete l elisse
col giro di
un h lo raccomandato
a due punte;
voi costruite la
parabola con un
filo attaccato, e
col movimento di
una squadra: direte
voi perciò che
questa sia la
generazione naturale di
queste curve? ÌSo
certamente; perche un
altro ve le
presenterà con un
tagliò del cono.
0 qualche altro
forse eoo altro
strumento. Le nostre
costruzioni artificiali conscguenti
allo studio non
formeranno mai l’origine
net tur die
di un idea presentataci dalla
natura * Ma
nuche dato che
voi vogliate per
comodo vostro spiegare
come si possa
simboleggiare e descrivere
una linea ed
un punto, lungi
che voi possiate
applicar loro F
attributo d inestesi ^
vi ponete anzi
uelF impossibilità di
far nascere questo
con celta. La
inauo e 1
occhio non creano
uè crear possono
cose incstese 0
invisibili. Ihii ancora:
dalle cose vedute
o toccate è
assolutamente impossibile ricavare
1 idea dell
invisibile e àclY inesteso f Ma
voi generar volete
lesf.ee alone per
mezzo delFiucsteso, nell7 atto
stesso che Iu
una maniera serisibilo,
mediante il movimento
della linea, fate
nascere la supci'fteie
e il solido.
Così ponete e
negate ad un
tratto l’estensione* Ma,
per flauto vogliate
illudere voi stessi
ed altri, voi
non potete mai
e poi mai
riuscire ad accozzare
insieme questi concetti.
Da ciò ne
viene, che a
dispetto dei matematici
il concetto del
punto 0 della
linea non si
possono spog^arfl giammai
deli idea di
una minima discernibile
estensione. S i5CIie
d Punt0 matematico
non è il
princìpio de Ha figura,
ma è la stessa figura,
// punto, di
cesi, è il
principio di tutto .
Ed io rispondo,
volete: essa sarà
sempre 0 un
circolo, o un
quadralo* 0 un
triangolo ec. cc.
Convertirla in un
punto non è
solamente un distruggere
il concetto di
lei 5 ma
egli è un
pretendere clic il
punto possa essere
ad un tempo
stesso circolo, quadralo,
triangolo; ossia che
il suo concetto
possa simultaneamente essere
identico e diverso.
Qui non v’è
mezzo: o conviene
che il concetto
del punto sia
nello stesso tempo
il concetto di
tutte queste cose
insieme (locchò è
logicamente impossibile), o
conviene che non
sia veruna di
esse; perchè il
concetto del punto
e essenzialmente diverso
da quello di
ogni determinata figura.
Ridotta dunque la
figura al minimo
termine possibile imaginario,
essa rimarrà sempre
com è. peichè
la sua forma
costituisce la sua
essenza. Devesi dunque
ammettere in Geometria
una specie d’impenetrabilità logica,
come in Fisica
si ammette P impenetrabilità materiale.
Anzi, a dir
vero, l’impenetrabilità logica
è ancor più
manifesta della materiale.
Ciò non è
lutto. Supponendo il
punto inesteso, essenzialmente si
esclude la possibilità
di formar V
esteso ^ perchè
il concetto della
negazione esclude quello
àe\Y affermazione. Il concetto
negativo dell estensione
ripugna al concetto
positivo della medesima,
come il nulla
ripugna all’essere, e
il bujo all’illuminato. Ma
supponiamo il punto
anche esteso: egli
tuttavia non potrà
logicamente essere il
principio formale della
figura, perchè la
forma individua d’una
figura non può
ripetere il principio
che dalla stessa
sua essenza. Per
quella ragione che
il primo esteso
ripete da sè
stesso la propria
forma, ogni altro
esteso la ripeterebbe
sempre da sè
medesimo. La forma
univoca d’una figura
o semplice o
complessa è logicamente
unica, indivisibile e
propria, talché non
può risultare che
da un concetto
univoco e indipendente
da ogni altro.
0 conviene abolire
il concetto dell
'essenza logica delle
cose, o conviene
concedere che il
principio della figura
sia la stessa
figura. 1 6. Delle essenze
logiche e del
possibile ideale. La
mente umana ragionar
non può che
sulle essenze logiche,
e trarre la
certezza e la
evidenza se non
che dalla loro
considerazione. L’essenza logica
altro non è
che quel tale
concetto, senza del
quale non possiamo
affermare che una
cosa sia o
possa essere. Pensando
quindi che una
cosa esista o
possa esistere, noi
giudichiamo essere impossibile
la sua esistenza
senza presentare questo
suo concetto. Il
verbo essere inchiude
queste idee. Quando
parliamo di oggetti
distinti, parliamo di
oggetti particolari ;
e quando parliamo
di particolari diversi,
noi concepiamo in
uno ciò che
noi concepiamo negli
altri. Le essenze
dunque particolari sono
necessariamente qualificate, ossia
hanno ognuna un
determinato caratterc. Ma
ila] l’altra parie tolti
questi caratteri. 3]
concetto della cosa
svanisce. Dunque 1
Videa di questo
carattere o di
queste qualità b
insepèraLile dal concetto
dell essenza* Ecco
Eattrìbuto ed ecco
pure l5 immutabilità perpetua
di un’essenza, sia
reale, sia possibile.
ba differenza fra
il possibile e
Vesislente consìste; quanto
a noi* nella
d inerenza fra
lì reale c il puramente
imaginatìo. Ma questo
con celta nou
altera quello degli
attributi essenziali degli
oggetti. Dunque la
differenza fra l
esistente e il possibile^ lungi
dal cangiare il
concetto esseri* zia
le delle cose,
anzi fa sì
die Elido serva,
dirò così; di
specchio all'altrò. ^
1 7* Dell
esteso finito e
figuralo. Limiti. Grandezza
c piccolezza. CoHaggranjfirfi o
impiccolire non si
altera it carattere
formale delta figura.
Queste nozioni sono
certissime, primitive, c
comuni a tulli
gli oggetti dei
nostri pensieri. La
Matematica dunque non
può die ubbidire
alle medesime. Impugnarlo
o tramutarle egli
è pretenderò che
Diamo aLqim il
buon scuso, o
cangi le leggi
del proprio intelletto.
Ciò premesso5 proseguiamo.
Ogni figura può
essere considerata o
rispetto a sé.
stessi o rispetto
ad altre. Considerala
in sè stessa,
come far si
può dTun astro
solo in grembo
al bujo assolti
Lo, essa d
presenta E Idea
di un esteso
finito avente una
data forma. Questi
sono attributi essenziali
di lei, .Domandare
il perchè siano
tali e non
altri, è lo
stesso che domandare
il perchè il
bianco sia bianco,
e il rosso
sia rosso. Il
vero e il
fatto qui sono
tu Li’ uno.
Non sono i
limiti che facciano
esistere Io spazio:
ma t Io
spazio finito che
somministra E idea
dei lìmiti La
diversa maniera colla
quale può esistere
ossia figurarsi questo
spazio, costituisce la
forma o le
vane forme che
appella usi figure.
L’idea della forma
è semplice-, individua,
immutabile, come quella
di uu odoro,
di un sapore,
del caldo e del iietldo.
Essa è attributo
specifico, ossia costituisce
Eessenza particolare Con
ciò essa si
qualìfica, e si
distingue la figura.
Cercare concelli equivalenti
è uu assurdo,
perchè sarebbe lo
stesso che cercare
di tramutare il
L in nQ>
Considerando una figura
isolata reale, noi
c7 imaginiamo che
po^sa essere più
grande o più
piccola* Ma questo
concetto è logicamente
relativo^ perchè colE
imaginazione si finge
la stessa forma
o più graude
o più piccola.
Se dunque nel
grande o nel
piccolo distingue si
il concetto positivo
dal comparativo, ciò
non nasco che
dalla diversa maniera
di paragonare, Nel
positivo prescindiamo da
qualunque paragone special^
come quando diciamo
uu uomo grande
o piccolo. Nel
comparativo n riferiamo
ad una data
finita grandezza. La
denominazione adunque ito
. * I
j 7 lala
di grande o
piccolo inchinile mi
paragone generico $ la locuzione
di più grande
o pili piccolo
involge un paragone
specìfico. Qui sorgono
ìe idee del
maggiore o del
minore rispettivo* Questo
s lesso può essere
deie rm i n a
to o in
de i erm
it i a i o
. 11
concetto adunque che
domina in tutte
queste consrd orazioni
è sempre relativo^
e puramente relativo.
Ma il relativo
non può alterare
i a imita
i ca ra 1
1 e
ri sp cci/ic
i d e
gli o gge
iti; ;m zi
il r eia
tivù è lutto
fondato su questi
caratteri., e risulta
appunto essenzialmente dal
paragone di questi
caratteri* Dunque, parlando
delle figure e
di ogni altro
oggetto possibile, vale
il detto* che
il pili e
il meno noti
muta la specie.
Ma se non
muta la specie,
dunque uou mula
né le relazioni,
uè le affezioni,
nò le funzioni
annesse ed essenziali
alla sua specie.
Fu detto di
sopra, che il
principio della figura
è la stessa
hgurs. Dunque il
grande e il
piccolo non potrà
mutarne la specie,
o snaturatile le
funzioni. J magma
Levi pure un
circolo, un'elisse, un
quadralo, oppure qualche
minima parte imita
o figurala di
ogni figura possibile.
Le loro relazioni
saranno le stesse,
perchè la loro
indole è immutabile.
Voi potrete ampliarle
ed audio divìderle
mentalmente, come per
ravvisar meglio una
cosa lontana vi
avvicinate, o per
vedere una cosa
minuta a doparate
una lente o
un microscopio. Ma
ciò non altera
punto il carattere
specifico della figura
o della quantità:
ciò è anzi
impossibile, come ognun
gente* Dunque logicamente
assurda sarebbe tuia
dimos trazione, la quale
si fondasse sul
supposto che il
grande a il piccolo possa
tramutare le funzioni
logiche degli oggetti
geometrici, 18, Fallacia del
concetto della divisibilità
infinita dell'esteso fluito.
Di mesi raziona
logica di rei
La. Ogni
parte di spazio
finitoossia ogni estensione
finita, esclude essenzialmente il
concetta di infini
tOi E pure
sogliono i matematici
parlare à' infiniti', e d’
infiniti maggiori gli
uni degli altri.
Essi suppongono la
divisibilità infinita delLesteso
finito* In questi
discorsi qual è
il concetto che
illude? Il concetto
che illude si
è quello die
nasce dalP accoppiare la
nuda e fantastica
possibilità
delbaggrandìmeuto o impiccolì
mento deifestoso colto
stato positivo c coi rapporti
determinali della misurazione
o della divisione*
Da ciò nasce
il giudizio, clic
l’idea delf aumento o
decremento metafisica mente
possibile delf estensione
si posso accoppiare
coll'operazione della misurazione
o delta divisione.
Ma questo giudizio,
se bene addentro
venga esaminato, si
trova essere contro
ragione. Ecco q e la
prova. Egli c
certo che Leste n si onc in
genere si può
in un senso
astrailo Voi 1*
H Sfollilo raffigurare
judo fini (.amen
le suscettibile di
aumento o dee
renne uto^ nm
egli t* mio
drl pari, cIjc
1 idea di
un palmo è
finita come quella
di un digilo,
g che 1 estensione finita
di un palmo
ò maggiore dell’ estensione finita
di un digito.
Ogni esteso reale
è finito, e
però i limiti
delPestensioue esistente sona
sempre determinati, Lo
spazio infinito uou
è più una
quantità, perché non
ò suscettibile di
aumento o di
decremento. Non di
a u ni
e a lo .
pe v c
ì t o
si figura i
ufi n i
Lo : non
d i de
e re m
e u lo .
] >e r
eh è se
fosse suscettibile di
decreti] en lo. stando la
sua natura ò?
infinito. sarebbe perciò
s lisce ui bile di gradii
noli ulto stesso
che non sarebbe
egsenzi a Ime'ut* su scelli
bile di aumento.
Cosi o cesserebbe
la sua essenza
logicalo si do*
vvebbe ammettere uu
co n cello
con irati dii
torlo, Da ciò uè viene,
clic lo spazio
infinito ed I!
punto in esteso
si rassomigliano col
non ammollerò I
idea di quantità,
V idea dunque
dì quantità estesa
Pia fra te
chimeriche idee del
punto inestéso e
dello spazio infinito,
li piu e
il meno -adunque
noti si può
logica mènie verificare che
nelLesteso finito elhnitain,
Pro codiarti olire.
Ogni aumento a
decremento di un
esteso finito ioTolge
nel suo co
ned lo uu*
addizione o sottrazione
di una porzione
esU’* sa finita.
Questa^ porzione» qualunque
siasi, è positiva.
; questa porzione
ar-lfa data ipotesi
o aggiunge o
sottrae una pari
e .rispettiva estesa,
avrà dunque sempre
mi residuo esteso
e finito, sia
uguale, sia dwBgpalo.
sia aliquota, sia
non ali quo
Lo, LSc talvolta
voi non potete
ragguagliare il residuò
colle prime porzioni
che avole fallo,
oppure non potete
ha cn incidere sui
esteso col metro
che avete assunto,
ue viene mo
la coasngueuza della
divisibilità infinita dell'esteso
che avete sottocchio?
Unnici conseguenza legittima
che ne viene
si L che
voi non pollile
trovare uoa coincidenza
metrica^ sia fra
le porzioni separale
e la residualo,
sia fra d
metro vostro e.
l'estero misuralo, e
nulla più. Dedurre
la con segue
clic Testeso finito
residuali', sia infiailàmeate
divisibile, egli è
lo stesso The
affermare ad un
solò tratto ch'egli
sia in finitamente
esteso, c sia
nelI allo stesso
suscettibile di aumento
o di decremento;
lo che è
un assiu'■n manifestissimo. Allora
lo spazio infinito
sarebbe lo stesse
clic mi alomo
estesa, ossia le
due idee dello
spazio infinito c
ri 1 Vaio
fa o saiehb*^0
l.,i Riessa cosa.
Allora^ anche quando
avete una misura
coincidente, poIresle dire
che ogni digito
ed ogni atomo
è infinito :
e quindi avreste
mtìniii maggiori, minori,
od ugnali ad
altri infiniti. Ma
a che vidurrehbcsi
allora la cosa
; La cosa si risòlverebbe
a significare clic I infinita
sarebbe propria dei
maggiori, dei minori
e degli eguali
estesi finiti; e
quimh !-KV sta
in non cale
questa qualità comune,
rimarrebbe sempre la
necessita di determinare
rannidilo o il
decremento rispettivo di
questi estese L’m
DISCORSO PRIMO. WìQ
finita divisibilità pertanto,
comune ad ogni
esteso e ad
ogni porzione di
lui, rimarrebbe sempre
una qualità puramente
oziosa. Ridotta al
suo vero, valore,
essa si risolve
nel concetto proprio
del V esteso^ in
quanto è suscettibile
di ampliazione o
di diminuzione, di
addizione o di
detrazione, e nulla
più. L’idea della
suscettibilità astratta del V esteso
di soffrire tutte
queste alterazioni senza
fissar limite alcuno,
associala all’idea di
vcirii estesi finiti,
fa dunque nascere
l’ illusoria ed irragionevole
idea di questi
enti ad un
solo tratto infiniti
e finiti, maggiori
gli uni degli
altri. 19. Come nasca
il giudizio della
divisibilità infinita dell’esteso
finito. Sua irragionevolezza. Se
voi raccoglierete l’attenzione
sul vostro intimo
senso, voi troverete
una conferma di
queste osservazioni, e
v’accorgerete in che
consista 10 scambio
logico dal quale
nasce la vostra
illusione. E di
fatto che voi nel misurare
gli estesi non
fate uso del
punto iuesteso, ma
adoperate l’esteso, ed
agite sull’esteso. Ora
sotto questo rapporto
il moltiplicare e
11 dividere vale
lo stesso. Voi
dunque proseguite a
dividere. Ma l’idea
di una cosa
estesa sta sempre
avanti gli occhi
vostri, perchè agite
sempre su di
lei. Per quanto
adunque ripetiate questa
operazione, essa vi
darà sempre lo
stesso concetto. Egli
è lo stesso
come se diceste:
io penso ; io
sento di pensare ;
io avverto eli
sentire di pensare ;
io sento di
avvertire di sentire
di pensare; e
così all’infinito. L’idea
d’ infinito sapete dove
sta? Nell’astratta idea
della possibilità di
proseguir sempre a
ripetere la stessa
cosa: e però
non istà nell’oggetto,
ma in voi.
Lo stesso avviene
quando vi occupate
a dividere l’estensione.
L’indefinito infatti si
verifica sì nel
grande come nel
piccolo, perchè entrambi
vi presentano sempre
un esteso. Quindi
voi avete sempre
il motivo o
di ripeterne la
misura, o d’ impiccolirla a
piacere. Finché dunque
non fate cangiar
natura all’idea di
estensione, essa starà
sempre presente al
vostro intelletto, e
produrrà in voi
lo stesso concetto.
Ma col farla
crescere o diminuire
non la distruggete.
Dunque ripetendo senza
fine la vostra
operazione, e pensando
di poterla ripetere
senza fine, voi
giudicate che la
divisione o l’impiccolimento possano
essere infiniti, e
quindi che l’estensione
sia infinita. Con
questa maniera voi
potreste dire anche
un sapore, un
odore, un suono
iufinito, perchè potete
imaginare gradazioni senza
fine. Ma il
fatto sta, che
questa infinità non
è che illusoria,
ed altro non
significa che un’idea
non si può
cangiar mai iu
un’altra. conferma Li
dimost razione 05 (Questa
irradio fievolezza, E per
verri à sì
il gititi ile die il
piccolo li anno
un’essenza ed miesislenza
o reale o
intellettuale, Ripugna logica
mente die nello
slesso punto siano
e non siano,
IMa (piando divìdete
o impiccolite nn
oggetto, Io supponete
per ciò stesso
esistente co’ suoi attribuii
essenziali* Dunque nella
funzione della divisione
l’idea di esistenza
interviene sempre nel
vostro concetto. Ma
quest’idea è immedesimata
colFidea delFftfó€tt£ft* ossia
cogli attributi qualificanti
il soggetto* Dunque
ned la divisione
dell* esteso interviene come
indistruttibile l’idea dclFé\?/envfQrae. Questa
conseguenza è evidente
al pari del
sentimento della nostra
stessa esistenza* a
meno che non
convertiate 1T idea
di divisione*, efiè
indica parti esistenti
e sussistenti* in
quella di aìinientamcnto^ che
indica la negazione
di ogni esistenza.
Ora vi domando
se il sì
possa diveltar no.
E vero* o
no, che la
divisione richiede un
oggetto positivo, le -parti
del quale si
vogliano separare? Dunque
peT ciò stesso
si sùppongoim parli
esistenti c sussistenti.
Ma se sono
esisto Dii, e
se lo coucepilo
e5È* stenti, come
poi eie voi
risolverle nel nulla?
Se parliamo di
un tutto èstero
dm sia un
aggregato, le parli
non so no
che ripetizioni dell’esteasiouc. Allora
figurate più csLesi
die compongono un
esteso: ma separati,
esn vi danno
sempre l’idea d’uua
propria estensione, c
voi siete sempre
da capoAllora abbandonate
la divisione, e
ricorrete all*
impiccolimejitQ, e con
accade una perpetua
ripeliziouc dì concetti,
come sopra ho
annotalo; fi quindi
pronunciale F estensione
infinita. Ecco il
vero tenore dell
infinito dei matematici. 2
I C he la
pretesa Infinità suddetta
altro in sostanza
non e die
la impossibili1 di
cangiar V essenza logica
della quantità. lu
qualunque concetto di
una grandezza o
massima o mlmnu
UOk associamo due
idee che &i
confondono; la prima
è quella di
esiste la seconda
è quella di
estensione. Ma siccome
all 'estensione ^crol P1''
i I pih od il
mono, così ci fig
u v
j a ino
d ì po
Ter divide re
o i m
piccoli r ]
y 1 1 finitamente.
Ma a questa
maniera, come ho
già detto, posso
indeiunlnmente diminuire un
suono e qualunque
altra sensazione, e
quindi dirle infinite,
e però considerar
rae stesso, dm
tutte le provo,
come un essere
infinito, ila se
per verità, come
ho già dimostrato,
tutto ciò non
so-1 fica altro
che F i m possibili I à di
cangiar Fesseuza logica
di una cosa,
e di convertire
il sì in
?ìo, egli ne
segue che F
infili ilo dei
matematici è uu&
mr*ra illusione, anzi
una vera e
positiva assurdità logica,
X on v'àcéorgetó voi
della contraddizione che
voi stessi commettete,
quando da una
parte mi ponete
avanti 1’ infinitamente
grande, l’ infinitamente piccolo,
e dall’altra i
punti e le
linee inestese generatori
dell’esteso ? Se la divisione
può essere infinita,
dunque non si
potrà finir mai
coll inesteso. E
se 1 esteso
può incominciare coll’ inesteso, dunque
la divisione e
1 impiccolimcnto non
saranno punto infiniti.
Se volete, io
vi darò infiniti
più meravigliosi. È
di fatto che
uno specchio ha
la facoltà di
riflettere l’imagine di
tutti gli oggetti
presentati* ecco un
influito di riflessione.
È di latto
che una palla
ha la facoltà
di seguire tutti
gl’impulsi che le
vengono dati: ecco
un infinito di
movimento. Questi attributi
sono proprii tanto
d’uno specchio grande,
quanto d’uno piccolo;
tanto d’una palla
grossa, quanto d’ una
minuta. Questi attributi
dunque non sono
annessi nè alla
grandezza nè alla
piccolezza, ma alla
natura intrinseca della
cosa, la quale
finché sussiste darà
sempre lo stesso
effetto. Ecco una
parità per l’estensione
infinita dei matematici
e per qualunque
altro simile concetto,
lo lo ripeto:
1 infinito non
è nelle cose,
ma nel concetto
interno dello spirilo:
o, per dir
meglio, non è
in verun luogo;
a meno che
non vogliate erigere
in oggetto infinito
l’impossibilità di cangiare
le essenze logiche
coll’ aggrandire o coll’ impiccolire. 22. Da
che deriva l’illusorio
giudizio dell’infinità dell’esteso
finito? Da che
adunque derivò che
tanti uomini insigni
adottarono con persuasione
le idee di
questi infiniti? A me
pare che debbasi
attribuire a due
cagioni influenti ad
un solo tratto
sui nostri giudizii.
La prima consiste
nel confondere l’idea
dell’ aggregato materiale,
che ci si
presenta unito in
un’idea sola, colla
idea nuda d e\Y estensione ^ o
almeno nell’ associarle in
modo che l’una
non vada disgiunta
dall’altra. La seconda
consiste nel dar
corpo a tutti
i nostri concetti
della quantità, e
costituirne altrettanti oggetti
reali dolati d’una positiva
esistenza. E quand’anche
non si empia
il mondo di
sillatte creature, si
considerano almeno come
qualità reali, ossia
come idee corrispondenti a
qualità reali esistenti
nelle cose. Ma
se avessero pensato
che la mente
umana, sia che
si alzi al
firmamento, sia che
scenda agli abissi,
non esce mai
da sè stessa,
avrebbero conchiuso che
l’universo non è
che un fenomeno
ideale presentatoci dai
rapporti reali che
passano fra lo
spirito nostro, e
gli oggetti a
noi incogniti esistenti
fuori di noi.
Allora avrebbero riguardate
le idee tutte
di spazio, di
estensione, ed altre
simili, come puri
segni naturali corrispondeo
ti a questi
oggetti, e nulla
più. Anzi avrebbero
riguardate queste idee
come segni secondarii
e rimoti, perchè
furono dedotte da noi col
magistero deli astrazione.
Allora avrebbero distinto
ciò che ci
viene dal di
fuoii da ciò
che ricaviamo totalmente
dal nostro fondo
alP occasione delle idee
che ci vengono
dai sensi. Allora
avrebbero veduto che
tutte le essenze
sono puramente logiche
per noi, e che non
possiamo nè potremo
conoscere giammai che
cosa siano le
realità degli esseri
esistenti fuori di
noi, e nemmeno
conoscere Piutima nostra
realità. Quando la
filosofia avrà acquistata
quella finezza, quella
certezza e quell
ampiezza che la
di lei natura
richiede; quando eserciterà
i suoi dintli
su tutti gli
oggetti che le
appartengono: cesseranno anche
quelle illusioni le
quali predominano a
proporzione che l’impero
della fantasia prevale
su quello della
ragione. Allora svaniranno
gl’ infinitamente grandi e
gl infiniti piccoli.
Allora non s’imbroglierà
più lo spirito
degli apprendenti con
paradossi respinti dalla
ragione. Allora non
si dirà più
a loio: ecco
due parallele protratte
indefinitamente; da un
dato punto della
parallela superiore tirate
laute linee obblique
alla parallela inferiore:
1 angolo si
andrà sempre diminuendo;
ma non si
raggiungerà mai la
parallela superiore. Ecco
quindi un infinito
reale. Traducete questo
discorso, e dite:
lo spazio in
forma di lista
rètta ed uguale
non sarà mai
simile allo spazio
in forma di
angolo; locchè si
risolve nella proposizione,
che la lista
non è angolo. 23.
Assurdità del concetto
d’una quantità più
piccola di qualunque
escogitabile. Sua equivalenza
coll’ infinitamente piccolo. bino
a qui abbiamo
esaminato un giuoco
irragionevole di fantasia,
o dirò meglio
un’inavvertenza nel non
esplorare le alterazioni
ideali nate nei
passaggio che fa
la mente dai
concetti generali ed
assoluti ai concetti
speciali e relativi.
Pare scusabile questa
inavvertenza; ma che
cosa direste voi
quando vi venisse
dimostrato che quegli
stessi matematici che
adottarono gl’infiniti maggiori
e minori degli
altri proposero nello
stesso tempo 1
idea di quantità
più piccola di
qualunque escogitabile ?
Svol gendo questa
idea, non solamente
essi distruggono gl’ infiniti
suddetti, ma si
abolisce perfino, senza
bisogno, l’essenziale concetto
della stessa quantità.
E per verità,
quanto al bisogno
io osservo che
il calcolo non
La d’uopo dell’idea
d’una quantità più
piccola di qualunque
escogitabile; imperocché il
piccolo e il
grande sono idee
puramente relative 5
e non possono
essere che relative.
Ma per ciò
stesso che le
fate servire, sia per paragonare
la grandezza di due 0
più oggetti, sia
per segnare la
nspet IjJSCUKSU PRIMO,
1 123 j] ViJ liniere)) voi
creato uu misuratore
geometrico tu! aritmeticomediante il
quale intendete di
scoprire V identità
o la diversità
di quantità delle
"raudezzc paragonate, Quando
questo metro abbia
soddisfatto a quest'ufficio, T intelletto
non abbisogna dì
altro. Ora por
soddisfare a quest’ ufficio non
è necessario che
questo metro sia
una quantità piu
piccola di qualunque
escogitabile, ma basta
che sia tanto
piccola da esprimere
o* ni valore che
attribuite ? o
qualunque differenza che
segnar si devo
nel dato processo.
Dico nei dato
processo^ e non
in ogni processo
immaginabile* Voi oil
direte elio ha
v vi la
quantità conti un#
m commensurabile* e
die questa abbisogna
di essere valutata.
Ma qui vi
domando se voi
col misurare pretendiate
di convertire il
diverso essenziale in
identico, e se
ciò far si
possa coll'assurdo concetto
della quantità pili
piccola ili qualunque
escogitabile. Dico concetto
assurdo; imperocché una
quantità più piccola
di qualunque escogitabile
significa realmente un'idea
che sfugge dia
percezione, e però
uu nulla logico.
lo secondo luogo
poi c certo,
die quando pone
Le l'idea di
quantità, voi vi
figurate una cosa
suscettibile di aumento
o dì decremento.
Questa condizione è così inseparabile
dall’idea di quantità,
che senza di
essa si distrugge
il SUO concetto,
coinè consta dalia
sua de finizione*
Questa condizione è
anzi quella che
determina Tesseoza stessa
della quantità. Dunque
qualunque quantità è
esseri zialmen te
suscettibile ddm picco
iirnen lo; dunque
è metafisica mente
impossibile il figurare
una quantità più
piccola di qualunque
escogitabile* O con
vie uè adunque
aborre l’idea di
quantità 5 la
quale, nei suo essenziale concetto
involge la possibilità
di aumento e
di decremento, o
bisogna rigettare come
assurda l’idea di
ima quantità più
piccola di qualunque
escogitabile. Tutto questo
è per se
evidente, nè potranno
mal Ì matematici
controverterne la verità.
Ora domando se
fra la quantità
più piccola di
qualunque escogitabile, e
gli infinita mente
piccoli esitali o
resuscitali nei calcolo*
passi una vera
e logica dille
reo za. Dove
non si discerne
nulla non si
concepisce nulla* )Ia
così è, che
neU’iu finito non
si dia cerne
nulla, nè si
pr e finisce
nullo e specialmente
si esclude l’idea
di aumento e
di decremento. Dunque
gl’ i ufi u
ila niente piccoli
suddetti sono equivalenti
alle quantità più
piccole di qualunque
escogitabile; dunque invano
si potrebbe pretendere
di riformare i fon dame
a li della
Materna Li e
a col far
resuscitare o e olTìm piegare questi
piccoli infiniti, come
ha faLto recente
mente mi trase
e li denta
lista del IN
orti* Il 24
Del concetto speciale
della quantità. Le
nozioni speculative della
Matematica debbono necessariamente servire
alle operazioni del
calcolo. Ma il
calcolo è un’ arte ;
e quest’arte sarà
più 0 meno
illuminata, a norma
che le nozioni
speculative saranno più
o meno adequale.
Nè il meccanismo,
nè Y espressione materiale
distinguer debbono le
specie diverse del
calcolo delle quantità.
Questa distinzione deve
ripetersi dalla natura
dell' oggetto 5 cui mediante
il detto calcolo
ci proponiamo di
conseguire. Questa sentenza
è fondata su
di un principio
logico, del quale
si parlerà nel
Discorso quarto. Quest’ oggetto non
può consistere che
in una data
cognizione o in
una data opera.
Essa forma lo
scopo 5 il
calcolo ne forma
il mezzo. Ma
questo mezzo non
ìiesce efficace, se
non si conoscono
le affezioni particolari
e le leggi
delle quantità. Queste
affezioni e queste
leggi sono fondate
sulla natura della
quantità del numero.
Dunque conviene formarsi
un’idea esatta sì
del1 una che
dell’altro. Io non
esibisco un Trattato
di Matematica, ma
sole osservazioni sull
insegnamento primitivo. Quindi
dovrei ommellere il
parlare di proposito
dall’indole intrinseca della
quantità e del
numero: e volentieri
lo farei, se
anche qui non
avessi a fronte
autorità contrarie imponenti.
La quantità astratta
può essere bensì
concepita come qualunque
altra idea semplice,
ma non può
essere definita. Noi
anzi non possiamo
nemmeno formarcene idea,
se non quando
l’applichiamo a qualche
soggetto reale. Allora
apparisce qual’ è veramente;
allora veggiamo eh
essa non è
che quel modo
di essere, pel
quale una cosa
è suscettibile di
aumento o di
decremento. Il concetto
della quantità racchiude
in un solo punto quelli
dell identità, e
della diversità, per
ciò stesso che
racchiude le idee
di piu e
di meno . Questa
condizione è così
essenziale, che senza
di essa svanisce
il concetto della
quantità. Tutto ciò
che non è
suscettibile di gradi
non è suscettibile
di quantità. La
verità, la certezza,
1 esistenza, ed
altre simili idee,
non ammettono gradi,
c però non
sono suscettibili di
quantità. La verità
primitiva ed assoluta
altro non è die un
sì od un
no immutabile. La
certezza consiste nell’affermazione 0
negazione di una
cosa escludente il
dubbio del contrario.
Quando nell affermazione
o nella negazione
entra il dubbio,
nasce la probabilità,
la quale ha
tanti gradi, quanti
ne ha il
dubbio. Il dubbio
assoluto esclude anche
la probabilità, perchè
l’animo non propende
nè per il
sì nè per il no:
la ragione sta
in equilibrio perfetto,
e non giudica;
sente il peso,
ma uou propende
da veruna parte.
L 'imparzialità logica somiglia
a quella di una
bilancia che regge
pesi uguali. L’eguaglianza
non ha gradi*
c però anch’essa
non è suscettibile
di quantità. Lo
stesso dicasi dell’equilibrio perfetto.
Il concetto universale
della quantità si
riferisce a tutte
le cose suscettibili
di più e
di meno. Ma tutte le
nostre sensazioni, tutte
le nostre passioni,
e molti altri
modi nostri di
essere o di
agire, sono suscettibili
dell’idea del più
e del meno.
Dunque sono suscettibili
dell’idea amplissima di
quantità. Dico amplissima,
perocché nel comune
linguaggio non si
fa uso della
parola quantità in
tutti gli oggetti
suscettibili di più
e di meno.
Non si dice,
per esempio, quantità
della bellezza, quantità
delI ingegno, e nè
anche quantità di
un odore, di
un sapore 5
di un colore.
Il concetto dunque
proprio della quantità
si restringe alle
cose vestite, dirò
così, di estensione,
sia ch’essa venga
attribuita in senso
diretto, sia che
venga attribuita in
senso metaforico. A
quest’ullima specie di
quantità si restringe
la sfera delle
Matematiche; e però
essa forma il
soggetto universale d’ogni
specie di calcolo. 25.
Del concetto del
numero. Opinione di
Newton e del d’
Alembert. Finché l’animo
non pensa che
all’unità isolata non
può tessere calcolo
veruno: esso incomincia
a calcolare quando
pensa ai numero.
In generale il
numero non è
che una pluralità
compresa sotto di
un solo concetto.
In questo senso
il numero abbraccia
anche le cose
prive di estensione.
Noi figuriamo allora
un aggregato sotto
di un solo
concetto. In conseguenza
di ciò noi
gli prestiamo implicitamente Fidea
di un tutto
esteso. Questa maniera
di concepire dir
si può metaforica,
perchè presta ad
una pluralità di
cose non estese
un concetto complessivo
esteso. Senza un
concetto unico complessivo
nou esiste Fidea
del numero. Col
ripetere sempre uno
e poi uno,
senza dir altro,
non si forma
un numero. Ma
quando dico tre,
quattro, cinque, annunzio
pluralità con un
solo concetto. Questo
concetto unico, preso
per sé solo,
costituisce la grandezza
numerica. Il concetto
di lei è
così positivo ed
assoluto, come quello
di un esteso
circolare, quadrato, triangolare,
o simile, che
mi venga posto
avanti gli occhi.
Io posso allora
paragonare queste figure
numeriche, le quali
mi presentano una
forma geometrica più
spiritualizzata, e posso
quindi trarne rapporti
e risultati; ma
questi rapporti e
questi risultati sono
secondarii, e realmente
non sono che
verbi miei, che
io esprimo coi
segni del calcolo.
Essi dunque non
costituiscono il concetto
positivo del numero,
ma la logia
del numero. Ciò
posto, parmi che
dir non si
possa con Newton,
che ogni numero
non sia che
no rapporto. Con
questa definizione non
si esprime il
concetto positivo del
numero, ma solamente
la logia numerica.
La spiegazione stessa
d7 Alembert (')
parrai che possa
giustificare la mia
opinione. « Nous
remarquerons d’abord (egli
dice) que un
nombre, suivaut »
la définition de
M. Newton, n
est proprenient qu
un rapport. Pour
» entendre ceci,
il faut remarquer
que tout grandeur
qu7 on compare
à » une
autre, est ou
plus petite, ou
plus grande, ou
égale; qu7 ainsi
tout » grandeur
a un certain
rapport avec une
autre à la
quelle on la
com» pare, c’est
à dire que
elle y est
contenue ou la
contieut d’une certame
» manière. Ce
rapport ou cette
manière de contenir
ou d’ ètre conteuue
» est ce
qu7 on appelle
nombre. » Analizziamo questo
passo. In primo
luogo qui si
parla di grandezzose
di grandezze che
possono contenerne delle
altre, come formanti
i termini dai
quali sorgono i
rapporti. Qui dunque
abbiamo in primo
luogo il supposto
di cose estese,
le quali sono
poste come fondamento
positivo a questi
rapporti. Dico il
concetto di cose
estese, perocché la
capacità di contenere
o d’essere contenuto
non si può
applicare che a
cose estese. In
secondo luogo si
suppone che queste
grandezze possano avere
dimensione variata, poiché
si suppone che
possano essere rispettivamente maggiori,
minori od eguali,
e in conseguenza
somministrare i ìappoili
dei quali si
parla. Qui dunque
ci si presentano
veri enti geornetnci,
o simili ai
geometrici, in vista
dei quali sorge
il numero. Ma
come si la
nascere il numero ?
Dal paragone estrinseco
di clue" ste
persone. Qual è
l’oggetto logico di
questo paragone ? Sapere
quante volle una
grandezza ne contiene
un’altra, e come
la contenga. Posto
tutto questo, si
pone ogni grandezza
a guisa d una unità
stac cata dall’altra
per rilevare soltanto
il rapporto estrinseco
suddetto. H coU
tenere o 1
essere contenuto non
è qui che
finzione, perocché si
suppone che ogni
grandezza esista per
sé; ed altro
uon esprime che
il rappmto commensurabile dell7
una coll’altra. Ora
ponderando questi concetti,
che cosa risulta?
Risulta, che da
una parte o
si toglie o
si dissimula il
concetto proprio della
grandezza; e dall’altra,
che le idee
di ragione, di
proporzione, di commensurabili tàs di
simiglianza ec. sono
scambiate coll’idea propria
del numero . Primo,
si toglie o
si dissimula il
concetto proprio della
grandezza . D Pel*
ve' (1) Ved.
Enciclopedia^ articolo ArUhmélique.
rità nel mondo
matematico che cosa
è una grandezza
maggiore o minore
di un’altra, fuorché
una quantità più
o meno concreta?
Il fondo, dirò
così, della grandezza
altro non è che la
stessa quantità finita.
Ora ditemi che
cosa sia una
quantità finita maggiore
o minore di
un’altra. Se questo
non è un
numero generico, che
cosa sarà esso?
In secondo luogo,
dico che qui
scambiansi le logie
numeriche col concetto
proprio del numero.
Altro è che
la mente nostra
nell’esaminare un oggetto
che chiamiamo grandezza
faccia paragoni, pronunzii
giudizi^ dai quali
emergono le idee
relative suddette; ed
altro è che
queste idee relative
costituiscano il concetto
proprio del numero.
Quando io pronunzio
tre, quattro, cinque,
non mi rompo
la testa a
paragonare nel modo
voluto dal d’Alembert,
ma mi figuro
ad un tratto
un tutto composto
di tre, di
quattro o di
cinque elementi similari
che chiamo unità,
e nuH’allro. Io
entro in una
camera, dove veggo
qua e là
collocati molli frutti.
Non comprendo a
primo tratto quanti
siano. Fin qui
altro non concepisco,
che una indefinita
pluralità. Dico indefinita,
e non illimitata.
Tale sarebbe quella
mirando il firmamento
sparso di stelle.
Ma se raccolgo
questi frutti, e
li conto ad
uno ad uno.
e che ogni
volta che ne
accresco uno, uso
un segno diverso,
nascerà Videa dVun
aggregato, che esprimerò
con una sola
locuzione. Ecco allora
la naturale idea
del numero. Questa
idea è fatta
qui per una
successiva apposizione ; ma
essa viene somministrata
anche in una
maniera più immediata
colla divisione di
un lutto in
due parti. La
mia mano è il primo
modello che mi
offre questa idea.
Volendola semplificare ancor
di più, piglio,
per esempio, un
quadrato, o un
altro tutto uniforme,
e lo divido
in parti aliquote.
Allora esprimo un
tutto distinto in
parti similari; ed
ecco di nuovo
il numero. Esso
dunque comparisce sempre
come una pluralità
espressa con un
solo concetto. 26. Delle
grandezze matematiche. Legge
prima ed ultima
dell’unità con varietà
che forma V
essenza prima d'ogni
algoritmo. Sua forma
ridotta ai minimi
termini. Questo concetto
complessivo è quello
che costituisce appunto
la grandezza. E
siccome la pluralità
è maggiore o
minore, così la
grandezza riesce maggiore
o minore. L
espressione numerica delle
patti della grandezza
può essere varia;
ma ciò non
altera il suo
rapporto estrinseco con
un’altra grandezza. Io
posso dividere la
stessa area, e
posso lasciarla senza
divisione alcuna. Nel
primo caso avrò
una valutala grandezza;
nel secondo ne
avrò una non
valutata. È vero
che. paragonando una
grandezza totale minore
con una maggiore,
potrò figurarmi che
stia tante volte
nella maggiore; ma
in questo caso
io figuro la
grandezza minore come
parte della maggiore;
e così se
può capirvi molte
volte senza che
avanzi nulla, diventa
parte aliquota della
maggiore. Ma in
questo caso che
fo io ? Io fo
un imaginaria divisione
del corpo della
maggiore mediante 1
applicazione della minore,
e fo nascere
il numero. Ma
io posso fare
lo stesso dividendo
questo corpo direttamente
in tante parti
eguali alla grandezza
minore, la quale
in questo caso
fa la funzione
di unità |
metrica, e nulla
più. Il numero
però consisterà nel
complesso di queste
unita, nelle quali
e ripartito il
corpo della grandezza
maggiore, e nou
nei rapporto univoco
primitivo ed estrinseco
fra le due
grandezze. Iu questi
esempli il concetto
proprio del numero
apparisce coperto dalle
spoglie sensibili deli’ estensione. Ma,
per verità, esso
predomina anche scevro
da queste spoglie.
Così, per esempio,
come nominiamo tre
globi, così pure
nominiamo tre suoni,
tre colori, tre
odori, tre sapori,
tre pensieri, tre
esistenze, ec. ec. Il numero
adunque non indica
che pluralità di
concetti abbracciati con
una sola considerazione. Se
più oltre spingiamo
la nostra attenzione,
noi sotto l’idea
del numero veggiamo
trasparire quella legge
suprema ed ultima
deH’animo nostro, colla
quale nel mentre
che distinguiamo le
diverse nostre idee,
noi le riuniamo
in un solo
concetto complessivo; e
quindi ravvisiamo sempre
il tipo di
quell lo unico,
che ad un
solo tratto sente
e distingue, e
che nel sentire
e nel distinguere
riunisce i suoi
modi d’essere in un unico
centro, cioè nell’unica
facoltà sua di
sentire. La pretesa
dualità, annunziata da
un trascendentalista del
Nord, non contiene
la legge suprema
che veramente presiede
ai calcolo; ma
altro non esprime
che l’atto puio
di distinguere, e
però non esprime
che una parte
sola di questa
legge. Diffatti quando
dico uno piu
due fa tre,
oppure in generale
a più b
fa c, io
formo un numero.
Ma qui realmente
ho due idee
concorrenti ed una
concludente, due termini
coefficienti ed uno
risultante. Ma 1
idea di questo
termine risultante è una terza
idea così semplice,
così unica e
così propria, che
non si può
confondere colle altre
due. Più ancora:
senza questa terza
idea non esiste
il numero, nè
verun risultato da me ricercato.
Con questa terza
idea poi io
unifico così le
cose, che dimenticar
posso i coefficienti,
ed avere ciò
non ostante il
concetto domandato. Nou
è dunque sotto
forma di dualità,
ma di trinità
individua che la
legge suprema di
ogni algoritmo può
essere presentata. Delle vere
astrazioni matematiche. Tutte
queste discussioni servono
di saggio per
provare il bisogno
di purgare la
Matematica dai concetti
illusorii e lambiccati
coi quali, a
dispetto della buona
filosofia, si è
voluto svisarla. Le
prime nozioni sono
quelle che abbiamo
esaminato. Ora qual
meraviglia se tanto
penoso, tanto lungo,
tanto tortuoso, tanto
sconnesso riesce il
cammino della scienza
intera? Svestiamoci una
volta da queste
illusorie e mal
tessute spoglie trascendentali, le
quali, oltre di
guastare i veri
concetti logici, gettano
nelle nostre scoperte
e nelle uostre
dottrine una durezza,
una fatica, un
gelo, ed oso
dire una violenza
ributtata dalla natura.
Io non pretendo
con ciò che
le idee astratte
e generali debbano
essere bandite dalla
Matematica: ma pretendo
che debbano essere
banditi que’ fantasmi che
usurparono il loro
posto. Togliere le
idee astratte e
generali. egli è
lo stesso che
ridurre l’uomo alla
condizione delle bestie.
Ma altra cosa
sono le idee
astratte e generali,
ed altro le
sfumature illusorie partorite
dall’ ignoranza o da
giudizi! precipitati. Le
vere idee astratte
e generali non
ammettono nè quiddità
scolastiche, nè analogie
volgari, che si
perdono nelle nuvole;
ma esse si
restringono all’espressione eminente
dei fatti reali,
raccolti con diligenza,
esaminati con ordine,
ed interpretati con
sagacità. Queste genuine
idee astratte e
generali debbono dar
forma e somministrarci i
veri concetti e
la fedele espressione
degli enti matematici.
Ma esse non
possono compiere quest’ufficio
sinché noi non
interniamo le nostre
ricerche sul modo
col quale essi
naturalmente si generano
ed agiscono anche
aH’insaputa nostra. Questa
ricerca esigerebbe un
lavoro fatto di
proposito, del quale
ora manchiamo. Qui
io mi restringerò
ad accennare solamente
quel tanto che
parmi necessario per
fondare il miglior
metodo dell’ insegnamento primitivo. 28. Legge
universale di associazione
dei concetti geometrici
ed aritmetici. Il
calcolo è opera
tutta nostra. Esso
in sostanza riducesi
all’espressione artificiale delle
leggi necessarie che
dettano i nostri
giudizi! nel paragonare
le quantità. Questi
giudizii risultano dalla
combinazione di date
idee. Gouvien dunque
conoscere tanto l’indole
di queste idee,
quanto le leggi
naturali del nostro
intendimento, allorché si
occupa su di
esse. Ciò posto,
io avverto che se con
un concentrato raccoglimento
interroghiamo il nostro
senso interno, noi
travediamo che in
tutte le operazioni
matemaliche intervengono due
specie di concetti
sèmpre associali. Il
pT|mo Io chinino
aritmetico^ ed il
secondo gùQmeirico. In
astrailo si possono
confondere, perchè il
misurare, riducasi In fme ai
mia enumerazione di
parti espressa con
una o più
preposizioni : ma
esaminando piu addentra
la natura loro,
noi ci av
veggi amo essere
eglino diversi, F
concetti deb ì
tmUà elementare e
del numero me ne somministrano
una primo piova.
Che cosa c
veramente l 'uno aritmetico^
o, a dir
meglio, a che
cesa riferiamo noi
l unità aritmetica
ì L chiaro
che noi la
riferiamo alla sda
idea di esistenza.
Dunque V uno
aritmetico è segno
d’una esistenza*, e
nulla più, L
tefiò geometrico* per
Io contrario, indica
una data porzione
di spazio, ossia
mia (lata estensione
lunta. Da ciò
ce. viene, che
il n u m$¥Q aritmetico
è Lutto metafisico;
il geometrico, al
Top pò sto.
è Lutto fisico.
Col numero aritmetico
indico tanti uomini,
tanti alberi, Lauti
animali tc, se,,
nulla importando se
siano grandi o
piccoli, slmili o
dissimili E dunque
manifesto che nella
semplice enumerazione non
si considera che
la nwda esistendo
ma dall altra
parte Fidea di
esistenza è per
se semplice cd
in divisibile i
dunque ne viene
che l ei
emonio primo è
perpetuo della nuda
enumerazione e esse
oziai mente semplice
ed indivisibile. La
cosa non procede
così nella divisione,
e meno poi
negli altri rami
del calcolo. Ivi.
anche uou volendo,
sT introduce V uno geometrico.
Ivi noi non
veggi a ino
e non possiamo
vedere che lui-,
ed agire che
su di lui.
In esso concorre
bensì l'idea astratta
di esistenza ;
ma essa non
è la sola
olio ne costituisca
il conce Lio.
Questo co oocito
è precipuamente formala
dall idea d
una estensione distinta
e finita. Ma
per giù stesso
che è finita .
è anche figurata,
Queste due condizioni
sono per noi
inseparabili, Quando parliamo
in particolare, la
nostra Imaginazione si
ferina sulla idea
della data figura’
quando poi parliamo
In generale, si
sveglia uoa confusa
idea o di
una o di
molle corrispondenti ai
nomi che impieghiamo.
1 vocaboli generici
di figura v di
potenza, di termine,
di piti, di
meno^ e simili,
non possono svegliare
iu noi altre
idee che queste
: ahri" menti
sono vuoti di
senso per noi.
Tutte le nostre
Idee generali si
presentano nella stessa
guisa; e a
norma delle parole
die impieghiamo si
risvegliano nella stessa
maniera. Allorché ci
occupiamo suìYmeso col
senso aritmetico^ uou
poniamo mento uè
alla forma, nè
alla collocazione delle
superficie; ma altro
non facciamo che
numerarne le parli,
ed annunciarne la
somma, Diflstl'» colla
valutazione, noi prescindiamo
da queste circostanze
in modo, clic
dinamo equivalenti tuLte
quelle superficie variamente
conformate, le, Co
\ m [amo
quell' un ita
c o ai p l essa
olio s fu
g ge ogni
e a 1
c pio, C
o n e
sso anello 1’
nomo di genio
riceve quelle subitanee
inspirazioni, le quali
sono indi pendenti
dall’analisi o dal
sillogismo* A questo
apparitene pure quello
die appellasi tatto
morale o di
esperienza tanto nei
giudizi!, (punito negli
usi delia vita*
Questo senso riceve
maggior perfeziono quando
od mi felice
organismo sì accoppo
una buona educazione.
Egli opera in noi ad
ogni istante della
vita: e quindi
in lutto le
nostre me dilazioni.
In esse i
concetti, che cadono
sotto il discernimento, sono
parli dei conce
Ili integrali, segnale
ri più o
meno larghi intervalli.
Mediante poi il
senso differenziale la
nostra ini diligenza
avvertita mente comincia
da una parte
colla natura, e
dall’altra coi n
osi ri simili
e con noi
medesimi. Diffalti la
mìa mente nnn
può avvertita mente
comunicare nò eoa me, nò
con a Uri,
se non mediante
quelle cose che d Incerilo,
e quei sentimenti
dd quali posso
dar ragione a
me stesso. Ma
tutte le scienze,
le regole, le
dottrine, le ordinazioni
umane derivano dal
disccrti ini etile;
dunque esse non
potranno raggiungere giammai
tulle le gradazioni,
uè esaurire il
fondo, dirò così,
del senso mie
graie. 1 dettami
dunque scientifici particolari
si possono rassomigliare
a quelle colonnelle
che sì pongono
lungo una strada:
esse segnano a
largii! intervalli il
cammino; ma lo
spazio di mezzo
ò lascialo senza
in dica zio
ac. Ma scegli
è vero che
dove non sì
dìsceme piu non
si può paragonale,
perchè dove non
si discerne piu
non si sente
differenza ? malgrado
pure che esista
e l'accia la
sua minima impressione;
sarà pur vero
che ri dì
là di celti
limiti deve accadere
nei nostri concetti
una trasforma eztone^ per la quale
la scienza deve
cessare o cangiar
linguaggio, ossia cangiare
[espressione dei co u ceni,
Bidone dii la
iti le coso
a questa estremila,
le opposizioni si
convertono in distinzioni,
e le differenze
in gradazioni. g
34. Vera natura
delle Idee ontologiche.
Loro connessione collo
Idee matematiche. Né
la cosa può
procedere altrimenti, perocché
FideiiUtà e la
diversità non esprimono
veramente che due
modi di se- mire
dell'animo noslro, associali
a qualsiasi specie
d’idee presentale a
noi in una
guisa risaltante. fu
qualunque stalo si
trovi o si
finga l’animo nostro,
sia che si
trovi unito ad
un corpo con
sensi o maggiori
o minori, sia
che abbia idee
senza l’inlervento dei
sensi esterni, si
verificherebbe sempre questo
carattere. Tutte le
idee ontologiche sono
di questa natura:
esse, parlando propriamente,
non ci vengono
di fuori. Le
cose particolari hanno
forme assolute e
particolari: espresse in
generale non cangiano
natura. Le idee
ontologiche non esprimono
forine^ ma pure
logie: quindi esse
non appartengono all’esterno,
ma si riferiscono
solamente a funzioni
fondamentali ed ultime
dell’animo nostro, le
quali intervengono perpetuamente
nel sentire e
concepire qualsiasi cosa.
Così nello specchio,
dopo le diversità
delle imagini, trovate
che tutte sono
riflettute; ma la
riflessione è la
funzione fondamentale dello
specchio, e non
degli oggetti. Le
idee matematiche sono,
fra tutte, le
più contigue alle
ontologiche, e per un certo
lato si confondono
colle ontologiche. Questo
fa sì che
la sfera delle
Matematiche ha per
noi un aspetto
immenso, e a
prima giunta uniforme.
Ma s’egli è
vero che la
nostra intelligenza è
limitata; se ella
ha certe leggi;
se ognuno di
noi è conformato
d’una sola maniera;
e se l’ io
che sente le
differenze in un
oggetto materiale è quello
stesso io che
le sente in
un oggetto intellettuale; sarà
pur vero che
una sola legge
dovrà presiedere a
questo sentimento. Que’ simboli
segnati con un
nome, che chiamiamo
idee astratte, intellettuali, generali,
non possono mutare
la nostra capacità,
nè sottrarci da
questa legge. Quelle
clic i matematici
chiamano proprietà dei
numeri saranno dunque
effetto di questa
legge. 11 numero
non esiste in
natura, ma egli
è un concetto
dui nostro spirito. 3
5. Della sfera
delle Matematiche considerata
nella loro fonte
primitiva psicologica. Quanto
poi al raffigurarli,
noi non abbiamo
altro mezzo che
quello di un
seuso distinto, risaltante,
e che abbia,
dirò così, una
certa latitudine. LIu
rapidissimo ed un
lentissimo movimento si
rassomigliano. Pare adun
que che la
numerazione distinta esteriore
richiegga una certa
vibrazione dei nostri
organi. Se l’aspetto
o la successione
delle cose esterne
eccita quella vibrazione
con quel dato
intervallo, nasce la
distinzione; se non
eccita a quel
seguo, con quella
tale latitudine e
con quelle tali
pause, nou si
ottiene verun concetto
particolare distinto. Le
produzioni specialmente organiche
conosciute ci presentano
specie distinte, nelle
quali colla varietà
particolare della loro
struttura vc0 DISCORSO
PRIMO. 1139 giamo
accoppiata una similarità
di leggi e
di azioni compatibile
colla costituzione organica
di ogni specie.
I germi racchiudono
sicuramente le prime
cause determinanti di
queste forme e
di queste leggi.
Se il nostro
sensorio fosse conformato
in guisa di
un germe, o
in altra simile
forma, che cosa
ne dovrebbe nascere?
Una psicologia sagace,
e ben corredata
di fatti, potrebbe
recar qualche luce
in questi reconditi
recessi del nostro
essere . Ciò servirebbe
di guida a
spiegare in progresso
molli fenomeni sentimentali
che oggidì ci
appariscono isolali, e
che ci presentano
la dottrina deir
uomo interiore a
guisa di una
raccolta di viaggi
di molti navigatori,
i quali hanno
bordeggiato le sole
coste, o non
si sono internati
abbastanza nel paese,
per darcene una
carta specificala e
complessiva. Se la
Matematica fosse trattata
a dovere, essa
dovrebbe somministrarci la
prima interpretazione delle
leggi del senso
differenziale unito all’ integrale; perocché
nella semplicità delle
idee, che maneggia,
queste leggi operanti
contemporaneamente si debbono
mostrare alla scoperta.
Noi avremmo allora
la storia naturale
dell’ animo umano, il
quale ad un
solo tratto sente
e distingue; perocché
la denominazione di
senso integrale e
differenziale non è
che una locuzione
per dare ad
intendere la natura
di due funzioni
e modi d’essere
dell’animo nostro. Io
trovo, per esempio,
che in Architettura
si assegnano certe
proporzioni: che della
Musica si danno
certi elementi coi
numeri. Ora domando
se siasi ridotta
la teoria ad
una tale unità
sistematica e primitiva
da mostrare la
radice comune di
fatto delle regole
architettoniche e musicali.
E pure questa
radice comune esiste.
Essa riposar deve
sopra un fatto
primitivo, o sopra
alcuni fatti primitivi,
dei quali se non possiamo
trovare altra ragione,
basta che constino
a noi per
servire di fondamento
alle nostre dottrine.
Dicesi, per esempio,
nella Musica che
le ottave si
rassomigliano; e si
considerano nei loro
rapporti come una
stessa voce. Si
è mai filosoGcamenle analizzato
questo coucelto? Le
voci non hanno
né figura, nè
colore: come dunque
trovate voi fra
il grave e
l’acuto, che sono
due idee diverse,
una identità come
questa? Qui avete
identità e diversità
in un punto
solo. Mi sapreste
voi dare un
emblema che rassomigliasse e
mi desse ragione
di questo fenomeuo
psicologico? Alla Matematica
pienamente sviluppala toccherebbe
di offrire questo
emblema; e, quando
fosse convenientemente esposta,
presenterebbe all’ umana intelligenza
uno specchio, nel
quale questa ravviserebbe
sé stessa ed
i proprii movimenti
allorché si occupa
a studiare le
quantità. Essa vedrebbe
allora, che i
concetti aritmetici appartengono
propriamente * j 1
.sènso differenziale *
e eliti perciò
debbono essere più
semplici e. piò
universali ilei geometrici,
e servir quindi
ai paragoni ed
ai risultati geometrie
i. Di rialti
quando la m e □
Le nostra sempìieemeule
di stiogu'e o limila
un oggello, non
ritrae allro concetto
clic quello dì
utia diversità o
rlì ima latitudine
astratta, la quale
non si può
risolvere in vétun* altra
più semplice idea.
Da ciò ue
viene, clic col
senso aritmetico voi
determinate anche le
misure di quelle
cose*, le quali
non presentano superficie
alcuna, lu questi
casi perù il
senso aritmetico viene
assistilo dal geometrico.
Cosi ci serviamo
dello spazio per
misurare il moto:
e dello spazia
n del mota
per misurare il
tempo. Così so
noi cì occupiamo
a determinare 3 a
caduta, la prelezione,
la direzione o
diretta o ribattuta
di un solido
o di uo
fluido, I imaginazione
traccia per una
pronta finzione b
linea ch’ossi descrivono.
Quanto alle forze,
si associano le
idee dtdresUuisione o dei numeri
per segnare ì
gradi: lai clic
quesl’associazinue del senso
geometrico coll 'aritmetico
ù costante, universale,
inseparabile. Nò la
cosa, logicamente parlando.,
potrebbe mai procedere
diversamente; perocché le
idee di diversità^
di distinzione. di
limiti*, dì ptìo
di meno ec.
sono tulle puramente
relative* Ma per
citi stesso che
sono relatice esse,
involgono il concello
de’ termini^ dai
quali sorge la
relazione* Somministrare le
idee di questi
termini appartiene appunto
al senso geometrico.
Esso presta, dirò
cosi., il fondo
sul quale si
esercita ogni specie
di calcolo :
esso quindi è
il primo die
agisco in noi.
A lui dumpu:
appartiene in prima
ed ultima analisi
il concetto positivo
dell1 unità si
metrica che complessiva. SO. Del
concetto dell' un ilei
complessiva. Copie si
condili col senso
discretivo. L* unità
complessiva 5 sia
sensibile, sìa mentalo
; riunisce molli
concelli, i quali
presentano qualità esclusive
e qualità comuni
nelle parlL ed
una proprietà semplice
individua nel tutto,
clic non si
può tramutare in
un altra. .Da
ciò deriva Lalvoka
una incommensurabilità assoluta»Ciò
però non toglie
chT essa non
si possa risolvere
in dati elementi.
bolla sola cognizione
però dì questi
elementi non si
giunge a quella
arnia. Non sarebbe
più vero che
esista una forma
unica indivisibile^ e
tutta propria del
solo complesso, so
ridea d dV elemento potesse
esprimere quella del
tutto, Un falegname
costruisce la ruota
di un carro,
ed un muratore
fabbrica una torre
rotonda. Tre cose
si possono domandare.
Da prima, quanto
materiale sia stalo
impiegato nel dato
lavoro: la seconda,
quali lorme .
\\k\ Sp ecià
H u y e&s e
po le partì
ni a gg
tori e omponen
li q u est5 op
e ria, e
quante di uùa
forma e quanto
di iuj 'altra siano
state impiegate, e
come siano siate
collocate nel costruire
l'opera suddetta; la
terza finalmente quale
sia b dim
e nsio n e d
i tutta l
’ o p
qv a s
u d di
vis ala. *—
Quaudo v oi doma udate
q u a uLq matòfe
sia stato impiegalo,
voi fate astrazione
tanto dalla forma
unica complessiva del
tutto* quanto dalla
forma o formo
diverse delle parli
singolari: quando voi
chiedete della figura
delle parli maggiori,
del numero e
tifila collocazione di
queste figure, voi
fate astrazione tanto
dalla forma complessiva
di tutta Peperà,
quanto dalla qualità
e quantità degl l
elementi primi, ossia
degli atomi che
compongono queste parti
maggiori; quando finalmente
vi rivolgete alla
dimensione del tutto,
voi prescìndete dalle
minute particolari Là
sopra ricordale, per
ottenere invece un
concetto semplice ed
univoco di questa
dimensione. Ma è cosa di
faLLo, che tanto
lo forme, quanto
il numera degli
atomi. delle parti
maggiori e del
tutto esìstono congiunte
nell' opera; egli è
di fatto, che
tulle concorrono a
costituirla nella vera
sua dimensione e
ftrmra semplice ed
unica. Ora vi
domando se, malgrado
ciò io possa
o no convertire
la dimensione del
tutto ili una
forma discretiva di
grandi parti dissimili
; se io
possa o no
trovare i componenti
razionali di queste
grandi parti, fenoli
è F espressione
loro complessa sia
incommensurabile. Miro jè il dire
che un dato
effetto derivi dalle
date cagioni; ed
altro £ ;]
dire ch’egli sìa
di caràttere o
simile o dissimile
di quella delle
sue canoni. Altro
è il dire
eli5 egli sia
in sè stesso
composto n misto;
ed altro è
II dire che
abbia un'essenza cosi,
semplice, univoca e
propria* corno quella
di ogni cagione
considerata singolarmente. Due
spinte uguali ad
angolo retto fanno
seguire al corpo
sospinto la diagonale
dì un quadrato:
due dati suoni
fanno sentire sotto
un cerLo angolo
un terzo suono.
Ora domando se
la direzione del
corpo sospinto dai
due impulsi suddetti.
od il terzo
suono che si
fa sentire per
la vibrazione dei
due, siano o
no cosi semplici
o indivisibili come
le due direzioni
c i due
suoni presi si
li gelar m cu le,
nell' allo puro che
sono tulli e
tre dissimili. Che
cosa segue da
ciò? Egli ne
segue* che io
non potrò certamente
tradurre l'idea dd
terzo suono, o
della direzione diagonale,
iu un'altra, perchè
ne distruggerci il
concetto, e convertirei
il sì in
no; ma potrò
ciò nonostante trovare
gli idem cu li coefficienti
deifessenza da me
concepita. Ecco ciò
che accade nei
nostri concetti nel
compórre, o nelF analizzare Funi
Là complessiva. In
essa V asso
eia zi ori e del,v
en*ù geometrico ed
aritmetico si palesa
apertamente, In tutti
i composti assoggettati
ad umLà dir
sì può die
il centro formale
e reggitore dell*
unità complessiva iwu
risiede dentro ale
a uè delle
parti si ugola
ri» ma fuori
(lolle medesime* l([
là egli comunica
al latto le
sue affezioni* Da
ciò nasce die
iu ogni parte
dd> Lono esistere
Lauto le qualità
singolari^ quanto le
attitudini comuni ; seu /a
ili die non
potrebbero concorrere a
formare un solo
tutto individuo*, e
dotato di vera
uni Là. Queste
atti Ludi ni
sono il fonda
me ulti dello
proporzioni} le quali
nell unità complessiva
logicamente sostengono molti
rapporti simultanei, tu
esempio Io abbiamo
accennato già sopra,
tpiaudo abbiamo parlato
del quadrato dell* ipotenusa. 37. Disi
lozione della commensurabilità dalla
unifica bil ria.
Per fa qual
cosa tino dui
primordi i della
scienza conviene aectmilamente
distinguere la commemurahiUth dalla
unificabili la. La
prima ad altro
non si riferisce,
fuorché alla coincidenza
dei limili dati
alle parli di
un tutto*; sia
con un metro
comune, sia col
paragone ad un
alito tutto. La
seconda per lo
con trario si
riferisce alfa cospiri
rione simultanea di
piu cose anche
diverse a formare
un lutto semplice
ed indivi' duo,
fatta astrazione se
queste cose siano
o non siano
fra di loro
cornine □ su rabdh òla
questa unificazione viene
considerala qui per
quel Punico aspetto
che può interessare
la logica della
quantità : dunque
conviene ben distmguere
il concetto proprio
matematico dì essa
da quello ili
qualunque nitro finitimo*
Il numero a
prima giunta presunta
uno di questi
finitimi conccLli. Ma
se voi considerate
il numero conni
["espressione di elementi
ideali simili ed
eguali (corno sarebbe
aritmelicameule quello di
più esistenze. e
gecun eliacamente quello di
più punti escogitabili), voi
non ruggì ungere
te mai ridea
generica dell’uailà complessa;
perocché questa può
abbracciare nel suo
concetto unità, varietà
e cniitinuiLà, Ora
per ciò solo,
che ili linea
di quantità contiene
solia u Lo
la varietà, essa
con in. ne
parli disuguali ariime
bearne ubi, e
parli dissimili geómetricamenle/ruUa al più dunque
il numero, considerato
come sopra, potrebbe
bensì fermare una
specie particolare doll’umlà
complessiva, tiui non
ne racchiuderebbe tulli
i caratteri. Dir
dunque si dovrebbe
quei numero essere
unità complessa similare^
tua non unità
complessiva genericaQuesta distinzione
h impor Lautissima
per il calcolo,
perche, uc fa
variare necessaria roc
ut c il
metodo. Questo metodo
dev’essere atteggiato a
norma della natura
propria delle parti
e del tutto,
e a norma
dei rapporti logico-matematici che
si multai) Aleute
passano sia fra
parte e parte,
che fra le
parli ed il
tu ILO. Questo
basti per ora.
onde preparare il
concetto delle idee
primitive matematiche in
mira allo stnbìlìmeolo
del miglior metodo
deli’ insegnaiocuto
primitivo. Queste idee
implicitamente cd eminente
monte racchiudono la
virtù logica die
deve in progresso
determinare anche le
vedute pratiche. Un
ulteriore sviluppa mento delle
medesime sara forse
necessario nel progresso
delle proposte disquisizioni
31i riserbo adunque
di presentare questo
sviluppa mento, pago
essendo di aver
fissato nota solo
h proprietà dei
primitivi cuuceLLÌ? ma
eziandio la connessione
loro razionale colle
altre tenni cria
conosciute del nostro
intendimento. Cosi si
avrà quel nodo
v t? 3"5
D ■* #
e si conosceranno
quegli anelli di
comunicazione che connettono
le sdente mate
maliche colla razionale
filosofia. iNìola al 14.
Solini ente coll' aurora
della buona Filosofia
i matematici hanno
tralasciato dal riguardare
il punto c
la linea come
enti reali ^
ma non so
se siano gì
un li a
riguardarli come segni
di pure logie*
ossia come segni
di idee ultime
relative estratte soltanto
dal nostro intellètto.
Prima di quest1 aurora, al
punto ed alla
linea veniva attribuita
una realità sostanziale,
la quale ripugnava
colla ragione. Ci^
fece dire ut
Labbé: » Quid
est punctum? Si coLorem quncris,
expers si a
parles, non habet;
si nomcn, nihii
acutius; si naturarci,
niliil obscuriusj si
ok m lieta,
nihii ineertiiis. Noe
corpus est, quia
malcriam neseit* nec
spirilus, quia ),
qimjiiitatcm rèspicitj nec
quanlilM, quia partes
cxdudit. Quid
est puna ctum ?
Nihii, si cxperientìac
credisi aliquid est,
si rationem consniis
; et ah»
quid et nihii,
si plnlòsophos àudis.
Aliquid est,
quia par Ics
net Ili 5
et nihii est,
3ì quia durti
est pun etimi, vinculiitn
esse nequit. Quomodo enim
partes necLit, si 33 non
Ungiti, si non
adacquai? Quomodo adacquarsi
est minila ?
Quomodo n non
est miims,sÌ est
punctum? Et si
est mi ntis, quomodo
id taluni unit,
quod » totum
non tangit? Quomodo
unum non est
minus, et alte
min majus? Quoj>
modo unum non
est niimtS, si
est punctum j
et alterniti màjns,
si est lo „
tuns ? _ _ Quid est
punctum? Si non
interrogai*, sei&j si
urges, nescioq si
)> mavìs, ludo.
» Ho detto
che dal modo
di assumere il
punto qui supposto
dal Labbe hanno
in oggi receduto
i matematici. Leggale
il Grandi ed
il Lacrolx nei
loro KJeinenLi, 0
ve ne convincere
le. Ivi vedrete
le giuste definizioni
anche della linea,
deli' angolo ec. oc-,
c vi convincerete
vie ptu della
verità delle cose
da me esposte
iu questo primo
Discorso. 1 i
A\ Sull oggetto,
sulle parti e
sullo spinto delle
dottrine m atema
ti eli e . — Passaggio
dalia contemplazione metafisica
ed isolala alla
spedale e di
fatto delia quantità,
Conce Et I
nuovi e reali
che no nascono.
L unità, sia
metrica, sia complessiva .
considerata nella massima
tu;generalità, non veste
alcuna posizione determinala.
Ma questo aspe
Ilo ì puramente
fattizio. Esso viene
preso lu non
siderazione da noi
soltanto per semplificare
V oggetto delia
nostra analisi, e
determinare I caratteri
eminenti e perpetui
dell’oggetto analizzato. Co
li vi no
duncpio disceudm da
questo punto altissimo
di prospettiva, onde
rilevare piu davvicitioii
naturale aspetto di
lui. In questo
secondo punto di
vista die cosa
vergiamo noi ?
Noi non vegliamo
più F unita
indefinita ma E
vediamo finita, e
veramente figurata. Noi
non veggi amo
più il numero
a gelsa tF
unii «empii co pluralità 5
nò una grandezza
geometrica, come un
pici o no mcuo di
estensione, ma a
questi concetti sì
aggiungono quelli delle
loro proprietà naturali -,
siano assolute, siano
relative, Mtoru gli
cali matematici ci
appariscono dotati d’uua
specie di personalità
propria, come le
altre cose tutte
esistenti in natura.
Rappreseti tamloli con ordiu&j
si forma la
loro storia naturale,
e nello stesso
tempo si generano
i pieni elementi
del calcolo. Qui -appunto
consiste tutto Io
spirito eminente della
dottrina di fatto
del primitivo insegna
mento delle Ma
te ma li
di e. S
39. Necessità dì
questa contemplazione speciale
e di fatto
per oLEcuerc h
prona scienza ed
il calcolo efficace.
Indole e leggi
della quantità dt
fatto. L'arte di
osservare somministra Farle
di calco lare.
Ma Farle di
osservare è necessariamente determina
la dallo stato
reale difatto dui
soggetto, e dai
rapporti che pass
a un fra
di lui e
la nostra intelligenza.
Sarà dunque necessario
di porre sotF occhio
tutto il soggettò
cóme sta J altri menti
non avremo uf
piena scienza, uà
calcolo efficace. Pochi
squarci saltLiarii o
uno sfumalo profilo
non somministreranno adunque
clic risultali imperfetti,
o di una
rimotissima applicazione, I
veri concetti matematici
non sono nè
fantasie poetiche, nè
elaborazioni trascendentali. Essi
sono risultati necessarii
degli oggetti aritmetici
e geometrici esaminati
da noi. Ma
questi oggetti ci
presentano qualità assolute
e qualità relative
proprie e inseparabili.
Dunque prima di
tutto conviene studiare
queste qualità, e
le leggi necessarie
che ne derivano.
Questa sentenza è
comprovata tanto dai
nostro senso sperimentale,
quanto dalla proposizione,
che il principio
della figura è la stessa
figura. Questa proposizione
altro non è
che l’espressione di
una legge necessaria,
la quale, anche
non volendo, si
manifesta agli attenti
calcolatori. Essi veggono
diffalli più volte
comparire ora una
similarità dominante fin
nelle minime parti
d’ una divisione determinata
dalle ragioni costituenti
un tutto ; ora
un predominio di
certi termini posti
in una data
maniera; ed ora
altri fenomeni consimili.
Tutti questi accidenti
sono la necessaria
conseguenza di una
legge necessaria che
deriva dalla natura
degli enti matematici
medesimi. Se gli
enti geometrici fossero
soltanto generazioni di
punti fluenti e
di linee scorrenti;
e se gli
aritmetici fossero nude
pluralità più o
meno ampliate, ossia
elevale a maggiori
o a minori
potenze; tutti questi
accidenti e tutte
queste affezioni, che
ad ogni tratto
si palesano nel
calcolo, non potrebbero
sorgere giammai. Qual
partito adunque ci
rimane? 0 di
studiare di proposito
la natura e le leggi
proprie di questi
enti, o di
ricorrere alle qualità
occulte dei peripatetici
del medio evo.
Ma se l’occulto
si potesse render
palese, non è egli vero
che, ommeltendo le
ricerche, noi ci
condanneremmo ad una
ignoranza volontaria? À
che prò allora
studiare di proposito
le Matematiche? Forse
che carpire qua e là
con fatica improba
qualche teorema forma
la ricompensa e
costituisce il vero
frutto degli sludii
matematici? 40. Antichità dello
studio sull’indole e
sulle leggi della
quantità. Sua interruzione.
Necessità di ripigliarlo.
Lo studio che
io propongo non
è nuovo: ma
è tanto antico,
quanto la scienza.
E°ii è in
sostanza uno studio
abbandonato od interrotto
dalla o solita
nostra impazienza di
scorrere di salto
al generale ed
all’assoluto, prima di
avere gradatamente esaminati
tutti i particolari.
Le Matematiche poi
hanno dovuto subire
una vicenda particolare
non comune agli
altri rami dello
scibile; e questa
si è V
arcano che uno
spirito di naturale
ed universale analogia
ha suggerito ai
primi coltivatori e
maestri. Questo arcano,
al quale si
unirono gravi interessi,
ha soltanto permesso
di esternare i
metodi delle prime
operazioni aritmetiche, occultando
la loro origine
e le loro
ragioni, e il
mezzo onde renderne
sensibile la derivazione.
Così il mondo
fu condannalo a
contentarsi di un
cieco meccanismo, anziché
ottenere una filosofica
derivazione dell’arte di
calcolare. E tempo
ormai di ristabilire
la scienza nelle
sue basi; è
tempo ornai di
riannodare il filo
interrotto della sua
generazione: è tempo
ornai di conoscere
le ragioni di
ciò che operiamo;
è tempo ornai
che gli apprendenti
siano sollevali dall’ improba
fatica di un
insegnamento preso per
la coda, o
fatto con precipizio. 41. Come
dev’ esser fatto questo
studio. Per far
ciò convien salire
dal sensibile, dal
semplice e dal
particolare, all’ astratto, al
complesso ed al
generale. E poiché
il senso geometrico
deve prestare il
fondo, e questo
fondo è essenzialmente vario,
egli fa d’uopo
incominciare ad occuparsi
su di lui,
ed acquistare la
cognizione almeno delle
qualità matrici da
lui presentate, per
indi passare alle
filiali . Queste qualità
matrici si rilevano
dall’esame delle differenti
forme, e dai
ualurali movimenti e
periodi delle rappresentazioni simboliche
delle quantità. Il
nome di simbolo
sembrami più adatto
che quello di
figura^ sì perchè
negli studii puramente
teoretici non intendiamo
di rappresentare forme
esistenti realmente in
natura, e sì
perchè l’oggetto del
loro esame è
propriamente quello di
condurre all’arte del
calcolo. Il loro
carattere simbolico si
è quello appunto
che può autenticare
i dettami scientifici.
Questo carattere consiste
nel porre sotto
agli occhi le
posizioni, le distinzioni
e le composizioni
nostre mentali. Ogni
specie di disegno
ricavalo dalla nostra
fantasia ha questo
carattere. Essi altro
non sono chepitture
del pensiero. Questo
schiarimento è più
importante di quello
che a prima
giunta possa comparire.
Senza di lui
si dà luogo
a tutte quelle
illusioni, alle quali
un rozzo senso
di analogia trascina
gli uomini. Senza
di lui non
si distingue ciò
che ci viene
dal di fuori
da ciò che
noi ricaviamo dal di dentro.
Senza di lui
non si rintuzzano
quelle pretese colle
quali intendiamo di
dominare la natura
. Senza di
lui finalmente togliamo
la fiducia logica
alla scienza, stante
eh è col
personificare i nostri
concetti noi comunichiamo
loro una natura
indipendente da noi,
la quale, oltre
d’involgere un falso
supposto, gli assoggetta
alla critica dei
fenomeni esterni. Per
lo contrario col
riguardarli come puri
modi della nostra
mente ce ne
assicuriamo come di
qualunque altro reale
nostro sentimento. Questi
simboli dunque si
debbono riguardare come
le note della
musica, e farli
servire come ci
serviamo delle note
suddette. Scoprire le qualità
razionali degli enti
matematici, prodotte o
dalla loro composizione
? o dalla
loro divisione, o dai loro
nessi, e così
discorrendo, ecco Toggetto
logico immediato del
primo esame di
questi simboli. Varie
possono essere le
forme o del
tutto o delle
parti loro; ma
esse non possono
servir tutte al
calcolo. Le prime
sono quelle che
nascono dalla formazione
o divisione di
un tutto avente
unità di concetto
con radici razionali.
Esse allora fanno
la funzione di
guide e di
mediatori proprii e
naturali. Senza il
loro soccorso ogni
concetto rimarrebbe necessariamente isolato;
senza le indicazioni
loro non si
potrebbero veramente tessere
certi calcoli. Esse
formano, dirò così,
i muscoli ed
i nervi del
corpo matematico. Il
calcolo è un’arte
che riposa sopra
una scienza di
fatto. La scienza
di fatto non
si acquista che
colla osservazione dei
fatti medesimi. Questi
fatti altro non
sono che i
concetti nostri geometrici,
sia primitivi, sia
secondarii, coi quali
comprendiamo o paragoniamo
le quantità. Per
fatti primitivi io
intendo quelli che
si manifestano per
via di una
ordinaria attenzione, madre
del senso comune;
per fatti secondarii
intendo quelli che
si manifestano per
via di una
studiata induzione. Quando
la scienza è
nata, si trascelgono
e si classificano
questi fatti. Quelli
che debbono essere
sottoposti agli occhi
degli apprendenti, sono
certamente i più
semplici, ma ad
un tempo stesso
i più fecondi.
Tutte le posizioni
dunque primarie del mo ndo
matematico debbono in via di
fatto essere poste
sottocchio. Vedete la
natura: essa non
ci presenta ver
un testo mutilalo.
Imitiamola dunque almeno
nella prima proposta,
per far intendere
che quando studiamo
in particolare non
dobbiamo rimanere stazionari!.
Le prime posizioni
sono rappresentate col
simbolo dell’ unità geometrica,
che a bel
bello si va
trasformando, e secondo
le apparenze ampliando,
diminuendo, ed associando
con altre. La
trasformazione somministra la
vera ed essenziale
differenza ; V associazione somministra
la vera unità
complessiva. Tutte queste
forme debbono essere
proposte e delibate,
riserbando l’esame delle
leggi generali ad
altro periodo. I,
Jfezri e modi
rii questo sii
ni io. Uso
ilei ceiÌcqIo primitivo
natura]^ dfslinìii tini
secondario arltfieiule. Oltre
di ri levare
i fenomeni deità
quantità ? >1
dm1 far avvertii^
ai movimenti nostri
interni. Nel tessere
questo esame si
dovrà certamente for
uso ili raziociuih
e però di
un vero calcolo.
\Ia questo calcolo
non è il
calcolo matematico aftìjtziaìe^
conseguente alla cognizione
delle leggi della
quantità: mai' un
calcolo primordiale generale
della teoria, e
quindi delle regole
speciali de Ila
le dalla cognizione
di queste leggi .
Calcolo inizialivo pertanto
denominar si potrebbe
quello elio ricce
impiegato in questa
prima operazione; nella
quale si tratta
di scoprire l’indole
c le leggi
delle diverse follile
della qp aulì
là. la questo
esame primordiale non
basta fare Fanalbi
dei simboliche slan nojkòri
di noi, ina
convieu fare eziandio
avvertire ai movimenti
eie accadono dentro
di noi nell'atto
di compiere quest'analisi. Per
Iti qual cosa
convieu far bene
avvertire, ohe ora
il senso aritmetico
è suWdiin-to al
geometrico, ed ora
il geometrico all1
aritmetico, in modo
però che omeudue
Intervengono sempre a
dar l'orma ai
nostri giudizi! rd
alk nostre espressioni.
Posto diffatli lo
stesso simbolo Figurato,
egli può diviso
o estimato in
mille diverse maniere.
Fra tuLte però
con vira preli'rire
quella sola die
viene determinala dai
rapporti essenziali della
sna posizione, e
dai bisogni della
nostra mente, rivolta
a determinare sì
il vaiore di
tutte le parti
dell'esteso esaminato, clic
le loro prò j
elioni, le lai
a con cessioni,
le loro convergenze;
e, in breve,
tutto ciò clic
può èsig.'w in
futuro il mini s lem
del calcolo. 4-4. Ordine
delle ricerche sui
fenomeni della quantità.
Queste ricerche nascono
spontaneamente le noe
dalle altre alforcliè
Insanie venga incominciato
a dovere. La
figura stessa, corno
Vi somministra le
risposte, cosi vi
suggerisce anche le
ricerche clic dovete
insilare. \ fine
d? incominciare a
dovere quest’ esame si
debbono proporre tre
generali ricerche: la
prima, quali siano
i caratteri propni di
tjaell.j lai figura
■ la seconda,
quali ne siano
i coefficienti tanto
a riguardo oeh
porti, quanto a
riguardo del tutto:
lo terza finalmente,
quali ne siano
i vincoli di
connessione, di tendenza
con altre, e
quindi quali ^ìì
elementi per convenire
a formare mi
tutto individuo. I
risultali di queste
rkudic. fatte a
dovere somministrano tutti
i lumi primitivi
di fatto per
conoscer le leffgi
naturali della quantità.
Studiando posatamente queste
formano le regole
speciali e getterai:
del calcolo. DISCORSO
SECONDO. 11/, 9 45.
Distinzione della parte
ostensiva dalla parte
operativa della dottrina.
Definizione generica del
calcolo. Con queste
regole si effettuano
le leggi delP.umana
intelligenza rivolta all’esame
della quantità. Le
figure diverse, esaminate
in senso diviso
e in senso
unito, vi presentano
di nuovo un
gran tutto, le
varietà del quale
altro non sono
che le metamorfosi,
dirò così, cì’una
grande unità. La
serie ordinata di
queste metamorfosi, le
relazioni e i
passaggi dalle une
alle altre vi
somministrano appunto i
termini e i
modi del calcolo
universale matematico. In
lui si riuniscono
tutte le differenti
specie di calcolo
come altrettanti rami
d’uno stesso albero.
Qui noi entriamo
nella parte operativa
delle Matematiche, nella
quale appunto consiste
il merito loro.
La parte ostensiva
o contemplativa non
è che il
mezzo per giungere
all’ operativa. Questo scritto
versa sul metodo
d’insegnamento . La parte
dunque operativa esige
una speciale attenzione.
Domando adunque in
primo luogo che
cosa sia il
calcolo. Esso
viene comunemente definito
= quella operazione
del nostro intelletto*
mediante la quale
noi procuriamo di
determinare e di
esprimere i diversi
rapporti delle quantità.
= Questa operazione,
a norma dell
'oggetto e dello
scopo speciale che
si propone, riceve
pure speciali denominazioni, la
tutte queste specie
per altro l’operazione
suddetta tende sempre
a ridurre a
termini più semplici
e più compendiosi,
che può, l’espressione
di questi rapporti.
Quando si conoscono
i mezzi opportuni
di far tutto
questo, si conoscono
le regole del
calcolo; quando effettivamente si
sa impiegarli con
esito, si ha
la perizia del
calcolo. La collezione
o il complesso
di queste regole
costituisce V espressione
dell’arte: il possesso
pratico maggiore o
minore dell’arte forma
la perizia maggiore
o minore, e
quindi il merito
maggiore o minore
di un calcolatore. 46. Perchè
sia necessario il
calcolo. Domando in
secondo luogo il
perché sia necessario
il calcolo. Perchè
da una parte
gli oggetti che
dobbiamo o vogliamo
conoscere sono tanto
varii, tanto numerosi,
e in massima
parte nascosti: e
dall’altra la nostra
percezione è tanto
angusta, confusa, ed
arrestata dalle prime
apparenze. Questo fatto
è comune ad
ogni specie delle
nostre cognizioni; e però in
tutte le nostre
deduzioni interviene veramente
una specie di
calcolo. . 1/ argomentazione e
opera doli" iute
Utenza limitala. Mediante
il paragone di
due idee eoa
una terza, essa
può scoprire quei r
ri p porli i quali
immediatamente non fi
presentano alPinLelleHo. S
^7. Come nacque
in prima il
calcolo e si
perfezionò. La natura
è la prima
maestra* J/arte alleo
non fa else
imeagtee quelle maniere
le quali l'esperienza
mostrò seconde ad
ottenere ['inizilo proposto.
Ecco la logica artijièiafe.
figlia e campagna
della naturiti a Dico
anche compagna^ perocché
anche dopo il
ritrovamento del!V$ciale essa
esercita ancora il mio dominio
iu mille e
mille occasioni, le
quali non furono
contemplale dall arte,
La logica dunque
naturale si più
dir sempre predominante^
perocché sono inolio
piu numerose le
circestanze nelle quali
si ragiona cd
agisce senz’arLe, che
quelle nelle quali
si ragiona cd
agisce con arte*
Per tal mozzo l’uomo
anche nella più
inah trata civiltà
è più discepolo
della natura, che
delle instìluzioui fat tizie
della socieLà* \
eneo do al
calcolo, noi siamo
costretti a confessare
che il calcolo
matematico è figlio
del calcalo naturale
^ e forma
un ramo particolare
di questo calcolo
primordiale, Diffatù cello
studiare la storia
naturali della quantità
per ricavare le
leggi della medesima,
e quindi far
nascere )e regole
del calcolo matematico,
noi slamo costretti
di usare il
calcolo. Per la
qual cosa le
regole del calcolo
un a temati
co derivano da
un litro calcolo
anteriore, il quale
si confonde colpirle
di pensare comune
a tutto lo
scibile umano. Non
con fon diamo
le regole del
calcolo coi principii
filosofici del medesima;
né lo origine
e V analisi dei
concetti logici oollr
pure definizioni e
collo deduzioni secondarie.
Il calcolo èun
arte, ed un'arte
di prima necessità;
esso ha preceduto
la scienza filosofici,
crune tutte le
altre arti primitive*
In esse la
ragióne dell’arte viene
dedotta dal1 a
pra fica e
dall e p
ro d azioni
dell’ a r
te m ede
s I m a
. La
prima creazior e
è inspirata, dirò
cosi, dalla natura,
I/norrio allora contempla
F opera della
sua mano* Da
ciò dia ha
fallo impara a
far qualche co sa
di piu; ma
per lunga pezza
prosegue a fare.
Finalmente studia la
ragione di quella
eh fece; lacchè
egli pratica rientrando
iu sé stesso,
ed indagando h
natura e 1
andamento de suoi
pensieri. Iti mane
certamente*, come rimarrà
sempre, molto di
inavvertito e di
occulto: perocché la
ma un può
fare assai più
di quello die
la mente possa
discernereed intendere: ma
smaniente collo studiare
ciò che si
può Jisceraere, c
col dare la
ragione di ciò
clic fi può
intendere, si può
ampliare il nostro
dominio razionale* Necessità
dell'analisi filosofica del
calcolo. Pare a
prima giunta che
il calcolo non
abbisogni di alcuna
analisi filosofica, perchè
egli porta un
frutto certo che
acquieta 1’ intelletto.
A che rompersi
la testa, dirà
taluno, ad indagare
la natura propria
del calcolo, quando
veggiamo offesso ci
somministra i risultati
che domandiamo? Prima
di tutto io
rispondo: non esser
vero che col
calcolo usitato si
ottenga tutto ciò
che si vuole.
Se ciò fosse,
io non sentirei
a parlare nè
di casi b’reducibili,
nè di equazioni
irreperibili, nè d’insufficienza della
Matematica applicata, nè di altrettali
argomenti. In secondo
luogo rispondo: che
per lo stesso
motivo il farmacista,
il tintore, ed
altri che professano
molte altre arti,
potrebbero pretendere che
la Chimica sia
inutile. In terzo
luogo poi rispondo:
che quando al
calcolo si voglia
attribuire il privilegio
d’essere usato senza
la cognizione di
cui parlo, allora
non conviene parlarmi
più nè di
calcolo algebrico, nè di calcolo
sublime, ma solamente
del comune aritmetico.
Diffatti nell’algebrico non
solo si considera
la quantità sotto
un aspetto più
eminente che nell’aritmetico usuale,
ma eziandio si
fa uso di
certe affezioni e
di molte leggi
comuni degli enti
matematici. Ne abbiamo
una prova luminosa
nell’applicazione dell’Algebra alla
Geometria. Quanto poi al calcolo sublime,
noi scopriamo che le di
lui massime fondamentali
non possono essere
nè giustificate nè
migliorate senza la
cognizione filosofica, della
quale parlo qui.
Invano pertanto ci
potremmo sottrarre dalle
proposte ricerche sulla
natura primordiale delle
quantità, a meno
che non preferiamo
un cieco e
fortuito empirismo all’ illuminato e
ragionato modo di
operare. 49. Necessità di
conoscere ciò che
si deve ommettere
e ciò che
si deve fare.
Esempio. Il calcolo
è un’opera di
ragione, e non
ài fatto arbitrario.
Dunque è necessario
di conoscere tanto
le cose che
si debbono ommettere,
quanto le cose
che si debbono
fare. Quanto alle
cose che si
debbono ommettere vige
un principio generale,
che tutto ciò
che è assurdo
logicamente, e tutto
ciò che è fraudolento praticamente,
dev’essere bandito dal
calcolo, sotto pena
di nullità. Se
per una considerazione generale
non fosse possibile
di annoverare tutti
questi assurdi e
queste frodi, dovrebbero
almeno i maestri
segnalare quegli assurdi
e quelle frodi
che illusero con
effetto tanti uomini,
e salire alle
cagioni che ne
possono rinnovare gli
esempli. Il celebre
Lagrange ha pubblicato
un libro che
porta il seguente
frontispizio: Teoria delle
funzioni analitiche, contenente
i principii del calcolo
differenziale scevri da
ogni considerazione d infinitamente piccoli
o di evanescenti,
di limiti o
di flussioni . e
ridotti all' analisi
algebrica delle quantità
finite. Questo solo
frontispizio manifestali colpo
d’occhio e il
sentimento d’uu uomo
di genio, che
non tollera nè
l’assurdo, nè la
frode. Qui l’autore
allro non dichiara,
che di volere
far senza di
infinitamente piccoli, di
quantità che svaniscono,
di limiti per
tramutare gli eterogenei
in un solo
concetto commensurabile, di
flussioni per confondere
in uno le
essenziali dissimiglianze. E
perchè mai egli
non si è
prima occupato a
dimostrare che se ne deve
far senza? Perchè
mai quel gran
genio non ha
voluto precluder l’adito
a quei metodi
che egli ha
rigettati, mostrandone l’illusione
logica e la
fallacia? Col dire
semplicemente al pubblico:
ecco che si
può far senza
di questi melodi,
non ha dimostrato
che se ne
debba far senza,
e però ha
lasciato ancora la
facoltà di usarne,
come se anch’essi
fossero acconci a
trovare la verità.
Ma qui siami
permesso di domandare:
o l’autore era
persuaso della irragionevolezza dei
metodi dai lui
rigettati, o no.
Se ne era
persuaso, dunque non
doveva lasciare a’
suoi lettori la
facoltà di abbracciare
o la scuola
Leibniziana, o la
Newtoniana, o la
sua : perocché
fra il vero
e il falso,
fra il leale
e il fraudolento
non si può
transigere. 0 l’autore
non era persuaso
della mentovata irragiouevolezza ;
ed allora fare
e dimostrar doveva
che il suo
metodo fosse piu
facile, piu comodo
e piu spedito
degli altri da
lui rigettati. Se
diffatti anche questi
venivano da lui
riguardati come altrettante
strade conducenti allo
stesso scopo, altro
motivo non rimaneva
per far preferire
la strada segnata
da lui, che
quella della maggiore
comodità e speditezza.
Ma egli non
ha fatto nè
l’una nè l’altra
cosa, forse per la somma
modestia che Io
animava. Cosi noi
siamo rimasti defraudati
di un massimo
servigio che quel
sommo genio avrebbe
potuto rendere alle
Matematiche. Solamente col
dimostrare l’ irragionevolezza dei
metodi da lui
rigettati egli avrebbeci
compartito un inestimabile
ed eterno beneficio.
Abbattuto una volta
dalla possente destra
del genio il
grand’albero piantato da
suoi antecessori, e
strappatene le radici
per sempre ; eretto
quindi un muro
insormontabile ai veri
confini della scienza;
tutti coloro che
venivano dopo avrebbero
almeno imparato a non tentar
più la strada
dell’errore e della
Irode. Perciò, quand’anche
non avesse egli
segnata la via
diretta, avrebbe obbligati
gli altri a
non ismarrirsi pei
sentieri fallaci tracciati
da’ suoi antecessori.
Questo beneficio sarebbe
stato durevole, quantunque
il metodo da lui inventato
avesse dovuto perire.
Consumata una volta
l’opera della di
ùtmzione.n si avrebbero
potato rinnovare più
volto anche io
vano i tonfativi
della edificazione' ma
quelli clic fossero
striti ben distrutti
ima volta non
sarebbero risorti mai
più. Per la
qual cosa so
fosse vero quanto
da un settentrionale trascendentalista è
stato bruscamente rinfacciato
al Lagrange., die il di
lui metodo è
falso OX avremmo
almeno un criterio
negativo per giudicare
se quello del
suo censore sia
escuto dai vizii
già diin o
stràni. Dico un
criterio negativo*) per
far intendere che
se Tan La
gomito avesse impiegato
mezzi già riprovali
dalla ragione nel
costruire il suo
nuovo edificio, si
avrebbe potuto, posta
una chiara dimostrazione* accordargli
esser vero non
avere il La
grange ancora indovinato
il vero metodo
del calcolo proposto'
ma esser vero
nello stesso tempo
clic il suo
censore ha pure
tentato invano Y opera
medesima. Difetti, dimostrata
una volta con
rigore lilosohco Tir
ragionevolezza dei metodi
rigettati, ossia dei
loro mezzi fondamentali
j se per
avventura il nuovo
riformatore gel leu
Lrionale si fogge
prevalso di alcuno
di codesti mézzi?
ogni, lettore avrebbe
potuto dirgli :
Guardate bene, o
riguo re* che
voi adoperate un
mezzo assolutamente riprovato*
e però il
vostro assoluto trascendentale è
un assoluto trascendentalmente, e
In via assoluta
riprovalo. 50. Dei doveri
negativi. Della loro
cognizione. Tutto questo
serva in via
di esempio per
far sentire quanto
sia necessario (specialmente
prima die Limi
scienza o un- arte
sia giunta al
suo apice!, quanto,
dico* sia necessario
di far notare
le cose che
si debbono ora me
Ltere, prima di
mostrar quello clic
sì debbono o
che si crede
dovérsi praticate* 11
mostrare quello che
doveri uni mettere
non Importa assola
lamento la cognizione
di ciò die
po trebbi:. ri con buon
successo operare. Io
mostro ad un
navigante esservi scogli
e voragini in
doli punti dell3
Oceano ; il
mare in certe
stagioni essere soggetto
a desolanti tempeste,
Se io tralascio
di mostrargli la
via più breve
c più sicura
onde approdare ad
una data costa,
o die io
la ignori, o che io
prenda abbaglio, cesseranno
forse d1 esser
vere le notizie
di fatto da
me date? Tingiamo
ora che taluno
proponesse di seguire
la via piena
di pericoli, e
che porta a
certa perdizione, come
se essa fosse
strada opportuna: lasserebbe
forse d: esser vero
che colui mostra
la via della
perdizione invece di
quella del salvamento?
Dalla similitudine passiamo
al fatto* Per
dimostrare le cose
dalle quali ci
dobbiamo attenere nel
calcolo non è
sempre neces (i)
Wruoski, Intimi tiz>
*atc atta filosofia
ttnllè Materne iu-ht'*
pBg* • ario
possedere Carte del
calcolo, Àtìzi quando
non si ira
Ita delle jdid
maniere di esecuzione^
ma si Lratta
invece dei prmeipii
eminenti di rà$0n$rj
ed anteriori al
calcolo, non solamente
non è necessario
di possedere il
meccanismo del medesimo:
ma, anche possedendolo,
la d’uopo guardarsi
dall usarne* specialmente
quando si vogliono
dimostrarci dovéri negativi
eminenti ed universali. al* terza
dei doveri negativi.
Con quali principi!
debbono essere discussi
e stabiliti. LIó
clic uon si
può uè si
deve fare in
forza soltanto dei
prindpii primitivi universali
ed irrefragabili di
ragione * costituisce il
tenore ili questi
doveri negativi. Se
ni un mortale
ha diritto di
comandare alla Logica*
e meno poi
di capovolgerla, i
maestri di Matemàtica
dunque dovranno piegare
il collo a
questi doveri. Invano
porrebbero sottrarsi col
mostrarmi una lanterna
magica, un giuoco
di bussolotti-, o
una i'antasmngona. \
01 commettete, risponderei
loro, un circolo
vizioso. Qui si
tratta dei principi!
di ragion comune.
11 terreno, sul
quale dobbkmi disputare,
non è quello
delle fate, ma
è quello del
buon senso e
della natura* A
oi, col rifiutarvi
dal venire in
questo campo, vi
sottraete dal combatli mento decisivo.
Qui si deve
cót&battere e qui si deve
vincere, per dichiarare
so la vostra
vittoria sia legittima,
o no: ogni
altro partito è
wa sullerfu gio, ed
ogni sotterfugio è
nu rifiuto di
volere una decisione- le*giltima della
causa della verità.
Si racconta che
Cremo nino peripatelico.j invitala
da Galileo a
mirare col suo
telescopio il ciclo,
abbia ostili a
lamenta rifiutalo di
farlo, per timore
dT essere costretto a
confessare cLe i
cieli uon erano
incorruttibili e cristallini,
come aveva imparato
-dulia scuola, ed
aveva pur egli
insegnato. Ecco il
caso di quei
matematici éz si
sottraggono dalla discussione
dei primitivi principi!
di ragion coiti
Dee che presieder
debbono al calcolo,
o che alle
censure della filosofia
contro i melodi
adottati contrappongono no
colpo di fantasmagoria
matematica- 52. Primo dovere:
non confondere il
sensibile fisico coti1
escogitabile. Esempio. Invano
per altro ricorrono
anche a questo
partito, perocché la
Biosofia sa cogliere
i concetti nascosti,
sa decomporre i
composti, e sa
dissipare gl’ illusoli!.
U per verità
quando i matematici,
nell’ impotenza- di far coincidere
la valutazione di
due oggetti essenzialmente incomincnsul
abili, stabiliscono un
valore o una
misura di mera
approssimazioncj'd ragione mi
dice die se
essi presentano una
cosa speaditiivameMe inutile,
non mi presentano
almeno una cosa
logicamente assurda o
fraudolenta. Ma allorché,
dopo aver diviso
ed angustiato l’ oggetto,
e ridotte le
cose ad un
residuo, a loro
dire minutissimo, e
peggio infinitamente piccolo,
lo volessero scartare,
e quindi valutare
Foggetto accomodato senza
far entrare lo
scartato, la ragion
primitiva, ossia il
senso comune, mi
direbbe che essi
non solamente mutilano
Foggetto proposto, e
realmente lo tramutano
in un altro,
ma pretendono che
io debba riguardare
Foggetto scambiato come
identico al primo
proposto. Quindi esigono
che il calcolo
che versò sull’oggetto
scambiato venga da
me riputato come
fatto sull’oggetto domandato,
e però che
tutte le proprietà,
tutte le leggi
e tutte le
affezioni dimostrate jiroprie
dell’oggetto sostituito si
debbano appropriare per
equivalenza all’oggetto principale
proposto. Così, dopo
aver modellato le
persone sul letto
di Procuste, pretenderebbero che
io dovessi riguardarle
come dotate della
dimensione che sortirono
dalla natura. Quanto
all 7 approssimazione^ ho detto
in primo luogo
essere speculativamente inutile.
Con questa frase
intendo significare, che
se per gli
usi della vita
può essere utile
di stabilire valori
approssimativi, ciò è
inutile per la
teoria intellettuale della
quantità. Negli usi
della vita noi
abbiamo per confine
il discernibile fisico,
e per motivo
un interesse sensibile.
Voler eccedere questi
limili sarebbe una
follia frustranea. Per la qual
cosa siamo obbligati
di adattarci ai
pesi ed alle
misure sensibili, e
sensibili il più delle
volte ad occhio
nudo, malgrado che
colla mente possiamo
concepire che rimanga
ancora qualche margine,
il quale potrebbe
essere assoggettato a
divisione. Quindi è
bene che la
Matematica insegni il
modo col quale
si può misurare
e ragguagliare colla
possibile esattezza il
campo del sensibile,
malgrado che raggiunger
non si possa
la quantità escogitabile.
Lungi adunque dal
rigettare assolutamente i
processi approssimativi per
gli usi della
vita, io li
conservo e gli
apprezzo : di
modo che io
terrò in maggior
pregio, per esempio,
la geometria del
compasso di Mascheroni,
che tutti gli
assoluti d’un trascendentalista. Ma
allorché dal mondo
esteriore ci trasportiamo
all’interiore, couvien cangiare
di maniera. Nel
mondo interiore dobbiamo
prendere per norma
i confini dell’ escogitabile per
la stessa ragione
per cui nel
mondo esteriore prendemmo
per norma i
confini del sensibile.
Ora siccome il
più o meno
sensibile di un
oggetto materiale ne
fa cangiare la
quantità fisica, così
pure un più od un
meno escogitabile di
un oggetto imaginato
ne fa cangiare
la quantità pensata.
Il concetto intellettuale
della quantità è
così immedesimalo collo
stato particolare di
lei, ch’egli è
violato allorché viene
in qualunque minima
parte alterato lo
stato suddetto. Allora,
qualunque sia, non
è più quel
desso di prima,
ma un altro.
Imperocché l’essenza stessa
della quantità consistendo
nell’attitudine di ricevere
aumento o decremento,
ogni stato della
medesima consiste appunto
in quella tale
grandezza, sia numerica,
sia geometrica, e
non in altra.
Dunque ogni piu
ed ogni meno
escogitabile costituisce essenzialmente uno stato diverso
della quantità. Dunque
siccome è metafisicamente impossibile
che un meno
sia nello stesso
tempo un piu
nell'identico subbierò, così
sarà metafisicamente impossibile
che una data
grandezza pos1 sa
rimanere identica togliendo
o aumentando qualunque
benché minima parte
escogitabile alla medesima.
Qualunque sia il
nome che voi
diate a questa
parte, qualunque sia
il concetto sotto
il quale la
presentiate, tosto che
essa è suscettibile
del concetto di
parte della grandezza.?, ssa costituisce
un piu od
un meno rispettivo.
Ma tostoché costituisce
un piu od
un meno rispettivo,
essa per ciò
stesso fa cangiare
stato alla grandezza,
e ne fa
nascere un altra.
Con qual nome
piace a voi
di chiamare questa
parte? scegliete: per
me è tult’ uno.
Amate voi di
chiamarla un infi ultamente piccolo ?
Qui vi risponderò:
o voi volete
ch’esso sia un
vero nulla, o
che sia qualche
cosa. Se è
un vero nulla,
dunque è assurdo
appropriargli il nome
di piccolo, il
quale involge l’idea
di cosa esistente
e sussistente $
dunque è pazzia
farne menzione nel
calcolo, in cui
si tratta di
combinare e di
paragonare resistente. 0
volete che sia
qualche cosa, ed
allora egli è
una vera quantità.
Considerandolo poi come
parte d una
grandezza, egli ne
costituisce così l’unica
essenza, che senza
di lui ella
cessa di esser
tale. Col dirlo
infinitamente piccolo altro
non dite che
esser egli d
una piccolezza indeterminata
rispetto al tutto
col quale lo
confrontate, e nulla
più. Con ciò
che cosa mi
dite voi? 0
mi ditedi non
sapere di quanto
sia minore: o
figurandovi un quanto,
non volete esprimere
questo quanto. Che
se poi vi
saltasse in capo
di prescindere dal
rapporto speciale della
data grandezza, e
mi voleste scambiare
questo infinitamente piccolo
puramente rispettivo con un infinitamente
piccolo assoluto ed
universale, in tal
caso io vi rimanderei alla
irrefragabile dimostrazione già
fatta nell’antecedente Discorso,
e vi convincerei
di formale assurdo,
degno solo d’essere
guarito nella casa
dei pazzi. Questa
dimostrazione altro non
è che una
traduzione del principio
stesso di contraddizione, come
ognun vede; e
però essa è
cotanto rigorosa ed
irrefragabile, quanto il
principio stesso di
contraddizione. Questa dimostrazione
è comune tanto
alla quantità geometrica, quanto all’aritmetica: anzi,
a dir meglio,
essa è eminentemente
universale e DISCORSO SECONDO.
\\ 57 primitiva: essa
altro non è
che uno sviluppamene
dell7 idea stessa della
quantità. Niun trascendentalista assoluto
potrà mostrarmi concetti
più estremi, e
ontologicamente anteriori a
quelli dei quali
ho fatto uso.
A che dunque
servir può il
concetto dell7 infinito nel
calcolo matematico speculativo?
In buona logica
non serve a
nulla di determinato.
Bla per ciò
stesso che non
serve a nulla
di determinato, non
serve a fissare
niuno stato positivo
della quantità, il
quale risulta da
un piu% da
un meno definito.
Non serve dunque
a stabilire alcuna
induzione rispettiva, e
quindi non può
fare la funzione
di verbo. L’unica
espressione ragionevole pertanto,
che ricever può
questo infinito, sia
grande, sia piccolo,
si è quella
che indica che
una data cosa
figurata viene concepita
indeterminatamente maggiore o
minore di un7
altra, e nulla
più. Bla col
semplice epiteto di
maggiore o minore
voi esprimete lo
stesso concetto, senza
ricorrere a locuzioni
tenebrose d'infiniti grandi
e piccoli. Bla
ridotto il significato
al suo vero
valore, ed impiegando
quindi le nude
parole di maggiore
o minore, io
domando ai calcolatori
che usano degli
infiniti: potete voi,
o no, adoperando
le nude parole
o i segni
di maggiore e
minore, far procedere
uè più nè
meno il vostro
calcolo? Se mi
rispondete di sì,
allora io v’intimo
in nome del
buon senso di
abbandonare la tenebrosa
e subdola denominazione
d’ infiniti, e di
far uso degli umani e
ragionevoli vocaboli di
maggiore e minore.
Se mi rispondete
di no, allora,
anche prima di
entrare nel labirinto
del calcolo, fermamente
vi predico che
quel che fate
con questi infiniti
è una mera
illusione, alla quale
sta sotto l’assurdo,
perocché l’opera vostra
è un vero
logico delirio. Voi
stessi alla lunga
ve ne accorgereste
con vostro rossore.
Allora, aprendo gli
occhi, comprendereste che
la vostra ragione
fu preda di
un sogno ingannatore,
e vi riconciliereste colla
ragione comune e
colla buona filosofia.
Poste queste considerazioni fondamentali,
io predico che
nel calcolo speculativo
non solamente ammettere
non si dee
veruna considerazione di
quantità infinitamente grandi
o piccole, ma
eziandio che astener
ci dobbiamo da
ogni espressione definitiva
frazionale e da
ogni tentativo di
approssimazione, il quale
scinda la unità
rispettiva, sia complessiva,
sia metrica, determinata
dai rapporti uecessarii
dei termini assunti.
Prematura sarebbe qui la dimostrazione
di questa conclusione
particolare, perocché non
ho ancor posto
in luce tutta
F indole essenziale e
lo spirito logico
del calcolo. La
vera imagine filosofica
del calcolo sfuma
sotto i processi,
come il principio
dell’organizzazione e della
vita sfuma Sotto
Fan alisi e Je
combinazioni chimiche* Quest'imagtne
uou pnò esser
colta c tratteggiata
che media u te quello
luce mtille#luale e
mediante quella perspicacia
che fa ravvisare
i tratti reconditi
dell uomo interiore. 53Dm' ere fo
mia menta le
negativo nel calcolo
degli escogitabili. Esempio.
Nou eccedendo i
confini del punto
di prospettiva, dal
quale ora rimiriamo
il nostro soggetto,
e valendoci soltanto
dei principi! primitivi
di ragione, qui si presentano
alcuni doveri negativi
risgtiardanli 11 calcolò
degli escogitabili, il
primo consiste =
nel non confondere
ciò die ò
imagi uà ria
in ente, e
in senso diviso
dìciam possibile* con
ciò che véramente
ed in senso
unito può esistere,
ed effetti vani
ente può esser
fatto. = Contro
questo dovere si
pecca quotidianamente anche
dai sommi matematici*
e da questi
peccati sorgono concetti
mostruosi e locuzioni
assurde. Io mi
spiego eoo un
esempio. Posto un
circolo diviso in
quattro parti* e
Inscritto mi quadrato,
In di cui
diagonale venga da
me presa come
F ipotenusa *,
avrò due latici
quadralo inscritto, elio
faranno la funzione
di caldi. Qui
lutto pòrta Firn
prò ola del
l eg u
a gli a nz-a *
ma qui ne11o
stesso tempo si
pr c c
3 U d
e fallito a
distinguere* a paragonare,
ed a vedere
ciò che una
diversa mìstin dei
cateti presentar ma
potrebbe. Ira questa
posizione però io
rilevo certe proprietà
e certe leggi,
le quali essendo
indipendenti dalla ccfìtsiderazbue dell
eguaglianza dei cateti,
si dovranno rispettivamente verificar
sempre* anche posta
la disuguaglianza, dosi
ve^^n. per esempio*
clic dal vòrtice
dei triangolo rettangolo
tirala una perpendicolare sino
al fondo dei
quadrato deli’ ipotenusa, ognuna
delle parli di
questo quadrato* qu dunque
ne sia la
dimensione* sarà eguale
rispettivamente al quadrato
del cateto che
le sta sopra
la lesta. Cosi
pure veggo, die
se qui l’altezza
ilei triangolo rettangolo
coincide col raggio
perpendicolare a lFipdi^ti usa,
quest'altezza non si
può verificar pili,
tosto che variano
I due cateti
inscritti nello stesso
semicircolo e poggiati
sulla stessa ìpotoaosa*
Allora per ne*
cessili deve scemare
l’ area del
triangolo rettangolo uel
semicircolo, il quale
altro non c
che la metà
del para 1
eli og rem ma
inscritto cairn tutto
il circolo. Veggo
allora che cessa
un’ altra coincidenza superficiale
ha l’area del
triangolo rettangolo ed
il quadrato del
raggio perpeu dicchi.
Allora nascendo un
quadrilungo maggiore di
quello di due
quadrati perfetti* ue
segue, che il
quadrato del Iato
minore di questo
quadrilungo m mi può
offrir più F
equivalente della mela
delFarea di lutto
il quadrilungo: come
il quadralo delfallem
del primo quadrilungo,
compila di due
quadrali perfetti, ini
oilrìva le qui
valente della mela
deJFarea dello stesso
quadrilungo ('). Qui
facciamo punto, Se
per una considerazione puramente
meta fisica io
penso di formar
due cateti disuguali,
quali induzioni trarre
ne potrò? Io
potrò tosto figurarmi
che questa disuguaglianza sia,
in astratto, grande
o piccola, vistosa
o minima. Io
dovrò vedere allora
uou so lame
irle diminuirsi la
lìnea dell'altezza del
triangolo rettangolo formato
dai cateti e
dairìpotcnusa, ma questa
linea più o
meno discostarsi paralellamenta al
raggio perpendicolare col
quale prima coincideva
3 e lasciare
frammezzo uno spazio
più o meno
largo in forma
di lista rettilìnea*
Allora io veggo
che la potenza
della linea di
quest'altezza, più la
potenza di quella
che forma la
testa della lista,
mi cou trassegnano due
quadrati, b somma
dei quali equivale
all area del
quadrato del raggio.
Allora veggp nel
così detto quadrato
geometrico della testa
della lista un
equivalsole di quello
che è stato
tolto alla metà
del quadrilungo primo,
composto dai due
quadrati perfetti, cui
chiamerò (jundrilungo dette guafianza primitiva.
Qui dunque paragonando
la posizione delheguaglianza con
quella della disuguaglianza suddetta,
trovo nella prima
elementi tutti costanti,
e quindi risultati
sempre identici. Per
lo contrario nella
posizione della disuguaglianza possibile
dei cateti c
dello altre parti
conseguenti no lì
trovo di costante
che Y ipotenusa
e il suo
quadrato, il raggio
del circolo ed
il suo quadralo.
Ora se io
soltanto dicessi essere
possi bile che
Io stato delle
linee e delle
aree vari! più
o meno, che
cosa avrei dello
io che possa
servire al calcolo?
(Nulla, e poi
nulla. Converrà sempre
almeno che io
liguri in via di prima
posizione ipotetica l-n nò o
vk ìyieino positivo,
sìa per via
di aumento, sia
par via di
decremento, sia per,
via di aggregazione,
sia. per via
di divisione, sia
per via di
proporzione, sia per
via di ragione,
cc, Questa verità
ó ontologica mente
evidente, pensando soltanto
che il calcolo,
consideralo anche me la fisica
mente, consiste nel
complesso delle funzioni
necessarie, ossia di
quello che far
si deve per
giungere alla valutazione
delle quantità algoritmiche
(ah La t dilatazione
^ io lo
ripeto, la salutazione
forma V oggetto
finale del calcolo.
Ora è vero,
o nocche lava
(i) lo adopero
ìi nume di
quadrilungo nir he
nc connota io
il parai «Ito
grani ma a
venaiiehe col volo
di celebri od e,
gatti ma
lena alite quattro
.angoli rcìlù con
quattro lati* due
ci, i quali
col nome generico
di pardìàfo* più
lunghi e due
più corta. (Vedi
Legeodre.) gramma ( 50
1 lo
il quale anche
gli antichi (2)
YV ronfila. Introduzione
itila filosofiti, comprende
vano si ài
quadrato che qualunque
delle Matematiche, pag.
s&G. figura a lati parale!
li) ri con
escono non velutazione
è metafisicamente e
praticamele impossibile senza
la considerazione di
una quantità positiva
determinata? Dunque la
nuda ed astratta
considerazione del piu
o del meno della variabile
grandezza, sia aritmetica,
sia geometrica, ossia
meglio il concetto
della metafisica possibilità
di questa variazione,
e quindi dei
gradi comunque possibilmente
piccoli, è una
considerazione od oziosa
od incompetente per
il calcolo, o
per qualsiasi altra
funzione nella quale
si tratti di
paragonare le quantità.
Per la qual
cosa, tornando al
mio esempio, io
potrò bensì figurarmi
cbe la perpendicolare ebe
divide il triangolo
suddetto possa per
ugainsensibile lista discostarsi
dal raggio, e
quindi cbe debba
a bel bello
sempre più accorciarsi.
Potrò quindi anche
figurarmi cbe il
raggio perpendicolare e
verticale a guisa
d’una sfera di
orologio vada scorrendo
tutti i punti
del quadrante, fino
a coincidere colla
metà dell’ ipotenusa proposta,
ossia col semidiametro
orizzontale: e, scorrendo
questi punti. miseI gni
l’estremo di tante
perpendicolari verticali di
altrettanti triangoli. Potrò
in conseguenza figurare
un graduale incremento
o rispettivo decremento
possibile di aree,
ec. Ma a
cbe giova tutto
questo per effettuare
la valutazione, o
per istabilire qualsiasi
differenza positiva o
geometrica o, aritmetica? Nulla,
e poi nulla.
Io traccio su
d’una carta un
circolo; tiro il
diametro; poi colla
penna segno un
taglio a capriccio
o sul diametro
o sulla periferia,
senza sapere cbe
cosa abbia tagliato.
Piglio questa figu;
ra, e dico
ad un geometra:
determinatemi il valore
dei cateti, delle
linee e delle
aree cbe vengono
in conseguenza di
questo taglio. Che
cosa aspettare mi
potrei da questa
proposta? Ognuno mi
risponde, che quel
geometra mi domanderebbe
ch’io gli dica
quanto abbia tagliato;
e cbe quindi
si presterà alla
mia inchiesta. Ma se io,
non volendo o
non sapendo dirgli
questo quanto, pretendessi
ciò non ostante che
soddisfacesse alla mia
inchiesta, cbe cosa
aspettar mi potrei?
Ognuno mi risponde,
cbe almeno in suo cuore
quel geometra direbbe
cbe io sono
una gran bestia. 54.
Principio logico del
detto dovere negativo.
Dall’esempio passiamo alla
teoria. Altro è
cbe una considerazione
metafisica mi presenti
l’astratta possibilità della
valutazione, ed altro
è : cbe
me ne somministri
il mezzo. Altro
è cb’essa mi
fissi certe condizioni
costitutive della qualità
o delle leggi
essenziali d’una grandezza,
ed altro è
cbe mi ponga
in fatto i
dati pei quali
possa determinare la
rispettiva loro quantità.
La valutazione generica
altro non è
cbe quella funzione,
per cui stabilisco
il giudizio cbe un oggetto
è maggiore, minore
o eguale ad
un altro. La
valutazione specifica è
quella funzione, per
la quale conchiudo
0 essere ella
maggiore o minore
di tanto di
uuT altra -,
o lessero la
somma delle parti
alìquote dell' una identica
alla somma delle
parli alìquote dellVUra,
La valutazione specifica
forma, o no.. Loggcttc
finale del calcolo?
Se io do
hi Latamente lo
Forma, sarò dunque
assurdo il far
entrare concetti incompatibili
con questa funzione,
od esigere condizioni
impossibili alla sua
possanza. Ma così
è che questa
valutazione risulta essenzialmente dall*
impiego di mi
dato eleménto die
mi serve di
misura, e quindi
dì criterio, per
pronunziare un pia
od anche uu
meno positivo. Dunque
egli sarà assurdità
stravagante il volere
nello stesso lompo
o sciogliere P
elemento assunto, o
scambiarlo o mescolarlo
con un altro
vago $ metafisico
non avente veruna
corresp&££u> Uà col soggetto
propósto, lu questa
sola c or
respeL Evita consiste
la potenza di
mena iva ilcllVlemcnlo
; perchè V
uno metrico assoluto
non esiste né
può esistere per
età stesso che
esistono incommensurabiìi. Certamente
sia in mio
arbitrio d dividere,
per esempio, una
data linea o
uu dato spazio,
o allargare un
*é Spr.esSiene aritmetica
qualunqueMa tosto che io scelgo
una di queste
parti come punto
di paragone, c che uè
fo uso, non
mi è piu
permesso di togliere
il concetto di
questo termine. Egli
è un fabbricare
e uu distrugaere
nello stesso tempo.
Posso in vero
cangiare la scelta;
ma in quesLo
casa rin noverò
la valutazione sul
secondo metro da
me Irascelto ;
ma non mi
perderò mai alla
considerazione che questo
possa essere o
maggioro o minore
: come quando
peso o misuro
non mi perdo
a pensare inutilmente
che i gradì
della ì dia u eia o
del metro potrebbero
essere più piccoli
o più grandi.
lJer un* inversa
operazione poi io
veggo essere frustraneo,
ridicolo ed assurdo
il volere, al
favore della considerazione metafisica
del pili o
del meno, stabilire
un criterio positivo
di valutazione, il
quale esser roti
può clic puramente
rispettivo, concreto e
ipotetico. Hiteuiamo il
principio fonda me
fila le e massimo, che
nella valutazione la i ntclli^ctìza
e subordinata alla
potenza .« io
voglio dire, che
utd calcolo di
valutazione i risultali
non dipendono da
ciò che si
può in astratto
pensare^ ma da
ciò che si
può effe Divamente
praticare. Se i
matematici avessero posto
mente a questa
importante distinzione, non
si sarebbero penosamente
ed invano affaticati
a violentare la
natura, ed a
sottomettere ad un'assurda
identità di trattamento
gli enti essenzialmente dissimili
mediante la male
intesa applicazione di
un escogitabile puramente
metafisico. Io presento
ad un geometra
un cerchio, in
mezzo del quale
sta un raggio
mobile simile alla
sfera d’uu orologio.
Io muovo a
capriccio un tantino
di questa sfera,
Metafisica meri le
parlando., lo spazio
percorso è realmente
una quantità ri
spettiva del circolo.
Ma, posto questo
fatto, potrà mai
il geometra servirsi
teoricamente e col
solo pensiero di
questa porzione di
spazio percorsa, onde
tessere un calcolo
qualunque, o per
misurare in qualunque
maniera tanto le
linee quanto le
aree? Ognuno mi
risponde che ciò
sarà impossibile fino
a che io
non determini la
porzione di spazio
trascorsa, Qui dunque
vedete che la
cognizione da me
domandata rimane essenzialmente subordinato
alla condizione concreta
di determinare lo
spazio suddetto. Qui
dunque la potenza
dell’ escogitabile è necessariamente dipendente
e subordinata alla
determinazione di fatto
dello spazio suddetto.
Io non potrò
mai conoscere i
valori delle aree
e le dimensioui
delle linee, se
prima non conosco
di fatto la
porzione rispettiva dello
spazio suddetto. Ma
per ciò stesso
cbe si tratta
di correspettivo, si
esclude ciò che
non contiene la
correspettività, e per
ciò si esclude
ogni altro rapporto
diverso puramente escogitabile,
e possibile soltanto
in una diversa
o in milioni
di diverse posizioni.
Imperocché il primo
è essenzialmente determinato,
ed il secondo
è essenzialmente indeterminalo: il
primo si riferisce
ad un dato
tatto,* il secondo- volteggia e
sorvola libero nel
caos immenso del \* idealismo. Egli
è dunque pessimo
ed irragionevole partilo
quello di fermarsi
allo sfrenato e
vago escogitabile, per
trarne indi una
regola direttiva di
ciò che è
praticabile, e dipendente
da una determinata
ipotesi. Tale appunto
è T infinito, ossia
l’ indefinito, dal quale
sorge la incommensurabilità, contemplato
in una vista
indipendente e generale.
Rispetto a questo
concorre una doppia
assurdità. La prima
è quella che
risulta dalla considerazione di
una vaga e
metafisica differenza, quasi
che ogni grandezza
rispettivamente
incommensurabile non avesse
uno stalo determinato,
o quasi che
vi fosse un’unità
metrica assoluta, e
ch’essa non fosse
cbe puramente rispettiva.
La seconda assurdità
poi, che qui
concorre, i risulta
dall’attributo d’ infinito^ cui
assoggettar si vuole
a valutazione, sia
di eguaglianza, sia
di differenza. Malgrado
l’evidenza logica di
queste osservazioni, io
trovo i seguenti
due teoremi, cui
rimetto al giudizio
del lettore, prima
di tradurli logica|
mente, ed indi
giudicare del loro
merito. « I.
Lorsq’on peut prouver
que la différence
de deux grandeurs
» invariables est
plus petite qu
uue graudeur donuée,
quelque petite que
)) soi t celle-ci,
il en resuite
que les deux
prémières grandeurs sont
ega» les entr’elles.
» e IL
Lorsque trois grandeurs
sont telles que
la première, variable,
» surpassant toujours
les deux autres,
qui ne changent
point, peut ap
. f i ca
>i pr odi ti
t e
u m £
m e te
m j )S
de t onte
a deux, a
assi pr ès
q n 'a
a v ou
d r a,
e es ?j
deux demléres grande
urs sotiL cgat.es
atilr’clles (’X n
V questi due
canoni si riduce
quasi tutta 1T altissima
sapienza moderna matematica
in latto di
salutazione nou ordinaria
dei commensurabili, ma
degli intrattabili ed
indefiniti in commensurabili. Questi
canoni. una volta
stabiliti, autorizzano a
coniare tutti ì
zero relativi., c ai
quali si è
tramutato il nome
degli in fin i temente
piccoli. Queste denominazioni
di zero relativo^
sinonimo dì quantità
infinita mente pìccola
$ le trovi
amo anche presso
il proclamato riformatore
nordico delle Matematiche
Wrousfii, pagp 204
della citata Introduzione. 55. Cautela
ììlosofica conseguente. Se
invece di tentare
questi gì noe
Li di forza.,
riprovati dalla ragioneed
eseguili col far
intervenire il puramente
fantastico escogitabile nelle
operazioni della pratica
possibile alPtiomo :
se invece, dico,
di questo irragionevole
partito, i matematici
avessero voluto rispettare
i veri confini
della sragione ., essi
avrebbero tenuto II
seguente discorso. Sappiate
che per un
essenziale concetto passo
un? insormontabile differenza
tra il curvilineo
ed il rettilineo
5 fra certe
grandezze e fra
certe altre, sia
geometriche, sia aritmetiche.
fS oi riconosciamo di
buona fede la
impotenza dello spìrito
umano a ragguagliare
con una sola
misura queste grandezze.
Quindi nei cìrcolo,
per esempio, non
potendo noi far
uso che di
rette linee . Io
rappresentiamo come un
poligono di lauti
lati, quanti fa
di bisogno pel
nostro calcolo ili
valutazione; intendendo peraltro
sempre che k
periferia non serva
che di limile
a questo poligono*
Jn conseguenza noi
non vi presentiamo
questo poligono nè
come requivalenle dell5 area
del circolo, nè
come esprimente la
sua periferia* ma
invece noi lo
poniamo solfi occhio
corno figura adattala
ed accomodata ai
nostri bisogni, e
come una creazione
dirò cosi della
nostra mano. Li
circolo resta in
natura qual è;,
la figura per
lo contrario da
noi conformala serve
di mezzo allo
scopo che si
può colle nostro
forze aLtuaìl oli
cu ere, fio
stesso diciam pure
della altre curve
s delle quali
abbinino bisogno sia
per calcolare il
moto, per esempio,
dei pianeti, sia
la linea segnata
da un pròjelLile,
sia per determinare
certo leggi meccaniche,
co. ec. In
breve, tutto questo
lavoro altro non
è che una
possibile approssimazione per
supplire ai bisogni
della ragione nello
studiare la fisica
quantità e per
giovare alle opere
(e) Vud, lì&eroibq
Essalssur l'enseìg,ne-mmt tu
generai et sur
r cisti des
]\$athvmatiqnc$ en partivtdikrej
pag, it)&, Paris
iBiib dell’ arie* Per la qual
cosa dici] a
ariamo di non
voler .sorpassare le
forze deiromano intendimento,
e meno poi
di violare i
concetti logici delle
rose, tramutando il
diverso in idèntico,
e viole uLin do la
potenza della vakt azione
co c uno
sfrenato Ubali* ma
; o, viceversa,
pretendendo che ho
barlume indefinito, clic
si riceve ad
occhi chiusi, serva
di metro e
dì criterio ad
mia valutazione determinata*
(*ou questo discorso
ogni nomo di
senno avrebbe applaudito
al buon critèrio
ed alla perspicace
industria dei matematici.
Ma ben lungi
cbW abbiano voluto
rispettare i confini
dello spìrito umano,
hanno tentato ìdvece
dì occupare il
posto di un
Dio, al quale
nou abbisognano nè
cab coli nè
induzioni, ma che
lutto comprende per
un atto puramente
intuii ivo. Con
quéste osservazioni io
credo di aver
dato abbastanza ad
intendere quello ebe
ammettere sì deve
rigirarle del calcolo;
o almeno credo
di avere richiamalo
la dovuta attenzione
sul peccalo capitale
della moderna Matematica
nel calcolo delle
quantità. Gli altri
doveri negativi sono
mollo mi non
; e ciò
da cui dobbiamo
astenerci è più
facile a ritti*
v arsi, ed è.
opera di osservazioni
pii! particolari e
pratiche, le quali
nou potrebbero trovar
luogo in questo
Discorso, né in
verini1 altra parie
di quest5 Opera
5 rivolta soltanto
a fondare le
basi del buon
insegnamelo primitivo dello
Matematiche. 56. Di
ciò ebe far
si deve. Prima
avvertenza: conoscere il
perchè di quello
che far si
deve* Dopo di
queste osservazioni .generali
su ciò che
dehbesi o'mmeUm:. nel
calcolo, passiamo a
ragionare di c
iò che far
sì deve*, colla
mira soltanto di
comprendere in che
consisti lo spiritò
eminente dell’arte di
calcolare. Ciò che
far sì deve
non differisce sostanziai
mente da ciò
dii: a fa
o far sì
può naturalmente :
ma rid acesi a far bene,
e in una
nani ora avvertita
e preconosciuta, ciò
che si fa
o si può
fare naturalménte* Fra
11: diverse maniere
possibili dì fa
re, scegliere quelle
che possono riuscire,
ossia quelle che
ci procacciano Pimento
proposto, e ce
Io procacciano in
una guisa piò
facile, più breve
e più proficua,
ecco in ée
consistè r invenzione d \
fatto d’ ogni arte
nostra. Con essa
insegniamo tutto quello
che far si
deve, ed ommetliamo
quello che far
non sì de
V& Scegliere poi
queste maniere non
per un cieco
empirismo, ma colla
cognizione del perchè
si debba fare
piuttosto così che
così, assicura I
invenzione deli* arte scoperta,
e tic estende
la sfera finc
a quel segno
si quale giunger
può la nostra
potenza. Imperocché conoscendo
il perche delibi
tic, si distingue
per ciò sLesso
quello che si
può da quello
che non DISCORSO
SECONDO. 1 I
65 si può 5 quello che
si deve fare
da quello che
si deve ammettere*
Ma cau ascendo ciò
che far si può, sì
spìnge l'arte fin
dove può gri u ngere
* e quindi
si aumenta la
nostra possanza lino
a quel segno
al quale può
es~ sere porla
la. e nella
Ilo stesso si
previene ogni lenta
live frustraneo. Conoscendo
poi ciò che
(are od ammettere
si devt\ ed
il perche si
debba fare od
ammettere* si presta
la direzione utile,
e si prevengono
i traviamenti nocivi.
In [Questa maniera
soltanto si verifica
il dello di
Bacone, che l'uomo
tanto può quanto
sa ; ritenendo
che il sapere
non sia ristretto
alla perizia empìrica^
ma comprenda eziandio
la perizia filosofica»
Ciò premesso, io
doma mio in
che consista lo -Spirito
positivo e f dosa
f co dell1
arie del calcolo
ì Badale Lene
ni termini della
qu istinti e,
Se voi voleste
rispondermi col mostrar
mi come si
fa a calcolare
* voi non
soddisfareste a questa
domanda: imperocché quella
risposta, che voi mi date,
io r ottengo
anche dalla macchina
aritmetica inventata da
Pascal, Orsù dunque,
se volete, mostratemi
pure il fatto
del calcolo: ma
esponetemi eziandìo le
parti e le
ragioni dì questo
latto, e io
sarò pago. Così
volendo essere bene
instruilo del meccanismo
con cui da
una macchina si
segnano le ore,
voi mi soddisfarete
quando rm mostrerete
le parli prima
segregate, indi congegnate
delia macchina; e
mi segnerete la
forza che la rn
ove e
quella che nv.
tempera il movimento,
e i modi
meccanici della spinta
e dei tempera
nòe n ti.
Coll queste condizioni
potete voi rispondere
alla mia domanda
? Se lo
potete allora potete
fissare anche le
condizioni del Luca
metodo del primitivo
in segna me
cito dello Matematiche
; ma allora
egli riuscirà ben
diverso dal praticato.
Noti potete voi
risponderò colle condizioni
da me richieste
7 Allora io
dico fermamente chele
Malemaliche sì aggirano
tuttavia entro la
crassa atmosfera d'un
cieco empirismo, e
che l'arte del
calcolo non è
ancora divenuta arte
dì ragione*, ma
rimane ancora arte
puramente sperimentale, ne Ih atto
stesso che aspira
ad una possanza
eminenti; ed illimitata.
57. Confutazione della
massima de ir
empirismo cieco. Per
quanto io potessi
pensare ad unire
questi estremi, io
lì troverei logicalo
ente Inconciliabili. Passiamo
ora al fatto
positivo, ho sento
da lui a
parte che sómmi
matematici erigono V empirismo
in principio dì
ragione difettiva; e
dall’ altra sento altri
egualmente celebri, che
mi citano i
risultali infausti dei
metodi sperimentali adottati
nel calcolo sublime.
Ecco gli esempli,
Sauriu impegnalo a
sostenere e a
propagare d calcolo
ìnhn itesi male,
e volendo togliere
di mezzo le
difficoltà che veni
v a egli
o.ppoTom. E 7Ì
| fi}G DJ^L' INSEGNAMENTO DELLE
VI ATE M ATI
CHE. sic. baciò
scrìtto nelle Memorie
dell’ Accademia delle Scienze
ili p)|&j del
17*23 quanto segue
: t1 tròp,
non à la
raisou, mais aux
raisonaemens _ Nos calcufe nWtpas
n tanl de
besoia qu gu
penso d’elre éekirésj
ils portoni avec
eux uce »
lumière propre; et
c'esl #ordinaire de
lenr sebi mème
que snrt touli
>j celle qu W peni
rópandre sur eux,
et que peut
recavo ir le
sujet fjuon ■
traite.... Ce rissi
jamais le caleul
qui nous trompé
quaud il est' biro
a fidi: il
tda pas besoiu
d'otre appcyé par
des raisoutieniens: mais
dW)) diuaire ce
soni les raisounemeus
qui uous trompen t.
et qui ne
dolvcu* » nou$
determinar quauLnut qu
il sout appuyés
par le cale
ni (■). m Con
questo discorso ognuu
vede canonizzato il
cieco empirismo del
calcolo sublime. La
somma di questo
discorso rido cesi a dire,
die bastar deve
il vedere belletto
e la riuscita
dì questo calcolo,
senza vederne h
ragione; Ma per
mia fè, qual
è il principio
di ragione col
quale qui sì
tenia di gius
li fiep re
questa sentenza ?
1 nostri calcoli,
sì elice, una
hanno tanto bisogno
d? essere illuminali: essi
portano con sé
una luce propria.
1 filat soli
coi più gran
lumi e le
migliori intenzioni potrebbero
guastar lutto, dando
troppa non alla
ragione, ma a)
ragionamento. Esaminiamo questa
causale. Che cosa
è codesta luce
propria, cui i
calcoli portano con
sè? e che
cosa ò questo
guasto^ che Olosolì
Èli orni nati,
i quali vogliono
sdbiarìr tutto, potrebbero
recare? Forse che la luce
algoritmica è luce
dina sole che,
dire itameli te
miralo, abbaglia i
riguardanti? In tal
caso essi abbaglierebbe
tanto coloro che
maneggiano il calcolo
senza pretesa (li
schiarirne i movimenti
e le ragioni
logiche primitive, quanto
coloro che volessero
investigare questi movi
menù e queste
ragioni, lo questo
Cftw dunque il
fatto del calcolo,
e spinalmente del
calcolo sublime, invitalo
dopo lauti secoli
e praticato da
tenie poche persone,
sarebbe uu nomeno
imperscrutabile, simile a
quello del principio
della vita. Cosi
ridurrehbesi la cosa
al punto dì
ricevere ima invenzione
larda ed elaborata
dell' arte umana, come
non suscettibile di
genesi razionale. Cosi
uè segue, d/essa
amministrar si dovrebbe
senza cercare il
pere h è, anzi epa
espressa proibizione dì
cercarne il suo
perche . Io venero
fi abilità dina
(s) Ycd. Lbcl’oìx,
Opera eriarn. pag,
^fg^tljo. uùi calcolatore: ma,
sapendo che ragionevole
dev’essere d mio
ossequio., gli domando
i molivi della
fede cieca ch’egli
esige da me.
Egli mi parla
di luce intellettuale, e
quindi di ragione
che discerne; ma
egli nello stesso
tempo mi vieta
d’usare di questa
ragione* Come va
questa cosa nella
Matematica ? scienza
eminentemente razionale ed
evidente? Come va
questa cosa nel
calcolo sublime, metodo
Lullo artificiale, e
inventato per una
elaborata induzione di
uomini moderni, dei
quali veggi a
nio seguati tulli
i passi, e
i quali, Leu
lungi di aspirare
al titolo d
una rivelazione sovrumana,
si fecero mi
dovere di assegnarne
I fondamenti e 1T
artificio / Voi
dite che i
filosofi coi sommi
lumi c colie
migliori intensioni del
mondo potrebbero guastar
tutto, dando troppo
non alla ragione,
ma ai ra gionamenti. Qual
linguaggio ò questo
mai? Che cosa
sono i ragionamenti,
altro else V
esercizio stesso della
ragione, vale a
dire la ragione
stessa non in
potenza, ma in
atto? 0 questi
ragionamenti sono giusti,
o uà. Se
sono giusti*, essi
non possono venire
in con il
ilio colla verità
e con qualsiasi
principio, perche essi
non sono che l’
espressione stessa della
ve ri Là
: o sono
fai si, od
allo r a
n a n
m e ri
tane lì nome
di m gì
onarnenlLm a di
sragionamenti; c sì potranno dimostrar
labi analizzando i
termini die contengono.
Ma voi II
supponete fatti con
sommi lumi e
di buona fede.
Dunque voi temete
che la massima
del calcolo vostro
non possa reggere
a ragionaménti fallì
eoo tutto l1
Ingegno, con tutta
la dottrina e
con tutta la
buona fede. Voi
esigete Inoltre d'essere
dispensalo dal mostrar
la fallacia di
questi ragionamenti, e
che ciò non
ostante si riceva
il vostro calcolo,
lo non permetto
che sì vada
investigando il mistero
del calcolo sublimo,
ma esigo cdie
venga ricevuto come
sta, e maneggialo
alla cieca, pago
dì vederne ]’ dì
et Lo. Ecco
la forinola vostra*
Basta averla accennata.
perchè venga rigettala
Imo dal scuso
comune* Piacesse al
ciclo che questa
fosse una pretesa
particolare del citalo
scrittore: ma essa
pur troppo è
quella del volgo
dei matematici, e
perfino di taluno
che occupa fra
essi lui posto
eminente. Un esempio
lo abbiamo in
un’Opera d* un
celebre matematico 5
piena di eccellenti
viste suir insegnamento
delle medesime. Questi
c il signor
De Lacroix, il
quale, dopo di
avere applaudito ai
sentiménti del Sa
uri u* ripetutameli
le professa d’ignorare
la maniera colla
quale sì acquistano
le idee del
numero c della
grandezza. Je confessa
mori ignorane e sur la
manière doni ics
idées de nombre
et. de grati denti?
£ acqui érent (■).
In un'altra Opera
pubblicata cinque anni
prima sul càlcolo
infinitesimale egli aveva
di già emessa
questa professione dì
fede. (i) Ve
J. Da croi
Opera diala, ■'pi.
I l OS 1
ja prelesa (degli
empiristi ma le
malici pare else
fosse fondata sopra
la sicurezza dì
possedere uno strumento
di universife valili
azione. Loro bastava
il possesso di
fatto di questo
stromeuto, e si
credevano dispensanti dal
discuterne la legittimità
* Ma questa
sicurezza pare che
cessaidebba a fronte
del terribile scandalo
avvenuto coi calcoli
di Eràtnp, dd
merito del quale
ninno può dubitare.
Egli è stato
sospinto suo malgrado,
a tante mostruosità;
al dire del
Wrcaslu, che lo
stesso Kvamp h lasciata
scritta 3a seguente
sentenza, die ri
fi il e questioni dei
prmdpìi matematici i piu grandi
geometri sono obbligati
dì confessare ingenua
mente la loro
ignoranza (0. $
£5S. Cenno di
una massima posk
ivo- fon da meni,
alt? per Parie
(Iti en I
l u-1 u
di valutazione! degli
escogitabili» Ciò posto,
rimane ancora la
necessità dì discutere
quésti prkieipìi: o,
a dir meglio,
rimane Fobbliga zinne
di scoprirli, c di derivarli
dalfunìca loro fonte
legittima. Questa è
la filosofia che.
mediante un T analisi allenta
^ ordinata e
perspicace, ponga in
luce le condizioni
e le leggi
io uriamentali della
parie operativa del
calcolo, e supplisca indi
e rettifichi w fi
che è stato
fatto sin qui»
Afon è del
mio istillilo il
tentare tanta impresj;
nè questo sarebbe
il luogo opportuno
per farlo. Annoterò
ciò non osinoli'
un’idea fondamentale, che
pai mi luminosa
e decisiva per
la buona riaf
scila dell arte
di calcolare. Fino
a che la
teoria della valutatone
uón venga intimamente
associala con quella
delle ragioni e
delie proporzioni, iu
modo che il
passaggio dall’un a
all’altra nou sia
e (letto àe\V
industri^ ma della
condizione necessaria degli
cuti geometrici ed
aritmetici, ì quali
concorrono a formare
un tutto sistematico
di ragione., l’arte
del calc.sb universale
sarà essenzialmente imperfetta.
Essa esisterà soltanto
albi® certamente e
pienamente soddisferà all’intento
cui è destinata.
Ma questo intento
non si può
ottenere col ramo
delfalgariLmo algebrico separalo
dal geometrico i, e,
quei eh’ è più,
senza riunirli amen
due eoo up
ucuId comune, e
mediante un terzo
criterio indicato dalla
sLcssa natura, CoiFaTgorilmo
algebrico si passeggia
realmente sulle creste
dei monti, senza
I discendere mai
al piano che
gli unisce. JL’algoritma
algebrico non è
dunque nè potrà
essere mai del
tulio soddisfacente ai
bisogni della valulazione,
ma vi soddisferà
soltanto imperfetta mente.
U imperfetta riuscita
dì Ini, applicato
alla Geametrkj è
un fatto solenne
riconosciuto da celebri
matematici, e fra
gli altri dal
Alaseli croni. Esso
diiTaUi non comprende
(i) WWski. Introduzione
aìfo filosofa delle
Matematiche, pag. a5-j.
1 ! tì9
tulli i termini
naturali die realmente
intervengono, e die
sono necessari! per
valutare anche simbolicamente le
quantità. Fisso dunque
appellar si può
col nome di
algoritmo semilogico. La
sua pienezza deve
ancora essere supplita,
e quindi la
lacuna sarà riempiuta.
Tutto ciò sìa
detto semplicemente di
passaggio. Qui io
mi contenterò solamente
di accennare a! ernie
osservazioni psicologiche intorno
a ciò che
accade nello spirilo
nostro nell'atto di
calcolare, onde preparare
le basi del
metodo dell’ in
segnarne □ lo
primitivo. 59. Dei conceLU
meritali che Intervengono
nel calcolo. Del
conce Ito complessivo
del medesimo. Incominciando dalPogrgjbtto
proprio del calcolo
matematico, io fo
avvertire che questo
non consisto in
qualunque quantità, ma
solamente m quella
clic può dirsi
finca. La prova
risulta dalle cose
dette nel Discorso
primo. Questa quantità
fisica però non
viene considerala fisicamente .
ma solo razionalmente } vale
a dire, noi
prescindiamo (lolla consideratone
dello stato reale
delle cose esistenti
in natura., e
volgiamo V esame sai
mondo solo intellettuale. Per
questo motivo distinguiamo
la Matematica pura
dalla mista o
applicata, Sebbene l3
intellettuale derivi dal
lisico, ed involga
il concetto del
fisico, ciò non
ostante distinguiamo l'uno
dall' altro per la
maniera con cui
la mente nostra
Io contempla Riuueado
quindi questi tiara
Iteri, dir possiamo
die la quantità
jidca intellettuale forma
l' oggetto materiale dal
calcolo matematico puro .
Dico Y oggetto materiale
per distinguerlo dalle
logie, ossia dalle
idee parameli Le
relative eccitate e
risultanti dai paragoni
e dalle connessioni,
e che appartengono
tutte al nostro
intimo scuso. Su
di ciò non
abbisogno di estendermi,
dopo le cose
notate ned bau
lece dente Discorso.
Le diverse qualità
dell' oggetto materiale determinano
lo diverse relazioni.
Dunque i diversi
concetti propri! delle
quantità, paragonati o
uniti agli altri,
determinano le logie.
Il complesso delle
idee degli oggetti
materiali delle logie
e delle funzioni
a Ulve del
nostro spirito, riguardanti
la quantità fisica-in
Ielle L tu ale, forma
il concetto complessivo
del calcolo matematico
puro. La parte
Intuitiva non si
può disgiungere dall’
operativa, pero celie
qui la cognizione
subordinala all’opera serve
unicamente all'opera. L'uomo
non è un
automa, ma un
essere in .cui
qualunque azione esteriore
od interiore avvertita
deriva sempre dal
conoscere^ dal volere
e dall' eseguire
; talché 1’
effezione dell* opera
appartiene solida* mente
a tulle tre
lo suddette facoltà Del
magistero logico del
calcolo. Sua affinità
col magistero generale
scientifico. Esempio. Studiando
la maniera con
cui queste tre
facoltà operano nel
calcolo matematico puro,
si comprende qual
sia il magistero
di questo calcolo.
Esso presenta per
sè stesso tanto
i caratteri generici,
quanto gli speci,
ilei; voglio dire,
tanto le condizioni
comuni, quanto le
proprie. Con ciò
noi giungiamo a
stabilire la differenza
fra il magistero
del calcolo matematico
puro, ed il
magistero del calcolo
generale scientifico. Certamente
' Ira 1
uno e l’altro
bavvi molto di
comune: perocché l’ io
che calcolalo Matematica
è quello stesso
io che calcola
in Fisica, in
Morale ed in
Psicologia ; e
però convien conoscere
questo comune aspetto,
per rilevare quindi
quello che è
speciale al matematico.
Il calcolo scientifico,
del quale parlo
qui, non riguarda
la scoperta d’ogni
specie di verità,
sia di fatto .
sia di ragione.
L’arte di verificare i
latti, che appellasi
critica* nou entra
nelle nostre considerazioni. Non vi entrano
nemmeno le disquisizioni
sulle cause e
sugli effetti, e
sul modo j
di agire. Rimane
adunque quella parte
che ha una
maggiore affinità col
calcolo matematico puro.
Questa, sebbene non
si occupi della
quantità, ma si
restringa alla qualità
delle cose, ciò
non ostante manifesta
un magistero, il
quale si verifica
anche nel calcolo
matematico puro: talché
per | questo
lato si può
dire con tutta
verità, che il
magistero fondamentale del
calcolo è lo
stesso, sia che
si tratti di
determinare il piu,
il meno o
Vegliale incognito nelle
cose, sia che
si tratti di
dedurne la occulta
somiglianza o dissomiglianza . Io
entro in una
camera, e vi
trovo due cembali
vecchi abbandonati. Alzo
il coperchio, e veggo che
non rimangono piu
che le cinque
prime corde ad
ognuno. Mi viene
la voglia di
scoprire se le
corde dell’uno siano
concordanti o discordanti
da quelle dell’altro.
Che fo io?
Incomincio a toccare
la prima corda
del cembalo A*
e tocco pur
anche la prima
del cembalo B.
Sento che queste
due sono concordanti.
Ecco un primo
giudizio semplice d’identità.
Esprimo questo giudizio,
e I nasce
la proposizione singolare,
che la prima
corda del cembalo
A con| corda
colla prima del
cembalo B. Passo
avanti: e sempre
toccando la '
prima del cembalo
A, la paragono
colla seconda del
cembalo B. Qui
sento la discordanza.
Ecco un secondo
giudizio, ma di
diversità, ed una
seconda proposizione che
lo esprime. Vado avanti
toccando la prima
corda del cembalo
A, e la
paragono successivamente con
la terza, la
quarta e la
quinta del cembalo
2>, e la
trovo discordante con
tutte. Fatto questo
primo giro, io
esprimo i cinque
giudizii singolari con
una sola proposi
DISCORSO SECONDO. \Ì7\
zioue, dicendo: tutte
le corde del
cembalo B, tranne
la prima, sono
discordanti dalla corda
prima del cembalo
A: oppure dico:
la prima corda
del cembalo A
non concorda che
colla sola prima
del cembalo B.
Con questa semplice
proposizione io effettivamente esprimo
cinque fatti, cinque
rapporti e cinque
giudizii diversi, uno
affermativo, e quattro
negativi. Questa proposizione
adunque inchiude una
recapitolazione, un compendio,
e in fine
esprime un concetto
di risultato comune
e semplice, il
quale non si
può confondere con
veruno dei giudizii
singolari prima emessi.
Io prego il
leggitore a far
punto su di
questa osservazione. Procediamo
oltre. Fatto questo
primo giro, passo
al secondo. Qui
tocco la seconda
corda del cembalo
A, e ne
paragono successivamente il
suono con quello
delle cinque corde
del cembalo B,
e lo trovo
discordante con tutte.
Ecco cinque altri
giudizii singolari ed
uniformi, tutti affermanti
diversità. Questi cinque
giudizii singolari, colle
loro proposizioni rispettive,
gli esprimo con
una proposizione negativa,
sola, semplice e
comune, e dico:
la seconda corda
del cembalo A non concorda
con veruna, del
cembalo B. Con
questo metodo passo
a confrontare le
altre, e non
trovo più consonanza,
lo dunque conchiudo
colla proposizione generale,
che tutte le
corde di questi
due cembali, tranne
le due prime,
sono fra loro
discordanti. Quest* ultimo giudizio
generale e questa
semplice proposizione che
cosa suppongono veramente?
Essi in primo
luogo suppongono venticinque
confronti, che somministrano
ventiquattro giudizii negativi,
ed uno affermativo.
In secondo luogo
suppongono che questi
venticinque giudizii singolari
siano stati convertiti
in cinque giudizii
speciali ; e finalmente
che questi cinque
speciali siano stati
convertiti in un
solo generale. Tutte
le cognizioni generali,
dedotte con senno,
esigono questo processo:
perocché le condizioni
di lui sono
rese necessarie dai
rapporti reali e
costanti che passano
fra la limitata
nostra comprensione e gli oggetti
delle nostre cognizioni.
Dunque parmi di
potere giustamente affermare,
che il magistero
fondamentale del calcolo
è sempre lo
stesso, sia che
si tratti di
dedurre le quantità,
sia che si
tratti di scoprire
per via di
deduzione qualunque altra
cosa. Passata la
sfera deiriuluilivo simultaneo,
incomincia quella del
calcolo. Qui V
intuizione non è
ristretta solo alla
sensazione, ma comprende
anche quella che
ci può essere
somministrata dalla memoria
o di fantasia. 1 1
n . g
Gl* %irito eminente
ed ultimo del
magistero del calcolo.
Cui calcelo scientifico
noi vogliamo ottenere
la vera cognizione
Mle cose, Dunque
qualunque specie di
calcolo forma uu
ramo della Lo*
gica generai,.!. Dunque
la Matematica è
uu ramo di
questa Logica, Ecco
perchè io E
Lio denominala la
Logica dette quantità*
Scoprire uri 'incognita
identità o diversità
mediante mi' identità
o divemità già
coaoscÌLita, ecco a
clic si riduce
io spirito eminente
ed ultimo del
magistero del calcolo,
e di ogni
minima mossa del
medesimo. Nel calcolo
jiritmetico noi ci
occupiamo a scoprire
l' identità o la
diversità della quantità
fra più oggetti
diversi, o Ira
le parti di
uno stesso oggetto:
nei geometrico noi
ci estendiamo a
determinare anche la
situazione, le forme
e l’auihmeuto ec.
di un dato
soggetto. Amen due
perù questi calcoli
uao seni o
che parli dei
medesimo processo* Ogni
quantità considerala ruspe
Ito ad inda
lira è identica
o diversa. L ìdenti
ii rispettiva non
può avere che
un solo concetto:
questo è quello
dell eguaglianza. La
diversità ne può
aver due; e
questi sono il
piu ed il
meno. Li eguale
e il disitguale
non è die
uu verbo nosLro,
LVgfóflgìianza altro uovi
c elio V identità
di quantità applicala
a due o
più aggetti, lussa
esprime uu giudi/io
affermativo di questa
identità . La dò1uguaglianza non
è che I
affermazione della differènza,
di quantità fra
due o più
soggetti* e quindi
la negazione di
eguaglia nza fra i
medesimi. L 7 eguaglianza c
la disuguaglianza si
possono esprimere a n die
con forme rispettivamente negative.
Dico con j$jtrne negative*,
e non con
un concetto negativo
* si perche
io non conosco
idee negative, e
si perche Fan
imo nostro sente
la diversità come
sente ['identità. Io
sento cosi positivamente
la differenza fra d bianco
e il rosso.,
co me sento
p o sitivi
m co te V
im pressione del solo
bianco e del
solo rosso* Più
ancora: per affermare
che il giglio
è bianco come
la neve, ini è necessaria
l’idea di ameuditc;
come per affermare
che il giglio
e pili o
meno bianco del
narciso. S 52.
Deli intervento dulie
idee rì1 eguaglianza
e di disuguaglianza. L 'eguaglianza interviene
perpètua mente nei
nostri calcoli ^ come
v' interviene la differenza.
In essi ora
forma lo scopo
delle1 nostre ricerche*
ed ora forma
uno del mezzi
per giungere alla
scoperta che desideriamo.
là eguaglianza h
nome ó.’ identità, come
la dUitguagìianz-a è
nome di diversità.
La semplice distinzione
dònna Grandezza da
uu altra non
io chiude il
concetto uè di
eguaglianza, nò di
disìtguaghanza^ perchè due
o più cose
distinte possono essere
s't eguali che
disuguali- come possono essere
simili o dissimili.
La sola distinzione
adunque può costituire
una circostanza, ma
non un elemento
del calcolo. L’elemento
del calcolo matematico
rigoroso viene somministrato
dal più e
dai meno di
un dato oggetto
o di più
oggetti. Quando annunziate
un più od un meno,
voi esprimete qualche
cosa di più
o di meno.
Questa qualche cosa
è veramente un’idea
positiva che voi
riferite ad un
dato oggetto. Il
nulla infatti non
forma oggetto nè
di più) nè
di meno. Se
non manca nulla
ad una cosa,
o se non
tolgo o aggiungo
nulla, non si
verifica nè il
più. nè il
meno. 11 più
e il meno
adunque inchiudono Tidea
di una quantità
positiva, che riferisco
ad un oggetto
pure positivo. Questa
relazione è o
ipotetica o eli Jatto,
assoluta o condizionata.
Coll’ ipotetica o condizionata
altro non dico,
che se aggiungessi
o togliessi tanto,
ne seguirebbe la
tale conseguenza: per
lo contrario colla
relazione assoluta e
di fatto esprimo
di aggiungere o
levare, o che
è stala aggiunta
o levata, o
che manca o
che esiste una
data quantità. Nella
relazione condizionata altro
non fo che
paragonare, lasciando intatto
il valore della
cosa: nell’ assoluta per
lo contrario altero
effettivamente la quantità.
Usando del più
o del meno condizionato, finisco
coll’ affermazione o negazione
de\Y eguaglianza^ e collo
stabilire una data
proporzione o un
dato valore. Usando
per lo contrario
del più o
del meno assolute ),
io aggiungo o
tolgo una quantità
al soggetto aumentato
o diminuito. Colla
prima maniera rimane
tutto nel soggetto,
a cui applicai
il più od
il meno; colla
seconda per lo
contrario se ne
cangia la dimensione,
il valore, la
proporzione ec., ed
esso non è
più quello di
prima. La verità
dunque dei concetti
esige due espressioni
diverse per due
operazioni cotanto fra
loro diverse. Lasciando
al più o
al meno assoluto
i nomi di
piò o meno,
io denominerei il
condizionato colle parole
di se-più o
se-meno (0. Con
questa distinzione io
fo tosto comprendere
se io annunzio
uno stato della
cosa, o la
mia operazione di
aggiungere o di
levare qualche cosa
al soggetto, o
se pure semplicemente
misuro o paragono
per giungere alla
scoperta bramata. (i)
Io esprimerei, per
esemplo, 11 più
o Il meno
assoluto col soliti
segni di -fo
di . 11
se-meno o il
se-pi'u io gli
esprimerei nella seguente
maniera: t H
primo signifi cherebbe se-meno,
il secondo se-piu.
Spediti, semplici e
analoghi mi pajono
essi, e pero acconci
per gli apprendenti.
Evvi una terza
ma niera, nella
quale s’impiega il
più e il
meno, e questa
è quella del
binomio. Con questa
non si accresce
o detrae nulla,
ma si segnano
distintamente i coefficienti
di un tutto
semplice. Per questa
espressione impiegherei I SEGUENTI SEGNI [cf. Grice, the formal
devices] : -j-^,
ovvero Nell1
esami tiare le
diverse quantità intervengono,
secondò 1 casi.
Inalo i giudizi!
di differenza assoluta^
quanto quelli di
distanza maggiore o
minore dall eguaglianza.
Queste idee sembrano
coni penetra Le.
ma jjure sono
diverse. La differenza
quantitativa risulta dal
rapporto immediato fra
due grandezze. La
distanza dalla eguaglianza
risulta dai rapporto
di queste grandezze
eolio stato di
parità non esistente
fra le me!
destane. Nel primo
caso T intelletto
paragona solamente i
due soggetti fra
di loro: nel
secondo caso li
paragona coli un terzo archetipo,
ossia colla forma
pari5 clic risulterebbe
togliendo qualche cosa
attinia, e dandola
all’ altra. La differenza
dunque assoluta si
potrebbe denominare totak
J,.a disianza poi
dall’ eguaglianza dir
si potrebbe differenza
media, Li assoluta
in chiude l'idea
di appartenenza di
un pili ad
mi dato so"*
getto, e di
mancanza rispettiva all1
altro. La media
per lo contràrio
involge il concetto
dWa detrazione di
questo di piìt
dall uno dei
soggetti, e di
ripartimenlo eguale di
esso fra amen
due. In tutti
i casi nei
quali sì tratta
di lar intervenire
gli esftejni ed
i m edi
t l a
distanza ni ag
gì o re
o mino re
d all '
eguaglia n :
a è cos i
de e b iva
. eli
essa per sé
sola sembra somministrare
una positiva creazione
o auuientameuto^ quantunque
il senso geometrico
attesti il contrario.
Col trasportare soltanto
no àtomo dall’imo
all’ altro medio per
tenderli arabi egiuli,
voi non diminuite
in nulla la
superficie del tutto;
e pure nel
prodotta della moltiplicazione avete
un aumento, lo
accenno questo fenomeno
per far sentire
quanto importi ili
distinguere la differenza
assoluta dalla media.
\J assoluta si può
calcolare co 117/ no,'
ta media solamente
col due Ciò
nasce dall’essenza stessa
di relazione doppia
e di pari
aggio, ^ t>4.
DcL vario conccLto
del piu e
del meno che
interviene nel calcola.
Tutto questo avviene
quando si tratta
di differenze dete/umnate.
ta queste ha
propriamente luogo un
tanto di pia
od un tanto
di m$nO,$ non
un meno o
uu piu indefinito.
Il pili o
11 meno indefinito
si espimi! colla
maggiorità o minorità
generica. Il maggiore
o II mio
ore in gè
urrà non vi
dà di per
sè l’idea di
quanto uu soggetto
sìa maggiore o
minare di un
altro; ma altro
in sostanza non
esprime s se
non eli’ essi inaurai
di eguaglianza* ossia
che sono disuguali
Fra ridea della
maggiorità o minorità*
e l’idea di
un dato vaiar
nutrì urico, sia
quella della rispettiva
grandezza* e quindi
-jaclU delle proporzioni.
La proporzione determinata
non importa per
sè stèssa il
concretto' di un
determinalo va love
intrinseco o io
a Itera bile
aritmetico, perocché ad
una grandezza determinata
sì possono dare
tanti valori, quante
sono le parti
nelle quali possiamo
dividerla. Se io
figuro una superficie
o una figura
doppia, tripla o
quadrupla di Linf
alLva, io altro
non fo cdie
determinare lui rapporto
estrinseco ira di
esse, e nulla
più. Quindi io
le astrazione ? sia dalla
generazione, sia dai
eordficieu LÌ dai quali
può risultare., sia
dal valore metrico
interno che può
o deve ìli
tali casi ricevere,
sia da T
attitudine sua ad
unirsi con altri
soggetti per costituire
o una serie
o un complesso,
e così discorrendo.
lt concetto di
grandezza determinala segna
i limili rispettivi
della quantità sia
discreta, sia continua.
Essa di per
se non presenta
dati dimeusivi particolari
se noti quando
concorre con altre
a formare un
tutto* g 65.
Del paragone dei
dìsTtgiialq e di
ciò else allora
avviene nel nostro
spirito. Quando paragonale
duo quantità disuguali,
che altro avviene
nello spirito vostro? _
Ciò die ò
pari, sia grande*
sia piccolo, lo
considerate come una
cosa sola, e
non ponete mente
fuorché alla disparita.
Allora è lo
stesso paragonare due
grandezze, per esempio,
dì quattro o
cinque digiti, come
paragonarne due dì
quattrocento o cinquecento.
Gin non è
lutto. Questa operazione
implica una sottrazione
di puro paragone
di tutta la
grandezza pari di
lei* ossia un
sè-meno. Ma il
concetto di questa
grandezza rimane immedesimato
eoi soggetti paragonati,
c serve di
punto d'appoggio al
vostro intelletto. Qui
dunque la forma
di eguaglianza astratta
serve a determinare
la differenzaSe dunque
il sentimento della
differenza è positivo,
il mezzo dì
determinarne la misura
viene somministrato solo
da ir idea
di eguaglianza. Ma
questa non è
che mia ideatifa
ripetuta. Quest'identità deve
io vestire un
qualche oggetto, ossia
consiste essenzialmente nel
concetto di qualche
oggetto geometrico. Dunque
la cosa si
risolvo in ultima
analisi nel concepire
un soggetto geometrico
come sta, e
farlo servire di
punto di paragono
onde determinare la
diversità di quantità
con un altro
e eon molti
altri. 66. Mezzo conscguente
di valutazione. Suo
princìpio fondamentale logico
ed unico. Omogeneità.
Qui facciamo punto.
Fu detto di
sopra e dimostrato,
che Yunò metrico
generalo non esisto
uè può esistere*)
ma ch'egli è
sempre rispettivo* Parimente
ogni grandezza ò
cosi determinata, e di un
concetto cosi individuo
ed immutabile, che
non si può
aggiungere o diminuir
uulla senza tramutarla
in un’altra, e
così senza distruggere
la sua essenza.
Dunque se venga
o paragonala o
accoppiata ad un’altra,
nasceranno certi rapporti,
e non certi
altri; certe convergenze
o divergenze, e
non altre; certe
proprietà comuni o
certe opposizioni, e
non altre. Questi
rapporti saranno uecessarii
ed immutabili, quanto
le essenze stesse
delle grandezze dalle
quali emanauo. Se
dunque queste grandezze
siano considerate come
parti di un
tutto, esse dovranno
necessariamente
somministrare un metro
analogo ai rapporti
che sostengono. La
natura dunque di
questo metro risulterà
o semplice o
composta, a norma
dei rapporti essenziali
della posizione loro.
Dunque ne viene
il solenne ed
inconcusso principio, che
per calcolare con
verità nei casi
in cui queste
grandezze essenzialmente diverse
concorrono insieme, non
si potrà far
giuocare nè il
piccolo né il
grande, ma si
dovrà far uso
soltanto dell’omogeneo . Quest
omogeneità non consiste
nè nell’ unità polverizzata,
nè nel1 estensione
microscopica, ma nell’essenza
composta secondo l’indole
della figura. In
Geometria ciò viene
confermato anche dalla
proposizione sopra dimostrata,
che il principio
della figura è
la stessa figura.
Ma la presente
dimostrazione essendo tratta
dalla natura comune
dei concetti sì
geometrici che aritmetici,
ne viene che il principio
suddetto dell o/?zogeneita
e comune a
tutta sorta di
calcolo. Allora cessa
Fuso i/nmoderato dell
estrazione delle radici:
allora vengono banditi
gli infinitamente piccoli;
allora non si
parla più di
approssimazione ; allora
non si tenta
più di dividere
la certezza come
una focaccia, e
di trarne risultati
mostruosi: allora sottentra
uu’ altra specie di
calcolo analogo ai
dettami della filosofìa
e all’andamento della
natura. 67. Conseguente ripugnanza
c falsità positiva
matematica dell’ algoritmo
infinitesimale. Io non
pretendo per questo
che si debbano
abolire i metodi
attuali; ma solamente
partiti che in
certe parti si
possa illuminarli di
più, e quindi
riformarli ed unificarli.
Questo può esser
fatto soltanto usando
del principio dell
omogeneità, il quale
esige come condizione,
che a parte
rei nulla venga
da noi alterato
nel concetto delle
quantità impostate o
derivate, e per
pai te del calcolatore la
piena cognizione della
posizione intiera della
quautità e dei
rapporti logici di
lei. Voi mi
direte che si
sono fatte molte
scoperte. Ed io vi rispondo
domandandovi, se tutte
siano solide; e
quelle che sono
solide, nelle specie
dei casi di
cui parlo, non
coincidano appunto, senza
saperlo, col principio dell’omogeneità. Niuua
verità può fare
i pugni con
un’altra, nè la
verità matematica può
venire in conflitto
colla buona filosofia.
Ora ditemi se
questa possa ammettere
le denominazioni di
calcolo infinitesimale, di
infinitamente piccoli o
grandi, di quantità
aggiunte o neglette,
ed altre simili.
E quanto alla
denominazione di calcolo
infinitesimale, credete voi
che sia filosofica?
Chi chiamasse la
pittura arte delle
ombre userebbe egli
d’una denominazione conveniente?
Lo stesso è
in Matematica coll’ attribuire ad un calcolo
il nome d’ infinitesimale. Il
calcolare importa discernere
e paragonare. Ora
sull’iufinito si può
forse esercitare il
discernimento? Dove non
si discerne regnano
le tenebre per
noi. Attribuire adunque
il titolo et infinitesimale
ad un calcolo
è lo stesso
che denominarlo calcolo
tenebro SO) calcolo
delle ombre. Questa
denominazione impropria, la
quale manifesta una
pretesa incompetente allo
spirito umano, sembra
derivare dal trascendentalismo mal
inteso, del quale
ho già parlalo.
Essa poi suppone
che si possano
oltrepassare certi limiti
che la buona
filosofia dimostra insormontabili, e
che vi possa
essere un’essenziale differenza
fra il grande
ed il piccolo .
Sappiate, dice l’inventore
di questo calcolo,
che i fondamenti
della mia invenzione
non sono rigorosamente
dimostrati, ma sono
passabilmente veri (')•
Tutti piegano la
fronte, malgrado le
grida della Filosofia
e del buon
senso. Così pure
il Leone, nel
tempo che pioveva,
e nell’atto che
i suoi cortigiani
grondavano d’acqua, avendo
sostenuto che risplendeva
il sole, i
suoi cortigiani d’accordo
proclamarono che il
sole gli avea
bagnati. Ma, per
mia fè, che
cosa significa questo
passabilmente vero, fuorché
un’asserzione non dimostrala?
Ora un’asserzione non
dimostrata può forse
servire di fondamento
ad una teoria
che esige una
rigorosa dimostrazione? La
dimostrazione non ammette
nè verità dubbie,
nè verità passabili;
ma accoglie soltanto
un vero pieno
ed un vero
dimostrato. Da quando
in qua la
Matematica, che appellasi
la scienza emi
(i) Il calcolo
differenziale, basato sopra
gli altri principii
(cioè diversi da
quelli del Lagrange),
forma una scienza
separata dall'Algebra, giacché
in essa non
avviene mai che
quei principii s'inconlrino.
Talvolta questi principii
dimandano che si
accordi la sussistenza
di cose le
quali hanno in
sè delle proprietà
contrarie affatto alla
geometrica evidenza e ad ogni
comune concetto; e
questi sono gli
infinitesimi, che ora
si prendono per
nulli, ora per
quantità di misura
che si confrontano
con altre, e
sopra le cui
analogie ebbe a
dire lo stesso
Leibnizio ( Acta Eruclitorum,
Lipsiae 1712), ch’esse
non sono vere,
ma ioleranter verae. Brunacci,
Memoria premiata dall'Accademia di
Scienze, Lettere ed
Arti di Padova,
Capo III. 28.
pag. 20. Edizione
di Nicolò Zanon
Bettoni. Padova nenie
mente certa ed
eminentemente dimostratila deve
ri posare su
basi passabilmente vere?
Questo é ancor
nulla* Se taluno
affermasse elio il
quadrato di un
cateto può essere
uguale al quadrato
dell' ipotenusa, o che
il calete stesso
può essere uguale
all* ipotenusa, uou
direbbe l'orso ima
propó^iótte apertamente ed
agiatamente falsa? \
oi lo coti
vincereste di falsità
si colla dimostrazione
della figura, e
si col tagliare
una lamina ed
uri cartone in
modo ch’egli dovrebbe
confessare la falsità
palmare delia sua
proposizione. La verità
della proposizione pitagorica
è assoluta ed
uaiv ers al e, perocché
in essa si
prescinde dulia considerazióne di
qualunque divisione o
proporzione particolare dei
cateti o dei
loro quadratile però
per fa sua
vera nni versali tà può
sostenere il confronto
della ebe dei
Lcil>mziani. fi a
sta aver delibalo
i primi elementi
ili Leoni etri
a per essere
Intimamente convìnti di
questa universalità* Ora
se, contro V uaivefsale
verità ed evidènza
del dogma pitagorico,
io volessi contrapporre
S etmempimenti Loie r et n ter veri 5
coi quali Letbmlz
stesso denominò i
fondam e u li del suo
calcolo, cLe cosa
si direbbe di
ine? Dir si
dovrebbe che i
pensamenti toleranter veri
debbono cedere II
passo agli avide
nUr veri; e
che se i toleranter veri
ripugnassero agli evidenter
veri essi diverrebbero
evidentemente falsi, per
ciò stesso ebe
gli altri fosseroe^dentc mente veri.
■ Ora dico,
sostengo e dimostro,
che il concetto
Lada monta le
del calcolo di
Lcibnitz ripugna positiva
mente al dogma
suddetto pitagorico ;
e però coacbiudo,
essere il pensamento
Leibmziano evidentemente e
ma te ma
tic a mente
falso. La prova
di questa ripago
ansarisulta dalla dimostrazione
posta appiedi di
questi Discorsi. Come
mai mi ’ impostura
come questa ha
potuto trovar seguaci
iti tanti nomini
d’ ingegno di Lutti
I paesi d'Europa
? Come mai
un fantasma, il
quale comparve sul
Leatro matematico coperto
non colle diviso
della evidenza, ma
colle spoglie ingannevoli
d'ena volgare fantasie,
mori tata col
trascendentalismo e coi
passi vacillanti del
passabilmentetwo, potè illudere
cotanto da regnare
stille menti dei
matematici, e resistere
agli assalti del
buon senso? Come
mai anche oggidì
egli esteuJe la
sua dominazione, ed
acquista campioni al
suo partilo? Forse
sta scritto nei
libri del fato
che aoche il
mondo matematico debba
talvolta essere colpito
da uno spirito
di vertigine come
il mondo civile?
Vi avviereste voi
forse di dire
che il dogma
pitagorico è dogma
geometrico e uou
algo ritmico -i e che
però noo può
colpire la massima
del calcolo Inim ilesini
ale, nel quale
si fa uso di principi!
algoritmici? In questo
caso $ Ai
dimostrerei che il
dogma pitagorico ò
e mi ne
me ni ente
algoritmico ed li
ni camente algoritmico,
e versa intieramente
sullo scopo unico
d’ogni calcolo. E per verità
il dogma pitagorico
non determina egli
il valore dei
quadrati dei cateti
rispetto ai quadrato
dell’ ipotenusa in
tutti i casi
nei quali i quadrati dei
cateti o siano
eguali fra di
loro, o possano
differire per qualunque
quantità escogitabile? Ciò
posto, domando io:
la valutazione non
è essa lo
scopo unico del
calcolo? L’algoritmo non è forse
il mezzo di
questa valutazione? La
determinazione del piu^
del meno, eguale
* sia delle
quantità impostate, sia
delle derivanti o
costanti o variabili 5
sia delle indicate,
sia delle differenziali, non
costituisce forse la
funzione, anzi 1’
essenza propria dell’ algoritmo ?
In esso si
domanda forse di
conoscere o quantità
dubbie, o quantità
insussistenti, o quantità
false; o non
piuttosto quantità certe,
sussistenti e vere?
Ora se la
valutazione attribuita dall’algoritmo passabilmente
vero ripugna colla
valutazione evidentemente certa
del dogma pitagorico,
non si potrà
sfuggire l’assurdo, perchè
cade sullo stesso
soggetto e sull’ identica operazione.
Invano pertanto si
avrebbe ricorso alla
distinzione suddetta per
sottrarre gl’ infinitesimi dall’anatema
del buon senso,
e invano gli
Ercoli del calcolo
potrebbero accorrere per
impedire la caduta
dell’edifizio poggiato sopra
i medesimi. Mi
direte che non
sempre la massima
del calcolo Leibniziano
esige l’impiego di
questi infinitesimi, e
però che quel
calcolo non resta
sempre colpito dalla
taccia dell’assurdo e
della frode. A
ciò rispondo, che
qui si cangia
di quistione senza
affievolire la mia
dimostrazione. Io ho
parlato del modo
praticato degl’ infinitesimi nel
calcolo, e non
ho parlalo del
calcolo eseguito senza
di essi. Ora se mi
parlale del calcolo
in cui essi
non intervengono, voi
non mi parlate
più del calcolo
veramente iulìuitesimale, ma
di un’altra cosa;
e però la
vostra difesa cade
su di un
soggetto diverso. Allora
il calcolo sublime
altro non è
che il calcolo
naturale elevato a
regole più generali,
e nulla più. 68.
Principio preservativo dagli
errori e dalle
frodi. Onde però
togliere per sempre
la sorgente primitiva
di questo e
di altri simili
delirii, è d’uopo
avvertire che altro
sono le considerazioni del
possibile fantastico «
ed altro le
considerazioni del possibile
esistente. Egli è
metafisicamente possibile che
esistano Pietro, Paolo
e Giovanni; ma
allorché figurate Pietro
esistente, egli è
metafisicamente impossibile eh’ esso
sia nello stesso
tempo Paolo e
Giovanni. La esistenza
effettiva della persona
di Pietro rende
metafisicamente impossibile ch’egli
sia nello stesso
tempo Paolo e
Giovanni. Così dicasi
delle quantità. Una
gran DELL' INSEGNAMENTO
DELLE MATEMATICHE. i
ISO dezza è
metafisicamente suscettibile di
vani gradi tr
atimenlo o ijpcn> mento:
aia posto iti
fatto qualunque aumento
o decremento eseegtlabtJiì
di lei. si
esclude per ciò
stesso resistenza di
fatto di qualunque
altro aumento o
decremento meramente possibile,
e por ciò s
Lesso di
quatuqqiEfi altra possibile
differenza, ragione, proporzione
o rapporto logico
poggiala a termini
diversi. Questa sentenza
altro non e
che cu a
traduzione del principio
stesso di contraddizione. Posto
questo dato, ce
viene che quando
in fallo voi
figurate die una
quantità impostata riceva
tei dato aumento
o decremento qualunque
escogitabile, voi escludete
perciò stesso qualunque
altro auménto a
decremento maialisi cani
ente possibile di i
'crso d?i quello
elio voi figuraste,
qti&ud’ anche non sappiale
0 uou esprimiate
d valore di
questo pìk o
di questo meno.
Allora il pih
ti il Meno
figuralo riesce necessaria
mente parte aliquota
o non aliquota
della quantità impostata.
Potrà essere a
voi sconosciuto il
valore rispettivo di
questa parto. Ma
la ragione vi
dice sempre, che
siccome ossa noti
può esistere e
non esistere nello
stesso tempo,, nè
essere ad un
solo trailo identica
e diversa; così
(quanti* a nell
e il di
lei valore non
sia da voi
co* nosciutoj, ciò)
non ostante essa
esclude la possibili
la della coesistenza
di uno sfiato
diverso da quello,
sotto del quale
realmente esiste •
Con ciò Inni
gli altri stati
mela fiate amen
le escogitabili rimangono
sepolti ad caos
dell idealismo, e
non ha véramente
luogo che quello
stato solo, sello
il quale essa
esiste. Indefinito dunque
a parie rei
non è nò
può essere questo
sialo; e però)
è logicamente assurdo
il concetto di
un influitoti indefinitamente piccolo
esistente* sia ideale*
sia reale. Io
sfido tutti i
matematici a sovvertire
la verità di
questa o* set' razione. Ma
nello stesso tempo
domando loro se
sia vero, o
no. die col
loro do: non
lanciano intervenire e
coesìstere tutti gli
stati metafisicamente possibili
della piccolezza, nellatlo
che non è possibile
fuorché la esistenza
tT li o solo di
èssi? se sia
vero, o no,
die confondono il
meta stato incognito
col possibile stato
escogitabile di questo
quantità, e cfuda
questa confusione e
da questo scambio
sorga la mostruosa
progenie degl* infinitesimi
e la Illusoria
fabbrica del calcolo
relativo ? Perché
io non conosco
quanta sia faltezza
dei monti della
luna, pollò io
dunque supporla indefinita
? Voi mi
parlate di grandi
e di piccoli come
di oggetti del
calcolo, Voi dunque
distinguete un grande
ed un piccolo
ad uso pratico
W calcolo. Ma
questo grande e
questo piccolo vengono
da voi associti
o tu senso
unito o i
u senso diviso [Grice: Don’t multiply them!] . Sogli
assumale in senso
unito, e m
a a sfésLo
che dire e
provar mi dovete
in che consista
il grande^ e
dove n ni* sca per
dar principio al
piccolo. Se poi
gli assumete in
senso diviso, voi
mi dovete dare
un criterio certo
e stabile per
distinguere il grande
dal piccolo, perchè
io possa iodi
attribuire ad ognuno
il suo posto
e la sua
funzione. Senza di
ciò io taglio
un terzo di
una montagna ?
e gli pongo
il nome di
infinitamente piccolo. Invano
ricorrereste alla puerilità
volgare del granello
d’areua di Wolfio
; perocché questo
stesso granello, o
sotto al microscopio
solare, o agli
occhi d’un animale
microscopico, pare o
una massa di
un metro di
diametro, o una
montagna. Il globo
terracqueo è un
punto rispetto all’universo.
Queste norme nel
regno dell’evcogitabile non
possono aver luogo,
e però conviene
determinare il piccolo
e il grande
in via di
rapporto logico assoluto.
Ora dico essere
logicamente impossibile agl’
in fi n
itesi malis ti
lo stabilire filosoficamente in
che consista il
grande e il
piccolo per ciò
stesso che gli
stabiliscono indefiniti, stantechè
V indefinito non ha
confini. Dunque per
essi è logicamente
impossibile lo stabilire
il fondamento primo
esecutivo, ossia pratico,
del calcolo del V escogitabile. Dunque
quand’anche egli non
fosse logicamente assurdo
e matematicamente falso,
egli sarebbe umanamente
impraticabile. 69.
Universalità «Duna stessa
legge segreta che
presiede al calcolo.
Lasciamo questi assurdi,
e proseguiamo. Vi
può esser forse
un aspetto, sotto
del quale la
massima del calcolo
Leibniziano può essere
accolta come vera:
ma questo aspetto
non può essere
presentito che internandosi
nei più reconditi
misteri dell’algoritmo naturale,
e non può
essere annunziato colle
forme assurde degl’infinitesimi. Penetrando
questi misteri si
distingue il calcolo
coerente dal calcolo
vero; perocché havvi
una specie di
calcolo, la bontà
o inutilità del
quale non può
essere scoperta e
verificata se non
si sale alla
massima sua fondamentale.
Allora si esclude
quello che non
tiene conto della
diversità originale ed
essenziale degli elementi,
e che tratta
gli enti matematici
sul letto, dirò
così, di Procuste.
Io non posso
e non debbo
entrare nell’esame di
queste massime, perchè
dovrei dare un
trattato di Aritmetica
o di Geometria,
invece di osservazioni
generali sul primitivo
insegnamento delle Matematiche .
Quindi non è
mio disegno d’impugnare
veruna costruzione fondamentale
dei calcoli usitali
dai matematici. Ma
altro è la
meccanica del calcolo,
ed altri sono i principii
filosofici del medesimo;
altro è la
verità intrinseca dell’operazione, ed
altro è l 'espressione conveniente
della medesima. Ciò
che ho annotato,
parlando del calcolo
sublime, versa soltanto
sull’ abuso degl’ infiniti, e non percuote
il merito intrinseco
dello stesso, Su
questo mento aneli
e noo conoscendolo
* si può
osservare ciò che deriva dai
principi t d'ima solida
filosofia, e può
interessare la prlmEtiva
istruzione, la però,
parlando del calcolo
sublime, dico che se la
tnassitua di questo
calcolo e giusta,
essa dev'essere stata
traila da un
fallo certo* ed
essere conforme a
leggi perpetue già
conosciute. Uno è
il» getLo della
scienza . e
identiche sono le
leggi dell* umano intelletto.
Le diverse specie
di calcolo non
sono che diversi
artifici] per roggiiiogetsi
diversi concetti delle
quantità; ma questi
artifici! non sono
che medi diversi
di queste leggi
lo rida meu
tali, Per vedere
il sole e
la luna vi
bastano gli occhi
nudi: per vedere
i satelliti di
Giove c l
anello di Salem
bastano i telescopi]
ordiuarii: per vedere
Urano, ed altri
più lontani o
più minuti oggetti,
occorre d telescopio
di Jlerskclma per
questo vengono forse
alterale le leggi
della luce o
quello dell’ Ottica? La
massima dunque sulla
quale è fondato
il calcolo sublime,
deve derivare da
un fatto certo .
primitivo ^ costante,
e dì una
influenza generale. Questo
latto, lungi dal
contrastare cogli altri,
dovrà apparirci concordante.
Dunque tutte le.
specie possibili di
calcolo dovranno risentire
la sua inOueiiza,
e però adattarsi
ai rapporti ch’egli
fa nascere. Dunque
fino dai primo
r sd 1 1
della scienza egli
iu fluirà sui nostri
concetti anche senza
che ce ue
avvediamo, e determinerà
i nostri risultali
dì ragione. Quando
lo reggiamo alla
scoperta, lo esprimiamo
co’ suoi lineamenti genuini;
quando all’opposlo non
facciamo che presentirlo,
o no I
ravvisiamo che al
favore di un
languido barlume, uni
gli prestiamo una
forma confusa 3 la
rappresentiamo con divise
non sue, e,
quel ri/ é
peggio, gli attribuiamo
funzioni Incompatibili colla
di lui natura,
lo potrei recare
iu mezzo esempi i,
nei quali celebri
matematici fanno eseguire
all’ infinitamente piemia
le funzioni le
più strane e
k più assurde.
Qua lo vedete
far la funzione
del mallo del
tarocco; là lo
vedete far la
figura ò* un.
blietri; qua le
funzioni dei maghi
di Faraone >
f ioà cangia
le curve in
rette, e i
segmenti In tangenti
; là fa
la funzione di
giocoliere, facendo sparire
e comparire ciò
che si vuole
; talché qualche
gran maestro, invece
di voler adattare i
uoslri concetti distinti
a ciò che
accade in natura,
ha preteso clic
la natura non
possa procedere che
secondo questi concetti
XJX. Lnv.I^ iJ
di cui arco
si assume come
arco di circolo.
Ma a rigor
geometrico è dimostrato
che il quadra
Lo sopra AI
C è uguale
alla lista E
P Q E
Questa lista poi
costituisce la differenza
fra il semiquadra
lo A B
F E ed d quadrilungo
A B Q P
. (i)
Brunitevi, Memoria schietta,
Aln i Leibniziani
considerano questa corda
come se non
esistesse. Essi dunque
tolgono Li lista
suddetta, e quindi
annullano la relativa
differenza. Dunque essi
05» su mono
il quadrilungo, che
forma la parte,
come eguale al
semiquaJrab, che 1
forma il tutto.
Questo tutto c
appunto compost# dal
quadrilungo e dalla
lista suddetta. Qui
domando se il
porre una parte
uguale al tutto
sia cosa che
conceder si possa
come passabilmente vera.
Voi mi direte
che tutto questo
si fa per
giungere ad una
valutazione tipprossima tiva,
a fronte d’linairis
u pe ra
h il e
in comme n
su ra bili
tu. Pi ù
cose si posiono
opporre qui. La
prima si é,
che non dovete
porre avanti cose
assurde per coprire
1 impotenza vostra
j ma dovete
far la dichiarazione
già sopra espressa
) ( ved, 55
)* La seconda
si tì, die
lungi di aprirvi
La dito alla
co mmensu razione
rettilinea possibile, voi
lo precludete* Lai
esèmpio perpetuo per
tutte le gradazioni
dell'area del quadrato
lo vedremo nel
Discorso VI. Parte
3» Ivi faremo
vedere che nei
casi della rettilinea
incommensurabilità tanto la
valutàz.icjnfl superficiale competente,
quanto là conversione
in forma linearmente
r[ tunica bile
dipende assolutamente dalla
fissazione della potenza
della minima corda
circolare soppressa dai
Leibnìziani, e dalla
tassazione rie! laro
infinitamente pìécdì di
primo o di
secando grado* Fu
pure dimostrato il
mudo di determinare
questa potenza. Tutto
ciò vien fatto
procedendo in una
maniera precisamente contraria
a quella che
viene praticato dai
Leibnizirmi, Egli è
vero che questa
teoria non fu
mostrala fuorché pei
casi della graduale
diminuzione del quadrato)
ma egli è
vero del pari
che può essere
colle debite aggiunte
estesa: e sopra
tutta é vero
die con essa
si escludono tutti
i processi impotenti
ed assurdi inventati
per superare io
scoglio delia incommensurabilità almeno
relativo . Dico della
relativa? perocché ogni
sforzo è inutile
nell1 assoluta, la
quale risulta dal
curvilineo rispetto al
rettilineo. La valutazione
è un processo
che suppone identità
ira le idee
paragonate . L3 omogeneità
s posta come
principio praLico di
vahttaztonCj rende indomabile
qualunque essenziale c
t erogene ita.
fra gli Oggetti
paragonali, La regola
che obbliga a
paragonare quantità della
stessa, spècie è
di assoluta necessità.
Chi sara da
tanto da volerla
infrangere, e da
pretendere ciò non
ostante di somministrare
un calcolo di
fatto dimostrativo? È
ornai tempo di
abbandonare una ciarlataneria, colla
quale, imitando I
giocolieri eli bussolotti > ^i
vuoi far travedere
i sempliciotti. Dell'
unificazione matematica sì
logica che morale. 71,
In quanti sensi
si possa prendere
la parola u
n ijìciizioìic* Presa
come operazione di
calcolo, che cosa
significhi. In due
scusi si può
prendere V unificazione fìiatanctticu* II
primo come operazione
di calcolo $
il secondo conio
ordinamento della scienza
in uno. Presa
corno calcolo, tosto
si distingue la
coacérv azione dall’wn/ficazione
5 come
si distingue un m«
echio di
pezzi dTuna macchina
dalla loro co
ni pagìna 1 1
ira. Altro è
d i f fa
Iti fo r
m are a
gg re gali,
ed a Itr
o è u
n ì licare
■ altro ò
numerare e sommare,
ed altro è
porre in rapporto
una quantità. La
prima operazione, altro
non considerando, non
produce che una
collezione* e ntm
mai un unità
complessiva. Produrre quesPuniLà
è opera appunto
delF unificazione * Essa importa
che non solamente
le parti stiano
insieme, ina clic
vi stiano con
tali rapporti da
produrre un co u cotto
cosi unico ed
indivìduo, come quello
che appartener può
ad ogni parte
presa singolarmente, 72, Se
si possà proseguire
ad unificare, come
si prosegue ad
enumerare. Considerando le
cose in una
vaga possibilità, paro
che Fu ubicazione
ìioo abbia confini,
e si possa
seguitare od unificare
come si prosegue
a numerare. Se
qui distinguete la
pura amplt azione dall
luiijìcazioìie, e \ unificazione primitiva
dai perìodi soli
della medesima, non
pare che in
Ma Le ma t le
o si possa
a mine Ile re un
inde Unita unificazione
di quantità nel
senso di produrre
uu' unità veramente
complessiva, nella quale
si trovi varietà
e continuità accoppiata
ad un solo e individuo
concetto. Imperocché da una parte
converrebbe che immensa
fosse la comprensione
umana . e
dall’ altra clic i
rapporti cospiranti delle
quantità fossero pare
indefiniti. Quando parlo
dì comprensione *
io intenda non
la sola facoltà
di percepire c
di combinare, ma
quella di abbracciare
simultanea cicute molle
cose distinte* La
parola stessa con? prendere
racchiude questo significato.
Ora, lungi che
noi ci possiamo
vantare di questa
mi* mensa comprensione,
ci dovremmo anzi
lagnare di una
somma angustia. Quanto
poi ai rapporti
cospiranti della quantità,
vale la stessa
ragione sotto un
altro aspetto; perché
questi rapporti non
sono che le
idee re* Jative
dei nostri stessi
concetti della quantità,
nate dalle leggi
fondamentali del nostro
discernimento. Dico del
discernimento 5 perocché i
rapporti indiscernibili non
possono formare materia
di calcolo. Questo
discernimento è tutto
relativo alla costituzione
attuale del nostro
essere; come 1
attitudine d’uu cembalo
a dar suoni
distinti, e quelle
tali loro combinazioni
e non altre,
viene determinata dalla
sua costruzione. Ora
se m questo
stato di cose
tutto divien finito,
e conformato d’unadata
maniera, ne segue
necessariamente che i
concetti dell’ unificazione
saranno non solo
per sé circoscritti,
ma che non
potranno eccedere un
dato numero di
variazioni. 73.
L'unificazione appartiene al
senso integrale: da
ciò nasce l’implicito.
L unificazione appartiene
al senso integrale,
del quale abbiamo
parlato da principio;
e quindi essa
è l’operazione la
più originaria e la più
naturale di tutte.
L’unificazione matematica dunque
pare ridotta soltanto
a collegare i
concetti del senso
differenziale, e trovare
i mezzi discernibili
coi quali far
si può l’unificazione naturale.
Ma il senso
differenziale non può
raggiungere mai l’integrale.
Dunque rimaner deve
sempre un margine,
dentro il quale
eseguir si deve
l’unificazione matematica. Questo
margine dovrà al
nostro discernimento apparire
come una caligine,
la quale limita
il campo della
luce intellettuale. Anche
questo margine, quando
è finito, potrà
servire al calcolo;
ma ciò in
diversa maniera: imperocché
avvi in Matematica
un non so che, il
quale riesce principio
e fine dei
concetti successivi della
quantità, e che
dir non si
può essere egli
stesso una data
quantità. Egli non
è nè lo
spazio, nè il
tempo, nè 1
estensione, nè l’unità
metrica, nè il
numero; ma egli
è un reale
senso recondito, dal
quale sorgono rapporti
aritmetici e geometrici
determinati. Egli quindi
nou è nè
un infinitamente grande
o piccolo immedesimato
colla sostanziale quantità
intesa; ma è
una cosa posta
fioriti lei, e che fa
sorgere varii rapporti
con lei. Egli
è nello stesso
tempo variante ed
unificante; continuo nella
sua essenza, e
discreto ne’suoi effetti;
esteso ne suoi
progressi, e perentorio
ne’suoi limili; diverso
nelle sue forme,
e identico nella
sua potenza; dilatato
nel suo sviluppo,
e comprensivo nel
suo concetto: egli
è, per dirlo
in breve. I’ indice
ultimo della nostra
attuale intelligenza riguardante
la quantità estesa.
Usando una greca
etimologia, io appello
questa specie di
recondita potenza col
nome di implicito
posotico, dal nome
greco iro^òryjg 5
che corrisponde al
latino QVANTITAS.
L’esistenza di questo
implicito fu presentita
da qualche profondo
matematico, ma non
fu qualificata; perocché
l’esistenza di una
potenza occulta non
può essere definita
o contraddistinta se
non mediante i
suoi effetti. Così
distinguiamo la forza
motrice, la forza
di coesione, ed
altre simili a
noi sconosciute, colle
idee degli effetti
che producono, o
che crediamo dover
loro attribuire. Se
questi matematici avessero
esplorati i fenomeni
di fatto della
quantità estesa, essi
avrebbero scoperti questi
effetti, e in
conseguenza avrebbero indicati
i caratteri proprii
di questa potenza,
e ne avrebbero
espressa almeno l’essenza
nominale, nell’impotenza di
assegnare la reale .
Un solo di
questi fenomeni fu
da essi oscuramente
presentito; e questo
consiste nel sostenere
il carattere di
termine nascosto, o
di punto di
paragone algoritmico, senza
che a lei
attribuire si possa
il carattere positivo
di quantità, quale
viene comunemente iuteso.
L’esistenza di questo
principio occulto non
può essere scoperta
per via d’induzione,
analizzando le quantità
in sè stesse;
ma apparisce soltanto
indirettamente come un
fatto primitivo nello
sviluppamento progressivo e
paragonato dei numeri
naturali posti in
un certo ordine.
Ciò verrà fatto
palese, almeno in
parte, allorché esibiremo
l’alfabeto aritmetico e
geometrico, il quale,
secondo il nostro
parere, servir dovrà
di primo fondo
del primitivo insegnamento
delle Matematiche. Ivi
ci verrà fatto
di mostrare che
in virtù di
questo implicito si
fa nascere una
vera quantità comparativa,
simile alle altre
quantità differenziali, la
quale nella prima
volta è uguale
alla quantità esplicita
impostata. Questa comparativa
quantità non sorge
dal paragone di
due quantità esplicite
impostate, ma bensì
dalla relazione immediata
d’ una quantità esplicita
col luogo dell’implicito. Questo
luogo non entra
nè punto nè
poco come elemento
sostanziale nel calcolo;
e però non
riceve nè aumento,
nè decremento, nè
stato positivo alcuno
proprio della quantità.
Egli forma il
tuono, dirò così,
decisivo del senso
integrale. 74. Scambio irragionevole
dell’ implicito, sia colla
quantità impostata, sia
col nulla assoluto.
Lo scambiare il
concetto d e\Y implicito col
noto concetto della
quantità, o porre
la quantità sostanziale
al posto dell’implicito, fa
nascere tutte le
oscurità, tutti gli
enigmi, tutti gli
assurdi logici, de’ quali
viene accusata la
Matematica sublime. Così
lo attribuire ad
un’imagme riflettuta da
uno specchio i
caratteri materiali dell’oggetto
presentato fa K
j il 1 1
, nascere la
falsa supposizione che
esistano due masse
concrete, mentre che
non ne esiste
che una sola.
\ iceversa il
supporre che qualunque
apparenza non possa
nascere che dalla
massa medesima presentata
direttamente alF occhio, esclude
la potenza reale
dello specchio a
provocare il paragone
delle identità distinte.
Lo stesso dicasi
in Matematica. Ivi
è del pari
erroneo Y attribuire
all’implicito i caratteri
della quantità variabile
conosciuta, ed il
negare allo stesso
qualunque virtù od
influenza sui nostri
giudizii nel calcolo.
Non si può
dunque riguardare Y
implicito nè come
uu residuo indeterminato
della esplicita quantità,
uè come un
nulla . ossia una
negazione assoluta di
essere o di
potenza ; ma
conviene ammetterlo come
una virtù occulta
residente in noi,
la quale per
se influisce in
alcuni giudizii comparativi,
nei quali non
veggiamo il secondo
termine del paragone
vestito dal concetto
di reale e
nota quantità. II
fatto ci palesa
l’esistenza d’una causa
occulta, che in
dati luoghi fa
sorgere una quantità
di paragone esplicito.
Questo stesso fatto
poi ci fa
toccar con mauo
che l’ implicito non
ha alcun carattere
riconosciuto proprio delle
quantità sostanziali ;
talché egli non
ci palesa altro
che il suo
luogo, e ci
nasconde la sua
persona. À torto
pertanto si è
preteso di vestirlo
colle divise della
quantità comunque escogitabile:
ed a torto
pur nuche si
è preteso di
annientarlo, o di
privarlo di qualunque
virtù. Fra questi
due estremi hanno
fin qui fluttuato
i giudizii dei
matematici, mentre pure
che i fatti
primitivi dettano un
concetto intermedio, il
quale d altronde
si concilia colla
ragione e colla
esperienza del calcolo.
Io mi riserbo
di allegare questi
fatti, dai quali
sorge questo concetto
intermedio fra il
discretivo esplicito ed
il zero. II
discretivo esplicito nasce
per via di
addizione o di
sottrazione, o anche
di segno apposto
da noi fuori
delle quantità impostate,
che formano il
corpo da valutarsi.
L’implicito per Io
contrario sta nel
fondo della nostra
intelligenza, ed opera
anche senza che
noi Io vogliamo
e che noi
ce ne avveggiamo.
Egli è un
oracolo interiore, il
quale, consultato da
noi, pronuncia sempre
risposte fedeli e
veraci, e ci
avvisa della posizione
nella quale ci
troviamo nel mondo
geometrico ed aritmetico.
Allorché passeggiamo tra
le file di
una serie naturale
di quadrali, egli
ci avverte dove
dobbiamo proseguire, dove
arrestarci, e dove
rivolgere i nostri
passi. Qua ci
mostra la mela
della coincidenza e
delFeguaglianza prodotta dallo
sviluppamelo completo dell
unità complessiva naturale.
Qui, egli ci
dice, si compie
il primo viaggio
della ragione algoritmica;
qui si consuma
la prima evoluzione
dell’unità logica complessiva;
qui s’incomincia un
altro pen°do staccalo,
il quale non
racchiude più la
pienezza del primo.
L quan m
DISCORSO TERZO. f
J do aravamo
per viaggio, se
volevamo arrestarci a
certe pause, nelle
quali incontravamo due
termini massimi concorrenti
c un terzo
eoo eludente, latti
e tre perfetta
me ni e
razionali, quest’oracolo ci
avvertiva che lo
sviluppa mento logico
non era ancor
compiuto* perchè ci
mostrava mancare ancora
V interiore naturale
coincidenza, nella quale
non sì verificava
la omogeneità unificante
V algoritmo. Allorché poi
in mezzo alle
file giungiamo alla
fine del primo
stadio integrale e
differenziale, noi vegliamo
sorgere il mezzo
assodante e conciliatore
della prima parte
sviluppata, onde unirvi
un’altra parte a
formare un tutto
massimo dì unifica
zio ce razionale
geometrica ed aritmetica.
^ ih* Predominio
naturale del senso
naturale implicito nella
unificazione. Nella unificazione
poi. della quale
ci occupiamo in
questo Discorso, questa
potenza p esotica interviene
precipuamente non tanto
per collegare, quanto
per limitare i
confini della unificazione
medesima, c per la
r sentirò eziandìo
come si possa
accoppiare Fidentità colla
diversità. L'impero del
scuso integrale è
Firn-puro della stessa
natura. Dunque vi
avrà una unificazione
naturale che si
opererà in noi
per una legge
secreta* la quale
agirà anche all’ insaputa
nostra. Onesta legge
diffalti si fa
sentire cosi in
tutti ì passi
latti da! discernì
me u Lo,
che pare non
potere Fin ielle
tto nostro riposare
finche non abbia
soddisfatto allo inchieste
di lei. Questo
sentimento naturale, costante,
invincibile, riesce tanto
più forte, quanto
è più viva
la nostra curiosità,
e quanto più
una fantastica analogia
gli presta un
interesse estrinseco. Se voi percorrete
la storia dello
scibile, o delle
inslitimom che no
derivarono, voi al
lume dì questo
fatto troverete la
cagione di tante
dottrine, di tante
allegorie, di tante
pratiche, di tante
usanze, ec, ec.
1/ unificazione artificiale si
può dunque considerare
figlia della naturale^
e come rappresentante piccoli
abbozzi grossolani della
naturale, o, a
dir meglio, come
esprìmente alcuni simboli
staccali della naturale.
Ecco a die
si riduce il valore anche
della unificazione matematica
considerata come operazione
del calcolo. J
7£i, Ragione intellettuale
che caratterizza Firnificazione. Quest* ultima specie
di unificazione non
è legata nè
alla forma apparente
del simbolo, nè
all1 espressione accidentale
numerica attribuita chi
principio da noi : ma
appartiene in fieramente
alla ragione intellettuale, che
risulta dai rapporti
intrinseci ed essenziali
fra le partì
e il tutto.
f j 96SLi
che voi tentiate
dì scoprire questi
rapporti per dlscerncre
il valore e
la connessione o
la forza delle
parli;, sia che
voi stesso abbiale
per iscopo di
comporre un tulio
dotato di rigorosa
india, voi dovrete
sempre attenervi alla
ragione intelletto ale
suddetta* Voi potrete
dunque per comodo
del vostro discernimento
allargai' e repressione,, ma
non cangiti' re
giammai i rapporti
della unificazione-. Se
cangiaste questi rapporti,
voi mutereste lutto
11 corpo, dirò
cosi, de3F oggetto prima
proposto. Iti questa
posizione adunque di
cose col numerare
non si uuificitj
ma sì divide;
e col. far
frazioni realmente non
si divide, ma
si moltiplica, Allorché
dunque si tratta
delFun die azione
non si deve
badare nè alk
forma nè alla
espressione materiale, ma
bensì al rapporto
che passa ha
1 una e
1 altra quantità.
Quindi si può
e molte volte
si deve tradurre
una figura o una espressione
numerica Iti un’altra!
salva fessene lo
ridarne □lale dei
termini da paragonarsi,
ossia della ragione
clic passa fra
Fune e 1
altro. Ciò si fa per
porre in evidenza
il rapporto medesimo,
e Far sortire
il mezzo conciliatore,
il quale indichi
la ragione unificante,
ossia il rapporto
coll unita complessiva.
Questo artificio, che
dir si potrebbe
1 istanza delia
niente* forma appunto
31 merito dei
buoni metodi. Trova*
re. queste istanze*
mostrare quando è
d’uopo le seconde
e le terze,
segnare le loro
traduzioni, fissare l'ultima
più breve; ecco
In che consiste
1 essenza e
il merito delle
formolo matematiche* Dall
unione dì queste
forinole nasce uua
specie di topica
nmlcmat tea, della quale
si suole far
uso nei casi
occorrenti. In tolte
le operaio* ni
che formano questo
calcolò unificante, se
annientate o detraete
sfiata toccare le
ragioni fondamentali*, voi
non aumentale e
non diminuite nulla
: ma altro
non late, che
domandare il rapporto
bramato. E quando
stabilite i medii5
voi realmente non
fate entrare persone
straniere; ma sos
lag zìa Ime
irte non faLe
che unire le
due ragioni in
una terza, e
vi senile poi
di questa per
legare gli estremi. 77.
Dd mezzo logico
dcìT unificazione* Né la
cosa, parlando filosofica
mente, può procedere
dive rsame ole.
Ogni ragione è
un’idea per se
unica, semplice, indivisibile:
quiudi essa non
si può dividere
per ritrovare qualche
cosa di mezzo*
Dunque questo mezzo
apparente non può
essere die un
composto di queste
due: ragioni 5 ossia
dclJespressione di queste
due ragioni per
concorrere in compagnia
a far nascere
F unità. Questo
composto forma per sé stesso
una cosa a
sé. Esso fa
nascere nuovi rapporti
cogli elementi suoi,
e dal complesso
di questi rapporti
nasce F unità
che domandate. Dico
l’unità} e HOT
poh YtinOf vale
a diro quella
unìla complessiva, la
quale comunica tosi
a tutto faggrcgaLo
la sua natura
individua, eh e non
si può cangiare
fuorché distruggendo il
concetto suo essenziale.
Per ìa qual
cosa in ultima
analisi quelli clic
di co osi
incommensurabili o irrazionali
si potrebbero considerare
come prodotti di
razionali ri dotti
ad unita. Qui
si entra nello
scabroso delle Malemaliche,
il quale forse
non riesce tale
se non perchè
non furono premesse
le cognizioni necessarie
sì Rifatto che di ragione,
Ho sentito valenti
matematici a distinguermi
la quantità discreta
dalla continuai e
lagnarsi della difficoltà
di cogliere quest* ultima. Cerio,
semplicemente numerando, essa non si
coglie. Io veglio
dire, che usando
dei metodi ordinari!
propri i della sola
quantità veramente discreta,
dove sfuggirvi. Anzi
dovrà avvenire talvolta,
senza dio ve
ne avvediate, che
Rincontriate in un
nodo nel quale
queste due specie
di quantità sono
venute ad incontrarsi
ed allora voi
col metodo discretivo
vi trovate in
imbarazzo. Ma se
le cose fossero
preparate a dovere,
questi scontri non
recherebbero sorpresa: u,
a dir meglio,
se avvenissero, ciò
accadrebbe senza sorpresa,
e si saprebbe
come rimediarvi. q
78, Della continuità.,
e quindi della
maturità. Degli estremi
e dei mediò
Ma, prescindendo da
questi arcani altissimi
della Matematica, io
fa riflettere che
le altre cose
riguardanti V unificazione
matematica sì possono
rendere intelligibili, ed
anzi visibili, onde
porre in guardia
gli apprendenti a
non confondere la
numerazione o f
aggregazione colf unifrazione.
Ora che cosa
viene praticato nelle
nostre scuole? Ld
dicano tutti coloro
che hanno fatto
II loro corso
con una sincera
applicazione. Credete voi
forse di poter
applicare il calcolo
discretivo per indovinare
le 1^1 della
natura, e quindi
soccorrere le arti?
Quanto sarebbe delusa
questa aspettazione! La
natura, si suol
dire, non va
per salti, ma
tutto procede per
via d’ una stretta
gradazione, Da ciò fu dedotta
la legge della
continuità.; la quale
imperiosamente presiede a
tutte le opere
del mondo fisico
e morale. Quella
che dicesi opportunità,
maturità, si può
dire essere il
complesso dello condizioni
necessarie ad effettuare
la legge della
continuità* Quando questa
legge nou sia
effettuata, io stato
delle cose è
puramente fattizio, e
quindi o violento
o debole, e
sempre non durevole.
Ora ditemi, di
grazia, quali cavalieri
concorrono nella continuità
? Quello della
varietà accoppiata all1
unità. Ma la
varietà suppone dilleTonni.
f . reuza fra
le cose appellate
varie. Dunque bevvi
non differenza che
u [mè associare
colf uniti, Limila
complessa inchinile a ppUDlo
questi Lewisiti, Quest5
uni Li complessa
si verifica Lauto
n elle /òrme
apparenti, quanto nelle
forze operanti Essa
imporla il concorso
degli estremi e
dei weda collegati
per una specie
di mutua transazione 3
nella quale le
forme vane e
le disuguali iorze
producono un solo
ed individuo effetto.
L’eccesso nou è
estremo anzi è
tanto opposto alleeremo.
quanto 3a tlisLruzioiie
è opposta alla
conservazione, la discordia
all’armoma, la vita
alb morte. L’estremo
consiste in un
tale stato, pel
quale stando la ci
i versici o la dis
uguaglianza rispettiva d?una
cosa, essa può
concorrere con altra
a produrre io
stesso effetto, L5 eguaglianza perfetta
tra le forze
porla 1 equilibrio,
i! riposo, e
quindi mancanza di
viLa5 di varietà
e di progres*
so: la Smodata
sproporzione di queste
forze porta oppressione,
ed ancfj.c distruzione*
Perche dunque siavi
vita, conservazione e
progres.soje forze disuguali
debbono stare fra
di loro in
una data proporzione,
Ss il maggior
eflelio nasce dove
havvi ÌJ maggiore
eccita meu Lo dello forze,
questo maggiore eccitamento
nou segue dove
sono le più
grandiose forze, ma
dove queste forze
stanno fra di
loro in un rapporto che
faccia succedere la
reazione in conseguenza
dell’ azione. Ma se
questo, rapporto non
e quello della
eguaglianza perfetta, se non è
quello della disuguaglianza smodala,
resta dunque che
sarà quello di
uua disuguaglìaozà dentro
ceri! limiti. Il
termine di proporzione
di questa disuguaglianza appellar
si potrebbe termine
temperante e conciliante,
o termine moderai
ore. Questo termine
moderatore riveste essenzialmente un
concetto sen^ pliee^
univoco, e nel
tempo stesso relativo .
Ma è logicamente
impossibile il ricavare
la nozione di
questo termine dalla
con side razicae isohte dei
due estremi, perchè
eglino, considerati isolati,
non offrono che
itetmini di una
scambievole discordia. Dunque
è assolutamente necessario
di ripetere il
concetto di questo
termine da una
considerazione composta di
questi estremi con
qualche altro cosa.
Questa Èpa si
de razione composta
non si può
fare che con
una so^ posizione,
ossia solamente con
un dato stato.
e non con
altri; perocciii uu
pili od no
meno, sìa nelle
formo, sia celle
forze, non produce
pii l e
fl etto inteso.
Dunque la possibilità
di produrre questo
effetto dipende da
urna posizione unica
di tutto il
complesso. Dunque essa
appone cosi esclusivamente aìV
unità variata, continua
e vitale, die
eoe c possibile
alla mente umana
ili ripeterne il
eoucetLo fuori clic
dalla meda si
ma. Dunque sarà
impossibile col calcolo
di enumerazione, di
sovrapposizione, di aggregazione,
di ampliazione, di
sottrazione dei singolari
estremi di stabilire
il termine moderatore
e vivificante, dirò
così, di questa
unità. Voi potrete
bensì esaminare le
parti di lei
come si fa
nell’Anatomia e nella
Chimica ; ma
il principio della
organizzazione e della
vita non si
raggiugne. 79. Unità, varietà
e continuità delle
cose naturali. Insufficienza relativa
del calcolo oggidì
usitato. Tutte queste
considerazioni nascono dalla
natura stessa del
soggetto. Ora venendo
al positivo: se
esaminate la natura
e l’arte, voi
troverete che la
vita, la forza,
l’ armonia, la bellezza
composta derivano appunto
da una serie
di transazioni fra
due o più
estremi accoppiati in
un sol tutto,
e che però
involgono l’esistenza dei
termini ora esposti.
Ciò posto, io
domando se col
solo calcolo discretivo
proprio delle cose
isolate si possa
determinare questa unità.
Il calcolo comune
alle cose isolate
è insufficiente per
ciò stesso che
è comune. La
qualità di comune
toglie appunto quel
che è necessario
sia per iscoprire,
sia per formare
l’unificazione: o almeno
prescinde, sia dai
rapporti, sia dalle
regole speciali richieste
dall’unificazione.
Esaminando diffatti l’indole
di lui, si
trova che non
tien conto di
questi rapporti e
delle regole conseguenti,
come palmarmente io
potrei dimostrare esponendo
la massima di
questo calcolo. Dunque
ne viene la
necessaria conseguenza, esser
egli insufficiente tanto
per esprimere, quanto
per imitare l’unificazione e
continuità delle cose
naturali. Dunque col
solo calcolo discretivo
la Matematica non
potrà certamente servir
d’interprete della natura,
uè cogliere quegli
oracoli che nello
stato nostro presente
essa ci può
rivelare. Pochi e
simbolici sono questi
oracoli iu paragone
di quelli che
ad intelligenze superiori
potrebbero essere comunicati.
Ma se tralasciamo
d’impetrar dalla natura
quelle risposte eli’ essa
ci darebbe, la
colpa è nostra,
e però la
maggiore ignoranza è
solamente imputabile a
noi. Gli antichissimi
coltivatori della scienza,
con assai minori
sussidii di noi,
erano più solleciti
a stabilire e
ad insegnare una
Matematica opportuna a
questo intento; e
quindi distinguendo, come i Pitagorici,
V unità dalr z/zzo, si
occupavano a rintracciare
l’unità e a
mostrare i mezzi
di ritrovarla. Nè
qui obbiettar mi
potreste, che se
queste cose sono
vere in un’astratta
Metafisica, o se
sono buone per
vaghe considerazioni morali,
non valgono per
la Matematica, nella
quale si tratta
di un finito
certo, su cui far
riposare l’intelletto; imperocché
con questo obbietto
fareste fare alla
Matematica un divorzio
perpetuo dalle cose
del mondo, per
non costituirne che
un oggetto di
sterile curiosità. Allora
non vi sarebbe
male che la
professione di questa
scienza fosse ridotta
ad una specie
di monopolio esclusivo
a’ suoi coltivatori. Ma
se da una
parte è vero
chela 3Iatematica servir
deve a spiegare
le opere della
natura ; se
essa venir deve in
ajuto della potenza
umana: e se
dall’altra parte è
pur vero che
1 unità complessiva
forma il punto
massimo del vero
stalo delle cose;
sarà pur vero
che la ricerca
di questo punto
dovrà formare uu
oggetto massimo delle
Matematiche. 80. Spirito filosofico
del calcolo di
unificazione. Io prescindo
dalla questione, se
il calcolo dell’ unificazione sia
implicitamente o esplicitamente compreso
in qualcheduno dei
rami del calcolo
oggidì praticato. Dirò
solamente, che in
linea di fatto
egli non parte
dalla supposizione, che
il punto indivisibile
generi la linea,
che la linea
generi la superficie,
e la superficie
il solido: che
egli nemmeno pone
verun infinitamente piccolo
senza forma e
senza virtù, il
quale si possa
maneggiare o espellere
a piacere del
calcolatore : ma
che rispetta i i
apporti della quantità,
e li tratta
ognuno secondo il
suo merito uatulale.
Dirò inoltre, che
in linea di
risultato egli non
pretende che in
tutte le posizioni
debba risultare l’espressione
della perfetta eguaglianza
nei prodotti degli
estremi e dei
medii, perchè sa
che l’unità complessa
abbraccia tanto i
razionali quanto gl’
irrazionali ; e
sa pure che
fra grandezze essenzialmente diverse,
poste in una
maniera non conforme
alla loro vera
natura, il pretendere
F espressione della perfetta
eguaglianza, come fra
grandezze della stessa
natura, è un
assurdo logico. Dirò
finalmente, che altro
é il paragone
di puro fatto
dell’eguaglianza e della
disuguaglianza individuale delle
parti, o dei
coefficienti dell’unità complessa,
ed altro è
la loro convenienza
in uno, ossia
la loro attitudine
a costituire 1
unità complessa, nella
quale concorrono i
requisiti dell unità,
della varietà e
della continuità. Certamente
essere vi dovrà
un criterio pei
distinguere quest attitudine;
e questo criterio
dovrà in prima
emergere dalle leggi
conosciute e certe
del calcolo praticato:
e però esige,
come prima condizione,
che mediante il
calcolo praticato si
faccia sorgere il
testimonio assicurante della
verità del calcolo
di unificazione. Ma,
ottenuta questa testimonianza, non
ne viene la
necessaria conseguenza che
il calcolo di
unificazione, nel quale
solamente si tratta
della convenienza in
uno? debba essere
nella sua ultima
espressione perfettamente identico al
calcolo discretivo o
infimo o sublime
praticalo. Anzi il
pretendere quest’ assoluta identità
sarebbe un pretendere
cosa ripugnante alla
ragione, perchè sarebbe
un pretendere che
ciò che è
essenzialmente diverso diventi
identico. Per la
qual cosa deve
avvenire che, trattando
gli enti di
diversa natura nella
maniera univoca e
nella forma perfettamente
uguale, propria degli
enti della stessa
natura, dovrà nella
prova degli estremi
e dei mezzi
sortire la differenza
nominale del piu
e meno uno;
per la ragioue
stessa che fra
enti della stessa
natura sorte l’espressione
zero, ossia il
segno della perfetta
eguaglianza. Io ho
appellata nominale questa
differenza; imperocché analizzando
profondamente la quantità
estesa, e facendo
uso di rigorose
dimostrazioni geometriche ed
aritmetiche, si trova
infine che la
quantità estesa si
può figurare a
guisa di un
zodiaco, il quale
abbia due limiti,
ed una linea
di divisione nel
suo mezzo. Nel
valutare questi limiti
si verifica per
necessità il piu
e meno uno
nel prodotto degli
estremi e dei
medii tutte le
volte che ambi
gli estremi non
sono quadrati aritmetici
perfetti. Il piu
uno, quando emerge
dalla moltiplicazione dei
medii, può essere
ridotto alla equazione
zero^ trasportando quest’
uno ad uno
dei medii medesimi.
Quando poi il
piu uno sorge
dalla moltiplicazione dei
due estremi, non
si può fare
questo trasporto. In
questo stalo di
cose, trattandosi di
stabilire valori superficiali,
si debbono adoperare
solamente elementi superficiali.
Estrinseca riesce dunque
la potenza quadrata
dei contorni. Nella
unificazione, in cui
si tratta non
di distruggere, ma
di conservare la
quantità estesa sostanziale,
quest’avvertenza è assolutamente
necessaria. Dall’altra parte
poi viene soddisfatto
ad un gran
principio filosofico, qual
è quello che
l’unità dell’esteso non
viene mai da’
nostri calcoli esaurita,
ma più o meno limitata;
talché rimane sempre
un fondo inesausto
di qualunque specie
di unificazione si
fìsica che intellettuale. Per
la qual cosa
soggiungerò, che il
calcolo dell’unificazione si
deve riguardare come
il calcolo eminentemente
naturale, non solamente
perchè egli è
il solo acconcio
per avvicinarci un
po’ più alla cognizione delle
leggi che reggono
la natura esteriore,
ma eziandio perchè
indica, dirò così,
i limiti ultimi
dell’alleanza fra il
nostro senso integrale
e il differenziale, e
ne esprime il
simbolo il più
chiaro possibile. Dico i limiti,
e non la
linea; perocché le
produzioni integrali non
furono, non sono
e non saranno
mai suscettibili d
una espressione sola,
assoluta e perpetua.
Ciò apparisce specialmente
quando i così
detti irrazionali o
incommensurabili concorrono nella
unificazione. Allora si
presenta, dirò così,
un emblema di
tutto l’uomo interiore.
11 cuore umano
vuole spaziare in
no indefinito Ubero,
e J intelletto
ama di riposare
sopra un finito
certa Casi il
senso integre non
vuole assoggettarsi ad
espressioni uni? oche, fil
diffcrénziale non sa
usare che espressioni
finite. Àia nella
varietà stessa dell
espressione sta, dirò
cosi,, la vera
sapienza ^ a
facon dita del
calcolo. Imperocché lungi
die questa varietà
restringa a scienza,
essa per lo
contrarlo ? amplifica
e raccomoda ai
rapporti oc* djc
sosteniamo colla natura.
Imperocché in ogni
posizione 'voi avete la
conveniente espressione nata
dai rapporti intrinseci
delle quantità poste
a paragone; per
cui sorgono altri
enti, dei quali
vi potrete prevalere
uelfe composizioni non
solo della mente,
ma eziandio della
mano: carne, per
esempio, nelle architettoniche e
nelle meccaniche. Conseguenze
pel metodo delT
insegnameli lo primitivo.
ha perfetta cognizione
dei fondamenti e
dello léggi da
questo calcolo drAta
anche le leggi
del buon metodo
particolare dell’ insegnamento.
Culi essa si
stabiliscono aulicipatàmeu
Le gii
oggetti da Osservare,
c se traccia
la via che
gli apprendenti debbono
percorrere. Nulla havvi
desolato sphcialmente nelle
Matematiche, nelle quali
la Geometria e
l'A ri Implica
gènerale formano tutto
il corpo della
scienza. Tutte le
parti di questo
corpo, come ognun
sa, sono subordinale
le noe alle
altre: e però
ciò clic vieu
dettato da principio,
serve sino alla
fine. Ma se
ciò che si pone al
principio è insufficiente
per quel che
segue, come riuscir
potrà T istruzione
? Se . parlando
in particolare ddi
unificazione, gli apprendenti
non possono ancora
conoscere le leggi
^ uerali, e i
arne applicazioni iu
guisa di problemi,
si può, anzi
si deve ciò
non ostante esercitarli
sopra esèmpi! particolari
proporzionali alla loro
capacità. Dunque converrà
che i meLodi
d’ istruzione siano rivolti
a questo punto,
come a compimento
della scienza. Dunque
difettosi saranno quei
metodi, uri quali
questo soggetto non
sia diligentemente tiàltato.
Che cosa direste
d un Corso
distruzione architettonica, nel
quale s insegnasse
come vada formala
una porta, una
finestra od un
pilastro ec., e
si tralasciasse di
parlare della solidità,
comodità ed armonia
del tutto..? Tal'è
h istruzione matematica, se
òmmette di proporsi
come Eoe vm~
simo lo studio
dell1 unità complessiva
e della continuità.
La scienza allora
è fermata a
mezza strada, e,
quel cld è
peggio, è interrotta
colla ignoranza dello
scopo il più
importante al quale
doveva essere diretta*
I dati per
cogliere quest/ tufi frazione
si presenteranno natura
Innate mediante uno
studio posato, graduale
e bea simboleggialo
degli coli geometrici
ed aritmetici. Per
la qual cosa
non avrete bisogno
di andare a caso o
di instituire penose
disquisizioni, perchè la
natura stessa vi
guiderà per mano,
e sembrerà dirvi
: Mirate, esaminate $
là troverete quel
che ricercate. Se
il modello dell’ unificazione fosse
una invenzione artificiale,
egli non avrebbe
nè Timportanza uè
l’influenza estesa, della
quale è dotato.
Egli nemmeno inspirerebbe
quella fiducia, nè si concilierebbe
quell’adesione che è
propria del linguaggio
della natura. Ma
questo modello non
è punto artificiale,
e da sè
stesso si mostra
a chiunque sinceramente
ed energicamente voglia
ravvisarlo. Energica, sincera
e insieme temperata
deve essere questa
volontà: perocché non
dee volere spaziare
in problemi indeterminali, i
quali sembrano lusingare
la nostra piccola
capacità, ma seguire
docilmente i suggerimenti
che lo studio
naturale va comunicando.
Io non pretendo
con questo che
noi dobbiamo ripudiare
l’eredità dei nostri
maggiori ; ma
anzi pretendo che
dobbiamo darle un
valore che senza
questo studio essa
non può acquistare.
Le cognizioni didatti
che abbiamo trovano
il loro posto,
si collegano e
si rassodano con
questo studio. Quando
la scienza tocca
il suo apice,
tutte le vere
opinioni si conciliano,
e le erronee
stesse si spogliano
di quella larva
o di quei
mancamenti che le
viziavano. Quel poco
di vero che
contenevano apparisce sotto
il suo genuino
aspetto, e concorre
ad accrescere il
tesoro delie utili
verità. 82. Obbiezione contro
la possibilità del
calcolo di unificazione. Io
sono convinto, mi
potrà dire taluno,
della immensa utilità
che apportar potrebbe
alla scienza delle
cose naturali ed
alle arti la
teoria matematica deH’unificazioue. Ma
è forse cosa
che ridur si
possa ad effetto
certo, stabile, solido
ed universale? Da
punctum ubi consistami
caelum terramque movebo^
diceva Archimede: ma
siccome il trovare
questo luogo, che
servisse di punto
d’appoggio, era cosa
impossibile ad un
mortale abitatore della
terra: così l’opera
di muover cielo
e terra rendevasi
impossibile. Altro è
la considerazione speculativa
di un fine,
ed altio e
la possibilità del
conseguimento del medesimo.
Questa possibilità risulta
soltanto dalla considerazione delle
forze e dei
mezzi che stanno
in nostro potere.
Non basta dunque
presentare l’idea della
unificazione, e farne
presentire i rnaravigliosi
effetti che ne
risulterebbero; ma fa
d’uopo eziandio mostrarne
a noi la
possibile esecuzione. Voi
prima mi dite
che col puro
calcolo discretivo, usitato
dai matematici, non
è possibile di
effettuarla. Dunque bisogna
inventare un’altra specie
di calcolo, che
appellar dovrebbesi calcolo
sinottico. Ora di
questa specie di
calcolo quale nJua
ne alziamo noi?
Nessuno, e poi
nessuna* Due specie
dì unifiéteione es^Ler
possono, come voi
avete annotalo sul
principio. La prima
risulta dal complesso^
sìa na turale* sia
artificiale, di più
oggetti dolati di
qW luà, atteggiati
in. modo da
formare un' individua unità,
La seconda risii
Ita dal collegaménto
e dalla cospirazione
delle vario parti,
ossia dei vani
metodi particolari (Marie
matematica, in modo
da formare un
alLcro sistematico ed
individuo di operazioni
ragionate. Con ciò
silW ^eie oli
lutto composto non
solamente di funzioni
e di parti
contigue i ma
di funzioni e
di parli coprenti
per logiche affinità,
e cospiranti Lutti!
olto stesso in
lento . La
prima specie di
unificazione riguarda gli
'oggetti della nostra
Contemplazione, ì quali
per noi altro
non sono clic
ifiiùgini dello stato
o reale o
ipotetico delle cose
o dei simboli
ne1 quali ravvt&iamo ^
omta complessiva summenlovata.
La seconda specie
riguarda 1 àppo* razioni
della nostra atiìeiUt.
rivolta ad ottenere
lo scopo propostoci)!!
quindi abbraccia il
complesso dello funzioni
valevoli ad ottenere
rpieslp intento. Lio
vien fatto col
magistero dell arte,
il quale appunto
merita un tal
nome, perchè ordina
e dirige Jri
nostra potenza in
una guisa prò
conosciuta efficace ad
ottenere ciò chebramiamo.
Per brevità damjue
chiamar potremo la
prima specied’u nifi
nazione col nome
di unìficmhM sostanziale i
la seconda col
nome di unificazione
magistrale. Ora parlando
della possibilità della
unificazione sostanziale* osservo
cne in essa
non si potrebbe
far uso del
metodo conosciuto dei
lì filiti a
degli indeterminatiperchè questo
metodo non ha
un punto fisso
a m arrestarsi,
mentre clic voi
volete dati me
dii e dati
estremi, e perciò
stesso arrestate ad
un dato seguo
il corso della
limitazione. La limitazione,
isolata per sé
stessa, non conosce
altri confini, che
quelli ileJlWogitabik. Negli
estremi per Io
contrario Lavvi sempre
un dato numeratore
ed un dito
denominatore n cos
Lauti o variabili.
Nel me dii
poi esiste mi
rapporto determinato di
ragione. Ma per
ciò stesso che
si parla di
numeratori e di
denominatori, e di
rapporti determinati, si
esclude l'indefinito^ c
si costituisce il
definito ; e,
quel eh7 è
piu, se lo
atteggia ad ogni
caso concreto . nel
quale si tratta
di raffigurare un
tutto avente unità,
varietà e continuità.
Ora vi domando
come ciò sia
fattibile in Geometria,
a. fronte del fatto
notissimo, certo* costante
ed universale, lì
quale ci manifesta
clic il commensurabile sì
alterna perpetuamente col Li n
commensura bile, o
si mescola In
varie guise nei
composti geometrici? Come
ciò sarà fattibile
in Aritmetica, a
fronte dell'altro fatto
egualmente noto delL
impossibili ti di
estrarre da Lutti
I numeri inlenuedii
ai quadrati numerici
le vere radici?
Non è egli
manifesto die sì
in Geometria che
in Aritmetica converrà
almeno necessariamente ricorrere
all’ approssimazione^ la quale
involge nel suo
supposto la posizione
d’un indefinito dal
canto della quantità
figurata 5 e
di un processo
indefinito di diminuzione
della mente del
calcolatore? Figuratevi pure
limiti determinati., fra
i quali poniate
queste indefinite quantità.
Esse saranno sempre
un indefinito, cioè
una quantità non
assoggettabile a porzioni
aliquote comparate »
e quindi realmente
incommensurabile 5 e
non riducibile a
valor determinato. Ma
toslochè manca il
valore domandato, non
restiamo forse defraudati
del nostro intento?
11 calcolo allora
non divien forse
nullo? Qual è
E oggetto proprio
del calcolo, fuorché
il conseguimento di
questo valore^ fatto
con mezzi aritmetici
e geometrici? Sia
pur vero che
voi distinguiate la
coincidenza metrica dalla
convenienza in uno:
sarà sempre vero
che voi dovrete
determinare se le
parti della vostra
unificazione abbiano E
attitudine di convenire
in uno, e
che dovrete accertarvene
in una guisa
irrefragabile. Ora in
fatto di quantità
ciò importa uri
estimazione* una valutazione,
e quindi una
misurazione sì geometrica
che aritmetica. Ora l’
indefinito, E incommensurabile, il
mancante di radici
razionali contrappone sempre
un ostacolo insormontabile. Dunque
anche nella convenienza
in uno, nella
quale si voglia
dimostrare il concorso
della unità, della
varietà e della
continuità, sorge quesE
ostacolo. Egli in
sostanza forma la
pietra dello scandalo
d’ ogni calcolo sì
generico che specifico,
sì primitivo che
secondario, sì infimo
che sublime. Ora,
a fronte di
tutto questo, non
dovrò io forse
temere che E
unificazione sostanziale da voi concepita
non rimanga che un puro
desiderio? Veniamo all’ unificazione magistrale.
Egli è di
fatto che le
diverse specie di
calcolo conosciute fin
qui non ci
presentano quel magistero
connesso, continuo, unico
e soddisfacente, cui
dalla semplicità, unità
e coerenza delle
Matematiche aspettar ci
dovremmo. L’Àlgebra, per
esempio, delle quantità
finite, che occupa
il luogo di
mezzo fra l’Àritmelica
comune e il
Calcolo sublime, uè
soddisfa intieramente alla
scienza, nè serve
a tutte le
mire del Calcolo
sublime. Che l’Algebra
non soddisfi intieramente
alla Geometria è
un fatto notorio
ai nostri padri,
e ne troviamo
la confessione negli
scritti di molti
matematici. Che poi
non serva a
tutte le mire
del Calcolo sublime,
questo è pure
quanto viene preteso
da alcuni celebri
matematici moderni. Tutti
poi riconoscono una
differenza fra il
magistero dell’Algebra suddetta
e quello del
Calcolo sublime. L’Algebra
dunque, posta fra
EAritmelica comune ed
il Calcolo sublime,
apparisce come u n
tronco staccalo dalle
sue radici c da'
suoi rami superiori,
mentre pure die
il magistero dì
lei dovrebbe risultare
coerente ed tui dicalo
così da fermare
uu tutto Individuo 3
compaginato e contiene,
mediante il quale
Fumana ragione potesse
salire, scendere ed
aggirarsi per ogni
dove, colla scoria
delle stesse massime
di ragione, c
con modificazioni soltanto
di un magistero
unico ed universale.
Lgli è vero
che il calcolo
per la sua
data è la
più antica delle
arti razionali 5
cd ha esistito
e prima e
senza della scrittura
: egli è
vero ciac per
la sua materia
offre concetti più
semplici di qualunque
altra parte delle
umane speculazioni: ma
egli è vero
del pari, eli’ egli
oggidì um ù
assoggettato ad uu
magistero unico e
contìnuo. Ora, senza
di questo magistero,
come sarà egli possìbile
a qualunque mente
umana o di
costruire o di
raggiungere mediante il
calcolo Vunijlcaztone reale
o ideale'/ Egli sarebbe
lo stesso che
voler salire alla
cima di un
muro o senza
scale, u con
addentella LÌ posti
tratto tratto ad
una distanza che
non possa essere
raggiunta dalla mano
dell'uomo. Nelle cose
clic eseguir si
debbono*, non por
un cieco empirismo,
ma in conseguenza
di princìpi! ragionatala
potenza umana è Lai mente
subordinata alla scienza,
eh egli è
impossibile (H efieLLuare
colla mano ciò
che la mente
non dimostrò prima
praticabile, e se
non dopo che
la ragione espressamente
insegnò la maniera
onde operare. Ciò
posto, se man
elimino della unificazione
magistrale $ come
comjùe re si potrà
la sostanziale? Due
ostacoli pertanto si
oppongono alla unificazione
da voi conce*
pila. Il primo
sorge dagli oggetti
i quali voi
volete sottoporre, o
nei qual) ten
tate di scoprire
Firnificazione, e le
leggi dalle quali
essa risulta» Il
secondo sorge dagli
strumenti o dai
mezzi che oggidì
possediamo p^r gere
a questo intentosia
che si tenti
di ottenerlo in
via di costrti^ont
sia che si te
n li di
ravvisarlo in vìa
di semplice scoperta,
il primo ostacolo
risulta dalla incoììimensiirabiliia degli
elementi che concorrer
debbono a formare
un solo tutto
dotato di unità,
varietà e continuità.
H seco a
do ostacolo risulta
dall* Insufficienza riconosciuta
de 11* algoritmo
algebrico, il quale
se dentro cerLi
limiti è riconosciuto
sicuro, riesce impotente
a raggiungere e
a determinare le
quantità tutte che
concorrono nell7 imitazione. Gonlro
questi due ostacoli
si è fino
al di d'oggi
lottato invano. Quei
sommi uomini, i
quali hanno tentato
di abbatterli, rassomiglia
no a 4UW
Uniti orgogliosi che
vanno ad infrangersi
a’ piedi d’ uno
scoglio solida ed
enorme. £3* A
quali condizioni soddisfar
debba la soluzione
de IR obbiezione
proposta. Grave, lo
confesso, è r obbiezione
espressa iti questo
discorso; e lauto
più grave per
me, quanto più
mi senio mancante
della forza di
quei gemi», i
quali, si sono
studiali di vìncere
gli ostacoli ora
accennali* lo quindi
non farei altre
parole sulla possibilità
del calcolo di
unificazione, se non
sentissi quanto ella
sia decisiva per
fissa re le
vere condizioni del
perfetto insegnamento primitivo
delle Matematiche. Pare
che P insegnamento per
sè stesso possa
essere fatto bene»,
sia efie la
sciènza sia perfetta.,
sia disella sia
imperfetta. Insegnar bene
quello clf è stato
scoperto. pare che
soddisfi allo scopo
di ogni insegnamento.
Ma più addentro
investigando lo cose,
io trovo che
colla scienza imperfetta
non si possono
stabilire che metodi
imperfètti e puramente
precarii, c mai
il metodo perfetto
c durevole della
data disciplina. La
bontà d; un
metodo d' insegnamento. clje
prescinde dalla perfezione
intrinseca della scienza
o d tirarle,
non ò che
bontà puramente relativa,
e non assoluta;
estrinseca, e non
intrinseca. Un precettore
potrà porre ordine,
chiarezza e allettamento;
ma se egli
non conosce pienamente
i caratteri, ìc
partì, i principili
e i nessi
della cosa insegnata,
sarà mai possibile
che il suo
metodo soddisfaccia allo
scopo logico delF
insegnamento? .11 metodo
che io richieggo
si è quello
che riguarda la
dottrina quale può
e deve essere /
perocché da questo
stato bolo ili
lei si possono
determinare le condizioni
di ragione dei
linoni metodi. Non
esistono due intelligenze
in noi, nè
due mondi fuori
di noi; e però non
esistendo che un
solo fatto ed
un solo vero
ed una sola
mente, e non
essendo possibile che
questo vero sia
inteso e sìa
bene esposto, se
tutto martino non
è compreso, ne
viene di necessità
che il perfetto
metodo dT insegnamento
è inseparabile dalla
perfetta cognizione dulia
cosa da insegnarsi*
Ecco il perchè
io mi sono
avvisato di parlare
del V unificazione * la quale
forma il fuoco
centrale di tutta
la scienza dello
Matematiche. Io non
ho dissimulalo nè
a me stesso
nè ad altri
la difficoltà somma
di questo argomento,
come ognun vede
dui discorso lo
via di obbiezione
ora presentato; ma
nello sLesso tempo
pormi dì aver
fatto se n Lire olia
la riuscita del
buon metodo, in
quanto riguarda il
merito intrinseco della
scienza, dipende unicamente
dalla cognizione delle
leggi di questa
unificazione. Altro dunque
non ci rimane,
che il vedere
se la difficoltà
opposta si possa
superare* I due
ostacoli sopra mentovati
csisLouo pur troppo;
ma sono essi
forse insuperabili? Se
le discipline matematiche
fossero stale nella
nostra età preordinate
al lume d’una
risplendente ed esatta
filosofia; se tutti
i recessi ei
movimenti non meramente
possibili, ma indicati,
della mente nostra
nel valutare la
quantità estesa, fossero
stati diligentemente esplorati
e riferiti; se
i lineamenti tulli
dei nostri concetti
fossero stati abilmente
disceverati e compiutamente
tratteggiati; io confesso
che dovrei riguardare
come disperata 1’
impresa di sciogliere
l’opposta difficoltà. Ma
egli è più
che notorio che
oggidì il paese
delle Matematiche si può riguardare
come una terra
non esplorata ancora
dalla razionale filosofia,
benché dalle officine
di questa terra
ci siano pervenuti
tanti lavori sorprendenti
per l’improba fatica
che dovettero costare.
Le pochissime cose
detteci da un
Condillac, da un
Mejran di Berlino
e da un
Limmer ec. 5 il
silenzio assoluto conservato
dagli inventori dei
calcoli superiori, e
la stitichezza straordinaria
degli espositori nella
parte che precipuamente
abbisognava di luce
5 ci lasciano
ancora in un
bujo, dal quale
almeno non risulta
la prova dell’ assoluta impossibilità
di sciogliere la
difficoltà proposta.Una lusinga
pertanto ancor ci
rimane, la quale
se non possiamo
elevare al grado
della speranza, non
ci getta almeno
nella desolante certezza
dell’inutilità di qualunque
umano tentativo. Lodevole
dunque sarà almeno
il tentare; e
se l’esito non
corrisponde al desiderio,
si potrà almeno
finir col detto:
in magnis voluisse
sat est. Io
non credo potersi
affronlare addirittura la
difficoltà, ma doversi
prima preparare la
strada per giungere
alla soluzione della
medesima. Così adoperando,
la scienza vi
guadagnerà sempre, quand’anche
la soluzione non
riuscisse. Cogli inutili
tentativi di ritrovare
il mezzo di
convertire i metalli
in oro, e
di fabbricare Yelixir
vitae, fu arricchita
la farmacia di
utili ritrovati. La
soluzione della proposta
difficoltà necessariamente importa
di entrare a
trattar di proposito
di tutto il
magistero del calcolo
matematico, in mira
specialmente di assoggettare
a valutazione quelle
persone geometriche, le
quali ci si
presentano sotto un
aspetto incommensurabile. Per
questa sola qualità
esse somministrano al
nostio discernimento un
margine deserto, oltre
il quale incontrando
ancora il commensurabile, nasce
in noi l’idea
di un passaggio,
nel quale non
sentendo una distinta
vibrazione numerica, siamo
portali a qualificare
questo tratto intermedio
come indefinito. L’ostacolo
di questo indefinito
si affaccia fino dai primordii
dello studio delle
Matematiche, e quindi
deve esser tolto
di mezzo fiuo
primo periodo di
questo studio. Ma
in questo primo
periodo non può
aver luogo che
quel calcolo che
denominammo iniziatico. Dunque
col calcolo iniziallyo si
deve superare l’ostacolo
dell’ intervallo indefinito fra
i veri commensurabili esplorali
nel primitivo insegnamento. Questo
intervallo altro in
sostanza non è,
nè può essere,
che un prodotto
della fondamentale e
nascosta unità intesa,
che si fa
divenire misuralrice di
sè stessa. Ma
in questa funzione
la mente nostra
è necessariamente soggetta
alle leggi naturali
e recondite dei
concetti differenziali ed
integrali, discreti e
contiuui, variati ed
uniformi, segregati e
uniti, progressivi e
periodici, ec. ec.
La maniera di
superare quest’ostacolo deve
soddisfare alle condizioni
fondamentali fissate nella
nostra Introduzione* e
però dovrà soddisfare
tanto al V indole propria
della materia da
insegnarsi, quanto al
bisogno mentale degli
apprendenti. Ma nello
stato attuale del
magistero matematico troviamo
noi forse la
maniera di superare
col calcolo iniziativo
il tenebroso intervallo
dall’uno all’altro commensurabile? Non
solamente non lo
troviamo nel calcolo
iniziativo, ma nemmeno
nel sublime. Resta
dunque die per
ottenere l’intento dell’ottimo
insegnamento primitivo si
dovrà perfezionare il
calcolo iniziatico in
modo da superare
la difficoltà dei
così detti incommensurabili, che
si presentano entro
la sfera del
primo periodo della
scienza. Dunque entro
questi soli confini
si dovranno limitare
le ricerche onde
ottenere il calcolo
primitivo di unificazione,
contro la cui
assoluta possibilità versa
1’ obbietto proposto.
Ognuno prevede che
con questo perfezionamento noi
innestiamo il calcolo
algebrico sull’ iniziativo, o,
a dir meglio,
noi diamo all’algebrico
tutte le sue
vere radici, e
lo poniamo in
grado di protendere
i suoi rami
superiori fino a
quel seguo che
la mente umana
può arrivare. Allora
il calcolo algebrico
acquista una luce
ed una possanza
ch’egli attualmente non
ha, e quindi
tutto il magistero
diviene coerente, compaginato
e compiuto. Il
calcolo algebrico si
può considerare come
occupante il posto
di mezzo fra
il calcolo iniziativo
ed il sublime.
In esso fanno
capo e si
sfogano tutti i
passi dell’ inizia tivo ;
come da esso
prende le sue
mosse il sublime,
o ritorna a
lui, o si
ritorce in lui.
La forza dei
rapporti naturali è
tale, che il
calcolo stesso infinitesimale non
si considera veramente
compiuto se non
quando risolvesi nel
calcolo algebrico. «
Il calcolo infinitesimale (dice
» Carnot nella
sua bella Memoria
scritta sulla metafisica
di questo cal»
colo) è un
calcolo non finito,
o che non
è compiuto ancora;
perchè » diffatli,
eseguita l’eliminazione delle
quantità sussidiarie, egli
cessa di »
essere infinitesimale, e
diventa algebrico »
('). (j) Riflessioni
di Carnot sulla
metafisica giunte del
Magistrali, 3o.
pag. 26. Pavia
del calcolo infinitesimale 3
traduz. con agi8o3,
tipografia Bolzani. Qui
si aggiunge S
^ella metafisica del
calcolo iniziative). Prime
osservazioni per trovare;
I mezzi termini
sostanziali di questo
calcolo. Per la
qual cosa col
dare la vera
logica del calcolo
iniziative si compie
la logica di
tulio il calcolo
universale*, ossia meglio
si dà la
prima ed unica
logica fondamentale di
tutto il calcolo
matematico. I na
logica incombuta non
merita il nome
di lògica^ avvegnaché
essa non può
soddisfare al suo
in Leu Lo.
Logica, magistero e
metafìsica del calcolo
(preso il flonoe
dì metafisica nel
senso u sitato dai
malematici) significano la
stessa cosa, Quella
che t matematici
chiamano metafisica di un calcolo
altro non è
]n sostanza che
il magistero ragionato,
ossia il complesso
delle massime di
ragione direttrici delle
operazioni del calcolo.
Le regole pratiche
sono figlie di
queste nozioni direttrici.
eiezione di queste
regole forma il
meccanismo del calcolo.
Ma queste nozioni
direttrici, quando siano
vere e quindi
proficue, che cosa
possono essere in
sé stesse, altro
che ima espressione
di quelle leggi
naturali che nascono
dai concetti uostri
riguardanti le quantità?
Queste nozioni non
sono dunque arbilr&rk^ ma
sono necessario. La
forza dei rapporti
che le dettarono
è tale, che
la potenza della
niente umana è
obbligata ad ubbidire
alla medesima. Tutte
h. 1 cosi ruz
ion L La Lt e
J c trasform
a zion u,
Ini Lo 1
e combinazioni nosi
re a rtificiali
uno sono dunque
né possono essere
fuorché mezzi pur
far sortive v
rendere espliciti od
avvertili quei rapporti.
i quali stanno
nascosa ni nastro
sguardo allorché imprendiamo
a valutare le
grandezze., ossia i vani stali
della quantità estesa.
Trovare il mezzo
termine della valuttìzione^ ceco
la forinola generale
della prima funzione
del calcolo. Jpplì*
cure questo mezzo
termine al caso
proposto) ecco la
fot mola generale
della seconda ed
ultima funziono del
medesimo. Ogni specie
di od cu
io sublime, medio
ed infimo non
può sottrarsi da
queste due funzioni*
perocché esse altro
non sono che
urf applicazione delle
leggi universali indeclinabili
e perpetue dell’umana
intelligenza. Il mezzo
termine altro io
sostanza non ù,
che f espressimi
e ossL d
concetto esplìcito dei
rapporti logici fra
una cosa cognita
ed un+:dira incognita.
Trovare un’ identità
o diversità incognita
mediante una identità
o diversità già
conosciuta, ceco l’ufficio
proprio ed essenziale
del mezzo ter
7 nine, JTalgoritmo
altro non è
che un maniero
di v ah
dazione. ^ lmmù
in noia :
« Ognuno sa
infatti, cLe un
calcolo, slitta lesa
ttez sia ilei
risii! lato SR
nt>n^L- JLj' «in cui
fini l’ilio $elLè
quantità miinilesimali, n
mento in rj«t
le quantità infici
tesi nóf li ** di
uonta pfìitertninatOj e ciiq non
ni va" intieramente
clini indie. Di
11 aerila adunque
ili ogni algoritmo
consisterà nell' insegnare come
si possa trovare
il mezzo termine
della valutazione* Ma
il mezzo termine
è determinato dai
rapporti essenziali logici;
e talmente determinato-,
ch’egli non è
soddisfacente se non
quando comprende tulli
1 rapporti cospiranti
a far nascere
[a valutatone. Dunque
V algoritmo è
nullo quando uou
è pienamente logicoossia
quando Ì1 mezzo
termine non è
assoli! lam eia te
plenario. Ora domando
quali possano essere
le forme del
mezzo termine di
valutazione, e quali
condizioni racchiuder debba
per essere plenario.
Il mezzo termine,
di cui parliamo,
può avere ad
uu solo tratto
tre forme. La
prima appellar si
può mezzo termine
dell eguaglianza; Ina
seconda m ezzo
termine della disuguaglianza ;
la terza mezzo
termine dell’ unificazione. Questi
tre aspetti derivano
tanto dalla posizione
della quantità, quanto
dalla operazione fon
da menale del
nostro intelletto, fi
concetto di ecuagm
aìvzà all.ro non
è che quello
di nn ideati
tà ri peliti
a; esso non
ò che una
idea ontologica £
esso uou è
elio una mura
logia, e Dulia
più 5 esso non è
che quella espressione
prodotta dal giudizio
col quale pronunciamo
non esistere differenza
alcuna fra le
quantità paragonate* Egli
esprime adunque un
nulla assoluto differenziale. La
disuguaglianza* per lo
contrario oltre di
essere una logia
^ involge nel s
li o concetto un
piu di reale
quantità. Questo più
è una vera
entità essenzialmente indistruttibile, fino
a che almeno
si pensa che
esista realmente, Il
concetto adunque della
disuguaglianza involge l'idea
di un piu
reale che si
afferma esistere nella
grandezza maggiore, c
che non le
può venir tolto
senza distruggere la
sua essenza. Dunque
è cosi assurdo
e ripugnante che
il piti possa
coesistere collo stato
di eguaglianza nello
stesso soggetto, coni7
è assurdo, ripugnante
ed impossibile che
l’idea dellV.vsere sia
identica con quella
del nulla assoluto.
Questa osservazione è
decisiva per il
maneggio dei numeri
pari c dispari,
nei quali si
verifica appunto questo
nulla e questo
essere^ e nei
quali l’unità o
in vìa di
addizione o di
sottrazione discreta, o
in vìa di
ampli azione o 86.
Dell’ elemento sostanziale della
continuila. Accentrare i
rapporti costituisce la
condizione precipua e
fondamentale di questa
legge; impiegare un
espressione comune forma
la seconda condizione
di questa legge.
Quando abbiamo scoperta
V eguaglianza^ che
cosa abbiamo noi
in mano, fuorché
la cognizione dell’ identità di
quantità ? Ma
che cosa ne risulta da
ciò per P
unificazione vitale ?
Ancor nulla, e
meno di nulla.
Abbiamo scoperto al
più lo stato
di equilibrio; abbiamo
fissato il punto
della morte. Questo
punto adunque non
può servire ad
altro, che a
fissare i limiti
di esclusione della
vita, ma non
mai le condizioni
attive ed efficaci
di questa vita.
Negativa è dunque
la norma delP
eguaglianza per la
teoria dell’unificazione vitale.
Essa non può
divenire positiva se
non quando si
aggiunga la cognizione
di una data
quantità sostanziale, che
riesca simbolo d’una
forza centrale appartenente
non al vuoto
àe\Y eguaglianza^ ma
residente nella reale
sostanza con tali
rapporti da congiuugere
la varietà colla
unità e col
progresso graduale. L’eguaglianza dunque
è, nella teoria
dell’unificazione, termine critico,
ma non termine
sostanziale. Esso serve
per limitare, ma
non per comporre;
esso è, in una parola,
mezzo per confrontare,
ma non elemento
per costituire P
unità sostanziale complessiva.
Resterà dunque sempre
a ritrovare P elemento
sostanziale della continuità
e della unificazione.
Ora domando io:
dove dobbiamo noi
rintracciare questo elemento?
E facile il
prevedere la risposta.
Noi lo dovremo
rintracciare nelle viscere
stesse delPe.vte.JO ridotto
alla più stretta
ed uniforme unità,
esplorandolo mercè un’altra
unità di forma
diversa, ma egualmente
semplice e individua.
Un esempio ci
potrà servire di
lume. Aprite un
compasso speculare (0
sotto qualunque angolo
vi piaccia. Se
voi per caso
v’incontrerete in un
angolo che divida
il circolo in
tante parti aliquote,
egli vi darà
altrettante divisioni perfettamente
uguali, e vi
ripeterà altrettante volle
l’oggetto unico presentalo,
computando anche Poggetlo
reale. Allorché poi
Paperlura di detto
compasso non dia
un angolo dividente
aliquote, egli ripeterà
alcune volle Parco
segnalo, e vi
darà condensato il
residuo che sopravanza
a pareggiare l’eguaglianza
degli archi tagliati.
Lo stesso potete
fare anche con
un circolo descritto
sulla carta. Posto
questo fenomeno, qual’é
la conseguenza che ne deri
(i) Questo compasso
speculare è formato
da due lastre
di specchio che
si aprono e
chiudono a guisa
di compasso. va?
Che vi sono
divisioni del contorno
circolare, le quali
ripar lire lo
poprno in laute
parli aliquote; e
ve uè sono
alcune altre, le
quali non servono
a questo line.
Ma da idi
e derivar può
questo fallo, se non che
dàlia natura ìntima
e recondita della
i orma circolare, la
quale riesce Miscelò
bile deirideutilà o
non identità ripetuta
di nua data
dimensione delle sue
parli? lo non
voglio ora procedere
più, addentro a
s qui ubare
la tintura ed
i rapporti dì
questo fallo: mi
basti dì averto
accénuatOjper formarne oggéilo
di meditazione. Ora
posta questa proprietà
naturale di questa
forma estesa, Don
è lorse chiaro
di’ essa imporrà alcune
leggi necessarie alla
nastra ragie* uc
tulle le volle
che assumeremo questa
forma o come
criterio di eguaglianza,
o come associata
nei proce dimenìi
del nostro calcolo?
Non è egli
chiaro che la
forma circolare ci
rileverà molti misteri
della quantità esLesa,
semplice, uniforme, paragonala
coi rettilinei? Ora se colla
unità ci presentasse
accoppiala la varietà
e la continuità,
uoiì dovremo noi
forse accogliere come
una specie di
oracolo tulle le
indicazioni che Liei
vari! siali della
quantità essa fosse
per manifestare? Ecco
ciò che io
prego di avvertire
come un punto
d1 insegnameli lo
primitivo delta Matematiche.
o come li u
lume decisivo per
la geometria di
valutazione. Ritrovare 1* elemento
sostanziale della continuità
e della unificazione*
ecco dò che
resta a fare
alla Matematica per
compiere 11 calcalo
si u ottico. A scanso
dì equivoci c
di aLssurdi che
si possono insinuare
colla mllucuza d
uno stolido trascendentalismo 5
io prego di
distinguere i;i contiguità
dalla continuità * La
contiguità astratta nel
regime della quantità
esc ogì Labile è una
parola vuota di
senso* o almeno
un idea priva
dì qualunque virtù
algoritmica. La contiguità,
viene espressa con
punti estesi o
non estesi, ì
quali si toccano
im mediala niente.
La continuità per
lo contrario è
quella ragione logica*
la quale la che una
grandezza passi successivamente por
diversi stati d* incremento
o ni tleciennmto
senza interro in
pere o violare
i rapporti d
eli’ unità imperatile
dia presiede a
questi stali diversi,
e però salva
lutti i riguardi
delle affinità iudoLte
dalla potenza predominante
nascosta. La contiguità
è un idea
mal eriàle o puerile,
dalla quale non
sì può ricavare
alcuna legge ll1"
glorie* continuità alPopposto
forma una condizione
j ) ri rn aria del vicolo
di unificazione. Rite
nula ferma questa
distinzione, io insìsto
di nuovo sulla
ricerca del Tele
me uto soslauziale
della continuila. Qui,
come ognun senfe,
Laitasi una qui
silo ne aritmetica,
geometrica* psicologica, o5
a dir mcgh^Ja
questione del fondameli
lo primitivo logico
della valutazione della
tjimn tifa continua e
ào\V unità complessiva.
Quest’ elemento sarà certamente
omogeneo agli stati
diversi delle quantità
che possono cospirare
a costituire l 'unita
complessa. Unico adunque
ed uniforme non
potrà essere in
sè stesso., ma
sarà variato secondo
la natura delle
diverse quantità alle
quali dovrà servire
di mezzo termine.
Poniamo eziandio che
si potesse esprimere
a guisa di
un numeratore frazionale,
e che fosse
identica la espressione:
sarebbe sempre vero
che il corrispondente denominatore
cangerebbe necessariamente, per
ciò stesso che
il numeratore fosse
costante, e che
il corpo della
grandezza andasse variando.
Ciò che caratterizza
il valore d’ un
esteso non è
Tespressione singolare o
letterale, ma bensì
il rapporto proporzionale
delle grandezze paragonate.
Questo è ancor
nulla. Dopo reiterati
e certissimi sperimenti,
e dopo la
considerazione della legge
fondamentale dell’umana ragione,
si trova che
l’elemento di continuità
non può venire
somministrato che dal
fondo stesso unith
complessiva strettamente tale
quale fu da
uoi definita. Questi
sperimenti di fatto
e questa legge
di ragione ci
accertano in una
guisa indubitata, che
in ogui nostro
calcolo intervengono costantemente
i tre concetti
dell’ zz/zo, del
piu e del
complessivo in una
maniera così associata,
che, posto il
più) non si
può respingere l’impressione
del complessivo . II
pari e il
dispari aritmetico uon
sono che mere
circostanze di questo
fallo primitivo. In
forza di questa
legge ne viene
che il complessivo
o aritmetico o
geometrico deve necessariamente da
sè stesso, e
per una suprema
necessità, indicare l’elemento
proprio della continuità
tutte le volte
che il calcolo
parziale discretivo maneggia
grandezze, dalle quali
con coefficienti puramente
razionali e quadrati
uon può emergere
la quautità necessaria
a convenire in
un solo concetto
complessivo. Questo fenomeno
viene posto in
evidenza anche usando
della più rigorosa
geometria di proporzione.
Qui propriamente si
tocca il vero
punto di contatto,
o direi meglio
il nodo vero
di connessione logica
fra la geometria
delle proporzioni distinte
e quella delle
proporzioni associate . Allora
questa geometria unisce
i suoi rami,
e diventa geometria
di valutazione. 87. Delle
diverse specie di
commensurabilità e d’ incommensurabilità. In
questa geometria conviene
formarsi una ben
chiara nozione della
commensurabilità ed incommensurabilità, e
delle diverse idee
che questi nomi
traggono seco. iVItro
è T incommensurabilità lineare,
ed altro è
la superficiale. La
lineare si verifica
allorquando paragonando due
ì2m fra dì
lo-ro, med ìnule non
divisione qualunque sii
dell’ una sia del1
altra, nou potete
trovar mai una
coincidensa perfetta,. ma
vi sopravgtiza sempre
qualche cosa, L’ itìeoaìmDDsuT'abHità superficiale
si verifica, aliai
quando, latta astrazione
dalla dimensione particolare
del contorno, e
considerando la pura
superfìcie; voi no
a potete ritrovare
mai coincidenza fra
gli elementi estesi ?
nel quali potete
figurare divìsa l’arca
d’nua data figura.
La commensurabilità superficiale
si può spesso
accoppiare colla in*
commensurabilità lineare. Tagliate
uu quadrato per
mezzo della diagomde:
voi avrete due
triangoli rettangoli isosceli.
Pigliate uno dì
questi triangoli: voi
avrete nei due
lati di quest®:
triangolo due cateti
perfettamente uguali, e
odia diagonale avrete
P ipotenusa rispettiva,
È nolo ck
il rapporto lineare
fra la pura
diagonale e il
Iato del quadrato
eoa si pim
definire, e quindi
sono rispettivamente incommensurabili, Ma,
malgrado ciò, non è forse
vero dm voi
potete affermare clic
l'area del quadrato
della diagonale è
doppia di quella
di uno dei
lati? Questa proposizione
che cosa è
in sé stessa
3 fuorché una
valutazione superficiale? .'Miro
esempio. Descrivete un
triangolo equilatero. Dal
vertice di lui
calale una perpendicolare sull®
base. Voi troverete
che il quadrato
di questo perpendìcolo
sta al quadrato
del lato come
tre a quattro*
ossia clic egli
La una superficie
minore di un
quarto di quella
del quadrato del
lato. Questo perpendicolo
adunque è linearmente
incommensurabile rispetto al
lato* perchè non
esiste un numero
clic,, moltiplicato per se stesso,
vi dia per
prodotto il numero
Irei tua ad
un tempo stesso
questa incommensurabilità lineare
non v’impedisce di
stabilire II rapporto
superficiale di ire a quattro.
Questa specie di
commensurabilità
superficiale accoppiata alla
incommensurabilità lineare, si
verifica in tutte
le gradazioni intermedia
fra le radici
perfettamente quadranti. Il
primo e massimo
problèma della geometria
di valutazione consiste
nelfasseguare la legge
naturale coti cui
itali unità si
passa alla pluralità
5 e così,
per esempio., cerne
da IL quarta
parLe di un
quadralo si passa
alla sua metà.
Conosciu ta la
legge naturale od
intima dell ampliandone
continua, si conosce
pur anche quella
della menoiftazione. La
soluzione di questo
primo problema imporla
di con ist ambiare
i modi diversi
di misurare, c
molto più esclude
la pretesa d’impiegare
un modo solo:
ed esclude pure
fuso universale di
cstrrirre radici aritmetiche
dove esister non
possono siffatte radici.
La misurazióne lineare univoca
non può convenire
che a grandezze
superficiali per ogai pur
Lo tignali, e
pe deità mente
slmili allumo misuratore
assunto. Ver ben I>1 iole Dii
ere Lullo questo
Io fr> osservare,
die altro è
la potenza ^
ed a 11
io |a dimensione
ài uua linea.
La potenza ài
una linea altro
non è che
la espressione relativa
alla grandezza del
quadrato geometrico die
descrivere si può
su tutta una
data linea, e
nulla più. La
dimensione della linea
altro non è
die I1 espressione
dd numero delle
parti nelle quali
un dato contorno
o una data
parte di esso
si considera diviso.
Dico un contorno.
perocché la linea
astratta fisicamente non
esiste, né può
esistere. La linea
reale non è,
nè può essere,
die V estremità
della superficie j
e par ciò
stesso altro non
è, die la
superficie stessa considerala
nella sola sua
estremila, come fu
giù dimostrato nel
Discorso primo. Dico
poi, die la
dimensione non e
die l'espressione numerica;
0 dirò meglio,
altro non è
che il concetto
stesso complessivo dd
numero di queste
parli. La dimensione
adunque è cosa
della nostra intelligenza,
e non è
proprietà dellVstoo. Essa
è una logia
applicala, e uon
tiu! alleai tuie
reale cleri I esteso.
Ad una data
area identica voi
potete applicare tutte
le divisioni die
a voi piace,
senza che si
cangi lo stato
dellditoo. La dimensione
adunque è cosa
puramente mentale, nostra,
e nulla più.
Passiamo alla potenza
della lutea. La
sua significazione lu
da ni e
legata al concetto
di un quadrato
geometrico. Dico di
un quadrato geometrico
per indicare la
forma sola della
figura estesa, indicata
da tutta una
data linea, prescindendo
dalla considerazione se
questo quadralo sia
0 non sìa
anche quadrato aritmetico.
Per quadrato aritmetico
intendo il prodotto
di un dato
numero di unità
identiche molli plica
lo por se
stesso. Il quadrato
aritmetico appartiene al
numero metafìsico distinto
dal numero matematico,
li numero matematico
porta con &è
l'idea di estensione,
perocché la quantità
estesa forma P oggetto
delle Matematiche, La
forma quadrata estesa
è per finzione
sola quadrato aritmetica.
Essa è tale
sol La n
Lo quando un
lato del quadrato
viene da noi
diviso m tante
parti eguali. Allora
per F identità dei
lati e degli
angoli la somma
dèlio parti è
Identica col prodotto
della radice moltiplicala
per se stessa.
La dimensione lineare
o è asso
lutti* 0 è
comparativa, L assoluta
si verifica allorché
in divido un
dato lato di
un esteso in
date parti, senza
considerare se queste
partì possano 0
non possano essere
0 aliquote, 0
crì.u rìdenti colle
parti del contorno
di indoliva grandezza.
La comparativa per
lo contrarlo è
quella clic si
serve dell’imo misuratore
dì una data
linea appartenente ad u
uà grandezza, per
misurare e valutare
la linea di
un'altra. Questa dimensione
sì dovrebbe appellare
col nome di
camme figurazione, perocché
essa piglia da una data
lunghezza ì unita
sua dime oziente,
per farla servire
di unità di
m cimeli le
d un altra
lunghezza. Prima che colla
incute o colla
mano io divida
una liuca iu
parli ideutiche od
aliquote per far
nascere il numero
ed il quadrato
aritmetico, si può
a questa linea
associare l’idea di
potenza univoca, qual’ è
appunto 1 unita
estesa di un
quadrato geometrico, al
quale la linea
serve di limite
o d indicatore.
Così, per esempio,
come mi figuro
uu’ipolenusa della potenza
di 50, mi
posso figurare i
cateti della potenza
25, senza pensare
che questi cateti
possono essere divisi
iu cinque parli,
I’una delle quali
non può essere
mai aliquota dell’ ipotenusa. Finche
considero un quadrato
geometrico per sè
solo, qualunque ne
sia l’ampiezza o
la piccolezza, io
posso dividerne il
contorno in quante
parli mi piace.
Ma allorché lo
confronto con uu
altro d’una diversa
ampiezza, potrò io
più pretendere che
la parte aliquota
àeWuno sia aliquota
anche dell’altro ?
Tulio ciò che
in teoria generale
io posso stabilire
si è, che
dividendo amendue questi
quadrati iu tante
parli di numero
eguale, ogni siugola
parie del1 uno starà
ad ogni siugola
parte dell’ altro, come
l’un tutto sta
all’altro tutto. Proporzionali
adunque solamente risulteranno
queste parti, e
nou comparativamente aliquote.
L’ essere o
non essere comparativamente aliquote
uon può risultarmi
che da uu
rapporto logico assolutamente
indipendente dall arbitraria
divisione da me
praticata. Per ottener
dunque la bramala
valutazione per mezzo
della conimensurazione competente
io non mi
posso giovare del partito di
divi-, dere le
linee in più
minute parti eguali
all’infinito; avvegnaché Y
uno misuratore della
prima grandezza starà
sempre all’arco misuratore
delT altra, come
l’un tutto sta
all’altro tutto. Il
mezzo meccanico adunque
della divisione e
suddivisione della linea
. come non
può alterare il
rapporto logico delle
proporzioni, così è
del tutto inconcludente
a stabilire la
vera ragione della
commensurabilità. In ogni
divisione pigliando Inno
elementare del quadrato
geometrico A, e
confrontandolo co\Y uno
elementare del quadrato
geometrico B. si
può ripetere eternamente
la stessa pioposizione
annunciata da principio;
vale a dire,
che il quadrato
uno elementare di
A sta al
quadrato uno elementare
di B, come
il quadralo A
sta al quadrato
J5, ec. Nella
co mmen sur
azione pertanto il
metodo suddetto è
frustatorio per condurre
la mente nostra
ad una valutazione
omologa ed univoca
di due grandezze
estese. L’impero della
relazione logica, la
quale sta sopra
ai concetti dell 'esteso,
e la quale
altro non è
che l’esercizio mentale
del discernimento nostro,
è tale che
conviene onninamente consultare
le sue leggi
? oude stabilire
la vera commensurabilità i\e\Y esteso.
Consultando queste leggi,
noi troviamo che
ogni esteso per
sè stesso è
un quid unum
determinalo. Piira^o u
li Lo da
noi con im
a Uro, fa
sorgere Vkha relativa
d^idetiLÌLà o di
(Uvei1* iti di dimeusioutì
o di formal'osla
una torma identica-,
si possono verificare
diversissimi valori delle
aree, come posta
una forma diversa,
vi può essere
equivalenza di area,
U equivalenza altro
non è che
il conceilo della
slessa quantità di
estensione racchiusa sotto
una diversa fiorai
geometrica. Essa ò
in sostanza V eguaglianza
estesa trasformata. Due
figure diverse equivalenti
sono certamente commensurabili fra
loro quanto alfarea.
Ma sono forse
sempre commensura bill
fra loro quanto
al loro con
torno? Ecco ciò
cito nino matematico
potrà affermare giammai.
Cotrje vi sono
estesi simili od
equivalenti
superficialmente, ma di
lati commensurabili, cosi
vi sono estesi
dissimili equivalenti superficialmente di
lati incommensurabili *
Ciò ù più
che notorio, nè
abbisogna di essere
comprovalo» Ma qui
ancora sorge la
stessa osservazione già fatta di
sopra, che la
grandezza proporzionale e
rispettiva dell’ esteso si
desume non dalla
dita e n
si one m
atonale di una
l i r>
n a, ma
dalla rctg io
n c ilei!
e sup e
rji c le,
d \ modocbè
la grandezza viene
spogliala da ogni
considerazione della sua
forma, e si
pone mente soltanto
all' astratta quantità della
superficie, e Dulia
più „ Questo concetto
dunque è tolto
spirituale, tutto mentale,
tulio logica. Citi
amasse di simboleggiarlo, dir
dovrebbe die in
quesla posizione la
mente umana nel
valutare lo grandezze
estese fa essenzialmente uso
citili' idea di
unità individua spogliata
di qualunque forma
speciale, sotto la
quale potrebbe esistere.
g S8Del mezzo
di Valutazione considerato
in sè stesso*
Procediamo oltre. Posto
questo concetto, allorché
vogliamo valutare due
grandezze clic cosa
ne nasce dal
canto della incute
nostra ì il
-.'aiutare importa di
trovare una data
quantità, la quale
misuri completameli Le
le due grandezze
proposte. Fu già
dimostrato a quali
necessità soggiaccia la
potenza nostra meuLale
in questa funzione.
Qui volendo considerare
questa funzione rispetto
olla commensurabilità degli
estesi, è necessario
distinguere \' intento
dal mezzo. Duo
soli possono essere
gl'inlEnli proposti nella
commcnsurazione dell’esteso. 11
primo riguarda la
dimensione paragonata divisa
o unita dei
lati : il secondo
riguarda la dimensione
paragonala divisa o
unita delle superfìcie.
L’estetmoue sola non
può occasionare che
queste due sole
ricerche, perchè la
superficie non presenta
fuorché uno spazio
uniforme fiuilo. Nel
cercare la dimensione
Ad™ dei r.A'i'i
si vuol sapore
se i! lato
di un estero
possa essere più
lunga, più corto
u eguale a
quello dell’altro, e
di quanto ecceda
p manchi dell'altro.
Nella cemmeusurazione poi
unita ilei In
li si vuole
sapere quanto l'un
Imo unito all’aliro
può offrire di
luogJiej'.zn, e quindi
aneli e quale
He sarebbe la
potenza risultante. Nel
cercare poi la
dimensione diviso o
unita delle superficie
si vuol sapere
quanti elementi estesi
identici comprenda una
data area rispetto
all'altra, o rispetto
ad un tutto
di cui quella
data area forma
parte integrante. Cosi,
per esempio, avendo
su dinas diagonale
di un quadrato
descritti due quadrali,
l’uno dei quali
è doppio dell
altro, volete sapere
quanta sia l’estensione
o il valore
superficiale dei complementi,
ossia dei quadrilvtugLi
cimisi dai lati
dei due quadrali?
In questo caso
la ricerca è
tutta superficiale, ma
limitala alla data
figura. ( tnde
soddisfare a questa
ricerca può giovare
certamente il sapere
la dimensione comparatila
dei Iati. Ma
l’ottenere questa dimensione
è forse si
ntpre possibile ?
Ogni matematico di
buona fede mi
risponderti sicuraniente essere
ciò impossibile tutte
le volte clic
le due grandezze
geomeii ielle non
stiano Ira loro
nei rapporti identici
ai quadrali aritmetici.
Paoli ni quésto
caso i lati
saranno discretivamente iu commensurabili, e
però non potranno
venir disegnati che
eoi nome fi
ella potenza a
cui appartengono. \
ani adunque risulterebbero lutti
gli sforai per
assorge Ita re
fjiu’sh iii lì ad
una dimensione discreta e
veramente aritmetica. Frustraneodunque riuscirebbe
ogni tentativo di
giungere per questo
mezzo all j bramata
valutazione, la qui
cade la risposta
sul seconda membro
delta proposta inspezi
od e. Questo
riguarda appunto il
mezzo della vai
illazione. Qui sì
possono ins Litu Ire due
ricerche : la
prima si è3
di qual natura
ila il mezzo
che ricerchiamo^ la
seconda 3 quale esser
possa la maniera
di adoperarlo» Quanto
al primo punto.,
osservo clic noi
versiamo ora nel
paese della Matematica
pura 3 nel
quale valutar dobbiamo
F estensione pensata.
Ciò posto, altro
streme u lo non abbiamo
3 fuorché 1
esteso per misurare
I esteso. La
natura del mezzo
ò dunque identica
a quella delf
oggetto da valutarsi.
Quanto alla maniera
poi5 in generale
altro dir non
possiamo due quésta
dev'essere analoga alla
natura delle idee
e alle leggi
fendamentali della nostra
intelligenza . Certamente, a
simigliatila delf é$te»
so materiale, noi
ricorriamo naturalm&nle alla
misurazione lineare j
mà ossa deve
forse essere sempre
la a lessa
? Piu ancora
. Conosciam poi
bei-m tutte le
funzioni mentali ciac
all'insaputa nostra intervenga*»? 1
mal mente abbiamo
noi forse scoperto
il gioco segreto
primo ed mi
timo dei concetti
geometrici ed aritmetici,
i quali talvolta
si avvicendano por
imprestare c per
togliere un elemento
costante o decisivo
della vaio t
azione ? I rapporti
logici della grandezza
estesa continua non
possono esse¬ re sempre
identici, specialmente nei
concetti pari e
dispari. Nel pari havvi
un intermedio di
eguaglianza, il quale
non si verifica
nel dispari. Più
ancora: nei concetti
sinottici o periodici
della enumerazione, applicali
all* esteso i
se s’incontra una
costante legge, esistono
però rapporti speciali
ad ogni grandezza
periodica. La sfera
della potenza dell’unità
continua è limitala
quanto è limitata
la nostra mente,
e non può
essere simboleggiala che
a seconda delle
affezioni interiori della
nostra mente. Ciò
posto, ne viene
che un unico
e material modo
di misurazione non
potrà mai soddisfare
a tutti i
bisogni della valutazione.
Converrebbe che l’unità
continua crescesse a
modo di circoli
concentrici, la distanza
e gP intervalli
dei quali fossero
eguali al diametro
del primo circolo figurato
come uno elementare.
Con una, due
o tre linee
uguali, ovvero colla
divisione identicamente lineare
di un contorno,
voi in primo
luogo non potete
indicare che una
radice aritmetica superficiale.
Se questa linea
è retta, voi
indicate perfetti quadrati
singolari, e nulla
più. Ma Vano
quadrato elementare ha
un determinato rapporto
rispetto al tutto.
Esso poi in
sè stesso è
sempre una grandezza
suscettibile o d’essere
accoppiala ad altra
in via di
aggregazione sgranata, o
di essere ampliata
in via continua.
Ma quando dividete
il lato di
un tutto in
tante parti eguali,
voi create effettivamente un
numero che vi
dà l’idea della
radice . Vi dà poi l’idea
del quadrato se
figurate tutta la
figura generata da
questa unica radice
simile all’ elemento unitario
assunto. Da ciò ne segue,
che colla divisione
di una sola
liuea fatta con
un’altra linea voi
supponete o siete forzato
a supporre un
tutto perfettamente simile
al vostro uno
perfettamente quadrato; e
però se fingete
che il vostro
uno lineare stia
tante volte e
non più nella
data linea, voi
dividete un tutto
in tante parti
quadrate aggregate, oguuna
delle quali vi
rappresenta un’unità elementare.
Ma qui è
evidente che l’ eguaglianza predominante
ed unicamente predominante
nou dà luogo
fuorché ad un
rapporto identico ripetuto,
e nulla più.
La vostra radice
altro non è
veramente, uè può
essere, fuorché una
serie di sgranati
quadrati elementari identici
; ed il
vostro complesso altro
nou è che
una determinata pluralità
di questi quadrati
elementari. Questa pluralità
poi la figurate
limitata d’ogni parte
da un identico
contorno egualmente luogo
di quello della
serie o della
lista, cui chiamate
col nome di
radice. La commisurazione dunque
finita e perfetta
univoca lineare degli
estesi rettilinei risolvesi
in ultima analisi
nel ragguaglio duna
grandezza univoca,
l’elemento radicala della
quale non pnft
essere die identico
col l' elemento nui-radicale
.Tuo’ altra grandezza. Dico
uni-radicate,^ b., re
c,ie fIllesto elemento
vieu proso soltanto
sopra di un
solo lato ilelIV, fe.ro, e
fa parte aliquota
di questo lato.
Ecco il concetto
nascosto odia commisurazione finita
di due sole
linee. Jlav vi
certamente un’altra commisurazione finita,
e fatta con
radici Sgranate di
altri estesi rettilinei:
ma questa non
è unitaria, perché
rigo l'HLa con
più radici sgranale.
Tutti i parale diagrammi non
equilateri, fatti e°[^a
m°HiplIcazione di due
frazioni lineari identiche,
cioè o eoa
tatù -a n non
è die una
pluralità o ripetizione
maggiore dello stesso
elemento del ] 0.
1 io qui
non maneggiamo che
la polvere o
Parerla delle Malcmaliche.
Le grandezze die
dicami discrete si possono considerare
a guisa appunto
di aggregali composti,
o cdie si
possono risolvere in
elementi sgranati, che
stanno insieme per
via di cumulazione.
Esse sono la
omomerie del mondo
matematico, nelle quali
la quantità crescènte
va in lirn^a
risolversi. Ma la
considerazione isolala o
cumulativa di queste
omomerìc non vi
palesa ancora J* ultimo
arcano della valutazione,
perdiodalla considera zi
oii e della
pura identità non
può nascere quella
della diversità, L
eguaglianza predominante in
tutto il corpo
dulie grandmi? razionali
isolalo (come sono i singoli
quadrati geometrici ed
aritmetici) non vi
può no potrà
mai somministrare l'idea
positiva delLw/ifl soélniizialc
della rispettiva diffidenza
contmta; come le
tenebre non vi
danno lume, nò
il silenzio vi dà il
suono, il più
continuo, posto fra
un prfmn uno
esteso ed il
suo duplo o
triplo continuo, come
non è partorito
dall idea di
eguaglianza, cosi pure
non è uu
elemento sgranato attaccato
per apposizione. Accoppiando
due radici eguali,
la grandezza aniLaria
quadrata non si
duplica, ma si
quadruplici 1 ignratevi
pure distintamente queste
grandezze, e dividetele
pun? ì una
e 1 altra
in tante partì
rispettivamente aliquote. Sarà
sempre vero che
ogni parte aliquota.
delFono starà ad
ogni parte aliquota
dell1 altro, coinè
l’un tutto sta
aUàhrn tutto. Qui
dunque Vidcntica dividane
6 in cd
udu de lite
per Li valutazione
sia Molare, sia
superficiale di fucsie
grandezze. Allorché poi
vi piacesse di
uni rie per
formare una figura
sola, e costruire
uu solo lutto 5
voi sareste privo
di qualunque lume*
H imàrrèbbe dunque sempre
la necessità di
litro vare la
parola s ossia
il mezze termine
comune, di valutazione
dell" esteso considerato
ueT suoi diversi
stati, e questo
dovrebbe sorgere dai
rapporti stessi cieli’ unità
sostanziale collo stato
diverso al quale
passò, c non
mai limitandosi ai
rapporti ùuWùgH&glìanza individuale.
Assurdo è dunque
l’uso di applicare
■t grandezze prive
di radici discrete
quadranti il metodo
di valutazione, proprio
soltanto agli aggregati
numèrici, aventi radici
aritmetiche qua> tiraoli.
Illusorio è dunque
il finire con
uu’ approssimazione
indefinita* Dico indefinita,
perocché avvi una
riduzione di residuo
indicala, la quale
può prestare un
lume massimo alla
geometria di valutazioni;.
La quantità continua
non tollera die
ragguagli superficiali; e
però la linea
non si può
assumere che come
segno indivisibile di
potenza unita, e
con come radice
d’ una grandezza di
aggregazione, A dir
vero, anche odia
grandezza di aggregazione
Tn/ro lineare è
puro segDo di
potenza* ma allorché
si accoppia cou
altre unita eguali
e discrete, indica
una po lenza divisibile
in parti eguali;
doveché nella potenza
continua indica èiij
rapporto solo dì
proporzione che non
tollera una data
intima divisione razionale
lineare. Consultando la
natura propria della
quantità estesa . si
trova che moli
si è fallo
veramente nulla fino a {fbc
non si lavora
che sulla linea
pura matematica. Conviene
trovare le liste estese indicate
dai rapporti stessi
delle grandezze estese,
e determinare il
valore areale di
queste listi;. Per
esse e per
esse sole si
possono indicare le
leggi di incremento
e di decremento
della quantità continua^
sia colJTaggiuugere, sia
col determinare la
potenza delle diagonali
che nascono naturalmente,
sia finalmante Col
ridurre agli ultimi
termini possibili gli
elementi iniziativi delle
diverse proporzioni. Imperfetta,
grossolana e senza
simbolo è quella
Geometria, la quale
pretende di esaurire
sempre I esteso^
e di spingere
tutto all indivisibile
ed qlW insensibile ;
quasi che i
nostri raziocina e
le nostre valutazioni
o versassero sul
nulla, o in sliluir
si potessero nelle
tenebre. Io sfido
lutti I matematici
dell’universo colla posizione
mera dei punti
e (lidie linee
inestese a mostrarmi
come le grandezze
aritmetiche, geometricamente simboleggiate, passino
per una vera
affinità logica da
uno stato all5
al ivo di
grandezza continua. Questo
passaggio, senza la
cotìfcì[lera zi onc ed il
maneggio d una
Geometria superficiale e
di un rapporto
concludente di grandezze
estese, rimarrà sempre
incognito, e? quindi il
calcola sempre tenebroso.
La quantità estesa,
io lo ripeto3
la quantità estesa
forma 1 oggetto
vero delle Matematiche,
e però i
concetti contigui forma
no 11 primo
loro elemento. £9* Delia
incommensurabilità spuria; suo
uso nelle Matemàtiche.
ialvolta nella geometria
di valutazione in
mezzo ad estremi
vera* mente razionali
(ossia con ^efficienti
lineari veramente commensurabilii si
accoppia un inGommettsìnabiluà parziale.
Ma questa è
in sostala pu*
ramenle relativa, e
quasi direi precaria;
perchè applicando il
principe dell omogeneità
e dell unità
di denominazione viene
agevolmente superala. La
comparsa di questo
fenomeno non è
nè casuale, nè
urbi tram; m
t soggetta a
certe leggi determinate*,
e nasce natura! mente
nel p presso paragonato
della quantità estesa
discreta. P reziusi
sono questi scontri
all attento osservatore,
perocché essi fanno
Tufficio di interruzioni
d’n ua catena elettrica,
nelle quali II
fuoco elettrico si
mostra alla scoperta,
o indica date
qualiLi e date
leggi proprie* Dilla
Ili da questi
scontri, uà li
nello stesso paese
del commensurai/ ile, si
pone costa n temente in
chiaro ck la
possibilità della yà lutazione,
cosi delta razionala
finita dipende iutieramante
dalla coincidenza dei
limiti delibilo misuratore,
il quale iev’es* sere
identico specialmente per
valutare tanto i
mezzi termini dì
eguaglianza e di
disuguaglianza, quanto il
termine concludente,, come
dimostrerò a suo
luogo con esempli.
Allorché poi vien
tolta di mezzo
questa specie d
incommensurabilità melante l’mntà
e l’omogeneità della
delio' mlnazionc, siamo
condotti per man o
alle vedute sinottiche*,
le quali ci
rivelano le recondite
leggi e gli
intimi rapporti di
affinità e di
continuili fra I
diversi progressi della
quantità. Questa spuria
incommensurabilità è appunto
mi mezzo Le
rad né fra
il discreto e il continuo,
il quale, mediante
mi' analisi indicata, ci
conduce In Irne
a ritrovare con
qual legge e
con quali proporzioni
accrésca o decresca
continuamente la potenza
rettilinea. Essa didatti
procede passo passo
5 e segue
con minimi coefficienti
rettilinei tutte le
graduazioni indotte dalla
curva circolare nel
tagliare le rette
e nel far
nascere certe potenze
lineari, e quindi
certe grandezze estese
proporzionali coesistenti coi
rapporti della varietà,
della continuità e
dell' unità, sia iu
uno stato addensalo
5 sia In
uno staLo diradato.
Essa mconnucia da
una posizione rispettiva
di eguaglianza e
di rispettiva unità
e varietà, C
aggiunge Vano continuo.
Così vegga rao
II passaggio proporzionale
al .più con
ti uno ;
e ci a
v veggio mo
che questo passaggio
corrisponde all’ ultima
vibrazione della grande
unità implicita, che
presiede a tutto
il sistema dell’enumerazione, ossia
meglio del senso
differenzia le, che
distingue e calcola
l’unità estesa. Per
essa si determinano
non solo i
graduali incrementi traili
dalle viscere medesime
del primo uno
sostanziale, ma si
determinano eziandio i
medii di eguaglianza
superficiale segnati dal
primo movimento del
centro e della
curva circolare5 che
va diminuendo l’ area
compresa fra due
curve, ec. ec. 90.
Conseguenze per fondare
la possanza del
calcolo iniziativo sinottico.
Sperimento proposto. Tavola
posometrica. Esclusi quindi
gli antilogici e
tenebrosi concetti di
un trascendentalismo indeterminato
ed assoluto (nel
quale le vere e reali
leggi di fatto
naturale della mente
nostra non sono
consultate), noi seguiamo
le indicazioni necessarie
del vero naturale
algoritmo, il quale
predomina e predominerà
mai sempre qualunque
nostra operazione di
calcolo. Allora fi
incommensurabilità lineare non
oppone più ostacolo
alla vera e
competente valutazione delle
grandezze continue estese:
ma per lo
contrario serve di
ajuto ed anzi
diviene mezzo termine
necessario per questa
valutazione. Didatti senza
questa incommensurabilità non
si potrebbero rappresentare
i termini concludenti,
ossia le grandezze
continue risultanti dai
coefficienti razionali, ossia
discreti. Qui lutto
vien regolato con
un metodo unico,
ma adattato alla
natura della quantità
discreta e continua.
Allora la Filosofia
e la Matematica
non solo si
conciliano, ma si
danno scambievolmente lume
ed ajuto, e
ci prestano una
potenza prima sconosciuta.
Tutte queste cose
si operano mediante
un magistero facile,
spedilo, e quasi
intuitivo, il quale
non eccede punto
la sfera del
calcolo iniziativO) benché
i casi che
maneggiate e che
scegliete contengano per
lo meno vere
equazioni di secondo
grado. Questi casi
coll’algebra comune (allorché
soltanto si tratta
di superare l’ incommensurabilità spuria )
non vengono sciolti
che per una
triviale approssimazione, mentrechè
coll’omogeneità complessiva vengono
luminosamente e di
salto definiti in
una maniera finita
e senza residui
inesauribili. Io sembrerò
forse promulgalore di
sogni a tutti
coloro i quali
non sono iniziati
nella scienza primitiva
della quantità estesa.
Prodigii matematici sono
questi, dirà taluno,
affatto incredibili, perchè
nè veduti mai
da noi, nè
praticabili colla forza
dell’arte che possediamo.
Io perdono questa
incredulità, nè esigo
che venga deposla
fuorché in conseguenza
di fermissime e
luminosissime dimostrazioni. Tollererò
quindi con pazienza
la taccia di
sognatore, d’illuso e
d’ignorante, fino a
che produca le prove
di liuto ciò
che asserisco. Dico
fino a che
produca tali prove,
perocché io sono
certo che alla
prima comparsa loro
svanirà ogni dubbio
contrario. Duoimi che
l’indole di questo
scritto non mi
permetta di soddisfare
incontanente alla giusta
curiosità de’ miei
leggitori. Io debbo
compiere prima tutta
la proposizione del
mio soggetto, essendo
questo il fine
primo di questi
Discorsi. Io debbo
quindi astenermi da
ogni discussione sopra
oggetti particolari 5
perocché diverrebbero digressioni
enormi, condannate da
quella economia che
presiede ad ogni
libro bene ordinato.
in aspettazione però
delle prove da
me promesse io
invilo qui ogni
lettore a gettar
boccino sulla seguente
TAVOLA POSO-METRICA. Radici Gno mon Qua¬ drati Radici Gno mon Qua- i tirati Radic ( Gno mon Qua¬ li diati Radic Gno 1 mon Qvai diati
o 0 0
5o 99 25oo 00 000 0000 100 «99
10000 1 i 4 49 97 2401 5 1 101 2601 99
«97 98o‘ 2 3 48 95 23o4 52 io3 2704 98 195 96°4 3 5 9 47 93 2209 53 io5 2809 97
«93 94°9 4 7 16 46 9i 2116 54 107 29,C 96 «9« 92lC 5 9 25
45 % 2025
55 109 3 0
2 5 95 189 9025 6 ir 36 44 87
i936 56 ni 3 1 36 9Ì 187 883G 7 i3 49 43 85 1849 57 ii3 3 249 93 i85 8049 8 i5 64 4 2 83 1764
58 n5 3364
92 i83 8404 9 81 4i 81 1 68 1 59 117 348i 91 181 8281 IO
«9 100 40 79 1600 60 “9 36oo 9° «79 8100 1
] 21 1 2 1 39 77 l52 I 61 121
3721 89 «77 7921 I 2 23 «44 38 75 «444
62 123 3841 88 i75 7744 1 3 25 .69
i96 57 73,369 63 125 3969 87 i73,5C9 *4 27 36 7i
1296 64 127 4ouC 86 «7« 739C 1 5 29 220 35 ®9 1225 65 129 4225 85 169 7225 16
3i 206 34 67 1 156 66 i3i 4356 84 167 7066 *7 33 289 33 65 1089 67 i33 4 489 83 i65 6889 1 8 35 324 32 63 1024 68 i35
4624 82 i63 6 724 ' *9
37 36i 3 1
61 96 1 69 i37 4761 81 i6r 656 1 20 39 4oo 3o 59 9°°
70 i39 4900 80 i5g C O 2 I 4r 44 1 29 57
841 7 « i4i 5o4 1 79 157 62^1 2 2 43 484 28 55 784 72 x43 5 184 78 i55 6o84
23 45 529 27 53 729 73 i45 5329 77 i53
5929 24 47
576 26 5r 676 74 147 5476 76 i5i
5776 2 5 49 626 75 49 S II DISCORSO
®ERZO, \22ì) F o lo
prego a fissa v
raltouziooe almeno sitile
due prime colonne
di que¬ sta tavolo.
Nella prima,, scendendo
dal primo grado
lino ai ventesimoquai
lo, voi vedete
difessa contiene una
serie Maturale di radici Crescenti
dall1 uuo (ino
al ventiquattro. A
fronte delle ventiquattro
nella seconda colonna
sta la 20.
che va salendo
tino al 50*
Qui la prima
colonna presenta uua
serie che daìFaUo
al basso va
crescendo ad ogni
grado con una
radice sgranata, accresciuta
sempre di un' unità
j e viceversa
salendo dal basso
all’alto, la serie
va decrescendo dèlia
stessa unità. La
colonna seconda va
del pari sempre
crescendo d’ima radice:
ma ciò fa salendo
dal basso in
alto. Da ciò
nasce., che qui
abbiamo due serie
finite di 24
gradi* Tuna crescente
e l’altra decrescente.
Luna parallela all’ altra*
Tn questa posizione
se da ogni
quadrato della seconda
colonna noi deduciamo
il quadralo clic
le sìa contro
nella prima, noi
troveremo una serie
di differenze crescenti
dal 100 al
2500* e che ogni termine
di questa serie
rii differenze dista
dall’altro dì 100
unità. In questa
serie di differenze
voi trovato cinque
perfetti quadrali aritmetici.
1. 10.0 radice
10 Tf. 400
» 20 III.
900 » 30
IV. 1600 »
40 V. 2500
50 Prescindiamo ora
dal quinto 5 e
fermiamoci sugli alili
quattro, Scegliete quello
che vi piace.
Unitelo col quadrato
della prima colonna
clic gli sia
di fronte. Voi
avrete due quadrati
perfetti coefficienti^ iul mi terzo
complessivo. Così, per
esempio*. 57G (r.
24 ) -|100 £r. IO)
: fì'rfì (r,
26), 441 (
r. 21 )
-j400 { r. 20)
= 841 {
r. 29). Compiacetevi
ora di simboleggiare
geometricamente qualcheduna di
queste composizioni. Figuratela
secondo la costruzione
pitagorica dei quadrali
del? ipotenusa e dei cateti.
Per agevolare poi
meglio i confronti,,
pigliate la metà
deb l'ipotcnusa: e
fattone raggio* descrivete
un circolo. Nelle
ipotenuse divise in
numeri dispari voi
sarete costretto a
dividere V uno
esteso, e quindi
si duplicherà 1 espressione della
radice, e si
quadruplicherà il valore
delle aree. Ciò,
per fare un
semplice esperimento *
non importa. Il
fenomeno risulta sempre
Lo stesso, sìa
che dividiate, sia
che conserviate luterò
l’uno primo componente
le radici suddetto.
Fatta questa costruzione*,
esaminate le parti
della vostra figura.
\oi troverete chetaci
onta dei cateti
e dell' ipotcnusa»
tuLti razionali,, sorgerà
a primo tratto
V in eom m cnsu ra bili l a spuria
fra i aegmcu li
deir ipotcnusa e
la mezza proporzionale
che viene costituita,
calando una perpendicoToiii. T*
78 •1 230 lare
dal vertice del
triangolo rettangolo sulla
sottoposta ipotenusa. Domandale
a voi stesso
il valore, sia
lineare, sia superficiale,
tanto di questi
segmenti delP ipotenusa . quanto
della mezza proporzionale. Glie
ue avverrà? Se
voi impiegale di
salto l’Àlgebra comune,
non otterrete che
una triviale indefinita
approssimazione: ma se
applicherete il metodo
della omogeneità ed
unità di denominazione, la
pretesa iucommeusurabilità sparirà,
e voi otterrete
i valori finiti
di ogni segmento
e di ogni
differenza. 91. Concorso del
curvilineo e del
rettilineo per valutare
le grandezze estese,
e quindi fondare
il calcolo sinottico.
Fu detto di
sopra, che vi
possono essere due
specie R incommensurabilità: la
prima di contorno
; la seconda
di superficie. Quella
di contorno si
può verificare tanto
fra il curvilineo
ed il rettilineo,
quanto fra i
rettilinei medesimi. Fra
i rettilinei però
; come fu
detto, l’incommensurabilità dei
lati non fa
ostacolo alla competente
valutazione delle superficie.
Non è così
fra il curvilineo
ed il rettilineo.
Fra la curva
eia retta è
così impossibile la
coincidenza lineare, come
è impossibile che
un filo metallico
fissato nelle sue
estremità, e teso
come una corda
sonora, venendo tagliato,
possano le sue
parti toccarsi fuorché
in linea retta.
Alzando od abbassando
queste parti di
un solo punto,
per toccare la
curva j di
cui formano la
corda, amendue non
si polrauno mai
vicendevolmente toccare. La
curva quindi non
può essere mai
rappresentala con due
soli punti, ma
per lo meno
con tre. 11
minimo dunque della
curva inchiude tre
relazioni, mentre che
la retta ne
inchiude essenzialmente una
sola. L uno
esteso e finito
esige per lo
meno tre limiti
rettilinei, ossia per
chiudere qualunque spazio
si esigono per
lo meno tre
linee rette. L
uno esteso adunque
finito, ridotto a’ suoi
minimi termini possibili
di contorno, sarà
necessariamente un esteso
o triangolare o
circolare. Seguendo le
analogie, e rammentando
ciò che abbiamo
detto nel paragrafo
antecedente rapporto all’espressione estesa
delle linee rette,
potremo conchiudere che
al perfetto quadrato
rettilineo corrisponde il
circolo, ed al
quadrilungo corrisponde l’elisse.
L area circolare
adunque si può
figurare come unità
curvilinea continua ed
univoca; l’area elittica
per lo contrario
si può figurare
come pluralità estesa
curvdinea. Così simbolicamente la
linea retta unica
non può essere
che segno associalo
di unità o
quadrata o circolare,
assumendo questa linea
o come lato
del primo, o
come diametro del
secondo. . m\ QfS
premessa dominilo se
n«co.mmensural.)iIitii
curvilinea, e prlmar
j a erteti
l e la
circolare, possa formare
ostacolo alla Geometrìa
ili valutatone, Io
prego ad esaminar
bene i termini
della quislione. Altro
è dire die
fra la curva
e la retta
sia impossìbile ogni
coincidenza metrico- linetire, cd
altro e il
dire che questa
impossibilità dì coincidenza
possa servire di
ostacolo alle valutazioni
superficiali. Parimente altro
è domandare se
si possa stabilire
il valore superficiale
delParea del circolo,
cd altro è
il dire se quest’area o
il giro della
periferia possa servire
di ostacolo alle
valutazoni superficiali rettilinee
determinate dal giro
o dal taglio
della curva circolare.
Sarà sempre vero
die il concetto
della curva circolare
non c identico
a quello della
linea retta c
viceversa. Sarà piu
vero essere impossibile
una coincidenza metrica
fra queste due
specie di liner,
lo dunque non
sarò cosi pazzo
da voler misurare
le parti dell’ mia
colle partì dell' altra,
e pretendere di
trovarne il ragguaglio.
Giù involge un
assurdo, perde si
suppone una possibilità
di coincidenza, e
quindi una identità
fonda me □
tale de non
esiste. Ma, malgrado
questa diversità essenziale
nella forma dei
contorni, ninno vede
l’ impossibilità di determinare
le superficie dei
veri o sparii
quadrati fabbricati sulle
rette determinate dal
giro della curva
circolare, senza per
altro esaurire mai
la diversità fra
questa curva c
la retta. Così,
per esempio.* alzando
dal diametro diviso
in tante parti
alcune perpendicolari alla
periferia, io posso
ottenere rapporti certi
fra le diverse
grandezze dei quadrati
fabbricati su queste
rette. Si dirà
perciò de io
possa ritrovare la
quadratura del circolo?
Ciò sarebbe ridicolo
ed assurdo. Ma
dall'altra parte poi
non si potrà
negare che io
possa ritrovare la
superficie dei veri
quadrati geometrici c
aritmetici, de si
possono fabbricare sulle
diverse rette variamente
limitale dal giro
di questa curva,
iu conseguenza della
divisione da me
fatta del diametro
sottoposto. Ognuno vede
didatti de qui
la curva non
segua die due
estremità della linea
retta, la quale
non cangia per
la diversità dello
str omento che taglia
o limila, ma
viene variamente limitata
per la distanza
solamente fra i due punti
che formano l'estremità
della lìnea medesima.
La curva circolare
pertanto nella Geometria
di valutaziooe sì
deve considerare come
uno strumento variamente
limitante la lunghezza
delle linee rette;
ma con tal
legge però, che
le diverse dimensioni
da lei indotte
stiano fra di
loro con determinali
rapporti, soltanto propri!
dì una grande
unità? la quale
viene rappresentata appunto
dal raggio del
cìrcolo stesso che
percorre gradai a
mente i punii
diversi che formano
l’estremità delle ordinate
e delle ascisse.
Ora considerala la
cosa sotto di
questo punto di
vista, c meditando
tutti i fenomeni
che nascono dalle rispettive costruzioni,
lungi che nelP andamento circolare
e nella rispettiva
incommensurabilità
curvilinea si possa
trovare un ostacolo
alla Geometria di
valutazione ed alla
teoria del calcolo
unificativo, vi si
trova al1 opposto
tutta la virtù
logica necessaria alla
valutazione ed alla
unificazione. Tutto considerato,
noi siamo condotti
alla conclusione, che
nel1 incommensurabile sta
racchiusa la vera
unità metrica rispettiva^
nou posta dall
arbitrio dell’uomo, ma
determinata dalla natura
stessa del soggetto
analizzato. Talvolta questa
unità metrica della
natura coincide con
quella che lu
posta da noi:
e ciò accade
appunto scorrendo gl’intervalli
Ira le radici
quadranti. Ma il passaggio
e l’unione logica
dei coefficienti a
formare una sola
grandezza appartiene così
all* unità non materiale,
ma all intellettuale, che
sembra potersi solamente
rappresentare dal simbolo
della curva circolare,
e non da
quello della linea
retta. V associazione logica
de\Y identità e
della diversità, la
quale costituisce l’essenza
di ogni mezzo
termine, si effettua
appunto associando l’azione
della curva circolare
coll azione della
linea retta. Questo
è così vero,
che se per
un ipotesi impossibile
si potesse ritrovare
la così delta
quadratura del circolo,
la figura rettilinea
che ne sorgerebbe
non potrebbe giammai
prestare gli ufficii
logici che la
curva circolare presta
e prestar può
alla Geometria di
valutazione. Questa nou
segue la materiale
dimensione della superficie
racchiusa in un
dato spazio, ma
bensì la ragione
intellettuale e logica
delle diverse grandezze
accoppiate insieme, ed
associate ad una
mentale unità sistematica,
nella quale lo
spirito umano adempie
la legge fondamentale
di ogni raziocinio.
Infinitamente dunque più
estesi ed importanti
sono i servigi
di questa Geometria
di valutazione (
la quale sa
giovarsi dell’ incommensurabilità medesima),
che i vantaggi
o i servigi
che ritrai’ si
potrebbero dalla impraticabile
quadratura del circolo,
lo prego a
por mente a
questa osservazione, la
quale versa propriamente
sull ultimo fondo
delle leggi del
nostro spirito nel
paragonare 5 giudicare e
comporre le diverse
grandezze estese. Didatti
per virtù di
questo simbolo noi
possiamo cogliere i
traili caratteristici del
principio dell’omogeneità applicato
con un’identica denominazione, tradotta
e trasformata dappoi
in conseguenza dei
rapporti ue1 cessarli
che ne emergono.
Guardiamoci dal confondere
l’unità del principio
colla uniformità delle
maniere . L’uniformità di
maniera nou può
convenire che a
grandezze identiche logicamente:
l’unità del principio
deriva, per lo
contrario, dall’unità e
dall’identità della mente
che istituisce il
calcolo, e che
nel far ciò
è necessitata a
sentire i rapporti
concorrenti ed i
concludenti dei proprii
concetti. L’applicazione del
principio DISCORSO TERZO.
1 233 dee variare
a seconda dell’oggetto.
Così Io sguardo
corporale varia di
movimento o di mezzi, secondo
l’aspetto degli oggetti
ch’egli ama di
esaminare; ma la
legge ottica è
una. Se didatti
trattar dovete le
famiglie delle grandezze
continue e delle
discrete, delle linearmente
commensurabili e delle
incommensurabili, la vostra
ragione vi annuuzia
ipso facto, che
deve occorrere qualche
diversità nel metodo
della valutazione, per
ciò stesso che
gli oggetti presentano
qualità tanto contrarie.
L’ assoluta o
perfetta identità di
maniere pertanto non
solamente riescirebbe sospetta,
ma costituirebbe almeno
una fortissima presunzione
di falsità e
d’incompetenza. L’esperienza verrebbe
indi in soccorso
di questa presunzione,
e vi accerterebbe
che non vi
siete ingannato. Ora
tornando al proposito
dei veri e
pienarii mezzi termini
di valutazione, si
può stabilire la
massima: che se
il principio dell
'omogeneità e dell’
unità essenziale dei
metodi di valutazione
deve predominare nel
calcolo, debbesi nell’atto
stesso soggiungere che
quest’omogeneità variar deve
secondo la reale
natura degli enti
valutati: e però
che l’omogeneità importa
bensì unità, ma
non uniformità perfetta,
la quale anzi
violerebbe il principio
stesso dell’omogeneità. L’omogeneità
è appunto tale,
perchè segue la
natura delle cose.
L’unità poi essenziale ?
e non modale,
verificar si deve
atteso appunto l’identità
e la diversità
che si accoppiano
nella quantità estesa. 92.
Dell’unificazione
magistrale: in che
possa e debba
consistere. Tutte queste
osservazioni riguardano il
inerito intrinseco del
calcolo, la potenza
del quale risulta
appunto dall’ attitudine
sua a somministrarci le
valutazioni che bramiamo.
Io sono ben
lontano dal pretendere
di aver dimostrato
in che consista
e da che
derivi la plenaria
possanza del calcolo
iniziativo che ci
occupa. Converrebbe stendere
un lungo Trattato
per rendere palesi
gli elementi di
questa possanza, e
corredarlo con esempli.
Si ritenga dunque
ciò che ne
ho detto come
una mera proposta
e come un
primo presentimento 5
per indicare in
generale qual’ idea formar
ci dobbiamo, e
dove dobbiamo volgere
le nostre disquisizioni
per fondare la
possanza di questo
calcolo. Passo ora
ad una fondamentale
ispezione, riguardante la
maniera di procedere
nello stabilire le
prime teorie della
valutazione. A questa
maniera si riferiscono
le tre condizioni
seguenti. Per esse
la teoria della
valutazione dev’essere: l.°
prefinUa nella sua
tendenza ; 2.° obbligata
nei suo maneggio ;
3.° omogenea nelle sue
conclusioni Quando dico
clic deve essere
prefinita nelle sue
tendenze, io intendo
che si debbano
escludere tutti i
tentativi arbitrarli e
casuali, e però
che ogni passo
debba essere indicato
dalle uozioni ritratte
dallo studio precedente
già compiuto nella
parte ostensiva della
scienza (ved. 55).
In esso appunto
ci vengono rivelate
tanto le affezioni
e le leggi
della quantità estesa,
quanto le esigenze
della nostra mente
nel meditare questa
quantità. Colla cautela
di stabilire la
teoria della valutazione
in vista d
indicazioni preparate e
preconosciute, si dà
finalmente nesso, vita
e possanza alla
intiera logica della
quantità estesa. Per
questo mezzo si
empie quella fatale
lacuna, la quale
oggidì è frapposta
fra la Geometria
e I Aritmetica:
per questo mezzo
si connette strettamente
Puna coll’altra, per
farle servire amendue
allo studio della
natura ed al
perfezionamento delle arti.
Così l’Àlgebra, figlia
della Geometria, rammentando
dopo molto viaggio,
e dopo molte
gesta impotenti, di
avere una madre,
volge indietro lo
sguardo e i
passi suoi, e
va a porgere
la mano a
colei che da
tanto tempo fu abbandonata sulla
strada; e da
essa implora lume
ed ajuto per
poter camminare senza
traviamenti e con
buon successo nel
paese specialmente degli
incommensurabili, e indi
servire ai bisogni
del1 umanità. La
Geometria, io lo
ripeto, la Geometria
dee fondare la
vera e piena
teoria della valutazione ;
e deve farlo
in una maniera certa, facile,
breve, ed a
mano a mano
preindicata dai simboli
stessi della quantità.
Couvien dunque compiere
Io studio della
Geometria, per compiere
la teoria fondamentale
delle valutazioni àe\V
esteso. Questo complemento
importa di fare
uno studio speciale
di un ramo
ebe io appellerei
Geometria di valutazione,
del quale la
teoria delle proporzioni
ci offre già
molle preparazioni importantissime. Quando
io scorro i
libri di geometri
abilissimi; quando ad
unauiea facilità e
limpida chiarezza veggo
accoppiata uua buona
scelta (loccliè specialmente
ammiro negli scrittori
francesi), io esclamo:
Qual pe ccato che
così belli ingegni
siensi contentati di
darci soltanto una
vecchia materia, o
non fabbiano aumentata
che di qualche
particella! Ad essi
eia nota pur
troppo l’insufficienza e
la difficoltà degli
algoritmi usitati. E
perchè mai non
si sono occupati
ad indagarne la
cagione ed a
suggerirne il rimedio?
E perchè mai
non si sono
presa la briga
d’interrogare la natura
e di ascoltarne
i primi suggerimenti?
Essi avrebbero scoperto
coti quanta munificenza
questa -buona madre soglia
premiare i figli
c^e ^ consultano
con raccoglimento, e
ne seguono fedelmente
le indicazioni. Lume,
facilità, certezza, possanza
razionale, e indi
Gsica e morale,
sono i Lenefizii
che la natura
largamente comparte a’ suoi
ingenui cultori. Te
DISCORSO TERZO. nm
ugjjre difficoltà, incertezza,
impotenza, sono i
mali che a fil isserò*
aifiigrotiu e affliggerà
uno semp re tulli
coloro die o
per ignoranza o
per orn 1 5 ìj si
scostarono, si scostano
e si scosteranno
dalle tracce segnate
dalla natura. Così
anello nel mondo
intellettuale regna un
ordine eterno, munito
d’irrefragabile sanzione; così
coll* irrogare le
pene suddette la
natura relrospinge ì
traviali entro V
orbita del grand3
ordine col quale
reg£rc r urna uila
; cosi col
castigo stesso ci
fa sentire la
sua provvidenza, 0
C'L conduce e
sospinge a quella
perfezione a cui
essa ci destinò.
Ho dello die
la Geometria di
valutazione ha una in Lima
connessione con quella
delle proporzioni* Ora soggiungo, che
la Geometrìa di
valutazione non è
nè può essere
altro, clic la
teoria stessa graduale
delle paorjpitssioiNij raccolta
da tutti i
rapporti deli/ unita cohplessiva,
estesa e maneggiata
col principio dell
omogeneità lu questa
teorìa io disliuTuo
due grandi parli.
La prima contiene
le condizioni assolide;
la seconda le
condizioni relative. Giù
che So dico
del tutto verificar
si deve in
ogni parte, e
però anche nella
soluzione di qualunque
particolare problema. Se la cosa
non fosse cosi,
non sarebbe più
vero che la
data legge generale
presieda ai procedimenti
dei calcolo; perocché
essa Io tanto
è generale, in
quanto regge e
predomina in tutti
i casi particolari.
Io offrirò a
suo luogo un
esempio d1 una
soluzione latta con
questo procedi monto
preludio aio, al
lume del quale
sì potranno m
s lituiro esperienze
dì questa Geometria
di vaio Lazio
ne. Ora mi
conviene iar avvertire
a’d una particolarità
dì questa Geometrìa,
a ila quale
non SO se
1 moderni abbiano
posta bastante attenzione;
e questa è
la suddivisione indicata
delle prime radici
naturali dei quadrati
posti Io serie
con Linea (LX
Lo scoui parto di
questa serie fu
latto (iti conseguenza
dTma uàturale indicazione)
in la fitte
colonne, ognuna delle
quali contiene ventiquattro
termini, facendo in
modo che il
ventesimoquiuto serva di
anello e di
con ne ssi
mie per unire
una colonna coll’altra.
Queste colonne, consiiltjrate
come una via
percorsa, presentano l’idea
di altrettanti stadii
della unità elementare:
perocché si può
figurare che Vano
primo metrico progredisca
successi vameu le per una
data strada retta,
e a mano
a mano si
vada con identiche
ri petizioni discrete
ampliando ad ogni
passo con certe
leggi tanto assoluto
quanto relative, bua
palla che rotola
gin per un erto
pendio coperto di
neve-, come farebbe
una ruota sempre
girante sopra uno
stesso asse *
e che a
mano a mano
ravvolga una striscia
di i ')
Valgasi liL tavolaL
In quéijifr invola
vicini csposi.a Solww
l1 espressione numerica- luuiiu Lililulc
quiialO superilo ni c* mìe* lxI 1K. iJtìVldcUa larghezza
odiale al proprio
diametro; una "rossa,
ma assai JlessUjìht
° 0 pasta
d ima data
grossezza, la quale
si figari inca rnine!
are ad avvolgersi con
uà noccìuaìo di
diametro eguale alla
jjliìi grossezza, fa
sorgere In fìtte
im rotolo, la
di cui base
vi presenta un
rotondo fatto a
lumaca, ossìa diviso
in una spirale
cui potete 3
quando vi [date,
chiudere iti un
solo circolo. La
grossezza della pagina
ravvolta, considerata nella
sola sua superficie,
vi presenta una
lista minima super*
licitilo j la
larghezza quadrata delia
quale (ossìa il
quadralo della cui
testa j sì
può assumere come
unità prima superficiale.
Estraete quesihma meln co
quadrato, e sen
itevene come di
elemento fondamentale prima
Noi vedremo cou
quali rapporti naturalmente
indicati si faccia
la visione ricercala
di questo elemento,
a quali tisi
poi serva questa
sudilivisione nella soluzione
dei profilami competenti
io mi riserbo
dì presentare osservazioni
convenienti sulla costruzione
e sui rapporti si
di /ulto thè di ragione
di questa tavola,
Lauto per la
dimensione lineare, quanto
per le valutazioni
superficiali: e eli
porre in evidenza
lo scambio antilogico
clic viene praticato
dal più dei
calcolatori, special mente
della linea colla
lista, e dì
far avvertire ai
risultati tenebrosi e
mortali che iodi
ne derivano. Proseguiamo.
Esaminando, per esempio,
la prima colonna
o studio di
questa serie ad
oggetto di ottenere
una suddivisione indicala
dalie radici, ossia
meglio delibano elementare
esteso (che dapprima
si presento compatto
nella sua torma
e ne' suoi
passi }, io non trovo
che il salo
ter mine decimo*
il quale mi
olirà una naturale
e non artificiale
indi cazioa& di questa
sud di visiono.
Potrei certamente nel
dccimoterzo e nel
diciassettesimo conseguire suddivisioni
indicate*, e ciò
cui duplicare la
radici:, sia colla
divisione, sia eoli' addizione: ma
questo tentativo sarebbe
arbitrario e prematuro,
nè mi prese uterehfie gli
altri rapporti naturali
dÌTtflutazione che concorrono
nel quadrato decimale.
!.. uico pertanto
iu qaesio primo
stadio riesce questo
quadralo, atto a
soddisfare alle condizioni
imposte al mio
procedimento. Dopo di
lui viene il
ventesimo. Convita dunque
arrestarsi al sìmbolo
di questo termine*
ed in ogni
sua parte esami
uà rio. Qui
non conviene perder
nulla, perchè ogni
indicazione contiene rapporti
importantissimi per tutte
ì valutario ui
cansec ulive. Q
ci sta propriamente
la luce prima
del calcolo inìziativo
specialmente cotiìfi inalo, perchè
qui prima di
tutto sì palesa
lo stato dogli
estremi massimi vitali
entro l'unità, come
fu sopra spiegato.
Qui sorgono ì
primi rapporti palesi
della composizione continua
di due ragioni,
luna doppia dell’ ah
tra, e della
coincidenza in una
stessa persona. Qui
sì palesa e
da qui sideduce
il medio limile
fra i limili
eli unificazione (diversi
da quelli di
semplice esclusione) ri
s guai danti
la ragione fon
dame u tale
del simplo e
duplo raccolti nel
concetto unificato del tt iplo^
e riportati alla
legge* e sottoposti
all’impero primo ed
ultimo dell’ implicito 3 del
quale abbiamo di
sopra ragionato (ved, 73),
Ida ciò sorge
una nuova specie
di calcolo trilogicQy
Tunico proprio del? unità
estesa, e concorde
alle leggi fondamentali
e perpetue delbumana
intelligenza. Qui si
nasconde eziandio un
mediatore massimo razionale
per comporre cd
unire grandule di
natura diversa complessa,
come si vedrà
a suo luogo.
Il calcolo del
quale parlo*, per
essere iudicato, deve
soddisfare alle condizioni
assolute e relative*
Si deve Incominciare
dall’ esame delle assolute
per fondare r
dati delia competente
valutazione, c passare
indi alla costruzione
di movimento, per
dedurne poi le
suddivisioni del't’ftfto metrico prima
assunto. Con ciò
sempre proceder dovrà
F in segnarne
□ lo primitivo
delle Ma tema
licite. \, chi
ama il ben
tenebroso ed il
ben difficile queste
cure sembreranno vere
fanciullaggini; ma il
fatto sia, ebe
questi signori coi
loro x -jV
+ 3 si
trovano talvolta bene
imbarazzali, cd anzi
del tuLlo incapaci
a sciogliere questioni
clic vengono agevoli&simamenle sciolte
con queste fanciullaggini. Sprezzato
quindi, come fa
il giudizioso viandante,
il garrire di
queste cicale, o9
a dir meglio,
di questi automi
calcolatori, io proseguirò
fermo nella mia
carriera. g 93.
Come riguardare ed
usare sì debba
del? implicò o.
Nel mio secondo
Discorso bo fatto
presentire clic la
legge (là quale
Del Calcolo sublime
assoggetta
gPincommcusurabili ad un
dato algoritmo) si
dove far certamente
sentire fino dai
primordii delle valutazioni
delF esteso. Il Calcolo
sublime, riguardalo nel
suo complesso, deve
essere eziandio calcolo
di .unificazione 5
senza di die
egli inanellerebbe della
sua parlo migliore,
ed uuzi essenziale.
In questo calcolo
la possanza implicito
si la sentire
gagliarda mente «
sia per differenziare, sia
per palesare le
leggi di una
serie, sia per
segnare certi periodi.
L implicito quindi e
decisivo, sìa comemezzo
di salutazione^ sia
come mezzo di
linutazione., sia come
mozzo di conclusione^
ec. Egli, non ravvisato nella
sua lucida origine,
viene sfigurato sotto
l'assurda denominazione ora
$ infinitamente piccolo,
ora di zero
relativo, ora di
quantità sprezzabile e
da eliminarsi^ oc.
cc. Nel l'Algebra stessa
quest' implìcito dà causa
alle radici immaginarie^
e confonde sotto
una stessa legge
artificiale le valutazioni
del commensurabile c
fall’ incommensurabile 9 ossia
del dìscroto enumeralo
c del contìnuo.
In tutti questi
concepimenti bavvi certamente
un f ondo nascosto
pieno ili verità.
Lo sconcio pertanto
risaita dalla cattiva
maniera di esprimersi:
e questa cattiva
maniera di dirti
nasce dalla contusa
maniera di concepire.
La confusa maniera
poi di concepire
deriva dal non
salire alla cognizione
delle leggi primitiva
e fonda mentali
di puro fallo,
clic reggono imperiosamente la
nostra intdJjgeu&a nello
valutazioni della quantità
estesa. Questa cognizione
primitiva nou si può acquistare
fuorché cou esperimenti
variati, reiterali e
cerli^ i quali
facciano sortire alla
nostra vista le
leggi recondite ed
inde* olioabili della
nostra intelligenza nel
concepire, paragonare e
combinare lo quantità
estese. Quella pondera zione, quell’industria, quella
pertinacia, quella saga
dia che viene
impiegata intorno Tele
liricità, il magnetismo,
Jj Chimica, per
far parlare, dirò
cosi, la recondita
natura fisica, si J
gì* p
u i c
i m piegare pe r
lai* pa r
I a re
d reco□di lo
uomo i rt
ter i o
re. 0 ra
e s epeitata
a dovere 1
arte di osservare
cogli sperimenti co nvenienti,
e rilevatele parli
coi arila tulle,
emerge appunto anche
una quantità implicita
mntale^ì a quale non
appartiene propriamente agl]
estesi rettilinei ini posta*
h 5 raa
mteryicne sempre nei
concetti dei cosi
delti incommensurabili pei
compiere la vera
e logica unificazione.
Questa scoperta è
un fatto primitivo
semplice-, e dirò
quasi intuitivo, col
quale si rettifichilo
tulle lo cattive
maniere dì diro
adottale dai matematici,
e uel fatto stesso
si dà ragione
dell esattezza dei
loro calcoli, e
del fondo di
verità ravvolto sotto
le cattive loro
locuzioni. L implicito
si ravvisa pròpria
meri le da*
suoi effetti a
guisa dulie Jorze
esistenti io naLura.
e non già
per la sua
forma, come ho già avvertito
di sopra (ved, l3y,
V olendo neJjf
uuificazio no magistrale Impiegarlo
a dovere, conviene
necessaria mente conoscerne
lo 1? Ì
juUitrali^ uuLl altrimenti
che per dar
corso ad un'acqua,
o per dirigere
una correalr delinca,
è necessario di
conoscere e dì
rispettare lo leggi
naturali di questi
di ti dì.
Ora si domanda
por quale maniera
si possono urna
destare a noi
le leggi naturali
di quesLo implicito.
Ogni ma te
malico filosofo mi
risponderà che tali
leggi ci verranno
rese manifeste mediante
le funzioni naturali
della quantità estèsa,
come le leggi
della natura vivente
vcagcìJtJ rcsc manifeste
dai fenomeni che
accadono o che
emergono da sugaci
esperimenti. Determinalo questo
mezzo, che cosa
dunque ci resta
a fare per
ricoprire almeno le
prime leggi naturali
che bramiamo? Ognuno
mi risponderà, che
converrà incominciare da
uno sviluppa mento
in Serie ^ proseguire
indi colf analisi
si assoluta che comparativa indicata
dai Litio mi di questa
serie, e ciò
sì per le
grandezze discrete che
per lo cmiliuue5
e finir ludi
culi’ indicazione dei risultali
che nc emergeranno. Qui io non
posso presentare questo
lavoro. Ciò nou
ostante in via
eli primo presentimento
io invito il
lettore a gettar
nuovamente Y occhio
sulla tavola posometrica
qui annessa. Dopo
un breve esame,
limitato soltanto ai
fenomeni presentati dalle
due prime colonne,
si avvedrà che
allorquando noi vogliamo
contemplare le cose
sinotticamente, ci si
presenta una segreta
funzione precisamente inversa
di quella che
esplicitamente abbiamo eseguila.
Noi infatti, incominciando
dall’zmo, avevamo per
una positiva apposizione
fatte crescere radici
e fabbricati quadrati.
Ma considerando bene
le cose, noi
ci avveggiamo di
avere invece praticata
una divisione d’una
grande unità nascosta,
e ciò tanto
per tutto il
corpo dell’unità, quanto
pei gradi di
distanza fra l’uno
e l’altro termine.
Più ancora: troviamo
ebe ciò che
ne fa specchio
nell ultima evoluzione,
nella quale si
effettua Y eguaglianza^ e
si finisce assolutamente
il primo periodo,
ciò, dico, che
ci fa specchio,non
è il zero
segnato di Ironie
al termine di
50, ma bensì
una quantità nascosta,
la quale ci
dà per differenza
Io stesso quadrato
di 50. Nè
qui dir si
potrebbe che la
costruzione di questa
tavola sia arbitraria ;
ma all’opposto confessar
si deve ella
essere indicata . Mirate
prima di tutto
le ventiquattro desinenze
scritte dei quadrati
perfetti. Esse si
variano solo fino
al grado di
24, e appuntino
si ripetono identicamente
all’infinito; talché leggendo
voi materialmente qualunque
numero espresso con
tre cifre o più, e
non incontrando qualcheduna
delle dette 24
desinenze, siete certo
ch’egli non è
un quadrato aritmetico.
Paragonate in secondo luogo
ogni quadrato di
ciascuna colonna col
quadrato di quella
che gli sta
contro a sinistra.
Voi vedrete che
fra la prima
e la seconda
la differenza ad
ogni grado cresce
costantemente di 100;
fra la seconda
e la terza
cresce di 200;
fra la terza
e la quarta
cresce di 300,
ec. ec. Tutto
ciò si fa
con tal legge,
che giunti al
fine di ogni
colonna vi avvedete
che il periodo
è così compiuto,
che non potete
far valere l’aualoo
ia, e proseguire
in via di
differenza a far
nascere il quadrato
che naturalmente vien
dopo, nemmeno duplicando
o rispettivamente triplicando
i termini indicati.
Il primo periodo
è il più
pieno; ed in
questo non si
possono eccedere che
i primi cinque
quadrati naturali. Oui
taluno mi potrebbe
ricordare che noi
abbiamo cinque dita
in una sola mano;
che siamo dotati
di cinque sensi
distinti; che noi
colla mente o coll’ occhio possiamo
ad un solo
tratto al più
cogliere un com¬ plesso
di cinque idee,
come avvertì anche
Carlo Bonnet; e
che, oltre a questo
segno, siamo costretti
a contare. Queste
indicazioni però non
presentano che una
congettura di analogia
per Spiegare la
legge indicata dilla
favola. Li basti
il fatto per
farci avvertire die
lumi nello sviluppa- incubi ilei
concetti nostri fpsometrici
mia legge segreta,
la quale si
mauilr.'iia nello sviltippament# paragonato
della quantità Ma
vestendo i concetti
aritmetici con forme
estese, e congegna qlIoIì ni
modo che la
ragion nostra abbia
sotto la mano
i termini assoluti
ei tei mini
relativi convenienti per
eseguire V unificazione
giusta le conilizjom
pienamente logiche già
accennate, che cosa
ne dovrà seguire? Egli
seguiva, che la
mente umana dovrà
conciliare lo ragioni
proporzionai! intellettuali colle
spoglie, colle forme
e colle condizioni
irrefragabili del1 esteso.
\ olendo quindi
trattare eongi un
Lamento due o
piu proporzioni con
una forma di
eguaglianza incompatibile all’indole
logica di esse*
tlnv ra lW£cere
nei prodotti uu
pia ed nu
meno rispettivo, il
quale 3 Iirugi
dui i iprovarc
1 esattezza del
calcolo, anzi lo gl li
stili citerà, e
cì potrà servili
di passaggio e di mezzo
termine a comunicare
la forma logica
coma alle assunte
grandezze. Allora ci
verrà fatto palese
l 'elementi) rispettivodi continuità;
allora vedremo come
co Ih identità
si c'oodlii b
varietà, come la
disuguaglianza vitale si
cangi unga colla
eguaglianza eiemontare; allora
vedremo come le
parti stiano insieme,
e tutte conciprra- 1,0 a
ili re un
tatto unico, individuo,
pieno di concordia,
di forzai di bellezza,
ect e e. Aulla
è qui 1
industria, come è
nullo V umano
arbitrio. Tutte è
kdicalo espressamente e
determinalo imperiosa meuic
da Uà mi
ame rito al.eslSo
della natura, la
quale corona l’opera
di colui che
seppe in lei' rogar
là. e volle
docilmente seguirne i
dettami . Io
sarò come J ho
5 dice in
suo cuore il
trascendentalista: ma egli
non s avvede,
clic invece di
occupare il trono
della luce e
della possanza, si
assido su quello
delle tenebre ù
dell impotenza. Egli
non s? avvede die
legge di oscurantismo
ù quella t,h
egli detta seguendo
1 orgogliosa pretesa
di possedere uu
assoluto ae* goto
ad ogni mortale.
Egli non travede
il pericolo che il genio
delle leu e
lire . a l
quale egli serve,
possa essere debellato
dalla luce possente
q dalla spada
acuta della semita
e parlata ragione.
Bastino questi cenni
per segnare almeno
In via di
prima proposta lu
tracce generali dell
unificazione magistrale domandato.
Qui non n
Irattava che del
semplice magistero del
calcolo sinottico, atteggiato
iu conseguenza delle
leggi necessarie delia
utiiiìcaziouù sostanziale. I /esce
il* alone positiva
di questo magistero
darà, a suo
Wmpo, lume, e
presterà la prova e
la sanzione a
questa proposta. 94De
II’ unificatici n e
morale delie Matematiche.
Quando il calcolo
di unificazione venga
fondalo, dimostrala, è
fino dai primordii
della disciplina esercitato,
cito casa avvenir
de? e nelle Malemaliche?
Ognuno lo prevede
agevolmente, dopo le
cose accennate ud 83.
T junie. possanza,
unità, semplicità, facilità
in tutta la
scienza, saranno le
conseguenze dì questo
genere di calcolo.
Allena si andranno
a fondere io
uno stesso complesso
tulle le scoperte
faLle sin qui:
allora lolle le
opinioni vere si
daranno mano, e
le erronee sLesse
si spoglieranno di
quella larva o
di quei difetti
che le viziavano.
Quel dì vero
che contenevano apparirà
sotto il genuino
suo aspetto, e
contribuirà ad accrescere
il lesero delle
utili verità. Di
questo tesoro bau
diritto gli apprendenti
di approffklsfBr, ed
c dovere dei
precettori di coma
oleario, per quanto
si può. genuino,
splendida. completo. Ciò
fare non si
può con una
esposizione la quale
manchi dì unità;
o quest'unità mancherà
sempre fino a tant
o che
le nostre ricerche
saranno, dirò così,
diramate, come veggi
amo nelle Opere
dei matematici. Convien
dunque almeno riunirle
ed unificarle, riducendo
le cognizioni alle
cose fondamenta li,
e di una
vera e solida
utilità. Ma per
eseguire conio conviene
questa intrapresa convien
possedere f a
n a lo
n i ia
e la fisiologia,
dirò così, m
a te m
allea * la
qual a ’ n
o s E
ri giorni pare
negletta, o non
forma almeno che V
occupazione segreta di
i]u:er fa qual
cosa l’aver ereditalo
uu ricco patrimonio
non ci dispensa
dal sapere come
vada amministrato ed aumentato* Quindi
l'economia dell5
insegnamento dev’essere tanto
più perfetta, quanto
più le ricchezze
nostre sono accresciute.
Ma la perfez ione
di questa economia
uou si otterrà
mai se non
a proporzione che
imiteremo enn piena
cognizione ed accorgimento
il primo periodo
della invenzione. Fu
detto che gli
estremi sì toccano
senza confondersi: ecco
ciò che osservar
dobbiamo nelle opere
nostre.! primi passi
furono fatti alla
cieca, ma furono
giusti. Ripetiamoli con
piena cognizione, e
facciamo che siano
graduali ed opportuni,e
saranno più rapidi
e più utili.
Con questo consiglio
io non intendo
che svolgere dobbiamo
le panne della
storia positiva delle
Matematiche, e trame
indi modelli d.' imitazione. lo
proporrei una sciocchezza,
ed una sciocchezza
d? impossibile esecuzione. Le
origini matematiche si
perdono nella calìgine
di un indefinita
antichità, della quale
una abbiamo monumenti.
Dall7 altra parte sì
tratta di valerci
dei prodotti dell5 invenzione, per
trapiantare le cognizioni
acquistate nei tardi
posteri che vengono
al mondo. Quando
propongo dJ imitare gli
antichissimi coltivatóri, io
intendo d* impiegare una
frase ch’esprima lo
spirito filosofico, c
non la forma
positiva del metodo
da me creduto
necessario. 101. Processo logico
della parte dimostrativa.
Sue funzioni emine
mi. Tutto l'affare
adunque si riduce
ad eseguire le
condizioni indispensabili prescritteci
dallo natura ad
apprendere con verità
e con profitto. Fin
qui ho accennate
le condizioni eminenti
di questo metodo.
Ho di¬ stinto lo
scopo logico dallo
scopo morale ^ e
la parte dimostrativa
dalla parte interessante* Ora
mi conviene dire
io particolare qualche
cosa della parte dimostrativa
della istruzione matematica,
perchè essa è
quella che somministra
l’oggetto proprio che
si pretende di
conseguire. Le altre
condizioni non riguardano
clie la maniera
migliore di trasmetterlo
e di assicurarlo.
La parte dimostrativa,
della quale intendo
parlare, non riguarda
la forma minuta
ed esteriore, colla
quale si scioglie
un problema osi
dimostra un teorema:
ma bensì il
complesso delle funzioni
logiche, colle quali
si acquista la
scienza. Tutto il
processo logico pertanto
forma per ora
1 argomento del
mio discorso. Questo
processo iutiero si è quello
che io comprendo
col nome di
parte dimostrativa dell’
insegnamento. Le parti
di questo processo
sono le stesse
in Matematica, come
io qualunque altra
disciplina. Io mi
restringo qui alla
parte eminente, perocché
gli artificii pratici
sono una conseguenza
dei dettami della
medesima. Distinguere, connettere,
esprimere, sono le
funzioni simultanee ed
inseparabili di qualunque
invenzione ed istruzione
possibile umana. Lsse
sono indispensabili alla
limitata nostra comprensione,
perocché ad un
solo tratto non
possiamo ben cogliere
colla mente se
non quanto cape
una nostra mano.
Queste successive funzioni
non sono necessarie
allTutelligenza suprema: come
nou sono necessarie
quelle forme simboliche
che denominiamo idee
generali, le quali
realmente non sono
che monogrammi per
ajutare la limitata
nostra comprensione. Distinguere,
connettere 5 esprimere
uella maniera la
più facile, la più breve,
e la più
proficua all’ intento che
ci siamo proposto,
forma il inerito
dei buoni metodi
sì d’invenzione che
d’istruzione. L’effe Ito
primo ed intrinseco,
il più segnalato
di essi, si
è quello di
ridurre le idee
ai minimi loro
termini. Con ciò
intendo dinotare quell’ operazione, per
la quale si
estraggono e s
incorporano i concetti,
e si rannodano
a pochi centri
di richiamo, per
mezzo dei quali
tutte le idee
principali, riguardanti quel
tal soggetto logico,
vengono ad un
tratto risvegliate. Da ciò
nasce quello che
dicesi colpo cl’
occhio, il quale
forma il merito
emi¬ nente dell ingegno:
e quando coglie
gli estremi più
lontani e li
unisce, costituisce il genio.
102.
Della funzione di
distinguere. Attitudine dei
diversi cervelli. Il
distinguere si può
prendere in due
sensi: il primo
come pui'O fatto,
ed il secondo
come operazione logica.
Il distinguere, considerato
come puro fatto,
altro non significa
che quell’alto mentale,
por il quale
facciamo sortire le
idee differenti componenti
i nostri concetti.
Questo risalto puramente
mentale deriva dall’esercizio della
nostra al tentivitìi} ossia
dell’ attivila dell’ animo nostro,
il quale nelle
masse delle percezioni,
sia interne, sia
esterne (le quali
a prima giunta
si presentano confuse,
uniformi, incorporate), si
sforza di discernere,
sia le parti
che le compongono,
sia i limiti
che le separano,
sia le relazioni
che le connettono,
e cose simili.
Fino a che
non figurate uno
scopo a questo
esercizio, egli rimane
un’operazione di puro
fatto, ma tosto
che voi volete
con questo esercizio
scoprire la verità,
la operazione di
distinguere esige d’essere
fiancheggiata da quelle
funzioni, senza le
quali sarebbe impossibile
di conseguire la
cognizione del vero.
Posto questo scopo,
conviene avvertire che
altro è il
distinguere, ed altro
è il disgiungere .
La prima operazione
altro non importa,
che di avvicinare
l’occhio o adoperare
una lente, per
vedere in una
maniera distinta e
propria ciò che
veggiamo in confuso.
Il disgiungere, per
lo contrario, importa
il segregare un
oggetto, e costituirne
una cosa avente
o un esistenza
propria, o un
attività isolata. In
ambi 1 casi
interviene un nostro
giudizio. IN e 1 pumo
si atti i— finisce
un’essenza ed esistenza
puramente logica, propria
all’ oggetto; nel secondo
se lo considera
spogliato da ogni
relazione o di
causa o di
effetto o di
concorso; in breve,
se lo riguarda
come dissociato. È
più che noto,
che non tutti
gli oggetti logicamente
distinti possono essere
realmente esistenti ; e
che non tutti
gli oggetti realmente
esistenti sono effettivamente disgiunti.
Eppure un rozzo
istinto ha tratto
e trae ancora
alcuni pensatori a
confondere questi concetti.
La famosa setta
dei Nominalisti, combattuta
e fin condannata
dalla Sorbona, mostra
quanto grossa e
illusa (benché astrattissima
e meglio sfumatissima)
fosse la filosofia
dominante di quel
secolo. Le produzioni
poi moderne di
alcuni cervelli lenti
e grossi ci
somministrano le prove
attuali. Per ben
distinguere e per
ben disgiungere ricercansi
gli occhi e
le ali dell’aquila,
e non gli
occhi e le
gambe della talpa.
I cervelli grossi
e lenti non
potranno mai e
poi mai nè
ben cogliere le
differenze, nè bene
abbracciare il complesso
degli oggetti logici.
Dunque il loro
ufficio nel mondo
scientifico è quello
di occuparsi di
que’ lavori che
si fanno coll’arco
della schiena, e
non col cervello.
Quando, violando la
loro vocazione, si
vogliono ingerire in
ufficii superiori, e
dal portar sassi
e calcina vogliono
passare a far
da architetti, le
loro produzioni sono
moli informi, slegate,
rovinose, oltre d’essere
meschine, goffe, e
senza splendore. Voi
diffatti non ravvisate
che brani staccati
di concetti compatti.
\oi vedete che
colle loro pretese
astrazioni uon iscompongono
le idee, ma
le piglia¬ no pei
capelli, e le
palpano al di fuori, limitandosi
quasi sempre o al
davanti, o al
di dietro, o al fianco,
c mai abbracciando
il tutto della
cosa. ■im Oa ciò devo
nascere, CO me nasce difftt
ti * che
uhm osservatore si
Lrova d’accordo coll’alito;
e quindi,, so
egli La seguaci,
si formano ialite
scuole, le quali
sì rombatoli o a
vicenda* e souo
lutti cebi che. giro»
caco alle bastonale.
Finn a che
essi si limitano
all1 anfiteatro de
IF idealismo puro,
essi non presentano
die uno spettacolo
ridicolo: ma aliarci u:
invadono le scienze
e le discipline
interessanti. il loro
procedere dive afa
intollerabile non solamente
per le mostruosità
che partoriscono, ma
per la boria
colla quale deprimono
e rigettano le
cose veramente eccellenti
non Configurate alla
loro maniera. A]
brn distinguer è
e al ben
disgmngere ostano pure
i cervelli vivaci,
sottili, ma puerili,
i quali pigliano
j concetti a
volo di uccello.
La vivacità, la
varietà e la
disi u voi
tura alba* gllano,
ma non creano
opero die reggano
al crocinolo (Firn
pieno esolido esame.
A udì’ eglino bau
do II loro
orgoglio; ma è
più scusabile c pii tollerabile
di quello dei
primi. DiffatLi se
consideriamo le loro
produzioni. esse non
banuo ! aria
goffa e pesante,
ovvero stentala e
strana dei pumi:
essi a banco
di no concetto
pie no non
pongono un’ appicciata
ra, nò dopo
di un pensiero
nobile soggiungono una
trivialità. Leggende le
Imo Opere non
vi sembra di
camminare sopra una
grossa gìnaja* ma
mv pia un
terreno sebbeu disuguale,
dò nonostante agevole,
spedito, e circondalo di
amenità. IJ loro
orgoglio poi è
più tollerabile: perocché
se essi non
vi ofirouo le
produzioni di un
genio vasto, possente,
profondo c solido,
ciò nonostante Lamio
Mèitudme di sentirne
almeu di lontano
il pregio, e
dì stimarlo ari
die co! plagio.
Che se poi
passiamo alla sfora
dell Inteièssante^ essi
non li armo
la balorda pretesa
di violentare la
natura c dì
trattarla sul letto
di Proclisìe, come
lamio i primi;
ma sì piegano
alle voci della
medesima. E se
mancano di grandi
principi!, almeno suppliscono
colla finezza di
un senso morale
clic nobilita e
raccomanda i loro
divisamente Vi sono
altri cervelli, i
quali hanno una
profondità parziale* ma
mancano di quella
Ubèra spiritiudita* la
quale non solamente
sa sollevarsi alle
grandi vedute, colle
quali ben si
connette e ben
si disgiunge* ma
eziandìo si spoglia
da quelle illusioni,
e sgombra quei
fantasmi clic circondano
la si era
delibiamo interiore. Di
dò làmio fede
lo loro produzioni.
delle quali vedeto
profondità e disordine,
indipendenza e pregiudìzi
i. presentimenti morali
c violenza; e
sogliono mancare sempre
di varietà, di
finezza, di amenità
e di armonia.
Anche questi hanno
il loro orgoglio
■ ma esso
non impedisce loro
di stimare c di riconoscere
il btto ll0; qua mF anche
uou sia fatto
alla loro manierale
di accoglierlo con
istòria* Sonovi finalmente
cervelli d’ una
tempra viva, ma
riposata, aimonica ed
estesa, i quali
presentano le cose
con isplendore, finitezza,
armonia e connessione,
quale si ricerca
per la scienza
completa. Tali erano,
per esempio, quelli
dei Greci. 103. Delle
funzioni sussidiarie ai ben distinguere.
Ho detto die
per ben distinguere
sono necessarie alcune
funzioni sussidiarie. La
prima di queste
funzioni consiste nella
proposta della materia
o dell 'oggetto
della data scienza
o disciplina. Se,
senza presentare un
oggetto al vostro
sguardo, voi non
lo potete esaminare,
egli sarà egualmente
vero che se
no’l presentate tutto,
non lo potrete
esaminare per intiero.
Ma non esaminandolo
per intiero, l’idea
ultima particolareggiata, che ne risulterà,
non costituirà giammai
l’intiero concetto distinto
della cosa. Ora
mancando una parte
di ciò che
cercavate, voi siete
realmente defraudato nel
vostro intento. Esso
anzi manca intieramente,
perchè voi volevate
il tutto, e
non la parte.
Bonuni ex integra
causa ; malum autem
ex quocumque defiectu.
Dunque la proposta
dell’intiero soggetto ed
oggetto è la
prima condizione assoluta
per ben distinguere.
La proposta dell’oggetto
non può dirsi
logicamente intiera fino
a che non
lo presenterete co’
suoi estremi. Vi
sono estremi intrinseci
ed estremi estrinseci.
I primi costituiscono
V unità delle cose;
i secondi ne
segnano la latitudine,
e però più
propriamente meritano il
nome di limiti
o di confini.
Questi però non
sono che rispettivi
alla nostra intelligenza
ed ai rapporti
che noi sosteniamo
colla natura. Gol
nou conoscerli si
tralascia di ottenere
tutto quel bene
che la Provvidenza
offre alla nostra
potenza; col volerli
trascendere si dà
di cozzo contro
un muro di bronzo.
Ma quando si
conoscono, non si
pensa di oltrepassar¬ li. Parlando
della prima proposta
scientifica, io non
esigo altro che
gli estremi estrinseci,
perocché gli intrinseci
non si possono
conoscere se non
dopo l’esame. Non
ogni proposta scientifica
si può fare
colla stessa facilità.
Questa facilità cresce
o decresce a
norma del posto
che la data
scienza o disciplina
occupa nell’albero enciclopedico. Diffatti,
inoltrandoci in esso,
si trova in
molte parti non
solo che i
risultati di più
scienze antecedenti formano
le radici d’una
stessa scienza conseguente,
ma eziandio che
i limiti d’una
data scienza sono
fissati dai limiti
delle altre confinanti.!: |(U.
Della prima proposta
filosofica, Suoi llmiÈÌ,
suo interno, suo
spirito eminente* La
prima proposta puerile
e sensibile della
Melemalica è fatta
dàlia stessa natura
coll’ averci dato cinque
dila por mauo
e per piede)
ed uh sole
ed una luna
die dilla mina
no. La prima
proposta, per lo
contrarlo) filosofica non
può essere dettala
fuorché dalla cognizione
profonda dolio leggi
die governarne la nostra intelligenza*
Queste leggi debbono
essere esplorate con
Sperimenti certissimi e
concatenali, i quali
ci addilitio i
yen limiti della
scienza. La proposta
data in esame
agli a ppre uditili deve
riunire V apparenza
puerile ed il
valor filosofico :
quella deve eoadurre
alla scoperta di
questo. Il valor
filosofico della proposta
dev'essere eminente io
voglio dire, ch'egli
deve virtualmente comprendere
tutta la sfera
dell' oggetto^ in modo che Pesame,
che si farà,
somministri i risultali
che si ricercano*
Dunque la proposta
apparente dovrà essere
espressa in modo
da abbracciarti virtualmente
tutta la sfera
suddetta. Una buona
proposta pertanto non
può esser fatta
da un mero
erudito in una
data scienza o
disciplina, ma solamente
da colui elio
conosce il valore
complessivo della m
ed esima. Quello
che i Latini
dicevano pitti et
potesiatem tenere è
cosi Indispensabile, che ninno potrà
nemmeu dare il
vero succo di
un libro senza
possedere la materia
di cui egli
traila., o almeno
senza avere qnel
colpo d’occhio il
quale sappia cogliere
le idee fondamentali*
e radunarle in
un compendio ordinalo.
Considerando io scopo
vero della Matematica,
essa definir si
potrebbe la logica
delle quantità . Essa
è dunque un
arie razionale. Qui
dunque la re
téma servir deve
all’ opera. Il
calcolare costituisce appunto
quest’opera* La dimostrazione
d'un teorema o
la soluzione d'un
problema geometrico sono un
vero calcolo, perocché
ogni raziocinio, nel
quale si tratti di
scoprire i rapporti
di qualunque quantità,
ò no vero
calcolo. In natura
si presenta no
quantità finite e
quanlit k indefinite.
Quando voi pesate
una cosa, voi
maneggiate una quantità
i n defili
ititi quando all’opposto
misurate una pianta,
voi maneggiate una
quantità finita. Ntl
primo caso, dopo avere stabilita
l’oncia e il
gratnma, potete ancora
suddividerli fino a
clic F indice della
bilancia non segni
alcun movimento ad
occhio mi do..
Voi potete ancora
figurare una bilancia
pili sensibile e
un occhio armato
di microscopio, che
vi segni altri
gradi ancora* Dalfeltra
parte poi l’idea
della forza di
gravità, alla quale
attribuite il p15’
so, non vi
presenta ver un
limite fisso, al
quale possiate riportare
la divisione della
quantità* Ciò che
ditesi della forza
di gravila dire
pur si deve
dì qualunque altro
concetto non circoscritto
da limiti conoscili
Le Per lo
contrario nella misura
della pianta v
ha un limite
certo, oltre iE
quale vedete c
toccale elfessa nou
esiste* Qui dunque
la quantità può
essere dvfinita^ sia
per voi* *sia
per la formica
che cammina sulla
pianta* \ oi
usate uu metro
più esteso di
quello della formica.
Ma ciò è
puramente rispettivo. Ogni
idea sémplice ed
isolata è perse,
illimitata: essa non
viene circoscritta die
col paragone di
altre della stessa
specie. Po suono
non limita fidea
dTuno spazio; nè
un sapore quella
di un colore.
Col raduna* re
molti odori, molti
sapori, molti colori;
o molli suoni
5 non si
può uè fondare
nò esprimere un
calcolo dimenslvo. Voi
potrete bensì sentire
che Tono ù
diverso dalP altro,
o che lo
stesso è piu o meno
gagliardo 5 ma non poLrete
misurarne due diversi,
e meno paragonarne
il più 0
meno delibino coti
quello delbaltro, per
determinare l’eguaglianza o
la disuguaglianza reciproca.,
cd ottenere i
concetti logici del
calcolo dimenslvQì Quando
ne esprimete molli,
altro non fata
che annunziare la
diversità di tutti
con una sola
locuzione* A v
re Le dunque
un calcolo enumeratilo^
ma non dimenswo.
Il calcolo dimensìvo
adunque in ultima
analisi deyesi ali7 idea
delV ostensione derivataci dalla
vista e dal
Latto. Dico anche
dal tatto; perocché
(senza entrare in
disquisizioni psicologiche, e
dimostrare la potenza
primaria del tatto)
osservo che i
ciechi nati calcolano
quanto i veggenti.
Testimonio ue sia
il cieco- nato Sauuderson
« il quale
meritò ili succedere
nella cattedra di
Matematica al celebre
Newton, Ma l’idea
dell* estensióne^ presa
vagamente* non determina
ancora il calcolo
dimensivo. Essa ricerca
d'essere finita e
circoscritta. ÌJ illimitato può,
dirò così? servir
dì margine^ come
il bujo spesso
servo di limile
ad un esteso
illuminato:, ma non
può costituire un
elemento di calcolo.
Chiudete gli occhi,
c poneteli contro
il sole o
contro una fiamma
vicina. Avrete un
{barlume rosseggiante ed
esteso, ma non
definito né circoscritto.
Questo ed altri
simili soggetti sono
sottratti dal dominio
delle Matematiche* Ilio
muras aeneus esto,
dico la Filosofìa
a qualunque uomo
il quale voglia
conoscere tutta la
latitudine possibile dell4 orbe
matematico. Dico dell'orbe
matematico-; e con
ciò comprendo tanto
la parte contemplativa* quanto
l’operativa : tanto
la geometrica, quanto
l’ar itm etica, lauto i
limiti della quantità
escogitabile* quanto i
limiti dell* algoritmo praticabile,
« L’algorilme (dice
d 'Alembert
nell'Enciclopedia] selou Sa
force des mots
siguifie proprement l’art
de supputer avec
justesse et faeili»
té.... c’est ce
qu’ou appelle logistique
nombrante ou numerale.))
L’algoritmo adunque forma
in sostauza il
calcolo puro aritmetico.
Ora per questo
calcolo esistono due
principi!, coi quali
si fissa la
massima latitudine sì
del suo oggetto,
die del suo
mezzo ; e quindi
si determina la
massima sfera possibile
della sua possauza.
Questi principii sono
proclamati dai matematici.
Col primo si
prescrive che le quantità adoperate
debbano essere della
stessa specie \
col secondo che
il nulla e
il tulio sono
due estremità poste
fuori dei numeri,
e quindi fuori
del regno dimensivo
escogitabile. Siami qui
permesso di servirmi
delle parole proprie
di matematici celebri,
per indi procedere
senza contrasto a
quello che sono
per dire in
appresso. « L’unico
mezzo di misurare
una quan» tità
(dice il celebre
Paoli) è quello
di riguardare come
cognita e fissa
» un’altra quantità
della medesima specie,
e determinare il
rapporto di »
quella a questa
(l). » Questo
principio riguarda il
mezzo e l’ intento
d’ogni possibile algoritmo.
Esso presenta l’iniziativa
del principio dell’omogeneità, del
quale ho parlato
nel GG.
Se questo principio,
annunziato da Paoli,
non racchiude tutte
le condizioni positive
dell’ algoritmo in qualità
di mezzo termine
logico plenario, esso
però segna gli
estromi dell’algoritmo stesso:
di modo che
dir si deve
impossibile, allorché per
misurare una quantità
si volesse far
uso di una
quantità di specie
diversa, o che
non si potesse
tradurre in una
specie identica. Frustraneo
poi diverrebbe l’algoritmo
allorquando non servisse
a determinare il
rapporto domandato. Tutto
questo riguarda i
limiti della parte
operativa di tutta
la Matematica, sia
quanto all’intento, sia
quanto al mezzo,
sia finalmente quanto
alla potenza umana
nell’ occuparsi della quantità.
Passo ora ai
limiti ultimi e
massimi della parte
contemplativa . Il cel.
Leibnitz in una
lettera scritta nel
Settembre del ITI
6, ultimo anno
della sua vita,
esponendo il vero
significato dei nomi,
e il vero
valore meramente approssimativo del
suo calcolo infinitesimale, dopo
d’aver dimostrato che Io zero
moltiplicalo per l’infinito
darebbe l’unità, prosegue, (c
Mais on peut
dire que cela
y va, et
non pas qu’il
y arrivo, car
a la » rigueur
nihilum, qui est
l’extrémité des nombres
en diminuant, de¬ li
vrait ainsi étre
divise par omnia,
qui est l’extrémité
des nombres en
» augmentant. Mais X omnia pris
cornine numerus maximus
est une elio))
se contradictoire comme
numerus minimus. Les
deux extrenutes nani
» et omnia
sont hors des
nombres, extremitates exclusae
non inclu (i)
Elemenli di Algebra.
Tomo
I. pag. i
e 2. Pisa
iyg4 -1 sa e
(0 » Qui, come ognun
vedo, si parla
dui nutnero puramente
aritmetico a metafisico,
v. mm del
vero numero matematico
esprimente la quantità
fisica escogitabile. I
limiti della Fisica
coincidono con quelli
qui tracciali dal
Leibnitz* L’idea di
quantità estesa sla
fra le chimeriche
idee del punto
ine steso e
dello spazio infinità .
Al punto iuesleso
geometrico corrisponde il
nihìlnm aritmetico, ed
ulF omnia aritmetico
corrisponde lo spazio
in lini lo
geometrico* Detratto cosi V
esteso illimitato, cesia
dunque per le
Matematiche il solo
esteso circoscritto. Questo
è o commensurabile, o
incommensurabile 5 vale
a dive suscettibile
di misura coincidente
0 non coincidente
con un dato
altro esteso fluito
e circoscritto, preso
come termine di
paragone. Ma per
ciò stesso che
esisto uu incommensurabile esisto un
indefinito entro certi
confini. Ilavvi dunque
un indefinito illimitato
ed im indefinito
limitato* 11 primo
è sottratto totalmente
dal calcolò ;
il secondo può
andarvi soggetto. Ma.,
atteso hi sua
di versili dal
commensurabile^ il calcolo
avrà alcune leggi
spedali. Queste leggi
proprie de IV incanì mensurahile soffrono
modi fio azioni
subalterne, a norma
delle diverse specie
d ' incommensurabili ih.
Due specie principali
$ incommensurabilità $ incontrano:
la prima ì
V apparente^ la
seconda ò la
reale. La reale
poi si suddivido
in omogenea ed
eterogenea. L’omogenea u
quella che, sottoposta
al trattamento della
moltiplieadoue dogli estremi
e dui mediì,
vi dà ntf
identità perfetta fra
i prodo Lti.
L’eterogenea poi è
quella che non
somministra questa identità,
quantunque vada soggetta
a leggi corte,
e conciliar si
possa colf unificazione.
Senza calcolare V
indefinito limitalo à i m
possibile di misurare
le forze e
le composizioni della
natura 0 delle
arti, é anche
d1 illuminare i
risultati che riguardano
quei soggetti limitati
e finiti, i
quali esistono od
agiscono in uno
stato unito e
continuo. 11 calcolo
del fruito c
dell’indefinito limitato sono
adunque due parti
integranti cd essenziali
della stessa scienza
ed arte, sia
integrale, sia differenziale, sia
compositiva, sia risolutiva,
sia primitiva, sia
secondaria. Essi non
solamente sono inseparabili
quanto allo seopo^
ma eziandìo quanto
al processò: io
voglio dire, che
con si possono
far succedere in
senso diviso, ma
usar si debbono
alternativa mento, secondo
V avvicendamento del
commensurabile e incommensurabile^ c
si debbono far
concorrere In compagnia
nell* unificazione* Per
la qual cosa
i due algoritmi
debbono essere associati
Fimo all* altro
per compiere il
viaggio, e debbono
darsi mano per
tutta la strada,
{ 1 ) Opero,
omnia. Tomo TI
I pag, 5
01. G-rmHiu si
pad Frairvs Dei
olirmi, i-p^. Tom . T. *]
général, cornine nous
Favons déjà remarqné
en dounauL la
doductiou » de
la tedi Die
de ralgovitbmie . Nnus
le repétous :
toni ce quìi
j a de
■» géaéral daus
la lésolulltm lliéorique
des équations, ai
usi que dans
toujj te la ili
éo rio de faigoriLlimie, se
Irouye domié par
les lois londamenì)
lales que nous
avous assìgtiées aux
differeuLes brauebes de
collo ih do»
rie: oii no
saurait alter au-delà;
et jamais mi
n’auva des lois
oli des j j
procédés li j é o ri ques
gét i ère t ux d i fio r e u s
de con \
que nous avous
d e l o r3i luinos. La certitude
absolue de euLLe
assertion osi lo
lido e sur
les pnu» cipes
i neo Lidi
tic nnels dcsquelles
derive ni les
lois iheonques doni
il 31 Sigilli
('). Siena
reso grazie al
signor W ronski,
il quale cou
queste ed alito
simili dichiarazioni ci
La rivelalo la
nullità completa delle
sue formule algoritmiche,
dedotte dalla con
siderazione delle somme
ed ultimo generalità.
Grazie si angli
pur rese per
la causale ch’egli
adduce di questa
nuli ila, benché
questa causale sia
assolutamente antilogica. .Mi
si domanderà da
quale litoio di
ragione io derivi
questo giudizio. Prima
di rispondere categoricamente mi
si permeila di
domandare se sia
vero, o do, che il
signor Wronsld abbia
confessalo cou lutto
il mondo, che
lo scopo d’ogui
calcolo consiste uelT oLle nere le
misure o le
valutazioni da noi
domandale. Qual è il mezzo
per olle aere
questo scopo, se
non che l algoritmo? In
che consiste F
essenza dell' algoritmo, se
non se nella
virtù, ueda possanza,
ne ih efficacia
a farci ottenere
il suddetto intento
? Senza que si*
efficacia che cosa
diventa ^algoritmo, fuorché
una spada che
nou taglia, uno
stromento che non
suona, un interprete
che non parla;
in breve, un
mezzo futile, incompetente
e nullo? Ma
d’ oude l’ algoritmo
U'ar può la sua virtù
e la sua
efficacia, se uou
che dalla qualità
degli oggetti e
dalle leggi naturali
e indeclinabili del
nostro intendimento ?
Dunque sono oziose
ed incompetenti le
considerazioni colle quali
si prescinde dal
concelLo intiero e
pratico delie leggi
di questo intendimeli
Lo applicato alle
quantità matematiche* io m
L riserbo nel
sesto Discorso di
porre in chiaro
la maniera di
vedere del signor
Wronsld in fatto
di Filosofia. Allora
il Pubblico vedrà,
che altro egli
non. La fatto
elio seguire appuntino
ìl solito costume
di tulli (0
Inli'ùdiicttQJi à ht
i>htlwoj>Jitc ics Mitih àmitujucs2 pag.
uGi-aGa. rm .
i Jvati risii .
Essi senz'altri .apparecchi
escono dal mondo
e &’ tu
abituo nei tnt&endentalismO) per
ivi cercare h
pietra filosofale ètftasmkk.
Quando credono di
possederla rientrano nel
mondo; ed a
costo dì-faro a p
tigni col pieno
cero pretendono che
a\V assoluto si
assoggetti ogni cosa.
Scorrete le Opere
degli scolastici dei
medio evo; esaminate
Indoro maniera di
vedere, di parlare
3 e perfino
dì tessere alberi
di idee; eroi
' accorgerete tantosto
eh essi rassomigliano
ai moderni trascendentali^ r
specialmente al signor
Wronski, Cosi adoperando-,
si fa precisamente
!' tiocedeie la
scienza, e sì
riconduce lo spirito
umano ad una
seconda ignoranza peggiore
della prima. Nell a prima
i concetti delle
cose riuscivino iucompeLeuti
per mancanza di
distinzione; nella seconda
lo som i
•-! mancanza dì
pienezza. La prima
ignoranza presenta vasi
coti linea* menti
grossolani; la seconda
si annunzia con
viziose dicotomie. Ma
celli j nniLi
ignoranza si aveva
la realità} e
non mancava die
la dlsiuiziom: >
U acciò, progredendo, si
poteva cogliere il
distinto senza sorpassare
il *i £l
e' '^ll secoada
ignoranza, per lo
contrario, si abbracciano
quasi ìt S0
K Uuvo^5 e
progredendo si allontana
vieppiù dallo stato
reale delie ose,
t. dalle condizioni
necessarie alla potenza
logica umana., ( |Jll0Da
501 te fi?
Matematica, specialmente pratica,
è cosa che
non 1 u
soiliiie ti svisamenti ;
e però, trattandosi
delle equazioni, non si
posu. lai vuleic
algoritmi frustranei . Quindi
Y assoluto deve
contentarsi au pi im.jto
di puro nome,
e iP investire i suoi seguaci
del possesso l
• campagne dei
poeti d1 Arcadia*
Tutto ciò è
in regola, uè
può ac* .
a^1 hricnli; perocché
col disfare non
si fabbrica, e
collo sciòglierò uon
si tesse. “*h*
che * par
tic ola ri
sono indipendenti fra
di essi e
da og ì
ce u mento
generale, Disti ugniamo
la diversa possibilità
astratta ^ 1
A i,J diversa
possibilità delle leggi
logiche alle quali
postiti delìu! forril°
e ceni binazioni
materiali possono essere
il costa/1"'3 T 3
L algoritmiche sono
essenzialmente limitate, certe
stoiche ] l
inazioni dei vocaboli
sono indefinito: si
dirà per qui
v m l^L
^ bar|are siano
indefinite, e che
le regole grammatica
*■ /KJ^U yUtì
rJa °&ai procedimento
generale? Onesto scambio
no puU vacare
latech* mi «g0o
del caos 8
della fotte, ma noe »d
r° esistente, nel
(i[b ale tutto è
soli||ósto a leggi
determinale C°S,TÌe S‘
1>UÒ Jirc “*>
Fontcelle. cLo la Lg
uita .1
ruord'f.! r* ?*«**
*°U0 iu **M*m
tjucsle leggi «lgorilmkbe
L ^ 0èr‘cI1^
lcog' psic.blogicLe, leggi di
r^e, loggiato interiore ?
Voi, voi stesso
ce lo dite
al principio del
vostro libro. « Il »
faut savoir qu’il
exisle, pour les
fouctions iutellecluclles de
lhomme, » des
lois déterminées. Ges
lois trascendentales et
logiques caraclerisent » T
intelligence humaine5 ou
plulòt constiluent la
nature meme du
sa» voir de
l’h ottime. Or
en appliquant ces
lois 5 prises
dans leur purete
» subjective, à
l’objet generai des
Mathématiques, à la
forme du monde
» pbysique, il
en resuite, dans
la domaine de
nòtre savoir, un
sistème » de
lois parliculières qui
régissent les fonctions
intelle cluelles spécia» les
porlaut l’objet de
cette application sur
le temps et
l’espace. Ce sont
» ces lois
parliculières qui constiluent
les principes philosopbiques des
» Mathématiques, principes
que nous avons
nommes 0). » Ciò
posto, ne viene
la conseguenza: o
che tutte le buone teorie
in ogni ramo
possibile dell’umano sapere
si riducono ad
una sterile speculazione;
o che esse
regolar debbono 1 casi contingibdi
entro la sfera
del consueto, al
quale esse si
estendono. Larghissima riesce
questa riflessione per
la Matematica, nella
quale non si
tratta che delle
pochissime leggi della
misurazione, e nella
quale la posizione
dei fatti non
importa 1 arte
congetturale necessaria alla
storia reale, fisica,
morale e politica.
Fra l’algoritmo e
la grammatica avvi
la più grande
somiglianza. Come l’algoritmo
è l’arte di
supputare con giustezza
e facilità, così
pure lagrammatica è
l’arte di parlare
con giustezza e
facilita. I nomi
rappresentano le quantità
sostanziali; i verbi
le loro funzioni.
Le altre parti
dell’orazione poi rappresentano
le affezioni, i
rapporti e le
combinazioni dei concetti
matematici. Facile mi
sarebbe di provare
questa somiglianza, come
utile l’eseguirla. Questa
verità risulta dalle
cose dette da
Condillac nel suo
libro intitolato Langues
des ccdculs, nel
quale se non
troviamo questo ravvicinamento, si
può ciò nonostante
ricavamelo. I parlari
degli uomini sono
infiniti, nè può
mente umana comprendere
in quante forme
particolari si possano
accozzare i particolari
concetti e le
loro espressioni. Dovremo
noi dunque dire
che la risoluzione
pratica dei casi
grammaticali dip enda intieramente
dall’azzardo? Fino a che si
mescolerà lo sfrenato
escogitabile col reale
contingibile, fino a
che si confonderanno
le esistenze possibili
dei fatti colle
leggi logiche dell
umana ragione, e
si userà ed
abuserà delle viste
sommamente astratte e
generali, si commet¬ teranno questi
peccati. Oltre a
ciò, non si
comprender anno mai i pim”
cipii solidi e
le vere leggi
delle cose, se non si
tralascerà il costume
di affrontare ex abrupto
le scienze, e
non si avrà
la pazienza di
procedere socraticamente; ma
per lo contrario
non si farà
che oscurare e
traviare. (i) Introduciion
à la philosophie
des Malhernalic/ues, pag.
2. Delle forinole
compete ufi* Lasciamo
la falsa causale
allegala dal sig.
Wrouski delFmefecfa del
suo algoritmo, e
ricerchiamo da che
veramente proceda. Como
è faipossibile di
eflettuare la valutazione
cou dati incompatibili^ cosi
puro è Imslraueo
il tentarla con
dati insufficienlL La
prima parte di
questa proposizione in
ampiamente provala nel
Discorso secondo, Quanto
nlEa seconda parie,
ella è per
se manifesta, pensando
che un mezzo
insufjl dente non
può procacciare un
line plenario. Ma
così è, che
una formo la
troppo astratta e
generale non vi
somministra punto i
dati suflh cienii,
ma anzi ve
li toglie; dunque
con una formala
troppo astraila n
generale reti desi
frustraneo ogni tentativo
dolina piena c
perfetta va- iu La
zio ne* Ma quale
sarà la formo
fa troppo astratta
o troppo concreta }
e perdi incompetente, e
quale la forinola
competente? Ogni formala
altro non ò
*-fi.e un indicazione
più o meno
direna di una
data nostra maniera
Jì operare, lolle
le arti hanno
le loro forinole,
come tutto le
scienze possono avere
le proprie. Principiando
dal cuoco, dal
farmacista, dal datore,
e giungendo duo
al sommo matematico,
al sommo filosofo
e al somma
politico, tutti hanno
o possono avére
ie loro formolo.
Regole t canoni,
fa rm oh,
/ ’i c
elle, prò cessi
5 m o
ditte, oc. e c
. *
esp ri m
o n o
in sosia xm
J a sfossa
cosa: esse contengono
il magistero o
parti del magistero
dellarte, o a
! rn cn
o s eg
n ano t
dati im media
ti, dai quali
si p u ò tosto
rie avare il'
magistero suddetto. La for
mola è
giusta., quando ci
fa conoscere con
verità.} la formula
è Intona, quando
ci fa operare
con effetto, ed
ottenere Fé/fello inteso, Ma la
formala è data
per essere applicata
come sta; s^nza
tli ciò non
è completa. La
formula è tino
stromento, il quale,
SD abbisognasse d
essere ancora ridotta
ad uso deJFuomo,
uou meriterebbe il
nome di formata,
ma di principio
tT una forinola.
Concedo che m I
ormala può essere
più o meno
speciale; ma essa
dovrà essere sempre
di un uso
immediato. La brevità,
la fci0lità e
V applicabilità a
tutti i casi
di una datasfera
sono pregi della
forinola ; essi
ne costituiscono la
perfezione. io ho
già accennato iu
die consista Io
spirito delle forinole
maternalidie . e la
topica die ne
nasce (ved. 70}.
Ora rispóndendo alla
fatta domanda, quale:
sìa ia forinola
competente, dico che
dir si deve
cornpatonte quella formula
die soddisfa all’ufficio
a cui è
destinala; incompetente, quella
die non vi
soddisfa. Ma
qual è l'ufficio
proprio ed immediato
al -piale è
destinata la forinola?
Indicare la maniera
pronta r sicura
(li ottenere In
data cognizione., di
produrre II da
Lo offe Lio, Ma nel
regno razionalo a eìje ridar
sì può quest*
ufficio delle formolo
? Nell' indicare il
mezzo pel quale
dal cognito si
possa procedere ;iW
Ìncognùo7 e con
da li ammessi
coree celli acquisi
a re là
regi licione di
una incognita verità
. o confermarne
la dimostrazione, La
formola non è
una storia o
ima dot Irina
spianala: ma, dove
si traila di
conoscere, altro non
è che un
rj sl.ro meri
Lo per acquistare
una cognizione bramata.
Sommi ni$ Ir
a rei dunque
il mezzo efficace
costituisce il vero
ufficio, e quindi
la vera competenza,
il vero valore,
il vero merito
di una formola
scientifica» Parlando adunque
del mondo mtelleLLuale»
il valore d'ima
formola si ridurrà
a somministrarci il
mezzo termine logico
di una scoperta
o di una
dimostrazione. o almeno
ad indicarci il
modo sicura e
pronto di cogliere
questo mezzo termine
(0. Qual' è
la conseguènza ciré
deriva da tulio
questo? Che incompetente
sarà in Matematica
quella formola la
quale ci taglie
la vista del
mezzo termine logico
sia coll* ài
lontana rei da
lui. sia col
non condurci a
lui. Ma il
troppo generale e
il troppo compatto
producono questi effetti:
dunque le forinole
troppo generali o
troppo compatte sono
forinole incompetenti* Volendo
fissare i requisiti
delle formolo competenti
^ osservo che
noi abbiamo già
notato intervenire nei
calcolo tre cose
cioè gli oggetti,
le logie e i movimenti
(veti. 30.
31. 32, 59,
90), Le forinole
in ultima analisi
riguardano i movimenti
nostri intellettuali» c
propriamente quelli àeN attenzione * la quale
costituisce il vero
potere esecutivo razionale.
Sebbene lo formolo
vengano esibite alla
facoltà di conoscere^
esse veramente si
riferiscono alla facoltà
di eseguire* Esse
vengono presentate alla
facoltà di conoscere
^ perchè non
esiste altro modo
possibile per farle
passare alla facoltà
di eseguire. Agire
è lo stesso
che produrre un
dato effe Ilo,
e nou un
altro, lui solo
di questi effe
Iti produr si
deve: gli altri
debbono essere scartati.
Escludere V arbitrario
» ecco l1
ufficio primario negatilo
di una buona
formola \ somministra
re il mezzo
efficace all’ intento proposto,
ecco l'ufficio suo
positivo. L 'arbitrario dev'essere
escluso, perché il
vero non è
che tiu solo,
e però ogni
altro concetto diverso
non è quello
che vogliamo ottenere,
ma che anzi
vogliamo sfuggire. La
moralità del vero
ha le sue
leggi certe, necessarie,
eterne* come la
moralità del L
utile ; e
però come vi
sono diritti e
doveri astemi per
le azioni, vi
sono pure diritti
e doveri interni
per li pensieri.
Prefinire i modi
certi 5 eoi
quali ( 1 )
di', rosa ;-.ìa
(jiictUj mezzo iprmiftp
io l'ho spiegato
él! fl-h
entro Li sfera
del consuèta debba
la meste immuri
procedere, ecco in
clic consiste l'ut
fimo immediato dhiuu
buona forni ola.
Coti ciò ad
untolo tratto si
esclude \ incompetente
v ì’ arbitrario ^
e aT ìndica Ì1
mezzo kimine confacente
all uopo, bacile
riesce rescindere \'incompetenle3 perché
si tratta di
un ufficio negativo.
Piu diffìcile riesce
di escludere V arbitrarlo^
perché importn di
scegliere Ira le
diverse maniere di
agire quella che
mèglio rnudnea allo
scopo proposto. Scegliere
uu modo qualunque
di agire importarli
preferirne uuo c
dì lasciare gli
altri. La preferenza
doverosa poi imporla
la necessità di
appigliarsi alcuna., e
di escluderò tutto le
altre, Ma per
preferire in questa
maniera couvlen conoscere
il meri Lo
della cosa Irascelta*
Ora in Matematica
chi ci condurrà
a questa cognizione?
o, per parlare
più in particolare^
ohi ci guiderà
a ritrovare le
forinole alga ritoclic*
escludenti ogni arbitrario
procedimento, e conducenti
più facilmente alle
valutaci oui ? À
questa questione fu
già risposto ned 92,
al quale mi
rimeUo. 112. Se l'algol
timo delle equazioni
sia puramente fortuito.
ì ernia dèa al positivo.
Il sig. \\
ronski pretende d'aver
trovato la for*
mola massima ultima
ed immutabile di
ogni a Igor
limo algebrico, c
pi'fitende che tutte
le formole si
risolvano nella sua.
Dall* altra porto
consta di lutto
esistere per le
equazioni „ almeno fino
al quarto grado,
oc raetodo di
soluzione, Malgrado ciò,
il slg* \\ ro
usiti sostiene che l
algoritmo delle equazioni
sia commesso al
caso, il motivo
di questa sua
scalena e ioudato
sul riflesso, che
^algoritmo delle equazioni
sia iudipeuikiilp da
ogni procedimento generale,
come resistenza di ogn
i caso
comparisce a noi
iu dipo udente
dall’esistenza dell’altro caso.
Oui v’è uno
scambio ih termini
ed una falsità
di iaLto. Prima,
scambio di termini,
pevch| IlflLJ s*
tratta dell esistenza
o della posizione
dei casi c
dei problemi, ma
bensì elidi, 'i maniera
colla quale si
possono sciogliere. Ciò
posto, qui h
scambia 1 oggetto
materiale dell1 algoritmo
coll7 oggetto logico del
medesimo. Inhuite possono
essere le suonalo
che si presentano
ad un perito
esecutore3 e queste
tutte iudipeudenti le uno dalle
altre: dirò io
duuq11® che sarà
puro caso elicgli
Le eseguisca a
dovere? Dico in
secondo luogo, che
la causale del
sig. Wrouski in
eh in de
una falsila di
fatto. (Quando a
taluno si presenta
uu problema 5,
uu quesito, un caso da
sciogliere^ elio cosa
si fa dal
proponente e che
cosa d.J rispondente?
fi proponente domanda
la soluzione, cioè
domanda di co11
ose ere una
cosa ch’egli non
vede. Che cosa
far deve il
risponde1» le* Prima.,
esaminar bene le
condizioni del quesito
; secondo* trovare
il mezzo termine
della risposta; terzo,
tessere finalmente in
via di risultato
la risposta sull’
oggetto domandato. Ecco
il processo logico
nella soluzione di
qualunque caso matematico
: qualunque nome
piaccia di dare
alle parti di
questo processo, la
sua sostanza è
quella cbe ora
con vocaboli più
comuni e più
noli generalmente ho
qui indicata. Posto
ciò, io domando
in che si
risolva la possibilità
della soluzione del
quesito, fuorché nella
possibilità di trovare
il mezzo termine
della risposta. Ora
questo mezzo termine
è racchiuso nelle
date condizioni, o no. Se
e racchiuso, la
soluzione è possibile;
in caso contrario,
impossibile. Ma il
sig.Wronski parla di
casi di soluzione
intrinsecamente possibile, e
pei quali appunto
egli dice aver
trovato le formole
eterne, benché in
pratica inapplicabili. Ristretta
la considerazione a
questi casi, io
domando se la
formola esposta teoricamente
da lui sia
almeno analoga al
procedimento effettivamente praticabile.
Se risponde di
sì, dunque altro
non resta che
vestire la foimola
generale colle circostanze
che i diversi
ordini di equazioni
esigono, e così
assoggettare le leggi
algoritmiche ad un
solo sistema concatenato,
unito, continuo. Se
poi mi risponde
che il procedimento
indicato dalla formola
universale non è
almeno analogo all
algoritmo delle equazioni
praticabili, allora soggiungo
francamente che il
suo algoritmo è
un vero castello
in aria. Aggiungo
di più, ch’egli
a torto gli
attribuisce il nome
di generale, perocché
non ha quella
virtù e quella
influenza che procacciar
gli può il
titolo di generale .
Il generale e
il particolare sono
termini correlativi. Qui
si parla d’algoritmo,
e però si
ha in mira la sua
virtù operativa, e
non la sua
forma materiale. La
mano d’una perfetta
statua di cera
è simile alla
mano di un
uomo vivente: si
dirà per questo
che la mano
della statua abbia
la virtù della
mano dell’uomo? Pare
che si possa
pronosticare esservi un
sistema concatenato algoritmico
anche pei differenti
ordini di equazione;
ma questo sistema
non potrà essere
stabilito giammai colle
viste, dirò così,
spolpate, e coi
semplici scheletri aritmetici
usitati fin qui;
e meno poi
colle considerazioni trascendentali ed
assolute del sig.Wronski.
Converrà migliorare e
completare il metodo,
e ristabilire sulle
sue basi naturali
la scienza; altutnenti
non si farà
che traviare sempre
più, o dar
di cozzo contro
uno scoglio insuperabile.
La boria di
sapere e di
poter tutto colle
cognizioni che si
posseggono, è un
insulto alla ragione
umana. Con questa
boria si lenta
di spegnere anche
la speranza di
migliorare, lacendo credere
impossibile di giungere
ad una meta
perché non fu
raggiunta traviando. Se
noi, per esempio,
dovessimo prestare una
cieca lede a
quanto dice il
Tom. I. 81
sig. \\ ronski,
noi dovremmo giungere
ad uua conclusione.
la quale nelI
atto che sarebbe
fatale alle Matematiche,
formerebbe uu pessimo
augurio per tutto
lo scibile umano.
Se l’algoritmo veramente
utile fosse abbandonato
al caso :
se nel ramo
il più semplice,
il più antico
e il più
uni'ersale dell umano
sapere fosse necessario
commettersi all’impero d’una
cieca fortuna: che
cosa sarebbe dell’arte
tutta di pensare
e d’insegnare? A
che giova rompersi
la testa in
teorie, direbbe taluno,
se quando veniamo
al fatto pratico
siamo costretti di
darci in braccio
alla fortuna? Allora
torna meglio gittarsi
a dirittura ad
occhi chiusi nel
pelago che ci
deve trascinare, invece
di stemprarci il
cervello onde acquistare
uua possanza illusoria.
A questa conchiusione
spinge il trascendentalismo sfrenato.
Fiat noxv egli
par dire al
genere umano: ma
coll’augurare la notte
perpetua ed universale
non pronuncia forse
un voto impotente? 113. Della
rappresentazione sensibile degli
oggetti e delle
funzioni algoritmiche. Le
buone lormole costituiscono
certamente il miglior
fruito della ìeoiica
delle arti. Ma
per trovare quelle
che sodo veramente
buone, per ben
esprimerle, per ben
ritenerle, e per
facilmente applicarle, che
cosa c ouv^en fare?
Eccoci alla seconda
disquisizione proposta al 108. Abbiamo detto
che nell’algoritmo concorrono
le quantità impostatecelogie ed
i movimenti. I
movimenti sono diretti
dalle logie ^
e le logie sono determinate
dall aspetto degli
oggetti contemplati. È
dunque prima di
lutto necessario che V
aspetto degli oggetti sia
atteggiato iu modo
da suscitare in
noi le logie
algoritmiche, e quindi
determinare i movimenti .
Atteggiare questo aspetto
appartiene alla buona
costruzione ed alla
buona posizione dell’oggetto
da esaminarsi. La
bontà d’uua costruzione
consiste nel presentare
gli elementi dai
quali sorger possano
i mezzi termini
lo0ici. Ma quali
saranno le buone
costruzioni algoritmiche almeno
pei 1 insegnamento
primitivo? Quelle dei
simbolic i quali
rappresentino sensi bli
elementi necessairi a
far sortire i
mezzi termini di
valutazione e la
maniera d’ impiegarli. Dico
anche la maniera
d' impiegarli, peiocchè non
si tratta solamente
di giovare alla
parte ostensiva, ma
eziandio di dirigere
la parte operativa.
In conseguenza di
ciò dico, che
le vere figure
algoritmiche debbono essere
costrutte ben diversamente
da quelle che
comunemente sono presentate
agli apprendenti; ed
invece si deve
ripigliare l’antichissimo co¬ stume
di costruire figure
complesse. L’importanza delle
figure complesse U Semita
aQche daI celehre
Leibnitz, il quale,
dopo avere annotato
che primo ii romper*'
il ghiaccio io
questa parte tu
Giovanni Keplero, nel
fjbro IL *3ol
suo il armonico
prosegue dicendo, che
con queste complicazioni
non solamente si
può arricchire la
Geometria *1 infiniti
nuovi Leon: mi, ma
eziandio die questa
è f unica
strada di penetrare
negli ai> cani
della natura. Il
primo motivo viene
da lui provalo
eoi far osservare
rìie con ogni
complicazione si forma
una nuova figura
composta. Studiando le
di lei propri
età 3 si
creano nuovi teoremi
e si danno
nuovo dimostrazioni* Quanto
poi al secondo
motivo, riguardante lo
studio della natura*
osserva che tutte
lo cose grandi
sono formate dalle
piccole, qualunque sia
il nome elio
dar vogliate a
queste cose piccole.
Chiamatele atomi, molecole^
elementi, ec.: sarà
sempre vero che
la legge apparente
della natura fisica
sarà sempre questa.
Qui LT autóre distingue
le figure in
rettilinee e in
eufvilmce ; e
facendo valore il
buon senso sperimentale
e naturale, non
lenta di confondere
i concetti umani
con finzioni sofìstiche,
ma rispetta le
essenze logiche delle
cose. Figura omnts
simplex (dio* egli),
md rectiìinm, ani
curvilinea est lìeciìlincae
omnes sym metri cae:
commuti e entm
omniuni principium tnangulm.
Ex ejus variti
complica don ìbus
con gru is
omnes figurac redi
line a e
eoeuntes^ idest non
hiantes, ordinine. Qui
Ledimi lz ci
auiumzia uu risultato
scientifica delle figure
rettilinee. Egli esprime
il principio filosofico,
che oirui figura
rottili uca sì può
risolvere finalmente nel
triangolo. Dopo ciò
prosegue: Veruni cuivilineamm,
ncque circuiti et in
ovalem eie., ncque
contea reduci poteste
ncque ad aliquid
communi Qual è
lo spirilo di
questa proposizione di
Leibnitz ? Che
le essenze logiche
delle cose essendo
immutabili, non si
possono tradurre le
nnc nello altre
nemmeno per equivalenza
Latte le volte
che il diverso
loro concetto sia
univoco. Questo ha
luogo anche fra
gli oggetti dello
stesso genere, come
appunto ha il
circolo e lelìsse,
Da questa proposizione
stessa emerge che
il principio formale
della figura è
la stessa figura,
come fu detto
nel principio di
questi Discorsi. Dopo
queste distinzioni Leibnitz
prosegue classi fica
u do le
costruzióni, distìnguendo quelle
di forma continua
da quelle di
forma discontinua, allorché
ci figuriamo vacui
inlermedu, eli* egli chiama
hiatus . Egli accenna le
zone, ossia le
liste estese. Egli
dice positivamente, che
linea Imene nonnisi
ejus de m
gèneris imponi poteste
verbi grati a
recta ree Ine;
cui vilinea ejus de
m generis et
sectionis, Parlando poi
della costruzione complessa
delle figure discontìnue,
ch’egli chiama tessiture*
concilili de. dicendo;
Satis est prima
line amenta du. visse
tractationis de texluris
hactenus fere n
egire ine. Queste furono
trascurale totalmente anche
dappoi. Io invito i
lettori a consultare
nell’originale tutta questa
Memoria, che versa
sull’arte combinatoria ('), e l’altra
sui complessi C2), e trarne
i principii fondamentali,
e svolgerli come
si deve. Malgrado
che il genio
di Leibiiitz fosse
come pianta agitala
dal vento dell’eslreme
generalità, e quindi piegasse
all’impeto, ciò non
ostante tornava a
rizzarsi, e non
fu mai strappata
dal suolo suo
naturale, e data
in balia del
vento che imperversava.
Questo è così
vero, che parlando
egli del suo
parto prediletto, pel
quale avea dovuto
sostenere la lotta
coi partigiani di
Newton, io voglio
dire del calcolo
infinitesimale, egli non
Ira potuto tradire
le inspirazioni del
buon senso, come
far sogliono que’ compositori di
caratteri algebraici, i
quali stanno al
senso materiale delle
cose. In Leibnitz
la coscienza del
vero non fu
soffocata dall’amor di
padre. La voce
del filosofo si unì a
quella del matematico
per pronunciare la
decisione ultima del
suo genio. Con
questa decisione fece
trionfare la filosofia
a dispetto delìmposluia.
Quantunque io creda
che la lettura
di questa decisione
non sia per
correggere quella plebe
che vuole agire
senza coscienza logica,
ciò non ostante
io la riprodurrò
a luogo opportuno,
quale preservativo degli
altri che non
amano di essere
zimbello delle illusioni. 114. Delle
diverse costruzioni sensibili
algoritmiche. La costruzione
complessa delle figure
è destinata a
concretare e ad
agevolare tanto lo
studio delia parte
teorica, quanto le
funzioni della parte
\ ìatica delle
Matematiche. Ecco lo
scopo di questa
costruzione. Essa, come bià detto,
dev essere atteggiata
in modo da
far sorgere le
logie, e quin11
a^oritmi* Ecco ^
forma eli ragione
di questa costruzione.
Ma eoa questa
pioposizione non s’indicano
che le condizioni
fincdi della costruzione,
e non la
forma positiva e
sensibile dei simboli
e dei mocelli.
Oia si domanda
come questa forma
debba essere disegnala.
Cercare come dev’essere
conformata una figura
onde riuscire algoritmica
presuppone una scelta
fatta fra mille
altre che l’imaginazione può
creare. Quale dunque
sarà il criterio
di questa scelta?
Questa domanda involge
due requisiti in
colui che deve
farla. Il primo,
ch’egli conosca ]
ttamcnle gli ufficii
ai quali servir
deve la figura;
il secondo, eh
egli 1 trascelga
quei tratti che
sono idonei a
prestare questi ufficii.
Servire al calcolo,
ecco l’ufficio generale
ed ultimo della
figura algoritmica e
della sua costruzione.
Ma tre specie
di calcolo esister
debbono nell’orbe mate(0
Questa trovasi nel
Tomo II. Parte
I. [*ag. 34o in
avanti. (2) E questa
si trova nel
principio del To¬ mo
malico. 11 primo
è lo sperimentale,
che denominammo anche
iniziative); il secondo
è il logistico,
che denominammo anche
derivativo ; il terzo
finalmente è il
sinottico, che appellammo
anche di unificazione.
In queste tre
specie di calcolo
l’ oggetto materiale è
sempre lo stesso:
ma noi lavorar
dobbiamo su di
lui in diversa
maniera. Così, per
esempio, nel calcolo
sperimentale si tratta
di scoprire i
fatti dei numeri
matematici; nel logistico
di determinare le
leggi comuni; nel
sinottico finalmente di
riunire i due
algoritmi, e ritornare
con coscienza filosofica
sullo stesso oggetto.
Si piglierebbe un
grande abbaglio se
si confondessero questi
tre aspetti del
calcolo colle specie
ora conosciute e
praticate. Esse intervengono
e intervenir possono
bensì come sussidii,
ma non costituire
i veri caratteri
specifici di questi
aspetti. Ciò verrà
spiegato meglio nel
Discorso in cui
esporrò i tratti
principali del metodo
primitivo proposto. Proseguiamo.
Le tre forme
di calcolo suddette
esigono viste diverse:
dunque per ogni
specie di calcolo
si dovrà scegliere
una costruzione corrispondente. Siccome
però in tutte
tre le specie
è mestieri sempremai
presentare i mezzi
termini logici, così
ogni figura dovrà
racchiudere la costruzione
valevole a somministrare
questo mezzo termine.
Havvi dunque una
costruzione dominante per
tutte tre le
parti del calcolo
teorico, ed havveue
una propria e
subalterna adattata ad
ogni specie di
calcolo. La costruzione
dominante deve racchiudere
gli elementi dell’identità
e della diversità,
dell’ uguaglianza e
della disuguaglianza, del
discreto e del
continuo, del diviso
e dell’ unito, dell’ assoluto e
del comparato, come
condizioni essenziali ai
mezzi termini logici.
La costruzione subalterna
poi deve racchiudere
le particolarità che
dipendono e si
rannodano col mezzo
termine comune . Qui,
per non divagare
in discorsi generali,
dovrei parlare delle
forme relative al
calcolo sperimentale o
iniziativo; ma questo
è argomento proprio
del Discorso nel
quale ho divisato
di esporre i
tratti principali del
metodo suddetto. Ora
mi resta a
parlare di un’altra
costruzione, e questa
ò quella dei
modelli delle funzioni.
Altra è la
costruzione delle varie
forme della quantità
estesa, ed altra
è la costruzione
dei modelli delle
funzioni. Le prime
dir si potrebbero
modelli di proposta
; i secondi
modelli di sviluppo.
Coi modelli di
proposta si cercano
e si determinano
i valori fondamentali
dei composti geometrici;
coi modelli di
sviluppo si ripartiscono,
si riducono, si
amplificano, si associano,
ec. ec. Coi
risultati emergenti dall’esame
della proposta si
passa a costruire
le funzioni. I
modelli di proposta
si possono dunque
appellare antecedenti ; quelli
di lunzione dir
si possono conseguenti .
I primi si
possono ralfigurare come
. poi te
d ingresso, i
secondi come altrettante
guide conducenti ad
esplodale i seni
reconditi dei composti
algoritmici. L'arte di
costruire questi modelli si
potrebbe denominare simbolica
matematica. 115.
Utilità dei modelli.
Mi si domanderà
se con modelli
sensibili e perpetui
si possano convenevolmente rappresentare
le funzioni principali
algoritmiche. Il fallo
risponderà meglio delle
parole. Con questo
fatto si vedrà
che almeno nell
inseguamento primitivo si
presta una tale
stabilità, una tale
facilità od una
tale evidenza alle
operazioni algoritmiche, che
non solamente non
si possono dimenticar
più, ma aprono
una strada a
scoperte importantissime. Nò
qui temer si
potrebbe di privare
la Matematica di
quella semplicità e
generalità che la
rende o almeno
render la dovrebbe
pregevole, imperocché non
si eccede la
sfera delle figure
geometriche. Ciò mette
al coperto il
punto della semplicità.
Nihil (diceva Leibnitz)
in reus corporeis
figura prius, simplicius
et a materia
abstractius cogitando consegui
licei (*). .
L b01 a
*a generalità, osservo
cb'essa in ultima
analisi è una
iteutita applicata a
tutti gli oggetti
di uu dato
genere. Ora le
figure gelimeli jc
e algoritmiche non
sono, specialmente nel
primo insegnamento, a.
stessa figura assoggettata
a diversi valori
a norma delle
divervi si o
u i e
pioporzioni congegnale. Dunque
rilevali una volta
iu una uzione
i caialteried i
rapporti che esistono
indipendentemente dai va
on particolari, non
si può temere
che i risultati
manchino di quella
generalità che giustamente
desiderar si può
nelle Matematiche. Soggiunb
l 01j che
il cogliere precisamente
queste generalità appartiene
al secondo stadio
dell’ insegnamento. E però
quando anche nel
primo nou si
tassei o fuorché
i particolari, colla
semplice coscienza della
Joroparavi(dJbe fatto assaissimo
perii vero e
solido frullo della
scieuisti li lo
di generalizzare iu
Matematica dev'essere frenato
per il moche
in I sicologia
dev'essere risvegliata l’analisi
dell'uomo inQeriie la
coscienza matematica vale
assai più che
far correre a
mente per le
oasi dei teoremi
e per le
giostre dei problemi. 116.
Necessità assoluta ed
universale dei modelli
proposti. 1 utt°
considerato, io ardisco
affermare che senza
la pratica di
que1710 C 1
a " alemallca
tutta non acquisterà
mai e poi
mai quel corpo,
(•) Epistola quarta
ad Thomasium. Orcra
omnia, queir anima
e quella vita
che deve avere,
e che presso
di noi oggidì
non ha. A
questa proposizione alzeranno
forse altissimo grido
di scandalo tutti
quegli uomini volgari,
i quali, abituali
ad una cieca
pratica, si appoggiano
all’idolo dell’esempio. Ma
se fossero suscettibili
d’un poco di
buona filosofia, si
accorgerebbero che io
non ho bestemmiato,
ma che tendo
a promovere il
vero studio delle
Matematiche. Se col
generalizzare le idee
non si debbono
mutilare, con pari
ragione le idee
competenti non si
dovranno presentare in
nube e in
una maniera così
fugace da sfuggire
ad un’analisi ponderata.
Senza idee distinte,
stabili e lucide
c impossibile cogliere
tutto il vero.
Dove la memoria
non ci può
presentare uno specchio
fermo, fedele e
luminoso, supplir si
deve altrimenti. La
prima rappresentazione dell’oggetto
decide di tutti
i concetti e
di tutti ;
risultati conseguenti. Ricordiamoci
che nell’arte convien
vedere per operare,
e convien veder
bene per operar
bene. Ma credete
voi di veder
bene a proporzione
che vedete più
in generale e
col soccorso della
sola fantasia, o non piuttosto
a proporzione che
acquistate una maggiore
facoltà ad’ operare
utilmente? Perchè insegnate
voi la Matematica?
Forse per addestrare
i vostri allievi
a fabbricare castelli
in aria e
ad eseguire giuochi
di forza, o
non piuttosto per
somministrare loro un
mezzo d’indovinar meglio
la natura e
di esercitare arti
utili? E quand’anche
far voleste delle
Matematiche oggetto di
mera speculazione, non
è forse vero
che voi dovreste
proporvi di cogliere
il pieno fatto
ed il pieno
vero ? Ora questo
pieno fallo e
questo pieno vero
non si coglie
a proporzione che
si fanno sfumare
le differenze individuali,
o che si
ravvolgono nello nuvole
del fantastico; ma
bensì a proporzione
che si afferrano
quei rapporti distinti
e complessivi,! quali
ci danno in
mano le redini
dell’umano sapere. Senza
di ciò voi
imitereste il cane
della favola, il
quale per cogliere
la carne da
lui veduta nello
specchio dell’acqua perdette
anche quella ch’egli
teneva in realtà.
La quantità estesa
limitata, e variamente
determinata, forma o
no la materia
prima ed unica
della Matematica pura?
Qui non v’è
dubbio. Ecco dunque
il campo, entro
il quale dobbiamo
aggirarci. Di che
si vale la mente nostra
per esplorare questo
campo? Leggete, svolgete,
meditate : e
troverete eh’ essa
si vale del
solo senso aritmetico,
il quale altro
non è che
la facoltà nostra di
distinguere, cui in
Matematica applichiamo alla
quantità estesa. Ora
vi domando: col
nulla di esistenza
si può forse
ragionare in Aritmetica?
Voi mi rispondete
di no. Come
in Aritmetica non
si può ragionare
col nulla di
esistenza, così pure
in Geometria non
si può ragionare
col nulla di
estensione. Questo è
aucor poco. Siccome
il giudizio 'Mi’ esistenza suppone
il fatto Jeìb
cosa esistente, c
la distinzione di
più esistenze inchiude
se u zia
Im ente i ì fatto
di piu cose
esistenti^ cosi né
viene la conseguenza,
eJltJ ^ ^ea
delPgj/ejp limi fato
precede, coesiste, ed
é accoppiata colle
lofie di distinzione
: così clic
lobi I concetti
assoluti dei fatti
esteri, ee&sa* uo
i conce Iti
relativi, ossia le
logie che ne
furono provocate. Spingiamo
le considerazioni alla
massima possibile generalità.
$oi esprimiamo tanto
l’esistenza dei fatti,
quanto resistenza delle
logie; wSl U01
esprimiamo tanto una
serie di l[l^'
f'g t1rati? (fi,jiic.jtìiì guantoni,
di jjncfiO fjt murai.»
qìigoWc di i|uesie
braccia!' successive varietà
ed alle successive
differenze si associno
le viste della
perpetua concorrenza logica,
conforme alla generazione
naturale delle quantità
e dei rapporti
della data operazione
proposta. Ora parlando
della quantità estesa,
vi domando se
colle sole cifre
sia possibile rappresentare
alla mente i varii stati
o isolali o
complessivi, o fissi
o varianti, o
primitivi o secondarii,
o progressivi o
regressivi, o dominanti
o dipendenti, necessarii
alla loro valutazione.
Non solamente coll’ usare
delle sole cifre
è impossibile di
far tutto questo:
ma, restringendosi ad
esse, si nasconde
positivamente il punto
di allusione, e
quindi la relazione
logica fondamentale cbe
predominar deve sulla
vostra operazione. Sollevate,
se potete, lo
sguardo all’ultima considerazione fondamentale
della possanza algoritmica.
Dopo averla ben
raffigurala vi prego
di fermar V
attenzione sul mezzo
termine, del quale
facciam uso per
valutare la quantità
estesa. Questo mezzo
termine, come fio
già avvertilo al 84,
ha tre forme;
cioè quelle del
più) del meno e del
Vegliale. Queste tre
forme sono sempre
accoppiate: ma ora
predomina la vista
dell’ una, ora quella
dell’altra. Cosi, per
esempio, nei quadrati
perfetti aritmetici e
geometrici quantunque si
paragonino grandezze disuguali,
ciò nonostante predomina
la ragione dell’eguaglianza (ved. 88).
Le forme dei
pih e del
menov delle quali
parliamo qui, non
appartengono allo stato
materiale delle grandezze,
ma alla ragion
logica nascosta, cbe
ne forma, dirò
così, il carattere
morale . Questo pih e questo
meno poi non
si desume da
una vaga possibilità,
ma bensì dall’essere
una data grandezza al
di sopra o
al di sotto
dello stato di
perfetto quadrato aritmetico
e geometrico. Questo
stato si verifica
in tutte quelle
grandezze alle quali
gli algebristi attribuiscono
le così dette
radici sorde. Supponiamo
per ipotesi cbe,
rispetto a queste
grandezze, si ritrovi
e si giunga
a quella equazione
logica, la quale
è richiesta dalla
vera natura e
dagli essenziali rapporti
della continuila. In
questo caso i
mezzi termini per
valutare queste grandezze
racchiuderanno certe condizioni;
ma la ragione
dell’eguaglianza presterà la
sua sanzione al
calcolo. Ma colle
sole cifre aritmetiche,
e meno poi
colle algebriche, non
si potrà mai
salire alla prima
generazione dell’ algoritmo. L’Àlgebra
non solamente suppone
questa generazione, ma
incomincia ad esercitare
la sua possanza
solamente dopo che
nacque, dirò così,
la parola matematica,e
senza poter mostrare
come nacque ed
originariamente si sviluppò.
All’opposto colla Geometria
di valutazione, prefiuila
nella sua tendenza,
obbligata nel suo
maneggio, ed omogenea
nelle sue conclusioni, 4288
DELLinsegnamento delle matematiche.
quale appunto fu
caratterizzata nel 92,
questa parola si
palesa in una
maniera lucidissima. Così
dove incomincia la
possanza algebrica si
potrà far finire
il primo sviluppo
della Geometria di
valutazione. Venendo ora
al metodo naturale
matematico, quale sarà
la conseguenza di
questa quanto facile,
altrettanto luminosa impresa?
Che restringersi alla
sola indicazione delle
cifre egli è
un voler navigare
senza bussola, e
senza la carta
avanti gli occhi.
Si potrà giungere
a qualche fine,
perchè si sente
all’ingrosso la tendenza
algoritmica; ma è
forse questo il
lucido e compiuto
processo delle Matematiche?
Vi sono stati
uomini zotici che
hanno sorpreso il
mondo per la
loro possanza nel
fare conti a
memoria. Ma che
perciò? La vera
Matematica è forse
ristretta alla volgare
Aritmetica? Collo studio
di queste cifre
mi potrete heusì segnare
alcune grandi e
comuni logie puramente
aritmetiche; ma non
mi indicherete mai
le connessioni e
le relazioni di
fatto, le quali
sorgono dallo stato
complessivo delle proporzioni
delle grandezze estese
coesistenti ed associate.
Ma, se mancano
queste connessioni, voi
non mi potrete
coudurre giammai a
cogliere il vero
mezzo termine delle
valutazioni subalterne. Io
potrei convalidare la
mia sentenza anche
coll’esame dello spirito
dei diversi metodi
oggidì u si
tali. Come verrebbe
posta in chiaro
la loro incompetenza,
cosi verrebbe dimostrata
la loro correzione.
Ma ciò mi
spingerebbe fuori dei
limiti che mi
sono proposto. Attenendomi
invece all oggetto
proprio di questo
Discorso, credo di
poter conchiudere colla
seguente TESI Lo
studio e 1
insegnamento specialmente primitivo
delle Matematiche dev
essere fatto simbolicamente, nel
senso sopra spiegato:
I. Atteso 1
oggetto veramente logico
delle Matematiche. IL
Atteso i bisogni
della ragione, e
la tendenza naturale
ed iuyiucibile del
nostro intimo senso.
IH. Atteso lo
scopo morale e
sociale delle Matematiche.
IV. Atteso finalmente
l’imperiosa necessità di
adattarsi allo stalo
mentale degli apprendenti.
Lettre a
Dagincourt sur les monades
et le calcul
infinitésimal. II. 1 our
ce qui est
du calcul des
infinite simale s,
je ne suìs
pas loutà fiait coment
des expressions de
monsieur Herman dans
sa réponse à
monsieur Nieuwentyt, ni
des nos autres
amis. Et monsieur
JSaudé a raison
dy finire des
opposilions. Quand ils
dìsputerent en France
avec Vabbé Gallois,
le Pere Gouge
et A autres, je
leur lémoignai, que
je ne croyois
point quily • eut
des grandeurs véritablement
infinies ni véritablement
infin itésima l es; que ce
nétoient que des
fictions, mais des
fictions utiles pour
abréger et pour
parlei' universellement, commes
les racines ima ginaires
dans V Algebre,
telles que ^ ( 1 );
quii fiaut concevoir,
par exemple, l.e
le diamètre A un
petit élément di! un
graia de sable,
2. c le diamètre
du graia de
sable méme, 3.e
celai du globe
de la terre,
4.e la dislance
d’une fiixe de
nous, 5.c la
grandeur de tout
le sy sterne des
fiixes cornine 1.e
une dififièrentielle du
second dégré, 2.c
une dijfièrentielle du
premier dégré, 3. e
une l’igne ordinarne
assignable, 4 .cune ligne
ìnfime, 5.e une
ligne infiniment infiinie.
Et plus on
fiaisait la proportion
ou V intervalle grand
entre ces dégras,
plus on approchoit
de V exaclilude, et
plus on pouvoit
rendre Verreur petite,
et méme la
retrancher tout d’un
coup par la
fiction d'un intervalle
infimi, qui pouvoit
toujours otre réalisée
a la facon
de démontrer d! Archimede.
Mais comme monsieur
de V Hópital croyait
que par là
je irahisois la
caus e, ils me
prièrent de n
en rien dire
outre ce que
j'en avois dit
dans un endroit
des Acles de
Leipsic, et il me fiat
aisé de défiérer
à leur prióre,
III. Pour venir
enfia à -JL-,
ou zero divise
par V infini, et
choses semblables, je
dis que cela
aussi ne peut
avoir lieu que
dans une interprctalion commode,
en prenant zero
pour un nombre
Aune grande pelilesse,
et Vinfini pour
un nombre très
grand . Or plus
vous diminuerez le
numérateur, et plus
vous augmenterez a
proportion le denominateli}' de
la fir action, plus
vous approcherez du
zèro - et . I 00 -,
ce qui va
vers = 0, T :
oo i ou — •
= 0, ou
rc rc =
0, de sorte
que le carré
de V infimi, mulliplié
par le zèro,
donneroit l’unité. Mais
on peut dire
que cela y
va, et non
pas quii y
arrive ; car à
la rigueur nihilum,
qui est V extrémitè
des nombres en
diminuanl, devroit aitisi
dire divise par
omnia, qui est V
extrémitè des nombres
en augmentant. Mais
/'omnia pris cornine
numerus maximus est
une chose contradictoire comme
numerus minimus. Les
deux extrémités nihii
et omnia sont
hors des nombres,
extremitates exclusae non
inclusae. IV. Il
est aisé de
tomber dans des
paralogisìnes quand on ne reclifie
pas ces choses
par les idées
que je viens
de donner. Un
habile matliématicien de
Pi J2!Ì0 .
^ 0^/V/rj G'rajijf/i,
àpiMl ioutemi f/f
om ^Var ^
jj ensemble foisoienl
mie grtmdeur assignable,
ùi aitisi par
tuie elégànte tillégo*
ti*, il illa
strali In production
des crea Lurex
du rieri par
le more ri
de l’ htjhii d
fon fieni Alessandro
3f archetti, nutre fiatile
ntathémnibien de Pise,
ffiàppo'"'J disunì tjit
tuie infinite de
rum s ne
seroi f j
a me is
mitre chose que
rièri* Ei pr$utìnt
h s ien
a la rtgueur,
il avoit raison.
Cepe fidata le Pére.
Grandi prouvoit sa
pi oposiuon pm
fa divisimi. /
vu$ save*, monshur,
qifien divisa rii ~
- on l:i>Cu i
X ^ I
* (i>ca fivKrt" (fi
eie. à V infui
L Doni a fi tuta
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tundra — 1
* 2 1 IX I 1X1 1 età. d rinfittii
ce qui filtra
0X0 Xi)X!JXO eie*
On nfia consulte
la dessus, et
vinci camme je
cróis (Vavoir tifi
thtfirv l cntgme.
Il ne fata
paini dire qi
fi ime infinite
de rie tu
pris à la rigum fusseia
queh] uè chose
‘ nessi rette
sfi rie ne
le dii paini,
quoique elle paramele
due. ] our
la bien entendre
il funi la
resoudre en sfirifis
fi nics dpprocharues é f infinte.
SoU dono la
serie 1 lX ! 1
eie* jinìe, alors
si vous prenez
tir, n umbre
impair, par eoe
empio 1 anités
ì lxl 1
X 3 IX !>
h tò«f fitit
1. Or lors
tjftiè cela ce
termine dans l' infìtte
m il ni
a ni pnir,
ni impaip il
finn prenda e
le milieu arithmfitique
etnee 1 et
0> qui est -1
. €ar
dans lesestiwmmbigueSj quand
il }li a pas plus
de raison pùur
Puh que pour
f a atro,
il futi prandi
e le milieu
uriihmétique. Par exemple
entro 1 et
m il finii
prandio j cut ',, oxt, i u
diro — ■ cesi
udire - ■ *
a V-J ai
tacile de m
aepliquer, et fio
spère d’avoir ré
assi passabletnerUÌiltL■g/ud dune
persona e de
voi re p
énfi trai ioti
■ mais qua
ut tinse dijf culle
s tpn pira
vent resicr dans
ime ma dò
re (lussi difficile
t que collo
doni il s
tigli j fio taciturni
*fir satlsfaire, oi
ce sera le
moren d fida
ire ir la
vérde* Ju reste
je svisele. Nanii, le
11 Sep sembro 1716.
7 omo III.
pag 500 eseg.
129 1 DISCORSO V. Tratti principali
del metodo da
me proposto. 118.
Oggetto di questo
Discorso. Come nel regime
civile per formare
buoni cittadini e
buoni magistrati si considerano
gli uomini quali
sono, e le
leggi quali debbono
essere; così nel
regime scientifico per
formare buoni allievi
e buoni maestri
si considerano gli
studiosi quali sono9
e i melodi
quali debbono essere.
La bontà di
un metodo, come
la bontà di
una legge, viene
desunta dalla bontà
del suo line
accoppiala alla convenienza
dei mezzi ch’ella
pone in opera.
Ogni buon metodo
adunque ed ogni
buona legge formano
per sè stessi
un ordine attivo
di cose cospiranti
ad un dato
line. Quest’ordine viene
in prima configurato
in forza delle
necessità costanti e
transitorie della natura,
in mira al
fine proposto; e
poscia viene da
noi accomodato alla
possibilità dell’esecuzione. L’esame
adunque dell 'ordine
finale antecedente e
ùeWordine pratico conseguente
deve somministrare per
risultalo necessario il
buon metodo che
ricerchiamo. Ecco il
motivo e Io
spirito eminente di
lutto quello che
abbiamo discorso fin
qui. L’ordine delle
materie, l’andamento dei
pensieri, il tenore
dei principi!, la
possanza dei risultati
altro non furono
che applicazioni di
questa formola filosofica
alle discipline matematiche.
Abbiamo distinto un
ordine finale antecedente
da un ordine
pratico conseguente. Ora
parlando del mondo
scientifico mi si
domanderà in che
consister possa c\ues\l
ordì ne finale
antecedente. Esso consiste
nel complesso dei
mezzi necessairi per
giungere alla cognizione
di un dato
geuere di verità.
Questi mezzi altro
realmente non sono
che le operazioni
ipoteticamente necessarie della
nostra mente e
della nostra mano,
onde conseguire l’intento
di conoscere la
verità (0. Essi
dunque formano altrettanti
doveri logici dell’uomo.
Considerati come norme
per agire, essi
sono vere leggi
di ragione scientifica.
Dico leggi di
ragione per di («)
Dico anche della
mano j perocché incaniche,
ec. ec., è
sempre mestieri che
la ma cominciando dalle
costruzioni geometriche, no
venga in soccorso,
dirò così, dell’ occhio,
passando per gli
esperimenti fisici, e
venendo ossia della
melile finalmente alle
prove p. e.
chimiche, alle mec
I. klingiiedc sì
dalTordiuc necessario Rifatto
della uaUira, e
si dalle leggi
Ri [mi 'o fatto
umano seguilo o
per un casuale
impulso, o per
pura imitazione* o
per deferenza sola
all* altrui autorità* Ma
donde ricavar possiamo
In cognizione di
quest' ordine? Offiatccurata c
chiara cognizione dello
stato sì assoluto
elio relativo de^li
oggetti. combinata colEadcquata
cognizione delle leggi
della nustra inielttgenza.
Imperocché (siami permesso
di ripeterlo) la
eogubdom; vera ddln
cose non dipende
dal nostro arbitrio,
come non dipendono
dalla nostra potenza
le forze che
facciamo operare* Le
cognizioni sono determinale
dai rapporti reali
e necessari! che
passano fra la
nostra io tei
licenza ei genuini
concètti delle cose.
Dunque è manifesto
che la cognizione
dd* l'ordine teoretico
se te 1 1
tifico, e quindi
del buon metodo
essenziale, dev essere tratta
dalla suddetta considerazione combinata*
Lcco il motivo
(Iella prima ispezione
proposta nella Introduzione
a questi Discorsi
In ossa m
traila di sapere
che cosa esiga
da noi T
Indole propria della
materia ila insegnarsi,
per ottenerne la
piu facile, la
più breve e
la più proficua
cognizione del vero,
i tre primi
Discorsi furono consacrati
a questa ricerca,
II quarto poi
fu rivolto a
soddisfare alla seconda
ispezione cnacern ente lo
scopo morale e
sociale, al quale
dev'essere destinato I
itisegnàmenLo delle Matematiche,
L qui furono
di proposito considerate
le leggi necessarie
di jatlo e
di ragione della
mente umana, sia
in se stessa^
aia per rispetto
alle Matematiche, sempre
colla mira di
ottenete lo sc0P°
quale sono o
debbono essere destinate.
Ma, considerando la
tetìdeaza di questi
quattro Discorsi, noi
cl av vergiamo
che tutti insieme
riga andino Il
soia fine logico^
morale e sodi
de de Ih
insegnamento suddetto, e
prò sono puramente
finali e antecedenti.
Resta dunque a
parlare della parie
conseguente d eli1 istr azione:
tocche abbraccia ì
mezzi convenevoli pei
avere buoni maestri
e buoni allievi.
Certamente col formare
buoni allievi si
preparano anche i
buom maestri :
ma siccome Fra
pochi buoni allievi
ne sorgono molti
cattivi » cosi,
posti anche i
buoni metodi, si
possono fare pessime
elezione Ad evitare
le cattive scelte
conviene avere un
criterio si pei’
disltti gnerc anticipatamente i
buoni dai cattivi
precettori, e sì
per assiemala di
non esserci ingannati
nella scelta da
noi fatta. Prima
della scelta^ db
possiamo far valere
che mere presunzioni;
ma dopo la
scelta possiamo accertarci
cogli sperimenti. Per
far tutto questo
è necessario di
conoscere pienamente tanto
il vero metodo
essenziale, quanto la
maniera di comunicarlo
agli appreu( demi.
Come si. distingue
il magistero di
un'arte dal suo
tirocinio^ si distingue
la massima dell’
insegnamento dalla maniera
dell’ insegnamento. La massima
riguarda propriamente il
metodo dimostrato, considerato
in sè stesso:
la maniera, per
lo contrario, riguarda
gli artificii coi
quali si fa
apprendere ed esercitare
il metodo medesimo.
Ho già avvertito
che quest’artificio è
perfetto quando, compatibilmente alla
natura delle cose
e degli uomini,
egli riesce il
più breve, il
più facile e
il più proficuo
possibile. Quando il
buon metodo è
scoperto, altro più
non rimane cbe
di tradurlo alla
capacità degli apprendenti;
ma quando o
non fu scoperto,
o fu perduto,
cbe cosa rimane
a fare? Ognuno
mi risponde cbe
in questo caso
conviene prima scoprirlo:
poi dimostrarne la
verità, l’efficacia, la
fecondità, la facilità;
e, per dirlo
in breve, conviene
dimostrare cbe il
magistero, o inventato
o dissotterrato dalle
ruine del tempo,
racchiuda tutti quei
caratteri e quei
pregi cbe sono
inseparabili dalle opere
umane modellate secondo
tutte le istanze
della natura. Se
mancano queste condizioni,
o qualcuna di
esse, allora sorge
una forte presunzione
cbe il metodo
sia imperfetto. E
quando il metodo
è imperfetto, conviene
necessariamente sospettare cbe
sia stata trascurata
qualche condizione richiesta
dalla natura degli
oggetti, e dai
rapporti loro reali
e necessairi colla
intelligenza umana. Se
i metodi perfetti
si contraddistinguono dagli
imperfetti per la
loro possanza, essi
riuniscono eziandio il
pregio d’un’esimia facilità.
Questa facilità è
come una leva
congegnala in modo
cbe può essere
agevolmente maneggiata con
mezzi ovvii cbe
sono a disposizione
di tutti. Le
cose più facili
sono appunto quelle
cbe più naturalmente
si connettono colle
cose più perfette ;
e la facilità
di apprendere le
cose perfette deve
formare l’ultimo voto
di un ordinatore
di studii. Fare
cbe il calcolo
più sublime matematico
sia accomodato ai
non matematici, ecco
il supremo termine
di perfezione di
questa disciplina. Pie rumque
(diceva Leibnitz) facilia
negligimus, et multa
quae clara videntur
assumimus (cioè le
pigliamo ed usiamo
senza esame). Quod
quamdiu faciemus, numquam
ad illud quod
mihi videtur in
rebus intellectualibus summum
perveniemus ; nec genus
calculi etiam non
mathematicis accommodatum obtinebimus
0). Ora passando
allo stato odierno
di jatlo dell’insegnamento primitivo,
cbe cosa presumere
possiamo circa la
perfezione dei metodi?
Considerando le cose
già notate negli
antecedenti Discorsi; considerando
la difficoltà, la
secchezza e l’astrazione
cbe ributta ogni
spirito generoso; (i)
Epìstola Leibnitz ad
Oldenburgiurn ISewtono communicanda.
Opera omnia . Tom.
HI. pag. 54.
Tom. I. 82 1
2jM. considerando il recente
toivol girti culo (fatto
per pigrizia ) di
insega re 3 "Algebra prima
die la elementare
Geometria sia esaurita 5
e special, mente
prima die la
Leoria si speciale
clic generale delle
ragioni e delle
proporzioni sia Leu
conosciuta c simboleggialaconsiderando che k de*
finizioni delle Idee
tuono ovvie e
meno famigliar! vengono
espresse molto imperio
LLaraen le, e
sempre senza genesi
logiche^ o almeno
ssflza una spiegazione
particolare dei loro
termini, illustrate con
esempi! ||eidi; considerando
V liso di
presentare brani staccali
soLLo l'orma di
problemi c teoremi,
invece d1 un
corpo unito e
dedotto; considerando f
abuso di imbarcarsi
senza biscoLLo nell'oceano
ddla dottrina, e l’
impazienza ] tiene®
Ics vcrités gbisniétnqnes. Non seulcmcuL elle
accou Lume Ics elu-,j
dìans 3 uno
grande rigueur dans
le raìsoDuemeol. ce qui est
un avan-,> lago
prócitmx; mais elle
leur offre en
méme lemps uu
geo re d’exer»
esce qui a
son cara etere
pa r tieni
lev, dì fiere uL de
celui de Faualyse,
et >} qui,
daus des reclmrebes
matbematiques imporlanlcs, pcut
aider puls„ sarament
à trouver les
Solutions Ics. plus
simples et les
plus elegante^. »
Ua poco dopo
soggiunge quanto segue:
u Les àncious
qui ue connois»
soienE pas F Àlgebre,
y suppléoìeut par
le raisoimcmenl et
par Fusagc des
proportìous, qu’ils mauioìeut
avec beaucoup de
dextérite* Poni* no us,
qui avo ufi
cet mstrumeut de
plus qu’eux 5
nous aurions lori
de » iFcu
pas l'aire usage,
s'ìl eu peni
resulter uno plus
grande farilitéO). n A
quest’ ultimo tratto
ohe cosa vi
dice una sana
filosofìa ;J Essa
vi dice ebe
qui il signor
Legendre col rimanente
de* suoi contemporanei
pretendono che per
conoscere la generazione
algoritmica delle proporzioni
è meglio far
uso dei risultati
generici di questa
generazione, di quello
che mostrare i
dati primitivi di
fatto dai quali
naturalmente deriva. Più
ancora: che per
Scoprire i risultiti
particolari 5 ed 1
fenomeni d istinti ebe
ne nascono in
conseguenza, è meglio
valersi degli effetti
generali e indistinti
5 di quello
che seguire F
andamento e le
combinazioni delle cause
distinte e competenti*
Dubitate forse voi
che questo senso
sia giusto? Compiacetevi
di esanimare non
il meccanismo algebrico,
ma l' ìndoli: propria
dei concetti adoperali
in Algebra: e
poi decidete se
io abbia ramane
o torlo. A
fine di porre
iu evidenza il
vostro giudizio, ditemi
che cosa sia
propriamente TAIgebra. A
questa domanda risponda
per ine il
Leìbuitz. Qaantilatem interdum
quasi extiijinsece re
Elio ne seti
rei tiene ad
aliati in smisi
unni {nempe quando
munerus partium co gnitus
ilòti est) expo
ni. Et haec
origo est tngeniosae.
annuite a è.
spe(i) El*! meritò tic
Gifauivtric* XWI$, chez
I*’ ir min J)kEuì.
i8o, deli/ insegnamento delle matematiche. non dosa e,
qua ni excoluU
in primis Cartesius^
poste a in
praecepta colle» getti Fnmciscus
Scuttcnìus et Erastnus
Bartholinus hi e
edemmth Mg» theseos
universalìs^ ut vocaL
Est igltur aualysis
dùchina tic rat
log [Luì et
proportiouibus^ seti CìU
arili tute non
exposita, Arilhnìètìcd de
qu;mtilate e.\posila3 seti
e li me
vis ([). Il
Paoli dice che
FAlgebra Ita per
fì£getto di considerare
i numeri elio
rappreseti Li do
la quaulil+ serza
arcr riguardo alle
diverse specie di
quantità cifrasi rappreseci. ano (fl). k Lea ^
nombres ■[dice il
W ronski) 3
cotti tue ioni
les olqets inkdlecluels,
peu« vedi étre
considercs en generai
et en particuliei
; c'est-A-dire qfl'oti
| » peni,
consulti ver sepa
romeni les loìs
des nombres et.
Ics Jaits des
□ e ni»
bres. Par ex
empie 3 +
4 = 7
est un lait
des u ombrosa
et la proposiìì
liun la lucilie
de la somme*,
plus la moitió
do la dillo
rene e de
tic ut u
nombres egri lo
ni Je plus
grand do ces
uornbres, esL mie
loi des »
nombres. m n
Cotte cousidéralion est
puromenl ìogirjue^ et
idapparlieel par eoaii
acque uL qné à
la toc th
ode de la
scieuce: quoique qtfll
cu soit k&mh
zi des uombres
formuli Vohjet datine
brandi e de
Falgo i' itimi le,
qui est » FA
u+ef.e :
et les faits
des uombres formenL
Polijet duine aelre
bran» dio. qui est 1 A iTir meti qlt e (j).
» Io Lo
seri lo ad
arte le sentenze
diverse di questi
tre auto ri
^ perebb malgrado
le loro dissomiglianze* tutti
tre convengono che
i concetti., i
quali vengono assunti
e maneggiali dalFAlgcbra,
sono d1 una
ceserauta la quale
nou può essere
uè ben intesa,
nè ben ritenuta
se ood dopo
che si è
veduto quali sia
un i fatti
della quantità cou
creta* Se ili.iA.i
F Algebra fa
uso di sole
idee di jl apporti
co.vum5 dunque si
deviane prima conoscere
i tèrmini positivi
dai quali sorgono
questi rapporti. I w ancorar
se questi rapporti
sono generici^ essi
sonoper ciò stesso
(isttai^ I fi,
ed appropriati a
tutti gli siati
simili delle grandezze.
Ma corca formar
ci potremo F
idea AxAV astratto»
prima di aver
idea del concreto^
t come potremo
noi fare applicazioni
genera U, prima di
aver idea "'i
particolari J La natura
delle cose* il
senso comune5 e;
I istinto, diro
Cos« generale cospirano
òi accorato contro
questa sovversione 3 c
impenni mente comandano
un a u
da mento opposto.
Aprile i libri
dei ma le
co a Liei*
svolgete le pagine
della storia della
Matematica: c voi
scoprirete che duo
all'età presente non
cadde in mento
ad alcuno di
capovolgere, come ora
si fa. il
metodo del primitivo
insegnamento 5 ma
che. per universale
coir ( r)
Operiti u /finta. Ttmio
IJI, p:ig, 3r [. (+
Clementi dì ilpvùra*
Toni, I, pag. a, PjsEi
1 .7 A égaux.Le poligone
se nomine quavré.v
Lacroix, Elémens de
Geometrie. Pari. I. Scct.
I N.° 14
a. Così nella
divisione prima e
compatta dell’esteso l’alfabeto
v’indica i primi
venticinque modi, i
quali se dappoi
si suddividono ed
ammettono intermedii, ciò
non ostaute non
alterano nè l’indole
individuale, nè le
ragioni interne ed
esterne, nè la
loro azione periodica.
Anzi, considerati, do
le cose più
addentro, si prova
che i termini
più compatti sono
eminentemente i più
predominanti. Passo ora
all’ interna loro struttura.
Ogni nome rivestir
deve la forma
di termine progressivo
rappresentante i suoi componenti
alleggiati e ripartiti
secondo la legge
degli estremi e
dei medii, e
con una derivazione
continua, lo mi
spiego con un
esempio. Nella tavola
posometrica al grado
decimo troviamo il
quadrato 100, la
di cui ladice è
10. Di fronte
troviamo il gnomone
segnato col numero
19. Ne bi amate
voi uua pittura
sensibile? Gettate 1’ occhio
sulla figura VI. della
tavola prima annessa
a questo Discorso.
Ivi vedete il
gnomone Peb 'K
E ineguale a
1 9. Là
vedete il quadrato
E N e
b spigolare uguale
ad un ceutesimo
del quadrato dell’ ipotenusa, che
può fare la
funzione di primo
estremo, nel mentre
che le due
liste possono fare
quella di medii.
Questo ripartimenlo è
comune a tutti
i gnomoni della
tavola. 11 valore
di questi guomoni
è sempre il
doppio della radice
del quadrato inchiuso,
più 1 unità
elementare: ed è
pure il doppio
della radice del
quadrato iuchiudente, meno
la detta unità.
Che cosa è
questo gnomone, fuorché
la difitrenza che
passa fra l’antecedente
grandezza quadrata e
la susseguente? Come
quésta differenza forma
la misura dell’aumento
dell’una, così forma
la misura del
decremento dell’altra. Ma
questa differenza e
questa misura è
veramente in sè
stessa una grandezza
reale? Essa è
una superficie determinata
al pari di
quella dei quadrati,
dei quali forma
la differenza, anzi
essa è parte
integrante della superficie
del quadrato maggiore.
I nomi adunque
di differenza o
di misura, di
aumento o di
decremento non sono
che puramente relativi
oII’ufficio che questa
superficiale grandezza compie
in questa posizione.
Se considerate la
differenza fra un
gnomone e 1
altro, questa è
costantemente di due
unità sostanziali. L’uuitcà
assunta forma 1
uno misuratore tanto
delle moli generate,
quanto degli stessi
gnomoni. Quest osservazione
è sommamente importante
per tulio il
calcolo. La mole
del grado nono
è tale, che
formata in quadrato
perfetto geometrico, si
può dividere io
nove liste uguali,
ed ogni lista
si può suddividere
in nove quadratali
perfetti. La lista
prima appellasi radice;
ogni quadratelo della
medesima appellasi unità
elementare . È per
sè mauifesto che
i nomi di
radice e di
elemento non sono
che nomi di
uffizio^ e di
uffizio, dirò così,
domestico ed interiore
alla grandezza, della
quale lo lista o
il quadra tello formano
parte. Qui ò
13 e cessarlo
fare attenzione alle
due prime maniere
colle quali siamo
accostumati ad usare
dì queste misure.
La prima maniera
si può dire
monogrammatica3 la seconda
poligram malica. La
mono granì malica
consiste nel supporre
una data figura
perfettamente quadratal e
quindi nel considerare
la potènza quadrala
di uu solo
lato come rappresentante il
valore di tutta
la superficie .
La poligrammatica consiste
Liei considerare la
potenza radicale di
ogni lato come
concorrente a formare
la potenza di
tutta la superficie
cldu&a da questi
lati . Quando voi
moltiplicale una base
per un* altezza, e
determinate un'area, voi
usale di una
forma digrammatica. . Voi
usate della digrammatica
implicita audio quando
adoperate due radici
eguali . Se 1*
eguaglianza vi dispensa
dalla doppia estimazione
delle radici, la
funzione fon damen tale non
lascia d’essere !
a m e desi m
a ( 1 ) .
Nel trattamento monogramma
Lieo abbiamo parlato
di potenza quadrata,
nel digramma Lieo
di potenza puramente
radicale. Perche questa
differenza ? Pensateci
uu momento, e
voi ne troverete
là ragione. Quando
su tutta una
linea io fabbrico
un quadrato perfetto,
la potenza di
questa linea uon
acquista che una
sola espressione. L
area dei qua
di ali tulli
perfetti fabbricati sui
lati di un
quadralo perfetto è
sempre uguale a lui. L'espressione
adunque potenziale esterna
è identica coll
espressione superficiale interna .
Non è cosi
quando ad una
superficie vengono fissati
limili disuguali. Figuratevi
un quadrilungo, uu
lato del quale
si possa dividere
iu tre, e
l’altro in quattro
parti identiche. La
sua superficie risulterà
di 12 quadrateli!,
ma la potenza
quadrata de7 suoi
lati non coincide
col prodotto dell'uno
Dell'altro. Oiffatti il
quadrato sul lato
3 ò uguale
a 9 quadratoni:
il quadrato su!
loto 4 è
uguale a 1(5.
Qtiesli valori non
sono quelli dell' area
del quadrilungo, ma
solamente dei quadrati
creiti sui lati
di questo quadrilungo.
11 valore adunque
potenziale univoco dei
f ati d'una
figura è lutto
p,stuilskco al valore
superficiale intèrno di
lei. il valore
potenziale individuo dì un lato
non può essere
equivalente ossìa identico
col superficiale interno
se non nel
solo caso che
tutta una superficie
simile ed uguale
venga ripetuta, e
ripetuta in uu
modo simile. Dico
anche in un
modo simile-.Eccovi un
quadralo clic fa
la I unzione di
unità. Volete voi
averne un secondo,
ritenuta la potenza
dei lati del
medesimo? Voi dovrete
contornarlo con altri
Ire. Lite cosa
olici (t) Un
detto eliti queste
sono te due
prime fjufiltì si
Là prr Lina
sm-n \ntazumc Simile a 'p1 I ?
Miniere, o noti
tutte le maniere.
Havv.cnc h Sà
quadrata dcilvipùienusa, o
per uu amtUmuiL
una icraa ÌLidlvUna
a siqicrfkiulr . La
piiazwne incommensurabile. rete
voi? Un grande
quadrato perfetto, composto
di quattro quadrati
primitivi. Ecco il
processo di apposizione
dei contigui simili
ed uguali') processo
che si verifica
anche colla divisione
di una superficie
continua quadrata in
parli tutte uguali
e quadrate: ed
ecco il vero
simbolo della prima
serie naturale discreta
dei perfetti quadrati
aritmetici. La tavola
posometrica annessa al
terzo Discorso è
fatta in sostanza
con questo processo.
Ivi il quadrato
del secondo grado
non è una
duplicazione superficiale del
primo elemento, ma una quadruplicazione del
medesimo. Questa quadruplicazione qui
viene fatta per
un'associazione del quadrato
primo antecedente col
gnomone susseguente. Tutti
i nomi quadrati
della tavola vengono
formati nella stessa
maniera. Dal si
m pio al
quadruplo evvi un
salto: frammezzo evvi
il duplo e
il triplo. Or
bene, tutta la
progressione è fatta
con questi salti.
I gnomoui mostrano
la misura di
questi salti. Essi
fra l’uno e
l’altro grado segnano
col loro valore
la grandezza di
questi salti. Ma
questi salti si
verificano con una
serie di radici
senza salti, perocché
la radice antecedente
nou differisce dalla
susseguente che di
una unità sola
elementare. Questi salti
sono una condizione
necessaria ed inseparabile
del processo monogrammatico discretivo
quadrato fatto con un elemento
ideuiico. Dunque le
latitudini d’ogni nome
monogrammatico quadralo si
possono considerare come
limili discretivi di
altrettante superficie continue
che si succedono
giusta una legge
graduale e compotenziale. In
forza di queste
ampliazioni fatte colla
serie progressiva di
gnomoni aventi in
ogni grado la
differenza costante di
due, e con
radici aventi la
differenza costante di
uno^sì formano grandezze
di superficie similari
quadrate sì geometricamente che
aritmeticamente \ le
quali grandezze, nelLaHo
che si possono
tutte convertire in
elementi identici, presentano certe
leggi costanti ed
universali, parte proprie
e parte comuni
coi non quadrati,
come si vedrà
più sotto. La
pluralità maggiore o
minore delle parli
di queste moli,
la quale è
relativa alla rispettiva
loro grandezza, non
è che una
pluralità mentale, la
quale altro non
fa che concretare
tanto lo stalo
rispettivo proporzionale delle
moli generate, quanto
la misura della
differenza fra le
medesime. Sotto quest’aspetto
esse sono comparabili
tanto fra sè
stesse, quanto colle
moli intermedie e
colle altre grandezze
che naturalmente si
associano in forza
del trattamento per
estreme e medie
ragioni. Con questo
trattamento appunto è
costrutta la tavola
; ma costrutta
in modo, che
il compositivo, il
differenziale ed il
co inpotenziale esercitano
simultaneamente il loro
uffizio. 1321 DISCORSO QUESTO. Li mp m m cu sniiibili tà di
alcune grandezze intermedie
non oppone ostacolo alcuno.
Figuratevi else queste
suino simili ad
altrettante dissi * come
i quadrati sono
slmili ad altrettanti
circoli. L’un a
figura, come os¬ servò
anche il Lcibnitz,
non si può
tradurre nel l’altra;
ciò non ostante
esse vi danno
teoremi algoritmici di
sommo uso. Serva
d’esempio il teorema
col quale si
esprime che qualunque
poligono inscritto nel
cerchio sta al
corrispondente polìgono Inscritto
ivelT elisse s
corno il diametro
del cerchio sta
all’ altro asse dell5
disse. Vi sono
grandezze metafisiche di
ragione elittica, come
ve nc sono
di ragione circolare.
Questo carattere è
indipendente datila forma
sensibile della grandezza,
^ 125, Dell5
alfabeto del non
quadrati. Ora passiamo
all' alfabeto, dirò cosi,
artificiale di queste
grandezze cliniche. Questo
è un alfabeto,
col quale in
forma quadrata geometrica
si esprimono i non quadrati
-aritmetici. La tavola
A annessa a
questo Discorso uè
offre uri modello.
Essa con 97
termini svolti dalle
viscere della ragione
di 48:49, compagna
della ragione di
3:4, percorre algoritmica
mente lo stadio
delle ragioni e
proporzioni inchiuse ed
associate fra il si
m pio ed
il quadruplo. La
forma materiale della
serie è quale
appunto era desiderata
dal Lcibnitz, come
rilevasi dai passi
delle tre lettere
scritto aì signor
De la Lo ubère, membro
dell1 Accademia Francese
e di quella
delle Iscrizioni e
Belle Lettere (0.
lo ignoro se
il De la
Loubère abbia pubblicato
le sue ricerche.
Quanto al Lcibnitz,
egli soltanto ne
congettura la possibilità.
Fato (egli dice)
hoc possibile esse,
et ex attenta
conskìeratione rntionum commensurabiiiuìn talern
rnethodum generalem clìgì
posse • Ea
attieni habita^ haberetur*.
ut diri., algorithmus
talls caladi*, et
periti-* de calca
lare possemus adhìbilìs
a e sfanno
ni bus aids
quìlmslibei fmltis ordinari is .
Antequam miteni alias
hrtjusmùdi calca II
algórithmus intteniattfT} id
estralionum addillo et
compositìo, sic e
multi pi leni,
io sem riva
h.erebimuS, nec ni
si panca et
faciliora dabìmus. Nell’ ultima
lettera del Novembre
1705 scrive quanto
segue: Je souhaìterois.
moti sieur 5 que
cous fusale : de loisir
et di humour
de poursuwre vos
bel Ics pensée s
sur les pròportions^
en Ics eherchant
par là cole
de F inquisii
ton^ maxìmae comtminis
mensurae, on par
urie su bs tra ct i on retetee
du RE&imr (come
appunto ho fatto
io). Il est
remarquable^ que par
cette vote non
seulement la rock
orche se termine
quanti les grandeurs
(e) Opera ojtuiìa,
Tom. Iti. pag, G
5-4 C 5 G
. A' e
di questi (re
dibatti in 13
lic. 1 soni commensunibleS) mais
musi qua mi
[ ìneomtmnsimd filiti est
ài premier dégne;
c’èsi-à-dire, quanti Tèquation
est dii seconda
la propor don
infime des quoiiens
est périodlque. Cod questo
metodo appunto fu
stesa la delta
tavola. che si
potrebbe intitolare Alfabeto
posometrico dì yon
quadrati aritmetici trattati
informa quadrata geometrica.
La secondo aspetto
di questo alfabeto
vieti presentato colla
tavola B. Ivi
si veggono i
nomi generici delle
proporzioni diverse colla
rispettiva valutazione finita
in serie confinila
e concatenata {■).
Questi nomi generici
tengono appunto luogo
delle radici segnate
nella scala ordinaria
dei quadrali naturali
aritmetici, lu questa
favola B si
rilevano i seguenti
fatta principali, 1 ♦
Se unirete le
membra dei dii
è numeri tassanti
le due prepuziali
u voi rileverete
che la loro
somma forma sempre
un quadralo privilo
aritmetico d’ un numero
pari. La serie
incomincia dal quadrato
prie Ilo di
4, e giunge
fino al quadralo
perfetto di 192.
Così, per esempio,
avete le ragioni
Ih IV* r
di cui numeri
sommali danno G, La prima
parta 1 2, c
la seconda 24:
unite le due
somme, avrete 36
/ 6. IL II membro
maggiore d’ognuno dì
questi quadrati snstieue col
minore proprio Ja
data ragione,, la
quale differisce dall*
altra di due
gradi, Egli poi
passa a costituire
il membro minore
del quadrato susseguite,
ed a rappresentare
un termine di
ragione minore t\f
un grada, ili
quello eli’ egli
portava u dinante
cedente. Con ciò
i membri sodo
conca te nati.
III. La somma
degli esponenti delle
duo proporzioni forma
appunto la radice
d’ogni quadrato diviso
nei due membri
suddetti. CosL per
esempio* Il + IV 6 |
12 -f24 == 36 ^
6. Con questa
legge pròcede tutta la
serie. IV. 5c
unite gli esponenti
delle due proporzioni
della stessa casa.
v moltiplicale la
somma pei numeri
romani esponenti, voi
avrete pr prodotto
il numero sottoposto
di valutazione. Così
I + 111
= 4 4 X 1 4
| 4X3 r12 4.
-f 1 2 =; 1 6
ir +
iv— 6 0X2—12 0X4 = 24 ■12
+ 24=30 m +
v= 8 8X3=34 8X5 = 40
40 +
24=04 fi) I numeri
rnnumi jnilicano ter
proporr a .fti
sta nome ire
a rinquts, o
ebe v’K.L.itJ «iftuì, Così,
per esemplo, Uh
V significa ire
sa5 : 5
j>u 1325 discorso
quinto; è intermedio
fra il quadrato
16 c il
25: il gnomone
25 è inierme/12
i/13 dio fra 1
44 e
1 69 : e
così del resto.
IL Questa tavola
vi dice clic
tre dì questi
gnomoni appartengono alla
prima colonna 5
gli altri sono
ripartiti ad uno
ad uno sulle
colonne ■seguenti. Cosi
9, 25, 49
cadono sulla prima
colonna; la seconda
non ha che
1T 81 :
la terza, che
il 121 ;
e la quarta,
che il 169.
III. Ponendo mente
al numeri delle
distanze, e alla
differenza costante di
4 fra questi
numeri, la tavola
vi dice che
P elemento normale
di proporzione nascosto,
che regge questa
serie, è il
2: perocché in
tutte le serio
differenziali il numero
ultimo identico, come
in questa, è
sempre il doppio
del numero reggitore.
Questa osservazione sarebbe
prematura per gli
apprendenti; ma qui
non si tratta
di quello eh5 essi
osservar potrebbero, ma
di ciò che
osservar debbono l
maestri per conoscere
il valore e
la possanza delle
cognizioni che. debbono
comunicare. Soggiungo adunque,
che l’ indicazione di
questo 2 nascosto
allude alla ragione
circolare, ossia alla
progressione dei quadrati
perfetti aritmetici. Ciò
si vedrà meglio
nel seguente Discorso.
Trovati i componenti
quadrali di queste
radici, ed anche
trovata soltanto la
progressione aritmetica delle
disianze e delle
differenze, ognun vede
di leggieri il
metodo ch’egli può
usare per andare
avanti a trovare
altri termini maggiori,
0 tornare indietro
per ritrovare i
minori. Nell’esame delle
serie ciò è
importante, perche molte
volto esse nascondono
la loro sorgente,
nella quale sta
riposta la virtù
eminente che si
manifesta in tutto
lo svolgimento delle
medesime. Se si
fosse pensato che
qualunque variabile soggetta
ad una data
legge non è
che una creatura
soggetta ai rapporti
com potenziali cFuna
serie, si avrebbe
mai preso il
partilo tV infrangerne le
leggi, assumendo anche
in vìa sussidiarla
una linea da
potersi maneggiare àq
arbitrio «ostro? Questa
linea sussidiaria nelT esame
p, e. d*
una curva, quando
sia presa o
fra le ordinate
0 fra le
ascisse, non diventa
forse necessariamente una
variabile soggetta alle
leggi com potenziali di
questa curva? Posto
ciò, non è
forse manifesto, ch’ella
esclude ogni nostro
arbitrio? Studiate adunque
le leggi delle
serio proprie, e
uou malmenale lo
stato naturale e
necessario delle cose,
IV. ih visibile
che coi soli
sei gnomoni quadrati
espressi nella tavola
posomclrica, che va
fino alla radice
100, non si
compie la serie
dei hinomìi di
quadrati dei primi
nove numeri semplici;
ma che questa
serie ò troncala,
e vi mancano
i due ultimi
di 113 e
145. Per rendere
adunque compiuta questa
prima serie couvieue
aggiungere anche questi
due termini. Con
ciò abbiamo la
prima serie naturalmente
composta di otto
termini. Si vedrà
iu progresso quanto
ciò sia naturale
ed essenziale aliandole
della duplicazione, considerata
come ragione segreta
di compotenza logica
proporzionale. Noi abbiamo
qui un primo
segnale dei miti
periodici naturali di
questa ragione. Comunque
si possa continuare
indefinitamente, resterà 'sempre vero
che questa ragione
espressa in serie
si dividerà sempre
in altrettanti periodi
composti, o almeno
risolubili in otto
termini fondamentali. Anche
di quest’asserzione daremo
una prova a
suo luogo. Ora
passo alla composizione
riflessa. Dovrò io
temere d’essere giustamente
censuralo per questa
denominazione? A me
par di no.
Ditemi infatti: quando
voi assumete in
astratto le potenze
lineari di due
differenti grandezze determinate
col disegno di
farne risultare unaterzaje
ponete queste due
linee ad angolo
retto, e tirate
l’ ipotenusa, è vero o
no che
fate una composizioue
riflessa ? Prima di
esibire la forma
di questa composizione
debbo avvertire, che
niuua figura sì
geometrica che aritmetica
deve essere data
a brani, come
far sogliono generalmente
i matematici. Con
questi rottami non
si può mai
cogliere assolutamente il
complesso delle affezioni
e delle leggi
della quantità, e
quindi far sorgere
quelle logie, dalle
quali risulta la
scoperta : allora
per lo meno
si rende assai
difficile l’esito di
una ricerca, e
manca sempre il
corpo sì della
scienza di fatto,
che del magistero
dell’arte. Per la
qual cosa conviene
dar sempre ogni
figura compiuta nel
suo genere. Essa
sarà nel suo
genere compiuta, allorquando
a guisa di
specchio rifletta sempre
l’imagine di quel
tipo che interviene
sempre in tutte
le composizioni naturali
posometriclie. Due estremi
ed un medio,
un principio ed
un fine, un’evoluzione
ed un periodo,
uno slancio ed
un riposo: ecco
i fenomeni ed
i segnali comuni
di una figura
compiuta. Passo ora
alla composizione proposta. Qui. come
ogimn vedersi hanno
binomi i con
coefjficietrti 3 0
somma complessiva Ut
Hi quadrali, A
dii voglia continuare
la serie noa
resta altra briga
die di frapporre
fra lo radici
delle ipotenuse le
distali* Ze c^]e
passano fra i
quadra ti perfetti*
e pnjò procedere
dove vuole Ora
vegliamo come si
possano per se
stesse comporre le
ràdici deb le
ipotenuse mediante una
costatile ed una
variabile iu serie.
Co ni posilo
n£ dello radici
dei quadrati aventi
per coefficienti due
altri quadrati peregrini
I 11 IH IV V VI VII fui IX 25+1 25+4
25+9 '25+16 25+25j 25+36 |5+49 25+64
25+81 26 29 34 4) 50 Gl 74 S3 m 3 5 7
0 11 13
15 17 Da
questa serie apparisce
manifestamente che tutte
le ipotenuse esprimono
nella loro misura
lineare altrettanti hiuomii
aritmetici di quadrati,
La prima misura
ha sempre 25
unità, loccliè ari
Lm elicameli le
inrma II quadrato
\/5* e Ja
seconda misura ha per nome
la serie pat. orale
dei quadrati aritmetici.)
incominciando dall7 uno,
e proseguendo iadelìnìtameute. Questa
serie abbraccia i
primi 9 nomi
quadrali, associali col
nome quadrato di
5, Con ciò
l’ abbiamo prolungala
quanto la sene
precedente dei gnomoni.
e per uniformarla
alia medesima; ciò
non ostante si
deve notare^ eli7
essa in forza
dei pieni suoi
rapporti manca di
tre levmini, Questi
sono i seguenti:
X Xt mi 23+
100 25+121 25+ 1 44 -- 125 ] 46 m 1
9 21 23
0&SER.VAZIOM. L Con
quest’ ultimo termine, il
quale rappresenta il
quadrato portello aritmetico
di 13. sì
pone In corrispondenza il
termine primo ih
26 = 13>
sta serie come
sta* Vi Tom. I. 85 ìm Ossbrvjlziqkb. Trilla
ispezione dì questa
serie ognuno vede
clic dalla parie
siuislJ-i i cateti
decupli hanno il
di sopra: nella
destra poi di
chi legge Jirmaoit
di sotto, Nel
centro i termini
diflerenzialL ossia i
residui di sottrazióne^
si concentrano al
punto iélFunilù, e
le differenze di
questi resi dai
vca^fono alla perfetta
eguaglianza. Da ciò
si ricava Jd i u dolci
di questo ped>
do? il di
cui mezzo è
occupato dai tre
termini neutrali. Nel
mezzo ap punto
nasce il pareggiamento
dei cateti, meno
un* unità; c quindi
il passaggio dei
decupli in meno.
Cosi figurandovi un
diametro di un
circolo, nel quale
diverse corde si
vanno aumentando da sinistra a
diritta * si
giunge al mezzo. L28.
Delle prime sii
In he matematiche.
Fin qui abbiamo
esaminato le dna
maniere spontaneamente offerte
od espressamente indicate
dalia tavola posomolrica*
onde ottenere emuposti
geometrici di lati
perfettamente
coiruaensurahilì per un
ideatici} elemento. Queste
sono per gnomoni
ufi nome quadrato
c per luncmii
quadrati, dedotti dal
paragone a specchio
colla serie para
iella di quadrali
irai arali. Ora ci resterebbe
a parlare di una terza
fonte primitiva di
coro* mens orazione razionale,
la quale nasce
dalle ascisse razionali
sfatte sia dalla
scala naturale dei
nomi quadrati, sia
dalla riduzione a
eanniae misura delle
medie proporzionali, le
quali nei gradi
compatti della seno
dei quadrali aritmetici
presentano una spuria
iiieonmsensurahilitàMa re credo
di trasportarne V
esposizione dopo clic
avrò discorso delle
sillabe matematiche. Dico
delle sillabe^ e
non della compilazione
matcmàtkn. Con ciò
lo voglio indicare
asse re azioni
teoriche sulla cosa,
e non H$h
ì e m
agistra li p
e r fa
ri e appronti
e re . lo
lo ri pelo:
non parlo della
man i ^
ra di comunicare
agli apprendenti il
metodo . ma
parlo de! minilo
dd metodo medesimo.
Con questa mira
Lo esaminato 1T alfabeto.
Se si fosse
trattalo della maniera
di farlo apprendere,
avrei dovuto procedere
diversa mente. Volendo
parlare delle sillabe
matematiche teoreticamente sortii
posso dispensare di
porre solfoceldo almeno
il materiale ).
Proseguiamo. 11 punto
delP eguaglianza perfetta forma
il zero differenziale, ossia
la negazione d7ogni
differenza. Ecco il
puulo positivo d
ogni mossa algoritmica.
Ciò posto, qualunque
punto voi prendiate,
per esempio, nella
semicirconferenza A C/?(fig.
VI. tav. I.),
sia a diritta,
sia a sinistra
del punto C, voi avrete
un segmento di
curva. Sia questo
punto scelto in
il/. Tirando la
linea MB parallela
ad E F,
voi farete nascere
la lista E
JS P F. Lo
stesso avverrà figurando
che per gradi
comunque piccoli la
linea E F
si abbassi parallelamente. In
amendue i casi
voi avrete una
lista, la quale
conterrà un arco
di cerchio più
o menogrande. J1
quadrato sopra il/
C sarà equivalente
a quella lista.
Che cosa sarà
questa lista, fuorché
una porzione reale del quadrilungo
A EFB? Questa
lista può essere
parte aliquota o
non aliquota, sia
del quadrilungo, sia
del tutto. Ma
l’essere o non
essere parte aliquota
dipende unicamente dai
rapporti logici essenziali
della figura, e
non dall arbitrio
del geometra. Dal
suo arbitrio dipende
la posizione del
fatto, e non
la ragione del
fatto. Qui per
ragione non s’intende
il motivo^ ma
il rapporto intrinseco
e logico degli
oggetti. Ciò che
abbiamo detto figurandoci
un movimento dall’ allo
al basso, accade
pure figurandoci un
movimento da diritta
a sinistra, e
viceversa. Così, per
esempio, nella figura
XVIII. tav. I.
posso figurarmi che
la linea Cd
proceda a diritta
o a sinistra
per misure date
verso l’una o
1 altra estremità
del diametro; e
viceversa, che la
linea DF proceda
verso (») Qui
si può proporre
ai matematici il
sedi uno dei
binomii incrociati, trovare
il memguente problema
= Dato il
membro minore bro
minore dcll’allro binomio.
= j[ centro,
lu luLlì questi
casi avrò a
dati intervalli le
liner e le
superficie die vedete
nella figura. Queste
linee o ascisse
ra-ppr esenterà» no diversi stati
di questa linea,
die perciò di
cesi variabile* Qualunque
sia la mussa
di questa variabile,
sarà sempre vero
che dal punto
delia partenza al
punto della sua
prima fermata ella
avrà lasciato uno
spazio dietro a sà, Questo
spazio sarà essenzialmeuLe finito
e determinato dai
rapporti ai quali
nella data figura
va soggetta la
detta variabile. Altro
è die io
pòssa o non possa valutare
con misura comune
questo spazio e
le sue particole
5 ed altro
è ch’egli non
sìa in se
sLesso esse ozi
al me n
Le finito e
determinato. Figurare un’ eguaglianza reale
o un infinito
reale, perchè 10
non posso trovare
un espressione numerica
determinala di questo
spazio 5 sarebbe
la più mostruosa
assurdità. Perche ti
mancano gli occhiali
per vedere il
grano di cenere,
dirai tu ch'egli
non esista? perché
11 manca il
compasso per misurarlo,
lo dirai tu
infinito ? Nella
Matematica pura dipende
da te fissare
la prima lista.
Comunque minima ella
sia, sarà sempre
un che, ossia
una quantità reale
e finita sottratta
da una delle
parli eguali. Paragoni
Lu la parto
scemata colla parte
integra ? Allora
dovrai dire che
la parte scornata
è minore d’un
tanto della par
Le integra, e
che la parte
integra è maggiore
di quello stesso
tanto della parte
scemata. Allora dir
devi quel tanto
essere una grandezza
reale. Divìdi lu
questo tanto, e
aggiungi tu la
parte divisa alla
parte scemala? Finché
non raggiungerai £ut£as
vi resterà sempre
un meno che
toglierà regu-aglianza* Alte
corte: ira il
con ce Ilo
dell' 'essere e dei
nulla muta fisi O
co, ossia fra V
eguaglianza e la
disuguaglianza astratta non
si può figurare
veruna determinala quantità.
È dunque assurdo
e stranamente assurdo
lo stabilire come
logicamente possibile una
quantità minore di
qualunque assegnabile, perchè
appunto in astratto
si può assegnare
qualunque differenza escogitabile.
Come la logia
àeWegttaglianza astratta non
ammette gradi, così
la logia della
disuguaglianza astratta non
ammette limiti. Se
ho fatto uso
dell'idea duna linea
variabile* Filo latto
per adattarmi al
modo volgare ricevuto.
11 fatto sta
però, che quest1
uso non è
uè filosofie o 5 uè
algoritmico* Non filosofico,
perchè uua linea
in est e
sa non può
ne camminare*! uè
generar l'esteso (C;
c però in
realtà colla variabile
non si se
ti) Linea utcumq.uc
multi jdì&ata ( disse
Newton) jiq |ì potei t
evadere siipeìficìe^ ìdeoque
haec mperficìei e
iuteh generano (ùnge
alia est a
multipli callo ne
(Ari Mimetica mnversalisj
Py,i £ 1. (]
)* La mohlplk-nzìcme fìmu
pie superficiale é
prò pii a™
co le quale
I abbiamo sopra
presentata, e si
fa o poi'
via di quadra
Lo, odi a!
tre fi gore semplici prese
coinè uni Là.
JAiso ha iAto
prevalere di prendere
il quadrato come
unità (vedi Ne\vto)ifÌoc.cii.). deli/
insegnamento delle matematiche,
JHJa che un
limite d’uoa superficie
estesale però si
allude essenti al
metile ad uno
spazio variamente limitato^
fipusideraio ila un
Iato solo, fc
è poi q 1 1 es t’ u $ o verameute
a ìgo rii n i ico [Grice, decision procedure], a ] m eco
finché non si c
an side n1J0 r ^
libili ili questo
esteso in modo
che ne sorga
imo spazioseterminato chiuso
da confluì, e
configurato d7 una data
maniera. Alloro egli
contrae un 'essenza
propria», dalla quale
sorgono lutti i
rapporti di competenza*
l' orse si crederà
potersi a beneplacito
arrestar Pesame ad
un profilo^ senza
considerare i] resto»
Quando ciò si
volesse fare abitualmente
y cd ottenere
ciò non ostante
una valulazioue, sia
complessiva* sia comparjti^ a*
lia 1® parti
della figura* si
tenterebbe una cosa
impossibile; prcìi è i valori
non possono risultare
fuorché dai rapporti
dì compotenza del erminati
dal] unità individuale
costituente e caratterizzante la
data fruirà, Come
la data foglia,
il dato ramo
di uu albero, il
dato membro di
un corpo animale
sono determinali dall’unità
organica ed unificante
del tutto y così
i rapporti geometrici
compitemi a li
ed algoritmici sona
essenzialmente determinali dalFiiuità
individuale c caratteristica della
data figura* 1
rollami adunque ed
i profili staccali
delle figure non
possono essere esaminati
con frutto e
valutati con effetto,
se non eoustderandalì in
relazione al tutto
di cui fanno
parte* Dunque in Ma
I ematica procedei si
dee come nell
Anatomia e Fisiologia
dei corpi vegetabili
cd 3nimalu Dopo
che si acquistò
l’idea della forma,
delle proprietà e
delle leggi del
tutto 5 si
potrà certamente far
uso di costruzioni
frazionarie; ma prima
di questo tempo
sarebbe il più
stolido e il
piò riprovato partilo
quello di proporre
ad esame questi
rottami e questi
profili spolpati* Aidlo
studio adunque primitivo
della quantità estesa
incominciar si deve
col presentare lutto
iutiero il ritratto
della cvealunt matematici
c passar iodi
ad esaminarlo partita
mente, e fino
ne’suoi ultimi coni
ponenti ■ c
indi ritornare con
mi senso distinto
allo stesso concetto
complessi* \ o*
che dapprima apparve
contuso. Foco il
perchè avendo in
confi a ciato
culi assumere il
quadralo geometrico* credo
necessaria la costruzioni et hi
no Olii incrociati.
Mediante questa sola
costruzione si possono
otieucn-' le convenienti
valutazioni nei tre
stati successivi già
sopra distìnti delle
grandezze estese quadrale*,
ed ottenerle nella
maniera la pia
breyc3 la più
facile e la
più proficua. In
conseguenza diffaliì dei
binomi! incrociali si
segnano e si
valutano i differenziali
1353 poiché la
sua base, come
modio, è propriamente
in A C. Tosto
si vede che
l’area di questo
modio è uguale
al quadrato geometrico
che si può
costruire sulla perpendicolare FG.
Così si può
stabilire perpetuamente, che
il modio nato
daH’unioue di due
triangoli rettangoli isosceli
sarà sempre uguale
al quadralo delle
due altezze riunite
di questi due
triangoli. Forse taluno
crederà che la
costruzione di questo
modio sia improvvisata.
Bene al contrario.
Essa è anzi
preindicata dalla costruzione
a binomii incrociati.
Ciò consta osservando
che il quadrato
del cateto maggiore
del binomio verticale
è appunto eguale
a questo modio.
Si esamini la
fig. VI. della
tav. 1. Ivi
vedete il cateto
il ID. Il quadrato
di questo cateto
è uguale al
quadralo del detto
modio. Usando del
teorema pitagorico, noi
non otteniamo clic
la metà del
nome necessario per le valutazioni
dei composti geometrici
di quadruplice relazione.
Il tetragonismo logico
non consiste nella
forma quadrata materiale
ed isolata, ma
risulta invece dalla
quadruplice possanza e
compotenza variata ; così
che posta la
varietà, ed ommesso
un solo dei
termini, manca necessariamente la
valutazione. IBI. Delle trasformazioni preindicale.
Noi abbiamo notato
di sopra esservi
tre maniere primarie
di costruzione della
parola matematica, cioè
la prima per
posizione, la seconda
per trasformazione, la
terza per trapodestazione . Queste
due ultime maniere
possono eseguirsi ad
un solo tratto,
come abbiamo veduto
nell’esempio del modio
ora osservato. Ma
giova il vedere
come siano preindicate.
Quanto alla trapodestazione, ne
abbiamo offerto l’esempio:
quanto alla trasformazione, serva
il seguente esempio.
Ritorniamo alla figura
VI. della tav.
I. Ivi vedete
il triangolo rettangolo
A MB. Mirate
ora la fig.
XV. Questo stesso
triangolo lo vedete
segnato AEB. Parimente
nella figura VI.
abbiamo fatto osservare
l’altro triangolo rettangolo
D M C .
Ora volgete l’occhio
sulla fig. XVI.
Ivi vedete questo
triangolo segnato in
AEB. Se nella
fig. XV. e
nella XVI. dalla
parte inferiore descriverete
il triangolo eguale
AI1B, voi formerete
i due quadrilunghi
che vedete dentro
lo stesso circolo.
Questi due quadrilunghi
inscritti sono, come
ognun sa, eguali
ai quadrilunghi aventi
per lato la
diagonale degli inscritti,
e per altezza
la media proporzionale, ossia
il lato comune
dei due triangoli
simili AEG ed EG B.
Ma i lati
dei quadrilunghi inscritti
non sono nè
punto nè poco
eguali ai lati
degli impostati sul
diametro, e chiusi
dalle tangenti J A,
FB: abbiamo dunque
aree uguali con
lati disuguali. Ciò
incomincia a somministrare
l’esempio d’una trasformazione lineare
più aritmetica che
geometrica. Dico piu
aritmetica che geometrica,
perocché i due
quadrilunghi inscritti sono
simili ai non
inscritti, ed eguali
in superficie, ma
non eguali in
Iati. Dunque la
misura e quindi
la potenza dei
lati è cangiala,
senza che siasi
cangiata nè la
superficie, nè la
forma complessiva generica
della figura. Così
supponendo che in
ambi i circoli
il diametro sia
diviso in dieci
parli, e che
AG nella figu ra
XV. sia eguale
a 2, ne
verrà che A
E sarà eguale
a 20, ed
EB~ 80. Ma
siccome il quadrilungo
ABFI—AO, dunque il
quadrilungo inscritto AEBJI
sarà eguale a
40. Or qui
d ornando se
A E ed
All siano commensurabili. Dunque
abbiamo qui la
stessa area prima
compresa fra lati
commensurabili: e questi
sono i lati
IA ed A 2?,
il primo di 4, ed
il secondo di
10: poscia fra
lati incommensurabili, il
primo di potenza
10, ed il
secondo di potenza
80. Ecco quindi
una trasformazione lineare.
Bramate voi un
esempio di trasformazione di
figura? Mirate la
figura \. della
tavola I. Ivi
la curva A
L 11 è
un quarto di
cerchio, avente per
raggio tutto il
diametro A B diviso
in dieci parli.
La linea B d"
(eguale a questo
raggio) viene portata
in cl" un
grado al di
là della metà;
di modo che
avremo d'Bz=G. Ora
se Bd"— 10, avremo
cl! d"— 8.
Dal punto d"
tirate la linea
di' A; avremo il
triangolo AdtB, la
di cui area
sarà 40. La
di lui area sarà dunque
uguale al quadrilungo
superiore AJSBB. Bastino
questi cenni fuggitivi
per far intendere
i tre stati
della parola da
me sopra indicati.
Fra questi quello
della posizione prima
del quadrato dev’essere
rappresentato in modo
da soddisfar sempre
ad un quadruplice
rapporto. 132. Delle
parole composte. Come
vi sono parole
semplici, così vi
sono anche parole
composte . Questa distinzione
non si può
comprendere fino a
che non abbiasi
formato il concetto
della personalità della
figura. Quando figurate
uu quadrato, un
triangolo, e qualunque
altro poligono, voi
da principio li
ravvisate con uu
concetto solidale ed
individuo. Se poscia
pensate che iu
forza di quei
dati lati, di
quei dati angoli
e di quella
data superficie ne
debbano nascere date
relazioni, e non
altre, voi potete
attribuire ad ogni
figura un carattere
proprio geometrico, in
virtù del quale
nasceranno date affezioni
e date leggi.
Ecco ciò che
costituisce la personalità
logica della figura.
Fino a che
voi vi aggirale
entro la sfera
personale, voi non
trattate che la
stessa parola. Essa
si moltiplicherà, se
farete altre fi
discorso quinto. iggs
gure sìmili; ma
tulio avranno la
sics sa personalità*
Questa si altererà,
quando di due
persone dlssìmUi ne
farete una terza.
Ognuno iu leu
ile che Ih
composizione non sì
può coli fondere
eolia trasformazione, quale
sopra lu definita;
imperocché colla nuda
trasformi azione altro non
si fa elio
sostituire sotto forma
diversa una data
superfìcie identica ossia uguale
alla prima. Ciò
potrà bensì f ar
cangiare i rapporti
parziali $ ma
essi saranno sempre
puramente individuali* Cosi
io potrò a
lutto il complesso,
considerato come un
tulio ^ cangiare
un quadrilungo iu un quadrato
o in un
triangolo, e viceversa;
ma i rapporti
compolcnziali delle partì
riusciranno sempre puramente
individuali. Un esempio
luminoso delle parole
composte si è
quello della composizione
coi quadrali peregrini,
di cui sopra
ho ragionato :
la quale, fatta
nei primi sta
dii della tavola
poso metrica, fa
sorgere un* interna
spuria incorumepsuralaililà. Nelle
parole semplici, quali
sono espresse nella
figura sopra esaminala,
questo fenomeno utm
può sorgere, pèrdi
è Lutto viene
ivi determinato in
conseguenza delia divisione
data al diametro.
Allora fra le
divisioni di Lutto
il diametro, e
quelle rlcì dì
lui segménti determinati
dalla media proporci
ou alo, li
avvi sempre una
perfetta coincidenza. Nelle
parole originari aMffjyrE
composte questa coincidenza
manca. Badate bene:
dico originariamente^ per
dinotare che la
coincidenza operata dalla
successiva conversione dei
nomi superficiali in
lineari non deroga
per nulla all7
indole fondamentale di
questa logica composizione.
Io mi spiego
con un esempio.
Spiegate la tnv.
Ih, e mirate
la fig. IX.
Ivi vedete il
triangolo rettangolo a
b c. Fingiamo
che èia fatto
iu modo, che
la linea eh sia un
terzo piò lunga
della a e.
Avremo il quadrato
della a e~4,
e quello della
c b =
Ih II quadrato
adunque dell’ ipotenusa ab
sarà eguale a
1 3, Dunque
qui la linea
ab sarà incommensurabile. Suppóniamo
ora che dal
punto c sia
calata una perpendicolare sulla
ah. Questa £
nell* aito che
farebbe nascere due
triangoli rettangoli simili
fra di loro,
e simili al
terzo che li
contiene) dividerebbe f
ipotenusa a b
iu due parti.
Si domanda ora
quale sarebbe la
misura dei segmenti
dell1 ipotenusa, e
quale quella della
perpendicolare suddetta. Ognuno
mi risponde, che
converrebbe trovare una
misura comune, la
quale, senza alterare
le ragioni delle
quantità impostate, mi
sommiti ìs trasse la valutazione
bramata. Dovrò quindi
determinar prima queste
ragioni^ e riguardarle
come condizioni inalterabili.
Fissata questa preliminare
ricerca, veggo in
primo luogo che
il quadrato di
a c al
quadrato di he
sta co un.'
h a 0,
Veggo in secondo
luogo che l'area
del triangolo ab c è
uguale a \
dell3 uno, ed a
l dell'altro. Ciò
premesso, ecco come
io procedo, Si
converta il nome superficiale di
ab io nome
lineare. Allora avremo
bai tra ìig-m-a
mgmiH^ in cui
A B sarà
divisa io tredici
parli. Sa questa
linea se pendete
quattro parti, ossia
^ * voi prendete
il nome superficiale
dì e [p
trasportate in A
II Allora avete
A lì— A
e Moltiplicando m p I
uno per l’altro,
avrete D L’rzz
3G, e quindi
la linea D
6T=G, Ma pr
ottenere la misura
lineare di I)
C potete dispensarvi
da questa operaione
■' ta quale dandovi
il quadrato vi
obbliga ad estrarre
la radice) col
mi Implicare invece
le due radici
del quadrati delle
a c e
cb^ e dire
2X3=6; P dunque
7TLr=G5 /Jc“36. Compiendo
la figura come
la vedete, avrete
p ■ p
da uua’parlc A L
7= 16
+ 30 =
52, dall1 altra
Clì—Si + 3G
= MT, Som ma:
1 G9 = 1
3X13. Moltiplicando poi
/) C per A /»,
e presa la
metà, avrete barca
del triangolo A Cfi 39.
Ora tutti questi
valori non serbano
forse le prime
proporzioni ? 52=
I3X^ 117 = 13X'I 39
= 1 3 X
3 1G9 = 13
X 13?
Qui dunque avete
po r misuratore comune
il nome superficiale
del( T ipotenusa,
iudballo che avete
fatto uso della
divisione lineare. Xna
discostandomi dal mio
proposito 5 ed
incontrandomi m ila
tavoli prometeica nel
grado 13, e
facendo la seconda
costruzione ora eseguita,
egli h manifesto
che bavrei fatto
risultare dalla divisione
della radice, ossia
del diametro; ma
la composizione del
quadrati dei cateti sarebbe
forse stala primitiva,
originaria e semplice
? Non mai.
Qui col 52
e col I
IT alidaino due
grandezze che st anno
fra loro come
4 a 9
se no neh
è non abbiamo
due nomi quadrati,
ma due non
quadrati aritmetici, i
quali non sono
nemmeno multipli dei
quadrati originarli. Ciò
che abbiamo eseguito
qui si può
eseguire in tutti
i casi nei
quali abbiamo cateti
rispettiva meate corri
mena tira bili,
sia o non
sia razionale 1*
ipotenusa* lì i
teniamo adunque, die
ciò che costituisce
la parola composto
nJrttematica non consiste
nella ripetizione o
divisione materiale della
Jais figura, ma
bensì nella compaginala™
solidale ed univoca
di più persone
diverse e indipenden ti NeH’incomiuciamento del 1 28
ho indicato come
terza fonte di
commensnrazioue lineare le
ascisse, le quali
si possono dividere
in parti aliquote
identiche a quelle
di tutto il
corpo al quale
esse appartengono. Yarii,
estesi ed importanti
sono gli ufficii
loro. Spiegherò il mio pensiero
con alcuni esempii.
Mirale nella tav.
I. la fig.
XVIII. Ivi la
prima ascissa DF
è divisibile in
tre parti decime
dei diametro. Unendola
dunque alla linea
F F\ avremo DF'
= 13. Parimente
l’ascissa a et è uguale
a 4. Prolungata
dunque sino al
fondo, avremo eia"
zzi 14. Questi
valori comuni e
preiudicati somministrano vincoli
di cognazione fra
diversi nomi dell a
tavola posometrica. Tutte
le radici dei
quadrati aritmetici, le
quali, detratta un’unità
5 segnano un
nome quadrato, hanno
questa proprietà. Il
valore potenziale della
prima ascissa è
appunto sempre uguale
al valore superficiale
della radice, meno
un’ unità. Così
\/5 1=4, eguale
al quadrato della
prima minore ascissa,
e però essa sarà
eguale a f;
v/10 1=9, eguale al
quadrato della prima
minore ascissa, che
sarà f0; \/l7 1 zzz 1
G, eguale al
quadrato della prima
minore ascissa, che
sarà di 4,
ec. Per la qual cosa,
presa la scala
naturale dei quadrati,
ed aggiunta a
tutti un’unità, si
avranno radici colla
prima ascissa razionale.
Ottenuta questa prima
ascissa razionale, ne
viene in conseguenza
tanto l’ordinata corrispondente, quanto
un’altra ascissa maggiore
. Gol soccorso
loro acquisterete il
potere ora di
porre in movimento
il lato del
quadrato inscritto e di trovare
altri coefficienti, ed ora di
fare ulteriori composizioni,
suddivisioni, e in
fine stabilire serie
estreme e medie.
Mi spiego con
un esempio. Ritornate
alla fig. XVIII.
della tav. I.
Ivi vedete la
DjFz=3, D C zìi 5,
ed F C
zzi 4. Ora
su C B
(che è l’altro
semidiametro ) pigliate
CG—acl FD ; alzate
quindi la perpendicolare G
E. Questa perpendicolare sarà
uguale ad F
C. Uniti i
due punti D E, voi
avrete D E
uguale al lato
del quadrato inscritto;
avrete l’angolo D
C E retto,
ed il rispettivo
triangolo DCE uguale
ad \ del
quadrato inscritto, ed
uguale ad l
del circoscritto. Se
poi dal punto
D tirerete la
paralella D IL
questa taglierà la
linea E G
ad angolo retto
nel punto /,*
e però avrete
i due cateti
D I ed
1 E. Quando
il valore lineare
o potenziale di
essi o di
uno solo dei
medesimi siavi noto,
voi determinerete il
valore di due
nuovi coefficienti dello
stesso quadralo deH’ipolenusa
D E uguale
al quadralo inscritto.
Quando non avete
una radice pari,
come nel caso
antcGedènk', ma una dispari,
cui non vogliale
duplicare, allora soUciilra
la cosUndoinj della
hg, XI. della
tav. IL Con
questa voi potrete
talvolta essere condollo
a nomi che
non abbiano veruna
comune misura eoi
nomi originagli dai
quali furono tratti,
e però potrete
creare persone (Futi
Carattere totalmente proprio.
Cosi si ottengono
le nuovo composizioni
prcindicatepcDa si col
Legano anche i
numeri per sé
primi; cosi sì
passa alle analisi
spechi Questo non
è ancor tutto.
Colle costruzioni dì
movimento, lòlle eolie
ascisse suddette, si
passa a suddivisioni
indicale, le quali
sona cuiw le
dissoluzioni chimiche necessarie
a formar nuovi
composti, lì donila
nifi alla lig
X\IIL della tav,
I. Ivi vedete
il triangolo DEL
Cotte L-uliatc FaUenzìoce sul primo segmento
DJ. Ivi vedete
il piccolo triangolo
Bit, C certo
che la linea
il sta alla
D / come
la 2?/ sta alia
D L Ma E
I .
DI : !
: 7; dunque
il;D l II
ì :7. Dunque
si deve dividere
ogni grado in
fólte minuti; dunque
À B sarà
suddiviso in 70.
Senza questa suddivìsile
non potreste passare
alle, couve uien li valutazioni
che far dovrete
nelle successivo composizioni
dipendenti . Ciò
ohe abbiamo osservata
iti questo caso
si verifica in
lutti quelli nei
quali accade di
ottenere 1 movimenti
ed i valori
simili a quelli
ora osservali. Questi
triangoli analitici, accoppiati
alla parte alla
quale sono a
[lacca li . sì possono
estrarre da tutto
11 corpo della
figura, è passare
a composizioni graduali
pie in dicale,
e tessere una
catena non interrotta
di composizioni e
di analisi, e
quindi dedurne serie
differenziali ih un uso universale.
Fissate Io sguardo
sulla fig. Vili,
della tav. IT.
Qui nel triangolo
ABC vedete uno di questi
triangoli analitici: cosi
pure ne vedete
un altro segnalo
D L C*1 1
la Lo L
C é quello
del maggior coef6
cicale. Compiendo la
figura, si ottiene
sempre uu quadrato
in seri Ilo
iu un altro.
Si hanno pure
i differenziali di
primo e di
sccond5 ordine, valn I uttr
suddivisi, ec. Il
minimo triangolo poi
C a b
vi dà le
misure comuni Ira
le tre grandezze
quadrale complessive di
questa costruzione, alla
quale impongo il
nome di compasso
algoritmico. Tutto questo
fu accennato di
volo por indicare
gli nfficii che
prestare o derivar
possono dalle ascisse
razionali . c far p
rese ù lire con» ess.fi
divengono fonti rii
commeusurazioui discrete. Altri
servigi subalterni risultano
pure; ma di
essi non conviene
far parola che
in uri Tra
Lia lo fallo
di proposilo. Colle
cose esposte fin
qui intorno agli
alfabeti, alle sillabe,
'alle parole. e
alle fonti di
commensurazione ragionale, altro
da me non
1 lì fitto,
che addurre alcune
pcu'Hcoltiriiìu le quali
possano raccomanda re
il modo col
quale io crèdo
clic incominciar si
debba lo studio
delle Matematiche, Mi
rimane ancora di
esporre i! magistero
di quello clic
appellai calcolo inizialo.
Ciò ven a
fatto da me
nel segue n Le Discorso, 1M.
Della composizione delle
parole di comm
co àura zio
ne lineare quadrata.
Problèma. Risposta, Raccogliamo
in uno le
membra divìse del
ramo esaminalo fin
qui, e riportiamolo
all’ oggetto reale,
sul quale caddero
le ultime nostre
cousiderazioni» Quest'
oggetto qual fu?
Il tetragonismo 5
in quanto può
essere valutato discretiva
mente. Intatto è
ancora il campo
dei veri continai^
altri meati detti
incommensurabili* Qui ci
siamo ristretti a
cogliere le co
m potenze quadrale
che si manifestano
per misure lineari
aliquote. Qual
fu il fine
primario di queste
ricerche? laudare una
Geometrìa di valutazione.
Glie cosa intendete
dinotare cou questo
Dome ? lo
iute u do dinotare
un corso primitivo
analitico e compaginato
di osservazioni di
fatto sulla quantità
estesa, mediante il
quale si possano
assegnare canoni plenarii
algoritmici. La quantità
estesa, considerata in
tutti i suoi
stati possibili 3 presenta
uu campo immenso,
nel quale si
possono fare per
secoli milioni dì
osservazioni e di
combino zio eh.
Conoscere Iti Lio
queste possibili circostanze,
o tentare tutte
queste possibili combinazioni,
non può formare
lo scopo logico
morale e sociale
delle Materna lidie
| cogliere quei
fatti e quelle
leggi che ci
possano condurre a
dettare linone regole
ad uso dilli
a vita, ecco
Toggetlo duale dì
questo esame. Fra
mille sìmboli abbiamo
prescelto come primo
il quadrata. I
suoi stati diversi
offrono intervalli à' una coramensurazione discreta.
ì rapporti di
questa co m
mense razione sono
dipendenti dalle leggi
di com potenza,
che padroneggiano tanto
i discreti, quanto
i continui. Avendo
prescelto i gradi
nei quali si
può manifestare la
possibilità delle valutazioni
discrete ) b necessario
di vedere il
complessivo aspetto di
questi gradi. Cosi
esaminando un paese
nel quale a
dati Intervalli sorgono
colonne miliarie3 e
trovato con qual
legge proceda la
distanza dall' una all'altra,
si può indovinare
anche la distanza
di quelle che
non furono sottoposto
al nostro sguardo,
11 tei} agonismo^
simboleggialo con blu
ormi incrociali, presenta
sempre due mezze
proporzionali, le quali
sono coordinate ad
angolo retlo. Queste
coordinate sono appunto
un'ordinata ed un’ascissa,
le quali formano
due lati di
un triangolo, o
due lati d’ un
quadrilungo. La diagonale
di questo è
costituita dal raggio.
Cercare a quali
intervalli queste coordinate
siano commensurabili, o
possano divenir tali,
ecco il primo argomento dell'esame
del tetragonilmo simboleggiata. Posto
questo argomento di
ricerca, si può
fissare il problema
die serve di
multalo delParalisi premessa.
Questo problema è 31 seguente.
=sDato qiuiluDijni quadralo
aritmetico, trovare radici
che servano a
formare sempre due
quadrati, la somma
dei quali formi un terzo
quadrato. = I,
Prendete un quadralo
aritmetico qualunque, ira
eoe l’am Scrìtto
il quadrato, detraete
da lui mi'
unità. II residuo
(z/) segnerà h
radice di uno
dei coefficienti. Ih
Prendete la radicò
di questo sLesso
quadrato 5 c duplroalcla.
Il prodotto ( B
1 costituirà la
radice quadrata del
secondo coefficiente. HI.
Prendete ancora il
quadrato assunto, ed
aggi ungetevi ni/ imiti
La somma (£)5che
oc risulterà, formerà
la radice quadrante
della somma suddetta
(■). Così potremo
rappresentare linearmente cou
un triangolo rettangola
tutte queste radici.
E quindi //
sarà eguale al
primo cateto. B sari eguale
al seco □
do cale Lo,
C sarà eguale
all7 Ipotcnusa. Qm,
come oguuu vede,
per tonnare A
si sottrae; per
formare Ètì moltiplica: per
formare C si
aggiunge. Le operazioni
cadono sullo stessa
oggetto, Dato
un quadrato numerico,
se aggiungete a
lui un’ .natili, sorge
n u’ ipotenusa : se
la togliete, sorgo
uno ilei cateti:
se duplicale- la radice,
sorge Tallio cateto,
il rama le
voi di tessere
in un modo
immediato c semplice
laverie di questi
catc li e di
queste Ipotenuse? Scrivete
una serie che
incominci dal o
. e progredisca
in definì la
mente 5 colla
differenza di due
fra ogni termine.
Scrìtta questa serie,
se volete ottenere
i cateti 0
scrivete un 0
; 0 sommatolo
co! primo termine,
seguitate a sommari;,
come ali i 1,1 Esempio
h { i 5 A et 4
+ 1 =
5 C, 5x3 = Jj
4 x
4 j6 h
X h = a:S
a* B3 C1 Esempio II, 1 s A 1/3x2=
fi il 9 -Jr
= io c Sx
8— Ci A' fix
6= 56 B3 io
X ro too
C'J A 22.
a i?= G
a c a8t)
l/,vuijitù IN. ifi 1 il,
A K4x& a B
i fi
q - 1 1
^ c Fiatilo l'alto
nel generare la
potè □ za delle
ascisse circolari. ìSe
volute ot- tenere ripoteuu&a C?
scrivete sotto ai
5 un altro
5V e fate
lo stesso. Ecco un
saggio. Serie fondamentale 5
7 9 lì 1
3 1 5
ec* Serie delle
ipotcnuse 5 IO
17 2G 37
50 65 ee.
Serie loudanientale CaLeli
A B 5
7 9 1113
15 ec. 3
8 15 24
35 48 63
4 6 8
10 12 14
Iti Pigliate su
t numeri, e fate le
figure; avrete: a b 3 4
c a b S
6 c 10 rt h lo 8 ce.
ce, C 17 Le
due prime ligure
a b sono
i due cateti
ossia le due
radici dei coefficienti;
la terza, segnata
c, è V ipotcnusa,
ossia la radice
del quadralo risultante.
V1 accorgete voi
qui dì avere
in roano i
mezzi termini per
costruire lutti i
b inondi incrociati
discretiva mente valutabili?
V’ accorgete voi
die ; rappresentali questi
elementi colla forma
sviluppata conveniente al
te Ir agonismo,
voi avete in
mano b ordinate^
le ascisse ed
il raggio., lutti
fra loro commensurabili, e
per ciò stesso
avete in mano
i tre mezzi
term i o
i n e
e e e
sa rii al
tei ragon ism
o di-sere io? Per
intendere quos to
risellato mirate ìa
fig. \ L delta tav.
T., e paragonatela
colf esempio pi imo
sovra
prodotto . In
quest* esempio abbiamo
it cateto a = 3*
Mirale nella figura
Lordi naia M
Q: ecco questo
cateto. Nello stesso
esempio abbiamo il
cateto b— 4.
Mirate nella figura
L’ascissa M c
: ecco questo
secondo cateto. Nello
stesso esemplo abbiamo
V ipotenusa o
= 5. Fingete
nella figura II
raggio MQ: esso
formerà V ipotenusa
rispetto ai cateti
M Q ed
ili (\ corno
costituirebbe la. diagonale
del quadrilungo M
C 0 Q.
Ottenuti questi tre
termini, voi loslo
compite le parli
tutte sìmbolidie del
tétragOnisiiiò ed avute tutti
gli altri valori
lineari e potenziali
del binomio incrociato
t e quindi
gli elementi fon
darti onta Li
della valutazione discreta.
Ciò die qui
Iio mostrato nel
primo grado della
detta serie si
può eseguire in
tutti gli altri
gradi : c
però il cateto
minore forma V
ordinata, il maggiore
Y ascissa ^ F
ipotenusa il raggio.
Quelli forbimmo nel
tei ragù r
i ism o
i m c
% % i
termini dell a
disugu ag l la
n za ;
ques la della eguaglianza.
Così abbiamo tutta
la scala graduale
dei binomii incrociati
valutabili discretivamente, e
il modo spedito
di descriverli. Dico
anche il modo
spedito di descriverli
; imperocché costrutto
un quadrilungo coi
lati disegnali pei
cateti, e tirata
la diagonale, e
con questa diagonale
fatto raggio di
un circolo, si
hanno tutte le
condizioni per compiere
la figura. Costruite
adunque geometricamente i
gradi successivi di
questa scala progressiva,
e voi incomiucerete
a disegnare il
primo ramo della
Geometria di valutazione,
della quale ho
parlato di sopra.
Non tutto questo
ramo con ciò
viene disegnato, ma
un solo profilo
del medesimo. Qui
non si vede
altro che una
progressione in serie,
ma non si
ravvisano ancora i
periodi singolari della
medesima, e però
uou si scorgono
i punti rispettivi
degli estremi e dei medii
singolari, in forza
dei quali tutta
la scala si
può ripartire in
tanti tronchi, ognuno
dei quali contenga
una propria sfera
di compotenza estesa
e sopra e
sotto fiuo ad
un certo grado.
Le ascisse e
le ordinate suddette
furono qui assunte
in modo, che
il lato maggiore
del triangolo rettangolo
servisse di raggio
ad un cerchio,
per cui ne
sortisse la fig.
VI. della tav.
I. Il tetr agonismo
discreto adunque fu
qui rappresentato sotto
forma, dirò cosi,
quadruplicata e di
un uso immediato;
ma questa forma
si può cambiare,
e far sì
che le due coordinate formino
due corde d’uu
semicircolo, al quale
il raggio serva
di diametro. Allora,
come ognun vede,
le due coordinate
esercitano un impero
proprio, indipendente ed
unito, in forza
del quale convien
ragionare con altri
rapporti. Qui è
dove nasce la
spuria interna incommensurabilità nel
costruire il binomio
incrociato. E per
addurre un esempio
luminoso io sceglierò
il sesto grado
della serie. 49 1
=48 V 7X2
= 14 49
+ 1 =
50 Ognun sa
che, preso un
cateto eguale a
30, l’ altro eguale
a 40, si
ha internamente tutto
il razionale; di
modo che la
mezza proporzionale è
uguale a 24,
il primo segmento
dell’ ipotenusa è uguale
a 18, il secondo eguale
a 32. Parimente
nell’ altro binomio l’ ipotenusa
è divisa in 49 ed
1 ; di
modo che i
Iati dei triangoli
simili, che fanno
le funzioni (li
mezze proporzionali, coincidono
colle divisioni assunte
dell’ ipotenusa. Tutto ciò
segue in conseguenza
del binomio sommato
di radice 30
e 40. Ma
colla divisione del
sesto grado della
serie ora espresso
non accade più
questa coincidenza, e
quindi avviene una
spuria incommcnsurabililà, come
nei quadrati di
composizioue peregrina. Onde
veder lutto mirale
la lig. XI. della tav.
I. Sia _///?:=
50; sia MC~ 1
4: sarà
M D— 48. 14X'l/i19Gz -MC 48
X 48 =
2304 = M
D Somma 2 5 0 0
~ D C
Domaudo qui: cosa
sarauuo il/ T, C
T, TD, o
almeno la loro
potenza? che cosa
saranno i latino
almeno le potenze
dell’altro biuomio? e
però, che cosa
saranno AM* MB, A
R, RB,
RM, o almeno
le loro potenze?
Ognuno troverà, che
per rispondere a
questo quesito convieu
distruggere la spuria
incommensurabilità che nasce
pel motivo che
la linea M
T non cade
su alcuna delle
divisioni stabilite alla
D C, e
quindi stabilire una
comune misura. Tutto
questo vien fatto
in una maniera
immediata, senza Algebra,
e senza il
lungo giro delle
proporzioni, come sopra
si è veduto.
Questo sia detto
di passaggio. Al
proposito nostro mi
giova osservare, essere
questo un altro
aspetto del ramo
dei commensurabili lineari,
mediante il quale
si passa ad
altre ricerche e ad altre
affezioni del tetr agonismo
discreto . Con ciò
si tesse anche
una serie di
binomii sommati di
composizione peregrina, la
quale nasce dalle
differenze a specchio
della serie dei
quadrati naturali, come
abbiam veduto al 127.
A questi, dopo
la comune misura,
si aggiunge Y altro
binomio sommato incrocialo.
Questo nuovo aspetto
tien luogo della
teoria delle frazioni
o dei frazionali,
perocché appunto convien
suddividere (salvi tutti
i rapporti di
proporzione) l’unità elementare
assunta in più
minute parti. Per
tal modo si
ottengono i nuovi
rapporti di compotenza
colla legge di
omogeneità, e coll’unità
dei nomi. Io
mi riserbo a
dimostrare che quel
meglio che si
dà in Algebra
non forma nemmeno
l’abbiccì dei vero e pieno
algoritmo naturale . Lascio
il modo grossolano
e anlifilosofico dell’
estrazione delle radici
sorde, e attenendomi
al solo razionale,
dico essere ben poca cosa
l’elevazione delle potenze
e il maneggio
dei poliuomii ec.
tal quale viene
praticato. Colla scala
dei binomii sopra
seguata si fa
realmente passare la
grandezza quadrata da
un grado all’altro,
e però si
ha una serie
di trapodestazioni. Tutti
i nomi quadrati
della tavola posometrica
sono convertiti in
tante ipotenuse, coll’aggiunta
di un’ unità.
Allorché poi si
uniscono due quadrali
in una figura
di cateti per
formare un biuomio
indipendeute? si La
il metodo universale
delle frazioni accomodato
sempre al quadruplice
rapporto del le
trago [risma. Preparati
questi materiali, si
può passare a
tutte le funzioni
aho. ritmiche cLe
si vuole con
im processo proindicato
uclle sue poloni,
obbligato nel S1I0
maneggio, e plenario
nelle sue conclusioni.
Largii sono i
gradi dell'espressione razionale;
c lauto più
largiti, quanto più
sono compatii ed
apparentemente contigui. La cosa è
tale, die ih
il primo e
secondo grado accade
la duplicazione lineare,
e quindi la
quadra* pi reazione
superficiale. Riteniamo perpetuamente, che
nella quantità estesa .
trattata aritmeticamente, col
progredire si divide
e suddivide a
guisa di raggi
distribuiti iu tante
zone circolari, le
più lontane .(Itili
[uà i accolgono
tutte le divisioni
antecedenti, e vi
aggiungono lo proprie,
iNTot.a I. al H9,
pag. 1294. Dell*,
analisi dallo prime
idee matemàtiche. Le
prime idee Fondamentali
e perpetue adoperate
hi Matematica sono
quelle di estensione
e di numero.
Ma sull* una
c sull'altra idea
si arrestano forse
i prece Li
ori come si
deve ? Fanno
essi sentire la
differenza logica fra
la prima comparsa
(cui direi materiale)
di queste idee,
e l'ultimo loro
concetto 3 die
può dirsi intellettuale? Fanno
essi notare clic
in Matematica noi
abbandoniamo il primo,
e ci prevaliamo
costantemente del secondo?
fi vero che
l' idea di
estensione è un1
idea tanto semplice,
quanto quella del
colore, dell'odore ecq
nè si può
definire, ina solo
connotare. 1 Vgli
e vero del
pari che Videa
di ostensione per
sè sola è
astratta, perchè in
tintura noi non
possiamo figurarla per
sè esistente, ma
solamente come qualità
dì un ente
reale. Ma egli
è vero del
pari che, In
forza di altre
operazioni nostre intellettuali, questa
idea primitiva e
materiale subisce tali
trasformazioni, per le
quali ella forma
una nuova materia
tutta propria del
mondo ideale, e somministra
leggi applicabili vigorosamente
al solo escogitabilePer essere
adatte al fisico
a b l>ìsogna no o di
detrazioni o di
supplementi, come tuttodì
cì viene attestalo
dalle scienze fisiche
c dalle arti
meccaniche. Ognuno converrà,
dopo quello clic
Tu no Lato
nel 1d7, clic
in Matematica noi
investiamo Y estensione
col concetto delVass cinta
continui* lù, di
cui fisicamente manca
j c nell’
ano stesso la
priviamo di solidità,
ossia la rendiamo
assolutamente penetrabile. Allora
assunta ì*cstensìone.3 o a dir
meglio il fantasma
mentale dì lei
il più astratto
possibile, è tolto
allo stesso ogni
limite determinato, noi
ci eleviamo in
fine all'idea dello
spazio assoluto, la
quale forma In
sostanza V ni
timo concepimento intellettuale
ed artificiale deli
estensione. Che cosa è dunque
lo spazio? V
idea dèli1 esteso
continuo indefinito. Dico V
idea j si perchè,
quanto a noi,
nulla esìste so
non por le
idee die nc
abbiamo j si perchè
è dimostrato che
Fu ni verso
stesso non è
che un fenomeno
ideale di risu fiato
necessario e sì
finalmente perchè noi
conósciamo la genesi
logica dell'Idea dello
spazio, c ben
d accorgiamo essere
egli un grande
fantasma configurato dal
nostro pensiero. Sìa
pur verri eli e non
possiamo immaginare corpi
distanti, senza figurarvi
uno spazio intermedio.
Sarà sempre vero
che lo spazio
assoluto costituì ra 1
idea generale che
racchiuderà tutti i
possìbili intervalli, e
che questi intervalli
si considereranno come
Laute partì di
questo spazio assoluto*
Qua bè la differenza
che passa fra
lo spazio assoluto
e la superficie
piana geometrica? Quella
clic passa fra
un' indefinita atmosfera che
ne circonda, e
nella quale siamo
immersi, ed un
piano imaginano di
quest atmosferaConsiderate voi
questo piano limitato
e circoscritto? ecco
la figura piana
geometrica. Considerate voi
questo piano indefinito?
eccovi una superficie
indeterminala. 1 3GG DELL' INSEGNAMENTO DELLE
MATEMATICHE. Ma si
Luna che V altra
superficie sono della
slessa pasta si
La loro, che
fra Io spazio
assoluto. La differenza
consiste solo nei
Limiti elio il
penaìer nostro \\
aggiunge» Questa identità
fra il tutto
e le parti,
questa identità suscettibile
tarito di divisioni
grandi e piccole,
quanto delle varie
forme Mille escogitabili,
costituisee appunto il
fónda mento eri
il principio della
possibilità delle commensurazioiu c
delle valutazioni escogitabili.
Senza di questa
identità di natura,
eq^. sta varietà
di forme e
di misure coesistenti
ed associate nello
stesso oggetto, etssa.
la possibilità ds
ogni logico paragone
c d' ogni dimostrativa
induzione, Con !
questa identità e
suscettibilità dì divisione
e di forme
il numero sia
nascosta nel1 unita,
e Y unità investe
la moltipiicith con un semplice
ed individuo .ecncfitlo* Poste
queste considerazioni indubitate,
io domando se
sia o no
necessario dj stabilire
queste prime nozioni
come il perno
massimo sul quale
versa la Ma|
tematica pura? se
sia o no
necessario di porle
nella più chiara
lacere di co-n£
rassegna rie come
anelli di passaggio,
i quali connettono
la co in
un e razionali
filosofia colla scienza
ridia quantità estesa
escogitabile 2 Senza la
genesi 5vitup* pata, senza
^esplicita coscienza dell'Ìndole
Vera e della
potenza propria delfc^gelto
studiato s non t
forse manifesto che
maneggiamo cià che
non conosciamo., die
camminiamo senza bussola,
e inventiamo solo
per caso? Ora
clic cosa viene
praticalo nell' attuale Insegnamento?
Il pritTìO mateiiaic
e fortuito concetto
d diptero viene assunto
tal quale si
affaccia a primo
iniLto alla mente
nostra, e si
passa di sai
Lo ad un
alleo genere d'idee
che pare la
stesso, e che
si assume come
perfettamente equivalente, mentre
pure eh 'egli
l logicamente diversa*
Che cosa ne
segue da ciò
? Con un
accozzamento imi ig ss lo
si corrompono i
veri concetti geometrici.
Là seconda idea
fondamentale e perpetua,
della quale facciamo
n$o ndlìi Matematica
pura, si è
quella del jvumsro.
Anche questa idea,
ai pari di
quella del L esteso,
dev3 essere considerata
in due stali
diversi* Il primo
è quello di
prima comparsa meniate
; il secondo
è quello di
risultato di ragione.
Nel prima stato
ella è un' idea
di puro assunto;
nel secondo ella
e nozione Jilésof
cu. quasi tutte
le nostre idee
morali si veri
deano questi due
statiE però plbrcàvii
tratta di defluire
se suole dai
più diligenti distinguere
la semplice slgnifcuziom
ilei vocabolo dalla
definizione lo pie
a ; la
definizione nominale dalla
JihsoJìcà. Nella nominale
$\ esprimono appunto
le idee di
assunto, cioè quali
nei coutil senso
si affacciano a
primo tratto alla
mente nostra* nella
filosofala per lo
con^ Irario si
esprimono le idee
di risultato^ vale
a dire quelle
che dopo un
esatta disquisizione si
trovano costituire gii
attributi essenziali e
perpetui del dato
Oggetto* Nel parlare
del numero conviene
diligentemente presentare amen
due qui* sti
stati. Ma che
cosa si a
fatto sin qui,
alLro che ripetere
da lutti la défniìXW^
nominale di Euclide,
alla quale Newton
volle aggiungere quella
delle eaàfér guenti
logié numeriche? Ma
domando io se
la definizione di
Euclide sia la
vera o pieno
nozione filosofica del
numero, o non
piuttosto la prima
idea, dirò cosi,
materiale del numero'?
Badate bene alla
quistione, Jo non
dico che la
deli ardo ne
di Euclide sfa
falsa; dico solamente
ch'ella non ò
la definizione filosofica
àcl nu> in,*!'.'.
I indicazione materiale di
mia cosa non
è falsa j
ma la indicazione
o Ja descrizione
materiale non è
una definizione. Euclide
deli ntsce il numero
cóme segue :
IVumerus est ex
unitatibus compost ta jnu hi
nido. Per ben conoscere
filosoficamente che cosa sia ì
inumerò è necessario
di esaminarlo tanto
come fenomeno me ntale,
quanto come oggetto
avente la sua
logica essenza. Esaminandolo
come fenomeno ?
noi indaghiamo da
quali cause egli
derivi, e come
agiscano queste cause
onde produrlo: esaminandolo
poi come oggetto
logico, noi lo
raffiguriamo a guisa
d’ un essere di
regione, del quale
dcterminiamo i caratteri
essenziali. La chiara
c completa enumerazione
dì questi caratteri
essenziali costituisce appunto
la logica definizione
del numero che
ricerchiamo. Ora considerando
iit primo luogo
il numero come
J'en amen o mentale, noi
in» fine troviamo
ch’egli altro non è che
l'espressione unica ed
indi visibile dell
azione simultanea del
senso discretivo e
comprensivo, come il
corso di un
pianeta e l1
espressione delazione simultanea
della forza centrifuga
e delia centripeta.
Dico che questa
espressione è unica
ed indivisibile ;
perocché tanto il
concetto solo di
oggetti dispersi e
veduti ad uno
ad mio, quanto
il nudo concetto
isolato delibi trita
non somministrano fi
idea di numero,
ma si esige
una pluralità da
noi compresa e
veduta in un
solo concetto. Ma
siccome il distinguere
più cosce funzione
del senso discretivo,
e il comprendere
ed unificare e
funzione del complessivo*
cosi ò per
se chiaro che
il numero, consideralo
come efe nome
no mentttle7è fi
espressione della simultanea
azione di questi
due sensi. Passando
poi a considerare
il numero come
oggetto avente la
sua logico es*
senza, cadono tutte
le considerazioni da me fatte
negli antecedenti Discorsi,
L’idea dì numerò
è d’un uso
assolutamente universale, e
si accoppia a
tutti i concetti
nei quali interviene
pluralità ed unite.
Essa si nasconde
nell esteso continuo
per parteggiarlo in
parli escogitabili; essa
si avvolge nello
Spazio assoluto per
dividerne gli Intervalli;
essa investe la
successione per dar
essere al tempo;
essa percorro le
serie per distinguerne
le partì anteriori
e le posteriori;
essa si interna
nelle forze per
segnarne i gradi
; essa si
ripiega sulTaninio per
annoverarne gli aLti,
cc. ec. Ma
in tutte queste
funzioni ih numero
presenta sempre la
stessa essenza logico,
e si mostra
sempre come effetto
composto ed individuo
dei due sensi
sopra notati. Da
ciò si può
intendere che I
estensione matemai tea
in ultima analisi
è un effetto
di questi due
sensi, e viene
ini medesima la
nel numero* Allorché
nella Matematica pura
si fa uso
del numero, si
fa forse dai
precettori avvertire che
si assume il
numero solamente maritato
C°H esteso, e
però non si
prende in considerazione che
una sola fra
le moltissime comparse
logiche iM numero?
Allorché poi ci
isoliamo all1 Aritmetica,
si faforse avvertire
che assumiamo il
numero spoglialo e
solitario, e solamente
appoggiato alla nuda
idea di esistenza?
Nulla, nemmeno per
sogno, sì fa
di LuLto questo;
c solamente facendo
valere un cieco
impulso, si confonde
ogni cosa. Allora
nascono le improprie
denominazioni di numeri
intieri e di
numeri rvtìi, invece
di dire numeri
assolati c numeri
relativi ; allora nascono
le radici sorde,
e peggio poi
le imaginane ; allora
per dire che
una quantità è
al di sotto
dello stato di
eguaglianza si denomina
minore dello zero ;
allora s’inventano enigmi,
nei quali si
tira in iscena
Y infinito a fare
da mago, per
coprire da una
parte col suo
manto o l’ignoranza
o T impotenza, e
per allontanare dall’altra
il mondo dall’ indovinare il
mistero tenebroso. Mancando
la limpida e
filosofica nozione del
numero, si sovverte
o si violenta
anche quella dell’
unità. Io trovo
in Leibnitz il
seguente passo: «Quandj’ai
» dit que
1 unite n
est plus résoluble,
j’entens qu’elle ne
sauroit avoir des
par» ties dont
la notion soit
plus simple qu’elle.
L’ unite est divisible,
mais elle n’est
J> Pas rdsoluble;
car les fractions
qui sont les
parties de Yunité,
ont des notions
» moins simples,
parce que les
nombres entiers (
moins simples que
Yunité) en» trcnt
toujours dans les notions des
fractions. Plusieurs qui
ont philosophéen »
Mathematique sur le
point e sur
Yunité, se sont
embrouilles, faute de
distin» guer entre
la résolution en
notions, et la
division cn parties.
Les parties ne i) sont
pas toujours plus
simples que le
tout, quoiqu’ellcs soient
toujours moia» dres
que le tout.
» Opera
omnia, tom. IL
pag. 332. Che
cosa vedete voi
qui, altro che
un confuso presentimento, nel
quale le idee
non essendo ben
disceverate, si accozzano
aspetti incompatibili? Distinguasi
1 unita aritmetica
dall unità logica,
Y individuale dalla
complessiva, e tutto
rimarrà conciliato ed
illuminato. Noi abbiamo
già spiegata questa
distinzione nei paragrafi
36. 37. 71,
ed altrove. Leibnitz
dice che 1
unità è divisibile,
ma non risolubile.
Distinguo: o mi
parlate dell unità
aritmetica, o della
geometrica . Se dell’aritmetica, nego
che sia divisibile,
perche 1 idea nuda
di esistenza non
è divisibile : l’
irresolubile e l’indivisibile qui
sono tutt’ uno.
O mi parlate
dell’unità geometrica, e
qui suddistinguo di
nuovo: o mi
parlate dell oggetto
materiale abbracciato ed
investito dal concetto
complessivo esteso o
mi parlate dell’idea
individua ed astratta
che da forma
all oggetto stesso.
Se mi parlate
dell’oggetto materiale suddetto,
concedo eh egli
sia divisibile; se
poi mi parlate
dell’idea astratta ed
individua del1 unita,
io nego eh
ella sia divisibile,
salva la sua
essenza. La divisione
o fa nascere
altre unita similari,
come la facoltà
d’uno specchio rotto
moltiplica le stesse
imagini ; o
fa nascere altre
Jorme diverse, come i triangoli
che dividono un cei
chio. Nell uno
e nell’altro caso
però la vera
unità complessiva è
assolutamente perduta. Dunque
Y unità logica, presa
nel suo semplice
e rigoroso concetto,
non è ne
risolubile, nè divisibile.
Dunque Y unità
estesa, presa soltanto
come corpo dell
esteso, è divisibile;
ma non è
divisibile la forma
logica chela costituisce,
senza cessare d’essere
unità. Allorché presso
i sommi genii
delle Matematiche convien
disputare sull abbicci
della scienza, avvi
o no motivo
di bramare una
ristaurazione ? DISCORSO QUINTO. imi Nota II al suddetto. Sullo studiò
anticipato dél-V Algebra. il celebre
Newton riguardava cotanto
necessario di far
precedere le studio
della Geometria a
queliti dei l'Algebra.,
che spesso dolorasi
di non avere
incoiai intinto coll"1
applicarsi di proposito
alla Geometria degii
antichi, n Mane
(cioè quella Geometrìa)
esse voluti praeparationem Ànalysi
addi scenda t
abunde Lestaji iLis
est Isaacus Newtorms
f quemadmodum eutn
dìt-ère solitum refert
llcnrijj cus Pembertonus
in praefa tiene ad
Phìlosophiam Newtonianam. Doluti
saepen numero vir
summus, quod rum
se studio mathematica
totum iiadidisset, priits
„ sdChartesii Gcomehiam
aliosque scrìptores aigebmicos progress us fuisset, quam
» Elemento liudidis
attente perlegeret. Nec
utujitam probavii tiorum
conrilbì m, jj qui
Geomelriae mcllmdo syrnhetica
veterum prorsus neglecta,
in solo caln
culo algcbraico studìum
ornile consti m paia se
ut » (0.
E qui questo
commentatore di Newton
soggiunge: « Nam
s ut alia
omìttani:, ahsquc ornili
Geomelriae » praesidio
vii calai lo
algebra 3 co
focus esse patos
tj elpraeterea ii
qui ad ahi
ora ji proficisei
volent, esperimento intelÈigent
plora interdum oecur rere
probiemata, » quae
metti odo ve
torti in multo
brevìtis et degan
Lì us solvuntur,
quam per caln
eolum amdyticum, qui
persa epe ad
modula perplexus et
o pero su
s esh »
Altri insigni geometri
posteriori s e
fra gli altri
il celebre Mascheroni
nella sua bella
Opera Della geometria
dèi compasso, osservarono
clic in molti
casi col soccorso
dall'Algebra non sì
può giungere alla
soluzione dei problemi
-, c questi
casi, come osservò
un altro valente
matematico, sono quelli
nei quali le
condizioni della soluzione
dipendono dal carattere
particolare e limitato
delle figure. So
diffatti il generato
riceve la sua
possanza c la
stia forma dal
generante, e non
questo da quello
7 se dì
più questo generato,
non raccoglie in
sè stesso che
i rapporti comuni
a molti generanti-,
ommessi ì pvoprii
ad ogni particolare,
egli è logicamente
impossibile c lic V
Algebra, figlia delle
generalità geometriche ed
aritmetiche., possa supplire
a tulle le
ricerche speciali. Tutto
questo nasce io
conseguenza del tenore
intrinseco deiralgontmo algebrico.
La filiazione essenziale
di lui è
tale, clic si
riprova come strano
travolgimento l' insegnare 1* Algebra
prima che 3
di lei naturali
fondamenti siano resi
manifesti e familiari.
Le idee assolute
debbono precedere lo
relative, e quelle
dei rapporti generali
debbono succedere a
quelle degli oggetti
dai quali essi
derivano, Senza che
voi stesso ve
ne a vveggia te 3 sentite
a primo tratto
un urto, una
violenza, ed un
tenebroso che vi
respinge tutte le
volte che volete
affrontare, o che
altri vi vogliano
far affrontare un
oggetto di rapporto
senza la cognizione
{.} AWkmtH/m
unhemlìs /«*»« *>»Cfip.IProp.I. SflhoEona -%P»g6M^'oiodi G:>mwvutarhim* martore.
Antonio Lee, lari
r758: ex lypugmila
Biblioteca* Ambr. chi
De nielli odo
mcXytko. Lih. IL
Bari. I. apucl
Joseph Marcili 1
, tk-i termini
fondamentali. Ciò ù
comune a qualunque
scienza. La Ma
le malica ha
pai questo di
particolare, che gli
end primi della
medes una essendo
per sihtEssi Sommamente
intellettuali e fattìzi!,
non può somministrare
le ultime sue
foriti^ generali fuorché
come prodotti d}
una terza sfera
del Lutto lontana
dalle idee consuete
alla specie umana,
jNciretà in cui
una corpulenta e
tumultuante fan tasm non
può ad un
solo tratto convertirsi
in una spirituale
e pacala intdlellualilu, nulla
vi può essere
ili piò ributtante
e di più
violento del partite
di ferie ricevere
i prodotti dì
questa terza ed
ultima sfera artificiale
spiritual iz^, fot
la qual cosa
ù sempre avvenuto
t come avverrà
sempre, quanto narra
il lodato commentatore:
« AnimadverU longo
a ano rum
esperimento > ex
quo lapidarli >j
hunc volvo erudicndae
in mathemalicus (disciplinisi
s t udiosac juventnlb,
adoj> ìescenles plerosque
Geometri ani, Medi
a ni cen,
Sia Eicon, rdiquasqoc
Malheu seos aijipéniores
partes avide il
la 5 qn idem arripero.,
ijsque so totos
d edere. Al
w gebram v
ero Ita o
m i i
es p r
op c fastidiose
reqr > ti
e re, ni a I
i i re
1 a l
o co n
fe.$ I i
m ped c
j> ante hujus
discendae voi uni
a Lem abficknlp
quam ÀÌgebram ip.sam
primi), Ut »
ajuntj e limine
sa luta verini
j ali! vero
oliquot post mensibus,
ne clicum fUebuSj.
» verccundius castra
deserant; pauci admadum
innpepLo persista ut;
» (d A questo
grido costante ed
energico della natura
non solamente si
sono ned sordi
j precettori matematici
> ma hanno
vie più imperversato
fino ai puntadt
premettere e rendere
assorbente V insegnamento
dell 'Algebra ;
ed alcuni hanno
spinto le cosa
al punto d’insegnare
la Geometria per
via di semplici
coordinata Questo e
1 estremo della
stoltezza c dell' assurdo, e
questo è l'ultimo
attentato contro la
vita slessa delle
Matematiche. (•) Malìa
prefazione al suddetto
Trattato, Sull’uso sussidiario
dell* Algebra. L’ufficio
dell’Algebra di venire
in sussidio allorché
il numero delle
parli non é
conosciuto, non si
può verificare in
un senso assoluto
in tutte le
materie. Nella Geometria,
per esempio, allorché
incontrate l’
incommensurabilità spuria, voi
mediante l’Algebra non
ottenete che una
volgare approssimazione, la
quale da una
parte riducesi ad
una vera frustrazione,
e dall’altra ad
una privazione di
luce dannosissima. Molti
esempii io potrei
allegare • ma
qui mi contenterò
di un solo.
Ad un valente
matematico ho proposto
il seguente puerile
problema. = Dato
il diametro di
un circolo diviso
in 58 parti,
e dati due
cateti, l’uno dei
quali sia eguale
a 40, e
l’altro a 42,
avremo si i
cateti che l’ ipotenusa
razionali. Dal vertice
del triangolo rettangolo
calate la perpendicolare sul
diametro: essa costituirà
la media proporzionale
fra duesegmenti del
diametro. Dal centro
del circolo elevate
pure il raggio
perpendicolare: esso riuscirà
paralello alla suddetta
media proporzionale, e
farà nascere la
linea intercetta fra
l’estremità del raggio
e l’estremità della
media proporzionale suddetta.
Ora si domanda:
quale sarà la
misura lineare, o
almen potenziale, tanto
dei diversi segmenti
del diametro, quanto
della media suddetta?
In conseguenza quale
sarà il secondo
binomio incrociato ? = A f
ine di
rispondere a questa
interrogazione ognuno vede
essere necessario di
trovare il comune
misuratore,* e per
far ciò conviene
usare del metodo
indicato al 132.
Ma volendo a
dirittura tentare coll’Algebra
la soluzione del
quesito giusta i
metodi adottati, sorge
l’inciampo della 1/2,
la quale rende
impossibile ogni valutazione
definitiva domandata. Ecco
ciò che al
detto matematico e
ad altri pure
avvenne. Oltre di far mancare
la soluzione definitiva,
si toglie 1
adito di vedere
la varia legge
colla quale la
stessa spuria incommensurabilità suole
agire nei varii
casi. Cosi, per
esempio, se nel
caso recato nel 130
vedemmo clic dopo
la suddivisione i
primi cateti rivestono
una misura meramente
potenziale, noi troviamo
che nel caso
presente essi ricevono
ancora una misura
razionale . Cosi pure
si rivela il
fenomeno d’ una compotenza
concentrata, la quale
a guisa di
germe racchiude una
eminente virtù algoritmica,
per la quale
passandosi dal superficiale
al lineare, o
viceversa, si assoggettano
le moli elittiche
allo stesso trattamento
delle circolari, e
si compie con
due radici la
misura finita delle
elittiche, come si
compie con una
nelle circolari. In
conseguenza le cognazioni,
l’influenza, il passaggio,
il predominio, ed
altre tali cose,
si manifestano all
attento indagatore. Questi
ed altri tali
lumi sono tutti
perduti, attenendoci al1
uso esclusivo o
male applicato dell
Algebra. 4372 DELL’
INSEGNAMENTO DELLE MATEMATICHE.
Quando col segno
X ? od
altra lettera, voi
disegnale un' incognita,
voi non definite
mai if carattere
naturate di ques fincognita. Ma se dà
questo caràtteri* dipendessero
i rapporti logici
della sua valutazione,
non è forse
manifesto clic i
risultali riuscir dovrebbero
o ambigui, o
impotenti, o fallaci?
Resta dunque* /issare
ancora la dottrina
de 11’ app
He abilità dell*
Àlgebra alle diverse
materie ed ai vani casi
die si presentano
ncfla Matematica pura. I_
rosegtio senza interruzione
{'esposizione delle nozioni
fondamen¬ tali die dovranno
formare la maLcria
dèlT insegnamento primitivo.
Le osservazioni de me
divisate sul libro
do! signor W ronski
sono subalterne a
queste nozioni .
Esse debbono servire
a sebi a
ri re o
a confermare alcuni
tratti, cui non
potei maggiormente sviluppare
dapprima. Non per
ismauia di criticare,
ma per necessità
d'istruire, ho divisato
di esaminare il
libro suddetto. Io
bo in co
in in ciato
colfesporre i fondo
menti della Geometria
di valutazione, cui
il signor W
rem db chiama
Geometria algoritmica. Coti
questo nome egli
disegna quella che
volgarmente vi en chiamata
Geometria analitica. Qui
il nome dì
analitica viene desunto
dall1 Algebra, appellata
Analisi. L'Àlgebra 5 come
venne caratterizzata da
Leibnitz, altro non
à che la
scienza generale delle
grandezze lì ci
Le. da questa
scienza generale ha
i suoi fondamenti
e la sua
origine nei particolari,
uè può essere
intesa, uè di buonavoglia a
ffro n t
a l a,
fu orcb è
d a Ics
te già i
m bevute dalle
cognizioni dei particolari
Produrre e dimostrare
questi particolari, ecco V
oggetto e i
limili della Geometria
di valutazione destinata
agli apprendenti. Essa
noti è dunque
la Geometria analitica
usitata, ma bensì
una p ile
fa razione a
questa Geometria. In
questa preparazione fatta
a dovere si
ordiscono tulli gli
arti Li eli
dVin nuovo calcolo.
Il solo vero
ed il solo
utile: io voglio
dire del calcolo
di unificazione annata,
nel quale sì
vanno a fondere
tutti gli algoritmi
conosciuti fui qui.
La Geometria che
conosciamo non ci
somministra che altrettanti
amminicolh i quali
(issano alcune condizioni-estrinseche di
questo calcolo. Essa
anzi aspetta da
lui la sua
unità e la
sua possanza. Una
leg.au imperiosa ci
sforza a procedere
in ordine inverso
di quello col
quale L concetti
della quantità nascono
di fatto nella
mente umana. Per
insegnare con vie
u distinguere, connettere
od esprimere, mentre
pure else n pluralmente
iu cominciamo coll'
ammassare e col
confondere, Tom, I.
Quest’avvertenza é importante
$ perocché se,
amando di ripesare
sopra un finito
certo, iu cominciamo
a studiale e
ad occuparci per
eiezione dd partito
c del dìscret&Q
elementare 5 noi
dall* al tra
parte siamo segreta*
monte tratti ad
iti cominciai'1 per
natura coll' unito
e col caulinno
complessivo, e sempre
alludiamo a lui,
[ u segreto
antagonismo fraia ragù*
ne clic distìnguo
e divide» e
fra il senso
die confónde ed
unisce, sospiuge la me
ule nostra per
una via di
mezzo, odia quale
convìen transigere perpetuamente
col senso discretivo
e col continuo,
nell* atta pure, ck
sin ino costretti
od esprimere successivamente le
affezioni di queste
due Jorze mentali.
La necessità di
dimostrare le cose
a brani successivi
fa sì clic
eoa possiamo raccogliere
il vero concetto
delle cose die
alla fine della
trattazione; e frattanto
siamo condannati ad nua sospensione
di giudei, die
Irrita la nostra
impazienza, o die
ci porta a
conclusioni precipitata. Ma
per adoperare diversamente
converrebbe avere una
mente divina die
apprende, distingue ed
esprime ad un
solo tratto. Ciò
sia detto per
rendere ragione dell1
andamento usato nel
Discorso antecedei] le. Ivi
avendo impreso ad
esibire I primi
materiali dell’ insegnamento primitivo
delle Matematiche, fui
costretto a separare
Tesarne dei quadrati
aritmetici dai non
quadrati intermedi]. Dico
degli intermedi!, perocché
i nomi non
quadrati in genere
non possono tonnare
oggetto di primitivo
insegnamento, co. Ma in questa
separazione pura me
Elle mentale, fatta
solo per agevolare
Tesarne delToggetto proposto, io
udii ho mai
preteso di snaturare
il vero concetto
delle grandezze estese*
t meno poi
Intesi che fosse
om messo l’esame dello
stato interno delle
grandezze da noi
studiate. Io ho
voluto sollaDto che
venissero cólti i
grandi e progressivi
intervalli nei quali
si annunziano i
tuoni Interi razionali,
riserba adorni di
compiere lo spazio
Intermedio, ossia di
segnare I algoritmo
necessario a valutare
logicamente questo intermedio.
Dare un saggio
del metodo di
valutare questi spazi!
intermedli forma appunto
il puma oggetto
di questo Discorso.
Dico il primo, perocché il
secondo consisterà uclTesame
del libro del
signor "YYrouski* Io
debbo necessaria mefite
restringermi a pochi
Lraili primitivi, ed
esporli in un
modo intelligibile ai
non matematici. Le
osservazioni si presentano
In folla. Io
trascesile! ó quelle
sole che vanno
a dirittura allo
scopo proposto. Primo
snggio dell' algori Imo
dei continui dittici,
Esempio; valutare il
quadrato deli’ eccesso della
diagonale di un
quadrato rispetto al
quadrato del Iato.
Fissale lo sguardo
sulla lig, IX.
della lav, I.
Sia descritto il
quadrate A CD
lì, e siano
tirate le rispettive
diagonali A 1\
BC. Presa la
metà di una
delle diagonali {e
cosi, per esempio,
la C K ), si
faccia centro ju
C, e si
porli sui due
lati CD e
CÀ, li compasso
taglierà la CD
nel punto IL
e la CA
nel punto EParimente fatto
centro in A,
e presa Salila
metà A Iv, e portato
il compasso sul
lato AB, questo
verrà tagliato in
GFinalmente fatto centro
in IL e
preso il raggio
D K, e
portato il compasso
sul lato D
lì 5 questo
verrà taglialo nel
punto F. Congiungote
i punti, e
voi avrete; Luil
quadralo interno E
GII 1 di
un'area eguale alla
metà dell3 esterno;
2.° avrete il
gnomone E 111
I)B A di
area eguale al
detto quadralo interno.
Questo gnomone è
ripartilo in tre
parti, La prima
è formata dal
quadrato dello spigolo
GIF lì, e
le altre due
dalle due braccia
o quadrilunghi ÀE1G
ed IHBF. Si
domanda rpiale sarà
il valore particolare
di queste àree,
o almeno in
quale pròporzione staranno,
sia col grande
quadrato interno, sia
coll3 esterno, Prima
di pensare a
stabilire valori veggiamo
se la costruzione
geometrica imponga condizione
alcuna, onde servire
di guida e
di garante ai nostri procedimeli
ti. Fissata questa,
ispezione, io rilevo
quanto segue. I,
Comi iato là
geometriche alle quali
il calcolo deve
soddisfare. Posto che
il grande quadralo
esterno AD è
il doppio dell1
interno E li,
ne verrà che
la quarta parte
del quadralo A
D sarà eguale
alla metà del
q u a d ra
lo Eli. D
n n q
u e II
tri a ago!
o D K
B sarà eguale
alla m e
là del quadrato
E IL Ma
anche II gnomone
suddetto è uguale
allo stesso quadrato
E H. Dunque
la di lui
metà IilB I)
sarà eguale al
triangolo DTCB. Detratta
dunque la porzione
comune I) MI
Bg ne risulterà
clic il triangolo
IKM sarà eguale
al triangolo M
II D. Dunque
il lato MD
sarà eguale al
lato MI. Ma
MD ù idiote u usa
rispetto ad HHeHI).
—fi,, ^ Dunque
MD è doppia
di HD. Alzate
ora lo sguardo.
Voi vedete II
quadralo spigolare GII
B diviso in
due parti eguali,
ognuna delle quali
è per costruzione
uguale al triangolo
M II D, e per
ciò stesso a!
triangolo IKM. Dunque
il triangolo MIL
sarà eguale al
dello quadralo spigolare.
Ma questo triangolo
non è che la
metà di un quadrato. Dunque
tutto il quadrato
su LI sarà
doppio del quadrato
sulla IF. Compiendo
quindi la costruzione,
avremo là %. X. Che
cosa vegliamo in
essa? Noi veggio mo
tutto il grande
quadrato A BD
C diviso in modo, che
nel suo mezzo
presenta il quadrato
NOQP d’area doppia
di ognuno dei
quadrati spigolali. Il
rimanente poi è
diviso in quattro
quadrati e quattro
quadrilunghi, che formano
tanti complementi. Ma
qui dentro esiste
pure il quadralo
E 0 MG,
die è identico
col quadrato EIIIC
della fig. IX.
L’area di esso
è divisa appunto
in modo, che
sulla sua diagonale
OC stanno descritti
i due quadrati
NOQP e PLCG,
il primo dei
quali è doppio
del secondo. Esso
dunque contiene ed
eguaglia il binomio
pdrtito fatto dal
quadrato del1 eccesso
della diagonale sul
lato rappresentalo dalla
linea CL, e
dal quadrato PO
duplo di questo,
coi rispettivi complementi.
Osservo incidentemente, che
se nella fig.
X. fossero tirate
le diagonali dei
quadrati spigolati, noi
costituiremmo un ottagono
perfetto, l’area del
quale sarebbe uguale
a tutto il
grande quadrato, meno
il quadrato centrale
NOQP. Quest’ ottagono
diffatti escludendo la
metà dei quattro
quadrati spigolar!, queste
quattro metà pareggiano
appunto il detto
quadrato centrale NOQP.
Invito i matematici
a cogliere l’addentellato che
qui si presenta,
e che forma
un primo anello
d’una importante catena
di teoremi. Proseguiamo.
IL Costruzione e
valutazione del rispettivo
binomio incrociato. Metodo
di assimilazione. La
geometrica costruzione ci ha somministrati
i dati sopra
notati: ora tocca
all’Aritmetica a fare
il resto. Si
tratta di determinare
il valore relativo
ossia proporzionale del
quadrato spigolare CP(fig.
X.) e dei
due complementi. Come
procederemo noi in
questa bisogna? Mirate
la fig. XI.
Sia il diametro
AB diviso in
tre grandi parti.
Quella di mezzo
verrà suddivisa in
due, e però
il segmento B
0 sarà eguale
ad un sesto
del diametro. Alzate
la perpendicolare BM.
Dal punto Murate
le due linee
MA ed MB.
Compite il binomio
incrociato tirandole altre
linee M C,
MD. Ciò fatto,
per una facile
dimostrazione troverete che
il quadrato sulla
MB sarà doppio
del quadrato della
AM. Disegnau —q —9 do per
la stessa lettera
q il quadrato
geometrico, avremo A M •
MB •• I
: 2. Parimente
ABI : AB
;; 1 ;
3, Finalmente MB ; AB
;«* 2 •
3. . \
3ì 7 Per
uno necessario costruzione
abbiamo diviso 1
Ipotenusa A. 13
in ~q “ Ora arrestai] deci alla
fig. AIA., il
quadrilungo V B iN
lo vedete nel
vicino e crns.
La sua metà e
C df
sarà uguale all'area
A LB del
suo vicino. .IL
aedf àchg.
Dunque achg sarà
uguale all’ area dui
triangolo rettangolo suddetto.
Qui il quadralo
echi è uguale
al quadrato della
mezza proporzionalo. Qui
il braccio i
h df c
uguale al braccio
aeig Dunque unendo
il delio quadrato
a questo braccio,
avremo il rettangolo
tfcàg uguale alla
metà del quadrilungo
e c ni
s. Dunque il rettangolo màj
sara uguale all
area del triangolo
vicino A L IL Dunque
l'area di questo
triangolo é uguale
al quadrato di
della mezzo proporzionale, piu
nn braccio di
detto gnomone* Convien
ridurre le cose
in questa forma
per la comodità
e speditezza del
calcolo. Venendo ora
al concreto, e
nchiamaudo i gin
fissati valori, ecco
la loro espressione ì A
C 2 33
ex* 33 544 Somme F
35 577 E 612 G À
=r alio spigolare, B a quello
della media proporzioni
aie- G ~ al
braccio del gnomone. Fatte le
somme, abbiamo E
alla metà del
quadrilungo* e quindi
al- barca del triangolo
rettangolo AMD della
XL lav. I.
Abbiamo F =:
al braceio. più
d quadrato spigolare.
Unendo queste due
parli, abbimi iti
G al quadrato
del raggio. Ottenuto
il valore dell'area
suddetta^ ecco come
si procede alla
lormazloue del modio,
Qui portate l attenzione
sulla Lav\ IL
6g. !■ Posto
che A 1?‘=
8 I fis
sarà F \l 408
^ G E
A. Posto elisi
E i 1 032,
sarà E et 8 1 G J
> E B
Som m a 1 22
4 rrz
all7 inserii te.
F è uu
quadrato 5 e posto
che il l ri □
ugole Alili è
uguale alla sua
melò, ue verrà
che il quadrilungo
À fi SD
san. uguale a
tutto II quadralo
FATI D. 4.° La
porzione A N M
D è
composta dal qua d ra to
m a ggì ora E }J e
dal complemento E
N, Dunque {la
esso detracndosi lì
quadriiango A US
D (eguale alla
metà del tu
ilo), rimarrà la
lista R S
M N a
n q u
e nel riparti
to re q
li osto ri
da Cesi a
d i, e
j >e r
ò uguale al
' J uadrato
della metà del
laLo di questo
eccéssoProseguiamoli
quadrilungo AMHS =
BIG -f 577
= 131)3Il quadri^
A 11 SD
z 1 189Dedotto
questo da quello,
rimaiie 204,
Dunque k lista
li ài \
S =r 204.
Ora se prenderemo
quattro di queste
liste, come nella
%* V.s più
quattro metà di
35 5 ossia
70 5 avremo
810 + 70
z: 88G. Se
aggiungeremo lutto il
quadrato E F
11 G eguale
a quello della
% IV-, cioè
2378, avremo 32G7,
Ala. SiO. Dunque
il qua* 4
tirato \BDC è
ugnale a quattro
quadrali delFesUremo maggiore,
senza AUMENTO? NiL
DIMINUZIONE, Fate la
stessa operazione con
qualunque eom me
usura bile s
e voi avrete
lo stesso risultalo*
V. Analisi p
proTP cloHn vai u Lezione
del secondo btnoniiu.
Dopo di aver
esaminala la prima
parte della parola
5 cioè il
binomio appartenente alla
parte superiore (direttamente
predominata dal curvi 9
—(ì lineo 1.
cioè il binomio
prima sommato, e
poi pdrtito da
AM + MB,
fìg. XL lav.
I., ragion vuole
che esaminiamo l’altro
binomio appartenente alla
parte inferiore dipendente
3 e più
dire tiara ente
spettante al rettilineo.
Questo è il biu
orma pdrtilo sopra
T D. Il primo
termine è segnato
dalla potenza di
T 0, elio
è il quadralo
della media proporzionale: il
secondo dalla potenza
di O LE
che è il
quadrato del raggio
s ossia della
metà dell’ ipotenusa. Onde
raffigurare le cose
nel loro lucido
aspetto colivi e
u trasportarci alla
fig, XIV. della
stessa tav. I,
Ivi il quadrato
erta deve figurarsi
esser quello ebo
viene costruito sulla
TD, fig. XI.
Ivi la linea
ih corrisponde alla
T 0. lig.
XI.:, e la
linea ho corrispondo
alla O D,
fig. \I, Ciò stante, il
quadrato eihctft rò quello
della media proporzionale, ed
il quadralo h
o l n
sarà quello del
raggio, ossia della
metà dell’ ipotenusa* Qui
dunque abbiamo il
binomio pdrtilo dei
due mezzi termini
della disuguaglianza e
della eguaglianza. Questi
formano gli estremi.
1 loro medi!
o complementi sono
i due quadrilunghi
cho il ed
ir uh* Questi
quadri lunghi sono
fallì sul lato
della della mezza
proporzionale e del
dello raggio* Che
cosa ne risulta?
\ eggumudo. Il
quadrilungo irnh è
formato dal quadralo
fu ugnale a
quello della mezza
proporzionale, c dalla
id eguale ad
una delle braccia
del gnomone già
sopra valutalo. Dunque
Farea di questo
quadrilungo è esattamente
uguale a quella
del primo triangolo
rettangolo inscritto. Dunque
gli fi Lessi
valori ebe formarono
i me dii.,
ossia i Complementi
delFaulece dente binomio,
formano pur anello
i medii, ossia
i complementi di
questo binomio susseguente*
Dunque Ira 11
quadrato della mezza
proporzionale e quello
del raggio intervengono
gli stessi MED
ri proporzionali che
intervengano fra i
semìqtiadrati del primo
binomio inscritto nel
semicircolo. Ora venendo
al caso par
Li colate proposto
. ecco le
valutazioni clune sorgono.
1386 DELL’ INSEGNAMENTO DELLE
MATEMATICHE. 1.° Fu dello
che il quadralo
della inedia proporzionale
è uguale a . 544 2. °
Che quello del
raggio è uguale
a . 612 Somma 1156
(44 il quadrato
della mezza proporzionale. Attigua
a questa vedete
la squadra 08
e gu a
1 e al
quadratude 1 1 a
d i (Te
re n z
a fra F
u u a
e Fa l
tr a, e sop
a u
e vede le
11 riparto nei
numeri 33.33 clic
segnano il braccio
del gnomone, e
nel numero 2
che segna il
quadrato spigolare. Ora
qui vedete 16
sottrazioni che vanno
a finire in
zero, cioè nelFgguagZ/VzftStf fra
il sottraente ed
il sottraendo. In
tutti i biuomiì
sommati composti di
due quadrati* fra
i quali intercede
una ragione prossima
proporzionale (come sarebbero
simplo e duplo,
duplo e triplo,
triplo e quadruplo,
quadruplo e quintuplo,
ec.) avviene sempre
l’ultima equazione perfetta,
della quale parlo
qui. La tavola
numerica è generalo.
Non conviene confondere
questa equazione fra
i quadrati delle
due ascisse (
cioè della media
e del raggio
) coi quadrati
dei cateti. Noi qui parliamo
dt quelli, e non dì
questi. Questi sono
i principali, quelli
i secondarli ;
questi gli antecedenti,
quelli i conseguenti.
Tom. f. $8
. f secondari^
per adempiere le
funzioni rigorose ed
algoritmiche di principali,
abbisognano di ulteriori
preparazioni, sulle quali
nou posso estendermi
per ora. Considerando
adunque la serie
dipendente di questi
quadrati delle medie
in relazione ai
quadrati del raggio .
importa di osservare
eli e i
nominativi delle proporzioni
si assumono sempre
duplicati. Così per
la possibilità del
calcolo non possiamo
dire 8:9;maconvien dire
16: 18, come
nel caso nostro.
Ciò nasce in
conseguenza dei rapporti
necessairi del metodo
di assimilazione applicato
al tetragonismo. Così
si vede quali
gradi subalterni vengano
racchiusi entro il
dato grado. Onde
ravvisar meglio questa
circostanza esaminale la
tavola numenca B.
Questa incomincia dove
l’altra finisce. Ivi
vedete alla casa
XY1, e X^
III. seguati i
quadrati della media
e del raggio.
Ivi vedete, giusta
la già fatta
osservazione, formare entrambi
uniti il quadralo
numerico perfetto di
34, somma dei
due esponenti XVI.
e XVIII (0.
Qui pure vedete
che nella fissazione
dei valori, mediante
il processo di
assimilazione, il calcolo
estimativo delle due
ragioni del simplo
e duplo non
può essere portalo
ad altro grado
più di sotto.
Qui non
finisce la cosa.
Un braccio del
gnomone circondante il
quadrato del raggio
è uua specie
di radice. Qui
quello del raggio
ha il valore
monogrammatico di 35.
Il braccio di
quello della media
ha il valore
di 33. La
somma dei nominativi
delle due proporzioni
è 34, intermedio
fra 33 e
3o. Se poi
uniamo le aree
ossia i numeri
lassativi che stanno
di sotto, abbiamo
il quadrato di
34. Vi prego
a notare questa
circostanza, per cogliere
i primi dati
apparenti dei tre
termini inseparabili dell’eslimazione dell’esteso
continuo. Ciò tutto
appartiene alla serie
decrescente subalterna fatta
per sottrazione gammata.
Il frutto che
voi potete ricavare
da questa operazione
egli è quello
stesso che si
può ritrarre in
Chimica dalla dissoluzione
d un composto,
vale a dire
somministrare la cognizione
degli elementi per
noi discernibili dei
corpi. Quest’ ufficio si
palesa anche qui.
Eccone un esempio.
Allorché sopra nel
n.° IH. di
questo paragrafo, considerando
le figure IX. e X.
tavola I., cercammo
di valutare il
quadralo dell eccesso
della diagonale sul
lato (cioè lo
spigolare in conseguenza
della più ristretta
assimilazione di 8 con 9),
questo quadrato ci
risultò di 70
in relazione a
408. Ora che
cosa ci dice
la nostra Chimica
espressa nella (i)
Credo inutile di
avvertire che io
distinguo, come sogliono
i matematici, l 'esponente
dagli esponenti. Qui
parlo del primo,
e non dei
secondi. Al primo
io imporrei il
nome di nominativo
della ragione o
proporzione, lasciando agli
ultimi il nomo
di esponenti. DISCORSO
SESTO PARTÌ;
PIUMA. i 39
I tavola numerica
À? Essa ci
dice che questo
70 è un composto eli
seconda mano} il
quale comparirà più
lardi a Fare
la sua funziono,
Geltale l’occhio sulla
casa XCT\ . Ivi
vedete il residuo
12: attiguo vi
vedete il gnomone
5-j-o + 2.
Ponetelo lulla iu
figura ^ avrete la
seguente \ A
.2 C 5 G 5
lì ri Qui, come
vedete,, avete il
gnomone uguale all5
a rea del
residuo ni- terno j
qui nel complesso
avete il 24,
che nella tavola
À occupa la
seguente casa XGI11. 5
è il di
cui braccio di
gnomone è 7,
Questa corrisponde alla
casa terza della
tavola lineila quale
vedete i nominativi
li. IV,* i
quali, sommati, danno
6, il quadrato
del quale è
36, Qui ricordiamoci
essere stato questo
il primo quadrato
dell* ipotcnusa per
formare Ì termini
dcirassimila/.ioue; e perù
operavamo Érnza saperlo
Ira lo radici 5
e i. Proseguiamo,
Fatto questo schema
primo 3 voi
avete gli elementi
per formare un
binomio p&rtito. Prendete
12 (A) per
primo estremo. Piglialo
24 (G) per
secondo estremo. Pigliate
A + B
per medio da
una parte e
dall’ altra, avrete: A 12 un B17 C 24 F
70 Eccovi il 70,
ossia il nome
equivalente ricercalo. IX.
Elementi coin potenzia
li, (lai quali
rUulci 11 vàio
re dato ni
quadrate dell’ eccesso delia dindonale
sul lo lo,
I n’ altra osservazione
i m porta u Le cade qui.
I due numeri
29 (Di e
41 (E) qui
seguano le due
parli di tutto
il quadrato geometrico
del valore di
70 (F). Queste
due parti souo
realmente i quadrati
del due cateti
che costruire si
potrebbero sul lato
del quadrato F,
e i due
quadrilunghi rappresentano il
loro valore superficiale.
Ora 29 (D)
e 41 (E)
fanno le funzioni
di due biuomii
sommati di quadrali,
come abbiamo veduto
uel Discorso V.
pag. 1327-1328. Considerali
come radici lineari,
noi troviamo il
29 risultare da 25
+4, e
il 41 risultare
da 25 + 16.
Considerati poi i
loro quadrati ed
i loro coefficienti
nella tavola posometnca,
troviamo la rispettiva
loro composizione peregrina.
Egli è vero
che nel Discorso
V. souo considerati
come nomi lineari,
mentre che qui
si considerano come
nomi superficiali; ma
egli è vero
del pari che
anche sotto questo
rapporto essi sarebbero
sempre due binomii
di 25 44
e di 25 41
G. Oltre
ciò, in forza
del processo di
assimilazione per tulli
i casi simili,
mostrato di sopra
(ved. 132)5
questi coefficienti si
possono, anzi si
dovranno convertire in
lineari, ritenute le
condizioni aritmetiche; e
però anche il
quadrato risultante subirà
la relativa conversione.
Per la teoria
delle quadrature ciò
è indispensabile; ma
vien fatto con
un processo frazionale
preindicalo ne’ suoi dati,
obbligalo nel suo
maneggio, ed omogeneo
nelle sue conclusioni;
quindi filosofico e
dimostrativo in tulle
le sue parti.
Esso respinge tanto
le radici sorde,
quanto le imaginarie;
esso non fa
uso di minuti
indefiniti ritagli, nati
da suddivisioni e
suddivisioni materiali; esso
li lascia alla
zotica commensurazione fabbrile,
la quale, giunta
al fine del
suo lavoro, trovasi
ancora impotente come
al suo principio. 137.
Dello stato monogrammatico e
digrammatico dei continui
dittici. Scelta del
metodo preindicato. Prima
di proseguire questo
primo saggio del
calcolo iniziativa degli
incommensurabili, applicato specialmente
alla serie delle
proporzioni continue associate,
ragion vuole che io dia
ragione di ciò
che ho più
volle accennato sul
trattamento algoritmico di
queste proporzioni. Insisto
su quella del
simplo e duplo.
Io ho presa
la prima mossa
alla maniera consueta,
proponendo un problema,
e sono saltato
al metodo di
assimilazione per un
analogia coi razionali.
Ora prendiamo la
cosa altrimenti. Procediamo
con preindicazioni già
stabilite, e usiamo
del metodo devi vativo.
Ritenuta ogni condizione
sì generale che
particolare della Geometria
come condizione sine
qua non, scelgo
di lasciarmi guidar
per mauo dalla
natura. Questa legge
è così indeclinabile, che
l’Algebra stessa deve
rispettarla assai più
di quello che
il più ligi o
vassallo feudale li spettar
doveva la fede
data al suo
signore 0). Ricordiamoci
sempre, che noi
maneggiamo la quantità
estesa escogitabile, e
che però le
condizioni assolute dei
nostri giudizii sono
di esclusivo dominio
della Geometria. Qui
per condizioni generali
intendo quelle che
nascono dai rapporti
necessarii dei binomii
incrociati; per condizioni
speciali poi intendo
quelle che vengono
indicate come proprie
al binomio del
simplo e duplo.
Quanto a quest*
ultimo, noi abbiamo
rilevato quelle che
nascono immettendo il
simplo nel duplo,
e abbiamo veduto
che col metodo
di assimilazione le
valutazioni soddisfacevano, benché
noi trattassimo le
nostre grandezze a
guisa di quadrati
aritmetici ed in forma monogrammatica. La
sola differenza di
un elemento uasceva
fra i prodotti
degli estremi e
dei medii moltiplicati
fra di loro.
Io ho detto
che questa dilterenza
non era eh
e fattizia^ e
però più nominale
che reale. Ma
quand anche fosse
stata reale, come
nelle approssimazioni materiali,
si avrebbe avuto
almeno una valutazione
relativa. Per la
coscienza larga dei
Leibuiziani, i quali
considerando il comodo,
non si fanno
scrupolo di violare
il rigore geometrico,
questa inequazione sarebbe
nulla, specialmente quando
i termini della
serie sono assai
inoltrati (2). Ma
siccome questi signori
hanno per costume
di esigere da
altri una coscienza
rigida, neH’atlo che
per sé stessi
si prevalgono d* una coscienza
lassa, egli è
perciò che anche
rispetto ad essi
sarò tenuto a
giustificare la mia
teoria. I. Esempio
della proporzione del
simplo e duplo
su due ascisse
nello stesso circolo.
Forma non quadrata
dell’eccesso del duplo
sul simplo. Per
far ciò in
una maniera preindicata
osservo quanto segue.
Nel 133
ho già fatto
osservare, esaminando la
fig. XVIII. della
tav. I., che
la seconda ascissa
a d\ tirata sino
al fondo, è
uguale a 14. Alzate lo
(1) Je dis
encore une pois, quii esttres-aise
de se tromper
en Algebre quand
on ne raisonne
pas avec rigueur,
a la facon
des anciens geom'etres.
Leibnitz,
Opera omnìas tom.
III. pag. 636.
(2) Io propongo
il seguente schema,
il quale risulta
dalla quarta evoluzione
del simplo e
duplo. ^ i386o
10601 G X B 19601
27 720 Moltiplicate A
per B: avete
384,199,200. Moltiplicate G per
G: avete 384,199,201. Qui la
differenza 1, rispetto
a trecento oltan- taquattro milioni
e più, sarebbe
o no una quantità
sprezzabile, secondo i
Leibniziani? Nei calcoli
ordinarli di approssimazione è
vero o no
che, quando siamo
solamente a cento
millesimi, i matematici
si sogliono contentare
? j 304
dell" iìvse giramento delle
matematiche. sguardo sulla
figura \ . \
oi vedete questa
linea nella bblf’.Ota
fingiamcclie su questa
lìnea venga costruì
lo un circolo.
Qui compiacetevi di
osservare la tavola
IL. e di
portare lo sguardo
sulla figura XIV.
Sia Ab \ h: ? —q
^arà ALI 1
1? G.
La linea A 0 sarà
raggio. Dnuque AÙ 49.
Da À Ó
detraete \ :
avrete A E %
ed E .0
” 5. Dunque
A Jò 4:
E 0 =: Sfi.
Ciò posto» alzate
la perpendicolare lino a die
lacchi la circo
uiWeD&i in C:
ìndi tirate la
linea CO. Questo
non è clic
lo stesso raggio,
il quale vi
fa la Inazione
d’ ipoleu usa rispetto
ad K 0
e ad E
C. Sopra abbiamo
q q q
veduto die CO /j-9ma EO 25
; dunque E
C ~ 24,
Ora da ÀO
detraete un unità.
Sara EF =
4. Dunque El: '
= 16; q
dunque 1' Q 1.
Se dunque alzate
la perpendicolare l
E), avremo il
suo quadrato ~
48. Ma E
ti ~ 24.
Dunque E C
■ I' D
*• 1 ^
Abbia* mo dunq
ue qui, dentro
lo stesso quarto
di cerchiole due
ascisse EEe D
F5 tra la
cui rispettiva potenza
passa il rapporto
del sire pio
al duplo. Aggiungasi
tanto alTuna che
a [fa lira linea
la porzione inferiore:
avremo cd 90,
e i) il 7= 1 92.
Ora portiamo amen
due queste linee
sullo stesso piano
orizzontale, come nella
fig, XV*, in
modo che amen
due siano perpendicolari adii
stessa lìnea (1
L a ritenuta
fra di esse
la stessa distanza
che avevano deatro
al circolo* Avr
e mo C
G fig, X
V = C
G fig. XIV,
e D li
%XV- DII fig. XIV,
Più, avremo ognuna
delle linee A
D3 CE* G
li figXV, %fua‘
10 ad EF
fig. XIV, Ciò
ritenuto, pigliale la
distanza G €/
e fallo centro
in II 3 portale
11 compasso sopra
la linea |ID:
voi la taglierete
in E. Portatala
sopra la Gl
: voi la
taglierete in I.
Campite la figura:
voi avrete due
rcUaugoh, E uno
dentro dell' altro. Il
primo sarà E F I
II, che
per la fatta
costruzione sarà uu
perfetto quadrato :
ma quanto all’altro^
ossia al maggiore.,
c cosa da
esaminarsi. È 10
dubita Lo eli
e il quadrato
che venisse costruito
sopra D li
starebbe al quadrato
sopra Eli in
ragione del duple
al sintplo* Ma
nella prcseuLe costruzione
non sappiamo se
1)E sia eguale
a CE* c
però se i!
rettangolo A D
£ C sìa
un perfetto quadrato,
©ra carne potremo
noi accertarci del
sì 0 del
no? Eccolo, Se
A D E
C fosse quadralo
perfetto, e quindi
i lati CE
e DE lasserò
uguali, noi avremmo
non solamente i!
gnomone uguale in
snpurfa al quadrato
interno E I,
ma avremmo eziandio
questo rettangolo spigo
DISCORSO SESTO PAKTJ3
PIUMA lare maguloue
almeno di ln
sesto dello stesso
quadrato interno (Ned. 1
I 9)* Ora
questa maggioranza si
veri Bea forse
qui? Niente allatto.
Imperocché ■ $
abbia m o
veduto eli e
la G E 4, e
però C E
~ I G. A
bbia tuo ved
lì to e
h e GG
= 96; e
però che EFI
H=9B. Ma I 0 :
96 sta
appunto come 1
a G, Dunque
G E qui
non sùpera questo
sesto ; dunque
egli non eguaglia
i! vero quadrato
spigolare del sitnplo
immesso nel duplo
in forma monogrammatica. Ma
dall'altra parte è
certo die DE
forma Y eccesso del
duplo sul si m pio.
Dunque J.) E
sarà maggiore di
G E. Dunque
lo due ascìsse
del si m pio e
duplo entro lo
stesso senili: ircelo non
tengono fra loro
una distanza eguale
alla differenza della
loro rispettiva lunghezza.
Dunque la loro
forma di esistere
entro V unità
assoluta circolare non
e monQgrammatic(t) ma
digram malica* Dunque
la forma monogra
tu malica e
perfetta mente similare
da noi data
a questo due
grandezze, come nelle
ligure [X, e
X, della tavola
I., è del
Lutto artificiale. Quale
sarà dunque nel
caso nostro la
conseguenza ? La
conseguenza sarà, che
nella fìg. XV.
Lav. 11. dovremo
riconoscere che il
quadralo ilei sim
pio viene inscritto
in no rettangolo,
un la Lo
del quale è
di potenza dupla
del primo: e
I altro lato
poi è uguale
a quello del siniplo, piu
aggiuntavi la potenza
di Ciò, lo
confesso, sarebbe da
un lato poco
sodili sfaceli le
: ma dall’ altro
Iato otteniamo il
luminoso principio risguardunlc
la forma o
il modo d’esistere
di queste due
grandezze rispetto all’
unità circolare* li.
Delta (orma alternativa
quadrala e non
quadrala del si
in pio o duplo. E
qui non posso
contenermi dal far
osservare ebe il
quadrato a ri \
melico perfetto è
per se stesso
essenzialmente circolare per
essere appunto monogramt
natica in tùlio.
Aritmetica mente parlando,
se il sì
m pio è
quadrato, lo potrà
forse essere anche
il duplo, o
viceversa? Non mai.
Ora sappiale che
la Geometria vi
dice esattamente lo
stesso. Essa quando
vi dà il
s ira pio
in forma di
quadralo, ossia circolare,
vi dà il
duplo iu forma
di quadrilungo, ossìa
dittico ; aozi
ossa avvicenda perpetuaci
eoi e queste
Forme, come io
potrei dimostrare con
molti c molli
esempli, Ciò accade
sempre, sia che
le due grandezze
vengano immesso fumi
nel ['altra, sia
clic vengano poste
contigue, sia che
vengano sommate. Ognuno
Intende che io
parlo di queste
grandezze risultanti hi
radku razionali, le
uno mon ogra tnmalicam cute, le
altre digrammaLicanienLe. Nm
parliamo di l 'illutazioni aritmetiche*
nui parliamo di
calcolo 'discretivo. In questo conviene
usare Io stesso
trattamento tanto pei
commensurabili quanto per gli
incommensurabili ; senza
di cbe non
vTè uè logica,
nè fifa, sofia,
nè ni a
tematica. 5 13b,
Della forma razionale
degli eli Ilici,
ossia dei non
quadrati aritmetici. Esempio
sul simplo c
duplo, À 6 ne
di procedere anche
in questa parte
con un metodo
preludicato5 giovami di
richiamare alla memoria
due cose* La
prima, eli e
abbianao veduto Ltelfesamo
della divisione decimale,
lav, I. lig.
V., ris alla
rei la linea
bh ~ 1
-i. La seconda.
che in forza
del movimento fatto
udla bg, X\
IH, abbiamo suddiviso
ogni grado in
sette partì: talché
il lato do!
quadralo iutiero vìe
oc diviso in
TO* e Tascissa
a a* viene
suddivida In 28
parli. Così abbiamo
qui 98= 1 4X?
7 Ili
tenute queste preludienti
oiii3 trasportiamoci ora
alla fig. X.
lav, II. Ivi
sia C D
= 98, e
sia C A
= 1 00
: con aggiungere
1 del grado
decimai intacchiamo bensì
la lista della
squadra», ma non
assorbiamo il margine
della figura. Qn
est' aggiunta era necessaria,
posto che abbiamo
veduto che il
segmento verticale del
rettangolo spigolare èra
più lungo del
semento suo trasversale.
In forza di
questa costruzione avremo
farsa del j
rettangolo A B
D C =
9800. Ciò fatto,
sul lato AB
prendiamo i! segmenLo
A 1=28, eguale
appunto a quello
determinato dalla divisiuoc
circolare. Parimente sul
lato A G
prendiamo il segmento
À H= 3:0.
Tiriamo le linee
paralelle IL ed
HG. Che cosa
ne risulterà? liicorJjaniod
clic dobbiamo verificare
tutte le condizioni
imposteci dalla Geometria
nella 1 orina
mouogrammatica5 e che
furono già esposte
ne l paragrafo antecedente.
Posto ciò, ecco
che cosa in
primo luogo risulta
da questa costruzione,
L Posto cL e
il lato A
lì =98*. c
che da esso
fu detratto il
segmento A r = 28,
ne verrà che
Ì1 segmento 1
II saià=Ttl. Par
ini cote, posto
che il lato
ÀCt=100, e che
da esso fu
detratto il segmento
AH— ne verrà
clic 11 reslauLe
segmento LI C
sarà eguale a
70. Avremo dunque
perla costruzione la
linea IB alla
HO. e però
le altre tutte
paralclle parimente uguali
Avremo dunque FE,
ED, D G, GF,
tulle quattro eguali,
e poste ad
angolo retto $
e però il
quadrata F G
D E inscritto
uel rettangolo avrà
per suo Iato
70. Ma 70X70=4900.
hf area dunque
di questo quadralo
inscritto sarà eguale
alla metà del
barca del quadrilungo
circoscritto* Dunque il
gnomone circondante avrà
un'arca eguali? ■d
quadrato inscritto o
immesso* Ecco la
prima con dizione
soddisfatta. La seconda condizione
precipua sì è,
che la grandezza
spigolare de! gnomone
risili tao te
dalla immissione del
simplo nel duplo
sia maggiore del
sesto del si m pio.
V uggiamo se
questa condizione sia
adempiuta, e come
lo sia* La
grandezza spigolare, della
quale si IralLa
qui, la vegliamo
nel rettangolo À
l F H.
Due Iati di
questo rettangolo sono
eguali a 28*
due alti! a
30, Ma 2S>
Ivi pure vedete
il duplo sotto
figura di quadrilo
Ugo compreso dalle
quattro linee estrema
. Il simplo
è ~ MÌCIO;
il duplo è
" 9800* Ma
il duplo eli
980 0 è ■'! 9 G
G 0, quadrato
di ì 4 0
. A h b. iam o q u
i d uu qu e u u q uà d r alo
aritmetico che può
essere rappresentato geometricamente .
Questo quadrato aritmetico
è duplo d’un
rettangolo c quadruplo
tFun altro quadralo.
Ora si domanda
quali oc saranno
gT inter valli . Facile è
la risposta. Ea
linea À C~100.
Dunque aggiunta xm’aUra
linea 4G,
si avrà uua
delle distanze daH'oQ
duplo alTaltro duplo.
Parimente la linea
b D = 9S. Aggiunta
dunque una Enea
= 42, si
avrà 1 altra
disianza. Dunque 40
dall'alto al basso
5 e 42
trasversalmente saranno i gradi di
distanza Ira l'ultimo
rettangolo ed i
lati di questo
quadrato di 140.
Dunque lo spigolare
sarà uu rettangolo
di 1G80, eguale
al centrale i1
EMQ. Così li
a il duplo
ed il quadruplo
bavvi un gnomone,
il quale sarà
eguale all'area del
quadrilungo duplicante, e le di
cui proporzioni intime,
siano lineari, siano
superficiali, vengono determinale
colla maggiore facilità,
A1F addizione discreta
appartiene questo esemplo,
e nell' addizione discreta
si vede la
vicendevole forma di
quadrato e di
quadrilungo, colla quale
le grandezze si
succedono. Qui si
fabbrica un importante
addentellato per le
composizioni medie. Ma
per porlo in
evidenza sono obbligato
di esporre prima
un’altra operazione, della
quale ignoro se
esista alcun esempio,
ed il relativo
modello. Essa è
universale per l’algoritmo
della duplicazione, e
ci rivela un'arcana
possanza algoritmica. Essa
pare formala per dar
vita a dii
non Fka, e
a portar giustezza
a chi u'era
privo. Essa supplisce
al metodo di
assimilazione nella duplicazione,
ed anzi lo
inchiude nel suo
seno s e
Io pone in
opera senza che
noi s lessi ce
ne avveggiamo, I.
Coa umici tic
doirapproSEÌTnatcnc di equazione.
Lugge d'i nere
mento che ne
risulta. Differenza dell* unità
nei discreti. Per
intendere tutto questo
fissate F attenzione
sulla fig. X1L
della tav. II.
Ivi vedete lì
quadrilungo acjnp. In
questo si distinguono
due parti: la
prima è il
quadrato a r
k p+, le
parti del quale
sono segnate coti
lettele maiuscole latine;
la seconda si
è il quadrilungo
rknq* le parli
del quale sono
sognato con lettore
niajuscole greche. Considerando
la prima parte,
voi vedete di' egli
vieu diviso in
modo da contenere
nove qnaémti perfetti
minori (e questi
sono A, C,
E, E. X,
l\ X, Z,
B ), e
Tarn, l quattro quadrati
pure perfetti maggiori
(e questi sono
G, I, R?
T). Oltre a
ciò, egli co u tiene
dodici complementi (e
questi sono B,
D, F, II,
IL M, 0,
Q, S, V,
Y5 A'). Quanto
poi alla seconda
sua parte, cioè
al quadrilungo posto
a’ piedi, voi vedete
esser egli composto
di tre quadrati
minori, di due
quadrati maggiori, e
di ciuque complementi.
Se voi domandale
da quali iudicazioni
io sia stato
condotto a costruire
questa figura, io
potrei indicarne parecchie
tutte cospiranti. Scelgo
la più semplice,
e la prima
che si presenta
nella tavola posornetrica.
Questa è il
binomio pdrtito del
quadrato di 5.
Consultate il 134,
pag. 1359. Ivi
vedete il uumero
5 formare la
prima ipotenusa nella
serie dei quadrati
ivi contemplati. Fate
ora la seguente
costruzione: A. 4 G 6 G 6
B 9 Che
cosa vedete voi
qui? Voi in
prima vedete che
i due estremi danno
il binomio diquadrato
di 13, il
quale co’suoi complementi
dà il quadrato numerico
25. Questo binomio
sommato 13 sta
fra il quadrato
di 3 ed
il quadrato di
4. Esso non
comparisce nella tavola
posornetrica ma ciò
non ostante nou
lascia di esistere
. Ora raccogliete
i numeri su
perficiali di questo
schema: voi avrete
il numero delle
parti componenti il
quadrato della detta
fig. XII. Voi
avrete: 1.° il
9 consacrato ai
quadrali minori; 2.°
il 4 consacrato
ai quadrati maggiori;
3.° il 6 -f
6, cioè 12,
consacrato ai complementi.
Raccogliete ora i
numeri radicali 2,
3, 5 ;
e voi avrete
i numeri delle
parti del sottoposto
quadrilungo, e così
avrete: 1.° il
2 consacrato ai
due quadrali maggiori:
2.° il 3
consacralo ai tre
quadrati minori: 3.
ila consacrato ai
complementi. Sommaudo adunque
le parti di
tutto il rettangolo,
avete 12 quadrati
minori, 6 maggiori,
e 17 complementi:
in tutto 35
parli in genere.
Questa somma divisa
in 25 e
in 10 (che
forma due' parti di
ragione di 5:2),
e indi suddivisa
ogni parte come
sopra, non offre
in ogni suo
membro che altrettanti
moltiplicatori di estremi
e di medii,
astrazion fatta dal
rispettivo valore concreto
di questi estremi
e di questi
medii. Questo modello
adunque si può
considerare come una
fokmolA figurata. primo
aspetto questa forra
ola non è
clic binaria; ma
considerandola nel successivo
suo sviluppo, non
comparisce tale che
pei periodi materiali
delle operazioniEssa allora
È cosi binaria
come la pila
yoltiauà nella Fisica,
o come una
spirale in Geometria
0). Ora passo
a sperimentarne V effetto^ ed
a mostrare 1' uso di
questo modello. Incomincio
da] tipo stesso
di sopra recato,
dal quale si
può ricavarlo. Sia
in primo luogo
preso il grande
quadrato arkp segnato
colle maiuscole Ialine.
Ogni quadrato minore
sia valutato 4.
Avremo Ì nove
. . 1
_ Ufi rumori.
........... . . . -**•■* Ogni
quadrato maggiori' è
valutato 9. Avremo
i quadrati maggiori . . . . * * . .
Somma dei valori
. . ■ * I
complementi essendo dodici,
ed ognuno avendo
per va loro
6, sarà la
somma di tutti . .
Somma dì tutto
il quadralo arkp
. . . 1 4
A y
\ 2 E
manifesto che prendendo
le radici lineari
2 + 3
-j-% 3 +
2, avre mo 12;
il quale, moltiplicato
per se stesso,
dà per prodotto
144. Qui, come
ognun vede, Lavvi
una perfetta eguaglianza
in in Ilo.
La somma dei
valori di minori
estremi uniti è
qui eguale alla
somma dei maggiori
estremi uniti. La
somma poi dei
maggiori e minori
estremi uniti è
uguale alla somma
dei dodici complementi.
Procediamo oltre. Nel
quadrilungo posto a'
piedi, e segualo
colle lettere rqnk,
veggi amo i Ire quadrati
minori FI T
Q eli 4.
Somma = J
2 Veggiamo pure
i due maggiori
A A 9. Somma
. . . . .
“ I N
Somma,, . .
“ 40 Veggi
amo i cinque
complementi segnati F
0 H ^
T di tu
Somma .... “
30 Totali 60
( i } Questa
ìbnnòla figurata può
a vere un’altraorigino; e
questa può essere
tratta dàlia fini:
dal primo periodo
della tavola posarne trite», còme
ora fu tratta
dal principio di
questa periodo. La
fine di questo
periodo è segnala
eoi So, Ora
fai a un
oìrcolo, il di
cui diametro sia
diviso in So
parti, come nella
fì / U
/■ 6 ]
L V. Clic
nel quadralo dell’eccesso
del triplo sul
duplo sta la
prej orinazione organica, anzi
il germe compiuto
delle due proporzioni
già valutate lo grande, poiché
À : 13
: : 2
: 3. Più
sì offre il
binomio partito di
queste due ragioni
m forma di
estremi e medii.
Ma supponendo die
la valutazione non
fosso siala giusta,
sarebbe mai sialo
possìbile che ìu
ultimo ne risultasse
11 residuo similare
qui ottenuto ì
Questo residuo similare
non ci svela
forse la legge
arcana di quella
cOMpOlsnzu che investe
uu tutto unificato
? Non è
l'orsa questo un
aspetto di quell
impU cito z del quale ho
ragionalo nel Discorso
terzo 1 Quest5
implicito B.o.n torma
forse il verbo
essenziale, i delta
mi del quale
costituiscono la sapienza
matematica? Ju ultima
sentenza dì questo
verbo (il quale
nel diflereumie, ossia
nel quadrato dell’eccesso
d5uua proporzione sull
altra, ci svela
i rapporti complessivi
identici del gran
tutto prima impostato
; non rende
forse una nuova
testimonianza^ la quale
conferirla la giustizia
delle nostre operazioni,
e sanziona ripetutamente
il nostro algoritmo?
Vi, Ottenuti questi
germi organici, ognuno
vede cifessì divengono
altrettanti moduli per
ordire una seconda
forma di Geometria
(che dir si
potrebbe di estratto
o derivata)* la
sola adatta per
interpretare le opere
della natura e
giovare a quelle
delle arti. Questi
moduli formano propriamente
altrettanti luoghi geometrici
nella scienza della
quantità estesa escogitabile
; c la
teoria sfumata delle
coordinate viene rimpiazzala
da grandezze coni
poto oziali clic
passarono pel crocinolo.
Di questa seconda
Geometria dirò qualche
cosa più so
Lio, Qui passar
mi conviene a
mostrare alcuni esempìi
di uif assimilazione
di secondo grado,
dopoché ho esaminato
quello del primo,
e più vicino
a lui. Dopo
V unità radicale
conviene studiare la
pluralità, C 50
A 40 Il 00
D 48 V
10 V 8 l H
S 18 'Esempio d’una
valutazione di secondo
grado nella valutazione della proporzione
di tre a
sette. Ritorno alla
tav. I. fig.
V. Abbiamo già
fatto notare i
due cateti Ac
e c D.
Secondo la costruzione
della figura, il
diametro AB viene
diviso i .
~ci ~(l in
modo che Ac/ = 3,ed
il segmento c'B
= T. Dunque
Ac : cB :: 4
i termini In
un circolo) :
avremo X Moltiplicate
estremi e medii
Ira di loro*
Da una parte
avrete 195, e
dalfaiha 196* differenza
1. la quale
è il quadrato
della media distanza
suddetta. Dc'i vftl
uri dti due
limo ih il
io caccia ti
nella tleiia proporricinc
di 3 ;
Premessi questi schiarimenti,
torniamo al nostro
esempio* fu conseguenza
«lei valori sopra
stabiliti presentiamo il
prospetta nfiUato dei
due binomi i incrociali.
Incomincio dal primo.
AM( = 30)>
avremo Q L—
5, Ma siccome
V 6) 1 :
dunque À Lzz (ì„ F
u detto che
Q B— 5
: dunque Q B 25*
Ma Q L 5
; duo bug
' V q tf L B dO.
Cosi se A
L = G,
e se L
B =3 30,
avremo la somma
dìM A
EDiffalli G X
0—36: dunque 0 d 9 e
QO = -'i.
Fu detto die QL
5, e
clic 0 C !b
Unendo questi due
tiòmi, formano 14,
Quadruplicandolo 3 avremo 56.
Con questo moltiplicantla ? 7
—a Q F
ed O Cj
sarà Q L
rzz 280 ^
e CO 50 4.
La differenza ira
c n tra
jnhì t di
224. pari appunto
a 56X4. Posti
questi valori, couvien
disili H buire
gnomonicamente il valore
di QO. Per
far ciò io
dico: 0() % Dunque
QO 4. Ora
4X4 = 16;
e L(>X2 =3‘2.
Detratti 32 da
224. rimangono 192.
Questi divìsi in
due parli danno
90, Douqueanc —q ' »
mo LP 224;
P C :=
32; L C 256,
Ogni braccio del
gnomone 06. Or
ecco lo schema
; 32 96
96 280 128
376 504 Ridotti
i valori ai
loro minini termini,
e moltipllcali gli
estremici medi], avremo
la differenza di
4, come uelFakro
caso, la quale:
colla il DISCORSO
SESTO PARTE
PRIMA. 142,1 visiono
cidi prodotti suddetti
può essere ricolta
all’ unità. Tra spoi
lata poi h
detta differenza, ci
conduce a dare
alle moli la
loro forma razionale
competente. Ottenuti e
verificati questi valori
* passiamo a
valutare ìE rimanente,
—H ^ ^ f
.? e
ritorniamo alla predetta
Lg. XIII. tav.
I. A Lm 0X56“
336. L .13 =
30X56 = 168(1.
Dunque A 6
= 2016, eguale
appunto a 36X56.
v
“ff ~y Dunque
CD=2{HG. Ma 1.
C =256. DulraenJolo
adunque da C
D, re sLerà LD
= 1760. Ma
dallbltra parie LP=
224, Detratto dunque
da L I),
resterà PD =
1530. Valutato cosi
il binomio incrociato,
immettiamo il simplo
nel quiutu pio,
come al solito.
Per far ciò
io dico: AL 1
GB, L B
= S40, 168
“IT TT +
256 = 424.
Detraili da 840,
avremo 416. Ma
= 208. Dunque
avremo X ■
Dunque V eccesso del
quintuplo sul simplo
stara um aoR i66
ne in questo
grado compatto al
simplo stesso, come
32 : 21.
I medi! poi staranno 26
: 32 e
:: 26 :
21. Date la
prova colla moltiplicazione, e
voi vi accerterete
della verità. Ecco
dunque un altro
caso, nel quale
praticando I assimilazione
di secondo grado,
e spingendo il
quadra Lo dei
minimo, ossia della
dìi Icren za
di secondo grado,
alla potenza quinta,
si ottiene l'oggetto
desiderato. Con questa
valutazione e colle
altre simili si
preparano i mezzi
termini, coi quali
si veggono ad
un solo tratto
tanto le proporzioni
principali, quanto le
associate, e soprattutto
i quadrati degli
eccessi cogli esempli
allegali. Oltre il
triangolo equilatero e il quadrato,
potrete valutare anche
il pentagono con
lutti i suoi
annessi e conseguenti.
A questo proposito
mi resta ili
avvertire, che fra
le costruzioni geometriche
del pentagono, la
più semplice, la
più facile, la
piu luminosa, la
più feconda, e
la più conducente
alla valutazione, si
è quella di
lolorneo astronomo alessandrino,
riportata da Glavio(’).
Essa vi dà
ad un solo
tratto d lato
del pentagono e
del decagono da
inscrìversi ne Ilo
stesso circolo, e
v’indica nel medesimo
tempo b strada
della valutazione finiLa
di Ini e
de’ suoi accessorii.
Soggiungendo poi la
dimostrazione di Gam (
i Lib.XlII. TJiaar.
y. Prupo.ùt. y .
^choljitm., pag. 1 RL'
mstc, apu, Ma 7 446^4—
1784. Dunque 11
G = 7
I 30, Per
la regola /issata
il primitivo valore
del minimo deve
portarsi a 32.
Dunque aggiungendolo al
valore di estimazione
di M3G, avremo
7158. Dunque per
le fatte dlmostrazio ui 31(3
= 71 08.
Questo sarà pure
il valore della
lista EFQP. Ora
si coordinino» se
si vuole, tutLe
le valn [azioni. Ma
qui possiamo abbassare
V espressione, ed ecco
in qual modaAb*
hkmo detto che
110—7136. Detratto il
minimo 32, si
divida il residua
hi due parti
eguali. Avremo 3552,
ognuna delle quali
segnerà il valore
superficiale del rispettivo
braccio della squadra
che circonda il
quadrato delia mèdia
proporzionale 31 R,
Ora si divida
fino al quarto:
avremo il valore
= 888. Si
faccia Io stesso
col quadralo spigolare;
avremo et Ecco
lo schema :
1 425 A 8 G
888 G 888 B 98566 D 896 99454
E (0 v Riportandoci quindi
alla suddetta fìg. XI. tav.
J., avremo CO 100.350:
A lì =
401,400: A INI
= 1 73,940 ; MB =
227,460; MR '
—q J ?
= 98,566; 110
= 1784. Avremo
pure per l’altro
binomio MG =
1792; M D
= 399,608 ;
T U =
397,824. Premessi questi
valori, passiamo ad
immettere il minor
termine del q
—q AM MB
primo binomio nel
maggiore. - =86970. - =
113730. Sommata 2
2 la metà
di ÀM con
MC, avremo 88,762.
Detraendo questa somma
dalla della metà
di MB, avremo
per residuo 24,968.
Diviso questo residuo
per metà, avremo
1 2,484. Ecco quindi
lo schema : ( i)
Stendete la tavola
dei puri quadrati
dispari colla massima
della tavola posometrica
annessa al Discorso
III. ( vedi
la tav. C):
i gnomoni saranno
geminati, e il
quadratino spigolare sarà
sempre 4> perchè
havvi fra un
termine e l’altro
la distanza di
due. Distribuite le
parti di questa
serie in tanti
rami paralelli, contenente
ognuno dodici termini,
piu il i3
appartenente al quinario,
e disposti collo
stesso ordine serpeggiante
e continuo della
tavola posometrica. S’incontrerà
nel quadro retto
dall’anello 2 25
\/i5 il primo
ramo contenente il
quadrato di 221.
Questa radice è
uguale al nome
superficiale primo della
mezza proporzionale sopra
segnata. Ora la
superficie tutta del
gnomone geminato, che
con torna 4884 squadrato di
221, è appunto
88S, che nello
schema non occupa
che un solo
braccio del gnomone.
Ma se al
quadrato suddetto aggiungete
due radici superficiali,
avrete un rettangolo
di 49283 =
221X223. Questo sarà
esattamente uguale alla
metà del quadrato
B dello schema.
Voi potrete in
conseguenza trasformare il
quadrato B in
complemento del binomio,
i due termini
del quale siano
le radici 221,
223, e viceversa
fare la costruzione
dello schema. Oltre
a ciò, il
quadrato v/22 1
ed il quadralo
\/6o formano l’altro
quadrato v/229; talché
qui esiste un
nodo massimo, la
soluzione del quale
guida ad ulteriori
preziosissimi risultati. 12484
00 8G970 cì
Ora lormiatno il
binomio partito, e
assoggettiamolo al ripartimeuto
della fig. IV.
tav. II. Il
quadrato L AEG sarà
. . .
. = 86,970
Il quadrato EBMD
sarà . .
. . =
113,730 Somma A 13 . 200,700
Il complemento CEDO 99,454:
così pure il
complemento A N
B E =
99,454. Unendo questi
due numeri all’
antecedente somma, avremo
il quadrato LNMG
= 399,608, appunto
eguale al quadrato
del maggior cateto
del minor binomio
incrociato. 11 quadrato
AFDH è uguale
alla metà di
tutto il grande
quadrato suddetto, e
però viene valutato
a 199,804. Detratto
adunque dal quadrato
sulla AB ~
200,700. rimarranno per
residuo 896=:BH. Dunque
la di lui
metà, ossia il
quadralo sulla R
N, sarà eguale
a 448. La
porzione ANMD è
uguale al maggior
termine del binomio,
più il complemento.
Dunque questa porzione
sarà 213,184, Detratta
dunque la porzione
A 11 S
D uguale alla
metà di tutto
il grande quadrato,
rimarrà la lista
R N M
S ni 1 3,380.
La sua metà
dunque sarà n:
6600. Ma se
da questa metà
vengano detratti 448,
eguale al quadrato
della lesta della
lista, rimangono 6242.
Dunque la lista
accollata al minor
quadrato del binomio
sarà zr 6242.
Ottenuto questo valore,
formiamo un gnomone,
nel quale il
primo braccio sia 6242,
e dibattiamo dallo
stesso il 448. Avremo
5794. Duplichiamolo, ed
aggiungiamo il 448.
Avremo in tutto
12,036. Dibattiamo questa
squadra dal quadralo
LA E C,
e seguiamone il
residuo. Di nuovo
spingiamo Boperazione fin
dove può giungere.
Che cosa otterremo?
I. Dopo dodici
sottrazioni abbiamo per
residuo 390. Ma
questo 390 era
appunto il nome
del quadralo del
minor cateto del
binomio maggiore anteriore
all’assimilazione. Dunque abbiamo
qui per via
di successiva sottrazione
gammata il termine
primo del binomio
restituito come prima.
IL Questo nome
porla per suo
estremo di confronto
448, e per
complementi due nomi
identici di 418.
Quanto al 448,
sappiamo essere il
quadrato deli7 eccesso del
termine maggiore sul
minore; e quanto
al 41 8? nome
d’ogni complemento, si
dimostra essere egli
appunto il bino*
mio partilo e
completalo della ragione
del simplo e
triplo essenzialmente legato
al triangolo equilatero,
cui gli antichi
ponevano come simbolo
della Divinità. III.
Se da 418
dibattete 390, rimangono
28. Ripetete il
28, unitelo a
390: avrete 446.
Dibatteteli da 448:
rimarranno 2. Ecco
lo schema :
2 28 28 390 30 418 448
Pieno d7 infinito senso
e di somma
importanza si è
questo schema; perocché
dall’impero della pluralità
si passa sotto
quello della singolarità
^ e però
si accenna un
importante passaggio teoretico,
che vedesi appartenere
allo sviluppo delle
ragioni di 13 a 17,
la somma delle
quali è il
30. IV. Preso
il binomio partito
del simplo e
triplo co7 suoi
complementi, espresso dal
numero 418, e
fatto esso stesso
servire di complemento
alle altre due
grandezze monogrammatiche corrispondenti di
448 e 390,
ne nasce il
seguente schema : | 390
418 | 418
448 808 866 1
674 Ouesli numeri
sono suscettibili di
divisione senza frazioni.
Quindi dividendo tutto
per mela, abbiamo:
1 Vi 8
. 1 WS
20.9 X 209
22 4 404 438
837 4Xukip]icale estremi
e rnedii: voi
avrete per di
Ile rem a
I fra i
priftiotli, benché fra
195 e 224
siavi la differenza
di 29. }■
j1 1‘wdralo avente
per radice 1
4 =190. ile
ma Lo di
un'uuità 1 9n.
Così pure il
quadrato di 1 5
= 225, scemato
di un’ uniti
= 224 Dall’altra
parte poi 195=
13X15, e 224
= 14X10. Parimente
209 = 19X1
I. Prendete la
figura iutiera: avrete
3(1 xfl 4.
3'2x 14, 22X19,
ovvero 3Sx 1 1 ■
A I. Ma
ciò oli e
importa sopra lui
Io di rii
e va r
c ss c
1 V n
i/ìe tizio n
t?, ossìa meglio
il germe della
mi è fica
zi quo particolare
clic otteniamo (la
tutto questo processo,
il quale nelle
altre nostre costruzioni
non era possìbile
di ottenere colla
eterogeneità dell’ unità e
della pluralità. g
142. Osservazioni algoritmiche
incidenti. Prima osservazione . Il
valore del minimo
di primo grado
à ugnale a
due. Quello del
secondo e dei
eotiseguenlt luguale alla
quarta potenza duplicata
della differenza primitiva
fra il quadrato
della media proporzionale
c quello del
raggio. Seconda osservazione
sul passaggio dal
superficiale al lineare.
Le disquisizioni antecedenti
cadono sui due
primi casi, nei
quali si può
luminosamente praticare IJ
metodo di assimilazione, e
ricavare ìt minìmo
relativo clic forma
la luce iniziativa
eli tutta In
valutarne. Il primo
caso è quello,
nel quale adoperando
i più ristretti
valori, il quadrato
ddJa media differisce
da quello del
raggio del quadrato
unoIvi la proporzione
ira i due
termini del primo
binomio è continua,
come per esempi
2 9 2 : 3
s 3 :
4, oc. Il
seco ej do caso poi
è quello, nel
quale sì i
quadrati dei mezzi
termini, cito quelli
del binomio impóstati,
differiscono dal quadrato
quattro de im mediatameli le
sussegue quello delibo.
Nei primo caso
abbiamo trovato die,
faLta F assimilazione, il
minimo riesce uguale
a 2 $
u per fi
eia J e,
N el secondo
caso p pi
ri esce se
m p re
u gua le
a 32: Lacchè
costituisce la quinta
potenza di 2
lineare. Onesta valutazione
proporzionale JYt trovata
anche comune agli
altri gradi, elevando
cioè il co
me lineare primitivo,
che forma la
disianza fra il
raggio e la
media, alla quarta
potenza duplicata (0.
Ora qui cade
un’osservazione subalterna. Assumendo
ogni quadrato perfetto
del raggio, si può dal
superficiale passare al
lineare, e costruire
quadrati d’ ipotenuse e
di cateti tutti
commensurabili; Ioccbè apre
l’adito ad una
nuova specie di
calcolo, dirò così,
di suddivisione, ed
a procedere dall’ esteriore all’
interiore Geometria, e
dalla valutazione delle
grandezze impostate alla
valutazione delle grandezze
dipendenti o associate
per logica compotenza,
ec. ec. Noi
abbiamo mostralo il
metodo di primo
grado nel 132 col
sottrarre 1’ uno
quadrato da una
parte, e coll’ aggiungerlo all’ altra,
e col duplicare
la radice del
dato numero quadralo.
Abbiamo quindi segnala
la serie di
questi cateti e
di queste ipotenuse
tutte commensurabili, formanti
lo stesso corpo
di figura. Ma
questo magistero ristretto
allumo relativo e
alla duplicazione della
radice del quadrato assunto,
era appunto correlativo
al primo grado
solamente. Ora soggiungo,
che anche usando
del 4 si
ottiene la serie
della triplice commensurabilità: e,
quel eh’ è
più, eh’ essa può
essere derivata dalla
stessa fonte materiale
geometrica. Per intendere
questa particolarità conviene
rammentarsi che lo
stesso diametro diviso
in sei parti
ci ha somministrato
le prime valutazioni
per il sim
(i) Qui ricorre
alla mente una
doppia analogia fra il lineare
ed il superficiale.
Abbiamo veduto nella
costruzione
tricommensurabile, l'atta coi
quadrati che appellammo
peregrini, che da
tutte le fissate
ipotenuse maggiori del
5o detraendo questo
numero io
quintuplicato, si ricavano
gli altri due
cateti razionali. La
maggioreo minore lunghezza
non contrappone ostacolo.
Così nel caso
nostro, oltre l’unità
metrica dividente il
diametro, quando la
media sia linearmente
incommensurabile (fatta l’ assimilazione come
sopra), detraendo la
quarta potenza duplicata
del numero lineare
intercetto fra il
raggio e la
media, si ottiene
il ripartimento dell
area del quadrato
di questa intercetta.
Più ancora abbiamo
veduto (pag. 1 336)
che il nome
medio e quasi
reggitore delle compotenze
si è il 1 6
0, la
cui radice è
i3. Qui se
osserviamo la serie
lineare seconda, che
daiemo più sotto,
si trova che
il numero delle
parti della prima
ipotenusa è u,
e quindi il suo quadrato
è 169. Se
poi osserviamo nella
va lutazione fatta
sì dall’approssimatore, clic
altrimenti, quale sia
il medio fra
il simplo e
il duplo paragonati
in primo grado,
troviamo pure lo
stesso 169. 1°
1 169 /|o8
239 577 816
Sembra dunque che
come il 5
o il 10 è costituito
primo reggitore dell’
zz/zitó, il i3
lo sia della pluralità. L’uno
e l’altro però
sostengono fra loro
la relazione di
estremi : talché
se ognuno nel
proprio zodiaco regge
le rispettive serie,
havvi fra loro
un altro medio
che può associarli
e reggerli ad
un solo tratto.
Quanto al lineare,
ne veggiamo la
traccia ; perocché
nella fig. XVIII.
tav. I. la
linea A G; è uguale
a 5, e
la stessa prolungata
in DF' è / l
uguale a 10,
ovvero AL~ 10,
eDF— i3. lJio
e duplo, come
ce le ha
somministrate per il
simplo e il quintuplo. Periodi
è il quadrato
del raggio eguale
a 9 è
riuscito in entrambe
il primo termine
costante di conlronto
e di consociazione, e
quindi elemento di
assimilazione. Ora volendo
convertire il superficiale
in lineare ad
oggetto di tessere
una serie indefinita,
nella quale si
abbia la triplice
simultanea commensurabilità dell’ ipotenusa e
dei cateti anche
colla sottrazione ea
addizione del 4,
come l’avemmo coll’1,
questo stesso 9serve
al medesimo scopo.
Eccone la prima
sorgente. Grado I.
Grado II. 9—1=8
8X 8= 64
3X2= 6 CX 6= 36
9+1=10 10X19=100 9 4= 5
5X 5=
25 3X4 = 12 12X12
= 144 9+4=13 13X13
= 169 Mirate
ora I esempio
II., prodotto in
nota alla pag.
1360, e voi
vedrete che nel
primo grado si
può tentare l’esperimento
sul quadrato anteriore
di 2, cioè
4. Ma l’esperimento
comune non può
essere eseguito che
in quello della
radice 3, cioè
9 (0. Se
voi proseguirete gli
esperimenti sui quadrati
successivi delle radici
4, 5, 6,
7 ec.5 voi
troverete tanto fra
le ipotenuse quanto
fra i cateti
ottenuti per la
sottrazione costante di
4 la progressiva
differenza di 7, 9,
1 1, 13 ec., e
fra i cateti
fatti per la
moltiplicazione della radice
col moltiplicatore costante
4 voi troverete
la differenza di
4. Paragonando poi
le due serie
di primo e
di secondo grado
fra di loro,
voi troverete che
si può passare
da una all’altra,
aggiungendo alle ipotenuse
di primo grado
la serie intermedia
di 0, 2,
4, 6, 8,
10, ec. Con
quest aggiunta ogni
ipotenusa di primo
grado diventa cateto
di detrazione di
secondo grado. Duplicando
poi l’aggiunta suddetta,
e facendo 8, 10, 12, 14, 16 ec.,
ed aggiungendoli alle
rispettive ipotenuse della
prima serie, voi
pareggiate le ipotenuse
della seconda. Per
vedere tutto questo
si faccia attenzione
alle seguenti due
serie, esprimenti misure
lineari. La prima
appartiene al primo
grado, del quale
abbiamo già parlalo
nel Discorso quinto;
la seconda appartiene
al secondo grado,
del quale ora
parliamo. (i) Io
prego di ricordar
qui il problema
così dello postumo
di Leibnilz, inserito
nel tomo III.
delle sue Opere
minori s pag. 4,
22 I, apre
I adito ad
una bellissima costruzione,
e quindi ad
una luminosa analisi
feconda di interiori
ed esteriori rapporti
co nipote oziali.
Qui non mi
è permesso di
estendermi a dare
queste costruzioni coi
loro accessorie Bastar
mi deve di
aver somministralo alcuni
sussidi] al calcolo iniziativa,
il quale formar
deve oggetto dello
studio primitivo delle
Matematiche. Debbo però
avvertire, che dopo
le prime costruzioni
giova assai più
procedere dalle maggiori
dimensioni alle minori,
che dalle minori
o dallo zero
di differenza alle
maggiori. III. Prospetto
unito delle serie
delle ipotenuse e dei cateti
tutti commensurabili. A
compimento necessario dei
primi sussidii del
calcolo iniziativa ì
cosa indispensabile di
ravvisare il prospetto
unito delle serie
delle ipotenuse e
dei cateti tutti
commensurabili. seguendo l’ordine
della tavola posometrica.
Qui mi ristringo
ai soli primi
nove termini componenti
la tavola pitagorica,
avvertendo che questo
prospetto abbisogna d’essere
ampliato per compiere
almeno il primo
stadio. La tavola
D annessa al
presente Discorso offre
questo prospetto. r^re
direzioni conviene rilevare
nei termini che
compongono il prospetto.
La prima è
quella dal basso
all’alto, che appeller
erao verticale^ la
seconda da sinistra
a diritta, che
appelleremo orizzontale,• la
terza dalla punta
sinistra della base
al vertice, che
appelleremo trasversale od
obbliqua. Golia prima
e coll’ultima si
passa pei successivi
gradi del prospetto
5 colla seconda
si percorrono i
termini successivi dello
stesso grado. Il
grado è costituito
dall 'identità del
quadrato, che sempre
si sottrae dai
successivi. Cosi nel
primo grado si
sottrae sempre il
quadrato 1, nel
secondo il 4,
nel terzo il
9, nel quarto
il 16, nel
quinto il 25,
ec. ec. II.
Nella direzioue verticale
salendo dal basso
all’alto, e segnando
la differenza fra
le ipotenuse dei
diversi gradi, si
trova sempre la
progressione di 3,
5, T, 9, ec.
CO.
Nella direzione orizzontale
la differenza procede
colla stessa progressione:
ma il primo
termine in ogni
grado non incomincia
sempre collo stesso
termine come nella
verticale, ma o
col secondo, o
col terzo, o
col quarto, ec.,
a norma che
il grado è
più o meno
rimoto dal primo
segnalo col 5.
Quanto alla trasversale,
le differenze procedono
colla progressione di
85 1 2*
1 6. 20.
24. ec. ec.
* come vedesi
appunto al 12G,
pag. 1324. 111.
E qui cade
un’ importante osservazione. La
serie espressa alla
pagina suddetta segna
le radici sulle
quali cadono i
guornoui di nome
quadrato della tavola
posomelrica annessa al
Discorso III. Ora
confroutando il prospetto
D, si vede
che questa serie
è appunto la
trasversale sopra notata.
Ma iu questa
trasversale si colgono
soltauto i capi
primi di ogni
grado successivo, e
non si percorre
mai il grado
stesso. Dunque la
serie dei nomi,
sui quali cadono
i gnomoni aritmeticamente quadrati,
contiene i capolista
d’ogni grado successivo.
Questi capolista lineari,
come vedesi alla
delta pag. 1324,
sono formali in
una maniera, dirò
così, concatenata, perchè
vengono formali unendo
il secondo membro
del nome antecedente
col primo del
susseguente. Si può
dire adunque che
la trasversale, la
quale va a
finire nella punta
della piramide, rassomigli
ad un ramo
della catena omerica
dell’algoritmo primitivo. Rammentiamo
qui, che con
questo stesso magistero
procede appunto la
tavola B annessa
al precedente Discorso.
In essa viene
esposta la serie
delle proporzioni continue,
in modo che
il membro maggiore
del quadrato antecedente
forma appunto la
prima parte del
susseguente, come nella
serie razionale ora
prodotta il uome
quadrato antecedente forma
la prima parte
della radice susseguente.
IV. La sola
metà del primo
stadio di questa
serie trasversale fu
segnata nella tavola
D $ perocché dev’essere
spinta fino al
grado 20, irn V/
29 V 20
v/21 portante il
nome lineare di
841, formante la
somma di 400
e 441; e però 1’ ultima
differenza fra un
ipotenusa e l’altra
dev’essere di 90.
Questo grado è
il primo punto
di riposo, un
gran centro ed
un gran nodo
pieno di luce
algoritmica. V. E
qui non posso
contenermi dal far
osservare, che fatto
il diametro di
58 e i
cateti di 40
e 42 cotanto
vicini all’eguaglianza, e
che rappresentano una
specie di equatore
algoritmico, si fa
nascere una spuria
incommensurabilità fra i
segmenti dell’ ipotenusa ed
altri, per togliere
la quale convien
convertire i nomi
superficiali in lineari,
e giungere appunto
alla dimensione suddetta
di 841 del
raggio. Così per
una legge comune
il grado 20
compatto, formato dai
quadrati .400 e
441, che forma
il primo termine
di riposo posometrico,
da superficiale si
converte in lineare.
VI. Quanto alle
serie orizzontali conviene
rammentar qui le
cose dette nell’antecedenle Discorso
dalla pag. 1328
alla 1340. Due
cose distinte debbomi
ivi rilevare, I.;ì
prima si ò
la seria propria,
:i cui sin
ia mezzo il
169, quadralo di
13; e 1* altra
la serio disimi
&[ anteriore * che
finisce col oli.
Mirale il quadro
iu seri to alla par*,
Jj$j Ivi vedete
k cinque prime
case, che dal
20 vanno al
50; e poi
redele le altee
olio, che dal
61 procedono avanti.
Le prime cinque
apparta* £oao ai
ll» il cui
capolista è 26:
le altri? ad
un aliro.it cui a
polista è Gl.
Il prospetto D
vi segua il
luogo competente. Per
vederi! auche questo innesto
esaminate il quinto
grado del prospetto
R Tvi vedete
in capolista i
due cateti 11
e 60, e
V ipotcnusa 61.
il nome del
vm minore, cioè
1 I, è
Identico col quarte
termine progressivo della
dilL ronza 5.
L 9, 1
L Volendo voi
procedere dal 6!
in ordine relrogra^
colla progressione suddetta
farete 61 11 56 | 50 9 ^4l
| 1 fJ i | o-j 3 29 | 29 3 =z
26* Ora mirale
il premito Bv
e voi vedrete
clic dal piano
del primo senliuo
del grado quia
tosi passa ad
una linea i
magi n a
ria di 50,
duplo di 25,
che vedete in
fidate di sotto.
Indi si scende
immediatamente a! primo scalino degrada,
quarto, e si
Locca Pipoteuusa 4L
Qui si cala
giù a piombo,
ossia pia verticale,
e s’ incontrano appunto
il 34, il
29 e il
26. La progressione
continuala salendo, qui
vien fatta nella
segaeMff maniera :
Grado L verticale*
20 3 IL .
. 29 HI. . . 34
IV. . . 41 '
Qui dal nome
dell* ipotenusa 41 si
passa al quadralo
assurte 25, e
si duplica, così
si fa il
numero 50, il
quale dista di
9 da 4L
e dì 11
da 61. \
IL 11 grado
al quale come
capolista appartiene il 61 è
il grado quieto
di questo primo
prospetto. JNel prospelte
non vergiamo che
il ramo destro
di queste grado
; il ramo
sinistro è soppresso.
Esso pur .litro
vedasi esposto alle
pag. 1334.. 1335,
1336, nelle quali
abhiBfma insistite sulTanalist
dei termini, dell*
economia e della
compoteu/.a propria di
questo grado. Importava
assaissimo per P algoritmo
il ponderate a
preferenza i rapporti
di questo grado
medio, perocché da
lui si apaade
una luce dolina
vastissima possanza. vili.
Se voi vi
arresta! e ad esanimare
la posizione maierìale
di questa grado,
voi lo vedete
chiuso di sopra
e di sotto
dà due serie,
lo quali fanno,
dirò così, causa
coli Ini, e
le quali costituiscono
ì due ESTitEVti
paradelli, Ira i
quali egli sla
nel mezzo. Tutto
il prospetto pertanto
si può figurare
riparlilo in tre
grandi, zone contigue,
ognuna composta di
tre gradi. La
prima contiene i
gradi pili compatti:
la seconda i
medi! più vitali
e ró.m potenziali
; la terza
i più dettagliali.
La pjù in
fi nenie e
la più ricca
di lami riesce
la media, perocché
in essa conlluiscono
i rapporti coni
potenzia li di
tulio questo primo
prospetta. IX, E qui lue
orni nciando ad
esaminare V ultimo
termine segualo dall*
ipotenusa 109 . che
forma il centro
di questo grado,
voi trovale □el
grado superiore e
nell’ inferiore le rispettive
ipotcnuse coi loro
cateti star fra
di loro colle
ragioni di 3,
4, 5, come
stanno naturalmente sempre
nella ragione della
divisione quinaria del
diametro., per rendere
;d oTado 50
tulle le linee
del binomio incrociato
commensurabili. Nello c
stesso tempo le
misuro dei cateti
rispettivi dell* ipotenusa
169 vengono fissale
coi rapporti della
più vicina «gangliari za, cioè
in 120 e 111), Se
esaminate la tavola
poso metrica, voi
al grado 26
del paragono avete
ì cateti di
costruzione peregrina eguali
a IO e
24, c f'
ipotcnusa eguale a
26, Togliete 13 n commensurabilità spuria,
e voi ridurrete
il raggio a
1 60, tiuVrdinata
a 1 1 9,
e Fasclssa a
120. Così in
questo prospetto avete
naturalmente l'ultima liquidazione
della triplice commensurabilità, come
Fa veste negli
altri gradi. Quando
i tèrmi ni si avvicinano
così all’ eguaglianza come
qui, e nell
equa loro del
grado 29, si
possono infine alternare
le linee, e
costruire 1 lati
superficiali, Allora la
Geometria è al
suo colmo. X.
Il magistero algoritmico
che presiede alla
formazione di questo
prospetto e unico
ed invariabile; le
qualunque grado dal
quadrato aritmetico assunto
còme capo di
lista si sottrae
il più vicino
minore. 11 residuo
forma la misura
del primo cateto,
c pei' conseguenza
la prima radice
od il primo
termine del binomio.
Golia doppia radice
del quadralo sottratto
si moltiplica la
radice del quadrato
assunto, e col
prodotto si costituisce
la misura del
secondo cateto e
il secondo termine
del binomio. Fin
film ente al
quadrata assunto si
aggiunge il quadralo
di sottrazione, e
culla somma risultante
sì costituisce la
misura dell* ipotenusa,
ossia la radi
oc del terzo
quadrato complessivo. Il
modello del binomio
algebrico limalo, qual.
ih da noi
offerto all \
png. 1351, non
apparitene elio al
hinowio pttrt'Ho* e
non serve punto
.il Tu fri.
T, t)1 ì W8 mromio
sommato ragionale co me questo,
Pormi coUstn una
lacuna da; doveva
essere supplito nei
primi elementi, XI
[ sondo tli
questo magistero, nei
due primi gradi
nasce una perplessità,
la quale non
viene lolla che
al terzo. Nel
primo grado respressìone
delle due radicq
che serve di
moltiplicatore, eccede nominalmente
il quadrato sottrailo
di 1, ed
anzi Io duplica
per intero: nel
secondo grado la
dóppia radice del
quadrato 4 sottratto
lo pareggia: e
però liayvi una
coincidenza di nomi,
la quale lascia
ambiguità se si
debba per nidifi
pii calore assumere
il quadrato sottratto
3 oppure la
doppia radice soli.
Quest* ambiguità vieti tolta
al terzo grado,
e viene dissipata
per sempre nei
successivi, ne' quali si
vede che la
doppia radice del
quadrato sottratto forma
il vero ed
unico moltiplicatore della
radice del quadrato
assunto, onde costituire
il secondo cateto,
che direi ih
fitQltiplicftzionG, come II
primo è di soìtrazione* Cosi
a nell e in questo
caso si palesa
ì' indole logica
fonda mentale della
relazione ternaria :
e si conferma
che se il
2 segua distinzione*
non somministra un
completo giudizio. Per
lo contrario col
ternario si sviluppa
il discernimento, e
si conclude il
giudizio. Ciò è
conforme ai priaci
pii logici e
geometrici tli già
esposti nel *2G
ed altrove. Cosi
dirsi può che
il primo numero
logico e y
ora mente razionale
è il 3;
come il primo
puramente discretivo ò
il % 11
primo complessivo è
il il primo
associ a. ni e poi
è il 7.
Nelle perfette costruzioni
algoritmiche conviene pa
mente a queste
proprietà, s tantoché quelle
che noi chiamiamo
p copra, tu
dei numeri altro
realmente non sono
che leggi necessarie
logiche della niente
umana nel pensare
alla quantità, Perla
qual cosa dopo
h notizia generica
delle proporzioni tassa
Le conviene assumere
divisioni ? e
stabi lire valori
d’uua piena virtù
e di una
completa com potenza.
XII. Fu già
cìa noi osservato
col LeìbnitZj che
il |ud#cipio tinte
lice di tutte
le figli re
geometriche rettilinee si
riduce al triangolo* clH
chiamo questa considerazione alla
Geometria sistematica ?
noi tsoviamo che
il parlilo di
studiare il quadrato,
e quindi il
triangolo rettan^o o*
è una strada
di mezzo fra
le gradua te
situazioni che presenta r
Puo stesso triangolo,
Diffatti, consultando il Già vio
nel Tu Iti
mo suo 1
eon^1 accessorio al
Teorema 38,, corrispondente alla
famosa Proposizione n.
di Euclide, col
quale in una
guisa più generale
di quella di
I Appo 1 mostra l'eguaglianza
rispettiva dei para
le Ilo grammi
costituiti sopm i
di un triàngolo
qualunque d \
noi ci accorgiamo
che un angolo
I [ t
) È rtc/ii/ì
s Eie ni ce tv
ru w 1*3
J>, XV, L
Ih, I. p,
^i.Rom ac, apriti
Burlliolo ai 1(111
^ ' 1 aL/1
golo gradualmente avvicinandosi
al cello, la
proposizione pluagorlca forma
ini solo grado
di no a
più generalo teoria,
XI li. Più ancora*
per passare alle
curve geome D
i che fingete
per primo esempio
il seguente. Da
un piano orizzontale
alzale due perpendicolari paraletle
Furia, all’ altra indefinita mente.
La lista che
ne nasce veofTa
divisa per mela
da un* altra
slmile paralella perpendicolare indefinita,
Sulla base orizzontale
potete alzare lauti
successivi triangoli, i
quali abbiano lutti
una base comune,
ed i vertici
dei quali cadano
luLli stilla parai
dia di mezzo.
Cosi successiva mente
Fangolo ve ri
[calo di ognuno
Susseguentediverrà sempre più
acuto del precedente*
che sta di
sotto. Oui paiole
variare le distanze
di questi vertice
Fingiamo che ira
I uno e
l'altro vertice passino
le distanze potenziali
degli eccessi del
duplo, triplo, quadruplo,
quintuplo ec. superficiali. Falla
questa costruzione, dividete
in due parti
quesla lista, e
ponete ad angolo
retto le due
parti, in modo
che ogni semilriangolo
abbia l'origine delle
sue ipotcnuse in
un solo punto.
Voi farete una
squadra, colla quale
alzando e congiungendo
le rispettive parcelle,
disegnerete i punti
pei quali passa
un* iperbole. Questa iperbole
congiungerà i punti
angolari dei rettangoli
appartenenti alle diverse
proporzioni continue sopra
figurate. Il lato
esteriore delle due
liste rappresenterà gli
assi titoli deifi
Iperbole* Ciò sia
dello come esempio
delle, costruzioni sistematiche
risanar Jan lì
i rapporti com potenziali geometrici,
ì quali sembrano
Ira loro eterogenei. 14:!. Riflessioni
relative al metodo
sovra esposto. Arrestiamo
per un momento
ì nostri passi,
e riflettiamo uu
poco su quello
che abbiamo fatto,
c sui mezzi
tanto materiali quanto
intellettuali die abbiamo
Impiegati. Pensiamo che
abbiamo un sommo
bisogno cT inferire
una coscienza matematica^
e che qui
non si tratta
di dimostrar teoremi
o di sciogliere
problemi, ma di
accennare soltanto alcuni
traili principali del
metodo del più
facile e del
più naturale primitivo
insegnamento, In conseguenza
di ciò discendo
alle seguenti riflessioni. 1.
Dtii modelli di
proposta c iti
funzione. Osserva?. ion è sull’
1x50 elei medio,
I /esposizione dei primi
passi delTalgorUmo dei
continui dittici fatta
si lì qui
sembrerà lunga, perchè
lu analitica, 0
perchè si trattò
di esporre uu
nuovo. 0. a
dir meglio, un
dimenticato arlifìciò. Ma.
la loro esecuzione
pratica é rapida
. semplice» evidente,
e quasi intuitiva.
Essa è resa
visibile dai modelli
sensibili di proposta
e di funzione^
che furono da uoi impiegati
(vcd. '1
IG\ Quanto ai
modelli di proposta .
uoi abbiamo usalo
due binomii incrociali -t
dei quali abbiamo
giù giustificata la
necessità* l' imporla nza e
la fecondità logica
;ved. 120).
Quanto poi ai
modelli dì funzione^
noi ne abbiamo
impiegati sei, a
norma delle operazioni
algoritmiche occorrenti alla
\ abitazione, Questi
sei modelli sono
i seguenti: cioè
■ L 11
vicnio. clie voi
ve de Le nella fig.
I. della lav,
II. IL La
squadra, clic risulta
dalla immissione di
un quadralo: minore dentro
mi maggiore, come
nelle figure l\.
e XIV. Parte
IL tav, 1.
HI. Il eTn'ovtiq
partito dellé grandezze
principali*, come per
esempio nella fig*
XII. tav. I.
Ivi il quadrato
A E l
G forma la
prima grande^za. e
il quadrato 1
II 13 F
forma la seconda.
IY. li in
parti ronK. quale
voi vedete nella
fig* I\* tav.
IL 1 /associa n te
progressivo. quale sta
descritto nelle figure
M. VII. e
VIIL della tav.
11. VL Finalmente
f approssimato he
di equazione, quale
sta esposLo nella
fìg. XII. della
stessa tav. 11.
Questi sei modelli
sensìbili sono perpetui
e di un
uso universale. JUspetto
al ai omo
però occorre una
osservazione 5 ed.
è: eia og
li con k
universale se non
nel caso delle
composizioni dimezzate ^
le quali sci
vono a fissare
la mole media
allorché ci restringiamo
a con templare
e ad agire
entro V unita
circolare. Del rimanente,
allorquando si vaglia
passare a modelli
composti e complessivi,
dei quali non
In ancora pailn I o5
conviene adoperare tutto
intiero il rettangolo
o quadri 3 ungo interno*
Io mi spiego.
Mirale le figure
\\. e XYL
della lav. IVói
ivi vedete il
'■ risultato dì
35; quindi quello
del L ll,*la delia
lista sì dovette
dividere iti IT,
b Questo in
co li veti
leu Lo non
&au accaduto, se
avessimo prese le
due principali grandezze
nella b|T0 t'-'ul
beta. E però
la regola vuole
allora elic si
duplichi il valore
del mino1 *
mine del binomio
in crociato: e
invece di prendere
la sola arca
Jcl ftaiti golo
rettangolo per complemento,
.sì deve prendere
tutto il quabi
' H ' L c&-e-, la divisa
di sensualismo* nel
mentre pure eli
e Condrite è
quel desso die
La a minutalo
come fondamento essere
1 universo un
fenomeno ideale,, nel
scuso sopra spiegato,
e nel mentre
che Gouddlac Ila
arricchito la filosofia
della bella e
fondamentale teoria della
forma/, ione delle
idee astratte et della
loro associazione, mediante
le quali veniamo
sottratti dalla schiavitù
dei sensii quali
ci assoggÉftavano al
solo corso fortuito
della esterne impressioni?
lo prescindo dai
liLoli di benemerenza
che Condì] he
si è acquistato
applicando 3 a sua
teorìa alTarte di
pensare e di
scrivere: cosa che
niun trascendentalista assoluto
potrà fare giammai.
Dirò solamente., che se la
lingua del calcolo
non piacque come
opera matematica al
sig. Wronski ciò nulla
detrae al merito
di Condillac 5
il quale non
si propose di
trattare della filosofia
della Ma tematica,
ma solamente volle
offrire oaJ iti
astrazione della sua
teoria in fallo
di linguaggio^ q
nulla più. Leggasi
il solo frontispizio
dell’Opera, c si
rileverà la prova
di quel che
dicoEccolo come sia
nelf edizione di
Parigi di Carlo
llouel* dell’anno sesto
repubblicano* m La
langue des calcola
onvragc posili u
me et Cementai
re, imprime »
sur les manuscrits
aulograpLes de l’autonr.
dans le quel
des observa>s tious
fai ics sur
Ics coni m
enee me ns et les progni:
s de celle
I angue, deil,
moulrent Ics vices
des langues vulgaircs,
et fo ut
voir coni meni
un » pourroit;
dans toulcs Ics
Sciences*, reduire Lari
de raisouner à
urie Irm>j gue
bieii fai Le*
» Leggasi l’Opera,
e si troverà
no limpidissimo dizionario
filosofico h He
primitive nozioni algoritmiche,, la
lettura del quale
noti saprebbesi mai
raccomandare abbastanza agli
apprendenti per calcolare
con una esplicita
coscienza^ lontana del
pari dal cieco
meccanismo degli empiristi,
che dalli: : sfumate
elaborazioni dei trascende
ala listi. La
difesa dello dottrine
di Goudillae e
inseparabile da quella
dei progressi della
coscienza fi toso
fica anche in
Matematica* Cosi pure
l’esame dell’Opera del
sig. Wronski da
me vico fatto
sellante colla mira
dì porre in
evidenza i principia
e te regole
della matematica filosofia*
in quanto specialmente
concerne l insegnamento
primitivo* l. ua
critica fatta di
proposito della sua
Opera esìgerebbe ben
altro lavoro. Lo
mi contenterò dunque
di Irascegliere solamente
quei tratti i
quali riguardano direttamente
L’oggetto di questi
mici Discorsi. L’Opera
del sig. Wroushi,
alla quale egli
diede il pomposo
titolo d 'Litmduzione affa
jilosùjia delle Matematiche,
altro veramente non fi
che un
saggio di metafisica
aritmetica. Io nou
voglio entrare ad
esaminare gli algoritmi
dell’ autore* sì perchè
qui non esibisco
vermi Trattato di
Matematica, e sì
perchè non amo
di eccedere la
sfera del primitivo
inseguamenlo. Mi restringerò
dunque a sfiorare
quegli aspetti i
quali convengono aU’assunlo
di questi Discorsi.
Le mie censure
versano sulle opinioni.
Io rispetto assai
la persona del
sig. "Wronski, e
nulla detraggo alla
possanza de’suoi calcoli.
Io anzi godo
di vedere che
lo spirilo eminente
e filosofico delle
sue teorie (comunque
espresse con un
gergo per noi
strano) collima collo
spirito fondamentale della
vera arte matematica. 145. Di
alcune nozioni preliminari
del sig. Wronski.
Le prime cinque
pagine del libro
del sig. Wronski
sono consacrale ad
indicare V oggetto universale
delle Matematiche, ed a segnarne
i grandi rami,
per concentrarsi indi
sulla parte teorica
deiralgoritmo numerico. Quanto
all’oggetto esteriore ed
interiore delle Matematiche,
egli ripete meramente
le idee di
Kant; quanto poi
alla partizione loro,
egli ripete la
solila divisione della
Matematica in pura
ed applicata. Egli
suddivide la pura
in due rami,
l’uno dei quali
egli ascrive alla
Geometria e l’altro
alla scienza numerica
astratta, ch’egli chiama
Algoritnua. In ognuna
di esse distingue
la parte dimostrativa
dalla parte precettiva.
Alla prima dà
il nome di
teoria, alla seconda
di tecnica. I
teoremi appartengono alla prima ;
i canoni o
le regole alla
seconda. Ciò tutto
era uotorio. Il
sig. "Wronski premette
tutte queste nozioni
alla sua Introduzione
alla filosofia delle
Matematiche. Noi dunque
avevamo diritto di
aspettarci qualche cosa
di filosofico in
questo ingresso. Noi
tanto pai potevamo
pretenderlo, quanto più
è certo ch’egli,
dopo un breve
esoidio sul complesso
della disciplina, concentrò
il suo lavoro
sulla parte numerica
astratta. Ora che
cosa ha egli
fatto? Le nozioni
preliminari, ripetute colla
scorta di Kant,
parte sono false,
e parte nulle.
Eccone le piove.
Se voi domandate
al signor Wronski
che cosa sia
la Matematica, egli
nou vi risponde
con una categorica
definizione; ma vi
dice solamente, che
la forme, la
manière détre de
la nature ou
clu monde phjsique
est l'objet generai
des Mathémcitiques. Gli
scolastici distinguevano la
sostanza dalla forma,
come si distingue
la materia dalla
figlirai ma nello
stesso tempo i
più giudiziosi confessavano
che la forma
non è che
un modo di
essere della sostanza,
di maniera che
la forma do»
Può sussistere per
sè stessa, come
la figura d’uu
corpo nou può
esistere senza di
lui. Con ciò
la cosa si risolveva nel
dire, che in
realtà la forma
altro non era
che la stessa
sostanza così esìstente,
e che Ja
distinzione dell una
dall altra non
era die puramente
mentale* Fin qui
non avvi nulla
che ripugni alla
ragione. Ma queste
Idee impastata dal
t rasc&n d
e u t
ali fi m
o assoluto som
ministra no recipienti)
nei quali si fa vedere
forma e contenuto,
e Le monde
» pliysiqtie presente,
daos la causatile
unii intelligente, dans
la nature*, »
deux objets distìnets;
Fun, qui est la forme
^ la manière
dVlre^ Fa atre,
» qui est le conienti}
Fessence mème de
Faci imi plmupe.
» Con queste
parole s’intnfiiì a
qii Introduzione alla
filosofìa delie Matematiche,
.Analizziamo questo passo.
Quali sono i
primi nominativi di
questa sentenza? il
mondo fisico, una
causalità noti intelligente
nella natura. Ma
parlando filoso ficamen te, che
cosa è e
può essere rispetto
a noi questo
mondo fisico, fuorché
un fenomeno ideale
in noi eccita
Lo dfi [Fazione e
reazione ira qualche
cosa ^incognito che
crediamo esistere fuori
di noi, e
fmert? nostro pensante?
Questa è una
verità rigorosa, la
quale emana dal
fatto, che Funaio
pensa ole non
esce mai da
sé stesso, e
non può nè
vedere nè render
conto se non
di ciò cV
egli vede e
sento in se
stesso. Ciò posto,
il mondo fisico
si risolvo realmente
nel complesso dello
idee da noi
attribuito ad oggetti
esterni, e nulla
piò. bissata questa
nozione, la sola
filosofica possìbile, io
distinguo nel mondo
esteriore tanto particolarità, quante ne
distinguo nelle idee
da me attribuite
ad oggetti esterni,
i quali essendo
lutti individuali^ altro
concetto non mi
som ministra no,
che quello di
cose semplici o
complesso, le quali
in diversa guisa
affettano ì miei
sensi, o, a
dir meglio, suscitano
in me ideo
e sentimenti che
io classifico secondo
ì mezzi pei
quali mi figuro
che vengano iu
me suscitati. lo
quindi non conosco
nò posso conoscere
cause prime ;
ma altro non
conosco, che effetti
seconda rii e
di puro rapporto.
Questi effetti non
sono che idee
mie, le quali
Io debbo riguardare
come segni reali
dt effettiva corrispondenza ? e
ualla più. Ma
non conoscendo le
cose esterne nella
lóro realtà, ma
veggendole per speculato
et in enìgmateò
lungi che Io
possa ragionare di
causalità intelligente o
non intelligente} e
peggio poi dell*
ras tr stessa
dell' azione fisica (come
pretende il sig,
Wronski ), io mi veggo
cestro Ito a
limitarmi al puro
l'atto delle apparenze..
e delle apparenze
che accadono nel
mio essere senziente,
L1 essenza dell* azione
fisica*. secondo il sì
g. Wronski, forma
il contenuto. lo
so che il
cibo è contenuto
in un ventre,
come so clic
un liquido è
con Lo nulo
in un vaso^
ma contesso di
non saper comprendere
come T me/Crt
delazione fisica possa
divenire contenuto di
qualche cosa. Agire è
lo slesso clic
prodarre uq certo
effetto. l'azione mm è che
Ve servìzio di
una forza, ossia
ima funzione di un èssere
attivo. Laute reale,
l'auto esistente, e
la sola cosa
di fatto esistente
in natura, Lersenza
logica di mi
azione consìste nei
caratteri eli e
la contraddistinguono da
qualunque altra cosa.
Come applicare a
lotte queste idee
il carattere di
colite tutto/ Per
contenuto intende forse
l’ cute esistente? In
tal caso egli
contiene se stesso,
ossia esiste cornac,
e nulla più:
continente e contenuto
è inumilo. La
causalità non intelligente
deila natura formali
recipiente . e questo
recipiente presenta appunto
forma e contenuto,
Ma ciac cosa
ù questa causai
Uh non intelligente
? Jl forse
la materia} ù
forse la chimera
scolastica ? Che
diavolo è mai
essa? Dobbiamo fera1
apprendere la trascendentale filosofia
per mezzo di
sibilimi! e ili
strambotti? Gli eqiiipondialiter e
gli archi gingie c
di alcuni scolastici
dui medio evo
erano modi eleganti
in confronto di
questo. Forma e
maniera di essere
sono tu IL’ imo
pel signor W'roùsH
La forma sin
qui fu riguardata
come una delle
qualità essenziali dei
colpi; ma ogni
maniera di essere
del corpi nou
fu mai ridotta
alla sola forma.
Le maniere dì
essere risultano da
tutto il complesso
delle qualità essenziali,
e non da
una sola dì
queste qualità. Quando
II sìg. W
reo sii ami
di dir cose
ragionevoli, o parli
diversamente . o si
degni almeno di
darci d suo
dizionario. a La
deducimi! de celle
dualità de la
nature, prosegue il
siguus' ■■ \\
ronski) appartieni à
la Philosnpliie: uous
nous conteuterous iti
i de nòtre
savoiiq eL uommèmenl
daus la diversi! ó
qui se t
rotivi calie >>
le lois transcéndantales de
la sensibili te
(de la recepibile
de notte » voi
r), e!
des lois Iranscendantales de
Tenie □ de meni (de
fa spontanulc 3>
ou de racliviLÓ
de no tre
savoir). (Tesi, ca
effet, dans la
divergile {1U1 jj
roani te de
Tappi ìcation do
ces lois ani
pljcuomèues donnea a
postene » ri,
que consiste la
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aspect sous le
quel se presente
la ualA1 ?;
re; duali E
e quo iious
raugoons, conduits de
nonveau par des
bbs tia“ >y
scénda □ talea,
sous Ics conceptìons
de forme et
de conteim du
1110,1 c p
pi iy si
que. » ff Or
Informe^
la manière d'étre
de. la nature,
ou du monde
ph)ftl » que.
est lèda jet
gèuèràl des Matiiììmatiques f et sou
contenti^ &ml cS"
ii scuce meme
est Tobjel gè
udrai de la
Pitystquti. Mala laissnns
celle deiti i ère. pour
ue nous occupar
icl que des
MatLèmatiquOs. » Clie cosa
vegliamo in questo
passo? Clic Fautore
pretende di ghermire
le esisf.jvze stesse
componenti il mondo
ìsico. Con queste
ptcf.csi non siamo
forse gettali u elio
plebe© Illusioni^ lo
quali precèdettero la
nascila della Filosofia?
Come? V essenza
stessa del mondo
fisico forma IVg^etto
generale delle scienze
fisiche? Futti gii
uomini di senso
comune dichiara no eoo De
Buffon, che noi
non solamente non
conosciamo essenza alcuna.,,
rna che tulle
le nostre fisiche
teorie consistono nello
spiegare un effetto
meno cognito e
particolare mediante mi
effetto più coguito
c generale. Effetti
c puri effetti
(e mai cause
prime, o peggio
poi essenze) noi
conosciamo, e possiamo
solo conoscere. Volendo
tradurre in un
senso ragionevole h
cose delle dal
signor VVi-ónski. pare
thè ne esca
il seguente scuso
. La natura
sì presenta a
noi sotto lui
do (Mio aspetto,
il quale nasce
dalla nostra maniera
di vedere le
cose, Ber questa
maniera noi distinguiamo
la sostanza e ì u
fórma. Alla prima
appartengano gli attribuii
essenziali: alla seconda
le diverse maniere
di esistere ìu
conseguenza di questi
attributi e della
loro azione. Posto
questo senso, la
dualità da lui
asserita riesce puramente
mén tale, lassa consiste
nella distinzione da
noi latta fra
1 idea deli
essere. c quella
dei diversi modi
coi quali egli
può esistere . Ma col
dirci tutto questo
die cosa c
insegna egli? Passando
all’ uomo interiore,
la facoltà di
sentire viene del
pari logicamente disilo
La da quella
di ragion ci
re* Fa il is l
in z 1
o i u
j del se
nso dalla rag
io ne è
la u t
o antica, quanto
è 1 a
Filosofia, Abbisognavano forse
le Matematiche dJ
incorni Gelare dall
esordio dell' Ideologia, e
da un esordio
così vago, per
mostrare la loro
generazione filosofica ? Proseguiamo. «
Informe dii monde
pbysique, qui resulto
de F apri pii
calie n des
lo i s
tra ascendati talea
de la sensibilità
aux phenommes » [PEANO
successione GRICE] do u n és a posterìot'ì*
est le temps
ponr tous Ics
objeLs physiques cu
» generai, et
Vespa ce pour
Ics objels physiques
extérieurs. » Spazio e,
tèmpo costituiscono, secondo
II sig. AVronski,
la forma del
mondo fisico. L n
spazio è una
forma; il tempo
è una forma.
Ma lo spazio
e il tempo
quale forma folca
possono essi avere?
Più ancora: L’aggregato
dei corpi, considerato
intrìnseca mente^ sarà dunque
zero? Volendo parlare
contro senso, non
v’ha nulla di
meglio. L’ ombra
è tutto, e
il solido b
nulla. k Qe
sont dono les
lois du temps
et de V
espace, en considera
rtt ces »
derni èrs cornine appartenant
aa monde phjsìqne
donne a posteriori,
» qui font
le pèritabie oh
jet des Matliémaùques. h
L( £b appliqui!
ut a u
temps. considerò objeclivemeut
comm e appari®»
uant au\ phònornónes
pbjsiques doriùòs a
posteriori. les lois
trauscenri danlales du sa
voi r, et uommémont
la première des
lois de IV
n terni e)i
meni, la quanlib-'
prisc daus Loute
sa generalità . il cu ròsulle
la conception de la succession
des instans, et
daus la plus
grande abstra» clion
la conception ou
plutòt le schema
da nombre. De
plus, eu ap» pliquant la
méme loi transcendantale à
rintuition de l’espace,
ce der» mèr
etant de raème
considerò objectivemeut comme
apparteuant aux »
phénomènes physlques donnés
a posteriori, il
en résulte la
conception » de
la conjonction des
points, et daus
la plus grande
abstraction la con»
ception ou plutòt
le schema de
Yétendue . Ges deux
déterminations » particulières
de l’objet generai
des Malhématiques donnent
naissance » à
deux branches des
Mathématiques pures. La
première a pour
objet » les
nornbres : nous
l’appellerous Algoritiimie. La
seconde a pour
ob» jet V etejidue
: c’est la
Geometrie. » 146. Esame delle
nozioni preliminari suddette.
Eccoci finalmente entrati
in argomento. Qui
domando se la
Filosofia possa ricevere
le nozioni somministrateci dall’autore.
L° Egli, senza
definirci che cosa
sia quantità, ci
annunzia in un
tuono assoluto, ch’essa
forma la prima
legge dell’umano sapere.
Fin qui si
è sempre pensato
che la quantità
consistesse in un
attributo o in
uno stato pel
quale una cosa
è suscettibile di
aumento o decremento,
e però niuno
al mondo sognò
mai ch’essa fosse
una legge dell’umano
sapere. 2.° Egli
pretende con Kant,
che l’idea del
numero nasca dall’idea
del tempo. Ma
il senso comune
respinge questa sentenza,
come un travolgimento
della naturale generazione
della idea del
numero. Ho già
dimostrato nel Discorso
primo, che il
concetto del numero
è concetto individuo
e complessivo . Quest’idea
è iuchiusa nelle
definizioni del numero
dateci dai matematici
da Euclide in
qua. Ciò essenzialmente importa.
che gli elementi
omogenei siano compresenti
al nostro pensiero,
e compresi sotto
di un solo
concetto; così che,
tolta questa simultaneità
e consociazione, cessa
l’idea propria di
numero, e soltentra
quella di unità
sgranate e disperse. Ma
il carattere precipuo
dell’idea del tempo
consiste nell’idea di
successione. Se coll’ajuto
della memoria e
della fantasia noi
non ci formassimo
l’idea complessa ed
unica d’una serie
d’istanti o di
esistenze, mai giungeremmo
a creare l’idea
individua del tempo,
e vestirla con
un coucelio proprio;
ma saremmo affetti
passivamente da un’attualità
staccata d’istanti, senza
poter distinguere nè
passato, nè presente,
nè futuro. Lungi
adunque che la
successione effettiva (che
costituisce il tempo
reale ) somministrare ci
possa l’idea del
numero, essa per
lo contrario ce
ne priverebbe perpetuamente. Ma
la fantasia presentandoci
i successivi a
guisa dei simultanei
col giudizio della
loro successione, noi
investiamo la successione
col concetto individuo
del numero, il
quale, così conformato,
presenta la nozione
del tempo . Diffatli
il passato ed
il futuro realmente
non coesistono col
presente. L’istante presente
soltanto esiste; ma
l’istante presente non
può somministrar mai
l’idea di numero,
ma quella sola
di unita. L’idea
di numero essenzialmente importa
quella d’una pluralità
compresa in un
solo concetto. L’idea
dunque del tempo
non è idea
matrice, ma idea
filiale del numero. Essa
non può essere
conformata e intesa
da noi se
non in conseguenza
del concetto d’una
pluralità d’istanti compresi
sotto di una
sola nozione; locchè
appunto involge l’idea
di numero. In
questo senso il
concetto del tempo
altro uou è
che quello di
un numero trasformato,
ossia meglio altro
non è che
l’idea di numero
associata a quella
di successione. Le
unità di questo
numero sono gli
istanti. Chi all’opposto
dicesse die il
numero altro non
è che il
tempo trasformato, non
travolgerebbe forse ogni
senso comune? Eppure
questa è la
nozione sublime e
trascendentale che ci
viene somministrala da
Kant, e ripetuta
dal signor W
ronski. Veniamo ora
alla generazione dell’idea
di estensione . Assegnarle
come origine la
congiunzione dei punti
è un vero
controsenso. Figurate voi
questi punti inestesi ?
Allora accoppiate un
assurdo. Figurate voi
punti estesi ? Allora
l’estensione si presenta
da sè stessa
come uu’idea primitiva,
uè abbisogna d’essere
altrimenti generata. Cosila
successione degli istanti
per creare il
numero, e la
congiunzione dei punti
per creare V
esteso, attestano che
razza di filosofia
sia quella che
ci fu regalala
dal sig. Wronski.
Questo non è
ancor tutto. Il
sig. Wronski pretende
che l’estensione presentataci
dal mondo fisico
sia identica all’idea
di estensione maneggiata
in Matematica. Con
questa sentenza egli
ci prova che
il vero senso
trascendentale non è
stato da lui
raggiunto, come non
fu raggiunto nel
pensare al numero ;
imperocché, tutto considerato,
si trova che
l’idea di estensione,
quale viene assunta
e maneggiala in
Geometria, non è
propriamente quella che
la ragione può
ammettere nel mondo
fisico, ma è
bensì un’idea fattizia,
derivala dalla vista
uniforme e indistinta
delle superficie. Dico
che l’estensione, quale
viene assunta in
Geometria, non può
filosoficamente essere attribuita
alla natura esteriore;
e ciò non
solamente per essere
astratta, ma eziandio
perchè la continuità
assoluta, chele prestiamo,
ripugna alla pluralità
di estesi discontinui .
Figurate monadi, atomi,
od altri elementi
sensibili. Le loro
aggregazioni respingono l’idea
d’una rigorosa continuità,
com’essa è respinta
da un rnucchio
di sabbia, al
quale imprestiamo un
individuo concetto superficiale.
Fra l'idea inlriseca
di estensione geometrica
attribuita alla monade,
considerata come unità
elementare, e quella
di cui rivestiamo
l’area di ima
grande figura, non
v’ha differenza alcuna.
Se questa differenza
esistesse, 1 identità
di specie, che
forma la condizione
prima e fondamentale
della commeusurazione, mancherebbe,
nè sarebbe possibile
nè valutazione, nè
algoritmo alcuno. Secondaria
dunque ed artificiale
risulta l’idea dely
estensione, della quale
ci serviamo nella
Matematica pura. Essa è esattamente
quella dell’ uno continuo
e indiviso. Essa
per questo concetto
forma appuuto il
mezzo termine comune
delle valutazioni. Da
ciò ne segue,
che la quantità
fisica escogitabile non è una
copia materiale della
fisica reale della
natura, ma uu
emblema enigmatico di
quella dell’esteriore natura.
Questa quantità fisica
escogitabile, io lo
ripeto, non può
essere sensibile, ma
puramente logica. Essa è un
impasto formato da
noi per valutare
l’esteso in generale.
Mercè questo impasto
noi vestiamo gli
aggregati colle spoglie
dell’ unità: e viceversa,
a grandezze continue
associamo l’ idea
di valori numerici.
Per la qual cosa
la Matematica, a
parlar rigorosamente, non
fa uso nè
della quantità discreta,
quale esiste in
natura; nè della
continua, quale può e dev’essere
concepita; ma veramente
assume la sola
quantità continua parteggiata.
L’unità dell’ io pensante,
che apprende e
distingue ad un
solo tratto, crea
per una naturai
legge questo enle f
attizio, e ne
la uso senza
nemmeno avvedersi della
sua indole e
del suo vero
valore. Noi siamo
forzati a valerci
di questi concetti;
perocché per questi
soli simboli ci
è peimesso di
ragionare sulle cose
esteriori. Logica dunque
e non fisica
11guardar si deve V
estensione della quale
facciamo uso nella
Matematica pura. E
però allorché dall’escogitabile passiamo
al reale, deve
ìnteivenire una traduzione
di concetti. 147. Prima
conseguenza pratica. Calcolo
superficiale. In forza
di questo concetto
dell’esteso ne segue
non poter noi
frapporre differenza fra
il commensurabile e V
incommensurabile, se non
a riguardo della
potenza del nostro
senso discretivo. Una
corda pei date
i tuoni maggiori
ben distinti dev’essere
divisa a dati
intervalliEcco il commensurabile lineare.
I gradi inlermedii
escogitabili occupano il
campo tra l’uno
e l’altro limite
commensurabile. Ma sì
ueH’uno che nell
altro caso per
paragonare l’esteso debbo
computare le superficie,
e quindi assumere
le lince o
le divisioni come
equinotanti, e non
come equivalenti a
superficie. Tanto la
linea, (pianto qualunque
altro indice anime
im tìco litri) Li otisi assumere
come segni, c
non come ii
reale oggetto valutato.
Se si fa
corrispondere mimerò a
numero ? non
conviene sostituire il
concetto del segno
al concetto della
-cosa, .1 /assumer lineo
o parti di
esse udii si
deve considerare che
come un’ indicazione indiretta,
e come mi
segno eomspoudeuLe di
commeosu razione
superficiale. La computazione
lineare è utile
quando usar si
può; ma essa
riguardar si deve
sempre come un
mezzo parziale^ e
non mai come
esclusivo*, uè padroneggiatile tutto
1’ algoritmo. Impiegatelo dunque,
ma senza dimenticare
ch'egli non lignifica
qualche cosa se
non colF associazione dei
concetti superficiali. La
buona Matematica non
ripugnò mai a
questo metodo anche
quando fu dominata
dalla mania delle
quadrature, e fu
illusa dalle viziose
dicotomie, f( Mos
oblili Li ii
(disse Newton), ut
geucsis seti descriptio
superri. ideici per
linearti super aliarli
linearci ad ree
Los angulos moventem,
cìì» catur multi
pi icario i
siimi m l'mearum.
Nam quamvis linea
ni ulti plica
la » non
pomi evadere superficies.
Ideoqtie liaec superiìciei
e lineis gene»
ratio [ùnge alia
sìt a nuilliplieatione ; io hoc
tamen conveniuut, quod
y> numerila u
ni taluni in
al ter u
tra linea, m
uhi plica tu
$ per mime
rum titilli p
furti in altera
produca! abstracLum numerimi
uni taluni in
superficie I| i_t
e i s
islis compre] musa,
si modo unitati
super ficialis de buia
tur ut son
Ih. quadratoni, eujus
balera suoi imitateti
superficiales. » [Àrithmetka
ttnivers'aUsi £b
) Il sig. La Croi*.
ne* suoi Elementi
di ^Geometria CO
osservò che a
mesurer des grandems
u’étant autre chose
que comparer etitre
clles H cclles
de ménte espèce^
il est d
vide ut que la mesure
dos aires doit
Jf avfqr poviv
bui de savoir
combien ime aire
qu eleo n que en
conticnt >} Ul]e
auire psiae arbitraircment pour
servir de termo
de comparaìson.» Usando egli
di questo principio
dimostrò la proposizione,
che due rettangoli
qualunque stanno fra
di toro come
ì prodotti della
loro base per
|Li joro altezza*
o come i
prodotti dei due
lati contigui. Dopo di aver
data la dimostra
zio uè, soggiunge
in noia: w
Je me suis
servi ebdessus de
la » muUiplieatiou
par ordre camme
du moyeu plus
sito pie pour
par venir »
a u resultai
eh orche: mais
il pourrail arriver
que Fon éprouvat
qucl» que àif fienile
à concevoir ce
efrangemenl daus le
quel il serable
quii )> faut
mulliplier des aires
eulre elles. Celle
difficili té cesserà
si Fon imu
rnaglue que ccs
aires pour ótre
comparées mitre elles
soni rapptwlées ?)à
urie certame aire
pvise pour mesure
comniune ou pour
unite, » La
(i) Siemens (h
Geometrie. Hulttoe
nditlon, PaiL T. n.° 167'itì^
Paris, chez Gourcicr,
ai), difficoltà téinuta dall'autore
tiou può cadere
die nelle teste
stravolte o tu
quelle che non
avvertono che nella
cmnmen sur azione
geometrica con si
la uso propri
am e u
te die di
aree anche quando
si assumono sole
lineo : orni v lia
che l'esteso che
possa misurar restoso.
Golia idea ustru U
ìa non si
fissano fuorché rapporti
di confini e
di direzioni; ma
noti si può
creare uno slromeulo
vero misuratore e di geometrica
valutazione, 1 più
valenti geometri c'insegnano
che le superficie
astratte si debbono
considerare come puri
limiti dei corpi,
e le linee
astratte come estremità
di queste superficie
; e finalmente
I punti come
limiti di queste
linee. lutto questo
non segna che
logie nostre, e
non il carattere
coiliUUivó delle grandézze
reali estese* Anzi
queste logie si
fondano tutte è
si qipoggiano così
al concetto intuitilo
ed intero dell' esteso,
che senza di
ciò uè esistere
potrebbero, nè servire
ai nostri raziocini!.
Glabre senza corpo,
segni senza significato
riuscirebbero essi senza
la realità dell
esteso primitivo. Newton
disse, che la moltiplicazione a
non tantum fit
per » abstractos
un in eros,
sed etiam per
concretas quantitates* ut
per li» neas
superficie^ motum Incateni
pondera etc., quatenus
bue ad ali»
quam sui generis
nolani qua alitateci
tamquam un itale
in relatae ram
tiones nunierorum esprimere
possunt el vices
supplire. » {Arithmetica
universalis, 8.)
Il numero per
se non indica
alcuna specie deter
min. a la
dì cose, come
ognun sa. Dunque
egli non altera
ì caratteri delle
cose 5 ma
si associa con
Lutti. Dunque ndlo
valutazioni il numero
serve a questi
caratteri. Dunque, parlando
dell'esteso, lascia al
punto ed alla
linea geometrica la
loro natura; e
però nell'atto che
no connota Io
parti non attribuisce
loro altra virtù
dimermva*, che quella
eh essi hanno
naturalmente. Ma E
essenza di questi
enti di ragione
esclude in essi
Ir qualità proprie
dell’esteso reale, c
lascia loro soltanto la
virtù rii segni
associati, e nulla
più. Dunque nelle
valutazioni superficiali l’uffizio
delle linee sarà
solamente equinotante. e
uon propriamente valutante
c di~ mensfaa
deiresteso. Tutto questo
è d’ftna verità
così rigorosa, che
non può essere
impugnato senza distruggere
il principio stesso
di contraddizione, perocché
nasce dal concetto
stesso essenziale del
punto ? della linea
c deb V esteso.
Io dunque non
escludo l'uso delle
espressioni numeriche lineari,
come non escludo
l 'espressione numerica dei
luoghi, dei grttdh
delle combinazioni 3 e di qualunque
altra logia ripetuta;
ma avverto urlio
stesso tempo uon
essere permesso di
sovvertire le leggi
di ragione 3
f acendo che
la linea usurpi
i! posto della
superficie* o che
la superjicie si
converta in linea .
Viceversa poi dico e sostengo,
essere principio es&en
m ziale di
ragione. che la
valutazione geometrica* sì
continua cbo disco
ntifimi* iìA essenzialmente superficiale,
e clic l'algoritmo
lineare sia essenzialmente sussidiario^
associato e subordinato
ai superficiale. La
natura stessa della
mente umana si
fa. dirò così,
giustizia da sè
stéssa. Ellaa dispetto
dei matematici non
bene avvisali, ì
quali vogliono sottoporre
il superficiale al
lineare, si emancipa
da questa tirannia;
imperocché trattandosi di
valutar superficie» olla
sostituisce aneli e
a nostra insaputa
il numero superficiale
al lineare. Di
[Talli un vittorioso
is liuto ci
fa sentire essere
impossibile valutazione alcuna
delle aree, se
non si assumessero
altre aree elementari*
Distinguasi dunque la
posizione del numero
lineare daìl'Vifo di
questo numero. Se
Fuso inirin seca
mente non fosse
quale io fi
annunzio» i risultati
della valuLazioue superficiale
o sarebbero assurdi
3 o sarebbero
nulli. Gol!7 iuesteso non
si misura l' esteso.
Ponendo a paragone
l’esteso co-Il’inesLesò 5
non solo non
paragoniamo quantità della
stessa specie, ma
ragguagliamo coso fra
loro ripugnanti. La
Geometria riposa perpetua
mente sulla base
della conim emulazione
superficiale tutte le
volte cld essa
paragona Festensione rispettiva
di due grandezze.
Cosi la famosa
proposizione pitagorica viene
dimostrata confronta Lido
superficie con superficie,
S aro I j Ij e ben c osa ettrana
die u 11a for m a,
u n a 1 egge 5
u n fistio, un
mezzo clic si
dimostra e che
si usa pei
generali usar non
si potesse audio
pei particolari ;
o viceversa, die
ciò clic ripugna
ai particolari co
live n I v
dovesse a i genera l L
11 i te n i
a in o
dunque, che le uni
tà e
i uumeri lineari
uou sono dementi,
ma equinotanti degli
elementi super fidali.
Questi poi sono
i soli competenti
alla valutazione degli
estesi: e però
ci gioviamo dei
concetti lineari come
di sussidii o
di segnali e gut notanti^ ma
non equivalenti. Ecco
un canone fondamentale
per valutare gli
estesi. In forza
dì queste considerazioni non
solamente rimane giusliiicaLo
il calcolo superficiale
geometrico come primo,
precipuo cd unico,
ma la natura*,
gli uffizi^ la
competenza^ \ limiti
del lineare sussidiario
vengono filosoficamente determinali.
Allora si vede
che col subordinare
il superficiale al
lineare, o col
voler generare la
scienza col lineare,
egli e lo
stesso che far
dipendere il corpo
dall* ombra, e
coll* ambra generare il
corpo. Rovinoso, distruttivo»
antilogico sarebbe dunque
l’ insego amen Lo
primo della Geometria
per mezzo di
due od amebe
di tre coordinate.
come alcuni pretendono.
Questo mezzo tu
L fi al
più sarebbe buono
per richiamare in
ultimo un profilo
delle leggi algoritmiche
riguardanti la Geometria.
Allora con una incute nutrita
delle cognizioni della
naturale generazione degli
enti geometrici ed
aritmetici SI POSSONO FABBRICARE
ALCUNI SIMBOLI – cf. Grice on Austin SYMBOLO --, ai
quali associandoci le
mille idee sottaciute
(le quali dal
processo nudo delie
coordinate uou possono
essere presentalo';, cspvi1110110
le leggi generali
geometriche . come coUfAlgsbra
si seguano le
leES'1 generali numeriche.
1/ ultimo eccesso,
n a dir
meglio l3 assassinio
massimo dell is Inizio uè,
sarebbe il sostituire
I* insegna tn
e alo per
coordinate a quello
della primitiva arte
di osservare. Concludo
ponendo per primo
canone pratico 31
valutare con elementi
superbcsall le quantità
estese presentate e
computate nel primitivo
msegna rimi ito, 148.
Da quanta eticità
hi VI a
le malica vigente
sia dominata'* secondo
il sig. Wfon&bi,
Kitoruo al sig*
Wrorisbi. Dalle prime
pagine del libro
mi con vieti
saltare alle ultime,
perocché Iti queste
a lui è
piaciuto di concentrare
i motivi reali
del suo lavoro.
Kg lì
fa la seguente
domanda: e Quid
était » Téiat
des MaLbomatlques. et
sur toni de
IbAlgoridirme, avau t
celle piliss losophle
des Ma ib
erna ti ques?
» A questa dmnauda
cosi ampia egli
risponde restringendosi soltanto
a ciò clic
spetta al puro
algoritmo: perocché dello
stalo della Geometria
non fa cenno,
e solamente si
contenta di dame
in Bue i
rami attuali in
forma di albero
.all’ uso di
quelli degli scolastici
del medio evo
('X Ristretto quindi
Tesarne allo stato
dell algoritmo. dice
in primo luogo
clic i primi
principi!, ossìa i
me La fisici,
risguardanti T arte
di computare . non
avevano prima di
lui fuorcliè una ce
/'tozza problematica. Resta
a vedere se
dopo di Ini
abbiano acquistata una
certezza soddisfacente. Sarà
vero per altro
clic presso la
comune non avevano
certezza veruna, perocché
una certezza probi
ente tied noti
è uè punto
nè poco certezza.
Il carattere essenziale
della certezze Caa_
siste nell7 escludere
qualunque dubbio del
contrario. IN luna
meraviglia può nascere
sulla controversa natura
della metafisica di
Non impugnando il
latto s e
tributando omaggio al
discernimento del si*-,
Wronsk't* si domanda
se and/ egli abbia
conosciuto il principio
riguardante queste quantità
imaginarie. Se lo avesse veramente
conosciuto, coinè pretende,
non si sarebbe,
prevalso deUVpileto di
ideai u, ina avrebbe
usato f|uel!o di
snaturate.) e snaturate
per via d’uu
incuocetenti-: artifìcio ([).
So di' egli La
preteso di giustificare
la sua sentenza
\ ma il
mezzo da Ini
impiegato è una
viziosa petizione dì
principio . Per confermare
poi filosoficamente il
suo assunto ha
avuto il coraggio
di regalarci un
tenebroso paradosso ^autìstico
dopo una più tenebrosa dimostra?, ione ccU’iubnÌLo,
e Quaut à
Fefipcec do contro
die lion qne
ecs » ìw
m b re
s pa v
ai sse n
t i m
pi i q
a e r*
c t do
n t ti
o u s
ny o n
s d o
n u «
la de d
action, » ou
volt in ai
u le nani
qne cc n’est
poiut ime coutradiction
l&giqite qui o
Ics reudrait ahsurdcs.,
mais bien uno
conlradiction tra nscc n da
nlale^ JA-iniè veri
tabi e antinomie
dans luntclligence ìmmaine,
pvovenant de »
lopposilion des loia
de l’enten dome
ut avec les
lois de la
valsoli. >s (Pag.
1 Gì,) (n
II celebre Lcibuil»
cliUmiava queste raposti
fra l' essere e
il nulla. Opera
omnia, dici imiigiiiarb
eoi nome di
mostri amfibìi Esame
della sentenza del
signor Wronski intorno
le radici imaginarie.
la questo passo
la sana ragione
rileva tre cose.
La prima una
mostruosità assoluta morale;
la seconda un
controsenso matematico ;
la terza una
stravagante applicazione di
questa mostruosità, onde
giustificare questo conlrosenso.
Queste tre qualificazioni debbono
essere provate per
esteso, perocché qui
si tratta di
una legge fondamentale
della natura umana,
la quale oggidì
non solamente è
poco conosciuta dalla
comune dei filosofi,
ma, quel che
è peggio, fu
presa in senso
contrario a quello
che viene indicato
nella suprema economia
della natura. I.
E cosa nota
che l’uomo non
è predominato da un ristretto,
uniforme e materiale
istinto, come i
bruti: ma è governato da
una forza e con leggi
tali, per le
quali nei diversi
secoli e nei
diversi paesi egli
uou solamente varia
le sue maniere
di pensare e
di agire, ma
in certi luoghi
egli va migliorando
il suo modo
di vivere, vale
a dire, equilibra
ognora più i
mezzi di potenza
cogli stimoli dei
bisogui. Le rondini
ed i castori
del dì d’oggi
fabbricano i loro
nidi e le loro case
come al tempo
di Adamo* ma
gli Europei del
dì d’oggi non
errano più nei
boschi per pascersi
di ghiande, uou
si rifugiano più
negli antri, nè
abitano più semplici
capanne, costrutte con
rami strappati, e
coperti di fango
(l). Le campagne
coltivate, le paludi
asciugate, le città
innalzate, le vie
appianate, i ponti
costrutti, l’oceano tutto
navigato, il fulmine
condotto, le invenzioni
tutte diffuse, ec.
ec., sono tanti
fatti visibili e
palpabili, i qnali
attestano in faccia
al sole la
possanza morale della
quale la natura
dotò la specie
umana. Per essa
gli uomini si
perfezionano cogli anni,
e le nazioni
coi secoli. Posto
questo testo indubitato,
luminoso, solenne, quali
sono le os
servazioni prime di
fatto che si
presentano? Una è
la specie umana,
e identica fu
sempre la sua
costituzione ed il
tenore fondamentale della
di lei economia.
Ma daH’allra parte
la storia tutta
ci fa fede
che la possanza
morale umana dovette
talvolta sormontare sì
ardue difficoltà e
vinceic si gravi
ostacoli, che gigantesche
ci appajono le di lei
imprese. Talvolta poi
(i) Di quest’ultimo
modo di abitare
non veggiamo esempli
fuorché o in
paesi oppressi da
un assorbente inveterato
feudalismo, come sarebbe
l’ Irlanda, le Ebridi,
e le rnonta&
della Scozia, o
nei paesi posti
sotto al C11C0
polare. eìb cammina
cosi moderata e
cosi tenue, che
a guisa di
persona adagiata su
d’ima barca sembra
abbandonarsi a grado
del vento delia
fortuna. Qual’ è la
conseguenza prima di
questi altri fatti?
Esisterò nella costituzione
dell essere umano
mi principio motóre^
1T energia del quale,
cornunque finita, misurar
non possiamo. Dunque
ti imi uomo
preveder può (in
dove giunger possa
la sfera di
questo motore segreto,
nè quali fenomeni
ulteriori apparir possano
nel mondo delle
nazioni. Così nel
mondo lisi co
veggeudo i turbini
e gli oragani
die sconvolgono il
mare e la
terra3 e i
zefiri ed i
favoni! die accarezzano
i fiori e
fecondano le piante,
noi non possiamo
tassali vani e
nl.e prèfiu ire
la forza assolata
dell1 atmosfera, benché
asserir dobbiamo esser
ella finita. Ma
come nelTa imo
sfera lo zefiro
e lordano sono
effe L ti
della stessa forza
e della stessa
legges cioè della
tendenza a ristabilire
l\i Iterato equilibrio:
così pure nella
specie umana i
conte a rii
effetti intellettuali, morali*
economici, politici, sono
elfeLLi della stessa
forza, e conseguenza,
della stessa legge.
Quella molla che
in un orologio
ben compaginato e ben equilibrato
vi segna esattamente
il corso del
tempo, quella stessa
molla lo segna
male o arresta
la macchina, quando
le condizióni del
buon meccanismo sono
alterate. Anzi questa
contrari elei di effetti fa
lede deibum? a del
principio energico, perchè
sarebbe logicamente assurdo
che, variale le
condizioni degli impulsi
e delle resistenze,
no dovesse ciò
non ostante seguire
lo stesso effetto.
Qui facciamo punto.
E vero, o
no, che la
contrarietà dagli effetti
deriva in ultima
analisi dalla contrarietà
del meccanismo, e
non da contrarie
qualità della inolia
centrale? Essa si
suppone sempre la
stessa: la sua
forma, la sua
dimensione, la sua
energia elàstica, per
la quale tende
a svolgersi, non
è punto cangiata.
E dunque più
che manifesto, elio
se pav [spiegare
la contrarietà dei
fenomeni io affermassi
o che la
molla cangiò di
natura^ o che
racchiude in se
stessa qualità e
leggi contraddittorio, Io
pronunzierei un'assoluta bestialità.
Ecco il caso
deUVmtfriiouria morale del
trascendentalismo di Kant,
ripetuto qui dal
sig. Wronslri., E
per far sentire
che la parità
corre perfettameuLe, io
prego il lettore
a seguirmi con
attenzione. In altra
mia Opera ho
detto che se,
prescindendo da particolari
circostanze, si volesse
assegnare una grande
leggo generale, dir
si dovrebbe che
il cuore umano
ama di spaziare
in un infinito
libero i e lo
spirito ama di
riposare su di
un finito certo *
Tutto questo nasce
dalla indefinita capacàtxi
di bramare tuUo
ciò che può
appagare i suoi
deriderli. Questa capacità
deriva in sostanza
dalla facoltà di
sentiree di volere, non
limitata da verno
particolare istin* to
(0. Gii effetti
di questa indefinita
capacità sono appunto
la creazione, i
periodi e le
vicende del mondo
delle nazioni, delle
quali parlai nel
detto libro (1 2):
e quindi la
maturità rispettiva, da
cui deriva V opportunità^ la
quale altro non
è che la
necessità pratica della
natura riguardante la
specie umana (3).
Questa prau legare
universale fu ricevuta
a controsenso dai
vecchi moralisti e
politici. I moralisti
divisero l’uomo in due parti
fra loro contrastanti;
e distinsero un
uomo inferiore, al
quale attribuirono cecità
di mente ed
intemperanza di cuore
: ed un
uomo superiore, al
quale attribuirono lumi
intellettuali e temperanza
di affetti. Nelle
transazioni poi delle
diverse età delle
umane aggregazioni riguardarono
i successivi progressi
dell’ incivilimento come aberrazioni della
specie umana, e
come un’antinomia delle
leggi fondamentali di
lei. Così fu
fatto insulto a
quella divina economia,
nella quale se
si pone l’uomo
fatto ad imagine
di Dio, è
cosa assurda ed
empia lo stabilire
uu manicheismo, pel
quale o conviene
ammettere non esservi
più speranza di
migliorare la vita
umana, o che
la Causa prima
non voglia far
trionfare, per quanto
può, la sua
bontà e la sua provvidenza
(4). Questa sconcia
dottrina fu coniata
perchè l’ordine morale
fu da loro
configurato colle massime
claustrali, e la
bontà della sua
economia fu misurala
giusta i dettami
di un amor
proprio individuale. L’umano
intendimento non era
ancora stato espressamente
ìuvaso da questo
manicheismo; ma Kant
tentò di assoggettarvelo, e
il siguoi Wronski
di aggiungervi la
conquista del paese
delle Matematiche. La
teoria dei progressi
dello spirito umano
respingeva queste sentenze,
e le aveva
rigettate nell’ ammasso delle
rugginose ed ammuffite
produzioni del medio
evo; ma ecco
che si tornano
a porre in
commei ciò sotto
forme più oscure
e con un
aspetto più elaborato.
Qualunque però siano
queste forme, qualunque
sia il linguaggio
col quale si
vogliano presentare, non
lasciano d’essere assolute
mostruosità. E prima
di tutto osservo,
che s’incomincia a
scindere la mente
umana in due
parti: l’una denominata
intendimento, che è
la facolta di
assu mere, concepire
ed intendere; l’altra
denominata ragione, la
quale è la
facoltà di avvertire,
distinguere e giudicare.
Ma è più
che notoiio che
queste due facoltà
non si possono
distinguere fuorché per
una men a
e (1) Assunto
primo della scienza
del Dirit(3) XXXVI.
to naturale, XIII.
(4) Vedi la
mia Introduzione allo
studio (2) Dal TX.
fino al XII.
e nel XV.
del Diritto pubblico
universale astrazione. Una è
Y anima, uno
è l’ io pensante.
Quando si considera
questuo pensante in
fatto, senza badare
se pensi giusto
o no. gli
diamo il nome
generico di intendimento
; quando poi
lo consideriamo occupato
a sottoporre a
sindacalo i suoi
pensieri, e a
pronunziar sentenze a
norma di una
verità o reale
o presunta, allora
gli diamo il
nome di ragione.
Così distinguesi il
fatto dal diritto.
Ma il diritto
è sempre un
jatto, ed un certo
fatto^ vale a
dire è un
fatto regolato ; dovecbè
il fatto nudo
può essere sregolato.
Così pure la
forza in genere
può essere una
forza regolata o
sregolata; ma è
sempre forza. In
che dunque si
risolve la distinzione
fra V intendimento e la ragione ?
Nella sola distinzione
dell’ esercizio delle
sue funzioni, o,
a dir meglio,
della direzione di
questo esercizio. La
ragione altro non
è né può essere che
lo stesso intendimento,
in quanto è
occupato a pronunziare
i giudizii aventi
per iscopo la
verità. La mira
a questo scopo
forma la tendenza
che caratterizza la
ragione. Il complesso
dei mezzi creduti
valevoli ad ottener
questo scopo forma
V ordine o reale
o presunto di
ragione. Questi mezzi
trascelli, purgali, confermati
e proposti come
modelli perpetui, formano
le regole di
ragione. Ma questa
ragione non è
che lo stesso
intendimento in funzione,
ed occupato in un certo
ordine di funzioni.
La sua tendenza,
anche quando sbaglia,
è sempre una
e sempre la
stessa, vale a
dire la cognizione
del vero. So
che vi sono
uomini che scientemente
impugnano la verità
conosciuta, e si
servono della conosciuta
menzogna. Ma so
del pari che
la simulazione e
la menzogna non
possono alterare la
interiore coscienza del
vero. La legge
dell’mtendimento è così
necessaria, quanto è
necessaria la visione
colla luce. Ma
ommessa la simulazione
e la menzogna,
e concentrandoci nell’ intima
coscienza dell’animo, ognuno
sa che, posta
qualunque nostra indagine,
si possono frapporre
due ostacoli all’ intento
di acquistare la
piena e certa
cognizione d’uua data
cosa. Il primo
di questi ostacoli
è Y errore^ e
il secondo è la mancanza
dei dati competenti.
Questa mancanza è
vincibile o invincibile.
E viucibile allorché
l’oggetlo è compreso
entro la sfera
dello scibile umano;
è poi invincibile
allorché l’oggetto è
fuori di questa
sfera. Così la
cognizione delle essenze,
quella delle cause
prime, dei fenomeni,
quella della fabbrica
totale del mondo,
quella del futuro,
ec. ec., oltrepassano
la sfera dello
scibile umano. Vane
adunque sono le
ricerche, insolubili i
problemi, interminabili le
quistioni che si
possono agitare. Prima
che la Filosofia
abbia dimostralo i
confini insormontabili dell’umano
sapere, Y umana
curiosità tenta di
penetrare, e si
lusinga di poter giungere
alla cognizione di
quel clic brama.
In questa posizione
o ella si
persuade dell’ impossibilità della
soluzione della quistione,
o no. Se
si persuade di
questa impossibilità, ecco
pronunziala una seulenza
giusta. In caso
contrario possono presentarsi
due partiti. Il
primo si è
quello di astenersi
da qualunque giudizio
definitivo di fatto,
ma pure di
lusingarsi della possibilità
della soluzione. Il
secondo si è
quello di supplire
con ipotesi, con
analogie, con induzioni
imperfette, e farle
valere come dati
pieni, certi e
concludenti. Nel primo
caso si commette
un errore di
presunzione ; nel secondo
o un errore
d ì f atto positivo 5
od un giudizio
temerario. Ma in
tutto questo processo
la mente umana
agisce come in
tutti gli altri
casi, e niuno
potrà trovare nè
antinomie, uè contrasto
fra le leggi
dell’ intendimento e quelle
della ragione. Sia
pur vero die
la curiosità, ossia
il desiderio di
sapere, porti l’uomo
a ricerche eccedenti
la sua possanza:
e che per
ciò ? La
curiosità è un
bisogno, e non
una legge di ragione
; la
curiosità è la
madre del sapere ;
la curiosità è
lo stimolo che
porta a ricercare
e a domandare.
Tocca alla ragione
e tocca sempre
alla ragione il
pronunziar la sentenza
sulle domande della
curiosità; la ragione
e la ragione
sola fu, è,
e sarà il
giudice. Forse che
per trovare antinomie
si farà valere
l’umana fallibilità ? Che
razza di antinomia
sarebbe questa mai?
Essa è la
conseguenza dell’ inseparabile limitazione
umana; essa non
richiede un manicheismo
logico, ma solamente
l’abuso nel giudicare.
Colla stessa ragione
si giudica bene
e male, come
colla stessa forza
si fa bene
e male. A questa fallibilità
poi viene o
presto o tardi
rimediato colla revisione
delle sentenze pronunciate,
e colla riforma
delle erronee. Questa
revisione ìaie volte
vien fatta dai
primi giudici, e
spesso un secolo
posteriore rifoima i
giudizii degli anteriori.
La cassazione versar
può su tre
punti; vale a
dire la falsità,
l’ incompetenza e la
temerità. Orsù dunque,
dove sta X antinomia
trascendentale asserita? Foise
nella curiosità, ossia
nel desiderio di
sapere ciò che
alla nostra possanza
non è dato
di scoprire? Ma,
prima di conoscere
i confini dello
scibile, qual è
l’oracolo che mi
dica che io tento una
ricerca frustranea? Ufi
ancora: senza di
questa indefinita curiosità
potrebbe mai la
specie umana giungere
alla cognizione delle
verità competenti? Chi è che
coraggiosamente apre il
cammino in regioni
sconosciute prima, fuorché
1 illimitata curiosità
? Chi è
che rovescia i
sistemi chimerici, o
compie gli imperfetti,
fuorché l’ illimitata curiosità ?
Chi è che,
ricercando cose impossibili.
ha arricchito il
mondo di scoperte
utili, fuorché l’ illimitata curiosità? Chi
è che apre
la guada ad u l
ili rivelazioni, fuorché
l’illimitata cuj'ÌQScta? Chi
è Infine die
fa progredire I
lumi, eliminare i
p regni dizìi, purgare
gli errori, ampliare
le dottrine, migliorare
le Invenzioni, ec.
ec., fuorché V illimitata
citriosiih? Un osservatóre
si reca ìli
una bigattiera per
vedere il nascimento
cd i progressi
del baco da
seta. Egli vede
schiudersi 1 uovo,
e s cime il bruco;
indi lo vede
cangiare la sua
pelle, chiudersi nel
bozzolo, e trasformarsi
in farfalla. Volendo
dio sola re.
ecco il suo
argomento. Un bruco,
come bruco, per
la legge generale
dei viventi tende
a conservarsi nel
sno stato di
bruco. Egli difTalli
mangia, cresce, riposa
come bruco. Ma
in veggo che
getta via le
pelli, e si
cangia in farfalla.
Dunque esistono in lui due
leggi-, due poteri,
due economìe $
e quindi àm
facoltà fisiche trascendentali opposte,
lima delle quali
vincendo Fai tra.
ne nasce la
metamorfosi. Clic cosa
direste voi di
questa filosofìa? Il
corso delFuma.no incivilimento
è una serie
continua di metamorfosi.
Il principio impellente
sono i bisogni
fisici e la
curiosità . A uhm
mortale è dato
di prevedere quale
possa essere Fui
timo termine delle
acquisizioni delFumaua potenza
sospinta da questi
stimoli. Stolido è
dunque il contrasto
figurato fra l'uomo
guidato dalla spinta
dei secoli e
Fuomo della presente
età. Su la
natura non ci
condannò ad un’
eterna infanzia, deve
dunque essere accusata
di antinomia '? Eleviamoci
a considerazioni eminenti.
Negli oggetti individuali
della natura noi
dobbiamo collocare mi* energia
sovrabbondante* della quale
non conosciamo I
limiti. Dalla coesistenza,
dal congegno, dall’ azione
e reazione scambievole
dogli esseri attivi
nasce l'energia vitale,
per la quale
fd effettuano I
temperati sistemi e Y
armonia universale. Fino
a che a
guisa di lumache
non ci occuperemo
che del nostro
guscio, fino a
elio penosamente non
ci trascineremo che
da particolare a
particolare, fino a
eh c ri a li
al ih r
acci e re
mo la ca
le n a
conosci I ili
e della nato
r a e
d ci secoli,
noi calunnieremo sempre
la Provvidenza. Ripigliamo.
Nelle ricerche delTettero
pensante la curiosità*
avvivala aneto da
estranei interessi, interviene
per isti mola
re ; ma Y intelligenza
sola in ter
vien e p
e r ve d ere e per
giudica re. 1
u q n
està li iteli
ige nza non
racchiudasi ubo una
sola forza, un
solo principio, una
sola essenza* una
sola tendenza . Coglie
l'uomo la verità?
questa tendenza è
soddisfatta. Coglie egli
l'errore? questa tendenza
e realmente frustrato:
ma di fatto
è appagata, perchè
si crede dovere
abbracciata la verità.
In Lai caso
il giudizio di
aver colpito il
vero Licu luogo
del giudizio vero,
c apporta la
stessa soddisfazione. DELL’INSEGNAMENTO DELLE
MATEMATICHE. 1474 Che
se poi parliamo
di una curiosità
che non può
venire soddisfatta perchè
l’oggetto sorpassa la
sfera dello scibile
umano, lungi dal
vedere alcuna opposizione
fra V intendimento
e la ragione,
noi altro non
veggiamo che una
impotenza ed una
limitazione di mezzi
a scoprire un
vero nascosto. Uua
potenza anche angustiata
non è una
potenza gladiatoria, ma
uua potenza contenuta
eutro certi confini,
e nulla più.
Fingere dunque nell’io
pensante potenze contrarie,
e personificare la
f'agione come diversa
dal V intendimento ^
e che lo
fa ubbidire suo
malgrado, è una
mostruosità la quale
non può venire
partorita fuorché da
quei cervelli che
veggono gli uomini
come alberi ambulanti,
e dipingono gli
oggetti colle gambe
in su. Stringiamo
Pargomento. Distinguendo anche
a modo vostro
V intendimento dalla ragione,
a quale dei
due attribuite voi
la funzione di
giudicare ? 0 P
attribuite alla ragione
sola, o la
rendete comune all’ intendimento. Nel
primo caso non
esistendo che un
solo potere giudicante,
non esiste più
un altro potere
discordante, il quale
possa suo malgrado
essere costretto a
cedere al potere
della ragione. Uno
sarà sempre il
giudizio, sia vero,
sia falso, ed
uno l’assenso dello
spirito umano. Dunque
chimerica, mostruosa e
contraddittoria riesce allora
P antinomia e Y opposizione
delle leggi asserita
da Kant e
da Wronski. 0
volete porre duepoteri
giudicanti con tendenze
e leggi diverse
nell’/o stesso pensante;
ed allora non
solamente voi stabilite
una duplicità ed
una opposizione di
potenze senza prove,
ma introducete una
mostruosità, un assurdo
nell’economia dell’essere umano
e di tutto
Puniverso.il senso comune
non ammette jatti
senza prove, e
senza prove chiare,
tassative e concludenti.
Il fatto di
questa duplicità intellettuale
non solo non
e provato da
verun sentimento nostro
interno, ma è
fisicamente assmdo in
vista della triplice
unità sopra dimostrata.
Dunque risulta che
questa duplicità è
un’assoluta mostruosità morale.
Le funzioni contraddittorie delle
opinioni vere e
delle false ?
delle adottate e
delie ritrattate, delle
mature e delle
precipitate, delle compe
tenti e delle
eccedenti, non sono
fisicamente, ma solo
moralmente con traddittorie
; e sono
tutti fenomeni d’una
stessa potenza, e
conseguenza d’una stessa
legge. Dico in
primo luogo che
non sono fisicamente
contraddittorie. VLU la
parola fisicamente non
viene da me
assunta nel senso
materiale o corporale,
ma solamente nel
senso di cosa
appartenente alla realità
di una sostanza
o d’una potenza
effettiva. Posto qu esto
senso, io vi
domando se l’imagiue
dello stesso oggetto
presentata da diversi
specchi, 1 uuo
DLSCOaSO SESTO PARTE
SECONDA. 1475 perfeltaineule piano,
labro ondulalo, l'altro
cilindrico, co. cc,
siano forse funzioni
fisicamente conir addii
lori e, e
che palesino una
opposizione nelle leggi
della riflessione della
luce* Tulli vi
dicono quello clic
vi debbono dire
ed io tutti
la legge della
riflessione viene modificata
senza violare la
sua unita. Invano
voi mi opponete
die uno vi
presenta una faccia
storia, un altro
una testa lunga
che non avete.
Voi scambiate con
questa opposizione la
quistioxie ài fatto
colla quistione di
diritto $ senza
controvertere il principio
delpHmtà fisica da me
asserita. Quando contrapponete
la vostra faccia
dritta e corta,
voi uscite dallo
stato di fatto
dei fenomeni, e
ricorrete ad no
modello esterno che
late servii di
regola ♦ Allora voi
fate contrastare fatti
véri, reali e
costanti di natura
coli un altro
fatto ipotetico preso
da voi come
archetipo. Ma por
verificare questo fatto
archetipo voi dove te
porre in fatto
altre circostanze reali
: e voi
otterrete il fatto
archetipo e regolare
in iorza della
stessa potenza c
della stessa legge
generale, per la
quale otteneste ì
fatti non regolari.
Tal1 è appunto
la costruzione dello
specchio perfettamente piano,
e tale la
riflessione conseguente della
luce. L'opposizione dunque
da voi imagi
nata non k
fisica ^ ma
ò puramente morale
ed ipotetica ;
vale a dire,
che assumendo per
norma un dato
stalo non esìstente,
voi lo trovato
non conforme all* esistente. Ma
che perciò ?
Ne vico forse
la conseguenza, esistere
nella potenza e
nelle leggi reali
il e II
a natura un’originaria
contrarietà? Molli uomini
insigni sono caduti
in questo scambio.
Essi assumendo il
diritto astrailo ed
ipotetico come norma
dei faLLi fisici
della natura hanno
Ogn rato aberrazioni ed
opposizioni fisiche nell’ aito
ch'esse non erano
che puramente specolative,
f pè nate dalla
considerazione dei faLti,
i (piali fisicamente
essendo ciò che
debbono essere, non
sono quali moralmente
dovrebbero essere. Ma
questa moralità nascendo
dal solo paragone
con un Ordine
finale concepito dalla
nostra ragione 5
non no segue
altra conseguenza, che
cangiando le esterne
circostanze che fanno
nascere il fatto
moralmente discordante ^
e introducendo quelle
circostanze che possono
produrre il concordante^
si la allora
coincidere il fisico
col morale i c
si fa coincidere
in forza di
quella stessa potenza
c di quelle
stesse léggi fondamentali,
le quali produssero
i lalLi moralmente
discordanti. Ecco il
vero punto di
vista della reale
economia della natura
riguardante le nostre
azioni cd ì
nostri pensieri. La
seconda qualificazione da
noi dala glia
sentenza del sig. Wronsti è
quella di contenere
un con tro.se uso matematico.
Il vero elisegli
dogmaticamente afferma di
aver dimostrala la
legittimità delle ràdici
imagùiane; ma. esaminando
i mezzi da
lui adoperati, si
scopre F illusione-c
fa iallacia del
suo tentativo» idgli,
maneggiando le cifre
delFny finito assqj.cto.
reca una dimostrazione
la pi li
tenebrosa possibile, ed
anzi la più
antilogica di tulle.
Quando Leibuitz pretese
di giustificare il
calcolo nifi ni
Le si male,
egli Lento di
coprirne il difetto
colle radici imagiuarie.
Viceversa il sig.
W-tfoaski per legittimare
le radici -ima
gin arie ricorre
al1 infinito assoluto,
e con ciò
ne dice ciré
esse « emanenterc
tonte pur et é >j
de la facul
le méme qui
donne des Icùs à Fili
te 11 igeo
ce humaiuc. n
Così mi artificio
in ventato pochi
secoli fa per
sottoporre tutto ad
un tratta* mento
unico razionale o
discreto r dal
sìg. Wrouski viene
convertito in una
legge di sapienza
purissima sovrana e
ciò vico da
lui fatto colle
cifre dell7 infinito.
Provare una cosa
tenebrosa od assurda
per un altra
egualmente tenebrosa e
non accettabile, ecco,
secondo il sig.
\Y r a ositi, le
leggi altissime die
coti tutta purità
emanano dalla legislatrice
ragione; ecco i
mezzi coi quali
egli pretende die
venga soggiogato suo
malgrado 1 umano
intendimento. «Telie est
la ddducliou methapdjpiquc
ile » ces
nombres vraimeul e^traordiualres, qui
forme uL un
des plieflótìiè» nes
inteUectucds Ics plus
remarquables* eL qui
donne ut uue
preuye » non
equlvoque de Finllueuce
qui eierce daus
le savoir de
1 hormne la
» Jciculté legislative
de la raisom
douL ces nombres
soni un produrt
en » quelque
sorte malore VentendemenL
» Ma dii
ha dello al
sig. Wrouski
che queste radici
imagmarm siaco Lina
produzione di questa
ragione sovrana legislatrice?
Forse la sua
dimostrazione por infiniti
assoluti? no certamente*
Forse la buona
filosofia? nemmeno. Forse
la storia? nemmeno.
Anzi la storia
e la filosofia
attestano lo strano
travolgi mento che partorì
questi mostri. Se d signoi
Wrouski avesse consultata
l’Opera veramente classica
del sommo aiatematico
Cassali . riguardante la
storia dell’Algebra fcdj
sarebbe £taLo largamente
istruito dell1 origine
di questi mostri
di ragione (dj
C del torlo
( i )
Orìgine tra$portt} in ì
ial ia
> progressi in
essa de IF
Àlgebra* Storia critica.
TJ.l]]:i rtì filo lì pag rafia
pru’menar:. l’jr'j-, i'ì ) I larjiic
elci^nns el mi
rubi le. utilizi
uni repcrit «n
ilio Ànalfseos mi macula
idvahs tu itndi .piene
imur ens et
nati ruS cpicd
radiùem imagin&rìatn ^ppr-tbJ“:MS>,ì fcg
Leìbrnf.a, Opera ojnnm *
^ ^ lL
na 5^ hi, Qui
Lribnili manifes.13 SG|J
o l’ urlo dell^aspBUa
tli quegli uiòstrì-i ltlA die
baiano i malemalici
di farne uso.
Egli avrebbe veduto
ch’essi furono partoriti
dalla mania della
commensurazione fabbrile, e
dalla tirannica pretesa
di prender sempre
come prevalente il
razionale volgare, a
Sono » qui
dunque (dice il
lodato Cossali, pag.
243-244) le parti
delle radici »
imaginarie, laddove nell’
antico metodo da
Fra Luca esposto
a pagiuna 126
risultavano reali. E
d’onde cotanta differenza
? Dal tenersi
» nell’antico metodo
all’ in violabil legge di
prendere per rappresentante »
della somma dei
quadrati delle due
parti della radice
cercata il ternii»
ne del proposto
binomio piu potente,
ancorché irrazionale ;
e dal ))
prendersi nel moderno
metodo, con legge
diversa, a rappresentante di
« essa somma
dei quadrati delle
due parti della
cercata radice il
termine » razionale,
ancorché meno potente %
E quale di
queste due leggi
è la »
giusta, la conforme
alla natura? La
prima senza dubbio.
» E qui
l’autore entra con
un chiarissimo calcolo
a dimostrare la
sua sentenza. Indi
prosegue: « E
che? E egli
dunque vizioso il
metodo moderno? Non
si » può
a meno di
non riconoscerlo illegittimamente generalizzato, od
» esteso dal
suo al non
suo caso. » Da questa
fonte illegittima escono
appunto le radici
imaginarie ; e però
in qualità di
mostri, e di
mostri inutili, vanno
bandite dal paese
delle Matematiche. Se
il signor Wronski
nella sua riforma
dell’algoritmo algebrico ha
ignorato lutto questo,
ed anzi è
trascorso all’eccesso sopra
notato, noi dobbiamo
confessare che, malgrado
la da lui
proclamata propria superiorità
di aver veduto
o insegnato in
Algebra ciò che
veruu mortale non
ha nè veduto
nè insegnato fiu
qui, e malgrado
il non plus
ultra da lui
intimatoci, egli è
dominato ancora da
tutti i pregiudizii
volgari della preseute
età. Una doppia
prova 1’ abbiamo nel
vederlo buonamente manipolare
l’ infinito in molti
casi, e specialmente
per avvalorare il
nefando paradosso sovra
piantato; locchè accusa
non solo la
mancanza di quella
filosofia della quale
si vanta, ma
eziandio la privazione
di quello slro mento
algoritmico, il quale
da uno studio
profondo e conforme
alle leggi della
natura viene somministrato
ad una mente
sagace. non di
averne conosciuta P
origine. In generale
la mente di
Leibnitz aveva delle
grandi inspirazioni ;
ma esse furono
da lui lasciate
quasi sempre compatte
ed indigeste. Così
il vero merito
dell’uomo di genio
manca a’ suoi
scritti. Fino a
tanto che non
si padroneggiano le
idee travedute, e
non si dà
ragione a sè
stessi e ad
altri del loro
tenore, della loro
connessione e della
loro verilà, non
si può dire
che un pensatore
abbia adempiuto il
suo ufficio. Ma per far
questo conviene essere
dotati di quello
spirito analitico, il
quale non è
dato che ad
uomini cui un
cielo benigno fece
sorgere ed educò.
1 \u Delle lacune
algoritmiche ulteriori accusate
dal sig, Wronski.
Il sig+ W
rousskì prosegue, u
La théorie generale
de la numératiqNj
h doni le
schèma est raarqué (22),
et qui embrasse
Ics séries (Vili.)
et »
les Iractions contiuues
(I\. ), ifétait
poi n t contine daus
ses pnucipes, jì Eu eflet,
la forme generale
(2 '2; de S
algori ih me de la
numeratili » u
etait pas ancore
deduite; et la loi fonda
mentale de celle
theorie, qui n
en embrasse tonte
Félendiie.) n’esl pas
non plus cornute
eneore: oous »
la don nero us daus
ìa seconde panie
de cet ouvrage.
Quant i Falgo>]
rì ih me
des uumcrales (24)
5 formanl un
cas parliculier de
la iLeoriu w
de la numerario
□, ou ue
le disli inguai t
pas eneore. >j
n La theorie
generale des facultes
iTétait co un
ne que par indù« cUon*
Le principe premier
de cette ih
norie-, marquó (3
1 : . et sa loi
fondamentale que uous
dounerons également daus
la seconde parile
» de cet
ouvrage, u etaieni
point counus. Quanl
à l’algorithme des
fa» c lori el les (25),
il n'est qti’mi
cas particulier de
la iLeovie des
Lctillcs. ?j tf
La loi fondamentale
de la ihéorie
des logaritit^es. marquees
(40) » et
(A l), on
daus sa plus
grande generatile (43)s
n’était. eucore deduile
» que de
la ili éo rie de
smas. De plus,
la loi fondamentale
et la plus
sitav pie de
cette thdorie, marqoée
(33), natali poi
ut reconnoe ancora
pour w le
principe mème de
la Littorie des
logarilhmes: ou ne
la considerai! «
qtie cornine une
expressiou in slru mentale, pronte
à donner les
devei> loppemens de
ces fouctions. Quaut
au principe archi teetonique de
» ceLLe théorie,
la transitioo de
la numeration aux
facaltesj on non
avaat » pas
li dee. 33
ff La loi
fondamentale de la
tliéòrie des smus*
marquèe (47), cl
les 33 expressious
(48) qui en
proviennent 5 uetaient
point connnes. Ien
» plus, cette
théorie. eu la
considerali! me me
daus le premier
ordro de 3>
son état transceodaut,
rrietait eucore do
onde que par
L GEometne. 33
Pour ce qui
concerne les ordres
superìéurs de la
Lheorie des sauiis>J
auxquels correspondent les
expressions (54), (55)
et (5Ì?)5 ^
otaieut » enlièrement
iriconnus. m «
La loi fondarne
alale de la
ih do ri
e generale des
diffÉrENcEiSt> » quée (
C ) et
(c)'? u’étaiL pas
con no e.
Mous savana bien
que Ondarci j)
etait parvenu, par
inductiou, ù Feipressiou
marqoée (A). qui
eSt >i le
plus particulier de
cette loi; mais
nous ne savori s
pas qu’on ai1
^e_ ìì dujt
rexpression genera le
(c) s et
sur lo ut
qiTon Fait recounue
p our ^
h Ini fon
darne nlàle de
tonte la thè
ori e des
différeaces et des
diilerenticd DISCORSO SESTO
PARTE SECONDA. 147!)
?> Ics, directes
et inverses, Sons
savona au eonlrairc
que* poni* ce
qui )j concerne
en piarlieulier le
calcai différeutiel, on
o fini par
cu méccrnj} u
altro enti ère
meut la Dature,
en lui dormati
t, polir principe,
le pròn tenda
Lbéorème de Taylor,
ou dWtres ejtpressious
teclmiques pa» reillcs.
» a La
tlmorie des ghades
et des gradueles
n’était pomi connue;
on j> n’eu
soupconnail rrième pas
Tcxistence. » a
La lol fondamentale
de la tliéorìc
des nombres, marquée
(D\ qui i)
est le principe
de la possibilité
des congruences, élait
iu. contrae. Il
eu >? élait
de me me
du prìncipe arcliileGlGiiique de
ce Ho timóri
e. n a
Les principes téléologiques
de la thè
arie generale des
equjvalenw CES ufétaìent
pomi eonnus: et
quant aux lois
fondarne mlales de cotte
n rimerie, la
loi principale, marquée
(pp), n'était pas
coprine non plus:
n ori ne
connaìssait que la
loi marquée qui
est yisìlilemeul d
uno )> m
omette importa noe
philosoplrique. » (t La résolution
ibéorique des équati'oks
jTéqui valevo e
élait deve)) nue
tont-à-fait problématique. On
ne eonnaissait que
la rèsola ti
on des »
équations des quatres
premiers dégrés, et
on u’avait nulSc
idee de La
n nature et de la
forme des raciues
des équatìons des
dégras supèrieurs. Cesi
cotte nature et
catte forme qui
donne la loi
generale de la
resoa lulion des
équatìons d’éqnivaleoce, exposée
dans larticle coueernaul
i> ces équatìons,
et dorivée de
la loi fu
oda montalo (pp)
de la thè
n ne des
» equi vai
ences* >? La
résolution thè ori
que des equations
de dtffkhences et de diejj
ferentielees élait eucore
plus imparfaite* Les
precède s qi/ou a
pone » Ja
résolution de quelques
cas pmiculìers de ces équatìons,
soni mdi» vecls
cl arlifciels: ìls
ne sout pas
numi e encorc
ramenés à la
loi gé» cerale
de la résolution
de ces équatìons;
à la loi
qui est exposé*;
dans » farli
eie concerna ut
Ics équatìons des
dilTérences, et démée
de la luì
j) fonda mentale
(c) de la
lliéorie generale de
ces fonctions* »
v La résolution
th cori que
des Équatìons des
giudes et des
gra»j dueeés n'était
pas eucore eu
question. » u
Enfia, la résolution
fhéorique des Équatìons
de con cruente se
J} tròuY.ait dans
le mèma ètàt
dumperfection que la
résolution des équa»
tiuns de différéuces
et. de d
i ffére ali
elle s. n
ii Tour ce
qui concerne la
tecunje de l’algqkii jimie. oh
u\jii avait »
encore nulle idée;
et eu offet,
la déuomìualiou iucxacle
de méthodes n
d*appróximatim qumu avail
do uuée a quelques
procedei Lecbmques »
isolés, aux quels
on s’ctail U-ouvc
forcò de recourrir,
prouve, avee cvi h
deuce, toute Tabsence
de l’idée de
cette partie intégrante
de l’algo» rithmie.
On ne se
doutait nullemeut que
les différeus procédés
techni» ques, qu’on
nommait methodes d' 'approximation, formassent
des sy» stèmes
particuliers et dépeudaus
d’uu principe unique.
Meme dans ces
» methodes isolees
on ne connaissait
eucore que les
cas les plus
parti» culiers: par
exemple, dans les
methodes dites d' approximation, qui
« fouruissaient les
séries, ou connaissait
seulemeut quelques methodes
» dépeudautes du
pretenda théorème de
Taylor: la loi
de la forme
plus » generale
(X) des séries,
et eucore moins
la loi de
la forme la
plus gé» aerale
(Vili) des ces
fonctions techniques, et par conséquent
les mé» thodes
fondées sur ces
lois, n’étaieut nullement
connues. Quaut à
la » loi
technique ou algorititmique absolue
(XXXII), et aux
methodes )) qui
en dépendent, on
ne s’en doutait
méme pas. »
« Voilà quel
était l’état de
rAlgorithmie avant cette
philosophie des »
Mathematiques. Pour ce
qui concerne la
Métaphysique méme de
1À1» gorithmie, il
est superfiu d’en
parler, parce que,
suivant nous, ou
n’eu » avait
pas eucore entrevu
l’idée (0. » A questa umiliante
Iliade che cosa
sanno rispondere i
matematici ì Basterebbe
la metà per
far sentire il
bisogno d’ una ristaurazioue
generale di questa
disciplina, e prima
di tutto dell’Aritmetica. 151. Se
nel supposto dell’ insufficienza degli
attuali algoritmi il
sigWronski abbia almeno
cominciato a provvedere
come doveva. Alla
quistione proposta in
questo paragrafo fu
antecedentemente risposto nei
paragrafi 110. 111.112.
Poco nocivo sarebbe
il cattivo esempio
del signor Wronski,
perocché il suo
libro porta il
suo correttivo con
sé. Ciò di
cui dobbiamo dolerci
si è il
costume invalso di
trattare una disciplina
pratica come le
Matematiche con formole
algebriche astratte anche
quando si deve
esporre un nuovo
argomento di dottrina
interessante. Questa è
una positiva sovversione
degli ufficii della
Matematica, cd un
vero insulto ai
comuni bisogni. Io
mi presento ad
un uomo di
Stato e filosofo,
e lo prego
di darmi il
progetto d’un buon
Codice civile. Clu
fa egli? Scrive
la seguente forinola
= Pareggiare fra
i privati rutilila
mediante l’inviolato esercizio
della comune libertà.
== Ecco, egli
mi dice, in
che consiste tutto
un Codice civile.
Sia pur vero
che questo sia
lo scopo di
un Codice ;
sia pur vero
ehe tutte le
sue disposizioni si
debbano poter ridurre
a questa formola:
ma egli è
vero del pari,
che con (i)
Wronski, Inlroduction d
la philosophie des
Mathematiques, pag. 257
alla 260. Vi
S Ì questa
sola forinola i
giudici, i magistrali
e i privali
rimarranno privi ili
uea direzione pratica
negli usi della
vita. Svolgete dunque
od applicate questa
formola traducetela ai
casi piu. frequenti
risguardariti lo stalo
delle persone., le
cou trattazioni c
le successioni ereditali
e; e voi
soddisfo rete alla
mia domanda. Questa
mk risposta sarebbe
essa ragionevole? Eppure
i grandi calcolatori
non La vogliono
ammettere. Con poche
direalgebriche si cavano
d’impaccio: e qua
odo siamo per
applicare le loro
forinole con vie u
tessere una specie
di trattalo, prima
di poterci accostare
all’ applicazione. Questa
peste ha invaso
anche V insego
a mento :
e però nell1
atto die si
soddisfa alla pigrizia
dei precettori, si
proclama metodica in eri Le
la boria. F
ignoranza e l1
oscurali li sino.
Quanto al signor
Wrouski, io m1
appello a tutù
quelli che 1
hanno letto., se
non sin necessaria
un7 improba fatica
per intenderlo, cd un. assai
più improba fatica
per guidare le
suo formolo a
qualche pratica applicazione.
Eppure egli si
vanta di aver
dato a tutto
1 edificio delle
Matematiche i fondamenti
dei quali egli
mancava. Notale bene:
i fonda-* mentii
ed i fondamenti
non conosciuti di
latta la Matematica.
Gol proclamare s
col ripeterà j
coir inculcare i
suoi non plus
ultra fondamentali ogni
uomo crederebbe averci
egli rivelata la
scìen za fo nda menta h \ distinta
e complessa de IV
esteso escogitabile e
delle leggi numeriche.
Per la qual
cosà dovevamo presumere
aver egli dato
alla teoria delle
curvo geometriche una
genesi concentrata, connessa
ni unificata, di
cui ora mancano,
c della quale
sono pure suscettibili
(come verme già
effettuato da un
valente nostro matematico
in un lavoro
ancora privato). Da
questo lavoro, accompagnato
da un armonico
tessuto rettilineo, la
prima Geometria può
ripetere queir ordinamento
in orco da
lauti secoli aspettato.
l'ila nulla di
tutto questo fu
operalo, tentato, e
nemmeno sospettato dal
signor NVrouski, il
quale pretese dare
alla Matematica i
fonda Nienti dì
cui mancava. Ma
abbandonata la Geometria,
egli si è
concentrato io(forameli Le entro
la sfora algoritmica,
quasi che in
questa tosse possibile
vedere ed agire
senza il soccorso
della Geometria, ad
oggetto special’ meute
di conseguire il
nero intento ultimo
delle Matematiche, Ma
anche seguendo i
suol passi in
questa regione tenebrosa .
e volendo pur
conoscere se egli
abbiaci somministrato non
quintessenze slama Le,
ma i veri
e solidi fondamenti
dell'algoritmo^ noi troviamo
che egli ha
praticato precisamente 1?
opposto di quello
che pretendeva. Gol
darci le ultime
astrazioni delle foggi
più universali algoritmiche
non da i
fondamenti della piramide
scientifica 5 ma
E ultimo vertice
della medesima. 1
veri e solidi
fonda menù dovevano
consistere nella cognizione
beo dedotta da
fatti accertati delle
proprietà e delle
leggi primordiali delle
quantità numeriche, sia
quadrate, sia non
quadrale, riguardale particolarmente in
serie ; e
nel farci rilevare
la fonte da
cui emanano, i
luoghi che le
uniscono, i periodi
ai quali vanno
soggette, e le
leggi compotenziali alle
quali ubbidiscono. Così
avrebbe fondata la
vera teoria dell
algoritmo, e l’avrebbe
atteggiata a norma
delle esigenze perpetue
dello spirito umano.
Ma nulla di
tutto questo fu
praticato dal sig.
Wronski. Con qual
titolo dunque pretende
egli di averci
dato questi fondamenti ?
L’Opera del sig.
Wronski dev’essere riguardata
come un y ultima esaltazione
dei cattivi metodi
regnanti. Essa al
più è un
volo fatto con
ali più robuste
degli altri: ma
un volo fatto
nella regione del
caos e della
notte. Que’ pochi
frammenti che ci
furono trasmessi dai
nostri antichi progenitori
giacciono ancora nello
stato di rottami
staccati, i quali
furono dissotterrati dalle
mine del tempo
e della barbarie.
Noi gli abbiamo
fin qui descritti
a modo degli
antiquarii: ma non
mai gli abbiamo
studiati col genio
di uu Bramante,
di un Michelangelo
e di un
Palladio. V’è ancor
di peggio. Noi
gli abbiamo confinati
in un magazzino;
e di là
estraendone alcuni pochi,
presumiamo di ordire
la tela della
dottrina con fili
di ragno, e
di affrontare così
Io studio della
natura, e di
soccorrere le arti.
E fino a quando dureranno
questi traviamenti? E fino a
quando ci risolveremo
noi a ricalcar
le orme tracciate
dalla natura? E
fino a quando
ci persuaderemo che
l’oscurità, la secchezza
e la difficoltà
non sono gli
attributi della buona
scienza, ma l’appannaggio
del cattivo metodo
e della imperfetta
o snaturata dottrina?
Io m’accorgo di
predicare oggidì al
deserto, e di
seminare nell arena.
Di ciò sono
tanto più convinto,
quanto più il
metodo da me
proposto è totalmente
contrario al praticato.
Ma so che
la verità è la più
forte delle cose,
e che la
voce della ragione,
il bisogno dell’istruzione si
fa sentire nell’alto
che la secchezza
e l’oscurità disgustano
ed annojano. Per
la qual cosa
se non potremo
raccoglier nulla nell’adulta
vivente generazione, a
bel bello la
verità si farà
strada presso un’incorrotta
posterità. Pour moi
en particulier j’aurois
souliaité de voir
votre méthode d
esimici » les
grandeurs par la
recherche de la
commune mesure (ou
d une serie
de quo »
tiens, lorsque cette
mesure ne se
sauroit trouver) poussée
plus avant. Vous
» vous souvendriez,
peut-èlre, que j’avois
coutume deprimer votre
sèrie des »
quotiens par une
Ielle équation: a
1 n + 1 p + -
h eie. 8.&+i.tì5— = IV 1 83+ 182+ 2
193 18624 igt . la' + a 1 8024
384 38q 17800 576 17484 %a 17112
568 195
+ 1881 7 384
18240 1 9012 7 7^+
L 70+2 IX 1 ++1 73+^ X e 7 1 4”
^ 7 ^ H— 2
XI ^9+iG+j-a X[[ 017+167+1 35* 15312 548 14904 544 14620 391 1 4280 356
‘5&+l59+a xvir,57+f57+3 xv in
> 35+ t
55+Ji 1 XlX 1 53+ 163+ XX
*5 1
+ i5 1 +a 1
2640 3 16 12324 5u 12012 3>H 11704
5o4 l40+l43 + a XXV
Vi I+E + +2
xxu i3i)+i39+a XX VII ''7+5+i p5+s XLIV |03+ 1 03+3
2 3.1 fi
ICO 230 5040 a 1 G 5724 aia bbV2
aofi g5+9H-2 X L IX £H+9:)+a L 9'+G'+2
LI 8o-| «9+* LH B7+B7+3 1 39 Go
1 192 m 1
2 188
4324 184 4140 176 79+19+2 LVIt 77+77+* la Vili 7^+7^+2 L1X 73+75+ t,x 71+7!+* I t0o
3120 t_56 2964 I 5a 2812 W 2604 ■ 44 G3+G3+2
L.XV 6 1+0 1 +3
: LXYI 5iì+i;t+1 Lxvn 57+5'+ LA Vili 55+5
5+ a 1 - - - - 1024 'l 1 28 . 1984 13.1 1860 1 740 1
G 1 i* 47-K7+ I.AX11I 43+ ì j+3 LXXIV 45+43-)-* LXXV j 4[+i,+1 LXXVI Sr,+%+a et 1 1
04 r
1012 88 dii 1 I
Bi 840 8a 1 J 3, +3, +4» L,XAXJ
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5+aS+i LXXXlV a3+a5+5 1 G'i 480
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7 + - 3|| 3i+i5i+a 16,020 xv 1
3284 77+177+a 556 16.+1Ó1+: 15064 XXIII 1 0804 xxxt 8580 S2.fi t 45+
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Li LXVH ; lxix LXXYI : lxx
Vm lxx.xj.ii : ixxxv XC1I
1 SCI V 1 ' 24 :
4° 3l2 : 364 7G0 : 84o 1,624
> >,74° 3,5 30
4 3,664 3,960
; 4, i |o 5,3o4
: 5,5 12 7,020
: 7,5G:j 9,112
: 9,334 1 1,704
: 1 3,0 1
a .3,94 5 :
.4,280 17,112 1 >7,484 ; IV VI
si ; XIII xx : xxri XXVII J XXIX xìxvi
: xxxviii xim : xlv
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1 iv 11% 5 LXI LX
Vili ; lxx LXXV :
LXX VII LKXXIV 4 LXX
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: : 3i2
84 0 :
9=4 1,512 ; 1,624 a, 664
£}8 1 a 3,784 : 3,i)Go 5,5 il
: 5,724 7,080 : :
7,3ao 9,584 : 9,660 1 1,400 : 1
1,704 I ^,280 : 1 4
1.6 so 10,7,44 : 17,1 12 '
v 1 V» x : XII xxi
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XXXI LXXIV : tsxyt LXXXV
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2 : 3,f)64 3, Gì 2 :
3,784 5,7*4 : 5!4° 0,844 :
7,080 9,6 60 : 9>94° I
l,ioo : 1 1,4 00 1
14,620 ; 14,96! 1 6,38
0 : .6,744 vx : Vili ix
’ ; xi xxu : XXIV xxv :
xxyii xxxviii ; xl x Li
: XUiì iìv
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VI 1 1
LlX LXX :
ixxn lxxiii :
ixxv I.XXXVI ;
LKXXVllJ LXXX1X :
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1 1
2 180 : 320 1,012 : m°4 ij5oo
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• 3,130 5,444
: 5,61 3
0,9 50 : 6, 1
60 ! 6,612 : 6,844 9:94° ;
10,214 ^ 1 o,8i>4
: i i,i 00
14,964 :
1 5*3 1 2 16,020 : 16,380 tu ; vni :
x xxiu : xxv XXTV :
xxvi xxxix :
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LXXt 1 txxm lxxii :
ixxiv LXXXVII : LXXX1X
Lxxxvm : xc T
12 ;
>44 >44 : 180 m«4 : 1,200 1,200 : i,3oo 5,120
: 3,280 3,280 ;
3,444 6,t6o : 6,384 1 6.384 t 6,6 1 2 10,22 4 : io,5
la io,5i2 : io,8o4 1 5,3 13 : 1
5,664 1 3,664 : 16,020 Tjv.
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ino 2209 47 53 2809 GG00 9409 97 103 10G09 i luou 21609 147 5 25 2000 2u25 45 55 3025
G000 902j 95 LO
5 11025 looofi 21025 I 45 7 49 1
800 1849 43 57 3249 54oo £649 93 107 1 1449 go
OP 20499 [43 9 81 iGuo 1681 41 59 3
4SI 4800 8281 91 109 11881 8000 19881 141 121 1 4* 0 1521 39 61 3721 4*00 7921 S9, ìli 12321 19321 139 i- 1 1 1 169 : aot* 1369 37
' j 63 1 3969 5Coo
7669 87 113
12769 Cooc» 18769 137 223 1000
1225 35 65 1 4225 3ooo 7225 85 U 5 13225 5
000 18225 135 1 J 289 800 1089 33
67 4489 6889 83 117 1 3689 4000 17689
1 1S3 1 1 19 361 C 00 961 31 69 4761 1800
6561 81 119 14161 5
0 00 17161 13 L 1 j
21 441 /|OU 841 29 71 5041 j 200 6241 79
121 14641 3000 16641 12S 23 1 529 atro
729 27 73 1 5329 600 5929 77 123 15129
1000 16129 1 27 1/24 := 62 fi
QUADRO TERZO 1/
75 ^ 5625
V/Ì2S ==“16625 QUADRO
QUARTO 151 3 155 157 159 161 163 1 65 167 1.69 17 L 173 22801 23409. 24025 24649 252SL 25921
26569 27225 27850 28561 29241 29929 fe5 b 1 C
800 iD4no l/j.000 1 2600 1 ì 200
g8oo 8^j 00 7006
56 00 fy
200 ^ Stili
i4oo 3960 J 3 8 809 38025 37249 36481 35721 34969 34225 33489
5*761 32041 I 31329 1/ 175 30625
fi Cd 199 197 195 193 191 189 187 185
183 181 179 177 QUADRO QU1INT0 Radici 1 | et a a P £
s Quadrati "u
e sd \201 40401 2 1G00 6.200 L 24:' 203 41209 igS&o 61009 247 205 ; 42025 18000 60025 24d 207 42849 16200 59049
247 209 | 43681 i44or 58081 241 . 211
44521 1 isti OC 57121 23» 213 45369 io Rao 50169 231 215 46225 1 9000 55225
j M 217
47089 •J00JÙ 1 54289 23: 219
47961 53361 tà: 221 48841 5 600 52441
22[. 223 L 49729 1800 51529 1 m V/225 50625
i prospetto unito
Della prima serie
delle ipotenuse e dei cateti
Lutti commensurabili seguendo
la Tavola posometnea . Tav.
D . Caldo
cori Calcio con X Ipotenuse
con -f- 4— i =
100 8izz 19 10X18=180 1 00 +
8 izzi 8 1 1
2 1 - 8 IZZ 4°
1 1X18=198 12 1+8 1ZZ202 144—81= 63 1 2X18=216 1 44
+ 8 1=225
/^y 81—64= 17
9XiGzzi44 8i +
G4=»45 100 64= 36 1 0X1
Gzz 1 60 100+ 64=164 121 64= 57 1
iX 1 6=176 121 + 64=
1 85 144 64= 80 1 2XiG=ig2 i44+G4=208 •
.x'j/ ■b'VX /v%y G4 49= i5 8x1 4— 1 1 2
G5 + 4g=*
i3 8l— 49= 52 9x1
4— »
2G 81 +
4 9= 1 3 0
100 4 9=
5i ioXi4=i4o 100 + 49=149 121— 4 gzz 72 1
ixi4=i54 12 1+ 49=170 144— 4g= 95 I
2Xl4 *C8 144+49=193 O^yZ 4 49+ 1— 5o
64— izz
63 8x 2zz iG 64+
izz G5 81— izz 80
9X azz
18 81+ izz 82 !
00 * 1= 9£ JOX
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ESEMPI I IHSUOAJtDANTl I.* IKSKGNAMBXTO
PRIMITIVO IH ESSA
Pt GIORGI dotto* e im
musoni e m
léggi \H.Ì\ SERVIRE
l>I DI G. D. R.
Dì Torri, I. AVVERTIMENTO [Io creduto
conveniente aggiungere all'Opera
del Roma- gnosi sull
insegnamento primitivo delle
Mateiiiatiehe que¬ sto mio
breve Saggio* pensato
già molli anni
prima che mi fosse
nota, sembrandomi che
possa servire ad
essa di opportuno
schiarimento* perchè si
accorda in molte
idee fondamentali con
quelle dellÀutore* e ad un
tempo s acconcia
meglio al linguàggio
adottato da tutti
i cultori delie
scienze esatte. Ciò
che mi proposi
in questo opuscolo
il Lettore lo
rileverà dalla Prelazione
che vi premetto,
ÀDGL PREFAZIONE (Questo
Saggio, come indica
il suo titolo,
non è un
Trattato di Algebra,
ma soltanto la
sposizione di alcune
dottrine fìlosolìche che
mi sembra possano
condurre a formarsi
una giusta idea
delVindole della Matematica,
ad apprezzare l’importanza
dcllinsegnamento primitivo di
questa scienza in
vista dello scopo
suo, e quindi
a stabilire quale
sia il miglior
metodo d’ impartirlo. Io
non mi proposi
però di dare
tutto lo sviluppoche
si potrebbe ai
principii che accenno;
ho cercato soltanto
di toccare le
idee capitali, come
esigeva la natura
di questo breve
scritto, limitando pure
le mie considerazioni all'Algebra
sola: e procurai
di rendere evidente
col mezzo degli
esempii alcuno tra
i canoni che
indicai rapporto al
metodo. Se avessi
voluto far vedere
tutte le applicazioni
delle dottrine da
me esposte, avrei
dovuto stendere un
compiuto Trattato di
Algebra; ciò che
era fuori del
mio assunto. Mi
sono quindi accontentato
di dare il
piano di un
Corso d5 Algebra elementare,
accennando le materie
che mi sembrano
da trattarsi, e
i limiti entro
i quali dovrebbe
essere ristretto V
insegnamento ; e
quanto agli esempii,
scelsi la dimostrazione
della formula newtoniana
del binomio per
l’esponente intero positivo,
e il metodo
per l’estrazione delle
radici quadrata e
cubica dai polinomii
e dai numeri.
Della prima mi
cadde in acconcio
parlare trattando brevemente
la quistione importantissima del
valore della induzione
"scientifica nelle Matematiche;
ls altro lo
esposi 1490 estesamente,
onde rendere manifesto
in qual modo
io vorrei associare
Y insegnamento dell'Algebra
e dcU’Àritmetica. In
questo metodo quanto
a!! Vstrazi one delle radici
dalle quantità numeriche,
oliera ciò su
che piu mi
premeva d insistere,
io parto dal
principio, che le
potenze dei mimeri
si possono e
debbono considerare come
potenze di polinomii;
e fin qui
io ripeto ciò
che fu detto
da altri. Ma,
per ridurre il
metodo alla maggiore
evidenza, stabilisco che la scomposizione
delle radici numeriche
non debba essere
arbitraria, ma quella
di tre cifre
si debba avere
come un trinomio,
quella di quattro
come un quadrinomio
ec., secondo il
loro ordine, cioè
imita, decine, centina ja
echi questo credo
essermi scostato dalla
comune maniera di
considerare le radici
numeriche, e quindi
le loro potenze.
Se pur qualche
cosa tf interessante
v’è in questo
seritto, mi pare
debba essere la
dimostrazione della formula
newtoniana del binomio
per Y esponente
positivo intero, tentata
assai volte, nè
mai ottenuta coi
mezzi elementari. Io
spero d’ esservi riuscito,
c di averla
ridotta al principio
d* identità; senza
che non potrebbe
appellarsi dunosi fazione,
Io la deduco
dal seguente assioma:
dati identici fattori^
si debbono avere
identici prodotti Del
resto, io pubblico
questo mio lavoro
più filosofico che
matematico senza alcun’ ombra
dì pretensione. Il
uno scopo è
soltanto quello di
pormi in grado
di sentire il
giudizio altrui sulle
nuove dottrine che
per avventura lo
ssei o in
questo Saggio, onde
rettificarle se errate,
o averne la
conferma se saranno
trovate giuste. Lungi
adunque che la
cri fica mi
sia per i spia cere,
io anzi crederò
di avere conseguito
il vero fine
che mi proposi
nello scrivere questo
opuscolo, se arriverò
ad ottenerla. CAPO
I. Dell indole
del calcolo. leseti
do essenziithì alla
metile umana il
procedere sempre {lai
particolari alle genertìjLà,
la classificazione come modo
indispensabile alla formazione
appuro dei concètti
Onerali, è assolutamente
necessaria per avere
delle notimi distinte
degli oggetti. La
limitazione delle sue
facoltà costringe l’uomo
a ridurre tulli
gli oggetti a
certe classi, onde
rapprese n[arseli
disliiUanmnle, e non
[smarrire nella immensità
degli individui. Da
quest! principi i, che
la Filosofia ci
somministra* ne viene
che uno dei
primi bisogni dell* uomo
sia quello di
calcolare* lì calcolo
infatti non è
che la maniera
ili classificare gli
etiti cotit ingenti rapporto
alla loro quantità.
La qualità e
la quantità sono
il fondamento di
qualunque classificazione, I
numeri non sono
altro che generi
o specie; ma
generi e specie
che, èssendo formati
mediante 1 astrazione
di una proprietà
comune a lutti
gli individui, quali
che siano per
altra parte le
loro qualità, abbracciano
tutto quanto esiste
o può esistere,
quando sia capace
di aumento e
diminuzione, ossia quando
abbia quantità CA)«
ilo dello che
calcolare non è
altro che classificare.
Infatti uel cairn
lo non si
fa altro in
line che numerare
e de nume
rare (05 ossia
riunire molle unità
omogenee, onde formarne
un aggregato che
si chiama numero;
o quando si
abbia l’aggregato, scomporlo
u e' suoi elementi. Né
ciò è vero
soltanto per la
quantità discreta^ alla
quale appartiene il
calcolare propriamente detto
; ma anche
per La quantità
continua, alla quale
spetta il misurare.
Misurare non è
possibile senza un
regolo, un elemento;
ciò che dicesi
unità di misura.
Dunque tutta la
differenza che alil
i potesse vedere
fra il calcolo
delift quantità discreta
e la misura
( 1 ) LT Ente
supremo emendo esanimaimenfr
uno? non Ism
'quanti tàj quindi
non 6 soggetto
a calcolo. Tutto
ciò die ha
rapporlo'W ordino morale
ri ter ami
osi alla quai'Utt,
non pud essere
soggetto a calcola.
L’anima li ori
è spggaua a
calcolo che per
la quantità discreta
(molle udendo hjuiiaie),
non mai per
la ; ìjuànlìta continua f
mancando di estensione* (3)
Mi si perdoni
un vocabolo clic
limi sarà Torse
in nessun 13
ut io noria,
ma che però
è indispensabile per
rendere esano la
nozione di feltra;
vocabolo che non
significa niente s
o almeno non
significa quel clic
con esso si
vorrebbe significare. tifila
quantità contìnua non
è che apparente;
ma in sostanza
In tutta la
Matematica non si
tratta di i;ir
altro che comporre
o scomporre ; nume*
rare cioè, o
eie numera re.
Si dice, con
molla esattezza, dir*
la Matematica è
la scienza de!
rapporti della quantità*
Ora un rapporto
non è altro
che r eguaglianza o
la differenza di
date quantità, e
l'eguaglianza o la
differenza non si
possono determinare che
mediante il confronto
tra una quantità
e Pulirà; Ptjjxità
di misura nelle
quantità eguali, quando
non si riferiscano
ad una comune
misura, è Puna
o V altra di
esse quantità: Punita
di misura nella
differenza è la
minore delle da
Le quantità, ovvero
una terza quantità
determinata [»er convenzione.
Dunque quando si
cerca jl rapporto
fra due quantità
continue, o si
prendano a vicenda
per unità se
si consideri la
loro eguaglianza, o si prenda
jier unità la
minore se si
tratti deliri differenza,
oppure si confrontino
ad una terza
quantità, sempre trattasi
di numerare o
de numerare anche
nella quantità continua:
perchè nel [elmo
caso si considera
la quantità coatimia
come unità : nel secondo
si prende per
unità la minore,
c la maggiora
è il composto
risultante dalla numerazione
; e finalmente
nel terzo si
considerano tanto ie
quantità eguali, che
le differenti, come
il risulta me
ilio della composizione
formala colla terza
quantità presa come
unità Ilo detto die
ì rapporti delle
quantità sono soliti nto
l'eguaglianza e la
differenza, nè credo
che su ciò
possa cader dubbio;
giacché aneliti quando
si riferiscono le
quantità te mie
alle altre per
averne o confrontarne
i quozienti (come
nelle proporzioni ma
lamcute appellale geometriche)
non si fa
che diridere z ossia
compendiosamente sottrarre, che
io a ppe
Ilo de numerare .
La verità di
questa proposizione, che anche nella
misura delle quantità
continuo una si
fa che numerare
e de nume
rare ^ mi
sembra assai evidente,
per quelli almeno
che hanno rifleUtiLo
pili al T Indole delie
Matematiche, die alla
loro l'orma* Può
darsi però che
ad alcuno apparisca
strana, attesoché non
si trovano simili
considerazioni in veruno
scrittore di cose
matematiche. Ma ciò
non importa alla
verità del principio,
che lotto in
M atematica si
riduce a numerare
e denumerare^ a
comporre c scomporre;
in una parola,
alla sintesi e
alP analisi. Il
sdo ConcIUlac, oidio
mi sappia, ne
intravide la verità;
ma lo ha
limitato &jIUttLl0 alla
quantità discreta, cadendo
in una manifesta
contraddizione colPaltro suo
principio, die l'Algebra
è la lingua
in cui sono
scritte le Matematiche .(*>■ (
i ) Liti
gira il^ì caLolù
SULL' ALGEBRA ELEMENTARE. 1493
Se la scienza
delle quantità di
qualunque specie non d altro può
occuparsi che nel
determinare i loro
rapporti; se i
rapporti delle quantità
non sono che
eguaglianza e differenza
; se 1*
eguaglianza e la
differenza non si
determinano che colle
frasi dell Àlgebra:
il calcolo dunque
si applica tanto
alla quantità discreta
che alla quantità
continua: o piuttosto
il misurare la
quantità non è
altro che calcolare,
cioè numerare e
denumerare . Non insisto
di più su
questo punto, perchè
essendomi proposto di
ragionare in questo
Saggio dell’ indole
dell’Algebra, ossia della
parte delle Matematiche
che si occupa
del calcolo della
quantità discreta, il
fermarmi più a
lungo su ciò
che spetta alla
Geometria mi farebbe
uscire del mio
soggetto. L’Algebra dunque
non è altro
che il mezzo
indispensabile onde classificare
gli enti contingenti
rapporto alla loi'o
quantità. Sotto il
nome di Algebra
io non comprendo
soltanto il calcolo
delle quantità espresse
con segni generali,
come sono le
lettere dell alfabeto,
ma altresì il
calcolo delle quantità
espresse con cifre.
La sola differenza
fra il calcolo
colle cifre e
quello colle lettere
è dal meno
al pili) dal
generale al V universale. Un
numero è una
generalità di quantità
; una lettera
esprimente qualunque generalità
e 1 universalità
della quantità. Ogni
lettera può esprimervi
qualunque numero, e
perciò non ne
indica alcuno. Supponete
di avere una
formula ossia una
frase della lingua
algebra, che vi
esprima qualche relazione
tra quantità espresse
con lettere: voi
potrete dare a
queste lettere qualunque
valore, ossia potrete
adoperarle per esprimere
qualunque numero, purché
conserviate i rapporti.
La quantità universale
è necessariamente meno
determinata della particolare,
ma fa vedere
con maggior precisione
i rapporti. E
d’onde nasce questa
precisione? Siccome le parole sono
indispensabili per fissare
nella mente ed
esprimere agli altri
i concetti particolari,
generali ed universali
formati colle qualità
degli enti, così
sono necessarie le
parole per fissare
i concetti esprimenti
la loro quantità.
Le lingue comuni
o volgari servono
anch’esse ad esprimere
i concetti della
quantità, e in
questo modo di
esprimerli non hanno
i concetti della
quantità nessun vantaggio
su quelli delle
qualità per rapporto alla
precisione. Ma l’indole
della quantità permettendo
di adoperare una
lingua tutta propria
di lei, ammette
un’esattezza che d’ordinario
non si riscontra
nelle altre scienze,
perchè le lingue
adoperate per apprenderle
e per esporle
non hanno i
caratteri distintivi della
lingua della quantità.
IA94 SAGGIO FILOSOFICO
repressioni costatili, brevi
e ciliare, rispondenti
sempre esattamente ad
nu oggetto ben
determinato; procedimento da
un’espressione all’altra, conservando
la più rigorosa
identità : ecco
ciò die rende
l’Algebra una scienza
lauto esatta. Dissi
l identità 5 uou
F analogia . come
malamente il Condillac
nelI Opera sopraccitata.
L'analogia non è
clic rassomiglianza, e
Fuua dall’altra sono
immensamente distanti. Egli
definisce \' analogia
«una relazione di
somiglianza; oud’ è che
*» una cosa
esprimere si può
in molte maniere .
non essendovene alcuna
” che ad
altre molte non
rassomigli (•).?» Ma se le
molle maniere devono
egualmente esprimere una
data cosa, esse
sono fra loro
identiche, non soltanto
rassomiglianti. Se per
avventura egli avesse
confuso F analogia colla
identità, noi avremmo
una buona ragione
per ritenere che
il tuono di
superiorità anche ributtante
non può far
le veci del
buon senso, e
mollo meno dell’ingegno
o del genio.
L’ identità^ che è
il principale motivo
dell’esattezza della scienza
o lingua che
diciamo Algebra, non
riscontrasi soltanto nelle
espressioni o frasi
sue. ma innanzi
lutto nel suo
oggetto, che è
la quantità. Senza
ciò non sarebbe
possibile la perfetta
identità neppure nelle
espressioni. La quantità
infatti, considerala come
attributo delFente, è
sempre costante ed
identica in tutti
gli enti. Se
voi prendete un
individuo, egli è
identico per la
quantità con qualunque
altro, di qualsiasi
altra specie, per quanto
differente nelle qualità:
nelle qualità vi
possono essere delle
differenze nel grado
di loro perfezione,
nella quantità non
mai. Quantità è
la proprietà delFente,
in quanto si
considera capace di
aumento o diminuzione
; o, come
la definisce il
Ilomagnosi^ « quel
modo ?» di essere, in
virtù del quale
una cosa si
rende capace di
aumento o di
»» decremento »»
(2). L’intelletto non
ha quantità: non
si accresce o
diminuisce l’intelligenza; ma
si sviluppa, si
perfeziona. L'unità è
l’ente puro: al
vero ente appartiene
propriamente 1 unita;
quindi a Dio
solo. Degli enti
contingenti è proprio
il numero o
la pluralità; e
però 1 unità
dell ente contingente
non si può
considerare che come
elemento di più
composte pluralità, che
diciamo numeri. L’unità
non è numero;
ma si considera
come numero, in
quanto esprime l’elemento
del numero. Il
calcolo e la
classificazione degli enti
rapporto alla loro
quantità. l’Algebra, compresa
F Aritmetica, è il
mezzo per questa
classificazione; e (i)
Lingua dei calcoli.
Introduzione. (2)
Nell 'Assunto primo
del Diritto nat.}
l’àlgebra non è
altro die la
lingua in cui
sono scritte le
Matematiche, come la
Geometria è la
lingua in cui
è scritto il
gran libro dell
Universo. Premessi questi
cenni sull’indole del
calcolo, vediamo quale
sia lo scopo
del primitivo insegnamento
delle Matematiche, e
quali le regole
fondamentali per impartirlo
in modo conveniente
allo stesso scopo.
A che debba
tendere 1 insegnamento
primitivo delle Matematiche. Difetti
di alcuni metodi.
Un geometra uscendo
dal teatro dopo
avere assistito ad
una tiagedia del
famoso Raciue, indispettito
dagli applausi dei
quali era stato
testimonio5 chiedeva :
che cosa ella
prova ì Ecco
il difetto troppo
comune ai matematici,
di non trovare
cioè niente d’interessante nè
di provato, fuori
delle loro lucubrazioni.
Certo che gli
applausi dati dal
pubblico ad un
capolavoro dell arte
non provano che
i tre angoli
di un triangolo
sieno eguali a
due retti, ma
provano il buon
senso e la
coltura di una
nazione. È inutile
ch’io avverta (il
lettore lo pensa
da sè), che
accennando qUi [
yizii dei matematici,
non intendo parlare
di tutti i
cultori delle scienze
esatte, fra i
quali furono e
sono uomini pensatori.
I matematici si
possono dividere in
due classi: matematici
ragionatori, e matematici
calcolatori. Se ad
alcun matematico sembra
strana questa distinzione,
tenga pure per
provato ch’egli appartiene
alla seconda classe.
L’insegnamento primitivo delle
Matematiche è forse
diretto a preparare
soltanto dei matematici
calcolatori? Se ciò
fosse, Galileo avi
ebbe avuto gran
torto quando interrogalo
a che serva
lo studio della
Geometria, rispose: a
misurare i goffi.
Egli avrebbe dovuto
dire invece, che
serve a formarli.
Altro dunque dev’
essere lo scopo
dell’ insegnamento primitivo
delle scienze esatte.
Questo scopo è
doppio : per
una parte si
tratta di preparare
alle più sublimi
dottrine della scienza
della quantità quelli
che vi si
destinano di preferenza:
per l’altra parte
di esercitare la
mente anche di
quelli che d’altre
scienze vorranno occuparsi,
mediante la ginnastica
intellettuale, eh’ è frutto
delle scienze esatte
studiate a dovere.
MtìG Soauniaistrare le
nozioni fon dame
ululi per pntor
procedere lidio stu ^e^'Matematiche* preparare
la mente allo
studio di qualunque
sclenza: ecco il
doppio scopo doli’ iu
sogna meato primitivo
dì cui parliamo,
i )h il secondo
c il più
importante: poiché se
manchi, non si
è fatto (pianto
è necessario a
preparare gli allievi
neppure allo studio
delle alte dottrine
matematiche. Quindi mi
sembra clic il
peccato capitale de llf
istruzione primitiva su
quieto punto (generalmente
parlando) alia nel
trascurare lo scopo
principale. per guardare
soltanto al secondario.
Ih qui nasce,,
die quelli i
quali si dedicano
allo studio esclusivo
delle Matematiche riescano
calcolatori, anziché veri
mafemulìri ragionatori; e
qurlii che sì
danno ad altre
scienze non vi
riescano t menu poche
ecce* zhuin, come
sarebbe u desiderare.
Di qui ancora
trae origine il
disprezzo col quale
per ordinario si
guardano dai matematici
le scienze morali,
quasiché quella ragione
die è buona
a dire la
verità in Matematica
non servisse più
nelle altre scienzo,
coniti se il io
ndamento della verità
e delia certezza
fosse diverso. 10
potrei citare dei
rispettabili materna Ilei
che non hanno
rossore dì dire
che la Geometria
è una scienza
sperimentale . e ridono
quando ai parli
di verità dimostrate
a priori / c
questi per quanto
siano estese In
loro cognizioni matematiche,
sono calcolatori, non
ragionatori. Dada trascuranti
dello scopo principale
dell' iusegnsuneiiU)
primitivo delle Matematiche
; che sta,
come dissi, nel
preparare forti e
giusti pensatori 5
deriva un altro
disordine, che è
poi anche una
delle cagioni dei
vizi! de’ mate malici
che teste accennava.
Tale disordine consiste
ne! h stendere
di troppo questo
insegnamento primitivo. 11
tempo accordato per
impartirlo è di
un anno scolastico,
e questo basta
per preparare le
menti dei giovani
alle discipline superiori.
Ma guai se r
istitutore voglia in
un periodo così
breve esaurire tutte
le teorìe elementari
che servono di
fondamento alle sublimi
ricerche della Matematica!
Egli è allora
costretto a percorrere
di passaggio mi
enorme ammalo di
dottrine che ingombrano
la, mente degli
allievi di mal
digerite nozioni, egli
da una lunga
serie di calcolisenza
farne vedere le
in lime ragioni;
e in luogo
di preparare alle
scienze delle menti
esercitate alla riflessione
e al ragionare
esattamente, forma invece
delle teste imbarazzate,
e ibrs anche
disgustate di uno
studio die è
pure della più
alta importanza. Forse
il difettodi cui
parlo, è ima
conseguenza deila estensione
che ricevettero k
Matematiche, eh' è veramente
maravigfiosa nella parte
Speculativa, non so
poi so altrettanto
nella pratica, lo
su questi) non
voglio proferire giudizio:
ma se è
vero che gli
antichi erano assai
più indietro di
noi in fatto
di cognizioni matematiche,
chi non deve
rimanere sorpreso confrontando
l’immenso cumulo di
teorie, che ingombra
tante menti da
qualche secolo, colla
potenza esecutrice degli
antichi? Ponendo a
paragone ciò che
hanno fatto gli
uomini di trenta
secoli fa. col
non plus ultra
che ci consentono
le tante applicazioni
delle nuove dottrine
matematiche, siamo portati
a stabilire, almeno
per certe cose,
la nuova legge,
che quanto piìt
procede la teoria,
tanto la pratica
resti indietro . Per
quanto strana possa
parere questa conchiusione,
inviterei quegli che
non Y ammettesse
a veder modo,
con tutti i
nostri progressi, di
costruire una piramide
come quelle dell’ Egitto,
di tagliare da una cava
un monolite come
l’obelisco del Vaticano,
e d’incendiare una
dotta con degli
specchi, come ha
fatto Archimede. I
frutti delle nostre
cognizioni saranno più
vantaggiosi, sebbene meno
giganteschi, ne convengo;
e ciò vuol
dire, che noi
le dirigiamo ad una meta
piu ragionevole! ma
sembrami fuor di
dubbio che, prescindendo
dall’uso che ne
facevano, la potenza
degli antichi sia
immensamente superiore a
tutto ciò che
il vantato nostro
progresso ci pei
mette di eseguire.
Forse io sono
un tratto uscito
dal seminato :
ciò che dissi
valga, se non
altro, a renderci
meno orgogliosi del
nostro sapere. Ritorniamo
all’argomento. e limitiamo
le nostre considerazioni all’Àlgebra,
come esige l’indole
di questo scritto.
CAPO III. Condizioni
cui deve soddisfare
V insegnamento primitivo
delle Matematiche. Le
condizioni cui deve
soddisfare l’ insegnamento primitivo
delle Matematiche sono
determinate dal suo
scopo, indicato nel
precedente Capo. 1. °
Sviluppare l’intelletto di
quelli che si
dedicano allo studio
di qualunque scienza.
2. ° Offerire le
nozioni fondamentali, onde
procedere nello studio
delle più elevate
teorie di questa
scienza, per ottenere
non dei calcolatori,
ma dei veri
matematici. Ecco le
due condizioni essenziali
cui deve soddisfare
l’insegnamento primitivo delle
Matematiche, e clic
segnano anche le
norme al giusto
metodo d’ impartirlo. I
canoni principali di
questo metodo mi
sembrano i seguenti.
1. Osservare la
maggior brevità, ossia
limitare V insegnamento
alle sole nozioni
strettamente elementari, onde
rimanga tempo di
mostrare agli allievi
il fondamento, la
ragione dei metodi
insegnati, e lasciar
qualche cosa da
fare anche ad
essi. 2. Non
far precedere un
esteso Trattato di
Aritmetica all’Àlgebra, ma
insegnare congiuntamente l’uua
e l’altra. Esporre
almeno i rudimenti
e alcune capitali
dottrine dell’Àlgebra, prima
di procedere molto
innanzi nell’insegnamento della
Geometria. Del primo
canone ho detto
nel Capo precedente
quanto mi consentivano
i limiti che
mi sono proposto
in questo scritto.
II secondo potrebbe
forse non essere
così facilmente ammesso,
giacché ho veduto
a questi ultimi
anni qualche scrittore
di cose matematiche
esporre assai estesamente
l’Aritmetica senza cercare
alcun soccorso dal1
Algebra (0. Io
stesso un tempo
non aveva avvertito
alla sconvenienza di
questo procedimento, e
prima che mi
cadesse tra mani
l’Opera di cui
intendo parlare aveva
tentato dimostrare la
legittimità di alcuni
metodi usati nell’Aritmetica senza
il soccorso dell’Àlgebra,
a cagiou d’esempio
quello per l’estrazione
delle radici dai
numeri. Ho dovuto
però convincermi che
ciò riusciva inutile,
ed anche dannoso.
A che prò infatti battere
una strada lunga
e piena di
difficoltà, per arrivare
a risultati che
si potrebbero ottenere
con semplicissime osservazioni?
A che prò
impiegare delle frasi
oscure e inesatte,
in luogo delle
brevi e chiare
dell’Algebra; e invece
di approfittare dell’ immenso
soccorso di questa
lingua, perdersi nel
labirinto delle lingue
comuni? Un Trattato
di Aritmetica scritto
a questo modo
è inutile allatto
allo studioso dell’Algebra,
che cammina per
vie più brevi
e più facili
; ed è
inutile e dannoso
a chi vuole
apprendere estesamente la
scienza dei numeri,
perchè esige un
dispendio di tempo
e una fatica
enorme per acquistare
delle cognizioni che si possono
ottenere in brevissimo
tempo, e con
molto minore fatica.
Del terzo canone
poi niente si
avrebbe a dire,
ammesso l’ incontrastabile principio
esposto nel Capo
!.. che l’Algebra
è la lingua
in cui sono
scritte le Matematiche,
perchè è impossibile
imparare una scienza
(piando (|) Intendo
dire dall’ Algebra propriamenmenti sieno
espressi con parole
o con segni
te detta, poiché
è impossibile trattare
scienconvenzionali, per la
sostanza della cosa
è tificamente l’Aritmetica
senza l’ajuto di
una tutt’uno; non
però cosi per
la facilita, chiacpialehe
specie di Algebra.
Che i ragionarezza
e brevità – Grice: be brief:
avoid unnecesary prolixity --.
s’ignori la lingua
in cui è
scritta. Però siccome
in apparenza io
mi discoslo su
questo punto dall’opinione
di sommi matematici,
die vollero la
Geometria insegnata prima
dell’Algebra: cosi gioverà
aggiungere ancora un
cenno sopra ciò,
onde mostrare che
queste due opinioni,
in apparenza opposte,
si conciliano benissimo
tra di loro.
È indubitato die
l’Algebra trasse origine
dal seno della
Geometria: ma è
altresì indubitato che
la necessità del
sussidio di questa
scienza fu la
cagione che determinò,
per così esprimermi,
la Geometria a
procrearla. « Fu
la Geometria una
madre che partorì
nell’Algebra una figlia
pveci» puamente a
suo vantaggio (0.
» Se adunque
l’Algebra è di
grandissimo sussidio alla
Geometria (ed io
aggiungo, appunto perchè
l’Algebra e la
lingua della Geometria
e di tutta
la Matematica pura
ed applicata), non
si potrà negare
che sia necessario
insegnarla prima della
Geometria, per la
gran ragione che
i mezzi devono
precedere lo scopo
che con essi
si vuole conseguire.
Io però non ho detto
che si debba
del lutto lasciare
dall un dei
lati la Geometria,
finché non sia
esaurita la trattazione
elementare dell Algebra:
ho detto soltanto,
che non si
proceda troppo innanzi
nella Geometria, prima
di avere insegnato
le capitali dottrine
dell Algebra. Mi
si potrebbe opporre,
che l’Algebra esseudo
nata dalla Geometria,
per insegnarla convenientemente bisognerebbe
procedere dall originante
al derivato, dalla
causa all’effetto, dal
principio alla conseguenza,
dalla madre alla
figlia. A ciò
rispondo, che altro
è il metodo
dello scopritore, altro
quello dell’ institutore.
Guai se per
insegnare le scienze
si avesse a
camminare per la
strada lunga e
spinosa che calcarono
quelli i quali
all’attuale loro ingrandimento
le condussero 1
Noi abbiamo nell’Algebra
uu sussidio potente
per lo studio
delle Matematiche: ebbene,
facciamo nostro prò
di esso, e
lasciamo alla storia
della scienza il
mostrarci che strada
abbiano tenuto per
rinvenirlo i primi
che ne la
arricchirono. Io prego
il lettore, che
prendesse qualche interesse
in questo importante
argomento, a meditare
il Capo Vili,
del tomo II.
della celebre Opera
del Cossali, che
ho citato di
sopra, nel quale
sebbene non sia
espresso il principio
che io annunciava
come terzo canone
riguardante il metodo
dell’ insegnamento primitivo delle
Matematiche, e dell’Algebra
iu particolare; tuttavolta
si trovano delle
riflessioni e delle
applicazioni a molti
casi, le quali
giustificano pienamente questa
mia proposizione. (:)
Cessali, Origine, trasporto
in Italia, lume
li. Cap. Vili.
pag. e seg. Edizione
primi progressi in
essa dell Algebm., ec.
Vodella Reale Tipografia
di Parma, 1799,
in /,.° 1500
Non iusisto maggiormente
sulle cose dette
in questi tre
Capitoli, perchè mi
sembrano bastare ad
un semplice Saggio.
Serviranno di maggiore
schiarimento a questi
brevi cenni gli
esempii che darò
dopo avere esposto
il piano di
un Corso di
Àlgebra puramente elementare
die mi sembrerebbe
da adottarsi, avuto
riguardo allo scopo
dell’ insegnamento primitivo delle
Matematiche, e segnatamente
dell’Algebra, che è la lingua
in cui è
scritta tutta la
scienza delle quantità . Premessi, a
modo d’introduzione, brevi
cenni sull’indole delle
Matematiche, sui diversi
rami in che
si dividono, sull’origine
dell’Àrilmetica e dell’Algebra,
io dividerei tutto
il Corso di
questa scienza in
sei Sezioni, delle
quali ecco il
prospetto. Cominciando dalle prime
operazioni sulle quantità
espresse colle cifre
arabiche, si dovrebbe
man "ere alla
ricerca dei divisori.
Essa potrebbe essere
divisa in tre
Capi suddivisi in
paragrafi nel modo
seguente. Capo I.
Delle operazioni che
si fanno sulle
quantità espresse colle
cifre numeriche. 1. Della
somma o addizione. 2.
Della sottrazione. 3.
Della moltiplicazione. 4.
Della divisione. Capo
II. Delle operazioni
principali che si
fanno sulle quantità
espresse colle lettere. 1.
Della riduzione. 2.
Della sottrazione. 3.
Della moltiplicazione. 4.
Della divisione. In
questo Capo, oltre
le osservazioni essenziali
sul coefficiente, sull’ esponente, sull’
uso dei segni,
e sulle quantità
negative, conviene por
molta cura nel
fare avvertire la
essenziale differenza tra
queste operazioni fatte
sulle quantità espresse
colle lettere, e l
e stesse
operazioni eseguite sulle
quantità espresse colle
cifre numeriche. Se
ogni matematico anche
il più superficiale
sa che passa
una gran differenza
fra la sottra
aritmetica e l’algebrica,
è pur vero
che nell’insegnamento molte
volte si passa
leggeraveute sopra cose
elio sembrano piccole,
ma alle quali
è legato il
frutto ilelF insegna
mento elementare delle
Matematiche* Io forse
nr ingannerò: me
ne dorrebbe molto,
perchè eli quanto
scrivo ho acquistato
il convincimento dopo
avervi meditato sopra
assai, dopo averne
fatto l’esperienza nelle
lezioni che privatamente
ebbi occasione di
dare, e dopo
avere adempiuto oltre
misura al precetto
oraziano: nonum p
re nudar in
annum . Io vorrei pérò bene clic
misi dicesse come
si fa ad
avvezzare rapprendente a
riflettere alle cose
grandi, so non
si comincia a
fargli osservare le
piccole. Ho sostituito
alla parola somma
l'altra di riduzione^
relativamente alle quantità
esprèsse colie lettere,
seguendo Fe seni
pio 4 li
altri. Se avessi
saputo Lrovare nuove
parole per esprimere
con più giustezza
anche le altre
operazioni algebriche, lo
avrei latto. XjC
definizioni e gli
schiarimenti debbono nel
Trattato supplire al
difetto ili migliori
espressioni. Capo FU. Di alcune
operazioni secondarie sullo
quantità espresso colle
cifre, e colle
lettere, I* Del raccoglimento
dei fattori — 2*
Della ricerca del
divisori — 3, Dei
numeri primi, ec.
n[ FRA Zi
ONU Intitolo così
questa Sezione, per
abbracciare tanto il
calcolo delle frazioni
veramente tali che
appartengono alF Aritmetica, così
proprie come improprie,
quanto anche le
espressioni algebriche che
uou hanno altro
ili frazionario che
la forma; essendo
ben noto che
in Algebra uou vi sono
propriamente frazioni, ma
divisioni indicate* Questa
Sezione si divide
in cinque Capi
come segue. Cato
IV. Idea delle
frazioni^ e modo
di calcolarle* (V
^ /dea delle
frazioni ; e
principii fondamentali — Della
ricerca del massimo
comune divisore di
due o più
quantità, — * %
3. Somma delle
fr azioni. — 4.
Sottra delle frazioni.
— 5.
Moltiplica delle frazioni
— 6.
Divisione delie f
'azion L Capo
V. Delle frazioni
letterali od algebriche*
Cavo Vi Velie
frazioni decimali. è j
. Somma
dei decimali. — « 2*
Sottra dei decimali
— 3.
Molli/ dica dei decimali.
— 4Divisione
dei decimali. — 5.
Utilità dei decimali.
— * Eh
Trasformazione delle frazioni
ordinarie in decimai
ì} e viceversa.
Caco Vii Delle
serie. C apo
Vili Delle frazioni
continue « Tomr L 9^
i r>0‘ 2 DELLE POTENZE
E DELLE RADICI. Delle
potenze dei monomii.
Delle radici dei
monomii. Capo XI.
Delle operazioni che
si fanno sui
radicali. 1. Della riduzione
dei radicali eterogenei. 2.
Semplificazione dei radicali. 3.
Somma dei radicali. 4.
Sottra dei radicali. 5.
Moltiplica dei radicali. 6.
Divisione dei radicali. 7.
Elevazione dei radicali
a potenza. 8.
Estrazione di radice
dai radicali. Delle
quantità imaginarie. 1. Somma
e sottra delle
f— au+ 4
a*b+ G aW+
4 « b>+ b' a'b 1
IO a'b*—
40 a*i5— 5 abK—b\
Supponendo finalmente che
un termine sia
positivo «. e
1* altro negativo)
si ha: (« t)a a s 2
a b + (a—
4)s=as— 3 à*h +
3 ab*—b* (a a*—
4 a H> +
G n^5— 4
a //+ 4* (a
bfzzz
a 5 a 'b 10
a*b*~ 10 ttE4s+5
ab'—b3. Esaminando attentamente
i risultati ottenuti
dalla successiva moltiplica
zio ne di
a + 4, —a lu a b
per sé stessa
una, due, tre,
quattro volte, si
vede che i
termini di questi
sviluppi formansi colle
seguenti leggi. I,
Gli esponenti del
primo termine a
vanno sempre decrescendo
secondo 1 ordino
dei numeri naturali:
di modo che
il primo è
il gradodella potenza
cui si eleva
il binomio, e
Tu Rimo ò
zero, che rende
uguale ad J
il primo termine
del binomio nell'ultimo
dello sviluppoGh esponenti
del secondo termine
h invece vanno
sempre crescendo secondo
lo stesso ordine
; in guisa
che il primo
è zero, e
l'ultimo è il
gradò della potenza*
IL lì coefficiente
del primo ed
ultimo termine dello
sviluppo è l,
quello del secondo
termine è uguale
al grado della
potenza cui si
eleva il binomio.
Quello poi degli
altri termini è
uguale al coefficiènte
del termine precedente,
moltiplicato per l’esponente
del primo termine
del binomio rìde
nel termine precedente,
e tutto diviso
pel numero dei
termini antecedenti: per
esempio, nel termine
10 a 'b*
il coefficiente 3
0 è 2
2 HI. U
numero dei termini
dello sviluppo è
espresso dal! esponente cui
si eleva il
binomio, aggiuntovi 1
; cosicché la
seconda potenza ha
tre termini, la
terza quattro, la
quarta cinque, ec,
iy jje]i0 sviluppo
di ciascuna potenza
vT e un
coefficiente massimo, dopo
il quale ritornano
i coefficienti precedenti
con ordine inverso.
La ragione di
ciò si rende
manifesta solo che si osservi,
che si Sarebbero
ottenuti gli stessi
termini con ordine
inverso, se invece
di sviluppare il
binomio a +
b si avesse
preso l’altro b
+ a; in
guisa die il
primo termine sarebbe
stato rultimò, ed
il secondo il
penultimo, ec. Tale
massimo coefhcicnle è
quello del termi ue
medio per le
potenze pari, e
per le dispari
il primo dei
medii. Questa legge
riguarda il valore
dui coefficienti: non la loro
forma, la quale
resta sempre quella
indicala nella legge
IL y [
termini dello sviluppo
sono tutti positivi
tanto nelle potenze
pari che nelle
disparis se quelli
dei binomio sono
pure Lutti positivi;
e per h
pi di- use ['il
cucile se sono
tulli negai ivi
: sono invece
Lutti, nr gali
vi nello potenze
disparì, se quelli
del binomio sono
tulli pur negativi
Finalmente se im
salo termine del
binomio è negativo,
sono negativi tulli
quei lumini dello
sviluppo, in etti
entra tome fattore
il termine negativo
del binomio con
esponente dispari. Queste
leggi, secondo lo
quali sono formati
gli sviluppi delle
potenze del binomio,
noi le abbiamo
dedotte dai casi
speciali di questo
cinque potenze. Possiamo
noi ora conchiuilcrc
che si verificheranno per
ogni altra potenza
? Ecco il
secondo caso dT
induzione applicata alle
Matematiche, clic accennammo
poco sopra» Le s pressione u-\-h
è tutta algebrica,
e perciò noi
possiamo stabilire che,
qualunque siano i
valori di a
e di si
verificherà la legge
duo alla quinta
potenza. Ma 1
esponente fin qnì
assunto è numerico,
c perciò, quanto
alle potenze, non
ìndica clic casi
speciali l dunque
noi non possiamo
co&cLitulefc Funivi
-realità di quelle
leggi, se prima
non dimostriamo elicsi
verificilino per un
esponenti qualunque m>
Noi dubbiamo dunque
ritenere, filetto tale
semplicissima osservazione, che
questa specie di
induzione non può
essere sufficiente fondamento
per ìstabilirtì 1’ universalità delle
esposte leggi. Ma
giova cercare se
vi sia modo
di dimostrare la
verità della formula
newtoniana coi mezzi
elementari almeno per
1 esponente m
posi! ivo intero,
perchè avremo occasione
di fare dulie
riflessioni phi diffuse
sull' importante argomento del
quale ci occupiamo.
Questa dimostrazione elementare
fu tentata da
altri matematici, c
valentissimi; maio credo
offessi non sieno
stati mai persuasi
pièna melile di- Ila
giustezza dei metodi
coi quali corcarono
giungere al loro
intento, giacche la
dimostrazione che generalmente
fu adottata involge
sempie una petizione
di principio. So noi infatti
cominciamo a dire
che se h
leggi sovra esposte
si verificano, a c a
gioii éf esempio,
fino alla quinta
potenza, si avrà
la formula generalo
(a -f b)m
=am + m am~' h
+ m (m 1)
5 i: se
sulla baso dì
questa formula si
dimostri clf esse
si verificano audio
per 1J esponente m -jJ, noi
abbiamo già posto
ciò clic si
deve appunto provare,
cioè la verità
del canone newtoniano
per fi esponente
generale m; abbiamo
conduuso dal particolare
al generale senza
aver reso legittimo
questo nostro passaggio.
Abbandoniamo adunque questa
via già battuta
con esito inldiCC,
c tentiamone uu 'altra So
iu buona Logica
noi non possiamo
argomentare dai particolari
ade generalità in
quello scienze ove
si esige la
certezza assoluta, come
sono appunto lo
Matematiche, niente c’impedisce
di passare da
una forma paiticolare
ad una generale,
dacché l’indole della
scienza, di cui
trattiamo, ce lo
consente, onde poter
osservare i rapporti
delle quantità che
calcoliamo. Mi spiego.
Noi non siamo
autorizzati a dire
che la potenza
in del binomio
a + b
sarà formata secondo
le leggi newtoniane,
perchè lo sono
le potenze seconda,
terza, ec. ; ma
possiamo ben dire
che se si
supponga 5 », lo
sviluppo ottenuto per
(a + 6)5
sarà identico collo
sviluppo di (, i
+ b)n ;
ed avremo in
questa trasformazione il
vantaggio di poter
osservare meglio le
relazioni che sono
nei termini di
esso sviluppo. Dietro
ciò, posto re
in luogo di
5, avremo : (a +
re an~ lb + n(n t)re"““52
+ » (re
1 ) (n 2)
a " 3 b ' 2
. 3 +
re (re 1) (re 2) (re 3) re’1-4
è4 2 : 3 :
~ + re (re
1) (re 2) (re 3) (re 4) a”"5
b\ 2 !
3 ’ 4 ' 5
Espresso a questo
modo lo sviluppo
della quinta potenza
di a +
b, moltiplichiamolo per
a+b, onde avere
la potenza successiva,
cioè la sesta.
Disponendo ed eseguendo
l’operazione al modo
solito della molliplica5
avremo : a"
+ n an~'b
+ n (n \)
an~%V + re (re
1
) (re 2) re
” b
2 2.3 +
re (re— 1) (re 2) (re 3)
re”-4 è4 2
' 3 '
4 + re (re
1)
(re 2) (re
-3) (re 4)
re”-5 b‘ 2
( 3 !
4 ! ~
a + b _ _
_ _ _ + 1 q nau
b + n (re 1) re”-’
b* + re (re 1)
(re 2) re
b 2 2
. 3 +
» (re 1) (re 2) (re •
3) a”-3//' 2
• 3 !
4 4» Ire D(re 2) (re 3) (re 4)
2 ^ 3
! 4 1
5 i +
a n et +
n un^1 b3
-{n { n I) a
n“a 6S-|n (n 1 } (n 2) a
* “3 b*' 2 2
. 3 +
n (n 1) [n 2) ( n 3) ati~^b5
2 7 I ! 4
+ n (» 1) fri 2) (n 3) (ri 4) an~*b*
2 .3 ; 4 ;
5 ' (ri + f)
rz ^
J + n 1
^ a*~s // n
(n *)
/ f » 2
\ a *-a &3 2
^ 3 ' n (n
1
) (n 2) f
1 -f ri 3
^ a n ~
3 &4 2 ~
3 ' 4 /
n (« f) (n 2) (n 3) (
fl + n 4
^ ^ 2
3 . 4
v 5 '
n(n—1) (n 2) (« 3) (n 4) a 2, 3
« 4, 5
Osservando il modo
coli cui sono
forma Li i
termini di questo
prodotta, sì scorge
a prima giunta
che il coefficiente
di ciascuno coasia
di due coeh
fìcienti consecutivi della
serio presa a
moltiplicare, in guisa
ohe fuori della
parentesi si han no
successivamente i coefficienti
dei termini di
questo sviluppo, e
dentro la parentesi
1 + n 1
. 1 -f ri 2 3 1 + n 3 ec.
5 2 3 4 cioè
n 1, n
+ A, n
+ f 2
_ 3 Quanto
agli esponenti s essi evidentemente
seguono nello sviluppo
la stessa legge
thè nel moltiplicando. Quanto
al numero dei
termini 5 essi nel
prodotto sono uno
di più che
nel moltiplicando. Quanto
all ultimo termine
del prodotto^ egli
è identico colf
ultimo del moltipllcando
; m guisa
che essendo LI
coefficiente di questo
eguale ali’ unità, è
uguale all'unita anclic
il coefficiente di
quello* O' i
segni non parlo, giacché è
troppo chiaro che
so b~ a.
cagion d'esempio, fosse
negativa, sarebbero negativi
e nel moltiplicando
c nel prodotto
tulli i termini
ove b fosse
elevala a potenza
dispari. Tutto ciò
dipende dalla natura
della moltiplicazione algèbrica,
e non abbisogna
di alcuna spiegazione.
Facendo ora n
+ 1 z=
r, il prodotto
trovato acquisterà la
seguente. forma :
(a + by—a'+ra'-’bi-r (r— 1)
ar“*ia+ ;■ (f—
1) (r— 2)ar~ib 2
2 . 3
+ r{r 1) (r 2)|r—
3)« *4‘ 2
. 3.4 4r(r 1
) (r 2)(r 3) (r 4)
ar~9 45 2
3”. 4 .
5 + r fr 1 >
Cr 2) (r 3) (r 4) (r 5) aT~f‘
br' 2, .3
. 4 . 5
. 6 Par ridurre l’ ultimo
termine alla forma
degli aliti nou
ho fallo alito
ohe moltiplicarlo per
r, cioè per 1
. L'identità di
questa formula eoo
quel6 la dello
sviluppo di (a
-f b)" uon
abbisogna d’essere avvertita.
Se eoi ora
moltiplicassimo questo sviluppo
di (a +
b)r per a
+ b, onde
averne la potenza
r+ 1, cioè
settima, potremmo ripetere
le stesse considerazioni che
abbiamo falle, e
così in segnilo.
Onde resta dimostrato,
che per qualunque
potenza intera e
positiva del binomio
si ottiene uno
sviluppo dell’ identica forma,
cioè formato secondo
le esposte leggi.
Ma come avviene
che quella conseguenza,
la quale non
ci credevamo autorizzati
a dedurre quando
ì coefficienti erano
numerici, pensiamo poterla
trarre ora che
hanno la forma
algebrica? Ossia perchè
allora l’induzione uon
ci bastava, e
adesso la troviamo
sufficiente fondamento alla
bini os trazione ? Perchè
il principio induttivo
lo abbiamo ridono
a principio tutto
rimonaie: o, a
meglio dire, perchè
all’ analogia, fondamento dell’induzione, abbiamo
sostituita l’identità, che è il
solo fondamento proporzionato
della dimostrazione. La
conseguenza Infatti che
noi deducemmo dalle
considerazioni sul prodotto
ottenuto dalla moltiplica
dello sviluppo di
(a + b)n
per a +
^ non è
altro che V
applicazione di epe s Lo
assioma: Dati identici
fattori*, debbono aversi identici
prodotti Dobbiamo dunque
conchiude re j
che Y induzione
scientifica non è
fonie di cognizioni
tu aiematiche neppure
presa nel secondo
senso accennalo in
principio dì questo
Capo. Veniamo al
terzo caso et’ induzione
5 die, come
dicemmo 3 è
quando dalla legge
elio seguono alcuni
termini di una
serie deduciamo clic
tutti gli altri
termini di essa
saranno formali allo
stesso modo* Abbiasi
da sviluppare in
serie la espressione frazionarla — Dispo I
~X nendo ed
eseguendo F operazione
al modo solito
della divisione, avremo \
a a -f
a x 1 x
# + a
x a -|ax
+ ax*+ ec* a x
+ a x' a x a ar'4a;5
* + a X* Osservando
i termini ouenutì
per quoziènte, noi
diciamo che* proseguendo
quanto sì voglia
nella divisione 5 ogni
termine del quoto
«ara eguale al
suo antecedente moltiplicato
per x* Ma
non v’ha Insogno
di molte parole
per rendere palese
che anche in
questo caso poi
argomentiamo Sriiìl’appoggio del
principio delFitlenliù, porcile
restano sempre identici
il dividendo, il
divisore, eT indole della
operazione colla quale
si ottengono i
successivi residui. Siamo
dunque condotti a
conchiudere questo Capo
collo stabilire io
t^si generale che ~V
Induzione scientifica, fondata
sull* analogia, non può
mai essere fonte
per dedurre verità
matematiche; o che se in
qualche caso sembra
che a ciò P induzione
ci servai1 intervento
suo non è
che apparente, poiché
sempre ove vi
è verità dimostrata
non altro può
essere d fondamento
che il principio
della identità, =
CAPO VI, Della
estrazione delle radici
dai polinomi! e
dai numeri* Io
accennava nel Capelli,
come mio dei
canoni del metodo,
che F insilamento dell1
Yritm etica e
delFÀIgebra sia impartito
con gin ala
mente* .Molti esempli
dovrei addurre per
mostrare h diverse
applicazioni di tale
principio; ma i
limiti che mi
sono proposto Io
questo Saggio non
consentendomi maggior diffusione,
scelsi esporre la
teoria della estrazione
delle radici dai poli
nonni e dai
numeridiserbate ad altro
fiori t lo so lo
circostanze me lo
coose olirà imo,
appi io a
zio oi più
estese. Osservando come
si formino le
poterne dei binomi itrinomi! oc.,
ci è facile
rinvenire il metodo
per 1 estrazione
della radice dai
polinomi!. Abbiasi ad
estrarre la radice
seconda del polinomio
a + 2
a x +
a;3. La prima
osservazione da farsi
è, se il
dato polinomio sia
una potenza peifetta
del grado indicalo
dalla radice (nel
nostro caso del
secondo grado). Per
accertarsi di ciò
basta esaminare se
il dato polinomio
sia conforme a
tutte le leggi,
dietro cui vedemmo
formarsi le potenze
dei polinomio Gin
fosse esercitato abbastanza
per fare in
ogni caso una
tale osservazione, potrebbe
estrarr® a colpo
dmecbio la radice
di qualunque polinomio
clic fosse: potenza
perfetta, o risparmiare,
nel caso contrario,
una operazione talvolta
lunga, per accertarsi
die il polinomio
dato non è
una perfetta potenza
del grado indicato.
Facilmente ncUVdotto polinomio
si scopre eli' egli
è potenza seconda
perfetta di un
binomio a +
a?, perchè è
composto di ire
termini, del quadrato
di rt, di
quello di e
del doppio prode
Ilo dì iQlLo
positivo Ma non sempre
è possibile, specialmente
ai principianti, lo
scorgere così a
colpo d* occhio
la radice delle
potenze dei gradi
superiori ? od
aneli e delle
seconde dei polinomi!
di molli termini
Però conoscendo che il primo
termine di un
polinomio elevato ad
una potenza qualunque
segue nel suo
sviluppo lordine decrescente
dei numeri naturali
dal grado della
potenza fino all’
1, e conóscendo
con quali leggi
sieno formati i termini dì
una potenza qualunque,
ci è facile
ottenere la radice
dei polinomi! con
un me lodo
un poco più
lungo, ma sicuro.
Converrà dunque primieramente
ordinare il polinomio
dato per rapporto
ad una lettera,
precisamente come nella
divisione dei po! inondi
per polinomi!. g
1, Estrazione delia
radice quadrata dai
polinomii. Abbiasi dunque
ad estrarre la
radice seconda dal
trinomio mz +J*
+ 2 mf*
Ordinato questo trinòmio
per rapporto ad
m. si Là:
quadrato radico )
-f m +
/ ™
_ 2
in residuò ■ m
+ ‘i»‘f+.r Siccome
il primo termine
della potenza contiene
il primo termine
della radice elevato
(nel caso nostro)
a seconda potenza,
così il primo
termine della radice
sarà + ni.
Faccio il quadrato
di /??, lo
sottro, ed ho
il residuo Ora
il secondo termine
è e dev’essere
un pro dotto, in cui entra
come fattore il
primo termine della
radice moltiplicalo per
2 ; pongo
sotto la radice
questo fattore 2 ni, e
dividendo il termine
2 mf per
esso, trovo Y
altro fattore f
eli’ è necessariamente il
secondo termine della
radice. Moltiplico 2/»X/;
e faccio il
quadrato di f
Sottro: e vedendo
che non ho
alcun residuo, con
chiudo che i
m i/^ la
radice quadrata del
dato trinomio :
radice che si
è ottenuta facendo
precisamente le operazioni
inverse di quelle
con cui si
eleva alla seconda
potenza un binomio.
Il doppio segno
si pone per
la stessa ragione
che nei monomii.
Se invece di un trinomio
fosse dato un
polinomio, si opererebbe
in sostanza allo
stesso modo: poiché
nella formazione delle
potenze dei poliuomii
non vi sono
che delle differenze
accidentali, e non
essenziali. Sia, per
esempio, da estrarre
la radice seconda
del polinomio a'-2^3
+ ^-2aV +
2 &V +
c6 CO; avremo
1. ° residuo 2 a%b2-\-b^ 2aV
+ 2^c5 +
cs radice ja2— c\
-f 2 a2b2 bw
1.°divis.2a2 2. ° residuo
*— 2 «V
+ 2 Z>V
+ c6 2.°divis.2a2—
W + 2 ac% 2 b2cz c6 Nel
secondo divisore abbiamo
raddoppiato i due
primi termini della
radice a 2 b2, onde
avere i doppii
prodotti che sono
nel quadrato. Del
resto non si
fece altro che
distruggere ciò si
era fatto innalzando
alla seconda potenza
il trinomio a 2 b2 c3;
con che si
ebbero appunto i
tre quadrati a\ b\ c\
e i tre
doppii prodotti 2
a2b2, 2 ac\
2 b2c\ Sembra
che in questo
caso non si
conservi la regola
degli esponenti; ma
una tale eccezione
è solo apparente,
e deriva dall’essere
i termini della
radice essi pure
affetti da esponente.
(i) Essendo il
termine 2 aV
dopo il ternon
la contiene. Ma
in questo caso
è inutile mine
h\ sembra che
il polinomio non
sia oril trasportare
il termine 2
aV, poiché Tespodinato
per rapporto ad
a, perchè dopo
due nenie di
a è ancora
2, come nel
termine termini che
contengono a ne
viene uno che
2 a2l2. Estrazione
della radice quadrata
dai numeri . Olii
numero si può
considerare composto di
tante parti, quante
sono le cifre
delle quali è
formato. Per esempio,
26 si può
considerare composto di
due parti, cioè
di 20 +
6; 359 di
tre, cioè 300
+ 50 +
9, ossia tre
centinaja, cinque decine,
nove unità; ed
il quadrato che
si ottiene moltiplicando
il numero 359
per sè stesso,
sarà il risultato
dei vari! termini
che si otterrebbero
sviluppando la espressione
300 + 50
+ J nel
modo con cui
si opera per
innalzare al quadrato
l’espressione algebrica a
+ c +
d. Ciò è
evidente solo che
si consideri la
generalità della formula
à + 2 a
c + 2 ad +
c2 + 2cd
+ d\ che
è la potenza
seconda del trinomio
a + c + d.
Sarà dunque 3592
= (300 +
50 + 9)
3002 +2. 300. 50 + 2. 300. 9
+ 502 +2.50.9 + 92 90000
+ 30000 +5400
+2500 + 900
+81 = 128881.
Volendo ora rimontare
da questo numero
alla sua radice,
il metodo algebrico
vuol essere alquanto
modificato, perchè le
varie parti componenti
il quadrato non
più si scorgono
dopo la loro
unione in un
termine solo, essendo
la loro somma
eseguita, mentre nell’Algebra
è soltanto indicata
; ma però
siamo sicuri che
in esso si
contengono tutte quelle
parti che costituiscono
la seconda potenza
di un trinomio.
Vediamo adunque in
qual modo si
venga a scoprire
la radice di
un numero. Per
comprendere chiaramente il
metodo che siamo
per dare, premettiamo
alcune osservazioni sulla
natura dei quadrati
dei numeri. I.
I numeri semplici
non hanno nel
loro quadrato più
di due cifre,
giacché il quadrato
del minimo numero
composto, cioè di
1 0, è
100, minimo numero
di tre cifre.
I quadrati dei
numeri semplici sono:
numeri 1, 2,
3, 4, 5,
6, 7, 8,
9 quadrati 1,
4, 9, 16,
25, 36, 49,
64, 81 II.
Il quadrato di
un numero terminato
con degli zeri è uguale
al quadrato delle
cifre significative coll’aggiunta
di un numero
doppio di zeri.
Il quadrato di 1
0 p.
e. è 1 00,
quadrato di 1
coll’aggiunta di due
zen; il quadrato
di 100 è
10000 ec. :
giacché tali quadrati
dipendono affatto dal
sistema della nostra
numerazione per decine.
Così il quadrato
di 40 è
1600 giacché 40
X 40 non
è altro che
quaranta volte quattro
decine, cioè 40X4X^
= 160X10 =
1600. III. Un
quadrato non può
avere più cifre,
che il doppio
di quelle della
sua radice. Per
esempio, il quadrato
d’ un numero di
due cifre non avrà
più di quattro
cifre, perchè 100,
primo numero di
tre cifre, ha
per quadrato 1 0000,
primo numero di
cinque cifre. In
tal caso il
quadrato ha un
numero pari di
cifre, poiché il
doppio di qualunque
numero è pari.
I\ . Un
quadralo non può
avere meno cifre,
che il doppio
di quelle della
sua radice, meno
una. Il quadrato
di 100, per
esempio, mimmo numero
di tre cifre,
è 10000, die
è il minimo
numero di cinque
cifre. Qualunque altro
numero adunque di
tre cifre, che
è necessariamente maggiore
di 100, non
potrà avere nel
suo quadrato meno
di cinque cifre.
In questo caso
il quadrato ha un numero
dispari di cifre.
Y. Dalle cose
anzidette rilevasi, che
dividendo il proposto
quadrato in membri
di due cifre,
si avranno tanti
membri, quante sono
le cifre della
radice. L’ ultimo
poi di tali
membri potrà essere
anche di una
cifra sola (nel
caso del n.
IV). Tale divisione
in membri si
farà da destra
a sinistra, poiché
così vengousi a
riportare ai loro
luoghi gli eccessi
delle somme delle
cifre dei varii
ordini, come si
rileverà più chiaramente
da quanto diremo
in appresso. Fatte
queste osservazioni, disponiamo
l’operazione nel modo
seguente: quadrato proposto
radice termini eliminati 12,88,81
359 300 . 9 1.° divisore
G,5 1.° dividendo 38,8
2.° divisore 70.9 2. 300. 50 +
502 . —32 5 2.°
dividendo 638,1 2 . 300 . 9 + 2 .
50 . 9 +
92 . . . . 638
1 0 Ripartito
adunque il proposto
quadrato in membri
di due cifre
da destra a
sinistra, come dicemmo,
osserviamo primieramente: che
la radice del
massimo quadrato contenuto
nel primo membro
12 è la
prima cifra della
radice ricercata, e
non può nascere
mai il caso
che dalla somma
dei doppii prodotti
e quadrati si
riporti tanto, che
confonda il quadrato
della cifra dell’
ordine massimo della
vera radice con
quello di un’
altra cifra. Se,
per esempio, la
cifra prima di
una data radice
di tre cifre
sia 1, non
si potrà mai
riportare 3 di
eccessi; con che
si avrebbe nel
primo membro il
quadrato di 2
invece di quello
di 15 e
non si saprebbe
determinare per conseguenza
se tal prima
cifra della radice
fosse 1, oppure
2. La ragione
di ciò si
è, che siccome
la data radice
non arriva a
200, così il
suo quadrato sarà
minore di quello
di 200, che
è 40000. Ma
essendo essa radice
di tre cifre,
il suo quadrato
deve avere almeno
cinque cifre (pel
n.° IV); ed
un numero di
cinque cifre minore
di 40000 non
può avere 4
per cifra massima,
come è evidente.
Dunque è certo
che non potrassi
mai cogli eccessi,
che si riportano,
confondere il vero
quadrato della cifra
massima con uu
altro, valendo uu
simile ragionamento per
ogni caso possibile.
Ciò posto, dal
massimo quadrato contenuto
in 12, eh’
è 9, estratta
la radice 3,
poniamola al suo
luogo; facciamone il
quadrato, e sottriamolo
da 12. Abbiamo
il residuo 3:
onde intendiamo essersi
riportate tre decine
di migliaja dalla
somma delle varie
parti del quadrato.
Conosciuta così la
prima cifra della
radice, che è
3, esprimente centinaja
(dovendo la radice
avere tre cifre
pel n.° V.),
ed eliminato dal
proposto numero il
primo termine di
quelli ond’ è
composto, cioè il
quadrato appunto delle
centinaja 300’, abbassiamo
accanto al residuo
3 la prima
cifra del secondo
membro 8, alla
quale deve certo
arrivare il doppio
prodotto delle centinaja
nelle decine, perchè
egli arriva almeno
alle migliaja; cosicché
dividendo 38 pel
doppio delle tre
centinaja scoperte, cioè
per 6, il
quoto che otterremo
sarà la seconda
cifra della radice,
esprimente le decine.
Il quadrato di
queste, che è
almeno di centinaja,
deve arrivare all’
altra cifra del
secondo membro, che
appunto esprime centinaja.
Abbassiamo adunque anche
questa seconda cifra,
e separiamola con
una virgola, indicando
di non tenerne
conto nella divisione
che siamo per
fare del 38
.* 6. Diviso
38 per 6,
abbiamo 6 di
quoto. Prima però
di scriverlo alla
radice conviene esaminare
se 6 divisore
moltiplicato per 6
quoto, più d
quadrato di 6,
si possa sottrarre
da 388. giacché
questo prodotto e
questo quadrato devono
essere contenuti, come
dicemmo, in 388.
A tale effetto
posto il quoto
accanto al divisore,
così, G6, ed
eseguita la moltiplicazione per
6, abbiamo ad
un tratto il
quadrato ed il
prodotto, che danno
39G. Ora essendo
396 >388, dobbiamo
conchiudere che 6
è una cifra
troppo grande, e
che conviene diminuirla
di 1 (e,
se occorresse, di
2, di 3
riducendola anche allo
zero, come nella
divisione). Fatte le
stesse operazioni col 5, avendo
per risultato 325
c 388, poniamo
5 al luogo
della radice, e
sottriamo 325 da
388. Ci resta
G3. Noi abbiamo
con questa seconda
operazione eliminati altri
due termini, cioè 2
. 300 . 50, e 50
. Accanto al
G3, che rappresenta
gli eccessi riportati
dall’ altre parli del
quadrato, abbassiamo l’ultimo
membro 81. Nel G381 si
deve contenere il
doppio prodotto dello
centmaja nelle unità,
quello delle decine
nelle unità, ed
il quadrato delle
unità* Nessuno dei
due prodotti può
appartenere all ultima
ci Ira clic
rappresenta unità : essi sono
adunque compresi nelle
cilro 038. Ora
i doppi i prodotti conte
nuli in quéste
cifre inumo due i
allori comuni, cioè
il 2 e
La cifra che
esprimerà le unità,
gli altri due
sono tre centinaja
e cinque decine.
Se ri divida
adunque 638 pel
doppio di Ire
centinaja, più cinque
decine, cioè per
70, noi troveremo
ad un trailo
l altro iatture
esprimente le unità.
Separata dunque dal
G38i 1 ultima
cifra 1, ed
eseguita la divisione
di 038: 70,
abbiamo per quoto
0. Posto il
9 aceanLo al
divisore 70, ed
eseguita la moltiplicazione di
709 X 9,
abbiamo ad un
tratto il doppio
prodotto dell® unità
nelle centi naj
a, e delle
unità nelle decine,
ed il quadrato
delle unità 6381
3 che
sottriamo; e non
avendo residuo alcune,
concliiudlamo essere il
9 la terza
cifra della radice,
e quindi esattamente
\/ 128881 r: 3
59. Con
questa terza operazione
abbiamo eliminato i
tre termini *2
* 300 *
92.50,9, 9*. Se
di maggiori cifre
fosse composto un
dato numero, di
cui si volesse
la radice quadrata,
è evidente che
si opererebbe in
un modo affatto
simile a quello
testé esposto, vale a dire
distruggendo dò che
si fa colT innalzamento a
potenza. Se poi
il dato numero
non fosse potenza
perfetta, si avrebbe
un resìduo. Rapporto
alT estrazione della
radice quadrata dei
decimali, essa si
la come negli
iutieri. Soltanto è
da avvertire, che
siccome nel formare
la seconda potenza
dì un decimale
si separano tante
cifre nel prodotto*
quante sono quelle
del moltiplicando, piu
quelle del moltiplicatore ; cosi nella
radice, che si
troverà, dovrà separarsi
la metà di
cifre Contenute nella
potenza. Le quali
se saranno in
numero dispari, si
avrà 1 avvertenza
di aggiungere uno
zero, che già
non altera ii
valore, onde sia
possibile separare nella
radice le cifre
die dicemmo. Cosi,
per esempio, V
3b i ~
1/ 5 I j0 71 circa:
ed aggiungendo altri
due zeri al
quadrato; V 5
17000 = 7,19
più prossima me
u te. Lo
stesso vale, coro
e otnaro5 anche
qualora non vi
siano intieri, ma
soltanto decimali; ed
altresì pd easo
clic un dato
mimerò non sia
potenza perfetta, onde
levala la radice
del mass Imo
quadrato in esso
contenuto, rimanga un
avanzo: poiché aggiuntivi
due, quattro, sei
zeri, o più
se occorra, si
troverà la radice
approssima*# espressa in
decimi, centesimi, milleri
mi, oc. OssKfiY
AZIONE, Nel caso
die un numero
non sia quadrato
perfetto, potrebbe nascere
il dubbio se
la radice trovata
sia quella del
quadrato massimo contenuto nel
numero proposto, o
se un quadrato
maggiore in numeri
interi vi si
contenga. Per uscire
d’ incertezza si esamini
se il doppio
della radice, aggiuntavi
Punita, superi il
residuo. Se ciò
avvenga, il quadrato
della radice trovata
è il massimo
che si contenga
nel numero dato.
Infatti chiamando a
questo numero, b
la radice trovata,
il resto è
espresso da a b, e
la radice prossimamente
superiore a quella
che si rinvenne
sarà b + 1, il
cui quadrato è
b1 -f 2b
+ 1. Se
dunque sarà 26
+ 1 > a
b\
sarà anche 2
6 + 1
+ 6 2 >
a (aggiungendo da
ambe le parti
62). Ora 5 3
_p 2 b + 1
non è altro
che il quadrato
di b -f1
: dunque il
quadrato di b + 1
è maggiore di a
. Dunque
il massimo quadrato,
in numeri interi,
contenuto in a
è b. 3. Estrazione
della radice cubica
dai polinomio 3
Abbiasi ad estrarre
\/ ( a 3 + 3a6
+ 3a6s+ ò3).
Essendo già ordinato
questo polinomio per
rapporto ad a,
disponiamo 1’ operazione
nel modo usato
di sopra per
l’estrazione della radice
seconda. a1 +
3 ab +
3 a b2
+ 6 5 radice
+ b a5
3 a residuo
3 ab +
3 ab +
bl 3 ab 3
a 65 6
5 *
* ~ Caviamo
la radice terza
dal primo termine,
sapendo eh’ esso contiene
il solo primo
termine della radice
elevato nel caso
nostro alla terza
potenza: con ciò
otteniamo il primo
termine a della
radice cercata, che
si pone al
suo luogo. Fatto
ora il cubo
di e sottrattolo,
abbiamo il residuo
3 l) _[_
3 a 5 2 + bs.
Siccome il secondo
termine della potenza
è il triplo
del quadrato del
primo termine della
radice moltiplicato per
l’altro termine della
stessa ; così
fatto il triplo
del quadrato di che è
3 a\ ed
assuntolo per divisore,
noi potremo scoprire
l’altro termine della
radice. Dalla divisione
otteniamo il quoto
6; ma siccome
nella potenza data,
oltre del termine
3 ab, vi
deve essere anche
il triplo del
quadrato di b
moltiplicato per così,
per accertarci che
b sia veramente
un altro termine
della radice, esaminiamo
se il termine
3 b‘ a corrisponda
ad un termine
che si trovi
nella data potenza.
Vedendo che ciò
si verifica, fatto
anche il cubo
di 6, sottriamo
dalla potenza i
tre termini 3 a26, 3 ab\
63; e non
avendo più alcun
residuo, conchiudiamo che
a + b
è la radice
cubica del dato
polinomio. Basla dfire
un occhiata a
queste operazioni per
conTom, I. 9G
SAGGIO FILOSOFICO 4
518 vincersi che
non sono altro
che le inverse
di quelle con
cui si ottiene
la terza potenza
di un binomio.
Alquanto più complicata
riesce la estrazione
della radice cubica
dai polinomii che
hanno una radice
trinomia, quadrinomi ec.,
ma però sempre
dipendente dal modo
con che si
formano le potenze.
Debbasi estrarre, a
cagion d'esempio, (/
(a3+ 3a3c +
3 ad 3a
c* + Gacd
+ c5+ 3ad3-\3
c d\ 3cG?‘-f-(f). Disponendo
Iterazione al modo
solito, avremo radice
I a -p
c + d 4,° divisore
3 a 2.°
divisore 3 cì
-f 6 a
c + 3
c* a 3 +
3 a2c -j3
ad + 3
a c-f G
a c d
+ c3 +
3 a d3
+ 3 c*d
+ ^ cc^
"t" ^ 4 .°
res.° +3 a c -(3
a’d +
3«c3+ Gacd -(c3
-f3 ad' 3 cd + 3
cd +•
d 3 a3 c 3 a c c3 2.°
residuo * +3
ad * +6acd
* + 3
a d*+ 3
cd + 3
ctf+ d* 3 ad 6 acd
Sad Zcd—Scd'—d'
Essendo il polinomio
già ordinato per
rapporto ad cominciamo
ad operare come
nel caso precedente.
Estratta la radice
cubica dal pi
uno termine, abbiamo
a; fattone il
cubo, e sottrattolo
al solito, abbiamo
il primo residuo.
Preso ora come
divisore il triplo
del quadrato di
? 0100 3 abbiamo
il secondo termine
della radice +
c. Fatti i due
piodotti 3 eie, 3ca,
ed il cubo
c3, li sottriamo,
ed otteniamo il
secondo residuo. Assunto
adesso per secondo
divisore il triplo
del quadrato (
i a abbiamo
alla radice -fd.
Fatti i soliti
prodotti, cioè (3
a + G aC -
f 3c2) d, 3
d~ [a -fc),
ed il cubo
cP, li sottriamo;
ed osservando che
non si ha
verun residuo, conchiudiamo
che a -fc
-fd è la
radice cubica del
dato polinomio; la
quale noi abbiamo
evidentemente ottenuta eseguendo
le operazioni inverse
di quelle che
si fanno per
innalzare un trinomio
alla terza potenza. Osservazione. Sarebbe
facile stabilire dei
metodi per estrarre
la radice dei
gradi superiori al
terzo da qualunque
polinomio che fosse
potenza perfetta del
grado dato ;
e ciò dietro
la semplice avvertenza,
che per estrarre
la radice basta
eseguire le operazioni
inverse di quelle
colle quali si
ottiene l’ innalzamento a
potenza, le leggi
del quale sono
già note. Questi
metodi non hanno
altra difficoltà che
la lunghezza dei
calcoli ? e
in pratica non
sono quasi di
nessun uso. Però,
senza cercare oltre,
si possono estrarre
alcune radici di
gradi superiori nel
modo che abbiamo
usato finora. Così
per estrarre la
(/ basta estrarre
due volte la
radice seconda dal
dato polinomio, giacché
p. e. (a
+ bf =: (. KOMAGWOSI
wvertimento Questi Opuscoli
medili., coi qua
[I si compie
il preseti te
Ycdunrc, avrchhi'ro dovuto
andare uniLi agli
alivi che si
leggono dalla pagina
469 alla '44, se
Q1 momento della
stampa di questi
ne avessi avuto
notizia, ed agio
di pTouij farmeli*
11 lettore, die sa quanto
sia difficile cosa
raccogliere ed ordinare
scritti inediti, tollererà
questo lieve sconcio*
1 paragrafi sono
pru> nunu reti in
seguito all'ultimo degli
Opuscoli edili, COL
Or. Ilo alla denominazione
di leggi dell' umilila perfettibilità
io contèndo lauto
lg leggi di «paolo
quelle di dovere.
t) 602, Per
leggi di fatto
io intendo li
modo connine e
naturale cui quale
gli uomini in
generale, ossia meglio
le unzioni procedono
cello sviluppo del
loro spirito relativamente
alle scienze, alle
arti ed ai
costami; ossia il
costume dalle nazioni
tenuto, o che
pur anche terrebbero
e terranno sèmpre
tanto nelle invenzioni,
quanto nell’ addottrinamento o
nella civilizza e
io ne* G,
G03, Per leggi
di dovere io
intendo generalmente tutto
quello che le
nazioni far dorrebbero,
non tanto per
Scoprire il vero,
sia speculativo, sia
interessante, ed evitare
l’errore; quanto per
ottenere di farlo
nel modo pii!
breve e più
facile, e col
maggior frullo e
durala possibile. g
GOL Ogni legge
di fitto, qualunque
siasi, altro essere
non può elio
ui/risnltalo dei rapporti
che legano le
cose fra di
loro. Questo risultalo,
che, a parlar
propriamente, non è
die un effetto,
non potrà ma!
essere conosciuto a
dovere, se non
si conosceranno convenientemente 1
rapporti e le
forze delle cagioni
che lo producono.
È dunque &’
uopo il conoscere
le forze ed
i rapporti dello
spirito umano, lauto
per assegnare la
ragione di quello
che fa, quanto
in parie per
additare la regola
ilt quello clic
far deve e
dovrebbe rispettivamente alle
scienze ed alle
arti. Come infatti
potreste voi esattamente
assegnare le leggi
di fallo colle
quali scorre un
fiume, e quelle
colle quali farle
lo potrebbe dirigere,
se prima nou
conosceste le leggi
fondamentali e le
forze della gravitazione
e dell’equilibrio dell’ acqua
tanto in istalo
di quiete . quante
in istato tii
ruoto? Da qui
adunque nafica !a
necessità di ricercare
e di fissare,,,JU!iUl° “
P“6» (iudI° cL°
Ptó fare l’uomo
tanto iu fctralLo,, manta 0Gcret0‘
Per apporto die
scienze ed alle
arti» dof' '
ÌJ ^ ^
1 ^elerm‘Qtlre questa
potenza conviene conoscerne
fiuÌ y '
| P estensione* Tutto
questo non si
può ottenere eoo ve
5lj p
. ll t
&amr: dei reali
primitivi, e seuza
commentali], Oueiti* qua
i qui Ji
contempliamo 5 costituiscono
Io stato fonda
me ala k
^ Dm#° C°r^
°ggeUÌ tutti dello
scibile* t dunque
mestieri spingere le j', cucili
tino a questo
punto estremo *
o, a dir
meglio, è cosa
lui sa bile incominciare Ja
qticy t0 punto,
per procedere a
detcrmi..." ~_J '*
ài potenza e
dì é&mm ddl'utnana
perfeìfjiiitóf / 11
uili cosi dei
lumi fondamentali, e
chiamando ad esame
d inthia la
storia eogaìia del
geuere umano . uoi
potremo assegnare r
ndurre a certe
determinate leggi generali
e costanti Ai
fatto \\ costamitui
liL intellettuale delle
nazioni nei loro
processi rapporto alle
-cieuze ed ^
alle arti: o,
a dir meglio,
potremo scoprire queste
leggi di (UtQ)
so esistono. À
vicenda poi da
quello eli’ è avvenuto
costantemente in circostanze
-simili potremo trarre
la conferma delie
cagioni che ne
addurremo, e della
teoria clic ne
risulterà» y Gli 8,
Cosi si vedranno
Io cagioni delle
verità e degli
errori 5 dei ritardo
e deilfpceleramenlo della
coltura, do ll’au mento e
delia decadenza -,lL
i si giungerà
ad uu risultato
forse non mai
osservalo linea qui:
qual e. che
tanto gli errori
tutti umani, ossia
la false opinioni;
quante il mal
gusto e la
depravazione delle arti,
hanno leggi cosi
reali o costanti,
come le venta
ossia come I
giudizi! veri, e
come il bello
e buon gusto:
e chti gli
uni e gli
altri, e piuttosto
tali che tali
altri* sono fruiti
di stagione. t)
G09. Dal hu
qui detto pertanto
sì può indovinare
die tre sono
le gieiudi parti
di quest* Opera, oltre
la parte preliminare
sui fondamenti delle
scienze e ddle
arti. b CIO.
Nella prima tracciar
si deve la
storia filosofico dello
sviluppo della perfettibilità delle
nazioni, per feci)
prime le leggi
naturali indecliu a
bili e generali
Ai fatto in
tutti i periodi
del di le!
sviluppo. OH. Nella seconda
è mestieri assegnare
quello che le
nazioni possono lare,
a norma delle
forze e delle
leggi con cui
agisce necessariamente lo
Spinto umano, per
procedere oltre nelle
scienze e nelle
arti. 01 2. Nella terza
poi. die è
il vero scopo
(kit’ Opera, si dovranno
prescrivere le leggi
normali per le
nazioni e per
gl’individui, «ode 0 Renerei
progressi delle scienze
e delle a
rii nel modo
più ideilo e
[dii fet* e
col maggior frutto
possibile. -. 1/i2£) 613.
Giova per altro
aver presente, che
siccome quello che
Tuomo fa e
deve lare non può eccedere,
quello ch'egli può
fare ; e
quello ch 'egli
può fare in
alto pratico non
è sempre quello
die fare potrebbe
assolutamente i cosi
questa parte, concernente
la potenza dello
spirito umano, è
suscettibile di diverse
trattazioni, ed entra
necessariamente come un
ingrediente attivo nelle
altre due parli.
Nella prima, per
dar ragione dei
fenomeni dello spirito
umano nei diversi
periodi della perfetti
hi lìti sviluppantesi, nella
terza, per determinare
il modo ed
i confini dei
doveri intellettuali sotto
la direzione del
buon metodo tanto
nell' invenzione, q
uan lo n Ìli
? is
t ru z
i on O. 614,
Ciò non pertanto
non vengono cosi
assorbite le considera**
zio ai risanar
danti la potenza
dello spirito umano
nello mentovate due
parti, che uou
rimanga ancora tutto
intiero l'oggetto a
trattare separa la
niente. Imperocché là
dove viene In
acconcio per determinare
il latto dei
fenomeni e delle
vicende dello spìrito
umano, so ne
osservano piuttosto gli
effetti in ragione
composta dì certe
determinate circostanze . clic
E intrinseca assoluta
estensione od energia
della potenza medesima*
Là poi dove
essa si considera
rapporto al dovere,
viene piuttosto fatta
un’ applicazione ed un
uso pratico di
essa, anziché il
ritratto, dirò così,
della di lei
personale e propria
entità, e della
sfera assoluta della
di lei energia* Gl 5. Ciò
premesso, sì fa
ornai luogo ad esporre e
ad intendere tnl La
l’orditura dell5 Opera ch'io
progetto, o, a
dir meglio, che
ho progettato: avvegnaché
mi sarebbe stato
impossibile formare il
piano di un’Opera
nuova come questa,
se dapprima non
avessi almeno all'inda
grosso scoperto lo
parti che deve
contenere, e il
nesso che queste
parli debbono avere,
e le ragioni
della loro esistenza
o dolio loro
connessioni. Piano ragionato
della parte pud
ini in are,
ossia del Trattalo dei
fondamenti * G. Gl G.
Pinna di Lutto
deve precedere, come
ho già accennalo,
la esposizioue dello
stato naturale e
reale dell’ uomo cogli
oggetti dello scibile,
cui anche Ito
definito* Quante coso
deve comprendere questa
trattazione preliminare 1
con quanta antiveggenza
ne debbono essere
raccolti i pezzi!
con quale economia
irascel li e trattali!
cou quanta solidità
assicurati! cou quanta
chiarezza cd ordine
esposti! Questi pezzi quali
sono? È chiaro
ch’essi debbono essere
tali, che dopo
averli ottenuti uou
debbasi più ricercare
la dimostrazione della
loro verità. Quindi
o che eglino
debbano inchiudere in
loro medesimi la
certezza, oppure che
debbano essere dedotti
in guisa, che
con irresistibile evidenza
si senta o
che non ne
può essere addotta
dimostrazione alcuna, o
eh essi s’appoggiano
davvicino ad una
base che esclude
ogni ulteriore inchiesta. Gl 8. Dunque
o ch’eglino debbano
involgere nella loro
enunciazione il seguente
concetto; cioè io
sento, e sento
in questa maniera ;
ossia meglio: ogni
uomo sente in
questa maniera, senza
abbisognare di altra
deduzione. Oppure che
da questo latto
primitivo, e non
suscettibile di raziocinio,
ma solo di
esperienza, debbano procedere
tutte le viciue
coucbiusioni d una
necessaria ignoranza o
d’una irresistibile certezza.
Dunque questo Trattato
preliminare sullo stato
naturale dell’uomo cogli
oggetti dello scibile
non deve racchiudere
se uou che
o mere esperienze
sentimentali notorie ed
incontroverse, oppure conchiusioni
evidentemente dedotte e
dimostrate dai puri
rapporti di queste
stesse esperienze. E però tali
conchiusioni non debbono
inchiudere nei loro
elementi o involgere
nei loro supposti
relazione alcuna a
veruno stato particolare
di fatto o
reale o ipotetico
delle nazioni. G19. Non
credo ciò non
ostante che sia
mestieri il fare
una storia completa
dell’intimo senso, la
quale rassomiglierebbe assaissimo
ad una Psicologia
sperimentale; come dall’altra
parte non credo
nemmeno di dover
sorpassare totalmente certi
oggetti che sono
di quella sfera,
e passare di
salto a trattare
direttamente l’argomento dell’Opera.
Quindi io avviso
essere necessario fra
questi due estremi
lo scegliere certi
punti che hanuo
un’influenza universale in
tutto il progresso
dell’Opera; e ciò
vieppiù perchè fino
al dì d’oggi,
per quanto è
a me noto,
alcuni non sono
stati nè con
bastante accuratezza snocciolati,
nè colla dovuta
forza compiovati, ed
altri non furono
per anche scoperti. G20. Questo
partito, nell’alto che ci fornirà
preventivamente eh ccili
lumi necessairi a
guidarci e ad
assicurarci della certezza
di quello che
dovremo in progresso
osservare, ci farà
eziandio evitare nel
corso dell’Opera lunghi
episodii, i quali
se da una
parte si rendessero
necessari* a dimostrare
la verità di
certi risultati che
resterebbero privi di
certezza, dall’altra parte
però colà situati
riescirebbero d’imbarazzo al
corso spedito e
strettamente collegato delle
deduzioni. Questo inconveniente
sarebbe certamente effetto
di mancanza di
quell’ordine, mercé il
9liale convicn porre
lo cose al
loro luogo. Le altro
osservazioni di esperienza
sentimentale poi, le quali Li
questi preliminari non
prendiamo in considerazione, farse
cadranno in acconcio
nel progresso delf
Opera,. e sarà
allora opportuno far
presunte il tenore
ora delle ime
ora delle altro,
appunto perchè se
ne sentirà il
bisogno;, ma ciò
far si potrà
senza disordine, perde
oltre 1’ evilare vane e sconcio
ripetizioni, sì produrrà
assai meglio la
persuasione merce il
ravvici nani culo
delle cagioni ai
loro effetti, dei
principi! alle loro
conseguenze, senza che
ciò ne possa
costringere ad inopportune
digressioni per provare
i principi! medesimi,
essendo essi di
quelli, cui basta
d essere rammentati
pur essere dimostrati,
g 022. Dal
[in qui licito
adunque risulta, de
in questo Trattato
dei fondamenti :
1+° Non debbono
essere esposti quei
dati primitivi, concernenti
lo stato naturale
e reale dell' uomo
cogli oggetti dello
scibile, i quali
siano d' un'assoluta notorietà,
o, pome sì
suol dite, per
se evidenti, essendo
più acconciodi farli
presenti nelle parti
interiori dell1 Opera,
quando l’uopo 10
richiederà-: ma solamente
occupar ci dobbiamo
di quelli che
abbisognano di dimostrazione* 2. °
àia nemmeno lutti
quelli che in
questa sfera abbisognano
di dimostrazione debbono
entrare in quesito
Trattato, ma solamente
quelli che per
il progresso delle
nostre ricerche divengono di
uso universale, 3, ':'
Che debbono essere
dimostrali in guisa,
che veggausr appoggiati
sciiz 'ambiguità ai fatti
evidenti primitivi e
sperimentali dell'intimo senso,
4*° ©he la loro
trattazione non dev'essere
protratta in guisa,
che sTiiuoIlriuo nelle
partì interiori dell’Opera,
ma bensì che
debbano ad esse
parti trovarsi così
vicini, che se
ne possa far
uso senza trattenersi
in uno svolgimento
preparatorio per tessere
la dimostrazione dell’assunto
attuale. E però
debbono essere per
maniera preparati, che
con uno dei
loro estremi tocchino
il confine insormontàbile e
primitivo della sperieuza
sculi mentale 5 è coll'altro
estremo giungano ad
occupare, dirò così,
11 vestibolo ossia
il confine delle
materie proprie di
quest' Opera, il di
cui campo almeno
in generale è
stato aulici palarne
□ te determinalo.
lu questo modo
è chiaro che
per una parte
l’Opera intiera riuscir
dovrebbe a guisa
d' una grande catena,
i di cui
anelli tulLi appoggiano
sopra un punto
Turni inconcussa solidità:
e dalbaliva parte
ì pezzi integranti
non solamente sarebbero
allogali a dovere,
ma inoltre dilatati
e (se mi
e lecito il dirlo) impinguati
in guisa, on
d'esse re scambievolmente tu
un giusto avvici
□amento, anzi in
un contatto logico,
per cui produrre
la facilità e
la certezza tanto
in me, quanto
in ogni altro
sensato leggitore. Si è
detto di sopra,
che non tutte
le primitive nozioni,
che per se
stesse abbisognassero di
dimostrazione o di
sviluppo, debbono aver
parte in questo
nostro Trattato dei
fondamenti, ma solamente
quelle che iu
progresso ncscouo d’uu
uso universale. Ora
come faremo noi
a disceverile dalle
altre, onde lame
la scelta, e
sottoporle alla nostra
meditazione? 624. Qui ci
è d’uopo d’uu
colpo d’occhio, che
almeno ci faccia
pievedere ad un
tratto la sfera
d’influenza di questi
fondamenti in tutta
la macchiua che
abbiamo divisato di
fabbricare. 625. Esiste egli
per avventura un
punto centrale di
vista, che ci
possa guidare a
questa scelta? Se
esiste, egli pare
che dovrebbe essere
1 idea universale
stessa delia scienza,
dello scopo di
lei, e del
modo cou cui
1 acquistiamo o
la possiamo acquistare. 626. Analizzando
diffatti la nozione
medesima della scienza,
noi vi scopriamo
tautosto due grandi
parti: la prima
riguarda i dati
primi, i quali
nel soggetto universale
dello scibile non
sono che fattizia
seconda riguarda il
ragionamento che sui
fatti medesimi si
va tessendo. Così
la cognizione dei
primi appellar si
potrebbe la erudizione,
o la storia,
o i materiali,
o i dati
della scienza. La
cognizione poi, o,
a dir meglio,
1 uso del
secondo appellar si
dovrebbe l’esercizio dell’attenzione umana
sopra dei fondamenti,
a fine di
scoprire il vero
di qualsiasi genere.
La prima parte
diffatti corrisponde alla
sensazione, all’esperienza, all’osservazione; la
seconda corrisponde alla
riflessione, al raziocinio,
alla teoria. 627. Per
quello poi che
concerne ai mezzi
coi quali acquistiamo
o acquistar possiamo
la cognizione dei
fatti, non ve
n’ha che di
due maniere; vale a dire
o per propria
esperienza, o per
altrui tradizione, la
quale deriva appunto
in ultima analisi
dall’esperienza fatta da
altri. Di queste
diremo qui sotto.
Ora torniamo a
contemplare la scienza
in sè stessa,
cioè facendo astrazione
dal modo col
quale l’acquistiamo. 628. In
ogni scienza, e
principalmente in quelle
che hanno pei
°noetto di conoscere
lo stato delle
cose, due sono
gli argomenti precipui
delle umane ricerche,
il di cui
uso è universale;
cioè: L Le
qualità e circostanze
costituenti l’entità, sia
reale, sia fittizia,
delle cose di
fatto ^ o siano permanenti,
o transitorie, o
assolute, o relative,
ec. ; lo
che appellasi anche
stato o tenore
d’una cosa. 2.
Le derivazioni delle
cose medesime ;
lo che riguarda
la cognizione tanto
delle cagioni loro,
quanto del modo
col quale le
cagioni operano nel
produrre questi loro
effetti. 629. Nel nostro
Trattato adunque dei
fondamenti è mestieri
in primo luogo
trascegliere quei dati
primitivi abbisognanti di
dimostrazione. i quali
Laudo una relazione
necessaria ed universale
eolia cognizione vera e certa
tanto del tenore
quanto delle derivazioni
degli oggetti Lutti
di fatto fondamentale
dello scibile* |
fi 3 03 1
. Ma
il cercare del
tenore e della
derivazione d'uua cosa
presuppone resistenza della
qualità e delle
cagioni, e per
ciò stesso T esìste
u za reale
della cosa medesima*
Ora o queste
ricerche versano sulla
propria nostra persona,
o sono rivolte
ad altri esteriori
oggetti. Sulla ventai
e sulla certezza
della nostra propria
esistenza, e di
tutto quello che
uni sentiamo, non
è necessario far
parola; ma rapporto
alle cose esterne
con è più
lo stèsso, 032. Altro
è la certezza
del sentimento d’uua
cosa, altro la
certezza della dì
lei realità, Da
prima è un
fatto di esperienza^
ma la seconda
ine! linde un giudizio,
mercè il quale
affermiamo resistenza reale
d’uua cosa fuori
di noi, cagione
del sentimento che
ne abbiamo, od
almeno corri^ ponderi
te a lui.
Questa esistenza è
un fatto posto
fuori di noi,
e però non
può involgere nel
suo concetto un
evidente e sperimentale
sentimento di verità- 033,
Di più, anche
supposta resistenza reale
d’uua cosa qualunque,
altro è la
certezza di sentire
un impressione di
lei, ed altro
è che noi
possiamo assicurare che
a queste impressioni
diverse veramente corrispondano
negli oggetti altrettante
qualità a modi
reali. La ragione
è la medesima
che per f
articolo dell’esistenza. g
034. Ma anche
supposta ls esistenza
reale di queste
diverse qualità o
modi reali corrispondenti, altro
è la certezza
di sentire le
tali e le
tali, ed altro
è che noi
le sentiamo, ossia
le conosciamo o
le possiamo conoscere
tutte. Per la
ragione medesima sovra
recata questo punto
c vieppiù complicato.
g (335. Anzi
tari Lo è
lungi eh a
quegli articoli possano
essere certamente decisi
mercè d’uua sola
occhiata di senso
comune, quanto più
6 certo ch’ossi
tutti sono ancora,
dalla nascita della
greca filosofia in
qua, soga disputa.
Nò si può
dire che questa
sia una petulanza
di alcuni inTom.
o visionarli o
temerarii. benché si
opponga al consenso,
dirò cosi, (li
tutto il genere
umano, mentre da
alcuni stimabili pensatori
moderni, 36. Con
tutto questo però
ben volentieri io
mi esimerei dall’aggi1Jrmi su
questo orlo estremo
del mondo intellettuale, se
fare il potessi
senza ledere gl
interessi della verità:
o, a dir
meglio, se questo
punto non avesse
un influsso decisivo
sopra molte cose
di cui debbo
trattare in piogresso.
lo non parlo
della certezza o
della incertezza fondamentale
di tutta quella
parte dello scibile
che riguarda l’universo
intiero. La questione
tutta sarebbe, se
la realità di
tutto quello ch’esiste
fuori di noi si debba
riguardare come ipotesi,
o come verità:
se avrebbesi altro
da ricercare. o
da decidere. Io
parlo dell’influenza sopra
molte regole di
pratica nelle scienze
derivanti dalla decisione
di questi articoli. 037. E
per verità, benché
sembri chiaro che
in qualunque ipotesi
la convenienza e
la discouveuieuza delle
idee, la loro
forma di astratte,
di generali ec.,
e tutte le
deduzioni ed i
sistemi di riflessione,
in conseguenza della
semplice forma o
numero delle idee
medesime, e di
tutti i loro
rapporti che ne
derivano, possano avere
una verità, una
certezza, anzi un
evidenza incontrastabile, anche
riguardando l’universo tutto
come un fenomeno
puramente ideale; e
che però quelle
che dai nostri
secchi denomiuaronsi verità
subbiettive non soffrano
alcuna scossa dal1
incertezza di questo
punto: tuttavia se
ci volgiamo a
quella classe di
idee che riguardano
la potenza o
l’impotenza, il possibile
o l’impossibile reale,
le cagioni o
gli effetti, le
origini, le successioni,
e fin anche
a tutta la
fondamentale sfera dell’ontologia; non
possiamo più trovare
questa indifferenza nella
decisione dei mentovati
articoli, come appunto
vedremo nel progresso
di quest’Opera. Ora
quante cose ne
derivano dall’uno o
dall’altro partito? Apprezzare
giusta il loro
valore vero le
idee tutte ontologiche,
sulle quali riposano
tante fabbriche anche
importanti di valentissimi
pensatori, ed assegnare
indi l’uso logico
che far se
ne può; valutare
non solo l’intrinseco,
ma il progettatolo
di tutte le
cosmogonie, sulle quali
gli uomini dall’ infanzia della
ragione in qua
si sono preso
diletto di occuparsi;
dar retta o
rigettare certe generali
quistioni sui pnncipn
motori, e su
quello che può
o non può
fare la natura;
avere od essere
privi di una
parte almeno delle
osservazioni sulla ignoranza
necessaria o sulla
scienza ottenibile, e
quindi una fonte
di precetti sulla
moderazione dell’umano ingegno,
per non disperdere
la sua attività
in fru ii
straripi ricerche, ed
occuparsi delle fruttìfere:
deciderà se esista
o nou esista
un punto dì
vista nel tare
d vero albero
enciclopedico di cui
tuttavia manchiamo, nude
inserire od escludere
dal corpo delle
scienze certi oggetti
per eccitare gli
uomini ad occuparsene,
o per rilegarli
nella storia del
fenomeni, o, a
dir meglio, delle
aberrazioni della mente
umana: tutte queste
ed a II
rettali cose interessar
debbono certamente il
filosofo che si
occupa delle leggi
di fatto, di
potenza c di
dovere dell’umana per
fruibilità rapporto alle
scienze ed alle
arti. Ora questi
sono oggetti, sui
quali, a mio
credere, non si
potrà mai prendere
un parlilo decisivo,
se prima non
si decidano i
tre artìcoli sopra
mentovati, e se rie deducano
i conseguenti corolla
ni. 638. Ecco perchè
io mi sono
determinato a farli
entrare nel trattato
dei fondamenti dclf
Opera da me
divisata, addicendone appunto
una mia soluzione
dedotta dai principi!
primi di ragione
5 comuni ed
incontroversi tanto all’
idealista che al
pirronista, e dai
quali anche la
parte interna della
celebre ipotesi deira
emonia prestabilitasi dimostra
assurda; senza per
altro convenire uè’
mici risultali coi
filosofi del contrario
partito, no cogli
altri in generale
in quello che
concerne la cognizione
della realità, 639. Qui
si sente che
in dovrò spingere
le ricerche verso
i risultali, ed
in questi cercare
lo scopo comune
a tutte le
scienze, cioè 1
unità e i
di lei fondamenti.
E siccome essa
ha per i scopo m
questi oggetti la
rea-* litù. ;
quindi la verità,
di cui qui
trattar si deve,
è quella che
denominasi di sensazione^
ossia, come i
nostri antenati I Spellarono,
verità obbiettivù.: perciò
con verrà mmi
definirla e valutarla,
per potere da
questo lato apprezzare
lo scibile intiero.
Ma prima di
lutto sarà mestieri
raffigurare e valutare
la verità in
genere, che abbraccia
tanto questa specie,
quanto l’altra detta
di riflessione^ ossia
verità mbhiettiva^ cosi
dagli scolastici appellata,
ed al lume
di un senso
più semplice fissarne
l’idea. 5 640.
Scarsa, io lo
confesso, è la
luce di chiarezza
che iu cotanta
profondità può rispondere
sopra questi argomenti,
e l’aspetto loro
non è punto
fatto per piacere:
solo può interessare
per la relazione
alla solidilà ed all’economia di
quello che viene
in progresso. Ciò
nou ostante io
mi studierò di
raddoppiare il lume,
pei' quanto sarà
da me. Cosi
mi lusingo che
arii intendenti non
riuscirà discaro di
aggirarsi meco entro
questi ullìmi fondarne
ululi recessi di
tutto lo scibile
umano. Cosi un
abile architetto, ohe
brama istruirsi in
tulle le parti
del T arte sua,
nou si contenta
solamente di visitare,
come fanno I
viaggiatori di diletto,
le parti esposte
di un vasto
e ardilo edificio:
ma affrontando l’incomodo
d’ incontrare : oscuri! ìu
umidità* ed un
camminar chino, discendendo
por 1 ungo
ordine df anguslc,
disagevoli ed oscure
scale, si porla
a ricercare tutto
il sotterraneo. dove
ie basse voile,
i frequenti rei
enormi colonualt, ì
rozzi muri, 1
apparente disordine ve la mancanza
della dilettevole simmetria
punto 11 0 ^ rd m
Unno 5 ed anzi
lo scorge inevitabili,
e le approva
rii buon grado,
piucfji? giunga a
scoprire con quale
-artificio le parti
nobili c magnifiche
di tu [lo
l edificio superile
vengano so s
te ri u
te, onde recare
ai risguard Liuti quell
imponente meraviglia che
risvegliano, e possa
cosi trarre una
nuova regola del
come le leggi
della gre viti
si possano far
cospirare alla maggiore
magnificenza, senza nuocere
alla maggiore solidità.
bàL Dopo
la Irati azione
di questi putiti
fondamentali, quali alili
ulrar fieli trono
!□ questo trattato
preliminare? liti solo
momento di attenzione
sulla prima parte
della scienza ci
rende avvertiti che
la cogni^oujr ri, die
qualità e delle
eircosla uzr dei falli
sia apparenlc .
sia reale, uni
versai metile necessaria
per le scienze
e per le
nrli Lulle* Ibi 2.
fo in questi
preliminari non mi
d'-M io occupare
specialmeflta di quello
che far debbono
o possono o
fanno le nazioni
per acquistare la
pui vera e
la pia completa
cognizione del tenore
dei falLi che
servono singolarmente a
certi rami di
scienza ; ma
bensì debbo primimmÉiito
indagare se, prima
di trattare di
quello dtp riguarda
l'ininuscco dei falli
m genere, sia
necessario assicurare qualche
alito principio primitivo
di ragione, onde
procedere poi speditamente
e con solidità
alfa trattazione loro
intrinseca. Ora esaminando
i mezzi coi
quali Lauto le
nazioni quanto i privati acquistanti
od acquistar possono
cognizione del tenore
deifatli. Li lì
mezzi, come si
è già delio,
si riducono a
due; e questi
sono^ l'La propria
speriti nza, la
quale produce la
scienza propria (lei
lalti, e che
^guardasi anche come
la più certa,
2." V informazione
o relazione o
tradizione altrui. Questa
in luogo della
scienza propria produce
la credenza. Essa
ha per fondamento
r altrui auto ritti
0. 043. Quello che
pensar si deve
intorno ai fondamenti
della certezza della
propria spene nz
a ci viene
appunto som ministra
lo dai risu
Ila li sogli
auledi espressi di
sopra. Ma cosa
pensar si deve
intorno al fonda menb
della credenza? Questione
importante e d’un
uso universale* weulie
non si troverà
quasi scienza alcuna
risanar dante tanto
1* ordine fisico,
tpumlo (') To
w Ja™ ajll^e
la imita vcrìrà
bqjfrrlantc, e ili
un Oso prati*0
Fr Jc *lal]j
Ài lei ^eutra^kjnr
t ossia dui
modi, eoo bcÌvivic
c per Ir;
urti, cui si
l’or cria io noL fluì
quale si rileverà
una j i>
r J i ne m
ora I e,
i di cui
fatti fon da
men tali in
in a ss
\ tu a
pa ite, pe
r gl inventori,
per gl’ istruttòri e
per gli addottrinali
particolari, non riposino
sulla fede alt
mi. (j 044.
È chiaro per
r alita parte
* die nell’ arte
£&' verificare i
fatti, speda tenie
del genere dei
fmraitòm, consiste appunto
quello che far
debbono gli uomini
per ottenere quella
maggiore certezza che
è possibile. Ma
quest’arte suppone un
fondamento primitivo teoretico
e naturale 5
giustificante nell'uomo dissenso
alEasserrione altrui: In
ima parola, suppone
in natura una
base di fatto
solida della credenza.
Di questa base
non è certamente
acconcio il trattare
là dove si
deve solamente parlare
di quello die
deve e può
far I' uomo
per verificare criticamente i
fatti. 645. D'altronde non
tanto di queste
regole critiche sarebbe
vano Posare in
qualsiasi argomento* quanto
sarebbe anche impossibile
aJPuomo il trovare
verno fondamento di
certezza autorizzante la
credenza specialmente dei
falli passaggcri.se prima
non esistesse in
natura un principio
di ragione ceri
amen Le dimostrabile,
che almeno, poste
certe condizioni. 1T
asserzióne a Unii
si può riguardare
come certa* ossia
che esista la
veracità; e che.
poste certe circostanze,
affermare si deve
che essa viene
fedelmente osservata. Questa
mia proposizione non
può soffrii controversia,
Dilla Ili. posto
dall’un cauto E
nomo privo della
notizia intuitiva dei
fatti; e posto
dalla Uro questo
stesso uomo, che
non può entrare
tietl* interno del suo
slmile per vedere
se i fatti
siano veramente stati
da lui veduti
e sperimentati in
genere, e come
lo siano; e
però se hi
di lui esposizione
corrispónda alla di
lui esperienza* e
la di lui
esperienza sia stata
fatta a dovere:
c troppo evidènte
che se per
un altro proprio
principiò di ragione
non esistesse un
fondamento di credibilità,
la nostra fede
sarebbe per lo
meno sempre precaria,
o« a dir
meglio, sarebbe avventurata
ad un sentimento
di un ragionevole
perpetuo dubbio. Gi 6. È
dunque mestieri in
questa parte preliminare
dei fondamenti E
esporre colla dovala
forza e chiarezza
questo princìpio ;
ìocchè è tanto
più necessario, quanto
meno i pensatori
si sono occupati
di lui. Così
il trattato su
di questo argoménto,
inserito nei nostri
preliminari, dovrà liuire
là dove appunto
gli altri trattati
di crìtica incornili
ciano. g 547,
\on debbo per
altro ammettere un*
avvertenza. L* arte
di osservare riguarda
i falli che
cadono sotto alla
propria esperienza :
1* arte critica
propriamente delta versa
intorno ai fatti
conoscimi per altrui
Iradi rio ne.
Ora qui si presenta un' importante riflessione,
V arte di osservare
ha pei: oggetto
di verificare la
realtà delia cosa
stessa: por lo
eouk.irìo {'urta critica
non ha altro
scopo, clm di
verificare la verità
della testimonianza. Ma se
l’aulor primo della
tradizione non può
avere notizia del
latto che mercè
la propria sperieuza;
dunque X arte di
osservare e tanto
necessaria a lui
per iscoprire e quindi esprimere
tutta la verità,
e per non
prendere abbaglio, e
quindi trarre in
inganno anche altri,
quanto è necessaria
a qualunque altro
che osserva per
solo proprio conto
il tenore dei
fatti medesimi («). G-48.
Ciò stante, se
contro la verità
e la certezza
dell 'esperienza propria
può sorgere il
conllitto degli errori
di una osservazione
mal eseguita, contro
la verità e
la certezza della
credenza possono militare
tanto questi errori
di osservazione, quanto
la menzogna avvertita.
Là abbiamo la
sola nostra testa
a dirigere ;
qui abbiamo la
testa e il
cuore altrui da
esplorare e da
valutare. G49. Da ciò
ne nasce, che
prima dei canoni
critici propriamente detti
conviene aver notizia
dell 'arte di
osservare, ed esporre
le regole, onde
trarne indi per l
'arte critica una
seconda sorgente delle
di lei regole,
qual è quella
che concerne l’accuratezza
dell’ osservazione fatta dall’autoie
della tradizione nel
rilevare il tenore
dei fatti notificati.
Amendue queste arti,
in quanto vengono
specificate (e conviene
anche farlo), appartengono
a quella parte
dell’ Opera, dove
si tratta di
quello che debbono
fare le nazioni
per il progresso
delle scienze e
delle arti. Quindi
a questa parte
preliminare non riserveremo
se non le
cose generali, e
la ricerca se
veramente e certamente
nella natura dell’uomo
esista una forza
impellente ad osservare
i fatti in
geuerale, e quali
ne siano le
leggi, e quali
finalmente i risultati
di cognizioni che
ne possono derivare
per la cognizione
del vero completo
tenore dei fatti. G50.
Ottenuti questi schiarimenti,
ci sarà facile
in progresso, esaminando
lo stato non
solo degli uomini
particolari, ma delle
nazioni medesime, e
ponendo mente alle
circostanze operanti o
ordinatamente, 0 disordinatamente, o
per eccesso, 0 per difetto,
o per giusta
proporzione sulla loro
attenzione, e calcolando
lo stato reale
delle cose e
delle persone medesime,
ci sarà, dissi,
facile il trarne
una moltitudine di
risultati non (1)
Tutti 1 primarii
precetti per gli
storici primitivi, sia
dei falli della
natura, sia dei
latti umani, derivano
da queste basi.
Dopo manca solo
additare l'arte di
esporre in quanto
all’ordine ed allo
stile. La storia
primitiva altro non
può essere che
un sussidio all’osservazione sperimentale
dei fatti per
un ente come
l’uorno, che non
vederli tutti in
un medesimo istante,
nè 2re in
luoghi diversi, nè
occuparsi nel Jgliere
simultaneamente i fatti,
e làbbriun sistema.
( fucilo adunque
che deve dirsi
dell os zione,
con maggior ragione
dir si deve
storia, dove un
muto foglio deve
pone BELLE LEGGI
DELL’UMANA PERFETTIBILITÀ’. 1 5L5L»
solo concernenti la
critica dei fatti,
ma eziandio riguardanti
gli oggetti di
tutte e tre
le parti dell’Opera
che progettiamo. Diffalti
tutta iutiera l’arte
eli ragionare in
tutte le scienze
possibili: tutta 1
educazione concernente lo
spirito, tanto per
le scienze quanto
per le arti;
tutte le risorse
e gli eccitamenti
per isvegliare ed
estendere i lumi
ed il gusto;
cosa altro sono
veramente, che impulsi,
soccorsi, direzioni date
all’ umana attenzione
(>)? Cosa sono
inoltre tutti gli
errori, se non
che effetti immediati
d’una mal esercitata
attenzione ? A cosa
si riducono infine
in massima parte
i poteri degli
uomini e delle
nazioni per inoltrarsi
nelle scienze e
nelle arti, se
non che a
quello dell’ attenzione? 651. Cercare
adunque dell’esistenza, dell’indole,
delle leggi di
jatto sperimentali e
naturali di questa
facoltà umana ;
dimostrare solidamente c
distinguere accuratamente i
risultati, dev’essere uu
oggetto precipuo di
questa parte preliminare
della mia Opera
concernente lo stato
naturale dell’ uomo
con tutti gli
oggetti dello scibile
e del praticabile. 652. L’importanza
di quest’oggetto viene
tanto più sentita,
quanto più è
manifesto che l’opera
della perfettibilità dello
spirilo umano anche
in fatto riducesi
in sostanza all’esercizio
attenzione. Esame fatto,
si giunge al
grande ed unico
risultato che spiega
la legge suprema
di fatto, cioè
che il principio
attivo dell’ umana perfettibilità è l’
attenzione. 653. Ma analizzando
le leggi dell’ attenzione, noi
ci troviamo necessariamente condotti
a parlare degli
effetti che ne
derivano. Quindi le
astrazioni, le idee
generali, i raziocinii,
le teorie divengono
oggetto delle nostre
ricerche. L’ordine stesso
delle cose altronde
ci guida a
questo punto, 654.Proseguiamo, e
proseguiamo con ordine.
Qual è il
punto di prospettiva,
sotto del quale
rimiriamo noi ora
lo scibile? Egli
è pari a
quello col quale
contempleremmo l’aspetto della
terra in un
planisferi, nel quale
tutte le masse
fossero poste giusta
le loro proporzionate
dimensioni: oppure egli
è pari a
quello, sotto del
quale vedremmo l’orbe
lunare in vicinanza
di alcune centinaja
di leghe. 655. Tutto
sta sotto il
nostro sguardo, e
nulla veggiamo d’ individuale. Solo
le grandi masse
rendonsi visibili; ma
tutto vi è
confuso, duello che
ne otteniamo non
è che la
universalità del complesso
e le «randi
differenze. Conviene qui
adunque insistere per
determinare gir ometti
ch’fentrar debbono nei
fondamenti. (t) Sarà
bene il vedere
un’Opera d’uno superflua
reudizioue ha studiato
di provare Spaglinolo,
il uguale con
uua vastissima ma
questo punto rapporto
ix\Y educazione. Egli è vero
die per l'utilità
delle scien» e
delle arti conviene
discendere da qu«ti
punti di vista
rotante elevali, ed
approdi mar si
agU ogge li
leali ; e clic
queste viste generali
non sono di
valore, se non
sono .1 risii
tato piano, socco»,
c .piasi direi
un perfetto compendio
delle cose panico
ari analiticamente indagate,
paragonate e re
capi telate. Ninno
più di me
può essere persuaso
di questa verità.
Ed anzi, per
quanto mi verrà
concesso dal tempo
e dalle forse,
io procurerò. ■«
modo più certo,
o almeno più
ridarò, onde ottenere
sùkiLLi risultati gtujcralb
l i ai
ti iman. I ai te
ddlìcilissimn di lar
uso delle stesse
nozioni generali nelle
materie concernenti la
pratica, 3 Finalmente,
nell’ eseguire l’Opera lidio
progetto, gradatamente isct
ui ni n
dalli piu coiiiuse,
vaste eri uniformi
viste generali, alle
più k LiuU,
i faln iti. . dille renti
e particolari *
distinti prima i
rami principali dello
scibile ungilo, .3
separatili «In quelli
che alm-sÌYftmeute furono
iV hn,>Ì tu
1 corpo di
lui: Io mi
sforzerò «li accennare
in ognuno quello
die j.Li tltitbono
^ I i uomini tanto
per V invenzione,
quanto per f istruzione. Ma
cori tutto questo
io persisto tuttavia
a sostenere esser
ti1 uopo,,mzi isslm.
indispensabile per ora,
d'mtrat tener ci
in questo punto
di viste elevatissimo
. malgrado che
noi reggiamo solamente
in confuso; e
ciò appunto per
ottenere di vedere
dappoi tutto distintamente, e
trarne valevoli sussìdi!
per la verità,,
e per il
più completo progresso
delle scienze e
delle ani. $
bòì. Biffa Ltj
le viste generali
e confuse ili
assunto precedono Pana[i.m.
e ne danno
il tema; le
generali, figlie dell’esame,
e che io
denominili th risultato,
la seguono, e
ne somministrano un distinto compendio.
Li; prime presentano
1 ulto il
campo dell’ osserva dune
: le seconde
ne ajportano il
Irulto. Senza le
prime l’analisi non
si potrebbe aggirare
con ordine, nè
essere avvertito se
rimanga tuttavia o
no qualche cosa
ad esaminare; e
quindi rimarrebbe dubbio
se le nozioni
generali di risultalo
siano compirle. Senza
le seconde non
si potrebbe mai
avere una distìnta
notizia dello stalo
delle cose: e
però saremmo soggetti
agli errori, ai
pregiudizi!, ed alle
teorie azzardale. U
seconde adunque alla
perfine debbono coincidere
col corpo delle
prime, cioè avere
la medesima estensione
delle prime, senza
averne la confusione
o la precarietà.
Le prime adunque
assicurano il compimento
alfe seconde; le
seconde dando il
giusto valore e
scòta nmento alle prime. ti.iS.
ibi ciò uc
vii.ne, ebe delle
prime non si
può far uso
ohe per preparare
le ricerche alla
ragione, ma eiasu
di esse non
è lecito prònunciare
sul vero stalo
delle cose ;
che l’abuso consiste
nel sostituii le
a quelle che
debbono risultare dall’analisi.
Che all’opposto incominciare
un’analisi senza di
quelle, egli c
un esporsi al
rischio di farla
tumultuariamente, e che il risultato
rimanga incompleto; e però tale
risultalo venendo valutato
come generale, riesca
falso. L’analisi non
può che separare
le parli :
ma per sè
saper non può
di avere il
tutto sott occhio,
o no. Dunque
tali viste generali
sono necessarie, anzi
indispensabili nell ìntiaprendere
qualunque lavoro, specialmente
là dove il
concetto ideale della
cosa tiene il
luogo della cosa
medesima da analizzare. 659. Se
diffatti io abbia
solt’ occhio un animale
od una pianta,
io assicurare mi
posso di averla
ben nolomizzata in
tutte le parti,
e posso da
una in altra
procedere ordinatamente, per
la ragione appunto
che i miei
sensi m’assicurano di
tutto il suo
complesso. Ma se
il soggetto stesso
fosse, come il
nostro, per sè
astratto e intellettuale, è
evidente che conviene
appunto incominciare dal
raffigurarlo per una
prima vista nel
totale e nelle
sue grandi parti,
per ass icurarsi di
non ommelter nulla,
e di procedere
con ordine. 660. Allora
l’analisi procede con
compiacenza; allora ne
sorgono le buone
nozioni generali, che
sono la recapitolazione in
compendio dei particolari
giudizii rettamente iustituiti.
Questo paralello, sebbene
verissimo, è ancor
troppo compatto per
potere ravvisare lutti
i rapporti delle
nozioni venerali tanto
di assunto quanto
di risultato nelle
provincie tutte dello
scibile. Egli basterebbe,
se una scienza
sola fosse l’ oggetto
delle umane cognizioni.
Ma essendo molte
le scienze, e
le uue essendo
più vicine, e
le altre più
remote dalla storia
pura dei fatti;
le une essendo
logicamente anteriori ed
autrici, le altre
logicamente posteriori e
dipendenti; ne viene
di necessaria conseguenza,
che le nozioni
generali di risultato
di una o
più scienze diventano
come elementi integranti
delle nozioni generali
di puro assunto
di altre più
complesse e vaste
scienze. Allora nasce
un nuovo corpo
di nozioni, in
cui sebbene le
parti, prese individualmente, siano
conosciute colla dovuta
distinzione ; tuttavia
il complesso unito
producendo nuove idee
relative che inchiudono
nuovi ed incogniti
rapporti. egli è
d’uopo sottomettere il
corpo stesso ad
analisi; e però
tali nozioni speciali,
nel loro carattere
non di risultati
d’elementi costituenti, osSia
come costituenti un
tutto, diventano puri
argomenti proposti alla
decomposizione intellettuale. 661. Tali
sono quasi tutte
le scienze pratiche,
ma particolarmente le
morali. Se si
ponga mente tanto
all’indole delle nozioni
che la scienza
susseguente prende, dirò
così, ad imprestilo
dall’ antecedente, quanto al iT* I
ontmc materiale cou
cui ri smjècdouo,
sembra a prima
vista clic il
mygìslero sia sintetico.
Ma ciò che
risulta non si
verifica. AOiacLè dù
avvenisse conterrebbe che
le nozioni generali
di risultalo si
rivenissero, dirò cesi
3 entro la
sola provincia da
coi furono estratte,
e cui virtualmente
i jppn sentano.
Vi i allorché
esse vengono impiegate
coll" unione di
altre ad una
nuova provincia dello
scibile > lungi
d’usare Ai una
sintesi, altro veramente
non si fa
che un vero
progress©, cioè un
lutavo e piè
esteso Um.i non
Lini Lo di
queste medesimo unzioni,
quanto anche di
altre coli cui
si accoppiano por
formare il tòma
di un altra
carpo di scienza
piu complessa, djr
riveste nuovi caratteri,
nuovi rapporti, e che produce
una nuova arte
ed altri speciali
eiTeltL Ad mira
dunque dell* astratta gcnerstEiia
calta quale sì
presentano le nozioni
particolari dello scienze
successive. che fanno
uso dello parti
metafisiche d' una
scienza anteriore, tali
nozioni non Coflitutseono
propriamente la vera
metafisica dulia scienza
posteriore, ma unicamente
certe parti singolari,
e nulla piu.
9 (ibi. Laonde
parlando delle nozioni
cldcntrano nel corpo
delle scirri* ze
pratiche, le quali
sono sempre derivanti
dai risultati di
fatto dello siala
ossia delle qualità
e delle leggi
del le cose
tutte, egli devi'
sempre avvenne die
le loro prime
teorie sembrino meta
tìsiche, ad onta
die rispetti vani
tute alla scienza
in cui s
impiegano non Io
siano veramente. Old. Lcco
quello die si
verifica nelle scienze
dì Diritto, e
pyrlkoja ralènte in
quella del Diritto
pub Idi co.
Esse lamio uso
do ila cognizione
dei risultati proprii
«lelTaudroiogia, e delle
relazioni fisico-morali degli
uomini:; ma nello
stesso tempo si
occupano a determinare
un sistema sii
azioni particolari, di
cui esse costituiscono
un corpo dì
scienza separato, e
die si fonda
sulla pura osservazione,
dirò così, storica
ed immediata dai
fenomeni fisici, morali
e misti, che
nascono m\Y ordine
di fatto dèli
universo. Così affinchè
le sue prime
nozioni fossero meli
fisiche per I&h
cou‘ verrebbe ch'esse
esprimessero almeno in generale il
sistema risultante dalla
c Olisi de
raziono dogli uomini
in società, avuto
riguardo al fine
eli essi debbono
conseguire. Ma nulla
di lutto questo
avviene, uò può
avvenire, se non
che nella ricomposizione progettata, 064. Non
si può, è
vero, negare che
un vero premesso
generale di risultato
particolare d’analisi non
avvenga ned dall
dì fatto eh7 entrano
nulla scienza dd
Diritto pubblico, ma
ciò non viene
praticato pel caialtere
essenzialmente costitutivo della
scienza medesima, ma
solamente sopra di
un ordine parziale
d’ idee del
di lei soggetto.
Il di lei
carattere esse oziale
u costitutivo è
propriamente finale e
precettivo, perdi è
il caratLi-rr proprio
e spedale delle
di lei teorie
è quello di
addurre luì sistema di
foli ^ di
azioni 0 di
effetti più 0
meno subordinati al
bue generale, u
quindi dedurne delle
regole per l'arte
fisico- morale di far
gli uomini felici,
0 mono infelici
che si può,
mercé Y azione
pubblica delle società
e dei privali,
L'ordine adunque graduato
dei fai Li
dal generale a!
parti coh^e 5 quale
fu esposto, è una concomitanza
necessaria bensì, ma che non
viola T Indole delf
analisi che et impiega
per le competenze
proprie della scienza
medesima. Periodi è
le viste generali
proprie delle scienze
proposte, prima dei
dettagli analitici, sono
nozioni di pura
proposta, ossia di
assunto, le quali
è d'uopo analizzare,
e quindi ricomporre,
per rilevare di effetti
in senso unito, GG5.
Per le scienze
pratiche quindi abbiamo
un punto normale
generale ben provato,
dì cui non
rimano che una
felice applicazione. Quella
pertanto che appellasi
sintesi presuppone tre
altre operazioni :
1d la preliminare
veduta generale e
provvisoria dell’ oggetto: %°
la di lui
analisi; 3.° \
risul Lati, ossi
ano i principi
i generali. Da
questi poi si
procede all' applicacene,
ed il metodo
onde farlo costituisce
appunto la sìntesi.
iSoa e dunque
no di sintesi,
uè di prmeipii
sintetici, di cui io fa
uso iu questo
piano, e di
cui intendo prevalermi
nell* esporre effettivamente i
fondamenti dell'Opera: alfopposto
io mi prefiggo
di far uso
dai soli fatti
reali e delle
cose ben provate,
senza ulteriori raggiri
Qui poi altro
non f0 Gbe
preparare il campo
alle meditazioni, e
dare la ragione
degli oggetti che
io (ras colgo Lauto
per formare il
corpo del soggetto,
quanto per preparare
i dati die
servano di fondamento.
Ma ciò basti
per quest' oggetto. Iti
tori damo in
sentiero* 5. bbO..
Dopo la notizia
dei fatti, e
dopo le ricerche
sulla certezza della
V fri la
loro, sia intrinseca,
sia estrinseca, e
prescindendo per ora
da ogni s
pi : c
i Gcazi 0
n e sull
a qual i
là de i
fatti m e
desimi, q uà
I al Lro
ogge Ito d
’ un a
p.iL'l influenza universale
e della s Le ssa
categoria dobbiamo noi
scegliere, il quale
si possa veramente
dive clic appartenga
ed anzi che
faccia parte dello
stato naturale dell' uomo
collo scibile intiero,
e che, giusta
Le condizioni sovra
proposte, debba entrare
uelf Opera preliminare
dei fondarne ni
1 ? In
conseguenza della cognizione
dei fatti, come
si è già
osservato, in ugni
scienza si formano
le deduzioni, ossia
il ragionamento^ mercè
il quale appunto
si fabbrica la
scienza medesima. ^
007. L’oggetto del
ragionameli Lo è
la verità. Questa
è appunto quella
che risulta dai
paragoni moltiplica e
di vario genero
die fa la
mente umana fra
le idee che
da prima no
ricevette: questi paragoni,
eseguila m una
maniera, som miai
strano la verità;
tessuti in una
maniera diversa, producono
Y errore. Questa
verità*, la quale
nasce da tali
operazioni del : !
intendimento, appellasi dt
riflessione o di
deduzione, È Lea
chiaro djt' i
requisiti di questa,
come anche che
In può accompa fronre, entrar
debbono nella imi
Lagone dei fondamenti.
Sarà qimtìfi 0pportai*®
notar qui un
importante risultato di
mi caso universale
die ne deriverà
; qual e, che l 'evidenza
rigorosamente tale può
appartenere a tutu
li: materie dì
riflessione^ comunque complesse,
ossia a Lulle
le scienze, i
cui dati si
possano analizzare u
paragonare fra loro* 0(jSr
Esposto Io scopo,
sì fa passaggio
al mezzo, cioè
al raziocinio j fenomeno
della mente umana,
il quale fa
fede così della
di lei estrema
piccolezza, come della
dì lei meravigliosa
industria* Se lo
scopo ultimo di
lui si ò,
come si disse.
In cognizione della
verità, è chiaro
che il di
lui tenore consiste
appunto nei paragoni
evidenti ed accurati,
recapitatali poi e
ristretti nel più
piccolo spazio possibile.
Lordi eappunto costituisce
lo spirito Ji
tutti i metodi
possibili utili per
F uomo in
ogni ramo dello
scibile. ClìO. Ma quante
cose debbono procedere
prima di potere
upprczzare, fri usta
il suo vero
valore ed estensione
^ questo magistero
della m etite
umana, e prima
di assegnarne le
natura II ed artificiali
leggi di fatto,
di potenza e
di dovere ì G7ib
Misurare ìa forza
comprensiva naturale stabile,
e non mai
aumentabile, dello spirito
umano relativamente allo
stato reale degli
oggetti dello scibile,
d'onde nasce appunto
h necessità del
raziocinio, delle idee
generali, dei metodi,
e delle troppo
voluminose scienze, che
sarebbero assai più
brevi e più
piene dì risultati,
se 1T uomo
rii gambe cotanto
corte non dovesse
prima far tanti
passi per giungere
alle concJiiusiom ; determinare
in conseguenza Io
leggi dì fatto
è di potere
di questa forza,
per acquistare la
cognizione delle coso;
indicare ad un
tempo stesso i
sussidii delle facoltà
umane, e delle
circostanze che di
fatta concorrono o
concorrer possono alla
più completa e
pronta cognizione delle
cose: ecco il
gran campo che
ci si presenta
in questa parte
dello stato reale
naturale della mente
umana da percorrere,
prima d’ indicare le
leggi dì doeere
dei ragionamento per
servire al progresso
dello scienze r
dello arti: ài
eCco pur anche
quello che per
altri ridessi ci con vieti
prima meditare, onde
prepararti in questa
parte dei fondamenti
quelle basi solide,
quelle nozioni direttrici,
e quelle connessioni
sistematiche 5 senza
delle quali r
Opera riuscirebbe, a
guisa di un
accozzamento fortuito distaccali.
pezzi, inutile all
intento. 071, Urti ci
sarà il’ uopo per
iiiLro di molta
au Li veggi -ir
za v rii
sur» tnii economìa, si
por non oauueiiei*
nulla di quella
clic dopo necessario d*
aver già preparato,
e si ancora
per uou lasciarci
trasportare a trascorre^
avanti tempo entro
il campo proprio
ridi Opera clic
succedo ai pivliminan.
E siccome I
soggetti della meditazione
cPentrambe le parli
ìi anno fra di
loro una grandissima
affinità; così sarà
bene distinguerli, pur
avere avanti agli
ocelli tuia chiara
norma di contegno
nella trattazione, Perloeliè,
hi cominciando da
quelle che concernono
la potenza comprensiva
dello spirito umano,
conviene aver presenti
le considerazioni die
segno no. 672* I;"1
ConSider astone. Ewi
nell ordio e
naturale e reale
delle cose un
confine, il quale,
quand'anche ci figurassimo
Y uomo dotato d'una
comprensione quanto si
vuole più vasLa
(03 non sarebbe
mai possibile di
olire passare, attesoché
ripugna alla natura
ed ai rappar.li
naturali della cognizione,
ossia alla nozione
die della cognizione
noi ci possiamo
formare. Per cognizione
intendo Y acquisto,
il sentimento dell’idea
di qualsiasi «‘osa:
per comprensione poi
intendo la simultanea. cognizione di
cui ì: capace
la mente umana
in un solo
alto. Tal è
didatti anche la
forza del vocabolo
comprendere^ che esprime
abbracciare tu uno
le cose* 673. Da
questa prima considerazione nasce
l' idea di. una
potenza e rispettiva
impotenza assoluta comprensiva,
propria dell’ ente pensante
in genere, e
che appellar si
potrebbe metafisica. "La
potenza abbraccia lutto
il campo die
sta entro al
confine; Y impotenza principia
da questo confine,
é si estende
a tutto l5 infinito. 677, 2,a
Corvsinj; inazione.
Contemplato fu omo
colla quantità di
forza comprensiva di
cui egli è
realmente dotato, ma
ad un tempo
stesso prescindendo da
qualsiasi angustia derivante
da esterióri impedimenti,
avvi un confine,
oltre il quale
ei non può
estendere la sua
comprensione* De1 e
imi uà ti
tali confini* noi
avremo tu Ita
l’ampiezza della comprensióni;
naturale effettiva dello
spirito umano in
qualunque possibile sì
Inazione, cioè quand’anche
V nomo fosse
dotato ili maggior
numero di sensi,
o se anfdm
nc fosse spoglialo
* e che
ciò giovar potesse
a spiegare la
massima di lui
naturale comprensione. Questa
d fornisce Y idea
d’ una seconda
misura di quella
potenza o impotenza.
Questa ò tutta
propria dello spirito
umano: in lei
reggiamo il max
unum effeUivù della
sfera a cui
si può fi)
Quésta Ei adori
nè un unite
di carmivenati die
io usa ài
comma modo di
penswe, per agevolare,
il punto, di
vista che ptcfi'énto*
Del resta s
parlando filosofiti mente,
io non so
so quella tmatonc
si possa Iì^
arare acnnneno possibile,
Sfinii violare al
tre no al
ani e reWJpkni
troppo note sull
espcro nopiro pensante,
il solo a
noi veramente cogrillo,
e elio servir
ci possa di
norma in tutte
le ipotesi apprezzabili
sol tonto a
quel lume della
ragione che risulta
dalle G.p.gtiite c
fon* dam cnl ali le^gi
di lei. estendere la
di lui forza
comprensiva in qualunque
stato. Quindi la
potenza e la
rispettiva impotenza, che
ne seguono, sono
assolute del pari
clic le antecedenti,
perchè non è
possibile, senza cangiare
la costituzione naturale
dell’ uomo, variarne i
limiti. 675. Se per
altro il concetto
di questa misura
è assoluto, e
in forza del
concetto fdosohco della
cosa stessa è
veramente tale: pure
considerando una tale
potenza relativamente alla
situazione di fatto
del genere umano,
calcolando cioè tanto
il complesso delle
umane facoltà, quanto
le condizioni alle
quali in realtà
l’esercizio loro deve
so". 3.a Considerazione. Ponendo
questa forza reale
accompagnata e determinata
da tutto il
complesso delle facoltà
che costituiscono l’essere
umano, ma ad
un tempo stesso
collocando l’uomo nelle
migliori circostanze possibili
per la sua
completa comprensione delle
cose, evvi un
confine reale cui
lo spirilo umano
non può oltrepassare,
e vi sono
delle condizioni alle
quali è forza
sottomettersi nell* esercizio
della forza comprensiva.
Ecco una terza
maniera di considerare
la potenza o
Y impotenza della
forza intelligente dell’uomo. 677. Se
qui non viene
diminuita o aumentata
la forza intrinseca
dell’ente pensante umano,
ne viene però
legato l’esercizio a
certe determinate condizioni,
e sottomesso all’influsso
delle determinazioni d’ un
essere misto dotato
di certi sensi
e d’uria certa
struttura. 678. Quindi la
esposizione di quello
che può fare
l’uomo in quella
considerazione deve essere
un risultato derivante
in ragion composta
del concorso di
tutti gli elementi
che compongono l’ipotesi,
ossia di tutte
le condizioni che
costituiscono l’essere reale
umano collocato per
altro nelle migliori
possibili circostanze. 679. Questa
per altro meno
astratta e più
prossima considerazione non
si può riguardare
ancora come esprimente
il fatto universale
delle nazioni. Dallo
stato in cui
si considera qui
l’uomo, allo stato
reale in cui
egli fu, è
e sarà su
questo globo, vi
passa tanta distanza
e differenza, quanta
si può figurare
che ne passi
dalla situazione del
più grand’uomo di
genio, preso nelle
ore della sua
meditazione occupato intorno
ad un soggetto,
i cui dati
ei conosca perfettamente, e
che di più
sia nel piu
bel fiore degli
anni (vale a
dire di cervello
il meglio temperato
possibile, e che
abbia tutti i
soccorsi possibili, e
ne approfitti il
meglio che sia
possibile), alla situazione
comune della vita
umana nelle società
(’)• ( I
) Cioè alla
situazione degli ingegni
ordinarli collocali nelle
circostanze comuni. Riguardando
finalmente quella forza
comprensiva dello spirito
umano, collocata e
modificata come realmente
e di fatto
sta nelle diverse
nazioni della terra,
senza per altro
discendere ai minuti
dettagli storici 5
ma solamente contemplandole nei
passaggi che subir
debbono e dovettero,
o rispettivamente dovranno
fino alla scoperta
del buon metodo;
e proposto e
scoperto l’oggetto dello
scibile, e computando
in questa considerazione lo
stato di una
società incivilita, ed
i bisogni, le
vicende, i soccorsi
e le relazioni
indispensabili, sia fisiche,
sia morali, che
costantemente l’
accompagnano ; valutato
specialmente il diverso
ipotetico temperamento ed
eccitamento mentale (0;
evvi pur anche
un confine reale,
o, a dir
meglio, una legge
imperiosa ed indeclinabile, alla
quale questa forza,
qualunque siasi, è
d’uopo che si
sottoponga, e proceda
in consonanza nei
progressi delle scienze
e delle arti.
Ecco una quarta
maniera di considerare
la forza comprensiva
dell’ uomo, per determinare
quindi quello ch’egli
può o non
può fare rapporto
allo scibile. Questa
considerazione è veramente
più concreta della
precedente, ed anzi
la rinchiude in
s è tutta,
coll’aggiunta di altre
condizioni più vicine
all’uso pratico. Ed
anzi se tutti
gli elementi di
questa considerazione verranno
scelti a dovere,
e tutti compresi
nel di lei
tenore, ardisco dire
essere essa appunto
quella che potrà
servire di norma
onde valutare la
forza intellettuale delle
nazioni e del
genio, e suggerir
potrà in conseguenza
quello che conviene
provvedere. G81. In tutta
questa serie di
considerazioni, se poniamo
mente a questa
forza comprensiva, noi
rileviamo che il
concetto di essa
dal più semplice
punto di vista
passa successivamente al
più composto, ed
a guisa (piasi
della cima d’una
piramide, discendendo dal
più astratto e
generale al più
speciale e complesso,
va via via
aumentando di volume;
talché i risultati
debbono riuscire in
proporzione vieppiù complessi.
Diffatti nella prima
considerazione abbiamo sottocchio
la forza intelligente,
senza che vi
sia mescolata circostanza
alcuna imaginabile, avendole
levato persino ogni
limile che ne possa
determinare la quantità.
In questo punto
di vista i
caratteri di lei
sono universalissimi; e
tali caratteri si
possono estendere (i)
Sotto di questa
denominazione, cd in
questo caso in
cui si contemplano
i fondamenti del
raziocinio, io non
comprendo se non
le condizioni della
aie/noria, cioè una
memoria piò o
meno fedele, più
o meno rapida,
più o meno
vivace; a cui
appartiene anche l’ magi
nazione, la quale
per lo spi
rilo umano è
la miglior serva
e la peggiore
padrona. Nel progresso
di questo Piano
si sentirà la
decisiva influenza di
questo temperamento per
r invenzione, e
si potrà arguire
quanto la natura
debba contribuire per
formare T uomo
di genio.ad t>"Eii imaginabjle
intelligenza; ma è pur anche
varco, che in
questa elevatissima categoria
ella c spogliata
di tutti quei
caratteri reali, coi
quali ella esiste
In natura, per
non riteucre che
quella salo cl/è
indispensabile, e senza
del quale sarebbe
distrutta ogni dì
lei idea. Onde
sì può dire
che ella, a
proporzione che acquista
di estensione estrinseca,
perde altrettanto di
realità intrinseca, G82. Nella
seconda considerazione poi
ella viene vestita
de1 suoi limiti
naturali, od acquista
cosi un grado
di approssimazione allo
stato suo naturale:
ma ad mi
tempo stesso perdo'
il carattere superiore
di universalità suprema
c li 1 essa iti quel grado
aveva, ossia il di lei
carattere non può
convenire ad ogni
genere d* intelligenza, G83, VI
fu terza e
nella quarta accade
lo stesso iti
proporzione; ij divenendo
intrinsecamente più complessa,
ili pari passo
cessa d'essere più
generale, 084, Ju fi
ite nr Ila
prima considerazione la
forza comprensiva umana
viene figurata come
quelle ili im
Dio; nella seconda
come quella di
pii angelo; nella
terza come quella
di un uomo
perfettissimo ed eruditissimo-; nella
quarta finalmente come
suole realmente esistere
nelle diverse popolazioni
della terra, 085. Ora
venendo al nostro
proposito, dico die
le tre prime
maniere dì raffigurare
la forza comprensiva
dell’uomo appartengono appunto
a questa parte
preliminare dei fondamenti;
la quarta appartiene
alle parli interiori
dell' Opera progettala* 68 G.
Parlando poi delle
leggi di fatto
e di dovere,
che anticipatameli te
si possono e debbono esporre .
io fò osservare
quanto segue* Per
quale ragione premetto
queste considerazioni ?
Certamente per potere
dappoi con chiarezza,
con certezza, e
con Luna estensione
spiegare, dimostrare e
determinare quello che
far debbono e
possono gli uomini
pei progressi delle
scienze e delle
arti, dopo dì
aver fatta la
storia di fatto
dello sviluppo dell’ umana
perfettibilità, ed assegnata
la cagione dei
fenomeni che nello
svolgimento di lei
sì presentano all'&sservataEC. Giù
pósto, sarebbe cosa
inutile, anzi stravagante,
1* imaginare fatti
puramente ipotetici che
non abbiano una
vera influenza su
quello che in
progresso si dovrà
meditare. Dunque se
può essere cosa
interessante il rilevare
i limiti della
potenza o impotenza
di questa forza
nelle due prime
ipotesi, per con
chiudere sòlidamente o con maggior
ragione i limiti
di lei in
atto pràtico, uou
potrebbe certamente essere
del pari interessante
il fantasticare in
dettaglio sulle operazioni
dì tali situazioni,
cui d’altronde de
tenui cani non potremmo
che gratuitamente, per
non essere noi
mai siati nè
Dei, nè angeli. 087.
Non può essere
adunque conveniente il
ragionare di quello
che fa o
far deve l’uomo
se non nella
terza ipotesi, cioè
in quella in
cui si considera
l’uomo reale e
naturale nella migliore
situazione possibile. Ma il fine
per cui anticipatamente ci
occupiamo in questo
esame qual è
? 1. ° Per dare la
ragione dei fenomeni
reali naturali della
perfettibilità umana in
atto pratico, ossia
per poter trovare
le leggi di
fatto del costume
delle nazioni nell’ avvezzarsi nella
carriera dello scibile,
e dimostrare che
tal legge è
vera, naturale, indeclinabile. 2. °
Per potere indicare
la conformità o
le aberrazioni della
mente umana dalle
traccie del vero,
e cosi avere
come una modula
di paragone, onde
valutare il metodo
naturale della mente
umana abbandonata, diro
così, al destino
delle cose. 3. °
Per potere dappoi
dire in concreto
quello che le
nazioni far debbono
e possono per
giungere nella maniera
più breve, più
facile, più certa
e più fruttifera
allo scopo inteso
delle scienze e
delle arti. G88. Ciò
stante, è chiaro
che in questo
trattato preliminare dei
fondamenti io debbo
identificare quello che
può far l’uomo
sulla terra, ipotesi
la più perfetta,
con quello che
far deve nel
ragionamento, per avere
un punto di
vista che serva
a questi fini
consecutivi. G89. Ma qui
nasce un dubbio.
Come dunque si
distingue quello che
far debbono le
nazioni, di cui
trattar si deve
qui in progresso,
da quello che
far deve l’uomo
nella situazione assunta
in questi preliminari,
a fine di
ottenere la cognizione
della verità? Se
il metodo che
si assegna è
il solo ottimo,
se tutto è
fondato sui rapporti
reali dell’uomo, se
la verità è
invariabile, se deve
servir quindi d’unico
modello aH’uomo in
ogni stato; cosa
rimarrà più oltre
a dire su
questo proposito ? G90.
Prima di tutto
io rispondo: che
rimarrebbe sempre ad
esporre quello che
far deve l’uomo
in tutti i
rami principali dello
scibile, di cui
mi sono prefisso
ragionare; sebbene anche
in quelli non
rimanga che l’applicazione del metodo universale.
Ma siccome quest’
applicazione deve per
ciò stesso abbracciare
degli oggetti più
concreti ancora, così
anche il metodo
diviene più complesso,
quantunque abbia in
sè stesso un’invariabile conformità
alla massima generale,
che serve come
di bussola nelP
immenso oceano delle
scienze. G91. In secondo
luogo, prendendo anche
lo scibile iu
massa, cioè sotto
di un unico
concetto generale, tuttavia
passando alla considerazione del
cenere umano, come
sta esposto nella
quarta considerazione, non
Tom. T. 98
i 550 ri
vm) k a
ri i n
\ no m
i„v operi pub
^ "l'-rxlo risili
m ut.' utili
rapporti de Un
sia in più
somplhe antecedente Minio
bastare por far
produrre dio ii
azioni -1 '
iuoi'cmuiili desiderali «elle
scienze e nelle
ari t. Rimane auc
nmoliti a fare
per citeriore Ymt f 1
j to+ Ora questo,
n rimati, r
mi* rigirinola ili
piu rii spirilo
che finir* hoiio fare. Orni è, dir
siddinm il metodo
siti lo slesso
iu entrambe le
situazioni. vate a
dire eb egli
io luti il
la sua strati
lira soffrir ami
debba imitazione alcuna
nel passane all’alto
pratico; La Ita
via non è da se
solo capace, quando
ria anelili atto
a produrre 1*
intento voluto, e
perù vi occorrono
altri sussidi) ohe
deh ho no
essere impiegali. Per
conseguenza ne viene,
cric quel lo
die realmente far
debbono le nazioni
per ^avanzameli’ lo
dette scienze e
delle arti consiste
udì’ unione di questo
metodo cori unii
gH altri sussidi i
a quel to relativi*
Queste complesso costituisce
lui corpo ili
scienza pratica, ossia
maglio di arte,
die io chiamerei
Legista"ione ossia Politica
scienUJièjji. lauto por l’
in v
dizione . quanto
peri' istruzione nelle
scienze e orile
arti. G92. Ecco la
grandissima differenza che
passa fra quello
die bir tlcbbono
gli uomini, nella,
considerazione astratta propria
di questa parie
dei fondarne ri
li, e quello
die veramente debbono
fare lo nazioni
nelle sthi azioni complesse
iu cui si
trovano nell’ universo. GtKb Qudlo
che viene esposto
nella detta parie
preliminari sn questo
punto (che per
altro non ò
die un ramo
sdo dì lei)
abbracciar deve il
meglio, e quello
ancora die manca
d’ importante, e direi
quasi di capitale,
ai piti celebri
Trattati di Logica,
alle arti di pensare, agli
organi delle scienze,
die dai filosofi
fino al di
d’oggi ci sono
stati fomiti. Diftalli
in essi si
contempla l’uomo iu
altra forma, o
almeno non si
assumono altri efementL
ebe quelli die
convengono all* nomo ipotetico,
clic «db i
rza considerazione abbiamo
rappreseti tato, E perù con
do veniamo avvertiti.
die comunque eccellen
ti possano essere
i loro precetti,
manchiamo perù tuttavia
di quei s^ggerimenlL
ossia di qnd
corpo complesso c
ben dedotto di
metodo e di
leggi, die più
largamente e più da
vv lcuio e cou
vera efficacia contribuir
deve all’ incremento dello
scienze fi delle
arte 5 G9i. Q
indio poi dio
esporre si deve
nella terza parte
interiore del* lT
Opera racchiuder deve
tutto il complesso
del metodo dei
banda menili, senza
ripeterlo; e solo
riassumendo i risultati
finali antecederli** die
a vicenda servir
debbono di altrettali
fi principìi per avanzare più
(dire, aggiunger dov
cassi tutta la
collezione dei sussidii
c dei mezzi
die s mas praticamente
indispensabili alle nazioni
por effettuare i
progressi intesi. Quesii
sussidii non debbono
essere ìmaginati a
forma di progetti
jpo&Sibili, m a bensì
debbono essere dedotti
dall’intima cognizione delle
nren m\fKfrmiLlTA\ i
55 i stanze
reali iti cui
furono, in cui
sono, e ut
cui potranno o
dovranno scmprfe essere
le nazioni 'Iella
terra* 695. Ciò tutto
schiarilo, tanto per
propormi una norma
certa, in cui
le lince di
demarcazione vengano fortemente
eoo (rassegnate e
le parli esattamente
subordinate, cju auto audio
per far comprendere
il segreto magistero
dello stesso lavoro,
e darne come
il tipo, si
vede ormai fino a ijual
punto possa essere
nei preliminari in
u oli rata
la trattazione sul
ra~ gionamento* e
quali oggetti possano
esservi più specialmente
compresi. In tre SENSI – Grice: “Do not multiply them!” --
diversi si suole
comunemente assumere la
parola morale e
moralità* Noi primo
sì vuole denotare
la capacità in
genere di conformare
io proprie azioni
interessanti sé stesso
e gli altri
ad una redola
preconosciuta. Da questa
capacità viene costituita
quella che appellasi
libertà mora le,
dia li n
La dalla mera
spontaneità; perocché una
volontà illuminata da
una norma preconosciuta
ed Interessante, ed
una forza esecutiva
esènte da ostacoli,
pud sottrarsi dalla
direzione dei ciechi
appetiti, ed uniformarsi
alla norma preconosciuta. In
questo senso la
moralità forma il
fondarne alo della
cosi detta imputazione
morale ^ in
vista delia quale
sì ascrive a
merito o a
demerito un’azione onesta
o colposa, doverosa
o criminosa* ti
€97, Nel secondo
senso la parola
morale si assume
come attributo degli
atti umani; e
come dicesi bella
o brutta una
cosa* dlcesi morule
o non morale
nn atto. Qui
si veriGcano due
concedi: il primo
è quello di
essere conforme o
non conferme ad
una data norma:
e il fiction
do di essere
o no praticato
io una maniera
imputabile. Quando è
imputabile, Fazione forma
un allo così
detto Umano ^
ucl scuso del
moralisti, sia flloscdi,
sia teologi. 698. Il
terzo senso usi
tato della parola
mortile si è
quello di regoAi.
ossìa di norma
delle, azioni interessanti
sia sé stesso,
sìa gli altri.
Cosi dìcesi, per
esemplo, h morale
pU$ffirìca$ la stoica*
la peripatetica, per significare le
dottrine direttive dei
costumi secondo gl*
insegnarli culi di
queste tre scuole:
cosi puro dieesì
la morale eva
ngelica, la mìmsultnanica
5 ec. 5
In tu Ltì
. jnesli sensi
però con viene
por melile aIPo££efto
unì* u e
proprio sempre su!
Li u le
so 0 sempre
con Lem pia
Lo» Questo sì
à quello ( he viene
denominalo il costume
ossia i costumi}
chiamati In latino
maresi CL1 condannati
dalla buona Morale,
c vengono dal
senso comune qualificali
come immorali. 702* Poste
queste considerazioni, che
cosa ne segue?
Cbe in ultima
analisi il concetto
di moralità e
à* immoralità viene
atteggiato dalla conformità
o deformila dì uu alto
coir ordine voluto
e dettato da
una norma direttrice
degli alti liberi
ed interessanti;. talché
non basta che
il motivo ne
sia plausibile, rna si
esige che lotto
eseguilo sia regolale*
(j 7 (Kb Affinchè
però questi ruotivi
lodevoli non sicno
traviati, ed aiti
nolo1 le passioni
non sic no
cieche, si esige
clic la volontà
sia illuminala,; :
mediante F intelletto venga
sospinta giusta le
direzioni dell ordine
normale di ragione.
Con questo mézzo
sì opera anticipatamente sulla
sor^"'[ilc delle azioni
morali; con questo
mezzo si opera
sulle cause stesse
de* costumi, li!
siccome per far
ciò si esìge
la cognizione dell’ agire
umano dedotta dalle
sue cagioni, così
si esìge quella
che diccsi morale
jdosojica. Conoscere le
cose per via
delle loro cagioni
assegnabili costituisce ciò
che appellasi filosofia:
assegnare e suggerire
i motori c
le direzioni ibi
tu opere in
conseguenza delle leggi
naturati di questi
motori costituisce h filosofia
pratica. Volendo quindi
dirigere la volontà
umana giusta nua
data norma, conyien
parlare alla ragione,
e mostrare e
far sonine i
mutivi impellenti di
questa norma. 5
704. Quale dunque
sarà 1* ufficio dalla
morale filosofia ?
= Parla re
alla coscienza di
un uomo ragionevole;
mostrandogli le norme
drl ben vivere,
deLEate non dall’
arbitrio : ma dalle
necessita interessanti, indotte
dall’ ordiue: naturale delle
cose. = liceo
1 ufficio pròprio,
essenziale e caratteristico della
morale filosofia .
Con questa cnimziazioiie
generale la morale
filoso Ila non
paro distìnguersi dalla
scienza del diritto
: ma piu
accuvalametile considerando fi?
coso, si trovano
rimili tratti che
diversificano l’ima dall’alt m
dottrina, Prima di
lutto nella scienza
th 1 diritto
no u si assumono
clic gli ulti
i quali md
commendo degli ugnimi possono toccare
gli scambievoli interessi:
e però col
diritto si regolano
solamente le azioni
verso gli altri
uomini. Nella filosofia
morale, per lo
contrario, si contempla
1’uomo in tulle
le posizioni, in
tutte le relazioni;
di modo die
a lui si
mostra come fin
anche nel governo
del suo pensiero
egli proceder debba
onde godere tranquillità
e soddisfazione. 705. Iu
secondo luogo nella
dottrina dei diritti
e dei doveri
reciproci conviene attenersi
alla venta estrinseca,
e talvolta comandare
cose che la
Morale trova indifferenti:
e viceversa lasciarne
libere alcune die
la Morale disapprova,
ed abbandonarle al
sindacato dell’opinione ed
alle sanzioni della
convivenza. La sicurezza
sociale da una
parte, e il
rispetto alla padronanza
naturale di ognuno
dall’altra, obbligano a
scegliere partiti ne
quali al minimo
d inconvenienti sia
accoppiato il massimo
de’ vantaggi del
tutto. Nella morale
filosòfica per lo
contrario, se pensale
ai limiti, voi
vedete che, dopo
aver accolto lutto
quello che la
giustizia sociale comanda,
si sorpassano i
gretti confini del
diritto, e si
tratta delle virtù
e dei vizii,
del merito e
del demerito, delle
buone e delle
ree intenzioni, delle
sane e delle
nocive opinioni. Se
poi pensate al
fondo, voi vi
accorgerete di non
ragionare sullo stato
esternamente dimostrabile delle
cose, ma sopra
1 essere ed
il fare loro
intrinseco: e sopra
tutto di considerare
gl interni motivi
degli umani voleri,
dei buoni o
tristi effetti dentanti
realmente dalle umane
azioni. Finalmente nel
Diritto si tratta
di afforzare la
colleganza: nella Morale
di santificare P
umanità. Si nel1
esempio del diritto
che in quello
della morale personale
agiscono gli stessi
motori: ma nel
Diritto essi piegano
alla necessità della
convivenza ed alla
forza dei tempi.
Per lo contrario
nella Morale essi
dominano colla convinzione
della loro intrinseca
bontà, e si
giunge al seguo
di mostrare Puomo
innalzato e potentemente
agitato da emozioni
scevre da mire
cosi dette interessate .
Questo trionfo della
ragione, questa elevazione
delJ umana natura,
per la quale
Puomo si emancipa
in certa guisa
dai ceppi dell’autorità
terrena per sovranamente
dettare, a sé
stesso le leggi
de’ suoi voleri:
questa elevazione sopra
la sfera del
mondo fortunoso, per
cui Puomo si
accosta al carattere
della Divinità, non
sarebbe possibile, se
la natura non
avesse dotato l’uomo
di certe tendenze
della mente e
del cuore :
peiocchè la specie
umana non può
operare verun bene
stabile o abituale,
se Dio non
è con lei.
Come l’arte di
ben pensare altro
non è che
la logica naturale
perfezionata, così Parte
di ben vivere
non è che
la morale naturale
(. sovranaturalmente )
perfezionata. E siccome
Parte di ben
pensare pare esercitarsi
nei meditati pensieri,
e nel rimanente
supplisce Pabiluale buon
senso; così Parte
di ben volere
pare esercitarsi nelle
meditale azioui? e
nel rimanente supplisce
un senso morale
comune. Diciamo di
più: quando si
giunge ad abituare
la mente ed
il cuore a
ben pensare e
a ben sentire,
sembra essersi ottenuto
il miglior frutto
della educazione. 706. Ma
benché una buona
coscienza sia il
più bel dono
del Cielo, ciò
non ostante rimane
esposta a traviamenti,
quando non sia
soccorsa dalla ragione.
Decipimur specie recti .
Altri uomini poi
esistono, pei quali
una buona azione
diviene un affare
di calcolo. È
dunque necessario che
la ragione si
armi di possenti
motivi, onde dirigere
tutti coloro che
travierebbero, se mancassero
di lumi ossia
di motivi illuminati.
J litio considerato,
l’ufficio dell’Etica consiste
più nel dissipare
1 ignoranza e nel rattenere
l’intemperanza, che nell’eccitare
ai doveri ed
alla virtù. Or
ecco la necessità
della morale filosofia,
nella quale si
distinguono due grandi
parli, la prima
delle quali versa
sull’ ordine normale del
libero arbitrio individuale,
e la seconda
nell’ istruire la
mente sulla necessità
di mezzo di
quest’ordine. La cognizione
di quest’ordine non
si vuole solamente
a modo di
autorità o di
morale istinto, ma
a modo di
dimostrazione, come la
cognizione delle teorie
fisiche e meccaniche.
L attributo di
filosofica imporla la
cognizione delle cose
per via delle
loro cagioni assegnabili.
Queste cagioni assegnabili
non sono che
effetti ossia leggi
più note e
generali, assegnate come
tanti perchè di
altri effetti o
leggi meno note e particolari;
perocché le cagioni
prime e propriamente
tali non sono
da noi assegnabili.
Nella filosofia de5
costumi queste cause
assegnabili sono i
così detti molivi,
i quali nelle
azioni libere eccitano
la volontà. La
cognizione dei vantaggi
procacciati dall’osservanza dell’ordine
non sarebbe sufficiente,
se non si
aggiungesse anche quella
de’ guai che vanno
annessi alla di
lui violazione. Socrate,
che, al dir
di Cicerone, trasse
la dottrina morale
dal Cielo, fu
sollecito nell’ insegnare che i mali
seguono l’infrazione dell’ordine,
come l’ombra segue
il corpo. Senza
la doppia sanzione
dei beni e
dei mali, la
giustizia diventa una
speculativa norma destituita
d’ogui forza motrice
dei cuori umani.
La sapienza del
dolore forma la
precipua salvaguardia della
Morale. 707. Benché la
morale filosofia non
sia scienza contemplativa, ma
bensì operativa; benché
insegni ad essere
operatori e non
meri contemplatori; ciò
non ostante essa
si occupa nel
conoscere, per operare
secondo l’ordine necessario
dei beni e
dei mali. In
essa si vuole
beu conoscere. attesoché
conoscere il vero
egli è lo
stesso checonoscere il
reale; e quindi
possedere il vero
é lo stesso
che possedere il
modo di far
servire le forze
reali delle cose,
e. a dir
meglio, di prevalersi
dell’ordine ei-fettivo. Per
questo mezzo 1
uomo diventa veramente
possente. Così la
sapienza diviene per
1 uomo madre
della possanza, e
l una e
l’altra autrici del
godimento. Questa parte
della scienza forma
il fondamento della
teorica della morale
fdosofia. Ma questo
stesso fondamento della
teorica riposar deve
sopra un principio
operativo di fatto
e di ragione,
il quale predomina
tutta quanta la
dotlriua. Questo principio
operativo consiste nella
cognizione della forza
motrice perpetua ed
universale che interviene
in tulle le
umane azioni, e
delle leggi, per
noi irrefragabili, colle
quali questa lorza
suole operare. Come
importa conoscere e
dimostrare le leggi
naturali delle acque,
per dirigerle con
utilità e divertirne
i danni: così
importa conoscere le
leggi naturali dei
libero arbitrio, onde
dirigere gli alti
umani a procacciare
i beni e
ad allontanare i
mali. La tendenza
assoluta ad uno
stato felice, e
l’avversione ad uno
stato infelice, è
un fatto d’immediata
coscienza, del quale
è impossibile dubitare.
Questa tendenza viene
assunta come principio
certo, operativo, assoluto,
dal quale dipende
tutta la certezza,
tutto il valore,
tutta l’efficacia della
morale filosofia. Senza
di esso la
dottrina riesce o
illusoria o assurda. T08.
Ma questa cognizione
non basta; si
esige eziandio la
cogni¬ zione dei mezzi
possibili di agire
di questa forza.
Dal desiderio di
guarire non viene
suggerita la medicina
opportuna. La tendenza
suddetta è dunque
principio, ma non
direzione, nè caratteristica della
scienza. Col1 amore
del bene si
compiscono ogni sorta
di azioni anche
estrinseche alla scienza
del giusto e
dell’onesto. Non è
dunque l’amor del
bene principio direttivo,
ma semplicemente impulsivo.
S’ egli è
finale, egli però
non suggerisce la
via. Non qualifica
dunque la scienza,
ma solamente la
spinge e la
rinforza. IL Opinioni
disparate sui fondamenti. 709. Dopo
una lunga serie
di secoli, durante
i quali gli
uomini e le
genti insegnarono precetti
c leggi dettate
da incognite ispirazioni
del senso morale,
accolte ed applaudite
dalla coscienza comune,
finalmente domandarono il
perchè tali precetti
e tali leggi
obbligar dovessero gli
uomini. Allora il
consenso, comunque rispettabile,
ai proverbii, alle
massime ed ai
precetti di Morale,
fu sottoposto a
sindacato, come qualunque
altro ramo dell’umano
sapere; e prima
di tutto fu
domandalo, se tutto
l’edificio della morale
avesse basi certe
e dimostrabili, talché
1* uomo si
dovesse realmente tener
obbligato a seguire
certe vie, e
a lasciarne certe
altro. Allora le
dottrine morali dal
dominio del cuore
passarono sotto quello dell
midi elio* o,
a lIi l* mèglio,
al dominio del
scuso morale comune
si volle aggiungessero
quello della ragione
dimostrativa, onde comunicare
al rispettivi dettami
la certezza, la
probabili I à 0 il
dubbio che meritavano.
Allora fu che
si disputò sulla
natura del libero
arbitrio; allora si
propose li problema
del come il
giusto e 1
utile si associano
o si escludono;
allora sì parlò
delle azioni interessale
e delle disinteressate; allora
fu imitato della
concordi a e
del conili Ito
fra la morale
sociale e la
individuale: allora si
disputò delle sanzioni
naturali e delle
soprannaturali; in breve*
le questioni sugli
articoli fon da
mentali della Morale
furono posto in
discussione. L'esame di
questi articoli, come
ognun vene, ioima
uno studio preparatorio
e preliminare alla
teorica stessa della
morale filosofia, come
nella costruzione di un edificio
raccertarsi della solidità
del terreno preceder
deve li gettare
dei fondamenti, 7 IO,
La necessità di
questo studio lui
sentita lino dalla
più alla antichità,
come si può
vedere, fra gli
altri libri, in
quelli di Cicerone,
ma runico risultato
che se ne
ottenne fu, essere
necessario di accertarsi
ferma mente dei
fondamenti logici deli7
Elica, L Etica
sta al volere,
come la [logica
sta al ragionare.
La logica fu
detta arte di
ben ragionare:, cosi
l Etica dire
si può l'arte
di ben volere.
E siccome la
logica Irne la
sua solidità ed
il suo valore
da unii scienza
anteriore che ci
assicura della verità
degli umani gìudizii;
cosi ridica trac
la sua solidità
e il suo
valore da una
scienza anteriore della
norma obbligatoria degli
umani voleri. Come
dunque esiste mia
proto lo già
logica, così pure
esiste una proto
logia etica. In
questa appunto si
tratta degli articoli
fondameli tali sovra
annoverati, sui quali
gli scrittori non
sono fra toro
d’accordo! e però
la filosofìa morale
non è ancora
riconosciuta come vera
scienza, ossia dottrina
dimostrata con logico
rigore, ^ 71
b Queste dissensioni
per altro presso
gli Europei non
influirono sensibilmente sul
regime pratico delle
genti, sì perchè
i disputami riconoscevano
che utdia vita
pratica conveniva obbedire
al senso morale
c comune, e
si perche per
buona sorte bau
tonta delle leggi,
della religione e
dell'opinione comandavano i
buoni costumi ed
i buoni esempli.
Linai ai popoli
se dovessero essere
ballottali a grado
delle scuole diverse!
La differenza de’ costumi
non armò gli
uomini gli unì
Cóntro gli altri,
come fece la
differenza de' culli.
Se fu forza
respingere ltinvasioni, se
si dovettero reprimere
i facinorosi, la
diversità delle opinioni morali
non eerìtò quel
fanatismo e quelle
persecuzioni clic informarono
le diverse setto
religiose. La movale
pratica rimase sempre
fórma, r le
dìspute dei filosofi
furono rilegale nelle
aule accatendehe 0
nd licL Necessità
di richiamare il j
cassato. i 1 2, Siccome
però importa clic
le grandi convinzioni
penosamente raccolte da
una lunga tradizione
fra le genti
incivilite, non aleno
dimenticate. specialmente ìli
mezzo alla maggior
complicazione e le
divisioni degli interessi
di uu alta
civili a* cosi
giova richiamare alla
memoria la parte
più solida di
quella Morale, la
quale infiltrata nelle
leggi ? nella
religione e nelle
massime volgari, ci
richiama la sapienza
de* nostri antenati,
IFnrp e c nocivo
si è il
non usare della
miglioro ere ili là de'
nostri maggiori: questa
trascuratila siccome equivale
ad una ripudiazlone * cosi
ridonda a nostra
vergogna ed a
nostro danno. E
quand'anche dall' antica sapienza
non si potesse
a ili nostri
ritrarre dogmi pratici
proporzionali allo stato
nostro attuale, ciò
nonostante Io studio
delle scuole antiche
farebbe fede come
a boi hello
si fosse proceduto
nella dottrina de*
costumi Meditando lo
spirito e l'andamento
delle antiche scuole,
non solamente ci
vien fatta palese
la cagione delle
apparenti discrepanze delle
medesime, le quali
pur troppo sussistono
tuttavia fra le
moderne: ma ci
si rivela eziandio
un altissimo punto
dì vista, il
quale domina tutta
F economìa degli agenti
morali, e dimostra
la possibilità di
elevare l'uomo intcriore
più amalo dal
Cielo ad una
specie di sereno
e tranquillo Olimpo,
dal quale si
ravvisano sotto i
piedi [e nubi
e le tempeste
domin atrici nella bassa
sfera, entro la
quale si avvolge
una moltitudine bisognosa
di direzionee nella
quale d'altronde la
fantasia robusta e non disseccata
può sospingere a
gagliarde ed nidi
imprese. Col In
morte filosofica del
Pitagorico s'iucommcjava h
vita del sapiente
non ascetico, unii
(spruzzatore degli interessi
materiali, non trascurante
II bene de*
suoi crm cittadini e
delFnmamt^ ma del
sapiente convivente e
dirigente questi materiali
Interessi senza essere
schiavo de medesimi,
e che si
vale dell' opinione volgare
p^r condurre i
suoi simili a
convìvere con industria,
con dignità e
con cordialità, la
scuoia stoica sì
può ;t buon
diritto riguardare come
uu ramo della
pitagorica t e
i dogmi stoici
professati dai sapienti
di Roma, fanno
formato ['eccellenza dei
loro responsi . INI
ori panni che
questa opinione si
possa sospettare come
dettata da boria
nazionale, perchè emerge
da prove positive
di fatto già
conosciute. 713. Se i
moderni, i quali
si sano occupati
cotanto di chimica
psicologica, si fossero
egualmente occupati a
considerare le scuole
antiche non da!
solo canto delle
loro esterne divise,
ma eziandio dal
cauto del loro spirito
e dell' occulta loro
filiazione e del
loro elicilo, forse
avrebbero prevenuto sia un umiliante
sensualismo, sìa un
desolante astenici sm
o5 sia una
tra scen dentai
e nullità, sia
ni d esecranda
versatilità nella parte
pratica della Morale,
Se dunque lodevoli
furono lo loro
mire nell accertarsi
del fondamenti, fu
dall1 altra parie
biasimevole la loro
trasc u ralezza
a non tener
vive le buone
tradizioni» Perchè calare
il sipario sul
passato, e dilaniare
fallendone degli spettatori
su di una
polemica in» considerala,
nella quale da
una parte vedasi
il divorzio fra
gl’ interessi materiali e gf
interessi morali, e
dall* altra una
guerra fra gY individuali ed
i sociali: da
una parte le
affezioni generose sacrificate
ad un egoismo
dissolvente 5 dall*
altra fissale norme
senza impulso: e:
così discorrendo? Io
li oli sono
per condannare le
discussioni e le
controversie; ma dico
che era un
dovere degli scrittori
di non lasciar
cadere in dimenticanza
quel meglio che
nell1 antica filosofìa
contribuisce ad elevare
ad una sfera,
dirò così, celestiale
d saggio, e
renderlo augusto a
sè stesso, sia
quando diffonde al
di fuori le
delizie delle virtù,
ssa quando Lsla
fermo contro Fa v versa fortuna,
Fissi tulli dovevano
dire ai loro
lettori : eccovi
le lezioni che
la sapienza de5
nostri maggiori ci
hanno trasmesse, e
die Fesperìenza de'
secoli ha confermate.
Fino a qui
esse hanno per
sè 1 autorità
de' maestri e F
applauso delle buone
coscienze. Vero è che a'
di nostri sono
insorte dispute sol
loro logico valore:
ma questa è
una lite pendente
e non finita,
Frattanto la presunzione
della verità milita
pei dettami dell’ autorità e
della integra coscienza.
Dall'altra parie e
voi e noi abbisogniamo di
massime prati eh e e
di precelli speciali
non rivocali in
disputarci vi raccomandiamo
d' informarvi dei medesimi,
di penetrarvi della
loro rettitudine, e
di riguardare le
nostre dispute fonda
me u tali come puro
spettacolo, o come
una lite che
aspetta ancora la
sua decisione. Con
questo contegno gli
scrittori moderni avrebbero
saviamente proceduto. 7 1 h .
Fra Se dispute
sugli articoli fondamentali
e i dettami
dell aulica sapienza
sta il tessuto
primordiale della morale
filosofia propriamente detta,
cioè di quello
'Stadio nel quale
si vogliono conoscere
le cose per
via dello loro
cagioni assegnabili. Queste
cagioni vengono rese
manifeste col doppio
studio delF ordine necessario
dei beni e
dei mali, e
dell iodolo e
leggi naturali di
fatto dell* uomo interiore,
considerato sì \u
senso assoluto, che sotto F impero
del tempo e
della fortuna. Col
primo studio si
rivela la cognizione
dell' ordine normale necessario
onde ottenere il
vivere migliore; col
secondo sì scuoprono
te tendenze del
cuore umano, sia
propizie, sia contrarie,
e le disposizioni
indotte dall* impero
del tempo in
relaziono alla pratica
possibile delVordine suddetto.
Avvertiamo che qui sS
irrita duina scienza
operativa: ram meri
tiamocì di dover
dipendere dati l'ordine
di lla natura,
della quale formiamo
parie. Posto ciò,
la vera c
completa morale doso
11 a consisterà
es se n
alai metile nel
doppio studio ora
divìsalo. 7[fn Dopo un
Picoloroini ed un
Panila* che scrissero
piu distili iai nenie in
Italia nel XV J,
secolo intorno I
Etica, lo SleUlni,
nato sulla fine
del \\1L secolo,
din un nò
In Morale suddetta
primordiale colla psicologia
la più accerta
la* Si1 Bacone
tracciò il metodo
della fisica, egli
non indirò come
trattar si dovesse
la Morale* I
suoi Serrnonas fulclcs
sono pensieri staccali
esposti alla ma
ni era degli
antichi: 1 suoi
Cenni psicologici non
sono che riproduzioni
dulia maniera di
vedere I uomo
interiore insegnata dagli
scolastici della sua
età . [topo lo
Stelliti] l' Italia ebbe
la Diceosina del
(ienaveri; ebbe ripetitori
e compendiatovi: rnn un lungo
letargo succedette, e
libri rimarchevoli sulla
morale filosofia in
balia non comparvero
più. Ni :
almeno si fosse
pensato a volgere
nella É avèlla
il aliali a
la grand-opera dello
Stellili!, si avrebbe
forse contribuì Lo a risvegli
.uè l' industria di
altri ingegni* ma
uemmen questo venne
latto; laicità una
vergognosa inGugardaggine oscura
al di d’oggi
il nome italiano.
C\ 7 IO* À line
di scusare questa
mancanza, taluno dir
mi potrebbe :
a che vi
querelate voi perchè
sia stato om
messo ogni nuovo
tentativo* mciiIre confessate
che dura ancora
la disputa sopra
gli articoli fonda
tu midi, Mentre
il terreno ci
trema salto i
piedi, còme sì
può fabbricare .
A 1 In.
servir può l' istruzione» se
manca il fondamento
della credenza? loiyeliù
almeno il dubbio
non intacca tutti
j singoli dettami,
allorché esso si
aggira sui fondamenti
? Yoi accusale
il bisogno di
direzione inni .di.
*. J 11 J rollò
religione e Còlle
leggi non si
provvedo forse abbastanza
•* 717* La religione
e le leggi,
io rispondo, sono
cose eccellenti ed
indispensabili: ma esse
amano rii non
avere meri servi*
ma bi a
roano avere quanti
più compagni trovar
si possano. La
religioso eie h -ned
sa suonano, ma
non dimostrano razionalmente
la Maiale. L,m
una legge reale
effettiva, polente di
lotto, la quale
domina si la. mente
che il cuore.
Allora si può
dallotdiue dei beni
e dei mali
ricavale e l-Tt
scegliere un ordine
normale, nel quale
la filosofia del
pensiero e qau
a della volizione
ai può disciplinare
collo stessa principio
e colla sU,ssj
1jos sauza. All'opposto
se si potesse
sol dubitare che
questa reciproca tu
ueit za sta
an? illusione, ne seguirebbe
che la consistenza
logica della may
c svanirebbe, per
lasciarci in preda
ad un desolante
pirronismo. Qua Hno
poi avrebbero gli
ardimenti dei soverchiatovi
quando potesseio losin
gar$l o sol
dubitare di non
aver contro di
loro la forza
onnipotente l o
a natura, e Tira presta
o tarda del
Nume? 723. 11 capo
saldo adunque massimo
ed unico, al
quale sta lacco
mandata tutta la
dottrina dimostrativa del
conoscere e del
volere umano, consiste
nella dimostrazione della
reale esistenza e
della reciproca azione
delle cose esterne
sul me umano,
e di questo
me sul mondo
estenui1-* lo nou
mi occuperò in
questo Discorso a
tessere tale dimostrazione. in
mi lusingo di
aver già tìata
nella prima Parte
del mio Discorso
Su lift n
ì m t e sa
mt; e per
ò procedo olire V.
Necessità di accertare
la possibile influenza
delle lezioni dell
Etica. ^ 724.
\\ secondo punto
scientifico assicurativo dell1
Etica consista isp\
formarsi una giusta
e distinta idea
della potenza interiore
dell’uomo sotto il
regime dell' ordine reale
del mondo da
Itti abitato. L'Etica
si propone di
guidare le azioni
col ino ve.
re la volontà:
ma se questa
volontà fosse cosa
che sfuggisse sempre
dalle mani senza
che si potesse
mai colpire col
discorso, o che
fosse trascinata da
fatali impulsi che
mai vincere io
potassi colle mie
ragioni, è vero
o no che le mie
parole sarebbero geliate
a! vento? Frustranea
allora sarebbe la
dottrina, e stolida
la pretesa di
"miliare la umana
volontà con qualunque
discorso. Ora se
voi figuraste la
volontà o trascinala
da un ferreo
fatalismo . o
sempre in dipeli
don le dair
impero della persuasione,
è vero o
no che vi
mancherebbe la possibilità
di rendere progne
le lezioni della
Morale? Dunque prima
di spiare il
corso di queste
lezioni conviene assicurarci
se dalle dimostrazioni
e dai precetti
avvalorali come quelli
dèli' agricoltura posslam riprometterci
qualche frutto. La
possibilità o impossibilità
di far frutto
non si pud scoprire, se
voi non proviate
la pieghevolezza della
volontà umana alla
impressione dei molivi
presentali alla ragione
sviluppa La :
e però se
non conosciate a
dovere quale sia
la naLnra ossia
la legge di
catto naturale che
distingue la spontaneità
dalla libertà. Questa
legge venne disegnata
dai moralisti col
nome di libero
abbi trio, sol
proprio dell'uomo già
reso ragionevole: e
che si distingue
dall' istinto, ossia dalla
spontaneità animale, 725. Duole
al filoso lo d’
internarsi nel tenebroso
recesso sul quale
cotanto In disputato
dalle scuole, e
su cui in
oggi stesso si
discorre senza discernimento. 1
legislatori e gli
uomini d affari
si ridono con ragione di
queste controversie, e a dirittura
operano sugl' interessi come
su qualunque altro
oggetto industriale. Ma
chiamato il filosofo
ad appagare f
intelletLo, egli è
condannalo a sostenere
la lotta tanto
delle illusioni di
buona fede, quanto
dei sciismi di
obbliqua intenzione. C>
72f>. L’importanza e
l'uso pratico de
IL argomento della
libertà morale, ossia
del libero arbitrio,
negli affari civili
e di coscienza,
a fronte della
confusione e dei
dispareri delle scuole,
e di storte
apologie sosteTgrl t99
nule tiri difensori
dei delinquenti, obbligano
J 'espositore dell3 Etica
a siabilire un’ idea
chiara e dimostrata
sull indoli;' propria
del lìbero arbitrio.
Dovrà dunque il
maestro di Ltiiui
prendere le mosse
dai daLi certi
e conceduti, e
progredire a segno
ili far sortire
ht genuina nozione
del libero arbitrio, T2T. V
oi accordale, egli
dir potrà che
in esseri irragionevoli
non regna, nè
regnar può il
libero arbitrio. Ma
l'essere fornito di
ragione non m
verifica solamente col!
essere capace a
divenir ragionevole, ma
bensì col possedere
elteuivuineule l'uso della
ragione. La libertà
dunque morale, ossia
il libero arbitrio,
non può essere
attribuito al bambino,
al pazzo, a!
rimasto stupido, et:,
ec. Ninno diffalti
sognò mai di
giudicar? costoro imputabili
di merito o
demerito, uè di
dar loro abilità a
scacciare le tentazioni
degli appetiti. 5
728. Ma d
barn buio pensa,
vuole e agisce
per energia sua
intima e personale,
e gradatamente giunge
al possesso della
ragionevolezza, la questo
intervallo qual è
il carattere che
attribuite a suoi
voleri ed alle
sue azioni ì
Quello della spontaneità^
ma non quello
della /fiorale liber*
tà * L’uso dunque
di questa libertà
è acquisito come
fuso della ragione,
e mediante la
ragione. Dunque la libertà morale,
ossia il libero
arbitrio, non è
un potere primitivo
sostanzialo innato dell'essere
senziente, ma un
modo di essere
dell’umano svilii ppamen Lo. (2!b Posta
questa prima qua
[ideazione, mi si
domanderà come la
libertà morale si
distingue dalla mera
spontaneità . Rispondo colle
seguenti osservazioni. Altro
è un impulso
esterno accompagnato da
piacere o da
dolore- ed altro è
uu motivo di
volere^ nel quale
interviene razione tutta
dell'uomo che usa
della ragionevolezza. Altro
sono poi in
quest uomo ragionante
i ino Lo
ri di prima
azione,, ed altro
i motori hi
lane ulti e in line
prevalenti. Si gli
uni che gli
altri possono assumere
il nome di
motivi; ma gli
uni operano in
uu modo assai
diverso dagli altri.
A dìi meglio,
r uno agisce con
modo Leu diverso.
L’uomo sensuale agisce
da schiavo degli
appetiti; Tu omo
ragionante, all'opposto, agisce
da padrone, io un spiego, rdO.
Il nome di
motivo., sin animo
dì motore*, quale
idea esprime. Quella
di una forza
morale impellente o
repellente della volontà.
Se figurate l'animo
umano come una
monade la quale
riceve uu dato
impulso esterno, voi
non potete supporre
uu' azione contraria a
quest' mi polso
: ma se
aHoccasione di quel
tale impulso sì
suscitano altri impulsi
interui contrai il.
pari o prevalenti,
voi prevedete che
l’atto sarà rat
tenuto, 0 seguirà
il contrario. PARTE
PRIMA, 1567 731.
Ora contro disordinati
o ciechi appetiti
somministrare impulsi coibenti
o debellanti è
opera della educazione,
ossia delle idee
acquistate delfieducazione, madre
della ragionevolezza. Allora
voi vedete 1"
intelletto die pondera,
la volontà che
oscilla finché abbia
deliberato: allora vedete
lallazione e fiirresolutezza che
viene abilmente espressa
nei buoni drammi
; allora ingomma
vedete l 'esercizio della
morale libertà* 5
732* Volete voi
sapere come ciò
si operi? Rispondo,
che ciò si
fa col gioco
de U’asso eia
% torte delle
ideo prodotte dall
educazione e vali
orzate da IT
abitudine . Quando voi
educate il vostro
cavallo e fa
una mossa inconveniente, voi
adoperate la sferza,
e nello stesso
tempo gli fate
eseguire il da
Lo movimento regolare.
Co! ripetere alcuna
volta queste pratiche
che cosa uè
nasce? Che l'Idea
dell1 in condita
movimento si associa
all’idea dolorosa della
frustata, e però
il cavallo si
astiene dal ripetere
il vietato movimento:
la frusta allora
sla, dirò così,
nel cervello, od
agisce per prevenire
in futuro il
cattivo movimento del
cavallo. Questa frusta
mentale esercita o
no una forza
ripulsiva dì questo
cattivo movimento? Con
quest'ufficio merita o
no il nome
di malore ossia
di motivo? Ciò
che dicesi d’uti
motivo doloroso è
repellente, dir si
deve di uno
piacevole ed impellente.
fi 733. Or
bene, ecco come
nell’ uomo ragionevole si
possono considerare svegliarsi
ben altri motivi
distinti, e contrarii
a quelli di
prima azione, sia
dei sensi, sia
della fantasia* Quésti
debbono essere preparati;
r ciò si
fa sia colf istruzione, sia
eolia riflessione dell’uomo
educato. fi 734.
Nel cavallo io
no 1 posso
fare che colla
frusta; nell’uomo per
lo contrario ciò
si fu colf
Istruzione, sia comunicala,
sìa procacciata da
luì si esso:
da ciò fi
uomo può prevedere
ciò che aspettar
si deve d
alfa zio no
proposta. 735, Questa previdenza
costituisce fiunmo agente
morale; e quando
non sia violentalo,
lo rende mponsabile
del suo operato:
dò che dir
non potete del
fanciullo, del pazzo,
dell' insensato, nel
quale preparar non
potete quest? previdenza
e questo corredo
di motivi preconosciuti. 736. Voi
dunque vedete la
diversità fra la
spontaneità animale e
la morale libertà.
Da questa diversità
risulta il vero,
unico e concepibile
concetto del libero
arbitrio; da ciò
intendete come io,
dotato di ragione,
sia libero autore
degli atti mici,
come sono lìbero
espositore de’ miei
pensieri, Allora voi
vedete come io
sia Imputabile delle
mie azioni, e
come le léggi
divine ed umane,
e la fede
storica e la
morale sicurezza riposino
sulla stessa base,
e concordino col
senso comune. fi
737. Bastino questi
pochi cenni per
indicare il tèma
della trattano uc
su E Ubero
arbìtrio, Se la
capacità Ut volerti
in 1 1 le
e imUè coso divèrsa rd
anche contrarie suppone
necessariamente una facoltà
che abbisogna di
essere piegata da
tic ter mi
nate idee interessanti . e se Fammo
umano non è
un Dio. che
abbia il principio
e il fine
ditlf-agir suo In
se stesso: ne
consegue che il
libero arbitrio sarà un
effetto*, e l’agir
suo dovrà formar
parte del grande
movimento dell* universo, al
quale l’essere umano
appartiene, ed in
lui riceve c
rimanda le impressioni
sue giusta le
sue forzo limitate,
vi Controversie sul
principio direttilo* e
quindi .irti merito
dclln Morale * Ì 38, Posto
I uomo in
commercio sostanzi a
le col mondo
dèlia natura e
degli uomini che
lo circonda, e
conosciuta la legge
colla quale le
facoltà sue interiori
effettuano i di
lui liberi voleri .
coiivieii passare a
vedere il modo
col quale agire
dovrà al dì
fuori la di lui moralità, 1
dii Or eccoci
ad nn altro
campo di dispute
e di sentenze
contrastanti 5 tuttavia
vigenti sulta regola
degli atti liberi
degli immi ni
e delle genti,
e specialmente nei
vicendevoli loro uf fieli, *
AD. Qui tratta
dì sapere qual
sia la vera
forza e podestà
d*dlu forale* considerata
come regola degli
alti umani: e ciò prima
ili esaminarle i
dettami particolari. Se
tn dimandi alF agricoltore se
esìsto mi’artc di
coltivare fa terra
: se Io ecciti a
decidere se quest* arte
sia reaie o
immaginaria: quale risposta
ti puoi tu
aspettare? Se poi
pii domandassi se
tulli ì terreni,
in qualunque luogo
ed in qualunque
clima,, debbano esscn
Dal iati alio
stesso modo, quale
concetto formerebbe di
te? Eppure in
iaLlo di Morale
queste ed altre
simili questioni furono
e sono trattate
sul serio, c
i dispareri sono
tuttora vigenti a
danno immenso della
vita CJV'le e
politica. 1 Ninno ignora
che prima che
la Morale fosse
trattata come scien za,
la quale riposa
sui falli a]
pari della idraulica
e deiragidcoltura, alcuni
negarono esìstere un
ordine di cose,
che viene espuso
col nome di
nata ridi1 diritto,
da cui nasce
la relazione del
giusto ed ingiusto
morale. Essi asserirono
essere Lulle queste
cose parti dell*
opinione imaginati al['opportunità di
governare gli uomini.
Con questo ateismo
morale s’ impugnò un
faLLo visibile e
palpabile dei l'eco
no mfo reale
deirnroanUà* e si
tentò di annientare
il potere della
coscienza. S ™2*
Altri confondendo doperà
deli- urna uà ragione
nelFeconomia di fatto
dell'universo, e non
pensando che all
Etica, fattosi l'uomo
centro di mi
sistema, van tessendo
la tela mentale
deirade del miglior
vivere. Questi ima
" in ino
no una contraddizione Interna
reale ed universale
ueir economia stessa
di fatto della
natura, u però
introdussero una specie
di numidi sismo
morale, il quale
suscita acerbe querele
contro la naturale
provvidenza. 743. Miri finalmente
non avvertendo che
le leggi morali
sono bensì di
ragione necessaria, ma
di posiziono contingente
(non però arbitraria
all'uomo^ e che
questa posizione è
tanto ampia quanto
la necessità e I ordine
della natura operante
sull'uomo nei luoghi
e nei tempi,
invaginarono certi modelli
spolpali, i dilessi
bili, uniformi di
Morale, ai quali
sottoposero h vita
privata e pubblica
delle genti viventi
nel tempo e
sotto il vario
impero iTuna prepotente
fortuna. 744. Da ciò
uè seguirono due
alternativo del pari
disastrose, Fai Lu
vali re le
assolute e rigide
formule stabilite * Ecco la
vita umana trattata
sul letto di
Proc uste. Vuoi tu per
lo contrariò dispensarti
dalle dette (orinole
? Eccoti gettato
ueir arbitrario; eccoti una
morale secondo le
passioni, ed un
diritto secondo la
forza. g 745,
Mia perfine che
cosa pretèndete voi
dalla Morale? Voi
mi risponderete di
voler adempiuto ti
voto dogli uomini,
i quali nelle
reciproche loro relazioni
invocano pace, equità
e sicurezza, e
nel loro interno
tranquillità e contentezza.
Ottima risposa, io
replico; ma soggiungo
nello stesso tempo
di non lasciarvi
trascinare ad astrazioni
ed a raffinamenti
che conducono ad un misticismo
inconcepibile, o, dirò
meglio, ad mi
vero con Irose
uso. Guardatevi dall
attribuire alle frasi
vaghe e sfumate
di felicità e
di sommò bene
altro senso, che
quello che possono
avere in natura;
guardatevi diti confondere
i canoni di
ragione dedotti dall
intelletto col procedimento
eli fatto della
natura medesima, e
lo condizioni strumentali
dei beni prefissi
alla scelta degli
uomini (denominate necessità
di mezzo )
col regime positivo
e prepotente di
questa stessa natura.
Con questa confusione
voi uscireste dal
mondo per gettarvi
senza posa nel
cieco caos dell’
idealismo, onde lottare
senza frutto colla
servitù o colla
licenza. 5 746.
Ma l’amóre della
felicità uoa è
forse cosa reale,
ingenua, permanente, invincibile
nell' uomo? lo rispondo
che questa tendenza
si trova mi
singoli atti umani,
1 soli possibili
in natura: ma che l’amor
separato e generale
suddetto nè esiste,
nè può esister
giammai. L’amore della
ieiìciLà non è
die conseguente degli
atti concreti umani.
Desiderare di sentire
sempre più aggradcvolmeute e
lungamente che si
può, ridotto a
forinola generale, altro
non è che
un’ astrazione intellettuale. 14
amore della felicita
realmente non è
che un desiderio
sempre riprodotto j
ma non è
che desiderio, ossia
meglio una serie
di singolari desiderii. si
tratta del cancella
della legge morale
di natura. Le
cose dette da
quel celebre pensatore
meritano di essere
sottoposte ad. esame,
perocché appunto presenta
una di quelle
conclusioni le quali
derivano da molle
verità e da
molte con fusi
oni Ù), (ij
L'Autore parla divisameli te
itagli erimi 994
e scg. delta
Genesi del Diritto
n>ri del Benltiam
„ e delta
confusione d1 idee péft&le.
fDG) elle ài
trova nel io
tuia meliti lIcI
ntio sisicrna, Vello
studio pieno dell'
Etica. 760. Or eccoci
condoni allo studio
pieno dell’Elica, lutto
il disegno fin
qui tracciato non
riguarda realmente fuorché
la prima Parte,
e piuttosto E
introduzione, e non
la esposizione competente
della scienza. Non
il corpo della
dottrina, ma la
radice e le
direzioni sole vengono
somministrale dalla trattazione
generale usi tata
fin qui. La
cosa coll andar
del tempo fu
ridotta a tale,
che i limiti
di questa scienza
furouo ristretti a
mano a mano ;
e troncata la
parte tutta della
civile sapienza, tutto
il campo fu
ridotto ad una
esposizione più imperativa
che dimostrativa dei
doveri verso gli
altri e verso
sè stessi; ed
oltracciò fu spolpata
di modo, che
sotto l’alchimia dialettica
di Kant fu
mandata in fumo.
Quanto poi alle
altre scuole nelle
quali fu trattata
con basi più
larghe, essa non
soipassò i confini
della parte che
io riguardo come
solamente primordiale e
introduttiva della morale
filosofica. Il punto
di vista, sotto
del quale è
necessario di trattare
la scienza, si
è quello che
somministra la iagione
dell’ordine reale più
0 meno progressivo
dell’economia divina risguardan
te la natura
umana; e però
dopo l’ordine normale
di ragione discende
alle disposizioni degli
uomini considerali nel
loro vero stalo
natuiae, che non fu nè
potè essere mai
l’insociale. L’uomo individuale
interiore si può
nell’ordinazione naturale appellare
figlio del suo
secolo, e le
sue opinioni e
i suoi costumi
riguardar si possono
come altrettanti . frutti ^
1 stagione . Quella
graduale dissoluzione dei
poteri originali indivi
ua ^ gretti
e compatti; quella
divisione, direm così,
delle capacita Peis
colla contemporanea fusione
nel tutto sociale
: quella successiva
ia 1 ne
dell’eredità intellettuale e
morale de’ nostri
maggiori a mano
a mano aumentata,
e insieme purgala
e concentrata: quella
continuità di fon
zioni effettuata negli
umani consorzii civili,
e per la
vita stessa ^s
a mente fissala
sui lerritorii: quella
formazione di grandi
Stali sorti ca
tribù ignoranti e
barbare; quell’ordinamento, in
una parola, lento,
ie condito, possente,
che si appella
vita degli Stati,
nei quali si
ravvisa un conoscere,
un volere, ed
un potere solidale,
e ne sorge
una vera mora
t persoli filila
nula dalla cospirazione
dei voleri, dei
poteri e dei
doveri dui più:
è vero o
no thè presenta
il vero e
reale stato dogli
uomini e delie
ge nti? Qui
il volere* il
potere e il
dovere umano, concepiti
in astratto, jù
trovano, per dir
cosi, talmente trasformati
dal processo vitale
organico operato in
società e per
la convivenza m
società, clic la
filosofiti molale usilata
si trova trasportala
come iti un
mondo nuovo, benché
realmente sia li
mondo da lei
supposto. 761. Nel
mondo delle nazioni
si eccitano e
dirigono i motori
mo-,-nlÌ in una
maniera cosi assorbente,
così determinata c
cosi propria, eli
e -lì appetiti,
i desiderai personali
e le affezioni
verso degli altri
acquistano o perdono
di vigore, pigliano
una retta o
storia direzione, compiscono
un moto ascende nle
o retrogrado, o
rimangono stazionari!, a
norma delle varie
circostanze predominanti. I
tre motori dei
beni, dell'opinione e
dell'alito ritù imperante
sono o no
gli eminenti nella
vita sociale delle
nazioni? Le sole
aspettative incoraggiate o
scoraggiate, le opinioni
comuni rette o
storte non esercitano
forse una possente
decisiva influenza uni
vivere civile? Siene
dunque pur veri
gli avverti menti
normali dei moralisti
e dei politici;
siano pur sante
lo massime proclamate:
sarà sempre vero
che tali avvertenze
e massime riscuoteranno
sempre una fredda
approvazione ed applausi
speculativi, tutte le
volte che Tonda
degl1 interessi ed
1 fantasmi delT
opinione non saranno,
almeno all’ ingrosso,
con■ cordi con
quelli dell1 onda
morale. 762. Ora col
modo fin qui
tenuto nello studiare
e nell* esporre
le dottrine morali,
vie li forse
reso manifesto come
le suste ed
il movimento naturale sociale
possono concorrere alT
esecuzione deli" ordine
normale di ragione?
Diciamo di più:
apparisce almeno come
dev’essere tracciato questa
stesso ordine morale
sociale di ragione
ì SÌ dimostrano
forse i conte
m pera m culi degl*
interessi e dei
poteri indispensabili alla
socialità, di m
odo che la
teoria della vita
civile si vegga
trattata come Tarn
male, certamente assai
più difficile a
stabilirsi? Dall1 altra
parte c vero
o no non
esistere nè ragionevolezza nè
umanità senza società,
e senza una
data società? f? unica
dunque filosofia morale
vera e possibile
naturale si è
quella nella quale
interviene la dottrina
della vita degli
Stati, e non
ciucila che viene
dettala dalle consuete
astrazioni, o dai
soli dettami privati* 763.
Non mi si
dica che questo
punto di vista
formi un ramo
speciale della scienza
generale, c che
iu esso si faccia un
applic azione dei principii
della scienza. Come
mai, io rispondo,
potete considerare quale
ramo vm processo
di fatto, per
cui la natura
va creando voleri^
poteri e dottóri?
che nel punto
di vista astratto
non erano contemplali
? l' orsechè la
specie umana si
può pareggiare alle
rondini ed ai
castori, i quali
in oggi fabbricano
i loro nidi
e le loro
case come al
tempo d’Adamo? Forsechè
le ostinate fantasie
e gli educati
costumi, rattenuti anche
da lreni politici,
agiscono colle compatte
illusioni e colla
violenza di una
fanciullezza sbrigliala o
di una adolescenza
sconsigliata ? Dall’altra
parte poi sarebbe
grave errore figurare
che nel punto
di vista da
me inteso si
tratti solamente dei
doveri verso gli
altri, e non
piuttosto delle relazioni
tutte dell’ uomo,
e dell’ azione
e reazione fra
tutto l’uomo collettivo
e tulio l’uomo
individuale. Quell’amore immenso
del vero, e
di un vero,
direm così, disinteressalo di
un Archimede, di
un Galileo e
di un Newton,
per cui le
storie ci presentano
lino abdicazioni fatte
al principato: quella
caldissima carità sociale
ricordata negli Ateniesi
e nei Romani,
perla quale l’individuo
sembra rinunciare alla
stessa sua personalità:
quella elevazione augusta
e religiosa, per
la quale l’uomo
sembra dimenticare la
terra: si riferiscono
o no alla
triplice relazione verso
sè stesso, verso
gli altri, e
verso la suprema
Provvidenza? Or bene,
ditemi se sia
possibile sperare colali
sensi fra i
Boschmans e gli
Eschimesi. 764. Voi mi
parlale di applicazione
de’ prineipii astratti.
Perchè non parlarmi
piuttosto di aggiunte
sostanziali? Mi direte
forse che nelle
comuni dottrine si
comprendono tacitamente le
vedute da me
accennate . Qui
vi rispondo, che
ciò che espressamente
non viene contemplato
non esiste in
una dottrina; vi
rispondo, che da
prineipii astratti e
generali non derivano
che conseguenze astratte
e generali: vi
rispondo, che dovendo
maneggiare oggetti reali,
i quali per
necessità di natura
non esistono sempre
in una data
maniera, non interessano
in una data
maniera, non soccorrono
in una data
maniera, le forinole
generali riescono insulficienti
e disastrose: insufficienti, perchè
mancano di speciali
direzioni, disastrose poi,
se vengono applicale
colla loro cruda
generalità. Potici anche
soggiungere l’irruzione dell’arbitrario non
prevenuta da codeste
formole astratte, atteso
che si lasciano
negli affari vastissimi
campi non disciplinati,
e però non
guardati da sanzione
dimostrabile, costituente motivi
efficaci alle coscienze:
ma questo è un
inconveniente abbastanza nolo,
e pur troppo
sentito colle desolanti
dottrine de5 casisti.
Vili. Quanto sia
necessario questo studio
delia civile filosofia* 765. Per
la qual cosa
ognuno può giudicare
se a ragione
o a torto
io riguardi i
Trattali morali lino
al di d’oggi
conosciuti come altrettanti prolegomeni della
vera ed integra
morale filosofia. Resta
dunque ancora a tra
U arsi del merito
naturale pieno e
proprio d i cjuesLa
scienza* Il proporne
il tèma esige
per se solo
una vastità di
vedute ed un
accorgimento di scelie,
che non possono
derivare fuorché dallo
studio di quella
oidio chiamo civile
Jiìosqfia, 7 60. La sua
necessità nello studiò
delle dottrine morali
si può dire
dimostrata, quando questa
necessità sìa dimostrala
nelle dottrine intellettuali, Ognuno
sa che non
si possono avere
Linone volizioni seu za
buone cognizioni ;
ognuno sa che
il coltivare L
intelletto forma una
parie degli uffici!
dell1 Elica; ognuno
sa che il
dì scemi ni
e Mio morale
onde valutare rettamente
un bene ed
uu male, e
quindi la possanza
pratica del libero
arbitrio, consiste nella
coltura intellettuale oltre
gh impulsi della
coscienza, Allorché dunque
la necessità della
civile filosofia sia
dimostrala por ben
conoscere le leggi
reali della mente
sana, questa necessità
si deve' riconoscere
anche per ben
conoscere lo leggi
reali del cuore
umano. Io mi
credo dispensalo di
tessere la di
mas trazione domandala,
dopo quello clic
no ho scritto
negli ultimi cioquc
num.1 dell’Opu&colo Dotta
suprema economia delì
umano sapere in
relazione alla mente
sana. Tutto questo
riguarda la connessione
Intima ed indispensabile fra
le firnriunì intellettive
e le volitive.
Ma qui non
sta ancora tutta
la cosa. \
oi mi parlate
nell’ Etica dell' amor dell’ ordine,, di
quello della giustizia,
della patria, e
così discorrendo. Ma
V amore si
può farse comandare,
o non pii
mosto inspirare,3 L*
amore anche spontaneo
non viene forse
raffreddalo. e in
line ributtato da
uiLudiosa corrispondenza 7 Piu
ancora: rolla coscienza
che altri debba
in certi oggetti
prestarci uffici! corrispettivi
cui effettivamente non
presta, si potrà
forse af tribunale
della coscienza accusare
tal uno di
non essere affezionato
ad un ingannatore
e ail uno
sleale 7 Ora d
vedere e il
dimostrare come la
natura proceda neri
lT attiva re
e nello sviluppare!
motori morali, e
come essa somministri
Lordi na mento
fonda mentale, o,
a dir meglio,
i mezzi ed i poteri
sia fisici, sìa
morali di questo
ordinamento, appartiene essenzialmente ed
e&cWiv arn e
n l e
a ! I
a ci v
i 1 e
fi lósofia. Dunque
cs sa è
la y er
a madre della
morale adatto agli
uomini individuali e
collettivi, posto che l’
individuale, in forza
rii naturale necessità,
riesce privo di
valore senza del
collettivo. Lo stimolo
non manca; solamente
vi occorre di
conoscere la strada
sicura, i» ili
essere in grado
di affrontare la
lotta di potenze
avverse. L’istruzione non
può die illuminarvi
; il potere
della coscienza deve
Compiere L impresa.
Allorché ì suggerimenti
di un buon
cuore erano sufficienti
a provvedere ad
un cerchio ri
sire Un dì
circostanze, la Lesta,
d cuore, il
bràccio si trovavano collegati
nella loro azione
in virtù di
una naturalo bontà;
ma allorché col
progresso si allargò
quid cerchio, allorché
fu necessaria hi
sperienza c la
tradizione. quesLo collegamento
uou si potè
ornai più effettuare
clic mediante la
dimostrazione scientifica. Questa
dev’essere tanto più
convincentespecificata c connessa,
quanto meno é ovvia.
quanto piu contrastata
e più importante.
Loco l’opera che
rimane ancora a
compiersi. Il successo
di lei non
può mancare, perchè
la verità è
la più forte
ili tutte le
cose. 767* Frattanto ponendo
metile all' ordinamento dello
studio della morale
filosofia, io osservo
essere questione capitale:
se gli uomini
nascono buoni o
cattivi. Questa quistioffe
di fatto è
stata pur troppo
decìsa contro 1
umanità : e
1 opinione sinistra
adottata suggerì dottrine
detabuli. La questione
doveva esser posta
in altri termini,
e domandarsi doveva: se F
ignoranza e l'appetenza
in defluì la
umana nell* economìa
della natura si
possano per fatto
generale opporre oli1
eflezione dell’ordine morale
di ragione; ed
in caso affermativo,
in quali oggetti,
dentro a quali
circostanze, e fino
a qual segno
valer possa questa
opposizione* %
168. La soluzione
di questo quesito,
siccome necessari a mefite involge
la posizione degli
umani individui in
uuo stalo di
sociale convivenza. così
avrebbe condotto ne
cessavi amen Le
ad indagare quale
sia la legge
suprema dell’ umano
incivilimento sotto il
regime uaLurale del
tempo. Or ecco
lo studio della
civile filosofìa ripartilo
ne3 suol tre
rami essenziali; cioè F
economico* il morale
ed il politico*
Senza di questa
cura la morale
biosofia si aggira
negli spazi! imagmarii:
e non conoscendo
la provvidenza naturale,
non solamente avventura
la sorte umana
ad un cieco
empirismo, ma accora
non si trova
in grado di
combattere dottrine maligne
o soverchiasti. 760* Volendo
voi trattare della
migliore coltura di
una pian La.
potreste mai prescindere
di trattare c
del terreno e
del clima piu
opportuno? La suscettività
stossa della pianta
a fruttificare non è forse
affetta da queste
circostanze ? Mir ale
nelle nostre serre
la pianta della
noce mosca da,
e rispondete* 770. E
qui sì apre
uu’alLra grande considerazione* ebe
dimostra la necessità
dello studio della
civile filosofìa. Figuratevi
un uomo, il
quale non abbia
veduto la pianta
della noce moscada
fuorché nei nostri
paesi, e ignori
d’onde sia venuta,
e non sappia
che nel suo
clima e torre
native reca frutto:
che cosa direbbe
questiona.©? lo non
ho mai veduto
piatile di noce
moscada a far
frutti: dunque codesta
pianta è in
fruttifera. Ecco quello
che per solito
avviene a coloro
che intraprendono a trattare
della Morale senza
la precedente cognizione
della civile filosofia.
Colpiti dalla folla
dei fatti della
storia, la quale
quasi sempre non
rammentò che le
opere dell’ignoranza e
dell’intemperanza umana, pronunziano
sentenze sinistre contro
il carattere ingenito
dell’umanità: e se
per sorte si
rammentano loro esempli
di sode ed
alte virtù, essi li nguaidano
come eccezioni, ed a guisa
delle mostruosità del
mondo fisico. Di
mala ed instabile
natura sono gli
uomini, dicono essi:
e però conviene
rattenerli e fermarli
colla forza. 771. Ma
questo modo di
vedere è poi
giusto? Se all’uomo
figuralo nel sovra
recato esempio voi
presentaste il frutto
della pianta noce
mosca da: se
con moltiplici testimonianze
lo convinceste non
essere quella pianta
europea, ma orientale;
che cresce nelle
isole indiane, e
che produce il
frutto da voi
mostrato; è vero
o no che
cangierebbe opinione sulla
suscettività naturale della
pianta suddetta? Or
bene, ecco l’effetto
naturale della civile
filosofia, quando venga
mostrata e provata
a dovere; e,
quel eh’ è meglio,
quando si vegga
randamento della natura,
la quale se
tende a cangiare,
è per migliorare. 772. Ponete
(dice questa filosofia)
gli uomini sul
terreno e sotto
il clima propizio,
e voi scoprirete
di quale bontà,
vigore e sublimità
sia suscettiva la
natura umana, e
con quanta inconsideratezza voi
confondiate le provvide
innovazioni del tempo
con una insana
e riprovevole instabilità .
Voi vi querelate
che la natura
vi sia stata
matrigna, e gridale
per le battiture
che soffrite nel
mondo delle nazioni.
Ringraziatela piuttosto (risponde
la civile filosofia)
che adoperi il
flagello, per avviarvi
sul terreno e
sotto il cielo
da lei destinato. 773. Io
preveggo che questo
mio modo di
vedere incontrerà molti
increduli. Io li
scuserò: ma tempo
verrà che questa
incredulità sarà dissipata,
e i detrattori
rimarranno certamente disingannati,
semprechè questa filosofia
civile venga loro
mostrata col suo
corredo e colla
sua possanza. Frattanto
io non posso
dispensarmi dall’ eccitare lo
studio di lei,
tanto per riempiere
l’ immensa lacuna che
ancor rimane nello
studio delle morali
dottrine, quanto per
dar vigore all
Ltica medesima, la
quale senza la
posizione di uno
stato normale di
fatto riesce pressoché
nulla. Milano, 6
Maggio 1830. Bi
ano sul 1
aleuto logico^ e
he può servire
di sviluppo a
qual che luogo
delle Vedute fondamentali
sull arte logica,
e specialmente al
Capo VII. del
Lib. IL pag.
315. 7 7
i. li nome
di talento non
esprime una facoltà
o una disposizione
qualunque a pensare
o a lare
qualche cosa, ma
bensì a pensarla
o a lai
la bene. Questo
ben Jare o
pensare costituisce un
tipo normale dell
opera o del
pensiero, lo imaginazione
è nome di
potenza di puro
fatto generico, sia
o non sia
ordinala, bene o
male disposta. Per
lo contrario il
talento dir si
potrebbe una imaginazione
bene disposta a
pensare o ad
operare qualche cosa.
Ciò serva a
spiegazione della parola.
,el ras.
dal quale fu
trailo questo brano
gli tìen dietro
un altro intitolato:
Della memoria e
della sensibilità estetica
in relazione al ben pensare.
Questo si omette,
perchè leggesi testualmente
nell’ Introduzione allo
studio del Diritto
pubblico ai 221-422.
fDG; OSSERVAZIONI DI
GIORGI som v
Intorno ai ^
550 e 051
delle Vedute fondamentali
sul? arte logica,
pag, 241-242; e
al 2 degli
Opuscoli pag. 472.
Il sW. Ab.
Rosmini, nella sua
Opera sul Rinnovamento
della filosofia in
Italia ec, (Lì-b,
III. Gap. XLYJII.
pag, 506-5.67, ediz.
IL), dico molte
cose intorno olio
opinioni m ani
festa le dal
nostro Autóre in
questi luogIlÌ: e
specialmente rispetto alle
parole del 2
degli Opuscoli filosofici
cosi sì esprimer
« Io vorrei
dimandare se sia
in potere di
alcun nomo il
d definire, clic
v’abbia una sola
fra Le verità
a noi conoscibili,
die si pos»
sa dire al tutto inutile.
A credersi autorizzati
di pronunciare una
somw >j c/li
ante sentenza, o
couvien conoscere Pi
ncateu amplilo di
tutte le verità
i) fj »aute esse
sono, o couvien
essere un ignorante Per
altro il Romaji
.>110 si è coerente
al principio: lolla
la verità assoluta,
resta la sola
venta j> pratica,
che non è
verità: la contemplazione è
inutile in questo
sistema* flutto si
riduce alla vita
attiva: che è
appunto il sistema
contrario di^rittamente a
quello di colui
che disse dell*
amante contemplatrice, che
>3 o p ti m a
m p a
ri em eie.
gii, 33 Si
potrebbe osservare primieramente
che* senza essere
ignorante, e smiza
bisogno di conoscere
l'iutiera connessione di
tutte le verità,
si pnò lieti
dire che vi
sieno delle verità
in utili* proprio
inutili. Poniamo 5 a
cagion d'esempio, due
uomini, uno dei
quali si proponga
di voler trovare
il numero de' sassi
che coprono una
certa porzione ile!
letto di un
torrente * e
l’altro invece la
natura dei terreni
circostanti e la
coltura ad essi
adattata. Tutti due
cercano una verità:
il pruno trova
Tom. I. *^a
che quei sassi
sono 100,000: l’altro
trova il modo
di rendere fertili
delle pianure prima
incoile; e il
senso comune giudica
stolto il primo,
saggio e benefico
il secondo: giudica
cioè inutile la
prima verità, utile
la seconda: quel
senso comune che
dettava la nota
antica massima: nisi
utile est quod facimus,
stulta est gloria.
Ma lasciando da
parte tutto ciò
(giacché in queste
osservazioni è mio
scopo trattenermi soltanto
di quello si
riferisce direttamente alla
dottrina religiosa del R.), mi
pare che l’osservazione del
Rosmini, fatta in
fine del brano
riferito, sia del
tutto insussistente. Infatti
il R. parla
soltanto relativamente all' ordine
naturale, e quindi
non è da opporgli una
sentenza riguardante Y
ordine soprannaturale. E
poi, questa evangelica
sentenza è ella
veramente opposta al
principio, che il
valore del sapere
consista nell’opera proficua,
e che ogni
speculazione dalla quale
non derivino cognizioni
utili sia vanità?
A me pare
che no. Diffatli
la contemplazione non è sinonimo
di speculazione, perchè
la contemplazione non
esclude certo Y amore;
anzi la vita
contemplativa è apprezzata
a preferenza della
vita attiva, perchè
appunto giova a condurre l’uomo
ad una maggior
perfezione di carità.
La stessa fede
è morta, se
dall’amore scompagnata :
tanto più lo
sarebbe la nuda
speculazione, scompagnata dalla
carità e dalla
fede. La scienza
gonfia, e la
carità edifica; dunque
la contemplazione non
è apprezzata se
non in quanto
la scienza che
procura serve alla
edificazione. Ora edificare,
amare è sì
o no opera,
ed opera proficua?
H bene morale
sta egli forse
nella sola speculazione?
II premio è
egli promesso alla
nuda scienza, o
non piuttosto allamore?
Dunque la contemplazione è
scienza accompagnata da
opera proficua; ha
valore per l’opera
proficua, eh’ è appunto
la carità; e
qualora si riducesse
a nuda speculazione,
sarebbe vanità. Pare
dunque che ogni
dubbio in proposito
cessi, quando si
avverta che la
vita contemplativa non
esclude l’opera; anzi
la esige tanto,
che senza questa
si ridurrebbe a
vana speculazione. Intorno
al 669
delle Vedute fondamentali
ec., pag. 24H.
Il eh. sig.
Ab. Rosmini, al
proposito della parola
utilità adoperata dall’Autore
in questo paragrafo,
e riferendosi anche
ai 650
e 651, dice:
« La morale
filosofia del R.
non mostra quasi
mai alcun »
altro fondamento, se
non quello dell’utilità,
e dirò anco
deH’utililà ma„ teriale.
» E nella
nota: «Alcuni col
vocabolo di utilità
comprendono » anche
i beni morali,
cioè la virtù
e la giustizia.
Il R., non
par» landò che
di que’ beni che
nascono dall’azione di noi sulla
natura e J
u della natura
su noi, ci
toglie fin anco
la possibili là dr
Interpretare il suo
>j detto In
un senso meno
abbietto* » (ÌUttnov.
ee,, Lib. Ili*
Cap. XXXV, paga
424. od. Ih)
lo non entrerò
qui a parlare
diffusa mente intornio al
senso in die
il Roma gii
osi adoperò la
parola utilità, si
perchè sarebbe cosa
troppo {natta per
ima semplice osserva dono,
si perchè ne
bn detto a
sufficienza nelle noie
alla Genesi del
Diritto penale e
in quelle ùW
Assunto primo del
Diritto naturale* sì
perchè in (ine
avrò campo ili
trattare più di
proposito quest* argomento nel
Sàggio promesso. Dirò
adunque poche cose.
In primo luogo
la censura del
Kos mi ni
4 cadendo sopra
un brano staccato*
non merita di
venir calcolala, perché
il senso delle
parole di un
autore deve risultare
da tutta l'opera,
e non da
brani trasenti. t
LSi osservi ili
passaggio che il
censore usa la
frase restrittiva quasi
orni: o di
queste espressioni se
uè vuol tenere
gran conto I) I
u et ec ondo luogo,
qua u do pu re alcuna
volta il R orna g li c si avesse
parlato dell1 utilità
in senso vago,
ed anche materiale
(ciò che però
non concedo \ non
ne verrebbe per
giusta conseguenza ch’egli
avesse ammesso il
principio delPulllilà In
tutta la sua
estensione, e con
tolte le sue conseguenze: potrebbe
nelle deduzioni e
applicazioni aver offeso
la logica, o
salvale delle esigenze
molte più Sante.
tu terzo luogo
non è poi
vero che le
espressioni di questo
paragra lo, anche
prese isolata meri
te, in chiudano
quel scuso abbietto
che loro attribuisce
il Rosmini* La
parola natura si
prende io senso
latissimo, die abbraccia
tanto la natura
tìsica che la
natura spirituale e
morale ; e
mi pare che
il tenore ilei
paragrafi seguenti, e
specialmente del 6T2
e 673, tolgano
ogni dubbio sul
senso datissimo in
cui si prende
in questo la
parola natura. Ora 5
e parliamo, a
cagione d* esempio, dei
beni morali, della
virtù, delle azioni
le più sublimi,
noi potremo giustamente
dire die essi
ci sono procurati
dall' azione di noi
sulla natura e
della natura su
noi (o sulla
nibuLe nostra, come
dice il Ro magnesi)»
Infatti, so Fatto
virtuoso è tale
che si limiti
alla sola iÉÈjenzione,
esso è il
risultato di un* azione
nostra (della- volontà) sulla
natura morale dell’uomo,
colla quale azione
vien diretta la
mente a quei
pensieri o guidici
che sono moralmente
buoni, ossia il
bene morale. So
poi Fatto morale
è anche esteriormente
manifestato, egli non
pnò esserlo se
non a condizione
eli e P uomo agisca
sulle cose esterne,
ossia sulla natura
materiale. Reciproca metile
dalle cose esterno
possono venire degli
eccitamenti auclie al bene
morale, come avviene
mediante l'esempio, gli
scritti, l'eduedizione cc.
: e questi
eccitamenti sono un’azione
della natura esteriore
su non Onesto
cenno, a imo
credere, basta per
provare l'assunto proposto™
mi. che in
questo paragrafo non
vi è quel
senso abbietto che
crede vedervi il
Rosmini. Intorno al 704
delle f edule
fondamentali ccv pag. 2tì2,
nella nota. Piacque
al cL Ab.
Rosmini richiamare a
serio esame la
noia del Romagnoli
a questo paragr,
704. e interpretatala nel
senso In cui
egli intese altri
luoghi del nostro
Autore, gli parve
poterne trarre delle
couseguente cosi serie,
che meritano un
imparziale e diligentissimo esame.
Ecco come egli
si esprime nella
som Opera //
nn nova mento
della lulosojifi ec.,
LIb. UL Gap»
XXXIII png. 383-385,
Ediz. IL t*
Uno dei poco
dignitosi artificii del
Romagnost si è
pur quello di
« avvolgere insieme
alcuni sistemi manilesta
monte erronei e
strani con »
delle verità religiose
certe, ed anco
dogmatiche; pittando poi
queste » c
quelli in un
fascio fra le
cose mutili . e
peggio* A ragion
d* esempio, J) trae
in beffa quelle
di* egli chiama ultra- astrazióni Fino
che per noi
>ì non si
sa che cosa
egli in tenda
per codeste ultf'dfi^traz
loni^ ninno »
adombramento ci nasce
della sua dotti
Ina: ma non
cosi ove si
licer» chi che
voglia significare con
quel vocabolo nuovo»
opportuno ali bi»
lento d’avvolgere in
un notai velo
quanto intende cT insegnare
con esso. »
Udiamo noi adunque
la spiegazione ch’egli
stesso dà di
quel vocabolo, w
= Sotto il
nome di u Itr a~as traz imi i io
intendo que* predoni
irnaginarii) ne* quali
Y uniformare e Fagg
raudire vet^nò spiali
df ultimo seguo
escogitabile. Tale è,
per esemplo, la
sostanza unica di
Spinoza: !o spazio
Immenso per tatti
ì versi, da
Newton appellato sensorio
dì Dìo; jj
durata senza tempo;
la perfezione somma
attratta; in kne V
assolai* Lutti questi
concepimenti derivano in
sostanza dal convertire
una relazione iu
entità, e ragionarvi
sopiti, come appunto
fanno i matematici
colle loro infinità,
le quali appartengono
appunto a queste
u Iti a-as trazioni. lo non
voglio per ora
dir nulla del
loro valor ontologico,
e però non
definisco se entrar
possano nel conto
di mere! logiche.
1/ istinto mentale non
basterebbe a soddisfare
alla decisione* perocché
allora il politeismo
r ogni altra
illusione sì dovrebbero
assumere come fonti
di verità: dirò
solamente ciò clic
Lribnitz disse dell' infinito matematico,
cioè dm queste
n l Ua-as
trazioni non istillano
dentro, ma fuori
del calcolo. Ad ogni
modo io sono
autorizzato a lasciarle
da una parte,
a farne conto
come gli scolastici
della loro chimera,
di cui così
spesso facevano menzione
nelle loro logiche
dottrine, e a
lasciarle a chi
vuole camminare nelle
tenebre e correre
dietro ad ombre
di morte. =
« Merita questo
brano, che gli
si dia tutta
l’attenzione, a fine
d’in» tender bene
la mente del R., e
di conoscer la
sua maniera di
» esprimersi. Osserviamo
adunque, che «
1.° In esso egli ci
mette insieme un
sistema panteistico, quello
» di Spinoza,
e un’ardita e
gratuita opinione di
Newton, con due
o Ire »
proposizioni, che per
molti altri filosofi
sono verità delle
più iuconcus)) se,
e per tutti
i Cristiani sono
dei veri dogmi
religiosi: cioè: 1.°
la du» rata
senza tempo, ossia
l’eternità : 2.°
la perfezione somma
astratta, e »
l’assoluto, ossia Dio.
Questo amalgama di
veri così rispettabili
ed au» gusti
non meno in
filosofa che in
religione, con delle
empietà e delle
» stranezze, è
cosa che sola
basta a dar
notizia chiara di
un uomo che
» non è
sciocco, e che
non può credersi
non avvertire a
quello che dice.
» « 2.°
Or egli dichiara
di tutte queste
dottrine di così
diverso gene» re
affastellate insieme, eh’
egli = non
vuol dir nulla
del loro valore
« ontologico, e
non vuol definire
se entrar possano
nel conto di
merci » logiche.
= Ma però
notate bene, che
nello stesso tempo
ch’egli vi fa
» questa dichiarazione, vi
dice ancora francamente:
a) che quelle
dot» trine sono
prodotti iniaginarii; b)
che tutti questi
concepimenti deri» vano
dal convertire una
relazione in entità,
il che è
quanto dire in
er» rori madornali,
come è appunto
il prendere una
mera relazione per
» una cosa
reale: c) che
non istanno dentro,
ma fuori del
calcolo ; d)
che » si
può lasciarli da
parte, riguardandoli come
là chimera degli
scola;) siici, cioè
come un essere
fantastico, privo al
tutto di realtà:
e) = final»
mente ch’egli crede
di poter lasciare
quelle dottrine a
chi vuol cam»
minare nelle tenebre
e correre dietro
ad ombre di
morte !! =
» « Ora
leggendo tutte queste
belle cose, accompagnate
dalla solenne »
protesta di non
voler dir nulla
sul valore ontologico
e logico di
tali » dottrine,
è egli possibile
che ad un
uomo di buon
senso non corra
to» sto alla
mente la filosofia
beffarda dei sofisti
francesi del secolo
scorso; » e
che non ravvisi
nel R. i
vizi! dell’ età
in cui crebbe,
e i ve»
sligi di una
scuola che, per
grazia di Dio,
pute nauseosamente al
nuo» vo secolo
in cui viviamo?
» « 3.°
Dopo di tutto
ciò, viene quasi
superfluo l’osservare, che
il Ro» magnosi
non solo limita
la conoscenza del
vero alle cose
sensibili, e »
n’esclude le soprasensibili; ma
non concede neppure,
come la il
C. M., tm
» che a
queste si possa
pungere colf istinto,
il quale, dice,
se aver pon
tesse antoiità, convaliderebbe fio
anco le stravaganze
del politeismo, r
Ma che è
eu\ dopo cì dogli
già disse, che 1*
eternità, la somma
perfé>] zìone, l' assoluto,
sono tenebre ed
ombre di morte?
Nò possiamo rim
spondere che il
Romagtiosi nomina Ideila
con rispetto in
molti luoghi >j
delle sue Opere;
perocché non cl
starai noi accorti
dì aver clic
fare i) con
una filosofìa beffarda
? >1 H
nel suo et iggio
sulla dottrina religiosa
dì Ro magnasi^
inserito anche nel
Volume delle Opere
dì Apologetica *
così parla (pag.
8 del Saggio
separato, e 304
\ìeW Apologetica) u ÌE
Romagnoli dice, che
la durata senza
tempoy ossia ìe temiti, la
» perfezione somma
astratta^ e Vassoiata^
che non è
altro che Dio
sleali so, sono
ultra-astrazioni ; e
dichiarasi autorizzalo
a lasciarle da una »
parte, e di
farne conio come
gli scolastici dulie
loro chimere, dì
cui » cosi
spesso facevano menzione
nelle loro logiche
dottrine, e lasciarle
ii a chi
vuole camminare nelle
tenebre e correre
dietro ad ombre
di « morie.
~ » «
Ma 1 eternità.
Li perfezione somma,
e Dìo, sono
i fondamenti del
» Gattolicismo, come
anco della re
li gioii naturalo.
» e Dunque
la dottrina del
Roroagnosi in questi
punti é anticattolica*^ Ometto
tulio ciò che
può essere questiono
di sola iilosoha.
coni e mio
costume; perchè sulla
moralità della polemica
ho dei gran
dubbi, quando non
vi sìa una
grave necessità dì
usarne, anche se
si rispettino quei
confini che la
decenza e qualche
altra cosa ancora
prescrivono;! quali credo
di non avere
oltrepassato in questa,
nella quale fui
obbligalo ad impegnarmi
dal convincimento di
fare opera giusta
e santa* Limilo
quindi le mie
osservazioni a ciò
che riguarda le
capitali venta che
il Rosmini crede
offese dalle espressioni
del lì orna
gnosi, Sì potrebbe
innanzi tulio notare,
che un’accusa eli
smhl blta porta
già con sè
un cerio sospetto
d’inesattezza: perché se
d Roma gnosi
(come confessa il
Rosmini : nominò
con rispetto Iddìo
in tnolH luoghi
delle sue Opere;
se egli, come
risa Ila dai
passi che ho
citato nella seguente
osservazione (al 84
J delle Vedutè^onàa mentati)) ammise
chiaramente ed esplicita
mente hi vita
futura, cioè Icieruità;
non è a
presumere eh* egli voglia
con parole velate
insegnare il contrario
di ciò che
disse enti parole
aperte, le quali
per Io meno
sarebbero state da
lui omesse, ove
avesse avuto in
animo dJ insegnare
II con Ira
rio in modo
non bcilniente intelligìbile* Pare
adunque che Su
tali circostanze mr
passo oscuro dovrebbe
essere inteso m
buona parte, almeno
per non far
torio al buon scuso
dei lettori imparziali
Ma lasciando questo
argomento,, dirò cosi,
# priori, andiamo
al fondo della
questione. Spremerlo il
succo di lutto
il discorso del
Rosmini, noi ricaviamo
che la sua
censura va in
fine a cadere
sulla qualificazione di
prodoLLi iraaginarii ec,.,
data da Roniaguosi
a queste tre
cose, che c^ama
ultra-astrazioni Ciò sono:
La durata senza
tempo. La perfezione
somma astratta. L’assoluto*
Analizzi a mole
una alla volta.
La cluni ia senza
tempo viene dal
Rosmini presa puvamenie
e semplicemente come
sinonimo dì eternità,
E ciò posto*
quale conseguènza più
giusta dì quella
eh' egli ne
trae? Ma 1
imbroglio non Istà
già uelPammettere la
sua conseguenza, accordata
la promessa :
rimbtfBglio sta appunto
ucir accordargli la premessa:
giacché non credo
che ad alcuno
sia mai caduto
in mente di
definire Y eternità in durata
senza temp0 ;
e (pianti' anche questa
definizione fosse stata
data, non ne
seguirebbe clic fosse
giusta. La parola
eternità si prende
in due sensi:
nel primo ìndica
la csistanza senza
principio 0 senza
[ine, e questo
concetto deir eternità
non può applicarsi
che a Dio;
nel secondo indica
la continuazione senza
Ime didl’esistenza attualo
ch'ebbe principio, e
si applica, a
cagion d esempio,
alle pene della
vi la futura.
Tanto nell’ uno che
nell1 altro senso
la parola eternità
non può esattamente
tradursi nella frase
durata senza tempo.
Infatti la durata
esprime la continuazione
dell’ esistenza anteriore, ma
non esclude i
concetti di principio
0 di fine:
il tempo poi
esprime un complesso
finito d’ istanti. Ld
e ciò così
vero, che. anche
nel comune linguaggio
si contrappone il
tempo all1 eternità.
Ora F idea di
eternità nei primo
senso esclude l'idea
di ogni limite,
e net secondo
senso esclude ridea
del fine. Volendo
dunque tradurre la
parola eternità in
un'altra espressione, bisognerebbe
chiamarla durata senza
limiti nel primo
significato, c durata
senza Jitie nel
secondo, e non
mai durata senza
tempo, lo me
ne appello a
quanti sanno apprezzare
II valore delle
parole, anzi al
linguaggio comune. Ma v’
è qualche cosa
di più. Se
le parole durata
e tempo hanno
il significato sopra stabilito,
com* è fuor
di dubbio, esse
In sostanza sono
idee cosi connesse,
che 1 una
non può stare
senza dell* altra: non
potendosi concepire la
continuazione dell esistenza
precedente, se non m ull
complesso d* Istanti successivi.
Perciò la durata
senza tempo è
un concetto contradditorio, come
sarebbe quello di
quadrupede bipedenò più uè meno;
0. per parlare
più chiaramente, e
con maggior relazione alle frasi
del R. nel
luogo che esaminiamo,
il volere separare
dall’idea di durala,
cioè di continuazione
delPesistenza precedente, l’idea
di tempo, è
un astrazione viziosa,
un’ultra-astrazione, che conduce
a un concetto
contradditorio, vale a
dire a una chimera. Che
se esaminiamo ancor
più intimamente questi
concetti, quello di
tempo non è
che un’idea di
relazione, nel quale
necessariamente si unisce
all’idea di durata:
se questa relazione
noi la convertiamo
in una realtà,
e vogliamo separarla
dal concetto nel
quale si compeuetra
non come attributo
reale, ma coinè
semplice relazione, noi
andiamo, come si
diceva, nell’ assurdo, nel
contradditorio, audiamo dietro
ad ombre vane.
Tanto è lungi
adunque che l'idea
di eternità sia
traducibile in quella
di durata senza
tempo, che anzi,
ammettendo la possibilità
di questa versione,
si verrebbe a
stabilire che l’idea
di eternità fosse
assurda, contradditoria, e
quindi impossibile; perchè
appunto assurda, contradditoria, impossibile
è l’idea di
durata senza tempo.
Ma poniamo che
tutto questo ragionamento
fosse falso, cioè
che le nozioni
di durata e
di tempo, come
io le diedi
sull’appoggio del comun
modo di adoperare
questi vocaboli, non
fossero giuste: sarebbe
sempre da vedere
se quelle parole
avessero nella fraseologia
del R. il
significato che io
loro attribuiva, giacché
alla fine poi le parole
adoperate da un
autore vanno iutese
in quei senso
in cui le
usava. Per accertarci
su questo punto,
vediamo com’egli definisca
la durata e
il tempo. Io
trascrivo le parole
sue dai 312
e 313 degli
Opuscoli filosofici, pag6^*
= Tutto il
mistero (in qualunque
cosa capace di più e
di meno) consiste
nell’unità continua, a
cui si ae^iun^e
il nostro giudizio
di potei J
co o u,
crescere o diminuire
all’infinito. Questo giudizio,
speculativamente metafisicamente concepito,
viene di fatto
applicato alle cose
reali esistenti fuori
di noi, senza
avvertire se questo
modo e se
questo giuoco delle
no sire idee
possa o no
effettuarsi in natura.
Un’analisi più esatta
dell idea del
tempo, e quindi
della durata, potrebbe
vieppiù rendere chiara
questa verità. Siccome
il numero altro
non è che
una pluralità compì esa
sotto di un
solo concetto, così
pure il tempo
si può dire
essere una pluralità
di istanti compresi
sotto di una
sola nozione. =
= 11 carattere
precipuo dell’idea del
tempo consiste nell’idea
di successione; e
questa idea si
forma colla compresenza
di un’idea stabile
e di altre
variabili. Cosi, per
esempio, da una
parte sento il
movimento prolungato di
un carro, e
simultaneamente sento molti
tocchi di una
campana, che si
succedono l’uno all’altro.
Durante il romore
del carro conto
dieci colpi di
campana; questi si
associano all’idea unica
del ro Dòli? more
del carro: ed
ceco che io
mi formo Videa
di un periodo.
Io jueoutrn piùcasi
simili presentatimi dalVespcrienza, e
quindi passo ad
estraniti l'idea generale:
c con qo
està estrazione generalo
nasce V idea
del tempo in
generale. Per quella
tuiuione poi ordinària
del mio intelletto
di togliere ì
limili, forino 1
idea di un
tempo indefinito e
di una durala
senza fine. =*
Risulta da questo passo,
clic Ru mago
osi intendeva la
durala e il
Lem* pò nel
triodo clip ho
sopra spiegato, cioè
secondo sodo intese
queste parole nel
comune linguaggio, giacché
egli viene a
stabilire: C Che
! idea di durata è
correlativa a quella
di tempo, poiché
dice i.lut aLiollsi
più esatta dell
idea di tempo,
e quindi della
durala, = Gtc
il tempo si
può dire una
pluralità d’ istanti compresi
sotto una sola
nozione, come appunto
io lo definiva.
3V Che lidea
del tempo e
della dorata inddudc
dei limiti, i
quali bisogna togliere
quando si vuol
formare Videa di
tempo indefinito, di
durata senza fieleDunque
il significalo elio
lì ornagli osi
dava alle parole
durata c tempo
confermi quanto dissi;
e perciò resta
fermo, elio lespressione
durata senza tempo
è assurda, perché
eolie funzioni della
nostra mente non
possiamo formarci che
Vìdea di tempo
indefinito e di
durata senza fine,
c non mai
quella di durata
senza tempo* perchè
non possiamo formarci
idee contradditorie. Ma di ciò
basta. Passiamo alla
seconda frase da
Ramaglia# qualificala per
ultra-astrazione, che è
la perfezione somma
astratta* lo uou
saprei Leu dire
se il Rosmini
censuri queste parole
prese da sé,
oppure le consideri
unite còlle altre,
durata senza tempo
e V'assòlulQ. Pare
dai due brani
sopra riferiti, ch'egli
prenda 1 -espressione di
perfezione somma astratta
unita alla seguente,
V assoluto, come sinonimo
di Dio ;
e se si
guardi al modo
con cui espóne
nuovamente
uellV//ìtf/ogeiica alia pag.
31 a questo
luogo del Roraagnosi,
ripetendo ciò che
aveva detto nel
llitmQV&nictitQ ec., pare
anzi che le
unisca insieme tutte
Ire, perchè così
discorre, tc li
Romagnoli dice, che
della durala senza
3i tempQ) della
somma perfezione astratta*
e del l*
assoluta ^ il
che ò qu
aulì to dire
del V eternità di Dio,
egli fa quel
conte che della
chimera face» vano
gli scolastici esc.»
(Saggio sulla dottrina
religiósa pag. tffl.)
Che che pero
ne sia, egli
ò evidente che
quelle frasi sono
dal Romagnoli prese
di sg.iu uta
metile : e
ad ogni modo,
se non hanno,
isolato, quel senso
clic loro dà
il Ilo smini,
non lo avrebbero
neppure unite. Venendo
dunque ad esaminare
questa seconda frase;
la perfezione somma
k co usid
ariamo o in
Dio, o udlVuomo.
Tom. 1. Toi La
perfezione in Dio
esprime queiratlributo essenziale
della divinità, il
quale consiste neiresclusioue d’ogni
difetto, d’ogni limite
in tutti i
sensi : e
quindi la perfezione
somma non può,
a parlare propriamente,
convenire che a
Dio. La perfezione
nell’uomo, ente finito,
non indica che
il continuo accrescimento
o sviluppo in
qualsiasi sua facoltà,
c specialmente ravanzamenlo
sempre crescente nel
bene morale, nella
virtù, ed inchiude
sempre l’idea di
limite, essendo l’uomo
un essere finito;
per cui la
perfezione nell'uomo non
può mai dirsi
somma. Dunque la
perfezione somma non
può ammettersi che
in Dio. 3Ia
quale idea possiamo
aver noi mai
della perfezione di
Dio? Quando abbiamo
detto che in
Dio non havvi
alcun limile nò
alcun difetto, abbiamo
detto tutto. Il
filosofo e il
teologo asseriscono Dio
perfettissimo, ma, se
sono sani di
mente, non intendono
con questo vocabolo
altro die l’esclusione
da Dio di
ogni difetto in
tutti i sensi:
e se qualche
filosofo vuol parlare
della perfezione somma
astratta, e pensa
di comprendere che
cosa sia, e
ne discorre come
se ne avesse
l’idea distinta; egli
spinge la sua
mente a cercare
l’ incomprensibile, e parla
di ciò che non conosce,
ne può conoscere;
egli ingrandisce oltre
la misura delle
forze della ìagione
umana quell’ idea di
perfezione limitata, e
quindi impropriamente detta,
die si è
formala coll’astrazione; e
questa sua perfezione
somma asti alta
si può giustamente
lasciarla da parte,
perchè è fuori
del dominio e
a mente umana.
Malebranche, che certamente
non era ateo,
nè aveva un
idea bass. e vile della
Divinità, diceva molto
giustamente: Vous devez
savoir que pour
juger dignement de
Vieti il tic
Jan lui attribuer
que des atlributs
incompréhensibles . Cela est
ai * puisque
Viete est t
infini en tout
sens ; que
rieri de fini
ne ^Hl c 01
vient ; et que tout
ce qui est
infini en tout
sens, est en
toutes n nières
incompréhensible à l'esprit
huniain. ( Entretiens
de Metap ;
que. Entr. VII.
Ve Vieti et
de ses attributs.)
.
j. Ora, se
nessuno può dubitare
che la perfezione,
come attributo Dio,
è infinita; se
nessuno può negare
che l’infinito sia
incompien bile alla
mente umana finita;
ne segue che
molto a ragione
il R. collocò
fra le ultra- astrazioni la
perfezione somma astratta,
in quant con
queste parole si
pretenda esprimere un’idea
distinta della peifezio
ne somma considerata
in sè, e
si pretenda di
ragionarci sopra, corT1
si farebbe in
quelle cose che
stanno nei limili
delle forze della
mente umana. Non
saprei come si
potesse trovare in
ciò nulla che
offenda Religione, la
quale, ben lungi
dall’ ingiungerci di occupare
la mente no sira
nella ricerca di
cose incomprensibili, ci
avverte anzi che:
scrutator ma j estati s opprimetar
a gloria. Riflettendo
un momento a
questo brano del R., che
nomina Iddio con
rispetto in molti
luoghi delle sue Opere
(e la confessione
del Rosmini mi
dispensa da ogni
citazione), e che,
al dire del censore medesimo,
non è sciocco,
e non può
credersi non avvertire
a quello che
dice ; si vede
apertamente ch’egli pensava
di lasciare a
chi vuole camminare
nelle tenebre quei
concepimenti che sono
assurdi e conlradditorii, ovvero
incomprensibili, i quali
tutti stanno fuori
del calcolo, cioè
non possono essere
oggetto dell’umano pensiero,
alcuni perchè importano
l’assurdo, altri perchè
sorpassano le forze
della mente umana.
Io credo che
queste riflessioni rendano
così evidente non
essere nel passo
che esaminiamo nulla
che offenda le
cattoliche verità, che
più non si
potrebbe ragionevolmente desiderare.
Ci resta a
parlare dell 'assoluto^
da R. pure
chiamato ultraastrazione, prodotto
imaginario. Io non so come
mai il Rosmini,
conoscitore profondo qual
egli è dei
sistemi filosofici, abbia
potuto credere che
con questo vocabolo
venisse significato solamente
ed esattamente Dio.
Io non andrò
cercando nella storia
della filosofia le
molte significazioni nelle
quali si prese
la parola assoluto:
questa fatica, quantunque
poca, sarebbe gettata,
poiché resterebbe ancora
a stabilire iu
quale di queste
significazioni lo intendesse
il R.. Adunque
riferirò qui a
dirittura un brano
del nostro Autore,
dal quale rileveremo
apertamente in che senso egli
intendesse l’assoluto, e se avesse
ragione di non
farne alcun conto.
Si noli che
questo brano è
tratto da un
articolo sulla filosofia
di Kant, stampato
tre anni prima
(1829) che si
pubblicassero le Vedute
fondamentali sull'arte logica
(1832), nelle quali
si legge questa
nota sulle ultra-astrazioui censurata
dal Rosmini. Ciò
avvertito, ascoltiamo le
parole del R.. Dapprima
Senofane fra i
Greci antichi, indi
Spinoza un secolo
e mezzo fa,
e finalmente alcuni
successori di Kant
iu Germania, si
avvisarono di annientare
la reale esistenza
della pluralità degli
esseri, per ritenerne
un solo che
fosse senza limiti
e senza condizioni,
e che fu
denominalo assoluto, il
quale avendo in
sè stesso il
principio e il
fine di tutte
le esistenze, non
abbisognava di accattare
il sapere da
veruna potenza. Ecco
il così detto
sistema dell1 identità
e dell1 idealismo
trascendentale ; sistema il
quale, come osservò
l’Ancillon, non è
che una modificazione
dello spinozismo. E
nolo che Spinoza
sostenne non esistere
che una sostanza
unica, che fa
la figura di
mondo, di uomo
e di Dio.
Or bene, alcuni
maestri alemanni annientano
Y individuo, «e
si posano nel
seno dell’assoluto, dal
quale sortono poi
mediante diversi atti
liberi della loro
onnipotenza, per dar
nuova vita agl’ individui e
per generare le
scienze. Se l’assoluto
inghiottì tutto, ciò
fu per restituire
la sua preda.
Hanno ridotto tutto
al nulla, ed
anche loro stessi
in qualità d’individui,
onde arricchire r assoluto;
e l’assoluto si
mostra riconoscente a
questo servigio col
riprodur lutto. Questo
sistema si ò
quello dell’ idealismo
trascendentale. » =
=z Si domanda
che cosa sia
questo assoluto, che
assorbisce tutte le
esistenze individuali per
formarne una sola.
O ò un
nulla, o ò
qualche cosa. Se
è qualche cosa,
egli sarà un
ente reale ed
una sostanza unica.
L’idealismo dunque trascendentale altro
non òche lo
spinozismo sublima to.
Aucillou qui descrive
i modi di
questo sistema; ma
la tesi è:
uou esistere fuorché
una sostanza unica,
la quale si
pascola colle sue
fantasie. Lidea lismo
di Fichte, ristretto
agl’ intelletti umani, fu
trasportalo alla sostali
za unica universale,
che fa la
figura di mondo,
ili uomo, di
Dio, animai landò
l’universo lutto, compreso
Y io umano.
Leggansi le Opere
di Sche ling,
di Villers, di
Krug, di Bardili
ec., e si
troverà quest ultima
£ia,^a zioue dell’aseismo
(devaio alliufiuito.zz: [Opusc»fdos.^
293.
294, p. GO
i.) Questo assoluto
infine non è
dunque altro che
la relazione di
dipeli denza del
finito, del contingente
dall’Essere infinito e
necessaiio, conve ti
La in entità
reale, per cui
quest’assoluto si figura
essere il lutto.
Ora non pare
che Uomagnosi s’ingannasse,
dicendo che asso u un
prodotto imaginario !
^ ^ Ecco
a che si
riduce tutta la
censura del Rosmini.
Io credo c
ic possa più
restar dubbio sul
senso vero di
quelle tre espressioni
l’oggetto delle nostre
ricerche; c quindi,
riassumendo, arriviamo a
| ste conseguenze
: 4°. La
durala senza tempo
non vuol dire
eternità . ^ 2°.
La perfezione somma
vien giustamente collocala
lia astrazioni, non
in quanto si
limili ad indicare
l’esclusione da Dio ( 1
o difetto in
tutti i sensi,
ma in quanto
la perfezione somma
asti alta comprensibile. 3°. L
9 assoluto non è per molli
filosofi che un’espressione equivalente
a quella di
sostanza unica: e
il R. lo
intende e ceUSU
in questo senso.
4.° Dunque la
dottrina di R.
non è in
questi punti aulì
cattolica. Se la giustizia
vuole die le
parole oscure di
un Autore d’intemerata
fama sieno intese
nel miglior senso,
ne segue che
le espressioni di
questa nota dovrebbero
essere prese in
buona parte, auche
se fossero veramente
oscure, anche se
non avessimo altri
luoghi delle Opere
sue che le
rischiarassero. Che si
dovrà adunque fare
quando le frasi,
ch’egli dichiara prodotti
imaginarii, sono tali
realmente, e non
hanno che fare
coi dogmi cattolici;
e quando abbiamo
de’ luoghi chiari
delle Opere sue
nei quali parla
di Dio con
rispetto, e si
professa veneratore delle
grandi e sublimi
verità cattoliche, dall’ esprimere le
quali le frasi
da lui riprovate
sono tanto lontane,
quanto la luce
dalle tenebre ?
Intorno al 841
delle Vedute fondamentali,
pag. 313 j
ed ai 1
e 41 degli
Opuscoli filosofici^ pag.
471 e 486.
Delle cose dette
dal R. in
questi paragrafi il
Rosmini ne parla
nell’Opera sul rinnovamento
della filosofia ec.,
Lib. III. Cap.
33. pag. 385-387,
ediz. IL; e
nell’opuscolo sulla dottrina
religiosa di Romagnosi*
pag. 8 (
pag. 304 Apologetica). Nel
primo luogo egli
si esprime di
questa maniera: «
Il R. dice
che sulle disposizioni
della economia divina
» riguardante la
natura umana =
convien far punto
=, soggiungendo »
di poco buon
umore: = e
che perciò? vorreste
forse colle tenebrose
» vostre cosmologie
gettar ancora la
filosofia nelle larve
analogiche nien» te
più valevoli delle
cosmogonie caldaiche, indiane,
cabalistiche ? A
» che prò
trascinarci in un
pelago oscuro, infinito,
inutile alla mentale
» educazione? {Vedute
fondamentali, 841.)
= » «
Ora questa maniera
di parlare è, a dir
vero, non poco
equivoca. » Si
nominano, è vero,
con dispregio le
sole cosmogonie caldaiche,
ìn» diane e
cabalistiche ; non
si parla dell’
ebraica : ma
che intende egli
» per cosmogonie
caldaiche? io non
voglio rilevarne il
mistero. Dico bensì
» che quella
maniera di parlare
esclude tutte le
cosmogonie, e non
le n sole
nominate. Se ad
una sola egli
facesse grazia, se
avesse voluto ser»
bare l’ebraica, e
almeno come documento
storico non polca
preterirla, » l’avrebbe
assai probabilmente nominala.
Ma egli vuole
che sull’ econo»
mia divina riguardante
il genere umano
si taccia del
tutto. Or questo
» assoluto, questo
profondo silenzio sopra
ciò che forma
e formerà sem»
pre T interesse massimo dell’umanità,
e di cui
si parlerà sempre,
chcc» che si
faccia o si
dica, nou solo
è impossibile, non
solo non ista
con » chi
professa la religione
di Gesù Cristo,
ma non è
degno nè pure
di » un
filosofo; e chi
proibisce a’ suoi
simili il ricercare
onde provennero e a
quale destinazione vanuo,
il meno che
dir si possa
di costui si
è, » ch’egli
professa uua filosofìa
assai povera, e
al tutto insufficiente
ai hi» sogni
dell’ umanità, una
filosofia a cui
egli medesimo dà
ben poco va»
loro 5 quando
non la crede
atta a travalicare
di un passo
il breve cir»
colo della materia
segnato alla vita
presente. » u
E però non
fa maraviglia se
dica in un
luogo, che zz
il limite del» r
impenetrabile riguarda le
cause prime zz {0
pus c.
filo s.^ 1),
dopo » aver
detto che zz
l’impenetrabile è assoluto,
perchè non si
può tra» scendere
da veruna potenza
umana zz (ivi).
E tuttavia fa
maraviglia la »
maniera onde esclude
la filosofìa dell’economia
divina sulla vita
futu» ra, perocché
dice che zz
essa non abbisogna
delle arguzie della
filoso» fia per
assicurare il suo
trionfo zz (ivi, 41).
Anche coloro i
quali so» no
persuasissimi di questa
sentenza converranno meco,
che ella non
» può essere
sincera in bocca
del R.: ch’ella
pare anzi conle»
nere un dispregio
affettato della filosofìa,
alla quale in
tanti luoghi lo
» stesso R.
commette l’umano perfezionamento. Piuttosto
il di» videre
sì fattamente la
filosofia dalla religione.,
e il non
volere che quel»
la si mescoli
punto nè poco
delle cause prime
e degli eterni
destini » dell’uomo,
potrebbe indurre altri
a credere, che
si voglia con
ciò sta» bilire
una filosofia ai
tutto materiale, e,
mi si permetta
il vocabolo per
)) ributtante eli’ egli
possa parere, atea.
» E nell’opuscolo
sulla dottrina religiosa
di R. (. Apologetica-: «
11 R. dice
che zz l’impenetrabile è
assoluto, perchè non
si » può
trascendere da veruna
potenza umana zz:
e poi dice
che =1 im"
» penetrabile riguarda
le cause prime
zz; e che
sulle disposizioni del»
l’economia divina riguardante
la natura umana zzeonvien far
punto » escludendone
anche le cognizioni
positive e storiche,
non solo le
fdo)) sofiche. »
« Ma il
Cattolicismo ci svela
l’economia divina riguardante
la na» tura
umana; anzi non
tratta, si può
dire, che di
questa sublime e
» consolante economia,
e ci dà
in mano dei
documenti storici, che
ci di» chiara
infallibili, i quali
manifestano inoltre le
disposizioni divine e
po» silive circa
i destini dell’umana
specie. » «
Dunque la dottrina
del R. in
questa parte non
si concilia ))
colla dottrina cattolica.
» Ora se
abbiamo ascoltato pazientemente
queste amare parole,
ascoltiamo anco il R.. Egli
nel luogo in
parte citato dal
Rosmini dice precisamente:
= accordo che
il mondo della
natura non viene
compreso fuorché nei
rapporti dell’economia divina
riguardante la natura
umana. c però conTien
far punto suUe
di^ensa^oni Ji questa
economia. E che
perciò ? Vorres
Le forse colle
latebrose vostre cosmologie
oc. = Negli
O/^ic^^o/a poi ($$9.
40. 4f) cosi
saleimemenle sì osprime3
ch’io reputo conveniente
riferirli qui, alide
dall immediato confron 10
tra la censura
rosmìnkiua sopra qualche
lrasc ambigua o.°
che questo dogma
basta per sè
solo a far perdere irreparabilmente la
causa al materialista; C.
che 1 articolo
dell’economia divina sulla
vita futura, base
su cui riposa
la sanzione religiosa,
trionfa senza bisogno
dei puntelli delle
umane sottigliezze; 7.‘J
che non bisogna
confondere ciò che
spetta alla filosofia
con ciò che
spelta alla teologia,
ec. ec. Ora
domando se tutte
queste proposizioni facciano
supporre che chi
si esprime cosi
chiaro ed aperto
non creda alla
rivelazione. Domando se un luogo
oscuro possa essere
interpretalo cosi aspramente,
a fronte di
confessioni di questa
fatta. Domando infine
se una filosofia,
la quale conduce
dii la professa
a simili conseguenze,
possa essere sospetta
di ateismo, di
materialismo ! Potrei
aggiungere, che le
oscure parole tanto
temute dal Rosmini
significano in sostanza,
che quantunque si
debba ammettere una
divina economia riguardo
alla natura umana,
tuttavolta non si
deve spignere la
curiosità fino all’ intemperanza, e
pretendere di scandagliare
colla ragione gli
abissi di questa
economia. Potrei soggiungere
che il Gattolicismo,
a parlar propriamente,
non ci svela
V economia divina riguardante
la natura umana;
ma ci svela
solo gli effetti,
i decreti, le
disposizioni di questa
economia, che servono
a nostra guida
e conforto; mentre
quando c’instruisce, a
cagiou d'esempio, sulla
redenzione, sulla grazia,
sulla predestinazione, ce
li dichiara misterii
incomprensibili all’umana ragione;
c T insegnar dei
misterii non è
certo svelarli. Èri Potrei
dire queste e
molte altre cose,
potrei addurre altre
testimouianze del Romaguosi;
ma ciò non
mi è concesso
dalla brevità che mi proposi,
e temo di
aver violata anche
troppo in queste
osservazioni ; e
non è poi
neppure domandato dalla
necessità di convincere
i più ritrosi
della verità di
quella proposizione che ho tante
volte ripetuta e
spero provata, non
essere, cioè, anticattolica
la dottrina di
Romaguosi. 10 dovrò
altresì ritornare un
tratto sulle cose
dette dal Rosmini
in una nota
al luogo sopra
riferito, ed altrove,
riguardo ai Cenni
di Romagnosi sui
limiti e direzione
degli studii storici,
e confido di
recare altre prove
della medesima consolante
verità testé accennata.
Intorno ai 804,
805 e 871.
delle Vedute fondam.
ec., pag. 300-301
e 324; e
al 179
degli Opuscoli JìlosoJìci,
pag. 551. 11
Rosmini riferendo alcune
frasi di questi
paragraG, crede poterle
interpretare in modo
da essere condotto
a pensare che
la dottrina di
Romagnosi penda, e
non poco, al
materialismo. Io riferirò
per intero le
parole sue, come
al solito; sembrandomi
che io dispute
cosiffatte il lettore,
per giudicare rettamente,
abbia bisogno di
aver sottocchio le frasi scelte
a base dell’
accusa e il
preciso tenore di
questa. Il Rosmini
adunque nell’Opera più
volte citata: il
Rinnovamento ec., adduce le
seguenti espressioni del
Romaguosi, ove parla
del potere della
ragione: Quando
tu saprai dirmi
che cosa intrinsecamente sia
la vita, allora
pure dir mi
potrai che cosa
intrinsecamente sia questo
potere. Forse fra
amendue esiste una
comunione ed un
nesso segreto che
finora non fu
rivelato. ( Vedute fond ., 871)
= ; poi
prosegue: « Con
dei semplici »
forse^s i può
trarsi mollo innanzi
nell’indagine di un’assoluta
certez» za? Per
altro queste parole
assai chiaro dimostrano,
che il Romaguosi
» non afferrò
l’essenziale distinzione fra
il conoscere e
il vivere animale ;
» e però
non vide l’opposizione
che il primo
tiene al secondo
per sì fatta
» guisa, che
la natura dell’uno
esclude la natura
dell’altro. Sospettò dun»
que che il conoscere sia
qualche cosa di
simile ad una
funzione amma» le;
il che solo
basta a mostrare
che la sua
certezza non è
concepita da »
lui come dotata
di vera razionalità,
e però non
è punto nè
poco cer» lezza.
» E nella
nota così discorre:
« Quanta attenzione
io credo doversi
porre a non
attribuire agli scrit»
tori opinioni men
rette, le quali
non appariscano chiare
nelle loro »
scritture ; altrettanto
estimo non doversi
dissimulare o velare
quello » che
v’ ha d’ erroneo
e di pernicioso
per entro alle
opere loro fatte
di pubblica ragione ;
il cbe darebbe
in noi mostra
o di vile
adulazioue, o » di pusillanimità, o
di piccolo amore
pel pubblico bene.
Dirò dunque » di nuovo*
secondo il mio
costume, assai francamente
quello che io
» penso della
dottrina del llomaguosi:
penso eh’ essa penda,
e non poco,
» al materialismo.
Intanto qui si
vede, che fra
il potere razionale,
e la »
vita animale, egli
non trova una
essenziale differenza; anzi
vien sospet» tando
fra loro una
comunione, un nesso
secreto. Questo già
è molto, »
perciocché è un
disconoscere nell’
intelligenza quell’ elemento immula»
bile e veramente
eterno che la
costituisce; quando nella
vita animale »
nulla v’ha che
non sia distruttibile. Ma
che concetto s’ è
poi egli for»
mato della vita
animale ? Quiudi
conosceremo il concetto
che s’è for))
mato anche dell’ intelligenza, die
con quella sospetta
aver secreta co»
munioue. Il nostro
autore dà manifesto
segno di credere
che la vita
» animale sia
un risultamene di
atomi e di
gaz! In un
luogo egli vuol
» mostrare che
tutte le idee
sono derivate. Ora
fa Y obbiezione
a se stes»
so, che le
idee hanno de’
caratteri opposti a
quelli delle sensazioni,
p. )) e.
la semplicità. Ma
egli risponde, che
non si può
da questo dedurre,
« quelle idee
non essere un
prodotto di più
forze anche estese,
perocché » un effetto
di nozione semplicissima
può derivare da
cause cornpo ))
stissime =: ( Vedute
fondi . 804.);
e reca in
esempio la vita
che risul w ta dagli
atomi e dai
gaz, sebbene con
essi ella non
mostri alcuna ias»
somiglianza, m Vorreste
forse, dice egli,
darmi la vostra
impotenza a »
conciliare le cause
delle cose sperimentali
per pronunziare sulle
ori» gini ? Allora
io comincierei col
dirvi non esistere
vita alcuna, peulu
» cogli atomi
e coi gaz
non posso vedere
come nasca la
vita. (Vedute
ì) fond ., 8 05).
In un altro
luogo esprime lo
stesso pensiere, dicendo
» contro quelli
che dall’ analisi
delle idee vogliono
indurne che non
ven » gon
tutte dai sensi:
rz nei composti
razionali di unita
complessa anno »
scomposizioni dialettiche, come
se si trattasse
di scoprire semplici
rap » porti
di quantità. Ma
è noto che
come sotto all’ azione
della chimica^ »
vita sparisce, e
la forza vitale
non si coglie
giammai; così sotto
a ^ »
mica dialettica si
dissipa la forza
razionale, e la
generazione m »
non si raggiunge
giammai in. {Opusc.
filosofie). Quesle Pa10
' » non
avrebbero nessun senso
e valore, dove
non si supponesse
per c »
to, che la
vita è un
prodotto di elementi
chimici, ragionando 1
auloi » nostro
così: Come
gli elementi chimici
e temperati insieme
a „ foggia
producono la vita,
ma scomponendoli questa
si perde; cosl
scoro » ponendo
il pensiero umano,
ci restano tali
elementi, coi quali
non vec »
giamo il modo
di ricostruirlo. L’ argomento
è antilogico, come
ogmm vede; e,
a (lire solo
alcuni dei molti
peccati che gli
pesano addosso: »
1.° la esso
si suppone per
certo che la
vita animale sia
un risultamen» to
di elementi materiali:
or questo è meno che
un'ipotesi, è meno
che )) un’affermazione gratuita,
è un errore.
La parità dunque
non vale, non
» prova nulla,
non esiste in
natura. 2.° Nella
scomposizione chimica la
» vita ci
sfugge, e ci
restano in mano
delle particelle materiali
morte. Non )>
è già così
nella scomposizione dialettica;
anzi in questa
ci restano in
» mano degli
elementi vivi, e
tanto vivi, che
son questi appunto,
queste » nozioni
e idee, che
involgono una contraddizione in
terminisi voler» le
dichiarar sensazioni. L’argomento
avrebbe qualche forza,
se dopo »
aver noi analizzati
e scomposti i
pensieri, non ci
restasse che seusazio»
ni, e ci
svanisse tutto ciò
che è razionale;
allora si potrebbe
dire in qual»
che modo: ecco
qua gli elementi
del conoscere: è
vero che il
razionale » è
svanito; ma ciò
sarà avvenuto, perocché
egli dee essere
un risulta» mento
di questi elementi
fra di sé
congiunti, noi non
sappiamo in che
» modo. All’opposto,
facciasi ciò che
si vuole, la
parte razionale non
si per» de
mai; sta sempre
là innanzi agli
occhi dei sensisti,
ferma come uno
» scoglio: taglia,
assottiglia, lambicca; la
parte razionale non
si fa che
più » pura
dal senso, più
inesplicabile. la fatto
adunque riesce per
appunto al »
contrario di ciò
che afferma il R., e
prova dirittamente contro
di » lui.
Gonvien riflettere che le ultime,
le più elementari
idee non hanno
» nulla di
comune colla sensazione:
ove fossero solo
differenti da questa,
» si potrebbe
Tampinarsi; ma che
nature intrinsecamente contrarie
sieno » prodotte
da altre nature
intrinsecamente contrarie, ciò
cozza non solo
» col principio
di causalità, ma ben anco
con quello di
contraddizione. » Molli
altri errori potrei
osservare ; ma
me ’l vieta
la brevità di una
no»
ta. Raccoglierò piuttosto
l’argomento, e dirò:
L° il R.
sospetta » una
comunità fra la
vita animale e
il principio razionale
dell’uomo; » 2.° la vita
animale è considerata
dal R. come
un accoppia» mento
di particelle al
tutto materiali. Dunque
la sua dottrina
precipita » verso
il materialismo . Recherò
altrove delle altre
prove della rne»
desima increscevole conclusione,
e tutto ciò
in avviso alla
buona gio» venlù
italiana. » Abbiamo
già veduto nella
nota precedente quale
materialismo di nuovo
conio sia quello
del Romaguosi: gioverà
però rifarsi un
tratto sull’argomento, che
è, per verità,
di grandissima importanza.
Analizziamo adunque le
frasi sulle quali
il Rosmini appoggia
queste sue censure,
onde vedere qual
senso abbiano, specialmente
quando si leghino
alle precedenti o alle successive. fu queste
parole: quando tu
saprai dirmi che
cosa intrinsecamente sia
la cita, allora
pure dir mi
potrai che cosa
intrinsecamente sia questo
jjotere (della ragione),
io uou so
vedere che il R. sospetti
il conoscere essere
qualche cosa di
simile ad uua
funzione animale. Parmi
che egli voglia
dire soltanto, che V
intrinseca natura di
questo potere è
incognita. com’ è
incognita l’essenza della
vita; cioè che
la natura di
quello e di
questa hanno ciò
di comune, d’essere
entrambe iucoguite. Forse
(soggiunge il R.)
fra amendue esiste
una comunione ed
un nesso segreto
che finora non
fu ricelalo. La
quale espressione s’ intende
benissimo nel senso,
che tra la
vita e il
potere della ragione
vi sia un
nesso, un legame,
una relazione ancora
ignota: ma non
mi pare se
ne possa inferire
che il R.
non trovasse alcuna
essenziale deferenza fra
il potere razionale
e la vita
animale. Tanto più
ch’egli tosto soggiunge:
ina siccome, a
fronte dell' ignoranza
dell' essere intimo
della cita, si
può distendere una
igiene ed una
chimica ; cosi
pare che . malgrado
r ignoranza dell'
indole intima del
senso razionale, stabilir
si possano le
condizioni dei buoni
melodi scientifici, della
buona educazione morale,
e dei confacenti
ordinamenti sociali. Nelle
quali parole ini
sembra confermato il
senso che io
credo, fuor di
dubbio, doversi dare
alle altre testé
riferite, e segnata
evidentemente la separazione
dell ordine materiale
dal morale, e
non già confusa
la vita animale
colla ragionevolezza. Il
Rosmini stesso nota,
che le parole
del R.: un
effetto nozione semplicissima
può derivare da
cause compostissime, sono
tiatte da quel
luogo, ov’egli vuol
mostrare che tutte
le idee sou
derivate. Che ne
segue dunque ?
Ne segue che
quel paragrafo fu inteso
da SERBATI a rovescio
di quel che
suona, perchè l’Autore
evidentemente vuol dire,
non potersi dalla
semplicità delle idee
dedurre che uua
o più sieno
ni nate, potendo
bene un effetto
di nozione semplicissima
5 coni è
il Pcu siero,
derivare da cause
compostissime, cioè dalla
percezione avuta col
mi nistero dei
sensi e dalle
operazioni dell’anima su
queste percezioni. L
al tributo di
composta non si
riferisce certamente ad
alcuna di queste
cause presa separatamente, ma
all’azione loro unita;
esso cioè significa
soltanto il concorso,
l’unione di più
cause a produrre
un effetto semplice.
Ciò si conferma
anche dalle altre
parole di questo
medesimo paragrafo, clic
cosi suonano: di
tutti i pretesi
trascendentali si dimostra
la genesi dallo
sperimentale fatta dall'
astrazione e dalla
imaginazione. Quanto poi
alla similitudine ch’egli
nuovamente adopera nel
succes sivo nel ITO degli
Opuscoli filosofici . tratta
dagli clementi della vita,
io non disputerò
sul suo valore
scientifico; dirò bensì
dia non so
vedere alcuna tendenza
male rial fatica
in queste espressioni
(se mai a
tal senso volesse
traile ì! Rosmini),
perdi è il
dire die scomposta
la vita si hanno
i tali elenìenli*
e scomposta la
forza razionale rèsta uo
i tali clementi,
non è confonderò
la natura degli
elementi stessi, nè
dd risultato ddla
rispettiva loro composizione. Riassumendo
adunque il fin
qui detto-, risponderemo
allò ultime conclusioni
di SERBATI : CR.
prende la vita
animale come similitudine
ad ispirare i suoi pensamenti
circa il potere
della ragione e non
già come cosa
che si possa
confondere con questo
potere* 2° Che
la comunità da
lui accomiata fra
la vita animale
e il principio
razionale non c
identità o somiglianza
di natura 9
ma solo nesso,
legame fra Runa
e Fai Irò ; e
quindi, qualunque sia
il modo, anche
erroneo* nel quale
egli intenda la
vita materiale, non
può questo essere
argomento per dire
che la sua
dottrina precipiti verso
il inalemlismo* E, a maggior
conferma di Lutto
ciò, sentiamo ancora
una volta ddh
splendidissimo dichiara zio
ni del nostro
\ li ture.
Egli nel ’H
degli Opuscoli filosofici
cosi discorre sull’idea
dell’anitiiik = Studiando
sè sLesso, c
fissando Y esame sul
me interiore, 1
uumo scopre in
questo me tre
funzioni massime psicologicheQuesto sono?
il conoscere i il
volere e Y eseguire.
Egli sente di
possederle m proprio,
c quindi le
riguarda coniò attributi
propri! di sè
medesimo. Le dico
por essenziali. perche
mancando di alcuna
di esse non esisterebbe
pm >'u tne
che iutende* vuole
od eseguisce, ma
bensì un essere
di diversa natura.
Queste tre funzioni
generali sono tre
modi d’essere di
una sebi od
individua sostanza: perocché
l'io pensante sente
d'essere uu solo
ed individuo ente
senziente, volente ed
operante. VI non
essere non possiamo
attribuire facoltà veruna.
Ora siccome io
scoto di pensare
* di volere
e di operare:
Cosi conchiudo esistere
in me un
che reale che compie tutto
questo. Dall- altra parlò
poi sento di
essere imo; e
però concimilo che
questo che reale
è un solo
ed individuo onte,
una sola e
individua &n~ stanza-)
e non una
pluralità di sostanzeCiò
è sinonimo di
semplice* spi rituale,
indivisibile,
indistruttibile, cc_Ecco fufea
ddftìfniÒHrt. Quésta idea
è dedotta da
fatti indubitati quanto
la stessa mia
esistenza : talché
il è e
mi mento complessivo
di questi fatti
c inseparabile dal conci:.
Ito univoco della
mìa esistenza. Questa
idea mi soni
miufa Ira un’
essenza logica pari
a quella di
ogni altro oggetto,
Tu definisci l’arcimà
non in conseguenza
della cognizione dell’intima
realità, ma bensì
della cognizione delle
di lei costanti
e certe operazioni.
la questa guisa
ci formiamo il
concetto dello forze
conosciute della natura.
Quando nominiamo la
forza motrice, h
aLlrafliva, In ripulsiva,
esprimiamo noi forse
die cosa sicrto
in se stesse?
No certamente: altro
non diciamo, se
non che esiste
ima forza eli e fa
movere, una forza
che avvicina, una
forza clic allontana,
senza saper dire
che cosa inlrìnsecameute sienp
in se medesime.
Un che incognito
sfa sotto di
questi concetti. Lo
slesso avviene rispetto
alla cognizione dell'anima
nostra. Un che
incognito sta sotto
di queir io
unico ed Individuo,
il quale pensa,
vuole ed eseguisce
; e però
io non posso
definirlo se non
mediatile il concetto
delle sue operazioni
da me conosciute.
Le riflessioni sono
ovvie: il lettore
le farà da
sii, lo credo
di aver detto
troppo piu che
non era necessario
per produrre m lui il
fermo convincimento dell5 insussistenza delle
accuse di Rosmini. I
ormino queste Osservazioni
rinnovando la protesta
che ho latto
altre yolle, di
non voler cioè
recare alcuna offesa
allo intenzioni dell' illustre AL
Rosmini. To mi
proposi soltanto di
far vedere il
torto elicgli ebbe
nel reputare anticattoliche certe
prò posizioni di R.
Quanto al modo
col quale adoperò
fame della critica
contro un uomo
celebre, che non
polca piu difendersi
perchè era morto,
io converrò con
tutti essere riprovevole,
perchè questo è nu fatto
clic balza agli
occhi alla semplice
lettura dei passi
che ho riferito;
c l'ammettere i
fallì, c II
dire ad un
uomo voi siete
ito ma ^ non è
fargli ingiuria. Però
siccome anche dai
falli altrui possiamo
trarre degli utili
ammaeslramentì, cosi dai
difetti che si
scorgono nella polemica
rosromiana possiamo imparare,
che la polemica
anche sotto la
penna dei grandi
uomini e religiosissimi non
perde la sua
uattira, di essere
facile a trascorrere
all’ ingiustizia, e a
varcare i confini
segnati dalla moderazione. (Sì leggano
le Prefazioni alla
Genesi del Diritto
penale e alle
Opere sul diriitto
filosofie Ò, e fra
queste le Note all’Assunto primo
del Diritto naturale)
Padova. C tinnì sulla "Vita
di G, IX R. Avvertimento deir
Editore. LA LOGICA dem/Àe. GENOVESI
(vedasi), Ài Lettori
l’ Editore . Ragione dell’
Opera (di R.). Prefazione dell’Autore. Proemio Jìdìa
definizione della Logica
{Aggiunta di R.). Della p&fihìone
della Logica (Aggiunta
di R.i). Dell1 emendatrice, Ctro
Della natura dell’anima
«inaila, e delle
sue facoltà e operazioni.
Della definizione dell
uomo (Aggiunta di R.) IL
Oidi1 igi larari
?,a3 ddlVrrore e
delle prime loro
cagioni Ili, Degli
ertovi provenienti dal
corpo.Delie cagioni de’nostri
falsi giudi zìi,
clic sono al
dì fuori dì noi.
DEGL’ERRORI CHE NASCENO DALLE PAROLE. Dell'
inventrice. C*.eo L Della
natura e delle varie specie
delle idee, e
forme c noi
Die delle nostre sensazioni, c
còse dio ne
sono gli oggetti. IL
Origine o invenzione
delle idee, ossicno
notizie delle cose. DELLA NATURA E FORZA DELLE PAROLE. So gli
Autori han potino
e voluto sempre
spiegarsi. Dell'arte dì ben
intendere ì libri,
chiamata dar Greci
Kriìtejteyiic&. Della
giudicitricl. Del Vero e
dd falso in
generale. Dd gradi delle
nostre conoscenze. In clic
ni odo si
vuol giudicare pel*
Patte stazione dei
sensi. Dell' usò ddl'au ter
dii umana nd
formare i nostri
giudizìi. Come si vuol
giudicare dd fatti
per rapporto ai
diritti qhc nr
nascono. Della evitica dei
libri. PROSPETTO DELLE OPERE. Delle
enunciazioni, dette altrimenti
proposizioni e come
se ne debba
giudicare. Dell’altre
proprietà delle enunciazioni.Della ragionatrice. Della
capacità, estensione ed
attenzione che si
richiede a ben
ragionare. Del raziocinio in
generale. Delle usitate maniere
di argomentare. Dell' arte sillogistica. De’sofismi. Carattere dei
cervelli romanzeschi, fanatici,
sofistici . . io! L’arte
di disputare. Della ordinatrice.
Del metodo, ossia
ordinamento de’ pensieri
per iscoprire od
insegnare il vero . .
ina Regole della
sintesi, o del
comporre.Del metodo analitico. DcH’ordinamcnto delle
nostre idee. Considerazioni su
le scienze. VEDUTE FONDAMENTALI
SULL’ARTE LOGICA di R. AGGIUNTE
ALLA LOGICA DEL
GENOVESI. Prefazione dell’autore . Introduzione. Del conoscere
con verità. Della scienza
dell’uomo intcriore. Indicazioni generali. Limiti e
tenor pieno della
scienza dell’uomo iutcriorc. Studio del
perfezionamento umano. Della maniera
di studiare e di esporre
la filosofia dell’uomo. Avvertenze generali. Avvertenze speciali. Valore delle
scienze, dei metodi
e del criterio. Del
vero e del
falso possibile. Del campo
e delle funzioni
del potere intellettivo. Generalità. Suilà psicologiche. Dell’ operare con
effetto. Della causalilà. Della causalità
in relazione alla
scienza dell’uomo interiore. Causa delie
intime emissioni. Delle apparenze. Delle idee
innate.Della co gì»
mone in linea
di fatto. Della legge
fondamentale e per
pelila del movlrnenli
intelleUoal]. Idea della,
i a na ragione. Della legge
fon sperata nella
maniera la più
generale iVeeejjiró di
ben défhiitv Vi
dea di legge. Concetto fondamentale
tornirne a quaìtmqjte
idea dì legge
Quale sia Videa
predomiftànte c caratteristica inchiusa
nel concetto di
qualunque legge. (3uaJe idea
ci dobbiamo formare
dei rapporti attivi
d'onde risulta tefijp
Ìvi Inaile applicarmi
dell' idea di necessitò,
Quale è la necessità
che iMendene nd
concetto della legge. Primo
aspetta della miti
ito. delle leggi. Illustrazioni ddh
antecedenti veditte fìellt%
legge considerata come
cagione Della legge
considerata come effetto Odia
tiunitmé dei due
aspetti della legge
Etfezione della legge
in senso universaleDelle potenze
elettrici. Definizione universale della
legge . Deir opime
in generai e
consideralo come legge,
Variò a ppiic
azioni deU." idea
di ordine, Di (piali
di e^i parla
qui . Prima carattere dell' ordì
ne legale. MotipBciia
di leggi Seconde
carattere dèlt ordine
legale Concorso di
più leggi pMdurre
in comune lo
stesso effetto FINE E MEZZI. FINE E MEZZI INDISPENSABILI
ALL’ESISTENZA D’UN ORDINE ATTIVO. – H. P. Grice, P. G. R. I. C. E.
Philosophical Grounds of Rationality: Intentions, Categories, Ends. Means and
Ends. Doppiò carattere che
investono le leggi
singolari nella supposi
zio di un o
ridite legale. Legge
considerata come norma.
Giustìzia universale Che
cosa propriamente è la
giustizia universale. Come l’idea di
giustizia si verifica
in OGNI SPECIE D’AZIONE anche fuori
delle cose di
diritto. liti mutabilità
e realtà ncdV
ordine. Come si dove
intendete che ógni
ordine è necessario
ed immutabile. Leggi è
ordini esclusivi e non esclu/wì. Leggi e ordini
di posizione necessaria
e non raeccjwìz’in. Del l
' arte ivi 5.^0 Neees&ttà delle
relative nozioni ÌVecejfitò
madre delTarte.Ufortsifc conrcgueiUe.
Quaìltó importi una
definizione analìtica dell
arte Entro quali
D'iprUisì restringa qui
la trattazione.Sua mira
universale. Primo Miri
bùio dnll’a rie.
Imputa /ione morale.
Primo giudizio nascosto
nella nozioni dell’arte,
Imputazione Azione reale
dell arte. Suoi
caratteri proprìi . .
Timi. PROSPETTO DELLE
OPERE Presunzione che interviene
nell'idea detrazione dell'arte. Precognizione e
libertà essenziale all'arte . Differenza fra
l industria delle
bestie e l'arte
dell'uomo, e fra gli
altri atti di
lui ucConseguenza per
distinguere la scienza
dall'arte. Differenza fra l'arte
e le operazioni
così dette naturali
e le avvertite.
Passaggio all' efficacia dell'arte. Secondo attributo,
bfficacia. Sue condizioni
essenzali. Donde si deduce
l’esistenza o la
mancanza della potenza
artificiale. Definizione di
questa potenza. Come l’efficacia
venga associala alla
nozione di arte. Distinzione fra
la potenza virtuale
e la effettuale.
L’arte non puo
essere che effettuale.
Efficacia reale e
presunta. datura puramente
contingente e relativa
dell' arte. Sua opportunità. Elementi
dell' efficacia dell'arte. Terzo
attributo dell’arte. Direzione.
Elementi costituenti di lei
. applicazione loro
all'arte come ente
morale. Del magistero.
Sua definizione. Parti
del magistero. Educazione
madre di tutte
le industrie. Sua
necessità $ sua
definizione . Tre
stati dell' industria.
Torma conseguente della
causa delle arti .
Stato personale e
cause originali della
direzione delle arti. Definizione risultante
dell’arte. Sua derivazione
dalla natura e
soggezione perpetua a
lei. Definizione dell'arte
come funzione . Famulato
reciproco della scienza
e dell'arte . Connessione
loro inseparabile . Derivazione
originaria loro. Principio
vitale del pensiero
Occhiata retrospettiva sulla
ragione umana . vf
Reazione dell arte
sulla natura. Emancipazione
dalla cicca fortuna. Impero conseguente
umano .Concorso delle società
e dei secoli
per fondarlo ed
ampliarlo Predominio della
natura tuttavia assoluto . .
Necessità perpetua della
connessione,
dell'opportunità e della
continuità nelle opere
dell'arte. Conseguenze
pratiche pei tempi
piu illuminati Universalità
delle leggi di
fatto dell'impero della
natura rispetto all'
arie Fiducia nel regime
della natura a'
tempi della coltura
maggiore. Dei. provare con
certezza. Nozioni prime
sulle prove. Prima idea
della prova e dei mezzi
relativi. DELL’INFORMAZIONE [cf. FLORIDI, GRICE, SPERANZA] e della
sue specie Dei
man i di
prova e dei
loro gen ti ri
. Dal valore delle
prova. Della certezza ?
della probabilità e
del dubbio* h„
'Delle diverse q udì ifc azioni date
ai giudi ili
di fatto in
conseguenza del vaio jv
dalle prove Fdmenii
dell’INFORMAZIONE (Grice, Floridi, Speranza). Estimazione delle
prove. Delle presunzioni) della
vcrisimigliànza e dell’inverishniglianza. Fondamento universale
e primo dell'
impero delle prove .
Effetto comune ddl'
accertamento sperimentalee del
tradizionale. Necessità di occuparsi
qui del tradizionale
. 1 »> fin»
Dell: 'accer tomento
tradizionale e. de1
suoi fondamenti. Estensione ed
importanza massima delt
accertamento tradizionale. „
Come fi generi
là credenza. Cke cosa
tacitamente supponga la
credenza. Deli integrità.
c verarità della
notizia dì H.
Defmìmne &W trictt'ifi-iriéjtfo -Pimio
di vista da
trattarsi qui . Estrèmi
contrarii entro cui
sta F incivilimento. Aspetto
logica V. idea
sommaria della viift
di unii Stato
incivilita . Economia fondamentale
di lei .Effetti civili
Jt/OÌ Vr Come
intendere si dove
che uno Stato
puo andare effeituàn,
volta c soddisfacente
convivenza. Detta colta e
soddisfacente convivenza .
Cvndhiotù assolute della
soddisfacente vita civile.
Per quali mezzi
r con quali
impulsi è avviata
mi inoltrata a
vr degli Stati j(J
\ [ ! .
Poi r ri
vitali degli Stari
e rispettivo antagonismo
ed ac renio
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paludi . {10 /[S2 l’HOSI'KTTO
IJKI.Li: OPERI: l(W(ì VJN Procedimento
originario detti nei
vili menta. rHmo
modo .png-, ij-a j
\'1V tanti nunzio
rtt Umt dell
opinione di potenze
iimsìàilì. W. Cvnlimuizittrir F
due azione untale
à'h& inciampo ad
emanciparsi . ijii
\V I. Stcù/idù
mòdo dei procedimeli
fu origintinu dell
tneivilìmenia TRi?f5ECU IX. Quali
sie.no. Della Protohgia .
3ieiìiiìEÌpJìe . 1 7 emcrità
dialettica dd trascendentalisti. , / niosa
mauiertt di studiare
i fatti '
Ultimo eccesso trMcendentahu
Circolo illusorio. Causa naturale
di questo eccesso. Nodo
capi tuie di
tutte le questioni. Soluzione fondamentale
dì tutti i
sommi problemi. Grave ommisdone
anche oggidì praticata
nello studio del
pennuto. l)i unti, filosofia
dd sapere umano
positivo. Sua alleanza, colla
psicologìa. Istanza fattane dal
pubblico. Come si debba
e possa soddisfai
a questa istanza. Co
tuli zi u
ni uuusegueaù di
questa filosofa. Esposizione storico-critica dei
Kantismo e delle
consecutive dolivi. Cniduuiaziotie dell'
Articolo precedente.
QuesiicÉ. sulle apparenze
tisiche sull’ esteti sione e sulla
durala 5i8 5
ig 530 5a t
Si2 ivi Sji.I &2& a filosofia.
L? a
b ite S5'i 5> 5gt Co i5(i5 iUì:>,4
^74 Orano sul
talènto logico che può
servire di sviluppo
a qualche luogo
delle Veduta fondamentali
sull’arte logica. RICERCHE sulla validità dei
giudizu DEL PUBLICO
A UISCERNEUL n. VERO DAL
FALSO. Ai Lettori
V Editore PRELIMINARE. Esposizione
dui quesito. Imparzialità e
rispètto dell Autore. Stato
della quistioke. Supposto del
quesito. Ordine delle ricerche. Considerazione di
que* rapporti ohe
possono servire a
determinare lo stato
dulia qm&uone. Delta testimomanza
del pubblico. Della credenza
del pubblico. Del gusto
de! Pubblico. Della opinione
pubblica. Della nozione del
pubblico. Del modo del
grildicu del pubblico.
Vili, Ri capitola
zio rre .
P«£7av nJJ rji
74. 7 4
li rM Soi,i:z.io-ìk pel
questo. I. Risposia
al quesito. Esposiiionc delfaspeSio
preciso cui è
d'uopo di chiamare
ad esame. Qual genere
di prova ri
eh legga si
dall1 indole del
quesito. Inefficacia dèlia prova
tratta dai soli
fatti. Teoria sulla fallibilità
perpetua dei giudicii
del pubblico. Modo di
dimostrarlo. Di LI
ti CHE L* UOMO NK
CES SA RI
Attente R et &K
E IRA l
SI R* T
E DEBBA CONtMUUIHE
r£E CflKOSCtUt LA
VERItL I, Sialo
delle verità in
generale . . [L Delle
yerllà semplici. Dell’evidenza
[Cf. Grice, “Do not say that for which you lack adequate evidence”]. Che lT evidenza
può appartenere a
nttte le Utenze. Del
metodo ad ottenere
l1 evidensa. Necessità n^olttta
di e quindi
dui metodo opportuno
alla cognizione della
verità DcLl'uomo superiore
al suo secolo
e delEuomo prontamente
celebre. Esclusióne delle verità
per sk evidenti
dalle ricerche del
programma. Avvertenze sulla
necessità di Umiiarc
le nostre osservazioni
a quei rapporti
generali delle venia
complesse per cui
reminosi necessarie cel le operazioni
dello spirito umano
a ben comprenderle
VII. Dello coesioni
c delle dipendenze
fra le verità.
Deir attenzione 0
della dì lei
natura - Sua necessità a
fissare le ideenella
memori. H VILI.
Coni in nazione. Necessità thW
attenzione a formare
le idee astratte
c 1C generali,
Necessità dèi segni
e dell’intensione per
conservarle. „ IX.
Co sitimi azione, Altre
riflessioni sulla necessità
della Udizione analitica
a formare le
idee generali. Necessità dell1
astenzione analitica nella
deduzione dei rapporti
ipotetici e nella
perfezione delle opere
del bello. Perchè
l’uomo debba uecesBàrlamcnlc contribuite
dal ruoto suo
tmir le sovra
enunciate operazioni a
fine di co
uose ere la
ve ri La
qSÌi, 7 -M,S5 l6!» n* 1 t ]
* j'ó X
I f xm.
xii r ÀKT. FU
US PETTO DELLE
OPERE Quìstiorjt' itillu
necessita dell# nozium
e dei principi!
generali ad ar rjyr^ttrc
U cognizione dei
veri rapporti delle
rose . pa Necessita d
Lina breve analisti
Ielle idee generali,
onde scoprire Ea
ragione per cui
I uomo ne
abbisogna a conoscere
le retila. Degl]
oggeili sìmili. Degli pagelli
di unn scambievole
differenza totale, . lidie
nozioni generali degli
oggetti di rassomiglianza parziale.
. t. Occasione
di esaminare le
nozioni ontologiche . . .
. Degli
universali e della
loro vera estimazione
. ^ ornlamtmio d
estensione della necessità
delle idee generati,
. lidie regole
proprie alle nozioni
ed ai principi!
generai»,, onde relUiniente
ragionare. Ricapitolazione
delle condizioni nei
escane allo spirilo
umano, onde ro tiosevrc
t) giudicare della
verità . Appendice suda
memoria. Delle
quali là della
memoria relativamente alla
it matta ragion evclezza. Del
potere della natura
e dcllVduciiziouc sullo
spirilo umano. Di pcnu.0
ciie possono vvxi
eri comi ni
feH CONOSCE HK
11 VélllTi. Nccessi li
dei molivi all’
i sere r zio dtìd’aUenzionr. Ostacoli e Ima? Proporzione tra
la forza dei
motivi e l’cnergra
iMI'at tensione .,
», Corrispondenza lia
la direzione daU’attenziottC e
la drittibuziané dei
molivi sugli oggetti. Cagioni degli
errori. Fonti elei motivi
dell1 attenzione. Cognizione fortuite
della verità. Probabilità
somma delD-muc tttì
grudieii umani »
. » . . T,
Del lume della
ragione + .,,
. », Falli
bili là maggiore
intorno alle idee
generali . . * »
Passaggio alle clrtosianZB
di fatto sodali
. . Quali
possono essere in
società Ircosi enti
e generali cagioni
cieli* i«iruzione umana? Aspetto della
ricerca presente. Confermazione della
fallibilità perpetua del
giudici! del Pubblico. Prime prove
deU* etì attiva
fi i ronie
loro SlliblM »
Con ferma zio
ne del Capo
precedènte, Errori frequenti
ed inevitabili del
Pubblico in ogni
genere dello scibile,
in qualunque epoca
ni' Ila ' | u :j I e. Il
maggior mimerò di
una .^n. irtà
rum nc perluiia metile istrutte . .
v ..... n . Delle
condizioni necessarie alla
propagazione -lei lumi.
. Efscontro delle
cognizioni necessarie all"
istruzione scientifica coi!»
pr&J lice possibile
del Pubblico .
t >t E
Dette condizioni necessarie
affinchè uìl Pubblico
possa mhh* passivamtMù
istruì io in
pratica su dt
un genere speciale
di sógni* zimu. Prima
condizione: Jhéùtiùiie delie
idee, dd genio
alla misura comune
di condire. Ripugnanza
dd gufilo a
questa ridati o ne i ostacolo
alla pronta propagazione
dette verità li
ÌYoecsshù detta coincidenza. delle scoperte
dd gemo col
genere attuale dette
occupazioni del Pubblico,
prima condizione a
propagare senza ritardo
la verità .
( f1' ivi iM 7«D A 79J 8oi finti Sia Si 5 S»7 Suo 2 2 84
Hji.j 83 o 83a m 838 S3q B-J ’S A
h, t III. Co niinuazionc . Esame
della prima età
detti società relativamente
alt' istruzione umana . Esumi'
delta seconda età
delle società, relativamente
distruzione umana . Delle affezioni
sociali virtuose. Loro
origine . Dell intemperanza morale. Dello
stato morale rapporto
allo spirilo ed
al cuore delle
società nel periodo
della seconda età
> 5» ^1) Vili,
Continuazione dell' Articolo precedente .
“ Esame di
quel tratto dell'
età dell imaginazione
che pià ai
avvicina alla mgiozMTO'
lezzo ernie .
In qual senso
fi debba intendere
V espressione^ che i popoli
in quest' epoca non
hanno le pozioni
della morale. Perché 2u
cógniaian&' delle vere
regole speculative della
morate debba essere
assai laida e
dilfidlc a scoprirsi
nelle |M>pd|^xioui . . .
88a A ut.
I. Che debba
far l'uomo per
discoprire le fregole
speculative della morale. Se
gli uòmini nell
epoca barbara della
imaginazione possano co nosperc
le regole della
morale . Necessità di conoscere
la base della
certezza delle cose
dì latto. Ricerche
relative. Dei giudicii deu
Pubblico sui fatti
esterni. SEZIONE !.
Paute [metafisica nnm
y^jucirà. (Xro 3.
(Questioni sulta veracità
del Pubblico. .
Il, Tràine dpP idealismo. Delta
prima idea - .
UT, Corttiuua&ifiue, Dello
idee posteriori. Couimuaziottc, Con
l’erma zi one
deiCapi antecedenti .
Obbiezione. Esame del
fondamento delP armo nia
prestabilita comune utL1
idealismo Jp0 Conferma z ione dei
precedenti riflessi
Osservazioni Su IV unità
deh T essere
pensante. Applicazione delle idee
del Capo antecederne
alta esistenza reale
de gli oggetti Inori
dì noi,, ?? 9*
1 Vili. Della
cognizione della iiainra
dello cose, n D1,J IX,
Co rdc ma
alone del Capo
antecedente . Certezza invariabile
ne1 nostri giudici!
per rapporto allo
stato reale del le
case nella totale
ignoranza della loro
natura ... •
■> Dell' esistenza
degli alivi uomini
»* {P-s Ita
PROSPETTO DELLE OPERE
Capo XII. Della
convenienza ilei giudicii
ili sensazione fra
gli uomini .
. . pag.
ga5 XIII.
Limitazione . • . rton
■ . y-*7 Nozione
filosofica della verità
di sensazione. Deirunico
metodo a scoprire
le verità di
fatto ossia la
realità . Deila parte
morale della veracità [Grice: Do not say what you believe
to be false – try to make your contribution one that is true] Capo
I. Principii
della credenza c
della critica rapporto
all'esistenza dei fatti.
„ g3i II.
Fondamento generale dei
principii riguardanti la
credenza dei fatti. Schiarimento. Quale specie
di certezza vada
annessa alle testimonianze
umane . „
q\o VI.
Gradazioni della credibilità. Della
credibilità in favore
del Pubblico. „
g{i VII.
Continuazione . g^ó Vili.
Se la credenza
del Pubblico possa
servire di prova
alla esistenza di
un fatto . . g4
j Se il
Pubblico comunemente inteso,
c quale sopra
lo abbiamo definito,
possa riuscire generalmente
giudice autorevole di
verità . .
. „ Come, quando,
in quali materie
e fino a
qual segno IL
GIUDICIO CONCORDE DI
MOLTI s’ ABniA A
TENERE PER UN
CRITERIO DI VERITÀ.
SEZIONE I. Preliminari
e generali teorie.
Capo 1 Dove
sia fondata l’autorità
attribuita al giudicio
concorde di molti
intendenti sopra quello
ili uno o
di pochi privati . Conciliazione del
Capo precedente colle
cose dette dapprima. Necessità
di esaminare il
ragionamento precedente .
9ja III.
Che, in forza
di sole generali
c più favorevoli
considerazioni, il g>" dicio dei
dotti tutt'al più
esser può un
criterio probabile, ma
non ^ certo,
di verità . . Quali
precisi supposti racchiuda
la tesi che
attribuisce al giudicio
di molti intendenti
una maggiore presunzione
di verità che a quello
di un privato . »
9° VA quali
confini venga ristretta
l’idea del Pubblico
intendente, ossia della
repubblica delle lettere . 9J7 SEZIONE
II. Esame
delle questioni proposte
nel Ciro 1^
• della Sezione
precedente. Verificazione del
primo supposto. Del
mozzo infallibile a
scopile la ^
verità . . . . 9y9 II.
Continuazione e schiarimento
del Capo precedente. Degli errori
nelle materie complesse
IV.
Come il metodo
sopra accennato escluda
tutti i casi
possibili dell cr
rore ed abbracci
tutti gli accidenti
della verità. Di quali
errori e di
quali verità . V
Continuazione. Come
il metodo sovra
esposto escluda tutti
i casi ^
possibili dell’errore ed
abbracci tutti gli
accidenti della verità
• » 9 iJ
Art. I. Effetto
ed estensione dell'
efficacia dell' accidente sulla
cognizione della verità . Come
il metodo gradualmente
analitico e recapitolante
escluda i PaS .
casi dell'errore, e
racchiuda tutti gli
accidenti favorevoli alle
verità di riflessione. Che il
metodo e le
leggi dei giudici!
e dei raziocini!
delle cose sensibili
si applicano rettamente
a qualsiasi mateiia . Degli aspetti
diversi sotto i
quali si può
assumere il giudicio
del Pubblico . Che
in qualunque epoca
della ragionevolezza esiste
una cagione co mune
a commettere errori
simili e durevoli. Della
prima epoca. Filosofia
volgare . Della distanza che
i progressi dei
lumi frappongono fra
il popolo e
la repubblica letteraria . Che il
giudicio sulle materie
complesse potrebbe al
più avere validità
nell’epoca dei maggiori
lumi quando derivasse
dai pochi versati
specialmente nelle materie
intorno alle quali
si aggira il
giudicio . Dei contrassegni
esterni ed ovvii
per riconoscere il
secolo della mag giore
scienza . Della seconda epoca
della civile ragionevolezza . » Art.
I. Della scoperta
delle verità . Osservazioni preliminari
sulla promulgazione delle
opinioni, e sull'accettazione fattane
dal Pubblico . La decisione
e la scelta
del Pubblico intendente
può esser fallace. Che
la concorde uniformità
o la moltiplice
diversità dei pareri
su di un
dato oggetto non
può servire di
contrassegno certo per
indicare piuttosto la
verità che l’errore . Quale validità
aver possano i
giudicii del Pubblico
per accertare della
verità. Dei diversi
gradi del loro
valore. Analisi del senso
comune [cf. H. P. Grice, “Common sense, scepticism and ordinary
language”] Dell’ uso pratico
che in generale
far si deve
del giudicio del
Pubblico. „ Art.
I. Come si
possa il privato
accertare dell'esistenza del
primo requisito necessario
alla validità dei
giudicii del Pubblico.
Delle regole riguardanti
l'uso dei giudiciidei
Pubblico per rapporto
all'imparzialità del cuore,
ed alla loro
promulgazione. Su QUALI MATERIE
I GIUDICII DEL
PUBBLICO POSSANO O
NON POSSANO ESSERE
RIGUARDATI PER UN
CRITERIO DI VERITÀ. Prospetto generale
delle materie dei
giudicii del Pubblico.
Divisione generale delle
scienze. Radici dell'albero
enciclopedico . Nozioni direttrici
per determinare in
quali materie il
Pubblico può recar
giudicio autorevole. Del
vero e del
falso speculativo . Art.
I. Separazione del
vero e del
falso speculativo, di
cui il Pubblico
_ /-7I r-i/j orrli
itiifi T'pf'ni ' tri
urli CIO 10D4
pub giudicare, da
quello di cui
egli pub recar
giudicio. Del vero e
del falso speculativo
nelle materie di
fatto . Del
vero e del
falso speculativo nelle
materie di Inflessione. Del giusto
e dell’ ingiusto.
Del bello e
del turpe. Delle
rivoluzioni del gusto
del Pubblico. Effetti delle
rivoluzioni del gusto
a prò dell'umana
perfettibilità Della
distinzione e combinazione
fra il bello
e l' interessante, considerato
come cagione dei
giudicii del Pubblico.
PROSPETTO DELLE OPERE
Aat. I\ Del
hello per se
ossia considerato septt
ratamente dall' ittterefsa flit,
jiit^ S
r-}f>I[a differenza dei
giudica intorno al
bello reale schietto Delle specie
diverse del hello,
e dèi valore
del gl lidie
ii del Pubblico
iti torno ad
esse. C^o VI
Bel giudi di
del Pubblica intorno
»U*u(ilu ed a!
nocivo,, Ur E
Dei giudìcu del
Pubblico intorno all
utile ni al
nocivo fìsico . O.
Dei giudici i del
Pubblico intorno alle
materie politiche. Della legislazione. Dell applicazione
delle visir legislative
alla pratica. II. DO
merito . A ut.
I. Dei giudìcii
del Pubblico sul
merito per rapporto
alla cognizione che
ne puh avere
li, Dei giudica
del Pubblico sul
turrito considerato nei
rapporti della dì
lai stima Nata
dei primi Editori. Aggiunta alla
tedili a del bello. Legge del
In continuità. Avvenimento dell'
Editore DELLO INSEGNAMENTO ^PRIMITIVO
DELLE MATEMATICHE Dedicatoria
deli’ Autore., Motivo
dell' Opera. Sl.L],’ IMiqLE E
GtxLfLAZIDNJt iNATt «ALE nti
PII IMITIVI CONCETTI
MATEMATICI. Necessità di ctìaofe-tTc
l'indole e Ih
gtmertìztone degli etiti
ma toma ilei .
Genrtazìàpc naturalo delle
idee del punto
e della finca .
Che il punto
matematico non é
i] principio roAMiiE
della figura-, ma è la
stessa figura, . . .
11 Delle essènze
logiche c del
possibile ideale . Dei [‘esteso
finito e figurato.
Limiti Grandma e
piccolezza, CoTo^gcandiro o dopa
-cu li
re non si
altera il carattere
formale della Sgm^
Fallacia dd concetto
della divisibilità infinita
ddfesteso finito, DimustraKiune
logica diretta, {.jome
nasca il giudizio
ddla divisibilità infimi»
de llf esteso finito. Sua ir
ragionev a ìczzu,
. Si conferma fa
dimostrazione di questa
irragioncvolezza ., che
la pretesa Infinità
sudile! u altro
in sostanza non
à clic la
impossibilità di cangiar
l'essenza logica della
quantità . Da ohe
deriva I illusorio
giudizio dòli' infinità dell’
esteso finito. Assurdità del
concetto fefjl I
IDJ f Eoi no; lira ivi 1 j i4
1 e
e a ufi ili; !
I I Cj I
I iO ivi 112 1 I
V ii 1 1 rH
I Uà I>*7 contenuti; in
questo volume. Delle vere
Retraziont mote maliche wajj ^ , Legge universale
dì associazione dei concetti geometrici
cd aiiMnetìd Distinzione
fra 1' idea
di estensioni e
quella della materia.
Virtù logica fondamentale
dell'Idea di estensione,
Identità e diversità
in un punto
solò .... rt
a r33 Tki.
Senso precìso della
commensurabilità*
Coesistenza in uno
stesso oggetto dei
ili ver si
rapporti di simigli
Em-za, ragione, proporzione,
coni me usura biUtiiK
Esempio. Delle quantità poste,
dello imprestate, u
dèlie logie die
intervengano ridi' osarne della
quantità stessa, 53.
Dd sènso integrale
e del senso
differenziale in generalo . »,
ivi 54 Vera
natura delle idee
ontologiche. Loro connessione
colle ideo Mnienifl tiche .
. jj itc^
Della sfera dello
Matematiche considerata nella
loro fonte primitiva
psicologica s» * 1 .)
S j(>. Od
concetto del lT unità
complessiva. Come si
concili i col
senso discretivo. „
t i4c> Distinzione
della dammènsurahiltlà dalla
11 ni Inabilità . .
1 f4a ttm
al if\ .
. .,, Suli/ oggetto,
sulle parti e svi,
lo spìrito belle
dottrine ZIàT ematiche. Passaggio
dalla contemplazione metafisica
od isolata alla
speciale c di
fatto della quantità.
Concetti nuovi c
reati che ne
nascono. Necessità di questa
con torri pia-zio
ne speciale e
di fatto per
ottenere la piena
scienza cd il
calcolo ctàoàcé, Indole
e leggi della
quitti irta di
fatto . Aniirhità
dello slml io sull'
indole e Sulle
leggi pròprie della
quatti. Sub in
terra zinne, Necessità
di ripigliarlo. Come dov’esser
fatto questo studio. Oggetto logico
immediato di questo
studio, Natura della
quantità. Mezzi e modi
di questo studio*
Uso del calcolo
primitive naturale» distinto
dal secondario ariilìciàle.
Oltre di rilevare
i fenomeni della
quanti là, si
deve far avvertire
ai movimenti nostri
interni Ordine delle ricerche
sui fenomeni della
quantità . Distinzione della parte
estensiva dalla parte
operativa dello, dottrina.
Definizione generica del
calcolo. lt4q „ I*
crollò sìa necessario
il cale ole .
Come nacque in
prima il calcolo
e si perfezionò m5o „ 48Necessità
dell' analisi filoìjoGca del
calcoloNecessità di conoscere
ciò che si
deve ommetterc n
ciò che ei
deve fare Esempio, ivi un.
Dei doveri negativi.
Della laro cognizione. Forza dai
doveri negativi [Grice,
IMPERATIVES, conversational, “Do not...”].
Con quali principi!
debbono essere discussi
c stabiliti .,, Sa,
Primo dovere: non
confondere il sensibile
fisico co! Lesto
gii abile, Esempio.
.. ivi M Sa.
Dovere fon d
amen tal e
negativo uni calcolo
degli escogitabili. Esempio. Principio logico
del detto dovere
negativo. CAUTELA FILOSOFICA – “My motto” – Grice -- conseguente .
Di ciò
che far si
deve. Priva avvertenza
: conoscere il
perchè di quello che
far $ì deve,
. . 1 iG.| I f>2(> Confutazione della
massima dell’empirismo cieco . pai .. Cenno
di una massima
positivo-fondamentale per Farle
del calcolo di
valutazione degli escogitabili . Dei concetti
mentali che intervengono
nel calcolo. Del
concetto comples¬ sivo del
medesimo. Del magistero logico
del calcolo. Sua
affinità col magistero
generale scien¬ tifico. Esempio . Spirito eminente
ed ultimo del
magistero del calcolo . .Dell'intervento delle
idee di eguaglianza
e di disuguaglianza. Distinzione fra
la differenza assoluta
e la distanza
dell'eguaglianza. Del vario concetto
del più e
del meno che
interviene nel calcolo. Del
paragone dei disuguali,
e di ciò
che allora avviene
nel nostro spirilo.
„ . Mezzo censeguente di valutazione. Suo
principio fondamentale logico
ed unico. Omogeneità . . 67. Conseguente
ripugnanza e falsila
positiva matematica dell'algoritmo infinitesimale. Principio preservativo
dagli errori e
dalle frodi . » 69. Universalità
d’una stessa legge
segreta che presiede
al calcolo Condizione di
ragione del calcolo
universale . Sul postulato fondamentale
del calcolo infinitesimale Deli/ unificazione
[Grice, AEQUI-vocality thesis] matematica si LOGICA
CHE MORALE. In quanti
sensi si possa
prendere la parola
unificazione. Presa come
ope¬ razione di calcolo,
che cosa significhi . » Se si
possa proseguire ad
unificare, come si
prosegue ad enumerare
. r L'unificazione appartiene
al senso integrale:
da ciò nasce
l’implicito . . Scambio
irragionevole dell’IMPLICITO [cf.
Grice, IMPLICATURA], sia colla
quantità impostata, sia
col nulla assoluto . .
Predominio naturale del
senso naturale implicito
nella unificazione. Ragione intellettuale
che caratterizza l’ unificazione – Grice: “Why I love Occam’s
razor!” . Del mezzo logico
dell’ unificazione . Della
continuità, e quindi
della maturità. Degli
estremi e dei
medii. Unità, varietà e
continuità delle cose
naturali. InsufGcienza relativa
del calcolo oggidì usitato
Spirito filosofico del
calcolo di unificazione . Conseguenze
pel metodo dell’insegnamento primitivo Obbiezione contro
la possibilità del
calcolo di unificazione. A quali
condizioni soddisfar debba
la soluzione dell’ obbiezione proposta. Della metafisica
del calcolo iniziativo.
Prime osservazioni per
tiovaic 1 mezzi termini
sostanziali di questo
calcolo . Dell’uno misuratore, e
delle quantità indicate
e sussidiarie considerate
in sé stesse. Dell’elemento sostanziale
della continuità . Delle diverse
specie di commensurabilità e
d’incommensurabilità Del mezzo di
valutazione considerato in sè stesso . Della incommensurabilità spuria:
suo uso nelle
matematiche . • Conseguenze
per fondare la
possanza del calcolo
iniziativo sinottico,
rimento proposto. Tavola
posornetrica . Spc- Concorso
del curvilineo e
del rettilineo per
valutare le grandezze
estese, e quindi fondare
il calcolo sinottico. Dell’ unificazione
magistrale : in che
possa e debba
consistere Come riguardare ed
usare si debba
dell’ implicito . Dell’ unificazione
morale delle Matematiche. Considerazioni generali
sul metodo dell’ insegnamento.
Della scelta degli
oggetti dell’istruzione primitiva
matematica in mira
allo scopo morale e
sociale di lei.
Distinzione dell’oggetto logico
dal materiale. Entro quali
confini versar debba
la detta istruzione. Con qual
ordine ne debbano
essere presentati gli
oggetti logici. Taccia a
Bacone ed agli
Enciclopedisti francesi. Della scienza
e dell’arte. Legge
suprema a cui
soggiacciono. Conseguenze
pel metodo dell’
insegnamento. Sua triplice
opportunità. Dell’imitazione
degli antichissimi coltivatori
delle Matematiche. Processo logico
della parte dimostrativa.
Sue funzioni eminenti.
Della funzione di
distinguere. Attitudine dei
diversi cervelli Delle funzioni
sussidiarie al ben
distinguere. Della prima proposta
filosofica. Suoi limiti,
suo intento, suo
spirito eminente Della forma
logica della prima
proposta degli oggetti.
Bando della forma sintetica . Della funzione
di connettere. Sue
condizioni. Della funzione di
esprimere. Della
rappresentazione competente si
intellettuale che sensibile
delle cose e degli
algoritmi Della competenza algoritmica.
Osservazione fondamentale per
ottenere la bontà assoluta. Fatti comprovanti
la incompetenza assoluta
dell’ astratto smodato. Delle
forinole competenti.. Se l’algoritmo
delle equazioni sia
puramente fortuito. Della rappresentazione sensibile
degli oggetti e
delle funzioni algoritmiche. Delle diverse
costruzioni sensibili algoritmiche. Utilità dei
modelli [cf. H. P. Grice, “A model of conversation”]. Necessità assoluta
ed universale dei
modelli proposti .Si conferma
la detta necessità . Lettre à
Dagincourt sur les monades et
le calcul infuiitesimal Tratti principali
del metodo DA ME
PROPOSTO. Oggetto di questo
Discorso .Necessità di una
ristaurazione
dell’insegnamento primitivo.
Dei primi fondameuti
della ristaurazione del
primitivo insegnamento.
Continuazione. Primi canoni
fondamentali. Osservazioni
teoretiche per istabilire
i canoni derivanti
dalle esigenze naturali
della mente umana . Degli
alfabeti algoritmici .
PROSPETTO DELLE OPKUK 7G2S Degli uMibcti
dei quad ilrati V*l «j i
s5* Dell’ alfabeto
dèi non q
u rada ti t.
iab, Dei gnomoni
e delle differendo
quadrate fra ì
termini della serie
ripiegata. Con ti miai
ione. Altre osservazioni
sui quadrati, di
eomposmonc peregrina, H [àH,
Delle prone siila tx?
matematiche .. tacp Delle
parole matematiche. Did
Limimi' incrociati . w
i3a Dei binomi]
portiti e dei
complementi Dèlie traforai azioni
prcmdicate . . tJ sài. Delle
parole composte. Osservazioni
speciali sitile ascisse
razionali r sui
loro ufficii primitivi., i34* Della
cornposidione dolio parole
di e q 1 1
1 incus
uni zio nc
lineare quadrata. Problema. Risposta. Deli analisi
delle primi idee
mtttewÙUich# . . Nota IT. al suddetto.
Sullo stmli» antro;
peto defflÀ ìgèbra. Nota UT.
b! suddetto.
Sull' uso sumuilario
dell'Algebra DISCORSO \L P
s rtk 1* £ |35,
Oggetti di questo
Discorso. Saggio
drirfllgontmo dei coni
inni (dittici, Esempio
i valutare d
quadrato dell'eccesso della
si ing;osia.lc* di un
.quadralo rispetto al
quadralo del lato. Condizioni
geometriche alle quell
il calcolo deve
soddisfate, *T li. Costruzione
e valutazione del
rispettivo binomio incrociato.
Mètodo di assimilazione » NT.
Soluzione categorica del
proposto problema. Tre
maniere rchuivi'. Piu¬ ma
maniera o risposta
conseguente circa il
valore cercalo. Seconda c
terza pianterà. Della
l'orma al tornali
va quadrata ©
non quadrata del
film pio c
dup o. . Della (orma
razionale degli dir, ilei,
ossia dei non
quadrati aritmetici.. Esempio
sul riraplo e
duplo. ’ i3q. Del]1 incremento
dei quadrati DcU1
mcrerneolò eonliìiutì* Esclusione
as¬ soluta dell* iollrul
o, .. F #
¥ . ^ i4o.
Dell’ incremento discreto. Cenno
su dì un
incremento arcano ,f I.
Costruzione dell1 approssima tore di
equazione. Legge d'incremento
ebe ne. risulta. Differenza
dèli1 unità nei
discreti. Alternazione di questa
differansia di unità
nei discreti UT.
Azione recondita del .lappi-ossi malore nella
duplicazione per ctìmìtirre
il valore imperfetto del
quadrato dell' eccesso ni
suo giusto limite.
« i375 ivi r^Q ^’V.ì i3^3 taffS 1087 i38B 1 38i) i5p‘ i3qi |5q3 i4r>
«%G 1 |oo j44 1 i
0 s 1 4 oS '
4°9. jfì29 Del secondo
grado di assimilazione. Valutazione preliminare
della ragione di
quattro a sei,
ossia del duplo al
triplo. Esempio d’una
valutazione di secondo
grado nella valulazioue
della pro¬ porzione di tre a
sette . „ i4i8 III. Osservazione
sulla prova per
moltiplica di estremi
e medii. Essa
è di confronto, ma
non di stato . „
x 4 1 9 IV. Dei valori
dei due binomii
incrociati nella detta
proporzione di 0:7.,,
1^20 V. Secondo esempio
della valutazione di
secondo grado: Trovare
il quadrato dell’ eccesso
del quintuplo sul
simplo, onde poi
servire alla valutazione
del pentagono . . 1^21 VI.
Terzo esempio di
valutazione di secondo
grado: Valutazione della
pro¬ porzione di 10:17.
Analogia mirabile degli
ultimi risultati di
sottrazione colla valutazione
di primo grado.
Ricomparsa del primo
termine del binomio
impostato come nella
proporzione di 2:0.
Osservazioni algoritmiche incidenti.
Prima osservazione. Il
valore del minimo
di primo grado
è uguale a due. Quello
del secondo e
dei conse¬ guenti è
uguale alla quarta
potenza duplicata della
differenza primitiva fra
il quadrato della
media proporzionale e
quello del raggio.
Seconda osservazione sul
passaggio dal superficiale
al lineare Della
serie di diversi
gradi di commensurazione lineare. Saggio d’una
tavola di quadrati
dispari fatta a
specchio. Prospetto unito delle
serie delle ipotenuse
e dei cateti
lutti commensurabili. Riflessioni relative
al metodo sovra
esposto. Dei modelli di
proposta c di
funzione. Ossservazione sull’uso
del modio. Aumento dei
complementi degli dittici
nel passare dalla
forma monogrammatica irrazionale
alla digrammatica razionale. Punti capitali
del nuovo algoritmo.
Valutazione del minimo.
Formazione delle tre moli.
Legge di coincidenza.
Ambiguità della dualità. Come
debba essere considerata
la valutazione finita
dei così detti
irrazionali o continui
dittici. Giudizio filosofico
sulla valutazione del
minimo. Delle parti
del processo di
valutazione finita. Della
divisione mascherata onde
ottenere un comune
misuratore. Limiti e
leggi compo¬ tenziali di
lei. Indicazione di
altre grandi operazioni
ommesse. Delle quadrature. Come
si debba assumere
lo stato delle
grandezze geo¬ metriche rettilinee Della Geometria
di valutazione e de’
suoi gradi. Necessità
dell’intervento della
Filosofia per creare
la doppia Geometria
indicata Osservazioni sull’Opera
Di WrONSIvT. Oggetto proprio
di questa Parte. Di
alcune nozioni preliminari
di Vvronski. Esame delle nozioni
preliminari suddette . » *4^° „
147. Prima conseguenza
pratica. Calcolo superficiale . « l4^s „
Da quanta cecità
la matematica vigente sia
dominata secondo Wronski.
Esame della sentenza
del sig. Wronski
intorno le radici
imaginarie. Delle lacune algoritmiche
ulteriori accusate da Wronski. PROSPETTO DELLE
OPERI; VAI $ i5i Se nd
supposto i^ra:iW n'pe/u/a,
M Saggio filosofico sull
Ugebra plemmLire, Considerazioni ni
esempli riguardatili l' insega
amen lo primitivo
ili questa sciènza,
ili a+ ix a,
per servire ili
appenditi n e sdì io
firn caloall’ Insogna* rilento pnniilivo
delle M a
terna tiri i
e il i
G J>. JloaucNQ&i* Avvertimento., H f1
PrefaìtiQne . t « Givo
L DftlT infide
dei calcolo . Uno
classi di matematici,
A che debba
tendere I insegna m ento primi- livo
delle Materna! ielle, Difetti di
alcuni metodi »? Condizioni
cui t leve soddisfare
rinsegnamento primitive delle
Matematiche. Plano di un
Corso (IVAÌgcbra demminrc. Della indimene
ccm^derma ndsuor rapporti
colle Matematiche. Della estrazione
delle radici dai
poi in ornili
e dai numeri
. Estrazione delia
raffici' quadrata dai
fnììnamit. Estrazione detta radice
quadrata dai numeri. Estrazione della
radice cubica dal
palìnamii. Estrazione della radice
cubica dai numeri.
. ifjf t4-97 iLoo 1 Sei» i S H» i
b m) . 41.131 NOIE ED
OSSERVAZIONI PRINCIPALI AGGIUNTE.
Nlu Lo
note presegnate con
asterisco * non
sono cicli' Editore. Nella Logica
di GENOVESI (vedasi). Delle Vedute
fondamentali sull’ arte
logica. Al 562.
*Sul Manuale della
storia della Filosofia
di G. Tennemann,
con supple¬ menti di POLI (vedasi). Sulla Metafisica. Sulla vita
contemplativa. Sull’utilità. Intorno
alle ultra-astrazioni. Sull’ economia divina
riguardante la natura
umana, Sul materialismo. SULL’INCIVILMENTO NATIVO ITALIANO – Grice:
“When I started my serious study ino Italian philosophy, I noted that whereas I
always took pride on my ‘civilmento,’ Italian philosophers especially proceed
in an inverse way: they take pride on the INCIVILMENTO NATIVO ITALIANO, as
Romagnosi calls it – I suppose to justify what Italian philosophers should do
for their nation!” -prospetto delle opere ,
Su IT idra
dj Db cc. Sullo
scopa delle ptinubni
da certe iegip
a nìIìIL^ aulì animali omicidi. {jt ftiegii
Opuscoli lilusoiici. S i,
Vedi lt osservai
iuni al (Selle
Vedute fondamentali, ifiot 3.
^ udì le
osservazioni ai dóo
e Ibi delle
Vedute fondamentali Vedi
b osservazioni al 8.',
i lìdie Vedute
fondamentali . „ ifc'oi
J4^> Sulla catena
delle eosÉ? e
isull'oTiii ne attuale ddl'tìoi verso ec.
>t &3(? « V edi
le osseryaziijul oi
delle Vedute fQiidftnwnudi
. „ ido5.
Dì una questione
relativa alla cognaiouo
delle essenze .
1t 3k|iì, Sulla
creazione 63u „ ìSj, Lettera
del Prof. B,
Poli, tratta dalla
Biblioteca Italiana, nella
quale espone il piano
di una Statistica
degli usi pedagogici
dei diversi paesi dT
Italia. «, 4oó.
Cenno sulla Filosofia
di De Malslre,
u *fi£i .p5 Cenno
sulla Filosofia di Condillac.
Sull* ecciti Isroo Sul
vario significato dell'espressione di
timor proprio CORREZIONI
E VARIANTI Nella V
ilo dell’ A
ufo ce, mila
jjog. vni dopo
la linea 2$
4 fg giucco
ia alarne copie
il se- gui'tj Lf
periodo. Multe accademie vollero
ascritto 31 fiomagnosi
a] loro consorzio^
noteremo fra tante ¥
Istituto Beale di
Francia, die lu
nominava suo socio
per J a classe delle
scienze morali con,
diploma del 14
Dicembre ÌH3jk Sì
mostri egli ricono- stente ii
questo Leo meritalo
non comune onore,
mandando ad esso
Istituto una Memoria intitolata
{'edule eminenti per a
mmìnìstrtire 1’economìa suprema
dei- V incivilimento e lasciandogli
colla sua disposizione
di ultima volontà
una grande medaglia
col suo ritratto
a cesello, opera
dì CESARI (vedasi), che una
società di estimatori suoi
gli aveva offerto
poco tèmpo prima
della sua morte. !S e-.: n 1 1 1 1 o un tu s.
d u li 1 0 [>e fa SulT insegna
jnefltQ primitivo delle
Metejfiatiche^ alta pa timi
1 'fc 7 ", yn
luogo di dò
che sta dalla
lin lo alili
t(j, dovrebbe leggersi
coinè segue I politici
poi riguardarono le
innova/doni del tempo
come attentati di una
rea intemperanza, e
quindi suggerirono un
regime reprimente e
retrogrado. Ninno quindi rese
omaggio alia suprema
provvidènza della natura
e a quella
di¬ vina i -con ornili, nella
quale e rusa
sssurda eil empia
il supporre cose
tra loro cotanto
ripugnanti. Più ancorai
con questa specie
rii morale manicheismo
non si avvidero di
ragionare secondo impulsi
plebei. L'ordine morale fu
da loro configurato
e e. 1 (ì34 P»g .
3~. nella nota. Credo
si trovi /en-gi Si
trova 53 61. Capo IV. Capo
111. 55 66. Capo V. Capo
1\ . 55 70. lin. ult. co 1 45 5?
74- Capo VI. Capo
V. 55 96. lin. 1 3-1.4.
nota. si scoprirono/egli scoprì 55 107* »
Che giova nelle
lata dardi cozzo.1 InJ'.
Cauto IX. v. 97.
55 i45. 55 penult
nota pel punto/sul punto per
regola/per la regola 55 i35. 55 uh.
563 364
242. 35
i3. del fato Forse si
dee leggere del fatto Veggasi
un’espressione simile a pag.
355, lin. 18. » 263.
53 uh. uota psicologioi/prieologiei 55 490. 33 3a.
importanti/importali 55 6o4. 55 28. Villers Nell’edizione originale
si legge it 1600. „ 19.
Villers f 'eiller. Sembra però
clic vi sia errore.
Vedi la nota
alla pag: 62!. 55 5
1 I .
53 9. vedemmo formarsi/si
formano 55 i539 33 penult.
nota reudizionc erudizione. Impresso in
Padova coi tipi
di Sitea. Luglio. S B.N.
Ucc I\3hS ‘ S. Gian Domenico
Romagnosi. Romagnosi. Keywords: scienza simbolica, scienza simbolica
degl’antichi romani, il vico di Romagnosi, la terza Roma, la prima Roma, la
prima eta, la terza eta, la logica di Genovese, la matematica, Sacchi,
Cattaneo, incivilamento, gl’italiani, la nazione italiana. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Romagnosi,"
per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia.


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