Luigi
Speranza -- Grice e Calabresi: il deutero-esperanto – la scuola di
Montepulciano – filosofia sienese – filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza
(Montepulciano). Filosofo italiano. Montepulciano, Siena, Toscana. Muore a Sarteano.
Filosofo, medievista, paleografo e linguista italiano. Un appassionato studioso
d'istituzioni del basso Medioevo, con particolare riguardo a Montepulciano e
alla Valdichiana in generale. La sua
opera principale è sicuramente il glossario giuridico dei testi in volgare di
Montepulciano. Tale lavoro e realizzato per conto dell'Istituto per la
documentazione giuridica del Consiglio nazionale delle ricerche, oggi Istituto
di teoria e tecniche dell'informazione giuridica. Come linguista, correda, con Fiorelli (vedasi),
co-autore del Dizionario d'ortografia e di pronunzia della RAI, della
trascrizione fonematica tutti gl’esponenti di Zingarelli. La trascrizione usa
l'alfabeto fonetico, ed è il primo esempio d'applicazione su larga scala di
quel sistema alla lingua italiana. Altri saggi: El breve de la Conpagnia de'
chalçolari di Monte Pulciano, Firenze, Istituto per la documentazione giuridica
del Consiglio nazionale delle ricerche. Il Chiaro o Lago di Montepulciano:
appunti storici con documenti inediti e riproduzioni di carte antiche,
Acquaviva o Montepulciano, Cartolibreria P. Pellegrini; Cenni sulla storia di
Chianciano Terme e sull'arme del Comune, Chianciano Terme, Amministrazione
comunale; Contributi alla conoscenza delle arti e delle corporazioni nei secoli
17°-18°. Dalle fonti documentarie degli archivi privati e delle persone
giuridiche minori (specialmente della Toscana orientale e meridionale),
Firenze, Istituto per la documentazione giuridica del Consiglio nazionale delle
ricerche; Un vocabolario della lingua parlata in un codice della
Magliabechiana, Firenze, La Crusca; Strade, storia e tradizioni popolari nella
Valdichiana senese: archeologia e storia del territorio nei nomi delle vie
d'Acquaviva. Il folklore della strada, Acquaviva; Montepulciano: contributi per
la storia giuridica e istituzionale. Edizione delle quattro riforme maggiori
dello Statuto, Siena, Consorzio universitario della Toscana meridionale; Glossario
giuridico dei testi in volgare di Montepulciano: saggio d'un lessico della
lingua giuridica italiana, Firenze, Pacini. Biografie Per il Dizionario
biografico degli italiani della Treccani, C. inoltre cura le biografie di Buonmattei,
Cenni (vedasi), e Cenni Fondazione In suo onore è stata istituita la Fondazione
C., con sede nella frazione di Acquaviva, suo paese natale. La scomparsa di C.,
su biblioteca.montepulciano.si.it. In memoria di C., su ittig.cnr.it. Cataloghi
e collezioni digitali delle biblioteche italiane, su internetculturale.it.
Portale Biografie Portale Medioevo
Portale Storia Categorie: Medievisti italiani Paleografi italiani Linguisti
italiani Italiani Nati a Montepulciano Morti a Sarteano Biografi italiani [altre]
Il senese C., dipendente del C.N.R., inventa una lingua ausiliaria
internazionale che chiama Omnlingua, caratterizzata sul piano morfologico dal
recupero della declinazione, con sette casi nella declinazione primaria
(nominativo, genitivo, dativo, relativo statico, relativo dinamico o
accusativo, vocativo, locativo statico) e sei in quella secondaria (derivativo,
fautivo, strumentale, locativo dinamico, invocativo, locativo stabile), dall'adozione di cinque
generi grammaticali, di dieci coniugazioni, di tre tipi di preposizioni
semplici e di prefissi ottenuti con tre diverse vocali finali, ecc., e dall'uso
di alcuni segni particolari, come il segno «"» che indica aspirazione; «-»
rafforzamento o raddoppiamento non
enfatico sulle consonanti e allungamento sulle vocali; «^» addolcimento di
certe consonanti, ecc. La molla che
spinge Calabresi a creare l'Omnilingua è, da un lato, la constatazione del
fallimento del Volapük e dell'Esperanto, dall'altro il desiderio di
«affratellare i popoli di tutto il mondo», dopo le orrende devastazioni della
seconda guerra mondiale, in cui per altro C. perde il padre. Omni-lingua. Ilio
Calabresi. Calabresi. Keywords: omnlingua. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Calabresi”. Calabresi.
Luigi
Speranza -- Grice e Calais: la setta di Reggio – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio).
Filosofo italiano. Giamblico di Calcide, a Pythagorean.
Luigi Speranza -- Grice e Calboli:
l’implicatura conversazionale della langue e la parole – Grice e Gardiner -- de
parabola – filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo Italiano.
Grice: “I like Calboli – he philosophised on much the same subjects I did –
colour words (‘that tie seems/is light blue’) – the philosophy of perception,
and parabola, i.e. expression. If I use ‘utterance’ broadly so does Calboli
with his ‘parabola.’ One big difference is that he is a nobleman, who owned a
castle that he ceded to Firenze – I did not!” Altre opere: “Exercitatio philosophica” (Romae, Giovanni Zempel). Étymol.
et Hist.I. Faculté d'exprimer la pensée par le langage articulé -- «expression
verbale de la pensée» (Roland, éd. J. Bédier: De sa parole ne fut mie hastifs,
Sa custume est qu'il parolet a leisir); spéc. ling. distingué de langue (Sauss.).
action de parler» metre a parole «faire parler» (Wace, Conception N.-D., éd.
Ashford). C. Le langage oral considéré par rapport à l'élocution, au ton de la
voix cde sa pleine parole «à haute voix» (Pèlerinage de Charlemagne, éd. G.
Favati); parole basse (Benoît de Ste-Maure, Troie, ds T.-L.);(Wace, Rou, éd. Holden: Sa voiz e
sa parole mue). D. ca «faculté
d'exprimer sa pensée par le langage articulé» (Guillaume d'Angleterre, éd. M.
Wilmotte, De joie li faut la parole). «art de parler, éloquence» employer sa
parole à gagner argent (Nicot); (Boileau, Art poétique, chant IV ds OEuvre, éd.
F. Escal); avoir le don de la parole (Ac.). F.
«droit de parler» (Bruyère, Caractères, De la Cour, OEuvre, éd. J.
Benda: Ils ont la parole, président au cercle). II. Son articulé exprimant la
pensée A. Suite de mots, message, discours, propos exprimant une pensée
(Roland: De cez paroles que vous avez ci dit...;: Bon sunt li cunte e lur
paroles haltes); (Wace, Rou: [Li evesque] Ne fist pas grant parole ne ne fist
grant sermon). B. spéc. «discussion,
dispute» (Wace, Brut, éd. I. Arnold); avoir des paroles ensemble (Perceforest) «promesse» doner parole (Benoît de Ste-Maure);
prisonniers pour la parole (E. Pasquier, lettre 21 août, ds Lettres hist., éd.
D. Thickett); (croire) sur vostre parole (Guez de Balzac, lettre 11 déc. ds
OEuvres); homme de parole (Id., lettre).
«expression verbale d'une pensée remarquable» (Thomas, Tristan, éd.
Wind, fragm. Douce: Oïstes uncs la parole).
«belle, vague promesse» (Proverbe au vilain, T.-L.: De bele parole [var.
promesse] se fait fous tout lié); paroles sourdes «paroles en l'air, mensonges»
(Gace de La Buigne, Deduis.);«phrase creuse, vide» paroles pleines de vent
(Chastellain, Chron., éd. Kervyn de Lettenhove). «enseignement» (Aimon de Varennes,
Florimont, ds T.-L.); spéc. 1ertiers xiiies. (Vie de St Jean l'Évangéliste,
567, ibid.: avint ke li ewangelistes en une chité vint, Où il dist la parole
[Luc]) la parole de Dieu «l'Écriture sainte» (Pascal, Pensées, OEuvres, éd. J.
Chevalier: Quand la parole de Dieu... est fausse littéralement, elle est vraie
spirituellement); 2. fin xiies. la parole «le Verbe, la Parole faite chair»
(Sermons de St Bernard, éd. W. Foerster,: cil [li troi roi el staule]
reconurent la parole de deu lai ou il estoit enfes). Issu du lat. chrét.
parabola (devenu *paraula par chute de la constrictive bilabiale issue de -b-
devant voy. homorgane) «comparaison, similitude», terme de rhét. (Sénèque,
Quintillien); puis, chez les aut. chrét.: 1. «parabole» (Tertullien, St
Jérôme); 2. «discours grave, inspiré; parole», ce double sens étant dû à
l'hébreu pārehāl (Job, 1: assumens parabolam suam«reprenant son discours»;
Num.: assumptaque parabola sua, dixit; par la suite: Gloss. Remigianae: in
rustica parabola «en lang. vulg.»), v. Ern.-Meillet, Blaise, Vaan., Löfstedt,
Late Latin, pp.81 sqq. Le lat. est empr. au gr. παραβολη «comparaison [par juxtaposition],
illustration» empl. dans les Septante au sens de «parabole» (Marc). Parabola a
supplanté verbum dans l'ensemble des lang. rom. (sauf le roum.) grâce à la
fréq. de son empl. dans la lang. relig., verbum étant spéc. utilisé dans cette
même lang. pour traduire le gr. λογος, v. verbe. Marchese.
De Calboli. Paulucci. Paolucci. Francesco Giuseppe Paulucci di Calboli.
Francesco Paulucci di Calboli. Keywords: de parabola, parabola, parola,
parlare, hyperbola, cyclo, ellipsis. exercitatio philosophica. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Calboli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza -- Grice e Calcidio: la ragione conversazionale a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library. (Roma). Filosofo italiano. Commenta il
"Timeo" di Platone. Per impulso di un OSIO al quale con una
lettera CALCIDIO dedica l’opera sua, è un platonico con forti tendenze
eclettiche o dilettanti.Secondo la tradizione manoscritta, C. si dove
identificare il dedicatorio del lavoro a quell’Osius o Hosius di Cordova che
prende parte ai concili di Nicea e di Sardica.Nella stessa epoca e vissuto C.,
che viene detto diacono o arcidiacono della stessa diocesi. In ogni modo,
nel Commento del Timeo, C. mostra di conoscere bene il Testameno ebreo, che
ritiene ispirata da Dio, cita Origene e accenna a credenze dei galilei.Il
Commento al Timeo di C. deriva in ultimo da quello di Posidonio, mediato però
da uno del liceale Adrasto d’Afrodisia per la parte matematica, astronomica e
musicale e da uno di seguace del Platonismo dal quale sembra provenire anche lo
pseudo-plutarcheo "De fato."Non è escluso, anzi, che il secondo
commento sia stato l’unica fonte di C.. C. sopra tutti i filosofi
ammira Platone, di cui cita passi di diversi dialoghi.Inoltre, C. menziona
molti altri autori (stoici, neo-pitagorici, Filone d'Alessandria, Numenio), che
probabilmente conosce soltanto indirettamente. Queste citazioni svariate
sono l’espressione estrema del suo eclettismo o dilettantesimo a base
platonica. Con Platone, C. parla di tre principi delle cose, Dio, il
modello (cioè la idea) e la materia.In ciò si accorda con Albino, col quale
riduce la idea a un pensiero divino.Con lo Stoicismo, C. identifica il divino
al principio attivo, la materia al principio passivo. Però, mentre fa
della materia un principio originario e sostiene che il mondo non è stato
creato nel tempo, C. si sforza di affermare che in questi argomenti l'origine
di cui si parla non ha carattere cronologico, ma designa una dipendenza. C.
si esprime quindi in modo improprio quando ammette l'eternità dell’origine
delle cose e della materia. Dalla materia, in cui Dio impone le immagini
dell'idea, e provenuto il corpo. Mentre in questa parte, in complesso,
predomina il pensiero di Platone, nello studio delle potenze divine si
presentano dottrine del Platonismo, che preparano quelle neo-platoniche, ma in
alcuni punti essenziali ne differiscono fortemente. Al vertice sta il
divino supremo o il sommo bene, che, con Platone, è posto sopra ogni sostanza e
dichiarato superiore all’intelletto e ineffabile. Al disotto di esso sta
un secondo divino, la provvidenza, identificata al vobis, che è la volontà e
insieme l'eterno atto della mente divina. Le cose divine
intelligibili e quelle prossime ad esse, sottostanno soltanto alla provvidenza,
le naturali e corporee sono soggette al fato, o serie delle cause, che deriva
dalla prima ed è una legge divina promulgata per reggere ogni cosa. Di
questa legge è custode un terzo divinito, l'anima cosmica, che C. chiama la
seconda mente o il secondo intelletto. Questa tri-partizione del divino
riprende uno schema di Albino e si allontana dal neo-Platonismo perchè non
denomina Uno il primo principio, gli attribuisce la volontà che Plotino gli
nega e non parla della derivazione della materia nei termini caratteristici di
quel sistema. La teoria della provvidenza e del fato (affine a quella
dell’opera pseudo-plutarchea) sembra pure attinta a una fonte
platonica. Le teorie sui demoni e sul destino delle anime dopo la morte
concordano con quelle della scuola platonica e di Posidonio. In complesso
C. giustappone teorie svariate senza ri-organizzarle.La filosofia di C., però,
sebbene priva di ogni originalità, e l’unica via di accesso alla filosofia
platonica di cui potè disporre la civilizazione occidentale e costituì per esso
una delle fonti maggiori della storia del pensiero romano
antico. Calcidio Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Manoscritto medievale del Timeo di Platone, tradotto da C. Filosofo romano.
Della vita di C. sappiamo pochissimo. C. traduce il Timeo di Platone in LATINO,
corredandola di un ampio Commento. La datazione della traduzione è dibattuta.
Tra gli elementi più importanti utilizzati per collocare C. nel tempo e nello
spazio c'è la lettera introduttiva all'opera, dedicata ad OSIO, al quale egli
fa riferimento più volte nel suo Commento. Nella lettera C. racconta come OSIO
gli abbia affidato un incarico tanto arduo come la traduzione e il commento del
Timeo al LATINO, impresa, secondo C., mai tentata fino a quel momento (operis
intemptati ad hoc tempus). Una subscriptio trovata in alcuni manoscritti fa
luce sul problema della datazione dell'opera: "Osio Calcidius ".
Dalla subscriptio si evince, quindi, che Ca. era l'arcidiacono di un vescovo
Osio. Nel periodo tardo imperiale è noto un Osio, diocesi di Cordova, figura
importante del cristianesimo occidentale. Nei Concili di Nicea e Sardica, Osio
giocò un ruolo decisivo nella difesa dell'ortodossia contro l'arianesimo. Se si
tratta di questo Osio, Calcidio avrebbe realizzato la sua traduzione del Timeo.
Waszink, l'editore di C. si oppone a questa ipotesi, che è sempre stata quella
tradizionalmente più accettata, e ritiene che C. debba essere collocato intorno
alla fine del IV secolo o all'inizio del V. Secondo Waszink, l'ambiente in cui
sarebbe stato redatto questo trattato neoplatonico e cristiano sarebbe quello
della Milano della fine del IV secolo, quando la città italiana era un fiorente
centro di platonismo sia pagano che cristiano, e l'Osio cui si fa riferimento
nella lettera introduttiva potrebbe essere un alto funzionario imperiale attivo
a MILANO. Tuttavia non esistono prove dell'esistenza dell'Osio ipotizzato da
Waszink. La teoria di Waszink è stata respinta da Dillon, che ha ripreso la
datazione tradizionale dell'opera, ed è oggi generalmente abbandonata dagli
studiosi. Il “Timeo” era già stato tradotto in latino da CICERONE. La
traduzione di C. differisce notevolmente da quella di CICERONE, che forse C.
non conosce. Il Commento – L’UNICO COMMENTARIO LATINO ad un'opera di Platone
pervenutoci - riguarda solo il testo da 31c4 a 53c3. Per il suo commentario C.
fa abbondante uso di fonti greche antiche. Si basa probabilmente sul Commento
al Timeo di Adrasto e sulle opere di Albino, Numenio, Porfirio e Filone. Il suo
Commento riporta gran parte del capitolo sull'Astronomia della Matematica utile
per comprendere Platone di Teone di Smirne. C. vi espone le conoscenze
astronomiche del primo secolo e, accanto ai modelli di Eudosso e Ipparco,
descrive anche il modello attribuito a Eraclide Pontico, che sostiene che
Venere e Mercurio ruotano intorno al Sole. C. concepisce la materia come
sostanza pura e vuota, o anche come l'essenza priva di qualità (in greco:
apoios ousìa) del PORTICO, che con l'Ápeiron di Anassimadro condivide l'essere
infinita e illimitata, priva delle determinazioni qualitative e quantitative
che invece caratterizzano gli enti che si muovono al suo interno. Tale materia
primordiale è necessaria per spiegare il molteplice colto dai sensi, che è
mobile e divisibile, ma essa in sé e per sé non può essere oggetto di
percezione sensibile; al contrario, gli organi di senso possono percepire
soltanto la materia unita a una qualche forma intellegibile, ed è poi compito
dell'analisi delle mente astrarre la materia pura dalle forme che sono
congiunte ad essa dal Demiurgo artefice del mondo. La sintesi della mente
umana giunge così a identificare i tre principi primi: Dio assimilato al
Demiurgo platonico, l'idea (exemplum) e la materia (in latino: silva,che rende
il greco antico ulē), da non confondersi con i quattro elementi, che sono
qualitativamente determinati[6] e nemmeno con la loro unità primitiva, come
Diogene Laerzio aveva inteso la materia prima. Il Timeo nella traduzione
di C. è l'*unica* opera di Platone nota agli studiosi dell'Occidente latino
fino a quando Aristippo traduce in latino il “Menone” e il “Fedone”. Traduzione
e Commento furono molto diffusi durante tutto il Medioevo, al punto che se ne
sono conservate più di cento copie manoscritte. Furono realizzati vari commenti
alla traduzione di C. tra i quali quello di Isdoso e quelli dei teologi della
scuola di Chartres, come Bernardo di Chartres e Guglielmo di Conches. I maestri
di Chartres danno al fatto della creazione un'interpretazione filosofica.
Partendo dagli assunti di base del platonismo, cercano di dimostrare
l'esistenza di una corrispondenza tra la visione del mondo espressa nel Timeo e
quella descritta nel racconto biblico della creazione. Bernardo è considerato
l'autore delle Glosae super Platonem, un anonimo commentario al Timeo nella
versione di C. sotto forma di glosse.[10] Il filosofo e poeta Bernardo
Silvestre fu una delle personalità di questo periodo che furono maggiormente
influenzate dalla filosofia platonica. La sua cosmologia e antropologia
rivelano la profonda influenza del pensiero di Calcidio. Anche il poema De
planctu Naturae di Alano di Lilla contiene idee tratte dal Timeo e dal
commentario calcidiano. L'opera di C. fu molto apprezzata anche nel
periodo rinascimentale, iniziato in Italia alla fine del XIV secolo.
L'interesse per C. è testimoniato dalle numerose copie manoscritte dell'opera
risalenti a quest'epoca - almeno 40, 28 delle quali provengono dall'Italia. Una
parte dei manoscritti contiene solo la traduzione del Timeo, una parte solo il
commento, una parte traduzione e commento insieme. La maggior parte delle
principali biblioteche pubbliche e principesche d'Italia e numerosi umanisti ne
avevano una copia. PETRARCA (si veda) annota la sua copia dell'opera, oggi
conservata presso la Bibliothèque Nationale a Parigi. L'umanista FICINO (si
veda), più tardi divenuto famoso come traduttore e interprete dei dialoghi
platonici, fa una copia manoscritta del commento, corredandola di un gran
numero di note sulla lingua, sui contenuti e sulle fonti. Più tardi, quando
realizzò una nuova traduzione latina del Timeo, fece solo occasionalmente
ricorso a Calcidio, perché il suo latino non soddisfaceva gli elevati standard
degli umanisti. Anche l'amico di Ficino PICO (si veda) ha una copia dell'opera
di C., annotata di suo pugno. L'editio princeps della traduzione e del commento
del Timeo fu pubblicata a cura dell'umanista GIUSTINIANI, vescovo di Nebbio.
Nella lettera di dedica, Giustiniani esprime il suo entusiasmo per la cultura e
l'imparzialità di C.. Secondo Giustiniani, infatti, C. scrive in un modo così
oggettivo che dalle sue parole non si poteva evincere nemmeno se fosse attamente
romano pagano. Più tardi, alcuni studiosi considerarono C. ebreo, altri - come
il filosofo Cudworth e il filologo Fabricius
- lo ritennero, al contrario, cristiano. Un'altra ipotesi fu avanzata
dallo storico Mosheim che giunse alla conclusione che C. non è né un cristiano
né un ebreo, né un platonico puro, MA UN ROMANO pagano che ha arricchito la sua
filosofia platonica con altri concetti. Fabricius pubblicò una nuova edizione
della traduzione e del commento del Timeo ad Amburgo. La filosofia antica, Adorno, Feltrinelli; Moreschini (ed.): C.: Commentario
al “Timeo” di Platone, Milano; Bakhouche (ed.): Calcidius: Commentaire au Timée
de Platon, Parigi; Dupuis : Préface à la traduction de Théon de Smyrne,
Exposition des connaissances mathématiques utiles pour la lecture de Platon,
Hachette, 1892. ^
Pierre Duhem, Le système du monde; Moro, Francesca Menegoni e Giovanni
Catapano, Il concetto di materia nei commentari alla Genesi di Agostino;
Università di Padova-FISSPA; Caiazzo, La materia nei commenti al Timeo, in
Quaestio. Annuario di storia della metafisica; Grant, Science and Religion, Greenwood;
Waszink, (ed), Timaeus, a Calcidio translatus commentarioque instructus; Warburg
Institute et Brill, Londres-Leiden, 1962: Secondo Waszink, il periodo in cui
l'opera fu maggiormente copiata fu tra il XII e il XV secolo. Secondo Raymond Klibansky: This dialogue [Timaeus], or rather its first
part, was studied and quoted throughout the Middle Ages, and there was hardly a
mediaeval library of any standing which had not a copy of Chalcidius’ version
and sometimes also a copy of the fragment translated by Cicero. ^ Terence Irwin;
Classical philosophy: collected papers, Taylor et Francis. Sulla questione
della paternità si veda Béatrice Bakhouche (ed.): Calcidius: Commentaire au
Timée de Platon, Vol. 1, Parigi; Dronke: The Spell of C., Firenze; L'adorabile
vescovo di Ippona": atti del Convegno di Paola, Franca Ela Consolino,
Rubbettino; Hankins: The Study of the Timaeus in Early Renaissance Italy. In Hankins:
Humanism and Platonism in the Italian Renaissance, Bd. 2, Rom; Hankins: Plato
in the Italian Renaissance, Leiden; Wrobel: Platonis Timaeus interprete
Chalcidio, Frankfurt (Ristampa dell'edizione Leipzig); Bronislaus W. Switalski:
Des Chalcidius Kommentar zu Plato’s Timaeus, Münster; Wrobel: Platonis Timaeus
interprete Chalcidio, Frankfurt
(Leipzig); Bronislaus W. Switalski: Des C. Kommentar zu Plato’s Timaeus,
Münster; Vgl. Jan Hendrik Waszink: Calcidius. In: Reallexikon für Antike und
Christentum, Supplement-Lieferung, Stuttgart; Vedi Eginhard P. Meijering:
Mosheim on the Difference between Christianity and Platonism. In:
Vigiliae Christianae; Commentario al «Timeo» di Platone, a cura di Moreschini,
con la collaborazione di Bertolini, Nicolini,
Ramelli, Bompiani, Il Pensiero Occidentale, Milano; Commentaire au Timée
de Platon, Parigi, Traducción y Comentario del Timeo de Platón, Zaragoza; Magee
(ed.), Calcidius. On Plato's' Timaeus, Cambridge (Mass.) - London,
Harvard; Studi BOEFT, J. DEN, Calcidius on fate. His doctrine and sources,
Leiden, 1970. BOEFT, J. DEN, Calcidius on demons (Commentarius), Leiden,
CICERÓN, Sobre la adivinación, Sobre el destino, Timeo, introd., trad. y notas
de Ángel Escobar, Biblioteca Clásica Gredos, nº 271, Madrid, GERSH, Stephen,
Middle Platonism and Neoplatonism: The Latin Tradition, Publications in
Medieval Studies, vol. 23. University of Notre Dame Press, 1986. MACÍAS VILLALOBOS,
C., "La influencia de C. en la obra y el pensamiento de Ficino",
Crítica Hispánica; WASZINK, J. H., Studien zum Timaioskommentar des Calcidius,
I. Die erste Hälfte des Kommentars (mit Ausnahme der Kapitel über die
Weltseele), Leiden, Brill, WINDEN, Calcidius on Matter. His doctrine and
sources. A chapter in the history of Platonism, Leiden, Brill, Donato Tamilia,
De C. aetate, in Studi italiani di filologia classica, Bronislaus Wladislaus
Switalski, Des C. Kommentar Zu Plato's
Timaeus, Münster, Steinheimer, Untersuchungen über die Quellen des C.,
Aschaffenburg 1912. C., su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana; Calogero, C., in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, C., in Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, C., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. C., su ALCUIN, Università di Ratisbona. Modifica su Wikidata
(LA) Opere di Calcidio, su Musisque Deoque. Opere di C., su PHI Latin Texts,
Packard Humanities Institute. Opere di C., su digilibLT, Università degli Studi
del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro. Opere di C., su open MLOL, Horizons
Unlimited srl. Opere di C., su Open Library, Internet Archive. su V · D · M Platonici Portale Biografie
Portale Filosofia Categorie: Filosofi romani Filosofi Romani Filosofi
cristiani Neoplatonici Traduttori dal greco al latino Commentatori di Platone [altre]
Calcidio or Chalcidius translated the Timeo, and produced a commentary on it
that still survies. In his understanding of matter and form, he appears to
have borrowed substantially from Aristotle. His commentary is also a valuable
source of information on the Porch physics as he makes several references to
what Zeno of Citium, Crisippo di Soli and Cleante thought about such issues as
fate and substance. He may also have been familiar with the works of Giamblico
and Porfirio. Calcidio.
Keywords: Cicerone. Calcidio.
Luigi Speranza -- Grice e Calderoni:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del bene comune,
bene summon – Remigio di Gerolami e il bono comune (koinon agathon) di
Aristotele—scuola di Ferrara – filosofia ferrarese – filosofia emiliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Ferrara). Filosofo
emiliano. Filosofo italiano. Ferrara, Emilia-Romagna. Grice:”Calderoni knew
everything – he corresponded with Lady Viola, as I didn’t – and he pleased the
lady, because the lady knew that Calderoni was using all the right words – none
of the heathen ‘mean,’ but all about ‘segno’ and ‘segnare’ and ‘intenso,’ – It
is drawing from the Calderoni tradition that I arrive at the
meaning-as-intention paradigm I’m identified with! And note that sous-entendue
is Millian for implicatura!” -- Grice: “Calderoni is a genius; he is, like me,
a verificationist – I mean, read my ‘Negation’: the two examples I give relate
to sense data: “I’m not hearing a noise,’ and ‘That is not red.’ Calderoni
tries the SAME! He founded a verificationist (or ‘pragmatist’ club at Firenze),
and he corresponded with Peirce when I only decades later, tutored my tutees on him!” -- Grice: “Calderoni is serious about
truth-conditivions having to be understaood as ‘assertability’ conditions – and
these assertability conditions providing much of the ‘sense;’ admittedly, he
uses ‘sense’ more loosely than I do – but on the good side, he uses ‘nonsense’
in a tigher way than I do!” Teorico del diritto italiano (pragmatismo
analitico italiano). Studia a Firenze e si laurea a Pisa, con “I
postulati della scienza positiva ed il diritto penale”. Collabora alle riviste
Il Regno e Leonardo, su cui scrive una serie di saggi, in autonomia o in
collaborazione col maestro Vailati. Presenta comunicazioni in diversi Congressi
internazionali: Monaco, Parigi, e
Ginevra. Mantiene contatti e scambi con Halévy, Boutroux, Russell, Couturat,
Brentano, Ferrari, Pikler, Mosca, Pareto, Croce, Juvalta, Peirce e molti altri.
Il saggio “Disarmonie economiche e disarmonie morali”. Successivamente ottiene
una libera docenza a Bologna, dove tiene
un corso sul pragmatismo dal titolo “L’assiologia, ossia, la Teoria Generale
dei valori”. Scrive in collaborazione con Vailati “Il Pragmatismo” raccolta di
tre articoli introdotti nella Rivista di Psicologia applicata (“Le origini e
l'idea fondamentale del Pragmatismo”; “Il Pragmatismo ed i vari modi di non dir
niente” – “L'arbitrario nel funzionamento della vita psichica”. Trascorsa
l'estate a Rimini a curare i sintomi d'una bruttissima depressione, ritorna a
Firenze, dove inizia nuovamente il corso universitario su Teoria Generale dei
valori all'Istituto di Studi Superiori, senza riuscire a terminarlo, dal
momento che, a causa di un aggravamento repentino dell'esaurimento mentale,
abbandona la docenza. Muore in una casa di salute ad Imola. Mette sotto analisi
e in correlazione senso comune e scienza attraverso lo strumento
meta-discorsivo della filosofia, intendendo costruire conoscenza e scienza coi
mattoni della teoria della mente, e usando come riferimenti culturali analisi
brentaniana di stati mentali e teoria dinamico-funzionale della mente di James
e di Pikler. Saggi di riferimento sono due: è con “La Previsione nella teoria
della conoscenza” che intende analizzare
condizioni di verità e condizioni di validità della conoscenza, sia discernendo
enunciazioni sensate da non-sensi sia indicando un metodo di verificazione,
nell'istanza verificazionista di illustrare a fondo i meccanismi della
conoscenza (verificazione e verità), oltre all'obiettivocome accade anche nel
Peirce di avvicinare teoria della conoscenza e semantica dei discorsi (verità e
senso); ed è col successivo saggio, “L'arbitrario nel funzionamento della vita
psichica” che, accettata l'eredità vailatiana, intende mostrare l'esistenza di
una stretta connessione tra attività conoscitive dell'uomo comune ed attività
conoscitive dello scienziato, accostando tale saggio teoria della mente e
teoria della scienza. La lettura sinottica dei due testi conduce a riconoscere la
tendenza a costruire una teoria dell’animo caratterizzata da riferimenti
costanti alla teoria della conoscenza e alla teoria della scienza.
Precorrendo semiotica moderna e verificazionismo schlickiano, costuisulla scia
di una certa tradizione continentale e americana indicata dal maestro Vailati-
riconosce nei discorsi umani un trait d'union irresistibile tra senso e verità,
e ri-definisce la norma di Peirce come norma di senso e norma di verificazione
[articoli di riferimento sono due: col breve Il senso dei non sensi, intende esaminare cosa sia senso di una
enunciazione e se esista un unico criterio idoneo a differenziare enunciazioni
sensate da non-sensi o a costruire un concreto metodo di verificazione, unendo
all'istanza semantica di attribuire un senso ai vari modelli di mezzo
comunicativo inter-individuale (intersoggetivo) il sincero desiderio analitico
di rinvenire rimedi sicuri contro l'indeterminatezza naturale di termini,
enunciazioni e discorsi e la conversazione umana, ed essendo cassa di risonanza
all'obiezione contestualistica vailatiana contro l'atomismo semiotico
dominante. Nel successivo saggio Il Pragmatismo e i vari modi di non dir niente
totalmente debitore alla prolusione vailatiana al corso di Storia della
meccanica “Alcune osservazioni sulle questioni di parole nella storia della
scienza e della cultura”, mostra di essere abile concretizzatore dell'eredità
vailatiana tentando di mettere in stretta combinazione intuizione dell'artificialità
della conversazione umana e nozione di analisi semantica come rimedio all'indeterminatezza
dei mezzi di comunicazione. La lettura sinottica dei due saggi conduce a
riconoscere in Calderoni tendenze a costruire una teoria della conversazione
umana caratterizzata da riferimenti a convenzionalismo e contestualismo, a
rifiutare derive essenzialistiche nell'uso di termini ed enunciazioni e a
sottolineare la valenza farmaceutica o terapeutica dell'analisi
semantica. Nella posizione giusfilosofica, l'etica, nella sua dimensione
totale, è tematica centrale nella sua filosofia, introducendo costui una
modalità rivoluzionaria di considerare tale materia; In lui e in altri autori
d'ambiente simile come Juvalta e Limentanila tradizionale distinzione tra etica
normativa o prescrittiva ed etica descrittiva o meta-etica è considerata
insufficiente. Si mostra sostenitore di un orientamento innovativo in merito al
discorso sullo statuto dell'etica. Se l'etica normativa o materiale domina
l'intero corso della storia dell'etica umana, il riconoscimento della valenza
descrittiva o metaetica o formale dell'etica è ricorrenza teoretica dell'intero
ottocento, avendo effetto sulla cultura ottocentesca la tendenza rinascimentale
a considerare l'etica come una scienza o un calcolo more geometrico.
L'Ottocento concretizza antecedenti tendenze ad estendere all'ambito dell'etica
i metodi delle scienze naturali e delle scienze sociali. Questa intuizione e il
riconoscimento della centralità dell'analisi lo conducono ad introdurre e
sostenere un nuovo modello di statuto dell'etica: etica è una scienza
costituita dai tre rami della meta-etica, dell'etica descrittiva e dell'etica
normativa. Più che al discorso meta-etico, si orienta verso l'etica descrittiva
e normative. In merito alla meta-etica non esiste un discorso diretto dei
nostri due autori, laddove invece etica descrittiva e etica normativa sono
esaminate coàn riferimenti diretti ed attraverso articoli mirati. Saggi a cui
si rinviasenza tener conto della tesi di laurea I Postulati della Scienza
Positiva ed il Diritto Penale dove è comunicata una visione immatura e non
ancora coerente dell'etica- sono: con Du role de l'évidence en morale, del Calderoni
introduce una coerente critica dell'etica normativa tradizionale mettendo sotto
esame utilitarismo e kantismo etici, e con il saggio successivo “De l'utilité
“marginale” dans les questions d'etìque, introduce un tentativo di indicare
un'etica descrittiva che si serva dello strumentario dell'economia; tali
tentativi si concretizzano nel saggio “Disarmonie economiche e disarmonie
morali” contenente estesi accenni a tutti i rami della nuova scienza e mirando
ad estendere in maniera definitiva all'etica lo strumentario della recente
scienza economica;. In “L'imperativo categorico” c'è la reazione al neokantismo
etico e ad un saggio di Croce in cui si recensiva, con molte riserve,
Disarmonie; con i brevi La filosofia dei valori ed Il filosofo di fronte alla
vita morale, ci si limita a riassumere tematiche e discussioni antecedenti,
introducendo chiarimenti ed attuando delucidazioni. La lettura sinottica dei
testi di Calderoni e Vailati conduce ad indicare l'esistenza di tre aree
tematiche essenziali: un discorso sulle funzioni e sullo statuto dell'etica
(meta-teoria etica); un dibattito sul
senso di termini, enunciazioni e discorsi morali e; una discussione su
funzionamento effettivo ed ideale di un sistema morale (etica descrittiva e
normativa). Ssi chiede cosa sia l'etica, che senso abbiano i suoi discorsi e
che modello di normatività essa abbia, e si domanda come descrivere in maniera
esauriente i cosiddetti mercati etici o come massimizzare l'incidenza dello
scienziato della morale nella modificazione delle scelte sociali. Più che
Vailati, è lui ad estrinsecare l'«atteggiamento» giuridico del Pragmatismo
italiano, nella sua riflessione ius-criminalistica sulle nozioni di volizione,
libertà e responsabilità. La discussione in merito alle relazioni tra volizione
e diritto è fervente all'interno della cultura italiana dell'Ottocento. Secondo
Scuola Classica del diritto criminale, volizione umana è base del momento
d'attribuzione della sanzione, in connessione al libero arbitrio. Secondo la Scuola
Positiva del diritto criminale è necessario sconnettere tale nozione dal
concetto di libero arbitrio, non esistendo azioni incausate (scevre da co-azione)
e cadendo volizione insieme a libero arbitrio. Affronta il dilemma della
volizione (distinzione tra atto volontario e involontario) all'interno del suo cammino
di chiarimento e ridiscussione dei termini di discorso ordinario e discorsi
tecnici, stimolato da alcune antecedenti intuizioni di Vailati; e analizza tale
dilemma in due diversi momenti della vita, in I Postulati della Scienza
Positiva ed il Diritto Penale, e sia nel saggio leonardiano Credenza e volontà.
Intorno alla distinzione fra atti volontari ed involontari, sia in un
successivo contributo su altra rivista La volontarietà degli atti e la sua
importanza sociale. Il saggio introduce un'analisi culturale ricchissima di
riferimenti al diritto e immersa nello scenario storico del conflitto
ottocentesco tra determinismi ed indeterminismi. Il dibattito tra scuola
classica italiana (classici) e Positivisti sulle condizioni teoretiche del
diritto criminale evidenzia il suo tentativo conciliazionista di mediare tra
due diversi modi di intendere libertà, sanzione e metodo scientifico,
ricorrendo ad un uso attento della ri-definizione tanto caro a Vailati e
all'intera analitica novecentesca. Pescando dalla metodica analitica lo
strumento della ri-definizionemutuato dal maestro Vailati e riassunto con
estrema abilità nella recensione al volume I presupposti filosofici della
nazione del diritto di Del Vecchio -, avvia un tentativo di «conciliazione» tra
scuola classica e positivisti, in cui, la riflessione sul libero arbitrio e il
diritto di punire costituisce la premessa per affrontare con un chiaro apparato
concettuale l'ulteriore questione dei metodi di studio del diritto penale, attraverso
un'esaustiva ridiscussione dei binomi libertà/ causazione (momento di
attribuzione del delitto), tutela/ difesa (momento di esecuzione della
sanzione) e metodo astratto/ concreto (momento di determinazione del delitto).
Rconosce due sono i punti teorici fondamentali nei quali la scuola positiva si
pone come avversaria alla classica. L'uno è rappresentato dalla questione del
libero arbitrio, l'esistenza del quale la scuola classica postula come
fondamento della imputabilità, mentre è dall'altra scuola negata. L'altro punto
è la gius-tificazione del diritto di punire, che l'una pone nella giustizia,
l'altra nell'utilità, nella necessità in cui si trova la società di difendersi
dai suoi nemici. Per misurare la nozione di responsabilità introdotta
nell'orizzonte culturale italiano d'inizio secolo scorso da lui è necessario
muoversi tra i sue due contribute scarsamente esaminati dalla dottrina moderna
(I Postulati della Scienza Positiva ed il Diritto Penale e Forme e criteri di
responsabilità, senza trascurare come tale concetto mai si distacchi dalla
distinzione vailatiana tra atto volontario e atto involontario o dal binomio
libertà/causazione, tanto cari al dibattito ottocentesco tra Positivisti e
scuola classica italiana del diritto criminale. Gli accenni vailatiani e
calderoniani ai temi della volizione, causazione, libertà confluiscono alla
luce di suo attento ed autonomo esame in
un'assai moderna definizione del concetto di responsabilità, in cui il negatore
del libero arbitrio che non sia vittima di equivoci sul valore di tal
negazione, sarà portato invece a vedere nella libertà e responsabilità, qualità
esistenti nell'uomo, ma analoghe alle altre, atte cioè ad essere studiate nella
loro genesi e nella loro evoluzione, suscettibili di gradazioni infinite, e
subordinate alla presenza di certe condizioni e concomitanti, a concepire in
altri termini la responsabilità piuttosto dinamicamente ed evoluzionisticamente,
che staticamente. Pur se tale concetto sottenda contaminazioni etiche
d'inaudita modernità e benché in Forme e criteri di responsabilità sia
delineata l'idea dell'esistenza di un confine sottile tra morale e diritto, nascendo
come teorico del diritto- si mantiene saldo nel declinare come il termine
“responsabilità” si usi all'interno dell'universo di diritto criminale e
diritto civile; nella trattazione calderoniana «responsabilità» si immettecome
in Hegel/Weber nel contesto della vita statale o sociale e si smarcacome nel
«marxismo occidentale» moderno e in Lévinasdai risvolti individualistici
dell'etica antica. C. nell'incipit di Forme e criteri di responsabilità-
scrive: Pochi termini trovano, in ogni campo della vita sociale, così
larga applicazione come il termine responsabilità. L'andar soggetto a
responsabilità è la sorte, spiacevole o piacevole, di chiunque vive nella
compagnia dei propri simili e si trovi in una data compagnia di dati suoi
simili. Nulla potrebbe meglio servire a distinguere l'uomo vivente in società
da un ipotetico uomo vivente in stato di natura” che l'essere il primo avvolto
in una fitta rete di responsabilità. Responsabilità se ne trovano dovunque gli
uomini vengano in urto o in conflitto fra di loro. La riflessione calderoniana
incentrata sulla strada della critica sia nei confronti del nazionalismo
corradiniano sia nei confronti del socialismo rivoluzionario si innesta su un
contesto storico e culturale come l'Italia di Giolitti d'inizio Novecento caratterizzato
dalla intensa dialettica civile tra nazionalismi e socialismi, e, all'interno
di essa, tra visioni moderate (nazionalismo liberale e socialismo riformista) e
concezioni estreme (nazionalismo estremo e socialismo rivoluzionario). Gli auoi
interventi di pubblicati sulla rivista di Corradini scrive M. Toraldo di
Francia- possono distinguersi dal punto di vista dei contenuti e cronologicamente
in due gruppi. Del primo fanno parte gli articoli polemici nei confronti del
nazionalismo propagandato dalla rivista, nel secondo invece si collocano gli
ultimi due scritti, di impronta nettamente “anti-socialista”. La via
dell'analisi sul nazionalismo moderato (liberale e liberista) sondata nelle
recensioni vailatiane a Pareto, Dumont, Trivero, Tombesi, Pierson, Einaudi, Rignano
e Landryè battuta da lui in maniera minuziosa alla luce dei due saggi “Nazionalismo
antiprotezionista? e Nazionalismo borghese e protezionista” nella direzione
d'una estesa accusa al nazionalismo di Corradinia. Moderati dall'interesse
vailatiano verso il socialismo riformista, internazionalista, e non
materialista di darwinismo sociale kiddiano e anti-materialismo effertziano, I
suoi moniti critici nei confronti del socialismo rivoluzionario si estrinsecano
invece con consueta chiarezza nei due contribute, “La questione degli scioperi
ferroviari” “e La necessità del capitale”. Dalle colonne della rivista
corradiniana Il Regno, isulla scia del moderatismo del maestro Vailatitenta di
maturare una concezione intermedia tra estremismi di destra e di sinistra,
idonea a sacrificare valori e ideali della borghesia italiana alla tutela del
bene comune dell'intera nazione e stato italiano, in nome della necessaria
vitalità di un'industria e di un'economia in inarrestabile ascesa internazionale;
a dettacontra Prezzolini- si deve sacrificare il “bene comune” dei ceti sociali
abbienti sull'altare del bene nazionale: Per me personalmente, che mi
sento anzitutto italiano e poi borghese, mi auguro che l'Italia sappia
sbarazzarsi di tutti gli elementi dannosi ed infecondi che la dissanguano e la
opprimono. Dovesse anche, in questo processo di eliminazione, andar sacrificata
buona parte della borghesia attuale, per essere sostituita (attraverso il
meccanismo democratico) da elementi più vitali e più utili che sono veramente
gli interessi della Patria. Scritti, Firenze, La Voce. voll. I e II M. Toraldo di Francia,
Pragmatismo e disarmonie sociali. Scritti sul Pragmatismo (Roma) Pragmatismo
analitico. Dizionario biografico degli italiani. Il riferimento esordiale
alle tragiche contingenze politiche è per il G. ponte logico ai fondamenti
filosofici del trattato: in Firenze sprovvista di giustizia e onestà, i
cittadini sono come oggetti inanimati esteriormente simili, ma la cui essenza,
isolata nella propria individualità, non stabilisce tra loro alcun legame
sostanziale. Essi sono semplici simulacri di cittadini, poiché non sono in
grado di percepire l'altro e percepirsi collettivamente, dunque di amare il
bene comune più del proprio. Quest'ultimo tema ("bonum commune preferendum
est bono particulari et bonum multitudinis"), motivo fondamentale del
trattato remigiano, e argomento comunissimo nelle coeve trattazioni di
filosofia morale e politica, discende dall'Ethica Nicomachea aristotelica. Il
tema ha in Aristotele, come nel G. e nei filosofi medievali che da Aristotele
dipendono, una dimensione ontologica - l'intero ha più essere della parte, la
quale esiste solo in subordine a esso - che è stata sviluppata in direzioni
alquanto diverse: la realizzazione d'una potenzialità intellettiva comune a
tutto il genere umano, che sembra asservire all'argomento politico
l'interpretazione monopsichistica dell'intelletto attivo, è per esempio la via
percorsa d’ALIGHIERI (si veda) in Monarchia. Nel G. quest'idea ha una decisa
impronta dionisiana - l'amore del singolo verso il tutto è mezzo di superamento
dei limiti dell'individualità, uscita da sé (extasis) e congiungimento con Dio
(Dionigi, De divinis nominibus) - e agostiniana - la congruenza della parte col
tutto coincide con la bellezza dell'universo (Agostino, Confessiones) -.
Tuttavia, come è merito del Panella aver chiarito, questo organon filosofico,
applicato alla realtà comunale, determina nell'opera il passaggio dal concetto
di bene comune alla concreta formulazione del bene del Comune, ch'è il tratto
più originale del pensiero politico remigiano.Totalitas Ante Partes ovvero sul
Bene Comune: spunti aristotelici, tomistici, marxiani,
senesi e dal secondo emendamento della Costituzione
americana Materiali di studio per Master Class Morigi Guercino, AQUINO
(si veda) scrive assistito dagli angeli, Basilica S. Domenico, Bologna, Aristotele,
Politica: sulla naturalità della famiglia: «La comunità che si
costituisce per la vita quotidiana secondo natura è la famiglia, icui membri
Caronda chiama «compagni di tavola», Epimenide cretese «compagni di
mensa», mentre la prima comunità che risulta da più famiglie in vista di
bisogni non quotidiani è il villaggio. Nella forma più naturale il
villaggio par che sia una colonia della famiglia, formato da quelli che alcuni
chiamano «fratelli di latte», «figli» e «figli di figli». Per questo gli
stati in un primo tempo erano retti da re, come ancor oggi i popoli barbari:
in realtà erano formati da individui posti sotto il governo regale - e,
infatti, ogni famiglia è posta sotto il potere regale del più anziano, e lo
stesso, quindi, le colonie per l’affinità d’origine.»: pp. 2-3 di
Aristotele, Politica, documento caricato per Master Class su
Internet Archive agli URL archive.org/ details/ politica-aristotele-
file-creato-da-massimo-morigi-per-master-class-13-f1 e //ia601403 Aristotele,
Politica: Lo stato è un dato di natura, ma un dato di natura generato
dall’aggregarsi di altre subunità sociali, la famiglia e poi il
villaggio, anch’esse naturali e che lo precedono. Inoltre, lo stato, come
queste subunità, esiste non solo per rendere possibile la vita ma una
vita felice, intendendo per felice non dal punto di vista meramente
edonistico ma per realizzare in ogni uomo la sua entelechia che è il
vivere associati e in armonia, cioè di realizzare la propria
totalità umana nella totalità sociale: «La comunità che risulta di
più villaggi è lo stato, perfetto, che raggiunge ormai, per così dire, il
limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile
la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice. Quindi
ogni stato esiste per natura, se per natura esistono anche le prime
comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine,: per esempio quel
che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo, noi lo diciamo la sua
natura, sia d’un uomo, d’un cavallo, d’una casa. Inoltre, ciò per cui una
cosa esiste, il fine, è il meglio e l'autosufficienza è il fine e il
meglio. Da queste considerazioni è evidente che lo stato è un prodotto
naturale e che l'uomo per natura è un essere socievole: quindi chi vive fuori
della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abietto o
è superiore all'uomo, proprio come quello biasimato da Omero «privo di
fratria, di leggi, di focolare»: tale è per natura costui e, insieme,
anche bramoso di guerra, giacché è isolato, come una pedina al gioco dei dadi:
p. 3 di Aristotele, Politica, Aristotele, Politica: La chiusura di quanto
sopra affermato con un assai attuale insegnamento intorno alla retorica
dei diritti (individuali, politici e/o sociali). Per Aristotele è
evidente che quanti cercano di far prevalere i propri diritti a
discapito dell’interesse comune, dell’interesse cioè della totalità
sociale (che lo stagirita definisce come bene assoluto) sono pervasi
da spirito di dispotismo, vogliono fare di sé stessi despota che
comanda e/o ignora ogni altra istanza e necessità sociale. In realtà, ci
dice Aristotele, il despota politico, altro non è che un despota privato
che ha avuto maggior successo degli altri. Un grande ed attualissimo
insegnamento riguardo a coloro che si piegano o praticano l’attuale
retorica su una democrazia basata sulla dirittoidolatria a discapito
della totalità sociale. Tutto ciò altro non fa che a pavimentare le strade
del dispotismo e della morte, prima solo morale e poi anche ocrazia.
Il bene comune è sempre in antitesi a tutte le forme di demagogia:
«È evidente quindi che quante costituzioni mirano all'interesse
comune sono giuste in rapporto al giusto in assoluto, quante, invece,
mirano solo all'interesse personale dei capi sono sbagliate tutte e
rappresentano una deviazione dalle rette costituzioni: sono pervase da
spirito di despotismo, mentre lo stato è comunità di liberi: p. di
Aristotele, Politica, documento caricato per Aristotele, Politica. Qui si
ribadisce che lo stato è un fatto totale che presuppone dei dati
fisico-geografici e/o economico- militari (scambi commerciali e difesa
comune) ma che in questi non si esaurisce perché esso esprime una
totalità sociale il cui fine è vivere felici, non però attraverso una
felicità egoistica ed edonistica ma una felicità che solo si può
realizzare realizzando sia a livello individuale che sociale attraverso
una vita libera e una vita dedita alla realizzazione di opere buone e
della amicizia fra tutti i membri della società. Siamo distanti milioni
di anni luce dall’homo homini lupus di hobbessiana memoria e
dall’individualismo metodologico e dalla socievole insocievolezza (Smith,
Locke, Kant) di liberalistica memoria: «È chiaro perciò che lo stato non
è comunanza di luogo né esiste per evitare eventuali aggressioni e
in vista di scambi: tutto questo necessariamente c’è, se deve esserci uno
stato, però non basta perché ci sia uno stato: lo stato è comunanza di
famiglie e di stirpi nel viver bene: il suo oggetto è una esistenza pienamente
realizzata e indipendente. Certo non si giungerà a tanto senza abitare lo
stesso e unico luogo e godere il diritto di connubio. Per questo sorsero
nelle città rapporti di parentela e fratrie e sacrifici e passatempi
della vita comune. Questo è opera dell’amicizia, perché l’amicizia è
scelta deliberata di vita comune. Dunque, fine dello stato è il vivere
bene e tutte queste cose sono in vista del fine. Lo stato è comunanza di
stirpi e di villaggi in una vita pienamente realizzata e indipendente: è
questo, come diciamo, il vivere in modo felice e bello. E proprio in grazia
delle opere belle e non della vita associata si deve ammettere l'esistenza
della comunità politica. Perciò uanti giovano sommamente a siffatta
comunità hanno nello stato una parte più grande di coloro che sono ad
essi uguali o superiori per la libertà e per la nascita ma non uguali per
la virtù politica, e di coloro che li superano in ricchezza e ne sono superati
in virtù.»: Aristotele, Politica, documento caricato per Master Class su
Internet E che Aristotele fosse agli antipodi della concezione liberale
dell’individualismo metodologico lo vediamo dal seguente passa della
Politica dove il concetto di economia, che nella semantica dei moderni ha
solo l’accezione del metodo su come accrescere la ricchezza, viene scisso
fra oikonomé techné e kremastiché techné, la prima dedita a procurare
alla casa e alla propria famiglia tutte le risorse per vivere bene ed in
armonia col resto della società mentre la seconda, la kremastiché
techné, è animata dal desiderio smodato dell’arricchimento personale e
senza limiti. Per Aristotele, concludendo, la oikonomé techné è naturale
e contribuisce al miglioramento della società contribuendo al
miglioramento del suo telos olistico e volto al bene mentre la seconda è
innaturale configurandosi piuttosto come un vizio che corrode le
basi olistiche del vivere associato. Nulla di più distante dalla visione
liberale e smithiana dove il macellaio non mi fornisce la carne per
benevolenza nei miei confronti ma solo ed unicamente per averne un
tornaconto personale: «Per ciò cercano una ricchezza e una
crematistica che sia qualcosa di diverso, ed è ricerca giusta: in realtà la crematistica
e la ricchezza, naturale sono diverse perché l'una rientra
nell’amministrazione della casa, l’altra nel commercio e produce
ricchezza, ma non comunque, bensì mediante lo scambio di beni: ed è
questa che, come sembra, ha da fare col denaro perché il denaro è principio e
fine dello scambio. Ora, questa ricchezza, derivante da tale forma di
crematistica, non ha limiti e, invero, come la medicina è senza limiti
nel guarire, e le singole arti sono senza limiti nel produrre il loro
fine, (perché è proprio questo che vogliono raggiungere soprattutto)
mentre non sono senza limiti riguardo ai mezzi per raggiungerlo (perché
il fine costituisce per tutte il limite), allo stesso modo questa forma
di crematistica non ha limiti rispetto al fine e il fine è precisamente
la ricchezza di tal genere e l’acquisto dei beni. Ma della crematistica che
rientra nell’amministrazione della casa, si da un limite giacché non è
compito dell’amministrazione della casa quel genere di ricchezze. Sicché
da questo punto di vista appare necessario che ci sia un limite a ogni
ricchezza, mentre vediamo che nella realtà avviene il contrario: infatti
tutti quelli che esercitano la crematistica accrescono illimitatamente
il denaro. Il motivo di questo è la stretta affinità tra le due forme di
crematistica: e infatti l’uso che esse fanno della stessa cosa le
confonde l’una con l’altra. In entrambe si fa uso degli stessi beni, ma non
allo stesso modo, che l’una tende a un altro fine, l’altra
all'accrescimento. Di conseguenza taluni suppongono che proprio questa
sia la funzione dell’amministrazione domestica e_vivono continuamente
nell’idea di dovere o mantenere o accrescere la loro sostanza in denaro
all'infinito. Causa di questo stato mentale è che si preoccupano di vivere, ma
non di vivere bene e siccome i loro desideri si stendono all’infinito,
pure all'infinito bramano mezzi per appagarli. Quanti poi tendono a vivere
bene, cercano quel che contribuisce ai godimenti del corpo e poiché anche
questo pare che dipenda dal possesso di proprietà, tutta la loro energia si
spende nel procurarsi ricchezze, ed è per tale motivo che è sorta la
seconda forma di crematistica. Ora, siccome per loro il godimento
consiste nell’eccesso, essi cercano l’arte che produce quell’eccesso di
godimento e se non riescono a procurarselo con la crematistica ci provano per
altra via, sfruttando ciascuna facoltà in maniera non naturale. Così non
s’addice al coraggio produrre ricchezze ma ispirare fiducia, e
neppure s’addice all'arte dello stratego o del medico, che proprio della
prima è procurare la vittoria, dell’altra la salute. Eppure essi fanno di
tutte queste facoltà mezzi per procurarsi ricchezze, nella convinzione
che sia questo il fine e che a questo fine deve convergere ogni cosa.»:
Aristotele, Politica, documento caricato per Master Class su Internet
Archive agli URL
archive.org/details/politica-aristotele-file- creato-da-massimo. Passiamo
ora ad AQUINO (si veda), dove sulla scorta dell’insegnamento aristotelico
la legge deve essere gerarchicamente sottoposta al concetto di bene
comune, bene comune che cristianamente (ed olisticamente secondo
l’insegnamento di Aristotele) si deve risolvere nella ricerca del bene
della società e non nella soddisfazione degli egoismi individuali:
«Lex est quaedam rationis ordinatio ad bonum commune, ab eo qui
curam communitatis habet promulgata»: Summa Theologica, Prima Secundae, q.
90, art. 4 [La legge è un ordinamento di ragione volto al bene comune,
promulgata da chi abbia la cura della comunità]. Citazione riassuntiva
da: http://www.unife.it/giurisprudenza/giurisprudenza-
magistrale-rovigo/studiare/storia-del-diritto-medievale-e-moderno/materiale-
didattico/sovranita-moderna, Wayback nza-magistrale-rovigo/ studiare/storia-del-diritto-
medievale-e-moderno/materiale-didattico/sovranita-moderna ma che con citazione
completa: «Respondeo dicendum quod, sicut dictum est, lex imponitur aliis
per modum regulae et mensurae. Regula autem et mensura imponitur per hoc
quod applicatur his quae regulantur et mensurantur. Unde ad hoc quod lex
virtutem obligandi obtineat, quod est proprium legis, oportet quod
applicetur hominibus qui secundum eam regulari debent. Talis autem
applicatio fit per hoc quod in notitiam eorum deducitur ex ipsa promulgatione.
Unde promulgatio necessaria est ad hoc quod lex habeat suam virtutem. Et
sic ex quatuor praedictis potest colligi definitio legis, quae nihil est
aliud quam quaedam rationis ordinatio ad bonum commune, ab eo qui curam
communitatis habet, promulgata.»: CORPUS THOMISTICUM AQUINO (si veda) Opera
Omnia, opera omnia dell’Aquinata on line all’URL E che AQUINO (si veda)
fosse totalmente compreso nell’olismo di stampo aristotelico non lo
dobbiamo certo noi scoprire ma giova forse leggere il seguente passo, dal
Dionysii De divinis nominibus expositio, Caput II, Lectio I, dove
Tommaso arrischiando una definizione di Dio, arriva a definirlo
“Totalitas ante partes ?: «Totum autem hic non accipitur secundum quod ex
partibus componitur, sic enim deitati congruere non posset, utpote eius
simplicitati repugnans, sed prout secundum Platonicos totalitas quaedam
dicitur ante partes, quae est ante totalitatem quae est ex partibus;
utpote si dicamus quod domus, quae est in materia, est totum ex partibus
et quae praeexistit in arte aedificatoris, est totum ante partes». Alla
stessa stregua di Dio come “Totalitas ante partes”, per Tommaso anche la
società deve essere considerata come “Totalitas ante partes” (Summa
Thologiae), una Totalitas che non deve schiacciare l’individuo ma che lo
precede consentendogli, appunto, alla fine del processo dialettico
della sua paideia culturale e sociale che si svolge e si deve
svolgere sempre in società, di essere un individuo libero e non
soggiacente ai più bassi istinti egoistici e distruggenti il bene
comune. Tema da sviluppare: Tommaso erede di Aristotele sia
nelle categorie più prettamente teologico-filosofico-teoretiche sia
nelle categorie sociali, economiche e politiche, categorie in entrambi i
casi dominate dal primato della Totalità sulfinitiitane atomistico
avverso al bene comune e rifiutante questo individualismo sul piano
filosofico-teologico il concetto di totalità-Dio (e quindi di Dio tout
court) e su quello socio-economico il concetto, altrettanto totale — o se
ci fa paura il totalitario lemma ‘totale’, impieghiamo il termine
‘olistico’ — di bene comune che deve soggiacere all’atomismo filosofico e
socio-economico (individualismo metodologico. Campioni di questa
Weltanschauung: Adam Smith Hobbes, Locke, Kant). Altro tema: Marx e i suo
libro primo del Capitale come controcanto materialistico-dialettico (ma
in realtà alla fine di un assai ingenuo materialismo e assai poco
dialettico, facendo Marx la stessa fine e epi ingenui materialisti
illuministi che egli tanto giustamente critica) sul piano filosofico
all’olismo idealistico della Du hegeliana e sul piano
socio-economico alla Politica di Aristotele, nel senso della
sottolineatura marxiana della società vista come una totalità e
nell’adozione della critica aristotelica alla crematistica (Denaro
Merce Denaro della società capitalistica mentre lo schema economico
della Politica aristotelica era Merce Denaro Merce, cioè lo
sviluppo ed il rafforzamento della oikonomé techné). Fallimento del marxismo
perché ’ricaduto proprio nell’atomismo filosofico e socioeconomico degli
economisti classici che voleva criticare (Marx, cioè, alla ricerca di
una totalità che viene trovata nell’economia ma siccome l'economia
marxiana dal punto di vista analitico si riduce sempre e solo nella
critica alla crematistica, cioè alla critica agli economisti classici (Smith,
Ricardo, Malthus), cioè alla critica della moderna Kremastiché techné e
non sviluppa sufficientemente (o meglio per niente) dal punto di vista
teorico la portata olistica e volta al bene comune della oikonomé techné
tutto il suo progetto frana miseramente. Ora tema iconologico: Gli affreschi
allegorici diLorenzetti del Buon Governo, conservati nel Palazzo Pubblico
di Siena. In realtà gli affreschi originariamente erano intitolati al
Bene comune od anche della Pace e della guerra e solo in seguito
all’illuminismo presero il nome di Affreschi del buon governo: Riflettere
non solo sull’allegoria in questione ma anche sugli slittamenti semantici
delle varie epoche. Infine sul Secondo emendamento della
Costituzione degli Stati uniti, un saggio che compie una traslazione del
concetto di bene comune dai “buoni” dei mass media nazionali ed
internazionali che situano i desiderosi del rafforzamento dei
vincoli comunitari in coloro che combattono in quel paese il libero
possesso delle armi (in realtà secondo l’ autore questi non fanno altro
che voler accelerare i processi di globalizzazione e di disintegrazione
dei vincoli comunitari) ai “cattivi” che vogliono mantenere la vigenza
del secondo emendamento che garantisce tale diritto, dove però il
portare le armi non rappresenta un diritto ad uccidere ma è il
simbolo del diritto di opporsi ad uno stato dispotico e che vuole
eliminare i vincoli comunitari, uno stato, quindi, che va contro il bene
comune, se per bene comune intendiamo il mantenimento di un concetto
olistico del vivere associato. Il saggio in questione è Campa, Verso la
guera civile. Il tramonto dell’impero USA, e rinviamo infine alla
riflessione del secondo emendamento recita come segue. A well regulated Militia, being necessary to the security of a free
State, the right of the people to keep and bear Arms shall not be
infringed.» (Esortazione
certamente non applicabile alla situazione italiana ed anche europea,
tutte nazioni-stato che, comunque, nella loro travagliata mai videro il
sorgere di un federalismo conflittuale, molto conflittuale, come negli
Stati uniti, ma ricordiamo che AQUINO (si veda), proprio perché
intriso dell’aristotelico concetto di bene comune e di prevalenza
della totalità sull’individuo egoista affermava che il tiranno
che andava contro le leggi di Dio poteva anche essere ucciso. Colui che
allo scopo di liberare la patria uccide il tiranno viene lodato e premiato
quando il tiranno stesso usurpa il potere con la forza contro il volere
dei sudditi, oppure quando i sudditi sono costretti al consenso. E tutto
ciò, quando non è possibile il ricorso a un’istanza superiore,
costituisce una lode per colui che uccide il tiranno»: AQUINO, Commento
alle sentenze E, il tiranno per Aristotele come per Tommaso
era colui che aveva fatto prevalere la legge del suo egoismo particolare
sulle leggi naturali che regolano la vita della comunità (quando
“non è possibile il ricorso ad un’istanza superiore”: cioè quando il
tiranno non rispetta la legge degli uomini che è stata data ed ispirata
da Dio). Il tiranno quindi non come un mostro che non ha nulla in comune
con noi, ma come un egoista che ha avuto maggiore successo degli altri
nella pratica della kantiana socievole insocievolezza. Il tirranno
pubblico o privato che sia, quindi, nella nostra situazione originata
non dalla nascita violenta di una federazione come negli Stati
uniti ma da un passato poco glorioso di altrettanto sanguinari
totalitarismi politici, non certo un nemico da abbattere fisicamente
(coloro che vogliono compiere violenza in realtà altro non mirano che a
sostituirsi, peggiorandolo, all’abbattuto, lo si vede nella grande storia
delle rivoluzioni moderne e contemporanee ed anche nella piccola,
piccolissima storia o cronaca politica di questi giorni, per farla breve
dalle stelle alle stalle...) ma un modello psicologico prima ancora
che sociale dal quale affermare interiormente e pubblicamente la siderale
distanza.) Quelibet enim pars id quod est totius est, cum extra totum non
sit pars nisi equivoce, sicut diffusius ostenidums in tractatu DE BONO COMUNII.
Quilibet autem homo particularis est PARS COMUNITATIS. Unde in hoc quod se
ipsum interficit iuniuriam comunitati facit ut Pptet per Philosophum in V
Ethicorum qui dubdit, ‘Propter quod CIVITAS dampnificat scilicet sicut potest
et quedam inhonoratio adest se ipsum corrumpenti ut civitati iniustum faciendi’
idest quasi ipse faciat iniuriam civitati puta quia fact trahi cadaver eius vel
iubet quod non sepeliatur vel aliquid tale. Citato da Alighieri C cc 278r-b
–va. Il comune di Firenze – studeat ergo civis quantumcumque sit miser in se ut
comune suum FLOREAT quia ex hopc ipso et ipse FLOREBIT – l’impiego di FLOREO
allude al gioco etimologico FLOS FLORENTIA di guittoniana memoria. Dal bene
comune al bene del comune – del bono comune al bono del comune – Qualem enim
delectationem poterit haberet CIVIS FLORENTINUS videns status civitatis sue
trisabilet et summon plenum merore? Nam plate sun explatiiate idest evacuate
domus exdomificate, casata sun cassata … poderia videntus expoderat quia ARBORE
EVOLUSE vine precise palatia destructa et non est iam poderne, idest posse ut
in eis habietus vel eatur ad ea nisi cum timore et tremore. Firenze e come un
albero fiorito – aria di tenore con interpolazione di o mio babbino caro -- Incerta
è la data della fondazione della colonia di Florentia che nel tempo è stata
variamente attribuita, a parte riferimenti mitologici, a Silla, a Gaio Giulio
Cesare o a Ottaviano. Gli storici sono concordi nel datare la fondazione della
colonia romana di Florentia. Il Liber Coloniarum attribuisce ad una lex Iulia
agris limitandis metiundis, voluta da Gaio Giulio Cesare, la volontà di far
nascere un nuovo impianto urbano in questo tratto della valle dell'Arno, là
dove traversava il fiume all'altezza di Ponte Vecchio. Al secondo
triumvirato risale invece l'effettivo impianto della città e la centuriazione
del suo territorio, per poter sistemare i veterani per mezzo dell'assegnazione
di terreni. Come consueto nella fondazione di nuovi insediamenti, la
città ed i suoi dintorni vennero definiti secondo un preciso piano che
coinvolgeva l'impianto urbano ed in territorio agricolo. Per la città fu
seguita la regola ideale dell'orientamento secondo gli assi cardinali, mentre
il territorio circostante fu sistemato tenendo conto della conformazione
idraulica, ruotando gli assi secondo quanto conveniente. Dalle foto aeree,
ancora oggi, si possono distinguere il cardo massimoorientato Nord-Sud (da Via
Roma all'Arno), e il decumano massimo orientato Est-Ovest (l'attuale percorso
di Via Strozzi e Via del Corso) che si incrociavano all'altezza dell'attuale
Piazza della Repubblica sede del Foro della città e del Campidoglio, circondati
dai principali edifici pubblici e templi. Durante i secoli dell'Impero infatti,
la città si arricchi di tutti quegli edifici ed infrastrutture che
caratterizzano le città romane: un acquedotto (dal Monte Morello), due terme,
un teatro e un anfiteatro, sorto fuori dalle mura, come era consueto.Mario
Calderoni. Keywords: fascismo, politica italiana, stato italiano, comunita,
bene comune, bene, bene superiore, bene summo, summum bonum, superior bonum, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Calderoni” –
The Swimming-Pool Library. Calderoni.
Luigi
Speranza -- Grice e Callescro: gl’accademici di Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. A member of the Accademia. He was
the unclde of Tito Flavio Glauco. Tito Flavio Callescro. Callescro.
Luigi
Speranza -- Grice e Callia: la setta di Velia -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza
(Velia). Filosofo italiano. Callia was a pupil of Zenone di VELIA (si veda) –
another Velino (si veda). Callia.
Luigi
Speranza -- Grice e Callicratida: la setta di Girgenti. Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Girgenti). Filosofo italiano. The brother
of Empedocle di GIRGENTI (si veda). His name is
attached to some fragments of Pythagorean writings preserved by Stobeo. Callicratida.
Luigi
Speranza -- Grice e Callifonte: la setta di Crotone -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofi italiano. A pupil of
Pythagoras. Callifonte.
Luigi Speranza --
Grice e Calò (Francavilla Fontana). Filosofo italiano.
Lecce. è professore di pedagogia nell’Istituto di Studi di Firenze. Rivolse la
sua attenzione dapprima ai problemi morali, ma con preferenza a quelli che più direttamente
si connettono a problemi filosofici d’ordine generale e metafisico. Il suo
primo lavoro importante, infatti, è quello intorno al Problema della libertà
nel pensiero contemporaneo (Palermo, Sandron), che contiene un’analisi molto
penetrante e un’ampia e sottile critica del contingentismo e del prammatismo e
di altre correnti contemporanee come il neo-criticismo renouvieriano; e giunge
all’affermazione del potere di libertà come attitudine propria dello spirito
individuale, presup¬ posto indispensabile della libertà etica; attitudine che
si confonde con la stessa proprietà della coscienza di porsi come un io, cioè
come centro assoluto indeducibile e irreducibiie d’ordinamento della realtà
psichica e insieme d’energia produttrice di fatti. Altri lavori ha dedicato il
Calò a esaminare particolari tendenze dell’etica moderna, come quello su l’
Individualismo etico nel sec. XIX, premiato dall’Accademia Reale di Napoli, un
quadro vasto e vivace delle varie forme d’individualismo affermatesi non soltanto
nella filosofia ma anche nella letteratura del secolo scorso. Di fronte ad esse
il C., mentre afferma l’obiettività e universalità dei valori mo¬ rali,
riconosce insieme che questi non hanno esistenza concreta nè azione effettiva
se non nella sintesi vivente della personalità, che è per ciò da porre come il
valore etico supremo, come la sola realtà fornita d’intrinseco valore morale.
Queste idee che, nei due citati lavori, costituiscono la conclu¬ sione o i
principii ispiratori dell’esame critico di svariati indirizzi dell’etica
contemporanea, furono poi sviluppate e sistemate, in forma di trattazione
teorica della coscienza morale, nel volume Principii di Scienza etica (Palermo,
Sandron), preparato insieme col De Sarlo e scritto dal C. In esso si illustra
la specificità e l’immedia¬ tezza dell’esperienza morale attraverso la quale si
rivelano i principii etici fondamentali, contro tutte le teorie che vogliono
ridurre la necessità ideale a necessità d’altro genere — al che C. dedica anche
altri scritti minori, tra cui notevole il saggio su L’in- terpretàzione
psicologica dei concetti etici (in « Atti del V Congresso Internazionale di
psicologia » Roma). Vi sono inoltre definiti nel loro contenuto gli
oggetti-fini dell’attività umana, il cui va- ìore intrinseco è connaturato
all’esperienza etica. Ed è dato infine particolare sviluppo all’evoluzione
storica dei principii morali, la quale si fa consistere da C. come, l’abbiamo visto, dal De S. nel
successivo chiarirsi e purificarsi di quei principii da elementi extramorali o
paramorali; nella loro più rigorosa e coerente espli¬ cazione, resa possibile
dallo sviluppo, oltre che della sensibilità e della discriminazione etica,
della cultura e del pensiero ; nella suc¬ cessiva soluzione dei conflitti nei
quali essi a volte vengono a trovarsi, e nello sforzo sempre meglio riuscito di
armonizzarli in va¬ lutazioni sintetiche; nella estensione della loro
applicazione a una sfera di realtà sempre più larga. Pur occupandosi di
problemi etici, il C. non ha mancato di portare il suo contributo ad altri
campi di discipline filosofiche (no¬ tevoli, p. es., i suoi studi sulla
dottrina del Brentano intorno al giu¬ dizio tetico e intorno alla
classificazione dei processi psichici, e pa¬ recchi saggi storici e critici sul
Boutroux, sul Bergson, sull’Allievo, sul Naville, sul Ladd, ecc.). Da questi
studi risulta che il C. è un seguace dello spiritualismo realistico, e concorda
sostanzialmente, in metafisica e gnoseologia, con le idee sopra esposte del De
Sarlo. Voltoli alla Pedagogia, il C. ha lavorato sulle medesime basi. In questo
campo i suoi principali lavori sono: La Psicologia del¬ l'attenzione in
rapporto alla scienza educativa (Firenze, Tip. Coope¬ rativa); Fatti e problemi
del mondo educativo (Pavia, Mattei e Speroni); Il problema della coeducazione e
altri studi pedagogici (Roma, Soc. ed. D. Alighieri); L'educazione degli
educatori. (Napoli, Perrella); Dalla guerra mondiale alla scuola nostra
(Firenze, Bemporad); per non citare i suoi scritti minori, specie di storia della
pedagogia, come quelli sul Lambruschini e sul Rousseau, premessi ai volumi di
questi autori, da lui stesso curati, nella Biblioteca pedagogica ch’egli di¬
rige presso l’editore Sansoni. Il valore e il carattere dell’opera pedagogica
del Calò furono rilevati, con giudizio non sospetto, dal Codignola, che nel
1916 afermò essere C. « il più serio
avversario della pedagogia idealistica in Italia » (1). Invero, C., mentre
ammette una filosofia del¬ l’educazione e ne riconosce la fecondità,' non crede
peraltro, come l’idealismo sostiene, che la dottrina dell’educazione si riduca
a filosofia. Vi sono metodi relativi allo sviluppo delle attività psichiche,
sia in sè stesse sia in rapporto con quelle organiche, i quali non possono non
essere ricavati direttamente dalla conoscenza della realtà psichica e delle sue
leggi, quali si offrono all’esperienza e alla sperimentazione; vi sono norme
educative che si ricavano dalla determinazione dei fini etici dell’attività
umana, considerati in rap¬ porto al progressivo potere d’attuazione del
fanciullo; vi sono infine tipi e norme didattiche che si ricavano
dall’esperienza storica e da necessità storiche. Per il C., perciò, la
pedagogia non può trovare la sua sicura costituzione e la sua vera fecondità di
vedute e di applicazioni che in una concezione la quale, correggendo e
integrando, riprenda la posizione herbartiana e consideri le leggi psicologiche
in funzione delle finalità etiche. L’educazione è per lui pur sempre fatto
essenzialmente spirituale, che si distingue da ogni altra forma di sviluppo o
di perfezio¬ namento in quanto vi collabora la libera attività del soggetto
edu¬ cando, e porta a un sempre più pieno uso della propria libertà e
all’acquisto sempre più consapevole di valori intrinseci alla persona. Ciò che
il C. nega è che l’azione educativa si definisca per questo solo rispetto e
sussista indipendentemente da ogni forma di eteronomia: là dove i’eteronomia
svanisce ovvero si riduce a pura materia della libera determinazione del
soggetto, si ha l’attività etica strettamente intesa, non più il processo
educativo. Per la tendenza a psicologizzare il metodo, l’educazione appare al
C. come un processo di formazione nel quale le attività del sog¬ getto e la
forma valgono anche più dei contenuto, degli oggetti, della materia del sapere
o dell’operare, e gl 'interessi, nel senso her- bartiano, sono le forze che si
tratta di nutrire e di promuovere in (1) Kant nella storia della pedagogia e
dell'etica, Napoli 1916, p. 31. — Nonostante ciò o forse appunto per ciò — il Codignola,
facendo la storia della pedagogia italiana contemporanea (nel libro Monroe
Codignola, Breve corso di storia dell’educazione, voi. II, Vallecchi, Firenze,
p. 284), si è contentato di accennare al Calò ponendolo accanto a G. M.
Ferrari, come seguace di un «indirizzo spiritualistico eclettico»; — e questo
raccostamelo come questa caratterizzazione sono stati poi echeggiati dal Saitta
nel suo Disegno storico della educazione, Bologna, Cappelli. modo da creare la
personalità più viva e compiuta e armonica. Perciò egli ha insistito sui
diritti della cultura Jormale, senza peral¬ tro porre nel nulla il valore degli
acquisti concreti (conoscenze e abilità), come vorrebbe fare un certo
formalismo e subiettivismo pedagogico superficiale. Ha mostrato la rispettiva
necessità e in¬ sostituibilità della cultura umana e storica e di quella
realistica e scientifica. Ha rivendicato l'esigenza d’un’educazione religiosa,
elementare e aconfessionale prima, storica poi nella scuola, confessio- sionale
nella famiglia. Infine dalla legge della storicità come aspet¬ to essenziale
dell’anima umana, egli deduce l'immanenza dell’idea di patria alla vita dello
spirito e quindi alla sua educazione. Questa perciò non può, secondo il C., non
essere nazionale, non può cioè non curare che ideali di cultura e di moralità
traggano dalla tradi zione storica e dalla organizzata esperienza del fanciullo
forma e colore che ne facciano, traverso le coscienze individuali, elemento di
vita, di coesione, di prosperità della società nazionale. E perciò, in tutto
quel che abbia riflessi e importanza per questo fine, l’istru¬ zione,
l’educazione, la scuolà non possono non costituire ufficio e dovere dello
Stato, che è coscienza suprema, organizzazione unita¬ ria, garanzia
conservatrice della vita della nazione. Alla luce di questa concezione il C. ha
discusso — e non sol¬ tanto in sede scientifica, ma anche in Parlamento, dove
egli ha seduto per due legislature — problemi concreti, come quello del¬
l’ordinamento della Scuola media, della preparazione magistrale, della riforma
universitaria, dei rapporti tra scuola e famiglia, della coeducazione ecc.,
mostrando sempre lucidità e prontezza di visio¬ ne dei termini essenziali di
ogni problema e dei rapporti di esso con i principii dottrinari generali, calore
vivace e penetrazione nelle proposte di soluzioni. Calò. Calò. Grice e Calò
Luigi Speranza -- Grice e Caloprese: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazinale degl’encanti di Orlando furioso
– Orlando innamorato -- il filosofo delle encantatrice esperienze – scuola di
Cosenza – filosofia cosentina – filosofia calabrese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Scalea). Filosofo cosentino. Filosofo calabrese. Filosofo
italiano. Scalea, Cosenza, Calabria. Grice: “Strictly, Caloprese taught
Metastasio to be a Cartesian – I know because I relied on him for my ‘Descartes
on clear and distinct perception.’” “I love Caloprese; he brings philosophy to
Arcadee – The keyword is ARCADIA – or GLI ARCADI, if you must – Caloprese
tutored Metastasio – Arcadia is like Oxford – et in Arcadia ego – or Cambridge
– the other place – it’s a bit of a utopia – of course, Arcadia as a REAL place
is in the Pelopponesus, as any Lit. Hum. Oxon. schoolboy knows! – But Caloprese
brings it to civilisation, i.e. to the Roman-Italian tradition! Figlio di Carlo e da Lucrezia Gravina, che si
sposarono a Roggiano, cade così la leggenda che fosse nato quando i suoi
genitori ancora non si conoscevano. Da onestissimi parenti, di condizione
cittadina, nella terra di Scalea, posta nel paese dei Bruzii, trasse i suoi
natali. Celebre pel suo ingegno, e per l'universale sua letteratura. Visse
molto tempo in Napoli, e in Roma; finalmente tornato alla patria vi morì. I
suoi genitori si resero presto conto dell'intelligenza del loro figliolo e lo
avviarono a studiare a Napoli sotto la guida di Porcella Si laurea successivamente nel campo a lui più
congeniale della medicina. Rimase sempre in rapporto da Scalea, dove si era
ritirato, con i centri intellettuali di Napoli e Roma dove risiedeva suo cugino
e dove lo stesso Caloprese soggiorna. A Scalea fondò una scuola che ebbe una certa rinomanza e partecipò
all'attività culturale dei Medinaceli traendone ispirazione per i suoi
interessi antiautoritari e antidogmatici scientifici e filosofici che lo fecero
schierare dalla parte di coloro che subordinavano l'indagine naturalistica al
metodo razionale di tipo cartesiano.
Vico, Metastasio, Giannone lo qualificano come gran renatista ma la sua reale posizione filosofica è
piuttosto da rintracciare in chi era a lui più vicino: il suo discepolo Spinelli
che racconta come Caloprese, tornato da Napoli a Scalea visse dei proventi di
alcune sue proprietà praticando la medicina solo per i suoi amici e i poveri e
che descrive la scuola di C. come fondata sullo studio letterario e scientifico
e l'esercizio fisico nella convinzione del rapporto tra corpo ed animo. Alla lettura
dei testi di Cartesio si associava quella di Lucrezio e Bacone secondo l'ideale
teorico di una sintesi di sperimentalismo e atomismo, razionalismo e
mentalismo. Altre opere: “Dell'origine degli imperi. Un'etica per la politica”.
Uomini illustri delle Calabrie”. Meravigliosa vivezza d'ingegno ed acume
d'intendimento comparvero in lui sin dai più teneri anni, e gran diletto di
apprendere; per cui gli avveduti genitori, solleciti di coltivare in lui si
belle doti, apparati nella patria i primi rudimenti delle lettere lo inviarono
di buon'ora in Napoli per imprendervi l'usato corso degli studii. Ebbe da prima
a maestro delle lettere umane Porcella insigne filosofo a quel tempo, e non
ignobil poeta. Sotto la costui disciplina molto si approfittò, congiungendo
alla fertilità d'ingegno fervente non interrotta applicazione; di modo che egli
fece la soddisfazione del Maestro e dei suoi genitori, e l'emulazione dei
compagni. Nella sua patria intanto per qualche tempo era egli stato, dove date
avea le prime letterarie istituzioni al celebratissimo suo cugino per madre,
Gravina,.ed ebbe il vanto d'istruire nelle materie filosofiche, in cui era
versatissimo, il gran Metastasio, che seco avea per ciò condotto alla sua
patria, come attesta il Metastasio medesimo in una sua lettera scritta da
Vienna. Godeva gran fama come uno dei maggiori cartesiani italiani ('gran
renatista' lo dissero, fra gli altri, il Vico e il Giannone). Teorico e critico
della letteratura. Calopresiane. La civil società e il viver civile: una
lettura sociologica delle Lezioni dell'Origine degli Imperij di in «Rivista di
Studi Politici», n. 4, Roma, Editrice Apes,.Dizionario biografico degli italiani.
Pn di Fabri^o Lomonaco 1 Introduzione Scalea il paese del C. 1; La vita del C.
11; L'estetica e la poetica 15; II pensiero filosofico, politico e
"civile"; C. educatore 33. 37Bibliografia Edizioni delle opere di C.37;
Studi generali sul periodo e sull'ambiente calopresiani 38; Studi sul Caloprese
45; Articoli brevi sul C. 47; Opere in cui viene trattato C. 47; Recensioni
sulle opere e sugli studi del C. 52. “Questa è tutta l'idea colla quale questi
maestri della civil prudenza si sono ingegnati di far altrui concepire la
natura del uomo; dopo la quale, non accorgendosi di haver buttato a terra tutti
gli fondamenti della pace e della concordia, e che, se i loro insegnamenti
fossero veri, i pericoli sarebbon in[e]vitabili, tutto il loro studio non si
raggira in altro che in dare precetti di sicurtà, come se gl'accidenti humani
stessero tutti sottoposti a i loro consigli.” Chi è C.? Un altro Carneade,
meritevole di interesse speciale per quegli studiosi, accreditati e no, in
cerca del minore, soddisfati o illusi, a seconda dei casi, del nuovo per il
nuovo nel vasto campo della ricerca storico-filosofica? Questo lavoro di Mirto,
vivace studioso della cultura italiana tra Seicento e Settecento, esperto delle
relazioni epistolari tra librai-stampatori europei (dai Borde agli Arnaud, dai
Blaeu agli Janson, dagli Huguetan agli Anisson e agli Associati lionesi) ed
eruditi italiani (da Magliabechi a Cassiano Dal Pozzo, da Dati a Leopoldo e
Cosimo III de’ Medici) smentisce un fortunato stereotipo, offrendo agli
studiosi questa Bibliografia del filosofo calabrese, articolata in sei dense
sezioni (scritti di e su C., opere sul periodo e l’ambiente. ORLANDO FURIOSO
LODOVICO ARIOSTO CORREDATO DA NOTE STORICHE E FILOLOGICHE E ILLUSTRATO DADORÈ
CON INCISIONI INTERCALATE NEL TESTO. MILANO. FRATELLI TREVES, EDITORI LA PROPIETÀ
ABSOLUTA DEI DISBONI
SD IN0I8IONI DI GUSTAVO DORÈ È
RISERVATA VR ITALIA E PER
LA LTlTOnA I'.LIANA
AI FRATELLI TREVEB. Milano.Treves. Lodovico Ariosto, che
air Heyse "è
sempre parso la
personificazione di tutto quanto
si comprende col nome di poesia non fu
soltanto la più bella e compiuta figura letteraria del nostro Rinascimento, ma
avanzò di molto
il suo tempo
nel quale l’Italia avanza in
civiltà ogni altra
nazione d'Europa. Ercole I,
della famiglia d'Este,
figlio di Borse investito
del ducato di Modena e
Reggio dair imperatore e di
quello di Ferrara dal
papa, teneva in
questa ciCtà chiamata dal Burkhart
" la prima città moderna
d' Europa "una corte
le di cui magnificenze precedettero di mezzo
secolo quelle delle
quali si circondarono
poi i sovrani
de' grandi stati. N. Ariosto, della nobile famiglia
degli Ariosti, oriunda
bolognese e trapiantata a Ferrara
alla metà del XIV
secolo, creato conte
da Federico III
fu nominato capitano
della cittadella di Reggio, dove
tolse in moglie
Daria Malaguzzi e
n'ebbe il primo figlio
battezzato con i nomi di
Ludovico Giovanni. A sette
anni il fanciullo
seguì il padre tramutato
al comando di
Rovigo che non
seppe difendere dai Veneziani.
Il duca rimandò il
capitano Niccolò a
Reggio dove rimase,
mentre il figlio
restava con la
madre a Ferrara studiando
grammatica e metrica
col celebre Luca
della Ripa. Costrettovi
dal padre incominciò lo studio
delle leggi e
della giurisprudenza, sotto
Sadoleto modenese. Dopo cinque
anni, ottenuto il
titolo di dottore,
Lodovico Ariosto potè
tornare ai geniali e
diletti studii della
poesia avendo a
guida Gregorio EUio
o Elladio da
Spoleto, e compagni Strozzi
e poi il
Bembo, conobbe tutte le
bellezze de' poeti
latini, compresi i comici;
e come portava
l'indole del tempo,
nel quale gì'
influssi cristiani non erano
spenti ma infievoliti
dal risorgente paganesimo
delle lettere e
delle arti, alternava allo studio
de' poeti i facili
amori. Il padre di
Lodovicp stato prima
tramutato da Reggio
a Modena, poi
da Modena a Lugo,
e privato dell'ufficio,
venne a morte
nel febbraio del
1500. Il giovine spensierato dovette
allora pensare alla
madre amatissima, a
duo sorelle da
marito e a quattro fratelli
ancora in giovine
età, per provvedere
a' quali non
bastavano le rendita) dello scarso
patrimonio paterno composto
della casa di
Ferrara e di
non molta terra
nel circondario di Reggio.
Gli convenne mutare .in
squarci e in
vacchette Omero e farsi
nominare castellano di
Canossa, continuando a
passare parto dolFanno
a Ferrara e non
dimenticando le bolle. Aveva
già avuto parte
in alcune rappresentazioni drammatiche
alla corto del
duca Ercole, e nel
1502 dettò il
bel carme catulliano
per le nozze
di Alfonso con
Lucrezia Borgia. Sulla fine
del 1503 entrò
ai servigi del
cardinale Ippolito fratello
d'Alfonso, stato creato vescovo a
setto anni, cardinale
a quattordici, amantissimo
delle belle donne
ed a suo
modo anche dei letterati.
Gli obblighi dell'Ariosto
presso il cardinale non
erano bene deter minati, come non
furono, almeno ne' primi
anni, precisamente stabiliti
gli emolumenti. Cortamente all'
ufficio suo presso
Ippolito il poeta
non consacrava gran
tempo e gliene rimaneva tanto
da potere incominciare
V Orlando Furioso nel
1506. Mandato nel 1507 a
Mantova per congratularsi, a nome del
cardinale, con la
marchesa Isabella d'Este
Gonzaga d' un felice parto,
lesse alla gentildonna
alcuni canti del
poema già scritti.
Nel maggio di quello
stesso anno accompagnò
a Milano il
cardinale Ippolito, titolare
dell' arcidiocesi Ambrosiana, che
andava ad ossequiare
Luigi XII re
di Francia ridivenuto
padrone del Milanese. Nel carnevale
del 1508 faceva
rappresentare al teatro
di corte la
sua Cassandra e nel
carnevale seguente Suppositi. Il duca Alfonso
associandosi alla lega di
Cambrai, aiutato da'
Francesi, riprese ai
Veneziani il Polesine
di Rovigo. Ma i
Veneziani, al cadere
dell' autunno, mandato un
esercito alla riscossa,
questi giunse a breve distanza
da Ferrara. L'Ariosto
mandato a Roma,
con Teodosio Brusa,
a chiedere aiuto
al papa, partì da
Ferrara il 16
dicembre. Tornò a Roma
precedendo il cardinale Ippolito,
accusato d'essersi intruso
nell' abbazia di Nonantola
dopo morto il cardinale Cesarini e di
aver forzato i
monaci ad eleggerlo
abate commendatario. Giulio
II, sdegnato contro il
cardinale e contro
gli Estensi, ligii
al re di
Francia contro il
quale preparava la famosa
lega, fece cattiva
accoglienza all' Ariosto. Pure
questi giunse a pla
carne l'ira. Tornato a
Ferrara nel giugno, era
di bel nuovo
a Roma nell'agosto,
e Giulio II minacciava
di far buttare
in Tevere lui
o qualunque altro
oratore gli si
presentasse a nome del
cardinale d'Este. Furono
quei giorni ben
tristi per la
famiglia Estense, le cui
truppe erano vinte
dai Veneziani sul
Po, mentre i
soldati del papa
minacciavano la città, di
Ferrara. Alcuni biografi
dell' Ariosto affermano eh'
egli combattesse a
Polesella, ma tale
opinione sembra da
lui stesso contradetta
nel canto XL del
suo poema. Certo
da ambasciatore diventò
in queir occasione
soldato ed egli
stesso dico d'aver combattuto
a Padova. Dopo la
battaglia di Ravenna,
gli Estensi, che
avevano contribuito alla vittoria
con le loro
artiglierie, desiderarono la
pace. Il duca
Alfonso, ottenuto dal papa
un salvacondotto, per
mezzo di Fabrizio
Colonna suo prigioniero,
andò a Roma a
rabbonire Giulio II.
L'Ariosto lo seguì
nelle pericolose avventure
delle quali il
principe fu vittima. Non
ostante il salvacondotto, Alfonso
potè scampare a
stento all'ira del
pontefice, rimanendo
nascosto per tre
mesi nel castello
dei Colonna a
Marino, e poi
salvandosi travestito ora da
frate, ora da
cacciatore, a traverso
la Toscana: e
1'Ariosto fu sempre fedele
compagno del suo
signore in quei travestimenti ed
in quella fuga. Giunse
a Ferrara la
nuova della morte
di Giulio II;
e venti giorni dopo,
la nuova deirelezione
del cardinale Giovanni
de' Medici, che
prese il nome di
Leone X. Quando
il nuovo papa
era stato legato
di Bologna, l'Ariosto
lo avea pregato di
dispensarlo dagli ordini
sacri permettendogli di
conseguire un benefizio che
gli veniva ceduto da un
consanguineo. Gli Estensi
mandarono il loro
poeta ad ossequiare
il papa, ma questi
non fece all'Ariosto
alcuna offerta né
tampoco gliene fecero i
di lui amici tt
divenuti grandi". Di
ritomo a Ferrara,
fermatosi a Firenze
per le feste
di San Giovanni, s' innamorò di
Alessandra Benucci vedova
di Tito Strozzi,
ed a quell'affetto
dedicò per il rimanente
della vita V
animo suo, già
nelle passioni amorose
tanto mutevole. Per non
perdere egli il
godimento de' beneficii
ecclesiastici, essa la
tutela dei figli
del primo marito, tennero
nascosta la loro
unione e vissero
per le stesse
ragioni separati di
casa. Con l'Ariosto viveva
Virginio, figlio suo
diletto, avuto da un
Orsolina Sasso Marino. Il cardinale Ippolito
aveva in quel
tempo preso stanza
a Roma dove
avrebbe voluto che l'Ariosto
lo raggiungesse, sollecitandolo a
farsi prete. A tale invito
l'Ariosto rispondeva, come egli
stesso ha detto
nella Satira I: Io
né pianeta mai
né tonicella Né chierca
vo' che in capo mi
si pona. Pare che il cardinale
non si curasse
neppure di far
pagare all'Ariosto i
suoi emolumenti. Pensava bensì
liberalmente alla spesa
di stampa dell' Orlando
Furioso, che il poeta
cominciò nel 1515
a consegnare allo
stampatore maestro Giovanni
Mazzocco da Bondeno, che
teneva bottega in
Ferrara. Il 21
aprile 1516 la
prima edizione dell'Orlandò
vide la bice
e l'Ariosto sperava
di riceverne dal
cardinale lauto compenso
per avergliela dedicata. Pochi
mesi dopo invece
il cardinale pretendeva
che l'Ariosto andasse seco
lui in Ungheria;
ed essendo visi
questi rifiutato "
per molte ragioni
e tutte vere
" r eminentissimo andò
sulle furie, non
volle ascoltarne le
scuse, gli intimò
di non comparirgli più innanzi,
e gli fece
togliere le rendite
di due beneficii
ecclesiastici. L'Ariosto tornò di
bel nuovo a
Roma per ottenere
che non gli
fossero tolti "
certi bajocchi "
ch'egli prendeva a Milano
" ancorché non
sian molti "
e trovò Leone
X assai meglio
disposto a di lui
favore. Poco dopo
il duca Alfonso
lo comprendeva nel
numero dei suoi
stipendiati in qualità di
famigliare, e con
Y assegno mensile
di sette scudi
d' oro cinquantadue lire italiane,
più il vitto
per tre servitori
e due cavalli. Un
caso inaspettato avrebbe
migliorate molto le
non liete condizioni
economiche dell'Ariosto se
non vi si
fosse opposta la
prepotenza. Rinaldo Ariosto,
cugino del poeta,
essendo morto ab intestato,
la ricca tenuta
detta delle Ariosto,
a Bagnolo, passava
nelle mani di Lodovico
e de' suoi
fratelli; Ma ne
furono spogliati da
Alfonso Trotti, amministratore del duca,
che dichiarò quei
beni di proprietà
camerale, e non
ottenne alcun risultato la
lite promossa dagli
eredi naturali, per
ricuperarli. Anche Leone
X s'intromise,ma invano,
in quella faccenda
dell' eredità. Dopo V
ultimo viaggio dell' Ariosto
a Roma0 la
pubblicazione deir OHando,
il papa s'
era degnato di
rammentarsi T antica
benevo lenza verso il poeta,
e fece rappresentare
in Vaticano i
Supponiti y con grande apparato. L'anno
seguente l'Ariosto, avendo
terminato il Negromante,
lo spedì al
papa sperando ma non
ottenendo eguale fortuna. Pochi mesi
dopo, il cardinale
Ippolito tornato dall'Ungheria
moriva a Ferrara
d'' una indigestione di
gamberi e di
vernaccia. Sebbene molto
male ricompensato dal
cardinale, r Ariosto, anche
dopo la di
lui morte, non
tolse dall' Orlando alcuna
delle troppe lodi che
gli aveva tributate,
e continuò ad
intitolare al di
lui nome il
poema. Nominato commissario ducale
nella Garfagnana e partì, con
pochi soldati di
Ferrara per Cstelnuovo,
dove andava ad
occupare un ufficio,
onorevole e molto più
lucroso di quello
dì famigliare di
cort". Prima di
partire fece testamento
a rogito di Andrea
Succi. Giunse a Castelnuovo
il 2G. Nell'Elegia
III ha descritto
il disastroso viaggio
fatto a traverso l'Appennino,
in tempo d'inverno;
e nella Satira
F, nella quale
parla lungamente del suo
governo, lasciò scritto
che La novità del
loco è stati
tanta C'ho fatto come
augel che muta
gabbia Che molti giorni
resta che non
canta. ' Paragonava il
paese da lui
governato a " una
fossa " dolente
di trovarsi sempre
in mezzo ad Accuse e liti
Furti, omicidii, odii,
vendette ed ire. Gli
parve da prima
impresa superiore allo
proprie forze il
pacificare quella provincia che
in meno d' un
secolo aveva cambiato
cinque o sci
volte padrone: ma, messo
amoro al proprio ufficio,
dette prova di
molta energia. Se
non che dal
Governo ducale aveva scarso
appoggio e spesso
anche contrarietà, dello
quali si lamentava
scrivendo direttamente al duca
ed invitandolo a
mandare altri al
suo posto se
non voleva aiutarlo "
a difendere Toner
dell'ufficio " ma,
dovendo rimanere od
andarsene, egli aggiungeva:
" sempre desidererei
che la giustizia
avesse luogo. " Del governo
dell'Ariosto nella Garfagnana
ha scritto una
bella ed erudita
monografia il marchese Campori,
secondo il quale
la storia di
quel governo "
ci mostra come
il più a fantastico
de' poeti possa
annoverarsi fra gli
statisti più positivi,
n Lasciò, dopo tre
anni e quattro
mesi " l'asprezza di quei
sassi e quella
gente inculta "
e se ne
tornò a Ferrara.
Era morto Leone
X e gli era
succeduto un altro
Medici col nome
di Clemente VII.
Il duca Alfonso,
desiderando di avere in
Roma un oratore
autorevole e stimato,
aveva fatto scrivere
all'Ariosto offrendogli quel posto.
Ma X Ariosto
se ne schermì,
non sperando più
nulla dai Medici nò
dai papi. Ritornato dunque
a Ferrara, acquistò
alcune fabbriche e ritagli
di terreno in via
Mirasele e vi
formò un giardino,
delizia ed amore
dei suoi ultimi
anni. Si occupava della correzione
Orlando e di
ridurre a spalliera
a siepe una
boscaglia che aduggiava il
suo orto. Cottvivova
col padre il
figlio Virginio, dio
delle abitudini paterne
di questi ultimi anni
ha lasciato molte
memorie. Dalla corte ducale
ora sempre, in
ogni occasione, onorato
come poeta e
tenuto in conto di
abile politico. Nel
1528, per festeggiare
l'arrivo degli sposi
Ercole Estense e
Renata di Francia, fu
rappresentata la sua
commedia hLena; nel
1529 fu nuovamente
rappresentata la Cassarla, prima
d' una lautissima cena
offerta da Ercole
d' Este al marchese
ed alla marchesa di
Mantova. Nella contesa
fra Carlo V
e Francesco I,
il duca Alfonso
cercava di barcamenarsi a
proprio vantaggio, ed
ottenne dall' imperatore Y
investitura di Modena e
Reggio. Essendo a
Mantova Don Alfonso
d'Avalos, marchese del
Vasto, comandante delle truppe
imperiaU, il duca
gli mandò Lodovico
Ariosto per pregarlo
a concedergli aiuto
sufficiente a mantenere sotto
il proprio dominio
la contea di
Carpi che Clemente
VII gli contrastava. L'Ariosto raggiunse
il marchese del
Vasto a Correggio,
in casa di
Veronica Gambara, ed il
marchese, concesso Taiuto
al duca, fece
dono al poeta
di cento scudi
annui d'entrata, per lui
ed i suoi
eredi, di un
lapislazzolo bellissimo legato
in oro e
di una collana
d' oro. Pubblicò a Ferrara,
con i tipi
di Francesco Rosso
da Valenza, una
nuova edizione del suo
poema con V
aggiunta di nuovi
canti. Questa edizione
fu cronologicamente la diciottesima,
essendone state stampate
dopo la prima
del 1515, un'
altra a Ferrara,
tre a Milano,
una a Firenze, e
undici a Venezia.
Di questa nuova
edizione in XLVI
canti presentò, il 7
novembre, un esemplare
a Carlo V
che trovavasi in
Mantova, reduce dalla
guerra d'Ungheria contro i
Turchi e diretto
a Bologna. L'imperatore
mostrò il desiderio
di ricompensare l'Ariosto incoronandolo
col lauro "
onor d'imperatori e
di poeti " .
Ma l'incoronazione solenne non
potè effettuarsi per
la sollecita partenza
di Carlo V
che lasciò bensì
all'Ariosto il diploma di
poema laureato. Aveva allora
cinquantotto anni, e dai quaranta
s'era cominciata a
guastarglisi la salute, G
lo travagliavano il
catarro e la
debolezza di stomaco.
I suoi medici
gli avevano proibito Fuso
del vino e
ogni cibo troppo
condito di aromi:
gli era molto
nocivo.il calore della stufa.
Verso la fine
del dicembre 1532
ammalò di ostruzione
alla vescica alla
quale sopravvenne una febbre
di consunzione. Dopo
lunghi patimenti spira assistito dalla
moglie Alessandra, dal
figlio Virginio e
dal parroco ed
amico suo Alberto Castellari. Dopo il
primo testamento, fatto
partendo per la
Garfagnana, ne dettò
un secondo nel
1532, istituendo erede universale
il figlio Virginio,
che conservò per
tutta la vita
la casa e r
orto paterno e
lo fece abbellire
con statue ed
ornamenti di marmo. Lodovico Ariosto
fu alto di
statura ed ebbe
capelli neri e
ricciuti, spaziosa la
fronte ed alte le
ciglia, gli occhi
neri e vivaci,
il naso grande
e aquilino, i
denti bianchi ed eguali,
il colorito olivastro,
le, guance scarne,
rada la barba. I
suoi contemporanei lo
dicono riguardoso, prudente,
gioviale cogli amici,
ma d' indx>le facilmente inchinevole
alla mestizia. Fu
d'animo buono e
retto: costretto dalla
necessità a lodare mecenati
poco meritevoli d' encomio,
adattandosi all' uso de'
tempi del quale
sa rebbe errore giudicare con
le idee moderne
d'indipendenza e di
dignità, sopportò sempre a
malincuore il giogo
dei potenti. Piuttosto
che il desiderio
d' arricchire sentì quello
dì vivere in quiete
con i suoi
libri, dichiarando di
non volere "
il più bel
cappel eh' in Roma
sia " con
scapito della libertà. Modesto in
ogni desiderio fu
altresì temperato ne'
cibi e nelle
bevande; schietto e
sincero con tutti, e
per quanto consapevole
del proprio valore,
non vanitoso né
avido d'onori. in vero
onore è ch'nom
da ben ti tenga
Ciascuno, e che
tu sia. Provò, come
allora era possibile,
e seppe esprimere
un sentimento di
dolore vedendo r Italia
divenuta " ancella
di quelle genti
stesse che le
furon serve "
e s' augurò di vederla
risorgere all' antica grandezza,
aggiungendo che ciò si sarebbe
ottenuto soltanto a quando
sarem migliori. " Intorno allo
scopo dell' Orlando molto
si è scritto
e non concordemente
da tutti. Certo non
erra il Carducci
quando dice che
la finalità del
poema romanzesco è
in sé stesso
e nel raccontar piacevole
a ricreazione delle
persone d'animo gentile;
ed aiunge che
l'Ariosto fu più che
altri di per
sé lontano dall'intenzione di
una finale ironia
contro l'ideale caval leresco. In questa
ipotesi dell' ironia insiste
invece particolarmente il
Gioberti. Egli crede che
l'Ariosto, frammischiando continuamente
l'elemento giocoso al
serio, abbia voluto
mettere in luce "
il vizio principale
degli ordini cavallereschi, cioè
la sproporzione fra
la pompa e il
rumore degli apparecchi,
e la pochezza
o vanità dei
risultamenti, e quindi
mo strando la nullità finale
di tale istituzione
".... Il Furioso
è dunque ad
un tempo, se condo r
autore del Primato,
la a poesia
e la satira
del medio evo
e tiene un
luogo mezzano fra il
romanzo del Cervantes
e T epopea
del Tasso, "
della quale però V Or lando è
assai più moderno
benché T abbia
preceduto d'una generazione. L'Ariosto infatti
presente più d'una
volta le idee
de' tempi moderni,
mentre subisce le influenze
pagane dell' antica letteratura
che da poco
tempo era, in
Italia prima che altrove,
rimessa in onore
quando egli intraprendeva
i suoi studii.
A tali influenze
pagane si deve dar
colpa se la
sbrigliata fantasia del
poet abbellisce di
vivi colori le
non rare pitture erotiche.
Ma anche di
tale licenza bisogna
in gran parte
ricercare la causa
nel l'indole de' costumi e del tempo,
nella quale, a
detta di Bernardo
Tasso, non era
fanciullo, a né fanciulla,
né vecchio, né
dottore, né artigiano
" che si
contentasse d'aver letto
l'Or lando più d'una volta. Il
Voltaire ha detto,
e lo ha
confermato il Carducci,
che V Orlando é
poema politico e religioso
con Carlomagno ed
Orlando, e privato
e famigliare con
Ruggiero e Bradamante. Vito Fornari
vede rappresentata nella
follia d'Orlando, l'indole
della società cristiana
nel tempo descritto dall' Ariosto, indole
che fu d'universale
follia. Il De
Sanctis dice non essere
" nulla uscito
dalla fantasia moderna
che sia comparabile
a questo limpido
mondo omerico, n Al
Settembrini parve che,
mentre il poema
di Dante, più
che all'Italia appar tiene a
tutto il mondo,
1' epopea dell' Ariosto
appartenga all' Italia ed
egli sia il
primo poeta italiano. Fra i
classici é senza
dubbio il più
naturalista e nessuno
ha saputo meglio
di lui ottenere ai
suoi tempi la
rappresentazione oggettiva del
mondo esteriore. Da quasi
tre secoli il
poema romanzesco dell' Ariosto
è uno de'
libri più ricercati
e più letti. Ulisse
Guidi ne novera
quattrocentotrentuna
edizioni italiane, oltre
le numerose versioni.
A quest'orale edizioni
italiane hanno probabilmente passato il
mezzo migliaio. Nessun altro
poeta ha saputo
ispirare quanto l'Ariosto
la fantasia de'
pittori: nessun altro offre occasione
di far mostra
di vario ingegno
pittorico, mettendo nel
suo poema rOriento a
tenzone con rOccidente,
il Cristianesimo con
rislamismo; intrecciando gli
elementi della mitologia greca
con quelli delle
favole asiatiche; descrivendo,
con V aiuto
della storia, la valle
del Po, Parigi,
il Cairo, Damasco,
Alessandretta; e con
l'aiuto della fantasia
il sog giorno delizioso di
Alcina e di
Logicilla, la vasta
Sericana, il Catajo
ed altri paesi
ignoti od appena sospettati
al principio del
XVI secolo. Mai fantasia
d'artista, matita di
disegnatore, non seppero
indovinare il pensiero
e l'ar ditezza altamente poetiche
dell' Ariosto come il
Dorè che ne
illustrò l'intiero poema. I
disegni di Gustavo
Dorè non solo
riproducono le imagìni
del poeta, l'ispirazione
vertigi nosa, il carattere fantastico
MVOrlando, ma sono
il più completo
commento di quel
mondo meraviglioso.Angelica,
fnsffiirlo (liti piìi tritono
cU[ (luca di
Bnvìera, s incuritrn in
RiimliLo ch va
in tvartia k|
[H'oprio invailo levita a Umù putcnt
1 tuli osti
aTnH.Jite,c trova rollila riva
dun fiume il
jinuo Fiirran, (uivi
Ri iiJiMo. itr oagiaiu'
d'A u galliti, viene alle
mani eoi Saeìno; ma
eome i cine
rivali ai accorguno
cht la iluuKlIa è
hjiJiriU, cessano rial
eumbattere. Fenaù intanto si
studia di iTen[H:rara
l>lmo cadut(i|>li nel llame:
Angtliia s imbatte
in Sauripante, il i]uale
coglie ropportunità dipigliaitii
il cavallo di
Rinaldo; e qnt'sti so
fragili une? minaccioso. 1 Le doiiiie,
i eavalier, l'iimie,
gii amori, Le ciiriesie,
T audaci inipree io
canto, Che furo al
tempo the passa ri>
i AI ori D'Africa
il lìjare, e
in Francia iiocquer
tanto, Seguendo l'ire e
i ipoveni! furori DVAgromante lor
re, die si
die Tanto Di vendicar
la morte di
Troiano Sopra re Carlo
impera tor romano. 2 Dito
d Orlando in
un medesmo tratto Cosa
non detta in
prosa mai, né
in rima; Che per
amor venne in
furore e matto, Duom
che si saggio
era stimato prima: Se
da colei che
tal quasi m'ha
fatto, CheU poco ingegno
ad or ad
or mi lima, Me
ne sarà però
tanto concesso, Che mi
basti a finir
quanto ho promesso. 3
Piacciavi, generosa Erculea
prole, Ornamento e splendor
del secol nostro, Ippolito, aggradir
questo che vuole E
darvi sol può
Fumil servo vostro. Quel
ch'io vi debbo,
posso di parole Pagare
in parte, e
d'opera d'inchiostro: Né che
poco io vi
dia da imputar
sono Che quanto io
posso dar, tutto
vi dono. 4 Voi
sentirete fra i
più degni eroi,
Che nominar con
laude m'apparecchio.
Ricordar quel Ruggier,
che fu di voi
E de' vostri avi
illustri il ceppo
vecchio. L'alto valore e'
chiari gesti suoi Vi
farò udir, se
voi mi date
orecchio, E vostri alti
pensier cedano un
poco. Si che tra
lor miei versi
abbiano loco. 5 Orlando,
che gran tempo
innamorato Fu della bella
Angelica, e per
lei In India, in
Media, in Tartaria
lasciato Avei infiniti ed
immortai trofei, In Ponente
con essa era
tornato. Dove sotto i
gran monti Pirenei Con
la gente di
Francia e di
Lamagna Re Carlo era
attendato alla campagna,
Per far al
re Marsilio e
al re Agramante Battersi ancor
del folle ardir
la guancia, D'aver condotto,
l'un, d'Aitìca quante Oenti
erano atte a
portar spada e
lancia; L'altro, d'aver spinta
la Spagna innante A
destmzion del bel
regno di Francia. E
così Orlando arrivò
quivi a punto:Ma
tosto si pentì
d'esservi giunto:7 Che
vi fu tolta
la sua donna
poi: (Ecco il giudicio
uman come spesso
erra!) Quella che dagli
esperii ai liti
eoi Avea difesa con
sì lunga guerra, Or
tolta gli è
fra tanti amici
suoi. Senza spada adoprar,
nella sua terra. Il
savio Imperator, ch'estinguer
volse Un grave incendio,
fu che gli
la tolse. 8 Nata
pochi dì innanzi
era una gara Tra
il conte Orlando
e il suo
cugin Rinaldo; Che ambi
avean per la
bellezza rara D'amoroso disio
l'animo caldo. Carlo, che
non ave tal
lite cara, Che gli
rendea l'aiuto lor
men saldo, Questa donzella,
che la causa
n'era, Tolse, e die
in mano ai
duca di Baviera; 9
In premio promettendola
a quel d'essi. Ch'in
quel conflitto, in
quella gran giojpata. Degli Infeieli
più copia uccidessi, E
di sua man
prestasse opra più
grata. Contrari ai voti
poi furo i
successi; Ch'in foga andò
la gente battezzata, E
con molti altri
fu'l Duca prigione, E
restò abbandonato il
padiglione. 10 Dove poiché
rimase la donzella Ch'esser dovea
del vincitor mercede, Innanzi al
caso era salita
in sella, E quando
bisognò le spalle
diede. Presaga che quel
giorno esser rubella Dovea
Fortuna alla cristiana
Fede: Entrò in un
bosco, e nella
stretta via Rincontrò un
cavalier eh' a pie
venia. 11 Indosso la
corazza, l'elmo in
testa. La spada al
fianco, e in
braccio avea lo
scudo: E più leggier
correa per la
foresta, Ch'ai palio rosso
il villan mezzo
ignudo. Timida pastorella mai
sì presta Non volse
piede innanzi a
serpe crudo. Come Angelica
tosto il freno
torse, Che del guerrier,
eh' a pie venia,
s'accòrse. 12 Era costui
quel paladin gagliardo, Figliuol d'Amon,
signor di Montalbano, A
cui pur dianzi
il suo destrìer
Baiardo Per strano caso
uscito era di
mano. Come alla donna
egli drizzò lo
sguardo, Riconobbe,
quantunque di lontano, L'angelico sembiante
e quel bel
volto Ch'ali' amorose reti il
tenea involto. La donna
il palafreno addietro
volta, E per. la
selva a tutta
briglia il caccia; Né
per la rara
più che per
la folta, La più
sicura e miglior
via procaccia: Ma pallida,
tremando, e di
sé tolta,Lascia cura
al destrìer che
la via faccia. Di
su, di giù
nell'alta selva fiera Tanto
girò, che venne
a una riviera. 14
Su la riviera
Ferraù rovoese Di sudor
pieno, e tutto
polveroso. Dalla battaglia dianzi
io rimosse Un gran
disio di bere
e di riposo: E
poi, mal grado
suo, quivi fermosse:Perchè, delP
acqua ingordo e
frettoloso, L elmo nel
fiume si lasciò
cadere, Nò Tavea potuto
anco riavere. Quanto potea
più forte, ne
veniva Gridando la donzella
{spaventata. A quella voce
saita in su
la riva II Saracino,
e nei viso
la guata; E la
conosce subito eh'
arriva, Benché di timor
pallida e turbata, E
sien più di
che non n'udì
novella, Che senza dubbio
eli' è Angelica
bella.stanza 17 . 16 E
perchè era cortese,
e n' avea
forse Non men dei
due cugini il
petto caldo, L'aiuto che
potea tutto le
porse, Pur come avesse
l'elmo, ardito e
baldo:Trasse la spada,
e minacciando corse Dove
poco di Ini
temea Rinaldo. Più volte
s' eran già non
pur veduti, a al
paragon dell' arme conosciuti. 17 Cominciar
quivi una crudel
battaglia, Come a pie si trovar,
coi brandi ignudi:Non
che le piastre
e la minuta
maglia, Ma ai colpi
lor non reggerian
gì' incudi. Or, mentre
l'un con l'altro
si travaglia, Bisogna al
palafren che '1
passo studi; Che, quanto
pud menar delle
calcagna, Colei lo caccia
al bosco e
alla campagna. 18 Poi
che s'aff&ticàr gran
pezzo invano I due
guerrier per por l'un l'altro
sotto: Quando non meno
era con l'arme
in mano Questo di
quel, né quel
di questo dotto; Fu
primiero il signor
di Montalbano, Ch'ai cavalier
di Spagna fece
motto. Si come quel
e' ha nel cuor
tanto foco. Che tutto
n'arde e non
ritrova loco. 19 Disse
al pagan: Me sol
creduto avrai, E pur
avrai te meco
ancora oifeso: Se questo
avvien perchè i
fulgenti rai Del nuovo
Sol t' abbiano il
petto acceso, Di farmi
qui tardar che
guadagno hai? Che quando
ancor tu m' abbi
morto o preso, Non
però tua la
bella douna fia; Che,
mentre noi tardiam,
se ne va
via. SO Quanto fia
meglio, amandola tu
ancora, Che ta le
venga a traversar
la strada, A ritenerla
farle far dimora. Prima
che più lontana
se ne vada! Come
r avremo in
potestate, allora Di chi
esser de' si
provi con la
spada. Non so altrimente,
dopo un lungo
affeinno, Che possa riuscirci. altro che
danno. Al pagan la
proposta non dispiacque: Cosi fu
differita la tenzone; E
tal tregua tra
lor subito nacque, Sì
r odio e
r ira va
in oblivione, Che '1
pagano al partir
dalle fresche acque Non
lasciò a piedi
il buon figlinol
d'Amone; Con preghi invita,
e alfin lo
toglie in groppa. E
per Torme d'Angelica
galoppa. Oh gran bontà
de' cavalieri antiqui ! Eran rivali,
era n di
fé diversi, E si
sentian degli aspri
colpi iniqui Per tutta
la persona anco
dolersi; Eppur per selve
oscure e calli
obliqui Insieme van, senza
sospetto aversi. Da quattro
sproni il destrier
punto, arriva Dove una
strada in due
si dipartiva. E come
quei che non
sapean se Tuna 0
V altra via
facesse la donzella, (Perocché senza
differenzia alcuna Apparia in
amendue l'orma novella), Si
messero ad arbitrio
di fortuna, Rinaldo a
questa, il Saracino
a quella. Pel bosco
Ferraù molto s
avvolse E ritrovossi alfine
onde si tolse. 24
Pur si ritrova
ancor su la
riviera, Là dove l'elmo
gli cascò neli'
onde. Poiché la donna
ritrovar non spera, Per
aver l'elmo che
'1 fiume gli
asconde, In quella parte,
onde caduto gli
era, Discende nell' estreme umide
sponde:Ma quello era
si fitto nella
sabbia. Che molto avrà
da far prima
che V abbia. 25
Con un gran
ramo d'albero rimondo, Di
che avea fatto
una pertica lunga, Tenta
il fiume e
ricerca sino al
fondo, Né loco lascia
ove non batta
e punga. Mentre con
la maggior stizza
del mondo Tanto l'indugio
suo quivi prolunga, Vede di
mezzo il fiume
un cavalìero lusino al
petto uscir, d'aspetto
fiero. 2f) Era, fuorché
la testa, tatto
armato, Ed avea un
elmo nella destra
mano; Avea il medesimo
elmo che cercato Da
Ferraù fu lungamente
invano. A Ferraù parlò
come adirato, E disse: Ah
mancator di fé,
marrano ! Perchè di lasciar
V elmo anche
t' aggrevi Che render già
gran tempo mi
dovevi? Ricordati, pagan, quando
uccidesti D'Angelica il
fratel, che son
queir io:Dietro ali
altre arme tu
mi promettesti Fra pochi
di gittar Telmo
nel rio. Or se
Fortuna (quel che
non volesti Far tu)
pone ad effetto
il voler mio, Non
ti turhar; e
se turbar ti
dèi, Turbati che di
fé mancato sei. 28
Ma se desir
pur hai d'un
elmo fino, Trovane un
altro, ed abbil
con più onore; Un
tal ne porta
Orlando paladino, Un tal
Rinaldo, e forse
anco migliore:L'un fti
d'Almonte, e V
altro di Mambrino:Acquista un
di quei dui
col tuo valore; E
questo, e' hai
già di lasciarmi
detto, Farai bene a
lasciarmelo in effetto. 32
Non molto va
Rinaldo, che si
vede Saltare innanzi il
suo destrier feroce:Ferma,
Baiardo mio, deh
ferma il piede ! Che
Tesser senza te
troppo mi nuoce. Per
questo il destrier
sordo a lui
non riede, Anzi più
se ne va
sempre veloce. Segue Rinaldo,
e dMra si
distrugge:Ma seguitiamo Angelica
che fogge. 33 Fugge
tra selve spaventose
e scure, Per lochi
inabitati, ermi e
selvaggi. Il mover delle
frondi e di
verzure, Che di Cerri
sentia, d'olmi e
di faggi, Fatto le
avea con subite
paure Trovar di qua
e di là
strani viaggi; Ch' ad
ogni ombra veduta
o in monte
o in valle, Temea
Rinaldo aver sempre
alle spalle. 34 Qnal
pargoletta damma o
capriola, Che tra le
fronde del natio
boschetto Alla madre veduta
abbia la gola Stringer
dal pardo, e
aprirle 1 fianco
o '1 petto, Di
selva in selva
dal crudel s
invola, E di paura
trema e di
sospetto; Ad ogni sterpo
che passando tocca. Esser
si crede all
empia fera in
bocca. 29 All'apparir che
fece all'improvviso Dell'
acqua l'ombra, ogni
pelo arricciosse, E scolorosse
al Saracino il
viso: La voce, eh'
era per uscir,
fermosse Udendo poi dall' Argalia, eh'
ucciso Quivi avea già
(che l'Argalia nomosse), La
rotta fede cosd
improverarse, Di scorno e
dira dentro e
di fuor arse. 30
Né tempo avendo
a pensar altra
scusa, E conoscendo ben
che '1 ver
gli disse, Restò senza
risposta a bocca
chia; Ma ]a vergogna
il cor si
gli trafisse, Che giurò
per la vita
di Lanfdsa Non voler
mai ch'altro elmo
lo coprisse, Se non
quel buono che
già in Aspramente Trasse del
capo Orlando al
fiero Almonte. 31 E
servò meglio questo
gi\iTamento, Che non avea
quell'altro fatto prima. Quindi
si parte tanto
mal contento, Che molti
giorni poi si
rode e lima. Sol
di cercare è
il Paladino intento Di
qua di là,
dove trovarlo stima. Altra
ventura al buon
Rinaldo accade, Che da
costui tenea diverse
strade. 35 Quel dì
e la notte e mezzo
l'altro giorno S'andò aggirando,
e non sapeva
dove: Trovossi alfin in
un boschetto adomo
. Che lievemente la
fresca aura move; Dui
chiari rivi mormorando
intorno, Sempre l'erbe vi
&n tenere e
nove; E rendea ad
ascoltar dolce concento, Rotto tra
picciol sassi, il
correr lento. 36 Quivi
parendo a lei
d'esser sicura, E lontana
a Rinaldo mille
miglia, Dalla vìa stanca
e dall' estiva arsura,Di
riposare alquanto si
consiglia; Tra' fiori smonta,
e lascia alla
pastura Andare il palafìren
senza la briglia; E
quel va errando
intomo alle chiare
onde, Che di fresca
erba avean piene
le sponde. Ecco non
lungi un bel
cespuglio vede Di spin
fioriti e di
vermiglie rose. Che delle
liquide onde al
specchio siede, Chiuso dal
Sol fra P
alte quercie ombrose; Co
vóto nel mezzo,
che concede Fresca stanza
fra l'ombre più
nascose; E la foglia
coi rami in
modo è mista. Che
'1 Sol non
v'entra, non che
minor vista. £8 Dentro
letto vi fan
tenere erbette, Ch' invitano
a posar chi s'
appresenta. La bella donna
in mezzo a
quel si mette; Ivi
si corca, ed
ivi s'addormenta.Ma non
per lungo spazio
cosi stette, Che un
calpestio le par
che venir senta. Cheta
si lieva e
appresso alla ri
vera Vede ch'armato un
cavalier giunt'era. 39 S' egli
è amico o
nemico non comprende; Tema e
speranza il dubbio
cor le scuote; E
di quella avventura
il fine attende, Né
pur d'un sol
sospir l'aria percuote. Il
cavaliero in riva
al fiume scende Sopra
l'un braccio a
riposar le gote; Ed
in un gran
pensier tanto penetra, Che
par cangiato in
insensibil pietra. 40 Pensoso
più d'un' ora
a capo basso Stette,
Signore, il cavalier
dolente; Poi cominciò con
suono afflìtto e
lasso, A lamentarsi si
soavemente, Ch'avrebbe di pietà
spezzato un sasso. Una
tigre crudel fatta
clemente:Sospirando piangea tal
eh' un ruscello Parean le
guancie, e 'i
petto un Mòugibello. 41 Pensier,
dicea, che'l cor
m'agghiacci ed ardi, E
causi '1 duol che
sempre il rode
e lima, Che debbo
far poich' io
son giunto tardi, E
ch'altri a córre
il frutto è
andato prima? Appena avuto
io n'ho parole
e sguardi. Ed altri
n'ha tutta la
spoglia opima. Se non
ne tocca a
me frutto né
fiore. Perchè affligger per
lei mi vo'più
il core? La verginella
é simile alla
rosa Ch'in bel giardin
su la nativa
spina. Mentre sola e
sicura si riposa. Né
gregge né pastor
se le avvicina; L'aura soave e
l'alba rugiadosa, L'acqua, la
terra al suo
favor s' inchina :Gioveni
vaghi e donne
innamorate Amanu averne e seni e
tempie ornate. 43 Ma non si
tosto dal materno
stelo Rimossa viene e
dal suo ceppo
verde. Che quanto avea
dagli uomini e
dal cielo Favor, grazia
e bellezza, tutto
perde. La vergine che '1 fior,
di che più
zelo Che de' begli occhi
e della vita
aver de'. Lascia altnd
corre, il pregio
eh' avea innanti, Perde nel
cor di tutti
gli altri amanti.44
Sii vile agli
altri, e da
quel solo amata,A
cui di sé
fece si larga
copia. Ah Fortuna crudel.
Fortuna ingrata! Trionfan gli
altri, e ne
moro io d'inopia. Dunque esser. può
che non mi
sia più grata? Dunque
io posso lasciar
mia vita propìa? Ah
piuttosto oggi manchino
i di miei, Ch'
io viva più,
s' amar non debbo
lei ! 45 Se mi
dimanda alcun chi
costui sia, Che versa
sopra il rio
lacrime tante, Io dirò
ch'egli é il re di
Circassia, Quel d'amor travagliato
Sacripante:Io dirò ancor,
che di sua
pena ria Sia prima
e sola causa
essere amante, E pur
un degli amanti
di costei: E ben
riconosciuto fa da
lei. 46 Appresso ove
il Sol cade,
per suo amore Venuto
era dal capo
d'Oriente; Cile seppe in
India con suo
gran dolore, Come ella
Orlando seguitò in
Ponente: Poi seppe in
Francia, che l'Imperatore Sequestrata l'avea
dall'altra geiite, E promessa
in mercede a
chi di Icfro Più
quel giorno aiutasse
i Gigli d'oro. Stato
era in campo,
avea veduta quella, Quella rotta
che dianzi ebbe
re Carlo. Cercò vestigio
d'Angelica bella, Né potuto
avea ancora ritrovarlo. Questa è
dunque la trista
e ria novella Che
d'amorosa doglia fa
penarlo, Affligger,
lamentare, e dir
parole Che di pietà
potrian fermare il
Sole. Mentre costui cosi
s' affligge e duole, E
fa degli occhi
suoi tepida fonte, E
dice queste e
molte altre parole,Che
non mi par
bisogno esser racconte; L'avventurosa sua
fortuna vuole Ch'alle orecchie
d'Angelica sian conte: E cosi
quel ne viene
a un'ora, a
un punto, Ch'in mille
anni o mai
più non è raggiunto.
49 Con
molta attenzion la
bella donna Al pianto,
alle parole, al
modo attende Di colui
eh' in amarla
non assonna; Né questo
é il primo
di eh' ella
l'intende:Ma, dura e
fredda più d'una
colonna, Ad averne pietà
non però scende: Come
colei e' ha tutto
il mondo a
sdegno ' non le
par eh' alcun
sia di lei
degno. 50 Par tra
quei boschi il
ritrovarsi sola Le f&
pensar di tor
costui per guida Che
chi nell'acqua sta
fin alla gola, Ben
è ostinato se
mercè non grida. Se
questa occasione or
se V invola, Non
troverà mai più
scorta si fida; Ch'a
lunga prova conosciuto
innante S'avea quel re
fedel sopra ogni
amante. 51 Ma non
però disegna dell
afinno, Che lo distrugge,
alleggerir chi Fama, £
ristorar d'ogni passato
danno Con quel piacer
eh' ogni amator
più brama:Ma alcuna
fizì'one, alcuno inganno Di
tenerlo in speranza
ordisce e trama; Tanto
ch'ai suo bisogno
se ne serva, Poi
tomi all' uso suo
dura e proterva. 52
E fuor di
quel cespuglio oscuro
e cieco Fa di
sé bella ed
improvvisa mostra, Come di
selva o fuor
d'ombroso speco Diana in
scena, o Citerea
si mostra; E dice
all' apparir: Pace sia teco; Teco
difenda Dio la
fama nostra, E non
comporti, contro ogni
ragione, Ch'abbi di me
si falsa opinione. 53
Non mai con
tanto gaudio o
stupor tanto Levò gli
occhi al figliuolo
alcuna madre, Ch' avea
per morto sospirato
e pianto, Poi che
senza esso udì
tornar le squadre; Con
quanto gaudio il
Saracin, con quanto Stupor
r alta presenza,
e le leggiadre Maniere, e
vero angelico sembiante. Improvviso apparir
si vide innante. 54
Pieno di dolce
e d'amoroso affetto, Alla
sua donna, alla
sua Diva corse, Che
con le braccia
al collo il
tenne stretto, Quel eh'
al Catai non
avria fatto forse. Al
patrio regno, al
suo natio ricetto, Seco
avendo costai, l'animo
torse: Subito in lei
s'avviva la speranza Di
tosto riveder sua
ricca stanza. 5.5 Ella
gli rende conto
pienamente Dal giorno che
mandato fii da lei
A domandar soccorso
in Oriente Al Re
de'Sericani Nabatei; E come
Orlando la guardò
sovente Da morte, da
diraor, da casi
rei; E che 1
fior virginal cosi
avea salvo, Come se
lo portò del
materno alvo. 66 Forse
era ver, ma
non però credibile A
chi del senso
suo fosse signore; Ma
parve facilmente a
lui possibile, Ch'era perduto
in via più
grave errore. Quel che
l'uom vede, Amor
gli fa invisibile, E
l'invisibil fo veder
Amore. Questo creduto fii;
che'l miser suole Dar
facile credenza a
quel che vuole. 57
Se mal si
seppe il Cavalier
d'Anglante Pigliar per sua
sciocchezza il tempo
buono, Il danno se ne avrà;
che da qui
innante Noi chiamerà Fortuna
a si gran
dono; (Tra sé tacito
parla Sacripante) Ma io
per imitarlo già
non sono, Che lasci
tanto ben che
m'è concesso, E eh' a
doler poi m'abbia
di me stesso. 58
Corrò la fresca
e mattutina rosa, Che,
tardando, stagion perder
potria. So ben eh' a
donna non si
può far cosa Che
più soave e
più piacevol sia, Ancorché
se ne mostri
disdegnosa, E talor mesta
e flebìl se
ne stia:Non starò
per repulsa o
finto sdegno, Ch'io non
adombri e incarni
il mio disegno. Cosi
dice egli; e
mentre s'apparecchia Al dolce
assalto, un gran
ramor che suona Dal
vicin bosco, gì'
introna l'orecchia Sì, che
mal grado l'impresa
abbandona, E si pon
l'elmo; eh' avea
usanza vecchia Di portar
sempre armata la
persona. Viene al destriero,
e gli ripon
la briglia:Rimonta in
sella, e la sua lancia piglia. Ecco pel
bosco un cavalier
venire, Il cui sembiante
è d'uom gagliardo
e fiero:Candido come
neve è il
suo vestire. Un bianco
pennoncello ha per
cimiero. Re Sacripanter, che
non può patire Che
quel con l'importuno
suo sentiero Gli abbia
interrotto il gran
piacer eh' avea, Con
vista il guarda
disdegnosa e rea. Come
è più appresso,
io sfida a
battaglia; Che crede ben
fargli votar l'arcione. Quel, che di lui
non stimo già
che vaglia Un grano
meno, e ne fa paragone, L'orgogliose minacce
a mezzo taglia, Sprona a
un tempo, e
la lancia in
resta pone. Sacripante ritorna
con tempesta, E corronsi
a ferir testa
per testa. Non 8i
vanno i leoni
o i tori
in salto A dar
di petto, ad
accozzar si erodi, Come
li dni gnerrìerì
al fiero assalto, Che
parimente si pass&r
li scndi. Fe lo
scontro tremar dal
basso all' alto L'erbose valli
insino ai poggi
ignndi; E ben giovò
che far bnoni
e perfetti Gli usberghi
si, che lor
salvare i petti. stanza
Già non fero
i cavalli un
correr torto, Anzi cozzaro
a guisa di
montoni. Quel del guerrier
pagan morì di
corto, Ch' era vivendo
in numero de'
buoni:Queir altro cadde
ancor; mafii risorto Tosto
ch'ai fianco si
sentì li sproni. Quel
del Re saracin
restò disteso Addosso al
suo signor con
tutto il peso. 64
V incognito campion
che restò ritto, E
vide l'altro col
cavallo in terra. Stimando avere
assai di quel
conflitto, Non si curò
di rinnovar la
guerra; Ma dove per
la selva è
il cammin dritto, Correndo a
tutta briglia, si
disserra; E, prima che di briga
esca il Pagano, Un
miglio 0 poco
meno è già lontano
65 Qual
istordito e stupido
aratore, Poi eh' è passato
il fdhnine, si
lieva Di là dove
l'altissimo firagore Presso alli
morti buoi steso
l'aveva; Che mira senza
fronde e senza
onore n pin
che di loutan
veder soleva:Tal si
levò il Pagano
a pie rimase, Angelica presente
al duro caso. 66
Sospira e geme,
non perchè 1'
annoi Che piede o
braccio s' abbia rotto
o mosso, Ma per
vergogna sola, onde
a' di suoi Né
pria né dopo
il viso ebbe
si rosso; E più,
ch'oltra il cader,
sua donna poi Fu
che gli tolse
il gran peso
d'addosso. Muto restava, mi
cred' io, se quella Non
gli rendea la
voce e la
favella. 67 Deh ! disse
ella, signor, non
vi rincresca; Che del
cader non è
la colpa vostra, Ma
del cavallo a
cui riposo ed
esca Meglio si convenia,
che nuova giostra. Né
perciò quel guerrier
sua gloria accresca; Che
d'esser stato il
perditor dimostra. Così, per
quel eh' io
me ne sappia,
stimo, Quando a lasciar
il campo è
stato il primo. 6B
Mentre costei conforta
il Saracino, Ecco, col
corno e con
la tasca al
fianco. Galoppando venir sopra
un ronzino Un messaggier
che parca afflitto
e stanco; Che come
a Sacripante fu
vicino. Gli domandò se
con lo scudo
bianco, E con un
bianco pennoncello in
testa Vide un guerrier
passar per la
foresta. 69 Rispose Sacripante: Come vedi, M'ha
qui abbattuto, e
se ne parte
or ora; E perch'
io sappia chi m'
ha messo
a piedi, Fa che
per nome io
lo conosca ancora. Ed
egli a lui:
Di quel che tu mi
chiedi, 10 ti satisfarò
senza dimora: Tu dèi
saper che ti
levò di sella L'alto
valor d'una gentil
donzella. 70 Ella é
gagliarda, ed é
più bella molto; Né
il suo famoso
nome anco t'ascondo: Fu
Bradamante quella che t'
ha tolto Quanto onor
mai tu guadagnasti
al mondo. Poich' ebbe
così detto a
freno sciolto 11 Saracin
lasciò poco giocondo. Che
non sa che
si dica o
che si faccia, Tutto
avvampato di vergogna
in faccia. 71 Poi
che gran pezzo
al caso intervenuto Ebbe pensato
invano, e finalmente Si
trovò da una
femmina abbattuto, Che pensandovi
più, più dolor
sente; Montò r altro
destrier tacito e
muto:E senza far
parola, chetamente Tolse Angelica
in groppa, e
differilla A più lieto
uso, a stanza
più tranquilla. 72 Non
foro iti duo
miglia, che sonare Odon
la selva, che
li cinge intx)mo, Con
tal rumor e
strepito, che pare Che
tremi la foresta
d'ogn' intomo; E poco
dopo un gran
destrier n' appare, D'oro
guemito e riccamente
adomo, Che salta macchie
e rivi, ed
a fracasso Arbori mena
e ciò che
vieta il passo. Stanza
74. 73 Se r
intricati rami e
V aer fosco, Disse
la donna, agli
occhi non contende, Baiardo è
quel destrier che
in mezzo al
bosco Con tal ramor
la chiusa via
si fende. Questo è
certo Baiardo: io '1
riconosco:Deh come ben
nostro bisogno intende ! Ch'
un sol ronzin
per dui saria
mal atto; E ne
vien egli a
satisfarci ratto. 74 Smonta
il Circasso, ed
al destrier saccosta E
si pensava dar
di mano al
freno. Colle groppe il
destrier gli fa
risposta, Che fu presto
al girar come
un baleno; Ma non
arriva dove i
calci apposta; Misero il
cavalier se giungea
appieno ! Che ne calci
tal possa avea
il cavallo, Ch avria
spezzato un monte
di metallo. 75 Indi
Ta mansueto alla
donzella, Con umile sembiante
e gesto umano, Come
intorno al padrone
il can salteUa, Che
sia due giorni
o tre stato
lontano. Baiardo ancora avea
memoria d'ella, Ch' in
Albracca il servia
già di sua
mano Nel tempo che
da lei tanto
era amato Rinaldo, allor
crudele, allora ingrato. 78
E questo hanno
causato due fontane Che di
diverso effetto hanno
liquore, Ambe in Ardenna,
e non sono
lontane:D'amoroso disio Tuna
empie il core; Chi
bee de V
altra senza amor
rimane, E volge tutto
in ghiaccio il
primo ardore. Rinaldo gustò
d'una, e amor
lo struse; Angelica de
V altra: l'odia e
fugge. 76 Con la
sinistra man prende
la briglia, Con r
altra tocca e
palpa il collo
e il petto. Quel
destrier, eh' avea
ingegno a maraviglia, A
lei, come un
agnel, si fa
suggetto. Intanto Sacripante il
tempo piglia: Monta Baiardo,
e l'urta e
lo tien stretto. Del
ronzin disgravato la
donzella Lascia la groppa,
e si ripone
in sella. 79 Quel
liquor di secreto
venen misto, Che muta
in odio l'amorosa
cura, Fa che la
donna che Rinaldo
ha visto, Nei sereni
occhi subito s'oscura; E
con voce tremante
e viso tristo Supplica Sacripante
e lo scongiura Che
quel guerrier più
appresso non attenda . Ma
eh' insieme con
lei la fuga
prenda. 77 Poi rivolgendo
a caso gli
occhi, mira, Venir sonando
d'arme un gran
pedone. Tutta s'avvampa di
dispetto e d'ira; Che
conosce il figliuol
del duca Amone. Più
che sua vita
l'ama egli e
desira; L' odia e fugge
ella più che
gru falcone. Già fd
eh' esso odiò
lei più che
la morte; Ella amò
lui: or han
cangiato sorte. 80 Son
dunque, disse il
Saracino, sono Dunque in
si poco credito
con voi, Che mi
stimiate inutile, e
non buono Da potervi
difender da costui! Le
battaglie d' Albracca già
vi sono Di mente
uscite, e la
notte eh' io fui
Per la
saluta vostra, solo e nudo, Contro
Agricane e tutto
il campo, scudo?81
Non rispond' ella, e
non sa che
si faccia, Perchè Rinaldo
ormai 1' è
troppo appresso, Che da
lontano ai Saradn.
minaccia, Come vide il
cavallo e conobb'
esso, E riconobbe l'angelica
faccia Che l'amoroso incendio
in cor gli
ha messo. Quel che
segui tra questi
due superbi Vo'che per
l'altro Canto si
riserbi. Ariosto si propone
di narrare la
gaerra Ara Carlo Magno
e Agramante re d’AfHca, argomeuto di
antiche leggende e di romanzi
cavaUeresohi. Ascri vere ai tempi
di Carlo Magno
le geste e
le avventure di cavalleria
eh' egli vuol
raccontare, proprie solo ai
secoli dopo il
100, ò un
anacronismo; ma a
poeti come l'Ariosto è
lecito. v.4. L'Ariosto
immagina che i Mori
invadessero la Francia
ai tempi di
Carlo Magno. Anche questa
ò favola. v.6.
Agramante, re dei
Mori, che . secondo la
leggenda, cinse d' assedio
Parigi. V.7. Trojano,
padre d'Agramante. Egli
era stato ucciso dal
paladino Orlando. v.8.
Re Carlo, Carlo
Magno. St. 2. V.1.
Orlando o Rolando,
era prefetto delle frontiere di
Bretagna: fu ucciso
in Roncisvalle; sup ponesi
figlio di Milone
conte di Anglante. St.
3. Qui si
contiene la dedica
del Poema al car
dinale Ippolito d'Este, figlio
di Ercole I,
secondo duca di Ferrara;
nella corte del
quale porporato visse
il Poeta. St. 5. Suir
innamoramento di Orlando
e sulle imprese di
lui in varie
parti dell' Asia ò
da vedersi il poema
del Boiardo. Qui
basti il dire
che Angelica e suo
fratello Argalia, figli
di Galafrone re
del Cataio (paese ora
riconosciuto nelle sette
provinole settentrio nali dell
impero chinese), fìurono
mandati dal padre
in Francia, afflnohò, per
forza o per inganno, gli
conduces sero presi i paladini
di Carlo. Angelica
era fornita di somma
bellezza e di
arti astate a
dovizia; il fratello aveva Tarmatora
fatata, una lancia
d'oro ohe atterrava chiunque ne
fosse toccato; il
cavallo Babicano più
veloce del vento e
cibantesl d'aria; finalmente
un anello che tenuto
in bocca, rendeva
invisibile la persona,
e por tato in dito
disfaceva ogni altro
incantesimo. Queste cose favoleggiate
dal Boiardo si
notano qui, per
non avere a ripeterle
altrove. St. 6. y.
12. Marsilio, rappresentato
nel Poema come re
di Gastiglia, è
personaggio finto dai
romanzieri, òhe cosi
nominarono un governatore
dato a Saragozza dal
re 0 califo
di Cordova, Abderamo
Emir el Monmen]rm, voce
convertita dagli Italiani
in Hira molino. St. a
y. 1d. Binaldo,
uno dei paladini
di Carlo, ò detto
cugino di Orlando,
perchè, secondo la
genealogia degli eroi romantici,
nacque da Aymon
o Amone di Darbena
e da Beatrice
figlia di Namo
duca di Baviera. Amone poi,
nato da un
Bernardo di Chiaramonte
della stirpe dei Beali
di Francia, era
fratello di Milone
d'An glante. St. 12. y.
14. Rinaldo cioè,
la cui famiglia
aveva in signoria il
castello di Hontalbano
(Montauban) in Linguadoca, e
vi faceva ordinaria
residenza. St. 13. y. 16. n
motivo del precipitoso
fuggire di Angelica da
Rinaldo era una
insuperabile avversione per lui,
di che si
conoscerà il motivo
nella St 78. St.
14. y. 18.
Ferraù o Ferraguto
denotarono i ro manzieri come figliuolo
di Marsilio. Era
costui fortis simo pagano, spagnolo. St.
19. y. 34.
Lafirase fulgenti rai
del nuovo Sol allude
alla somma bellezza
dAngelica. St. 26. y.
6. Marrano o
Marano, voce ingiuriosa che sapponesi
di origine araboispana,
e vuol dire: aleale o maneator
di parola. Secondo
alcuni, voleva dire,
in ispagnolo: porco d'un
anno. St. 28. y.
5. In un poema intitolato
Aspromonte e pubblicato la
prima volta in
Firenze, si trova che
Orlando, per vendicare
la morte di
suo padre uc ciso da
Almonte, spense costui
in duello e
gli tolse l'elmo con
l'armatura incantata, il
cavallo Brigliadoro e la
spada Durindana, Un
altro romanzo, che
ha per titolo Innamoramento
di RinaldOj parla
di un pagano Mambrino, venuto
con un esercito
contro Carlo, e uc
ciso in battaglia da
Rinaldo che si
appropriò Telmo di lui
St. 80.
v.5. Lanfbsa, madre
di Ferrati v.7.
Aspra mente, castello antico de
Pirenei. St. 88. y. et Nella
St. 45 svelasi
essere costui Sa cripante re dei
Circassi, amante di
Angelica. St. 55. y.
4. è probabile
che qui si
accennino i Seri (Seres)
degli antichi, oggi
conosciuti sotto il
nome di Tartari Bodgesi.
Nabatei, eran detti
propriamente gli abitanti dell'Arabia
intomo al Mar
Rosso; ma dai poeti
si prendono talora
per i popoli
tutti dell'Oriente, come qui
nell'Ariosto. St. 57. y. 1. Sacripante
allude a Orlando. St.
81. y. 27.
Far vuotar Varetone
significa toglier di sella,
scavalcare. • Dicesi resta
un ferro attaccato al
petto dell' armadura del
cavaliere . ove si
accomoda il calce della
lancia per colpire. St.
70. y. 3.
Bradamante, sorella di
Rinaldo, figlia naturale del
duca. St. 78. y.
13. Fontane d'Ardenna;
selva ch'era la scena
favorita delle avventure
romantiche. St. 80. Le
battaglie d'Albracea, Àlbraeca,
terra forte, dove s' era
rinchiusa Angelica per
non venire in mano
del re Agricane,
che n'era mirabilmente
invaghito. Agricane vi si
pone a campo.
Sacripante difende Ange lica. Malconcio dalle
ferite è costretto
a ritirarsi nella rocca.
Continuando gli assalti,
Agricane nell'impeto del rinseguire il
nemico, rimane chiuso
nella terra con
tre cento cavalieri: mena
tutto a fracasso.
Sacripante ch'ò in letto,
chiesta e saputa
la cagione del
rumore levato nella terra,
si alza sebbene
infermo e uccide
1 trecento cavalieri nemici,
e costringe Agricane
a ritrarsi. Mentre Rinald
3 e Sacripante
combattono fra di
loro per Baiardo,
Angelica sempre fugante
trova nella selva
un romito, il (juale
con arte mafca
fa che cessi
la pugna dei
due guerrieri. Rinaldo
monta Baiardo •
va in Parigi,
Ji dove Carlo lo
manda in Inghilterra.
Bradamante, andando in
cerca di Ruggero,
si avviene in
Pinabello di Maganza, che,
con racconto in
parte mentito, e
con animo di
darle morte, la
fa precipitare in
nna caverna. l Ingiustissimo Amor,
perchè si raro Corrispondenti fai
nostri disiri? Onde, perfido,
avvien che t'è
si caro Il discorde
voler ch'in dui
cor miri? Ir non
mi lasci al
facil guado e
chiaro, E nel più
cieco e maggior
fondo tiri:Da chi
disia il mio
amor tu mi
richiami, E chi m'ha
in odio vuoi
ch'adori ed ami. Rinaldo
al Saracin con
molto orgoglio Gridò:
Scendi, ladron, del
mio cavallo:Che mi
sia tolto il
mio, patir non
soglio; Ma ben fo,
a chi lo
vuol, caro costallo:E
levar questa donna
anco ti voglio; Che
sarebbe a lasciartela
gran ftJlo. Sì perfetto
destrier, donna sì
degna A un ladron
non mi par
che si convegna. 2 Fai
ch'a Rinaldo Angelica
par bella. Quando esso
a lei brutto
e spiacevol pare. Quando
le parea bello
e l'amava ella, Egli
odiò lei quanto
si può più
odiare. Ora s'affligge indarno
e si flagella: Cosi renduto
ben gli è
pare a pare. Ella
l'ha in odio:
e l'odio è
di tal sorte, Che
piuttosto che lui
vorria la morte. Tu
te ne menti
che ladrone io
sia, Rispose il Saracin
non meno altiero: Chi
dicesse a te
ladro, lo diria (Quanto
io n' odo
per fama) più
con vero. La pruova
or si vedrà,
chi di noi
sia Più degno de
la donna e
del destriero; Benché, quanto
a lei, teco
io mi convegna Che
non è cosa
al mondo altra
sì degna. stanza 2ó. Come
soglion talor dui
can mordenti, O per
invidia o per
altro odio mossi, Avvicinarsi digrignando
i denti, Con occhi
bieci e più
che bracia rossi; Indi
ammorsi venir, di
rabbia ardenti. Con aspri
ringhi e rabbuffati
dossi: Cosi alle spade
e dai gridi
e dall'onte Venne il
Circasso e quel
di Chiaramonte. 6 A
piedi è Pan, P
altro a cavallo: or
quale Credete ch'abbia il
Saracin vantaggio?Né ve
n' ha però
alcun; che così
vale Forse ancor men
eh' uno inesperto
paggio:Che '1 destrier,
per istinto naturale, Non
volea far al suo signor
oltraggio:Né con man né con
spron .potea il
Circasso Farlo a volontà
sua mover mai
passo. 7 Quando crede cacciarlo, egli s
arresta; E se tener
lo vuole, o
corre o trotta: Poi
sotto il petto
si caccia la
testa, Giucca di schiene,
e mena calci
in frotta. Vedendo il
Saradn eh' a domar
questa Bestia superha era
mal tempo allotta, Ferma le
man sul primo
arcione e s'alza, E
dal sinistro fianco
in piede shalza. 8
Sciolto che fu
il Pagan con
leggier salto Dair ostinata furia
di Baiardo, Si vide
cominciar hen degno
assalto D'un par di
cavalier tanto gagliardo. Suona l'un
hrando e l'altro,
or hasso, or
alto:Il martel di
Vulcano era più
tardo Nella spelonca affumicata,
dove Battea all'incude i
folgori di Giove. 9
Fanno or con
lunghi, ora con
finti e scarsi Colpi
veder che mastri
son del giuoco: Or
li vedi ire
altieri, or rannicchiarsi; Ora coprirsi,
ora mostrarsi un
poco; Ora crescer innanzi,
ora ritrarsi; Ribatter colpi,
e spesso lor
dar loco; Girarsi intomo;
e donde l'uno
cede, L altro aver
posto immantinente il
piede. 10 Ecco Rinaldo
con la spada
addosso A Sacripante tutto
s'ablMindona; E quel porge
lo scudo ch'era
d'osso. Con la piastra
d'acciar temprata e
buona. Tagliai Fusberta, ancorché
molto grosso:Ne geme
la foresta e
ne risuona. L'osso e
Tacciar ne va che par
di ghiaccio, E lascia
al Saracin stordito
il braccio. 13 Dagli
anni e dal
digiuno attenuato. Sopra un
lento asinel se
ne veniva; E parca,
più ch'alcun fosse
mai stato, Di consci'enza
scrupolosa e schiva. Come
egli vide il
viso delicato Della donzella
che sopra gli
arriva, Debil quantunque e
mal gagliarda fosse, Tutta
per carità se gli commosse. 11
Come vide la
timida donzella Dal fiero
colpo uscir tanta
mina. Per gran timor
cangiò la faccia
bella, Qual il reo
ch'ai supplicio s'avvicina:
' Né le par
che vi sia
da tardar, s'ella Non
vuol di quel
Rinaldo esser rapina. Di
quel Rinaldo ch'ella
tanto odiava. Quanto esso
lei m'seramente amava. 12
Volta il cavallo,
e nella selva
folta Lo caccia per
un aspro e
stretto calle; E spesso
il viso smorto
addietro volta. Che le par che
Rinaldo abbia alle
spalle. Fuggendo non avea
fatto via molta. Che
scontrò un Eremita
in una valle, Ch'avea lunga
la barba, a
mezzo il petto, Devoto
e venerabile d'aspetto. La
donna al faticel
chiede la via Che
la conduca ad
un porto di
mare, Perché levar di
Francia si vorria, Per
non udir Rinaldo
nominare. Il frate, che
sapea negromanzia, Non cessa
la donzella confortare, Che presto
la trarrà d'ogni
periglio; Et ad una
sua tasca die
di piglio. 15 Trassene
un libro, e
mostrò grande effetto; Che
legger non fini
la prima faccia, Ch'uscir fa
un spirto in
forma di valletto, E
gli comanda quanto
vuol che faccia. Quel
se ne va,
da la scrittura
astretto. Dove i dui
cavalieri a faccia
a faccia Eran nel
bosco, e non
stavano al rezzo; Fra'
quali entrò con
grande audacia in
mezzo. lt> Per cortesia,
disse, un di
yoi mi mostre, Quando anco
uccida l'altro, che
gli vaglia: Che merto
avrete alle fatiche
vostre, Finita che tra
voi sia la
battaglia, Se '1 conte
Orlando senza liti
o giostre, S senza
pur aver rotta
una maglia, Verso Parigi
mena la donzella Che
v'ha condotti a
questa pugna fella? Vicino
un miglio ho
ritrovato Orlando Che ne va con
Angelica a Parigi, Di
voi ridendo insieme,
e motteggiando Che senza
frutto alcun siate
in litigi. Il meglio
forse vi sarebbe,
or quando Non son
più lungi, a
seguir lor vestigi; Che
s'in Parigi Orlando
la può avere, Non
ve la lascia
mai più rivedere. Veduto avreste
i cavalier turbarsi A
quell'annunzio; e mesti
e sbigottiti. Senza occhi
e senza mente
nominarsi. Che gli avesse
il rivai cosi
scherniti; Ma il buon
Rinaldo al suo
cavallo trarsi Con sospir
che parean del
faoco usciti, E giurar
per isdegno e
per farore, Se giungea
Orlando, di cavargli
il core. E dove
aspetta il suo
Baiardo, passa, E sopra
vi si lancia,
e via galoppa; Né
al cavalier, ch'a
pie nel bosco
lassa. Pur dice addio,
non che lo
'nviti in groppa. L'animoso cavallo
urta e fracassa. Punto dal
suo signor, ciò
ch'egli 'ntoppa: Non ponno
fosse o fiumi
o sassi o
spine Far che dal
corso il corridor
decline. 22 Bramoso di
ritrarlo ove fosse
ella, Per la gran
selva innanzi se
gli messe; Né lo
volea lasciar montare
in sella, Perchè ad
altro cammin non
lo volgesse. Per lui
trovò Rinaldo la
donzella Una. e due volte,
e mai non
gli successe, Che fu
da Perraù prima
impedito. Poi dal Circasso,
come avete udito. 23
Ora al demonio
che mostrò a
Rinaldo Della donzella li
falsi vestigi. Credette Baiardo
anco, e stette
saldo E mansueto ai
soliti servigi. Rinaldo il
caccia, d'ira e
d'amor caldo, A tutta
briglia, e sempre
invér Parigi; E vola
tanto col disfo,
che lento. Non eh' un
destrier, ma gli
parrebbe il vento 24
La notte a
pena di seguir
rimane Per affrontarsi col
signor d'Anglante; Tanto ha
creduto alle parole
vane Del messaggier del
cauto Negromante. Non cessa
cavalcar sera e
dimane. Che si vede
apparir la terra
avante. Dove re Carlo,
rotto e mal
condutto. Con le reliquie
sue s'era ridutto: 25
E perchè dd
re d'Africa battaglia Ed
assedio v'aspetta, usa
gran cura A raccor
buona gente e
vettovaglia. Far cavamenti e
riparar le mura. Ciò
eh' a difesa spera
che gli vaglia. Senza
gran differir, tutto
procura: Pensa mandare in
Inghilterra, e trame Gente,
onde possa un
novo campo fìEtme: 20
Signor, non voglio
che vi paia
strano. Se Rinaldo or
si tosto il
destrier piglia, Che già
più giorni ha
seguitato invano. Né gli
ha potuto mai
toccar la briglia. Fece
il destrier, ch'avea
intelletto umano. Non per
vizio seguirsi tante
miglia. Ma per guidar,
dove la donna
giva, n suo signor,
da chi bramar
l'udiva. 21 Quando ella
si friggi dal
padiglione. La vide ed
appostolla il buon
destriero. Che si trovava
aver vóto l'arcione. Perocché n'era
sceso il cavaliere Per
combatter di par
con un Barone Che
men di lui
non era in
arme fiero; Poi ne
seguitò l'orme di
lontano. Bramoso porla al
suo signore in
mano. 26 Che vuole
uscir di nuovo
alla campagna, E ritentar
la sorte de
la guerra. Spaccia Rinaldo
subito in Bretagna, Bretagna che fu poi
detta Inghilterra. Ben dell'andata
il Paladin si
lagna: Non ch'abbia cosi
in odio quella
terra; Ma perché Carlo
il manda allora
allora. Né pur lo
lascia un giorno
far dimora. 27 Rinaldo
mai di dò
non fece meno Volentier cosa;
poi che fri
distolto Di gir cercando
il bel viso
sereno, Che gli avea
il cor di
mezzo il petto
tolto:Ma, per ubbidir
Carlo, nondimeno A quella
via si fri
subito vólto. Ed a
Calesse in poche
ore trovossi; E giunto,
il di medesimo
imbarcossi. 28 Contra la
volontà d'ogni nocchiero, Pel gran
desir che dì
tornare avea, Entrò nel
mar ch'era tnrbato
e fiero, E gran
procella minacciar parea. Il
Vento si sdegnò,
che dall'altiero Sprezzar si
vide: e con tempesta
rea Sollevò il mar
in tomo, e
con tal rabbia, Che
gli mandò a
ba'nar sino alla
gabbia. Stanza 38. 29 Calano
tosto i marinari
accorti Le maggior vele,
e pensano dar
volta, £ ritornar nelli
medesmi porti. Donde in
mal punto avean
la nave sciolta. Non
convien, dice il
Vento, ch'io comporti Tanta licenzia
che v'avete tolta; E
soffia e grida,
e naufragio minaccia S' altrove van,
che dove egli
li caccia. 30 Or
a poppa, or
all'orza hann'il crudele, Che
mai non cessa,
e vien più
ognor crescendo: Essi di
qua, di là
con umil vele Vansi
aggirando, e l'alto
mar scorrendo. Ma perchè
varie fila a
varie tele Uopo mi
Bon, che tutte
ordire intendo, Lascio Rinaldo
e l'agitata prua, E
tomo a dir
di Bradamante sua. 31
Io parlo di
quella inclita donzella, Per
cui re Sacripante
in terra giacque, Che
di questo Signor
degna sorella, Del duca
Amone e di
Beatrice nacque. La gran
possanza e il
molto ardir di
quella Non meno a
Carlo e tutta
Francia piacque, (Che più
d'un paragon ne
vide saldo) Che '1
lodato valor del
buon Rinaldo. La donna
amata fd da
un cavaliere Che d'Africa
passò col re Agramante,
Che partorì del
seme di Ruggiero La
disperata figlia d'Agolante:E
costei, che ne
d'orso né di
fiero Leone usci, non
sdegnò tal amante; Ben
che concesso, fuor
che vedersi una Volta
e parlarsi, non ha lor
Fortuna. • 33 Quindi
cercando Bradamante già L'amante
suo ch'avea nome
dal padre. Cosi sicura
senza compagnia, Come avesse
in sua guardia
mille squadre: E fatto
ch'ebbe al re
di Circassia Battere il
voltx) dell'antiqua madre, Traversò un bosco, e
dopo il bosco
un mont"; Tanto che
giunse ad una
bella fonte. 34 La
fonte discorrea per
mezzo un prato, D'arbori antiqui
e di bell'ombre
adomo. Ch'i viandanti col
mormorio grato A ber
invita, e a
far seco soggiomo: Un
culto monticel dal
manco lato Le difende
il calor del
mezzogiorno. Quivi, come i
begli occhi prima
torse, D'un cavalier la
giovane s'accorse; 35 D'un
cavalier eh' all'ombra d'im
boschetto Nel margin verde
e bianco e rosso e
giaUo Sedea pensoso, tacito
e soletto Sopra quel
chiaro e liquido
cristallo. Lo scudo non
lontan pende e
l'elmetto Dal faggio, ove
legato era il
cavallo; Ed avea gli
occhi molli e
'1 viso basso, E
si mostrava addolorato
e 36 Questo disir,
eh' a tutti sta
nel core, De' fatti altrui
sempre cercar novella. Fece
a quel cavalier
del suo dolore La
cagion domandar da
la donzella. Egli l'aperse
e tutta mostrò
fuore. Dal cortese parlar
mosso di quella, E
dal sembiante altier,
ch'ai primo sguardo Gli
sembrò di guerrier
molto gagliardo, stanza 2& 37
G cominciò: Signor,
io condncea Pedoni e
cavalieri, e venia
in campo X dove
Carlo Marsilio attendea, Perch' al
scender del monte
avesse inciampo; K nna
giovane bella meco
avea. Del cui fervido
amor nel petto
avvampo:B ritrovai presso
a Rodonna armato Un
che frenava un gran
destriero alato. 38 Tosto
che U ladro,
o sia mortale,
o sia Una deir infernali anime
orrende, T'ede la bella
e cara donna
mia; Come falcon che
per ferir discende, Cala e
poggia in un
attimo, e tra
via Getta le mani,
e lei smarrita
prende. Ancor non mera
accorto dell'assalto, Che della
donna io sentii
grido in alto. 39
Cosi il rapace
nibbio flirar suole Il
misero pulcin presso
alla chioccia. Che di sua
inavvertenza poi si
duole, £ invan gli
grida, e invan
dietro gli croccia. Io
non posso seguir
un uom che
vole. Chiuso tra monti,
appio d'unerta roccia. Stanco ho
il destrier, che
muta a pena
i passi Nell'aspre vie
de'faticosi sassi. 40 Ma,
come quel che
men curato avrei Vedermi
trar di mezzo
il petto il
core, Lasciai lor via
seguir quegli altri
miei Senza mia guida
e senza alcun
rettore:Per li scoscesi
poggi e manco
rei Presi la via
che mi mostrava
Amore, E dove mi
parca che quel
rapace Portasse il mio
conforto e la
mia pace. 41 Sei
giorni me n'andai
mattina e sera Per
balze e per
pendici orride e
strane, Dove non via,
dove sentier non
era, Dove nò segno
di vestigio umane: Poi
giunsi in una
valle inculta e
fiera. Di ripe cinta
e spaventose tane. Che
nel mezzo s'un
sasso avea un
castello Forte e ben
posto, a maraviglia
bello. 42 Da lungi
par che come
fiamma lustri, Né sia
di terra cotta,
né di marmi. Come
più m'avvicino ai
muri illustri. L'opra più
bella e più
mirabil parmi. E seppi
poi, come i
demoni industri, Da suffimigì
tratti e sacri
carmi. Tutto d'acciaio avean
cinto il bel
loco, Temprato all'onda ed
allo stigio foco. 4
Di si forbito
acciar luce ogni
torre. Che non vi
pud né ruggine
né macchia. Tutto il
paese giorno e
notte scorre, E p"
là dentro il
rio ladron s'immacchia. Cosa non
ha ripar che
voglia tórre:Sol dietro
invan se gli
bestemmia e gracchia. Quivi la
donna, anzi il
mio cor mi tiene,
Che dì
mai ricovrar lascio
ogni spene. 44 Ah
lasso! che poss'io
più, che mirare La
rocca lungi, ove
il mio ben
m'è chiuso? Come la
volpe, che '1
figlio gridare Nel nido
oda dell' aquila di
giuso, S' aggira intomo, e
non sa che
si fare, Poiché l'ali
non ha da
gir lassuso. Erto è
quel sasso sì,
tale é il
castello, Che non vi
può salir chi
non é augello. 45
Mentre io tardava
quivi, ecco venire Duo
cavalier eh' avean per
guida un Nano, Che la
speranza aggiunsero al
desire; Ma ben fu
la speranza e
il desir vano. Ambì
erano guerrier di
sommo ardire:Era Gradasso
l'un, re sericano: Era
l'altro Ruggier, giovene
forte. Pregiato assai nell'africana
corte. 46 Vengon, mi
disse il Nano,
per far pruova Di
lor virtù col
sir di quel
castello, Che per via
strana, inusitata e
nuova Cavalca armato il
quadrupede augello. Deh, signor,
diss'io lor, pietà
vi mova Del duro
caso mio spietato
e fello ! Quando, come
ho speranza, voi
vinciate, Vi prego la
mia donna mi
rendiate. 47 E come
mi Ai tolta
lor narrai. Con lagrime
afifermando il dolor
mio. Quei, lor mercé,
mi profferirò assai, E
giù calare il
poggio alpestre e rio.
Dì lontan la
battaglia io riguardai, Pregando per
la lor vittoria
Dio. Era sotto il
Castel tanto di
piano, Quanto in due
volte si può
trar con mano. 48
Poi che fur
giunti appiè dell' alta
rocca. L'un e l'altro
volea combatter prima; Pur
a Gradasso, o
fosse sorte, tocca, Oppur
che non ne fé'
Ruggier più stima. Quel
Serican si pone
il corno a bocca:Rimbomba il
sasso, e la
fortezza in cima. Ecco
apparire il cavaliere
armato Fuor della porta,
e sul cavallo
alato. 94 stanza 41. 49 Ck)mmcìò
a poco a
poco indi a levarse,
Come suol far
la peregrina gme. Che
corre prima, e
poi vediamo alzarse Alla
terra vicina un
braccio o due; £
quando tutte sono
all'aria sparse, Velocissime mostra
Tale sue. Si ad
alto il Negromante
batte Tale, Cha tanta
altezza appena aquila
sale. 50 Quando gli
parve poi, volse
il destriero. Che chiuse
i vanni e
venne a terra
a piombo. Come casca
dal ciel falcon
maniero ' Che levar
veggia l'anitra o
il colombo. Con la
lancia arrestata U
cavaliere L'aria fendendo vien
d'orribil rombo. Gradasso appena
del calar s'avvede. Che
se lo sente
addosso e che
lo fiede. 51 Sopra
Gradasso il Mago
Pasta roppe; Ferì Gradasso
il vento e
Paria vana; Per questo
il volator non
interroppe U batter Pale;
e quindi s'allontana. H grave
scontro fa chinar
le groppe Sul verde
prato alla gagliarda
Alfana. Gradasso avea una
Alfana la più
bella IB la miglior
che mai portasse
sella. 52 Sin alle
stelle il volator
trascorse; ludi girossi e
tornò in fretta
al basso, E percosse
Ruggier che non
s'accorse, Rnggier che tutto
intento era a Gradasso.
Bnggier del grave
colpo si distorse, E
'1 suo destrier
più rinculò d'un
passo; E quando si
voltò per lui
ferire. Da sé lontano
il vide al
ciel salire. Or su
Gradasso, or su
Ruggier percote Nella fronte,
nel petto e
nella schiena; E le
botte iì quei
lascia ognor vote, Perch'
è si presto,
che si vede
appena. Girando va con
spaz]fose rote; E quando
all'uno accenna, alP altro
mena: AlPuno e all'altro
si gli occhi
abbarhaglia, Che non ponno
veder donde gli
assaglia. 54 Fra duo
guerrieri in terra
ed uno in
cielo La battaglia durò
sino a quella
ora, Che spiegando pel
mondo oscuro velo. Tutte
le belle cose
discolora. Fu quel ch'io
dico, e non
v'aggiungo un pelo; Io
'1 vidi, io
'1 so; uè m'
assicuro ancora In dirlo
altrui; che questa
maraviglia Al falso più
ch'ai ver si
rassomigUa. 55 D'un bel
drappo di seta
avea coperto Lo scudo
in braccio il
cavalier celeste. Come avesse,
non so, tanto
sofferto Di tenerlo nascosto
in quella veste; Ch'immantinente che lo mostra
aperto, For74k è, chi '1 mira,
abbarbagliato reste, E cada
come corpo morto
cade, E venga al
Negromante in potestade. 56
Splende lo scudo
a guisa di
piropo, E luce altra
non è tanto
lucente. Cadere in terra
allo splendor fd
d'uopo, Con gli occhi
abbacinati e senza
mente. Perdei da lungi
anch'io li sensi,
e dopo Gran spazio
mi riebbi finalmente; Né più
i guerrier né
più vidi quel
Nano, Ha voto il
campo, e scuro
il monte e
il piano. 67 Pensai
per questo che
l'incantatore Avesse ambedui còlti
a un tratto
insieme. E tolto per
virtù dello splendore, La
libertade a loro .
e a me
la speme. Cosi a
quel loco, che
chiudea il mio
core. Dissi, partendo, le
parole estreme. Or giudicate
s' altra pena
ria, Che causi Amor,
può pareggiar la
mia. 58 Ritornò il
cavalier nel primo
duolo, Fatta che n'ebbe la
cagion palese. Questo era il conte
Pinabel, figliuolo D'
Anselmo d'Altaripa, maganzese; Che tra
sua gente scellerata,
solo Leale esser non
volse né cortese, Ma
ne li vizi
abbominandi e brutti, Non
pur gli altri
adeguò, ma passò
tutti. 59 La bella
donna con diverso
aspetto Stette ascoltando il
Maganzese cheta:Che come
prima di Ruggier
fu detto, Nel viso
si mostrò più
che mai lieta; Ma
quando senti poi
eh' era in
distretto, Turbossi tutta d'amorosa
pietà. Né per una
o due volte
contentosse Che ritornato a
replicar le fosse. 60
E poi eh'
alfiu le parve
esseme chiara, Gli disse:
Cavalier, datti riposo; Che
ben può la
mia giunta esserti
cara, Parerti questo giorno
avventuroso. Andiam pur tosto
a quella stanza
avara, Che si ricco
tesor ci tiene
ascoso; Né spesa sarà
invan questa fatica. Se
Fortuna non m'é
troppo nemica. 61 Rispose
il cavalier; Tu
vuoi eh io
passi Di nuovo i
monti, e mostriti
la via?A me
molto non é
perdere i passi. Perduta avendo
ogni altra cosa
mia; Ma tu per
balze e ruinosi
sassi Cerchi entrare in
pregione: e cosi
sia. Non hai di
che dolerti di
me poi; Ch' io
tei predico, e
tu pur gir vi vuoi. 62
Cosi dice egli;
e toma al
suo destriero E di
quell'animosa si fa
guida. Che si mette
a periglio per
Ruggiero, Che la pigli
quel Mago o
che la ancida. In
questo ecco alle
spalle il messaggiero. Che, Aspetta
aspetta, a tutta
voce grida; Il messaggier
da chi il
Circasso intese Che costei
fu ch'alPerba lo
distese. 3 A Bradamante
il messaggier novella Di
Mompelieri e di
Narbona porta, Ch'alzato gli
stendardi di Castella Ayean, con
tutto il lito
d'Acquamorta; E che Marsiglia,
non v'essendo quella Che
la dovea guardar,
mal si conforta, E
consìglio e soccorso
le domanda Per questo
messo, e se
le raccomanda. stanza 65. 64
Questa cittade, e intomo a
molte miglia Ciò che
fra Varo e
Rodano al mar
siede, Avea rimperator dato
alla figlia Del duca
Amon, in eh'
avea speme e
fede; Perocché '1 suo
valor con meraviglia Riguardar suol,
quando armeggiar la
vede. Or, com'io dico,
a domandar aiuto Quel
messo da Marsiglia
era venuto. 65 Tra
si e no
la giovine suspesa. Di
voler ritornar dubita
un poco; Quinci l'onore
e il debito
le pesa, Quindi l'incalza
l'amoroso foco. Fermasi alfin
di seguitar l'impresa, E
trar Ruggier dell' incantato loco; E
quando sua virtù
non possa tanto, Almen
restargli prigioniera accanto. 66
E fece iscusa
tal, che quel
messaggio Parve contento rimanere
e cheto. Indi girò
la briglia al
suo viaggio, Con Pinabel
che non ne
parve lieto Che seppe
esser costei di
quel lignaggio Che tanto
ha in odio
in pubblico e
in secretu:E già s'
avvisa le future
angosce, Se lui per
Maganzese ella conosce. 67
Tra casa di
Maganza e di
Chiarmonte Era odio antico
e inimicizia intensa; E
più volte s'avean
rotta la fronte, E
sparso di lor
sangue copia immensa; E
però nel suo
cor l'iniquo Conte Tradir
l'incauta giovane si
pensa; 0, come prima
comodo gli accada, Lasciarla sola,
e trovar altra
strada. E tanto gli
occupò la fantasia Il
nativo odio, il
dubbio e la
paura, Che inavvedutamente uscì
di via, E ritrovossi
in una selva
oscura, Che nel mezzzo
avea un monte
che finia La nuda
cima in una
pietra dura:E la
figlia del Duca
di Dordona Gli è
sempre dietro, e
mai non l'abbandona. 69 Come
si vide il
Maganzese al bosco, Pensò
torsi la donna
dalle spalle. Disse: Prima che
'1 ciel tomi
più fosco, Verso im
albergo è meglio
farsi il calle. Oltre
quel monte, s' io
lo riconosco, Siede un
ricco castel giù
nella valle. Tu qui
m'aspetta; che dal
nudo scoglio Certificar con
gli occhi me
ne voglio. 70 Così
dicendo alla cima
superna Del solitario monte
il destrier caccia. Mirando pur s'
alcuna via discema, Come
lei possa tor
dalla sua traccia. Ecco
nel sasso trova
una cavema, Che si
profonda più di
trenta braccia. Tagliato a
picchi ed a
scarpelli il sasso Scende
giù al dritto,
ed ha una
porta al basso. 71
Nel fondo avea
ima porta ampia
e capace, Ch' in
maggior stanza largo
adito daya; E fdor
n uscia splendor,
come di face Ch'ardesse in
mezzo alla montana
cava. Mentre quivi il
fellon sospeso tace, La
donna, che da
Inngi il seguitava, (Perchè perderne
Torme si temea) Alla
spelonca gli sopraggìungea. 72 Poiché
si vide il
traditore uscire, Quel eh'
avea prima disegnato,
invano, O da sé
torla, o di farla morire, Nuovo
argomento immaginossi e
strano. Le si fé'
incontra, e su
la fé' salire Là
dove il monte
era forato e
vano; £ le disse
eh' avea visto nel
fondo Una donzella di
viso giocondo, Ch'a'bei sembianti
ed alla ricca
vesta Esser parea di
non ignobil grado; Ma
quanto più potea
turbata e mesta, Mostrava esservi
cliiusa suo mal
grado; E per saper
la condizion di
questa, Ch' avea già
cominciato a entrar
nel guado; E ch'era
uscito dell'interna grotta Un
che dentro a
furor l'avea ridotta. Bradamante, che
come era animosa, Cusi mal
cauta, a Pinabel
die' fede; E d'aiutar
la donna, disìosa, Si
pensa come por
colà giù il
piede. Ecco d' un olmo
alla cima frondosa Volgendo gli
occhi, un lungo
ramo vede, E con
la spada quel
subito tronca, E lo
declina giù nella
spelonca. stanza 76. 75 Dove
é tagliato in
man lo raccomanda A
Pinabello, e poscia
a quel s' apprende; Prima giù
i piedi nella
tana manda, E su
le braccia tutta
si suspende. Sorride Pinabello,
e le domanda Come
ella salti: e le
man apre e
stende, Dicendole: Qui
fosser teco insieme Tutti
li tuoi, ch'io
ne spegnessi il seme.
76 Non
come volse Pinabello
avvenne Dell'innocente
giovane la sorte: Perchè
giù diroccando a
ferir venne Prima nel
fondo il ramo
saldo e forte. Ben
si spezzò, ma
tanto la sostenne, Che
'1 suo favor
la liberò da
morte. Giacque stordita la
donzella alquanto, Come io
vi seguirò ne
l'altro canto. NOTE. St. 5.
V.8. Quel di
Chiaramonte, Rinaldo. Chia ramontey
castello non molto
lontano da Nantes. St.
10. V.5. Fusbei'fa,
nome della spada
di Rinaldo. St. 21.
V.5. Ruggiero cioè,
come si ha
dal Boiardo. St. 26.
V.4. I Britanni
inquietati dagli Scozzesi
si rivolsero per aiuto
a quelli fra
i Sassoni, che
in antico chiamavansi Angli.
Questi, domati eh
ebbero gli Scoz zesi, s'impadronirono della
Bretagna, e la
nominarono Englishland,
ossia terra degli
Angli. I nativi
allora, varcato il mare,
andarono a dimorare
in quella parte di
Calila che f
quindi detta Bretagna
minore, per di stinguerla dall'altra maggiore
Bretagna, a cui
rimasero pure i nomi
di GranBretagna, Angliaterra
e Inghilterra. St. 27.
V.7. Calesse: Calais. St. 32.
V.18. Galaciella (di
cui più distesamente
ra gionerà il Poeta nel
Canto XXXTI) ebbe
a padre Agolante
o Aigolando. Costei
da un Ruggiero
di Risa ebbe il
Ruggiero di cui
ora si tratta;
ed é questi
11 cavaliere amante riamato
di Bradamante. St. 37.
V.1. La storia
del negromante che
qui comincia, e seguita per
tutta la St.
57, è introdotta
dal maganzese Pinabello con
Tintendimento di fare
a Bra damante il mal
giuoco che si
vedrà verso la
fine del Canto. Quell'incantatore poi
era Atlante, già
educatore di Ruggiero; e
con arti magiche
sforzavasi d'impedire al suo
allievo di staccarsi
dal partito moresco,
per la ragione che
si dirà nella
Stanza 64 del
Canto XXXYI. St. 37.
V.7. Rodonna o
Roduniia città posta
<fa Tolomeo presso il
Rodano. St. 45. V.6.
Re Sericano: re
di Sericana. Serìcaca 0
Serica, o paese
de' Seri, chiamossi
dagli antichi nca regione
dell'Asia al nord
dell'India cisgangetica.St 50.
V.3. Con la
voce maniero, distingmevaa i falconi
ohe tornavano sul
pugno del padrone,
sena bisogno di richiamarli. St. 51.
V.67. Gradasso cavalcava
una giomecu (Alfana). St. 58.
V.5. La casa
di Haganza è
nei romasTi infame per
tradimenti e perfidie. St.
59. V.5. In
distretto, cioè imprigioìiato. St. 63.
V.24. Montpellier Narbona
e Acquamoru nella Linguadoca,
ribellatesi a Carlo,
si erano date a
Marsilio re di
Castiglia e alleato
di Agramante. St. 64.
V.2. È la
Provenza. St. 67. V.12.
L'odio fra la
casa di Maganza
". quella di Chiaramonte
nacque dall'essere decaduto
dalla grazia imperiale Gano
o Ganellone capo
dell'una, e sit entrativi
gl'individui della casa
di Chiaramonte, a ci.
apparteneva Bradamante. St. 68.
V.7. Doì'dona, castello
edificato da Caria Magno
nella Guienna sul
fiume Dordogna. Oggi
vìes detto Fronsac. St. 73.
V.6. Ch'area già
cominciato: intendasi
Pinabello stesso. La caverna
dove Bradamaiìt r
livIuUi fomunira con
una grotta cìie con
titano il MepoUro
doli j in
[uiratore Merlino. Ivi
U maga MélìsiL iÌV"l.L
A !tr.i.l.iMi:iiir"
.Ijn da lei e da
Ruggiero uscirà la pnsii'i'
3v<t 'ijs', ili
i ni li moatra la
immagini " prtìdircn done Ifl
glorio future. Nel randarstma poi
dalla grotta Brada Riante
ode fla Melissa
che Ruggiero è
ritflnuto nel pulaKzo (ncauUto di
Atlante, e viene
iatmiU sul modo
di libaranmlo 1 Chi
mi darà la
voce e le
parole Convelli enti a
si nolil "oggetto? Chi l'ale
al verso presterà,
che vole Tanto, eh arrivi
ali' alto mìo coiietto?Molto maggior
di quel furor
che suole, Ben or
convien the mi
tìficahìi iì petto; Che
questa parte al mio Signor
si dehbe, Ohe canta
gli avi onde
V origìu ebbe. Di
cui fra tutti
li Signori illustri, Dal
Ciel sortiti a
governar la terra, Non
vedi, o Febo,
cbe l gran
mondo lustri Più gloriosa
stirpe o in
pace o in
pruerra; Né che sua
nohiltade abbia più
lustri Sensata, e serverà
(s in me
non erra Quel profetico
lume che m' in'piri) Finché d'intorno
al polo il
ciel s'aggiri. 3 E
volendone appien diceif
gli onori, Bisogna non
la mia, ma
quella cetra Con che
tn dopo i
gigante! furori Rendesti grazia
al Regnator dell' etra. S
ìnstmmenti avrò mai
da te migliori, Atti a
sculpire in cosi
degna pietra, In queste
belle immagini disegno Porre
ogni mia fatica,
ogni mio ingegno. 4
Levando intanto queste
prime rudi Scaglie n'
andrò collo scarpello
inetto:Forse eh ancor
con più solerti
studi Poi ridurrò questo
lavor perfetto. Ma ritorniamo
a quello, a
cui né scudi Potran
né usberghi assicurare
il petto: Parlo di
Pinabello di Maganza, Che
d uccider la
donna ebbe speranza. 5
H traditor pensò
che la donzella Fosse nell'alto
precipizio morta; E con
pallida faccia lasciò
quella Trista e per
lui contaminata porta. E
tornò presto a
rimontar in sella:E,
come quel eh'
avea V anima
torta, Per giunger colpa
a colpa e
fallo a fallo, Di
Bradamante ne menò
il cavallo. 6 Lasciam
costui, che mentre
all'altrui vita Ordisce inganno,
il suo morir
procura; "É torniamo alla
donna che, tradita, Quasi ebbe
a un tempo
e morte e
sepoltura. Poi ch'ella si
levò tutta stordita, Ch'avea percosso
in su la
pietra dura, Dentro la
porta andò, ch'adito
dava Nella seconda assai
più larga cava. 7
La stanza, quadra
e spaziosa, pare Una
devota e venerabil
chiesa. Che su colonne
alabastrine e rare Con
bella architettura era
sospesa. Surgea nel mezzo
un ben locato
altare, Ch'avea dinanzi una
lampada accesa; E quella
di splendente e
chiaro foco Rendea gran
lume all' uno e all'
altro loco. 8 Di
devota umiltà la
donna tocca, Come si
vide in loco
sacro e pio, Incominciò col
core e con
la bocca, Inginocchiata, a
mandar prieghi a Dio.
Un picciol uscio
intanto stride e
crocea, Ch' era all' incontro, onde
una donna uscio Discinta e
scalza, e sciolte
avea le chiome, Che
la donzella salutò
per nome; 9 E
disse: 0 generosa Bradamante, Non giunta
qui senza voler
divino, Di te più
giorni m' ha predetto
innante n profetico spirto
di Merlino. Che visitar
le sue reliquie
sante Dovevi per insolito
cammino:E qui son
stata itcciò ch'io
ti riveli Quel eh'
han di te già statuito
i cieli. 10 Questa
é l'antiqua e
memorabil grotta Ch' edificò
Merlino, il savio
mago Che forse ricordare,
odi talotta, Dove ingannollo
la Donna del
Lago. Il sepolcro è
qui giù, dove
corrotta Giace la carne
sua; dov'egli, vago Di
sodisfare a lei
che gli 1 suase,
Vivo corcossi, e
morto ci rimase. 11
Col corpo morto
il vivo spirto
alberiga. Sin eh' oda
il suon dell' angelica tromba, Che
dal ciel lo
bandisca, o che
ve l'erga, Secondoché sarà
corvo o colomba. Vive
la voce; e
come chiara emerga Udir
potrai dalla marmorea
tomba; Che le passate
e le future
cose, A chi gli
domandò, sempre rispose. 12
Più giorni son
eh' in questo
cimiterio Venni di remotissimo
paese, Perchè circa il
mio studio alto
misterìo Mi facesse Merlin
meglio palese:E perché
ebbi vederti desiderio. Poi ci son stata
oltre il disegno
un mese; Che Merlin,
che'l ver sempre
mi predisse, Termine al
venir tuo questo
dì fisse. 13 Stassi
d'Amen la sbigottita
figlia Tacita e fissa
al ragionar di
questa; Ed ha si
pieno il cor
di maraviglia, Che non
sa s'ella dorme,
o s'ella è
desta; E con rimesse
e vergognose ciglia, Come
quella che tutta
era modesta, Rispose: Di
che merito son io,
Ch'antiveggian profeti il
venir mio? 14 E
lieta dell'insolita avventura Dietro alla
Maga subito fa
mossa, Che la condusse
a quella sepoltura Che
chiudea di Merlin
l'anima e l'ossa. Era
queir arca d' una
pietra dura, Lucida, e
tersa, e come
fiamma rossa; Tal eh'
alla stanza, benché
di Sol priva
y Dava splendore il
lume che n'usciva. III. Stanza 8. 15
0 che natnra
sia d alcun
marmi, Che mnovin V
ombre a guisa
di facelle; 0 forza
pur di sufifumigi
e carmi E Fegni
impressi air osservate
stelle, Come più questo
verisimil parmi, Disroprìa Io
splendor più cose
belle E di scultnra
e di color,
ch intomo Il venerabil
luogo aveano adorno. Ariosto. 16 Appena
ha Bradamante dalla
soglia Levato il pie
nella secreta cella, CheU
vivo spirto dalla
morta spoglia Con chiarissima
voce le favella:Favorisca Fortuna
ogni tua voglia, 0
casta e nobilissima
donzella', Del cui ventre
uscirà '1 seme
fecondo, Che onorar deve
Italia e tutto
il mondo. 84 17 L antiquo
sangue che venne
da Troia, Per li
duo miglior rivi
in te commisto, Produrrà V
ornamento, il fior,
la gioia Dogni lignaggio ch
abbia il Sol
mai visto Tra rindo
e'I Tago eU
Nilo e la
Danoia, Tra quanto è
n mezzo Antartico
e Calisto. Nella progenie
tua con sommi
onori Saran Marchesi, Duci
e Imperatori. 18 I
capitani e i
cavalier robusti Quindi usciran,
che col ferro
e col senno Ricuperar tutti
gli onor vetusti Deir
arme invitte alla
sua Italia denno. Quindi
terran lo scettro
i Signor giusti, Che,
come il savio
Augusto e Numa
fénno, Sotto il benigno
e buon governo
loro Ritomeran la prima
età delP oro. 19
Acciò dunque il
voler del elei
si metta In effetto
per te, che di Ruggiero T' ha per
moglier fin da
principio eletta, Segui animosamente
il tuo sentiero; Che
cosa non sarà
che s' intrometta Da poterti
turbar questo pensiero, Si
che non mandi
al primo assalto
in terra Quel rio
ladron ch'ogni tuo
ben ti serra.
' 23 Se i
nomi e i
gesti di ciascun
vo' dirti (Dicea
rincantatrice a Bradamante) Di questi
eh' or per
gV incantati spirti, Prima
che nati sien,
ci sono avante, Non
so veder quando
abbia da espedirti
:" Che non basta
una notte a
cose tant": Si ch'io
te ne verrò
scegliendo alcuno. Secondo il
tempo, e che
sarà opportuno. 24 Vedi
quel primo, che
ti lassimìglia Ne' bei sembianti
e nel giocondo
aspetto: Capo in Italia
fia di tua
famiglia, Del seme di
Ruggiero in te
concetto Veder del sangue
di Pontier vermiglia Per
mano di costui
la terra, aspetto;E
vendicato il tradimento
e il torto Contra
quei che gli
avranno il padre 25
Per opra di
costui sarà deserto Il
re de' Longobardi Desiderio D'Este e
di Calaon dar
questo metto • Il
bel domino avrà
dal sommo Imperio. Quel
che gli è
dietro, è il
tuo nipote UImIi, Onor
dell' arme e del
paese esperio . Per costui
contra Barbari difesa Più
d'una volta fia
la santa Chiesa. 20
Tacque Merh'no, avendo
così detto, Ed agio
all'opre della Maga
diede, Ch'a Bradamante dimostrar
l'aspetto Si preparava di
ciascun suo erede. Avea
di spirti un
gran numero eletto, Non
fo se dall'Inferno
o da qual
sede, E tutti quelli
in un luogo
raccolti Sotto abiti diversi
e vari volti. 21
Poi la donzella
a sé richiama
in chiesa Là dove
prima avea tirato
un cerchio Che la
potea capir tutta
distesa. Ed avea un
palmo ancora di
superchio:E perchè dalli
spirti non sia
offesa, Lo fa d' un
gran pentacolo coperchio; E
le dice che
taccia e stia
a mirarla:Poi scioglie
il libro, e
coi demoni parla. 22
Eccovi fuor della
prima spelonca, Che gente
intomo al sacro
cerchio ingrossa: Ma, come
vuole entrar, la
via l'è tronca, Come
lo cinga intomo
muro e fossa. In
quella stanza, ove
la bella conca In
sé chiudea del
gran profeta l'ossa, Entravan l'ombre
poi ch'avean tre
volte Fatto d'intorno lor
debite volte. 26 Vedi
qui Alberto, invitto
capitano, Ch' ornerà di
trofei tanti delubri:Ugo
il figlio è con lui,
che di Milano Farà
l'acquisto, e spiegherà
i co'ubri. Azzo è
quell' altro, a cui
resterà in mano Dopo
il fratello il
regno dell' Insubri. Ecco Albertazzo,
il cui savio
consiglio Terrà d'Italia Beringaiio
e il figlio; 27
E sarà degno
a cui Cesare
O.'one Alda sua figlia
in matrimonio aggiunga. Vedi un
altro Ugo: oh bella
successione Che dal patrio
valor non si
dislunga! (Costui sarà che
per giusta cagione Ai
superbi Roman 1'
orgoglio emunga, Clie'l terzo
Otone e il
Pontefice tolga Delle man
loro, e '1
grave assedio sciolga. 28
Vedi Folco, che
par eh' al
suo germano, Ciò che
in Italia avea,
tutto abbi dato; E
vada a possedere
ìndi lontano In mezzo
agli Alamanni un
gran ducato; E dia
alla casa di
Sansogna mano. Che caduta
sarà tutta da
un lato; E per
la linea della
madre, erede, Con la
progenie sua la
terrà in piede.29
Questo eh or a
noi viene, è
il secondo Àzzo, Di
cortesìa più che
di guerre amico, Tra
dui figli, Bertoldo
ed Albertazzo. Vinto dair
un sarà il
secondo Enrico; E del
sangue tedesco orribil
guazzo Parma vedrà per
tutto il campo
aprico:Dell'altro la Contessa
gloriosa, Saggia e casta
Matilde, sarà sposa. 30
Virtù il farà
di tal connubio
degno; Ch'a quella età non
poca laude estimo Quasi
di mezza Italia
in dote il
regno, E la nipote
aver d'Enrico primo. Ecco
di quel Bertoldo
il caro pegno, Rinaldo tuo,
ch'avrà V onor
opimo D'aver la Chiesa
dalle man riscossa Dell'empio Federico
Barljarpssa. Stanza 14 31 Ecco
un altro Azzo,
ed è quel
che Verona ÀTrà in
poter col suo
bel 'tenitorio; E sarà
detto marchese d'Ancona Dal
quarto Otone e
dal secondo Onorio. Lungo
sarà, s'io mostro
ogni persona Del sangue
tuo, eh' avrà
del Consisterlo Il confalone,
e s'io narro
ogni impresa Vinta da
lor per la
romana Chiesa. 32 Obizzovedi
e Folco, altri
Azzi, altri Ughi, Ambi
gli Enrichi, il
figlio al padre
accanto:Duo Guelfi, di
quai l'uno Umbria
soggiughi E vesta di
Spoleti il ducal
manto. Ecco ehi'l sangue
e le gran
piaghe asciughi D'Italia afflitta,
e volga in
riso il pianto: Di
costui parlo (e
mostrolle Azzo quinto), Onde
Ezellin fia rotto,
preso, estinto. 33 Ezellino,
immanissimo tiranno, Che fia
creduto figlio del
Demonio, Farà, troncando i
sudditi, tal danno, E
distruggendo il bel
paese ausonio, Che pietosi
appo lui stati
saranno Mario, Siila, Neron,
Caio ed Antonio. E
Federico imperator secondo Fia,
per questo Azzo,
rotto e messo
al fondo. stanza 29. 34
Terrà costui con
più felice scettro La
bella terra che
siede sul fiume, Dove
chiamò con laimoso
plettro Febo il figliuol
eh' avea mal
retto il lume, Quando
fu pianto il
fabuloso elettro, E Cigno
si vestì di
bianche piume; E questa
di mille obblighi
mercede Gli donerà li
apostolica Sede. 35 Dove
lascio il fratel
Aldobrandino? Che per dar al Pontefice
soccorso Centra Oton quarto
e il campo
ghibellino, Che sarà presso
al Campidoglio corso, Ed
avrà preso ogni
luogo vicino, E posto
agli Umbri e
alli Piceni il
mono. Né potendo prestargli
aiuto senza Molto tesor,
ne chiederà a
Fiorenza; 36 E non
avendo gioia o
miglior pei, Per sicurtà
daralle il frate
in mano. Spiegherà i
suoi vittoriosi segni, E
romperà V esercito
germano:In seggio riporrà
la Chiesa e
degni Darà supplicj ai
conti di Celano; Ed
al servizio del
summo Pastore Finirà gli
anni suoi nel
più bel fiore; Stanza
37. 37 Ed Azzo,
il suo fratel,
lascerà erede Del dominio
d'Ancona e di
Pisauro, D'ogni città che
da Troento siede Tra
il mare e
l'Apennin fin all'Isauro, E
di grandezza d'animo
e di fede E
di virtù, miglior
che gemme ed
auro:Che dona e
tolle ogn' altro ben
Fortuna; Sol in virtù
non ha possanza
alcona. 38 Vedi Rinaldo,
in cui non
minor raggio Splenderà di
valor, purché non
sia A tanta esaltazion
del bel lignaggio Morte 0
Fortuna invidiosa e ria.
Udirne il duol
fin qui da Napoli aggio, Dove
del padre allor
statico fia. Or Obizzo
ne vien, che
giovinetto Dopo l'avo sarà
Principe eletto. 39 Al
bel dominio accrescerà
costui Reggio giocondo, e
Modona feroce. Tal sarà
il suo valor,
che signor lui Domanderanno i
popoli a una
voce. Vedi Azzo sesto,
un de figliuoli
sui, Confalonier della cristiana
croce:Avrà il Ducato
d' Andria con la
figlia Del secondo re
Carlo di Siciglia. 40
Vedi in un
bello ed amichevol
groppo Delli principi illustri
V eccellenza, Obizzo, Aldobrandin,
Niccolò Zoppo, Alberto d'amor
pieno e di
clemenza. 10 tacerò, per
non tenerti troppo, Come
al bel regno
aggiungeran Favenza, E con
maggior fermezza Adria,
che valse Da sé
nomar V indomite
acque salse; 41 Come
la terra il
cui produr di
rose Le die piacevol
nome in greche
voci, E la città
chMn mezzo alle
piscose Paludi, del Po
teme ambe le
foci Dove abitan le
genti disìose Chel mar
si turbi e
sieno i venti
atroci. Taccio d'Argenta, di
Lugo e di
mille Altre castella e
popolose ville. 42 Ve' Niccolò,
che tenero fanciullo 11
popol crea Signor
della sua terra; E
di Tideo fa
il pensier vano
e nullo, Che contra
lui le civil
arme afferra. Sarà di
questo il pueril
trastullo Sudar nel ferro
e travagliarsi in
guerra; E dallo studio
del tempo primiero Il
fior riuscirà d'ogni
guerriero. 43 Farà de' suoi
ribelli uscire a vóto
Ogni disegno, e
lor tornare in
danno; Ed ogni stratagemma
avrà sì noto, Che
sarà duro il
poter fargli inganno. Tardi di
questo s' avvedrà il
terzo Oto, E di
Reggio e di
Parma aspro tiranno; Che
da costui spogliato
a un tempo
fia E del dominio
e della vita
ria. 45 Vedi Leonello,
e vedi il
primo duce, Fama della
sua età, l'inclito
Borso, Che siede in
pace, e più
trionfo adduce Di quanti
in altrui terre
abbino corso. Chiuderà Marte
ove non veggia
luce, E stringerà al
Furor le mani
al dorso. Di questo
Signor splendido ogni
intento che '1 popol
suo viva contento, Stanza 38. 44
Avrà il bel
regno poi sempre
augumento, Senza torcer mai
pie dal cammin
dritto; Né ad alcuno
farà mai nocumento, Da
cui prima non
sia d'ingiutia afflitto:Ei
è per questo
il gran Motor
contento Che non gli
sia alcun termine
prescritto; Ma duri prosperando
in meglio sempre, Finché si
volga il ciel
nelle sue tempre. 46
Ercole or vien,
eh' al suo
vicin rinfaccia Col pie
mezzo arso e
con quei debol
passi, Come a Budrio
col petto e
con la faccia 11
campo vólto in
fuga gli fermassi; Non
perché in premio
poi guerra gli
faccia, Né, per cacciarlo,
fin dal Barco
passi. Questo è il
Signor, di cui
non so e.splicarme Se fia
maggior la gloria
o in pace
o in arme. 47
Terran Pugliesi, Calabrì
e Lucani De' gesti di
costui lunga memoria, Là
dove avrà dal
Re de' Catalani Di
pugna singular la
prima gloria; E nome
tra gP invitti
capitani S'acquisterà con più
d'una vittoria: Avrà per
sua virtù la
signoria, Più di trenta
anni a lui
debita pria. 48 E
quanto più aver
obbligo si possa A
principe, sua terra
avrà a costui; Non
perchè fia delle
paludi mossa Tra campi
fertilissimi da lui; Non
perchè la farà
con muro e
fossa Meglio capace a'
cittadini sui, E l'ornerà
di templi e
di palagi, Di piazze,
di teatri e
di mille agi; 49
Non perchè dagli
artigli dell'audace Aligero Leon
terrà difesa; Non perchè,
quando la gallica
face Per tutto avrà
la bella Italia
accesa, Si starà sola
col suo stato
in pace, E dal
timore e dai
tributi illesa: Non si
per questi ed
altri benefici Saran sue
genti ad Ercol
debitrici; 50 Quanto che
darà lor l'inclita
prole, Il giusto Alfonso,
e Ippolito benigno, Che
saran quai l'antiqua
fama suole Narrar de'
figli del Tindareo
cigno, Ch' alternamente si
privan del Sole Per
trar l'un l'altro
dell' aer maligno. Sarà ciascuno
d'essi e pronto
e forte L'altro salvar
con sua perpetua
morte. 61 U grande
amor di questa
bella coppia Renderà il
popol suo via
più sicuro, Che se,
per opra di
Yulcan, di doppia Cinta
di ferro avesse
intomo il muro. Alfonso
è quel che
col saper accoppia Si
la bontà, ch'ai
secolo futuro La gente
crederà che sia
dal cielo Tornata Astrea
dove può il
caldo e il
gieio. 52 A grande
uopo gli fia
l'esser prudente, E di
valore assimigliarsi al
padre; Che si ritroverà,
con poca gente. Da
un lato aver
le veneziane squadre, Colei dall' altro,
che più giustamente Non so
se dovrà dir
matrigna o madre; Ma
se pur madre,
a lui poco
più pia, Che Medea
ai figli o
Progne stata sia. 53
' E quante
volte uscirà giorno
o notte Col suo
popol fedel fuor
della terra, Tante sconfitte
e memorabil rotte Darà
a' nemici o per
acqua o per
terra. Le genti di
Romagna mal condotte Contra i
vicini e lor
già amid, in
guerra Se n' avvedranno,
insanguinando il suolo Che
serra il Po,
Santerno e Zaaniolo. 54
Nei medesmi confini
anco saprallo Del gran
pastore il mercenario
Ispano, Che gli avrà
dopo con poco
intervallo La Bastia tolti,
e morto il
Castellano, Quando l'avrà già
preso; e per
tal fìallo Non fia,
dal minor f&nte
al capitano, Chi del
racquisto e del
presidio ucciso A Roma
riportar possa l'avviso. 55
Costui sarà, col
senno e con
la lancia. Ch'avrà l'onor,
nei campi di
Romagna, D'aver dato all'esercito
di Francia La gran
vittoria contro Giulio
e Spagna. Nuoteranno i
destrier fin alla
pancia Nel sangue uman
per tutta la
campagna; Ch'a seppellire il
popol verrà manco Tedesco, Ispano,
Greco, Italo e
Franco. 56 Quel ch'in
pontificale abito imprime Del
purpureo cappel la
sjtcra chioma, É il
liberal, magnanimo, sublime, Gran
Cardinal della Chiesa
di Ronui, Ippolito, eh'
a prose, a
versi, a rime Darà
materia eterna in
ogni idioma; La cui
fiorita età vuol
il Ciel giusto Ch'abbia un
Maron, come im
altro ebbe Angusto. 57
Adomerà la sua
progenie bella. Come orna
il Sol la
macchina del mondo Molto
più della Lima
e d'ogni stella; Ch'ogn' altro lume
a lui sempre
è secondo. Costui con
pochi a piedi
e meno in
sella Veggio uscir mesto,
e poi tornar
giocondo; Che quindici galèe
mena captive, Oltra mill' altri
legni, alle sue
rive. 58 Vedi poi
l'uno e l'altro
Sigismondo: Vedi d' Alfonso i
cinque figli cari, Alla
cui fama ostar,
che di sé
il mondo Non empia,
i monti non
potran nò i
mari. Gener del Re
di Francia, Ercol
secondo È r un;
quest' altro (acciò
tutti gì' impari) Ippolito è, che non
con minor raggio, Che
'1 zio, risplenderà
nel suo lignaggio; stanza 47. 59
Francesco, il terzo;
Alfoosi gli altri
dui Ambi son detti.
Or, come io
dissi prima, S ho
da mostrarti ogni
tuo ramo "
il cai Valor la
stirpe sna tanto
sublima, Bisognerà che si
rischiari e abbui Più
volte prima il
del, ch'io te
li esprima: E sarà
tempo ormai, quando
ti piaccia, Ch'io dia
licenzia all'ombre, e
ch'io mi taccia. 60
Cosi con volontà
della donzella La dotta
incantatrice il libro
chiuse. Tutti gli spirti
allora nella cella Sparirò
in fretta, ove
eran l'ossa chiuse. Qui
Bradamante, poiché la
favella Le fu concesso
usar, la bocca
schiuse, E domandò: Chi son
li dna si
tristi, Che tra Ippolito
e Alfonso abbiamo
visti i 40 61 Venìano
sospirando, e gli
occhi bassi Parean tener,
d'ogni baldanza privi; E
gir lontan da
loro io vedea
i passi Dei frati
sì, che ne
pareano schivi. Parve eh' a
tal domanda si
cangiassi La maga in
viso, e fé'
degli occhi rivi, E
gridò: Ah sfortunati, a quanta pena Lungo
instigar d'uomini rei vi mena! Stanza
72. 64 Quivi r
audace giovane rimase Tutta
la notte, e
gran pezzo ne
spese A parlar con
Merlin, che le
suase Rendersi tosto al
suo Ru?gier cortese. Lasciò di
poi le sotterranee
case, Ohe di nuovo
splendor l'aria s'accese. Per
un cammin gran
spazio oscuro e
cieco, Avendo la spirtal
femmina seco. 65 E
riuscirò in un
burrone ascoso Tra monti
inaccessibili aUe genti; E
tutto '1 dì,
senza pigliar riposo, Saliron balze,
e traversar torrenti. E
perchè men 1'
andar fosse noioso, Di
piacevoli e bei
ragionamenti, Di quel che
fu più conferir
soave, L'aspro cammin facean
parer men grave: 66
Dei quali era
però la maggior
parte, Oh' a Bradamante
vien la dotta
Maga Mostrando con che
astuzia e con
qaal arte Proceder dee,
se di Ruggiero
è vaga. Se tu
fossi, dicea, Pallade
o Marte, E conducessi
gente alla tua
paga Pii\ che non
ha il re Carlo e
il re Agramant . Non dureresti
contra il Negromante; 67 Ohe,
oltre che d'acciar
murata sia La rocca
inespugnabile, e tant'
alta, Oltre che '1
suo destrier si
faccia via Per mezzo
l'aria, ove galoppa
e salta; Ha lo
scu'lo mortai che,
come pria Si scopre,
il suo splendor
si gli occhi
assalta. La vista toUe,
e tanto occupa
i sensi Ohe come
morto rimaner conviensi: 62
0 buona prole,
o degna d'Ercol
buom, Non vinca il
lor fallir vostra
boutade:Di vostro sangue
i miseri pur
sono:Qui ceda la
giustizia alla pietade. Indi
soggiunse con più
basso suono: Di ciò
dirti più innanzi
non accade. Statti coi
dolce in bocca,
e non ti
doglia Oh' amareggiar alfin non
te la voglia. 63
Tosto che spunti
in ciel la
prima luce, Piglierai meco
la più dritta
via Oh' al lucente
Castel d' acciar conduce, Dove
Ruggier vive in
altrui balia. Io tanto
ti sarò compagna
e duce, Ohe tu sia fuor
dell' aspra selva ria:T' insegnerò, poi
che sarem sul
mare, Si ben la
via, che non
potresti errare. 68 E
se forse ti
pensi che ti
vaglia Combattendo tener serrati
gli occhi, Oome potrai
saper nella battaglia Quando ti
schivi, o l'avversario
tocchi? Ma per fuggire
il lume eh'
abbarbaglia, E gli altri
incanti di colui
far sciocchi, Ti mosterò
un rimedio, una
via presta; Né altra
in tutto '1
mondo è se
non questa. 69 II
re Agramante d'Africa
uno anello, Ohe fu
rubato in India
a una regina. Ha
dato a un suo baron
detto Brunello Ohe poche
miglia innanzi ne
cammina; Di tal virtù,
che chi nel
dito ha quello, Oontra il
mal degl'incanti ha
medicina. Sa di furti
e d'inganni Brunel,
quanto Colui, che tien
Ruggier, sappia d'incanto. 70
Questo Brnnel sì
pratico e sì
astuto, Come io ti
dico, è da]
suo Re mandato, Acciò che
col suo ingegno
e con 1
aiuto Di questo anello,
in tal cose
provato, Di quella rocca,
dove è ritenuto, Traggia Ruggier: che
così s' è vantato, Ed
ha così promesso
al suo Signore, A
cui Ruggiero è
più dogni altro
a core. 71 Ma
perchè il tuo
Ruggiero a te
sol ahbia, E non
al re Agramante,
ad obbligarsi Che tratto
sia delPincantata gabbia, T' insegnerò il
rimedio che de'
usarsi. Tu te n'andrai
tre dì lungo
la sabbia Del mar,
eh' è oramai presso
a dimostrarsi: n terzo
giorno in un
albergo teco Arriverà costui
e' ha Panel seco. 74
Tu gli va
dietro: e come t' avvicini A
quella rocca si
eh' ella si
scopra, Dagli la morte;
nò pietà t'inchini Che
tu non metta
il mio consiglio
in opra. Nò far
eh' egli il
pensier tuo s' indovini, E ch'abbia
tempo che Panel
lo copra; Perchè ti
sparirìa dagli occhi,
tosto Ch' in bocca
il sacro anel
s' avesse porto. 75
Così parlando, giunsero
sul mare. Dove presso
a Bordea mette
Garonna. Quivi, non senza
alquanto lagrimare, Si dipartì
l'una dall'altra donna. La
figliuola d'Amon, che
per slegare Di prigione
il suo amante
non assonna, Camminò tanto,
che venne una
sera Ad un albergo,
ove Brunel prim'era. 72
La suaetatura, acciò
tu lo conosca. Non
è sei palmi,
ed ha il
capo ricciuto; Le chiome
ha nere, ed
ha la pelle
fosca; Pallido il viso,
oltre il dover
barbuto; Oli occhi gonfiati,
e guardatura losca; Schiacciato il
naso, e nelle
ciglia irsuto:L'abito, acciò
eh' io lo
dipinga intero, È stretto
e corto, e
sembra di corriero. 73
Con esso lui
t'accaderà soggetto Di ragionar
di quegP incanti
strani. Mostra d'aver, come
tu avrà' in
effetto, Disio che 'l
Mago sia teco
alle mani; Ma non
mostrar che ti
sia stato detto Di
quel suo anel
che fa gl'incanti
vani. Egli t' offerii à
mostrar la via Fin
alla rocca, e
farti compagnia. 76 Conosce
ella Brunel come
lo vede, Di cui
la forma avea
sculpita in mente. Onde
ne viene, ove
ne .va gli
chiede:Quel le risponde,
e d' ogni cosa
mente. La donna, già
provvista, non gli
cede In dir menzogne,
e simula ugualmente E
patria e stirpe
e setta e
nome e sesso; E
gli volta alle
man pur gli
occhi spesso. 77 Gli va gli
occhi alle man
spesso voltando, In dubbio
sempre esser da lui rubata; Né
lo lascia venir
troppo accostando, Di sua
condizion bene informata. Stavan insieme
in questa guisa,
quando L' orecchia da un lumor lor
fu intronata. Poi vi
dirò, signor, che
ne fu causa, Ch'avrò fatto
al cantar debita
pausa. NOTE. St. 3. v.3.
I gigantei furori
alludono alla favo losa guerra dei
Giganti contro Giove. St.
4. V.7. Pindbello
di Magaìxta spia
di Carlomagno. St. 8.
V.6. Una donna,
Melissa. St. 1011. Finsero
i romanzieri di
cavalleria, che Merlino mago
inglese s'invaghisse della
Donna del Lago. Avendosi
preparato un sepolcro
per s6 e
per lei, le insegnò alcune
parole, che, pronunziate
sull'avello chiuso,
rendevano impossibile aprirlo.
La donna, odiando copertamente Merlino,
indottolo a porsi
neiravello per esperimentame la
capacità, ne abbassò
il coperchio e disse
le fatali parole.
Quindi, morto Merlino,
lo spirito di lui
ivi rimasto rispondeva
di colà dentro
alle altrui domande. St. 12.
V.1. CimiterìOj nella
proprietà del voca bolo, denota luogo
di dormizione;' eà.
è voce che
può convenire anche al
sepolcro di un
solo. L'Ariosto la usò
sempre in quosto
senso. St. 17. V.1.
Lantiquo sangue, ecc.
Favoleggia col Bojardo che
gli Estensi uscissero
di sangue trojano. Ivi.
V.56. I quattro
fiumi nominati nel
quinto verso (fra i
quali la Danoia
è il Danubio)
indicano per la loro
posizione i quattro
punti cardinali del
globo; e la Tooe
Calisto in fine
del sesto Terso,
relativa alla ninfa omonima,
trasmutata, secondo i
mitologi, in orsa e collocata in
cielo, significa il
2olo boreale. St. 17.
V.78. D'imperatori, notansi
Otone IV del ramo
EstenseGaelfo derivante per
linea retta da
Alberto Azzo H, Federigo
II e Lotario,
dei quali più
avanti. St. 21. V.6.
Chiama pentacolo, ossia
pentagono, una figura di
cinque lati fatta
di qualsiasi materia, impressa di
segui o caratteri
maci, e creduta
difen dere le persone dai
cattivi effetti degF
incantesimi St. 22. t.
7. Tre voWe,
numero solenne negl'incan tesimi St. 24.
V.1. Il personaggio
cui si allude
ò Rngge retto, supposto
futuro figlio di
Bradamante. Y. 5. Del
sangue di Pontier
ecc. dei Maganzesi,
castello di Pon tieri (Ponthieu) in
Piccardia. v.78. Si
finge che i Maganzesi
abbiano ucciso il
padre di Ruggeretto
a tra dimento, nel castello
di Pontieri St. 25.
V.14. Si fa
predire alla maga
la paite che le
vecchie tradizioni attribuivano
al figlio di Bra
damante, nell' impresa di Carlo
Magno contro il lon
gobardo re Desiderio; onde
la rimunerazione data a
quel guerriero con
la signoria dei
due castelli sul Pa
dovano nominati nel terzo
verso. Le notizie
genealogiche sugli Estensi, inserite
in quasi tutto
questo Canto, de rivano per
lo più dalle
opinioni che correvano
in quei tempi di
caligine storica. St. 26.
V.12. Gli espositori
intendono qui un Al
berto Visconti, che dicono
aver liberata Milano
dal l'assedio postovi da Berengario
I. Ma la
storia non parla di
questo assedio. Ivi. V.34.
La ftrase spiegherà
i colubri denota Facquisto della
signoria di Milano
attribuito ad Ugo figUuol
dAlberto; giacché lo
stemma dei Visconti
rap presentava un serpe tortuoso. Ivi. V.78.
Il Poeta dà
merito al consiglio
di Al bert azzo dEste,
per la discesa
di Otone in
Italia contro i Berengarii,
e in ricompensa
lo dice divenuto
genero di queir imperatore. St. 27. y. 3.
Albertazzo ebbe anche
veramente un terzo figlio,
chiamato Ugo, natogli
da Garsenda dei principi
del Maine; ma
non si sa,
per testimonianze
autentiche, se operasse
le imprese qui
attribuitegli. St. 28. V.16.
Non Folco, come
fu detto, ma
Guelfo suo fratello passò
in Germania e
vi continuò la
casa dei Guelfi bavaresi.
Il poeta dice
che continuò invece
la casa di Sansogna
(Setssonia) ma è
erroneo. y. 78. Al
lude alla fumosa contessa
Matilde. Questa fa
sposa bensi di un
Estense, ma non
già di questo
supposto Alber tazzo; sposo
suo fu Guelfo
V duca di
Baviera. St. 29. y. 48. La
battaglia accennata nei
verai 4, 5, 6
intendesi essere la
combattuta sul Parmigiano contro Enrico,
qui detto II,
da altri in,
avverso ai papi per
motivo delle investiture
ecclesiastiche. St. 30. Y.
34. Intende iperbolicamente per
mezza Italia i vasti
posse<iÌmenti della contessa
Matilde, fìra i quali
il cosi detto
Patrimonio di S.
Pietro. Ivi. Y. 58.
Si allude agli
avvenimenti segniti re gnando r
imperatore Federico I,
avverso alla Chiesa romana, sconfitto
poi dalla Lega
Lom>arda; e si
attri buisce l'onore di quella
vittoria al Rinaldo
indicato nel sesto verso.
Il primo Estense,
di nome Rinaldo, nasceva da
Azo Novello, ohe
lo dava ancor
giovinetto in ostaggio all'imperatore nel
1239, poi lo
perdeva pri gioniero in Puglia
nel 1251; e
il Barbarossa era
già morto nel 1190. St.
31. Y. 14.
L'Estense, che nel
1207 ebbe dal partito
guelfo la podesteria
di Verona, fu
Azzo VI. il quale
non senza molto
sangue ghibellino la
moto in signoria. Nel
1203 egli ebbe
da Innocenzo III,
per sé e discendenti, il
marchesato della Marca
Anconitana. St. 32. Y.
14. I fatti
dei personaggi qui
ricordati son poco noti,
nò mette conto
fame speciale menzione. Ivi. y.
58. L'Azzo qui
detto V è
veramente il VIL Si
chiamò Azzo Novello,
e fu uno
dei capi dell' eser cito che disfece
Ezzelino da Romano
e l'imperatore Federigo IL St.
34. Y. 24.
Con tale perifrasi
vuoisi denotare Ferrara sul
Po, alludendo alla
favola di Fetonte,
pre cipitato in quel fiume. Ivi.
y. 56. Le
lagrime delle sorelle
di Fetonte Ivi accorse,
divennero, secondo la
favola, elettro (resinai che
stilla dai pioppi,
in cui esse
furono convertite, n sesto
verso riguarda il
re ligure Cigno,
che lamentando egli pure
Fetonte, fu tramutato
udì' uccello omonimo. St. 35.
y. 1. Quello
che l'Ariosto in
questa e nella seguente ottava
dice d'Aldobrandino, fratello
di Azzo VII, è
pienamente conforme alla
storia, n volere
in pegno persone per
il danaro che
si dava a
prestito fa cosa non
infrequente per gli
usurai di quel
tempo. St. 37. Y. 24.
Pisaxtro è Pesaro;
Troento è il Tronto
che ha foce
nell'Adriatico, dove sbocca
anche l'Isauro, fiume deir Umbria.
E per il
tratto di paese circoscritto nel
terzo e nel
quarto verso, s' intende
il maìchesato di Ancona. St.
38. Y. 16. Rinaldo,
figlio di Azzo
Novello: mori di veleno. St.
39. Y. 14.
Obizzo, figlio naturale
di Rinaldo, ma legittimato,
successe all'avo nel
dominio di Ferrara l'anno 1264.
Nel 1288 acquistò
Modena, nell'anno se guente Reggio; e
allora fu il
colmo della potenza
della casa d'Este. Mori
in Ferrara nel
1293. Ivi. v.58. Quest'Azze
è l'VlII, non
il VI; e ere
desi aver comandato
la crociata bandita
dall'angioino Carlo II. St. 40.
Y. 18. A
meglio dichiarare il
gruppo dei principi Estensi
accennato in questa
Stanza, è d'uopo avvertire che,
oltre Azzo Vili,
nacque da Obizzo
an Aldowandino, pretendente alla
signoria di Ferrara,
il quale vendè per
denaro i suoi
diritti al papa
nel 1319, e mori
in Bologna nel
1326. St. 41. v.1
2. Dalla voce
greca Rhodon (rosa)
si fa derivare il
latino Rhodigintn (Rovigo)
per l'abbon danza di rose
che ne' suoi
dintorni dicesi si
trovasse. Ivi. Y. 36.
S'intende qui Comacchio,
città posta in mezzo
a paludi fra
due rami del
Po; ed è
abitata da pescatori, a cui giova
il mare turbato
per l'esercizio dell'arte loro. St.
42. Y. 14. È questi
Niccolò III, flgl'o
e sncces sore di
Alberto, al quale
Tideo conte di
Conio tentò usurpare lo
Stato, ma senza
riuscita. Fu anche
podestà di Milano, dove
mori nel 1441. St.
43. Y. 58.
Otone dei Terzi,
uno dei tirannelli lombardi, procacciò
esso pure di
togliere la signoria
a Niccolò, e restò
ucciso piesso Rubiera. St.
45. Y. 12.
Leonello e Borse,
naturali. Ercole e Sigismondo,
legittimi, vennero di
Niccolò III, che
volle suo successore il
primo, e dopo
lui Berso. St. 46.
Y. 16. Ercole,
primo di nome,
e secondo duca di
Ferrara, nacque nel
1431. Sostenne guerra mossagli dai
limitrofi Veneziani, ai
quali, negli anni della
preceduta amicizia, fu
difensore p6rsonalment",
sebbene impedito di un
piede, contro il
re di Germania che
gli avea vinti
e ftigati a
Bndrio, castello situato nel
Bolognese; e in
questa gneria, ch'eglino
fecero ad Ercole, lo
strinsero fin sotto
le mura di
Ferrara in luogo detto
il Barco, St. 47.
y. 16. Ercole
nella sua giovinezza
militò con gloria per
Alfonso d'Aragona re
di Napoli. Ivi. V.78.
Ercole, come maggior
nato e legittimo, avrebbe dovuto
succedere direttamente al
padre: ma il regno
novenne di Leonello,
coi 21 anno
e più del
regno di Borsigli ritardarono
la successione per
oltre 30 anni. St.
4849. Parlasi dei
benefizj fatti da
Ercole ai Ferraresi, con
asciugare paludi, convertendole
in fertili campagne, ampliare
la città, fortificarla,
ador narla, ecc. Ercole seppe
anche difendere Ferrara
contro i Veneziani, e
la mantenne pacifica
ed illesa nella gnerra
portata in Italia
da Carlo Vili
re di Francia nel
1494. St. 50. V.12.
Alfonso I, figlio
di Ercole, nato
nel 1476, sali al
principato nel 1505,
e lo tenne
fino al 15< anno
della sua morte.
Ippolito, di cui
nella St. 3 del
Canto I,
nacque nel 1479,
fti cardinale nel
1483, ma neggiò le armi
nella lega di
Cambrai, e mori
in Fer rara nel 1529. Ivi.
V.38. Paragona Taffezione
reciproca fra Er cole e
Alfonso a quella
eh' ebbero V
uno per V
altro Castore e Polluce,
figli mitologici di
Leda, nata da Tindaro
e da Giove,
convertitosi per essa
in Cigno; affezione non
mai disciolta, giacché
ottennero da Giove di
restare a vicenda
privi del sole
(di vita), per
trarsi anche a vicenda
dall'aere maligno (da
morte). St. 51. V.78.
Astreay figlia di
Giove, è la
Giustizia ritiratasi in cielo
per la malvagità
degli nomini; e
questa per la bontà
di Alfonso si crederà ritornata
in terra. St. 52.
V.38. Alfonso, entrato
nella lega di Cam
brai promossa da Giulio
II, vinse i
Veneti nel 1509
alla Polesella. Quando Giulio
nell'anno appresso si
distaccò dalla lega, voleva
che Alfonso combattesse
pei Veneti; al che
rifiutatosi il duca,
Giulio gli venne
addosso con le armi
spirituali e le
temporali; e cosi
Alfonso si trovò alle
prese da un
lato coi Veneti,
e dall' altro col
capo della Chiesa romana. St.
53. V.5& Per
eilétto di questa
gnerra, i Bomagnuoli
insorsero contro Alfonso,
unendosi alle genti del
papa; e fUrono
sconfitti tra il
Po e il
Santemo, fiume d'Imola, presso
il canale .Zanniolo. St. 54.
V.18. Poco dopo
quella rotta, gli
Spa gnuoll assoldati dal
papa presero ad
Alfonso un forti lizio detto Bastia,
che guardava il
passo del Primaro; e
dopo fatto prigioniero
il castellano, lo
uccisero. Per tal violazione
delle leggi di
guerra, i Ferraresi
riacqui stando poi la Bastia,
ne passarono a
filo di spada
tutto il presidio. St. 55.
Y. 18. Accenna
la giornata di
Bavenna, combattuta nella Pasqua
del 1512, ove
insieme coi Te deschi, Spagnuoli, Italiani
e Francesi, erano
anche Al banesi nelle schiere
dei VenetL St. 56.
V.18. Diffondesl il
Poeta in elogi
al car dinale Ippolito seniore,
che tenne le
sedi arcivescovili di Strigonia
e di Agria
in Ungheria, di
Milano, di Capua, la
vescovile di Ferrara,
e quella di
Modena a titolo di
commenda. St. 57. V.58.
Allude alla sconfitta
che il cardi nale Ippolito, con
soli 300 cavalieri
e poco più
di fanti, diede presso
Volano ai Veneti.
Mesto usciva Ippolito
a quella impresa, per la tenuità
di sue forze;
e ne tornò giocondo della
non sperata vittoria. St.
58. V.1. ~
Di questi due
Siglsmondi uno era
fra tello, l'altro figliuolo del
duca Ercole; e
il primo di questi
fu stipite di marchesi di
San Martino. v.2. Alfonso
ebbe tre figli
maschi da Lucrezia
Borgia; Er cole che gli
successe nel ducato,
e sposò Renata
di Francia: Ippolito II
cardinale, noto sotto
il nome di cardinal
di Ferrara, e
Francesco: due ne
ebbe da Laura Dianti
sua favorita. Alfonso
e Alfonsino. St. 60.
V.78. I due qui
mentovati sono Qivlio
e FerdinandOy fratelli di
Alfonso I, cospiratori
contro di esso per
altrui istigazione, e
condannati a morte.
La pena fU poi
commutata in carcere
perpetuo, ove Fer dinando mori nel
1540; e Giulio,
graziato della libertà da
Alfonso II, cessò
di vivere nel
1561. St. 71. V.3. Gabbia
incantata, cioè il
palazzo o castello fabbricato
da Atlante per
incantamento. St. 75. V.2.
Bordea, oggi Bordeaux. rir
iVP?" Bradamante con Fanello
misterioso vince il
prestigio di Atlante
e libera Ruggiero
dal castello incantato. Questi lascia
a lei il
suo cavallo, e
monta 1 Ippogrifo
che seco lo
porta in aria.
Rinaldo approda nella Scozia,
dove gli è
detto che Ginevra
figlia di quel
re trovasi in
pericolo di essere
messa a morte
per una calunnia: incamminatosi
per libemrla, s'avviene
in una giovane
a cui domanda
contezza del fatto. 1
Quantunque il simular
sia le più
volte Bipreso, e dia
di mala mente
indici, Si trova pur
in molte cose
e molte Aver fatti
evidenti benefici, E danni
e biasmi e
morti aver già toIt";
Che non
conversiam sempre con
gli amici In questa
assai più oscura
che serena Vita mortai,
tutta dnvidia piena. Se,
dopo lunga prova,
a gran fatica Trovar
si può chi
ti sia amico
vero, Ed a chi
senza alcun sospetto
dica E discoperto mostri
il tuo pensiero, Che
de' far di
Ruggier la bella
amica Con quel Brunel
non puro e
non sincero, Ma tutto
simulato, e tutto
finto, Come la Maga
le l'avea dipinto? 3
Simula anchella; e
cosi far conYiene Con
esso lai, di
finzioni padre: E, come
io dissi, spesso
ella gli tiene Gli
occhi alle man,
cheran rapaci e
ladre. Ecco airorecchie un
gran rumor lor
viene. Disse la donna:
0 gloriosa Madre, 0
He del ciel,
che cosa sarà
questa? E dove era
il rumor si
trovò presta. 4 E
vede Toste e
tutta la famiglia, E
chi a finestre
e chi fiior
nella via, Tener levati
al ciel gli
occhi e le
ciglia, Come l'eclisse o
la cometa sia. Vede
la donna un'alta
maraviglia. Che di leggier
creduta non saria: Vede
passar un gran
destriero alato, Che porta
in aria un
cavaliero armato. 5 Grandi
eran Tale e
di color diverso, E
vi sedea nel
mezzo un cavaliero. Di
ferro armato luminoso
e terso: E ver
Ponente avea dritto
il sentiero. Calessi, e
fu tra le
montagne immerso:E, come
dicea Toste (e
dicea il vero), QuelTera un
Negromante, e facea
spesso Quel varco, or più da
lungi, or più
da presso. 6 Volando,
talor s'alza nelle
stelle, E poi quasi
talor la terra
rade; E ne porta
con lui tutte
le belle Donne che
trova per quelle
contrade: Talmente che le
misere donzelle Ch'abbino o
aver si credano
beltade (Come affatto costui
tutte le invole), Non
escon fuor sì
che le veggia
il Sole. 7 Egli
sul Pireneo tiene
un castello, Narrava Toste,
fatto per incanto, Tutto d'acciaio,
e sì lucente
e bello, Ch'altro al
mondo non è
mirabil tanto. Già molti
cavalier sono iti
a quello, E nessun
del ritorno si
dà vanto: Si ch'io
penso, signore, e temo forte, 0
che siao presi,
o sian condotti
a morte. 8 La
donna il tutto
ascolta, e le
ne giova, Credendo far,
come farà per
certo. Con l'anello mirabile
tal prova, Che ne
fia il Mago
e il suo
Castel deserto. E dice
all'oste: Or un de'
tuoi mi trova, Che
più di me
sia del viaggio
esperto; Ch'io non posso
durar: tanto ho
il cor vago Di
far battaglia contro
a questo Mago. Stanza
14 46 9 Non ti
mancherà guida, le
rispose Bninello allora; e
ne verrò teco
io. Meco ho la
strada in scritto,
ed altre cose Che
ti faran piacer
il yenir mio. Volse
dir delPanelj ma
non l'espose, Né chiari
più, per non
pagarne il fio. Grato
mi fia, disse
ella, il venir
tuo: Volendo dir, ch'indi
l'anel fia suo. 10
Quel ch'era utile
a dir, disse;
e quel tacque, Che
nuocer le potea
col Saracino. Avea Foste un
destrier ch'a costei
piacque, Ch'era huon da
battaglia e da
cammino: Comperollo e partissi
come nacque Del bel
giorno Bruente il
mattutino. Prese la via
per una stretta
valle. Con Brunello ora
innanzi, ora alle
spalle. 11 Di monte
in monte e
d'uno in altro
bosco Giunsero ove l'altezza
di Pirene Può dimostrar,
se non è
l'Ser fosco, E Francia
e Spagna, e
due diverse arene: Come
Apennin scopre il mar Schiavo
e il Tosco Del
giogo onde a Camaldoli si
viene. Quindi per aspro
e faticoso calle 8i
discendea nella profonda
valle. 15 Né per
lacrime, gemiti o
lamenti Che facesse Brunel,
lo volse sciorre. Smontò della
montagna a passi
lenti, Tanto che fu nel pian
sotto la torre. E
perché alla battaglia
s'appresenti Il negromante, al
corno suo ricorre: E,
dopo il suon,
con minacciose grida Lo
chiama al campo,
ed alla pugna
U sfida. 16 Non
stette molto a
uscir fuor della
porta L'incantator, ch'udi '1
suono e la
voce. L'alato corridor per
l'aria il porta Centra
costei, che sembra
uomo feroce. La donna
da principio si
conforta; Che vede che
colui poco le
nuoce: Non porta lancia
né spada né
mazza, Ch'a forar l'abbia
o romper la
corazza. 17 Dalla sinistra
sol lo scudo
avea. Tutto coperto di
seta vermiglia; Nella man
destra un libro,
onde facea Nascer, leggendo,
l'alta maranglia: Che la
lancia talor correr
parca, E fatto avea
a più d'un
batter le ciglia; Talor
parca ferir con
mazza o stocco, E
lontano era, e
non avea alcun
tocco. 12 Vi sorge
in mezzo un
sasso, che la
cima D'un bel muro
d'acciar tuttA si
fascia, E quella tanto
inverso il ciel
sublima. Che quanto ha
intomo inferi'or si
lascia. Non faccia, chi
non vola, andarvi
stima; Che spesa indamo
vi saria ogni
ambascia. Brand disse: Ecco
dove prigionieri Il Mago
tìen le donne
e i cavalieri. 13
Da quattro canti era
tagliato, e tale Che
parca dritto a
fil della sinopia: Da
nessun lato né
sentier né scale V'eran,
che di salir
facesser copia: E ben
appar che d'animai
ch'abbia ale Sia quella
stanza nido e
tana propia. Quivi la
donna esser conosce
l'ora Di tor l'anello,
e far che
Brunel mora. 18 Non
è finto il
destrier, ma naturale, Ch'una giumenta
generò d'un Grifo: Simile
al padre avea
la piuma e
Tale, Li piedi anteriori,
il capo e
'1 grifo; In tutte
l'altre membra parca
quale Era la madre,
e chiamasi Ippogrifo; Che nei
monti Rifei vengon,
ma rari, Molto di
là dagli agghiacciati
mari. 19 Quivi per
forza lo tirò
d'incanto, E poiché l'ebbe,
ad altro non
attese, E con studio
e fatica operò
tanto, Ch'a sella e
briglia il cavalcò
in un mese; Cosi
ch'in terra e
in aria e
in ogni canto Lo
&cea volteggiar senza
contese. Non finzì'on d'incanto,
come il resto, Ma
vero e naturai
si vedea questo. 14
Ma le par
atto vile a
insanguinarsi D'un uom senza
arme e di
si ignobil sorte; Che
ben potrà posseditrice
farsi Del ricco anello,
e lui non
porre a morte. Brunel
non avea mente
a riguardarsi; Si ch'ella
il prese, e
lo legò ben
forte Ad uno abete
ch'alta avea la
cima: Ma di dito
l'anel gli trasse
prima. 20 Del Mago
ogn'altra cosa era
figmento, Che comparir facea
pel rosso il
giallo: 3Ia con la
donna non fu
di momento; Che per
l'anel non può
vedere in fallo. Più
colpi tuttavia disserra
al vento, E quinci
e quindi spinge
il suo cavallo; E
si dibatte e si travaglia
tutta, Com'era, innanzi che
venisse, instrutta. 21 E,
poi che esercitata
si fu alquanto Sopra il
(lestrier, smontar volse
anco a piede, Per
poter meglio al
fin venir di
quanto La cauta Maga
instruzì'on le diede. Il
Mago vien per
far Testremo incanto; Che
del fatto ripar
né sa né
crede: Scuopre lo scudo,
e certo si
prosume Farla cader con
Tincantato lume. 22 Potea
cosi scoprirlo al
primo tratto. Senza tenere
i cavalieri a
bada; Ma gli piaceva
veder qualche bel
tratto Di correr Tasta,
o di girar
la spada: Come si
vede ch'all'astuto gatto Scherzar col
topo alcuna volta
aggrada:E poi che
quel piac?r gli
viene a noia. Dargli
di morso, e
alfìn voler che
muoia. 23 Dico che
U Mago al
gatto, e gli
altri al topo S'assimigliàr nelle
battaglie dianzi; Ala non
sassimigliiir già cosi
dopo Che con Tanel
si fé la donna innanzi. Attenta e
fissa stava "a
quel ch'era uopo. Acciò
che nulla seco
il Mago avanzi; E
come vide che
lo scudo aperse, Chiuse gli
occhi, e lasciò
quivi caderse. 24 Non
che il fulgor
del lucido metallo, Come
soleva agli altri,
a lei noceste; Ma
cosi fec3 acciò
che dal cavallo Contro sé
il vano incantator
scen lesse; Ne parte andò
del suo disegno
in fallo; Che tosto
ch'ella il capo
in terra m3ss?, Accelerando il
volator le penne, Con
larghe mote in
terra a por
si venne. Stanza '/7. 25
Lascia alParcion lo
scudo che già
posto Avea nella coperta,
e a pie
discende Verso la donna
che. come reposto Lupo
alla macchia il
ciprioto, attende. Senza più
indico ella si
leva tosto Che l'ha
vicino, e ben
stretto lo prende. Avea
lasciato quel misero
in terra Il libro
che facea tutta
la guerra:26 E
con una catena
ne correa, Che solea
portar cinta a
simil uso; Perchè non
men legar colei
credea. Che per addietro
altri legare era
uso. La donna in
terra posto già
l'avea:Se quel non si difese
io ben Tescuso; Che
troppo era la
cosa differente Tra u'J
dcbol vecchio, e
M tanto p''SS?nte. 27
Disegnando levargli ella
la testa, Alza la
man vittoriosa in
fretta; Ma poi che
'1 viso mira,
il colpo arresta, Quasi sdegnando
si bassa vendetta. Un
venerabil vecchio in faccia mesta Vede
esser quel ch'ella
ha giunto alla
stretta, Che mostra al
viso crespo e
al pelo bianco Età
di settanta anni,
o poco manco. 28
Tommi la vita,
giovene, per Dio, Dicea
il vecchio pien
d'ira e di
dispetto; Ma quella a
torla avea si
il cor restio, Come
quel di lasciarla
avria diletto. La donna
di sapere ebbe
disio Chi fosse il
negromante, ed a
che effetto Edificasse in
quel luogo selvaggio La
rocca, e faccia
a tutto il
mondo oltraggio. 29 Né
per maligna intenzione,
ahi lasso ! (Disse piangendo
il vecchio incantatore) Feci la
hella rocca in
cima al sasso, Né
per avidità son
rubatore; Ma per ritrar
sol dall'estremo passo Un
cavalier gentil, mi
mosse amore, Che. come
il ciel mi
mostra, in tempo
breve Morir cristiano a
tradimento deve. 30 Non
vede il Sol
tra questo e
il polo anstrìso Uji
giovene si bello
e sì prestante:Ruggero ha
nome, il qual
da piccolino Da me nutrito fu,
chMo sono Atlante. Disio d'onore
e suo fiero
destino L'han tratto in
Francia dietro al
re Agrainaiit": Ed io,
che ramai sempre
più che figlio, Lo
cerco tjrar di
Francia e di
periglio. Stanza 44. .SI La
bella rocca solo
edificai, Per tenervi Ruggier
sicuramente. Che preso fu
da me, come
sperai Che fossi oggi
tu preso similmente; E
donne e cavalier,
che tu vedrai, Poi
ci ho ridotti,
ed altra nobil
gente, Acciò che, quando
a voglia sua
non esca, Avendo compagnia,
men gli rincresca. 32 Pur
ch'uscir di lassù
non si domande, D'ogn'altro gaudio
lor cura mi
tocca; Che quanto averne
da tutte le
bande Si può del
mondo, è tutto
in quella rocca: Suoni,
cinti, vestir, giuoclii,
vivande, Quanto può cor
pensar, può chieder
bocca. Ben seminato avea,
ben cogliea il
frutto: Ma tu sei
giunto a disturbarmi
il tutto. 33 Deh,
86 non hai
del tìso il
cor men bello, Non
impedir il mio
consiglio onesto! Piglia lo
scudo (ch'io tei
dono), e quello Destrier che
va per l'aria
così presto, E non
t'impacciar oltra nel
castello, 0 tranne uno
o duo amici,
e lascia il
resto; 0 tranne tutti
gli altri, e
più non chero, Se
non che tu
mi lasci il
mio Ruggiero. 34 E
se disposto sei
volermel tórre, Deh, prima
almen che tu
'1 rimeni in
Francia, Piacciati questa afilitta
anima sciorre Della sua
scorza ormai putrida
e rancia! Rispose la
donzella: Lui vo' porre In
libertà: tu, se
sai, gracchia e
ciancia. Né mi oflferir
di dar lo
scudo in dono, 0
quel destrier, che
miei, non più
tuoi sono. 35 Nò
s'anco stesse a
te di tórre
e darli, Mi parrebe
che '1 cambio
convenisse. Tu di' che
Ruggier tieni per
vietarli Il malo influsso
di sue stelle
fisse. O che non
puoi saperlo, e
non schivarli, Sappiendol, ciò
che '1 Ciel
di lui prescrisse:Ma
se '1 mal
tuo, e' hai
si vicin, non vedi, Peggio
l'altrui, c'ha da
venir, prevedi. 36 Non
pregar ch'io t'uccida;
ch'i tuoi preghi Sariano indamo: e
se pur vuoi
la morte, Ancorché tutto
il mondo dar
la nieghi, Da sé
la può aver
sempre animo forte. Ma
pria che l'alma
dalla carne sleghi, A
tutti i tuoi
prigioni apri le
porte. Cosi dice la
donna; e tuttavia II
Mago preso incontra
al sasso invia. 37
Legato della sua
propria catena N'andava Atlante,
e la donzella
appresso, Che cosi ancor
se ne fidava
appena, Benché in vista
parca tutto rimesso. Non
molti passi dietro
se lo mena. Ch'appiè del
monte han ritrovato
il fesso, E li
scaglioni onde si
monta in giro, Fin
ch'alia porta del
Castel salirò. 38 Di su la
soglia Atlante un
sasso tolle, Di caratteri
e strani segni
insculto. Sotto vasi vi
son, che chiamano
olle, Che fuman sempre,
e dentro han
foco occulto. L'incantator le
spezza; e a
un tratto il
colle Riman deserto, inospite
ed inculto; Né muro
appar né torre
in alcun lato, Come
se mai Castel
non vi sia
stato. 39 Sbrìgossi dalla
donna il Mago
allora, Come fa spesso
il tordo dalla
ragna; E con lui
sparve il suo
castello a un'
ora, E lasciò in
libertà quella compagna: Le
donne e i
cavalier si trovar
fuora Delle superbe stanze
alla campagna E furon
di lor molte
a chi ne
dolse; Che tal franchezza
un gran piacer
lor tolse. 40 Quivi
é Gradasso, quivi
è Sacripante, Quivi è
Prasildo, il nobil
cavaliere, Che con Rinaldo
venne di Levante, E
seco Iroldo, il par d'amici
vero. Alfin trovò la
bella Bradamante Quivi il
desiderato suo Ruggiero, Che, poi
che n' ebbe
certa conoscenza, Le fé
buona e gratissima
accoglienza; 41 Come a
colei che più
che gli occhi
sui, Più che'l suo
cor, più che
la propria vita Ruggiero
amò dal dì
eh' essa per
lui Si trasse l'elmo,
onde ne fu
ferita. Lungo sarebbe a dir come,
e da cui, E
quanto nella selva
aspra e romita Si
cercar poi la
notte e il giorno chiaro; Né,
se non qui,
mai più si
ritrovare. 42 Or che
quivi la vede,
e sa ben
eh' ella È stata
sola la sua
redentrice, Di tanto gaudio
ha pieno il
cor, che appella Sé
fortunato ed unico
felice. Scesero il monte,
e dismontaro in
quella Valle, ove fu
la donna vincitrice, E
dove l'Ippogrifo trovare
anco Ch' avea lo
scudo, ma coperto,
al fianco. 43 La
donna va per
prenderlo nel freno: E
quel l' aspetta finché
se gli accosta; Poi
spiega l' ale per
l'aer sereno, E si
ripon non lungi
a mezza costa. Ella
lo segue; e
quel né più
né meno Si leva
in aria, o
non troppo si
scosta:Come fa la
cornacchia in secca
arena. Che dietro il
cane or qua
or là si
mena. 44 Ruggier, Gradasso,
Sacripante, e tutti Quei
cavalier che scesi
erano insieme, Chi di su, chi
di giù, si
son ridutti Dove che
torni il volatore
han speme. Quel, poi
che gli altri
invano ebbe condutti Più
volte e sopra
le cime supreme E
negli umidi fondi
tra quei sassi, Presso
a Ruggiero alfin
ritenne i passi. Stanzi
4S 45 E questa
ojìera fu del
vecchio Atlante, Di cui
non cessa la
pietosa voglia Di trar
Ruggier del gran
periglio instante: Di ciò
sol pensa, e
di ciò solo
ha doglii. Però gli
manda or V
Ippogrifo avante, Perchè d'Europa
con questa arte
il toglia. Ruggier lo
piglia, e seco
pensa trarlo; Ma quel
s arretra e non vuol
seguitarlo. 46 Or di
Frontin queir animoso
smonta (Ffoutiuo era nomato
il suo destriero), E
sopra quel che
va per Parìa
monta, E con li
spron gli adizza
il core altiero. Quel
corre alquanto et
indi i piedi
ponta, E sale inverso
il ciel, via
più leggiero Che '1
girfalco, a cui
lieva il cappello Il
mastro a tempo,
e fa veder
T augello. 47 La bella
donna, che si
in alto vede E
con tauto perìglio
il suo Ruggiero, Resta attoniti
in modo, che
non rìede Per lungo
spazio al sentimento
vero. Ciò che già
inteso avea di
Ganimede, Olì' al ciel
fu assunto dal
paterno impero Dubita assai
che non acca
la a quello, Non
men gentil di
Ganimede e bello. 48 Con
gli occhi fissi
al ciel lo
segue quinto Basta il
veder; ma poiché
si dilegua Si, che
la vista non
può correr tanto, Lascia
che sempre T
animo lo segua. Tuttavia con
sospir, gemito e
pianto Non ha, né
vuol aver pace
né triegu u Poi
che Ruggier di
vista se le
tolse, Al buon destrier
Frontin gli occhi
rivolse; 49 E si
deliberò di non
lasciarlo Che fosse in
preda a chi
venisse prima; Ma di
condurlo seco, e
di poi darlo Al
suo signor, ch
anco veder pur
stim i. Pogg'a r
augel, né può
Ruggier frenarlo:Di sotto
rimaner vede ogni
cima Ed abb issarsi in
guisa, che non
sco'ge Dove è piaio
il trren, né dove sorge. 50
Poi che si
ad alto vien,
eh' un picciol punto Lo
può stimar chi
dalla terra il
mira, Prende la via
verio ove cade
appunto Il Sol quanlo
col Granchio si
raggira'; E per r
aria ne va
come legno unto, A
cui nel mar
propizio vento spira. Lasciamlo andar,
che farà buon
cammino; E torniamo a
Rinaldo paladino. 51 Binaldo
l'altro e T altro
giorno scorse, Spinto dal
vento, un gran
spazio di mare, Quando
a Ponente e
nando contra POrse, Che
notte e dì
non cessi mai
soffiare. Sopra la Scozia
ultimamente sorse, Dove la
selva Calidonia appare, Che
spesso fra gli
antiqui ombrosi cerri S
ode sonar di
bellicosi ferri. 57 E
se del tuo
valor cerchi far
prova, T' è preparata
la più degna
impresa Che nell'antiqua etade
o nella nova Giammai
da cavalier sia
stata presa. La figlia
del Re nostro
or si ritrova Bisognosa d'aiuto
e di difesa Contra
un baron che
Lurcanio si chiama. Che
tor le cerca
e la vita
e la fama. 52
Vanno per quella
i cavalieri erranti, Incliti in
arme, di tutta
Bretagna, E de' prossimi
luoghi e de'
distanti Di Francia, di
Norvegia e di
Lamagna. Chi non ha
gran valor non
vada innanti; Che dove
cerca onor, morte
guadagna. Gran cose in
essa già fece
Tristano, Landlotto,
Galasso, Artù e
Galvano. 53 Ed altri
cavalieri e della
nova E della vecchia
Tavola famosi:Restano ancor
di più d'una
lor prova Li monumenti
e li trofei
pomposi. L'arme Binaldo e
il suo Baiardo
trova, E tosto si
fa por nei
liti ombrosi, E al
nocchier comanda ohe
si spicche, E lo
vada aspettar a
Beroicche. 54 Senza scudiero
e senza compagnia Va
il cavalier per
quella selva immensa, Facendo or una ed
or un'altra via, Dove
più aver strane
avventure pensa. Capitò il
primo giorno a
una badia Che buona
parte del suo
aver dispensa In onorar
nel suo cenobio
adomo Le donne e
i cavalier che
vanno attorno. 58 Questo
Lurcanio al padre
l'ba accusata (Forse per
odio più che
per ragione) Averla a
mezza notte ritrovata Trarr' un suo
amante a sé
sopra un verone. Per
le leggi del
regno condannata Al foco
fia, se non
trova campione Che fra
un mese, oggimai
presso a finire, L'iniquo accusator
&ccia mentire. 59 L' aspra
legge di Scozia,
empia e severa, Vuol
eh' ogni donna,
e di ciascuna
sorte . Ch' ad uom
si giunga e non gli
sia mogliera, S' accusata ne
viene, abbia la
morte. Né riparar si
può ch'ella non
pera, Quando per lei
non venga un
guerrier forte Che tolga
la difesa, e che sostegna Che
sia innocente e di morire
indegna. 60 II re,
dolente per Ginevra
bella (Che così nominata
è la sua
figlia), Ha pubblicato per
città e castella, Che
s' alcun la difesa
di lei piglia, E
che l'estingua la
calunnia fella (Purché sia
nato di nobil
famiglia), L' avrà per moglie,
ed uno stato,
quale Fia convenevol dote
a donna tale. 55
Bella accoglienza i
monachi e l'Abbate Fero
a Rinaldo, il
qual domandò loro (Non
prima già che
con vivande grate Avesse
avuto il ventre
ampio ristoro) Come dai
cavalier sien ritrovate Spesso
avventure per quel
tenitoro, Dove si possa
in qualche fatto
egregio L'uom dimostrar, se
merta biasmo o
pregio. 56 Risposongli, eh'
errando in quelli
boschi, Trovar potria strane
avventure e molte: Ma
come i luoghi,
i fati ancor
son foschi; Che non se n'ha
notizia le più
volte. Cerca, diceano, andar
dove conoschi Che Topre
tue non restino
sepolte, Acciò dietro al
periglio e alla
fatica Segua la fama,
e il debito
ne dica. 61 Ma
se, fra un
mese, alcun per
lei non viene, 0
venendo non vince,
sarà uccisa. Simile impresa
meglio ti conviene, Ch'
andar pei boschi
errando a questa
guisa, Oltre eh' onor e
fama te n'avviene, Ch' in eterno da
te non fia
divisa, Guadagni il fior
di quante belle
donne Dall'Indo sono all' atlantée
colonne; 62 E una
ricchezza appresso, ed
uno stato Che sempre
far ti può
viver contento j E
la grazia del
Re, se suscitato Per
te gli fia
il suo onor,
che è quasi
spento. Poi per cavalleria
tu se' ubbligato A
vendicar di tanto
tradimento Costei che, per
comune opinione, Di vera
pudicizia è un
paragone. Stanza 51, 63 Pensò
Rinaldo alquanto, e poi riipose:Una
donzella dunque de
morire Perchè lasciò sfogar
neir amorose Sue braccia
al suo amator
tanto desire? Sia maladetto
chi tal legge
pose, £ maladetto chi
la può patire Debitamente muore
una crudele, Non chi dà vita
al suo amator
fedele. "4 Sia vero
o falso che
Ginevra tolto S'abbia il
suo amaute, io
non riguardo a
questo: D'averlo fatto la
loderei molto, Quando non
fosse stato manifesto. Ho
in sua difesa
oni pensier rivolto: Datemi pur
un che ujì
guidi presto, E dove
pia Paccusator mi
mene; Ch' io ppero
in Dio, G nevra
trar di pene. IV. 57 65 Non
vo'già dir chella
non l'abbia fatto; Che,
noi sappiendo, il
falso dir potrei:Dirò
ben, che non
de' per simil atto Panizì'on cadere
alcuna in lei; E
dirò, che fu
ingiusto o che
fu matto Chi fece
prima gli statuti
rei; E come iniqui
rivocar si denno, E
nuova legge far
con miglior senno. 70
Ma lagrimosa e
addolorata quanto Donna o
donzella, o mai
persona fosse. Le sono
dui col ferro
nudo accanto, Per farle
far l'erbe di
sangue rosse. Ella con
preghi differendo alquanto GìvÀ
il morir, sinché
pietà si mosse. Venne
Rinaldo, e, come
se u' accorse, Con
alti gridi e
gran minacce accorse. 66
Se un medesimo
ardor, s'un disir
pare Inchina e sforza
V uno e
V altro sesso A
quel soave fin
d'amor, che pare All' ignorante vulgo
un grave eccesso; Perchè si de' punir
donna o biasmare, Che
con uno o
più d'uno abbia
commesso Quel che l'uom
fa con quante
n'ha appetito, E lodato
ne va, non
che impunito? 67 Son
fatti in questa
legge disuguale Veramente alle
donne espressi torti; E
spero in Dio
mostrar ch'egli è
gran male Che tanto
lungamente si comporti. Rinaldo ebbe
il consenso universale, Che fur
gli antiqui ingiusti
e male accorti, Che
consentirò a così
iniqua legge; E mal
fa il Re,
che può, né
la corregge. 68 Poi
che la luce
candida e vermiglia Dell' altro giorno
aperse l'emispero, Rinaldo l'arme
e il suo
Boiardo piglia, E di
quella badia tolle
un scudiero, Che con
lui viene a
molte leghe e
miglia, Sempre nel bosco
orribilmente fiero, Verfo la
terra ove la
lite nuova. Della donzella
de' venir in pruova. 69
Avean, cercando abbreviar
cammino, • Lasciato pel
sentier la maggior
via; Quando un gran
pianto udir sonar
vicino. Che la foresta
d'ogn' intorno empia.
Baiardo spinse l'un,
l'altro il ronzino Verso
una valle, onde
quel grido uscia; E
fra dui mascalzoni
una donzella Vider, che
di lontan parea
assai bella; Stmza 71. 71
Voltaro i malandrin
tosto le spalle, Che
'1 soccorso lontan
vider venire, E si
appiattar nella profonda
valle. Il Paladin non
li curò seguire: Venne alla
donna, e, qnal
gran colpa dàlieTanta
punizion cerca d'udire; £,
per tempo avanzar,
fa allo scudiero Levarla in
groppa, e torn%
al suo sentiero. 72 E
cavalcando poi meglio
la guata Molto esser
bella e di
maniere accorte, Ancorché fosse
tutta spaventata Per la
paura ch'ebbe della
morte. Poi ch'ella fu
di nuovo domandata Chi
r avea tratta
a si infelice
sorte, Incominciò con umil
voce a dire Quel
ch'io vo' all'altro canto
differire. N ot: St. 11.
V.2. Pirene, i
Pirenfli. v.5. n Mar
Schiavo, rAdiiatico; e il
mar Tosco, il
Tirreno. St. 13. V.2,
È la sinopia
una terra rossa,
così detta dall'essere stata
trovata in Sinope,
città dell'Asia Uinore; e
tuttavìa l'usano i
legnaiaoli tingendone un filo
per segnare dirittamente
le loro linee. St.
18. V.7. Monti
Rifei, oggi diconsi
Monti UralL St. 40.
V.14. I qui
nominati furono cavalieri
cri stiani fatti prigionieri di
Ifonodante insieme a
Rinaldo ed altri in
un castello dell'Oriente. St. 46.
V.12. Frontino era
cavallo di Sacripante, rubatogli da
Brunello che lo
diede poi a Ruggiero.
St. 47.
V.56. Ganimede, figlio
di Troio re
d'Ilio, fb portato in
cielo da Giove
trasformatosi in aquila. St.
50. V.34. Intende
la vìa verso
le Indie Orie" tali, perpendioolai'e alle
quali sembra il
sole quando nel
segno del granchio
o cancro, cioè
nel solstizio estivo, a
chi lo guarda
da ponente. St. 5L
V.6. Sélva Calidonia.
Questa selva occu pava anticamente una
vastissima parte deOa
Scozia settentrionale. St.
53. V.8. Beroicche
(ossia Bertnek) capital? di
una contea meridionale
della Scozia. St. 61.
V.8. Le colonne
atlantee, dette altresì
co lonne d'Ercole, sono i
due promontoij che
formano Io stretto di
Gibilterra; e la
locuzione intiera significa
da levante a ponente.
l>:iUHÌa jvalesa a
Rinato b trama
oidiJa dal ano
binante PolineiiSo a daiirtu
Ai Oìnevra, lOiidantifttA
a morire, ip
ncni sì offri'
chi la dìretida contro Lurraiiio
che! ImafPOmtadi disonestà
rrìnaldo in ri rii
avi tRipo chiuso,
quauiio ajtiiEinlo Liucanio
ave co miniLiitt" li
t'<imbfUter& con un
tiavalire scoìioac tu
lo, presentatosi a diftnileela
princìpesaa; fa aoa
pender: h pngna,
manifesta V ingannatore, e gli
fa donfesaaic il
lIcIìciOh Tutti gli altri
aDÌmai €he ìjoiio
in terra t) che
vÌYOu quieti e
stanno in pRce
O se Tengono
a rissa e
sì fan giierrsiT Alla fé mn lina
il tnaseUio ufn
la face L'irsa rrjii
Torso al bosco
sicura erra: La leonessa
appresso il leon
giace; Col lupo vive
la lupa sicura, Nò
la giuveuca ha
del torci paura. 2
Che abbominevol peste,
che Megera É venuta
a turbar gli
umani petti?Che si
sente il marito
e la mogliera Sempre garrir
d'ingiuriosi detti,
Stracciar la faccia
e far livida
e nera, Bagnar di
pianto i geniali
letti; E non di
pianto sol, ma
alcuna volta Di sangue
gli hi bagnati
Pira ."tolta. stanza 9. Farmi
non sol gran
mal, ma che
Tuom faccia Centra natura
e sìa di
Dio ribello, Che s' induce
a percuotere la
faccia Di belhi donna,
o romperle uu
capello; Ma chi le
dà veneno, o
chi le caccia L'alma
del corpo con
laccio o coltello, Ch'
uomo sia quel
non crederò in
eterno, Ma in vista
umana un spirto
dell' inferno. Co tali esser
doveano 1 duo
ladroni Che Rinaldo cacciò
dalla donzella, Da lor
condotta in quei
scuri valloni, Perchè non
se n'udisse più
novella. Io lasciai ch'ella
render le cagioni S'apparecchiava di
sua sorte fella Al
paladin che le
fu buono amico: Or,
seguendo l'istoria cosi
dico. 5 La donna
incominciò: Tu intenderai La
maggior crudeltade e
la più espressa, Ch'in Tebe
e in Argo,
o ch'in lIicene
mai, 0 in loco
più crudel fosse
commessa. E se, rotando
il Sole i
chiari rai, Qui men
eh' all' altre regi'on
s' appressa, Credo eh' a noi
mal volentieri arrivi, Perchè veder
si crudel gente
schivi'. ti Ch' agli
nemici gli nomini
sien crudi, In ogni
età se n'è
veduto esempio; Ma dar
la morte a
chi procuri e
studi Il tuo ben
sempre, è troppo
ingiusto ed empio. E
acciò che meglio
il vero io
ti denudi, Perchè costor
volessero far scempio Drgli
anni verdi miei
centra ragione, Ti dirò
da principio ogni
cagione. 7 Voglio che
sappi, signor mio,
eh' essendo Tenera ancora,
alli servigi venni Della
figlia del re,
con cui crescendo, Buon luogo
in corte ed
onorato tenni. Crudele Amore
al mio stato
invidendo, Fé' che seguace,
ahi lassa ! gli
divenni:Fé' d'ogni cavalier,
d'ogni donzello Parermi il
duca d'Albania più
bello. 8 Perchè egli
mostrò amarmi più
che multo, Io ad
amar lui con
tutto il cor mi mossi. Ben
s'ode il ragionar,
si vede il
volto; Ma dentro il
petto mal giudicar
puossi. Credendo, amando, non
cessai che tolto L'ebbi
nel letto; e
non gnardai ch'io
fossi Di tutte le
real camere in
quella Che più secreta
avea Ginevra bella; 9
Dove tenea le
sue cose più
care, E dove le più volte
ella dormia. Si può di quella
in s' un verone
entrare, Che fuor del
muro al discoperto
uscia. Io iacea il
mio amator quivi
montare: E la scala
di corde onde
salia 10 stessa dal
veron giù gli
mandai, Qual volta meco
aver lo desiai: 10
Che tante volte
ve lo fei
venire. Quante Ginevra me
ne diede l'agio. Che
solca mutar letto,
or per fuggire 11
tempo ardente, or
il brumai malvagio. Non
fu veduto d'alcun
mai salire; Però che
quella parte del
palagio Risponde verso alcune
case rotte, Dove nessun
mai passa o
giorno o notte. li
Continaò per molti
giorni e mesi Tra
noi secreto V
amoroso gioco:Sempre crebbe
l'amore; e si
m'accesi, Che tutta dentro
io mi sentia
di foco:E cieca
ne fai si,
eh' io non
compresi Oh' egli fingeva
molto, e amaya
poco; Ancor che li
suo' inganni discoperti Esser doveanmi
a mille segni
certi. 12 Dopo alcnn
di si mostrò
nuovo amante Della bella
Ginevra. Io non
so appunto S' allora
cominciasse, oppur innante Dell'amor mio
n'avesse il cor
già punto. Vedi s' in
me venuto era
arrogante, S' imperio nel mio
cor s' aveva assunto; Che
mi scoperse e
non ebbe rossore Chiedermi aiuto
in questo nuovo
amore. 1 3 Ben mi
dicea eh' uguale
al mio non
era, Né vero amor
quel eh' egli
avea a costei; Ma
simulando esserne acceso,
spera Celebrarne i legittimi
imenei. Dal re ottenerla
fia cosa leggiera, Qualor vi
sia la volontà
di lei; Che di
sangue e di
stato in tutto
il regno Non era,
dopo il re,
di lui'l più
degno. 14 Hi persuade,
se per opra
mia Potesse al suo
signor genero farsi (Chò
veder posso che
se n'alzeria A quanto
presso al re
possa uomo alzarsi), Che
me n' avria
buon merto, e
non sana Mai tanto
beneficio per scordarsi; E
ch'alia moglie e eh'
ad ogni
altro innante Mi porrebbe
egli in sempre
essermi amante. 15 Io,
ch'era tutta a
satis&rgli intenta. Né seppi
0 volsi contraddirgli
mai, £ sol quei
giorni io mi
vidi contenta, Ch'averlo compiaciuto
mi trovai; Piglio l'occasion
che s' appresenta Di
parlar d'esso e
di lodarlo assai; Ed
ogni industria adopro,
ogni fatica, Per far
del mio amator
Gine amica. 16 Feci
col core e
con l'effetto tutto Quel
che far si
poteva, e sallo
Iddio; Né con Ginevra
mai potei far
frutto, Ch' io le
ponessi in grazia
il duca mio:E
questo, che ad
amar ella avea
indulto Tutto il pensiero
e tutto il
suo disio Un gentil
cavalier, bello e
cortese, Venuto in Scozia
di lontan paese; 17
Che con un
suo fratel ben
giovinetto Venne d'Italia a
stare in questa
corte: Si fé' nell'arme poi
tanto perfetto, Che la
Bretagna non avea
il più forte. Il
re l'amava, e
ne mostrò l'effetto; Che gli
donò di non
picciola sorte Castella e
ville e inrisdizì'oni, E lo fé'
grande al par
dei gran baroni. Stanza 23. 18
Grato era al
re, più grato
era alla figlia Quel
cavalier, chiamato Arredante, Per esser
valoroso a maraviglia; Ma più,
eh' ella sapea
che l'era amante. Né
Vesuvio, né il
monte di Siciglia, Né
Troia avvampò mai di fiamme
tante, Quante ella conoscea
che per suo
amore Arìodante ardea per
tutto il core. 19
L'amar che dunque
ella facea colui Con
cor sincero e
con perfetta fede, Fé'
che pel duca
male udita fui; Né
mai risposta da
sperar mi diede. Anzi
quanto io pregava
più per lui, E
gli studiava d'impetrar
mercede, Ella, biasmandol sempre
e dispregiando, Se 11
venia più sempre
inimicando. 20 Io confortai
l'amator mìo sovente, Che
volesse lasciar la
vana impresa; Né si
sperasse mai volger
la mente Di costei,
troppo ad altro
amore intesa: E gli
feci conoscer chiaramente, Come era
sì d'Arìodante accesa, Che
qunnt' acqua è nel
mar, pìccola dramma Non
spegneria della sua
immensa fiamma. 21 Questo
da me più
volte Polinesso (Che cosi
nome ha il
duca) avendo udito, E
ben compreso e
visto per sé
stesso Che molto male
era il suo
amor gradito; Non pur
di tanto amor
sì fu rimesso, Ma
di veers un
altro preferito, Come superbo,
così mal sofferse, Che
tutto in ira
e in odio
si converse. 26 Così
diss'eglL Io, che
divisa e scevra E
lungi era da
me, non posi
mente Che questo, in
che pregando egli
persevr4 . Era una frauda
pur troppo evidente; E
dal veron, coi
panni di Ginevra, Mandai la
scala onde salì
sovente; E non m' accorsi
prima dell' inganno, Che n'era
già tutto accaduto
il danno. 27 Fatto
in quel tempo
con ArTodante Il duca
avea queste parole
o tali (Che grandi
amici erano stati
innante Che per Ginevra
si fesson rivali):Mi
maraviglio, incominciò il
mio amante, Ch'avendoti io
fra tutti li
mie' ugnali Sempre avuto in
rispetto e sempre
amato, Ch'io sia da
te si mal rimunerato.
22 E
tra Ginevra e P amator
suo pensa Tanta discordia
e tanta lite
porre, E farvi inimicizia
cosi intensa, Che mai
più non si
possino comporre; E por
Ginevra in ignominia
immensa, Donde non s' abbia
o viva o
morta a tórre:Né
dell'iniquo suo disegno
meco Volse 0 con
altri ragionar, che
seco. 23 Fatto il
pensieri Dalinda mia,
mi dice (Che così
son nomata), saper
dèi Che, come suol
tornar dalla radice Arbor
che tronchi e
quattro volte e sei;
Cosi la
pertinacia mia infelice, Benché sia
tronca dai successi
rei, Di germogliar non
resta; che venire Pur
vorria a fin
di questo suo
desire. 24 E non
lo bramo tanto
per diletto, Quanto perchè
vorrei vincer la
prova; E non possendo
farlo con effetto, S' io Io
fo immaginando, anco
mi giova. Voglio, qual
volta tu mi
dai ricetto, Quando allora
Ginevra si ritrova Nuda
nel letto, che
pigli ogni vesta Ch'ella
posta abbia, e
tutta te ne
vesta. 25 Com'ella s'orna
e come il
crin dispone Studia imitarla,
e cerca, il
più che sai. Di
parer dessa; e
poi sopra il
verone A mandar giù
la scala ne
verrai. Io verrò a
te con immaginazione Che quella
sii di cui
tu i panni
avrai:E così spero,
me stesso ingannando, Venir in
breve il mio
desir scemando. 28 Io
son ben certo
che comprendi e sdi
Di Ginevra e
di me 1'
antiquo amore; E per
sposa legittima oggimai Per
impetrarla son dal
mio signore. Perchè mi
turbi tu? perchè
pur vai Senza frutto
in costei ponendo
il core? Io ben
a te rispetto
avrei, per Dio, S' io
nel tuo grado
fossi, e tu
nel mio. 29 Ed
io, rispose Ariodante
a lui, Di te
mi maraviglio maggiormente; Che dì lei prima
innamorato fui, Che tu
l'avessi vista solamente: E
so che sai
quanto è l'amor
tra nui, Ch'esser non
può di quel
che sia, più
ardente: E sol d'essermi
moglie intende e
brama:E so che
certo sai ch'ella
non t'ama. 30 Perchè
non hai tu
dunque a me
il rispetto Per l'amicizia
nostra, che domande Ch'a
te aver debba,
e ch'io t'avre'in
efifettu, Se tu fossi
con lei di
me più grande? Né
men di te
per moglie averla
aspetto, Sebben tu sei
più ricco in
queste bande:Io non
son meno al
re, che tu sia, grato; Ma
più di tedalla
sua figlia amato. 31
Oh, disse il
duca a lui,
grande è cotesto Errore, a
che t'ha il
folle amor condutto! Tu
credi esser più
amato; io credo
questo Medesmo: ma si può
vedere al frutto. Tu
fammi ciò e'
hai seco manifesto, El
io il secreto
mio t'aprirò tutto; E
quel di noi
che manco aver
si veggia, Ceda a
chi vince, e
d'altro si provvegia. 32
E sarò pronto,
se tu vuoi
ch'io giuri, Di non
dir cosa mai
che mi riveli:Così
voglio eh' ancor tu
m'assicuri Che quel ch'io
ti dirò, sempre
mi ceb. Venner dunque
d'accordo agli scongiuri, E
posero le man
sugli Evacui; E, poiché
di tacer fede
si diero, Arifodante incominciò
primiero; 33 E disse
per lo giusto
e per lo
dritto, Come tra sé
e Ginevra era
la cosa: Ch "Ila
gli avea giurato
e a bocca
e in scritto, Che
mai non saria
ad altri, eh'
a lui, sposa; E
se dal re
le venia contradditto, Gli promettea
di sempre esser
ritrosa Da tutti gli
altri maritaggi poi, E
viver sola in
tutti i giorni
suoi:34 E ch'esso
era in speranza,
pel valore Ch' avea
mostrato in arme
a più d'un
segno, Ed era per
mostrare a laude,
a onore, A beneficio
del re e
del suo regno, Di
crescer tanto in
grazia al suo
signore, Che sarebbe da
lui stimato degno Che
la figliuola sua
per moglie avesse, Poi
che piacer a lei cosi
intendesse. 38 Non passa
mese, che tre, quattro e sei,
E talor
dìece notti io
non mi trovi Nudo
abbracciato in quel
piacer con lei, Ch' all'amoroso arder
par che si
giovi: Si che tu
puoi veder s' a' piacer
miei Son d'agguagliar le
ciance che tu
provi. Cedimi dunque, e
d'altro ti provvedi, Poiché sì
inferìor di me
ti vedi. 39 Non
ti vo' creder questo,
gli rispose Anodante, e
certo so che
menti; E composto fra
te t' hai queste
cose, Acciò che dall' impresa
io mi spaventi:Ma
perchè a lei
son troppo iDgiurìose, Questo ch'hai
detto sostener convienti; Che non
bugiardo sol, ma
voglio ancora Che tu
sei traditor mostrarti
or ora. 40 Soggiunse
il duca: Non
sarebbe onesto Che noi
volessim la battaglia
tórre Di quel che t'
offerisco manifesto, Quando ti
piaccia, innanzi agli
occhi porre. Resta smarrito
Anodante a questo, E
per l'ossa un
tremor freddo gli
scorre:E se creduto
ben gli avesse
appieno, Venia sua vita
allora allora meno. 35
Poi disse: A
questo termine son
io, Né credo già
eh' alcun mi
venga appresso; Né cerco
più di questo,
né desio Dell' amor d'essa
aver segno più
espresso; Né più vorrei,
se non quanto
da Dio Per connubio
legittimo è concesso; E
saria invano il
dimandar più innanzi; Che
di bontà so
come ogni altra
avanzi. 36 Poi ch'ebbe
il vero Ariodante
esposto Della mercè eh'
aspetta a sua
fatica, Polinesso, che già s'
avea proposto Di far
Ginevra al suo
amator nemica, Cominciò: Sei da
me molto discosto, E
vo' che di
tua bocca anco
tu '1 dica; E
del mìo ben
veduta la radice, Che
confessi me solo
esser felice.' 41 Con
cor trafitto e
eoa pallida faccia, E
con voce tremante
e bocca amara, Rispose: Quando sia
che tu mi
faccia Veder quest'avventura tua si rara, Prometto di
costei lasciar la
traccia, A te si
liberale, a me
sì avara:Ma eh'
io tei voglia
creder non far
stima, S'io non lo
veggio con questi
occhi prima. 42 Quando
ne sarà il
tempo, awiserotti, Soggiunse Polinesso;
e dipartisse. Non credo
che passar più
di due notti, Ch'ordine fu
che'l duca a
me venisse. Per scoccar
dunque i lacci
che condotti Avea si
cheti, andò al
rivale, e disse Che
s'ascondesse la notte
seguente Tra quelle case,
ove non sta
mai gente. 37 Finge
ella teco, né t'
ama né
prezza; Che ti pasce
di speme e
di parole:Oltra questo,
il tuo amor
sempre a sciocchezza, Quando meco
ragiona, imputar suole. Io
ben d'esserle caro
altra certezza Veduta n'
ho, che di
promesse e fole; E
tei dirò sotto
la fé in
secreto, Benché farei più
il debito a
star cheto. 43 E
dimostrògli un luogo
a dirimpetto Di quel
verone ove solca
salire. Ariodante avea preso
sospetto Che lo cercasse
far quivi venire. Come
in un luogo
dove avesse eletto Di
por gli agguati,
e farvelo morire Sotto
questa finzion, che
vuol mostrargli Quel di
Ginevra, eh' impossibil pargli. 44
Di voletvi venir
prese partito, Ma in
guisa che di
lai non sia
men forte; Perchè accadendo
che fosse assalito, Si
trovi si che
non tema di
morte. Un suo fratello
avea saggio ed
ardito, n più famoso
in arme della
corte, Detto Lurcanio; e
avea più cor
con esso, Che se
dieci altri avesse
avuto appresso. 45 Seco
chiaraoUo, e volse
che prendesse L'arme; e là notte
lo menò con
lui:Non che 1 secreto suo
già gli dicesse; Né
r avria detto
ad esso, né
ad altrui. Da sé
lontano un trar
di pietra il
messe; Se mi senti
chiamar, vien, disse,
a nui; Ma se
non senti, prima
ch'io ti chiami, Non
ti partir di
qui, frate, se m'
ami. 46 Va pur
non duhitar, disse
il fratello:E cosi
venne Ariodante cheto; E
si celò nel
solitario ostello Ch' era
d'incontro al mio
veron secreto. Vien d'altra
parte il fraudolente
e fello; Che d'infamar
Ginevra era si
lieto; E fa il
segno, tra noi
solito innante, A me
che dell'inganno era
ignorante. 47 Ed io
con veste candida,
e fregiata Per mezzo
a liste d'oro
e d'ognintorno, E con
rete pur d'ór,
tutta adombrata Di bei
fiocchi vermigli, al
capo intorno (Foggia che
sol fu dà
Ginevra usata, Non d'alcun'
altra); udito il
segno, tomo Sopra il
veron, eh' in
modo era locato, Che
mi scopria dinanzi
e d'ogni lato. 48
Lurcanio in questo
mezzo dubitando Che '1
fratello a pericolo
non vada, 0, come
è pur comun
disio, cercando Di spiar
sempre ciò che
ad altri accada; L'era
pian pian venuto
seguitando, Tenendo l'ombre e la più
oscura strada: E a
men di dieci
passi a lui
discosto, Nel medesimo ostel
s'era riposto. 50 E
tanto più, ch'era
gran spazio in Fra
dove io venni
e quelle inculte
case. Ai due fratelli,
che stavano al
rezzo, Il duca agevolmente
persuase Quel ch'era falso.
Or pensa in che ribreaczìG Ariodante, in
che dolor rimase. Vien
Polinesso, e alla
scala s' appoga, Che giù
manda' gli; e monta
in su la
loggia. 61 A prima
giunta io gli
getto le braccia Al
collo; eh' io
non penso esser
veduta:Lo bacio in
bocca e per
tutta la faccia
• Come far soglio
ad ogni sua
venata. Egli più dell'usato
si procaccia D'
accarezzarmi, e la
sua f rande aiuta, Quell' altro al
rio spettacolo condutto, Misero sta
lontano, e vede
il tutto. 52 Cade
in tanto dolor,
che si dispone Allora allora
di voler morire; E
il pome della
spada in terra
pone, Che su la
punta si volea
ferire. Lurcanio, che con
grande ammirazione Avea veduto
il duca a
me salire, Ma non
già conosciuto chi
si fosse, Scorgendo l'atto
del fratel, si
mosse; 63 E gli
vietò che con
la propria mano Non
si passasse in
quel furore il
petto. S' era più tardo,
o poco più
lontano, Non giugnea a
tempo, e non
fòceva effetto. Ah m'sero
fratel, fratello insano, Gridò, perch'
hai perduto l'intelletto, Ch'una femmina
a morte trar
ti debbia? Ch'ir possan
tutte come al
vento nebbia. 64 Cerca
far morir lei,
che morir merta; E
serva a più
tuo onor tu
la tua morte. Fu
d'amar lei, quando
non t' era aperta La
fraude sua: or è
da odiar ben
forte; Poiché con gli
occhi tuoi tu
vedi certa, Quanto sia
meretrice, e di
che sorte. Serba quest'
arme, che volti
in te stesso, A
far dinanzi al
re tal fallo
espresso. 49 Non sappiendo
io di questo
cosa alcuna, Venni al
veron nell' abito e'
ho detto; Si come
già venuta era
più d'una E più
di due fiate
a buono effetto. Le
vesti si vedean
chiare alla luna; Né
dissimile essendo anch'
io d'aspetto Né di
persona da Ginevra
molto. Fece parere un per un
altro il volto:55
Quando si vede
Ariodante giunto Sopra il
fratel, la dura
impresa lascia; Ma la
sua intenzì'on da
quel ch'assunto Avea già di morir,
poco s'accascia. Quindi si
lieva, e porta
non che punto, Ma
trapassato il cor
d'estrema ambascia: Pur finge
col fratel, che
quel furore Non abbia
più, che dianzi
avea, nel core. 66
n seguente mattin,
senza far motto Al
sao fratello o
ad altri, in
via si messe, Dalla
mortai disperazion condotto: Né
di lui per
più di fd chi sapesse. Fuorché '1
duca e il
fratello, ogni altro
indotto Era chi mosso
al dipartir P
avesse. Nella casa del
re di lui
diversi Ragionamenti, e in
tutta Scozia férsi. 57
In capo d'otto
o di più
giorni in corte Venne
innanzi a Ginevra
nn viandante, E novelle
arrecò di mala
sorte: Che s' era in mar sommerso
Arì'odante Di volontaria sua
lihera morte, Non per
colpa di Borea
o di Levante. Dmi
sasso che sul
mar sporgea'molt alto Avea
col capo in
giù preso nn
gran salto. 58 Colui
dicea: Pria che 'venisse a
questo, A me, che
a caso riscontrò
per via, Disse: Yien
meco, acciò che
manifesto Per te a
Ginevra il mio
successo sia; E dille
poi, che la
cagion del resto Che
tu vedrai di
me di' or
ora fia, È stato
sol perch'ho troppo
veduto: Felice, se senza
occhi io fussi
suto ! 59 Eramo a
caso sopra Capohasso, Che varso
Irlanda alquanto sporge
in mare. Cosi dicendo,
di cima d'un
sasso Lo vidi a
capo in giù
sott'acqua andare. Io lo
lasciai nel mare,
ed a gran passo Ti
8on venuto la
nuova a portare. Ginevra, shigottita
e in viso
smorta, Rimase a quell' annunzio mezza
morta. 60 Oh Dio,
che disse e
fece poi che
sola Si ritrovò nel
suo fidato letto ! Percosse il
seno, e si
stracciò la stola, E
fece all' aureo crin
danno e dispetto; Ripetendo sovente
la parola Ch'Ariodante avea
in estremo detto: Che
la cagion del
suo caso empio
e tristo Tutta venia
per aver troppo
visto. 61 n rumor
scorse di costui
per tutto. Che per
dolor s'avea dato
la morte. Di questo
il re non
tenne il viso
asciutto. Né cavalier né
donna della corte. Di
tatti il suo
fratel mostrò più
lutto; £ si sommerse
nel dolor si
forte, Ch' ad esempio
di lui, centra
sé stesso Voltò quasi
la man, per
irgli appresso:Stanca 51. 2
E molte volte
ripetendo seco, Che fu
Ginevra che il
fratel gli estinse, E
che non fu se non
quell'atto bieco Che di lei vide,
eh' a morir lo
spinse; Di voler vendicarsene
si cieco Venne, e
sì l'ira e
si '1 dolor
lo vinse . Che di
perder la grazia
vilipese, Ed aver l'odio
del re e
del paese: 63 E
innanzi al re,
quando era più
di gente La sala
piena, se ne
venne, e disse:Sappi,
signor, che di
levar la mente Al
mio fratel, si
ch a morir
ne gisse, Stata è
la figlia tua
sola nocente; Cha lui
tanto dolor Palma
trafisse D aver veduta
lei poco pudica, Che
più che vita
ebbe la morte
amica. 64 Erane amante;
e perchè le
sue voglie Disoneste non
fur, noi vo
coprire. Per virtù meritarla
aver per moglie Pa
te sperava, e
per fedel servire; Ma,
mentre il lasso
ad odorar le
foglie Stava lontano, altrui
vide salire, Salir su
r arbor riserbato,
e tutto Essergli tolto
il desiato frutto. 65
E seguitò, come
egli avea veduto Venir
Ginevra sul verone,
e come Mandò la
scala, onde era
a lei venuto Un
drudo suo, di chi egli
non sa il
nome: Che savea, per
non esser conosciuto, Cambiati i
panni e nascose
le chiome. Soggiunse, che
con Tarme egli
volea Provar, tutto esser
ver ciò che
dicea. 66 Tu puoi
pensar se U
padre addolorato Riman, quando
accusar sente la
figlia; Sì perchè ode
di lei quel
che pensato Mai non
avrebbe, e n'ha
gran maraviglia; Si perchè
sa che fia
necessitato (Se la difesa
alcun guerrier non
piglia, n qual Lurcanio
possa far mentire) Di
condannarla e di farla
morire. 67 Io non
credo, signor, che
ti sia nova La
legge nostra, che
condanna a morte Ogni
donna e donzella
che si prova Di
sé far copia
altrui, ch'ai suo
consorte. Morta ne vien,
s'in un mese
non trova In sua
difesa un cavalier
si forte. Che contra
il falso accusator
sostegna Che sia innocente,
e di morire
indegna. 68 Ha fatto
il re bandir
per liberarla (Che pur
gli par ch'a
torto sia accusata), Che vuol
per moglie, e
con gran dote,
darla A chi tona
l'infamia che l'è
data. Che per lei
comparisca non si
parla Guerriero ancora, anzi
l'un l'altro guata; Che
quel Lurcanio in
arme è cosi
fiero, Che par che
di lui tema
ogni guerriero. 69 Atteso
ha Tempia sorte,
che Zerbino, Fratel di
lei, nel regno
non si trove; Che
va già. molti
mesi peregrino, Mostrando dì sé in
arme inclite prove: Che
quando si trovasse
più vicino Quel cavalier
gagliardo, o in
luogo dove Potesse avere
a tempo la
novella. Non mancheria d'aiuto
alla sorella. 70 II re, ch'intanto
cerca di sapere Per
altra prova, che
per arme, ancora. Se
sono queste accuse
o false o
vere. Se dritto 0
torto è che
sua figlia mora, Ha
fEttto prender certe
cameriere Che lo dovrìan
saper, se vero
f3ra; Ond'io previdi che
se presa era
io, Troppo parìglie era
del duca e mio.
71 E
la notte medesima
mi trassi Fuor della
corte, e al
duca mi condussi; E
gli feci veder
quanto importassi Al capo
d'amendua, se presa
io fussL Lodommi, e
disse ch'io non
dubitassi:A' suoi conforti
poi venir m'indussi Ad
una sua fortezza
ch'è qui presso, In
compagnia di dui
che mi diede
esso. 72 Hai sentito,
signor, con quanti
eifetti Dell'amor mio fei
Polinesso certo; E s'era
debitor per tai
rispetti D'avermi cara o
no, tu '1
vedi aperto. Or senti
il guiderdon ch'io
ricevetti: Vedi la gran
mercè del mio
gran merto:Vedi se
deve, per amare
assai. Donna sperar d'essere
amata mai; 73 Che
questo ingrato, perfido
e crudele, Della mia
fede ha preso
dubbio alfine: Venuto è
in sospizion ch'io
non rivele Al lungo
andar le fraudi
sue volpine. Ha finto,
aedo che m'allontano
e cele Finché Tira
e il furor
del re decline. Voler mandarmi
ad un suo
luogo forte; E mi
volea mandar dritto
alla morte:74 Che
di secreto ha
commesso alla guida. Che
come m' abbia in
queste selve tratta, Per
degno premio di mia fé
m'uccida. Così Tintenzion gli
venia fatta, Se tu
non eri appresso
alle mia grida.Ve'
come Amor ben
chi lui segue,
tratta ! Così narrò Dalinda
al paladino. Seguendo tuttavolta
il lor cammino; 75 A
cui fa sopra
ogni avventura grata Questa,
daver trovata la
donzella C he gi
avea tatta l'istoria
narrata Dcir iiinocenada di
Ginevra bella. £ 86
sperato avea, qnando
accusata Ancor fosse a
ragion, d'aiutar quella, Con
via maggior baldanza
or viene in
prova, Poi che evidente
la calunnia trova. 76
E verso la
città di Santo
Andrea, Dove era il
re con tutta
la famiglia, E la
battaglia singular dovea Esser
della querela della
figlia, Andò Rinaldo quanto
andar potea, Finché vicino
giunse a poche
miglia; Alla città vicino
giunse, dove Trovò un
scudier eh' avea
più fresche nuove:Stanza
74. 77 Oh' un cavalier
istrano era venato, Ch'
a difender Ginevra
s' avea tolto, Con non
usate insegne e
sconosciuto, Perocché sempre ascoso
andava molto; E che,
dopo che v'era,
ancor veduto Non gli
avea alcuno al
discoperto il volto; E
che '1 proprio
scudier che gli
servia Dicea giurando: Io non
so dir chi
sia. 78 Non cavalcaro
molto, eh' alle
mura Si trovar della
terra, e in
su la porta. Dalinda andar
più innanzi avea
paura; Pur va, poiché
Rinaldo la conforta. La
porta é chiusa;
ed a chi
n'avea curi Rinaldo domandò:
Questo ch'importa? E fugli
detto, Perché '1 popol
tutto A veder la
battaglia era riduttOj 79
Che tra Larcanio
e un cavalìer
istrano Si £% nell
altro capo della
terra, Ov' era un
prato spazioso e
piano; E che già
cominciata hanno la
gaerra. Aperto fa al
signor di Montalhano; E
tosto il portinar
dietro gli serra. Per
la vota città
Rinaldo passa; Ma la
donzella al primo
albergo lassa: stanza 82. 82
Rinaldo se ne
va tra gente
e gente:Fassi far
largo il buon
destrier Baiardo:Chi la
tempesta del suo
venir sente, A dargli
via non par
zoppo né tardo. Rinaldo vi
compar sopra eminente, E
ben rassembra il
fior d ogni
gagliardo; Poi si ferma
all'incontro oye il
re siede; Ognun s'accosta
per adir che
chiede. 83 Rinaldo disse
al re: Magno signore, Non
lasciar la battaglia
più segnire:Perchè di
questi dua qualunque
more, Sappi eh' a torto
tu'l lasci morire. L'un
crede aver ragione
ed è in
errore, E dice il
falso e non
sa di mentire; Ma
quel medesmo error
che'l suo germano A
morir trasse, a
lui pon l'anne
in mano:84 L'altro
non sa se s'
abbia dritto o
torto; Ma sol per
gentilezza e per
boutade In pericol si
è posto d'esser
morto, Per non lasciar
morir tanta beltade. Io
la salute all' innocenzia porto, Porto
il contrario a
chi usa falsitade. Ma, per
Dio, questa pugna
prima parti; Poi mi
dà udienza a
quel eh' io to'
narrartL 85 Fu dall' autorità d'un
uom si degno, Come
Rinaldo gli parca
al sembiante, Si mosso
il re, che
disse e fece
segno Che non andasse
più la pugna
innante; Al quale insieme
ed ai baron
del regno, E ai
cavalieri e all'altre
turbe tante Rinaldo fé' l'inganno
tutto espresso, Ch'avea ordito
a Ginevra Polinesso. 80 E
dice che sicura
ivi si stia Finché
ritomi a lei,
che sarà tosto; E
verso il campo
poi ratto s'invia, Dove
li dui guerrier
dato e risposto Molto s'aveano,
e davan tuttavia. Stava Lurcanio
di mal cor
disposto Contra Ginevra; e
l'altro in sua
difesa Ben sostenea la
favorita impresa. 86 Indi
s'offerse di voler
provare Coli' arme, eh'
era ver quel
eh' avea detto. Chiamasi Polinesso;
ed ei compare, Ma
tutto conturbato nell'aspetto: Pur con
audacia cominciò a
negare. Disse Rinaldo: Or noi vedrem
l'effetto. L'uno e l'altro
era armato, il
campo fatto; Si che
senza indugiar vengono
al fatto. 81 Sei
cavalier con lor
nello steccato Erano a
piedi armati di
corazza, Col duca d'Albania,
ch'era montato S'un possente
corsier di buona
razza. Come a gran contestabile, a
lui dato La guardia
fu del campo
e della piazza: E
di veder Ginevra
in gran periglio Avea
il cor lieto,
ed orgoglioso il
ciglio. 87 Oh quanto
ha il re,
quanto ha il
suo popol, caro Che
Ginevra a provar
s' abbi innocente ! Tutti han
speranza che Dio
mostri chiaro Ch'impudica era
detta ingiustamente. Crudel, superbo
e riputato avaro Fu
Polinesso, iniquo e
fraudolente; Si che ad
alcun miracolo non
fia Che l'inganno da
lui tramato sia. 88
Sta PolinesBo con
Ia feusda mesta, Ck)l
oor tremante e con illida
guancia; E al terzo
snon mette la
lancia in resta. Cosi
Rinaldo inverso Ini
si lancia, Che, disioso
di finir la
festa, Mira a passargli
il petto con
la lancia:Né discorde
al disir segui
l'effetto; Che mezza l'asta
gii cacciò nel
petto. 89 Fisso nel
tronco lo trasporta
in terra Lontan dal
suo destrier più
di sei braccia. Rinaldo smonta
sabito, e gli
afferra L'elmo, pria che
si lievi, e
gli lo slaccia:Ma
qnel, che non
può far più
troppa guerra Gli domanda
mercè con nmil
faccia, E gli confessa,
udendo il re
e la corte, La
frande sua che
Tha condutto a
morte. 9Ò Non fini
il tutto, e
in mezzo la
parola E la voce e la
vita T abbandona, n
re, che liberata
la figlinola Vede da
morte e da
fama non buona, Più
s'allegra, gioisce e
racconsola, Che, s' avendo pèrduta
la corona, Ripor se
la vedesse allora
allora; Si che Rinaldo
unicimente onora: 91 E
poi eh' al
trar dell' elmo conosciuto L'ebbe, perch'
altre volte l'avea
visto, Levò le mani a Dio,
che d'un aiuto Come
era quel, gli
avea si ben
provvisto. Queir altro cavalier
che, sconosciuto, Soccorso avea
Ginevra al caso
tristo, Ed armato per
lei s' era condotto, Stato da
parte era a
vedere il tutto. Stanza
91. 92 Dal re
pregato fu di
dire il nome, 0
di lasciarsi almen
veder scoperto, Acciò da lui fosse
premiato, come Di sua
buona intenzion chiedeva
il merto. Quel, dopo
lunghi preghi, dalle
chiome Si levò r
elmo, e fé'
palese e certo Quel
che nell' altro Canto
ho da seguire, Se
grato vi sar&
l'istoria udire. NO TB. St.
2. V.1 Megera
ò una delle
tre Farìe della
Mi tologia: etimologicameiite,
importa odio, invidia. St.
5. V.a Tebe
Argo, Micene, città
greche, in iàmi per
varie nebndezze commessevi,
come il reciproco fratricidio di
Eteode e Polinice,
la scellerata cena
di Atreo e Tieste,
i parricicU di
Penteo e di
Atamante. l'assaasinio di Agamennone,
e la strage
dei loro mariti fktta
daUe DanaidL St. 7.
V.8. Albania. Qoi
per una regione
della Scozia (Albany) con
titolo di Contea. St. 9.
V.34. " Verone,
nn andito scoperto
per passare da stanza
a stanza. St. 18.
V.5. Monte di Sieiglia,
ò l'Etna. St. 50.
V.25. Case inadie,
significa cose disabitate. BesMOt nel
terzo verso, equivale
a buio di
notte. St. 60. V.3.
La stola era
propria delle matrone romane, ma
in qnesto verso
intendesi generalmente per veste
donnesca. St. 73 V.3.
Sospisione, cioè sospetto. St.
76. y. 1.
Sant'Andrea, St. Andrews,
città già capitale della
Scozia, nella Ck>ntea
di Fife. nito
di Ginevra, Il
io ilila dà
in moglie e
icrdonft a D" linda
compiirjj della calunnia.
Ruggiero è portato
dnirip l'itffiifu jifU isola
di Cicilia, ovo
Astolfo, ctigiiio di
Bro4" mftiite,
convprtìto in mirto,
io ioiisjglia r
non psoire pi oltre.
Rug|s:ifiro vuole alloidauarsi
dJlisola: diversi moAtii gli
si oppaiiicnio indarno;
mt% pt>i ale
a ne donzelle
lo di tolf ono
dal Atio i)ropojtimento. Misr clii
mal oprando m
confida rii'[ji,nor star debbia
il maleficio occulto; Che,
quando ogni altro
taccia i intorno
grida L'aria e la
terra i.tessa ia
eli' è sepulto:E
Dio fa speio
chel peccato guida Il
peccator, poi eli
alcun di gli
ha indulto, Cile sé
medesimo ena altrui
richiesta., Inavvedutamente
manifesta. A?ea creduto it
niiser Polìnesso Totalmente il
delitto suo coprire
j Dal inda consapevole
d'appresso Levanti 0 fi
ì, che sola
pò tea dire:E
aceìungeudo il secondo
al primo eccesso, Affrettò il
mal che potea
differire, E potea differire
e schivar forse Ma
sé stesso spronando,
a morir corse VI. 3
E perde amici
a un tempo,
e vita, e
state, E onor, che
fa molto più
grave danno. Dissi di
sopra, che fa
assai presto Il cavalier
che ancor chi
sia non sanno. Alfin
si trasse V
elmo, e 1
yìso amato Scoperse, che
più volte vedato
hanno; E dimostrò com
era Ariodante, Per tatta
Scozia lacrimato innante; 4
Arì'odante, che Ginevra
pianto Avea per morto,
e '1 fratel
pianto avea, Il re,
la corte, il
popol tutto quanto: Di
tal hontà, di
tal valor splendea. Adnnqae il
peregria mentir di
quaato Dianzi di lui
narrò, qaivi apparea; E
fa pnr ver
che dal sasso
marino Gittarsi in mar
lo vide a capo chino. 5
Ma (come avviene
a nn disperato
spesso, Che da lontan
brama e disia
la morte, E r
odia poi che
se la vede
appresso, Tanto gli pare
il passo acerbo
e forte) Arìodante, poi ch in
mar fu messo, Si
penti di morire: e
come forte E come
destro e pii\
d'ogni altro ardito, Si
messe a nuoto,
e ritomossi al
lito; 6 E dispregiando
e nominanslo folle Il
desir eh' ebbe
dì lasciar la
vita, Si messe a
camminar bagnato e
molle, E capitò air
ostel d'nn eremita. Quivi secretamente
indugiar volle Tanto, che
la novella avesse
udita, Se del ca£o
Ginevra s allegrasse, Oppur mesta
e pietosa ne restasse.
7 Intese
prima, che per
gran dolore Elhi era
stata a rischio
di morire (La fama
andò di questo
in modo faore, Che
ne fu in
tutta V isola
che dire):Contrario effetto
a quel che
per errore Credea aver
visto con suo
gran martire. Intese poi
come Lurcanio avea Fatta
Ginevra appresso il
padre rea. 8 Centra
il fratel d'ira
minor non arse, Che
per Ginevra già
d amore ardesse; Che
troppo empio e
crudele atto gli
parse, Ancora che per
lui fatto T
avesse. Sentendo poi, che
per lei non
comparse Cavalier che difeadfer
la volesse (Che Lurcanio
sì forte era
e gagliardo, Ch ognun
d andargli centra
avea riguardo; 9 E
chi n' avea
notizia, il riputava Tanto discreto,
e si saggio
ed accorto, Che se
non fosse ver
quel che narrava, Non
si porrebbe a
rischio di esser
morto; Per questo la
più parte dubitava Di
non pigliar questa
difesa a torto); Arìodante, dopo
gran discorsi, Pensò all'accusa
del fratello opporsi. stanza 6. 10
Ah lasso ! io
non potrei, seco
dicea, Sentir per mia
cagion perir cortei:Troppo
mia morte fora
acerba e rea, Se
innanzi a me
morir vedessi lei. Ella
è pur la
mia donna e
la mia Dea; Questa
è la luce
pur degli occhi
miei: Convien eh' a
dritto o a
torto, per suo scampo
Pigli r
impresa, e resti
morto in campo. 11
So ch'io m'appiglio
al torto; e
al torto sia: E
ne morrò; né
questo mi sconforta, Se
non ch'io so
che per la
morte mia Si bella
donna ha da
restar poi morta. Un
sol conforto nel
morir mi fia, Che,
se '1 suo
Polinesso amor le
porta, Chiaramente veder avrà
potuto Che non s'è
mosso ancor per
darle aiuto; 12 E
me, die tanto
eepressamente ha Vedrà, per
lei salyare, a
morir giunto. Di mio
fratello insieme, il
quale acceso Tanto foco
ha, vendicherommi a
un punto; Ch io
lo farò doler
poi che compreso n fine
avrà del suo crudele assunto:Creduto vendicar
avrà il germano, E
gli avrà dato
morte di sua
mano. 18 Concluso ch
ebbe questo nel
pensiero, Nuove arme ritrovò,
nuovo cavallo; E sopravveste
nere e scudo
nero Portò, fregiato a
color verdegiallo. Per avventura
si trovò un
scudiero Ignoto in quel
paese, e menato
hallo:E sconosciuto, come
ho già narrato, S'appresentò contra
il fratello armato. '>.è f >'stanza
23. 14 Narrato v'
ho come il
eitto successe, Come fu conosciuto Arì'odante. Non minor
gaudio nebbe il
re, ch avesse Della figliuola
liberata innante. Seco pensò
che mai non
si potesse Trovar un
più fedele e vero amante; Che,
dopo tanta ingiuria,
la difesa Di lei
contra il fratel
proprio avea presa. 15
E per sua
inclinazion (eh' assai
Pamava), E per li
preghi di tutta
la corte, E di
Rinaldo che più
d'altri instava, Della bella
figliuola il fa
consorte. La duchea d'Albania,
ch'ai re tornava Dopo
che Polinesso ebbe
la morte, In miglior
tempo discader non
pnote, Poiché la dona
alla sua figlia
in dote. 16 Rhialdo
per Dalinda impetrò
grana " Che se
n' andò di
tanto errore esente; La
qual per voto,
e perchè molto
sazia Era del mondo,
a Dio volse
la mente. Monaca s' andò
a render fin in Dazia, E
si levò di
Scozia immantinente. Ma tempo
è omai di
ritrovar Ruggiero, Che scorre
il ciel su
l'animai leggiero. 17 Benché
Rnggier sia d'animo
costante Né cangiato
abbia il solito
colore, Io non gli
voglio creder che
tremante Non abbia dentro
più che foglia
il core. Lasciato avea
il gran spazio
distante Tutta l'Europa, ed
era uscito faore Per
molto spazio il
segno che prescritto Avea già a'
naviganti Ercole invitto 18
Quello Ippogrifo, grande
e strano aiigdlo . Lo
porta via con
tal prestezza d'ale, Che
lascieria di lungo
tratto quello Celer ministro
del fulmineo strale. Non
va per l'aria
altro animai (à
snello. Che di velocità
gli fosse uguale:Credo
ch'appena il tuono
e la saetta Venga
in terra dal
ciel con maggior
fretta. 19 Poi che
l'augel trascorso ebbe
gran spazio Per linea
dritta e senza
mai piegarsi, Con larghe
ruote, omai dell' aria
sazio, Cominciò sopra una
isola a calarsi, Pare
a quella ove,
dopo lango strazio Far
del suo amante
e lungo a
lui celarsi, La vergine
Aretusa passò invano Di
sotto il mar
per cammin cieeo
e strano. 20 Non
vide né più
bel né '1
più giocondo Da tutta
r aria ove le penne
stese; Né, se tutto
cercato avesse il
mondo, Vedria di questo
il più gentil
paese; Ove, dopo un
girarsi di gran
tondo, Con Ruggier seco
il grande augel
discese. Culto pianure e
delicati colli, Chiare acque,
ombrose ripe e
prati molli. 21 Vaghi
boschetti di soavi
allori, Di palme e
d'amenissime mortelle. Cedri ed
aranci eh' avean
frutti e fiorì Contesti in varie
forme e tutte
belle, Facean riparo ai
fervidi calori De' giorni
estivi con lo'r
spesse ombrelle; E tra
quei rami con
sicuri voli Cantando se
ne giano i
rosignuoli. 22 Tra le
purpuree rose e
i bianchi gigli, Che
tepida aura freschi
ognora serba, Siciiri si
vedean lepri e
conigli, E cervi con
la fronte alta e
superba, Senza temer ch'alcun
gli uccida o
pigli, Pascano o stiansi
ruminando Terba: Saltano i
daini e i
capri isnelli e
destri, Glie sono in
copia in quei
lochi campestri. 28 Come
si presso è
Plppogrifoi terra, Ch' esser
ne può men
periglioso il salto, Buggier con
fretta dell' arcion si
sferra, E si ritrova
in su Ferboso
smalto. Tuttavia in man
le redine si
serra, Che non vuol
che'l destrier più
vada in altoj: Poi
lo lega nel
margine marino A un
verde mirto in
mezzo un lauro
e un pino. Stanza
42. 24 E quivi
appresso, ove surgea
una fonte Cinta di
cedri e di
feconde palme, Pose lo
scudo, e Telmo
dalla fronte Si trasse,
e disarmossi ambe
le palme; Ed ora
alla marina ed
ora al monte Volgea
la faccia air
aure fresche ed
alme, Che Talte cime
con mormorii lieti Fan
tremolar dei fÌEiggi
e degli abeti. 25
Bagna talor nella
chiara onda e
fresca L'asciutte labbra, e
con la man
diguazza, Acciò che delle
vene il calor
esca Che gli ha
acceso il portar
della corazza. Né maraviglia
è già eh'
ella gV incresca, Che
non è stato
un far vedersi
in piazza; Ma senza
mai posar, d'arme
guemito, Tremila miglia ognor
correndo era ito. 26
Qqìtì stando, il
destrier eh' ayea
lasciato Tra le imù
dense frasche alla
fresca ombra, Per fùj
si rivolta, spaventato Di
non so che,
che dentro al
bosco adombra; E tà
crollar si il
mirto ove è
legato, Che delle frondi
intorno il piò gV ingombra:Crollar fa
il mirto, e
fa cader la
foglia; Né succede però
che se ne
scioglia. 27 Come ceppo
talor, che le
medoUe Rare e vote
abbia, e posto
al foco sia, Poi che
per gran calor
qnell'aria molle Resta consanta
eh' in mezzo
V empia, Dentro risuona,
e con strepito
bolle Tanto che quel
foror trovi la
via; Cosi mannara e
stride e si
corraccia Quel mirto offeso,
e alfin apre
la bnccia. 28 Onde
con mesta e
flebil voce uscio Espedita e
chiarissima' fisivella, E disse: Se
tu sei cortese
e pio, Come dimostri
alla presenza bella, Lieva
questo animai dall' arbor
mio:Basti che '1
mio mal proprio
mi flagella, Senza altra
pena, senza altro
dolore Ch'a tormentarmi ancor
venga di fùore. 29
Al primo suon
di quella voce
torse Ruggiero il viso,
e subito levosse; E,
poi eh' uscir
dall' arbore s' accòrse,
Stupefatto restò più
che mai fosse. A
levarne il destrier
subito corse; E con le guancie
di vergogna rosse:Qual
che tu sii,
perdonami, dicea, 0 spirto
umano, o boschereccia
Dea. 30 n non
aver saputo che
s'asconda Sotto ruvida scorza
umano spirto, M' ha
lasciato turbar la
bella fronda, E far
ingiuria al tuo
vivace mirto: Ma non
restar però, che
non risponda Chi tu
ti sia, ch'in
corpo orrido ed
irto. Con voce e
razionale anima vivi; Se
da grandine il del sempre
ti schivi. 31 E sora o
mai potrò questo
dispetto Con alcun beneficio
compensarte, Per quella bella
donna ti prometto. Quella che di me
tien lamiglior parte, Ch'
io farò con
parole e con
effetto, Ch'avrai giusta cagion
di me lodarte. Come
Ruggiero al suo
parlar fin diede, Tremò
quel mirto dalla
cima al piede. 32
Poi ai vide
sudar su per
ì\ soorza, Come legno
dal bosco allora
tratto, Che del foco
venir sente la
forza, Poscia eh' invano
ogni ripar gli
ha fatto; E cominciò:
Tua cortesia mi
sforza A discoprirti in
un meiesmo tratto Ch'
io fossi prima,
e chi converso
m' agg:ia In questo
mirto in su
l'amena spiaggia. 33 n
nome mio fu
Astolfo; e paladino Era
di Francia, assai
temuto in guerra; D'Orlanio e
di Rinaldo era
cugino, La cui fama
alcun tonnine non
serra; E si spettava
a me tutto
il donano, Dopo il
mio padre Oton,
dell'Inlterra:Leggiadro e bel
fui si, che
di me accesi Più
d'ona donna; e
alfin me solo
offesi. 34 Ritornando io
da quelle isole
estreme Che da levante
il mar Lidico
lava, Dove Rinaldo ed
alcun' altri insieme Meco fnr
chiusi in parte
oscura e cava, Ed
onde liberati le
supreme Forze n' avean
del cavalier di
Brava; Vèr ponente io
venia lungo la
sabbia Che del settentrion
sente la rabbia. 35
E come la
via nostra, e
il dura e
fello Destin ci trasse,
uscimmo una mattina Sopra
la bella spiaga,
ove un castello Siede sol
mar della possente
Alcina. Trovammo lei eh' uscita
era di quello, E
stava sola in
ripa alla marina; E
senza rete e senza amo
traea Tutti li pesci
al lito, che
volea. 36 Veloci vi
correvano i delfini, Vi
venia a bocca
aperta il grosso
tonno; I capidogli coi
vecchi marini Vengon turbati
dal lor pigro
sonno; Muli, salpe, salmoni
e coracini Nuotano a
schiere in più
fretta che ponno; Pistrici, fisiteri,
orche e balene Escon
dal mar con
mostruose schiene. 37 Veggiamo
una balena, la
maggiore Che mai per
tatto il mar
veduta fosse; Undeci passi
e più dimostra
fùore Dell'onde salse le
spajlaece grosse. Caschiamo tutti
insieme in uno
errore: Perch' era ferma
e che mai
non si scosse . Ch'ella sia
una isoletta ci
credemo; Cosi distante ha
l'un dall' altro estremo. 38
Alcina i pesci
ascir facea deir
acque Con semplici parole
e pori incanti. Con
la fetta Morgana
Alcina nacqne, Io non so dir
s'a un parto,
o dopo o
innantì Gnardommi Alcina; e
subito le piacque L'aspetto mio,
come mostrò ai
sembianti; £ pensò con
astuzia e con
ingegno Tonni ai compagni;
e riusci il
disegno. 39 Ci venne
incontra con allegra
faccia, Con modi granosi
e riverenti; E disse: Cavalier, quando
vi piaccia Far oggi
meco i vostri
alloggiamenti, Io vi fSeurò
veder, nella mia
caccia, Di tutti i
pesci sorti differenti: Chi scaglioso,
chi molle, e chi col
pelo; E saran più
che non ha
stelle il cielo. 40
E volendo vedere
una Sirena Che col
suo dolce canto
accheta il mare. Passiam
di qui fin
su quell altra arena, Dove
a quest'ora suol
sempre tornare: E ci
mostrò quella maggior
balena Che, come io
dissi, una isoletta
pare. Io, che sempre
fui troppo (e
me n' incresce) Volonteroso, andai
sopra quel pesce. 41
Rinaldo m'accennava, e
similmente Dndon, eh' io non v
andassi; e poco
valse. La fata Alcina
con faccia ridente, Lasciando gli
altri dna, dietro
mi salse. La balena,
all'ufficio diligente,
Nuotando se n'
andò per l'onde salse. Di
mia sciocchezza tosto
fui pentito; Ma troppo
mi trovai lungi
dal lito. 42 Rinaldo
si cacciò nell'acqua
a nuoto Per aiutarmi,
e quasi si
sommerse, Perchè levossi un
furioso Noto Che d'ombra
il cielo e
'1 pelago coperse. Qael
che di lui
segui poi, non m'
è noto. Alcina a
confortarmi si converse; E
quel di tutto
e la notte
che venne, Sopra quel
mostro in mezzo
il mar mi
tenne: 43 Finché venimmo
a questa isola
bella. Di cui gran
parte Alcina ne
possiede, E r ha
usurpata ad una
sua sorella Che'l padre
già lasciò del
tutto erede, Perchè sola
legittima avea quella; E
(come alcun notizia
me ne diede, Che
pienamente instrutto era
di questo)Sono quest'altre
due nate d'incesto: 44
E come sono
inique e scellerate,E
piene d'ogni vizio
infame e brutto; Cosi
quella, vivendo in
castitate, Posto ha nelle
virtuti il suo
cor tutto. Centra lei
queste due son
congiurate; E già più
d'uno esercito hanno
instrutto Per cacciarla dell'isola,
e in più
volte Più di cento
castella l'hanno tolte: 45
Né ci terrebbe
ormai spanna di
terra, Colei, che Logistilla
è nominata, Se non
che quinci un
golfo il passo
serra, E quindi una
montagna inabitata; Si come
tien la Scozia
e l'Inghilterra n monte
e la riviera,
separata: Né però Alcina
uè Morgana resta, Che
non le voglia
tor ciò che
le resta. 46 Perchè
di vizii è
questa coppia rea, Odia
colei perch' è
pudica e santa. Ma
per tornare a
quel ch'io ti
dicea, E seguir poi
com' io divenni
pianta, Alcina in gran
delizie mi tenea, E
del mio amore
ardeva tutta quanta; Né
minor fiamma nel
mio core accese H
veder lei d
bella e si
cortese. 47 Io mi
godea le delicate
membra: Pareami aver qui
tutto il ben
raccolto, Che fra' mortali in
più parti si
smembra, A chi più
ed a chi
meno, e a
nessun molto; Né di
Francia né d'altTo
mi rimembra; Stavami sempre
a contemplar quel
volto: Ogni pensiero, ogni
mio bel disegno In
lei finia, né
passava oltre il
segno.. 48 Io da
lei altrettanto era
o più amato:Alcina
più non si
curava d'altri:Ella ogni
altro suo amante
avea lasciato; Ch' innanzi
a me ben
ce ne fur
degli altri. Me consiglier,
me avea di
e notte a lato;
E me
fé' quel che comandava
agli altri: A me
credeva, a me
si riportava; Né notte
o di con
altri mai parlava. 49
Deh ! perchè vo
le mie piaghe
toccando, Senza speranza poi
di medicina? Perchè l'avuto
ben vo rimembrando, Quand'io patisco
estrema disciplina? Quando credea
d'esser felice, e
quando Credea ch'amar più mi dovesse
Alcina, Il cor che
m'avea dato si
ritolse, E ad altro
nuovo amor tutta
si volse. 76 50 Ck)nobbi
tardi il suo
mobil ingegno, Usato amare
e disamare a
nn ponto. Non era
stato oltre a
duo mesi in
regno, Ch'un nuoTO amante
al loco mio
fii assunto. Da sé
cacciommi la fata
con sdegno, E dalla
grazia sna m
ebbe disgiunto:E seppi
poi, che tratti
a simil porto Ayea
milP altri amanti, e
tutti a torto.61
E perchè essi
non vadano pel
mondo Di lei narrando
la vita lasciva, Chi
qua chi là
per lo terren
fecondo Li muta, altri
in abete, altri
in oliva, Altri in
palma, altri in
cedro, altri secondo Che
vedi me, sa
questa verde riva; Altri
in liquido fonte,
alcuni in fera, Come
più aggrada a
quella fìtta altiera. stanza 61. 52
Or tu che
sei per non
usata via, Signor, venuto
all' isola fatale, Acciò ch'alcuno
amante per te sia
Converso in pietra
o in onda,
o fatto tale; Avrai
d'Alcina scettro e
signoria, E sarai lieto
sopra ogni mortale: Ma
certo sii di
giunger tosto al
passo D'entrar o in
fera o in
fonte o in
legno o in
sasso. 53 Io te
n'ho dato volentieri
avvisa: Non eh' io mi creda
che debbia giovarte; Pur
meglio fia che
non vadi improvviso, E
de' costumi suoi tu
sappia parte; Che forse,
come è differente
il viso, É differente
ancor l'ingegno e
l'arte. Tu saprai forse
riparar al danno; Quel
che saputo mill'altri
non hanno. 54 Buggier,
che conosciuto avea
per fama Ch' Astolfo
alla sua donna
cugin era, Si dolse
assai che in
steril pianta e
grama Mutato avesse la
sembianza vera: E per
amor di quella
che tanto ama, (Purché
saputo avesse in
che maniera) Gli avria
fatto servizio; ma
aiutarlo Li altro non
potea, eh' in
confortarlo. 55 Lo fé'
al meglio che
seppe; e domandoli! Poi se via e'
era, eh' al
regno guidassi Di Logistilla,
0 per piano
o per colli, Si
che per quel
d'Alcina non andassi. Che
ben ve n'
era un' altra,
ritomolli L'arbore a dir,
ma piena d'aspri
sassi, S' andando un poco
innanzi alla man
destra, Salisse il poggio
invér la cima
alpestra:stanza 7& 56 Ma
che non pensi
già che segair
possa n suo cammin
per quella strada
troppo: Incontro avrà di
gente ardita, grossa E
fiera compagnia, con
doro intoppo, Alcina Te
li tien per
mura e fossa A
chi volesse uscir
fuor del suo
groppo. Ruggier quel mirto
ringraziò del tutto, Poi
da lui si
parti dotto ed
instrutto. 57 Venne al
cavallo, e lo
disciolse e prese Per
le redine, e
dietro se lo
trasse; Né, come fece
prima, più F ascese, Perchè mal
grado suo non
lo portasse. Seco pensava
come nel paese Di
Logistilla a salvamento
andasse. Era disposto e
fermo usar ogni
opra, Che non gli
avesse imperio Alcina
sopra. 58 Pensò di
rimontar sul suo cavallo, E
per r aria
spronarlo a nuovo
corso:Ma duhitò di
far poi maggior
fallo; Che troppo mal
quel gli ubbidiva
al morso. Io passerò
per forza, s' io
non fallo, Dicea tra
sé; ma vano
era il discorso. Non
fti duo miglia
lungi alla marina, Che
la bella città
vide d'Alcina. 59 Lontan
si vide una
muraglia lunga, Che gira
intomo, e gran
paese serra; E par
che la sua
altezza al elei
s aggiunga. E d'oro
sia dall' alta cima
a terra. Alcun dal
mio parer qui
si dilunga, E dice
eh' eli' é
alchimia; e forse
eh' erra, Ed anco
forse meglio di
me intende:A me
par oro, poi
che si risplendé. 60
Come fu presso
alle si ricche
mura, Che'l mondo altre
non ha della
lor sorte, Lasciò la
strada che, per
la pianura, Ampia e
diritta andava alle
gran porte; Ed a
man destra, a
quella più sicura, Ch'
al monte già,
piegossi il gnerrier
forte:Ma tosto ritrovò
l'iniqua frotta, Dal cui
fdror gli fu
turbata e rotta. 61
Non fu veduta
mai più strana
torma, Più mostruosi volti
e peggio fatti; Alcun
dal collo in giù d'uomini
han forma, Col viso
altri di scinde,
altri di gatti; Stampano alcun
con pie caprigni
V orma; Alcuni son
centauri agili ed
atti; Son giovani impudenti
e vecchi stolti. Chi
nudi, e chi
di strane pelli
involti:62 Chi senza
freno in a' un
destrìer galoppa, Chi lento
va con l'asino
o col bue; Altri
salisce ad un
centauro in groppa; Struzzoli molti
han sotto, aquile
e grue:Ponsi altri
a bocca il
corno, altri la
coppa: Chi femmina e
chi maschio, e
"chi amendue, Chi porta
uncino e chi
scala di corda, Chi
pai di ferro
e chi una
lima sorda. 63 Di
questi il capitano
si vedea Aver gonfiato
il ventre, e'I
viso grasso; n qual
su una testuggine
sedea. Che con gran
tardità mutava il
passo, Avea di qua
e di là
chi lo reggea. Perché egli
era ebbro e
tenea il ciglio
basso:Altri la fronte
gli asciugava e
il mento. Altri i
panni scuotea per
fargli vento. stanza 63. 64
Un eh' avea umana
forma i piedi
e'I ventre, E collo
avea di cane,
orecchie e testa. Centra
Ruggiero abbaia, acciò
ch'egli entre Nella bella
città ch'addietro resta. Rispose il
cavalier: Noi farò, mentre Avrà
forza la man
di regger questi. (E
gli mostra la
spada, di cui
volta Avea r aguzza
punta alla sua
volta). 65 Quel mostro
lui ferir vuol
d'una lancia; Ma Ruggier
presto se gli
avventa addosso:Una stoccata
gli trasse alla
pancia, E la fé' un
palmo riuscir pel
dosso. Lo scudo imbraccia,
e qua e
là si lancia; Ma
l'inimico stuolo é
troppo grosso. L'un quinci
il punge, e
l'altro quindi afferra: Egli
s'arrosta e fa
lor aspra guerra. 66
L un sin
a clenti, e
V altro sin
al petto Partendo ya
dì quella iniqua
razza; Ch'alia sua spada
non s'oppone elmetto, Nò
scudo . né panzìera,
né corazza:Ma da
tutte le parti
é cosi astretto, Che
bisogno sarìa, per
trovar piazza E tener
da sé largo
il popol reo, D'aver
più braccia e
man che Briareo. 9
L'una e l'altra
sedea s' un liocorno. Candido più
che candido annellino; L'una e
l'altra era bella,
e di si
adonio Abito, e modo
tanto pellegrino, Che all'nom,
guardando e contemplando
intormo. Bisognerebbe aver occhio
divino Per far di
lor giudizio; e
tal sarìa Beltà (s' avesse
corpo), e Leggiadria. stanza 64. 67
Se di scoprire
avesse avuto avviso Lo
scudo che già
fu del necromante; Io dico
quel eh' abbarbagliava
il viso, Quel eh' all'arcione avea
lasciato Atlante; Subito avria
quei brutto stuol
conquiso, E fattosel cader
cieco davante: E forse
ben che disprezzò
quel modo. Perché virtude
usar volse, e
non frodo. 70 L'una
e l'altra n'andò
dove nel prato Ruggiero é
oppresso dallo stuol
villano. Tutta la turba
si levò da
lato; E quelle al
cavalier porser la
mano, Che tìnto in
viso di color
rosato, Le donne ringraziò
dell'atto umano; E fii
contento, compiacendo loro, Di
ritornarsi a quella
porta d'oro. 71 L' adornamento che
s'aggira sopra La bella
porta, e sporge
un poco avante, Parte
non ha che
tutta non si
copra Delle più rare
gemme di Levante. Da
quattro parti si
riposa sopra Grosse colonne
d'integro diamante. 0 vero
0 falso eh'
all' occhio risponda, Non é
cosa più'bella o
più gioconda. Stansa06. 68 Sìa
quel che può,
piuttosto vuol morire, Che
rendersi prigione a
si vii gente. Eccoti
intanto dalla porta
uscire Del muro, ch'io
dicea d'oro lucente. Due
giovani ch'ai gesti
ed al vestire Non
èran da stimar
nate umilmente, Né da
pastor nutrite con
disagi, Ma Ara delizie
di real palagi. 72
Su per la
soglia e fuor
per le colonne Corron scherzando
lascive donzelle, Che, se
i rispetti debiti
alle donne Servasser più,
sarian forse più
belle. Tutte vestite eran
di verdi gonne, E
coronate di frondi
novelle. Queste, con molte
offerte e con
buon viso, Ruggier fecero
entrar nel paradiso: Td Che
si pnò ben
cosi nomar quel
loco, Ove mi credo
che nascesse Amore. Non
yi si sta
se non in danza e
in giuoco, £ tutte
in festa vi
si spendon V
ore:Pensier canuto uè
molto né poco Si
può quivi albergare
in alcun core: Non
enthi quivi disagio
né inopia, Ila vi
sta ognor col
corno pien la
Copia. 74 Qui, dove
con serena e
lieta fronte Par cb'
ognor rida il
grazioso aprile, Qioveni e
donne son: qual presso
a fonte Canta con
dolce e dilettoso
stile; Qual d'un arbore
alPombra, e qual
d'un monte, 0 giuoca,
0 danza o et cosa
non vile; E qual,
lungi dagli altri,
a un suo
fedele DÌ!"cuopre
l'amorose sue querele. btanza 74. 75
Per le cime
dei pini e
dogli allori, Degli alti
faggi e dcgl' irsuti
abeti, Yolan scherzando i pargoletti
A morì; Di ior
vittorie altri godendo
lieti, Altri pigliando a
saettare i cori La
mira quindi, altri
tendendo reti:Chi tempra
dardi ad un
ruscei più basso, £
chi gli aguzza
ad un volubìl
scisso. AaiosTO. 76 Quivi a Ruggier un
gran corsìer iù
dato, Forte, gagliurdo, e
tutto di pel
sauro, Ch'avea il bel
guemimento ricamato Di preziose
gemme e di
fin auro; E fu
lasciato in guardia
quello alato. Quel che
solca ubbidire al
vecchio Mauro, A un
giovene che dietro
lo menassi Al buon
Ruggier con meu
fr e itosi
passi. 77 Quelle due
belle giovani amorose Ch'
avean Ruggier dall' empio
stuol difeso, Dair empio
stuol che dianzi
se gli oppose Su
quel cammin ch'avea
a man destra
preso, Gli dissero: Signor,
le virtuose Opere vostre
che già abbiamo
inteso, Ne fon sì
ardite, che l'aiuto
vostro Vi chiederemo a beneficio
nostro. 79 Oltre che
sempre ci turbi
il cammino, Che libero
saria se non
foss'ella, Spesso correndo per
tutto il giardino, Va
disturbando or questa
cosa or quella. Sappiate che
del popolo assassino Che
vi assali fuor
della porta bella, Molti
suoi figli Bon,
tutti segnaci, Empii, com'
ella, inospiti e
lapad. 78 Noi troverem
tra via tosto
una lama, Che fa
due parti di
questa pianura. Una crudel,
che ErifiUa si
chiama, Difende il ponte,
e sforza e
inganna e fura Chiunque
andar nell' altra ripa
brama; Ed ella è
gigantcssa di statura; Li
denti ha lunghi
e velenoso il
morso, Acute Pugne e
graffia come un
orso. 80 Ruggier rispose:
Non ch'una battalia. Ma
per voi sarò
pronto a fame
cento. Di mia persona,
in tutto quel
che vaglia, Fatene voi
secondo il vostro
intento:Che la cagion
eh' io vesto
piastra e maglia, Non
è per guadagnar
terre né argento, Ma
sol per fame
beneficio altrui; Tanto più a belle
donne come vui. 81
Le donne molte
grazie riferirò Degne d'un
cavalier come quell'era: E
così ragionando, ne
veniro Dove videro il
ponte e la
riviera; E di smeraldo
ornata e di
zaffiro Sull'arme d'or, vider
la donna altiera. Ma
dir nell'altro Canto
differisco, Come Ruggier con
lei si pose
a risco. NOTE. St. 1.
V.(\. Indulto vale
a dire conceduto. St. 13,
V.4. Il colore
verdegiallo rassomiglia quello della
foglia appassita; e
lo adottavano i
cavalieri d'al lora, a dimostrare
l'animo afflitto da
gagliarda pertar h:izione.
St. 13.
V.5. La Dazia
o Dacia comprendeva
an ticamente la
Transilvania, la Moldavia,
la Valacchia, H Servia
e parte deW
Ungheria. St. 17. V.68.
Aveva Ruggiero oltrepassato
di molto lo stretto
di Gibilterra, su
cui (secondo la
favola) in dicò Ercole per
limite alla navigazione
due promontorj. St. 19.
V.38. L'isola paragonata
con quella a cui
alludono gli altri
versi, è l'isoletta
Ortigia, una delle cinque
parti onde componevasi
Siracusa, e la
sola in oggi a
cui quella città
si ristringe. La
mitologica ninfa Aretusa, perseguitata
dal fiume Alfeo,
fu convertita in fonte;
e condottasi pervie
sottomarine in Ortigia,
sem pre inseguita dair indiscreto amatore,
fu colà da
questi raggiunta. St. 33. V.10
Il conto che
Astolfo dà di
sé stesso ò relativo
alla genealogia degli
eroi romanzeschi ripor tata dal Ferrariq,
ove dicesi che
Bernardo di Chiara
valle ebbe per figli
Amone padre di
Rinaldo, Bnovo d'Agre monte
padre di A
Miglerò, diMalagigi e
di Viviano, per sonaggi di eli
più oltre, e
Ottone re d'inghiltenna, onde nacque
Astolfo. St. 34. V.12
L'isole del mare
Indiano, che il Bo
jardo chiama "
Isole Lontane r>
signoreggiate da Mono dante. Ivi. V.6.
Cavallier di Brava,
è Orlando. St. 36.
V.37. Enormi cetacei
sono i capidogli,
le orche e i
fìsiteri, così detti
questi ultimi, a
motivo di uno sfiatatoio
che hanno in
cima al muso,
d'onde sca gliano in aria
le onde; i
vecchi marini corrispondono alle foche
o vitelli di
mare; ì muli
o muli', sono
le triglie, fra le
quali se ne
incontrono di grossissime;
le salpe o spari,
rassomigliano alle orate;
i coraeini, al trimenti condoli, hanno
tal nome dall'esser
neri a guisa di
cor\ i; e
i pistrici o
pisteri, hanno la
testa armata di una
lunga sega ossea. St.
44. v.6. Hanno
instrutto, cioi, hanno
ordinato. St. 45. V.2.
Alcina (secondo il
Bojardo) simbolo della vita
voluttuosa. Morgana, fata,
sorella del re Arturo
e della Donna
del Lago; simbolo
(per il Bo Jardo)
della potenza e
della ricchezza. L'Aiiosto,
per compiere l'allegoria, aggiunse
Logistilla, che, anche
col nome fatto evidentemente
dal greco logoSj
mostra esser simbolo della
ragione e della
virtù. Fa sorelle
Alciiia, Morgana e Logistilla,
perchè cosi le
passioni come le ragioni
provengono dalla umana
natura. Ivi. V.56. I
monti Cheviot dividono
la Scozia dal l'Inghilterra, diramandosi nella
parte settentrionale del l'una e
nella meridionale dell'altra.
E il fiume
Tweed, che appaitiene alla
Scozia, nella parte
inferiore del suo corso,
continua la divisione,
ed entra nel
mare del Nord. St.
51. y. 1.
è la nota
storia della ammaliante
Circe omerica. Senonchè, Circo
cangia la forma
umana in forma bestiale; Alcina
toglie anche lanimalità,
e fa scendere Ano
all'ultimo grado della
scala degli esseri. St.
6j. V.8. Arrostarsi,
vale volgersi inforno. St.
63. V.8. Secondo
i mitologi, il
gigante Briareo aveva cento
braccia. St. 69. v.12.
Il liocorno è
animale favoloso che si
figura come un
cavallo con un
corno in fronte: è
preso come emblema della
purità. St. 75. V.8.
VolnbiC sasso, ossia
ruota. St. 76. V.6.
Il ticchio Mauro,
cioè il mago
At lante. St. 78. V.13.
Lama, vale a
dire fossa palustre. Il
nome Erifilla o
Eri/ile spiega da
sé l'animo avaro e
turbolento della gigantessa,
e rammenta la
moglie di Anflarao, che
per una collana
d'oro tradi il
marito. St. 81. V.1.
Riferir grazie, lo
stesso che ringra ziare. Stanza 1. diiì
dì Un uMLti.'
arriva al piltv/u
dì A]i;!ÌiLii| se
ile ìn IK'i'tlutuinfiitéi "
rituiuiH ne ir
isola. Biidamante, noQ
aTrD!> ikotLiff di lui,
i:eìT.ì. di MtdiNii.
la iiicuntra e
Le dà rttfl
' mat;ii:o i he
devi' aervite a
iini>i>dr" gì ÌJHnulesiroì
dell sedei triee AUiiia.
Cipn utieiLti Mirliiiiia
fti poi tu
neiriAol&, tiVrgLak
Ta'iijitJi nigiuiitì di
lUggieio, il qualii
si aecijig(c) a 1
il pcrjeioluo moggio
ni o. (hi va
luiirati lUilla sua
patria, vede Cuse da
quel che già
eredea, loutane; t'hc uAiraiulyle
|kìÌ non se gli eresìe, E
stimato hugi arilo ne
rimne: Che '1 fciuco
Yuìgo uou gli
vuol dar fede, Se
Tìon iti veile
e toci!a chiare
e ilane, I\r questo
io so che
IMnefperienxa Farà al mìo
cfluto dar poca
credenza. loca 0 mi 'Ita
i.h'io if abbia
non bisogna Chio ponga
mente al valgo
sciocco e ignaro. A
voi so ben
che non parrà
menzogna, Che '1 lume
del discorso Avete
chiaro; £d a voi
soli ogni mio
intento agogna Che'i fratto
sia di mie
fatiche caro. Io vi
lasciai cheU ponte
e la riviera Vider, che
'n guardia avea
Erifilla altiera. VII. 3 Quell'era
armaU del più
fin metallo Ch avean
di più color
gemme distinto:Rnbin vermiglio,
crisolito giallo, Verde smeraldo,
con flavo iacinto. Era
montata, ma non a cavallo; Invece avea
di qaello un
lapo spinto: Spinto avea
un lupo ove
si passa il
finme, Con ricca sella
fuor d ogni
costume. 4 Non credo
eh' un si grande
Apulia n'abbia: Egli era
grosso ed alto
più d'un bue. Con
fren spumar non
gli facea le
labbia; Né so come
lo regga a
voglie sue. La sopravesta
di color di
sabbia Su l'arme avea
la maledetta lue: Era,
fuorché '1 color, di
quella sorte Ch'i vescovi
e i prelati
usano in corte. 5
Ed avea nello
scudo e sul
cimiero Una gonfiata e
velenosa botta. Le donne
la mostraro al
cavaliere, Di qua dal
ponte per giostrar
ridotta, E fargli scorno,
e rompergli '1 sentiero. Come ad
alcuni usata era
talotta. Ella a Ruggier,
che tomi addietro,
grida: Quel piglia un'asta,
e la minaccia
e sfida. 6 Non
men la gigantessa
ardita e presta Sprona
il gran lupo,
e nell' arcion si
serra:E pon la
lancia a mezzo
il corso in
resta, E fa tremar
nel suo venir
la terra. Ma pur
sul prato al
fiero incontro resta; Che
sotto l'elmo il
buon Ruggier l'afferra, E
dell'arcion con tal
furor la caccia. Che
la riporta indietro
oltra sei braccia. 7
E già, tratta
la spada eh'
avea cinta, Venia a
levarne la testa
superba; E ben lo
potea fiir; che
come estinta Erifilla giacca
tra' fiori e
l'erba. Ma le donne
gridar: Basti sia
vinta. Senza pigliarne altra
vendetta acerba. Ripon, cortese
cavalier, la spada; Passiamo il
ponte, e suitiam
la strada. 8 Alquanto
malagevole ed aspretta Per
mezzo un bosco
presero la via; Che,
oltra che sassosa
fosse e stretta. Quasi su
dritta alla collina
già. Ma poi che
furo ascesi in
su la vetta, Uscirò
in spaziosa prateria, Dove il
più bel palazzo
e 1 più
giocondo Vider, che mai
fosse veduto al
mondo. 9 La bella
Aldna venne un
pezzo innante Verso Ruggier
fuor delle prime
porte, E lo raccolse
in signoril sembiante, In
mezzo bella ed
onorata corte. Da tutti
gli altri tanto
onore e tante Riverenzie fur
fatte al guerrier
forte, Che non ne
potrian far più,
se tra loro Fosse
Dio sceso dal
superno coro. Stanza 4. 10
Non tanto il
bel palazzo era
eccellente, Perché vincesse ogni
altro di ricchezza. Quanto eh' avea
la più piacevol
gent" Che fosse al
mondo, e di
più gentilezza. Poco era
l'un dall' altro differente E
di fiorita etade
e di bellezza. Sola di
tutti Aldna era
più bella, Si com'
é bello il
Sol più d'ogni
stella. 11 Di persona
era tanto ben
formata, Qoanto me finger ean
pittori industri, Con bionda
cbioma lunga ed
annodata; Oro non è
cbe più risplenda
e lustri. Spargeasi per la guancia
delicata Misto color di
rose e di
ligustri: Di terso avorio
era la fronte
lieta, Che lo spazio
finia con giusta
meta. 12 Sotto duo
negri e sottilissimi
archi Son duo negri
occhi, anzi duo
chiari Soli, Pietosi a
riguardare, a mover
parchi; Intorno cui par
eh' Amor scherzi
e voli, E ch'indi
tutta la faretra
scarchi, E che visibilmente
i cori involi: Quindi il
naso per mezzo
il viso scende, Che
non trova V
invidia ove V
emende. 13 Sotto quel
sta, quasi fra
due vallette, La bocca
sparsa di natio
cinabro:Quivi due filze
son di perle
elette, Che chiude ed
apre un bello
e dolce labro; Quindi
escon le cortesi
parolette Da render molle
ogni cor rozzo
e scabro; Quivi si
forma quel suave
riso, Ch'apre a sua
posta in terra
il paradiso. 14 Bianca
neve è il bel collo,
el petto latte: Il
collo è tondo,
il petto colmo
e largo. Due pome
acerbe, e pur d'
avorio fette, Vengono e
van, com' onda
al primo margo, Quando
piacevole aura il
mar combatte: Non potria
l'altre parti veder
Argo:Ben si può
giudicar che corrisponde A
quel chiappar di
fuor quel che
s'asconde. 15 Mostran le
braccia sua misura
giusta; E la candida
man spesso si
vede Lunghetta alquanto e
di larghezza angusta, Dove
uè nodo appar,
né vena eccede. Si
vede alfin della
persona augusta Il breve,
asciutto e ritondetto
piede. Gli angelici sembianti
nati in cielo Non
si ponno celar
sotto alcun velo. 16
Avea in ogni
sua parte un
laccio teso, 0 parli
0 rida o
canti o passo
mova: Né maraviglia è
se Ruggier n'é
preso, Poiché tanto benigna
se la trova. Quel
che di lei
già avea dal
mirto inteso, Com'è perfida
e ria, poco
gli giova; Ch'inganno o
tradimento non gli
è avvi.so Che possa
star con si
soave riso.17 Anzi
pur creder vuol,
che da costei Fosse
converso Astolfo in
su l'arena Per li
suoi portamenti ingrati
e rei, E sia
degno di questa
e di più
pena:E tutto quel
eh' udito avea
di lei, Stima esser
falso; e che
vendetta mena, E mena
astio ed invidia
quel dolente A lei
biasmare, e che
del tutto mente. 18
La bella donna
che cotanto amava, Novellamente gli è
dal cor partita; Che
per incanto Alcina
gli lo lava D' ogni
antica amorosa sua
ferita; E di sé
sola e del
suo amor lo
grava, E in quello
essa riman sola
sculpita: S che scusar
il buon Ruggier
si deve, Se si
mostrò quivi incostante
e lieve. 19 A
quella mensa citare,
arpe e lire, E
diversi altri dilettevol
snoni Faceano intomo l'aria
tintinnire D'armonia dolce e
di concenti buoni. Non
vi mancava chi,
cantando, dire D'amor sapesse
gaudii e passioni, 0
con invenzioni e
poesie Rappresentasse grate fantasie. 20
Qual mensa trionfante
e suntuosa Di qualsivoglia
successor dì Nino, 0
qual mai tanto
celebre e famosa Di
Cleopatra al vincitor
latino, Potria a questa
esser par, che
l'amorosa Fata avea posta
innanzi al paladino?Tal
non cred' io che s'
apparecchi dove Ministra Ganimede
al sommo Giove. 21
Tolte che fur
le mense e
le vivande, Facean, sedendo
in cerchio, un
giuoco lieto, Che nell' orecchio l'un
l'altro domande, Come più
piace lor, qualche
secreto; Il che agli
amanti fu comodo
grande Di scoprir l'amor
lor senza divieto; E
furon lor conclusioni
estreme Di ritrovarsi quella
notte insieme. 22 Finir
quel giuoco tosto,
e molto innanzi Che
non solea là
dentro esser costume. Con
torchi allora i
paggi entrati innanzi, Le
tenebre cacciar con
molto lume. Tra bella
compagnia dietro e
dinanzi Andò Ruggiero a
ritrovar le piume In
un' adorna e
fresca cameretta, Per la
miglior di tutte
l'altre eletta. 23 E
poi che di
confetti e di
buon vini Di Buovo
fatti far debiti
inviti, E partir gli
altri riverenti e
chini, Ed alle stanze
lor tatti son
iti; Ruggiero enttò ne' profumati
lini Che pareano di man d'Aracne
usciti, Tenendo tuttavia V
orecchie attente S' ancor venir
la bella donna
sente. 24 Ad ogni
piccol moto eh
egli udiva, Sperando che
fosse ella, il
capo alzava; Sentir creJeasi,
e spesso non
sentiva; Poi del suo
errore accorto sospirava. Talvolta nscia
dal letto, e
V uscio apriva:Guatava fuori,
e nulla vi
trovava:E maledi ben
mille volte Fora Che
£Eicea al trapassar
tanta dimora. 25 Tra
sé dicea sovente:
Or si parte
ella; E cominciava a
noverare i passi Ch'
esser potean dalla
sua stanza a
quella, Donde aspettando sta
che Alcina passi. E
questi ed altri,
prima che la
bella Donna vi sia,
vani disegni fassi. Teme
di qualche impedimento
spesso, Che tra il
frutto e la
man non gli
sia messo. 26 Alcina,
poi eh' a preziosi odori Dopo
gran spazio pose
alcuna meta, Venuto il
tempo che più
non dimori, Ormai eh' in casa
era ogni cosa
cheta, Della camera sua
sola usci fuori; B
tacita n'andò per
via secreta Dove a
Ruggiero avean timore
e speme Gran pezzo
intomo al cor
pugnato insieme. 27 Come
si vide il
successor d'Astolfo Sopra apparir
quelle ridenti stelle, Come
abbia nelle vene
acceso zolfo, Non par
che capir possa
nella pelle. Or s'no
agli cechi ben nuota
nel golfo Delle delizie
e delle cose
belle: Salta del' letto, e
in braccio la
raccoglie, Né può tanto
aspettar ch'ella si
spoglie; 28 Benché né
gonna nò faldiglia
avesse; Che venne avvolta
in un leggier
zendado Che sopra una
camicia ella si
messe, Bianca e suttil
nel più eccellente
grado. Come Ruggiero abbracciò
lei, gli cesse Il
manto; e restò
il vel snttile
e rado, Che non
copria dinanzi né
di dietro, Più che
le rose o i gigli
un chiaro vetro. 29
Non cosi strettamente
edera prema Pianta ove
intorno abbarbicata s'abbia, Come
si stringon li du'
amanti insieme, Cogliendo dello
spirto in su
le labbia Suave fior,
qual non produce
seme Indo 0 sabeo
nell' odorata sabbia. Del gran
piacer eh' avein,
lor dicer tocca, Che
spesso avean più
d'una lingua in
bocca. 30 Queste cose
là dentro eran
secrete; 0 Be pur
non secrete, almen
taciute; Che raro fu
tener le labbra
chete Biasmo ad alcun,
ma ben spessD
virtute. Tutte profferte ei
accoglienze liete Fanno a
Ruggier quelle persone
astute: Ognun lo reverisce
e se gli
inchina; Che cosi vuol
l'innamorata Alcina. 31 Non
é diletto alcun
che di fuor
reste; Che tutti son
nell'amorosa stanza: E due
e tre volte
il di mutano
veste, Fatte or ad
una or ad
un'altra usanza. Spesso in
conviti, e sempre
stanno in fé
ite, In giostre, in
lotte, in scene,
in bagno, in
danza; Or presso ai
fonti, all' ombre de'
poggetti, Leggon d'antiqui gli
amorosi detti. 32 Or
per l'ombrose valli
e lieti colli Vanno
cacciando le paurose
lepri; Or con sagaci
cani i fagian
folli Con strepito uscir
fen di stoppie
e vepri; Or a'
tordi lacciuoli, or
veschi molli Tendon tra
gli odoriferi ginepri; Or
con ami inescati
ed or con
reti Turbano a' pesci i grati lor
secreti. 33 Stava Ruggiero
in tanta gioia
e festa. Mentre Carlo
in travaglio ed
Agramante, Di cui l'istoria
io non vorrei
per questa Porre in
obblio, né lasciar
Bradamante, Che con travaglio
e con pena
molesta Pianse più giorni
il disiato amante, Ch'avea per
strade disusate e
nuove Veduto portar via,
né sapea dove. 34
Di costei prima
che degli altri
dico, Che molti giorni
andò cercando invano Pei
boschi ombrosi e
per lo campo
aprico. Per ville, per
città, per monte
e piano; Né mii
potè saper del
caro amico, Che di
tanto intervallo era
lontano. Nell'oste saracin spesso
venia. Né mai del
suo Ruggier ritrovò
spia. SUnza 19. 35 Ogni
di ne demanda
a più di
cento, Né alcun le
ne sa mai
render ragioni.
D'alloggiamento va in
alloggiamento, Cercandone e trabacche
e padiglioni: £ lo pnò far;
che senza impedimento Passa tra
cavalieri e tra
pedoni, Mercè all'anel che
fuor d'ogni uman
uso La fa si)arìr
quando V è
in bocca chiusD. 36
Né pnò né
creder vuol che
morto sia; Perchè di
si grande uom
Talti mina Daironde idaspe
udita si saria Fin
dove il Sole
a riposar declina. Non
sa né dir uè immaginar
che via Far possa
o in cielo
o in terra;
e pur mesc'iina Lo
va cercando, e
per compagni mena Sospiri
e pianti ed
ogni ac3rba peni. stanza
IL 87 Pensò alfin di
tornare alla spelonca, Dove eran
V ossa di
MerHn profeta, E gridar
tanto intorno a
quella conca, Che il
freddo marmo si
movesse a pietà; Che
se vivea Ruggiero,
o gli avea
tronca Lealtà necessità la
vita lieta. Si sapria quindi;
e poi s
appiglierebbe A quel miglior
consiglio che n'avrebbe. 38
Con questa intenzion
prese il cammino Verso
le selve prossime
a Pontiero, Dove la
vocal tomba di
Merlino Era nascosa in
loco alpestro e
fiero. Ma qneUa maga
che sempre vicino Tenuto
a Bradamante avea
il pensiero, Quella, dico
io, che nella
bella grotta L'avea della
sua stirpe instrutta
e dotta; 39 Quella
benigna e saggia
incantatrice, La quale ha
sempre cura di
costei, Sappiendo ch'esser de' progenitrice D'uomini invitti,
anzi di semidei, Ciascun di
vuol saper che
fa, che dice; E
getta ciascun di
sorte per lei. Di
Ruggier liberato e poi perduto, E
dove in India
andò, tutto ha
saputo. 40 Ben veduto
l'avea su quel
cavallo Che regger non
potea, eh' era sfrenato,
Scostarsi di lunghissimo
intervallo Per sentier periglioso
e non usato; E
ben sjpea che
stava in giuoco
e in ballo, E
in cibo e in ozio
molle e delicato, Né
più memoria avea
del suo signore. Né
della donna sua,
né del suo
onore. 41 E cosi
il fior delli
begli anni suoi In
lunga inerzia aver
potria consunto Si gentil
cavalier, per dover
poi Perdere il corpo
e V anima
in uà punto; E
queir odor che
sol riman di
noi, Poscia che'l resto
fragile è defunto, Che
tra'l'uom del sepolcro
e in vita
il, serba, Gli saria stato
o tronco o
svelto in erba. 43
Ella non gli
ora facile, e
talmente ' Fattane cieca
di superchio amore, Che,
come facea Atlante,
solamente A dargli vita
avesse posto il
care. Quel piuttosto volea
che lungamente Vivesse e
senza fama e
senza onore. Che con
tutta la laude
che sia al
mondo, Mancasse un anno
al suo viver
giocondo. 44 L'avea mandato
all' isola d' Alcina, Perchè obbli'asse
l'arme in quella
corte: E com3 mago
di somma dottrina, Ch'
usar sapea gì'
incanti d'ogni sorte, Avea
il cor stretto
di quella regina Neil' amor d'esso
d'un laccio sì
forte, Che non se
n' era mai
per poter sciorre, S'invecchiasse Ruier
più di Nestorre. 45
Or tornando a
colei eh' era
presaga Di quanto de' avvenir,
dico che tenne La
dritta via dove
V errante e vaga
Figlia d'Amon seco
a incontrar si
venne. Bradamante vedendo la
sua maga, Muta la
pena che prima
sostenne, Tutta in speranza;
e quella l'apre
il vero, Ch'ad Alcina
è condotto il
suo Ruggiero. 46 La
giovane riman presso
che morta. Quando ode
che'l suo amante
è cosi lunge, E
più, che nel
suo amor periglio
porta, Se gran rimedio
e subito non
giunge:Ma la benigna
maga la conforta, E
presto pon l'impiastro
ove il duol
punge; E le promette
e giura, in
pochi giorni Far che
Ruggiero a riveder
lei tomi. 47 Dacché,
donna, (dicea) l'aneUo
hai teco, Che vai
contra ogni magica
fattura. Io non ho
dubbio alcun che,
s' io l'arreco Là dove
Alcina ogni tuo
ben ti fura. Ch'io
non le rompa
il suo disegno,
e meco Non ti
rimeni la tua
dolce cura. Me n'andrò
questa sera alla
prim'ora, E sarò in
India al nascer
dell' aurora. 42 Ma quella
gentil maga, che
più cura N'avea, ch'egli
medesmo di sé
stesso, Pensò di trarlo
per via alpestre
e dura Alla vera
virtù, mal grado
d'esso:Come eccellente medico,
che cura Con ferro
e fuoco, e
con veneno spesso; Che
sebben molto da
principio offende, Poi giova
affine, e grazia
se gli rende. 48
E seguitando, del
modo narrolle Che disegnato
avea d'adoperarlo. Per trar
del regno effemm'nato
e molle Il caro
amante, e in
Francia rimenarlo.
Bradamante l'anel del
dito toUe: Né solamente
avria voluto darlo; Ma
dato il core,
e dato avria
la vita, Purché n' avesse
il suo Ruggiero
aita. Stanza 30. 49 Le
dà Panello, e
se le raccomanda; E
più le raccomanda
il suo Rugsfiero, A
cni per lei
mille salati manda; Poi
prese ver Provenza
altro sentiero. Andò r incantatrice a nn
altra banda; E per
porre in effetto
il sno pensiero, Un
palafren fece apparir
la sera 50 Credo
fusse un Alchino
o un Farfarello Che dell
inferno in quella
forma trasse:E scinta
e scalza montò
sopra a quello, A
chiome sciolte e orribilmente passe:Ma
ben di dito
si levò Panello, Perchè giuncanti
suoi non le
vietasse. Poi con tal
fretta andò, che
la mattina Ch'avea un
pie rosso, e
ogni altra parte
nera. Si ritrovò
nelP isola d' Alcini. .Vtr.nza 18. 51
Quivi mirabìlmeute trasmatosse S'accrebbe più
d'un palmo di
statura, E fé' le membra
a proporzion più
grosse, E restò appunto
di quella misura che si
pensò che '1
necromante fosse, Quel che
nutrì Ruggier con
sì gran cura:Vestì
di lunga barba
le mascelle, E fé' crespa
la fronte e
T altra pelle. 52
Di faccia, di
parole e di
sembiante Sì lo seppe
imitar, che totalmente Potea parer
l'incantatore Atlante. Poi si
nascose; e tanto
pose mente, Che da
Ruggiero allontanar 1'
amante Alcina vide un
giorno finalmente: E fu
gran sorte; che
di stare o
d'ire Senza esso un'
ora potea mal
patire. 57 Dì medolle
già d'orsi e
di leoni Ti porsi
io dunque li
primi alimenti; T'ho per
caverne ed orridi
burroni Fanciullo avvezzo a
strangolar serpenti, Pantere e
tigri disarmar d'unghioni, Ed a vivi cinghal
trar spesso i
denti. Acciò che dopo
tanta disciplina Tu sii
l'Adone o l'Atide
d'Alcina? 58 É questo
quel che l'osservate
stelle, Le sacre fibre
e gli accoppiati
punti, Responsi, augurj, sogni,
e tutte quelle Sorti
ove ho troppo
i miei studj
consunti, Di te promesso
sin dalle mammelle M' avean, come
quest' anni fosser
giunti, Ch'in arme l'opre
tue così preclare Esser dovean,
che sarian senza
pare? 53 Soletto lo
trovò, come lo
volle, Che si godea
il mattin fresco
e sereno, Lungo un
bel rio che
discorrea d'un colle Verso
un laghetto limpido
ed ameno. Il suo
vestir delizioso e
molle Tutto era d'ozio
e di lascivia
pieno y Che di
sua man gli
avea di seta
e d'oro Tessuto Alcina
con sottil lavoro. 54
Di ricche gemme
un splendido monile Gli
discendea dal collo in mezzo
il petto; E nell'uno
e nell'altro già
virile Braccio girava un
lucido cerchietto; Gli avea
forato un fil
d'oro sottile Ambe l'orecchie,
in forma d'anelletto; E due
gran perle pendevano
quindi, Qual mai non
ebbon gli Arabi
né gì' Indi. 55
Umide avea l'inanellate
chiome De' più soavi
odor che sieno
in prezzo:Tutto ne' gesti
era amoroso, come Fosse
in Valenza a
servir donne avvezzo:Non
era in lui
di sano altro
che '1 nome; Corrotto tutto
il resto, e
più che mézzo. Cosi
Ruggìer fu ritrovato,
tanto Dall'esser suo mutato
per incanto. 56 Nella
forma d'Atlante se
gli affaccia Colei che
la sembianza ne
tenea, Con quella grave
e venerabil faccia Che
Ruggìer sempre riverir
S3lea, Con quell' occhio pien
d'ira e di
minaccia, Che sì temuto
già fanciullo avea; Dicendo: É questo
dunque il frutto,
eh' io Lungamente atteso
ho del sudor
nuo? 59 Questo è
ben veramente alto
principio! Onde si può
sperar che tu
sia presto A farti
uu Alessandro, un
Giulio, un Scipio. Chi
potea, ohimè ! di
te mai creler
questo, Che ti facessi
d'Alcina mancipio? E perchè
ognun lo veggia
manifesto, Al collo ed
alle braccia hai
la catena Con che
ella a voglia
sua preso ti
mena. 60 Se non ti muovon
le tue proprie
laudi, E l'opre eccelse
a che t'ha
il Cielo eletto, La
tua successì'on perchè
defraudi Del ben che
mille volte io
t'ho predetto? Deh ! perchè
il ventre eternamente
daudi, Dove il Ciel
vuol che sia
per te concetto La
gloriosa e soprumana
prole, Ch'esser de' al mondo
più chiara che'l
Sole? 61 Deh ! non
vietar che le
più nobil alme Che
sian formate nell'eterne
idee. Di tempo in
tempo abbian corporee
salme Dal ceppo che
radice in te
aver dee. Deh ! non
vietar mille trionfi
e palme, Con che,
dopo aspri danni
e piaghe ree, Tuoi
figli, tuoi nipoti
e successori Italia tomeran
nei primi onori! 62
Non eh' a
piegarti a questo
tante e tante Anime
belle aver dovesson
pondo, Che chiare, illustri,
inclite, invitte e
sante Son per fiorir
dall'ajbor tuo fecondo; Ma
ti dovria una
coppia esser bastante, Ippolito e
il fratel; che
pochi il mondo Ha
tali avuti ancor
fino al di
d'oggi, Per tutti i
gradi onde a
virtù si poggi. Stanza
56. 63 Io solea
più di questi
dui narrarti Ch io
non facea di
tutti gli altri
insieme; Si perchè essi
terran le maggior
parti, Che gli altri
tuoi, nelle virtù
supreme; Si perchè al
dir di lor
mi vedea darti Più
attenzi'on, che d'altri
del tuo seme; Vedea
goderti che si
chiari eri Esser dovessen
dei nipoti tuoi. H4
Cho ha cortei
che t' hai fatto
regina, Che non abbian
milP altre meretrici? Costei che
di tant' altri
è concubina Ch alfin
sai ben s' ella
suol far felici. Ma
perchè tu conosca
chi sia Alcina, Levatone le
fraudi egli artifici, Tien questo
anello in dito,
e toma ad
ella, Ch'avvedor ti potrai
come sia bella. 65
Huggier A stava
vergognoso e muto Mirando
in terra, e
mal sapea che
dire; À cui la
maga nel dito
minuto Pose r anello,
e lo fé'
risentire. Come Ruggiero in
sé fu' rivenuto, DI tanto
scorno si vide
assalire, Ch' esser vorria
sotterra mille braccia, Ch'alcun veder
non lo potesse
in faccia. 66 Nella
sua prima forma
in uno istante Cosi
parlando, la maga rivenne;
Né bisognava più
quella d'Atlante, Seguitone l'effetto
per che venne. Per
dirvi quel eh'
io non vi
dissi innante, Costei Melissa
nominata venne, Ch'or die a Ruggier
di sé notizia
vera, E dissegli a
che effetto venuta
era; 67 Mandata da
colei, che d'amor
piena Sempre il disia,
né più può
stame senza, Per liberarlo
da quella catena, Di
che lo cinse
magica violenza: E preso
avea d'Atlante di
Carena La forma, per
trovar meglio credenza; Ma poi eh'
a sanità
l'ha omai ridutto. Gli
vuole aprire e
far che veggia
il tutto. 68 Quella
donna gentil che t'
ama tanto, Quella che
del tuo amor
degna sarebbe, A cui,
se no a
ti scorda, tu
sai quanto Tua libertà,
da lei servata,
debbe; Questo anel, che
ripara ad ogni
incanto, Ti manda: e
cosi il cor
mandato avrebbe, S'avesse avuto
il cor così
virtute. Come r anello,
atta alla tua
salute. 69 E seguitò narrandogli
l'amore che Bradamante gli ha
portato e porta: Di
quella insieme commendò
il valore, In quanto
il vero e
l'affezion comporta: Ed usò
modo e termine
migliore Che si convenga
a messaggera accorta; E4l
in quell'odio Alcina
a Rugger pose In
che soglionsi aver
l'orribil cose. 70 In
odio gli la
pose, ancorché tanto L'amasse dianzi;
e non vi
paa strano, Qnando il sno amor
per forza era
d'incanto, Ch' essendovi V
anel, rimase vano. Fece
Fanel palese ancor,
che quanto Di beltà
Alcina avea, tutto
era estrano; Estrano avea,
e non sno,
dal pie alla
treccia: n bel ne
sparve, e le
restò la feccia. 71
Come fanciullo che
maturo fratto Hipone, e
poi si scorda
ove è riposto, E
dopo molti giorni
è rìcondutto Là dove
truova a caso
il suo deposto:Si
maraviglia di vederlo
tutto Putrido e guasto,
e non come
fa posto; E dove
amarlo e caro
aver solia, L'odia, sprezza,
n'ha schivo, e
getta via: 72 Cori
Ruggier, poiché Melissa
fece Ch'a riveder se
ne tornò la
Fata Con quell'anello, innanzi
a cui non
lece. Quando s'ha in
dito, usare opa
incantata Ritruova, contra ogni
saa stima, invece Della
bella che dianzi
avea lasciata. Donna sì
laida che la
terra tutta Né la
più vecchia avea,
né la più
brutta. 73 Pallido, crespo
e macilente avea Alcina
il viso, il
crin raro e
canuto: Sua statura a
sei palmi non
gtnngea: . Ogni dente
di bocca era
caduto; Che più d'Ecaba
e più della
Cumea, El avea più
d'ogni altra mai
vivato. ra si r
arti usa al
nostro tempo ignote, Che
bella e giovanetta
parer puote. 74 Giovane
e bella ella
si fa con
arte, Si che molti
ingannò come Ruggiero; Ma
l'anel venne a
interpretar le carte Che
già molti anni
avean celato il
vero. Miracol non é
dunque se si parte
Dell' animo a Ruggier
ogni pensiero Ch'avea d'amare
Alcina, or che
la trova In guisa
che sua fraudo
non le giova. 75
Ma, come l'avvisò
Melissa, stette Senza mutare
il solito sembiante, Finché dell'arme
sue, più di
neglette. Sì fu vestito
dal capo alle
piante. E per non
farle ad Alcina
suspette, Finse provar s'in
esse era aiutante: Finse provar
se gli era
fatto groo Dopo alcun
di che non
l'ha avute indosso. 76
E Balisarda poi
si messe al
fianco (Che cosi nome
la sua spada
avea): E lo scudo
miiabile tolse anco, Che
non pur gli
occhi abbarbagliar sole", Ma l'anima
facea si venir
manco. Che dal corpo
esalata esser parca: Lo
tolse; e col
zendado in che
trovoUo, Che tutto lo
copria, sei messe
al collo. Stanza 73. 77
Venne alla stalla,
e fece briglia
e sella Porre a
un destrier più
che la pece
nero:Cosi Melissa l'avea
instrutto; ch'ella Sapea quanto
nel corso era
leggiero. Chi lo conosce,
Rabican l'appella; Ed é
quel proprio che
col cavaliere, Del quale
i venti or
presso al mar
fan gioco, Portò già
la balena in
questo loco. 78 Potea
aver l'Ippogrifo similmente. Che prasso
a Rabicano era
legato; ìIa gli avea
detto la maga:
Abbi mente Ch' egli
è, come tu
sai, troppo sfrenato. E
gli diedi intenzion
che '1 di
seguente Gli lo trarrebbe
fuor di quello
stato, Là dove ad
agio poi sarebbe
instrutto Come frenarlo, e
farlo gir per
tutto. 79 Né sospetto
darà, se non
lo tolle, Della tacita
fuga ch'apparecchia. Pece Ruggier
come Melissa volle, eh' invisibile
ognor gli era
all' orecchia. Così,
fingendo, del lascivo
e molle Palazzo nsd
della puttana vecchia; E
si venne accostando
ad una porta, D' onde è
la via eh'
a Logistilla il
porta. 80 Assaltò li
guardiani all' improvviso, E si
cacciò tra lor
col ferro in
mano; E qual lasciò
ferito, e quale
ucciso, E corse fuor
del ponte a
mano a mano:E
prima che n'avesse
Alcina avviso, Di molto
spazio fti Ruggier
lontano. Dirò nell'altro Canto
che via tenne; Poi
come a Logistilla
se ne venne. NOTE. St. 3.
V.4. F:avo iacinto
ossia inondo giacinto; 8X)ecie di
pietra preziosa di
colore giallo rossiccio. St. 4.
V.11 La Puglia
abbondava di lupi
gran dissimi. St. 5. V.26.
Botta, rospo. St. 14
V.6. Argo si
sa dalle favole
che aveva cent'oochL St. 20.
V.24. È noto
che i successori
di Nino fino a
jSardanapalo si scialarono
per il lusso
dei loro ban chetti. Nel vincitor
Utino si ravvisa
Cesare vincitore di Pompeo St.
23. V.6. Aracne
fu tessitrice della
Lidia che vinse alla
prova la stessa
Minerva e da
lei fu cangiata in
ragno. St. 2a V.1.
Faldiglia, è quella
che fu detta
poi ciinolina. St. 29. V.6.
I Sabei erano
popoli dell' Arabia Félice
fertile di piante
aromatiche. St. 34. V.8.
Spia: qui indicatore. St. 36.
V.34. Questa locuzione
significa da levante a
ponente I poeti
rammentano Tldaspe, fiume
dell'India, con che spesse
volte hanno designato
tutto l'Oriente. St. 38.
V.2. Questo Pontieri
è Pontrieu dove i
pastori della Brettagna
additano anche adesso
la sup posta tomba di
Merlino; la qual
tomba ò detta
qui vo cale perchè n'usciva
la voce del
sepolto incantatore. St. 39.
V.0 Gettar la
aorte o le
sorti, cercare di conoscer
le cose per
mezzo di pratiche
superstiziose. St. 44. V.8.
Nestore re di
Pilo nel Peloponneso. visse, secondo
Omero, fino a
300 anni Sul luo del l'antica Pilo 0
Pylos ò ora
un castello che
dicesi Zonchio. St. 50
V.14 A/c/i/w, accorciamento
di AZ"r no, e
Farfarello, nomi di
diavoli inventati da
Dante Passe del
quarto verso significa
sparte, disordinate. St. 55
V.4. Valenza, città
della Spagna, era fa
mosa per effeminata grazia
e mollezza, specialmente
nei paggi che servivano
le signore. Ivi. V.6.
Mezto, qui deve
pronunciarsi con l'È
chiosa, e vuol dire
vizzo, prossimo a
piUrefarsi. St. 57. V.78.
Adone fu l'innamorato
di Venere, e Atide
0 Ati di
Gibele. St. 60. V.4
5. Il bene
mentovato nel quarto
verso riguarda le future
glorie della progenie
estense, che devo nascere
da Ruggiero e
da Bradamante; al
che alludono il quinto
e gli altri
versi. Claudi, chiudi. St.
67. V.5. Atlante
di Carena. Di
due città cosi nominate, Tuna
in Siria, l'altra
in Media, non
si saprebbe qual dare
per patria ad
Atlante; se non
che il Poeta, avendolo nom'inato
vecchio Mauro nella
St. 76 del
Can to YI, fa credere
non aver egli
avnto mente a
veruna delle due St. 73
V.5. Ecuba, vedova
del re Priamo,
e la Si billa Cumana (cosi
denominata dal luogo
ove nacque) vissero fino
ad estrema vecchiezza. St. 77.
V.25. Era il
cavallo d'Astolfo, e
fii già del FArgalia.
Lo ebbe dipoi
Rinaldo: dopo di
lui, Astolfo. Superali diversi
nsJacoli,
R%'f;i"?i"o fuKt da
Alcina. Hrlisn rende ]a
phinifi forma ad
Astolfo, dr recupera
Ttirmi e va
'rcmjlui al 1(1 dimora
di JjOìstilla, dove
arriva, poi anche
Ruggiiire, Ri naldo
pa.'>sa dalla Seo?.ia
ia Inhiltirra, e
ottiene soccorri |i6r Carlo
assft'Jiatn in Pari(d.
Angelica è trasportata
nell' jfjola dL EV>uda pfr
esservi divorata da
Qn mostro marino.
Orlando il uso da un sogno
eace travestito di
Parigi e TE
in traccia di lei.
Oli qnaiìte sono
ìncantatriei, oh quaUTl IncantatoT tra
nui che
non si sauno, Che
con lor arti
uomini e donne
amanti Di sé, cangiando
i yisi lor
fatto hanno ! Nnn con
spirti costretti tali
incanti, Né enti osèen'aziun
ili stelle fknno; Ma
con simnlazion, menzogne
e frodi Legano i
cor d'iuilisaolnhil nodi Chi
l'anello d Angelica, o
piuttosto Chi avesse quel
della ragion, pò
tri a Veder a
tutti il viso,
che nascosto Da ti
dì: ione e
d'arta non saria, Tal
ci par hello
e buono, che,
deposto Il liccio, brutto
e rio forse
jiarrià. Fa gran ventura
qneUa di Bnggìero, Ch'ebbe l'anel
che gli scoperse
il vero. Ruggier, com'io
dicea, dìssimolando, Sa Rabican
venne alla porta
armato:Trovò le guardie
sprovvedute; e quando Giunse
tra lor, non
tenne il brando
a lato. Chi morto
e chi a mal termine
lasciando, Esce del ponte,
e il rastrello
ha spezzato:Prende al
bosco la via,
ma poco corre, Ch'ad
un de' servi della
Fata occorre. stanza 4. 4
II servo in
pngno avea un
augel grifagno Che volar
con piacer facea
ogni giorno, Ora a
campagna, ora a
un vicino stagno, Dove
era sempre da
far preda intomo:Avea
da lato il
can fido compagno; Cavalcava un
ronzin non troppo
adcmo. Ben pensò che
Ruggier dovea fuggire, Quando lo
vide in tal
fretta venire. Spinge r
augello: e quel batte
sì V ale, Che
non l'avanza Rabican
di corso. Del palafreno
il cacciator giù
sale, £ tutto a
un tempo gli
ha levato il
mcrao. Quel par dall'arco
uno avventato strale, Di
calci formidabile e di morso; E
'1 servo dietro
si velcce viene, Che
par ch'il vento,
anzi che'l fuoco
il mene Non vuol
parere il can
d'eser più laido; Ma
segue Rabican con
quella fretta, Con che
le lepri suol
seguiie il pario. Vergogna a
Ruggier par, se
non aspttta: Voltasi a
quel che vien
si a pie
gagliardo. Né gli vede
arme, fuor eh'
una bacchetta Quella con
che ubbidire al
cane iuscgua. Ruggier di
trar la spada
sì disdegna. Stanza 11 Se
gli fé' incontra, e
con sembiante altiero Gli
domandò perchè in
tal fretta gisse. Risponder non
gli volse il
buon Ruggiero:Perciò colui,
più certo che
fuggisse, Di volerlo arrestar
fece pensiero; E distendendo
il braccio manco,
disse: Che dirai tu,
se subito ti
fermo?Se centra questo
augel non avrai
schermo?8 Quel se
gli appressa, e
forte lo percuote: Lo
morde a un
tempo il can
nel piede manco Lo
sfrenato destrier la
groppa scuote Tre volte
e più, né
falla il destro
fianco. Gira r augello,
e gli fa
mille ruote, E con
l'ugna sovente il
ferisce anco:Si il
destrier collo strido
ìmpaurisoe, Ch'alia mano e allo spron
poco ubbidisce. VIII.
Buggìero, alfin costretto,
il ferro cacc'a:E
perchè tal molestia
se ne vada, Or
gli animali, or
quel villan minaccia Col
taglio e con
la punta della
spada. Qnella importuna turba
più 1 impaccia:Presa ha
chi qua chi là tutta
la strada. Vede Ruggiero
il disonore e
il danno Che gli
avveri à, se
più tardar lo
fanno. 10 Sa ch'ogni
poco più ch'ivi
rimane, Alcina avrà col
popolo alle spalle. Di
trombe, di tamburi
e di campane Già s'ode alto
rumore in ogni
valle: Centra un servo
senz' arme, e
contro un cane Gli
par eh' a usar
la spada troppo
falle; Meglio e più
breve è dunque
che gli scopra Lo
scudo che d'Atlante
era stato opra. Stanza
19. Il Levò il
drappo vermiglio, in
che coperto Già molti
giorni lo scudo
si t"nne. Fece l'effetto
mille volte esperto Il
lume, ove a
ferir negli occhi
venne. Resta dai sensi
il caociator deserto; Cade
il cane e
il ronzin, cadon
le penne Ch' in aria
sostener l'augel non
ponno; Lieto Ruggier li
lascia in preda
al sonno. 12 Alcina,
ch'avea intanto avuto
avviso Di Ruggier, che
sforzato avea la
porta, E della guardia
buon numero ucciso, Fu
y vinta dal
dolor, per restar
morta. SquarcTossi i panni
e si percosse
il viso, E sciocca
nominossi e mal
accorta; E fece dar
all' arme immantinente, E intorno
a sé raccor
tutta sua gente.13
E poi ne
fa due parti,
e manda Tona Per
quella strada ove
Rnggier cammina; Al porto
l'altra subito raguna In
barca, ed uscir
fa nella marina: Sotto
le vele aperte
il mar s'imbruna. Con questi
va la disperata
Alcina, Che '1 desiderio
di Ruggier sì
rode, Che lascia sua
città senza custode. 14
Non lascia alcuno
a guardia del
palagio; Il che a
Melissa, che stava
alla posta Per liberar
di quel regno
malvagio La gente eh'
in miseria v'
era posta, Diede comodità,
diede grande agio Di
gir cercando ogni
cosa a sua
posta, Immagini abbruciar, suggelli
tórre, E nodi e
rombi e turbini
disciorre. 19 Tra duri
sassi e folte
sp'ne già Ruggiero intanto
invér la Fata
saggia, Dì balzo in
balzo, e d'una
in altra via Aspra,
soliiiga, inospita e
selvaggia, Tanto eh' a
gran fatica riuscia Su
la fervida nona
in una spiaggia Tra
'1 mare e
'1 monte, al
Mezzodì scoperta . Arsiccia, nuda,
sterile e deserta. 20
Percuote il Sole
ardente il vicin
colle; E del calor
che si riflette
addietro, In modo l'aria
e F arena ne
bolle, Che saria troppo
a far liquido
il vetro. Stassi cheto
ogni augello all' ombra
molle; Sol la cicala
col noioso metro Fra i
densi rami del
fronzuto stelo Le valli
e i monti
assorda, e il
mare e il
cielo. 15 Indi pei
campi accelerando i
passi, Gli antiqui amanti,
eh' erano in
gran torma, Conversi in
fonti, in fere,
in legni, in
sassi, Pe' ritornar nella lor
prima forma. E quei,
poi eh' allargati
furo i passi, Tutti
del buon Ruggier
seguiron l'orma: A Logistilla
si salvaro; ed
indi Tornare a Sciti,
a Persi, a
Greci, ad Indi. 16
Li rimandò Melissa
in lor paesi, Con
obbligo di mai
non esser sciolto. Fu
innanzi agli altri
il duca degl'Inglesi Ad esser
ritornato in uman
volto; Chè'l parentado in
questo, e li
cortesi Prieghi del buon
Ruggier gli giovar
molto: Oltre i prieghi,
Ruggier le die
l'anello, Acciò meglio potesse
aiutar quello. 17 A' prieghi
dunque di Ruggier,
rifatto Fu '1 paladin
nella sua prima
faccia. Nulla pare a
Melissa d'aver fatto. Quando
ricovrar l'arme non
gli faccia, E quella
lancia d'ór, eh'
al primo tratto Quanti
ne tocca della
sella caccia; Dell' Argalia, poi
fu d'Astolfo lancia; E
molto onor fé' all'uno
e all'altro in
Francia. 18 Trovò Melissa
q"e8ta lancia d'oro, Ch' Alcina avea
reposta nel palagio; E
tutte l'arme che
del duca fóro, E
gli fnr tolte
nell'ostel malvagio. Montò il
destrier del Negromante
moro, E fé' montar Astolfo
in groppa ad
agio; E quindi a
Logistilla si condusse D'un' ora
prima che Ruggier
vi fùsse. 21 Quivi
il caldo, la
sete e la
fatica Ch'era di gir
per quella via
arenosa, Facean, lungo la
spiaggia erma ed
aprica, A Ruggier compagnia
grave e noiosa. Ma
perchè non convìen
che sempre io
dica, Né eh' io
vi occupi sempre
in una cosa, 10
lascerò Ruggiero in
questo caldo, E girò
in Scozia a
ritrovar Rinaldo. 22 Era
Rinaldo molto ben
veduto Dal re, dalla
figliuola e dal
paese. Poi la cagion
che quivi era
venuto . Più ad agio
il Paladin fece
palese:Ch'in nome del
suo re chiedeva
aiuto E dal regno
di Scozia e
dall'luglese; Ed ai prieghi
soggiunse anco di
Carlo Giusfissime cagion di
dover farlo. 23 Dal
re senza indugiar
gli fu risposto. Che
di quanto sua
forza s' estendea, Per utile
ed onor sempre
disposto Di Carlo e
dell'Imperi j esser
volea: E che fra
pochi di gli
avrebbe posto Più cavalieri
in punto che
potea; E, se non
ch'esso era oggimai
pur vecchio. Capitano verna
del suo apparecchio:24 Nò
tal rispetto ancor
gli parria degno Di
farlo rimaner, se
non avesse 11 figlio,
che di forza,
e più d'ingegno, Degnissimo era
a chi'l governo
dese, Benché non si
trovasse allor nel
regno; Ma che sperava
che venir dovesse Mentre eh'
insieme aduneria lo
stuolo; E eh' adunato
il troveria il
figliuolo. 25 Cosi mandò
per tutta la
sua terra Suoi tesorieri
a far cayalli
e gente:Navi apparecchia
e munizion da
guerra, Vettovaglia e danar
maturamente. Venne intanto Rinaldo
in Inghilterra, E1 re
nel suo partir
cortesemente Insino a Beroìcche
accompagno! lo; E visto pianger
fti quando lasciollo. 26
Spirando il vento
prospero alla poppa, Monta
Einaldo, et addio
dice a tutti:La
fune indi al
viaggio il nocchier
sgroppa; Tanto che giunge
ove nei salsi
flutti Il bel Tamigi
amareggiando intoppa. Col gran
flusso del mar
quindi condutti I naviganti
per cammin sicuro, A
vela e remi
insino a Londra
furo. 27 Rinaldo avea
da Carlo e
dal re Otone, Che
con Carlo in
Parigi era assediato, Al
principe di Vallia
commissione Per contrassegni e
lettere portato, Che ciò
che potea far
la regione Di fanti
e di cavalli
in ogai lato, Tutto
debba a Calesio
traghi ttarlo, Si che aiutar
si possa Francia
e Carlo. 28 II
principe eh io
dico . eh'
era, invece D'Oton, rimase
nel seggio reale, A
Rinaldo d'Amon tanto
onor fece, Che non T
avrebbe al suo
re fatto uguale: ludi
alle sue domande
satisfece; Perchè a tutta
la gente marziale E
di Bretagna e
deir isole intorno Di
ritrovarsi al mar
prefisse il giorno. 29
Signor, far mi
convien come fa
il buono Sonator sopra
il suo istrumento
arguto, Che spesso muta
corda e varia
suono, Ricercando ora il
grave, ora T acuto. Mentre a
dir di Rinaldo
attento sono, D'Angelica gentil
m' è sovvenuto, Di che
lasciai ch'era da
lui fuggita, E eh'
avea riscontrato un
Eremita. 30 Alquanto la
sua istoria io vo'
seguire. Dissi che domandava
con gran cura, Come
potesse alla marina
gire; Che di Rinaldo
avea tanta paura. Che,
non passando il
mar, ciedea morire, Né
in tutta Europa
si tenea sicura; Ma
l'Eremita a bada
la tenea, Perchè di
star con lei
piacere avea. 81 Quella
rara bellezza il cor gli
accese, E gli scaldò
le frigide modelle:Ma
poi che vide
che poco gli
attese, E ch'oltra soggiornar
seco non volle, Di
cento punte l'asinelio
offese; Né di sua
tardità però lo
tolle:E poco va
di passo, e
men di trotto; Né
stender gli si
vuol la bestia
sotto. Stanza 31. 32 E
perchè molto dilungata
s' era, E poco più,
n'avria perduta l'orma. Ricorse il
frate alla spelonca
nera, E di demonj
uscir fece una
torma: E ne sceglie
uno di tutta
la schiera, E del
bisogno suo prima
F informa; Poi lo fa
entrare addosso al
corridore, Che via gli porta con
la donna il
core. 83 E qual
sagace can nel
monte usato A volpi
0 lepri dar
spesso la caccia, Che
se la fera
andar vede da
un lato, Ne va
da un altro,
e par sprezzi
la traccia; Al varco
poi lo sentono
arrivato, Che l'ha già
in bocca, e
l'apre il fianco
e straccia: Tal l'Eremita
per diversa strada Aggiugnerà la
donna ovunque vada. 34
Che 8 il
disegno suo, ben
io eomprendo; £ dirollo
anco a voi,
ma in altro loco.
Angelica di ciò
nulla temendo, Cavalcava a
giornate, or molto
or poco. Nel cavallo
il demon si
già coprendo, Come si
cnopre alcnna volta
il foco, Che con
si grave incendio
poscia avvampa, Che non si estingue,
e a pena
se ne scampa. 35
Poichò la donna
preso ebbe il
sentiero Dietro il gran
mar che li
Guasconi lava, Tenendo appresso
all' onde il suo
destriero, Dove V umor
la via più
ferma dava; Quel le
fa tratto dal
demonio fiero Nell'acqua si,
che dentro vi
nuatava. Non sa che
far la timida
donzella, Se non tenersi
ferma in su
la sella. B Quando
si vide sola
in quel deserto, Ch'a
riguardarlo sol mettea
paura, Nell'ora che nel
mar Febo coperto L'aria e
la terra avea
lasciata oscura; Fermossi in
atto ch'avria fatto
incerto Chiunque avesse vista
sua figura, S'ella era
donna sensitiva e
vera, 0 sasso colorito
in tal maniera. ''im:M stanza 36. 36
Per tirar briglia,
non gli può
dir volta: Più e
più sempre quel
si caccia in
alto. Ella tenea la
vesta in su
raccolta Per non bagnarla,
e traea i
piedi in alto. Per
le spalle la
chioma iva disciolta, E
l'aura le iacea
lascivo assalto. Stavano cheti
tutti i maggior
venti, Forse a tanta
beltà col mare
intenti. 37 Ella volgea
1 begli occhi
a terra invano, X)he
bagnavan di pianto
il viso e
'1 seno; E vedea
il lito andar
sempre lontano, E decrescer
più sempre e
venir meno. Il destrier
che nuotava a
destra mano, Dopo un
gran giro la
portò al terreno Tra
scuri sassi e
spaventose grotte, Giàcominciando ad
oscurar la notte. stanza
39. 39 Stupida e
fissa nella incerta
sabbia, Coi capelli disciolti
e rabbuffati, Con le
man giunte, e
con l'immote labbia I
languidi occhi al
ciel tenea levati; Come
accusando il gran
Motor, che. l'abbia Tutti
inclinati nel suo
danno i fati. Immota
e come attonita
stè alquanto; Poi sciolse
al duol la
lingua, e gli
occhi al pianto. 40
Dìcea: Fortuna, che più
a far ti
resta, Acciò di me
ti sazii e
ti disfami? Che dar ti posso
ornai più, se
non questa Misera yita?
ma tu non la brami; Ch'ora
a trarla del
mar sei stata
presta, Quando potea finir
snoi giorni grami: Perchè
ti parve di
voler più ancora Vedermi tormentar
prima chMo muora. 41
Ma che mi
possa nuocere non
veggio, Più di quel
che sin qui
nociuto m'hai. Per te
cacciata son del
r6al seggio, Dove più
ritornar non spero
mai: Ho perduto V
onor, eh' è
stato peggio Che sebben
con effetto io
non peccai, Io do
però materia eh'
ognun dica, Ch' essendo
vagabonda, io sia
impudica 44 Se l'affogarmi
in mar morte
non era A tuo
senno crudel, purch'io
ti sazii, Non recuso
che mandi alcuna
fera Che mi divori,
e non mi
tenga in strazii. D'ogni martir
che sia, pur
eh' io ne
pera, Esser non può
ch'assai non ti
ringrazii. Cosi dicea la
donna con gran
pianto, Quando le apparve
l'Eremita accanto. Stana 40. Stanza
4j. 45 Avea mirato
dall' estrema cima D'un rilevato
sasso l'Eremita Angelica, che
giunta alla parte
ima È dello scoglio,
afflitta e sbigottita. Era sei
giorni egli venuto prima: Ch' undemonio il
portò per via
non trita:E venne
a lei fingendo
divozione Quanta avesse mai
Paulo o Ilarione. 42
Che aver può
donna al mondo
più di buono A
cui la castità
levata sia? Mi nuoce,
ahimè! ch'io son
giovane, e sono Tenuta
bella, o sia
vero o bugia. Già
non ringrazio il
Ciel di questo
dono; Che di qui
nasce ogni mina
mia. Morto per questo
fu Argalia mio
fìrate; Che poco gli
giov&r l'arme incantate:43
Per questo il
re di Tartaria
Agricane Disfece il genitor
mio Galagone, Ch' in
India, del Cataio
era Gran Cane; Onde
io son giunta
a tal condizione, Che muto
albergo da sera
a dimane. Se r
aver, se l'onor,
se le persone M'hai
tolto, e fatto
il mal che
far mi puoi, A
che più doglia
anco serbar mi
vuoi? stanza 45 46 Come
la donna il
cominciò a vedere, Prese, non
conoscendolo, conforto; E cessò
a poco a
poco il suo
temere, Bench'ella avesse ancora
il viso smorto. Come
fu presso disse: Miserere, Padre, di me, ch'i'son
giunta a mal
porto: E con voce
interrotta dal singulto, Gli
disse quel eh' a
lui non era
occulto. 47 Comincia l'Eremita
a confortarla Con alquante
ragion belle e
divote; E pon r
audaci man, mentre
che parla, Or per
lo seno, or
per V umide
gote:Poi più sicuro
va per abbracciarla: Ed ella
sdegnosetta lo percuote Con
una man nel
petto, e lo
respinge, E d'onesto rossor
tutta si tinge. 50
Tutte le vie,
tutti li modi
tenta; Ma quel pigro
rozzon non però
salta: Indarno il fren
gli scuote e
lo tormenta; E non
può far che
tenga la testa
alta. Alfin presso alla
donna s' addormenta; E nuova
altra sciagura anco
l'assalta. Non comincia Fortuna
mai per poco, Quando
un mortai si
piglia a scherno
e a gioco. 51
Bisogna, prima eh'
io vi narri
il caso, Ch' un
poco dal sentier
dritto mi torca. Nel
mir di Tramontana
invèr 1' Occaso Oltre
l'Irlanda una isola
si corca. Ebuda nominata;
ove è rimise Il
popol raro, poi
che la brutta
orca, E l'altro marin
gregge la distrusse, Ch'in sua
vendetta Proteo vi
condusse.stanza 49.52 Narran
l'antique istorie, o
vere o false, Che
tenne già quel
luogo un re
possente. Ch'ebbe una figlia,
in cui bellezza
valse E grazia si,
che potè facilmente, Poi che
mostrossi in su
1' arene salse, Proteo
lasciare in mezzo
a 1' acque
ardente:E quello, un di che
sola ritrovolla, Compresse, e di sé
gravida lasciolla. 53 La
cosa fu gravissima
e molesta Al padre
più d'ogni altro
empio e severo:Né
per iscusa o
per pietà la
testa Le perdonò; sì
può lo sdegno
fiero:Né, per vederla
gravida, si resta Di
subito eseguire il
crudo impero: E il
nipotin, che non
avea peccato, Prima fece
morir che fosse
nato. 48 Egli eh' a
Iato avea una
tasca, aprilla, E trassene
una ampolla di
liquore; E negli occhi
possenti, onde sfavilla La
più cocente face
ch'abbia Amore, Spruzzò di
quel leggiermente una
stilla, Che di farla
dormire ebbe valore: Già
resupina nell'arena giace A
tutte voglie del
vecchio rapace. 49 Egli
l'abbraccia, ed a
piacer la tocca; Ed
ella dorme, e
non può fare
ischermo. Or le baci\
il bel petto,
ora la bocca; Non
è chi'l veggia
in quel loco
aspro ed ermo. Ma
nell'incontro il suo
destrier trabocca; Ch' al
disio non risporide
il corpo infermo:Era
mal atto, perchè
avea troppi anni, E
potrà peggio, quanto
più l'affanni. 54 Proteo
marin, che pasce
il fiero armento Di
Nettuno che l'onda
tutta regge, Sente della
sua donna aspro
tormento, E per grand' ira
rompe ordine e
legge; Sì che a
mandare in terra
non è lento L'orche
e le foche,
e tutto il
marin grregge, Che distruggon
non sol pecore
e buoi. Ma ville
e borghi, e
li cultori suoi:55
E spesso vanno
alle città murate, E
d'ogn'intomo lor mettono
assedio. Notte e di
stanno le persone
armate Con gran timore
e dispiacevo! tedio: Tutte
hanno le campagne
abbandonate; E per trovarvi
alfin qualche rimedio, Andarsi a consigliar di queste
cose All' Oracol, che lor
così rispose:56 Che
trovar bisognava una
donzella Che fosse air
altra di bellezza
pare, Ed a Proteo
sdegnato offerir quella, In
cambio della morta,
in lito al
mare. Sa sua satisfazion
gli parrà bella, Se
la terrà, né
li verrà a
sturbare:Se per questo
non sta, se gli appresenti Una ed
un' altra, finché
si contenti. 57 E
cosi cominciò la
dura sorte Tra quelle
che più grate
eran di faccia, Ch'a
Proteo ciascun giorno
una si porte. Finché
trovino donna che
gli piaccia. La prima
e tutte 1
altre ebbero morte; Che
tutte giù pel
ventre se le
caccia Un' orca che
restò presso alla
foce, Poi che il
resto parti del
greggie atroce. stanza 52. 58
0 vera o
falsa che fosse
la cosa Di Proteo,
eh' io non so che
me ne dica, Servosse in
quella terra . con
tal chiosa, Contra le
donne un' empia
legge antica; Che di
lor carne V orca monstrucsa, Che viene
ogni dì al
lito, si nutrica. Bench' esser
donna sia in
tutte le bande Danno
e sciagura, quivi
era pur grande. 59
Oh misere donzelle
che trasporte Fortuna ingiuriosa
al lito infausto ! Dove le
genti stan sul
mare accorte Per far
delle straniere empio
olocausto:Che, come più
di fuor ne
sono morte, Il numer
delle loro é meno esausto; Ma
perché il vento
ognor preda non
mena, Kicercaudo ne van
per ogni arena. 60
Van discorrendo tutta
la marina Con foste
e grippi, ed
altri legni loro; E
da lontana parte
e da yicina Portan
sollevamento al lor
martoro. Molte donne han
per forza e
per rapina, Alcune per
lusinghe, altre per
oro, E sempre da
diverse regioni N'hanno piene
le torri e
le prigioni. stanza 57. 62
Oh troppo cara,
oh troppo eccelsa
preda Per si barhare
genti e si
villane ! Oh Fortuna crudel,
chi fia eh'
il creda, Che tanta
forza hai nelle
cose umane, Che per
cibo d'un mostro
tu conceda La gran
beltà, ch'in India
il re Agricane Fece
venir dalle caucasee
porte Con mezza Scizia
a guadagnar la
morte? 03 La gran
beltà che fu
da Sacripante Posta innanzi
al suo onore
e al suo bel regno La
gran beltà ch'ai
gran signor d'Anglante Macchiò la
chiara fama e
l'alto ingegno; La gran
beltà che fé'
tutto Levante Sottosopra voltarsi,
e stare al
segno, Ora non ha
(cosi è rimasa
sola) Chi le dia
aiuto pur d'una
parola. 64 La bella
donna, di gran
sonno oppressa Incatenata
fu prima che
desta. Portaro il frate
incantator con essa Nel
legno pien di
turba afflitta e
mesta. La vela, in
cima air arbore
rimessa, Rendè la nave
all'isola funesta, Dove chiuser
la donna in
rócca forte, Fin a
quel di eh' a
lei. toccò la
sorte. 65 Ma potè
si, per esser
tanto bella, La fiera
gente muovere a
pietade, Che molti di
le differiron quella Morte,
e serbarla a gran
necessitade; E fin ch'ebber
di fuore altra
donzella, Perdonaro
all'angelica beltade. Al mostro
fu condotta finalmente, Piangendo dietro
a lei tutta
la gente. 66 Chi
narrerà 1' angoscie,
i pianti, i
gridi, L'alta querela che
nel ciel penetra? Maraviglia ho
che non s'aprirò
i lidi Quando fu
posta in su
la fredda pietra, Dove
in catena, priva
di sussidi, Morte aspettava
abbominosa e tetra. Io
noi dirò; che
si il dolor
mi muove, Che mi
sforza voltar le
rime altrove, 61 Passando
una lor fusta
a terra a
terra Innanzi a quella
solitaria riva, Dove fra
sterpi in su
l'erbosa terra Là sfortunata
Angelica dormiva, Smontaro alquanti
galeotti in terra Per
riportarne e legna
ed acqua viva; E
di quante mai
fur belle e
leggiadre, Trovaro il fiore
in braccio al
sauto padre. 67 E
trovar versi non
tanto lugubri, Finché '1 mio
spirto stanco si
riabbia; Che non potrian
gli squallidi colubri, Né
l'orba tigre accesa
in maggior rabbia, Né
ciò che dall'Atlante
ai liti rubri Venenoso erra
per la calda
sabbia. Né veder né
pensar senza cordoglio, Angelica legata
al nudo scoglio. 68
Oh se r
avesse il suo
Orlando saputo, Ch' era
per ritrovarla ito
a Parigi, 0 li
dui ch'infiannò quel
vecchio astuto Col messo
che venia dai
luoghi stigi ! Fra mille
morti, per donarle
aiuto, Cercato avrian gli
angelici vestigi. Ma che
fariano, avendone anco spia,
Poiché distanti son
di tanta via? 69
Parigi intanto avea
T assedio intorno Dal
famoso figliuol del re Troiano: E
venne a tanta
estremitade un giorno, Che
n'andò quasi al
suo nimico in
mano; E, se non
che li voti
il Ciel placomó, Che
dilagò di pioggia
oscura il piano, Cadea
quel di per
l'africana lancia Il santo
Imperio e'I gran
nome di Francia. Stanza 70. 70
II sommo Creator
gli occhi rivolse Al
giusto lamentar del
vecchio Carlo; E con
subita pioggia il
foco tolse: Né forse
uman saper potea
smorzarlo. Savio chiunque a
Dio sempre si
volse; Ch'altri non potè
mai meglio aiutarlo. Ben
dal devoto Be
fu conosciuto, Che si
salvò per lo
divino aiuto. 71 La
notte Orlando alle
noiose piume Del veloce
pensier fa parte
assai, Or quinci or
quindi il volta,
or lo rassume Tutto
in un loco,
e non V afferma mai:Qual
d'acqua chiara il
tremolante lume, Dal Sol
percossa o da
notturni rai, Per gli
ampli tetti va
con lungo salto A
dèstra ed a
sinistra, e basso
ed alto. 72 La
donna sua che
gli ritorna a
mente, Anzi che mai
non era indi
partita, Gli accende nel
core e fa
più ardente La fiamma
che nel di
parea sopita. Costei venuta
seco era in
Ponente Fin dal Cataio:
e qui l'avea
smarrita, Né ritrovato poi
vestigio d'ella, Che Carlo
rotto fu presso
a Bordella. 73 Di
questo, Orlando avea
gran doglia; e seco
Indarno a sua
sciocchezza ripensava. Cor mio,
dicea, come vilmente
teco Mi son portato !
ohimè, quanto mi
grava Che potendoti aver
notte e di
meco, Quando la tua
bontà non mei
negava, T' abbia lasciato
in man di
Namo porre, Per non
sapermi a tanta
ingiuria opporre ! Stanza 71 74
Non aveva ragione
io di scusarme? E
Carlo non m'avria
forse disdetto: Se pur
disdetto, e chi
potea sforzarme Chi ti
mi volea tórre
a mio dispetto? Non
poteva io venir
piuttosto all'arme? Lasciar piuttosto
trarmi il cor
del petto?Ma né
Carlo, né tutta
la sua gente Di
tormiti per forza
era possente. 75 Almen
l'avesse posta in
guardia buona Dentro a
Parigi o in
qualche rocca forre. Che
l'abbia data a
Namo mi consona. Sol
perché a perder
V abbia a
questa sorte. Chi la
dovea guardar meglio
persona Di me? ch'io
dovea farlo fino
a morte; Guardarla più
che'l cor, che
gli occhi miei: E
dovea e potea
farlo, e pur
noi fei. 76 Deb!
dove senza me,
dolce mia vita. Rimasa
sei sì giovane
e si bella? Come,
poi cbe la
luce è dipartita, Riman tra
boscbi la smarrita
agnella, Che dal pastor
sperando essere udita. Si
va lagnando in
questa parte e
in quella, Tanto cbe'l
lupo Tode da
lontano, E U misero
pastor ne piagne
invano. 77 Dove, speranza
mia, dove ora
sei? Vai tu soletta
forse ancora errando? Oppur t'hanno
trovata i lupi
rei Senza la guardia
del tuo fido
Orlando?E il fior
eh' in ciel
potea pormi fra
i Dei, 11 fior
eh' intatto io mi venia
serbando Per non turbarti,
ohimè ! V animo
casto, Ohimè ! per forza
avranno colto e
guasto. 78 Oh infelice !
oh misero ! che
vogìio Se non morir,
se'l mio bel
fior coito hanno? 0
sommo Dio, fammi
sentir cordoglio Prima d'ogni
altro, che di
questo danno. Se questo
è ver, con
le mie man
mi toglio La vita,
e Talma disperata
danno. Cosi piangendo forte e
sospirando, S3C0 d'cea l'addolorato
Orlando. 70 Già in
ogni parte gli
animanti lassi D.ivan riposo
ai travagliati spirti, Chi
su le piume,
e chi su
i duri sassi, E
chi su r
erbe, e chi
su faggi o
mirti:Tu le palpebre,
Orlando, appena abbassi, Punto da' tuoi
pensieri acuti ed
irti; Né quel sì
breve e fuggitivo
sonno Godere in pace
anco lasciar ti
ponno. 80 Parca ad
Orlando, s' una verde
riva D'odoriferi fior tutta
dipinta, Mirare il bello
avorio, e la
nativa Porpora eh' avea
Amor di sua
man tinta, E le
due chiare stelle,
onde nutriva Nelle reti
d'Amor V anima
avvinta:Io parlo de'
begli occhi e
del bel volto, Che
gli hanno il
cor di mezzo
il petto tolto. 81
Sentia il maggior
piacer, la maggior
festa Che sentir possa
alcun felice amante: Ma
ecco intanto uscire
una tempesta Che struggea
i fiori ed
abbattea le piante. Non
se ne suol
veder simile a
questa, Quando giostra Aquilone,
Austro e Levante. Parea che,
per trovar qualche
coperto, Andasse errando invan
per un deserto. 82
Intanto l'infelice (e
non sa come) Perde
la donna sua
per l'aer fosco; Onde,
di qua e
di là, del suo bel
nome Fa risonare ogni
campagna e bosco. E
mentre dice indarno: Misero me ! Chi
ha cangiata mia
dolcezza in tosco?Ode
la donna sua
che gli domanda, Piangendo, aiuto,
e se gli
raccomanda. Stanza 91 83 Onde
par eh' esca
il grido, va veloce;
E quinci
e quindi s'affatica
assai. Oh quanto è
il suo dolore
aspro ed atroce, Che
non può rivedere
i dolci rai ! Ecco
eh' altronde ode
da un' altra
voce:Non sperar più
gioirne in terra
mai. A questo orribil
grido risvegliossi, E tutto
pien di lacrime
trovossi. 84 Senza pensar
che sian V
immagin false, Quando per
tema o per
disio si sogna, Della
donzella per modo
gli calse, Che stimò
giunta a danno
od a vergogna, Che
fulminando fuor del
letto salse. Di piastra
e maglia, quanto
gli bisogna, Tutto guarnissi,
e Brigliadoro tolse; Né
di scudiero alcun
servigio volse. 85 E
per poter entrar
ogni sentiero, Che la
sua dignità macchia
non pigli, Non V
onorata insegna del
quartiero, Distinta di color
bianchi e vermigli, Ma
portar volse, un ornamento
nero, • E forse
acciò ch'ai suo
dolor somigli: E quello
avea già tolto
a un Amostante, Ch'uccise di sua man
pochi anni innante. 88 Brandimarte,
eh' Orlando amava
a pare Di sé
medesmo, non fece
soggiorno; 0 che sperasse
farlo ritornare, 0 sdegno
avesse udirne biasmo
e seomo: E volse
appena tanto dimorare, Ch'uscisse fuor
nell'oscurar del giorno. A
Fiordiligi sua nulla
ne disse, Perchè 1
disegno suo non
gì' impedisse. 86 Da
mezza notte tacito
si parte, E non
saluta, e non fa motto
al zio; Né al
fido suo compagno
Brandimarte, Che tanto amar
solea, pur dice
addio. Ma poi che'l
Sol con l'auree
chiome sparte Del ricco
albergo di Titone
uscio, E fé' l'ombra
fuggire umida e
nera, S' avvide il re
che '1 paladin
non v' era. 87
Con suo gran
dispiacer s'avvede Carlo Che
partito la notte
è il suo nipote.
Quando esser dovea
seco, e pii\
aiutarlo: E ritener la
collera non puote, Ch'
a lamentarsi d'esso,
ed a gravarlo Non
incominci di biasimevol
note; E minacciar se
non ritoma, e dire
Che lo
farla di tanto
error pentire. 89 Era
questa una donna
che fu molto Da
lui diletta, e
ne fu raro
senza; Di costumi, di
grazia e di
bel volto Dotata, e
d'accortezza e di
prudenza:E se licenzia
or non n'
aveva tolto, Fu che
sperò tornarle alla
presenza J\ di medesmo;
ma gli accadde
poi, Che lo tardò
più dei disegni
suoi. 90 E poi
eh' ella aspettato
quasi un mese Indarno
l'ebbe, e che
tornar noi vide. Di
desiderio sì di
lui s'accese, Che si
partì senza compagni
o guide; E cercandone
andò molto paese, Come
l'istoria al luogo
suo decide. Di questi
dua non vi
dico or pia
innante; Che più m' importa
il cavalier d'Anglante. 91 n
qual, poi che
mutato ebbe d'Almonte Le
gloriose insegne, andò
alla porta, E disse
nell'orecchio: Io sono
il Conte, A un
capitan che vi
facea la scorta; E
fattosi abbassar subito
il ponte. Per quella
strada che più
breve porta Agi' inimici,
se n' andò
diritto. Quel che segui,
nell'altro Canto è
scritto. N OTB. St. 3.
V.3. Sprovvedute vale
disattente, nonpronte ad opporsi. St.
6. V.3. Qiù
sale vuol dite
smonta. St. 14. v.78.
Imma Tini f
suggelli, nodi, rombi, turlrinif tatti
oggetti relativi alle
magiche supersti zioni. St. 19.
V.6. La fervida
nona, secondo l'antica
nu merazione dell'ore,
denota sul metzogiorno. St. 27.
V.37. ValUa, nome
dato dai Latini
alla contrada che gì
Inglesi chiamano Wales,
e che noi di
ciamo principato di Galles.
Calesio é Calais
di Fran cia, detto anche
Calesse nella St.
27 del Canto
II. St. 32. V.3.
Per la spelonca
nera intende Vinfemc, St.
35. V.2. Quel
mare ò V
Oceano, che ivi
bagna le spiaggie della
Guascogna. St. S6. V.2.
Si eaccia in
alto, ossia si
addentra neWacqta. St. 43. V.12.
Agricane re di
Tartaria, mosse guerra a
Oalafrone padre d'Angelica, perché
essa rifiutava es sergli sposa. Ivi. V.3.
Cataio o Calai,
nome che si
dette alle Provincie settentrionali della
Cina. Cane, si
chiama anche oggi il
capo o re
dei Tartari. Kan,
vale appnnto, nel linguaggio
arabo, re. imperatore. as:46fc 4.FaAlo
fu eremita nella Tebaide. Ila rione
fu eremita nells
nrfìMlÉak. St. 51. Y.
58. Bbnday detta
dai Latini Ebudarum, oggi Muli,
6 nna dell'Ebridi,
che giacciono lungo
le co ste occidentali della
Oran Bretagna, flanclieggiando la Scozia.
Proteo favolosa deità
marina. St. 60. V.2.
Le fitste e
i grippi sono
navigli sot tili adattati al
corseggiare. St. 62. V.78.
Caucasee porte: cosi chiana
una gola del Caucaso,
onde dal paese
detto una volra
Sarmazia, si passa
nelU Georgia. Sciiia
chiamarono gli antichi la
vasta regione che
ora dicesi Tartaria. St.
67. V.56. La
calda sabbia daW Atlante
ai liti rttbrif è
l'afdcana costa di
Berberia, che si
distende dai monti Atlantici
fino al golfo
Arabico, o mar
Rosso. St. 68. V.3.
Rinaldo e Ferraù
amanti anch'essi d'An gelica. Vedi al
II Canto. St. 69.
V.8. L'impero d'Occidente
ristabilito in Carlo Magno
d&LMnelII papa f
il deUo Santa
Romano Impero. St. 72i
V.8. Bordella: la
città di Bordeaux,
che il Poeta ha
detta anche Bordea
nella St. 75.
del Canto 111. St.
84. V.57. Salsz
qui vale lalzò.
BrigliadorOj nome del cavallo
d'Otlando. St. 85. V.3
4. La divisa
d'Orlando era distinta
in quattro parti alternate
di colore bianco
e rosso. L'aveva tolta
ad Almonte, cai
egli, ancor giovinetto,
aveva ucciso. Ivi. V.7. Anxoatante
è nome di
dignità fra i Sa
laceni St. 86. y.
2. Zio, Orlando
era ilglio di
Berta sorella di Carlomagno. Ivi. V.6.
Albei'go di Titone
è lOriente. Titone, secondo la
mitologia, fu rapito
in cielo e
sposato dal l'Aurora. Il "UtT., IX.
Stanza 70. ARGOMENTO. Uihunln,
avellilo udita ]el
ra e rat
il man za
i>]trodottA Ja Et"
dv" HLiHii4:Ua esrc \\i
Ai>j?<'Ura ili rìcliio
f? si jroponei
dlmndftnrli ma rrirnsL .nrrurn'
Onmpin, curi t asm "IL
Olanda, moiglie del duri
Hìri nu, e
jiKtrsomUiitji iljil rn
Ci mosco. ViiUMt
eointiìiitft ipieutt' qiitJ Lts 1 riduiDL
ad Ulì?tii)ia gli
st&ti f: lo
"poso. Cile noli pnù
far iFuii cor
eh' abbia suggetro IJuesto inididi'
e iradilur'i Amore
Toìrbiid nriaudu \\\\ò
luvar del petto La
tanta fé" cla
debbe ai Miu
Signore? Già,savio e iticia fn
d'ogiii rispetto, E iltdbi
Santa Chiuia difensore: i
ir ]H r
nu vaiio amur,
poco del zio
E di fili
]ìi)co, e nti'ii
triira di Dio, Ma
l'tstuso io jaif
trtiiijMi, e mi
ralìegro Nel m'ut difetto
aver coraiiiigno tuie; rii'wiidrio soli
al miw ben
languido ed egn>, Saiiu e
gagliardo a seguitare
il male. Quel se ne va
tutto vestito a
negro; Né tanti amici
abbandonar gli cale; E
passa dove d'Africa
e di Spagna La
gente era attendata
alla campagna; Anzi uou
attendata, perchè sotto Alberi
e tetti l'ha
sparsa la pioggia A
dieci, a venti,
a quattro, a
sette, ad otto; Chi
più distante, e
chi più presso
alloggia. Ognuno dorme travagliato
e rotto. Chi steso
in terra, e
chi alla man
s appoggia. Dormono; e
il conte uccider
né può assai:Né
però stringe Durindana
mai. Di tanto core
è il geneioso
Orlaudo, Che non degna
ferir gente che
dorma. Or questo e
quando quel luogo
cercando Va, per trovar
della sua donna
l'orma. Se troVa alcun
che veggi, sospirando Gli ne
dipinge V abito
e la forma; E
poi lo priega
che per cortesia GP
insegni andar in
parte ov'ella sia. stanza
3. E, poi che
venne il di
chiaro e lucente, Tutto cercò
V esercito moresco; E
ben lo potea
far sicuramente, Avendo indosso
T abito arabesco. Ed
aiutollo in questo
parimente, Che sapeva altro
idioma che francesco; E
l'africano tanto avea
espedito. Che parea nato
a Tripoli e
nutrito. Quivi il tutto
cercò, dove dimora Fece
tre giorni, e
non per altro
effetto:Poi dentro alle
cittadi. e a' borghi
fiiora Non spiò sol
per Francia e
suo distretto; Ma per
Uvemia e per
Guascogna ancora Rivide sin
all'ultimo borghetto: E cercò
da Provenza alla
Bretagna, E dai Piccardi
ai termini di
Spagna. 7 Tra il
fin d'ottobre e
il capo di
novembre, Nella stagion che
la frondosa vesta Vede
levarsi, a discoprir
le membre Trepida pianta,
finché nuda resta, E
van gli augelli
a strette schiere
insembre, Orlando entrò nell'amorosa
inchiesta: Né tutto il
verno appresso lasciò
quella. Né la lasciò
nella stagion novella. 8
Passando un giorno,
come avea costume, D'un
paese in un
altro, arrivò dove Parte
i Normandi dai
Britoni un fiume, E
verso il vicìn
mar cheto si
muove; Ch'allora gonfio e
bianco già di
spume Per neve sciolta
e per montane
piove; E l'impeto dell'acqua
avea disciolto E tratto
seco il ponte,
e il passo
tolto. Con gli occhi
cerca or questo
lato or quello, Lungo
le ripe il
Pdladia, se Tede (Quando
né pesce egli
non è, né
augello) Come abbia a
por nell'altra ripa
il piede; Ed ecco
a sé venir
vede un battello/ Nella cui
poppa una donzella
siede, Che di volere
a lui venir
fa segno; Né lafc'a
poi ch'arrivi in
terra il gno. stanza
10. 19 Voi dovete
saper ch'oltre l'Irlanda, Fra molte
che vi son,
l'isola giace Nomata Ebu'la,
che per legge
manda Rubando intorno il
suo popol rapace; E
quante donne può
pigliar, vivanda Tutte destina
a un au'mal
vorace, Ohe viene ogni
di al lito,
e sempre nova Donna
o donzelli, onde
si pasca, trova; 13
Che mercanti e
corsar che vanno
attorno, Ve ne fan
copia, e più
delle più belle. Ben
potete contare, una
per giorno. Quante morte
vi sian donne
e donzelle. Ma se
pietade in voi
trova soggiorno., Se non
sete d'Amor tutto
ribelle, Siate contento esser
tra questi eletto. Che
van per far
sì fruttuoso effetto. 14
Orlando volse appena
udire il tutto. Che
giurò d'esser primo
a quella impresa, Come
quel eh' alcun
atto iniquo e
bratto Non può sentire,
e d'ascoi tiir gli
pesa: E fu a
pensare, indi a
temere indntto, Che quella
gente Angelica abbia
presa; Poiché cercata l'ha
per tanta via. Né
potutone ancor ritrovar
spia. 15 Questa immaginazion
si gli confuse E
sì gli tolse
ogni prìmier disegno. Che,
quanto in fretta
più potea, conchiuse Di
navigare a quell'iniquo
regno. Né prima l'altro
SdI nel mar
si chiuse, Che presso
a San Malo
ritrovò un legno, Nel
qual si pose;
e fatto alzar
le vele, Passò la
notte il monte
San Michele. 10 Prora
in terra non
pon; che d'esser
carca Contra sua volontà
forse sospetta. Orhindo priega
lei, clie nella
barca Seco lo tolga,
ed oltre il
fiume il metta. Ed
ella a lui:
Qui cavalier non
varca, Il qual su
la sua fé'
non mi prometta Di
fare uni batCìglia
a mia richiesta, La
più giusta del
mondo e la
più onesta. 11 Si
che s'avete, cavalier,
desire Di por per me nell' altra
ripa i passi, Promettetemi, prima
che finire Quest' altro
mese prossimo si
lassi, Ch'ai re d'Ibernia
v'anderete a unire, Appresso al
qual la bella
armata fassi Per distrugger
quell' isola di Ebnda, Che,
di quante il mar cinge,
è la più
cruda. 16 Breaco e
Landriglier lascia a man manca. E
va radendo il
gran lito britone; E
poi si drizza
invér l'arena bianca, Onde
Inghilterra si nomò
Albione:Ma il vento,
ch'era da merigge,
manca, E soffia tra
il ponente e
l'aquilone Con tanta forza,
che fa al
basso porre Tutte le
vele, e sé per poppa
tórre. 17 Quanto il
navilio innanzi era
venuto In quattro giorni,
in un ritornò
indietro, Nell'alto mar dal
buon nocchier tenuto, Che
non dia in
terra, e sembri
un fragil vetw Il
vento, poi che
furioso suto Fu quattro
giorni, il quinto
cangiò metro Lasciò senza
contrasto il legno
entrare Dove il fiume
d'Anversa ha foce
in mare. 18 Tosto
che nella foce
entrò lo stanco Nocchier col
legno afflitto, e
jl lito prese, Fuor
d'una terra che
sul destro fianco Di
quel fiume sedeva,
un vecchio scese, Di
molta età, per
quanto il crine
bianco Ne dava indizio: il
qual tutto cortese, Dopo
i saluti, al
Conte rivoltosse, Che capo
giudicò che di
lor fosse:Stanza 15. 19
E da parte
il pregò d'una
donzella, Ch' a lei
venir non gli
paresse grave; La qual
ritroverebbe, oltre che
bella. Più eh' altra
al mondo affabile
e soave:Ower fosse
contento aspettar ch'ella Verrebbe a
trovar lui fiji
alla nave: Né più
restio volesse esser
di quanti Quivi eran
giunti cavalieri erranti; 20
Che nessun altro
cavalier ch'arriva 0 per terra o
per mare a
questa foce, Dì ragionar
con la donzella
schiva, Per consigliarla in
un suo caso
atroce. Udito questo, Orlando
in su la
riva, Senza punto indugiarsi,
usci veloce; £, come
umano e pien
di cortesia, Dove il
vecchio il menò,
prese la via. 21
Fu nella terra
il Paladin condutto Dentro un
palazzo, ove al
salir le scale Una
donna trovò piena
di lutto, Per quanto
il viso ne
facea segnale, E i
negri panni che
coprian per tutto E
le loggie e
le camere e
le sale: La qual,
dopo accoglienza grata
e onesta Fattoi seder,
gli disse in
voce mesta:22 Io
voglio che sappiate
che figliuola Fui del
conte di Olanda,
a lui si
grata (Quantunque prole io
non gli fossi
sola; Ch'era da dui
fratelli accompagnata). Oh a
quanto io gli
chiedea, da lui
parola Contraria non mi
fu mai replicata. Standomi lieta
in questo stato,
avvenne Che nella nostra
terra un duca
venne. Stanza 8. 3 Duca
era di Selandia,
e se ne
giva Verso Biscaglia a
guerreggiar coi Mori. La
bellezza e l'età
ch'in lui fioriva, E'
li non più
da me sentiti
amori, Con poca guerra
me gli fer
capti va; Tanto p!ù
che, per quel
eh' apparea fuori, Io
credea e credo,
e creder credo
il vero, Ch'amasse ed
ami me con
cor incero. 24 Quei
giorni che con
noi contrario vento, Contrario agli
altri, a me
propizio, il tenne (Olitagli altri
far quaranta, a
me un momento; Cosi
al fuggire ebbon
veloci penne), Fummo più
volte insieme a
parlamento, Dove, cbe'l matrimonio
con solenne Rito al
ritorno suo sari.i
tra nui Mi promise
egli, ed io
I promisi a lui.
ifl> ip ff tif
;iHìiii!ii||;:i"h;'" Stanza
21. 26 Io eh' air
amante mio di
quella fede Mancar non
posso, che gli
aveva data; E anco
chMo possa, Amor
non mi concede Che
poter voglia, e
eh' io sia
tanto ingrata. Per minar
la pratica ch'in
piede Era gagliarda, e
presso al fin
guidata, Dico a mio
padre, che prima
eh' iia Priàa Mi
dia niarito, io
voglio essere uccisa. 27
II mio buon
padre, al qnal
sol piacea quanti A
me piacea, né mai turbar
mi volse, Per consolarmi
e far cessare
il pianto Ch' io
ne facea, la
pratica disciolsc:Di che
il superbo re
di Frisa tanto Isdegno
prese, e a
tanto odio si
volse, Ch'entrò in Olanda
e cominciò la
guerra Che tutto il
sangue mio cacciò
sotterra. Stanza 23. 26 Bireno
appena era da
roi partito (Che, cosi
ha nome il
mio fedele amante), Che'l re
di Frisa (la
qual, quanto il
lito Del mar divide
il fiume, è
a noi distante) Disegnando i
figliuol farmi marito, Ch'
unico al mondo
avea, nomato Arbante, Per
li più degni
del suo stato
manda A domandarmi al
mio padre in
Olanda. B Oltre che
sia robusto e
si possente. Che pochi
pari a nostra
età ritrova: E si
astuto in mal
far, eh' altrui
niente La possanza, l'ardir,
l'ingegno giova; Porta alcun' arme
che l'antica gente Non
vide mai, né,
fuor eh' a
lui, la nova:Un
ferro bugio, lungo
da due braccia, Dentro a
cui polve ci
una palla caccia. Stanza 41 29
Col fuoco dietro
ove la canna
è chiusa, Tocca un
spiraglio che si
vede appena; A gaisa
che toccare il
medico usa Dove è
bisogno d allacciar
la Tena:Onde Yien
con tal suon
la palla esclusa, Che
si può dir
che tuona e
che balena; Né men
che soglia il
fulmine ove passa, Ciò
che tocca, arde,
abbatte, apre e
fracassa. 30 Pose due
volte il nostro
camjo iu rotta:Con
questo inganno, e i miei
fratelli uccise: Nel primo
assalto il primo,
che la botta, Rotto
r usbergo, in mezzo
il cor gli
mise Neir altra zu£Eei
alP altro, il
quale in frotta Fuggìa, dal
corpo T anima divise; E
lo feri lontan
dietro la spalla, £
fuor del petto
uscir fec" la
palla. 31 Difendendosi poi mio padre
nu giorno Dentro un
castel che sol
gli era rimaso, Che
tutto il resto
avea perduto intorno, Lo
fé' con simil colpo
ire all'occaso; Che mentre
andava e che
facea ri tomo, Provvedendo or a questo
or a quel
caso, ' Dal traditor
fu in mezzo
gli occhi còlto, Che
l'avea di lontan
di mira tolto. 32
Morti i fratelli
e il padre,
e rimasa io Dell'isola
d'Olanda unica erede, Il
re di Frisa,
perchè avea disio Di
ben fermare in
quello stato il
piede, Mi fa sapere,
e così al
popol mio, Che pace e che
riposo mi concede, Quand'io voglia
or, quel che
non volsi innante, Tor
per marito il
suo figliuolo Arbante. 33
Io per l'odio
non si, che
grave porto A lui
e a tutta
la sua iniqua
schiatta, Il qual m' ha
dui fratelli e
'1 padre morto, Saccheggiata la
patria, arsa e
disfatta; Come perchè a
colui non vo'far
torto, A cui già
la promessa aveva
fatta, Ch'altr'uomo non saria
che mi sposasse. Finché di
Spagna a me
non ritornasse. 34 Per
un mal ch'io
patisco, ne vo' cento Patir, rispondo,
e far di
tutto il resto; Esser
morta, arsa viva,
e che sia
al vento La cener
sparsa, innanzi che
far questo. Studia la
gente mia di
questo intento Tormi: chi priega,
e chi mi
fa protesto Di dargli
in mano me e la
terra, prima Che la
mia ostinazion tutti
ci opprima. 35 Così,
poiché i protesti
e i prleghi
invano Vider gittarsi, e che pur
stava dura, Presero accordo
col Frisone, e
in mano (Come avean
detto) gli diér
me e le
mura. Quel, senza farmi
alcuno atto villano, Della vita
e del regno
m'assicura, Purch'io
indolcisca l'indurate voglie, E
che d'Arbante suo
mi faccÌA moglie. 36
Io che sforsar
così mi veggio,
voglio, Per uscirgli di
man, perder la
vita; Ma se pria
non. mi vendico, mi
doglio Più che di
quanta ingiuria abbia
patita. Fo pensier molti;
e veggio al
mio cordoglio Che solo
il simular può
dare aita: Fingo ch'io
brami, non che
non mi piaccia, Che
mi perdoni e
sua nuora mi
faccia. 37 Fra molti
ch'ai servizio erano
stati Già di mio
padre, io scelgo
dui fratelli Di grande
ingegno e di
gran cor dotati, Ma
più di vera
fede, come quelli Che
cresciutici in corte,
ed allevati Si son
con noi da
teneri zitelli; K tanto
miei, che poco
lor pania La vita
por per la
salute mia. 38 Comunico
con loro il mio disegno; Essi
prometton d'essermi in
aiuto. L'un viene in
Fiandra, e v'apparecchia
un legna: L'altro meco in
Olanda ho ritenuto. Or
mentre i forestieri
e quei del
regno S'invitano alle nozze,
fu saputo Che Bireno
in Biscaglia avea
un'armata, Per venire in
Olanda, apparecchiata: 89 Perocché,
fatta la prima
battaglia, Dove fu rotto
un mio fratello
e ucciso, Spacciar tosto un
corrier feci in
Biicaglia, Che portasse a
Bireno il tristo
avviso; Il qual mentre
che s'arma e
si travaglia, Dal re
di Frisa il
resto fu conquiso. Bireno, che
di ciò nulla
sapea, Per darci aiuto
i legni sciolti
avea. 40 Di questo
avuto avviso il
re frisone, Delle nozze
al figliuol la
cura lassa; E con
l'armata sua nel
mar si pone:Trova
il duca, lo
rompe, arde e
fracassa; E, come vuol
fortuna, il fa
prigione. Ma di ciò
ancor la nuova
a noi non
passa. Mi sposa intanto
il giovene, e
si vuole Meco corcar,
come si corchi
il sole. 41 Io
dietro le cortine
avea nascoso Quel mio
fedele, il qual
nulla si mosse Prima
che a me
venir vide lo
sposo; E non l'attese
che corcato fossa., Ch'ahsò un'accetta,
e con si
valoroso Braccio dietro nel
capo lo percosse, Che
gli levò la
vita e la
parola: Io saltai presta,
e gli segai
la gola. 42 Come
cadere il bue
suole al macello" Cade il
malnato giovene, in
dispetto Del re Cimosco,
il più d'ogni
altro fello; (Che l'empio
re di Frisa
è cosi detto). Che
morto l'uno e
l'altro mio fratello M'avea col
padre; e per
meglio suggetto Farsi il mio stato,
mi volea per
nuora: E forse un
giorno uccisa avria
me ancora. 43 Prima
ch'altro disturbo vi
si metta, Tolto quel
che più vale
e meno pesa, Il
mio compagno al
mar mi cala
in fretta Dalla finestra,
a un canape
sospesa, Là dove attento
il suo fratello
aspetta Sopra la barca
ch'avea in Fiandra
presa. Demmo le vele
ai venti e i remi
alP acque; E tutti
ci salviam, come
a Dìo piacque. 44
Non so sei
re di Frisa
più dolente Del figliuol
morto, o se
più d'ira acceso Fosse
contra di me,
che 1 di seguente
Giunse là dove
si trovò si
offeso. Superbo ritornava egli
e sua gente Della
vittoria e di
Bireno preso; E credendo
venire a nozze
e a festa, Ogni
cosa trovò scura
e funesta. 4.5 La
pietà del figliuol.
Podio ch'aveva A me, uè di
uè notte il
lascia mai. Ma perchè
il pianger morti
non rileva, E la
vendetta sfoga Podio
assai; La parte del
pensier, ch'esser doveva Della
pietade in sospirare
e in guai, Vuol
che con V
odio a investigar
s' unisca, Come egli
m'abbia in mano
e mi punisca. 46
Quei tutti che
sapeva e gli
era detto Che mi
fossino amici, o di que'miei Che
m' aveano aiutata a far V
effetto, Uccise, 0 lor
beni arse, o
li fé' rei. Volse
uccider Bireno in
mio dispetto; Che d'altro
si doler non mi potrei:Gli
parve poi, se
vivo lo tenesse. Che
per pigliarmi in
man la rete
avesse. 47 Ma gli
propone una crudele
e dura Condizion: gli
fa termine un
anno. Al fin del
qual gli darà
morte oscura, Se prima
egli per forza
o per inganno, Con
amici e parenti non
procura, Con tutto ciò
che ponno e
ciò che sanno. Di
dannigli in prìgion:
sì che la via
Di lui
salvare è sol
la morte mia. stanza
43. 48 Ciò che si
possa
far per sua
salute, Fuorché perder me
stessa, il tutto
ho fatto. Sei castella
ebbi in Fiandra,
e l'ho vendute:E
'1 poco 0
'1 molto prezzo
eh' io n'
ho tratto, Parte, tentando
per persone astute I
guardiani corrompere, ho
distratto; E parte, per
far muovere alli
danni Di quell'empio or
gllnglesi, or gli
Alamanni. 49 I mezzi,
o che non
abbiano potuto, 0 che
non abbian fatto
il dover loro, M' haiino dato
parole, e non
aiuto; E sprezzano or
che n'han cavato
l'oro: E presso al
fine il termine
è venuto, Dopo il
qual uè la
forza né '1
tesoro Potrà giunger più
a tempo, si
che morte E strazio
schivi al mio
caro consorte.50 Mo
padre e' miei
fratelli mi son
stati Morti per Ini;
per lui toltomi
il regno; Per lui
quei pochi beni
che restati Meran, del
viver mio soli
sostegno, Per trarlo di
prigione ho dissipati:Né
mi resta ora in che
più fax disegno, Se
non d'andarmi io
stessa in mano
a porre Pi sì
cmdeJ nimico e
Ini disciorre. 52 Io
dubito che, poi
che m'avrà in
gabbia, E fatto avrà
di me tutti
gli strazi!, Né Bireno
per questo a
lasciare abbia, eh'
esser per me
sciolto mi ringrazi!; Come periuro,
e pien di
tanta rabbia; Che di me
sola uccider non
si sazii:E quel
ch'avrà di me,
né più né meno
Faccia di poi
del misero Bireno. Stanza 60. 53
Or la cagion
che conferir con
voi Mi fa i miei casi,
e ch'io li
dico a qaand Signori
e cavalier vengono
a noi, É solo
acciò, parlandone con
tanti, M'insegni alcun d'assicurar
che poi Ch' a
quel crudel mi sia
condotta avanti, Non abbia
a ritener Bireno
ancora; Né voglia, morta
me, ch'esso poi
mora. (.4 Pregato ho
alcun guerrier, che
meco sia Quand' io mi
darò in mano
al re di Frisa;
Ma mi
prometta, e la sua fé' mi
dia, Che questo cambio
sarà fatto in
guisa, Ch'a un tempo
io data, e
liberato fii Bireno: si che
quando io sarò
uccisa, Morrò contenta, poiché
la mia morte Avrà
dato la vita
al mio consorte. 55
Né fino a
questo dì trovo
chi teglia Sopra la
fede sui d'assicurarmi. Che quando
io sia condotta,
e che mi
voglii Aver quel re,
senza Bireno darmi, Egli
non lascerà centra
mia voglia Che presa
io sia: si
teme ognun quell'armi; Teme quell'armi,
a cui par
che non possi Star
piastra incontra, e
sia quanto vuol
grossa. 56 Or, s'in
voi la virtù
non è difforme Dal
fier sembiante e
dall' erculeo aspetto, E credete
poter dar megli,
e torme Anco da
lui, quando non
vada retto: Siate contento
d' esser meco a
porrne Nelle man sue:
ch'io non avrò
sospetto, Quando voi siate
meco, sebben io Poi
ne morrò, che
mora il signor
mio. 51 Se dunque
da far altro
non mi resta, Né
si trova al
suo scampo altro
riparo, Che per lui
por questa mia
vita; questa Mia vita
per lui por mi
sarà caro. Ma sola
una paura mi
molesta. Che non saprò
far patto cosi
chiaro, Che m'assicuri che
non sia il
tiranno, Poi ch'avuta m'avrà,
per fare inganno. 57
Qui la donzella
il suo parlar
conchiuse, Che con pianto
e sospir spesso
interroppe. Orlando, poi eh'
ella la bocca
chiuse, Le cui voglie
al ben far
mai non fur
zoppe, In parole con
lei non si
difluse; Che di natura
non usava troppe: Ma
le promise, e la sua
fé' le diede, Che
faria più di
quel eh' ella
gli chiede. 58 Non
è sua intenzion
ch'ella in man
vada Del suo nimico
per salyar Bireno: Ben
salverà amendni, se
la sua spada £
rosato valor non
gli vien meno. U
medesimo di piglian
la strada, Poi eli' hanno
il vento prospero
e sereno. Il Paladin
s'affretta; che di
gire All'isola del mostro
avea desire. 59 Or
volta all'una, or
volta all'altra banda Per
gli alti stagni
il buon nocchier
la vela:Scnopre un'isola
e un'altra di
Zilanda; Scnopre una innanzi,
e un'altra addietro
cela. Orlando smonta il
terzo di in
Olanda; Ma non smonta
colei che si
querela Del re di
Frisa: Orlando vuol
che intenda La morte
di quel rio,
prima che scenda. 60
Nel lito armato
il Paladino varca Sopra
un corsier di
pel tra bigio
e nero, Nutrito in
Fiandra e nato
in Danismafca, Grande e
possente assai più
che leggiero; Però eh' avea,
quando si messe
in barca. Tu Bretagna
lasciato il suo
destriero, Quel Brìgliador si
bello e si
gagliardo, Che non ha
paragon, fuorché Baiardo. 61
Giunge Orlando a
Dordreeche, e quivi
truova Di molta gente
armata in su
la porta; Si perchè
sempre, ma più
quando è nuova. Seco
ogni signoria sospetto
porta; Si perchè dianzi
giunta era una
nuova. Che. di Selandia, con
armata scorta Di navilii
e di gente,
un cugin viene Di
quel signor che
qui prigion si
tiene. Stanza 6t. 62 Orlando
prega uuo di
lor, che vada E
dira al re,
eh' un cavaliero errante Disia
con lui provarsi
a lancia e
a spada: Ma che
vuol che tra
lor sia patto
innante. Che se'l re
fa che, chi
lo jtfida, cada, La
donna abbia d'aver,
ch'uccise Arbante; Chè'l cavalier
l'ha in loco
non lontano Da poter
sempre mai darglila
in mano: 63 Ed
all' incontro vuol che '1
re prometta, Ch' ove
egli vinto nella
pugna sia, Bireno in
libertà subito metta, E
che lo lasci
andare alla sua
via. Il fante al
re fa l'imbasciata
in fìretta:Ma quel,
che né virtù
né cortesia Conobbe mai,
drizzò tutto il
suo intento Alla fraude,
all'inganno, al tradimento. 64 Gli
par ch'avendo in
mano il cavaliero, Avrà la
donna ancor, che
si l'ha offeso, S' in
possanza di lui
la donna è vero
Che si
ritrovi, e il
fante ha ben
inteso. Trenta uomini pigliar
fece sentiero Diverso dalla
porta ov' era
atteso, Che dopo occulto
ed assai lango
giro, Dietro alle spalle
al Paladino uscirò. 65
II traditore intanto
dar parole Fatto gli
avea, sinché i
cavalli e i
fanti Vede esser giunti
al loco ove
gli vuole: Dalla porta
esce poi con
altrettanti. Come le fere
e il bosco
cinger suole Perito cacciator
da tutti i
canti; Come presso a
Volana i pesci
e l'onda Con lunga
rete il pescator
circonda: €6 Cosi per
ogDÌ via dal
re di Frisa, Che
quel guerrier non
fugga, si provvede. Vivo lo
vuole, e non
in altra guisa:E
questo far si
fucilmeute crede, Che '1
fulmine terrestre, con
che uccisa Ha tanta
e tanta gente,
ora non chiede; Che
quivi non gli
par che si
convegna. Dove pigliar, non
far morir disegna. 67 Qual cauto
uccellator che serba
vivi, Intento a maggior
preda, i primi
augelli, Acciò in più
quautitade altri captivi Faccia col
giuoco e col
zimbel di quelli; Tal
esser volse il
re Cimosco quivi:Ma
già non volse
Orlando esser di
quelli Che si lascian
pigliare al primo
tratto; E tosto ruppe
il cerchio ch'avean
fatto Stanza 68. 68 II
cavalier d'Anglante, ove
più spésse Vide le
genti e Tarme,
abbassò Tasta; Ed uno
in quella e
poscia un altro
messe, E un altro
e un altro,
che sembrar di
pasta: E fin a
sei ve n'infilzò;
e li resse Tutti
una lancia: e
perch'ella non basta A
più capir, lasciò
il settimo fuore Ferito
si, che di
quel colpo muore. 69
Non altrimente nelT
estrema arena Veggiam le
rane di canali
e fosse Dal cauto
arcier nei fianchi
e nella schiena, L'una vicina
alT altra, esser percosse; Né
dalla freccia, finché
tutta piena Non sia
da un capo
alT altro, esser rimosse. La
grave lancia Orlando
da sé scaglia, K
con la spada
entrò nella battaglia. 70
Rotta la lancia,
quella spada strinse. Quella che
mai non fu
menata in fallo; E
ad ogni colpo,
o taglio o
punta, estiose Quand'uomo a
piedi, e quand'nomo
a cavallo: Dove toccò,
sempre in vermiglio
tinse L'azzurro, il verde,
il bianco, il
nero, il giallo. Duolsi Cimosco,
che la canna
e il foco Seco
or non ha,
quando v'avrian più
loco 71 E con
gran voce e
con minacce chiede Che
portati gli sian: ma
poco é udito; Che
chi ha ritratto
a salvamento il
piede Nella città, non
è d'uscir più
ardito. H re frison,
che fuggir gli
altri vede, D'esser salvo
egli ancor piglia
partito:Corre alla porta,
e vuole alzare
il pont"; Ma troppo
è presto ad
arrivare il conte:72
n re volta
le spalle, e
signor lassa Del ponte
Orlando, e d'amendue
le porte; E fugge,
e innanzi a
tutti gli altri
passa, Mercè che U suo destrier
corre più forte. Non
mira Orlando a
quella plebe bassa; Vuole
il fellon, non
gli altri, porre
a morte: Ma il
suo destrier si
al corso poco
Yale, Che restio sembra,
e chi fugge,
abbia V ale. 75
Dietro lampeggia a guisa di
baleno; Dinanzi scoppia, e
manda in aria
il tuono. Treman le
mura, e sotto
i pie il
terreno; Il ciel rimbomba
al payentoso suono. L'ardente strai,
che spezza e
venir meno Fa ciò
ch'incontra, e dà
a nessun perdono, Sibila e
stride; ma, come
è il desire Di
quel brutto assassin,
non va a
ferire.Stanza 70. 73 D'una
in un' altra
via si leva
ratto Di vista al
Paladin; ma indugia
poco, Che toma con
nuove armi; che
s'ha fatto Portare in tanto
il cavo ferro
e il foco; E
dietro un canto
postosi, di piatto L'attende; come
il cacciatore al
loco, Coi cani armati
e con lo
spiedo, attende Il fier
cinghiai che pruinoso
scende, 74 Che spezza
i rami, e
fa cadere i
sassi; E ovunque drizzi
l'orgogliosa fironte, Sembra a
tanto rumor che
si fracassi La selva
intomo, e che si svella
il monV. Sta Cimosco
alla posta, acciò
non jassi Senza pagargli
il fio l'audace
conte. Tosto eh' appare,
allo spiraglio tocca Col
fuoco il ferro;
e quel subito
scocca. 76 0 sia
la fretta, o sia la
troppa voglia D'uccider quel
Baron, ch'errar lo
faccia; 0 sia che
il cor, tremando
come foglia, Faccia insieme
tremar e mani
e braccia; 0 la
bontà divina, che
non voglia Che '1
suo fedel campion
si tosto giaccia; Quel
colpo al ventre
del destrier si
torse: Lo cacciò in
terra, onde mai
più non sorse. 77
Cade a terra
il cavallo e
il cavaliero:La preme
l'un, la tocca
l'altro appena, Che si
leva sì destro
e sì leggiero, Come cresciuto
gli sia possa
e lena. Quale il
libico Anteo sempre
più fiero Surger solea
dalla percossa arena; Tal
surger parve, e
che la forza,
quando Toccò il terren,
si raddoppiasse a
Orlando. Stanza 74. 78 Chi
vide mai dal
ciel cadere il
foco Che con sì
orrendo suon Giove
disserra, E penetrare ove
un rinchiuso loco Carbon
con solfo e
con salnitro serra; Ch'
appena arriva, appena
tocca un poco, Che
par ch'avvampi il
ciel, non che
la terra; Spezza le
mura, e i
gravi marmi svelle, E
fa i sassi
volar sin alle
stelle :79 S'immagini
che tal, poi
che cadenda, Toccò la
terra, il Paladino
fosse; Con si fiero
sembiante aspro ed
orrendo, Da far tremar
nel ciel Marte,
si mosse. Di che
smarrito il re
frison, torcendo La briglia
indietro, per fuggir
voltosse:3Ia gli fu
dietro Orlando con
più fretta, Che non
esce dall'arco una
saetta: Stanza 79. 80 £
quel che non
ayea potuto prima Fare
a cavallo, or
farà essendo a
piede. Lo seguita si
ratto, ch'ogni stima Di
chi noi vide,
ogni credenza eccede. Lo
giunse in poca
strada: ed alla
cima Dell'elmo alza la
spada, e si
lo fiede, Che gli
parte la testa
fino al collo, E
in terra il
manda a dar
l'ultimo crollo. 81 Ecco
levar nella città
si sente Nuovo rumor,
nuovo menar di
spade; Che '1 cugin
di Bireno con
la gente Ch'avea condutta
dalle sue contrade, Poiché la
porta ritrovò patente, Era
venuto dentro alla
cittade Dal Paladino in
tal timor ridutta, Che
senza intoppo la
può scorrer tutti. 82
Fugge il popolo
in rotta; che
non scorge Chi questa
gente sia, uè
che domandi:Ma poi
ch'uno ed un
altro pur s'accorge Air
abito e al
parlar che son
Selandi, Chiede lor pace,
e il foglio
bianco porge; E dice
al capitan che
gli comandi, E dar
gli vuol contra
i Frisoni aiuto, Che'l
suo duca in
prigion gli han
ritenuto. 83 Quel popol
sempre stato era
nimico Del re di
Frisa e d'ogni
suo seguace. Perchè morto
gli avea il
signore antico. Ma più
perch'era ingiusto, empio
e rapace. Orlando s'interpose
come amico D'ambe le
parti, e fece
lor far pace; Le
quali unite, non
lasciar Frisone Che non
morisse o non
fosse prigione. 84 Le
porte delle carceri
gittate A terra sono,
e non si
cerca chiave. Bireno al
Conte con parole
grate Giostra conoscer l'obbligo
che gli ave. Indi
insieme e con
molte altre brigate Se
ne vanno ove
attende Olimpia in
nave: Cosi la donna, a cui di
ragion spetta Il dominio
dell'isola, era detta; 85
Quella che quivi
Orlando avea condutto Non
con pensier che
far dovesse tanto; Che
le parca bastar
che, posta in
lutto Sol lei, lo
sposo avesse a
trar di pianto. Lei
riverisce e onora
il popol tutto. Lungo
sarebbe a racontarvi
quanto Lei Bireno accarezzi,
ed ella lui; Quai
grazie al conte
rendano ambidui. 86 II
popol la donzella nel
paterno Seggio rimette, e
fedeltà le giura. Ella
a Bireno, a
cui con nodo
etemo La legò Amor
d'una catena dura, Dello stato e
di sé dona
il governo. Ed egli
tratto poi da
un'altra cura, Delle fortezze
e di tutto
il domino Dell'isola guardi an
lascia il cugino; 87
Che tornare in
Selandia avea disegno, E
menar seco la
fedel consorte: E dicea
voler fare indi
nel regno Di Frisa
espepenzia di sua
sorte; Perchè di ciò
l'assicurava un pegno Ch' egli
avea in mano,
e lo stimava
forte:La figliuola del
re, che fra
i captivi, Che vi
fur molti, avea
trovata quivi. 88 E
dice ch egli
vuol ch aa
suo germano, Ch'era minor
d'età, l'abbia per
moglie. Quindi si parte
il senator romano Il
di medesmo che
Bireno scioglie. Non volse
porre ad altra
cosa mano, Fra tante
e tante guadagnate
spoglie, Se non a
quel tormento ch'abbiam
detto Ch'ai fulmine assimiglia
in ogni effetto.
89 L'intenzion non
già, perchè lo
tolle, Fu per voglia
d'usarlo in sua
difesa; Che sempre atto
stimò d'animo molle Gir
con vantaggio in
qualsivoglia impresa: Ma per
gittarlo in parte,
onde non volle Che
mai potesse ad
uom più fare
offesa: E la polve
e le palle
e tutto il
resto Seco portò ch'apparteneva a
questo. 90 E cosi,
poi che fuor
della marea Nel più
profondo mar si
vide uscito Si, che
seguo lontan non
si vedea Del destro
più né del
sinistro lito, Lo tolse,
e disse: Acciò
più non istea Mai
cavalier per te
d'essere ardito, Né quanto
il buono vai,
mai più si
vanti Il rio per te valer,
qui giù rimanti. 91
0 maledetto, o
abbomìnoso ordigno. Che fabbricato
nel tartareo fondo Fosti
per man di
Belzebù maligno. Che ruinar
per te disegnò
il mondo. All' Inferno, onde
uscisti, ti rassigno. Cosi dicendo,
lo gittò in
profondo. Il vento intanto'
le gonfiate vele Spinge
alla via dell'isola
crudele. 93 Né scala
in Inghilterra né
in Irlanda Mai lasciò
far. né sul
contrario lito. Ma lasciamolo
andar dove lo
manda Il nudo Arder
che l'ha nel
cor ferito. Prima che
più io ne
parli, io vo' in
Olanda Tornare, e voi
meco a tornarvi
invito:Che, come a
me, so spiacerebbe
a voi, Che quelle
nozze fosson senza
noi. stanza 8U. 92 Tanto
desire il Paladino
preme Di saper se
la donna ivi
si trova, Ch'ama assai
più che tutto
il mondo insieme, Né
un'ora senza lei
viver gli giova; Che
s' in Ibernia mette
il piede, teme Di
non dar tempo
a qualche cosa
nuova, Si eh' abbia
poi da dir
invano: Ahi lasso ! Ch'ai venir
mio non affrettai
più il passo. 94
Le nozze belle
e sontuose f.muo; Ma
non sì sontuose
né sì bello, Come
in Selaildia dicon
che faranno. Pur non
disegno che vegnate
a quelle; Perché nuovi
accidenti a nascere
hanno Per disturbarle; de'quai
le novelle All' altro Canto
vi farò sentire, S'ali' altro Canto
mi verrete a
udire. NOTE. St. 4. V.5.
Veggi, vegU. St. 5.
V.8. Tripoli, città
della Berberla. St. 6.
y. 45. Francia.
Qal non sta
per tutto qael paese
che intendiamo ora,
ma per quel
territorio dove è Parigi,
ed ò bagnato
dai fiumi Senna,
Marna, Oise e Yonne: perchè ivi
si posero da
principio i Franchi.
Uveinia, dal francese
Auvergne. Da noi
dicesi Alvernia; ed ò una deUe
Provincie centrali della
Francia. St. 7. V.5.
Insembre, lo stesso
che insieme. St. 8.
y. 34. Questo
è un finmicello
che scorre vi cino a
PontOrsoo, e si scarica
presso Beauvais nel
golfo che si dirà
fra poco. St. 11.
y. 5. Ibernia,
è il nome
che davano i La
tini all'Irlanda. St. 15. y. d8. ~
S. Malày città
marittima di Francia nella
Bretagna. In un
golfo tra questa
provincia e la Normandia,
mette foce il
fiumicello di cui
sopra, e sorge il
moTtte S, Michele. St.
16. y. 16.
Breaco, che i
Latini dissero Bria ctinif
e i Francesi
chiamano S. Brieux,
è città di Nor,
presso il fondo
di un golfo
che ha a
levante il capo Frehel
e a ponente
V isoletta di
Brehat. Zandri glier è il Trecos'vm
degli antichi, corrispondente a Lan
Irìguier, ma ora
segnato sulle mappe
Tréguier. Albiofie
denominarono i Latini
la Gran Bretagna,
probabilmente dal colore biancastro
delle sue rupi
marittime. Il vento accennato nel
sesto verso dicesi
in marineria ponente maestra St. 17. y. 8.
La Schelda o
VJEs'aut, come i Fran
cesi lo
chiamano, è il
fiume che bagna
Anversa, forman dovi un vasto
porto. St. 23. y.
12. Selandia o
Zelandia (Seeland), è una
delle Provincie settentrionali olandesi,
e componesi delle isole
Beveland, Walcheren, Tholen.
Schouwen, con al cune altre formate
da vai rami
della Schelda e
della Uosa, e dal
mare del Nord.
La BiseagUa è
ptovlaam della Spagna settentrionale. Nella
Biacaelias e nei monti
delle Asturie, si
tennero sempre forti
€ ise spugnabili gli
Spagnuoli contro gli
Arabi e f
Morì, fis che palmo a
palmo riconquistarono tutto
il paese. St. 25.
y. 8. Frisa
o Frisia, paese
anticamente abitato dai FriaJ,
Germani d'origine, e
conquistati da Druso. Una
parte di esso
costituisce in oggi
la Frisia propriamente detta,
altra delle Provincie
settentrionali olandesi. St.
28. v.7. Ferro
lugio, Tarchibugio. Il
poeta lo suppone inventato
da questo re
frisone, molti secoli
prima che non fosse. St.
34. y. 2.
Far di tutto
il resto; vale
esponi alle ultime calamità. St.
36. y. 78.
Intendi: non dimostro
che non xnt piaccia,
ed ami fingo
bramare che mi
perdoni, ecc. St. 37.
v.6. Citelli, giovinetti. St. 42. y. 2.
Malnato, nato cioè
per sua svmtara. St.
52. y. 5.
Periuro, spergiuro, St. 6(".
v.6. Accenna la
minore Bretagna, provin cia settentrionale della
Francia. St. 61. y. 1. Dordrecch,
ossia Dordrecht, città
del l'Olanda merìdionale, in un'isola
della Ma<"a. St. 65.
y. 7. Volana,
cioè Volano, ramo
del Po. St 77.
y. 5. Anteo,
gigante mitologico, era
figlio della Terra, sulla
quale se fosse
caduto, ne rìsorgevs
p'à robusto. St. 85. y.
7. ~ Tormentum
chiamavano i Latini
k macchine di guerra
da scagliare pietre,
giavellotti ed al triproiettili:talvoce italianizzata
si applica qal al
Tarchibugio . St. 90. y.
5. Stea per
te, abbia cagione
da te. St. 93. y. 12.
Fare scala, espressione
marinaresca. sbarcare. s Bireno,
ioTaghitosi di altra
donna, abbandona Olimpia.
Ruggiero riceve l'Jppogrifo
da Logistilla che
lo ammae stra a gaidarlo.
e su qaello
discende in Inghilterra,
dove osserva la
rassegna delle truppe
destinate in aiuto di
Carlo. Nel passare
in Irlanda, scorge
neirisola di Ebuda
Angelica legata ad ano scoglio
per essere divorata dall'orca: abbatte
il mostro, toglie
la giovane in
groppa, e discende
con lei sul
lido della minore
Bretagna. 1 Fra quanti
amor, fra quante
fedi al mondo Mai
sì trovar, fra
quanti cor constanti, Fra quante,
o per dolente
o per giocondo Stato, fér
prove mai famosi
amanti; Piuttosto il primo
loco, chMl secondo Darò ad
Olimpia: e se
pur non va
innanti, Ben voglio dir
che fra gli
antiqui e novi Maggior
dell'amor suo non
si ritrovi; 2 E
che con tante
e con si
chiare note questo ha
fatto il suo
Bireno certo. Che donna
più far certo
uomo non puote, Quando
anco il petto
e'I cor mostrasse
aperto: E s anime
si fide e
si devote D'un reciproco
amor deuno aver
merto, Dico ch'Olimpia è
degna che non
meno, Anzi più che
sé ancor, Pami
Bireno; 3 E che
non pur non
T abbandoni mai Per
altra donna, se
ben fose quella Ch'
Europa ed Asia
messe in tanti
guai, s' altra ha maggior
titMo di bella: Ma,
piuttosto che lei,
la"ci coi rai Del
Sol l'udita e
il gusto e
la favella E la
vita e la
fama, e s' altra
cosi Dire 0 pensar
si può più
preziosa. 4 Se Bireno
amò lei, come
ella amato Bireno avea;
se fu si
a lei fedele Come
ella a lui;
se mai non
ha voltato Ad altra
via, che a
seguir lei, le
vele:Oppur s' a tanta
servitù fu ingrato, A
tanta fede e
a tanto amor
crudele. Io vi vo'dire,
e far di
maraviglia Stringer le labbra,
ed inarcar le
ciglia. 5 E poi
che nota T impietà vi
fia, Che di tanta
bontà fu a
lei mercede, Donne, alcuna
di voi mai
più non sia, Ch'
a parole d'amante
abbia a dar
fede. L'amante, per aver
quel che desia. Senza
guardar che Dio
tutto ode e
vede, Avviluppa promesse e
giuramenti, Che tutti spargon
poi per l'aria
i venti. 6 I
giuramenti e le
promesse vanno Dai venti
in aria dissipate
e sparse, Tosto che
tratta questi amanti
s' hanno L'avida sete che
gli accese ed
arse. Siate a'prieghi ed a'
pianti che vi
fanno, questo esempio, a
credere più scarse. Bene
è felice quel,
donne mie care. Ch'esser accorto
all'altrui spese impare.
GnardateTÌ da questi
òhe sai fiore De'lor
begli anni il
yiso han sì
polito: Che presto nasce
in loro e
presto muore, Quasi un
foco di paglia,
ogni appetito. Come segue
la lepre il
cacciatore Al freddo, al
caldo, alla montagna,
al lìto. Né più r estima
poi che presa
vede; E sol dietro
a chi fogge,
affretta il piede:8
Cosi fan questi
gioveni, che, tanto ChYi
mostrate lor dure
e proterve, V'amano e
riveriscono con quanto de'
far chi fedelmente
serve:Ma non si
tosto si potran
dar vanto Della vittoria,
che di donne,
serve Vi dorrete esser
fette; e da voi
tolto Vedrete il
falso amore, e
altrove volto. 9 Non
vi vieto per
questo (ch'avrei torto) Che
vi lasciate amar;
che senza amante Sareste come
inculta vite in
orto, Che non ha
palo ove s'apponi
o piante. Sol la
prima lanugine vi
esorto Tutta a foggir,
volubile e incostante; E
córre i frutti
non acerbi e
duri. Ma che non
sien però troppo
maturi. 10 Di sopra
io vi dicea
eh' una figliuola Del
re di Frisa
quivi hanno trovata. Che
fia, per quanto
n'han mosso parola. Da
Bireno al fratel
per moglie data. Ma,
a dire il
vero, esso v'avea
la gola; Che
vivanda era troppo
delicata: E riputato avria
cortesia sciocca. Per darla
altrui, levarsela di
bocca. stanza Itt. 11 La
damigella non passava
ancora Quattordici anni, ed
era bella e
fresca, Come rosa che
spunti allora allora Fuor
della buccia, e
col Sol nuovo
cresca. Non pur di
lei Bireno s'innamora. Ma fuoco
mai cosi non
accese esca. Né se
lo pongan l'invide
e nimiche Mani talor
nelle mature spiche; 12
Come egli se
n' acoese immantinente, Come egli
n'arse fin nelle
medoUe, Che sopra il
padre morto lei
dolente Vide di pianto
il bel viso
far moUe. E come
suol, se l'acqua
fredda sente, Quella restar
che prima al
fhoco bolle; Cosi l'arder
ch'accese Olimpia, vinto Dal
nuovo successore, in
lui fu estinto. 18
Non pur sazio
di lei, ma
fastidito N'é già cosi,
che può vederla appena; E
si dell'altra acceso
ha l'appetito. Che ne
morrà se troppo
in lungo il
mena; Pur, finché giunga
il dì e' ha
statuito A dar fine
al disio, tanto
raffrena. Che par eh'
adori Olimpia, non
che l'ami; E quel
che piace a
lei, sol voglia
e brami. 14 E
se accarezza l'altra
(che non puote Far
che non l'accarezzi
più del dritto), Non
è chi questo
in mala parte
note; Anzi a pietade,
anzi a bontà
gli é ascritto; Che
rilevare un che Fortuna ruote Talora
al fondo, e
consolar l'afflitto, Mai non
fu biasmo, ma
gloria sovente; Tanto più
una fanciulla, una
innocente. Stanza 34. 15 0
sonuno Dio, come
i giudìcj umani Spesso
offuscati son da
un nembo oscuro ! I
modi di Bireno,
empj e profani, Pietosi e
santi riputati furo. I
marinari, già messo
le mani Ai remi,
e sciolti dal
lìto sicuro, Portayan lieti
pei salati stagni Verso
Selandia il duca
e i suoi
compagni. 16 Già dietro
rimasi erano e
perduti Tutti di vista
i termini d'Olanda; Che, per
non toccar Frisa,
più tenuti S'eran vèr
Scozia alla sinistra
banda: Quando da un
vento fur sopravvenuti, Ch'errando in
alto mar tre
di li manda. Sursero il
terzo, già presso
alla sera, Dove inculta
e deserta un'isola
era. 17 Tratti che
si far dentro
un picciol seno, Olimpia
venne in terra;
e con diletto In
compagnia deli'infedel Bireno Cenò
contenta, e faor
dogni sospetto: Indi con
lui, là dove
in loco ameno Teso
era un padiglione,
entrò nel letto. Tutti
gli altri compagni
ritornaro, E sopra i
legni lor si
riposaro. 18 II travaglio
del mare e
la paura, Che tenuta
alcun di V
aveano desta; Il ritrovarsi
al lito ora
sicura, Lontana da rumor
nella foresta, E che
nessun pensier, nessuna
cura, Poiché 1 suo
Amante ha seco,
la molesta; Fa cagion
eh' ebhe Olimpia
si gran sonno, Che
gli orsi e
i ghiri aver
maggior noi ponno. 19
n falso amante,
che i pensati
inganni Veggiar facean, come
dormir lei sente, Pian
piano e9ce del
letto; e de' suoi
panni Fatto un faste!,
non sì veste
altrimente; E lascia il
padiglione; e, come
i vanni Nati gli
sian, rivola alla
sua gente, E li
risveglia; e senza
udirsi un grido, ¦
Fa entrar nell' alto,
e abbandonare il
lido. 23 Quivi surgea
nel lito estremo
un sasso, Ch' aveano
l'onde, col picchiar
frequente, Cavo e ridutto
a guisa d'arco
al basso, E stava
sopra il mar
curvo e pendente. Olimpia in
cima vi sali
a gran passo (Cosi
la facea l'animo
possente); E di lontano
le gonfiate vele Vide
fuggir del suo
signor crudele: 24 Vide lontano,
o le parve
vedere; Che l'aria chiara
ancor non era
molto. Tutta tremante si
lasciò cadere, Più bianca
e più che
neve fredda in
volto. Ma poi che di levarsi
ebbe potere, Al cammin
delle navi il
grido volto, Chiamò, quanto
potea chiamar più
forte, Più volte il
nome del crudel
consorte: 25 E dove
non potea la
debil voce, Suppliva il
pianto e 'l
batter palma a
pahoA. Dove foggi, crudel,
cosi veloce? Non ha
il tuo legno
la debita salma. Fa
che levi me
ancor: poco gli
nuoce Che porti il
corpo, poidiè porta
l'alma. E con le
braccia e con
le vesti segno Fa
tuttavia, perchè ritomi
il legno. 20 Rimase
addietro il lido
e la meschina Olimpia, che
dormi senza destarse, Finché l'Aurora
la gelata brina Dalle
dorate ruote in
terra sparse, E s'udir
le alcione alla
marina Dell'antico infortunio lamentarse. Né desta
né dormendo, ella
la mano Per Bireno
abbracciar tese, ma
invano.21 Nessuno trova:
a sé la
man ritira: Di nuovo
tenta, e pur
nessuno trova. Di qua
l'un braccio, e
di là l'altro
gira; Or l'una or
l'altra gamba; e
nulla giova. Caccia il
sonno il timor:
gli occhi apre,
e mira: Non
vede alcuno. Or
già non scalda
e cova Più le
vedove piume; ma
si getta Del letto
e fuor del
padiglione in fretta: 22
E corre al
mar, graffiandosi le
gote, Presaga e certa
ormai di sua
fortuna. Si straccia i
crini, e il
petto si percuote: E
va guardando (che
splendea la luna) Se
veder cosa, fuor
che '1 lito,
puote; Né, fuor che'l
lito, vede cosa
alcuna. Bireno chiama; e
al nome di
Bireno Rispondean gli antri,
che pietà n'
avieno. 26 Ma i
venti che portavano
le vele Per r
alto mar di
quel giovene infido, Portavano anco
i priegbi e
le querele Dell'infelice Olimpia,
e '1 pianto e1
grido; La qual tre
volte, a sé
stessa crudele, Per affogarsi
si spiccò dal
lido; Pur alfin si
levò da mirar
l'acque, E ritornò dove
la notte giacque; 27
E con la
faccia in giù,
stesa sul letto, Bagnandolo di
pianto, dicea lui:lersera
desti insieme a
dui ricetto:Perché insieme
al levar non
siamo dui? Oh perfido
Bireno ! o maladetto Giorno eh'
al mondo generata
fui ! Che debbo far?
che pbss'io far
qui sola? Ohi mi
dà aiuto? ohimè!
chi mi consola? 28
Uomo non veggio
qui, non ci
veggio opra Donde io
possa stimar ch'uomo
qui sia:Nave non
veggio, a cui
salendo sopra, Speri allo
scampo mio ritrovar
via. Di disagio morrò;
né chi mi
cuopra Gli occhi sarà,
né chi sepolcro
dia. Se forse in
ventre lor non
me lo danno I
lupi, ohimè ! eh' in queste
selve stanno. 29 Io
sto in sospetto,
e già di
veler panni Dì questi
boschi orsi o
leoDÌ uscire, O tigri
0 fiere tal,
che natura armi D'aguzzi
denti e d'ugne
da ferire. quai fere
cmdel potriano farmi, Fera
crudel, peggio di
te morire?Darmi una
morte, so, lor
parrà assai; E tu
di mille, ohimè !
morir mi fai. 30
Ma presuppongo ancor
ch'or ora arrivi Nocchier che
per pietà di
qui mi porti; £
cosi lupi, orsi,
leoni schivi, Strazii, disagi,
ed altre orribil
morti:Mi porterà forse
in Olanda, s' ivi Per
te si guardan
le fortezze e
i porti? Mi porterà
alla terra ove
son nata, Se tu
con fìraude già
me Phai levata? 31
Tu m'hai lo
stato mio, sotto
pretesto Di parentado e
d'amicizia, tolto. Ben fosti
a porvi le
tue genti presto, Per
avere il dominio
a te rivolto. Tornerò in
Fiandra, ove ho
venduto il resto Di
che io vivea,
benché non fosse
molto, Per sovvenirti e
di prigione trarte? Meschina! dove
andrò? non so
in qual parte. 32
Debbo forse ire
in Frisa, ov'
io potei, E per
te non vi
volsi, esser regina? U
che del padre
e dei fratelli
miei, E d'ogni altro
mio ben fu
la ruina. Quel e'
ho fatto per
te, non ti
vorrei, Ingrato, improverar, né
disciplina Dartene; che non
men di me
lo sai: Or ecco
il guiderdon che
me ne dai. 33
Deh, purché da
color che vanno
in corso Io non
sia presa, e
poi venduta schiava! Prima che
questo, il lupo,
il leon, l'orso Venga,
e la tigre,
e ogni altra
fera brava, Di cui
l'ugna ini stracci,
e franga il
morso; E morta mi
strascini alla sua
cava. Cosi dicendo, le
mani si caccia Ne'capei d'oro,
e a chiocca
a chiocca straccia. 34
Corre di nuovo
in su l'estrema
sabbia, E ruota il
capo, e sparge
all'aria il crine, E
sembra forsennata, e
ch'addosso abbia Non un
demonio sol, ma
le decine; 0, qual
Ecuba, sia conversa
in rabbia, Vistosi morto
Polidoro alfine. Or si
ferma s'un sasso,
e guarda il
mare; Né men d'un
vero sasso, un
sasso pare. 35 3Ia
lasciamla doler finch'io
ritorno, Per voler di
Kuggier dirvi pur
anco. Che nel più
intenso ardor del
mezzo giorno Cavalca il
lito, affaticato e
stanco. Percuote il Sol
nel colle, e
fa ritomo; Di sotto
bolle il sabbion
trito e bianco. Mancava all' arme
eh' avea indosso,
poco Ad esser, come
già, tutta di
fuoco. 36 Mentre la
sete, e dell' andar
fatica Per l'alta sabbia
e la solinga
via Gli facean, lungo
quella spiaggia aprica, Noiosa e
dispiacevol compagnia; Trovò eh' all'ombra
d'una torre antica. Che
fuor dell'onde appresso
il lito uscia. Della
corte d'Alcina eran
tre donne. Che le
conobbe ai gesti
ed alle gonne. 37
Corcate su tappeti
alessandrini, Qodeansi il fresco
rezzo in gran
diletto. Fra molti vasi
di diversi vini E
d'ogni buona sorta
di confetto. Presso alla
spiaggia, coi flutti
marini Scherzando, le aspettava
un lor legnetfo Finché la
vela empiesse agevol
óra; Che un fiato
pur non ne
spirava allora. 38 Queste,
eh' andar per
la non ferma
sabbia Vider Buggier al
suo viaggio dritto, Che
sculta avea la
sete in su
le labbia. Tutto pien
di sudore il
viso afflitto. Gli cominciare
a dir che
si non abbia Il
cor volonteroso al
cammin fitto, Ch' alla fresca
e dolce ombra
non si pieghi, E
ristorar lo stanco
corpo nieghi. 39 E
di lor una
s'accostò al cavallo Per
la staffa tener,
che ne scendesse; L'altra con
una coppa di
cristallo. Dì vin spumante,
più sete gli
messe:Ma Ruggiero a
quel suon non
entrò in ballo Perchè
d'ogni tardar che
fatto avesse. Tempo di
giunger dato avrìa
ad Alcina, Che venia
dietro, ed era
omai vicina. 40 Non
cosi fin salnitro
e zolfo puro, Tocco
dal fuoco, subito
s'avvampa; Né così freme
il mar, quando
l'oscuro Turbo discende, e
in mezzo se
gli accampa Come, vedendo
che Ruggier sicuro Al
suo dritto cammin
l'arena stampa, E che
le sprezza (e
pur si tenean
belle), D'ira arse e
di furor la
terza d'elle.Ta non
sei né gentil
né cayaliero, (Dice gridando
quanto può piìt
forte) Tu' hai rubate
V arme; e quel
destriero Non saria tuo
per veruu'altra sorte; E
così; come ben
m'appongo al vero, Ti
vedessi punir di
degna morte; Che' fossi fatto
in quarti, arso
o impiccato, Brutto ladron,
villa"; superbo, ingrato. 42
Oltr a queste
e molt' altre ingiuriose
. Parole che gli
usò la donna
altièra, Ancorché ' mai
ttuggier non le
rispose, Che di. si
vii tenzon poco
onor spera; Con le
sorelle tosto eUa
sipose " Sul legno
in mar, che
al lor servigio
v' età:Ed affrettando
i remi, lo
seguiva, Vedendol tuttavia dietro
allariva. 43 Minaccia sempre,
maledice e incarca; Che
Tonte sa trovar
per ogni. ponto. Intanto à
quello: stretto, onde •
si "varta Alla fata
più Bella, è
Riiggier ghiÀtoi Dove un
vecchio' ncKMihiero una mia
bare": Scioglier dall'
altra ripa verte,
appanta Come, avvisato e
già provvisto, i|irivì" Si
stia aspettando che
Riitiro arritL • .
44 Scioglie il
nocchier, cume venir
lo vcdt Di
trasportarlo a miglior
ripu lieto; Che,
se la faccia
può del vot
ilfir fede Tutto
benigno e tutto
era dì scroto. Pose
Ruggier sopra: il
eìhìIìo il piede,
Dio ringraziando; e
per In mar
quieto Ragionando venia col lenito. Saggiò e
di lunga esperìejiza
ilutto, 45 Quel lodava
Ruggier, che sì
s avesse ' Saputo
a tempo tor
da Alclna,.é innanlij Chel
calice incantato ella
gli desse, • Ch'avea
alfin dato a
tutti gli altri
amasti | E poi,
che a Logistilla
si traesse. Dove veder
pòtria costumi santi,
Bellezza etema, ed
iiifinita .grazia, . '
Che '1
cor nutrisce . e
pasce, e jnài
non 46 Costei, dicea,
stupore e riverenza
." T Induce UPàlma,
ove si scuopre
prima;. Contempla meglio
poi V alta
presenza j • Ogni
altro' ben ti par di
poca stima. Il suo
amore ha dagli
altri differenza 4 Speme 0
timor negli altri
il cor ti
lima; . In questo il
desiderio più non
chiede,, E contento riman
come la veile. 47.
Ella t'insegnerà stiidj
più gmti, . Che
suoni, danze, odori
j bagni e
cibi; Ma com§ i
pensier tuoi meglio
fonnati Poggin piti ad
alto, che . per
V aria i nibi
E come
della g;loria de' beati Nel
mortai corpo parte
si delibi. Cosi parlando
il marinar veniva, .
Lontano ancoraalla sicura riva; 48
Quando vide scoprire
alla marìnia Molti. nàvilj, e!
tutti alla sua
volta. Con quei ne
vien T ingiuriata
Alcina, E molta
di sua gente
bave raccolta, . Per
por lo sUtto
e sé stessa
.in ruinft, 0 riacquistar
la cara cosa
tolta. E bene è
Amor di ciò cagion non
lieve, Ma r ingiuria
non men che
ne riceve. 49 Ella
non ebbe sdegno,
da che nacque, Dì
questo il maggior
mai, eh' ora
la rode:Onde fa
i remi si affrettar
per l'acque, Che la
spuma ne sparge
ambe le prode. Al
gran romor né
mar né ripa
tacque; Ed Eco risonar
per tutto s'ode. Scnopri, Ruggier,
lo scudo, che
bisogna; Se non, sei
morto, o preso
con vergogna. 50 Cosi
disse il nocchier
di Logistilla; Ed oltre
il detto, egli
medesmo prese La tasca,
e dallo scudo
dipartilla, E fé' il lume
di quel chiaro
e palese. L'incantato splendor
che ne sfavilla, Gli
occhi degli avversar)
così offese, Che li fé'
restar ciechi allora
allora, E cader chi
da poppa e
chi da prora. 51
Un eh' era
alla veletta in su la
ròcca, Dell'armata d'Alcina si fu accorto; E
la campana martellando
tocca, Onde il soccorso
vien subito al
portx). L'artiglieria, come tempesta,
fiocca Centra chi vuole
al buon Ruggier
far torto:Si che
gli venne d'ogni
parte aita Tal, che
salvò la libertà
e la vita. 52
Giunte son quattro
donne in su
la spiaggia. Che subito
ha mandate Legisti
Ila: La valorosa Andronica,
e la saggia Frenesia, e
l'onestissima Dicilla, E Soirosina
casta, che, come
aggia Quivi a far
più che l'altre,
arde e sfavilla. L'esercito eh'
al mondo è
senza pare, Del castello
esce, e si
distende al mare. 53
Sotto il Castel
nella tranquilla foce Di
molti e grossi
legni era una armata.
Ad un
botto di squilla,
ad una voce Giorno
e notte abattagliaapparecchiata. E cosi
fu la pugna
aspra ed atroce, E
per acqua e per terra
incominciata; Per cui fu il regno
sottosopra volto, Ch'avea già
Alcina alla sorella
tolto. 54 Oh di
quante battaglie il
fin successe Diverso a
quel che si
credette innante ! Non sol
eh' Alcina allor non
riavesse, Come stimossi, il
fuggitivo amante; Ma delle
navi che pur
dianzi spesse Fur sì,
eh' appena il
mar ne capia
tante, Fuor della fiamma
che tutt' altre avvampa, Con
un legnetto sol
misera scampa. 55 Fuggesi
Alcina; e sua
misera gente Arsa e
presa riman, rotta
e sommersa. D'aver Ruggier
perduto ella si
sente Via più doler,
che d' altra cosa
avversa. Notte e dì
per lui geme
amaramente, E lacrime per
lui dagli occhi
versa E per dar
fine a tanto
aspro martire Spesso si
duol di non
poter morire. 56 Morir
non puote alcuna
fata mai. Fin che
'1 Sol gira,
o il ciel
non muta stilo. Se
ciò non fosse,
era il dolore
assai Per muover Cleto
ad inasparle il
filo; 0, qual DidoD,
finia col ferro
i guai; 0 la
regina splendida del
Nilo Avria imitata con
mortifer sonno:Ma le
fate morir sempre
non penne. 57 Temiamo
a quel di
eterna gloria degno Ruggiero; e
Alcina stia nella
sua pena. Dico di
lui, che poi
che fuor del
legno Si fu condutto
in più sicura
arena, Dio ringraziando che tutto il
disegno Gli era successo,
al mar voltò
la schiena: Ed affrettando
per l'asciutto il piede, Alla
rócca ne va
che quivi siede. 58
Né la più
forte ancor, né la più
bella Mai vide occhio
mortai prima né
dopo. Son di più
prezzo le mura
di quella, Che se
diamante fossino e
piropo. Di tai gemme
quaggiù non si
favella: Ed a chi
vuol notizia averne,
é d'uopo Che vada
quivi; che non
credo altrove, Se non
forse su in
ciel, se ne
ritrove. 59 Quel che
più fa che
lor s'inchina e cede
Ogni altra gemma,
é che, mirando
in esse, L'uom sin
in mezzo all'anima
si vede, Vede suoi
vizj e sue
virtudi espresse Sì, che
a lusinghe poi
di sé non
crede. Né a chi
dar biasmo a
torto gli volesse:Fassi, mirando
allo specchio lucente Sé
stesse, conoscendosi, prudente. 60
II chiaro lume
lor, ch'imita il
Sole, Manda splendore in
tanta copia interne. Che
chi l'ha, ovunque
sia, sempre che
vuole, Febo, malgrado tuo,
si può far
giorno. Né mirabil vi
son le pietre
sole; Ma la materia
e l'artificio adorno Contendon sì,
che mal giudicar
puossi Qual delle due
eccellenze maggior fossi.Sopra
gli altissimi archi,
che pnntelii Parean che
del ciel fossino
a vederli, Eran grdin
si spaziosi e
belli, Che saria al
piano ancofatica averli. Verdeggiar gli
odoriferi arbuscelli Si pnon
veder fra i
laminosi merli; Ch'adorni son Testate
e'I verno tatti Di
vaghi fiori e
di matari fratti. stanza I 62
Dì. cosi nobili
àrbori non suole Prodarsi. fttor di
questi bei giardini; Né
di tai rose
0 di simili
viole, Di gigli, di
amaranti e di
gesmini. Altrove appar come
a an. medesmo
Sole £ nasca e
viva, e morto
il cio inchini, E
come lasci vedovo
il suo stelo Il
fior saggetto al
variar del cielo; 63
Ma qaivi era
perpetua la verdara, Perpetua la
beltà de fiorì
eterni. Non che benignità
della Natura Si temperatamente li
governi; Ma Logistilla con
suo stadio e
cara, Senza bisogno de'
moti sapemi (Quel che
agli altri impossibile
parea), Soa primavera ognor
ferma tenea. 64 Logistilla
mostrò molto aver
grato Ch' a lei
venisse un si
gentil signore; E comandò
che fosse accarezzato, E che
studiasse ognun di
fargli onore. Gran pezzo
innanzi Astolfo era
arrivato. Che visto da
Ruggier fu di
buon core. Fra pochi
giorni venn gli
altri tatti, Ch' air
esser lor Melissa
avea ridutti. 65 Poi
che si fur
posati un giorno
e dui, Venne Ruggiero
alla fata prudente Col
duca Astolfo, che,
non men di
lui, Avea desir di
riveder Ponente. Melissa le
parlò per amendni; E
supplica la fata
umilemente. Chegli consigli,
£Eivorìsca e aiuti Si,
che ritomin d'onde
eran venuti. 66 Disse
la fata: Io ci
porrò il pensiero, E
fra dui di
te li darò
espediti. Discorre poi tra
sé come Ruggiero, E,
dopo lui, come
quel duca aiti: Conchiude infin,
che'l volator destriero Ritomi il
primo agli aquitani
liti; Ma prima vuol
che se gli
faccia un morso Con
che lo volga
e gli raffreni
il corso. 67 Gli
mostra com' egli
abbia a far,
se vuole Che poggi
in alto; e
come a far
che cali; E come
se vorrà che
in giro vole, 0
vada ratto, o che si
stia su l'ali:E
quali effetti il
cavalier far suole Di
buon destriero in
piana terra, tali Facea
Ruggier, che mastro
ne divenne, Per l'aria,
del destrier eh' avea
le penne. 68 Poi
che Ruggier fu
d'ogni cosa in
punto, Dalla fata gentil
commiato prese, Alla qual
restò poi sempre
congiunto Dì grande amore:
e usci di
quel paese. Prima di
lui che se
n' andò in
buon ponto, E poi
dirò come il
guerriero inglese Tornasse con
più tempo e
più fatica Al magno
Carlo ed alla
corte amica. 63 Quindi
parti Ruggier, ma non rivenne Per
quella via che
fé' già suo mal
grado, AUor che sempre
l'Ippogrifo il tenne Sopra
il mare, e
terren vide di
rado:Ma potendogli or
far batter le
penne Di qua di
là, dove più
gli era a
grado. Volse al ritomo
farnuovosentiero, Come,
schivando Erode, i
Magi fero. 70 AI
yenìr quivi, era
lasciando Spafiaa, Venuto India
a trovar per
dritti riga, Là dove
il mare orientai
la bagna. Dove una
fata avea con
P altra briga. t
Or veder si
dispose altra campagna. Che
quella dove i
venti Eolo instiga, £
finir tatto il
cominciato tondo, Per avor
come il Sol,
girato il mondo. 71
Quinci il Cataio,
e quindi Mangiana, Sopra il
gran Quinsai vide
passando: Volò sopra l'Imavo,
e Sericana Lasciò a
man destra; e
sempre declinando
Dagl'iperborei Sciti all' onda
Ircana, Giunse alle parti
di Sarmazia: e quando Fu
dove Asia da
Europa si divide, Russi
e Prutenie la
Pomeria vide. Stanza d7. 72
Benché di Ruggier
fosse Ogni desire Di
ritornare a Bradamant
presto; Por, gustato il
piacer eh' avea di
gire Cercando il mondo,
non restò per
questo, Ch'alli Polacchi, agli
Ungari venire Non volesse
anco, alli Germani,
e al resto Di
quella boreale orrida
terra; E venne alfin
nell'ultima Inghilterra. 73 Non
crediate, signor, che
però stia Per si
lungo cammin sempre
su l'ale:Ogni sera
all'albergo se ne
già, Schivando a suo
poter d'alloggiar male. E
spese giorni e
mesi in questa
via; Si di veder la terra
e il mar
gli cale. Or presso
a Londra giunto
una mattina, Sopra Tamigiil
volator declinaGELANDO PUBIOSO. 74
Dove ne' prati
alla città vicini Vide
adunati uomini d'arme
e fanti, Ch'a 8uon
di trombe e
a suòn di
tamburini Venian, partiti a
belle schiere, avanti II
buon Rinaldo, onor
de' paladini; Del qual, se
vi ricorda, io
dissi innanti, Che, mandato
da Carlo, era
venuto In queste parti
a ricercare aiuto. 75
Giunse appunto Buggier,
che si facea La
bella mostra ftior
di quella terra:E
per sapere il
tutto, ne chiedea Un
cavalier; ma scese
prima in terra: E
quel, ch'affikbil era,
gli dicea Che di
Scozia e d'Irlanda
e d'Inghilterra E dell'isole
intorno eran le
schiere Che quivi alzate
avean tante bandiere: 76
E finita la
mostra che faceano, Alla
marina si distenderanno, Dove aspettati
per solcar l'Oceano Sou
dai navilj che
nel porto stanno. I
Franceschi assediati si
ricreano, Sperando in questi
che a salvar
li vanno. Ma acciò
tu te n'
informi pienamente, 10 ti
distinguerò tutta la
gente. 77 Tu vedi
ben quella bandiera
grande, Ch'insieme pon la
fiordaligi e i
pardi: Quella il gran
capitano all' aria spande, E
quella han da
seguir gli altri
stendardi. II suo nome,
famoso in queste
bande, É Leonetto, il
fior delli gagliardi, Di
consiglio e d'ardire
in guerra mastro, Del
re nipote, e duca di
Lincastro. 78 La prima, appressoil gonfalon
reale, Che'l vento tremolar
fa verso il
monte, E tien nel
campo verde tre
bianche ale, Porta Ricardo,
di Varvecia conte. Del
duca di Glocestra
è quel segnale Ch'ha
duo coma di
cervio e mezza
fronte. Del duca di
Chiarenza è quella
face:Quell'arbore è del
duca d'Eborace. 79 Vedi
in tre pezzi
una spezzata lancia: Gli
è '1 gonfelon
del duca di
Nortfozia. La fnlgure è
del buon conte
di Cancia. 11 grifone
è del conte
di Pembrozia Il duca
di Snfolcia ha
la bilancia. Vedi quel
giogo che due
serpi assozia: É del
conte d'Essenia; e
la ghirlanda In campo
azzurro ha quel
di Norbelanda. 80 II
conte d'Arinddia è
quel e' ha
messo In mar quella
barchetta che s'affonda. Vedi il
marchese di Barclei;
e apprnso Di Mardiia
il conte, e il conte
di Bitmonda: 11 primo
porta in bianco
un monte fesso, L'altro k
palma, il terzo
un pin nell'onda. Quel di
Dorsezia è conte,
e quel d Antona, Che
Puno ha il
canso, e l'altro
la coronai 81 II
falcon chesul nido
i vanni infatua" Porta Raimondo,
il conte di
Devonia. Il giallo e
negro ha quel
di Vigorùia; n can
quel d'Erbia: un
orso quel d'Ondala La
croce che là
vedi cristallina, É del
ricco prelato di
Battonia. Vedi nel bigio
una spezzata sedia? É
del duca Ariman
di Sormosedia. 82 Gli
uomini d'arme e
gli arcieri a
oamSo Di quarantadue mila
numer fanno. Sono duo
tanti, o di
cento non fallo
" Quelli eh' a pie
nella battaglia vanno. Mira
quei segni, un
bigio, un verde,
nn gìlllo E di
nero e dazzur
listato un panno: Goffredo, Enrico,
Ermante ed Odoardo Guidan pedoni,
ognun col suo
stendardo" 8B Duca di
Bocchingamia è quel
dinante:Enrico ha la
contea di Sarisberia. Signoreggia Bnrgenia
il vecchio Ermante: Quello Odoardo
è conte di
Croisberia. Questi
alloggiati più verso
levante, Sono gl'Inglesi. Or
volgiti all'Esperia, Dove si
veggion trenta mila
Scotti, Da Zerbin, figlio
del lor re,
condotti. 84 Vedi tra
duo unicormi il
gran leone, Che la
spada d'argento ha
nella zampa:Quel!' è del re di
Scozia il gonfalone; Il
suo figliuol Zerbino
ivi s accampa. Non
è un si
bello in tante
ajtre persone; Natura il
fece, e poi
ruppe la stampa. Non
è in cui
tal virtù, tal
grazia luca, 0 tal
possanza: ed è
di Roscia duca. 85
Porta in azzurro
una dorata sbarra Il
conte d'Ottonici nello
stendardo. L altra bandiera è
del duca di
Marra, Che nel travaglio
porta il leopardo. Di
più colori e
di più augei
bizzarra Mira l'insegna d'Alcabrun
gagliardo. Che non è
duca, conte, né
marchese . Ma primo nel
salvatico paese. Stanza 75 B6
Del duca di
Trasfordia è qaella
insegna, Dove è Taugel
chal Sol tien
gli occhi franchi. Lurcanio conte,
chMn Angoscia regna, Porta
quel tauro e' ha
duo veltri ai
fianchi. Vedi là il dnca dAlhania,
che segna Il campo
di colori azzurri
e Manchi. Qnell avoltor
eh un drago
verde lania È r
insegna del conte
di Boccania. 87 Signoreggia
Forbesse il forte
Armano, Che di bianco
e di nero
ha la bandiera: Ed
ha il conte
d'Erelia a destra
mano, Che porta in
campo verde una
lumierOr guarda gV
Ibernesi appresso il
piano:Sono duo squadre;
e il conte
di Childera Mena la
prima, e il
conte di Desmonda Da
fieri monti ha
tratta la seconda. Nello stendardo
il primo ha un pino
ardente; L'altro nel bianco
una vermiglia banda. Non
dà soccorso a
Carlo solamente La terra
inglese y e
la Scozia e
V Irlanda; Ma vien
di Svezia e di Norvegia
gente, Da Tile, e fin dalla
remota Islanda; Da ogni
terra, in somma,
che là giace, Nimica
naturalmente di pace. 89
Sedici mila sono,
o poco maiioo, Delle
spelonche usciti e
delle selve: Hanno piloso
il viso, il
petto, il fianco, E
dossi e braccia
e gambe, come
belve. Intorno allo stendardo
tutto bianco Par che
quel pian di
lor lande s'inaelve: Così Moratto
il porta, il
capo loro, Per dipingerlo
poi di sangue
moro. 8taiiBad5. 90 Mentre Ruggier
di quella gente
bella, Che per soccorrer
Francia si prepara, Mira
le varie insegne,
e uè favèlla, £
dei signor britanni
i nomi impara; Uno
ed un altro
a lui, per
mirar quella Bestia sopra
cui siede, unica
o rara, Maraviglioso corre
e stupefatto; E tosto
il cerchio intorno
gli fa taUo. 91
Sì che per
dare ancor più
maraviglia, £ per pigliarne
il buon Ruggier
più gioco, Al volante
corsier scuote la
briglia, E con gli
sproni ai fianchi
il tocca un
poco. Quel verso il
ciel per V
aria il cammin
piglia, E lascia ognuno
attonito in quel
loco. Quindi Ruggier, poiché
di iMsda in
banda Viée gl'Inglesi, andò
verso T Irlanda. 99 £
vide Ibernia fabulosa,
dove n santo Tecchiarel
fece la cava, In
che tanta mercè
par che si
trove, Che Tuom vi
porga ogni sua
colpa prava. Quindi poi
sopra il mare
il destrier move Là
dove la minor
Bretagna lava; £ nel
passar vide, mirando
abbasso, Angelica legata al
nado sasso; 93 Al
nado "asso, ali
isola del pianto:Cbè
l'isola del pianto
era nomata Quella che
da crudele e
fiera tanto Ed inumana
gente era abitata, Che
(come io vi
dicea sopra nel
Canto) Per varj liti
sparsa iva in armata
Tutte le
belle donne depredando, Per fame
a un mostro
poi cibo nefando. stanza 100. 94
Vi fn Iellata
pur quella mattina, Dove
venia |"er trangugiarla
viva Quel smisurato mostro,
orca marina, Che di
abborrevol esca si
nutriva. Dissi di sopra,
come fu rapina Di
quei che la
trovare in su
la riva Dormire al
vecchio incantatore accanto, Oh'
ivi r avea
tirata per incanto. 95
La fiera gente
inospitale e cruda Alla
bestia crudel nel
lito espose La bellissima
donna cosi ignuda, Come
Natura prima la
compose. Un velo non
ha pure, in
che rinchiuda I bianchi
gigli e le
vermiglie rose, Da non
cader per luglio
o per dicembre . Di
che son sparse
le polite roembre. 96
Creduto ayria che
fosse statua fiuta 0
d alabastro o d'altri
marmi illustri Ruggiero, e
su lo scoglio
così avvinta Per artificio
di scultori industri; Se
non vedea la
lacrima distinta Tra fresche
rose e candidi
ligustri Far rugiadose le
crudette pome, E l'aura
sventolar l'aurate chiome. 97
E come ne'
begli occhi gli
occhi affisse, Della sua
Era damante gli
sovvenne. Pietade e amore
a un tempo
lo trafisse, E di
piangere appena si
ritenne; E dolcemente alla
donzella disse, Poi che
del suo destrier
frenò le penne: 0
donna, degna sol
della catena Con che
i suoi servi
Amor legati mena, 98
E ben di
questo e d'ogni
male indegna, Chi è
quel crudel che
con voler perverso D'importuno livor
stringendo segna Di queste
belle man l'avorio
terso? Forza è eh'
a quel parlare
ella divegna Quale è
di grana un
bianco avorio asperso, Di
sé vedendo quelle
parti ignudo, Ch' ancorché belle
sian, vergogna chiude. 99
E coperto con
man s' avrebbe il
volto, Se non eran
legate al duro
sasso; Ma del pianto,
eh' almen non
l'era tolto, Lo sparse,
e si sforzò
di tener basso. E
dopo alcun' singhiozzi il
parlar sciolto, Licominciò con
fioco suono e
lassò: Ma non seguì;
che dentro il fé'
restare Il gran rumor
che si senti
nel mare. 100 Ecco
apparir lo smisurato
mostro Mezzo ascoso nell' onda,
e mezzo sorto. Come
sospinto suol da
Borea o d'Ostro Venir
lungo navilio a
pigliar porto, Cosi ne
viene al cibo
che l'è mostro La
bestia orrenda; e
l'intervallo é corto. La
donna è mezza
morta di paura, Né
per conforto altrui
si rassicura. 101 Tenea
Ruggier la lancia
non in resta, Ma
sopra mano; e
percoteva l'orca. Altro non
so che s' assomigli
a questa, Ch'una gran
massa che s'aggiri
e torca: Né forma
ha d'animai, se
non la testa, C
ha gli occhi
e i denti
fuor come di
porca. Ruggier in fronte
la feria tra
gli occhi; Ma par
che un ferro
o un duro
sasso tocchi. 102 Poiché
la prima betta
poco vale. Ritoma per
far meglio la
seconda. L'orca, che vede
sotto le grandi
ale L'ombra di qua
e di là
correr su l'onda, Lascia la
preda certa litorale, E
quella vana segue
furibonda; Dietro quella si
volve e si
raggira. Ruggier giù cala,
e spessi colpi
tira 103 Come d'alto
venendo aquila suole, Ch'
errar fra l'erbe
visto abbia la
biada, 0 che stia
sopra un nudo
sasso al Sole, Dove
le spoglie d'oro
abbella e liscia; Non
assalir da quel
lato la vuqle, Onde
la velenosa soffia
e strìscia; Ma da
tergo l'adugna, e
batte i vanni, Acciò
non se le
volga e non l'azzanni:
104 Così
Ruggier con l'asta
e con la
spada Non dove era
de' denti armato il
muso, Ma vuol che
il colpo tra
l'orecchie cada, Or su
le schiene, or
nella coda giuso. Se
la fera si
volta, ei muta
strada Ed a tempo
giù cala, e
p<ia in suso Ma,
come sempre giunga
in un diaspro, Non
può tagliar lo
scoglio duro ed
aspro. 105 Simil battaglia
fa la mosca
audace Contro il mastin
nel polveroso agosto, 0
nel mese dinanzi
o nel seguace. L'uno di
spiche e l'altro
pien di mosto: Negli
occhi fi punge
e nel grifo
mordace; Volagli intomo, e
gli sta sempre
accosto, E quel suonar
fa spesso il
dente asciutto; Ma un
tratto che gli
arrivi, appaga il
tutto. 106 Si forte
ella nel mar
batte la coda, Che
fa vicino al del l'acqua
innalzare; Talché non sa se l'ale
in aria snoda, Oppnr
se '1 suo
destrier nuota nel
mare. Gli é spesso
che disia trovarsi
a proda; Che se
lo sprazzo in tal modo
ha a durare, Teme
sì l'ale innaffi
all'Ippogrifo, Che brami invano
avere o zucca
o schifo. 107 Prese
nuovo consiglio, e
fu il migliore, Di
vincer con altre
arme il mostro
crado. Abbarbagliar lo vuol
con lo splendore Ch'era incantato
nel coperto scudo. Vola
nel lito; e per non
fare errore, Alla donna
legata al sasso
nudo Lascia nel minor
dito della mano L'anel,
che potea far
V incanto vano:103
Dico Panel che
Bradamante avea, Per liberar
Ruggier tolto a
Brunello; Poi per trarlo
di man d'Alcina
rea, Mandato in India
per Melissa a
qnello. Melissa, come dianzi
io vi dicea, In
ben di molti
adoperò V anello; Indi
r a ea
a Euggier restituito, Da qual
poi sempre fu
portato in dito. 109
Lo dà ad
Angelica ora, perchè
teme Che del suo
scudo il fulgurar
non viete, E perchè
a lei ne
sien difesi insieme Gli
occhi che già
Tavean preso alla
rete. Or viene al
lito e sotto
il ventre preme Ben
mezzo il mar la smisurata
Cete. Sta Ruggiero alla
posta, e leva
il velo; £ par
eh aggiunga un
altro Sole al
cielo. 110 Ferì negli
occhi l'incantato lume Di
quella fera, e fece al
modo usato. Quale 0
trota o scaglion
va giù pel
fiume C ha con
calcina il montanar
turbato; Tal si vedea
nelle marine schiume Il
mostro orribilmente riversato. Di
qua di là
Ruggier percuote assai; Ma
di ferirlo via
non trova mai. Ili
La bella donna
tuttavolta prega Ch' invan
la dura squama
oltre non pesti Toma,
per Dio, signor;
prima mi slega, Dicea
piangendo, che V
orca si desti:Portami
teco, e in
mezzo il mar
mi annega; Non far
eh in ventre
al bruto pesce
io resti. Ruggier, commosso
dunque al giusto
grido, Slegò la donna,
e la levò
dal lido. 112 II
destrier punto, ponta
i pie all'arena, E
sbalza in aria,
e per lo
ciel galoppa; E porta
il cavaliere in
su la schiena, E
la donzella dietro
in su la
groppa. Cosi privò la
fera della cena Per
lei soave e
delicata troppa. Ruggier si
va volgendo, e
mille baci Figge nel
petto e negli
occhi vivaci. 113 Non
più tenne la
via, come propose Prima, di
circondar tutta la
Spagna, Ma nel propinquo
lito il destrier
pose, Dove entra in
mar più la
minor Bretagna. Sul lito
un bosco era di querce
ombrose, Dove ognor par
che Filomena piagna; Ch'in
mezzo avea un
pratel con una fonte,
E quinci
e quindi un
solitario monte. Stanza 111. 114
Quivi il bramoso
cavalier ritenne L'audace corso,
e nel pratel
discese; E fé' raccorre
al suo destrier
le penne, Ma non
a tal che
più le avea
distese. Del destrier sceso,
appena si ritenne Di
salir altri; ma
tennel l'arnese: L'arnese 11
tenne, che bisognò
trarre; E contra il
suo disir messe
le sbarre. 115 Frettoloso,
or da questo
or da quel
canto Confusamente l'arme si
levava. Non gli parve
altra volta mai
star tanto; Che s'un
laccio sciogliea, dui
n'annodava. Ma troppo è
lungo ormai, signor,
il Canto; E forse
eh' anco l'ascoltar vi
grava: Si ch'io differirò
l'istoria mia In altro
tempo, che più
grata sia.NOTE. St. 3.
V.23. Intende della
famosa Elena ohe
diede occasione alla guerra
di Troia. St. 11.
V.4. Buccia qui
vale calice della
rosa non per anche
aperta. St. 20. y.
56. Alcione è
uccello acquatico il cui
nome è
preso da quello
della moglie di
Geice, re di Tra
cia, che i poeti
favoleggiarono tramutata insieme
col marito in tal
volatile, dopo essersi
gettata in mare
pel dolore di esserle
morto il consorte
in un viaggio
ma rittimo. St. 34. Y.
56. Ecuba, vedova
dì Priamo e
schiava di Ulisse, perseguitata
dai Traci per
aver tratti gli oc
chi a Polinestore, uccisore
deirultimo figlio rimastole, venne in
tanta ira, clie
fu convertita, secondo
i mito logi, in cagna
rabbiosa. St. 51. y. 5. Non s'
intenda qui per
artiglieria la moderna, che
non era conosciuta
ai tempi di
cui parla il Poeta;
ma in generale
le macchine di
guerra da lan ciare proiettili. St. 52.
y. 25. I
nomi delle fate
accennano alle loro qualità
morali. Quello di
Alcina, se il
Poeta non ha voluto
grecizzare anche in
esso, può esser
tratto da Aloe, che
in Aulo Gellio
leggesi essere stata
una meretrice. Lo giatillaf
vale ragionevole. Andronica,
donna di animo virile,
Fronesia, saggia, come
nel testo. DiciUa,
giusta. Sofrosina, temperata o
modesta. St. 56. y.
48. dolo è
una delle tre
Parche favo leggiate dai Poeti
Didone, notissima regina
di Carta gine, che si
uccise per disperato
amore di Enea.
La re gina del Nilo è Cleopatra,
che si tolse
la vita con un
aspide, per non
essere tratta dietro
al trionfatore ro mano. St.
66. y. 6.
Oli aquitatU UH,
sono le Provincie francesi Guienna
e Guascogna, altre
volte Aquitania, St. 70.
y 6. Quella
campagna è il
mare, dove i venti
sono più liberi
e più violenti. St.
71. y. 18.
Quinsai, città della
Cina, detta Chan say
da Marco Polo,
che la situa
fra il Cataio
e Man giana o
Mangin, ed ò
la odierna Nankin.
Imavo, monte altissimo della
Scizia o Tartaria.
Onda ircana, il mar
Caspio. SarmoMia, vasto
paese settentrionale, parte
in Asia, parte in
Europa. Pruteni, Prussiani.
Fumeria, Pomerania,
provincia di Germania
nell'alta Sassonia. St. 72.
y. 8 Ultima
Inghilterra. Cosi chiamavano i
Romani la Gran
Bretagna, per la
sua giacitura verso Testremità dell'Europa. ST. 77.
y. 2. ia
fiordaligi, 6 il
nome del flore
che noi chiamiamo giglio,
detto dai Francesi
fleurdelis. Ivr. y. 8.
LincastrOf ò Laucaster,
una delle contee dell'Inghilterra. St. 78.
V.48. Varvecia, Warwick;
Oloceatra, Glou cester; Chiarenta,
Clarence, titolo di
ducato; Eborace, York: tutte
contee dlnghilterra, del
pari ohe le
nomi nate nelle Stanze seguenti. St.
79. y. 18.
Nortfotia, Norfolk; Cancia,
Kent; Pembrozia, Pembroke, nel
principato di Galles.
Sufol da, Suffolk; Essenia,
Essex; Norbelanda, Northum berland. St. 80.
y. 18. ~ Ar
indelia, Arnndel nella
contea di Sussf X;
Barclfi, Bertkley, paese
che dà ora
il nome "i uno
dei canali componenti
il sistema idiaalieo
dì L<a dra; Moì'ehia,
March, una fra
le contee ceDtralt
di Sco zia ; Bitmojida,
Richmond, castello neir
Inglifltezn; DoreeHa,
Dorset; Antona, Southampton. St. 81.
y. 28. Devonia,
Devan, da cai
prende fl nome la
contea di Devonshir;
Vigorina, Winchester; Erbia, Derby;
Oasonia, Oxford; Battow'a,
Batli nella contea di
Summerset, detta qui Sormosedia" St. 82.
y. 3. Dìm
tanti, due volte
tanti, dne yotte
piò. St. 83. y.
16. Bocchingamia, Buokingam;
Sari sberia, Salisbury; Borenta,
Abergavenny; Croisberia,
Shrewsbury; Esperia, antico
nome della Scozia. St.
84. y. 8.
Bosda, Ross, una
delle contee set tentrionali di Scozia. St.
85. y. 24.
Ottonici, Athol; Marra,
Mar. U voce travaglio,
nel quarto verso,
è voce di
mmscalda, derivata dal latino
barbaro travallus; e
denota nn or digno ove
si costringono le
bestie fastidiose e
intratta bili per medicarle o
ferrarle. St. 86. y.
18. Trasfordia, Stafford;
Angoscia, An gus; Albania, o
Braid Albain, è
il nome comoneaente dato a
un piccolo paese
della contea di
Perth, e ba ti
tolo di ducato. Boccania,
contea di Scozia,
ivi detta Bnchan. St. 87. y. 17.
Forbease, Forse deve
qui intendeni Ferdon, detto
dai Latini Fordunum,
o Forres, borgo nella
Scozia, cosi denominato
anche oggi ErtHa, Errol; Childera,
Kildare, contea nella
provincia di Leis ster;
Deinnonda, Desmond, contrada
dipendente dalla contea di
Cork, nella provincia
di Mnnster. St. 88.
y. 26. Banda,
osala fascia. Tile
(o Tuie) la più
remota delle isole
settentrionali d'Eoropa, eàe fosse
conosciuta dai Romani.
I Geografi non
sono eoo cordi nel
determinarla; alcuni (non
V Ariosto) V
hanno creduta llslanda, altri
la Scandinavia, tenuta
antica mente per isola; il
Cellario la crede
la Scbetlandia, o alcuna
delle isole del
Fero o del
Faro, dette dal
Balbi Fceroe, situate quasi
nella •medesima latitudine
St. 92. y.
14. ~ Dice fabulosa V
Irlanda, per le
fkvok che ne correvano,
fra le quali
la relativa al
pozso vuoisi fatto
da San Patrizio.
In quello solevano
entrare i peccatori, con
la speranza di
uscirne puigati di
colpa e usciti raccontavano
le cose strane
che loro pareva
avers colà dentro vedute
o sentite. St. 98.
v.56. Diconsi grana
i corpi di
oerti ia setti simili
alle bacche dell
edera, coi quali
si tingono i panni
in rosso e violetto. 11
senso quindi dei
dne veni predetti è
che Angelica, bianchissima
di carnagione, ar rossa alle
parole di Ruggiero. St.
101. y. 2.
Sopra mano, oioò
con mano alzata sopra
la spalla. St. 104.
v.& Per to
scogUo intendasi fl
dorioifflo osso del mostro. St.
113. y. 46.
A ponente maestro,
cioè snl lido
che guarda risola di
Ouessant. St. 113. V.6.
Filomena, il rosignolo,
nel qnale, secondo la
favola fu cangiata
Filomena, figlia di Pan
dione re
d'Atene. SUiiia4& Angelica
s'invola a Ruggiero
mediante Tanello incantato,
e si ricovera
neU abitazione di un
pastore. Ruggiero,
nell'andarla cercando, vede
un gigante rapire
una donna, che
sembragli firadamante. Olimpia
abbandonata da Bireno, e
presa dai corsari,
viene esposta in
Ebada al mostro
marino, da cui
Orlando la libera.
Sopraggiunge il re d'Irlanda
Oberto, che, invaghito
di Olimpia, la
fa sua moglie,
dopo aver tolto
a Bireno gli stati e
la vita. Quantunque debil
freno a mezzo
il corso Animoso destrìer
spesso raccolga, Raro è
però che di
ragione il morso Libidinosa furia
addietro volga" Quando il
piacer ha in
pronto; a guisa
d'orso, Che dal mei
non ri tosto
si distolga, Poi che
gli n'è venuto
odore al naso, 0
qualche stilla ne
gustò sul vaso. Qual
ragion fia che
'1 buon Buggier
raffrene, Si che non
voglia ora pigliar
diletto D Angelica gentil,
che nuda tiene Nel
solitario e comodo
boschetto? Di Bradamante più
non gli sovviene, Che
tanto aver solea
fissa nel petto: E
se gli ne
sovvien pur come
prima, Pazzo è se
questa ancor non
prezza e stima; 3
Con la qual
non saria stato
quel crudo Zenocrate di
lui più continente. Gittato avea
Ruggier l'asta e
lo scudo, E si
trìBiea T altre arme
impaziente; Quando
abbassando pel bel
corpo ignudo La donna
gli occhi vergognosamente, Si vide
in dito il
prezioso anello Che già
le tolse ad
Albracca Brunello. 4 Questo
è Panel ch'ella
portò già in
Francia La prima volta
che fé' quel cammino Col
f ratei suo, che
v'arrecò la lancia, La
qual fu poi
d'Astolfo paladino. Con questo
fé' gì' incanti uscire in
ciancia Di Malagìgi al
petron di Merlino; Con
questo Orlando ed
altri una mattina Tolse
di servitù di
Dragontina; 5 Con questo
usci invisibil dalla
torre, Dove Pavea richiusa
un veccliio rio. A
che Togrio tutte
sue prove accórre, Se
le sapete voi
cosi com'io? Brunel sin
nel giron lei
venne a tórre; Ch
Agramante d averlo
ebbe disio. Da indi
in qua sempre
fortuna a sdegno Ebbe
costei, finché le
tolse il regno. 6
Or che sei
vede, come ho
detto, in mano, Si
di stupore e
d'allegrezza è piena, Che,
quasi dubbia di
sognarsi invano, Agli occhi,
alla man sua
dà fede appena. Del
dito se lo
leva, e a
mano a mano Se
'1 chiude in
bocca; e in
men che non balena.
Così dagli occhi
di Ruggier si
cea. Come fa il
Sol quando la
nube il vela. 7
Ruggier pur d'ogn'
intomo riguardava, E s'aggirava
a cerco come
un matto; Ma poi
che dell'anel si
ricordava. Scornato vi rimase
e stupefatto; E la sua inavvertenza
bestemmiava, E la donna
accusava di quell'atto Ingrato e
discortese, che renduto In
ricompensa gli era
del suo aiuto. 11 E
circa il vespro,
poi che rinfrescossi, E le fu avviso
esser posata assai. In
certi drappi rozzi
awiluppossi, Dissimil troppo ai
portamenti gai" Che verdi,
gialli, persi, azzurri
e rossi Ebbe, e
di quante fogge
furon mai. Non le
può tor però
tanto umil gonna Che
bella non rassembrì
e nobii donna. 12
Taccia chi loda
Fillide, o Neera, 0
AmariUi, o (}alatea
fugace; Che d'esse alcuna
si bella non
era, Titiro e Melibeo,
con vostra pace. La
bella donna trae
fuor delk schiera Delle
giumente una che
più le piace. Allora
allora se le
fece innante Un pensier
di tornarsene in
Levante. 13 Ruggiero intanto,
poi ch'ebbe gran Indarno
atteso s'ella si
scopriva, E che s' avvide
del suo error
da sezzo, Che non
era vicina e
non l'udiva; Dove lasciato
avea il cavallo,
avvezzo In cielo e
in terra, a
rimontar veniva:E ritrovò
che s' avea tratto
il morso, E salia
in aria a
più libero corso. 8
Ingrata damigella, è
questo quello Guiderdone, dicea,
che tu mi
rendi. Che piuttosto involar
vegli l'anello, Ch'averlo in
don? Perchè da
me noi prendi? Non
pur quel, ma
lo scudo e
il destrier snello E
me ti dono;
e come vuoi
mi spendi; Sol che'l
bel viso tuo
non mi nascondi. Io
so, crudel, che m'
odi, e
non rispondi. 9 Cosi
dicendo, intomo alla fontanaBrancolando n'andava,
come cieco. Oh quante
volte abbracciò l'aria
vana, Sperando la donzella
abbracciar seco ! Quella, che
s'era già fatta
lontana, Mai non cessò
d'andar, che giunse
a un speco Che
sotto un monte
era capace e
grande, Dove al bisogno
suo trovò vivande. 10
Quivi un vecchio
pastor, che di
cavalle Un grande armento
avea, facea soggiorno. Le
giumente pascean giù
per la valle Le
tenere erbe ai
freschi rivi intorno. Di
qua di là
dall'antro erano stalle, Dove
fuggiano il Sol
del mezzo giorno. Angelica quel
di lunga dimora Là
dentro fece, e
non fu vista
ancora. 14 Fu grave
e male aggiunta
all'altro danno Vedersi anco
restar senza l'augello. Questo, non
men che '1
femminile inganno, Gli preme
al cor: ma
più che questo
e quello Gli preme
e fa sentir
noioso affanno L'aver perduto
il prezioso anello; Per
le virtù non
tanto eh' in
lui sono, Quanto che
fu della sua
donna dono. 15 Oltremodo
dolente si ripose Indosso l'arme,
e lo scudo
alle spalle; Dal mar
slungossi, e per le piaggie
erbose Prese il cammin
verso una larga
valle, Dove per mezzo
all'alte selve ombrose Vide
il più largo
e '1 più
segnato calle. Non molto
va, eh' a destra,
ove più folta É
queUa selva, un
gran strepito ascolta. 16
Strepito ascolta e spaventevol
suono D'arme percosse insieme;
onde s'affretta Tra pianta
e pianta, e
trova dui che
sono A gran battaglia
in poca piazza
e stretta. Non s' hanno
alcun riguardo né
perdono, Per far, non
so di che,
dura vendetta. L'uno è
gigante, alla sembianza
fiero; Ardito l'altro e
franco cavaliere. 17 E
questo con lo
scado e con la spada, Di
qua dì là
saltando, si difende, Perchè la
mazza sopra non
gli cada, Con che
il gigante a
dae man sempre
offende. Giace morto il
cavallo in sa
la strada. Roggìer si
ferma, e alla
battaglia attende; E tosto
inchina l'animo, e
disia Che vincitore il
cavalier ne sia. Stanza
I& 0 E se r
arreca in spalla,
e via la
porta Come lupo talor
piccolo agnello, 0 l'aquila
portar nelPugna torta Suole
0 colombo o
simile altro augello. Vede
Ruggier quanto il
suo aiuto importa, E
vien correndo a
più poter; ma
quello Con tanta fretta
i lunghi passi
mena, Che con gli
occhi Ruggier lo
segue appena. 21 Cosi
correndo Tono e
seguitando L'altro, per un
sentiero ombroso e
fosco, Che sempre si
venia più dilatando, In
un gran prato
uscir fuor di
quel bosco. Non più
di questo; eh'
io ritorno a
Orlando, Che '1 fulgur
che portò già il re
Cimosco, Avea gittato in
itar nel maggior
fondo, Acciò mai più
non si trovasse
al mondo. 22 Ma
poco ci giovò;
che 1 nimico
empio Deir umana natura,
il qual del
telo Fu rinventor, ch'ebbe
da quel F esempio, Ch'apre le
nubi e in
terra vien dal
cielo; Con quasi non
minor di quello
scempio Che ci die
quando Eva ingannò
col melo. Lo fece
ritrovar da un
necromante Al tempo de' nostri
avi, o poco
innante. 23 La macchina
infemal, di più di cento Passi
d'acqua ove stè
ascosa moli anni, Al
sommo tratta per
incantamento, Piima portata fu
tra gli Alamanni; Li
quali uno ed un altro
esperimento Facendone, e il
demonio a' nostri danni Assottigliando lor
via più la
mente, Ne ritrovare l'uso
finalmente. 18 Non che
per questo gli
dia alcuno aiuto; Ma
si tira da
parte, e sta
a vedere. Ecco col
baston grave il
più membruto Sopra l'elmo
a due man
del minor fere. Della
percossa è il
cavalier caduto:L'altro che
'1 vide attonito
giacere, Per dargli morte
l'elmo gli dislaccia; E
fa sì che
Ruggier lo vede
in faccia. 19 Vede
Ruggier della sua
dolce e bella E
carissima donna Bradamante Scoperto il
viso, e lei
vede esser quella A
cui dar morte
vuol l'empio gigante; Si
che a battaglia
subito l'appella, E con
la spada nuda
si fa innante; Ma
quel, che nuova
pugna non attende, La
donna tramortita in
braccio prende:24 Italia
e Francia, e tutte
l'altre bande Del mondo
han poi la
crudele arte appresa. Alcuno il
bronzo in cave
forme spande, Che liquefatto
ha la fornace
accesa; Bugia altri il
ferro; e chi
picciol, chi grande Il
vaso forma, che
più e meno
pesa; E qual bombarda,
e qual nomina
scoppio, Qual semplice cannon,
qual cannon doppio: 25
Qual sagra, qual
falcon, qual colubrina Sento nom
tr, come al
suo autor più
aggrada Che'l ferro spezza,
e i marmi
apre e ruina, E
ovunque passa si
fa dar la
strada. Rendi, miser soldato,
alla fucina Pur tutte
r arme e'
hai, fino alla
spada; E in spaPa
un scoppio o
un archibugio prendi; Cile
senza, io so,
non toglierai stipendi.Stanza 28. 26
Come trovasti, o
scellerata e bratta Invenzion, mai
loco in aman
core? Per te la
militar gloria è
distratta; Per te il
mestier dell'arme è
senza onore; Per te
è il valore
e la virtù
ridatta, Che spesso par
del bnono il
rio migliore:Non più
la gagliardia, non
più V ardire Per
te pad in
campo al paragon
venire. 27 Per te
wm giti ed
andenn aotterra Tanti signori
e cavalieri tanti, Prima
che sia finita
questa gaerra, Chel mondo,
ma più Italia,
ha messo in
pianti; Che s'io v'ho
detto, il detto
mio non erra, Che
ben fa il
più cradele, e
il più di
qnaDti Mai foro al
mondo ingegni empi
e maligni. Ch'immaginò si
abbominosi ordignL 28 E
crederò che Dio,
perchè vendetta Ne sia
in etemo, nel
profondo chiuda Del cieco
abisso qnella maledetta Anima, appresso
al maledetto Giada. Ma
segaitiamo il cavalier
ch'in fretta Brama trovarsi
all'isola d'Ebada, Dove le
belle donne e
delicate Son per vivanda
a un marìn
mostro date. 29 Ma
quanto avea più
fretta il paladino, Tanto parca
che men l'avesse
il vento. Spiri dal
lato destro o
dal mancino, 0 neUa
poppa, sempre è
cosi lento, Che si
può far con
lui poco cammino; E rìmanea
talvolta in tutto
spento: Soffia talor si
avverso, che gli
è forza 0 di
tornare, o d'ir
girando all' orza. 30 Fu
volontà di Dio,
che non venisse Prima
che '1 re
d'Ibemia in quella
parte, Acciò con più
facilità seguisse Quel ch'udir
vi farò fra
poche carte. Sopra Pisola
sorti, Orlando disse Al
suo nocchiero: or qui
potrai fermarte, E '1
battei darmi; che
portar mi voglio Senz' altra compagnia
sopra lo scoglio. 31
E voglio la
maggior gomena meco, E
l'ancora maggior ch'abbi
sul legno: Io ti
farò veder perchè
l'arreco, Se con quel
mostro ad affrontar
mi vegno. Gittar fé' in mare
il palischermo seco, Con
tutto quel ch'era
atto al suo
disegno. Tutte l'arme lasciò,
fuorché la spada; E
ver lo scoglio,
sol, prese la
strada. 32 Si tira
i remi al
petto, e tien
le spalle Volte alla
parte ove discender
vnole: A guisa che
del mare o
della valle Uscendo al
lito il salso
granchio suole. Era nell' ora
che le chiome
gialle La bella Aurora
avea spiegate al
Sole, Mezzo scoperto ancora
e mezzo ascoso, Non
senza sdegno di
Titon geloso. 88 Fattori
appresso al nudo
seogo, qiianto Potria gagliarda
man gittare nn
sasso, Gli pare udire
e non udire
nn pianto; £tt all' oreeohio
gli vien debole
e lasso. Tatto si
volta sul sinistro
canto; E posto gli
occhi appresso all'onde
al basso. Vede nna
donna, nuda come
nacque, Legata a un tronco; e
i piò le
bagnan Tacque. 84 Perchè
gli è ancor
lontana,' e perchè
china La faccia tien,
non ben chi
sia disceme. Tira in
fretta ambi i
remi, e s' aTricina Con gran
disio di più
notizie averne. Ma mugghiar
sente in questo
la marina, E rimbombar
le selve e
le caverne: Goniiansi V
onde; ed ecco
il mostro appare, Che
sotto il petto
ha quasi ascoso
il mare. 85 Come
d oscura valle
umida ascende Nube di
pioggia e di
tempesta pregna, y Che
più che cieca
notte si distende Per
tutto '1 moulo, e
par cheU giorno
spegna; Così nuota la
fera, e del
mar prende Tanto, che
si può dir
che tutto il
tegna: Fremono Fonde. Orlando,
in sé raccolto, La
mira altier, nò
cangia cor né
volto. 36 E come
quel ch'avea il
pensier ben fermo Di
quanto volea far,
si mosse ratto; £
perchè alla donzella
essere schermo, E la
fera assalir potesse
a un tratto, Entrò
fra Torca e lei col
palischermo, Nel fodero lasciando
il brando piatto:L'Ancora con
la gomona in
man prese; Poi con
gran cor 1
orrlbil mostro attese. 87
Tosto che Torca
s'accostò, e scoperse Nel
schifo Orlando con
poca intervallo, Per inghiottirlo
tanta bocca aperse. Ch'entrato un
uomo vi saria
a cavallo. Si spinse
Orlando innanzi, e
se gì' immerse Con
queir àncora in
gola, e, s'io
non fallo, Col battello
anco; e l'àncora
attaccolle E nel palato
e nella lingua
molle:88 Si che
nò più si
puon calar di
sopra. Nò alzar di
sotto le mascelle
orrende. Cosi dii nelle
mine il ferro
adopra. La terra, ovunque
si fa via,
suspende, Che subita mina
non lo cuopra, Mentre mal
cauto al suo
lavoro intende. Da un
amo all' altro l'àncora
è tanto alta, Che
non v' arriva
Orlando, se non
salta. Aaiosio. 89 Messo il
puntello, e fattosi
sicuro Che'l mostro j
serrar non può
la bocca; Stringe la
spada, e per
quell'antro oscuro Di qua
e di là
oon tagli e
punte tocca. Come si
può, poi che
son dentro al
muro Giunti i nemici,
ben difender rócca;Cosi
difender l'orca si
potea Dal paladin che
nella gola avea. 40
Dal dolor vinta,
or sopra il
mar si' lancia, E mostra
i fianchi e
le scagliose schiene; Or
dentro vi s'attnffa,
e con la
pancia Muove dal fondo
e fa ealir
l'arene. Sentendo l'acqua il
cavalier di Francia, Che
troppo abbonda, a
nuoto fuor ne
viene:Lascia l'ancora fitta,
e in mano
prende La fune che
dall'ancora depende. 41 E
con quella ne
vien nuotando in
fretta Verso lo scoglio;
ove fermato il
piede, Tira l'àncora a
sé, che 'n
bocca stretta Con le
due punte il
brutto mostro fiede. L'orca
a seguire il
canape è costretta Da
quella forza ch'ogni
forza eccede; Da quella
forza che più
in una scossa Tira,
eh' in dieci
un argano far
possa. 42 Come toro
salvatico clv'al corno Gittar
si senta un
improvviso laccio, Salta di
qua di là, 's'agirà
intorno, Si.colca e lieva,
e non può
uscir d impaccio; Cosi fuor
del suo antico
almo soggiorno L'orca tratta
per forza di
quel braccio, Con mille
guizzi e mille
strane ruote Segue la
fune, e scior
non se ne
puote. 48 Di bocca
il sangue in
tanta òopia fonde. Che
questo oggi il Mar Rosso
si può dire. Dove
in tal guisa
ella percuote Tonde, Ch'insino al
fondo le vedreste
aprire: Ed or ne
bagna il cielo,
e il lume
asconde Del chiaro Sol;
tanto le fo
salire. Rimbombano al rumor,
ch'intorno s'ode. Le selve,
i monti e
le lontane prode. 44
Fuor della grotta
il vecchio Proteo,
quando Ode tanto rumor,
sopra il mar
esce; E visto entrare
e uscir dell' orca
Orlando, E al lito
trar A smisurato
pesce. Fugge per T
alto Oceano, obliando Lo
sparso gregge: e
si il tumulto
cresce, Che fatto al
carro i suoi
delfini porre, Quel di
Nettuno in Etiopia corre. 45
Con Melìcerta in
collo Ino piangendo, E
le Nereidi coi
capelli sparsi, Glanci e
Tritoni, e gli
altri, non sappiendo Dove, chi
qua cbi là
van per salvarsi. Orlando al
lito trasse il
pesce orrendo, Col qual
non bisognò più
affaticarsi:Che pel travaglio
e per l'avuta
pena, Prima mori, che
fosse in su T
arena. 46 Dell'isola non
pochi erano corsi A
riguardar quella battaglia
strana; I quai da. vana
religion rimorsi, Csì sant'
opra riputar profana:E
dicean che sarebbe
un nuovo torsi Proteo
nimico, e attizzar
l'ira insana, Da fargli
porre il marin
gregge in terra, E
tutta rinnovar l'antica
guerra; 47 E che
meglio sarà di
chieder pace Prima all'offeso
Dio, che peggio
accada; E questo si
farà quando l'audace Gittato in
mare a placar
Proteo vada. Come dà
fuoco l'una all' altra
face, E tosto alluma
tutta una contrada; Cosi d'un
cor nell'altro si
diffonde L'ira ch'Orlando vuol
gittar nell'onde. 48 Chi
d'una fromba e
chi d'un arco
armato. Chi d'asta, chi
di spada al
lito scende; E dinanzi
e di dietro
e d'ogni lato, Lontano
e appresso, a
più poter l'offende. Di
sì bestiale insulto
e troppo ingrato Gran
meraviglia il paladin
si prende:Pel mostro
ucciso ingiuria far
si vede, Dove aver
ne sperò gloria
e mercede. 49 Ma
come l'orso suol,
che per le
fiere Menato sia da
Rnsci o da
Lituani, Passando per la
via, poco temere L'importuno abbaiar
di picciol cani. Che
pur non se
li degna di vedere;
Così poco temea
di quei villani TI
paladin, che con
un soffio solo Ne
potrà fracassar tutto
lo stuolo. 50 E
ben si fece
far subito piazza Che
lor si volse,
e Durindana prese. S' avea creduto
quella gente pazza Che
le dovesse far
poche contese, Quando né
indosso gli vedea
corazza, Né scudo in
braccio, né alcun
altro arnese; Ma non
sapea che dal
capo alle piante Dura
la pelle avea
più che diamante. 51
Quel che d'Orlando
agli altri tàx
non lece, Di far
degli altri a
lui già non
è tolto. Trenta n'uccise,
e furo in
tutto diece Botte, 0
se più, non
le passò di
molto. Tosto intomo sgombrar
l'arena fece; E per
slegar la donna
era già volto, Quando
nuovo tumulto e
nuovo grido Fé' risuonar da
un'altra parte il
lido. 52 Mentre avea
il paladin da
questa banda Cosi tenuto
i barbari impediti, Eran senza
contrasto quei d'Irlanda Da
più parti nell'isola
saliti; E spenta ogni
pietà, strage nefanda Di
quel popol facean
per tutti i
liti:Fosse giustizia, o
fosse cmdeltade, Né sesso
riguardavano né etade. 53
Nessun ripar fan
gl'isolani, o poco: Parte,
ch'accolti son troppo
improvviso; Parte, che poca
gente ha il
picciol loco, E quella
poca é di
nessuno avviso. L'aver fu
messo a sacco;
messo foco Fu nelle
case; il popolo
fu ucciso; Le mura
fur tutte adeguate
al suolo; Non fu
lasciato vivo uu
capo solo. 54 Orlando,
come gli appartenga
nulla L'alto rumor, le
strida e la
mina, Viene a colei
che sulla pietra
brulla Avea da divorar
l'orca marina. Guarda, e
gli par conoscer
la fEinciuIla; E più
gli pare, più
che s' avvicina:Gli pare
Olimpia; ed era
Olimpia certo, Che di
sua fede ebbe
si iniquo merto. 55
Misera Olimpia! a
cui dopo lo
scorno Che le fé'
amore; anco fortuna
cmda Mandò i corsari
(e fu il medesmo giorno), Che
la portare all' isola
d'Ebuda. Riconosce ella Orlando
nel ritomo Che fa
allo scoglio; ma,
perch'ella é nuda, Tien
basso il capo;
e non che
non gli parli, Ma
gli occhi non
ardisce al viso
alzarli. 56 Orlando domandò
che iniqua sorte L'avesse fatta all' isola
venire Di là dove
lasciata col consorte Lieta l'avea,
quanto si può
più dire. Non so,
diss' ella, s' io
v' ho, che
la morte Voi mi
schivaste, grazie a
riferire, 0 da dolermi
che per voi
non sia Oggi finita
la miseria mia. 57
Io V ho
da ringraziar che
una maniera Di morir
mi schivaste troppo
enorme; Che troppo saria
enorme, se la
fera Nel hmtto ventre
avesse avuto a
porme. Ma già non
vi ringrazio eh
io non pera; Che
morte sol pad
di miseria torme: Ben
vi ringrazierò, se
da voi darmi Quella
vedrò, che dogni
daol pnò tmrmi. 58
Poi con gran
pianto segxdtò, dicendo Come
Io sposo suo
Tavea tradita; Che la lasciò sn
V ìsola dormendo, Donde ella
poi fa dai
corsar rapita. E mentre
ella parlava, rivolgendo Sbandava in
qaella gaisa che
scolpita 0 dipinta è
Diana nella fonte, Che
getta Pacqaa ad
Atteone in fronte; 59
Che, quanto paò,
nasconde il petto
e '1 ventre, Più
liberal dei fianchi
e delle rene. Brama
Orlando ch'in porto
il sao legno
entro; Che lei, che
sciolta avea dalle
catene, Vorria coprir d'alcuna
veste. Or mentre Ch'a
questo è intento,
Oberto sopravviene, Oherto il
re d'Ibemia, eh' avea
inteso Chel marjn mostro
era sol lito
steso; 60 E che
nuotando un cavab'er
era ito A porgli
in gola un'
àncora assai grave; E
che l'avea cosi
tirato al lito, Come
si suol tirar
contr' acqua nave. Oberto,
per veder se
riferito Colui, da chi
l'ha inteso, il
vero gli bave. Se
ne vien quivi;
e la sua
gente intanto Arde e
distrugge Ebuda in
ogni canto. 61 H
re d'Ibemia, ancorché
fosse Orlando Di sangue
tinto e d'acqua
molle e brutto, Brutto del
sangue che si
trasse quando Usci dell' orca,
in eh' era
entrato tutto; Pel conte
l'andò pur raffigurando, Tanto più
che nell'animo avea
indutto, Tosto che del
valor senti la
nuova, Ch' altri eh'
Orlando non faria
tal pruova. 62 Lo
conoscea, perch'era stato
In&nte D'onore in
Francia, e se
n' era partito Per
pigliar la corona,
l'anno innante, Del padre
suo eh' era
di vita uscito. Tante
volte veduto, e
tante e tante Gli
avea parlato, eh'
era in infinito. Lo
corse ad abbracciare
e a fargli
festa, Trattasi la celata
eh' avea in testa. 63
Non meno Orlando
di veder contento Si
mostrò il re,
che'l re di veder
lui. Poi che furo
a iterar l'abbracciamento Una 0
due volte tornati
amendui, Narrò ad Oberto
Orlando il tradimento Che fu
fatto alla giovane,
e da cui Fatto
le fu, dal
perfido Bireno, Che via
d'ogni altro lo
dovea far meno. 64
Le prove gli
narrò, che tante
volte Ella d'amarlo dimostrato
avea: Come i parenti
e le sustanzie
tolte Le furo, e
alfin per lui
morir volea; E eh'
esso testimonio era
di molte, E renderne
buon conto ne
potea. Mentre parlava, i
begli occhi sereni Della
donna di lagrime
eran pieni. 65 Era
il bel viso
suo, quale esser
suole Da primavera alcuna
volta il cielo. Quando
la pioggia. cade, e
a un tempo
il Sole Si sgombra
intomo il nubiloso
velo. E come il
rosignuol dolci carole Mena
nei rami allor
del verde stelo; Così
alle belle lagrime
le piume bagna Amore,
e gode al
chiaro lume; 66 E
nella face de' begli
occhi accende L'aurato strale,
e nel ruscello
ammorza, Che tra vermigli
e bianchi fiori
scende: E temprato che
l'ha, tira di
forza Centra il garzon,
che né scudo
difende. Nò maglia doppia,
né ferrigna scorza; Che,
mentre sta a
mirar gli occhi
e le chiome, Si
sente il cor
ferito, e non
sa come. 67 Le
bellezze d'Olimpia eran
di quelle Che son
più rare: e non
la fronte sola, Gli
occhi e le
guance e le
chiome avea belle, La
bocca, il naso,
gli omeri e
la gola; Ma discendendo
giù dalle mammelle, Le
parti che solca
coprir la stola. Far
dì tanta eccellenzia,
ch'anteporse A quante n'avea
il mondo potean
forse. 68 Vinceano dì
candor le nevi
intatte, Ed eran più
eh' avorio a
toccar molli:Le poppe
ritondette parean latte Che
faor dei giunchi
allora allora tolli. Spazio
fra lor tal
discendea, qual &tte Esser veggiam
fra piccolinì colli L'ombrose valli,
in sua stagione
amene, Che '1 verno
abbia di neve
allora piene. 69 J
rilevati fianchi e
le belle anche, E
netto più che
specchio il ventre
piano, Pareano fatti, e
quelle. coscie bianche, Da Fidia
a tomo, o
da più dotta
mano. Di quelle parti
debbovi dir anche, Che
pur celare ella
bramava invano? Diiò insomma,
eh' in lei
dal capo al
piede, Quant' esser può beltà
tutta si vede. 70
Se fosse stata
nelle valli Idee Vista
dal pastor frigio,
io non ao
quanto Vener, sebben vincea
quelle altre Dee, Portato
avesse di bellezza
il vanto: Nò forse
ito saria nelle
amiclee Contrade esso a
violar T ospizio santo; Ma
detto avria: Con
Menelao ti resta, Elena,
pur; ch'altra io
non Tocche questa. stanza 83. 71
E se fosse
costei stata a
Crotone, Quando Zeusi .l'immagine
far volse, Che por
dovea nel tempio
di Giunone, E tante
belle nude insieme
accolse; È che per
una fame in
perfezione, Da chi una
parte e da
chi un'altra tolse; Non
avea da tórre
altra che costei, Che
tutte le bellezze
erano in lei. 72
Io non credo
che mai Bireno,
nndo Vedesse quel bel
corpo; ch'io son
certo Che stato non
saria mai così
erodo,Che l'avesse lasciata
in quel deserto. Ch'
Oberto se n'
acceude, io vi
concludo, Tanto, che'l fuoco
non pud star
coperto. Si studia consolarla,
e darle speme Ch'
uscirà iu bene
il mal eh'
ora la preme; 73
£ le promette
andar seco in
Olanda; Né fin che
nello stato la
rimetta, S eh abbia
fatto giusta e
memoranda Di quel periuro
e traditor vendetta, Non
cesserà con ciò
che possa Irlanda, E
lo farà quanto
potrà più in
fretta. Cercare iutanto iu
quelle case e
in queste Facea di
gonne e di
femminee veste. 74 Bisogno
non sarà per
trovar goune, Ch' a
cercar fuor dell'isola
si mande, Ch' ogni
dì se n
avea da quelle
donne Che dell'avido mostro
eran vivande. Non fé' molto
cercar, che ritrovonne Di
varie fogge Oberto
copia grande; E fé vestir
Olimpia; e beu gì
increbbe Non la poter
vestir come vorrebbe. 75
Ma né si
bella seta o
si fin oro Mai
Fiorentini industri tesser
fenno; Né chi ricama,
fece mai lavoro, Postovi tempo,
diligenzia e senno, Che
potesse a costui
parer decoro, Se lo
fesse Minerva o il dio
di Lenno, E degno
di coprir si
belle membro, Che forza
è ad or
ad or se ne rimembre. 78
Appena un giorni
si fermò in
Irlanda:Non valser preghi
a far che
più vi stesse. Amor,
che dietro alla
sua donna il
manda, Di fermarvisi più
non gli concesse. Quindi si
parte; e prima
raccomanda Olimpia al re,
che servi le
promesse, Benché non bisognasse;
che gli attenne Molto
più che di
far non si
convenne. 79 Cosi fra
pochi dì gente
raccolse; E fatto lega
col re d'Inghilterra E con
r altro di
Scozia, gli ritolse 01anl\, e
in Frisa non
gli lasciò terra; Ed
a ribellione anco
gli volse La sua
Selandia: e non fini
la guerra, Che gli
die morte; uè
però fu tale La
pena, chal delitto
anlosse eguale. 80 Olimpia
Oberto si pigliò
per moglie, E di
contessa la fé
gran regina. Ma ritoruivimo
al paladin che
scioglie Nel mar le
vele, e notte
e di cammina; Poi
nel medesmo porto
le raccoglie, Djude pria
le spiegò nella
marina:E sul suo
Brigliadoro armato salse, E
lasciò dietro i
venti e V
onde salse. 76 Per
più rispetti il
paladino molto Si dimostrò
di questo amor
contento:Ch'oltre che'l re
non lascerebbe asciolto Bireno andar
di tanto tradimento, Sarebbe anch'esso
per tal mezzo
tolto Di grave e
di noioso impedimento, Quivi non
per Olimpia, ma
venuto Per dar, se
v' era, alla
sua donna aiuto. 77
Ch' ella non
v' era si
chiari di corto:Ma
già non si
chiari se v'
era stata; Perchè ogni
uomo nell' isola era
morto, Né un sol
rimase di sì
gran brigata. H di
seguente si partir
del porto, E tutti
insieme andare in
un'armata. Con loro andò
in Irlanda il
paladino; Ohe fn per
gire in Francia
il suo cammino. 81
Credo che '1
resto di quel
verno cose Facesse degne
di tenerne conto; Ma
fur sin a
quel tempo si
nascose, Che non é
colpa mia s'or
non le conto; Perchè
Orlando a far
l'opre virtuose. Più che
a narrarle poi.
sempre era pronto: Né
mai fu alcun
delli suoi fatti
espresso, Se non quando
ebbe i testimoni
appresso. 82 Passò il
resto del verno
cosi cheto, Che di
lui non si
seppe cosa vera: Ma
poi che '1 Sol nell' animai
discreto, Che portò Frisse,
illuminò la sfera, E
Zefiro tornò soave
e lieto A rìmenar
la dolce primavera; D'Orlando usciron
le mirabil prove Coi
vaghi fiori e
con l'erbette nuove. 83
Di piano in
monte, e di
campagna in lido Pien
di travaglio e
di dolor ne
già; Quando, all'entrar d'un
hosco, un lungo
grido, Un alto duol
l'orecchie gli feria. Spinge
il cavallo, e
piglia il brando
fido; E donde viene
il suon, ratto
s' invia:Ma diflerisco un'altra
volta a dire Quel
che segui, se
mi vorrete udire.NOTE. St. 3.
V.2. Zenocrccti, o
Senocrate, famoso per
Ifb ftua continenza messa
invano alla prova
da Fri e
e la bellissima delle
etère greche. St. 4.
V.6. McUagigi, iìgliaolo
di Buovo d'Agre monte,
veniva ad esser
IVatelcugino di Bradamante,
ed esercitava mag:ia. 11
petron di Merlino
è la grotta del
mago Merlino. Dragontincu
si finge una
maga che avea allacciato
Orlando, come Alcina
Ruggiero. St. 7. V.2.
A cerco vale
in cerchio, in
giro. Sr. 12. V.14
Nomi di pastorelle
e di pastori
vir giliani. Sr. 13. V.3.
Da sezzo, da
ultimo. St. 14. V.8.
Ruggero, che, a
malgrado le lezioni di
Melissa e di
Logistilla ricade subito
nell'incontinenza, è punito con
la perdita del
prezioso anello e
dell Ip pogrifo. St. 22.
y. 28. La
voce telo, latinismo
che denota arma da
lanciare, corrisponde al
fulgtir o fulgore
ri cor lato nel
sesto verso della
Stanza precedente; e con
Tuno e
con l'altro nome
ò designato Tarchibugio.
Nel melo del sesto
verso di questa
Stanza, si deve
intendere il vietato frutto
del paradiso terrestre.
Gol supposto rinvenimento deirarch'bugio nel
fondo del mare,
il Poeta vuol conciliare
la sua finzione
relativa a Clmosca,
con repoca molto posteriore
in cui furono
inventate le armi da
fuoco. St. 23. V.18.
I cannoni fhrono
inventati nella prima metà
del trecento: un alchimista
tedesco, Bertoldo Schwartz, cominciò
a fonderli tutti
d'un pezzo, mentre prima
erano di più
pezzi con cerchi: egli
comunicd la sua invenzione
ai Veneziani, i quali
ne fecero uso la
prioLa volta nel
1.38) contro i
Genovesi, nella guerra
di Chioggia. St. 29. v.a
Orza, la banda
sinistra della nave; Poggia,
la dera per
chi è rivolto
alla prora: onde, ir girando
allorza vale navigare
prendendo il vento
dalla parte sinistra. St. 8S
v.7. Da un
amo aXValtro, ecc.
S'intendono 1 due ramponi
uncinati deiràncora, fletti
qui ami per la
loro forma, e
per Tuso che
ne fa Orlando. St.
44. v.8. In
Etiopia corre, siccome
altra volta, allorché spaventato
da Tifeo . il
Dio del mare
corse a salvamento presso
gli Etiopi. Co;"i
Omero e Ovidio.
L'Etiopia è regione
dell'Africa di qua
e di là
dall'Equa tore ; a occidente
si estende fino
al monte Atlante;
da oriente sino ai
confini dell'Egitto; a
mezzoionM si chiude dall'Oceano;
a settentrione dal
Nilo. St. 45. V.13.
Ino, madre di
Melieerti, per sot trarsi al
furore di Atamant
suo mirito, ni
geCtft ia mare con il figlio
In collo; e
amendne furono convertili in
divinità marine. Lo
stesso avvenne di
Olaaoo peaea tore. Qui,
all'Ariosto è piaciuto
fiime di nno
che era. piò
Tritoni, deiiÀ marine
pur essi. Nertidi
cbiama ronsl dai mitologi
le ninfe del
mare, perchè figlie
di Nereo. St, 49. V.2.
Rnsci, Russi. St 50.
V.78. Finge il
Poeta che Orlando
fo"n ifi vulnerabile per
fatagione: era invulnerabile tutto,
trwm" sotto le piante. St.
53. V.4. Di
nessuno avviso, cioè
accorgimént". St. 58. V.78.
Diana, sorpresa da
Atteone mentre si lavava
in una fontana,
é argomento d'nna
delle fà vole mitologiche narrate
da Ovidio. St. 62.
V.12. Infante d'onore.
Il titolo d'Influite si
dà in Ispagna
e in Portogallo
ai prìncipi reali,
e di cevansi promiscuamente Infanti
anche i figli
dei magnati, prima che
fossero andati al
possoiso dei loro
fendi; ma Oberto avea
la qualità d'Infanta
nella propria corte: onde
intendasi piuttosto scudiere,
o paggio nella
corte di Carlo. St. 70.
V.18. Nelle valli
Idee, ecc. Nelle
valli doé del monte
Ida nella Troade,
dove i poeti
immainanuu seguito il giudizio
di Paride (il
pasfor Frigio) che
poi rapi Elena consorte
di "Menelao. Contrade
amiciee: eoa questa voce s'intende
una città nella
Laconia, detta dai Latini
Amyclce, ove fu la reggia
di Tindaro, padre
di Blena. Sr. 71. v.1.
Crotone, ora Cotrone,
città maritliwi della Calabria. St.
75. v.6. IZ
dio di Lenno,
'Vulcano. Quest'isola
dell'Arcipelago, detta dai
Latini Lemnos, ora
chiamasi Statimene. St. 76. v.3.
Asdolto, per assolto,
imptunttK St. 82. V.3.
La locuzione di
questi due versò
vale: p ichè il
sole fu entrati
nel segno dell'Ariete.
È racconto mitologico che
Frisse per {sfuggire
le perseen zioni dlno
sua matrigna, andò
in Coleo, traversando
il mare sopra un
ariete, il quale
venne poi collocato
fta i segni zodiacali;
e qui si
dice discreto, per
lamitesa della stagione che
segue l'ingresso del
sole in qnel t
stanza 2. fJrlnriflf), snprp
in cerca il'Anfffìlicn, vedp
T appiìrenza di
lei In brariilo ad
Atlante, chf, triifùrmiitOiSt in
cavaliirp, semhra por tiirl.
Hi>vo Inftfiendalo, f;iutif;e
nà un palazzo
mcAiitato, dove aiTiva nticho
Riigiitrn cht cfirrt")
appresso al d"
lu{ cfvditto rapitore di
Bittdaniatitp. Anf lica
vì ca|iita anch'ella.
e vi trovtt Orlando Rnq;iern,
i??aenpnnte. Ferrali Gradasso
oon altri gupr fiori,
A motivci di
lei, afCadfì fra
akuni di tìssi
una ruffa, per ofoisicmpì della
qualp F<?rraii ai.
appropria l'elmo d'OrlaniIo.
An guliwi, a'iiiraTiiniiiia vì'tso
Ltvanttì, e trova
in un boaoo
un gio vane
inortalmrmt"'. ferito" Orlando
si avanza vctho
Parigi e slm raplia
due achifvR di
Mori, Fili oltre
aeopre mi nascondìglio
di malEioilrinì Qhn tengono
prigioniera Jsabtìlla. 1 Perere,
poi die binila
tnmlre Idea Tikniaiìdo in
fretta alla soliujyfa
valle Là <luvfi calca
\\\ iii">Titnia ntnca Al
fulminato Eiiucladu le
spalle, La figlia non
trovò dove l'avea Lasciata faor
d'ogni segnato calle, Fatto
chebbe alle guancie,
al petto, ai
crini E agli occhi
danno, alfin svelse
dae pini; 2 E
nel fuoco gli
accese di Vulcano, E
dio lor non
poter esser mai
spenti:E portandosi questi
uno per mano Sol
carro che tiravan
dui serpenti; Cercò le
selve, i campi,
il monte, il
piano. Le valli, i
fiumi, li stagni,
i torrenti, La terra
e'I mare; e
poi che tutto
il mondo Cercò di
sopra, andò al
tartareo fondo. 8 S'in
poter fosse stato
Orlando pare All'eleusina Dea,
come in disio, Non
avria, per Angelica
cerare. Lasciato o selva
o campo o stagno o rio
0 valle
0 monte o
piano o terra
o mare, n cielo
e'I fondo dell'etemo
ohblìo; Ma poi che'l
carro e i
draghi non avea, La
già cercando al
meglio che potea. 4
L'ha cercata. per Francia:
or s'apparecchia Per Italia
cercarla e per
Lamagna. Per la nuova
Castiglia e per
la vecchia, E poi
passare in Libia
il mar di
Spagna. Mentre pensa cosi,
sente all'orecchia Una voce
venir, che par
che piagna: Si spinge
innanzi; e sopra
un gran destriero Trottar si
vede innanzi un
cavaliere, 5 Che porta
in braccio e
su l'arcion davante Per
forza una mestissima
donzella. Piange ella, e
si dibatte, e
fa sembiante Di gran
dolore; ed in
soccorso appella Il valoroso
Prìncipe d'Anglante, Che come
mira alla giovane
bella. Gli par colei
per cui la
notte e il
giorno Cercato Francia avea
dentro e d'intorno. 6
Non dico ch'ella
fosse, ma parea Angelica gentil,
eh' egli tant'
ama. Egli, che la
sua donna e
la sua Dea Vede
portar si addolorata
e grama. Spinto dall' ira
e dalla furia
rea, Con voce orrenda
il cavalier richiama; Richiama il
cavaUero, e gli
minaccia, E Brigliadoro a
tutta brìglia caccia. 7
Non resta quel
fellon, né gli
risponde, AU' alta preda,
al gran guadagno
intento; E si ratto
ne va per
quelle fronde, Che saria
tardo a seguitarlo
il vento. L'un fugge,
e l'altro caccia;
e le profonde Selve s'odon
sonar d'alto lamento. Correndo, uscirò
in un gran
prato; e quello Avea
nel mezzo un
grande e ricco
ostello. 8 Di vari
marmi con suttìl
lavoro Edificato era il
palazzo altiero. Corse dentro
alla porta messa
d'oro Con la donzella
in braccio il
cavaliero. Dopo non molto
giunse Brigliadoro, Che porta
Orlando disdegnoso e
fiero. Orlando, come è
dentro, gli occhi
ira; Né più il
guerrìer né la
donzella mira. 9 Subito
smonta, e fulminando
passa Dove più dentro
il bel tetto
s'alloggia. Corre di qua,
corre di là,
né lassa Che non
vegga ogni camera,
ogni loggia. Poi che
i segreti d'ogni
stanza bassa Ha cerco
invan, su per le
scale poggia; E non
men perde anco
a cercar di
sopra. Che perdesse di
sotto, il tempo
e V opra. 10
D'oro e di
seta i letti
ornati vede:Nulla di
muri appar, né
di pareti; Che quelle,
e il suolo
ove si mette
il piede, Son da
cortine ascose e
da tappeti. Di su
di giù va
il conte Orlando,
e rìede; Né per
questo può far
gli occhi mai
lieti, Che rìveggiano Angelica,
o quel ladro Che
n'ha portato il
bel visb leggiadro. 11
E mentre or
quinci or quindi
invano il passo Movea,
pien di travaglio
e di pensieri
Ferraù, Brandimarte e
il re Gradasso, Re
Sacripante, ed altri
cavalieri Vi ritrovò, eh'
andavano alto e
basso, Né men facean
di lui vani
sentieri; E si rammarìcavan
del malvagio Invisibil signor
di quel palagio. 12
Tutti cercando il
van, tutti gli
danno Colpa di fìurto
alcun che lor
£att' abbia. Del destrier che
gli ha tolto,
altri é in
affanno; Ch'abbia perduta altri
la donna, arrabbia; Altri d'altro
l'accusa: e cosi
stanno, Che non si
san partir di
quella gabbia; E vi
son molti, a
questo inganno presi, Stati
le settimane intiere
e i mesL 13
Orlando, poi che
quattro volte e sei
Tutto cercato ebbe
il palazzo strano, Disse
fra sé: Qui
dimorar potrei, Gittare il
tempo e la
fatica invano; E potria
il ladro aver
tratta costei Da un'altra
uscita, e molto esser
lontano. Con tal pensiero
uscì nel verde
piato, Dal qual tutto
il palazzo era
aggirato. Stanza 7. 14 Mentre
circonda la casa
silvestra, Tenendo pnr a
terra il yiso
chino, Per yeder sforma
appare, o da
man destra 0 da
sinistra, di nuovo
cammino; Si sente richiamar
da nna finestra: E
leva gli occhi;
e quel parlar
divino Gli pare udire,
e par che
miri il viso Che
rha da quel
che Ai, tanto
diviso. 15 Fargli Angelica
udir, che supplicando E
piangendo gli dica:
Aita, aita; La mia
virginità ti raccomando Più che r
anima mia, più
che la vita. Dunque
in presenzia del
mio caro Orlando Da
questo ladro mi
sarà rapita? Piuttosto di
tua man dammi
la morte, Che venir
lasci a sì
infelice sorte. 16 Queste
parole una ed
un'altra volta Fanno Orlando
tornar per ogui
stanza, Con passione e
con fatica molta, Ma
temperata pur d'alta
speranza. Talor si ferma,
ed una voce
ascolta, Che di quella
d'Angelica ha sembianza, (E
s'egli è da
una parte, suona
altronde) Che chieggia aiuto,
e non sa
fovar donde. 17 Ma
tornando a Ruggier,
ch'io lasciai quando Dissi
che per sentiero
ombroso e fosco li
gigante e la
donna seguitando, In un
gran prato uscito
era del bòsco; Io
dico ch'arrivò qui
dove Orlando Dianzi arrivò,
se'l loco riconosco. Dentro la
porta il gran
gigante passa: Ruggier gli
è appresso, e di seguir
non lassa. 18 Tosto
che pon dentro
alla soglia il
piede, Per la gran
corte e per
le loggie mira j
Né più
il gigante uè
la donna vede, E
gli occhi indarno
or quinci or
quindi aggira: Di su
di giù va
molte volte e
riede, Né gli succede
mai quel che
desira: Né si sa
immaginar dove si
tosto Con la donna
il fellon si
sia nascosto. 19 Poi
che revisto ha
quattro volte e
cinque Di su di giù camere
e loggie e
sale, Pur di nuovo
ritorna, e non
relinque Che non ne
cerchi fin sotto
le scale. Con speme
alfin che sian
nelle propinque Selve, si
parte; ma una
voce, quale Richiamò Orlando,
lui chiamò non
manco, E nel palazzo
il fé' ritornar anco. 20
Una voce medesma,
una persona Che paruta
era Angelica ad
Orlando, Parve a Ruggier
la donna di
Dordona, Che lo tenea
di sé medesmo
in bando. Se con
Gradasso o con
alcun ragiona Di quei
ch'andavan nel palazzo
errando, A tutti par
che quella cosa sia,
Che più
ciascun per sé
brama e desia. 21
Questo era un
nuovo e disusato
incanto Ch'avea composto Atlante
di Carena, Perché Ruggier
fosse occupato tanto In
quel travaglio, in
quella dolce pena, Che
'1 mal' influsso n'
andasse da canto, L'influsso eh' a
morir giovene il
mena. Dopo il Castel
d'acciar che nulla. giova, E dopo
Alcinai Atlante ancor
fa prova. 22 Non
pur costui, ma
tutti gli altri
a&con . Che di
valore in Francia
bau mag;gior fama, Acciò
che di lor
man Ruggier non
mora. Condurre Atlante in
questo incauto trama. E
mentre fa lor
far quivi dimora, Perché di
cibo non pattscan
brama, Si ben fornito
avea tutto il
palagio, Che donne e
cavalier vi stanno
ad agio. 23 Ma
torniamo ad Angelica,
che seco Avendo quell'anel
mirabil tanto, Ch'in bocca
a veder lei
fa l'occhio cdeco, Nel
dito l'assicura dall'incanto; E ritrovato
nel montano speco Cibo
avendo e cavalla
e veste e quanto
Le fu
bisogno, avea fatto
disegno Di ritornare in
India al suo
bel regno. 24 Orlando
volentieri o Sacripante Voluto avrebbe
in compagnia: non
ch'ella Più caro avesse
V un che
l'altro amante; Anzi di
par fu a'
lor disii ribella:Ma
dovendo, per girsene
in Levante, Passar tante
città, tante castella, Di
compagnia bisogno avea
e di guida, Né
potea aver con
altri la più
fida. 25 Or l'uno
or l'altro andò
molto cercando, Prima ch'indizio
ne trovasse o
spia, Quando in cittade,
e quando in
ville, e quando In
alti boschi, e
quando in altra
via. Fortuna alfin là
dove il conte
Orlando, Ferraù e Sacripante
era, la invia, Con
Ruggier, con Gradasso, ed
altri molti Che v'avea
Atlante in stiano
intrico avvolti. 26 Quivi
entra, che veder
non la può
il Mago; E cerca
il tutto, ascosa
dal suo anello:E
trova Orlando e
Sacripante vago Di lei
cercare invan per
quello ostello. Vede come,
fingendo la sua
immago, Atlante usa gran
fraude a questo
e a quello. Chi
tor debba di
lor, molto rivolve Nel
suo pensier, né
ben se ne
risolve. 27 Non sa
stimar chi sia
per lei migliore. Il
conte Orlando o
il He dei
fier Circassi. Orlando la
potrà con più
valore Meglio salvar nei
perigliosi passi: . .
Ma se
dua guida il
fa, se '1
fa signore; Ch' ella
non vede come
poi l'abbassi, . Qualunque
volta, di lui
sazia, farlo Voglia minore,
o in Francia
rimandarlo. btanza U. 28 Ma
il Circasso depor,
quando le piaccia, Potrà, sebben
l'avesse posto in
cielo. Questa sola cagion
vuoi ch ella
il faccia Sua scorta,
e mostri avergli
fede e zelo. L
anel trasse di
bocca, e di
sua faccia Levò dagli
occhi a Sacripante
il velo. Credette a
lui sol dimostrarsi,
e avvenne Ch' Orlando
e Ferraù le
sopravvenne. 29 Le sopravvenne
Ferraù ed Orlando; Ohe
Pnno e T
altro parimente giva Di
su di giù
" dentro e
di fuor cercando Bel
gran palazzo lei,
eh era lor
Diva. Corser di par
tatti alla donna,
quando Nessono incantamento gì' impediva: Perchè Panel
ch'ella si pose
in mano Fece d'Atlante
ogni disegno vano. 80
L'usbergo indosso aveano
e l'elmo in
testa. Dui di questi
guerrier, dei quali
io canto; Nò notte
0 di, dopo
ch'entrare in questa Stanza, l'aveano
mai messi da
canto; Che facile a
portar come la
vesta. Era lor, perchè
in uso l'avean
tanto. Ferraù il terzo
era anco armato,
eccetto Che non avea
né volea avere
elmetto 81 Finché quel
non avea, che
'1 paladino Tolse Orlando
al fìratel del
re Troiano; Ch'allora lo
giurò, che l'elmo
fino Cercò dell'Argalia nel
fiume invano; £ sebben
quivi Orlando ebbe
vicino, Né però Ferraù
pose in lui
mano, Avvenne che conoscersi
tra loro Non si
poter, mentre là
dentro f5ro. 82 Era
cosi incantato quello
albergo, Ch'insieme
riconoscer non poteansi. Né notte
mai né di,
spada né usbergo Né
scudo pur dal
braccio rimoveansi. I lor
cavalli con la
sella al tergo, Pendendo i
morsi dall' arcion, pasceansi In
una stanza che,
presso all'uscita, D'orzo e
di paglia sempre
era fornita. 83 Atlante
riparar non sa
né puote Oh' in
sella non rimontino
i guerrieri, Per correr
dietro alle vermiglie
gote, All'auree chiome ed a'
begli occhi neri Della
donzella, ch'in fuga
percuote La sua giumenta;
perchè volentieri Non vede
li treamanti in
compagnia, Che forse tolti
un dopo l'altro
avrìa. 84 E poi
che dilungati dal
palagio Gli ebbe si,
che temer più
non dovea Che centra
lor l'incantator malvagio Potesse oprar
la sua fallacia
rea; L'anel che le
schivò più d'un
disagio, Tra le rosate
labbra si chiudea; Donde lor
sparve subito dagli
occhi, E li lasdò
come insensati e
sciocchi. 35 Come che
fosse il suo
primier diseguo Di voler
seco Orlando o
Sacripante, Oh a ritornar l'avessero
nel regno Di Qalafron
nell'ultimo Levante, Le vennero
amendua subito a
sdegno, E si mutò
di voglia in
uno istante; E, senza
più obbligarsi o
a questo o
a quello, Pensò bastar
per amendua il
suo anello. 36 Volgon
pel bosco or
quinci or quindi
in fìretla Quelli scherniti
la stupida faccia; Come
il cane talor,
se gli è
intercetta 0 lepre o
volpe, a cui
dava la caccia. Che
d'improvviso in qualche
tana stretta 0 in folta macchia
o in un
fosso si caccia. Di
lor si ride
Angelica proterva. Che non
è vista, e
i lor progressi
osserva. 37 Per mezzo
il bosco appar
sol una strada:Credono i
cavalier che la
donzella Innanzi a lor
per quella se
ne vada; Che non
se ne può
andar se non
per quella. Orlando corre,
e Ferraù non
bada, Né Sacripante men
sprona e puntella. Angelica la
briglia più ritiene, E
dietro lor con
minor ftta viene. 38
Giunti che far,
correndo, ove i
sentieri A perder si
venian nella foresta; E
cominciar per l'erba
i cavalieri A riguardar
se vi trovavan
pesta: Ferraù che potea,
fra quanti altieri Mai
fosser, gir con
la corona in
testa, Si volse con
mal viso agli
altri dui, E gridò
lor: Dove venite
vui? 39 Tornate addietro,
o pigliate altra
via, Se non volete
rimaner qui morti; Né
in amar né
in seguir la
donna mia Si creda
alcun, che compagnia
comporti. Disse Orlando al
Circasso: Che potrìa Più dir
costui, s'ambi ci
avesse scorti Per le
più vili e
timide puttane Che da
conocchie mai traesser
lane? 40 Poi, vèltro
a Ferraù, disse:
Uoto bestiale, S'io non
guardassi che senz'elmo
sei, Di quel e' liLii
detto, 3' hai ben
eletto 0 male, Senz'aUm indugia
accorer ti farei. Disse
11 8pju,Mniol '¦
Di quoI eh
a rae non
cale, Perdio piolùinio tu
tnira ti dei? Io
srd l'ontra junbidiiì
fier far mn
buono Quei (.'he detto
Iiu, senaelinQ cume
souf". 41 beh, disse
Orlando ài re
di Cìrcassia:In mio
servigio a costai
l'elmo presta, Tsinto eh'
io gli abbia
tratta hi p;ia;zia; Cb' altra non
yìiH mai dmìle et questa Ki .spose il
Re: Vìn più
p,iZ20 sana? il [a
se ti par
imr la domanda
onesta, Pres tallii il tuo'
chMo non sarò
men affo Cbc tu sia
forse, a
castigare un matto. 42
Htkgtjiunse Fnrrai'i:
Seiocclii ui, qnasi Che
Hc mi fisime
il porhir elmo
a ma fin .
Voi 'inzA noli
TU tbfe;L!'ià rimasi:Che
tylti i votri
avrei, vtHtru mal
irrtìdu. Ma prr iiiivrarvj
in parte li
uiir i mm, Per
voto così senza
me ne vado, Ed
anderò, finch'io non
ho quel fino Che
porta in capo
Orlando paladino. V.ì I
Hnii|tii% rispose sorridendo
il Coti te, Ti
pellai a s'apo
un ilo esser
bastante Far fili Orltui.ìo
quel che ìu
Aspramonte Kili l?ià fece
al figlio d'Aifoknief Xw/A cnd'iu,
se tei vedessi
a fronte, Ne tremeresti dal
capo alle piante; Non
che volessi V
elmo, ma daresti L'altre arme
a lui di
patto, che ta
vesti. 44 II vantator
Spagnnol disse: Già
molte Fifate e molte
ho cosi Orlando
astretto, Che feudlmente T
arme gli ayrei
tolte, Quante indosso navea,
nonché T elmetto. £
sMo noi feci,
occorrono alle volte Pensier
che prima non
saveano in petto: Non
n'ebbi, già fa,
voglia;. or Paggio,
e <5pero Che mi
potrà succeder di
leggiero. 45 Non potè
aver più pazienzia
Orlando, £ gridò: Mentitor, brutto
marrano, In che paese
ti trovasti, e
quando, A poter più
di me con
Tarme in mano? Quel
Paladin, di che
ti vai vantando, Son
io, che ti
pensavi esser lontano. Or
vedi se tu
puoi V elmo
levarme, O s'io son
buon per tórre
a te l'altre
arme. 50 S'incrudelisce e
inaspra la battaglia. D'orrore in
vista e di
spavento piena. Ferraù quando
punge e quando
taglia, Né mena botta
che non vada
piena: Ogni colpo d'Orlando
o piastra o
maglia E schioda e
rompe ed apre
e a straccio
mena. Angelica invisibil lor
pon mente, Sola a
tanto spettacolo presente. 51
Intanto il re di Circassia,
stimando Che poco innanzi
Angelica corresse, Poi ch'attaccati
Ferraù ed Orlando Vide
restar, per quella
via si messe, Che
si credea che
la donzella, quando Da
lor disparve, seguitata
avesse; Si che a
quella battaglia la
figliuola Di Galafron fu
testimonia sola. 46 Né da te
voglio un minimo
vantaggio. Cosi dicendo, F
elmo si disciolse, E
lo Ruspese a
un ramuscel di
faggio; E quasi a
un tempo Durindana
tolse. Ferraù non perde
di ciò il
coraggio; Trasse la spada,
e in atto
si raccolse Onde con
essa e col
levato scudo Potesse ricoprirsi
il capo nudo. 52
Poi che, orribil
com'era e spaventosa, L'[ebbe da
parte ella mirata
alquanto, E che le
parve assai pericolosa Cosi dall'un
come dall'altro canto; Di
veder novità volunterosa. Disegnò l'elmo
tor, per mirar
quanto Fariano i duo
guerrier, vistosel tolto; Ben
con pensier di
non tenerlo molto. 47
Così li duo
guerrieri incomindaro, Lor cavalli
aggirando, a volteggiarsi; E dove
r arme si
giungeano, e raro Era
più il ferro,
col ferro a
tentarsi. Non era in
tutto 'l mondo
un altro paro Che
più di questo
avesse ad accoppiarsi: Pari eran
di vigor, pkri
d'ardire; Né l'un né
l'altro si potea
ferire. 53 Ha
ben di darlo
al Conte intenzione; Ma se
ne vuole in
prima pigliar gioco. L'elmo
dispicca, e in
grembo se lo
pone.; E sta a
mirare i cavalieri
un poco. Di poi
si parte, e
non fa lor
sermone E lontana era
un pezzo da
quel loco, Prima ch'alcun
di lor v'avesse
mente; Si l'uno e
l'altro era nell'ira
ardente. 48 Ch'abbiate,
Signor mio, già
inteso estimo Che Ferraù
per tutto era
fatato, Fuorché là dove
l'alimento primo Piglia il
bambin, nel ventre
ancor serrato: E finché
del sepolcro il
tetro limo La faccia
gli coperse, il
luogo armato Usò portar,
dove era il
dubbio, sempre. Di sette
piastre fette a
buone tempre. 49 Era
ugualmente il Principe
d'Anglante Tutto fatato, fuorché
in una parte:Ferito
esser potea sotto
le piante; Ma le
guardò con ogni
studio ed arte. Duro
era il resto
lor più che
diamante, Se la fama
dal ver non
si diparte; E l'uno
e l'altro andò
più per ornato, Che
per bisogno, alle
sue imprese armato. 54
Ma Ferraù, che
prima v' ebbe
gli occhi, Sidispiccò da
Orlando, e disse
a lui:Deh come
n'ha da male
accorti e sciocchi Trattati il
cavalier ch'era con
nui! Che premio fia
ch'ai vincitor più
tocchi, Se 'l beli'
elmo involato n'
ha costui? Ritrassi Orlando,
e gli occhi
al ramo gira Non
vede l'elmo, e
tutto avvampa d'ira. 55
E nel parer
di Ferraù concorse. Che
'1 cavalier che
dianzi era con
loro, Se lo portasse;
onde la briglia
torse, E fé' sentir gli
sproni a Brìgliadoro. Ferraù, che
del campo il
vide torse, Gli venne
dietro; e poi
che giunti fóro Dove
neir erba appar
l'orma novella Ch' avea
fatto il Circasso
e la donzella, 56 Prese
la strada alla
sinistra il Conte Verso
una valle, ove
il Circasso era
ito; Si tenne Ferraù
più presto al
monte, . Dove il
sentiero Angelica avea
trito. Angelica in quel
mezzo ad una
fonte Giunta era, ombrosa
e di giocondo
sito, Ch'ognan che passa,
alle fresche ombre
invita, Né, senza ber,
mai lascia far
partita. Stanza 57. 57 Angelica
si ferma alle
chiare onde, Non pensando
ch'alcun le sopravvegna; £ per lo sacro
anel che la
nasconde, Non può temer
che caso rio
le avvegna. A prima
giunta in su
T erbose sponde Del
rivo Telmo a
un ramuscel consegna; Poi
cerca, ove nel
bosco è miglior
frasca. La giumenta legar,
perchè si pasca. 58
II Cavalier di
Spagna, che venuto Era
per Torme, alla
fontana giunge. Non T
ha si tosto
Angelica veduto, Che gli
dispare, e la
cavalla punge. L'elmo, che
sopra T erba
era caduto, Ritor non
può; che troppo
resta lunge. Come il
Pagan d' Angelica s' accórse, Tosto vèr
lei pien di
letizia corse. 59 Gli
sparve, cme io
dico, ella davante, Come
fantasma al dipartir
del sonno. Cercando egli
la va per
quelle piante, Né ì
miseri occhi più
veder la ponno. Bestemmiando Macone
e Trivigante. E di sua legge
ogni maestro e
donno, Ritornò Ferraù verso
la fonte, U' nell'erba giacer
Telmo del Conte. 60
Lo riconobbe, tosto
che mirollo, Per lettere
eh' avea scritte
nelT orlo; Che dicean
dove Orlando gaadagnolio, E come e quando,
ed a chi
fé' deporlo. Armossene il
Pagano il capo e il
collo: Che non lasciò,
pel duol eh' avea,
di torlo; Pel duol
eh' avea di
quella che gli
sparve, Come sparir soglian
notturne larve. 61 Poi
ch'allacciato s'ha il
buon elmo in
testa. Avviso gli é
che, a contentarsi
appieno, Sol ritrovare Angelica
gli resta, Che gli
appar e dispar
come baleno. Per lei
tutta cercò T
alta foresta; E poi
ch'ogni speranza venne
meno Di più poterne
ritrovar vestigi, Tornò al
campo spagnuol verso
Parigi; 62 Temperando il
dolor che gli
ardea il petto, Di
non aver sì
gran disir sfogato, Col
refrigerio di portar
T elmetto Che fu
d'Orhindo, come avea
giurato. Dal Conte, poi
che '1 certo
gli fu detto, Fu
lungamente Ferraù cercato; Né
fin quel dì
dal capo gli
lo sciolse, Che fra
duo ponti la
vita gli tolse. 63
Angelica invisibile e
soletta Via se ne
va, ma con turbata fronte, Che
delT elmo le
duol, che troppa
fretta Le avea fatto
lasciar presso alla
fonte. Per voler far
quel eh' a me
far non spetta, (Tra
sé dicea) levato
ho Telmo al
Conte: Questo, pel primo
merito, è assai buono
Di quanto a
lui pur obbligata
sono. 64 Con buona
intenzione (e sallo
Iddio), Benché diverso e
tristo effetto segua, Io
levai Telmo: e
solo il peusier
mio Fu di ridur
quella battaglia a
triegua; E non che
per mio mezzo
il suo disio Questo
brutto Spagnuol oggi
consegua. Cosi di sé
s'andava lamentando D'aver dell'elmo
suo privato Orlando. 65
Sdeiati e malcontent'i,
la via prese, Che
le parea miglior,
verso Oriente. Più volte
ascosa andò, talor
palese, Secondo era opportuno,
infra la gente. Dopo
molto veder molto
paese, Giunse in un
bosco, dove iniquamente Fra ('Uo
compagni morti un
giovinetto Trovò, ch'era ferito
in mezzo il
petto. 66 Ma non
dirò d'Angelica or
più innante; Che molte
cose ho da
narrarvi prima: Né sono aFerraù
né a Sacripante, Sin a
gran pezzo, per
donar più rima. Da
lor mi leva
il Principe d'AngUnte, Che di
sé vuol che
ìnninzi agli altri
esprima Le fatiche e gli affanni
che sostenne Nel gran
disio, di che
a fin mai non venne. 67
Alla prima città
ch'egli ritrova. Perché d'andare
occulto avea gran
cura, Si pone in
capo una barbuta
nova. Senza mirar s'ha
debil tempra o
dura. Sia qual si
vuol, poco gli
nuoce o giova:Si
nella fatagion si
rassicura. Cosi coperto, seguita
V inchiesta; Né notte
o giorno, o
pioggia o sii
l'arresta. C8 Era nell' ora
che traea i
cavalli Febo del mar,
con rugiadoso pelo, E
r Aurora di
fior vermigli e
gialli Venia spargendo d'ogn'
intorno il cielo; E
lasciato le stelle
aveano ì balli, E
per partirsi postosi
già il velo; Quando
appresso a Parigi
un di passando, Giostrò di
sua virtù gran
segno Orlando. 69 In
dna squadre incontrossi;
e Manilardo Ne reggea
l'una, il S.vracin
canuto. Re di Norizia,
già fiero e
gagliardo, Or miglior di
consiglio, che d'aiuto; Guidava l'altra
sotto il suo
stendardo 11 Re di
Tremiseu, ch'era tenuto Tra
gli Africani cavalier
perfetto: Alzirdo fu, da chi
'1 conobbe, detto. 70
Queti con V
altro esercito pagano Quella
invernata avean fatto
soggiorno, Chi presso alla
città, chi più
lontano, Tutti alle ville
o alle castella
intorno:Ch'avendo speso il
re Agramante invano, Per
espugnar Parigi, più
d'un giorno, Volse tentar
l'assedio finalmente; Poiché pigliar
non lo potea
altrimente. 71 E per
for questo avea
gente infinita: Che oltre a
quella che con
lui giunt' era, E
quella che di
Spagna avea seguiti Del
re Marsiglio la
real bandiera, MoltA di
Francia n'avea al
soldo unita; Che da
Parigi insino alla
riviera D'Arli, con parte
di Guascogna (eccetto Alcune ròcche),
avea tutto suggetto. stanza 61 72
Or cominciando i
trepidi ruelli A sciorre
il freddo ghiaccio
in tiepid' onde, E i
prati di nuov'
erbe, e gli
arbuscelli A rivestirsi di
tenera fronde; Ragunò il
re Agramante tutti
quallf Che seguian le
fortune sue seconde, Per
farsi rassegnar l'armata
termi; Indi alle cose
sue dar miglior
formi. 78 A questo
effetto il re
di Tremisénne Con quel
della Norizia ne
venia, Per là giungere
a tempo, ove
si tenne Poi conto
d'ogni squadra o
buona o ria. Orlando
a caso ad
incontrar si venne. Come
io v' ho
detto, in questa
compagnia, Cercando pur colei,
come' egli era
uso, Che nel career
d'Amor lo tenea
chiuso, 74 Come Alzirdo
appres&ar vide quel
Conte Che di Talor
nou avea pari
al mondo, In tal
sembiante, in si
superba fronte, Che'l Dio
dell'arme a lui
parea secondo; Restò stupito
alle fattezze conte, Al
fiero sguardo, al
viso furibondo:£ lo
stimò guerrier d'alta
prodezza; Ma ebbe del
provar troppa vaghezza. stanza 75. 77
Con qnal rumor
la setolosa frotta Correr
da monti suole
o da campagne, Se'l lupo
uscito di nascosa
grotta, 0 Torso sceso
alle minor montagne. Un
tener porco preso
abbia talotta. Che con
grugnito e gran
stridor si lagene; Con
tal lo stnol
barbarico era mosso Verso
il Conte, gridando:
Addosso, addosso. 78 Lance,
saette e spade
ebbe V usbergo A
un tempo mille,
e lo scudo
altrettante:Chi gli percuote
con la mazza
il tergo, Chi minaccia
da lato, e
chi davante. Ma quel,
ch'ai timor mai
non diede albergo, Estima la
vii turba e
Parme tante Quel che
dentro alla mandra,
all'aer cupo, Il numer
dell'agnelle estimi il
lupo. 79 Nuda avea
in man quella
fulminea spada . Che posti
ha tanti Saracini
a morte:Dunque chi
vuol di quanta
turba cada Tenere il
conto, ha impresa
dura e forte. Rossa
di sangue già
correa la stradi, Capace appena
a tante genti
morte; Perchè né targa
né cappel difende La
fatai Durindana ove
discende, 80 Né vesta
piena di cotone,
o tele Che circondino
il capo in
mille vólti. Non pur
per l'aria gemiti
e querele, Ma volan
braccia e spalle
e capi sciolti Pel
campo errando va
Morte crudele In molti,
varj, e tutti
orribil volti; E tra sé dice:
In man d'Orlando
vaici Durindana per cento
di mie falci. 75
Era giovane Alzirdo
ed arrogante, Per molta
forza e per
gran cor pregiato. Per
giostrar spinse il
suo cavallo innante:Meglio per
lui se fosse
in schiera stato:Che
nello scontro il
Principe d'Anglante Lo fé' cader,
per mezzo il
cor passato. Giva in
fuga il destrier,
di timor pieno; Che
su non v'era
chi reggesse il
freno. 76 Levasi un
grido subito ed
orrendo, Che d'ogn' intomo
n' ha l'aria
ripiena, Come si vede
il giovane, cadendo, Spicciar il
sangue di si
larga vena. La turba
verso il Conte
vien fremendo Disordinata, e
tagli e punte
mena; f Ma quella
épiù, che con
pennuti dardi Tempesta il
fior dei cavalier
gagliardi. 81 Una percossa
appena l'altra aspetta:Ben
tosto cominciar tutti
a fuggire; E quando
prima ne ventano
in fretta, Perch'era sol,
credeanselo inghiottire. Non é
chi per levarsi
della stretta L'amico aspetti,
e cerchi insieme
gire:Chi fogge a
piedi in qua,
chi colà sprona; Nessun domanda
se la strada
è buona. 82 Virtnde
andava intomo con
lo speglio Che fa
veder nell' anima ogni
ruga:Nessun vi si
mirò, se don
un veglio A cui
il sangue l'età,
non l'ardir, scinga. Vide
costui quanto il
morir sia meglio, Che
con suo disonor
mettersi in fuga; Dico
il Re di
Norizia: onde la
landaArrestò contra il
Paladin di Francia, 83
E la ruppe
alla penna dello
scado Del fiero Conte,
che nolla si
mosse. Egli, eh ayea
alla posta il
brando nudo, Ite Hanilardo
al trapassar percosse. Fortuna T aiutò;
che ì ferro
crudo In man d
Orlando al venir
giù voltosse. Tirare i
colpi a filo
ognor non lece; Ma
pur di sella
stramaszar lo fece. 86
II suo cammin,
di lei chiedendo
spesso, Or per ìì
campi or per
le selve tenne:E
siccome era uscito
di sé stesso, Usd
di strada, e
appiè d un
monte venne, Dove la
notte fuor d'un
sasso fesso Lontan vide
un splendor batter
le penne. Orlando al
sasso per veder
s' accosta, Se quivi fosse
Angelica reposta. Stanza 89. 84
Stordito deirarcion quel
Re stramazza: Non si
rivolge Orlando a
rivederlo; Che gli altri
taglia, tronca, fende,
ammazza A tutti pare
in su le
spalle averlo. Come per
Varia, ove bau si larga
piazza, Fnggon li stomi
dall' audace smerlo; Cosi di
quella squadra ormai
disfatta Altri cade, altri
fugge, altri s' appiatta. 8.5 Non
cessò pria la
sanguinosa spada, Che fVi
di viva gente
il campo vóto. Orlando
è in dubbio
a ripigliar la
strada, Benché gli sia
tutto il paese
noto. 0 da man
destra o da
sinistra vada, Il pensier
dall' andar sempre è
remoto:D'Angelica cercar, faor
eh' ove pia, Sempre
è in timore,
e far contraria
via. 87 Come nel
bosco dell'umil ginepre, 0
nella stoppia alla
campagna aperta, Quando si
cerca la paurosa
lepre Per traversati solchi
e per via
incerta, Si va ad
ogni cespuglio, ad
ogni vepre, Se per
ventura vi fosse
coperta; Così cercava Orlanlo
con gran peni La
donni sua, dove
speranza il mena. Stanza
9l. 88 Verso quel
raggio andando in
fretta il Conte, Giunse
ove nella selva
si diffonde Dall'angusto spiraglio
di quel monte, Ch'
una capace grotta
in sé nasconde:E
trova innanzi nella
prima fronte Spine e
virgulti, come mura
e sponde, Per celar
quei che nella
grotta stanno, Da chi
far lor cercasse
oltraggio e danno. 81)
Di giorno ritrovata
non sarebbe; Ma la
facea di notte
il lume aperta Orlando pensa
ben quel ch'esser
debbo; Pur vuol saper
la cosa anco
più certa. Poi che
legato fuor Brigliidoro
ebbe, Tacito viene alla
grotta coperta; fra li
spessi rami nella
buca Entra, senza chiamar
chi V introduca. 90
Scende la tomba
molti gradi al
basso, Dove Ja viva
gente sta sepolta. Era
non poco spazioso
il sasso Tagliato a
punte di scarpelli
in volta; Né di
luce diurna in
lutto casso, Benché l'entrata
non ne dava
molta; Ma ne venia
assai da una
finestra Che sporgea in un pertugio
da man destra. 91
In mezzo la
spelonca, appresso a
un fuco, Era una
donna di giocondo
viso. Quindici anni passar dovea
di poco, Quanto fu
al Conte, al
primo sguardo, avviso. Ed
era bella si,
che facea il
loco Salvatico parere un
paradiso; Bench' avea gli
occld di lacrime
pregni, Del cor dolente
i nnifesti segni. 92
V'era una vecchia;
e faiiean gvioi
eontese Come uso femminil
spesso esser saole; Ma
come il Conte
nella grotta scese, Finiron 1
dispute e le
parole. Orlando a Falutaile
tu cortese, Come con
donne sempre esser
si vuole; Ed elle
""i levaro immantinente, E lui
risalutar beuignamcnie. 93 Gli é ver
che si smarrirò
in faccia alquanto
" Come improvviso udiron
quella voce, E insieme
entrare armato tutto
quanto Vider là dentro
un uom tanto
feroce. Orlando domandò qual
fosse tanto Scortese, ingiusto,
barbaro ed atroce. Che
nella grotta tenesse
sepolto Un si gentile
ed amoroso volto. 94
La vergine a
fatica gli rispose, Interrotta dai
fervidi signozzi, Che dai
coralli e dalle
preziose Perle uscir fanno
i dolci accenti
jnozzi. Le lacrime scendean
tra gigli e
rose, Là dove avvien
ch'alcuna se n'ingfaiozzi. Piacciavi udir
nell'altro Canto il
resto. Signor, che tempo
è ornai di
finir questo. N O T]
St. 1.
v.15. Cerere f dea
favolosa, era figlia
di Cibele, qui detta
madre Idea per
il culto speciale
che le si rendeva
in Frigia sul
monte Ida. Et,crlado, nno dei
giganti fulminati da
Giove, giace, secondo i
mitologi, sotto r Etna in
Sicilia. Proserpina, fl ffl
a di Cerere,
lasciata dalla madre
in una valle
del l'Etna, si finge
dai poeti essere
stata ivi rapita
da natone. St. 3 V
27 Cerere, rappresentata
mitologicamente sopra nn carro
tirato da draghi,
fu detta ehuMna,
pei misteri che se
ne celebravano in
Eleiisi, antica citt& dell'Attica, ora
villaggio detto Lepsina. St
4. V.4. Libia
denominarono gli antichi
quella l"arte d'AfHca settentrionale ch'è
bagnata dal Mediter laneo, e
giace fra l'Etiopia
e il mare
Atlanlico. St. 8. V.3.
Messa d'oro; messa,
per adorna. Ora direbbesi: adoma
d'ero. 3t. 11. V.3.
OiadassOf re di
Seiicana. St. 19. V.35.
Relinquet per lascia, St.
31. V.2. Fratel
del re Troiano
ta Almonte. St. 47
V.34. Dove Varnif,
ecc. Intendasi che
i due i;aerrieri cominciarono
a provocarsi con
la spada nelle commettiture dell usbergo,
perchè ivi le
pani dell'ar madura combaciano
meno Ara loro. St.
57. v.3. Chiama
sacro ranelle d Angelica,
per chè consacrato con segni
magici. St. 59. v.5.
Macone (o Maometto,
che lo stesa" e
Trivi gante y due soggetti
di venerazione reliotaper quei pagani
saracini. St. €9. v.3
6. Norirìa, Ninna
traccia si ha
di qaesto paese, necessariamente africano,
e che non
può quindi essere il
Noricum dei Latini. St.
71. V.e7. Per
la Wtiera d'ArH
s'inti'iile il Rodano, che
bagna Arles città
della Provenza. St. 73.
v.1. Tremisenne o Tre
mecn, nome di un
antico regno d'Africa
neMa Berberia, formante
ora tutta 0 parte
della provincia di
Orano nello stato
d Algm; di cui
la città pia
importante chiamasi in
oggi Telemsea. St. t3.
V.1. ¦ Penna
chiamavasi il vertice
o som mità dello scudo. St.
84. v.9. Smerhf
uccello di rapina:
è detto co munemente smeriglio. Sr. 94.
V.24. Sigìiiono singhiojsao.
Yooe an tiquata. stanza 37. laabffllEL ra[:cot]ta
ad Orhtncìo le
propirie
clÌ3mv?KtibuT". Sopra vven
guno 1
mii'amli'iiii abìhUQi'i della
caveiia: QTlando fli
uccide tDtri, poi ELbbiviidoiiEL il
luogo. cutiditCtiiido seco
Umbella. Bi'a dà romite ode da Melisaa
che Ruggiero è
veìmto in rodere
del vrctihio prcsiigiaroie: va
pur liberamelo, e
rimane piaia dalUi Btesso
in cali tea
Ini ti. L>igr"sj(ioue encomiastica
di Melisma auLLe donne
appartcnt!!!] ì alla
casa d ELo. Ben
furo avventarosi i
cavalieri C'Iterano a quella
et A, che
nei valloni " Nelle
scure speloutihe e
boschi fieri, Tane di
serpi, tV orsi
e ili leoni, Trtjvavan qnel
che nei pahizzi
altieri A pena or
trovar puoii giudici
buoni; Donne, ihe neìK
lor più fresca
etade Sien degne d'afer
litol di beltà
de. Di sopra vi
narrai che nella
grotta Avea trovato Orlando
una donzella, E che
le dimandò ch'ivi
condotta L'avesse: or seguitando, dico
eh' ella, Poi che
più d'on signozzo
l'ha interrotta, Con dolce e snavissima
favella Al Conte fa le sue
sciagure note, Con quella
brevità che meglio
puote. 8 Benché io
sia certa, dice,
o cayaliero, Ch' io
porterò del mio
parlar supplizio, Perchè a
colui che qui m'
ha chiusa, spero Che
costei ne darà
subito indizio; Pur son
disposta non celarti
il vero, E yada
la mia vita
in precipizio. E eh'
aspettar poss' io
da lui più
gioia, Chel si disponga
un di voler
ch'io muoia? 4 Isabella
son io, che
figlia fdi Del Re
mal fortunato di
Gallizia: Ben dissi fui;
eh' or non
son più di
lui, Ma di dolor,
d'affanno e di
mestizia: Colpa d'Amor; ch'io
non saprei di cui
Dolermi più, che
della sua nequizia: Che
dolcemente nei principj
applaude, E tesse di
nascosto inganno e
fraude. 5 Già mi
vivea di mia
sorte felice, 'Gentil, giovane,
ricca, onesta e
bella: Vile e povera
or sono, or
infelice; E s' altra è
peggior sorte, io
sono in quella. Ma
voglio sappi la
prima radice Che produsse
quel mal che
mi flagella; E bench'aiuto
poi da te
non esca. Poco non
mi parrà che
te n' incresca. 6 Mio
padre fé' in Baiona
alcune giostre: Esser denno
oggimai dodici mesi. Trasse
la fama nelle
terre nostre Cavalieri a
giostrar di più
paesi. Fra gli altri
(o sia eh'
Amor cosi mi
mostre, 0 che virtù
pur sé stessa
palesi) Mi parve da
lodar Zerbino solo, Che
del Gran Re
di Scozia era
figliuolo.7 H qual
poiché far prove
in campo vidi Miracolose di
cavalleria, Fui presa del
suo amore; e
non m' avvidi, Ch' io
mi conobbi più
non esser mia. E
pur, benché '1 suo
amor cosi mi
guidi, Mi giova sempre
avere in fantasia Ch'io non
misi il mio
core in luogo
immondo. Ma nel più
degno e bel
ch'oggi sia al
mondo. 8 Zerbino di
bellezza e di
valore Sopra tutti i
signori era eminente. Mostrommi, e
credo mi portasse
amore, £ che di
me non fosse
meno ardente. Non ci
mancò chi del
comune ardore Interprete fra
noi fosse sovente, Poiché di
vista ancor fummo
disgiunti; Che gli animi
restar sempre congiunti:9
Perocché dato fine
alla gran festa. Il
mio Zerbino in
Scozia fé ritomo. Se
sai che cosa
é amor, ben
sai che metta Restai, di
lui pensando notte
e giorno; Ed era
certa che non
men molesta Fiamma intorno
al suo cor
facea soggìorao. Egli non
fece al suo
disio più schenni. Se
non che cercò
via di seco
avenm. 10 E perché
vieta la diversa
fede (Essendo egli Cristiano,
io Saradna) Ch'ai mio
padre per moglie
non mi diìede, Per
furto indi levarmi
si destina. Fuor della
ricca mia patria,
che siede verdi campi
a lato alla
marina, Aveva un bel
giardin sopra una
riva Che colli intomo
e tutto il
mar scopriva. Gli parve
il luogo a
fornir ciò disposto, Che
la diversa religion
ci vieta; E mi
fa saper l'ordine
che posto Avea di
far la nostra
vita lieta. Appresso a
Santa Marta avea
nascosto Con gente armata
una galea secreta, In
guardia d'Odorico di
Biscaglia, In mare e
in terra mastro
di battaglia. 12 Né
potendo in persona
far l'effetto, Perch'egU allora
era dal padre
antico A dar soccorso
al Re di
Francia astretto, Manderia in
vece sua questo
Odorico, Che fra tutti
i fedeli amici
eletto S' avea pel più
fedele e pel
più amico; E bene
esser dovea, se
i benefici Sempre hanno
forza d'acquistar gli
amicL 13 Yerria costui
sopra un navilio
armato, Al terminato tempo
indi a levarmi. E
cosi venne il
giorno disiato Che dentro
il mio giardin
lasciai trovarmi.Odorico la notte,
accompagnato Di gente valorosa
all'acqua e all'armi Smontò ad
un fiume alla
città vicino E venne
chetamente al mio
giardino. 14 Quindi fui
tratta alla galea
spalmata Prima che la
città n'avesse avvisi Della
famiglia ignuda e
disarmata Altri fuggirò, altri
restaro uccisi, Parte captiva
meco fu menata. Cosi
dalla mia terra
io mi divisi. Con
quanto gaudio non
ti potrei dire, Sperando in
breve il mio
Zerbin fruire.Toltati sopra
Mongìa eràmo appena Quando
ci assalse alla
sinistra sponda Un vento
che turbò V
aria serena, £ turbò
il mare, e
al del gli
levò Tonda. Salta un
Maestro cb a
traverso mena, £ cresce
ad ora ad
ora, e soprabbonda; £ cresce
e soprabbonda con
tal forza, Che vai
poco alternar poggia
con orza. 16 Non
giova calar vele,
e Tarbor sopra Corsia
legar, né minar
castella; Che ci veggiam
mal grado portar
sopra Acuti scogli, appresso
alla Boccila. Se non ci aiuta
quel che sta
disopra, Ci spinge in
terra la crudel
procella. Il vento rio
ne caccia in
maggior fretta, Che darco
mai non si
avventò saetta. 21 0 che m avesse
in mar bramata
ancora, Né fosse stato
a dimostrarlo ardito; 0
cominciasse il desiderio
allora, Che Pagio v'ebbe
dal solingo lito; Disegnò
quivi senza più
dimora Condurre a fin
l'ingordo suo appetito; Ma
prima da sé
tórre un delli
dui Che nel battei
campati eran con
nui. 22 Quell'era uomo
di Scozia, Almonio
detto, Che mostrava a
Zerbin portar gran
fede; E commendato per
guerrier perfetto Da lui
fti, quando ad
Odorico il diede. Disse
a costui, che
biasmo era e
difetto Se mi traeano
alla Boccila a
piede; E lo pregò
ch'innanti volesse ire A
farmi incontra alcun
ronzin venire. 17 Vide
il periglio il
Biscagline, e a
quello Usò un rimedio
che fallir suol
spesso:Ebbe ricorso subito
al battello; Calessi, e
me calar fece
con esso. Sceser dui
altri, e ne
scendea un drappello, Se
i primi scesi
V avesser concesso; Ma
con le spade
li tennér discosto, Tagliar la
fune, e ci
allargammo tosto. 18 Fummo
gittati a salvamento
al lito Noi che
nel palischermo eramo
scesi; Periron gli altri
col legno sdrucito:In
preda al mare
andar tutti gli
arnesi. All' eterna Boutade, all' infinito Amor, rendendo
grazie, le man
stesi, Che non m'avesse
dal furor marino Lasciato tor
di riveder Zerbino. 19
Comech'io avessi sopra
il legno e
vesti Lasciato e gioie
e l'altre cose
care. Purché la speme
di Zerbin mi
resti. Contenta son che s'
abbi i
resto il mare. Non
sono, ove scendemmo,
i liti pesti D'alcun
sentier, né intomo
albergo appare; Ma solo
il monte, al qual mai
sempre fiede L' ombroso capo
il vento, e'i
mare il piede. 20
Quivi il cmdo
tiranno Amor, che
sempre D'ogni promessa sua fu disleale, E
sempre guarda come
inveiva e stempre Ogni
nostro disegno razionale, Mutò con
triste e disoneste
tempre Mio conforto in
dolor, mio bene
in male; Che quell'amico,
in chi Zerbin
si crede, Di
desir arse, ed
agghiacciò di fede. 23
Almonio, che di
ciò nulla temea, Immantinente innanzi
il cammin pigba Alla
città che '1
bosco ci ascondea, E
non era lontana
oltre sei miglia. Odorico scoprir
sua voglia rea All'altro
finalmente si consiglia; Si
perchè tor non
se lo sa
d'appresso Si perché avea
gran confidenzia in
esso. 24 Era Corebo
di Bilbao nomato Quel
di eh' io
parlo che con
noi rimase; Che da
fanciullo picciolo allevato S'era con
lui nelle medesme
case. Poter con lui
comunicar l'ingrato Pensiero il
traditor si persuase, Sperando eh' ad
amar saria più
presto Il piacer dell' amico,
che l'onesto. 25 Corebo,
che gentile era
e cortese, Non lo
potè ascoltar senza
gran sdegno Lo chiamò
traditore, e gli
contese Con parole e
con fatti il
rio disegno. Grand'ira all'uno
e all'altro il
core accese, E con
le spade nude
ne fer segno. Al
trar de' ferri
io fui dalla pauraVolta a
fuggir per l'alta
selva oscura. 26 Odorico,
che mastro era
di guerra, In pochi
colpi a tal
vantaggio venne, Che per
morto lasciò Corebo
in terra, E per
le mie vestigio
il cammin tenne. Prestògli Amor
(sei mio creder
non erra), Acciò potesse
giungermi, le penne; E
gì' insegnò molte
lusinghe e prieghi, Con
che ad amarlo
e compiacer mi
pieghi.Ma tutto è
indarno; che fermata
e certa Piuttosto era
a morir, eh' a
satisfarli. Poi ch'ogni priego,
ogni lusinga esperta Ebbe
e minacce, e
non poteau giovarli, Si
ridusse alla forza
a faccia aperta. Nulla
mi vai che
supplicando parli Della fe'ch'avea
in lui Zerbino
avuta, £ ch'io nelle
sue min m'era
creduta. \S Poiché gittar
mi vidi i
prieghi invano, Né mi
sperare altronde altro
soccorso, E che più
sempre cupido e
villano A me venia,
come famelic' orso; Io mi
difesi con piedi
e con mano, Et
adopraivi sin all' ugne
e il morso; Pelaigli il
mento, e gli
graffiai la pelle, Con
stridi che n'andavano
alle stelle. 29 Non 80 se
fosse Gaso, o
li miei gridi Che
si doveano udir
lungi una lega; Oppur
ch usati sian
correre ai lidi, Quando
navilio alcun si
rompe o anniega:Sopra
il monte una
turba apparir vidi:E
questa al mare
e verso noi
si piega. Come la
vede il Biscaglin
venire, Lascia V impresa,
e voltasi a
fuggire. 30 Contra quel
disleal mi fu
adiutrice Questa turba, signor;
ma a quella
imago Che sovente in
proverbio il volgo
dice: Cader della padella
nelle brage. Gli è
ver ch io
non son stata
sì infelice, Né le
lor menti ancor
tanto malvage, Ch'abbino violata
mia persona: Non che
sia in lor
virtù, nò cosa
buona; Stanza 2ò. Stanca 2S 33
II primo d
essi, uom di
spietato viso, Ha solo
un occhio, e
sguardo scuro e
bieco; L'altro d'un colpo
che gli avea
reciso Il naso e
la mascella, è
fatto cieco. Costui vedendo
il cavaliero assiso Con
la vergine bella
entro allo speco, Vólto
accompagni, dime: Ecco
augel novo, A cui
non tesi, e nella rete
il trovo. 3t Ma
perchè se mi
serban, com'io sono. Vergine, speran
vendermi più molto. Finito
è il mesa
ottavo, e viene
il nono, Che fu
il mio vivo
corpo qui sepolto. Del
mio Zerbino ogni
speme abbandou); Che già,
per quanto ho
da' lor detti
accolto, M'han promessa e
venduta a un
mercadante Che portare al
soldau mi de' in
Levante. 32 Cosi parlava
la gentil donzella:E
spesso con singhiozzi
e con sospiri Interrompea l'angelica
favella. Da muovere a
pietade aspidi e
tiri. Mentre sua doglia
cosi rinnovella, 0 forse
disacerba i suoi
martiri, Da venti uomini
entrar nella spelonca, Armati chi
di spiedo e
chi di ronca. fiitauza 'ab. 34
Poi disse al
Conte: Uomo noa
yidi Più comodo di
te, né più
opportuno. Non so se
ti se' apposto, o
se lo sai Perchè
te V abbia
forse detto alcuno, Che
si beli arme
io desiava assai, E
questo tuo leggiadro
abito bruno. Venuto a
tempo yeramente sei. Per
riparare filli bisogni
miei. mai 35 Sorrise
amaramente, in piò
salito, Orlando, e fé'
risposta al mascalzone:Io
ti venderò Parme
ad un partko Che
non ha mercadante
in sua ragione. Del
fuoco, eh' avea
appresso, indi rapito Pien
di fuoco e
di fumo uno
stizzone, Trasse e percosse
il malandrino a caso
Dove confina con
le ciglia il
naso. 36 Lo stizEone
ambe le palpebre
colse, Ma maggior danno
fé' nella sinistra; Che qneUa
parte misera gli
tolse. Che della luce
sola era ministra. Né
d'acciecarlo contentar si
volse Il colpo fier,
s' ancor non lo
registra Tra quegli spirti
che con suoi
compagni Fa star Chiron
dentro ai bollenti
stagni. 37 Nella spelonca
una gran mensa
siede, Grossa duo palmi
e spaziosa in
quadro, Che sopra un mal pulito
e grosso piede Cape
con tutta la
famiglia il ladro. Con
quell'agevolezza che si
vede Gittar la canna
lo Spagnuol leggiadro Orlando il grave
desco da séscaglia Dove ristretta
insieme è la
canaglia. 40 Quei che
la mensa o
nullo o poco
offese. (E Turpin scrìve
appunto che fur
sette) Ai piedi raccomandan
sue difese; Ma neir
uscita il paladin
si mette:E poi
che presi gli
ha senza contese, Le
man lor lega
con la fune
istrette, Con una fune
al suo bisogno
destra, Che ritrovò nella
casa silvestra. MH: >A.'
stanza 36. 38 A
chil petto, a
cbi'l ventre, a
chi la tesu, A
chi rompe le
gambe, a chi
le braccia; Di ch'altri
muore, altri storpiato
resta: Chi meno è
offeso, di fuggir
procaccia. Cosi talvolta un
grave sasso pesta E
fianchi e lombi,
e spezza capi
e schiaccia, Gittato sopra
un gran drappel
di bisce, Che dopo
il verno al
sol si goda
e lisce. 39 Nascono
casi, e non
saprei dir quanti:Una
muore, una parte
senza coda, Un'altra non si può
muover davanti, E'I deretano
indamo aggira e
snoda; Un'altra, ch'ebbe più propizj i
santi. Striscia fra l'erbe,
e va serpendo
a proda. Il colpo
orribil fu, ma
non mirando, Poiché lo
fece il valoroso
Orlando. stanza 41. 41 Poi
li strascina fuor
della spelonca. Dove facea
grand'ombra un vecchio
sorbo. Orlando con la
spada i rami
tronca, E quelli attacca
per vivanda al
corbe. Non bisognò catena
in capo adonca; Che
per purgare il
mondo di quel morbo;L'arbor medesmo
gli uncini prestolli, Con che
pel mento Orlando
ivi attaccolli. 42 La
donna yecchia, amica
a malandrini, Poiché restar
tutti li YÌde
estinti, "ggì
piangendo, e con le mani
ai crini, Per Eelye
e boscherecci labirinti. Dopo aspri
e malagevoli cammini, A
gravi passi e
dal timor sospinti, In
ripa un fiume
in un gnerrier
scontrosse; Bf a differisco
a ricontar chi
fosse:43 E tomo
all'altra che si
raccomanda Al paladin, che
non la lasci
sola; E dice di
seguirlo in ogni
banda. Cortesemente Orlando la consola; E
quindi, poi ch'usci
con la ghirlanda Di
rose adorna e
di purpurea stola La
bianca Aurora al
solito cammino, Parti con
Isabella il paladino. 44
Senza trovar cosa
che degna sD'istoria,
molti giorni insieme
andaro; E finalmente un
cavalier per via. Che
prigione era tratto,
riscontraro. Chi fosse, dirò
poi; ch'or me
ne svia Tal, di
chi udir non
vi sarà men
caro: La figliuola d'Amon,
la qual lasciai Languida dianzi
in amorosi guaL 45
La bella donna,
disiando in vano Ch'
a lei facesse
il suo Ruggier
ritorno, Stava a Marsiglia,
ove allo stuol
pagano Dava da travagliar
quasi ogni giorno; Il
qual scorrea, mband
) in monte
e in piano. Per
Linguadoca e per
Provenza intorno; Ed ella
ben facea l'ufficio
vero Di savio duca
e d'ottimo guerriero,. 4H Standosi
quivi, e di
gran spazio essendo Pa"isato il
tempo che tornare
a lei Il suo
Ruggier dovea, né
lo vedendo, Vivea in
timor di mille
casi rei. Un di Ara gli
altri, che di
ciò piangendo Stava solinga,
le arrivò colei Che
portò nell'anel la
medicina Che sanò il
cor ch'avea ferito
Akina. 47 Come a
sé ritornar senza
il suo amante. Dopo
si lungo termine',
la vede. Resta pallida
e smorta, e
si tremante, Che non
ha forza di
teneisi in piede: Ma
la maga gentil
le va davante Ridendo, poi
che del timor
s'avvede; E con viso
giocondo la conforta, Qual aver
suol chi buone
nove apporta. 48 Non
temer, disse, di
Ruggier, donzeUa; Oh' è vivo e
sano, e, come
suol, t' adora:Ma non
é già in sua libertà;
che quella Pur gli ha levata
il tuo nemico
ancorf:Ed é bisogno
che tu monti
in sella. Se brami
averlo, e che
mi segni or
ora; Che se mi
segui, io t' aprirò
la via, D'onde per
te Ruggier libero
fia. 49 E seguitò,
narrandole di quello Magico
error che gli
avea ordito Atlante: Che
simulando d'essa il
viso bello. Che captiva
parea del rio
gigante, Tratto l'avea nell'incantato ostello, Dove
sparito poi gli
era d'avante; E come
tarda con simile
inganno Le donne e
i cavalier che
di là vanno. 50
A tutti par, l'incantator mirando, Mirar quel
che per sé
brama ciascuno, Donna, scudier,
compagno, amico; quando Il
desiderio nman non
é tutt'uno. Quindi il
palagio van tutti
cercando Con lungo affanno,
e senza frutto
alcuno; E tanta è
la speranza e
il gran disire Del
ritrovar, che non
ne san partire. Stanza 47. 51
Come tu giungi,
disse, in quella
parte Che giace pressa
ali incantata stanza, Verrà
V incantatore a
ritroyarte, Che terrà di
Ruggiero ogni sembianza; E
ti farà parer
con sua maPurte, Ch'ÌTÌ lo
Tinca alcun di
più possanza. Acciò che
tu per aiutarlo
vada Dove con gli
altri poi ti
tenga a bada. 52
Acciò gl'inganni, in
che son tanti
e tanti Caduti, non
ti colgan, sie
avvertita Che sebben di
Ruggier visa e
sembianti Ti parrà di
veder, che chieggia
aita, Non gli dar
fede tu; ma,
come avanti Ti vien,
fàgìi lasciar V
indegna vita:Né dubitar
per ciò che
Ruggier muoia, Ma ben
colui che ti
dà tantA noia. 53
Ti parrà dnro
assai, ben Io
conosco, Uccìder un che
sembri il tuo
Ruggiero: Por non dar
fede ali occhio tao,
che losco Farà V
incanto, e celeràgli
il vero. Fermati, pria
ch'io ti conduca
al bosco, Si, che
poi non si
cangi il tuo
pensiero; Che sempre di
Ruggier rimarrai priva, Se
lasci per viltà
chel mago viva. 54
La valorosa giovane,
con questa Intenzion che'l
frandolente uccida, A pigliar
Parme .ed a
seguire è presta Melissa; che sa ben
quanto Tè fida. Quella,
or per terren
culto, or per
foresta, A gran giornate
e ip gran
fretta la guiMn . Cercando alleviarle
tuttavia Con parlar grato
la noiosa via. 55
E più di
tutti i bei
ragionamenti, Spesso le ripetea
ch'uscir di lei E
di Ruggier doveano
gli eccellenti Principi e
gloriosi semidei. Come a
Melissa f ossine presenti Tutti i
secreti degli etemi
Dei, Tutte le cose
ella sapea predire, Ch'avean per
molti secoli a
venire. 56 Deh ! come,
o prudentissima mia
Fcorta, (Dicea alla maga T
inclita donzella) Molti anni
prima tu m'hai
fatto accorta Di tanta
mia viril pr( genie
bella; Cosi d'alcuna donna
mi conforta. Che di
mia stirpe sia,
s' alcuna in quella Metter
si può tra
belle e virtuose. E
la cortese maga
le rispose: 57 Da
te uscir veggio
le pudiche donne; Madri
d'imperatori e di
gran regi, Reparatrici e
solide colonne Di case
illustri e di
dominj egregi; Che men
degne non son
nelle lor gonne, Ch'
in arme i
cavalier, di sommi
pregi, Di pietà, di
gran cor, di
gran prudenza, Di somma
e incomparabil continenza. 58 E
s'io avrò da
narrarti di ciascuna Che
nella stirpe tua
sia d'onor degna, Troppo sarà;
ch'io non ne
veggio alcuna Che passar
con silenzio mi
convegna. Ma ti farò
tra mille scelta
d'una 0 di due
coppie, acciò eh' a
fin ne vegna Nella
spelonca perchè noi
diòesti? Che l'immagini ancor
vedute avresti. 69 Della
tua Chiara stirpe
uscirà quella D'opere illustri
e di bei
studj amica. Ch'io non so ben
se più leggiadra
e bella Mi debba
dire, o più
saggia e pudica, Liberale e
magnanima Isabella, Che del
bel lume suo
di e notte
aprica Farà la terra
che sul Menzo
siede, A cui la
madre d'Ocno il
nome diede; 60 Dove
onorato e splendido
certame Avrà col suo
dignissimo consorte. Chi di lor più
le virtù prezzi
ed ame, E chi
meglio apra a
cortesia le porte. S' un
narrerà eh' al
Taro e nel
reame Fu a liberar
da' Galli Italia forte; L'altra dirà: Sol
perchè casta visse, Penelope non
fu minor d'Ulisse. 61
Gran cose e
molte in brevi
detti accolgo Di questa
donna, e più dietro ne
lasso, Che in quelli
di ch'io mi
levai dal volgo, Mi
fé' chiare Merlin dal
cavo sasso. E s'in
questo gran mar
la vela sciolgo. Di
lunga Tifi in
navigar trapasso. Conchiudo in
somma, ch'ella avrà,
per dono Della virtù
e del ciel,
ciò eh' è
di buono. 62 Seco
avrà la sorella
Beatrice, A cui si
converrà tal nome
appunto: Ch'essa non sol
del ben che
quaggiù lice, Per quel
che viverà toccherà
il punto; Ma avrà
forza di far
seco felice Fra tutti
i ricchi duci
il suo congiunto, H
qual, come ella
poi lascerà il
mondo, Cosi degl'infelici andrà
nel fondo. 63 E
Moro e Sforza
e viscontei colubri, Lei
viva, formidabili saranno Dall'iperboree nevi
ai lidi rubri, Dall'Indo ai
monti ch'ai tuo
mar via danno Lei
morta, andran col
regno degl'Insubri, E con
grave di tutta
Italia danno, In servitute;
e'fia stimata, senza Costei,
ventura la somma
prudenza. 64 Vi saranno
altre ancor, ch'avranno
il nome Medesmo, e
nasceran molt' anni
prima:Di ch'una s'ornerà
le sacre chiome Della
corona di Pannonia
opima; Un'altra, poi che
le terrene some Lasciate
avrà, fia nell'ausonio
clima Collocata nel numer
delle Dive, Ed avrà
incensi e immagini
votive. Merlino. 66 Dell' altre tacerò;
che, come ho
detto, Lungo sarehhe a
ragionar di tante: Benché
per sé ciascuna
abbia suggetto Degno ch'eroica
e chiara tuba
caute. Le Bianche, le
Lucrezie io terrò in
petto, E le Costanze
e T altre, che
di quante Splendide case
Italia reggeranno,
Beparatrici e madri
ad esser hanno. 66
Più eh' altre
fosser mai, le
tue famiglie Saran nelle
lor donne avventurose; Non dico
in quella più
delle lor figlie, Che
neir alta onestà
delle lor spose. E
acciò da te
notizia anco si
pigile Di questa parte
che Merlin mi
espose, Porse perch' io
'1 dovessi a
te ridire, Ho di
parlarne non poco
desire. E dirò
prima dì Eicdarda,
degno Esempio di fortezza
e d onestade:Vedova rìmArrà,
giovane, a sdegno Di
Fortuna; il che
spesso ai buoni
accade. I figli privi
del paterno regno, Esuli
andar vedrà in
strane contrade, Fanciulli in man degli
awersarj loro; Ma in
fine avrà il
suo male ampio
ristoro. Stanza i5. 70 Qual
lo stagno all'argento,
il rame all'oro. Il
campestre papavero alla
rosa, Pallido salce al
sempre verde alloro, Dipinto vetro
a gemma preziosa; Tal
a costei, eh'
ancor non nata
onoro, Sarà ciascuna insino
a qui famosa Di
singular beltà, di
gran prudenzia, E d'ogni
altra lodevole eccellenzia. 71 E
sopra tutti gli
altri incliti pregi Che
le saranno e
a viva e
a morta dati, Si
loderà che di
costumi regi Ercole e
gli altri figli
avrà dotati, E dato
gran principio ai
ricchi fregi Di che
poi s'orneranno in
toga e armati; Perchè l'odor
non se ne
va si in
fretta, Ch' in nuovo
vaso, o buono o rio,
si metta. 72 Non
voglio eh' in
silenzio anco Renata Di
Francia, nuora di
costei, rimagna, Di Luigi
duodecimo re nata, E
dell' etema gloria di
Bretagna. Ogni virtù ch'in
donna mai sia
stata, Di poi che'l
fuoco scalda e
l'acqua bagna, E gira
intorno il cielo,
insieme tutta Per Renata
adornar veggio ridutta. 73
Lungo sarà che
d'Alda di Sansogna Narri, o
della contessa di
Celano, G di Bianca
Maria di Catalogna, 0
della figlia del
re sicigliano, 0 della
bella Lippa da
Bologna, E d'altre; che
s'io vo'di mano
in manu Venirtene dicendo
le gran lode. Entro
in un alto
mar che non
ha prode. 68 Dell'alta
stirpe d'Aragona antica Non
tacerò la splendida
regina. Di cui né
saggia si, né
si pudica Veggio istoria
lodar greca o
latina, Né a cui
fortuna più si
mostri amica; Poiché sarà
dalla Bontà divina Eletta
madre a partnrir
la bella Progenie, Alfonso,
Ippolito e Isabella. 74 Poi
che le raccontò
la maggior parte Della
futura stirpe a
suo grand' agio, Più volte
e più le
replicò dell'arte Ch'aver tratto
Ruggier dentro al
palagio. Melissa si fermò,
poiché fu in
parte Vicina al luogo
del vecchio malvagio; E
non le parve
di venir più
innante, Aedo veduta non
fosse da Atlante: 9
Costei sarà la
saggia Leonora, Che nel
tuo felice arbore
s'innesta Che ti dirò
della seconda nuora, Sneceditrice prossima
di questa? Lucrezia Borgia,
di cui d'ora
in ora La beltà,
la virtù, la
fama onesta, E la
fortuna crescerà non
meno Che giovin pianta
in morbido terreno. 75
E la donzella
di nuovo consiglia Di
quel che mille
volte ormai l'ha
detto. La lascia sola;
e quella oltre
a dua miglia Non
cavalcò per un
sentiero istretto, Che vide
quel eh' al
suo Ruggier simiglia:E
dui giganti di
crudele aspetto Intorno avea,
che lo stringean
si forte, Ch' era
vicino esser condotto
a morte. 76 Come
la donna in
tal perìglio vede Colui
che di Ruggiero
ha tutti i
segni, Subito cangia in
sospizion la fede, Subito
obblia tutti i
suoi bei disegni. Che
sia in odio
a Melissa Ruggier
crede, Per nuova ingiuria
e non intesi
sdegni, E cerchi far
con disusata trama Che
sia morto da
lei che cosi
Tama. 78 Mentre che
cosi pensa, ode
Ja voce, Che le
par di Ruggier,
chieder soccorso; E vede
quello a un
tempo, che veloce Sprona
il cavallo e
gli rallenta il
morso, E r un
nemico e l'altro
suo feroce, Che lo
segue e lo
caccia a tutto
corso. Di lor seguir
la donna non
rimase, Che si condusse
air incantate case. 79
Delle quai non
più tosto entrò
le porte, Che fu
sommersa nel comune
errore. Lo cercò tutto
per vie dritte
e torte In van
di su e
di giù, dentro
e di fuore:Né
cessa notte o
di; tanto era
forte LMncanto: e fatto
avea T incantatore, Che Ruggier
vede sempre e gli
favella, Né Ruggier lei,
né lui riconosce
ella. stanza 78. Stanza 79. 77
Seco dicea: Non è
Ruggier costui, Che col
cor sempre, ed
or con gli
occhi veggio? E 8!or
non veggio e
non conosco lui, Che
mai veder o
mai conoscer deggio? Perchè vogPio
della credenza altrui Che
la veduta mia
giudichi peggio?Che senza
gli occhi ancor,
sol per sé
stesso Può il cor
sentir se gli
è lontano o
appresso. 80 Ma lasdam
Bradamante, e non v'
incresca Udir che cosi
resti in quello
incanto; Che quando sarà
il tempo eh'
ella n' esca, La
farò uscire, e
Ruggiero altrettanto. Come raccende
il gusto il
mutar esca, Cosi mi
par che la
mia istoria, quanto Or
qua or là
più variata sia, Meno
a chi r
udirà noiosa fia. 81
Di molte fila
esser bisogno parme A
condor la gran
tela ch'io lavoro; E
però non vi
spiaccia d ascoltarme, Come ihor
delle stanze il
popol moro Davanti al
re Agramante ha
preso 1 ame, Che,
molto minacciando ai
Gigli d oro, Lo
fa assembrare ad
una mostra nova. Per
saper quanta gente
si ritrova: 82 Perch
oltre i cavalieri,
olire i pedoni Ch'
al numero sottratti
erano in copia, Mancavan capitani,
e pur de buoni, E
di Spagna e
di Libia e
d'Etiopia:E le diverse
squadre e le
nazioni Givano errando senza
guida propia. Per dare
e capo ed
ordine a ciascuna. Tutto il
campo allamostra si
raguna. 88 Li supplimento
delle turbe uccise Nelle
battaglie e ne'
fieri conflitti, L'un signore
in Ispagna, e
V altro mise In
Africa, ove molti
n'eran scritti; E tutti
alli lor ordini
divise, E sotto i
daci ]or gli
ebbe diritti. Differirò, Signor,
con grazia vostra, Nell'altro Canto
l'ordine e la
mostra. N OTB. St. 4.
V.12. n padre
d'Isabella, Maricoldo, re aa
racino della Gallizia,
acciso nella gran
battaglia della quale si
tocca al principio
del poema. Isabella
è nome di origine
semitica; quindi, è
conveniente a donna
sa racina. St. 10. V.56.
Fuor della ricca
mia patria, ecc. Probabilmente la
Carogna, capitcde della
Galizia. St. 11. V.5.
Santa Marta: borgo
in Galizia, sulla riva
orientale della piccola
baia omonima, a
sirocco del capo Ortegal. St.
15. V.1. Mangia:
borgo in Galizia,
a ponente della Corogna,
sul lato meridionale
di un seno
di mare, fra il
capo Belem e
il capo Coriana.
Le indicazioni che si
danno di questo
borgo e di
Santa Marta risultano dalle mappe
che verosimilmente erano
in uso ai
tempi del Poeta. Ivi. V.5.
Maestro, vento che
soffia tra ponente e
settentrione. St. 16. V.2.
Corsia è uno
spazio vuoto nella
nave, per camminare liberamente
da poppa a
prora. CastéLlOy e pia
comunemente cassero, chiamasi
un rialto nella parte
superiore della nave
a poppa, ove
sogliono col locarsi le artiglierie:
alcuni navigli lo
hanno a prora. Ivi.
V.4. Boccila, città
marittima della Francia neirAunis, sulla
costa occidentale del
Begno, di contro ausisela di
Rhé. St. 24. V.1.
Bilbao, capitale della
Biscaglia: ò a breve distanza
dall'Oceano, sul fiume
Ansa, che con la
sua foce
vi forma il
porto. St. 32. V.4.
Tiri: specie di
serpi somiglianti aUe vipere: Dal tiro
prese nome la
Mriaca. St. 36. V.68.
Sbancar non lo
registra, ecc. In tendasi, se ancor
non lo manda
alVinfemo tra i vio
lenti. Finge Dante, nel
Xll dell'Jnino, che
una torma di centauri,
dei quali Chirone
é il capo,
costringa i vio lenti a
stare immersi, fino
ad una certa
misura, in una fossa
di sangue bollente. St.
37. v.56. Con
qiteW agevolata, ecc. Accennai una
specie di giostra
introdotta dai Morì
in Ispagna, e dagli
Spagnuoli in Italia: richiedeva molta
agilità, e vi era
in gran pregio
la leggiadrìa dei
ginocatorì. St. 46. V.68.
Colei, ecc. Con
questa periùmsi viene indicata Melissa. St.
59. V.5a Isabella,
ecc. Isabella d'Este
nacqna dal duca Ercole
I e da
Eleonora di Aragona
nel mag gio 1474; fu
maritata nel febbraio
del 1490 a
FraacttCQ. 0 Gianfrancesco II
marchese di Mantova,
condotto poee prima dalla
Repubblica dì Venezia
per suo capitan
ge nerale. Per coltura di
spirito e alto
senno, to. repstau fht
le donne pia
illustri del suo
secolo. Mori nel
feb braio del 1539. Ménta
è il Mincio, fiume
di Mantova, il nome
della quale i
poeti trassero da
Manto, figlia dell'indovino Tiresia,
e madre di
Ocno. St. 60. V.56.
Si accenna la
battaglia segni ta nel
6 luglio
1495, sotto il
comando del marchese
di Man tova sul Taro,
presso Fomovo, fra
le truppe di
Carlo TLH re di
Francia, e Tesercito
dei prìncipi italiani
collegati contro quel re,
il quale aprendosi
il passo fra
i nemici . si ritrasse
quindi in Piemonte.
Il marchese assistè anche alla
battaglia di Atella,
combattuta nel 1496;
ultimo fìatto. onde il
regno di Napoli
restò libero dall
occopazioDe francese. St.
61. V.56. Il
nome di Tifi,
nocchiero della fr volosa
nave degli Argonauti,
è qui preso
a significato, di eccellente
piloto. St. 62. V.18.
Beatrice, di cui
qui si parla,
nata dal duca Ercole
1 nel 1475,
si maritò nel
gennaio 11 a Lodovico
Sforza, detto il
Moro, duca di
Milano; e mori nel
2 gennaio 1497
con sospetto di
essere stata avve lenata. St. 6.S.
V.18. La potenza
di Lodovico si
mantenne fino a che
egli, dopo aver
chiamato in Italia
Massimi liano re de' Romani
nel1496, dovè fuggire
di Milano tre anni
appresso; e allora
tutta la Lombardia
venne in potere dei
Francesi. Vi tornò
il Moro nel
1500; ma tra dito dagli Svizzeri,
che aveva assoldati,
cadde in mano ai
Francesi, che lo
condussero prigione in
Francia, in sieme col cardinale
Ascanio suo fratello.
La frase del terzo
verso significa dalle
parti più settentrionali d'Eu •opa
fino al mar
Rosso, eh' è
nelle più meridionali;
e qaella del quarto
verso vale da
levante a ponente,
de notandosi per VJndo Toriente,
e pei monti
ivi accennati, i due
promontorii che formano
lo stretto di
Oibilterra. St. 64. V.34.
Questa Beatrice nasceva
dal mar chese Aldobrandino vissuto
nel duecento; fu
sposa di Andrea II
re d'Ungheria, detta
anticamente Pannonia. IvT. y.
5 8. Due
Beatrici d'Este si
pongono dal Mu ratori tnk
le beate. Una,
figlia di Azzo
VI, fondò sul monte
Qemola il monastero
di San Giovanni
Battista, dove compi i
suoi giorni nel
1226. L'altra, nipote
dello stesso Azzo, perchè
nata di Azzo
Novello, prese il
velo in Ferrara nel
monastero di Sant'Antonio,
ed ivi mori nel
1270. St. 65. V.18.
Di queste donne,
che il Poeta
ha voluto tenersi in
petto, basti indicare
le seguenti: Bianca, fi glia di
Niccolò III, celebrata
per i pregi
deUa mente e del
cuore, consorte di
Galeotto Pico . signore
della Mi randola; rimastane vedova
nel 1489, si
ritirò in quel monastero di
San Lodovico, e
vi mori nel
1506. Co stanza, figlia
di Azzo Novello,
maritata a Ugo
degli Aldobrandini, conte di
Maremma, e in
seconde nozze a Qaglielmo
Pelavicino, marchese di
Scipione. Vedova an che di
questo, si ritirò
nel monastero di
Gemola, dove chiuse i
suoi giorni. Lucrezia,
figlia di Sigismondo, fratello di
Alfonso I, maritata
ad Alberigo Malaspina, marchese di
Massa. ST. 67. V.18.
Intendesi qui probabilmente
Rie eiarda, figlia di
Guecello IX da
Camino, e moglie
di un Azzo, nato
nel 1344 da
Francesco d'Este, secondo
di qaesto nome. Azzo,
che viveva in
Toscana nel 1393,
éu scitò una guerra
civile nel 1394,
in occasione della morte
di Alberto d'Este,
a cui pretendeva
succedere in pregiadizio di
Niccolò III, allora
fanciullo; ma fEitto prigione nel
1395, fu relegato
in Candia. Richiamatone dopo alcun
tempo, ottenne dalla
casa alcune rendite
nel Padovano. Mori in
Este, nel 1415;
ed ò verosimile
che i suoi figli
si stabilissero poscia
in Rovigo. St. 69.
y. 12. Eleonora,
lodata nella stanza
pre cedente, e nominata nel
principio di questa,
nacque da Ferdinando I
d'Aragona, re di
Napoli; e il
contratto di nozze fra
lei e il
duca Ercole I
fu stabilito neiragosto del 1472.
Essa mori nel
1493. Ivr. y. 38.
Alfonso I d'Este
fti il quarto
marito di Lucrezia Borgia,
figlia sparia di
Alessandro VI. Il primo
fu un privato
gentiluomo, ohe l'ebbe
dal papa, a cui
dipoi la cedo
per denaro. Il
secondo era Giovanni Sforza, signore
di Pesaro, che
la sposò nel
1493: il papa che
la desiderava per
sé, sciolse quel
matrimonio, sotto pretesto di
frigidezza nel marito.
Appresso, Lucrezia fa data
ad Alfonso d'Aragona,
figlio spurio di
Alfonso II re di
Napoli, e marchese
o principe di
Discaglia; il duca Valentino, fratello
di Lucrezia, volle
averla, e fsce
stran golare il marito nel
1500. Per ultimo,
il papa Alessandro oiferse Lucrezia
al duca Ercole
in moglie del
di lui figlio; e
la proposizione, male
accolta da Alfonso,
fu sanzio nata dal padre,
pia ad insinuazione
del re di
Francia e per ragioni
di Stato, che per altro
motivo. La cerimonia nuziale, ebbe
luogo in Roma,
con splendidissimo appa rato, nel dicembre
del 1501; e
nel giugno 1519,
Lu crezia moriva in Ferrara
di aborto. St. 72. y. 18.
Renata, nata di
Luigi XII re di
Francia, e d'Anna
figlia del duca
di Borgogna, fti
sposa del duca Ercole.
II, e compensò
la deformità della
per sona col molto ingegno.Accolse assai
bene Giovanni Calvino recatosi
in Ferrara sotto
mentito nome; perciò fu
chiusa per comando
del duca in
un monastero. Ri masta vedova nel
1559, si ritirò
neiranno seguente nel suo
castello di Montargis
in Francia, e
quivi mori nel
1575. St. 73. y.
15. Alda di
Sassonia, sposata a
un mar chese Albertazzo. Beatrice,
figlia di Carlo
II d'Angiò, re di
Napoli e di
Sicilia, era.staia data
in moglie ad Azzo
Vni nel 1305,
e Bianca sorella
di lei divenne
mo glie di Iacopo n re d'Aragona.
Maria, pilmogenita del l'aragonese Alfonso I,
re di Napoli,
maritata nel 1443 a
Lionello d'Este, era
morta nel 1449,
quando Antonio To deschini
Piccolomini, duca d'Amalfi
e conte di
Celano, ebbe in consorte
da Ferdinando I,
figliuolo d'Alfonso, nel 1458,
la di lui
figlia naturale Maria,
che due anni dopo
mori. Da questi
fatti, ohe mostrano
la famiglia Estense unita
di affinità con
un re di
Cicilia, col conti di
Celano, e con la casa
d'Aragona che dominava
anche la Catalogna, il
Poeta prende occasione
di lodare quelle tre
donne. Di Lippa
da Bologna, nominata
nel quinto verso, egli
avea motivo di
non tacete, perchè
sorella di Bonifazio Ariosti,
il quale piantò
in Ferrara la
famiglia da cui derivò
il Poeta medesimo.
Lippa, famosa per Tav venenza,
fti favorita di
Obizzo III, che
la fece sua mo
glie poco innanzi la di lei
morte, accaduta nel
27 no> vembre del
1347; e legittimò
con quell'atto i
figliuoli avuti da lei. St.
81. y. 6.
Ai Gigli doro:
alla Francia. St. 83.
y. 3. Mise
qui vale manda. stanza
37. CANTO DECIMOQDARTO.
ARGOMENTO. Nella rassegna generale
dell'esercito pagano, si
vedono mancare le dae schiere
distratte da Orlando.
Mandrlearlo. correndo in traccia
del Paladino, s'imbatte
in Doralioe, figlia
del re di
Granata, che va
sposa a Rodomoirte. re di
Sansa; ne nccide
il corteggio, la
conduce seco e
la fa sua
moglie. I Mori
danno Tassalto a Parigi. 1
Nei molti assalti
e nei crudel
conflitti, Ch'avuti avea con
Francia, Africa e
Spagna, Morti eran infiniti,
e derelitti Al Inpo,
al corvo, all' aquila
grifagna:E benché i
Franchi fossero più
afflitti, Che tutta avean
perduta, la campagna. Più
si doleano i
Saracin, per molti Principi e
gran baron eh' eran
lor tolti. 2 Ebbon
vittorie cosi sanguinose, Che lor
poco avanzò di
che allegrarsi. E se
alle antique le
moderne cose. Invitto Alfonso,
denno assimigliarsi ; La gran
vittoria, onde alle
virtuose Opere vostre può la gloria
darsi, Di che aver
sempre lacrimose ciglia Ravenna debbe,
a queste s' assimiglia. 3 Quando
cedendo Merini e
Piccardi, L'esercito
normando e l'aquitano, Voi nel
mezzo assaliste gli
stendardi Del quasi vincitor
nimico ispano; Seguendo voi
quei gioveni gagliardi, Che meritar
con valorosa mano Quel
ài da voi,
per onorati doni, L'else
indorate e gl'indorati
sproni. Con si animosi
petti che vi
fòro Vicini 0 poco
lungi al gran
periglio, Crollaste sì le
ricche Giande d'oro, Si
rompeste il Baston
giallo e vermiglio, '
Ch' a voi
si deve il
trionfale aUoro, Che non fu guasto
né sfiorato il
Giglio. D'un' altra fronde
v' orna anco
la chioma L'aver serbato
il suo Fabrizio
a Roma. 5 La
gran Colonna del
nome romano, Che voi
prendeste e che
servaste intera, Vi dà più onor
che se di
vostra mano Fosse caduta
la milizia fiera, Quanta
n'ingrassa il campo
ravegnano, E quanta se
n'andò senza bandiera D'Aragon, di
Castiglia e di
Navarra, Veduto non giovar
spiedi né carra. 6
Quella vittoria fu
più di confurto, Che
d'allegrezza; perché troppo
pesa Centra la gioia
nostra il veder
morto Il capitan di
Francia e dell'impresa; E seco
avere una procella
assorto Tanti principi illustri,
eh' a difesa Dei regni
lor, dei lor
confederati, Di qua dalle
fredd'Alpi eran passati. Stftnzft; Nostra salute,
nostra vita In
questa Vittoria suscitata si
conosce, Che difende che
'1 verno e
la tempesta Di Giove
irato sopra noi
non croscè:Ma né
goder possiam, né
fame festa, Sentendo i
gran rammarichi e P angosce ChMn
veste bruna e
lacrimosa guancia Le vedovelle
fan per tutta
Francia. 6 Bisogna che
provveggia il re
Luigi Di novi capitani
alle sue squadre, Che
per onor dell'aurea
Fiordaligi Castighino le man
rapaci e ladre. Che
suore, e frati
e bianchi e
neri e bigi Violato
hanno e sposa
e figlia e
madre; Gittate in terra
Cristo in sacramento, Per torgli
un tabernacolo d'argento.9
0 misera Ravenna,
t' era meglio Ch'ai vincitor
non fèssi resistenza; Far eh' a te
fosse innanzi Brescia
speglio, Che tu lo
fossi a Arimino
e a Faenza. Manda, Luigi,
il buon Trivulzio
veglio, Ch'insegni a questi
tuoi più continenza, £
conti lor quanti
per simil torti Stati
ne sian per tutta
Italia morti. 10 Come
di capitani bisogna
ora Che'l re di
Francia al campo
suo proweggia, Così Marsilio
ed Agramante allora, Per
dar buon reggimento
alla sua greggia, Dai
lochi dove il
verno fé' dimora, Vuol che
in campagna all' ordine
si veggia; Perchè vedendo
ove bisogno sia, Guida
e governo ad
ogni schiera dia. 11
Marsilio prima, e
poi fece Agramante Passar la
gente sua, schiera
per schiera. I Catalani
a tutti gli
altri innante Di Dorifebo
van con la
bandiera. Dopo vien, senza
il suo re
Folvirante, Che per man
di Rinaldo già
morto era. La gente
di Navai ra;
e lo re
ispano Halle dato Isolier
per capitano. 15 Di
quei di Saragosa
e della corte Del
re Marsilio ha
Ferraù il governo:Tutta
la gente è
ben armata e
forte. In questi è
Malgarino, Balinverno, Malzarise e
Morgante, ch'una sorte Avea
fatto abitar paese
estemo; Che, poi che
i regni lor
lor furon tolti, Gli
avea Marsilio in
corte sua raccolti. 16
In questa è
di Marsilio il
gran bastardo, Follicon d'Almeria,
con Doriconte, Bavarte e
Largalifa ed Analardo, Ed
Archidante il sagonUno
conte, E Lamirante e
Langhiran gagliardo, E Malagur
eh' avea l'astuzie pronte; Ed
altri ed altri,
de' quai penso,
dove Tempo sarà, di
far veder le
prove. 17 Poi che
passò l'esercito di
Spagna Con bella mostra
innanzi al re
Agramante, Con la sua
squadra apparve alia
campagna Il re d' Oran,
che quasi era
gigante. L'altra che vien,
per Martasiu si
lagna, il qual morto
le fu da
Bradamante; E si duol
ch'una femmina si
vanti D'aver ucciso il re de' Garamanti. 12 Balugante
del popol di
Leone, Grandonio cura degli
Algarbi piglia. Il fratel
di Marsiglio, Falsirone, Ha
seco armata la
minor Castiglia. àegnon di
Madarasso il gonfaloneQuei che
lasciato han Malaga
e Siviglia, Dal mar di Gade
a Cordova feconda Le
verdi ripe ovunque
il Beti innonda. 13
Stordilano e Tesira
e Baricondo, L'nn dopo
l'altro, mostra la
sua gente: Granata al
primo, L'iisbona al
secondo, E Maiorica al
terzo è ubbidiente. Fu d'Ulisbona
re (tolto dal
mondo Larbin) Tessira, di
Larbin parente. Poi vien
Galizia, che sua
guida, in vece Di
Maricoldo, Serpentino fece. 14
Quei di Toledo
e quei di
Calatrava, Di ch'ebbe Sìnagon
già la bandiera, Con
tutta quella gente
che si lava In
Guadiana e bee
della riviera, L' audace Matalista
governava:Bianzardin quei d'Asturga
in una schiera Con
quei di Salamanca
e di Piagenza, D'Avila, di
Zamora e di
Palenza. 18 Segue la
terza schiera di
Marmonda, Ch'Argosto morto abbandonò
in Guascogna: A questa
un capo, come
alla seconda, E come
anco alla quarta,
dar bisogna. Quantunque il
re Agramante non
abbonda Dì capitani, pur
ne finge e
sogna: Dunque Buraldo, Ormida,
Arganio elesse, E dove
uopo ne fu,
guida li messe. 19
Diede ad Arganio
quei di Libicana, Che
piangean morto il
negro Dudrinasso. Guida Brunello
i suoi di
Tingitana, Con viso nubiloso
e ciglio basso; Che,
poi che nella
selva non lontana Dal
Castel ch'ebbe Atlante
in cima al
sasso, Gli fu tolto
l'anel da Bradamante, Caduto era
in disgrazia al
re Agramante:20 E
se '1 fratel
di Ferraà, Isoliero, Ch'air arbore
legato ritrovollo. Non facea
fede innanzi al
re del vero, Avrebbe
dato in su
le forche un
crollo. Mutò a prieghi
di molti il
re pensiero, Già avendo
fatto porgli il
laccio al collo: Gli
lo fece levar,
ma riserbarlo Pel primo
error; che poi
giurò impiccarlo: 21 Si
chavea cansa di
venir Brunello Col viso
mesto e con
la testa china. Segoia
poi Fanirante, e
dietro a quello Eran
cavalli e fanti
di Maurina. Venia Libanio
appresso, il re
novello:La gente era
con lui di
Costantina; Perocché la corona
e il baston
d'oro Gli ha dato
il re, che
fu di Pinadoro. 22
Con la gente
d'Esperia Soridano, E Dorilon
ne vien con
quei di Setta; Ne
vien coi Nasamoni
Puli'ano. Quelli d'Amonia il
re Agricalte affretta; Malabuferso quelli
di Fizano. Da Finadurro
è l'altra squadra
retta, Che di Canaria
viene e di
Marocco:Balastro ha quei
che fur del
re Tardocco. 23 Due
squadre, una di
Mulga, una d'Arzilla, Seguono; e
questa ha U
suo signore antico, Quella n' è priva;
e però il
re sortilla, E diella
a Corineo suo
fido amico. E cosi
della gente d'Almansilla, Oh' ebbe
Tanfirion, fé' re
Calco:Die quella di
Getulia a Rimedonte. Poi vien con
quei di Cosca
Baìinfronte. 24 Quell'altra schiera
è la gente
di Bolga: Suo re
è Clariiido, e
già fu Mirabaldo. Vien Baliverzo,
il qual vo'che
tu tolga Di tutto
il gregge pel
maggior ribaldo. Non credo
in tutto il
campo si disciolga Bandiera ch'abbia
esercito più saldo Dell'altra, con
che segue il
re Sobrino. Né più
di lui prudente
S"iracino. 25 Quei di
Bellamarina, che Gualciotto Solca guidare,
or guida il
re d'Algieri Rodomonte di
Sarza, che condotto Di
nuovo avea pedoni
e cavalieri; Che, mentre
il Sol fu
nubiloso sotto Il gran
Centauro, e i
comi orridi e fieri,
Fu in
Africa mandato da
Agramante, Onde venuto era
tre giorni innante. 26
Non avea il
campo d'Africa più
forte Né Saracin più
audace di costui; E
più temean le
parigine porte, Ed avean
più cagion di
temer lui, Che Marsilio,
Agramante, e la
gran corte Ch'avea seguito
iu Francia questi
dui: E più d'ogpi
altro che facesse
mostra. Era nimico della
Fede nostra. 27 Vien
Prusìone, il re
dell' Alvaracchie; Poi quel della
Znmara, Dardinello. Non so
s'abbiano o nottole
o cornacchie, 0 altro
manco ed importuno
augello. Il qual dai
tetti e dalle
fronde gracchie Futuro mal,
predetto a questo
e a quello, Che
fissa in ciel nel di
seguente é l'ora Che
l'uno e l'altro
in quella pugna
muora. 28 In campo
non aveano altri
a venire, Che quei
di Tremisenne e
dì Norìzia; Né si
vedea alla mostra
comparire Il segno lor,
né dar di
sé notizia. Non sapendo
Agramante che si
dire, Né che pensar
di questa lor
pigrizia; Uno scudiero alfin
gli fu condutto Del
re di Tremisen,
che narrò il
tutto. 29 E gli
narrò ch'Alzirdo e
Manilardo Con molti altri
de' suoi giaceano
al campo:Signor, diss'
egli, il cavalier
gagliardo Ch'ucciso ha i
nostri, ucciso avria
il tuo campo, Se
fosse stato a
tòrsi via più
tardo Di me, eh' a
pena ancor cosi
ne scampo. Fa quel
de' cavalieri e
de' pedoni, ('he '1
lupo fa di
capre e di
montoni. 30 Era venuto
pochi giorni avante Nel
campo del re
d'Africa un signore; Né
in Ponente era,
né in tutto
Levante, Dì più forza
di lui, né
di più core. Gli
facea grande onore
il re Agramante, Per esser
costui figlio e
successore In Tartaria del
re Agrican gagliardo:Suo
nome era il
feroce Mandricardo. 31 Per
molti chiari gesti
era famoso, E di
sua fama tutto
il mondo empia; Ma
lo facea più
d'altro glorioso, Ch' al
Castel della fata
di Sona L'usbergo avea
acquistato luminoso Ch'Ettor troian
portò mille anni
pria. Per strana e
formidabile avventura, Che'l ragionarne
pur mette paura. 32
Trovandosi (ostui dunque
presente A quel parlar,
alzò l'ardita faccia; É
si dispose andare
immantinente, Per trovar quel
guerrier, dietro alla
traccia. Ritenne occulto il
suo pensiero in
mente, 0 sia perché
d'alcun stima non
faccia, 0 perchè tema,
se '1 pensier
palesa, Ch'uu altro innanzi
a lui pigli
l'impresa. 33 Allo scudier
fé' dimandar com'era La soprawesta
di qnel cavaliero. Colni rispose: Quella è
tutta nera, Lo scudo
nero, e non
ha alcun cimiero. E
fu, signor, la
sua risposta vera, Perchè
lasciato Orlando avea
il quartiere; Che, come
dentro V animo
era in doglia, Così
imbrunir di fuor
volse la spoglia. 34
Marsilio a Mandricardo
avea donato Un destrier
baio a scorza
di castagna, Con gambe
e chiòme nere;
ed era nato Di
frisa madre, e
d'on viilan di
Spagna. Sopra vi salta
Mandricardo armato £ galoppando
va per la
campagna; E giura non
tornare a quelle
schiere, Se non "trova
il campion dall'arme
nere. Stanza 42. 86 Molta
incontrò della paurosa
gente Che dalle man
d'Orlando era fuggita, Chi
del figliuol, chi
del fratel dolente, Ch'innanzi gli
occhi suoi perde
la vita. Ancora la
codarda e trista
mente Nella pallida faccia
era sculpita; Ancor per
la paura che
avuta hanno, Pallidi, muti
ed insensati vanno. 86
Non fé' lungo cammin,
che venne dove Crudel
spettacolo ebbe ed
inumano, Ma testimonio alle
mirabil prove Che fur
racconte innanzi al
re africano. Or mira
questi, or quelli
morti, e muove, E
vuol le piaghe
misurar con mano, Mosso
da strana invidia
ch'egli porta Al cavalier
eh' avea la {ente
mort. 37 Come lupo
o mastin eh'
ultimo giugne Al bue
lasciato morto da'
villani, Che trova sol
le coma, T
ossa e l'ugne, Del
resto son sfamati
augelli e cani; Riguarda invano
il teschio che
non ugne: Cosi fa
il cnidel barbaro
in que' piani: Per duol
bestemmia, e mostra
invidia immensa. Che venne
tardi a cosi
ricca mensa. 38 Quel
giorno e mezzo
l'altro segue incerto Il
cavalier dal negro,
e ne domanda. Ecco
vede un pratel
d'ombre coperto, Che si
d'un alto fiume
si ghirlanda, Che lascia
appena un breve
spazio aperto. Dove l'acqua
si torce ad
altra banda. Un simil
luogo con girévol
onda 5otto Ocriooli il
Tevere circonda. 89 Dove
entaur si potea,
con Panne indosso Stavano molti
cavalieri armati. Chiede il pagan, chi
gli avea in
stnol si grosso £d
a che effetto
insieme ivi adnnati Gli
fé' risposta il capitano,
mosso Dal signoril sembiante,
e da fregiati D'oro e
di gemme arnesi
e di gran
pregio, Che lo mostravan
cavaliero egregio. 40 Dal
nostro re siam,
disse di Granata,Chiamati in
compagnia della figliuola, La
quale al re
di Sansa ha maritata,
Benché di ciò
la fama ancor
non vola. Come appresso
la sera racchetata La
cicaletta sia, eh' or s' ode
sola, Avanti al padre
fra T Ispane
torme La condurremo: intanto
ella si dorme. Stanisa 4.?. 41
Ck"lui die tutto
il mondo vi
li perni e, Diaegua
di veder tosto
la prò va, Se
quetla geliti o
bene o mal
difende La donna, alla
cui guardia sì
ritrova. Di3": Costei f per
quauto m u' Intende, É
bella, e di
saperlo ora mi
giova A lei mi
mena, o falla
qui veuke; ChaltroTe mi
couvieu subito gire. 4i
Ktìser iier certo
dèi pazzo solenue, iiiapose il
Grnaiin uè più
gli disse. Ha il
Tartaro a ferir
tosto lo venne Con
l'asta bassa, e
il petto gli
trafisse: Che la corazza
il colpo non
sostenne, E forza fu che mort
in terra giìse. L'asta
ripovra il figlio
dVAgricane, Perchè altro da
ferir non jfli
rìtuAne.Non poita spada
né baston; che
quando L' arme acquistò, che
far d'Ettor troiano, Perchè trovò
che lor mancava
il brando, Gii convenne
giurar (né giurò
invano) Che finché non
togliea quella d'Orlando, Mai non
porrebbe ad altra
spada mano: Durindana ch'Almonte
ebbe in gran
stima, E Orlando or
porta, Ettor portava
prima. 44 Grande é V ardir
del Tartaro, che
vada Con disvantaggio tal
centra coloro, Gridando: Chi
mi vuol vietar
la strada? E con
la lancia si
cacciò tra loro. Chi
r asta abbassa,
e chi tra
fuor la spada; E
d'ognintorno subito gJi
fóro. Egli ne fece
morire una frotta, Prima
che quella lancia
fosse rotta. 45 Botta
che se la
vede, il gran
troncone, Che resta intero,
ad ambe mani
afferra; E fa morir
con quel tante
persone. Che non fu
vista mai più
crudel guerra. Come tra' Filistei
l'ebreo Sansone Con la
mascella che levò
di terra, Scudi spezza,
elmi sdiiaccia; e un colpo
spesso Spegne i cavalli
ai cavalieri appresso. 46
Corrono a morte
que miseri a gara: Né
perchè cada Tun
l'altro andar cessa; Che
la maniera del
morire amara Lor par
più assai, che
non è morte
istessa. Patir non ponno
che la vira
cara Tolta lor sia
da un pezzo
d'asta fessa, E sieno
sotto alle picchiate
strane A morir giunti
come bisce o
rane. 47 Ma poi
eh' a spese lor
si furo accorti Che
male in ogni
guisa era morire, Sendo
già presso alli
due terzi morti, Tutto
l'avanzo cominciò a
fuggire. Come del proprio
aver via se
gli porti, n Saracin
crudel non può
patire Ch'alcun di quella
turba sbigottita Da lui
partir si debba
con la vita. 49
Poscia ch'egli restar
vede l'entrata, Che mal
guirdata fu, senza
custode; Per la via
che di nuovo
era segnata Neil' erba, e
al suono dei
rammarchi eh' ode, Viene
a veder la
donna di Granata, Se
di bellezze è
pari alle sue
lode:Passa tra i
corpi della gente morta, Dove
gli dà, torcendo,
il fiume porta. 50
E Doralice in
mezzo il prato
vede, (Che così nome
li donzella avea) La
qual, suffolta dall'antico
piede D'un frassino silvestre,
si dolca. Il pianto,
come un rivo che
succede Di viva vena,
nel bel sen
cadea; E nel bel
viso si vedea
che insieme Dell'altrui mal
si duole, e
del suo teme. 51
Crebbe il timor,
come venir lo
vide Dì sangue brutto,
e con faccia
empia e oscura, E
'1 grido sin
al ciel V
aria divide, Dì sé
e della sua
gente per paura; Che,
oltre i cavalìer,
v'erano guide Che della
bella infante aveano
cura, Maturi vecchi, e
assai donne e
donzelle Del regno di
Granata, e le
più belle. 52 Come
il Tartaro vede
quel bel viso Che
non ha paragone
in tutta Spagna, E
e' ha nel pianto
(or ch'esser de' nel
riso?) Tesa d'amor l'inestricabil ragna, Non
sa se vive
o in terra
o in paradiso: Né
della sua vittoria
altro guadagna, Se non
che in man
della sua prigioniera Si dà
prigione, e non
sa in qual
maniera. 53 A lei
però non si
concede tanto. Che del
travaglio suo le
doni il frutto; Benché piangendo
ella dimostri, quanto Possa
donna mostrar, dolore
e lutto. Egli, sperando
volgerle quei pianto In
sommo gaudio, era
disposto al tutto Menarla
seco; e sopra
un bianco ubino Montar
la fece, e
tornò al suo
cammino. 48 Come in
palude asciutta dura
poco Stridula canna, o in campo
arida stoppia Centra il
soffio di Borea
e centra il
fuoco Che'l cauto agricultore
insieme accoppia, Quando la
vaga fiamma occupa
il loco, E scorre
per li solchi,
e stride e
scoppia; Così costar contra
la furia accesa Di
Mandrìcardo fan poca
difesa. 54 Donne e
donzelle e vecchi
ed altra gente, Ch'eran con
lei venuti di
Granata, Tutti licenziò benignamente Dicendo: assai
da me fia
accompagnata; Io mastro, io
balia, io le
sarò sergente In tutti
ì suoi bisogni: addio brigata. Cosi
non gli possendo
far riparo, Piangendo e
sospirando se n'
andare; 55 Tra lor
dicendo: quanto doloroso Ne
sarà il padre,
come il caso
intenda ! QnantMra, quanto duol ne
avrà il suo
sposo! Oh come ne
farà vendetta orrenda ! Deh, perchè
a tempo tanto
bisognoso Non è qui
presso a far
che costui renda Il
sangue illustre del re Stordilano, Prima che
se lo porti
più lontano? 56 Della
gran preda il
Tartaro contento, Che fortuna
e valor gli
ha posta innanzi, Di
trovar quel dal
negro vestimento Non par
ch abbia la
fretta ch avea
dianzi. Correva dianzi; or
viene adagio e
lento; £ pensa tuttavia
dove si stanzi, Dove
ritrovi alcun comodo
loco, Per esalar tanto
amoroso foco. 57 Tuttavolta
conforta Doralice, Oh' avea
di pianto e
gli occhi e'
1 viso molle:Compone
e finge molte
cose, e dice Che
per fama gran
tempo ben le
volle; E che la
patria e il
suo regno felice, Che
4 nome di
grandezza agli altri
tolle, Lasciò, non per
vedere o Spagna
o Francia, Ma sol
per contemplar sua
bella giancia. 58 Se
per amar, Tuom
debb' essere amato, Merito il
vostro amor; che
v'ho amatMo: Se per
stirpe, di me
chi è meglio
nato? Chè'l possente Agrican
fu il padre
mio: Se per ricchezza,
chi ha di
me più stato? Che
di dominio io
cedo solo a Dio:
Se per
valor, credo oggi
aver esperto Ch' esser
amato per valore
io merto. 59 Queste
parole ed altre
assai ch'Amore A Mandricardo
di sua bocca
ditta, Van dolcemente a
consolare il core Della
donzella di paura
afflitta. Il timor cessa,
e poi cessa
il dolore Che le
avea quasi T
anima trafitta. Ella comincia
con più pazienza A
dar più grata
al nuovo amante
ulìenza; 60 Poi con
risposte più benigne
molto A mostrarsegli affabile
e cortese, E non
negargli di fermar nel
volto Talor le luci
di pietade accese; Onde
il pagan, che
dallo strai fu
colto Altre volte damor,
certezza prese, Nonché speranza,
che la donna
bella Non saria a
suoi desir sempre
ribella. 61 Con questa
compagnia lieto e
gioioso, Che si gli
satisfa, si gli
diletta, Essendo presso all'ora
eh' a riposo La fredda
notte ogni animale
alletta, Vedendo il Sol
già basso e
mezzo ascoso Cominciò a
cavalcar con maggior
fretta; Tanto eh' udì
sonar zufoli e
canne, E vide poi
fumar ville e
capanne. Stanza 57. 67 Erano
pastorali alloggiamenti, Miglior stanza
e più comoda,
che belhi. Quivi il
guardian cortese degli
armenti Onorò il ca vallerò
e la donzella Tanto, che
si chiamar di
lui contenti:Che non
pur per cittadi
e per castella Ma
per tugurj ancora
e per fenili Spesso
si trovan gli
uomini gentili. 63 Quel
che fosse di
poi fatto all' oscuro Tra Doralice
e il figlio
d'Agricane, A punto raccontar
non m' assicuro; Si ch'ai
giudizio di ciascun
rimane. Creder sì può
che beu d'accordo
furo; Che si levar
più allegri la
dimane:E Doralice rìograziò
il pastore. Che nel
suo albergo le
avea fatto onore. 64
Indi d'uno in
nn altro luogo
errando, Si ritroTaro alfin
sopra nn bel
finme Che con silenzio
al mar va
declinando, E se vada
o se stia,
mal si presume; Limpido e
chiaro si, chMn
Ini mirando, Senza contesa
al fondo porta
il Inme. In ripa
a quello, a
una fresca ombra
e bella, Trovar dui
cavalieri e una
donzella. 65 Or l'alta
fantasia, eh' un sentier
solo Non vuol ch'i' segua
ognor, quindi mi
guida, E mi ritoma
ove il moresco
stuolo Assorda di rnmor
Francia e di
grida. D'intorno il padiglion
ove il figliuolo Del
re Troiano il
santo Imperio sfida; E
Rodomonte audace se gli vanta Arder
Parigi, e spianar
Roma santa. 66 Venuto
ad Agramante era
all'orecchio. Che già gì'
Inglesi avean passato
il mare:Però Marsilio
e il re
del Garbo vecchio, E
gli altri capitan
fece chiamare. Consiglian tutti
a far grande
apparecchio, Sì che Parigi
possino espugnare. Ponno esser
certi che più
non s' espugna, Se noi
fan prima che l'aiuto gingna. 67
Già scale innumerabili
per questo Da' luoghi intomo
avean fatto raccorre, Ed
asse e travi,
e vimine contesto, Che
le poteano a
diversi usi porre; E
navi e ponti: e
più facea, che
'1 resto, II primo
e'I secondo ordine
disporre A dar l'assalto;
ed egli vuol
venire Tra quei che
la città denno
assalire. 68 L'imperatore, il
dì che '1
dì precesse Della battaglia,
fé' dentro a
Parigi Per tutto celebrare
ufficj e messe A
preti, a frati
bianchi, neri e
bigi; E le genti
che dianzi eran
confesse, E di man
tolte agl'inimici stigi, Tutte
comunicar, non altramente Ch'avessino a
morire il di
seguente. 69 Ed egli
tra baroni e
paladini, Principi ed oratori,
al maggior tempio Con
molta religione a
quei divini Atti intervenne,
e ne die
agli altri esempio, Con
le man giunte,
e gli occhi
al ciel supini. Disse: Signor,
bench'io sia iniquo
ed empio, Non voglia
tua bontà, pel
mio fallire. Che '1
tuo popol fedele
abbia a patire. 70
E se gli
è tuo voler
eh' egli patisca, E
eh' abbia il
nostro error degni
supplici, Almen la pnnizion
si differisca Si, che
per man non
sia de' tuoi
nemici:Che quando lor
d'uccider noi sortisca. Che
nome avemo pur
d'esser tuo' amici, I
pagani diran che
nulla puoi, Che perir
lasci i partigiani
tuoi. 71 E per
un che ti
sia fatto ribelle. Cento ti
si femin per
tutto il mondo; Talché
la legge falsa
di Babelle Caccerà la tua fede
e porrà al
fondo. Difendi queste genti,
che son quelle Che'l
tuo sepulcro hanno
purgato e mondo Da
bratti cani, e
la tua Santa
Chiesa Con li vicari
suoi spesso difesa. 72
So che i
meriti nostri atti
non sono A satisfare
al debito d'un' oncia; Né devemo
sperar da te
perdono. Se riguardiamo a
nostra vita sconcia:Ma
se vi aggiugni
di tua grazia
il dono, Nostra ragion
fia ragguagliata e concia; Né
del tuo aiuto
disperar possiamo, Qualor di tua pietà
ci ricordiamo. 73 Così
dicea l'imperator devoto, Con
umiltade e contrizion
di core. Giunse altri
prieghi, e convenevol
voto Al gran bisogno
e all'alto suo
splendore. Non fu il
caldo pregar d'effetto
vdto; Perocché '1 Genio
suo, Y Angel
migliore, I prieghi tolse,
e spiegò al
ciel le penne, Ed
a narrare al
Salvator li venne. 74
E furo altri
infiniti in quello
istante Da tali messaggier
portati a Dio; Che
come gli ascoltar
l'anime sante, Dipinte di
pietade il viso
pio, Tutte mirare il
sempiterno Amante, E gli
mostrare il comun
lor disio, Che la
giusta orazion fosse
esaudita Del popolo Cristian
che chiedea aita. 75
E la Bontà
ineffabile, eh' invano Non
fu pregata mai
da cor fedele. Leva
gli occhi pietosi,
e fa con
mano Cenno che venga
a sé l'angel
Michele. Va, gli disse,
air esercito cristiano Che
dianzi in Piccardia
calò le vele, E
al muro di
Parigi l'appresenta Sì, che '1 campo
nimico non lo
senta. 76 Trova prima
il Silenzio . e
da mia parte Gli
di' che teco
a questa impresa
venga; Ch'egli ben provveder
con ottima arte Saprà
di quanto provveder
convenga. Fornito questo, subito
va in parte Dove
il suo seggio
la Discordia tenga: Dille
che l'esca e
il fucil secoprendii, E nel
campo de' Mori il
fuoco accenda; 77 E
tra quei che
vi son detti
più forti, Sparga tante
zizzanie e tante
liti, Che combattano insieme,
ed altri morti, Altri
ne siano presi,
altri feriti, E fuor
del campo altri
lo sdegno porti, Si
che il lor
re poco di lor spaiti. Non
replica a tal
detto altra parola Il
benedetto augel, ma
dal del vola. 82
Quella che gli
avea detto il
Padre Etemo, Dopo il
Silenzio, che trovar
dovesse. Pensato avea di
far la via
d'Averno, Che si credea
che tra' dannati stesse; E
ritrovolla in questo
nuovo inferno (Chi '1
crederla ?) tra
santi uflBicj e
messe. Par di strano
a Michel ch'ella
vi sia, Che per
trovar credea di
far gran via. 83
La conobbe al
vestir di color
cento Fatto a liste
ineguali ed infinite, Chor la
coprono, or no;
che i passi
e'I vento Le gian
aprendo, ch'erano sdrucite. I
crini avea qual
d'oro e qual
d'argento, E neri e
b'gi; e aver
pareano lite: Altri in
treccia, altri in
nastro eran raccolti, Molti alle
spalle, alcuni al
petto sciolti. 78 Dovunque
drizza Michel angel
l'ale, Fuggon le nubi,
e toma il ciel sereno:Gli
gira intomo un
aureo cerchio, quale Veggiam
di notte lampeggiar
baleno. Seco pensa tra
via, dove si
cale Il celeste corrier
per fallir meno A
trovar quel nimico
di parole, A cui
la prima commission
far vuole. 79 Vien
scorrendo ov' egli
abiti, ov' egli
usi; E si accordaro
infin tutti i
pensieri. Che di frati
e di monachi
rinchiusi Lo può trovare
in chiese e
in monasteri, Dove sono i parlari
in modo esclusi. Che
'1 Silenzio ove
cantano i salteri, Ove
dormono, ov' hanno
la pietanza, E finalmente
è scritto in
ogni stanza. 80 Credendo
quivi ritrovarlo, mosse Con
maggior fretta le
dorate penne; E di
veder eh' ancor pace
vi fosse, Quiete e
Carità sicuro tenne. Ma
dalla opinion sua
ritrovosse Tosto ingannato, che
nel chiostro venne: Non
è Silenzio quivi;
e gli fu
ditto Che non v'
abita più, fuorché in
iscritto. stanza 84. 81 Né
Pietà, né Quiete,
né Umiltade, Né quivi
Amor, né quivi
Pace mira. Ben vi
fur già, ma
nell'antiqua etade; Che le
cacciar Gola, Avarizia
ed Ira, Superbia, Invidia,
Inerzia e Crudeltade. Di tanta
novità l'Angel si
ammira:Andò guardando quella
brutta schiera, E vide
eh' anco la
Discordia v' era: 84
Di citatorie piene
e di libelli, D'esamine e
di carte di
procure Avea le mani
e il seno,
e gran ostelli Di
chiose, di consigli
e di letture; Per
cui le facultà
de' poverelli Non sonò mai
nelle città sicure. Avea
dietro e dinanzi,
e d'ambo i
lati, Notaj, procuratori ed
avvocati.85 La cMama
a sé Michele,
e le comanda Che
tra i più
forti Saradni scenda, E
cagion trovi, che
(•A>n memoranda Rnina in"ieme
a guerreggiar gli
accenda. Poi del Silenzio
nuova le domanda: Facilmente esser
può chessa nMntenda, Siccone quella
ch accendendo fochi Di
qua e di
là va per
diversi lochi. 86 Rispose
la Discordia: Io
non ho a
mente In alcun loco
averlo mai veduto:Udito
l'ho ben nominar
sovente, £ molto commendarlo
per astuto. Ma la
Fraude, una qui
di nostra gente, Che
compagnia talvolta gli
ha tenuto, Penso che
dir te ne
saprà novella; E verso
nna alzò il
dito, e disse:
É quella. 87 Avea
piacevol viso, abito
onesto, Un umil volger
d'occhi, un andar
grave. Un parlar si
benigno e si
modesto, Che parea Gabriel
che dicesse: Ave. Ehi
brutta e deforme
in tutto il
resto; Ma nascondea queste
fattezze prave Con lungo
abito e largo;
e sotto quello, Attossicato avea
sempre il coltello. 88
Domanda a costei
V Angelo, che
via Debba tener, si
che '1 Silenzio
trove. Disse la Fraude:
Già costui solia Fra
virtudi abitare, e non altrove Con
Benedetto, e con
quelli d'Elia Nelle badie,
quando erano ancor
nuove; Fé' nelle scuole assai
della sua vita Al
tempo di Pitagora
e d'Archita. 89 Mancati
quei filosofi e
quei santi Che lo
solean tener pel
cammin ritto,Daglionesti
costumi eh' avea
innanti, Fece alle scelleraggini
tragitto. Cominciò andar la
notte con gli
amanti, Indi coi ladri,
e fare ogni
delitto. Molto col Tradimento
egli dimora: Veduto l'ho
con l'Omicidio ancora. 90
Con quei die
fals<)n le monete
ha usanza Di ripararsi
in qualche buca
scura. Cosi spesso compagni
muta e stanza, Che'l
ritrovarlo ti saria ventura. Ma
pur ho d'insegnartelo speranza, Se
d'arrivare a mezza
notte h&i cura Alla
casa del Sonno:
senza fallo Potrai (che
qui dorme) ritrovallo. 91 Benché
soglia la Fraude
esser bugiarda, Pur è
tanto il suo
dir simile al
vero. Che l'Angelo le
crede; indi non
tarda A volarsene fuor
del monastero. Tempra il
batter dell'ale, e
studia e iroanla Giungere in
tempo al fin
del suo sentiero. Ch'alia. casa del
Sonno, che ben
dove Era sapea, questo
Silenzio trove. 92 Giace
in Arabia una
valletta amena, Lontana da
cittadi e da
villaggi. Ch'ali' ombra di duo
monti è tutta
piena D'antiqui abeti e
di robusti faggi. Il
Sole indarno il
chiaro di vi
mena; Che non vi
può mai penetrar
coi nggì. Si gli
è la via
da folti rami
tronca: E quivi entra
sotterra una spelonca. 93
Sotto la negra
selva una capace E
sparì'osa grotta entra
nel sasso, Di cui
la fronte l'edera
seguace Tutta aggirando va con storto passo. In questo
albergo il grave
Sonno giace; L'Ozio da
un canto corpulento
e grasso, Dall'altro la
Pigrizia in terra
siede, Che non può
andare, e mal
reggesi m piede. 94
Lo smemorato Oblio
sta su la
porta; Non lascia entrar
né riconosce alcuno; Non
ascolta imbasciata, né
riporta; E parimente tien
cacciato ognuno. Il Silenzio
va intomo, e
fa la scorta Ha
le scarpe di
feltro e '1
mantel brano; Ed a
quanti n' incontra,
di lontano, Che non
debban venir, cenna
con mano. 95 Se
gli accosta all'orecchio,
e pianamente L'Angel gli
dice: Dio vuol
che tu gnidi A
Parigi Rinaldo con
la gente Che per
dar, mena, al
suo signor sassidi; Ma
che lo facci
tanto chetamente, Ch' alcun
de' Saracin non
oda i gridi; Si
che più tosto
che ritrovi il
calle La Fama d'avvisar,
gli abbia alle
spalle. 96 Altrìmente il
Silenzio non rispose Che
col capo accennando
che fria; E dietro
ubbidiente se gli
pose, E furo al
primo volo in
Piccardia. Michel mosse le
squadre coraggiose, E fé'
lor breve un
gran tratto di
via; Si che in
un dì a
Parigi le condusse, Né
alcun s'avvide che
miracol. fosse. 97
Disconreva il SMeniìo;
e tatto volto, E
dinansi alle squadre
e d'ogn intorno, Facea girare
nnalto nebbia in
volto, Ed avea chiaro
ogni altra parte
il giorno: E non
lasciava questo nebbia folto, Che
s udisse di
fnor tromba nò
corno:Poi nandò tra' pagani,
e menò seco Un
non so che,
eh' ognun fé' sordo e
cieco. 98 Mentre Rinaldo
in tol fretto
venia, Che ben parea
dall' Angelo condotto, E con
silenzio tol che
non s'udia Nel campo
saracin farsene motto; Il
re Agramante avea
la fanteria Messo ne'
borghi di Parigi,
e sotto Le minacciate
mura in su
la fossa, Per far
quel di l'estremo
di sua possa. 99
Chi può contar
l'esercito che mosso Questo
di con tra
Carlo ha '1
re Agramante, Conterà ancora
in su l'ombroso
dosso Del silvoso Appennin
tutte le piante: Dirà
quante onde, quando
è il mar
più grosso, Bagnano i
piedi al manritono
Atlante; E per quanti
occhi il ciel
le furtive opre Degli
amatori a mezza
notte scuopre. 100 Le
campane si sentono
a martello Di spessi
colpi e spaventosi
tocche; Si vede molto,
in questo tempio
e in quello, Alzar
di mano e
dimenar di bocche. Se'l
tesoro paresse a
Dio si bello, Come
alle nostre opinioni
sciocche, Questo era il
di che'l santo
consistoro Fatto avria in
terra ogni sua
stetua d'oro. 101 S'odon
rammaricare i vecchi
giusti, Che s'erano serbati
in quegli affanni, E
nominar felici i
sacri busti Composti in
terra già molti
e molt' anni. Ma
gli animosi giovani
rob:i"ti, Che miran poco
i lor propinqui
danni, Sprezzando le ragion
de' più maturi, Di qua
di là vanno
correndo a' muri 102
Quivi erano baroni
e paladini, Re, duci,
cavalier, marchesi e
conti, Soldati forestieri e
cittadini, Per Cristo e
pel suo onore
a morir pronti, Che,
per uscire addosso
ai Saracini, Pregan l'imperator
ch'abbassi i ponti. Gode
egli di veder
l'animo audace; Ma di
lasciarli uscir non
li compiace. 103 E
li dispone in
opportuni lochi. Per impedire
ai barbari la
via. Là si contenta
che ne vadan
pochi; Qua non basto
una grossa compagnia. Alcuni han
cura maneggiare i
fuochi, Le macchine altri,
ove bisogno sia. Carlo
di qua di
là non sta
mai fermo; Va soccorrendo,
e fa per
tutto schermo. Staii7.a i02. 104
Siede Parigi in
una gran pianura, Nell'ombilico a
Francia, anzi nel
core; Gli passa la
riviera entro le
mura, E corre, ed
esce in altra
parte fuore; Ma fa
un'isola prima, e
v'assicura Della città una
parte, e la
migliore:L'altre due (ch'in
tre parti è
la gran terra) Di
fuor la fossa,
e dentro il
fiume serra. 105 Alla
città, che molte miglia
gira. Da molte parti
si può dar
battoglia: Ma perchè sol
da un canto
assalir mira, Né volentier
l'esercito sbaraglia, Oltre il
fiume Agramante si
ritira Verso Ponente, acciò
che quindi assaglia; Perocché né
cittade né campagna Ha
dietro, se non
sua, fin alla
Spagna.106 Dovuniìae intorno
il gran muro
circonda. Gran munizioni avea
già Carlo fatte, Fortificando d'argine
ogni sponda, Con scannafossi
dentro e casematte: Ond' entra nella
terra, ond' esce V
onda, Grossissime catene aveva
tratte; Ma fece, più
ch'altrove, provvedere Là dove
avea più causa
di temere. btanza 116. 107
Con occhi dArgo
il figlio di
Pipino Previde ove assalir
dovea Agraraante; E non
fece disegno il
Saracino, A cui non
fosse riparato innante. Con
Ferraù, Isoliero, Serpentino, Grandonio, Falsirone
e Balugante, E con
ciò che di
Spagna avea menato. Restò
Marsilio alla campagna
armato. 108 Sobrìn gli
era a man
manca in ripa
a Senna, Con Pulian,
con Dardinel d'Almonte, Col re
d'Oran, ch'esser gigante
accenna, Lungo sei braccia
dai piedi alla
fronte. Deh perchè a
muover men son
io la penna, Che
quelle genti a
muover l'arme pronte? Chè'l
re di Sarza,
pien d'ira e
di sdegno, Grida e
bestemmia, e non
può star più
a seo. 109 Come
assalire a vasi
pastorali, 0 le dolci
reliquie de' convivi, Soglion con
rauco suon di
stridule ali Le impronte
mosche a' caldi
giorni estivi; Come gli
stomi a' rosseggianti pali Vanno
di mature uve;
così quivi, Empiendo il
ciel di grida
e di rumori, Veniano a
dare il fiero
assalto i Mori. 1 10
L'esercito Cristian sopra
le mura Con lance,
spade e scuri
e pietre e fuoco
Difende la città
senza paura, E il
barbarico orgoglio estima
poco; £ dove morte
uno ed un
altro fura, Non è
chi per viltà
ricusi il loco. Tornano
i Saracin giù
nelle fosse A furia
di ferite e
di percosse. Ili Non
ferro solamente vi
s'adopra. Ma grossi massi,
e merli integri
e saldi, E muri
dispiccati con molt'opra, Tetti di
torri, e gran
pezzi di spaldi. L'acque bollenti
che vengon di
sopra. Portano a' Morì insopportabil
caldi; E male a
questa pioggia si
resiste, Ch'entra per gli
elmi, e fa
acciecar le viste. 112
E questa più
nocea che'l ferro
quasi: Or che de' far
la nebbia di
calcine? Or che doveano
far li ardenti
vasi Con olio e zolfi e
peci e trementine? 1
cerchj in munizion
non son rimasi, Che
d'ogn' intomo hanno di
fiamma il crine: Questi, scagliati
per diverse bande, Mettono a'
Saracini aspre ghirlande. 118 Intanto
il re di
Sarza avea cacciato Sotto le
mura la schiera
seconda, Da Buraldo, da
Onuida accompagnato, Quel Garamante,
e questo di
Marmonda Clarindo e Soridan
gli sono a
lato:Né par che
'1 re di
Setta si nasconda:Segue il
re di Marocco
e quel di
Cosca, Ciascun perchè il
valor suo si
conosca. 114 Nella bandiera,
eh' è tutta
vermiglia, Rodomonte di Sarza
il leon spiega. Che
la feroce bocca
ad una briglia Che
gli pon la
sua donna, aprir
non niega. Al leon
sé medesimo assimiglia; E
per la donna
che lo frena
e lega, La bella
Doralice ha figurata, Figlia di
Stordilan re di
Granata: 115 Quella che
tolto avea, compio
narrava, Be Mandricardo; e
dissi dove e
a coi. Era costei
che Rodomonte amava Più
che U suo
regno e più
che gli occhi
sui; E cortesia e
valor per lei
mostrava, Non già sapendo
eh' era in
forza altrui:Se saputo
T avesse, allora allora Fatto
avria quel che
fé quel giorno
ancora. IIG Sono appoggiate
a un tempo
mille scale, Che non
han men di
dua per ogni
grado. Spìnge il secondo
quel ch'innanzi sale: Che
il terzo lui
montar fa suo
mal grado. Chi per
virtù, chi per
paura vale:Convien eh'
ognun per forza
entri nel guado; Che
qualunque s'adagia, il re d'Algiere, Rodomonte crudele,
uccide o fere. 117
Ognun dunque si
sforza di salire Tra
il fuoco e
le mine in
su le mura. Ha
tutti gli altri
guardano se aprire Veggiano passo
ove sia poca
cura:Sol Rodomonte sprezza
di venire Se non
dove la via
meno è sicura. Dove
nel caso disperato
e rio Gli altri
fan voti, eglibestemmia Dio. 1 1 8
Armato era d'un
forte e duro
usbergo, Che fu di
drago una scagliosa
pelle. Di questa già
si cinse il
petto e '1
tergo Quello avol suo
ch'edificò Babelle. E si
pensò cacciar dell' aureo
albergo, E tórre a
Dio il governo
delle stelle:L'elmo e
lo scudo fece
far perfetto, E il
brando insieme; e solo a
questo effetto. 119 Rodomonte,
non già men
di Nembrotte Indomito, superbo
e furibondo. Che d'ire
al ciel non
tarderebbe a notte. Quando
la strada si
trovasse al mondo, Quivi
non sta a
mirar s' intere o
rotte Sieno le mura,
o s' abbia V
acqua fondo:Passa la
fossa, anzi la
corre, e vola. Nell'acqua e
nel pantan fino
alla gola. 120 Di
feingo brutto e
molle d'acqua, vanne Tra
il foco e
i sassi e
gli archi e
le balestre, Come andar
suol tra le
palustri canne Della nostra
Mallea porco silvestre. Che col
petto, col grifo
e con le
zanne Fa, dovunque si
volge, ampie finestre. Con
lo scudo alto
il Saracin sicuro Ne
vien sprezzando il
ciel, non che
quel muro. 121 Nju
si tosto all'asciutto
è Rodomonte. Che giunto
si sentì su
le bertesche, Che dentro
alla muraglia facean
ponte Capace e largo
alle squadre fìrancesche. Or si
vede spezzar più
d'una fronte, Far chieriche
maggior delle fratesche. Braccia e
capi volare, e
nella fossaCader da' muri una
fiumana rossa. 122 Getta
il pagan lo
scudo, e a
duo man prende La
crudel spada, e
giunge il duca
Arnolfo. Costui venia di là dove
discende L'acqua del Reno
nel salato golfo. Quel
miser contra lui
non si difende Meglio che
faccia contro il
fuoco il zolfo. E
cade in terra,
e dà l'ultimo
crollo, Dal capo fesso
un palmo sotto
il collo. 123 Uccise
di rovescio in
una volta Anselmo, Oldrado,
Spineloccio e Prando:Il
luogo stretto e
la gran turba
folta Fece girar si
pienamente il brando. Fu
la prima metade
a Fiandra tolta, L'altra scemata
al popolo normando. Divise appresso
dalla fronte al
petto, Et indi al
ventre, il maganzese
Orghetto. 124 Getta da'
merli Andropono e
Moschino Giù nella fossa;
il primo è
sacerdote; Non adora il
secondo altro che'l
vino, E le bigonce
a un sorso
n' ha già
vuote. Come veueno e
sangue viperino L'acqua fuggia
quanto fuggir si
puote: Or quivi muore;
e quel che
più l'annoia, É '1
sentir che nell' acqua
se ne muoia. 126
Tagliò in due
parti il provenzal
Luigi, E passò il
petto al tolosano
Arnaldo. Di Torse Oberto,
Claudio, Ugo e
Dionigi Mandar lo spirto
fuor col sangue
caldo; E presso a
questi quattro da
Parigi. Gualtiero,
Satallone, Odo et
Ambaldo, Ed altri molti:
ed io nonsaprei come Di
tutti nominar la
patria e il
nome. 126 La turba
dietro a Rodomonte
presta Le scale appoggia,
e monta in
più d'un loco. Quivi
non fanno i
parigin più testa; Che
la prima difesa
lor vai poco. San
ben eh' agli
nemici assai più
resta Dentro da fare,
e non l'avran
da gioco; Perchè tra
il muro e
l'argine secondo Discende il
fosso orribile e
profondo. 127 Oltra che
i nostri facciano
difesa Dal basso air
alto, e mostrino
valore; Naova gente succede
alla contesa Sopra Perta
pendice interiore, Che fa
con lance e
con saette offesa Alla
gran moltitudine di
fùore, Che credo ben
che saria stata
meno, Se non vera
il figliaci del
re Ulieno. 128 Egli
questi conforta, e qnei riprende, E
lor mal grado
innanzi se gli
caccia: Ad altri il
petto, ad altri
il capo fende, Che
per ftiggir veggia
voltar la faccia. Molti
ne spinge ed
urta; alcuni prende Pei
capelli, pel collo
e per le
braccia: E sozzopra laggiù
tanti ne getta, Che
quella fossa a
capir tutti è
stretta. 129 Mentre lo
stuol de barbari si
cala. Anzi trabocca al
periglioso fondo, Et indi
cerca per diversa
scala Di salir sopra
l'argine secondo; n re
di Sarza (come
avesse un'ala Per dascun
de' suoi membri) levò
il pondo Di si
gran corpo e
con tant' arme
indosso, E netto si
lanciò di là dal
fosso. 131 In questo
tempo i nostri,
da chi teae L'insidie son
nella cava profonda, Che
v'han scope e
fascine in copia
stese, Intorno a' quai
di molta pece
abbonda, Né però alcuna
si vede palese, Benché n'ò
piena l'una e
l'altra sponda Dal fondo
cupo insino all'orlo
quasi; E senza fin v' hanno
appiattati vasi, 132 Qual
con salnitro, qual con olio,
qaale Con zolfo, qual
con altra simil
esca: I nostri in
questo tempo, perchè
male Ai Saracini il
folle ardir riesca, Ch'eran nel
fosso, e per
diverse scale Credean montar
su l'ultima bertesca; Udito il
segno da opportuni
lochi, Di qua e
di là fenno
avvampare i fochi. 133
Tornò la fiamma
sparsa tutta in
una, Che tra una
ripa e l'altra
ha'l tutto pieno; E
tanto ascende in
alto, eh' alla
luna Può d'appresso asciugar
l'umido seno. Sopra si
volve escura nebbia
e bruna, Che '1
sole adombra, e
spegne ogni sereno. Sentesi un
scoppio in un
perpetuo suono. Simile a un grande
e spaventoso tuono. 130
Poco era men
di trenta piedi,
o tanto; Ed egli
il passò destro
come un veltro, E
fece nel cader
strepito, quanto Avesse avuto
sotto i piedi
il feltro: Ed a
questo ed a
quello affrappa il
manto, Come sien l'arme
di tenero peltro, E
non di ferro,
anzi pur sien
di scorza:Tal la sua
spada, e tanta
è la suaforza. 134 Aspro
concento, orribil armonia D'alte querele,
d'ululi e di
strida Della misera gente
che perla Nel fondo
per cagion della
sua guida, Istranamente concordar
s'udia Col fiero suon
della fiamma omicida. Non
più, signor, non
più di questo
Canto; Ch'io son già
rauco, e vo' posarmi
alquanto. NOTE. St. 3. v.1.
Marini: con questo
nome erano cono sciuti alcuni popoli
della Gallla Belgica,
ai quali ap paitenevano i
porti di Calais
e Boulogne, detti
allor" Jciua portus e
Oessoriacum In questa
e nelle Stanze che
seguono, fino alla
nona, parlasi della
battaglia di Ravenna accennata
nel Canto III,
e seguita tra
V eser cito francese e
le collegate truppe
pontificie e spagnuole. St. 4.
V.38. Le ricche
Giande (ghiande) d'oro.
Al lude il Poeta al
potere di Giulio
II di casa
della Rovere, che aveva
nello stemma gentilizio
una quercia. Il Baaton
ffiallo e vermiglio
indica le forze
di Spagna, nella cui
bandiera campeggiano ancora
quei due colori.
Nel Giglio è
denotata la Francia.
Il suo Fabrizio a
Roma. Fabrizio Colonna,
condottiero degli Spagnuoli, cadde allora
prigioniero dei soldati
di Alfonso, il
quale, rifiutatosi di consegnarlo
ai Francesi che lo volevano, lo
rimandò libero al
papa. St. 5. v.8
Non giovar spiedi
né carra. Instile riuscìagli Spagnuoli,
in quel fatto,
Tnso dì certi
cani guarniti di lance,
che si adoperavano
neirantica milizia per rompere
le file del
nemico.St. 6. V.4.
Il capitan di
Francia morto in
quel 1 impi'esa, era
Gastone di Foix. ST.
7. V.4. Non
croscè, non si
scarìohL St. 8.
V.3. Laurea IHordaligif
ò il giglio,
stemma di Francia in
quel tempo. St. 9.
V.14. 0 misera
Ravenna, eec. Prima
che seguisse quella battaglia,
Brescia, ohe aveva
resistito ai Francesi, ebbe
da loro il
saccheggio; ma Faenza
e Ri mini ne furono
esenti, ricevendoli senza
opporsi, Ivi. V.&. Il
Poeta esorta il
re Luigi a
mandare il suo maresciallo
Giangiacomo Trivalzio a
frenare Un continenza dei
Francesi, stata ad
essi cagione di
rovina in più circostanze. St 11.
V.7. Navarra: antico
rejno delle Spagne verso
i Pirenei. St. 12.
V.18. Leone: altro
regno antico delle
Spa gne. Algarìn, o
Algarvia: provincia già
della Spa gna, ora del
Portogallo, che comprende
le comarche di Faro.
Tavira e Lagos.
Malaga: città marittima di Granata.
Siviglia: città neir Andalusia sulla
sinistra del Guadalquivir. Gode,
o Cadice: città marittima e
forte della stetsa
provincia, nella piccola
isola di Leon. Cordova: egualmente neir
Andalusia, alle falde
della Sierra Morena, sulla
destra del GuadcJquivir. Questo fiume,
chiamato Bcetis dai
Latini, ha origine
nei monti limitrofi alle
intendenze di Granata,
di Mnrcia e
di Jaen, e traversa
tutta l'Andalusia. • St.
13. v.38. Granata: già
capitaneria di Spagna, con
tìtolo di Regno.
Vlisbona, o Lisbona.
Maio rica: la maggiore delle
Baleari. Maricoldo, re di Ga lizia, era
il padre d'Isabella,
ucciso da Orlando. St.
14. v.18. Toledo
e Calatrava, nella
Nuova Castiglia. Guadiana: fiume che
ha origine nella
Man cia, traversa
TEstremadura, ed entra
nel Portogallo, lam bendo la
frontiera orientale dell'Algarvla. Asturga:oggi
le Asturie. Avita:
nella Vecchia Castiglia. St. 15.
V.1. Saragosa: Saragozza
(Aragona). St. 16. V.4.
Sagontino conte. Sagunto,
antica città di Spagna,
distrutta ed arsa
dagli abitanti per
non ce dere ai Romani,
è Todiema Morviedro
(Valenza). St. 17. V.48.
Orano: città d'Algeri, sul
Mediter raneo. Garamanti: popoli dell'Africa
interiore, quelli
probabilmente che diconsi
ora Tìbbous. St. 18.
V.1. Marmonda: corrisponde
forse a Mah mon,
città marittima, a
levante di Fez. St.
19. V.13. Ad
evitare la prolissità
in cui si ca
drebbe nello spiegare ad
uno ad uno
i molti nomi
dei luoghi africani che s'
incontrano fino alla
St 28, si ri
mette il lettore ai
lessici dell'antica Geografia;e
solo si notano quei
nomi che sembrano
più importanti. Tin gitana
del quarto verso,
nome antico che
corrisponde al moderno impero
di Marocco. St. 21.
v.6. Costantina: l'antica
Oirta, patria di Massinissa
e diGiugurta. Oggi
ò capoluogo della
provin cia omonima nello Stato
d'Algeri, dalla parte
orientale. St. 22. V.25.
Setta, ora Ceuta,
sullo stretto di Gi
bilterra a levante, e
a non molta
distanza da Tanger.
Fizano, verosimilmente il
Fezzan, provincia dello Stato
di Tripoli, formata
da varie oasi
del deserto di Barca. St.
23. v.7. Getulia: nome dato
dagli antichi ad una
regione africana che
giace a mezzodì
della Mauri tania e a
settentrione del fiume
Niger. St. 25. V.38
Sarza: potrebb'essere Sargel,
pro vincia marittima del Regno
d'Algeri, notata con
questo nome dagli antichi
geografi; se pure
non dovesse inten dersi la città
che i Latini
dissero Saldce; ed
allora corrisponderebbe a Bugia,
luogo forte sul
Mediterraneo tra Algeri e
Costantina. Nei due
ultimi versi si
vogliono denotare i mesi
di novembre e
dicembre, nei quali sole,
passando per i
segni del sagittario
e del capricorno, apporta l'inverno. St. 34.
v.4. Villano: è il
nome che si
dà ad una razzi
particolare di cavalli
in Ispagna St. 38.
v.78. Ocricoli o
Otricoli,terricciuola che
s'incontra sulla via di Roma. St.
53. V.7. Ubino,
specie di cavallo
mansueto. St. 66. y,
d. Ré del
Garbo: re d' Algarvia, detta più
sopra Algarbi. St. 68.
V.6. AgVinimici stigi:
ai diavoli. St. 7:.
v.58. Difendi, ecc.
I crociati fecero
l'im presa di Palestina posteriormente ai
tempi di Carlo Magno: tale anacronismo
è scusabile in
un poema 10 manzesco
come V Orlando Furioso. St.
77. v.8. 72
benedetto augel: l'angelo. St.
8. V.58. Con
Benedetto, ecc. San
Benedetto fondò il suo
ordine monastico in
Monte Cassino, e al
profeta Elia si
attribuisce Tistituzione dei
Carmelitani. Pitagora e
Archita imponevano ai
loro discepoli un silenzio
di cinque anni. St.
101. v.3. J
saeri busti. I
Latini chiamarono bustum il
luogo ove si
ardevano i cadaveri: qui
vuoisi significare i cadaveri,
che si dicono
sacri, cioè invio labili. St. 101
V.3. La riviera: la
Senna che divide
Parigi. St. 106. V.4.
Scannafossi e casematte
sono lavori sotterranei di
difesa alle mura
delle città e
piazze forti. St. Ili,
V.4. Spaldi: ballatoi
praticabili in cima di
mura e torri. St.
118. V.4. Finge
il Poeta che
Rodomonte di scenda da Nembrot. St.
120. V.4. Mallea: luogo palustre
sulla sinistra del Po
di Volano, vicino
al mare, e copioso di
cignali. St. 121. v.2.
Bertesche, specie di
riparo da guerra, che
si faceva sulle
toiri 0 alle
porte delle città. St.
122. V.34. IH
là dove discende,
ecc. Quivi vuoisi indicare
l'Olanda. St. 123. V.5.
Apparisce da questo
verso che i
primi due erano Fiamminghi. St. 125.
V.3. Torse: Tours nella
Turrena. St. 133. V.34.
E tanto ascende,
ecc.: espressione iperbolica,
per denotare la
grande altezza delia
fiamma, e l'umidità attribuita
dagli antichi alla
luna. iltiitrt! ferve
ropiniguastiuoe dì Parigi,
Itodomoiiti; pJielr" dentro
lo mura
fi ella città.
Astolfo che ha
ricevjito dev Lf>ip"ti]la aii ti!
irò mi sturi
00 ti uà
corno dotata di
siiigolure \irtti. si
pirte dei lui 4
il 1 prò
ti a nel
golfo di Peiia.
Passa in Eiuoe
vi f prigione Iti
spietLto Caligarante: va poscia
a D&tnijLtiL, i\ i
uccide Urrìhj, ladio&tì
tu maOj che
trova allei prese
cuu Aqai lai] le i'.
Grinfie. Hlt"!ìì coti
questi a Uernflakmmp, nata da
SanaoiieLto a nome
di Carlo, GrifonQ
ha "piacer oli notìzii di
Urriiilleaua dotina, e
va nasco sUmeij te a
iJOvarU. 1 Fu il
vincer jsempre iiiùi
laudabi! cosa" Vinca bÌ a per fortuna
o per ingegno
j Gli è ver
che la vittoria
sanguinosa Spesilo far ìiìi>le
il capitan meli
degno; E Q nel
la eternamente è
gloriosa, K deidivini onori
arriva al seno r
Quando, iservandù ì
èuuì senza alcun
danno. Si fa die
gl'inimici in rotta
vanno, 2 La viistra,
signtjr mio, fn
degna loda " i /nandù al
Leone, in mar
tanto feroce, Cli'avea occupìitiì
l'iina e l'altra
prwla Ilei Po, da
Frane olia £Ìn
alla foce " Faceste si,
eh' aDcorchè ruggir
T oda, S' io vedrò
voi, non tremerò
alla voce. Come vincer
si de' ne dimostraste; Ch' uccideste
i nemici, e
noi salvaste. Questo il
pagan, troppo in
suo danno audace, Non
seppe far; che
i suoi nel
fosso spinse, Dove la
fiamma subita e
vorace Non perdonò ad
alcun, ma tutti
estinse. A tanti non
saria stato capace Tutto
il gran fosso;
ma il foco
restrinse. Restrinse i corpi,
e in poUe
li ridusse, Acciò ch'abile
a tutti il
luogo fnsse. Undici mila
ed otto sopra
venti Si ritrovar nell'affocata
buca. Che V erano discesi
mal contenti; Ma cosi
volle il poco
saggio duca. Quivi fra
tanto lume or
sono spenti, E la
vorace fiamma li
manaca: E Rodomonte, causa
del mal loro, Se
ne va esente
da tanto martore; 9
Gente infinita poi di minor
conto De' Franchi, de'
Tedeschi e de' Lombardi, Presente al
suo signor, cia.scuno
pronto A farsi riputar
fìra i più
gagliardi. Di questo altrove
io vo' rendervi
conto; Ch'ad un gran
duca è forza
ch'io riainli, Il qnal mi
grìA\ e di
lontano accenna, E priega
ch'io noi lasci
nella penna. 10 Gli
è tempo ch'io
ritomi ove lasciai L'avventuroso Astolfo
d'Inghilterra, Che '1 lungo
esilio avendo in
odio ormai, Di desiderio
ardea della sua
terra:Come gli n'avea
data pur assai Speme
colei eh' Alcina
vinse in guerra. Ella
di rimandarvelo avea
cura Per la via
più spedita e
più sicura. 5 Che
tra' nemici alla ripa
più intema Era passato
d'un mirabil salto. Se
con gli altri
scendea nella cavema, Questo era
ben il fin
d'ogni suo assalto. Rivolge gli
occhi a quella
valle infema; E quando
vede il fuoco
andar tant' alto, E
di sua gente
il pianto ode
e lo strido. Bestemmia il
Ciel con spaventoso
grido. 6 Intanto il re Agramante
mosso av&% Impetuoso assalto
ad una porta; Che,
mentre la cradel
battaglia ardea Quivi, ove
è tanta gente
afflitta e morta, Quella
sprovvista forse esser
credea Di guardia che
bastasse alla sua
scorta. Seco era il
re d'Arzilla Bambirago, E
Baliverzo, d'ogni vizio
vago; 7 E Corineo
di Mulga, e
Prusì'one, Il ricco re
dell'Isole beate; Malabuferso, che
la regione Tien di
Fizan sotto continua
estate: Altri signori, ed
altre assai persone Esperte nella
guerra e bene
armate; E molti ancor
senza valore e
nudi, Che'l cor non
s'armerian con mille
scudi. 8 Trovò tutto il
contrario al suo
pensiero In questa parte
il re de'Saracini: Perchè in
persona il capo
dell'impero V' era, re
Carlo, e de'
suoi paladini, Re Salamene
ed il danese
Uggiero, Ed ambo i
Guidi ed ambo
gli Angelini, E '1
duca di Baviera
e Ganelone, E Berlinger
e Avolio e
Avino e Otone. 11
E cosi una
galea fu apparecchiata, Di che
miglior mai non
solcò marina:E perchè
ha dubbio pur
tutta fiata, Che non
gli turbi il
suo viaggio Alcina, Vuol
Logistilla che con
forte armata Andronica ne
vada e Sofrosina, Tanto che
nel mar d'Arabi,
o nel golfo De' Persi giunga
a salvamento Astolfo. 12
Piuttosto vuol che
volteggiando rada Gli Sciti
e gì' Indi
e i regni nabatei,
E tomi
poi per cosi
lunga strada A ritrovare
i Persi e
gli Eritrei; Che per
quel boreal pelago
vada, Che turbau sempre
iniqui venti e rei,
E si
qualche stagion pover
di sole, Che stame
senza alcuni mesi
suole. 13 La Fata,
poi che vide
acconcio il tutto, Diede
licenzia al duca
di partire, Avendol prima
ammaestrato e instmtto Di
cose assai, che
fora lungo a
dire; E per schivar
che non sia
più ridutto Per arte
maga, onde non
possa uscire, Un bello
ed util libro
gli avea dato, Che
per suo amore
avesse ognora a
lato. 14 Come l'uom
riparar debba agi'
incanti Mostra il libretto
che costei gli
diede:Dove ne tratta
o più dietro
o più innanti, Per
rubrica e per
indice si vede. Un
altro don gli
fece ancor, che
quanti Doni fur mai,
di gran vantaggio
eccede; E questo fu
d'orribil suono un
corno, Ohe fa fuggire
ognun che l'ode
intorno. 15 Pico che'l
comò é di
si orribil snono, Ch ovunque s'oda,
fa faggir la
gente. Non può trovarsi
al mondo un
cor sì buono Che
possa non fuggir
come lo sente. Rumor
di vento (;
di tremuoto, e
'1 tuono, A par
del suon di
questo, era niente. Con
molto riferir di
grazie, prese Dalla Fata
licenzia il buono
Inglese. 16 Lasciando il
porto e l'onde
più tranquille, Con felice
r"ura ch'alia poppa
spira, Sopra le ricche
e populose ville Dell' odorifera India
il duca gira, Scoprendo a
destra ed a
sinistra mille Isole sparse: e
tanto va, che
mira La terra di
Tommaso, onde il
nocchiero Più a tramontana
poi volge il
sentiero. 21 Ma, volgendosi
gli anni, io
veggio nsrire Dall'estreme contrade
di Ponente Nuovi Argonauti
e nuovi Tifi,
e aprire La strada
ignota infin al
dì presente: Altri volteggiar
l'Africa, e seguire Tanto
la costa della
negra gente. Che passino
quel segno onde
ritomo Fa il sole
a noi, lasciando
il capricorno; 22 E
ritrovar del lungo
tratto il fine. Che
questo fa parer
dui mar diversi: E
scorrer tutti i
liti e le vicine
Isole d'Indi, d'Arabi
e di Persi:Altri
lasciar le destre
e le mancine Rive,
che due per
opra erculea lèrsi:E
del sole imitando
il cammin tondo, Ritrovar nuove
terre e nuovo
mondo. 17 Quasi radendo
l'aurea Chersonesso, La bella
armata il gran
pelago frange:E costeggiando
i ricchi liti,
spesso Vede come nel
mar biancheggi il
Gange; E Taprobane vede,
e Cori appresso: E
vede il mar
che fra i
duo liti s'ange. Dopo
gran via furo a Cechino,
e quindi Uscirò fuor
dei termini degl'Indi. 23 Veggio
la santa Croce,
e veggio i
segni Imperiai nel verde
lito eretti:Veggio altri
a guardia dei
battuti legni, Altri all' acquisto
del paese eletti; Veggio da
dieci cacciar mille,
e i regni Dì
là dall' India ad
Aragon suggetti:E veggio
i capitan di
Carlo Quinto, Dovunque vanno,
aver per tutto
vinto. 18 Scorrendo il
duca il mar
con sì fedele E
sì sicura scorta,
intender vuole . E ne
domanda Andronica, se
de le Parti e'
han nome dal
cader del sole, 3Iai
legno alcun, che
vada a remi
e a vele, Nel
mare orientale apparir
suole; E s'andar può
senza toccar mai
terra. Ohi d'India scìoglia,
in Francia o
in Inghilterra. 19 Tu
dei sapere, Andronica
risponde, Che d'ogn' intorno
il mar la
terra abbraccia; E van
r una nell' altratutte 1'
onde, Sia dove bolle
o dove il
mar s'aggiaccia. Ma perchè
qui da van te si
diffonde, E sotto il
mezzodì molto si
caccia La terra d'Etiopia,
alcuno ha detto Ch'a
Nettuno ir più
innanzi ivi è
interdetto. 24 Dio vuol
ch'ascosa antiquamente questa Strada
sia stata, e
ancor gran tempo
stia:Né che prima
si sappia, che
la sesta E la
settima età passata
sia:E serba a
farla al tempo
manifesta. Che vorrà porre
il mondo a
monarchia Sotto il più
saggio imperatore e
giusto. Che sia stato
o sarà mai
dopo Augusto. 25 Del
sangue d'Austria e
d'Aragon io veggit" Nascer sul
Reno alla sinistra
riva Un Principe, al
valor del qual
pareggio. Nessun valor, di cui si
parli o scriva. Astrea veggio
per lui riposta
in seggio, Anzi di
morta ritornata viva; E
le virtù che
cacciò il mondo,
quando Lei cacciò ancora,
uscir per lui
di bando. 20 Per
questo dal nostro
inlieo levante Nave non è che
per Europa scioglia; Né
si muove d'Europa
navigante Ch'in queste nostre
parti arrivar voglia. Il
ritrovarsi questa terra
avante, E questi e
quelli a ritornare
invoglia; Che credono, veggendola
si lunga, Che con
l'altro emisperio si
congiunga. 26 Per questi
merti la Bontà
suprema Non solamente di
quel grande impero Ha
disegnato eh' abbia
diadema, Ch' ebbe Augusto,
Traian, Marco e
Severo; Ma d'ogni terra
e quinci e
quindi estrema. Che mai
né al sol né all'anno
apre il seutieru; E
vuol che sotto
a questo imperatore Solo un
ovile sia, solo
un pastore. 27 E
perch'abbiair più facile
successo Gli ordini in
cielo eternamente scritti, Gli
pon la somma
Prowidenzia appresso In mare
e in terra
capitani invitti. Veggio Emando
Cortese, il quale
ha messo Nuove città
sotto i cesarei
editti, E regni in
Oriente sì remoti, Ch'a
noi che siamo
in India non
son noti. 28 Veggio
Prosper Colonna, e
di Pescara Veggio un
marchese, e veggio
dopo loro Un giovene
del Vasto, che
fan cara Parer la
bella Italia ai
Gigli d oro:Veggio
ch'entrare innanzi si
prepara Quel terzo agli
altri a guadagnar
V alloro; Come buon
corridor ch'ultimo lassa Le
mosse, e giunge,
einnanzi a tutti
passa. Stanza 88. 29 Veggio
tanto il valor,
veggio la fede Tanta
d'Alfonso (chè'l suo
nome è questo), Ch'in così
acerba età, che
non eccede Dopo il
vigesimo anno ancor
il sesto, L'imperator l'esercito
gli crede. Il qual
salvando, salvar non
che 'l resto, Ma
farsi tutto il
mondo ubbidiente Con questo
capitan sarà possente. 30 Come
con questi, ovunque
andar per terra Si
possa, accrescerà l'imperio
antico; Così per tutto
il mar ch'in mezzo
serra Di là 1'
Europa, e di
qua l'Afro aprico, Sarà
vittorioso in ogni
guerra. Poi ch'Andrea Doria
s'avrà fatto amico. Questo
è quel Doria
che fa dai
pirati Sicuro il vostro
mar per tutti
i lati. 81 Non
fu Pompeio a
par dì costui
degno, Sebben Tinse e
cacciò tutti i
corsari; Perocché quelli al
più possente regno Che
fosse mai, non
poteano esser pari: Ma
questo Dona sol
col proprio ingegno E
proprie forze purgherà
quei mari; Si che
d Calpe al
Nilo, ovunque s oda
Il nome
suo, tremar veggio
ogni proda. 32 Sotto
la fede entrar,
sotto la scorta Di
questo capitan di
ch'io ti parlo, Veggio
in Italia, ove
da lui la
porta Gli sarà aperta,
alla corona Carlo. Veggio
che '1 premio
che di ciò
riporta, Non tien per
sé, ma fo
alla patria darlo:Con
prieghi ottien ch'in
libertà la metta, Dove
altri a sé
Pavria forse suggetta. 33
Questa pietà, ch'egli
alla patria mostra, É
degna di più
onor d'ogni battaglia Ch'in Francia
o in Spagna
o nella terra
vostra Vincesse Giulio, o
in Africa o
in Tessaglia. Né il
gran Ottavio, né
chi seco giostra Di
par, Antonio, in
più T)noranza saglia Pei
gesti suoi; eh'
ogni lor laude
ammorza L'avere usato alla
lor patria forza. 34
Questi ed ogn' altro
che la patria
tenta Di libera far
serva, si arrossisca; Né dove
il nome d'Andrea
Doria senta. Di levar
gli occhi in
viso d'uomo ardisca. Veggio Carlo
che '1 premio
gli augumenta; Ch'oltre quel
ch'in comun vuol
che fruisca, Gli dà
la ricca terra
ch'ai Normandi Sarà principio
a farli in
Puglia grandi. 35 A
questo capitan non
pur cortese Il magnanimo
Carlo ha da
tnostrarsi. Ma a quanti
avrà nelle cesaree
imprese Del sangue lor
non ritrovati scarsi. D'aver città,
d'aver tutto un
paese Donato a un
suo fedel, più
rallegrarsi Lo veggio, e a tutti
quei che ne
son degni. Che d'acquistar
nuov' altri imperj
e regni. 36 Cosi
delle vittorie, le
quai, poi Ch' un
gran numero d'anni
sarà corso, Daranno a
Carlo i capitani
suoi, Facea col duca
Andronica discorso. E la
compagna intanto ai
venti eoi Viene allentando
e raccogliendo il
morso; E fa eh'
or questo or
quel propizio l'esce; E,
come vuol, li
minuisce e cresce. 37
Veduto aveano intanto
il mar de' Persi Come in
si largo spazio
si dilaghi; Onde vicini
in pochi giorni
fèrsi Al golfo che
nomar gli antiqui
maghi. Quivi pigliare il
porto, e ftur
conversi Con la poppa
alla ripa i
legni vaghi; Quindi sicur
d'Alcina e di sua guerra Astolfo il
suo cammin prese
per terra. 38 Passò
per più d'un
campo e più
d'un bosco, Per più
d'un monte e
per più d'una
valle; Ove ebbe spesso,
all' aer chiaro e
al fosco, I ladroni
or innanzi or
alle spalle. Vide leoni
e draghi pien
di tosco. Ed altre
fere attraversargli il
calle; Ma non si
tosto avea la
bocca al corno, Che
spaventati gli fnggian
d'intorno. 39 Vien per
l'Arabia eh' è
detta Felice, Ricca di
mirra e d'odorato
incenso, Che per suo
albergo l'unica fenice, Eletto s'ha
di tutto il
mondo immenso; Finché l'onda
trovò vendicatrice Già d'Israel,
che per divin
consenso Faraone sommerse e
tutti i suoi: E
poi venne alla
terra degli Eroi. 40
Lungo il fiume
Traiano egli cavalca Su
quel destrier eh'
al mondo é
senza pare, Che tanto
leggiermente e corre
e valca, Che nell'arena
l'orma non n'appare: L'erba non
pur, non pur
la neve calca; Coi
piedi asciutti andar
potria sul mare:E
si si stende
al corso e si s'affretta, Che passa
e vento e
folgore e saetta. 41
Questo é il
destrier che fu
dell'Argalia, Che di fiamma
e di vento
era concetto; E senza
fieno e biada
si nutria Dell'aria pura,
e Rabican fu
detto. Venne, seguendo il
duca la sua
via, Dove dà il
Nilo a quel
fiume ricetto; E prima
che giugnesse in
su la foce, Vide
un legno venire
a sé veloce. 42
Naviga in su
la poppa uno eremita
Con bianca barba,
a mezzo il
petto lunga, Che sopra
il legno il
paladino invita; E: Fìgliuol mio
(gli grida dalla
lunga). Se non t' é
in odio la
tua propria vita, Se
non brami che
morte oggi ti
giunga, Venir ti piaccia
su quest'altra arena; Ch'
a morir quella
via dritto ti
mena. 43 Tu non
andrai più che
sei miglia innante, Che
troverai la sanguinosa
stanza, Dove s'alberga un
orribil gigante Che d'otto
piedi ogni statura
avanza. Non abbia cavaller
né viandante Di partirsi
da lui, vivo,
speranza:Ch'altri il crudel
ne scanna, altri
ne scuoia; Molti ne
squarta, e vivo
alcun ne 'ngoia. 47
Fuggendo, posso con
disnor salvarmi:Ma tal
salute ho più
che morte a
schivo, S' io vi vo,
al peggio che
potrà incontrarmi Fra molti
resterò di vita
privo; Ma quando Dio
cosi mi drizzi
V armi, Che colui
morto, ed io
rimanga vivo, Sicura a
mille renderò la
via; Si che V
util maggior che '1 danno
fia. 48 Metto all'incontro
la morte d'un
solo Alla salute di
gente infinita. Vattene in
pace, rispose, figliuolo; Dio mandi
in difension della
tua vita L'arcangelo Michel
dal sommo polo: E
benedillo il semplice
eremita. Astolfo lungo il
Nil tenne la
strada. Sperando più nel
suon, che nella
spada. Stanza 44. 44 Piacer
fra tanta crudeltà
si prende D'una rete
eh' egli ha
molto ben fatta:Poco
lontana al tetto
suo la tende, E
nella trita polve
in modo appiatta Che
chi prima noi
sa, non la
comprende; Tanto è sottil,
tanto egli ben
l'adatta:E con tai
gridi i peregrin
minaccia, Che spaventati dentro
ve li caccia. 45
E con gran
risa, avviluppati in
quella Se li strascina
sotto il suo
coperto; Né cavalier riguarda,
né donzella, O sia di grande
o sia di
picciol merto: E mangiata
la carne, e le cervella Succhiate e
'1 sangue, dà
l'ossa al deserto; E
dell'umane pelli intomo
intomo Fa il suo
palazzo orribilmente adomo. 46
Prendi quest' altra
via, prendila, figlio, Che
fin al mar
ti fia tutta
sicura. Io ti ringrazio,
padre, del consiglio, Eispose il
cavalier senza paura; Ma
non istimo per
l'onor periglio, Di ch'assai
più che della
vita ho cura. Per
far eh' io
passi, invan tu
parli meco; Anzi vo
al dritto a
ritrovar J[p speco. stanza
45. 49 Giace tra
Paltò fiume e
la palude Picciol sentìer
nell'arenosa riva: La solitaria
casa lo richiude, D'umanitade e
di commercio priva. Son
fisse intorno teste
e membra nude Dell' infelice gente
che v' arriva. Non
v'è finestra, non
v'è merlo alcuno, Onde
penderne almen non
si veggia uno. 50
Qoal nelle alpine
ville o ne' castelli Suol cacciator
che gran perìgli
ha scorsi. Su le
porte attaccar V
irsute pelli, L'orride zampe
e i grossi
capi d' orsi; Tal dimostrava
il fier gigante
quelli Che di maggior
virtù gli erano
occorsi. D'altri infiniti sparse
appaion l'ossa; Ed è di sangue
uman piena ogni
fossa; 51 Stassi Caligorante
in su la
porta; Che così ha
nome il dispietato
mostro Ch'orna la sua
magion di gente
morta, Come alcun suol
di panni d'oro
o d'ostro. Costui per
gaudio a pena
si comporta, Come il
duca lontan se gli è
dimostro; Ch' eran duo
mesi e il
terzo ne venia, Che
non fu cavalier
per quella via. Stanza
55. 52 Vèr la
palude oh' era
scura e folta Di
verdi canne, in
gran fretta ne
viene, Che disegnato avea
correre in volta, E
uscire al paladin
dietro alle schiene; Che
nella rete, che
tenea sepolta Sotto la
polve, di cacciarlo
ha spene . Come
avea fatto gli
altri peregrini Che quivi
tratto avean lor
rei destini. 53 Come
venire il paladin
lo vede, Ferma il
destrier non senza
gran sospetto Che vada
in quelli lacci
a dar del
piede, Di che il
buon vecchierel gli
avea predetto. Quivi il
soccorso del suo
corno chiede; E quel,
sonando, fa V
usato effetto:Nel cor
fere il gigante,
che l'ascolta, Di tal
timor, eh' addietro
i passi volta. 54
Astolfo suona, e
tuttavolta bada; Che gli
par sempre che
la rete scocchi. Fugge il
fellon, né vede
ove si vada; Che,
come il core,
avea perduti gli
occhi. Tanta è la
tema,che non sa
far strada. Che ne' suoi
propri agguati non
trabocchi: Va nella rete: e
quella si disserra, Tutto r
annoda, e lo
distende in terra. 56
Astolfo, ch'andar giù
vede il gran
peso, Già sicuro per
sé, v' accorre
in fretta; E con
la spada in man
. d'arcion disceso, Va
per far di
mill' anime vendetta. Poi gli
par che, s'uccide
un che sia
preso, Viltà, più che
virtù, ne sarà
detta; Che legate le
braccia, i piedi
e il collo Gli
vede sì, che
non può dare
un crollo. 56 Avea
la rete già
fatta Vulcano Di sottil
fil d'acciar; ma
con tal arte, Che
saria stata ogni
fatica invano Per ismagliame
la più debil
parte: Ed era quella
che già piedi
e mano Avea legate
a Venere ed
a Marte. La fé'
il geloso, e non ad
altro effetto, Che per
pigliarli insieme ambi
nel letto. 57 Mercurio
al fabbro poi
la rete invola, Che
Cloride pigliar con
essa vuole, Cloride bella
che per l'aria
vola Dietro all' Aurora all' apparir
del Sole, E dal
raccolto lembo della
stola Gigli spargendo va,
rose e viole. Mercurio tanto
questa Ninfa attese. Che
con la rete
in aria un
di la prese. 58
Dov'entra in mare
il gran fiume
Etiope, Par che la
Dea presa volando
fosse:Poi nel tempio
d'Anubide a Canopo La
rete molti secoli
serbosse. Caligorante tre mila
anni dopo, Di là,
dove era sacra, la
rimosse; Se ne portò
la rete il
ladron empio, Ed arse
la cittade, e
rubò il tempio. 59
Quivi adattolla in
modo in su
l'arena, Che tutti quei
eh' avean da lui la caccia. Vi
davan dentro; ed era tocca
appena, Che lor legava
e collo e
piedi e braccia. Di
questa levò Astolfo
una catena, E le
man dietro a
quel fellon n'allaccia: Le braccia
e'I petto in
guisa gli ne
fascia. Che non può
sciorsi: indi levar lo
lascia, 60 Dagli altri
nodi avendol sciolto
prima; Ghiera tornato uman
più che donzella. Di
trarlo seco, e di mostrarlo
stima Per ville, e per cittadi
e per castella. Vnol la
rete anco aver,
di che né
lima Né martel fece
mai cosa più
bella; Ne fa somier
colui, eh alla catena Con
pompa trionfai dietro
si mena. 61 L'elmo
e lo scudo
anco a portar
gli diede, Come a
valletto, e seguitò
il cammino, Di gaudio
empiendo, ovunque metta
il piede, Ch'ir possa
ormai sicuro il
peregrino. Astolfo se ne
va tanto, che
vede Ch'ai sepolcri di
Memfi é già
vicino, Memfi per le
piramidi famoso:Vede all'incontro
il Cairo populoso. 62
Tutto il popol
correndo si traea Per
vedere il gigante
smisurato. Come é possibil,
l'un l'altro dicea, Che
quel piccolo il
grande abbia legato? Astolfo appena
innanzi andar potea, Tanto
la calca il
preme da ogni
lato: E come cavalier
d'alto valore Ognun r
ammira, e gli
fa grande onore. 63
Non era grande
il Cairo così
allora, Come se ne
ragiona a nostra
etade:Che '1 popolo
capir, che vi
dimora, Non puon diciotto
mila gpran contrade; £
che le case
hanno tre palchi,
e ancora Ne dormono
infiniti in su
le strade; E che
'1 Soldano v'
abita un castello Blirabil di
grandezza, e ricco
e bello; Stanza 71. 64
E che quindici
mila suoi vassalli, Che
son cristiani rinnegati
tutti, Con mogli, con
famiglie e con
cavalli Ha sotto un
tetto sol quivi
ridutti. Astolfo veder vuole
ove s'avvalli, E quanto
il Nilo entri
nei salsi flutti A
Damiata; ch'avea quivi
inteso. Qualunque passa restar
morto o preso. 65
Però ch'in ripa
al Nilo in
su la foce Si
ripara un ladron
dentro una torre, Ch' a' paesani e a'
peregrini nuoce, E fin al Cairo,
ognun rubando, scorre. Non
gli può alcun
resistere; ed ha
voce, Che l'uom gli
cerca invan la
vita trre. Cento mila
ferite egli ha
già avuto; Né ucciderlo
però mai s' è
potuto. 66 Per veder
se può far
rompere il filo Alla
Parca di lui,
si che non
viva, Astolfo viene a
ritrovare Orrilo (Così avea
nome), e a
Damiata arriva; Et indi
passa ov' entra
in mare il
Nilo, E vede la
gran torre in su la
riva. Dove s'alberga l'anima
incantata. Che d'un folletto nacque
e d'una fata. 67
Quivi ritrova che
crudel battaglia Era tra
Orrilo e dui
guerrieri accesa. Orrilo è
solo; e sì
que'dui travaglia, Ch'a gran
fatica gli puon
far difesa: E quanto
in arme l'uno
e l'altro vaglia, A
tutto il mondo
la fama palesa. Questi erano
i dui figli
d'Oliviero, Grifone il bianco,
ed Auilante il
nero, B8 Gli è
ver che'l uecromanle
venuto era Alla battaglia
con vantaggio grande; Che
seco tratto in
campo avea una
fera, La qual si
trova solo in
quelle bande:Vive sul
lito, e dentro
alla riviera; E i
corpi umani son
le sue vivande, Delle persone
misere ed incaute Di
vì'andauii e d'infelici
naute. Stanza 71. 69 La
bestia nell'arena appresso
al porto Per man
dei duo fratei
morta giacca; E per
questo ad Orril
non si fa
torto, S'a un tempo
l'uno e l'altro
gli nocca. Più volte
l'han smembrato, e
non mai morto; Né,
per smembrarlo, uccider
si potea:Che se
tagliato o mano
o gamba gli
era, La rappiccava, che
parca di cera. 70
Or fin a'
denti il capo
gli divide Grifone, or
Aquilante fin al
petto:Egli dei colpi
lor sempre si
ride; S'adiran essi, che
non hanno effetto. Chi
mai d'alto cader
l'argento vide, Che gli
alchimisti hanno mercurio
detto, E spargere e
raccor tutti i
suoi membri, Sentendo di
costui, se ne
rimembri. 71 Se gli
spiccano il capo, Orrilo scende. Né
cessa brancolar finché
lo trovi; Ed or
pel crine ed
or pel naso
il prende, Lo salda
al collo, e
non so con
che chiovi:Pigliai talor
Grifone, e '1
braccio stende . Nel fiume
il getta, e
non par eh' anco
giovi: Che nuota Orrilo
al fondo come
un pesce. E col
suo capo salvo
alla ripa esce. 72
Due belle donne
onestamente ornate, vestita a
bianco e l'altra
a nero, Che della
pugna causa erano
state, Stavano a riguardar
l'assalto fiero. Queste eran
quelle due benigne
fate Ch' avean nutriti
i figli d'Oliviero, Poi che
li trasson teneri
zitelli Dai curvi artigli
di duo grandi
augelli; 73 Che rapiti
gli avevano a
Gisraonda, E portati lontan
dal suo paese. Ma
non bisogna in
ciò ch io
mi diffonda . Ch'a
tutto il mondo
è l'istoria palese, Benché V
autor nel padre
si confonda, Ch'un per un altro
(io non so
come) prese. Or la
battaglia i duo
gioveni fanno. Che le
due donne ambi
pregati n hanno. 74
Era in quel
clima già sparito
il giorno, All'isole ancor
alto di For:una: L'ombre avean
tolto ogni vedere
attorno otto l'incerta e
mal compresa luna; Quando
alla rócca Orril
ftce ritorno. Poi ch'alia
bianca e alla
sorella bruna Piacque di
diff'erir l'aspra battaglia Finché'! sol
novo air orizzonte
saglia. 75 Astolfo, cheGrifone
ed Aquilante Ed all' insegne
e più al
ferir gagliardo, Riconosciuto avea
gran pezzo innante, Lor
non fu altero
a salutar né
tardo. Essi vedendo che
quel che '1
gigante Traea legato era
il baron dal
Pardo, (Che cosi in
corte era quel
duca detto) Raccolser lui
con non minore
affetto. 76 Le donne
a riposare i
cavalieri Menare a un
lor palagio indi
vicino. Donzelle incontra vennero
e scudieri Con torchi
accesi, a mezzo
del cammino. Diero a
chi n' ebbe
cura i lor
destrieri; Trassonsi l'arme; e
dentro un bel
giardino Trovar ch'apparecchiata era
la cena Ad una
fonte limpida ed
amena. stanza 61. 77 Fan
legare il gigante
alla verdura Con un
altra catena molto
grossa Ad una quercia
di moltanni dura, Che
non si romperà
per una scossa; E
da dieci sergenti
averne cura, Che la
notte discior non
se ne possa, Ed
assalirli e forse
far lor danno, Mentre
sicuri e senza
guardia stanno. 83 Alfin
di mille colpi
un gli ne
colse Sopra le spalle
ai termini del
mento: La testa e
V elmo dal
capo gli tolse, Né
fu d'Orrilo a
dismontar più lento. La
sanguinosa chioma in
man s' avvolse; E risalse
a cavallo in
un momento; E la
portò correndo incontraci
Nilo, Che riaver non
la potesse Orrìlo. 78
All'abbondante e sontuosa
mensa, Dove il manco piacer
fur le vivande, Del
ragionar gran parte
si dispensa Sopra d'Orrilo
e del miracol
grande. Che quasi par
un sogno a
chi vi pensa, Ch'or
capo or braccio
a terra se
gli maude. Ed egli lo
raccolga e lo
raggiugna, E più feroce
ognor tomi alla
pugna. 79 Astolfo nel
suo libro avea
già letto, Quel eh' agP incanti riparare
insegna, Ch' ad Orril
non trarrà l'alma
del petto Fin eh' un
crine fatai nel
capo tegna; Ma se
lo svelle o
tronca, fia costretto Che, suo
mal grado, fuor
l'alma ne vegna. Questo
ne dice il
libro: ma non
come Conosca il crine
in così folte
chiome. 80 Non men
della vittoria si
godea. Che se n'
avesse Astolfo già
la palma; Come chi
speme in pochi
colpi avea Svellere il
crine al necromante
e l'alma. Però di
quella impresa promettea Tor
su gli omeri
suoi tutta la
salma:Orril farà morir",
quando non spiaccia Ai
duo fiatei ch'egli
la pugna faccia. 81
Ma quei gli
danno volentier l'impresa, Certi che
debbia affaticarsi invano. Era
già l'altra aurora
in cielo ascesa. Quando calò
dai muri Orrilo
al piano. Tra il
duca e lui
fu la battaglia
accesa; La mazza l'un,
l'altro ha la
spada in mano. Di
mille attende Astolfo
un colpo trame, Che
lo spirto gli
sciolga dalla carne. 82
Or cader gli
fa il pugno
con la mazza. Or
l'imo or l'altro
braccio con la
mano; Quando taglia a
traverso la corazza, E
quando il va
troncando a brano
a brano: Ma rìcogliendo
sempre della piazza Va
le sue membra
Orrìlo, e si
fa sano. S'in cento
pezzi ben l'avesse
fatto, Bedintegrarsi il vedea
Astolfo a un
tratto. 84 Quel
sciocco, che del
fatto non s'accorse, Per la
polve cercando iva
la testa; Ma come
intese il corridor
via torse. Portare il
capo suo per
la foresta, Immantinente al
suo destrier ricorse, Sopra vi
sale e di
seguir non resta. Volea
gridare: Aspetta, volta, volta:Ma
gli avea il
duca già la
bocca tolta. stanza 83. 85
Pur, che non
gli ha tolto
anco le calcagna. Si
riconforta, e segue
a tutta briglia. Dietro il
lascia gran spazio
di campagaa Quel Rabican
che corre a
maraviglia. Astolfo intanto per
la cuticagna Va dalla
nuca fin sopra
le ciglia Cercando in
fretta, se '1
crine fatale Conoscer può,
eh' Orril tiene immortale. 86
Fra tanti e
inuumerabili capelli, Un più
dell' altro non si
stende o torce:Qual
dunque Astolfo sceglierà
di quelli, Che per
dar morte al
rio ladron raccorce? Meglio è,
disse, che tutti
io tagli o
svelli:Né si trovando
aver rasoi né
force, Ricorse immantinente alla
sua spada. Che taglia
sì, che si
può dir che rada.
87 E
tenendo quel capo
per lo naso, Dietro
e dinanzi lo
dischioma tutto. Trovò fra
gli altri quel
fatale a caso:Si
fece il viso
allor pallido e
brutto, Travolse gli occhi,
e dimostrò all'occaso Per manifesti
segni esser condutto; E
U busto che
seguia troncato al
collo . Di sella cadde,
e die T ultimo
crollo. 88 Astolfo, ove le donne
e i cavalieri Lasciato avea,
tornò col capo
in mano, Che tutti
ave?i di morte
i segni veri, E
mostrò il tronco
ove giacca lontano. Non
so ben se
lo vider volentieri, Ancorché gli
mostrasser viso umano; Cile
la intercetta lor
vittoria forse D'invidia ai duo germani
il petto morse. 91
II duca, come
al fin trasse
P impresa. Confortò molto i
nobili garzoni, Benché da
sé vavean la
voglia intesa. Né bisognavan
stimoli né sproni, Che
per difender della
santa Chiesa E del
romano imperio le
ragioni, Lasciasser le battaglie
d Oriente, E cercassino
onor nella lor
gente. 92 Co.""ì Grifone
ed Aquilante tolse Ciascuno dalla
sua donna licenzia; Le
quali, ancorché lor
n increbbe e
dolae, Non vi seppon
però far resistenzia. Con. essi
Astolfo a man
destra si volse; Che
si deliberar far
riverenzia Ai santi luoghi
ove Dio in
carne visse, Prima che
verso Francia si
venisse. Stanza 87. 89 Né
che tal fin
quella battaglia avesse, Credo
più fosse alle due donne
grato. Queste, perchè più inlungo
si traesse De' duo fratelli
il doloroso fato. Ch'in
Francia par ch'in
breve esser dovesse, Con
loro Orrilo avean
quivi azzuffato, Con speme
di tenerli tanto
a bada. Che la
trista influenzia se
ne vada. 90 Tosto
che '1 castellan
di Dami'ata Certificossi ch'era
morto Orrilo, La colomba
lasciò, eh' avea
legata Sotto l'ala la
lettera col filo. Quella
andò al Cairo;
et indi fu
lasciata In' altra altrove,
come quivi è
stilo: Si che in
pochissim' ore andò l'avviso Per
tutto Egitto, eh'
era Orrilo ucciso. 93
Potuto avrian pigliar
la via mancina, Ch'
era più dilettevole
e più piana, E
mai non si
scostar dalla marina; Ma
per la destra
andaro orrida e
strana, Perchè l'alta città
di Palestina Per questa
sei giornate è
meu lontana Acqua si
trova ed erba
in questa via: Di
tutti gli altri
ben v' è carestia.
94 Sì
che prima eh'
entrassero in viaggio, Ciò
che lor bisognò
fecion raccorre; E carcar
sul gigante il
carriaggio, Ch'avria portato in
collo anco una
torre. Al finir del
cammino aspro e
selvaggio, Dall'alto monte alla
lor vista occorre La
santa terra, ove il superno
Amore Lavò col proprio
sangue il nostro
errore. 95 Trovano in
sul!' entrar della cittade Un
giovene gentil, lor
conoscente, Sansonetto da Mecca,
oltre l'etade (Ch'era nel
primo fior) molto
prudente; D'aita cavalleria, d'alta
boutade Famoso, e riverito
fra la gente. Orlando lo
converse a nostra
fede, E di sua
man battesmo anco
gli diede. 9H Quivi
lo trovan che
disegna a fnte Del
calife d'Egitto una
fortezza; E circondar vuole
il Calvario monte Di
muro di duo
miglia di lunghezza. Da
lui raccolti fur
con quella fronte Che
può d'interno amor
dar più chiareiza, E
dentro accompagnati, e
con grand' agio Fatti alloggiar
nei suo real
palagio. 97 Avea in
governo egli la terra, e
in vece Di Carlo
vi reggea T
imperio giusto, li duca
Astolfo a costui
dono fece Di quel
sì grande e
smisurato busto, Ch' a
portar pesi gli
varrà per diece Bestie
da soma: tanto era
robusto. Diegli Astolfo il
gigante, e diegli
appresso La rete chMn
sua forza Tavea
messo. 98 Sansonetto air
incontro al duca
diede Per la spada
una cìnta ricca
e bella; E diede
spron per V uno e
V altro piede, Che
d'oro avean la
fibbia e la
girella, Ch'esser del cavalier
stati si crede, Che
liberò dal drago
la donzella: Al Zaffo
avuti con molt' altro
arnese Sansonetto gli avea,
quando lo prese. Stanza
94. 99 Purgati di
lor colpe a
un monasterio Che dava
di sé odor
di buoni esempj, Della
passion di Cristo
ogni misterio Contemplando n'andar
per tutti i
tempj, Ch' or con
eterno obbrobrio e
vituperio Agli Cristiani usurpano
i Mori erapj. L'Europa è
in arme, e
di far guerra
agogna In ogni parte,
fuor ch'ove bisogna. 100
Mentre avean quivi
l'animo divoto, A perdonanze
e a cerimonie
intenti, Un peregrin di
Grecia, a Grifon
noto. Novelle gli arrecò
gravi e pungenti. Dal
suo primo disegno
e lungo voto Troppo
diverse e troppo
differenti; E quelle il
petto gì' infiamroaron
tanto, Che gli scacciar
iorazìon da cauto. 101
Amava il cavalier,
per sua sciagura, Una
donna eh' avea nome
Orrigille. Di più bel
volto e di
miglior statura Non se ne sceglierebbe
una fra mille: Ma
disleale e di
sì rea natura, Che
potresti cercar cittadi
e ville, La terra
ferma e l'isole
del mare, Né credo
ch'una le trovassi
pare. 102 Nella città
di Constantin lasciata Grave l'avea
di febbre acuta
e fiera. Or quando
rivederla alla tornata Più
che mai bella,
e di goderla
spera, Ode il meschin,
eh' in Antiochia
andata Dietro un suo
nuovo amante ella
se n'era, Non le
parendo ormai di
più patire Ch'abbia in
si fresca età
sola a dormire. 103 Da
ìndi in qua
ch'ebbe la trista
naova, Sospirava Grifon notte
e di sempre. Ogni
piacer ch'agli altri
aggrada e giova, Par
eh' a costui
più l'animo distempre:Pensilo ognun,
nelli cui danni
prova Amor, se li
suoi strali hanbuone
tempre. Ed era grave
sopra ogni martire, Che
'1 mal eh'
avea, si vergognava
a dire. 104 Questo,
perchè mille fiate
innante Già ripreso l'avea
di quello amore, Di
lui più saggio,
il fratello Aquilaute, E
cercato colei trargli
del core; Colei ch'ai
suo giudizio era
di quante Femmine rie
si trovin, la
peggiore. Grifon r escusa,
se '1 fratel
la danna; E le
più volte il
parer proprio inganna. 105 Però
fece pensier, senza
parlarne Con Aquilante, girsene
soletto Sin dentro d'Antiochia,
e quindi trame Colei
che tratto il
cor gli avea
del petto; Trovar colui
che gli l'ha
tolta, e fame Vendetta
tal, che ne
sia sempre detto. Dirò,
come ad effetto
il pensier messe, Neil' altro Canto,
e ciò che
ne successe. NOTB. St. 2.
V.14 Ritoma il
Poeta sulle sconfitte
date dagli Estensi ai
Veneti, al che
fece allusione nel
Canto Terzo. Il Leone,
stemma della Repubblica
di Venezia. Francolino:
luogo sul Po,
lontano da Ferrara
circa 40 miglia. St. 7.
V.2. I$ole beate,
e anche di
Fortuna; si dissero dagli
antichi le Canarie,
situate a ponente
del l'Africa; appartengono tuttavia
alla Spagna, e
furono già abitate dai
Guanchi, crudelmente distrutti
dagVin vasori spagnuolL St. 8.
V.5. Jl danese
Vggiero, era così
detto ne gli antichi romanzi,
perchè conquistò la
Danimarca. Egli era figlio
di Gualdefriano re
di Getulia, e
marito di Er mellina,
figlia di Namo
duca di Baviera.
Un figlio di loro
fu chiamato Dudone. ST.
12. V.4. Oli
Eritrei: gli abitanti
nelle vici nanze del mar
Rosso. St. 16. V.58.
MUU iole sparse,
ecc.: fin queste si può
notare l'arcipelago delle
Lakedive, e quello
delle Maldive. La terra
di Tommaso: Calamina, altre
volte Heliapur, nell' Iniia, .verso
la costa di
Coromandel sul golfo di
Bengala, circa 200
miglia a settentrione
del l'isola di Ceylan. Ivi
dicesl quell'apostolo aver
predicato il cristianesimo, e
soffèrto il martirio. St.
17. V.17. L'aurea
Chersonesso: così denomi narono
gli antichi, a
motivo della sua
fertilità e ric chezza, la penisola
di Malacca nelllndia
tranagangetica; comprendendo però in
tal denominazione anche
la parte meridionale dell'annesso
Regno di Siam
Taprobane, oggi isola di
Ceylan. Corij o
Cory: il capo
Comorin, che termina a
ponente il golfo
di Bengala, ed
ha a si rocco,
in distanza di
circa 50 miglia,
l'estremità meri dionale di Ceylan.
Il mar che
fra i duo
liti s'ange, è la
parte più angusta
del golfo di
Manaar fra l'isola di
Ceylan e la
costa di Coromandel,
ove si forma
Io stretto di Pali.
Cochino, città marittima
nel Mala bar, già
capitale dell' antico regno omonimo. St.
21. V.18. Vuole
alludere il Poeta
ai due celebri navigatori che
trovarono parti del
globo sconosciute agli antichi.
E qui rammenta
Vasco di Gama,
che nel 14 scoperse
il capo di
Buona Speranza, situato
sotto il tropico del
Capricorno, dal quale,
dopo il solstizio
d'inverno, il sole sembra
retrocedere verso l'opposto
del Cancro. St. 22.
V.14. S' indica particolarmente nei
primi due versi il
capo anzidetto, che
avanzandosi nel grande Oceano, ne
separa due porzioni,
vale a dire
l'Oceano Atlantico e il
mare dell'Indie; negli
altri versi si ac
cennano i diversi viaggi
di quel navigatore. Ivi. V.58.
Parlasi ora di
Cristoforo Colombo, che nel
1492 fece il
primo suo viaggio
verso il nuovo
mondo; e di Amerigo
Vespucci, che nel
1497 partito da
Cadice e passato lo stretto di
Gibilterra, approdò al
continente americano. St.
24. V.34. Im
sesta e la
settima età. Erano appunto
compiti sette secoli,
e decorreva l'ottavo,
dai tempi di Carlo
Magno a quelli
di Carlo V. St.
25. V.13. Del
sangue d Austria, ecc.
Nacque Carlo V di
padre austriaco e
di madre spagnuola,
il 24 febbraio 1500,
in Gand, città
situata al confluente
della Lys con la
Schelda. É vero
che Gand sta
alla sinistra del Reno,
ma in distanza di
circa 30leghefirancesi; onde
si deve intendere
in un modo
assai largo l'espres sione del secondo
verso. St. 26. V.5.
Che mai né
al sol, ecc.:
Cosi vasti erano i
dominj di Carlo
V nei due
emisferì, che 11
sole non vi tramontava
mai, né vi
si mutavano le
stagioni iT. 27. v.5
8. Kniando Ctrlese,
ecc,: Ferdinando Cortez, che conquistò
alla Spagna la
maggior parte dei possedimenti oltremarini,
aggiunti a qnel
regno dopo la scoperta
del nuovo mondo. St.
28. V.18. Prospero
Colonna, cugino di
Fabri zio, nominato nel Canto
precedente: Fernando d'Avalos
marchese di Pescara,
e Alfonso d'Avalos
marchese del Vasto, accennato
nel sesto veiso,
gareggiarono di va lore e
di zelo nel
ben condurre le
imprese militari ad essi
affidate dairimperatore. St. 30.
V.34. H mar
ch'in mezzo serra,
ece.: il Mediterraneo, che sta
di mezzo all'Europa
e all'Africa. St. 32.
V.58. Andrea Doria,
valentissimo capitano di mare,
al servìgio di
Carlo V, poich'
ebbe avuta per capitolazione Genova
sua patria, tenuta
pei Francesi da Teodoro
Trivulzio, riformò T ordine
politico dello Stato, ed
ebbe tanta grandezza
d'animo da ricusare
la signo ria della città
ofifertagli dall'imperatore, e
l'autorità di Doge perpetuo
a cui lo
chiamavano i cittadini;
e volle anzi che
si rinnovassero in
ogni biennio il
Doge e il Sindaco
di quella repubblica. St. 33.
v.4. Giulio Cesare,
Ottaviano e Antonio, emuli nell'asservire la
loro patria. St. 34.
v.58. In benemerenza
dei servigi rendu tìgli
da Andrea Doria,
Carlo Y gli
donò la signoria
di Melfi, città vescovile
di Basilicata nella
Puglia, ove il normanno
Roberto Guiscardo pose
le fondamenta del potere,
che più tardi
fece quella stirpe
padrona nel re gno di
Napoli, St. 37. V.4.
Al golfo, ecc.
Il golfo Persico
viene cosi denominato (secondo
alcuni, e lo
ripete TAriosto), perchè, in
tempi molto lontani,
una. setta di
filosofi, detti Mcgif tenne
il dominio di
tutta la Persia;
la quale perciò fu
detta in antico
Sophorum regnum. St. 39.
V.5a Finché l'onda
ecc.: il Mar
Rosso. Per terra degli
eroi credono alcuni
doversi intendere la terra
di lesse, che
i libri sacri
pongono nella Palestina. St. 40.
V.1. J7 fiume
Traiano. Dicono gli
esposi tori essere questo un
canale che quelP
imperatore fece aprire dal
Nilo al golfo
arabico. Una mappa
olandese del 1629 segna
di tal nome
un influente nel
Nilo, con le scaturigini
di verso il
golfo; e come
tale sembra averlo riguardato
il Poeta nel
sesto verso della
Stanza seguente. St. 48. V.8.
Nel suon: intendi
del corno incantato. St. 57.
V.28. Che doridepigliar, ecc.: doride,
la ¦tessa che i
Romani dissero Flora,
fu amata da Mer
curio, secondo i mitologi.
Bra la dea
dei fiori. St. 58.
V.13. M gran
fiume etiopo: il
Nilo, le cui sorgenti
si congetturano essere
nei monti della
Luna, in Etiopia o
Nigrizia. Canopo: oggi Abukir,
notò agli antichi per
l'ivi esistito tempio
di Anubi" e
ai mo derni per la
fiotta francese colà
distrutta dagl Inglesi nel
1798. St 61. V.6.
Menfi, antica città
dell' Egitto non molto lontana
dal Cairo. St. 64.
V.12. I Mammalucchi,
che come i
Gianni zeri erano per
lo pid giovini
criàtiaui divenuti mao mettani. St. 66.
V.4. Damiaia: non
è da confondersi
que sta con l'antica Damiata
dei tempi delle
crociate, ch'era sul Mediterraneo,
e fu distrutta
dagli Egiziani nel
1250. La città di
cui si parla
è circa 60
miglia distante da Alessandria. St. 68.
v.8. Naute: nocchieri
o marinai. St. 73.
y. 36. Discostasi
qui il testo
diila genea logia degli eroi
de' romanci, riportata dal
Ferrario; se condo la quale
Aquilante e Grifone
nacquero di Gismouda e
di Ricciardetto, fratello
di Rinaldo. Il
poeta ha cre duto Gismonda consorte
d'Oliviero di Vienna
che figura in quell'albero,
come fratello di
Alda o Belanda,
moglie d'Orlando. St. 89. y.
18. Come Atlante,
avendo prevista la trista
fine di Ruggiero,
si studiava allontanamelo
con arti magiche; cosi
operavano quelle due
fate, alle quali era
noto il destino
che attendeva in
Francia 1 figli d'Oliviero. St. 90.
v.34. La colomba
lasciò, ecc. Col
mezzo di colombe a questo fine
educate solevasi, a que' tempi (come
in Francia durante
la guerra del
1870) mandare le notizie
da luogo a
luogo. St. 93. v.5.
Volta città di
Palestina: Gerusa lemme. St. 95.
y. 38. Sansontto
è personaggio che
pare sia stato inventato
dal poeta Nicola
da Padova. É
detto da Mecca, perchè
fingevasi di questa
città tanto cele bre per
la tomba di
Maometto. St. 98. v.58.
Il cavalier, ecc.
San Giorgio, di cui
si narra
che liberasse la figlia del
re di Libia
destinata ad essere divorata
da un drago.
Zaffo: V odierna Jaffa f
detta altre volte
Joppe, città marittima
della Siria, circa cinquanta
miglia a ponente
maestro di Ge rusalemme. Hiifonr inraiitin
presso Damasco Onìiii Ile
col ntiovo rìì
IH aniftiitt', p i'VAi
al! e turo
hiiuiariifì parole. KìurHo
arri vti sotto
Pari pi i ol
sfìcrorno liritaTinictì; nMt
accndoiifj provs di
ffian valon iliiirunn pnirln
' rigirali ia.
hirtiHlj e iitragì
hanno hioso dentino Ia
cittji. pct fattn
ili Roil union
te; et Callo
vi acne con vmQ srfllhi <lni|'nc?lln. Gravi pene
in amor si
jiroTun molte DI
(.he patitd io
n'ho In maggìtir
parte, E (iuelle in
iliinuo mio bì
ben raccolte i Ch'io ne
posso parlar come
per arte, Vera s' io
dìro e s' ho def
to altre volte, E
tiuandtj in voce
e qua mio in vive
carte, Ch' un inni sia
lieve un altro
acerbo e fiero, Date
creiìenzA al mio giudick vero, lu
dico e àlsì,
e diri" finchMo
vita, rhe f'hi n
truva in deio
laccio preso, Bcbhen di
sé verte sna
duiina schiva Se
in tutto uvver?'a
al sno "ìesìre
Acceso; iSehbene Amor (rgoi
merce le il
priva Pojìcm e
he '1 tempu
e la fatica
ba spe.o; Pur ch'altamente
abbia locato il
core, Flange r non
de', se ben
languisce e muore, 1
Pianger de quel
che gU sìa fatto servo IH
ilnr" vafbi nerbi
e d'nna bella
trefcia, Sotto cui si
nasconda uo cor
protervo, Che poco puro
abbia con molta
feccia. Vorria il miser
fuggire; e come
cervo Ferito, ovunque va,
porta la freccia:Ha
di sé stesso
e del suo
amor vergogna, Né Tosa
dire, e invan
sfumarsi agogna. 4 In
questo caso è
il giovene Grifone, Che
non si può
emendare, e il
suo error vede:Vede
quanto vilmente il
suo cor pone In
Orrìgille iniqua e
senza fede:Pur dal
mal uso è
vinta la ragione, E
pur r arbitrio
ali appetito cede:Perfida
sìa quantunque, ingrata e ria,
Sforzato è di
cercar dovella sia. 10
Dopo, accordando affettuosi
gesti Alla suavità delle
parole, Dicea piangendo:
Signor mio, son
questi Debiti premj a
chi t adora e
cole? Che sola senza
te già un
anno resti, E va per V
altro, e ancor
non te ne
duole?E s'io stava
aspettare il tuo
ritomo, Non 80 se
mai veduto avrei
quel giorno. 5 Dico,
la bella istoria
ripigliando, Ch'uscì della città
secretaraente ; Né parlarne s
ardì col f ratei,
quando Ripreso invan da
lui ne fu
sovente. Verso Rama, a
sinistra declinando, Prese la
via più piana
e più corrente. Fu
in sei giorni
a Damasco dì
Scria; Indi verso Antiochia
se ne già. 6
Scontrò presso a
Damasco il cavaliere A
cui donato avea
Orrìgille il core: E
convenian di rei
costumi in vero, Come
ben si convien
l'erba col fiore; Che
r uno e
V altro era
di cor leggiero, Perfido V
uno e l'altro,
e traditore; E copria
l'uno e l'altro
il suo difetto. Con
danno altrui, sotto
cortese aspetto. 7 Come
io vi dico,
il cavalier venia S'un
gran destrier con
molta pompa armato: La
peilìda Orrìgille in
compagnia, In un vestire
azzur d'oro fregiato, E
duo valletti, donde
si servia A portar
elmo e scudo,
aveva a lato; Come
quel che volea
con bella mostra Comparire in
Damasco adunaMostra.8 Una splendida
festa, che bandire Fece
il re dì
Damasco in quelli
giorni. Era cagion di
far quivi venire I
cavalier quanto potean
più adomi. Tosto che la puttana
comparire Vede Grifon, ne
teme oltraggi e
scorni:Sa che l'amante
suo non è
si forte, Che centra
lui l'abbia a
campar da morte. stanza
20. 9 Ma siccome
audacissima e scaltrita, Ancorché tutta
dì paura trema, S'acconcia il
viso, e sì
la voce aita, Che
non appar in
lei segno di
teina. Col drado avendo
già l'astuzia ordita. Corre, e fingendo una
letizia estrema, Verso Grifon
l'aperte braccia tende, Lo
stringe al collo,
e gran pezzo
ne pende. 1 1 Quando
aspettava che di
Nicosia, Dove tu te
n' andasti alla
gran corte, Tornassi a
me, che con la febbre
ria Lasciata avevi in
dubbio della morte. Intesi
che passato eri
in Scria:Il che
a patir mi
fu sì duro
e forte, Che non
sapendo come io
ti seguiQuasi il
cor di man
propria mi trafissi. 12 3Ia
fortuna di me
con doppio dono Mostra
d'aver, quel che
non liai tu,
cura:Mandommi il fratel
mio, col quale
io sono Sin qui
venuta del mio
onor sicura; Ed or
mi manda questo
incontro buono Di te,
eh' io stimo
sopra ogni avventura:E
bene a tempo
il fa; che
più tardando, Morta sarei,. te,
signor mio, bramando. 18 Innanzi
a Carlo, innanzi al
re Agranuuite L'un stuoh)
e T altro si
vuol far vedere, Ove
gran loda, ove
mercè abbondante Si può
acquistar, facendo il
suo dovere. I Mori
non però fer
prove tante, Che par
ristoro al danno
abbiano avere; Perchè ve
ne restar morti
parecchi, Cii'agli altri fur di folle
audacia specchi. 13 E
seguitò la donna
fraudolente, Di cui r
opere fur più
che di volpe, La
sua querela cosi
astutamente, Che riversò in
Grifon tutte le
colpe. Gli fa stimar
colui, non che
parente, Ma che d'im
padre seco abbia
ossa e polpe; E
con tal modo
sa tesser gì'
inganni, Che men verace
par Luca e
Giovanni. 19 Grandine sembran
le spesse saette Dal
muro sopra gl'inimici
sparte. Il grido insino
al ciel paura
mette, Che fa la
nostra e la
contraria parte. Ma Carlo
un poco ed
Àgramante aspette; Ch'io vo' cantar
delF africano Marte,
Rodomonte terribile ed
orrendo. Che va per
mezzo la città
correndo. 14 Non pur
di sua perfidia
non riprende Grifon la
donna iniqua, più
che bella; Non pur
vendetta di colui
non prende, Che fatto
s'era adultero di
quella: Ma gli par
far assai, se
si difende Che tutto
il biasmo in
lui non riversi
ella; E come fosse
suo cognato vero, D'accarezzar non
cessa il cavaliero. 20 Non
so, signor, se
più vi ricordiate Di
questo Saracin tanto sicuro, Che
morte le sue
genti avea lasciate Tra
il secondo riparo
e '1 primo
muro, Dalla rapace fiamma
divorate, Che non fu mai spettacolo
più oscuro. Dissi ch'entrò
d'un salto nella
terra Sopra la fossa
che la cinge
e serra. 16 E
con lui se
ne vien verso
le porte Di Damasco,
e da lui
sente tra via. Che
là dentro dovea
splendida corte Tenere il
ricco re della
Scria; E eh' ognun quivi,
di qualunque sorte, 0
sia cristiano, o
d'altra legge sia, Dentro
e di fuori
ha la città
sicura Per tutto il
tempo che la
festa dura. 21 Quando
fu noto il
Saracino atroce All'arme istrane,
alla scagliosa pelle. Là
dove i vecchi
e '1 popol men
feroce Tendean l'orecchie a
tutte le novelle, Levossi un
pianto, un grido,
un'alta voce, Con un
batter di man
ch'andò alle stelle; E
chi potè fuggir
non vi rimase. Per
serrarsi ne' templi e
nelle case. 16 Non
però son di
seguitar sì intento L'istoria deUa
perfida Orrigille, Ch'a giorni
suoi non pur
un tradimento Fatto agli
amanti avea, ma
mille e mille; Ch'io
non ritomi a
riveder dugento Mila persone,
o più delle
scintille Del foco stuzzicato,
ove alle mura Di
Parigi facean danno
e paura. !2 Ma
questo a pochi
il brando rio
concede, Ch'intorno ruota il
Saracin robusto. Qui fa
restar con mezza
gamba unpiede. Là fa un
capo sbalzar lungi
dal busto:L'un tagliare
a traverso se
gli vede. Dal capo
all'anche un altro
fender giusto; E di
tanti eh' uccide,
fere e caccia, Non
se gli vede
alcun segnare in
faccia. 17 Io vi
lasciai, come assaltato
avea Àgramante una porta
della terra. Che trovar
senza guardia si
credea: Né più riparo
altrove il passo
serra, Perchè in persona
Carlo la tenea. Ed
avea seco i
mastri della guerra. Duo
Guidi, duo Angelini,
uno Angeliero, Avino, Avolio,
Otone e Berlingiero. 23 Quel
che la tigre
dell'armento imbelle Ne' campi ircani
o là vicino
al Gange, 0 '1
lupo delle capre
e dell' agnelle Nel monte
che Tifeo sotto
si frange; Quivi il
crudel pagan facea
di quelle Non dirò
squadre, non dirò
falange, Ma vulgo e
popolazzo voglio dire, Degno,
prima che nasca,
di morire. 24 Ncn ne trova
un che veder
possa in fronte, Fra
tanti che ne
taglia, fora e
svena. Per quella strada
che vien dritto
al ponte Di San
Michel, sì popolata
e piena, Corre il
fiero e terribil
Rodomonte, E la sanguigna
spada a cerco
mena: Non riguarda né
al servo né
al signore, Né al
giusto ha pi\\
pietà, che al
peccatore. 25 Religi'on non
giova al sacerdote, Né
la innocenzia al pargoletto giova:Per
sereni occhi o per vermiglie
gote 3Iercè né donna
nédonzella trova: La vecchiezza
si caccia e
si percuote; Né quivi
il Saracin fa
maggior prova Di gran
valor, che di
gran crudeltade: Che non
discerne sesso, ordine,
etade. 26 Non pur
nel sangue uman
l'ira si stende Deir
empio re, capo e signor
degli empi; Ma centra
i tetti ancor
si, che n'
incende Le belle case
e i profanati
tempi. Le case eran,
per quel che
se n'intende, Quasi tutte
di legno in
quelli tempi; E ben
creder si può;
eh' in Parigi
ora Delle dieci le
sei son cosi
ancora. 27 Non par,
quantunque il foco
ogni cosa arda, Che
si grande odio
ancor saziar si
possa. Dove s'aggrappi con
le mani, guarda, Sì
che ruini un
tetto ad ogni
scossa. Signor, avete a
creder che bombarda 3£ai
non vedeste a
Padova sì grossa, Che
tanto muro possa
far cadere, Quanto fa
in una scossa
il re d'Algiere. 28
Mentre quivi col
ferro il maledetto E
con le fiamme
facea tanta guerra. Se
di fuor Agramante
avesse astretto, Perduta era
quel dì tutta
la terra: Ma non
v' ebb' agio: che
gli fu interdetto Dal paladin
che venia d'Inghilterra Col popolo
alle spalle inglese
e scotto, Dal Silenzio
e dall'Angelo condotto. 29
Dio volse che
all'entrar che Rodomonte Pennella terra,
e tanto foco
accese. Che presso ai
muri il fior
di Chiaramente, Rinaldo, giunse,
e seco il
campo inglese. Tre leghe
sopra avea gittate
il ponte, E torte
vie da man
sinistra prese; Che, disegnando
i barbari assalire, Il
fiume non l'avesse
ad impedire. 80 Mandato
avea sei mila
fanti arcieri Sotto l'altiera
insegna d'Odoardo, E duo
mila cavalli, e
più, leggieri Dietro alla
guida d'Ari man
gagliardo; E mandati gli
avea per li
sentieri Che vanno e
vengon dritto al
mar Picardo, Ch' a
porta San Martino
e San Dionigi Entrassero a
soccorso di Parigi. 31
I carriagigi e
gli altri impedimenti Con lor
fece drizzar per
quella strada. Egli con
tutto il resto
delle genti Più sopra
andò girando la
contrada. Seco avean navi
e ponti ed
argumenti Da passar Senna,
che non ben
si guada. Passato ognuno,
e dietro i
ponti rotti, Nelle lor
schiere ordinò Inglesi
e Scotti. 32 Ma
prima quei baroni
e capitani Rinaldo intorno
avendosi ridutti, Sopra la
riva ch'alta era
dai piani Sì, che
poteano udirlo e
veder tutti, Disse: Signor, ben a levar
le mani Avete a
Dio, che qui
v' abbia condutti, Acciò, dopo
un brevissimo sudore, Sopra
ogni nazi'on vi
doni onore. 33 Per
voi saran due
principi salvati, Se levate
l'assedio a quelle
porte: Il vostro re,
che voi siete
ubbligati Da servitù difendere
e da morte; Ed
uno imperator de'
più lodati, Che mai
tenuto al mondo
abbiano corte; E con
loro altri re,
duci e marchesi, Signori e
cavalier di più paesi.
34 Si
che salvando una
città, non soli Parigin
ubbligati vi saranno, Che
molto più che
per li proprj
duoli, Timidi, afflitti e
sbigottiti stanno Per le
lor mogli e
per li lor
figliuoli, Ch' a un
medesmo pericolo seco
hanno, E per le
sante vergini richiuse. Ch'oggi non
sien dei voti
lor deluse: 35 Dico,
salvando voi questa
cittade, V'ubbligate non solo
i Parigini, Ma d'ogn'
intomo tutte le
contrade. Non parlo sol
dei popoli vicini; Ma
non è terra
per cristianitade, Che non
abbia qua dentro
cittadini Si che, vìncendo,
avete da tenere Che
più che Francia
v'abbia obbligo avere. 36
Se donaTan gii
antiqui una corona A
chi salvasse a
un dttadin la
vita, Or che degna
mercede a voi
si dona, Salvando multìtudine
infinita? Ma se da
invidia, o da
viltà, si buona E
si santa opra
rimarrà impedita, Credetemi che,
prese quelle mura. Né
Italia né Lamagna
anco é sicura; 37
Né qualunque altra
parte, ove. s'adori Quel che
volse per noi
pender sul legno. Né
voi crediate aver
lontani i Mori, Né
che pel mar
sia forte il
vostro regno: Che scaltre
volte quelli, uscendo
fuori Di Ziheltaro e
dell' Erculeo segno,
Riportar prede dall' isole
vostre, Che faranno or,
s'avran le terre
nostre? 38 Ma quando
ancor nessuno onor,
nessuno Util v'inanimasse a
questa impresa, Comun debito
é ben soccorrer
l'uno L'altro, che militiam
sotto una Chiesa. Ch'io
non vi dia
rotti i nemici,
alcuno Non sia che
tema, e con
poca contesa; Che gente
male esperta tutta
parmi. Senza possanza, senza
cor, senz'armi. 39 Potè
con queste e
con miglior ragioni, Con
parlare espedito e
chiara voce Eccitar quei
magnanimi baroni Rinaldo, e
quello esercito feroce; E
fu, com'è in
proverbio, aggiunger sproni Al
buon corsier che
già ne va
veloce. Finito il ragionar,
fece le schiere Muover pian
pian sotto le
lor bandiere. 40 Senza
strepito alcun, senza
rumore Fa il tripartito
esercito venire. Lungo il
fiume a Zerbin
dona T onore Di
dover prima i
barbari assalire; E fa
quelli d'Irlanda con
maggiore Volger di via
più tra campagna
gire; E i cavalieri
e i fanti
d'Inghilterra Col duca di
Lincastro in mezzo
serra. 41 Drizzati che
gli ha tutti
al lor cammino, Cavalca il
paladin lungo la
riva, E passa innanzi
al buon duca
Zerbino, E a tutto
il campo che
con lui veniva; Tanto
ch'ai re d'Orano
e al re
Sobrino E agli altri
lor compagni soprarriva, Che mezzo
miglio appresso a
quei di Spagna Guardavan da
quel canto la
campagna. 42 L' esercito Cristian,
che con si
fida E si sicura
scorta era venuto, Ch'ebbe il
Silenzio e l'Angelo
per guida. Non potè
ormai patir più di star
muto Sentiti gli inimici,
alzò le grida, E
delle trombe udir
fé' il suono arguto; E
con l'alto rumor
ch'arrivò al cielo. Mandò
nell'ossa a'Saracini il
gelo. 43 Rinaldo innanzi
agli altri il
destrier pange . E con
la lancia per
cacciarla in re.sta: Lascia gli
Scotti un tratto
d' arco lunge; Ch'ogni indugio
a ferir si
lo molesta. Come groppo
di vento talor
giunge. Che si tra' dietro
un'orrida tempesta; Tal fuor
di squadra il
cavalier gagliardo Venia spronando
il corridor Baiardo. 44
Al comparir del
paladin di Francia Dan
segno i Mori
alle future angosce: Tremare a
tutti in man vedi la
lancia, I piedi in
staffa, e neh'arcìon
le cosce. Re Pulì'ano
sol non muta
guancia. Che questo essei
Rinaldo non conosce; Né
pensando trovar si
duro intoppo, Gli muove
il destrier contro
di galoppo:45 E
su la lancia
nel partir si
stringe, E tutta in sé raccoglie
la persona; Poi con
ambo gli sproni
il destrier spinge, E
le redini innanzi
gli abbandona. Dall'altra parte
il suo valor
non finge, E mostra
in fatti quel
ch'in nome suona, Quanto
abbia nel giostrare
e grazia ed
arte, II figliuolo d'Amone,
anzi di Marte. 46
Furo al segnar
degli aspri colpi,pari;Che si
posero i ferri
ambi alla testa: Ma
furo in arme
ed in virtù
dispari; Che r un
via passa, e
l'altro morto resta. Bisognan di
valor segni più
chiari, Che por con
leggiadria la lancia
in resta: Ma fortuna
anco più bisogna
assai; Che senza, vai
virtù raro o
non mai. 47 La
buona lancia il
paladin racquista, E verso
il re d'Oran
ratto si spicca. Che
la persona aveva
povera e trista Di
cor, ma d'ossa
e di gran
polpe ricca. Questo por
tra bei colpi
si può in
lista, Bench'in fondo allo
scudo gli l'appicca: E
chi non vuol
lodarlo, abbialo escuso, Perdìè non
si potea giunger
più insuso. stanza 27. 48
Non lo ritien
lo scudo, che
non entre, Benché fuor
sia d'acciar, dentro
di palma; E che
da quel gn
corpo uscir pel
ventre Non faccia l'ineguale
e piccola alma. Il
destrier che portar
si credea, mentre Durasse il
lungo di, si
grave salma, Riferì in
mente sua grazie
a Rinaldo, Ch'a quello
incontro gli schivò
un gran caldo. 49
Rotta Pasta, Rinaldo
il destrier volta Tanto
leggier, che fa
sembrar ch'abbia ale; E
dove la più
stretta e maggior
folta Stiparsi vede, impetuoso
assale. Mena Fusberta sanguinosa
in volta. Che fa
Tarme parer di
vetro frale. Tempra di
ferro il suo
tagliar non schiva, Che
non vada a
trovar
lacarneviva.54D'Africav'era
la raen trista
gente; Benché né questa
ancor gran prezzo
vaglia. Dardinel la sua
mosse incontinente, E male
armata, e peggio
usa in battaglia; Bench'egli in
capo avea l'elmo
lucente, E tutto era
coperto a piastra
e a maglia.. Io
credo che la
quarta miglior fia, Con
la qual Isolier
dietro venia. 55 Trasone
intanto, il buon
duca di Marra, Che
ritrovarsi all'alta impresa
gode, Ai cavalieri suoi
leva la sbarra, E
seco invita alle
famose lode; Poich' Isolier con
quelli di Navarra Entrar nella
battaglia vede et
ode. Poi mosse Ari'odante
la sua schiera, Che
nuovo duca d'Albania
fatt'era. 50 Ritrovar poche
tempre e pochi
ferri Può la tagliente
spada, ove s' incappi; Ma targhe,
altre di cuoio,
altre di cerri,? Giuppe trapunte,
e attorcigliati drappi. Giusto è
ben dunque che
Rinaldo atterri Qualunque assale,
e fori e
squarci e aifrappi; Che
non più si
difende da sua
spada, Ch' erba da
falce, o da
tempesta biada. 51 La
prima schiera era
già messa in
rotta, Quando Zerbin con
l'antiguardia arriva. Il cavalier
innanzi alla gran
frotta Con la lancia
arrestata ne veniva. La
gente sotto il
suo pennon condotta, Con
non minor fierezza
lo seguiva:Tanti lupi
parean, tanti leoni Ch'andassero assalir
capre e montoni. 52
Spinse a un tempociascuno il
suo cavallo, Poi che
fur presso; e
sparì immantinente Quel breve
spazio, quel poco
intervallo Che si vedea
fra l'una e
l'altra gente. Non fu
sentito mai più
strano ballo; Che ferian
gli Scozzesi solamenteSolamente i
pagani eran distrutti, Come sol
per morir fosser
condutti. 53 Parve più
freddo ogni pagan
che ghiaccio; Parve ogni
Scotto più che
fiamma caldo: I Mori
si credean ch'avere
il braccio Dovesse ogni
Cristian, eh' ebbe
Rinaldo. Mosse Sobrino i
suoi schierati avaccio, Senza aspettar
che lo'nvitasse araldo. Dell'altra squadra
questa era migliore Di
capitano, d'arme e
di valore. 56 L'alto
rumor delle sonore
trombe, De' timpani e
de' barbari stromenti, Giunti al
continuo suon d'archi,
di frombe, Di macchine,
di ruote e
di tormenti; E quel
di che più
par che'l ciel
rimborabe. Gridi, tumulti, gemiti
e lamenti; Rendono un
alto suon eh' a
quel s'accorda, Con che
i vicin, cadendo,
il Nilo assorda. 57
Grande ombra d'ogn'intomo
il cielo involve, Nata
dal saettar delli
duo campi: L'alito, il
fumo del sudor,
la polve Par che
nell'aria oscura nebbia
stampi. Or .qua l'un
campo, or l'altro
là si volve: Vedresti, or
come un segua,
or come scampi; Ed
ivi alcuno, o
non troppo diviso, Rimaner morto
ove ha il
nimico ucciso. 58 Dove
una squadra per
stanchezza è mossa. Fu' altra si fa tosto
andare innanti. Di qua,
di là la
gente d'arme ingrossa; Là
cavalieri, e qua
si metton fanti. La terra
che sostien l'assalto,
è rossa; Mutato ha
il verde ne' sanguigni
manti; E dov' erano
i fiori azzurri
e gialli, Giaceano uccisi
or gli uomini
e i cavalli. 59
Zerbin facea le
più mirabil prove Che
mai facesse di
sua età garzone: L'esercito pagan
che'ntomo piove', Taglia jcd
uccide, e mena
a destruzione. Ari'odante alle
sue genti nuove Mostra
di sua virtù
gran paragone; E dà di sé
timore e meraviglia A
quelli di Navarra
e di Castiglia. 60 Chelindo
e Mosco, i
duo flgH bastardi Del
morto Calabrun re
d'Aragona, Ed un che
reputato fra' gagliardi Era, Calamidor
da Barcellona, S' avean lasciato
addietro gli stendardi; E
credendo acquistar gloria
e corona Per uccider
Zerbin, gli furo
addosso; E ne' fianchi il
destrier gli hanno
percosso. HI Passato da tre lance
il destrier morto Cade;
ma il buon
Zerbin subito è
in piede; Ch'a quei
ch'ai suo cavallo
han fatto torto, Per
vendicarlo va dove
li vede: E prima
a Mosco, al
giovene inaccorto, Che gli
sta sopra, e
di pigliar se
'1 crede, Mena di
punta, e lo
passa nel fianco, E
fìior di sella
il caccia freddo
e bianco. 62 Poi
che si vide
tor, come di furto, Chelindo il
fratel suo, di
furor pieno Venne a
Zerbino, e pensò
dargli d'urto; Ma gli
prese egli il
corridor pel freno; Tiasselo in
teria, onde non è mai
surto . E non mangiò
mai più biada
né fieno; Zerbin sì
gran forza a
un colpo mise, Che
lui col suo
signor d'un taglio
uccise. "8 Come Calamidor
quel colpo mira, Volta
la briglia per
levarsi in fretta. Ma
Zerbin dietro un
gran fendente tira, Dicendo: Traditore, aspetta,
aspetta. Non va la
botta ove n'andò
la mira, Non che
però lontana vi si metta: Lui
non potè arrivar,
ma il destrier
prese Sopra la groppa,
e in trra
lo distese. 64 Colui
lascia il cavallo,
e via carpone Va
per campar, ma
poco gli successe; Che
venne ca"o che '1 duca
Trasone Gli passò sopra,
e col peso
l'oppresse, Arì'odante e Lurcanio
si pone Dove Zerbino
è fra le
genti spesse:E seco
hanno altri e
cavalieri e conti, Che
fauno ogni opra
che Zerbin rimonti. 66
Menava Arì'odante il
brando in giro; E
ben lo seppe
Artalico e Slargano:Ma
molto più Etearco
e Casimiro La possanza
sentir di quella
mano. I primi duo
feriti se ne
giro:Bimaser gli altri
duo morti sul
piano. Lurcanio fa veder
quanto sia forte; Che
fere, urta, riversa,
e mtte a
morte. 66 Non cre'liate,
signor, che fra
campagna Pugna minor che
presso al fiume
sia Né eh' addietro
l'esercito rimagna, Che di
Lincastro il buon
duca segaia. Le ban'liere
assali questo di
Spagna, E molto ben
di par la
cosa già; Che fanti,
cavalieri e capitani Di
qua e di
là sapcan menar
le m.iti. 67 Dinanzi
vien Oldrado e
Fieramente, l'n duca di
Glocestra, un d'Eborace: Con lor
Riccardo di Varvecia
conte. E di Chiarenza
il duca, Enrigo
audace. Han fatalista e
Follicoue a fronte, E
Baricondo ed ogni
lor seguace. Tiene il
primo Almeria, tiene
il secondo Granata, tien
Maiorca Baricondo. 68 La
fiera pugna un
pezzo andò di
pare. Che vi si
discernea poco vantaggio. Vedeasi or
l'uno or l'altro
ire e tornare, Come
le biade al
ventolin di maggio, 0
come sopra '1 lito
tm mobil mare Or
viene or va,
né mai tiene
un viaggio. Poi che
Fortuna ebbe scherzato
un pezzo, Dannosa ai
Mori ritornò da
sezzo. 69 Tutto in
un tempo il
duca di Glocestra A
Matalista fa votar
1' arcione: Ferito a
un tempo nella
spalla destra Fieramente riversa
Follicoue; E r un
pagano e V
altro si sequestra, E
tra gì' Inglesi
se ne va
prigione. E Baricondo a
un tempo riman
senza Vita per man
dtrl duca di
Chiarenza. 70 Indi i
pagani tanto a
spaventarsi, Indi i fedeli
a pigliar tanto
ardire; Che quei non
facean altro che
ritrarsi, E partirsi dall'ordine
e fuggire; E questi
andar innanzi, ed
avanzarsi Sempre terreno, e
spingere e seguire:E
se non vi
giungea chi lor
die aiuto, Il campo
da quel lato
era perduto. 71 Ma
Ferraù, che sin
qUi mai non
s'era Dal re Marsilio
suo troppo disgitmto, Quando vide
fuggir quella bandiera, E
l'esercito suo mezzo
consunto, Spronò il cavallo,
e dove ardea
più fiera La battaglia,
lo spinse; e
arrivò a punto .
Che vide dal
destrier cadere in
terra, Col capo fespo,
Olimpio dalla Serra; 72
Un giovinetto che
col dolce canto, roncarle al
suou della cornuta
cetra, D'intenerire un cor
si dava vanto, Ancorché fosse
più duro che
pietra. Felice lui, se
contentar di tanto Onor
sapeasi, e scudo,
arco e faretra Aver
in odio, e
scimitarra e lancia, Che
lo fecer morir
giovine in Francia. 73
Quando lo vide
Ferraù cadere, Cile solca
amarlo e avere
in mo't.v estima, Si
sente di lui
sol via più
dolere, Che di miir
altri che perìron
prima; E sopra chi
l'uccise in modo
fere, Che gli divide
l'elmo dalla cima Per
la fronte, per
gli occhi e
per la faccia, Per
mezzo il petto,
e morto a
terra il cacci i. Stanza 56. 74
Né qui s'indugia;
e il brando
intorno ruota, Ch'ogni elmo
rompe, ogni lorica
smaglia: A chi segna
la fronte, a
chi la gota, Ad
altri il capo,
ad altri il bracci ì
figlia:Or questo or
quel di sangue
e d'alma vota; E
ferma da quel
canto la battaglia. Onde la
spaventata ignobil frotta Senz'ordine fuggia
spezzata e rotta. 75
Entrò nella battaglia
il re Agramante, D'uccider gente
e di far
prove vago; E seco
ha Baliverzo, Farurante, Prusion, Soridano
e Bambirago. Poi son
le genti senza
nome tante, Che del
lor sangue oggi
faranno un lago, Che
meglio conterei ciascuna
foglia, Quando l'autunno gli
arbori ne spoglia. 76
Agramante dal muro
una gran banda Di
fanti avendo e
di cavalli tolta, Col
re di Peza
subito li manda,Che
dietro ai padiglion
piglin la volta, E
vadano ad opporsi
a quei d'Irlanda, Le
cui squadre vedea
con fretta molta, Dopo
gran giri e
larghi avvolgimenti, Venir per
occupar gli alloggiamenti. 77 Fu
1 re di
Feza ad eseguir
ben presto; Ch'ogni tardar
troppo nociuto avria. Raguna
intanto il re
Agramante il resto:Parte
le squadre, e
alla battaglia invia. Egli
va al fiume;
che gli par
ch'in questo Luogo del
suo venir bisogno
sia: E da quel
canto un messo
era venuto Del re
Sobrino a domandare
aiuto. stanza 82. 80 Dove
gli Scotti ritornar
fuggendo Vede, s'appara, e
grida: Or dove
andate? Perchè tanta viltade
in voi comprenio, Che a
sì vii gente ilcampo
abbandonate?Ecco le spoglie,
delle quali intendo Ch'esser dovean
le vostre chiese
ornate. Oh che laude,
oh che gloria,
che'l figliaolo Del vostro
re si lasci
a piedi e solo
! 81 D'un suo
scudier una grossa
asta afTerra. E vede
Prusion poco lontano, Be
d'Alvaracchie, e addosso
se gli serra. E
dell'arcion lo porta
morto al piano. Morto
Agricalte e Bambirago
atterra; Dopo fere aspramente
Sondano; E come gli
altri l'avria messo
a morte, Se nel
ferir la lancia
era più fort". 82 Stringe
Fusberta, poiché l'asta
è rotta, E tocca
Serpentin, quel dalla
Stella. Fatate l'arme avea;
ma quella botta Pur
tramortito il manda
fuor di sella E
cosi al duca
della gente scotta Fa
piazza intomo spaziosa
e bella; Sì che
senza contesa un
destrier pnote Salir di
quei che vanno
a selle vote. 83
E ben si
ritrovò salito a
tempo, Che forse noi
facea, se più
tardava; Perchè Agramante e
Dardinello a un
tempii, Sobrin col re
Balastro v'arrivava. Ma egli,
che montato era
per tempo, Di qua
e di là col brando
s' aggirava, Mandando or questo
or quel giù
nell'inferno dar notizia del
viver moderno. 78 Menava
in una squadra
più di mezzo Il
campo dietro; e
sol del gran
rumore Tremar gli Scotti,
e tanto fu
il ribrezzo, Ch'
abbandonavan l'ordine e
l'onore. Zerbin, Lurcanio e Ar lodante
in mezzo Vi restar
soli incontra a
quel furore; E Zerbin,
ch'era a pie,
vi perla forse; Ma
'1 buon Rinaldo
a tempo se n' accorse. 79
Altrove intanto il
paladin s'avea Fatto innanzi
fuggir cento bandiere. Or
che l'orecchie la
novella rea Del gran
periglio di Zerbin
gli fere, Ch'a piedi
fra la gente
cirenea Lasciato solo aveano
le sue schiere, Volta il
cavallo t e
dove il campo
scotto Vede fuggir, prende
la via di
botto. 84 II buon
Rinaldo, il quale
a porre in
terra I più dannosi
avea sempre riguardo, La
spada contro il
re Agramante afferra, Che
troppo gli parca
fiero e gagliardo (Facea egli
sol più che
mille altri guerra); E
se gli spinse
addosso con Baiardo: Lo
fere a un
tempo ed urta
di traverso Sì, che
lui col destrier
manda riverso. 85 Mentre
di fuor con
sì crudel battaglia. Odio, rabbia,
furor l'un l'altro
offende, Rodomonte in Parigi
il popol taglia, Le
belle case e
i sacri templi
accende. Carlo, ch'in altra
parte si travaglia, Questo non
vede, e nulla
ancor ne 'ntende:Odoardo raccoglie
ed Arimanno Nella città,
col lor popol
britanno. 86 A lui
venne un scudier
pallido in volto, Che
i>otea appena trar
del petto il
fiato. Ahimè ! signor, ahimè !
replica molto, Prima ch'abbia
a dir altro
incominciato: Oggi il romanoimperio, oggi
è sepolto; Oggi ha
il suo popol
Cristo abbandonato:Il Demonio
dal cielo è
piovuto oggi, Perchè in
questa città più
non s'alloggi. 87 Satanasso
(perch' altri esser non
puote) Strugge e mina
la città infelice. Volgiti e
mira le fumose
ruote Della rovente fiamma
predatrice; Ascolta il pianto
che nel ciel
percuote; E faccian fede
a quel che
'1 servo dice. Un
solo è quel
eh' a ferro e a fuoco
strugge La bella terra,
e innanzi ognun
gli fugge. stanza ( 88
Qual è colui
che prima oda
il tumulto, E delle
sacre squille il
batter spesso. Che vegga
il fuoco a
nessun altro occulto, Ch'a
sé, che più
gli tocca, e
gli è più
presso; Tale è il
re Carlo, udendo
il nuovo insulto, E
conoscendo! poi con V occhio
istesso:Onde lo sforzo
di sua miglior
gente Al grido drizza
e al gran
rumor che sente. 89
Dei paladini e
dei guerrier più
degni Carlo si chiama
dietro una gran
parte, E ver. la piazza
fa drizzare i
segni; Che '1 pagan
s' era tratto in
quella pirte. Ode il
rumor, vede gli
orribil segui Di crudeltà,
l'umane membra sparte. Ora
non più: ritomi
un'altra volta Chi volontier
la bella istoria
ascalta. NOTE. St. 5. v.58.
Bama: oggi Bamlat piccola
città di Siria, stazione
dei pellegrini che
andavano a Gerusa lemme.
Antiochia f oraAntakiech: la famosa Antio cbìa
Magna, salla sinistra
deirOronte, a settentrione
di Damasco. St. 11. V
1. Nicoaia, città
principale dell'isola di Cipro. St.
23. V.24. Campi
ircani. Gli antichi
chiama rono Ircania una regione
della Persia, in
vicinanza al mar Caspio,
la qoale ora
comprende lo Schirvan,
il Ohi lan e
il Tabarìstan. Nel
monte che Tffeo
sotto 9i frange, si può
ravvisare col Petrarca
la montagna d'Ischia,
isola presso il capo
Miseno all'entrata del
golfo di Napoli. St.
27. V.56. Signor,
avete a creder,
ecc. All'as sedio di Padova,
fatto dagli Austrìaci
nel 1509, si
trovò il cardinale Ippolito
d'Este. St. 31. V.15.
Impedimenti: bagagli dell'esercito. St. 33.
V.3. Il vostro
re, ecc.: il padre
d'Astolfo, Otone
d'Inghilterra, che insieme
con Carlo era
assediato in Parigi. St. 36.
V.12. Una corona,
ecc.: era di
quercia: i Romani la
dissero civica; e
la davano a
chi salvava la vita
a qualche cittadino. St. 37.
V.6. Zibeltaro, ecc.:
Gibilterra, e Io
stretto omonimo, ricordato più
volte. St. 47. V.7.
Escuso, scusato. St. 50.
V.34. Targhe, speaie
di scudi. Oiuppe trapunte, sorta
di sottovesti usate
allora a difesa
del corpo. St. 53. V.5.
Avaccio: prestamente. St. 56. V.78.
Un alto suon,
ecc.: accennasi il fragore
prodotto dalle cateratte
delNilo.St.72. V.2. Cornuta.
Chiama cornuta la
cetra, perchè ha due
capi ricurvi a
modo di corni St
76. V.3. Feza: Fez,
provincia che ha
titolo di regno, nell'impero
di Marocco. St. 79.
V.b. La gente
cirenea. Cirenaica chiamossi in
antico il paese
di Barca, limitrofo
alla gran Sirte,
nello Stato di Tripoli;
ma qui può
intendersi geneialmente la milizia
libica ed anche
africana. St. 82. V.2.
Stella, Estella, città
di Spagna, dalla quale
prendeva il nome
Serpentino. Carlo esorta i
suoi paladini, ed
insieme con essi
investe i nemici.
Grifone, Orrigìlle e
Hartano vanno in
Dama sco alla festa bandita
da Noiandino. Grifone
vince nella giostm:
Mai'tano vi mostra
somma codardia, na gli
usurpa l'onore della
vittoria, onde Grifone
riceve onte ed
oltraggi. 1 II giusto
Dio, quando i
peccati nostri Hanno di
remissìon passato il
seguo, Acciò che la
giustizia sua dimostri Uguale alla
pietà, spesso dà
regno A tiranni atrocissimi
ed a mostri, E
dà lor forza,
e di mal
fare ingegno. Per questo
Mario e Siila
pose al mondo, E
duo Neroni e Caio furibondo, Che d'Attila
dir? che dell'iniquo Ezzelin da
Roman? che d'altri
cento, Che dopo un
lungo andar sempre
in obliquo, Ne manda
Dio per pena
eper tormento?Di questo abbiam
non pur al
tempo antiquo, Ma ancora
al nostro, chiaro
esperimento, Quando a noi,
greggi inutili e
malnati, Ha dato per
guardian lupi arrabbiati:Domiziano e 1' ultimo
Antonino; E tolse dalla
immonda e bassa
plebe. Ed esaltò all'imperio
Massimino; E nascer prima
fé' Creonte a
Tebe; E die Mezenzio
al popolo Agilino, Che
fé' di sangue umau
grasse le glebe; E
diede Italia a
tempi men rimoti In
preJa agli Unni,
ai Longobardi, ai
(ioti. A cui non
par eh' abbi' a bastar
lor fame, Ch' abbi'
il lor ventre
a capir tanta
carne; E chiaman lupi
di più ingorde
brame Da boschi oltramontani
a divorarne. Di Trasimeno
l'insepulto ossame, E i
Canne e di
Trebbia, poco pame Verso
quel che le
ripe e i campi ingrassa, Dov'Adda e
Mei la e
Ronco e Taro
passa. Or Dio consente
che noi siam
\m\ìhì Da popoli di
noi forse peggiori, Per
li multiplicati ed
infiniti Nostri nefandi, obbrobriosi
errori. Tempo verrà, eh' a
depredar lor liti Andremo
noi, se mai
sarem migliori, E che
i peccati lor
giungano al segno, Che
V etema Bontà
muovano a sdegno. 11
Sta su la
porta il re d'AIgier, lucente Di
chiaro acciar che'l
capo gli armaeU
busto. Come uscito di
tenebre serpente, Poi cha
lasciato ogni squallor
vetusto, Del nuovo scoglio altiero, e
che si sente Ringiovenito e pii\ che
mai robusto:Tre lingue
vibra, ed ha
negli occhi foco; Dovunque passa,
ogn animai dà
loco. 3 Doveano allora
aver gli eccessi
loro Di Dio turbata
la serena fronte, Che
scorse ogni lor
luogo il Turco
e'I loro Con stupri,
uccision, rapine ed
onte; Ma più di
tutti gli altri
danni, fóro Gravati dal
furor di Rodomonte. Dissi ch'ebbe
di lui la
nuova Carlo, E che
'n piazza venia
per ritrovarlo. 7 Vede
tra via la
gente sua troncata, Arsi i
palazzi, e ruinati
i templi, Oran parte
della terra desolata:Mai
non si vider
si crudeli esempli. Dove
fuggite, turba spaventata? Non è
tra voi chi
'1 danno suo
contempli?Che città, che
rifugio più vi
resta, Qiwndo si perda
sì vilmente questa? 8
Dunque un uom
solo in vostra
terrà preso. Cinto di
mura onde non
può fuggire, Si partirà
che non V
avrete offeso, Quando tutti
v'avrà fatto morire? Con
Carlo dicea, che
d'ira acceso Tanta vergogna
non potea patire; E
giunse dove innanti
alla gran corte Vide
il pagan por
la sua gente
a morte. 9 Quivi
gran parte era
del popolazzo, Sperandovi trovare
aiuto, ascesa; Perchè forte
di mura era il
palazzo, Con manizion
da far lunga
difesa. Rodomonte,
d'orgoglio e d'ira
pazzo, Solo s'avea tutta
la piazza presa; E
l'una man, che
prezza il mondo
poco, Ruota la spada,
e l'altra getta
il fuoco. 10 E
della regal casa,
alta e sublime, Percuote e
risuonar fa le
gran porte. Gettan le
turbe dall'eccelse cime E
merli e torri,
e si metton
per morte. Guastare i
tetti non è
alcun che stime; E
legne e pietre
vanno ad una
sorte, Lastre e colonne
e le dorate
travi, Che furo in
prezzo agli lor
pa<lri e agli
avi. 'i (C.y t;>, stanza 7. 12
Non sasso, merlo,
trave, arco o
balestra, Né ciò che
sopra il Siracin
percuote, Ponno allentar la
sanguinosa destra, Che la
gran porta taglia,
spezza e scuote: E
dentro fatto v'ha
tanta finestra, Che ben
vedere e veduto
esser puote Dai visi
impressi di color
di morte, Che tutta
piena quivi hanno
la corte. 13 Suonar
per gli alti e spaziosi
tetti S' odono gridi e
femminil lamenti: L'afflitte donne,
perco tendo i petti, Corron
per casa pallide
e dolenti; E abbraccian
gli usci e
i geniali letti. Che
tosto hanno a
lasciare a strane
genti. Tratta la cosa
era in periglio
tanto. Quando il re
giunse, e suoi
baroni accanto. SUnza 12. 15
Perchè debbo vedere
in voi fortezza Ora
miuor, ch'io la
vedessi aUora? Mostrate a
questo can vostra
prodezza, A questo can
che gli uomini
devora. Un magnanimo cor morte non
prezza, Presta o tarda
che sia, purché ben
muoitL Ma dubitar non
posso ove voi
sete, Che fatto sempre
vincitor m'avete. 16 Al fin delle
parole urta il
destriero, Con Pasta bassa,
al Saracino addosso. Mossesi a
un tratto il
paladino Uggiero, A un
tempo Namo ed
Olivier si è
mosso, A vino, Avoìio,
Otone e Berlingiero, Ch'un senza
l'altro mai veder
non posso: E ferir
tutti sopra a
Rodomonte E nel petto
e nei fianchi
e nella fronte. 17
Ma lasciamo, per
Dio, signore, ormai Di
parlar d'ira, e di cantar
di morte; E sia
per questa volta
detto assai Del Saracin
non men crudel
che forte:Che tempo
è ritornar dov'io
lasciai Grifon, giunto a
Damasco in su
le porte Con Orrigille
perfida, e con
quello Ch' adulter' era,
e non di
lei fratello. Delle più
ricche terre di
Levante, Delle più populose
e meglio ornate Si
dice esser Damasco,
che distante Siede a
Gerusalem sette giornate, In
un piano fruttifero
e abbondante, Non men
giocondo il verno,
che l'estate. A questa
terra il primo
raggio tolle Della nascente
nurora un vicin
colle. 19 Per la
città duo fiumi
cristallini Vanno
innaffiando per diversi
rivi Un numero infinito
di giardini, mai di
fior, non mai
di fronde privi. Dicesi
ancor, che macinar
molini Potrian far P
acque lanfe che
son quivi; E chi
va per le
vie, vi sente
fuore Di tutte quelle
case uscire odore. 14
Carlo si volse
a quelle man
robuste. Ch'ebbe altre volte
a gran bisogni
pronte. Non sete quelli
voi, che meco
fuste Contra Agolante, disse,
in Aspramonte? Sono le
forze vostre ora
si fruste, Che, s'uccideste
lui, Troiano e
Almonte Con cento mila,
or ne temete
un solo Pur di
quel sangue, e
pur di quello
stuolo? 20 Tutta coperu
è la strada
maestra Di panni di
diversi color lieti, E
d'odorifera erba, e
di silvestra Fronda la
terra e tutte
le pareti. Adorna era
ogni porti, ogni
finestra Di finissimi drappi
e di tappeti; Ma
più dì belle
e bene ornate
donne Di ricche gemme
e di superbe
gonne. 2 1 Vedeasi celebrar
dentr' alle porte, Ili
molti lochi, soUazzevol
balli: Il popol, per le vie,
di miglior sorte Maneggiar beu
guarniti e bei
cavalli. Facea più ben
veder la ricca
corte De' signor, de'
baroni, e deWassalli, Con ciò
che d'India e
d'eritree maremme Di perle
aver si può,
d'oro e di
gemme. 22 Venia Grifone
e la sua
<jompagiiia Mirando e quinci
e quiudi il
tutto ad agio; Quando
fermolli un ca vallerò
in via, E li
fece smontare a
un suo palagio:E
per l'usanzi e
per sua cortesia, Di
nulla lasciò lor
patir disagio. Li fé'
nel bagno entrar;
poi con serena Fronte
gli accolse a
sontuosa ceua. Z' stanza 14.23
E narrò lor,
come il re
Norandino, Re di Damasco
e di tutta
Soria, Fatto avea il
paesano e'I peregrino. Ch'ordine avesse
di cavalleria, Alla giostra
invitar, eh' al
mattutino Del di seguente
in piazza si
farla; E che, s'aveon
valor pari al
sembiante, ' Potrian mostrarlo
senza andar più
innante. 24 Ancorché quivi
non venne Grifone A
questo effetto, pur
lo 'nvito tenne; Che
qual volta se n' abbia
occasione, Mostrar virtude mai
non disconvenne.
Interrogollo poi della
cagione Di quella festa,
e s'ella era
solenne Usata ogn' anno,
oppure impresa nuova Del
re, ch'i suoi
veder volesse in
pruova. 25 Rispose il
cavalier: La bella
festa S'ha da far
sempre ad ogni
quarta luna. Deir altre che
verran, la prima
è questa: Ancora non
se n è
fatta più alcuna. Sarà
in memoria che
salvò la testa Il
re in tal
giorno da una
gran fortuna, Dopo che
quattro mesi in
doglie e n
pianti Sempre era statp,
e con la
morte iumnti. 27 Ma
poi che fummo
tratti a piene
Tele Lungi dal porto
nel Carpazio iniquo, La
tempesta saltò tanto
crudele, Che sbigotti sin
al padrone antiqua Tre
di e tre
notti andammo errando
ne le Minacciose onde
per cammino obbliquo. Uscimmo alfin
nel lito stanchi
e molli. Tra freschi
rivi, ombrosi e
verdi collL Stanza 32. 26
Ma perdirvi la
cosa pienamente, Il nostro
re, che Norandin
s' appella, Molti e molt'anui
ha avuto il
core ardente .Della leggiadra
e sopra ogni
altra bella Figlia del
re di Cipro: e
finalmente Avutala per moglie,
iva con quella, Con
cavalieri e donne
in compagnia; £ dritto
avea il cammin
verso Soria. 28 Piantare
i padiglioni, e
le cortine Fra gli
arbori tirar facemmo
lieti. S'apparecchiano i fuochi
e le cucine; Le
mense d'altra parte
in su tappeti. Intanto il re cercando
alle vicine Valli era
andato e a'
boschi più secreti, Se
ritrovasse capre o
daini o cervi; E
l'arco gli portar
dietro duo servi. 29
Mentre aspettiamo, in
gran piacer sedendo, Che
da cacciar ritorni
il signor nostro. Vedemmo l'Orco
a noi venir
correndo Lungo il lito
del mar, terribil
mostro. Dio vi guardi,
signor, che'l viso
orrendo Dell' Orco agli occhi
mai vi sia
dimostro:Meglio è per
fama aver notizia
d'esso, Ch'andargli sì, che
lo veggiate, appresso. 80 Non
gli può comparir
quanto sia lungo, Si
smisuratamente è tutto
grosso. In luogo d'occhi,
di color di
fungo Sotto la fronte
ha duo coccole
d'osso. Verso noi vien,
come vi dico,
lungo Il lito, e
par eh' un monticel
sia mosso. Mostra le
zanne fuor, come
fa il iwrco; Ha
lungo il naso,
il sen bavoso
e sporco. 31 Correndo
vien, e'I muso
a guisa porta Che'l
bracco suol, quindo
entra in su
la traccia. Tutti, che
lo veggiam, con
faccia smorta In fuga
andiamo ove il
timor ne caccia. Poco
il veder lui
cieco ne conforta. Quando, fiutando
sol, par che
più faccia, Ch'altri non
fa, ch'abbia odorato e lume:
E bisogno al
fuggire eran le
piume. 32 Corron chi
qua, chi là;
ma poco lece Da
lui fuggir, veloce
più che '1
Noto. Di quaranta persone,
appena diece Sopra il
navilio si salvaro
a nuoto. Sotto il
braccio un fastel
d' alcuni fece; Né il
grembo si lasciò
né il seno
voto. Un suo capace
zaino empissene anco, Che
gli pendea, come
a pastor, dal
fianco. 33 Portocci
alla sua tana
il mostro cieco, Cavata
in lito al
mar dentrnno scoglio. Di
marmo cosi bianco
è quello speco, Come
esser soglia ancor
non scritto foglio. Quiyi
abitava una matrona
seco, Di dolor piena
in vista e
di cordoglio; Ed avea
in compagnia donne
e donzelle D'ogni età,
d'ogni sorte, e
brutte e belle. B4
Era presso alla
grotta in ch'egli
stava, Quasi alla cima
del giogo superno, Un'altra non
ininor di quella
cava, Dove del gregge
suo focea governo. Tanto n'avea,
che non si
numerava; E n'era egli
il pastor l'estate
el verno. Ai tempi
suoi gli apriva
e tenea chiuso, Per
spasso che n'
avea, più che
per uso. 3.5 L'umana
carne meglio gli
sapeva; E prima il
fa veder, ch'ali'
antro arrivi; Che tre
de' nostri giovini ch'aveva, Tutti li
mangia, anzi trangugia
vivi. Viene alla stalla,
e un gran
sasso ne leva: Ne
caccia il gregge,
e noi riserra
quivi. Con quel sen
va dove il
suol far satollo, Sonando una
zampogna eh' avea in
collo. 36 II signor
nostro intanto, ritornato Alla marina,
il suo danno
comprende; Che trova gran
silenzio in ogni
lato, Voti frascati, padiglioni
e tende. Né sa
pensar chi si
l'abbia rubato; E pien
di gran timore
al lito scende, Onde
i nocchieri suoi
vede in disparte Sarpar lor
ferri, e in
opra por le
sarte. 37 Tosto ch'essi
lui veggiono sul
lito n palischermo mandano
a levarlo: Ma non
sì tosto ha
Norandino udito Dell' Orco che
venuto era a
rubarlo, Che, senza più
pensar, piglia partito, Dovunque andato
sia, di seguitarlo. Vedersi tor
Lucina si gli
duole, Ch'o racquistarla, o
non più viver
vuole. 38 Dove vede
apparir lungo la
sabbia La fresca orma,
ne va con
quella fletta Con che
lo spinge l'amorosa
rabbia, Finché giunge alla
tana ch'io v'ho
detta. Ove con tema,
la maggior che
s'abbia A patir mai,
l'Orco da noi s'
aspetta. Ad ogni suono
di sentirlo parci, Ch'aifamato ritomi
a divorarci. 39 Quivi fortuna
il re da
tempo guida, Che senza
V Orco in
casa era la
moglie. Come ella'l vede:
Fuggine, gli grida: Misero
te, se l'Orco
ti ci coglie ! Coglia, disse,
o non coglia,
o salvi o
uccida,, Che miserrimo
i' sia non
mi si toglie. Disir.mi mena,
e non error
di via, C ho
di morir presso
alla moglie mia. 40
Poi segui, dimandandole
novella Di quei che
prese l'Orco in
su la riva; Prima
degli altri, di
Lucina bella, Se l'avea
morta, o la tenea
captiva. La donna umanamente
gli favella, E lo
conforta, che Lucina
é viva, E che
non é alcun
dubbio ch'ella muora; Che
mai femmina l'Orco
non divora. 41 Esser
di ciò argumento
ti poss'io, E tutte
queste donne che
son meco: Né a
me né a
lor mai 1'
Orco é stato
rio, Purché non ci
scostiam da questo
speco. A chi cerca
fuggir, pon grave
fio; Né pace mai
puon ritrovar più
seco: 0 le sotterra
vive, o l'incatena, 0
fa star nude
al sol sopra
l'arena. 42 Quand'oggi egli
portò qui la
tua gente, Le femmine
dai maschi non
divise; Ma, si come
gli avea, confusamente Dentro a
quella spelonca tutti
mise. Sentirà a naso
il sesso differente:Le
donne non temer
che sieno uccise: Gli
uomini, òiene certo;
ed empieranne Di quattro,
il giorno, o
sei, l'avide canne. 48
Di levar lei di qui
non ho consiglio Che
dar ti possa; econtentar ti puoi Che
nella vita sua
non é periglio:Starà qui al ben
e al mal
ch'avremo noi. Ma vattene,
per Dio, vattene,
figlio, Che l'Orco non
ti senta e
non t'ingoi. che giunge
d'ogn' intorno annasa, E sente
sin a un
topo che sia
in casa. 44 Rispose
il re, non
si voler partire, Se
non vedea la
sua Lucina prima; E
che piuttosto appresso
a lei morire, Che
viverne loutan. faceva
stima. Quando vede ella
non potergli dire Cosa
che '1 muova
dalla voglia prima, Per
aiutarlo fa nuovo
disegno, E ponvi ogni
sua industria, ogni
suo ingegno. 45 Morte
avea in casa,
e (Vogni tempo
appese, Con lor mariti,
assai capre ed
agnelle, Onde a sé
ed alle sue
facea le spese; E
dal tetto pendea
più d'una pelle. La
donna fe che
'1 re del
grasso prese, Ch'avea un
gran becco intorno
alle ludelle, E che
se n'unse dal
capo alle piante, Finché r
e dor cacciò
eh' egli ebbe
innante. 48 Pensate voi
.se gli tremava
il core . Quando l'Orco
senti che ritornava. E
che '1 viso
crndel pieno d'orrore Vide
appressare all' uscio della
cava:Ma potè la
pietà più che'l
timore. S'ardea, vedete, o
.se fingendo amav.i. Vien
l'Orco innanzi, e
leva il sasso,
ed apre Norandino entra
fra pecore e
capre. Stanza ò'o. 46 E poi che'l
tristo puzzo aver
le parve. Di che
il fetido becco
ognora sape, Piglia l'irsuta
pelle, e tutto
entrarve Lo fé'; ch'ella
è si grande,
che lo cape Coperto
sotto a cosi
strane larve, Faccndol gir
carpon, seco lo
rape Là dove chiuso
era d'un sasso
grave l>ella sua donna
il bel viso
soave. 47 Norandino ubbidisce,
ed alla buca Della
spelonca ad aspettar
si mette, Acciò col
gregge dentro si
conduca; E fin a
sera disiando stette. Olle
la sera il
suon della sambuca, Con
che 'nvita a
lassar l'umide erbette, E
ritornar le pecore
all'albergo Il fier pastor,
che lor venia
da tergo. 49 Entrato
il gregge, l'Orco
a noi discende: Ma prima
sopra sé l'uscio
.si chiude. Tutti ne
va fiutando: alfin
duo prende; Che vuol
cenar delle lor
carni crude. Al rimembrar
di quelle zanne
orrende Non posso far
eh' ancor non tremi
e snde. Partito rOrco,
il re getta
la gonna Oh 'avea di
becco, e abbraccia
la sua donna. .50
Dove averne piacer
deve e conforto, Vedendol quivi,
ella n'ha affanno
e noia: Lo vede
giunto ov'ha da
restar morto; E non
può far però,
eh' essa non
muoia. Con tutto '1
mal, diesagli, eh'
io supporto, Signor, sentìa
non mediocre gioia, Che
ritrovato non t'eri
con nni Quando dall' Orco
oggi qui tratta
fui. 51 Che sebben
il trovarmi ora
in procinto D'uscir di
vita, m'era acerbo
e forte; Pur mi
sarei, com' è
comune istinto, Dogliuta sol
della mia trista
sorte:3[a ora, o
prima o poi
che tu sia estinto.
Più mi
dorrà la tua,
che la mia
morte. E seguitò, mostrando
assai più affanno Di
quel di Norandin,
che del suo
danno. 52 La speme,
disse il re,
mi fa venire, C'ho
di salvarti, e
tutti questi teco: E
s'io noi posso
far, meglio è
morire. Che senza te,
mio Sol, viver
poi cieco. Come io
ci venni, mi
potrò partire; E voi
tutt' altri ne
verrete meco, Se non
avrete, come io
non ho avuto, Schivo
a pigliare odor
d'animai bruto. 53 La
fraude in.segnò a
noi, che centra
il nao Dell'Orco insegnò
a lui la
moglie d'esso; Di vestirci
le pelli, in ogni caso Ch'egli
ne palpi nell'uscir
del fesso. Poiché di
questo ognun fu
persuaso, Quanti dell' un, quanti
dell' altro sesso Ci ritroviamo,
uccidiam tanti becchi. Quelli che
più fetean, eh'
eran più vecchi. 54
Ci uugemo i
corjn di quel
grasso opimo Che ritroviamo
all'intestina intorno, E dell'orride
pelli ci vestimo. Intanto usci
dall'aureo albergo il
giorno; Alla spelonca, come
apparve il primo Raggio
del sol, fece
il pastor ritorno; E
dando spirto alle
sonore canne, Chiamò il suo gregge
fuor delle capanne. 55
Tenea la roano
al buco della
tana, Acciò col gregge
non uscissim noi:Ci
prendea al varco;
e quando pelo
o luna Sentia sul
dosso, ne lasciava
poi. Uomini e donne
uscimmo per si
strana Strada, coperti dagl'irsuti
cuoi: E r Orco
alcun di noi
mai non ritenne; Finché con
gran timor Lucina
venne. 56 Lucina, o
fosse perch'ella non
volle Ungersi come noi,
che schivo n'
ebbe; 0 eh' avesse
l'andar più lento
e molle, Che V
imitata bestia non
avrebbe; 0 quando l'Orco
la groppa toccolle, Gridasse per
la tema che
le accrebbe; 0 che
se le sc'ogliessero
le chiome; Sentita fu,
né ben so
dirvi come. 57 Tutti
eravam sì intenti
al caso nostro, Che
non avemmo gli
occhi agli altrui
fatti. Io mi rivolsi
al grido; e
vidi il mostro Che
già gì' irsuti
spogli le avea
tratti, E fattola tornar
nel cavo chiostro. Noi
altri dentro a nostre gonne
piatti Col gregge andiamo
ove '1 pastor
ci mena, Tra verdi
colli in una
piaggia amena. 58 Quivi
attendiamo infin che
steso all'ombra D'un bosco
opaco il nasuto
Orco dorma. Chi lungo
il mar, chi
verso il monte
sgombra: Sol Norandin non
vuol seguir nostr'orma. L'amor della
sua donna sì
lo 'ngorabra, Ch'alia grotta
tornar vuol fra la torma, Né
partirsene mai sin
alla morte, Se non
imequista la fedel
consorte:59 Che quando
dianzi avea all'uscir
del chiuso Vedutala restar
captiva sola. Fu per
gittarsi, dal dolor
confuso, Spontaneamente al vorace
Orco in gola; E
si mosse, e
gli corse in
fino al muso, Né
fu lontano a
gir sotto la
mola; Ma pur lo
tenne in mandra
la speranza Ch'avea di
trarla ancor di
quella stanza. Abiosto. 60 La
sera, quando alla
spelonca mena Il gregge
l'Orco, e noi
fuggiti sente, E e' ha
da rimaner privo
di cena, Chiama Lucina
d'ogni mal nocente, E
la condanna a
star sempre in
catena Allo scoperto in
sul sasso eminente. Vedela il
re per sua
cagion patire; E si
distrugge, e sol
non può morire. Stanza 60. 61
Mattina e sera
l'infelice amante La può
veder come s' affligga
e piagna; Che le
va misto fra
le capre avante, Tomi
alla stalla, o
torni alla campagna. Ella con
viso mesto e
supplicante Gli accenna che
per Dio non
vi ri magna Perchè
vi sta a
gran rischio della
vita, Né però a
lei può dare
alcuna aita. 62 Così
la moglie ancor
dell'Orco priega Il re,
che se ne
vada: ma non
giova; Che d'andar mai
senza Lucina niega, E
sempre più costante
si ritrova. In questa
servi tilde, in
che lo lega Pietate
e amor, stette
con lunga prova Tanto,
eh' a capitar
venne a quel
sasso Il figlio d'Agricaue
e'I re Gradasso.63
Dove con loro
audacia tanto fènno, Che
liberaron la bella
Lucina; Benché 7i fu
avventura più che
senno:E la portar
correndo alla marina; E
al padre suo,
che quivi era,
la dénno; E questo
fu nell'ora mattutina, Che Norandin
con l'altro gregge
stava A ruminar nella
montana cava. 64 Ma
poi che 1
giorno aperta fu
la sbarra, E seppe
il re la
donna esser partita (Che
la moglie dell' Orco
gli lo narra), E
come appunto era
la cosa gita; Grazie
a Dio rende,
e con voto
n' inarra, Ch'essendo fuor di
tal miseria uscita, Faccia che
giunga onde per
arme possa Per prieghi
o per tesoro
esser riscossa. 65 Pien
di letizia va
con l'altra schiera Del
Simo gregge, e
viene ai verdi
paschi; E quivi aspetta
fin eh' all'ombra nera U
mostro per dormir
nell'erba caschi. Poi ne
vien tutto il
giorno e tutta
sera; E alfin sicur
che l'Orco non
lo 'ntaschi, Sopra un
navilio monta in
Satalia; E son tre
mesi ch'arrivò in
Scria. 66 In Rodi,
in Cipro, e
per città e
castella E d'Africa e
d'Egitto e di
Turchia, Il re cercar
fé' di Lucina
bella; Né fin l'altr'ier
aver ne potè
spia. L'altr'ieri n'ebbe dal
suocero novella. Che seco
l'avea salva in
Nicosia, Dopo che molti
di vento crudele Era
stato contrario alle
sue vele. 67 Per
allegrezza della buona
nuova Prepara il nostro
re la ricca
festa; E vuol eh' ad
ogni quarta luna
nova, Una se n'
abbia a far
simile a questa:Che
la memoria rinfrescar
gli giova Dei quattro
mesi che 'n
irsuta vesta Fu tra
il gregge de
l'Orco; e un
giorno, quale Sarà dimane,
usci di tanto
male. Questo ch'io v'ho
narrato, in parte
vidi, In parte udì'
da chi trovossi
al tutto:Dal re,
vi dico, che
calende et idi Vi
stette, finché volse
in riso il
lutto: E se n'udite
mai far altri
gridi, Direte a chi
gli fa, che
mal n'è istrutto. Il
gentiluomo in tal
modo a Grifone Della
festa narrò l'alta
cagione. 69 Un gran
pezzo di notte
si dispensa Dai cavalieri
in tal ragionamento; E conchiudon,
eh' amore e
pietà immensa Mostrò quel
re con grand'esperimento. Andaron, poi
che si levar
da mensa, Ove ebbon
grato e buono
alloggiamento. Nel seguente mattin
sereno e diiaro Al
suon dell'allegrezze si
destaro. 70 Vanno scorrendo
timpani e trombette, E
ragunando in piazza
la cittade. Or, poiché
di cavalli e
di carrette E rimbombar
di gridi odon
le strade, Grifon le
lucide armi si
rimette, Che son di
quelle che si
trovan rade; Che l'avea
impenetrabili e incantate La
fata bianca di
sua man temprate. 71
Quel d'Antiochia, più
d'ogn' altro vile, Armossi seco,
e compagnia gli
tenne. Preparate avea lor
1' oste gentile Nerbose lance,
e salde e
grosse antenne, E del
suo parentado non
umile Compagnia tolta; e
seco in piazza
venne; E scudieri a
cavallo, e alcuni
a piede, A tai
servigi attissimi lor
diede. 72 Giunsero in
piazza, e trassonsi
in disparte. Né pel
campo curar far di
sé
mostra. Per veder meglio
il bel popol
di Marte, Ch'ad uno,
o a dua,
o a tre
veniano in giostra. Chi
con colori accompagnati
ad arte, Letizia o
doglia alla sua
donna mostra: Chi nel
cimier, chi nel
dipinto scudo Disegna Amor,
se l'ha benigno
o crudo. 73 I
Soriani in quel
tempo aveano usanza D'armarsi a
questa guisa di
Ponente. Forse ve gli
inducea la vicinanza Che
de' Franceschi avean continuamente. Che quivi
allor reargean la
sacra stanza. Dove in
carne abitò Dio
onnipotente; Ch'ora i superbi
e miseri Cristiani, Con biasmo
lor, lasciano in man de'canL 74
Dove abbassar dovrebbono
la lancia In augumento
della santa Fede, Tra
lor si dan
nel petto e
nella pancia, A destruzion
del poco che
si crede. Voi, gente
Ispana', e voi,
gent di Francia, Volgete altrove,
e voi. Svizzeri,
il piede, E voi,
Tedeschi, a far
più degno acquisto; Che
quanto qui cercate
è già di
Cristo. 75 Se Cristianissimi esser
yoì volete, E voi
altri Cattolici nomati, Perchè dì
Cristo gli nomini
uccidete? Perchè debenì lor
son dispogliati? Perchè Gerusalem
non riavete, Che tolto
è stato a
voi da' rinnegati?Perchè Constantinopoli, e
del mondo La miglior
parte, occupali Turco
immondo? 76 Non hai
tu, Spagna, l'Africa
vicina, Che t'ha via
più di questa
Italia offesa? Eppur, per
dar travaglio alla
meschina. Lasci la prima
tua si bella
impresa. O d'ogni vizio fetida
sentina, Dormi, Italia imbriaca,
e non ti
pesa Ch' ora di
questa gente, ora
di quella, Che già
serva ti fu,
sei fiotta ancella? 77
Se '1 dubbio
di morir nelle
tue tane, Svizzer, di
fame, in Lombardia
ti guida, E tra
noi cerchi o
chi ti dia
del pane, 0, per
uscir d'inopia, chi
t'uccida; Le ricchezze del
Turco hai non
lontane: Cacciai d'Europa, o
almen di Grecia
snida. Cosi potrai o
del digiuno trarti, 0
cader con più
merto in quelle
parti. 78 Quel eh' a
te dico, io
dico al tuo
vicino l'edesco ancor: là
le ricchezze sono. Che
vi portò da
Roma Constanti no; Portonne
il meglio, e
fé' del resto
dono. Pattalo ed Ermo,
onde si trae
l'ór fino, Migdonia e
Lidia, e quel
paese buono Per tante
laudi in tante
istorie noto, Non è, s'
andar vi
vuoi, troppo remoto. 79
Tu, gran Leone,
a cui premon
le terga Delle chiavi
del ciel le
gravi some, Non lasciar
che nel sonno
si sommerga Italia, se
la man l'hai
nelle chiome. Tu sei
Pastore; e Dio
t'ha quella verga Data
a portare, e
scelto il fiero
nome, Perchè tu ruggi,
e che le braccia stenda Si,
che dai lupi
il gregge tuo
difenda. 80 Ma d'un
parlar nell' altro, ove
sono ito Sì lungi
dal cammin ch'io
faceva ora? Non lo
credo però sì
aver smarrito, Ch'io non
lo sappia ritrovare
ancora. Io dicea ch'in
Sona si tenea
il rito D'armarsi, che i Franceschi
aveano allora: Si che
bella in Damasco
era la piazza Di
gente armata d'elmo
e di corazza. 81
Le vaghe donne
gettano dai palchi Sopra
i giostranti fior
vermigli e gialli. Mentre essi
fanno, a suon
degli oricalchi, Levare assalti
ed aggirar cavalli. Ciascuno, o
bene o mal
eh' egli cavalchi, Vuol far
quivi vedersi; e
sprona e dalli:Di
ch'altri ne riporta
pregio e lode; Muove
altri a riso,
e gridar dietro
s' ode. 83 Della giostra
era il prezzo
un'armatura Che fu donata
al re pochi
di innante, Che su
la strada ritrovò
a ventura, Ritornando d'Armenia,
un mercatante. Il re
di nobilissima testura La
sopravveste all'arme aggiunse,
e tante Perle vi
pose intomo e
gemme ed oro, la
fece valer molto
tesoro. 83 Se conosciute
il re quell' arme
avesse, Care avute l'avria
sopra ogni arnese:Né
in premio della
giostra l'avria messe, Comechè liberal
fosse e cortese. Lungo saria
chi raccontar volesse Chi
l'avea sì sprezzate
e vilipese. Che 'n
mezzo della strada
le lasciasse, Preda a
chiunqueo innanzi o
indietro andasse. 84 Di
questo ho da
contarvi più di
sotto: Or dirò di
Grifon, ch'alia sua
giunta Un paio e
più di lance
trovò rotto, Menato più
d'un taglio e
d'una punta. Dei più
cari e più
fidi al re
fur otto Che quivi
insieme avean lega
congiunta:Gioveni, in arme
pratichi ed industri, Tutti 0
signori o di
famiglie illustri. 85 Quei
rispondean nella sbarrata
piazza Per un di, ad uno
ad uno, a
tutto '1 mondo. Prima
con lancia, e poi con
spada o mazza, Fin
ch'ai re di
guardarli era giocondo; E
si foravan spesso
la corazza; Per gioco
in somma qui
facean, secondo Fan li
nimici capitali; eccetto Che
potea il re
partirli a suo
diletto. 86 Quel d'Antiochia,
un UDm senza
ragione, Che Martano il
codardo nominosse. Come se
della forza di
Grifone, Poich' era seco,
partecipe fosse, Audace entrò nel
marziale agone: E poi da canto
ad aspettar fermosse. Sinché finisse
una battaglia fiera Che
tra duo cavalier
cominciata era. 87 II
Signor di Seleucia,
di quelli uno, Ch'a
sostener P impresa aveano
tolto, Combattendo in quel
tempo con Ombrano, Lo
ferì d'una punta
in mezzo 1
volto. Sì che r uccise;
e pietà n'ebbe
ognuno. Perchè buon cavalier
lo tenean molto; Ed
oltra la boutade,
il più cortese Non
era stato in tuttoquelpaese. 88 Veduto
ciò, Martano ebbe
paura Che parimente a
sé non avvenisse; E
ritoraando nella sua
natura, A pensar cominciò
come fuggisse. Grifon, che
gli era appresso
e navea cura, Lo
spinse pur, poi
ch'assai fece e
disse, Contra un gentil
guerrier che s'era
mosso, Come si spinge
il cane al
lupo addosso; 89 Che
dieci passi gli
va dietro o
venti E poi si
ferma, ed abbaiando
guarda Come digrigni i
minacciosi denti, Come negli
occhi orribil fuoco
gli arda. Quivi ov'
erano i principi
presenti, E tanta gente
nobile e gagliarda, Fuggì lo'ncontro
il timido Martano, E
torse U freno
e 1 capo a destra
mano. 90 Pur la
colpa potea dar
al cavallo. Chi di
scusarlo avesse tolto
il peso; Ma con
la spada poi
fé' sì gran
fallo, Che non l'avrìa
Demostene difeso. Dì carta
armato par, non
di metallo:Si teme
da ogni colpo
essere offeso. Fuggesi alfine,
e gli ordini
disturba, Ridendo intorno a lui tutta
la turba. 91 II
batter delle mani,
il gdo intorno Se
gli levò del
popolazzo tutto. Come lupo
cacciato, fé' ritomo Martano in
molta fretta al
suo ridatto. Resta Grifone;
e gli par
dello scorno Del suo
compagno esser macchiato
e brutto. Esser vorrebbe
stato in mezzo
il fuoco, Piuttosto che
trovarsi in questo
loco. 92 Arde nel
core, e fuor
nel viso avvampa. Come
sia tutta sua
quella vergogna; Perchè l'opere
sue di quella
stampa Vedere aspetta il popolo ed
agogna: Si che rifulga
chiara più che
lampa virtù, questa volta
gli bisogna; Ch' un' oncia, un
dito sol d'error
che faccia, Per la
mala impressì'on parrà
sei braccia. stanza 104. 93
Già la lancia
avea tolta su
la coscia Grifon, eh'
errare in arme
era poco uso; Spinse
il cavallo a
tutta briglia; e
poscia Oh' alquanto andato
fu, la messe
suso, E portò nel
ferire estrema angoscia Al
baron di Sidonia,
ch'andò giuso. Ognun maravigliando in
pie si leva: Chè'l
contrario di ciò
tutto attendeva. 94 Tornò
Grifon con la
medesma antenna, Che'ntiera e
fermi ricjvrata avea; Ed
in tre pezzi
la roppe alla
penna Dello scudo al
signor di Lodicea. Quel
per cader tre
volte e quattro
accenna, Che tutto steso
alla groppa giacca: Pur
rilevato alfin la
spada strinse, Voltò il
cavallo, e ver
Grifon si spinse. 95
Grifon, che '1
vede in sella,
e che non
basta Si fiero incontro
perchè a terra
vada, Dice fra sé: Qnel
che non potè
V asta, In cinque
colpi o 'n
sei farà la spada:E su
la tempia subito
Pattasta D'un dritto tal,
che par che
dal ciel cada; E
un altro gli
accompagna e un
altro appresso, Tanto che
V ha stordito,
e in terra
messo. 96 Quivi erano
d'Apamia duo germani, Soliti in
giostra rimaner di
sopra, Tirse e Corimbo;
ed ambo per
le mani Del figlio
d'Olivier cadder sozzopra. gli
arcion lascia allo
scontro vani; Con l'altro
messa fu la
spada in opra. Già
per comun giudicio
si tien certo Che
di costui fia
della giostra il
merto. 10 1 Gittaro i
tronchi, e si
tomaio addosso Pieni di
molto ardir coi
brandi nadL Fu il
pagan prima da
Grìfon percosso D'un colpo
che spezzato avria
gl'ìncadi. Con quel fender
si vide e
ferro ed osso D'un
eh' eletto s' avea
tra mille scudi; E
se non era
doppio e fin
l'arnese, Feria la coscia
ove cadendo scese. 102
Feri quel di
Seleucia alla visiera Grifone a un tempo;
e fu quel
colpo tanto, Che l'avria
aperta e rotta,
se non eraFatta,
come l'altr'arme, per
incanto. Gli è un
perder tempo, che'l
pagan più fer Cosi
son l'arme dure
in ogni canto:E
'n più parti
Grifon già fessa
e rotta Ha l'armatura
a lui, né
perde botta. 97 Nella
lizza era entrato
Salinterno, Gran di'odarro e
maliscalco regio, E che
di tutto '1
regno avea il
governo, E di sua
mano era guerriero
egregio. Costui, sdegnoso eh' un
guerriero esterno Debba portar
di quella giostra
il pregio, Piglia una
lancia, e verso
Grifon grida, E molto
minacciandolo lo sfida. 103
Ognun pò tea
veder quanto di sotto Il
signor di Seleucia
era a Grifone:E
se partir non
li fa il
re di botto, Quel
che sta peggio,
la vita vi
pone. Fe'Norandino alla sua
guardia motto Ch' entrasse
a distaccar 1'
aspra tenzone. Quindi fu
l'uno e quindi
V altro tratto; E
fu lodato il
re di si
buon atto. 98 Ma
quel con un
lancion gli fa
risposta, avea per lo
miglior fra dieci
eletto; E per non
far error, lo
scudo apposta, E via
lo passa e
la corazza e
'1 petto. Passa il
ferro crudel tra
costa e costa, E
fuor pel tergo
un palmo esce
di netto. n colpo,
eccetto al re,
fu a tutti
caro; Ch'ognuno odiava Salinterno
avaro. 99 Grifone, appresso
a questi, in
terra getta Duo di
Damasco, Ermofilo e
Carmondo:La milizia del
re dal primo
è retta; Del mar
grande almiraglio è quel secondo. Liscia allo
scontro l'un la
sella in fretta; Addosso all'altro
si riversa il
pondo Del rio destrier,
che sostener non
puote L'alto valor con
che Grifon percuote. 100
II signor di
Seleucia ancor restava, Miglior guerrier
di tutti gli
altri sette; E ben
la sua possanza
accompagnava Con destrier buono
e con arme
perfette. Dove dell' elmo la
vista si chiava, L'asta allo
scontro l'uno e
l'altro mette:Pur Grifon
maggior colpo al
pagan diede. Che lo fé'
staffeggiar dal manco
piede. 104 Gli otto
che dianzi avean
col mondo impresa, E
non potuto durar
poi contra uno, Avendo
mal la parte
lor difesa, Usciti eran
del campo ad
uno ad uno. Gli
altri eh' eran
venuti a lor
contesa, Quivi restar senza
contrasto alcuno, Avendo lor
Grifon, solo, interrotto Quel che
tutti essi avean
da far contra
otto. 105 E durò
quella festa cosi
poco, Ch'in men d'.un'ora
il tutto fatto
s'era: Ma Norandin, per
far pia lungo
il giuoco E per
continuarlo infino a
sera, Dal palco scese,
e fé' sgombrare il
loco. E poi divise
in due la
grossa schìefa; Indi, secondo
il sangue e
la lor prova, Gli
andò accoppiando, e fé'
una giostra nova. 106
Grifone intanto avea
fatto ritomo Alla sua
stanza, pien d'ira
e di rabbia:E
più gli preme
di Martan lo
scorno, Che non giova
l'onor ch'esso vinto
abbia. Quivi per tor
l'obbrobrio eh' avea intorno, Martano adopra
le mendaci labbia: E
r astuta e
bugiarda meretrice, Come meglio
sape, gli era
adiutrice. 107 0 8i
0 no che '1 gioYin
gli credesse, Par la
scusa accettò, come
discreto; E pel suo
meglio allora allora
elesse Quindi levarsi tacito
e secreto, Per tema
che, se '1
popolo vedesse Martano comparir,
non stesse cheto. Cosi
per una via
nascosa e corta Uscirò
al cammin lor
fuor della porta. 108
Grifone, o ch'egli
o che'l cavallofoss:Stanco, 0
gravasse il sonno
pur le ciglia, Al
primo albergo che
trovar, fermosse. Che non
erano andati oltre
a lua miglia. Si
trasse Telmo, e
tutto dir mosse, E
trar fece a
cavalli e seli
e briglia; E poi
serrossi in camera
soleUo, E nudo per
dormire entrò nel
letto. 109 Non ebbe
cosi tosto il
capo basso, Che chiuse
gli occhi, e
fa dal sonno
oppresso Così profondamente, che
mai tasso Né ghiro
mai s'addormentò quant'esso. Martano intanto
ed Orrigille a
spasso Eutraro in un
giardin oh' era
li appresso; Ed un
inganno ordir, che
fa il più
strano Che mai cadesse
in sentimento umano. 110
Martano disegnò tórre
il destriero, I panni
e Parme che
Grifon s'ha tratte; E
andare innanzi al
re pel cavaliere Che
tante prove avea
giostrando fatte. L'effetto ne
seguì, fatto il
pensiero:Tolle il destrier
più candido che
latte, Scudo e cimiero
ed arme e
sopravveste, E tutte di
Grifon l'insegne veste. Ili
Con gli scudieri
e con la
donna, dove Era il
popolo ancora, in
piazza venne; E giunse
a tempo che
finian le prove Di
girar spade, e
d'arrestar antenne. Comanda il
re che '1
cavalier si trove, Che
per cimier avea
le bianche penne, Bianche le
vesti, e bianco
il corridore; Che '1
nome non sapea
del vincitore. 112 Colui
ch'indosso il non
suo cuoio aveva, Come
l'asino già quel
del leone, Chiamato se
n' andò, come
attendeva, Norandino, in loco
di Grifone. Quel re
cortese incontro se
gli leva. L'abbraccia e
bacia, e allato
se lo pone; Né
gli basta onorarlo
e dargli loda. vuol
che'l suo valor
per tutto s'oda. 113
E fa gridarlo
al suon degli
oricalchi Vincitor della giostra
di quel giorno. L'alta voce
ne va per
tutti i palchi, Che
'1 nome indegno
udir fa d'ogn'
intorno. Seco il re
vuol eh' a
par a par
cavalchi, Quando al palazzo
suo poi fa
ritorno; E di sua
grazia tanto gli
comparte, Che basteria, se
fosse Ercole o
Marte. 114 Bello ed
ornato alloggiamento dielli In
corte, ed onorar
fece con lui Orrigille
anco; e nobili
donzelli Mandò con essa,
e cavalieri sui. Ma
tempo è eh'
anco di Grifon
favelli, Il qua!, né dal compagno
né d'altrui Temendo inganno,
addormentato s'era, Né mai
si risvegliò fin
alla sera. 116 Poi
che fu desto,
e che dell'ora
tarda S' accòrse, uscì di
camera con fretta, il
falso cognato e
la bugiarda Orrigille lasciò
con l'altra setta: E
quando non li
trova, e che
riguarda Non v' esser
l'arme né i
panni, sospetta; Ma il
veder poi più
sospettoso il fece L'insegne del
compagno in quella
vece. 116 Sopravvien l'oste,
e di colui
l'informa Che, già gran
pezzo, di bianch'arme adorno Con
la donna e
col resto della
torma Avea nella città
fatto ritomp. Trova Grifone
a poco a
poco l'orma Ch'ascosa gli
avea Amor fin a quel
giorno; E con suo
gran dolor vede
esser quello Adulter d'Orrigille,
e non fratello. 117
Di sua sciocchezza
indamo ora si
duole. Ch'avendo il ver
dal peregrino udito. Lasciato mutar
s'abbia alle parole Di
chi l'avea più
volt" già tradito. Vendicar si
potea, né seppe:
or vuole L'inimico punir,
che gli é
fuggito; Ed è constretto
con troppo gran
fallo, A tor di
quel vii uom
l'arme e '1
cavallo. 118 Eragli meglio
andar senz'arme e
nudo. Che porsi indosso
la corazza indegna, 0
ch'imbracciar l'abbominato scudo. 0
por su l'elmo
la beffata insegna:Ma,
per seguir la
meretrice e '1
drudo, Bagione in lui
pari al desio
non regna. A tempo
venne alla città,
ch'ancora Il giorno avea
quasi di vivo
un'ora. 119 Presso alla
porta ove Grifon
venia, Siede a sinistra
un splendido castello, Che, più
che forte e eh'
a guerra
atto sia, Di ricche
stanze è accomodato
e hello. I re,
i signori, i
primi di Sorìa Con
alte donne in
nn gentil drappello Celehravtno quivi
in loggia amena, La
real, sontuosa e
lieta cena. 120 La
hella loggia sopra '1
muro usciva Con Talta
rocca fuor della
cittade; E lungo tratto
di lontan scopriva I
larghi campi e
le diverse strade. Or
che Grifon verso
la porta arriva Con
quell'arme d'ohhrohrio e
di viltade, con non
troppa avventurosa sorte Dal
re veduto e
da tutta la
corte: 121 E riputato
quel di ch'avea
insegna, Mosse le donne
e i cavalieri
a riso. II vii
Martano, come quel
che regna In gran
favor, dopo '1 re
èl primo assiso, E
presso a lui
la donna di
sé degna. Dai quali
Norandin con lieto
viso Volse saper chi
fosse quel codardo, Che
cosi avea al
suo onor poco
riguardo; 122 Che dopo
una sì trista
e hrutta prova. Con
tanta fronte or
gli tornava innante. Dicea; Questa
mi par cosa
assai nova, Ch' essendo
voi guerrier degno
e prestante, Costui compagno
ahhiate, che non
trova. Di viltà pari
in terra di
Levante. Il fate forse
per mostrar maggiore, Per
tal contrario, il
vostro alto valore. 123
Ma hen vi
giuro per gli
eterni Dei, Che se
non fosse eh'
io riguardo a vui,
La puhhlica ignominia
gli farei, Ch'io soglio
fare agli altri
pari a lui. Perpetua
ricordanza gli darei. Come
ognor di viltà
nimico fui. Ma sappia,
s' impunito se ne
parte, Grado a voi
che'l menaste in
questa parte. 124 Colui
che fu di
tutti i vizj
il vaso, Rispose: Alto
signor, dir non
sapria Chi sia costui;
ch'io l'ho trovato
a caso.Venendo d'Aniiochia,
in su la
via. Il suo sembiante
m'avea persuaso Che fosse
degno di mia
compagnia; Ch'intesa non n'avea
prova né vista, Se
non quella che
fece oggi assai
trista: 125 La qual
mi spiacque si,
che restò poco Che,
per punir l'estrema
sua viltade, Non gli
facessi allora allora
nn gioco, Che non
toccasse più lance
né spade. Ma ebbi,
più eh' a lui,
rispetto al loco, E
riverenzia a vostra
maestade. Né per me
voglio che gli
sia guadagno L'essermi stato
uu giorno o dua compagno: Di
che contaminato anco
esser panne; E sopra
il cor mi
sarà etemo peso, Se,
con vergogna del
mestier dell'arme. Io lo
vedrò da noi
partire illeso: E meglio
che lasciarlo, satisfanne Potrete, se
sarà da im
merlo impeso; E fia
lodevol opra e
signorile. Perch'ei sia esempio
e specchio ad
ogni rile. 127 Al
detto suo Martano
Orrigille ave, Senza accennar,
confermatrice presta. Non son,
rispose il re,
l'opre sì prave, Ch'ai
mio parer v'abbia
d'andar la testa. Voglio, per
pena del peccato
grave, Che sol rinnovi
al popolo la
festa:E tosto a
un suo baron,
che fé' venire, Impose quanto
avesse ad eseguire. 1 28 Quel
baron molti armati
seco tolse, Ed alla
porta della terra
scese; E quivi con
silenzio li raccolse,E
la venuta di
Grifone attese: E nell' entrar
sì d'improvviso il
colse, Che fra i
duo ponti a
salvamento il prese; E
lo ritenne con
beffe e con
scorno In una oscura
stanza insino al
giorno. 129 II Sole
appena avea il
dorato crine Tolto di
grembo alla nutrice
antica, E cominciava dalle
piagge alpine A cacciar
l'ombre, e far
la cima aprica; Quando temendo
il vii Martan,
ch'alfine Grifone ardito la
sua causa dica, E
ritorni la colpa
ond'era uscita, Tolse licenzia,
e fece indi
partita, 130 Trovando idonea
scusa al priego
regio, Che non stia
allo spettacolo ordinato. Altri doni
gli avea fatto,
col pregio Della non
sua vittoria, il
signor grato; E sopra
tutto un ampio
privilegio, Dov'era d'alti onori
al sommo ornato. Lasciaralo andar;
ch'io vi prometto
certo, Che la mercede
avrà secondo il
merto. 131 Fu Qrifon
tratto a gran
vergogna in piazza, Quando più
sì trovò piena
di gente. Gli ayean
levato Telmo e
la corazza, £ lasciato
in farsetto assai
vilmente; £ come il
conducessero alla mazza, Posto
r avean sopra
un carro eminente,Che
lento lento tiravan
due vacche Dalunga fame
attenuate e fiacche. 132
Venìan d'intorno alla
ignobil quadriga Vecchie sfacciate
e disoneste putte, Di
che n'era una ed
or un'altra auriga, E
con gran biasmo
Io mordeano tutte. Lo
iK)neano i fanciulli
in maggior briga, Che,
oltre le parole infami
e brutte, L' avrian coi
sassi insino a
morte offeso, Se dai
più saggi non
era difeso.138 L'arme
che del suo
male erano state Cagì'on, che
di lui fér
non vero indicio, Dalla coda
del carro strascinate, Patian nel
fango debito supplicio. Le
ruote innanzi a
untribunal fermate, Gli fero
udir dell'altrui maleficio
La sua
ignominia, che 'n
sugli occhi detta Gli
fu, gridando un
pubblico trombetta. 134 Lo levar
quindi, e lo
mostrar per tutto Dinanzi
a templi, ad
officine e a
case, Dove alcun nome
scellerato e brutto, Che
non gli fosse
detto, non rimase. Fuor della terra
all'ultimo condutto Fu dalla
turba, che si
persuase Bandirlo e cacciare
indi a suon
di busse, Non conoscendo
ben clii egli
si fusse. 185 Si
tosto appena gli
sferraro i piedi, £
liberargli V una e l'altra
mano, Che tor lo
scudo, ed impugnar
gli vedi La spada
che rigò gran
pezzo il piano. Non
ebbe contra sé
lance né spiedi; Che
senz'arme venia '1
popolo insano. Neil' altro Canto
differisco il resto; Che
tempo é omai,
signor, di finir
questo. N o TB. St. 1.
V.78. Mario e
Siila: troppo noti, perchè qui
s'abbia a parlare
delle guerre civili,
delle stragi e delleproscrizioni, onde
travagliarono Roma. E duo
Neroni: uno fu
Tiberio, infame per
Tuccisione dei ni poti, per
Tassassinio dei più
specchiati cittadini, e per
ogni maniera di
crudeltà. L'altro era
Domizio, della gente Claudia,
il qualespense barbaramente
la madre, il precettore,
la moglie; e
si bruttò di
nequizie che fanno orrore
a ridirle. Caio
furilondo: Caligola, cioè, di cui
non si sa
qual fosse maggiore,
se la crudeltà
o la stoltezza; basti
accennare che divinizzò
il suo cavallo, e
bramava che il
popolo romano avesse
una sola testa,per
poterlo decapitare. St. 2.
V.18. Domiziano: crudelissimo e
vanitoso fino alla puerilità;
perseguitò acerbamente i cristiani, e
tolse la T
ita a non pochi
senatori per motivi
i più frivoli. V
ultimo Antonino: Marco Antonino,
figlio spurio di Caracalla,
più conosciuto sotto
il nome di
Elio gabalo. Stupido di mente,
creava un senato
di femmine:bestiale nella
superstizione, faceva scannare
fanciulli per conoscere l'avvenire
dalle loro viscere
fumanti. Massimino: figlio d'un
pastore di Tracia,
fu prode nel '
A&IOSTO.Tarmi, ma coi
sudditi inumano. Creonte:
fratello di Giocasta, usurpò
il trono di
Tebe dovuto ai
suoi nipoti Eteocle e
Polinice, incitandoli a
tanta discordia, che Tun
Taltro si uccisero.
Mezemio: uno dei Lucumoni etruschi; teneva
il seggio in
Cere, detta dai
Latini Al sium dai
Greci Agylla. Spietato
cosi che toglieva
agli nomini la vita,
facendoli legare
strettamente a'cada veri, e
lasciandoli morire nella
putredine. Àgli Unni, ai
Longobardi, ai Goti.
Circa il 420
dell' Era volgare, gli Unni
discesero in Italia,
desolando intiere Provincie, con rapine,
con ferro, con
ftioco. Nel 488, Teodorico, re degli
Ostrogoti, invase la
penisola con gagliardo eser cito, e
vi stabili il
regno de' Goti
che durò 64
anni, di sastrosissimi per le
guerre accese dall'ambizione degl'im peratori di Costantinopoli. All'oppressione gotica,
tenne dietro, nel 568,
quella dei Longobardi,
guidati dal fei'oce Alboino; e
nei circa due
secoli di quel
regno, la maggiorparte
d'Italia soggiacque alla
tirannide dei molti duchi
ai quali era
partitamente infeudata. St. 3.
V.12. Attila fu
il conduttore degli
Unni, e cosi funesto
all'Italia, che si
meritò d'esser detto
Fla gello di Dio. Ezzelin
da Romano tribolava,
nel se colo XIII,
le Provincie di
Verona, diVicenza e di Pa
dova eon
ferrea dominazione.St. 4.
V.14. A CM"
non par, ecc.
Parlasi deiram bizioso
Giulio II ohe,
dopo perJata la
giornata di Ra
venna, chiamò gli Svizzeri,
onde si rinnovarono
i disa stridellagaerra e
lo spargimento del
sangue italiano. Ivi. V.58.
Di Trasinheno, eee.
Vuol dire che la
piena sconfitta data
da Annibale alle
legioni romane sulla Trebbia
non lungi da
Piacenza, ripetuta sul
lago Trasimeno vicinoa Perugia,
e la rotta
ch'ebbero ancora i Romani
a Canne presso
Barletta in Terra
di Bari, fu rono cosa
lieve a confronto
della strage prodotta
dai fatti d'arme, avvenutinel
secolo XVI fra
Italiani e stra nieri,
in Lombardia e
in Romagna, presso
i fiumi no minati nel
testo. St. U. V.5.
Scoglio o ScoIta: la
pelle che le
serpi mutano alla nuova
stagione. St. 19. V.6.
Acque lanfe, o
nanfe: acque odorose. St. 27.
v.2. Nel Carpano
iniquo. Mare Carpazio dissero gli
antichi quel pericoloso
tratto eh' è
nelle vi cinanze di Scarpanto,
isola dell'arcipelago
chiamata dai Greci CarpathoSf
e situata fra
Candia e Rodi. .T.
29. V.3. Orco:
chimera o mostro
immaginario, come Befana, Biliorsa,
di che sono
piene le fole
delle donnicciuole e del volgo
in molte parti
d'Italia. Il poeta contrappose questa favolosa invenzione
al Polifemo di Omero
e di Virgilio,
e, se non
vinse la gara,
certamente non ne rimase
secondo. St. 36. V.8.
Sarpar lor ferri:
scioglier l'ancore,
salparle. Sarte, sartie,
sarchio, si dicono
1 cordami con che
si assicurano gli
alberi della nave St.
59. V.6. Mola,
macina: qui significa i
denti dell'Orco che stritolavano
come una macina St.
64. V.5. Inarra:viene
da arra o
caparra, e vale 8'ohUiga
per voto. St. 65.
V.27. Simo: che ha
il naso schiacciato; voce latina.
Satalia: città della
Caramania sul golfo omonimo. S T. 68.
v.3. Calende et
Idi: modo proverbiale di esprimere
la duratadi varii
mesi. Calende, presso
gli antichi, si chiamavano
i primi giorni
di ciascan mese: Idi,
i terzodecimi di
alcuni mesi.e di
altri i qniotodeeittL St. 78.
v.46. E fé'
del resto dono.
Aoceniuisi U donazione che
dicesi fatta di
Costantino a papa
Silre stro. Fattolo ed
Ermo, ecc. lì
Fattolo, influente d" l'Ermo che
mette foce nell'Ai'Cipelago, scorre
tuttora fra le rovine
dell'antica Sardi, famosa
cittài della Lidia, capitale del
regno di Creso,
rinomato per le
sae riechesze. Quei due
fiumi, le cui
arene si credette
altre volte por tare dell'oro, hanno
oggi il nome
di SUirjtbat; e la
splendida Sardi non
è pid che
un miserabile villaggio. detto dai
Turchi Satt. Migdonia: tre Provincie
di questo nome additansi
dai geografi in
diversi laogki: U Poeta, che la nomina
insieme con la
Lidia, ha verosi milmente inteso la
Migdonia che Solino
pone in Frìg:ìa dell'Asia Minore. St.
79. Allude a
Leone X (Gio.
de' Medici). St. 87.
V.1. SeUucia: cittài di
Scria, presso la
foce dell' Oronte; e fu
detta Seleucia Pieria
per distinguerla da altre
quattro che avevano
lo stesso nome. St.
93. V.6. Sidonia:
la Sidone dei
Fenicj, oggi Saida, St. 94.
V.4. Lodicea: quella
che gli antichi
dissero Laodieea ad mare;
ora chiamasi Latakia,
e ai yeàr col
nome di Lizza
nella St. 74,
v.7 del Canto
sedente. St. 96. V.1.
Apamia: Apamea, situata
fra Antio chia ed Epifania,
la quale ultima
i Turchi chiamano Hamah. St. 97.
V.2. Gran diodarro: voce araba
equiva lente a ministro. St. 112.
V.2. Si allude
all'apologo di Luciano
sol ciuco, che vestitosi
della pelle di
un leone, spaventò
gli altri animali, finché
riconosciuto alle orecchie,
fu bea punito della
sua stolta temerità. St.
115. V.4. Setta:
compagnia, seguito. St. 129.
V.2 Quasi tatti
intendono per questa
nu trice la terra; ma
veramente è il
mare, immeiimato dai poeti
antichi con Tetide
la moglie dell
Oceano. Si credeva che
dall' acqua avessero orìgine
e nutrimeato tutte le
cose, persino le
stelle, il sole. Giifijfifl recni>.ni
l'onore tiliojrii,]a iraHatio.
i' fo.riii \hu pu
nito da
Nuraiidiiio. Saiisftiierto "d
Antolfu s'imbattono in Mar
fin,, e
tiitii tre vaniio
a Diuiisra per
asintere ad ima
pioatra I?.v3i(hta per onorare
Grifone Colà Marfla
riconost!tì per sua 1
arttiatnra destinata fi
premio i3ol vincitore,e la vi)
ole. Tur iKisi (juindi
la ftì'ta. ma
poi si iricompone
a calma: larmatura è data
pacìficamente a Mìirfl?ia,
e i tie
puerritri pai tono
per KraiKia.
J?i>ilonioiite, avvisato ch<? Doralict plì
patata tolta dà Mandrikartio, esce
di Pari fri
jier vciidit'arui del
rapitole. I Mtri ctHlouo
al valore ili
Rinaldo che lillfl
fine yctide Dardindlo. Cloridano e
Mecloio trasportano il
cadavere del kno
sipioie lajsrnaulmo
Siernore, bgnì vostro
atto Hu sempre con
ragion Kuidatù e
laudo; BpiieLè e li
ruzzo sril ilnro
e mal atto Gran
\\a.i\e della gUrià
io \ì defraudo. Ma
più dtdr altre una
virtù nrUa t rutto, A
cui coi core
e con la
liiiyfuii a)ij>laudo; Che s' ognun
trova In voi
ben Errata udìeiiia Ncm
vi truva pere
fadl tTeilena. Spesso in
diffcjia del biasniato
absrnte Intliir vi sento
mm ed mi' altra snisa, 0
riserbargli almen, finché
presente Sna causa dica,
T altra orecchia chiusa: E
sempre, prima che
dannar la gente, Vederla in
faccia, e udir
la ragion eh'
usa:Difterir anco a
giorni e mesi
ed anni, Prima che
giudicar negli altrui
danni. Se Norandino il
simil fatto avesse, Patto
a Grifon non
avria quel che
fece A voi ntile
e onor sempre
successe: Denigrò sua fama
egli più che
pece. Per lui sue
genti a morte
furon messe; Che fé'
Grifone in dieci
tagli eindiece Punte, che
trasse pien d'ira
e hizzarro, Che trenta
ne cascaro appresso
al carro. Van gli
altri in rotta
ove il timor
li caocù. Chi qna,
chi là pei
campi e per
le strade; E chi
d'entrar nella città
procaccia. E r un
su r altro
nella porta cade. Grifon
non fa parole
e non minaccia; Ma
j lasciando lontana
ogni pietade, Mena tra il vulgo
inerte il ferro
intorno, E gran vendetta
fa d'ogni suo
scorno. stanza 4. Di quei
che primi giunsero
alla porta, Che le
piante a levarsi
ebbeno pronte. Parte, al
bisogno suo molto
più accorta Che degli
amici, alzò subito
il ponte:Piangendo parte,
o con la
faccia smorta, Fuggendo andò
senza mai volger
fronte; E nella terra
per tutte le
bande Levò grido e
tumulto e rumor
grande. Grifon gagliardo duo
ne piglia in
quella Che'l ponte si
levò per lor
sciagura. Sparge dell'uno al
campo le cervella; Che
lo percuote ad una cote
dura:Prende l'altro nel
petto, e l'arrandeila In mezzo
alla città sopra
le mura. Scorse per
l'ossa ai terrazzani
il gelo, Quando vider
colui venir dal
cielo. 7 Pur molti
che temer che
'1 fier Grifone Sopra
le mura avesse
preso un salto. Non
vi sarebbe più
confusione, S' a Damasco il
Soldan desse V
assalto. Un muover d'arme,
un correr di
persone, E di talacimanni
un gridar d'alto,Editamburi un
suon misto e
di trombe Il mondo
assorda, eU ciel
par ne rimhombe. 8
Ma voglio a
un'altra volta differire A
ricontar ciò che
di questo avvenne. Del
buon re Carlo
mi convien seguire, Che contra
Rodomonte in fretta
venne, Il qual le
genti gli facea
morire. 10 vi dissi
ch'ai re compagnia
tenne 11 gran Danese
e Namo ed
Oliviero E A vino
e Avolio e
Otone e Berlingiero. 9 Otto
scontri di lance,
che da forza Di
tali otto guerrier
cacciati fóro. Sostenne a
un tempo la
scagliosa scorza Di eh'
avca armato il
petto il crudo
moro. Come legno si
drizza, poiché l'orza Lenta
il nocchier che
crescer sente il
Coro; Così presto rizzossi Rodomonte Dai
colpi che gittar
doveano un monte. 10
Guido, Ranier, RicarJo,
Salamone, Ganellon traditor, Turpin
fedele, Angioliero, Angiolino, Ughetto,
Ivone, Marco e Matteo
dal pian di
Sin Michele, E gli
otto di che
dianzi fei menzione, Son
tutti intorno al
S.iracin crudele, Arimanno e
Odoardo d'Inghilterra, Ch' entrati
eran pur dianzi
nella terra. 11 Non
così freme in
su lo scoglio
alpino Di ben fondata
ròcca alta parete, Quando il
furor di Borea
o di Garbino Svelle dai
monti il frassino
e l'abete; Come freme
d'orgoglio il Saracino, Di
sdegno acceso e
di sanguigna sete:E
com' a un
tempo è il
tuono e la
saetta, Cosi l'ira dell' empio
e la vendetta. 12
Mena alla testa
a quel che
gli è più
presso, Che gli è il misero
Ughetto di Dordona: Lo
pone in terra
ins'no ai denti
fesso, Comechè l'elmo era
di tempra buona. Percosso fu
tutto in un
tempo anch'esso Da molti
colpi in tutta
la persona:Ma non
gli fan più
eh' all' incude l'ago, Si
duro intorno ha
lo scaglioso drago. 13
Furo tutti i
ripar, fu la
cittade D'intorno intorno abbandonata
tutta; Che la gente
alla piazza, dove
accade Maggior bisogno, Carlo
avea ridutta. Corre alla
piazza da tutte
le strade La turba,
a chi il
fugijir si poco
frutta. La persona del
re sì i
cori accende, Ch' ognun prend'arme,
ognuno animo prende. stanza 6. 14
Come se dentro
a ben rinchiusa
gabbia D'antiqua leonessa usata
in guerra, Perch' averne piacere
il popol abbia. Talvolta il
tauro indomito si
serra; I leonciu che
vegjion per la
sabbia Come altiero e
mugliando animoso erra, E
veder si gran
corna non son
usi, Stanno da parte
timidi e confusi: 15
Ma se la
fiera madre a
quel si lancia, E
nell' orecchio attacca il
crudel dente, Vogliono anchessi
insanguinar la guancia, E
vengono in soccorso
arditamente; Chi morde al
tauro il dosso,
e chi la
pancia: Cosi contra il
pagan fa quella gente: Da tetti
e da finestre
e più d'appresso Sopra gli
piove un nembo
d'arme e spesso. 16
Dei cavalieri e
della fanteria Tanta è
la calca, eh'
appena vi cape. La
turba che vi
vien per ogni
via, V'abbonda ad or
ad or spesso
com'ape; Che quando, disarmata
e nuda, sia Più
facile a tagliar
che torsi o
rape, Non la potria,
legata a monte
a monte, In venti
giorni spenger Rodomonte. 17
Al pagan, che
non sa come
ne possa Venir a
capo, ornai quel
giuoco incresce. Poco, per
far di mille
o di più
rossa La terra intomo,
il popolo discresce. Il
fiato tuttavia più
se gì' ingrossa; Sì che
comprende alfin che,
se non ece Or
e' ha vigore e
in tutto il
corpo è sano. Vorrà
da tempo uscir,
che sarà invano. 18
Rivolge gli occhi
orribili, e pon
mente Che d'ogn' intomo sta
chiusa l'uscita: Ma con
mina d'infinita gente L'aprirà tosto,
e la farà
spedita. Ecco, vibrando la
spada tagliente, Che vien
quell'empio, ove il
furor lo'nviti. Ad assalire
il nuovo stuol
britanno, Che vi trasse
Odoardo ed Arimanno. Stanza 18. 19
Clii ha visto
in piazza a
rompere steccato, A cui
la folta turba
ondeggi intomo, Immansueto tauro
accaneggiato, Stimulato e percosso
tutto il giorno, Che
'1 popol se
ne fugge spaventato, Ed egli
or questo or
quel leva sul
corno; Pensi che tale
o più terribil
fosse Il crudele African
quando si mosse. 21
Della piazza si
vede in guisa
tórre, Che non si
può notar ch'abbia
paura; Ma tuttavolta col
pensier discorre Dove sia
per uscir via
più sicura. Capita alfiu
dove la Senna
corre Sotto all'isola, e va fuor
delle mura. La gente
d'arme e il
popol fatto audace Lo
stringe e incalza,
e gir noi
lascia in pace. 20
Quindici o venti
ne tagliò a
traverso, Altri tanti lasciò
del capo tronchi, Ciascun d'un
colpo sol dritto
o riverso; Che viti
0 salci par
che poti e
tronchi:Tutto di sangue
il fier pagano
asperso, Lasciando capi fessi
e bracci monchi, E
spalle e gambe
ed altre membra
sparte, Ovimque il passo
volga, alfin si
parte. 22 Qual per
le selve nomade
o massile Cacciata va
la generosa belva, Ch' ancor fuggendo
mostra il cor
gentile, E minacciosa e
lenta si riusciva; Tal
Rodomonte, in nessun
atto vile, Da strana
circondato e fiera
selva D'aste e di
spade e di volanti dardi, Si
tira al fiume
a passi lunghi
e tardi. 23 E
sì tre volte
e più V
ira il sospinse, Ch'
essendone già fuor,
vi tornò in
mezzo, Ove di sangue
la spada ritinse, E
più di cento
ne levò di
mezzo. Ma la ragion
alfin la rabbia
vinse Di non far
si eh' a Dio
n'andasse il lezzo; E
dalla
ripa,permigliorconsiglio,Si
gittò all'acqua, e usci di
gran periglio. 21: Con
tutte l'arme andò
per mezzo l'acque, Come
s' intorno avesse
tante galle. Africa, in
te pare a
costui non nacque, Benché d' Anteo
ti vanti e
d'Anniballe. Poi che fìi
giunto a proda,
gli dispiacque, Che si
vide restar dopo
le spalle Quella città
ch'avea trascorsa tutta, E
non l'avea tutt'arsa,
né distrutta. .25 E
si lo rode
la superbia e
l'ira, Che, per tornarvi
un'altra volta, guarda, E
di profondo cor
geme e sospira, Né
vuoine uscir, che
non la spiani
ed arda. Ma lungo
il fiume, in
questa furia, mira Venir
chi l'odio estingue,
e l'ira tarda. Chi
fosse io vi
farò ben tosto
udire; Ma prima un'altra
cosa v'ho da
dire. 26 Io v'ho
da dir della
Discordia altiera, A cui
l'angel Michele avea
commesso Ch' a battaglia
accendesse e a
lite fiera Quei che
più forti avea
Agramante appresso Usci de'
frati la medesma
sera, Avendo altrui l'ufficio
suo commesso:Lasciò la
Fraude a guerreggiare
il loco, Finché tornasse,
e a mantenervi
il foco. 27 E
le parve ch'andria
con più possanza. Se
la Superbia ancor
seco menasse: E perché
stavan tutte in
una stanza, Non fu
bisogno eh' a cercar
l'andasse. La Superbia v'andò,
ma non che
sanza La sua vicaria
il monaster lasciasse:Per
pochi dìchecredea stame
absente, Lasciò l'Ipocrisia locotenente. 28 L'implacabil
Discordia in compagnia Della Superbia
si messe in
cammino, E ritrovò che
la medesma via Facea,
per gire al
campo Saracino, L'afflitta e
sconsolata Gelosia; £ venia
seco un nano
piccolino, n qual mandava
Doralice bella Al re
di Sarza a
dar di sé
novella, 29 Quando ella
venne a Maudricardo
in mano (Ch'io v'ho
già raccontato e
come e dove), Tacitamente avea
commesso al nano, Che
ne portasse a
questo re le
nuove. Ella sperò che
noi saprebbe invano, Ma
che far si
vedria mirabil prove, Per
riaverla con crudel
vendetta Da quel ladron
che gli l'avea
intercetta. Scanza 22. 30 La
Gelosia quel nano
avea trovato; E la
cagion del suo
venir compresa, A camminar
se gli era
messa a lato. Parendo
d'aver luogo a
questa impresa. Alla Discordia
ritrovar fu grato La
Gelosia; ma più
quando ebbe intesa La
cagion del venir,
che le potea Molto
valere in quel
che far volea. 31
D'inimicar con Rodomonte
il figlio Del re
Agrican le pare
aver suggetto; Troverà a
sdegnar gli altri
altro consiglio; • A
sdegnar questi duo
questo è perfetto. Col
nano se ne
vien dove l'artiglio Del fier
pagano avea Parigi
astretto; E capitare appunto
in su la
riva, Quando il crudel
del fiume a
nuoto usciva. Tosto che
Hconobbe Rodomonte, Costui della
sua donna esser
messaggio, Estinse ogn'ira, e
serenò la frónte, E
si senti brillar
deatro il coraggio. Ogn altra cosa
aspetta che gli
conte, Prima eh' alcuno
abbia a lei
fatto oltraggio. Va contra
il nano, e
lieto li domanda: Ch'è
della donna nostra?
ove ti manda? Stanza
34. 35 Come la
tigre, poich' invan
discende Nel vóto albergo,
e per tutto
s' aggira, E i cari
figli air ultimo
comprende Essergli tolti, avvampa
di tant' ira, A
tanta rabbia, a
tal furor s'estende, Che né
a monte, né
a rio, né
a notte mir Né
lunga via né
grandine raffrena L'odio che
dietro al predator
la mena:36 Così
furendo il Saracin
bizzarro, Si volge al
nano, e dice: Or
là t' invia; E non
aspetta né destrier
né carro, E non
fa motto alla
sua compagaia. Va con
più fretta che
non va il
ramarro, Quando il ciel
arde, a traversar
la via. Destrier non
ha; ma il
primo tor disegna. Sia
di chi vuol,
eh' ad incontrar
lo vegna. Il La
Discordia, ch'udì questo
pensiero. Guardò, ridendo, la
Superbia, e disse Che
volea gire a
trovare un destriero Che
gli apportasse altre
contese e risse; E
far volea sgombrar
tutto il sentiero, Ch'altro che
quello in man non
gli venisse; E già
pensato avea dovetrovarlo. Ma costei
lascio, e tomo
a dir di
Carlo. 38 Poich'ai partir
dei Saiacin si
eatinse Carlo d'intorno il
periglioso fuoco. Tutte le
genti all'ordine ristrinse. Lascionne parte
in qualche debol
loco:il resto ai
Saracini spinse, Per dar
lor scacco, e
guadagnarsi il giuoco: E
li mandò per
ogni porta fuore, Da
San Germano iufin
a San Vittore. 33
Rispose il nano:
Né più tua
né mia Donna dirò
quella ch'é serva
altrui. Ieri scontrammo un
cavalier per via, Che
ne la tolse,
e la menò
con lui. A quello
annunzio entrò la
Gelosia, Fredda com'aspe, ed
abbracciò costui. Seguita il
nano, e narragli
in che guisa Un
sol l' ha presa,
e la sua
gente uccisa. 34 L'acciaio
allora la Discordia
prese, E la pietra
focaia, e picchiò
un poco, E l'esca
sotto la Superbia
stese, E fu attaccato
in un momento
il foco; E si
di questo l'anima
s'accese Del Saracin, che
non trovava loco; Sospira
e freme con
si orribil faccia, Che
gli elementi e
tutto il ciel
minaccia. 39 E comandò
eh' a porta
San Marcello, Dov'era gran
spianata di campagna, Aspettasse l'un
l'altro, e in
un drappello Si ragunasse
tutta la compagna: Quindi animando
ognuno a far
macello Tal, che sempre
ricordo ne rimagna, Ai
lor ordini andar
fé' le bandiere, E
di battaglia dar
segno alle schiere.40II
re Agramante in
questo mezzo in sella.
Malgrado dei Cristian,
rimesso s'era; E con
l'innamorato d'Isabella
Facea battaglia perigliosa
e fiera:Col re
Sobrin Lurcanio si
martella: Rinaldo incontra avea
tutta una schiera, E
con virtude e con fortuna
molta L'urta, l'apre, ruina
e mette in
volta. Stanza SS. 41 Essendo
la battaglia in
qnesto stato, L'imperatore assalse
il retrogiiardo Dal canto
ove Marsilio avea
fermato Il fior di
Spagna intomo al
suo stendardo. Con fanti
in mezzo e cavalieri a
lato, Re Carlo spinse
il suo popol
gagliardo Con tal rumor
di timpani e
di trombe. Ohe tutto
'1 mondo par
che ne rimbomhe. 4S Oominciavan
le schiere a
ritirarse De'Saracini, e si
sarebbon vòlte Tutte a
fuggir, spezzate, rotte
e sparse, Per mai
più non potere
esser raccolte; Ma '1
re Grandonio e
Falsiron comparse, Che stati
in maggior briga
eran più volte. E
Balugante e Serpentin
feroce, E Ferraù che
lor dicea a
gran voce:4."J Ah,
dicea, valentuomini, ah
compagni, Ah fratelli; tenete
il luogo vostro: I
nimici faranno opra
di ragni, Se non
manchiamo noi del
dover nostro. Guardate l'alto
onor, gli ampli
guadagni Che fortuna, vincendo,
oggi ci ha
mostro; Guardate la vergogna
e il danno
estremo Che, essendo vinti,
a patir sempre
avremo. 44 Tolto in
quel tempo una
gran lancia avea, E
centra Berlinghìer venne
di botto, Che sopra
TArgaliffa combattea, E l'elmo
nella fronte gli
avea rotto: GittoUo in
terra, e con
la spada rea Appresso
a lui ne
fé' cader forse
otto, Per ogni botta
almanco, che disserra, Cader fa
sempre un cavaliero
in terra. 47 Del
re della Zumara
non si scorda Il
nobil Dardinel figlio
d'Almonte, Che con Li
lancia Uberto da
Mirforda, Claudio dal Bosco,
Elio e Dulfin
dal Monte. E con
la spada Anselmo
da Stanforda, E da
Londra Raimondo e
Pinamonte Getta per terra
(ed erano pur
forti), Dui storditi, un
piagato, e quattro
morti. 48 Ma con
tutto '1 valor
che di sé
mostra, Non. può tener sì
ferma la sua
gente. Si ferma, ch'aspettar
voglia la nostra Di
numero minor, ma
più valente. Ha più
ragion di spada
e più di
giostra . E d'ogni cosa
a guerra appartenente. Fugge la
gente Maura, di
Zumara, Di Setta, di
Marocco e di
Canara.Stanza 44, 45 In
altra parte ucciso
avea Rinaldo Tanti pagan,
eli' io non potrei
contarli. Dinanzi a lui
uni stava ordine
saldo:Vedreste piazza in
tutto '1 campo
darli. Non men Zerbin,
non men Lurcanio
è caldo; Per modo
fan, eh' ognun
sempre ne parli:Questo
di punta avea
Balastro ucciso, E quello
a Finadurl'elmodiviso. 46 L'esercito
d'Alzerbe avea il
primiero, Che poco innanzi
aver solca Tardocco; L'altro tenea
sopra le squadre
impero Di Zamor e
di Saffi e di Marocco. Non
è trji gli
Africani un cavaliero Che
di lancia ferir
sappia o di
stocco? Mi si potrebbe
dir: ma passo
passo Nessun di gloria
degno addietro lasso. 49
Ma più degli
altri fiiggon quei
d'AlzerU" A cui s'oppose
il nobil giovinetto; Ed or
con prieghi, or
con parole acerbo lor
cerca l'animo nel
petto. S' Almonte meritò eh' in voi
sì serbe Di lui
memoria, or ne
vedrò l'effetto: 10 vedrò
(dicea lor) se
me, suo figlio, Lasciar vorrete
in cosi gran
periglio. 50 State, vi
priego. per mia
verde etade, In cui
solete aver si larga speme:Deh
non vogliate andar
per fi] di
spade, Ch'in Africa non
tomi di noi
.seme. Per tutto ne
saran chiuse le
strade, Se non andiam
raccolti e stretti
insieme: Troppo alto muro
e troppo larga
fossa È il monte
e il mar,
pria che tornar
si pos. 51 Molto
è meglio morir
qui, ch'ai supplici Darsi e alla discrezion
di questi cani. State
saldi, per Dio,
fedeli amici; Che tutti
son gli altri
rimedi vani. Non han
di noi più
vita gl'inimici: Più d'un'afma
non bau, più di due
mani. dicendo, il giovinetto
forte Al conte d'Otonlei
diede la morte. 52
IIrimembrare Almonte così
accese L'esercito african che
fuggia prima, Che le
braccia e le
mni in sue
difese lIeglio, che rivoltar
le spalle, estima. Guglielmo da
Burnich, era uno
inglese Maggior di tutti,
e Dardinello il
cima, E lo pareggia
agli altri, e
appresso taglia 11 capo
ad Aramon di
Comovaglia. b'à Morto cadea
questo Aramene, a
valle; E v' accorse
il fratel per
dargli aiuto:3Ia Dardinel
l'aperse per le
spalle Fin giù dove
lo stomaco è
forcato. Poi forò il
ventre a Bogio
da Vergalle, E lo
mandò del debito
assoluto: Avea promesso alla
moglier fra sei Mesi,
vivendo, di tornare
a lei. 54 Vide
non lungi Dardinel
gagliardo Venir Lurcanio, eh' avea
in terra messo Dorchin, passato
nella la, e
Gardo Per mezzo il
capo e insino
ai denti fesso; E
ch'Alteo fuggir volse,
ma fu tardo, Alteo
eh' amò quanto
il suo core
istesso:Olì è dietro
alla collottola gli
mise 11 fìer Lurcanio
un colpo che
l'uccise. stanza 52. 56 Non
è da domandarmi
se dolere Se ne
dovesse Arì'odante il
frate; Se desiasse di sua man
potere Por Dardinel fra
l'anime dannate:Ma noi
lascian le genti
adito avere, Non men
delle 'nfedel le battezzate. Vorria pur
vendicarsi, e con
la spada Di qua
di là spianando
va la strada. Stanza 55. 57
Urta, apre, caccia,
atterra, taglia e
fendeQualunque lo'mpedisce o
gli contrasta. E Dardinel,
che quel disire
intende, A volerlo saziar
già non sovrasta:Ma
la gran moltitudine
contende Con questo ancora,
e i suoi
disegni guasta. Se i
Mori uccide l'un,
l'altro non manco Gli
Scotti uccide, e'I
campo inglese e
'1 franco. 58 Fortuna
sempre mai la
via lor tolse, Che
per tutto quel
di non s'accozzaro. A più
famosa man serbar
l'un volse; Che l'nomo
il suo destin
fugge di raro. Ecco
Rinaldo a questa
strada volse, Perch' alla
vita d'un non
sia riparo:Ecco Rinaldo
vien: Fortuna il
guida Per dargli onor,
che Dardinello uccida. 55
Piglia una lancia,
e va per
far vendetta, Dicendo al
suo Macon (s' udir
lo puote), Che se
morto Lurcanio in
terra getta, Nella moschea
ne porrà l'arme
vote. Poi traversando la
campagna in fretta, Con
tanta forza il
fianco gli percuote, Che
tutto il passa
sin all'altra banda; Ed
ai suoi, che lo spoglino,
comanda. 59 Ma sia
per questa volta
detto assai Dei gloriosi
fatti di Ponente. Tempo è
ch'io tomi ove
Grifon lasciai, Che tuttj
d'ira e di
disdegno ardente Facea, con
più timor eh'
avesse mai, la sbigottita
gente. Re Norandino a quel rumor
corso era in più
di mille armati
in una schiera. 60
Re Noraudiu con
la sua corte
armata, Vedendo tutto il
popolo fuggire, Venne alla
porta in battaglia
ordinata, E quella fece
alla sua giunta
aprire. Grifone iutauM), avendo
già cacciata Da sé
la turba sciocca
e senza ardire, La
sprezzata armatura in sua difesa (Qual
la si fosse)
avea di nuovo
presa; 61 E presso
a un tempio
ben murato e
forte. Che circondato era d
un'alta fossa. In capo
un pouticel si
fece forte, Perchè chiuderlo
in mezzo alcun
uou possi. Ecco, gridando
e minacciando forte. Fuor
della porta esce
una squadra grossa. L'animoso Gijfou non
muta loco, E fa
sembiante che ne
tema poco. Stanza €6. 62
E poich' avvicinar questo
drappello i5i vide, andò
a trovarlo in
su la strada; E
molta strage fiittane
o macello (Che menava
a due man
sempre la spada), Ricorso avea
allo stretto ponticello, E
quindi li teuea
non troppo a
bada:Di nuovo usciva,
e di nuovo
tornava; E sempre orribii
segno vi lasciava. 63
Quando di dritto
e quando di
riverso Getta or pedoni
or cavalieri in
terra. Il popol centra
lui tutto converso, Più
e più sempre
iuaspera la guerra. Teme
Grifone alfin restar
somrtierso, Si cresce il
mar che d'ogn'
intorno il serra:E
nella spalla e
nella coscia manca È
già ferito, e
pur la lena
manca. 64 Ma la
Virtù, ch'ai suoi
spesso soccorre, Gli fa
appo Norandin trovar
perdono. 11 re,mentre al
tumulto in dubbio
corre, Vede che morti
già tanti ne
sono; Vede le piaghe
che di man d'
Et torre Pareano uscite: un
testimonio buono, Che dianzi
cssu avea fatto
indegnamente Vergogna a un
cavai ier molto
eccellente. (;5 Poi, come
gli è più
presso, e vede
in fronte Quel che
la ge.ite a
morte gli ha
condotta, E fattosene avanti
orribii monte, E di
quei sangue il
fosso e l'acqua
bratta; Gli è avviso
di veder proprio
sul ponte Orazio sol
contra Toscana tutta: E
per suo onore,
e perchè gli
ne'ncrebbe, Ritrasse i uoi,
né gran fatica
vebbe: stanza 63. B6 £d alzando
la man nnda
e senz'arme, Antico segno
di tregua o di pace. DUse
a Grifon: Non so se non
chiaraarme D' aver il torto,
e dir che
mi dispiace; Ma il
mio poco giudicio,
e lo istiganne Altrui, caiere
in tanto error
mi face. Quel che
di fare io mi credea
al più vile Guerrier
del mondo, ho
fatto al più
gentile. H7 E sebbene
alla ingiuria ei
a quell'onta Ch' oggi
fatta ti fu
per ignoranza, L' onor che ti fai
qui, s adegua
e sconta, O (per
più vero dir)
supera e avanza; La
satisfazìon ci sarà
pronta A tutto mio
sapere e mia
poisauza, Qnando io conosca
di poter far
quella Per oro o
per cittadi o
per castella. ?58 Chiedimi
la metà di
questo regno, Ch'io son
per fartene oggi
possessore; Che Talta tua
virtù non ti
fa degno Di questo
sol, ma chMo
ti doni il
core: E la tu\
mano, in questo
mezzo, pegno Di fé' mi
dona e di
perpetuo amore. Così dicendo
da cavallo scese, E
vèr Grifon la
destra mano stese. 69
Grifon, vedendo il re fatto
benigno Venirgli per gittar
le braccia al
collo. Lasciò la spada
e T animo maligno, E
sotto Tanche ed
umile abbracciollo. Lo vide
il re di
due piaghe sanguigno, E
tosto feWenir chi
medicoUo; Indi portar nella
cittade adagio, E riposar
nel suo real
palagio. 72 Dimaudògli Aquilante,
se di questo Così
notizia avea data
a Grifone: E come
raffermò, s'avvisò il
resto, Perchè fosse partito,
e la cagione. Oh'
Orrigille ha seguito
è manifesto In Antiodìia,
con intenzione Di levarla
di man del
suo rivale Con gran
vendetta e memorabil
male. 73 Non tollerò
Aquilante che '1
fratello Solo e senz'
esso a queir
impresa andasse; E prese
Tarme, e venne
dietro a quello: Ma
prima pregò il
duca che tardasse L'andata in
Francia ed al
paterno ostello, Fin ch'esso
d'Antiochia ritornasse.
Scende al Zaffo,
e s' imbarca; che
gii pare E più
breve e miglior
la via del
mare. 74 Ebbe un
Ostrosilocco allor possente Tanto nei
mare, e si
per lui disposto. Che
la terra del
Surro il di
seguente Vide, e Saffetto,
un dopo l'altro
tosto. Passa Barutti e
il Zibeletto: e sente Che
da man manca
gli è Cipro
discosto. A Tortosa da
Tripoli, e alla
Lizza, E al golfo
di Laiazzo il
cammin drizza. 75 Quindi
a levante fé
il nocchier la
fronte Del navilio voltar
snello e veloce; Ed
a sorger n'
andò sopra P
Oronte, E colse il
tempo, e ne
pigliò la foce. Gittar
fece Aquilaute ia
terra il ponte E
n'uscì armato sul
destrier feroce; E con
tra il fiume
il cammin dritto
tenne Tanto, ch in
Antiochia se ne
venne. 70 Dove, ferito,
alquanti giorni, innante Che
si potesse armar,
fece soggiorno. Ma lascio
lui, eh' al
suo frate Aquilante Et
ad Astolfo in
Palestina tomo, Che di
Grifon, poi che
lasciò le siante Mura,
cercare han fatto
più d'un giorno In
tutti i lochi
in Solima devoti, E
in molti ancor
dalla città remoti. 71
Or né l'uno
né T altro é
si indovino, Che di
Grifon possa saper
che sia:Ma venne
lor quel Greco
peregrino, Nel ragionare, a
caso a dame
spia. Dicendo eh' Orrigille avéa
il cammino Verso Antiochia
preso di Scria, D'un
nuovo drado, eh'
era di quel
loco, Pi subito arsa
e d'improvviso foco. 76
Dì quel Martano
ivi ebbe ad
informar.'ie:Et udì eh' a
Damasco se n'era
ito Con Orrigille, ove
una giostra farse Dovea
solenne per reale
invito. Tanto d'andargli dietro
il desir T
arse, Certo che '1
suo german T
abbia seguito, Che d'Antiochia
anco quel di
si tolle; Ma già
per mar più
ritornar non volle. 77
Verso Lidia e
Larissa il cammin
piega:Resta più sopra
Aleppe ricca e
piena. Dio per mostrar
eh' ancor di qua
non niega Mercede al
bene, ed al
contrario pena, Martano appresso
a Mamuga una
lega Ad incontrarsi in
Aquilante mena. Martano si
facea con bella
mostra Portare innanzi il
pregio della giostra. 78
Pensò Aquilante, al
primo comparire, Che'l vii
Martino il suo
fratello fosse; Che r iiiganiiaroii Parme,
e quel vestire Candido più
che nevi ancor
non mosse:E con
queir oli, che
d'allegrezza dire Si snoie,
incominciò; ma poi
cangiosse Tosto di faccia
e di parlar,
eh appresso S'avvide meglio che
non era desso. 79
Dubitò che per
fraude di colei Ch'era
con Ini, Grifon
gli avesse ucciso; E,
dimmi, gli gridò,
tu ch'esser dèi Fu
ladro e un
traditor, come n'
hai viso, Onde hai
quest'arme avute? onde
ti sei >'nl buon
destrier del mio
fratello assiso? Dimmi se '1
mio fratello è
morto o viro: Come
dell'erme e del
destrier l'hai privo. 80
Quando Orrigille udì
l'irata voce. Addietro il
palafrcn per fuggir
volse; ila di lei
fu Aquilante più
veloce, E feccia fermar, volse
o non volse, jlartano al
minacciar tanto feroce Del
cavalier, che sì
improvviso il colse, Pallido trema
come al vento
fronda, Né sa quel
che si faccia
o che risponda. 81
Grida Aquilante, e
fulminar non resta, E
la spada gli
pon dritto alla
strozza: E giurando minaccia
che la testa Ad
Orrigille e a
lui rimarrà mozza, Se
tutto il fatto
non gli manifesta. 11
mal giunto Martano
alquanto ingozza, E tra
sé volve se
può sminuire Sua grave
colpa, e poi
comincia a dire: 82
Siippi, signor, che
mia sorella è
questa, Nata di buona
e virtuosa gente. Benché
tenuta in vita
disonesta L'abbia Grifone obbrobriosamente:E tale
infamia essendomi molesta. Né
per forza sentendomi
possente Di torla a
si grand' noni, feci
diseguo D' averla per astuzia
e per ingegno. 83
Tenni modo con
lei, eh' avea
desire Di ritornare a
più lodata vita, Ch'
essendosi Grifon messo
a dormire, Chetamente da lui fèsse
partita. Cosi fece ella;
e perchè egli
a seguire Non n'abbia,
ed a turbar
la tela ordita, Noi
lo lasciammo disarmato
e a piedi: E
qua venuti siam,
come tu vedi. 84
Poteasi dar di
somma astuzia raiito, Che
colui facilmente gli
credea; E, fuor che'n
torgli arme e
destrier e qsaii' Tenesse di
Grifon, non gli
uocea; Se non volea
pulir sua scusa
tanto, Che lafacesse di
menzogna rea. Buona era
ogni altra parte,
se non qnelU Che
la femmina a
lui fosse sorella. 85
Avea Aquilante in
Antiochia inteso Essergli concubina,
da più genti; Onde
gridando, di furore
acceso: Falsissimo ladron, tu
te ne menti:Vìi
pugno gli tirò
di tanto peso, Che
nella gola gli
cacciò duo denti; E,
senza più contesa,
ambe le braccia Gli
volge dietro, e
d'uia fune allaccia. 86
E parimente fece
ad Orrigille, Benché in
sua scusa ella
dicesse a.isai. Quindi li
trasse per casali
e ville. Né li
lasciò fin a
Damasco mai; E delle
miglia mille volte
mille Tratti gli avrebbe
con pene e
con grnal, Fin ch'avesse
trovato il suo
fratello, Per farne poi
come piacesse a
quello. 87 Fece Aquilante
lor scudieri e
.some Seco tornare, ed
in Damasco venne; E
trovò di Grifon
celebre il nome Per
tutta la città
batter le penne. Piccoli e
grandi, ognun sapea
già, come Kg\ì era,
che sì ben
corse V aritenne; Ed
a cui tolto
fu con falsa
mostra Dal compagno la
gloria della giostra. 88
II popol tutto al
vii Martano infesto, L'uno all'altro
additandolo, lo scopre. Che
si fa laude
con P altrui buone
opre? E la virtù
di chi non
è ben desto. Con
la sua infamia
e col suo
obbrobrio copre? Non è
r ingrata femmina
costei, La qual tradisce
i buoni, e
aiuta i rei? 89
Altri dicean: Come
stan bene insieme. Segnati ambi
d'un marchio e
d'una razza! Chi li
bestemmia, chi lor
dietro freme . Chi grida:
Impicca, abbrucia, squarta,
ammazza La turba per veder s' urta,
si preme . E
corre innanzi alle
strade, alU piazz.i. Venne la
nuova al re,
che mo.strò seguo D'averla cara
più eh' un altro
regno. BD Seiiza molti
scudier dietro o
davante, Come si ritrovò,
si mosse in
fretta, E venne ad
incontrar?! in Aquilante, Oh'avea del
suo Grifon fitto
vendetta: E quello onora
con gentil sembiante, S3C0 lo'
nvita, e seco
lo ricetta; Di suo
cuisenso avenlo fatto
porre I dno priirioni
in fon lo
d'una toriT. &.|; Andaro insieme
(ve del letto
mosso non s'era poi
che fu ferito, Che,
vedendo il fratel,
divenne roso:Che ben
stimò ch'avea il
suo caso uditi. K
poi che motteggiando
un poco addosso (ili
andò Aquilante, messero
a partito dare a
quelli duo giusto
mar toro, Venuti in min degli
avver"arj loro. 92 Vuole
Aquilante, vuole il
re che mille Strazj
ne sieno fatti;
ma Grifone (Perchè non
osa dir sol d'
Orrigille) e all'altro vuol
che si perdone. Disse assai
cose, e molto
bene ordille. risposto: Or
per conclusione lart.mo è
disegnito in mano
al boia, Cir abbia
a scapirlo, o
non però che
moia. 93 Legar lo
fanno, e nontra' fiori
e l'erba, E per
tutto scopar l'altra
mattina. Orrigille captiva si
riserba Finché ritomi la
bella Lucina, Al cui
saggio parere, o
lieve o acerba, Rimtton quei
signor la disciplini. Quivi stette
Aquilante a ricrearsi Finché 1
fratel fu sano,
e potè armarsi. Re
Norandin, che temperato
e saggio Divenuto era
dopo un tanto
errore. Non potea non
aver sempre il
coragjio Di penitenzìa pieno
e di dolore, D'aver fatto
a colui danno
ed oltraggio, i l:c
degno di merce
le era e d'
onore:Sì che dì
e notte avea
il pensiero intento Per
farlo rimaner di
."è contnito. ai.iii/.ii ve". 9.'S E
stituì nel pubblico
conspetto Della città, di
tanta ingiuri i rei. Con
quella maggior gloria
eh' a perfetto Cavalier per un re
dar si potea, Con
tanto inganno il
traditor gli avea:E
perciò fe'bindir per
quel paese, farla un'altra
giostra indi ad un mes.'96
Di che apparecchio
fa tanto solenne, Qaanto a
pompa real possibil
sia: Onde la fama
con veloci penne Portò
la nuova per
tutta Soria; Ed in
Fenicia e in
Palestina venne, tanto, eh ad Astolfo
ne die spia. Il
qual col viceré
deliberosse Che quella giostra
senza lor non
fosse. 97 Per guerrier
valoroso e di gran nome La
vera istoria Sansonetto
vanta. Gli die battesrao
Orlando, e Carlo
(come V'ho detto) a
governar la Terra
Santa. Astolfo con costui
levò Je some,. Per
ritrovarsi ove la
fama canta Sì, che
d'intorno n'ha piena
ogni orecchia, Damasco la
giostra s'apparecchia. 102 Tra
lor si domandaron
di lor via: E
poi eh' Astolfo,
che prima rispose, Narrò come a Damasco
se ne già, Avea
invitato il re
della Soria A dimostrar
lor opre virtuose; Marfisa, sempre
a far gran
prove acceca. CFser con
voi, disse, a
questa impr 103 Sommamente
ebbe Astolfo grata
quesii d'arpe, e così
Sansonetto. Furo a Damasco
il dì innanzi
la festa . E di
fuora nel borgo
ebbon ricetto:sin all'ora
che dal sonno
desta L'Aurora il vecchiarel
già suo diletto
. Quivi si riposar
con maggior agio, Che
se smontati fossero
al palagio. 98 Or
cavalcando per quelle
contrade Con non lunghi
viaggi, agiati e
lenti, Per ritrovarsi freschi
alla cittade Poi di
Damasco il dì de'
torniamenti, Scontrare in una
croce di due
strade eh' al vestire
e a' movimenti Avea sembianza
d'uomo, e femmin'
era, Nelle battaglie a
meraviglia fiera. 99 La
vergine Marfisa si
nomava, Di tal valor,
che con la
spada in mano Fece
più volte al
gran signor di
Brava la fronte, e
a quel di
Montalbano; di e la
notte armata sempre
andava Di qua di
là, cercando in
monte e in
piano Con cavalieri erranti
riscontrarsi, Ed immortale e
gloriosa farsi. 100 Com'
ella vide Astolfo
e Sansonetto, Ch' appresso
le venian con
l'arme indosso, Prodi guerrier
le parvero all' aspetto; Ch'erano ambedue
grandi e di
buon osso: E perchè
di provarsi avria
dilettò,. isfidarli avea il
destrier già mosso; Quando, affissando
l'occhio più vicino, Conosciuto ebbe
il duca paladino. 101
Della piacevolezza le
sovvenne Del cavalier, quando
al Catai seco
era: E lo chiamò
per nome, e
non si tenne La
man nel guanto,
e alzossi la
visiera; E con gran
festa ad abbracciarlo
venne, Comechè sopra ogn' altra
fosse altiera. Non men
dall'altra parte riverente il
paladino alla donna
eccellente. E poi che
'1 nuovo sol
lucido e chiaro Per
tutto sparsi ebbe
i fulgenti raggi, La
bella donna e
i duo guerrier
s' armare . avendo alla
città messaggi, come
tempo fu, lor
rapportar(c) per veder spezzar
frassini e faggi Re
Norandino era venuto
al loco Ch'avea constituito
al fiero gioco. 106
Senza più indugio
alla città ne
vanno, E per la
via maestra alla
gran piazza, Dove aspettando
il real segno
stanno e quindi i
guerrier di buona
rascza. I premj che
quel giorno si
daranno A chi vince,
è uno stocco
ed una mazza riccamente, e un destrier
quale con vene voi
dono a un
signor tale. 106
AvendoNorandin fermo nel
core Che, come il
primo pregio, il
secondo anco, E d'ambedue
le giostre il
sommo onore Si debba
guadagnar Grifone il
bianco; Per dargli tutto
quel ch'uom di
valore Dovrebbe aver, né
debbe far con
manco . Posto con l'arme
in questo ultimo
pregio Ha stocco e
mazza e destrier
molto egregio. 107 L'arme
che nella giostra
fatta dianzi Si doveano
a Grifon che
'1 tutto vinse, E
che usurpate avea
con tristi avanzi Martano che
Grifon esser si
finse; Quivi si fece
il re pendere
innanzi, il ben guemito
stocco a quelle
cinse, E la mazza
all' arcion del destrier
messe . Perchè Grifon l'un
pregio e l'altro
avesse. lOB Ma che
sua intenzì'ou avesse
effetto Vietò quella magnanima
guerriera Ohe con Astolfo
e col buon
Sansonetto In piazza nuovamente
venuta era. Costei, vedendo
V arme cb'
io v' ho
detto, Subito n' ebbe
conoscenza vera:Perocché già
sue furo, e
V ebbe care Quanto
si suol le
cose ottime e
rare; 109 Benché Tavea
lasciate in su
la strada A quella
volta che le
fur d'impaccio, per riaver
sua buona spada Correa
dietro a Brunel
degno di laccio. Questa istoria
non credo che
m'accada Altrimenti narrar; però
la taccio. Da me
vi basti intendere
a che guisa Quivi
trovasse Tarme sue
Marfisa. 110 Intenderete ancor
che, come Tebbe Kieonosciute a
manifeste note, Per altro
che sia al
mondo, non le
avrebbe Lasciate un dì
di sua persona
vote. Se più tenere
un modo o
un altro debbe racquistarle, ella
pensar non puote; Ma
se gli accosta
a un tratto,
e la man
stende, senz' altro rispetto
se le prende:IH
E per la
fretta ch'ella n'ebbe,
avvenne altre ne prese,
altre mandonne in
terra. 11 re, che
troppo offeso se
ne tenne. Con uno
sguardo sol le
mosse guerra; Che '1
popol, che V
ingiuria non sostenne, Per
vendicarlo e lance
e spade afferra, Non
rammentando ciò ch'i
giorni innanti Nocqoe il
dar noia ai
cavalieri erranti. Né fra vermisli fior,
azzurri e gialli Vago
fanciullo alla stagion
novella, Né mai si
ritrovò fra suoni
e balli Più volentieri
ornata donna e
bella; Che fra strepito
d'arme e di
cavalli, E fra punte
di lance e
di quadrella, Dove si
sparga sangue e
si dia morte. Costei
si trovi, oltre
ogni creder forte. 113
Spinge il cavallo,
e nella turba
sciocca Con l'asta bassa
impetuosa fere; E chi
nel collo e
chi nel petto
imbrocca, E fa con
V urto or
questo or quel
cadere:Poi con la
spada uno ed
un altro tocca, E
£a qual senza
capo rimanere, E qual
con rotto, e
qual passato al
fiauco, E qual del
braccio privo, o
destro o manco. 114
L'ardito Astolfo e
il forte Sansonetto, Ch'avean con
lei vestita e
piastra e maglia, Benché non
venner già per
tale effetto, Pur, vedendo
attaccata la battaglia, Abbsssan la
visiera dell'elmetto, E poi
la lancia per
quella canaglia; Ed indi
van con la
tagliente spada Di qua
di là facendosi
far strada. 115 I
cavalieri di nazion
diverse, Ch' erano per
giostrar quivi ridutti, Vedendo l'arme
in tal furor
converse, E gli aspettati
giuochi in gravi
lutti (Che la cagion
ch'avesse di dolerse La
plebe irata non
sapeano tutti; Né eh'
al re tanta
ingiuria fosse fatta), Stavan con
dubbia mente e
stupefatta. 116 Di ch'altri
a favorir la
turba venne. Che tardi
poi non se
ne fu a
pentire; Altri, a cui
la città più
non attenne Che gli
stranieri, accorse a
dipartire; Altri, più saggio,
in man la
briglia tenne, Mirando dove
questo avesse a
uscire. Di quelli fu
Grifone ed Aquilaute, Che per
vendicar l'arme andare
innante. 117 Essi vedendo
il re che
dì veneno Avea le
luci inebriate e
rosse, Ed essendo da
molti instrutti appieno Della
cagion che la
discordia mosse, E parendo
a Grifon che
sua, non meno Che
del re Norandin,
l'ingiuria fosse; S' avean le
lance fatte dar
con fretta, E venian
ftilminando alla vendetta. 118
Astolfo d'altra parte
Rabicano Venia spronando a
tutti gli altri
innante,Conl'incantata
lancia d oro
in mano, Ch'ai fiero
scontro abbatte ogni
giostrante. Ferì con essa
e lasciò steso
al piano Prima Grifone,
e poi trovò
Aquilaute; E dello scudo
toccò l'orlo appena, Che
lo gittò riverso
in su l'arena. 119
I cavalier di
pregio e di
gran prova Vòtan le
selle innanzi a
Sansonetto. L'uscita della piazza
il popol trova; H
re n arrabbia
d'ira e di
dispetto. la prima corazza
e con la
nuova Marfisa intanto, e
l'uno e l'altro
elmetto, Poi che si
vide a tutti
dare il tergo, .
Vincitrice venia verso
l'albergo. 120. Astolfo e
Sansouetto non fur
lenti A seguitarla, e
seco a ritornarsi Verso la
porta (che tutte
le genti Gli dayan
loco), ed al
rastrel fermarsi. Aqnilante e
Grifon, troppo dolenti Di
vedersi a uno
incontro riversarsi, Tenean per
gran vergogna il
capo chino, Né ardian
venire innanzi a
Norandino. 126 Come re
Norandino ode quel
uome Così temuto per
tutto levante, Che facea
a molti anco
arricciar le chiome. Benché spesso
da lor fosse
distante, È certo che
ne debhia venir
come Dice quel suo,
se non provvede
innante; Però gli suoi,
che già mutata
V ira Hanno in
timore, a sé
richiama e tira. 121
Presi e. montati ch'hanno
i lor cavalli, Spronano dietro
agP inimici in
fretta. Li segue il re con
molti suoivassalli, Tutti pronti
o alla morte
o alla vendetta. La
sciocca turba grida: Dalli,
dalli; E sta lontana,
e le novelle
aspetta. Grifone arriva ove
volgean la fronte I
tre compagni, ed
avean preso il
ponte. 122 A prima
giunta Astolfo raffigura, C\ì avea
quelle medesime divise, Avea
il cavallo, avea
queir armatura Ch'ebbe dal
dì ch'Orril fatale
uccise. Né miratol, né
posto gli avea
cura Quando in piazza
a giostrar seco
si mise:Quivi il
conobbe, e salutoUo;
e poi (jli domandò
delli compagni suoi, 123
E perchè tratto
avean quell'arme a
terra, Portando al re
si poca riverenza. Di
suoi compagni il
duca d'Inghilterra Diede a
Grifon non falsa
conoscenza:Dell' arme eh' attaccato
avean la guerra, Disse
che non n'avea
troppa scienza; Ma perchè
con Marfisa era
venuto, Dar le volea
con Sansonetto aiuto. 127
Dall'altra part" i
figli d'Oliviero Con Sansonetto
e col figliuol
d' Otoue, Supplicando a ]Iarfisa,
tanto fero, Che si die fiae
alla crudel tenzone. Bfarfisa, giunta
al re, con
viso altiero Disse: Io non
so, signore, con
che ragìoae Vogli quest'
arme dar, che
tue non sono, Al
vincitor delle tue
giostre in dono. 128
Mie sono l'arme;
e'n mezzo della
via Che vien d'Armenia,
un giorno le
lasciai . Perchè seguire a
pie mi conveuia Un
rubator che m'avea offesa
assai; E la mia
insegna tesdmon ne
fia, Che qui si
vede, se notizia
n'hai; E la mostrò
nella corazza impressa, Ch'era in
tre parti una
corona fessa. 129 Gli è ver,
rispose il re,
che mi fur
date, Son pochi dì, da un
mercadante armeno; E se voi me
l'aveste domandate.
L'avreste avute, o
vostre o no
che sieno; Ch'avvenga eh' a
Grifon già l'ho
donate, Ho tanta fede
in lui, che
nondimeno, Acciò a voi
darle avessi anche
potuto, Volentieri il mio
don m'avria renduto. 124 Quivi
con Grifon stando
il paladino Viene Aquilante,
e lo conosce
tosto Che parlar col
fratel l'ole vicino, E
il voler cangia,
eh' era mil
disposto. Giungeau molti di
quei di Norandino, 3Ia troppo
non ardian venire
accosto; E tanto più,
vedendo i parlamenti, Stavano cheti,
e per udire
intenti. 12.5 Alcun ch'intende
quivi esser 3Iarftj, Che
tiene al mondo
il vanto in
es<er forte, Volta il
cavallo, e Norandino
avvisi, Che s' oggi non
vuol perder la
sua corte, Provveggia, prima
che sia tutta
uccisa, Di man trarla
a Tesifone e
alla morte: Perchè Marfisa
veramente è stata, Che
l'arraatum in piazza
gli ha levata. 130
Non bisogna allegar,
per farmi fede Che
vostre sien, che
tengan vostra inseguì: Basti il
dirmelo voi; che
vi si crede Più
eh' a qual altro
testimonio vegna. Che vostre
sian vostr'arme si
concede Alla virtù di
maggior premio degna. Or
ve r abbiate,
e più non
si contenda; E Grifon
maggior premio da
me prend"L 131 Grifon,
che poco a
care ave.i quell'arma ]Ma gran
disio che '1
re si satisfaccia, Gli disse: Assai
potete compensarine Se mi
fate saper ch'io
vi compiaccia. Tra sé
disse Marfisa: Esser
qui parme L'onor mio in tutto: e
con benigna faccia Volle
a Grifon dell'arme
eser cortese; E finalmente
iu don da
lui le prese.
stanza 104. 182 Nella
città con pace
e con amore Tornaro . ove
le feste raddoppiarsi. Poi la
giostra si fé',
di che 1
onore E'I pregio Sansonetto
fece darsi; e i
duo fratelli e
la migliore Di lor,
Marfisa, non volson
provarsi, Cercando, come amici
e buon compagni. Che
Sansonetto il pregio
ne guadagni. 138 Stati
che sono in
gran piacere e
in festa Con Norandino
otto giornate o
diece, Perchè l'amor di
Francia gli molesta, Che
lasciar senza lor
tanto non lece, Tolgon
licenzia; e Marfisa,
che questa Via disiava,
compagnia lor fece. Marfisa
avuto avea lungo
disire Al paragon dei
paladin venire, 134 E far esperìenzia
se l'effetto Si pareggiava
a tanta nominanza. Lascia un
altro in suo
loco Sansonetto, di Grerusalem
regga la stanza. Or
questi cinque in
un drappello eletto, Che
pochi pari al
mondo han di
possanza, Licenziati dal re
Norandino, Vanno a Tripoli,
e al mar
che v' è
vicino. 135 E quivi
una caracca ritrovaro, Che per
ponente mercanzie raguna. Per
loro e pei
cavalli s'accordaro Con un
vecchio padron ch'era
da Luna. Mostrava d'ogn'
intomo il tempo
chiaro, Ch'avrian per molti
di buona fortuna. Sciolser dal
lito, avendo aria
serena, E di buon
vento ogni lor
vela piena. 136 L'isola
sacra all'amorosa Dea Diede
lor sotto un'aria
il pruno porto. Che
non eh' a
offender gli uomini
sia rea, Ma stempra
il ferro, e
quivi è'I viver
corto. Cagion n' è
un stagno: e certo
non dovea Natura a
Famagosta far quel
torto D'appressarvi Costanza acre
e maligna, Quando al
resto di Cipro
è sì benigna. 137
II grave odor
che la palude
esala, Non lascia al
legno far troppo
soggiorno. Quindi a un
Grecolevante spiegò ogni
ala, Volando da man
destra a Cipro
intorno, E surse a
Pafo, e pose
in terra scala; E
i naviganti uscir
nel lito adomo, Chi
per merce levar,
chi per vedere La
terra d'amor piena
e di piacere. 188 Dal
mar sei miglia
o sette, a
poco a poco Si
va salendo inverso
il colle ameno. Mirti
e cedri e
naranci e lauri
il loco, E mille
altri soavi arbori
han pieno. Serpillo e
persa e rose
e gigli e croco
Spargon dall'odorifero terreno Tanta
suavità, ch'in mar
sentire La fa ogni
vento che da
terra spire. 139 Da
limpida fontana tutta
quella Piaggia rigando va
un ruscel fecouflo. Ben
si può dir
che sia di
Vener bella Il luogo
dilettevole e giocondo; Che
v' è ogni
donna affatto, ogni
donzella Piacevol più ch'altrove
sia nel mondo: E
fa la Dea
che tutte ardon
d'amore. Giovani e vecchie,
infino all'ul tira' ore. 140 Quivi
odono il medesimo
ch'udito Di Lucina e
dell'Orco hanno in
Soria, E come di
tornare ella a
marito Facea nuovo Apparecchio
in Nicosia. Quindi il
padrone (essendosi espedito, E
spirando buon vento
alla sua via) L'ancore
sarpa, e fa
girar la proda Verso
ponente, ed ogni
vela snoda. 141 Al
vento di maestro
alzò la nave Le
vele all' orza, ed
allargossi in alto. Un
ponentelibecchio, che soave Parve
a principio e
fin che '1
sol stette alto, E
poi si fé'
verso la sera
grave, Le leva incontra
il mar con
fiero assalto, Con tanti
tuoni e tanto
arder di lampi. Che
par che '1
ciel si spezzi
e tutto avvampi. 142
Stendon le nubi
un tenebroso velo, Che
né sole apparir
lascia né stella:Di
sotto il mar,
disopra mugge il
cielo, Il vento d'ogn'
intorno, e la
procella Che di pioggia
oscurissima e di
gelo I naviganti miseri
flagella:E la notte più
sempre si diffonde Sopra l'irate
e formidabil onde. 143
I naviganti a
dimostrare effetto Vanno dell'arte
in che lodati
sono: Chi discorre fischiando
col fraschette, E quanto
han gli altri
a far, mostra
col suono:Chi l'ancore
apparecchia da rispetto, E
chi al mainare
e chi alla
scotta è buono; Ohi'l
timone, chi l'arbore
assicura, Chi la coperta
di sgombrare ha
cura.144 Crebbe il
tempo crudel tutta
la notte, Caliginosa e
più scura eh'
inferno. Tien per l'alto
il padrone, ove
men rotte Crede l'onde
trovar, dritto il
governo; E volta ad
or ad or
con tra le
botte Del mar la
proda, e dell' orribil
verno, Noi senza speme
mai che, come
aggiorni, Cessi Fortuna, o
più placabil torni. 145
Non cesm e
non si placa,
e più furore Giostra nel
giorno, se pur
giorno è questo, Che
si conosce al
numerar dell' ore, Non che
per lume già
sia manifesto. Or con
minor speranza e più timore dà
in poter del
vento il padron
mesto:Volta la poppa
all'onde, e il
mar cnidele Scorrendo se
ne va con
umil vele. 14fi Mentre
Fortuna in mar
questi travaglia. NoA lascia
anco posar quegli
altri in terra. Che
sono in Francia,
ove s'uccide e
taglia Coi Saraci ni
il popol d'Inghilterra. Quivi Rinaldo
assale, apre e
sbaraglia Le sqjiiere avverse,
e le bandiere
atterra. Dissi di lui,
che 'l suo destrier Baiardo Mosso
avea centra a
Dardinel gagliardo. 147 Vide
Rinaldo il segno
del quartiero Di che
superbo era il
figliuol d'Almonte; E lo
stimò gagliardo e
buon guerriero, Che concorrer
d'insegna ardia col
conte. Venne più appresso,
e gli parea
più vero:Ch' avea
d'intorno uomini uccisi
a monte. Meglio è,
gridò, che prima
io svella, spenga Questo
mal germe, che
maggior divenga. 148 Dovunque
il viso drizzi
il paladino. Levasi ognuno,
e gli dà
larga strada:Né men
sgombra il Fé
lei, che 'l
Saracino:Sì riverita è
la famosa spada. Rinaldo, fuorché
Dardinel meschino, Non vede
alcuno, e lui
seguir non bada; Grida: Fanciullo, gran
briga ti diede Chi
ti lasciò di
questo scudo erede. 149
Vengo a i<i
per provar, se
tu m'attendi Come ben
guardi il quartier
rosso e bianco; Che
s' ora contra me
non lo difendi, Difender contra
Orlando il potrai
manco. Rispose Dardinello: Or
chiaro apprendi Che s'io
lo porto, il
so difender anco; E
guadagnar più onor,
che briga, posso Del
paterno quartier candido
e rosso. 150 Perchè
fanciullo io sia,
non creiler fAnse Però
fuggire, o che
'1 quartier ti dia
. La vita mi
torrai, se mi
tei Parme; Ma spero
in Dio eh'
anzi il contrario
fia. Sia quel che
vuol, non potrà alcanbi&smarrar Che mai
traligni alla progenie
mìa. Cosi dicendo, con
la spada in
mano Assalse il cwalier
da Montalbano. 151 Un
timor freddo tutto '1
sangue oppresse. Che gli
Africani aveano intomo
al core, Come vider
Rinaldo che si
messe Con tanta rabbia
incontro a quel
signore. Con quanti andria
un leon ch'ai
prato ave Visto un
torel eh' ancor non
senta amore. Il primo
che ferì, fu
'1 Saracino; Ma picchiò
invau su l'elmo
di Mambrìno. 1.52 Rise
Rinaldo, e disse:
Io vo'tu senta S'io
so meglio di
te trovar la
vena. Sprona, e a
un tempo al
destrier la briglia
allenti E d'una punta
con tal forza
mena, D'una punta ch'ai
petto gli ap presenta. Che gli
la fa apparir
dietro alla schena. Quella trasse,
al tornar. Palma
col sangue: Di sella
il corpo uscì
freddo ed esaogne. 158 Come
purpureo fior languendo
mnore. Che '1 vomere
al passar tagliato
lassa:0 come carco
di superchio umore Il
papaver nell' orto il
capo abbassa:Così, giù
della faccia ogni
colore Cadendo, Dardinel di
vita passa; Passa di
vita, e fa
passar con lui L'ardire
e la virtù
di tutti i sui.
1.54 Qual sogliou
l'acque per umano
ingegno Stare ingorgate alcuna
volta e chiase, Che
quando lor vien
poi rotto il
sostano. Cascano, e van
con gran rumor
diffuse; Tal gli African,
eh' avean quilche ritegno
. Mentre virtù lor
Dardinello infuse, Ne vanno
or sparti in
questa parte e
in qnelU Che l'han
veduto uscir morto
in sella. 155 Chi
vuol fuggir, Rinaldo
fuggir lassa, Ed attende
a cacciar chi
vuol star saldo. Si
cade ovunque Arìodante
passa. Che molto va
quel di presso
a Rinaldo. Altri Lionetto,
altri Zerbin fracassa, A
gara ognuno a
far gran prove
caldo. fa il suo
dover, lo fa
Oliviero. Turpino e Guido
e Salomone e
Pggiero. 156 I Morì
far quel giorno
in gran perìglio Che
'n Pagania non
ne tornasse testa; Mal
saggio re di
Spagna dà di piglio,
E se
ne va con
quel che in
man gli resta. Restar
in danno tien
miglior consiglio, Che tatti
i donar perdere
e la vesta: Meglio
ò rìtrarsi e
salvar qualche schiera Che,
stando, esser cagion
che '1 tutto
pera. 157 Verso gli
alloggiamenti i segni
invia, Ch'eran serrati d'argine
e di fossa, Con
Stordilan, col re
d'Andologia, Portughese in una
sqnadra grossa. Manda a
pregar il re
di Barbarla, Che si
cerchi rìtrar meglio
che possa; £ se
qael giorno la
persona e U loco
Potrà salvar, non
avrà fatto poco. 158
Quel re che
si tenea spacciato
al tutto, Né mai
credea più rìveder
Biserta, Che con viso
si orribile e
si brutto Unquanco non
aveva Fortuna esperta; S' allegrò che
Marsilio aveariduttoParte del
campo in sicurezza
certa:Ed a rìtrarsi
cominciò, e a
dar volta Alle bandiere;
e fé' sonar
raccolta. 159 Ma la
più parte della
gente rotta Né tromba
né tambur né
segno ascolta: Tanta fu
la viltà, tanta
la dotta, Ch'in Senna
se ne vide
affogar molta. Il re
Agramante vuol ridur
la frotta: Seco ha
Sobrìno, e van
scorrendo in volta; E
con lor s'affatica
ogni buon duca, Che
nei ripari il
campo si riduca. stanza 162. 160
Ma né il re, né
Sobrio, né duca
alcuno Con prieghi, con
minacele, con affanno Ritrar può
il terzo, non
ch'io dica ognuno, Dove
l'insegne mal seguite
vanno. Morti 0 fuggiti
ne son dua,
per uno Che ne
rimane, e quel
non senza danno: Ferito
é chi di
dietro e chi davanti;
Ma travagliati e
lassi tutti quanti. 161
E con gran
tema fin dentro
alle porte Dei forti
alloggiamenti ebbon la
caccia: Ed era lor
quel luogo anco
mal forte, Con ogni
provveder che vi
si faccia (Che ben
pigliar nel crin
la buona sorte Carlo
.sapea, quando volgea
la faccia). Se non
venia la notte
tenebrosa, Che staccò il
£Bitto, ed acquetò
ogni cosa. 162 Dal
Creator accelerata forse, Che
della sua fattura
ebbe pietade. Ondeggiò il
sangue per campagna,
e corse Come un
gran fiume, e
dilagò le strade. Ottanta mila
corpi numerorse. Che fur
quel dì messi
per fil di
spade. Villani e lupi
uscir poi delle
grotte A dispogliarli e
a devorar, la
notte. 163 Carlo non
toma più dentro
alla terra, Ma centra
gì' inimici fuor
s' accampa, Ed in assedio
le lor tende
serra, Ed alti e
spessi fuochi intorno
avvampa. Il pagan si
provvede, e cava
terra, Fossi e ripari
e bastioni stampa: Va
rivedendo, e tien
le guardie deste, Né
tutta notte mai
l'arme si sveste. 164
Tutta la notte
per gli alloggiamenti Dei mal
sicuri Saracini oppressi Si
Tersan pianti, gemiti
e lamenti, Ma quanto
più si può,
cheti e soppressi. Altri perchè
gli amici hanno
e i parenti Lasciati morti;
ed altri per
sé stessi, Che son
feriti, e con
disagio stanno: Ma più
è la tema
del futuro danno. 168
Vòlto al compagno,
disse: 0 Clorìdano . Io non
ti posso dir quanto
m incresca Del mìo
signor, che sia
rimaso al piano, Per
lupi e corhi,
oimè! troppo degaa
eaca. Pensando come sempre
mi fu umano, Mi
par che, quando
ancor questa anima
&u In onor di
sua fama, io
non compenai Né sciolga
verso lui gli
obblighi immensL 165 Duo
Mori ivi fra
gli altri si
trovaro, D'oscura stirpe nati
in Tolomitta; De'quai P istoria,
per esempio raro Di
vero amore, è
degna esser descritta. Cloridano e
Medor si nominaro, Ch'
alla fortuna prospera e all'
afflitta Aveano sempre amato
Dardinello, Ed or passato
in Francia e
il mar con
quello. 169 Io voglio
andar, perchè non
stia insepaltv In mezzo
alla campagna, a
ritrovarlo:E forse Dio
vorrà ch'io vada
occulto dove tace il
campo del re
Carlo. Tu rimarrai; che
quando in ciel
sia .scolto Ch' io
vi debba morir,
potrai narrarlo:Che se
fortuna vieta sì
beli' opra, Per fÌEuna
almeno il mio
buon cuor si
scopra. stanza 175. 166 Cloridan,
cacciator tutta sua
vita, Di robusta persona
era ed isnella:Medoro avea
la guancia colorita, E
bianca e grata
nell' età novella; E fra
la gente a
quella impresa uscita, Non
era faccia più
gioconda e bella: Occhi
avea neri, e
chioma crespa d'oro:Angol
parea di quei
del sommo coro. 167
Erano questi duo
sopra i ripari Con
molti altri a
guardar gli alloggiamenti, Quando la
notte fra distanzie
pari Mirava il ciel
con gli occhi
sonnolenti. Me loro quivi
in tutti i
suoi parlari Non può
far che '1
signor suo non
rammenti, Dardinello
d'Almonte, e che
non piagna Che resti
senza onor nella
campagna. 170 Stupisce Cloridan,
che tanto core, Tanto
amor, tanta fede
abbia un fanciullu: E
cerca assai, perchè
gli porta amore, Di
fargli quel pensiero
irrito e nullo; Ma
non gli vai,
perch'un sì gran
dolore Non riceve conforto
né trastullo. Medoro era
disposto o di
morire, 0 nella tomba
il suo signor
coprire. 171 Veduto che
noi piega e
che noi muove, Cloridan gli
risponde: E verrò anch'
io, Anch' io vo'
pormi a sì
lodevol pruove, Anch'io famosa
morte amo e
disio. Qual cosa sarà
mai che più
mi giove, S'io resto
senza te, Medoro
mio? Morir teco con
l'arme é meglio
molto, Che poi di
duol, s'awien che
mi sii tolto. 172
Così disposti, messero
in quel loco Le
successive guardie, e
se ne vanno. Lascian fosse
e steccati, e
dopo poco Tra' nostri
son, che senza
cura stanno. Il campo
dorme, e tutto
è spento il
fuoco, Perchè dei Saracin
poca tema hanno. Tra
l'arme e' cariaggi stan
roversi, Nel vin, nel
sonno in sino
agli occhi immersi 173
Fermossi alquanto Cloridano,
e disse: Non son
mai da lasciar
l'occasioni. Di questo stuol
che '1 mio
signor trafisse, Non debbo
far, Medoro, occisToni? Tu, perchè
sopra alcun non
ci venisse, Gli occhi
e gli orecchi
in ogni parte
poni; Ch'io m'offerisco farti
con la spada Tra
gli nimici spaziosa
strada. 1 74 Cosi diss'
egli, e tosto
li parlar tenne, Ed
entrò dove il
dotto Alfeo dormia, Che
Panno innanzi in
corte a Carlo
venne, Medico e mago
e pien d'astrologia: Ma poco
a questa volta
gli sovvenne; Anzi gli
disse in tutto
la bugia. Predetto egli
s'avea, che d'anni
pieno Dovea morire alla
sua moglie in
seno: 175 Ed or
gli ha messo
il canto Saracino La
punta della spada
nella gola. Quattro altri
uccide appresso all'indovino non han
tempo a dire
una parola:Menzion dei
nomi lor non
fa Turpino, E'I lungo
andar le lor
notizie invola: Dopo essi
Palidon da Moncalieri, Che sicuro
dormia fra duo
destrieri. stanza 179. 176 Poi
se ne vien
dove col capo
giace Appoggiato al barile
il miser Grillo: Avealo vóto,
e avea creduto
in pace Godersi un
sonno placido e
tranquillo. Troncògl'il capo il
Saracino audace: Esce col
sangue il vin
per uno spillo, Di
che n' ha in corpo
più d'una bigoncia:E
di ber sogna,
e Cloridan lo
sconcia. 177 E presso
a Grillo un
greco ed un
tedesco, Spegne in dui
colpi, Andropono e
Conrado, Che della notte
avean goduto al
fresco Gran parte, or
con la tazza,
ora col dado:Felici
se vegghiar sapeano
a desco Finché nell'Indo
il sol passasse
il guado. Ma non
potria negli uomini
il destino, Se del
futuro ognun fosse
indovino. 178 Come impasto
leone in stalla
piena, Che lunga fame
abbia smacrato e
asciutto, Uccide, scanna, mangia,
a strazio mena L'infermo gregge
in sua balia
condutto; Così il crudelpagannelsonnosvenaLanostra gente,
e fa macel
per tutto. La spada
di Medoro anco
non ebe; Ma si
sdegna ferir l'ignobil
plebe. 179 Venuto era
ove il duca
di Labretto Con una
dama sua dormia
abbracciato: r un con
l'altro si tenea
si stretto, Che non
saria tra lor
l'aere entrato. Medoro ad
ambi taglia il
capo netto. 0 felice
morire ! oh dolce
fato ! Che come erano
i corpi, ho
così fede Ch'andar l'alme
abbracciate alla lor
sede. 180 Malindo nccise
e Ardalico il
fratello, Che del conte
di Fiandra erano
figli; E l'uno e 1
altro cavalier novello Fatto
avea Carlo, e
aggiunto all'arme i
gigli, Perchè il giorno
amendui d'ostil macello Con
gli stocchi tornar
vide vermigli:E terre
in Frisa avea
promesso loro, E date
avriaj ma lo
vietò Medoro. 181 Gl'insidiosi ferri
eran vìcìdì Ai padiglioni
che tiraro in
volta Al padiglion di
Carlo i paladini, Facendo ognun
la guardia la
sua volta; Quando dall'empia
strage i Saracini Trasson le
spade, e dièro
a tempo Tolta; Ch'impossibil lor
par, tra si
gran torma, Che non s'
abbia a
trovar un che
non dorai. Stanza 190. 182
E benché possan
gir di preda
carchi,pur sé, che
fanno assai guadagno. Ove
più crede aver
sicuri i varchi Va
Cloridano, e dietro
ha il suo
compagno. Vengon nel campo,
ove fra spadeed archi E
scudi e lance,
in un vermiglio
stagno Giaccion poveri e
ricchi, e re
e vassalli, E sozzopra
con gli uomini
i cavalli. 183 Quivi
dei corpi l'orrida
mistura. Che piena aveva
la gran campagna
intomo, Potea far vaneggiar
la fedel cura Dei
duo compagni insino
al far del
giorno, Se non traea
fuor d'una nube
oscura, A'prieghi di Medor,
la luna il
corno. Medoro in ciel
divotamente fisse Verso la
luna gli occhi,
e cosi disse:184
0 santa Dea,
che dagli antiqxd
nostri Debitamente sei detta
triforme; Chin cielo, in
terra e nellMnfemo
mostri L'alta bellezza tna
sotto più forme, E
nelle selve, di
fere e di
mostri Vai cacciatrice seguitando
V orme; Mostrami ove
'1 mio re
giaccia fra tanti, Che
vivendo imitò tnoi
stndi santi. 185 La
lana, a qnel
pregar, la nnbe
aperse, O fosse caso,
oppor la tanta fede; Bella
come fd allor
ch'ella s'offerse, E nuda
in braccio a
Endimìon si diede. Con
Parigi a quel
lame si scoperse L'an
campo e l'altro: e'I
monte e'I pian
si vede: Si videro
i duo colli
di lontano, Martire a
destra, e Leri
all'altra mano. 186 Rifalse
lo splendor molto
pii\ chiaro Ove d'Almonte
giacea morto il
figlio. Medoro andò, piangendo,
al signor caro; Che
conobbe il qnartier
bianco e vermiglio:E
tutto '1 viso
gli bagnò d'amaroPianto (che
n'avea an rio
sotto ogni ciglio), In
si dolci atti,
in si dolci
lamenti, Che potea ad
ascoltar fermare i
venti; 187 Ma con
sommessa voce e
appena udita: Non che
riguardi a non si far
sentire, Perch' abbia alcun
pensier della sua
vita (Piuttosto l'odia, e
ne vorrebbe uscire); Ma
per timor che
non gli sia
impedita L'opera pia che
quivi il fé'
venire. Fa il morto
re sa gli
omeri sospeso Di tramendui,
tra lor partendo
il peso. 188 Vanno
affrettando i passi
quanto ponno, Sotto l'amata
soma che gl'ingombra: E già
venia chi della
luce è donno Le
stelle a tor
del ciel, di
terra l'ombra; Quando Zerbino,
a cui del
petto il sonno L'alta
virtude, ove è
bisogno, sgombra. Cacciato avendo
tutta notte i
Morì, Al campo si
traea nei primi
albori. 189 E seco
alquanti cavalieri avea, Che
videro da lungo
i dui compagni. Ciaseano a
quella parte si
traea, Sperandovi trovar prede
e guadagni. Frate, bisogna
(Cloridan dicea) Gittar la
soma, e dare
opra ai calcagni; Che
sarebbe pensier non
troppo accorto, Perder duo
vivi per salvare
un morto. 190 E
gittò il circo,
perchè si pensava Che'l
suo Medoro il
simil far dovesse: Ma
quel meschin, che'l
suo signor più
amava, Sopra le spalle
sue tutto lo
resse. L'altro con molta
fretta se n'
andava, Come r amico
a paro o
dietro avesse:Se sapea
di lasciarlo a
quella sorte, Mille aspettate
avria, non ch'una
morte. 191 Quei cavalier,
con animo disposto Che
questi a render
s' abbino o a
morire, Chi qua, chi
là si spargono,
ed han tosto Preso
ogni passo onde
si possa uscire. Da
loro il capitan
poco discosto. Più degli
altri è sollecito
a seguire; Ch'in tal
guisa vedendoli temere. Certo
è che sian
delle nimiche schiere. 192 Era
a quel tempo
ivi una selva
antica, D'ombrose piante spessa
e di virgulti, Che, come
labirinto, entro s' intrica Di
stretti calli, e
sol da bestie
culti. Speran d'averla i duo pagan
si amica, Ch'abbi' a tenerli
entro a' suoi rami
occulti. Ma chi del
canto mio piglia
diletto, Un' altra volta
ad ascoltarlo aspetto. N
OT; St. 1. Parla
al cardinale Ippolito. St.
6. V.5. AìTOndelia,
scaglia, come si
farebbe d'an randello. St. 7.
V.6. Talaciinanni: coloro che,
dall'alto dei minareti (cosi
chiamansi le torricelle
annesse alle mo schee di
Turchia) con alte grida
invitano il popolo
alle pubbliche preghiere.
St. 9.
V.56. Poiché l'orza,
ecc. Devesi qui
inten dere per orza la
fune che si
lega all'antenna a
sinistra del naviglio, la
quale i marinai
allentano per abbassare o
restringer la vela,
allorché ingagliardisce il
Coro, cioè il ponentemaestro. St. 10.
V.12. Guido. I
Gnidi erano due;
il più ce lebre fu
quello di Borgogna.
Salomone, re di
Bret tagna. Oanellone o
Oano il peggiore
fira i traditori della Casa
diMaganza: a costui,
ri cordato nella
nota alla St.67 del
Canto II, attribuirono
i romanzieri il
tradimento, onde provenne la
rotta sofferta da
Carlo a Roncisvalle. St. 11.
V.3. Garbino, ed
anche Libeccio: vento che spira
fra mezzogiorno e
ponente. St. 17. V.8.
Da tempo: in tempo. St.
19. y. 3.
Accaneggiato: che ha i
cani addosso. St. 22.
V.12. Nomade o
massile: di Numidia
o di Libia. La
generosa belva, ecc.: il
leone. St. 24. V.24.
Galle o gallozzole: prodotti di al
beri ghiandiferì; e per
estensione quegli argomenti,
come vesciche o sugheri,
di che si
servono quelli che
imparano a nuotare, per
tenersi a galla
sull'acqua. Anteo: gi gante favoloso, che i mitologi
narrano aver fabbricato alcune cittA
nell'Africa. St 28. y.
6. I nani
o le donzelle,
negli antichi ro manzi di
cavalleria, son quelli
che fanno per
lo più da messaggi. ST. 38.
v.8. Da San
Germano infin a
San Vit tore : il
primo è oggi
uno de' più
ragguardevoli quar tieri di Parigi;
l'altro n' ò
pure un quartiere;
ambidue stanno alla sinistra
della Senna. ST. 46. y. 1.
Alierbe, iioletta dell'Africa.
y.4.Za mora, città sulla
costa di Barberìa.
Saffi, Sapia, città della
Barberia nell'impero di
Marocco. St. 47. V.3.
Mirforda, città d'Inghilterra; cosi Stanforda per
Strafford. St. 65. y.
6. Orazio sol,
eoe,: il Coclite
che, solo, sul ponte
Sublicio, si narra
aver fatto fironte
all' eser cito etrusco,
guidato da Porsenna
contro Roma. St. 74.
y. 18. Ostro
silocco: vento che soffia
tra mezzogiorno e sirocco.
Terra del Surro:
l'antica Tiro, oggi detta
Sur o Tsur.
SaffHto, forse Sar fand.
Barutti: Bayruth, dove
anticamente fiori una scuola
di giurisprudenza. Tripoli,
denominata di Soria, per
distinguerla dall'altra omonima
in Barberia. ZibellettOt
alcuni suppongono essere
Diébaih Tor iosa: luogo
marittimo, circa trenta
miglia a settentrione di Tripoli.
Lizza o Latakia:g[& Zao(2Ìc'/>a, nominata nella St. 94 del
Canto precedente. Golfo
di Laiazzo: in antico
fu detto sinus
Issieus, ed ora
più comune mente chiamasi golfo
di Alessandretta. St. 77.
v.15. Lidia e
Larissa: città sull'Oronte, intermedie ad
Antiochia e a
Damasco. Aleppe o Aleppo:
la Hierapolis o
Berrhaea degli antidu," Eoik; è
tuttavia emporìo di
commercio devole. Mamuga, pure
sull'Oronte, città i da
Tolomeo. St. 99. V.1.
Marfisa: guerriera illustre,
cfee k scoprirà in
appresso sorella diRuggiero. St. 108.
y. 6. iZ
vecchiarel già suo
diletto: 'Hioie, figlio di
Laomedonte, amato, secondo
i mitologi, in sa
gioventù, dall'Aurora, che,
fatto vecchio, lo
tramato ia cicala. St. 106
y. 2. Pregio:
premio. St. 125. v.6.
Tesifone: una delle tre
Furie ìnAnuIi St. 135.
y. 14. Caracca: sorta di
grosso navigì"
mercantile. Padron: chi ha
il comando del
navìis Luna 0
Luni, città marittima
etnisca, di cui
rertaK alcune rovine presso
Sarzana, d'onde ebbe
nome la Li nigiana. St. 136.
y. 17. L
isola sacra, ecc: Cipro,
dote onora vasi Venere
con culto particolare.
Fùmagosta: città di quell' isola,
a levante, vicina
al mare e aOo
stagno di Costanza,
che ivi rende
l'aria malsana. St. 143.
y. 38. Fraschetto:
piccolo strumento da fiato
che rende acutissimo
fischio, e di
cui fa uso
il capo dell'equipaggio per
dar gli ordini
alla ciurma. An core da
rispetto: àncore che si tengono
in sertw pei gravi
pericoli della nave.
Scotta: fané prineipsk
attaccata alla vela,
con cui, tirandola
o allentalidola,s I regola
il naviglio secondo
il bisogno. ! St.
144. y. 4,
Il governo: il
timone del naviglio. Ivi. y.
6. Verno, tempesta. St.
143. y. S,
No" bada: non
indugia. St. 160. y.
3. Toi: togli. St.
156. y. 2. Pagania, Le
regioni abitate dai Pa
gani ossia dai Maomettani, che
nei tempi d'ignoranza, si confusero
con gl'idolatri. ST. 157.
y. 3. Andologia,
Andalusia. St 158. y.
24. Biserta: città
nel regno di
Tnnil sopra un canale
che unisce il
mare ad una
lagima; e credesi occupare
il luogo dell'antica
litica. Esperta: sperimentata.
St. 159.
y. 3. Dotta:
paura. St. 163 y. 6. Stampa:
forma sollecitamente. St. 165.
y. 2. Tolomiita
o Tolometta: città
marit tima dello Stato di
Tripoli nel paese
di Barca, oggi detta
Tolmyàtah. St. 178. y.
17. Impasto: non
pasciuto, famelioo. Non
ebe: dal latino
hébere: non è
ottusa, né si sta
inoperosa. St. 183. y.
3. Far vaneggiar:
render vana. St. 184.
V.4. Sotto più
forme: di luna
in cielo, di Diana
nelle selve, di
Proserpina nellinfémo: cosi i mi
tologi. I Cristiani,
vedendo nelle bandiere
dei Sara ceni la mezzaluna,
credettero che adorassero
fra gli altri Dei
anche Diana, confusa
con la Luna
Nessuna i viglia adunque
che il poeta
metta in bocca
al i Medoro questa
preghiera alla Dea
triforme, alla Luna. St.
185. y. 8.
Martire, Montmartre. Leri, Most lery:
due colline che
sorgono lateralmente a
Parigi. St. 192 V.4.
Culti: frequentati. Ctoridano e Medoro,
8ùrpri>ai dai nemici
Bel pietoso tif tìcìD,
restano, Fnno L'Stintfi,
Taltm ferita) a
motte. So pm viene Angelica,
prende cura di
Medoro, lo guft' riseo
e ae ne
iimamora. Marflsa e
i suoi comijagui approdano nel
golfo di Lai&zo,
ad uim oittà
gover nata dafetnmìne; ed Ivi
iateadono una titrana
costa manza ddlie r€ggitricl
MarHa uccide novo
del loro guernri, e
combatte duo alla
aera col decimo. Alcun
non può saper
da diì sia
amato, Quando felice in
su la nwU
siede; Perù e' ha i
ren e i
tìnti amici a
lato, rive mostran tutti
nim medesma fede. Se
poi si cangia
In tristo il
lieto atoto, Volta la
turila adnlatrke il
piede; E quel die
ili cor ama,
ri man forte, Ed
ama il suo
Bignor dopo la
morte. 2 Se, come
il tìso, si
mostrasse il core. Tal
nella corte è
grande e gli
altri preme, E U\\
ò in poca
grazia al suo
signore Che la lor sorte
muteriano i insieme. Quelito iimil
(livt'iTÌa ti>!=h> il
ni;ujuiiir ¦ Starla quel
grande infra le
turbe estreme. Ma torniamo
a Medor fedele
e grato, Che 'n
vita e in
morte ha il
suo siore amato. Cercando già
nel più intricato
calle Il giovine infelice
di salvarsi; Ma il
grave peso ch'avea
su le spalle, Gii
facea uscir tutti
i partiti scarsi. Non
conosce il paese,
e la via
falle; E torna fra
le spine a
invilupparsi. Lungi da lui
tratto al sicuro
s'era L'altro, ch'avea la
spalla più leggiera. Cloridan s'è
ridutto ove non
sente Di chi segue
lo strepito e
il rumore:Ma quando
da Medor si
vede absente, Gli pare aver lasciato
addietro il core. Deh
come fui, dicea,
si negligente, Deh come
fui si di
me stesso fuore, Che
senza te, Medor,
qui mi ritrassi, Né
sa])pia quando o dove io
ti lasciassi ! stanza 9. Cosi
dicendo, nella tòrta
via Dell'intricata selva si
ricaccia; Ed onde era
venuto si ravvia, E
toma di sua
morte in su
la traccia Ode i
cavalli e i
gridi tuttavia, E la
nimica voce che
minaccia: All' ultimo ode il
suo Medoro, e vede
Che tra
molti a cavallo
è solo a piede.
Cento a
cavallo, e gli
son tutti intomo: Zerbin comanda
e grida che
sia preso. L'infelice s'aggira
com'un tomo, E quanto
può si tien
da lor difeso, Or
dietro quercia, or
olmo, or faggio,
or omo; Né si
discosta mai dal
caro peso:L'ha riposato
alfin su l'erba,
quando Jtegger noi puote,
e gli va
intorno errando: 7 Come
orsa che l'alpestre
cacciatore Nella pietrosa tana
assalita abbia Sta sopra
i figli con
incerto core, E freme
in suono di
pietà e di
rabbia: Ira la 'nvita
e naturai furore A
spiegar l'ugne e
a insanguinar le
labbia Amor la'ntenerisce, e
la ritira A riguardare
ai figli in
mezzo alPira. 8 Cloridan,
che non sa
come 1' aiuti, E
eh' esser vuole
a morir seco
ancora, Ma non ch'in
morte prima il
viver muti, Che via
non trovi ove
più d'un ne
mora; Mette su l'arco
un de' suoi
strali acuti, E nascoso
con quel si
ben lavora. Che fora
ad uno Scotto
le cervella, E senza
vita il fa
cader di sella. 9
• Volgonsi tutti
gli altri a
quella banda, Ond' era uscito
il calamo omicida. Intanto un
altro il Saracin
ne manda, '1 secondo
a lato al
primo uccida; Che mentre
in fretta a
questo e a
quel domaodi Chi tirato
abbia l'arco, e
forte grida, Lo strale
arriva, e gli
passa la gola, E
gli taglia pel
mezzo la parola. 10
Or Zerbin, ch'era
il capitano loro, Non
potè a questo
aver più pazienza. Con
ira e con
furor venne a
Medoro, : Ne farai tu
penitenza. Stese la mano
in quella chioma
d'oro, E strascinollo a
sé con violenza: Ma
come gli occhi
a quel bel
volto mise, Gli ne
venne pietade, e
non l'uccise. 11 II
giovinetto si rivolse
a'prieghi, E disse: Cavalier,
per lo tuo
Dio, Non esser sì
cmdel, che tu
mi nieghi Ch' io
seppellisca il corpo
del re mio. Non
vo' eh' altra
pietà per me
ti pieghi, pensi che
dì vita abbia
disio: Ho tanta di
mia vita, e
non più, cura, Quanta
ch'ai mio signor
dia sepultura. 12 E se pur
pascer vuoi fiere
ed augelli, Chè'n te
il furor sia
del teban Creonte, Fa
lor convito dì
miei membri, equelli Seppellir lascia
del figliuol d'Almonte. Così dicea
Medor con modi
belli, E con parole
atte a voltare
un monte; sì commosso
già Zerbino avea. Che
d'amor tutto e
di pietade ardea. In
questo mezzo un
cavalier villano, Arendo al
sno signor poco
rispetto, Ferì con una
lancia sopra mano Al
supplicante il delicato
petto. Spiacque a Zerbin
Patto crudele e
strano j più, che del
colpo il giovinetto cader si
sbigottito e smorto, Che'n
tutto giudicò che
fosse morto. 16 Seguon
gli Scotti ove
la guida loro Per
Talta selva alto
disdegno mena, Poiché lasciato
ha l'uno e
l'altro Moro, Lun morto
in tutto, e
l'altro vivo appena. Giacque gran
pezzo il giovine
Medoro, Spicciando il sangue
da si larga
vena, Che di sua
vita al fin
saria venuto, Se non
sopravvenia chi gli
die aiuto. 14 E
se ne sdegnò
in guisa e
se ne dolse, disse:
Invendicato già non
fia; E pien di
mal talento si
rivolse Al cavalier che
fé' l'impresa ria:Ma
quel prese vantaggio,
e se gli
tolse Dinanzi in un
momento, e faggi
via. Clorldan, che Medor
vede per terra, Salta
del bosco a
discoperta guerra: stanza 16. Stanza
17. 17 Gli sopravvenne
a caso una
donzella, Avvolta in pastorale
ed umil veste, Ma
di real presenzia,
e in viso
bella, D'alte maniere e
accortamente oneste. Tanto è
ch'io non ne
dissi più novella, Ch'appena riconoscer
la dovreste: Questa, se
non sapete, Angelica
era, gran Can del
Catai la figlia
altiera. 15 E getta
l'arco, e tutto
pien di rabbia Tra
gli nimici il
ferro intomo gira, Più
per morir, che
per pensier ch'egli
abbia Di far vendetta
che pareggi l'ira. proprio sangue
rosseggiar la sabbia Fra
tante spade, e
al fin venir
si mira; E tolto
che si sente
ogni potere, Si lascia
accanto al suo
Medor cadere.8 Poiché '1
suo anello Angelica
riebbe, Di che Brunel
l'avea tenuta priva, In
tanto fasto in
tanto orgoglio crebbe, Ch'esser parea
di tutto '1 mondo
schiva. Se ne va
sola, e non
si degnerebbe Compagno aver
qual più famoso
viva: Si sdegna a
rimembrar che già
suo amante Abbi" Orlando
nomato o Sacripante. 19 E sopra ogn'
altro error via
più pentita Era del
ben che già a Rinaldo
volse Troppo parendole essersi
avvilita, Oh' a riguardar si
basso gli occhi
volse. Tant' arroganzia
avendo Amor sentita, Più
lungamente comportar non
volse. Dove giacea Medor
si pose al
varco, E r aspettò,
posto lo strale
all' arco. 20 Quando Angelica
vide il giovinetto Languir ferito,
assai vicino a
morte. Che del suo
re che giacea
senza tetto, che del
proprio mal, si
dolca forte; Insolita pietade
in mezzo al
petto Si sentì entrar
per disusate porte, Che
le fé' il duro
cor tenero e
molle, E più quando
il suo caso
egli narrolle. Stanza dlv E
rivocando alla menàoria
l'arte Ch'in India imparò
già di chirurgia, (Che par
che questo studio
in quella parte Nobile
e degno e
di gran laude
sia; E senza molto
rivoltar di carte, Che
'1 patre ai
figli ereditario il
dia), Si dispose operar
con succo d'erbe, Ch'a
più matura vita
lo riserbe. 22 E
ricordossi che, passando,
avea Veduta un'erba in una piaggia
amena; Fosse dittamo, o
fosse panacea, 0 non
so qual di
tal effetto piena, Che
s igna il
sangue, e della
piaga rea Leva ugni
spasmo e perigliosa
pena. La trovò non
lontana; e quella
còlta. Dove lasciato avea
Medor, die volta. 23
Nel ritornar s'incontra
in un pastore cavallo pel
bosco ne veniva Cercando una
giuvenca che già
fuore Duo di di
mandra e senza
guardia givi. Seco lo
trasse ove perdea
il vigore Medor col
sangue che del
petto usciva: E già
n'avea di tanto
il terren tinto, Ch'era
omai presso a
rimanere estinto. 24 Del
palafreno Angelica giù
scese, E scendere il
pastor seco fece
anche. Pestò con sassi
l'erba, indi la
prese, E succo ne
cavò fra le
man biandie; Nella piaga
n'infuse, e ne
distese E pel petto
e pel ventre
e fin all'anche. E
fu di tal
virtù questo liquore, Che
stagnò il sangue, e
gii tornò il
vigore; 25 E gli
die forza., che
potè salire Sopra il
cavallo che '1
pastor condusse. Non però
volse indi Medor
partire, Prima ch'in terra
il suo signor
non fusite. E Cloridan
col re fé'
seppellire; E poi dove
a lei piacque
si ridusse: Ed ella
per pietà neU'umil
case Del cortese pastor
seco rimase. Né fin
che noi tornasse
in sanitade, Volea partir: cosi
di lui fé'
stima; Tanto s'intenerì della
pietade Che n'ebbe, come
in terra il
vide prima. Poi, vistone
i costumi e
la beltade, Roder si
senti il cor
d'ascosa lima; Roder si
senti il core,
e a poco
a poco Tutto infiammato
d'amoroso fuoco. 27 Stava
il pastore in
assai buona e
bella Stanza, nel bosco
infra duo monti
piatta, Con la moglie
e coi figli;
ed avea quella Tutta
di nuovo e
poco innanzi fatta. a
Medoro fu per
la donzella La piaga
in breve a
sanità ritratta; Ma in
minor tempo si
senti maggiore Piaga di
questa aver ella
nel core. 28 Assai
più larga piaga
e più profonda Nel
cor senti da non veduto
strale, Che da' begli occhi
e dalla testa
bionda Di Medoro avventò
l'arcier c'ha l'ale. Arder
si sente, e
sempre il fuoco
abbonda E più cura
l'altrui che '1
proprio male. Di so
non cura; e
non è ad
altro intenta. Ch'a risanar
chi lei fere
e tormenta. 29 La
sua piaga più
s'apre e più
incrudisce, Quanto più l'altra
si ristringe e
salda. Il giovine si
sana; ella languisce Di
nuova febbre, or
agghiacciata or calda. Di
giorno in giorno
in lui beltà
fiorisce; La misera si
strugge, come falda Strugger di
neve intempestiva suole, Ch'
in loco aprico
abbia scoperta il
sole. 30 Se di
disio non vuol
morir, bisogna Che senza
indugio ella sé
stessa aiti: E ben
le par che
di quel eh'
essa agogna, Non sia
tempo aspettar eh'
altri la 'nviti. Dunque, rotto
ogni freno di
vergogna, La lingua ebbe
non men che
gli occhi arditi; E
di quel colpo
domandò mercede, Che, forse
non sapendo, esso
le diede. Stanza 33. 31
0 conte Orlando,
o re di
Circassia, Vostra inclita virtù,
dite, che giova? Vostro
alto onor, dite,
in che prezzo
sia? 0 che mercè
vostro servir ritrova? Mostratemi uaa
sola cortesia Che mai
costei v'usasse, o
vecchia o nuova, Per
ricompensa e guiderdone
e merto Di quanto
avete già per
lei sofferto. d2 Oh
se potessi ritornar
mai vivo, Quanto ti
parria duro, o
re Agricane! Che già
mostrò costei si
averti a schivo Con
repulse crudeli ed
inumane. 0 Ferraù, o
mille altri ch'io
non scrivo. Ch'avete fatto
mille prove vane Per questa
ingrata, quanto aspro
vi fora S' a costu'
in braccio voi
la vedeste ora ! 33
Angelica a Medor
la prima rosa Coglier
lasciò, non ancor
tocca innante: Né persona
fu mai sì
avventurosa, ChMn quel giardin
potesse por le
piante. Per adombrar, pel
onestar la cosa. Si
celebrò con cerimonie
sante Il matrimonio, ch'auspice
ebbe Amore, E pronuba
la moglie del
pastore. Férsi le nozze
sotto air umil
tetto Le più solenni
che vi potean
farsi; E più d'un
mese poi stero
a diletto I duo
tranquilli amanti a
ricrearsi. Più lunge non
vedea del giovinetto La
donna, né di
lui potea saziarsi; Né,
per mai sempre
pendergli dal collo, II
suo desir sentia
di lui satollo. Stanza 35. 35
Se stava all'ombra,
o se del
tetto usciva, Avea di
e notte il
bel' giovine a lato; Mattino
e sera or
questa or quella
riva Cercando andava, o
qualche verde prato: Nel
mezzo giorno un
antro li copriva, Forse non
men di quel
comodo e grato, ebber,
fuggendo V acque,
Enea e Dido, DeMor
secreti testimonio fido.37
Poiché le parve
aver fatto soggiorno Quivi più
ch'abbastanza, fé' disegno
Di fare
in India del
Catai ritomo, E Medor
coronar del suo
bel regno. Portava al
braccio un cerchio
d' oro, adorno Di ricche
gemme, in testimonio
e segno Del ben
che '1 conte
Orlando le volea; E
portato gran tempo
ve l'avea. 36 Fra
piacer tanti, ovunque
un arbor dritto Vedesse ombrare
o fonte o
rivo puro, V'avea spillo
o coltel subito
fitto: Cosi se v'era
alcun sasso men
duro. Ed era fuori
in mille luoghi
scritto, E cosi in
casa in altri
tanti il muro, Angelica e
Medoro, in vari
modi Legati insieme di
diversi nodi. 8 Quel
donò già Morgana
a Ziliante Nel tempo
che nel lago
ascoso il tenne; Ed
esso, poi ch'ai
padre Monodante Per opra
e per virtù
d'Orlando venne. Lo diede
a Orlando: Orlando
ch'era amante. Di porsi
al braccio il
cerchio d'or sostenne. Avendo disegnato
di donarlo Alla regina
sua, di ch'io
vi parlo. B9 Non
per amor del
paladino, quanto ricco e
d'artifìcio egregio, Caro avuto
l'avea la donna
tanto, Che più non
si può aver cosa
di pregio. Se lo
serbò nelP isola del
pianto, Non 80 già
dirvi con che
privilegio, X.à dove esposta
al marin mostro
nuda Fu dalla gente
inospitale e cruda. 40
Quivi non si
trovando altra mercede Oh'
al buon pastore
ed alla moglie
dessi, Che serviti gli
avea con si
gran fede Dal di
che nel suo
albergo si fur
messi; Levò dal braccio
il cerchio, e
gli lo diede, E
volse per suo
amor che lo
tenessi: Indi saliron verso
la montagna Che divide
la Francia dalla
Spagna. Stanza 35. 41 Dentro
a Valenza o
dentro a Barcellona Per qualche
giorno avean pensato
porsi, accadesse alcuna nave
buona, Che per Levante
apparecchiasse a sciorsi. Videro il
mar scoprir sotto
a Girona Nel calar
giù delli montani
dorsi; E costeggiando a man sinistra
il lito, A Barcellona
Pndàr pel cammin
trito. 42 Ma non
vi giunser, prima
ch'un uom pazzo Giacer
trovare in su
l'estreme arene Che, come
porco, di loto
e di guazzo Tutto
era brutto, e
volto e petto
e schene. Costui si
scagliò lor, come
cagnazzo Ch'assalir
forestier subito viene; die
lor noia, e
fu per far lor scorno. Ma
di Marfisa a
ricontar vi torno. 43
Di Marfisa, d Astolfo,
d'Aquilante, Di Grifone e
degli altri io
vi vo'dire, Che travagliati,
e con la
morte innante, Mal si
potean incontra il
mar schermire:Che sempre
più superba e
più arrogante Crescea fortuna
le minacce e P ire; E
già durato era
tre di lo
sdegno, Né di placarsi
ancor mostrava segno. 44
Castello e ballador
spezza e fracassa L'onda nimica
e '1 vento
ognor più fiero:Se
parte ritta il
verno pur ne
lassa, La taglia, e
dona ni mar
tutta il nocchiero. Chi sta
col capo chino
in una cassa Su
la carta appuntando
il suo sentiero A
lume di lanterna
piccolina, E chi col
torchio giù nella
sentina. 45 Un sotto
poppe, un altro
sotto prora Si tiene
innanzi V oriuol
da polve; E toma
a rivedere ogni
mezz'ora Quanto è già
corso, ed a
che via si voi ve. Indi
ciascun con la sua carta
fuora A mezza nave
il suo parer
risolve, Là dove a
un tempo i
marinari tutti Sono a
consiglio del padron
ridutti. Chi dice: Sopra
Limissò venuti Siamo, per
quel eh' io
trovo, alle seccagne; :
Di Tripoli appresso
i sassi acuti, Dove
il mar le
più volte i
legni fragne. Chi dice: Siamo
in Satalia perduti, Per
cui più d'un
nocchier sospira e
piagne. Ciascun secondo il
parer suo argomenta; Ma
tutti ugual timor
preme e sgomenta. 47
II terzo giorno
con maggior dispetto Gli
assale il vento,
e il mar
più irato fìreme; E
r un ne spezza
e portane 51
trinchetto, E '1 timon
r altro, e
chi lo volge
insieme. Ben è di
forte e di marmoreo petto, E
più duro ch'acciar,
chi ora non
teme. Marfisa, che già
fu tanto sicura, Non
negò che quel
giorno .ebbe paura. Al
monte Sinai fu
peregrino, A Galizia promesso,
a Cipro, a
Roma, Al Sepolcro, alla
Vergine d'Ettino, E se
celebre luogo altro
si noma. Sul mare
intanto, e spesso
al ciel vicino, e
conquassato legno toma, Di
cui per men
travaglio avea il
padrone Fatto l'arbor tagliar
dell'artimone. 49 E colli
e casse e
ciò che v'
è di grave Gitta
da prora e
da poppa e
da sponde; E fa
tutte sgombrar camere
e gìave, E dar
le ricche merci
all'avide onde. Altri attende
alle trombe, e
a tor di
naire L'acque importune, e il mir
nel mar rifonde: Soccorre altri
in sentina, ovanqae
appare Legno da legno
aver sdrucito il
mare. 60 Stero in
questo travaglio, in
qaasta peu Ben quattro
giorni, e non
avean piò sdienK": E n'avrìa
avuto il mar
vittoria piena, più che
'1 furor tenesse
ferma:Ma diede speme
lor d'aria serena La
disiata luce di
Santo Ermo, Ch'in prua
s'una cocchina a
por si venne; Che
più non v'erano
arbori né antenne. 51
Veduto fiammeggiar la
bella £ELce, S'
inginocchiare tutti i
naviganti; E domandare il
mar tranquillo e pace
umidi occhi e
con voci tremanti. Li
tempesta crudel, che
pertinace Fu sin allora,
non andò più
innanti:Maestro o traversia
più non molesta, E
tiranno del mar
libeccio resta. 52 Questo
resta sul mar
tanto possente E dalla
negra bocca in
modo esala, Ed è
con lui si
rapido il torrente Dell'agitato mar
ch'in fretta cala, Che
porta il legno
più velocemente, Che pellegrin
falcon mai facesse
ala, Con timor del
nocchier, ch'ai fin
del mondo Non lo
trasporti, o rompa,
o cacci al
fondo. 53 Rimedio a
questo il buon
nocchier ritrova Che comanda
gittar per poppa
spere; E caluma la
gomena, e fi"
prova Di duo terzi
del corso ritenere. consiglio, e più l'augurio
giova Di chi avea
acceso in proda
le lumiere:Questo il
legno salvò, che
perla forse, E fé' eh' in
alto mar sicuro
corse. 54 Nel golfo
di Laiazzo invér
Sona Sopra una gran
città si trovò
sorto, E si vicino
al lite, che
scoprìa L'uno e l'altro
Castel che serra
il porto. Come il
padron s'accorse della
via Che fatto avea,
ritornò in viso
smorto; Che né porto
pigliar quivi volea, Né
stare in alto,
né fuggir potea. 55
Né potea stare
in alto, né
foggile:Che gii arbori
e P antenne
avea perdute. Eran tavole
e travi pel
ferire Del mar sdrucite,
macere e sbattute. E'I
pigliar porto era
un voler morire, O
perpetuo legarsi in
servitute; Che riman serva
ogni persona, o
morta, Che quivi errore
o ria fortuna
porta. 56 E '1 stare
in dubbio era
con gran periglioChe
non salisscr genti
della terraCon legni
armati, e al
suo desson di
piglio, Mal atto a
star sul mar,
non ch'a far
guerra. Mentre il padron
non sa pigliar
consiglio, Fu domandato da
quel d Inghilterra, Che gli
tenea si l'animo
sospeso, E perchè già
non avea il
porto preso. Stanza 65. 57
II padron narrò
lui che quella
riva Tutta tenean le
femmine omicide. Di cui
V antiqua legge,
ognun cb' arriva, In
perpetuo tien servo,
o che V
uccide:E questa sorte
solamente schiva Chi nel
campo dieci uomini
conquide, poi la notte
può assaggiar nel
letto Diece donzelle con
carnai diletto. 58 E
se la prima
pruova gli vien
fatta, £ non fornisca
la seconda poi, Egli
vien morto; e
chi è con
lui si tratta Da
zappatore, o da
guardian di buoi. Se
di far Tuno
e l'altro è
persona atta, libertade a
tutti i suoi; A
sé non già,
e' ha da
restar marito Di diece
donne, elette a
suo appetito. 59 Non
potè udire Astolfo
senza risa vicina terra
il rito strano.Sopravvien Sansonetto,
e poi Marfisa,Indi
Aquilante, e seco
il suo germano. Il
padron parimente lor
divisa La causa che
dal porto il
tien Jontano:Voglio,>dicea che innanzi
il mar m'affoghi Ch
io senta mai
di servitute i
gioghi. 60 Del parer
del padrone i
marinari E tutti gli
altri naviganti furo:Che
cento mila spade,
era lor duro. Parca
lor questo e
ciascun altro loco, Dov'arme usar
potean, da temer
poco. Bramavano i
guerrier venire a
proda; Ma con maggior
baldanza il duca
inglese, Che sa, come
del corno il
rumor s oda, Sgombrar
dintorno si farà
il paese. Pigliare il
porto Tuna parte
loda, Eraltra il biasma,
e sono alle
contese;. Ma la più
forte in guisa
il padron stringe, Oh
al porto, suo
mal grado, il
legno spinge. stanza 66. 62
Già, quando prima
s'erano alla vista Della
città crudel sul
mar scoperti, Veduto aveano
una galea provvista Di
molta ciurma e di nocchieri
esperti Venire al dritto
a ritrovar la
trista Nave, confusa di
consigli incerti; Che, Talta
prora alle sue
poppe basse Legando, fuor
dell' empio mar la
trasse. 63 Entrar nel
porto remorchìando, e a fona Di
remi più che
per favor di
vele;Perocché T alternar
di poggia e d'
oizaAvea levato il
vento lor crudele. Intanto ripigliar
la dura scorza I
cavalieri, e il
brando lór fedele; Ed
al padrone ed
a ciascun che
teme, Non cessan dar
con lor conforti
siieme. 64 Fatto è'I
porto a sembianza
dana luaa, E gira
più di quattro
nuglia intomo:Seicento passi
è in bocca,
ed in cìascanaParte
una ròcca ha
nel finir del
corno.Non teme alcuno
assalto di fortuna, Se
non quando gli
vien dal mezzogiorno. A guisa
di teatro se
gli stende La città
a cerco, e
verso il poggio
ascende. 65 Non fu
quivi si tosto
il legno sorto (Già
l'avviso era per
tutta la terra). Che
fur sei mila
femmine sul porto, Con
gli archi in
mano in abito
di guerra: E per
tdr della fuga
ogni conforto, Tra l'una
rócca e l'altra
il mar si
serra: Da navi e
da catene fu
rinchiuso, Che tenean sempre
instrutte a cotal
uso. 66 Una che
d'anni alla Cumea
d'Apollo Potè uguagliarsi e
alla madre d' Ettorre Fé' chiamare il
padrone, e domandollo Se
si volean lasciar
la vita tórre, 0
se voleano pur
al giogo il
collo, Secondo la costuma,
sottoporre. Degli due l'uno
aveano a tórre:
o qoivi Tutti morire,
o rimaner captivi. 67
Gli è ver,
dicea, che s'uom
si ritrovasse Tra voi
cosi animoso e
cosi forte, Che centra
dieci nostri uomini
osasse Prender battaglia, e
desse lor Li
morte, E far con
diece femmine bastasse Per
una notte ufficio
di consorte; Egli si
rimarria principe nostro, E
gir voi ne
potreste al cammin
vostro. 68 E sarà
in vostro arbitrio
il restar anco, Vogliate 0
tutti o parte;
ma con patto Che
chi vorrà restare,
e restar franco, Marito sia
per diece femmine
atto. Ma quando il
guerrier vostro possa
manco Dei dieci che
gli fian nemici
a un tratto, 0
la seconda prova
non fornisca, Vogliam voi
siate schiavi, egli
perisca. 69 Dove la
vecchia ritrovar timore Credea
nei cavalier, trovò
baldanza; Che ciascun si
tenea tal feritore, Che
fornir Tono e
l'altro avoa speranza; Ed
a Marfisa non
mancava il core, Benché
mal atta alla
seconda danza; Ma dove non
V aitasse la
natura, Con la spada
supplir stava sicura. 75
Non vomai più
che forestier si
lagni Di questa terra,
finché 1 mondo dura Cosi
disse; e non
poterò i compagni Torle quel
che le dava
sua avventura. Dunque o eh' in
tutto perda, o
lor guadagni La libertà,
le lasciano la
cura. Ella di piastre
già guemita e
maglia, S' appresentò nel campo
alla battaglia. 70 Al
padron fu commessa
la risposta, Prima conchiusa
per comun consiglio: Ch'avean chi
lor potrìa di
sé a lor
posta Nella piazza e
nel letto far
periglio. Levan V offese,
ed il nocchier
s accosta, Getta la
fune, e le
fa dar di
piglio:E fa acconciare
il ponte, onde
i guerrieri Escono armati
e tranne i
lor destrieri. 76 Gira
una piazza al
sommo della terra, Di
gradi a seder
atti intomo chiusa; Che
solamente a giostre,
a simil guerra, A
caccie, a lotte,
e non ad
altro susa: Quattro porte
ha di bronzo,
onde si serra. Quivi
la moltitudine confusa Deir armigere femmine
si trasse; E poi
fu detto a
Marfisa ch'entrasse. 71 E
quindi van per
mezzo la cittade, E
vi ritrovan le
donzelle altiere, Succinte cavalcar
per le contrade, Ed
in piazza armeggiar
come guerriere. Né calzar
quivi spron, né
cinger spade, Né cosa
d'arme pdn gli
uomini avere, Se non
dieci alla volta, perrif>petto Dell'antiqua costuma
ch'io v'ho detto. 77
• Entrò Marfisa
s' un destrier leardo, Tutto
sparso di macchie
e di rotelle, Di
picciol capo e
d'animoso sguardo, D'andar superbo
e di fattezze
belle. Pel maggior e
più vago e
più gagliardo, Di mille
che n'avea con
briglie e selle. Scelse
in Damasco, e
realmente ornollo, Ed a
Marfisa Norandin donollo. 72
Tutti gli altri
alla spola, all'ago,
al fuso, Al pettine
ed all' aspo sono
intenti, Con vesti femminil
che vanno giuso Insin
al pie, che
gli fa molli
e lenti. Si tengono
in catena alcuni
ad uso D'arar la
terra, o di
guardar gli armenti. Son
pochi i maschi,
e non son
ben, per mille Femmine, cento,
fra cittadi e
ville. 78 Da mezzogiorno
e dalla porta
d'Austro Entrò Marfisa; e
non vi stette
guari, Ch'appropinquare e risonar
pel ckiustro Udì di
trombe acuti suoni
e chiari: E vide
poi di verso
il freddo plaustro Entrar nel
cimpo i dieci
suoi contrari. Il primo
cavalier ch'apparve innante, Di
valer tutto il
resto avea sembiante. 73 Volendo
tórre i cavalieri
a sorte Chi di lor debba
per comune scampo L'una
decina in piazza
porre a morte, E
poi l'altra ferir
nell'altro campo: Non disegnavan
di Marfisa forte, Stimando che
trovar dovesse inciampo Nella seconda
giostra della sera; Ch'ad
averne vittoria abil
non era: 79 Quel
venne in piazza
sopra un gran
destriero Che, fuor chMn
fronte e nel
pie dietro manco, Era,
più che mai
corvo, oscuro e
nero:Nel pie e
nel capo avea
alcun pelo bianco. Del
color del cavallo
il cavaliero Vestito, volea
dir che, come
manco Dell'oscuro era'l chiaro,
era altrettanto 11 riso
in lui, verso
l'oscuro pianto. 74 Ma
con gli altri
esser volse ella
sortita. Or sopra lei
la sorte in
somma cade. Ella dicea:
Prima v'ho a
por la vita. v'abbiate a
por voi la
libertade. Ma questa spada
(e lor la
spada addita Che cinta
avea) vi do
per securtade Ch'io vi
sciorrò tutti gì' intrichi,
al modo Che fé' Alessandro il
gordiano nodo. 80 Dato
che fu della
battaglia il segno, Nove
guerrier l'aste chinaro
a un tratto: Ma
quel dal nero ebbe il
vantaggio a sdegno. Si
ritirò, né di
giostrar fece atto. Vuol
eh' alle leggi
innanzi di quel
regno, Ch'alia sua cortesia,
sia contraffatto. Si tra'
da parte, e
sta a veder
le prove Ch'una sola
asta farà centra
a nove. stanza 76. 81
II destrier, ch'avea
andar trito e
soave, Portò air incontro
la donzella in
fretta, Che nel corso
arrestò lancia sì
grave, Ohe quattro uomini
avriano a pena
retta. Lavea pur dianzi
al dismontar di
nave Per la più
salda in molte
ant€nne eletta. Il fier
sembiante, con eh'
ella si mosse, Mille
faccie imbiancò, mille
cor scosse. 82 Aperse,
al primo che
trovò, sì il
petto Che fora
assai se fosse
stato nudo:Gli passò
la corazza e
il soprappetto . Ma prima
un ben ferrato
e grosso scudo. Dietro
le spalle un
braccio il ferro
netto Si vide uscir;
tanto fu il
colpo crudo. Quel fìtto
nella lancia addietro
lassi, E sopra gli
altri a tutta
briglia passa: stanza 57 83
E diede l'orto
a ohi Tenia
seooudo, Ed a chi
terzo si terribil
botta, Che rotto nella
schena nscir del
mondo Fa' r uno e T altro,
e delia sella
a annotta Si duro
fu rincontro e
di tal pondo, Si
stretta insieme ne
venia la frotta. Ho
veduto bombarde a
qnella gnisa Le squadre
aprir, che fé'
lo stuol Marfisa. 84
Sopra di lei
più lance rotte
furo; Ma tanto a
quelli colpi ella
si mosse, Quanto nel
ginoco delle cacce
nn muro Si muova
a colpi delle
palle grosse. L'usbergo suo
di tempra era
sì duro, Che non
gli potean contra
le percosse; E per
incanto al foco
dell'inferno Cotto, e temprato
all' acque fu d'Avemo. 85
Al fin del
campo il destrier
tenne, e volse, E
fermò alquanto, e
in fretta poi
lo spine Incontra gli
altri, e sbaragliolli
e sciolse, E di
lor sangue insin
all'elsa tinse. All'uno il
capo, all'altro il
braccio tolse; E un
altro in guisa
con la spada
cinse, Che'l petto interra
andò col
capo ed ambe Le
braccia, e in
sella il ventre
era e le
gambe. 86 Lo parti,
dico, per dritta
misura, Delle coste e
dell'anche alle confine, E
lo fé' rimaner mezza
figura, Qual dinanzi all' immagini
divine, Poste d'argento, e
più di cera
pura Son da genti
lontane e da
vicine, ringraziarle, e sciorre
il voto vanno Delle
domande pie ch'ottenute
hanno. 87 Ad uno
che fuggia dietro
si mise, Né fu
a mezzo la
piazza, che lo
giunse; E '1 capo
e '1 collo
in modo gli
divise, Che medico mai
più non lo
raggiunse. ìm ggmmn tutti,
un dopo l'altro,
uccise, 0 ferì sì,
eh' ogni vigor
rf enreme i E
fu sicura che
levar di terra Mai
più non si
potrìan per farle
guerra. 88 Stato era
il cavalier sempre
in un canto, Che
la decina in
piazza avea condutta; Perocché contra
un solo andar
con tanto Vantaggio, opra
gli parve iniqua
e brutta. Or che
per una man
torsi da canto Vide
sì tosto la
compagnia tutta, Per dimostrar
che la tardanza
fosse Cortesia stata, e
non timor, si
mosse. 89 Con man
fé' cenno di
volere, innanti Che facesse
altro, alcuna cosa
dire; E non pensando
in si vlril
sembianti Che s' avesse una
vergine a coprire, Le
disse: Cavaliero, ornai
di tanti Esser dèi
stanco, e' hai
fatto morire; s' io volessi,
più di quel
che sei, Stancarti ancor,
discortesia farei. 90 Che
ti riposi insino
al giorno nuovo, E
doman tomi in
campo, ti concedo. Non
mi fia onor
se teco oggi
mi pruovo; Che travagliato
e lasso esser
ti credo. Il travagliare
in arme non
m é nuòvo, Né
per sì poco
alla fatica cedo (Disse
Marfisa); e spero
ch'a tuo costo Io
ti farò di
questo avveder tosto. 91
Della cortese offerta
ti ringrazio, Ma riposare
ancor non mi
bisogna, E ci avanza
del giorno tanto
spazio, Ch'a porlo tutto
in ozio è
pur vergogna. Rispose il
cavalier: Fuss'io sì
sazio D'ogn' altra cosa che'l
mio core agogna, Come
t'ho in questo
da saziar; ma
vedi Che non ti
manchi il dì
più che non
credi. 92 Così diss'
egli, e fé'
portare in fretta Due
grosse lance, anzi
due gravi antenne; Ed
a Marfisa dar
ne fé' 1
eletta:Tolse l'altra per
sé, eh' indietro
venne. sono in punto,
ed altro non
s'aspetta Ch'un alto suon
che lor la
giostra accenne Ecco la
terra e l'aria
e il mar
rimbomba Nel muover loro
al primo suon
di tromba. 93 Trar
fiato, bocci aprir,
o battere occli Non
si vedea de' riguardanti alcuno; Tanto
a mirare a
chi la palma
tocchi Dei duo campioni,
intdsnto era ciascuno. Marfisa, acciò
che dell' arcioa trabocchi 8i,
die mai non
si levi il
guerrier bruno, Drizza la
lancia; e il
guerrier brunoforte Studia non
men di por
Marfisa a morte. 94
Le lance ambe
di secco e
suttil salce. di Cerro
sembrar grosso ed
acerbo, Cosi n' andaro
in tronchi fin
al calce; E l'incontro
ai destrier fu
sì superbo, Che parimente
parve da una
falce Delle gambe esser
lor tronco ogni
nerbo. Cadèro ambi ugualmente:
ma i campioni Fur
presti a disbrigarsi
dagli arcioni. 95 A
mille cavalieri, alla
sua vita, prìmo incontro
area la sella
tolta Marfisa, ed ella
mai non n
era uscita; E n'uscì,
come udite, a
questa volta. Del caso
strano non pur
sbigottita, Ma quasi fu
per rimanerne stolta. Parve
anco strano al
cavalier dal nero, Che
non solca cader
già di leggiero. 96
Tocca avean nel
cader la terra
appena, Che furo in
piedi, e rinnovar
l'assalto. Tiigli e punte
a furor quivi
si mena: Quivi ripara
or scudo, or
lama, or salto. Vada
la botta vota,
o vada piena, L'aria
ne stride, e
ne risuona in
alto. elmi, quelli usberghi,
quelli scudi Mostrar ch'erano
saldi più ch'incudi. 97
Se dell'aspra donzella
il braccio è
grave, Né quel del
cavalier nimico è
lieve. Ben la misura
ugual l'un dall'altro
ave: Quanto appunto l'un
dà, tanto riceve. Chi
vuol due fiere
audaci anime brave, Cercar
più là di
queste due non
deve, Né cercar più
destrezza né più
possa; Che n'hau tra
lor quanto più
aver si possa. 101
La battaglia durò
fin alla sera, Né
chi avesse anco.il
meglio era palese: Ne
l'un né l'altro
più senza lamiera Saputo avria
come schivar V
offese. Giunta la notte,
all'inclita guerriera Fu il
primo a dir
il cavalier cortese: Che
farem, poi che
con ugual fortuna N'ha
sopraggiunti la notte
importuna? 102 Meglio mi
par che'l viver
tno prolungLi Almeno insino
a tanto che
s'aggiorni Io non posso
concederti che aggiunghi Fuorché una
notte piccola a' tuoi
giorni E di ciò
che non gli abbi aver
più Inoglti, La colpa
sopra a me
non vo'che tomi: Tomi
pur sopra alla
spietata legge sesso femminil
che'l loco regge. 103
Se di te
ducimi e di quest'altri tuoi, Lo
sa Colui che
nulla cosa ha
oscura. Con tuoi compagni
star meco tu
puoi: Con altri non
avrai stanza sicura; Perché la
turba, a cu'i
mariti suoi Oggi uccisi
hai, già centra
te congiura. Ciascun di
questi, a cui
dato hai la
morte, Era di diece
femmine consorte. 98 Le
donne che gran
pezzo mirato hanno Continuar tante
percosse orrende, E che
nei cavalier segno
d'alTanno E di stanchezza
ancor non si
comprende. Dei duo miglior
guerrier lode lor
danno, Che sien tra
quanto il mar
sua braccia estende. Par
lor che, se
non fosser più
che forti, Esser dovrian
sol del travaglio morti. 99
Ragionando tra sé,
dicea Marfisa: Buon fu
per me, che
costui non si
mosse; Ch'andava a risco
di restame uccisa, Se
dianzi stato coi
compagni fosse. Quando io
mi trovo appena
a questa guisa Di
potergli star centra
alle percosse. Cosi dice
Maifisa; e tuttavolta Non resta
di menar la
spada in volta. 100
Buon fu per
me, dicea quell'altro
ancora. Che riposar costui
non ho lasciato: Difender me
ne posso a
fatica ora Che della
prima pugna é
travagliato. Se fin al
nuovo di facea
dimora A ripigliar vigor,
che saria stato?Ventura
ebbi io, quanto
più possa aversi, Ohe
non voliesse tor
quel ch'io gli
offersi 104 Del danno
ch'han da te
ricevut'oggi, Disian novanta femmine
vendetta; Sì che, se
meco ad albergar
non poggi, Questa notte
assalito esser t'aspetta. Disse Marfisa: Accetto che
m'alloggi, Con sicurtà che
non sia men
perfetta In te la
fede e la
bontà del core, Che
sia l'ardire e
il corporal valore; 105
Ma che t' incresca
che m'abbi ad
uecidere. Ben ti può
increscere anco del
contrario. Fin qui non
credo che l'abbi
da ridere, Perch'io sia
men di te
duro avversario. 0 la
pugna seguir vogli
o dividere, 0 farla
all'uno o all'altro
luminano. Ad ogni cenno
pronta tu m'avrai, E
come ed ogni
volta che vorrai 106
Cosi fudifferita la tenzone Finché di
Gange uscisse il
nuovo albore; E si
restò senza conclusione Chi d'essi
duo guerrier fosse
il migliore. Ad Aquilante
venne ed a
Grifone, E così agli
altri il liberal
signore; E li pregò
che fino al
nuovo giorno Piacesse lor
di far seco
soggiorno 107 Tenner loHvito
senza alcun sospetto; Indi, a
splendor di bianchi
torchi ardenti, Tutti salirò
overa an real
tetto, Distinto in molti
adorni alloggiamenti.
Stupefatti al levarsi
delP elmetto, Mirandosi,
restaro i combattenti, Chè'l cavalier,
per quanto apparea
faora, Non eccedeva i
dìciotto anni ancora. 108
Si maraviglia la
donzella, come In arme
tanto un giovinetto
vaglia; Si maraviglia T
altro challe chiome S
avvede con chi
avea fatto battaglia:E
si domandan Tun
con 1 altro
il nome; E tal
debito tosto si
ragguaglia. Ma come si
nomasse il giovinetto, NelU altro
Canto ad asciltar
v'aspetto. N OTIL St. a.
V.5. Falle, sbaglia. St.
9. V.2. Calamo,
canna: qai freccia. St.
12. v.2. Del
teban Creonte. Costui,
dopo la morte dei
suoi nipoti, vietò
che loro fosse
data sepol tura ; e
dannò a morte
Antigone che, mossa
da fiatemo amore per
Polinice, rappe il
divieto. St. 22. V.3.
Panacea; pianta odorosa,
dalla cui radice e
gambo intagliati stilla
Toppoponaco; figuratamente
prendesi per farmaco
universale. St. <3. V.78.
~ Auspice era
presso 1 Latini
colui che conciliava il
matrimonio; e assisteva
ali nomo in tutte
le cerimonie che
si usavano nel
celebrarlo. Lo stesso ufficio
faceva per parte
della donna la pro
nuba. St. 37. V.3.
India del Catai.
Col nome d'India
si designarono tutti i
paesi dell'estremo oriente,
compre savi anche la Cina;
della quale il
Catai era propria mente la parte
settentrionale. St. 44. V.13.
Castello e ballador,
ecc. Si é spie
gato più addietro che
sia il castello
di nave: balladore dicesi nn
luogo praticabile, che
sporge airinfkiori in una
o in
ambedue Testremità del
navìglio. Verno: qui la
procella. St. 46. V.15.
LinUssò: luogo dell' isola di
Cipro, in fondo di
una piccola baia
tra Larnaca e
Capogatto; ed è VAmathus
degli antichi. Seceagne:
secche, bassi fondi St. 47.
V.3. Trinchetto: vela triangoligre
che spie gasi esteriormente al
naviglio, e si
raccomanda al bom presso, cioè all'albero
sporgente fuori della
prora. St. 48. V
18. Fu peregrino
promesso: fu fatto voto di
pellegrinaggio al binai,
ecc. Alla Vergine dEtHno. Il
Pomari accenna questo
santuario, sotto il nome
di Utino, nel
Friuli dov era
Aquileia, e cita
due versi del Sabellico;
altri lo ha
creduto in Candia;
ma sembra che, anche
non molto dopo
la morte deirAutore, non se
ne avesse sicura
notizia. Toma: da tomare, cadere col
capo all'ingiù; qui
significa l'alterno abbas sarsi e
sollevarsi dall'un de'
capi, che fa
un naviglio in burrasca.
Albero deW artimone,
altrimenti albero di mezzana: quello che
sostiene la maggior
vela della nave. St. 49.
V.17. Colli: fardelli
di merci. Giare: parti
del naviglio ove
si custodiscono gli
attrezzi. St. 50. V.67.
Luce di "Sant'enfio; meteora
lumi nosa, che suol farsi
vedere sulle cime
degli alberi, o sulle
antenne, allorché la
tempesta ò vicina
a cedere. Cocchina: attrezzo marinaresco,
piccola antenna sulla prora,
a cui talvolta
si lega il
trinchetto in tempo
di burrasca. St. 51. V.7.
Traversia: forte agitazione del
mare che continua, anche
dopo rallentata la
furia della tem pesta. St. 53.
V.26. Spere: fiistelli
di legno legati
in sieme ohe si gettavano
in mare, attaccati
alla nave, per diminuirne il
corso. Caluma la
gomona: sospende nell'acqua
l'Ancora attaccata alla
gomena; e ciò
per accrescere la resistenza
all'impeto della nave.
Lelit miere: la meteora luminosa,
di cui sopra
si è detto. St.
54. V.1. Golfo
di Laiaszo, L'antico
Sinus Is sicus. Isso
città célèbre per
la battaglia vinta
da Ales sandro contro Dario;
ò detta ora
Aiazzo e Laiazzo.
Il golfo dicesi ora
Aleasandretta. St. 56. V.2.
Salissero. Salire, qui
usato alla spa gnola per
uscire, St. 57. V.8.
Oli antichi lasciarono
memoria d un regno
delle Amazzoni, in
riva al fiume
Termodonte. St. 70. V.46.
Far periglio: far
prova. St. 74. V.8.
~ H gordiano
nodo: nodo fatto da
Gordio, agricoltore che divenne
poi re di
Frigia. Dipendendo
l'acquisto dell'impero d'Asia
dallo sciogliere quel
nodo intricatissimo,
Alessandro Magno, per
desbrigarsene, lo con la
spada. St. 78. y.
b. Il freddo
plaustro: la costellazione
dell'Orsa, detta altresì
carro di Boote,
che si volge
in tomo al polo boreale. St.
83. V.4. A un
otta: ann'ora, nello
stesso tempo. St. 85.
V.6. Cinse: qui tagliò
di netto. St. 87.
V.6. Emunse: fiaccò. St.
105. V.6. AW
uno o airaltro
luminario: al lume del sole
e della luna: di
giorno o di
notte. St. 106. V.2.
Il Gange, fiume
dell'India, essendo a Oriente
può dirai, poeticamente,
che il sole
esce da quello. Lo
disse anche Dante
(Air., 0. 11). Jl
LÌtejìnu gLifmera, con
coi MarBm ba t
ombatlato ÌB" li uottfit
Jc iii maìiifea
per Qnjdoti Selvaggio, t'amiilia. "U
C] liui'aiii otite, et 1
uà ira l 'origlile
del ài n" ici?)tumiiiLZLi, m ijiteiiuU
lììlA citta. MarAc"
e i ji:ìj;iii
si aii iuKono
a |ifti1iiiie pr
form d'arme, Asloil& liù iÌEilu
tiì l'orno, e
tutti fciggtjuo F{Mixi?ttt&ti. Mtr&a HIT
iva, in Francia,
"4 incontra hi
vtcrhia Cjibntii eia uLishi.Ie
LFisuldlik; " ai' compagna
coìl ]"i, ed
abbatte l'iniLljE.']lo;
ti'u\a ijuiótli Zerbino,
lo gvtla dairviìmc, i
gli Jh iij
gujirJia 0 abrina. Lt iloiiLi
antique ÌJauuu niirabil
cose Flltio lieti" arme
e nelle sacre
moBe; K (li lur
upre be]le e
glorioae liniii luiiju in
tutto il munda
si difltise. Arpa li
ire v L':iHiilla
si,u fumose j Perchè
in battaglia erano
esperte ed use; Saffo
e Corinna, perchè
furon dotte, Splendono illustri,
e mai Loii
veggou notte. 2 Le
donne son venute
in eccellenza Di ciascun'
arte, ove hanno
posto cura; E qualunque
all'istorie abbia avvertenza, Ne sente
ancor la ìmùa
non oscura. Se 'I
mondo n' è
gran tempo stato
senza, Non però sempre
il mal' influsso dura; E
forse ascosi bau
lor debiti onori L'invidia, o
il non saper
degli scrittori. 3 Ben mi par
di veder di'
al secol nostro Tanta
virtù fra belle
donne emerga, Che può
dare opra a
carte et ad
inchiostro, Perchè nei futuri
anni si disperga, E
perchè, odiose lingue,
il mal dir
vostro vostra eterna infamia
si sommerga; E le
lor lode appariranno
in guisa, Che di
gran lunga avanzeran
Marfisa. 4 Or pur
tornando a lei,
questa donzella Al cavalier
che le usò
cortesia, Dell'esser suo non
niega dar novella, Quando esso
a lei, voglia
contar chi sia. Sbrìgossi tosto
del suo debito
ella, Tanto il nome
di lui saper
disia. Io son, disse,
Marfisa: e fu assai
questo; Che si sapea
per tutto 'l
mondo il resto. 5
L altro comincia, poiché
tocca a lui. Con
più proemio a
darle di sé
conto, Dicendo: Io credo che
ciascun di vui Abbia
della mia stirpe
il nome in
pronto; Che non pur
Francia e Spagna
e 1 vicin
sui, Ma l'Lidia, l'Etiopia
e il freddo
Ponto Han chiara cognizion
di Chiaramente, Onde uscì
il cavalier ch'uccise
Almonte, 6 E quel
eh' a Chiarì'ello e
al re Mambrino Diede la
morte, e il
regno lor disfece. Di
questo sangue, dove
nell'Eusino L'Istro ne vien
con otto corna
o diece, Al duca
Amone, il qual
già peregrino Vi capitò,
la madre mia
mi fece:E l'anno
è ormai eh'
io la lasciai
dolente, Per gire in
Francia a ritrovar
mia gente. 7 Ma non potei
finire il mio
viaggio; Che qua mi
spinse un tempestoso
Noto. Son dieci mesi,
o più, che
stanza v' aggio; Che
tutti i giorni
e tutte l'ore
noto. Nominato son io
Guidon Selvaggio, Di poca
prova ancora e
poco noto. Uccisi qui
Argilon da Melibea, Con
dieci cavalier che
seco avea. 8 Feci
la prova ancor
delle donzelle:Cosi n'
ho diece a'
miei piaceri allato; Ed
alla scelta mia
son le più
belle, E son le
più gentil di
questo stato E queste
reggo e tutte
l'altre; eh' elle Di
sé m' hanno governo
e scettro dato:Cosi
daranno a qualunque
altro arrida Fortuna si,
che la decina
ancida. 9 I cavalier
domandano a Guidone, Com'
ha si pochi
maschi il teuitoro; E
s'alle mogli hanno
suggezì'one. Come esse l'han
negli altri lochi
a loro. Disse Guidon:
Più volte la
cagione Udita n' ho
da poi che qui dimoro; E
vi sarà, secondo
ch'io l'ho udita. Da
me, poiché v'aggrada,
riferita. 10 Al tempo
che tornar dopo
anni venti Da Troia
i Greci (che
durò l'assedio Dieci, e
dieci altri da
contrari venti Furo agitati
in mar con
troppo tedio). Trovar che
le lor donne
agli tormenti Di tanta
absenzia avean preso
rimedio; Tutte s' avean gioveni
amanti eletti. Per non
si raffreddar sole
nei letti. 11 Le
case lor trovare
i Greci piene Degli
altrui figli; e
per parer comune Perdonano alle
mogli, che san
bene Che tanto non
potean viver digiune. Ma
ai figli degli
adulteri conviene Altrove procacciarsi
altre fortune; Che tollerar
non vogliono i
mariti Che più alle
spese lor sieno
notriti. 12 Sono altri
esposti, altri tenuti
occulti Dalle lor madri,
e sostenuti in
vita, lu varie squadre
quei ch'erano adulti Feron,
chi qua chi
là, tutti partita. Per
altri l'arme son,
per altri culti Gli
studj e l'arti:
altri la terra
trita; Serve altri in
corte; altri è
guardian di gregge, Come
piace a colei
che quaggiù regge. Parti
fra gli altri
un giovinetto, figlio Di
Clitemnestra, la crudel
regina, Di diciotto anni,
fresco cone un
giglio, 0 rosa còlta
allor di su
la spina. Questi, armato
un suo legno,
a dar di
piglio Si pose e a depredar
per la marina In
compagnia di cento
giovinetti Del tempo suo,
per tutta Grecia
eletti. 14 I Cretesi,
in quel tempo
che cacciato Il crudo
Idomeneo del regno
aveano, E, per assicurarsi
il nuovo stato, Denomini e
darme adnnazion faceano, Fero
con bnon stipendio
lor soldato Falanto (cosi
al giovine diceano), E
lui con tutti
quei che seco
avea, Poser per guardia
al'a città Dictea. 15
Fra cento alme
città ch'erano in
Creta, Dictea più ricca
e più piacevol
era, Di belle donne
ed amorose lieta, Lieta
di giochi da
mattino a sera: E
com'era ogni tèmpo
consueta D'accarezzar la gente
forestiera, Fé a costor
sì, che molto
non rimase A fargli
anco signor delle
lor case. 16 Fran
gioveni tuiti e
belli affatto; Che '1
fior di Grecia
avea Falanto eletto:Si
ch'alle belle donne,
al primo tratto Che
v'apparir, trassero i
cor del petto. '
Poiché non men chebelli,
ancora in fitto Si
dimostrar buoni e
gagliardi al letto, Si
fero ad esse
in pochi di
si grati. Che sopra
ogn' altro ben n'erano
amati. 17 Finita che
d'accordo é poi
la guerra Per cui
stato Falanto era
condutto, E lo stipendio
militar si Ferra, Sì
che non v'hanno
i gioteni più
frutto, E per questo
lasciar voglion la
terra; Fan le donne
di Creta maggior
lutto, E per ciò
versan più dirotti
pianti, Che se i
lor padri avesson
morti avanti. 18 Dalle
lor donne i
gioveni assai furo, Ciascun
per sé, di
rimaner pregati:Né volendo
restare, e"se con
loro K' andar, lasciando
e padri e figli e
frati, Di ricche gemme
e di gran
somma d'oro Avendo i
lor dimestici spogliati; Che la
pratica fu taLto
secreta, Che non sentì
la fuga uomo
di Creta. 19 Si
fu propizio il
vento, sì tn
l'ora Comoda che Falanto
a fuggir colse. Che
molte miglia erano
usciti fnora. Quando del
danno suo Creta
si dolse. Poi questa
spiaggia, inabitata allora, Trascorsi per
fortuna li raccolse. Qui
si posare, e qui sicuri
tutti Meglio del furto
lor videro i frutti.
20 Questa lor
fu per died
giorni stanzi Di piaceri
amorosi tutta piena. Ma
come spesso avvien
che l'abbondanza Seco in
cor giovenil fastidio
mena, Tutti d'accordo fnr
di restar senza Femmine, e
liberarsi di tal
pena; Che non è
soma da portar
si grave. Come aver
donna, quindo a
noia save. 21 Essi
che di guadagno
e di rapine bramosi, e
di dispendio parchi, Vider
eh' a pascer
tante concubine, D'altro che
d'aste avean bisogno
e d'archi: Si che
sole lasciar qui
le meschine, E se
n' andar di
lor ricchezze carchi Là
dove in Puglia
in ripa al
mar poi sento Ch'edificar la
terra di Tarento. 22
Le donne, che
si videro tradite Dai
loro amanti, in
che più fede
aveano, Restar per alcun
di si sbigottite, statue immote
in lito al
mar pareano. Visto poi
che da gridi
e da infinite Lacrime alcun
profitto non tracano, A
pensar cominciaro e ad aver
cura Come aiutarsi in
tanta lor sciagura. 23
E proponendo in
mezzo i lor
pareri. Altre diceano: In
Creta é da
tornarsi, E piuttosto all'arbitrio
de' severi Padri e d'offesi
lor mariti dari, Che
nei deserti liti
e boschi fieri Di
disagio e di
fame consumarsi. Altre dicean
che lor sana
più onesto Affogarsi nel
mar, che mai
far questo; 24 E
che manco mal
era meretrici Andar pel
mondo, andar mendiche
o schiave. sé stesse
offerire alli supplici Di
eh' eran degne l'opere
lor prave. e simil
partiti le infelici Si
proponean, ciascim più
duro e grave. Tra
loro alfine una
Orontea levosse, Ch'orìgine traea
dal re Minosse; 25
La piùgioven dell' altre e
la più bella E
la più accorta,
e eh' avea
meno errato:Amato avea
Falanto, e a
lui pulzella Datasi e
per lui il
padre avea lasciato.,
mostrando in viso
ed in favellaIl
magnanimo cor d'ira
infiammato, Redarguendo di tutte
altre il detto, Suo
parer disse, e fé'
seguirne effetto. 26 Di
questa terra a
lei non parve
tórsi, conobbe feconda e
d'aria sana, Di selve
opaca . e la
più parte piana; Con
porti e foci,
ove dal mar
ricorsi Per ria fortuna
avea la geate
estrana, Ch'or d'Africa portava,
ora d'Egitto, Cose diverse
e necessarie al
vitto. Qui parve a
lei fermarsi, e
far vendetta Del viril
sesso che le
avea si offese: Vuol
ch'ogni nave che
da' venti astretta A pigliar
venga porto in
suo paese, sacco, a
sangue, a fuoco alfin
si metta; Né della
vita a un
sol si sia
cortese.Cosi fu detto,
e così fu
concluso, E fu fatta
la logge, e
messa in uso. Stanza
86. 28 Come turbar
V nria sentiano,
armate Le femmine correan
su la marina, Dall' implacabile Orontea
guitlate, Che die lor
legge, e si
fé' lor regina; E
delle navi ai
liti lor cacciate, Faceano incendj
orribili e rapina, Uom
non lasciando vivo,
che novella Dar ne
potesse o in
questa parte o
in quella. 29 Cosi
solinghe vissero qualch'anno, Aspre nimiche
del sesso virile. Ma
conobbero poi che
'1 proprio danno Procaccerian, se non mutavan
stile: Cbè, se di lor propagine
non fanno, Sarà lor
legge in breve
irrita e vile . £
mancherà con l'infecondo
regno, Dove di farla
etema era il
disegno. 30 Si che,
temprando il suo
rigore un poco, Scelsero, in
spazio di quattro
anni interi. Di quanti
capitaro in questo
loco Dieci belli e
gagliardi cavalieri, Che per
durar nell'amoroso gioco Contr'esse cento
fosser buon guerrieri. Esse in
tutto eran cento;
e statuito Ad ogni
lor decina fu
un marito. 31 Prima
ne fur decapitati
molti Che riuscirò al
paragon mal forti. Or
questi dieci a
buona prova tolti, Del
letto e del
governo ebbon consorti; Facendo lor
giurar che, se più cólti Altri
uomini verriano in
questi porti, Essi sarian
che, spenta ogni
pietade, Li porriano ugualmente
a fil di
spade. 32 Ad ingrossare,
ed a fiarliar
appresso Le donne, indi
a temere incomìnciaro, Che tanti
nascerian del viril
sesso, Che con tra
lor non avrian
poi riparo, E alfin
in man degli
uomini rimesso il governo
eh elle avean
si caro:Sì ch'ordinar,
mentre eran gli
anni imbelli, Far si,
che mai non
fosson lor ribelli. 33
Acciò il sesso
viril non le
soggioghi, Uno ogni madre
vuol la legge
orrenda, Che tenga seco;
gli altri, o
li suffoghi, 0 fuor
del regno li permuti o
venda. Ne mandano per
questo in vari
luoghi:E a chi
gli porta dicono
che prenda Femmine, se
a baratto aver
ne puote; Se non,
non tomi almen
con le man
vote. 34 Né nno
ancora alleverian, se
senza Potesson fare, e
mantenere il gregge. Questa è
quanta pietà, quanta
clemenza Più ai suoi
ch'agli altri usa
l'iniqua legge: Gli altri
condannan con UTual
sentenza; E solamente in
questo si correg:ge. Che non
vuol che, secondo
il primiero uso, Le
femmine gli uccidano
in confuso. 35 Se
dieci o venti
o più persone
a un tratto Vi
fosser giunte, in
carcere erau messe:E
d'una al giorno,
e non di
più, era tratto Il
capo a sorte,
che perir dovesse Nel
tempio orrendo ch'Orontea
avea fatto, Dove un
altare alla Vendetta
eresse:E dato all'un
de' dieci il crudo
ufficio Per sorte era
di fame sacrificio. 38 Orontea
vivea ancora; e già mancate Tutt'
eran l'altre eh'
abitar qui prima:E
diece tante e
più n' erano
nate, E in forza
eran cresciute e
in miggior stimi Né
tra diece fucine
che serrate Stavan pur
spesso, avean più
dnna limi; E dieci
cavalieri anco avean
cura Di dare a
chi venia fiera
avventura. 39 Alessandra, bramosa
di vedere Il giovinetto
eh' avea tante lode.Dalla
sua matre in
singular piacere Impetra sì,
eh' Elbanio vede
et ode:E quando
vuol partirne, rimanere Si
sente il core
ove è chi
'1 punge e rode
Legar si sente,
e non sa
far contesa, E alfin
dal suo prigion
si trova presa. 40
Elbanio disse a lei:
Se di
pietade S' avesse, donna, qui
notizia ancora, Come se
n'ha per tutt' altre
contrade. Dovunque il vago
sol luce e
colora; Io vi oser:i,
per votr'alma beltade . Ch'ogn' animo gentil
di sé innamora. Chiedervi in
don la vita
mia, che poi Sarìa
ognor presto a
spenderla per voi. 41
Or quando fuor
d'ogni ragion qui
sono Privi d'umanitade i cori umani, Non
vi domanderò la
vita in dono; Che
i prirghi miei
so ben che
sarian vani:Ma che
da ca vallerò, o
tristo o buono Ch'io
sia, possi morir
con l'arme in
miai . E non come
dannato per giudicio, 0
come animai bmto
in sacrificio. 6 Dopo
molt'anni alle ripe
omicide A dar venne
di capo un
giovinetto, La cui stirpe
scendea dal buono
Alcide, Di gran valor
nell' arme, Elbanio detto. Qui
preso fu, eh'
appena se n'
avvide, Come quel che
venia senza sospetto; E
con gran guardia
in stretta parte
chiuso, Con gli altri
era serbato al
era lei uso. 4'2
Alessandra gentil, ch'umidi
avea. Per la pietà
del giovinetto, i rai,
Rispose: Ancorché più crudele
e re.\, Sia questa
terra, eh' altra
fosse mai, Non concedoperò che
qui Medea Ogni femmina
sia, come tu
fai; E quando ogni
altra cosi fosse
ancora, Me sola di
tant' altre io vo'trar
fuora. 37 Di viso
era costui bello
e giocondo, E di
maniere e di
costumi ornato, E di
parlar sì dolce
e sì facondo, Ch'un aspe
volentier l'avria ascoltato: Si
che, come di
cosa rara al
mondo, Dell'esser suo fu
tosto rapportato Ad Alessandra
figlia d'Orontea, Che di
molt'anni grave anco
vivea. 43 E sebben
per addietro io
fossi stata Empia e
cmdel, come qui
sono tante, Dir posso
che suggetto ove
mostrata Per me fosse
pietà, non ebbi
avante. Ma ben sarei
di tigre più
arrabbiata, E più duro
avre'il cor che
di diamante. Se non
m'avesse tolto ogni
durezza Tua beltà, tuo
valor, tua gentilezza. 44: Cosi
non fosse la
legge più forte, Che
centra i peregrini
è statuita, Come io
non schiverei con
la mia morte Di
ricomprar la tua
più degna vita. Ma
non è grado
qui di sì
gran sorte, Che ti
potesse dar libera
aita; quel che chiedi
ancor, benché sia
poco, Difficile ottener fia
in questo loco. 45
Pur io vedrò
di far che
tu P ottenga, Ch' abbi
innanzi al morir
questo contento; Ma mi
dubito ben che
te n'avvenga, Tenendo il
morir lungo, più
tormento. Soggiunse Elbanio:
Quando incontra io
venga A dieci armato,
di tal cor
mi sento, Ohe la
vita ho speranza
di salvarme, E uccider
lor, se tutti
fosser arme. 50 La
principal cagion eh' a
far disegno Sul commercio
degli uomini ci
mosse, Non fu perch'a
difender questo regno Del
loro aiuto alcun
bisogno fosse; Che per
far questo abbiamo
ardire e ingegno Da
noi medesme, e
a sufficienzia posse:senza
sapessimo far anco, Che
non venisse il
propagarci a manco. 51
Ma poiché senza
lor questo non
lece, Tolti abbiam, ma
non tanti, in
compagnia, Che mai ne
sia più d'uno
incontra diece, Si ch'aver
di noi possa
signoria. Per concepir di
lor questo si
fece, che di lor
difesa uopo ci
sia. ' La lor
prodezza sol ne
vaglia in questo, E
sieno ignavi e
inutili nel resto. 46
Alessandra a quel
detto non rispose Se
non un gran
sospiro, e dipartisse; portò nel
partir mille amorose Punte
nel cor, mai
non sanabil, fisse. Venne
alla madre, e
volontà le pose Dì
non lasciar che
'1 cavalier morisse, si
dimostrasse così forte, Che,
solo, avesse posto
i dieci a
morte. La regina Orontea
fece raccorrò n suo
consiglio, e disse: A
noi conviene Sempre il
miglior che ritroviamo,
porre guardar nostri porti
e nostre arene; E
per saper chi
ben lasciar, chi
tórre, Prova è sempre
da far, quando
gli avviene; Per non
patir con nostro
danno a torto, Che
regni il vile,
e chi ha
valor sia morto. 48
A me par,
se a voi
par, che statuito Sia
ch'ogni cavalier per
lo avvenire, Che fortuna
abbia tratto al
nostro lito, Prima ch'ai
tempio si faccia
morire, Possa egli sol,
se gli piace
il partito, i dieci
alla battaglia uscire; £
se di tutti
vincerli è possente, Guardi egli
il porto, e seco abbia
altra gente. 49 Parlo
cosi, perchè abbiam
qui un prigione Che
par che vincer
dieci s' ofFerisca. Quando, sol,
vaglia tante altre
persone, Dignissimo è, per
Dio, che s'esaudisca. Così in
contrario avrà punizione, Quando vaneggi
e temerario ardisca. Orontea fine
al suo parlar
qui pose, A cui
delle più antique
una rispose:52 Tra
noi tenere un
uom che sia
si forte, Contrario è
in tutto al
principal disegno. Se può un solo
a dieci uomini
dar morte, Quante donne
farà stare egli
al segno? Se i
dieci nostri fosser
di tal sorte, Il
primo di n'avrebbon
tolto il regno. Non
è la via
di dominar, se
vuoi Por l'arme in
mano a chi
può più di
noi. 53 Pon mente
ancor, che quando
così aiti questo tuo,
che i dieci
uccida, Di cento donne
che de' lor mariti BJmarran prive,
sentirai le grida. Se
vuol campar, proponga
altri partiti, Ch'esser di
dieci gioveni omicida. Pur,
se per far
con cento donne
è buono Quel che
dieci fariano, abbi' perdono. 54 Fu
d'Artemia crudel questo
il parere (Così avea
nome); e non
mancò per lei Di
far nel tempio
Elbanio rimanere Scannato innanzi
agli spietati Dei. Ma
la madre Orontea,
che compiacere Volse alla
figlia, replicò a
colei Altre ed altre
ragioni, e modo
tenne Che nel senato
il suo parer
s' ottenne. 55 L'aver Elbanio
di bellezza il
vanto Sopra ogni cavalier
che fosse al
mondo, Fu nei cor
delle giovani di
tanto. Ch'erano in quel
consiglio, e di
tal pondo, Che '1
parer delle vecchie
andò da canto, Che
con Artemia volean
far secondo L'ordine antiquo;
né lontan fu
molto Ad esser per
favore Elbanio assolto. 56
Di perdonargli in
somma fa concluso, Ma
poi che I4
decina avesse spento, E
che neir altro
assalto fosse ad uso
Di diece
donne baono, e
non di cento. career
V altro giorno
fu dischiuso; E avuto
arme e cavallo
a suo talento, Contra dieci
guerrier, solo" si
mise, E l'uno appresso
all'altro in piazza
uccise. 57 Fu la
notte seguente a
prova Contra diece donzelle
ignudo e mìo, Dov'
ebbe all' ardir suo
si buon successo, Che
fece il saggio
di tutto lo
stuolo. E questo gli
acquistò tal grazia
appresso Ad Oroutea, che
Tebbe per figlinolo gli
diede Alessandra e
l'altre nove Con ch'avea
fatto le notturne
prove. stanza 91. 58 E
lo lasciò con
Alessandra bella, poi die
nome a questa
terra, erede, Con patto
eh' a servare
egli abbia quella Legge,
ed ogni altro
che da lui
succede:Che ciascun che
giammai sua fiera
stella Farà qui por
lo sventurato piede, Elegger possa,
0 in sacrificio
darsi, 0 con dieci
guerrier, solo, provarsi. 59
E se gli
avvien che'l di
gli uomini uccida, L%
notte con le
femmine si provi; E
quando in questo
ancor tanto gli
arrida La sorte sua,
che vincitor si
trovi, Sia del femmineo
stuol priucipe e
guida, E la decina
a scelta sua
rinnovi, Con la qual
regni, fin eh' un
altro arrivi, Che sia
più forte, e
lui di vita
privi. 60 Appresso a dua mila
auni il costume
empio Si è mantenuto,
e si mantiene
ancora; E sono pochi
giorni che nel
tempio Uno infelice peregrin
non mora. Se contra
dieci alcun chiede,
ad esempio D'Elbanio, armarsi
(che ve n'è
talora), Spesso la vita
al primo assalto
lassa; di mille uno
all'altra prova passa. 61
Pur ci passano
alcuni; ma si
rari, Che su le
dita annoverar si
ponno. Uno di questi
fu Argilon; ma
guari Con la decina
sua non fu
qui donno; Che cacciandomi
qui venti contrari, Gli
occhi gli chiusi
in sempiterno sonno. Cosi
fossi io con
lui morto quel
giorno, Prima che viver
servo in tanto
scorno. 62 Che piaceri
amorosi e riso
e gioco, Che suole
amar ciascun della
mia etade, Le purpore
e le gemme,
e l'aver loco agli
altri nella sna cittade,
Potuto hanno, per
Dio, mai giovar
poco All'uom che privo
sia di libertade: E
U non poter
mai più di
qui levarmi, Servitù grave
e intollerabil parmi. 63
II vedermi lograr
dei miglior anni Il
più bel fiore
in si vile
opra e molle, Tienuni il
cor sempre in
stimulo e in
affanni. Ed ogni gusto
di piacer mi
tolle. fama del mio
sangue spiega i
vanni Per tutto '1
mondo, e fin
al ciel s' estolle:Che forse
buona parte anch'io
n'avrei, S' esser potessi coi
fratelli miei. 64 Parmi
ch'ingiuria il mio
destin mi faccia. Avendomi a
sì vii servigio
eletto; Còme chi nell'armento
il destrier caccia. Il
qual d'occhi o di piedi
abbia difetto, O per
altro accidente che
dispiaccia, Sia fatto all' arme
e a miglior
uso inetto:Né sperando
io, se non
per morte, uscire Di
sì vii servitù,
bramo morire. 65 Ouidon
qui fine alle
parole pose, E maledì
quel giorno per
isdegno, qual dei cavalieri
e delle spose Gli
die vittoria in
acquistar quel regno. Astolfo stette
a udire, e
si nascose Tanto, che
si fé' certo
a più d'un
segno, Che, come detto
avea, questo Guidone figliuol del
suo parente Amone. 66
Poi gli rispose:
Io sono il
duca inglese. Il tuo
cugino Astolfo; ed
abbracciollo, con atto amorevole
e cortese, Non senza
sparger lagrime, baciollo. parente mio,
non più palese madre
ti potea por
segno al collo; Ch'
a farne fede
che tu sei de' nostri, Basta
il valor che
con la spada
mostri. 67 Guidon, ch'altrove
avria fatto gran
festa D'aver trovato un
sì stretto parente, Quivi l'accolse
con la faccia
mesta, Perchè fu di
vedervilo dolente. Se vive,
sa ch'Astolfo schiavo
resta, Né il termine
è più là
chel dì seguente; Se
fia libero Astolfo,
ne more esso: Si
che'l ben d'uno
é il iQal
dell'altro espresso. Gli duol
che gli altri
cavalieri ancora Abbia, vincendo,
a far sempre
captivi. Né più, quando
esso in quel
contrasto mora. Potrà giovar
che servitù lor
schivi; Che se d'un
fango ben li
porta fiiora, E poi s'
inciampi come all' altro
arrivi, Avrà lui senza
prò vinto Marfisa; Ch'
essi pur ne
fien schiavi, ed
ella uccisa. 69 Dall'altro
canto avea l'acerba
etade, La cortesia e
il valor del
giovinetto D'amore
intenerito e di
pietade a Marfisa ed
ai compagni il
petto, Che, con morte
di lui lor
libertade Esser dovendo, avean
quasi a dispetto: E
se Marfisa non
può far con
manco, Ch' uccider lui,
vuol essa morir
anco. 70 Ella disse
a Guidon: Yientene
insieme Con noi, eh' a
vìva forza uscirem
quinci. Deh, rispose Guidon,
lascia ogni speme mai
più uscirne, o
perdi meco o
vinci. Ella soggiunse: Il mio
cor mai non
teme Di non dar
fine a cosa
che cominci; Né trovar
so la più
sicura strada Di quella
ove mi sia
guida la spada. 71
Tal nella piazza
ho il tuo
valor provato, Che, s' io
son teco, ardisco
ad ogn' impresa. Quando la
turba intomo allo
steccato Sarà domani in
sul teatro ascesa, Io
vo'che l'uccidiam per
ogni lato, 0 vada
in fuga o
cerchi far difesa, E
ch'indi ai lupi
e agli avoltoi
del loco LasciamoM corpi,
e la cittade
al foco. 72 Soggiunse
a lei Guidon:
Tu m'avrai pronto A
seguitarti, ed a
morirti accanto. Ma vivi
rimaner non facciam
conto; Bastar ne può
di vendicarci alquanto:Che
spesso dieci mila
in piazza conto Del
popol femminile; ed
altrettanto Resta a guardare
e porto e
ròcca e mura, Né
alcuna via d'uscir
trovo sicura. 73 Disse
Marfisa: E molto
più sieuo elle uomini
che Serse ebbe
già intomo, E sieno
più dell'anime ribelle Ch'uscir del
ciel con lor
perpetuo scorno; Se tu
sei meco, o
almen non sie
con quelle, Tutte le
voglio uccidere in
un giorno. Guidon soggiunse:
Io non ci
so via alcuna Oh' a
valer n'abbia, se non vai
quest'una. 74 Né può
sola salvar, se
ne succede, Qaestuna chMo
dirò, ch'or mi
sovviene. Fuor eh' alle donne,
uscir non si
concede, Né metter piede
in su le
salse arene:per questo
commettermi alla fede D'una
delle mie donne
mi conviene. Del cui
perfetto amor fatta
ho sovente Più prova
ancor, ch'io non
farò al presente. 75
Non men di
me tormi costei
disia Di servitù, purché
ne venga meco: Che
cosi spera, senza
compagnia Delle rivali sue,
ch'io viva seco. Ella
nel porto o
fusta o saettia Farà
ordinar, mentre è
ancor l'aer cieco, Ohe
i marinari vostri
troverannoAcconcia a navigar,
come vi vanno. 76
Dietro a me
tutti in un
drappel ristretti.
Cavalieri, mercanti e
galeotti, Ch'ad albergarvi sotto
a questi tetti. Meco,
vostra mercè, sete
ridotti, Avrete a farvi
ampio sentier coi
petti, Sedei nostro cammin
siamo interrotti: Cosi spero,
aiutandoci le spade, Ch'io
vi trarrò della
crudel cittade. 77 Tu
fa come ti
par, disse Marfisa, Ch'io son
per me d'uscir
di qui sicura. Più
facil fia che
di mia mano
uccisa La gente sia,
eh' è dentro a
queste mura. Che mi
veggi' fuggire, o in
altra guisa Alcun possa
notar eh' abbi' paura. Vo'
uscir di
giorno, e sol
per forza d'arme; Che
per ogni altro
modo obbrobrio parme. 78
S'io ci fossi
per donna conosciuta, So eh'
avrei dalle donne
onore e pregio;E volentieri io
ci sarei tenuta, E
tra le prime
forse del collegio: Ma
con costoro essendoci
venuta, Non ci vo' d'essi
aver più privilegio. Troppo error
fora ch'io mi
stessi o andassi,
e gli altri
in servitù lasciassi. 79
Queste parole ed
altre seguitando. Mostrò Marfisa
che '1 rispetto
solo Ch'avea al periglio
de' compagni (quando Potria loro
il suo ardir
tornare in duolo) La
tenea che con
alto e memorando Segno d'ardir
non assalia lo
stuolo: E per questo
a Guidon lascia
la cura D'usar la
via che più
gli par sicura. 80
Guidon la notte
con Aleria parla (Così
avea nome la
più fida moglie) Né
bisogno gli fu
molto pregarla; Che la
trovò disposta alle
sue voglie. Ella tolse
una nave e
fece armarla, E v'
arrecò le sue
più ricche spoglie, Fingendo di
volere al nuovo
albore Con le compagne
uscire in corso
fuore. 81 Ella avea
fatto nel palazzo
innanti Spade e lance
arrecar, corazze e
scudi, Onde armar si
potessero i mercanti E
i galeotti ch'eran
mezzo nudi. Altri dormirò,
ed altri stér
vehiantì Compartendo tra lor
gli ozi e gli studi; Spesso
guardando, e pur
con l'arme indo&yj Se l'oriente
ancor si facea
rosso. 82 Dal duro
volto della terra
il sole • Non
tollea ancora il
velo oscuro ed
atro Appena avea la
Licaonia prole Per li
solchi del ciel volto l'aratro; Quando il
femmineo stuol, che
veder vu')!c Il fin
della battaglia, empi
il teatro. Come ape
del suo claustro
empie la soglia, mutar
regno al nuovo
tempo voglia. 83 Di
trombe, di tambur,
di suon di
corni Il popol risonar
fa cielo e
terra. Cosi citando il
suo signor, che
tomi A terminar la
incominciata guerra.
Aquìlante e Grifon
stavano adorni Delle lor
arme, e il
duca d'Inghilterra, Guidon, Marfisa,
Sansonetto e tutti Gli
altri, chi a
piedi e chi
a cavallo instrutti. 84
Per scender dal
palazzo al mare
e al port
> La piazza traversar
si convenia; Né v'
era altro cammin
lungo né corto:Cosi
Guidon disse alla
compagnia. poi che di
ben far molto
conforto Lor diede, entrò
senza rumore in
vìa; E nella piazza
dove il popol
era, S'appresentò con più
di cento in
schiera. 85 Molto affrettando
i suoi compagni,
andava Guidone all'altra porta
per uscire: Ma la
gran moltitudine che
stava Intorno armata, e
sempre atta a
ferire, Pensò, come lo
vide che menava Seco
quegli altri, che
volea fuggire; E tutta
a un tratto
agli archi suoi
ricorse, E parte, onde
s' uscia, venne ad
opporse. 86 Guidone e
gli altri cavalier
gagliardi, E sopra tutti
lor Marfisa forte. Al
menar delle man
non fnron tardi, E
molto fér per
isforzar le porte: lIa
tanta e tanta
copia era dei
dardi Cbe, con ferite
dei compagni e
morte, Pioveano lor di
sopra e d
ogn' intorno, Ch' alfin
temean d'averne danno
e scorno. 2 Ma
che direte del
già tanto fiero Cor dì
Marfisa e di
Gnidon Selvaggio? Dei dna
giovini figli d
Oliviero, Che già tanto
onoraro il lor
lignaggio? Già cento mila
avean stimato un
zero; E in fuga
or se ne
van senza coraggio, l'ome conigli
o timidi colombi, A
cui vicino alto
rumor rimbombi. 87 D'ogui
guerrìer T usbergo era
perfetto; Che se non
era, avean più
da temere. Fu morto
il destrier sotto
a Sinsontto; Quel di
Marfisa v ebbe
a rimanere. Astolfo tra
sé disse: Ora,
ch aspetto Che mai mi
possi il corno
più valere? Io vo'
veder, poiché non
giova spada, io so
col corno assicurar
la strada. 88 Come
aiutar nelle fortune
estreme si suol, si
pone il corno
a bocca. che la
terra e tutto
'1 mondo trieme, Quando Porribil
suon neiraria scocca. Sì
nel cor della
gente il timor
preme, per disio di
fuga si trabocca Giù
del teatro sbigottita
e smorta, Non che
lasci la guardia
della porta. Come talor
si getta e
si periglia E da
finestra e da
sublime locoL esterrefatta subito
famiglia. Che vede appresso
e d'ogn intomo il
fuoco, Che, mentre le
tenea gravi le
ciglia Il pigro sonno,
crebbe a poco a
poco;Così, messa la
vita in abbandono, Ognun f uggia
lo spaventoso suono. 90
Di qua di
là, di su di giù
smarrita Surge la turba,
e di fuir
procaccia:Son più dì
mille a un
tempo ad ogni
uscita; Cascano a monti,
e Puna l'altra
impaccia. In tanta calca
perde altra la vita:palchi
e da finestre
altra si schiaccia:Più
d'un braccio si
rompe e d'una
testa. Di eh' altra
morta, altra storpiata
resta. stanza 109. 91 II
pianto e '1 grido
insino al ciel
saliva, D'alta mina misto
e di fracasso.,
ovunque il suon
del corno arriva, La
turba spaventata in
fuga il passo. udite
dir che d'ardimento
priva La vii plebe
si mostri e
di cor basso, Non
vi maravigliate; che
natura È della lepre
aver sempre paura. 93
Cosi noceva ai
suoi, come agli
strani La forza
che nel comò
era incantata., Guidone
e i duo
germani Fuggon dietro a
Marfisa spaventata; fuggendo ponno
ir tanto lontani. Che
lor non. sia
l'orecchia anco intronata. Scorre Astolfo
la terra in
ogni lato, Dando via
sempre al corno
maggior fiato. 94 Chi
scese al mare,
e chi poggilo
su al monte, E
chi tra i
boschi ad occultar
si venne: Alcuna, senza
mai volger la
fronte, Fuggir per dieci
di non si
ritenne:Usci in tal
punto alcuna fuor
del ponte . ChMn vita
sua mai più
non vi rivenne: Sgombraro inmodoe
piazze e templi
e case, Che quasi
vota la città
rimase. 06 Marfisa e'I
buon Guidone e
i duo fratelli E
Sansonetto, pallidi e
tremanti, Fuggiano inverso il
mare, e dietro
a quelli Fuggiano i
marinari e i
mercatanti; Ove Aleria trovar,
che fra i
castelli Loro avea un
legno apparecchiato innanti. Quindi, poi
eh in gran
fretta gli raccolse, Die
i remi air
acqua, ed ogni
vela sciolse. 96 Dentro
e dintorno il
duca la cittade Avea
scorsa dai colli
insino alPonde; Fatto avea
vote rimaner le
strade; Ognun lo fugge,
ognun se gli
nasconde. trovate fur, che
per viltade S' eran gittate
in parti oscure
e immonde; E molte,
non sappiendo ove
s'andare, Messesi a nuoto
ed affogate in
mare. 97 Per trovare
i compagni il
duca viene, si credea
di riveder sul
molo. Si volge intorno,
e le deserte
arene Guarda per tutto,
e non v'appare
un solo. Leva più
gli occhi, e
in alto a vele piene Da
sé lontani andar
li vede a
volo:Si che gli
convien fare altro
disegno Al suo cammin,
poiché partito é
il legno. 98 Lasciamolo
andar pur: né vi rincresca Che
tanta strada far
debba soletto Per terra
d'infedeli e barbaresca. Dove mai
non si va
senza sospetto: Non é
periglio alcuno, onde
non esca Con quel
suo corno, e
n'ha mostrato effetto: E
dei compagni suoi
pigliamo cura. Ch'ai mar
fuggian tremando di
paura. 99 A piena
vela si cacciaron
Innge crudele e sanguinosa
spiaggia; E, poi che
di gran lunga
non li giunge L'orribil suon
ch'a spaventar più
gli aggia, Insolita vergogna
si li punge, Che,
com'un fuoco, a
tutti il viso
raggia: L'un non ardisce
a mirar l'altro,
e stassi Tristo, senza
parl, eoa gli
occhi bassi. 100 Passa
il nocchiero, al
suo viaggio intenta. E
Cipro e Rodi,
e giù per
l'onda Egea Da sé
vede fuggire isole
cento Col periglioso capo
di Malea; E con
propizio ed immutabil
vento Asconder vede la
greca Morea: Volta Sicilia,
e per lo
mar tirreno Costeggia dell' Italia
il lite ameno:101
E sopra Luna
ultimamente sorse, Dove lasciato
avea la sua
fEuniglia; Dìo ringraziando, che
'1 pelago corse Quindi
un nocchier trovar
per Francia sdorse. Il
qual di venir
seco li consiglia: E
nel suo legno
ancor quel dì
montare, Ed a Marsilia
in breve si
trovare. 102 Quivi non
era Bradamante allora, Che
se vi fosse,
a far seco
dimora avria sforzati con
parlar cortese. Sceser nel
lito, e la
medesima ora Dai quattro
cavalier congedo prese Marfisa, e
dalla donna del
Selvaggio; E pigliò alla
ventura il suo
viaggio, Dicendo che lodevole
non era andasser tanti
cavalieri insieme:Che gli
storni e i colombivanno in
schiera. I daini e
i cervi e ogni animai
che teme; Ma l'audace
falcon, l'aquila altiera, Che
nell'aiuto altrui non
metton speme, Orsi, tigri,
leon, soli ne
vanno, Che di più
forza alcun timor
non hanno. Nessun degli
altri fu di
quel pensiero: ch'a lei
sola toccò a
far partita. Per mezzo
i boschi e per strano
sentiero Dunque ella se
n'andò sola e
romita. Grifone il bianco
ed Aquilante il
nero con gli altri
duo la via
più trita, E giunsero
a un castello
il di seguente, Dove albergati
fur cortesemente. 105 Cortesemente
io dico in
apparenza, Ma tosto vi
sentir contrario effetto; Che
'1 signor del
castel, benevolenza Fingendo e
cortesia, lor die
ricette; E poi la
notte, che sicuri
senza Timor dormian, li
fé' pigliar nel
letto; Né prima li
lasciò, che d'osservare Una costuma
ria li fé'
giurare, 106 Ma Yo'segair
la bellicosa donna. Prima,
signor, che di
costor più dica. Passò
Druenza, il Rodano
e la Sonna, venne
appiè d'una montagna
aprica. Quivi lungo nn
torrente in negra
gonna Vide venire nna
femmina antica, Che stanca
e lassa era
di lunga via, Ma
via più afflitta
di malenconia. 107 Questa
è la vecchia
che solea servire Ai
malandrin nel cavernoso
monte, dove alta giustizia
fé venire E dar
lor morte il
paladino conte. La
vecchia,che timore ha
di morire Per le
cagion che poi
vi saran conte, Già
molti di va per via
oscura e fosca, 112
Ma poi che
fu levato di sul colle L'incantato Castel
del vecchio Atlante, E
che potè ciascuno
ire ove volle. opra
e per virtù
di Bradamante; Costei, ch'alli
disii facile e
molle Di Pinabel sempre
era stata innante, Si
tornò a lui,
ed in sua
compagnia Non si potè
tenere a bocca
chiusa Di non la
motteggiar con beffe
e risa. Marfisa altiera,
appresso a cui
non s'usa Sentirsi oltraggio
in qualsivoglia guisa. Rispose d'ira
accesa alla donzella. Che
di lei quella
vecchia era più
bella; 108 Quivi d'estrano
cavalier sembianza L'ebbe Marfisa
all'abito e all'arnese; E
perciò non fuggì,
com'avea usanza dagli altri
eh' eran del
paese; Anzi con sicurezza
e con baldanza Si
fermò al guado,
e di lontan
l'attese:La vecchia le
usci incontra, e
salutolla. 114 E ch'ai
suo cavalier volea
provallo. Con patto di
poi tórre a
lei la gonna Gittava
il cavalier di
ch'era donna. Pinabel che
faria, tacendo, fallo. Di
risponder con l'arme
non assonna:Poi vien
Marfisa a ritrovar
con ira. 109 Poi
la pregò che
seco oltr' a
quell' acque Nell'altra ripa in
groppa la portasse.Marfisa, che
gentil fu da
che nacque, Di là
dal fiumicel seco
la trasse; E portarla
anch' un pezzo non le spiacque. Fin
eh' a miglior
cammin la ritornasse, Fuor d'un
gran fango; e
al fin di
quel sentiero Si videro
all'incontro un cavaliere. 11.5 Marfisa
incontra una gran
lancia afferra, E nella
vista a Pinabel
l'arresta, E sì stordito
lo riversa in
terra, Che tarda un'ora
a rilevar la
testa. Marfisa, vincitrice della
guerra. Fé' trarre a
quella giovane la
vesta, ogn' altro ornamento
le fé' porre, E
ne fé' il
tutto alla sua
vecchia tórre:II cavalier
su ben guernita
sella, Di lucide arme e di
bei panni ornatj, Verso
il fiume venia,
da una donzella E
da un solo
scudiero accompagnato. donna ch'avea
seco, era assai
bella, Ma d'altiero sembiante
e poco grato, Tutta
d'orgoglio e di
fastidio piena, Del cavalier
ben degna, che
la mena. 116 E
di quel giovenile
abito volse Che si
vestisse e se
n'ornasse tutta; E fé'
che '1 palafreno
anco si tolse, Che
la giovane avea
quivi condutta. Indi al
preso cammin con
lei si volse, Che
quant'era più ornata,
era più brutta. Tre
giorni se n'
andar per lunga
strada, Senza far cosa
onde a parlar
m'accada. IH Pinabello, un de'
conti maganzesi, Era quel
cavalier eh' ella
avea seco; Quel medesmo
che dianzi a
pochi mesi Bradamante gittò
nel cavo speco. Quei
sospir, quei singulti
cosi accesi, Quel pianto
che lo fé'
già quasicieco, Tutto fu
per costei eh'
or seco avea, Che
'1 negromante allor
gli ritenea. 117 U
quarto giorno un
cavalier trovare. venia in
fretta galoppando solo. Se
di saper chi
sia forse v'
è caro, eh' è Zerbin,
di re figliuolo, Di
virtù esempio e
di bellezza raro. Che
sé stesso rodea
d'ira e di
duolo Di non aver
potuto far vendetta D'un
che gli avea
gran cortesia interdetta. 118 Zerbino
indarno per la
selva corse Dietro a
quel suo che
gli avea fatto
oltraggio; Ma si a
tempo colui seppe
via torse, Si seppe
nel fuggir prender
vantaggio, Si il bosco
e si una
nebbia lo soccorse, Ch'
avea offuscato il
mattutino raggio, di man
di Zerbin si
levò netto, Finché Tira
e il furor
gli uscì del
petto. 119 Non potè,
ancor che Zerbin
fosse iratx), Tener, vedendo
quella vecchia, il
riso; Che gli parca
dal giovenile ornato Troppo
diverso il brutto
antiquo viso; Ed a
Marfisa, che le
venia a lato, Che
damigella di tal
sorte guidi. non temi
trovar chi te
la invidi. 120 Avea
la donna (se
la crespa buccia PuA
dame indicio) più
della Sibilla, E parca,
cosi ornata, una
bertnccia, Ed or più
brutta par, che
si corruccia, E che
dagli occhi Tira
le sfavilla; Ch'a donna
non si fa
maggior dispetto, Che quando
o vecchia o
brutta le vieu
detto 121 Mostrò torbarse
V inclita donzella, Per
prenderne piacer, come
si prese:E rispose
a Zerbin: Mia
donna è bella. Per
Dio, via più
che tu non
sei cortese: Comech'io creda
che la tua
favella quel che sente
V animo non
scese:fingi non conoscer
sua beltade, Per escusar
la tua somma
viltade. E chi saria
quel cavalier che
questa Si giovane e
sì bella ritrovasse Senza più
compagnia nella foresta, che
di farla sua
non si provasse?Sì
ben, disse Zerbin,
teco s'assesta, saria mal
eh' alcun te
la levasse:Ed io
per me non
son così indiscreto, Che te
ne privi mai:
stanne pur lieto. 123
S'in altro conto
aver vuoi a
far meco. quel ch'io
vaglio son per
farti mostra: per costei
non mi tener
sì cieco,Che solamente
far voglia una
giostra. 0 brutta o
bella sia, restisi
teco: vò' partir tanta amicizia
vostra. Com' ella è bella, tu
gagliardo sei. 124 Soggiunse
a lui Marfisa:
Al tuo dispetti". Di levarmi
costei provar convienti.Non
vo' patir ch'un sì
leggiadro aspetto Abbi veduto,
e guadagnar noi
tenti Rispose a lei
Zerbin: Non so
a ch'effetto L'uom si
metta a periglio
e si tormenti Per
riportarne una vittoria
poi, Che giovi al
vinto, e al
vincitore annoi. Se non
ti par questo
partito buono, ne do un altro,
e ricusar noi
dèi (Disse a Zerbin
Marfisa): che s'io
sono Vinto da te, m'
abbia a
restar costei; Ma s' io
te vinco, a
forza te la
dono. Dunque proviam chi
de' star senza lei. Se
perdi, converrà che
tu le faccia Compagnia sempre,
ovunque andar le
piaccia. 126 E cosi
sia, Zerbin rispose;
e volse pigliar campo
subito il cavallo. Si
levò su le
staffe, e si
raccolse Fermo in arcione;
e per non
dare in fallo. Lo
scudo in me7zo
alla donzella colse; Mar
parve urtasse un
monte di metallo: Ed
ella in guisa
a lui toccò
l'elmetto. Che stordito il
mandò di sella
netto. 127 Troppo spiacque
a Zerbiu Tesser
caduto, altro scontro mai
più non gli
avvenne, E n'avea mille
e mille egli
abbattuto; Ed a perpetuo
scorno se lo
tenne. Stette per lungo
spazio in terra
muto; E più gli
dolse poi che
gli sovvenne Ch'avea promesso
e che gli
convenia Aver la bratta
vecchia in compagnia. Tornando a
lui la vincitrice
in sella, Disse ridendo: Questa t' appresento; E quanto
più la veggio
e grata e
bella, Tanto, eh ella sia
tua, più mi
contento. Or tu in
mio loco sei
campion di quella; Ma
la tua fé
non se ne
porti il vento, Che
per sua guida
e scorta tu
non vada, Come hai
promesso, ovunque andar
l'aggrada. 129 Senza aspettar
risposta urta il
destriero Per la foresta,
e subito s' imbosca. Zerbin, che
la stimava un
cavaliero, Dice alla veccbia: Fa
eh' io lo
conosca. Ed ella non
gli tiene ascoso
il vero, Onde sa
che lo'ncende e
che l'attosca: Il colpo
fu di man
d'una donzella, Che t' ha
fatto votar, disse,
la sella. 130 Pel
suo valor costei
debitamente E venuta è
pur dianzi d'oriente di
questo tal vergogna
sente, Cbe non pur
tinge di rossor
la guancia, Ma restò
poco di non
farsi rosso Seco ogni
pezzo d'arme ch'avea
indosso. 131 Monta a
cavallo, e sé
stesso rampogna. Che non
seppe tener strette
le cosce. sé la
vecchia ne sorride,
e agogna Di stimularlo
e di più
dargli angosce. Gli ricorda
eh' andar seco
bisogna:E Zerbitì, cb'
obbligato si conosce, L'orecchie abbassa,
come vinto e
stanco Destrier c'ha in
bocca il fren,
gli sproni al
fianco. 132 E sospirando:
Oimé, fortuna fella, Dìcea,
cbe cambio é
questo che tu
fai? Colei che fu
sopra le belle
bella. meco dovea, levata
m'hai. Ti par ch'in
luogo ed in
ristor di quella debba
por costei eh'
ora mi dai?in
danno del tutto era men
male, Che fare un
cambio tanto diseguale. 133 Colei
che di bellezze
e di virtuti Unqua
non ebbe e
non avrà mai
pare, e rotta tra
gli scogli acuti Hai
data ai pesci
ed agli augei
del mare; E costei,
che dovria già
aver pasciuti Sotterra i
vermi, hai tolta
a preservare Dieci 0
venti anni più
che non dovevi, Per
dar più peso
agli mie' affanni grevi. stanza
116. 134 Zerbin cosi
parlava; né men
tristo In parole e
in sembianti esser
parea Di questo nuovo
suo sì odioso
acquisto, die della donna
che perduta avea. La
vecchia, ancorché non
avesse visto Mai più
Zerbin, per quel
eh' ora dicea, S'avvide esser
colui di che
notizia Le diede già
Isabella di Galizia. 135 Se
1 vi ricorda
quel ch'avete udito, Costei
dalla spelonca ne
veniva, Dove Isabella, che
d'amor ferito Zerbino avea,
fu molti di
captiva. Più volte ella
le avea già
riferito Come lasciasse la
patema riva, E come
rotta in mar
dalla procella, Si salvasse
alla spiaggia di
Rocella. Stanza 144. 186 E
si spesso dipinto
di Zerbino Le avea
il bel viso
e le fattezze
conte, Ch'ora udendol parlare,
e più vicino Oli
occhi alzandogli meglio
nella fronte, Vide esser
qnel per cui
sempre meschino Fu d'Isabella
il cor nel
cavo monte; Che di
non veder lui
più si lagnava, Che
d'esser fatta ai
malandrini schiava. 137 La
vecchia, dando alle
parole ndieozi, Che con sdegno e
con duol 2ierbino
versa. S'avvede ben ch'egli
ha falsa credenza Che
sia Isabella in
mar rotta e
sommersa: E, bench' ella
del certo abbia
scienza, Per non lo
rallegrar, pur la
perversa Quel che far
lieto lo potria
gli tace, E sol
gli dice quel
che gli dispiace. 188
Odi tu, gli
diss'ella, tu che
sei Cotanto altier, che
si mi schemi
e sprezzi: Se sapessi
che nuova ho
di costei morta piangi,
mi faresti vezzi; Ma,
piuttosto che dirtelo,
torrei Che mi strozzassi,
o fèssi in
mille pezzi, Dove, s' eri
ver me più
mansueto, Forse aperto t'avrei
questo secreto. 189 Come
il mastin che
con furor s'avventa Addosso al
ladro, ad acchetarsi
è presto, quello o
pane o cacio
gli ap presenta, 0 che
fa incanto appropriato
a questo; Cosi tosto
Zerbino umil diventa, E
vien bramoso di
sapere il resto, Che
la vecchia gli
accenna che di
quella, Che morta piange,
gli sa dir
novella. 140 E, vólto
a lei con
più piacevol faccia. La
supplica, la prega,
la scongiura Per gli
uomini, per Dio,
che non gli
taccia Quanto ne sappia,
o buona o
ria ventura. Cosa non
udirai che prò
ti faccia, Disse la
vecchia pertinace e
dura: Non è Isabella,
come credi, morta; Ma
viva si, eh'
a' morti invidia
porta. 141 É capitata
in questi pochi
giorni, Che non n'udisti,
in man di
più di venti: Si
che, qualora anco
in man tua
ritorni, Ve' se sperar di córre il
fior convieutL Ah vecchia
maladetta, come adomi La
tua menzogna ! e
tu sai pur
se menti Sebben in
man di venti
eli' era stata. Non l'avea
alcun però mai
violata. 142 Dove l'avea
veduta domandolle Zerbino, e
quando; ma nulla
n'invola. Che la vecchia
ostinata più non
volle, quel eh' ha
detto, aggiungere parola. Prima
Zerbin le fece
un parlar molle; Poi
minacciolle di tagliar
la gola: Ma tutto
è invan ciò
che minaccia e
prega; Che non può
far parlar la
bratta strega. Lasciò la
lina all'ultimo in
riposo Zerbin, poiché 1
parlar gli giovò
poco; Per quel ch'udito
avea tanto geloso, Che
non trovava il
cor nel petto
loco; D'Isabella trovar si
disioso, Che saria per
vederla ito nel
foco:Ma non poteva
andar più che
volesse Colei, poich'a Marfisa
lo promesse. 144 E
quindi per solingo
e strano calle, Dove
a lei piacque,
fu Zerbin condotto; Né
per o poggiar
monte, o scender
valle, Mai si guardaro
in faccia, o
si fèr motto. Ma
poi ch'ai mezzodì
volse le spalle Il
vago sol, fu
il lor silenzio
rotto Da un cavalier
che nel cammin
scontrare. Quel che seguì,
nell'altro Canto è
chiaro. NOTBL St. 1. V.57.
Arpalice, figlia del
re di Tracia,
di fese valoroHamente il regrio
del padre contro
Neottole mo, figlio d'Achille.
Camilla è V
amabile eroina ùéì Eneide:
figlia di Metabo
re de Volsci,
diede assistenza a Tomo
re de'Butali nella
guerra contro il
troiano Enea. Saffò e
Corinna, famose poetesse
di Grecia:della prima
vivono alcuni frammenti
poetici, e il
metro saffico: di Corinna, se
il Poeta ha
inteso la tebana, questa dicesi
avere più d
una volta superato
Pindaro nel verseggiare. St. 5.
V.68. Il freddo
Ponto: regione settentrio
dell'Asia minore, ove
regnò Mitridate. Nel
medio evo vi fu
fondato l'impero di
Trebisonda; e fingono
i romanzi che ivi
Rinaldo e altri
paladini facessero gran prove
di valore. Jl
cavalier ch'uccise Almonte:
Or . St. 6. v.16.
E quel ch'a
Chiarello, ecc.: Rinaldo. Eusino:
il mar
Nero, detto dai
Latini Eiixinua, In esso
si scarica il
Danubio (Istro) per
varj rami (coma), che
formano un delta,
chiamato Bogaao. Al
duca ecc. Anche qui
il Poeta si
discosta dalla genea logia degli eroi
romantici, nella quale
Ouidon Selvaggio posto come
figlio di Rinalio,
e quindi nipote
del duca A mone. St.
7. V.27. Noto:
vento meridionale, altrimenti Ostro, Melibea:
città della Tessaglia,
ricordata da Virgilio. St. 9.
V.2. Tenitoro: luogo
soggetto a domina zione altrui; oggi
territorio, distretto. St. 12.
V.8. Come piace
a colei, ecc.: alla
Fortuna. St. 13. V.2.
Clitemnestra: meritamente è detta,
perchè tolse la
vita al proprio
marito Agamen none per compiacere
ad Egisto suo
amante. Essa poi fu
uccisa involontariamente dal
figliuolo Oreste; di che
egli divenne ftirioso. St.
14. V.2. Chiama
crudo Idomeneo, perchè
tor nato da Troia sacrificò
lo stesso suo
figlinolo per voto che
aveva fatto d
immolare il primo
che incontrasse tornando in
patria. Ivi. V.6. Falanto
parti veramente di
Grecia con molti giovani
compagni, e fondò,
secondo credesi, iu Italia
Tarento, ossia Taranto.
Egli però non
era nito, come dice
l'Ariosto, da Clitemnestra,
né durante la
guerra di Troia; ma
come tutti gli
altri costretti ad
esular con lui, nasceva
dagU amori illegittimi
deUe donne spar tane nelle lunghe
assenze dei mariti,
per le guerre
messe niche. Ivi. V.8. Dictea,
città di Creta
appiè del monte Ditte,
dove i favoleggiatori pongono
il famoso Laberino fabbricato da
Dedalo. St. 26. V.3.
Discorsi: discorrimenti, correnti. St.
42. V.56. Non
concedo però che
qui Medea, ecc.:nome
espresso a significare
crudelissima donna. Medea, figlia
del re di Coleo, fuggita
con Giasone dalla
casa patema, uccise Assirto
piccolo suo fratello,
fece morire tra le
fiamme Creusa, figlia
di Creonte re
di Corinto, e tutta
quella famiglia; alla
fine tmcidò i
due figlioletti che aveva
avuti da Giasone. St.
8. v.2. La
città di queste
nuove Amazzoni è nominata
ancora Alessandretta. St. 71. V.2. Ardisco
ad ogni impresa.
V'è sott'in teso mettermi,
o espormi. St. 73.
V.2. JJegli uomini,
ecc.: del numerosissimo esercito con
cui Serse tentò
di sottomettere la
Grecia. St. 75. V.5.
Saettia: piccol naviglio, velocissimo al corso. St.
82. V.31 ia
Licaonia prole. Intende
Calisto, di Licaone, altra
volta ricordata, e
Arcade nato da essa
e da Giove,
che converti amendue
neUe due costellazioni boreali
denominate Orsa maggiore
e Orsa . L' una
e V altra
hanno apparenza di
aratro o carro, e
sono visibili fino
allo spuntar delPalba;
quindi la locuzione di
questi versi importa:
appena cominciava a farsi
giorno. St. 100. V.34.
Son le isole
deU' Arcipelago greco Capo
di Malea: promontorio meridionale
della Laconia, dai Latini
Malcea, ora Capo
Mailo o Capo
Sant'An gelo, pericoloso per gli
scogli ond'è attorniato. St. 106.
V.3. Druensa: la Durenza.
Sonna: la Saona, due influenti
nel Rodano. St. U3.
V.1. Vezzosa: qui
leziosa, sazievole. St. 144.
V.6. JZ vago
sol: errante, che
gira. ESIMOPRIMO. Zarbiiio
per dLfeDcliìr Gabrlon,
vifliic ft cDtete
eon ErsoBÌde e lo
feriate dì colpo
mot tale. Il
wìnto raccanta >
Z"rlnii" le
tfceUeiiisgiiii (luUa vecchia;
ma non potando
veDliroe aJl" pei racerbirii
della pbga, si fa
tra3|iortarc &liit>ve. Z bino
e la vecchia,
nel co seguire
il cammino, (ono
frago tli battaglia, o
vcr.o Quello sì
avviano. Né fune iuiortu
crederò eli e
strin Soma iiiiì uè
aam lgno chiudo, Cttmù
la fé eli'
tiTia l>eli' alma
cin Del siui teuacé
imlissolubil nodo, è chi
gli autiqnì par
che ai dipinga La
anta Fé vestitna
in altro modu" Che dMm
vel bianco che
la cuupra tutta; Chìin
sol punto, un
sol neo la
può far brutta: La
fede uncina non
debbe efl"er correità, 0
data a uu
solo, u data infìeme a
mille } E coi in una t?tlvft,
in una grotta
Lontan dalle cittadi
e dalle ville, Come
diuami a' i
ri bua ali,
iu frotta Di fentimon,
di scritti e
di postilie 6enzii giurare,
u segno altro
più espresso, Basti mia
volta che scabbia
promesso. Quella serrò, come
serrar si debba In
ogni impresa, il
cavalier Zerbino:£ quivi
dimostrò che conto
n'ebbe, Quando si tolse
dal proprio cammino, Per
andar con costei,
la qual gV
increbbe, Come s'avesse il
morbo sì vicino, Oppur
la morte istessa;
ma potea, Più che'l
disio, quel che
promesso avea. 4 Dissi
di lui, che
di vederla sotto La
sua condotta tanto
al cor gli
preme, Che n' arrabbia
di duol, né
le fa motto:E
vanno muti e
taciturni insieme: Dissi che
poi fu quel
silenziorotto,Ch'ai mondo il
sol mostrò le
ruote estreme, Da un
cavaliero avventuroso errante, Ch'in mezzo
del cammin lor si fé
innante. 5 La vecchia
che conobbe il
cavaliero, Ch'era nomato Ermonide
d'Olanda, Che per insegna
ha nello scudo
nero Attraversata una vermiglia
banda. Posto l'orgoglio e
quel sembiante altiero, Umilmente a
Zerbin si raccomanda, E
gli ricorda quel
ch'esso promise Alla guerriera
ch'in sua man
la mise; 6 Perchè
di lei nimico
e di sua
gente Era il guerrier
che centra lor
venia:Ucciso ad essa
avea il padre
innocente, E un fratello
che solo al
mondo avia; E tuttavolta
far del rimanente. Come degli
altri, il traditor
disia. Fin eh' alla
guardia tua, donna,
mi sentì, Dicea Zerbin,
non vo'che tu
paventi. 7 Come più
presso il cavalier
si specchia lu quella
faccia che si
in odio gli
era: 0 di combatter
meco t'apparecchia. Gridò con
voce minacciosa e
fiera, 0 lascia la
difesa della vecchia. Che
di mia man
secondo il meito
pera. Se combatti per
lei, rimarrai morto; Che
così avviene a
chi s'appiglia al
torto. 8 Zerbin cortesemente
a lui risponde, Che
gli è desir
di bassa e
mala sorte, Ed a
cavalleria non corrisponde. Che cerchi
dare ad una
donna morte:Se pur
combatter vuol, non
si nasconde: Ma che
prima consideri eh'
importe Ch'un cavalier, com'era
egli, gentile, Voglia por
man nel sangue
femminile. Queste gli disse
e più parole
invano; E fu bisogno
alfin venire a'
fatti. Poi che preso
abbastanza ebbon del
piano, Tornarsi incontra a
tutta briglia ratti. Non
van sì presti
i razzi fuor
di mano, Ch' al
tempo son delle
allegrezze tratti, Come andaron
veloci i duo
destrieri Ad incontrare insieme
i cavalieri. stanza 4. 10
Ermonide d' Olanda segnò
basso . Che per passare
il destro fianco
attese:Ma la sua
debol lancia andò
in fracasso, E poco
il cavalier di
Scozia offese. Non fu
già l'altro colpo
vano e casso: Ruppe
lo scudo, e
sì la spalla
prese. Che la forò
dall' uno all' altro lato, E
riversar fé Ermonide
sul prato. 11 Zerbin,
che si pensò
d'averlo ucciso, Di pietà
vinto, scese in
terra presto, E levò
l'elmo dallo smorto
viso; E quel guerrier,
come dal sonno
desto, Senza parlar guardò
Zerbino fiso; E poi
gli disse: Non
m'è già molesto Ch'
io sia da
te abbattuto, eh'
ai sembianti Mostri esser
fior de' cavalieri erranti; 12
Ma ben mi
duol che questo
per cagione ' Dona
femmina perfida m avviene, A
cui non so
come tu sia campione,
Che troppo al
tuo valor si
disconviene. E quando tu
sapessi la cagione CVa
vendicarmi di costei
mi mene, Avresti, ognorche
rimembrassi, affanno D'
aver, per campar
lei, fatto a
me danno. 13 E
se spirto abbastanza
avrò nel petto, Oh'
io il possa
dir (ma del
contrario temo), Io ti
farò veder chMu
ogni effetto Scellerata è
costei più ch'in
estremo. 10 ebbi già un fratel
che giovinetto D'Olanda si
parti, d'onde noi
semo; E si fece
d'Eraclio cavaliere, Ch' allor
tenea de' Greci il
sommo impero. 14 Quivi
divenne intrinseco e
fratello D'un cortese baron
di quella corte, Che
nei confin di
Servia avea un
castello Di sito ameno,
e di muraglia
forte. Nomossi Argéo colui
di ch'io favello. Di
questa iniqua femmina
consorte, La quale egli
amò si, che
passò il segno Ch'à
un uom si
convenìa, come lui,
degno. 15 Ma costei,
più volubile che
foglia Quando l'autunno è
più priva d'umore, Che'l freddo
vento gli arbori
ne spoglia, E le
soffia dinanzi al
suo furore; Verso il
marito cangiò tosto
voglia, Che fisso qualche
tempo ebbe nel
core; £ volse ogni
pensiero, ogni disio D'acquistar per
amante il fratel
mio. 16 Ma né
si saldo all'impeto
marino L'Acrocerauno
d'infamato nome, Né sta
si duro incontra
Borea il pino Che
rinnovato ha più
di cento chiome. Che
quanto appar fuor
dello scoglio alpino, Tanto
sotterra ha le
radici; come 11 mio
fratello a' prieghi
di costei, Nido di tutti
i vizj infandi
e rei. 17 Or,
come avviene a
un cavalier ardito, Che
cerca briga e
la ritrova spesso, Fu
in una impresa
il mio fratel
ferito, Molto al Castel
del "uè compagno
appresso, Dove venir senza
aspettare invito Solea, fosse
o non fosse
Argéo con esso:E
dentro a quel
per riposar fermosse Tanto, che
del suo mal
libero fosse. 18 Mentre
egli quivi si
giaoea, convenne Ch'in certa
sua bisogna andasse
Argéa Tosto questa sfacciatar
a tentar venne n
mio. fratello, ed a
sua usanza feo; Ma
quel fedel non
oltre più sostenne Avere ai
fianchi un stimolo
si reo:Elesse, per
servar sua fede
appieno, Di molti mal
quel che gli
parve meno. 19 Tra
molti mal gli
parve elegger questo: Lasciar d'Argéo
l'intrinsichezza antiqua; Lungi andar
si, che non
sia manifesto Mai più
il suo nome
alla femmina iniqua. Benché duro
gli fosse, era
più onesto, Che satisfare
a quella voglia
obbliqua, 0 ch'accusar la
moglie al suo
signore, Da cui fu
amata a par
del proprio core. 20
E delle sue
ferite ancora infermo, L'arme si
veste, e del
caste! si parte; E
con animo va costante
e fermo Di non
mai più tornare
in quella parte. Ma
che gli vai?
ch'ogni difesa e
schermo Gli dissipa fortuna
con nuova arte:Ecco
il marito che
ritorna intanto, E trova
la moglier che
fa gran pianto, 21
E scapigliata, e con la
faccia rossa; E le
domanda di che
sia turbata. Prima ch'ella
a rispondere sia
mossa Pregar si lascia
più d'una fiata, Pensando tuttavia
come si possa Vendicar di
colui che l'ha
lasciata: E ben convenne
al suo mobile
ingegno Cangiar l'amore in
subitaneo sdegno. 22 Deh,
disse alfine, a
che l'error nascondo C'ho
commesso, signor, nella
tua assenza? Che quando
ancora io'i celi
a tutto '1 moni), Celar
noi posso alla
mia coscienza. L'alma che
sente il suo
peccato immondo. Paté dentro
da sé tal
penitenza, Ch'avanza ogni altro
corporal martire Che dar
mi possa alcun
del mio fallire; 23
Quando fallir sia
quel che si
fa a forza. Ma
sia quel che
si vuol, tu
sappiranco: Poi con la
spada dalla immonda
scorza Sciogli lo spirto
immaculato e bianco, E
le mie luci
eternamente ammorza; Che, dopo
tanto vituperio, almanco Tenerle basse
ognor non mi
bisogni, E di ciascun
ch'io vegga, io
mi vergogni. CANTO VENTESIMOPRIM24 IJ
tuo compagno ha
Tonor mio distratto; Questo corpo
per forza ha
violato:E perchè teme
eh io ti
narri il tutto, Or
si parte il
yillan senza commiato. In
odio con quel
dir gli ebhe
ridatto Colui che più
d'ogni altro gli
fa grato. Argéo lo
crede, ed altro
non aspetta; Ma piglia
r arme, e
corre a far
vendetta. 25 E come
quel eh' avea
il paese noto, Lo
giunse che non
fu troppo lontano; Chè'l mio
fratello, debole ed
egroto, Senza sospetto se
ne già pian
piano:E brevemente, in
un loco remoto Pose,
per vendicarsene, in
lui mino. Non trova
il fratel mio
scusa che vaglia; Ch'
in somma Argéo
con lui vuol
la battaglia stanza 12 26
Era Vxm sano,
e pien di
nuovo sdegno; Infermo V
altro, ed all' usanza
amico:Sì ch'ebbe il
fratel mio poco
ritegno Contro il compagno
fattogli nimico. Dunque Filandro
di tal sorte
indegno (Dell'infelice giovene ti
dico: Cosi avea nome),
non soffirendo il
peso Di si fiera
battaglia, restò preso. 27
Non piaccia a
Dio che mi
conduca a tale Il
mio giusto furore
e il tuo
demerto, Gli disse Argéo,
che mai sia
micidiale Di te ch'amava;
e me tu
amavi certo. Benché nel
fin me l'hai
mostrato male: Pur voglio
a tutto il
mondo fare aperto Che,
come fui nel
tempo dell'amore Cosi nell'odio
son di te
migliore. 28 Per altro
modo pnnirò il
tao fallo, Che le
mie man più
nel tuo sangue
porre. Cosi dicendo, fece
sul cavallo Di verdi
rami una bara
comporre, E quasi morto
in quella riportallo Dentro al
castello in una
chiusa torre, Dove in
perpetuo
perpunizioneCondannò T innocente
a star prigione. 29
Non però ch'altra
cosa avesse manco, Che
la libertà prima
del partire; Perchè nel
resto, come sciolto
e franco Vi comandava,
o si iacea
ubbidire. Ma non essendo
ancor T animo
stanco Di questa ria
del suo pensier
fornire, Quasi ogni giorno
alla prigion veniva; Ch'
avea le chiavi,
e a suo
piacer V apriva:30
E movea' sempre
al mio fratello
assalti, E con maggior
audacia che di
prima. Questa tua fedeltà,
dicea, che vaiti, Poiché
perfidia per tutto
si stima? Oh che
trionfi gloriosi ed
alti! Oh che superbe
spoglie e preda
opima! Oh che merito
alfin te ne
risulta, Se, come a
traditore, ognun t'insulta! 31
Quanto utilmente, quanto
con tuo onore M'avresti dato
quel che da
te volli ! Di questo
si ostinato tuo
rigore La gran mercè
che tu guadagni,
or tolli. In prigion
sei, né crederne
uscir fuore, Se la
durezza tua prima
non molli. Ma quando
mi compiacci, io
farò trama Di riacquistarti
e libertade e
fama. 32 No, no,
disse Filandro, aver
mai speiie Che non
sia, come suol,
mia vera fede, Sebben
centra ogni debito
mi avviene Ch' io
ne riporti si
dura mercede, E di
me creda il
mondo men che
bene: Basta che innanti
a quel che
'l tutto ve le,
E mi
può ristorar di
grazia eterna, Chiara la
mia innocenzia sidiscerna. 33 Se
non basta eh'
Argéo mi tenga
pres ì, Tolgami ancor
questa noiosa vita. Forse
non mi fia
il premio in
ciel conferò Della buona
opra, qui poco
gradita. Fora' egli, che
da me si chiama offeso, Quando sarà
quest' anima partita, S' avvedrà poi
d'avermi fatto torto, E
piangerà il fedel
compagno morto. 34 Così
più volte la
sfacciata donna Tenta Filandro,
e toma senza
fratto. Ma il cieco
suo desir, che
non assonna Del scellerato
amor traer constmtto, Cercando va
più dentro eh'
alla gonna Suoi vizj
antiqui, e ne
discorre il tatto. Mille
pensier fa d'uno
in altro modo, Prima
che fermi in
alcun d'essi il
chiolo. 35 Stette sei
mesi che non
messe piede, Come prima
facea, nella prigione; Di
che il miser
Filandro e spera
e crei 3 Che costei
più non gli
abbia affezione. Ecco fortuna,
al mal propizia,
diede A questa scellerata
occasione Di metter fin
con memorabil male Al
suo cieco appetito
irrazionale. 36 Antiqua nimicizia
avea il marito Con
un barou detto
Morando il bello, Che, non
v'essendo Argéo, spesso
era ardita Di correr
solo, e sin
dentro al castello; Ma,
s' Argéo v' era,
non tenea lo
'nvito, Né s'accostava a
dieci miglia a
quello. Or, per poterlo
indur che ci
venisse, D'ire in Qerusalem
per voto disse. 37
Disse d'andare; e
partesi ch'osfuuno Lo vede,
e fa di
ciò sparger le
grida:Né il suo
pensier, fuorché la
moglie, alena) Puote saper;
che sol di
lei si fida. Torna
poi nel castello
all' aer bruno; Né mai,
se non la
notte, ivi s' annida:E
con mutate insegne
al nuovo albóre. Senza
vederlo alcun sempre
esce fuore. 38 Se
ne va in
questa e in
quella parte err.uil". E volteggiando
al suo castello
intomo . Pur per
veder se credulo
Morando Volesse far, come
solca, ritomo. Stava il
di tutto alla
foresta; e quanlo Nella
marina vedea ascoso
il giorno, Venia al
castello, e per
nascose porte Lo togliea
dentro l'infedel consorte. 39
Crede ciascun fuorché
l'iniqua moglie, Che molte
miglia Argéo lontan
si trove. Dunque il
tempo opportuno ella
si toglie: Al fratel
mio va con
malizie nuove. Ha di
lagrime, a tutte
le sue voglie. Un
nembo che dagli
occhi al sen
le piove. Dove potrò,
dicea, trovare aiuto, Che
in tutto l'onor
mio non sia
perduto? 40 E col
mio quel del
mio marito insieme? II
qual se fosse
qui, non temerei. Tu
conosci Morando, e
sai se teme, Quando
Argéo non ci
sente, uomini e Dei.
Questi or pregando,
or minacciando, estreme Prove
fa tuttavia, né
alcun demlei Lascia che
non contamini, per
trarmi A' suoi disii;
né so s' io
potrò aitarmi. 41 Or
e' ha inteso il
partir del mio
consorte, E ch al
ritorno non sarà
si presto, Ha avuto
ardir d'entrar nella
mia corte, Senza altra
scusa e senz'altro
pretesto: Che se ci
fosse il mio
signor per sorte, Non
sol non avria
audacia di far
questo, Ma non si
terria ancor, per Dio,
sicuro D'appressarsi a tre
miglia a questo
muro. Stanza 30. 42 E
quel che già
per messi ha
ricercato, Oggi me r
ha richiesto a
fronte a fronte; E
con tai modi,
che gran duhbio
é stato Dello avvenirmi
disonore ed onte: E
se non che
parlar dolce gli
ho usato E finto
le mie voglie
alle sue pronte. Saria, a
forza, di quel
suto rapace. Che spera
aver per mie
parole in pace. 48
Promesso gli ho,
non già per
osservargli (Che fatto per
timor, nullo è
il contratto); Ma la
nrìa intenz'ion fu
per vietargli Quel che
per forza avrebbe
allora fatto. Il caso
è qui: tu sol
puoi rimediargli; Del mio
onor altrimenti sarà
tratto, E di quel
del mio Argéo,
che già m'hai
detto Aver 0 tanto,
o più che '1 proprio,
a petto. 44 E se questo
mi nieghi, io
dirò dunque Ch'in te
non sia la fé di
che ti vanti; Ma
che fu sol
per crudeltà, qualunque Volta hai
sprezzati i miei
supplici pianti; Non per
rispetto alcun d'Argéo,
quantunque M'hai questo scudo
ognora opposto innanti. Saria stata
tra noi la
cosa occulta; Ma di
qui aperta infamia
mi risulta. 45 Non
si convien, disse
Filandro, tale Prologo a
me, per Argéo
mio disposto. Narrami pur
quel che tu
vuoi; che quale Sempre
fui, di sempre
essere ho proposto:E
bench'a torto io
ne riporti male, A
lui non ho
questo peccato imposto. Per
lui son pronto
andare anco alla
morte, E siami con
tra il mondo
e la mia
sorte. 46 Rispose V
empia: Io voglio che
tn spenga Colui chel
nostro disonor procura. Non
temer ch'alcun mal
di ciò t'avvenga; Ch'io te
ne mostrerò la
via sicura. Dehb'egli a
me tornar come
rivenga Su l'ora terza
la notte più
scura; E fatto un
segno di eh'
io l'ho avvertito, 10
l'ho a tor
dentro, che non
sia sentito. 47 A
te non graverà
prima aspettarme Nella camera
mia, dove non
luca, Tanto che dispogliar
gli faccia l'arme, E
quasi nudo in
man te lo
conduca. Cosi la moglie
conducesse parme 11 suo
marito alla tremenda
buca; Se per dritto
costei moglie s'appella, Più che
furia infernal crudele
e fella. Stanza 52. 48
Poi che la
notte scellerata venne, Fuor
trasse il mio
fratel con l'arme
in mano; E nell'oscura
camera lo tenne, Finché
tornasse il miser
castellano. Come ordine era
dato, il tutto
avvenne; Che '1 consiglio
del mal va
raro invano. Così Filandro
il buon Argéo
percosse, Che si pensò
che quel Morando
fosse. 49 Con esso
un colpo il
capo fésse e
il collo; elmo non
v' era, e
non vi fa
riparo. Pervenne Argéo, senza
pur dar un
crollo. Della misera vita
al fine amaro:E
tal l'uccise, che
mai noi pensollo. Né
mai l'avria creduto:
oh caso raro! Che
cercando giovar, fece
all'amico Quel di che
peggio non si
fa al nimico. 50
Poscia eh' Argéo non
conosciuto giacque. Rende a
Gabrina il mio
fratel la spada. Gabrina è
il nome di
costei, che nacqoe Sol
per tradire ognun
che in man
le cada. Ella, che
'1 ver fino
a quell' ora tacque, Vuol
che Filandro a
riveder ne vada Col
lume in mano
il morto, ond'egli
è reo; E gli
dimostra il suo
compagno Argéo. 51 E gli minaccia
poi . se non
consente All'amoroso suo lungo
desire. Di palesare a
tutta quella gente Quel
ch'egli ha fatto,
e noi può
contraddire: E lo farà
vituperosamente. Come
assassino e traditor,
morire; E gli ricorda
che sprezzar la
fama Non de', sebben
la vita si
poco ama. 52 Pien
di paura e
di dolor rimase Filandro, poi
che del suo
error s'accorse. Quasi il
primo furor gli
persuase D'uccider questa, e
stette un pezzo
in forse: E se
non che nelle
ni miche case Si
ritrovò (che la
ragion soccorse), Non si
trovando avere altr'
arme in mano, Coi
denti la stracciava
a brano a
brano. 53 Come nell' alto
mar legno talora, Che
da due venti
sia percosso e
vinto. Ch'or uno innanzi
l'ha mandato, ed ora
Un altro
al primo termine
respinto, E r han
girato da poppa
e da prora; Dal
più possente alfin
resta sospinto; Cosi Filandro,
tra molte contese De' duo pensieri,
al manco rio
s'apprese. 54 Ragion gli
dimostrò il pericol
grande, Oltra il morir,
del fine infame
e sozzo, Se l'omicidio
nel castel si
spande; E del pensare
il termine gli
è mozzo. Voglia 0 non
voglia, alfin convien
che mande L'amarissimo calice
nel gozzo. Pur finalmente
nell'afflitto core Più dell' ostinazion potè
il timore. 55 II
timor del supplicio
infame e brutto Prometter fece
con mille scongiuri, Che faria
di Gabrina il
voler tutto, Se di
quel luogo si
partlan sicuri. Così per
forza colse l'empia
il frutto Del suo
desire, e poi
lasciar quei muri. Così
Filandro a noi
fece ritomo. Di sé
lasciando in Grecia
infamia e scorno. 56
E portò nel
cor fisso il
suo compagno, Che cosi
scioccamente ucciso avea, Per
far con sua
gran noia empio
guadagno D' una Progne crudel,
d'una Medea. E se
la fede e
il giuramento, magno £
duro freno, non
Io ritenea, Come al
sicuro fu, morta
l'avrebbe; Ma, quanto più si puote,
in odiol'ebbe.57Non fu da indi
in qua rider
mai visto; Tutte le
sue parole erano
meste; Sempre sospir gli
uscian dal petto
tristo: Ed era divenuto
un nuovo Oreste, Poi
che la madre
uccise e il
sacro Egisto, E che r
nitrici Furie ebbe
moleste: E, senza mai
cessar, tanto V
afflisse Questo dolor, eh'
infermo al letto
il fisse. 58 Or
questa meretrice, che si pensa Quanto
a quest'altro suo
poco sia grata. Muta
la fiamma già
d'amore intensa odio, in
ira ardente ed
arrabbiata; Né meno è
centra al mio
fratello accensa. Che fosse
centra Argéo la
scellerata; E dispone tra
sé levar dal
mondo, Come il primo
marito, anco il
secondo. .59 Un medico
trovò d'inganni pieno. ed
atto a simil
uopo. sapea meglio uccider
di veneno, Che risanar
gì' infermi di
silopo; E gli promesse
innanzi più, che
meno Ch'avesse con mortifero
liquore 62 Come pensi,
signor, che rimanesse Il
miser vecchio conturbato
allora? Che pensar non
potè che meglio
fora:, per non
dar maggior sospetto,
elesse U calice gustar
senza dimora; E l'infermo,
seguendo una tal
fede, Tutto il resto pigliò, che
si gli diede. stanza
00. Già in mia
presenza e d'altre
più persone Dicendo ch'era
buona pozione Da ritornare
il mio fratel
robusto. Ma Gabrina con
nuova intenzione, Pria che l'infermone turbasse
il gusto, Per torsi
il consapevole d'appresso, 0
per non dargli
quel ch'avea promesso, 61
La man gli
prese, quando appunto
dava La tazza dove
il tòsco era
celato, Dicendo: Ingiustamente
é, se ti
grava, Ch'io tema per
costui e' ho tanto
amato. Voglio esser certa
che bevanda prava Tu
non gli dia,
né succo avvelenato: E
per questo mi
par che il
beveraggio Non gli abbi a dar,
se non ne
fai tu il
saggio. 63 Come sparvier
che nel piede
grifagno Tenga la starna,
e sia per
trarne pasto, Dal can
che si tenea
fido compagno, é sopraggiunto
e guasto; Cosi il
medico intento al
rio guadagno, Donde sperava
aiuto, ebbe contrasto. di
somma audacia esempio
raro ! 64 Fornito questo,
il vecchio s' era
messo, Per ritornare alla
sua stanza, in
via, Ed usar qualche
medicina appresso, Che lo
salvasse dalla peste
ria; da Gabrina non
gli fu concesso, Dicendo non
voler ch'andasse pria suo
valor facesse manifesto, 66 Pregar
non vai, né
far di premio
offerta, Che lo voglia
lasciar quindi partire. disperato, poiché
vede certa circostanti fa la cosa
aperta; Né la seppe
costei troppo coprire. E
cosi quel che
fece agli altri
spesso, Quel buon medico
alfin fece a
sé stesso; 66 E
seguitò con V
alma quella eh'
era Già del mio
frate camminatainnanzi. Noi
circostanti, che la
cosa vera Del vecchio
udimmo, che fé' pochi
avanzi, Pigliammo questa abbominevol
fera. Più crudel di
qualunque in selva
stanzi; E la serrammo
in tenebroso loco. Per
condannarla al meritato
fuoco. 69 E s' in
altro potea gratificai]!, Prontissimo offeriasi
alla sua voglia. Rispose il
cavalier, che ricordargli Sol vuol,
che da Gabrina
si discioglia Prima ch'ella
abbia cosa a
macchioargrli, Di ch'esso indamo
poi si penta
e doglia. tenne sempre
gli occhi bassi; Perchè
non ben risposta
al vero dassL 70
Con la vecchia
Zerbin quindi partisse Al
già promesso debito
viaggio; E tra sé
tutto il di la maledisse, far gli
fece a quel
barone oltraggio. or che
pel gran mal
che gli ne
disse Chi lo sapea,
di lei fu
istrutto e saggio, Se
prima l'avea a
noia e a
dispiacere, Or V odia
si, che non la può
vedere. Questo Ermonide disse,
e più voleva Seguir, com'
ella di prigion
levossi; il dolor della
piaga sì l'aggreva, pallido nell'erba
riversossi. Intanto duo scudier,
che seco aveva, Fatto
una bara avean
di rami grossi; Ermonide si
fece in quella
porre; Ch'indi altrimente non
si potea torre. Ella
che di Zerbin
sa l'odio appieno, Né
in mala volontà
vuol esser vinta, Un'
oncia a lui
non ne riporta
meno:La tien di quarta, e
la rifa di
quinta. Nel cor era
gonfiata di veneno, E
nel viso altrimente
era dipinta. Dunque, nella
concordia ch'io vi
dico, Tenean lor via
per mezzo il
bosco antico. 68 Zerbin
col cavalier fece
sua scusa, Che gl'increscea
d'avergli fatto offesa: Ma,
come pur tra
cavalieri s' usa, Colei che
venia seco, avea
difesa:Ch' altrimente sua fé
saria confusa; Perchè, quando
in sua guardia
l'avea presa. Promesse a
sua possanza di
salvarla Contra a ognun
che venisse a
disturbarla. 72 Ecco, volgendo
il sol verso
la sera, Udiron gridi
e strepiti e
percosse, Che facean segno
di l)attaglia fiera Che,
quanto era il
rumor, vicina fosse. Zerbino, per
veder la cosa
ch'era, Verso il rumor
in gran fretta
si mosse:Né fu
Gabrina lenta a
seguitarlo. Di quel ch'avvenne,
all'altro Canto io
parlo. . Si. 3. V.6.
MorhOf peste. St. 10.
v.5. Ctisso, senza
effetto. St. 13 V.78.
Eraclio imperatore di Costantino poli regnò più
di un secolo
prima di Garlomagno. St. 14.
V.3. Serviaf più
comunemente Serbia. St. 16.
V.2. L Acrocerauno
d' infamato nome: promontorio in
Epiro, che sovrasta
al mare Ionio,
ed è noto pei
naufragi che sogliono
quivi accadere. Ora chiamasi
capo della Chimera. St.
25. V.3. Egroto:
ammalato. St. 3|. V.f>
Sfolli, aramQllisci, ST. 43.
V.a Sarà tratto:sarà
deciso. St. 56. V.4.
Progne e Medea
per furore geloso
scan narono i figli; notisiime
nella Mitologia. St. 57.
V.45. Un nuovo
Oreste. Vedi la
noUalU St. i3 del
Canto XX. Sacro
qui dicesi Egìsto,
come esecrabile adultero e
regicida. St. 59. V.4.
Silopo: siloppo o siroppo. St.
66. V.12. Era....
eaminata: Aveva camminato. St. 70.
V.6 Saggio, informato. St. 71. y. 4.
La tien di
quarta, ecc. Rice /e
quattro (in odio) e
rende cinque; os9i",
rende pin per
focaccia. Astiilfo dì struggi;
il imlazo <M
Atlaiitt", ripiglia l'Ippopifo,
e in |i"Misìi;ro per
Habiuano. Bta'lamiiEtu r
Rujcrfiioro rico lu'wiutisi, e
andàiirìo per liberare
tiii (giovane comlannato al
fuiK'O] rrivniiu a il un
raitello Elei canti
da Pontievo, ove quAtlro
iueiTit'i'i liaiitio il
carico lii spc;!
in re ogni
cavaliere cbe passi. Mentre
HupRÌtìro viene alle
iirt?t" con quelli,
Bra (lamante rkonosci? Pinal>ello
e lo instgue"
Sijnarrl&aì nel r azione
il Velo ite
euopre lo scudo
di Roggi ito,
i'. ì 40
altro cailono tramortiti. Rnfjgiero.
per vergogna, fretta
lo scudo in alt
puKiÈio, e HiTidamante,
che frattanto ha
ra;:giimto ed uccido iliaerfitlo Magai]es€
. perule la
traccia di Riiggioro, 1 Curtesi
doline, e (?Tate
al vostro amante
> Voi che (V
un .5olo amor
scie coutente, Comecliè certo
sia, fra tante
e tante, CLc rarissime
siate in questa
mente: Non vi dispiaccia
quel ch'io dissi
innante. Quando contra Gabrina
fui si ardente, E
s ancor son
per spendervi alcun
verso, Di lei biasmando
l'animo peiveiso. 2 Ella
era tale; e,
come imposto fammi chi
può in me,
non preterisco il
vero. Per questo io
non oscuro gli
cuor summi DI una
e d'un' altra ch'abbia
il cor sincero. Quel
che'l Maestro suo
per trenta nummi a' Giudei, non
nocque a Gianni
o a Piero; Nèd'Ipermestra è
la fama men
bella, Sebben di tante
inique era sorella. 3
Per una che
biasmar cantando ardisco (Che
r ordinata istoria
così vuole), Lodarne cento
incontra m'offerisco, E far
lor virtù chiara
più che'l sole. Ma
tornando al lavor
che vario ordisco, Ch'
a molti, lor
mercè, grato esser
suole, Del cavalier di
Scozia io vi
dicea, Ch'un alto grido
appresso udito avea. Fra
due montagne entrò
in un stretto
calle, Onde uscia il
grido; e non
fu molto innante, Che
giunse dove in
una chiasa valle Si
vide un cavalier
morto davante. Chi sia
dirò; ma prima
dar le spalle A
Francia voglio e
girmene in levante, Tanto eh'
io trovi Astolfo
paladino, Che per ponente
avea preso il
cammino. 5 Io lo
lasciai nellacittà crudele, Onde
col suon del
formidabil corno Avea cacciato
il popolo infedele, E
gran periglio toltosi
d'intorno; Ed a' compagni'
fatto alzar le
vele, E dal lito
fuggir con grave
scorno. Or seguendo di
lui, dico che
prese La via d'Armenia,
e uscì di
quel paese. 6 E
dopo alquanti giorni
in Natòlia Trovossi, e
inverso Bursia il
cammin tenne: Onde, continuando
la sua via Di
qua dal mare,
in Tracia se
ne venne. Lungo il
Danubio andò per
l'Ungaria; E, come avesse
il suo destrier
le penne, I Moravi
e i Boemi
passò in meno Di
venti giorni, e
la Franconia e
il Reno. 7 Per
la selva d'Ardenna
in Aquisgrana Giunse e
in Brabante, e
in Fiandra alfin
s'imbarca. L'aura che soffia
verso tramontana, La vela
in guisa in
su la prora
carca, Ch'a mezzo giorno
Astolfo non lontana Vede
Inghilterra, ove nel
lito varca. Salta a
cavallo, e in
tal modo lo
punge, Ch'a Londra quella
sera ancora giunge. 8
Quivi sentendo poi
chel vecchio Otone Già
molti mesi innanzi
era in Parigi
" E che di
nuovo quasi ogni
barone Avea imitato i suoi degni
vestigi; D'andar subito in
Francia si dispone, E
cosi torna al
porto di Tamigi; Onde
con le vele
alte uscendo fuora, Verso
Calessio fé' drizzar
la prora. 9 Un
ventolin che, leggermente
all' orza Ferendo, avea
adescato il legno
all'onda, A poco a
poco cresce e
si rinforza; Poi vien
si, ch'ai nocchier
ne soprabbonda Che gli
volti la poppa
alfine è forza; Se
non, gli caccerà
sotto la sponda. Per
la schena del
mar tien dritto
il legno, E fa
cammin diverso al
suo disegno. 10 Or
corre a destra,
or a sinistra
mano, Di qua di
là, dove fortuna
spinge; E piglia terra
alfin presso a Roano;
E come
prima il dolce
lito attinge, Fa rimetter
la sella a
Rabicano, E tutto s'arma,
e la spada
si cinge; Prende il
cammino, ed ha
seco quel corno Che
gli vai più
che mille uomini
intorno. 11 E giunse,
traversando una foresta, Appiè d'un
colle ad una
chiara fonte, Neil' ora che
'1 monton di
pascer resta, Chiuso in
capanna, o sotto
un cavo monte; E
dal gran caldo
e dalla sete
infesta Vinto, si trasse
1' elmo dalla
fronte; Legò il destrier
tra le più
spesse fronde, E poi
venne per bere
alle fresche onde. 12
Non avea messo
ancor le labbra
in molle, Ch'un villanel
che v'era ascoso
appresso, Sbuca fuor d'una
macchia, e il
destrier toUe, Sopra vi
sale, e se
ne va con
esso. Astolfo il rumor
sente, e '1
capo estolle; E poi
che 'i danno
suo vede si
espresso, Lascia la fonte,
e sazio senza
bere. Gli va dietro
correndo a più
potere. 13 Quel ladro
non si stende
a tutto corso; Che
dileguato si saria
di botto:Ma or
lentando or raccogliendo
il morso, Se ne
va di galoppo
e di buon
trotto. Escon del bosco
dopo un gran
discorso; E l'uno e
l'altro alfin si
fu ridotto Là dove
tanti nobili baroni Eran
senza prìgion più
che prigioni. 14 Dentro
il palagio il
villanel si caccia Con
quel destrier che
i venti al
corso adegua. Forza è ch Astolfo,
il qual lo
scado impaccia, L elmo
e V altre
arme, di lontan
lo segua. Pur giunge
anch' egli; e tutta
quella traccia Che fin
qui avea seguita,
si dilegua; Che più
né Rahican nè'l
ladro vede, E gira
gli occhi, e
indamo affretta il
piede: 20 Ruggier, Gradasso,
Iroldo, firadamante, Brandimarte, Prasildo,
altri guerrieri In questo
nuovo error si
fero innante, Per distruggere
il duca accesi
e fieri. Ma ricrdossi
il corno in
quello istante, Che fé
loro ahhassar gli
animi altieri. Se non
si soccorrea col
grave suono, Morto era
il paladin senza
perdono. 15 Aff'retta il
piede, e va
cercando invano E le
logse e le
camere e le
sale; Ma per trovare
il perfido villano. Di
sua fatica nulla
si prevale. Non sa
dove ahhia ascoso
Rabicano, Quel suo veloce
sopra ogni animale; E
senza frutto alcun
tutto quel giorno Cercò
di su, di
giù, dentro e
d'intorno. 16 Confuso e
lasso d'aggirarsi tanto, S' avvide che
quel loco era
incantato; E del libretto
eh' avea sempre accanto, Che
Logi stilla in India
gli avea dato, Acciò
che, ricadendo in
nuovo incanto, Potesse aitarsi,
si fu ricordato:All' indice ricorse,
e vide tosto A
quante carte era
il rimedio posto. 17
Del palazzo incantato
era diffuso Scritto nel
libro; e v'eran
scritti i modi Di
fare il mago
rimaner confuso, E a
tutti quei prigion
disciorre i nodi. Sotto
la soglia era
uno spirto chiuso, Che
facea quest' inganni
e queste frodi:E
levata la pietra
ov'è sepolto. Per lui
sarà il palazzo
in fumo sciolto. 18
Desideroso di condurre
a fine Il paladin
sì gloriosa impresa, Non
tarda più chei
braccio non inchine A
provar quanto il
grave marmo pesa. Come
Atlante le man
vede vicine Per far
che l'arte sua
sia vilipesa. Sospettoso di
quel che può
avvenire, Lo va con
nuovi incanti ad
assalire. 19 Lo fa
con diaboliche sne
larve Parer da quel
diverso, che solca. Gigante ad
altri, ad altri
un villan parve, Ad
altri un cavalier
di faccia rea. Dgnuno
in quella forma
in che gli
apparve bosco il mago,
il paladin vedea: Si
che per riaver
quel che gli
tolse Il mago, ognuno
al paladin si
volse. Stanza 4. 21 Ma
tosto che si
pon quel corno
a bocca, E fa
sentire intomo il
suono orrendo, A guisa
dei colombi, quando
scocca Lo scoppio, vanno
i cavalier fuggendo. Non
meno al negromante
fuggir tocca. Non men
fuor della tana
esce temendo Pallido e
sbigottito, e se
ne slunga Tanto, che
'l suono orribil
non lo giunga. ORLANDO fumoso. 12
Pug il gaardian
co 'suoi prigioni;
e dopo Delle stalle
fuggir molti cavalli, Ch'altro che
fune a ritenerli
era uopo, E seguirò
i patron per
vari calli. In casa
non restò gatta
né topo Al suon
che par che
dica: Dalli, dàlb. Sarebbe
ito con gli
altri Rabicano; Se non
eh' all'uscir venne al
duca in mano. stanza
24. 25 Non so
se vi ricorda
che la briglia Lasciò attaccata
all'arbore quel giorno; Che
nuda da Ruggier
spari la figlia Di
Galafrone, e gli
fé' l'alto scorno. Fé il
volante destrier, con
maraviglia Di chi lo
vide, al mastro
suo ritorno; E con
lui stette infin
al giorno sempre, Che
dell'incanto fur rotte
le tempre. 26 Non
potrebbe esser stato
più giocondo D'altra avventura
Astolfo, che di
questa; Ch' è per
cercar la terra
e il mar,
secondo Ch' avea desir,
quel ch a
cercar gli resta, E
girar tuttx) in
pochi giorni il
mondo, Troppo venia questo
Ippogrifo a sesta. Sapea
egli ben quanto
a portarlo era
atto: Che l'avei altrove
assai provato in
fatto. 27 Quel giorno
in India lo
provò, che tolto Dalla
savia Melissafudi mano A
quella scellerata, che
travolto Gli avea in
mirto silvestre il
viso umano; E ben
vide e notò
come raccolto Gli fu
sotto la brìglia
il capo vano Da
Logistilla, e vide
come instmtto Fosse Ruggier
di farlo andar
per tatto. 28 Fatto
disegno l'Ippogrifo torsi, La
sella sua, ch'appresso
avea, gli messe; E
gli fece, levando
da più morsi Una
cosa ed un'
altra, un che
lo resse; Che dei
destrier eh' in
fuga erano corsi, Quivi
attaccate eran le
briglie spesse. Ora un
pensier di Rabicano
solo Lo fa tardar
che non si
leva a volo. 23
Astolfo, poi ch'ebbe
cacciato il mago. Levò
di su la
soglia il grave
sasso, E vi ritrovò
sotto alcuna immago, Ed
altre cose che
di scriver lasso: E
di distrugger quello
incanto vago, Di ciò
che vi trovò,
fece fracasso, Come gli
mostra il libro
che far debbia; E
si sciolse il
palazzo in fumo
e in nebbia. 24
Quivi trovò che
di catena d'oro Di
Ruggiero il cavallo
era legato:Parlo di
quel che'l negromante
moro Per mandarlo ad
Alcina gli avea
dato: A cui poi
Logistilla fé il
lavoro Del freno, ond'era
in Francia ritornato, E
girato dall'India all'Inghilterra Tutto avea
il lato destro
della terra. 29 D'amar
quel Rabicano avea
ragione; Che non v'era
un miglior per
correr lancia, E l'avea
dall' estrema regione
Dell'India cavalcato insin
in Francia. Pensa egli
molto; e in
somma si dispone Dame
piuttosto ad un
suo amico mancia, Che,
lasciandolo quivi in
su la strada. Se
l'abbia il primo
eh' a passarvi accada. 30
Stava mirando se
vedea venire Pel bosco
0 cacciatore o
alcun villano, Da cui
far si potesse
indi seguire A qualche
terra, e trarvi
Rabicano. Tutto quel giorno,
e sin all' apparire Dell'altro, stette
riguardando invano. L'altro mattin,
eh' era ancor
l'aer fosco, Veder gli
parve un cavalier
pel bosco. Stanza 12. 31
Ma mi bisogna,
so vo' dirvi il
resto, ChMo trovi Roggier
prima e Bradamante. Poi che
si tacque il
corno e che
da questo Loco la
bella coppia fu
distante, Guardò Ruggiero, e
fu a conoscer
presto Quel che fin
qui gli avea
nascoso Atlante:Fatto avea
Atlante che fin
a quell'ora Tra lor
non s'eran conosciuti
ancora. 32 Ruggier riguarda
Bradamante, ed ella Riguarda
lui con alta
maraviglia, Che tanti dì
l'abbia offuscato quella Illusì'on sì
l'animo e le
ciglia. Ruggiero abbraccia la
sua donna bella, Che
più che rosa
ne divien vermiglia; E
poi di su la bocca
i primi fiori Cogliendo vien
dei suoi beati
amori. 33 Tornano
ad iterar gli
abbracciamenti Mille fiate, ed
a tenersi stretti I
duo felici amanti,
e si contenti, Ch'appena i
gandj lor capìano
i petti Molto lor
dnol che per
incantamenti, Mentre che far
negli errabondi tetti, Tra
lor non s' eran
mai riconosciuti, E tanti
lieti giorni eran
perduti. 34 Bradamante, disposta
di far tutti I
piaceri che far
vergine saggia Debbia ad
un suo amator,
sì che di
lutti, Senza il suo
onore offendere, il
sottraggia; Dice a Ruggier,
se a dar
gli ultimi frutti Lei
non vuol sempre
aver dura e
selvaggia, La faccia domandar
per buoni mezzi Al
padre Amon; ma
prima si battezzi. 35
Kuggier, che tolto
avria non solamente Viver cristiano
per amor di
questa. Compera stato il
padre, e antiquamente L'avolo e
tutta la sua
stirpe onesta; Ma, per
farle piacere, immantinente Data le
avria la vita
che gli resta: Nonché
neir acqua, disse,
ma nel fuoco Per
tuo amor porre
il capo mi
fia poco. 39 Amando
una gentil giovane
e bella, Ohe di
Marsilio re di
Spagna è figlia, Sotto
un vel bianco
e in femminil
gonnelk, Finta la voce
e il volger
delle ciglia. Egli ogni
notte si giicea
con quella, Senza dame
sospetto alla famiglia: Ma
sì secreto alcuno
esser non paote, Ch'ai
lungo andar non
sia chi'l YeggA
e note. 40 Se
n'accorse uno, e
ne parlò con
dui; Li dui con
altri, insin ch'ai
re fu detto. Venne
un fedel del
re l'altr' ieri
a nai, Che questi
amanti fé pigliar
nel letto; E nella
rocca gli ha
fatto ambedoi Divisamente chiudere
in distretto:Né credo
per tutto oggi
ch'abbia spazio Il gioven,
che non mora
in pena e
in strazio. 41 Fuggita
me ne son
per non vedere Tal
crudeltà; che vivo
l'arderanno:Né cosa mi
potrebbe più dolere, '
Che &ccia di
sì bel giovine
il danno. Né potrò
aver giammai tanto
piacere, Che non si
volga subito in
affanno, Che della crudel
fiamma mi rimembri, Ch'abbia arsi i belli
e delicati membri. 36
Per battezzarsi dunque,
indi per sposa La
donna aver, Ruggier
si messe in
via, Guidando Bradamante a
Vallombrosa (Cosi fu nominata
una badia Ricca e
bella, né men
religiosa, E cortese a
chiunque vi venia); E
trovaro all'uscir della
foresta Donna che molto
era nel viso
mesta. 42 Bradamante ode,
e par ch'assai
le premi Questa novella,
e molto il
cor l'annoi; Né par
che men per
quel dannato tema, Che
se fosse uno
dei fratelli suoi. Né
certo la paura
in tutto scema Era
di causa, come
io dirò poi. Si
volse ella a
Ruggiero, e disse:
Parme Ch'in favor di
costui sien le
nostr'arme. 37 Ruggier, che
sempre uman, sempre
cortese Era a ciascun,
ma più alle
donne molto, Come le
belle lacrime comprese Cader rigando
il delicato volto, N'ebbe
pietade, e di
disir s'accese Di saper il
suo affanno; ed
a lei vólto, Dopo
onesto saluto, domandolle Perch'avea sì
di pianto il viso molle. 38
Ed ella, alzando
i begli umidi
rai, Umanissimamente gli rispose; E
la cagion de' suoi
penosi guai. Poiché le
domandò, tutta gli
espose. Gentil signor, dissocila,
intenderai Che queste guance
son si lacrimose Per
la pietà eh'
a un giovinetto
porto, Ch'in un caste!
qui presso oggi
fia morto. 43 E
disse a quella
mesta: Io ti conforto Che
tu vegga di
porci entro alle
mura: Che se '1
giovine ancor non
avran morto, Più non
l'uccideran; stanne sicura. Ruggiero, avendo
il cor benigno
scorto Della sua donna
e la pietosa
cura. Sentì tutto infiammarsi
di desire Di non
lasciar il giovine
morire. 44 Ed alla
donna, a cui
dagli occhi cade Un
rio di pianto,
dice: Or che
s'aspetta? Soccorrer qui, non
lacrimare accade:Fa eh'
ove é questo
tuo, pur tu
ci metta. Di mille
lance trar, di
mille spade Tel promettiam,
purché ci meni
in fretta: Ma studia
il passo più
che puoi, che
tarda Non sìa l'aita,
e intanto il
fuoco l'arda. 45 L' alto
parlare e la
fiera sembiauza Di quella
coppia a maravigli
v ardita, Ebbon di
tornar forza la
speranza Colà dond'era già
tetta fuggita. Ma perch' ancor,
piìt che la
lontananza, Temeva il ritrovar
la via impedita, E
che saria per
questo indarno presa, Stava
la donna in
sé tutta sospesa. 46
Poi disse lor:
Facendo noi la via
Che dritta e
piana va fin
a quel loco, Credo
eh a tempo vi
si giungerla, Che non
sarebbe ancora acceso
il fooco. Ma gir
convien per cosi
tòrta e ria, Che
U termine di
un giorno saria
poco A riuscirne; e
quando vi saremo. Che
troviam morto il
giovine mi temo. 47
£ perchè non
andiam, disse Ruggiero, Per
la più corta?
E la donna
rispose:Perchè un Castel
de conti da
Pontiero Tra via si
trova, ove un
costume pose, Non son
tre giorni ancora,
iniquo e fiero A
cavalieri e a
donne avventurose,
Pinabello, il peggior
uomo che viva, Figliuol del
conte Anselmo d'Altariva. 48 Quindi
uè cavalier uè
donna passa, Che se
ne vada senza
ingiuria e danni. L'uno
e T altro a
pie resta; ma
vi lassji Il guerrier
Tarme, e la
donzella i panni. Miglior cavalier
lancia non abbassa, E
non abbassò in
Francia già molt
anni, Di quattro che
giurato hanno al
castello La legge mantener
di Pinabello. 49 Come
l'usanza, che non
è pii\ antiqua Di
tre dì, cominciò,
vi vo' narrare; E
sentirete se fu
dritta o obliqua Cagion che
i cavalier fece
giurare. Pinabello ha una
donna così iniqua. Così
bestiai, eh' al
mondo è senza
pare; Che con lui,
non so dove,
andando un giorno, Ritrovò un
cavalier che le
fé' scorno. 50 11
cavalier, perchè da lei beffato Fu
d'una vecchia che
portava in groppa, Giostrò con
Pinabel, eh' era
dotato Di poca forza,
e di superbia
troppa:Ed abbattello, e
lei smontar nel
prato . Fece, e
provò s' andava dritta
o zoppa:Lasciolla a
piede, e fé'
della gonnella Di lei
vestir l'antiqua damigella. 51
Quella eh' a pie
rimase, dispettosa, E di
vendetta ingorda e
sitibonda, Congiunta a Pinabel,
che d'ogni cosa, Dove
sia da mal
far, ben la seconda,
Né giorno mai,
né notte mai
riposa; E dice che
non fia mai
più gioconda Se mille
cavalieri e mille
donne Non mette a
piedi, e lor
tolle arme e gonne.
52 Giunsero il
di medesmo, come
accade, Quattro gran cavalieri
ad un suo
loco. Li quai di
rimotissime contrade Venuti a
queste parti eran
di poco; Di tal
valor, che non ha nostra
etade Tant' altri buoni al
bellicoso gioco: Aquilante, Grifone
e Sansonetto, Ed un
Guidon Selvaggio giovinetto. 53 Pinabel
con sembiante assai
cortese Al Castel ch'io
v'ho detto li
raccolse. La notte poi
tutti nel letto
prese, E presi tenne;
e prima non
gli sciolse. Che li
fece giurar eh' un
anno e un
mese (Questo fu appunto
il termine che
tolse) Stanano quivi, e
spoglieiebbon quanti Vicapitasson cavalieri
erranti; 54 E le
donzelle ch'avesson con
loro, Porriano a piedi,
e torrian lor
le vesti. Così giurar,
cosi constretti foro Ad
osservar, benché turbati
e mesti. Non par
che fin a
qui centra costoro Alcun
possa giostrar, eh'
a pie non
resti:E capitati vi
sono infiniti, Ch'a pie
e senz'arme se
ne son partiti. 55
É ordine tra
lor, che chi
per sorte Esce fuor
prima, vada a
correr solo; Ma se
trova il nemico
così forte, Che resti
in seUa, e
getti lui nel
suolo. Sono obbligati gli
altri infino a
morte Pigliar l'impresa tutti
in uno stuolo. Vedi
or, se ciascun
d'essi é cosi
buono Quel eh' esser
de', se tutti
insieme sono. 56 Poi
non conviene all'importanzia nostra, Che
ne vieta ogni
indugio, ogni dimora, Che
punto vi fermiate
a quella giostra:E
presuppongo che vinciate
ancora. Che vostr'alta presenzia
io dimostra; Ma non é cosa
da fare in
un'ora: Ed é gran
dubbio che'l giovine
s'arda. Se tutt'oggi a
soccorrerlo si tarda. 67
Disse Ruggier: Non
riguardiamo a questo; Facciam nui
quel che si
può far per
uni; Abbia chi regge
il ciel cura
del resto, 0 la
fortuna, se non
tocsa a lui. Ti
fi per questa
giostra manifesto Se buoni
siamo d aiutar
colui Che per cagion
si debole e
sì lieve, Come n'hai
detto, oggi bruciar
si deve. 58 Senzarisponder altro,
la donzella Si messe
per la via
ch'era più corta. Più
di tre miglia
non andar per
quella, Che si trovar(c)
al ponte ed
alla porta si perdon
V arme e
la gonnella, E della
vita gran dubbio
si porta. Al primo
apparir lor, di
su la rocca, É
chi duo botti
la campana tocca. 59
Ed ecco della
porta con gran
fretta, Trottando s' un ronzino,
un vecchio uscio; E
quel venia gridando: Aspetta, aspetta; Restate olà,
che qui si paga
il fio; E se
V usanza non
v' è stata
detta, Che qui si
tiene, or ve
la vo' dir
io:E contar loro
incominciò di quello Costume che
servar fa Pinabello. 60
Poi seguitò, volendo
dar consigli, Com'era usato
agli altri cavalieri: Fate spogliar
la donna, dicea,
fiorii, E voi l'arme
lasciateci e i
destrieri; E non vogliate
mettervi a perigli D'andare incontra
a tai quattro
guerrieri. Per tutto vesti,
arme e cavalli
s' hanno: La vita sol
mai non ripara
il danno. 61 Non
più, disse Ruggier,
non più; ch'io
sono Del tutto informatisimo: e qui
venni Per far prova
di me, se
cosi buono In fatti
son, come nel
cor mi tenni. Arme,
vesti e cavallo
altrui non dono; S'altro
non sento che
minacce e cenni, E
son ben certo
ancor, che per
parole Il mio compagno
le sue dar
non vuole. 62 Ma,
per Dio, fa
ch'io vegga tosto
in fronte Quei che
ne voglion tórre
arme e cavallo; Ch'abbiamo da
passar anco quel
monte, E qui non
si può far
troppo intervallo. Rispose il
vecchio: Eccoti fuor
del ponte Chi vien
per farlo: e
non lo disse
in fallo; Ch'un cavalier
n'uscì, che sopravveste Vermiglie avea,
di bianchi fior
conteste. 63 Bradamante pregò
molto Ruggiero, Che le
lasciasse in cortesia
l'assunto Di gittar della
sella il cavaliero, Ch'avea di
fiori il bel
vestir trapunto; Ma non
potè impetrarlo, e
fu mestiero A lei
far ciò che
Ruggier volse a
punto. volse l'impresa tutta
avere, E Bradamante si
stesse a vedere. 64
Ruggiero al vecchio
domandò chi fosse Questo
primo ch'uscia fuor
della porta. È Sansonetto,
disse; che le
rosse Veste conosco, e
i bianchi fior
che porti L'uno di
qua, l'altro di
là si mosse parlarsi, e
fu l'indugia corta; Che
s' andare a trovar
coi ferri bassi, Molto
affrettando i lor
destrieri i passi. 65
In questo mezzo
della rocca usciti Eran
con Pinabel molti
pedoni, Presti per levar
l'arme ed espediti Ai
cavalier ch'uscian fuor
degli arcioni. incontra i
cavalieri ardici, Fermando in su le
reste i gran
landooi. Grossi duo palmi,
di nativo cerro, Che
quasi erano uguali
insino al ferro. 66
Di tali n'avea
più d'una decina Fatto
tagliar di su
lor ceppi vivi Sansonetto a una selva
indi vicina, E portatone
duo per giostrar
quivi. Aver scudo e
corazza adamantina Bisogna ben,
che le percosse
schivi. L'uno a Ruggier,
l'altro per sé
ritenne. 67 Con questi,
che passar dovean
gì' ineadi (Sì ben
ferrate avean le
punte estreme), Di qua
e di là
fermandoli agli scudi, Quel
di Ruggiero, che
i demonj ignudi Fece
sudar, poco del
colpo teme: Dello scudo
vo'dir che fece
Atlante, Delle cui forze
io v'ho già
detto innante. L'incantato splendor
negli occhi fere, Ch'ai
discoprirsi ogni veduta
ammorza, E tramortito l'uom
fa rimanere: Perciò, s'un
gran bisogno non lo
sfona, D'un vel
coperto lo solea
tenere. Si crede eh' anco
impenetrabil fosse, Poich'a questo
incontrar nulla si
mosse. Il gravissimo colpo
non sofferse. loco al
ferro, e pel
mezzo s'aperse; Die loco
al ferro, e
quel trovò di
sotto braccio ch'assai mal si ricoperse; Si
che ne fu
ferito Sansonetto, della sella
tratto al suo
dispetto. 70 E q,uesto
il primo fu
di quei compagni Che
quivi mantenean l'usanza
fella, Convien chi ride,
anco talor si lagni,
La giustizia di
Dio, per dargli
quanto Che seco cadde,
anzi il suo
buon destino; E trassene,
credendo nello speco fosse
sepolta, il destrier
seco. Bradamante conosce il
suo cavallo, E conosce
per lui l'iniquo
conte; E poi eh'
ode la voce,
e vicino hallo Con
maggior attenzion mirato
in fronte: Che procacciò
di farmi oltraggio
ed onte; Ecco il
peccato suo, che
l'ha condutto Ove avrà
de' suoi merti il
premio tutto. II minacciare
e il por mano alla
spada tutto a un
tempo, e lo
avventarsi a quello; Ma
innanzi tratto gli
levò la strada. non
potè fuggir verso
il castello. è la
speme eh' a salvar
si vada. Come volpe
alla tana, Pinabello. gridando, e
senza mai far
testa, Fuggendo si cacciò
nella foresta. Pallido e
sbigottito il miser
sprona, Cbè posto ha nel
fuggir P ultima
speme. L'animosa donzella di
Dordona Gli ha il
ferro ai fianchi,
e lo percuote
e preme: Yien con
lui sempre, e
mai non Tabbandona. Grande è
il mmore, e
il bosco intorno
geme. Nulla al Castel
di questo ancor
s'intende, Però ch'ognuno a
Ruggier solo attende. 76
Gli altri tre
cavalier della fortezza Intanto eran
usciti in su
la yia; Ed aveàu
seco quella mala
avvezza, Che v'avea posta
la costuma ria. ciascun
di lor tre,
che '1 morir
prezza Più eh' aver
vita che con
biasmo sia, Di vergogna
arde il viso,
e il cor
di duolo, Che tanti
ad assalir vadano
un solo. 77 La
crudel meretrice ch'avea
fatto Por quella iniqua
usanza, ed osservarla, Il giuramento
lor ricorda e
il patto Ch' essi
fatti l'avean, di
vendicarla. Se sol con
questa lancia te
gli abbatto, mi vuoi
con altre accompagnarla? Cosi dicea
Grifon, cosi Aquilante: Giostrar da
sol a sol
volea ciascuno, La donna
dicea loro: A
che far tante Parole
qui senza profitto
alcuno? tórre a colui
l'arme io v'ho
qui tratti, per far
nuove leggi e
nuovi patti. escuse, e
non ora, che
son tarde:Voi dovete
il preso ordine
servarme, vostre lingue far
vane e bugiarde. Ruggier gridava
lor: Eccovi l'arme, panni della
donna eccovi ancora:,
eh' a forza
si spiccaro insieme, Dinanzi apparve
V uno e
l'altro seme Del marchese
onorato di Borgogna; a
lor dietro con
poco intervallo. 81 Con
la medesim' asta, con
che avea Atlante aver
sui monti di
Pirene: 82 Benché sol
tre fiate bisognolli, deir Orca
alle marine spume, fu
a chi la
campò poi cosi
cruda. 83 Fuorché queste
tre volte, tutto
1 resto tenea sotto
un velo in
modo ascoso, a discoprirlo
esser potea ben
presto, Che del suo
aiuto fosse bisognoso. Quivi alla
giostra ne venia
con questo, Come io
v' ho detto
ancora, si animoso, Ruggier scontra
Grifone ove la
penna Dello scudo alla
vista si congiunge. Quel di
cader da ciascun
lato accenna. Ed alfin
cade, e resta
al destrier lunge. Mette
allo scudo a
lui Grifon l'antenna; Ma
pel traverso e
non pel dritto
giunge: E perchè lo
trovò forbito e
netto, . L'andò strisciando,
e fé' contrario
effetto, 85 Ruppe il
velo e squarciò,
che gli copria Lo
spaventoso ed incantato
lampo. Al cui splendor
cader si convenia Con
gli occhi ciechi,
e non vi
s'ha alcun scampo. Aquilante, eh' a
par seco venia,, Stracciò l'avanzo,
e fé lo scudo
vampo. Lo splendor feri
gli occhi ai
duo fratelli, Ed a Guidon
che correa dopo
quelli. 86 Chi di
qua, chi di là cade
per terra:Lo scudo
non pur lor
gli occhi abbarbaglia, Ma fa
che ogn' altro senso
attonito erra. Ruggier, che
non sa il
fin della battaglia, il
cavallo; e nel
voltare afferra La spada
sua, che si
ben punge e taglia:
E nessun
vede che gli
sia all'incontro; Che tutti
eran caduti a
quello scontro. 87 I
cavalieri, e insieme
quei eh a piede Erano
asciti, e cosi
le donne anco, E
non meno i
destrieri in guisa
vede, Che par che
per morir battano
il fianco. Prima si
maraviglia, e poi s
avvede Che U velo
ne pendea dal
lato manco:Dico il
velo di seta,
in che solca Chiuder
la luce di
quel caso rea. 88
Presto si volge;
e nel voltar,
cercando ' gli occhi
va T amata sna
guerriera; vien là dove
era rimasa quando La
prima giostra cominciata
s'era. Pensa ch'andata sia,
non la trovando, vietar che
quel giovine non
pera, dubbio ch'ella ha
forse che non
s'arda In questo mezzo
eh' a giostrar
si tarda. 89 Fra
gli altri che
giacean vede la
donna, La donna che
l'avea quivi guidato. Dinanzi se
la pon, sì
come assonna, manto eh'
essa avea sopr&
la gonna, Poi ricoperse
lo scudo incantato; E
i sensi riaver
le fece tosto Che'l
nocivo splendore ebbe
nascosto. 90 Via se
ne va Ruggier
con faccia rossa, Che,
per vergogna, di
levar non osa:Gli
par ch'ognuno improverar
gli possa Quella vittoria
poco gloriosa. Ch' emenda
poss' io fare,
onde rimossa Mi sia
una colpa tanto
obbrobriosa? Che ciò eh'
io vinsi mai,
fu per favore, Diran, d'incauti,
e non per
mio valore. btanza 86 l
Mentre cosi pensando
seco giva. Venne in
quel che cercava
a dar di
cozzo; Ghè'n mezzo della
strada soprarriva Dove profondo
era cavato un
pozzo. Quivi l'armento alla
caldi ora estiva Si
ritraea, poi eh' avea
pieno il gozzo. Disse
Ruggiero; Or provveder
bisogna, Che non mi
facci, o scudo,
più vergogni. 92 Più
non starai tu
meco; e questo
sia L'ultimo biasmo e' ho
d'averne al monio. Così
dicendo, smonta nella
via:Piglia una grossa
pietra e di
gran pondo, E la
lega allo scudo,
ed ambi invia l'alto
pozzo a ritrovarne
il fondo: E dice: Costà
giù statti sepulto, E
teco stia sempre
il mio obbrobrio occulto. 93 II
pozzo è civo,
e pieno al sommo d'acque: Grieve è
lo scudo, e
quella pietra grieve. Non
si fermò finché
nel fondo giacque: Sopra si
chiuse il liquor
molle e lieve. Il
nobil atto e
di splendor non
tacque E di rumor
n' empì, sonando
il corno, E Francia
e Spagna, e
le provincie intorno. 94
Poi che di
voce in voce
si fé questa Strana
avventura in tutto
il mondo nota, Molti
guerrier si misero
all'inchiesta E di parte
vicina e di
remota: Ma non sapean
qual fosse la
foresta. Dove nel pozzo
il sacro scudo
nuota; Che la donna
che fé' l'atto
palese, Dir mai non
volse il pozzo
né il paese. Al
partir che Ruggier
fé' dal castello, Dove avea
vinto con poca
battaglia; Che i quattro
gran campion di
Pinabelio Fece restar com'r omini
di paglia; Tolto lo
scudo, avea levato
quello Lume che gli
occhi e gli
animi abbarbaglia: E quei
che giaciuti eran
come morti Pieni
di meraviglia eran
risorti. Altro fra lor,
che dello strano
caso; E come fu
che ciascun d'essi
a quella Orribil luce
vinto era rimaso. Mentre parlan
di questo, la
novella Vien lor di
Pinabel giunto all' occaso:Che Pinabelio
è morto hanno
l'avviso; Ma non sanno
però chi l'abbia
ucciso. 97 L'ardita Bradamante
in questo meso Giunto
avea Pinabelio a
un passo stretto: E cento volte gli
avea fin a
mezzo Messo il brando
pei fianchi e
per lo petto. Tolto
ch'ebbe dal mondo
il pozzo el
]ez7o Che tutto intomo
avea il paese
infetto, Le spille al
bosco testimonio volse Con
quel destrier che
già il fellon
le tolse. 9Ì Volse
tornar dove lasciato
avea Rnggier; né seppe
mai trovar la
strada. Or per vaHe
or per monte
s'avrolgea: Tutta quasi cercò
quella contrada. Non volse
mai la sua
fortuna rea, Che via
trovasse onde a
Ruggier si vada. Quest'altro Canto
ad ascoltare aspetto Chi
dell'istoria mia prende
diletto. NOTE. ST. 2. V.56.
Nummi j Danari (lat.). St.
2. V.7. Ipermestra: la sola delle cinquanta Danaidi, sorelle,
che non svenasse
il marito nella
prima notte delle nozze. St.
6. V.18. Natòlia: V
Asia Minore, detta
oggi Anatolia. Bursia, denominata
altresì Bursa o
Brusa, e in antico
Prusa, città situata
alle falde deirOlimpo: fu in
tempo sede dei
re di Bitinia,
ed avanti la
presa di Costantinopoli era la capitale
dell'impero ottomano. Franconia
fu detto già
un i"aese della
Germania, che ora fa
parte del Baden
e del Viirtemberg.
Prese il nome dai
Franchi. St. 7. V.1.
Per la selva
d Ardenna. Tale
era il nome di una selva,
altre volte estesissima,
ma ora con siderevolmente diminuita, in
una parte della
Gallia Belgica, tra la
Sciampagna e la
Fiandra. Agtiisgrana, Aix la
Chapelle. St. 8. V.8.
Caìessio, Calais. Altrove
l'Ariosto lo chiama Calesse. St.
9. V.67. Caererà
sotto la sponda: caccerà sott'acqua V
estremità, ossia la
prjra del naviglio.
Per la schena
del mar, ecc.
Percorre col navislio
b lunghezza del canale
marittimo, perchè noi
pud attra versare. St. 10.
v.34. Roano: Rouen, città
di Normanfia St. 13.
V.5. Discorso: qui
corso, corsa. St. 23.
V.6. a sesta: opportanamente. St. 27.
V.6 VanOt qni
Vaneggiamento, Sfrenatou St. 33.
V.6. Errabondi, qui
fcUlaeL St. 72. V.3.
SeH vi raccorda: Se
ve lo ricordate. St. 79.
V.6. Barde, bardature. St. 82.
V.3. Dai regni
molli: regni dell'effemi natezza e della
lascivia St. 85. V.6.
Fé lo scudo
vampo: lo scudo
rìfdse d'improvviso splendore.
St. 94.
y. 6. Sacro
Il poeta chiama
sacro lo scado d'Atlante, come
altrove Tanello d'AngeUca" perché
tatti e due incantati. 6. nratlmmante s'inponna
in Ashilfo, i !m
fJnpf> ivevle nfH dalo
HiLù'nno, part' i\W
IppOivif'V Bniiìciinanti va ii;
Moi]t:ill"ahO, ii rrntìemìci
Riifrjuro in Vnllomlu'osa ffli maiiila.
ppi mia stisdamìs
Ha Pi''Hitìii!t rictameiite,
Nf'l fammìiirì ]a
ilnmigt'na trova Rodomrute vUi: Ui
Uì'\w il l'avallo.
>;eiliiiia e (Jabrinfv
iijiiioiio ad Al lai!
va, rlstpllo dtìì
ionli da Poh
ti ero, dove
la uialirm veci' Ina aiiiusa
Zei Inno "Idia
uccisione di Pi iviljelk];
e linnorciJtc Cftvaluricj
li condotto a
moiire. Arriva quivi ndixndo
con Isabelhi . lileia
Zibino e ;;li restittiisi'u
ramante. Soiirafjgiunffe SfaiidrÌL'ai'rlo r'iin Lìiivalìce:
il paladino combsittf
col prifaiiOT ' Ja
pirpiii t> intsfiTorta
da nn acc
niente. Ha ni]
ritardo tS trajiottarn aititi
ve dal proprio
cavallo: Orlando ca piU
al luogo che
fu dimom d
Anjflita e di
Medoix), tid ivi L;rni]i[U'la
a iH'rdci'f il
Menno. Stuiiii uijiinii iiovfire
Itmi; cliè raiìe Volte
il ben far
senfi il jìuo
pifniin fi:i; H se
]mr Etu? almen
nou te ne
ai:caU{.' Morte, né danno,
né ignominia ria. Ohi
nuoce altrui, tardi
0 per tempo
cade Il debito a
scontar, che non
s'obblia. Dice il proverbio,
eh' a trovar
si vanno Gli uomini
spesso, e i
moLti fermi stanno. 2
Or vedi quel
eh' a Pinabello avviene Per
essersi portato iniquamente: È giunto
in somma alle
dovute pene, Dovute e
giuste alla sua
ingiusta mente. Veder patire
a torto uno
innocenteSalvò la donna;
e salverà ciascuno Che
d'ogni fellonia viva
digiuno. 3 Credette Pinabel
questa donzella Già d'aver
morta, e colà
giù sepulta; Né la
pensava mai veder,
non ch'ella Gli avesse
a tor degli
error suoi la
multa. Né il ritrovarsi
in mezzo le
castella Del padre, in
alcun util gli
risulta. Quivi Altaripa era
tra monti fieri Vicina
al tenitorio di
Pontieri. 4 Tenea quell'Altaripa il
vecchio conte Anselmo, di eh' uscì
questo malvagio, Che, per
fuggir la man
di Chiaramonte, D'amici e
di soccorso ebbe
disagio. La donna al
traditore appiè d'un
monte Tolse l'indegna vita
a suo grand'agio;Che d'altro
aiuto quel non
si provvede, <ie d'alti
gridi e di
chiamar mercede. 5 Morto
ch'ella ebbe il
falso cavaliero, Che lei
voluto avea già
porre a morte, Volse
tornare ove lasciò
Ruggiero; Ma non lo
consentì sua dura
sorte, Che la fé
traviar per un
sentiero Che la portò
dov' era spesso
e forte, Dove più
strano e più
solingo il bosco, Lasciando il sol già
il mondo all'aer
fosco. 6 Né sappiendo
ella ove potersi
altrove La notte riparar,
si fermò quivi Sotto
le frasche in
su l'erbette nuove, Parte
dormendo, finché '1 giorno
arrivi, Parte mirando ora
Saturno or Giove,
Venere e Marte,
e gli altri
erranti Divi; Ma sempre,
o vegli o
dorma, con la
mente Contemplando Ruggier come
presente. 7 Spesso di
cor profondo ella
sospira, Di pentimento e
di dolor compunta, Ch'abbia in
lei, più ch'amor,
potuto l'ira. L'ira, dicea,
m'ha dal mio
amor disgiunta: Almen ci avessi
io posta alcuna
mira, Poich'avea pur la
mala impresa assunta. Di
saper ritornar dond'io
veniva; Che ben fui
d'occhi e di
memoria priva. 8 Queste
ed altre parole
ella non tacque, E
molto più ne
ragionò col core. Il
vento intanto di
sospiri, e l'acque Di
pianto facean pioggia
di dolore. Dopo una
lunga aspettazion por
nacque In oriente il
disiato albore: Ed ella
prese il suo
destrier, ch'intorno Giva pascendo,
ed andò centra
il giorno. 9 Né
molto andò, che
si trovò all'uscita Del bosco,
ove pur dianzi
era il palagio. Là
dove molti di
l'avea schernita Con tanto
error l'incantator malvagio. Ritrovò quivi
Astolfo, che fornita La
briglia all' Ippogrifo avea
a grande agit E
stava in gran
pensier di Rabicano, Per
non sapere a
chi lasciarlo in
mano. 10 A caso
si trovò che
fuor dì testa L'elmo
allor s' avea tratto
il paladino; Sì che
tosto ch'uscì della
foresta, Bradamante conobbe il suo cugino. Di
lontan salutollo, e con gran
festa Gli corse, e
l'abbracciò poi più
vicino; E nominossi, ed
alzò la visiera E
chiaramente fé' veder
chi eli' era. 11
Non potea Astolfo
ritrovar persona A chi
il suo Rabican
meglio lasciasse.Perché dovesse
averne guardia buona E
renderglielo poi come
tornasse, Della figlia del
duca di Dordona; E
parvegli che Dio glilamandasse. Vederla volentier
sempre solca, Ma pel
bisogno or più
ch'egli n'avea. 12 Da
poi che due
e tre volte
ritornati Fraternamente ad abbracciar
si f5ro, E si
fur l'uno all'altro
domandati Con molta alFezion
dell'esser loro, Astolfo disse:
Ormai, se dei
pennati Vo'il paese cercar, troppo
dimoro: Ed aprendo alla
donna il suo
pensiero. Veder le fece
il volator destriero. 13
A lei non
fu di molta
maraviglia Veder spiegar a
quel destrier le
penne; Ch'altra volta, reggendogli
la briglia Atlante incantator,
centra le venne, E
le fece doler
gli occhi e
le ciglia; Sì fisse
dietro a quel volar
le tenne Quel giorno,
che da lei
Ruggier lontano Portato fu
per cimmin lungo
e strano. Astolfo disse
a lei, che
le volea Dar Kabican
che sì nel
corso affretta, Che se,
scoccando V arco,
si movea, Si solea
lasciar dietro la
saetta; E tutte V
arme ancor, quante
n' avea:Che vuol
eh a Moutalban gli
le rimetta, .E gli
le serbi fin
al suo ri
tomo; Che non gli
fanno or di
bisogno intorno. 15 Volendosene
andar per l'aria
a volo, Aveasi a far
quanto potea più
lieve. Tiensi la spada
e '1 corno,
ancorché solo Bastargli il
corno ad ogni
risco deve. Bradamante la
lancia che'l figlinolo Portò di
Galafrone, anco riceve; La
lancia che, di
quanti ne percote, Fa
le selle restar
subito vuote. 16 Salito
Astolfo sul destrier
volante. Lo fa mover
per Paria lento
lento; ludi lo caccia
sì, che Bradamante Ogni vista
ne perde in
un momento. Cosi si
parte col pilota
innante 11 nocchier che
gli scogli teme
e 1 vento; E
poi che'l porto
e i liti
addietro lassa, Spiega ogni
vela, e innanzi
ai venti passa. 17
La donna, poi
che fu partito
il duca. Rimass in
gran travaglio della
mente: Che non sa
come a Montalbau
conduca L'armatura e il
destrier del suo
parente; Perocché '1 cuor
le cuoce e
le manuca LMngorda voglia
e il desiderio
ardenteDi riveder Ruggier,
che, se non
prima, A Vallombrosa ritrovar
lo stima. 18 Stando
quivi sospe>a, per
ventura Si vide innanzi
giungere un villano, Dal
qual fa rassettar
quella armatura Come si
puote, e por
su Rabicano:Poi di
menarsi dietro gli
die cura I duo
cavalli, un carco
e l'altro a
mano: Elia n' avea
duo prima, eh'
avea quello, Sopra il
qual levò l'altro
a Pinabello. 19 Di
Vallombrosa pensò far
la strada, Che trovar
quivi il suoRuggier
ha speme: Ma qual
più breve o
qual miglior vi
vada, Poro discerne, e
d'ire errando teme. II
villan non avea
della contrada Pratica molta;
ed erreranno insieme. Pur
andare a ventura
ella si messe. Dove
pensò che'i loco
esser dovesse. 20 Di
qua di là
si volse, né
persona Incontrò mai da
domandar la via. Si
trovò uscir del
bosco in su
la nona.Dove un
Castel poco lontan
scopria, Il qual la
cima a un
monticel corona. Lo mira,
e Montai bau
le par che
sia:Ed era certo
Montalbano; e in
quello Avea la madre
ed alcun suo
fratello. 21 Come la
donna conosciuto ha
il loco, Nel cor s'
attrista, e più
eh' i' non
so dire. Sarà scoperta,
se si ferma
un poco; Né più
le sarà lecito
a partire. Se non
si parte, l'amoroso
foco L'arderà sì, che
la farà morire: Non
vedrà più Ruggier,
né farà cosa Di
quel ch'era ordinato
a Vallombrosa. 22 Stette
alquanto a pensar;
poi si risolse Di
voler dare a
Montalbau le spalle:E
verso la badia
pur si rivolse; Che
quindi ben sapea
qual era il calle.
Ma sua
fortuna, o buona
o trista, volse Che,
prima ch'ella uscisse
della valle, Scontrasse Alardo,
un de' fratelli
sui; Né tempo di
celarsi ebbe da
lui. 23 Veniva da
partir gli alloggiamenti Per quel
contado a cavalieri
e a fanti; Ch'ad
instanzia di Carlo
nuove genti Fdtto avea
delle terre circonstanti. I saluti
e i fraterni
abbracciamenti Con le grate
accoglienze andare innanti; E
poi, di molte
cose a paro
a paro Tra lor
parlando in Moatalban
tornaro. 24 Entrò la
bella donna in
Montalbano, Dove l'avea con
lacrimosa guancia Beatrice molto
desiata invano, E fattone
cercar per tutta
Francia. Or quivi i
baci e il
giunger mano a mano
Di madre
e di fratelli
estimo ciancia, Verso gli
avuti con Ruggier
complessi, Ch'avrà nell'alma eternamente
impressi. 25 Non potendo
ella andar, fece
pensiero Ch'a Vallombrosa altri
in suo nome
andasse Immantinente ad avvisar
Ruggiero Della cagion eh'
andar lei non
lasciasse:E lui pregar
(s'era pregar mestiero) Che
quivi per suo
amor si battezzasse, E poi
venisse a far
quanto era detto, Sì
che si desse
al matrimonio effetto. 26
Pel medesimo messo
fé' disegno Di mandar a
Ruggiero il suo
cavallo, Che gli solea
tanto esser caro:
e degno D'essergli caro
era ben senza
fallo; Che non s'avria
trovato in tutto 'l
regno Dei saracin, né
sotto il signor
gallo, Più bel destrier
di questo o
più gagliardo. Eccetti Brigliador,
soli, e Baiardo. 27
Ruggier, quel dì
che troppo audace
ascese Su rippogrifo, e
verso il ciel
levosse, Lasciò Frontino, e
Bradamante il prese (Frontino, che
'1 destrier cosi
nomosse):MandoUo a Montalbano,
e a buone
spese Tener lo fece,
e mai non
cavalcosse, Se non per
breve spazio e
a picciol passo
j Sì ch'era più
che mai lucido
e grasso. 28 Ogni
sua donna tosto, ognidonzella Pon seco
in opra, e
con suttil lavoro Fa
sopra seta candida
e morella Tesser ricamo
di finissim oro; E
dì quel copre
ed orna briglia
e sella Del buon
destrier: poi sceglie una di loro, Figlia
di Callitrefia sua
nutrice, D'ogni secreto sua
fida mlitrice. 29 Quanto
Ruggier l'era nel
core impresso, Mille volte
narrato avea a
costei:La beltà, la
virtude, i modi
d'esso Esaltato 1' avea
fin sopra i Dei.
A sé
chiamolla, e disse:
Miglior messo A tal
bisogno elegger non
potrei; Che di te
né più fido
né più saggio Imbasciator . Ippalca
mia, non àggio. 30
Ippalca la donella
era nomata. Va, le
dice (e l'insegna
ove de' gire); E pienamente
poi l'ebbe informata Di
quanto avesse al
suo signore a
dire. E far la
scusa se non
era andata Al monaster: che
non fu per
mentire; Ma che fortuna,
che di noi
potea Più che noi
stessi, da imputar
s' avea. 31 Montar la
fece s'un ronzino,
e in mano La
ricca briglia di
Frontin le messe: E
se si pazzo
alcuno o si
villano Trovasse, che levar
le lo volesse, Per
fargli a una
parola il cervel
sano, Di chi fosse
il destrier sol
gli dicesse; Che non
sapea si ardito
cavaliero, Che non tremasse
al nome di
Ruggiero. 32 Di molte
cose l'ammonisce e
molte, Che trattar con
Ruggier abbia iti
sua vece Le qual
poi ch'ebbe Ippalca
ben raccolte,Si pose
in via, né
più dimora fece. Per
strade e campi
e selve oscure
e folte Cavalcò delle
miglia più di
diece; Che non fu
a darle noia
chi venisse. Né a
domandarla pur dove
ne gisse. 83 A
mezzo il giorno,
nel calar d'un
monte. In una stretta
e malagevol via Si
venne ad incontrar
con Rodomonte, Ch'armato un
piccol n\no e
a pie segm. Poiché
sì bel destrier,
sì bene ornato. Non
avea in man
d'an cavalier trovato. 84
Avea giurato che
'1 primo cavallo Torria per
forza, che tra
via incontrasse. Or questo
è stato il
primo; e trovato
hallo Più bello e
più per lui,
che mai trovasse: Ma
torio a una
donzella gli par
fallo; E pur agogna
averlo, e in
dubbio storse. Lo mira,
lo contempla, e dice spesso: Deh
perché il suo
signor non è
con esso ' 35
Deh ci fosse
egli! gli rispose
Ippalci; Che ti faria
cangiar forse pensiero. Assai più
di te vai
chi lo cavalca; Né
lo pareggia al
mondo altro guerriero. Chi é,
le disse il
lIoro, che pì
calca L'onore altrui? Rispose
ella: Ruggiero. E quel
soggiunse: Adunque il
destrier voiio. Poich'a Ruggier,
sì gran campiou,
Io tosrli) 36 II
qual, se sarà
ver, come tu
parli, Che sia si
forte, e più
d'ogn' altro vaglia. Nonché il
destrier, ma la
vettura darli Converrammi, e
in suo arbitrio
fia la taglia. Che
Rodomonte io sono,
hai da narrarli; E
che, se pur
vorrà meco battaglia, Mi
troverà: eh' ovunque io
vada o stia, ìli
fa sempre apparir
la luce mia. 37
Dovunque io vo,
si gran vestigio
resta, Che non lo
lascia il fulmine
maggiore Cosi dicendo, avea
tornate in testa Le
redini dorate al
corridore: Sopra gli salta;
e lacrimosa e
mesta Rimane Ippalca, e
spinta dal dolore, Minaccia Rodomonte,
e gli dice
onta: Non l'ascolta egli,
e su pel
poggio raoati. 38 Per
quella via dove
Io guida il
nano l'er trovar Mandricardo
e Doralice, Gli viene
Ippalca dietro di
lontano E lo bestemmia
sempre e maled'ce. Ciò
che di questo
avvenne, altrove è
piano. Turpin, che tutta
questa istoria dice, Fa
qui digrosso, e
torna in quel
paese, Dove fu dianzi
morto il Maganzese. 39 Dato
avea appena a
quel loco le
spalle La figliuola d' Amon,
ch in fretta
già, Che v'arrivò Zerbin
per altro calle Con
la fallace vecchia
in compagnia:E giacer
vide il corpo
nella valle Del cavalle r,
che non sa
già chi sia; 3Ia,
come quel ch'era
cortese e pio, Ebbe
pietà del caso
acerbo e rio. stanza
6U 40 Qiaceva Pinabello
in terra spento. Versando il
sangue per tante
ferite, Ch'esser dbveano assai,
se più di
cento Spade in sua
morte si fossero
unite. Il cavalier di Scozia
non fu lento, Per
r orme che
di fresco eran
scolpite, A porsi in
avventura, se potea Saper
chi l'omicidio fatto
avea. 42 Se di
portarne il furto
ascosamente Avesse avuto modo o alcuna
speme, La soprawesta fatta
riccamente Gli avrebbe tolta,
e le bell'arme
insieme. Ma quel che
può celarsi agevolmente Si piglia,
e'I resto fin
al cor le
preme. Fra l'altre spoglie
un bel cinto
levonne, E se ne
legò i fianchi
infìra due gonne. 41
Ed a Gabrina
dice che l'aspette; Che senza
indugio a lei
farà ritomo. Ella presso
al cadavere si
mette, E fissamente vi
pon gli occhi
intorno:Perchè,. se cosa v'ha
che le dilette. Non
vuol eh 'un morto
invan più ne
sia adorno, colei che
fa, tra l'altre
note. Quanto avara esser
più femmina puote. 43
Poco dopo arrivò
Zerbin. eh' avea Seguito invan
di Bradamante i
passi,Perchè trovò il
sentier che si
torcea In molti rami
ch'ivano alti e
bassi; E poco omai
del giorno rimanea, Né
volea al buio
star fra quelli
sassi; E per trovare
albergo die le
spalle Con l'empia vecchia
alla funesta valle. 44
Quindi presso a dua miglia
ritrovaro Un gran caste!
che fa detto
Altariva, Dove per star
la notte si
fermare, Che già a
gran volo inverso
il ciel saliva. Non
vi stér molto,
eh' un lamento
amaro L'orecchie d'ogni
parte lor feriva; E
veggon lacrimar da
tutti gli occhi, la
cosa a tutto
il popol tocchi. 45
Zerbino dimandonne; e
gli fu detto Che
venut' era al
cont' Anselmo avviso, Che
fta duo monti
in un sentiero
stretto Giacca il su)
figlio Pinabello ucciso. Zerbin, per
non ne dar
di sé sospetto, Di
ciò si finge
nuovo, e abbassa
il viso; Ma pensa
ben, che senza
dubbio sia Quel ch'egli
trovò morto in
su la via. 46
Dopo non molto
la bara funebre Giunse, a
splendor di torchi
e di facelle, Là
dove fece le
strida più crebre Con
un batter di
man gire alle
stelle, E con più
vena fuor delle
palpebre Le laciime innondar
per le mascelle: 3ra
più dell'altre nubilose
ed atre, Era la
faccia del misero
patre. 47 Mentre apparecchio
si facea solenne Di
grandi esequie e di funebri
pompe, Secondo il modo
ed ordine che
tenne L'usanza antiqua, e
ch'ogni età corrompe: Da
parte del signor
un bando venne, Che
tosto il popolar
strepito rompe, E promette
gran premio a
chi dia avviso Chi
stato sia che
gli abbia il
figlio ucciso. Di voce
in voce, e
d'una in altra
orecchia Il grido e
'1 bando per
la terra scorse, Finché l'udì
la scellerata vecchia, Che
di rabbia avanzò
le tigri e
l'orse; E quindi alla
mina s'apparecchia Di Zerbino,
o per l'odio
che gli ha forse,
0 per
vantarsi pur, che
sola priva D'tmanitade in
uman corpo viva; 49
0 fosse pur
per guadagnarsi il
premio:A ritrovar n'
andò quel signor
mesto; E dopo un
verisimil suo proemio, (irli disse
che Zerbin fatto
avea questo:E quel
bel cinto si
levò di gremio, '
Che '1 miser padre
a riconoscer presto, Appresso il
testimonio e triste
uffizio Dell'empia vecchia, ebbe
per chiaro indizio. 50
E lacrimando al
ciel leva le
mani, Che'l figliuol non sarà senza
vendetta. Fa circondar l'albergo
ai terrasszani; tutto 'l
papol s' è levato
in fretta. Zerbin che
gii nimici aver
lontani Si crede, e
questa ingiuria non
aspetta, Dal conte Anselmo,
che si chiama
oifeso Tanto da lui,
nel primo sonno
è preo; 51 E
quella notte in
tenebrosa parte Incatenato e
in gravi ceppi
messo. Il sole ancor
non ha le
luci sparte, Che l'ingiusto
supplicio è già
commesso: Che nel loco
medesimo si squarte, Dove
fu il mal e'
hanno imputato ad
esso. Altra esamina in
ciò non si
facea; Bastava che '1
signor così credea. 62
Poi che l'altro
mattin la bella
aurora L'aer seren fé
bianco e rosso
e giallo, Tutto '1
popol gridando: Mora, mora, Vien
per punir Zerbin
del non suo
fallo. Lo sciocco vulgo
l'accompagna fuora,
Senz'ordine, chi a
piede e chi
a cavallo; E 'l
cavalier di Scoziaacapochino
Ne vien
legato in s'un
piccol ronzino. 53 Ma
Dio, che spesso
gl'innocenti aiata. Né lascia
mai chi'n sua
bontà si fida, Tal
difesa gli avea
già provveduta. Che non v' è
dubbio più eh'
oi s' uccida. Quivi Orlando
arrivò, la cui
venuta Alla via del
suo scampo gli
fu guida. Orlando giù
nel pian vide
la gente Che traea
a morte il
cavalier dolente. 54 Era
con lui quella
fanciulla, quella Che ritrovò
nella selvaggia grotta. Del
re Gklego la
figlia Isabella, In poter
già de'malandrin condotta, Poi
che lasciato avea nella procella Del
truculento mar la
nave rotta: Quella che
più vicino al
core avea Questo Zerbin,
che l'alma onde
vivea. 55 Orlando se
l'avea fatta compagna, Poi
che della caverna
la riscosse. Quando costei
li vide alla
campagna . Domandò Orlando, chi la turba
fosse. Non so, diss'egli;
e poi su
la montagna Lasciolla, e
verso il pian
ratto si mosse: Guardò
Zerbino, ed alla
vista prima Lo giudicò
baron di molta
stim. 56 E fattosegli
appresso, domandollo Per che
cagione e dove
il menin preso. LeTÒ
il dolente cavaliero
il collo; E meglio
avendo il paladino
inteso, Rispose il vero;
e così ben
narrollo, Che meritò dal
conte esser difeso. Bene
avea il conte
alle parole scorto Ch'era
innocente, e che
moriva a torto. 57
E poi che'ntese
che commesso questo Era
dal conte Anselmo
d'Altariva, Fu certo ch'era
torto manifesto; Ch'altro da
quel fellon mai
non deriva. Ed oltre
a ciò, l'uno
era all'altro infesto Per
r antiquissimo oiio
che bolliva Tra il
sangue di Maganza
e di Chiaramonte; E tra
lor eran morti
e danni ed
onte. .58 Slegate il
cavalier, gridò, canaglia, Il
conte a' masnadieri, o
ch'io v'uccido. Chi è
costui che sì
gran colpi taglia? Rispose un
che parer volle
il più fido: Se
di cera noi
fussimo o di
paglia, E di fuoco
egli, assai fora
quel grido. E venne
contra il paladin
di Francia: Orlando contro
lui chinò la
lancia. 62 Di cento
venti (che Turpin
sottrasse Il conto), ottanta
ne perirò almeno. Orlando finalmente
si ritrasse Dove a
Zerbin tremava il
cor nel seno. S'al
ritornar d'Orlando s'allegrasse, Non si potria contare
in versi appieno. S3
gli saria per
onorar prostrato; Ma si
trovò sopra il
ronzin legato. 63 Mentre
eh' Orlando, poi
che lo disciolse, L'aiutava a
ripor l'arme sue
intorno, Ch'ai capitan della
sbirraglia tolse, Che per
suo mal se
n' era fatto
adomo; Zerbino gli occhi
ad Isabella volse, Che
sopra il colle
avea fatto soggiorno; E
poi che della
pugna vide il
fine. Portò le sue
bellezze più vicine. 64
Quando apparir Zerbin
si vide appresso La
donna che da lui fu
amata tanto, La bella
donn che per
falso messo Credea sommersa,
e n'ha più
volte pianto: Com'un ghiaccio
nel petto gli
sia messo. Sente dentro
aggelarsi, e trema
alquanto:Ma tosto il
freddo manca, ed
in quel loco Tutto
s'avvampa d'amoroso fuoco. 59
La lucente armatura
il Maganzese, Che levata
la notte avea
a Zerbino, E postasela
indosso, non difese Contro
l'aspro incontrar del
paladino. Sopra la destra
guancia il ferro
prese: L'elmo non passò
già, perch'era fino; Ma
tanto fu della
percossa il crollo. Che
la vita gli
tolse, e roppe
il collo. 60 Tutto
in un corso,
senza tor di
resta La lancia, passò
un altro in
mezzo '1 petto Quivi
lasciolla, e la
mano ebbe presta A
Durindana; e nel
drappel più stretto A
chi fece due
parti della testa, A
chi levò dal
busto il capo
netto; Forò la gola
a molti; e
in un momento N'uccise e
messe in rotta
più di cento. 61
Più del terzo
n'ha morto, e'I
resto caccia E taglia
e fende e
fiere e fora
e tronca. Chi lo
scudo e chi
l'elmo che lo'mpaccia, E
chi lascia lo
spiedo e chi
la ronca; Chi al
lungo, chi al
traverso il cammin
spaccia; Altri s'appiatta in bosco,
altri in spelonca. Orlando di
pietà questo dì
privo, A suo poter
non vuol lasciarne
un vivo. 6.5 Di
non tosto abbracciarla
lo ritiene La riverenza
del signor d'Aiiglante; Perchè si
pensa, e senza
dubbio tiene, Ch'Orlando sia
della donzella amante. Così
cadendo va di
pene in pene, E
poco dura il
gaudio ch'ebbe innante: Il
vederla d'altrui peggio
sopporta, Che non fé'
quando udì eh'
ella era morta. 66
E molto più
gli duol che
sia in podestà Del
cavaliero a cui
cotanto debbe; Perchè volerla
a lui levar,
né onesta Né forse
impresa facile sarebbe; Nessuno altro
da sé lassar
con questa Preda partir
senza romor vorrebbe; Ma
verso il conte
il suo debito
chiede Che se lo
lasci por sul
collo il piede. 67
Giunsero taciturni ad
una fonte, Dove smontare,
e fèr qualche
dimora. Trassesi l'elmo il
travagliato conte, Ed a
Zerbin lo fece
trarre ancora. Vede la
donna il suo
amatore in fronte, E
di subito gaudio
si scolora; Poi toma
come fiore umido
suole Dopo gran pioggia
all'apparir del sole: 8
E senza indugio
e senza altro
rispetto Corre al suo
caro amante, e
il collo abbraccia:E
non pnò trar
parola fuor del
petto, Ma di lacrime
il sen bagna
e la faccia. Orlando attento
air amoroso affetto, Senza che
più chiarezza se
gli faccia, Vide a
tutti gl'indizj manifesto Ch'altri esser
che Zerbin non
potea questo. Stanza 85. 69 Come
la voce aver
potè Isabella, Non bene asciuttaancorl'umida guancia, Sol
della molta cortesia
favella Che Tavea usata
il paladin di
Francia. Zerbino, che tenea
questa donzella Con la
sua vita pari
a una bilancia, Si
getta a' pie del
conte, e quello
adora Come a chi
gli ha due
vite date a
un'ora. 70 Molti ringraziamenti e
molte offerte Erano per
seguir tra i
cavalieri. Se non udian
sonar le vie
coperte Dagli arbori di
frondi oscuri e
neri. Presti alle teste
lor, eh' eran
scoperte, Posero gli elmi,
e presero i
destrieri:Kd ecco un
cavaliere e una
donzella Lor sopravvien, ch'appena
erano in sella. 71
Era questo guerrier
quel Mandrì<"rdo Che dietro
Orlando in fretta
si conciasse Per vendicar
Alzirdo e Manilardo, Che '1
paladin con gran
valor percnsse:Quantunque poi
lo seguitò più
tardo, Che Doralice in
suo poter ridusse. La
quale avea con
un troncon dì
cerro Tolta a cento
guerrier carchi di
ferro. 72 Non sapea
il saracin però
che questo, Ch'egli seguia,
fosse il signor
d'Anlaate; Ben n'avea indizio
e segno manifesto Ch'esser dovea
gran cavaliere errante. A
lui mirò più
eh' a Zerbino, e
presto Gli andò con
gli occhi dal
capo alle piante: E
i dati contrassegni
ritrovando, Disse: Tu se' colui
ch'io vo cercando. 73
Sono omai dieci
giorni, gli soggiunse, Che di
cercar non lascio
i tuo' vestigi:Tanto
la fama stimolommi
e punse, Che di
te venne al
campo di Parigi, Quando a
fatica im vivo
sol vi giunse Di
mille che mandasti
ai regni stigi, E
la strage contò,
che da te
venne Sopra i Norizj
e quei di
Tremisenne. 74 Non fui,
come lo seppi,
a seguir lento, E
per vederti, e
per provarti appresso: E
perchè m'informai del
guemimento C hai sopra
l'arme, io so
che tu sei
(ìesfr E se non
l'avessi anco . e
che fra cento Per
celarti da me
ti fossi messo, Il
tuo fiero sembiante
mi farìa Chiaramente veder
che tu quel
sia. 75 Non si
può, gli rispose
Orlando, diro Che cavalier
non sii d'alto
valore; Perocché si magnanimo
desire Non mi credo
albergasse in umil
cor"\ Se'l volermi veder
ti fa venire, Vo'che mi
veggi dentro, come
fuore: Mi leverò quest'elmo
dalle tempie. Acciò eh' a
punto il tuo
desire adempie. 76 Ma poi che
ben m'avrai veduto
in faccia. All'altro desiderio
ancora attendi: Resta ch'alia
cagion tu satisfaccia, Che fa
che dietro questa
via mi preu'li; Che
veggi se '1
valor mio si
confaccia A quel sembiante
fier che si
commendi. Orsù, disse il
pagano, al riraanenie: Chal primo
ho satisfatto interamente. 77 II
conte tuttavia dal
capo al piede Va
cercando il pagan
tutto con gli
occhi: Mira ambi i
fianchi, indi Parcion;né
vede Pen'ler né qua
né 1& mazze
né stocchi. Gli domanda
di eh' ai me
si provvede, S'avvien che
pon la lancia
in fallo tocf;hi. Rispose quel: Non
ne pigliar tu
cura:Così a molt' altri
ho ancor fatto
paura. 78 Ho sacramento
di non cinger
spada, Finch' io non tolgo
Durindana al conte; E
cercando lo vo
per ogni strada, Acciò
più d'una posta
meco sconte. Lo giurai
(se d'intenderlo t' aggrada) Quando mi
posi quest'elmo alla
fronte, Il qual con
tutte l'altr'arme ch'io
porto, Era d'Ettór, che
già mill' anni é
morto. 79 La spada
sola manca alle
buone arme; Come rubata fu,
non ti so
dire. Or, che la
porti il paladino,
parme; E di qui
vien eh' egli
ha si grande
ardire. Ben penso, se
con lui posso
accozzarme, Fargli il mal
tolto ormai restituire. Cercolo ancor,
che vendicar disio Il
famoso Agrican, gcnitor
mio. 80 Orlando a
tradimento gli die
morte:Ben so che
non potea farlo
altrimente. Il conte più
non tacque, e
gridò forte:E tu,
e qualunque il
dice, se ne
mente. Ma quel che
cerchi, t' è venuto
in sorte:Io sono
Orlando, e uccisil
giustamente; E questa è
quella spada che
tu cerchi, Che tua
sarà, se con
virtù la merchi. 81
Quantunque sia debitamente
mia, Tra noi per
gentilezza si contenda: Né
voglio in questa
pugna ch'ella sia Più
tua che mia;
ma a un
arbore s'appenda. Levala tu
liberamente via, S'avvien che tu m'uccida
o che mi
prenda. Cosi dicendo, Durindana
prese, E'n mezzo il
campo a un
arboscel l'appese. 82 Già
l'un dall' altro é dipartito lunge, Quanto
sarebbe un mezzo
tratto d'arco; Già l'uno
centra l'altro il
destrier punge, Né delle
lente redini gli
é parco; Già l'uno
e l'altro di
gran colpo aggiunge Dove
per l'elmo la
veduta ha varco. Parvero l'aste,
al rompersi, di
gelo, E in mille
schede andar volando
al cielo Ariusto. 83 L'una
e l'altr'asta è
forza che si
spezzi; Che non voglion
piegarsi i cavalieri I
cavalier che tornano
coi pezzi Che son
restati appresso i
calci interi. Quelli che
sempre fur nel
ferro avvezzi, Or, come
duo villan per
sdegno fieri Nel partir
acque o termini
di prati, Fan crudel
zuffa di duo
pali armati. 84 Non
stanno l'aste a
quattro colpi salde, E
mnncan uel furor
di quella pugna. Di
qua e di
là si fan
l'ire più calde; Né
da ferir lor
resta altro che
pugna. Schiodano piastre, e
straccian maglie e
falde, Purché la man,
dove s' aggraffi, giugna. Non
desideri alcun, perché
più vaglia, Martel più
grave o più
dura tanaglia%M Stanza 87. 85
Come può il
saracin ritrovar sesto Di
finir con suo
onore il fiero
invito? Pazzia sarebbe il
perder tempo in
questo:Che nuoce al
feritor più eh'
al ferito. Andò alle
strette l'uno e
l'altro, e presto Il
re pagano Orlando
ebbe ghermito: Lo stringe
al petto; e
crede far le
prove Che sopra Anteo
fé già il
figliuol di Giove. 86
Lo piglia con
molto impeto a
traverso:Quando lo spinge,
e quando a
sé lo tira; Ed
é nella gran
collera si immerso, Ch'
ove resti la
briglia poco mira. Sta
in sé raccolto
Orlando, e ne
va verso Jì suo
vantaggio, e alla
vittoria aspira:Gli pon
la cauta man
sopra le ciglia Del
cavallo, e cader
ne fa la
briiIia. 87 II Saracino
ogni poter vi
mette Che lo soffoghi,
o dell arcion
lo avella. Negli
urti il conte
ha le ginocchia
strette; Né in questa
parte vuol piegar,
né in quella. Per
quel tirar che
fa il pagan,
constrette Le cinghie son
d abbandonar la
sella. Orlando è in
terra, e appena
se'l conosce; ChH piedi
ha in staffa,
e stringe ancor
le cosce. 88 Con
quel rumor eh un
sacco darme cade, Risuona
il conte, come
il campo tocca. Il
destrier e' ha la
testa in libertade, Quello a
chi tolto il
freno era di
bocca, Non più mirando
i boschi che
le strade, Con ruinoso
corso si trabocca, Spinto di qua e
di là dal
timor cieco; E Mandricardo
se ne porta
seco. 89 Doralice che
Tede la sua
guida Uscir del campo,
e torlesi d'appresso, E
mal restarne senza
si confida. Dietro, correndo,
il suo ronzin
gli ha messo. Il
pagan per orgoglio
al destrier grida, E
con mani e
con piedi il
batte spesso; E, come
non sia bestia,
lo minaccia Perchè si
fermi, e tuttavia
più il caccia. 90
La bestia ch'era
spaventosa e poltra, Senza
guardarsi ai pie.
corre a traverso. Già
corso avea tre
miglia, e seguiva
oltra, S'un fosso a
quel desir non
era avverso; Che, senza
aver nel fondo
o letto o
coltra, Ricevè l'un e
l'altro in sé
riverso. Die Mandricardo in
terra aspra percossa; Né
però si fiaccò
né si roppe
ossa. 91 Quivi si
ferma il corridore
alfine; Ma non si
può guidar; che
non ha freno. Il
Tartaro lo tien
preso nel crine, E
tutto é di
furore e d'ira
pieno. Pensa, e non
sa quel che
di far destine. Pongli la
briglia del mio
palafreno, La donna gli
dicea; che non
è molto Il mio
feroce, o sia
col freno o
sciolto. 92 Al Saracin
parca discortesia La profferta
accettar di Doralice; Ma
fren gli farà
aver per altra
via Fortuna a' suoi
disii molto fautrice. Quivi (Sbrina
scellerata invia, Che, poi
che di Zerbin
fu traditrice, Fuggìa, come
la lupa che
lontani Oda venire i
cacciatori e i
cani. 93 Ella avea
ancora indosso la
gonnella, E quei medesmi
giovenili ornati Che furo
alla vezzosa damigella Di Pinabel, per
lei vestir, levati:Ed
avea il palafreno
anco di quella
. Dei buon del
mondo e degli
avvantaggiatL La vecchia sopra
il Tartaro trovosse, Ch' ancor non
s'era accorta che vi fosse. 94
L'abito giovenil mosse
la figlia Di Stordilano
e Mandricardo a
riso, Vedendolo a colei
che rassimiglia A un
babbuino, a un
bertuccione in rìso. Disegna
il Saracin torlo
la briglia Pel suo
destriero, e riuscì
l'avviso. Toltogli il morso,
il palafren minaccia; Gli
grida, lo spaventa,
e in fuga
il caccia. 95 Quel
fugge per la
selva, e seco
porta La quasi morta
vecchia di paura Per
valli e monti,
e per via dritta e
tórta. Per fossi e per pendici
alla ventura. Ma il
parlar di costei
si non m'importa, Ch'io non
debba d'Orlando aver
più cura, Ch'alia sua
sella ciò ch'era
di guasto, Tutto ben
racconciò senza contrasto. 96
Rimontò sul destriero,
e stè gran
pezzj A riguardar che
'1 Saracin tornasse. Noi
vedendo apparir, volse
da sezzo Egli esser
quel eh' a ritrovarlo
andasse; Ma, come costumato
e bene awezsso, Non
prima il pai
.din quindi si
trasse, Che con dolce
parlar grato e
cortese Buona licenzia dagli
amanti prese. 97 Zerbin
di quel partir
molto si dolse: Di
tenerezza ne piangea
Isabella: Voleano ir seco: ma
il conte non
volse Lor compagnia, bench'era ebuona e
bella; E con questa
ragion se ne
disciolse: Ch'a guerrier non
è infamia sopra
quella, Che, quando cerchi
un suo nemico,
prenda Compagno che l'aiuti
e che '1
difenda. 98 Li pregò
poi che, quando
il Saracino, Prima eh'
in lui, si
riscontrasse in loro, Gli
dicesser ch'Orlando avria
vicino Ancor tre giorni
per quel tenitore: Ma
dopo che sarebbe
il suo cammino Verso
le'nsegne dei bei
gigli d'oro. Per esser
con l'esercito di
Carlo, Acciò, volendol . sappia
onde chiamarlo. 99 Quelli
promiser farlo volentieri, E
questa e ogn
altra cosa al
sno comando. Fero camniin
diverso i cavalieri, Di
qua Zerbino, e
di là il
conte Orlando. Prima che
pigli il conte
altri sentieri, All' arbor tolse,
e a sé
ripose il brando; E
dove meglio col
pagan pensosse Di potersi
incontrare, il destrier
mosse. 106 Ma sempre
più raccende e
più rinnova, Quanto spegner
più cerca, il rio sospetto: Come l'incauto
augel, che si
ritrova In ragna o
in visco aver
dato di petto, Quanto
più batte l'ale
e più si
prova Di disbrigar, più
vi si lega
stretto. Orlando viene ove
s'incurva il monte A
guisa d'arco in
su la chiara
fonte. 100 Lo strano
corso che tenne
il cavallo Del Saraci n
pel bosco senza
via, eh' Orlando andò
due giorni in
fallo, Né lo trovò,
né potè averne
spia. Giunse ad un
rivo che parca
cristallo, Nelle cui sponde
un bel pratel
fioria, Di nativo color
vago e dipinto, E
di molti e
belli arbori distinto. 101
II merigge facea
grato l'orezzo Al duro
armento ed al
pastore ignudo; Sì che
né Orlando sentia
alcun ribrezzo, Che la
corazza avea, l'elmo
e lo scudo. Quivi
egli entrò . per
riposarvi, in mezzo; E
v'ebbe travaglioso albergo
e crulo, E più
che dir si
possa empio soggiorno. Quell'infelice e
sfortunato giorno. 102 Volgendosi
ivi intorno, vide
scritti Molti arbuscelli in
su l'ombrosa riva. Tosto
che fermi v'ebbe
gli occhi e
fitti. Fu certo esser
di man della
sua diva. Questo era
un di quei
lochi già descritti, Ove sovente
con Medor veniva Da
casa del pastor
indi vicina La bella
donna del Catai
regina. 103 Angelica e
Medor con cento
nodi Legati insieme, e
in cento lochi
vede. Quante lettere son,
tanti son chiodi Coi
quali amore il
cor gli punge
e fiede. Va col
pensier cercando in
mille modi Non creder
quel ch'ai suo
dispetto crede: Ch'altra Angelica
sia creder si
sforza, Ch'abbia scritto il
suo nome in
quella scorza Stanza 90. 104
Poi dice: Conosco io pur queste
note:Di tal'io n'ho
tante vedute e
lette. Finger questo Medoro
ella si può
te:Forse eh' a me
questo cognome mette. Con
taliopinion dal ver
remote, Usando frande a sé medesmo,
stette Nella speranza il mal contento
Orlando, Che si seppe
a sé stesso
ir procacciando. 106 Aveano
in su l'entrata
il luogo adorno Coi
piedi storti edere e
viti erranti:Quivi solcano
al più cocente
giorno Stare abbracciati i
duo felici amanti. V aveano i nomi lor
dentro e d'intorno, Più che
in altro dei
luoghi cireoustanti, Scritti, qual
con carbone e
qual con gesso, £
qual con punte
di coltelli impresso.107
II mesto conte
a pie quivi
discese; E vide in
su l'entrata della
grotta Parole assai, che
di sua man
distese Medoro ayea, che
parean scritte allotta. Del
gran piacer che
nella grotta prese, Questa
sentenzia in versi
avea ridotta. Che fosse
eulta in suo
lioguaggio io penso; Ed
era nella nostra
tale il senso:108
Liete piante, verdi
erbe, limpide acque, Spelonca opaca,
e di fredde
ombre grata, Dove la
bella Angelica, che
nacque Di Galafron, da
molti invano amata, Spesso
nelle mie braccia
nuda giacque; Della comodità
che qui m'è
data. Io povero Medor
ricompensarvi D altro non posso,
che d'ognor lodarvi; 113
LMmpetuosa doglia entro
rimase. Che volea tutta
uscir con troppa
fretta. Cosi veggiam restar
T acqua nel
vase, Ch largo il
ventre e la
bocca abbia stretta: Che
nel voltarche si fa
in su la
base, Lumor che vorria
uscir, tanto saffiretta, E
nell'angusta via tanto
s'intrica, Ch'a goccia a
goccii i\iore esce
a fatiea. 114 Poi
ritoma in sé
alquanto, e pensa
eomt Possa esser che
non sia la
cosa vera:Che voglia
alcun cosi infamare
il nome Della sua
donna e crede
e brama e
spera, 0 gravar lui
d'insopportabil some Tanto di
gelosia, che se
ne pera; Ed abbia
quel, sia chi
si voglia stato, Molto
la man di
lei bene imitato. 109
E di pregare
ogni signore amante, E
cavalieri e damigelle,
e ognuna Persona o
paesana o viandante, Che qui
sua volontà meni
o fortuna, Ch'alPerbe, all'ombra,
all'antro, al rio,
alle piante Dica: Benigno
abbiate e sole
e luna, E delle
ninfe il coro,
che provveggia Che non
conduca a voi pastor mai
greggia. 110 Era scritto
in arabico, che'l
conte Intendea così ben,
come latino. Fra molte
lingue e molte
eh' avea pronte. Prontissima avea
quella il paladino, E
gli schivò pia
volte e danni
ed onte, Che si
trovò tra il
popol Saracino. Ma non
si vanti, se
già n' ebbe
frutto; Ch'un danno or
n'ha, che può
scontargli il tutto. Ili
Tre volte e
quattro e sei
lesse lo scritto Quello infelice,
e pur cercando
invano Che non vi
fosse quel che
v'era scritto; E sempre
lo vedea più
chiaro e piano: Ed
ogni volta in
mezzo il petto
afflitto Stringersi il cor
sentia con fredda
mano. Rimase alfin con
gli occhi e
con la mente Fissi
nel sasso, al
sasso indifferente. 112 Fu
allora per uscir
del sentimento; Si tutto
in preda del
dolor si lassa. Credete a
chi n' ha
fatto esperimento, Che questo
è 'I duol
che tutti gli
altri passa. Caduto gli
era sopra il
petto il mento, La
fronte priva di
baldanza, e bassa; Né
potè aver (che
'1 duol l'occupò,
tanto) Alle querele voce,
o umore al
pianto. 115 In cosi
poca, in cosi
debol speme Sveglia gli
spirti, e gli
rinfranca nn poco; Indi
al suo Brigliadoro
il dosso preme; Dando
già il sole
alla sorella loco. Non
molto va, che
dalle vie supreme Dei
tetti uscir vede
il vapor del
fuoco, Sente cani abbaiar,
mudare armento: Viene alla
villa, e piglia
alloggiamento. 116 Languido smonta,
e lascia Brigliadoro A
un discreto garzon
che n'abbia cura. Altri
il disarma, altri
gli sproni d'oro Oli
leva, altri a
forbir va 1'
armatura. Era questa la
casa ove Medoro Giacque ferito,
e v'ebbe alta
avventura. Corcarsi Orlando e
non cenar domanda, dolor sazio,
e non d'altra
vivanda. 117 Quanto più
cerca ritrovar quiete, Tanto
ritrova più travaglio
e pena; dell'odiato scritto
ogni parete. Ogni uscio,
ogni finestra vede
piena. Chieder ne vuol: poi
tien le labbra
chete; Che teme non
si far troppo
serena, Troppo chiara la
cosa che di
nebbia ofiFnscar, perchè men
nuocer debbia. 118 Poco
gli giova usar
fraudo a sé
stesso; Che, senza domandarne,
è chi ne
parla n pastor, che
lo vede così
oppresso Da sua tristizia,
e che vorria
levarla, L'istoria nota a
sé, che dicea
spesso Di quei duo
amanti a chi
volea ascoltarla . Ch'a molti
dilettevole fu a
udire, or incominciò senza
rispetto a dire: SUnza
100. 119 Commesso a'prieghi
d'Angelica bella PorUto avea
Medoro alla sua
villa; Ch' era ferito
gravemente, e eh'
ella Curò la piaga,
e in pochi
di guarilla:Ma che
nel cor d'una
maggior di quella Lei
feri amor; e
di poca scintilla L'accese tanto
e sì cocente
foco, . Che n'ardei
tutta, e non
trovava loco. 120 E
senza aver rispetto
ch'ella fusse Figlia del
maggior re 6h' abbia
il Levante, Da troppo
amir constretta si
condusse A farsi moglie
d'un povero fante. All'ultimo l'istoria
si ridusse, Che '1
pastor fé portar
la gemma innante, Ch'alia sua
dipartenza, per mercede Del
buon albergo, Angelica
gli diede. 121 Questa
conclusion fd la
secare Che'l capo a
un colpo gli
levò dal collo, che
d innumerabil battiture Si
vide il manigoldo
Amor satollo. Celar si
studia Orlando il
duolo: e pure Quel gli
fa forza, e
male asconder puoUo: Per
lacrime e sospir
da bocca e
d'occhi Convien, voglia o
non voglia, alfin
che scocchi. 122 Poi
ch'allargare il freno
al dolor puote (Che
resta solo, e
senza altrui rispetto) Giù
dagli occhi rigando
per le gote un
fiume di lacrime
sul petto:e geme,
e va con
spesse ruote Di (iafl.di
là tutto cercando
il letto; E più
duro eh' un sasso,
e più pungente Che
se fosse d'urtica,
se lo sente. 125
Di pianger mai,
mal di grìdsLT
non resu: Né la
notte né '1
dì si dà
mai pace:Fugge cittadi
e borghi, e
aUa foresta Sul terren
duro al discoperto
giace. Di sé si
maraviglia, ch'abbia in
testa Una fontana d'acqua
sì vivace, E come
sospirar possa mai
tanto; E spesso dice
a sé così
nel pianto: 126 Queste
non son più
lacrime, che faore Stillo
dagli occhi con
sì larga vena: Non
suppliron le lacrime
al dolore; Finir, eh' a
mezzo era il
dolore appena. Dal fuoco
spinto ora il
vitale umore, Fugge per
quella via ch'agli
occhi mena; Ed è quel
che si versa,
e trarrà insieme dolore e
la vita all'ore
estreme. Stanza 123. 123 In
tanto aspro travaglio
gli soccorre Che nel
medesmo letto, in
che giaceva, L'ingrata donna
venutasi a porre Col
suo drudo più
volte esser doveva. Non
altrimenti or quella
piuma abborre. Né con
minor prestezza se
ne leva, Che dell'erba
il villan che
s'era messo Per chiuder
gli occhi, e
veorga il serpe
appresso. 124 Quel letto,
quella casa, quel
pastore Immantinente in tant'odio
gli casca. Che, senza
aspettar luna, o
che l'albore Che va
dinanzi al nuovo
giorno nasca, Piglia l'arme
e il destriero,
ed esce fuore Per
mezzo il bosco
alla più oscura
frasca; E quando poi
gli è avviso
d'esser solo. Con gridi
ed urli apre
le porte al
duolo. 127 Questi, ch'indizio
fan del mio
tormento, Sospir non sono;
né i sospir
son tali. Quelli han
triegua talora; io mai non
sento Che'l petto mio
men la sua
pena esali. Amor, che
m'arde il cor,
fa questo vento. Mentre
dibatte intorno al
fuoco Pali. Amor, con
che miracolo lo
fai, Che'n fuoco il
tenghi, e noi
consumi mai? 1 28 Non
son, non sono
io quel che
paio in rìso:Quel
ch'era Orlando, è
morto, ed è
sotterra; La sua donna
in2n:titis8ima l'ha ucciso: Sì,
mancando di fé,
gli ha fatto
guerra. Io son lo
spirto suo da
lui diviso. Ch'in questo
inferno tormentandosi erra. Acciò
con l'ombra sia,
che sola avanza, Esempio a
chi in amor
pone speranza. 129 Pel
bosco errò tutta
la notte il
conte; E allo spuntar
della diurna fiamma Lo
tornò il suo
destin sopra la
fonte. Dove Medoro isculse
l'epigramma. Veder l'ingiuria sua scritta
nel monte L'accese si,
ch'in lui non
restò dramma Che non
fosse odio, rabbia,
ira e furore; Né
più indugiò, che
trasse il brando
fuore. 130 Tagliò lo
scritto e'I sasso,
e sino al
cielo A volo alzar
fé le minute
schegge. Infelice qiielP
antro, ed ogni
stelo In cui Medoro
e Angelica si
legge! Così restar quel
dì, ch'ombra né
gelo A pastor mai
non daran più,
né a gregge:quella
fonte, già sì
chiara e pura. cotanta
ira fu poco
sicura; |31 Che rami
e ceppi e
tronchi e sassi
e zolle Non cessò
di gittar nelle
beli' onde, Finché da
sommo ad imo
si turbolle, Che non
furo mai più
chiare né monde: E
stanco alfin, e
alfin di sudor
molle, sdegno, al grave
odio, all'ardente ira, Cade,
sul prato, e
verso il ciel
sospira. 132 Afflitto e
stanco alfin cade
nell'erba, ficca gli occhi
al cielo, e
non fa motto. Senza
cibo e donnir
cosi si serba. Che
'1 sole esce
tre volte, e
toma sotto. Che fuor
del senno alfin
l'ebbe condotto. Il quarto
dì, da gran
furor commosso, E maglie
e piastre si
stracciò di dosso. 135. 133 Qui
riman l'elmo, e
là riman lo
scudo; Lontan gli arnesi,
e più lontan
l'usbergo: L'arme sue tutte,
insomma vi concludo, Avean pel
bosco differente albergo. E
poi si squarciò
i panni e
mostrò ignudo ventre, e
tutto '1 petto
e '1 tergo; E
cominciò la gran
follia, si orrenda, Che
della più non
sar<à mai chi'ntenda. 134 In
tanta rabbia, in
tanto furor venne, Che
rimase offuscato in
ogni senso. Di tor
la spada in
man non gli
sovvenne; Che fatte avria
mirabil cose, penso. Ma
né quella, né
scure, né bipenne Era
bisogno al suo
vigore immenso. Quivi fé'
ben delle sue
prove eccelse:( h'
un alto pino
al primo crollo
svelse:135 E svelse
dopo il primo
altri parecchi, Come fosser
finocclii, rbuli o
aneti; E fé' il simil
di qnercie e
dolmi vecchi; Di fdgii
e d'orni e
d'ilici e d
abeti. Quel eh' un uccellator,
che s'apparecchi Il campo
mondo, fa, per
por le reti, Dei
giunchi e delle
stoppie e dell'artiche, Facea de'
cerri e d'altre
piante antiche. 136 I
pastor che sentito
hanno il fracasso,
> Lasciando il gregge
sparso alla foresta, Chi
di qua, chi
di là, tntti
a gran passo, Vi
vengono a veder
che cosa è
questa. Ma son giunto
a quel segno,
il qnal s'io
paso, Vi pctria la
mia istoria esser
molesta; Ed io la vo'
piuttosto differire. Che v'
abbia per lunghezza
a fastidire. ìn o TU.
St. a
V.4. Tórre la
multa: far pagare il
fio. St. 4. V.3.
Chiarumontef Bradamante ohe
era della casa di
Chiaramonte. St. 6. V.6.
Oli altri erranti
Divi: gli altri
pia neti, distinti coi nomi
degli Dei del
Gentilesimo. St. 8. V.8.
Alido cantra il
giorno: verso levante. St.
12. V.56. Dei
pennati il paese:
l'aria, regione dei volatili. ST.
16. V.56. Cosi
si parte col
pilota innante il nocchier,
ecc. Pilota o
piloto è colui
che il nocchiero cioè il
capitano del naviglio,
stipendia air uopo,
acciò Io conduca salvo
in Inoghi difficili
per seccagne, o sco gli
coperti, 0 correnti
pericolose. Il piloto
sta sulla pr ra
della nave, o
la precede In
un battello; e,
terminato il suo ufficio,
torna a caia
sua. I piloti
di questo genere diionsi piloti
pratici per distinguerli
dai piloti d al tura,
che stanno fissi
al bordo, e
dirigono il viaggio in
alto mare, tenendo
registro giornaliero di
tutte le particolarità, che,
secondo Tarte nautica,
occorre notare. St. 23.
V.7. Cai itresia.
Nome greco, che significa
buona nutrice. S r.
33. V.7. Digresso: Digressione. St. 41.
V.7. Tra l'altre
note: tra gli altri
vizi. Sr. 46. V.3.
Cretfre: frequenti. St. 53.
V.4. DubbiOf qui:
tema, apprensione. St. 54.
V.3. Qalengo, Di
Galizia, Galiziaiia Ivr. V.6.
Del truculento mar:
mare borraflooso. St 66.
V.1. Podestà: potestà, potere. St.
80. V.8. La
merchi, qui per
racqaisU. St. 82. V.5.
Aggiunge. Giunge, colpisce. St.
tA V.56. Falde:
lamine che fanno
parte delPai matura. S'aggraffi,: afferri asomiglianzadi gralSo St.
85. V.18. Sesto:
ordine, misura; qui
modo, via. Andò
alle strette: venne
alle prese, si
azzidlt Crede far
le prove, ecc.
Antes, gigante, lottando
co ¦ Ercole, fu
da questi sollevato
in alto, e
stretto si f jr temente,
che ne scoppiò. St.
101. v.14. Orezzo:
venticello che spira
al rezso:od anche
rezzo di alberi,
rinfrescato da legger
venu Ribrezzo: tremito delle
meaabra, cagionato dal
treAÌ \ brivido. St. 107.
V.7. Culla: espressa
pulitamente. St. 115. v.4
Alla sorella: alla
lana. St. 129. V.2.
Della diurna fiamma: del
sole. Ivi V.4 Epigramma.
Qui: iscrizione. st. 130
V.5. Gelo: intendasi
frescura. St. 135. V.24.
EbìUi: pianticelle d'ingrato odore, che
fanno i fiori
come il sambuco.
É detta comuDemente: sambuchella. Aneto,
specie di finocchio.
Ilid, Elei, Lecci; latinismo. Piovfi furinafì
(iOvlaiiiln. ZtÌiìiiì> iiìponim
piipinniero Hrlorìco tm ditoiP
rrisaìtrlla; sì renlojitt
la viU "
ma in pena
sH fallo pli lìà m f
a ardi a
Uabriiiik Va [|
il indi iti
J veloci a,
d'firlando, e 110. varcoglk'
Ir (irmi disperse
sul suolo. So]kraVT,'iciie, insieme con
DoTalieOt Bfrandvicardo clic,
per la apda
del paladino vienn liattafilìa con
Zeri uno; riaasti
muore per lo
riportate ferì to,oImbellasi ricoTora
prjsao un romito.
Capita poi Rodonionie,
chfl sì at tacea
non Man d
ri Canio; ma la piinia
è sospesa da
nn raasag fero dì
AgTamaiUe, dit ridiiama
i due icmei
i s<jlto Parigi, Chi
mette il pie
m T amorosa pania, rerehi
rìtrarlo, e non
v inverdii Tnle; rhò
non è in
nomina amor se
non irimaia, A Emulili
do de' savi universale: E
std>ljen (nme Orlando
ognnn non smania. Suo
fnror moitra a
(lualcli' altro setoiJi E quale
è di pazzia
seguo piti e.presso, Glie, "eT
ah ri voler,
perder sé stesso? 9
Vari irli effetti
son ma la
pazzia È tilt t' una però,
che li fa
uscire. Gli è come
una gran selva,
ove la via Conviene
a forza, a
chi vi va,
fallire:Chi sn chi
giù, chi qua
chi là travia. Per
concludere, in somma,
io vi vo'dire: A
chi in amor
s'invecchia, oltr'ogni pena, Si
convengono i ceppi
e la catena. 3
Ben mi sì
potria dir: Frate,
tu vai L'altrui mostrando,
e non vedi
il tuo fallo. Io
vi rispondo che
comprendo assai, Or che di mente
ho lucido intervallo; Ed ho
gran cura (e
spero farlo ormai) Di
riposarmi, e d'uscir
fuor di ballo:Ma
tosto far, come
vorrei, noi posso; Che
U male è
penetrato infin all'osso. 4 Signor,
nell altro Canto io
vi dicea Che '1
forsennato e furioso
Orlando Trattesi V arme
e sparse al
campo avea. Squarciati i
panni, via gittato
il brando. Svelte le
piante, e risuonar
facea I cavi sassi
e l'alte selve;
quando Alcun' pastori al snon
trasse in quel
lato stella, o qualche
lor grave peccato. 5 Viste
del pazzo Pincredibil
prove Poi più d
appresso y e la
possanza estrema, Si voltan
per fuggir; ma
non sanno ove, Si
come avviene in
sobitana tema. Il pazzo
dietro lor ratto
si rnnov:Uno ne
piglia, e del
capo lo scema Con
la facilità che
torria alcuno Dall' albor pome,
o vago fior
dal pruno. 8 Già
potreste sentir come
rimbombe Lalto rumor nelle
propinque ville D'urli e
di corni, rusticane
trombe, E più spesso,
che daltro, il
snon di squille:E
con spuntoni ed
archi e spiedi
e frombo Veder dai
monti sdrucciolarne mille; Ed
altri tanti andar
da basso ad
alto, Per fare al
pazzo un villanesco
assalto. 9 Qual venir
suol nel salso
lito V onda Mossa
dair Austro eh'
a principio scherza, Che
maggior della prima
è la seconda, E
con più forza
poi segue la
terza; Ed ogni volta
più Tumore abbonda, E
neir arena più
stende la sferza:contra
Orlando V empia
turba cresce, Che giù
da balze scende,
e di valli
esce. stanza 5. 6 Per
una gamba il
grave tronco prese, E
quello usò per
mazza addosso al
resto. In terra un
pajo addormentato stese, Ch'
al novissimo di
forse fia desto:Gli
altri sgombraro subito
il paese, Oh'ebbonó il
piede e il
buon avviso presto. Non
saria stato il
pazzo al seguir
lento, non ch'era già
volto al loro
armento. 7 Gli agricoltori,
accorti agli altru' esempli, Lascian nei
campi aratri e
marre e falci: Chi
monta su le
case, e chi
sui templi Poiché non
son sicuri olmi
né salci), Onde r orrenda
fùria si contempli, Ch'a pugni,
ad urti, a
morsi, a graffi,
a calci, Cavalli e
buoi rompe, fracassa
e strugge; E ben è corridor
chi da lui
fugge. Stanza 6. 10 Fece
morir diece persone
e diece, Che senza
ordine alcun gli
andaro in mano: E
questo chiaro esperimento
fece, Ch'era assai più
sicur starne lontano. Trar
sangue da quel
corpo a nessun
lece, ('he lo fere
e percuote il
ferro invano. Al conte
il re del
ciel tal grazia
diede, Per porlo a
guardia di sua
santa Fede.Era a
periglio di morire
Orlando, Se fosse di
morir stato capace. Potea
imparar eh' era a
gittare il brando, E
poi voler senx'
arme essere audace. La
turba già s andava
ritirando, Vedendo ogni suo
colpo uscir fallace. Orlaxido, ppi
che più nessun
T attende, Verso un borgo
di case il
cammiu prende. Stanza 13. 14
Di qua di là, di
su di gì"
discorre Per tutta Francia:
e uu gio.uo
a lai pouie
jinrn Sotto cui largo
e pieno d'acqua
corre Un fiume d'alta
e di scoscesa
riva. Edificato otfctnto avea
una torre Che. d'ooMutorno
e di loutan
scopriva. Quel che fé' quivi,
avete altrove a
udire; Che di Zerbiu
mi convien prima
dire. 15 Zerbin, da
poi ch'Orlando fu
partito. Dimorò alquanto, e
poi prese il
sentiero Che 'i paladino
innanzi gli avea
trito, E mosse a
passa lento il
suo destriero. Non credo
che duo miglia
auc3 fosse ito, Che
trar vide legato
un cavai iero Sopra un
picciol ronzino, e
d'ogni lato La guardia
aver d'un cavaliero
armato. 16 Zerbin questo
prigiou conobbe tosto Che
gli fu appresso,
e così fé'
Isabella. Era Odorico il
Biscaglin, che pofeto Fu
come lupo a
guardia dell'agnella. L'avea a
tutti gli amici
suoi preposto Zerbino in
confidargli la donzella, Sperando che
la fede che
nel resto Sempre avea
avuta, avesse ancora
in questa 17 Come
era a punto
quella cosa stata Venia
Isabella raccontando allotta:Come
nel palischermo fu
salvata, Prima ch'avesse il mar la
nave rotta: La forza
che V avea
Odorico usata:E come
tratta poi fosse
alla grotta. Né giimt'
era anco al
fin di quel
sermone, Che trarre il
malfattor vider prigione. 12
Dentro non vi
trovò piccol né
grande, Che '1 borgo
ognun per tema
avea lasciato. V'erano in
copia povere vivande. Convenienti a
un pastorale stato. Senza
il pane discerner
dalle ghiande, Dal digiuno
e dalP impeto
cacciato, Le mani e
il dente lasciò
andar di botto In
quel che trovò
prima, o crudo
o cotto. Dava la
caccia e agli
uomini e alle
fere; E scorrendo pei
boschi, ta'.or prese capri
snelli, e le
damme leggiere; Spesso con
orsi e con
ciui;hiai coniese, E con
man nude li
pose a giacere; E
di lor canie
con tutUi la
spoglia Più volte il
ventre empi con
fiera voglia. 18 I
duo ch'in mezzo
avean preso Odorico, D'Isabella notizia
ebbono vera; E s'avvisare
esser di lei
l'amico, E'I signor lor,
colui ch'appresso l'era; Ma
più, che nello
scudo il segno
antico Vider dipinto di
sua stirpe altiera: E
trovar, poi che
guardar meglio al
viso, Che s'era al
vero apposto il
loro avviso. 19 Saltaro
a piedi, e
con aperte braccia Correndo se
n' andar verso
Zerbino, E l'abbracciare ove
il maggior slabbracela. Col capo
nudo, e col
ginocchio chino. Zerbin, guardando
l'uno e l'altro
in faccia Vide esser
l'un Corebo il
Biscaglino, Almonio l'altro, ch'egli
avea mandati Con Odorico
in sul uavilio
armati. stanza 13. 20 Almonio
disse: Poiché piace
a Dio (La sna
mercè) che sia
Isabella teco. Io posso
ben comprender, signor
mio, Che nulla cosa
nuova ora t'arreco: S'io vodir
la cagion che questo rio Fa
che cosi legato
tedi meco; Che da
costei, che più
sentì l'oifesa, A punto
avrai tutta T
istoria intesa. 21 Come
dal traditore io
fui schernito Quando da
sé levommi. saper
dèi; E come poi
Corebo fu ferito, Ch'a
difender s'avea tolto
costei. Ma quanto al
mio ri tomo
sia seguito. Né veduto
né inteso fu
da lei. Che te
l'abbia potuto riferire: Di
questa parte dunque
io ti vo'dire. 22
Della cittade al
mar ratto io
veniva Con cavalli eh'
in fretta avea
trovati, Sempre con gli
occhi intenti s' io
scopriva Costor che molto
addietro eran restati. Io
vengo innanzi, io
vengo in su
la riva Del mare,
al luogo ove
io gli avea
lasciati: Io guardo, né
di loro altro
ritrovo. Che nell'arena alcun
vestigio nuovo. 23 La
pesta seguitai, che
mi condusse Nel bosco
fier; né molto
addentro fui, Che, dove
il suon l'orecchie
mi percusse. Giacere in
terra ritrovai costui. Gli
domandai che della
donna fusse. Che d'Odorico,
e chi avea
offeso lui. 10 me
n' andai, poi
che la cosa
seppi, 11 traditor cercando
per quei greppi. 26
La giustizia del
re, che il
loco franco Della pugna
mi diede, e
la ragione; Ed oltre
alla ragion, la
fortuna anco, Che spesso
la vittoria "
ove vuol, pone; 31
i giovar si,
che di me potèmancoIl traditore:
onde fu mio
prigione. Il re, udito
il gran fallo,
mi concesse Di poter
fame quanto mi
piacesse. Stanza 'Z4. 24 Molto
aggirando vommi, e
per quel giorno Altro
vestigio ritrovar non
posso. Dove giacca Corebo
alfin ritomo. Che fatto
appresso avea il
terren sì rosso, poco
più che vi
facea soggiorno. Gli saria
stato di bisogno
il fosso, E i
preti e i
frati più per
sotterrarlo, Ch'i medici e
che'l letto per
sanarlo. 25 Dal bosco
alla città feci
portallo, E posi in
casa d'uno ostier
mio amico, Che fatto
sano in poco
termine hallo Per cura
ed arte d'un
chirurgo antico. Poi d'arme
provveduti e di
cavallo, Corebo ed io
cercammo d'Odorico, Ch'in corte
del re Alfonso
di Biscaglia Trovammo; e
quivi fili seco
a battaglia. 27 Non
r ho voluto
uccider né lasciarlo, Ma, come
vedi, trarloti in
catena Perchè vo'ch'a te
stia di giudicarlo, Se morire
o tener si
deve in pena. L'avere
inteso ch'eri appresso
a Carlo, E '1
desir di trovarti
qui mi mena. Ringrazio Dio
che mi fa
in questa parte, Dove
lo sperai meno,
ora trovarte. 28 Ringraziolo
anco, che la tua Isabella Io
veggo (e non so come)
che teco hai; Di
cui, per opra
del fellon, novella Pensai che
non avessi ad
udir mai. Zerbino ascolta
Almonio, e non
favella, Fermando gli occhi
inOdorico assai; Non si
per odio, come
che gì' incresce Ch'a
si mal fin
tanta amicizia gli
esce. 29 Finito chebbe
Almonìo il suo
sermone, Zerbin riman gran
pezzo sbigottito, Che chi
d ogni altro
men n' avea
cagione, Si espressamente il
possa aver tradito. Ma
poi che d'una
lunga ammirazione Fu, sospirando
> finalmente uscito, Al
prigion domandò se
fosse vero Quel eh
avea di lui
detto il cavaliero. 30
II disleal con
le ginocchia in
terra Lasciò cadérsi, e
disse: signor mio, Ognun
che vive al
mondo, pecca ed
erra: Né differisce in
altro il buon
dal rio, Se non
che Puno è
vinto ad ogni
guerra Che gli yien
mossa da un
piccol disio: L altro
ricorre all'arme e
si difende; Ma se'l
nemico è forte,
anco ei si
rende. 31 Se tu
m'avessi posto alla
difesa D'una tua rocca,
e ch'ai primiero
assalto Alzate avessi, senza
far contesa, Degr inimici
le bandiere in
alto; Di viltà, 0
tradimento, che più
pesa, Su gli occhi
por mi si
potria uno smalto: Ma
s'io cedessi a
forza, son ben
certo Che biasmo non
avrei, ma gloria
e merto. 82 Sempre
che Tinimico è più possente, Più
chi perde accettabile
ha la scusa. Mia
fé guardar dovea
non altrimente Chuna fortezza
d'ognintorno chiusa. Cosi, con
quanto senno e
quanta mente Dalla Somma
Prudenzia m'era infusa, 10
mi sforzai guardarla;
ma alfin vinto Da
in tollerando assalto,
ne fui spinto. 33
Così, disse Odorico,
e poi soggiunse (Che saria
Inngo a ricordarvi
il tutto), Mostrando che
gran stimolo lo
punse, E non per
lieve sferza s'era
indutto. Se mai per
prieghi ira di
cor si emunse, S' umiltà di
parlar fece mai
flutto, Quivi far lo
dovea: che ciò
che muova Di cor
durezza, ora Odorico
trova. 34 Pigliar di
tanta ingiuria alta
vendetta, Tra il sì
Zerbino e il
no resta confuso. 11
vedere il demerito
lo alletta A far
che sia il
fellon di vita
escluso: n ricordarsi l'amicizia
stretta Ch'era stata tra
lor per sì
lungo uso, C<m l'acqua
di pietà l'accesa
rabbia Nel cor gli
spegne, e vuol
che mercè n'abbia. 85
Mentre stava cosi
Zerbino in forse Di
liberare, o di
menar captivo, Oppure il
disleal dagli occhi
torse Per morte, oppur
tenerlo in pena
vivo; Quivi rìgnando il
palafreno corse, Che Mandricardo
avea di brigrlia
privo; E vi portò
la vecchia che
vicino A morte dianzi
avea tratto 2bino. 36
n palaU; ch'udito
di lontano Avea quest'altri,
era tra lor
venuto; E la vecchia
portatavi, ch'invano Venia piangendo
e domandando alita Come
Zerbin lei vide,
ahò la mano Al
ciel, che sì
benigno gli era
snto, Che datogli in
arbitrio avea quedoi Che
soli odiati esser
dovean da Ini. 37
Zerbin fa ritener
la mala vecchia, Tanto che
pensi quel che
debba fame. Tagliarle il
naso e l'una
e l'altra orecchia Pensa, ed
esempio a' malfattori dame: Poi
gli par assai
meglio, s' apparecchia Un pasto
agli avoltoi di
quella carne. Punizì'on diversa
tra sé voi
ve; E così finalmente
si risolve. 38 Si
rivolta ai compagni,
e dice: Io sono Di
lasciar vivo il
disleal contento; Che s' in
tutto non merita
perdono, Non merita anco
sì crudel tormento. Che
viva e che
slegato sia gli
dono, Però ch'esser d'amor
la colpa sento; E
facilmente ogni scusa
s'ammette, Quando ip amor
la colpa si
riflette. 89 Amore ha
vòlto sottosopra spesso Senno
più saldo che
non ha costui; Id
ha condotto a
via maggiore eccesso Di
questo, ch'oltraggiato ha
tutti nm. Ad Odorico
debbe esser rimesso: Punito esser
debbo io, che
cieco fui; Cieco a
dargline impresa, e
non por sente Che'l
foco arde la
paglia &cihnente. 40 Poi
mirando Odorico: Io
vo'che sia, Gli disse,
del tuo error
la penitènza, Che la
vecchia abbi un
anno in compagnitf Né
di lasciarla mai
ti sia licenza; Ma
notte e giorno,
ove tu vada
o stia, Un'ora mai
non te ne
trovi senza; E fin
a morte sia
da te difem Centra
ciascun che voglia
farle offesa. 41 yo\
se da lei
ti sarà comandato, Che pigli
contra ognun contesa
e guerra: Vo'in questo
tempo che tu
sia ubbligato Tutta Francia
cercar di terra
in terra. Così dicea
Zerbiu; che pel
peccato Meritando Òdorico andar
sotterra, Questo era porgli
innanzi un alta fossa, Che
fia gran sorte
che schivar la
possa. 42 Tante donne,
tanti uomini traditi Avea
la vecchia, e
tanti offesi e
tanti. Che chi sarà
con lei, non
senza' liti Potrà passar de' cavalieri
erranti. Così di par
saranno ambi puniti:Ella
de' suoi commessi
errori innauti; Fgli di
tome la difesa
a torto, Né molto
potrà andar che
non sia morto. 43
Di dover servar
questo, Zerbin diede Ad
Odorico un giuramento
forte, Con patto che
se mai rompe
la fede, E ch'iiiKauzi
gli capiti per
sorte, Senz;i udir prieghi
e averne più
mercede Lo debba far
morir di cruda
morte. Ad Almouio e
a Corebo poi
rivolto, Fece Zerbin che
fu Odorico sciolto. 44
Corebo, consentendo Almon'o,
sciolse Il traditore alfin,
mi non in
fretta; Ch'air uno e
all'altro esser turbato
dilse Da si desiderata
sua vendetta. Quindi partissi
il disleale, e
tolse In compagaia la
vecchia maledetta. Non si
legge iu Turpin
che n'avvenisse; Ma vidi
già un autor
che più ne
scrisse. 45 Scrive l'autore,
il cui nome
mi taccio, Che non
furo lontani una
giornata. Cheper torsi Odorico
quello impaccio, Contra ogni
patto ed ogni
fede data. Al collo
di Gabrina gittò
un laccio, E che ad un
olmo la lasciò
impiccata: E ch'indi a
un anno (ma
non dice il
loco) Almonio a lui
fece il medesmo
gioco. 46 Zerbin, che
dietro era venuto
all'orma Del paladin, né
perder la vorrebbe, Manda a
dar di sé
nuove alla sua
torm", Che star senza
gran dubbio non
ne debba: Almonio manda,
e di più
cose informa, Che lungo
il tutto a
ricontar sarebbe; Almonio manda,
e a lui
Corebo appresso; Né tien,
ftiorchè Isabella, altari
con esso. 47 Tant'era
l'amor grande che
Zerbino, E non minor
del suo quel
che Isabella Portava al
virtuoso paladino:Tanto il
desir d'intender la
novella, Ch' egli avesse
trovato il Saracino Che
del destrier lo
trasse con la
sella; Che non faràr
all' esercito ritorno, Se non
finito che sia
il terzo giorno; stanza 45. 48
II termine eh'
Orlando aspettar disse Il
cavdlier eh' ancor non
porta spada. Non é
alcun luogo dove
il conte gisse, Che
Zerbin pel me'desimo
non vada. Giunse alfin
tra quegli arbori
che scrisse L'ingrata donna,
un poco fuor
di strada; E con
la fonte e
col vicino sasso Tutti
li ritrovò messi
in fracassi". 4.9 Vede
lontan non sa
che luminoso, E trova
la corazza esserdelconte;EtroyaV elmo
poi, non quel
famoso Ch armò già
il capo air
africano Almonte; Il destrier
nella seka più
nascoso Sente a nitrire,
e leva al
suon la fronte; vede
Brigliador pascer per Terba, Che
dall'arcion pendente il
freno serba. 50 Durindana
cercò per la
foresta, fuor la vide
del fodero starse. Trovò, ma
in pezzi, ancor
la sopravvesta Ch'in cento
lochi il miser
conte sparse. Isabella e
Zerbin con faccia
mesta Stanno mirando, e
non san che
pensarse:Pensar potrian tutte
le cose, eccetto Che
fosse Orlando fuor
dell'intelletto. 55 Se fosse
stata a quell'oste!
d'Atlante, Veduto con Ghradasso
andare errando L'avrebbe, con
Ruggier, con Bradamante, E
con Ferraù prima,
e con Orlando. Ma
poi che cacciò
Astolfo il negromante Col suon
del corno orribile
e mirando, Brandimarte tornò
verso Parigi; Ma non
sapea già questo
Fiordiligi 56 Come io vi dico,
sopraggiunta a caso A
quei duo amanti
Fiordiligi bella, Conobbe l'arme,
e Brigliador rimaso Senza
il patrone, e
col freno alla
selk. Vide con gli
occhi il miserabii
caso, £ n' ebbe
per udita anco
novella; Che similmente il
pastorel narrolle Aver veduto
Orlando correr folle. 51
Se di sangue
vedessino una goccia, Creder potrian
che fosse stato
morto. Intanto lungo la
corrente doccia Vider venire
un pastorello smorto. Costui pur
dianzi avea di
su la roccia L'alto
furor dell'inf elire scorto, Come
l'arme gittò, squarciossi
i panni, Pastori uccise,
e fé' mill' altri
danni. 52 Costui, richiesto
da Zerbin, gli
diede Vera informazì'on di
tutto questo. Zerbin si
maraviglia, e a pena il
crede; E tuttavia n'ha
indizio manifesto. Sia come
vuole; egli discende
a piede, Pien di
pietade, lacrimoso e
mesto, E ricogliendo da
diversa parte Le reliquie
ne va, eh'
erano sparte. 53 Del
palafren discende anco
Isabella, va quell'arme riducendo
insieme. Ecco lor sopravviene
una donzella Dolente in
vista, e di
cor spesso geme. mi
domanda alcun chi
sia, perch'ella s' affligge, e
che dolor la
preme; Io gli risponderò
eh' è Fiordiligi, Che dell'amante
suo cerca i
vestigi. 57 Quivi Zerbin
tutte raguna V arme
E ne
£Ek come un
bel trofeo s'un
pino; E volendo vietar
che non se
n'arme Cavalier paèsan né
peregrino, Scrive nel verde
ceppo in breve
carme: Armatura d' Orlando Paladino; Come volesse
dir: Nessun la mova, Che
star non possa
con Orlando a
prova. 58 Finito ch'ebbe
la lodevol opra, Tornava
a rimontar sul
suo destriero; Ed ecco
Mandricardo arrivar sopra, Che
visto il più
di quelle spoglie
altiero, Lo priega che la cosa
gli discopra: E quel
gli narra, come
hainteso, il vero. Allora
il re pagan
lieto non bada, Che
viene al pino,
e ne leva
la spada. 59 Dicendo: Alcun non
me ne può
riprendere. Non è pur
oggi ch'io l'ho
fatta mia; Ed il
possesso giustamente prendere Ne
posso in ogni
parte, ovunque sia. Orlando,
che temea quella
difendere, S' ha finto pazzo,
e 1' ha
gittata via; Ma quando
sua viltà pur
così scusi, Non debbe
far eh' io
mia ragion non
usi 54 Da Brandimarte
senza farle motto Lasciata fu
nella città di
Carlo, Dov' ella l'aspettò
sei mesi ed
otto:E quando alfin
non vide ritornarlo, Da un
mare all'altro si
mise, fin sotto Pirene
e l'Alpe, e
per tutto a
cercarlo:L'andò cercando in
ogni parte, fuore Ch'ai
palazzo d'Atlante incantatore. 60 Zerbino
a lui gridava:
non la tórre, 0
pensa non l'aver
senza questione. Se togliesti
così l'arme d'Ettorre, Tu
l'hai di furto,
più che di
ragione. Senz'altro dir l'un
sopra l'altro corre, D'animo e
di virtù gran
paragone. Di cento colpi
già rimbomba il
suono; Né bene ancor
nella battaglia sono. 61
Di prestezza Zerbin
pare una fiamma A
torsi, ovunque Durindana
cada:Di qua di
là saltar come
una damma Fa 'J
suo destrier, dove
è miglior la
strada. E ben convien
cbe non ne
perda dramma: Ch'andrà, s'un
tratto il coglie
quella spada, Aritrovargl'innamorati spirti, Ch'
empion la selva
degli ombrosi mirti. 62
Come il veloce
can che'l porco
assalta, Cbe fuor del
gregge errar vegga
nei campi, Lo va
aggirando, e quinci
e quindi salta; Ma
quello attende ch'una
volta inciampi; Cosi, se
vien la spada
o bassa od
alta, Sta mirando Zerbin
come ne scampi; Come
la vita e
l'onor salvi a
un tempo, Tien sempre
l'occhio, e fiere
e fugge a
tempo. 63 Dall'altra parte,
ovunque il Saracino La
fiera spada vibra
o piena o
vota. Sembra fra due
montagne un vento
alpino Ch'una frondosa selva
il marzo scuota; Ch'ora la
caccia a terra
a capo chino, Or
gli spezzati rami
in aria ruota. Benché
Zerbin più colpi
e fugga e
schivi, Non può schivare
alfin eh' un non
gli arrivi. 64 Non
può schivare alfin
un gran fendente, Che
tra'l brando e lo scudo
entra sul petto. Grosso
l'usbergo e grossa
parimente Era la piastra,
e '1 panziron
perfetto:Pur non gli steron contra,
ed ugualmente Alla spada
crudel dieron ricetto. Quella calò
tagliando ciò che
prese. La corazza e
l'arcion fin sull'arnese: 65 E
se non fu
scarso il colpo
alquanto, Per mezzo lo
fendea come una
canna; Ma penetra nel
vivo appena tanto, Che
poco più che
la pelle gli
danna. La non profonda
piaga è lunga
quanto Non si misureriacon
una spanna. Le lucid'arme
il caldo sangue
irriga, Per sino al
pie, di rubiconda
riga. 66 Cosi talora
un bel purpureo
nastro Ho veduto partir
tela d'argento Da quella
bianca man più
ch'alabastro. Da cui partire
il cor spesso
mi sento. Quivi poco
a Zerbin vale
esser mastro Di guerra,
ed aver forza
e più ardimento; Che di
finezza d'arme e
di possanza 11 re
di Tartaria troppo
l'avanza. 67 Fu questo
colpo del pagan
maggiore In apparenza, che
fosse in effetto; Tal
eh' Isabella se
ne sente il
core Fendere in mezzo
all'agghiacciato petto.
Zerbin, pien d'ardimento
e di valore, Tutto
s' infiamma d'ira e
di dispetto:E quanto
più ferire a
due man puote, In
mezzo l'elmo il
tartaro percuote. 68 Quasi
sul collo del
destrier piegosse Per l'aspra
botta il Saracin
superbo; E quando l'elmo
senza incanto fosse, Partito il
capo gli avria
il colpo acerbo. Con
poco differir ben
veudicosse; Né disse: A un'
altra volta io
te la serbo:E
la spada gli
alzò verso l'elmetto. Sperandosi tagliarlo
infin al petto.(JJ)
Zerbin, che tenea
rocchio ove la
mente, Presto il cavallo
alla man destra
volse; Non si presto
però, che la
tagliente Spada fuggisse, cbe
lo scudo colse. Da
sommo ad imo
ella il partì
ugualmente, E di sotto
il braccial roppe
e disciolse, E lui
ferìnel braccio; e
poi l'arnese Spezzògli, e
nella coscia anco
gli scese. 70 Zerbin
di qua di
là cerca ogni
via, Né mai di
quel che vuol,
cosa gli viene; Che
l'armatura, sopra cui
feria, Cu piccol segno
pur non he
ritiene. Dall'altra parte il
re di Tartaria Sopra Zerbino
a tal vantaggio
viene, Che l'ha ferito
in sette parti
o in otto, Tolto
lo scudo, e
mezzo l'elmo rotto. 71
Quel tuttavia più
va perdendo il
sangue; Manca la forza,
e ancor par
che noi senta. Il
vigoroso cor, che
nulla langue, Val si,
che '1 debol
corpo ne sostenta. La
donna su%, per
timor fatta esangue, Intanto a
Doralice s' appresenta, E la
priega e la
supplica per Dio, Che
partir voglia il
fiero assalto e rio.
72 Cortese, come
bella, Doralice, Né ben
sicura come il
fatto segua, Fa volontier
quel ch'Isabella dice, E
dispone il suo
amante a pace
e a triegua. Così
a'prieghi dell'altra l'ira
ultrice Di cor fugge
a Zerbino e
si dilegua; Ed egli,
ove a lei
par, piglia la
strada. Senza finir l'impresa
della spada. 73 Fiordiligi
che mal vede
difesa La buona spada
del misero conte, Tacita
duolsì; e tanto
le ne pesa, Che
d'ira piange, e
battesi la fronte. Vorria aver
Brandimarte a quella
impresa; E se mai
lo ritrova e
gli lo conte, Non
crede poi che
Mandricardo vada Lunga stagione
altier di quella
spada. 74 Fiordiligi cercando
pure invano Va Brandimarte
suo mattina e
sera; E fa cammin
da lui molto
lontano. Da lui che
già tornato a
Parigi era. Tanto ella
se n'andò per
monte e piano, Che
giunse ove, al
passar d'una rÌTiera, Vide
e conobbe il
miser paladino; Ma diciam
quel che avvenne
di Zerbino "3 ii"
X<ii: Stanza 88. 75 Che
U lasciar Durindana
si gran fallo Gli
par, che più d'
ogn'(altro mal gP incresce; Quantunque appena
star possa a
cavallo. Pel molto sangue
che gli è
uscito ed esce. Or,
poiché dopo non
troppo intervallo Cssa con
IMra il caldo,
il dolor cresce:Cresce
il dolor sì
impettiosamente, Che
mancarsi la vita
se ne sente. 76
Per debolezza più
non potea gire; Sì
che fermossi appresso
una fontana. Non sa
che far, né
che si debba
dire, Per aiutarlo, la
donzella umana. Sol di
disagio lo vede
morire; Che quindi è
troppo ogni città
lontana, Dove in quel
punto al medico
ricorra, Che per pietade
o premio gli
soccorra. 77 Ella non
sa, se non
invàn dolersi, Chiamar fortuna
e il cielo
empio e crudele. Perchè, ahi
lassa ! dicea, non
mi sommersi Quando levai
neirOce&n le vele? Zerbin,
che i languidi
occhi ha in
lei conversi, Sente più
doglia eh ella
si querele, Che della
passion tenace e
forte Che rhacondotto ornai
vicino a morte. 78
Cosi, cor mio,
vogliate (le diceva), Dopo
chMo sarò morto,
amarmi ancora, Come solo
il lasciarvi è
che m'aggreva Qui senza
guida, e non
già perch'io mora: Che
se in sicura
parte m'accadeva Finir della
mia vita l'ultima
ora, Lieto e contento
e fortunato appieno Morto
sarei, poich'io vi
moro in seno. 8tAnE&9C). 7u Ma
poiché 1 mio
destino iniquo e duro
Vuol ch'io vi
lasci, e non
so in man
di cnij Per questa
bocca e per
questi occhi giuro. Per
queste chiome onde
allacciato fui, Clic disperato
nel profondo oscuro Yo
dello 'nfemo, ove
il pensar lìi
vili, Cb' abbia così
laeciata assai piii
ria Sani doj' altra pena
ebe vi sia. 80
A questo la
mestissima Isabella, la faccia
lagrimosa, E congiungendo la
sua bocca a
quella non còlta in
sua stagion, bì
ch'ella Impallidisca in m la siepe
ombrosa; Disse '. Non vi pensate
gift, mia vita t
Fnr aensca me
(inent ultima partite SjyDi
dò, cor mio,
nessun timor vi
tocchi; Ch' io vo'
seguirvi o in
cielo o nello
'nferno. Convien che V
uno e 1'
altro spirto scocchi, Insieme vada,
insieme stia in
eterno. Non sì tosto
vedrò chiudervi gli
occhi, 7/ XI che
m'ucciderà il dolore
interno, / 0, se
quel non può
tanto, io vi
prometto l Con questa
spada oggi passarmi
il petto. 82 De' corpi
nostri ho ancor
non poca speme, Che
me' morti, che vivi,
ahbian ventura. Qui forse
alcun capiterà, eh'
insieme, Mosso a pietà,
darà lor sepoltura. Così dicendo,
le reliquie estreme Dello
spirto vital che
morte fura, Va ricogliendo
con le labbra
meste. Fin ch'una mìnima
aura ve ne
reste. 87 In tanta
rabbia, in tal
furor sommersa L'avea la
doglia sua, che
facilmente Avria la spada
in sé stessa
conversa, Poco al suo
amante in questo
ubbidiente: S'uno eremita, ch'alia
fresca e tersa Fonte
avea usanza di
tornar sovente Dalla sua
quindi non lontana
cella, Non s'opponea, venendo,
al voler d'elk. 88
n venerabil uom,
eh' alta boutade Avea
congiunta a naturai
pmdeiuria, Ed era tutto
pien di caritade, Di
buoni esempi ornato
e d'eloquenzia, Alla giovan
dolente persuade Con ragioni
efficaci pazìenzia; Ed innanzi
le pon, come
uno specchio . Donne del testamento e
nuovo e vecchio. 83
Zerbin, la debol
voce rinforzando, Disse: Io
vi priego e
supplico, mia diva. Per
quello amor che
mi mostraste, quando Per
me lasciaste la
patema riva; E se
comandar posso, io
ve '1 comando, Che,
finché piaccia a
Dio, restiate viva; Né
mai per caso
pogniate in obblio, Che,
quanto amar si
può, v'abbia amato
io. 84 Dio vi
provvederà d'aiuto forse, Per
liberarvi d'ogni atto
villano, Come fé' quando alla
spelonca torse, Per indi
trarvi, il senator
romano. Così (la sua
mercé) già vi
soccorse Nel mare, e
contra il Biscaglin
profano; E se pure
avverrà che poi
si deggia Morire, allora
il minor mal s'
eleggia. 89 Poi le
fece veder, come
non fosse Alcun, se
non in Dio,
vero contento; E ch'eran
l'altre transitorie e
flusse Speranze umane, e
di poco momento: E
tanto seppe dir,
che la ridusse Da
quel crudele ed
ostinato intento, Che la
vita seguente ebbe
disio Tutta al servigio
dedicar di Dio. 90
Non che lasciar
del suo signor
voglia nnqne Né '1
grande amor, né
le reliquie morte: Convien che
l'abbia ovunque stia,
ed ovunque Vada, e
che seco e
notte e dì
le porte. Quindi aiutando
l'eremita dunque, Ch' era
della sua età
valido e forte, Sul
mesto suo destrìer
Zerbin posaro, E molti
di per quelle
selve andaro. 85 Non
credo che quest'ultime
parole Potesse esprimer sì,
che fosse inteso; E
fini come il
debol lume suole, Cui
cera manchi, od
altro in che
sia acceso. Chi potrà
dire appien come
si duole. Poiché si
vede pallido e
disteso, La giovanetta, e
freddo come ghiaccio Il
suo caro Zerbin
restar in braccio? 86
Sopra il sanguigno
corpo s'abbandona, E di
copiose lacrime lo
bagna; Estride sì, ch'intorno
ne rìsuona A molte
miglia il bosco
e la campagna. Né
alle guance né
al petto si
perdona, Che l'uno e
l'altro non percuota
e fragna; E straccia
a tx)rto l'auree
crespe chiome, Chiamando sempre
invan l'amato nome. 91
Non volse il
cauto vecchio ridur
seco, Sola con solo,
la giovane bella Là
dove ascosa in
un selvaggio speco Non
lungi avea la
solitaria cella; Fra sé
dicendo: Con periglio
arreco In una man
la paglia e
la facella. Né si
fida in sua
età né in sua prudenzia, Che di
sé faccia tanta
esperienzia. 92 Di condurla
in Provenza ebbe
pensiero, Non lontano a
Marsiglia in un
castello, Dove di sante
donne un monastero Ricchissimo era,
e di edificio
bello:E per portarne
il morto cavaliere, Composto in
una cassa aveano
quello, Che in un
castel, eh' era
tra via, si
fece Lunga e capace,
e ben chiusa
di pece. 93 Più
e più giorni
gran spazio di
terra Cercaro, e sempre
per lochi più
inculti, Che pieno essendo
ogni cosa di
guerra, Voleauo gir più
che poteano occulti. Alfine un
cavalier la via
lor serra, Che lor fé'
oltraggi e disonesti
insulti; Di cui dirò
quando il suo
loco fia: Ma ritomo
ora al re
di Tartaria. 99 Ecco
sono agli oltraggi,
al grido, all'ire, Al
trar de' brandi,
al crudel suon
dei ferri; Come Tento
che prima appena spire, Poi
cominci a crollar
frassini e cerri; Et
indi oscura polve
in cielo aggire, Indi
gli arbori svella,
e case atterri, Sommerga in
mare, e porti
ria tempesta Che '1
gregge sparso uccida
alla foresta. 94 Avuto
ch'ebbe la battaglia
il fine Che già
v' ho detto,
il giovin si
raccolse Alle fresche ombre
e all'onde cristalline, Ed al
destrier la sella
e '1 freno
tolse, E lo lasciò
per l'erbe teneriue Del
prato andar pascendo
ov' egli volse:Ma
non stè molto,
che vide lontano Calar
dal monte un
cavaliere al piano. 95
Conobbel, come prima
alzò la fronte, Doralice, e
mostrollo a Mandricardo, Dicendo: Ecco il
superbo Rodomonte, Se non
m'inganna di lontan
lo sguardo. Per far
teco battaglia cala
il monte: Or ti
potrà giovar l'esser
gagliardo. Perduta avermi a
grande ingiuria tiene. Oh'
era sua sposa,
e a vendicar
si viene. 96 Qual
buono astor che
l'anitra o l'acceggia. Starna o
colombo o simil
altro augello Venirsi incontra
di lontano veggia, Leva
la testa, e
si fa lieto
e bello; Tal Mandricardo,
come certo deggia Di
Rodomonte ìslt strage
e macello, Con letizia
e baldanza il
destrier piglia, Le staffe
ai piedi, e
dà alla man
la briglia. Stanza 100. 97
Quando vicini fur
sì, ch'udir chiare Tra
lor poteansi le
parole altiere. Con le
mani e col c minacciare Incominciò gridando
il re d'Algiere, Ch'a penitenza
gli faria tornare, Che
per un temerario
suo piacere Non avesse
rispetto a provocarsi Lui ch'altamente
era per vendicarsi. 100 De'
duo pagani, senza
pari in terra, Gli
audacissimi cor, le
forze estreme Partoriscono colpi
ed una guerra Conveniente a
si feroce seme. Del
grande e orribil
suon trema la
terra. Quando le spade
son percosse insieme: Gettano l'arme
insin al ciel
scintille. Anzi lampadi accese
a mille a
mille. 98 Rispose Mandricardo:
Indarno tenta Chi mi
vuol impaurir per
minaociarme. Cosi fanciulli o
femmine spaventa, 0 altri
che non sappia
che sieno arme; Me
non, cui la
battaglia più talenta D'ogni riposo;
e son per
adoprarme A pie, a
cavallo, armato, e
disarmato, Sia alla campagna,
o sia nello
steccato. 101 Senza mai
riposarsi o pigliar
fiato Dura fra quei
duo re l'aspra
battaglia, Tentando ora da
questo, or da
quel lato Aprir le
piastre, e penetrar
la maglia. Né perde
l'un, né l'altro
acquista il prato; Ma
come intorno siau
fosse o muraglia, 0
troppo costi ogn'
oncia di quel
loco, Non si parton
d'un cerchio angusto
e poco. 102 Fra
mille colpi il
tartaro una volta Colse
a duo roani
in fronte il re d'Algiere, Che gli
fece reder girare
in volta Quante mai
fiiron fiaccole e
lumiere. Come ogni forza
all' African sia tolta, Le
groppe del destrier
col capo fere; Perde
la staffa, ed
è, presente quella Che
cotant'ama, per uscir
di sella. Stanza 10& 105
II cavallo del
Tartaro, cii'abborre La spada
che fischiando cala
d'alto. Al suo signor,
con suo gran
mal, Perchè b' arretra,
per fuggir, d'irn Il
brando in mezzo
il capo gli
traaconey Ch' al signor,
non a lui,
movea V Il miser
non avea V
elmo di Troia, Come
il patrone; onde
convien che mi 106
Quel cade, e
Mandricardo in piedi
Non più stordito,
e Durindana aggiia. Veder
morto il cavallo
entro gli adixa, E
fuor divampa un
grave incendio d'iia. L
African, per urtarlo,
il destrier driaa: Ma
non più Mandricardo
si ritira. Che scoglio
far soglia dall'onde:
e aTTCBBe Che '1
destrier cadde, ed
egli in pie
si te&at 107 L'African,
che mancarsi il
destrier settL Lascia le
staffe, e su
gli arcion si ponta,
E resta
in piedi e
sciolto agevolmente: Cosi r
un V altro
poi di pari
affronta. La pugna più
che mai ribolle
ardente; E l'odio e
r ira e la superbia
monta; Ed era per
seguir; ma quivi
giunse In fretta un
messaggier che li
disgiunse. 108 Vi giunse
un messaggier del
popol mori Di molli
che per Francia
eran mand&U A ricliiamare
agU stendardi loro Icapitani e
i cavalier privati; Perchè Timperator
dai gìgli d'oro Gli
avea gli alloggiamenti
già assediati; E se
non è il
soccorso a venir
presto, L'eccidio suo conosce
manifesto. 103 Ma come
ben composto e
valido arco Di fino
acciaio, in buona
somma greve, Quanto si
china più, quanto
è più carco E
più lo sforzan
martinelli e leve, Con
tanto più furor,
quando è poi
scarco. Ritorna, e fa
più mal che
non riceve; Cosi quello
Afìrican tosto risorge, E
doppio il colpo air
inimico porge. 104 Rodomonte
a quel segno
ove fu colto. Colse
appunto il figliuol
del re Agricane. Per
questo non potè
nuocergli al volto, Chin
difesa trovò Parme
troiane; Ma stordi in
modo il Tartaro,
che molto Non sapea
s'era vespero o
dimane. L'irato Rodomonte non s'
arresta, Che mena V
altro, e pur
segua alla teista. 109
Riconobbe il messaggio
i cavalieri, Oltre air
insegne, oltre alle
sopravveste, Al girar delle
spade, e ai
colpi fieri Ch'altre man
non farebbouo che
queste. Tra lor però
non osa entrar,
che speri Che fra
tant' ira sicurtà
gli preste L'esser messo
del re; né
si conforta Per dir,
eh' imbasciator pena non
porta; 110 Ma viene
a Doralice, ed
a lei narra Ch' Agramante, Marsilio,
e Stordihino, Con pochi
dentro a mal
sicura sbarra Sono asseliati
dal popol cristiano. Narrato il
caso, con prieghi
ne inirra Che faccia
il tutto ai
duo guerrieri piano. E
che gli accordi
insieme, e per
Io scampo Del popol
saraoin li meni
in campo. Stanza 9j. ABI08T0. 111 Tra
i cavalier la
donna di gran
core Si mette, e
dice loro: Io vi
comando, Per quanto so
che mi portate
amore, Che riserbiate a
migàor uso il
brando: E ne vegnate
subito in favore Del
nostro campo Saracino,
quando Si trova ora
assediato nelle tende, E
presto aiuto o
gran mina attende. 112
Indi il messo
soggiunse il gran
periglio Dei Sara Cini,
e narrò il
fatto appieno; E diede
insieme lettere del
figlio Del re Troiano
al figlio d' Ulicuo. Sì
piglia finalmente per
consiglio, Che i duo
guerrier, deposto ogni
veneno, . Facciano insieme
triegua infino al
giorno Che sia tolto
T assedio ai Mori
intorno; 113 E senza
più dimora, come
pria Libera d'assedio abbiau
lor gente, Non s'intendano
aver più compagnia. Ma
crudel guerra e
inimicizia ardente, Finché con
l'arme diffiaito sia Chi
la donna aver
de' meritamente. Quella,
nelle cui man
giurato fue, Fece la
sicurtà per ambedue. 114
Quivi era la
Discordia impaziente,
Inimica di pace
e d'ogni tregua; E
la Superbia v'è,
che non consente Né
vuol patir che
tale accordo segua. Ma
più dilorpuòAmorquivipresente,
Di cui
l'alto valor nessuno
adegua; E fé ch'indietro,
a colpi di
saette, E la Discordia
e la Superbia
stette. 115 Fu conclusa
la tregua fra
costoro, Si come piacque
a chi di
lor potè a. Vi
mancava uno dei
cavalli loro; Che morto
quel del Tartaro
giacea; Però vi venne
a tempo Brigliadoro, Che le
fresche erbe luiigo
il rio pascea. Ma
al fin del
Canto io mi
trovo essr giunto; Si
ch'io farò, con
vostra grazia, punto. NOTE. St. 35.
V.5. Rignando, da
rigìiare o ringhiare: di.esi propriamente
de cani; ma
è stato anche
appro priato a' cavalli, invece
di nitrire. Si
dice aiicoiu in molti
luoghi della Toscana. St.
38. V.8. Si re flette:
si fa ricadere. St.
47. V, 56.
H Saracino ecc.: Mandricardo. ST. 49.
V.34. E trova
V elmo poi, non
quel fa moso, ecc.;
perchè di quel
famoso se n'era
g:à impa dronito Ferraù. Vedi
CanJo XII, St.
60. St. 51. V.3.
Boccia: qui flumicello. St. 61.
V.8. La selva
degli ombrosi mirti:
favo leggiata da Virgilio nel VI dell'Eneide,
per sede dell'a nime degli uccisi
per cagion d'amore.
11 mirto eia
sim bolo dell'amore. St. €4. V.48.
Piastra: armatura di dosso.
Pan ziron: aimatura della
pancia. Corazza: arraatuia del
busto, altrimenti corsaletto.
Arcione: parte della sella,
fatta a guisa d'arco,dovesedevano
icavalieri.Arnese nome generico
che può adattarsi
a il ogni
parte dell'ai mituia. Sr. 65.
V.4. Gli danna:
gli dannoggia. St. t6.
V.14. Cosi talora,
ere. Comparazione che il
Poeta ha tratta
da un nastro,
il quale attorniando
il polso della sua
donna (Alessandra Benncci)
rendeva di Etinta la
di lei mano
dalla manica di
drappo d'argento che vestivale
il braccio. St. 69.
V.6. Braceial: parte
dell'armatura che di fende il
braccio. St. 84. V.6.
Profano: qui lascivo,
disonesto. St. 89. V.3.
Flusse: passaggere, dal
latino /ifttcre. St. 90. V.34.
Scrivendo questo l'Ariosto
pensava forse della sua
contemporanea, V infelice
Giovanna la pazza, di
Spagna, la quale,
anche viaggiando, voleva sempre
con sé il
feretro del marito
morto, Filippo d'Austria.
St. 86.
V.1. Acceggia: beccaccia. St. 101.
V.8. Poco: di
poca estensione. St. 113.
V.4. Martinelli: ordigni
usati per cari care le
grosse balestre o
gli archi. St. 106.
V.3. Adizza: attizza. 8t.
110. V.5. Inarra:
qui impegna. St. IH.
V.6. Quando: mentre. St.
115. V.?. A
chi di lor
potei,: a chi
era signora di loro. Canto
XXV nh \xx,\\\ eoniriutii
In irsivenil pensiero, Ii.;ìr ili
laiiik' . ed im[rt'tLJ
d'aniore Nl, lIiì ]iÈii
v.iirlia, \w.\tx A
tiuvii il veri; ULé
rutila or queatu
ur quel isuperiore" Neir uno
ebbe e ueir
altro cavaliero Quivi gran
forza il debito
e T onore:Che
l'amorosa lite s'intermesse, Finché soccorso
il campo lor
s'avesse. Ma più ve
l'ebbe Amor: che
se non era Che
così comandò la
donni loro, Non si
sciogliea quella battaglia
fiera, Che Tun n'avrebbe
il trionfale alloro; Ed
Agramante invan con
la sua schiera L'aiuto avria
aspettato di costoro. Dunque Amor
sempre rio non
si ritrova: Se spesso
nuoce, anco talvolta
giova. 3 Or r
uno e l'altro
cavalier pagano, Che tutti
ha differiti i
suoi litigi, Va, per
salvar l'esercito africano, Con
la donna gentil
verso Parigi; E va
con essi ancora
il piccol nano, Che
seguitò del Tartaro
i vestigi, Finché con
lui condutto a
fronte a fronte Avea
quivi il geloso
Rodomonte. 4 Capitare in
un prato, ove
a diletto Erano avalier
sopra un ruscello, Duo
disarmati, e duo
ch'avean l'elmetti, E una
donna con lor
di viso bello. Chi
fosser quelli, altrove
vi fia detto:Or
no, che di
Ruggier prima fìivello; Del
buon Rugcier, di
cui vi fu
narrato Che lo scudo
nel pozzo avei
gittato. 5 Non è
dal pozzo ancor
lontano un miglio, Che
venire un corrier
vede in gran
fretta, Di quei che
manda di Troiano
il figlio Ai cavalieri
onde soccorso aspetta: Dal
qual ode cheCarlo in
tal periglio La gente
saracina tieu ristretta. Che se
non è chi
tosto le dia
aita, Tosto l'onor vi
lascierà o la
vita. 8 Perch' era
conosciuta dalla gente Quella
donzella eh' avea in
compagnia, Fu lasciato passar
liberamente, Né domandato pure
onde venia. Giunse alla
piazza, e di
fuoco lucente. E piena
la trovò di
gente ria; E vide
in mezzo star
con viso smorto Il
giovine dannato ad
esser morto. 9 Ruggier,
come gli alzò
gli occhi nel
viso. Che chino a
terra e lacrimoso
stava, Di veder Bradamante
gli fu avviso: Tanto
il giovine a lei rassomigliava. Più dessa
gli parca, quanto
più fiso Al volto
e aUa persona
il riguar"iava; E fra
sé disse: 0 questa
é Bradamante, 0 ch'io
non son Ruggier,
com'era innante. 10 Per
troppo ardir si
sarà forse mes?a Del
garzon condennato alia
difesa; E poiché mal
la cosa l' é
successa, Ne sarà stata,
come io veggo,
presa. Deh perchè tanta
fretta, che con
essa Io non potei
trovarmi a questa
impresa? Ma Dio ringrazio
che ci son
venuto, Ch'a tempo ancora
io potrò darle
aiut. 1 1 E senza
più indugiar, la
spada stringe (Ch'avea all'altro
caste! rotta la
lancia), E addosso il
vulgo inerme il
destrier spinge Per lo
petto, pei fianchi
e per la
pancia. Mena la spada
a cerco; ed
a chi cinge La
fronte, a chi lagola,
a chi la
guancia. Fugge il popol
gridando; e la
gran frotta Resta 0
sciancata, o con la testa
rotta. 6 Fu da
molti pensier ridutto
in forse Ruggier, che
tutti l'assalirò a un tratto; Ma
qual per lo
miglior dovesse torse. Né
luogo avea né
tempo a pensar
atto. Lasciò andare il
messaggio, e'I freno
torse Là dove fu
da quella donna
tratto, Ch'ad or ad
or in modo
egli affrettava, Che nessun
tempo d'indugiar le
dava. 7 Quindi seguendo
il cammin preso,
venne (Già declinando il
sole) ad una
terra Che '1 re
Marsilio in mezzo
Francia tenne, Tolta di min di
Carlo in quella
guerra. Né al ponte
né alla porta
si ritenne. Che non
gli niega alcuno
il passo o
serra, Bench'intorno al rastrello
e in su
le fosse Gran quantità
d'uomini e d'arme
fosse. 12 Come stormo
d'augei, ch'in ripa
a un stagno Vola
sicuro, e a
sua pastura attende,S'improvviso dal
ciel falcon grifagno Gli
dà nel mezzo,
ed un ne
batte o prende, Si
sparge in fuga,
ognun lascia il
compagno, E dello scampo
suo cura si
prende; Così veduto avreste
far costoro. Tosto che'l
buon Ruggier diede
fra loro. 13 A
quattro o sei
dai colli i
capi netti Levò Ruggier,
eh' indi a
fuggir fnr lenti:Ne
divise altrettanti inim
ai petti. Fin agli
occhi infiniti e
fin ai denti. Concederò che
non trovasse elmetti, Ma
ben di ferro
assai cuffie lucenti:E
s' elmi fini anco
vi fosser stati, Così
gli avrebbe, o pcco men,
tagliaf. 14 La forza
di Riiggìer non
era qnale Or 8Ì
ritrovi in cavalier
moderno, Né in orso
né in leon
né in animale Altro
più fiero o
nostrale od esterno. Forse il
tremuoto le sarebbe
uguale, Forse il gran
diavol; non quel
dello 'nferno, Ma quel
del mio signor,
che va col
fuoco, di' a cielo e
a terra e
a mar si
fa dar loco. stanza
24. 1 .5 D'Ogni suo
colpo mai non
cadea manco D'un uom
in terra, e
le più volttì
un paio; E quattro
a un colpo,
e cinque n'uccise
auco; Sì che si
venne tosto al centinaio.
Tagliava il brando
che trasse dal
fianco, Come un tenero
latte, il duro
acciaio. Falerina, per dar
morte ad Orlando, Fé' nel giardin
d'Orgagna il crudel
brando. 16 Averlo fatto
poi ben le
rincrebbe. Che '1 suo
giardin disfar vide
con esso. Che strazio
dunque, che ruina
debbe Far or, eh'
in man di tal guerriero
è messo?Se mai
Ruggier furor, S3
mii forza ebbe. Se
mai fu l'alto
suo valor espresso. Qui
r ebbe, il
pose qui, qui
fu veduto, Sperando dare
alla sua donna
aiuto. 17 Qual fa
la lepre contra
i cani sciolti, Facea la
turba contra lui
riiaro. Quei che restaro
uccisi, furon molti; Furo
infiniti queich'infugaandaro.Avea
la donna intanto
i lacci tolti, Ch'
ambe le mani
al giovine legaro; E,
come potè maglio,
presto armollo. Gli die
una spaia in
mano, e un
scado al eoD, 18
Egli che molto
è offeso, più
che pnote Si cerca
vendicar di quella
gente:E quivi son
si le sue
forze note, Che riputar
si fa prode
e valente. Già avea
attulTato le dorate
raote Il sol nella
marina d'occidente, Quando Ruggier
vittorioso e quello Giovine seco
uscir fuor del
castello. 19 Quando il
garzon sicuro della
vita Con Ruggier si
trovò fuor delle
porte. rendè molta grazia
ed infinita Con gentil
modi e con
parole accorte, Che, non lo conoscendo,
a dargli aita .
Si fosse
messo a rischio
della morte:E pregò
che '1 suo
nome gli dicesse. Per
sapfr a chi
tanto obbligo avesse.'O
Veggo, dicea Ruggier,
la faccia belLi, le
belle fattezze e '1
bel sembiante.; Ma la
suavità della favella Non
odo già della
mia Bradamante; Né la
relazion di grazie
è quella Ch'ella usar
debba al suo
fedele amante. Ma se pur questa
è Bradamante, or
come Ha sì tosto
in obblio messo
il mio nome? 21
Per ben saperne
il certo, accortamente Ruggier le
disse: Io v'ho
veduto altrove; Ed ho
pensato e penso,
e finalmente Non so né posso
ricordarmi dove. Ditemei voi,
se vi ritornaamente; E fate
che '1 nome
anco udir mi
giove, Acciò che saper
possa a cui
mia aita Dal fuoco
abbia salvata ogi
la vita. 22 Che
voi m' abbiate visto
esser potria, Rispose quel,
che non so
dove o quando. Ben
vo pel mondo
anch'io la parte
mia, Strane avventure or
qua or là
cercando. Forse una mia
sorella stata fia, Che
veste l'm'me, e
porti al lato
il brando; Che nacque
meco, e tanto
mi sonuglia, Che non
ne può discerner
la famiglia. 3 Né
primo né secondo
né ben quarto Sete
di quei ch'errore
in ciò preso
hanno: Né U padre
né i fratelli
né chi a
un parto Ci produsse
ambi, scernere ci
sanno. Gli è ver
che questo criu
raccorcio e sparto Ch'io
porto, come gli
altri uomini fanno, Ed
il suo lungo
e in treccia
al capo avvolta, Ci
solea far già
differenzia molta: 4 Ma
poi eh' un giorno
ella ferita fu Nel
capo (lungo saria
a dirvi come), E
per sanarla un
servo di Gesù A
mezza orecchia le
tagliò le chiome; Alcun
segno tra noi
non restò più Di
differenzia, fuorché '1
sesso e '1
nome Ricciardetto son io,
Bradamante ella; Io fratel
di Rinaldo, essa
sorella. 25 E se
non v' increscesse l'ascoltarmi, Cosa direi
che vi farla
stupire, La qual m'occorse
per assimigliarmi A lei,
gioia al principio,
e al fin
martire. Ruggiero, il qual
piùgraziosi carmiChe dove alcun
ricordo intervenisse Della sua
donna, il pregò
si, che disse: 26
Accadde a questi
di, che pei
vicini Boschi passando la
sorella mia, Ferita da
uno stuol di
Saracini Che senza l'elmo
la trovar per
via. Fu di scorciarsi
astretta i lunghi
crini, Se sanar volse
d'una piaga ria Ch'avea
con gran periglio
nella testa; E cosi
scorcia errò per
la foresta. ii7 Errando
giunse ad un'
ombrosa fonte; E perchè
afflitta e stanca
ritrovosse, Dal destrier scese,
e disarmò la
fronte, E su le
tenere erbe addormentosse. Io non
credo che favola
si conte, Che più
di questa istoria
bella fosse. Fiordispina di
Spagna soprarriva, Che per
cacciar nel bosco
ne veniva. 28 E
quando ritrovò la
mia sirocchia Tutta coperta
d'arme, eccetto il
viso, Ch'avea la spada
in luogo di
conocchia; Le fu vedere
un cavaliero avviso. La
faccia e le
viril fattezze adocchia Tanto, che
se ne sente
il cor conquiso. La
invita a ciccia,
e tra l'ombrose
fronde Luuge dagli altri
aliìu seco s'asconde. 29
Poi che l'ha
seco in solitario
loco. Dove non teme
d'esser sopraggiunta. Con atti
e con parole
a poco a poco
Le scopre il
fisso cor di
grave punta. Con gli
occhi ardenti e
coi sospir di
fuoco Le mostra l'alma
di disio consunta. Or
si scolora in
viso, or siraccende:Tanto s'arrischia,
eh' un bacio ne
prende. 30 La mia
sorella avea ben
conosciuto Che questa donna
in cambio l'avea
tolta: Né dar poteale
a quel bisogno
aiuto, E si trovava
in grande impaccio
avvolta. Gli è meglio,
dicea seco, s'io
rifiuto ' Questa avuta
di me credenza
stolta, E s' io mi
mostro femmina gentile, Che
lasciar riputarmi un
uomo vile. : 1
E dicea il
ver, eh' era
viltade espressa,
Conveniente a un
uom fatto di
stucco, Con cui sì
bella donna fosse
messa. Piena di dolce
e di nettareo
succo, E tuttavia stesse
a parlar con
essa. Tenendo basse l'ale
come il cucco. Con
modo accorto ella
il parlar ridusse. Che
venne a dir
come donzella fusse. 32
Che gloria, qual
già Ippolita e
Camilla, Cerca nell' arme; e in Africa
era nata In lito
al mar, nelhi
città d'Arzilla, A scudo
e a lancia
da fanciulla usata. Per
questo non si
smorza una scintilla Del
fuoco della donna
innamorata. Questo rimedio all'alta
piaga è tardo: Tant'
avea amor cacciato
innanzi il dardo. 33
Per questo non le par
men bello il
viso, Men bel lo
sguardo, e men
belli i costumi; Per
ciò non toma
il cor che,
già diviso Da lei,
godea dentro gli
amati lumi. Vedendola in
quell'abito, l'è avviso Che
può far che
1 desir non
la consumi; E quando
ch'ella è pur
femmina pensa, Sospira e
piange, e mostra
doglia immensa. 34 Chi
avesse il suo
rammarico e '1
suo pianto Quel giorno
udito, avria pianto
con lei. Quai tormenti,
dicea, furon mai
tanto Crudel, che più
non sian crudeli
i miei?D'ogn' altro amore,
o scellerato o
santo. Il desiato fin
sperar potrei; Saprei partir
la rosa dalle
spine:Solo il mio
desiderio é senza
fine. 35 Se pur
volevi, Amor, darmi
tormento, Che t' increscesse il
mio felice stato, D'alcun martir
dovevi star contento, Che
fosse ancor negli
altri amanti usato. Né
tra gli uomini
mai né tra
V armento, Che femmina
ami femmina ho
trovato; Non par la donna air
altre donne hella, Né
a cervie cervia,
né all'agnello agnella. 36
In terra, in
aria, in mar
sola son io Che
patisco da te
sì duro scempio; E
questo hai fatto
acciò che Perror
mio Sia nell'imperio tuo
l'ultimo esempio. La moglie
del re Nino
ebhe disio, Il figlio
amando, scellerato ed
empio, E Mirra il
padre, e la
Cretense il toro; Ma
gli é più
folle il mio,
eh' alcun dei
loro. 37 La femmina
nel maschio fé'
disegno, Speronne il fine,
ed ebbelo, come
odo:Pasife nella vacca
entrò di legno; Altre
per altri mezzi,
e vario modo. Ma
se volasse a
me con ogni
ingegnò Dedalo, non potria
scioglier quel nodo, Che
fece il mastro
troppo diligente. Natura d'ogni
cosa più possente. 38
Cosi si duole,
e si consuma
ed auge La bella
donna, e non
s'accheta in fretta. Talor
si batte il
viso, e il
capei frange, E di
sé centra sé
cerca vendetta. La mia
sorella per pietà
ne piange, Ed è
a sentir di
quel dolor costretta. Del foUe
e van disio
si studia trarla; Ma
non fa alcun
profitto, e invano
parla. 39 Ella, eh'
aiuto cerca e
non conforto, Sempre più
si lamenta e
più si duole. Era
del giorno il
termine ormai corto, Che
rosseggiava in occidente
il sole, Ora opportuna
da ritrarsi in
porto, A chi la
notte al bosco
star non vuole, Quando
la donna invitò
Bradamante A questa terra
sua poco distante. 40
Non le seppe
negar la mia
sorella:E così insieme
ne vennero al
loco, Dove la turba
scellerata e fella Posto
m'avria, se tu
non v'eri, al
fuoco. Fece là dentro
Fiordispina bella La mia
sirocchia accarezzar non
poco; E rivestita di
femminil gonna, Conoscer fé' a
ciascun ch'ella era
donna. •al Perocché conoscendo
che nessuno Util traea
da quel virile
aspetto, Non le parve
anco di voler
ch'aleono Biasmo di sé
per questo fosse
detto:Fèllo anco, acciò
chfe'l mal ch'avea
dairiis Virile abito, errando,
già conce ttx>, Ora con
l'altro, discoprendo il
vero, Provasse di cacciar
fuor del pensiero. 42
Comune il letto
ebbon la notte
inssieme, Ma molto differente
ebbon riposo:Che runa
dorme, e l'altra
piange e gem. Che
S3mpre il suo
disir sia più
focosa. E se 'l
sonno talor gli
occhi le preme, Quel
breve sonno è
tutto immanoso: Le par
veder che'l ciel
l'abbia concedo Bradamante cangiata
in miglior sesso. 43
Come l'infermo acceso
di gran sete, S'in
quella ingorda voglia
s'addormenta, Neil'interrotta e turbida
quiete, D'ogni acqua che
mai vide si
rammenta; Cosi a costei
di far sue
voglie liete L'immagine del
sonno rappresenta. Si desta;
e nel destar
mette la mano, E
ritrova pur sempre
il sogno vano. 44
Quanti prieghi la
notte, quanti voti Offerse
al suo Macone
e a tutti
i Dei, Che con
miracoli apparenti e noti
Mutassero in miglior
sesso costei! Ma tutti
vede andar d'effetto
vóti; E forse ancora
il ciel ridea
di lei. Passa la
notte; e Febo
il capo biondo Traea
del mare, e
dava luce al
mondo. 45 Poi che'l
dì venne, e
che lasciaro il
letto. A Fiordispina s'augumenta
doglia; Che Bradamante ha
del partir già
detto, Ch' uscir di
questo impaccio avea
gran voglii. La gentil
donna un ottimo
ginetto In don da
lei vuol che
partendo teglia, Guernito d'oro,
ed una sopravvesta Che riccamente
ha di sua
man contesta. 46
Accompagnolla un pezzo
Fiordispina; Poi fé', piangendo,
al suo Castel
ri tomo. La mia
sorella sì ratto
cammina, Che venne a
Montai bano anco quel
giorno. Noi suoi fratelli
e la madre
meschina Tutti le siamo
festeggiando intorno; Che di
lei non sentendo,
avuto forte Dubbio e tema avevam
della sua morte. Stanza
45 47 Mirammo (al
trar dell'elmo) al
mozzo crine,Ch' intorno
al capo prima
s' avvolgea; Cosi le
sopravveste peregriue Né fèr
meravigliar, ch'indosso avca Ed
ella il tutto
dal principio al
fine Narroune, come dianzi
io vi dicea: Come
ferita fosse al
bosco, e come Lasciasse, per
guarir, le belle
chiome; 48 E come
poi dormendo in
ripa all'acque, La bella
cacciatrice sopraggìunse, A cui
la falsa sua
sembianza piacque; E come
dalla schiera la
disgiunse. Del lamento di
lei poi nulla
tacque, Che di pieUide
V anima ci
punse:E come alloggiò
seco, e tutto
quello Che fece, finché
ritornò al castello. 49
Dì Fiordispiua gran
notizia ebb io, Ch'in
Saragozza e già la vidi
in Francia; £ piacquer
molto all'appetito mio I
suoi begli occhi
e la polita
guancia: Ma non lasciai
fermarvisi il disio;Che
l'amar senza speme
è sogno e
ciancia, Or, quando in
tal ampiezza mi
si porge, L'antiqua fiamma
subito risorge. 50 Di
questa spemeAmore ordisce
1 nodi; Che d'altre
fila ordir non
li potea: Onde mi
piglia, e mostra
insieme i modi. Che
dalla donna avrei
quel ch'io chiedea. A
succeder saran facil
le frodi; Che, come
spesso altri ingannato
area La simiglianza e' ho
di mia sorella, Forse anco
ingannerà questa donzella. 51
Faccio, 0 noi
faccio? Alfin mi
par che buono Sempre
cercar quel che
diletti, sia. Del mio
pensier con altri
non ragiono, Né vo'ch'in
ciò consiglio altri
mi dia. Io vo
hi notte ove
quell'arme sono, Che s'avea
tratte la sorella
mia:, e col destrier suo
via cammino; Né sto
aspettar che luca
il mattutino. 52 Io
me ne vo
la notte (Amore
è duce) A ritrovar
la bella Fiordispina; E v'
arrivai che non
era la luce Del
sole ascosa ancor
nella marina. Beato é chi correndo
si conduce Prima degli
altri a dirlo
alla regina, Da lei
sperando, per l'annunzio
buono, Acquistar grazia, e
riportarne dono. 53 Tutti
m'aveano tolto così
in fallo, Com'hai tu
fatto ancor, per
Bradamante; Tanto più che le
vesti ebbi e
'1 cavallo, Con che
partita era ella
il giorno innante. Vien
Fiordispina di poco
intervallo Con feste incontra
e con carezze
tante, E con si
allegro viso e
sì giocondo. Che più
gioja mostrar non
potria al mondo. 54
Le belle braccia
al collo indi
mi getta, E dolcemente
stringe e bacia
in bocca. Tu puoi
pensar s' allora
la saetta Dirizzi Amor,
s'in mezzo al cor mi
tocca. Per man mi
piglia, e in
camera con fretta 311
mena: e non ad
altri, eh' a
lei, tocca Che dall'elmo
allo spron l'amie
mi slacci; E nessun
altro vuol che
se n impacci. 55
Poi fattasi arrecare
una sua veste Adoma
e ricca, di
sua man la
spiega: E, come io
fossi femmina, mi
veste, E in reticella
d'or il cria
mi lega. Io muovo
gli occhi con
maniere oneste; Né ch'io
sia donna, alcun
mio gesto nicgx La
voce ch'accusar mi
potea forse. Sì ben
usai, eh' alcun
non se n'
accorse. 56 Uscimmo poi là dove
erano molte Persone in
sala, e cavalieri
e donne. Dai quali
fummo con l'onor
raccolte, Ch'alle regine fassi
e gran madonne. Quivi d'alcuni
mi risi io
più volte " Che,
non sappiendo ciò
che sotto gonne Si
nascondesse valido e
gagliardo, Mi vagheggiavan con
lascivo sguardo. 57 Poi
che si fece
la notte più
grande. E già un
pezzo la mensa
era levata, La mensa
che fu d'ottime
vivande, Secondo la stagione,
apparecchiata; Non aspetta la
donna ch'io domande Quel
che m'era cagion
del venir stata; Ella
m' invita, per sua
cortesia, Che quella notte
a giacer seco
io stia. 58 Poi
che donne e
donzelle ormai levate Si
furo, e paggi
e camerieri in
tomo; Essendo ambe nel
letto dispogliate. Coi torchi
accesi, che parca
di giorno, Io cominciai: Non vi
maravigliate, Madonna, se sì
tosto a voi ritomo;
Che forse v'andavate
immaginando Di non mi
riveder fin Dio
sa quando. 69 Dirò
prima la causa
del partire, Poi del
ritorno l'udirete ancora. Se'l
vostro ardor, madonna,
intiepidire Potuto avessi col
nùo far dimora, Vivere in
vostro servizio e
morire Voluto avrei, né
starne senza un'ora; Ma
visto quanto il
mio star vi
nocessi, Per non poter
far meglio, andare
elessi. 60 Fortuna mi
tirò fuor del
cammino In mezzo un
bosco d'intricati rami, Dove
odo un grido
risonar vicino, Come di
donna che soccorso
chiami. V accorro, e
sopra \m lago cristallino
Ritrovo un Fauno
ch'avea preso agli
ami In mezzo all' acqua
una donzella nuda, E
ulangiari il crudel
la volea cruda. :>l Colà
mi trassi, e
con la spada
in mano (Perch' aiutar
non la potea
altrimente) Tolsi (li vita
il pescator villano:Ella
saltò nell'acqua immantinente. Non m'
avrai, disse, dato
aiuto invano:Ben ne
sarai premiato, e
riccamente, Quanto chieder saprai;
perchè son Ninfa Che
vivo dentro a
questa chiara linfa; 62
Ed ho possanza
far cose stupende, E
sforzar gli elementi
e la natura. Chiedi tu
quanto il mio
valor s'estende,Poilascia a
me di satisfarti
cura. Dal ciel la
luna al mio
cantar discende, S'
agghiaccia il fuoco,
e V aria
si fa dura; Ed
ho talor con
semplici parole Mossa la
terra, ed ho
fermato il sole. H.3
Non le domando
a questa offerta
unire Tesor, né dominar
popoli e terre:Né
in più virtù,
ne in più
vigor salire, Né vincer
con onor tutte
le guerre; Ma sol
che qualche via,
donde il desire Vostro
s'adempia, mi schiuda
e disserre: Né più
le domando un,
eh' un altro
effetto, Ma tutta al
suo giudicio mi
rimetto. 64 Ebbile appena
mia domanda esposta, Ch' un' altra volta
la vidi attuffata; Né
fece al mio
parlare altra risposta, Che
di spruzzar ver
me l'acqua incantata. La
qnal non prima
al viso mi
s'accosta, Ch' io, non
so come, son
tutta mutata, lo'l veggo,
io'l sento; e appena vero
panni: Sento in maschio,
di femmina, mutarmi. 65
E se non
fosse che senza
dimora Vi potete chiarir,
noi credereste: E, qual
nell'altro sesso, in
questo ancora Ho le
mie voglie ad
ubbidirvi preste. Comandate lor
pur; che' fieno
or ora, E sempre
mai per voi
vigili e deste. Così
le dissi; e
feci eh' ella
istessa Trovò con man
la veritade espressa. 66
Come interviene a
chi già fuor
di speme Di cosa
sia che nel
pensier molt' abbia, Che, mentre
più d'esserne privo
geme. Più se n'affligge
e se ne
strugge e arrabbia; Sebben la
trova poi, tanto
gli preme L'aver gran
tempo seminato in
sabbia, E la disperazion
l'ha si male
uso, Che non crede
a sé stesso,
e sta confuso:67
Cosi la donna,
poiché tocca e vede
Quel di
ch'avtlto avea tanto
desire, Agli occhi, al
tatto, a sé
stessa non crede, E
sta dubbiosa ancor
di non dormire: E
buona prova bisognò
a far fede
Che sentia quel
che le parea
sentire. Fa, Dio (diss'ella),
se son sogni
questi. Ch'io dorma sempre,
e mai più
non mi desti. stanza
eo. 68 Non rumor
di tamburi o
suon di trombe Furon
principio all'amoroso assalto; Ma
baci eh' imitavan
le colombe, Davan segno
or di gire,
or di fare
alto. Usammo altr'arme, che
saette o frombe; Io
senza scale in
su la rocca
salto, E lo stendardo
piantovi di botto, E
la nimica mia
mi caccio sotto. 69
Se fu quel
letto la notte
dinanti Pien di sospiri
e di querele
gravi. Non stette l'altra
poi senz' altrettanti Risi, feste,
gioir, giochi soavi. Non
con più nodi
i flessuosi acanti Le
colonne circondano e
le travi. Di quelli
con che noi
legammo stretti E colli
e fianchi e
braccia e gambe
e petti. 70 La
cosa stava tacita
fra noi, Si che
durò il piacer
per alcun mese: Par
si trovò chi
se n'accorse poi, Tanto
che con mio danno
il re lo
'ntese. • Voi che
mi liberaste da
quei suoi Che nella
piazza avean le
fiamme accese, Comprendere oggimai
potete il resto
i Ma Dio sa
ben con che
dolor ne resto. 71
Così a Rnggier
narrava Ricciardetto, E la
notturna via facea
men grave, Salendo tuttavia
verso un poggetto Cinto di
ripe e di
pendici cave. Un erto
calle, e pien
di sassi e
stretto Apria il cammin
con faticosa chiave. Sedea
al sommo un
caste! detto Agrismonte, Ch' avea
in guardia Aldìgier
di Chiaramonte. 72 Di
Buovo era costui
figliuol bastando, Fratel di
Malagigi e di
Viviano: Chi legittimo dice
di Gherardo, È testimonio
temerario e vano. Fosse
come si voglia,
era gagliardo, Prudente, liberal,
cortese, umano; E facea
quivi le fraterne
mura La notte e il dì
guardar con buona
cura. 73 Raccolse il
cavalier cortesemente. Come dovea,
il cugin suo
Ricciardetto, Ch'amò come fratello;
e parimente Fu ben
visto Ruggier per
suo rispetto. Ma non
gli uscì già
incontra allegramente. Come era
usato, anzi con
tristo aspetto, Perch' uno
avviso il giorno
avuto avea, Che nel
viso e nel
cor mesto il
facea. 76 Rinaldo nostro
n'ho awito or
ora. Ed ho cacciato
il messo di
galoppo:Ma non mi par ch'arrivar
possa ad ora Che
non sia tarda;
chè'l cammiao è tr.
Io non ho meco
gente da uscir
faora: L'animo è pronto,
ma il potere
è zoppa. Se gli
ha quel traditor,
li fia morire; Si
che non so
che far, non
so che dire. 77
La dura nuova
a Ricciardetto spiace; .
E perchè spiace
a lui, spiace
a Roggiso. Che poiché
questo e quel
vede che tace. Né
tra' profitto alcun del
suo penderò, Disse con
grande ardir: Datevi pace: Sopra
me quest'impresa tutta
chero; E questa mia
varrà per mille
spade A riporvi i.
fratelli in libertade. 78
Io non voglio
altra gente, altri
snasdi; Ch'io credo bastar
solo a questo
fatto. Io vi domando
solo un che
mi gfiddi Al luogo
ove si dee
fare il baratta Io
vi farò sin
qui sentire i
gridi Di chi sarà
presente al rio
contratto. Così dicea: né
dicea cosa nuova All'un
de' dui, che n'avea
visto pniova. 79 L'altro
non l'ascoltava, se
non qaaato S'ascolti un
ch'assai parli, e
sappia poco: Ma Ricciardetto
gli narrò da
canto, Come fu per
costui tratto del
foco, E eh' era
certo che maggior
del vanto Farla veder
l'effetto a tempo
e a loco. Gli
diede allor udienza
più che prima, E
riverillo, e fé'
di lui gran
stima. 74 A Ricciardetto,
in cambio di
saluto, Disse: Fratello,
abbiam nuova non
buona. Per certissimo messo
oggi ho saputo Che
Bertolagi iniquo di
Eaiona Con Lanfusa crudel
s' è convenuto. Che iirezVose
spoglie esso a
lei dona. Ed essa
a lui pon
nostri frati in
mano, Il tuo buon
lilalfigigi e il
tuo Viviano. 7.5 Ella
dal dì che
Ferraù li prese. Gli
ha ognor tenuti
in loco oscuro
e fello, Finché '1 brutto
contratto e discortese N'
ha fatto con
costui di eh'
io favello. Gli de' mandar
domane al Maganzese Nei
confin tra Baiona
e un suo
castello. Verrà in persona
egli a pagar
la mancia Che compra
il miglior sangue
che sia in
Francia. 80 Ed alla
mensa, ove la
Copia fase Il corno,
l'onorò come suo
donno. Quivi senz'altro aiuto
si concluse . Che
liberare i duo
fratelli ponno. Intanto sopravvenne
e gli occhi
chiuse Ai signori e ai sergenti
il pigro sonno, Fuor
eh' a Ruggier; che,
per tenerlo desto, Gli
punge il cor
sempre un pensier
molesto. 81 L'assedio d'Agramante,
eh' avea il giorno Udito
dal corner, gli
sta nel core. Ben
vede ch'ogni minimo
soomo. Che faccia d'aiutarlo,
è suo disnore. Quanta gli
sarà infamia, quanto
scorno, Se coi nemici
va del suo
signore! Oh come a
gran viltade, a
gran delitto, Battezzandosi allor,
gli sarà ascritto ! Siaiun71. 82 Potria
in ogn' altro tempo
esser creduto Che vera
religion V avesse
mosso:Ma ora che
bisogna col suo
aiuto Agramante d'assedio esser
riscosso, Piuttosto da ciascun
sarà tenutoChetimore e viltà
l'abbia percosso, Ch'alcuna opinion
di miglior fede. Questo
il cor di 'Ruggiero
stimola e fiede. 83
Che s'abbia da
partire anco lo
punge Senza licenzia della
sua regina. Quando questo
pensier, quando quel
giunge, Che'I dubbio cor
diversamente inchina. Gli era
l'avviso riuscito lunge Di
trovarla al Castel
di Fiordispina, Dove insieme
dovean, come ho già detto, In
soccorso venir di
Ricciardetto. 84 Poi gli
sowien ch'egli le
avea promesso Di seco
a Vallombrosa ritrovarsi. Pensa eh'
andar v' abbi'
ella, e quivi
d'esso, Che non vi
trovi poi, maravigliarsi. Potesse almen
mandar lettera o
messo, Si ch'ella non
avesse a lamentarsi Che, oltre
eh' egli mal
le avea ubbidito, Senza far
motto ancor fosse
partito. 85 Poi che
più cose immaginate
s' ebbe, Pensa scriverle alfin
quanto gli accada; E
bench'egli non sappia
come debbe La lettera
inviar, si che
ben vada, Non però
vuol restar; che
ben potrebbe Alcun messo
fedel trovar per
strada. Più non s' indugia,
e salta delle
piume:Si fa dar
carta, inchiostro, penna
e lume. 86 I
camerieri discreti ed
avveduti Arrecano a Euggier
ciò che comanda. Egli
comincia a scrivere,
e i saluti. Come
si suol, nei
primi versi manda: Poi
narra degli avvisi
che venuti Son dal
suo re, eh'
aiutoglidomanda; E se l'andata
sua non è
ben presta, 0 morto
0 in man
degl'inimici resta. 87 Poi
seguita, eh' essendo
a tal partito, E
eh' a lui per
aiuto si volgea. Vedesse ella,
che 'I biasmo
era infinito S'a quel
punto negar gli
lo volea: E ch'esso,
a lei dovendo
esser marito, Guardarsi da
ogni macchia si
dovea; Che non si
convenia con lei,
che tutta Era sincera,
alcuna cosa brutta. 88
E se mai
per addietro un
nome chiaro, Ben oprando,
cercò di guadagnarsi; E guadagnato
poi, se avuto
caro. Se cercato l'avea
di conservarsi; Or lo
cercava, e n'era
fatto avaro, Poiché dovea
con lei parteciparsi, La qual
sua moglie, e
totalmente in dui Corpi
esser dovea un'anima
con lui. 89 E
sì come già
a bocca le
avea detto, Le ridicea
per questa carta
ancora:Finito il tempo
in che per
fede astretto Era al
suo re, quando
non prima muora. Che
si farà Cristian
cosi d'effetto, Come di
buon voler stato
era ogni ora; E
ch'ai padre e a Rinaldo
e agli altri
suoi Per moglie domandar
la farà poi. 90
Voglio, le soggiungea,
quando yri pUeéi L'assedio al
mio signor levar
d intorni, Acc;ò che
l'ignorante vulgo taccia, Il
qual direbbe, a mia vergogna
e scotoq. Euggier, mentre
Agramante ebbe bonaceu. Mai
non l'abbandonò notte
né g:iomo; Or che
fortxma per Carlo
si piega, Egli col
vincitor l'insegna spiega. 91
Voglio quindici di
termine, o Tenti, Tanto
che comparir possa
una volta, Si che
degli africani alloggiamenti La grave
ossedìon per me
sia tolta. Intanto cercherò
convenienti Cagioni, e che
sian giuste, di
dar volta. Io vi
domando per mio
cuor sol questo:Tutto
poi vostro è
di mia vita
il resto. 92 In
simili parole si
diffuse Ruggier, che tutte
non so dirvi
appieno; E segui con
molt' altre, e
non concluse, Finche non
vide tutto il
foglio pieno:poi piegò
la lettera e
la chiuse, E suggellata
se la pose
in so, Con speme
che gli occorra
il di seguente Chi
alla donna la dia secretamente. 93 Chiusa
ch'ebbe la lettera,
chiose anco Gli occhi
sul letto, e
ritrovò quiete; Che 'l
sonno venne, e
sparse il corpo
staDec Col ramo intinto
nel liquor di
Lete: E posò fin
eh' un nembo rosso
e bianco Di fiori
sparse le contrade
liete Del lucido oriente
d'ogn' intomo, Ed indi usci dell'aureo
albergo il giorno. 94
E poi eh' a
salutar la nova
luce Pei verdi rami
incominciar gli augelli, Aldigier che
voleva esser il
duce Di Ruggiero e
dell'altro, e guidar
quelli Ove faccin che
dati in mano
al truce Bertolagi non
siano i duo
fratelli, Fu'l primo in
piede; e quando
sentir Ini, Del letto
uscirò anco quegli
altri dui. 95 Poi
che vestiti furo
e bene armati, Coi
duo cugin Ruggier
si mette in
via, Già molto indamo
avendoli pregati Che questa
impresa a lui
tutta si dia. Ma
essi, pel desir
e' han de'
lor frati, E perchè
lor parca discortesia, Steron negando
più duri che
sassi, Né consentiron mai
che solo andassi. 96
Giunsero al loco
il di che si doyea Malagigi mutar
nei carriaggi. Era un'ampia
campagna che giacea Tutta
scoperta agli apollinei
raggi. Quivi né allór
né mirto si
vedea, Né cipressi nò
frassini nò faggi: Ma
nuda ghiara, e
qualche umil virgulto. Non
mai da marra
o mai da
vomer culto. 97 I
tre guerrieri arditi
si fermaro Dove un
sentier Fendea quella
pianura; E giunger quivi
un cavalier miraro, Ch
avea d'oro fregiata
1 armatura, E per
insegna in campo
verde il raro E
hello augel che
più d'un secol
dura. Signor, non più;
che giunto al
fin mi veggio Di
questo Canto, e
riposarmi chieggio. NOTE. St 13.
V.6. Cuffie. La
cuffia d'acciaio era
un'ar 1 matura della testa
che si portava
sotto Telmo. | St.
14. V.68. Jl
gran diavol, ecc.:
nome dato ad un
cannone di straordinario
calibro, appartenente al duca
Alfonso. St. 2 .
V.7. Fiordispina di
Spagna: è la
giovine figlia del re
Ifarsilio di cui
fé' cenno alla
St. 39 del Canto
XXII. T. 28.
V.1. SiroccMa: soreUa. St. 29.
V.4. Fisso: trafitto.
Funta: puntura amorosa. St. 32.
V.13.Ippolita: famosa amazzone
che com battè con Ercole
e con Teseo.
Argilla: la Zilia
di Plinio, notata sulle
odierne mappe col
nome di Arxilia, nel
regno di Fez. St.
36. V.57. La
moglie di Nino:
Semiramide.Mirra: figlia di
Ciniro. La Cretenae:
Pasifae, mo glie di Minos
re di Greta St.
37. V.6. Dedalo:
ingegnosissimo artefice ate niese, a
cui si attribuiscono
dai poeti diverse
invenzioni, fra le quali
il labirinto di
Creta, d'onde usci
volando, con Icaro suo
figlio. St. 42. V.6.
Imaginoso: pieno di
visioni. St. 45. V.5.
Oinetto: cavallo di razza
spagnaola. St. 60. V.6.
Un Fauno: nome
di una famiglia
di divinità boscherecce. St. 62.
V.18. Gli antichi
non attribuirono mai tanta
potenza alle Ninfe.
Ma le Ninfe
nel medio evo diventarono fate. St.
74. V.45. Bertolagi:
era uno della
casa di Ma ganza.
Lanfusa: la madre di
FerraU. St 75. V.6.
Baiona: città di
Francia non lungi dal
golfo di Guascogna,
nel dipartimento dei
Bassi Pi renei. ST. 81.
V.3. Soggiorno: qui
indugio. St. 83. V.56.
Gli era V
avviso, ecc.: erasi
ingan nato nell'opinione di ritrovarla,
ecc. St. 91. V.4.
Ossedion: assedio. St. 93.
V.4. Col ramo,
ecc. Rammenta il
ramo con cui Virgilio
fingeche il; onno
bagnò le tempie
a Fa linuro per
farlo dormire. Lete:
fiume delllnfemo, le acque del
quale toglievano la
memoria del passato. St.
97. V.56. Il
raro e hello
augel, ecc.: la fe nica, insegna di
Marfisa. LirAia é il
cavaliere giunto ove ì due
di Olilibr4m5ELt" doTSTU essr
vnluLi ai loro
nomici. I Maanztìtì,
uiiìtl t QninenTii ?< chi
Era di Morì,
sono disfatti, e
i due pHffioni
restuio lib"ii.
M%lLìi;i;ri diLìhiEira il
signìAcatc) delle tìura
scolpito nlli fonCnii di
M<rUno. Air ivi
Ippalca aeii/.iL Frontino
" Rif gicro va
con lei pot
reitiperailo. Handricardo giiuis"
iUi rontaaiL. Cam batti
mento tra lui
e Uarflja, iai"irrotto daBo doizi>>nte, cho
diapqna Marfl"a a
recarci al c&tii|iQ
di ign nuoto. RrLfiero
viìx?. alU fjEi!iini,
al ivi, per
dì farM gi gioni, afìiadtj mia
ztilfa fra i
guerrieri pagani. Malafigj
li 'livido, fcaudo C(3n
ìncaatesiiiLi
aIli::)iitanarDomUc"
dij loof I quattro
guorrìeri mtioTono v&im
PulgL Cortesi rìoiiuc ebbe
IVaiitiqua etade, Che le
virtù, non le
riedieze, amaro. Al tempo
no=5tro si ritrovali
radè A cai I
pili del gaEvdigao,
altre" sìa c.uo. Ma
quelle che per
lor vera boutade Non
seguou delle più
lo stile avaro, Viveoilù rhgne
soii d'eàier con
leu te; Gloriosa e
immorcal poi che
fiaa spente. Degna d' eterea
laude è Bradamaute, Che non
amè tesar, non
amò impero " Ma
la virtù, ma T
animo prestante Ma
Falta gentilezza di
Buggiero; E meritò che
ben le fosse
amante Un cosi valoroso
cavaliero; £ per piacere
a lei &cesse
cose Nei secoli a
venir miracolose. Rnggier,
come di sopra
tì fa detto, Coi
duo di Chiaramonte
era venuto; Dico con
Aldigier, con Ricciardetto, Per dare
ai duo fratei
prigioni aiuto. Vi dissi
ancor, che di
superbo aspetto Venire un
cavaliere avean veduto, Che
portava laugei che
si rinnova, E sempre
unico al mondo
si ritrova. [ Come
di questi il
cavalier s accorse, Che
stavan per ferir
quivi su V ale,
In prova
disegnò di voler
porse. Sballa sembianza avean
viirtude uguale. É di
voi, disse loro,
alcuno forse Che provar
voglia chi di
noi più vale. A
colpi 0 della
lancia o della
spada, Finché Pun resti
in sella, e
l'altro cada? 5 Sarei,
disse Aldigier, teco,
o volessi Menar la
spada a cerco,
o correr Tasta; Ma
un altra impresa
che, se qui
tu stessi Veder potresti,
questa in modo
guasta, Ch' a parlar
teco, non che
ci traessi A correr
giostra, appena tempo
basta; Seicento uomini al
varco, o più,
attendiamo . Coi qua' d'oggi provarci
obbligo abbiamo. 6 Per
tor lor duo
de' nostri che prigioni Quinci trarran,
pietade e amor
n'ha mosso. E seguitò
narrando le cagioni Che
li fece venir
con l'arme indosso. Si
giusta è questa
escusa che m' opponi, Disse il
guerrìer, che contraddir
non posso; E fo
certo giudici o
che voi siate Tre
cavalier che pochi
pari abbiate. 7 Io
chiedea un colpo
o dui con voi scontrarme, Per veder
quanto fosse il
valor vostro; Ma quando
all' altrui spese dimostrarme Lo vogliate,
mi basta, e
più non giostro. Vi
priego ben, che
por con le
vostr'arme Quest'elmo io possa
e questo scudo
nostro; E spero dimostrar,
se con voi
vegno, Che di tal
compagnia non sono
indegno. ) Parmi veder
ch'alcun saper desia Il
nome di costui,
che quivi giunto A
Ruggiero e a'
compagni si offeria Compagno d'arme
al periglioso punto. Costei
(non più costui
detto vi sia) Era
Marfisa, che diede
l'assunto Al misero Zerbin
della ribalda Vecchia Gabrìna
ad ogni mal
si calda. 9 I
duo di Chiaramonte
e il buon
Ruggiero L'accett&r
voleutier nella lor
schiera, Ch' esser credeano
certo un cavaliere
j E non donzella,
e non quella
eh' eli' era. Non
molto dopo scoperse
Aldigiero, E veder fé
ai compagni una
bandiera Che facea l'aura
tremolare in volta, E
molta gente intomo
avea raccolta. Stanza 7. 10
E poi che più
lor fiir fatti
vicini, E che meglio
notar l'abito moro. Conobbero che
gli eran Saracini, E
videro i prigioni
in mezzo a loro
Legati, e tratti
su piccol ronzini A'Maganzesi, per
cambiarli in oro. Disse
Marfisa agli altri: Ora
che resta, Poiché son
qui, di cominciar
la festa? 11 Ruggier
rispose: Gli invitati
ancora Non ci son
tutti, e manca
una gran parte. Gran
ballo s'apparecchia di
fare ora, E perchè
sia solenne, usiamo
ogn'arte:Ma far non
ponno omai lunga
dimora. Cosi dicendo, veggono
in disparte Venire i
traditori di Maganza: Si
eh' eran presso a
cominciar la danza. 12
Gitmgean dalPuna parte
i Maganzesi, E conducean
con loro i
muli carchi D'oro e
di vesti e
d'altri ricchi arnesi; Da
l'altra, in mezzo
a lance, spade
ed archi, Venian dolenti
i duo germani
presi, Che si vedeano
essere attesi ai
varchi; E Bertolagi, empio
inimico loro, Udian parlar
col capitano Moro. 15
Di qui naque
un error tra
gli assaliti, Che lor
causò lor ultima
ruina. Da un lato
i Maganzesi esser
traditi Credeansi dalla squadra
saracina; Dall'altro, i Mori
in tal modo
feriti L'altra schiera chiamavano
assassina:E tra lor
cominciar con fiera
clade A tirare archi,
e a menar
lance e spade. stanza
la 18 Né di
fiuovo il figliuol,
né quel d'Amone, Veduto il Maganzese,
indugiar puote: La lancia
in resta Tuno
e T altro pone, E
r uno e
V altro il
traditor percuote. L'nn gli
passa la pancia
e'I primo arcione, E
r altro il
viso per mezzo
le gote. Cosi n'
andasser pur tutti
i malvagi, Come a quei colpi
n'andò Bertolagi. 14 Marfisa
con Ruggiero a
questo segno Si muove
e non aspetta
altra trombetta; Né prima
rompe l'arrestato legno. Che
tre, l'un dopo
l'altro in terra
gtitta. Dell'asta di Huggier
fu il Pagan
degno,Che guidò gli
altri, e usci
di vita in
fretta; E per quella
medesima con lui Uno
ed un altro
andò nei regni
bui. 16 Salta or
in questa squadra
ed ora in
quelli Ruggiero, e via
ne toglie or
dieci or venti Altri
tanti per man
della donzella Di qua e di
là ne son
scemati e spentL Tanti
si veggon gir
morti di sella . Quanti ne
toccan le spade
taglienti, A cui dan
gli elmi e
le corazze loco, Come
nel bosco i
secchi legni al
fuoco. 17 Se mai
d'aver veduto vi
raccorda, 0 rapportato v' ha fama
all' orecchie, Come,
allorché '1 collegio
ai discorda, E vansi
in aria a
far guerra le
pecchie. Entri fra lor
la rondinella ingorda, E
mangi e uccida
e guastine parecchie; Dovete immaginar
che similmente Ruggier fosse
e Marfisa in
quella gente. 18 Non
così Ricciardetto e
il suo cugino Fra
le due genti
varìavan danza, Perché, lasciando
il campo Saracino, Sol
tenean l'occhio all'altro
di Maganza. lì fratel
di Rinaldo paladino Con
molto animo avea
molta possanza, E quivi
raddoppiar glie la
facea L'odio che centra
ai Maganzesi avea. 19
Facea parer questa
medesma causa Un leon
fiero il bastardo
di Buovo, Che con la spada
senza indugio e
pausa Fende ogn'elmo, o
lo schiaccia come
un ovt.. E qnal
persona non saria
stata ausa, Non saria
comparita un Ettor
nuovo, Marfisa avendo in
compagnia e Ruggiero, Ch'
eran la scelta
e '1 fior
d'ogni guerriero?20 Marfisa
tuttavolta combattendo,
Spesso ai compagni
gli occhi rivoltava; E
di lor forza
paragon vedendo, Con maraviglia
tutti li lodava: Ma
di Ruggier pur
il valor stupendo E
senza pari al
mondo le sembrava; E
talor si credea
che fosse Marte Sceso
dal quinto cielo
in quella parte. SI
Mirava quelle orrìbili
percosse, Miravale non mai
calare in fallo: Parea
che contra Balisarda
fosse Il ferro carta,
e non doro
metallo. Gli elmi tagllaya
e le corazze
grosse, E gli uomini
fendea fin sul
cavallo, E li mandava
in parti uguali
al prato, Tanto da Pun quanto
da T altro
lato. 22 Continuando la
medesma botta, XJecidea col
signore il cavallo
anche. I capi dalle
spalle alzava in
frotta, E spesso i busti dipartia
dalP anche. Cinque e più a
un colpo ne
tagliò talotta; E se
non che pur
dubito che manche Credenza al
ver, e ha
faccia di menzogna. Di
più direi; ma
di men dir
bisogna. 23 H buon
Turpin, che sa
che dice il
vero, E lascia creder
poi quel ch'all'uom
piace,Narra mirabil cose
di Ruggiero, Ch'udendolo, il
direste voi mendace. Cosi
parea di ghiaccio
ogni guerriero Contra Marfisa,
ed ella ardente
face: E non men
di Ruggier gli
occhi a sé
trasse, Ch ella di
lui l'alto valor
mirasse. 27 Oltre una
buona qjuautità d'argento Che
in diverse vasella
era formato, Ed alcun
muliebre vestimento. Di lavoro
bellissimo fregiato, E per
stanze reali un
paramento D'oro e di
seta in Fiandra
lavorato, Ed altre cose
ricche in copia
grande; Fiaschi di vin
trovar, pane e
vivanda. 28 Al trar
degli elmi, tutti
vider come Avea lor
dato aiuto una
donzella. Fu conosciuta all'auree
crespe chiome. Ed alla
faccia delicata e
beila. L'onoran molto, e
pregano che'l nome Di
gloria degno non
asconda; ed ella. Che
sempre tra gli
amici era cortese, A
dar di sé
notizia non contese. 29
Non si ponno
saziar di riguardarla; Che tal
vista Pavean nella
battaglia. Sol mira ella
Ruggier, sol con
lui parla; Altri non
prezza; altri non
par che vagli.! Vengono i
servi intanto ad invitarla Coi
compagni a goder
la vettovaglia, Ch'apparecchiata avean
sopra una fonte Che
difendea dal raggio
estivo un monte. 24
E s' ella luì
Marte stimato avea, Stimato
egli avria lei
forse Bellona, Se per
donna così la
conoscea. Come parea il
contrario alla persona. E
forse emulazion tra
lor nascea Per quella
gente misera, non
buona. Nella cui carne
e sangue e
nervi ed ossa Fan
prova chi di
lor abbia più
possa. 25 Bastò di
quattro l'animo e il
valore A far eh' un
campo e l'altro
andasse rotto. Non restava
arme, a chi
fuggia, migliore Che quella
che si porta
più di sotto. Beato
chi il cavallo
ha corridore; Ch'in prezzo
non ò quivi
ambio né trotto: E
chi non ha
destrier, quivi s' avvede Quanto il
mestier dell'armi é
tristo a piede. 2(5
Biman la preda
e'I campo ai
vincitori. Che non é
fante o mulattier
che restì. Là Maganzesi,
e qua fuggono
i Mori; Quei lasciano
i prigion, le
some questi. Furon, con
lieti visi e
più coi cori, Malagigi e
Viviano a scioglier
presti:Non fur men
diligenti a sciorre
i paggi, E por
le some in
terra e i
carriaggi. 30 Era una
delle fonti di
Merlino, De le quattro
di Francia da
lui fatte. D'intorno cinta
di bel marmo
fino Lucido e terso,
e branco più
che latte. Quivi d'intaglio
con lavor divino Avea
Merlino immagini ritratte: Direste che
spiravano; e, se
prive Non fossero di
voce, ch'eran vive. 31
Quivi una bestia
uscir della foresta Parea, di
crudel vista, odiosa
e brutta, Ch' avea P orecchie
d'asino, e la
testa Di lupo e
i denti, e per gran
fame asciutta: Branche avea
di leon; P
altro che resta, Tutto
era volpe; e
parea scorrer tutta E
Francia e Italia
e Spagna ed
Inghilterra, L'Europa e l'Asia,
e alfin tutta
la terra. 32 Per
tutto avea genti
ferite e morte. La
bassa plebe e
i più superbi
capi: Anzi nuocer parea molto
più forte A re,
a signori, a
principi, a satrapi. Peggip facea
nella romana corte, Che
v' avea uccisi
cardinali e papi:Contaminato avea
la bella sede Di
Pietro, e messo
scandol nella Fede. 33
Par che dinanzi
a questa bestia
orrenda Cada ogni muro,
ogni ripar che
tocca. Non si vede
città che si
difenda: Se l'apre incontra
ogni castello e
rocca. Par che agli
onor divini anco
s'estenda, E sia adorata
dalla gente sciocca, E
che le chiavi
s' arroghi d'avere Del ciel
e dell'abisso in
suo potere. 34 Poi
si vedea d'imperiale
alloro Cinto le chiome
un cavalier venire Con
tre giovani a
par, che i
gigli d'oro Tessuti avean
nel lor real
vestire; E, con insegna
simile, con loro Parca
un leon centra
quel mostro uficire. Avean lornomichi sopra
la testa . E chi rei lembo
scritto della vesto. Stanza
25. 35 L'un eh'
avea fin air
elsa nella pancia La
spada immersa alla
maligna fera, Francesco primo,
avea scritto, di
Francia:Massimiliano
d'Austria a par
seco era; E Carlo
quinto, imperator, di
lancia Avea passata il
mostro alla gorgiera; E
l'altro che di
strai gli figge
il petto. L'ottavo Enrigo
d'Inghilterra è detto. 36
Decimo ha quel
leon scritto sul
dosso, Ch'ai brutto mostro
i denti ha
negli orecchi; E tanto
l'ha già travagliato
e scosso. Che vi
sono arrivati altri
parecchi. Parca del mondo
ogni timor rimosso; Ed
in emenda degli
errori vecchi Nobil gente
accorrea, non però
molta. Onde alla belva
era la vita
tolta. 37 I cavalieri
stavano e Marfisa Con
desiderio di conoscer
questi, Per le cui
maui era la
bestia uccida Che fatti
avea tanti luoghi
atri e mesti Awengachè la
pietra fosse incisa Dei
nomi lor, non
eran manifesti. Si pregavan
tra lor, che,
se sapesse L'istoria alcuno,
agli altri la
dicesse. 38 Voltò Viviano
a Malagigi gli
occhi, Che stava a
udire, e non
£Etcea lor motto:A
te, disse, narrar
l'istoria tocchi, Ch'esser ne
dèi, per quel
ch'io vegga, dotto. Chi
son costor che
con saette e
stocchi E lancie e
morte han l'animai
condotto? Rispose Malagigi: Non è istoria Di
ch'abbia autor fin
qui fatto memoria. 39
Sappiate che costor
che qui scrìtto
hanno Nel marmo i
nomi, al mondo
mai non faro; Ma
fra settecento anni
vi saranno, Con grande
onor del secolo
futuro. Merlino, il savio
incantator britanno, Fé' far la
fonte al tempo
dei re Arturo; E
di cose eh'
al mondo hanno
a venire, La fe'da
buoni artefici scolpire. 40
Questa bestia crudele
usci del fondo Dello
'nfemo a quel
tempo che far
fatti Alle campagne i
termini, e fa
il pondo Trovato e
la misura, e
scritti i patti. Ma
non andò a
principio in tutto
'1 mon lu:Di
sé lasciò molti
paesi intatti. Al tempo
nostro in molti
lochi sturba; Ma i
popolari offende e
la vii turba. 41
Dal suo principio
infin al secol
nostro Sempre è cresciuto,
e sempre andrà
crescen l;:Sempre crescendo,
al lungo andar
fia il mostro 11
maggior che mai
fosse e Io
più orrendo. Quel Piton,
che per carte
e per inchiostro S' ode che
fu sì orribile
e stupendo, Alla metà
di questo non
fu tutto. Né tanto
abbominevol né si
brutto. 42 Farà strage
crudel, né sarà
loco Ohe non guasti,
contamini ed infetti:E
quanto mostra la
scultura, é poco De' suoi nefandi
e abbominosi effetti. Al
mondo, di gridar
mercé già roco, Questi,
dei quali i
nomi abbiamo letti, Che
chiari splenderan più
che pircpo, Verranno a
dare aiuto al
maggior aopo. 45 E
quindi scenderà nel
ricco piano Di Lombardia,
col fior di
Francia intomo; E si
r Elvezio spezzerà,
eh' invano Farà mai
più pensier d'alzare
il corno. Con grande
e della Chiesa,
e dellMspano Campo e
del fiorentin vergogna
e scorno, Espugnerà il
Castel che prima
stato Sarà non espugnabile
stimato. ""' ' "N
¦ 43 Alla fera
crudele il più
molesto Non sarà di
Francesco il re
de' Franchi:E ben
convien che molti
ecceda in questo, E
nessun prima e
pochi n'abbia a' fianchi; Quando in
splendor real, quando
nel resto Di virtù
farà molti parer
manchi, Che già parver
compiuti; come cede Tosto
ogn' altro splendor, che'l
sol si vede. 46
Sopra ogn' altr' arme ad
espugnarlo, molto Più gli
varrà quella onorata
spada, Con la qual
prima avrà di
vita tolto Il mostro
corruttor d'ogni contrada. Convien eh'
innanzi a quella
sia rivolto In fuga
ogni stendardo, o
a terra vada; Né
fossa né ripar
né grosse mura Possan
da lei tener
città sicura. 44 L'anno
primier del fortunato
regno. Non ferma ancor
ben la corona
in fronte, Passerà l'Alpe,
e romperà il
diseguo Di chi all'incontro
avrà occupato il
monte; Da giusto spinto
e generoso sdegno. Che
vendicate ancor non
siano l'onte Che dal
furor da paschi
e mandre uscito L'esercito di
Francia avrà patito. 47
Questo Principe avrà
quanta eccellenza Aver felice
imperator mai debbia: L'animo del
gran Cesar, la
prudenza Di chi mostrolla
a Trasimeno e
a Trebbia Con la
fortuna d'Alessandro, senza Cui
saria famo ogni
disegno, e nebbia. Sarà
sì liberal, ch'io
lo contemplo Qui non
aver né paragon
né esemplo. 48 Cosi
diceva Malagigi, e
messe Desire a'cavalier d'aver
contezza Del nome d'alcun
altro ch'uccidesse L'infemal bestia,
uccider gli altri
avvezza. Quivi un Bernardo
tra' primi si lesse, Che
Merlin molto ne' suoi
scritti apprezza. Pia nota
per costui, dicea,
Bibiena, Quanto Fiorenza sua
vicina e Siena. stanza
41. 49 Non mette
piede innanzi ivi
persona A Sismondo, a
Giovanni, a Ludovico:Un
Gonzaga, un Salviati,
un d'Aragona, Ciascuno al
brutto mostro aspro
nimico. V è Francesco
Gonzaga, né abbandoni Le
sue vestigie il
figlio Federico; Ed ha
il cognato e
il geaero vicino, Quel
di Ferrara, e quel duca
d'Urbino. 51 Duo Ercoli,
duo Ippoliti da
Este, Un altro Ercole,
un altro Ippolito
anco Da Gonzaga, de' Medici,
le peste Seguon del
mostro, e l'han,
cacciando, stas Né Giuliano
al figliuol, né
par che reste Ferrante al
fratel dietro; né che manoo Andrea
Doria sia pronto;
néche lassi Francesco
Sforza, ch'ivi uomo
Io passi. 52 Del
generoso, illustre e
chiaro sangue D'Avalo vi son dui
c'han per insia Lo
scoglio, che dal
capo ai piedi
d'angie Par che l'empio
Tifeo sotto si
teerna Non é di
questi duo, per
fare essngue L'orribil mostro,
chi più innanzi
vegna: L'uno Francesco di
Pescara invitto, L'altro Alfonso
del Vasto ai
piedi ha scritte 53
Ma Consalvo Ferrante
ove ho lasciato, L'Ispano onor,
ch'in tanto pregio
v'eri. Che fu da
Malagigi si lodato, Che
pochi il pareggiar
di quella schiera? Guglielmo si
vedea di Monferrato Fra quei
che morto avean
la bratta fera: Ed
eran pochi, verso
gl'infiniti Ch'ella v'avea chi
morti e chi
feriti. 54 In giuochi
onesti e parlamenti
lieti, Dopo mangiar, spesero
il caldo giorno. Corcati su
finissimi tappeti Tra gli
arbuscelli oad'era il
rivo aiomo. Malagigi e
Vivian, perché quieti Più
fosser gli altri,
tenean l'arme intomo; Quando una
donna senza compagnia Vider, che
verso lor ratto
venia. 55 Questa era
quella Ippalca, a
cui fa tolto Frontino, il
buon destrier, da
Rodomonte. L'avea il di
innanzi ella seguito
molto, Pregandolo ora, ora
dicendogli onte; Ma non
giovando, avea il
cammin rivolto Per ritrovar
Ruggiero in Agrismonte Tra via le fu,
non so fifià
come, detto Che quivi
il troveria con
Ricciardetto. 50 Dell'un di
questi il figlio
Guidobildo Non vuol che'l
padre o ch'altri
aidietro il mtta. Con
Ottobon del Eliseo,
Sinibaldo Caccia la fera,
e van di
pari in fretta. Luigi
à% Gazalo il
ferro caldo Fatto nel
collo le ha
d'una saetta Che con
l'arco gli die
Febo, quando anco Marte
la spada sua
gli messe al
fianco. 56 E perché
il luogo ben
sapea (che v'er Stata
altre volte), se
ne venne al
dritto Alla fontana; ed
in quella maniera Ve
lo trovò, ch'io
v'ho di sopra
scritto. Ma come buona
e cauta messaggiera. Che sa
meglio eseguir che
non l'é ditto, Quando
vide il fratel
di Bradamante, Non conoscer
Rugier fece sembiante 57
A, Ricciardetto tatta rÌTol tosse, Si come
drittamente a lui
yenisse:E quelf che
la conobbe, se
le mosse Incontra, e
dimandò dove ne
gisse. Elia, disancora avea
le luci rosse Del
pianger lungo, sospirando
disse: Ma disse forte,
acciò che fosse
espresso A Ruggero il
suo dir, che
gli era presso. 58
Mi traea dietro,
disse, per la
briglia. Come imposto m'avea
la tua sorella. Un
bel cavallo e
buono a meraviglia, Ch'ella molto
ama, e che
Frontino appella; E l'avea
tratto più di
trenta miglia Verso Marsiglia,
ove venir debb'ella Fra
pochi giorni, e
dove ella mi
disse ChMo l'aspettassi finché
vi venisse. 59 Era si
baldanzoso il creder
mio, Ch'io non stimava
alcun di cor
si saldo, Che me
l'avesse a tor,
dicendogli io, Ch'era della
sorella di Rinaldo. Ha
vano il mio
disegno ier m' uscio, Che
me lo tolse
un Saracin ribaldo; Né
per udir di
chi Frontino fusse, A
volermelo rendere s'indusse. 60
Tutto ieri e
oggi l'ho pregato;
e quando Ho visto
uscir prieghi e
minacele invano,
Maledicendol molto e
bestemmiando, L'ho lasciato di
qui poco lontano, Dove
il cavallo e
sé molto affannando. S'aiuta, quanto
può, con l'arme
in mano Contra un
guerrier eh' in tal travaglio
il mette, Che spero
ch'abbia a far
le mie vendette. 61
Ruggiero a quel
parlar salito in
piedi, Ch'avea potuto appena
il tutto udire, Si
volta a Ricciardetto,
e per mercede E
premio e guiderdon
del ben servire (Prieghi aggiungendo
senza fin) gli
chiede Che con la
donna solo il
lasci gire Tanto, che
'1 Saracin gli
sia mostrato, Ch'a lei
di mano ha
il buon destrier
levato. 62 A Ricciardetto,
ancorché discortese 11 conceder
altrui troppo paresse Di
terminar le a
sé debite imprese. Al
voler di Ruggier
pur si rimesse:E
quel licenzia dai
compagni prese, E con
Ippalca a ritornar
si messe. Lasciando a
quei che rimanean
stupore. Non maraviglia pur
del suo valore. B
Poi che dagli
altri allontanato alquanto Ippalca l'ebbe,
gli narrò eh'
ad esso Era mandata
da colei che
tanto Avea nel core
il suo valore
impresso:E, senza finger
più, seguitò quanto La
sua donna al
partir le avea
commesso:E che se
dianzi avea altrimente
detto. Per la presenzia
fu di Ricciardetto. stanza 57. 64
Disse, che chi
le avea tolto
il destriero, Ancor detto
l'avea con molto
orgoglio:Perchè so che
'1 cavallo é
di Ruggiero, Più volentier
per questo te
lo toglio. S'egli di
racquistarlo avrà pensiero. Fagli saper
(eh' asconder non
gli voglio) Ch' io
son quel Rodomonte,
il cui valore Mostra
per tutto '1
mondo il suo
splendore. 65 Ascoltando, Raggier
mostra nel volto Di
quanto sdegno acceso
il cor gli
sia; Si perchè caro
avria Frontino molto, Si
perchè venia il dono onde
venia, Sì perchè in suo dispregio
gli par tolto. Vede
che hiasmo e
disonor gli fia, Se
torlo a Rodomonte
non s affretta, E sopra
lui non fa
degna vendetta. stanza 63. 6()
La donna Ruggier
guida, e non
soggiorna; Che por lo
brama col Pagano
a fronte: E giunge
ove la strada
fa duo corna; Lun
va giù al
piano, e l'altro
va su al monte:E questo
e quel nella
vallea ritorna, Dov'ella avea
lasciato Rodomonte. Aspra, ma
breve era la via del
colle; L'altra più lunga
assai, ma piana e molle. 67
II desiderio che
conduce Ippalca, D'aver Frontino
e vendicar V
oltraggio, Fa che '1
sentier della montagna
calca, Onde molto più
corto era il
viaggio. Per r altra
intanto il re
d'Algier cavalca Col Tartaro
e cogli altri
che detto aggelo; E
giù nel pian
la via più
facil tiene, Né con
Ruggier ad incontrar
si viene. 68 Già
son le lor
querele differita Finché soccorso
ad Agramante sia (Questo
sapete); ed han
d'ogni lor lite La
cagion, Dorallce, in
compagnia. Ora il successo
dell'istoria udite. Alla fontana
è la lor
dritta via, Ove Aldigier,
Marfisa, Ricciardetto,
Malagigi e Vivian
stanno a diletto. b9
Marfisa a'prieghi de' compagni
area Veste da donna
ed ornamenti presi. Di
quelli eh' a Lanfusa
si credea Mandare il
traditor de' Maganzesi:E
benché veder raro
si solca Senza V
usbergo e gli
altri buoni arnesi, Pur
quel dì se li trasse;
e come donna, A'prieghi lor
lasciò vedersi in
gonna. 70 Tosto che
vede il Tartaro
Marfisa, Per la credenza
e ha di
guadagnarla, In ricompensa e
in cambio ugual
s'avvisa Di Doralice, a
Rodomonte darla; Si come
amor si regga
a questa guisa. Che
vender la sua
donna o permutarla Possa l'amante,
né a ragion
s'attrista, Se quando una ne perde,
una n' acquista. 71
Per dunque provvedergli
di donzella, Acciò per
sé quest' altra
si ritegna, Marfisa che
gli par leggiadra
e bella, E d'ogni
cavalier femmina degna, Come
abbia ad aver
questa, come quella Subito
cara, a lui
donar disegna; E tutti
i cavalier che
con lei vede, A
giostra seco ed a battaglia
chiede. 72 Malagigi e
Vivian, che l'arme
aveano Come per guardia
e sicurtà del
resto, Si mossero dal
luogo ove sedeano, L'un
come l'altro alla
battaglia presto, Perchè giostrar
con amenduo credeano; Ma
r African, che
non venia per
questo, Non ne fé'
segno o movimento
alcuno:Si che la
giostra restò lor
contra uno. 73 Vìnano
è il primo,
e con gran
cor si muove, E
nel venire abbassa
an asta grossa; E'I
Re pagan dalle
famose prove, DalP altra
parte vien con
maggior possa. Dirizza V
uno e V
altro, e senza
dove Crede meglio fermar
l'aspra percossa. Viviano indamo
all'elmo il Pagan
fere; Che non lo
fa piegar, nonché
cadere. 74 II Re
pagan, eh' avea
più l'asta dura, Fé'
0 scudo a
Vivian parer di
ghiaccio £ fuor di
sella in mezzo
alla verdura. Air erbe
e ai fiori
il fé' cadere
in braccio. Vien Malagigi,
e ponsi in
avventura Di vendicare il
suo fratello avaccio; Ma
poi d'andargli appresso
ebbe tal fretta, Che
gli fé' compagnia
più che vendetta. 75
L'altro fratel fu
prima del cugino Coli' arme
indosso, e sul
destrier salito; E disfidato,
centra il Saracino Venne a
scontrarlo a tutta
briglia ardito. Risonò il
colpo in mezzo
all'elmo fino Di quel
Pagan sotto la
vista un dito:Volò
al ciel l'asta
in quattro tronchi
rotta; Ma non mosse
il Pagan per
quella botta. 76 II
Pagan feri lui
dal Iato manco; E
perchè il colpo
fu con troppa
forza. Poco lo scudo
e la corazza
manco Gli valse, che
s' aprir come
una scorza. Passò il
ferro crudel l'omero
bianco: Piegò Aldighier ferito
a poggia e
ad orza; Tra fiori
ed erbe alfin
si vide avvolto, Rosso su
l'arme, e pallido
nel volto. 77 Con
molto ardir vien
Ricciardetto appresso:E nel
venire arresta si
gran lancia, Che mostra
ben, come ha
mostrato spesso, Che degnamente
è paladin di
Francia: Ed al Pagan
ne facea segno
espresso, Se fosse stato
pari alla bilancia; Ma
sozzopra n'andò, perchè
il cavallo Gli cadde
addosso, e non
già per suo
fallo. 78 Poich'auro cavalier
non si dimostra. Ch'ai Pagan
per giostrar volti
la fronte. Pensa aver
guadagnato della giostra La
donna, e venne
a lei presso
alla fonte, E disse:
Damigella, sete nostra. S'altri non
è per voi
ch'in sella monte. Noi
potete negar, uè
fame iscusa; Che di
ragion di guerra
cosi s'usa. 79 Marfisa,
alzaudo con un
viso altiero La faccia,
disse: Il tuo parer
molto erra. Io ti
concedo che diresti
il vero, Ch' io
sarei tua per
la ragion di
guerra, Quando mio signor
fosse o cavaliero Alcun di
questi ch'hai gittato
in tena. Io sua
non son: né
d'altri son, che
mia; ' Dunque me
tolga a me
chi mi desia. stanza
76. 80 So scudo
e lancia adoperare
anch'io, E più d'un
cavaliero in terra
ho posto. Datemi l'arme,
disse, e il
destrier mio Agli scudier
che l'ubbidirò tosto. Trasse
la gonna, ed
in farsetto uscio; E
le belle fattezze
e il ben
disposto Corpo mostrò, eh' in ciascuna
sua parte, Fuorché nel
viso, assimigliava a
Marte. 81 Poi che
fu armata, la
spada si cinse, E
sul destrier montò
d'un leggier salto; E
qua e là
tre volte e più lo
spinse, E quinci e
quindi fé' girare in
alto; E poi, sfidando
il Saracino, strinse La
grossa lancia, e
cominciò l'assalto. Tal nel
campo troian Pentesilea Contra il
tessalo Achille esser
dovea.82 Le lancie
ìnfin al calce
si fiaccare, A quel
superbo scontro, come
vetro; Né però chi
le corsero, piegaro, Che
si notasse, un
dito solo addietro. Marfisa, che
volea conoscer chiaro S'a
più stretta battaglia
simil metro Le servirebbe
contra il fier
Pagano, Se gli rivolse
con la spada
in mano. 88 Raniero
in questo mezzo
avea seguito Indarno Ippalca
per la via del
monte; E trovò, giunto
al loco, che
partito Per altra via se n'
era Rodomonte:E pensando
che lungi non
era ito, E che
1 sentier tenea
dritto alla fonte, Trottando in
fretta dietro gli
venia Per Torme cheran
fresche in sa
I& via. 83 Bestemmiò
il cielo e
gli elementi il
crudo Pagan, poiché restar
la vide in
sella; Ella, che gli
pensò romper lo
scudo. Non men sdegnosa
contra il ciel
favella. Già l'uno e
l'altro ha in
mano il ferro
nudo, E su le
fatai arme si
martella: L'arme fatali han
parimente intomo, Che mai
non bisognar più
di quel giorno. 84
Si buona ò
quella piastra e
quella maglia, Che spada
o lancia non
le taglia o
fora: Sì che potea
seguir l'aspra battaglia Tutto quel
giorno, e l'altro
appresso ancora. Ma Rodomonte
in mezzo lor
si scaglia, E riprende
il rivai della
dimora. Dicendo: Se
battaglia pur far
vuoi, Finiam'la cominciata oggi
fra noi. 85 Facemmo,
come sai, triegua
con patto Di dar
soccorso alla milizia
nostra. Non dobbiam, prima
che sia questo
fatto, Incominciare altra battaglia
o giostra. Indi a
Marfisa, riverente in
atto, Si volta, e
quel messaggio le
dimostra; E le racconta
come era venuto A
chieder lor per
Agramante aiuto. sa La
priega poi, che le piaccia
non solo Lasciar quella
battaglia o differire, Ma
che voglia in
aiuto del figliuolo Del
re Troian con
essi lor venire; Onde
la fama sua
con maggior volo Potrà
far meglio infin
al ciel salire, Che
per querela di
poco momento Dando a
tanto disegno impedimento. 87 Marfisa,
che fu sempre
disiosa Di provar quei
di Carlo a
spada e a
lancia; Né l'avea indotta
a venire altra
cosa Di si lontana
regione in Francia, Se
non per esser
certa se famosa Lor
nominanza era per
vero o ciancia; Tosto d'andar
con lor partito
prese, Che d'Armante il
gran bisogno intese. 89
Volse che Ippalca
a Montalban pigliasse La
via, ch'una giornata
era vicino; Perché s'alia
fontana ritornasse. Si torna
troppo dal dritto
cammino. E disse a
lei, che già
non dubitasse Che non s'
avesse a
ricovrar Frontino:Ben le
farebbe a Montalbano,
o dove Ella si
trovi, udir tosto
le nuove. 90 E
le diede la
lettera che scrisse In
Agrismonte, e che si portò
in seno; E molte
cose a bocca
anco le disse, E
la pregò che
T escusasse appieno. Nella memoria
Ippalca il tutto
fisse; Prese licenzia, e
voltò il palafreno; E
non cessò la
buona messaggiera, Ch'in Montalban
si ritrovò la
sera. 91 Seguia Ruggiero
in fretta il
Saracino Per l'orme ch'apparian
nella via piana; Ma
non lo giunse
prima che vicino Con
Mandricardo il vide
alla fontana.Già promesso s'avean
che per cammino L'un
non farebbe all' altro
cosa strana, Né fin
eh' al campo
si fosse soccorso, A
cui Carlo era
appresso a porre
il morso. 92 Quivi
giunto Ruggier, Frontin
conobbe, E conobbe per
lui chi addosso
gli era; E su
la lancia fé' le
spalle gobbe, E sfidò
l'African con voce
altiera. Rodomonte quel dì fé'
più che
Giobbe, Poiché domò la
sua superbia fiera, E
ricusò la pugna,
eh' avea usanza Di sempre
egli cercar con
ogni instanza. 93 II
primo giorno e
l'ultimo, che pugna Mai
ricusasse il Re
d'Algier, fa questo; Ma
tanto il desiderio
che si giugna In
soccorso al suo
Re gii pare
onesto, Che se credesse
aver Ruggier nell'ugna Più
che mai lepre
il pardo isnello
e presto. Non si
vorria fermar tanto
con lui, Che fèsse
un colpo della
spada o dai. 4
Agglangi che sapea
cVera Raggiero, Che seco,
per Frontin facea
hittaglia, Tanto famoso, ch'altro
cavaliero Non è eh' a
par di lai
di gloria saglia; L'nom
che hramato ha
di saper, per
vero Esperimento, quanto in
arme vaglia: Eppur non
vuol seco accettar
l'impresa; Tanto l'assedio del
suo Re gli
pesa. 95 Trecento miglia
sarehhe ito e
mille, Se ciò non
fosse, a comperar
tal lite; Ma se
l'avesse oggi sfidato
Achille, Più fatto non
avria di quelch'udite:Tanto a
quel punto sotto
le faville Le fiamme
avea del suo
furor sopite. Narra a
Ruggier perchè pugna
rifiuti:Ed anco il
priega che l'impresa
aiuti; 96 Che, facendol,
farà quel che
far deve Al suo
Signore un cavalier
fedele. Sempre che questo
assedio poi si
leve, Avran hen tempo
da finir querele. Rujer rispose
a lui: Mi sarà
lieve Differir questa pugna
finchò de le Porze
di Carlo si
treggia Agramantej Purché mi
rendi il mio
Frontino innante. 97 Se
di provarti e' hai
fatto gran fallo, E
fatto hai cosa
indegna ad un
uom forte, D'aver tolto
a una donna
il mio cavallo,
• Vuoi eh' io
prolunghi finché siamo
'n corte, Lascia Frontino,
e nel mio
arhitrio dallo. Non pensare
altrimente, ch'io sopporte Che
la battaglia qui
tra noi non
segua, 0 ch'io ti
fEiccia sol d'un' ora
triegua. 98 Mentre Ruggiero
all'African domanda 0 Frontino,
o battaglia allora
allora; E quello in
lungo e l'uno
e l'altro manda, Né
vuol dare il
destrier, né far
dimora; Mandricardo ne vien
da un' altra
banda, E mette in
campo un'altra lite
ancora. Poiché vede Ruggier
che per insegna Porta
l'augel che sopra
gli altri regna. 99
Nel campo azzur
l'aquila bianca avea. Che
de' Troiani fu
l'insegna bella:Perchè Ruggier
l'origine traea Dal fortissimo
Ettór,
portavaquella.MaquestoMandricardo
non sapea, Né vuol
patire, e grande
ingiuria appella, Che nello
scudo un altro
debba porre L'aquila bianca
del famoso Ettorre. 100
Portava Mandricardo similmente L' augel che rapi
in Ida Ganimede. Come l'ebbe
quel di, che
fu vincente Al Castel
periglioso, per mercede. Credo vi
sia con l'altre
istorie a mente; E
come quella Fata
gli lo diede Con
tutte le bell'arme
che Vulcano Avea già
date al cavalier
troiano. 101 Altra volta
a battaglia erano
stati Mandricardo e Ruggier
solo per questo:E
per che ciso
fosser distornati, Io noi
dirò; che già
v' è manifesto. Dopo non
s'eran mai più
raccozzati. Se non quivi
ora; e Mandricardo
presto, Visto lo scudo,
alzò il superbo
grido Minacciando, e a
Ruggier disse: Io ti
sfid. 102 Tu la
mia insegna, temerario,
porti; Né questo è
il primo dì
ch'io te l'ho
detto. E credi, pazzo,
ancor ch'io tei
comporti, Per una volta
ch'io t'ebbi rispetto? Ma
poiché né minacce
né conforti Ti pdn
questi follia levar
del petto, Ti mostrerò
quanto miglior partito T'era
d'avermi subito ubbidito. 103
Come ben riscaldato
arido legno A picciol
soffio subito s' accende; Cosi s'avvampa
di Ruggier lo
sdegno Al primo motto
che di questo
intende. Ti pensi, disse,
farmi stare al
segno, Perchèquest'altro
ancor meco contende? Ma
mostrerotti ch'io son
buon per torre Frontino a
lui, lo scudo
a te d'Ettorre. 104 Un'altra
volta pur per
questo venni Teco a
battaglia, e non
è gran tempo
anco; Ma d'ucciderti allora
mi contenni, Perchè tu non avevi
spada al fianco. Questi fatti
saran, quelli fur cenni; E
mal sarà per
te queir augel
bianco, Ch'antiqua insegna è
stata di mia
gente: Tu te l'usurpi;
io'l porto giustamente. 105 Anzi
t'usurpi tu l'insegna
mia, Rispose Mandricardo; e
trasse il brando. Quello che
poco innanzi per
follia Avea gittate alla
foresta Orlando. Il buon
Ruggier, che di
sua cortesia Non può
non sempre ricordarsi,
quando Vide il Pagan
eh' avea tratto la
spada. Lasciò cader la
lancia nella strada. 106
E tutto a
un tempo Balisarda
strìnge, La baona spala,
e meMo scudo
imbraccia: Ma l'Africano in
mezzo il destrìer
spinge, E Marfisa con
lui presto si
caccia; E r uno
questo, e V altro quel
respinge, E priegano amendui
che non si
faccia. Rodomonte si duol
che rotto il
patto Due volte ha
MandricarJo, che fu
fatto. 107 Prima, credendo
d'acquistar Marfisa. Fermato s' era
a far più
d una giostra Or,
per privar Ruggier
d una divisa, Di
curar poco il re Agramante
mostra. Se pur, dicea,
dèi fare aquestagnisa,Finiamprima tra
noi la lite
nostra, Conveniente e più
debita assai, Ch'alcuna di
quest'altre che prese
ha Stanza 116. 108 Con
tal condizìon fu
scabilita La triegua e
quisto accordo eh' è
fra nui. Come la
pugna teco avrò
finita, Poi del destrìer
risponderò a costui. Tu
del tuo scudo,
rimanendo in vita, La
lite avrai da
terminar con lui; Ma
ti darò da
far tanto, mi
spero, Che non n'avanzerà
troppo a Ruggiero. 109
La parte che ti pensi,
non n'avrai (Rispose Mandricardo
a Rodomonte):Io te
ne darò più
che non vorrai, E
ti farò sudar
dal pie alla
fronte:E me ne
rimarrà per darne
assai (Come non manca
mai l'acqua del
fonte) Ed a Ruggiero,
ed a mill'altri
seco, E a tutto
il mondo che
la voglia meco. 110
Moltiplica van l'ire e
le parole Quando da
questo e quando
da quel lato. Con
Rodomonte e con
Ruggier la vuole Tutto
in un tempo
Mandricardo irato. Ruggier, eh'
oltraggio sopportar non
suole, Non vuol più
accordo, anzi litigio
e piato. Marfisa or va da
questo or da
quel canto Per riparar,
ma non può
sola tanto. Ili Come
il villan, se
fuor per l'alte
sponde Trapela il fiume,
e cerca nuova
strada, Frettoloso a vietar
ohe non affonde I
verdi paschi e
la sperata biada, Chiude
una via ed
un'altra, e si
confonde; Che se ripara
quinci che non
cada, Quindi vede lassar
gli argini molli, E
fuor l'acqua spicciar
con più rampolli: 112 Cosi,
mentre Ruggiero e
Mandricardo E Rodomonte son
tutti sozzopra, Ch ognun
vuol dimostrarsi più
gagliardo, Ed ai compagni
rimaner di sopra; Marfisa ad
acchetarli ave riguardo, E
s affatica, e perde
il tempo e
Topra: Che, come ne
spicca uno e
io ritira, Gli altri
duo risalir vede
con ira. 113 Marfisa,
che volea porgli
d'accordo, Dicea: Signori, udite il
mio consiglio: Differire ogni
lite è buon
ricordo, Fin chAgramante sia
fuor di periglio. S' ognun vuole
al suo fatto
essere ingordo, AnchMo con
Mandricardo mi ripiglio; E
voWedere alfin se
guadagnarme. Com'egli ha detto,
è buon per
forza d'arme. Stanza 121. 114
Ma se si de'
soccorrere Agramante, Soccorrasi, e
tra noi non
si contenda. Per me
non si starà
d'andare innante, Disse Ruggier,
purché '1 destrier
si renda. O che
mi dia il
cavallo (a far
di tante Una parola),
o che da me il
difenda: O che qui
morto ho da
restare, o ch'io In
campo ho da
tornar sul destrier
mio. 115 Rispose Rodomonte:
Ottener questo Nun fia
cosi, come quell'altro,
lieve. E seguitò dicendo: Io
ti protesto Che, s' alcun
dinno il nostro
Re riceve, Fia per
tua colpa; eh'
io per me
non resto Di fare atempo
quel che far
si deve. Ruggiero a
quel pretesto poco
bada; Ma, stretto dal
furor, stringe la
spada. 116 Al Re
d'AIgier come cinghiai
n scaglia E l'urta
con lo scudo
e con la
spalla; E in modo
lo disordina e
sbaraglia, Che fa che
d'una staffa il
pie gli falla. Mandricardo gli
grida: 0 la
battaglia Differisci,
Ruggfiero, o meco
falla: E crudele e
felloa più che
mai fosse, Ruggier sull'elmo
in questo dir
percosse. 117 Fin sul
collo al destrier
Ruggier s'inchina, Né, quando
vuoisi, rilevar si
puote; Perché gli sopraggiunge
la mina Del figlio
d'Ulien, che lo
percuote. Se non era
di tempra adamantina, Fesso l'elmo
gli avria fin
tra le gote. Apre
Ruggier le mani
per V ambascia; E
l'una il fìren,
l'altra la spada
lascia. 118 Se lo
porta il destrier
per la campagna; Dietro gli
resta in terra
Balisarda. Marfisa, che quel
di fatta compagna Se
gli era darme,
par ch avvampi ed
arda, Che solo fra
queMuo cosi rimagna: E
come era magnanima
e gagliarda, Si drizza
a Mandricardo, e col potere Chavea
maggior, sopra la
testa il fere. 119
Rodomonte a Rnggier
dietro si spinge: Vinto
è Frontin, s' un' altra
gli n'appicca; Ma Ricciardetto
con Yivian si
stringe, E tra Ruggiero
e1 Saracin si
ficca. L'uno urta Rodomonte,
e lo respinge, E
da Rnggier perforzalo dispicca; L'altro la
spada sua, che
fu Viviano, Pone a
Rnggier, già risentito,
in mano. 120 Tosto
che'l buon Rnggiero
in so ritoma, E
che Vivian la
spada gli appresenta, A
vendicar T ingiuria non
soggiorna, E verso il Re d'Algier
ratto s'avventa; Come il
leon che tolto
sn le coma Dal
bue sia stato,
e che '1
dolor non senta:Si
sdegno ed ira
ed impeto l'affretta, Stimola e
sferza a far
la sua vendetta. 124
Avea Marfisa a
Mandricardo intanto Fatto sudar
la fronte, il
viso e il
petto; Ed egli avea
a lei fatto
altrettanto: Ma si l'usbergo
d'ambi era perfetto, Che
mai poter &lsarlo
in nessun canto. E
stati eran sin
qui pari in
effetto; Ma in un
voltar che fece il sno
destriero " Bisogno ebbe
Marfisa di Ruggiero. 125
II destrier di
Marfisa in un
voltarsi Che fece stretto,
ov' era molle
il prato, Sdrucciolò in
guisa, che non
potè aitarà Di non
tutto cader sul
destro lato; E nel
volere in fretta
rilevarsi, Da Brigliador fu pel traverso
urtato. Con che il
Pagan poco cortese
venne; Si che cader
di nuovo gli
convenne. 126 Rnggier, che
la donzella a
mal partito Vide giacer,
non differì il
soccorso. Or che l'agio
n' avea, poiché
stordito Da sé lontan
qnell' altro era trascorso. Feri sn
l'elmo il Tartaro;
e partito Quel colpo
gli avria il
capo comeun torso, Se
Ruggier Balisarda avesse
avuta, 0 Mandricardo in
capo altra barbuta. 121
Ruggier sul capo
al Saracin tempesta: E
se la spada
sua si ritrovasse. Che, come
ho detto, al
cominciar di questa Pugna,
di man gran
fellonia gli trasse Mi
credo eh' a difendere
la testa Di Rodomonte
l'elmo non bastasse, L'elmo che
fece il Re far dì
Babelle, Quando muover pensò
guerra alle stelle. 122
La Discordia, credendo
non potere Altro esser
quivi che contese
e risse, Né vi
dovesse mai più
luogo avere 0 pace
0 triegua, alla
sorella disse Ch' omai
sicuramente a rivedere 1
monachetti suoi seco
venisse Lasciamle andare, e
stiam noi dove
in fronte Ruggiero avea
ferito Rodomonte. 123 Fu
il colpo di
Ruggier di sì
gran forza. Che fece
in su la
groppa di Frontino Percuoter l'elmo
e quella dura
scorza Di eh' avea armato
il dosso il
Saracino, E lui tre
volte e quattro
a poggia e
ad orza Piegar per
gire in terra
a capo chino; E
la spada egli
ancora avria perduta. Se
legata alla man
non fosse suta. 127
II Re d'Algier,
che si risente
in questo, Si volge
intomo, e Ricciardetto
vede; E si ricorda
che gli fa
molesto Dianzi, quando soccorso
a Ruggier diede. A
lui si drizza;
e saria stato
presto A dargli del
ben fare aspra
mercede, Se con grande
arte e nuovo
incanto tosto Non se gli fosse
Malagigi opposto. 128 Malagigi,
che sa d'ogni
malia Quel che ne
sappia alcun mago
eccellente, Ancorché '1 libro
suo seco non
sia, Con che fermare
il sole era
possente. Pur la scongiurazione, onde
solia Comandare ai demonii,
aveva a mente: Tosto
in corpo al
ronzino un ne
constringe Di Doralice, ed
in furor lo
spinge. 129 Nel mansueto
ubino, che sul
dosso Avea la figlia
del re Stordilano, Fece entrar
un degli angel
di Minosse Sol con
parole il frate
di Viviano:E quel
che dianzi mai
non s' era mosso, Se
non quanto ubbidito
avea alla mano, Or
d'improvviso spiccò in
aria un salto Che
trenta pie fu
lungo, e sedid
alto. 130 Fu grande
il salto, non
però di sorte, Che
ne dovesse alcun
perder la sella. si
vide in alto,
gridò forte (Che si
tenne per morta)
la donzella. Quel ronzin,
come il Diavol
se lo porte, Dopo
un gran salto
se ne va
con quella, pur grida
soccorso, in tanta
fretta, Che non T
avrebbe giunto una
saetta. 181 Dalia battaglia
il figlio d'Ulieno Si
levò al primo
suon di quella
voce; E dove furiava
il palafreno, Per la
donna aiutar, n'andò
veloce. Mandrìcardo di lei
non fece meno:Ma,
senza chieder loro
o paci o
tregue, E Rodomonte e
Doraiice segue. 132 Marfisa
intanto silevò di terra; E
tntta ardendo di disdegno e
d'ira, Credesi far la sua vendetta,
ed erra; Ruggier, ch'aver
tal fin vede
la guerra, Rugge come
un leon, nonché
sospira. Ben sanno che
Frontino e Brìgb'adoro Giunger non
ponno coi cavalli
loro. 133 Ruggier non
vuol cessar finché
decisa Col Re d'Algier
non l'abbia del
cavallo:Non vuol quietar
il Tartaro Marfisa; Che
provato a suo
senno ancor non
hallo. la sua querela
a questa guisa Parrebbe all'uno
e all'altro troppo
fallo. Di comune parer
disegno fassi Di chi
offesi gli avea
seguire i passi. 134
Nel campo saracin
li troveranno. Quando non
possa ritrovarli prima; Che
per levar l'assedio
iti saranno, Prima che '1 Re
di Francia il
tutto opprima. drittamente se
ne vanno Già non
andò Ruggier co
di botto, Che non
facesse ai suoi
compagni motto. E se
gli prefiferisce in
ogni parte Amico, per
fortuna e buona
e fella:ludi lo
priega (e lo
fa con héìV
arte) Che saluti in
suo nome la
sorella; E questo cosi
ben gli venne
detto, né a lui
die né agli
altri alcun sospetto. 136
E da lui,
da Vivian, da
Malagigi, Dal ferito Aldigier
tolse commiato. lui, debitor sempre in
ogni lato. Marfisa avea
si il cor
d'ire a Parigi, Che
'1 salutar gli
amici avea scordato; Malagigi andò
tanto e Viviano, pur lasalutaron n
cavaliere, i tre
giovani e il
leone di que sta ottava, 8on
quelli stessi designati
a nome nelle
due segnenti, cioè Francesco
I di Francia,
Massimiliano d'Austria, Carlo V,
Arrigo Ylil dlnghilterra,
e Leone X papa.
" Rimane nn
dabbio (scrive Giaointo
Casella) per chè dia a
tntti questi il
vestimento tessuto a
gigli d'oro; il òhe
a prima vista
gli farebbe creder
tutti della real casa
di Francia. Per
Leone X codesta
insegna del giglio facilmente, perché
fiorentino e Medici;
ma per gli altri
tre? Forse qui
il giglio d'oro
è quello impresso fiorino, preo
a simbolo di
liberalità. Il cavaliere coronato d'alloro
credo che sia
non Francesco di
Fmncia come intendono i più, ma
Timperatore Massimiliano;
altrimenti esìì dovrebbe
essere uno dei
tre giovani, e quando
l'Ariosto scriveva questo,
aveva più di cin
quant'anni. " St. 35.
V.6. Gorgiera t
qui gola. . V.7.
Fige, trafigge.St 41.
V.5 Qwil Pitont
ecc.: nome di uno
smi surato serpente che i
mitologi dissero generalo
dalla Terra dopo il
diluvio, e ucciso
da Apollo. St. 44.
V.78. Dal furor,
ecc.: allude agli Sviizeri,,
sebbene allora pastori
e bifolchi, eransi
armati con tro le forze
di Francia. St. 45.
V.78. Nella battaglia
di Mariemano, che il
Trivulzio chiamò battaglia
digiganti.Espugnerà il
castello ecc, quello
di Milano. St. 47.
V.45. Di chi
mostrolla, ecc.: intende
di Annibale, che sconfisse
i Romani nei
luoghi indicati. Con
la fortuna ecc.: parlasi
forse della fortuna
che ar rideva al re
Francesco nel 1515,
quando sali in
trono, e l'Autore scrìveva
questi versi. St. 48.
V.57. Quivi un
Bernardo y ecc.: il
cardi nale Bernardo Divìzio da
Bibbiena, che scrisse
la celebre commedia Calandra. St.
49. V.23. A
Siamondo ecc.: tre
cardinali, Si gismondo Oomaga, Giovanni
Salviati, Lodovico d'Ara gona. St. 50.
V.1. Quidobaldo H
figlio di Francesco
Maria. FIASCO scrive latin,
l'Ar.) erano fratellL
Dm ""wM nacque quel
Gian Luigi che
peri nella coBrn%
coiei i Doria. v.58.
Luigi Gonzaga, amante
delle arai i della
poesia. Mori a
33 anni d'nn
arehibiuriaCa. St. 51. V.1.
Ercole I ed
Ercole II, daehi
di FeiraL due Ippoliti
sono il cardinale
a cai V
Ariosto éùb il poema
e l'altro pur
cardinale figlio d' AUbofte
" t Lucrezia Borgia.
v.23. Ercole Oonzmi.,
aack' . L'altro Ippolito
ò fratello di
Leone X;;r" tesse i
letterati, coltivò le
lettere. St. 52. V.34.
Lo scoglio, ecc.:
risola dIhia I piedi
d angue: I poeti
finsero che i
eigaati avenss i piedi
d'angue, ossia terminassero
in ayvolmenti ar pontini,
onde li disseroangttipedi.
St. 53.
V.14. Lo spagnuolo
Consalvo detto Ofm Capitano. v.5.
Guglielmo, marchese di
Howaaau, della famiglia dei
Paleologhi. St. 74. V.6
Avaceio, subito. St. 81.
V.78. Tal nel
campo troianPieniesUeaett.
questa regina delle
Amazzoni fu adia<3ice
éé'TwtIm contro i Greci,
e più volte
combattè con Addile. St.
91. V.8. Appresso
a porre il
mrso: rUtas i dare
l'estrema sconfitta. St. 93.
y. 5. Faville: qui
s intende quella
tmmt sottile ohe ricuopre
la brace; e
raetaforicameate It iv gioni
che impedivano Rodomonte
di accettare la
tur" desiderata battaglia con
Ruggiero. St. 100. V.2.
L'augel, ee.: l'aquila. Ivi. Y.
34. n castello
della fata di
5ria; oomb ììh l'Ariosto
al canto XIV,
Se. 31. St. 111.
V.7. Lassare; qui,
per sctofflitrsL St. 124. y.
5. Falsarlo: qui guastarlo. St. 128.
y. 14. Malagigi
avea stadiato magia
t Toledo, e la
professava. St. 129. y.
3. Un degli
angel di Hiinosso:
BBdto volo di quelli
che ministrano a
Minos, costituito da
Gìoh giudice nell'inferno.
Canto XXVII. C Mandri&aplOf Rufrgiero,Rojlomoiité e
MarÉlsap iiissguendo
Doralice (giungono sotto
Parigi, ft.salgono T
esercito cristiaiio.e resp
intono Carlo dentro
le mura. Ciò
fatto, tonsano alle p rare d finti pare. 11
re africano rittiettfl itelFarbitrio di
T>oraUce lo scegliere
fra Slanddianlo e Rodoraoirte;
iii.sti d H fintato,
onde si parte
indi spettito, con disenfilo di
tornarsene in Afrìpa;
bi3 al loggia una sera
presso un albergatore
sulla Saona. Molti concigli
delle donne .sono Mejlio
improTYi.so, eh' a pensarvi,
usciti; ('Ile questo è
fpeziale e proprio
dono Fra tanti e
tanti lor dal
ciel largiti: Ma pnò
mal quel degli
uouiini esser buono; Che
maturo discorso non
aiti, Ove non s'abbia
a ruminarvi sopra Speso
alcun tempo e
molto studio ed
opra. Parve, e non
fa però buono
il consiglio Di Malagigi,
ancorché (come ho
detto) Per questo di
grandissimo periglio
Liberasse il cogin
sno Ricciardetto. levare indi
Rodomonte e il
figlio Del re Agrican,
lo spirto avea
constretto, Non avvertendo che
sarebbon tratti Dove i
Cristian ne rimarrian
disfatti. Ma se spazio
a pensarvi avesse
ATOto, Creder si può che dato
similmente Al sno cugino
avria debito aiuto, Né
fatto danno alla
cristiana gente. Comandare allo
spirto avria potuto, Ch
alla via di
levante o di
ponente Si dilungata avesse
la donzella, Che non
n udisse Francia
più novelia. Stanza 6. Cosi
gli amanti suoi
Pavrìan seguita, Come a
Parigi, anco in
ogn altro loco; Ma
fu quest'avvertenza inavvertita DaMalagigi, per
pensarvi poco:E la
Malignità dal ciel
bandita, Che sempre vorria
sangue e strage
e fuoco, Prese la
via donde più
Carlo afflisse, Poiché nessuna
il mastro gli
prescrìsse. palafren, eh'
avea il
demonio al bs> Portò
la spaventata Doralice, Che
non potè arrestarla
fiume, e manco Fossa,
bosco, palude, erta
o pendice, Finché per
mezzo il campo
inglese e frtfco, £
r altra moltitudine
fautrice Deir insegne di
Cristo, rassegnata Non r
ebbe al padre
suo re di
Granata Bodomonte col figlio
dAgricane La segnitaro il
primo giorno un pezzo,
Che le
yedean le spalle,
ma lontane. Di yista
poi perderonla da
sezzo, E venner per
la traccia, come
il cane La lepre
o il caprì'ol
trovare avvezzo; Né si
fermar, che foro
in parte dove Di
lei, eh' era
col padre, ebbono
nuove. Guardati, Carlo; che
ti vien addosso Tanto
furor, eh' io non ti
veggo scampo:Né questi
pur; ma 1
re Gradasso è mosso
Con Sacripante a
danno del tuo
campo. Fortuna, per toccarti
fin air osso, Ti
tolle a un tempo Tuno
e l'altro lampo Di
forza e di
saper, che vivea
teco; E tu rimase
in tenebre sei
cieco. W0 stanza 10,Io ti
dico d'Orlando e
di Rinaldo; Che l'uno
al tutto furioso
e folle. Al sereno,
alla pioggia, al
freddo, al caldo, Nudo
va discorrendo il
piano e'I colle:L'altro
con senno, non
troppo più saldo, D'appresso al
gran bisogno ti
si tolle; Che, non
trovando Angelica in
Parigi, Si parte, e
va cercandone vestigi. Un
fudolente vecchio incantatore Gli fé' (come
a principio vi si disse) Creder
per un fantastico
suo errore, Che con
Orlando Angelica venisse: Onde
di gelosia tocco
nel core. Della maggior
eh' amante mai
sentisse, Venne a Parigi;
e come apparve
in corte, D'ire in
Bretagna gli toccò
per sorte. 10 Or,
fatta la battaglia
onde portonne Egli l'onor
d'aver chiuso Agramante, Tornò a
Parigi, e monister
di donne; E case
e rocche cercò
tutte quante. Se murata
non é tra
le colonne, L'avria trovata
il curioso amante. Vedendo alfin
ch'ella non v'é
né Orlando, Amenduo va
con gran disio
cercando. 11 Pensò che
dentro Anglante o
dentro a Brava Se
la godesse Orlando
in festa e
in giuoco; E qua
e là per
ritrovarla andava, Né in
quel la ritrovò
né in questo
loco. A Parigi di
nuovo ritornava, Pensando che
tardar dovesse poco Di
capitare il Paladino
al varco; Ché'l suo
star fuor non
era senza incarco. 12
Un giorno o
duo nella città
soggiorna Rinaldo; e poich'
Orlando non arriva, Or
verso Anglante, or
verso Brava torna, Cercando se di lui
novella udiva. Cavalca e
quando annotta equandoaggiorna, Alla fresca
alba e ali
ardente ora estiva; E
fk al lume
del sole e della luna Dugento
volte questa via,
non ch'una. Stanza 15. 13
Ma l'antiquo avversario,
il qual fece
Eva All'interdetto pome alzar
la mano A Carlo
un giorno i
lividi occhi leva, Che'l
buon Rinaldo era da lui
lontano; E vedendo la
rotta che poteva Darsi
in quel punto
al popolo cristiano, Quanta eccellenzia
d'arme al mondo
fusse Fra tutti i
Saracini, ivi condusse. 14
Al re Gradasso
e al buon
re Sacripante, Ch'eran fatti
compagni all'uscir fuore Della
piena d' error casa
d' Atlante, Di venire in
soccorso messe in
core Alle genti assediate
d'Agramante, E a distruzion
di Carlo imperatore: Ed egli
per T incognite
contrade FeMor )a scorta,
e agevolò le
strade. 15 Et ad
un altro suo
diede negozio D'affrettar Rodomonte
e Mandrìcardo Per le
vestigie donde l'altro
sozio A condur Doralice
non è tardo. Ne
manda ancor un
altro, perchè in
ozio Non stia Marfisa
né Ruggier gagUardo: Ma
chi guidò l'ultima
coppia, tenne La briglia
più; nò quando
gli altri, venne. 16
La coppia di
Marfisa e di
Roggiero Di mezza ora
più tarda si
condusse; Però
ch'astutamente l'angel nero. Volendo
agli Cristian dar
delle busse, Provvide che
la lite del
destriero Per impedire il
suo desir non
fusse; Che rinnovata si
saria, se giunto Fosse
Ruggiero e Rodomonte
a on ponto. 17
I quattro primi
si trovaro insieme Onde
potean veder gli
alloggiamenti Dell'esercito
oppresso e di
chi'l preme, E le
bandiere in che
feriano i venti:Si
consigliare alquanto; e
fur l'estreme Conclusì'on dei
lor ragionamenti, Di dare
aiuto, mal grado
di Carlo . Al
re Agramante, e
dall'assedio trarlo. 18 Stringcnsi
insieme, e prendono
la via Per mezzo
ove s'alloggiano i
Cristiani, Gridando, Africa e
Spagna tuttavia; E si
scoprirò in tutto
esser Pagani. Pel campo,
arme, arme risonar
s'udia; Ma menar si
sentir prima le
mani:E della retroguardia
una gran frotta, Non
ch'assalita sia, ma
fugge in rotta. 19
L'esercito Cristian, mosso
a tumulto, Sozzopra va
senza sapere il
h.tu>. Estima alcun che
sia un usato
insulto Che Svizzeri o
Guasconi abbino fatto. Ma
perch'alia più parte
è il caso
occulto, S'aduna insieme ogni
nazion di fatto. Altri
a suon di
tamburo, altri di
tromba:Grande è '1
rumore, e fin al ciel
rimbomba 20 II magno
Imperator, fuorché la
testa, É tutto armato,
e i Paladini
ha presso; E domandando
vien che cosa
è questa, Che le
squadre in disordine
gli ha messo; E
minacciando, or questi
or quelli arresta; E
vede a molti
il viso o
il petto fesso, \i\
altri insanguinare o
il capo o
il gozzo. Alcuu toruar
cou mano o
braccio mozzo. 1 Giunge
più iunauzi, e
ne ritrova molti Giacere
in terra, anzi
in vermiglio lago Nel
proprio sangue orribilmente
involti, Né giovar lor
pnò medico né
mago; E vede dagli
busti i capi
sciolti, E braccia e
gambe con crudele
imago; E ritrova, dai
primi alloggiamenti Agli ultimi,
per tutto uomini
spenti. 2 Dove passato
era il piccol
drappello, Di chiara fama
eternamente degno, Per lunga
riga era rimaso
quello Al mondo sempre
memorabil segno. Carlo mirando
va il crudel
macello, Maraviglioso, e pien
d'ira e di
sdegno:Come alcuno in
cui danno il
fùlgur venne, Cerca per
casa ogni sentier
che tenne. 23 Non
era agli ripari
anco arrivato Del re
african questo primiero
aiuto, Che con Marfisa
fu da un
altro lato L animoso
Ruggier sopravvenuto. Poi ch'una
volta o due
l'occhio aggirato Ebbe la
degna coppia, e
ben veduto Qual via
più breve per
soccorrer fosse L'assediato signor,
ratto si mosse. 24
Come quando si
dà fuoco alla
mina, Pel lungo solco
della negra polve Licenziosa fiamma
arde e cammina Si,
ch'occhio addietro a
pena se le
voi ve; E qual
si sente poi
l'alta ruìna Che'l duro
sasso a%ì grosso
muro solve Cosi Ruggiero
è lléirfisa veniro, E
tai nella battaglia
si sentirò. .S.i stanza 1& i6
Per lungo e
per traverso a
fender teste Tncominciaro, e
tagliar braccia e
spalle Delle turbe che
mal erano preste Ad
'espedire e sgombrar
loro il calle. Chi
ha notato il
passar delle tempeste, Ch'una parte
d'un monte o
d'una valle Offerde, e
l'altra lascia; s'appresenti La via
di questi duo
fra quelle genti. 26
Molti che dal
furor di Rodomonte E
di quegli altri
primi eran fuggiti. Dio
ringraziavan, ch'avea lor
si pronte Gambe concesse,
e piedi si
espediti; E poi dando
del petto e
della fronte In Marfisa
e in Ruggier,
vedean, scherniti, Come l'uom
né per star
né per fuggire, Al
suo fisso destin
può contraddire. 27 Chi
fugge l'un pericolo,
rimane Nell'altro, e paga
il fio d'ossa
e di polpe. Così
cader coi figli
in bocca al
cane Suol, sperando fuggir,
timida volpe, Poiché la
caccia dell'antique tane Il
suo vicin che
le dà mille
colpe, E cautamente con
fumo e con
fuoco Turbata l'ha da
non temuto loco. 28
Negli ripari entrò
de' Saracini Marfisa con
Ruggiero a salvamento. Quivi tutti
con gli occhi
al ciel supini Dio
ringraziar del buono
avvenimento. Or non v'
è più timor
de' Paladini; Il più
tristo pagan ne
sfida cento; Ed é
concluso che senza
riposo Si tomi a far
il campo sanguinoso. 29 Corni,
bussoni, timpani moreschi Empiéno il
ciel di formidabil
suoni:Nell'aria tremolare ai
Tenti freschi Si veggon
le bandiere e
i gonfaloni. Dall'altra parte
i capitan Carleschi Stringon con
Alamanni e con
Britoni Quei di Francia,
d'Italia e d
Inghilterra; E si mesce
aspra e sanguinosa
guerra. 30 La forza
del terrìbil Rodomonte, Quella di
Mandricardo furibondo.
Quella del buon
Ruggier, di virtù
fonte. Del re Gradasso
si famoso al
mondo, E di Marfisa
T intrepida fronte. Col re
Circasso a nessun
mai secondo, Feron chiamar
San Gianni e
San Dionigi Al re
di Francia, e
ritrovar ParìgL stanza 22. 31
Di questi cavalieri
e di Marfisa 'L'ardire invitto
e la mirabil
possa Non fu f
signor, di sorte,
non fu in
guisa Ch'immaginar non che
descriver possa. Quindi si
può stimar che
gente uccisa Fosse quel
giorno, e che
crudel percossa Avesse Carlo.
Arroge poi con
loro Con Ferraù più
dun famoso Moro. 2
Molti per fìretta
s'aifogaro in Senna (Che
'1 ponte non
pò tea supplire
a tanti), E desVàr,
come Icaro . la
penna, Perchè la morte
avean dietro e
davanti. Eccetto Uggieri e il marchese
di Vienna, I Paladin
fur presi tutti
quanti Olivier ritornò ferito
sotto La spalla destra,
Uggier col capo
rotto. 33 E se, comeRinaldo e
come Orlando, Lasciato Brandimarte
avesse il giuoco, Carlo
n' andava di
Parigi in bando, Se
potea vivo uscir
di si gran
fuoco. Ciò che potè,
fé' Brandimarte; e quando Non
potè più, diede
alla furia loco. Cosi
Fortuna ad Agramante
arrise, Ch' un' altra volta a
Carlo assedio mise. 34
Di vedovelle i
gridi e le querele,
E d'orfani fanciulli,
e di vecchi
orbi, Nell'eterno seren, dove
Michele Sedt a, salir
fuor di questi
aer torbi; E gli
fecion veder come
il fedele Popol preda
deMupi era e
de'corbi, Di Francia, d'Inghilterra
e di Lamagna, Che
tutta avea coperta
la campagna. 35 Nel
viso s' arrossi V
Angel beato, Parendogli che
mal fosse ubbidito Al
Creatore, e si
chiamò ingann&to Dalla Discordia
perfida, e tradito. D'accender liti
tra i Pagani
dato Le avea l'assunto,
e mal era
eseguito; Anzi tutto il
contrario al suo
disegno Parea aver fatto,
a chi guardava
al segno. 36 Come
servo fedel, che
più d'amore Che di
memoria abbondi, e
che s'aweggia Aver messo
in oblio cosa
eh' a core Quanto la
vita e l'anima
aver deggia; Studia con
fretta d'emendar l'errore. Né
vuol che prima
il suo signor
lo veggia: Così r
Angelo a Dio
salir non volse, Se
dell'obbligo prima non
si sciolse. stanza 25. 37
Al monister, dove
altre volte avea LaDiscordia veduta,
drizzò l'ali. Trovolla ch'in
capitolo sedea A nuova
elezì'on degli ufficiali; E
di veder diietto
si prendea. Volar pel
capo a' frati i
breviali. Le man le
pose l'Angelo nel
crine, E pugni e
calci le die
senza fine. 38 Indi
le roppe un
manico di croce Per
la testa, pel
dosso e per
le braccia. Mercè grida
la misera a gran voce, E
le ginocchia al
divin nunzio abbraccia. Michel non
l'abbandona, che veloce Nel
campo del re d'
Africa la caccia; E
poi le dice: Aspettati aver
peggio, Se fuor di
questo campo più
ti veggio. 39 Comechè
la Discordia avesse
rotto Tutto il dosso
e le braccia,
pur temendo Un'altra volta
ritrovarsi sotto A quei
gran colpi, a
quel furor tremendo, Corre a
pigliare i mantici
di botto, Ed agli
accesi fuochi esca
aggiungendo, Ed accendendone altri,
fa salire Da molti
cori un alto
incendio d'ire. 40 E
Rodomonte e Mandricardo
e insieme Ruggier n'
infiamma sì, che
innanzi al Moro Li
fa tutti venire,
or che non
preme Carlo i Pagani,
anzi il vantaggio
è loro. Le differenzie
narrano, ed il
seme Fanno saper, da cui produtte
foro:Poi del re si rimettono
al parere, Chi di lor prima
il campo debba
aMarfisa del suo
caso anco favella, E
dice che la
pugna yaol finire, Che
cominciò col Tartaro;
perchella Provocata da lui
vi fn a
venire:Né per dar
loco air altre,
volea quella Un' ora,
non che un
giorno, differire; Ma d'esser
prima U l'instanzia
grande, Ch'alia battaglia il
Tartaro domande. 42 Non
men vuol Rodomonte
il ]irìmo crnspc Da
terminar col suo
rivai l'impresa Che, per
soccorrer l'africano campo, Ha
già interrotta e
fin a qui
sospesa. Mette Ruggier le
sue jKirole a
campo. E dice che
patir troppo gli
pesa, Che Rodomonte il
suo destrier gli
tena, E eh' a pugna
con luì prima
non vengm. stanza 32. 43 Per
più intricarla il
Tartaro vien anche, E
niega che Ruggiero
ad alcun patto Debba
l'aquila aver dall'ale
bianche; E d'ira
e di furore
è cosi matto, Che
vuol, quando dagli
altri tre non
manche, Combatter tutte le
querele a un
tratto. Né più dagli
altri ancor saria
mancato, Se '1 consenso
del re vi
fosse stato. 45 Fé
quattro brevi porre: un
Mandricardo E Rodomonte insieme
scritto avea, Nell'altro era
Ruggiero e Mandricardo; Rodomonte e Ruggier l'altro
dicea; Dicea l'altro Marfisa
e Mandricardo. Indi all' arbitrio
dell' instabii Dea Li fece
trarre; e '1
primo fu il
signore Di Sarza a
uscir con Mandricardo
faore. 44 Con prieghi
il re Agramant
e buon ricordi Fa
quanto può, perchè
la pace segua: E
quando alfin tutti
li vede sordi Non
volere assentire a pace o
a triegua, Va discorrendo
come almen gli
accordi Si, che l'un
dopo l'altro il
campo assegna; E pel
miglior partito alfin
gli occorre, Ch'ognuno a
sorte il campo
s'abbia a tórre. 46
Mandricardo e Ruifgier
fu nel secondo; Nel
terzo fu Ruggiero
e Rodomonte: Restò Marfisa
e Mandricardo in
fondo; Di che la
donna ebbe turbata
fronte Né Ruggier più
di lei parve
giocondo: Sa che le
forze dei duo
primi pronte Han tra
lor da finir
le liti in
guisa, Che non ne
fia per sé,
né per Marfisa. 47
Giacea non longi
da Parigi un
loco, Che volgea nn
miglio o poco
meno intorno: Lo cingea
tatto un argine
non poco Sublime . a
guisa d un
teatro adorno. Un Castel
già vi fu
j ma a
ferro e a
fuoco Le mura e
i tetti ed
a ruina andomo. Un
simil può vederne
in su la
strada, Qual volta a
Borgo il Parmigiano
vada. 50 Sedeva in
tribunale ampio e
sublime Il re d
Africa, e seco
era V Ispano; Poi
Stordilano, e T
altre genti prime Che
riveria l'esercito pagano. Beato
a chi pdn
dare argini e cime
D'arbori stanza che
gli alzi dal
piano! Grande è la
calca, e grande
in ogni lato Popolo
ondeggia intomo al
gran steccato. 51 Eran
con la regina
di Casdglia Regine e
principesse e nobil
donne D'Aragon, di Granata
e di Siviglia, E
fin di presso
all' atlantee colonne:Tra qua!
di Stordi lan
sedea la figlia, Che
di duo drappi
avea le ricche
gonne; L'un d'un rosso
mal tinto, e
l'altro verde; Ma'! primo
quasi imbianca, e
il color perde. 48
In questo loco
fu la lizza
fatta, Di brevi legni
d' ogn' intorno chiusa, Per
giusto spazio quadra,
al bisogno atta, Con
due capaci porte,
come s'usa. Giunto il di ch'ai
re par che
si combatta Tra i
cavalier che non
ricercan scusa, Furo appresso
alle sbarre in
ambi i lati Con
tra i rastrelli
i padiglion tirati. 49
Nel padiglion eh' è
più verso ponente Sta
il re d'Algier,
e' ha membra di
gigante Gli pon lo
scoglio indosso del
serpente L'ardito Ferraù con
Sacripante. re Gradasso e
Falsiron possente Sono in
quell'altro al lato
di levante, E metton
di sua man
l'arme troiane Indosso al
successor del re
Agricaiie. stanza l 2 In
abito succinta era
Marfisa, Qual si convenne
a donna ed
a guerriera. Termodonte forse
a quella guisa Vide
Ippolita ornarsi e
la sua schiera Già,
con la cotta
d'arme alla divisa Del
re Agramante, in
campo venut'era L'araldo a far divieto
e metter leggi, Che
né in fatto
né in detto
alcun parteggi. 53 La
spessa torba aspetta
disiando La pugna, e
spesso incolpa il
yenir tardo Dei duo
famosi cavalieri; qnando Sode
dal padiglion di
Mandricardo Alto rumor, che
vien moltiplicando. Or sappiate,
signor, che '1 re
gagliardo Di Serlcana e
U Tartaro possente Fanno il
tnmnlto e '1
grido che si
sente. Stanza 50. 54 Avendo
armato il re
di Sericana Di sua
man tutto il re di
Tartaria, Per porgli al
fianco la spada
soprana, Che già d Orlando
fa, se ne
venia; Qnando nel pome
scritto, Durindana Vide, e
U quartier eh'
Almonte aver solia, Oh' a
quel meschin fu
tolto ad una
fonte Dal giovenetto Orlando
in Aspramonte. 66 Vedendola,
fa certo ch'era
quella Tanto famosa del
signor d'Auglante, Per cui
con grande armata,
e la più
bella Che giammai si
partisse di Levante, Soggiogato avea
il regno di
Castella, £ Francia vinta
esso pochi anni
innante:Ma non può
immaginarsi come avvenga Ch'or
Mandricardo in suo
poter la tenga. 66
E domandogli se per forza
o patto. L'avesse tolta
al Conte, e
dove e qnaoda E
Mandricardo disse eh' avea
fatt Gran battaglia per
essa con Orlando; E
come finto quel
s'era poi matto, Così
coprire il suo
timor sperando, Ch' era
d'aver continua guerra
meco, Finché la buona
spada avesse seco. 57
E dicea ch'imitato
avea il Castore, Il
qual si strappa
i genitali sni, Vedendosi alle
spalle il cacciatore, Che sa
che non ricerca
altro da lui Gradasso
non udì tutto
il tenore, Che disse: Non
vo' darla a
te né altmL Tant'
oro . tanto
affanno e tanta
gente Ci ho speso,
che è ben
mia debitamente. 58 Cercati
pur fornir d' un'altra
spada: Ch' io voglio
questa, e non
ti paia noom Pazzo
0 saggio eh'
Orlando se ne
Tadi, Averla intendo, ovunque
io la rìtroYO. Tu
senza testimoni in
su la strada Te
r usurpasti: io qui
lite ne maoro. La
mia radon dirà
mia scimitarra; E faremo
il giudicio nella
sbarra. 59 Prima, di
guadagnarla t'apparecchia,
Che tu
Tadopri contra Rodomonte. Di
comprar prima l'arme
è nsania vecda Ch'alia
battaglia il cavalier
s'affrontc. Piò dolce suon
non mi viene
all'orecchiai Rispose
alzando il Tartaro
la fronte, Che quando
di battaglia alcun
mi tenta; Ma fa
che Rodomonte lo
consenta. 60 Fa che
sia tua la
prima, e che
ffl tolgi Il re
di Sarza la
tenzon seconda: E non ti
dubitar ch'io non
mi volga, E eh'
a te et ad ogni
altro io non
rispouà Ruggiet gridò: Non vo'
che si disciolgi Il
patto, 0 più
la sorte si
confonda: 0 Rodomonte in
campo prima saglia, 0
sia la sua
dopo la mia
battaglia. 61 Se di
Gradasso la ragion
prevale, Prima acquistar che
porre in opra
l'tfinc: Nò tu r
aquila mia dalle
bianche ale Prima usar
dèi, che nonme
ne disanne: Ma poich'é
stato il mio
voler già tale, Di
mia sentenza non
voglio appellanne, Che sia
seconda la battaglia
mia, Quando del re
d'Algier la prima
sii. Se turberete voi
V ordine in
parte, "o totalmente tnrberoUo
ancora. !o non intendo
il mio scudo
lasciarte, Se contra a
me non lo
combatti or ora. 5e
l'uno e l'altro
di voi fosse
Marte, Elispose Madricardo irato
allora, on saria l'un
né l'altro atto
a vietarme La buona
spada, o quelle
nobili arme. E, tratto
dalla collera, ayyentosse Col pugno
chiuso al re
di Sericana; £ la
man destra in
modo gli percosse, Ch'
abbandonar gli fece
Durindana. Gradasso, non credendo
ch'egli fosse Di così
folle audacia e
cosi insana, Colto improvviso
fu, che stava
a bada, E tolta
si trovò la
buona spada. 64 Cosi
scornato, di vergogna
e d'ira Nel viso
avvampa, e par
che getti fuoco; E
più r affligge
il caso e
lo martira, Poiché gli
accade in si
palese loco. Bramoso di
vendetta si ritira, A
trar la scimitarra,
addietro un poco. Mandricardo in sé tanto
si confida, Che Ruggiero
anco alla battaglia
sfida. 66 Venite pur
innanzi amenduo insieme, E
vengane pel terzo
Rodomonte, Africa e Spagna
e tutto. l'uman seme; Ch'io
son per sempre
mai volger la
fronte. Cosi dicendo, quel
che nulla teme. Mena
d'intorno la spada
d' Almonte; Lo scudo imbraccia,
disdegnoso e fiero, Contra
Gradasso e contra
il buon Ruggiero. .
si;Stanza 67. )6 Lascia
la cura a
me, dicea Gradasso, Ch'io guarisca
costui della pazzia. Per
Dio, dicea Ruggier,
non te la
lasso; Ch'esser convien questa
battaglia mia. Va indietro
tu; vavvi pur
tu: né passo Però
tornando, gridan tuttavia; Ed
attaccossi la battaglia
in terzo. Ed era
per uscirne un
strano scherzo, 67 Se
molti non si
fossero interposti A quel
furor, non con
troppo consiglio; Ch'a spese
lor quasi imparar
che costf Voler altri
Si>lvar con suo
periglio. Né tutto '1
mondo mai gli
avria composti, Se non
venia col re
d'Ispagna il figlio Del
famoso Troiano, al
cui conspetto Tutti ebbon
riverenzia e gran
rispetto. 68 Si fé'
Agramante la cagion
esporre Di questa nuova
lite cosi ardente: Poi
molto aifaticossi, per
disporre Che per quella
giornata solamente A Mandricardo
la spada d'Ettorre Concedesse Gradasso
umanamente, Tanto ch'avesse fin
l'aspra contesa Ch'avea già
incontra a Rodomonte
presa. 69 Mentre studia
placarli il re
Agramante, Ed or con
questo ed or
con quel ragiona; Dall' altro padiglion
tra Sacripante E Rodomonte
un'altra lite suona. Il
re Circasso, come
é detto innante. Stava di
Rodomonte alla persona; Ed
egli e Ferraù
gli aveano indotte L'arme del
suo progenitor Nembrotte. 70 Ed
eran poi venuti
ove il destriero Facea, mordendo,
il ricco fren
spumoso: Io dico il
buon Frontin, per
cui Rugfgiero Stava iracondo
e più che
mai sdegnoso. Sacripante cli a por
tal cavaliero In campo
avea, mirava curioso, Se
ben ferrato e
ben guernito e
in punto Era il
destrier, come doveasi
a punto. 71 E
venendo a guardargli
più a minuto 1
segui, le fattezze
isnelle ed atte. Ebbe,
fuor d'ogni dubbio,
conosciuto Che questo era il destrìer
suo Frontalaue. Che tanto
caro già s' avea
tenuto, Per cui già
avea mille querele
fatte; E poi che
gli fu tolto,
un tempo volse Sempre
ire a piedi:
in modo glie
ne dolte. Stanza 78. 72
Innanzi Albracca gli V avea
Brunello Tolto di sotto
quel medesmo giorno Chad
Angelica ancor tolse
l'anello, Al conte Orìando
Balisarda e '1
corno, E la spada
a Marfisa; ed
avea quello. Dopo che
fece in Africa
ritomo, Con Balisarda insieme
a Ruggier dato. Il
qual l'avea Frontin
poi nominato. 73 Quando
conobbe non si
apporre in fallo, Disse
il Circasso al
re d'Algier rivolto: Sappi, signor,
che questo è mio cavallo, Ch'ad Albracca
di furto mi
fu tolto. Bene avrei
testimoni da provallo; Ma
perchè sou da
noi lontani molto, S' alcun lo
niega, io gli
vo' sostenere Con Tarme in
man le mie
parole vere. 74 Ben
son contento per
la compaguia In questi
pochi di stata
fra noi, Che prestato
il cavallo oggi
ti sia; Ch'io veggo
ben che senza
far non pnoi; Però
con patto, se
per cosa mia E
prestata da me
conoscer vuoi:Altrimente d'averlo
non far stima, 0
se non lo
combatti meco prima. 75
Rodomonte, del quale
un più orgoglioso Non ebbe
mai tutto il
mestier dell'arme; Al quale
in esser forte
e coraggioso Alcuno antico
d'uguagliar non parroe; Rispose: Sacripante,
ogni altro ch'oso, Fuorché tu,
fosse in tal
modo a parlarme, Con
suo mal si
saria tosto avveduto Che
meglio era per
lui di nascer
muto. Ma per la
compagnia che, come
hai detto, Novellamente insieme
abbiamo presa, Ti son
contento aver tanto
rispetto, Ch'io t ammonisca a
tardar quest'impresa, Finché della
battaglia veggi effetto. Che
fra il Tartaro
e me tosto
fia accesa; Dove porti un
esempio innanzi spero, Ch'avrai di
grazia a dirmi:
Abbi il destriero. 2 Rodomonte
che '1 re suo signor
mira, Frena P orgoglio, e
torna indietro il
passo; Né con minor
rispetto si ritira. Al
venir d'Agramaute, il
re Circasso. Qael domanda
la cansa di
tantMra Con real viso,
e parlar grave
e basso; E cerca,
p<"i che n'ha
compreso il tutto, Porli
d'accordo; e non
vi fa alcun
frutto. ' Oli é
teco cortesia Tesser
villano. Disse il Circasso
pien d'ira e
di sdegno; Ma più
chiaro ti dico
ora e più
piano, Che tu non
faccia in quel
destrier disegno: Che te
lo difendo io,
tanto ch'in mano Questa
vindice mia spada
sostegno; E metterowi iasino
l'ugna e il
dente, Se non potrò
difenderlo altrimente. ì Venner
dalle parole alle
contese, Ai gridi, alle
minacce, alla battaglia, Che per
molt'ira in più
fretta s'accese. Che s'accendesse
mai per fuoco
paglia. Rodomonte ha l'usbergo
ed ogni arnese; Sacripante non
ha piastra né
maglia; Ma par (si
ben con lo
schermir s'adopra) Che tutto
con la spada
si ricopra. 9 Non
era la possanza
e la fierezza Di
Rodomonte, ancorch' era
infinita, Più che la
Provvidenza e la
destrezza Con che sue
forze Sacripante aita. Non
voltò ruota mai
con più prestezza Il
macigno sovran che'l
grano trita. Che faccia
Sacripante or mano
or piede Di qua
di là, dove
il bisogno vede. 0
Ma Ferraù, ma
Serpentino arditi Trasson le
spade, e si
cacciar tra loro. Dal
re Grandonio, da
Isolier seguiti, Da molt
altri signor del
popol moro. Questi erano
i romori, i
quali uditi Nell'altro padiglion
fur da costoro, Quivi per
accordar venuti in
vano Col Tartaro Ruggiero e '1 Sericano. Venne chi
la novella al
re Agramante Riportò certa,
come pel destriero Avea con
Rodomonte Sacripante Incominciato un
aspro assalto e
fiero. 11 re, confuso
di discordie tante, Disse
a Marsilio: Abbi
tu qui pensiero Che
fra questi guerrier
non segua peg:gio, Mentre all'altro
disordine io provveggio. stanza 89. 83
II re Circasso
il suo destrier
non vuole Ch'ai re
d'Algier più lungamente
resti, Se non s'umilia
tanto di parole, Che
lo venga a
pregar che glie
lo presti. Rodomonte, superbo
come suole, Gli risponde: Né
'1 ciel né
tu faresti Che cosa
che per forza
aver potessi, Da altri,
che da me,
mai conoscessi. 84 II
re chiede al
Circasso, che ragione Ha
nel cavallo, e
come gli fu
tolto:E quel di
parte in parte
il tutto espone, Ed
esponendo s' arrossisce in
volto, Quando gli narra
che'l sottil ladrone. Ch'in un
alto pensier l'aveva
cólto. La sella su
quattro aste gli
suffolse, E di sotto
il destrier nudo
gli tolse. 85 Marfisa
che tra gli altri
al grido venne, Tosto
che 1 furto
del cavallo udì, In
viso si turbò;
che le sovvenne Che
perde la sna
spada ella quel
di: E qnel destrier
che parve aver
le penne, Da lei
fuggendo, riconobbe qui; Riconobbe anco
il buon re
Sacripante, Che non avea
riconosciuto innante. 86 Gli altri
ch'erano intorno e
che vantarsi Brunel di
questo aveano udito
spesso, Verso lui cominciaro
a rivoltarsi, E f.ir
palesi cenni eh'
era desso; Marfisa, sospettando,
ad informarsi Da questo
e da quell'altro
eh' avea appresso, Tanto che
venne a ritrovar
che quello Che le
tolse la spada,
era Brunello: 89 Gli
diede a prima
giunta ella di
pigib In mezzo il
petto, e da
terra lerollo Come levar
suol col falcato
artiglìo Talvolta la rapace
aqnila il pollo; E
li dove la
lite innanzi al
figlio Era del re
Troiano, così portollo. Brunel, che
giunto in male
man si xeée, Pianger
non cessa e
domandar mercede. 90 Sopra
tutti i rumor,
strepiti e di. Di
che'l campo era
pien quasi ngualraecte. Brunel, eh'
ora pietade, ora
sndi Domandando venia, così
si sente, Ch'ai suono
di rammarichi e
di strìdi Si fa
d'intorno accor tutta
la gente. Giunta innanzi
al re d'Africa
Marfisa . Con viso altier
gli dice in
questa guisa: stanza 94. 91
Io voglio questo
ladro tuo vassallo Con
le mie niani
impender per la
gola, Perchè il giorno
medesmo che'l cavallo A
costui tolle, a
me la spada
invola. Ma s'egli è
alcun che voglia
dir ch'io Mi: Facciasi
innanzi e dica
una parola; Ch'in tua
presenzia gli vo sostenere Che se
ne mente, e
ch'io fo il
mio dovere. 92 Ma
perchè si potria forse
impntarme C ho atteso
a farlo in
mezzo a tante
liti, Mentre che questi,
più famosi in
arme, D'altre querele son
tutti impediti; Tre giorni
ad impiccarlo io vo'
indngiarme. Intanto o vieni
o manda chi
l'aiti; Che dopo, se
non fia chi
me lo vieti, Farò
di lui mille
uccellacci lieti. 87 E
seppe che pel
furto, ond'era degno Che
gli annodasse il
collo un capestro
unto, Dal re Agraraaute
al Tingitano regno Fu,
con esempio inusitato,
assunto. Marfisa,
rinfrescando il vecchio
sdegno, Disegnò vendicarsene a
quel punto, E punir
schemi e scorni
che per strada Fatti
Tavea sopra la
tolta spada. 88 Dal
suo scudier l'elmo
allacciar si fece; Che
del resto dell'arme
era guemita. Senza usbergo
io non trovo
che mai dìece Volte
fosse veduta alla
sua vita; La sua
persona, oltre ogni
fede ardita. Con l'elmo
in capo andò
dove fra i
primi Brunel sedea negli
argini sublimi. 93 Di
qui presso a
tre leghe a
qnella torre siede innanzi
ad un piccol
boschetto, Senza più compagnia
mi vado a
porre. Che d'una mia
donzella e d'un
valletto. S' alcuno ardisce di
venirmi a tórre Questo
ladron, là venga,
eh' io l'aspetto. Cosi diss'
ella, e dove
disse prese Tosto la
via, né più
risposta attese. 94 Sul
collo innanzi del
destrier si pone Brunel,
che tuttavia tien
perlechiome. Piange il misero
e grida, e
le persone In che
sperar solìa, chiama
per nome. Resta Agramante
in tal confusione Di
questi intrichi, che
non vede come Poterli
sciorre; e gli
par via più
greve Che Marfisa Brunel
cosi gli leve. Non
che l'apprezzi o
che gli porti
amore, A.nzi più giorni
son che l'odia
molto; E spesso ha
d'impiccarlo avuto in
core, Dopo che gli
era stato l'anel
tolto. Ma questo atto
gli par contra
il suo onore; Si
che n'avvampa di
vergogna in volto. Vuole
in persona egli
seguirla in fretta, E
a tutto suo
poter farne vendetta. Ma
il re Sohrino,
il quale era
presente, Da questa impresa
molto il dissuade, Dicendogli che
mal conveniente Era all'altezza
di Sua Maestade, Sebben avesse
d'esserne vincente Ferma speranza
e certa s.curtade: Più ch'onor,
gli fia hiasmo,
che si dica Ch'
abbia vinto una
femmina a fatica. 7
Poco l'onore, e
molto era il
periglio D' ogni hattaglia che
con lei pigliasse; E
che gli dava
per miglior consiglio, Che Brunello
alle forche aver
lasciasse; E se credesse
ch'uno alzar di
ciglio A torlo del
capestro gli bastasse, Non
dovea alzarlo per
non contraddire Che s' abbia
la giastizia ad
eseguire. 8 Potrai mandare
un che Marfisa
prieghi, Dicea, ch'in questo
giudice ti faccia Con
promission ch'ailadroncel si leghi Il
laccio al collo,
e a lei
si soddisfaccia: E quando
anco ostinata te
lo nieghi, Se l'abbia,
e il suo
desir tutto compiaccia: Porche da
tua amicizia non
si spicchi, Brunello e
gli altri ladri
tutti impicchi. )9 II
re Agramante volentier
s'attenne Al parer di
Sobrin discreto e
saggio; E Marfisa lasciò,
che non le
venne. Né pati ch'altri
andasse a farle
oltraggio: Né di farla
pregare anco sostenne; E
tollerò. Dio sa con che
coraggio, Per poter acchetar
liti maggiori, E del
suo campo tor
tanti romori. 100 Di
ciò si ride
la Discordia pazza, Che
pace o triegua
omai più teme
poco. Scorre di qua
di là tutta
la piazza. Né può
trovar per allegrezza
loco. La Superbia con
lei salta e
gavazza, E legne ed
esca va aggiungendo
al fuoco; E grida
sì, che fin
nell' alto regno Manda a
Michel della vittoria
segno. 101 Tremò Parigi,
e turbidossi Senna All'alta voce,
a quell'orrlbil grido; Rimbombò il
suon fin alla
selva Ardenna Si, che
lasciar tutte le
fiere il nido. Udiron
l'Alpi e il
monte di Qebenna, Di
Blaia e d'Arli
e di Roano
il lido; Rodano e
Sonna udì, Garonna
e il Reno:Si
strinsero le madri
i figli al
seno. Stan7a 100. 102 Son
cinque cavalier c'han
fisso il chiodo D'essere i
primi a terminar
sua lite, L'una nell'altra
avviluppata in modo. Che non
l'avrebbe Apolline espedite. Comincia il
re Agramante a
sciorre il nodo Delle
prime tenzon ch'aveva
udite. Che per la
figlia del re
Stordilano Eran tra il
re di Scizia
e il suo
Africano. 103 II re
Agramante andò per
porre accordo Di qua di là
più volte a
questo e a
quello; E a questo
e a quel
più volte die
ricordo Da signor giusto
e da fedel
fratello: E quando parimente
trova sordo L un
come l'altro, indomito
e rubello Di volere
esser quel che resti senza La
donna, da cui
vien lor diiferenza, 107 Poi
lor convenzìon ratificaro In
man del re
quei duo prochi
famosi. Ed indi alla
donzella se n'andajt) Ed
ella abbassò gli
occhi vergognosi, E disse
che più il
Tartaro avea caro: Di
che tutti restar
meravigliosi:Rodomonte si attonito
e smarrito, Che di
levar non era
il viso ardito. 104
S'appiglia alfin, come
a miglior partito (Di
che amendui si
contentar gli amanti), Che
della bella donna sia marito L'uno
de' duo, quel
che vuole essa
innanti; E da quanto
per lei sia
stabilito, Più non si
possa andar dietro
nò avanti. All'uno e
all'altro piace il
compromesso, Sperando
ch'esser debbia a
favor d'esso. 105 U
re di Sarza,
che gran tempo
prima Di Mandricardo amava
Doralice, Ed ella l'avea
posto in su
la cima D'ogni favoreh' a donna
casta lice; Che debba
in util suo
venire estima La gran
sentenzia che '1
può far felice:Né
egli avea questa
credenza solo, Ma con
lui tutto il
barbaresco stuolo.Stanza 115. i:<'.r'?''ii' Stanza lU. lOH
Ognun sapea ciò
ch'egli avea già
fatto Per essa in
giostre, in tomiamenti,
in guerra; E che
stia Mandricardo a
questo patto, Dicono tutti
che vaneggia ed
erra. Ma quel, che
più fiate e
più di piatto Con
lei fu mentre
il sol stava
sotterra, E sapea quanto
avea di certo
in mano, Ridea del
popular giudicio vano. .08
Ma poi che
l'usata ira cacciò
quella Vergogna che gli
avea la faccia
tinta, Ingiusta e falsa
la sentenzia appella; E
la spada impugnando,
ch'egli ha cinu, Dice,
udendo il re
e gli altri,
che vuol eh' di Gli
dia perduta questa
causa o vinta, E
non l'arbitrio di
femmina lieve, Che sempre
inchina a quel
che men far
dere. 109 Di nuovo
Mandricardo era risorto, Dicendo: Vada
pur come ti
pare. Si che prima
che '1 legno
entrasse in porto, V'era
a solcare un
gran spazio di
mare. Se non che
'1 re Agramante
diede torto A Rodomonte,
che non può
chiamare Più Mandricardo per
quella querela; E fé'
cadere a quel
furor la vela. 110
Or Rodomonte che
notar si vede Dinanzi
a quei signor
di doppio scorno, Dal
suo re, a
cui per riverenzia
cede, E dalla donna
sua, tutto in
un giorno; Quivi non
volse più fermare
il piede: E dalla
molta turì)a eh' avea
intomo. Seco non tolse
più che duo
sergenti, Ed uscì dei
moreschi alloggiamenU. 111 Come,
partendo, afflìtto tauro
suole, Cbe la gioYBDca
al vincitor cesso
abbia, Cercar le selve
e le rive
più sole Lungi dai
paschi, o qualche
arida sabbia; Dove muggir
non cessa air
ombra e al
sole Né però scema
l'amorosa rabbia: Così sen
va di gran
dolor confuso Il re
d'Algier, dalla sua
donna escluso. 112 Per
riavere il buon
destrier si mosse Ruggier, che
già per questo
s'era armato; Ma poi
di Mandricardo ricordosse, A cui
della battaglia era
obbligato: Non segui Rodomonte,
e ritomosse Per entrar
col re Tartaro
in steccato Prima ch'entrasse
il re di
Sericana, Che l'altra lite
avea di Durindana. Stanza 117. Ila
Veder torsi Frontin
troppo gli pesa Dinanzi
agli occhi, e
non poter vietarlo; Ma
dato ch'abbia fine
a questa impresa, Ha
ferma intenzìon di
ricovrarlo. Ma Sacripante che
non ha contesa. Come
Ruggier, che possa
distornarlo, E che noii
ha da far
altro che questo, Per
l'orme vien di
Rodomonte presto. 114 E
tosto l'avria giunto,
se non era Un
caso strano che
trovò tra via. Che
lo fé' dimorar fin
alla sera, E perder
le vestigio che
seguia. Trovò una donna
che nella riviera Di
Senna era caduta,
e vi peria S'a
darle tosto aiuto
non veniva: Saltò nell'acqua
e la ritrasse
a riva. 115 Poi
quanlo in sella
volse risalire, Aspettato non
fu dal sno
destriero, Che fin a
sera si fece
seguire, E non si
lasci(\ prender di
leggiero. Preselo alfin: ma
non seppe venire PKi
d'onde s'era tolto
dal sentiero: Ducento miglia
er; ò tra
piano e monte, Prima
che ritrovasse Rodomonte. 118 Né
lunga servitù, né
grand'amore, Che ti fu
a mille prove
manifesto, Ebbono forza di
tenerti il core, Che
non fosse a
cannarsi almen si
presto. Non perch'a Mandricardo
inferiore Io ti paressi,
di te privo
resto; Né so trovar
cagione ai casi
miei. Se non quest'
una, che femmina
sei. Stanza 121. 119 Credo
che t'abbia la
Natura e Dio Produtto,
0 scellerato sesso,
al mondo Per una
soma, per un
grave fio Dell'nom, che
senza te saria
giocondo: Come ha produtto
anco il serpente
rio, E il lupo
e l'orso; o
fa l'aer fecondo E
di mosche e
di vespe e
di ta&ci; E loglio
e avena fa
nascer tra i gnnL
120 Perché fatto
non ha l'alma
Natura, Che senza te
potesse nascer l'acme, Come
s' innesta per umana
cara L'un fopra l'altro
il pero, il
sorbo e'I poDo' Ma
quella non può
far sempre a misura: Anzi, s'io
vo' guardar come io
la nomo, Veggo che
non può far
cosa perfetta, Poiché Natura
femmina vien detti. 121
Non siate però
tumide e fastose, Donne, per
dir che 1' uom
sia vostro %Iio; Che
delle spiue ancor
nascon le rose, E
d'una fetida erba
nasce il giglio:Importune, superbe,
dispettose. Prive d'amor, di
fede e di
consiglio. Temerarie,
crudeli, inique, ingrate. Per
pestilenzia eterna al
mondo nate. 1 1 6 Dove
trovollo, e come
fu conteso Con disvantaggio
assai di Sacripante; Come perde
il cavallo, e
restò preso, Or non
dirò; e' ho da
narrarvi innante Di quanto
sdegno e di
quanta ira acceso Contra
la donna e
contra il re
Agramante Del campo Rodomonte
si partisse, E ciò
che contra all'uno
e all'altro disse. 117
Di cocenti sospir
l'aria accendea Dovunque andava
il Saracin dolente. Eco,
per la pietà
che gli n'avea, Da' cavi sassi
rispondea sovente. Oh femminile
ingegno, egli dicea. Come
ti volgi e
muti facilmente ! Contrario oggetto
proprio della fede Oh
infelice, oh miser
chi ti crede ! 122
Con queste ed
altre ed infinite
preso Querele il re
di Sarza se
ne giva Or ragionando
in un parlar
sommerò, Quando iu un
suon che di
lontan s'udift, In onta
e in biasmo
del femmineo sesso. E
certo da ragion
si dipartiva; Che per
una o per
due che trovi
ree, Che cento buone
sien creder si
dee. 123 Sebben di
quante io n'abbia
fin qui """ Non n'abbia
mai trovata nna
fedele; Perfide tutte io
non vo'dir né
ingrate, Ma darne colpa
al mio destin
crudele. Molte or ne
sono, e più
gà ne son
state, Che non dan
causa ad uom
che si querele; Ma
mia fortuna vuol
che s'una Ha Ne
sia tra cento,
io di lei
preda sia 124 Pur
vo' tanto cercar prima
ch'io mora, Anzi prima
che '1 crin
più mi s' imbianchi, Che forse
dirò nn dì,
che per me
anccra Alcuna sia che
di sua fé' non
manchi. Se questo avvien
(che di speranza
fuora Io non ne
son), non fia
mai ch'io mi
stanchi Di farla, a
mia possanza, gloriosa C("n lingua
e con inchiostro,
e in verso
e in prosa. 125
II Saracin non
area manco sdegno Centra
il suo re,
che contra la
donzella; E cosi di
ragion passava il
segno, Biasmando lui, come
biasmando quella. Ha disio
di veder che fopra
il regno Gli cada
tanto mal. tanta
procella, Ch' in Africa
ogni casa si
funesti, Né pietra salda
sopra pietra resti;126
E che, spinto
del regno, in
duolo e in
lutto Viva Agramante misero
e mendico; E ch'esso
sia che poi
gli renda il
tutto, E lo riponga
nel suo seggio
antico, E della fede
sua produca il
frutto; E gli faccia veder
eh' un vero amico A
dritto e a
torto esser dovea
preposto. Se tutto '1
mondo se gli
fos.se opposto. 127 E
così, quando al
re, quando alla
donna Volgendo il cor
turbato, il Saracino Cavalca a
gran giornate, e
non assonna E poco
riposar lascia Frontino. Il
di seguente o
l'altro in su
la Senna Si ritrovò;
ch'avea dritto il
cammino Verso il mar
di Provenza, con
disegno Di navigare in
Africa al suo
regno. 128 Di barche
e di sotti
1 legni era
tutto Fra runa ripa
e T altra il
fiume pieno: ' Ch'
ad uso dell' esercito condutto Da
molti lochi vettovaglie
avieno; Perchè in poter
de' Mori era ridutto, Venendo da
Parigi al lito
ameno D' Acquamorta, e voltando
invér la Spagna. Ciò
che v'è da
man destra di
campagna. 129 Le vettovaglie
in carra ed
in giomeBri. Tolte fuor
delle navi, erano
carche, E tratte con
la scorta delle
entj, Ove venir non
si potea con
barche. Avean piene le
ripe i grassi
armenti Quivi condotti da
diverse marche; E i
conduttori intomo alla
riviera Per vari tetti
alhergo avean la
sera. Stanza 131. 130 II
re d'Algier, perchè
gli sopravvenne Quivi la
notte, e V
aer nero e
cieco, D'un ostier paesan
lo 'nvitj tenne Che lo pregò
che rimanesse seco. Adagiato il
destrier, la mensa
venne Di vari cibi,
e di viii
corso e greco; ChèM
Saracin nel resto
alla moresca, Ma volse
&r nel bere
alla francesca. 131 L'oste
con buona mensa
e miglior viso Stadio
di fare a
Rodomonte onore; Che la
presenzia gli die certo avviso, Ch'era uomo
illustre e pien
d'alto valore; Ma quel
che da sé
stesso era diviso, Né
quella sera avea
ben seco il
core, (Che mal suo
grado s'era ricondotto Alla donna
già sua), non
facea motto. II buon
oBtier, che fa dei diligenti Che
mai si sien
per Francia ricordati, Quando tra
le nimiche e
strane genti L'albergo e beni
suoi s'avea salvati; Per
servir quivi alcuni
saoi parenti, A tal
servigio pronti, avea
chiamati; De' qnai non era alcun
di parlar oso, Vedendo
il Saradn muto
e pensoso. 133 Di
pensiero in pensiero
andò vagando Da sé
stesso lontano il
Pagan molto, Col viso
a terra chino,
uè levando Si gli
occhi mai, ch'alcun
guardasse in volto. Dopo
un lungo star
cheto, sospirando, Si come
d'un gran sonno
allora sciolto, Tutto si
scosse, e insieme
alzò le ciglia, E
voltò gli occhi
all' oste e alla
famiglia. 134 Indi ruppe
il silenzio, e
con sembianti Più dolci
un poco, e
viso men turbato, Domandò alV
oste e agli
altri circostanti, Se d'essi
alcuno avea mogliere
a lato. Che l'oste
e che quegli
altri tutti quanti L'aveano, per
risposta gli fu
dato. Domanda lor quel
che ciascun si
crede Della sua donna
nel servargli fede. 135
Eccetto V oste,
fér tutti risposta, Che
si credeano averle
e caste e
buone. Disse r oste: Ognun
pur creda a
sua posta; Ch' io
so eh' avete
falsa opinione. Il vostro
sciocco credere vi
costa Ch' io stimi
ognun di voi
senza ragione; E cosi
far questo signor
deve anco, Se non
vi vuol mostrar
nero per bianco. 136
Perchè, si come
è sola la
fenice, Né mai più
d'una in tutto
il mondo vive; Cosi
uè mai più
d'uno esser si
dice . Che della moglie
i tradimenti schive. Ognun
si crede d'esser
quel felice, D'esser quel
sol eh' a
questa palma arrive. Come
è possibil che
v' arrivi ognuno, Se
non né può
nel mondo esser
più d'uno? 137 Io
fui già nell' error
che siete voi, Che
donna casta anco
più d'una fùsse. Un
gentiluomo di Vinegia
poi, Che qui mia
buona sorte già
condusse. Seppe far si
con veri esempi
suoi, Che fnor dell'ignoranza mi
ridusse. Gian Francesco Valerio
era nomato: Che 'l
nome suo non
mi s' è mai
scordato. 138 Le fraudi
che le mogli
e che l'amiche Sogliono usar,
sapea tutte per
conto:E sopra ciò
moderne istorie e
antiche, E proprie esperienze
avea si in
pronto. Che mi mostrò
che mai donne
pudiche Non si trovare, o
povere o di
conto; E s'una casta
più dell'altra parse, Venia,
perchè più accorta
era a celarse. 139
E fra l'altre
(che tante me
ne disse, Che non
ne posso il
terzo ricordarmi) Si nel
capo un' istoria
mi si scrìsse, Che
non si scrìsse
mai più saldo
in marmi; E ben
parria a ciascuno
che l'udisse,Di queste
rìe quel eh'
a me parve
e parmi. E se,
signor, a voi
non spiace udire, A
lor oonfùsìon ve
la vo' dire. 140
Rispose il Saradn:
Che puoi tu
farmi. Che più al
presente mi diletti
e piaccia, Che dirmi
storìa e qualche
esempio darmi, Che con
l'opinion mia si
con&ccia? Perch' io possa
udir meglio, e
tu narrarmi, Siedimi incontra,
ch'io ti vegga
in faccia. Ma nel
Canto che segue
io v' ho
da dire Quel che
fé' l'oste a
Rodomonte udire. N OTB. St.
4. V.5. Xa
Malignità dal del
bandita: il dia volo cacciato dal
paradiso. St. 11. V.8.
SeTua incarco: senza
biasimo. St. 15. V.3.
L'altro aozio: l'altro
diavolo. St. 22. V.6.
MaraviglioBo: qui pieno
di maraviglia. St. 27.
V.2. Foga il
fio d ossa
e di polpe:
paga il fio, lasciandovi
la vita. St. 29.
y. 1. Bi$soni:
stromenti da fiato,
usati dli antichi; forse
risponde alla ìmcina
dei latinL St. 32.
V.35. E desiar,
cowi" Icaro, la
penna. Icaro, figlio 4i
Dedalo, osci con
lui dal labirinto,
mercè dell'ali fabbricategli dal
padre. Uggieri: il
danese, mentovato più addietro.
JZ marchese di
Vietma: Oliviero, che il
Poeta ha detto
esser padre di
Aquilante e di Grifone. St.
3. V.34. Nell'eterno
seren: nel cielo. St. 44.
V.6. Sì, c/w
V un dopo
V altro il
campo assegna: ottenga il campo. St.
47. V.78. • Un
simil, ecc.: Castel
Guelfo, situato fra Parma
e Borgo San
Donnino. St. 61. V.68.
Che di duo
drappi ecc. Sono
i co lori dei drappi
a dimostrazione dell'amore
di Doralice, intiepidito per
Rodomonte, e vivo
per Mandricardo. St. 52.
V.35. Termodonte: fiume
di Cappadocia, che mette
nell Ensino, presso
cui abitavano le
Amaz odierne mappe col
nome di Thermeh.
Cotta d'arme: soprawesta che
portavano gli araldi. St.
54. V.6. Quartiere:
divisa, insegna. St. 57.
V.14. JZ Castore,
ecc.: era questa V opi
nione comunemente seguita ai
tempi del Poeta. St.
62. V, 8.
Arme: anche qui insegne. St,
69. V.7. Indotte:
indossate. St. 75. v.5.
Oso: ardito. &t. 77.
v.5. Te lo
difendo: te lo
vieto. Anche il nel
Filosirato usa il
verbo difendere in que
sto senso: Se non
mi fosse per
forza difeso, Di por
tarlo farei il mio
potere. E dopo
T Ariosto, il
T" Oer., V.8283: E chi
(riprende Crucciose il
gitrm: a me il
contende f Io
tei difenderò colta ritjsu. Tu per
coloro che il
tacciano di francesismo. St. J4.
V.7. SUfffòlae: sollevò
in alto. St. 86.
y.b. Ad informarci:
sottinteDdiricMut St. 99. y.
6. Coraggio: qui disposizione
itm. T. 101. y.56.
Qebenna:
Cérenfi".catei"diM. nella
Francia, che si
estendono dal éipaitìamitk TAude nella
Linguadoca, fino a
quello diSiontUa Borgogna. Blaia:
Blaye, città dells
Gsm Con le tre
città ricordate in
questo ?erM> e con ri e
i fiumi denota
gli opposti termini
della Fiudi St. 102.
v.4a Apolline: intendesi
l'oneokèi pollo nell'isola di
Delfo, celebrato una
volta pe kit risposte. lire
di Scisia e
il suo AfHcano: be cardo e
Rodomonte. St. 106. V.5.
Di piatto: di soppiatto. St. 107.
V.2. Fiochi o
Proci: rivali in
aam. questo il nome
di qne' principi che
iDasienzadin" 0
ritenendolo morto, con tendevansi la
maso di PeMk> luogo di
Frochi legon per
abbaglio prodi. St. 117.
V.3. Eco: ninfa
condannata aripetoilt ultime sillabe
delle parole altrui. St.
129. V.6. Marche.
Marra i"ignifioa j>f"twu di confine,
e per estensione,
come qui, vale
fni&"Sf St. 137. V.7.
Gian Francesco Valerio:
gaiUm che lo finge
vivente ai tempi
di Caxìo Magno.
Ser parla con bella
espréÌBsione d' amore al
Canto E Stanza 15.
Egli fU giustiziato
in Venezia nel
ló£ p: aver rivelato
all'ambasciator di Francia
le delifew" del governo
circa la pace
che si stava
trattaai" "i
Porta. Vedi il
Paruta, Ist. Venez.,
lib X. St. 138.
V.2. JVr conto:
ad una ad gm, ¦
a" dito. Canto XXVIII.
dì Rodo
monto rìì imira
la novella ili
Fiamfnntn, in hiasimo delle
donne, HOflomont si
partn di là;
e miiuto, il pensiero
d'ani! are in
AfritST ftìrma statica
\n una e
li ì esetta atabÈvndtmata, aìh
quale pimiie Isaltella
col romito, e
conte Hpoglie mortali cìeU"
ucciso Zerbino. Il
pascano vuole [llato glìere
IftabUa dalla piesa
rifiolUT'ioniì dì ritirarsi
dal mondo, e> ìmpaKieniisce
alle rimoatraiiKe del
romito. Donne, e toì
che le tlonue
avete in pregioi Per
Dìo, non <late
a ([ueMB, i'toria
oreocliin, A qnesta clie
l'ontier dire in
clispregin E in vostra
infamia e biasrao
s'appareceliia; Benché né macchia
ri può dar
né fregio Lingna si
vite ¦ e
sia V usanza
veechia t The '1
voliefare it,aifirante ognun
rijireufla, E parli piti
di quel clie
nieno intenda. Lasciate qneato
Canto; cbè senz'
e§so Vnò star V
istoria non sarà
men chiara. Mettendolo Tiirjiirin.
nmh'irh Thn messo, Non
per malivolenzia né
per gara. ChMo Yami,
oltre mia lingua
che Tha espresso, Che
mai non fa
di celebrarvi avara, N'ho
fatto mille prove;
e v'ho dimostro Ch'
io son, né
potrei esser se
non vostro. Passi, chi
vuol, tre carte
o quattro, senza Leggerne verso;
e chi pur
legger vuole, Gli dia
quella medesima credenza Che
si suol dare
a finzioni e
a fole. Ma, tornando
al dir nostro,
poi ch'udienza Apparecchiata vide a
sue
parole, E darsi luogo
incontra al cavaliero, Così ristoria
incominciò Postiero. Tra gli
altri di sua
corte avea an Fausto
Latini, nn cavalier
romano, Con cui sovente
essendosi' lodato Or del bel
viso, or della
bella mano Ed avendolo
nn giorno domandato Se
mai veduto avea,
presso o lontiM Altro
uom di forma
cosi ben comp Contra
quel che credea,
gli fu stanza 3. Astolfo,
re de' Longobardi, quello A
cui lasciò il
fratel monaco il
regno, Fu nella giovinezza
sua sì bello, Che
mai poch altri
giunsero a quel
segno. N'avria a fatica
un tal fatto
a pennello Apelle 0
Zeusi, o se
v'è alcun più
degno. Beilo era, ed
a ciascun cosi
parea; Ma di molto
egli ancor piò
si tenea. Non stimava
egli tanto per
l'altezza Del grado suo,
d'avere ognun minore; Né
tanto, che di
genti e di
ricchezza, Di tutti i
re vicini era
il maggiore; Quanto, che
di presenzia e di bellezza Avea
per tutto '1
mondo il primo
onore. Godea, di questo
udendosi dar loda, Qnanto
di cosa volentier
più s' oda. 7
Dico (rispose Fausto) che,
secondò Ch io veggo,
e che parlarne
odti a Nella bellezza
hai pochi pari
al monda; E questi
pochi io Vt
resfrioo in nca. Quest'uno è
nn fraiel iiiì<
detto tììo Eccetto hii,
ben crederò eh'
ognnm Di bella molto
addietro tu ti
las?i; Ma questo sol
credo t' aileg'uì
e 8 Al re
parve ìmpossibil cosa
udiri,.; Che sua la
palma infin allora
tenne; E d'aver conoscenza
alto delire Di sì
lodato gióvene gli
venne. Fe sì coti
Fausto, che di
far venÌTt Quivi il
fratel prometter gli
co a reni Bench'a
poterlo indur che
ci veuiMt Saria fatica,
e la cagìon
gli dìs: CLeU
suo fratello era
uom cbe mosmi Mai
non avea di
Roma alla m&
vita",' Che, eì ben
die fortuna gli
concede, Tranquilla e seu
affanni avea nuirit La
ruba di eli
e 1 padre
il lascia eredi
j Né mai creaci
uta avea né
minili tu;E che
parrebbe n Ini
Pavia lontana Pift che
non parria a
un altro ire
ali" 10 E la
difficnltà saria inagJore A
poterlo spiccar dalla
moglire, Con cui legflto
era di tanro
amore, Che non volendo
lei, non può
volere. Pur" per uh
hi il ir
hiì che gli"
è Bgnore, DkQ d'atiilftre,
e fare oltre
il ptere Gjunse il re a'
prìeghì tali ofFertfl
e àm. Che di
negar non gli
lasciò ragioni. 11 Partisse,
e in pochi
giorni ritroT(vs.<"
Dentro di Koma
alh patenie t'&s Quivi tantopregù,
che 1 fratel
m Sì, eh' a venire
al re gli
permiaset E fece ancor
(benché rìifficii fosse)
p Che la cognata
tacita rimase, Proponendole il
ben che ti
uscì ria. Oltre ch'obbligo
sempre egli raTria Stiii;ìii 13.Fìsse
Giocondo alla partita
il giorno: Trovò cavalli
e servitori intanto; Vesti fé'
far per comparire
adomo, Che talor cresce
una beltà un
bel manto. La notte
a lato, e 1 di
la moglie intorno, Con
gli occhi ad or ad
or pregni di
pianto, Gli dice ohe
non sa come
patire Potrà tal lontananza,
e non morire; 3
Che pensandovi sol,
dalla radice Sveller si
sente il cor
nel lato manco. Deh,
vita mia, non
piagnere, le dice Giocondo; e
seco piagne egli
non manco. Cosi mi sia questo
cammin felice. Come tornar
vo' fra dao
mesi almanco:Né mi
farla passar d
un giorno il
segno, Se mi donasse
il re mezzo
il suo regno. 4
Né la donna
per ciò si
riconforta: Dice che troppo
termine si piglia; E
s' al ritorno non
la trova morta, Esser
non può se
non gran maraviglia. Non lascia
il duol che
giorno e notte
porta, Che gustar cibo
e chiuder possa
ciglia; Talché per la
pietà Giocondo spesso Si
pente ch'ai fratello
abbia promesso. 5 Dal
collo un suo
monile ella si
sciolse. Ch'una crocetta avea
riccadi gemme, E di sante
reliquie che raccolse In
molti luoghi un
peregrin boemme; Ed il
padre di lei,
ch'in casa il
tolse Tornando infermo di
Gemsaleune, Venendo a morte
poi ne lasciò
erede: Questa levossi, ed al marito
diede. 16 E che
la porti per
suo amore al
collo Lo prega, si
che ognor gli
ne sovvenga. Piacque il
dono al marito
ed accettollo; Non perchè
dar ricordo gli
convenga:Che né tempo
né absenzia mai
dar crollo, Né buona
o ria fortuna
che gli avvenga, Potrà a
quella memoria salda
e forte C ha
di lei sempre,
e avrà dopo
la morte. 17 La
notte ch'andò innanzi
a quell'aurora Che fu
il termine estremo
alla partenza. Al suo
Giocondo par ch'in
braccio muora La moglie,
che n' ha
tosto da star
senza. Mai non si
dorme; e innanzi
al giorno un'ora Viene
il marito all'ultima
licenza. Montò a cavallo,
e si partì
in effetto; E la
moglier si ricorcò
nel letto. 18 Giocondo
ancor duo miglia
ito non era, Che
gli venne la
croce raccordata, Ch'avea sotto
il guancial messo
la sera, Poi per
obblivìon l'avea lasciata. Lasso ! dicea
tra sé, di
che maniera Troverò scusa
che mi sia
accettata, Che mia moglie
non creda che
gradito Poco da me
sia l'amor suo
infinito? 19 Pensa la
scusa; e poi
gli cade in
mente. Che non sarà
accettabile uè buona, Mandi
famigli, mandivi altra
geate, S'egli medesmo non vi va
in persona. Si ferma,
e al f ratei
dice: Or pianamente Fin a
Baccano al primo
albergo sprona, Che dentro
a Roma è
forza eh' io
rivada:E credo anco
di giugnerti per
strada. 20 Non potria
fare altri il
bisogno mio: Né dubitar,
eh' io sarò
tosto teco. Voltò il
ronzin di trotto
e disse: Addio; Né de' famigli
suoi volse alcun
seco. Già cominciava, quando
passò il rio. Dinanzi
al sole a
fuggir l'aer cieco. Smonta
in casa; va
al letto; e
la consorte Quivi ritrova
addormentata forte. 21 La
cortina levò senza
far motto, E vide
quel che men veder credea; Che
la sua casta
e fedel moglie,
sotto La coltre, in
braccio n un
giovene giacca. Riconobbe 1'
adultero di botto, Per
la pratica lunga
che n'avea; Ch' era
della famiglia sua
un garzone, Allevato da
lui, d'umìl nazione. 22
S' attonito restasse e
mal contento, Meglio é
pensarlo e fame
fede altrui, Ch'esserne mai
per far l'esperimento Che con
suo gran dolor
ne fé' costui. Dallo
sdegno assalito, ebbe
talento Di trar la
spada, e ucciderli
ambedui; Ma dall' amor che
porta, al suo
dispetto, Air ingrata moglier,
gli fu interdetto. 23 Né
lo lasciò questo
ribaldo amore (Vedi se si l'avea
fatto vassallo) Destarla pur,
per non le dar
dolore.Chefosse da lui
colta in si
gran fallo. Quanto potè
più tacito uscì
fuore, Scese le scale,
e rimontò a
cavallo; E punto egli
d'amor, cosi lo
punse, Ch' all' albergo non
fu, che '1
fratel giunse. 24 Cambiato
a tutti parve
esser nel volto; Vider
tutti clieU cor
non area lieto: Ma
non vè chi s
apponga già di
molto, £ possa penetrar
nel suo secreto. Credeano che
da lor si
fosse tolto Per gire
a Roma, e
gito era a
Corneto. Ch'amor sia del
mal causa ognun
s'avvisa; Ma non è
già chi dir
sappia in che
guisa. 27 Par che
gli occhi si
ascondan nella t"u Cresciuto il
naso par nel
viso scarno: Della beltà
si poca gli
ne resta, Che ne
potrà far paragone
indarno. Col duol venne
una febbre si
molesta, Che lo fé' soggiornar all'Arbia
e all'Ani/ E se
di bello avea
serbata cosa, Tosto restò
come al sol
colta rosa.
''X'yrfrn''''Stanza 21.25 Estimasi
il fratel che
dolor abbia D'aver la
moglie sua sola
lasciata; E pel contrario
duolsi egli ed
arrabbia Che rimasa era
troppo accompagnata. Con fronte
crespa e con
gonfiate labbia Sta r infelice,
e sol la
terra guata. Fausto eh' a
confortarlo usa ogni
prova, Perchè non sa la causa,
poco giova. 26 Di
contrario liquor la
piaga gli unge, E
dove tor dovria,
gli accresce doglie: Dove
dovria saldar, più
l'apre e punge: Questo
gli fa col
ricordar la moglie. Né
poa di né
notte: il sonno
lunge Fugge col gusto,
e mai non
si raccoglie; E la
faccia, che dianzi
era si bella, Si
cangia d, che
più non sembra
quella. 28 Oltre eh' a
Fausto incresca del
fratdlo, Che veggia a
simil termine condatto, Via
più gì' incresce
che bugiardo a quello Principe, a
chi lodollo, parrà
in tutto. Mostrar di
tutti gli uomini
il pia bello avea
promesso, e mostrerà
il più bnr. 3Ia
put continuando la
sua via, Seco lo
trasse alfin dentro
a Pavia. non mostrarsi
di giudicio privo: Ma
per lettere innanzi
gli dà avviso, Che'l
suo fratel ne
viene appena vivo; E
eh' era stato
all' aria del bel
viso affanno di cor
tanto nocivo. da una
febbre ria, Che più
non parca quel
eh' esser solia. Grata
ebbe la venuta
di Giocondo, Che non
avea desidei;ato al
mondo Cosa altrettanto, che
di lui vedere. Né
gli spiace vederselo
secondo, E di bellezza
dietro rimanere; Benché conosca,
se non fosse
il male, Che gli
saria superiore o
uguale. Giunto, lo fa
alloggiar nel suo
palagio; Lo visita ogni
giorno, ogni ora
n' ode; Fa gran
provvision che stia
con agio, E d'onorarlo
assai si studia
e fÀt. Langue Giocondo;
chè'l pensier malvagio C
ha della ria
moglier, sempre \o
rode: Né '1 veder
giochi, né musici udire, Dramma del
suo dolor può
minuire. 32 Le stanze
sue, che sono
appresso al tetto L'ultime, innanzi
hanno una sala
antica. Quivi solingo (perché
ogni diletto, Perch'ogni compagnia
prova nimica) Si ritraea,
sempre aggiungendo al
petto Di più gravi
pensier nuova fatica; E
trovò quivi (or
chi lo croderia?) Chi lo
sanò della sua
piaga ria. In
capo della sala,
ove è più
scuro (Che non vi
s'usa le finestre
aprire), Vede cbe palco
mal si giunge
al muro, E fa
d'aria più chiara
un raggio uscire. Pon
r occhio quindi,
e vede quel
che duro A creder
fora a chi
T udisse dire: Non
l'ode egli d'altrui,
ma se lo
vede; Ed anco agli
occhi suoi propri
non crede. 34 Quindi
scopria della rena
tutta La più secreta
stanza e la
più hella, Ove persona
non verria introdutta, Se per
molto fedel non
l'avesse ella. Quindi mirando
vide in strana
lutta, Oh' un nano avviticchiato
era con quella; Ed
era quel piccin
stato si dotto, Che
la regina avea
messa di sotto. 35
Attonito Giocondo e
stupefatto, E credendo sognarsi,
nn pezzo stette; £
quando vide par
chegli era in
fatto, E non in
sogno, a sé
stesso credette. A uno
sgrignato mostro e
contraffatto, disse, costei
si sottomette, Che'l maggior
re del mondo hapermarito,Più bello
e più cortese?
Oh che appetito! 86
E della moglie
sna, che così
spesso Più drogai altra
biasmava, ricordosse, Perchè U
ragazzo savea tolto
appresso; Ed or gli
parve che scasabil
fosse. Non era colpa
sua più che
del sesso, Che dnn
solo aomo mai
non contentosse: E shan
tatto ana macchia
dano inchiostro, Almen la
sua non s'
avea tolto un
mostro. 87 n di
seguente, alla medesima
ora, Al medesimo loco
fa ritorno; E la
regina e. il nano
vede ancora, Che fanno
al re par
il medesmo scorno. Trova
P altro dì ancor
che si lavora, E
V altro; e
alfin non si fa. festa
giornoE la regina
(che gli par
più strano) Sempre si
duol che poco
Tami il nano. 38
Stette fra gli
altri un giorno
a veder, chella Era
turbata e in
gran malenconia, Che due
volte chiamar per
la donzella Il nano
fatto avea, né
ancor venia. Mandò la
terza volta; et adi quella. Che:
Madonna, egli giucca:
riferia; E per non
stare in perdita
d'un soldo, A voi
niega venire il
manigoldo. 39 A si
strano spettacolo Giocondo Rasserena la
fronte e gli
occhi e il
viso, E, quale in
nome, diventò giocondo D'effetto ancora,
e tornò il
pianto in riso. Allegro
toma e grasso
e rubicondo. Che sembra
un cherubin del
Paradiso; Che'l re, il
fratello e tutta
la famiglia Di tal
mutazi'on si maraviglia. 40 Se
da Giocondo il
re bramava udire Onde
venisse il subito
conforto. Non men Giocondo
lo bramava dire, E
fare il re
di tanta ingiuria accorto. non
vorria che più di sé,
punire Volesse il re la moglie
di quel torto, Si
che per dirlo,
e non far
danno a lei, n
re fece giurar
su l'agnusdei. 41 Giurar
lo fé', che
nò per cosa
detta, Né che gli
sia mostrata che
gli spiaceu, Ancorch'egli conosca
che diretta Mente a
sua Maestà danno
si faccia, Tardi o
per tempo mai
farà vendetti: E di
più, vuol ancor
che se ne
taccia; che né
il malfattor giammai
comprerà fatto 0 in
detto, che'l re
il caso loiaiiL
42 II re,
eh' ogni altra
cosa, se non
qoeiu. Creder potria, gli
givarò largamente. Giocondo la
cagion gli manifesta, Ond'era molti
dì .stato dolente: Perché trovata
avea la disonesta Sua
moglie in braccio
d'un suo vii
sageiu: E che tal
pena alfin l'avrebbe
morto, Se tardato a
venir fosse il
conforto. 43 Ma in
Casa di Sua
Altezza avea vedot" Cosa che
molto gli scemava
il duolo; Che sebbene
in obbrobrio era
caduto, Cosi dicendo, e
al bucolin venuto, Gli
dimostrò il bruttissimo
omiccioolo, Che la giumenta
altrui sotto si
tiene, Tocca di sproni,
e fa giuocar
di scheoe. 44
Se parve al
re vituperoso l'atto, Lo
crederete ben, senza
eh' io '1
giuri. Ne fu per
arrabbiar, per venir
matto; Ne fu per
dar del capo
in tutti i
mini: Fu per gridar,
fu per non
stare al patto; Ma
forza é che
la bocca alfin
ai tori, E che
l'ira trangugi amara
ed aera. Poiché giurato
avea su l'ostia
sacra. 45 Che debbo
far, che mi
consigli, frate, Disse a
Giocondo, poiché tu
mi tolli Che con
degna vendetta e
crudeltatc Questa
giustissima ira io
non satolli? Lasciam, disse
Giocondo, queste ingrate, E
proviam se son
l'altre cosi molli: Facciam delle
lor femmine ad
altrui Quel ch'altri delle
nostre han fatto
a ""• 46 Ambi
gioveni siamo, e
di bellezia Che facilmente
non troviamo pari. Qual
femmina sarà che
n'usi asprezza? Se centra
i brutti ancor
non han ripari
r Se beltà non
varrà né giovinezza, Varranno almen
l'aver con noi
danari Non vo' che
tomi, che non
abbi prima Di mille
mogli altrui la
spoglia opim La lunga
absenzia, il veder
vari luoghi, Praticare altre
femmine di fuore. Par
che sovente disacerbi
e sfoghi Dell amorose
passioni il core. Landa
il parer, nò
vuol che si
proroghi Il re r
andata, e fra
pochissime ore Con dao
scudieri, oltre alla
compagnia Del cavaUer roman,
si mette in
via. 48 Travestiti
cercaro Italia, Francia, Le
terre de'Fiamminghi e degl'laglesi; E quante
ne vedean di
bella guancia, Trovavan tutte
a' prieghi lor
cortesi. Davano, e data
loro era la mancia;
E spesso
rimetteano i danar
spesi. Da lor pregate
foro molte, e foro
Anch' altrettante che'pregaron
Joro. 49 lu questa
terra un mese,
in quella dui Soggiornando, accertarsi
a vera prova Che
non men nelle
lor . che nell' aitimi Femmine, fede
e castità si
trova. Dopo alcun tempo
increbbe ad ambedui Di
sempre procacciar di
cosa nuova; Che mal
poteano entrar neir
altrui porte, Senza mettersi
a rischio della
morte. 51 Una
(senza sforzar uostro
potere, quando il naturai
bisogno inviti) In festa
goderemoci e in
piacere; Che mai contese
non avrem, né
liti. Né credo che
si debba ella
dolere; Che s'anco ogni
altra avesse duo
mariti. Più eh' ad un
solo, a duo
sarìa fedele, Né forse
s'udirian tante querele. Stanza 52. 50
Gli è meglio
una trovarne, che
di faccia £ di
costumi ad ambi
grata sia. Che lor
comunemente soddisfaccia, E non
n'abbin d'aver mai
gelosia. E perchè, dicea
il re, vub'
che mi spiaccia Aver
più te eh' un
altro in compagnia? So
ben eh' in
tutto il gran
femmineo stuolo Una non
è che stia
contenta a un
solo. 52 Di quel
che disse il
re, molto conttfuto Rimaner parve
il giovineromano.Dunque
fermati iu tal
proponimento, Cercar molte montagne
e molto piano. Trovaro alfin,
secondo il loro
intento, Una figliuola d'uno
ostiero ispano, Che tenea
albergo al porto
di Valenza, Bella di
modi e bella
di presenza. 53 Era
ancor sul fiorir
di primavera Sua tenerella
e quasi acerba
etade. Di molti figli
il padre aggravat' era, Si eh' a
disporlo fìi cosa
leggiera, Che desse lor
la figlia in
potestade; Ch'ove piacesse lor
potesson trarla, Poiché promesso
avean di ben
trattarla. 54 Pigliano la
fanciulla, e piacer
n'haiuo Or l'uno or T
altro, iu caritode
e in pace, Come
a vicenda i
mantici che danno, Or
l'uno or l'altro,
fiaty alla fornace. Per
veder tutta Spagna
indi ne vanno, E
passar poi nel
regno di Siface: E'I
di che da
Valenza si partirò, Ad
albergare a Zattiva
veniro. 55 I patroni
a veder strade
e palaza Ne vanno,
e lochi pubblici
e divini, Ch'usanza han
di pigliar simil
sollaffi; In ogni terra
ov'entran peregrini, E la
fanciulla resta coi
ragazzi Altri i letti,
altri acconciano i
ronzini, Altri hanno
cura che sia
alla tornata Dei signor
lor la cena
apparecchiata. 56 Nell'albergo
un garzon stava
per fante, Ch' in
casa della giovene
già stette A'
servigi del padre,
e d'essa amante Fu
da' primi anni,
e del suo
amor godette. Ben s' adocchiar,
ma non ne
fér semhunte Ch'esser notato
ognun di lor
temette: Ma tosto ch'i
patroni e la
famiglia Lor dieron luogo,
alzar tra lor
le cigli" II fante
domandò do? ella gisse, E
qnal dei dao
signor P avesse
seco. A ponto la
Fiammetta il fatto
disse (Così avea nome,
e quel garzone
il Greco). Quando sperai
che 1 tempo,
oiraè ! venisse (Il Greco
le dicea) di
viver teco, Fiammetta, anima
mìa, tu te
ne vai, E non
so più di
rivederti mai. 58 Fannosi
i dolci miei
disegni amari, Poiché sei
d'altri, e tanto
mi ti scosti. Io
disegnava, avendo alcun
danari Con gran fatica
e gran sudor
riposti, Ch' avanzato m' avea
de' miei salari E
delle bene andate
di molti osti. Di
tornare a Valenza
e domandarti Al padre
tuo per moglie,
e di sposarti. ((;¦(//'(, 'y.i)' stanca M. d
La fanciulla negli
omeri si stringe, E
rispomle che fu
tardo a venire, riaiige il
Greco e sospira,
e parte finale, Vuummi, dice,
lisciar così morire? Con
le tue braccia
i fianchi almen
mi cinye; Lanciami disfogar
tanto desire: i.V innanzi
che tu parta
ugni momento riifì leco
io iitìai mi
fa morir cunteut. 60
La pietosa fanciulla
rispondendo: Credi, dicea, che
meri di te noi bramo
\ Ma né luogo
uè tempo ci
comprendo Qui, dove in
mezzr" di tanti
occhi siamo. Il Greco
aoggiungea: Certo mi
rendo, Che a' un
terzo ami me
di quel eh'
io t' amo, In questa
notte alineu troverai
loco Che ei potrem
godere insieme un
poco. 61 Come potrò,
diceagli la fanciulla, Che sempre
in mezzo a
duo la notte
giaccio?E meco or
l'uno or Taltrp
si trastulla, E sempre
all'un dì lor
mi trovo in
braccio? Questo ti fia,
soggiunse il Greco,
nulla; Che ben ti
saprai tor di
questo impaccio, E uscir
di mezzo lor,
purché tu voglia: E
dèi voler, quando
di me ti
doglia. 62 Pensa ella
alquanto, e poi
dice che vegna Quando
creder potrà eh'
ognuno dorma; E pianamente
come far convegna, E
dell'andare e del
tornar l'informa. Il Greco,
si come ella
gU disegna. Quando sente
dormir tutta la
torma. Viene all'uscio e
lo spinge, e
quel gli cede: Entra
pian piano, e
va a tenton
col piede. 63 Fa
lunghi i passi,
e sempre in
quel di dietro Tutto
si ferma, e
l'altro par che
muova A guisa che
di dar tema
nel vetro; Non che'l
terreno abbia a
calcar, ma l'uova: E
tien la mano
innanzi simil metro; Va
brancolando infin che
'1 letto trova; E
di là dove
gli altri avean
le piante, Tacito si
cacciò col capo
innante. 64 Fra l'una
e l'altra gamba
di Fiammetta Che snpiia
giacea, diritto venne; E
quando le fu
a par, l'abbracciò
stretta, E sopra lei
sin presso al
di si tenne. Cavalcò forte,
e non andò
a staffetta. Che mai
bestia mutar non
gli convenne: Che questa
pare a lui
che si ben trotte.
Che scender non
ne vuol per
tutta notte. 65 Avea
Giocondo ed avea
il re sentito Il
calpestio che sempre
il letto scosse; E
r uno e
l'altro, d'uno error
schernito, S'avea creduto chel
compagno fosse. Poi ch'ebbe
il Greco il suo cammin
fornito, Si come era
venuto, anco tornosse. Saettò il
Sol dall' orizzonte i
raggi; Sorse Fiammetta, e fece entrare
i paggi. 66 II
re disse al
compagno motteggiando:Frate, molto
cammin fòtto aver
dei; E tempo ò
ben che ti
riposi, quando Stato a
cavallo tutta notte
sei. Giocondo a lui
rispose di rimando, E
disse: Tu di' quel
eh' io a
dire avrei, A te
tocca posare, e
prò ti faccia; Che
tutta notte hai
cavalcato a caccia. 67
Anch' io, soggiunse
il re, senza
alaa L Lasciato avria
il mio can
correre un tn& Se
m' avessi prestato un
po' il caTallo, Tanto che
'1 mio bisogno
avessi futto. Giocondo replicò:
Son tuo vassallo, E
puoi far meco
e rompere ogni
tto; Si che non
convenia tal cenni
usare; Ben mi potevi
dir: Lasciala stare. 68 Tanto
replica l'no, tanto
soggiunge L'altro, che sono
a grave lite
insieme. Vengon da' motti
ad un parlar
che pm; Ch' ad
amenduo l'esser beffato
preme. Chiaman Fiammetta (che
non era Inuge, E
della fraudo esser
scoperta teme). Per fare
in viso l'uno
all' altro dire Quel che
negando ambi parean
mentile. 69 Dimmi, le
disse il re
con fiero sguardo, E
non temer di
me né di costui:
Chi tutta notte
fu quel sì
gagliardo, Che ti godè
senza far parte
altroi? Credendo Tun provar
l'altro bugiardo, La risposta
aspettavano ambeduL
Fiammetta a' piedi
lor si gettò
incerta Di viver più,
vedendosi scoperta. 70 Domandò
lor perdono, che
d'amore, Ch'a un giovinetto
avea portato, spinta, E
da pietà d'un
tormentato core, Che molto
avea per lei
patito. Tinta, Caduta era la notte
in quello enore: E
seguitò, senza dir
cosa finta. Come tra
lor con speme
si condusse, Ch' ambi
credesson che '1
compagno tm 71 D
re e Giocondo
si guardare in
tìm, Di maraviglia e
di stupor confasi: Né
d'aver anco udito
lor fu avTiso, Ch'
altri duo fiisson
mai così delusi:Poi
scoppiare ugualmente in
tanto riso. Che, con
la bocca aperta
e gli occhi
chlaà, Potendo a pena
il fiato aver
del petto. Addietro si
lavsiàr cader sul
letto. 72 Poi eh'
ebbon tanto riso,
che ' Se ne
sentiano il petto,
e pianger gUocdu. Disson tra
lor: Come potremo
avere Guardia, che la
moglier non ne
raccocdu. Se non giova
tra duo questa
tenere, E stretta sì,
che l'uno e
l'altro tocchi? Se più
che crini avesse
occhi il mòto, Non
potria far che
non fosse tradito. Provate mille
abbiamo, e tutte
belle; Né di tante
una è ancor
che ne contraste. Se
proviam l'altre, fian
simil anch'elle: Ma per
nltima prova costei
baste. Donqne possiam creder
che più felle Non
sien le nostre,
o men dell' altre
caste:E se son
come tutte P altre
sono, Che torniamo a
godercile fia buono. 74
Conchiuso ch'ebbon questo,
chiamar fero Per Fiammetta
medesima il suo
amante; E in presenzia
dì molti gli
la diero Per moglie
I e dote
che gii fu
bastante Poi montare a
C41T!ìUo> e il
lor sentiero cuberà a
Poneute volsero a
Levante; Ed alle mogli
lor ae ne
tomaro, Di eh' affanno
mai più non
ai pigli aro. 75
Lostìer qui fìae
alla ua istoria
pose, Olle fu con
molta attenzione udita. UdìlU
il Saracin, né gli rispose
Parolft mai, finché
non fu finita Pui
disse; Io credo
hen clie lìeil'ascoae Femmìnil frode
sia copia infinita
i Né si potrla
della millesma parte Tener
memoria con tutte
le carte. 76 Quivi
era un uom
d'età, eh ave a
più retta Opiuion degli
altri, e ingegno
e ardire; E non
potendo ormai che
b\ uegletta Ogni femmina
fosse,più patire; 8i Tolae
a quel ch
avea V istoria
detta E li diafse:
Assai cose udimmo
dire Che Terìtade in
sé non hanno
alcuna; E ben di
queste è la
tua favola una. 77
A chi te
la narrò non
dci credenza, S eTaogelista
ben foga e
nel resto; Ch'Opinione, più
di' esperienza Ch abbia di
donne, Io facea
dir questo. V avere
ad una o
due tn ali vo lenza, Fa ch'odia
e bìaiìraft T
altre oltre air
onesto; 3Ia se gli
passa rìra, io
vo'tu Toda Più eh
ora biaarao, anco
dar lor gran
loda, 78 E ae
Torrà lodarne, avrà
maggiore Il (;ampo assai,
eh' a dirne
mal non ebbe; Di
cento potrà dir
degne d onore, Verso una
trista che bìasmar
si debba Non biasmar
tutte, raa serbarne
fuore La hontA d'inlinite
si dovrebbe; E se
U Valerio tuo
disse altri men
te, Disse per ira,
e non per quel che
sente. 79 Ditemi un
poco: è di
Toi forse alcuno Ch
abbia servato alla
sua moglie fede? Che
nieghi andar, quando
gli sia opportuno. Air altrui
donna, e darle
ancor mercede? Credete in
tutto U mondo
trovarne uno?Chi '1
dice, mente; e
folle è ben
chi '1 crede. Trovatene vo' alcuna
che vi cliiami? (Non
parlo delle pubbliche
ed infami). &tajì£a 76. 80
Conoscete alcun voi,
che non Jasciasse La
moglie sola, ancorché
fosse bella, Per seguire
altra donna, se
sperasse In breve e
facilmente ottener quella? Che
farebbe egli, quando
lo pregase, 0 dense
premio a lui
donna o donzella? Credo, per
compiacere or queste
or quelle, Che tutti
lasceremmovi la pelle. 91
Quelle che 1
Io? mariti hanno
lasciati Le più
volte cagione avuta
n hanno Del suo
di casa li
veggon svogliati, E e
II e fuor
de IP altrui
brAmosi vanno Dovriano amar,
volendo essere amati; E
tor cou la
misura eh' a lor
danno. Io farei (se
a me stesse
il darla e
tfìnre) Tal legge, eh'
uom non vi
potrebbe opporre. 82 Saria
la legge, ch'ogni
donna cólta In adulterio,
fosse messa a
morte, Se provar non
potesse ch'ana volta Avesse
adulterato il suo
consorte; Se provar lo
potesse, andrebbe asciolta, Né
temeria il marito
né la corte. Cristo
ha lasciato nei
precetti suoi: Non far
altrui quel che
patir non vuoi. 83
La incontinenza è
quanto mal si
puote Imputar lor, non
già a tutto
Io stuolo. Ma in
questo, chi ha
di noi più
brutte note? Che continente
non si trova
un solo. E molto
più n'ha ad
arrossir le gote, Quando
bestemmia, ladroneccio, dolo, Usura
ed omicidio, e
se v'è peggio, Raro,
se non dagli
uomini, far veggio. 84
Appresso alle ragioni
avea il sincero E
giusto vecchio in
pronto alcuno esempio Di
donne che né
in fatto né
inpensiero Mai di lor
castità patiron scempio. Ma
il Saracin, che
fuggìa udire il
vero, Lo minacciò con
viso crudo ed
empio, Sì che lo
fece per timor
tacere; Ma già non
lo mutò di
suo parere. 85 Posto
ch'ebbe alle liti
e alle contese Termine il
re pagan, lasciò
la mensa: Indi nel
letto, per dormir,
si stese Fin al
partir dell'aria scura
e densa; % Ma
della notte, a
sospirar l'offese Più della
donna, eh' a dormir,
dispensa. Quindi parte all'uscir
del nuovo raggio, E
far disegna in
nave il suo
viaggio. 86 Però ch'avendo
tutto quel rispetto Ch'a
buon cavallo dee
buon cavaliero, A quel
suo bello e
buono, ch'a dispetto Tenea di
Sacripante e di
Ragfifiero; Vedendo per duo
giorni averlo stretto Più
ci? e non si
dovria si buon destriero.
Lo pon,
per riposarlo, e lo rassetta In
una barca, e per andar
più in fretta, 87
Senza indugio al
nocchier varar la
barca, E dar fa
i remi all'acqua
della sponda. Quella, non
molto grande e
poco carca, Se ne
va per la
Sonna giù a
seconda. Non fugge il
suo pensier, né
se ne scarca Rodomonte per
terra né per
onda: Lo trova in
su la proda
e in su
la poppa:E se
cavalca, il porta
dietro in groppa. 88
Anzi nel capo,
o sia nel
cor gli siede, E
di fuor caccia
ogni conforto e sem.
Di ripararsi il
misero non vede, Dappoiché gli
nemici ha nella
terra. Non sa da
chi sperar possa
mercede, Se gli fanno
i domestici snoi
guerra: La notte e
'1 giorno sempre
è comhattnu Da quel
crudel che dovria
dargli aiuto. 89 Naviga
il giorno e
la notte seguente Rodomonte col
cor d'affanni grave: E
non si può
l'ingiuria tor di
mente. Che dalla donna
e dal suo
re avuto hAn; E
la pena e
il dolor medesmo
sente, Che sentiva a
cavallo, ancora in
nave: Né spegner può,
per star nell'acqua,
fi faoa Né può
stato mutar, per
mutar loco. 90 Come
l'infermo che, dirotto
e stinco Di febbre
ardente, va cfingiando
lato; 0 sia su
l'uno, o sia
su l'altro fianco, Spera
aver, se si
volge, miglior stato; Né
sul destro riposa
né sul manco, E
per tutto ugualmente
é travagliato: Così il
Pagano al male,
ond'era inferno, Mal trova
in terra e
male in acqut
scherno. 91 Non puote
in nave aver
più pazienza, E si
fa porre in
terra Rodomonte. Lion passa
e Vienna, indi
Valenza, E vede in
Avignone il ricco
ponte; Che queste terre
ed altre ubbidienza. Che son
tra il fiume
e '1 celtibero
monte, Rendean al re
Agramante e al
re dì Spag" Dal di
che fùr signor'
della campagna. 92 Verso
Aoquamorta a man
dritta si tesse Con
animo in Algier
passare in fretta: E
sopra un fiume
ad una vUia
venne E da Bacco
e da Cerere
diletta, Che per le
spesse ingiurie che
sostenne Dai soldati, a
votarsi fu costretta. Quinci il
gran mare, e
quindi nell'apriche Valli vede
ondeggiar le bionde
spiche. 93 Quivi ritrova
una piccola chiesa Di
nuovo sopra un
monticel murata. Che, poich'intorno
era la guerra
accesa, 1 sacerdoti vota
avean lasciata. Per stanza
fu da Rodomonte
presa; Che pel sito,
e perch'era sequestrata Dai campi,
onde avea in
odio udir noteil" Gli piacque
ri, che mutò
Algierì in qn"U Mutò d'andare
in Africa pensiero: Sì
comodo gli parve
il luogo e
bello. Famigli e carriaggi
e il suo
destriero Seco alloofgiar fé' nel
medesmo ostello. Vicino a
poche leghe a
Mompoliero, E ad alcun
altro ricco e
buon castello Siede il
villaggio a lato
alla riviera; Si che
d'avervi ogni agio
il modo v'
era. > Stanilo vi
un giofiio il
Sjiraciii pen.:>j?o (Come imr
era it più
del tempo u3:\to), Vide
venir per mezzo
un prato erboso Ohe
iV un piccol
aentiero era seiuto, Una
dimzellii rlì vio
amoroso In cosiipatrob
d'uà monaco barbEtto; E
si trieaiio dietro
nu |?:ran destriero Sotto una
soma coperta "li
nero. 6 Chi la
donzclb, cbiU monnco
sìa, Chi portin Sicm,
vi debb esser
chiaro. Conoscere Isabella t dovria.Che
'1 corpo tivea
<!el suo inerbino
caro. Lasciai che per
Provenza ne venia Sotto
la scorta del
vecchie preclaro, Che le avea persuaso
tutto il reato Dicaie
a. Dio Jel
suo vivere onesto. 7
Come oh è
Ìii vi>o pallida
e smarrita Sia la
doniella, ed abbia
[ crini iticootì; E
facciano i so?3j)ir
coutimiaudtii Del petto acceso,
e gli occhi
sìen duo fonti; altri
testiraoui d'una vita Misera
e grave in
lei si veggan
pronti; Tanto i>erò di
bello anco le
avama Che con le
Grazie Amor vi
pu(> aver stanza,
18 Toito elle
'l Saracin vi(ìe
la bella Donna apjiarir,
messe il pensiero
al fondo, Ch'area di
biaamar sempre e
d orlìar i|UelJa Schiera gentil
clu pur aflorna
il mondo. E ben
gli par dignissima
Isabella, In cui locar
debba ìl suo
amor secondo E spegner
totalmente il primo,
a modo Che daUaase
si trae chiodo
con chiodo, )9
Incontra se le
fece, e cnl
pìiì m<dle Parlar che
seppe, e col
mitili or sembiante, Di
sua condizione domandolle: Ed ella
oui pensier gli
spif?gÒ innante; Come era
per laciare il mondo
folle, E far<3i amica
a Dio con
opre sante. Ride il
Paghino stUicr, clf
in Dio wììì
erede D'ogni legge
nimico e d' ogni
fede: 100 E chiama
intenzione erronea e
lieve, E dice che
per certo ella
troppo erra; Né men
biasmar che P
avaro si deve, Che'l
suo ricco tesor
metta sotterra: Alcuno util
per sé non
ne riceve, E dalPuso
degli altri uomini.il
serra. leon si denno,
orsi e serpenti,
. E non le
cose belle ed
innocentistanza 89. 101 II
monaco chU questo
avea P orecchia, E
per soccorrer la
giovane incauta, Che ritratta
non sia per
la via vecchia, Hcilea al
governo qua! pratico
nauta; Quivi di ispiri
tal cibo apparecchia Tosto una
menstti sontuosa e
lauta. Ma il Saracin,
che con mal
gusto nacque Non pur
la saporò, che
gli dispiacque; 102 E
poi cbMn vanti il
monaci interroppe, H non
potè mai far
si che tacesse E
che di paiieuza
il freno toppe
Le mani aldosso
con furor gli
mosse. Ma le parole
mìe parervi troppe Potriauo omai,
se più se
ne dicesse Sì che
finirò il l'antri
e mi fia
specchio Quel che per
troppo dire accidde
al vecchi ". N
o t: St. 4.
V.12. Astolfo: modiflcazione
di Aistulfo, come nelle
storie si nomina
quel re longobardo.
Il fratti monaco: Rachi,
che abdicò la
corona, e abbrac ciò la
vita monastica. St.
9. V.8. Alla
Tana: al Tanaì,
fiume di Rassia, oggi
chiamato Don; e
dagli antichi riguardato
come estremo accessibìl confine
deirEnropa settentrìonale.
St. 19.
y. 6. Baccano
paesello con osteria
a poche miglia da
Roma. St. 20. V.5.
IZ rio, il
Tevere. Usa Rio
per fiume grosso, al
modo degli Spagnuoli. St. 24.
V.6. Comeio. Città
del già Stato
Romano. Scherza con equivoco
facile a capirsi. St.
27. V.6. AWArbia
e all'Arno; a
Siena e a Fi
renze, città denotate col
nome di quei
due fiumi St. 40.
V.8. VAgimBdti: qui significa
Vostia sacra. St. 42,
V.6. In hrckceio
d'un 9uo vii
sergente: dì un suo
vile ministro, o
meglio di un
garzone di fami glia, come Fautore
stesso lo chiama
alla St. 21,
v.7. ST. 54. V.68.
Nel regno di
Sifaee: nella Numidia, e
per estensione in
Africa. Zattiva: Xativa,
città di Spagna, nel
regno di Valenza. St.
ò8. V.6. Bene
andate: mance che
si danno ai garzoni
degli albergatori. Osti: ospitL St. 83.
V.3. Note: macchie,
colpe. St. 87. V.18.
Varar la barca:
farla scendere di terra
in acqua. Propriamente
varare si dice
de navigli nuovi o
rifatti, che dai
cantieri per mezzo
di nn piano inclinato si
fanno scivolar in
mare. Qai m intendere
FAdosto, che dar
Vabrivo al naviglio,
&f' pigliare il largo,
poiché gli antichi,
se il legno
mam o di giiLnde
portata, usavano tirarlo
alquanta da pRi in
terra, per assicurarlo
da colpi del
flusso e rifcr
St. 89. V.8.
Né pud stato
mutar, ptrnmUsrìùa Son parole
di Dante inverse:
E muta Ufffft
paA niuta lato. St.
91. V.36. Vienna: città
di Francia noi D
finato, Tra il fiume
e' l eeltibero
monte: tra il E
dano, fiume di
Francia, e il
monte Idabeda, dette
f" tibero dal Poeta,
perchò sorge in
quella reat deQi Spagna
Tarraconese, che i
Romani denomiBanae Caf tiberia. St. 96.
V.8. Dicare: dedicare. St.
97. V.28. Ed
abbia i eritii
inconti: iaecls. rabbuffati, dal
latino ineompiL Che
con U Grut Amor,
ecc. Le Giazie"
figliuole di Giove
e di Euiws" 0, com'
altri dicono, di
Bacco e di
Venere, eraad e Eufrosina,
Talia, ed Aglaia.
Omero ne dùama
oaa f% sitea, e
cosi Stazio, nel
n libro della
Tifoide. St. 98. V.8.
Che dalV asse
si trae chiodo
cm chiodo. Lo stesso
concetto incontreremo al
Cairto 1L\ St. 29;
e l'usò prima
il Petrarca. Tr.
d'Am., caf. Bl terz.
22: Come d'asse
si trae chiodo
con chiodo. St. 101.
V.8. Non pur
la sapore, che
gli diapiaetw appena l'assaporò,
gli, ecc.; non
prima TassapOTò, eie gli,
ecc. Triiita fine del
romito esortatore Iabolla,
per serbare in pe
Isolante sua castità,
iijJucii Rodoraoìite a
decapitarla. Il pagano fabbrica
imo strutto ponte
sul fiume vieitio,
a Tu ji ri Rioni
i cavalieri che
vi s ìnibattoiio,
o gii ucfile;o
we peno lu armi
a trofeo Bai
cimitero d'Isabella Capita
ivi Urlando, c1j"ìi aìuDacoii
Hudomonte lo gelta
nel tì\im% e
lascia ùi Vìm:! segui
di sua pazzia. 0
degli uomini inferma
e instabii niente ! Come
niam i>restì a
viir'iax disegno! Tatti i
peusier mutiamo facilmente, Più "luel
che nascua d'amoroso
sdegno, lo vidi diauKi
il Saracin sì
ardente Contrii le dui] ne
e ijasair tanto
il seguo, Olie uun
elle spegner l'odio
ma p e usai
Che noi
dovesse intiepidirlo mai. Donne
gentil, per quel
eli' et biasmo
vostro rarlò contra il
dover, hi offeso
sono, Che sin clic
col suo mal
non gli dimostro Quanto abbia
fatto error, non
gli perdono. Io farò
si con penna
e con inchiostro, Gh' ognun
vedrà che gli
era utile e
buono Aver taciuto, e
mordersi anco poi Prima
la lingua, che
dir mal di
voi. 8 Ma che
parlò come ignorante
e sciocco, Ve lo
dimostra chiara esperienzia. Incontra tutte
trasse fuor lo
stocco Dell'ira, senza fervi
differenzia: Poi d'Isabella nn
sguardo si l'ha
tocco, Che sabito gli
fe mutar sentenzia. Già in
cambio di quell'altra
la disia: L'ha vista
appena, e non
sa ancor chi
sia. 4 E come
il nuo7o amor
lo punge e
scalda, Muove alcune ragion
di poco frutto, Per
romper quella mente
intera e salda Ch'ella
avea fissa al
Creator del tutto. Ma
l'Eremita, che Ve
scudo e falda, Perchè
il casto pensier
non siadistrutto, Con argumenti
più validi e
fermi, Quanto più può,
le fa ripari
e schermi. 5 Poi
che l'empio Pagan
molto ha sofferto Con
lunga noia quel
monaco audace, E che
gli ha detto
invan ch'ai suo
deserto Senza lei può
tornar, quando gli
piace; E che nuocer
si vede a
viso aperto, E che
seco non vuol
triegua né pace; La
mano al mento
con furor gli
stese, E tanto ne
pelò, quanto ne
prese: 6 E sì
crebbe la furia,
che nel collo Con
man lo stringe
a guisa di
tanaglia; E poi eh
una e due volte raggirollo, Da sé
per l'aria e
Terso il mar lo scaglia. Che
n'avvenisse, né dico
né sollo: Varia fama
è di lui,
né si ragguaglia. Dice alcun,
che sì rotto
a un sasso
resta, Che '1 pie
non si disceme
dalla testa:7 Ed
altri, eh' a cadere
andò nel mare, Ch'era
più dì tre
miglia indi lontano, E
che mori per
non saper notare, Fatti
assai prieghie orazioni
invano: Altri, eh' un Santo
lo venne aiutare, Lo
trasse al lito
con visibil mano. Di
queste, qual si
vuol, la vera
sia: Di lui non parla più
l'istoria mia. 9 E si mostrò
sì costumato allora. Che
non le fece
alcun segno di
forza li sembiante gentil che
l'innamora, L'usato orgoglio in
lui spegne ed; E
benché '1 frutto
trar ne possa
fiiora, Passar non però
vuole oltre alla
aeom; Che non gli
par che potesse
esser bnoM, Quando da
lei non lo
accettasse in dono. 10
E cosi di
disporre a poco
a poeo A' suoi piaceri
Isabella credea. Ella, che
in sì solingo
e strano loco, Qua!
topo in piede
al gatto, si
vedea, Vorria trovarsi innanzi
in mezzo il
foooo; E seco tuttavolta
rivolgea S' alcun partito, alcuna
via fosse atta A
trarla quindi immaculata
e intatta 11 Fa
nell'animo suo proponimento
Di darsi con
sua man prima
la morte, Che '1
Barbaro crudel n'abbia
il sao inteatc. E
che le sia
cagion d'errar sì
forte Centra quel cavalier
ch'in braccio spenui Le
avea crudele e
dispietata sorte; A cui
fatto ave col
pensier devoto Della sua
castità perpetuo voto. 12
Crescer più sempre
1' appetito cieco Vede
del Re pagan,
né sa che
farsL Ben sa che
vuol venire all'atto
bieco. Ove i contrasti
suoi tutti fien
scarsi. Pur discorrendo molte
cose seco, Il modo
trovò alfiu di
ripararsi, E di salvar
la castità sua,
come Io vi dirò,
con lungo e
chiaro nome. 13 Al
brutto Saracin, che
le venia Già centra
con parole e con effetti Privi
di tutta quella
cortesia Che mostrata le
avea ne' primi detti: Se
fate che con
voi sicura io sia
Del mio
onor, disse, e
ch'io non ne
soiettl Cosa all'incontro vi
darò, che molto Più
vi varrà, ch'avermi
l'onor tolto. 8 Rodomonte crudel,poi che levato S'ebbe
da canto il
garrulo Eremita, Si ritornò
con viso men
turbato Verso la donna
mesta e sbigottita; E
col parlar eh' è
fra gli amanti
usato, Dicea ch'era il
suo core e
la sua vita E'I
suo conforto e
la sua cara
speme, Ed altri nomi
tai che vanno
insieme. 14 Per
un piacer di si poco
momento. Di che nha sì abbondanza
tutto '1 mondo. Non
disprezzate un perpetuo
contento. Un vero gaudio
a nullo altro
secondo. Potrete tuttavia ritrovar
cento E mille donne
dì viso giocondo; Ma
chi vi possa
dar questo mio
dono, Nessuno al mondo,
o pochi altri
ci sono. Ho
notizia d'un' erba,
e l'ho veduta Venendo, e
so dove trovarne
appresso, Che bollita con
ellera e con
ruta Ad un fuoco
di legna di
cipresso, £ fra mani
innocenti indi' premuta,
Manda un
liquor, che chi
si bagna d'esso Tre
volte il corpo,
in tal modo
l'indura, Che dal ferro
e dal fuoco
l'assicura. 16 Io dico,
se tre volte
se n'immolla, Un mese
invulnerabile si trova. Oprar
conviensi ogni mese
l'ampolla; Che sua virtù
più termine non
giova. Io 80 far
l'acqua, ed oggi
ancor farolU, Ed oggi
ancor voi ne
vedrete prova: E vi
può, s'io non
fallo, esser più
grata. Che d'aver tutta
Europa oggi acquistata. Staiiz 6, 7
Da voi domando inguide rdon di
questo, Che su la
fetle vostra mi
giuriate, Che né In
detto uè in
opera molesto Mai più
sarete alla mia
castimte. Cosi dicendo, Rodomonte
oiieatti Fé ¦' r i torna
r, eh' 1
n tau ta
tu 1 o
" tate Venne ch'innulabìl
si facesse, Cile più
ch ella uon
dise, le iiromese:18
E serveralle finché
vegga fiitto Della mirabil
acqua esperienza; E sforzerasae
intinto a non
fare atto, A nuli
far aegnf) alcun
di violenta, Ma pensa
puì di non
tenere il patto
Fercliè non ha
timor né riverenza Dì
Dio u di
Santi; e nel
mancar di fede, Tutta
il lui la h
un'iarda Afrit:a cede. 19
Ad Isabella il
Re d'Algier scongiuri Di
non la molestar
fé più di mille, Purch'essa lavorar
l'acqua procuri, Che far
lo può qual
fu già Cigno
e Achille. Ella per
balze e per
valloni oscuri Dalle città
lontana e dalle
ville Ric(tg1ie di molte
erbe; e il
Saracino Non l'abbandona, e Tè sempre
vicino. 20 Poi ch'in
più parti, quant'era
a bastanza, Colson dell'erbe
e con radici
e senza. Tardi si
ritornaro alla lor
stanza; Dove quel paragon
di continenza Tutta la
notte spende, che
l'avanza, A bollir erbe
con molt' avvertenza:£ a
tutta l'opra e
a tutti quei
misteri Si trova ognor
presente il e
d'Algierij 21 Che producendo
quella notte in
giuoco Con lineili pochi servi
ch'eran seco, Sentia, per lo calor
del vicin fuoco Ch'era
rinchiuso in quello
angusto sfpeco, Tal sete,
che bevendo or
molto or poco. Due
barili votar pieni
di greco, Ch' aveano
tolto uno o
duo giorni innanti I
suoi scudieri a
certi viandanti. 25 Bagnossi,
come disse, e
lieta porse All'incauto Pagano
il collo ignudo; Incauto, e
vinto anco dal
vino forse, Incontra a
cui non vale
elmo né scodo. Queir uom bestiai
le prestò fede,
e seofse Si colla
mano e si
col ferro erodo, Che
del bel capo,
già d'Amore albergo. Fé' tronco rimanere
il petto e
il tergo. 26 Quel
fé' tre balzi;
e fanne udita
diian Voce, ch'uscendo nominò
Zerbino, Per cui seguire
ella trovò si
rara Via di fuggir
di man del
Saracino. Alma, ch'avesti più
la fede cara, E
'1 nome, quasi
ignoto e peregrino Al
tempo nostro, della
castitade, Che la tua
vita e la
tua verde etade; 27
Vattene in pace,
alma beata e bella,
Cosi i
miei versi avesson
forza, come Ben m'affaticherei con
tutta qoella Arte che
tanto il parlar
orna e come, Perchè
mille e mill' anni,
e più novella, Sentisse il
mondo del tuo
chiaro nome. Vattene in
pace alla superna
sede, E lascia all' altre
esempio di tua
fede. 22 Non era
Rodomonte usato al
vino. Perchè la legge
sua lo vieta
e danna: E poi
che lo gustò,
liquor divinoGlipar, miglior
che '1 nettare
o la manna; E
riprendendo il rito
Saracino, Gran tazze e
pieni fiaschi ne
tracanna. Fece il buon
vino, ch'andò spesso
intorno, Girare il capo
a tutti come
un tomo. 28 All'atto
incomparabile e stupendo. Dal
cielo il Creator
giù gli occhi
volse, E disse: Più
di quella ti
commendo, La cui morte
a Tarquinio il
regno tolse; E per
questo una legge
fare intendo Tra quelle
mie che mai
tempo non sciolge, La
qual per le
inviolabil acque gioro Che
non muterà secolo
futuro. 23 La
donna in questo
mezzo la caldaia Dal
fuoco tolse, ove quell'erbe
cosse; E disse a
Rodomonte: Acciò che
paia Che mie parole
al vento non
ho mosse. Quella che '1 ver
dalla bugia dispaia, E
che può dotte
far le genti
grosse. Te ne farò
l'esperienzia ancora. Non nell'altrui,
ma nel mio
corpo or ora.
29 Per l'avvenir
vo'che ciascuna ch'aggia Il
nome tuo, sia di sublime
ingegno, E sia bella,
gentil, cortese e
saggia, E di vera
onestade arrivi al
segno: Onde materia agli
scrittori caggia Di celebrare
il nome inclito
e degno; Talché Parnassoy
Pindo ed Elicone Sempre Isabella,
Isabella risuone. 24
Io voglio a
far il saggio
esser la prima Del
felice liquor di
virtù pieno. Acciò tu
forse non facessi
stima Che ci fosso
mortifero veneno. Di questo
bagnerommi dalla cima Del
capo giù pel
collo e per
lo seno: Tu poi
tua forza in
me prova e
tua spada Se questo
abbia vigor, se
quella rada. 30 Dio
cosi disse, e fé'
serena intomo L'aria, e
tranquillo il mar,
più che mai
fosse. Pe' r alma
casta al terzo
del ritorno, E in
braccio al suo
Zerbin si ricondusse. Rimase in
terra con vergogna
e scorno Quel fier
senza pietà nuovo
Breusse; Che, poi che '1
troppo vino ebbe
digesto Biasmò il suo
errore, e ne
restò funesto. Placare o
in parte satisfar
pensosse All'anima beata d'Isabella, Se, poich'a
morte il corpo
le percosse, Desse aUnen
vita alla memoria
d'ella. TroYò per mezzo,
acciò che cosi
fosse. Di convertirle quella
chiesa, quella Dove abitava,
e dove ella
fu uccisa. In un
sepolcro; e vi
dirò in che
guisa. 32 Di
tutti i lochi
intomo fa venire Mastri, chi
per am&rc e
clii per tema; E
fatto beti seimila
uomini unire, Be' gravi Rai??i
i vicin monti
scema, E ne €i
una gran massa
fitabìUre, Che dalla cima
era alla parte
estrema Novanta braccia e vi rinehiade
dentro La cliiesa, che
i duo amanti
ave nel centro. 33
IniitA qua,si la
superba mole Che fé'
Adriano air onda
tiberina. Presso al sepolcro
una torre alt4i
vuole; Ch'abitarvi alcun tempo sì
ilestina. Un ponte stretto,
e di due
braccia sole. Fece su
T acqua clie
correa vicina. Lnngo il
ponte, ma largo
era sì poco, Che
dava appena a duo cavalli
loco; 4 A duo
cavalli che venuti
a paro, O eh'
insieme si fossero
scontrati: E non avea
uè sponda né
riparo; E sì potea
cader da tutti
i lati. n passar
tiuimli vuol che
costi caro guerrieri o
pagani o battezzati: Che delle
spoglie lor mille
trofei Promette al cimitero
di costei >
In dieci giorni
e in manco
fu perfetta L'opra (iel
ponticel che passa
il fiume; Ma non
fu già il
sepolcro così in
fretta, Né la torre
condotta al suo
cacume: Pur fu levata
si, ch'alia veletta Starvi in
cima una guardia
avea coatnme, Che dogni
cavalier che venia
ai ponte. Col corno
facea segno a
Rodomonte. 87 Aveasi immaginato
il Saracino, Che per
gir spesso a
rischio di cadere Dal
ponticel nel finme
a capo chinoi Dove
gli converrìa molt'acqoa
bere, Del fallo a
che Tindnsse il
troppo vino, Dovesse netto
e mondo rimanere; Come l'acqua,
non men che
il vino, estingua L'error che
fa pel vino o mano
o lingua. StajiTa 2à E
quel s'armava, e
se gli venia
a opporre Ora su
Tuna ora su T
altra riva: Che sei
guerrier venia di vOr la
torre, 3u I' altra
proda il Re
dAlgier veniva, ri ponticello
è il campo
ove si corre; E
se '1 ilestrier
poco del seguo
usciva, Uadea nel finme
ch'alto era e
profondo r Jgual perig:lio
a quel non
avea il mondo p Sfolti fra
pochi di vi
capi taro Alcuni k
via dritta vi
condusse; Ch'a quei ch
verso Italia o
Spoa andaro, Altra non
era che più
trita fusse: l'ardire, e
più che vitA
caro L' onore, a farvi
di sé prova
indusse; E tutti, ove
acquistar credeau la
palma, Lasciavan Tarme e
molti insieme Talma. 39
Di quelli eh'
abbattea, s' eran Pagani, Si
contentava d'aver spoglie
ed armi; E di
chi prima furo
i nomi piaini Vi
facea sopra, e
sòspeadeiale ai marmi: Ma
ritén in prigion
tutti i Cristiani E
che in Aigier
poi li mandasse
parmi. Finita ancor non
era Popra quando stanza
29. 40 A caso
venne il furioso
Conte A capitar su
questa gran riviera, Dove, com'io
vi dico, Rodomonte Fare in
fretta facea, uè
finita era La torre,
né il sepolcro,
e appena il
ponte; E di tutt'arme,
fuorché di visiera, A
quell'ora il Pagan
si trovò in
punto, Gh' Orlando al
fiume e al
ponte è sopraggiunto. 41 Orlando
(come il suo
furor lo caccia) Salta
la sbarra, é
sopra il ponte
corre, Ma Rodomonte con
turbata faccia, A pie,
com'era innanzi alla
gran torre, Gli grida
di lontano e
gli minaccia, Né se
gli degna con
laspadaopporre:Indiscreto
villan, ferma le
piante, Temerario, importuno ed
arrogante. 42 Sol per
signori e cavalieri
é fitto Il ponte,
non per te,
bestia balorda. Orlando, ch'era
in gran pensier
distratto, Vien pur innanzi,
e fa l'orecchia
sorda. Bisosrna ch'io castighi
questo matto, Disse il
Pagano; e con
la voglia ingorda Venia
per traboccarlo giù
nell'onda. Non pensando trovar
chi gli risponda. 43
In questo tempo
una gentil donzella. Per
passar sovra il
ponte, al fiume
arriva. Leggiadramente
ornata, e in
viso bella, E nei
sembianti accortamente schiva. Era
(se vi ricorda,
Signor) quella Che per
ogni altra via
cercando giva Di Brandimarte,
il suo amator,
vestigi. Fuorché, dov'era, dentro
di Parigi. 44 Nell'arrivar
di Fiordiligi al
ponte (Che cosi la
donzella nomata era), Orlando
s'attaccò con Rodomonte, Che lo
voleagittar, nella riviera.
La donna, eh' anrea
pratica del Conte, Subito n'
ebbe conoscenza vera; E
restò d'alta maraviglia
piena. Della follìa ohe
cosi nudo il
mena. 45 Fermasi a
riguardar che fine
avere Debba il furor
dei duo tanto
possenti. Per far del
ponte l'un l'altro cadere A
por tutta lor
forza sono intenti. Come
é eh' un pazzo
debba sì valere? Seco
il fiero Pagan
dice tra' denti; E qua
e là si
volge e si
raggira. Pieno di
sdegnoedisuperbia é d'ira. 46
Con l'una e
l'altra man va
ricercando Far nova presa,
ove il suo
meglio vede: Or tra
le gambe or
fuor gli pone,
quamlo arte il destro,
e quando il
manco piede. Simiglia Rodomonte
intorno a Orlando Lo
stolido orso, che
sveller si crede Quello
ogni colpa, odio
gli porta e
rabbia. 47 Orlando, che
l'ingegno avea sonimerso Io
non so dove,
e sol la
forza usava. L'estrema forza,
a cui per
l'universo Nessuno o raro
paragon si dava; Cader
del ponte si
lasciò riverso Col Pagano,
abbracciato come stava. Cadon
nel fiume, e
vanno al fondo
insieme Ne salta in
aria l'onda, e
il lito geme. L'acqua
li fece distaccare
in fretta. Orlando è
nudo, e nuota
com'un pesce: Di qua
le braccia, e di là
i piedi getta, E
viene a proda;
e come di
fuor esce, Correndo va,
né per mirare
aspetta, Se in biasmo
o in loda
questo gli riesce. Ma
il Pagau, che
dalfarme era impedito, Tornò più
tardo e con
più affimno ai
lito. 49 Sicuramente Fiordiligi
intanto Avea passato il
ponte e la
riviera, E guardato il
sepolcro in ogni
canto Se del suo
Brandimarte insegna v'era. Poiché
né Tarme sue
vede né il
manto, Di ritrovarlo in
altra parte spera. Ma
ritorniamo a ragionar
del Conte, Che lascia
addietro e torreefiume e
ponte. 50 Pazzia sarà,
se le pazzie
d'Orlando Prometto raccontarvi ad
una ad una; Che
tante e tante
fnr, ch'io non so quando Solenne ed
attarda narrar cantando, E
eh' air istoria mi
parrà opportuna; Né quella
tacerò miracolosa. fu ne' Pirenei
sopra Tolosa. 51 Trascorso
avea molto paese
il Conte, Come dal
grave suo furor
fu spinto; Ed alfin
capitò sopra quel
monte, Per cui dal
Franco é il
Tarracon distinto; Tenendo tuttavia
vòlta la fronte Verso
là dove il
Sol ne viene
estinto:E quivi giunse
in un angusto
calle. Che pendea sopra
una profonda valle. 52
Si vennero a
incontrar con esso
al varco Duo boscherecci
gioveni eh' innante Avean di
legna un lor
asino carco: E perchè
ben s' accorsero al
sembiante Ch'avea di cervel
sano il capo
scarco. Gli gridano con
voce minacciante, 0 ch'addietro
o da pirte
se ne vada, 0
che si levi
di mezzo la
strada. 53 Orlando non
risponde altro a
quel detto, Se non
che con furor
tira d'un piede, E
giunge a punto
l'asino nel petto Con
quella forza che
tutte altre eccede; Ed
alto il leva
si, ch'uno augelletto Che voli
in aria sembra
a chi lo vede
Quel va
a cadere alla
cima d'un colle Ch'
un mìglio oltre
la valle il
giogo estolle. 54 ludi
verso i duo
gioveni s'avventa, Dei quali
un, più chesenno, ebbe
avventura: Che dalla balza
che due volte
trenta Braccia cadea, si
gittò per paura. A
mezzo il tratto
trovò molle e
lenta Una macchia di
rubi e di
verzura, cui bastò graffiargli
un poco il
volto; Del resto, lo
mandò libero e
sciolto. Stanza S5. 55 L'altro
s'attacca ad un
scheggion ch'usciva Fuor della
roccia, per salirvi
sopra; Perché si spera,
s'alia cima arriva. Di
trovar via che
dal pazzo lo
copra. Ma quel nei
piedi (che non
vuol che viva) Lo
piglia, mentre di
salir s'adopra; E quanto
più sbarrar puote
le braccia. Le sbarra
si, ch'in duo
pezzi lo straccia; 56
A quella guisa
che veggiam talora Farsi
d'un aèron, farsi
d'un pollo. Quando si
vuol delle calde
interiora Che falcone o
ch'astor resti satollo. Quanto é
bene accaduto che
non muora Quel che
fu a risco
di fiaccarsi il
collo! Ch'ad altri poi
questo miracol disse, Sì
che l'udì Turpino,
e a noi
lo scrisse. 57 E
queste ed altre
assai cose stupende Fece
nel traversar della
montagna. Dopo molto cercare,
alfin discende Verso merigge
alla terra di
Spagna; E lungo la
marina il cammin
prende Oh' intomo a
Tarracona il lito
bagna: E come vuol
la furia che
lo mena, Pensa farsi
uno albergo in
quell'arena, Dove dal Sole
alquanto si ricopra; E
nel sabbion si
caccia arido e
trito. Stando così, gli
venne a caso
sopra Angelica la bella
e il suo
marito, Ch'eran (siccome io
vi narrai di
sopra) Scesi dai monti
in su T Ispano lito. A
men d'un braccio
ella gli giunse
appresso. Perchè non s'era
accorta ancora d'esso. 63
Come Orlando sentì
battersi dietro, Girossi, e nel girare
il pugno strinse, E
con la forza
che passa ogni
metro, Ferì il destrier
che '1 Saracino
spinse. Ferii sul capo;
e come fosse
vetro, Lo spezzò si,
che quel civallo
estinse, E rivoltosse in
un medesmo istante Dietro a
colei che gli
fiijgia innante. 64 Caccia
Angelica E con sferza
e con Che le
parrebbe a Sebben volasse
più Dell' anel e' ha nel
Che può
salvarla, E Panel, che
nuu La fa sparir
come in fretta la
giumenta, spron tocca e
ritocca: quel bisogno lenta, che
strai da cocca dito
si rammenta, e se
lo getta in
bocca: perde il suo
costume, ad un soffio
il lume. 59 Che
fosse Orlandj), nulla
le sovviene; Troppo è
diverso da quel
eh' esser suole. Da
indi in qua
che quel furor
lo tiene, È sempre
andato nudo all'ombra
e al Sole. Se
fosse nato all'aprica
Siene, 0 dove Ammone
il Garamante cole, 0
presso ai monti
onde il gran
Nilo spiccia. Non dovrebbe
la carne aver
più arsiccia. 60 Quasi
ascosi avea gli
occhi nella testa. La
faccia macra, e
come un osso
asciutta, La chioma rabbuffata,
orrida e mesta, La
barba folta, spaventosa
e brutta. Non più
a vederlo Angelica
fu presta, Che fosse
a ritornar, tremando
tutta: Tutta tremando, e
empiendo il ciel
di grida, Si volse
per aiuto alla
sua guida. 61 Come
di lei s'accorse
Orlando stolta, Per ritenerla
si levò di
botto: Così gli piacque
il delicato volto. Così
ne venne immantinente
ghiotto. D'averla amata e
riverita molto Ogni ricordo
era in lui guasto e
rotto. Le corre dietro,
e tien quella
maniera Che terria il
cane a seguitar
la fera. II giovine,
che '1 pazzo
seguir vede La donna
sua, gli urta
il cavallo addosso, E
tutto a un
tempo lo percuote
e fiede, Come lo
trova che gli
volta il dosso. Spiccar dal
busto il capo
se gli crede: Ma
la pelle trovò
dura come osso, Anzi
via più ch'acciar;
ch'Orlando nato
Impenetrabile era ed
affatato. 65 0 fosse
la paura, o
che pigliasse Tanto disconcio
nel mutar l'anello, Oppur che la giumenta
traboccasse, Che ncn posso
affermar questo né
quello; Nel medesmo momento
che si trasse L'anello in
bocca, e celò
il viso bello, Levò
le gambe, e
usci dell'arcione, E si
trovò riversa in
sul sabbione, 66 Più
corto che quel
salto era due
dita Avviluppata rimanea col
matto. Che con l'urto
le avria tolta
la vita. Ma granventura l'aiutò
a quel tratto. Cerchi pur
eh' altro furto
le dia aita D'un' altra bestia,
come prima ha
fatto; Che più non
è per riaver
mai questa, Ch'innanzi al
Paladin l'arena pesta. 67
Non dubitate già
eh' ella non s'
abbia A provvedere; e
seguitiamo Orlando, In cui
non cessa l'impeto
e la rabbia, Perchè si
vada Angelica celando. Segue la
bestia per la
nuda sabbia, E se
le vien più
sempre approssimando: Già già
la tocca, ed
ecco l'ha nel
crine, Indi nel freno,
e la ritiene
alfine. 68 Con quella
festa il Paladin la
piglia, Ch'un altro avrebbe
fatto una donzella: Le
rassetta le redine
e la brìglia, E
spicca un salto,
ed entra nella
sella; E correndo la
caccia molte miglia, Senza
riposo, in questa
parte e in
quella:Mai non le
leva né sella
né freno, Né le
lascia gustare erba
né fieno. Volendosi cacciare
oltre una fossa, se
ne va con
la cavalla. Non nocque
a lui, né
senti la percossa; Ma
nel fondo la
misera si spalla. Non
vede Orlando come
trar la possa, E
finalmente se l'arreca
in spalla, E su
ritorna, e va
con tutto il
carco, Quanto in tre
volte non trarrebbe
un arco. 70 Sentendo
poi cbe gli
gravava troppo, La pose
in terra, e
volea trarla a
mano: Ella il seguia
con passo lento
e zoppo. Dicea
Orlando:Cammina; e dicea
invano. Se l'avesse seguito
di galoppo. Assai non
era al desiderio
insano. Alfin dal capo
le levò il
capestro, 71 E cosi
la trascina, e
la conforta Che lo
potrà seguir con
maggior agio. Qual leva
il pelo, e
quale il cuoio
porta, Dei sassi ch'eran
nel cammin malvagio. La
mal condotta bestia
restò morta Finalmente di
strazio e di
disagio. Orlando non le
pensa e non la guarda; via
correndo, il suo
cammin non tarda. 72
Di trarla, anco
che morta, non
rimase. Continuando il corso
ad occidente:E tuttavia
saccheggia ville e
case, Se bisogno di
cibo aver si
sente; E frutte e
carne e pan,
pur eh' egli
invase, Rapisce, ed usa
forza ad ogni
gente: Qual lascia morto,
e qual storpiato
lassa; Poco si ferma,
e sempre innanzi
passa. 73 Avrebbe così
fatto, o poco
manco, Alla sua donna,
se non s'ascondea; non discemea
il nero dal
bianco, E di giovar,
nocendo, si credea. Deh
maledetto sia Panello,
ed anco Il cavalier
che dato le
Tavea! Che se non
era, avrebbe Orlando
fatto Di sé vendetta
e di mill'altri
a un tratto. Né
questa sola, ma
fosser pur state In
man d'Orlando quante
oggi ne sono: Ch'ad
ogni modo tutte
sono ingrate, Né si
trova tra lor
oncia di buono. Ma
prima che le
corde rallentate Al Canto
disugual rendano il
suono, Fia meglio diiferirlo
a un'altra volta, Aoiò
men sia noioso
a chi l'ascolta. NOTE. . 4.
V.5. Falda: qui
per difesa deUa
persona, come lorica ecc. St.
6. V.6. Né
si ragguaglia: non è
concorde. St. 17. V.7.
Inviolabil: invulnerabile. St. 19.
V.4. Cigno: personaggio mitologico,
diverso dal re ligure
nominato nella Stanza
34 del Canto
III. I poeti lo
finsero figliuol di
Nettuno, e invulnerabile come Achille. St.
23. V.5. Dispaia: separa, disceme. St.
27. V.4. Come: fa
bello; voce latina. St.
28. Y. 4
7. La cui
morte ecc. Parla
di Lucrezia moglie di
GoUatino, violata da
Sesto Tarquinio; onde
la cacciata di quella
famiglia da Roma.
Per le inviolabil acque: per
la palude Stigia;
fìrase adoperata dai
poeti, ond'esprìmere il giuramento
inviolabile degli Dei. St
30. V 3
8. Al terzo
del: al cielo di
Venere, sede delle anime
innamorate. Breusse:
personaggio cru dele di cui
parlano i romanci
della Tavola Rotonda, ivi
pure soprannominato senza
pietà. Funesto: fu nestato,
afflitto. St. 33. V.12.
La superba mole,
ecc.: il sepolcro di Adriano
sul Tevere, ora
Castel Sant'Angelo. T. 35.
V.45. Cacume: cima. St.
51. V.4. Tarraeon,
V abitante della
Spagna Tarragonese, ossia dell'Aragona. St. 54.
V.56. Lenta: qui
cedevol\ Rubi: rovi. St.
56. V.2. Aeron: aironei grande
uccello acqua tico. St. 59.
V.57. Ali aprica Siene:
città d' Egitto, detta dai
Latini Sence, ai
confini deirEtiopia, sotto
la zona torrida. 0
dove Ammone il
Garamante cole. Oaramanti chiamaronsi
alcuni popoli della
Libii, ora forse i
TibbouSf come altrove
si è detto;
Ivi fu il
tempio e roracolo di
Giove Ammone. 0
presso ai monti,
ecc. Ai monti della
Luna in Etiopia. St.
64 V.4. Cocca: la
tacca della fieccia,
dov' entra la corda
dell'arco; e qui,
per estensione, l'arco
stesso 0 il luogo
della corda dove
si posa la
freccia. St. 72. V.5.
Purch'egli invase: purché
invasi, metta nel vaso,
ossia nel ventre;
mangi. Altre <'.raiie pazìA
di Orlando. MilnirJosfdo
" Rdgifi"ro
Orlando. Euggiero vi
rfsta ferito, e
Mandrti?fttdo vi muore. Bradamanti
riceve di Ippalualaktefiradi Rmg. jErOf
1 Hi duote
di |ui.Hina)<lo vienfi
a MontalbaoUp e cotiduee
ssco i fratelli
e i cugini
in "ìitto di
Carlo' Quaulo vincer dall'impeto
e dall'im Si hm
k ragion né
si difende, E che
'1 cieco farar
sì iananzi tira 0
TU Lino 0
Jiuia s clic
gli amici offende; 'ebbeii di
poi si piange
g sì sospira, ìsùa
è per questo
che l'errot a' emende. Jjasso! io mi doglio
e affliggo invan
di quanto Pisi per
ira al Jin
dell altro Canto. Ma simile
son fatto ad
uno infenno, CLCt dopo
molta pazi'enzia e
molta. Quando contraU dolor
non ha pia
schermo Cede alla nebbia,
e a besttìmiuiar
sì volta. Manca il
dolor, uè l'impeto
ata fermo, Che la
lingaa al dir
mal facea si
sciolta: £ si ravvede
e peate, e
u'ha dispetto. Ben spero,
donne, in vostra
cortesia Aver da voi
perdon, poich' io
ve '1 chieggio. Voi
scuserete, che per
frenesia, Vinto dall' aspra passì'on,
vaneggio. Date la colpa
alla nimica mia. Che
mi £& star,
chMo non potrei
star peggio; E mi
fa dir quel
di eh io
son poi gramo:Sallo
Iddio, s'ella ha il torto;
essa, sMo Pamo. Non
men Fon fuor
di me, che
fosse Orlando; E non
son men di
lui di scusa
degno. Ch'or per li
monti, or per
le piaggie errando. Scorse in
gran parte di
Marsilio il regno, di
la cavalla strascinando Morta, com'
era, senza alcun
ritegno; Ma giunto ove
un gran fiume
entra nel mare, Gli
fu forza il
cadavere lasciare. 5 E
perchè sa nuotar
come una lontra, Entra
nel fiume, e
surge air altra
riva. Ecco un pastor
sopra un cavallo
incontra, Che per abbeverarlo
al fiume arriva. Colui, benché
gli vada Orlando
incontra, Perchè egli è
solo e nudo,
non lo schiva. Vorrei del
tuo ronzin, gli
disse il matto, Con
la giumenta mia
far un baratto. 6
Io te la
mostrerò di qui
se vuoi; Che morta
là su V
altra ripa giace:La
potrai far tu
medicar di poi:Altro
difetto in lei
non mi dispiace. qualch aggiunta
il ronzi n
darmi puoi:Smontane in
cortesia, perchè mi
piace. Il pastor ride,
e senz' altra risposta Va
verso il guado,
e dal pazzo
si scosta. 7 Io
voglio il tuo
cavallo: olà, non
odi? Soggiunse Orlando, e
con furor si
mosse. Avea un baston
con nodi spessi
e sodi Quel pastor
seco, e il
Paladin percosse. La rabbia
e l'ira passò
tutti i modi Del
Conte, e parve
fier più che
mai fosse. Sul capo
del pastore un
pugno serra, Che spezza
Fosso, e morto
il caccia in
terra. 8 Salta a
cavallo, e per
diversa strada Va discorrendo,
e molti pone
a sacco. Non gusta
il ronzin mai
fieno né biada; Tanto
chMn pochi di ne riman
fiacco: Ma non però
ch'Orlando a piedi
vada, Che di vetture
vuol vivere a
macco; E quante ne
trovò, tante ne
mise In uso, poi
che i lor
patroni uccise. 9 Capitò
alfin a Malega,
e più danno Vi
fece, ch'egli avesse altrove
fatto; Che, oltre che
ponesse a saccomanno il
popol sì, che
ne restò disfatto. Né
si potè rifar
quel né Paltr'anno, Tanti n'uccise
il periglioso matto, Vi
spianò tante case,
e tante accese, disfè
più che '1
terzo del paese. 10 Quindipartilo,venne ad
una terra, Zizera detta,
che siede allo
stretto Di Zibeltarro, o
vuoi di Zibelterra, Che l'uno
e l'altro nome
le vien detto; una
barca che sciogliea
da terra, Vide piena
di gente da
diletto. Che sollazzando all'aura
mattutina Già per la
tranquillissima marina. 1 1 Cominciò
il pazzo a
gridar forte: Ajspetti:Che gli
venne disio d'andare
in barca. Ma bene
invano e i
gridi e gli
urli getta; Che volentier
tal merce non
si carca. Per l'acqua
il legno va
con quella fretta. Che
va per l'aria
irondine che varca. Orlando urta
il cavallo e
batte e stringhe, E
con un mazzafrusto
all'acqua spinge. 12 Forza
è ch'alfin nell'acqua
il cavaro entic, Ch'invan contrasta,
e spende invano
ogni opra: Bagna i
ginocchi e poi
la groppa e
'1 ventre, Indi la
testa, e appena
appar di sopra. Tornare addietro
non si speri,
mentre La verga tra
l'orecchie se gli
adopra. Misero ! o si
convlen tra via
affogare, 0 nel lito
african passare il
mare. 13 Non vede
Orlando più poppe
né sponde. Che tratto
in mar l'avean
dal lito asdutto; Che
son troppo lontane,
e le nasconde Agli
occhi bassi 1'
alto e mobil
flutto:tuttavia il destrier
caccia tra Tonde; Ch'
f ndar di
là dal mar
dispone in tutttì. Il
destrier, d'acqua pieno
e d'alma vóto, Finalmente finì
la vita e
il nuoto. 14 Andò
nel fondo, e vi traea
la salma . Se non
si tenea Orlando
in su le
braccia. Mena le gambe,
e l'una e
l'altra palma, E soffia,
e l'onda spinge
daUa faccia. Era Paria
soave, e il
mare in calma: E
ben vi bisognò
più che bonaccia; Ch'
ogni poco che
U mar fosse
più sorto, Restava il
Paladin nell'acqua morto. 15
Ma la Fortuna,
che dei pazzi
ha cura. Del mar
lo trasse nel
lito di Setta, In
una spiaggia, lungi
dalle mura, Quanto sarian
duo tratti di
saetta. Lungo il mar
molti giorni alla
ventura Verso Levante andò
correndo in fretta. Finché trovò,
dove tendea sul
lito, Di nera gente
esercito infinito. 16 Lasciamo
il Paladin ch'errando
vada; Ben di parlar
di lui tornerà
tempo. Quanto, Signor, ad
Angelica accada Dopo ch'usci
di man del
pazzo a tempo, E
come a ritornare
in sua (
ijtrada Trovasse e buon
navilio e miglior
tempo, E dell' India a
Medor desse lo
scettro, Forse altri canterà
con miglior plettro.Io
sono a dir
tante altre cose
intento, Che di seguir
più questa non
mi cale. Volger convierarai
il bel ragionamento Al Tartaro
che, spinto il
suo rivale, Quella bellezza
si godea contento, A
cui non resta
in tutta Europa
eguale, Poscia che se
n'è Angelica partita, E
la casta Isabella
al ciel salita. 18 Della sentenzia
Maniricardo altiero, Ch' in suo favor
la bella donna
diede, Non può fruir
tutto il diletto
intero; Che contra lui
son altre liti
in piede. gli muove
il giovene Ruggiero, Perchè P aquila
bianca non gli
cede; L'altra il famoso
re di Sericana, Che
da lui vuol
la spada Durindana. 19
S affatica Agramante,
uè disciorre, Né Mnrsilio
con lui, sa
questo intrico:Né solamente
non li può
disporre Che voTlia Pun
dell'altro esser amico; Ma
che Ruggiero a
Mandricardo torre Lasci lo
scudo del Troiano
antico, 0 Gradasso la
spada non gli
vieti, Tanto che questa
o quella lite
accheti. 20 Ruggler non
vuol ch'in altra
pugna vada Con lo
suo scudo; né
Gradasso vuole Che', fuor
che contra sé,
porti la spada Che
'1 glorioso Orlando
portar suole. • Alfin
veggìamo in cui
la sorte cada, Disse
Agramante, e non
sian più parole: Veggiam quel
che Fortuna ne
disponga, E sia preposto
quel ch'ella preponga. Stanza 12. E
se compiacer meglio
mi volete, Onde d'aver
ve n'abbia obbligo
ognora, Chi de' di voi
combatter sortirete; Ma con
patto, ch'ai primo
che esca fuora, le
querele in man
porrete; Sì che, per
sé vincendo, vinca
ancora Pel compagno; e
perdendo l'un di
vui, Così per luto
abbia per ambidui. 22
Tra Gradasso e
Ruggier credo che
siaDi valor nulla
o poca differenza E
di lor qual
si vuol venga
fuor pria, So eh'
in arme farà
per eccellenza; Poi la
vittoria da quel
canto stia, Che vorrà
la divina Provvidenza. 11 cavalier
non avrà colpa
alcuna, Ma il tutto
imputerassi alla Fortuna. 23
Steron taciti al
detto d';Agramante E Ruggiero
e Gradasso; ed
accordarsi Che qualunque di
loro uscirà innante, E
l'una briga e
V altra abbia
a pigliarsi. Così in
duo brevi ch'avean
simigliante Ed egual forma,
i nomi lor
notarsi; E dentro un'
urna quelli hanno
rinchiusi, Versati molto, e
sozzopra confusi. 24 Un
semplice fanciul nell' urna
messe mano, e prese
un breve; e
venne a caso questo
il nome di
Ruggier si lesse. Essendo quel
del Serican rimaso. Non
si può dir
quanta allegrezza avesse Quando
Ruggier si senti
trar del vaso, d'altra
parte il Sericano
doglia; Ma quel che
manda il ciel,
forza è che
toglia. 25 Ogni suo
stadio il Sericaoo,
ogni opra A favorire, ad
aintar converte, Perchè Ruggiero
abbia a restar
di sopra; E le
cose in suo
prò, eh' avea
già esperte, Come or
di spada, or
di scudo si
copra, Qual sien botte
fallaci, e qual
sien certe, Quando tentar,
quando schivar fortuna Si
dee, gli torna
a mente ad
una ad una. stanza
37. 26 II resto
di quel di
che dair accordo E
dal trar dellesorti sopravanza, É
speso dagli amici
in dar ricordo, Chi
all'un guerrier, chi
all'altro, com'è usanza. Il popol,
di veder la
pugna ingordo, S'affretta a
gara d'occupar la
stanza: Né basta a
molti innanzi giorno
andarvi, Che voglion tutta
notte anco veggiarvi. 27
La sciocca turba
disìosa attende Ch'i duo
buon cavalier vengano
in prova; Che non
mira più lungi
né comprende Di quel
ch'innanzi agli occhi
si ritrova. Ma Sobrino
e Marsilio, e
chi più intende, E
vede ciò che
nuoce e ciò
che giova, Biasma questa
battaglia, ed Agramante, Che voglia
comportar che vada
innante. 28 Né cessan
raccordargli il grave
danoo Che n' ha
d'avere il popol
Saracino, Muora Ruggiero o
il Tartaro tiranno, Quel
che prefisso è
dal suo fier
destino: D'un sol di
lor via più
bisogno avranno Per contrastare
al figlio di
Pipino, Che di dieci
altri mila che
ci sono, Tra'quai fatica
è ritrovare un
buono. 29 Conosce il
re Agramante che
gli è Tero; Ma
non può più
negar ciò e' ha
promesso. Ben prega Mandricardo
e il buon
Raggiero Che gli ridonin
quel c'ha lor
concesso: E tanto più,
che '1 lor
litigio è un
zero, Né degno in
prova d'arme esser
rimesso:E s' in ciò
pur noi vogliono
ubbidire, Veglino almen la
pugna differire. 30 Cinque
o sei mesi
il singular certame, 0
meno o più,
si differisca, tanto Che
cacciato abbin Carlo
dal reame. Tolto lo
scettro, la corona
e il manto. Ma
r nn e
l'altro, ancorché vogUa
e brame Il Re
ubbidir, pur sta
duro da canto; Che
tale accordo obbrobrioso
stima A chi '1
consenso suo vi
darà prima. 31 Ma
più del Re, ma più
d'ognun ch'invano Spenda a
placare il Tartaro
parole, La bella figlia
del re Stordilano il
priega, e si
lamenta e duole:Lo
prega che consenta
al Re africano, E
voglia quel che
tutto il campo
vuole; Si lamenta e
si duol che
per lui sia Timida
sempre e piena
d'angonia. 32 Lassa!
dicea, che ritrovar
poss'io Rimedio mai, eh' a
riposar mi vaglia, S'or
centra questo, or
quel, nuovo disio Vi
trarrà sempre a
vestir piastra e
maglia? C'ha potuto giovare
al petto mio
Il gaudio che
sia spenta la
battaglia Per me da
voi centra quell'altro
presa, Se un'altra non
minor se n'è
già acoesa? 83 Oimè!
ch'invano i'me n'andava
altiera Ch' un Re
sì deguo, un
cavalier si forte Per
me volesse in
perigliosa e fiera Battaglia porsi
al risco della
morte; Ch'or veggo per
cagion tanto leggiera Non
meno esporvi alla
medesma sorte. Fu naturai
ferocità di core, quella
v'instigò, più che'l
mio amore. 3ra se gli è
ver cheU vostroamorsiaquello
Che vi
sforzate di mostrarmi
ognora, Per lui vi
prego, e per
quel gran flagello Che
mi percuote Palma
e che m'accora, non
vi caglia se'l
candido augello Ha nello
scudo quel Ruggiero
ancora. Utile 0 danno
a voi non
so eh' importi, Che
lasci quella insegna,
o che la
porti. 35 Poco guadagno,
e perdita uscir
molta Della hattaglia può,
che per far
sete. Quando ahhiate a
Ruggier l'aquila tolta, Poca
mercè d'un gran
travaglio avrete; Ma se
Fortuna le spalle
vi volta (Che non
però nel crin
presa tenete). Causate un
danno, eh' a
pensarvi solo Mi sento
il petto già
sparar di duolo. Stanza
46. 36 Quando la
vita a voi
per voi non sia
Cara, e
più amate un'aquila
dipinta, Vi sia almen
cara per la
vita mia:Non sarà
l'una senza l'altra
estinta. Non già morir
con voi grave
mi fia:Son di
seguirvi ii vita e in
morte accinta; Ma non
vorrei morir si
mal contenta, Come io
morrò, se dopo
voi son spenta. 38
Deh, vita mia,
non vi mettete
affanno. non, per Dio,
di cosi lieve
cosa, Che se Carlo
e'I re d'Africa,
e ciò ch'hanno Qui
di gente moresca
e di franciosa, Spicgasson le
handiere in mio
sol danno, Voi pur
non ne dovreste
esser pensosa. Ben mi
mostrate in poco
conto avere Se per
me un Ruogier
sol vi fa
temere. 37 Con tai
parole e simili
altre assai, Che lacrime
accompagnano e sospiri. Pregar non
cessa tutta notte
mai, Perch' alla pace
il suo amator
ritiri. E quel, suggendo
dagli umidi rai Quel
dolce pianto, e
quei dolci martiri Dalle
vermiglie labhra più
che rsi, Lacrimando egli
ancor, così rispose: 39
E vi dovria
pur rammentar che,
solo (E spada io
non avea né
scimitarra), Con un troncon
di lancia a
un grosso stuolo D'armati cavalier
tolsi la sbarra. Gradasso, ancor
che con vergogna
e duolo Lo dica,
pure, a chi
'1 domanda, narra Che
fa in Boria
a un Castel
mio prigioniero; Ed è
pur d'altra fama,
che Ruggiero. 40 Non
niega similmente il
re Gradasso, E sallo
Isolier vostro e
Sacripante, Io dico Sacripante
il re Circasso. El
famoio Grifone ed
Aquilante. Cent' altri e più.
che pure a
questo passo Stati eran
presi alcuni giorni
innante, Macomettani e gente di battesmo, Che
tutti liberai quel
di medesmo. 41 Non
cessa ancor la
meraviglia loro Della gran
prova eh' io
feci quel giorno, Maggior che
se l'esercito del
Moro E del Franco
inimici avessi in
tomo. Ed or potrà
Ruggier, giovine soro, Farmi
da solo a
solo o danno
o scorno? Ed or e'
ho Durindana e
l'armatura D'Ettor, vi de'
Ruggier metter paura?42
Deh perchè dianzi
in prova non venn'io,Sefar di voi
con Tarme io
potea acquisto? So che
v'avrei si aperto
il valor mio, Ch'avreste il
fin già di
Ruggier previsto. Asciugate le
lacrime, e per
Dio Non mi fate
uno augurio così
tristo; E siate certa
che 'l mio
onor m' ha spinto:Non
nello scudo il
bianco augel dipinto. 43
Cosi disse egli;
e molto ben
risposto Gli fu dalla
mestissima sua donna. Che
non pur lui
mutato di proposto, Ma
di luogo avria
mossa una colonna. Ella
era per dover
vincer lui tosto, Ancor
eh' armato, e
eh' ella fosse
in gonna; E l'avea
indotto a dir,
se'l Re gli
parla D'accordo più, che
volea contentarla. 44 E
lo facea: se non
tosto eh' al
Sole La vaga Aurora
fé l'usata scorta, L'animoso Ruggier,
che mostrar vuole Clie
con ragion la
bella aquila porta, Per
non udir più
d'atti e di
parole Dilazi'on, ma far la lite
corta. Dove circonda il
popol lo steccato, Sonando il
corno, s'appresenta armato. 45
Tosto che sente
il Tartaro superbo Ch'alia battaglia
il suono altier
lo sfida. Non vuol
più dell'accordo intender
verbo, 31 a si
lancia del letto,
ed arme grida; E
si dimostra sì
nel viso acerbo. Che
Doralice i stessa
non si fida I>i
dirgli più di
pace né di
triegua: E forza è
infin che la
battaglia segua. 46 Subito
s'arma, ed a
fatica aspetta Da' suoi scudieri
i debiti servigi: Poi monta
sopra il buon
cavallo in fretta. Che
del gran difensor
fu di Parigri; E
vien correndo inver
la piazza eletta A
terminar con l'arme
i gran liti. Vi
giunse il Re
e 1" Corte
allora allora: Sì eh'
all' assalto fu poca
dimora. 47 Posti lor
furo ed allacciati
in testa I lucidi
elmi, e date
lor le latce. Segue
la tromba a dare il
segno presta. Che fece a mille
impallidir le guance. Posero l'aste
i cavalieri in
resta, E i corridori
punsero alle pance: E
venner con tale
impeto a ferirsi, Che
parve il ciel
cader, la terra
aprirsi. 48 Quinci e
quindi venir si
vede il branco Augel
che Giove per
l'aria sostenne; Come nella
Tessalia si vide
anco Venir più volte,
ma con altre
penne. Quanto sia l'uno
e l'altro ardito
e franco. Mostra il
portar delle massicce
antenne; E molto più,
eh' a quello incontro
duro Quai torri ai
venti, o scogli
air onde furo. 49
I tronchi fin
al ciel ne
sono ascesi, Scrive Turpin,
verace in questo
loco, Che dui 0
tre giù ne
tornare acctsi, Ch'eran saliti
alla sfera del
fuoco. I cavalieri i
brandi aveano presi:E
come quei che
si temeano poco. Si
ritomaro incontra; e
a prima giunta Ambi
alla vista si
ferir di punta. 50
Ferirsi alla visiera
al primo tratto; E
non miraron, per
mettersi in terra, Dare
ai cavalli morte,
eh' è mal'atto, Perch' essi non
han colpa della
guerra. Chi pensa che
tra lor fosse
tal patto, Non sa
l'usanza antiqua e
di molto erra:Senz'
altro patto, era
vergogna e fello E
biasmo eterno a
chi feria il
cavaUo. 51 Feiìrsi alla
visiera, ch'era doppia, Ed
appena anco a
tanta furia resse. L'un
colpo appresso all'altro
si raddoppia: Le botte,
più che grandine,
son spesse, Che spezza
fronde e rami
e grano e
stoppia, E uscir invan
fa la sperata
messe. Se Durindana e
Balisarda taglia Sapete, e
qaanto in queste
mani vaglia. Ma degno
dì sé colpo
ancor non fanno, Si
r uno e r altro
ben sta su
l'avviso. Uscì da Maudricardo
il primo danno, Per
cui fu quasi
il buon Ruggiero
ucciso. D'uno di quei
gran colpi che
far sanno, Gli fa
lo scudo pel
mezzo diviso, E la
corazza apertagli di
sotto; E fin sul
vivo il crudel
brando ha rotto. 03
L'aspra percossa agghiacciò
il cor nel
petto, Per dubbio di
Ruggiero, ai circonstmti, Nel cui
favor si conoscea
lo affetto Dei più
inchinar, se non
di tutti quanti. E
se Fortuna ponesse
ad effetto Quel che
la maggior parte
vorria innanti, Già Mandricardo
sana morto o
preso: che M suo
colpo ha tutto
il campo offeso. 54
Io credo che
qualche agnol sMnterpose Per salvar
da quel colpo
il cavaliere. Ma ben
senza più indugio
gli rispose, Terribil più
che mai fosse,
Ruggiero. La spada in
capo a Mandrìcardo
pose; Ma sì lo
sdegno fu subito
e fiero, E tal
fretta gli fe\
ch'io men T incolpo Se
non mandò a
ferir di taglio
il colpo. 55 Se
Balisarda lo giungea
pel dritto. L'elmo d'Ettorre
era incantato invano. Fu
sì del colpo
Mandricardo afflitto, Che si
lasciò la briglia
uscir di mano. D'andar
tre volte accenna
a capo fìtto, Mentre
scorrendo va d'intorno
il piano Brigliador che
conoscete al nome, Dolente
ancor delle mutate
some. 58 E Balisarda
al suo ritorno
trasse Di fuori il
sangue tiepido e
vermiglio, vietò a Durindana
che calasse Impetuosa con
tanto periglio: Benché fin
su la groppa
si piegasse Ruggiero, e per dolor strignesse
il ciglio:E s'elmo
in capo avea
di peggior tempre, Gli
era quel colpo
memorabil sempre. Stanza 49. 56
Calcata serpe mai
tanto non ebbe. Né
ferito leon, sdegno
e furore, Quanto il
Tartaro, poi che
si riebbe Dal colpo
che di sé
lo trasse fuore:quanto
l'ira e la
superbia crebbe. Tanto e
più crebbe in
lui forza e
valore. Fece spiccare a
Brigliadoro un salto Verso
Ruggiero, e alzò
la spada in
alto. 57 Levossi in
su le staffe,
ed all'elmetto S2gnògli, e
si credette veramente a
quella volta fin
al petto:Ma fui
lui Ruggierpiùdiligente;Chepria
che'l braccio scenda
al duro effeito, Gli
caccia sotto la
spada pungente, E gli
fa nella magb'a
ampia finestra, Che sotto
difendea l'ascella destra. 59
Ruggier non cessa,
e spinge il
suo cavallo E Mandricardo
al destro fianco
trova. Quivi scelta finezza
di metallo, E ben
condutta tempra poco
giova Centra la spada
che non scende
in fallo, Che fu
incantata non per
altra prova . Che per
far eh' a' suoi colpi
nulla vaglia Piastra incantata
ed incantata maglia 60
Taglionne quanto ella
ne prese, e
insieme Lasciò ferito il
Tartaro nel fianco, Che
'1 ciel bestemmia,
e di tant'
ira freme, Che'l tempestoso
mare è orribil
manco. Or s'apparecchia a
por le forze
estreme: Lo scudo ove
in azzurro è
l'augel bianco, Vinto da
sdegno, si gittò
lontano E messe al
brando e l'una
e l'altra mano. 61
Ah, disse a
lui Ruggier, senza
più basti A mostrar
che non mertì
quella insegna, Ch' or
tu la getti,
e dianzi la
tagliasti:Né potrai dir
mai più che
ti convegna. Cosi dicendo,
forza è ch'egli
attasti Con quanta furia
Durindana vegna; Che sì
gli grava e
si gli pesa
in fronte, Che più
leggier potea cadervi
un monte:stanza 67. 62
E per mezzo
gli fende la
visiera; Buon per lui,
che dal viso
si discosta: Poi calò
su Tarcion che ferratoera,Nélo difese
averne doppia crosta: Giunse alfin
su T arnese,
e come cera L'aperse
con la falda
soprapposta; E feri gravemente
nella coscia Ruggier, si
ch'assai stette a
guarir poscia. 63 Dell'un,
come dell'altro, fatte
rosse n sangue l'arme
avea con doppia
riga; Talché diverso era
il parer, chi
fosse Di lor, ch'avesse
il meglio in
quella briga. Ma quel
dubbio Ruggier tosto
rimosse la spada che
tanti ne castiga: Mena
di punta, e
drizza il colpo
crudo Onde gittato avea
colui lo scudo. 64
Fora della corazza
il lato manco, E
di venire al
cor trova la
strada; Che gli entra
più d'un palmo
sopra il fiasca Sì
che convien che
Mandricardo cada D'ogni ragion
che può nell'augel
bianco, 0 che può
aver nella famosa
spada; E della cara
vita cada insieme, Che,
più che spada
e scudo, assai
gli preme. 65 Non
mori quel meschin
senza vendetta: Ch' a quel medesmo
tempo che fu
edito, La spada, poco
sua, menò di
fretta; Fd a Ruggier
avria partito il
volto, Se già Ruggier
non gli avesse
intercetta Prima la forza,
e assai del
vigor tolto. Di forza
e di vigor
troppo gli tolse Dianzi,
che sotto il
destro braccio il
colse. <)6 Da Mandricardo
fu Ruggier percosso Nel
punto ch'egli a
lui tolse la
vita; Tal eh' un
cerchio di ferro,
anco che grosso
.Euna cuffia d'acciar
ne fu partita. Durindana tagliò
cotenna ed osso, E
nel capo a Ruggiero entrò
due dita. Ruggier stordito
in terra si
riversa . E di sangue
nn ruscel dal
capo versa. 67 n
primo fa Ruggier
ch'andò per terra . E
di poi stette
l'altro a cader
tanto, Che quasi crede
ognun che della
guerra Mandricardo il pregio
e il vanto: E
Doralice sua, che
con gli altri
erra, E che quel
dì più volte
ha riso e
pianto. Dio ringraziò con
mani al ciel
supine, Ch'avesse avuta la
pugna tal fine. 68
Ma poi ch'appare
a manifesti segni Vivo
chi vive, e
senza vita il
morto Nei petti de'fautor
mutano i regni; Di
là mestizia, e
di qua vien
conforto. 1 Re, i
Signori, i cavalier
più degni, Con Ruggier
eh' a fatica
era risorto, A rallegrarsi
ed abbracciarsi vanno, E
gloria senza fine e onor
gli danno. 69 Ognun
s' allegra con Ruggiero,
e sente Il medesmo
nel cor, e' ha
nella bocca. Sol Gradasso
il pensiero ha
differente Tutto da quel
che fuor la
lingua sSòcca. Mostra gaudio
nel viso, e
occultamente Del glorioso acquisto
invidia il tocca; E
maledice o sia
destino o caso, II
qual trasse Ruggier
prima del vaso. Che
dirò del favor,
che delle tante Carezze
e tante, affettuose
e vere, Che fece
a quel Ruggiero
il re Agramante, Senza il
qual dare al
vento le handìere, Né
volse muover d'Africa
le piante, Né senza
lui si fidò
in tante schiere? Or
che del re
Agricane ha spento
il seme, Prezza più
lui, che tutto
il mondo insieme. Né
di tal volontà
gli uomini soli Eran
verso Ruggier, ma
le donne anco, Che
d'Africa e di
Spagna fra gli
stuoli Eran venute al
tenitorio franco. E Doralice
istessa, che con
duoli Piangea ramante suo
pallido e bianco, Forse
con P altre ita
sarebbe in schiera. Se
di vergogna un
duro firen non
era. Stanza 93. 72 Io
dico forse, non
ch'io ve raccerti, Ma
potrebbe esser stato
di leggiero; Tal la
bellezza, e tali
erano i merti, I costumi
e i sembianti
di Ruggiero. Ella, per
quel che già ne siamo
esperti. Sì facile era a variar
pensiero, Che per non si veder
priva d'amore, Avria potuto
in Riiggier porre
il core. 73 Per
lei buono era
vivo Mandricardo:Ma che
ne volea far
dopo la morte? le
convien d'un che
gagliardo Sia notte e
di ne' suoi
bisogni, e forte. Non
era stato intanto
a venir tardo Il
pii\ perito medico
di corte, Che di
Ruggier veduta ogni
ferita, Già l'avea assicurato
della vita. 74 Con
molta diligenzia il
Re Agramante Pece colcar
Ruggier nelle sue
tende; Che notte e
di yeder sei
vuole innante:Sì r ama,
sì di lui
cura si prende. Lo scudo al
letto e V
arme tutte quante Che
fur di Mandricardo,
il Re gli
appende; Tutte le appende,
eccetto Durindana, Che fii
lasciata al re
di Sericana. 75 Con
Tarme T altre spoglie
a Ruggier sono Date
di Mandricardo, e
insieme dato Gli è
Brigliador, quel destrier bello
e buono, Che per
furore Orlando avea
lasciato. Poi quello al
Re diede Ruggiero
in dono: Che s'avvide
ch'assai gli saria
grato. Non più di
questo; che tornar
bisogna A chi Ruggiero
invan sospira e
agogna. 76 Gli amorosi
tormenti che sostenne Bradamante, aspettando,
io v'ho da
dire. A Montalbano Ippalca
a lei rivenne, E
nuova le arrecò
del suo desire. Prima, di
quanto di Frontin
le avvenne Con Rodomonte,
l'ebbe a riferire; Poi
di Ruggier, che
ritrovò alla fonte Con
Ricciardetto e' frati d'Agrismonte; 77 E
che con esso
lei s'era partito Con
speme di trovare
il Saracino, E punirlo
di quanto avea
fallito D'aver tolto a
una donna il
suo Frontino; E che
'1 disegno poi
non gli era
uscito, Perchè diverso avea
fatto il cammino:La
cagione anco, perchè
non venisse A Montalban
Ruggier, tutta le
disse; 78 E rìferille
le parole appieno, Ch'in sua
scusa Ruggier le
avea commesse. Poi si trasse
la lettera di
seno, Ch' egli le
die, perch' ella
a lei la
desse. Con viso più
turbato, che sereno. Prese
la carta Bradamante,
e lesse; Che, se non fosse
la credenza stata Già
di veder Ruggier,
fora più grata. 79
L'aver Ruggiero ella
aspettato, e, invece Di
lui, vedersi ora
appagar d'un scritto, Del
bel viso turbar
l'aria le fece Di
timor, di cordoglio
e di despitto. Baciò la
carta diece volte
e diece. Avendo a
chi la scrisse
il cor diritto. Le
lagrime vietar, che su vi
sparse, Che con sospiri
ardenti ella non
l'arse. 80 Lesse la
carta quattro volte
e sei, E volse
eh' altrettante l'imbasciata Replicata le
fosse da colei Che
l'una e V
altra avea quivi
arrecata, Pur tutta via
piangendo: e crederei Che mai
non si Siria
pili racchetata, Se non
avesse avuto pur
conforto Di rivedere il
suo Ruggier di
corto. 81 Termine a
ritornar quindici o
venti Giorni avea Ruggier
tolto, ed affermato L'avea ad
Ippalca poi con
giuramenti Da non temer
che mai fosse
mancato. Chi m'assicura, oimè!
degli accidenti, Ella dicea,
c'han forza in
ogni lato, Ma nelle
guerre più, che
non distomi Alcun tanto
Ruggier, che più
non tomi? 82 Oimè !
Ruggiero, oimè ! chi
avria creduto Ch'avendoti amato
io più di
me stessa,, più
di me, non
eh' altri, ma
potato Abbi amar gente
tua inimica espressa? A
chi opprimer dovresti,
doni aiuto; Chi tudovresti aitare,
è da te
oppressi. Non so se
biasmo o laude
esser ti credi. Ch'ai
premiar e al
punir sì poco
vedi. 83 Fu morto
da Troian (non
so se il
sai) n padre tuo;
ma fin ai
sassi il sanno:E
tu del figlio
di Troian cura
hai Che non riceva
alcun disnor né
danno. É questa la
vendetta che ne
fai, Ruggiero? e a quei
che vendicato l'hanno, Rendi tal
premio, che del
sangfue loro Me fai
morir di strazio,
e di martore?84
Dicea la donna
al suo Ruggiero
absente Queste parole ed
altre, lacrimando, Non una
sola volta, ma
sovente. la venia pur
confortando Ruggier serverebbe interameute Sua fede,
e eh' ella
l'aspettasse, quando Altro far
non potea, fino
a quel giorno Ch'avea Ruggier
prescritto al suo
ritorno. 85 I conforti
d'Ippalca, e la
speranza Che degli amanti
suole esser compagna, Alla tema
e al dolor
tolgon possanza Dì far
che Bradamante ognora
piagna. Montalban, senza mutar
mai stanza, Voglion che
fin al termine
rimagna; Fin al promesso
termine e giurato. Che
poi fu da
Ruggier male osservato. Ma
chegli alla promessa
sua mancasse, Non però
debbe aver la
colpa affatto; Chiana causa
ed un'altra sì lo trasse, gli
fu forza preterire
il patto. Convenne che
nel letto sì
colcasse, E più d'un
mese sìstesse di piatto In
dubbio di morir:
si il dolor
crebbe Dopo la pugna
che col Tartaro
ebbe. 87 L'innamorata giovane
l'attese Tutto quel giorno,
e deslollo invano, Né
mai ne seppe,
fuor quanto nentese Ora
da Ippalca, poi
dal suo germano, Questa novella,
ancor ch'avesse grata, Pur
di qualche amarezza
era turbata:88 Che
di Marfisa in
quel discorso udito L'alto
valore e le
bellezze avea: Udì come
Ruggier s'era partito Con
esso lei, e
che d'andar dicea Là
dove con disagio
in debol sito Mal
sicuro Agramante si
tenea. Si degna compagnia
la donna lauda, Ma
non che se
n' allegri, o
che l'applauda. 89 Né
picciolo è il
sospetto che la
preme; Che se Marfisa
é bella, come
ha fama, E che
fin a quel
di sien giti
insieme, È maraviglia se
Ruggier non Tama. Pur
non vuol creder
anco, e spera
e teme; E '1
giorno che la
può far lieta
e grama, Misera aspetta;
e sospirando stassi, Da
Montalban mai non
movendo ì passi. 90
Stando ella quivi,
il Principe, il
Signore bel castello, il
primo de' suoi frati (Io
non dico d'etade,
ma d'onore; Che di
lui prima duo
n'erano nati), Rinaldo, che
di gloria e
di splendore Gli ha,
come il Sol
le stelle, illuminati, Giunse al
castello un giorno
in su la
nona; Né, fuor eh' un paggio,
era con lui
persona. 91 Cagion del
suo venir fu,
che da Brava Ritornandosi un
dì verso Parigi, Come
v'ho detto che
sovente andava Per ritrovar
d'Angelica vestigi, Avea sentita
la novella prava Del
suo Viviano e
del suo Malagigi, Ch'eran p"
esser dati al
Maganzese; E perciò ad
Agrismonte la via
prese:92 Dove intendendo
poi eh' eran
salvati, E gli avversari
lor morti e
distrutti, E Marfisa e
Ruggiero erano stati, Che
gli aveano a
quei termini ridutti; E' suoi fratelli
e' suoi cugin tornati A
Montalbano insieme erano
tutti; Gli parve un'ora
un anno di
trovarsi Con esso lor
là dentro ad
abbracciarsi. 93 Venne Rinaldo
a Montalbano, e
quivi Madre, moglie abbracciò,
figli e fratelli, E
i cugini che
dianzi eran captivi; E
parve, quando egli
arrivò tra quelli, Dopo
gran fame irondine
ch'arrivi Col cibo in
bocca ai pargoletti
augelli: E poi eh'
un giorno vi
fu stato o dui,
Partissi, e fé'
partire altri con
lui. 94 Ricciardo, Alardo,
Ricciardetto, e d'essi d' Amone, il
più vecchio Guicciardo, Malagigi e
Vivian, si furon
messi In arme dietro
a Paladin gagliardo. Bradamante aspettando
che s'appressi Il tempo
ch'ai disio suo
ne vien tardo. Inferma, disse
alli fratelli, eh'
era:E non volse
con lor venire
in schiera. 96 E
ben lor disse
il ver, ch'ella
era inferma. Ma non
per febbre o
eorporal dolore: Era il
disio che l'alma
dentro inferma, E le
fa alterazion patir
d'amore. Rinaldo in Monlbano
più non si
ferma, E seco mena
di sua gente
il fiore. a Parigi
appropinquosse, e quanto Carlo
aiutò, vi dirà
l'altro Cauto. NOTE. Sr. 8.
V.6 Che di
vetture vxiol vivere
a macco: cioè gratis. St.
9. V.3. Ponesse
a saccomanno: a sacco. St.
10. V.2, Zizera.
L'antica Igilgilis. Ora
Algesi rcks, 0 Gibilterra
vecchia neir Andalusia,
porto sulla co sta meridionale della
baia di Gibilterra,
di cui è lon
tana tre leghe soltanto. St.
11. V.8. Il
Mazzafrusto è propriamente
una frusta fatta con
cordicella o fili
di metallo che
hanno in cima palle
di piombo, e
son legati a
un manico di legno
0 di ferro.
Qui pare usato
per grosso bastone. St.
15. V.7. Tendea.
Qui tendere è
usato alla la per
stare attendato. St. 16.
V.8. Forse altri
canterd con miglior
plet tro, n Brnsantini ne
ha cantato, ma
assai male, nel V Angelica Innamorata. St. 17.
V.4 Spinto: qui
allontaìiato . St. 21. V.3.
Sortirete: trairete a sorte. St.
23. V.8. Versati:
agitati. St. 41. V.5.
Saro: inesperto. St. 46.
V.4. Del gran
dìfensor, ecc.: d'Orlando. St. 48.
V.14. Il Manco
augel: T aquila, che il
Poeta dice bianca
y perchè di
quel colore ve
lesi nella stemma di
Casa d'Este, di cui
Ruggiero è rautico
ceppa. Come nella
T<ssaHa, ecc. Allude
alle battaglie eoi battute
in quei luoghi
dalle legioni romane,
di cai lii '
segna era Taquila. St.
61. V.5. Aitasti: provi. St. 62.
V.6. Falda: diconsi
falde quelle sthsee metalliche che
attorniano la cintura
delFusbergo, e sc"b dono a
riparare i fianchi
e le cosce
del gieniero. St. 68.
V.34. MiUano regni,
ecc.: mataoo seli dov'era mestizia
subentra conforto, e
viceversa. St. 76. V.4.
Del suo desire: del
suo desiderato amante. St. 86.
V.6. Di piatto:
ritirato. St. 90. V.56.
Secondo le credenze
deirantica astro nomia, il sole
dava luce a
tutte le stelle. St.
93. V.2. Madre,
moglie. Beatrice, figlia
di Nino duca di
Baviera, fu madre
di Rinaldo, e
la moglie di lai
era Clarice, sorella
di Ugone di
Bordò. Si ha
del Tasso un poema
sugli amori di
Rinaldo e Clarice,
iutitokio Rinaldo. Canto
XXXf.IVró dr turili
ftlo a muro
ch" "ì pone Tra
questa suaviÉiima doleezsMi . É
na nuiitiienti", uita
iHTfivJoDcs Ed è un
condurre amore a
più finezza. L'ncque parer
fa saporite e
buone La sete, e
il cibo pel
digiun s apprezza:Non
conosce la pace
e non l'estima provato non
ha la guerra
prima. Canto XXXI. 3 Se
ben non veggon
gii occhi ciò
che vede Ognora il
core, in pace
si sopporta. Lo starlontano,
poi qnando si
riede y Quanto più
lungo fu, più
riconforta. Lo stare in
servitù senza mercede, Purché non
resti la speranza
morta, Patir si può;
che premio al
ben servire 4 Gli
sdegni, le repulse,
e finalmente Tutti i
martìr d'Amor, tutte
le pene Fsa, per
lor rimembranza, che
si sente Sfa se
l'infernal peste una
egra mente Awien eh
infetti, ammorbi ed
awelene; Sebben segue poi
festa ed allegrezza. Non la
cura ramante e
non P apprezza. 5 Questa
è la cruda
e avvelenata piaga, A
cui non vai
liquor, non vai
impiastro. Né murmurc, né
immagine di saga. Né
vai lungo osservar
di benigno astro. Né
quanta esperìenzia d'arte
maga Fece mai V
inventor. suo Zoroastro; Piaga crudel
che sopra ogni
dolore Conduce Tuom che
disperato muore. 6 Oh
incurabil piaga che
nel petto D'un amator
sì facile s'imprime Non
men per falso
che per ver
sospetto ! Piaga che Puom
si crudelmente opprime. Che
la ragion gli
offusca e l'intelletto E lo
trae fuor delle
sembianze prime! Oh iniqua
gelosia, che così
a torto Levasti a
Bradamante ogni conforto ! 7
Non di questo
eh' Ippalca e
che '1 fratello Le
avea nel core
amaramente impresso, Ma dico
d'uno annunzio crudo
e fello, Che le
fu dato pochi
giorni appresso. Questo era
nulla a paragon
di quello Ch'io vi
dirò, ma dopo
alcun digresso. Di Rinaldo
ho da dir
primieramente, Che ver Parigi
vien con la
sua gente. 8 Scontrare
il di seguente
invér la sera Un
cavalier eh' avea una
donna al fianco, Con
scudo e sopravvesta
tutta nera; Se non
che per traverso
ha un fregio
bianco. Sfidò alla giostra
Ricciardetto, ch'era
Dinanzi, e vista
avea di guerrier
franco:E quel che
mai nessun ricusar
volse, Girò la briglia,
e spazio a
correr tolse. 9 Senza
dir altro, o
più notizia dard Dell'esser lor,
si vengono all'incontro. Rinaldo e
gli altri cavalier
fermarsi, Per veder come
seguirla lo scontro. Tosto costui
per terra ha
da versarsi, Se in
luogo fermo a
mìo modo lo
incontro (Dicea fra sé
medesmo Ricciardetto); Ma contrario
al pensier segui
l'effetto: 10 Perocché lui
sotto la vista
offese Di tanto colpo
il cavalier istrano, Che
lo levò di
sella, e lo
distese Più di due
lande al suo
destrier lontano. Di vendicarlo
incontinente prese L'assunto Alardo,
e ritrovossi al
piano Stordito e male
acconcio: si fu crudo Lo
scontro fier, che
gli spezzò lo
scado. 11 Guicciardo pone
incontinente in resta L'asta,
che vede i
duo germani in
terra. Benché Rinaldo gridi:
Resta, resta; Che mia
convien che sia
la terza guerra: Ma
l'elmo ancor non ha allacciato
in testa; Si che
Guicciardo al corso
si disserra; Né più
degli altri si
seppe tenere, E ritrovossi
subito a giacere. 12
Vuol Ricciardo, Viviano
e Malagigi, E l'un
prima dell'altro essere
in giostra: Rinaldo pon
fine ai lor
litigi:Ch'innanzi a tutti
armato si dimostra, loro: È
tempo ire a
Parigi; E saria troppo
la tardanza nostra, S'io
volessi aspettar finché
ciascuno Di voi fosse
abbattuto ad uno
ad uno. 13 Dissel
tra sé, ma
non che fosse
inteso; saria stato agli
altri ingiuria e
scorno. e l'altro del
campo avea già
preso, E si faceano
incontra aspro ritomo. Non
fu Rinaldo per
terra disteso; Che valea
tutti gli altri
eh' avea intomo. Le lance
si fiaccar, come
di vetro; Né i
cavalier si piegar
oncia addietro. L'uno e
l'altro cavallo in
guisa urtosse, Che gli fu forza
in terra a
por le groppe. Baiardo immantinente
ridrizzosse, Tanto ch'appena il
correre interroppe.
Sinistramente si l'altro
percosse. la spalla e
hi schiena insieme
roppe. Il cavalier che '1 destrier
morto vede, Lascia le
staffe, ed é
subito in piede. Ed
al figlio d' Amon,
che già rivolto Tornava a lui con
la man vota,
disse: Signore, il buon
destrier che tu
mhai tolto, Perchè caro
mi fu mentre
che visse, Mi faria
uscir del mio
debito molto. Se così
invendicato si morisse: Sì
che vientene, e
fa ciò che
tu puoi; Perchè battaglia
esser convien tra
noi. 16 Disse Rinaldo
a lui: Se
U destrier morto, E
non altro ci
depporre a battaglia, Un
de' miei ti
darò, piglia conforto, men
del tuo non
crederò che vaglia. Colui
soggiunse: Tu sei
mal accorto, Se creder
vuoi che d'un
destrier mi caglia. Ma
poiché non comprendi
ciò che io
voglio, Ti spiegherò più
chiaramente il foglio. 17
Vo'dir che mi
parria commetter fallo, Se
con la spaa
non ti provassi
anco, E non sapessi
s' in quest' altro
ballo Come ti piace,
o scendi, o
sta a cavallo: Purché le
man tu non
ti tenga al
fianco, Io son contento
ogni vantaggio darti; alla
spada bramo di
provarti. E disse: La
battaglia ti prometto; E
perchè tu sia
ardito, e non
ti punga Di questi,
e' ho d'intorno, alcun
sospetto, Andranno innanzi finch'io
gli raggiunga; Né meco
resterà fuor eh' un
valletto Che mi tenga
il cavallo: e così
'disse Alla sua compagnia
che se ne
gisse. stanza 13. 19 La
cortesia del paladin
gagliardo Commendò molto il
cavaliere estrauo. Smontò Rinaldo,
e del destrier
Baiardo Diede al valletto
le redine in
mano: E poi che
più non vede
il suo stendardo, Il
qual di lungo
spazio è gfià
lontano, Lo scudo imbraccia
e stringe il
brando fiero, E sfida
alla battaglia il
cavaliere. 20 E quivi
s'incomincia una battaglia, Di
ch'altra mai non fu più
fiera in vista. crede
l'un che tanto
l'altro vaglia, Che troppo
lungamente gli resista. Ma
poiché '1 paragon ben
li ragguaglia, Né l'un
dell'altro più s'allegra
o attrista, Pongon r
orgoglio ed il
furor da parte, Ed
al vantaggio loro
usano ogn'arte. 21 S' odon
lor colpi dispietati
e crudi Intorno rimbombar
con suono orrendo, Ora
i canti levando
a' grossi scudi, Schiodando or
piastre, e quando
maglie aprendo. Né qui
bisogna tanto che
si studi A ben
ferir, quanto a
parar, volendo Star l'uno
all'altro par; ch'eterno
danno Lor può causar
il primo error
che fanno. 22 Durò
l'assalto un'ora, e più che'l
mezzo D'un' altra: ed era il Sol
già sotto l'onde, Ed
era sparso il
tenebroso rezzo Dell'orizzou fin
all'estreme sponde; Né riposato,
o fatto altro
intermezzo Aveano alle percosse
furibonde Questi guerrier, che
non ira o
rancore, Ma tratto all'arme
avea disio d'onore. 23
Rivolve tuttavia tra
sé Rinaldo Chi sia
r estrano cavalìer
si forte, Che non
por gli sta
contra ardito e
saldo, Ma spesso il
mena a risco
della morte; E già
tanto travaglio e
tanto caldo Oli ha
posto, che del
fin dubita forte; E
volentier, se con
suo onor potesse, Vorria che
quella pugna rimanesse. 24
Dair altra parte ilcavalier estrano, Che
similmente non avea
notizia Che quel fosse
il signor di
Montalbano, Quel si famoso
in tutta la
milizia, Che gli avea
incontra con la
spada in mano Condotto
cosi poca nimicizia, Era certo
che d'uom di
più eccellenzi Non potesson
dar Tarme esperienza. 26 Vorrebbe
dell'impresa esser digiuno, Ch'avea di
vendicare il suo
cavallo; E se potesse
senza biasmo alcuno, Si
trarrla fuor del
periglioso ballo, n mondo
era già tant.o
oscuro e bruno, Che
tutti i colpi
quasi ivano in
fallo. Poco ferire, e
men parar sapeano; Ch
appena in man
le spade si
vedeano. 26 Fu quel
da Montalbano il
primo a dire Ma
quella indugiar tanto
e differire Ch'avesse dato
volta il pigro
Arturo; che può intanto
al padiglion venire, Ove
di sé non
sarà men sicuro. Ma
servito, onorato o
ben veduto, Quanto in
loco ove mai
fosse venuto. 27 Non
bisognò a Rinaldo
pregar molto; Che 1
cortese Baron tenne
lo nvito. Ne vanno
insieme ove il
drappel raccolto Di Montalbano
era in sicuro
sito. Rinaldo al suo
scudiero avea già
tolto Un bel cavallo,
e molto ben
guernito, A spada e
a lancia e
ad ogni prova
buono, Ed a quel
cavalier fattone dono. 28
II guerrier peregri n
conobbe quello Esser Rinaldo,
che venia con
esso; Che prima che giungessero air
ostello, Venuto a caso
era a nomar
sé stesso: E perché
l'un dell'altro era
fratello. Si sentì dentro
di dolcezza oppresso, E
di pietoso affetto
tocco il core; E
lacrimò per gaudio
e per amore. 29
Questo guerriero era
Guidon Selvaggio, Che dianzi
con Marfisa e
Sansonetto E' figli d' Olivier
molto viaggio fatto per
mar, come v'ho
detto. Di non veder
più tosto il
suo lignaggio Il fellon
Pinabel gli avea
interdetto, Avendol preso, e
a bada poi
tenuto Alla difesa del
suo rio statuto. 30
Guidon, che questo
esser Rinaldo adìo, Famoso
sopra ogni famoso
duce. Ch'avuto avea più
di veder disio. Che
non ha il
cieco la perduta
luce, Con molto gaudio
disse: 0 signor mio, Qual
fortuna a combatter
mi conduce Con voi
che lungamente ho
amato ed amo, E
sopra tutto il
mondo onorar bramo?31
Mi partorì Costanza
nell'estreme Ripe del mar
Eusino: io son Guidone, Concetto dello
illustre inclito seme, Come
ancor voi, del
generoso Amone. Di voi
vedere e gli
altri nostri insieme Il
desiderio é del
venir cagione; E dove
mia intenzion fa
d'onorarvi. Mi veggo esser
venuto a ingiuriarvi. 32 Ma
scusimi appo voi d'
un error
tanto, Oh' io non
ho voi né
gli altri conosciuto; E
s' emendar si può,
ditemi quanto Far debbo,
ch'in ciò far
nullarifiuto. Poi che si
fu da questo
e da quel
canto De' complessi iterati
al fin venuto, Rispose a
lui Rinaldo: Non vi
caglia Meco scusarvi più
della battaglia; 33 Che
per certificarne che voi
sete Di nostra antiqua
stirpe un vero
ramo. Dar miglior testimonio
non potete. Che '1
gran valor ch'in
voi chiaro proviamo. Se
più pacifiche erano
e quiete Vostre maniere,
mal vi credevamo; Che la
damma non genera
il leone, Né le
colombe l'aquila o
il falcone. 34 Non,
per andar, di
ragionar lasciando. Non di
seguir, per ragionar,
lor via, Vennero ai
padiglioni: ove narrando Il
buon Rinaldo alla
sua compagnia Che questo
era Guidon, che
disiando Veder, tanto aspettato
aveano pria, Molto gaudio
apportò nelle sue
squadre E parve a
tutti assimigliarsi al
padre. Non dirò l'accoglienze
che gli fero Alardo,
Ricciardetto e gli
altri dui; Che gli
fece Viviano ed
Aldigiero, E Malagigi, frati
e cugin sui; Ch'
ogni signor gli
fece e cavaliere; Ciò ch
egli disse a
loro, ed essi
a lui:Ma vi
concluderò, che finalmente Fa
ben veduto da
tutta la gente. 36
Caro Guidone a' suoi
fratelli stato Credo sarebbe
in ogni tempo
assai; Ma lor fu
al gran bisogno
ora più grato, Ch
esser potesse in
altro tempo mai. Poscia
che'l nuovo Sole
incoronato Del mare osci
di luminosi rai, Guidon
coi frati e
coi parenti in
schiera Se ne tornò
sotto la lor
bandiera. 37 Tanto un
giorno ed un
altro se n' andare, Che di
Parigi alle assediate
porte A men di
dieci miglia s'accostaro In ripa
a Senna: ove
per buona sorte Grifone
ed Aquilante ritrovare, I
duo guerrier delP
armatura forte:Grifone il
bianco, ed Aquilante
il nero, Che partorì
Gismonda d'Oliviero. 38 Con
essi ragionava una
donzella, Non già di
vii condizione in
vista. Che di sciamilo
bianco la gonnella Fregiata intomo
avea d'aurata lista; Molto
leggiadra in apparenza
e bella, Fosse quantunque
lacrimosa e trista: E
mostrava ne' gesti e
nel sembiante Di cosa
ragionar molto importante. stanza 36. 89
Conobbe i cavalier,
com' essi lui, Guidon,
che fii con
lor pochi di
innanzi; Ed a Rinaldo
disse: Eccovi dui A
cui van pochi
di valore innanzi; E
se per Carlo
ne verrau con
nui, Non ne staranno
i Saracini innanzi. Rinaldo di
Guidon conferma il
detto, Che l'uno e
l'altro era guerrier
perfetto. 40 Gli avea
riconosciuti egli non
manco; Perocché quelli sempre
erano usati, L'un tutto
nero, e l'altro
tutto bianco Vestir su
l'arme, e molto
andare ornati. Dall'altra parte
essi conobber anco E
salutar Guidon, Rinaldo
e i frati; E
abbracciar Rinaldo come
amico . Messo da parte
ogni lor odio
antico. 41 S' ebbero un
tempo in urta
e in gran
dispetto Per Truffaldin, che
fora lungo a
dire; Ma quivi insieme
con fraterno affetto S'accarezzar, tutte
obbliando l'ire. Rinaldo poi
si volse a
Sansonetto, Ch'era tardato un
poco più a
venire, E lo raccolse
col debito onore. Appieno instrutto
del suo gran
valore. 42 l'osto che
la donzella più vicino
Vide Rinaldo, e
conosciuto l'ebbe (Ch'avea notizia
d'ogni paladino), Gli disse
una novella che
gl'iucrebbe; E cominciò:
Sigrore, il tuo
cugino, A cui la
Chiesa e l'alto
Imperio debbe, Quel già
s) saggio ed
onorato Orlando, È fatto
stolto, e va
pel mondo errando. 43
Onde causato co
strano e rio Accidente
gli sia, non
so narrarte. La sua
spada e V
altr arme ho
vedute io, Che per li campi
avea gittate e
sparte; E vidi un
cavalier cortese e pio
Che le
andò raccogliendo da
ogni parte; E poi
di tutte quelle
un arbuscello Fé, a
guisa di trofeo,
pomposo e bello. 44
Ma la spada
ne fu tosto
levata Dal figliuol d'Agricane
il dì medesmo. Tu
puoi considerar quanto
sia stata Gran perdita
alla gente del
battesmo L'esser un'altra volta
ritornata Durindana in poter
del Paganesmo. Né Brigliadoro
men, eh errava
sciolto Intorno all'arme, fu dal Pagan
tolto. 45Son pochi di
ch'Orlando correr vidi, Senza
vergogna e senza
senno, ignudo, Con urli
spaventevoli e con
gridi: . Ch'é ffttto
pazzo insomma ti
conchiudo; E non avrei,
fuor eh' a
questi occhi fidi, Creduto
mai si acerbo
caso e crudo. Poi
narrò che lo
vide giù dal
ponte Abbracciato cader con
Rodomonte. 49 Ma già
lo stuolo avendo
fatto unire, Sia volontà
del Cielo, o sia avventura, Vuol fare
i Saracin prima
fuggire, E liberar le
parigine mura. consiglia l'assalto
differire (Che vi par
gran vantaggio) a
notte senra . Nelk terza
vigilia o nella
quarta, Ch' avrà V
acqua di Lete
il Sonno sparta. 50
Tutta la gente
alloggiar fece al
boseo, E quivi la
posò per tutto
'1 giorno:Ma poi
che '1 sol,
lasciando il mondo
fosco . Alla nutrice
antiqua fé' ritomo, Ed
orsi e capre,
e serpi senza
tosco, E l'altre fere
ebbono il cielo
adorno, Che state erano
ascose al maior
lampo, Mosse Rinaldo il
taciturno campo: 61 E
venne con Grifon,
con Aquilante, Con Vivian,
con Alardo e
con Guidone, Con Sansonetto,
agli altri un
miglio innante, A cheti
passi e senza
alcun sermone. Trovò dormir
l'ascolta d'Agramante: Tutta l'uccise,
e non ne fé'
un prigione. Indi arrivò
tra l'altra gente
mora, Che non fu
visto né sentito
ancora. 46 A qualunque
io non credaessernimico D'Orlando, soggiungea,
di ciò favello; Acciò eh'
alcun di tanti
a eh' io
lo dico, Mosso a
pietà del caso
strano e fello, Cerchi
o a Parigi
o in altro
luogo amico Ridurlo, fin
che si purghi
il cervulo. Ben so,
se Brandimarte n'
avrà nuova, Sarà per
fame ogni possibil
prova. 47 Era costei
la bella Fiordiligi, Più cara
a Brandimarte che
sé stesso: La qual,
per lui trovar,
venia a Parigi:E
della spada ella
soggiunse appresso, Che discordia
e contese e
gran litigai Tra il
Sericano e'I Tartaro
avea messo; E ch'avuta
l'avea, poiché fii
casso Di vita Mandricardo,
alfin Gradasso. 48 Di
cosi strano e
misero accidente Rinaldo senza
fin si lagna
e duole; Né il
core intenerir men
se ne sente, Che
soglia intenerirsi il
ghiaccio al sole: E
con disposta ed
iramutabil mente, Ovunque Orlando
sia, cercar lo
vuole, Con speme, poi
che ritrovato l'abbia, Di
farlo risanar di
quella rabbia. 52 Del
campo d'Infedeli a
prima giunti La ritrovata
guardia all'improvviso Lasciò Rinaldo
si rotta e
consanta, Ch' un sol non ne
restò, se non
ucciso. Spezzata che lor
fu la prima
punta, I Saracin non
l'avean più da
riso:Che sonnolenti, timidi
ed inermi, Poteano a
tai guerrier far
pochi schermi. 63 Fece
Rinaldo per maggior
spavento Dei Saracini, al
muover dell' assalto, A trombe
e a corni
dar subito vento, E,
gridando, il suo
nome alzar in
alto. Spinse Baiardo, e quel non
parve lento; Che dentro
ali alte sbarre
entrò d'un salto . E
versò cavalier, pestò
pedoni,Ed atterrò trabacche
e padiglioni. 64 Non
fu si ardito
tra il popol
pagano, A cui non
s'arricciassero le chiome, Quando senti
Rinaldo e Montalbano Sonar per
l'aria, il formidato
nome. Fugge col campo
d'Africa l'Ispano, Né perde
tempo a caricar
le some; Ch'aspettar quella
furia più non
vuole, Ch' aver provata
anco si piagne
e duole. Guidon
lo see, e
non fa men
di lui; Né men
fanno i dao
figli d'Oliviero, Alardo e
Ricciardetto e gli
altri dui: Col brando
Sansonetto apre il
sentiero; Aldigiero e Vivian
provar altrui Fan quanto
in arme Puno
e l'altro è
fiero. Cosi fa ognun
che segue Io
stendardo Di Chiaramonte, da
gaerrier gagliardo. 56 Settecento
con lui tenea
Rinaldo In Montalbano e
intorno a quelle
ville, Usati a portar
l'arme al freddo
e al caldo, Non
già più rei
dei Mirmidon d'Achille. Ciascun d'essi
al bisogno era
si saldo, Che cento
insieme non fuggian
per mille; E se
ne potean molti
sceglier fuori, Che d'alcun
dei famosi eran
migliori. 57 E se
Rinaldo ben non
era molto Ricco né
dicittàné di tesoro, Facea
sì con parole
e con buon
volto, E ciò ch'avea
partendo ognor con
loro, Ch'un di quel
numer mai non
gli fu tolto Per
offerire altrui più
somma d'oro. Questi da
Montalban mai non
rimove, Se non lo
stringe un gran
bisogno altrove. 58 Ed
or, perch'abbia il
Magno Carlo aiuto. Lasciò
con poca guardia
il suo castello. Tra
gli African questo
drappel venuto. Questo drappel
del cui valor
favello, Ne fece quel
che del gregge
lanuto Sul falanteo Galeso
il lupo fello, 0
quel che soglia
del barbato, appresso barbaro Cinifio,
il leon spesso. 59
Carlo, eh' avviso
da Rinaldo avuto Avea,
che presso era a Parigi
giunto, E che la
notte il campo
sprovveduto Volea assalir, stato
era in arme
e in punto: E,
quando bisognò, venne
in aiuto Coi Paladini;
e ai Paladini
aggiunto Avea il figliuol
del ricco Monodante, Di
Fiordiligi il fido
e saggio amante; 60
Ch' ella più
giorni per si
lunga via Cercato avea
per tutta Francia
invano. Quivi, all' insegne che
portar solia, Fu da lei conosciuto
di lontano. Come lei
Brandimarte vide pria. Lasciò
la guerra, e
tornò tutto umano, corse
ad abbracciarla: e
d'amor pieno, Mille volte
baciolla, o poco
meno. 61 Delle lor
donne e delle
lor donzelle Si fidar
molto a quella
antica etade. Senz' altra scorta
andar lasciano quelle Per
piani e monti,
e per strane
contrade; Ed aJ ritomo
l'han per buone
e belle. Né mai
tra lor suspiz'ione
accade. Fiordiligi narrò quivi
al suo amante, Che
fatto stolto era
il Signor d'Anglante. Brandimarte si
strana e ria
novella Credere ad altri
a pena avria
potuto; Ma lo credette
a Fiordiligi bella, A
cui già maggior
cose avea creduto. Non
pur d'averlo udito
gli dice ella, Ma
che con gli
occhi propri l'ha
veduto; C ha conoscenza
e pratica d'Orlando, Quanto alcun
altro; e dice
dove e quando: 63
E gli narra
del ponte periglioso. Che Rodomonte
ai cavalier difende, Ove
un sepolcro adoma
e fa pomposo Di
sopravveste e d'arme
di chi prende. Narra
e' ha visto Orlando
furioso Far cose quivi
orribili e stupende; Che
nel fiume il
Pagan mandò riverso, Con
gran periglio di
restar sommerso. 64 Brandimarte,
che'l Conte amava
quanto Si può compagno
amar, fratello o
figlio, di cercarlo, e
di far tanto, Non
ricusando affanno né
periglio, Che per opra
di medico o
d'incanto Si ponga a
quel furor qualche
consiglio, Cosi come trovossi
armato in sella. Si
mise in vìa
con la sua
donna bella. .65 Verso
la parte ove
la donna il
Conte Avea veduto, il
lor cammin drizzare. Di
giornata in giornata,
fin eh' al
ponte, Che guarda il re
d'Algier si ritrovare. La
guardia ne fé'
segno a Rodomonte, E
gli scudieri a
un tempo gli
arrecare L'arme e'I cavalloj
e quel si
trovò in punto" Quando fu
Brandimarte al passo
giunto. 66 Con voce
qual conviene al
suo furore, Il Saracino
a Brandimarte grida: Qualunque tu
ti sia, che,
per errore Di via
0 di mente,
qui tua sorte
guida, Scendi e spogliati
l'arme, e fanne
onore Al gran sepolcro,
innanzi eh' io t'
uccida, E che vittima
all'ombre tu sia
offerto; Ch'io'l farò poi,
né te n'avrò
alcun morto. 67 Non
volse Brandimarte a
quell'altiero Altra risposta dar,
che della lancia. Sprona Batoldo,
il suo gentil
destriero, E inverso quel
con tanto ardir
si lancia, Che mostra
che può star
d'animo fiero Con qnal
si voglia al
mondo alla bilancia: E
Rodomonte, con la
lancia in resta, stretto ponte
a tutta briglia
pesta. 68 II suo
destrier, ch'avea continuo
uso D'andarvi sopra, e far di
quel sovente Quando uno e quando
un altro cader
giuso, Alla giostra correa
sicuramente. L'altro, del corso
insolito confuso, Venia dubbioso,
timido e tremente. Trema anco
il ponte, e
par cader nell'onda. Oltre che
stretto e che
sia senza sponda. I
cavalier, dì giostra
ambi maestri. Che le
lance avean grosse
come travi, qual fur
nei lor ceppi
silvestri. Sidieron colpi non
troppo soavi. Ai lor
cavalli esser possenti
e destri Non giovò
molto agli aspri
colpi e gravi; Che
si versar di
pari ambi sul ponte,
E seco
i signor lor
tutti in un
monte. 73 L'onda si
leva, e li
fa andar sozsopra E
dove è più
profonda lì trasporta: Va
Brandimarte sotto, e
'1 destrier sopri. Fiordiligi dal
ponte afflitta e
smorta E le lacrime
e i voti
e i prìeghi
adopra:Ah Rodomonte, per
colei che morta Tu
riverisci, non esser
si fiero, Ch' affogar
lasci un tanto
cavaliero ! 74 Deh, cortese
Signor, s' unqua tu
amasti, Di me, eh'
amo costui, pietà
ti vegna. Di farlo
tuo prigion, per
Dio, ti basti; Che
s'orni il sasso
tuo di quella
insegna Di quante spoglie
mai tu gli
arrecasti. Questa fia la
più bella e
la più degna. E
seppe si ben
dir, eh' ancorché fosse Si
crudo il re
Pagan, pur lo
commosse; 75 E fé'
che '1 suo
amator ratto soccorse, Che
sotto acqua il
destrier tenea sepolto, E
della vita era
venuto in forse, senza
sete avea bevuto
molto. Ma aiuto non
però prima gli
porse. Che gli ebbe
il brando e
di poi l'elmo
tolto. Dell'acqua mezzo morto
il trasse, e
porre Con molti altri
lo fé' nella
sua torre. 70 Nel
volersi levar con
quella fretta Che lo
spronar de' fianchi insta
e richiede, L'asse del
ponticel lor fii
si stretta, Che non trovare
ove fermare il
piede; Si che una
sorte ugnale ambi
li getta Nell'acqua; e
gran rimbombo al
cìel ne riede, Simile
a quel ch'uscì
del nostro fiume. Quando
ci cadde il
mal rettor del
lume. 71 I duo
cavalli andar con
tutto '1 pondo Dei
cavalier, che steron
fermi in sella, A
cercar la riviera
insin al fondo, Se
v'era ascx)sa alcuna
Ninfa bella. Non è già il
primo salto né
'1 secondo, Che giù
del ponte abbia
il Pagano in
quella Onda spiccato col
destriero audace; Però sa
ben come quel
fondo giace:72 Sa
dove è saldo,
e sa dove é più
molle Sa dove
è l'acqua bassa,
e dove è
alta. Dal fiume il
capo e il petto e
i fianchi estolle, E
Brandimarte a gran
vantaggio assalta. Brandimarte il
corrente in giro
tolle: Nella sabbia il
destrier, che'l fondo
smalta Tutto si ficca,
e non può
riaversi, Cn rischio di
restarvi ambi sommersi. 76
Fu nella donna
ogni allegrezza spenta, prigion vide
il suo amante
gire Ma di questo
pur meglio si
contenta, Che di vederlo
nel fiume perire. Di
sé stessa, e
non d'altri, si
lamenta, Che fu cagion
di farlo qui
venire, Per avergli narrato
eh' avea il
Conte Riconosciuto al periglioso
ponte. 77 Quindi si
parte, avendo già
concetto menarvi Rinaldo paladino, 0
il Selvaggio Guidone,
o Sansonetto, 0 altri
della corte di
Pipino, In acqua e
in terra cavalier
perfetto Da poter contrastar
col Saracino; Se non
più forte, almen
più fortunato Che Brandimarte
suo non era
stato. 78 Va molti
giorni, prima che
s'abbatta In alcun cavalier
ch'abbia sembiante D'esser come
lo vuol, perchè
combatta Col Saracino, e
liberi il suo
amante. Dopo molto cercar
di persona atta Al
suo bisogno, un
le vien pur
avante, Che soprawesta avea
ricca ed ornata, A
tronchi di cipressi
ricamata. Stanza 70. Chi costui
fosse, altrove ho da narrarvi; Che
prima ritornar voglio
a Parigi, E del'a
gran sconfitta seguitarvi, Ch' a
Mori die Rinaldo
e Malagigi. Quei che
fuggirò, io non
saprei contarvi, Né quei
che fur cacciati
ai fiumi stigi. Levò
a Turpino il
conto Paria oscura, Che
di contarli s'avea
preso cura. 80 Nel
primo sonno dentro
al padiglione Dormia Àgramante;
e un cavalier
lo desta, Dicendogìi che
fia fatto prigione, Se
la foga non
è via pili
che presta. Guarda il
Re intomo, e
la confusione Vede de' suoi,
che van senza
far testa Chi qua
chi ]à fuggendo
inermi e nudi, Che
non han tempo
di pur tor
gli scudi. 81 Tutto
confuso e privo
di consiglio Si facea
porre indosso la
corazza, Quando con Falsiron vi
giunse il figlio Grandonio, e
Balugante, e quella razza; £
al re Àgramante
mostrano il periglio Di
restar morto o
preso in quella
piazza; E che può
dir, se salva
la perna, Che Fortuna
gli sia propizia
e buona. 82 Cosi
Marsilio e cosi
il buon Sobrino, E
cosi dicon gli
altri ad una
voce, Ch' a sua
distruzion tanto è
vicino, Quanto a Rinaldo
il qual ne
vien veloce; Che s'aspetta
che giunga il
Paladino Con tanta gente,
e un uom
tanto feroce. Render certo
si può ch'egli
e i suo' amici Rimarran morti,
o in man
degli nimicL Ma ridur
si può in
Arli o sia in Narbona Con
quella poca gente
e' ha d'intorno; Che runa
e l'altra terra
è forte e
buona Da mantener la
guerra più d'un
giorno: E quando salva
sia la sua
persona, Si potrà vendicar
di questo scorno. Rifacendo l'esercito
in un tratto. Onde
alfin Carlo ne
sarà disfatto. 84 II
re Àgramante al
parer lor s'attenne. Benché il
partito fosse acerbo
e duro. Andò verso
Arli, e parve
aver le penne, Per
quel cammin che
più trovò sicuro. alle
guide, in gran
favor gli venne, Ventimila tra
d'Africa e di
Spagna Fur, eh' a Rinaldo
uscir fuor della
ragna. 85 Quei ch'egli
uccise, e quei
che i suoi
fratelli, Quei che i duo figli
del signor di
Vienna, Quei che provaro
empj nimici e
felli I settecento a
cui Rinaldo accenna, E
quei che spense
Sansonetto, e quelli Che
nella fuga s' affogaro
in Senna, Chi potesse
contar, conteria ancora Ciò
che sparge d'aprii
Favonio e Flora. Istima
alcun che Malagigi
parte Nella vittoria avesse
della notte; Non che
di sangue le
campagne sparte Fosser per
lui, né per
lui teste rotte; Ma
che gì' infernali
angeli per arte Facesse
uscir dalle tartaree
grotte, E con tante
bandiere e tante
lance, Ch'insieme più non
ne porrian due
Franco:87 E che
facesse udir tanti
metalli. tamburi, e tanti
vari suoni. Tanti annitriri
in voce di
cavalli. Tanti gridi e
tumulti di pedoni, Che
risonare e piani
e monti e
valli Dovean delle longinque
regioni; Ed ai Mori
con questo un
timor diede, Che li
fece voltare in
fuga il piede. 88
Non si scordò
il re d'Africa
Ruggiero, Ch' era ferito
e stava ancora
grave. Quanto potè più
acconcio s'un destriero Lo
fece por, ch'avea
l'andar soave; E poi
che l'ebbe tratto
ove il sentiero più
sicuro, il fé' posare
in nave, verso Arli
portar comodamente, Dove s'avea
a raccòr tutta
la gente, 89 Quei
eh' a Rinaldo e
a Carlo dièr
le spalle (Fur, credo,
cento mila o poco manco), Per
campagne, per boschi
e monte e
valle Cercare uscir di
man del popol
franco; Ma la più
parte trovò chiuso
il calle, E fece
rosso ov'era verde
e bianco. Cosi non
fece il re
di Serìcana, Ch'avea da
lor la tenda
più lontana: 90 Anzi,
come egli sente
che '1 Signore Di
3[ontalbano é questo
che gli assalta. Gioisce di
tal giubilo nel
core, Che qua e
là per allegrezza
salta. Loda e ringrazia
il suo sommo
Fattore, Che quella notte
gli occorra tant'alta E
sì rara avventura,
d'acquistare Baiardo, quel destrier
che non ha
pare. 91 Ayea quel
Re gran tempo
desiato (Credo ch'altrove voi
l'abbiate letto) aver
la buona Durindana
a lato, E cavalcar
quel corridor perfetto. E
già con più
di centomila armato Era
venuto in Francia
a questo effetto; E
con Rinaldo già
sfidato s' era Per quel
cavallo alla battaglia
fiera:92 E sul
lite del mir
s'era condutto Ove dovea
la pugna diffiuire; Ma
Malagigi a turbar
venne il tutto, Che
fé' il cugin, mal
grado suo, partire, Avendol sopra
un legno in
mar ridutto. Lungo saria
tutta l'istoria dire. Da
indi in qua
stimò timido e vile
Sempre Gradasso il
Paladin gentile. 93 Or
che Gradasso esser
Rinaldo intende Costai ch'assale
il campo, se
n'allegra. Si veste l'arme,
e la sua
Alfana prende, E cercando
lo va per
l'aria negra: E quanti
ne riscontra, a
terra stende; Ed in
confuso lascia afflitta
ed egra La gente
o sia di
Libia o sia
di Francia: Tutti li
mena a un
par la buona
lancia. 94 Lo va
di qua, di
là tanto cercando, Chiamando spesilo
e quanto può
più forte, E sempre
a quella parte
declinando. Ove più folte
son le genti
morte, Ch'alfin s'incontra in
lui brando per
brando; le lance loro
ad una sorte Eran
salite in mille
scheggio rotte Sin al
carro stellato della
Nott 95 Quando Gradasso
il Paladin gagliardo,
e non perchè
ne vegga insegna, Ma
per gli orrendi
colpi, e per
Baiardo Che par che
sol tutto quel
campo tegna; Non è,
gridando, a improverargli
tardo La prova che
di sé fece
non degna:Ch'ai dato
campo il giorno
non comparse, Che tra
lor la battaglia
dovea farse. 96 Soggiunse
poi: Tu forse
avevi speme, Se potevi
nasconderti quel punto, Che
non mai più
per raccozzarci insieme Fossimo al
mondo: or vedi
ch'io t'ho giunto. Sie
certo, se tu
andassi nell'estreme Fosse di
Stige, o fossi
in cielo assùnto, Ti
seguirò, quando abbi
il destrier teco. Nell'alta luce,
e giù nel
mondo cie"e. Se d'aver
meco a far
non ti dà
il core. E vedi
già che non
puoi starmi a
paro, E più stimi
la vita che
l'onore, Senza periglio ci
puoi far riparo, Quando mi
lasci in pace
il corridore; viver puoi,
se sì t' è
il viver caro:Ma
vivi a pie,
che non merti
cavallo, S'alia cavalleria fai
sì gran fallo. 98
A quel parlar
si ConRicciardetto il
cavalier Selvaggio; E le
spade ambi trasser
egualmente . Per far parere
il Serican mal
saggio. Ma Rinaldo s' oppose
immantinente, E non pati
che se gli
fèsse oltraggio, Dicendo: Senza
voi dunque non
sono A chi m' oltraggia
per risponder buono?99
Poi se ne
ritornò verso il
Pagano, E disse: Odi,
Gradasso; io voglio
farte. Se tu m'ascolti,
manifesto e piano Ch'io
venni alla marina
a ritrovarte; poi ti
sosterrò con l'arme
in mano, t' avrò detto
il vero in
ogni parte; E sempre
che tu dica,
mentirai, Ch'aUa cavalleria mancass'io
mai. 100 Ma ben
ti priego che
prima che sia Pugna
tra noi, che
pianamente intenia La giustissima
e vera scusa
mia, Acciò eh' a
torto più non
mi riprenda; E poi
Baiardo al termine
di pria noi vorrò
eh' a piedi
si contenda Da solo
a solo in
solitario lato. Si come
appunto fu da
te ordinato. 101 Era
cortese il re di Sericana, Come ogni
cor magnanimo esser
suole; Ed è contento
udir la cosa
piana, E come il
Paladin scusar si
vuole. Con lui ne
viene in ripa
alla fiumana, Ove Rinaldo
in semplici parole sua
vera istoria trasse
il velo, E chiamò
in testimonio tutto
'l cielo:102 E
poi chiamar fece
il figliuol di
Buovo, che di questo
era informato appieno; Ch'a
parte a parte
replicò di nuovo L'incanto, uè
disse più né
meno. Soggiunse poi Rinaldo:
Ciò ch'io provo Col
testimonio, io vo'che
l'arme sieno, Che ora,
ed in ogni
tempo che ti
piace. Te n'abbiano a
far prova più
verace. 11 re Gradasso,
che lasciar non
volle Per la seconda
la querela prima, Le
scuse di Rinaldo
in pace tolle; Ma
se son vere
o false, in
dubbio stima. Non tolgon
campo più sul lito
molle Di Barcellona, ove lo tolser
prima; Ma s'accordaro per T altra
mattina Trovarsi a una
fontana indi vicina: 108
E più degli
altri il frate
di Viviano Stava di
questa pugna in
dubbio e iu
tema; Ed anco volentier
vi porrla mano, Per
farla rimaner d'effetto
scema:Ma non vorria
che quel da
Montai bano Seco venisse a
inimicizia estrema; Ch anco
avea di qnell' altra
seco sdegno, Che gli
turbò, quando il
levò sul legao. 104
Ove Rinaldo seco
abbia il cavallo, posto sia
comunemente in mezzo. Se'l
Re uccide Rinaldo,
o il fa
vassallo. Se ne pigli
il destrier senz'
altro mezzo:Ma se
Gradasso è quel
che faccia fallo, Che
sìa condotto alP ultimo
ribrezzo, O, per più
non poter, che
gli si renda, Da
lui Rinaldo Durindana
prenda. 105 Con maraviglia
molta, e più
dolore. Cerne v'ho detto,
avea Rinaldo udito Da
Fiordiligi bella, ch'era
fuore Deir intelletto il
suo cugino uscito. Avea dell'arme
inteso anche il
tenore, E del litigio
che n'era seguito; E
ch'insomma Gradasso avea
quel brando Ch'ornò di
mille e mille
palme Orlando. 106 Poi
che furon d'accordo,
ritomosse Il re Gradasso
ai servitori sui; Benché
dal Paladin pregato
fosse Che ne venisse
al alloggiar con
lui. Come fu giorno,
il re pagano
armosse:Così Rinaldo: e giunsero
ambedui Ove dovea non
lungi alia fontana 110. Delia battaglia
che Rinaldo avere Gradasso dovea
da solo a
solo, Parean gli amici
suoi tutti temere; E
innanzi il caso
ne faceano duolo. Molto
ardir, molta forza,
alto sapere Gradasso; ed or che
del figliuolo gran Milone
avea la spada
al fianco, Di timor
per Rinaldo era
ognun bianca. 109 Mastianogli
altriin dubbio, in
tema, in doglia; se
ne va lieto
e sicuro. Sperando eh'
ora il biasmo
se gli toglia, Si
che quei da
Pontieri e d'Altafoglia Faccia cheti
restar, come inai
furo. Va con baldanza
e sicurtà di
core Di riportarne il
trionfale onore. Poi che
l'un quinci e
l'altro quindi giunto Fu
quasi a un
tempo in su la chiara
fonte, S' accarezzare; e fero a punto
a punto Cosi serena
ed amichevol fronte. Come
di sangue e
d'amistà congiunto Fosse Gradasso
a quel di
Chiaramente. Ma come
pois'andasseroaferire,.Vivoglio a un'altra
volta differire. N O TB.
St. 5.
V.36. Murmure: parole
mormorate nel far grincantesimi. Immagine: Agore magiche,
adoperate per lo stesso
efifetto. Saga: voce
latina, vai quanto presaga" che
conosce o predice
il futaro, maga,
indo vina, incantatrice.
Zoroastro: re de'Battrìani: creduto inventore dell'arte
magica. St. 12. V.1.
Ricciardo. Qui e
nella stanza 94 del
canto antecedente, TAriosto
distingue Ricciardo da Ric
ciardetto. St. 22. y.
3. Rezzo, Fombra
della notte. St. 26.
V.4. Il pigro
Arturo: una delle stelle
vi cine al Polo artico;
e Tepiteto che
le dà il
Poeta è re lativo alla maggior
prestezza, con che
le altre stelle
più discoste dal Polo
terminano l'apparente loro
rivolgersi iotomo alla Terra. St.
34. V.12. Non,
per andar, di
ragionar la sciando, Non, ecc.
Il poeta imitò
Dante, Inf., IV,
64: Non laaciavam rondar,
perch'ei dicessi; e,
meglio, Purg., XXIV, 12:
Né il dir
l'andar, né l'andar
lu più lento Facea,
ma ragionando amdavam
forte. St. 38. V.3.
Sciamilo: sorta di drappo. St.
41. V.12. In
urta: in odio.
Per Truffaldin: uomo di
mal aflkre, per
cui Grifone, Aquìlante
e Rinaldo vennero un
tempo a contesa. St.
49. V.7. Vigilia:
cosPchiamavasi dai Romani ognuna
delle quattro parti
incuidivìdevanola notte; e tal
denominazione traevano dal
vigilare o vegliare delle sentinelle,
dette similmente vigiles.
La terza vi gilia sarebbe dalla
mezzanotte alle tre. St.
50. V.47. Alla
nutrice antiqua: alla
terra. Ed orsi
e capre, ecc.
indica diverse costellazioni, alle quali
i poeti e
gli astronomi diedei'o
i nomi di
vari ani t mali;
come le due
Orse, la Capra
AmaUea, e il Ser
pente, che si
accennano nel quinto
verso. Ai mof gior
lampo: alla luce
del sole, o
durante H giorni St.
51. V.5. Ascolta,
o scolta: sentinella; ma qsi
è da
intendersi un numero
di soldati cbe
stanno a gmr dia,
detto oggi corpo
di guardia. St. 53.
V.8. Trabacche: casotti
posticci di legno
o di tela, sostenuti
da travicelli, per
alloggiare i soldati in
accampamento. Padiglioni:
tende, sotto cui
allog giavano i capi deiresercito
accampato. St. 54. V.4.
Formidato: paventato. St.
56. V.4. Non
già più rei
dei Mirmidon d'Achille. non inferiori
in valore ai
Mirmidoni, condotti da
Adiill all'assedio di Troia. St.
58. V.5a Sul
falanteo Galeso: finme noo
tos tano da Taranto che
credesi edificata da
Falanto; e qn si
prende per tutta
la regione Tarentina,
le coi pecore (il
gregge lanuto) producono
lana di molto
pregio. Del barbato: del
gregge caprino. Il
barbaro dnifiù: il fiumeMagra
in Africa, detto
dai Latini Ofn o
CyniphuSf lungo il
quale pascevano capre,
fi detto barbaro perchè
d'Africa. St. 6a V.2.
Difende: vieta, impedisce. Vedi
al Canto XIV, St.
7, e al Canto XXVII,
St. 77. ST. 70. y. 7S.
Del nostro fiume: del
Po Zi mal rettor
del lume: Fetonfe
precipitato nel Po. St.
87. y. 3.
Annitriri: nitriti St. 102. v.1.
2/ figliuol di
Buovo: Malagtgi St. 104. v.6.
All'ultimo ribrezzo: al
freddo della morte. St. 109.
v.5. Pontieri e
Alta foglia. Due
castelli dei Maganzesi. Cure di
Afframante iirr l'inforzai
e l'esercito Bradamaitt", ingelosita di
Rupjiero per caiùn
di Mai fisa
partu dal auo cartello,
e capita alla
locta di Tri
stana Ivi é
obbli gsita a combattere
con tr ]>i
incJpi; e dopo
averli tolti di sella,
ode l'origine ài
qull usanza. Sovvienimi eli e
cantare io vi
doTca (Già lo prò
miai j e
poi ra' uscì
di mente) D'una sospìion
che fatto avea La
bella dùima (ìi
Ruggier dolente. Dell'altra più
spiacevole e più
rea, E di più
acuto e Tetieiioso
dente Che, per
quel di' ella udì
da Ricciardetto, A de
varare il cor
T entrò nel petto.
2 Dovea
cantarne, ed altro
incominciai, Pere li è
Rinaldo in meiszo
sopravvenne E poi (niidon
ìlì die che
fare assai, i he tra
cannnìiio a bada
un pezo il
tenne, D una cosa
in un'altra in
modo entrai, Che mal
di Bradamante mi
sovvenne. Sovvìenmene ora, e vo
narrarne innanti Che di
Rinaldo e di
Gradasso io canti. 3
Ma bisogna anco,
prima ch'io ne
parli, Che d'Àgramante io
vi ragioni nn
poco, Oh' avea ridotte
le relìquie in
Arli, Che gli restar
del gran notturno
fuoco; Quando a raccor
lo sparso campo,
e a darli Soccorso e
vettovaglie era atto
il loco: L'Africa incontra,
e la Spagna
ha vicina . Ed è
in sul fiume
assiso alla marina. stanza 9. Per
tutto 'l regno fa
scriver Marsilio Gente a
piedi e a
cavallo, e trista
e buona. Per forza
e per amore
ogni navilio Atto a
battaglia s'arma in
Barcellona. Agramante ogni dì
chiama a concilio; Né
a spesa né
a fatica si
perdona. Intanto gravi esazioni
e spesse Tutte hanno
le città d'Africa
oppresse. Egli ha fatto
offerire a Rodomonte, Perché ritorni
(ed impetrar noi
pnote). Una cugina sua,
figUa d'Almonte, E'I bel
regno d'Oran dargli
per dote. Non si
volse V altier
muover dal ponte, Ove
tantarme e tante
selle vote Di quei
che son già
capitati al passo. Ha
ragunate, che ne
copre il sasso. Già
non volse Marfisa
imitar Tatto Di Rodomonte: anzi com'
ella intese Ch' Agramante da
Carlo era dis&tto, Sue gentimorte,saccheggiate e
prese, E che con
pochi in Arli
era ritratto, Senza aspettare
invito, il cammin
prese, Venne in aiuto
della sua corona, E
r aver gli
profferse e la
persona:7 E gli
menò Brunello, e
gli ne fece Libero
dono, il qual
non avea oflfeso. L'avea tenuto
dieci giorni e
diece Notti sempre in
timor d'essere appeso:E
poiché né con
forza né con
prece Da nessun vide
il patrocinio preso. si
sprezzato sangue non
si volse Bruttar l'altiere
mani, e lo
disciolse. Tutte r antique
ingiurie gli rimesse, E
seco in Arli
ad Agramante il
trasse. Ben dovete pensar
che gaudio avesse Il
Re di lei
eh' ad aiutarlo andasse:E
del gran conto
eh' egli ne
facesse, Volse che Brunel
prova le mostrasse; Che quel,
di eh' ella
gli avea fatto
cenno, Di volerlo impiccar,
fé' da buon senno. Il
manigoldo, in loco
occulto ed ermo. Pasto
di corvi e
d'avoltoi lasciollo.
Ruggier, eh' un'
altra volta gli
fu schermo, E che'l
laccio gli avria
tolto dal collo, La
giustizia di Dio
fa eh' ora infermo S'ò
ritrovato, ed aiutar
non puoUo: E quando
il seppe era
già il fatto
occorso; Si che restò
Brunel senza soccorso. 10 Intanto
Bradamante iva accusando Che
cosi lunghi sian
quei venti giorni, Li
quai finiti, il
termine era, quando A
lei Ruggiero ed
alla Fedetomi.Achiaspetta di
carcere o di
bando Uscir, non par
che '1 tempo
più soggiorni A dargli
libertade, o dell' amata Patria vista
gioconda e desiata. In
quel duro aspettare
ella talvolta Pensa ch'£to
e Piróo sia
fatto zoppo, 0 sia
la mota guasta;
eh' a dar volta Le
par che tardi,
oltr' air usato
troppo. Più lungo di
quel giorno a
cui, per molta Fede,
nel cielo il
giusto Ebreo fé'
intoppo; Più della notte
ch'Ercole produsse, Parea lei
ch'ogni notte, ogni
di fusse. 12 0
quante volte da
invidiar le diero E
gli orsi e
i ghiri e i sonnacchiosi
tassi ! Che quel tempo
voluto avrebbe intero Tutto
dormir, che mai
non si destassi; Né
potere altro udir,
finché Ruggiero Dal pigro
sonno lei non
richiamassi. Ma non pur
questo non può
fsa, ma ancora Non
può dormir di
tutta notte un'
ora. 13 Di qua
di là va
le noiose piume Tutte
premendo, e mai
non si riposa. Spesso aprir
la finestra ha
per costume, Per veder
s'anco di Titon
la sposa Sparge dinanzi
al mattutino lume Il
bianco giglio e
la vermiglia rosa: Non
meno ancor, poi
che nasciuto é'I
giorno, Brama vedere il
ciel di stelle
adomo. 14 Poi che
fu quattro o
cinque giorni appresso 11
termine a finir,
piena di spene Stava
aspettando d'ora in
ora ilmessoChe le
apportasse: Ecco Ruggier
che viene. Montava sopra
un'alta torre spesso, Ch'i
folti boschi e
le campagne amene Scoprìa
d'intorno, e parte
della via Onde di
Francia a Montalban
si ga. 15 Se
di lontano o
splendor d'arme vede, 0
cosa tal eh' a
cavalier simiglia, Che sia
il suo disiato
Ruggier crede, rasserena i
begli occhi e le ciglia: Se
disarmato o viandante
a piede. Che sia
messo di lui
speranza piglia; E sebben
poi fallace la
ritrova. Pigliar non cessa
una ed un'altra
nuova. 16 Credendolo incontrar,
talora armossi, Scese dal
monte, e giù
calò nel piano:Né
lo trovando, si
sperò che fossi Per
altra strada giunto
a Montalbano; E col
disir con ch'avea
i piedi mossi Fuor
del Castel, ritornò
dentro invano: Né qua
né là trovollo;
e passò intanto Il
termine aspettato da lei tanto. 17
II termine passò
d'uno, di dui, Di
tre giorni, di
sei, d'otto e
di venti; Né vedendo
il suo sposo,
né di lui Sentendo
nuova, incominciò lamenti Ch'avrian mosso
a pietà nei
regni bui Quelle Furie
crinite di serpenti; E
fece oltraggio a' begli
occhi divini, Al bianco
petto, agli aurei
crespi crini. stanza 14. 18
Dunque fia ver,
dicea, che mi
convegna Cercare un che mi fugge
e mi s'asconde? Dunque debbo
prezzare un che mi sdegna? Debbo pregarchimai non
mi risponde? Patirò che
chi m'odia, il
cor mi tegna? Un
che si stima
sue virtù profonde, Che
bisogno sarà che
dal ciel scenda Immortai Dea
che'l cor d'amor
gli accenda? 19 Sa
questo altìer chìo
Taino e ch'io
Padoro; Né mi vuol
per amante, né
per serva. n cnidel
sa che per
lai spasmo e
moro; E dopo morte
a darmi aiuto
serva. E perchè io
non gli narri
il mio mart6ro, Atto
a piegar la
sua voglia proterva, Da
me s'asconde, come
aspide suole, Che, per
star empio, il
canto udir non
vuole. 20 Deh ferma,
Amor, costui che
cod sciolto Dinanzi al
lento mio correr
s' affretta; 0 tornami nel
grado onde m'hai
tolto. Quando né a
te né ad
altri era suggetta! Deh
come é il mio sperar
fallace e stolto, Ch'in
te con prìeghi
mai pietà si
metta; Che ti diletti,
anzi ti pasci
e vivi Di trar
dagli occhi lagriraosi
rivi! 21 Ma di che devo
lamentarmi, ahi lassa ! Fuorché del
mio desire irrazionale? Ch'alto mi
leva, e si
nell'aria passa. Ch'arriva in
parte ove s'ahhrucia
l'ale; Poi, non potendo
sostener, mi lassa Dal
ciel cader: né
qui finisce il
male; Che le rimette,
e di nuovo
arde: ond'io Non ho
mai fine al
precipizio mio. 22 Anzi,
via più che
del disir, mi
deggio Di me doler,
che si gli
apersi il seno; Onde
cacciata ha la
ragion di seggio, Ed
ogni mio poter
può di lui
meno. Quel mi trasporta
ognor di male
in peggio. Né lo
posso frenar, che
non ha freno:E
mi fa certa
che mi mena
a morte, Perch' aspettando
il mal noccia
più forte. 23 Deh
perchè voglio anco
di me dolermi? Ch'error, se
non d'amarti, unqua
commessi?Che maraviglia, se
fragili e infermi Femminil sensi
far subito oppressi? Perchè dove v' io
usar ripari e
schermi. Che la somma
beltà non mi
piacessi, alti sembianti, e
le saggie parole? Misero è
ben chi veder
schiva il Sole ! 24
Ed oltre al mio destino,
io ci fui
spinta Dalle parole altrui
degne di fede. Somma
felicità mi fu
dipinta. Ch'esser dovea di
questo amor mercede. Se
la persuasione, oimè !
fii finta. Se fu
inganno il consiglio
che mi diede Merlin,
posso di lui
ben lamentarmi; 3Ia non
d'amar Rngier posso
ritrarmi. 25 Di Merlin
pos5o e di
Melissa insieme Dolermi, e mi dorrò
d'essi in etemo; Che
dimostrare i frutti
del mio seme Mi
féro dagli spirti
dello 'nferno, Per pormi
sol con questa
falsa speme In servitù: né
la cagion disoemo, Se
non ch'erano forse
invidiosi De' miei dolci, sicuri,
almi riposi 26 3
l'occupa il dolor,
che non avanza Loco,
ove in lei
conforto abbia rioetto: Ma,
malgrado di quel,
vien la speranza, E
vi vuole alloggiare
inmezzo il petto. Rinfrescandole pur la rimembranza Di quel
ch'ai suo partir
l'ha Roggier detto, E
vuol, centra il
parer degli altri
affetti, Che d'ora in ora il
suo ritomo aspetti. Questa speranza
dunque la sostauie, Finiti i
venti giorni, un
mese appresso; Sì che
il dolor sì
forte non le
tenne, Come tenuto avria,
l'animo oppresso. Un di
che per la
strada se ne
venne, Che per trovar
Ruggier solea fer
speoso. Novella udi la
misera, ch'insieme Fé' dietro
all' altro ben fuggir
la speme. 28 Venne
a incontrare un
cavalier guascone Che dal
campo african venia
diritti. Ove era stato
da quel di
prigione. Che fu innanzi
a Parigi il
gran conflitto. Da lei
fu molto posto
per ragione, Finché si
venne al termine
prescritto. Domandò di Ruggiero,
e in lui
fermosje; Né fuor di
questo segno più
si mose. 29 n
cavalier buon conto
ne rendette; Che ben
conoscea tutta quella
corte: E narrò di
Ruggier, che contrastette Da solo
a solo a
Mandricardo forte; E come
egli 1 uccise, e poi ne
stette Ferito più d'un
mese presso a
morte: E s'era la
sua istoria qui
conclusa, Fatto avria di
Ruggier la vera
esco". 30 Ma come
poi sounse, una
donzella Esser nel campo,
nomata Marfisa, Che men
non era, che
gagliarda, bella, Né meno
esperta d'arme in
ogni guisa, Che leiRuggiero
amava, e Ruggiero
ella; Ch' egli da
lei, eh' ella
da lui divisa Si
vedea raro; e
ch'ivi ognuno crede Che
s! abbiano tra
lor data la
fède; stanza E che,
come Ruggier si
faccia sano, Il matrimonio
pubblicar si deve; E
ch'ogni Re, ogni
Principe pagano Gran piacere
e letizia ne
riceve:Che dell' uno e
delP altro sopranmano Conoscendo il
valor, sperano in
breve Far una razza
d'uomini da guerra, La
pia gagliardi che
mai fosse in
terra. 82 Credea il
Guascon quel che
dicea, non senzi Cagion;
che neir esercito
de' Mori Opinione e universal
credenza, E pubblico parlar
n'era di fuori. I
molti seg di
benivolenza Stati tra lor
facean questi romori; Che
tosto, 0 baona
o ria che
la fama esce Fuor
d'una bocca, in
infinito cresce. 33 L'esser
venuta a' Mori
ella in aita Con
lui, uè senza
lai comparir mai, Avea
questa credenza stabilita; Ma
poi l'avea accresciuta
pur assai, essendosi del
campo già partita, Portandone Brunel,
come h contai, Senza
esservi d'alcuno richiamata, Sol par
vedir Rogier v'era
tornata. 34 Sol per
lui visitar, che
gravemente Languia ferito, in
campo venuta era Non
una sola volta,
ma sovente: Vi stava
il giorno, e
si parda la
sera:E molto più
da dir dava
alla gente; Ch' essendoconosciuta
cosi altiera, Che tutto '1
mondo a so
le parca vile. Solo
a Ruggier fosse
benigna e umile. 35
Come il Guascon
questo affermò per
vero, Fu Bradamante da
cotanta pena, Da cordoglio
assalita cosi fiero, Che
di quivi cader
si tenne a
pena. Voltò, senza far
motto, il suo
destriero, Di gelosia, d'ira
e di rabbia
piena; E, da sé
discacciata ogni speranza. Ritornò furibonda
alla sua stanza:36
E senza disarmarsi,
sopra il letto, Col
viso volta in
giù, tutta si
stese, Ove per non
gridar, si che
sospetto Di sé facesse,
i panni in
bocca prese, E ripetendo
quel che l'avea
detto II cavaliere, in tal dolor
discese. Che più non lo potendo
sofferire, Fu forza a
disfogarlo, e cosi
a dire:37 Misera!
a chi mai
più creder debb'io? Vo'dir ch'ognuno
é perfido e
crudele, Se perfido e
orudel sei, Ruggier
mio, Che si pietoso
tenni e si
fedele. Qual crudeltà, qual
tradimento rio Unqua s'uli
per triache querele, Che
non trovi minor,
se pensar mai Al
mio merto e
al tuo debito
vorrai?38 Perché, Ruggier,
come di te
non vive Cavalier di
più ardir, di
più bellezza, Né che
a gran pezzo
al tuo valore
arrive, Né a' tuoi
costumi, né a
tua gentilezza; Perché non
fai che, fra
tue illustri e dive
Virtù, si dica
ancor ch'abbi fermezza? Si
dica eh' abbi
invì'olabil fede, A chi
ogni altra virtù s'inchina
e cede? 39 Non
sai che non
compar, se non
v'é quella, Alcun valore,
alcun nobil costume? Come
né cosa (e
sia quinto vuol
bella) Si può vedere
ove non splenda
lume. Facil ti fu
ingannare una donzella. Di
cui tu sigQor
eri, idolo e
nume; A cui potevi
far con tue
parole Creder che fosse
oscuro e fre
Ido il Sole. 40
Crudel, di che
peccato a doler
t'hai. Se d'uccider chi
t'ama non ti
penti? Se '1 mancar
di tua fé
si leggier fai, Di
ch'altro peso il
cor gravar ti
senti? Come tratti il
nimico, se tu
d&i A me, che t'
amo si,
questi tormenti?Ben dirò
che giustizia in
oiel non sia, S'a
veder tardo la
vendetta mia. 41 Se
d'ogn' altro peccato
assai più quello Dell'empia ingratitudine
l'nom grava, E per
questo dal ciel
l'Angel più bello Fu
relegato in parte
oscura e cava; E
se gran fallo
aspetta gran flagello, Quando debita
emenda il cor
non lava; Guarda eh'
aspro flagello in
te non scenda, Che
mi se' ingrato, e
non vuoi farne
emenda. 42 Di furto
ancora, oltre ogni
vizio rio, Di te"
crudele, ho da
dolermi molto. Che tu mi tenga
il cor, non
ti dico io; Di
questo io vo'
che tu ne
vada assolto:Dico di
te che t'eri
fatto mio, E poi
centra ragion mi
ti sei tolto. Renditi, iniquo,
a me; che tu sai
bene Che non si può
salvarchil'altrui tiene. 48 Tu
m'hai, Rnggier, lasciaU:
io te non
voglio, Né lasciarti volendo
anco potrei: Ma, per
uscir d'affanno e
di cordoglio, Posso e
voglio finire i
giorni miei. Di non
morirti in grazia
sol mi doglio; Che
se concesso m'avessero
i Dei Ch'io fossi
morta quando t'era
grata, Morte non fu
giammai tanto beata. 44
Cosi dicendo, di
morir disposta, Salta del
letto, e di
rabbia infiammata pon la
spada alla sinistra
costa; Ma si ravvede
poi che tutta
è armata. Il miglior
spirto in questo
le s'accosta, £ nel
cor le ragiona:
0 donna nata Di
tant'alto lignaggio, adunque
vuoi Finir con si
gran biasmo i
giorni tuoi? 49 Senza
scudiero e senta
compagnia Scese dal monte,
e si pose
in cammiBo Verso Parigi
alla più dritta
via, Ove era dianzi
il campo Saracino; la
novella ancora non
s'udia Che l'avesse Rinaldo
paladino. Aiutandolo Carlo e
Malagigi, Fatto tor dall'assedio
di Parigi. 50 Lasciati
avea i Cadorci
e la cittade Di
Caorse alle spalle,
e tatto 1
monte Ove nasce Dordona,
e le contrade Scopria di
Monferrante e di
Clarmonte; Quando venir per le medesme
strade Vide una donna
di benigna fronte, Ch'uno scudo
all'arcione avea attaccato; £
le venian tre
cavalieri a lato. 5
Non è meglio
ch'ai campo tu
ne vada, Ove morir
si può con laude
ogn'ora? Quivi s'avvien ch'innanzi
a Ruggier cada. Del
morir tuo si
dorrà forse ancora; Ma
s' a morir t' avvien
per la sua
spada, Chi sarà mai
che più contenta
mora? è l>en che
di vita ti
privi, Poich' è cagion
eh' in tanta
pena vivi. 46 Verrà
forse anco che,
prima che muori, Farai
vendetta di quella
Marfisa Che t'ha con
fraudi e disonesti
amori, Da te Ruggiero
alienando, uccisa. Qaesti pensieri
parvero migliori Alla donzella;
e tosto una
divisa Si fé' su l'arme,
che volea inferire Disperazione, e
voglia di morire. 47
£ra la sopravveste
del colore In che
rìman la foglia
che s'imbianca Quando del
ramo è tolta,
o che l'umore Che
facea vivo l'arbore,
le manca. Ricamata a
tronconi era, di
fùore, Di cipresso che
mai non si
rinfranca, Poich' ha sentita la
dura bipenne: L'abito al
suo dolor molto
convenne. 48 Tolse il
destrier ch'Astolfo aver
solea, E quella lancia
d'òr, che, sol
toccando, Cader di sella
i cavalier facea.
Perchè la le
die Astolfo, e
dove e quando, Non
credo che bisogni
ir replicando. Ella la
tolse, non però
sapendo Che fosse del
valor, ch'era stupendo. 51
Altre donne e
scudier venivano anco, Qual
dietro e qual
dinanzi, e in
lunga schieri. Domandò ad
un che le
passò da fianco. La
figliuola d'Amen, chi
la donna era; £
quel le disse:
Al re del
popol franco Questa donna,
mandata messaggiera Fin di
là dal polo
artico, è venata Per
lungo mar dall'Isola
Perduta. 52 Altri Perduta,
altri ha nomata
Islanda L'isola, donde la
Regina d'essa, Di beltà
sopra ogni beltà
miranda; Dal del non
mai, se non
a lei, concessa. Lo
scudo che vedete,
a Carlo manda; Ma
ben con patto
e condizione espressa. Ch'ai miglior
cavalier lo dia,
secondo Il suo parer,
eh' oggi si
trovi al mondo. 58
Ella, come si
stima, e come
in vero É la
più bella donna
che mai fosse. Cosi
vorria trovare un
cavaliero Che sopra ogn'
altro avesse ardire
e poste:Perchè fondato
e fisso è
il "no pensiero
" Da non cader
per cento mila
scosse, Che sol chi
terrà in arme
il primo onore. Abbia
d'esser suo amante
e suo signore. 54
Spera ch'in Francia,
alla famosa corte Di
0arlo Magno, il
cavalier si trove, Che
d'esser più d'ogni
altro ardito e
forte Abbia fatto veder
con mille prove. I
tre che son
con lei come
sue scorte, Re sono
tutti, e dirovvi
anco dove Uno in
Svezia, uno in
Gozia, in Norvegia
uno, Che pochi pari
in armi hanno
o nessuno. Questi tre,
la coi terra
non vicina, Ma men
lontana è all' Isola
Perduta, Detta cosi, perchè
quella marina Da pochi
naviganti è conosciuta, Erano amanti,
e son, della
Regina, E a gara
per moglier V
hanno voluta; E, per
aggradir lei, cose
fatt' hanno, Che, fin
che giri il
ciel, dette saranno. 61
Le preme il
cor questo pensier;
ma molto Più le
lo preme e
strugge in peggior
guisa Quel ch'ebbe prima
di Ruggier, che tolto
Il suo
amor le abbia,
e datolo a
Marfisa. Ogni suo senso
in questo è
si sepolto, Che non
mira la strada,
né divisa Ove arrivar,
né se troverà
innanzi Comodo albergo, ove
la notte stanzi. 56
Ma né questi
ella, né alcun
altro vuole, Ch'ai mondo
in arme esser
non creda il
primo. Ch' abbiate fatto
prove, lor dir
suole, In questi luoghi
appresso, poco istimo. E
s' un di voi,
qual fra le
stelle il Sole, Fra
gli altri duo
sarà, ben lo sublimo;
Ma non
però che tenga
il vanto parme Del
miglior cavalier ch'oggi
port'arme. 57 A Carlo
Magno, il quale
io stimo e
onoro Pel più savio
signor ch'ai mondo
sia, Son per mandare
un ricco scudo
d'oro, Con patto e
condizion ch'esso lo dia
Al cavaliero il
quale abbia fra
loro 11 vanto e
il primo onor
di gagliardia. Sia il
cavaliero o suo
vassallo o d'altri. Il
parer di quel
Re vo' che
mi scaltri. r.8 Se,
poi che Carlo
avrà lo scudo
avuto, E Tavià dato
a quel si
ardito e
forte,Ched'ogn'altro migliore abbia
creduto, Che'n sua si
trovi o in
alcun' altra corte, Uno di voi sarà,
che con l'aiuto Di
sua virtù lo
scudo mi riporte; Porrò in
quello ogn amore,
ogni disio, E quel
sarà il marito
e'I signor mio. e 9
Queste parole bau
qui fatto venire Questi
tre Re dal
mar tanto discosto; Che
riportarne lo scudo,
o morire Per man
di chi l'avrà,
s' hanno proposto. Ste' molto
attenta Bradamante a
udire Quanto le fu
dallo scudier risposto, 11
qual poi l'entrò
innanzi, e così
pnyse Il suo cavallo,
che i compagni
giunse. Stanza 65. (JO Dietro
non gli galoppa
né gli corre Ella,
eh' ad agio
il suo cammin
dispensa, E molte cose
tuttavia discorre. Che son
per accadere; e
in somma pensa Che
questo scudo in
Francia sia per
porre Discordia e rissa
e nimicizia immensa Fra' Paladini ed
altri, se vuol
Carlo Chiarir chi sia il miglior,
e a colui
darlo. 62 Come nave
che vento dalla
riva, 0 qualch' altro accidente
abbia disciolta, Va di
nocchiero e di
governo priva Ove la
porti o meni
il fiume in
volta; Cosi l'amante giovane
veniva. Tutta a pensare
al suo Ruggier
rivolta. Ove vuol Rabican;
che molte miglia Lontano è
il cor che
de' girar la briglia. 63
Leva alfin gli
occhi, e vede
il Sol cheU
tergo Avea mostrato alle
città di Rocco;Epoi s'era
attuffato, come il mergo, In
grembo alla natrice
oltr'a Marocco: E se
disegna che la
frasca albergo Le dia ne
campi, fa pensier
di sciocco; Che soffia
nn vento freddo,
e Paria grieve Pioggia la
notte le minaccia
o nieve. 64 Con
maggior fretta fa
movere il piede Al
suo cavallo; e
non fece via
molta, Che lasciar le
campagne a un
pastor vede. La donna
lai con molta
istanzia chiede Che le
'nsegni ove possa
esser raccolta, 0 bene
o mal; che
mal si non
s'alloggia, Che non sia
peggio star faori
alla pioggia. 65 Disse
il pastore: Io
non so loco
alcano Ch'io vi sappia
insegnar, se non
lontano Più di qnattro
o di sei
leghe, fuor ch'ano Che
si chiama la
rocca di Tristano. Ma
d'alloggiarvi non succede
a ognuno; Perchè bisogna,
con la lancia
in mano, Che se
l'acquisti e che
se la difenda Il
cavalier che d'alloggiarvi
intenda, 66 Se, quando
arriva un cavalier,
si trova Vota la
stanza, il castellan
l'accetta; Ma vnol, se
soprawien poi gente
nuova, Ch'uscir fuori alla
giostra gli prometta. Se
non vien, non
accade che si
mova; Se vien, forza
è che l'arme
si rimetta, E con
lui giostri: e chi
di lor vai
meno, Ceda l'albergo ed
esca al ciel
sereno. 67 Se duo,
tre, quattro o
più guerrieri a
un tratto Vi giungon
prima, in pace
albergo hanno; E chi di poi
vien solo, ha
peggior patto, Perchè seco
giostrar quei più lo fanno. Cosi,
se prima un sol si
sarà fatto Quivi alloggiar,
con lui giostrar
vorranno Sì che, s' avrà
valor, gli fia
a grande uopo. 68
Non men se
donna capita o
donzella, Accompagnata o sola a questa
rocca, poi v'arrivi un'altra,
alla più bella L'albergo, ed
alla men star
dì fuor tocca. Domanda Rradamante
ove sia quella; E
il buon pastor
non pur dice
con bocca. Ma le
dimostra il loco
anco con mano, Da
cinque o da sei miglia
indi lontano. 69 La
donna, ancorché Rabican
ben trotte. Sollecitar però
non lo sa
tanto Per quelle vie
tutte fangose e
rotte Dalla stagion ch'era
piovosa alquanto. Che prima
arrivi, che la
cieca notte Fatt' abbia oscuro
il mondo in
ogni canto. Trovò chiusa
la porta; e
a chi n'avea La
guardia disse ch'alloggiar
volea. 70 Rispose quel,
ch'era occupato il
loco Da donne e
da guerrier che
venner dianzi, E stavano
aspettando intomo al
faoco, Che posta fosse
lor la cena
innanzi Per lor non
credo l'avrà fatta
il cuoco, S'ella v'è
ancor, uè l'han
mangiata innanzi Disse la
donna: or va, che
qui gli attendo; Che
so l'usanza, e
di servarla intendo. 71
Parte la guardia,
e porta l'imbasciata Là dove
i cavalier stanno
a grand'agfio.
Laqualnonpotèlortroppo esser grata, Ch'all'aer li fa uscir
freddo e malvagio; Ed
era una gran
pioggia incominciata. Si levan
pure, e pigUan
l'arme ad agio; Restano
gli altri; e
quei non troppo
in fretti Escono insieme
ove la donna
aspetta. 72 Eran tre
cavalier che valean
tanto, pochi al mondo
valean più di
loro; Ed eran quei
che'l di medesmo
accanto Veduti a quella
messaggiera fòro; Quei ch'in
Islanda s'avean dato
vanto Dì Francia riportar
lo scudo d'oro: E
perchè avean meglio
i cavalli punti, Prima
di Rradamante erano
giunti. 78 Di loro
in arme pochi
eran migliori; Ma di
quei pochi ella
sarà ben l'una:Ch'a
nessun patto rimaner
di fuori Quella notte
intendea molle e
digiuna. Quei dentro alle
finestre e ai
corridori Miran la giostra
al lume della
Luna, Che malgrado de' nugoli
lo spande, E (a
veder, benché la
pioggia è gnuide. 74
Come s'allegra un
bene acceso amante Ch'ai
dolci furti per
entrar si trova, Quando
alfin senta, dopo
indugie tante, Che'l taciturno
chiavìstel si muova; Cosi,
volonterosa Rradamante Di far
di sé coi
cavalieri prova, S'allegrò quando
udì le porte
aprire, Calare il ponte,
e fuor li
vide uscire. Tosto che
fuor del ponte
i gnerrier vede Uscire
insieme o con
poco intervallo, Si volge
a pigliar campo,
e di poi
riede Cacciando a tutta
briglia il buon
cavallo, E la lancia
arrestando, che le
diede Il suo cugin,
che non si
corre in fallo, Che
fuor di sella
è forza che
trabocchi, Se fosse Marte,
ogni guerrier che
tocchi. 76 H re
di Svezia, che
primier si mosse, Fu
il primier anco
a riversarsi al piano;
Con tanta forza
V elmo gli
percosse L'asta che mai
non fu abbassata
invano. corse il re di Gozia,
e ritrovosse Coi piedi
in aria al
suo destrier lontano. Rimase il
terzo sottosopra vólto, Neir
acqua e nel
pantan mezzo sepolto. 77
Tosto eh' ella
ai tre colpi
tutti gli ebbe Fatto
andar coi piedi
alti e i
capi bassi,Alla rocca
ne va, dove
aver debbe notte albergo;
ma prima che
passi, V è chi
la fa giurar
che n' uscirebbe, Sempre eh' a giostrar
fuori altri chiamassi Il
Signor di là
dentro, che'l valore Ben
n' ha veduto,
le fa grande
onore. 78 Così le
fa la donna
che venuta Era con
quelli tre quivi
la sera, Come io
dicea, dall'Isola Perduta, Mandata al
re di Francia
messaggiera. Cortesemente a lei
che la saluta, Siccome graziosa
e affabil era, Si
leva incontra, e con faccia
serena Piglia per mano,
e seco al
fuoco mena. La donna,
cominciando a disarmarsi, S'avea lo
scudo e di
poi l'elmo tratto; Quando una
cuffia d'oro, in
che celarsi Soleano i
capei lunghi e
star di piatto, Usci
con l'elmo; onde
caderon sparsi Giù per
le spalle, e
la scoprirò a
un tratto, E la
feron conoscer per
donzella. Non men che
fiera in arme,
in viso bella. 80
Quale al cader
delle cortine suole Parer
fra mille lampade
la scena, D'archi, e
di più d'una
superba mole, D' oro e di statue
e di pitture
piena; 0 come suol
fuor della nube il Sole
Scoprir la faccia
limpida e serena: Cosi,
l'elmo levandosi dal
viso, Mostrò la donna
aprisse il paradiso. 81 Già
son cresciute, e
fatte lunghe in
modo Le belle chiome
che taglioUe il
Frate, Che dietro al
capo ne può
fare un nodo, Benché
non sian come
son prima state. Che
Bradamante sia, tien
fermo e sodo (Che
ben l'avea veduta
altre fiate) II Signor
della rocca; e
più che prima Or
l'accarezza, e mostra
farne stima. Stanza 76. 82
Siedono al fuoco,
e con giocondo
e onesto Ragionamento dan
cibo all'orecchia, Mentre, per
ricreare ancora il
resto Del corpo, altra
vivanda s'apparecchia. La donna
all'oste domandò se
questo Modo d'albergo è
nuova usanza o
vecchia, E quando ebbe
principio, e chi
la pose; E '1
cavaliere a lei
cosi rispose:83 Nel
tempo che regnava
Fieramente, Clodi'one, il figliuolo,
ebbe una amica Leggiadra e
bella, e di
maniere conte, Quant' altra fosse
a quella etade
antica; La quale amava
tanto, che la
fronte Non rivolgea da
lei più che
si dica Che facesse
da Jone il
suo pastore, Perch' avea
ugual la gelosia
all' amore. 84 Qui la
tenea; chè'l laogo
avuto in dono Avea
dal padre, e
raro egli n ascia; dei
miglior di Francia
tuttavia. Qui stando, venne
a capitarci il
buono, ed una
donna in compagnia, Liberata da
lui poch'ore innante, Che
traea presa a
forza un fier
gigante. Tristano ci arrivò
cheU Sol già
vòlto Avea le spalle
ai liti di
Siviglia; E domandò qui
dentro esser raccolto Perchè non
cè altra stanza
a dieci mlgHi.Ma
Clodì'on, che molto
amava e molto Era
geloso, in somma
si conaigUa Che forestier,
sia chi si
voglia, mentre stia la
bella donna, qui
non entre. suiiza80. 96 Poi
che con lunghe
ed iterate preci Non
potè aver qui
albergo il cavaliero; quel che
far con prieghi
io non ti
feciChe 1 facci,
disse, tuo malgrado,
spero. E sfidò Clodì'on
con tutti i
dieci Che tenea appresso;
e con un
grido altiero Se gli
offerse con lancia
e spada in
mano Provar che discortese
era e villano; 87
Con patto, che
se fa che
con lo stuolo Suo
cada in terra,
ed ei stia
in sella forte, Nella
rocca alloggiar vuole
egli solo, E vuol
gli altri serrar
fuor delle porte. Per non
patir quest'onta, va
il figliuolo Del re
di Francia a
rìschio della morte; aspramente percosso
cade in terra, E
cadon gli altri,
e Trìstan fuor
li serra. Stanza 91.Entrato
nella rocca, trova
quella, qoal Vho detto,
a Olodìon si
cara, E ch'avea, a
par d'ogn' altra, fatto
bella Natura, a dar
bellezze cosi avara. Con
lei ragiona: intanto arde e martella Di
fuor l'amante aspra
passione amara; Il qual
non differisce a
mandar prìeghi cavalier, che
dar non gli
la nieghi. 89 Tristano,
ancorché lei molto
non prezze,Né prezzar,
fuor eh' Isotta,
altra potrebbe:né ch'ami
vaol né che
accarezze Pur, perchè vendicarsi
dell'asprezze Di far gran
torto mi pania,
gli disse, Che tal
bellezza del suo
albergo uscisse. 94 Ohe'l
cavalier ch'abbia maggior
possanza, E la donna
beltà, sempre ci
alloggi; chi vinto riman
vóti la stanza, Dorma
sul prato, o
altrove scenda e
poggi. E finalmente ci
fé' por l'usanza Che
vedete durar fin
al di d'oggi. scalco por
la mensa fatto
avea. 95 Fatto l'avea
nella gran sala
porre. che non era
al mondo la
più bella; con torchi
accesi venne a
tórre Le belle donne,
e le condusse
in quella., all'entrar,
con gli occhi
scorre, E similmente fa
l'altra donzella; ' tutte
piene le superbemuraVeggondinobilissima pittura. 90
E quando a
Clodion dormire incresca Solo
alla frasca, e
compagnia domandi. Una ovane
ho meco bella
e fresca, Non però
di bellezze cosi
grandi Questa sarò contento
che fuor esca, E
ch'ubbidisca a tutti
i suoi comandi; Ma
la più bella
mi par dritto
e giusto Che stia
con quel di
noi eh' è più
robusto. 96 Di si
belle figure é
adorno il loco, Che
per mirarle obblian
la cena quasi: Ancorché ai
corpi non bisogni
poco, Pel travaglio del
di lassi rimasi: E
lo scalco di
doglia e doglia
il cuoco. Che i
cibi lascin raffreddar
nei vasi. Pur fu
chi disse: Meglio
fia che voi Pasciate
prima il ventre,
gli occhi poi. 91
Escluso Clodì'one e mal contento. Andò sbuffando
tutta notte in
volta. Come s'a quei
che nell'alloggiamento Dormiano ad
agio, fésse egli
l'ascolta; E molto più
che del fireddo
e del vento, Si
dolca della donna
che gli é
tolta. La mattina Tristano,
a cui ne'
ncrebbe, Gli la rendè;
donde il dolor
fin ebbe: 97 S'erano
assisi, e porre
alle vivande Voleano man,
quando il Signor
s' avvide Che l'alloggiar due
donne è un
error grande; L'una ha
da star, l'altra
convien che snido. la
più bella, e la men
fuor si mando Dove
la pioggia bagna
e 'l vento
stride. Perche non vi
son giunte amendue
a un'ora, L'una ha
a partir e
l'altra a far
dimora. 92 Perchè gli
disse, e lo fé'
chiaro e
certo, Che qual trovolla,
tal gli la
rendea:E benché degno
era d'ogni onta,
in morto Della discortesia
ch'usata avea; Pur contentar
d'averlo allo scoperto Fatto star
tutta notte si
volea: r escusa accettò, che
fosse Amore cagion di
co grave errore; 98
Chiama duo vecchi,
chiama alcune sue Donne
di casa, a
tal giudizio buone: E
le donzelle mira,
e di lor
due Chi la più
bella sia, fa,
paragone. Finalmente parer di
tutti fue, Ch'"ra più
bella la figlia
d'Amene; E non men
di beltà l'altra
vincea, Che di valore
i guerrier vinti
avea. 93 Ch' Amor
de' far gentile
un cor villano, E
non far d'un
gentil contrario effetto. Partito che
si fu di
qui Tristano, Clodion non sté
molto a mutar
tetto; Ma prima consegnò
la rocca in
mano A un cavalier
che molto gli
era accetto. Con patto
ch'egli e chi
da lui venisse, Quest' uso in albergar
sempre seguisse:99 Alla
donna d'Islanda, che
non senza Molta sospizi'on
stava di questo, Il
Signor disse: Che
serviam l'usanza, v'ha, donna,
a parer se
non onesto. A voi
convien procacciar d'altra
stanza, Quando a noi
tutti è chiaro
e manifesto Che costei
di bellezze e
di sembianti, Ancor eh'
inculta sia, vi
passa innanti. 100 Come in
uu momento oscura Nube
salir d umida
valle al cielo, Che
la feuxda che
prima era si
pura, Copre del Sol
con tenebroso velo; Cosi
la donna alla
sentenzia dura, fuor la
caccia ove è
la pioggia e
'1 gelo, si vide,
e non parer
più quella Che fu
pur dianzi si
gioconda e bella. 101
S'impallidisce, e tutta
cangia in viso; Che
tal sentenza udir
poco le aggrada. Ha
Bradamajite con un saggio avviso, Che
per pietà non
vuoi òhe se
ne vada, Rispose: A
me non par
che ben deciso Né
che ben giusto
alcun giudicio cada, Ove
prima non s'oda
quanto nieghi La parte
o affermi, e
sue ragioni alleghi. 103 Io
cVa difender questa
causa toglie, : 0
più bella o
men ch'io sia
di lei. Non venni
come donna qui,
né voglio Che sian
di donna ora
i progressi miei. Ma
chi dirà, se
tutta non mi
spoglio, S' io sono 0 s'
io non
son quel eh' è costei?E
quel che non
si sa, non
si de' dire; È
tanto men, quando
altri n'ha a
patire. 103 Ben son
degli altri ancor,
ch'hanno le chiome Lunghe, com'io;
né donne son
per questo. " Se
come cavalier la
stanza, o come Donna
acquistata m'abbia, è
manifesto. Perchè dunque volete
darmi nome Di donna,
se di maschio
è ogni mio
gesto V La legge
vostra vuol che
ne sian spinte Donne
da donne, e
non da guerrier vinte. 104 Poniamo
ancor che, come a
voi pur pare, Io
donna sìa (che
non però il
concedo). Ma che la
mia beltà non
fosse pare A quella
di costei; non
però credo Che mi
vorreste la mercè
levare mia virtù, sebbeu
di viso io
cedo. Perder per men
beltà giusto non
parmi Quel eh' ho
acquistato per virtù
con l'armi. 105 E
quando ancor fosse
l'usanza tale. Che chi
perde in beltà,
ne dovesse ire. 10
d vorrei restare,
o bene o male
Che la
mia ostinazion dovesse
uscire. Per questo, die
contesa disegnale É tra me e
questa donna, vo' inferire Che, contendendo
di beltà, può
assai Perdere, e meco
guadagnar non mai. 106
E se guadagni
e perdite non
sono In tutto pari,
ingiusto è ogni
partito; Si eh' a
lei per ragion,
si ancor per
dono Speziai, non sia
i' albeigo proibito. E
s' alcuno di dir
che non sia buono
E dritto
il mio giudizio
sarà ardito. Sarò per
sostenergli a suo
piacere, '1 mio sia
vero, 9 falso
il suo parere. 107
La figliuola d'Amen,
mossa a pietade Che
questa gentil donna
debba a torto Ove
né tetto, ove
neppure è un
spcnrto, Al signor dell' albergo
persuade Con ragion molte
e con parlare
accorto. Ma molto più
con quel eh'
alfin concluse. Che resti
cheto, e accetti
le sue scuse. 108
Qual sotto il
più cocente ardore
estivo. Quando di ber
più desiosa è
l'erba, 11 fior eh'
era vidno a
restor privo Di tutto
queir umor che
in vita il
serba, Sente l'amata pioggia,
e si fa
vivo, Cosi, poiché difesa
si superba Si vide
apparecchiar la messaggiera. Lieta e
bella tornò come
prim'era. 109 La cena,
stata lor buon
pezzo avante, Né ancor
pur tocca, alfin
godersi in festa, Senza
che più di
cavaliere errante Nuova venuta
fosse lor molesta. La
goder gli altri,
ma non Bradamante, Pure, all'usanza,
addolorata e mesta; Che
quel timor, che
quel sospetto ingiusto, Che
sempre at nel
cor, le toUea
il gusto. HO Finita
ch'ella fu (che
saria forse Stata più
lunga se '1
desìr non era Di
cibar gli occhi),
Bradamante sorse, E sorse
appresso a lei
la messaggiera. Accennò quel
Signore ad un
che corse, E prestamente
allumò molta cera, Che
splender fé' la
sala in ogni
canto. Quel che seguì
dirò nell' altro Canto.. St.
3. V.4. Fuoco: incendio 81
guerra. St. 4. v.1. Fa
scriver: fa aimolare. St.
11. V.28. Eto
e Piroo: due
dei quattro cavalli attaccati al
carro del Sole.
Piti lungo di
quel gior no, ecc. Allude
a quando Giosuè
fermò il sole,
cioè "ol suo comando
allungò di molte
ore il corso
della gior nata, affinchè grisraeliti
riportassero intiera la vittoria sui re
della Palestina. Più
della notte, ecc.
Finsero ì mitologi che
la notte in
cui Ercole tu
concepito, e quella in
cui nacque, venissero
dagli Dei protratte
alla durata di più
nolti. Sr. 13. V.7.
Nasciuto: nato. St. 18.
V.6. Sì.... profonde:
tanto sublimi. St. 19.
V.47. Serva: serba, aspetta.
Coinè aspide suole, ecc,: credevasi in
que' tempi che
l'aspide, per non udire
l'incantesimo che lo
attraeva, posasse un
orecchio in terra, e
chiudesse l'altro con
l'estremità della co la.
St. 28.
V, 5. Fu
molto posto per
ragione: gli fu chiesto minuto
conto. St. 29. V.3.
Contrastette: contrastò. St. 32.
V.1. Il Giiascone.
Non a caso
fa guascone questi cavaliere.
I Guasconi sono
tenuti per ciarlieri
e spavaldi; è quindi
naturale che costui
dicesse di Rug gero e
di Marflsa molto
più del vero. St.
37. V.6. Per
tragiche querele: per
tragici poemi. St. 50. V.14.
I Cadurci: con
tal nome si
chia mavano in antico gli
abitanti di quella
parte della Gallia AquitanicaNarbonese che
corrisponde a una
regione della Guienna, detta
poi Le Qnercy.
Eia cittade di
Gaorae: Cahors, città della
Guienna, già terra
principale dei Oadurci. Tutto
7 monte ove
vnace Dordona: il
Monte d'Oro nelI'Alveniia; ivi
scaturisce la Dordogne,
che tra versa il Limosino
e la Guienna.
E le contrade
Sco jìria di Monferrante
e di Clarmonte.
Questi due luo ghi dell'Alveiiiia erano,
nei tempi addietro,
due comuni separati e
brevìdistanti fra loro;
ma nel 1633,
sotto Luigi XIII, furono
uniti; ed ora
formano la città
di ClermontFerrand, attuale cap)Iuogo
del dipartimento di PuydeDóme. St. 14. V.7. Gozia.
lì Gotland, ora
provincia della Svezia, che
bi vuole prendesse
il nome dai
Goti loro antichissima abitazione. St. 57.
V.8. Ifi scaltri:
mi scaltrisca, mi
faccia accorta. St. 63. V.24.
Alle città di
Bacco: alla Mauritania
occidentale, signoreggiata anticamente
da Socco. Marocco:
città capitale dell'impero
omonimo. St. 83. V.17.
Fieramonte 0 Faramndo:
primo re dei Franchi.
Questi popoli erano
dapprima Sicambri, detti poi
Franchi, per una
temporanea franchigia da tributi
che ebbero dairimpeiatore Valentiniano.
Costoro, non volendo più
sottomettersi dopo spirato
il termine della concessa
franchigia, furono battuti
diversa volte; e i
pochi superstiti peivennero
nella Tnringia, guidati da
Marcomiro loro capo.
Egli, insieme con
i suoi, pose la
sede in una
regione denominata quindi
Franconia, e posta a
settentrione fra la
Bavieia e la
Sassonia. Da lui nacque
Faramondo, del quale
qui si parla.
Di ma niere conte: di
maniere gentili. Che facesse
da Jone il suo
pastore. Alludesi qui
alla favola d'Ione
od Io, amata da
Giove, e da
lui trasformata in
vacca per prevenire i
sospetti di Giunone;
la quale nondimeno
la faceva cu stodire da
un pastore di
nome Argo, che
avea cent'occhi. St. 89.
V.4. La posion,
che già incantati
bebbe. Leggesi nel Tristano,
romanzo cavalleresco, che
la ma dre d'Isotta aveva
prepaiata una bevanda
incantata, per fare che
sua figlia fosse
amata da Marco
re di Corno vaglia,
a cui l'avea
destinata in moglie.
Mentre Isotta era condotta
allo sposo da
Tristano, questi inavveduta mente bevette insieme
con la giovine
la pozione ama toria, onde s'invaghirono
perdutamente l'uno dell'altra. St. 10
5. V.7. Spinte: cacciate fuori. St.
107. v.4. Sporto: parte dell' edifizio che
prò tendesi all'infuori del
muro principale, e
sotto cui si può
stare al
coperto. Iei urift [lala
della ioc<;a ili
TrisEaiio ? Bradamunte
eJe diptni le tur
uve fjuene dei
Francesi in Ualìit
Poi, sfidila iliHff i.']k
aveva [li ià
alilAEtutì, IL oai'cla
iiqovametite di ftllt Itinldo
e GmdaitHO vciifjoiio
alle mani p&r
BaÌArdo, iJqBiìf. spnveutato dn
un mostruoio uccella,
fuggv in ntia
i"ki; t cu al
la [11] glia
e sa.<rivujaH Astolfo
sdK Ipporìfo va
i" Eti<f"iiu ed ivi
ool suono del
stio comò caccj a "n eli' inferno li ¦
e Ile
insozzavano le mense
del re Seuapo. Timai;orat ParrasiOj
Poliguoto, Protofrene.
Tiinantet Apollodoru,
Apell(% \n\\ di
tutti questi noto, E
Zeui, e gli
altri dia quei
tempi fort"; Di'Njuai In
fama malgrado di
CJoto, Che speose ì
corpi, e tlì
poi Topre loro) Sempre
nurà Muebè ai
legga e scriva, Mercè
degli scrii torì| al
mondo Tim: E quei
che foro a'
nostri dì, o
sono on, Leouartlo, Andrea
Man legna, Gian
Bellino, Duo DosMt e
quel eh' a pur sculpe e
coltura . Mi[liel, ]niì
che mortale, Angel
divino; Bari(uvnu, lìafail. Tìz'au
eh'onorA Non men Cador,
che quei Venezia
e Urbino j E
gli altri di
cui tal Topra
si vede, Qual delia
prisca età si
legge e crede. Questi
che noi vegiam
pittori, e quelli Che
già mille e
miil'anui in prego
foro, Le cose che
son state, coi
pennelli Fatt' hanno, altri
suir ase, altri
sul muro. Non però
udiste antiqui, né
novelli Vedeste mai dipingere
il futuro: Eppur si
sono istorie anco
trovate, Che son dipinte
innanzi che sian
state. 4 Ma di
saperlo far non
si dia vanto Pittore
antico, né pittor
moderno; E ceda pur
quest'arte al solo
incanto, Del qual trieman
gli spirti dello' nferno. La sala
eh' io dicea
nel!' altro Canto,Merlin col
lihro, o fosse
al lago Averne, 0
fosse sacro alle
Nursine grotte, Fece far
dai demonj in
una notte. 5 Quest'arte,
con che i
nostri antiqui fenno Mirande
prove, a nostra
etade è estinta. Ma
ritornando ove aspettar
mi denno Quei che
la sala hanno
a veder dipinta. Dico
eh' a uno scudier
fu fatto cenno. Ch'accese i
torchi: onde la
notte, vinta Dal gran
splendor, si dileguò
d'intomo; Né più non si vedria,
se fosse giorno. 6
Quel Signor disse
lor: Vo' che
sappiate Che delle guerre
che son qui
ritratte. Fin al di
d'oggi poche ne
son state; E son
prima dipinte, che
sian fatte. Chi l'ha
dipinte, ancor l'ha
indovinate; Quando vittoria avran,
quando disfatte In Italia
saran le genti
nostre, Potrete qui veder
come si mostre. 7
Le guerre ch'i
Franceschi da far
hanno Di là dall' Alpe,
o hene o
mal successe, Dal tempo
suo fin al
millesim'anno, Merlin profeta in
questa sala messe; n
qual mandato fu
dal Re hritanno Al
franco Re eh' a
Marcomir successe: E perché
lo mandassi, e
perché fatto Da Merlin
fa il lavor,
vi dirò a
un tratto. 8 Re
Fieramente, che passò
primiero Con l'esercito franco
in Gallia il
Reno, Poi che quella
occupò, facea pensiero Di
porre alla superba
Italia il freno. Faceal
per ciò, che
più'l romano Impero Vedea di
giorno in giorno
venir meno; E per
tal causa col britanno
Arturo Volse far lega;
ch'ambi a un
tempo furo. 9 Artur,
ch'impresa ancor senza
cousijjlio Del profeta Merlin
non fece mai: Di
Merlin, dico, del
Demonio figlio, Che del
futuro antivedeva assai; Per
lui seppe, e
saper fece il
periglio A Fieramente, a
che di molti
guai Porrà sua gente,
s'entra nella terra Ch'Apennin parte,
e il mare
e l'Alpe serra. 10
Merlin gli fé'
veder che quasi
tutti Gli altri che
poi di Francia
scettro avranno, 0 di
ferro gli eserciti
distrutti, 0 di fame
o di peste si vedranno; E
che brevi allegrezze
e lunghi lutti. Poco
guidago ed infinito
danno Riporteran d'Italia; che
non lice Che '1
Giglio in quel
terreno abbia radice. 11
Re Fieramente gli
prestò tal fede, Ch'altrove disegnò
volger l'armata; E Merlin,
che cosi la
cosa vede Ch'abbia a
venir, come se
già sia stata, Avere
a'prieghi di quel
Ri si crede La
sala per incinto
istoriata, Ove dei Franchi
ogni futuro gesto. Come
già stato sia,
fa manifesto. 12 Acciò
chi poi succederà
comprenda Che, come ha
da acquistar vittoria
e onore, Qualor d'Italia
la difesa prenda Incontra ogn' altro
barbaro furore; Così, s'awien
eh' a danneggiarla scenda
Per porle il
giogo e farsene
signore. Comprenda, dico, e
rendasi ben certo Ch'
oltre a quei
monti avrà il
sepolcro aperto. 13 Cosi
disse; e menò le
donne dove Incomincian l'istorie:
e Singiberto Fa lor
veder, che per
tesor si muove. Che
gli ha Maurizio
imperatore offerto. Ecco che
scende dal monte
di Giove Nel pian
dal Lambro e
dal Ticino aperto. Vedete Eutar,
che non pur
l'ha respinto. Ma volto
in fuga e fracassato e
vinto. 14 Vedete Clodoveo,
eh' a più di
cento Mila persone fa
passare il monte. Vedete
il duca là
di Benevento. Che con
numer dispar vien
loro a fronte. Ecco
finge lasciar l'alloggiamento, E pon
gli agguati: ecco,
con morti ed
onte, Al vin lombardo
la gente francesca Corre; e
riman come la
lasca all'esca. Stanza 9. 15
Ecco in Italia
Childìberto quanta Gente di
Francia e capitani
invia: Xè più che
Clodoveo, si gloria
e vanta Ch abbia spogliata
o vinta Lombardia; Che la
spada del del
scende con tanta Strage
de' suoi, che n'è
piena ogni via, Morti
di caldo e
di profluvio d'alvo; Sì
che di dieci
non ne torna
un salvo. 16 Mostra
Pipino, e mostra
Cario appresso, Come in
Italia un dopo T
altro scenda, £ v'abbia
questo e quel
lieto successo: Che venuto
non v' è
perchè V offenda; Ma
l'uno, acciò il
Pastor Stefano oppresso, L'altro Adriano,
e poi Leon
difenda. L'un doma Aistulfo; e
l'altro vince e
prende II successore, e
al Papa il
suo onor rende.
Lor mostra appresso
nù gioveoe Pipino, Che
con sua gente
par che tutto
copra Dalle Fornaci al
lito Palestine; E faccia
con gran spesa
e con lungopra Il
ponte a Malamocco;
e che vicino Giunga
a Rialto, e vi combatta
sopra. Poi fuggir sembra
e che i
suoi lasci sotto L'acque; che
M ponte il
vento e '1 mar
gli han rotto. 18
Ecco Luigi Borgognon,
che scende Là dove par
che resti vinto
e preso, E che
giurar gli faccia
chi lo prende, Che
più dalParme sue
non sarà offeso. Ecco
che U giuramento
vilipende; Ecco di nuovo
cade al laccio
teso; Ecco vi lascia
gli occhi, e
come talpe Lo
rif orfano i suoi
di qua dall'Alpe. 19 Vedete
un Ugo d'Arli
far gran fatti. E
che d'Italia caccia
i Berengari; E due 0 tre
volte gli ha
rotti e disfatti. Or
dagli Unni rimessi,
or dai Bavàri. Poi
da più forza
è stretto di
far patti Con Tiiiimico,
e non sta
in vita guari; Né
guari dopo lui
vi sta T erede, E
'1 regno intero
a Berengario cede. 20
Vedete un altro
Carlo, che a' conforti Del buon
Pastor fuoco in
Italia ha messo; E
in due fiere
battaglie ha duo Re morti, Manfredi prima,
e Corradino appresso. Poi
la sua gente,
che con mille
torti Sembra tenere il
nuovo regno oppresso, Di
qua e di
là per le
città divisa. Vedete a un suon
di vespro tutta
uccisa.Si Lor mostra
poi (ma vi
parea intervallo Di molti
e molti, non
channi, ma Instri) Scender dal
monti nn capitano
Gallo, E romper guerra
ai gran Visconti
illustri; £ con gente
francesca a pie
e a cavallo Par
eh' Alessandria intomo
cinga e lustri; E
chel Duca il
presidio dentro posto, E
fuor abbia V
agguato un po'
discosto; Stanza 20. if2
E la gente
di Francia mal
accorta, Tratta con arte
ove la rete
è tesa, Col conte
Armeni'aco, la cui
scorta L'avea condotta all'infelice
impresa, Giaccia per tutta
la campagna morta. Parte
sìa tratta in
Alessandria presa; E di
sangue non men
che d'acqua grosso, 11
Tauaro si vede
il Po far
rosso. 23 Un, detto
della Marca, e
tre Angioini Mostra l'un
dopo l'altro, e dice:
Questi A Bruci, a
Dauni, a Marsi,
a Salentini Vedete come
son spesso molesti. Ma
né de' Franchi
vai né de'
Latini Aiuto sì, ch'alcun
di lor vi
resti: Ecco li caccia
fuor del regno,
quante Volte vi vanno,
Alfonso, e poi
Ferrante. 24 Vedete Carlo
ottavo, che discende Dall'Alpe, e
seco ha il
fior di tutta
Fnad Che passa il
Liri, e tutto
'1 reo prenik Senza
mai stringer spada
o abbassar hi" Fuorché lo
scoglio ch'a Tifeo si
stende Su le braccia,
sul petto e
sa la pancia; Che
del buon sangue
d'Avalo al contrasta La
virtù trova d'Inico
del Vasto. 25 11
Signor della rocca,
che venia Quest'istoria additando
a Bradamante, Giostrato che
l'ebbe Ischia, disse:
Pria Ch'a vedere altro
più vi meni
avante, 10 vi dirò
quel ch'a me
dir solìa 11 bisavolo
mio, quand'io era
infante: E quel che
similmente mi dicea Che
da suo padre
udito anch'esso avea: 26
E'I padre suo
da un altro,
o padre o fu
Avolo, e
l'un dall'altro, s'n
a quello Ch'a udirlo
da quel proprio
ritrovosse. Che l'immagini fé'
senza pennello, Che qui
vedete bianche, azzurre
e rosàe: Udì che quando
al Re mostrò
il castello. Ch'or mostro
a voi su
quest'altiero scoglio. Gli disse
quel ch'a voi
riferir voglio. 27 Udì
che gli dicea
ch'in questo loco Di
quel buon cavalier
che lo difende Con
tanto ardir, che
par disprezzi il
fuoco Che d'ogn' intorno e sino al
Faro incende. Nascer debbe
in quei tempi,
o dopo poco (E
ben gli disse
e l'anno e
le calende). Un cavaliere,
a cui sarà
secondo Ogu' altro che sin
qui sia stato
al mondo. 28 Non fu
Nireo si bel,
non si eccellente Di
forze Achille, e non si
ardito Ulisse, Non si
veloce Lada, non
prudente Nestor, che tanto
seppe e tanto
visse. Non tanto liberal,
tanto clemente L'antica fama
Cesare descrisse; Che verso
l'uom ch'in Ischia
nascer deve, Non abbia
ogni lor vanto
a restar lieve. 29
E se si
gì Oliò l'antiqua
Creta, Quando il nipote
in lei nacque
di Celo. Se Tebe fece
Ercole e Bacco
lieta. Se si vantò
dei duo gemelli
Delo; Né questa isola
avrà da starsi
cheta, Che non s'esalti
e non si
levi in cielo, Quando
nascerà in lei
quel gran Marchese Ch'avrà si
d'ogni grazia il
Ciel cortese. Merlin gli
disse, e replicogli
spesso, Ch'era serbato a
nascere all'etade Che più
il romano Imperio
saria oppresso, Acciò per
lui tornasse in
libertade. Ma perchè alcuoo
de' suoi gesti appresso Vi
mostrerò, predirli non
accade. Cosi disse; e
tornò air istoria,
dove Di Carlo si
vedean V inclite
prove. 36 Cosi dicendo,
sé stesso riprende Che
quel ch'avea a
dir prima, abbia
lasciato: E torna addietro,
e mostra uno
che vende 11 Castel
che'l Signor suo
gli avea dato;. Mostra
il perfido Svizzero,
che prende Colui eh'
a sua difesa
V ha assoldato:Le
quai due cose,
senza abbassar lancia, Han
dato la vittoria
al Re di
Francia. 31 Ecco, dicea,
si pente Ludovico D'aver fatto
in Italia venir
Carlo; Che sol per
travagliar l'emulo antico Chiamato ve
l'avea, non jer
cacciarlo; E se gli
Scopre al ritornar
nimico Co' Veneziani in
lega, e vuol
pigliarlo. Ecco la lancia
il Re animoso
abbassa, Apre la strada,
e, lor malgrado,
passa. 32 Ma la
sua gente, eh' a
difesa resta Del nuovo
regno, ha ben
contraria sorte; Che Ferrante,
con l'opra che
gli presta Il Signor
mantuan, toma si
forte, ChMn pochi mesi
non ne lascia
testa O in terra
o in mar,
che non sia
messa a morte:Poi
per un uom
che gli è
con frdude estinto, Kon
par che senta
il gaudio d'aver
vinto. 33 Cosi dicendo,
mostragli il marchese Alfonso di
Pescara, e dice:
Dopo Che costui comparito
in mille imprese Sarà
più risplendente che
piropo. Ecco qui nell'insidie
che gli ha
tese Con un trattato
doppio il rio
Etiopo, Come scannato di
saetta cade Il miglior
cavalier di quella
etade. 34 Poi mostra
ove il duodecimo
Luigi Passa con scorta
italiana i monti; E,
svelto il Moro,
pon la Fiordaligi Nel fecondo
terren gi& de' Visconti: Indi manda
sua gente pei
vestigi Di Carlo, a
far sul Garigliano
i ponti; La quale
appresso andar rotta
e dispersa Si vede,
e morta, e
nel fiume sommersa. 35
Vedete in Puglia
non minor macello Dell'esercito franco,
in fuga volto; E
Consalvo Ferrante ispano
è quello Che due
volte alla trappola
1' ha colto. E
come qui turbato,
cosi bello Mostra Fortuna
al re Luigi
il volto Nel ricco
pian che, fin
dove Adria stride, Tra
l'Apennino e l'Alpe
il Po divide. hi
Poi mostra Cesar
Borgia col favore Di
questo Re farsi
in Italia grande; Ch'ogni Baron
di Roma, ogni Signore
Suggetto a lei
par che in
esilio mande. Poi mostra
il Re che
di Bologna fuore Leva
la Sega, e
vi fa entrar
le Giande; Poi come
volge i Genovesi
in fuga Fatti ribelli,
e la città
soggiuga. 38 Vedete, dice
poi, di gente
morta Coperta in Giaradadda
la campagna. Par ch'apra
ogni cittade al
Re la porta, E
che Venezia appena
vi riraagna. Vedete come
al Papa non
comporta Che, passati i
confini di Romagna, Modena al
Duca di Ferrara
toglia;Né qui si
fermi, e '1
resto tor gli voglia:
39 E
fa, air incontro,
a lai Bologna
tórre; Che Y entra
la Bentivola famiglia. Vedete il
campo de' Francesi
porre A sacco Brescia,
poi che la
ripiglia: E quasi a
un tempo Felsina
soccorre, EU campo ecclesiastico
scompiglia; E Tuno e
P altro poi
nei luoghi bassi Par
si riduca del
lito de' Chiassi. 40 Di
qua la Francia,
e di là
il campo iiigrMB La
gente Ispana; e
la battaglia è
grande. Cader si vede,
e far la terra rossa La
gente d'arme in
amendua le bande. Piena
di sangue uman
pare ogni fossa:Marte
sta in dubbio
u'ia vittoria mande. Per
virtù d'un Alfonso
alfin si vede Che
resta il Franco,
e che T
Ispano cede.stanza 40. 41
E che Ravenna saccheggiata
resta. Si morde il
Papa per dolor
le labbia, E fA da'
monti, a
guisa di tempesta. Scendere in
fretta una tedesca
rabbia, Ch'ogni Frare senza
mai far testa, Di
qua dall par
che cacciat' abbia, E che
posto u .inpollo
abbia del Moro Nel
giardino oi svelse
i gigli d'oro. 43
E con migliore
auspizio ecco ritorna. Vedete il re Francesco
innanzi a tutti, Che
cosi rompe a' Svizzeri
le corna, Che poco
resta a non
gli aver distratti. Si
che 'i titolo
mai più non
gli adoma, Ch'usurpato s'avran
quei vilkn brutti: Che
domator de' Principi, e
difesa Si nomeran della
cristiana Chiesa. 42 Ecco
torna il Francese:
eccolo rotto Dall'infedele Elvezio,
ch'in suo aiuto Con
troppo rischio ha
il giovine condotto, Del
quale il padre
avea preso e
venduto. Vedete poi l'esercito
che sotto La ruota
di Fortuna era
caduto, Creato il nuqyo
Re, che si
preparaDell'onta vendicar ch'ebbe
a Novara: 44 Ecco,
malgrado della Lega,
prende Milano, e accorda
il giovene Sforzesco. Ecco Borbon
che la città
difende Pel Re di
Francia dal furor
tedesco. Eccovi poi, che
mentre altrove attende Ad
altre magne imprese
il re Francesco, Né
sa quanta superbia
e crudeltade Usino i
suoi, gli è
tolta la cittade.
Ecco un altro
Francesco, eh assimìglia Di
virtit all'avo, e
non di nome
solo; Che, fatto uscirne
i Galli, si
ripiglia Col favor della
Chiesa il patrio
suolo. Francia anco torna, ma
ritien la briglia, Né
scorre Italia, come
suole, a volo; Che
U buon Duca
di Mantua sul
Ticino Le chiude il
passo, e le
taglia il cammino. 46
Federico, eh' ancor non
ha la guancia De' primi fiori
sparsa, si fa
degno Di gloria etema,
ch'abbia con la
lancia. Ma più con
diligenzia e con
ingegno, Pavia difesa dal
furor di Francia, E
del Leon del
mar rotto il
disegno. Vedete duo Marchesi,
ambi t.rrore Di nostre
genti, ambi d'Italia
onore; 47 Ambi dun
sangue, ambi iu
un nido nsti. Di
quel marchese Alfonso
il primo è
figlio, Il qual, tratto
dal Negro negli
agguati, Vedeste il terren
far di sé
vermiglio. Vedete quante volte
son cacciati D'Italia i
Franchi pel costui
consiglio. L'altre, di si
benigno e lieto
aspetto, Il Vasto signoreggia,
e Alfonso è
detto. 48 Questo è
il buon Cavalier
di cui dicea, Quando
l'isola d Ischia vi
mostrai, Che gi& profetizzando
detto avea Merlino e
Fieramonte cose assai: Che
differire a nascere
dovea Nel tempo che
d'aiuto più che
mai L'afflitta Italia, la
Chiesa e l'Impero Contra ai
barbari insulti avria
mestiero. Stanza 49. 49 Costui
dietro al cugin
suo di Pescara Con
l'auspicio di Prosper
Colonnese, Vedete come la
Bicocca cara Fa parere
airElvezio, e più
al Francese. Ecco di
nuovo Francia si
prepara Di ristaurar le
mal successe imprese. Scende il Re con
un campo in
Lombardia; Un altro per
pigliar Napoli invia. 50
Ma quella che
di noi fa
come il vento D'arida
polve, che l'aggira
in volta, La leva
fin al cielo,
e in un
momento A terra la
ricaccia, onde l'ha
tolta; Fa ch'intorno a
Pavia crede di
cento Mila persone aver
fatto raccolta 11 Re,
che mira a
quel che di
man gli esce, Nou
se la gente
sua si scema
o cresce. 51 Così
per colpa de' ministri
avari, £ per bontà
del Re che
se ne fida. Sotto
r insegne si
raccoglion rari. Quando la
notte il campo
all'arme grida; Che si
vede assalir dentro
ai ripari Dal sagace
Spagnuol, che con
la uida Di duo
del sangue d'Avalo
ardirla Farsi nel cielo
e nello 'nfemo
via. 52 Vedete il
meglio della nobiltade Di
tutta Francia alla
campagna estinto: Vedete quante
lance e quante
spade Han d'ogni intorno
il Re animoso
cìnto: Vedete che '1
destrier sotto gli
cade:Né per questo
si rende, o chiama vinto; Bench'a lui
solo attenda, a
lui sol corra Lo
stuol nimico, e
non è chi'l
soccorra. 53 II Re
gagliardo si difende
a piede, £ tutto
dell' ostil sangue si
bagna; Ma virtù alfine
a troppa forza
cede. £cco il Re
preso, ed eccolo
in Ispagna:£d a
quel di Pescara
dar si vede, Ed
a chi mai
da lui non
si scompagna, A quel
del Vasto, le
prime corone Del campo
rotto e del
gran Re prigione. 54
Rotto a Pavia
l'un campo, l'altro
ch'era, Per dar travaglio
a Napoli, in
cammino Restar si
vede come, se
la cera Oli manca
o l'olio, resta
il lumicino. Ecco che '1 Re
nella prigione ibera Lascia
i figliuoli, e
torna al suo
domino:Ecco fa a
un tempo egli
iu Italia guerra, Ecco
altri la fa
a lui nella
sua terra. 55 Vedete
gli omicidi e le rapine In
ogni parte far
Roma dolente E con
incendj e stupri
le divine E le
profane cose ire
ugualmente. 11 campo della
Lega le ruine Mira
d'appresso, e'I pianto
e'I grido sente; E
dove ir dovria
innanzi . torna indietro, E
prender lascia il
successor di Pietro. 56
Manda Lotrecco il
Re con nuove
squadre, Non più per
fare in Lombardia
l'impresa, Ma per levar
delle mani empie
e ladre Il Capo
e l'altre membra
della Chiesa; Che tarda
sì, che trova
al Santo Padre Non
esser più la
libertà contesa. Assedia la
cittade ove sepolta É
la Sirena, e
tutto il regno
volta. Ecco l'armata imperiai
si scioglie Per dar
soccorso alla città
assediata; Ed ecco il
Doria che la
via le toglie, E
rha nel mar
sommersa, arsa e
spezzata. Ecco Fortuna come
cangia voglie, Sin qui a'
Francesi si propizia
stata; Che di febbre gli
uccide, e non
di lancia, Si che
di mille un
non ne toma
in Francia. 63 II
dolce sonno mi
promise pace; Ma l'amaro
vegghiar mi torna
in guerra: Il dolce
sonno è ben
stato fallace; Ma r
amaro vegghiare, oimè !
non erra. Ss'l vero
annoia, e il
falso si mi
piace, Non oda o
vegga mai più
vero in terra: Se
'1 dormir mi
dà gaudio, e
il vegghiar guai Possa
io dormir senza
destarmi mai. 58 La
sala queste ed
altre istorie molte, Che
tutte saria lungo
riferire. In vari e
bei colori avea
raccolte; Ch' era ben
tal, che le
potea capire. Tornano a
rivederle due e
tre volte. Né par
che se ne
sappiano partire; E rileggon
più volte quel
eh' in oro Si
vedea scritto sotto
il bel lavoro. 59
Le belle donne,
e gli altri
quivi stati, Mirando e
ragionando insieme un
pezzo, Fur dal Signore
a riposar menati; Ch'onorar gli
osti suoi molt'era
avvezzo. Già sendo tutti
gli altri addormentati, Bradamante a
corcar si va
da sezzo; E si
volta or su
questo or su
quel fianco, Né può
dormir sul destro
né sul manco. 60
Pur chiude alquanto
appresso all'alba i
lumi, E di veder
le pare il
suo Ruggiero, Il qual
le dica: Perchè ti
consumi, Dando credenza a quel che
non è vero? Tu
vedrai prima all' erta
andare i fiumi, Ch'ad
altri mai, eh' a
te, volga il
pensiero. S'io non amassi
te, né il
cor potrei Né le
pupille amar degli
occhi miei. 61 E
par che le
soggiunga: Io son
venuto Per battezzarmi, e
far quanto ho
promesso; E s' io son
stato tardi, m' ha
tenuto Altra ferita, che
d'amore, oppresso. Fuggesi in
questo il sonno,
né veduto È più
Ruggier, che se
ne va con
esso. Rinnova allora i
pianti la donzella, E
nella mente sua
cosi favella: 62 Fu.
quel che piacque,
un falso sogno:
e que4o Che mi
tormenta, ahilassa! è
un vegghiar vero. Il
ben fu sogno
a dileguarsi presto; Ma
non è sogno
il martire aspro
e fiero. Perch'or non
ode e vede
il snso desto Quel
ch'udire e veder
parve al pensiero? A
che condizione, occhi
miei, sete, Che chiusi
il ben, e
aperti il mal
vedete? 64 Oh felici
animai eh' un
sonno forte Sei mesi
tien senza mai
gli occhi aprire! Che
s'assimigli tal sonno
alla morte. Tal vegghiare
alla vita, io non vo'dire; Ch'a
tutt' altre contraria la mìa sorte Sente
morte a vegghiar,
vita a dormire: Ma
s'a tal sonno
morte s' assimiglia, Deh, Morte,
or ora chiudimi
le ciglia ' Stanza
52. 65 Dell' orizzonte il
Sol fatte avea
rosse L'estreme parti, e
dileguate intorno S' eran le
nubi, e non
parca che fosse Simile
all'altro il cominciato
giorno; Quando svegliati Bradamante
armosse, Per fare a
tempo al suo
cammin ritorno, Reudute avendo grazie
a quel Signore Del
buon albergo e
dell'avuto onore. 66 E
trovò che la
donna messaggiera. Con damigelle
sue, con suoi
scudieri Uscita della rócca,
venut'era Là dove l'atteudeau
quei tre guerrieri; Quei che
con l'asta d'oro
essa la sera Fatto
avea riversar giù
dei destrieri, E che
patito aveau con
gran disagio La notte
l'acqua e il
vento e il
elei malvagio. 67 Arroge
a tanto mal,
eh a corpo vóto Ed
essi e i lor cavalli
eran rimasi, Battendo i
denti e calpestando
il loto; Ma quasi
lor più incresce,
e senza quasi Incresce e
preme più, che
farà noto La messaggìera,
appresso agli altri
casi, Alla sua Donna,
che la prima
lancia Gli abbia abbattuti,
c'han trovata in
Fr.iiic.a. Stanza 55 68 E
presti o di
morire, o di
vendetta Subito far del
ricevuto oltraggio, Acciò la
messaggiera, che fu
detta Dilania, che nomata
più non aggio, La
mala opinion ch'avea
concetta Forse di lor,
si tolga del
coraggio, La figliuola d
Amon sfidano a
giostra Tosto che fuor
del Spente ella
si mostra:69 Non
pensando però che
sia donzella; Che nessun
gesto di donzella
avea. Bradamante ricusa, come
quella Ch'in fretta già,
né soggiornar volea. Pur
tanto e tanto
fur molesti, eh'
ella, Che negar senza
biasmo non potea, Abbassò V
asta, ed a
tre colpi in terra
Li mandò
tutti; e qui
fini la guerra; 70
Che senza più
voltarsi mostrò loro Lontan
le spalle, e
dileguossi tosto. Quei che,
per guadagnar lo
scudo d' oro, Di paese
venian tanto discosto, Poi
che senza parlar
ritti si foro, Che
ben V avean
con ogni ardir
deposto, Stupefatti parean di
maraviglia, Né verso Ullania
ardìan d'alzar le
ciglia; 71 Che con
lei molte volte
percammino Dato s' avean troppo
orgogliosi vanti:Che non
é cavalier né
paladina Ch'ai minor di
lor tre durasse
avanti. La donna, perchè
ancor più a
capo chiuo Vadano, e
più non sian
cosi arroganti, Fa lor
saper che fu
femmina quella, Non paladin,
che li levò
di sella. 72 Or
che dovete, diceva
ella, quando Cosi v'
abbia una femmina
abbattuti, Pensar che sia
Rinaldo o che
sia Orlando, Non senza
causa in tant'onoie
avuti? S'un d'es8Ì avrà
lo scudo, io
vi domando Se migliori
di quel che
siate suti Coutra una
donna, contra lor
sarete? Non credo io
già, né voi
forse il credete. 73
Questo vi può
bastar; né vi
bisogna Del valor vostro
aver più chiara
prova:E quei di
voi, che temerario
agogna Far di sé
in Francia esperienzia
nuova, Cerca giungere il
danno alla vergogna In
che ieri ed
oggi s' è trovato
e trova; Se forse
egli non stima
utile e onore
" Qualor per man
di tai guerrier
si muore. 74 Poi
che ben certi
i cavalieri fece Ullania,
che quell'era una
donzella. La qual fatto
avea nera più
che pece La fama
lor, ch'esser solea
si bella; E dove
una bastava, più
di diece Persone il
detto conferm&r di
quella; Essi fur per
voltar l'arme in
sé stessi, Da tal
dolor, da tanta
rabbia oppressi. E dallo
sdegno e dalla
furia spinti, L arme
si spoglian, quante
n'hanno indosso; Né si
lascian la spada
onde erau cinti, E
del Castel la
gittano nel fosso; E
giuran, poiché gli
ha una donna
vinti, E fatto sul
terren hattere il
dosso, Che, per purgar
sì grave error,
staranno Senza inni vestir
Tarme intero un
anno; 76 E che
n' andranno a
pie pur tuttavia, 0
sia la strada
piana, o scenda
o saglia; Né, poi
che Tanno anco
finito sia, Saran per
cavalcare o vestir
maglia, S'altr'arme, altro destrier
da lor non
fia Guadagnato per forza
di battaglia. Cosi senz'arme,
per punir lor
fallo, Essi a pie
83 n'andar, gli
altri a cavallo. 77
Bradamante la sera
ad an castello Ch'
alla via di
Parigi si ritrova, Di
Carlo e di
Rinaldo suo fratello, Ch'avean rotto
Agramante, udì la
nuova. Quivi ebbe buona
mensa e buono
ostello:Ma questo ed
ogn' altro agio poco
giova; Che poco mangia,
e poco dorme
e poco, Non che
posar, ma ritrovar
può loco. 79 SeuzA
che tromb"i o
segno altro accennasse Quando a
muover s'avean, senza
maestro Che lo schermo
e 'I ferir
lor ricordasse, E lor
pungesse il cor
d'animoso estro, L'uno e
1' altro d'accordo
il ferro trasse, E
si venne a
trovare agile e
destro. I spessi e
gravi colpi a
farsi udire Incominciaro, ed
a scaldarsi l'ire. 78
Non però di
costei voglio dir
tanto, Ch'io non ritomi
a quei duo
cavalieri Che d'accordo legato
aveano accanto La solitaria
fonte i duo
destrieri. La pugna lor,
di che vo'
dirvi alquanto, Non è
per acquistar terre
né imperi; Ma perché
Durindana il più
gagliardo Abbia ad avere,
e a cavalcar
Baiardo. 80 Due spade
altre non so,
per prova elette Ad
esser ferme e
solide e ben
dure, Ch' a tre
colpi di quei
si fosser rette, Cir
erano fuor di
tutte le misure:3Ia
quelle fur di
tempre sì perfette, Per
tante esperienzie sì
sicure,' Che ben poteano
insieme riscontrarsi Con mille
colpi e più,
senza spezzarsi. 81 Or
qua Binaldo or
là mutando il
passo Con gran destrezza,
e molta industria
ed arte, Fuggia di
Durindana il gran
fracassò; Che sa ben
come spezza il
ferro e parte. Feria
maggior percosse il
re Gradasso; Ma quasi
tutte al vento
erano sparte:Se coglieva
talor, coglieva in
loco Ove potea gravare
e nuocer poco. stanza
84. 82 L altro con
più ragion sua
spada inchina, £ fa
spesso al Pagan
stordir le braccia; £
quando ai fianchi
e quando ove
confina La corazza con
V elmo, gli
la caccia:Ma trova
V armatura adamantina:Sì
ch'una maglia non
ne rompe o
straccia. Se dura e
forte la ritrova
tanto, Avvien perch'ella è
fatta per incanto. 83
Senza prender riposo
erano stati Gran pezzo
tanto alla battaglia
fisi. Che vólti gli
occhi in nessun
mai de' Iati Aveano,
fuor che nei
turbati visi; Quando da
un'altra zuffa distornati, £
da tanto furor
furon divisi. Ambi voltaro
a un gran
strepito il ciglio, £
videro Baiardo in
gran periglio. 84 Vider
Baiardo a zuffa
con nn mostro Ch'era
più di lui
grande, ed era
augnello: Avea più lungo
di tre braccia
il rostro; L'altre fattezze
avea di vipistrello; Avea la
piuma negra come
inchiostro, Avea l'artiglio grande,
acuto e fello; Occhi
di fuoco, e
sguardo avea crudele:L'ale
avea grandi, che
parean due vele. 85
Forse era vero
augel; ma non
so dove 0 quando
un altro ne
sia stato tale. Non
ho veduto mai,
né Ietto altrove, Fuor
ch'in Turpin, d'un
sì fatto animale. Questo rispetto
a credere mi
muove, • Che r
augel fosse un
diavolo infernale Che Malagìgi
in quella forma
trasse, Acciò che la
battaglia disturbasse. 86 Rinaldo
il credette anco,
e gran parole £
sconce poi con
Malagìgi n'ebbe. £gli già
confessar non glie
lo vuole; £ perchè
tor di colpa
si vorrebbe, Giura pel
Inme che dà
lume al Sole, Che
di questo imputato
esser non debbe. Fosse
augello o demonio,
il mostro scese Sopra
Baiardo, e con
l'artiglio il prese. 87
Le redini il
destrier, eh' era
possente, Subito rompe, e
con sdegno e
con ira Contra l'augello
i calci adopra
e'I dente; Ma quel
veloce in aria
si ritira:Indi ritoma,
e con l'ugna
pungente Lo va battendo,
e d'ogn' iutomo
gira. Baiardo offeso, e
che non ha
ragione Di schermo alcun,
ratto a fuggir
si pone. 88 Fugge
Baiardo alla vicina
selva, £ va cercando
le più spesse
fronde: Segue di sopra
la pennuta belva Con
gli occhi fisi ove la
via seconde: Ma pure
il buon destrier
tanto s'inselva, Ch'alfin sotto
una grotta si
nasconde. Poi che r
alato ne perde
la traccia, Ritoma in
cielo, e cerca
nuova caccia. 89 Rinaldo
e '1 re
Gradasso, che partire Veggono la
cagion della lor
pugna, Restan d'accordo quella
differire Finché Baiardo salvino
dall'ugna Che per la
scura selva il
fa fuggire; Con patto,
che qual d'essi
lo raggiogna, A quella
fonte lo restituisca, Ove la
lite lor poi
si finisca. Seguendo, si
partir dalla fontana, L'erbe novellamente
in terra peste. Molto
da lor Baiardo
s' allontana, Ch'ebbon le piante
in seguir lui
mal preste. Gradasso, che
non lungi ayea V Alfana, Sopra
vi salse, e per quelle
foreste Molto lontano il
Paladin lasciosse, Tristo e
peggio contento che
mai fosse. I Einaldo
perde V orme
in pochi passi Del
suo destrier, chefa
strano Viaggio; Ch' andò
rivi cercando, arbori
e sassi, II più
spinoso luogo, il
più selvaggio. Acciò che
da quella ugna
si celassi, Che cadendo
dal ciel gli
facea oltraggio. Einaldo, dopo
la fatica vana, Ritornò
ad aspettarlo alla
fontana; Se da Gradasso
tI fosse condutto, 3ì
come tra lor
dianzi si convenne. Ma
poi che far
si vide poco
frutto, Dolente e a
piedi in campo
se ne venne. )r
torniamo a quell'altro,
al quale in
tutto )iverso da Rinaldo
il caso avvenne. on
per ragion, ma
per suo gran
destino enti annitrire il
buon destrier vicino; 96
Voglio Astolfo seguir,
ch'a sella e
a morso A uso
fàcea andar di
palafreno L'Ippogrifo per V aria a
si gran corso, Che
l'aquila e il
falcon vola assai
meno. Poi che de' Galli
ebbe il paese
scorso Da un mare
all'altro, e da
Pirene al Reno, Tornò
verso Ponente alla
montagna Che separa la
Francia dalla Spagna. 97
Passò in Navarra.
et indi in
Aragona, Lasciando a chi
'1 vedea gran
maraviglia. Restò lungi a
sinistra Tarracona,
Biscaglia a destra,
ed arrivò in
Castiglia. Vide Galizia e'I
regno d'Ulisbona; Poi volse
il corso a
Cordova e Siviglia: Né
lasciò presso il
mar né fra
campagna Città, che non
vedesse tutta Spagna. 98
Vide le Gade,
e la meta
che pose Ai primi
naviganti Ercole invitto. Per
l'Africa vagar poi si dispose Dal
mar d'Atlante ai
termini d'Egitto. Vide le
Baleariche famose, E vide
Eviza appresso al
cammiu dritto. Poi volse
il freno e
tornò verso Arzilla Sovra
'1 mar che
da Spagna dipartilla. E
lo trovò nella
spelonca cava, •eir avuta
paura anco sì
oppresso, h' uscire allo scoperto
non osava: erciò l'ha
in suo potere
il Pagan messo, sn
della convenzion si
raccordava, i' alla fonte
tornar dovea con
esso; a non è
più disposto d'osservarla, cosi in
mente sua tacito
parla:Abbial chi aver
lo vuol con
lite e guerra; d'averlo con
pace più disio, li'
uno all' altro capo
della terra i venni,
e sol per
far Baiardo mio. ch'io
l'ho in mano,
ben vaneggia ed
erra i crede che
depor lo voless'io. Rinaldo lo
vuol, non disconviene, ne io già in
Francia, or s'egli
in India viene. on
men sicura a lui fia
Sericana, : già, dne
yolte Francia a
me sia stata. ì
dicendo, per la
via più piana venne
in Arli, e
vi trovò l'armata; uindi con
Baiardo e Durindana "arti sopra
una galea spalmata. questo a
un'altra volta; ch'or
Gradasso, lido e tutta
Francia addietro lasso. 99
Vide Marocco, Feza,
Orano, Ippona, Algier, Buzea,
tutte città superbe, C hanno d'altre
città tutte corona. Corona d'oro,
e non di
fronde o d'erbe. Verso
Biserta e Tunigi
poi sprona; Vide Capisse
e l'isola d'Alzerbe, E Tripoli e
Bemicche e Tolomitta, Sin dove
il Nilo in
Asia si tragitta. 100
Tra la marina
e la silvosa
schena Del fiero Atlante
vide ogni contrada. Poi
die le spalle
ai monti di
Carena, E sopra i
Cirenei prese la
strada; E traversando i
campi dell'arena. Venne a'confin
di Nubia in
Albaiada. Rimase dietro il
cimiter di Batto, E'I
gran tempio d'Amon,
ch'oggi è disfatto. 101
Indi giunse ad
un'altra Tremisenne, Che di
Maumetto pur segue
lo stilo. Poi volse
agli altri Etìopi
le penne. Che con
tra questi son
di là dal
Nilo. Alla città di
Nubia il cammin
tenne Tra Dobada e
Coalle in aria
a filo. Questi Cristiani
son, quei Saracini; E
stan con l'arme
in man sempre
a' confini. 102 Senàpo ìmperator
della Etiopia, di' in loco
tìen di scettro
in man la
croce, Di gente, di
cittadi e d'oro
ha copia Quindi fin
là dove il
mar Rosso ha
foce; E serva quasi
nostra Fede propia, Che
può salvarlo dall'esilio
atroce. Gli è, s'io
non piglio errore,
in questo loco Ove
al battesmo loro
usano il fuoco. 103
Dismontò il duca
Astolfo alla gran
come Dentro di Nubia,
e visitò il
Senàpo. Il castello è
più ricco assai
che forte. Ove dimora
d'Etiopia il capo. Le
catene dei ponti
e delle porte. Gangheri e
chiavistei da piedi
a capo, E finalmente
tutto quel lavoro Che
noi di ferro
usiamo, ivi usan
d ore. stanza 99 tJ
' ' '/
/.} . ?f
::104 Ancorché del
finissimo metallo Vi sia
tale abbondanza, è
pur in pregio. Colonnate di
limpido cristallo Son le
gran logge del
palazzo regio. Fan rosso,
bianco, verde, azzurro
e giallo Sotto i
bei palchi un
relucente fregio, Divisi tra
proporzionati spazj, Ruin . smeraldi,
zaffiri e topazj. 105
In mura, in
tetti, in pavimenti
sparte Eran le perle,
eran le ricche
gemme. Quivi il balsamo
nasce: e poc.i parte N'ebbe
appo questi mai
Gerusalemme. Il muschio eh' a
noi vi.u, quindi
si parte; Quindi vien
l'ambra, e cerca
altre maremme; Vengon le
cose in somma
da quel canto. Che
rei paesi nostri
vagliou tanto. Si dice
che'l Soldan, Re dell'Egitto, A
qnel Re dà
tributo, e sta
soggetto, Perebbe in poter
dì lui dal
cammin dritto Levare il
Nilo, e dargli
altro ricetto, E per
questo lasciar subito
afflitto Di fame il
Cairo e tutto
quel distretto. Senàpo detto
è dai sudditi
suoi:Gli diciam Presto
o Preteianni noi. 107
Di quanti Re mai d' Etiopia
foro, n più ricco
fu questi e
il più possente; Ma
con tutta sua
possa e suo
tesoro, Gli occhi perduti
avea miseramente. E questo
era il minor
d'ogni martore:Molto era
più noioso e
più spiacente, Che, quantunque
ricchissimo si chiame, Cruciato era
da perpetua fame. stanza
126 Se per mangiare
o ber quello
infelice iiia cacciato dal
bisogno grande, sto apparia
rinfemal schiera ultrice, monstmose Arpie
brutte e nefande, i
col grrifo e
con V ugna
predatrice rg:eano i vasi,
e rapian le
vivande [liei che non
capia lor ventre
infiordo:rimanea contaminato e
lordo. 109 E questo,
perch essendo d'anni acerbo, E
vistosi levato in
tanto onore, Che, oltre
alle ricchezze, di
più nerbo Era di
tutti gli altri,
e di più
core; Divenne, come Lucifer,
superbo, E pensò muover
guerra al suo
Fattore. Con la sua
gente la via
prese al dritto Al
monte ond' esce il
gran fiume d'Egitto. 110 Inteso
ayea che su
quel monte alpestre, Ch'oltre alle
nuhi e presso
al del si
leva, Era quel Paradiso
che terrestre Si dice,
ove ahitò già
Adamo ed Eva. CJon
caramelli, elefanti, e
con pedestre Esercito, orgoglioso
si moveva Con gran
desir, se v'abitava
gente, Di farla alle
sue legi ubbidiente. Ili Dio
gli represse il
temerario ardire, E mandò
V Angel suo
tra quelle frotte, Che
centomila ne fece
morire, E condannò lui di perpetua
notte. Alla sua mensa
poi fece venire L'orrendo mostro
dall' infernal grotte. Che gli
rapisce e contamina
i cibi. Né lascia
che ne gusti
o ne delibi. 112
Ed in desperazion
continua il mésse Uno
che già gli
avea profetizzato Che le
sue mense non
sarieno oppresse Dalla rapina
e dall'odore ingrato, Quando venir
per l'aria si
vedesse Un cavalier sopra
un cavallo alato. Petckè
dunque impossibil parea
questo, Privo d'ogni speranza
vivea mesto. 116 E
di marmore un
tempio ti prometto Edificar nell'alta
reggia mia, Che tutte
d'oro abbia le
porte e '1
tetto, E dentro e
fuor di gemme
ornato aia; E dal
tuo santo nome
sarà detto, E del
miracol tuo scolpito
fia. Cosi dicea quel
Re che nulla
vede. Cercando invan baciar
al Duca il
piede. 117 Rispose Astolfo:
Né l'Angel di
Dio, Né son Messia
novel, né dal
ciel vegno; Ma son
mortale e peccatore
anch'io. Di tanta grazia
a me concessa
indegno. Io farò ogn'opra,
acciò chel mostro
rio, Per morte o
fuga, io ti
levi del regno. S' io
il fo, me
ncn, ma Dio
ne loda solo, Che
per tuo aiuto
qui mi drizzò
il volo. 118 Fa
questi voti a
Dio, debiti a Ini:
A lui
le chiese edifica
e gli altari Cosi
parlando, andavano ambidui Verso
il castello fra
i Baron preclari, n
Re comanda ai
servitori sui, Che subito
il convito si
prepari, Sperando che non
debba essergli tolta La
vivanda di mano
a questa volta. 113
Or che con
gran stupor vede
la gente Sopra ogni
muro e sopra
ogni alta torreEntrare
il cavaliere, immantinente É chi a narrarlo
al Re di Nubia
corre, A cui la
profezia ri toma
a mente; Ed obbli'ando
per letizia torre La
fedel verga, con
le mani innante Vien
brancolando al cavalier
volante. 119 Dentro una
ricca sala immantinente Apparecchiossi il
convito solenne. Col Senape
s' assise solamente Il duca
Astolfo, e la
vivanda venne. Ecco per
l'aria lo strider
si sente, Percossa intome
dall'erribil penne; Ecco venir
l'Arpie bratta e
ne&nde, Tratte dal ciel
a odor delle
vivande. 114 Astolfo nella
piazza del castello Con
spaziose mote in
terra scese. Poi che
fu il Re
condotto innanzi a
quello, Inginocchiossi, e le
man giunte stese, E
disse: Angel di
Die, Messia novello, S'io
non merto perdono
a tante offese. Mira
che proprio é
a noi peccar
sovente, A voi perdonar
sempre a chi si pente. 115
Del mio error
consapevole, non chieggie Né
chiederti ardirei gli
antiqui lumi. Che tu
lo possa far,
ben creder deggio; Che
si de' cari a
Die beati numi. Ti
b.3ti il gran
martir ch'io non ci veggio, Senza
ch'ognor la fame
mi consumi. Almen discaccia
le fetide Arpie, Che
non rapiscan le
vivande mie: 120 Erano
sette in una
schiera, e tutte Volto
di donne avean,
pallide e smorte. Per
lunga &me attenuate
e asciutte, Orribili a veder
più che la
morte. L'alacde grandi avean,
deformi e brutte; Le
man rapaci, e
Pugne incurve e
torte; Grande e fetide
il ventre, e
lunga coda. Come di
serpe che s'aggira
e snoda. 121 Si
sentono venir per
l'aria, e quasi Si
veggon tutte a
un tempo in
sulla Rapire i cibi,
e riversare i
vasi: E molta feccia
il ventre lor
dispensa. Talché gli é
forza d'atturare i
nasi; Che non si
può patir la
puzza immensa. Astolfo, come
l'ira lo sospinge. Centra gl'ingordi
augelli il ferro
strìnge. Uno sol collo,
un altro su
la groppa Percuote, e
chi nel petto,
e chi nelPala; Ma
come fera in
snn sacco di
stoppa, Poi langae il
colpo, e senza
effetto cala; E quei
non vi lasciar
piatto né coppa Che
fosse intatta; né
sgombrar la sala Prima
che le rapine
e il fiero
pasto Contaminato il tutto
avesse e guasto. 125
E così in
una loggia s'apparecchia Con altra
mensa altra vivanda
nuova. Ecco l'Arpie che
fan l'usanza vecchia: Astolfo il
corno subito ritrova. Gli
augelli, che non
han chiusa l'orecchia, Udito il
suon, non puon
stare alla prova; Ma
vanno in fuga
pieni di paura,
" Né di cibo
né d'altro hanno
più cura. 123 Avuto
avea quel Ee
ferma speranza Nel Duca,
che l'Arpie gli
discacciassi; £d or che
nulla ove sperar
gli avanza, Sospira e
geme, e disperato
stassi. Viene al Duca
del corno rimembranza. Che suole
aitarlo ai perigliosi
passi; E conchiude tra
sé, che questa
via Per discacciar i
mostri ottima sia. 126
Subito il Paladin
dietro lor sprona: Volando esce
il destrier fuor
della loggia, E col
Castel la gran
città abbandona, E per
l'aria cacciando i
mostri, poggia. Astolfo il
corno tnttavolta suona: Fuggon
l'Arpie verso la
zona roggia, Tanto che
sono all'altissimo monte, Ove
il Nilo ha,
se in alcun
luogo ha, fonte. 24
E prima fa che '1
Re, con suoi
Baroni, Di calda cera
l'orecchia si serra. Acciò
che tutti, come
il corno suoni. Non
abbiano a fuggir
fuor della terra: Prende
la briglia, e
salta su gli arcioni
Dell' Ippogrlfo, ed il
bel corno afferra; E
con cenni allo
scalco poi comanda Che
riponga la mensa
e la vivanda. 127 Quasi
della montagna alla
radice Entra sotterra una
profonda grotta, Che certissima
porta esser si
dice Di eh' allo
'nferno vuol scender
talotta. Quivi s'è quella
turba predatrice. Come in
sicuro albergo, ricondotta, E
giù sin di
Oocito in sulla
proda Scesa, e più
là, dove quel
suon non oda. 128
All'infemal caliginosa buca Ch'apre
la strada a
chi abbandona il
lume, Finì l'orribil suon
l'inclito Duca, E fe'raccorre
al suo destrier
le piume. Ma prima
che più innanzi
io lo conduca, Per
non mi dipartir
del miocostume,Poiché da tutti
i lati ho
pieno il foglio. Finire il
Canto e riposar
mi voglio. V OTB. T.
1. V.14. Timaffora
di Oalcide gareggiò
con Fidia. Parrasio, nato
in Efeso, emalo
di ZeusL Polignoto Taso, isola
dell'Arcipelago, fa de' primi
ad usare i co
. Protogene nato
a Canno, città
di Caria dipendente Rodi. Timante
credesi nato a
CIdna, una delle
Ci li, rivaleggiò con
Parrasio. Apollodoro ateniese, in
gran fama circa
il 428. Apelle,
nativo di Coo, e
adino di
Efeso, oscurò gli
artisti che lo
avevano pre ito; visse
ai tempi di
Alessandro il Macedone.,8i
ebbe i natali
in Eraclea, e
contese la palma
a rasio e ad
Apolloioro suoi contemporanei. 'I. V.5.
doto: una delle tre
Parche, r. 2. V.15.
JB quei che
fwro ai nostri
dì, ecc. nardo f detto
da Vinci, dal
luogo ove nacque
nel 1452, )n nel
1445, come leggesi
in alcune vite,
fu pittor", ulioo ed
architetto militare: mori
in Francia nel
1519. Andrea Mantegna, nato
in Padova nel
1430, lavorò molto in
Mantova: morto nel
1505. Gian Bellino
nacque in Venezia nel
1426, e di
79 anni dipingeva
uno de' suoi capi
d'opera che adomano
il Louvre. Duo
Dossi. Erano fratelli e
ferraresi, uno di
nome Dosso, Taltro
Giambat tista. Dosso nacque nel
1474, fa grande
amico del Poeta, a
cui fece il
ritiatto. Giambattista era
paesista, e lavorò assai
pel duca Alfonso.
Michel, più che
mortale, Angel divino: il
Buonarroti, ch'ebbe i
natali in Caprese
del ter ritorio Aretino, nell'anno
1474; fu gigante
nelle tre arti sorelle: mori nel
1564. Bastiano: più
conosciuto sotto il nome
di Sebastiano del
Piombo, benché Luciano
fosse il vero suo
nome. Nacque a
Venezia nel 1485,
e morì in Roma
nel 1547. Rafael:
Rafaello Sanzio, nato
in Ur bino nel 1483;
mori nel 1520
Tizian: Tiziano Vecel lio,
nato nel 1477
a Pieve di
Cadore, U più
iUustre pennello della scuola
veneta: il contagio
Io tolse di
vita nel 1576. St. 4.
V.67. AI lago
Avemo: lago che
tuttora esiste nei dintoini
di Pozzuoli. Ivi
posero i mitologi
Fin grosso all'inferno. Alle
Nursine grotte. Indica
qui il Poeta nel numero
del più una
grotta detta della
Sibilla, che apresi sul
monte San Vittore,
presso ad un
lago, nel territoi;io di Norcia,
e dove credevasi
che si adunassero le
streghe per feu'e
i loro incantesimi St. 8.
V.8. Ch ambi
a un tempo
furo. È questa una
finzione del Poeta;
perchè Fieramente o
Faiamondo visse un secolo
prima del re
Arturo. St. 9. V.58.
Ter lui: da
Merlino. Saper fece
il periglio a Fieramonte,
a che di
molti guai, ecc.: co
struisci : fece sapere
a Fieramonte il
periglio di molti guaita
che porrà 6fM
gente. S'entranella terra,
ecc., cioè in Italia,
quasi colle stesse
parole del Petrarca:Vedrollo il bel paese
Ch Appennin parte
il mar cir conda e
VAlpe. St. 13. V.28.
Singiberto Fa lor
veder, ecc. Vuol dire
che Maurizio, imperatore
di Costantinopoli, adescò con
denaro il re
di Francia Singiberto
a scendere in Italia
per cacciarne i
Longobardi Dal monte
di Giove: il grande
San Gottardo. Nel
pian dal Lambro e
dal Ticino aperto: cioè
la pianura lombarda:
il Lam bro è fiume
che scorre vicino
a Monza; il
Ticino procede dal lago
Maggiore, e toccando
Pavia, mette foce
nel TAdriatico. Vedete Eutar,
ecc. Eutari o
Autari, re longobardo, fu
quello che batto
e disfece Singiberto. Si. 14.
V.18. Vedete Clodoveo,
ecc. Rammenta un altro
re di Francia
che condusse per
V Alpi numeroso esercito alla
conquista d'Italia; ma
restò sconfitto da Orimoaldo,
duca di Benevento,
che, con finta
ritirata e con lasciare
negli alloggiamenti molti
viveri e vino
assai, ade scò i soldati fiancesiad inebbriarsi;
e cosi gli
distrusse. St. 15. V.18.
Ecco in Italia
Childìberto, ecc. Que sti fu
zio di Clodoveo;
ed a vendicare
la morte del ni
pote fece scendere in
Lombardia tre corpi
d'esercito; i quali perirono
quasi intieramente per
la spada del
del; cioè di caldo
e di dissenteria. ST. 16.
V.18. Mostra Pipino,
e nostra Carlo
ap presso f ecc. Pipino
e il figlino!
suo Carlo Magno
ven nero successivamente in Italia
a sostenere i
papi qui nominati contro
i re Longobardi.
Aistulfo fu vinto
da Pipino; e Carlo
Magno soggiogò e
fece prigione il re
Desiderio, dando cosi
fine a quel
regno. St. 17. V.18.
Lor mastra appresso
un giovene Pipino, ecc.
Ora il Poeta
introduce Pipino, Aglio
di Carlo Magno, il
quale movendo contro
i Veneziani, oc cupò un
tratto di paee,
dalle Fornaci, cioè
dalla foce del Po
detta Bocca di
Fossone, air isola
stretta e bis lunga che
chiamasi Lido di
Pelestrina. Dopo ch'egli
si fki impadronito delle
isolette circostanti a
Venezia, fece gettare a
Malamocco un ponte
di legno per
cui giunse presso Rialto,
dove combattè; e ritirandosi,
trovò il ponte disfatto
dalla burrasca, onde
i suoi ebbero
gra vissima perdita. St. 18. V.18.
Ecco Luigi Borgognon,
ecc. Venne anche costui
in Italia per
farsela sua; ma
vinto e preso da
Berengario I, riebbe
la libertà sotto
promessa di non più
muovere a danno
della Penisola; ed
avendo rotta la data
fede, fu preso
di nuovo dal
secondo Berengario; e privato
degli occhi, fu
rimandato in Borgogna.
Talpe per talpa.
Si credeva in
que' tempi che
a cosi fatti animali
fosse impedito da
una pellicola V
organo della vista. St. 19.
V.18. Vedete un Ugo d'Arti,
ecc gario II, detronizzato
da Rodolfo re
di Borgogna, s.ty volse
agli Unni o
Ungheri, perdio lo
aosteneesero eo"n quel re;
dai quali egli
mal difendendosi per
la snméKt pocaggine, gì'
Italiani ricorsero ad
Ugo conte di Ari
. che, riuscito nell'impresa,
regnò per dieci
attaL Ma te nuto anch' egli nell'odio
de' sudditi, dovè pattuire
cu Berengario III, il
quale dopo la
morte di Ugo
e dd ii lui
figlio Lottarlo, riebbe
il dominio d
Italia. St. 20. v.18.
Vedete un altro
Carlo, ecc. Fa
q" sti Carlo d'Angìò,
fratello di Luigi
IX re dì
Fraasa, che invitato da
Clemente IV discese
in Italia; ed
aveaé combattuto e vinto
Manfredi a Benevento,
poi CoixadiM a Tagliacozzo,
usurpò il regno
di Napoli e
la Sicilia. dove per
le oppressioni dei
Francesi scoppiò il
Fefpro Siciliano. Del buon
pastor: ò detto
per ironia, poi ché a
Clemente IV dovette
l'Italia una terribOe
seiic di gueiTe. E Corradtno.
Coi radino di
Svevia non fa veramente
morto in battaglia,
ma preso mentre
iogp vasene in rotta,
e dopo alcuni
mesi di prione"
a mci tamen o del buon
pastore, decapitato sulla
piazza del l'Annunziata in Napoli. St.
21. V.38. Scender
dai monti un
eapHmm Gallo, ecc Giovanni
III, conte d'Armagnac,
detto ncik Stanza seguente
Armeniaco. Venuto in
Italia codk al leato dei
Fiorentini contro Galeazzo
Visconti duca Ai Milano,
fu preso in mezzo sotto
Alessandria, ed ivi battuto
e rimasto prigioniero,
mori poco appresso,
per le riportate ferite. St.
23. V.18. Un,
detto della Marca:
Iacopo diBorbone, conte
della Marca. Fu
marito della regiat Giovanna, che
poi lo scacciò
dal regno, e
adottò AlfoBS"
d'Aragona, il quale
sconfisse successivamente Lsigi
e Rinieri d'Angiò, pretendenti
al regno di
Napoli Mone Alfonso, il
figlio di lui,
Ferrante d'Aragona, che
gli sncee dette, vinse
Giovanni d'Angiò che
contrastavali il trono. St.
24. V.18. Vedete Carlo
ottavo, ecc. Parlasi
della discesa di Carlo
Vili in Italia (1494), U
quale dopo aver passato
il Liri, cioè
il Garigliano, occupò
senza eoa trasto il
reame di Napoli,
meno l'isola d'Ischia
(qaì a nella St. 52 del
Canto XXVI detta
scoglio, e montt nella
St. 23 del
Canto XVI), difesa
da Inico del
Tasto del sangue degli
Avalos. St. 27. V.78.
Un cavaliero, ecc.
Accenna il mar chese Don
Alfonso del Vasto. St.
28. y. 18.
Paragona le qualità
del marchese del Vasto
a queUe che
Omero attribuisce a
Nireo, ad Achille, ad
Ulisse e a
Nestore, e che
la storia dà a Ce sare.
Lada: velocissimo cursore
di Alessandro il Macedone. St. 29.
V.24. Quando il
nipote, ecc. Giove
figUooIo di Saturno, ch'era
figlio di Gelo
e di Opi,
ebbe i natali in
Creta, secondo i
mitologi. Dei duo
gemelli Delo: Apollo e
Diana, nati ad
un parto in queir
isola da Iia tona,
ohe trovò ivi
refùgìo dall'ira di
Giunone. St. 31. V.18.
Ecco, dicea si
pente Ludovico, ho dovico
Sforza, emulo di
Alfonso d'Aragona, eccitò
Gir lo Vni a venire
in Italia. St. 32.
V.ìS. Mala sua
gente, ecc. Ferrante,
figlio di Alfonso, con V aiuto
de' Veneziani e
del mar<Aese di Mantova,
cacciò intieramente dal
regno i Francesi; e
l'ultimo fatto d'armi
fu la battaglia
d'Atella. St. 33. V.68.
Con un trattato
doppio, ecc. 11 mar
chese di Pescara avea
guadagnato con denaro
un negro schiavo nell'esercito
Aancese, che gli
promise d intro durre gli Aragonesi
nel Castel Nuovo
di Napoli; ma il
negro, doppiamente traditore,
scoperse il tatto
ai Fran cesi, e prezzolalo,
accise insidiosamente il
Pescara. St. 34. V.18.
Fui mostra il
duodecimo Luigi, eco. Luigi
XU re di
Francia, scése in
Italia il 1499,
cacciò Lodovico Sforza dal
dacato di Milano,
e quindi si
volse ad occupare il
regno di Nnpoli;
ma le sue
genti furono rotte e
disperse dagli Aragonesi
al passaggio del
(origliano. St. 35. V.18.
Vedete in Puglia,
ecc. Si allude
alla battaglia della Cirignola
vinta dagli Aragonesi
nel 1503 Balle truppe
di K rancia. Nel
ricco pian, ecc.:
nella pianura lombarda. Adria:
TAdriatico. St. 36. V.36.
Uno che vende,
ecc. Bernardino da lOTte,
a cui lo
Sforza aveva affidata
la custodia del castello
di Milano, lo cedo per
danaro ai Francesi.
U lerfido Svinerò. Lo
Sforza fu tradito
dagli Svizzeri. St. 37.
V.18. Cesar Borgia,
ecc. Questo famoso igliuolo di
papa Alessandro VI,
sposata eh' ebbe
una arente del re
di Navarra, e
divenuto signore di Ro
iagna,pose in opera
ferro e veleno
contro i Colonnesi, Gaetanì, gli
Orsini: spense i
Varano da Camerino,
e )lse Io Stato
a molti baroni,
fra i quali
i Malatesta di imini,
i Manfredi di
Faenza, Giovanni Sforma
di Pesaro Ouidobaldo di
Montefeltro. Poi mostra
il re, ecc. aria
ancora di Luigi
XII, che dopo
avere espulsi di So
gna i Bentivoglio, lo
stemma de' quali
presentava una iffa, fece
rientrare quella città
sotto il dominio
di papa iulio II,
indicato con l'emblema
delle Giande, St. 38.
V.14. Vedete, dice poiy
di gente morta,
ecc, geenna alla giomata
di Ghiaradadda, combattuta
nel maggio 1509, nella
quale i Veneziani furono sconfitti, sendovi rimasto
prigione il comandante
del loro eser o,
Bartolommeo d'Alviano. v.58.
Vedete come al pa,
ecc. Lo stesso
Luigi XU si
oppose a papa
Giulio, e, dichiarata la
guerra al duca
Alfonso, gli avea
tolta •dona; ed anzi
fece riavere ai
Bentivoglio la signoria Bologna, spogliandone
il papa. >T. 39.
V.38. Vedete il
campo de' Franceschi: jcheggio di
Brescia, nel 1512.
Del lito de
Chiassi: 8se, luogo presso
Ravenna, antico porto
de Romani, . pienamente
interrito. T. 40. V.18.
Di qua la
Francia, ecc. Rammenta nuovo la
battaglia di Ravenna. T.
41. V.78. E
che posto un
rampollo, ecc. Mas illano,
figlio di Lodovico
Sforza, che riebbe
il ducato Milano perduto
dal padre. r. 42.
V.14 Ecco toma
il Francese, ecc.
Accen i qui la
battaglia della Riotta
presso Novara, com ;uta
e vinta da
Massimiliano (6 giugno
1513) col mezzo e
truppe svizzere, che
il Poeta dice
infedeli, pel tra ento
anteriore, a danno
di Lodovico. Per
tale vitto Leon X,
che aveva fornito
il soldo agli
Svizzeri, diede il titolo
di difensori della
Chiesa. : 43, V.18.
-E con miglior
auspicio, ecc. Fran 0
I, succeduto a
Luigi XII, disfece gli
Sviz eri nella aglia
di Marignano, e
quindi s'impadroni di
Milano. .44. V.38. Ecco
Borbon, ecc. Carlo
di Borbone ideva per Francesco
1 Milano contro
gì' Imperiali, poi gliela
tolsero. . 45. V.18
Intende di Francesco
Sforza, nipote )monimo, che,
aiutato dal papa,
riacquistò il Mila e
continuando nella guerra
i Francesi, questi
f trattennti da Federigo
Gonzaga, duca di
Mantova oro impedi d'entrar
in Pavia. 46. V.68.
E del Leon
del mar: de'
Veneziani. uo fnarehesi, ecc.: di
Pescara e del
Vasto. St. 49. V.3 La
Bicocca: castello vicino
a Pavia, sotto il
quale Svizzeri e
Francesi perderono molta
gente. St. 50. V.17.
Ma quella, ecc.: la
Fortuna. A quel che
diman gli esce:
alle grandi somme
di denaro da lui
disposte per raccogliere
un esercito numeroso. St.
52. V.18. Accennasi
alla battaglia di
Pavia (25 febbraio 1525)
perduta da Francesco
I, che vi
restò prigioniero. St. 54. V.58.
Ecco che l
re nella prigione
ibe ra, ecc.: Francesco
ricuperò la libertà,
lasciando a Car lo V
due figliuoli in
ostaggio; poi mandò
un altro eser cito in
Italia, mentr'egli stesso
era assalito in
Francia dalle forze britanniche. St. 55.
V.18. Vedete gli
omicidj e le
rapine, ecc. Accenna al
saccheggio di Roma
e la prigionia
del pon tefice insieme coi
cardinali. Il campo
della Lega, ecc. Per
discordie fra il
marchese di Saluzzo,
Federigo da Bozzolo, e
i duchi di
Milano e di
Urbino che comanda vano Fesercito detto
della Lega, Roma
non fu soccorsa, ed
ebbero luogo gFindicati
disastri. St. 56. V.78.
La cittade ove
sepolta, ecc. Napoli, che
fu detta Partenope
dal nome della
Sirena che si favoleggia
ivi morta. St. 57.
V.18. Carlo V
spedi per mare
un'armata a soccorso di
Napoli; ma la
fiotta genovese al
servigio di Francia, comandata
da Filippino Dona,
distrusse gl'Im periali
presso la costa
di Amalfi. Le
malattie però tra vagliarono gli assedianti
francesi per modo,
che dovet tero levare il
campo e lasciar
libero il regno
di Napoli. St. 68.
V.6. Si tolga
del coraggio: si levi
dalla mente, dall'animo. St. la V.17. Le
Qade: Cadice; gli
antichi geo grafi conobbero in
quel luogo due isole,
una delle quali, detta
da Strabene Erithia,
è scomparsa. Ev/a; Ivica, una
delle Baleari. Arzilla:
nel regno di
Fez. St. 99. V.17.
Feza: Fez. Ippona: Bona; Btizea: Bugia; ambedue
città dell' Algeria, come
pure Orano. Biserta:
nel regno di
Tunisi. Capisse: Cabes,
città marittima dello Stato
di Tunisi, sul
golfo omonimo. Alzerbe: Gerbi,
piccola isola sullo
stesso golfo. Bemic che: V
antica Berenice, a levante
di Cirene, sul
golfo della gran Sirte.
Tolomitta: anticamente Ptolema'S,
nello Stato di
Tripoli. St. 100. V.38.
Monti di Carena:
diramazione del monte Atlante.
Cirenei: abitanti del
paese di Baroi. U
cimiter di Batto: la
Cyrene degli antichi,
oggi Coirvan, fabbricata da
Batto che vi
mori. Il gran tempio
dAmon: Giove Ammone
ebbe un tempio
nella Libia cirenaica, oggi
deserto di Barca. St.
101. V.14 Un'altra Tremisenne.
il Poeta ha voluto
indicare la Tremessus
della Pisidia? S'ignora.
Agli altri Etiopi:
agli Abissini, la
regione de' quali riguardavasi come
una seconda Etiopia. St.
102. V.6. Dall'esilio
atroce: dall'inferno. St. 106.
v: a Presto
o Preteiannù Cosi
dai nostri antichi fu
chiamato il sovrano
dell'Abissinia; vedi viaggi di
Marco Polo. St. 109.
V.2 a -Al monte,
ecc. 1 monti
della Luna, donde credesi derivare il
Nilo. St. 112. V.6.
Un cavalier, ecc.
Fineo, raccontano Apollonio e
Fiacco, sarebbe stato
liberato dalle Arpie, alla
venuta, nella sua
corte, di Calai
e Zete, che
faceano il viaggio a
Colchide cogli Argonauti. St. 126.
y.6. La jro/iarofa:
la zona torrida.
Dante chiamò pure città
roggia (rossa) la
città di Dite.
JjQ|4u lina I? luq Utente
invtìt ti v& contro
L'iin]mii"&Tldì£à,ilP<>u li
arni. tU" Atolfd,
entrato nella grotta
dove iJ t"
mài t fetno. ode
Jn un'anima U
peni impoKla ai
diio(Ma¦: u la ni uro alU
liI Sate quindi
ni par&diso ieiTO&"> "
di li al ]"iajigu
Lunare, ove gli
è dato il
meSEO di i senno
n j Orbìido.
Deacrizione del p&lizsa
deD" Ftrt iìh fameliche
inique e Bere
Arpie, rif all\icc€i:ata Italia
e derror piena, Ter
imiiir fora e
antique colpe rie lu
ogni mensa aìtu
giudi citi ineEa! Iiiiii't'unti fanciulli
e madri pie Cascali
di fame, e
veggon ch'uiia cena Di
(juesti mostri rei
tutto divora Ciò che
del viver lor
aostcguo fura, Tropiio fallò
chi le spelonche
apenie; Che ìk uìclt'anui
erano state chiuse; Oudtì
il fetore e T ingordigia
emerse, rh\d ammurhare Italia
si dìlfuic. Il bel
vivere allora si summerse; £ la
quiete iu tal
modo s escluse. Ch'in guerre,
in povertÀ sempre
e in aflkoni È
dopo stata, ed
è per star
molt' aonì; Finch' e)la nn
giorno ai neghittosi
figli Scuota la chioma,
e cacci fuor
di Lete, Gridando lor:
Non fia chi
rassimigli Alla virtù di
Calai e di
Zete? Che le mense
dal puzzo e
dagli artigli Liberi, e
tomi a lor
mondizia liete? Come essi
già quelle di
Fineo, e dopo Fé' il
Paladin quelle del Re eti'ópd. Ali
or senti parlar
con voce mesta; Deh,
senza fare altrui
danno, giù cala. Pur
troppo il negro
fumo mi molesta. Che
dal fuoco infernal
qui tutto esala. Il
Duca stupefatto allor
s'arresta, E dice all'omhra:
Se Dio tronchi
ogni ala Al fumo
si, eh' a te
più non ascenda, Non
ti dispiaccia che'l
tuo stato intenda. Il
Paladin col suono
orribil Tenne Le brutte
Arpie cacciando in
fuga e in
rotta, Tanto ch'appiè d'un
monte si ritenne Ov'esse erano
entrate in una
grotta. L'orecchie attente allo
spiraglio tenne, E l'aria
ne senti percossa
e rotta Da pianti
e d'urli, e
da lamento eterno; Segno
evidente quivi esser
lo 'nfemo. Astolfo si
pensò d'entrarvi dentro, E
veder quei e'
hanno perduto il
giorno, E penetrar la
terra fin al
centro, E le bolge
infernal cercare intorno. Di
che debbo temer,
dicea, s'io v'entro? Ohe
mi posso aiutar
sempre col corno. Parò
fuggir Plutone e
Satanasso, E '1 Oan
trif&uce leverò dal
passo. Dell'alato destrier presto
discese, B lo lasciò
legato a un
arbuscello: oi si calò
nell'antro, e prima
prese '1 corno, avendo
ogni sua spems
in quello. Ton andò
molto innanzi, che
gli offese 1 naso
e gli occhi
un fumo oscuro
e fello ù che
di pece grave
e che di
zolfo, on sta d'andar
per questo innanzi
Astolfo. Ma quanto va
più innanzi, più
s'ingrossa l fumo 6
la caligine; e
gli pare h' andare innanzi
più troppo non
possa, he sarà forza
addietro ritornare, eco, non
sa che sia,
vede far mossa alla
volta di sopra,
come fare cadavero appeso
al vento suole, ile
molti di sia
stato all'acqua e
al Sole. Si poco,
e quasi nulla
era di luce 1
quella affumicata e
nera strada, le non
comprende e non
disceme il Duce ii
questo sia, che
sì per l'aria
vada; per notizia averne
si conduce dargli uno
o due colpi
della spada, ima poi
ch'uno spirto esser
quel debbia; lè gli
par di ferir
sopra la nebbia. Stanza 9. 10
E se vaoi
che di te porti novella Nel
mondo su, per
satisfarti sono. L'ombra rispose:
Alla luce alma
e bella Tornar per
fama ancor si
mi par buono. Che
le parole è
forza che mi
svella Il gran desir
e' ho d'aver poi
tal dono; E che
'1 mio nome
e l'esser mio ti
dica. Benché '1 parlar
mi sia noia
e fatica. 11 E
cominciò: Signor, Lidia
son io, Dal Re
di Lidia in
grande altezza nata, Qni
dal gindicio altissimo
di Dio Al famo
eternamente condannata, Per esser
stata al fido
amante mio, Mentre io
vissi, spiacevole ed
ingrata. Dalore infinite è
questa grotta piena, Poste
per simil fallo
in simil pena. 12
Sta la cmda
Anassarete più al
basso, Ove è maggiore
il fumo e
più martire. Restò converso
al mondo il
corpo in sasso, E
Fanima quaggiù venne
a patire; Poiché veder
per lei l'afllitto
e lasso Suo amante
appeso potè soiferire. Qui presso
è Dafne, ch'or
s'avvede quanto Errasse a
fare Apollo correr
tanto. 18 Lungo saria
se gP infelici
spirti Delle femmine ingrate,
che qui stanno, Volessi ad uno ad
ano riferirti: Che tanti
son, eh' in
infinito vanno. Più lungo
ancor saria gli
uomini dirti, A' quai
l'esser ingrato ha
fatto danno, E che
puniti. sono in peggior
loco, Ove il fumo
gli acceca, e
cuoce il fuoco. 14
Perchè le donne
più facili e
prone A creder son,
di più supplicio
è degno Chi lor
fa inganno. Il sa Teseo
e Giasone, E chi
turbò a Latin
l'antiquo regno: Sallo ch'incontra
sé il frate
Absalone Per Tamar trasse
a sanguinoso sdegno; Ed
altri ed altre,
che sono infiniti. Che
lasciato bau chi
moglie e chi
mariti. lo Ma per
narrar di me
più che d'altrui, E
palesar l'error che
qui mi trasse. Bella, ma
altiera più, si
in vita fui,
. Che non so s'
altra mai mi
s'agguagliasse:Né ti saprei
ben dir, di
questi dui, S'in me
l'orgoglio o la
beltà avanzasse: Quantunque il
fasto e l'alterezza
nacque Dalla beltà eh' a
tutti gli occhi
piacque. 16 Era in
quel tempo in
Tracia un cavaliere Estimato il
miglior del mondo
in arme, Il qual
da più d'un
testimonio vero Di siogolar
beltà senti lodarme; Talché spontaneamente fé' pensiero Di voler
il suo amor
tutto donarme. Stimando meritar
per suo valore, Che
caro aver di
lui dovessi il
co>'e. 17 In Lidia
venne; e d'un
laccio più forte Vinto
rastò, poi che
veduta m'ebbe. Con gli
altri cavalier si
messe in corte Del
padre mio, dove
in gran fama
crebbe L'alto valore, e
le più d'una
sorte Prodezze che mostrò,
lungo sarebbe A raccontarti,
e il suo
merto infinito, Quando egli
avesse a più
grato uom servita. 18
Pamfilia e Caria,
e il regno
de' Olici Per opra
di costui mio
padre vinse; Che r
esercito mai centra
i nimici, Se non
quanto volea costui,
non spinse. Costui, poi
che gli parve
i benefici Suoi meritarlo,
un di col
Re si strinse A
domandargli, in premio
delle spoglie Tante arrecate,
ch'io fossi sua
moglie. 19 Fu repulso
dal Re, ch'in
grande stato Maritar disegnava
la figliuola; Non a
costui che, cavalier
privato. Altro non tien
che la virtude
sola: E '1 padre
mio, troppo al
guadagno dato, E all'avarizia,
d'ogni vizio scuola, Tanto
apprezza costumi, o
virtù ammira Quanto l'asino
fa il suon
della lira. 20 Alceste,
il cavalier di
eh' io ti
parlo (Che così nome
avea), poi che si vede Repulso
da chi più
gratificarlo Era più debitor,
commiato chiede; E lo
minaccia, nel partir,
di farlo Pentir, che
la figliuola non
gli diede. Se n'andò
al Re d'Armenia,
emulo antico Del Re di Lidia,
e capital nimico; 21
E tanto stimulò,
che lo dispose A
pigliar l'arme, e
far guerra a
mio padre Esso, per
l'opre sue chiare
e famose. Fu fatto
capitan di quelle
squadre. Pel Re d'Armenia
tutte l'altre cose Disse
eh' acquisteria: sol le leggiadre E
belle membra mie
volea per frutto Dell'opra sua,
vinto ch'avesse il
tutto. 22 Io non
ti potrei esprimere
il gran duino Ch'
Alceste al padre
mio fa in
quella guerra. Quattro eserciti
rompe, e in
men d'un anno Lo
mena a tal,
che non gli
lascia terra, Fuor ch'un
castel eh' alte
pendici fanno Fortissimo; e
là dentro il
Re si serra Con
la famiglia che
più gli era
accetta, E col tesor
che trar vi
puote in fratta. 537 Quivi assedionne
Alceste; ed in
non molto Perniine a tal disperazion
ne trasse, 'he per
bnon patto avria
mio padre tolto 'he
mogrlie e serra
ancor me gli
lasciasse )on la metà
del regno, s' indi
assolto testar d'ogni altro
danno si sperasse, ledersi in
breve dell'avanzo privo Ira
ben certo, e
poi morir captivo. Tentar, prima
ch'accada, si dispone gni
rimedio che possibil
sia; me, che d'ogni
male era cagione, aor
della rocca, ov'era
Alceste, invia. " To
ad Alceste con intenzione i
dargli in preda
la persona mia, pregar
che la parte
che vnol, tolga b1
regno nostro, e
l'ira in pace
volgn. Come ode Alceste
eh' io vo
a ritrovarlo, 1 viene
incontra pallido e
tremante, vinto e di
prigione, a rignardarlo, h che
di vincitore, ave
sembiante, che conosco ch'arde,
non gli parlo, come
avea già disegnato
innante: ita l'occasìon, fo
peusier nuovo nvenìente al
grado in ch'io
lo trovo. l maledir
comincio l'amor d'esso, li
sua crudeltà troppo
a dolermi, iniquamente abbia
mio padre oppresso, :he
per forza abbia
cercato avermi; ! con
più grazia gli saria successo i
a non molti
dì, se tener
fermi uto avesse i
mudi cominciati, al Re
e a tutti
noi si furon
grati. I sebben da
principio il padre
mio avea negata la
domanda onesta 'occhè di
natura è un
poco rio, mai si
piega alla prima
richiesta), jì per ciò
di ben servir
restio doveva egli, e
aver l'ira sì
presta: ., ognor meglio
oprando, tener certo re
in breve al
desiato merto. 29 E
sebben era a
lui venuta, mossa Dalla
pietà ch'ai mio
palre portava, Sia certo
che non molto
fruir pos Il piacer
ch'ai dispetto mio
gli dava: Ch'era per
far di me
la terra rossa. Tosto
ch'io avessi alla
sua voglia prava Con
questa mia persona
satisfatto Di quel che
tutto a forza
saria fatto. stanza 38. 30
Queste parole e
simili altre usai, Poiché
potere in lui
mi vidi tante: E'I
più pentito lo
rendei, che mai Si
trovasse nell'eremo alcun
santo. Mi cadde a' piedi,
e supplicommi assai, Che
col coltel che
si levò da
cinto (E volea in
ogni modo eh'
io '1 pigliassi) Di
tanto fallo suo
mi vendicassi. quando anco
mio padre a
lui ritroso > fosse,
io l'avrei tanto
pregato, rrìa l'amante mio
fatto mio sposo. se
veduto io l'avessi
ostinato, i fatto tal
opra di nascoso, di
me Alceste si
saria lodato. )oich' a lui tentar
parve altro modo, mai
non l'amar fisso
avea il chiodo. 31
Poich'io lo trovo
tale, io fo
disegno La gran vittoria insin
al fin seofuire. Gli
do speranza di
farlo anco degno Che
la persona mia
potrà fruire, S'emendando il
suo error, l'antiquo regno Al padre
mio farà restituire; E
nel tempo avvenir
vorrà acquistarme Servendo, amando,
e non mai
più per arme. 82
Cosi far mi
promesse, e nella
rocca Intatta mi mandò,
come a lui
Tenni. Né di badarmi
pur s' ardi la
bocca:Vedi s'al collo
il giogo ben
gli tenni; Vedi se
bene Amor per
me lo tocca, Se
convien che per
lui più strali
impenni. Al Be d'Armenia
andò, di cui
doTca Esser per patto
ciò che si
prendea:33 E con
quel miglior modo
ch'usar puote, Lo priega
ch'ai mio padre il
regno lassi, Del qual
le terre ha
depredate e vote, Ed
a goder l'antiqua
Armenia passi. Quel Re,
d'ira infiammando ambe
le gote, Disse ad
Alceste che non
vi pensassi; Che non
si volea tor
da quella guerra, Finché mio
padre avea palmo
di terra. 34 E s'
Alceste è mutato
alle parole D'una vii
femminella, abbiasi il
danno. Già a'prieghi esso
di lui perder
non vuole Quel eh'
a fatica ha
preso in tutto
un anno. Di nuovo
Alceste il priega,
e poi si
duole Che seco effetto
i prieghi suoi
non fanno. All'ultimo s'adira,
e lo minaccia. Che
vuol, per forza
o per amor,
lo faccia. 35 L'ira
multiplicò si, che
li spinse Dalle male
parole ai peggior
fatti. Alceste contra il
Re la spada
strìnse Fra mille ch'in
suo aiuto s'eran
tratti; E, malgrado lor
tutti, ivi l'estinse:E
quel di ancor
gli Armeni ebbe disfatti Con
l'aiuto de' Cilici e de'
Traci Che pagava egli,
e d'altri suoi
seguaci. 36 Seguitò la
vittoria, ed a
sue spese, Senza dispendio
alcun del padre
mio, Ne rendè tutto
il regno in
men d'un mese. Poi
per ricompensarne il
danno rio, Oltr'alle spoglie
che ne diede,
prese In parte, e
gravò in parte
di gran fio Armenia
e Cappadocia che
confina, E scorse Ircania
fin su la
marina. 38 E quando
sol, quando con poca
gioite. Lo mando a
strane imprese e
perigliose. Da fEUne morir
mille agevolmente:Ma a
lui successer ben
tutte le cose; Che
tornò con vittoria,
e fu sovente Con
orribil persone e
monstmose. Con giganti a
battaglia e Lestrigoni, Ch' erano
infesti a nostre
regioni Non fu da
Euristeo mai, non
fii mai untD Dalla
matrigna esercitato Alcide In
Lema, in Nemea,
in Tracia, inErìmante. Alle valli
d'Etolia, alle Numide, Sul
Tebro, su l'Ibero,
e altrove; quanto Con
prieghi finti e
con voglie omicide Esercitato fii
da me il
mio amante, Cercando io
pur di torlomi
davante. 40 Né potendo
venire al primo
intento, Vengone ad un
di non minore
effetto:Gli fo quei
tutti ingiuri ir,
ch'io sento Che per
lui sono, e
a tutti in odio il
metto.Egli, che non
sentia maggior contento Che
d'ubbidirmi, senza alcun
rispetto Le mani ai
cenni miei sempre
avea pronte, Senza guardare
un più d'un
altro in fironte. 41
Poi che mi
fu, per questo
mezzo, avviso Spento aver
del mio padre
ogni nimico, E per
lui stesso Alceste
aver conquiso, Che non si avea,
per noi, lasciato
amico; Quel ch'io gli
avea con simulato
viso Celato fin allor,
chiaro gli esplico:Che
grave e capitale
odio gli porto, E
pur tuttavia cerco
che sia morto. 42
Considerando poi, s' io
lo facessi, Ch'in pubblica
ignominia ne verrei (Sapeasi troppo
quanto io gli
dovessi, E (HTudel detta
sempre ne sarei), Mi
parve &re assai,
eh' io gli
togliesm Di mai venir
pii\ innanzi agli
occhi mieL Né veder
né parlar mai
più gli volsi, Né
messo udì', nò
lettera ne tolsi 37
In luogo di
trionfo, al suo
ritomo, Facemmo noi pensier
dargli la morte. Restammo poi,
per non ricever
scorno; Che lo veggiam
troppo d'amici forte. Fingo d'amarlo,
e più di
giorno in giorno Gli
do speranza d'essergli
consorte; prima contra altri
nimici nostri Dico voler
che sua virtù
dimostri" 43 Questa mia
ingratitudine gli diede Tanto
martir, eh' alfin
dal dolor vinto, E
dopo un lungo
domandar mercede, Infermo cadde,
e ne rimase
estinto. Per pena ch'ai
fallir mio si
richiede, Or gli occhi
ho lacrimosi, e
il viso tinto Del
negro fumo: e
cosi avrò in
etemo; Che nulla redenzione
é nell' Infemo. i Poiché
non parla più
Lidia infelice, Va il
Dnca per saper
s' altri vi stanzi:Ma
la caligine alta,
eh' era ultrice Dell'opre ingrate,
si glMngrossa innanzi, Ch'andar nn
palmo sol più
non gli lice: Anzi
a forza tornar
gli conviene; anzi, Perchè
la vita non
gli sia intercetta Dal filmo,
i passi accelerar
con fretta. Il mutar
spesso delle piante
ha vista Di corso,
e non di
chi passeggia o
trotta. Tanto, salendo inverso
V erta, acquista, ]!he vede
dove aperta era
la grotta; i) r
aria, già caliginosa
e trista, )al lume
cominciava ad esser
rotta. Jfin con molto
affanno e grave
ambascia Isce dall'antro y
e dietro il
fumo lascia. E perchè
del tornar la
via sia tronca, quelle bestie,
e' han si
ingorde 1' epe, aguna
sassi, e molti
arbori tronca, tie v'eran
qoal d'amomo e
qnal di pepe; come
può, dinanzi alla
spelonca ibbrica di sua
man quasi una
siepe, gli succede cosi
ben quell'opra le più
l'Arpie non torneran
di sopra. n negro
fumo della scura
pece, intre egli fu
nella caverna tetra, n
macchiò sol quel 'eh' apparia, ed
infece: sotto ipanni ancor
entra e penetra:che
per trovar acqua
andar lo fece cando
un pezzo; e
alfin fuor d'una
pietra e una fonte
uscir nella foresta, la
qual si lavò
dal pie alla
testa. 60 Cantan fra
i rami gli
augelletti vaghi Azzurri e
bianchi e verdi
e rossi e gialli.
Murmuranti ruscelli e
cheti laghi Di limpidezza
vincono i cristalli. Una dolce
aura che ti
par che vaghi A
nn modo sempre,
e dal suo
stil non falli Facea
si l'aria tremolar
d'intomo, Che non potea
noiar caler del
giorno: stanza 47. oi monta
il volatore, e
in aria s'alza, g:i anger di
quel monte in su la
cima, non lontan con
la superna balza cerchio
della Luna esser
si stima. to è
il desir che
di veder lo
'ncalza, li cielo aspira,
e la terra
non stima. ' aria
più e più
sempre guadagna:0 ch'ai
giogo va della
montagna. ffir, rubini, oro,
topazj e perle 3.nianti e
crisoliti e jacinti ano
i fiori assimigliar,
che per le 1
piaggio v'avea l'aura
dipinti; rdi V erbe,
che possendo averle gin,
ne foran gli
smeraldi vinti; len belle
degli arbori le
frondi, frutti e di
fior sempre fecondi. 51
E quella ai fiori,
ai pomi e
alla verzura Gli odor
diversi depredando giva; E
di tutti facea
una mistura Che di
soavità l'alma notriva. Surgea un
palazzo in mezzo
alla pianura Ch' acceso
esser parea di
fiamma viva:Tanto splendore
intorno e tanto
Inme Raggiava, fuor d'ogni
mortai costume. 52 Astolfo
il suo destrier
verso il palagio. Che
più dì trenta
miglia intomo aggira, A
passo lento fa
muovere adagio, E quinci
e quindi il
bel paese ammira; E
giudica, appo quel,
brutto e malvagio, £
che sia al
cielo ed a
natura in ira Questo
ch'abitiam noi fetido
mondo: Tanto è soave
quel, chiaro e
giocondo. 53 Come egli è
presso
al laminoso tetto, Attonito riman
di maraviglia; Che tatto
dUma gemma è
1 muro schietto, Più
che carbonchio lucida
e yermìglia. Oh stupenda
opra, oh dedalo
architetto! Qual fabbrica tra
noi le rassimiglia? Taccia qualunque
le mirabil sette Moli
del mondo in
tanta gloria mette. 56
Per imparar come
soccorrer del Carlo, e la santa
Fé tor di
perìglio, Venuto meco a
consigliar ti sei Per
cosi lunga via
senza consiglio. Né a
tuo saper né a tua
virtù vorrei Ch'esser qui
giunto attribuissi, o
figlio; Che né il
tuo corno né
il cavallo alato Ti
valea, se da
Dio non t'era
dato. Stanza 54. 54 Nel
lucente vestibulo di
quella Felice casa un
vecchio al Duca
occorre. Che '1 manto
ha rosso, bianca
la gonnella, Che Tun
può al latte,
l'altro al minio
opporre. I crini ha
bianchi e bianca
la mascella Di folta
barba ch'ai petto
discorre; Ed é si
venerabile nel viso, Ch'un
degli eletti par
del Paradiso. 57 Eagionerem
più ad agio
insieme poi, E ti
dirò come a
procedere hai: Ma prima
vienti a ricrear
con noi; Che '1
digiun lungo de'
noiartì ormai. Continuando il
vecchio i detti
suoi, Fece maravigliare il
Duca a.S8aì, Quando, scoprendo
il nome suo,
gli disse Esser colui
che l'Evangelio serìcee; Stanza 50. 55
Costui con lieta
feiccia al Paladino, Che
riverente era d'arcion
disceso, Disse: 0 Baron,
che per voler
divino Sei nel terrestre
Paradiso asceso; Comeché né
la causa del
cammino, Né il fin
del tuo desir
da te sia
inteso; Pur credi che
non senza alto
misterio Venuto sei dall'artico
emisperio. 58 Quel tanto
al Redentor caro
Giovanni, Per cui il
sermone tra i
fhitelli uscio, Che non
dovea per morte
finir gli anni; Si
che f\i causa
che '1 Figliuol
di Dio A Pietro
disse: Perché pur
t'afianni, S' io vo' che
così aspetti il
venir mio?Benché non
disse: Egli non de' morire; Si
vede pur che
cosi volse dire. Staiusa
51. i9 Quivi fa
assunto, e troTò
compagnia, Che prima Enoch,
il patriarca, v'era, Erayi
insieme il gran
profeta Elia, Che non
han rista ancor
V ultima sera; E
fuor dell'aria pestilente
e ria Si goderan
l'etema primavera. Finché dian
segno T angeliche
tuhe Che tomi Cristo
in su la
bianca nube. 60 Con
accoglienza grata il
cavaliero Fu dai Santi
alloggiato in una
stanza: Fu provvisto in
un'altra al suo
destriero Di buona biada,
che gli fii
abbastanza De' frutti a lui
del Paradiso diéro, Di
tal sapor, eh' a
suo giudicio, sanza Scusa
non sono i
duo primi parenti, Se
per quei fur
sì poco ubbidienti. stanza 00. Poi
eh' a natura il
Duca avventuroso tisfece di
quel che se
le debbo, me col
cibo, così col
riposo, è tutti e
tutti i comodi
quivi ebbe; sciando gi&
l'Aurora il vecchio
sposo, ' ancor per
lunga età mai
non l'increbbe, vide incontra
nell'uscir del letto discepol da
Dio tanto diletto; Jhe
lo prese per
mano, e seco
scorse molte cose di
silenzio degne; 3oi disse:
Figliuol, tu non
sai forse i iB
Francia accada, ancorché
tunevegne. pi che 1
vostro Orlando, perchè
torse cammin dritto le
commesse insegne, •unito da
Dio, che più
s'accende tra chi egli
ama più, quando
s'offende, 63 II vostro
Orlando, a cui
nascendo diede Somma possanza
Dio con sommo
ardire, E fuor dell'uman
uso gli concede Che
ferro alcun non
Io può mai
ferire; Perchè a difesa
di sua santa
Fede Cosi voluto l'ha
constituire. Come Sansone incontra
a' Filistei Constituì a difesa
degli Ebrei: 64 Renduto
ha il vostro
Orlando al suo
Signore, Di tanti beneficj
iniquo morto: Che quanto
aver più lo
dovea in favore, N'è
stato il fedel
popol più deserto. Sì
accecato Tavea l'incesto
amore D'una Pagana, ch'avea
già sofferto Due volte
e più venire
empio e crudele. Per
dar la morte
al suo cugin
fedele. Stanca 79. 65 E
Dio per questo
fa eh' egli
va folle, E mostra
nndo il yentre
il petto e
il fianco; E l'intelletto
si gli offasca
e tolle, Che non
può altrui conoscere,
e sé manco. A
questa guisa si
legge che volle Nabuccodonosòr Dio
punir anco, Che sette
anni il mandò
di furor pieno Sì
che, qual bue,
pasceva Terba e
il fieno. 66 Ma
perch'assai minor del
Paladino, Che di Nabucco,
è stato pur
P eccesso, Sol di
tre mesi dal
voler divino A purgar
questo error termine
è messo. Né ad
altro effetto per
tanto cammino Salir quassù
t'ha il Redentor
concesso. Se non perchè
da noi modo
tu apprendi, Come ad
Orlando il suo
senno si renda. Sfcanza 89. i)7
Gli è yer
che ti bisogna
altro viaggio Far meco,
e tutta abbandonar
la terra. Nel cerchio
della Luna a
menar t aggio, Che
dei pianeti a
noi più prossima
erra; Perchè la medicina
che può saggio Rendere Orlando,
1& dentro si
serra. Come la Lana
questa notte sia Sopra
noi giunta, ci
porremo in via. ?
Di questo e
d'altre cose fu
diffuso Il parlar dell'Apostolo
quel giorno. Ma poi
che'l Sol s'ebbe
nel mar rinchiuso, E
sopra lor levò
la Luna il
corno. Un carro apparecchiossi, ch'era
ad uso D'andar scorrendo
per quei cieli
intomo: Quel già nelle
montagne di Giudea Da'
mortali occhi Elia
levato avea. Quattro destrier
via più che
fiamma rossi Ài giogo
il santo Evangelista
aggiunse; 5 poi che
con Astolfo rassettossi, 3 prese
il freno, inverso
il ciel li
punse, botando il carro,
per l'aria levossi, S
tosto in mezzo
il fuoco etemo
giunse; )he'l vecchio fé' miracolosamente, !he, mentre
lo pass&r, non
era ardente. Tutta la
sfera varcano del
fuoco t indi vanno
al regno della
Luna, eggon per la
più parte esser
quel loco )me un
acciar che non
ha macchia alcuna; Io
trovano uguale, 0
minor poco, [ ciò
ch'in questo globo
si raguna, questo ultimo
globo della terra, attendo il
mar che la
drcondcT e serra. Quivi
ebbe Astolfo doppia
maraviglia; e quel paese
appresso era si
grande, quale a un
picdol tondo rassimiglia noi che
lo miriam da
queste bande; ch'aguzzar conviengli
ambe le ciglia, adi
la terra e
'1 mar, eh'
intomo spande, cerner vuol;
che non avendo
luce, magin lor poco
alta si conduce. Jtri
fiumi, altri laghi,
altre campagne ) lassù,
che non son
qui tra noi; i
piani, altre valli,
altre montagne, ban le
cittadi, hanno i
castelli suoi, case delle
quai mai le
più magne vide il
Paladin prima né
poi: sono ampie e
solitarie selve, le Ninfe
ognor cacciano belve. 73
Non stette il
Duca a ricercare
il tutto; Che là
non era asceso
a quello effetto. Dall'Apostolo santo
fu condutto In un
vallon fra duo
montagne istretto. Ove mirabilmente
era ridutto Ciò che
si perde o
per nostro difetto, 0
per colpa di
tempo o di
Fortuna: Ciò che si
perde qui, là
si raguna. 74 Non
pur di regni
o di ricchezze parlo, In
che la ruota
instabile lavora; Ma di
quel ch'in poter
di tor, di
darlo Non ha Fortuna,
intender voglio ancora. Molta
fama è lassù,
che, come tarlo. Il
tempo al hmgo
andar quaggiù divora: Lassù
infiniti prieghi e
voti stanno, Che da
noi peccatori a
Dio si fanno. 75
Le lacrime e
i sospiri degli
amanti, L'inutil tempo che
si perde a
giuoco, E l'ozio lungo
d'uomini ignoranti. Vani disegni
che non bau
mai loco; 1 vani
desideri sono tanti. Che
la più parte
ingombran di quel
loco: Ciò che in
somma quaggiù perdesti
mai. Lassù salendo ritrovar
potrai. 76 Passando il
Paladin per quelle
biche, Or di questo
or di quel
chiede alla guida. Vide
un monte di
tumide vessiche. Che dentro
parea aver tumulti
e grida; E seppe
ch'eran le corone
antiche E degli Assiij
e della terra
Lida, E de' Persi
e de' Greci
che già furo Incliti,
ed or n'è
quasi il nome
oscuro. 77 Ami d'oro
e d'argento appresso
vede In una massa,
ch'erano quei doni Che
si fan con
speranza di mercede Ai
Re, agli avari
principi, ai patroni. Vede
in ghirlande ascosi
lacci; e chiede, Et
ode che son
tutte adulazioni. Di cicale
scoppiate imagine hanno Versi
ch'in laude dei
signor si fanno. 78
Di nodi d'oro
e di gemmati
ceppi Vede c'han forma
i mal seguiti
amori.V'eran d'acquile artìgli;
e che fur,
seppi. L'autorità ch'ai suoi
danno i Signori. I
mantici ch'intorno bau
pieni i greppi. Sono
i fumi dei
Principi, e i
favori Che danno un
tempo ai Ganimedi
suoi, Che se ne
van col fior
degli anni poi. Buine
di dttadi e
di castella Stavan con
gran tesor quivi
sozzopra. Domanda, e sa
che son trattati,
e quella Congiura che
si mal par
che si copra. Vide
serpi con &ccia
di donzella, Di monetieri
e di ladroni
V opra: Poi vide
bocce rotte di
più sorti, Oh'era il
serrò delle misere
corti. 80 Di versate
minestre una gran
massa Vede, e domanda
al suo Dottor,
ch'importo. L'elemosina è, dice,
che si lassa Alcun,
che fatta sia
dopo la morte. Di
vari fiori ad
nn gran monte
passa, Ch'ebbe già buono
odore, or putia
forte. Questo era il
dono (se però
dir lece) Che Costantino
al buon Silvestro
fece. 81 Vide gran
copia di panie
con visco, Ch'erano, o
donne, le bellezze
vostre. Ltmgo sarà, se
tutte in verso
ordisco Le cose che
gli ftir quivi
dimostre; Che dopo mille
e mille io
non finisco, E vi
son tutte l'occorrenzie
nostre:Sol la pazzia
non v' è
poca né assai; Che
sta quaggiù, né
se ne parte
mai. 82 Qaivi ad
alcuni giorni e
&tti sui, Ch'egli già
avea perduti, si
converse: Che se non
era interprete con
lui. Non discemea le
forme lor diverse. Poi
giunse a quel
che par si
averlo a nui. Che
mai per esso
a Dio voti
non fèrse; 10 dico
il senno: e n'
era quivi un
monte. Solo assai più,
che l'altre cose
conte. 83 Era come
un liquor suttile
e molle. Atto a
esalar, se non
si tien ben
chiuso; E si vedea
raccolto in varie
ampolle, Qaal più, qual
men capace, atte
a quell'uso. Quella è
maggior di tutte,
in che del
folle Signor d'Anglante era
il gran senno
infuso; E fu dall'altre conosciuta,
quando Avea scritto di
fuor: Senno d'Orlando. 84
E cori tutte
l'altre avean scritto
anco 11 nome di
color di chi
fu il senno. Del
suo gran parte
vide il Duca
franco; Ma molto più
meravigliar lo fènno Molti
ch'egli credea che
dramma manco Non dovessero
averne, e quivi
dònno Chiara notàsia che
ne tenean poco; Che
molu quantità n'era
in quel lece. 85
Altri in amar
lo perde, altri
in onori. Altri in
cercar, scorrendo il
mar, rìcèbecze: Altri nelle
speranze de' Signori Altri
dietro alle magiche
sciocchezze: Altri in gemme,
altri in opre
di pittori, Ed altri
in altro che
più d'altro apprezze. Di
sofisti e d'astrologhi
raccolto, E di poeti
ancor ve n'era
molto. 86 Astolfo tolse
il suo; che
gliel concesse Lo scrìttor
dell'oscura Apocalisse.
L'ampolla in ch'era,
al naso sol
si messe, E par
che quello al
luogo suo ne
gisse; E che Turpin
da indi in
qua confesse Ch'Astolfo lungo
tempo saggio visse; Ma
ch'uno error che
fece poi, fu
quello Ch' un' altra volta gli
levò il cervello. 87
La più capace
e piena ampolla,
ov' era n senno
che solea fyn
savio il Conte, Astolfo toUe:
e non è
sì leggiera, Come stimò,
con l'altre essendo
a monte. Prima che
'1 Paladin da
quella sfera Piena di
luce alle più
basse smonte. Menato fu
dall'Apostolo santo In un
palagio, o v'era un
fiume accanto; 88 Ch'ogni
sua stanza avea
piena di velli Di
lin, di seta,
di coton, di
lana. Tinti in vari
colori e brutti
e belli. Nel primo
chiostro una femmina
oana Fila a un
aspo traea da
tutti quelli; Come veggiam
l'estate la villana Traer
dai bachi le
bagnate sposrlie, Quando la
tfuova seta si
raccoglie. 89 Ve chi,
finito un vello,
rimettendo Ne viene un
altro, e chi
ne porta altronde: Un'altra delle
filze va scegliendo Il
bel dal brutto
che quella confonde. Che
lavor si fa
qui, eh' io
non l'intendo?Dice a
Giovanni Astolfo: e
quel risponde: Le vecchie
son le Parche,
che con tali Stami
filano vite a
voi mortali 90 Quanto
dura un de' velli,
tanto dura L'umana vita,
e non di
più un momento. Qui
tien l'oochio e
la Morte e
la Natura, Per saper
l'ora ch'un debba
esser spento. Sceglier le
belle fiU ha
l'altra cura. Perchè si
tesson poi per
ornamento Del Paradiso; e dei più
brutti stami Si fan
per li dannati
aspri legami 91 Dì
tatti i yelli
eh' erano già
messi In aspo, e
scelti a Gume
altro lavoro, Erano in
brevi piastre i
nomi impressi: Altri di
ferro, altri d'argento
o d'oro; E poi
fitti n'avean cumuli
spessi, De' quali, senza mai
farvi ristoro. Portarne via
non si vedea
mai stanco Un yecchio,
e ritornar sempre
per anco. 92 Era
quel vecchio si
espedito e snello. Che
per correr parea
ohe fosse nato: E
da quel monte
il lemho del
mantello Portava pien del nome altrui
segnato. Ove n' andava,
e perchè facea
quello, Nell'altro Canto vi
sarà narrato, Se d'averne
piacer segno fìtrete Con
quella grata udienza
che solete. N o
T B. St. 1.
V.1. Arpie sono
qui i barbari
soeei in Italia i
loro desolata. 8t. 2.
V.14. Troppo falld,
$ec. Allude a
Giulio n, e, dopo
la giornata di
Ravenna, riaccese la
guerra in Jia, chiamandovi
gli Svizzeri per
discaociame i Fran ii,
y. 5. iZ
bel vivere è la bella
vita che in
Italia menava prima della
discesa di Oarlo
YIII. IT. 3. V.27.
Cacci fiAor di
Lete: fàccia dimenti e;
e ciò riguarda
la misera condizione
deglltaliani. !a virtù di
Calai e di
Zete, ecc.: due figli
di Borea li Oritia,
i quali cacciarono
sino alle Strofadi
le Arpie brattavano le
mense di Fineo
re di Tracia. T.
5. V.8. JZ
can trifauce, è
Cerbero da tre
teste. T. 7. V.5.
Far mossa, dondolare. T.
12. V.17. Anassarete:
donzella di Cipro,
la insensibilità all'amore dlfl,
principe cipriotto, cen so il
giovine ad appiccarsi;
ed ella Ai
convertita in IO. Dafne: ninfa, che
fuggendo da Apollo,
da cui amata, venne
cangiata in lauro. r.
14. V.3e. JZ
"a Teseo e
Giasone, ecc. Rammenta 'oeta quattro
ingannatori di donne:
Teseo cioè e ione,
che delusero, Tuno
Arianna, Paltro Medea;
Enea, [uistatore del Lazio,
che abbandonò Didone,
e Am, figlio
di David, che
mutò in odio
il suo amore
per ar; di che
nacque odio mortale
fta lui e
Absalon. . 18. V.1.
~ La Panfilia,
la Caria, la
Cilicia, come e la
Lidia, erano regni
dell'Asia minore, oggi Ana 32.
V.6. Più strali
impenni: guarnisca di ),
prepari altri strali
per innamorarlo. 36. y.
6. Tributo pagato
per vassallaggio. Ircania,
provincia dell'antica Persia,
sul mar Ca famosa
per le sue
tigri (tigri ireane)
che non vi iù. 38.
V.7. Lestrigoni: rozzi
popoli del Lazio, asentati neHOdissea
come antropofSaigi. 30. V.15.
Non fu da
EuHsteo mai, ecc.
Vedi i mitologi le
molte prove a
cui Alcide (Brcole)
fu osto, per l'odio
ohe gli portava
Giunone. In Lema, l'Idra;
in Nomea, il
Leone; in Tracia,
Diomede; in ato accise
on cinghiale ferocissimo;
in Nnmidia, •nte Anteo;
sul Tevere, Caco;
solllbero, Gerione. 17. V.3.
Infeee: deturpò. iO. V.5.
Vaghi: scorra intomo. St.
53. V.5. Dedalo:
qui ifieoso, a
modo di epiteto. Le mirahil sette
moli: le sette,
chiamate dagli antichi, maraviglie
del mondo; vale
a dire, le Piramidi
egiziane, il sepolcro
di Mausolo, il
tempio di Diana in
Efeso, il colosso
di Rodi, il
palazzo di Ciro re
dei Medi, la
statua di Giove
Olimpico, e le
mura di Babilonia. St. 58.
V.18 Giovanni l'evangelista, figlinol
di Zebedeo. St. 69. v.28.
Enoch, U patriarca,
ecc. In letà
d'anni 365 fu rapito
sopra un carro
di fuoco, e
portato vivo nel paradiso
terrestre, dove si
dice che debba
stare fino alla consumazione
dei secoli. Il
gran profeta Elia. Presso al
fiume Giordano, e
sugli occhi del
profeta Eli seo, suo discepolo,
anche Elia scomparve
sopra un carro di
fuoco. Tube, trombe,
voce latina usata
da Dante. St. 61.
v.5. Il vecchio
sposo: Titone. St. 62. V.1.
~ Scorse: discorse,
ragionò. St. 69. V.16.
Quattro destrier, via
più che /lammu rossi;
ed il Petrarca,
Trionfo d'Amore, I:
Quattro de strier via più
che neve bianchi.
E tosto in
messo U fuoco etemo
giunse. Intendi nella
sfera del fuoco,
che, secondo le teorie
di Tolomeo, credevasi
intermedia fm la terra
e il cielo
della luna. St. 75.
V.4. Non han
mai loco: non sono
mai eseguiti. St. 76. v.1.
Biche: qui cumuli, mucchi. St.
78. V.Ò, Jcppi;
le pelli de' mantici,
che di latandosi e restringendosi a
vicenda, accolgono l'aria
e la respingono fuori.
Ganimedi: qui sta per
i favoriti de'principi. Ganimede,
figliuolo di Troe,
era si beUo e
ben formato, che
Giove lo rapi
per farsene un
coppiere in cielo. St. 80.
V.8. Che Costantino,
ecc. Costantino im peratore, di cui
senza fondamento storico
si dice, che passando
ad abitare a
Costantinopoli donasse Roma a
S. Silvestro. St. 84,
V.3. Il dtéca
franco: Astolfo, che, sebbene inglese, era
paladino di Francia. St.
88. V.4. Oana:
canuta. St. 91. V.8.
£ ritornar sempre per
anco: sottin tendi a levarne.
St. 92.
V.1. Era quel
vecchio, ecc. Descrive
alle goricamente la velocità
del tempo. dell amore
auo; poi, tOjLìeiido
occ&slone d&ì lavoro
d6lJ" Pattdit, fa uno
Bi>Ii.''ULlidij elogio al
cjìidinal d' Kto Hostra
qiuQcli tOMÈÈ il tem|iu
Hpi,'iiga i nomi
deIi nomini ofìiurì,
e come salg
a i immortùlr. (lUi'l
f!iri prcdaii. E
ripiiliandu U filo
dui Foi:im&" ri ferisce alcuni fatti
lj;ì Brad cimante,
elle, punta tuttora
dì, pei' Ruggiero, Io
sfida a Uattaglia, Chi salirà
per moi Madonna
in cielo A riportarne
il miu p
erti ut a
ingegno Che poi
cli'n:ìcì debeì Toatri
occM il telo Cile
1 cor mi
fisee, ognor perdendo
Tegno?Ké di tauU
iattura mi querelo, rurchè non
cresca, ma sda
a quesito segno; Cy
ii> dubito, SG
più si Ta
scemando, Dì venir tal,
qual lio descritto
Orlando. Per riaTer l'ingeierno
mio mè aTTiso Cile
non bisogna che
per Tana io
poggi Nel cercliio della
Luna o in
Paradisa; Chè'ì mio non
credo che tanto
alto alloggi. Nc bei
vostri occld e
nel sereno viso
Nel sen davoris>
e alabagtrìm poggi Se
ne va errando;
ed io con
queste labbia Lo còrrò y
se vi par
ch'io lo riabbia. Per
gli ampli tetti
andava il Paladino \itte mirando
le fatare vite, 'oi
ch'ebbe visto sul
fatai molino olgerd quelle
<ih' erano già ordite:scòrse
nn vello che
più che d'dr
fino )Iender parea; né
sarian gemme trite, in filo
si tirassero con
arte, a comparargli alla
millesma parte. Mirabilmente il
bel vello gli
piacque, le tra infiniti
paragon non ebbe; di
sapere alto disio
gli nacque, landò sarà
tal vita, e
a chi si
debbe. Evangelista nulla glie
ne tacque:e venti
anni principio prima
avrebbe, le coll'M e
col D fosse
notato anno corrente dal
Verbo incarnato. 9 Quegli
ornamenti che divisi
in molti, A molti
basterìan per tutti
ornarli, In suo ornamento
avrà tutti raccolti Costui, di
ch'ai volato ch'io
ti parli. Le virtudi
per lui, per
lui suffolti Saran gli
studi; e s'io
vorrò narrar li Alti
suoi merti, al fin son
si lontano, Ch'Orlando il
senno aspetterebbe invano. 10
Cosi venia V
imitator di Cristo Ragionando col
Duca: e poi che
tutte Le stanze del
gran luogo ebbono
visto, Onde l'umane vite
eran condutte. Sul fiume
uscirò, che d'arena
misto Con l'onde discorrea
turbide e brutto; E
vi trovar quel
vecchio in su
la riva, Che con
gì' impressi nomi
vi veniva. E come
di splendore e
di beltade el vello
non avea simile
o pare; sì saria
la fortunata etade, e
dovea uscirne al
mondo, singulare; rchè tutte
le grazie inclite
e rade, alma Natura,
o proprio studio
dare, )enigna Fortuna ad
uomo puote, rà in
perpetua ed infallibil
dote. )el Be de' fiumi
tra l'altiere coma siede
umil, diceagli, e
piccol borgo; anzi il
Po, di dietro
gli soggiorna Jta palude
un nebuloso gorgo;,
volgendosi gli anni,
la più adoma tutte
le città d'Italia
scorgo, pur di mura
e d'ampli tetti
regi, di bei studi
e di costumi
egregi anta esaltatone e
cosi presta, fortuita 0
d'avventura casca; V ha
ordinata il Ciel
perchè sia questa uà
in che l'uom,
di ch'io ti
parlo, nasca: j doYe
il fhitto ha
da venir, s' innesta •n
studio si fa
crescer la frasca; artefice l'oro
affinar suole, he legar
gemma di pregio
vuole. " si leggiadra
né si bella
veste la ebbe altr'alma
in quel terrestre
regno; ro è sceso
e scenderà da
queste superne un spirito
si degno, ) per
fame Ippolito da
Este e V eterna
Mente alto disegno, ito
da Este sarà
detto mo a ehi
Dio si ricco
dono ha eletto. 11
Non so se
vi sia a mente, io
dico quello Ch' al fin dell' altro
Canto vi lasciai. Vecchio di
faccia, e si
di membra snello. Che
d'ogni cervio è
più veloce assai. Degli
altrui nomi egli
si empia il
mantello; Scemava il monte,
e non finiva
mai; Ed in quel
fiume che Lete
si noma, Scarcava, anzi
perdea la ricca
soma. 12 Dico che,
come arriva in
su la sponda Del
fiume, quel prodigo
vecchio scuote Il lembo
pieno, e nella
turbida onda Tutte lascia
cader l'impresse note. Un
numer senza fin se ne
profonda, Ch'un minimouso aver
non se ne
puote; E di cento
migliaia che l'arena Sul
fondo involve, un
se ne serva
appena. 13 Lungo e
d'intomo quel fiume
volando Gfivano corvi ed
avidi avoltori> Mulacchie e
vari augelli, che
gridando Facean discordi strepiti
e r omeri; Ed
alla preda correan
tutti, quando Sparger vedean
gli amplissimi tesori: E
chi nel becco,
e chi nell'ugna
torta Ne prende; ma
lontan poco gli
porta. 14 Come vogliono
alzar per l'aria
i voli. Non han
poi forza che
'1 peso sostegna; 1
che convien che
Lete pur involi De
ricchi nomi la memoria degna. Fra
tanti augelli son
duo cigni soli. Bianchi, Signor,
come è la
vostra insegna, Che vengon
lieti riportando in
bocca Sicuramente il nome
che lor tocca. 562 ORLANDO PUBIOSO. stanza 16. 16
Cosi contra i
pensieri empi e
maUgm Del yecchio, che
donar gli yorria
ai ùmim Alcan ne
salyan gli augelli
benigni Tatto Tayanzo obblivìon
oonsnme. Or se ne yan notando
i sacri di, Ed
or per l'aria
battendo le pinme, Finché
presso alla ripa
del fiiime empio Troyano
un colle, e
sopra il colle
un tempii. 16 All'Immortalitade il
laogo è sacro, Oye
una bella Ninfa
giù del colle Viene
alla ripa del
letéo layacro, E di
bocca dei cigni
i nomi tolle; E
quelli affigge intorno
al simalacro Ch'in mezzo
il tempio una
colonna "tolle.Qoiyi li sacra,
e ne fa tal goyemo. Che
yi si puon
yeder tutti in
eterno. 17 Chi sia
quel yecchio, e
perchè tatti al rk
Senza alcun frutto
i bei nomi
dispensi, E degli augelli,
e di quel
luogo pio Onde la
bella Ninfa al
fiume yiend, Ayeya Astolfo
di saper desio I
gran misteri e
gli incogniti sensi; E
domandò di tutte
queste cose L'uomo di
Dio, che cosi
gli rispose:18 Tu
dèi saper che
non si muoye
fronda Laggiù, che segno
qui non se
ne fiaccLL Ogni effetto
conyien che corrisponda In terra
e in ciel,
ma con diyersa
faccia. Quel yecchio, la cui barba
il petto innond&. Veloce si
che mai nulla
V impaccia, Gli effetti
pari e la
medesima opra Che '1
Tempo fa laggiù,
fa qui di
sopra. 19 Vòlte che
son le fila
in su la
ruota, Laggiù la yita
umana arriva al
fine. La fama 1&,
qui ne riman
la nota; Ch' immortali sariano
ambe e divine, Se
non che qui
quel dalla irsuta
gota, E laggiù il
Tempo ognor ne
fk rapine Questi le
getta, come yedi,
al rio:E quel
l'immerge nell'eterno obblio. 20
E come quassù
i corvi e
gli avoltori E le
mulacchie e gli
altri vari augelli S' affaticano tutti
per trar fuori Dell'acqua i
nomi che veggion
più beUi; Cosi laggiù
ruffiani, adulatori, Buffon, cinedi,
accusatori, e quelli Che
vivono alle corti,
e che vi
sono Più grati assai
che '1 virtuoso
e 1 buono; stanza
13. 21 E son
chiamati cortigian gentili, Perchè sanno
imitar l'asino e
'1 ciacco; DeMor Signor
tratto che nahhia
i fili La giusta
Parca, anzi Venere
e Bacco, Questi di
ch'io ti dico,
inerti e vili. Nati
solo. ad empir di
cibo il sacco. Portano in
bocca qualche giorno
il nome; Poi nelPobblio
lascian cader le
some. 7 Omero Agamennon
vittorioso, E fé i
Troian parer xili
ed inerti; E che
Penelopea, fida al
suo sposo, Dai prochi
mille oltraggi avea
sofferti. E se tu
vuoi cheU ver
non ti sia
ascoso, Tutta al contrario
V istoria converti:Che
i Greci rotti,
e che Troia
vittrice E che Penelopea
fu meretrice. ?2 Ma
come i cigni,
che cantando lieti Rendono
salve le medaglie
al tempio; Cosi gii
uomini degni da
poeti Son tolti dalPobblio,
più che morte
empio. 0 beue accorti
Principi e discreti, Che
seguite di Cesare
V esempio, E gli
scrittor vi fate
amici, donde Non avete
a temer di
Lete Fonde! 3 Son,
come i cigni,
anco i poeti
rari, Poeti che non
sian del nome
indegni. Si perchè il
Ciel degli uomini
preclari Non paté mai
che troppa copia
regni, Sì per gran
colpa dei Signori
avari Che lascian mendicare
i sacri ingegni; Che
le virtù premendo,
ed esaltando I vizj,
caccian le buone
arti in bando. [
Credi che Dio
questi ignoranti ha
privi Dello 'ntelletto, e
loro offusca i
lumi; Che della poesia
gli ha fatto
schivi, Acciò che morte
il tutto ne
consumi. Oltre che del
sepolcro uscirian vivi, Ancor
chavesser tutti i
rei costumi; Purché sapesson
farsi amica Cirra, Più
grato odore avrian,
che nardo o
mirra. Non si pietoso
Enei, né forte
Achille u, come è
fama, né sì
fiero Ettorre; ne
son stati e
mille e mille
e mille he lor
si puon con
verità anteporre; i donati
palazzi e le
gran ville )ai discendenti
lor, gli ha
fatto porre Q questi
senza fin sublimi
onori )air onorate man
degli scrittori. Non fa
si santo né
benigno Auguste, 'ome la
tuba di Virgilio
suona: "' avere avuto
in poesia buon
gusto, a proscrizione iniqua
gli perdona. essun sapria
se Neron fosse
ingiusto, è sua ma
saria forse men
buona, vesse avuto e
terra e ciel
nimid, i gli scrittor
sapea tenersi amici. stanza
24. 28 Dair altra
parte odi che
fama lascia Elisa, ch'ebbe
il cor tanto
pudico; Che riputata viene
una bagascia, Solo perché
Maron non le
fu amico. Non ti
maravigliar eh io n'abbia
ambascia, E se di
ciò diffusamente io
dico. Gli scrittori amo,
e fo'il debito
mio; Chal vostro mondo
fui scrittore anch'io. 21
E sopra tutti
gli altri io
feci acquisto Che non
mi può levar
tempo nò morte: E
ben convenne al
mio lodato Cristo Rendermi guiderdon
di si gran
sorte. Ducimi di quei
che sono al
tempo tristo. Quando la
cortesia chiuso ha
le porte; Che con
pallido viso e
macro e asciutto La
notte e '1
di vi picchian
senza frutto. 80 che,
continuando il primo
detto, Sono i poeti
e gli studiosi
pochi; Che dove non
han pasco né
ricetto, Insin le fere
abbandonano i lochi. Cosi
dicendo il vecchio
benedetto Gli occhi infiammò,
che parveno duo
fuochi: Poi volto al
Duca con un
saggio riso, Tornò sereno
il conturbato viso. 31
Resti con lo
scrittor dell'Evangelo
Astolfo ormai, ch'io
voglio far un
salto. Quanto sia in
terra a venir
fin dal cìdo: Ch4o
non posso più
star su l'ali
in alto. Tomo alla
donna, a cui
con grave telo Mosso
avea gelosia crudele
assalto. Io la lasciai
eh' avea con
breve erra Tre Re
gittati, un dopo
l'altro, in terra; Stanza
40. E che giunta
la sera ad
un castello Ch'alia via
di Parigi si
ritrova, D'Agramante che, rotto
dal fratello, S'era ridotto
in Arli, ebbe
la nuova. Certa che'l
suo Rnggier fosse
con quello; Tosto ch'apparve
in ciel la
luce nuova. Verso Provenza,
dove ancora intese Ohe
Carlo lo seguia,
la strada prese. 33
Verso Provenza per
la via più
dritta Andando, s'incontrò in
una donzella, Ancorché fosse
lacrimosa e afflitta. Bella di
faccia, e di
maniere bella. Questa era
quella si d'amor
trafitta Per lo figliuol
di Monodante, quella Donna
gentil ch'avea lasciato
al ponte L'amante suo
prigion di Rodomonte. stanza 31.
84 Ella venia
cercando un cavalìero, Cb' a
far battaglia usato,
come lontra In acqua
e in terra
fosse, e co
fiero, Che lo potesse
al Pagan porre
incontra. La sconsolata amica
di Ruggiero, Come
quest'altra sconsolata incontra, Cortesemente la
saluta, e poi Le
chiede la cagion
dei dolor suoi. 35
Fiordiligi lei mira,
e veder parie Un
cavalier eh al suo bisogno
fia; E comincia del
ponte a ricontarle, Ove impedisce
il Re d
Algier la via; E
ch'era stato appresso
di levarle suo: non
che più forte
sia; Ma sapea darsi
il Saracino astuto Col
ponte stretto e
con quel fiume
aiuto. (6 Se sei,
dicea, si ardito
e si cortese, Come
ben mostri 1
uno e 1
altro in vista, vendica, per
Dio, di chi mi prese Il
mio signore, e
mi fa gir
si trista; E consigliami
akneno in che
paese Possa io trovare
un eh' a colui
resista, E sappia tanto
d'arme e di
battaglia, Che '1 fiume
e '1 ponte
al Pagan poco
vaglia. 7 Oltre che
tu farai quel
che conviensi Ad uom
cortese e a ca
vallerò errante, In beneficio
il tuo valor
dispensi Del più fedel
d'ogni fedele amante. Dell'altre sue
virtù non appartiensi A
me narrar; che sono tante
e tante, Che chi
non n' ha
notizia, si può
dire Che sia del
veder privo e
dell'udire. B La magnanima
donna, a cui
fu girata Sempre ogni
impresa che può
farla degna D'esser con
laude e gloria
nominata. Subito al ponte
di venir disegna: Ed
ora tanto più,
eh' è dispei 'a, Vien
volentier, quando anco
a mor, vegna; Che
credendosi, misera! esser
priva Del suo Ruggiero,
ha in odio
d'esser viva. ) Per
quel ch'io vaglio,
giovane amorosa. Rispose Bradamante,
io m' offerisco Di far
l'impresa dura e
perigliosa. Per altre cause
ancor, ch'io preterisco; Ma più,
che del tuo
amante narri cosa (
he narrar di
pochi uomini awertisco, Che sia
in amor fedel;
ch'afiè ti giuro Ch'in
ciò pensai eh' ognun
fosse pergiuro. 40 Con
un sospir quest'ultime
parole Finì, con un
sospir eh' usci
dal core; Poi disse: Andiamo; e
nel seguente sole Giunsero
al fiume, al
passo pien d'orrore. Scoperte dalla
guardia che vi
suole Fame segno col
corno al suo
Signore, n Pagan s'arma;
e, quale è'I
suo costume. Sul ponte
s' appresenta in ripa
al fiume:41 E
come vi compar
quella guerriera. Di porla
a morte subito
minaccia, Quando dell'arme e del destrier,
su ch'era, Al gran
sepolcro oblazi'on non
faccia. Bradamante che sa
l'istoria vera, Come per
lui morta Isabella
giaccia, Che Fiordiligi detto
le l'avea, Al Saracin
superbo rispondea: 42 Perchè
vuoi tu, bestiai,
che gl'innocenti Facciano penitenzia
del tuo fallo? Del
sangue tuo placar
costei convienti. Tu l'uccidesti;
e tutto '1 mondo
sallo. Sì che di
tutte l'arme e
guernimenti Di tanti che
gittati hai da
cavallo, Oblazione e vittima
più accetta Avrà, ch'io
te le uccida
in sua vendetta. 43
E di mia
man le fia
più grato il
dono, Quando, com' ella
fu, son donna
anch' io:Né qui
venuta ad altro
effetto sono, Oh' a vendicarla;
e questo sol disio.
Ma far
tra noi prima
alcun patto è
buono, Che'l tuo valor
si compari col
mio. S'abbattuta sarò, di
me farai Quel che
degli altri tuoi
prigion fatt' hai:44
Ma s' io t' abbatto,
come io credo
e spero, Guadagnar voglio il
tuo cavallo e
l'armi, E quelle offerir
sole al cimitero, E
tutte l'altre distaccar
da' marmi; E voglio che
tu lasci ogni
guerriero. Rispose
Bodomonte: Giusto parmi Che
sia come tu
di'; ma i
prigion darti Già non
potrei, ch'io non
gli ho in
queste parti. 45 Io
gli ho al mio regno
in Africa mandati Ma
ti prometto e
ti do ben
la fede, Che se
m'awien per casi
inopinati Che tu stia
in sella, e
ch'io rimanga a piede, Farò
che saran tutti
liberati In tanto tempo,
quanto si richiede Di
dare a un
messo che 'n
fretta si mandi A
far quel che,
s' io perdo, mi
comandi. 46 Ma 8
a te tocca
star di sotto,
come Più si conviene,
e certo so
che fia, Non yoche
lasci Parme, né
il tao nome, di
vinta, sottoscritto sia: Al
tuo bel viso,
a begli occhi, alle
chiome; Che spiran tutti
amore e leggiadria. Voglio donar
la mia vittoria;
e basti Che ti
disponga amarmi, ove
m'odiasti. 49 Nel trapassar
ritrovò appena loco Ove
entrar col destrìer
quella gnenierm; E fu
a gran risco,
e ben vi
mancò poeo. non traboccò
nella riviera; Ma Rabicano,
il quale il
vento e 1
faoeo Concetto avean, si
destro ed agii
era. Che nel margine
estremo trovò strada; E
sarebbe ito anco
s'un fil di
spada. stanza 50 EUa si
volta, e centra
rabbattuto Pagan ritoma: e con
leggiadro mott<":Or puoi,
disse, veder chi
abbia perduto, E a
chi di noi
tocchi di star
di sotto. Di maraviglia
il Pagan resta
muto, Ch' una donna
a cader V
abbia condotto; E far
risposta non potè
o non volle, E
fu come uom
pien di stupore
e foUe.' 51 Di
terra si levò
tacito e mesto; E
poi ch'andato fu
quattro o sei
passi. Lo scudo e
Telmo, e dell'altre
arme il resm Tutto
si trasse, e
gittò contra i
sassi; E solo e
a pie fu
a dileguarsi presto; Non
che commissì'on prima
non lassi A un
suo scudier, che
vada a far
V eflfeao Dei prigion
suoi,• secondo che
fu detto. 52 Partissi;
e nulla poi
pia se n'intese. Se
non che stava
in una grotta
scura. Intanto Bradamante avea
sospese Di costui l'arme
all' alta sepoltura; E fattone
levar tutto l'arnese, D
qual dei cavalieri,
alla scrittura. Conobbe della
corte esser di
Carlo, Non levò il
resto, e non
lasciò levarlo. 47 Io
son di tal
valor, son di
tal nerbo, Ch'aver non
dèi d'andar di
sotto a sdegno. Sorrise alquanto,
ma d'un riso
acerbo, Che fece d'ira,
più che d'altro,
segno. La donna: uè rispose
a quel superbo; Ma
tornò in capo
al ponticel di
legno. Spronò il cavallo,
e con la
lancia d'oro Venne a
trovar quell'orgoglioso Moro. 53
Oltr'a quel del
figliuol di Monodante, V'è quel
di Sansonetto e
d'Oliviero, Che, per trovare
il Principe d'Anglante, Quivi condusse
il più dritto
sentiero. Quivi fur presi,
e fiiro il
giorno innante Mandati via
dal Saracino altiero: Di
questi T arme
fé' la donna
tórre Dall'alta mole, e
chiuder nella torre. 4S
Rodomonte alla giostra
s' apparecchia:Viene a gran
corso; ed è
si grande il
suono Che rende il
ponte, eh' intronar
l'orecchia Può forse a
molti che lontan
ne sono. La lancia
d'oro fé' l'usanza vecchia: Che
quel Pagan, si
dianzi in giostra
buono. Levò di sella,
e in aria
lo sospese, Indi sul
ponte a capo
ingiù lo stese. 54
Tutte l'altre lasciò
pender dai sa&M. Che
fur spogliate ai
cavalier padani. V eran
l arme d'un
Re, del quale
i pafsi Per Frontalatte
mal fur spesi
e va i:Io
dico l'arme del
Re de' Circassi, Che
dopo lungo errar
per colli e
piani, Venne quivi a
lasciar V altro
destriero; E poi senz'arme
andossene leggiero. 5 S'era
partito disarmato e
a piede Quel Re
pagan dal periglioso
ponte, Si come gli
altri, cheran di
sua Fede, Partir da
sé lasciava Rodomonte. Ma
di tornar più
al campo non
gli diede Il cor;
chMvi apparir non
avria fronte; Che, per
qnel che vantossi,
troppo scorno Gli saria
&ryi in tal
gnisa ritorno. 68 Ove
navilio e buona
compagnia Spero trovar, da
gir neir altro lito. Mai
non mi fermerò,
finch'io non sia Venuta
al mio Signore
e mio marito. Voglio tentar,
perchè in prigion
non stia, Più modi e più:
che, se mi
vien fallito Questo che
Rodomonte t' ha promesso, Ne
voglio avere nno
ed un altro
appresso. X _r Stanza 62. Stanza
62. 5 Di pur
cercar nuovo desir
lo prese Colei che
sol avea fissa
nel core. Fu r avventura
sua, che tosto
intese (Io non vi
saprei dir chi
ne fu autore) Oh'
ella tornava verso
il suo paese:Ondesso,
come il punge
e sprona Amore, Dietro
alla pesta subito
si pone. Ma tornar
voglio alla figlia
d'Amene. ' Poi che
narrato ebbe con
altro scritto, Come da
lei fa liberato
il passo; A Fiordiligi
eh' avea il core
afflitto, E tenea il
viso lacrimoso e
basso, Domandò umanamente ov'ella
dritto y olea che fosse,
indi partendo, il
passo. Rispose Fiordiligi: Il
mio cammino Vo' che
sia in Arli
al campo Saracino, AaiosTo. Io m'offerisco,
disse Bradamante,
D'accompagnarti un pezzo
della strada, Tanto che
tu ti vegga
Arli davante, Ove per
amor mìo vo'che
tu vada A trovar
quel Ruggier del
re Agramante, Che del
suo nome ha
piena ogni contrada; E
ohe gli rendi
questo buon destriero, Onde abbattuto
ho il Saracino
altiero 60 Voglio eh'
a punto tu
gli dica questo:Un
cavalier che di
provar si crede, E
fare a tutto
'1 mondo manifesto Che
contra lai sei
mancator di fede; Acciò
ti trovi apparecchiato
e presto, Questo destrier,
perch'io tei dia,
mi diede. Dice che
trovi tua piastra
e tua maglia, E
che l'aspetti a
&r te"o battaglia. 61
Digli questo, e non altro;
e se quel
vuole Saper da te
elisio son, di' che
noi sai. Quella rispose
umana come suole:Non
sarò stanca in
tuo servizio mai Spender
la vita, non
che le parole; Che
tu ancora per
me cosi fatto
hai. Grazie le rende
Bradamante, e piglia Frontino, e
le lo porge
per la briglia. 62
Lungo il fiume
le belle pellegrine Giovani vanno
a gran giornate
insieme, Tanto che veggono
Arli, e le
vicine Rive odon risonar
del mar che
freme. Bradamante si ferma
alle confine Quasi de' borghi
ed alle sbarre
estreme, Per dare a
Fionliligi atto intervallo. Che condurle
a Raggier possa
il cavallo. 63 Vien
Fiordiligì" ed entranel rastrelk. Nel
ponte e nella
porta; e seco
prende Chi le fa
compagnia fino all'ostello Ove abita
Ruggiero, e quivi
scende; £, secondo il
mandato, ai damigello Fa
r imbasciata, e
il buon Frontin
gii rak Indi va,
che risposta non
aspetta, Ad eseguire il
suo bisogno in
fretta. 64 Ru&:gier ri
man confuso e
in pensìer gn::ir E
non sa ritrovar
capo né via Di
saper chi lo
sfide, e chi
gli mande A dire
oltraggio, e a
fargli cortesia. Che costui
senza fede lo
domande, 0 possa domandar
uomo che sia, Non
sa veder né
imaginare; e prima, Ch'ogu' altro sia
che Bradamante, istinti. '
''n jt.._. _ stanza rL:, S 7
65 Che
fosse Rodomonte, era
più presto Ad aver,
che fosse altri,
opinione; E perchè ancor
da lui debba
udir questo Pensa, né
iraaginar può la
cagione. Fuorché con lui,
non sa di
tutto '1 resto Del
mondo con chi
lite abbia e
tenzone. Tu tanto la
donzella di Dordona Chiede battaglia,
e forte il
corno suona. C6 Vien
la nuova a
Marsilio e ad
Agramante, Cli'un cavalier di
fuor chiede battaglia. caso Serpentin
loro era avante, Ed
impetrò di vestir
piastra e maglia, E
promesse pigliar questo
arrogante. Il popol venne
sopra la muraglia; Né
fanciullo restò, né
restò veglio, Che non
fosse a veder
chi fésse meglio. 67
Con ricca sopravvesta
e bello arnese Serpentin dalla
Stella in giostra
venne. Al primo scontro
in terra si
distese:Il destrìer aver
parve a fuggir
penne. Dietro gli corse
la donna cortese, E
per la briglia
al Saracin lo
tenne, E disse: Monta, e
fa che '1
tuo Signore Mi mandi
un cavalier di
te migliore. 68 II
Re african, eh'
era con gran
fiinuglìt Sopra le mura
alla giostra vicino, Del
cortese atto assai
si maraviglia, Ch'usato ha
la donzella a
Serpentino. Di ragion può
pigliarlo, e non
lo piglia. Diceva, udendo
il popol Saracino. Serpentin giunge;
e com'ella comanda, Un
miglior da sua
parte al Re
domanda. 9 Grandonio di
Yolteraa furibondo . Il più
superbo cavalier di
Spagna, Pregando fece sì,
che fd il secondo,
Ed usci
con minacce alla
campagna: Tua cortesia nulla
ti vaglia al
mondo; Che, quando da
me vinto tu rimagna, Al
mio Signor menar
preso ti voglio: Ma
qui morrai, s
io posso come
soglio. 0 La donna
disse lui: Tua
villania Non vo che
men cortese far
mi possa, ChUo non
ti dica che tu torni,
pria Che sul duro
terren ti doglian
Tossa. Ritorna, e di al
tuo He da
parte mia, Che per
simile a te
non mi son
mossa; Ma per trovar
guerrier che '1
pregio vaglia, Son qui
venuta a domandar
battaglia. 1 li mordace
parlare acre ed
acerbo, Graii fuoco al
cor del Saracino
attizza; Si che, senza
poter replicar verbo, Volta
il destrier con
collera e con
stizza. Volta la donna,
e centra quel
superbo La lancia d'oro
e Rabicano drizza. Come
Tasta fatai lo
scudo tocca, Coi piedi
al cielo il
Saracin trabocca. 2 11
destrier la magnanima
guerriera Gli prese, e
disse: Pur tei prediss'
io, Che far la mia ambasciata
meglio t'er/, Che della
giostra aver tanto
disio. Di' al Re,
ti prego, che
fuor della schier.i Elegga un
cavalier che sia
par mio; Né voglia
con voi altri
aifaticarme, Ch'avete poca esperienzia
d'arme. 75 Contra la
donna per giostrar
si fece Ma prima
salutolla, ed ella
lui. Disse la donna:
Se saper mi
lece, Ditemi in cortesia
chi siate vui. Di
questo Ferraù le
satisfece: Ch'usò di rado
di celarsi altrui. Ella
soggiunse: Voi già non
rifiuto; Ala uvria più volentieri
altri voluto. stanza 71. 3
Quei dalle mura,
che stimar non
sanno Chi sia il
guerriero in su
T arcion si saldo,
Quei più
famosi nominando vanno, Che
tremar li fan
spesso al maggior
caldo. Che Brandimarte sia,
molti detto hanno: La
più parte s' accorda
esser Rinaldo:Molti su
Orlando avrian fatto
disegno; Ma il suo
caso sapean, di
pietà degno. 4 La
terza giostra il
figlio di Lanfusa Chiedendo, disse:
Non che vincer
speri, Ma perchè di
cader più degna
scusa Abbian, cadendo anch'
io, questi guerrieri. E
poi di tutto
quel ch'in giostra
s'usa, Si messe in
punto; e di
cento destrieri Che tenea
in stalla, d'un
tolse Teletta, Ch'avea il
correre acconcio, e
di gran fretta. 76
E chi? Ferraù disse.
Ella rispose:Ruggiero; e
appena il potè
proferire; E sparse d'un
color, come di
rose. La bellissima faccia
in questo dire. Soggiunse al
detto poi: Le cui
famose Lode a tal
prova m han fatto venire. Altro
non bramo, e
d'altro non mi
cale, Che di provar
com' egli in
giostra vale. 77 Semplicemente
disse le parole Che
forse alcuno ha
già prese a
malizia. Rispose Ferraù:
Prima si
vuole Provar tra noi
chi sa più
di milizia. Se (li
me avvien quel
che di molti
suole, Poi verrà ad
emendar la mia
tristizia Quel gentil cavalier
che tu dimostri Aver
tanto desio che
teco giostri.78 Parlando
tattavolta la donzella, Teneva la
visiera alta dal
viso. Mirando Ferraù la
faccia bella, Si sente
rimaner mezzo conquiso; E
taciturno dentro a
sé favella: Questo un
Angel mi par
del Paradiso; E ancor
che con la
lancia non mi
tocchi, Abbattuto 'son già
da suoi begli
occhi. 79 Preson del
campo: e, come agli
altri avvenne, Ferraà se
n usci di
sella netto. Bradamante il
destrier suo gli riteane,
E disse:
Torna, e serva
quel ch'hai detto. Ferraù
vergognoso se ne
venne, E ritrovò Ruggier
eh era al
conspetto Del re Agramante;
e gli fece
sapere Ch'alia battaglia il
cavalier lo chere. 80
Ruggier, non conoscendo
ancor chi fosse Che
a sfidar lo
mandava alla battaglia, Quasi certo
di vincere, allegrosse; E
le piastre arrecar
fece e la
maglia:Né Taver visto
alle gravi percosse Che
gli altri sian
caduti, il cor
gli smaglia. Come s'armxsse,
e come uscisse,
e quanto Poi ne
seguì, lo serbo
all'altro Canto. N o TB,
'T. 3.
V.58. E scórse
un vello, ecc.
In quel vello si
denota il corso
vitale del cardinale
Ippolito da Este, ch'ebbe
TAriosto in sna
corte. St. 4. V.68.
Che venti anni
prima, ecc. Il car
dinale Ippolito nacque nel
1479; ed erano
allora com pinti venti anni
prima del 1500. St.
6. V.12. Ferrara
aveva in antico
il Po da due
lati. St, 11. V.7.
Ed in quel
finme che Lete
si noma: fiume deirobblio,
finto dal Poeta
nella luna, come
Dante lo finse nel
paradiso terrestre. St. 13.
V.a Mulacchie. Uccelli
molto slmili ai
corvi. St. 14. V.6.
Come è la
vostra insegna: come è
r aquila
di casa d' £st": cioè Taquila
bianca in campo azzurro. St. le.
V.2. Questa bella
ninfa ò la
Fama. St. 22. V.6.
Cesare. Qui Cesare
Augusto. St. 24. V.7.
-Cirra .città nella
Focide, presso Delfo alle
radici del Parnaso.
I poeti la
finsero stanza delle Muse;
ed è qui
nominata per indicare
i poeti. Tt. 28.
V.2. Elisa: ossia
Didone, regina di
Carta gine, innamorata di Enea. St.
33. V.56. Questa
era quella, ecc.,
Fiordiligi Lo figliuol
di Monodante: Brandimarte. St. 54.
V.5 Del re
de Circassi: di
.Sacripante, pri no posseditore
di Frontalatte, che, venuto
in poter di Ruggiero,
ta poi detto
Frontino. St. 70. V.68.
Bradamante, preoccupato dai
suoi pensieri, si cara poco
che altri la
prenda per uomo o
per donna; tanto
ò vero che
teneva anche la
visiera al zata, com'è detto
alla Stanza 78. St.
80. V.6. Il
cor gli smaglia: gli
fiacca, gli prostra 0 C' stanza. Bradamante nello
sfidare Ruggiero, Marfisa,
che Io ha
prevenuto, è rovesciata
più volte dalla
magica allori si accende
mischia tra i
cavalieri dell'an campo
e dell'altro, spettatori
della contesa. Bradam ante, aelli ha
riconosciuto Ruggiero, si
scaglia contro di
lui; ma non
soif erendo di fargli
oltraggio, si getta
sa li disperde. Ridottasi
poi con Ruggiero
in luogo appartato,
in cui sorge
un avello, ivi
giunge Marfisa, uale Bradamante
si attacca di
nuovo. Ruggiero si
sforza invano di
separare le due
combattenti; e 11 pure
è alle prese
con l'ostinata Marfisa,
una voc3 uscita
dall'avello li manifesta
per fratello e
sorella. m eh ovunque sia,
sempre cortese •r gentil,
ch'esser non può
altrimente; natura e per
abito prese I di
mutar poi non
è possente, eh' ovunque sia,
sempre palese rillan si
mostri similmente, nchina al
male; e viene
a farsi poi difficile
a mutarsi. rtesia, di
gentilezza esempj antiqui guerrier
si vider molti, fra
i moderni; ma
degli empj avvien ch'assai
ne vegga e
ascolti, i guerra, Ippolito,
che i tempj ornaste
agi' inimici tolti, ¦aeste
lor galee captive i
carche alle paterne
rive, Tutti gli atti
crudeli ed inumani Ch'
usasse mai Tartaro
o Turco o
Moro, Non già con
volontà de' Veneziani, Che sempre
esempio di giustizia
ioro, Usaron l'empie e
scellerate mani Dei rei
soldati, mercenari loro. Io
non dico or
di tanti accesi
fuochi, Ch'arson le ville
e i nostri
ameni lochi: Benché fu
quella ancor brutta
vendetta, Massimamente
contra voi, eh'
appresso Cesare essendo, mentre
Padua stretta Era d'assedio,
ben sapea che
spesso Per voi più
d'una fiamma fu
interdetta, E spento il
fuoco ancor, poi
che fu messo, Da
villaggi e da
templi; come piacque All'alta cortesia
che con voi
nacque. Io non parlo
di questo, né
di tanti Altri lor
discortesi e crudeli
atti; Ma sol di
quel che trar
dai sassi i
pianti Debbe poter, qual
volta se ne
tratti. Quel dì, Signor,
che la femiglia
innanti Vostra mandaste là
dove ritratti Dai legni
lor con importuni
auspici S'erano in luogo
forte gP inimici: Stanza 17. 8
Schiavon crudele, onde
hai tu il
modo appreso Della milizia?
In qual Scizia
sMntende Ch'uccider si debba
un, poi ch'egli
è preso. Che rende
l'arme, e più
non si difende? Dunque uccidesti
lui, perchè ha
difeso La patria? Il sole
a torto oggi
risplende, Crudel secolo, poiché
pieno sei Di Tiesti,
di Tantali e
di Atrei. 9 Fésti,
Barbar crudel, del
capo scemo Il più
ardito garzon che
di sua etade Fosse
da un polo
all'altro, e dall'estremo Lito degl'Indi
a quello ove
il sol cade. Potea
in Antropofago, in
Polifemo La beltà e
gli anni suoi
trovar pietade; Ma non
in te, più
crudo e più
fellone D'ogni Ciclope e
d'ogni Lestrigone. 10 Simile
esempio non credo
che sia Fra gli
antiqui guerrier, de'quai
gli studi Tutti fur
gentilezza e cortesia; Né
dopo la vittoria
erano crudi. Bradamante non
sol non era
ria A quei eh'
avea, toccando lor
gli scudi, Fatto uscir
della sella; ma
tenea Loro i cavalli,
e rimontar facea. 11
Di questa donna
valorosa e bella Io
vi dissi di
sopra, che abbattuto Aveva Serpentin
quel dalla Stella, Grandonio di
Volterna e Ferrauto, E
ciascun d'essi poi
rimesso in sella; E
dissi ancor, che
'1 terzo era
venuto, Da lei mandato
a disfidar Ruggiero, Là
dove era stimata
un cavaliero. 6 Qual
Ettorre ed Enea
sm dentro ai
flutti, Per abbruciar le
navi greche, andaro; Un
Ercol vidi e
un Alessandro, indutti Da
tropp(f ardir, partirsi
a paro a
paro; E spronando i
destrier, passarci tutti; E
i nemici turbar
fin nel riparo; E
gir si innanzi,
ch'ai secondo molto Aspro
fu il ritornare,
e al primo
tolto. 7 Salvossi il
Ferruffin, restò il
Cantelmo. Che cor, Duca
di Sora, che
consiglio Fu allora il
tuo, che trar
vedesti l'elmo Fra mille
spade al generoso
figlio, E menar preso
a nave, e
sopra un schelmo Troncargli il
capo? Ben mi
maraviglio Che darti morte
lo spettacol solo Non
potò, quanto il
ferro a tuo
figliuolo. 12 Ruggier tenne
lohivito allegramente, E l'armatura
sua fece venire. Or,
mentre che s' armava,
al Re presente Tomaron quei
Signor di nuovo
a dire, Chi fosse
il Cavalier tanto
eccellente. Che di lancia
sapea si ben
ferire; E Ferraù, che
parlato gli avea. Fu
domandato se lo
conoscea. 13 Rispose Ferraù:
Tenete certo Che non
è alcun di
quei ch'avete detto. A
me parea, eh'
il vidi a
viso aperto, Il fratel
di Rinaldo giovinetto: Ma poi
ch'io n'ho l'alto
valore esperto, E so
che non può
tanto Ricciardetto, Penso che
sia la sua
sorella, molto (Per quel
ch'io n'odo) a
Ini simil di
volto. Ella ha ben
fama d'esser forte
a pare Del ano
Rinaldo e d'ogni
Paladino; 3ra, per quanto
io ne veggo
oggi, mi pare Che
vai più del
fratel, più del
cugino. Come Ruggier lei
sente ricordare, Del vermiglio
color che '1
mattutino Sparge per Tarla,
si dipinge in
faccia, £ nel cor
criema, e non
sa che si
faccia. 15 A questo
annunzio, stimolato e
punto Dair amoroso strai,
dentro infiammarse, E per
l'ossa senti tutto
in un punto Correr
un giaccio che
'1 timor vi
sparse; Timor eh' un novo
sdegno abbia consunto Quel
grande amor che
già per lui
si l'arse. Di ciò
confuso, non si
risolveva, S'incontra
uscirle, oppur restar
doveva. 20 Forza è
a Marfisa eh' a
quel colpo vada A
provar se '1
terreno è duro
o molle; E cosa
tanto insolita le
accada, Ch' ella n'
è per venir
di sdegno folle. Fu
in terra appena,
che trasse la
spada, E vendicar di
quel cader si
volle. La figliuola d'Amon
non meno altiera Gridò: Che fai? tu
sei mia prigioniera. 21 Sebbene
uso con gli
altri cortesia, Usar teco,
Marfisa, non la
voglio; Come a colei
che d'ogni villania Odo
che sei dotata
e d'ogni orgoglio. Marfisa a quel parlar
fremer s'udia Come un
vento marino in
uno scoglio. Grida, ma
sì per rabbia
si confonde, Che non
può esprimer fuor
quel che risponde. 16
Or quivi ritrovandosi
Marfisa, Che d'uscire alla
giostra avea gran
voglia. Ed era armata,
perchè in altra
guisa É raro, o
notte o di,
che tu la
coglia, Sentendo che Ruggier
s'arma, s'avvisa Che di
quella vittoria ella
si spoglia, Se lascia
che Ruggiero esca
fuor prima:Pensa ire
innanz, e averne
il pregio stima 17
Salta a cavallo,
e vien spronando
in fretti Ove nel
campo la figlia
d' Amone Con palpitante cor
Ruggiero aspetta. Desiderosa farselo
prigione; £ pensa solo
ove la lancia
metta. Perchè del colpo
abbia minor lesione. Marfisa se
ne vien fuor
della porta, E sopra
Telmo una fenice
porta: stanza 20. 22 Mena
la spada, e
più ferir non
mira Lei, che '1
destrier, nel petto
e nella pancia; Ma
Bradamante al suo la briglia
gira, E quel da
parte subito si
lancia; E tutto a
un tempo con
isdegno ed ira La
figliuola d'Amon spinge
la lancia, E con
quella Marfisa tocca
appena. Che la fa
riversar sopra l'arena. 18
0 sia per
sua superbia, dinotando Sé
stessa unica al mondo in
esser forte, 0 pur
sua casta intenzi'on
lodando, Di viver sempre
mai senza consorte. La
figliuola d' Amon la
mira; e quando Le
fattezze ch'amava non
ha scorte. Come si
nomi le domanda;
et ode Esser colei
che del suo
amor si gode; 23
Appena ella fu in terra,
che rizzosse.. Cercando far
con la spada
mal'opra. Di nuovo l'asta
Bradamante mosse, E Marfisa
di nuovo andò
sozzopra. Benché possente Bradamante
fosse, Non però sì
a Marfisa era di sopra, Che
T avesse ogni
colpo riversata; Ma tal
virtù nell'asta era
incantata. 19 0, per
dir megUo, esser
colei che crede Che
goda del suo
amor, colei che
tanto Ha in odio
e in ira,
che morir si
vede, Se sopra lei
non vendica il
suo pianto. Volta il
cavallo, e con
gran furia riede. Non
per desir di
porla in terra,
quanto Di passarle con
Tasta in mezzo
il petto, libera restar
d'ogni sospetto. 24 Alcuni
cavalieri in questo
mezzo. Alcuni, dico, della
parte nostra Se n'erano
venuti dove, in
mezzo L'un campo e
l'altro, si facea
la giostra (Che non
eran lontani un
miglio e mezzo), Veduta la
virtù che'l suo
dimostra; Il suo, che
non conoscono altrimente Che per
un cavalier della
lor gente. 25 Questi
vedendo il generoso
figlio Di Troiano alle
mnra approssimarsi, Per ogni
caso, per ogni
periglio Non volse sprovveduto
ritrovarsi; E fé che
molti all' arme diér
di piglio, E che fuor dei
ripari appresentArsi. Tra questi
ta Ruggiero, a
cui la fretta Dì
Marfisa la giostra
avea intercetta. 23. 26 L'innamorato
giovene mirando Stava il
successo, e gli
tremava il core, Della
sua cara moglie
dubitando; Che di Marfisa
ben sapea il
valore. Dubitò, dico, nel
principio, quando Si mosse
V una e
V altra con
furore; 3ra visto poi
come successe il
fatto. Restò maraviglioso e
stupefatto: 27 E poiché
fin la lite
lor non ebbe, Com'avean T altre
avuto, al prim' incontro, Nel cor
profondamente gli ne
'ncrebbe, Dubbioso pur di
qualche strano incontro. Dell'una egli
e dell'altra il
ben vorrebbe. Ch'ama amendue;
non che da
porre incontro Sien questi
amori: è l'un
fiamma e furore, altra
benivolenza più eh'
amore. 29 Di qua
di là gridar
si sente all' arme, Come usati
eran far quasi
ogni giorno. Monti chi
è a pie,
chi non è
armato a' arme, Alla bandiera
ognun faccia ritorno, Dicea con
chiaro e bellicoso
carme Più d'una tromba
che scorrea d'intorno: E
come quelle svegliano
i cavalli, Svegliano i
fanti i timpani
e i taballi. 30
La scaramuccia fiera
e sanguinosa, Quanto si
possa imaginar, si
mesce. La donna di
Dordona valorosa, A cui
mirabilmente aggrava e
incresce Che quel di
ch'era tanto disìosa, Di
por Marfisa a
morte, non riesce; Di
qua di là
sì volge e
si raggira, Se Ruggier
può veder, per
cui sospira. 31 Lo
riconosce all'aquila d'argento C'ha nello
scudo azzurro il
giovinetto. Ella con gli
occhi e col
pensiero intento Si ferma
a contemplar le
spalle e '1
petto, Le leggiadre fattezze,
e '1 movimento Pieno di
grazia; e poi
con gran dispetto, Imaginando ch'altra
ne gioisse. Da furore
assalita cosi disse: Stanza
26. 2 Dunque baciar
si belle e
dolci labbia Deve altra,
se baciar non
le posa' io?Ah
non sia vero
già ch'altra mai
t'abbia; Che d'altra esser
non dèi, se
non sei mio. Piuttosto che
morir sola di
rabbia, Che meco di
mia man mori,
disio; Che sebben qui
ti perdo, almen
F Inferno Poi mi ti
renda, e stii
meco in eterno. 28
Partita volentier la
pugna avria, Se con
suo onor potuto
avesse farlo. Ma quei
ch'egli avea seco
in compagnia. Perchè non
vinca la parte
di Carlo, Che già
lor par che
superior ne sia, Saltan
nel campo, e
vogliono turbarlo.
Dall'altra parte i
cavalier cristiani Si fanno
innanzi, e son
quivi alle mani. 33
Se tu m' cecidi,
è ben ragion
che deggi Darmi de
la vendetta anco
conforto; Che voglion tutti
gli ordini e
le leggi. Che chi
dà morte altrui,
debba esser morto. Né
par eh' anco il
tuo danno il
mio pareggi: tu morì
a ragione, io moro
a torto. Farò morir
chi brama, oimè !
eh' io mora; Ma
tu, crudel, chi
t'ama e chi
t'adora. S4 lerchè non
dèi tn, mano,
essere ardita D'aprir col
ferro ài mio
nimico il core? Che
tante volte a
morte m'ha ferita Sotto
la pace in
sicurtà d'amore, Ed or può consentir
tormi la vita, Né
por aver pietà
del mio dolore. Contra quest'empio
ardisci, animo forte: Vendica mille
mie con la
sua morte. 36 Ben
pensa quel che
le parole denno Volere
inferir piiì; ch'ella
l'accusa Che la convenzì'on
ch'insieme fènno, Non le
osservava: onde, per farne
iscusa, Di volerle parlar
le fece cenno. Ma
qnella già con
la visiera, chiusa Venia,
dal dolor spinta
e dalla rabbia, Per
porlo, e forse
ove non era
sabbia. { Gli sprona
contra in questo
dir; ma prima. Guardati, grida,
perfido Ruggiero:Tu non
andrai, s' io posso,
della opima Spoglia del
cor d'una donzella
altiero. Come Ruggiero ode
il parlare, estima Che
sia la moglie
sua, com'era in
vero; La cui voce
in memoria si
bene ebbe, Ch'in mille
riconoscer la potrebbe. 37 Quando
Ruggier la vede
tanto accesa. Si ristringe
nell' arme e nella
sella:La lancia arresta;
ma la tien
sospesa, Piegata in parte
ove non noccia
a quella. Li donna,
eh' a ferirlo e
a fargli offesa Venia
con mente di
pietà rubella, Non potè
soiferir, come fu
appresso, Di porlo in
terra, e fargli
oltraggio espresso. stanza 29. 88
Cosi lor lance
van d'effetto vuote A
qnello incontro; e
basta ben, s' Amore Con
l'un giostra e
con l'altro, e
gli percuote D'una amorosa
lancia in mezzo
il core. Poi che
la donna sofferir
non puote Di far
onta a Ruggier,
volge il furore, Che
l'arde il petto,
altrove; e vi
fa cose Che saran,
finché giri il
ciel, famose. e 9
In poco spazio
ne gittò per
terra Trecento e più
con quella lancia
d'oro. Ella sola quel
di vinse la
guerra, Hesse ella sola
in fuga il
popol moro. Ruggier di
qua di là
s'aggira ed erra Tanto,
che se le
accosta e dice: Io
moro, non ti parlo:
oimè ! che t'ho
fatt'io. Che mi debbi
fuggire? Odi, per
Dio. 40 Come ai
meridional tiepidi venti, Che
spirano dal mare
il fiato caldo Le
nevi si disciolgono
e i torrenti, E
il ghiaccio che
pur dianzi era
si saldo; Cosi a
quei prieghi, a quei brevi
lamenti Il cor della
sorella di Rinaldo Subito ritornò
pietoso e molle, Che
l'ira, più che
marmo, indurar volle. 41
Non vuol dargli,
o non puote,
altra risposta; Ma da
traverso sprona Rabicano, E
quanto può dagli
altri si discosta, Ed
a Ruggiero accenna
con la mano. Fuor
della moltitudine in
reposta Valle si trasse,
ov' era un
piccol piano, Ch'in mezzo
avea un boschetto
dr cipressi Che parean
d'una stampa tutti
impressi. In quel boftchetto
era di bianchi
marmi Fatta di nuovo
un'alta sepoltura. Chi dentro
giaccia, era con
brevi carmi Notato a chi
saperlo avesse cura. Ma
quivi giunta Bradamante,
parmi Che già non
pose mente alla
scrittura. Euggier dietro il cavallo affretta
e punge Tanto, ch'ai
bosco e alla
donzella giunge. 43 Ma
ritorniamo a Maifisa,
che s' era In questo
mezzo in sul
destrier rimessa, E venia
per trovar quella
guerriera Che l'avea al
primo scontro in
terra messa; E la
vide partir fuor
della schiera, E partir
Kuggier vide, e
seguir essa; Né si
pensò che per
amor seguisse, Ma per
finir con l'arme
ingiurie e risse. Stanza
38. 44 Urta il
cavallo, e vien
dietro alla pesta Tanto,
eh' a un tempo
con lor quasi
arriva. Quanto sua giunta
ad ambi sia
molesta, Chi vive amando
il sa, senza
ch'io'l scriva. Ma Bradamante
offesa più ne
resta; Che colei vede,
onde il suo
mal deriva. Chi le
può tor che
non creda esser
vero Che l'amor ve la sproni
di Ruggiero?46 E
perfido Ruggier di
novo chiama. Non ti
bastava, perfido, disse
ella, Che tua perfidia
sapessi per fama, Se
non mi facevi
anco veder quella? Di
cacciarmi da te
veggo e' hai brama: E
per sbramar tua
voglia iniqua e
fella, Io vo'motir; ma
sforzerommi ancora Che muora
meco chi è
cagion ch'io mora. Stanza. Sdegnosa più
che yipera, si
spicca Cosi dicendo, e
va contra Marfisa; Ed
allo scudo V
asta sì le
appicca, Che la fa
addietro riversare in
guisa, Che quasi mezzo
Telmo in terra
ficca: Né si può
dir che sia
colta improvvisa; Anzi fa
incontra ciò che
far si puote:Eppure
in terra del
capo percuote. 47 La figliuola d'Amon,
che vuol morire 0
dar morte a
Marfisa, è in
tanta rabbia, Che non
ha mente di
nuovo a ferire Con
l'asta, onde a
gittar di nuovo
T abbia; Ma le pensa
dal busto dipartire capo mezzo
fitto nella sabbia: Getta
da sé la
lancia d oro,
e prende La spada,
e del destrier
subito scende. 48 Ma
tarda é la
sua giunta: che
si trova Marfisa incontra,
e di tanta
ira piena (Poiché s'ha
vista alla seconda
prova Cader sì facilmente
su V arena), Che
pregar nulla, e
nulla gridar giova A
Ruggier, che di
questo avea gran
pena Si l'odio e
Tira le guerriere
abbaglia, Che fan da
disperate la battaglia. 49
A mezza spada
vengono di botto:E
per la gran
superbia che V
ha accese, Van pur
innanzi, e si
son già sì sotto.
Ch'altro non puon
che venire alle
prese. Le spade, il
cui bisogno era
interrotto, Lascian cadere, e
cercan nuove offese. Priega Ruggiero
e supplica amendue; Ma
poco frutto han
le parole sue. 50
Quando pur vede
che '1 pregar
non vale, Di partirle
per forza si
dispone: Leva di mano
ad amendua il
pugnale, Ed al pie
d'un cipresso li
ripone. Poiché ferro non
han più da
far male, Con prieghi
e con minacce
s' interpone:Ma tutto é
iuvan: che la battaglia
fanno A pugni e
a calci, poi
ch'altro non hanno, 51
Ruggier non cessa;
or l'una or
l'altra prende Per le
man, per le
braccia, e la
ritira; E tanto fa che di
Marfisa accende Contra di sé, quanto
si può più,
l'ira. Quella, che tutto
il mondo vilipende. All'amicizia di
Ruggier non mira. Poi
che da Bradamante
si distacca. Corre alla
spada, e con
Ruggier s'attacci. 52 Tu
fai da discortese
e da villano, Ruggiero, a
disturbar la pugna
altrui; Ma ti farò
pentir con questa
mano, Che vo'che basti
a vincervi ambedui. Cerca Ruggier
con parlar molto
umano Marfisa mitigar; ma
contra lui La trova
in modo disdegnosa
e fiera, Ch'un perder
tempo ogni parlar
seco era. Stanza 45 58
Ali ultimo Ruggier
la spada trasse, Poiché l'ira
anco lui fé' rubicondo. Non credo
che spettacolo mirasse, Atene o
Roma o luogo
altro del mondo, Che
così a' riguardanti dilettasse. Come dilettò
questo e fu
giocondo Alla gelosa Bradamante,
quando Questo le pose
ogni sospetto in
bando. 54 La sua
spada avea tolta
ella di terra, E
tratta s' era a
riguardar da parte; E
le parca veder
che '1 Dio
di guerra Fosse Ruggiero
alla possanza e
all'arte. Una Furia ìnfemal,
quando si sferra, Sembra Marfisa,
se quel sembra
Marte. Vero é ch'un
pezzo il giovene
gagliardo Di non far
il poter ebbe
riguardo. 572 orlando;furios .
55 Sapea
ben la Tirtù
della sua spada; Che
tante espeiieuze n'
ha già fatto. Ove
giunge, convien che
se ne vada L'incanto, o
nulla giovi, e stia di
piatto; Sì che ritien
che '1 colpo
suo non cada Di taglio
0 punta, ma
sempre di piatto. Ebbe
a questo Ruggier
lunga avvertenza; Ma perde
pure un tratto
la pazienza, 56 Perchè
Marfisa una percossa
orrenda Gli mena per
dividergli la testa. Leva
lo scudo, che
'1 capo difenda, Ruggiero, e 1 colpo
in su T aquila
pesta. Vieta lo'ncanto che
lo spezzi o
fenda; Ma di stordir
non però il
braccio resta: £ s'avea
altr'arme che quelle
d'Ettorre, Gli potea il
fiero Colpo il
braccio tórre 57 E
saria sceso indi
alla testa, dove Disegnò
di ferir V
aspra donzella. Ruggiero il
braccio manco a pena
muove, A pena più
sostien l'aquila bella. Per
questo ogni pietà
da sé rimuove; Par
che negli occhi
avvampi una facella. E
quanto può cacciar,
caccia una punta. Marfisa, mal
per te, se
n'eri giunta. 68 Io
non vi so
ben dir come si fosse:La
spada andò a
ferire in un
cipresso, E un palmo
e più nell' arbore
cacciosse:In modo era
piantato il luogo spesso.
In quel
momento il monte
e il piano
scosse Un gran tremuoto;
e si sentì
con esso Da quell'avel
ch'in mezzo il
bosco siede, Gran voce
uscir, ch'ogni mortale
eccede. Stanxa 5 59 Grida
la voce orribile:
Non sia Lite tra
voi: gli è
ingiusto ed inumano Ch'alia sorella
il f ratei morte
dia, 0 la sorella
uccida il suo
germano. Tu, mio Ruggiero,
e tu, Marfisa
mia, Credete al mìo
parlar che non
è vano: In un
medesimo utero d'un
seme Foste concetti, e
usciste al mondo
insieme 60 Concetti foste
da Ruggier secondo:Vi
fu Galacì'ella genitrice, 1
cui fratelli avendole
dal mondo Cacciato il
genitor vostro infelice, Senza guardar
eh' avesse in
corpo il pondo Di
voi, eh' usciste
pur di lor
radice, La fèr, perchè
s'avesse ad affogare, S' un debo
legno pone in
mezzo al mare. 61
Ma Fori una
che voi, benché
non nati. Avea già
eletti a gloriose
imprese, Fece che'l legno
ai liti inabitati Sopra le
Sirti a salvamento
scese; Ove, poi che
nel mondo v'ebbe
dati, L'anima eletta al
paradiso ascese, Come Dio
volse e fu
vostro destino:A questo
caso io mi
trovai vicino. 62 Diedi
alla madre sepoltura
onesta, Qual potea darsi
in sì deserta
arena; E voi teneri,
avvolti nella vesta, Meco
portai sul monte
di Carena; E mansueta
uscir della foresta Feci
e lasciare i
figli una leena, Delle
cui poppe dieci
mesi e dieci Ambi
nutrir con molto studio fed. 3
Un giorno che d
andar per la
contrada, E dalla stanza
allontanar moccorse, Vi soprayyenne
a caso nna
masnada D'Arabi (e ricordarvene
de' forse), Che te,
Marfisa, tolser nella
strada; Ma non poter
Ruggier, che meglio
corse. Restai della tua
perdita dolente, E di
Rnggier guardian più
diligente. (54 Ruggier, se
ti guardò, mentre
che visse, 11 tuo
maestro Atlante, tu
lo sai. Di te
sentii predir le
stelle fisse, Che tra'
Cristiani a tradigion
morrai:E perchè il
mal'influsso non seguisse, Tenertene lontan
m'affaticai; Né ostare alfin
potendo alla tua
voglia. Infermo caddi, e
mi morii di
doglia. 65 Ma innanzi
a morte, qui
dove previdi Che con
Marfisa aver pugna
dovevi, Feci raccor con
infemal sussidi A formar
questa tomba i
sassi grevi; Ed a
Caron dissi con
alti gridi: Dopo morte
non vo' lo
spirto levi Di questo
bosco, finché non
ci giugna Ruggier con
la sorella per far pugna. 66
Cosi lo spirto
mio per le
belle ombre Ha molti
di aspettato il
venir vostro:Si che
mai gelosia più
non t' ingombre, 0 Bradamante,
ch'ami Ruggier nostro. Ma
tempo é ormai
che della luce
io sgombre, E mi
conduca al tenebroso
chiostro. Qui si tacque:
e a Marfisa
ed alla figlia D'Amon
lasciò e a
Ruggier gran maraviglia. 67 Riconosce
Marfisa per sorella Ruggier con
molto gaudio, ed
ella lui E ad
abbracciarsi, senza offender
quella Che per Ruggiero
ardea, vanno ambidui E
rammentando dell'età novella Alcune cose:
Io feci, io
dissi, io fui; Vengon
trovando con più
certo effetto, Tutto esser
ver quel e' ha
lo spirto detto. 68
Ruggiero alla sorella
non ascose Quanto avea
nel cor fissa
Bradamante; E narrò con
parole affettuose Delle obbligazion
che le avea
tante: .E non cessò,
eh' in grand' amor
compose Le discordie ch'insieme
ebbono avante: E ffc',
per segno di
pacificarsi, Ch'umanamente
andaro ad abbracciar:]. Stanza 62. A
domandar poi ritornò
Marfisa Chi stato fosse,
e di che
gente il padre, E
chi l'avesse morto,
ed a che
guisa, S'in campo chiuso,
o fra l'armate
squadre; E chi commesso
avea che fosse
uccisa Dal mar atroce
la misera madre:Che,
se già l'avea
udito da fanciulla, Or
ne tenea poca
memoria o nulla. 70
Kuggiero incominciò: che
da' Troiani Per la linea
d'Ettorre erano scesi; Che
poi che Astì'anatte
delle mani Campò d'Ulisse
e dalli agguati
tesi, Avendo un de' fanciulli
coetani Per lui lasciato,
usci di quei
paesi; E dopo un
lungo errar per
la marina, Venne in
Sicilia, e dominò
Messina. 72 Fu Ruggier
primo, e Gìanbaron
di questi, Buovo, Rambaldo,
alfin Rnggier secondo, Che
fe\ come d'Atlante
udir potesti, Di nostra
madre P utero
fecondo. Della progenie nostra
i chiari gesti Per
l'istorie vedrai celebri
al mondo. Segui poi,
come venne il
re Agolante Con Almonte
e col padre
d'Agramante: stanza 66. 71 I
descendenti suoi di
qua dal Faro Signoreggiar della
Calabria parte; E dopo
più successioni andare Ad
abitar nella città
di Marte. Più d'uno
Imperatore e Re
preclaro Fu di quel
sangue in Roma
e in altra
parte, Cominciando a Costante
e a Costantino, Sino a
Re Carlo, figlio
di Pipino. 73 E come menò
seco una donzella Ch'
era sua figlia,
tanto valorosa, molti Paladin
gittò di sella, E
di Ruggiero alfin
venne amorosa E per
suo amor del
padre fu ribella, E
battezzossi, e diven tògli
sposa. Narrò come Beltramo
traditore Per la cognata
arse d'incesto amore; 74
E che la
patria e'I padre
e duo fratelli Tradì, cosi
sperando acquistar lei; Aperse
Risa agl'inimici, e
quelli Fér di lor
tutti i portamenti
rei: Come Agolante e
i figli iniqui
e felli Poser Galacì'ella,
che di sei Mesi
era grave, in
mar senza governo, Quando fu
tempestoso al maggior
verno. 7.5 Stava Marfisa
con serena fronte Fisa
al parlar che'l suo
german facea; Ed esser
scesa dalla bella
fonte, Ch' avea sì
chiari rivi, si
godea. Mongrana, e quindi
Chiaramonte, Le due progenie
derivar sapea, Ch'ai mondo
fur molti e
molt'anni e lustri Splendide, e
senza par, d'uomini
illustri. 76 Poi che
'1 fratello alfin
le venne a dire
Che '1
padre d'Agramante e
l'avo e '1 zio
Ruggiero a tradigion
feron morire, E posero
la moglie a
caso rio; Non lo
potè più la
sorella udire, Che lo
'nterroppe, e disse:
Fratel mio (Salva tua
grazia), avuto hai
troppo torto A non
ti vendicar del
padre morto. Se in
Almonte e in
Troian non ti
potevi Insanguinar, ch'erano morti
innante. Dei figli vendicar
tu di dovevi. Perchè, vivendo
tu, vive Agramante? Questa è
una macchia che
mai non ti
levi Dal viso; poiché,
dopo offese tante, Non
pur posto non
hai questo Re
a morte, Ma vivi al
soldo suo nella sua
corte. 78 Io fo
ben voto a Dio (ch'adorar
voglio Cristo Dio vero,
ch'adorò mio padre), Che
di questa armatura
non mi spoglio,' Finché Ruggier
non vendico e
mia madre. £ vo' dolermi,
e finora mi
doglio. Di te, se
più ti veggo
fra le squadre Del
re Agraraante, o
d'altro Signor moro. Se
non col ferro
in man per
danno loro. 79 Oh
come a quel
parlar leva la
faccia La bella Bradamante,
e ne gioisce ! E conforta Bnggier, che
cosi faccia. Come Marfisa
sua ben V
ammonisce; E venga a
Carlo e conoscer
si faccia, Che tanto
onora, lauda e
riverisce Del suo padre
Kuggier la chiara
fama, Ch' ancor guerrier
senza alcun par
lo chiama. 80 Ruggiero
accortamente le rispose, Che
da principio questo
far dovea; Ma per
non bene aver
note le cose. Come
ebbe poi, tardato
troppo avea. Ora, essendo
Agramante che gli
pose La spada al
fianco, farebbe opra
rea Dandogli moite, e saria traditore, Che già
tolto Tavea per
suo signore. 81 Ben,
come a Bradamante
già promesse Promettea a lei di
tentare ogni via. Tanto
ch'occasione, onde potesse Levarsi con
suo onor, nascer
faria. E se già
fatto non l'avea,
non desse La colpa
a lui, ma
al Re di
Tartaria, Dal qual nella
battaglia che seco
ebbe. Lasciato fu, come
saper si debbe:82
Ed ella, che
ogni di gli
venia al letto, Buon testimon, quanto
alcun altro, n'
era. Fu sopra questo
assai risposto e
detto Dall'una e dall'altra
inclita guerriera. L'ultima conclusìon,
l'ultimo effetto È, che
Ruggier ritomi alla
bandiera Del suo Signor,
finché cagion gli
accada Che giustamente a
Carlo se ne
vada. 83 Lascialo pur
andar, dicea Marfisa A
Bradamante, e non
aver timore:Fra pochi
giorni io fard
bene in guisa Che
non gli fia
Agramante più signore. Così
dice ella; né
però divisa Quanto di
voler fare abbia
nel core. Tolta da lor
licenzia
alfin Ruggiero, Per tornar
al suo Re,
volgea il destriero; 84 Quando
un pianto s'udì
dalle vicine Valli sonar,
che li fé'
tutti attenti. A quella
voce fan l'orecchie
chine, Che di femmina
par che si
lamenti. Ma voglio questo
Canto abbia qui
fine, E di quel
che voglio io
siate contenti; Che miglior
cose vi prometto
dire, S' all'altro Canto mi
verrete a udire. iq
o T E. St.
2. V.4 8.
Jn quella giiena
ecc. Parlasi della gaeiTa
fra i Veneziani
e gli Estensi,
accaduta nel 1509, nella
quale il cardinale
Ippolito riportò la
vittoria del 22 decembre,
facendo poi sospendere
nella chiesa di Fenara
i rostri delle
galere e le
insegne tolte ai
nemici. St. 4. V.14.
Benché fu quella
ancor brutta ven ditta,
ecc, I Veneziani,
rinfrancatisi dopo la
sconfitta di Ghiaiadadda ch'ebbero
nel 14 maggio
del 1509, riac quù"tarono Padova,
la quale fxi
poi cinta d'assedio
dal Tinaperatore Massimiliano. Il
duca Alfonso nel 3
settem spedi il cardinale
Ippolito con gente
d armi a rin
is dell'imperatore, il
quale nondimeno, dopo
qn Iche AmosTO. tempo, dovè
levare l'assedio. Allora
i Veneziani si sca
gliarono con poderoso esercito
sul Fen arese
sino a Fran colino, vincendo sempre. St.
5. V.3 4.
Ma sol di
quel, ecc. Ecco
in succinto il fatto,
che il Poeta
accenna in questa
e nelle due
Stanze seguenti. L'irruzione dei
Veneziani vittoriosi sopia
enun ciata fu respinta poi da Ippolito:
i Veneziani si
raccol sero allora alla Polesella,
ov' eressero una
bas ita e vi
si fortificarono. Nel
30 novembre 1509,
Ippolito spinse le sue
genti ad attaccare
la bastita. Fia
queste erano Ercole (lantelmo,
figlio di Sigismondo,
già duca di
Sora, e Alessandro FerrnABno.
Cantelmo cadde prigioniero
de ICH Sohiavoni, in
serTigio della Repubblica
Veneta, i | quali
gli mozzarono il
capo; il Ferrufflno
si salvò a stento. St.
7. V.5. Sopra
un schelmo. Dicesi
aeìelmo ed anche scalmo
la caviglia a
cui nelle galere
si lega il
remo. ST. 8. V.a
2X TiesH, di
Tantali dAtreL Di Tie
8te e
di Atreo si
ò avuta opportunità
di]}arlare altrove. Tantalo ò
anch' egli noto per
la sua crudeltà,
avendo imbandita la mensa
con le carni
di Pelope suo
figliuolo, per esperimentare la
divinità de' suoi
ospiti. St. 9. Y.
5S. ~ Polifemo:
crudelissimo fra i Ciclopi,
noclso da Ulisse
con un tizzone.
I Ciclopi e
i Lestrigoni erano antropofaghi. St. 29.
V.8. TaballL È
il tàballo o
timballo uno strumento musicale
moresco, specie di
timpano, con la cassa
di rame semisferica. 8T. 36.
v.8. Per porlo,
e forse ove
non era sabbia, non
per porlo nella
sabbia, abbatterlo, scavalcarlo,
ma forse per ucciderlo,
porlo nel sepolcro,
dove non ò sab
bia, U quale suolsi
distendere sullo spazzo
de' tornei e dogni
agone militare ST. &5.
V.46. Stia di
piatto: stia nascosto. St. 60.
y. 2. Vi
fu Gal<utiella genitriee.
Èquesta la disperata figlia
d Agolante, di
cui nella St.
32 del Canto U.
Venuta col padre
in Europa, s' innamorò
di Ruggiero II, signore
di Risa, ossia
di Reggio in
Cala bria; e per isposarlo
si separò dal
padre e si
fece cristiana. Beltramo di
lei cognato se
ne invaghì, e, ftt
averla, tradi il
fratello, aprendo le
porte di Risa
id Agolante, che entratovi,
uccise Ruggiero, e,
fatta porre la figlia
incinta in una
barca senza governo
Tabbu donò al mare.
La barca pervenne
sulle Sirtif cioè
"olle seocagne della costa
africana, dove (Hlaciella
si sgnvò ad un
parto di Ruggiero
e di Mar
fisa. St. 62. v.6.
Leena: lionessa. St. 6K. V.3.
Vi sopravvenne a
cao una masnada d'Arabi, eec
Marfisa rapita dagli
Arabi fu veudiiu al
re di Persia.
Al crescere negli
anni ella non
ebbe pari in quel
regno per bellezza
e valore. Tenta"
di basso amore da
quel monarca, lo
uccise e fa
signora del reame; donde
poco dopo, vaga
di imprese cavallerescbe, si parti,
cercando Francia e
molt'altrì paesi. 8t. 75.
v.56. Quinci Mongrana,
e quindi Chia ramontef
eec. Nomi delle
due case a
cui appartengono i personaggi
notati nella genealogia
degli eroi romantici. St. 77.
v.8. Ma vivi
al soldo suo
nella sua corte. Non
ò che Ruggiero
avesse soldo da
Agramante; ss Marfisa vuol pungerne
Tamor proprio con
quella espi" sione di
avvilimento, per determinarlo
ad abbandonare le bandiere
moresche St. 78. Y. 8. Marfisa
parla secondo lo
spirito del medio evo,
quando V uccisione
d'un parente era
qnaii acro legato di
vendetta. A t' cannando vuri scrittori
che adoperarono le
loro p"nae Tit?U encomiale
il bel snsfìo,
toglie il Poeta
opportunità di lodare Vittoria
Colonoa, e le
rime gentili da
lei consa crate "]la meinorìa
i3t;l snurchese ài
Pescara suo sposo.
In irorluce quindi UHaiiia,
la iae.58JLfjgIerft della
regina del rl,sola Perduta,
a uartare a
Rugii.ro, a Bradamaute
e a Mar lÌJia
Y ìndirgiìn usanza
g tali Ulta
da Marganorre nel proprio
castello a vitupÉrD
lìdle doline: di che k due
gq<fr rkre i3 Ruggiero
fanxio subire a
colui lamentata punizioni. Se
come iti acquistar
quakli' altro dono Cbe senza
itidn stria non
può diir Natura, Affaticale notte
e dì si
sono Cun 5omma dilìgenzia
e hmga cura Le
valorose donne, e
se con buono yuccesso n
è UcìC opra
non oscura j Cosi
si fosson poste
a quelli studi Ch'immortal fanno
le mortai virtodi; 2
£ che per
sé medesime potato Avesson dar
memoria alle sae
lode. Non mendicar dagli
scrittori aiuto, Ai quali
astio ed invidia
il cor si
rode, Che'l ben che
ne puon dir,
spesso è taciuti, E'I
mal, quanto ne
san, per tutto
s'ode; Tanto il lor
nome sorgerla, che
forse Viril fama
a tal grado
unqua non sorse. 3
Non basta a
molti di prestarsi
Topra In far r un
l'altro glorioso al
mondo, Ch'anco studian di
far che si
discopra Ciò che le
donne hanno fra
lor d'immondo. Non le
vorrian lasciar venir
di sopra, E quanto
puon, fan per
cacciarle al fondo:Dico
gli antiqui; quisi
Tonor debbia D'esse il
loro oscurar, come
il Sol nebbia. 4
Ma non ebbe e non
ha mano né
lingua, Formando in voce
o descrivendo in
carte (Quantunque il mal, quanto
può. accresce e
impin E minuendo il
ben va con
ogni arte), [gua, Poter
però, che delle
donne estingua La gloria
si, che non
ne resti parte; Ma
non già tal,
che presso al
segno giunga, Né eh' anco
se gli accosti
di gran lunga: 5
Ch'Arpalice non fu,
non fu Tomirì, Non
fti chi Turno,
non chi Ettor
soccorse; Non chi seguita
da'Sidonj e Tiri Andò
per lungo mare
in Libia a
porse; Non Zenobia, non
quella che gli
Assiri, I Persi e
gl'Indi con vittoria
scorse: Non fur queste
e poch' altre degne
sole. Di cui per
arme etema f.ima
vole. 6 E di
fedeli e caste
e sagge e
forti State ne son,
non pur in
Grecia e in
Roma, Ma in ogni
parte, ove fra
gì' Indi e
li orti Delle Esperide
il Sol spiega
la chioma; Delle quaì
sono i pregi
e gli onor
morti. Si eh' a pena
di mille una
si noma; E questo
perché avuto hanno
ai lor tempi Gli
scrittori bugiardi, invidi
ed empi. 7 Non
restate però, donne,
a cui giova II
bene oprar, di
seguir vostra via; Né
da vostr'alta impresa
vi rimuova Tema che
degno onor non
vi si dia: Che,
come cosa buona
non si trova Che
duri sempre, cosi
ancor né ria. Se le
carte sin qui
state e gl'inchiostri Per voi
non sono, or
sono a' tempi nostri. 8
Dianzi Marnilo ed
il Pontan per
vai Sono, e duo
Strozzi, il padre
e'I figlio, stati: C'è
il Bembo, c'è
il Capei, c'è
chi, qual Ini Vediamo,
ha tali i
cortigian formati: C'è un
Luigi Alaman; ce
ne son dui, Di
par da Marte
e dalle Muse
amati Ambi del sangue
che regge la
terra Che'l Menzo fende,
e d'alti stagni
serra. 9 Di questi l'uno,
oltre che '1
proprio istinto Ad onorarvi
e a riverirvi
inchina, E far Parnaso
risonare e Cinto Di
vostra laude, e
porla al del
vicina; L'amor, la fede,
il saldo e
non mai vinto Per
minacciar di strazi
e di mina, Animo
ch'Isabella gli ha
dimostro, Lo fa assai
più, che di
sé stesso, vostro:10
Si che non
è per mai
trovjrsi stanco Di farvi
onor nei suoi
vivaci carmi E s' altri
vi dà biasmo,
non è eh 'anco Sia
più pronto di
lui per pigliar
V armi. E non
ha il mondo
cavalier che manco La
vita sua per
la virtù risparmi. Dà
insieme egli materia
ond'altri scriva; E fa
la gloria altrui,
scrivenlo, viva. 11 Ed
è ben degno
che si ricca
donna" Ricca di tutto
quel valor che
possa Esser fra quante
a:l mondo portin
gonna, Mai non si
sia di sua
costanza mossa E sia
stata per lui
veracolonna, Sprezzando di Fortuna
ogni percossa: Di lei
degno "gli, e
degna ella di
lui; Né meglio s'accoppiare
unque altri dui. 12
Nuovi trofei pon
su la riva
d'Oglio; Ch'in mezzo a
ferri, a fuochi,
a navi, a mote
Ha sparso alcun
tanto ben scritto
foglio, Che'l vicin fiume
invidia aver gli
puote. Appresso a questo
un Ercol Benti voglio Fa chiaro
il vostro onor
con chiare note, E
Renato Trivulcio, e '1 mio
Guidetto, E '1 Molza,
a dir di
voi da Febo eletto.
13 C'è']
duca de'Camuti Ercol,
figliuolo Del Duca mio,
che spiega Tali,
come Canoro cigno, e
va cantando a
volo, E fin al
cielo udir fa
il vostro nome. C'è
il mio Signor
del Vasto, a
cui non solo Di
dare a mille
Atene e a
mille Rome Di sé
materia basta; eh' anco
accenna eteme far con
la sua penna. Ed
oltre a questi
ed altri eh'
oggi avete, Che v'hanno
dato gloria, e
ve la danno, Voi
per voi stesse
dar ve la
potete: Poiché molte, lasciando
l'ago e '1
panno, Son con le
Muse a spegnersi
la sete Al fonte
d' Aganippe andate, e
vanno; E ne ritoman
tai, che V
opra vostra É più
hisogno a noi,
eh' a voi la nostra. 15
Se chi sian
queste, e di
ciascana voglio Render huon
conto, e degno
pregio darle, Bisognerà eh'
io verghi più
d'un foglio, E eh'
oggi il Canto
mio d'altro non
parie:E s' a lodarne
cinque o sei
ne toglie. Io potrei
l'altre offendere e
sdegnarle. Che farò dunque?
Ho da tacer
d'ognuna, Oppur fra tante
sceglierae sol una? 16
Sceglieronne una: e sceglierò
Ila tale, Che superato
avrà l'invidia in
modo, Che nessun' altra
potrà avere a
male, Se l'altre taccio,
e se lei
sola lodo. Quest'una ha
non pur sé
fatta immortale Col dolce
stll di che
il miglior non
odo; Ma pud qualunque,
di cui parli
o scriva, Trar del
sepolcro, e far
eh' etemo viva. 17
Come Feho la
candida sorella Fa più
di luce adoma,
e più la
mira. Che Venere o
che Maia, o
ch'altra stella " Che
va col cielo,
o che da
sé si gira:Così
facondia, più eh' all'altre, a
quella Di eh' io
vi parlo, e più dolcezza
spira; E dà tal
forza all' alte sue
parole, Ch'orna a' di nostri
il ciel d'un
altro Sole. 20 S'al
fiero Achille invidia della
chiara Meoniatromha il Macedonico
ehhe; Quanto, invitto Francesco
di Pescara. Maggiore a
te, se vivesse
or, l'avrebbe! Che si
casta mogliere, e a te
si cara, Canti l'eterno
ouor che ti
si debbe; E che
per lei si'l
nome tuo rimbombe, Che
da bramar non
hai più chiare
trombe. Staiiza 10. 18 Vittoria
é'I nome; e
ben conviensi a nata
Fra le
vittorie, ed a
chi o vada,
o stanzi, Di trofei
sempre e di
trionfi ornata, La vittoria
abbia seco, o
dietro o innanzi. Questa é
un'altra Artemisia che
lodata Fa di pietà
verso il suo
Mausolo; anzi Tanto maggior,
quanto é più
assai bell'opra. Che por
sotterra un uom,
trarlo di sopra. 21 Se
quanto dir se
ne potrebbe, o
quanto Io n'ho desir,
volessi porre in
carte. Ne direi lungamente;
ma non tanto,
Ch'a dir non
ne restasse anco
gran parte: E di
Marfisa e dei
compagni intanto La bella
istoria rimarria da
parte. La quale io
vi promisi di
seguire, S' in questo Canto
mi verreste a
udire. 19 Se Laodamia,
se la moglier
di Bmto, S'Arria, s' Argia,
s'Evadne, e s' altre
molte Meritar laude per
aver voluto. Morti i
mariti, esser con
lor sepolte; Quanto onore
a Vittoria é
più dovuto. Che di
Lete e del
rio che nove
volte L' ombre circonda, ha
tratto il suo
consorte, Malgrado delle Parche
e della Morte! 22
Ora essendo voi
qui per ascoltarmi, Ed io
per non mancar
della promessa. Serberò a
maggior ozio di
provarmi Ch' ogni laude
di lei sia
da me espressa; Non
perch'io creda bisognar
miei carmi A chi
se ne fa
copia da sé
stessa; Ma sol per
satisfare a questo
mio, C ho d'onorarla
e di lodar,
disio. 582 0RLA9Ba f URIOSO. 23
Donne, io conchiudo
insomma, ch'ogni etade Molte
ha di voi
degne di storia
avute; Ma, per invidia
di scrittori, state Non
sete dopo morte
conosciute: Il che non
più sarà, poiché
voi fate Per voi
stesse immortai vostra
virtute. Se far le dae cognate
sapean questo, Si sapria
meglio ogni lor
degno gesto. 24 Di
Bradamante e di
Marfisa dico, Le cui
vittoriose inclite prove Di
ritornare in luce
m' affatico; Ma delle diece
mancanmi le nove. Queste
ch'io so, hen
volentieri esplico; Si perchè
ogni heir opra
si de', dove Occulta
sia, scoprir; si
perchè bramo A voi,
donne, aggradir, eh'
onoro ed amo. Stava
Ruggier, com' io vi dissi,
in atto Di partirsi,
ed avea commiato
preso, E dall'arbore il
brando già ritratto. Che, come
dianzi, non gli
fu conteso:Quando un
gran pianto, che
non lungo tratto Era
lontan, lo fé' restar
sospeso; E con le
donne a quella
via si mosse Per
aiutar, dove bisogno
fosse. 26 Spingcnsi innanzi,
e via più
chiaro il suon
ne Viene, e vìa
più son le
parole intese. Giunti nella
vallea trovan tre
donne Che fan quel
duolo, assai strane
in arnese; Che fin
all'ombilico ha lor le gonne Scorciate non
so chi poco
cortese; E per non
saper meglio elle
celarsi, Sedeano in terra,
e non ardlan
levarsi 27 Come qnef
HgfkÈ él TbIbbì
che venne Fuor della
polve senza madre
m wlft" E Pallade
nutrir fé' con solenne Cura
d'Aglauro al veder
troppo ardita. Sedendo, ascosi
i brutti piedi
tenne Su la quadriga
da lui prima
ordita: Così quelle tre
giovani le cose Secrete
lor tenean, sedendo,
ascose. 28 Lo spettacolo
enorme e disonesto L'una e
l'altra magnanima guerriera Fé'
del color che
nei giardin di
Pesto Esser la rosa
suol da primavera. Riguardò Bradamante,
e manifesto Tosto le fu, eh'
Dilania una d'esse
era, Dilania che dall'Isola
Perduta In Francia messaggiera
era venuta: 29 E
riconobbe non men T
altre due; Che dove
vide lei, vide
esse ancora. Ma se
n'andaron le parole
sue quella delle tre,
eh' ella più
onora; E le domanda
chi si iniquo
fue, E sì di
legge e di
costumi fuora, Che quei
secreti agli occhi
altrui riveli, Che, quanto
può, par che
Natura celi. 30 Dilania
che conosce Bradamante, Non meno
eh' alle insegne,
alla favella, Esser colei
che pochi giorni
innante Avea gittati i
tre guerrier di
sella; Narra che da
un Castel poco
distante Dna ria gente
e di pietà
ribella, Oltre all' ingiuria di
scorciarle i panni, L'avea
battuta, e fattoi' altri
danni 31 Né le
sa dir che
dello scudo sia. Né
dei tre Re
che per tanti
paesi Fatto le avean
si lunga compagnia; Non sa
se morti, o
sian restati presi; E
dice e' ha pigliata
questa vìa. Ancor eh'
andare a pie
molto le pesi, Per
richiamarsi dell'oltraggio a
Carlo, Sperando che non
sia per tollerarlo. 82 Alle
guerriere ed a
Ruggier, che meno Non
bau pietosi i
cor, ch'audaci e
forti, De'bei visi turbò
l'aer sereno L'udire, e
più il veder,
si gravi torti; Ed
obbliando ogn' altro affar
che avieno, E senza
che li prieghi
o che gli
esorti La donna afflitta
a far la
sua vendetta, Piglian la via verso
quel luogo in
fretta. 83 Di cornane
parer le sopravreste, Mosse da
gran bontà, saveano
tratte, Ch'a ricoprir le
parti meno oneste Di
quelle sventurate assai
furo atte. Bradamante non
yuol chUlIania peste Le
strade a pie,
ch'avea a piede
anco fatte, E se
la leva in
groppa del destriero: L'altra Marfisa,
l'altra il buon
Ruggiero: 34 Ullania a
Bradamante che la
porta, Mostra la vìa
che va al
Castel più dritta; Bradamante alP incontro
lei conforta, Che la
vendicherà di chi
V ha afflìtta. Lascian la
valle, e per
via lunga e
torta Sagliono un colle
or a man
manca or ritta; E
prima il sol fu dentro
il mare ascoso. Che
volesser tra via
prender riposo. 35 Trovaro
una villetta che
la schena D'un erto
colle, aspro a
salir, tenea; Ove ebbon
buono albergo e
buona cena. Quale avere
in quel loco
si potea. Sì mirano
d'intorno, e quivi
piena Ogni parte dì
donne sì vedea. Qua!
giovani, quai vecchie;
e in tanto
stuolo Faccia non v'
apparìa d'un uomo
solo. 36 Non più
a Giason dì
maraviglia dénno, Né agli
Argonauti che venian
con lui, Le donne
che i mariti
morir fènuo, E ì
figli e i
padri coi fratelli
sui, che per
tutta l'isola di
Lenno Di vini faccia
non si vìder
dui; Che Rnggier quivi,
e chi con
Ruggier era, ALiraviglia ebbe
all'alloggiar li sera. 37
Fero ad Ullania
ed alle damigelle Che
venivan con lei,
le due guerriere La
sera provveder di
tre gonnelle. Se non
cosi polite, almeno
intere. A sé chiama
Ruggiero, una dì
quelle Donne ch'abìtan quivi,
e vuol sapere Ove
gli uomini sian,
eh' un non
ne vede; Ed ella
a luì questa
risposta diede:38 Questa
che forse è
maraviglia a voi" Che
tante donne senza
uomini siamo, È grave
e ìntollerabil pena
a noi, Che qui
bandite misere viviamo. E
perchè il duro
esilio più ci
annoi,Padri, figli e
mariti, che si
amiamo, Aspro e lungo divorzio
da noi fanno, Come
piace al crudel
nostro tiranno. 39 Dalle
sue terre, le
quai son vìcme A
noi due leghe,
e dove noi
siam nate, Qui ci
ha mandato il
barbaro in confine, Prima di
mille scorni ingiuriate.; Ed ha
gli uomini nostri
e noi meschine Di
morte e d'o
strazio minacciate, quelli a noi verranno,
o gli fia
detto Ole noi diam
lor, venendoci, ricetto. 40
Nimico è si
costui del nostro
nome. Che non ci
vuol più, ch'io
vi dico, appresso, Né
eh' a noi venga
alcun de' nostri, come l'ammorbi del
femmineo sesso. Già due
volte l'onor delle
lor chiome S' hanno spogliato
gli alberi e
rimessti. Da indi in
qua che '1
rio Signor vaneggia In
furor tanto; e non è
chi '1 correggia:41
Che '1 popolo
ha dì lui
quella paura Che maggior
aver può l'uom
della morte; Ch'aggiunto al
mal voler gli
ha la natura Una
possanza fuor d'umana
sorte. U corpo suo,
di gigantea statura, É
più, che di
cent' altri insieme, forte. pur
a noi sue
suddite è molesto: Ma
fa alle strane
ancor peggio dì
questo. 42 Se l'onor
vostro, e queste
tre vi sono Punto
care, eh' avete
in compagnia, Più vi
sarà sicuro, utile
e buono Non gir
più innanzi, e
trovar altra vìa. Questa
al Castel dell'uom
di ch'io ragiono, provar mena
la costuma ria Che
v'ha posta il
crudel, con scorno
e danno Di donne
e dì gnerrier
che di là
vanno. 43 Margauor il
fellon (cosi si
chiama n Signore, il
tiran di quel
castello). Del quai Nerone,
o s'altri è
ch'abbia fama Di crudeltà,
non fd più
iniquo e fello, Il
sangue uman, ma'l
femminil più brama Che
'1 lupo non
lo brama dell' agnello. Fa con
onta scacciar le
donne tutte Da lor
ria sorte a
quel Castel condutte. 44 Perché
quell'empio in tal
furor venisse, Volson le
donne intendere e
Ruggiero: Pregar colei, ch'in
cortesia seguisse. Anzi che
comincia.sse il conto intero. Fu il
Signor del Castel,
la donna disse, Sempre
crudel, sempre inumano
e fiero; Ma tenne
un tempo il
cor maligno ascosto. Né
si lasciò conoscer
cosi tosto: btanza 43. 45
Che mentre duo
suoi figli erano
tìtì, Molto diversi dai
patemi stili, Ch'amavan forestieri,
ed eran schivi Di
crudeltade e degli
altri atti vili, Quivi
le cortesie fiorivan,
quivi I bei costumi,
e T opere gentili: Che
U padre mai,
quantunque avaro fosse, Da
quel cl.e lor
piacea, non li
rimosse. 46 Le donne
e i cavalier
che questa via Facean
talor, venian kì
ben raccolti, Che si
partian delalta cortesia Del
duo germani innamorati
molti. Amendui questi di
cavalleria Parimente i santi
ordini avean tolti diandro
Tun, l'altro Tanacro
detto. Gagliardi e arditi,
e di reale
aspetto. Stanza 42. 47 Ed
eran veramente, e
sarìan stati Sempre di
laude degni e
dogni onore, SMn preda
non si fossino
si dati A quel
disir che nominiamo
amore; Per cui dal
buon sentier fur
traviati Al labirinto ed
al cammin d'errore; E
ciò che mai
di buono aveano
fatto, Bestò contaminato e
brutto a un
tratto. 63 Non men
di questa il
gioveue Tana ero,
cheU suo fratel
di quella ardesse Che
gli fé gustar
fine acerbo ed
acro Del desiderio ingiusto
ch'in lei messe. Non
men di lui
di violar del
sacro E santo ospizio
ogni ragione elesse, Piuttosto che
patir che'l duro
e forte Nuovo desir
lo conducesse a
morte. 48 Capitò quivi
un cavalier di
corte Del greco Imperator,
che seco avea Una
sua donna di
maniere accorte, Bella quanto
bramar più si
potea. Cilandro in lei s'
innamorò si forte, Che
morir, non V
avendo, gli parea:Gli
parea che dovesse,
alla partita Di lei,
partire insieme la
sua vita. 49 E
perchè i prieghi
non v'avriano loco. Di
volerla per forza
si dispose. Armossi, e
dal Castel lontano
un poco, Ove passar
dovean, cheto s' ascose. L'usata audacia
e V amoroso
fuoco Non gli lasciò
pensar troppo le
cose: Si che vedendo
il cavalier venire, L'andò lancia
per lancia ad
assalire. 50 Al primo
incontro credea porlo
in terra, Portar la
donna e la
vittoria indietro; Ma '1
cavalier, che mastro
era di guerra, L'osbergo gli
spezzò, come di
vetro. Venne la nuova
al padre nella
terra. Che lo fé' riportar
sopra un feretro; E
ritrovando! morto, con
gran pianto Gli die
sepulcro agli antiqui
avi accanto. 51 Né
pii\ però né
manco si contese L'albergo e
l'accoglienza a questo
e a quellO) Perchè non
men Tanacro era
cortese, Né meno era
gentil di suo
fratello. L'anno medesmo di
lontan paese Con la
moglie un Baron
venne al castello, A
maraviglia egli gagliardo,
ed ella, Quanto si
possa dir, leggiadra
e bella; 52 Né
men che bella,
onesta e valorosa, £
degna veramente d'ogni
loda; 11 cavalier di
stirpe generosa. Di tanto
ardir, quanto più
d'altri s' oda. E ben
conviensi a tal
valor, che cosa Di
tanto prezzo e
si eccellente goda. Olindro
il cavalier da
Lunga villa; La donna
nominata era Drusilla. 54 Ma
perch'avea dinanzi ili
occhi il tema Del
suo fìratel, che
n'era stato morto. Pensa
di torla in guisa, che
non tema Ch' Olindro s'abbia
a vendicar del
torto. Tosto s'estingue in
lui, non pur
si scema Quella virtù,
su che solea
star sorto; Che non
lo sommergean dei
vizj l'acque, Delle quai
sempre al fondo
il padre giacque. Stanza 50. 55
Con gran silenzio
fece quella notte Seco
raccor da vent' uomini
armati E lontan dal
castel fra certe
grotte. Che si trovan
tra via, messe
gli agguati. Quivi ad
Olindro il di
le strade rotte, E
chiusi i passi
fur da tutti
i lati; E benché
fé' lunga difesa
e molta, Pur la
moglie e la
vita gli fti
tolta. 56 Ucciso Olindro,
ne menò captiva La
bella donna, addolorata
in guisaCh'a patto
alcun restar non
volea viva. E di
grazia chiedea d'essere
uccisa. Per morir sì
gittò giù d'una
riva Che vi trovò
sopra un vallone
assisa: E non potè
morir: ma colla
testa Rotta rimase, e
tutta fiacca e
pesta.67 Altrìmente Tannerò
riportarla A casa non
potè, che suna
bara. Fece con diligeuzia
medicarla; Che perder non
volea preda si
cara. E mentre che s'
indugia a risanarla Di
celebrar le nozze
si prepara: Chaver si
bella donua e
sì pudica Debbe nome
di moglie, e non d amica. 60
Simula il viso
pace; ma vendetta Chiama il
cor dentro, e
ad altro non
attende. Molte cose rivolge,
alcune accetta, Altre ne
lascia ed altre
in dubbio appende. Le
par che quando
essa a morir
si metta . Avrà il suo intento;
e quivi alfin
s apprende E dove meglio
può morire, o
quando, Che'l suo caro
marito vendicando? 61 Ella
si mostra tutta
lieta, e finge Di
queste nozze aver
sommo disio; E ciò
che può indugiarle
addietro spinge, Non ch'ella
mostri averne il
cor restio. Più deir
altre s' adoma e
si dipinge:Olindro al
tutto par messo
in oblio; Ma che
sian fatte queste
nozze vuole, Come nella
sua patria far
si suole. Stanza 55. 58
Non pensa altro
Tanacro, altro non
brama, D'altro non cura,
e d'altro mai
non parla. Si vede
averla offesa, e
se ne chiama In
colpa, e ciò
che può, fa
d'emendarla. Ma tutto è
invano: quanto egli più
l'ama, Quanto più s'affatica
di placarla, Tant' ella
odia più lui,
tanto è più
forte, Tanto è più
ferma in voler
porlo a morte. 59
Ma non però
quest'odio cosi ammorza La
conoscenza in lei,
che non comprenda Che, se
vuol far quanto
disegna, è forza Che
simuli, ed occulte insidie
tenda; E che'l desir
sotto contraria scorza (TI quale è
sol, come Tanacro
offenda) Veder gli faccia;
e che si
mostri tolta Dal primo
amore, e tutta
a lui rivolta. 62
Non era però
ver che questa
usanza, Che dir volea,
nella sua patria
fosse; Ma perchè in
lei pensier mai
non avanza, Che spender
possa altrove; imaginosse Una bugia,
la qual le
die speranza Di far
morir chi '1
suo Signor percosse:E
disse di voler
le nozze a
guisa Della sua patria;
e'I modo gli
divisa. 63 La vedovella
che marito prende, Deve,
prima (dicea) eh a
lui s'appresse, Placar Talma
del morto ch'ella
offende, Facendo celebrargli officj
e messe, In remissiou
delle passate mende, Nel
tempio ove di
quel son V
ossa messe; E dato
fin eh al
sacrificio sia, Alla sposa
Tanel lo sposo
dia: 65 Tanacro, che
non mira quanto
importe Ch'ella le nozze
alla sua usanza
faccia, Le dice: Purché 1
termine sì scorte D'essere insieme,
in questo si
compiaccia. Né 8 avvede
il meschin eh'
essa la morte D'Olindro vendicar
cosi procaccia; £ si
la voglia ha
in uno oggetto
intensa, Che sol di
quello, e mai
d'altro non pensa. Stanza
61. 64 Ma ch'abbia
in questo mezzo
il sacerdote Sul vino
ivi portato a
tale effetto Appropriate orazì'on
devote, Sempre il liquor
benedicendo, detto; Indi che
'1 fiasco in
una coppa vote, E
dia alli sposi
il vino benedetto:Ma
portare alla sposa
il vino tocca, Ed
esser prima a
porvi su la
bocca. Stanza 67. 66 Avea
seco Drusilla una
sua vecchia, Che seco
presa, seco era
rimasa. A sé chiamolla, e
le disse all' orecchia, Si che
non potè udire
uomo di casa:Un
subitano tosco m'apparecchia, Qual so
che sai comporre,
e me lo
invasa; C'ho trovato la
via di vita
torre Il traditor figliuol
di Marganorre; 67 E me
so come,
e te salvar
non meno; Ma differisco
a dirtelo più
ad agio. Andò la
vecchia, e apparecchiò
il veneno, Ed acconciollo,
e ritornò al
palagio. Di vin dolce
di Candia un
fiasco pieno Trovò da por con
quel succo malvagio, E
lo serbò pel
giorno delle nozze; Ch'
ornai tutte l'indugie
erano mozze. 68' Lo
statiùto giorno al
tempio venne, Dì gemme
ornata e di
leggiadre gonne; Ove d01indro,
come gli convenne, Fatto avea
Parca alzar sn
dne colonne. Qnivi r
ufficio bì cantò
solenne:Trasseno a udirlo
tutti, uomini e
donne; E lieto Marganor
più dell'usato, Venne col
figlio e con
gli amici a
lato. Tosto chalfin le
sante esequie foro, E
fu col tosco
il vino benedetto, Il
sacerdote in una
coppa d'oro Lo versò,
come avea Drusilla
detto. Ella ne bebbe
quanto al suo
decoro Si conveniva, e
potea far l'effetto: Poi dio
allo sposo con
viso giocondo Il nappo;
e quel gli
fé' apparire il fondo. 70
Penduto il nappo
al sacerdote, lieto abbracciar Drusilla
apre le braccia. Or
quivi il dolce
stile e mansueto In
lei si cangia,
e quella gran
bonaccia. Lo spinge addietro,
e gli ne
fa divieto, £) par
eh' arda negli
occhi e nella
faccia; E con voce
terribile e incomposta Gli grida:
Traditor, da me
ti scosta. 71 Tu
dunque avrai da
me sollazzo e
gioia, Io lagrime da
te, martiri e
guai? 10 vo'per le
mie man ch'ora
tu muoia: Questo è
stato venen, se
tu noi sai. Ben
mi duol ch'hai
troppo onorato boia, Che
troppo lieve e
facii morte fai; Che
mani e pene io non so
si nefande. Che fosson
pari al tuo
peccato grande. 72 Mi
duol di non
veder in questa
morte 11 sacrificio mio
tutto perfetto: Che s' io
'1 poteva far
di quella sorte Ch'
era il disio,
non avria alcun
difetto. Di ciò mi
scusi il dolce
mio consorte: Riguardi al
buon volere, e
l'abbia accetto; Chò non
potendo come avrei
voluto, 10 t'ho fatto
morir come ho
potuto. 73 E la
punizi'on che qui,
secondo 11 desiderio mio,
non posso 4rti, Spero
l'anima tua nell'altro
mondo Veder patire; ed io starò
a mirarti. Poi disse,
alzando con viso
giocondo I torbidi occhi
alle superne parti: Questa
vittima, Olìndro, in
tua vendetta Col buon
voler della tua
moglie accetta; 74 Ed
impetra per me
dal Signor nostro Grazia, ch'in
paradiso oggi io sia teco. Se
ti dirà che
senza merto al
vostro Regno anima non
vien, di' eh'
io l'ho meco:Che
di questo empio
e scellerato mostro Le
spoglie opime al
santo tempio arreco. E
che merti esser
puon maggior di
questi,Spegner si brutte
e abbominose pesti?75
Fini il parlare
insieme colla vita; E
morta anco parea
lieta nel volto D'aver
la crudeltà cosi
punita Di chi il
caro marito le
avea tolto. Non so
se prevenuta o se seguita Fu
dallo spirto di
Tanacro sciolto. Fu prevenuta,
credo; ch'effetto ebbe Prima
il veneno in
lui, perchè più
bebbe. 76 Marganor che
cader vede il
figliuolo, E poi restar
nelle sue braccia
estinto. Fu per morir
con lui, dal
grave duolo, Ch'alia sprovvista
lo trafisse, vinto. Duo
n' ebbe un
tempo; or si
ritrova solo:Duo femmine
a quel termine
l'han spinto. La morte
all'un dall'una fu
causata; E l'altra all'altro
di sua man
l'ha data. 77 Amor,
pietà, sdegno, dolore
ed ira, Disio di
morte e di
vendetta insieme Quell'infelice ed
orbo padre aggira, Che,
come il mar
che turbi il vento, freme. Per
vendicarsi va a
Drusilla, e mira Che
di sua vita
ha chiuse l'ore
estreme: E, come il
pnn?e e sferza
V odio ardente, Cerca offendere
il corpo che
non sente. 78 Qual
serpe che nell' asta
eh' alla sabbia La
tenga fissa, indarno
i denti metta; 0
qual mastin ch'ai
ciottolo che gli
abbia Gittate il viandante,
corra in fìretta, E
morda invano con
stizza e con
rabbia, Né se ne
voglia andar senza
vendetta: Tal Marganor, d'ogni
mastin, d'ogni angue Via
più crudel, fa
contro il corpo
esangue. 79 E poi
che per stracciarlo
e feume scempio Non
si sfoga il
fellon nò disacerba, Vien fra
le donne di
che è pieno
il tempio, Né più
l'una dell'altra ci
riserba; Ma di noi
fa col brando
crudo ed empio Quel
che fa con
la falce il
villan d'erba. Non vi fu alcun
ripar, ch'in un
momento Trenta n'uccise, e
ne feri ben
cento. 80 Egli dalla
sua gente è
si ternato, Ch' uomo
non fu eh'
ardisse alzar la
testa. Faggon le donne
col popol minato Faor
della chiesa, e
chi può ascir
non resta. Quel pazzo
impeto alfin fa
ritenuto Dagli amici con
prieghi e forza
onesta: E lasciando ogni
cosa in pianto
al hasso, Fatto entrar
nella rocca in
cima al sasso. 81
E tattavia la
collera durando, Di cacciar
tutte per partito
prese: Poiché gli amici
e '1 popolo
pregando, Che non ci
uccìse affatto, gli
contese; E quel medesmo
dì fé' andare im
bando, Che tutte gli
sgombrassimo il paese; E
darci qui gli
piacque le confine. Misera chi
al castel più
s'avricine! 82 Dalle mogli
cosi furo i
mariti, Dalle madri cosi
i figli divisi. S' alcuni sono a noi
venire arditi, Noi sappia
già chi Marganor
n'avvisi: C!he di multe
gravissime puniti N'ha molti,
e molti crudelmente
uccisi. Al suo castello
ha poi fatto
una logge. Di cui
peggior non s'ode
né si legge. 83
Ogni donna che
trovin nella valle, La
legge vuol (ch'alcuna
pur vi cade) Che
percuotan con vimini
alle spalle, £ la
faccian sgombrar queste
contrade:Ma scorciar prima
i panni, e
mostrar falle Quel che
natura asconde ed
onestade: E s alcuna
vi va, eh'
armata scorta di cavalier,
vi resta morta. 84
Quelle e' hanno per scorta
cavalieri, Son da questo
nimico di pietate, Come
vittime, tratte ai
cimiteri Dei morti figli,
e di sua
man scannate. Leva con ignominia
arme e destrieri, E
poi caccia in
prigion chi l'ha
guidate: E lo può
far, che sempre
notte e giorno Si
trova più di
mille uomini intomo. 85
E dir di
più vi voglio
ancora, ch'esso, S' alcun ne
lascia, vuol che
prima giuri i a
l'ostia sacra, che
'1 femmineo sesso In
odio avrà finché
la vita duri. Se
perder queste donne,
e voi appresso Danque vi
pare, ite a
veder quei muri Ove
alberga il fellone,
e fate prova S' in
lui più forza
o crudeltà si
trova. 86 Cosi dicendo,
le guerriere mosse
y Prima a pietade,
e poscia a
tanto sdegno. Che se,
com'era notte, giorno
iDsee, Sarian corse al
castel senza ritegno. La
bella compagnia quivi
pososse: E tosto che
l'aurora fece segno Che
dar dovesse al
sol loco ogni
stella, Ripigliò l'arme, e
si rimesse in
selli. 87 Già sendo
in atto di
partir, s'udirò Le strade
risonar dietro le
spalle D'un lungo calpestio,
che gli occhi
in giro Fece a
tutti voltar giù
nella valle E lungi
quanto esser potrebbe
un tiro Di mano,
andar per uno
istretto calle Vider da
forse venti armati
in schiera, Di che
parte in ardon,
parte a pied' era:88
E che traean
con lor sopra
un cavallo Donna eh'
al viso aver
parca molt' anni, A
guisa che si
mena im che per fallo A
fuoco 0 a
ceppo o a
laccio si condanni:La
qual fu, non
ostante l'intervallo, Tosto riconosciuta
al viso e
ai panni. La riconobber
queste della villa Esser
la cameriera di
Drusilla: 89 La cameriera
che con lei
fa presa Dal rapace
Tanacro, come ho
detto, Ed a chi
fd di poi
data l'impresa Di quel
venen che fe"l
crudele effetto. Non era
entrata ella con
l'altre in chiesa; Che
di quel che
segui stava in
sospetto:Anzi in quel
tempo, della villa
uscita, Ov' esser sperò
salva, era friggita. 90
Avuto Marganor poi
di lei spia, La
qual s'era ridotta
in Ostericche, Non ha
cessato mai di
cercar via Come in
man l'abbia, acciò
l'abbruci o impicche: E
finalmente l'Avarizia ria, Mossa
da doni e
da profferte ricche, Ha
fatto eh' un Baron,
ch'assicurata L'avea in sua
terra, a Marganor
l'ha data: 91 E
mandata glie l'ha
fin a Costanza Sopra un
somier, come la
merce s'usa, Legata e
stretta, e toltole
possanza Di far parole,
e in una
cassa chiusa: Onde poi
questa gente l'ha,
ad instanza Dell' uom eh'
ogni pietade ha da sé
esclusa, Quivi condotta con
diseino ch'abbia L'empio a
sfogar sopra di
lei sua rabbia. Stanza )75. 92
Come il gran
fiuma che dì
Vésiilo esce, Quanto più
innanzi e verso
il mar discende, E
che con lui
Lambro e Ticin
si mesce. Ed Adda,
e gli altri
onde tributo prende, Tanto
più altiero e
impetuoso cresce: Così Ruggier,
quante più colpe
intende Di Marganor, cosi
le due guerriere Se
gli fan con
tra più sdegnose
e fiere. 93 Elle
fur d'odio, elle
far d'ira tanta Contra
il crudel, per
tante colpe, accese, Che
di punirlo, malgrado
di quanta Gente egli
avea, conclusìon si
prese. Ma dargli presta
morte troppo santa Pena
ior parve, e
indegna a tante
offese; Ed era meglio
fargliela sentire, Fra strazio
prolunganduU e martire. 94
Ma prima liberar
la donna è
onesto, Che sia condotta
da quei birri
a morte. Lentar di
briglia col calcagno
presto Fece appresti destrier
far le vie
corte. Non ebbon gli
assaliti mai di
questo Uno incontro più
acerbo né più
forte; Si che han
di grazia di
lasciar gli sondi E
la donna e
V arnese, e
fuggir nudi:95 Sì
come il lupo
che dì preda
vada Carco alla tana,
e quando più
si crede D'esser sicur,
dal cacciator la
strada E da' suoi
cani attraversar si
vede; Getta la soma,
e dove appar
men rada La scura
macchia innanzi, affretta
il pieile:(tià men
presti non fur
quelli a fuggire. Che
li fnsson quest'altri
ad assalire. Stanza 94. 96
Non pur la
donna e V
arme vi lasciaro, Ma
de' cavalli ancor lasciaron
molti, E da rive e da
grotte si lanciaro, Parendo lor
cosi d'esser più
sciolti. Il che alle
donne ed a
Ruggier fu caro; Che
tre di quei
cavalli ebbono tolti, Per
portar quelle tre
che '1 giorno
d'ieri Feron sudar le
groppe ai tre
destrieri. 97 Quindi espediti
seguono la strada Verso
l'infame e dispietata
villa. Voglion, che seco
quella vecchia vada, Per
veder la vendetta
di Drusilla. Ella, che
teme che non
ben le accada, Lo
niega indamo, e
piange e grida
e strilla; Ma per
forza Ruggier la
leva in groppa Del
buon Frontino, e
via con lei
galoppa. Stanza 97. 98 Giunsero
in somma onde
vedeano al basso Di
molte case un
ricco borgo e
grosso, Che non serrava
d'alcun lato il
passo, Perchè né muro
intomo avea né
fosso. Avea nel mezzo
un rilevato sasso, Ch' un' alta rocca
sostenea sul dosso. A
quella si drizzar
con gran baldanza. Ch'esser sapean
di Slarganor la
stanza. 99 Tosto che
son nel borgo,
alcani fanti Che v'
erano alla guardia
dell' entrata, Dietro
chiudon la sbarra,
e già davanti Veggion che
l'altra uscita era
serrata: Ed ecco Marganorre,
e seco alquanti A
pie e a
cavallo, e tutta
gente armata; Che con
brevi parole, ma
orgogliose, La ria costuma
di sua terra
espose. 100 Marftsa, la
qual prima avea
composta Con Bradamante e con Ruggier
la cosa Gli spronò
incontro in cambio
di risposta: E com'era
possente e valorosa. Senza ch'abbassi
lancia, o che sia
posta In opra quella
spada sì famosa. Col
pugno in guisa
l'elmo gli martella, Che
lo fa tramortir
sopra la sella. 101
Con Mariisa la
gioTane di Francia Spinge a
un tempo il
destrier; né Ruggier
resta, Ma con tanto
valor corre la
lancia, Che sei, senza
levarsela di resta, N'uccide, uno
ferito nella pancia, Duo
nel petto, un
nel collo, un
nella testa: Nel sesto,
che fuggia, V asta si
roppe, C h' entrò
alle scheno, e
riuscì alle poppe. 102
Là figliuola d'Amon
quanti ne tocca Con
la sua lancia
d'ór, tanti ne
atterra. Fulmine par che
U cielo ardendo
scocca, Che ciò ch'incontra,
spezza e getta
a terra. Il popol
sgombra, chi verso
la rocca. Chi verso
il piano: altri si chiude
e serra, Chi nelle
chiese, e chi
nelle sue erse; Né,
fuorché morti, in
piazza uomo rimase. 105
Perocché Tun dell'altro
non si fida, E
non ardisce Conferir
sua voglia, Lo lascian
eh' un bandisca, un
altro nccidi, A quel
r avere, a
questo V onor
toglia. Ma il cor
che tnce qui,
su nel ciel
grida. Finché Dio e
Santi alla vendetta
iuvoglia; La qual, sebben
tarda a venir,
compensa L'indugio poi con
punizione immensa. 106 Or
quella turba, d'ira
e d'odio pregna. Con
fatti e con
mal dir cerca
vendetta. Com'è in proverbio
ognun corre a
far legna All' arbore che
'1 vento in
terra getta. Sia Mnrganorre
esempio di chi
regna; Che cLi mal
opra, male alfine
aspetta. Di vederlo punir
de' suoi nefandi Peccati, aveau
piacer piccioli e
grandi. Stanza 106. 107 Molti,
a chi fur
le mogli o
le sorelle 0 le
figlie 0 le
madri da lui morte, Non più
celando l'animo ribelle, Correan fer
dargli di lor
man la morte: E
con fatica lo
difeser quelle Magnanime gueniere
e Ruggier forte, Che
disegnato avean farlo
morire D'affanno, di disagio
e di martire. 108
A quella vecchia,
che l'odiava quanto Femmina odiare
alcun nimico possa. Nudo
in mano lo
dier, legato tanto. Che
non si scioglierà
per una scossa; Ed
ella, per vendetta
del suo pianto, Gli
andò facendo Li
persona rossa Con un
stimulo aguzzo eh' un
villano. Che quivi si
trovò, le pose
in mano. 103 Marfisa
Marganorre avea legato Int'\uto con le man
dietro alle rene, Ed
alla vecchia di
Drusilla dato, Ch'appagata e
contenta se ne
tiene. D'arder quel borgo
poi fu ragionato, S'a penitenzia
del suo error
non viene. Levi la
legge ria di
Marganorre, E questa accetti,
ch'essa vi vuol
porre. 104 Non fu
già d'ottener questo
fiitica; Che quella gente,
oltre al timor
eh' avea Che più faccia
Marfisa che non
dica. Ch'uccider tutti ed
abbruciar volea, Di 3Iarganorre
al!i\tto era nimica, E
della legge sua
crudele e rea. Ma
'1 popolo facea,
come i più
fanno, Ch'ubbidiscon più a
quei che più in odio
hanno. 109 La messaggi
era e le
sue giovani anco, Che
quell'onta non son
mai per scordarsi, Non s' hanno
più a tener
le mani al
fianco, Né meno che la vecchia,
a vendicarsi. Ma si è il
desir d'offenderlo, che
manco Viene il potere,
e pur vorriau
sfogarsi:Chi con sassi
il percuote, chi
con l'ugue; Altra lo
morde, altra cogli
aghi il pugne. 110
Come torrente che
superbo faccia Lunga pioggia
talvolta o nevi
sciolte. Va ruinoso, e
giù da' monti
caccia Gli arbori e
i sassi e
i campi e
le rìculte; Vien tempo
poi, che l'orgogliosa
faccia Gli cade, e
sì le forze
gli son tolte, Ch'
un fanciullo, una
femmina per tutto Passar
lo puote, e
spesso a piede
asciutto:111 Cosi già
fu che Marganorre
intorno Fece tremar, dovunque
udiasi il nome: Or
venuto è chi
gii lia spezzato
il corno Di tanto
orgoglio, e si
le forze dome, Che
gli pnon far
sin a' bambini
scorno, Chi pelargli la
barba, e chi
le chiome. Quindi Eiiggiero
e le donzelle
il passo Alla rocca
voltar, ch'era sul
sasso. 114 Perchè stata
saria, com'eran tutte Qnelle
ch'armate avean seco
le scorte. Al cimitero
misere condutte Dei duo
fratelli, e in
sacrificio morte. Gli è
pur men che
morir, mostrar le
brutte E disoneste parti,
duro e forte; E
sempre questo e ogni
altro
obbrobrio ammorza 11 poter
dir che le
sia fatto a forza.
112 La
die senza contrasto
in poter loro Chi
v' era dentro,
e così i
ricchi arnesi, Ch' in
parte messi a
sacco, in parte
foro Dati ad Ullania
ed accompagni offesi. Ricovrato vi
fu lo scudo
d'oro, E quei tre
Be ch'avea il
tiranno presi, Li quai
venendo quivi, come
parrai D'avervi detto, erano
a pie senz'armi; 113 Perchè
dal di che
fur tolU di sella
Da Bradamante, a
pie sempre eran
iti Senz'arme, in compagnia
della donzella La qual
venia da si
lontani liti. Non so
se meglio o
peggio fti di
quella, Che di lor
armi non fusson
guerniti. Era ben meglio
esser da lor
difesa; Ma peggio assai,
se ne perdean
l'impresa: Stanza 121. 115 Prima
ch'indi si partan
le guerriere. Fan venir
gli abitanti a
giuramento, Che daranno i
mariti alle mogliere Della terra
e del tutto
il reggimento:E castigato
con pene severe Sarà
chi contrastare abbia
ardimento. In somma, quel
eh altrove è
del marito, Che sia
qui della moglie
è statuito. 16 Poi
si fecion promettere
eh' a quanti .
Mai Yenian quivi,
non darian ricetto, 0
fosson cavalieri o
fosson fanti; Né 'ntrar
gli lascerian pur
sotto un tetto, Se
per Dio non
giurassino e per
Santi, 0 s'altro giuramento
v'è più stretto,
• Che sarian sempre
delle donne amici, E
dei nimici lor
sempre nimici:117 E
s'avranno in quel
tempo, e ne
saranno. Tardi o più
tosto, mai per
aver moglie, Che sempre
a quelle sudditi
saranno, E ubbidienti a
tutte lelor voglie. Tornar Marfisa,
prima eh' esca
l'anno, Disse, e che
perdan gli arbori
le foglie; E se
la legge in uso non
trovasse, Fuoco e ruina
il borgo s'aspettasse. 119 L'animose
guerriere a lato
un teDipio Videno quivi
una colonna in
piazza. Nella qual fatt'avea
quel tiranno empio Scriver
la legge sua
crudele e pazza. Elle,
imindo d'un trofeo
l'esempio. Lo scudo v'attaccaro
e la corazza Di
3[arganorre, e V
elmo; e scriver
fénuo La legge appresso,
ch'esse al loco
dénno. 120 Quivi s' indugiar
tanto, che Marfisa Fé' por la legge
sua nella colonna. Contraria a
quella che già
v'era incisa A morte
ed ignominia d'ogni
donna. Da questa compagnia
restò divisa Quella d
Islanda, per rifar
la gonna; Che comparire
in corte obbrobrio
stima, Se non si
veste ed orna
come prima. 118 Né
quindi si partir,
che dell'immondo Luogo dov'
era, fér Drusilla torre, E
col marito in
un avel, secondo Ch'ivi potean
più riccamente, pone. La
vecchia facea intanto
rubicondo Con lo stimulo
il dosso a
Marganorre: Sol si dolea
di non aver
tal lena. Che potesse
non dar triegua
alla pena. 121 Quivi
rimase Ullania; e
Marganorre Di lei restò
in potere: ed essa
poi, Perché non s'abbia
in qualche modo
a sciorre. E le
donzelle un' altra
volta annoi, Lo fé'
un giorno saltar
giù d'una torre, Che
non fé' il
maggior salto a' giorni suoi. Non più di lei,
né più dei suoi
si parli; Ma della
compagnia che va
verso Arli. 122 Tutto
quel giorno, e
l'altro fin appresso L' ora di
terza andaro, e poi che furo Giunti dove in
due strade è
il cammin fésso(L'una va al campo,
e l'altra d'Arli
al muro). Tornar gli
amanti ad abbracciarsi,
e spesso A tor commiato e sempre acerbo e duro. Alfin le
donne in campo,
e in Arli
é gito Kuggiero; ed
io il mio
Canto ho qui
finito. NOTE. St. 5. V.16.
Arpalice: figlia del re di
Tracia, che difese il regno paterno
contro Neottolemo, ossia
Pirro, figliuolo d'Achille. Tomiri,
regina de' Massageti,
che riportò vittoria sopra
Ciro persiano. Non fu ehi Turno,
ecc. Accenna Camilla,
figlia del re
de' Volaci, la quale die
aiuto a Turno.
Non chi Ettor
soccorse: parla di Pentesilea,
regina delle Amazzoni, quale
ausi liaria dei Troiani. Non chi
seguita, ecc. Allude
a Didone, che, rimasta
vedova di Sicheo,
e quindi emi grata da
Tiro, si condusse
sulla costa d'Africa, dove fondò
Cartagine. Zenohia, celebre
regina di Palmira, che
dopo essersi difesa
con molto valore
contro l'impe ratore
Aureliano, restò prigioniera di lui. Non
quella che gli Assiri f ecc. Questa
è Semiramide qui
mento vata per le bellicose
sue geste. St. 6.
V.34. Ove fra
gVJndi e gli
orti Delle Espe ride, ecc. Prendesi
qui l'India per
l'estremo contineita a levante;
e gli orti
dell' Esperidi per l'ultima
tem a ponente. Si
finsero quegli orti
nella parte occidentale dell'Etiopia, e appartenenti alle
tre figlie di Espero, die ivi tenevano
sotto la guardia
di un drago
i pomi d'oro recati
in dote da
Giunone a Giove. St. 8., v.18. In questa stanza e in
altre che seguono, il poeta nomina
vari letterati che
scrinerò ia lode delle
donne, e dei
quali si darà
breve oenio. Marnilo: ebbe
nome Michele, nato
da genitori greei. ma
allevato in Italia;
fa scrittore di
epigrammi e d'inni, detti da
lui naturali: mori
sommerso nel fiume
Cecina in Toscana. Ed il Pontan, ecc.
Giande e meritata fama
ebbe nelle lettere
Giovanni o Gioviano
Fontano, nato a Cereto
nello Spoletino Tanno
1426. Ritrasse le grazie
degli antichi poeti;
mori nel 1503.
E duo Strozzi f il
padre e 7 figlio. Il
padre fa Tito Vespasiano, discendente dagli
Strozzi di Firenze.
Cominciò ad essere celebrato nel
secolo XV; e
tutti gli scrittori
di quei tempi esaltarono
con somme lodi
le rime di
lui. Finiva di vivere
circa il U08.
Il figlio chiamavasi
Ercole, e superò il
padre. Fu stimato
ammirabile nella poesia latina, felicissimo
nell'italiana, e dotto nella
lingua greca. ucciso a
tradimento nel 6
giugno 1508. Il Bembo. Pietro
Bembo nacque in Venezia nel 1470;
fu storiografo di quella
Repubblica, e cardinale nel
15:. Era amicis simo del Poeta.
Jl Capei, Bernardo
Cappello, verseg giatore
veneziano, amico pure
deirAriosto. Chi, guai lui
Vediamo, ha tali i
cortigian formati, intende
di Baldassar Castiglione, mantovano,
nato nel 1468,
eru dito, rimatore elegante, e
autore del Cortigiano.
Cessò di vivere in
Toledo nel 1529.
Luigi Alaman. È
questi r elegante poeta
Luigi Alamanni, nato
in Firenze nel 1495,
autore della Coltivasione,
e di altri due poemi, uno
intitolato Girone il
cortese, e Taltro,
YAvarchide. Ce ne
son dui di
par da Marte,
ecc. Accenna Luigi Gonzaga, secondo
conte di Sabbioneta,
soprannominato Rodomonte, e Francesco
Gonzaga, marito d'Isabella d'Este. Il
primo nacque nel
1500, e mori in età di 33 anni. L'altro
fu marchese di
Mantova dal 1484 al 1519; ed entrambi
si dimostrarono cosi
fervidi proteggitorì, come gentili
cultori delle buone
lettere, e prodi
nel Tarmi. La terra Che
H Menzo fende,
ecc.: Mantova, situata in mezzo
di un lago
formato dal Mincio. St.
9, v. 38. Cinto: monte dell'isola di Delo, e luogo natale di Apollo. L'amor, la fede, ecc. Clemente VII, irritato perchè
Luigi Gonzaga favoriva
i Pallavicino contro i
Rangoni, voleva impedire
con mi nacce il matrimonio
stabilito tra esso
Luigi e Isabella figlia di
Vespasiano Colonna duca
di Traetto; la
quale, a malgrado del
papa, mantenne al
Gonzaga la data
fede e il matrimonio
ebbe luogo nel
1531. St. 12. v.58.
Un Ercol Bentivoglio.
Questi nacque in Bologna
nel 1506i anno
in cui la
sua famiglia perde la
signoria di quella
città. Educato nella
corte di Al fonso I
di cui era
nipote, aggiunse lustro
alla nobiltà dlla stirpe
col suo valore
nella volgar poesia.
E Renato Trivulcio, eH
mio Guidetto, E'I
Molza, ecc. Il piimo
fondò in Milano,
o almeno restaurò
circa il 1543 l'Accademia detta
de FenicJ, L'altro
era Francesco Guidetti, uno
dei collaboratori all'edizione
del Boccac cio fatta nel
1527; e Ftancesco
Maria Molza, nato
in Modena il 18
giugno 1489, ed
ivi morto nel
28 febbraio 1544, riusci
felicemente in tutti
i generi di
poesia in cui piacquegli esercitarsi. St. 13.
V.18. Ce 7
duca de' Carnuti
Ercol figliuo lo, ecc. Ercole
II, figlio d'Alfonso
I, ch'ebbe da
Luigi XII, insieme con
altre signorie, il
ducato di Chartres,
città detta dai Latini
Chamutum, fu splendido
fautore e col tivatore delle buone
lettere. C è
il mio signor
del Vasto, ecc. Annoverasi
fra i mecenati
e cultori della letteratura anche
Alfonso dAralos, marchese
del Va sto, cognato del
marchese di Pescara,
di cui più
sotto. St. 44. V.6.
Al fonte d'Aganippe.
Quel fonte scen deva dal
monte Elicona, era
consacrato ad Apollo
e alle Muse: e
le sue acque
avevano la virtù
dUnspirare i poeti: St.
17. V.3. Maia: una
delle Pleiadi, nella
costel lazione del Toro; od
anche il pianeta
Mercurio, a cui si
è dato il
nome di quel
Dio ohe fu
figliuolo di Maia. St.
18. V.16. Vittoria
è'I nome. Parlasi
di Vit toria Colonna, nata
in Marino, feudo
di sua casa,
circa il 1490. Fu
sposa a Ferdinando
Francesco d'Avalos, mar chese di
Pescara. Fornita di
rare doti di
corpo e di spi,
restò vedova nel
1525, e con
egregie rime, che ce
lebrarono la memoria del
perduto sposo, cercò
sfogo al dolore della
vedovanza. Mori in
Roma nel febbraio
del 1547. Unaltra Artemisia,
ecc. Questa regina
di Caria, oltreché fece
costruire al marito
un mausoleo, che fu
una delle sette
maraviglie del mondo,
ne inghiotti le ceneri,
non trovando pel
suo sposo un
più degno sepolcro. St.
19. v.17. Laodamia:
figlia di Acasto,
e mo glie di Protesilao,
ucciso da Ettore,
non gli volle
soprav vivere, e si gettò
nelle fiamme. Lamoglier
di Bruto: ebbe nome
Porzia, e morto
il marito, si
uccise ingo, iando carboni
accesi. Arria: moglie di
Cecina Peto implicato in
una congiura contro
l'imperator Claudio. Non potendo
salvare il marito,
s' immeise un pugnale nel
petto. Argia: moglie
di Polinice, fatta
morire Creonte tiranno di
Tebe, per aver
data sepoltura al l'ucciso marito a
malgrado il divieto
fatto dal tiranno.
Evadne: moglie di Capaneo
morto nell'oppugnazione di Tebe.
Pel dolore di
quella perdita si
gettò anch'essa nel rogo.
Del rio che
nove volte Vomirà
circonda: del fiume Stige,
a cui Virgilio
dà nove giri. St.
20. V.23. Il
Macedonico: Alessandro, figliuol di
Filippo, re di
Macedonia, invidiava ad
Achille V es sere stato
celebrato da Omero.
Francesco di Pescara: sposo di
Vittoria Colonna. Egli
protesse con munifi cenza e coltivò
con amore le
buone lettere; f
assai valoroso nell' aimi, e
morì di ferite
riportate combat tendo per Carlo
V nella famosa
battaglia di Pavia, l'anno
1525. St. 27. V.14.
Come quel figlio
di Vnlcan, occ. Fu
detto Eriltonio, e
nacque coi piedi
di dragone. Cre sciuto per le
cure di Aglauro,
figlia di Eritteo,
re d'A tene, inventò il
cocchio per coprire,
sedendo in esso,
la deformità de' suoi piedi.
Al veder troppo
ardita. Rammenta il Poeta
questa circostanza, perchè
Aglauro, portando invidia ad
Erse sua sorella,
amata da Mercurio, pose ostacoli
agli amori del
nume; e per
questa colpa fu da
lui convertita in
sasso. St. 36. V.16.
Non più a
Giason, ecc. Racconta Stazio nel
V della Tebaide
che Giasone, approdato
con gli Argonauti in
Lenno, trovò queir
isola abitata sol tanto da
femmine, perchè tutti
i maschi erano
stati messi a morte
da quelle. St. 44.
V.4. J/ conto:
il racconto. St. 54.
V.16. Tema: qui esempio.
Su che solca star
sorto: sulla quale solca
star fermo, reggersi. St.
90. V.2. Osterricche:
Austria. St. 92. V.14
Jl gran fiume:
il Po. Vesulo: Monviso, ano
dei monti liguri
che fanno parte
delle Alpi Cozie. Lambro
e Ticin.... Et
Adda: tre fiumi di
Lombardia. St. 93. v.56.
Troppo santa Pena
lor parve e indegna
a tante offese:
pena di cui
egli non era
degno. XXXVIII.
lltiffÉficro, fefJelo all'onore
ehe Ip chiami
presso Agri' matite va in kv\L
Sì prebcntano alla
Corto dì C&rlo, Bnnìamniitt? e
Marflsa; e questa
riceva il baitesiiafli. D altra
p".rte Astolfo con
un esercito dì
KubJ mette rAfrtea a
soqquadvo, e minaccia
BirUu Agr"mftate, di ciò
ìjitvuito, ottit>ne da
Carlo che "E
dcdd la em fra
loro cai combat
ti incaica di
due camici oni
eletti uno per parte. Cortesi donnea
clic beuigna udienza Date
a' miei versi, io
vi vegg'o al
seminante, Che quej?t altra si
subita partenza Che fa
Eiiggier dalla sua
ftda amante, Vi dà
gran noia e
avete displiceuza Puco minor
cbives.'ie Brad amante; E
fate anco arfl:omeDt<>, ch
esser poco In hii
doveae l'amoroso foco. Per
oiiì altra cagiun
ch'allontanato Cuiitia la volgila
d'esiga se ne
fusae, Ancor di' arcisse
più tesor spera
tu, Che Creso o
Crasso insieme non
ri(lnss€; Io crederla con
voi, che penetrato Non
fosse al cor
lo strai che
lo percosse: Ch un
almo gaudio, un
cosi gran contento Non
potrebbe comprare oro
uè argento. XXXVIII. 3 Pur,
per salvar Tonor,
non solamente D'escnsa, ma di laude
è degno ancora; Per
salvar, dico, in
caso eh altrimente Tacendo, biasmo
ed ignominia fora:E
se la donna
fosse renitente, Ed ostinata
in fargli far
dimora, Darebbe di sé
indizio e chiaro
segno O d'amar poco,
o d'aver poco
ingegno. 4 Che se
l'amante dell'amato deve La
vita amar più
della propria, o
tanto (Io parlo d'uno
amante a cui
non lieve Colpo d'Amor
passò più là
del manto); Al piacer
tanto più, eh'
esso riceve, L' onor di
quello antepor deve,
quanto L' onore è di
più pregio che
la vita, Ch'a tutti
altri piaceri è
preferita. R Fece Ruggiero
il debito a
seguire II suo Signor;
che non se
ne potea. Se non
con ignominia, dipartire; Che ragion
di lasciarlo non
avea. E s'Almonte gli
fé' il padre morire, Tal
colpa in Agramante
non cadea; Ch'in molti
effetti avea con
Ruggier poi Emendato ogni
error dei maggior
suoi. 0 Farà Ruggiero
il debito a
tornare Al suo Signore;
ed ella ancor
lo fece, Che sforzar
non lo volse
di restare, Come potea,
con iterata prece. Ruggier potrà
alla donna satisfare A
un altro tempo,
s' or non satisfece:Ma
all'onpr, chi gli
manca d'un momento, Non
può in cento
anni satisfar uè
in cento. 7 Toma
Ruggiero in Arli,
ove ha ritratta Agramante la
gente che gli
avanza. Bradamante e Marfisa,
che contratta Col parentado
avean grande amistanza, Andaro insieme
ove re Carlo
fetta La maggior prova
avea di sua
possanza, Sperando, o per battaglia
o per assedio, Levar di
Francia cosi lungo
tedio. 8 Di Bradamante,
poi che conosciuta III campo
fu, si fé' letizia
e festa. Ognun la
riverisce e la
saluta; Ed ella a
questo e a quel china
la testa. Rinaldo, come
udì la sua
venuta. Le venne incontra;
uè Ricciardo resta, Né
Ricciardetto, od altri
di sua gente, E
la raccoglion tutti
allegramente. 9 Come s'intese
poi che la
compagna Era Marfisa, in
arme si famosa, Che
dal Cataio ai
termini di Spagna Di
mille chiare palme
iva pomposa; Non è
povero o ricco
che rimagna Nel padiglion: la
turba disiosa "Vien quinci
e quindi, e
s'urta, storpia e
preme, Sol per veder
sì bella coppia
insieme, 10 A Carlo
riverenti appresentarsi.
Questo fu il
primo dì, scrive
Turpino, Che fu vista
Marfisa inginocchiarsi; Che sol
le parve il
figlio di Pipino Degno,
a cui tanto
onor dovesse farsi. Tra
quanti o mai
nel popol Saracino 0
nel cristiano, Imperatori
e Regi Per virtù
vide o per
ricchezza egregi. 11 Carlo
benignamente la raccolse, E
le uscì incontra
ftior dei padigfa'oni: E che
sedesse a lato
suo poi volse Sopra
tutti, Re, Principi
e Baroni. Si die
licenzia a chi
non se la
tolse, Sì che tosto
restaro in pochi
e buoni. Restaro i
Paladini e i
gran Signori: La vilipesa
plebe andò di
fuori. 12 Marfisa cominciò
con grata voce: Eccelso, invitto
e gloiioso Augusto, Che
dal mar Indo
alla Tirinzia foce, Dal
bianco Scita all'Etìope
adusto Riverir fai la
tua candida croce, •
Né di te
regna il più
saggio o'I più
giasto; Tua fama, eh'
alcun termine non
serra, Qui tratto m'ha
fin dall'estrema terra. 13
E, per narrarti
il ver, sola
mi mosse Invidia, e
sol per farti
guerra io venni, Acciò
che sì possente
un Re non
fosse. Che non tenesse
la lejrge ch'io
tenni. Per questo ho
fatto le campagne
rosse Del Cristian sangue;
ed altri fieri
cenni Era perfarti da cru
iel nimica, Se non
cadea chi mi t'
ha fatto
amica. 14 Quando nuocer
pensai più alle
tue squadre. Io trovo
(e come sia
dirò più ad
agio) Che'l buon Ruggier
di Risa fu
mio padre Tradito a
torto dal f ratei
malvagio. Portommi in corpo
mia misera madre Di
là dal mare,
e nacqui in
gran disagio. Nutrimmi un
Mago infin al
settimo anno, A cui
gli Arabi poi
rubata m' hanno; 15 E
mi venderò in
Persia per ischiava A
un Re che
poi cresciuta, io
posi a morte. Che
mia virginità tor mi cercava. Uccisi lui
con tutta la
sua corte:Tutta cacciai
la sua progenie
prava; E presi il
regno, e tal
fu la mìa
sorte, Che diciotto anni
d'uno o di
duo mesi Io non
passai, che sette
regni presi. 16 E
di tua fam\
invidiosa, come 10 t'ho
già detto, avea
fermo nel core La
grande altezza abbatter
del tuo nome: Forse
il faceva, o
forse era in
errore. Ma ora avnen
che questa voglia
dome, E faccia cader
Pale al mio
furore. L'aver inteso, poi
che qui son
giunta, Come io ti
son d'affinità congiunta. 17
E come il
padre mio parente
e servo Ti fu,
ti son parente
e serva anch'
io:E quella invidia
e quell' odio protervo, 11
qual io t'ebbi
un tempo, or
tutto obblio; Anzi centra
Agramante io lo
riservo, E contra ògn' altro
che sia al
padre o al zio
Di lui
stato parente, che
fur rei Di porre
a morte i
genitori miei. 18 E
seguitò, voler cristiana
farsi, E, dopa eh'
avrà estinto il
re Agramante, Voler, piacendo
a Carlo, ritornarsi A
battezzare il suo
regno in Levante, Et
indi contra tutto
il mondo armarsi, Ove
Macon s'alori e
Trivigante; E con promissi'on,
eh' ogni suo
acquisto Sia dell' Imperio, e
della fé' di
Cristo. 19 L'Imperator, che
non meno eloquente Era, che fose valoroso esaggio, Molto esaltando
la donna eccellente, E
molto il padre
e molto il
suo lignaggio. Rispose ad
ogni parte umanamente, E
mostrò in fronte
aperto il suo
coraggio; E conchiuse nell' ultima
parola, Per parente accettarla
e per figliuola. 20
E qui si
leva, e di
nuovo l'abbraccia, E, come
figlia, bacia nella
fronte. Vengono tutti con
allegra faccia Quei di
Mongrana e quei
di Chiaramente. Lungo a
dir fora quanto
onor le faccia Rinaldo, che
di lei le
prove conte Vedute avea
più volte al
paragone, Quando Albracca assediar
col suo girone. 21
Lungo a dir
fora quanto il
giovinetto Guidon s'allegri di
veder costei, Aquilante e
Grifone e Sansonetto, Ch' alla
città, crudel furon
con lei • Malagigi
e Viviano e
Ricciardetto, Ch' all'
occision de' Maganzesi
rei . E di quei
venditori empj di
Spagna L'aveano avuta sì
fedel compagna. 22 Apparecchiar
per lo seguente
giorno . Ed ebbe
cura Carlo egli
medesmo, Che fosse un
luogo riccamente adomo
. Ove prendesse Marfisa
battesrao. I véscovi e gran chierici
d'intorno, Che le leggi
sapean del Cristianesmo, Fece raccorre,
aedo da loro
in tutta La santa
Fé' fosse Marfisa in
strutta. 23 Venne in
pontificale abito sacro L'arcivesco Turpino,
e battezzolla: Carlo dal
salutifero lavacro Con cerimonie
debite levolla. Ma tempo
è ormai ch'ai
capo vóto e
micri' Di senno si
soccorra con l'ampolla, Con che
dal ciel più
basso ne venia II
duca Astolfo sul
carro d'Elia. 24 Sceso
era Astolfo dal
giro lucente Alla maggiore
altezza della terra, .
Con la felice
ampolla che la
mente Dovea sanare al
gran mistro di
gaem. Un'erba quivi di
virtù eccellente Mostra Giovanni
al Dum d'Inghilterr
i:Con essa vuol
ch'ai suo ritorno
tocchi Al Re di
Nubia e gli
risani gli occhi:25
Acciò per questi
e per li
primi merti Gente gli
dia. con che
Bierta assaglia. E come
poi quei popoli
inesperti Armi ed acconci
ad uso di
battaglia, E senza danno
passi pei deserti Ove
l'arena gli uomini
abbarbaglia, A punto a
punto l'ordine che
tegna, Tutto il Vecchio
santissimo gl'insegna. 26 Poi
lo fé rimontar
su quello alato Che
di Ruggiero, e
fu prima d'Atlante. Il
Paladin lasci, licenziato Da
san Giovanni, le
contrade sante; E secondando
il Nilo a
lato a lato, Tosto
i Nubi apparir
si vide innante; E
nella terra che
del regno è
capo, Scese dall'aria, e
ritrovò il Senàpo. Stanza 26. 27
Molto fu il
gaudio e molta
fu la gioia Che
portò a quel
Signor nel buo
ritorno; Che hen si
raccordava della noia Che
gli avea tolta,
deir Arpie, d'intorno, Afa poi
che la grossezza
gli discuoia Di quello
umor che già
gli tolse il
giorio, E che gli
rende la vista
di prima, I/arlora e
cole, e come
un Dio sublima: '2S Si
che non pur
la gente che
gli chiede Per muover
guerra al regno
di Biserta, Ma cento
mila sopra gli
ne diede, E gli
fé' ancor di sua
persona offerta. La gente
appena, ch'era tutta
a piede, Potea cajiir
nella campagna aperta; Che
di cavalli ha
quel paese inopia, 3Ta
d'elefanti e di
camelli copia. 29 L<\
notte innanzi il
ì\ì che a
suo cammino L'esercito di
Nubia dovea porse, Montò
su rippogrifo il
Paladino, E verso Mezzodì
con fretta corse, Tanto
che giunse al
monte che TAustrino Vento produce,
e spira contra
T Orse. Trovò la
cava, onde per
stretta bocca, Quando si
desta, il furioso
scocca. 80 E, come
raccordògli il suo
maestro, Ayea seco arrecato
un utre vóto, Il
qual. mentre nell'antro
oscuro alpestre AiliRticato dorme
il fiero Noto, Allo
spiraglio pon tacito
e destro; {)d è
l'agguato in modo
al vento ignoto, Ohe, oredendosi uscir
fuor la dimane, Preso
• legato in
quello utre rimane. 33
Poi che, inchinando
le ginocchia, fece Al
santo suo maestro
orazione, Sicuro che sia
udita la sua
prece, Copia di sassi
a far cader
si pone. Oh quanto,
a chi ben
crede in Cristo,
lece! I sassi, fuor
di naturai ragione Créscendo, si
vedean venire in
giuso, E formar ventre
e gambe e
collo e muso: 34
E con chiari
annitrir giù per
quei calli Venian saltando;
e giunti poi
nel piano, Scotean le
groppe, e fatti
eran cavalli, Chi baio
e chi leardo
e chi rovano. La
turba ch'aspettando nelle
valli Stava alla posta,
lor dava di
mano:Si che in
poche ore fnr
tutti montati; Che con
sella e con
freno erano nati. Stanza
35 Ottanta mila
cento e dua
in un giorno Fe\di
pedoni, Astolfo cavalieri. Con questi
tutta scorse Africa
intomo, Facendo prede, incendj
e prigionieri Posto Agramante
avea, fin al
ritomo. Il Re di
Fersa e '1
Re degli Algazeri, Col
re Branzardo a
guardia del paese:E
questi si fèr
contra al Duca inglese;
36 Prima
avendo spacciato un
sottil legno, Ch'a vele
e a remi
andò battendo Ad Agramante
avviso, come il
r>igno PatJa dal Re de'
Nubi oltraggi e
mali. Giorno e notte
andò quel senza
ritegno, Tanto che giunse
ai liti provenzali:E
trovò in Arli
il suo Re
mezzo oppresso:ChèU campo
avea di Carlo
un miglio appresso. 81 Di
tanta preda il
Paladino allegro, Ritorna in
Nubia, e la
medesma luce Si pone
a camminar col
popol negro, E vettovaglia
dietro si conduce. A
salvamento con lo
stuolo integro Verso l'Atlante
il glorioso Duce Pel
mezzo vien della
minuta sabbia, Senza temer
che'l vento a
nuocer gli abbia. 33
B giunto poi,
di qua dal
giogo, in parte Onde
il pian si
discopre e la
marina, Astolfo elegge la
più nobil parte Del
campo, e la
meglio atta a
disciplina; E qua e
là per ordine
la parte Appiè d'un
colle, ove nel
pian confina. Quivi la
lascia, e su
la cima ascende In
vista d'uom eh' a
gran pensieri intende. 37
Sentendo il re
Agramante a che
periglio, Per guadagnare il
regno di Pipino, Lasciava il
suo, chiamar fece
a consiglio Principi e
Re del popol
Saracino. E poi ch'una
o due volte
girò il ciglio Quinci
a Marsilio e
quindi al re
Sobrino, I quaì d'ogni
altro fur, che
vi venisse, I duo
più antiqui e
saggi, cosi disse: 38
Quantunque io sappia
come mal convegna A
un capitano dir,
Non me '1
pensai, Pur lo dirò;
ohe quando un
danno vegna Da ogni
discorso uman lontano
assai, A quel fallir
par che sia
escusa degna: E qui
si versa il
caso mio; ch'errai A
lasciar d'arme 1'
Africa sfornita . Se dalli
Nubi esser dovea
assalita. 39 Ma chi
pensato avria, fuorché
Dio solo, A cui
non è cosa
fdtura ignota, Che dovesse
venir con si
gran stuolo A farne
danno gente si
remota, Tra i quali
e noi giace
IMnstabil suolo Di quell'arena
ognor da' venti mota? Pur
è venuta ad
assediar Biserta, Ed ha
in gran parte
l'Africa deserta. 40 Or
sopra ciò vostro
consiglio chieggio: Se par; irmi
di qui senza
far frutto, Oppur seguir
tanto l'impresa deggìo, Che
prigion Carlo meco
abbi condutto; 0 come
insieme io salvi
il nostro seggio, E
questo imperiai lasci
distrutto. S' alcun di voi sa dir,
prego noi taccia, Acciò
si trovi il
meglio, e quel
si faccia. 41 Cosi
disse Agramante; e
volse gli occhi Al
Re di Spagna,
che gli sedea
appresso, Come mostrando di
voler che tocchi, Di
quel e' ha detto,
la risposta ad
esso. E quel, poi
che surgendo ebbe
i ginorchi Per riverenzia,
e così il
capo flesso. Nel suo
onorato seggio si
raccolse; ludi la lingua
a tai parole
sciolse:42 0 bene
o mal che la Fama
ci apporti. Signor, di sempre
accrescer ha in
usanza. Perciò non sarà
mai ch'io mi
sconforti, 0 mai più
del dover pigli
baldanza Per casi, o
buoni o rei,
che sieno sorti; Ma
sempre avrò di
par tema e speranza
Ch'esser debban minori,
e non del
modo Ch'a noi per
tante lingue venir
odo. 45 Yo' concedergli
ancor, che sieno
i Nubi Per miracol
dal ciel forse
piovuti; 0 forse ascosi
venner nelle nubi. Poiché
non far mai
per cammin veduti. Temi
tu che tal
gente Africa rubi, Sebben
di più soccorso
non l'alati? U tuo
presidio avria ben
trista pelle, Quando temesse
un popolo si
imbelle. 46 Ma se
tu mandi ancor
che poche navi, Purché
si veggan gli
stendardi tuoi, Non scioglieran
di qua si
tosto i cavi, Che
fuggiranno nei confini
suoi Questi, 0 sien
Nubi o sieno
Arabi ignavi Ai quali
il ritrovarti qui
con noi, Separato pel
mar dalla tua
terni, Ha dato ardir
di romperti la
£:uerra. Stanza 36. 43 E
tanto men prestar
gli debbo fede, Quanto
più al verisimile
s'oppou'". Or se gli
é verisimile si
vede. Ch'abbia con tanto
numer di persone Posto
nella pugnace Africa
il piede Un Re
di sì lontana
regione, Traversando l'arene a
cui Cambile Con male
augurio il popol
suo commise. 44 Crederò
ben che sian
gli Arabi scesi Dalle
montagne, ed abbian
dato il guasto, E
saccheggiato, e morti
uomini e presi. Ove
trovato avran poco
contrasto; E che Branzardo,
che di queipaesiLuogotenente e
viceré é rimasto, Per
le decine scriva
le migliaia, Acciò la
scusa sua più
degna paia. 47 Or
piglia il tempo
che, per esser
senza Il suo nipote
Carlo, hai di
vendetta. Poich' Orlando non c'è,
far resistenza Non ti
può alcun della nimica
setta. Se per non
veder lasci, o
negligenza, L'onorata
vittoria che t' aspetta, Volterà il
calvo ove ora
il crin ne mostra,
Con molto danno
e lunga infamia
nostra. 48 Con questo
ed altri detti
accortamente L'Ispano
persuader vuol nel
concilio, Che non esca
di Francia questa
gente, Finché Carlo non
sia spinto in esilio. Ma
il re Sobrin,
che vide apertamente Il cammino
a che andava
il re Marsilio, Che
più per l'util
proprio queste cose, Che
pel comun, dicea,
cosi rispose:49 Quando
io ti coufortava
a stare in
pace, Foss io stato,
Sigfnor, falso indovino; 0
tu, s'io dovea
pure esser verace, Creduto avessi
al tuo fedel
Sobrino, £ non piuttosto
a Rodomonte audace, A
Marbalnsto, a Alzirdo
e a Martasino, Li
quali ora vorrei
qui avere a
fronte: Ma vorrei più
degli altri Rodomonte, 50
Per rinfacciargli che
volea di Francia Far
quel che si
faria d'uu fragil
vetro, E in cielo
e nello 'uferno
la tua lancia Seguire, anzi
lasciarsela di dietro; Poi
nel bisogno si
gratta la pancia, Neir
ozio immerso abbominoso
e tetro:Ed io,
che per predirti
il vero, allora Codardo detto
fui, son teco
ancora: 51 E sarò
sempre mai, finchMo
finisca Questa vita, eh ancor
che d'anni grave, Porsi
incontra ogni dì
per te smarrisca A
qualunque di Francia
più nome bave. Né
sarà alcun, sìa chi
si vuol, ch'ardisca Di
dir che l'opre mie
mai fosser prave: E
non han più
di me fatto
né tanto Molti che
si donar di
me più vanto. 52
Dico cosi, per
dimostrar che quello Ch'io
dissi allora, e
che ti voglio
or dire, Né da
vìltade vien né
da cor fello, Ma
d'amor vero e
da fedel servire. Io
ti conforto ch'ai
paterno ostello, Più tosto
che tu puoi,
vogli redire; Che poco
saggio si può
dir colui Che perde
il suo per
acquistar l'altrui. 53 S'acquisto
c'è, tu'l sai.
Trentadui fummo Re tuoi
vassalli a uscir
teco del porto: Or
se di nuovo
il conto ne
rassuroroo, C'è appena il
terzo, e tutto
'1 resto è
morto. Che non ne
cadan più, piaccia
a Dio sommo: Ma
se tu vuoi
seguir, temo di
corto, Che n"n ne
rimarrà quarto né
quinto; E'I miser popol
tuo fia tutto
estinto. 54 Ch'Orlando non
ci sia, ne
aiuta; ch'ove Siam pochi,
forse alcun non ci saria. Ma
per questo il
periglio non rimuove, Sebben prolunga
nostra sorte ria. Ecci
Rinaldo, che per
molte prove Mostra che
non minor d'Orlando
sia. C è il
suo li naggio,
e tutti i
Paladini, Timore etemo a' nostri
Saracini; 55 Ed hanno
appresso quel secondo
Marte . (Benché i
nemici al mio
dispetto loio). Io dico
il valoroso Brandimarte, Non men
d'Orlando ad ogni
prova sodo; Del qual
provato ho la
virtnde in parte, Parte
ne yegs;o all'altrui
spese et odo. Poi
son più di
che non e'
è Orlando stato; E
più perduto abbiam,
che guadagnato. 56 Se
per addietro abbiam
perduto, io temo Che
da qui innanzi
perderem più in grosso. Del nostro
campo Mandricardo è
scemo; Gradasso il suo
soccorso n'ha rimosso: Marfisa n'ha
lasciati al punto
estremo; E cosi il Re d'Algler,
di cui dir
posso Che, S3 fosse
fedel come gagliardo, Poco uopo
era Gradasso o
Mandricardo. 57 Ove sono
a noi tolti
questi aiuti, E tante
mila son dei
nostri morti; E quei
eh' a venir han
son già venuti, Né
s'aspetta altro legno
che n'apporti: Quattro son
giunti a Carlo,
non tenuti Manco d'Orlando o
di Rinaldo forti; E con ragion,
che da qui sino a Battro Potresti mal trovar
tali altri quattro. 58 Non so se sai chi sia Guidon Selvaggio e Sansonetto e i figli d'Oliviero.
Di questi fu' più stima e più tema aggio
che d'ogni altro lor duca e cavaliero che di Lamagna o d'altro stran linguaggio sia contra
noi per aiutar l'impero; bench'importa anco assai la gente nuova ch'a' nostri
danni in campo si ritrova. 59 Quante
volte uscirai alla
campagna, Tante avrai la
peggiore, o sarai
rotto. Se spesso perde il campo Africa e Spagna, quando sian
stati sedici per otto; che sarà poi ch'Italia e che Lamagna con Francia è
unita, e'l popolo anglo e scotto, e che
sei contra dodici saranno?
ch'altro si può sperar, che biasmo
e danno? 60 La
gente qui, là perdi a un tempo il
regrno. S'in questa impresa
più duri ostinato; Ove, s'al
ritornar muti disegno. L'avanzo di
noi sèrvi ccn lo
stato. Lasciar Marsilio è
di te caso
indegno: Ch' ognun te ne
terrebbe molto ingrato. Ma c'è
rimedio: far con
Carlo pace; Ch'a lui
deve piacer, se
a te pur
piace. stanza 33. 61 Pur se ti
par che non
ci sia il
tuo onore, Se tu,
che prima offeso
sei, la chiedi:E
la battaglia più
ti sta nel
core, Che, come sia
fin qui successa,
vedi; Studia almen di
restame vincitore; Il che
forse avverrà, se
tu mi credi, Se
d'ogni tua querela
a un cavaliero Darai l'assunto;
e se quel
fia Ruggiero. 62 lo'l
so, e tu'l
sai, che Ruggier
nostro è tale, Che
già da solo
a sol con l'arme in
mano, Non men d'Orlando
o di Rinaldo
vale, Né d'alcun altro
cavalier cristiano. Ma se
tu vuoi far
guerra universale, Ancorché '1
valor suo sia
soprumano, Egli però non
sarà più eh' un solo, Ed
avrà di par
suoi contra uno
stuolo. 63 A me
par, sa te
par, ch'a dir
si luandi Al Re Cristian,
che per finir
le liti, E perchè
cessi il sangue
che tu spandi Ognor
de' suoi, egli de'tuoi
infiniti, Che contra un tuo guerrier
tu gli domandi Che
metta in campo
uno dei suoi
più arditi: E faccian
questi duo tutta
la guerra. Finché Tun
vinca, e T altro
resti in terra; Stanza
65. 64 Con patto,
che qual d'essi
perde, faccia CheU suo
Re all'altro Re
tributo dia. Questa condizi'on
non credo spiaccia A
Carlo, ancorché sul
vantaggio sia. Mi fido
sì nelle robuste
braccia Poi di Ruggier,
che vinci tor ne
fia; E ragion tanta
é dalla nostra
parte, Che vincerà, s'avesse
incontra Marte. 65 Con
questi ed altri
più efficaci detti Fece
Sobrin sì, che '1
partito ottenne; E gì'
interpreti fur quel
giorno eletti, E quel
dì a Carlo
l'imbasciata venne Carlo, ch'avea
tanti guerrier perfetti, Vinta per
sé quella battaglia
tenne, Di cui l'impresa
al buon Rinaldo
diede, In ch'avea, dopo
Orlando, maggior fede. 66
Di questo accordo
lieto parimente L'uno esercito
e l'altro si
godea; Chè'l travaglio del
corpo e della
mente Tutti avea stanchi,
e a tutti
rincrescea. Ognun di riposare
il rimanente Della sua
vita disegnato avea: Ognun
maledicea l'ire e i furori Ch'
a risse e
a gare avean
lor desti i
cori. 67 Rinaldo che
esaltar molto si vede.
Che Carlo in
lui dì quel
che tanto pesa, Via
più eh' in
tutti gli altri,
ha avuto fede . Lieto
si mette all'onorata
impresa: Ruggier non stima;
e veramente crede Che
contra sé non
potrà far difesa:Che
suo pari esser
possa non gli
è avviso, Sebben in
campo ha Mandricardo
ucciso. 68 Ruggier dall'altra
parte, ancorché molto Onor
gli sia che
'1 suo Re
V abbia eletto, E
pel miglior di
tutti ì buoni
tolto, A cui commetta
un sì importante
effetto: Pur mostra affanno
e gran mestizia
in volto: Non per
paura che gli
turbi il petto; Che
non eh' un sol
Rinaldo, ma non
teme Se fosse con
Rinaldo Orlando insieme: 69
Ma, perché vede
esser di lui
sorella La sua cara
e fidissima consorte, Ch'ognor scrivendo
stimola e martella. Come colei
ch'é ingiuriata forte. Or
s'alle vecchie oflTese
aggiunge quella D'entrare in
campo a porle
il frate a
morte, Se la farà,
d'amante, così odiosa, Ch'a
placarla mai più
fia dura cosa. 70
Se tacito Ruggier
s'affligge ed auge Della
battaglia che mal
grado prende. La sua
car" moglier lacrima
e piange. Come la
nuova indi a
poche ore intende. Barte il
bel petto, e
l'auree chiome frange, E
le guance innocenti
irriga e offende; E
chiama con rammarichi
e querele Ruggiero ingrato,
e il suo
destin crudele, 71 D'ogni
fin che sortisca
la contesa, A lei
non può venirne
altro che doglia. Ch'abbia a
morir Ruggiero in
questa impresi Pensar non
vuol; che par
che '1 cor
le toglia:Quando anco,
per punir più
d'una offesa, La ruina
di Francia Cristo
voglia, Oltre che sarà
morto il suo
fratello, Seguirà un danno
a lei più
acerbo e fello; 72
Ohe non potrà,
se non con
biasrao e scorno E
nimìcizia dì tutta
sua gente, Fare al
marito suo mai
più ritorno, Si che
lo sappia ogun
pubblicamente, Come s' avea, pensando
notte e giorno, Più
volte disegnato nella
mente: E tra lor
era la promessa
tale, Ohe 1 ritrarsi
e il pentir
più poco vale. 73
Ma quella usata
nelle cose avverse Di
non mancarle di
soccorsi fidi, Dico Melissa
maga, non sofferse Udirne il
pianto e i
dolorosi gridi:E venne
a consolarla, e
le profferse, Quando ne
fosse il tempo,
alti sussidi, E disturbar
quella pugna futura, Di
ch'ella piange e
si pon tanta
cura. 74 Rinaldo intanto
e F inclito
Ruggiero Apparecchiavan
Tarme alla tenzone, Di
cui dovea Teletta
al Oa vallerò Che del
romano Imperio era
campione. E come quel
che, poi oboi
buon destriero Perde Baiardo,
andò sempre pedone, Si
elesse a pie,
coperto a piastra
e a maglia, Con
Tazza e col
pugnai far la
battaglia. 75 0 fosse
caso, o fosse
pur ricordo Di Malagigi
suo provvido e
saggio, Che sapea quanto
Balisarda ingordo Il taglio
avea di fare
alF arme oltraggio, Combatter senza
spada fur d'accordo L'uno e
l'altro guerrier, come
detto aggio. Del luogo
s'accordar presso alle
mura DelT antiquo Arli,
in una gran
pianura. 76 Appena avea
la vigilante Aurora Dall' ostel di
Titon fuor messo
il capo, Per dare
al giorno terminato,
e all'ora Ch'era prefissa
alla battaglia, capo: Quando
di qua e
di là vennero
fuora I deputati: e questi
in ciascun capo Degli
steccati i padiglion
tiraro, Appresso ai quali
ambi un aitar
fermaro. 77 Non molto
dopo, instrutto a
schiera a schiera, Si
vide uscir l'esercito
pagano. In mezzo armato
e sontuoso v'era Di
barbarica pompa il Re africano; E
s'un baio corsier
di chioma nera, Di
fronte bianca, e
di duo pie
balzano, A par a
par con lui
venia Ruggiero, A cui
servir non è
Marsilio altiero. 78 L'elmo
che dianzi con
travi\glio tanto Trasse di
testa al Re
di Tarlarla, L' elmo che
celebrato in maggior
Canto Portò il troiano
Ettor milT anni
pria, Gli porta il
re Marsilio a
canto a canto: Altri
Principi ed altra
Baronia S' hanno partite Taltrarme
fìra loro, Ricche di
gioie e ben
fregiate d'oro 79 Dall'altra
parte fuor dei
gran ripari Re Carlo
usci con la
sna gente d'arme, Con
gli ordini medesmi
e modi pari Che
terria se venisse
al fatto d'arme. Cingonlo intorno
i suoi famosi
Pari; E Rinaldo è
con lui con
tutte Tarme, Fuorché T
elmo che fu
del re Mambrino, Che
porta Uggier danese,
paladino. 80 E di
due azze ha
il duca Namo
l'una, E l'altra Salamon
re di Bretagua. Carlo da
un lato i
snoi tutti raguna; Dall'altro son
quei d'Africa e di Spagna. Nel
mezzo non appar
persona alcuna; Voto riman
gran spazio di
campagna: Che per bando
comune a chi
vi sale, Eccetto ai duo guerrieri,
è capitale. 81 Poi
che dell'arme la
seconda eletta Si die
al campion del
popolo pagano, Duo sacerdoti,
T un dell' una
setta, L'altro dell' altra, uscir
coi libri in
mano. In quel del
mstro è la vita perfetta Scritta di
Cristo, e T altro
è l'Alcorano: Con quel
dell'Evangelio si fé' innante L'Imperator,
con l'altro il re
Agramante. 82 Giunto Carlo
all'alter che statuito I
suoi gli aveano,
al ciel levò
le palme, E disse: 0
Dio, e' hai
di morir patito Per
redimer da morte
le nostr'alme; 0 Donna,
il cui valor
fu sì gradito. Che
Dio prese da te
l'umane salme, E nove
mesi fu nel
tuo santo alvo. Sempre
serbando il fior
virgineo salvo:83 Siatemi
testimoni, ch'io prometto Per
me e per
ogni mia successione, Al re
Agramante, ed a chi dopo
eletto Sarà al governo
di sua regione, Dar
venti some ogni
anno d'oro schietto, S' oggi qui
riman vinto il
mio campione; E ch'io
prometto subito la
trìegua Incominciar che poi
perpetua segua 84 £
se'n ciò manco,
subito sfaccenda La formidabil
ira dambidui La qnal
me solo e
i miei figliuoli
offenda, Non alcun altro
che sìa qui
con nui; Sì che
in brevissima ora
si comprenda che sia il mancar
della promessa a vui.
Così dicendo, Carlo
sul Vangelo Tenea la
mano, e gli
occhi fissi al
cielo. 87 Ruggier promette,
se della tenzone Il
suo Re Tiene
o manda a
disturbarlo, Che né suo
guerrier più, né
suo barone £sser mai
vuol, ma darsi
tutto a Carlo. Giara
Rinaldo ancor, che
se cagione Sarà del
suo Signor quindi
levarlo. Finché non resti
vinto egli o
Ruggiero, Si farà d'Agramante
cavaliero. 85 Si levan
quindi, e poi
vanno all'altare Che
riccamente avean Pagani
adomo; Ove giurò Agramante,
eh' oltre al
mare, Con V esercito
suo farà ritomo, Ed
a Carlo daria
tributo pare, Se restasse
Ruggier vinto quel
giorno: E perpetua tra
lor triegua saria, Coi
patti ch'avea Carlo
detti pria. 86 E
similmente con parlar
non basso, Chiamando in
testimonio il gran
Maumette, Sul libro che
in man tiene
il suo Papasso, Ciò
che detto ha,
tutto osservar promette Poi
del campo si
partono a gran
passo, E tra i
suoi l'uno e
l'altro si rimette: Poi
quel par di
campioni a giurar
venne; E'I giuramento lor
questo contenne. 88 Poi
che le cerimonie
finite hanno, Si ritoma
ciascun dalla sua
parte; Né v'indugiano molto,
che lor danno Le
chiare trombe segno
al fiero Marte. Or
gli animosi a
ritrovar si vanno, Con
senno i passi
dispensando ed arte. Ecco
si vede incominciar
l'assalto Sonar il ferro,
or girar basso,
or alto. 89 Or
innanzi col calce,
or col martello Accennau quando
al capo e
quando al piede, Con
tal destrezza e
con modo si
snello. Cli'ogni credenza il
raccontarlo eccede. Ruggier, che
combattea centra il
fratello Di chi la
misera alma gli
possiede, A ferir lo
venia con tal
riguardo, Che stimato ne
fu manco gagliardo. 90 Eia
a parar, più
eh' a ferire, intento; E
non sapea egli
stesso il suo
desire. Spegner Rinaldo saria
mal contento; Né vorria
volentieri egli morire. Ma
ecco giunto al
termine mi sento, Ove
convien l'istoria diflFerire. Nell'altro Cauto
il resto intenderete, S'udir nell'altro
Canto mi verrete. NOTE: St. 2.
v.4. Creso o
Crasso: V uno
fa re di
Lidia, l'altro patrizio romiiio,
tutti e due
ricchissimi. St. 12. V.3.
Alla Tirinzia foce:
allo stretto di Gibilterra, formato
dalle colonne d'Ercole,
soprannomi nato alcune volte Tirinzio,
perchè educato in
Tirinta, antica città del
Peloponneso. St. 20. V.8.
Albracca assediar col
suo girone: con tutto
il grosso cerchio
delle più alte
fortezze inteme. St. 26.
v.1. Sm mcìo
o/afo. iiiteiidesi l'Ippogiifo.
St. 29.
v 56 Anstrino
vento: vento che
spira da mezzogiorno. St 31
.v.2. Ela medesma
luce: e nello stesso
giorno. St. 35. V.6.
Il re di Fersa e
il re de
ili Algazeri. Il primo
nominavasi Folvo, e
l'altro Bua far. st.
3. V.6. Mota:
mossa, agitata. St. 41.
V.6. Flesio: piegato. St.
4:1 V.78. L'arene
a cui Camhise,
ecc. Questo re di
Persia spedi uu
esercito contro gli
Ammonì, popoUi della Libia
ai confini della
Cirenaica, e i
soldati restarono sepolti sotto
l'arena sollevata dal
vento. St. 47. V.7.
Volterà il calvo
ove ora il
erin u mostra" La
Fortuna rappresentasi con
un sol daffa
di capelli sul davanti
del capo, e
calva in tutto
il rìmaaeot?. St. 57.
V.7. Battro: antica
città, tr& il
Caucaso ed il mar
Caspio. É qui
usato senz'altro per
paese lontano. come dire
fino al più
lontano oriente. St. 77.
V.18. Instrutto: qui disposto. St.
78. V.3. In
maggior Canto: neW Iliade
di Onero. St. 79.
V.5. J suoi
famosi Pari: i
paladini, ch'e rano dodici, e
cosi detti perchè
tutti di egnal
disnirà nella corte di
Carlo. St. 80. V.28.
/; capitale: è delitto
da pnnirsi con U
morte. St. 86. V.3.
Papasso: sacerdote. XXXIX Stanza
27 Htilrnsn f'ol m'Kf>
iU un ìnriiiilosiiiio Th
vho jjrmanl romim
I palli gì II
rati uello fTaliilire
il dm'llo; ijuìjiili
vonono alle mani
i dne PHcrciti, e
i >I{ii i hanno
la l>'f;io. Astolfo
fa proiieze iit
Afika e vi crK'n
iini llolta. Egli
d i suoi
conipapiù s'Imbniltoiio in
Orlando, li Astfilfii gli
rfinde il siivun
Afìraiìiante, pojtosl alla
vela, con le Kilt''
tTUppi iiTC'tintra Isti
JUdta crbtiaiia. da
imi vk'iio a>sdalLto. !/aflUnnri di
Riisiier ben veramente K
K(]ira tsgif ftlrro
duro, acerba e
forte, T"i cui tràvas:li;i
il cur|ìii, e
pili la mente Puìcìiè
di due fntir
non può una
mnrte; o dEi Riimldo,
5=e di lui
posseiito Fia Tiii'iio; 0
P" tiii più.
dalla couìorte: (he tìel
fratel le uccide,
sa clf incorre Xeir odio
suo, che più
clic nicirtc abburre KiniiMo, die
non h;x simìl
jfeniiiery. Tu ri] tri i
lujili alla virluria
asjiira: Mtna deirjiKza dispetroso
e riero; (nauibi allt
braccia e quando
al capo mìr;\. Vultcfiaudo con
Taita il Luou
Riu%nerfi Ribatte il colpo,
e quinci e
quindi gira; E se
percuote pur, disegna
loco Ove possa a
Rinaldo nuocer poco. B
Alla più parte
dei Signor pagani
Troppo par disegnai
esser la zuffa: Troppo
è Ruggier pigro
a menar le
mani; Troppo Rinaldo il
giovine ribuffa. Smarrito in
faccia il Re
degli Africani Mira l'assalto,
e ne sospira
e sbuffa; Ed accusa
Sobrin, da cui
procede Tutto l'error, cbe'l
mal consiglio diede. 4 Melissa in
questo tempo, ch'era
fonte di quanto sappia
incantatore o mago, Avea
cangiata la femminil
fronte, E del gran
Re d' Algier presa
IMmago. Sembrava al viso,
ai gesti Rodomonte, E
pnrea armata di
pelle di drago; E
tal lo scudo,
e tal la
spada al fianco Avea,
quale usava egli,
e nulla manco. 5
Spinse il Demonio
innanzi al mesto
fiorilo Del re Troiano,
in forma di cavallo;
K con
gran voce e con turbato
ciglio Disse: Signor, questo
è pur troppo
fallo. Oh' un giovene inesperto
a far periglio Contra un si forte
e si famoso
Gallo Abbiate eletto in
cosa di tal
sorte, Che'l regno e
Touor d'Africa n'importe. 6
Non sì lassi
seguir questa battaglia, Che ne
sarebbe in troppo
detrimento. Su Rodomonte sia;
né ve ne
caglia L'avere il patto
rotto e'I giuramento. Dimostri ognun,
come sua spada
taglia: Poich'io ci sono, ognun
di voi vai
cento. Potè questo parlar
si in Agr.imante, Che, senza
più pensar, si
cacciò innante. 7 II
creder d'aver seco
il Re d'Algieri Fece che si curò
poco del patto; E
non avria di
mille cavalieri Giunti in suo aiuto
si gran stima
fatto. Perciò lance abbassar,
spronar destrieri Di qua
dì là veduto
fu in un
tratto. Melissa, poi che
con sue finte
larve La battaglia attaccò,
subito sparve. 8 I duo
campion, che vedono
turbarsi Contra ogni accordo,
contra ogni promessa. Senza più
l'un con l'altro
travagliarsi, Anzi ogni ingiuria
avendosi rimessa. Fede si
dan, né qua
né là impacciarsi, Finché la
cosa non sia
meglio espressa, Chi stato
sia che i
patti ha rotto
innante, O'I vecchio Carlo,
o'I giovene Agramante. 9
E replican con
nuovi giuramenti D'esser nimici
a chi mancò
di fede. Sozzopra se
ne van tutte
le genti:Chi porta
innanzi, e chi
ritorna il piede. Chi
sia fra i vili, e
chi tra i
più valenti, In un
atto medesimo si
vede. Son tutti parimente
al correr presti; Ma
quei cirrono innanzi,
e indietro questi. 10
Come levrier che la fugace
fera Correre intorno ed
aggirarsi mira, Né può
con gli altri
cani andare in
schiera. Che'l cacciator lo
tien, si strugge
d'ira Si tormenta, s'affligge
e si dispera, Schiattisce indamo,
e si dibatte
e tira: Cosi sdegnosa
infin allora stata Marfisa
era quel di
con la cognata. 11
Fin a quell'ora
avean quel dì
vedute Si ricche prede
in spazioso piano; E
che fosser dal
patto ritenute Di non
poter seguirle e
porvi mano . Rammaricate s' erano
e dolute, E n' avean
molto sospirato invano. Or
che i patti
e le triegue
vider rotte, Liete saltar
nell'africane frotte. 12 Marfisa
cacciò l'asta per
lo petto Al primo
che scontrò, due
braccia dietro: Poi trasse
il brando, e
in men che
non V ho
dett Spezzò quattro elmi
che sembrar di
vetro. Bradamante non fé' minore
effetto; Ma l'asta d'or
tenne diverso metro: Tutti
quei che toccò,
per terra mise; Duo
tanti fur, né
però alcuno uccise. 13
Questo si presso
l'una all'altra fero, Che
testimonie se ne
flir tra loro; Poi
si scostare, ed
a ferir si
diero, Ove le trasse
l'ira, il popol
moro. Chi potrà conto
aver d'ogni guerriero Ch'a terra
mandi quella lancia
d'oro? E d'ogni testa
che tronca o
divisa Sia dall'orribil spada
di Marfisa? 14 Come
al soffiar de' più
benigni venti. Quando Apennin
scopre l'erbose spalle, Muovonsi a
par duo turbidi
torrenti . Che nel cader
fan poi diverso
calle; Svellono i sassi
e gli arbori
eminenti Dall'alte ripe, e
portan nella valle Le
bia'e e i
campi; e quasi
a gara fanno A
chi far può
nel suo cammin
più danno: 611 15 Così
le due magnanime
guerriere, Scorrendo il campo
per diversa strada, Gran
strage fan neir africane
schiere, Lnna con Tasta,
e 1 altra con
la spada. Tiene Adamante
a pena alle
bandiere La gente sua,
eh' in fuga
non ne vada. Invan
domanda, invan volge
la fronte; Né pnò
saper che sìa
di Rodomonte. 16 A
conforto di lui
rotto avea il
patto (Cosi credea) che
fu solennemente, I Dei
chiamando in testimonio,
fatto; Poi s era
dileguato sì repente. Né
Sobria vede ancor.
Sobrin ritratto lu Arli
s'era, e dettosi
innocente; Perchè di quel
pergiuro aspra vendetta Sopra Agramante
il dì medesmo
aspetta. 17 Marsilio anco
è fuggito nella
terra; Si la religi'on
gli preme il
core. Perciò male Agramante
il passo serra A
quei che mena
Carlo imperatore, D Italia,
di Lamagna e
d'Inghilterra, Che tutte genti
son d'alto valore; Ed
hanno i Paladin
sparsi tra loro, Come
le gemme in
un ricamo 4
oro:18 E presso
ai Paladini alcun
perfetto, Quanto esser possa
al mondo cavaliero, Guidon Selvaggio,
l'intrepido petto, E i duo famosi
figli d'Oliviero. Io non
voglio ridir, ch'io
l'ho già detto. Di
quel par di
donzelle ardito e
fiero. Questi uccidean di
genti saraeine Tanto, che
non v'è numero
né fine. 19 Ma,
differendo questa pugna
alquanto. Io vo' passar senza
navilio il mare. Non
ho con quei
di Francia da
far tanto. Ch'io non
m'abbia d'Astolfo a
ricordare. La grazia che
gli die l'Apostol
santo Io v'ho già
detto, e detto
aver mi pare Che'l
re Branzardo e
il Re dell'Algazera Per girgli
incontra armasse ogni
sua schiera. 20 Furon
di quei ch'aver
poteano in fretta. Le
schiere di tu tt' Africa
raccolte. Non men d'inferma
età che di
perfetta; Quasi eh' ancor le
femmine fur tolte. Agramante ostinato
alla vendetta, Avea già
vota l'Africa due
volte. Poche genti rimase
erano, e quelle Esercito facean
timido e imbelle. 21
Ben lo mostrar;
che gl'inimici appena Vider
lontan, che se
n'andaron rotti. Astolfo, come
pecore " li
mena Dinanzi ai suoi
di guerreggiar più
dotti, E fa restarne
la campagna piena: Pochi
a Biserta se
ne son ridotti: Prigion rimase
Bucifar gagliardo; Salvossi nella
terra il re
Branzardo. 22 Via più
dolente sol di
Bucifaro, Che se tutto
perduto avesse il
resto. Biserta è grande,
e farle gran
riparo Bisogna, e senza
lui mal pnò
far questo. Poterlo riscattar
molto avria caro. Mentre
vi pensa, e ne sta
afflitto e masto, Gli
viene in mente
come tieu prigione Già
molti mesi il
paladin Dudone. 23 Lo
prese sotto a
Monaco in riviera U
Re di Sarza
nel primo passaggio. Da
indi in qua
prigion sempre stato
era Dudon, che del
Danese fu lignaggio. Mutar costui
col Re dell'Algazera Pensò Branzardo,
e ne mandò
messaggio Al capitan de' Nubi
perchè intese. Per vera
spia, eh' egli
era Astolfo' inglese. 24
Essendo Astolfo paladin,
comprende Che dee aver
caro un paladino
sciorre. Il gentil Duca,
come il caso
intende, Col re Branzardo
in un voler
concorre. Liberato Dudon, grazie
ne rende Al Duca,
e seco si
mette a disporre Le
cose che appartengono
alla guerra, Così quelle
da mar, come
da terra. 25 Avendo
Astolfo esercito infinito Da
non gli far
sette Afriche difesa; E
rammentando come fu
ammonito Dal santo Vecchio,
che gli die
l'impresa, Di tor Provenza
e d'Acquamorta il
lito Di man de'
Saracin che l'avean
presa:D'una gran turba fece nuova
eletta. Quella ch'ai mar
gli parve manco
inetta). 26 Ed avendosi
piene ambe le
palme, Quanto potean capir,
di varie fronde A
lauri, a cedri
tolte, a olive,
a palme, Venne sul
mare, e le
gittò nell' onde, uh felici
e dal Ciel
ben dilette alme! Grazia
che Dio raro
a' mortali infonde! Oh stupendo
miracolo che nacque Di quelle
frondi, come fur
nell'acque! 27 Crebbero in
quantità fuor d'ogni stima; Si
feron curve e
grosse e lunghe
e gravi; Le vene
cVa traverso aveano
prima, Mutaro in dure
spranghe e in
grosse travi; E rimanendo
acute in ver
la cima, Tutto in
un tratto diventaro
navi Di differenti qualitadi,
e tante, Quante raccolte
fur di varie
piante. 28 Miracol fu
veder le fronde
sparte Pro'lur f uste, galee,
navi da gabbia. Fu
mirabile ancor, che
vele e sarte E
remi avean, quanto
alcun legno n'abbia. Non
mancò al Duca
poi chi avesse
l'arte Di governarsi alla
ventosa rabbia; Che di
Sardi e di
Córsi non remoti, Nocchier, padron,
pennesi ebbe e
piloti. 29 Quelli che
entraro in mar,
contati foro Ventiseimila, e
gente d'ogni sorte. Dudon
andò per capitano
loro, Cavalier saggio, e
in terra e
in acqua forte. Stava
Tarmata ancora al
lito moro, Miglior vento
aspettando che la
porte, Quando un naviglio
giunse a quella
riva, Che di presi
guerrier carco veniva. 30
Portava quei ch'ai
periglioso ponte, Ove alle
giostre il campo
era sì stretto, Pigliato avea
l'audace Rodomonte, Come più
volte io v'
ho di sopra
detto. Il cognato tra
questi era del
Conte; E il fedel
Brandimarte e Sansonetto, Ed altri
ancor, che dir
non mi bisogna, D'Alemagna, d'Italia
e di Guascogna. Èl Quivi
il nocchier, eh' ancor
non s'era accorto Degl'inimici, entrò
con la galea, Lasciando molte
mislia addietro il
porto D'AIgieri, ove calar
prima volea. Per un
vento gagliardo ch'era
sorto, E spinto oltre
il dover la
poppa avea. Venir tra
i suoi credette,
e in loco
fido, Come vien Progne
al suo loquace
nido. 32 Ma come
poi l'imperiale Augello, I
Gigli d'oro, e
i Pardi vide
appresso, Restò pallido in
faccia, come quello Che'l
piede incauto d'improvviso
ha messo Sopra il
serpente venenoso e
fello, Dal pigro sonno
in mezzo l'erbe
oppresso; Che spaventato e
smorto si ritira, Fuggendo quel
eh' è pien di
tosco e d'ira. 33
Già non potè
fuggir quindi il
nocchiero t Né tener
seppe i prigion
suoi di piatto. Con
Brandimarte fu, con
Oliviero, Con Sansonetto e
con molti altri
tratta Ove dal Duca
e dal fìgliuol
d' Uggiero Fu lieto viso
agli suo' amici fatto; E
per mercede, lui
che li condusse, Volson che
condannato al remo
fusse. 34 Come io
vi dico, dal
figliuol d' Otone I cavalier
Cristian furon ben
visti, E di mensa
onorati al paliglione. D'arme e di ciò
che bisognò provvisti. Per amor
d'essi differì Dudone L'andata sua;
che non minori
acquisti Di ragionar con
tai baroni estima, Che
d'esser gito uno
o due giorni
prima. 35 In che
stato, in che
termine si trove E
Francia e Carlo,
istruzion vera ebbe; E
dove più sicuramente,
e dove, Per far
miglior effetto, calar
debbe. Mentre da lor
venia intendendo nuove, S'udì
un rumor che
tuttavia più crebbe; E
un dar all'arme
ne segui si
fiero. Che fece a
tutti far più
d'un pensiero. 36 II
duca Astolfo e la compagnia
bella. Che ragionando insieme
si trovare. In un
momento armati furo
e in sella, E
verso il maggior
grido in fretta
andaro, Di qua di
là cercando pur
novella Di quel remore;
e in loco
capitalo. Ove videro un
uom tanto feroce. Che
nudo e solo
a tutto '1 campo
nuoce. 37 Menava un
suo baston di
legno in volta, Ch'era
si duro e
si grave e sì fermo, Che
declinando quel, facea ogni volta Cader
in terra un
uom peggio ch'infermo. Già a più
di cento avea
la vita tolta; Né
più se li
facea riparo o
schermo. Se non tirando
di lontan saette:Da
presso non é
alcun già che
Paspette. 38 Dudone, Astolfo,
Brandimarte essendo Corsi in
fretta al remore,
ed Oliviero, Della gran
forza e del
valor stupendo Stavan maravigliosi
di quel fiero; Quando
venir s'un palafren
correndo Videro una donzella
in vestir nero. Che
corse a Brandimarte
e salutollo, E gli
alzò a un
tempo ambe le
braccia al collo. Stanza
15. 39 Questa era
Fiordilìgi, che si
acceso Ayea d'amor per
Brandimarte il core, Che,
quando al ponte
stretto il lasciò
preso, Vicina ad impazzar
fu di dolore. Di
là dal mare
era passata, inteso Avendo
dal Pagan che
ne fu autore, Che
mandato con molti
cavalieri Era prigion nella
città d Algieri. 40
Quando fu per
passare, avea trovato A
Marsilia una nave
di Levante, Ch' un
vecchio cavaliere avea
portato Della famiglia del
re Monodante; Il qual
molte provincie avea
cercato, Quando per mar,
quando per terra
errante, Per trovar Brandimarte;
che nuova ebbe Tra
via di lui,
eh' in Francia
il troverebbe. 41 Ed
ella conosciuto che
Bardino Era costui, Bardino
che rapito Al padre
Brandimarte Piccolino, Ed a
Rocc\ Silvana avea
no trito, E la
cagione incesa del
cammino, Seco fatto l'avea
scioglier dal Jito, Avendogli narrato
in che maniera Brandimarte passato in Africa era. 42 Tosto
che furo a
terra, udir le
nuove, Ch'assediata da Astolfo
era Biserta. Che seco
Brandimarte si ritrove Udito
avean, ma non
per cosa certa. Or
Fiordiligi in tal
fretta si muove, Come
lo vede, che
ben mostra aperta Queir
allegrezza ch'i precessi
guai Le fero la
maggior ch'avesse mai. Stanza
40. 43 II gentil
Cavalier, non men
giocondo Di veder la
diletta e fida
moglie, Ch'amava più che
cosa altra del
mondo. L'abbraccia e stringe,
e dolcemente accoglie: Né
per saziare al
primo né al
secondo Né al terzo
bacio era l'accese
voglie; Se non ch'alzando
gli occhi, ebbe
veduto Bardin che con
la donna era
venuto. 44 Stese le
mani, et abbracciar
lo volle, E insieme
domandar perchè venia; Ma
di poterlo far
tempo gli tolle Il
campo ch'in disordine
fuggia Dinanzi a quel
boston che '1 nudo
folle Menava intorno, e
gli facea dar
via. Fiordiligi mirò quel
nudo in fronte, E
gridò a Brandimarte: Eccovi il
Conte. 45 Astolfo tutto
a un tempo, ch'era
quivi, Che questo Orlando
fosse, ebbe palese Per
alcun segno che
dai vecchi Divi Su
nei terrestre Paradiso
intese. Altrimente resuavan tutti
privi Di cognizion di
quel Signor cortese, Che
per lungo sprezzarsi,
come stolto, Avea di
fera, più che
d'uomo, il volto. 46
Astolfo, per pietà,
che gli trafisse Il
petto e il
cor, si volse
lacrimando:Et a Dudon,
che gli era
appresso, disse, Et indi
ad Oliviero: Eccovi
Orlando. Quei gli occhi
alquanto e le
palpebre fisse Tenendo in
lui, l'andar raffigurando; E '1
ritrovarlo in tal
calamitade, Gli empi di
maraviglia e di
pietade. 47 Piangeano quei
Signor per la
più parte; Si lor
ne dolse, e lor ne
'ncrebbe tanto. Tempo è, lor disse
Astolfo, trovar arte Di
risanarlo, e non
di fargli il pianto:E saltò
a piedi, e cosi Brandimarte, Sansonetto, Oliviero
e Dudon santo; E
s' avventar(c) al nipote
di Carlo Tutti in
un tempo; che
volean pigliarlo. 48 Orlando
che si vide
fare il cerchio, Menò
il baston da
disperato e folle; Et
a Dudon, che
si facea coperchio Al
capo dello scudo,
ed entrar volle, Fé'
sentir ch'era grave
di soperchio:E se
non che Olivier
col brando tolle Parte
del colpo, avria
il bastone inginsto Rotto lo
scudo, l'elmo, il
capo e il
busto. 49 Lo scudo
roppe solo, e su Telmetto Tempestò sì, che
Dudon cadde in
terra. Menò la spada
a un tempo
Sansonetto, E del baston
più di duo
braccia afferra Con valor
tal, che tutto
il taglia netto. Brandimarte, eh'
addosso se gli
serra, Gli cinge i
fianchi, quanto può,
con ambe Le braccia,
e Astolfo il
piglia nelle gambe. 50
Scuotesi Orlando, e
lungi dieci passi Da
sé l'Inglese fé'
cader riverso:Non fa
però che Brandimarte
il lassi. Che con
più forza l'ha
preso a traverso. Ad
Olivier, che troppo
innanzi fassi, Menò un
pugno sì duro
e si perverso, Che
lo fé' cader pallido
ed esangue, E dal
naso e dagli
occhi uscirgli il
sangue. 51 E se
non era l'elmo
più che buono Ch'
avea Olivier, V
avria quel pugno
ucciso:Cadde però, come
se fatto dono Avesse
dello spirto al
Paradiso. Dudone e Astolfo
che levati sojo, Benché
Dudone abbia gonfi "to il
viso, E Sansonetto che'l
bel colpo ha
fatto, Addosso a Orlando
son tutti in
un tratto. 55 Come
egli è iu
terra, gli son
tutti addosso, E gli
legan più forte
e piedi e
mani. Assai di qua
di là sè
Orlando scosso; Ma sono
i suoi risforzi
tutti vani. Comanda Astolfo
che sia quindi
mosso, Che dice voler
far che si
risani. Dudon eh' è grande,
il leva in
su le schene E
porta al mar
sopra T estreme
arene. "faPrt, Stanza 51.
56 Lo
fa lavar Astolfo
sette volte, E sette
volte sotto acqua
l'attuffa; Si che dal
viso e dalle membra stolte Leva
la brutta roghine
e la muffa: Poi
con cert' erbe,
a questo effetto
colte La bocca chiuder
fi, che soffia
e buffa; Che non
volea ch'avesse altro
meato Onde spirar, che
per lo naso,
il fiato. 57 Aveasi
Astolfo apparecchiato il
vaso, Tn che il vsenno d'Orlando
era rinchiuso; E quello
in moflo appropinquogli al
naso. Che nel tirar
che fece il
fiato in suso, Tutto il votò. Maraviglioso
caso ! Che ritornò la mente al
primier uso; E ne' suoi
bei discorsi l'intelletto Rivenne, più
che mai lucido
e netto. 02 Dudon
con rran vigor
dietro V abbraccia . Pur tentando
col pie farlo
cadere: Astolfo e gli
altri gli han
prese le braccia, Xè
Io puon tutti
insieme anco tenere. Chi
ha visto toro
a cui si
dia la caccia, E
eh' alle orecchie abbia
le zanne fiere, Correr
mugliando, e trarre
ovunque corre I cani
seco, e non
potersi sciorre; 53 Immagini
ch'Orlando fosse tale, Che
tutti quei gnerrier
seco traea. Tn quel
tempo Olivier di
terra sale, Là dove
steso il gran
pugno l'avea; E visto
che cosi si
potea male Far di
lui quel ch'Astolfo
far volea. Si pensò
un modo, et
ad effetto il
messe, Di far cader
Orlando, e gli
successe. 54 Si fé' quivi
arrecar più d'una
fune, E con nodi
correnti adattò presto; Ed
alle gambe ed
alle braccia alcune Fé' porre al
Conte, ed a
traverso il resto. Di
quelle i capi
poi parti in
comune, E li diede
a tenere a
quello e a
questo. Per quella via
che maniscalco atterra Cavallo 0
bue, fu tratto
Orlando in terra. Stanza
54. 58 Come chi
da noioso e
grave sonno, Ove, 0
veder abbominevol forme Di
mostri che non
son, né eh'
esser ponno, 0 gli
par cosa far
strana ed enorme, Ancor
si maraviglia, poi
che donno È fatto
de' suoi sensi, e
che non dorme; Così
poi che fa
Orlando d'error tratto. Restò
maraviglioso e stupefatto. 59 E
Brandimarte, e il f
ratei d'Alda bella, E
qnel cheU senno
in capo gli
ridusse, Pur penando liguarda,
e iron favella, Com'egli quivi,
e quando si
condusse. Girava gli occhi
in questa parte
e in quella Né
sapea imaginar dove
si fusse; Si maraviglia
che nudo si
vede, E tante funi
ha dalle spalle
al piede. 60 Poi
disse, come già
di?se Sileno A quei
che lo legar
nel cavo speco:Solvite
me, con viso
si sereno, Con guardo
sì men dell'usato
bieco, Che fu slegato,
e de' panni ch'avieno Fatti arrecar
parteciparon seco;
Consolandolo tutti del
dolore. Che lo premea,
di quel passato
errore. stanza 67. HI Poi
che fu all'esser
primo ritornato Orlando più
che mai saggio
e virile, D'amor si
trovò insieme liberato; Si
che colei che
sì bella e
gentile Gli parve dianzi,
e eh' avea
tanto amato, Non stima
più, se non
per cosa vile. Ogìii
suo studio, ogni
disio rivolse A racquistar
quanto già Amor
gli tolse. 62 Narrò
Bardino intanto a
Brandimarte, Che morto era
il suo padre
Monodante; E che a
chiamarlo al regno
egli da parte Veniva
prima del fratel
Gigliante, Poi delle genti
ch'abitan le sparte Isole
in mare, e
l'ultime in Levante; Di
che non era
un altro regno
al mondo Si ricco,
populoso, o si
giocondo. 63 Disse, tra
più ragion, che
dovea farlo. Che dolce
cosa era la
patria; e quando Si
disponesse di voler
gustarlo, Avria poi sempre
in odio andare
errando. Brandimarte
rispose, voler Carlo Servir
per tutta questa
guerra e Orlando; E
se potea vederne
il fin, che
poi Penseria meglio sopra
i casi suoi. 64
II di seguente
la sua armata
spinse Verso Provenza il
figlio del Danese:Indi
Orlando col Duca
si ristrinse, Ed in
che stato era
la guerra, intese: Tutta
Biserta poi d'assedio
cinse, Dando però l'onore
al Duca inglese D'ogni vittoria;
ma quel Duca
il tutto Facea, come
dal Conte venia
instmtto. V. V stanza 44. 65
Ch' ordine abbian
tra lor, come
s' assaglia La gran Biserta,
e da che
lato e quando, Come
fu presa alla
prima battaglia, Chi neir
onor parte ebbe
con Orlando, S'io non
vi seguito ora,
non vi caglia; ChMo
non me ne
vo molto dilungando. In questo
mezzo di saper
vi piaccia Come dai
Franchi i Mori
hanno la caccia. 66
Fu quasi il
re Agramante abbandonato Nel pericol
maggior di quella
guerra; Che con molti Pagani
era tornato Brarsilio e 1 re
Sobrin dentro alla
terra; Poi su V
armata e questo
e quel montato, Che
dubbio avean di
non salvarsi in
terra; E duci e
cavalier del popol
moro Molti seguito avean
T esempio loro. 67
Pure Agramante la
pugna sostiene; E quando
finalmente più non
puote, Volta le spalle,
e la via
dritta tiene Alle porte
non troppo indi
remote. Babican dietro in
gran fretta gli
viene, Che Bradamante stimola
e percuote. D'ucciderlo era
disiosa molto; Che tante
volte il suo
Buggier le ha
tolto. 68 II medesmo
desir Marfìsa avea, Per
far del padre
suo tarda vendetta, E
con gli sproni,
quanto più potea, Facea
il destrier sentir
ch'ella avea fretta. Ma
né l'una né
l'altra vi giungea Sì
a tempo, che
la via fosse
intercetta Al Be d'entrar
nella città serrata. Et
indi poi salvarsi
in su l'armata. 71
E fatto sopra
il Bodano tagliare I
ponti tutti. Ah
sfortunata plebe, Che dove
del tiranno utile
appare, Sempre è in
conto di pecore
e di zebe! Chi
s'affoga nel fiume
e chi nel
mare, Chi sanguinose fa
di sé le
glebe. Molti perir, pochi
restar prigioni; Che pochi
a farsi taglia
erano buoni. 72 Della
gran moltitudine ch'uccisa J'u
da ogni parte
in quest' ultima
guerra (Benché la cosa
non fu ugual
divisa, Ch' assai più
andar dei Saracin
sotterra Per man di
Bradamante e di
Marfisa), Se ne vede
ancor segno in quella terra; Che
presso ad Arli,
ove il Bodano
stagna Piena di sepolture
è la campagna. Stanza 71. 69
Come due belle
e generose par de
Che fuor
del lascio sien
di pari uscite, Poscia eh'
i cervi o
le capre gagliarde Indarno aver
si veggano seguite. Vergognandosi quasi,
che fur tarde, Sdegnose se
ne tornano e
pentite; Cosi tornar le due donzelle,
quando Videro il Pagan
salvo, sospirando. 73 Fatto
avea intanto il
re Agramante sciorre E
ritirar in alto
i legni gravi, Lasciando alcuni,
e i più
leggieri, a torre Quei
che volean salvarsi
in su le
navi. Vi sté duo
di, per chi f
uggia raccorre; E perchè
i venti eran
contrari e pravi, Fece
lor dar le
vele il terzo
giorno; Ch'in Africa credea
di far ritorno. 70 Non
però si fermar;
ma nella frotta Degli
altri cbe fuggivano
cacciarsi, Di qua di
là facendo ad
ogni botta Molti cader,
senza mai più
levarsi. A mal partito
era la gente
rotta, Che per fuggir
non potea ancor
salvarsi; Oh' Agramante avea
fatto, per suo
scampo, Chiuder la porta
ch'uscia verso il
campo, 74 II re
Marsilio, che sta
in gran paura Ch'alia
sua Spagna il fio pagar
non tocche, E la
tempesta orribilmente oscura Sopra
i suoi campi
all' ultimo non scocche; Si
fé' porre a Valenza,
e con gran
cura Cominciò a riparar
castella e rocche, E
preparar la guerra
che fu poi La
sua mina e
degli amici suoi. 75 Verso
Africa Agramante alzò
le vele De' legni
male armati, e
vóti quasi; D'uomini vóti,
e pieni di
querele, Perch'in Frapcia i tre quarti
eran rimasi. Chi chiama
il Re superbo,
chi crudele, Chi stolto;
e, come avviene
in simil casi, Tutti
gli voglion mal
ne' lor secreti; Ma
timor n'hanno, e stan per
forza cheti. 7 ti
Pur duo talora
o tre schindon
le labbia . Ch'amici
sono, e che
tra lor s'han
fede, E sfogano la
collera e la
rabbia; E '1 mìsero
Agramante ancor si
crede Ch'ognun gli porti
amore, e pietà
gli abbia: E questo
gì' intervien, perchè
non vede Mai visi
se non finti,
e mai non
ode Se non adnlazìon,
menzo2ne e frode. stanza
dò. 77 Erasi consigliato
il Re africano Di
non smontar nel
porto di Biserta; Però
eh' avea del
popol nubiano, Che quel
lito tenea, novella
certa; 3! a tenersi disopra
si lontano, Che non
fosse acre la
discesa ed erta; Mettersi in
terra, e ritornare
al dritto A dar
soccorso al suo
popolo afflitto. 78 Ma il suo
fiero destin, che
non risponde A quella
iutenzi'on provida e
saggia, Vuol che l'armata
che nacque di
fronde IJracolosamente nella spiaggia, E
vien solcando inverso
Francia l'onde, Con questa
ad incontrar di
notte s' aggia, A nubiloso
tempo, oscuro e
tristo, Perchè sia in
più disordine sprovvisto. 79 Non ha
avuto Agramante ancora
spia, Ch' Astolfo mandi
un' armata si
grossa; Né creduto anco, a
chi'l'dicesse, avria, Che
cento navi un
ramuscel far possa: E
vien senza temer
ch'intorno sia Chi contra
lui s'ardisca di
far mosa; Né pone
guardie né veletta
in gabbia, Che di
ciò che si
scopre avvisar abbia. 80
Si che i
navili che d'Astolfo
avuti Avea Dudon, di
buona gente armati, E
che la sera
avean questi veduti, Ed
alla volta lor s'
eran drizzati, Assalir gli
nemici sprovveduti. Gì t
taro i
ferri, e sonsi
incatenati, Poich'ai parlar certificati
foro Ch' erano Mori,
e gì' inimici
loro. 6181 Xell'arrivar cbe
i gran navili
fénno (Spirando il vento
a lor desir
secondo), Nei Saracin con
tale impeto dènno, Che
molti legni ne
cacciaro al fondo: Poi
cominciaro oprar le
mani e il
senno, £ ferro e
fuoco e sassi
di gran pondo, 'J
irar con tanta
e si fiera
tempesta, Che mai non
ebbe il mar
simile a questa. 82
Quei di Dndone,
a cui possanza
e ardire Più del
solito è lor
dato di sopra (Che
venuto era il
tempo di puuire I
Saracin di più
duna mal'opra), Sanno appresso
e lontau si
ben ferire, Che non
trova Agramante ove
si copra. Gli cade
sopra un nembo
di saette; Da Iato
La spade e
graffi e picche
e accette. 83 D'alto
cader sente gran
sassi e gravi, Da
macchine cacciati e
da tormenti; £ prore
e poppe fracassar
di navi, £d aprire
usci al mar
larghi e patenti:£'1
maggior danno è
degPiucendj pravi, A nascer
presti ad ammorzarsi
lenti. La sfortunata ciurma
si vuol tórre Del
gran periglio, e
via più oguor
vi corre. 84 Altri,
che'l ferro e T
inimico caccLi, Nel mar
si getta, e
vi s'affoga e
resta; Altri, che muove
a tempo piedi
e braccia, Va per
salvarsi o in
quella barca o
in questa Ma quella,
grave oltre il
dover, lo scaccia. E
la man, per
salir troppo molesta, Fa
restare attaccata nella
spoudi: Ritorna il resto
a far sanguigna
l'onda. 85 Altri, che
spera in mar
salvar la vica, 0
perderlavi ahnen con
minor pena. Poiché notando
non ritrova aita, £
mancar sente i'auimo
e la lena, Alla
vorace fiamma eh'
ha fugglta, La tema
di annegarsi auco
rimena: S'abbraccia a un
legno ch'arde e
per timore Ch' ha
di du3 morti,
in ambe se
ne muore. 86 Altri,
per tema di
spiedo o d'accetta Che
vede appresso al
mar ricorre invano, Perchè dietro
gli vien pietra
o saetta Che non
lo lascia andar
troppo lontano. Ma saria
forse, mentre che
diletta Il mio cantar,
consiglio utile e sino
Di finirlo, piuttosto
che seguire Tanto, che
v'aimoiasse il troppo
dire. NOTE. St. 3. V.4.
Troppo.... ribuffa: troppo si
affretta a menar colpi. St.
22. v.8. n
paladin Dudone. Nacque
da Er mellioa, figlia
di Namo duca
di Baviera, e
moglie di Uggiero il
Danese. Fu preso
da Bodomonte a
Montco di Provenza, come
si accenna nella
Stanza seguente; quindi mandato
in Africa, e
dato in custodia
a Branzardo. St. 28.
v.28. Navi da gabbia: navi di
maggior portata che le
fus'e e le
galee, che hanno
gli alberi principali moniti
di gabbie. Inesì:
ufficiali subal terni nelle navi,
cura de' quali
è stivare e
distivare i diversi oggetti
che sono a
bordo. St. 30. V.5.
Il cognato,.., del
conte: Oliviero di Vienna,
fìntello di Alda,
moglie d'Orlando. St. 31.
V.8. Come vien
Progne, ecc. La
rondine, volatile in cui
fu tramutata Progne
figlia dì Paudione re
di Atene, e
moglie di Tereo. St.
32. V.1 i.
LHmperiale augello, I gìgli
doro, e i pardi:
insegne di Carlo
Magno, di Francia e
d'InghilteiTa. St. 40. V.34.
Un vecchio eavaliero,
ecc.: Bardiuo del quale si
parla nella Stanza
seguente. Egli era al
servigio del re
Monodane, a cui,
per un dispiacere
ri cevutone, tolse il figliuoletto
Brandimarte, e lo
vendè al conte di
Rocca Silvana. 11
conte lo adottò
per figlio, e a
lui fatto adulto
lasciò la signoria.
Ma il giovane, vago
di avventure 'cavalleresche, e
andandone in ti ac
cia, restò prigione della
fata Morgana, che
teneva preso anche Ziliante,
o Qigliante, fratello
di Brandimiite. Ambidue però
furono liberati da
Orlando. St. 42. V.7.
Precessi: preceduti, passati. St.
47. V.6. Diuion
santo: chiana cosi
Dudone, perchò lasciò, dopo
un certo tempo,
la vita militale
e si applicò alla
devota. St. 55. V.4.
Risforsi: reazioni. St. 69.
V.2. Lascio: guinzaglio. St. 85.
V.2. Tormenti: macchine
da lanciare pro iettili, come altrove
si ò detto. XL. ARGOMENTO. Disfattfi ed
ar?j[i U Elotta
di Agramftiiid, seifiie
ì oppa naJunc di
BLnprta oh' è
pr"j& per forr
d'urtai, e abbandonata al
sacdigrgìo e alk
flatnme. Arm munte con Solai
11 u Siì
rkot era in Lara pedina
r e tii>VKto
Gra dasso ili qiieirisola, ò
fermato tm loro
il oocuiglio d'in vitare eulà Orlatido
&d altri doe
caalierì ft batUglia. Orluinlo afo.kglic
dì buongrado rinvilo,
e sì elegge
a coinpaMiì Brand iinarte e
Oliviero Intanto Riipero turnato in
Adi JìUer", sette
re ttfricanU coudotuvipri pionieri da
Eiiudon?, e pancia
viene alle amai
eoft lai. LuLigo sarebbe,
ae i diversi
casi Volessi dir di
quel uavaJ conflitto; E
raetiontirlo a voi mi parrift
quasi, Maguauiuio tìglìuol d
Ercole iuritto, Portar, come
ai dice a
Samo vasi, Nùttole a
Atene, e crocidili
a Egitto:Cile quando
per udita io
ve ne parlo, Signor
nuraHte, e fu;; te
altrui mirarlo. Ebbe lungo
spettacolo il fetlele Vo?tro popid
la notre e'I
di che stette Ci
ime in tei\tro,
l'iuimiclie vele Mirando iu Po tra
ferro e fuoco
astrette Che gridi udir
si possano e
querele, Ch'onde veder di
sangue umano infette, Per
quanti modi in
tal pugna si
mora, Vedeste, e a
molti il dimostraste
allora. Stanza 7. Noi vidi
io già, ch'era
sei giorni innanti, Mutando ogn'ora
altre vetture, corso Con
molta fretta e
molta ai piedi
santi Del gran Pastore
a domandar soccorso:Poi
né cavalli bisognar
né fanti; Ch'intanto al
Leon dór T artiglio
el morso Fu da
voi rotto sì,
che più molesto Non
1' ho sentito
da quel giorno
a questo. Ma Alfonsin
Trotto, il qual
si trovò in
fatto, Annibal e Pier
Moro e Afranio
e Alberto, E tre
Ariosti, e il
Bagno e il
Zerbinatto Tanto me ne
contar, ch'io ne
fui certo: Me ne
chiarir poi le
bandiere affatto, Vistone al
tempio il gran
numero offerto E quindici
galee eh' a queste
rive Con mille legni
star vidi captive. Chi
viJe quelli incenfìj
e quei naufragi, Le
tante uccisioni e sì
diverse, Che, vendicando i
nostri arsi palagi, Finché fu
preso ogni narilio,
fèrsej Potrà veder le
morti anco e
i disagi Che '1
miser popol d'Africa
sofferse Col re Agramante
in mezzo l'onde
salse, La scura notte
che Dudon Stanza 8. 6
£ra la notte, 6 non
si vedea lume, Quando sMncominciàr
T aspre contese: Ma poi
che U zolfo
e la pece e U
hitume Sparso in gran
copia, ha prore
e sponde acce8\ E
la vorace fiamma
arde e consume Le
navi e le
galee poco difese; Sì
chiaramente ognun si
vedea intorno, Che la
notte parea mutata
in giorno. 7 Onde
Agramante, che per
Paer scuro Non avea
l'inimico in si
gran stima, Né aver
contrasto si credea
si duro, Che, resistendo,
alfin non lo
reprima; Poi che rimosse
le tenebre furo, E
vide quel che
non credeva in
prima, Che le navi
nimiche eran duo
tante; Fece pensier diverso
a quel d'avante. 8
Smonta con pochi,
ove in piìì
lieve larra Ha Brigliadoro
e l'altre cose
care. Tra legno e
legno taciturno varca, Finché
si trova in
più sicuro mare Da' suoi
lontan, che Dudon
preme e carca, E
mena a condizioni
acri ed amare. Gli
arde il foco,
il mar sorbe,
il ferro stmgge; Egli,
che n'è cagion,
via se ne
fugge. 9 Fugge Agramante,
ed ha con
Ini Sobrino, Con cui si duol
di non gli
aier crednto, Quando previde
con occhio divino, E'I
mal gli annunziò,
ch'or gli è
avvenuto. Ma torniamo ad
Orlando paladino. Che, prima
che B'serta abbia
altro aiuto. Consiglia Astolfo
che la getti
in terra. Sì che
a Francia mai
più non faccia
guerra.' 10 E cosi
fu pubblicamente detto,Che'l
campo in arme
al terzo dì
sia instmlto. Molti navi
li Astolfo a
questo effetto Tenuti avea,
né Dndon n'ebbe
il tutto: Di qnai
diede il governo
a Sansonetto, Si buon
guerrier al mar
come all'asciutto: E quel
si pose, in
su l'ancore sorto, Contra
a Biserta, un
miglio appresso al
poito. 11 Come veri
cristiani, Astolfo e
Orlando. Che senza Dio
non vanno a
rischio alcuno, Neil' esercito fan
pubblico bando, Che sieno
orazi'on fatte e
digiuno; E che si
trovi il terzo
giorno, quando Si darà
il segno, apparecchiato
ognuno Per espugnar Biserta,
che data hanno. Vinta
che s'abbia, a
fuoco e a
saccqipanno. 12 E così,
poi che le astinenzie e
i voti Devotamente celebrati
foro, Parenti, amici, e
gli altri insieme
noti Si cominciaro a
convitar tra loro. Dato
restauro a' corpi esausti
e vóti, Abbracciandosi insieme
lacrimoro; Tra loro usando
i modi e
le parole Che tra
i più cari
al dipartir si
suole. 13 Dentro a
Biserta i sacerdoti
santi. Supplicando col popolo
dolente, Battonsi il petto,
e con dirotti
pianti Chiamano il lor
Macon, che nulla
sente Quante vigilie, quante
offerte, quanti Doni promessi
Fon privatamente ! Quanti in
pubblico templi, statue,
altari, Memoria etema de'
lor casi amari ! 14
E poi che
dal Cadi fu
benedetto, Prese il popolo
Tarme, e tornò
al moro. Ancor giacca
col suo Titon
nel letto La bella
Aurora, ed era
il cielo oscuro, Quando Astolfo
da un canto, e
Sansonetto Da un altro,
armati agli ordini
lor furo; £ poi
cheU segno, che
die il Conte,
udirò, Biserta con grande
impeto assalirò. 15 Avea
Biserta da duo
canti il mare, Sedea dagli altri
duo nel lito
asciutto. Con fabbrica eccellente
e singulare Fu a
iniquamente il suo
muro costrutto. Poco altro
ha che V
aiuti o la
ripare:Che poi che '1 re
Branzardo fu ridutto Dentro da
quella, pochi mastri
e poco Potè aver tempo a
riparare il loco. 16
Astolfo dà l'assunto
al Re de' Neri, Che
faccia a' merli tanto
nocumento Con falariche, fonde,
e con arcieri, Che
levi d'affacciarsi ogni
ardimento: Si che passin
pedoni e cavalieri Fin
sotto la muraglia
a salvamento, Che veugon,
chi di pietre
e chi di travi.
Chi d'asse e
chi d'altra materia
gravi. 17 Chi questa
cosa e chi
quell'altra getta Dentro alla
fossa, e vien
di mano in mano:
Di cui
l'acqua il di
innanzi fu intercetta Si, che
in più parti
si scopria il
pantano. Ella fu piena
ed otturata in
fretta, E fatto uguale
insin al muro
il piano. Astolfo, Orlando
ed Olivier procura Di
far salire i
fanti in su
le mura. Ariobto. 18 I
Nubi d'ogni indugio
impazienti, Dalla speranza del
guadagno tratti, Non mirando
a' pericoli imminenti, Coperti da
testuggini e da
gatti. Con arieti e
loro altri instrumenti A
forar torri, e
porte rompere atti, Tosto
si fero alla
città vicini; Né trovaro
sprovvisti i Saracini: 19
Che ferro e
fuoco e merli
e tetti gravi Cader
facendo a guisa
di tempeste, Per forza
aprian le tavole
e le travi Delle
macchine in lor
danno conteste. Nell'aria oscura
e nei principj
pravi Molto patir le
battezzate teste; Ma poi
che'l Sole usci
del ricco albergo, Voltò Fortuna
ai Saracini il
tergo. 20 Da tutti
i canti risforzar
l'assalto Fé' il conte Orlando
e da mare
e da terra. Sansonetto, ch'avea
Tarmata in alto, Entrò
nel porto, e
s'accostò alla terra; E
con frombe e
con arcbi facea
d'alto, E con Tari
tormenti estrema guerra; E facea iusieme espedir
lance e scale, Ogni apparecchio
e miinizion navale. stanza 13. 23
Vien Brandimarte, e
pon la scala
a' muri, E sale, e
di salir altri
conforta:Lo seguon molti
intrepidi e sicuri; Che
non può dubitar
chi l'ha in
sua scorta. Non è
chi miri, o
chi mirar si
curi, Se quella scala
il gran peso
comporta. Sol Brandimarte agl'inimici
attende; Pugnando sale, e alfine
un merlo prende. 24
E con mano
e con pie
quivi s' attacca, Salta sui
merli, e mena
il brando in
volta. Urta, riversa e
fende e fora
e ammacca, E di
sé mostra esperì'enzia
molta. Ma tutto a
un tempo la
scala si fiacca, Cile
troppa soma e
di soperchio ha tolta: E, fuor che Brandimarte,
giù nel fosso Vanno
sozzopra, e l'uno
e l'altro addosso. 25
Per ciò non perde il
Cavai ier l'ardire. Né pensa
riportare addietro il
piede; Benché de' suoi
non vede alcun
seguire, Benché bersaglio alla
città sì vede. Pregavan molti
(e non volse
egli a lire) Che
ritornasse; ma dentro
si diede:Dico che
giù nella città
d'un salto Dal muro
entrò, che trenta
braccia era alto. 26
Come trovato avesse
o piume o
paglia, Presse il duro
terren senza alcim
danno; E quei ch'ha
intorno affrappa e
fora e taglia. Come
s'afirappa e taglia
e fora il
panno. Or contra questi
or contra quei
si scaglia; E quelli
e questi in
fuga se ne
vanno. Pensano quei di
fuor, che l'han
veduto Dentro saltar, che
tardo fia ogni
aiuto. 21 Facea Oliviero,
Orlando e Brandimirte, E quel
che fu si
dianzi in aria
ardito, Aspra e fiera
battaglia dalla parte Che
lungi al mare
era più dentro
al lito. Ciascun d'essi
venia con una
parte Dell' oste che s' avea
quadripartito. Quale a mur,
quale a porte,
e quale altrove, Tutti davan
di sé lucide
prove. 22 II valor
di ciascun meglio
si puote Veder cosi,
che se fosser
confusi": Chi sia degno
di premio e
chi di note, Appare
innanzi a mill'occhi
non chiusi. Torri di
legno trannosi con
ruote, E gli elefanti
altre ne portano
usi, Che su lor
dossi così in
alto vanno, Che i
merli sotto a
molto spazio stanno. 27
Per tutto '1
campo alto rumor
si spande Di voce
in voce, e'I
mormorio e'I bisbiglio. La
vaga fama intorno
si fa grande, E
narra, ed accrescendo
va il periglio. Ove
era Orlando (perchè
da più bande Si
dava assalto), ove
d'Otone il figlio, Ove
Olivier, quella volando
venne, Senza posar mai
le veloci penne. 28
Questi guerrier, e
più di tutti
Orlando, Ch'amano
Brandimarte e l'hanno
in pregio, Udendo che,
se van troppo
indugiando, Perderanno un compagno
così egregio, Pigliau le
scale, e qua
e là montando, Mostrano a
gara animo altiero
e regio. Con si
audace sembiante e
si gagliardo, Che i
nemici tremar fan
con lo sguardo. 29
Come nel mar
che per tempesta
freme, Assagliou Tacque il
temerario legno, Chor dalia
prora, or dalle
parti estreme Cercano entrar
con rabbia e
con isdegno; Il pallido
nocchier sospira e
geme . Ch'aiutar dere,
e non ha
cor né ingegno; Una
onda viene alfin
eh occupa il
tutto, E dove quella
entrò, segue ogni
flutto: 30 Così, di
poi eh ebbono
presi i muri Questi
tre primi, fu
si largo il
passo, Che gli altri
ormai seguir ponno
sicuri, Che mille scale
hanno fermate al
basso. Aveano intanto gli
arieti duri Rotto in
più lochi, e
con sì gran
fracasso, Che si poteva
in più che
in una parte Soccorrer P
animoso Brandimarte. 35 Fu
Bueifar dell'Algazera morto =Con
esso un colpo
da Olivier gagliardo. Per luta
ogni speranza, ogni
conforto, S' uccise di
sua mano il
re Branzardo. Con tre
ferite, onde morì
di corto. Fu preso
Folvo dal Etnea
del Pardo. Questi eran
tre ch'ai suo
partir lasciato Avea Agramante
a guardia dello
Stato. 36 Agramante, ch'intinto
avea deserta L'armata, e
con Sobrin n'
era fuggito, Pianse da
lungi e sospirò
Biserta, Veduto sì gran
fiamma arder sul
lito. Poi più d'appresso
ebbe novella certa Come
della sua terra
il caso era
ito:E d'uccider sé
stesso in pensier
venne, E lo facea;
ma il re
Sobrin lo tenne. 31
Con quel furor
che '1 Re de'fiimii
altiero, Quando rompe talvolta
argini e sponde, E
che nei campi
Ocnei s' apre il
sentiero, E i grassi
solchi e le
biade feconde, E con
le sue capanne
il gregge intiero, E
coi cani i
pastor porta nell'onde; Guizzano i
pesci agli olmi
in su la
cima Ove solean volar
gli augelli in
prima:32 Con quel
furor l'impetuosa geutp, Là
dove avea in
più parti il
muro rotto, Entrò col
ferro e con
la face ardente A
distruggere il popol
mal condotto. Omicidio, rapina,
e man violente Nel
sangue e nell'aver,
trasse di botto La
ricca e trionfai
città a mina, Che
fii di tutta
l'Africa regina. 33 D'uomini
morti p'eno era
per tutto, E delle
iunumerabili ferite Fatto era
un stagno più
scuro e più
brutto Di quel che
cinge la città
di Dite. Di casa
in casa un
lungo incendio indutto Ardea
palagi, portici e
meschite. Di pianti e
d'urli e di
battuti petti Suonano i
vóti e depredati
tetti. 34 I vincitori
usar delle funeste Porte
vedeansi di gran
preda onusti. Chi con
bei vasi e
chi con ricche
veste, Chi con rapiti
argenti a' Dei vetusti: Chi
traea i figli,
e chi le
madri meste. Fur
fatti stupri e
mille altri atti
ingiusti, Dei quali Orlando
una gran parte
intese. Né lo potè
vietar, né'l Duca
ioglese. 37 Dicea Sobrin:
Che più vittoria
lieta, Signor, potrebbe il
tuo nimico avere. Che
la tua morte
udire, onde quieta Si
spereria poi l'Africa
godere? Questo contento il
viver tuo gli
vieta: Quindi avrà cagion
sempre di temere. Sa
ben che lungamente
Africa sua E<?ser non
può, se non
per morte tua. 38
Tutti i sudditi
tuoi, morendo, privi Della
speranza, un ben
che sol ne
resta. Spero che n'abbi
a liberar, se
vivi, E trar d'affanno
e ritornarne in
festa. So che, se
muori, slam sempre
captivi, Africa sempre tributaria
e mesta. Dunque, s'in
util tuo viver
non vuoi, Vivi, Signor,
per non far
danno ai tuoi. 39
Dal Soldano d'Egitto,
tuo vicino, Certo esser
puoi d'aver danari
e gente Mal volentieri
il figlio di
Pipino In Africa vedrà
tanto potente. Verrà con
ogni sforzo Norandino Per
ritornarti in regno,
il tuo parente:Armeni, Turchi,
Persi, Arabi e
Medi, Tutti in soccorso
avrai, se tu
li chiedi. 40 Con
tali e simil
detti il vecchio
accorto Studia tornare il
suo Signore in
speme Di racquistarsi l'Africa
di corto; Ma nel
suo cor forse
il contrario teme. Sa
ben quanto é
a mal termine
e a mal
porto E come spesso
invan sospira e geme
Chiunque il regno
suo si lascia
tórre, E per soccorso
a' Barbari ricorre. Stanza 30. 41
Anuibal e lugurta
di ciò fóro Buon
testimoni, ed altri
al tempo antico: Al
tempo nostro Ludovico
il Moro, Dato in
poter dun altro
Ludovico. Vostro fratello Alfonso
da costoro Ben ebbe
esempio (a voi,
Signor mio, dko)y Che
sempre ha riputato
pazzo espresso Chi più si fida
in altri, chMn
sé stesso. 42 E
però nella guerra
che gli mosse Del
Pontefice irato un
duro sdegno, Ancorché nelle
deboli sue posse Non
potesse egli far
molto disegno, E chi
lo difendei, d'Italia
fosse Spinto, e n avesse
il suo nimico
il regno; Né per
minacce mai né
per promesse S'indusse che
lo stato altrui
cedesse. 43 11 re
A/amante air Oriente
avea Vòlta la prora,
e s'era spinto
in alto: Quando da
terra una tempesta
rea Mosse da banla
impetuoso assalto. Il nocchier
eh' al governo
vi sedea:Io veggo
(disse alzando gli
occhi ad alto) Una
procella apparecchiar sì
grave, Ohe contrastar non
le potrà la
nave. Stanza 33. 44 S'attendete,
signori, al mio
consiglio, Qui da man
manca ha un'
isola vicina, A cui
mi par eh'
abbiamo a dar di piglio, Finché passi
il furor della
marina. Consenti il re
Agramante, e di
periglio Usci, pigliando la
spiaggia mancina. Che per
salute de' nocchieri giace Tra
gli Afri, e
di Vulcan l'alta
fornace. 45 D'abitazioni è
l'isoletta vota, Piena d'urail
mortelle e di
ginepri; Gioconda solitudine e
remota A cervi, a
daini, a caprioli,
a lepri:E, fuor
eh' a pescatori,
è poco nota; Ove
sovente a rimondati
vepri Sospendon, per seccar,
l'umide reti": Dormono intanto
i pesci in
mar quieti. 46 Quivi
trovar che s'era
un altro legno, Cacciato da
fortuna, già ridutto. Il
gran guerrier eh'
in Sericana ha
regno, Levato d'Arli, avea
quivi condutto. Con modo
riverente e di
sé degno L'un Ee
con l'altro s'abbracciò
all'asciutto; Ch'erano
amici, e poco
innanzi furo Compagni darme
al parigino muro. 47
Con molto dispiacer
Gradasso intese Del re
Agramante le fortune
avverse: Poi confortollo, e,
come Re cortese, Con
la propria persona
se gli offerse; Ma
eh' egli andasse
all' infedel paese D'Egitto, per
aiuto, non sofferse. Che
vi sia, disse,
periglioso gire, Dovria Pompeio
i profugi ammonire. 48
E perché detto
m'hai che con
l'ainto Degli Etiopi sudditi
al Senàpo, Astolfo a
tòrti l'Africa é
venuto; E ch'arsa ha
la città che
n'era capo; E eh'
Orlando é con
lui, che dimiuuto Poco
innanzi di senno
aveva il capo; li
pare al tutto
un ottimo rimedio Avjr
pensato a fani
uscir di tedio. stanza
43. 49 Io piglierò
per amor tuo
l'impresa D'entrar col Conte
a sino;olar certame. Contra me
so che non
avrà difesa, Se tutto
fosse di ferro
o di rame. Morto
lui, stimo la
cristiana Chiesa Quel che T
ugnelle il lupo
ch'abbia fame. Ho poi
pensato, e mia
cosa lieve, Di fare
i Nubi uscir
d'Africa in breve. 50
Parò che gli
altri Nubi che
da loro Il Nilo
parte e la
diversa legge, E gli
Arabi e i
Macrobi, questi d'oro Ricchi
e di gente,
e quei d'equino
gregge, Persi e Caldei (perchè
tutti costoro Con altri
molti il mio
scettro corregge), Farò eh'
in Nubia lor
faran tal guerra, Che
non si fermeran
nella tua terra. Stanza
54. 53 Purch'io non
resti fuor, non
me ne lagno. Disse
Agramente, o sia
primo o secondo Ben
so ch'in arme
ritrovar compagno Di te
miglior non si
può in tutto '1
mondo. Ed io, disse
Sobrin, dove riraaguo? E
se vecchio vi
paio, vi rispondo Ch'io debbo
esser più esperto;
e nel periglio Presso alla
forza è buono
aver consiglio. 54 D'una
vecchiezza valida e
robusta Era Sobrino, e
di famosa prova; E
dice eh' in
vigor 1' età
vetusta Si sente pari
alla già verde
e nuova. Stimata fu la sua
domanda giusta; E senza
indugio un messo
si ritrova, Il qual
si mandi agli
africani lidi, E da
lor parte il
conte Oliando sfidi; 55
Che s'abbia a
ritrovar con numer
pare Di cavalieri armati
in Lipadusa. Una isoletta
è questa, che
dal mare Medesmo che
la cinge è
circonfusa. Non cessa il
messo a vela
e a remi
andare. Come quel che
prestezza al bisogno
usa, Che fu a
Biserta; e trovò
Orlando quivi, Ch'a'suoi le
spoglie di videa
e i captivi. 56
Lo'nvito di Gradasso
e d'Agramante E di
Sobrino In pubblico
fu espresso, Tanto giocondo
al Principe d'Anglante, Che d'ampli
doni onorar fece
il messo. Avea da' suoi
compagni udito innante, Che
Durindana al fianco
s'avea messo Il Te
Gradasso; ond'egli, per
desire Di racquistarla, in
India volea gire. 51
Al re Agramante
assai parve opportuna Del
re Gradasso la
seconda offerta; E si
chiamò obbligato alla
Fortuna, Che l'avea tratto
all' isola deserta:Ma non
vur)l torre a
condizione alcuna, Se racquistar
credesse indi Biserta, Che
battaglia per lui
Gradasso prenda; Che 'n
ciò gli par
che l'onor troppo
offenda. 52 S'a disfidar
s'ha Orlando, son
quell'io. Rispose, a cui
la pugna più
conviene; E pronto vi
sarò: poi faccia Dio Di
me come gli
pare, o male
o bene. Facciam, disse
Gradasso, al modo
mio, A un nuovo
modo eh' in
pensier mi viene:Questa
battaglia pigliamo ambedui Incontra Orlando,
e un altro
sia con lui. 57
Stimando non aver
Gradasso altrove, Poi ch'udì
che di Francia
era partito. Or più
vicin gli è
offerto luogo, dove Spera
che '1 suo
gli fia restituito. Il bel
corno d'Ai monte
anco lo muove Ad
accettar si volentier
lo'nvito, E Brigliador non
men; che sapea
in mano Esser venuti
al figlio di
Troiano. 58 Per compagno
s elegge alla
battaglia Il fedel Brandimarte
e'I suo colato. Provato ha
quanto l'uno e
l'altro vaglia; Sa che
da entrambi è
sommamente amato. Buon destrier,
buona piastra e
buona maglia . E spade
cerca e lance
in ogni lato A
sé e a' compagni.
Che sappiate parme, Che
nessun d'essi avea
le solite arme. 59
Orlando (come io
vho detto più
volte) Delle sue sparse
per furor la
terra:Agli altri ha
Rodomonte le lor
tolte, Ch' or alta
torre in ripa
un fiume serra. Non
se ne può
per Africa aver
molte, Sì perchè in
Francia avea tratto
alla guerra Il re
Agramante ciò ch'era
di buono, Sì perchè
poche in Africa
ne sono. 60 Ciò
che di rug;ginoso
e di brunito Aver
si può, fa
ragunare Orlando; E coi
compagni intanto va
pel lito Della futura
pugna ragionando. Gli avvien
ch'essendo fuor del
campo uscito Più di
tre miglia, e gli occhi
al mare alzando, Vide
calar con le
vele alt" un
legno Verso il lito
African senza ritegno. 61
Senza nocchieri e
senza naviganti, Sol come
il vento e
sua fortuna il
mena, Venia con le
vele alte il
legno avanti Tanto, che
si ritenne in
su V arena. Ma
prima che di
questo più vi
canti, Lamor eh' a Ruggier
porto, mi rimena Alla
sua istoria, e
vuol ch'io vi
racconte Di lui e
del guerrier di
Chiaramonte. 62 Di questi
duo guerrier dissi,
che tra ti S' erano
fuor del marziale
agone, Viste convenzi'on rompere
e patti, E turbarsi
ogni squadra e
legione. Chi prima i
giuramenti abbia disfatti, E
stato sia di
tanto mal cagione, 0
r imperator Carlo
o il re
Agramante, Studian saper da
chi lor passa
avante. 63 Un servitor
intanto di Ruggiero, Ch'era fedele
e pratico ed
astuto, Né pel conflitto
dei due campi
fiero Avea di vista
il patron mai
perduto, Venne a trovarlo,
e la spada
e '1 destriero Gli
diede, perchè ansaci
fosse in aiuto. Montò
Ruggiero, e la
sua spada tolse, lfa
nella zuffa entrar
non però volse. 64
Quindi si parte;
ma prima rinnova La
convenzion che con
Rinaldo avea: Che se
pergiuro il suo
Agramante trova, Lo lascerà
con la sua
setta rea. Per quel
giorno Ruggier fare
altra prova D'arme non
volse; ma solo
attendea A fermar questo
e quello, e
a domandarlo Chi prima
roppe, o'I re
Agramante o Carlo. 65
Ode da tutto
l m >ndo,
che la parte Del
re Agramante fu
che roppe primi. Ruggiero ama
Agramante; e se
si parte Da lui
p'r questo, error
non lieve stima. Fur
le genti africane
e rotte e
sparte (Questo ho già
detto innanzi), e
dalla cim Della volubil
ruota tratte al
fondo, Come piacque a
colei ch'aggira il
mondo. 66 Tra sé
volve Ruggiero, e
fa discorso, Se restar
deve, o il suo Signor
seguire. Gli pon V amor della
sua donna un
morso, Per non lasciarlo
in Africa più
gire: Lo volta e
gira, ed a contrario corso Lo
sprona, e lo
minaccia di punire, Se'l
patto e'I giuramento
non tien saldo, Che
fatto avea col
palalin Rinaldo. Stanza ii567
Non men dall'altra
parte sferza e
sprona La vigilante e
stimnlosa cura, Che s' Agramante
in quel caso
abbandona, A viltà gli
sia ascritto ed
a paura. Se del
restar la causa
parrà buona A molti,
a molti ad
accettar fia dura. Molti
diran che non si de' osservare Quel eh'
era ingiusto e
illicito a giurare. 68
Tutto quel giorno
e la notte
seguente Stette solingo, e
così l'altro giorno. Pur
travagliando la dubbiosa
mente, Se partir deve,
o far quivi
soggiorno. Pel Signor suo
conclude finalmente Di fargli
dietro in Africa
ritorno. Potea in lui
molto il coniugale
amore; Ma vi potea
più il debito
e 1 onore. 69
Torna verso Arli;
che trovar vi
spera L'armata ancor, cb'
in Africa il
trasporti:Né lego in
mar né dentro
alla rivera, Né Saracini
vede, se non
morti. Seco al partire
ogni legno che
vera Trasse Agramaiite, e'I
resto arse nei
porti. Fallitogli il pensier,
prese il cammino Verso
Marsilia pei iito
marino. 73 Venne in
speranza di lontan
Ruggiero, Che questa fosse
armata d'Agramaute; E, per
saperne il vero,
urtò il destriero: Ma
riconobbe, come fu
più innante, li Re
di Xasamona prigioniero, Bambirago, Agricalte
e Feruraute, Manilardo e
Balastro e Rìmedonte, Che piangendo
tenean bassa la
fronte. Stanza 74. 74 Roggier
che gli ama,
sofTerir non puote Che
stian nella miseria
in che li
trova. Quivi sa cha
venir con le
man vaote. Senza usar
forza, il pregar
poco giova. La lancia
abbassa, e chi
li tien percuote; E
fa del suo
valor l'usata prova: Stringe la
spada, e in
un piccol momento Ne
fa cadere intorno
più di cento. 75
Dudone ode il
rumor, la strage
vede, Che fa Ruggier;
ma chi sia
non conosce:Vede i
suoi e' hanno
in fuga volto
il piedCon gran
timor, con pianto
e con angosce. Presto il
destrier, lo scudo
e Telmo chiede, Che
già avea armato
e petto e
braccia e cosce: Salta
a cavallo, e
si fa dar
la lancia, E non
obblia eh' é
Paladin di Francia. 70
A qualche legno
pensa dar di
piglio, Ch'a prieghi o
forza il porti
all'altra riva. Già v'era
giunto del Danese
il figlio Con l'armata
de' Barbari captiva. Non
si avrebbe potuto
un gran di
miglio Gittar nell'acqua: tanto
la copriva La spessa
moltitudine di navi. Di
vincitori e di
prigioni, gravi. 71 Le
navi de' Pagani, ch'avanzaro Dal fuoco
e dal naufragio
quella notte, Eccetto poche
ch'in fuga n'andaro, Tutte a
Marsilia avea Dudon
condotte. Sette di quei
eh' in Africa
regnare, Che, poi che
le lor genti
videf rotte, Con sette
legni lor s'eran
renduti, Stavan dolenti, lacrimosi
e muti. 72 Era
Dudon sopra la
spiaggia uscito, Ch'a trovar
Carlo andar volea
quel giorno; E de' captivi
e di lor
spoglie ordito Con lunga
pompa avea un
trionfo adorno. Eran tutti
i prigion stesi
nel Iito, E i
Nubi vincitori allegri
intorno, Che faceauo del
nome di Dudone Intorno risonar
la regione. Stauza 81. 76
Grida che si
ritiri ognun da
canto. Spinge il cavallo,
e fa sentir
gli sproni. Ruggier cent' altri
n'avea uccisi intanto, E
gran speranza dato a quei
prigioni: E come venir
vide Dudon santo Solo
a cavallo, e
gli altri esser
pedoni, Stimò che capo
e che Signor
lor fosse; E centra
lui con gran
desir si mosse. 77
Già mosso prima
era Dudon, ma
quando Senza lancia Ruggier
vide venire, Luuge da sé la
sua gittò, sdegnando Con
tal vantaggio il
cavaìier ferire. Ruggiero, al
cortese atto riguardando, Die fra
sé: Costui non può
mentire, Ch! uno non
sia di quei
guerrier perfetti Che Paladin
di Francia sono
detti. 80 Ma perchè
in mente ognora
avea di meno Ofifenler la
sua donna, che
potea; Ed era certo,
se spargea il
terreno Del sangue di
costui, che la
offendea (Delle case di
Francia istrutto appieno, La
madre di Dudone
esser sapea Armellina, sorella
di Beatrice, Ch'era di
Bradamante genitrice). 78 S'impetrarlo
potrò, vocheU suo
nome, Innanzi che segua
altro, mi palese:E
cosi domandollo; e
seppe come Era Dudon,
figliuol d'Uggier danese. Dudon
gravò Ruggier poi
d'ugual some; E parimente
lo trovò cortese. Poi
che i nomi
tra lor s'ebbono
detti, Si disfidare, e
vennero agli effetti. 79
Avea Dudon quella
ferrata mazza. Ch'in mille
imprese gli die
eterno onore. Con essa
mostra ben, ch'egli
è di razza Di
quel Danese pien
d'alto valore. La spada
ch'apre ogni elmo,
ogni corazza, Di che
non era al
mondo la migliore, Trasse Ruggiero,
e fece paragone Di
sua virtude al
paladin Dudone. 81 Per
questo mai di
punta non gli
rass3 E di taglio
rarissimo feria. Schermiasi, ovunque
la mazza calasse, Or
ribattendo, or dandole
la via. Crede Turpin
che per Ruggier
restasse Che Dudon morto
in pochi colpi
avria Né mai, qualunque
volta si scoperse, Ferir, se
non di piatto,
lo sofferse. 82 Di
piatto usar potea,
come di taglio, Ruofgier la
spada sua, eh' avea
gran schena E quivi
a strano gioco
di sonaglio Sopra Dudon
con tanta forza
mena, Che spesso agli
occhi gli pon
tal barbaglio Che si
ritien di non
cadere a pena. Ma
per esser più
grato a chi
m'ascolta, Io differisco il
Canto a un'
altra volta. St. 3.
V.67. Al Leon
d6r Cartiglio e
l morso, ecc. Ripete
della Hconfitta dat"
sul Po ai
Veneziani dal car dinal d'Este. ST. 9.
V.3. Divino: indovino. St.
14. V.1. Cadì:
nome di magistrato
giudiziario presso i Maomettani,
il qnale hi
ineienza anche nelle cose
del culto. St. 16.
V.3. Falariche: lunghe
picche da lanciare, che
avevano fuochi lavorati
avvolti intorno al
ferro. Fonde 0
frombe ed anche
fionde: strumenti di fune
da lanciar sassi o
palle di piombo,
adoperati anticamente dalle milizie
leggiere: erano lunghi
circa due braccia, ed
aveano nel mezzo
una reticella dove
si metteva il proiettile
che volevasi scagliare. St. 18.
V.45. Coperti da
testugjini e da
gatti, Con, arieti, ecc.
La testuggine era
macchina murale d'offesa, formata da
una tettoia sovrappo&ta a
quattro travi, e coperta
di cuoio fresco
per garantirla dal
fuoco: gì java sulle
mote, e potea
volgersi da ogni
binda. Sotto di essa
slavano i soldati
riparati dalle offese
del ne mico, per far
agire altre macchine,
o per altre
opera zion Una di
queste testuggini dicevasi
dai Komani anetartaf perchè
sotto di essa
pendeva orizzontalmente
Varieté, ch'era una trave
ferrata in una
delle sue estre mità, e
con essa si
battevano le mura
nemiche. Il gatto era
un' altra specie
di testuggine, e
consisteva in un tetto,
0 tavolata intessuto
di vimini, e
copeito anch'esso di pelli
crude, sotto il
quale pendeva o
l'ariete, o nn forte
rampicene di ferro
con cui si
aggrappavano i merli del
muro, o le
pietre già smosse
dagli urti dell'a riete, che così
era denominato, per
una certa rassomi glianza alla t3sta
e agli urti
di. quell'animale. St. 21.
V.2, E quel
cw fu sì
diami in aria
ar dito: Astolfo. St. 25. V.6.
Dentrtì si diede: si
mise, si lanciò dentro. St. 26.
V.3. Affrappa: taglia
a pez/.ì. St. 31.
V.13. // re
de' fiumi: il
Po. Campi Ocnei: campi
del Mantovano, detti
qui Ocnei da
Ocno figlio di Manto,
creduto fondatore di
Mantova insieme con sua
madre..St. 33. V.4.
Di quel che
cinge la vittu
di Dite: della palude
Stigia. St. 35. V.6.
Dal duca dal
Pardo: da Astolfo. St.
41. V.14. Annibal
e Jugurta, ecc,
Annibal ri fuggitosi presso Prusia
re della Bitinia,
si avvelenò per non
esuer dal suo
ospite consegnato ai
Romani Jagurta, o Giugiirta,
re di Numidja,
rimessosi al]" fede
di Bocco, re di
Mauritania e suo
genero. Ai da
lui dato in
mano a Sillu, che lo fece
morir di fame
nel carcere Mamer lino.
L'un altro LvdovicQ:
di Luigi XII
re di Francia; nrlle cui
mani Lodoxico Sforza
cadde per tradi mento degli Svizzeri
che teneva al
proprio rervizio. Si". 42.
V.16. Allude alle
circostanze in cui
si trovò il duca
Alfonso, quando Giulio
II con l'appoggio
degli Svizzeri gli mosse
guerra. Alloia i
Francesi, difensori del duca,
erano cacciati d'Italia,
e gli Spagnuoli
suoi nemici tenevano il
Regno di Napoli. St.
41. V.68. la
spiaggia mancina, Che
per sa lute, ecc.. risoletta
di Lampedusa, che
giace tra la
costa d'Africa e la
Sicilia. J5t Vtiifau
l'alta forno ce
:lEtì\&, nel cui interno
finsero i poeti
che fosse la
principale fucina di Vulcano. St.
47. V.8. Doxria
Fompeio i profvgi
ammo nire. Pompeo, disfatto
da Cesare nei
campi della Tesa glia,
si ricoveiò in
Alessandria d'Egitto presso
quel r Tolomeo, il
quale, per gratificarsi
il vincitore, fece
al mozzare il capo. St.
60 V.2 6.
7/ JSilo parte
t la diversa
Itfjgt. I Nubj abitanti
oltre la destra
sponda del Nilo,
erano an che allora maomettani.
Corregge: regge. St. 55.
V.24. Lipadusa: Lampedusa,
nominai a più sopra.
Dal mare Medamo
che li cince,
è circoh fusa: è
bagnata all'intorno dal
Meditenaneo, che ba gna anche
Biserta, ove si
trovano i cavalieri
di Carle. St. 57.
V.5. Il lei
corno dAlmonie: tolto
ad A" monte da
Orlando, e cui
poscia lo tolse
Brunello. St. 58.
V.2. JS 7
svo co(,r,ato: Oliviero. St.
73. V.58. L'Arie ito
si Fcorda qui
che Agri calte, Puliano
e Balastro li
ha fatti nccidei e
nella I at taglia descritta nel
Canto X I
e XVIII. St. 82.
V.34. E quivi
a strano giuoco
di "oiu glio, ecc.
Jl giuoco del
acuoglio è poco
dissìmile da quello che
i fanciulli chiamano
moscadeca: nelqaal"> si
danno forti colpi
ma non pericolosi;
e tali erano
i colpi di Ruggiero
sopra Dudone. XLI. RiiKiora e
Timido ne ceasano
il alla pugna,
con fiatto di?
siano fatti lilutìrt i
sette paesani re
prigionierL Euggìturo sMm bari:a
con fi.T5Ì per
TAfilca? e nel
tragitto retiLtio tatti siiminorsi p;r
fnrtuna ili mare,
tranne HLi;rtero; il
quale fìlli (ln(ti e
pnitaU a salvam"nitu plesso
un ri>nntf>, cho gli
pikiliiif diverse cnsp.
J,a nri.vp. vuota
di gonte. capila vicimi
a Binerta, eon a bitrli
il Riavallo, Ifl
apada e J'ar matnm
Uì Htiii>iero. Odamio
pflhdc {uìt s"
la padu, dà laiinatura
a Ulìvlevo, u
Brandmarto il ra
vallo; e lutti tre
\ anno a
Lam]>edusa rt;r battersi
coi tiT padani.
Sì altiuca la zutr,
daianle lagnale Boluina
e Olivier' iono fcritij
e liranfìiniaitR rimane
uccìso. I/odi.r di' è siinrstj
in ben nullità
e h.lhi 0 cbioma
cj bniba o
delicata vesta Vi giovane
Irggiailro o dì
rloiizelJn, ih' iiuior stive
ti te I
luti man do defila;
Se &pira, e
fa sxiitìr dì !ò
novella, E dopo molti
giomi ancora resta, nostra
con chiaro ed
evidente effetto, Cone a
piincipio Iuolo era e ptifeito. L'almo liquor
che ai metitori
suoi Fece Icaro gustar
con sno gran
dauno, E che &i
dice che già
Celti e Boi Fé' passar TAlpe,
e nou sentir
P affanno; Mostra che dolce
era a principio,
poi Che 8i serva
ancor dolce al
fin dell'anno. L'arbor ch'ai
tempo rio foglia
non perde, Mostra eh' a
primavera era ancor
verde. L'incliU stirpe che
per tanti lustri Mostrò
di cortesia sempre
gran lume, £ par
eh' oor più
ne risplenda e
lustri, Fa che con
chiaro indizio si
presume Che chi progenerò
gli Estensi illustri Dovea d'ogni
laudabile costume, Che sublimar
al ciel gli
uomini suole, Splender non
men che fra
le stelle il
Sole. Stanza 9. Hnggier, come
in ciascun suo
degno gesto. D'alto valor,
di cortesia solca Dimostrar chiaro
segno e manifesto, E
sempre più magnanimo
apparea; Così verso Dudon
lo mostrò in
questo, Col qual (come
di sopra io
vi dicea) Dissimulato avea
quanto era forte, Per
pietà che gli
avea di porlo
a morte. Avea Dadon
ben conosciutocerto ch'ucciderlo Ruggier non l'ha voluto; or s' ha
ritrovato allo scoperto, Or
stanco sì, che
più non ha
potuto. Poiché chiaro comprende,
e vede aperto Che
gli ha rispetto, e
che va ritenuto; Quando di
forza e di
vigor vai meno, Di
cortesia non vuol
cedergli almeno. Per Dio
(dice). Signor, pace
facciamo; Ch' esser non
può più la
vittoria mia: Esser non
può più mia;
che già mi
chiamo Vinto e prigion
della tua cortesia. Ruggier rispose:
Ed io la
pace bramo Non men
di te; ma
che con patto
sia. Che questi sette
Re e' hai
qui legati, Lasci ch'in
libertà mi sieno
dati E gli mostrò
quei sette Re
ch'io dissi Che stavano
legati a capo
chino; E gli soggiunse,
che non gì'
impedissi Pigliar con essi
in Africa il
cammino. E così furo
in libertà rimessi Quei
Re; che gliel
concesse il Palalino:E gli
concesse ancor, eh'
un legno tolse. Quel
eh' a lui parve,
e verso Africa
sciol.". 8 II legno
sciolse, e fé' scioglier
la vela, E si
die al vento
perfido in possanza, Che
da principio la
gonfiata tela Drizzò a
cammino, e die
al nocchier baldanza. Il
lito fugge, e
in tal modo
si cela, CLe par
che ne sia
il mar rimaso
sanza; Keir oscurar del
giorno fece il
vento Chiara la sua
perfidia eM tradimento. 9
utossi dalla poppa
nelle sponde, Indi alla
prora, e qni
non rimase anco. Ruota
la nave, ed 1 nocchier
confonde; Ch'or di dietro,
or dinanzi, or
loro è al
fianco. Sorgono altiere e
minacciosa T onde:Mugliando sopra
il mar va il
gregge bianco. Di tante
morti in dubbio
e in pena
stanno, Quante son Tacque
eh' a ferir li
vanno. 10 Or da
fronte or da tergo il
vento spira, E questo
innanzi, e quello
addietro caccia; Un altro
da traverso il
legno aggira, E ciascun
pur naufragio gli
minaccia. Quel che siede
al governo, alto
sospira Pallido e sbigottito
nella faccia; E grida
invano, e invan
con mano accenna Or
di voltare, or
di calar V
antenna. 1 1 Ma poco
il cenno, e
'1 gridar poco
vale:Tolto è'I veder
dalla piovosa notte. La
voce, senza udirsi,
in aria sale, In
aria che feria
con maggior botte De'
naviganti il grido
universale, E'I fremito dell'onde
insieme rotte: E in
prora e in
poppa e in ambedue le
bande Non si può
cosa udir, che
si comande. Ì2 Dalla rabbia
del vento che
si fende Nelle ritorte,
escono orribil suoni. Di
spessi lampi l'aria
si raccende; Risuoua '1
ciel di spaventosi
tuoni. V è chi
corre al timon,
chi remi prende; Van
per uso agli
uflìcj a che
son buoni: Chi s' affatica
a sdorre e chi a
legare; Vota altri l'acqua,
e toma il
mar nel marj 13 Ecco
stridendo l'orribil procella Che'l repentin
furor di Borea
spinge, La vela coutra
l'arbore flagella: Il mar
si leva, e
quasi il cielo
attinge. Frangonsi i remi;
e di fortuna
fella Tanto la rabbia
impetuosa stringe, Che la
prora si volta,
e verso 1'
onda fa rimaner la
disarmata sponda. 14 Tutta
sotto acqua va
la destra banda, E
sta per riversar
di sopra il
fondo. Ognun, gridando, a
Dio si raccomanda; Che più
che certi son
gire al profondo. D' uno in
un altro mal
Fortuna manda:Il primo
scorre, e vien
dietro il secondo. Il legno
vinto in più
parti si lassa, E
dentro l'inimica onda
vi passa. Stanza 15. 15
Muove crudele e
spaventoso assalto Da tutti
i lati il
tempestoso verno. Veggon talvolta
il mar venir
tan t'aito, Che par ch'arrivi
insin al ciel
superno. Talor fan sopra
l'onde in su
tal salto, Ch' a
mirar giù par
lor veder lo
'nferno. 0 nulla 0
poca speme è
che conforte; E sta
presente inevitabil morte.
16 Tutta la
notte per diverso
mare Scorsero errando ove
caccioUi il vento; Il
fiero vento che
dovea cessare Nascendo il
giorno, e ripigliò
augumcnto. Ecco dinanzi un
nudo scoglio appare: Voglion schivarlo,
e non v'hanno
argumento. Li porta, lor
mal grado, a
quella via Il crudo
vento e la
tempesta ria. 17 Tre
volte e quattro
il pallido nocchiero Mette vigor,
perchè '1 timon sia
volto, E trovi più
sicuro altro sentiero; Ma
quel si rompe,
e poi dal
mar gli è tolto.
Ha si
la vela piena
il vento fiero, Che
non si può
calar poco né
molto: Né tempo han
di riparo o
di consiglio; Che troppo
appresso è quel
mortai periglio. 20 Del
mare al fondo;
e seco trawe
quanti Lasciaro a sua
speranza il maggior
leaa. Allor sudi con
dolorosi pianti Chiamar soccorso
dal celeste regno:Ma
quelle voci andaro
poco innanti, Che venne
il mar pien
d'ira e di dis
legno . E subito
occupò tutta la via
Onde il
lamento e il
flebil grido uscìa. 18
Poiché senza rimedio
si comprende La irreparabil
rotta della nave, Ciascuno al suo privato
utile attende, Ciascun salvar
la vita sua
cura Ave. Chi può
più presto al
palischermo scende; la quello
è fatto subito
sì grave Per tanta
gente che sopra
v' abbonda, Che poco
avanza a gir
sotto la sponda. 21
Altri laggiù, senza
apparir più, resta; Altri
risorge, e sopra
Tonde sbalza: Ohi vien
nuotando, e mostra
fuor la testa: Chi
mostra un braccio,
e chi una
gamba scalza. Ruggier, che
'1 minacciar della
tempesta Temer non vuol,
dal fondo al
sommo s'alza, E vede
il nudo scoglio
non lontano, Ch'egli e
i compagni avean
fnggito invano. 4 Stanza 19. 19
Ruggier che vide
il comite e'I
padrone E gli altri
abbandonar con fretta
il legno, Come senz'arme
si trovò in
giubbone, Campar su quel
battei fece disegno; Ma
lo trovò sì
carco di persone, E
tante venner poi,
che Tacque il
segno Passaro in guisa,
che per troppo
pondo Con tutto il
carco, andò il
legnetto al fondo; 22
Spera, per forza
di piedi e
di braccia Nuotando, di
salir sul lito
asciutto. Soffiando, viene, e
lungi dalla faccia L'onda
respinge e l'importuno
flutto. Il vento intanto
e la tempesta
caccia Il legno vóto,
e abbandonato in
tutto Da quelli che
per lor pessima
sorte Il disio di
campar trasse alla
morte. 23 Oh fiillace
degli uomini credenza! Campò la
nave che dovea
perire; Quando il padrone
e i galeotti
senza Governo alcun l'avean
lasciata gire. Parve che
si mutasse di
sentenza Il vento, poi
che ogni uom
vide fuggire: Fece che
'1 legno a
miglior via si
torse, Né toccò terra,
e in sicura
onda corse. 29 E
perchè gli facean
poco mestiero L'arme (ch'era
inviolabile e affatato), Contento fu
che l'avesse Oliviero; Il
brando no, che
sei pose egli
a lato: A Braudiraarte
consegnò il destriero. Cosi diviso
ed ug:ualmente dato Volse
che fosse a
ciaschedun compagno,
Ch'insieme si trovar,
di quel guadagno. 24
E dove col nocchier
tenne via incerta, Poi
che non l'ebbe,
andò in Africa
al dritto, E venne
a capitar pres?o
a Biserta Tre miglia
o due, dal
lato verso Egitto; E
nell'arena sterile e
deserta Kestò, mancando il
vento e l'acqua,
fitto. Or quivi sopravvenne,
a spasso andando, Come
di sopra io
vi narrava, Orlando. 25
E disioso di
saper, se fiisse La
nave sola, e
fusse o vota
o carca. Con Brandiraarte
a quella si
condusse, E col cogimto,
in su una
lieve barca. Poi che
sotto coverta s'introdusse, Tutta la
ritrovò d'uomini scarca: Vi
trovò sol Frontino
il buon destriero. L'armatura e
la spada di
Ruggiero; 26 Di cui
fu per campar
tanta la fretta, Ch'a
tor la spada
non ebbe pur
tempo. Conobbe quella il
Paladin, che detta Fu
Baliwrda, e che
già sua fu
un tempo. So che
tutta l'istoria avete
letta, Cume la tolse
a Fallerina, al
tempo Che le distrusse
anco il giardiu
sì bello, E come
a lui poi
la rubò Brunello; 27
E come sotto
il monte di
Csrena Brunel ne fé' a
Rnggier libero dono. Di
che taglio ella
fosse e di
che schena, N'avea già
fatto esperimento buono; Io
dico Orlando; e peiò n'ebbe
piena Letizia, e ringrazionne
il sommo Trono; E
si credette (e
spesso il disse
dopo) Che Dio gliela
mandasse a si
grande uopo: S8 A
si grande uopo,
quant'era, dovendo Condursi col
Signor di Sericana; Ch'oltre che
di valor fosse
tremendo, Sapea ch'avea Baiardo
e Durindana. L'altra armatura,
non la conoscendo, Non apprezzò
per cosa si
soprana, Come chi ne fé'
prova; apprezzò quella, Per
buona sì, ma
per più ricca
e bella. >/stanza 22. 30
Pel di della
battaglia ogni guerriero Studia aver
ricco e nuovo
abito indosso. Orlando ricamar
fa nel quartiero L'alto Babel
dal fùlmine percosso. Un can
d'argento aver vuole
Oliviero, che giaccia, e
che la lassa
abbia sul dosso, Con
un motto che
dica: Finché vegna:E vuol
d'oro la veste,
e di sé
degna. 31 Fece disegno
Brandimarte, il giorno Della
battaglia, per amor
del padre E per
suo onor, di
non andare adomo Se
non di sopravveste
oscure et adre. Fiordiligi le fé'
con fregio intorno Quanto più
seppe far, belle
e leggiadre. Di ricche
gemme il fregio
era contesto: D'un schietto
drappo, e tutto
nero il resto. 32
Fece la donna
di sua man
le sopra Vesti a
cui l'arme converrian
più fine, De'quai Tosbergo
il cavalier si
copra, E la groppa
al cavallo e
U petto e U criin. Ma
da quel dì
che cominciò quest'opra, Continuando a
quel che le
die fine, E dopo
ancora, mai segno
di riso Far non
potè, né d'allegrezza
in viso. 83 Sempre
ha timor nel
cor, sempre tormento, Che
Brandimarte suo non
le sia tolto. Già
l'ha veduto in cento lochi
e cento In gran
battaglie e perigliose
avvolto; Né mai, come
ora, simi'e spavento Le
agghiacciò il sangue
e impallidille il
volto. E questa novità
d'aver timore Le fa'
tremar di doppia
tema il core. 34
Poi che son
d'arme e d'ogni
arnese in punto. Alzano
al vento i
cr.valier le vele. Astolfo
e Sansonetto con
l'assunto Riman del grand'esercito fedele. Fiordiligi col
cr di timor punto,Empiendo il
ciel di voti
e di querele, Quanto con vista seguitar
le puotc, Segue le
vele in alto
mar remote. 85 Astolfo
a gran fatica
e Sansonetto Potè
levarla da mirar
nell' onda, E ritrarla al palagio,ove sul
letto La lasciaro affannata
e tremebonda. Portava intanto
il bel numero
eletto Dei tre buon
cavalier l'aura seconda. Andò
il legno a
trovar l'isola al
dritto, Ove far si
dovea tanto conflitto. Stanza 46. 36
Sceso nel lito
il Cavalier d'Anglante, Il cognato
Oliviero e Brandimarte, Col padiglione
il lato di
Levante Primi occupar; né
forse il fér
senz'arte. Giunse quel dì
medesimo Agramante E s' accampò
dalla contraria parte; Ma
perchè molto era
inchinata l'ora, Differir la
battaglia nell'aurora. 37 Di
qua e di
là sin alla
nuova luce Stanno alla
guardia i servitori
armati. La sera Brandimarte
si conduce Là dove
i S.\racin sono
alloggiati, E parla, con
licenzia del suo
duce, Al Re african,
ch'amici erano stati; E
Brandimarte già cpn
la bandiera Del re
Agramante in Francia
passato era. 38 Dopo i saluti
e '1 giunger
mano a mino. Molte
ragion, sì come
amico, disse Il fedel
Cavai iero al Re
pagano, Perchè a questa
battasflia non venisse:E
di riporgli ogni
cittade in mano, Che
sia tra '1
Nilo e '1
segno eh' Ercol
fise. Con volontà d'Orlando
gli offeria, Se creder
volea al Figlio
di Maria. 39 Perché
sempre v'ho amato
ed amo molto, Questo
consiglio, gli dicea,
vi dono; E quando
già, Signor, per me V
ho tolto, Creder potete
ch'io l'estimo buono. Cristo
conobbi Dio, Maumette
stolto; E bramo voi
por nella via
in eh' io sono:Nella
via di salute,
Signor, bramo Che siate
meco, e tatti
gli altri ch'amo. 40
Qui consiste il
ben vostro; né
consiglio Altro potete prender,
che vi vaglia; E
men di tutti
gli altri, se
col figlio Di Milon
vi mettete alla
battaglia: Che il guadagno
del vincere al
perìglio Della perdita grande
non si agguaglia. Vincendo voi,
poco acquistar potete: Ma
non perder già
poco, se perdete. 41 Quando uccidiate
Orlando, e noi
venuti Qui per morire
o vincere con
lui, Io non veggo
per questo che
i perduti Dominj a
racquistar sabbian per
vui. Ne dovete sperar
che si si
muti Lo stato delle
cose, morti nui, Ch'uomini a
Carlo manchino da
porre Quivi a guardar
fin all'estrema torre. stanza
40. 42 Così parlava
Brandimarte, ed era Per
soggiungere ancor molte
altre cose; Ma fu
con voce irata
e faccia altiera Dal
Pagano interrotto, che
rispose: Temerità per certo
e pazzia vera È
la tua, e
di qualunque che
si pose A consigliar
mai cosa o
buona o ria. Ove
chiamato a consigliar
non sia. 43 E
che U consiglio
che mi dai,
proceda Da ben che
m'hai voluto, e
vuommi ancora, Io non
so, a dir
il ver, come
io tei creda Quando
qui con Orlando
ti veggo ora. Crederò
ben, tu che ti
vedi
in preda Di quel
dragon che l'anime
divora, Che brami teco
nel dolore eterno Tutto
'1 mondo poter
trarre all' Inferno. 44 Ch'io
vinca o perda,
o debba nel
mio regno Tornare antiquo,
o sempre stame
in bando, In mente
sua n' ha
Dio fatto disegno, Il
qual né io,
né tu, né
vede Orlando. Sia quel
che vuol, non
potrà ad atto
indegno Di Re inchinarmi
mai timor nefando. S'io
fossi certo di
morir, vo' morto Prima restar,
ch'ai sangue mio
far torto. 45 Or
ti puoi ritornar;
che se migliore Non
sei dimani in
questo campo armato, Che
tu mi sia
paruto oggi oratore, Mal
troverassi Orlando accompagnato; Queste ultime
parole usciron fuore Del
petto acceso d'Agramante
irato. Ritornò Puno e T
altro, e
ripososse Finché del mar
il giorno uscito
fosse. 46 Nel biancheggiar
della nuova alba,
firmati E in un
momento fiir tutti
a cavallo. Pochi sermon
si son tra
loro usati:Non vi
fu indugio, non vi
fu intervallo; Che i
ferri delle lance
hanno abbassati. Ma mi
parria, Signor, far
troppo fallo, Se, per
voler di costor
dir, lasciassi Tanto Ruggier
nel mar, che
v'affogassi. 47 II giovinetto
con piedi e
con braccia Percotendo venia
Porribil onde. Il vento
e la tempesta
gli minaccia: Ma più
la coscì'enzia lo
confonde. Teme che Cristo
ora vendetta faccia; Che,
poiché battezzar nell' acque
monde, Quando ebbe tempo.,
sì poco gli
calse, Or si battezzi
in queste amare
e salse. 48 Gli
ritornano a mente
le promesse Che tante
volte alla sua
donna fece; Quel che
giurato avea quando
si messe Centra Rinaldo
e nulla satisfece. A
Dio, eh' ivi
punir non lo
volesse, Pentito disse quattro
volte e diece; E
fece voto di
core e di
fede D'esser Cristian, se
ponea in terra
il piede: 49 E
mai più non
pigliar spada né
lancia Contra ai Fedeli
in aiuto de' Mori; Ma
che ritomeria subito
in Francia, E a
Carlo renderla debiti
onori; Né Bradamante più
terrebbe a ciancia, E verria a
fine onesto dei
suo' amori. Miracol fti, che
senti al fin
del voto Crescersi forza,
e agevolarsi il
nuoto. 50 Cresce la
forza e l'animo
indefesso:Ruggier percuote l'onde
e le respinge. L'onde che
seguon V una
all' altra presso . Di
che una il
leva, un'altra lo
sospinge. Cosi montando e
discendendo spesso Con gran
travaglio, alfin l'arena
attinge; E dalla parte
onde s'inchina il
colle Più verso il
mar, esce bagnato
e molle. 51 Fur
tutti gli altri,
che nel mar
si di?rii . Vinti dall'onde
e alfin restar
nell'acque. Nel solitario scoglio
uscì Ruggiero, Come all'alta
Bontà divina piacque. Poi
che fu sopra
il monte inculto
e fiero Sicur dal
mar, nuovo timor
gli nacque D'avere esilio
in sì stretto
confine, E di morirvi
di disagio alfine. 52
Ma pur col
core indomito, e
costante Di patir quanto
é in ciel
di lui prescrìtto, Pei duri
sassi l'intrepide piante Mosse,
poggiando inver la
cima al dritto. Non
era cento passi
andato innante, Che vide
d'anni e d'astinenzie
afflitto Uom eh' avea d'eremita
abito e segno, Di
molta reverenzia e
d'onor degno; 53 Che,
come gli fu
presso, Saulo, Saulo, Gridò,
perché perseguì la
mia Fede? (Come allor
il Signor disse
a san Paulo, Che'l
colpo salutifero gli
diede). Passar credesti il
mar, né pagar
nanlo, E defraudare altrui
della mercede. Vedi che
Dio, e' ha
lunga man, ti
giunge, Quando tu gli
pensasti esser più
Innge. 54 E seguitò
il santissimo Eremita, Il
qual la notte
innanzi avuto avea In
vision da Dio,
che con sua
aita Allo scoglio Ruggier
giunger dovea E di lui tutta
la passata vita, E
la futura, e
ancor la morte
rea, Figli e nipoti
ed ogni discendente Gli avea
Dio rivelato interamente. 55 Seguitò
r Eremita riprendendo Prima Ruggiero: e
alfin poi confortollo. Lo riprendea
ch'era ito difierendo Sotto il
soave giogo a
porre il collo; E
quel che dovea
far, libero essendo, Mentre Cristo
pregando a sé
chiamollo. Fatto avea poi
con poca grazia,
quando Venir con sferza
il vide minacciando. 56 Poi confurtollo
che non niega
il cielo, Tardi o per tempo,
Cristo a chi
gliel chiede; E di
quegli operari del
Vangelo Narrò, che tutti
ebhono ugual mercede. Con
caritade e con
devoto zelo Lo venne
ammaestrando nella Fede Verso
la cella sua
con lento passo, Ch'
era cavata a
mezzo il duro
sasso. hS Eran degli
anni ormai presso
a quaranta, Che sullo
scoglio il fraticel
si messe; Ch'a menar
vita solitaria e
santa Luogo opportuno il
Salvator gli elesse. Di
frutte còlte or
d'una or d'altra
pianta, E d'acqua pura
la sua vita
resse, Che valida e
robusta e senz'affanno Era venuta
all'ottantesimo anno. Stanza 5a 59
Dentro la cella
il vecchio accese
il fuoco, E la
mensa ingombrò di
vari frutti, Ove si
ricreò Ruggiero un
poco, Poscia ch'i panni
e i capelli
ebbe asciutti. Imparò poi
più ad agio
in questo loco l'i
nostra Fede i gran misteri
tutti j £d alla
imra fonte ebbe
battesmo 11 di seguente
dal vecchio medesmo. Stanza 60. 60
Secondo il luogo,
assai contento stava Quivi
Ruggier; chè'l luon
servo di Dio Fra
pochi giorni intnzion
gli dava Di rimandarlo
ove più avea
disio. Di molte cose
intanto Mgionava Con lui
sovente, or al
regno di Dio, Or
alli propri oasi
appertinenti, Or del suo
sangue alle future
genti. 57 Di sopra siede
alla devota cella Una
piccola chiesa, che
risponde All'oriente, assai comoda
e bella; Di sotto
un bosco scende
sin all'onde, Di lauri
e di ginepri
e di mortella, E
di palme fruttifere
e feconde, Che riga
sempre una liquida
fonte, Che mormorando cade
giù dal monte. 61
Avea il Signor,
che'l tutto intende
e vede. Rivelato al
santissimo Eremita,Che Ruggier
da quel dì
ch'ebbe la Fede, Dovea
sette anni, e non più,
stare in vita; Che
per la morte
che sua donna
diede A Pinabel, ch'a
lui fia attribuita. Saria, e
per quella ancor
di Bertolagi, Morto dai
laganzesi empi e
malvagi:62 £ che
quel tradimento andrà
sì occulto, Che non
se n'udirà di
fuor novella; Perchè nel
proprio loco fia
sepulto, Ove anco ucciso
dalla gente fella: Per
questo tardi vendicato
ed ulto Fia dalla
moglie e dalla
sua sorella: £ che
col ventre pieu
per lunga via Dalla
moglie fedel cercato
fia. 65 £ perchè
dirà Carlo in
latino: Este Signori qui,
quando foragli il
dono; Nel secolo futur
nominato Este Sarà il
hel luogo con
augurio buono; E così
lascerà il nome
d'Ateste Delle due prime
note il vecchio
suono. Avea Dio ancora
al servo suo
predetta Di Ruggier la
futura aspra vendetta: tigWi Stanza 61. 63
Fra l'Adige e
la Brenta appiè
de colli Ch'ai troiano Antenór
piacquero tanto, Con le
sulfuree vene e
rivi molli, Con lieti
solchi e prati
ameni accanto, Che con
l'alto Ida volentier
m atolli, Col sospirato Ascanio
e caro Xanto, A
partorir verrà nelle
foreste Che son poco
lontane al frigio
Ateste:64 £ ch'in
bellezza ed in
valor cresciuto Il parto
suo, che pur
Ruggier fia detto, £
del sangue troian
riconosciuto da quei Troiani,
in lor Signor
fia eletto; £ poi
da Carlo, a
cui sarà in
aiuto Incontra i Longobardi
giovinetto, Dominio giusto avrà
del bel paese, £
titolo onorato di
Marchese. 66 Ch'in visione
alla fedel consorte Apparirà dinanzi
al giorno un
poco; £ le dirà
chi l'avrà messo
a morte • £,
dove giacerà, mostrerà
il loco: Ond'ella poi
con la cognata
forte Distruggerà Pontieri a
ferro e a
fuoco; Né farà a'Maganzesi
minor danni Il figlio
suo Ruggiero, ov'
abbia gli anni. 67
D' Azzi, d Alberti,
d'Obici discorso Fatto gli
aveva, e di
lor stirpe bella, Insino
a Niccolò, Leonello,
Borso, Ercole, Alfonso, Ippolito
e Isabella. Ma il
santo vecchio, ch'alia
lingua ha il
morso. Non di quanto
egli sa però
favella: Narra a Ruggier
quel che narrar
convìensi; E quel ch'in
sé de' ritener, ritiensi. 68
In questo tempo
Orlando e Brandimarte £
'1 marchese Olivier
col ferro basso Vanno
a trovare il
Saracino Marte (Che così
nominar si può
Gradasso), E gli altri
duo che da
contraria parte Han mosso
il buon destrier
più che di
passo; Io dico il
re Agramante e
'1 re Sobrino:Rimbomba al
cor?o il lito
e'I mar vicino. 69
Quando allo scontro
vengono a trovarsi, E
in tronchi vola
al ciel rotta
ogni lancia, Del gran
rumor fu visto
il mar gonfiarsi, Del gran
rumor che s'udì
sino in Francia. Venne Orlando
e Gradasso a
riscontrarsi; E potea stare
ugual questa bilancia, Se
non era il
vantaggio di Baiardo, Che
fé' parer Gradasso più
gagliardo. 70 Percosse egli
il destrier di
minor forza. Ch'Orlando avea,
d'un urto così
strano, Che lo fece
piegare a poggia
e ad orza, E
poi cader, quanto
era lungo, al
piano. Orlando di levarlo
si risforza Tre volte
e quattro, e
con sproni e
con mau">: E quando
alfin noi può
levar, ne scende, Lo
scudo imbraccia, e
Balisarda prende. 71 Scontrossi
col Re d'Africa
Oliviero; £ fur di
quello incontro a
paro a paro. Brandimarte restar
senza destriero Fece Sobrin,
ma non si
seppe chiaro Se v'ebbe
il destrier colpa,
o il cavaliero; Ch'avvezzo era
cader Sobrin di
raro. 0 del destriero,
o suo pur
fosse il fallo, Sobrin
si ritrovò giù
del cavallo. 72 Or
Brandimarte, che vide
per terra Il re
Sobrin, non l'assalì
altrimente; Ma contro il
re Gradasso si
disserra, Ch'avea abbattuto Orlando
parimente. Tra il Slarchese
e Agramante andò
la guerra Come fu
cominciata primamente; Poi che si roppon
l'aste negli scudi, S'eran
tornati incontro a
stocchi ignudi. Stanza 74. 73
Orlando, che Gradasso
in atto vede, Che
par eh' a lui tornar
poco gli caglia; Né
tornar Brandimarte gli
concede, lo stringe e tanto
lo travaglia; Si volge
intorno, e similmente
a piede Vede Sobrin
che sta senza
battaglia. Vèr lui s'avventa;
e al muover
delle piante J?'a il
ciel tremar del
suo fiero sembiante. 74 Sobrin,
che di tanto
uora vede l'assalto, Stretto nell'arme
s'apparecchia tutto: Come nocchiero
a cui vegna
a gran salto Muggendo incontra
il minaccioso flutto, Drizza la
prora, e quando
il mar tant'alto salire, esser
vorria all'asciutto. Sobrin lo
scudo oppone alla
mina Che dalla spada
vien di Fallerina. Sunza 78. 75
Di tal finezza
è quella Balisarda, Che l'arme
le puon far
poco riparo: In man
poi di persona
si gagliarda. In man
d'Orlando, unico al mondo
o raro. Taglia lo
scudo; e nulla
la ritarda Perchè cerchiato
sia tutto d'acciaro: Taglia lo
scudo, e sino
al fondo fende, sotto
a quello in
su la spalla
scende. 76 Scende alla
spalla; e perchè
la ritrovi Di doppia
lama e di
maglia coperta, Non vuol
però che molto
ella le giovi, Che
di gran piaga
non la lasci
aperta. Mena Sobrin; ma
indarno è che
si provi Ferire Orlando,
a cui per
grazia certa il Motor
del cielo e
delle stelle, Che mai
forar non se
gli può la
pelle, 77 Raddoppia il
colpo il valoroso
Conte, E pensa dalle
spalle il capo
torgli. Sobrin che sa
il valor di
Chiaramonte, E che poco
gli vai lo
scudo opporgli, S'arretra; ma
non tanto, che
la fronte Non venisse
anco Balisarda a
còrgli. Di piatto fu,
ma il colpo
tanto fello, Ch'ammaccò l'elmo,
e gl'intronò il
cervello. 78 Cadde Sobrin
del fiero colpo
in terra, Onde a
gran pezzo poi
non è risorto. Crede finita
aver con lui
la guerra Il Paladino,
e che si
giaccia morto; E verso
il re Gradasso
si disserra, Che Brandimarte
non meni a
mal porto: Chè'l Pagan
d'arme e di
spada l'avanza, E di
destriero, e forse
di possanza. V f''' Stanza
85. 79 L'ardito Brandimarte
in su Frontino, Quel buon
destrier che di
Ruggier fu dianzi, Si
porta cosi ben
col Saracino, Che non
par già che
quel troppo l'avanzi; E
s'egli avesse osbergo
cosi fino, Come il
Pagan, gli starla
meglio innanzi; Ma gli
convien, che mal
si sente armato, Spesso dar
luogo or d'uno
or d'altro lato. 80
Altro destrier non è che
meglio intenda Di quel
Frontino il cavillerò
a cenno: Par che,
dovunque Durindana scenda, Or
quinci or quindi
abbia a schivarla
senno. Agramante e Olivier
battaglia orrenda Altrove fanno,
e giudicar si
denno Per duo guenier
di pari in
arme accorti, E poco
differenti in esser
forti. 81 Avea lasciato,
come io dissi,
Orhindo Sobrino in terra;
e contra il
re Gradasso . Soccorrer Brandimarte
disiando. Come si trovò
a pie, venia
a gran passo. Era
vicin per assalirlo,
quando Vide in mezzo
del campo andare
a spasso Il buon
cavallo onde Sobrin
fu spinto; E per
averlo, presto si
fu accinto. 82 Ebbe
il destrier, che
non trovò contesa, E
levò un salto,
ed entrò nella
sella. Nell'una man la
spada tien sospesa, Mette l'altra
alla briglia ricca
e bella. Gradasso vede
Orlando, e non
gli pesa Ch' a
lui ne viene,
e per nome
l'appella. Ad esso e
a Brandimarte e
all'altro spera Far parer
notte, e che
non sia ancor
sera. S'd Voltasi al
Conte, e Brandimarte
lassa, E d'una punta
lo trova al
camaglio:Fuorché la carne,
ogni altra cosa
pasa; Per forar quella
è vano ogni
travaglio. Orlando a un
tempo Balisarda abbassa: Non
vale incanto ov'ella
mette il taglio. L' elmo, lo
scudo, 1' osbergo
e l'arnese . Venne fendendo
in giù ciò
ch'ella prese; 84 E
nel volto e
nel petto e
nella coscia Lasciò ferito
il Re di
Sericana, Di cui non
fu mai tratto
sangue, poscia Ch' ebbe
queir arme: or gli
par cosa strana Che
quella spada (e
n'ha dispetto e
angoscia) Le tagli or
si; né pur
é Durindana. E se
più lungo il
colpo era o
più appreso, L'avria dal
capo insino al
ventre fésso 85 Non
bisogna più aver
nell' arme fede, Come avea
dianzi; che la
prova è fatta. Con
più riguardo e
più ragion procede, Che
non solea; meglio
al parar si
adatta. Brandimarte ch'Orlando entrato
vede, Che gli ha di man
quella battaglia tratta. Si
pone in mezzo
all'una e all'altra
pugna, Perchè in aiuto,
ove è bisogno,
gingna. 86 Essendo la
battaglia in tale
istato, Sobrin, eh' era
giaciuto in terra
molto . Si levò poi
ch'in sé fu
ritornato; E molto gli
dolca la spalla
e 'l volto. Alzò
la vista, e
mirò in ogni Iato:
Poi, dove vide
il suo Signor,
rivolto, Per dargli aiuto
i lunghi passi
torse Tacito sì, ch'alcun
non se u' accorse. 87 Vieu
dietro "ad Olivier,
che tenea gli
occhi Al re Affamante,
e poco altro
attendea; E gli feri
nei deretin ginocchi Il
deatrier di percossa
in modo rea, Che
senza indugio è
forza che trabocchi. Cade Olivier;
nèl piede aver
potea, Il manco pie
ch'ai non pensato
caso Sotto il cavallo
in staffa era
rimaso. 91 Trovato ha
Brandimarte il re
Agramante, E cominciato a
tempestargli intorno:Or con
Fronti n gli è
al fianco, or
gli è davante, Con
quel Frontin che
gira come un
torno. Buon cavallo ha
il figliaol di
Monodante; Non l'ha peggiore
il re di
Mezzogiorno:Ha Brigliador che
gli donò Ruggiero Poi
che lo tolse
a Mandricardo altiero. <' Stanza 87. 88
Sobrin raddoppia il
colpo, e di
riverso Gli mena, e
se gli crede
il capo torre; Ma
lo vieta V
acciar lucido e
terso, Che temprò già
Vulcan, portò già
Ettorre. Vede il periglio
Brandimarte, e verso Il
re Sobrino a
tutta briglia corre; E
lo fere in
sul capo, e
gli dà d'urto: Ma
il fiero vecchio
è tosto in
pie risurto; 89 E
toma ad Olivier
per dargli spaccio, Sì
eh' espedito all'altra vita
vada; O non lasciare
almen eh' esca
d'impaccio, 2Ia che si
stia sotto il
cavallo a bada. Olivier
e' ha di
sopra il miglior
braccio, Sì che si
può difender con
la spada, Di qua
di là tanto
percuote e punge, Che,
quanto è lunga,
fa Sobrin star
lunge. 90 Spera, s' alquanto
il tien da
sé rispinto, In poco
spazio uscir di
quella pena. Tutto di
sangue il vede
molle e tinto, E
che ne versa
tanto in su
l'arena, Che gli par
eh' abbia tosto
a restar vinto:Debole
è si, che
si sostiene a
pena. Fa per levarsi
Olivier molte prove. Né
da dosso il
destrìer però si
muove. 92 Vantaggio ha
beuB assai dell' armatura; A tutta
prova Pha buona
e perfetta. Brandimarte la
sua tolse a
ventura, Qual potè avere
a tal bisogno
in fretta: Ma sua
animosità si V
assicura, Ch' in miglior
tosto di cangiarla
aspetta:Come che'l Re
african d'aspra percossa La
spalla destra gli
avea fatta rossa, 93
E serbi da
Gradasso anco nel
fianco Piaga da non
pigliar però da
gioco. Tanto l'attese al varco
il guerrier franco. Che
di cacciar la
spada trovò loco. Spezzò
lo scudo, e
ferì il braccio
manco, E poi nella
man destra il
toccò un poco. Ma
questo un scherzo
si può dire
e un spasso Verso
quel che fa
Orlando e '1
re Gradasso. stanza 88. 94
Gradasso ha mezzo
Orlando disarmato; L'elmo gli
ha in cima
e da dui
lati rotto; E fattogli
cader lo scudo
al prato, Osbergo e maglia
apertagli di sotto: Non
l'ha ferito già;
ch era affatato. Ma
il Paladino ha
lui peggio condotto: In
faccia, nella gola,
in mezzo il petto
L'ha ferito, oltre
a quel che
già v'ho detto. 95
Gradasso disperato, che
si vede Del proprio
sangue tutto molle
e brutto, E ch'Orlando
del suo dal
capo al piede Sta
dopo tanti colpi
ancora asciutto; Leva il
brando a due
mani, e ben
si crede Partirgli il
capo, il petto,
il ventre e'I
tutto; E appunto, come
vuol, sopra la
fronte Percuote a mezza
spada il fiero
Conte. 100 Padre del
elei, dà fra
gli eletti tuoi Spiriti
luogo al martir
tuo fedele. Che giunto
al fin de' tempestosi suoi Viaggi,
in porto ormai
lega le vele. Ah
Durindana, dunque esser
tu puoi Al tuo
signore Orlando sì
crudele, che la più
grata compagnia e
più fida Ch'egli abbia
al mondo, innanzi
tu gli ncdda? 96
E s' era altro
eh' Orlando, l'avria
fatto; L'avria sparato fin
sopra la sella:Ma,
come colto l'avesse
di piatto, La spada
ritornò lucida e
bella. Della percossa Orlando
stupefatto. Vide, mirando in terra, alcuna
stella. Lasciò la briglia,
e 'I brando avria
lasciato; Ma di catena
al braccio era
legato. 97 Del suon
del colpo fu
tanto smarrito Il corridor
eh' Orlando avea
sul dorso, Che discorrendo
il polveroso lito, Mostrando già
quanto era buono
al corso. Della percossa
il Conte tramortito. Non ha
valor di ritenergli
il morso Segue Gradasso,
e l'avria tosto
giunto, Poco più che Ba
lardo avesse punto. 98
Ma nel .voltar
degli occhi, il
re Agramantc Vide condotto
all' ultimo periglio; Che nell'elmo
il figliuol di
Monodante Col braccio manco
gli ha dato
di piglio, E gliel'ha
dislacciato già davante, E
tenta col pugnai
nuovo consiglio; Né gli
può far quel
Re difesa molta, Perchè
di man gli
ha ancor la
spada tolta. f9 Volta
Gradasso, e più
non segue Orlando; Ma,
dove vede il
re Agramante, accorre. L'incauto Brandimarte,
non pensando Ch'Orlando costui
lasci da sé
tórre. Non gli ba né gli
occhi né '1
pensiero, instando Il coltel
nella gola al
Pagan porre. Giunge Gradasso,
e a tutto
suo potere Con la
spada a due
man l'elmo gli
fere. Stanza 97. 101 Di
ferro un cerchio
grosso era duo
dita Intorno all'elmo, e
fu tagliato e
rotto Dal gravissimo colpo,
e fu partita La
culfia dell'acciar ch'era
di sotto. Brandimarte con
faccia sbigottita Giù del
destrier si riversò
di botto; E fuor
del capo fé' con
larga vena Correr di
sangue un fiume
in su l'arena. 102 II
Conte .si risente,
e gli occhi
gira. Ed ha il suo Brandimarte
in terra scorto; E
sopra in atto
il Serican gli
mira, Che ben conoscer
può che glie
T ha morto. Non
so se in
lui potè più
il duolo o
l'ira; Ma da piangere
il tempo avea
sì corto, Che restò
il duolo, e
Tira uscì più
in fretti". Ma tempo
è omai che
fine al Canto
io metta. St. 2.
V.1. L'almo liquor,
ecc. Intendesi il
vino dato da Bacco ad
Icaro, e più
comunemente Icario, fi glio di
Ebaio re di
Laconia. Qaesti ne
fece bere ai
suoi mietitori, i quali
ne divennero ubbrlachi;
e creden dosi da lui
avvelenati. Io gettarono
in un pozzo,'dove morì. V.6.
Celti e Boi:
popoli delle Gallie,
che ade scati dalla bontà
delle frutta, e
segnatamente del vino d'Italia, passarono
le Alpi e
posero sede nella
Peni sola. St. 9. V.67.
Mugliando sopra il
mar va il
gregge bianco. I mostri
marini van mugliando,
ecc., detti bian chi perchè classificati
tra i pesci,
e gregge, psrchè diti
in guardia, secondo le
favole, e condotti
dal dio Pioteo. St. 19.
V.1. IZ cornile
e H padrone.
Nelle galere dicevasi comite
o cornilo il
basso uffiziale che
soprav veglia alla ciurma,
e ordina le
manovre. Padrone cbia mavasi
il capitano dei
minori navigli. St. 26.
V.5. .Sto cJì
tutta l'istoria avete
letta. Al Canto XVII,
lib I, dell'Orbando
7/ma morato del Boiardo. St.
'28. V.5. Laltra
armatura, ecc. Ruggiero
aveva conquistata l'armatura d'Ettore
Troiano, figliuolo di Priamo,
portata da Mandricardo.
Vedi Canto XXX,
St. 74. St. 36.
V.24. Brandimarte: Costei
em venuta in Francia
ad .\rdenna con
Ruggiero, Giadasso e
Mandri cardo per liberare Orlando,
ch'era tenuto allacciato
da gli incanti di Atlante.
Vedi Semi, Canto
LXVI, St. 14, e
Canto LXVII, St.
17, 7 e
segj. liè forse
il fèr Sem arte: perchè
era gran vantaggio
che il sole,
na scendo dietro le loro
spalle, battes.se in
faccia i nemici St.
.38. v.'ò. Il
fedel cavaliero, ecc.
Brandimarte era stato battezzato
da Orlando, trovandosi
amendue prigioni di Monodante.
Berni, Orlando IiinamoratOf Canto XLI,
Stanza 11. St. 43.
V.6. Di quel
dragon: del dem(Tnio. St. 53.
V.5. Naulo (o
più comunemente nolo)
ciò che si paga
per fare un
viaggio marittimo. Qui
il naulo che Dio fa paga
a Ruggiero per
quel tragitto, è il
naufragio, qual gastigo
del recalcitrare di
lui alle di vine chiamate. St. 63.
V.13. Fra V Adige
e la Brenta:
fiumi che limitano il
territorio di Padova
da mezzogiorno a
settentrione. Al troiano
Antenòr piacquero tanto.
Se guita r opinione che
Antenore fuggitivo da
Troia ve nisse in Italia,
e vi fondasse
Padova. Lealtà Ida: montagna
di Frigia, non
lungi da Troia.
Ascanio: nome di lago
e fiume nell
i Misia, soggetta
al re Priamo.
Xanto, 0 Scamandro,
fiumicello vicino a
Troia. Al frigio
Ateste: nome antico
del castello d'Este
sul padovano; e il
Poeta Io dicefriglOt
perchè in que'
tempi credevasi fabbricato dai
Troiani. St. 65. v.6.
Delle due prime
note: dell'A e
del T, che sono
le due prime
lettere della parola
Ateste. Gl'im peratori,
quando a
rimeritare alcuno de'
loro seguaci o capitani
voleano costituirlo signore
di qualche luogo, dicevano in latino: Este
hic domini, cioè
siate qui si onori.
Or quando Carlo
Magno donò a
Ruggiero l'antico castello di
Ateste, dovette pure
pronunciare tali parole. E
da questo costume
e dal nome
del suddetto castello, l'Ariosto, puntualmente
seguendo i Cronisti
originò il cognome dei
duchi di Ferrara. St.
83. y. 2.
E d'una punta
lo trova: lo
colpisce, lo percuote. Camaglio:
parte dell'armatura che di
fende il collo. XLII. Il combattimento
in Lampedusa ttuwec
con la morte
di Qn dasso e
di Aframanto, uccisi
per mano d'Orl&tido, eh(c)
con fliTva in vita
Jobnno Bnidamaiito ai
accora pel rilanJo
di RtiSgicro; e Rinaldo,
oll'andare in traccia
il'Attglic", trOT"
crii lo
gtiarice dairainOLOsa piscione.
iQC&mmtEiatosì quindi juH raggi u(ij;jti re tarlando,
s' imbatto in an
cavallerìe ehfl la accoglie
in un magni
Itco palazzo ornato
di aiatQe rapiirefcn tanti varie
do a uè
Kilenii; ed Ivi
T oapite gli propoite om mnàtù
onik c[:rti Scarsi
sulla fedeltà della
moglie. 1 Qiml duro
freno, o qnal
hnìgno nodo, Qimi, s'
e4ser può, catena
di diaìnante Farà che
V ira servi
ordine e modo, Che
non trascorra oltre
al prescrìtto innante, Quando persona,
che con saldo
chiodo T abbia già fìssa
Amor nel cor
costante, Tu vegga o
per violenzia o
per inganno Patire o
disonor o mortai
danno?E 8 a
cradel, sad inumano
effetto Quell'impeto talor P animo
svia, escusa; perchè allor
del petto Non ha
ragione imperio né
balia. Achille, poi che
sotto il falso
elmetto Vide Patroclo insanguinar
la via, D'uccider chi
l'uccise non fu
sazio, Se noi traea,
se non ne
facea strazio. Invitto Alfonso,
simile ira accese La
vostra gente il
di che vi
percosse La fronte il
grave sasso, e
si v offese, Ch'
ognun pensò che
l'alma gita fosse:L'accese in
tal furor, che
non difese Vostri inimici
argini o mura
o fosse, Che non
fessine insieme tutti
morti, Senza lasciar chi
la novella porti. Il
vedervi cader causò
il dolore Che i
vostri a furor
mosse e a
crudeltade. S'eravate in pie
voi, forse minore Licenzia avrian
ayute le lor
spade. Era vi assai,
che la Bastia
in manche ore V'aveste
ritornata in potestade, Che tolta
in giorni a
voi non era
stata Da gente Cordovese
e di Granata. Forse fu
da Dio vindice
permesso Che vi trovaste
a quel caso
impedito, Acciò che '1
crudo e scellerato
eccesso Che dianzi fatto
avean, fosse punito; Che,
poi ch'in lor
man vinto si
fu messo Il miser
Vestidel, lasso e
ferito, Senz'arme fa tra
cento spade ucciso Dal
popol la più
parte circonciso. Ma perch'
io vo' concludere,
vi dico Che nessun' altra
quell'ira pareggia. Quando Signor,
parente, o sozio
antico Dinanzi agli occhi
ingiuriar ti veggia. Dunque è
ben dritto, per
sì caro amico, Che
subit'ira il cor
d'Orlando feggia; Che dell' orribil
colpo che gli
diede Il re Gradasso,
morto in terra
il vede. Qual nomade
pastor, che vedut'
abbia Fuggir strisciando l'orrido
serpente Che il figliuol,
che giocava nella
sabbia, Ucciso gli ha
col venenoso dente, Stringe il
baston con collera
e con rabbia; Tal
la spada, d'ogn' altra
più tagliente, Stringe con
ira il cavalier
d'Anglante:Il primo che
trovò, fu il
re Agramante, 8 Che
sanguinoso, e della
spada privo, Con mezzo
scudo, e con
l'elmo disciolto, E ferito
in più parti
ch'io non scrivo, S' era di
man di Brandimarte
tolto, Come di pie
all' astor sparvier mal
vivo, A cui lasciò
alla coda, invido
o stolto. Orlando giunse,
e messe il
colpo giusto Ove il
capo si termina
col busto. 9 Sciolto
era l'elmo, e
disarmato il collo,
che lo tagliò
netto come un
giunco. Cadde e die
nel sabbion l'ultimo
crollo Del regnator di
Libia il grave
tronco. Corse lo spirto
all' acque, onde tiroUo Caron
nel legno suo
col graffio adunco. Orlando sopra
lui non si
ritarda, Ma trova il
Serican con Balisarda. 10
Come vide Gradasso
d'Agramante Cadere il busto
dal capo diviso; Quel
che accaduto mai
non gli era
innante, Tremò nel core,
e si smarrì
nel viso: E all' arrivar
del cavalier d'Anglante, Presago del
suo mal, parve
conquiso. Per schermo suo,
partito alcun non
prese, Quando il colpo
mortai sopra gli
scese. 11 Orlando lo
ferì nel destro
fianco Sotto r ultima
costa; e il
ferro, immerso Nel ventre,
un palmo uscì
dal lato manco, Di
sangue sin all'elsa
tutto asperso. Mostrò ben
che di man
fu del più
franco E del miglior
guerrier dell' universo n colpo
eh' un Signor condujse
a morte, Di cui
non era in
Paganìa il più
forte. 12 Di tal
vittoria non troppo
gioioso, Presto di sella
il Paladin si
getta; E col viso
turbato e lagrimoso A
Brandimarte suo corre
a gran fretta. Gli
vede intorno il
campo sanguinoso:L'elmo, che
par ch'aperto abbia
un'accetta. Se fosse stato
firal più che
di scorza, Difeso non
l'avria con minor
forza. 13 Orlando l'elmo
gli levò dal
viso, E ritrovò che
'1 capo sino
al naso Fra r
uno e l'altro
ciglio era diviso:Ma
pur gli è
tanto spirto anco
rimaso, Che de' suoi falli
al Re del
Paradiso Può domandar perdono
anzi l'occaso; E confartar
il Conte, che
le gote Sparge di
pianto, a pazì'enzia
puote; 14 E dirgli:
Orlando, fa che
ti raccordi Di me
neirorazion tue grate
a Dio: Né meu
ti raccomando la
mia Fiordi.... Ma dir
non potè ligi:
e qui finio. E
voci e Huoni
d'Angeli concordi Tosto in
aria s' udir, che
l'alma uscio; La qual,
disciolta dal corporeo
Telo, dolce melodia sali
nel cielo. 15 Orlando,
ancorché far dovea
allegrezza Di sì devoto
fine, e sapea
certo Che Brandimarte alla
suprema altezza Salito era,
che U ciel gli
vide aperto; Pur dair
umana volontade, avvezza Coi
fragil sensimale era
sofferto Ch'un tal più
che fratel gli
fosse tolto, E non
aver di pianto
umido il volto. 16
Sobrin che molto
sangue avea perduto, Che
gli piovea sul
fianco e sulle
gote, Riverso già gran
pezzo era cadalo, E
aver ne dovea
ormai le vene
vote Ancor giacca Olivier;
né riavuto piede avea,
né riaver lo
puote Se non ismosso,
e dallo star
che tanto Gli fece
il destrier sopra,
mezzo infranto: Ì7 E
seU cognato non
venia ad aitarlo, Siccome lacrimoso
era e dolente, Per
sé medesmo non
potea ritrarlo. E tanta
doglia e tal
martir ne sente, Che
ritratto che Tehbe,
né a mutarlo Né
a fermarvisi sopra
era possente; E n'ha
insieme la gamba
si stordita, Che muover
non si può,
se non si
aita. Stanza 9. 18 Della
vittoria poco rallegrosse Orlando; e
troppo gli ea
acerbo e duro Veder
che morto Brandimarte
fosse. Né del cognato
molto esser sicuro. Sobrin che
vivea ancora, ritrovosse. Ma poco
chiaro avea con
molto oscuro: Che la sua vita
per l'uscito sangue Era
vicina a rimanere
esangue. 19 Lo fece
tdr, che tutto
era sanguigno. Il Conte,
e medicar discretamente; E confortollo
conparlar benigno, Come se
stato gli fosse
parente:Che dopo il
fatto nulla di
maligno In sé tenea,
ma tutto era
clemente. Fece dei morti
arme e cavalli
torre; I)el resto a' servi
lor lasciò disporre. 20
Qui della istoria
mia, che non
sia vera, Federigo Fulgoso
é in dubbio
alquanto; Che con Tarmata
avendo la riviera Di
Barberia trascorsa in
ogni canto, Capitò quivi,
e Pisola sì
fiera. Montuosa e inegual
ritrovò tanto. Che non è, dice,
in tutto il
luogo strano Ove un
sol pie si
possa metter piano: 21
Né verisimil tien
che nell'alpestre Scoglio sei
cavalieri, il fior
del mondo, Potesson far
quella battaglia equestre. Alla quale
obiezion così rispondo: Ch'a quel
tempo una piazza
delle destre, Che sieno
a questo, avea
lo scoglio al
fondo: Ma poi, eh'
un sasso, che
'l tremuoto aperse Le
cadde sopra, e
tutta la coperse. 22
Si che, 0
chiaro fulgor della
Fnlgosa Stirpe. 0 serena,
o sempre viva
luce, Se mai mi
riprendeste in questa
cosa, E forse innanti
a quello invitto
Duce, Per cui la
vostra patria or
si riposa, Lascia ogni
odio, e in
amor tutta sMnduce; Vi
priego che non
siate a dirgli
tardo. Ch'esser può che
né in questo
io sia bugiardo. 23
In questo tempo,
alzando gli occhi
al mare, Vide Orlando
venire a vela
in fretta Un na villo
leggier, che di
calare Facea sembiante sopra
P isoletta. Di chi
si fosse, io
non voglio or
contare, Peic' ho più
d'uno altrove che m'
aspetta. Veggiamo in Francia,
poi che spinto
ne hanno I Saracin.
se mesti o
lieti stanno. 24 Veggiam
che fa quella
fedele amante, Che vede
il suo contento
ir si lontano; Dico
la travagliata Bradamante, Poi che ritrova il
giuramento vano, Ch'avea fatto
Ruggier pochi di
innante. Udendo il nostro
e T altro
stuol pagano. Poi chMn
questo ancor manca,
non le avanza In
chella debba più
metter speranza: 25 E
ripetendo i pianti
e le querele, Che
pur troppo domestiche
le furo. Tornò a
sua usanza a
nominar crudele Ruggiero, e
U suo destin
spietato e duro. Indi
sciogliendo al gran
dolor le vele, II
Ciel che consentia
tanto pergiuro, Né fatto
n'avea ancor segno
evidente. Ingiusto chiama, debole
e impotente. 26 Ad
accusar Melissa si
converse, E maledir Toracol
della grotta; Cha lor
mendace suasion s'immerse Nel
mar d'Amore, ov'è
a morir condotta. Poi
con Marfisa ritornò
a dolerse Del suo
fratel, che le
ha la fede
rotta; Con lei grida
e si sfoga,
e le domanda. Piangendo, aiuto,
e se le
raccomanda. 27 Marfisa si
ristringe nelle spalle, E,
quel sol che
può far, le
dà conforto; Né crede
che Ruggier mai
cosi falle, Ch' a
lei non debba
ritornar di corto; E
se non toma
pur, sua fede
dàlie, Ch' ella non
patirà si grave
torto; 0 che battaglia
piglierà con esso, 0
gli farà osservar
ciò e' ha
promesso. 28 Così fa
ch'ella un poco
il duo! raffrena; Ch'avendo ove
sfogarlo, è meno
acerbo. Or ch'abbiam vista
Bradamante in pena. Chiamar
Ruggier pergiuro, empio
e superbo: Veggiamo ancor
se miglior vita
mena 11 fratel suo
che non ha
polso o nerbo, Osso
0 medolla che
non senta caldo Delle
fiamme d'Amor; dico Rinaldo: Stanza 27. 29
Dico Rinaldo, il
qual (come sapete) Angelica la
bella amava tanto; Né
l'avea tratto all'amorosa
rete Si la beltà
di lei, come
l'incanto. Aveano gli altri
Paladin quiete. Essendo ai
Mori ogni vigore
affranto: tra i vincitori
era rimase solo Egli
captivo in amoroso
duolo. 30 Cento messi
a cercar che
di lei fiisse Avea
mandato, e cerconne
egli stesso. Alfine a
Malagigi si ridusse. Che
nei bisogni suoi
V aiutò spesso. A
narrare il suo
amor se gli condusse
Col viso
rosso e col
ciglio dimesso. Indi lo
priega che gF
insegui dove La desiata
Angelica si trove. 31
Gran maraTiglia di si strano
caso Va rìfolgendo a
Malagigi il petto. Sa
che sol per
Rinaldo era rimaso D'averla cento
volte e più
nel letto:Ed egli
stesso, acciò che
persuaso Fosse di questo,
avea assai fatto
e detto Con prieghi
e con minacce
per piegarlo; Né mai
avuto avea poter
di farlo: stanza 34. 32
E tanto più,
challor Rinaldo avrebbe Tratto fuor
Malagigi di prigione. Fare or
spontaneamente lo vorrebbe, Che
nulla giova, e
nha minor cagione: Poi
priega lui, che
ricordar si debbe Pfir
quanto ha offeso
in questo oltr' a
ragione; Che per negargli
già, vi mancò
poco Di non farlo
morire in scuro
loco. 33 Ma quanto
a Malagigi le
domande Di Rinaldo importune
più pareano; Tanto che
l'amor suo fosse
più grande, Indizio manifesto
gli faceano. I prieghi
che con lui
vani non spande, Fan
che subito immerge
nell'oceano Ogni memoria della
ingiuria vecchia, E che
a dargli soccorso
s' apparcccliia. 34
Termine tolse alla
risposta, e spena Gli
die, che favorevol gli
saria: E che gli
saprà dir la
via che tiene Angelica, o
sia in Francia,
o dove sii. E
quindi Malagigi al
luogo viene, Ove i
demonj scongiurar solia; Oh'
era fra monti
inaccessibil grotta:Apre il
libro, e gli
spirti chiama in
frotta. 35 Poi ne
sceglie un che
de' casi d'Amore Avea notizia:
e da lui
saper volle, Come sia
che Rinaldo, eh' avea
il core Dianzi si
duro, or l'abbia
tanto molle:E di
quelle due fonti
ode il tenore, Di
che l'una dà
il foco, e
l'altra il toUe; E
al mal che
l'una fa, nulla
soccorre, Se non V
altr' acqua che contraria corre. 36
Et ('de come
avendo già di
quella. Che l'amor caccia,
bevuto Rinaldo, Ai lunghi
prieghi d'Angelica bella Si
dimostrò cosi ostinato
e saldo: E che
poi giunto, per
sua iniqua stella, A
ber nell'altra l'amoroso
caldo. Tornò ad amar,
per forza di
quelle acque, Lei che
pur dianzi oltr'il
dover gli spiacqae 87
Da iniqua stella
e fier destin
fu giunto A ber
la fiamma in
quel ghiacciato rivo; Perchè
Angelica venne quasi
a un punto A
ber nell'altro di
dolcezza privo, Che d'ogni
amor le lasciò
il cor si
emunto, Ch' indi ebbe
lui, più che
le serpi, a
schivo:Egli amò lei,
e l'amor giunse
al sego In ch'era
già di lei
l'odio e lo
sdegno. 38 Del caso
strano di Rinaldo
a pieno Fu Malagigi
dal demonio instructo. Che gli
narrò d'Angelica non
meno, Ch'a un giovine
african si donò
in tutto; E come
poi lasciato avea
il terreno Tutto d'Europa,
e per l'instabil
flutto Verso India sciolto
avea dai liti
ispani Su l'audaci galee
de' Catalani 39 Poi che
venne il cugin
per la risposta, Molto gli
dissuase Malagigi Di più
Angelica amar, che s'
era posta D'un vilissimo
Barbaro ai servigi; Ed
ora si da
Francia si discosta, Che
mal seguir se
ne potria i
vestigi: Ch'era oggimai più
là ch'a mezza
strada Per andar con
Medoro in sua
contrada. . 40 La
partita d'Angelica non
molto Sarebbe grave air
animoso amante; Né pur gli avria
turbato il sonno,
o tolto Il pensier
di tornarsene in
Levante: Ma sentendo ch'avea
del suo amor
colto Un Saracino le
primizie innante, Tal passione
e tal cordoglio
sente, Che non fu
in vita sua mai più
dolente. 41 Non ha
poter d'una risposta
sola; Triema il cor
dentro, e trieman
fuor le labbia; Non
può la lingua
disnodar parola; La bocca
ha amara, e
par che tosco
v'abbia. Da Malagigi subito
s'invola; E come il
caccia la gelosa
rabbia. Dopo gran pianto
e gran rammaricarsi, Verso Levante
fa pensier tornarsi. 42
Chiede licenzia al
figlio di Pipino; E
trova scusa, che'l
destrier Baiardo, Che ne
mena Gradasso Saracino Contra il
dover di cavalier
gagliardo, Lo muove per
suo onore a
quel cammino, Acciò che
vieti al Serican
bugiardo Di mai vantarsi
che con spada
o lancia L'abbia levato
a un paladin
di Francia. 43 Lasciollo
andar con sua
licenzia Carlo, Benché ne fu con
tutta Francia mesto; Ma
finalmente non seppe
negarlo: Tanto gli parve
il desiderio onesto. Vuol
Dudon, vuol Guidone
alcompagnarlo; Ma lo niega
Rinaldo a quello
e a questo. Lascia Parigi,
e se ne
va via solo, Pien
di sospiri e
d'amoroso duolo. Stanza 45. 44
Sempre ha in
memoria, e mai
non se gli
toUe, Ch'averla mille volte
avea potuto, E mille
volte avea, ostinato
e folle, Di sì
rara beltà fatto
rifiuto; E di tanto
piacer, eh' aver
non volle, Sì bello
e sì buon
tempo era perduto; Ed
ora eleggerebbe un
giorno corto Averne solo,
e rimaner poi
morto. 45 Ha sempre
in mente, e
mai non se
ne parte. Come esser
puote eh' un povero
fante Abbia del cor
di lei spinto
da parte Merito e
amor d' ogni altro
primo amante. Con tal
pensier, che'l cor
gli straccia e
parte, Rinaldo se ne
va verso Levante: E
dritto al Reno
e a Basilea
si tiene, Finché d'Ardenna
alla gran selva
viene. 46 Poi che
fu dentro a
molte miglia andato Il
Paladin pel bosco avventuroso, Da ville
e da castella
allontanato. Ove aspro era
più il luogo
e periglioso. Tutto in
un tratto vide
il cìel turbato, Sparito il
Sol tra nuvoli
nascoso. Ed uscir fuori
d'una caverna oscura Un
strano mostro in
femminil figura. 47 Mill'occhi
in capo avea
senza palpebre; Non può
serrarli, e non
credo che dorma: Non
men che gli
occLi, avea l'orecchie
crebre; Avea, in loco
di crin, serpi
a gran torma. Fuor
delle diaboliche tenèbre. Nel
mondo uscì la
spaventevol forma. Un fiero
e maggior serpe
ha per la
coda, Che pel petto
si gira, e
che l'annoda. 48 Quel
ch a Rinaldo
in mille e
mille imprese Più non
avvenne mai, quivi
gli avviene; Che come
vede il mostro
eh' 11' offese Se gli.
apparecchia, e eh' a
trovar lo viene, Tanta
paura, quanta mai
non scese In altri
forse, gli entra
nelle vene; Ma pur
V usato ardir
simula e finge, E
con trepida man
la spada stringe. 49
S'acconcia il mostro
in guisa al
fiero assalto, Che si
può dir che
sia mastro di
guerra: Vibra il serpente
venenoso in alto, E
poi centra Rinaldo
si disserra: Di qna
di là li
vien sopra a
gran salto. Rinaldo centra
lui vaneggia ed
erra:Colpi a dritto
e a riverso
tira assai: Ma
non ne tira
alcun che fera
mai. Stanza 50. 52 Nel
più tristo sentier,
nel peggior calle Scorrendo va,
nel più intricato
bosco, Ove ha più
aspreaza il balzo,
ove la valle È
più spinosa, ov'è
l'aer più foàco; Cosi
sperando torsi dalle
spalle Quel brutto, abbominoso,
orrido tosco; J] ne
sarla mal capitato
forse. Se tosto non
giungea chi lo
soccorse. 53 Ma lo
soccorse a tempo
un cavaliere Di bello
armato e Incido
metallo, Che porta un
giogo rotto per
cimiero DI rosse fiamme
ha pien lo
scudo giallo; Così trapunto
il suo vestire
altiero, Così la sopravvesta
del cavallo: La lancia
ha in pugno,
e la spada
al suo loco, E
la mazza airarcion,
che getta foco. 54
Piena d'un foco
etemo è quella
mazza, Che senza consumarsi
ognora avvampa:Né per
buon scudo, o
tempra di corazza, 0
per grossezza d'elmo
se ne scampa. Dunque si
debbe il cavalier
far piazza, Giri ove
vuol l'inestinibil lampa; Né
manco bisognava al
guerrier nostro, Per levarlo
di man del
crudel mostro. 55 E
come cavalier d'animo
saldo. Ove ha udito
il rumor, corre
e galoppa, Tanto che
vede il mostro
che Rinaldo Col brutto
serpe in mille
nodi aggroppa, E sentir
fagli a un
tempo freddo e
caldo: Che non ha
via di torlosi
di groppa. Va il
cavaliere, e fere
il mostro al
fianco, E lo fa
traboccar dal lato
manco. 50 II mostro
al petto il
serpe ora gli
appicca, Che sotto l'arme
e sin nel
cor l'agliiaccia : Ora per la visiera
gliele ficca, E fa
ch'erra pel collo
e per la faccia.
Rinaldo dall'impresa si
dispicca, E quanto può
con sproni il
destrier caccia: Ma la
Furia infernal già
non par zoppa, Che
spicca un salto,
e gli è
subito in groppa. 56
Ma quello è
appena in terra
che si rizz.\, E
il lungo serpe
intorno aggira e
vibra. Quest' altro più
con l'azza non
V attizza; Ma di
farla col foco
sì delibra. La mazza
impugni, e dove
il serpe guizza Spessi
come tempesta i
colpi libra; Né lascia
tempo a quel
bratto animale. Che possa
farne un solo,
o bene o
male:51 Vada attraverso,
al dritto, ove
si voglia, Sempre ha
con lui la
maledetta peste; Né sa
modo trovar che se ne
scioglia. Benché '1 destrier
di calcitrar non
reste. Triema a Rinaldo
il cor come
una foglia: Non ch'altrimenti
il serpe lo
moleste; Ma tanto orror
ne sente e
tanto schivo, Che stride
e geme, e
ducisi ch'egli è
vivo. 57 E mentre
addietro il caccia
o tiene a
bada, E lo percuote,
e vendica mille
onte. Consiglia il Paladin
che se ne
vada Per quella via
che s'alza verso
il monte. Quel s'appiglia
al consiglio ed
alla strada; E senza
dietro mai volger
la fronte. Non cessa
che di vista
se gli tolle, Benché
molto aspro era
a salir quel
colle Stanza 53. 58 II
cavalier, poi ch'alia
scura baca Fece tornare
il mostro dall'Inferno, Ore rode
sé stesso e
si manuca, E da
mille occhi yersa
il pianto etemo Per
esFer di Einaldo guida
e duca, Gli sali
dietro, e sul
giogo superno Gii fu
alle spalle, e
si mise con
lui Per trarlo fuor
de' luoghi oscuri e bui
69 Come Rinaldo
il vide ritornato, Gli disse
che gli avea
grazia infinita, E ch'era
debitore in ogni
lato Di porre a
beneficio suo la
vita. Poi lo domanda
come sia nomato. Acciò
dir sappia chi
gli bacato aita; E
tra guerrieri possa,
e innanzi a
Carlo, Dell' alta sua bontà
sempre esaltarlo. 60 Rispose
il cavalier: Non
ti rincresca SeJ nome
mio scoprir non
ti vogliora: Ben tei
dirò prima chnn
passj cresca L'ombra; che
ci sarà poca
dimora. Trovare, andando insieme,
un'acqua fresca, Che col
suo mormorio facea
talora Pastori e viandanti
al chiaro rio Venire,
e berne T
amoroso obblio. Stanza 57. 63
L'un e l'altro
smontò del suo
cavallo, E pascer lo
lasciò per la
foresta; E nel fiorito
verde a rosso
e a giallo Ambi si
trasson l'elmo della
testa. Corse Rinaldo al
liquido cristallo. Spinto da
caldo e da
sete molesta, E cacciò,
a un sorso
del freddo liquore, Dal
petto ardente e
la sete e
l'amore. 64 Quando lo
vide l'altro ca vallerò La
bocca sollevar dell' acqua
molle, E ritrarne pentito
ogni pensiero Di quel
desir eh' ebbe
d'amor si folle; levò
ritto e con
sembiante altiero Gli disse
quel che dianzi
dir non volle; Sappi,
Rinaldo, il nome
mio è lo
Sdegno Venuto sol per
sciorti il giogo
indegno. 65 Cosi dicendo,
subito gli sparve, E
sparve insieme il
suo destrier con
lui. Questo a Rinaldo
un gran miracol
parve; S' aggirò intorno, e
disse: Ov' è costui?Stimar
non sa se
sian magiche larve; Che
Malagigi un de' ministri
sui (Ui abbia mandato
a romper la
catena Che lungamente l'ha
tenuto in pena; 66
Oppur che Dio
dall'alta gerarchia Gli abbia
per ineffabil sua
bontade, come già
mandò a Tobia, Un
angelo a levar
di cecitade. Ma buono
o rio demonio,
o quel che
sia. Che gli ha
renduta la sua
libertade, Ringrazia e loda;
e da lui
sol conosce Che sano
ha il cor
dell' amorose angosce. 61 Signor,
queste eran quelle
gelide acque. Quelle che
spenon l'amoroso caldo; Di
cui bevendo y
ad Angelica nacque ch'ebbe di
poi sempre a
Rinaldo. E s'ella un
tempo a lui
prima dispiacque. E se
nell'odio il ritrovò
si saldo, Non derivò,
Signor, la causa
altronde, Se non d'aver
bevuto di queste
onde. b2 II cavalier
che con Rinaldo
viene. Come si vede
innanzi al chiaro
rivo, Caldo per la
fatica il destrier
tiene, E dice: 11 posar
qui non fia
nocivo. Non fia, disse
Rinaldo, se non
bene; Ch' oltre che
prema il mezzogiorno
estivo, M' ha così il
brutto mostro travagliato, Che '1
riposar mi fia
comodo e grato. 67
Gli fu nel
primier odio ritornata Angelica, e gli parve
troppo indegna D'esser, non
che si lungi
seguitata, Ma che per lei pur
mezza lega vegna. Per
Biiard) riaver tutta
fiata Verso India in
Sericana andar disegna, Si
perchè l'onor suo
lo stringe a
farlo, Si per averne
già parlato a
Carlo. 68 Giunse il
giorno seguente a
Basilea, Ove la nuova
era venuta innante Che
'1 conte Orlando
aver pugna dovea Contra
Gradasso e centra
il re Agramante. Né
questo per avviso
si sapea Ch'avesse dato
il Cavalier d'Anglante; Ma di
Sicilia in fretta
vennt'era Chi la novella
v'apportò per vera. 69
Rinaldo vuol trovarsi
con Oliando Alla battaglia,
e se ne
vede Innge. Di dieci
in dieci m'glia
va mutando Cavalli e
guide, e corre
e sferza e punge.
Passa il
Beno a Costanza,
e in su
volando, Traversa l'Alpe, ed
in Italia giunge. Verona addietro,
addietro Mantua lassa; Sul
Po si trova,
e con gran
fretta il 70 Già
sM'nchinava il sol
molto alla sera. E
già apparia nel
del la prima
stella, Quando E inaldo
in ripa alla
riviera Stando in pensier
s'avea da mutar
sella, O tanto soggiornar,
che Paria nera Fus'gisse innanzi
alP altra aurora bella, Wnir
si vede un
cavaliero innanti, ( 'urtese nell'aspetto
e nei sembianti. 71
Costui dopo il
saluto, con bel
modo (j]\ domandò s'aggiunto
a moglie fosse. Disse
Rinaldo; Io son
nel giugal nodo; lIa
di tal domandar
m aravi gliosse. Soggiunse quel:
Che sia
cosi ne godo. Poi,
per chiarir perchè
tal detto mosse, Disse:
Io ti prego che
tu sia contento Ch'io ti
dia questa sera
alloggiamento; 72 Che ti
farò veder cosa
che debbe Ben volontier
veder chi ha
moglie a lato. Rinaldo, si
perchè posar vorrebbe, Ormai di
correr tanto affaticato; Sì perchè
di vedere e
d'udir ebbe Sempre avventure
un desiderio innato; Accettò l'offerir
del cavaliero, E dietro
gli pigliò nuovo
sentiero. 73 Un tratto
d'arco fuor di
strada uscirò, E innanzi
un gran palazzo
si trovare, Onde scudieri
in gran frotta
venire Con torchi accesi,
e fero intorno
chiaro. Entrò Rinaldo, e
voltò gli occhi
in giro, E vide
loco il qual
si vede raro, 14
gran fabbrica e
bella e bene
intesa; Né a privato
uom convenia tanta
spesa. 74 Di serpentin,
di porfido le
dure Pietre fan della
porta il ricco
vólto. Quel che chiude
è di bronzo,
con figure Che sembrano
spirar, muovere il
volto. Sotto un arco
poi s'entra, ove
misture Di bel mosaico
ingannan l'occhio molto. Quindi
si va in
un quadro ch'ogni
faccia Delle sue logge
ha lunga cento
braccia. 75 La sua
porta ha per
sé ciascuna loggia, E
tra la porta
e sé ciascuna
ha un arco: D'ampiezza pari
son, ma varia
foggia, Fé d'ornamento il
mastro lor, non
parco. Da ciascun arco
s'entra, ove si
poggia Si facil, che
un somier vi
può gir carco. Un
altro arco di
su trova ogni
scala; E s'entra per
ogni arco in
una sala. stanza 66. 76
Gli archi di sopra escono
fuor del segno Tanto,
che fan coperchio
alle gran porte; E
ciascun due colonne
ha per sostegno, Altre di
bronzo, altre di
pietra forte. Lungo sarà;
se tutti vi
disegno Gli ornati alloggiamenti
della corte; E oltr'a
quel ch'appar, quanti
agi sotto La cava
terra il mastro
avea ridotto. 77 L'alte
colonne e i
capitelli d'oro, Da che i gemmati
palchi eran suffiilti, I
peregrini marmi che
vi foro Da dotta
mano in varie
forme soniti, Pitture e
getti, e tant' altro
lavoro (Beuchè la notte
agli occhi il
più ne occulti) Mostran che
non bastare a
tanta mole Di duo
Re insieme le
ricchezze sole. 78 Sopra
gli altri ornamenti
ricchi e belli, Ch
erano assai nella
giocondastanza, V era nna
fonte che per
più ruscelli Spargea freschissime
acque in abbondanza. Poste le
mense a?eau quivi
i donzelli; Ch' era
nel mezzo per
egual distanza:Vedeva, e
parimente veduta era Da
quattro porte della
casa altiera. Stanza 90. 81
Fermava il pie
ciascun di questi
segni Sopra due belle
immagini più basse, Che
con la bocca
aperta facean segni Che
U canto e
l'armonia lor dilettasse:E
queir atto in che son,
par che disegni Che
V opra e
studio lor tutto
lodasse Le belle donne
che sugli omeri
hanno, Se fosser quei
di cui in
sembianza stanno. 82 I
simulacri inferiori in
mano Avean lunghe ed
amplissime scritture .. Ove facean
con molta laude
piano I nomi delle
più' degne figure; E mostravano
ancor poco lontano I
propri loro in
note non oscure. Mirò
Rinaldo a lume
di doppieri Le donne
ad una ad
una, e i
cavalieri. 83 La prima
inscrizì'on ch'agli occhi
occorre. Con lungo onor
Lucrezia Borgia noma, La
cui bellezza ed
onestà preporre Debbe all'antiqua
la sua patria
Roma. I duo che
voluto han sopra
so tórre Tanto eccellente
ed onorata soma, Noma
lo scrittoi Antonio
Tebaldeo, Ercole Strozza; un
Lino, ed uno
Orfeo. 84 Non men
gioconda statua né men bella Si
vede appresso, e la scrittura
dice: Ecco la figlia
d'Ercole, Isabella . Per cui
Ferrara si terrà
felice Via più, perchè
in lei nata
sarà quella, Che d'altro
ben che prospera
e fautrice E benigna
Fortuna dar le
deve, Volgendo gli anni
nel suo corso
lieve. 79 Fatta da
mastro diligente e
dotto La fonte era
con molta e
sottil opra, Di loggia
a guisa, o
padiglion ch'in otto Facce
distinto, intorno adombri
e copra. Un ciel
d'oro, che tutto
era di sotto Colorito di
smalto, le sta
sopra; Ed otto statue
son di marmo
bianco, Che sostengon quel
ciel col braccio
manco. 80 Nella man
destra il corno
d'Amaltea Sculto avea lor
P ingenì'oso mastro, Onde
con grato murmurc
cadea L'acqua di fuore
in vaso d'alabastro; Ed a
sembianza di gran
donna avea Ridutto con
grande arte ogni
pilastro. Son d'abito e
di faccia differente, Ma grazia
hanno e beltà
tutte egualmente. 85 I
duo che mostran
disiosi affetti Che la
gloria di lei
sempre risuone Gian lacchi
ugualmente erano detti, L'uno
Calandra, 1 altro Bardelone. Nel terzo
e quarto loco,
ove per stretti Rivi
r acqua esce
fuor del padiglione, Due donne
son, che patria,
stirpe, onore Hanno di
par, di par
beltà e valore. 86
Elisabetta l'nna, e
Leonora Nominata era l'altra,
e fia, per
quanto Narrava il marmo
sculto, d'esse ancora Si
gloriosa la terra
di Manto Che di
Vergilio, che tanto
l'onora. Più che di
queste, non si
darà vanto. Avea la
prima appiè del
sacro lembo Iacopo Sadoleto
e Pietro Bembo. 87
Un elegante Castiglione,
e nn colto Muzio
Arelio dell'altra eran
sostegni. Di questi nomi
era il bel
marmo sculto, Ignoti allora,
or sì famosi
e degni, Veggon poi
quella a cui
dal Cielo indulto Tanta
irtù sarà, quanta
ne regni, 0 mai
regnata in alcun
tempo sia, Versata da
Fortuna or buona
or ria. 88 Lo
scritto d'oro esser
costei dichiara Lucrezia Bentivoglia;
e fìra le
lode Pone di lei,
che'l Duca di
Ferrara D'esserle padre si
rallegra e gode. Di
costei canta con
soave e chiara Voce
un Camil, chel
Reno e Felsina
ode Con tanta attenzTon,
tanto stupore, Con quanta
Anfìriso udì già
il suo pastore:stanza 91. 89
Ed un per
cui la terra,
ove l'Isauro Le sue
dolci acque insala
in maggior vase, Nominata sarà
dall' Indo al Mauro, £
dalPaustrine all'iperboree case. Via
più che per
pesare il Romano
auro, Di che perpetuo
nome le rimase; Guido
Postumo, a cui
doppia corona Pallade quinci,
e quindi Febo
dona. 90 L'altra che
segue in ordine,
è Dna. Non guardar
(dice il marmo
scritto) ch'ella Sia altiera
in vista; che
nel core umana Non
sarà però men
ch'in viso bella. Il
dotto Celio Calcagnin
lontana Farà la gloria
e'I bel nome
di quella Nel regno
di Monese, in
quel di luba. In
India e Spagna
udir con chiara
tuba; Stanza 98. 91 Ed
un Marco Cavallo,
che tal fonte Farà
di poesia nascer
d'Ancona, Qiial fé' il
cavallo alato uscir
del monte, Non sose
di Pamasso o
d'Elicona. Beatrice appresso a
questo alza la
fronte, Di cui lo
scritto suo cosi
ragiona:Beatrice bea, vivendo,
il suo consorte, E
lo lascia infelice
alla sua morte; 92
Anzi tutta l'Italia,
che con lei Fia
tri'onfonte; e senza
lei captiva. Un signor
di Correggio di
costei Con alto stil
par che cantando
scriva, E Timoteo, l'onor
de' Bendedei:Ambi faran
tra 1' una
e l'altra riva Fermare
al suon d"3'lor
soavi plettri Il fiume
ove sudar gli
antiqui elettri. 93 Tra
questo loco,. e
quel deUa colonna Che
fu sculpìta in Borgia,
com è detto, Formata in
alabastro una gran
donna Era di tanto
e si sublime
apetto, Che sotto puro
velo, in nera
gonna i Senza oro e
gemme, in un
vestire schietto, Tra le
più adorne non
parea men bella. Che
sia tra le
altre la Ciprigna
stella. Stanza 101. 94 Non
si potea, ben
contemplando fiso Conoscer se
più grazia o
più beltade, 0 maggior
maestà fosse nel
viso, 0 più indizio
aMngegno o d'onestadc. Chi vorrà
di costei (dicea
IMucìko riarmo) parlar quanto
parlar n accade, Ben torrà
impresa più dogni
altra degna: Ma non
però, eh' a fin
mai se ne
vegna. 95 Dolce ruantunque
e pien di grazia tanto Fosse
il suo bello
e ben formato
segno, V'.r.x sdegnarsi che
con urail canto Ardisse
lei lodar si
rozzo ingegno, Com'era quel
che sol, senz' altri
accanto (Non so perchè),
le fu fatto
sostegno. Di tuttofi resto
erano i nomi
soniti; Sol questi duo
l'artefice avea occulti. 96
Fanno le statue
in mezzo un
luogo tondo. Che '1
pavimento asciutto ha
di corallo. Di freddo
soavissimo giocondo, Che rendea
il puro e
liquido cristallo, Che di fuor cade
in un canal
fecondo, Che '1 prato
verde, azzurro, bianco
e giallo Rigando, scorre
per vari ruscelli, Grato alle
morbid'erbe e agli
arbuscelli. 97 Col cortese
oste ragionando stava Il
Paladino a mensa;
e spesso spesso, Senza
più differir, gli
ricordava Che gli attenesse
quanto avea premesso: £
ad or ad
or mirandolo, osservava Ch'avea di
grande affanno il
cuore oppresso; Che non
può star momento
che non abbia Un
cocente sospiro in
su le labbia. SUDza
102. 98 Spesso la
voce dal disio
cacciata. Viene a Rinaldo
sin presso alla
bocca Per domandarlo; e
quivi, raifrenat i Da
cortese modestia, fuor
non scocca. Ora essendo
la cena terminata. Ecco un
donzello, a chi
l'ufficio tocca. Pon su
la mensa un
bel nappo d'or
fino. Di fuor di
gemme, e dentro
pien di vino. 99
II signor della
casa allora alquanto Sorridendo, a
Rinaldo levò il
viso; Ma chi ben
lo notava, più
di pianto Parea ch'avesse
voglia, che di
riso. Disse: Ora a quel
che mi ricordi
tanto, Che tempo sia
di soddisfar m' è
avviso; Mostrarti un paragon
eh' esser de'
grato Di vedere a
ciascun e' ha moglie
a lato. 100 Ciascun
marito, a mio
giudizio, deve Sempre spiar
se la sua
donna Fama; Saper s' onore
o biasmo ne
riceve; Se per lei
bestia o se
pur uom si
chiama. L'incarco delle coma
è lo più
lieve Ch'ai mondo sia,
sebben l'uom tanto
infama: Lo vede quasi tutta l'altra
gente; E chi l'ha
in capo, mai
non se lo
sente. 101 Se tu
sai che fedel
la moglie sia Hai
di più amarla
e d onorar
ragione, Che non ha
quel che la
conosce ria, 0 quel
che ne sta in dubbio
e in passione. Di
molte n'hanno a
torto gelosia 1 lor
mariti, che son
caste e buone:Molti
di molte anco
sicuri stanno Che con
le coma in
capo se ne
vanno. 102 Se vuoi
saper se la
tua sia pudica (Come
io credo che
credi, e creder
dèi:Ch' altrimente far credere
è &tica Se chiaro
già p3r prova
non ne sei), Tu
per te stesso,
senza eh' altri
il dica, Te n'avvedrai,
s'in questo vaso
bei; Che per altra
cigion non è
qui messo, Che per
mostrarti quanto io
t'ho promesso. 108 Se
bei con questo,
vedrai grande effetto:Ohe
se porti il
cimiér di Comovaglia, Il vin
ti spargerai tutto
sul petto. Né gocciola
sarà ch'in bocca
saglia; Ma s' hai moglie
fedel, tu berai
netto. Or di veder
tua sorte ti
travaglia. Cosi dicendo, per
mirar tien gli
occhi, ' Oh' in
seno il vin
Rinaldo si trabocchi. 104 Quasi
Rinaldo di cercar
suaso Quel che poi
ritrovar non vorria
forse 3Ies3a la mano
innanzi, e preso
il vaso, Fu presso
di volere in
prova porse; Poi, quanto
fosse periglioso il
caso A porvi i
labbri, col pensier
discorse. Ma lasciate, Signor,
eh' io mi
ripose; Poi dirò quel
che '1 Paladin
rispose. NOTE. St. 2. V.5a
AchiUCt poi che
sotto il fUlso
elmet tOy ecc. É
noto per V Biade
d'Omero, che Achille
diede la propria armatura
all'amico Patroclo, "cciocchò com battesse con Ettore.
Patroclo restò ucciso
in quel com battimento; e Achille
tanto se ne
sdegnò, che dopo
aver data la morte
ad Ettore, ne
trascinò il cadàvere,
av vinto al suo carro,
intorno alle mura
al Troia. St. 3.
V.2. Il dì
che vi percosse
La fronte il grave
sasso, ecc. Rammenta
una ferita ohe neirattacco della Bastia
sul Po. il
duca Alfonso riportò
in fronte da una
pietra scagliata da una macc'iina
dagli Spagauoli. St. 5.
V.38. Acciò che
'l crudo e
scellerato ecces so, ecc. Prim%
di qaeir attacco,
il Vestidello, governa tore della Bastia,
fatto prigioniero dagli
Spa?nuoli, era stato da
essi ucciso, nonostante
le legi di
guerra; per cui, ricuperato
che fu quel
fortilizio dalle genti
d'Al, il presidio
spaguuol >, composto
nella maggior parte di
gente circoncisa, Mori
cioè, o discendenti
da Mori, fu passato
a fil di
spada. St. 6. V.6.
Fegga: ferisca. ST. 22.
V.16. 0 chiaro
fulgor della Fulgosa
Stir ]ìe, ecc. Dirige
la parola a
Federico Fulgoso oFregoso, nominato nella
Stanza 20 (e
lè con ambedue
queste voci Iti denota
una sola illustre
famiglia di Genova),
il quale fu arcivescovo
di Salerno, vescovo
di Gubbio, e
poi cardinale. Andando egli
qual condottiere della
flotta geno vese contro il
corsaro Gorregoli, vide
Lampedusa; e par che
non convenisse col
Poeta sulla condizione
fisica di queir isola.
Quello invitto duie,
Per cui la
vostra patria: ò Ottaviano
Fregoso, fratello di
Federico e doge di
Genova, che pacificò
le fazioni onde
quella repubblica era turbata. St.
38. V.8. I
Caf alani furono nel
medio evo grandi navigatori. St. 47.
V.3. Orecchie crèbre:
spesse, numerose. St. 65.
V.6. Un de
ministri sui: uno fra
i demoni che ubbidivano
all'incantatore Malagigi.
St. 76.
V.78. Quanti agi
sotto la cavj
terra, ecc. Intende dei
comodi di cucine,
che si praticano
ne' sot terranei dei palazzi.
St. 80.
V.1. Il corno
dAmaltea: il corno
dell'ab bondanza. Amaltea
era il nome
della capra, o
della ninfa a cui
apparteneva la capra
che allattò Giove:
e chi pos sedeva quel corno,
otteneva tutto ciò
che desiderava. St. 81.
V.18. Ciascun di
questi segni: ciascuna di
queste statue. Che
con la bocca
aperta facean segni, ecc.
Vuol diie che
le statue inferiori,
con la bocca aperta,
come in atto
di cantare, mostravano
compia cersi di encomiare le
donne rappresentate dalle
statue s nperiori che
su di loro
posavano. St. 83. V.28.
Luereiia Borgia: moglie
del duca Alfonso I.
Antonio Tebaldeo: verseggiatore
nelle dae lingue, italiana
e latina; mori
in Roma in
età d'anni 80.
Ercole Strozza: se
ne parlò nella
nota alla St.
8 del Canto XXZVII.
Un Lino ed
un Orfeo: paragona
il Tebaldeo a Lino,
figlio d'Apollo e
di Terpsioore, riguar dato come inventore
della poesia lirica;
e lo Strozza
ad Oifeo, figlio di
Giove e di
Calliope, il quale
con la sua musica
si faceva seguitare
dalle rocce e
dagli albl. ' St.
85. v.34. Oian
Jacobi ugualmente ecc.
Que sti due, cognominati l'uno
Calandra e Faltro
Bardellone, erano mantovani; e
il Calandra ò
noto come fcrittòre prosastico di
soggetti amorosi. St. 86.
V.18. Elisabetta V
una e Leonora
Nomi nata eia V altra t ecc.
Elisabetta era sorella
di France sco Gonzaga, marchese
di Mantova, e
moglie di Gaidu baldo
duca d'Urbino. Leonora,
figlia del predetto
Gon zaga, fa sposa di
Francesco Maria della
Roverej creato duca d'Urbino
da Giulio II.
Jacopo Sadoleto e
Pietro Bembo. Il Sadoleto
nasceva in Modena,
fu vescovo, ed ebbe
il cappello cardinalizio
da Paolo III.
Era letterato insigne, poeta
e teologo. Il
Bembo era intrinseco
del Sadoleto, e molto
innanzi nella buona
grazia del duca Guidubaldo. St. 87.
V.18. Uno eHegante
Castiglione, e xm
culto Muzio Arelio, ecc.
Il Castiglione, celebre
specialmente per il suo Cortigiano, loda
molto negli eleganti
suoi versi latini Leonora.
Muzio Arelio, altrimenti
detto Gio vanni Mozzarelle, tu.
autore di molti
componimenti ita lianj e
latini, e accademico
in Roma al tempo di Leon X; mori
di ferite dategli
da alcuni suoi
malevoli. Veggon poi
quella a cui
dal cielo indulto,
ecc. Intendesi qui la
nominata più a
basso Lucrezia Bentivogli,
figlia naturale del duca
di Ferrara, e
partecipe della fortuna, ora
propizia, ora contraria,
ohe provarono i
Bentivogli, signori di Bologna. St.
88. y. 24.
Lucrezia, figlia d'Ercole
I e d'una Condulmiero, sposò
Annibale Bentivoglio, signore
di Bo logna, e mutò
spesso fortuna. Ivi. y.
bS. Di costei
canta con soave
e chiara Voce un
Camil, ecc. È
questi Camillo Paleotto,
bolo gnese, e cortigiano del
cardinale di Bibbiena,
che, in sieme col Postumo,
di cui tra.
poco, cantò le
lodi della Bentivogli. Beno:
fiume di Bologna.
Fdsina: nome antico di
Bologna. Anfriso: fiume
di Tessa glia, presso
il quale Apollo
pascolava gli armenti
del re Admeto. St. 89.
V.18. iSi ti"
per cui la
terra, ove Vlsau ro,
ecc. Accenna Pesaro,
patria di Guido
Postumo, no minato nel settimo
verso. Questi ebbe
nome Guido Sii vestrif
e lo dissero
Postumo, perchè nato
dopo la morte del
padre; fu valente
medico, soldato e
poeta, amicis simo
dell'Ariosto, e addetto
qual medico alla
corte del cardinale Ippolito
da Este. Isauro,
oggi denominato Foglia, è
il fiume che
scorre vicino a
Pesaro, ed ha foce
neir Adriatico. Nominata
sjrd.... Via piA
che per pesare il
romano auro ecc.
Alcuni, sairantoriià di Servio
commentatore di Virgilio,
trassero l'etimolo gia di Pesaro
iPisaurum\ vera o
falsa che sia,
dall'oro rapito dai Galli
ai Romani ed
ivi tolto ai
rapitori dal dittatore CammìUo,
che colà li
raggiunse. A cui doppia
coróna, ecc. Allusione
al merito filosofioo
e let terario del Postumo,
tenuto in reputazione
anche nella corte di
Leone X. St. 90.
V.18. Valtra che
segue in ordine
iDim na, ecc. Questa
è Diana d'Este,
nata di Siisismondo Estense, dei
màròheòi di S.
Martino. Fu domia
di bel sembiante, d'animo
altiero. Il dotto
Celio Calcagràn: erudito scrittore
ferraiese, che per
due anni e
pia fu compagno di
viaggio al cardinal
Ippolito, e ne
compose l'elogio funebre. Nel
regno di Monese
e in qnti
di luba. Monese fa
re de' Parti,
Inba dei Maoritani;
e que sti due regni
sono qui indicati
per significare il
setten trione ed il mezzogiorno.
In India e
Spagna: re gioni che
denotano l'una il
levante, e l'altra
il ponente. St. 91.
V.1.8. Ed un
Marco Cavallo, ecc.:
loda tore di Diana Estense,
insieme col CalcagninL
Era an conitano, e buon
rimatore; onde il
Poeta lo paragona al
cavai Pegaso della
Favola, che con
nn calcio fere scaturire una
fonte dal Parnaso,
secóndo alcuni, e se
condo altri, dall'Elicona, montagne
ambedue consacrati ad Apollo
e alle Muse.
Beatrice appresso, ecc.,
É questa la figlia
del duca Ercole
I, moglie di
Lodovico Sforza, encomiata nelle
Stanze 62 e
63 del Canto
XIIl, alle quali si
rimette il lettore,
a scanso d'inatili
rii"e tizioni. St. 92. V.38.
uh signor di
Correggio; ecc. Niccolò da
Correggio, che, oltre
le composizioni da
lai fatte in lode
di Beatrice, scrisse
due poemi in
ottava rima, in titolati Psiche V
uno, e l'altro
Aurora. B Timoteo Vonor
de Bendedei: letterato ferrarese
easo pure, che adoperò
il suo ingegno
poetico nell'ooorar Beatrice
Il fiume ove
sudar gli antiqtii
elettri: il Po,
sulle cai rive le
sorelle del caduto
Fetonte furono convertita
in pioppi. St. 98. y.
18. Della colonna
che fu 9culpita
in Borgia: del marmo in
cui fu scolpita
la stàtna di La
orezia Borgia; e
lo dice colonna,
perchè cosi qaella
e le altre statue
sostenevano col braccio
manco il dorato cielo
della sala. Formata
in alabastro una
grttn donna, ecc. Air ssandra
Benucci, amica e
poi moglie del Poeta.
In nera gonna: còsi
la rappresenta O
Poeta, perchè quand'egli sinvagfai
di Alessandra, essa
era ve dova da poco
tempo di Tito
Stro. St. 95. V.5
8. Com'era quel
che sol, ens altri accanto, ecc.
Una sola statua
d'uomo era sostegno
a quella della Benucci,
mentre le altre
statue erano so stenute da
due. Ed in
quel sosterò il
Poeta figura sé stesso. XLIII. Una foTlB
e pituita invettiva contro L'avarizin
npi'c questo Canto, e
infTt'ilft due novdle
che ve n goti nunriitea
Rìnghio, Tina a vitn
pfro ùvUf! donne,
['altra ilpgli nomini
che si JafcTano
viniiere da (]iji;lla bniUa"!paH3ÌonePtfr limo
cammini terrestr e
marittimo fiiiniRf.' RinaMo in
LampeJasap essendo terminato
il comliattimento fra
i iialadini e
i pagani . Fcenìono
tutti in fììinlia" f'A ivi
Mulla Npiaia d'Aigento
rendoìio li aitimi
nnod alli laor tali
Jij>cpKlì<3';di
Brandimaite. Di colà
vanno al romitaggio
ove )ìta Hngiioro,;ià fatto
cristiano; e il
buon eremita risana
Oli viero eJ aneli a
Sobrino, cJi& poi
prende il batti.'i'flmo, 0 esecrabile
Avarizia, o ingorda Fame
iV avere, io
non mi maraviglio Chad alrim
vile e ri' altre
macchie Ionia, 8i facH mente
dar poai di
piglio; Ma che meni
legaci in una
curda E die
tu impianelli dd
medeima artiglio Alcun elle
per altezza era
d'incegno, Se te scliivar
potea, tV ogni
onor degno. 2 Alcun
la terra e
'1 mare e
U del miaarEi
E render sa
tutte le cause
appieno IVojni opra, d'oijui
effetto di Natura, E
poirirìa iii, dì\
Dio ri stuarda
in seno; E non
può a,ver più
ferma e maggior
cura, Morso dal tuo
mortifero veleno, Ch'unir tesoro;
e questo sol
gli preme, E pouyi
ogni salute, ogni
sua speme. 3 Rompe
eserciti alcun, e
nelle porte Si vede
entrar di bellicose
terre, Ed esser primo
a porre il
petto forte, Ultimo a trarre, in
perigliose guerre: E non
può riparar che
sino a morte Tu
nel tuo cieco
carcere noi serre. Altri
d'altre arti e
d'altri studii industri, Oscuri fai,
che sarian chiari
e illustri. 9 Cosi
dicendo il buon
Rinaldo, e intanto Respingendo da
sé V odiato
vase, Vide abbondare un
gran rivo di
pianto Dagli occhi del
signor di quelle
case, Che disse, poi
che racchetossi alquanto: Sia
maledetto chi mi
persuase Ch'io facessi la
prova, oimè! di sorte,
Che mi
levò la dolce
mia consorte. 4 Che
d'alcune dirò belle
e gran donne, Ch'a
bellézza, a virtù
di fidi amanti, A
lunga servitù, più
che colonne Io veggo
dure, immobili e
costanti? Veggo venir poi
V Avarizia, e
pónne Far si, che
par che subito
le incanti: In un
di, senza amor
(chi fia che '1
creda?) A un vecchio,
a un brutto,
a un mostro
le dà [in preda. 5
Non è senza
cagion s'io me
ne doglio: Intendami chi
può, che m'intend'io Né però
di proposiro mi
toglie. Né la materia
del mio Canto
obblio; Ma non più
a quel e' ho
detto adattar voglio, Ch'
a quel eh'
io v' ho
da dire, il
parlar mio. Or torniamo
a contar del
Paladino, Ch'ad assaggiare il
vaso fu vicino. 6
Io vi dicea
ch'alquanto pensar volle, Prima
ch'ai labbri il
vaso s'appressasse. Pensò, e poi disse: Ben
sarebbe folle Chi quel
che non vorria
trovar, cercasse. Mia donna
é donna, ed
ogni donna é
molle: Lasciam star mia
credenza come stasse. Sin
qui m'ha il
creder mio giovato,
e giova: Che poss'io
megliorar, per fame
prova? 7 Potria poco
giovare, e nuocer
molto: Ché'l tentar qualche
volta Iddio disdegna. Non
so s'in questo
io mi sia
saggio o stolto; Ma
non vo'più saper
che mi convegna. Or
questo vin dinanzi
mi sia tolto: Sete
non n' ho,
né vo' che
me ne vegna; Che
tal certezza ha Dio più
proibita. Ch'ai primo padre
l'arbor della vita. 8
Che come Adam,
poi che gustò
del pomo Che Dio
con propria bocca
gì' interdisse, Dalla
letizia al pianto
fece un tomo, Onde
in miseria poi
sempre s'afflisse; Cosi, se
della moglie sua
vuol Tuomo Tutto saper
quanto ella fece
e disse. Cade dall'allegrezze in
pianti e in
guai. Onde non può
più rilevarsi mai. 10
Perché non ti
conobbi già dieci
anni, Si che io
mi fossi consigliato
teco, Prima che cominciassero
gli affanni, E '1
lungo pianto onde
io son quasi
cieco? Ma vo' levarti dalla
scena i panni, Che'l
mio mal vegghi,
e te ne
dogli meco; E ti
dirò il principio
e l'argumento Del mio
non comparabile tormento. 11
Quassù lasciasti una
città vicina, A cui
f% in tomo
un chiaro fiume
laco, Che poi si
stende, e in
questo Po declina, E
l'origine sua vien
di Benaco. Fu fatta
la città quando
a mina Le mura
andar dell'agenoreo draco. Quivi
nacqui io di
stirpe assai gentile, Ma
in pò ver tetto, e
in fàcnltade umile. 12
Se Fortuna di
me non ebbe
cura Si, che mi
desse al nascer
mio ricchezza, Al difetto
di lèi supplì
Natura Che sopra ogni
mio ugual mi
die bellezza. Donne e
donzelle già di
mia figura Arder più
d'una vidi in
giovanezza; Ch'io ci seppi
accoppiar cortesi modi; Benché
stia mal che
i'uom sé stesso
lodi. 13 Nella nostra
cittade era un
uom saggio, Di tutte
l'arti oltre ogni
creder dotto, Che, quando
chiu gli occhi
al febeo raggio, Contava gli
anni suoi cento
e ventotto. Visse tutta
sua età solo
e selvaio, Se non
l'estrema; che, d'Amor
condotto, Con ptemio ottenne
una matrona bella, E
n' ebbe di
nascosto una zittella. 14
E per vietar
che simil la
figliuola Alla matre non
sia, che per
mercede Vendè sua castità,
che valca sola Più
che quant'oro al
mondo si possiede, Fuor del
commercio popular la
invola; Ed ove più
solingo il luogo
vede. Questo ampio e bel palagio
e ricco tanto Fece
fare a demonii
per incanto. XLIII. 15 A
vecchie donne e
caste fé' nutrire La figlia
qui, eh' in
gran heltà poi
venne; Né che potesse
altf uom veder,
né udire Pur ragionarne
in quella età,
sostenne. E perch' avesse
esempio da seguire, Ogni
pudica donna che
mai tenne Contra illicito
amor chiuse le
sharre, Ci fé' d'intaglio
e di color
ritrarre:16 Non quelle
sol che, di
virtnde amiche, Hanno si
il mondo all'età
prisca adomo; Di quai
la &ma per
l'istorie antiche Non é
per veder mai
l'ultimo giorno:Ma nel
futuro ancora altre
pudiche Che faran hella
Italia d'ogn' intorno, Ci fé' ritrarre
in lor fattezze
conte, Come otto che ne vedi
a questa fonte. 17
Poi che la
figlia al vecchio
par matura Si, che
ne possa l'uom
cogliere i frutti, 0
fosse mia disgrazia
o mia avventura. Eletto fai
degno di lei
fra tutti. 1 lati
campi, oltre alle
helie mura, Non meno
i pescherecci che
gli asciutti, Che ci son d'ogni
intomo a venti
miglia. Mi consegnò per
dote della figlia. 21
Ella sapea d'incanti
e di malie Quel
che saper ne
possa alcuna maga: Rendea la
notte chiara, oscuro
il die, Fermava il
Sol, facea la
terra vaga. Non potea
trar però le
voglie mie, Che le
sanassin l'amorosa piaga Col
rimedio che dar
non le potria Senz'aita ingiuria
della donna mia. 22
Non perchè fosse
assai gentile e
hella, Né perchè sapess'io
che si me
amassi, Né per gran
don, né per
promesse ch'ella Mi fésse
molte, e di
continuo instassi. Ottener potò
mai eh' una
fiammella, Per darla a
lei, del primo
amor levassi; Ch'addietro ne
traea tutte mie
voglie Il conoscermi fida
la mia moglie. 23
La speme, la
credenza, la certezza Che
della fede di
mia moglie avea, M'avria
fatto sprezzar quanta
hellezza Avesse mai la
giovine Ledea, 0 quanto
offerto mai senno
e ricchezza Fa al gran pastor
della montagna Idea. Ma
le repulse mie
non valean tanto, Che
potesson levarmela da
canto. 18 Ella era
hella e costumata
tanto. Che più desiderar
non si potea. Di
hei trapunti e
di ricami, quanto Mai
ne sapesse Pallade,
sapea. Vedila andare, odine
il suono e
1 canto, Celeste e
non mortai cosa
parca; E in modo
all'arti liberali attese. Che
quanto il padre
o poco men
n'intese. 19 Con grande
ingegno e non
minor bellezza, Che fatta
l'avria amabil fin
ai sassi, Era giunto
un amore, una
dolcezza, Che par eh'
a rimembrarne il
cor mi passi. Non
avea più piacer
né più vaghezza Che
d'esser meco ov'io
mi stessi o
andassi. Senza aver lite
mai stenmio gran
pezzo; L'avemmo poi, per
colpa mia, da
sezzo. 20 Morto il
suocero mio dopo
cinque anni Oh' io
sottoposi il collo
al giugal nodo, Non
stero molto a
cominciar gii affanni Ch'io
sento ancora, e
ti dirò in
che modo. Mentre mi richiudea tutto
coi vanni L'amor di
questa mia che
si ti lodo, Una
femmina nobil del
paese, Quanto accender si
può, di me
s'accese. 24 Un di
che mi trovò
fuor del palagio La
maga, che nomata
era Melissa, E mi
potè parlare a
suo grande agio, Modo
trovò da por
mia pace in
rissa, E con lo
spron di gelosia
malvagio Cacciar del cor
la fé' che v'era fissa. Comincia a
commendar la intenzion
mia. Ch'io sia fedele
a chi fedel
mi sia. 25 Ma
che ti sia
fedel tu non
puoi dire, Prima che
di sua fé'
prova non vedi. S' ella
non falle, e
che potria fallire, Che
sia fedel, che
sia pudica credi. Ma
se mai senza
te non la
lasci ire, Se mai
vedere altr' uom
non le concedi, Onde
hai questa baldanza,
che tu dica E
mi vegli affermar
che sia pudica? 26
Scostati un poco,
scostati da casa; Fa
che le cittadi
odano e i
villaggi Clie tu sii
andato, e ch'ella
sia rimasa: Agli amanti
dà comodo e
ai messaggi. S' a prieghi,
a doni non
fia persuasa Di fare
al letto maritale
oltraggi, E che, facendol,
creda che si
cele, Allora dir potrai
che sia fedele. 27
Con tai parole
e simili non
cessa LMncantatrice, fin che
mi dispone Che della
donna mia la
fede espressa Veder voglia
e provare a
paragone. Ora poguiamo, le
soggiungo, ch essa Sia
qnal non posso
averne opinione) Come potrò
di lei poi
farmi certo Che sia
di punizion degna
o di merlo? 28
Disse Melissa: Io
ti darò un
vasello Fatto da ber,
di virtù rara
e strana, Qnal già,
per fare accorto
il suo fratello Del
fallo di Ginevra,
fé' Morgana. Chi la moglie
ha pudica, bee
con quello: Ma non
vi può già
ber chi Tha
puttana; Che 1 vin,
quando lo crede
in bocca porre, Tutto
si sparge, e
fuor nel petto
scorre. 29 Prima che
parti ne farai
la prova, E per
lo creder mio
tu berai netto:Che
credo eh' ancor netta
si ritrova La moglie
tua: pur ne
vedrai l'effetto. Ma s'al
ritomo esperì'enzia nuova Poi
ne farai, non
t'assicuro il petto: Che
se tu non
lo immolli, e
netto bei, D'ogni marito
il più felice
sei. 80 L'offerta accetto.
Il vaso ella
mi dona: Ne fo
la prova, e
mi succede a
punto; Che, com'era il
desio, pudica e
buona La cara moglie
mia trovo a
quel punto. Dice Melissa:
un poco l'abbandona; Per un
mese o per
duo stanne disgiunto: Poi toma;
poi di nuovo il vaso
toUi; Prova se bevi,
oppur se '1
petto immolli, 81 A
me duro parea
pur di partire; Non
perchè di sua
fé' mi dubitassi, Come eh'
io non potea
duo di patire, Né
un'ora pur, che
senza me restassi. Disse Melissa: Io
ti farò venire A
conoscere il ver
con altri passi. Vo'che
muti il parlare
e i vestimenti, E
sotto viso altmi
te le appresenti. 82 Signor,
qui presso una
città difende Il Po
fra minacciose e
fiere coma; La cui
giurisilizion di qui
si stende Fin dove
il mar fugge
dal lito e
torna. Cede d'antiquità, ma
ben contende Con le
vicine in esser
ricca e adorna. Le
reliqnie troiane la
fondaro. Che dal flagello
d'Attila camparo. 33 Astringe
e lenta a
questa terra il
morso Un cavalier giovene,
ricco e bello, Che
dietro un giorno
a un suo
falcone iscorsiOt Essendo capitato
entro il mio
ostello, Vide la donna,
e "i nel
primo occorso Gli piacque,
che nel cor
portò il suggello; Né
cessò molte pratiche
far poi, Per inchinarla
ai desiderii suoi. 34
Ella gli fece
dar tante ripulse, Che
più tentarla alfin
egli non volse; Ma
la beltà di
lei, eh' Amor
vi sculse, Di memoria
però non se
gli tolse Tanto Melissa
allusingommì e mulse, Ch'
a tor la
forma di colui
mi volse; E mi
mutò (uè so ben dirti
come) Di faccia, di
parlar, d'occhi e
di chiome. 85 Già
con mia moglie
avendo simulato D'esser partito
e gitone in Levante,
Nel giovene amator
cosi mutato L'andar, la
voce, l'abito e'I
sembiante, Me ne ritorno,
ed ho Melissa
a lato, Che s'era
trasformata, e parea
un fante; E le
più ricche gemme
avea con lei. Che
mai mandassin gl'Indi
e gli Eritrei. 36
Io che r
uso sapea del
mio palagio. Entro sicuro,
e vien Melissa
meco; E madonna ritrovo
a sì grande
agio, Che non ha
né scudier né
donna seco. I miei
prieghi le espongo,
indi il malvagio Stimulo innanzi
del mal far
le arreco: I mbini,
i diamanti e
gli smeraldi, Che mosso
avrebbon tutti i
cor più saldi. 37
E le dico
che poco è
questo dono Verso quel
che sperar da
me dovea. Della comodità
poi le ragiono, Che,
non v' essendo
il suo marito,
avea:E le ricordo
che gran tempo
sono Stato suo amante,
com'ella sapea; E che
l'amar mio lei
con tanta fede Degno
era avere alfin
qualche mercede. 38 Turbossi
nel principio ella
non poco, Divenne rossa, ed
ascoltar non volle: Ma
il veder fiammeggiar
poi, come fuoco, Le
belle gemme, il
duro cor fé' molle; E
con parlar rispose
breve e fioco Quel
che la vita
a rimembrar mi
tolle; Che mi compiacerla,
quando credesse Ch'altra persona
mai noi risapesse. 39
Fu tal risposta
un venenato telo, Di
che me ne
senti' V alma
trafissa; Per r ossa
andommi e per
le Tene un gelo:Nelle fauci
restò la voce
fissa. Levando allora del
suo incanto il
Telo, Nella mia forma
mi tornò Melissa. Pensa di
che color dovesse
farsi . Ch'in tanto error
da me vide
trovarsi. 40 Divenimmo ambi
di color di
morte, Muti ambi, ambi
restiam con gli
occhi bassi. Potei la
lingua appena aver
sì forte, E tanta
voce appena, eh'
io gridassi:Me tradiresti
dunque tu, consorte, Quando tu
avessi chi '1
mio onor comprassi?Altra risposta
darmi ella non
puote, Che di rigar
di lagrime le
gote. 42 E la
mattina s'appresenta avante Al
cavalier che 1'
avea un tempo
amata, Sotto il cui
viso, sotto il
cui sembiante Fu contro
Ponor mio da
me tentata. A lui,
che n' era
stato ed era
amante, Creder si può
che fu la
giunta grata. Quindi ella
mi fé' dir ch'io
non sperassi Che mai
più fosse mia,
né più m' amassi. stanza 42 41
Ben la vergogna
è assai, ma
più lo sdegno Ch'
ella ha, da
me veder farsi
quella onta, E multiplica
sì senza ritegno, Ch'in ira
alfine e in crudele odio
monta. Da me fuggirsi
tosto fa disegno; E
nell'ora che'l sol
del carro smonta, Al
fiume corse, e
in una sua
barchetta Si fa calar
tutta la notte
in fretta: 43 Ah
lasso! da quel
di con lui
dimora In gran piacere,
e di me
prende giuoco: Ed io
del mal che
procacciaimi allora, Ancor languisco,
e non ritrovo
loco. Cresce il mal
sempre, e giusto
è ch'io ne
muora; E resta ornai
da consumarci poco. Ben
credo che '1
primo anno sarei morto,
Se non
mi dava aiuto
un sol conforto44
II conforto ch'io
prendo, è che
di quanti Per dieci
anni mai fur
sotto al mio
tetto (Ch a tutti
questo vaso ho
messo innanti), Non ne
trovo un che
non s'immolli il
petto. Aver del caso
mio compagni tanti Mi
dà fra tanto
mal qualche diletto. Tu
tra infiniti sol
sei stato saggio, Che
far negasti il
periglioso saggio. 46 II
mio voler cercare
oltre alla meta Che
della donna sua
cercar si deve, Fa
che mai più
trovare ora quieta Non
può la vita
mia, siajlunga o
breve. Di ciò Melissa
fu a principio
lieta:Ma cessò tosto
la sua gioia
lieve; Ch'essendo causa del
mio mal stata
ella. Io l'odiai si,
che non potea
vedella. 46 Ella d'essere
odiata impaziente Da me,
che dicea amar
più che sua
vita/ Ove donna restarne
immantinente Creduto avea, che
T altra ne
fosse ita; Per non
aver sua doglia
si presente, Non tardò
molto a far
di qui partita; E
in modo ahhandonò
questo paese, Che dopo
mai per me
non se n'intese. 47
Cosi narrava il
mesto cavaliero:E quando
fine alla sua
istoria pose, Rinaldo alquanto
stè sopra pensiero, Da
pietà vinto, e poi cosi
rispose:Mal consiglio ti die Melissa
in vero, Che d'attizzar
le vespe ti
propose; E tu fosti
a cercar poco
avveduto Quel che tu
avresti non trovar
voluto. 48 Se d'avarizia
la tua donna
viuta A voler fede
romperti fu indutta, Non
t'ammirar; né prima
ella né quinta Fu
delle donne prese
in si gran
latta: E mente via
più salda ancora
è spinta Per minor
prezzo a far
cosa più brutta. Quanti uomini
odi tu. che
già per oro Han
traditi padroni e
amici loro? 49 Non
dovevi assalir con
si fiere armi, Se
bramavi veder farle
difesa. Non sai tu,
contra l'oro, che
né i marmi Nè'l
durissimo acciar sta
alla contesa? Che più
fallasti tu a
tentarla parmi, Di lei
che così tosto
restò presa. Se te
altrettanto avess' ella
tentato, Non so se
tu più saldo
fossi stato.' stanza 56. 50
Qui Rinaldo fé'
fine, e dalla
mensa Levossi a un
tempo, e domandò
dormire; Che riposare un
poco, e poi
si pensa Innanzi al
di d'un' ora
o due partire. Ha
poco tempo; e
'1 poco e' ha, dispensa Con
gran misura, e
invan noi lascia
gire. Il signor di
là dentro, a
suo piacere, Disse, che
si pò tea
porre a giacere; 51
Ch' apparecchiata era la stanza
e '1 letto:Ma
che se volea
far per suo
consiglio. Tutta notte dormir
potria a diletto, E
dormendo avaiizarsi qualche
miglio. Acconciar ti farò,
disse, un legnetto, Con
che volando, e
senz' alcun periglio, Tutta notte
dormendo vo'che vada, E
una giornata avanzi
della strada. 52 La
profferta a Rinaldo
accettar piacque, E molto
ringraziò l'oste cortese: Poi
senza indugio là,
dove neir acque Da' naviganti era
aspettato, scese. Quivi a
grande agio riposato
giacque, Mentre il corso
del fiume il
legno prese. Che da
sei remi spinto,
lieve e snello Pel
fiume andò, come
per aria augello. 53
Cosi tosto come
ebbe il capo
chino, Il cavalier di
Francia addormentosse;
Imposto avendo già,
come vicino Giungea a
Ferrara, che svegliato
fosse. Restò Melara nel
lito mancino; Nel lito
destro Sermide restosse: Figarolo e
Stellata il legno
passa, Ove le coma
il Po iracondo
abbassa. 54 Delle due
corna il noccbier
prese il destro, £
lasciò andar verso
Vinegia il manco:Passò
il Bonrleno; e già il
color cìlestro Si vedea
in Oriente venir
manco; Che, votando di
fior tutto il
canestro, L'Aurora vi facea
vermiglio e bianco; Quando I
lontan scoprendo di
Tealdo Ambe le rocche,
il capo alzò
Rinaldo. 55 0 città
bene avventurosa, disse, Di
cui già Malagìgi,
il mio cugino, Contemplando le
stelle erranti e
fisse E costringendo alcun
spirto indovino, Nei secoli
futuri mi predisse (Già
chMo facea con
lui questo cammino) Ch'
ancor la gloria
tua salirà tanto, Ch'avrai di
tutta Italia il
pregio e'I vanto. 56
Cosi dicendo, e
pur tuttavia in
fretta Su quel battei
che parca aver
le penne, Scorrendo il
re de' fiumi, all'isoletta Ch' alla
cittade è più
propinqua, venne:E benché
fosse allora erma
e negletta, Pur s' allegrò
di rivederla, e
fenne Non poca festa;
che sapea quanto
ella, Volgendo gli anni,
saria ornata e
bella. 57 Altra fiata
che fé' questa via, Udì
da Malagigi, il
qual seco era, Che
settecento volte che
si sia Girata col
monto n la quarta
sfera. Questa la più
gioconda isola fia Di
quante cinga il
mar, stagno o
riviera; Si che, veduta
lei, non sarà
eh' oda Dar più
alla patria di
Nausicaa loda. 58 Udì
che di bei
tetti posta innante Sarebbe a
quella si a
Tiberio cara; Che cederian
1' Esperide alle
piante Ch' avria il
bel loco, d'ogni
sorte rara; Che tante
spezie d'animali, quante Vi
fien, né in
mandra Circe ebbene
in ara; Che v' avria con
le Grazie e con Cupido Venere
stanza, e non
più in Cipro
o in Guido; 59
E che sarebbe
tal per studio
e cura Dì chi
al sapere ed
al potere unita La
voglia avendo, d'argini
e di mura Avria
sì ancor la
sua città munita, Che
centra tutto il
mondo star sicura Potria, senza
chiamar di fuori
aita; E che d'Ercol
figliuol, d'Ercol sarebbe Padre
il signor che
questo e quel
far debbe. 60 Così
venia Rinaldo ricordando Quel che
già il suo
cugin detto gli
avea, Delle future cose
divinando, Che spesso conferir
seco solca. E tuttavia
V nmil città
mirando:Come esser può
eh' ancor, seco dicea, Debban
cosi fiorir queste
paludi Di tutti i
liberali e degni
studi? 61 E crescer
abbia di sì
piccol borgo Ampia cittade
e di si
gran bellezza? E ciò
ch'intorno é tutto
stagno e gorgo, Sien
lieti e pieni
i campi di
ricchezza? Città, sinora a
riverire assorgo L'amor, la
cortesia, la gentilezza De' tuoi Signori,
e gli onorati
pregi Dei cavalier, dei
cittadini egregi. 62 L'inefifabil
bontà del Redentore, De' tuoi
principi il senno
e la giustizia, Sempre con
pace, sempre con
amore Ti tenga in
abbondanza ed in
letizia; E ti difenda
centra ogni furore De'
tuoi nimici, e
scopra lor malizia:Del
tuo contento ogni
vicino arrabbi, Piuttosto che
tu invidia ad
alcuno abbi. 63 Mentre
Rinaldo cosi parla,
fende Con tanta fretta
il snttil legno
l'onde, Che con maggiore
a logoro non
scende Falcon ch'ai grido
del padron risponde. Del
destro corno il
destro ramo prende Quindi
il nocchiero, e
mura e tetti
asconde: San Giorgio addietro,
addietro s'allontana La torre
e della Fossa
e di Gaibana. 64
Rinaldo, come accade
eh' un pensiero Un altro
dietro " e
quello un altro
mena. Si venne a
ricordar del cavaliere, Nel cui
palagio fu la
sera a cena; Che
per questa cittade,
a dire il
vero, Avea giusta cagion
di stare in
pena: E ricordossi del
vaso da bere, Che
mostra altrui l'error
della mogliere; 65 E
ricordossi insieme della
prova Che d'aver fatta
il cavalier narrolli:Che
di quanti avea
esperti, uomo non
trova Che bea nel
vaso, e '1
petto non s' immolli. Or si
pente, or tra
sé dice: E' mi
giova Ch'a tanto paragon
venir non volli. Riuscendo, accertava
il creder mio; Non
riuscendo, a che
partito era io? 66
Gli è questo
creder mio, come
io l'avessi Ben certo,
e poco accrescer
lo potrei: Si che,
sal paragon mi
succedessi, Poco il meglio
saria chMo ne
trarrei; Ma non già
poco il mal,
quando vedessi Quel di
Clarice mia, ch4o
non vorrei. Metter saria
mille contra uno
a giuoco, Che perder
si può molto,
e acquistar poco. 69
II nocchier soggiuugea: Ben gli
dicesti . Che non dovea
offerirle si gran
doni, Che contrastare a
questi assalti e
a questi Colpi non
sono tutti i
petti huoni. Non so se d'una
giovane intendesti (Ch' esser
può che tra
voi se ne ragioni)
. Che nel medesmo
error vide il
consorte, Di ch'esso avea
lei condannata a
morte. Stanza 73. 67 Stando
in questo pensoso
il cavaliero Di Chiaramonte,
e non alzando
il viso, Con molta
attenzìon fu da
un nocchiero. Che gli
era incontra, riguardato
fi.o:E perchè di
veder tutto il
pensiero. Che r occupava
tanto, gli fu
avviso, Come uom che
ben parlava ed
avea ardire, A seco
ragionar lo fece
uscire. 68 La somma
fu del lor
ragionamento, Che colui mal
accorto era ben
stato, Che nella moglie
sua l'esperimento Maggior che
può far donna,
avea tentato; Che quella
che dall'oro e
dall'argento Difende il cor
di pudicizia armato, Tra
mille spade via
più facilmente Difenderallo, e
in mezzo al
fuoco ardente. 70 Dovea
in memoria avere
il signor mio. Che
l'oro e'I premio
ogni durezza inchina; Ma,
quando bisognò, l'ebbe
in obblio, Ed ei
si procacciò la
sua mina. Cosi sapea
lo esempio egli,
com'io, Che fu in
questa città di
qui vicina, Sua patria
e mia, che
'1 lago e
la palude Del rifrenato
Menzo intorno chiude:71
D'Adonio voglio dir,
che'l ricco dono Fé' alla
moglie del giudice,
d'un cane. Di questo,
disse il Paladino,
il suono Non passa l'Alpe, e
qui tra voi
rimane; Perchè uè in
Francia, uè dove
ito sono, Parlar n'udi' nelle
contrade estrane: Si che
di' pur, se
non t' incresce il
dire; Che volentieri io mi t'acconcio
a udire. 72 n
nocchier cominciò: Già
fu di questa Terra
un Anselmo di
famiglia degna, Che la
sua gioventù con
lunga vesta Spese in
saper ciò eh'
Ulpi'ano insegna; E di
nobil progenie, bella
e onesta Moglie cercò,
ch'ai grado suo
convegna; E d'una terra
quindi non lontana N'ebbe una
di bellezza sopraumana; 73 E
di bei modi
e tanto graziosi. Che
parea tutto amore
e leggiadria; E di
molto più forse,
eh' ai riposi, Cballo stato
di lui non
convenia. Tosto che l'ebbe,
quanti mai gelosi Al
mondo fur, passò
di gelosia:Non già
ch'altra cagion glie
ne desse ella, Che
d'esser troppo accorta
e troppo bella. 74
Nella città medesma
un cavaliero Era d'antiqua
e d' onorata gente, Che
discendea da quel
lignaggio altiero CVusci d'una
mascella di serpente: Onde già
Manto, e chi
con essa fero La
patria mia, disceser
similmente. Il cavalier, ch'Adonio
nominosse. Di questa bella
donna innamorosse: 75 E
per veiiìre a
fin di questo
amore, A spender cominciò
senza rilego In vestire,
in conviti, in
farsi onore, Quanto può
farsi un cavalier
più deguo. II tesor
di Uberio imperatore Non saria
stato a tante
spese al segno. Io
credo ben che
non passar duo
verni, Ch' egli usci
fuor di tatti
i ben patemi. 76
La casa eh
era dianzi frequentata Mattina e sera tanto
dagli amici, Sola restò,
tosto che fu
privata Di stame, di
fagian, di coturnici Egli che
capo fu della
brigata. Rimase dietro, e
quasi fra mendici:Pensò, poi
eh' in miseria
era venuto, D'andare ove
non fosse coneeciuto. 77 Con
questa intenz'ion una
mattina, Senza far motto
altmi, la patria
lascia; E con sospiri
e lacrime cammina Lungo
Io stagno che
le mura fascia. La
donna che del
cor gli era
regina, Già non obblìa
per la seconda
ambascia. Ecco un'alta avventura
che lo viene Pi
sommo male a
porre in sommò
bene. 78 Vede un
villan che con
uu gran bastone Intorno alcuni
sterpi s'affatica. Quivi Adonio
si ferma, e
la cagione Di tanto
travagliar vuol che
gli dica. Disse il
villan, che dentro
a quel macchione Veduto avea
una serpe molto
antica. Di che più
lunga e grossa
a'giomi suoi Non vide,
né credea mai
veder poi; 79 E
che non si
voleva indi partire, Che
non l'avesse ritrovata
e morta. Come Adonio
lo sente cosi
dire, Con poca paz'ienzia
lo sopporta. Sempre
solea le serpi
favorire:Che per insegna
il sangue suo
le porta, In memoria
ch'usci sua prima
gente De' denti seminati
di serpente. 80 E
disse e fece
col villano in
guisa Che, suo malgrado
abbandonò l'impresa; Si che da lui
non fu la
serpe uccisa, Né più
cercata, né altrimenti
offesa. Adouio ne va poi dove
s'avvisa Che sua condìzìon
sia meno intesa; E
dura con disagio
e con affanno Fuor
della patria appresso al
settimo anno. 81 Né
mai per lontananza,
né strettezza Del viver,
che i pensier
non lascia ir
vaghi Cessa Amor che
si gli ha
la mano avvezza, Ch'ognor non
gli arda il
core, ognor impiaghi, É
forza alfin che
torni alla bellezza Che
son di riveder
si gli occhi
vaghi. Barbato, afflitto, e
assai male in
arnese, Là donde era
venuto, il cammin
prese. Stanza 74. 2 In
questo tempo alla
mia patria accade Mandare un
orator al Padre
santo. Che resti appresso
alla sua Santitade Per
alcun tempo, e non fu
detto quanto. Gettan la
sorte, e nel
Giudice cade. Oh giorno
a lui cagion
sempre di pianto! Fé'
scuse, pregò assai,
diede e promesse Per
non partirsi; e
alfìn sforzato ces'e.83
Non gli parea
cradele e duro
manco A dover sopportar
tonto dolore: Che se
veduto aprir s'avesse
il fianco, E vedutosi
trar con mano
il core. Di geloso
timor pallido e
bianco Per la sua
donna, mentre starla
fuore, Lei con quei
modi che giovar
si crede, Supplice priega
a non mancar
di fede; Stanza 75. 84
Dicendola eh' a donna
né bellezza, Nò nobiltà,
né gran fortuna
basta, Si che di
vero onor monti
in altezza Se per
nome e per
opre non è
casta; E che quella
virtù via più
si prezza, Che di
sopra riman quando
contrasta; E ch'or gran
campo avria, per
questa absenza. Di far
di pudicizia esperienza. 85 Con
tal le cerca
ed altre assai
parole Persuader eh' ella
gli sia fedele. Della
dura partita ella
si duole, Con che
lagrime, oh Dio!
con che querele! E
giura che più
tosto oscuro il
Sole Vedrassi, che gli
sia mai si crudele,
Che rompa fede;
e che vorria
morire Piuttosto ch'aver mai
questo desire. 86 Ancor
eh' a sue promesse
e a' suoi scongiuri Desse credenza
e si acchetasse
alquanto, Non resta che
più intender non
procuri, E che materia
non procacci al
pianto. Avea nn amico
suo, che dei
futuri Casi predir teneva
il pregio e
'1 vanto; E d'ogni
sortilegio e magic'
arte 0 il tutto,
0 ne sapea
la maggior parte. 87
Di égli pregando
di vedere assunto, Se
la sua moglie,
nominata Argia, Nel tempo
che da lei
starà disgiunto, Fedele e
casta, o pel
contrario fia: Colui, da
prieghi vinto, toUe
il ponto; 11 ciel
figura come par
che stia. Anselmo il
lascia in opra,
e l'altro giorno A
lui per la
risposta fa ritomo. Stanza 83. 88
là astrologo tenea
le labbra chiose, Per
non dire al
dottor cosa che
doglia; E cerca di
tacer con molte scuse. Quando
pur del suo
mal vede e'
ha voglia, Che gli
romperà fede, gli
concluse, Tosto eh' egli
abbia il pie
fiior della soglia, Non
da bellezza né
da prieghi indotta, Ma
da guadagno e
da prezzo corrotta. 89 Giunte
al timore, al
dubbio chavea prima, Queste
minacce ilei superni
moti, Come gli stesse
il cor tu
stesso stima, Se damor
gli accidenti ti son noti. E
sopra ogni mestizia
che T opprima, E che
l'afflitta mente aggiri
e arruoti, È '1
saper come, vinta
d'avarizia, Per prezzo abbia
a lasciar sua
pudicizia. 90 Or per
far, quanti polea
far, ripari Da non
lasciarla in queir
error cadere (Perchè il
bisogno a dispogliar
gli altari Trae V
uom talvolta, che
se 4 trova
avere), Ciò che tenea
di gioie e di danari (Che n'avea somma)
pose in suo potere: Rendite e
frutti d'ogni possessione, E ciò e'
ha al
mondo, in man
tutto le pone: stanza
86. 91 Con facultade,
disse, che ne'
tuoi Non sol bisogni
te li goda
e spenda, Ma che
ne possi far
ciò che ne
vuoi. Li consumi, li
getti, e doni
e venda. Altro conto
saper non ne
vo'poi, Purché, qual ti
lascio or, tu mi ti
renda:Purché, come or
tu sei, mi
sie rìmasa. Fa eh' io non
trovi né poder
né casa. 92 La
prega che non
faccia, se non
sente Ch' egli ci
sia, nella città
dimora; Ma nella villa,
ove più agiatamente Viver potrà
d'ogni commercio fuora. Questo
dicea, però che
l'urail gente, • Che
nel gregge o ne'
campi gli lavora Non
gli era avviso
che le castevoglieContaminar potessero
alla moglie. 93 Tenendo
tuttavia le belle
braccia Al timido marito
al collo Argia, E
di lacrime empiendogli
la faccia. Ch' un
fiumicel dagli occhi
le n' uscia, S'attrista che
colpevole la faccia, Come
di fé' mancata
già gli sia; Che
questa sua sospizi'on
procede Perchè non ha
nella sua fede
fede. 94 Troppo sarà
s' io voglio ir
rimembrando Ciò ch'ai partir
da tramendua fu
detto. Il mio onor,
dice alfin, ti
raccomando. Piglia licenza, e
partesi in effetto; E
ben si sente
veramente, quando Volge il
cavallo, uscire il
cor del petto. Ella
lo segue, quanto
seguir puote, Con gli
occhi che le
rigano le gote. 95
Adonio intanto misero
e tapino, E, come
io dissi, pallido
e barbuto, Verso la
patria, avea preso
il cammino, Sperando di non
esser conosciuto. Sul lago
giunse alla città
vicino, L\ dove avea
dato alla biscia
aiuto, Ch' era assediata
entro la macchia
forte Da quel villan
che por la
volea a morte. Stanza
86. 96 Quivi arrivando
in su V
aprir del giorno, Ch'
ancor splendea nel
cielo alcuna stella, Si
vede in peregrino
abito adorno Venir pel
lito incontra una
donzella In siguoril sembiante,
ancor ch'intorno Non r
appari8.<"e né scudier
né ancella. Costei con
grata vista lo
raccolse, E poi la
lingua a tai
parole sciolse:97 Sebbeu
non mi conosci
o ca vallerò, Son tua
parente e grande
obbligo t' aggio: Parente son,,
perchè da Cadmo
fiero Scende d'amenduo noi
Paltò lignaggio. Io son
la fata Manto,
che M primiero Sasso messi
a fondar questo
villaggio; E del mio
nome icome ben
forse hai Contare udito)
Mantua la nomai. 98
Delle Fate io
son una: ed il
fatale Stato per farti
anco saper eh importe. Nascemmo a
un punto, che
d'ogn'aliro male Siaino capaci,
fuor che della
morte. Ma giunto é
con questo essere
immortale Condizion non meu
del morir forte; Ch'ogni settimo
giorno ognuna è
certa Che la sua
forma in biscia
si converta. 99 II vedersi coprir
del brutto scoglio, E
gir serpendo, è
cosa tanto schiva. Che
non é pare
al mondo altro
cordoglio; Talché bestemmia ognuna
d'esser viva. E l'obbligo
ch'io t'ho (perchè
ti voglio lusiememente dire
onde deriva) Tu saprai;
che quel di,
per esser tali, Siamo
a periglio d'infiniti
mali. 100 Non è
sì odiato altro
animale in terra, Come
la serpe; e noi, che
n'abbiam faccia, Patimo da
ciascun oltraggio e
guerra; Che chi ne vede, ne
percuote e caccia. Se non troviamo
ove tornar sotterra. Sentiamo quanto pesa
altrui le braccia, Meglio
saria poter morir, che rette E storpiate
restar sotto le
botte. 101 L'obbligo ch'io t'ho
grande, è ch'una
volti Che tu passavi
per quest'ombre amene, Per
te di mano
fui d'un villan
tolta, Che gran travagli
m'avea diti e
pene. Se tu non
eri, io non
andava asciolta, Ch'io non
portassi rotto e
capo e schene, E
che sciancata non
restassi e storta, Sebbeu non vi
potea
rimaner morta; 102 Perchè
quei giorni che
per terra il
petto Traemo avvolte in
serpentile scorza. Il ciel,
eh' in altri
tempi è a
noi suggetto, Niega ubbidirci, e
prive slam di
forza. In altri tempi
ad un sol
nostro detto 11 sol
si ferma, e
la sua luce
ammorza; L'immobil terra gira,
e muta loco:S'infiamma il
ghiaccio e si
congela il fuoco. 103
Ora io son
qui per renderti
mercede Del beneficio che
mi festi allora. Nessuna grazia
indamo or mi
si chiede, Ch'io son
del manto viperino
fuora. Tre volte più
che di tuo
padre erede Non rimanesti,
io ti fo
rioco or ora. Né
vo'che mai più
povero diventi. Ma quanto
spendi più, che
più augomenti. stanza 96. rH/i. OF 104 £
perchè so che
neir antiquo nodo, In che
già Amor t' avvinse,
anco ti trovi; Voglioti dimostrar
T ordine e'I
modo Ch'a disbramar tuoi
desiderii giovi. Io voglio,
or che lontano
il marito odo, Che
senza indugio il mio consiglio
provi; Vadi a trovar
la donna che
dimora Fuor alla villa,
e sarò teco
io ancora. 105 E
seguitò narrandogli in
che guisa Alla sua
donna vuol che s'
appresenti; Dico come vestir,
come precisa Mente abbia
a dir, come
la prieghi e
tenti; E che forma
essa vuol pigliar
divisa; Che, fuor cheM
giorno ch'erra tra' serpenti, In tutti
gli altri si
può far, secondo Che
più le pare,
in quante forme
ha il mondo. 106
Messe in abito
lui di peregrino, n
qual per Dio di porta
in porta accatti. 3Intossi ella
in un cane,
il più piccino Di
quanti mai n'abbia
Natura fatti: Di pel
lungo, più bianco
eh' armellino, Di grato
aspetto e di
mirabili atti. Così trasfigurati
entraro in via Verso
la casa della
bella Argia: 107 E
dei lavoratori alle
capanne, Prima ch'altrove, il
giovene fermosse, E cominciò
a suonar certe
sue canne, Al cui
suono danzando il
can rizzosse. La voce
e '1 grido
alla padrona vanne, E
fece si, che
per veder si
mosse. Fece il romeo
chiamar nella sua
corte, Si come del
dottor traea la
sorte. 108 E quivi
Adenio a comandare
al cane Incominciò, e
il cane a
ubbidir lui; E far
danze nostral, farne
d'estrane, Con passi e
continenze e modi
sui: E finalmente con
maniere umane Far ciò
che comandar sapea
colui. Con tanta attenzion,
che chi lo
mira, Non batte gli
occhi, e appena
il fiato spira. 109
Gran maraviglia, et
indi gran desire Venne
alla donna di
quel can gentile; £
ne fa per
la balia profferire Al
cauto peregrin prezzo
non vile. S'avessi più
tesor, che mai
sitire Potesse cupidigia femminile, Colui rispose,
non saria mercede Dì
comprar degna del
mio cane un
piede. 110 E per
mostrar che veri
i detti foro. Con
la balia in
un canto si
ritrasse, E disse al
cane, ch'una marca
d'oro A quella donna
in cortesia donasse. Scossesi il
cane" e videsi
il tesoro. Disse Adonio
alla balia che
pigliasse. Soggiungendo: ti
par che prezzo
sìa Per cui sì
bello et util
cane io dia?Stanza
111. 1 1 1 Cosa, qual
vogli sia, non
gli domando, Di eh'
io ne tomi
mai con le
man vote:.E quando
perle, e quando
anella, e quando Leggiadra veste
e di gran
prezzo scuote, Pur di' a
madonna, che fia al suo
comando, Per oro no,
eh' oro pagar
noi puote; Ma se
vuol ch'una notte
seco io giaccia, Abbiasi il cane, e
'1 suo voler
ne faccia. . 112
Cosi dice; e una gemma
allora nata Le dà,
ch'alia padrona l'appresenti. Pare alla
balia averne più
derrata. Che di pagar
dieci ducati o
venti. Toma alla donna,
e le fa
l'ambasciata; E la conforta
poi che si
contenti D'acquistare il bel
cane, ch'acquistarlo Per prezzo
può, che non
si perde a darlo.
113 La
bella Argia sta
ritrosetta in prima: Parte,
cbe la sut
fé romper uon
vuole; Parte, ch'esser possibile
non stima Tutto ciò
che ne suonan
le parole. La balia
le riconla. e
rode e lima, Che
tanto ben di
rado avvenir suole; E
fé che V
agio un altro
dì si tolse, Che'l
can veder senza
tanti occhi volse. Stanza
114. 114 Quest'altro comparir
ch'Adonio fece, Fu la
ruina e del
dottor la morte. Facea
nascer le doble
a diece a
diece, Filze di perle,
e gemme d'ogni
sorte: Sì che '1
superbo cor mansuefece, Che tanto
meno a contrastar
fu forte, Quanto poi
seppe che costui
eh' innante Le fa partito,
è '1 cavalier
suo amante. 115 Della
puttana sua balia
i conforti, I prieghi
dell'amante e la
presenzia, II veder cbe
guadagno se l'apporti, Del misero
dottor la lunga
abseuzia, Lo sperar eh'
alcun mai non
lo rapporti, Fero ai
casti pensier tal
vi'olenzia. Ch'ella accettò il
bel cane, e
per mercede In braccio
e in preda
al suo amator
si diede. 116 Adonio
lungamente frutto colse Della
sua bella donna,
a cui la
fata Grande amor pose,
e tanto le
ne volse, Che sempre
star con lei
si fu obbligata. Per tutti
i segni il
sol prima si
volse. Ch'ai Giudice licenzia
fosse data: Alfìn tornò,
ma pien di
gran sospetto Per quel
che già l'astrologo
avea detto. 117 Fa,
giunto nella patria,
il primo volo A
casa dell' a9trologo, e
gli chiede Se la
sua donna fatto
inganno e dolo, Oppur
serbato gli abbia
amore e fede. Il
sito figurò colui
del polo, Ed a
tutti i pianeti
il luogo diede: Poi
rispose, che quel
eh' avea temuto, Come predetto
fu, gli era
avvenuto; 118 Che da
doni grandissimi corrotta. Data ad
altri s'avea la
donna in preda. Questa
al dottor nel
cor fu sì
gran botta, Che lancia
e spiedo io
vo'cha ben le
ceda. Per esserne più
certo, ne va
allotta (Benché pur troppo
allo indovino creda) Ov'è
la balia, e
la tira da
parte, E per saperne
il certo usa
grand'arte. 119 Con larghi
giri circondando prova Or
qua or là
di ritrovar la
traccia; E da principio
nulla ne ritrova, Con
ogni dìligenzia che
ne faccia; Ch' ella,
che non avf'a
tal cosa nuova, Stava
negando con immobil
faccia; E come bene
istrutta, più d'un
mese Tra il dubbio
e'I certo il
suo padron aospefle. 120
Quanto dovea parergli
il dubbio buono Se
pensava il dolor
ch'avrìa del certo? Poi
ch'indarno provò con
priego e dono Che
dalla balia il
ver gli fosse
aperto, Né toccò tasto
ove sentisse suono Altro
che falso; come
uom bene esperto, Aspettò che
discordia vi venisse; Ch'ove femmine
son, son liti
e risse. 121 E
come egli aspettò,
così gli avvenne; Ch'
al primo sdegno
che tra loro
nacque, Senza suo ricercar
la balia venne Il
tutto a raccontargli;
e nulla tacque. Lungo
a dir fora
ciò che '1
cor sostenne, Come la
mente costernata giacque Del
Giudice meschin, che
fu sì oppresso Che
stette per uscir
fuor di sé
stesso: 122 E si
dispose alfia, dallMra
vinto, Morir; ma prima
uccider la saa
moglie, £ che dambidui
sangui un ferro
tinto Levasse lei di
biasmo, e sé
di doglie. Nella città
se ne ritoma,
spinto Da così furibonde
e cieche voglie; Indi
alla villa un
suo fidato manda, E
quanto eseguir debba
gli comanda. 123 Comanda
al servo, ch'alia
moglie Argia Tomi alla
villa, e in
nome suo le
dica Ch' egli è
da febbre oppresso
cosi ria, Che di
trovarlo vivo avrà
fatica:Si che, senza
aspettar più compagnia . Venir debba
con lui, s' ella
gli è amica (Verrà:
sa ben che
non farà parola); che
tra via le
seghi egli la
gola. 124 A chiamar
la patrona andò
il famiglio, Per far
di lei quanto
il signor commesse. Dato prima
al suo cane
ella di piglio, Montò
a cavallo, ed
a cammin si
messe. L' avea il cane
avvisata del periglio, Ma
che d'andar per
questo ella non
stesse: Chavea ben disegnato
e provveduto Onde nel
gran bisogno avrebbe
aiuto. 125 Levato il
servo del cammino
s'era; E per diverie
e solitarie strade A
studio capitò su
una riviera Che d'Apennino
in questo fiume
cade; 0?' era bosco
e selva oscura
e nera, Lungi da
villa e lungi
da cittade. Gli parve
loco tacito e
disposto Per l'effetto cradel
che gli fu
imposto. 126 Trasse la
spada, e alla
padrona disse Quanto commesso
il suo signor
gli avea; Sì che
chiedesse, prima che
morisse, Perdono a Dio
d'ogni sua colpa
rea. Non ti so
dir com'ella si
coprisse: Quando il servo
ferirla si credea, Più
non la vide,
e molto d'ogn' intorno L'andò cercando,
e alfin restò
con scorno. 128 Non
sa che far;
che né l'oltraggio
grave Vendicato ha, uè
le sue pene
ha sceme. Quel ch'era
una festuca, ora è una
trave; Tanto gli pesa,
tanto al cor
gli preme. L'error che
sapean pochi, or
si aperto ave. Che
senza indugio si
palesi, teme. Potea il
primo celarsi j
ma il secondo, Pubblico in
breve fia per
tutto il mondo. Stanza
117. 129 Conosce ben
che, poiché '1 cor
fellone Avea scoperto il
misero centra essa, Ch'
ella, per non
tornargli in suggezione, D'alcun potente
in man si
sarà messa. Il qual
se la terrà
con irrisione . Ed
ignominia del marito
espressa; E forse anco
verrà d'alcuno in
mano, Che ne fia
insieme adultero e
mfiìano. 127 Toma al patron con
gran vergogna ed
onta, Tutto attonito in
faccia e sbigottito;E
V insolito caso
gli racconta, Ch'egli non
sa come si
sia seguito. Ch'a'suoi servigi
abbia la moglie
pronta La fata Manto,
non sapea il
marito; Che la balia,
onde il resto
avea saputo, Questo, non
so perché, gli
avea taciuto. 130 Si
che, per rimediarvi,
in fletta manda Intorno
messi e lettere
a cercame. Chi 'n
quel loco, chi
'n questo ne
domanda Per Lombardia, senza
città lasciamo. Poi va
in persona, e
non si lascia
banda Ove 0 non
vada o mandivi
a spiarne:Né mai
può ritrovar capo
né via Di venire
a notizia che ne sia. Stanza
VJ6. 131 Alfìn chiamx
quel servo, a
chi fa imposta L'opra crudel
che poi uou
ebbe effetto, E fa
che lo conduce
ove nascosta Se gli
era Arga, sì
come gli avea
detto; Che forse in
qualche macchia il
di reposta, La notte
si ripara in
alcun tetto. Lo guida
il servo ove
trovar si crede La
folta selva, e un gran
palagio vede. 132 Fatto
avea farsi alla
i>ua Fata intanto La
beila Argia con
subito Idvuro D'alabastri un
palagio per incauto, Dentro e
di fuor tutto
fregiato d'oro. Ne lìngua
dir, né cor
pensar può quanto Avea
beltà di fuor,
dentro tesoro. Quel che
iersera si ti
parve bello, Del mio
signor, saria un
tugurio a quello. 133
E di panni
di razza, e di cortine Tessale riccamente
e a varie
foggie, Ornate eran le
stalle e le
cantitie, Non sale pur,
non pur camere
e loggie; Vasi d
oro e d
argento senza fine, Gemme
cavate, azzurre e
verdi e roggie, E
formate in gran
piatti e in
coppe e in
nappi, E senza fin
doro e di
seta drappi. 134 II
Giudice, siccome io
vi dicea. Venne a
questo palagio a
dar di petto, Quando
né una capanna
si credea Di ritrovar,
ma solo il
bosco schietto. Per l'alta
maraviglia che n'avea, Esser
si credea uscito
d'intelletto:Non sapea se
fosse ebbro, o
se sognasse, Oppur se
1 cervel scemo
a volo andasse. 135
Vede innanzi alla
porta un Eti'ópo Con
naso e labbri
grossi; e ben
gli è avvis
" Che non vedesse
mai, prima né
dopo, Un cosi sozzo
e dispiacevol viso; Pei
di fattezze, qua!
si pinge Esopo, D'attristar, se
vi fosse, il
Paradiso; Bisunto e sporco,
e d'abito mendico:Né
a mezzo ancor
di sua bruttezza
io dico. 136 Anselmo,
che non vede
altro da cui Possa saper di
chi la casa
sia, A lui s'accosta,
e ne domanda
a lui; Ed ei
lisponde: Questa casa
è mia. Il Giudice
ò ben certo
che colui Lo beffi,
e che gli
dica la bugia: Ma
con scongiuri il
Negro ad affermare Che
sua è la
casa, e ch'altri
non v'ha a
fare; J37 E gli
offerisce, se la
vuol vedere, Che dentro
vada, e cerchi
come voglia; E se
v'ha cosa che
gli sia in
piacere 0 per sé
o per gli
amici, se la
toglia. Diede il cavallo
al servo suo
a tenere Anselmo, e
messe il pie
dentro alla soglia; E
per sale e
per camere condutto. Da
basso e d'alto
andò mirando 11
tutto. 139 E gli
fa la medesima
richiesta Ch'avea già Adonio
alla sua moglie
fatta. Dalla brutta domanda
e disonesta. Persona lo
stimò bestiale e
matta. Per tre repulse
e quattro egli
non resta; E tanti
modi a persuaderlo
adatta, Sempie offerendo in
merito il palagio, Che
fé' inchinarlo al suo
voler malvagio. stanza 135. 188
La forma, il
sito, il ricco
e bel lavoro Va
contemplando, e l'ornamento
regio; E spesso dice: Non
potria quant' oro É
sotto il Sol
pagare il loco
egregio. A questo gli
risponde il brutto
Moro, £ dice: E
questo ancor trova
il suo pregio: Se
non d'oro o
d'argento, nondimeno Pagar lo
può quel che
vi costa meno. 140
La moglie Argia,
che stava appresso
ascosa, Poi che lo
vide nel suo
error caduto. Saltò fuora
gridando: Ah degna cosa Ch'
io veggo di
dottor saggio tenuto ! Trovato in
si mal'opra e
viziosa, Pensa se rosso
far si deve
e muto. 0 terra,
acciò ti si
gittasse dentro, Perché allor
non t' apristi insino
al centro? stanza 140. 141
La douna in
suo dìscarco, ed
in vergogna D'Anselmo, il
capo gì' intronò
di gridi, Dicendo: Come te
punir bisogna Di quel
che far con
si vii uom
ti vidi, Se per
seguir quel che
natura agogna, Me, vinta
a'prieghi del mio
amante, uccidi. Ch'era bello
e gentile, e
un dono tale Mi
fé', eh' a quel
nulla il palagio
vale? 142 S'io ti
parvi esser degna
d'ona morte. Conosci che ne
sei degno di
cento: E benché in
questo loco io
sia sì forte. Ch'io
possa di te
fare il mio
talento, Pure io non
vo' pigliar di peggior
sorte Altra vendetta del
tuo fallimento. Di par
l'avere e '1
dar, marito, poni; Fa,
com'io a te,
che tu a
me aijcor penloui. 143 £
sia la pace
e sia raccordo
fatto, Chogni passato error
vada in obblio; Né
eh in parole
io possa mai
uè in atto Ricordarti il
tuo errori né
a me tu
il mio. Il marito
ne parve aver
buon patto, Né dimostrossi
al perdonar restio. Cosi
a pace e
concordia ritornaro, E sempre
poi fu Tnno
air altro caro. 144
Cosi disse il
nocchiero; e mosse
a riso Rinaldo al
fin della sua
istoria un poco; E
diventar gli fece
a un tratto
il viso, Per l' onta
del Dottor, come di fuoco. Rinaldo Argia
molto lodò, ch'avviso Ebbe d
alzare a quello
augello un gioco Oh'
alla medesma rete
fé' casca) lo, In che
cadde ella, ma
con minor fallo. stanca
149. 14.5 Poi che
più in alto
il Sole il
cammin prese, Fé' il
Paladino apparecchiar la
mensa, Ch'avea la notte
il 3rantiian cortese Provvista con
larghissima dispensa. Fugge a
sinistra intanto il
bel paese, Ed a
man destra la
palude immensa:Viene e
fnggesi Argenta e
'1 suo girone, Col
lito ove Santerno
il capo pone. 146
Allora la Bastia
credo non v'era, Di
che non troppo
si vantar Spagnuoli D'avervi su
tenuta !a bandiera; Ma più
da pianger n'hanno
i Rom(ignuo)i. E quindi
a Filo alla
dritta riviera Cacciano il
legno, e fan
parer che voli. Lo
volgon poi per
una fossa morta. Ch'a
mezzodì presso a
Ravenna il porta. 147
Benché Rinaldo con
pochi danari Fosse sovente,
pur n'avea si
allora, Che cortesia ne
fece a' marinari, Prima che
li lasciasse alla
buon' ora. Quindi mutando
bestie e cavallari, A
Rimino passò la
sera ancora; Né in
Montefiore aspetta il
mattutino, E quasi a
par col sol
giunge i Urbino. 148
Quivi non era
Federico allora, Né Lisabetta,
nè'l buon Guido
v'era, Né Francesco Maria,
né Leonora, Che con
cortese forza, e
non altiera, Avesse astretto
a far seco
dimora Sì famoso guerrier
più d'una sera; Come
fèr già molti
anni, ed oggi
fanno A donne e
a qavalier che
di 14 vanuo. 149
Perchè quivi alla
briglia alcun noi
prende, Smonta Rinaldo a
Cagli alla via
dritta. Pel monte che
1 Metanro o
il Gauno fende, Passa
ApenninOf e più
non Tha a
man ritta; Passa gli
Ombri e gli
Etmsci, e a
Roma scende; Da Roma
ad Ostia; e
qnindi si tragitta Per
mare alla cittade
a cui commise Il
pietoso figliaci V
ossa d Anchise. 150
Muta ìyì legno,
e verso V
isoletta Di Lipadusa fa
ratto levarsi; Quella che
fu dai combattenti
eletta, £d ove già
stati erano a
trovarsi Insta Rinaldo, e
gli nocchieri affretta, Cha
vela e a
remi fan ciò
che può farsi; Ma
i venti avversi,
e per lui
mal gagliardi, Lo fecer,
ma di poco,
arrivar tardi. 151 Giunse
ch'appunto il Principe
d'Anglante Fatta avea l'utile
opra e gloriosa:Avea
Gradasso ucciso ed
Agramante, Ma con dura
vittoria e sanguinosa. Morto n'era
il figliuol di
Monodante: E di grave percossa e
perigliosa Stava Olivier languendo
in su T
arena, E del pie
guasto avea martire
e pena. 162 Tener
non potè il
Conte asciutto il
viso, Quando abbracciò Rinaldo,
e che narroUi Che
gli era stato
Brandimarte ucciso, Che tanta
fede e tanto
amor portolli. Né men
Rinaldo, quando si
diviso Vide il capo
all' amico, ebbe occhi
molli: Poi quindi ad
abbracciar si fu
condotto Olivier, che sedea
col piede rotto. 158
La consolazion che
seppe, tutta Die lor,
benché per sé
tòr non la
possa; Che giunto si
vedea quivi alle
frutta. Anzi poi che
la mensa era
rimossa. Andare i servi
alla città distrutta, E
di Gradasso e
d'Agramante l'ossa Nelle mine
ascoser di Biserta, E
quivi divulgar la
cosa certa. 154 Della
vittoria ch'avea avuto
Orlando, S'allegrò Astolfo e
Sansonetto molto; Non si
però, come avrian
fatto, quando Non fosse
a Brandimarte il
lume tolto. Sentir lui
morto il gaudio
va scemando Sì, che
non ponno asserenare
il volto. Or chi
sarà di lor,
ch'annunzio voglia A Fiordiligi
dar di si
gran doglia? 155 La
notte che precesse
a questo giorno, Fiordiligi sognò
che quella vesta Che,
per mandarne Brandimarte
adomo, Avea trapunta e di sua
man contesta, Vedea per
mezzo sparsa e
d'ogn' intomo Di goccio rosse,
a guisa di
tempesta: Parca che di
sua man cosi
l'avesse Ricamata ella, e
poi se ne dogliesse.
156 E
parca dir: Pur
hammi il signor
mio Commesso ch'io la
faccia tutta nera: Or
perché dunque ricamata
hoU'io Centra sua voglia
in si strana
maniera? Di questo sogno
fe'giudicio rio; Poi la
novella giunse quella
sera: Ma tanto Astolfo
ascosa glie la
tenne, Ch' a lei
con Sansonetto se
ne venne. 157 Tosto
ch'entraro, e ch'ella
loro il viso Vide
di gaudio in
tal vittoria privo, Senz'
altro annunzio sa,
senz' altro avviso, Che
Brandimarte suo non é più
vivo. Di ciò le
resta il cor
cod conquiso, E cosi
gli occhi hanno
la luce a
schivo, E cosi ogn' altro
senso se le
serra, Che come morta
andar si lascia
in terra. 158 Al
tornar dello spirto,
ella alle chiome Caccia
le mani; ed
alle belle gote, Indarno
ripetendo il caro
nome, Fa danno ed
onta più che
far lor puote: Straccia i
capelli e sparge;
e grida come Donna
talor che'l demon
rio percuote, 0 come
s'ode che già
a suon di comò
Mènade corse, ed
aggìrossi intomo. 159 Or
questo or quel
pregando va, che
pòrto Le sia un
coltel, si che
nel cor si
fera: Or correr vuol
là dove il
legno in porto Dei
duo signor defunti
arrivato era, E dell'uno
e dell'altro cosi
morto Far cmdo strazio,
e vendetta aera
e fiera: Or vuol
passare il mare,
e cercar tanto, Che
possa al suo
signor morire accanto. 160
Deh perché, Brandimarte, ti
lasciai Senza me andare
a tanta impresa?
(disse) Vedendoti partir, non
fVi più mai Che
Fiordiligi tua non
ti seguisse. T'avrei giovato,
s'io veniva, assai; Ch'avrei tenute
in te le
luci fisse: E se
Gradasso avessi dietro
avuto, Con un sol
grido io t'avrei
dato aiuto; 161 0
forse esser potrei
stata si presta, Ch'entrando in
mezzo, il colpo
t avrei tolto: Fatto scudo
t'avrei con la
mia testa; Che morendo
io, non era
il danno molto. Ogni
modo io morrò;
né fia di
questa Dolente morte alcun
profitto cólto; Che, quando
io fossi morta
in tua difesa, Non
potrei mlio aver
la vita spesa. 162
Se pur ad
aiutarti i duri
fati Avessi avuti e
tutto il cielo
avverso, Gli ultimi baci
almeno io t'avrei
dati, Almen t'avrei di
pianto il viso
asperso; E prima che
con gli angeli
beati Fosse lo spirto
al suo Fattor
converso, Detto gli avrei:
Va in pace,
e là m'aspetta: Ch' ovunque sei,
son per seguirti
in fretta. 163 É
questo, Brandimarte, è
questo il regno, Di
che pigliar lo
scettro ora dovevi? Or
cosi teco a
Dammogire io vegno? Cosi
nel real seggio
mi ricevi? Ah Fortuna
crudel, quanto disegno Mi
rompi ! oh che
speranze oggi mi
levi ! Deh, che cesso
io, poic'ho perduto
questo Tanto mio ben,
ch'io non perdo
anco il resto? 164
Questo ed altro
dicendo, in lei
risorse n furor con
tanto impeto e
la rabbia, Ch'a stracciare
il bel crìu
di nuovo corse, Come
il bel crin
tutta la colpa
n'abbia. Le mani insieme
si percosse e
morse; Nel sen si
cacciò l'ugne e
nelle labbia. Ma tomo
a Orlando ed a'
compagni, intanto Ch'ella si
strugge e si
consuma in pianto. 15
Orlando, col cognato
che non poco Bisogno
avea di medico
e di cura; Ed
altrettanto, perchè in
degno loco Avesse Brandimarte
sepoltura; Verso il monte
ne va, che
fa coi fuoco Chiara
la notte, e
il di di
fumo oscura. Hanno propizio
il vento, e
a destra mano Non
è quel lito
lor molto lontano. 1 66 Con
fresco vento eh'
in favor veniva, Sciolser la
fune al declinar
del giorno, Mostrando lor
la taciturna Diva La
dritta via col
luminoso corno; E sorser
l'altro dì sopra
la riva Ch'amena giace
ad Agrigento intomo. Quivi
Orlando ordinò per
l'altra sera Ciò ch'a
funeral pompa bisogno
era. 167 Poi che
l'ordine suo vide
eseguito, Essendo omai del
Sole il lume
spento, Fra molta nobiltà
eh' era allo
'nvito De' luoghi intorno corsa
iu Agrigento, D'accesi torchi
tutto ardendo '1 lito, E
di grida sonando
e di lamento, Tomo
Orlando ove il
corpo fu lasciato. Che
vivo e morto
avea con fede
amato. 168 Quivi Bardin,
di soma d'anni
grave, Stava piangendo, alla
bara funebre, Che pel
gran pianto eh' avea
fatto in nave, Dovria
gli occhi aver
pianti e le
palpebre. Chiamando il ciel
cmdel, le stelle
prave, Bnggia come un
leon ch'abbia la
febre. Le mani erano
intanto empie e
ribelle Ai crin canuti
e alla rugosa
pelle. stanza 168. 169 Levossi,
al ritomar del
Paladino, Maggiore il grido,
e raddoppiossi il
pianto. Orlando, fatto al
corpo più vicino. Senza
parlar stette a
mirarlo alquanto, Pallido come
còlto al mattutino É
da sera il
ligustro o il
molle acanto; E dopo
un gran sospir,
tenendo fisse Sempre le
luci in lui,
cosi gli disse: 170
0 forte, o
caro, o mio
fedel compagno, Che qui
sei morto, e
so che vivi
in cielo, E d'una
vita v' hai
fatto guadagno, Che non ti può
mai tòr caldo
né gelo. Perdonami, sebben
vedi eh' io
piagno; Perchè d'esser rimaso
mi querelo, E ch'a
tanta letizia io
non son teco; Non
già perchè quaggiù
tu non sìa
meco. ] 7 1 Solo
senza te son;
né cosa in terra
Senza te
posso aver più
che mi piaccia. Se
teco era in
tempesta e teco
in guerra, Perchè non
anco in ozio
ed in honaccia? Ben
grande èl mio
fallir, poiché mi
serra Di questo fango
uscir per la
tua traccia. Se negli
affanni teco fui,
perch' ora Non sono
a parte del
guadagno ancora? 172 Tu
guadagnato, e perdita
ho fatto io: Sol
tu air acquisto,
io non son
solo al danno. Partecipe fatto
é del dolor
mio L'Italia, il regno
franco e l'alemanno. Oh quanto,
quanto il mio
Signore e zio. Oh
quanto i Paladin
da doler s'
hanno Quanto l'Imperio
e la cristiana
Chiesa, Che perduto han
la sua maggior
difesa! Stanza 181. 173 Oh
quanto si torrà,
per la tua
morte, Di terrore a'
nimici e di
spavento ! Oh quanto Paganìa
sarà più forte! Quanto
animo n'avrà, quanto
ardimento! Oh come star
ne dee la
tua consorte! Sin qui ne veggo
il pianto, e
'i grido sento:So
che m' accusa', e
forse odio mi
porta, Che per me
teco ogni sua
speme è morta. 174
Ma, Fiordiligi, almen
resti un conforto A
noi che siam
di Brandimarte privi; Ch'invidiar lui
con tanta gloria
morto Denno tutti i
guerrier ch'oggi son
vivi. Quei Decj, e
quel nel roman
Foro absorto, Quel si
lodato Codro dagli
Argivi, Non con più
altrui profitto e
più suo onore A
morte si donar,
del tuo signore.175
Queste parole ed
altre dicea Orlando. Intanto i
bigi, i bianchi,
i neri frati, E
tutti gli altri
chieici, seguitando Andavan con
lungo ordine accoppiati, Per r
alma del deftinto
Dio pregando, Che gli
donasse requie tra' beati. Lumi innanzi
e per mezzo e
d'ogn' intorno, Mutata aver parean
la notte in
giorno. 176 Levan la
bara, ed a
portarla fOro Messi a
vicenda Conti e
cavalierL Purpurea seta la
copria, che doro E
di gran perle
ayea compassi altieri:Di
non men bello
e signori! lavoro Avean
gemmati e splendidi
origlieri; E giacea quivi
il cavalier con
vesta Di color pare,
e d'un lavor
contesta. SUnza 185. 177 Trecento
agli altri eran
passati ìnnanti, De' più poveri
tolti della terra, Parimente vestiti
tutti quanti Di panni
negri, e lunghi
sin a terra. Cento
paggi seguian sopra
altrettanti Grossi cavalli, e
tutti buoni a
guerra; E i cavalli
coi paggi ivano
il suolo Badendo col
lor al)ito di
duolo. 178 Molte bandiere
innanzi, e molte
dietro. Che di diverse
insegne eran dipinte, Spiegate accompagnavano il
feretro; Le quai già
tolte a mille
schiere vinte, E guadagnate
a Cesare ed
a Pietro Avean le
forze ch'or giaceano
estinte. Scudi v'erano molti,
che di degni Querrier, a
chi fur tolti,
aveano i segui. 179
Veniali eento e
cent' altri a diversi
usi Deir esequie ordinati; ed
avean questi, Come anc3
il resto, accesi
torchi; e chiusi, Più
che vestiti, eran
di nere vesti. Poi
seguia Orlando, e
ad or ad
or soffusi Di lacrime
avea gli occhi,
e rossi e
mesti; Né più lieto
di lui Rinaldo
venne: Il pie Olivier,
che rotto avea,
ritenne. 180 Lungo sarà
s'io vi vo'dire
in versi Le cerimonie,
e raccontarvi tutti I
dispensati manti oscuri
e persi, Gli accesi
torchi che vi
furon strutti. Quindi alla
chiesa cattedral conversi, Dovunque andar,
non lasciaro occhi
asciutti; Si bel, sì
buon, sì giovene,
a pietade Mosse ogni
sesso, ogni ordine,
ogni etade. 183 E
vedendo le lacrime
indefesse, Ed ostinati a
uscir sempre i
sospiri; Né, per far
sempre dire ufficj
e messe, Mai satisfar
potendo a' suoi disiri; Di
non partirsi quindi
in cor si
messe, Finché del corpo
V anima non spiri:E
nel sepolcro fé' fare
una cella, E vi
si chiuse, e
fé' sua vita
in quella. 184 Oltre
che messi e lettere
le mande. Vi va
in persona Orlando
per levarla. Se viene
in Francia, con
pensìon ben grande Compagna vuol
di Gktlerana farla:Quando
tornare al padre
anco domande, Sin alla
Lizza vuole accompagnarla: Edificar le
vuole un monastero, servire a
Dio faccia pensiero. stanza 190. 181
Fu posto in
chiesa; e poi
che dalle donne Di
lacrime e di
pianti inutil opra, E
che dai sacerdoti
ebbe eleisonne, E gli
altri, santi detti
avuto sopra, In un'
arca il serbar
su due colonne:E
quella vuole Orlando
che si copra Di
ricco drappo d'ór,
sinché reposto In un
sepulcro sia di
maggior costo. 182 Orlando
di Sicilia non si parte. Che
manda a trovar
porfidi e alabastri. Fece fare
il disegno, e
di quell'arte Inarrar con
gran premio i
miglior mastri. Fé' le lastre,
venendo in questa
parte, Poi drizzar Fiordiligi,
e i gran
pilastri Che quivi, essendo
Orlando già partito, Si
fé' portar dall'africano lito. 185
Stava ella nel
sepulcro; e quivi,
attrita Da penitenzia, orando
giorno e notte, Non
durò lunga età,
che di sua
vita Dalla Parca le
fur le fila
rotte. Già fatto avean
dall'isola partita. Ove i
Ciclopi avean l'antique
grotte, I tre guerrier
di Francia, afflitti
e mesti Che'l quarto
lor compagno addietro
resti. 186 Non volean
senza medico levarsi, Che
d'Olivier s'avesse a
pigliar cura; La qual,
perché a principio
mal pigliarsiPotè, fatt' era
faticosa e dura:E
quello udiano in
modo lamentarsi, Che del
suo caso avean
tutti paura. Tra lor
di ciò parlando,
al nocchier nacque Un
pensiero, e lo
disse; e a
tutti piacque. 187 Disse
ch'era di là
poco lontano In un
solingo scoglio uno
eremita, A cui ricorso
mai non s' era
invano, 0 fosse per
consiglio o per
aita; E facea alcun
effetto soprnmano, Dar lume
a ciechi, e
tornar morti a
vita. Fermare il vento
ad un segno
di croce, E far
tranquillo il mar
quando è più
atroce; 188 E che
non dnno dubitare,
andando A ritrovar quell' uomo
a Dio sì
caro, Che lor non
renda Olivier sano,
quando Fatto ha di sua virtù
segno più chiaro. Questo consiglio
si piacque ad
Orlando Che verso il
santo loco si
drizzare; Né mai piegando
dal cammin la
prora, Vider lo scoglio
al sorger dell'aurora. 189 Scorgendo
il legno uomini
in acqua dotti, Sicuramente s'accostaro
a quello. Quivi aiutando
servi e galeotti, Declinaro il
marchese nel battello: E
per le spumose
onde far condotti Nel
duro scoglio, et
indi al santo
ostello; Al santo ostello,
a quel vecchio
medesmo, Per le cui
mani ebbe Kuggier
battesmo. 190 II servo
del Signor del
paradiso Baccolse Orlando e
i compagni suoi, E
benedilli con giocondo
viso, E de' lor
casi dimandolli poi; Benché di
lor venuta avuto
avviso Avesse prima dai
celesti eroi. Orlando gli
rispose esser venuto Per
ritrovare al suo
Oliviero aiuto; 191 Ch'era,
pugnando per la
fé di Cristo, A
periglioso termine ridutto. Levógli il
Santo ogni sospetto
tristo, E gli promise
di sanarlo in
tutto. Né d'unguento trovandosi
provvisto.. Né d'altra umana
medicina instrutto, Andò alla
chiesa, ed orò
al Salvatore; Et indi
usci con gran baldanza fuore: 193
E in nome
delle eteme tre
Persone, Padre e Figliuolo
e Spirto Santo,
diede Ad Olivier la
sua benedizione. Oh virtù
che dà Cristo
a chi gli
crede ! Cacciò dal cavallero
ogni passione, £ ritomògli
a sanitade il
piede, Più fermo e
più espedito che
mai fosse: E presente
Sobrino a ciò
trovosse. 193 Giunto Sobrin
delle sue piaghe
a tanto,,Che star
peggio ogni giorno
se ne sente, Tosto
che vede del
monaco santo Il miracolo
grande ed evidente, Si
dispon di lasciar
Macon da canto, E
Cristo confessar vivo
e potente: E domanda,
con cor di
fede attrito, D'iniziarsi al
nostro sacro rito. 194
Cosi l'uom giusto
Io battezza, ed
anco Gli rende, orando,
ogni vigor primiero. Orlando e
gli altri cavalier
non manco Di tal
conversion letizia fero. Che
di veiler che
liberato e franco Del
periglioso mal fosse
Oliviero. 3[aggior gaudio degli
altri Kuggier ebbe; E
molto in fede
e in devozione
accrebbe. 195 Era Buggier
dal dì che
giunse a nuoto Su
questo scoglio, poi
statovi ognora. Fra quei
guerrieri il vecchierel
devoto Sta dolcemente, e
li conforta ed óra
A voler,
schivi di pantano
e loto. Mondi passar
per questa morta
gora, C'ha nome vita,
che si piace
a' sciocchi; Ed alle vie
del ciel sempre
aver gli occhi. [Stanza 193. 196
Orlando un suo
mandò sul legno,
e trarne Fece pane
e buon vin,
cacio e presciutti; E
all'uom di Dio,
eh' ogni sapor
di starne Pose in
obblio poi eh' avvezzossi a' frutti, Per carità
mangiar fecero carne, E
ber del vino,
e far quel
che fèr tutti. Poi
ch'alia mensa consolati
f5ro, Di molte cose
ragionar tra loro. 1197
E come accade
nel parlar sovente, Ch'
una cosa vien
l'altra dimostrando, Buggier riconosciuto
finalmente Fu da Rinaldo, da Olivier,
da Orlando, Per quel
Kuggier in arme
sì eccellente, Il cui
valor s' accorda ognun
lodando:Né Binaldo l'avea
niffigurato Per quel che
provò già nello
steccato. 198 Ben V
avea il re
Sobrio riconosciuto, Tosto che
1 vide col
vecchio apparire; B[a volse
innanzi star tacito
e muto, Che porsi
in avventura di
fallire. Poi eh' a notizia
agli altri fu
venuto Che questo era
Ruggier, di cui
l'ardire, La cortesia, e'I
valore alto e
profondo Si facea nominar
per tntto il
mondo; 199 E sapendosi
gii eh' era
crist'ano, Tutti con lieta
e con serena
faccia Vengono a lai:
chi gli tocca
la mano, Chi lo
bacia, e chi
lo stringe e
abbraccia. Sopra gli altri
il signor di
Montalbano D'accarezzarlo e fargli
onor procaccia. Perch'esso più
degli altri, io '1
serbo a dire Nell'altro Canto,
se'l vorrete udire. NOTE. St. 8.
v.3. Tomo; caduta. St.
10. V.5. Levarti
dalla scena i
panni: vale manifestarti il mio
interno. St. 11. V
16. Una cittd
vicina, ecc.: Mantova, circondata da
un laf?o formato
dal Mincio, che
deriva dal Benaco (lago
di Gai'da) e
si scarica in
Po. Le mura.... de'l
agenoreo draco: Tebe
di Beozia, fabbri cata da Cadmo,
figlio di Agenore,
re di Fenicia.
Andava egli in traccia
d'Kuropa, sua sorella,
rapita da Giove; e
giunto con i
suoi compagni in
Beozia, trovò quella regione infestata
da un drago;
Tnccise ed avendone seminati i
denti, ne nacquero
nomini armati, che
lo aiu tarono a fabbricar
la città. St. 13.
V.4. Pallade: figlia
di Giove, dea
della sapienza, dell'arti e
della guerra. St. 23.
V.46. La giovane
Ledea: Elena, fleliadi Leda
e di Tindaro,
e moglie di
Menelao, re di
Sparta, famosa per l'avvenenza.
Al gran pastor
deVa mon tagna Idea: Paride,
figlio di Priamo,
re di Troia;
fu allevato dai pastori
reali sul monte
Ida, e giudicò
la contesa sulla bellezza
fra Venere, Pallade
e Giunone, ognuni delle
qui li, per
averlo propirio, gli
offeriva i pregi di
che poteva disporre. St.
'28. V.34. Qual
già, per fare
accorto, ecc. Leggesi nei
romanzi della Tavola
Rotonda, che Mor gana, sorella di
Marco, re di
Gomovaglia, per mostrare al
fratello che la
consorte di lui,
Ginevra, gli avea
man cato alla fede, fece
per incanto un
bicchiere . che pro duceva l'effetto indicato
nei quattro ultimi
versi di questa Stanza. St.
32. V.18. Signor,
qui presso una
n'iti difende Il Po,
ecc. Ferrara, che
giace dove il Po si
divide ne' due rami
di Volano e
di Primaro. Fin
dove il mir fugge
dal Ufo e
toma: fino alla
spiaggia dell'Adrìa lico. Le
reliquie troiane la
fondaro, ere. Accenna l'opinione, allora
coirente, che fondatoti
di Fenura fos se
0 i Padovani
scampati dalP eccidio
che fece Atala della
loro città, che
credevasi fabbricata dal
troiano Antenore. St. 33. V.5.
Nel primo occorso:
nel primo incontro. St.
W. V.5 8.
Melara.... Sermide... Figarolo
e Stellata, castelli sul
Po; r ultimo
di questi sorge
là dove quel fiume
si divide in
due rami, il
destro de' quali, detto
Poatello, rade Ferrara,
e l'altro sbocca
nell'Adrìatico col nome
di Po di
Goro. ST. 54. V.38,
iZ Bondeno: altro castello
sulla confluenza del Pan!.ro
nel Poatello. Di
TecUdo Amh le rocche:
qai s'intenle un
castello fabbricato, secondo il
Pigna, da Te<laUo
dEste sul Poatello,
nella estnmità occidentale di
Ferrara, circa l'anno
970, epoca poste riore ai tempi
di Carlo Magno. St.
56. v.38. AlV isoletta, ecc.:
Belvedere, piccola isola formata
dal Po, la
quale ai tempi
del Poeta era luogo
di delizie del
duca Alfonso. St. 57.
V.38. Che settecento
volte che si
sia Gi rata col M
nton la quarta
sfera: locuzione che im porta scorsi che
sieno 700 anni.
La quarta sfera,
se condo il sistema di
Tolomeo, è quella
del Sole; e
l'anno astronomico comincia all'entrar
di quell'astro nel
segno d'Ariete. Alla patria
di Nausicaa: l'isola
di Pea eia, ora
Corfù, rinomata presso
gli antichi per
la bel lezza dei giardini
d'Alcinoo, pdre di
Nausicaa, che n'era il
sovrano. St. 58. v.26.
Quella si a
Tiberio cara: l'isola di Capri,
ultimo ritiro dell' imperator Tiberio
Nerone. Né in
mandra Circe ebbe
né in hara: Circe,
figlia del Sole e
maga famosa, convertiva
in bestie, e
per lo pia in
porci, gli uomini
che approdavano nella
sua isola Hara: porcile. St. 59.
V.78. E che
d'Ercol figliuola ecc.:
inten desi il duca
Alfonso, figliuolo d'Ercole
I, e padre
d'Er cole II. St. 63. V.88.
Logoro: or .Ugno
di penne e
di cuoio . fatto a
modo d'ala, che
serve agliuccellatori, per ri
chiamare il falcone. Del
destro corno il
destro ramo prende, ecc.
Quel ramo cioè
del Poatello, che piA
avanti chiamasi Po di
Primaro, ed è
il destro anche
rispetto air altro ramo,
detto Po di
Volano. San Giorgio:nome
di un'isoletta sul
Po. La torre
e della Fossa e
di Galbana: due
torri costruite sul
Po di Primaro a
sei miglia da
Ferrara, la prima
a destra, l'altra
(oni più non esistente)
a sinistra di
quel ramo di
fiume. St. 70. V.C8.
Che fu in
qttesta cittd di
qui vi cina, ecc. Mantova,
circondata dal lago
formato dal Mincio, come
si è notato
poc'anzi. St. 72. V.4.
Ciò ch'Vlpiano insegala.
Fu Ulpiano un celebre
giureconsulto, ai tempi
dell'imperatore Ales sandro
Sevei'o. St. 74. V.34.
2>a quel Urnaggio
altiero CKusci da una
mascella di serpente:
dai compagni di
Cadmo, nati, come s' è
veduto, dai denti
del drago o
serpeate ucciso da quello. St.
75. V.58. H
tesar di Tiberio
imperatore: non Tiberio Nerone, ma
nn altro Tiberio
che saccedette a Giustino
Ian\ore, e che fa doviziosissimo per
gli eredi tati tesori. ])er
quelli ammassati da
Narsete spogliando ritalia, e
per altri provenutigli
dalle vittorie che
riportò sui Persiani. Usci
fuor di tutti
i ben paterni:
gli scialacquò tatti. St. 79.
v. 8. Di' denti
seminati di serpente.
Finge il Poeta che
gli antenati di
Antonio discendessero dai compagni
di Cadmo. St. 87.
V.5. Tolle il
punto: coglie il
punto accon cio per le
osservazioni astrologiche.
St. 101.
V.56. Io non
andava aseiolta Ch'io
non portassi rotto, ecc.
Io non andava
esente dal portar rotto,
ecc. St. 107. V.3.
Certe sue canne:
una zampogna composta di
canne. Il romeo:
nome che davasi
a chi andava in
pellegrinaggio a Roma,
e che poi si estese anche
agli altri pellegrini.
Traea: per voleva. St. 133.
v.1. Ratsi o
Panni di tazza
non sonò altro che
gli arasti, cosi
detti dalla città
di Arras in Fiandra,
ove da principio
si fabbricarono. St. 135. V.5.
Esopo: scrittore di
favole e deforme. St.
145. V.8. Col
lito ove Santerno
il capo pone: la
riva del Po
di Primaro, in
cui, sotto Argenta,
sbocca il Santerno, ch'è
il fiume dimoia. St
MS. V.47. I
RomagnuoH: vedi la
Stanza 53 del Canto
Ili. E quindi
a Filo: nome di
una villa sulla sinistra
del Po di
Primaro, sette miglia
sotto Ar genta. Fossa
morta: cosi chiamano
un ramo subal terno del Po
di Primaro, che
corre per dodici
miglia fino a Ravenna. St.
148. V.13. Quivi
non era Federico
al/ora, ecc.: Federico e
Ouidubaldo da Montefeltro,
Elisabetta sua moglie, e
Francesco Maria della
Rovere, marito di Leo
nora Gonzaga, duchi d
Urbino, e splendidamente ospi tali alle persone
distinte. St. 149. V.28.
Cagli: piccola città
vescovile nel l'Urbinate, alle fetide
degli ApenninL Pel
monte che 7 Metawo
o il Gauno
fende: questo monte
è il Furio, nel
cui intemo, per
mezzo di un
foro, passa un
tratto della strada postale.
Il Metauro ò
fiume dell Urbinate che
si confonde col
Gauno, fiumicello di
cui forse ora si
è perduto il
nome. Oli Ombri
e gli Strusci:
il paese abitato una
volta dagli Umbri
e dagli Etruschi, che
faceva parte degli
Stati del papa
nello Spoletino, nel Perugino,
e nel cosi
detto Patrimonio di
San Pietro. Ostia: alla
foce del Tevere;
già florida città
qaando era il porto
di Roma, ora
quasi totalmente distrutta
e abbandonata all'aria malsana.
Alla cittade a cui
commise ecc. Trapani
in Sicilia, ove
Enea fece seppel lire Tossa di suo padre
Anchise. St. 158. V.8.
-Menade: nome comune
alle Baccanti 0 sacerdotesse
di Bacco, che
ne celebravano i
notturni misteri coiTendo furiose,
e agitandosi a
suon di comi e
di altri istromenti. St. 163.
y. 3. Dammogire:
città capitale del
regno di Brandimarte. St. 165.
V.5. Verso il
monte.... cìie fa
col fuoco Chiara la
notte, ecc.: TEtna,
o Mongibello, montagna vulcanica di
Sicilia. St. 174. V.56.
Quei DeeJ: due
Romani, padre e figlio,
che votaronsi agli
Dei per la
salate del popolo, esponendosi alla
morte. Quel nel
roman Foro ab sorto:
Curzio, che per
salvare la patria
si gettò in una
voragine apertasi nel
Foro di Roma.
Quel sì lodato Codro,
ultimo r" di
Atene, il quale
per amore della
li bertà della Grecia sì
fece volontariamente uccidere
dai nemici. T. 176. V.4.
Compassi altieri: compartimenti, o lavori
a disegno magnifico. St. 181.
V.13. Di lacrime
e di ].ianti.
ecc.: allude al costume
ani ico di
prezzolar donne a
piangere nei fa nerali.
Eleisonne: il salmo
Miserere, che comincia in
greco con la
parola eleisonme. S T, 182.
V.4. Inarrar: impegnare. St. 184.
V.46. Galerana: la
moglie di Carlo
Ma gno. Lizza: anticamen'e
detta Laodt'cea ad
mare ora Latakia. St. 190.
V.6. Dai celesti
eroi: dai Santi
del cielo. Canto XLIV. .Hringonsì ì cinque giiertieri
in fraterna aniicizj"; e
Einalila per ìa stima
cho f dì
Rng|s:>ro,e pei confotti
de! baon romito,
gli firc tuetle BralnniaTite
in coasorie. Vanno
<iuitidi et ìliraUim,
dove con tempo l'alien in
<ii te ttrtivii
Astolfo, che ìia
Ikenitiati gik i
Xtibj, e ren dilla In
floita d primo
Etsre di foglie.
I paUdiut e Sobrtiìfi sono accolti
niEiRniflcanieiite da. Carlo
in Parigi; ma
quel gaudio è turbato
dal difsenso del
duca Amono e di BeaTricoairiinio"fi dj Kiiggiro
con Biadamant, da
loro fidaiiiata a
Leone, figlio àtl l'iinperator gì
eco. Atniasi Rupgìtro;
o pieno d'o<j io
cqatTtt LeotHf, bi loca
al campo de'
Bulfri, tbe li
unno guerra co 'Greci,
Bconfig qtitstì ultimi, poi
\a ad allogiarù
in nna terra
da lui non
lobo acìuta per soggetta
al greco impeto;
ed hi A
denaniiato com autore
del diaastro £
offerto dai Greci. l
SpDì?Po iu pùberi
alberghi e in
piceml tetli. Nelle calaTDitadl
e uei disagi
" lleglio
BVasTìiunjCoii tV amicìzia i
petti, Che fra ricchezze
invì{liuHe tì agi Tel
le piene tV
insidie e ili
aosipetti Curti regali e
splendidi palagi, Ove la
cari t ade è in
tutto estinta, Né si
vede amici/ia se
non finta Quindi avvjen
che tra Principi
e Signori Patti e
convennon sono sì
frali. Fan lega oggi
Re" Papi e
Imperatori; T'iniHii pLìran nimicì
CLpitali: Perchè, qual V
apparenze esteriori, Non hanno
i cor, non
han gli animi
tali; Che, non mirando
al torto più
chal dritto, Attendon solamente
al lor profitto.3 Questi,
quantunque d'amicizia poco Sieno
capaci, perchè non
sta quella Ove per
cose gravi, ove
per giuoco Mai senza
finzì'on non si
favella; Pur, se talor
gli ha tratti
in umil loco Insieme
una fortuna acerba
e fella, In poco
tempo vengono a
notizia (Quel che in
molto non fér)
dell'amicizia. I
Profferte senza fine,
onore e feata Fece
a Ruggiero il
Paladin cortese. Il prudente
Eremita, come questa Benivolenzia vide,
adito prese. Entrò dicendo: A
fare altro non
resta (E lo spero
ottener senza contese), Che
come V amicizia
è tra voi
fatta, Tra voi sia
ancora affinità contratta; 4
n santo vecchierel
nella sua stanza Giunger gli
ospiti suoi con
nodo forte Ad amor
vero meglio ebbe
possanza, Ch'altri non avria
fatto in real
corte. Fu questo poi
di tal perseveranza, •Che non si
sciolse mai fino
alla morte. Il vecchio
li trovò tutti
benigni, Candidi più nel
cor, che di
fuor cigni. 5 Trovolli
tutti amabili e
cortesi, Non della iniquità
ch'io v'ho dipinta Di
quei che mai
non escono palesi, Ha
sempre van con
apparenza finta. Di quanto
s'eran per addietro
offesi Ogni memoria fu tra loro
estinta: E se d'un
ventre fossero e
d'un seme, Non si
potriano amar più
tutti insieme. " Sopra
gli altri il
Signor di Blontalbano Accarezzava e
riveria Ruggiero; Si perchè
già l'avea con
Tarme in mino Provato
quanto era animoso
e fiero; Si per
trovarlo affabile ed
umano Più che mai
fosse al mondo
cavaliere:Ma molto più,
che da diverse
bande Si conoscea d'avergli
obbligo grande. 7 Sapea
che di gravissimo
periglio Egli avea liberato
Ricciardetto, Quando il Re
ispano gli fé'
dar di pìglio, E
con la figlia
prendere nel letto:E
eh' avea tratto l'uno
e l'altro figlio Del
duca Buovo, com'io
v'ho già detto, Di
man dei Saracini
e dei malvagi Ch'eran col
maganzese Bertolagi. Stanza 9. 10
Acciò che delle
due progenie illustri, Che
non han par
di nobiltade al
mondo, Nasca un lignaggio
che più chiaro
lustri Che'l chiaro Sol,
per quanto gira
a tondo; E come
andran più innanzi
ed anni elustrì. Sarà più
bello, e durerà
(secondo Che Dio m'inspira,
acciò eh' a voi
noi celi) Finché terran
l'usato corso i
cieli. 8 Questo debito
a lui parca
di sorte. Oh' ad amar
lo stringeano e
ad onorarlo; E gli
ne dolse e
gli ne 'ncrebbe
forte, Che prima non
avea potuto farlo, Quando
era l'un nelP
africana corte, E l'altro
ali! servigi era di Carlo. Or
che fatto Cristian
quivi lo trova, Quel
che non fece
prima, or far
gli giova. 11 E
seguitando il suo
parlar più innante. Fa
il santo vecchio
si, che persuade Che
Rinaldo a Rugier
dia Bradamante; Benché pregar
né l'un né
l'altro accade. Loda Olivier
col Principe d'Anglante, Che far
si debba quest
i affinitade:Il che
speran che approvi
Amone e Carlo, E
debba tutta Francia
commendarlo. 12 Cosi cean;
ma non sapean
ch'Amone, Con Yolnntà del
figlio di Pipino, Navea
dato in quei
giorni intenzione Air imperator greco
Costantino, Che glie le
domandava per Leone Suo
figlio, e snccesBor
nel gran domino. Se
nera, pel valor
che n'avea inteso, Senza
vederla, il giovinetto
acceso. 18 Risposto gli
avea Amon, che
da sé solo non
era per concludere
altramente. Né pria che ne parlasse col
figliuolo Rinaldo, dalla corte
allora assente; Il qual
credea che vi
verrebbe a volo, E
che di grazia
avria si gran
parente:Pur, per molto
rispetto che gli
avea, Risolver senza lui
non si volea. Svtó:''; stanza lo. 14
Or Rinaldo lontan
dal padre, quella Pratica imperiai
tutta ignorando. Quivi a
Ruggier promette la
sorella, Di suo parere
e di parer
d'Orlando, £ degli altri
eh' avea seco
alla cella, Ma sopra
tutti V Eremita
instando:E crede veramente
che piacere Debba ad
Amon quel parentado
avere. 16 Quel di
e la notte,
e del seguente
giorno Steron grau parte
col Monaco saggio. Quasi
obbliando al legno
far ritorno. Benché il
vento spirasse al
lor viaggio. Ma i
lor nocchieri, a
cui tanto soggiorno Increscea ornai,
mandar più d'un
messaggio, Che sì li
stimolar della partita, Ch'
a forza li
spiccar dall' Eremita. 16 Ruggier
che stato era
in esilio tanto, Né
dallo scoglio avea
mai mosso il
piede, Tolse licenzia da
quel mastro santo, Ch'insegnata gli
avea la vera
Fede. La spada Orlando
gli rimesse accanto, L'arme d'Ettorre,
e il buon
Frontin gli diede; Si
per mostrar del
suo amor segno
espresso, Si per saper
che dianzi erano
d'esso. 17 E quantunque
miglior nell'incantata Spada ragione
avesse il Paladino, Che
con pena e
travaglio già levata L'avea
dal formidabile giardino, Che
non avea Ruggiero,
a cui donata Dal
ladro fu, che
gli die ancor
Frontino;' Pur volentier
gliele donò col
resto Dell'armi, tosto che ne fu
richiesto. 18 Par
benedetti dal vecchio
devoto E sol navìlio
alfin si ritornaro, I
remi air acqua,
e diér le
vele al Noto; E
fa lor sì
sereno il tempo
e chiaro. Che non
vi bisognò priego
né voto, Finché nel
porto di Marsiglia
entraro. Ma quivi stiano
tanto, eh' io
conduca Insieme Astolfo, il
glorioso duca. 19 Poi
che della vittoria
Astolfo intese " Che
sanguinosa e poco
lieta s'ebbe; Vedendo che
sicura dall'offese D'Africa oggiinai
Francia esser potrebbe, Pensò che
'1 Re de'
Nubi in suo
paese Con l'esercito suo
rimanderebbe, Per la strada
medesima che tenne Quando
centra Biserta se
ne venne. stanza 23. 20
L'armata che i
Pagan roppe nell' onde, Già rimandata
ave.i il figliuol
d' Uggiero; Di cui, nuovo
miracolo, le sponde (Tosto
che ne fu
uscito il popol
nero) E le poppe
e le prore
mutò in fronde, E
ritomolle al suo
stato primiero:Poi venne
il vento, e
come cosa lieve LeToUe
in aria, e fé'
sparire in breve. 22
Negli utri, dico,
il vento die
lor chiuso, Ch'uscir di
mezzodì suol con
tal rabbia, Che muove
a guisa d'onde,
e leva in
suso, E rota fin
in ciel l'arida
sabbia; Acciò se lo
portassero a lor uso,
Che per
cammino a far
danno non abbia; E
che poi, giunti
nella lor regione, Avessero a
lassar fuor di
prigione. 21 Chi a
piedi e chi
in arcion, tutte
partita, D' Africa fèr le
Nubiane schiere. Ma prima
Astolfo si chiamò
infinita Grazia al Senape
ed immortale avere. Che
gli venne in
persona a dare
aita Con ogni sforzo
edogni suo potere. Astolfo lor
nell'uterino claustro A portar
diede il fiero
eturbido Austro. 23 Scrive
Tarpino, come furo
ai passi Dell'alto Atlante,
che i cavalli
loro Tutti in uu
tempo diventaron sassi; Sì
che, come venir,
se ne tornerò. Ma
tempo é ornai
ch'Astolfo in Fran'ia
passi; E cosi, poi
che del paese
moro Ebbe provvisto ai
luoghi principali,
AU'Ippogrifo suo fé' spiegar
l'ali. 24 Volò in
Sardigna in nn
batter di penne, E
di Sardigna andò
nel llto corso; E
quindi sopra il
mar la strada
tenne, Torcendo alquanto a
man sinistra il
morso. Nelle maremme alP
ultimo ritenne Della ricca
Provenza il leggier
corso, Dov'eseguì
dell'Ippogrifo quanto G.i disse
già V Evangelista
santo. 25 Hagli commesso
il santo Evangelista, Che più,
giunto in Provenza,
non lo sproni; E
eh' all'impeto fier più
non resista Con sella
e fren, ma libertà
gli doni. Già avea
il più basso
eie), che sempre
acquista Del perder nostro,
al corno tolti
i suoni; Che muto
era restato, nonché
roco, Tosto eh' entrò
'1 guerrier nel divin loco. stanza
29. 28 Per onorar
costor, ch'eran sostegno Del
santo Imperio e
la maggior colonna, Carlo mandò
la nobiltà del
regno Ad incontrarli fin
sopra la Sonna. Egli
usci poi col
suo drappel più
degno Di Re e
di Duci, e con la
propria donna, Fuor delle
mura, in compagnia
di belle E ben
ornate e nobili
donzelle. 21 L'Imperator con
chiara e lieta
Aronte. I Paladini e
gli amici e
i parenti. La nobiltà,
la plebe fanno
al Conte Ed agli
altri d'amor segni
evidenti: Gridar s'ode Mongrana
e Chiaramonte. Sì tosto
non finir gli abbracciamenti, Rinaldo e
Orlando insieme ed
Oliviero Al signor loro
appresent&r Ruggiero; 80 E
gli narrar che
di Ruggier di
Risa Era figliuol, di
virtù uguale al
padre. Se sia animoso
e forte, ed
a che guisa Sappia
ferir, san dir
le nostre squadre. Con
Bradamante in questo
vien Marfi::.!, Le. due
compagne nobili e
leggiadre. Ad abbracciar Ruggier
vien la sorella: Con
più rispetto sta
l'altra donzella. 31 L'imperator
Ruggier fa risalire. Ch'era per
riverenzia sceso a
piede, E Io fa
a par a
far seco venire; E
di ciò eh' a onorarlo si
richiede, Un punto sol
non lassa preterire. Ben sapea
che tornato era
alla fede; Che tosto
che i guerrier
furo all' asciutto, Certificato avean
Carlo del tutto. 26
Venne Astolfo a
Marsiglia, e venne
appunto 11 dì che
v'era Orlando ed
Oliviero, E quel da
Montalbano insieme giunto Col
buon Sobrino e
col meior Ruggiero. La
memoria del sozio
lor defunto Vietò che i Paladini
non poterò Insieme cosi a punto
rallegrarsi, Come in tanta
vittoria dovea farsi. 2
Con pompa trionfai,
con festa grande Tomaro
insieme dentro alla
cittade, Che di frondi
verdeggia e di
ghirlande: Coperte a panni
son tutte le
strade: Nembo d'erbe e
di fior d'alto
si spande, E sopra
e intomo ai
vincitori cade, Che da
veroni e da finestre
amene Donne e donzelle gittano
a man piene. 27
Carlo avea di
Sicilia avuto avviso Dei
doo Re morti,
e di Sobrino
preso, E ch'era stato
Brandimarte ucciso; Poi di
Ruggiero avea non
meno inteso: E ne
stava col cor
lieto e col
viso D'aver gittate intollerabil
peso, Che gli fu
sopra gli omeri
si greve, Che starà
un pezzo pria
che si rìleve. 33
Al volgersi dei
canti in vari
lochi Trovano archi e
trofei subito fatti che
di Biserta le
mine e i
fochi Mostran dipinti, ed
altri degni fatti: Altrove palchi
con diversi giuochi, E
spettacoli e mimi
e scenici atti; Ed
è per tutti
i canti il
titol vero Scritto: Ai
liberatori dell'Impero. 34 Fra
il suon d'argute
trombe, e di
canore Piffxre, e d'ogni
musica armonia, Fra riso
e plauso, iiubiio
e favore Del popolo
eh' a pena vi
capa, Smontò al palazzo
il magno Imperatore, Ove più
giorni quella compagnia Con
toruiamenti, personaggi e
farse, Danze e conviti
attese a dilectarse. 85 Rinaldo
un giorno al
padre fé' sapere Che la
sorella a Rusgier
dar volea; Ch'in presenzia
d'Orlando per mogliere, E
d' Olivier, promessa glie
l'avea; Li quali erano
seco d'un parere, Che
parentado far non si potea, Per
nobiltà di sangue
e per valore, Che
fosse a questo
par, nonché migliore. stanza 32. 36
Ode Amone il
figliuol con qualche
sdegno, Che, senza conferirlo
seco, gli osa La
figlia maritar, ch'esso
ha disegno Che del
figliuol di Costantin
sia sposa, Non di
Ruggier, il qual
non eh' abbi' regno 3ra non
può al mondo
dir: Questa è
mia cosa; Né sa che nobiltà
poco si prezza, E
men virtù, se
non v'è ancor
ricchezza. 37 Bla più
d'Araou la moglie
Beatrice Biasma il figliuolo,
e chiamalo arrogante; E
in segreto e in palese
contraddiceChe di Ruggier
sia moglie Bradamante: A
tutta sua possanza
Imperatrice Ha disegnato farla
di Levante. Sta Rinaldo
ostinato, che non
vuole Che manchi ou
iota delle sue
parole. 38 La madre,
eh' aver crede
alle sue voglie La
magnanima figlia, la
conforta Che dica, che
piuttosto ch'esser moglie D'un
pover cavalier, vuole
esser morta; Né mai
più per figliuola
la raccoglie, Se questa
ingiuria dal fratel
sopporta: Nieghi pur con
audacia, e tenga
saldo; Che per sforzirla
non sarà Rinallo. SO
Sta Bradamante tacita,
né al detto Della
madre s'arrisca a
contraddire; Che r ha iu tal
riverenzia e in
tal rispetto, Che non
potria pensar non
l'ubbidire. Dall' altra
parte terria gran
difetto, Se quel che
non vuol far
volesse dire. Non vuol,
perchè non può;
chè'l poco e'I
molto Poter di se
disporre Amor le
ha tolto. 40 Né
negar, né mostrarsene
contenta S'ardisce; e sol
sospira, e non
risponde: Poi quando é
in laogo ch'altri
non la senta, Yersan
lacrime gli occhi
a guisa d'onde; £
parte del dolor,
che la tormenta, Sentir fa
al petto ed
alle chiome bionde: Che
l'un percuote, e
l'altre straccia e
frange; E cosi parla,
e cosi seco
piange: Stanza 33. 41 Ahimè!
vorrò quel che
non vuol chi
deve Poter del voler
mio più che
poss'io? Il voler di
mia madre avrò
in si lieve Stima,
ch'io lo posponga
al voler mio? Deh !
qual peccato puote
esser si grieve A
una donzella, qual
biasmo si rio, Come
questo sarà, se,
non volendo Chi sempre
ho da ubbidir,
marito prendo? 42 Avrà,
misera me! dunque
possanza La materna pietà,
ch'io t'abbandoni, 0 mio
Ruggiero? e eh' a
nuova speranza, A desir
nuovo, a nuovo
amor mi doni? Oppur
la riverenzia e
l'osservanza Ch'ai buoni padri
denno 1 figli
buoni Porrò da parte,
e solo avrò
rispetto Al mio bene,
al mio gaudio,
al mio diletto?43
So quanto, ahi
lassa ! debbo tài:
so quanto Di buona
figlia al debito
conviensi: 10 '1 so;
ma che mi vai, se
non può tanto La
ragion, che non
possine più i
sensi? S'Amor la caccia
e la fa star da
canto, Né lassa ch'io
disponga, né ch'io
pensi Di me dispor,
se non quanto
a lui piaccia, E
sol, quanto egli
detti, io dica
e faccia? 44 Figlia
d'Amone e di
Beatrice sono, E son,
misera me! serva
d'Amore. Dai genitori miei
trovar perdono Spero e
pietà, s'io cadere
in errore: Ma s' io
offenderò Amor, chi
sarà buono A schivarmi
con prieghi il
suo furore, Che sol
voglia Una di mie scuse
udire, E non mi
faccia subito morire? 45
Cime ! con lunga
ed ostinata prova Ho
cercato Ruggier trarre
alla Fede; Ed bollo tratto
alfin: ma che mi giova, Se'l mio
ben fare in
util d'altri cede? Così,
ma non per
sé, l'ape rinnova 11
mele ogni anno,
e mai non
lo possiede. Ma vo' prima
morir, che mai
sia vero Ch' io
pigli altro marito,
che Ruggiero. Stanza 95. 46
S io non
sarò al mio padre ubbidiente, Né alla
mia madre, io
sarò al mio
fratello, Che molto e
molto è più
di lor prudente, Né
gli ha la
troppa età tolto
il cervello. E a
questo che Rinaldo
vuol, consente Orlando ancora,
e per me
ho questo e quello;
Li quali
duo più onora
il mondo e
teme, Che V altra
nostra gente tutta
insieme. 47 Se qnesti
il fior, se
questi ognuno stima La
gloria e Io
splendor di Chiaramente; Se sopra
gli altri ognnn
gli alza e
sublima Più che non
è del piede
alta la fronte; Perchè debbo
voler che di
me prima Amon disponga,
che Rinaldo e
'1 Conte?Voler noi
debbo; tanto meu,
che messa In dubbio
al Greco, e a Bnggier
fui promessa. 48 Se la donna
s'affligge e si
tormenta, Né di Euggier
la mente è
più quieta; Ch' ancorché
di ciò nuova
non si senta Per
la città, pur
non é a
lui segreta. Seco di
sua fortuna si
lamenta, La qual fruir
tanto suo beu
gli vieta. Poi che
ricchezze non gli ha date
e regni, Di che
è stata si
larga a mille
indegni. 50 Ma ilvolgo,
nel cui arbitrio
son gli onori, Che,
come pare a
lui, li leva
e dona (Né dal
nome del volgo
voglio fuori, Eccetto Tuom
prudente, trar persona; Che
né Papi né
Re né Imperatori Non ne
trae scettro, mitra
né corona; Ma la
prudenzia, ma il
giudizio buono, Grazie che
dal del date
a pochi sono): Stanza
86. 51 Questo volgo
(per dir quel
ch'io vo'dire), Ch'altro non
riverisce che ricchezza, Né
vede cosa al
mondo che più
ammire, E senza, nulla
cura e nulla
apprezza . Sìa quanto voglia
la beltà, l'ardire. La
possanza del corpo,
la destrezza. La virtù,
il senno, la
bontà: e più
in questo Di ch'ora
vi ragiono, che
nel resto. 49 Di
tutti gli altri
beni, o che
concede Natura al mondo,
o proprio studio
acquista, Aver tanta e tal parte
egli si vede, Qual
e quanta altri
aver mai s'abbia
vista; Ch'a sua bellezza
ogni bellezza cede; Ch'a
sua possanza é
raro chi resista: Di
magnanimità, di splendor
regio A nessun, più
eh' a lui,
si debbe il
pregio. 52 Dicea Ruggier:
Se pur é
Amon disposto Che la
figliuola Imperatrice sia, Con
Leon non concluda
cosi tosto:Almen termine
un anno anco
mi dia; Ch'io spero
intanto che da
me deposto Leon col
padre dell'imperio fia: E
poi che tolto
avrò lor le
corone, Genero indegno non
sarò d'Amene. 53 Ma
86 fa senza indugio, come
hadetto, Suocero della figlia
Costantino; S'alia promessa non
avrà rispetto Di Rinaldo
e d Orlando
suo cugino Fattami innanzi
al Tecchio benedetto, Al
marchese Oliviero, al
re Sobrìno; Che farò?
vo' patir si grave
torto? 0, prima che
patirlo, esser pur
morto?54 Deh che
farò? &rò dunque
vendetta Contra il padre
di lei di
quest'oltraggio? Non miro ch'io
non son per
farlo in fretta, 0
s'in tentarlo io
mi sia stolto
o saggio: Ma voglio
presuppor eh' a morte
io metta L'iniquo vecchio,
e tutto il
suo lignaggio: Questo non
mi tara, però
contento; Anzi in tutto
sarà contra al
mio intento. 55 E
fu sempre il
mio intento, ed
è, che m'ami La
bella donna, e
non che mi
sia odiosa:lfa, quando
Amon le uccida,
o faccia o
tramiCosa al fratello
o agli altri
suoi dannosa, Non le
do giusta causa
che mi chiami Nimico, e
più non voglia
essermi sposa? Che debbo
dunque far? debbo l
patire? Ah non, per
Dio: piuttosto io vo'
morire. 56 Anzi non
vo' morir; ma vo'che
muoia Con più ragion
questo Leone Augusto, Venuto a
disturbar tanta mia
gioia; 10 vo' che
muoia egli e
'1 suo padre
ingiusto. Elena bella all' amator
di Troia Non costò
si, né a
tempo più vetusto Proserpina a
Piritoo, come voglio Ch'ai
padre e al
figlio costi il
mio cordoglio, 57 Può
esser, vita mia,
che non ti
doglia Lasciare il tuo Ruggier
per questo Greco? Potrà
tuo padre far
che tu lo toglia, Aucor ch'avesse
i tuoi fratelli
seco? Ma sto iu
timor, ch'abbi piuttosto
voglia D'esser d'accordo con
Amon, che meco; E
che ti paia
assai miglior partito Cesare aver,.
eh' un privato
uom, marito. 58 Sarà
possibil mai che
nome regio. Titolo imperiai,
grandezza e pompa, Di
Bradamante mia l'auimo
egregio, 11 gran valor,
l'alta virtù corrompa Si,
eh' abbia da
tenere in minor
pregio La data fede,
e le promesse
rompa? Né piuttosto d'Amon
farsi nimica. Che quel
che detto m'ha,
sempre non dica? 59
Diceva queste ed
altre cose molte, Ragionando fra
sé Ruggiero; e
spesso Le dicea iu
gsa, ch'erano raccolte Da
chi talor se gli trovava
appresso; Si che il
tormento suo più
di due volte Era
a colei, per
cui pativa, espresso; A
cui non doleJi
meno il sentir
lui Cosi doler, che
i propri affanni
sai 60 Ma più
d'ogni altro dnol
che le sia
detto Che tormenti Ruggier,
di questo ha
dogUa, Ch'intende che s'affligge
per sospetto Ch'ella lui
lasci, e che
quel Greco voglia Onde,
acciò si conforti,
e che del
petto Questa credenza e
questo error si
toglia, Per una di
sue fide cameriere Gli
fé' queste parole
un di sapere:61
Ruggier, qual sempre
fui, tal esser
voglio Fin alla morte,
e più, se
più si puote. 0
siami Amor benigno,
o m' usi orgoglio, 0meFortuna in
alto o in
basso mote, Immobil son di vera fede scoglio Che
d'ogn' intorno il vento
e il mar
percuote: Né giammai per
bonaccia né per
verno Luogo mutoi, né
muterò in eterno. 62
Scarpello si vedrà
di piombo, o
l!ma. Formare in varie
immagini diamante. Prima che
colpo di Fortuna,
o prima Ch'ira d'Amor
rompa il mio
cor costante; E si
vedrà tornar verso
la cima Dell' alpe il
fiume turbilo e
sonante, Che per novi
accidenti, o buoni
o rei, Faccino altro
viaggio i pensier
miei. 63 A voi,
Ruggier, tutto il
dominio ho dato Di
me, che forse
é più ch'altri
non criede. So ben
eh' a novo
Prìncipe giurato Non fu di questa
mai la maggior
fede; So che né
al mondo il più sicuro
stato Di questo, Re né Imperator
possiede: Non vi bisogna
far fossa né
torre, Per dubbio eh altri
a voi lo
venga a torre; 64
Che, senza eh'
assoldiate altra persona, Non
verrà assalto a cui non
si resista: Non é
ricchezza ad espugnanni
buona, Né si vii
prezzo un cor
gentile acquista; Né nobiltà,
né altezza di
corona, Ch'ai sciocco volgo
abbagliar suol la
vista; Non beltà, eh'
in lieve animo
può assai, Vedrò, che
più di voi
mi piaccia mai. 65
Non avete a
temer chMn forma
nuova Intagliare il mio
cor mai più sì possa: Sì
l'immagine vostra si
ritrova Scalpita in lui,
cìi' esser non può
rimossa. Che'l cor non
ho di cera,
è fatto prova; Che
gli die cento,
non eh' una
percossa, Amor, prima che scaglia nelevasse, Quando all'immagin
vostra lo ritrasse. 66
Avorio e gemnui,
ed ogni pietra
dura Che meglio dall' intaglio si
difende, Romper sì può;
ma non ch'altra
figura Prenda, che quella
ch'una volta prende. Non
è il mìo
cor diverso alla
natura Del marmo o
d'altro ch'ai ferro
contende. Prima esser può
che tutto Amor
lo spezze, Che lo
possa sculpir d'altre
hellezze. 67 Soggiunse a
queste altre parole
molte, Piene d'amor, dì
fede e di
conforto. Da ritornarlo in
vita mille volte, Se
stato mille volte
fosse morto. Ma quando
più della tempesta
tolte Queste speranze esser
credeano in porto, Da
un nuovo tnrho
impetuoso e scuro Rispinte in
mar, lungi dal
lito, furo: 68 Perocché
Bradamante, ch'eseguire
Vorria molto più
ancor che non
ha dett • . Rivocando
nel cor l'usato
ardire, E lasciando ir
da parte ogni
rispetto, S' appresenta un di
a Carlo, e
dice: Sire, S'a vostra Maestade
alcun effetto 10 feci
mai, che le
paresse huono, Contenta sia
di non negarmi
un dono. 69 E
prima che più
espresso io le
lo chieggia, ?u la
real sua fede
mi prometta Farmene grazia;
e vorrò poi
che veggia Che sarà
giusta la domanda
e retta. Merta la
tua virtù che
dar ti deggia Ciò
che domandi, o
giovane diletta, Rispose Carlo;
e giuro, sebhen
parte Chiedi del regno mio,
di contentarte. 70 n don
ch'io bramo dall'Altezza
vostra, È che non
lasci mai marito
darme. Disse la damigella,
se non mostra Che
più (li me
sia valoroso in
arme. Con qualunque mi
vuol, prima o
con giostra O con
la spada in
mano ho da
provarme 11 primo che
mi vinca, mi
guadagni: Chi vinto sia,
con altra s'accompagni. 71 Disse
r Imperator con
viso lieto, Che la
domanda era di
lei ben degna; E
che stesse con
l'animo quieto. Che farà
a punto quanto
ella disegna. Non è
questo parlar fatto
in segreto Si, eh' a
notizia altrui tosto
non vegna; E quel
giorno medesimo alla
vecchia Beatrice e al
vecchio Amon corre
all'orecchia. Stanza C9. 72 Li
quali parimente arser
di grande Sdegno contra
alla figlia, e
di grand'ira; Che vider
ben con queste
sue domande, Ch'ella a
Ruggier più eh' a
Leone aspira: E presti,
per vietar che
non si mande Questo
ad effetto, a
ch'ella intende e
mira. La levaro con
fraude della corte, E
la menaron seco
a Rocca Forte. 73
Quest' era una
fortezza eh' ad
Amone Donato Carlo avea
pochi dì innante. Tra
Perpignano assisa e
Carcassone, In loco a
ripa il mar
molto importante. Quivi la
riteneau come in
prigione, Con pensier di
mandarla un dì
in Levante: Si eh'
ogni modo, voglia
ella o non
voglia,Lasci Ruggier da
parte, e Leon
toglia.74 La yalorosa
donna, che non
meno Er modesta, cV animosa
e forte; Ancorché posto
gaardia non Tavieno, E
potea entrare e
uscir fiior delle porte; Pur
stava ubbidiente sotto
ilfreno Del padre: ma patir
prigione e morte, Ogni
martire e crudeltà,
piuttosto Che mai lasciar
Ruggier, savea proposto. 77 L
arme che fur
già del troiano
Ettorre, E poi di
Mandricardo, si riveste, E
fa la sella
al buon Frontino
porre, E cimier muta,
scudo e sopravveste. A questa
impresa non gli
piacque tórre L aquila bianca
nel color celeste; Ma
un candido liocorno,
come giglio, Vuol nello
scudo, eM campo
abbia vermiglio. stanza 86. 78
Sceglie de' suoi
scudieri il più
fedele, E quel vuole,
e non altri,
In compagnia; E gli
fa commission che
non rivele In alcun
loco mai, che
Ruggier sia. Passa la
Mosa e '1
Reno, e passa
de le Contrade d'Ostericche
in Ungheria; E lungo
ristro per la
destra riva Tanto cavalca,
eh' a Belgrado arriva. 79
Ove la Sava
del Danubio scende, E
verso il mar
maggior con lui
dà volta, Vede gran
gente in padiglioni
e lentie Sotto r insegne
imperiai raccolta; Che Costantino
ricovrare intende Quella città
che i Bulgari
gli bau tolta. Costantin v'è
in persona, e'I
figliuol seco Con quanto
può tutt) l'Imperio
greco. 80 Dentro a
Belgrado, e fuor
per tutto il
monte, E giù fin
dove il fiume
il pie gli
lava, L'esercito dei Bulgari
gli è a
fronte; E l'uno e
l'altro a ber
viene alla Sava, Sul
fiume il Greco
per gittare il
ponte, Il Bulgar per
vietarlo armato stava. Quando
Ruggier vi giunse;
e zuffa grande Attaccata trovò
fra le due
bande. 75 Rinaldo, che
si vide la
sorella Per astuzia d'Amon
tolta di mano, E
che dispor non
potrà più di
quella, E ch'a Ruggier
l'avrà promessa invano; Si
duol del padre,
e centra a
luì favella. Posto il
rispetto fili'al lontano. Ma
poco cura Amon
di tai parole, E
di sua figlia
a modo suo
far vuole. 76 Ruggier,
che questo sente,
ed ha timore Di
rimaner della sua
donna privo, E che
l'abbia o per
forza o per
amore Leon, se resta
lungamente vivo; Senza parlarne
altrui si mette
in core Di far
che muoia, e
sia, d'Augusto, Divo; E
tdr, se non
l'inganna la sua
speme, Al padre e
a lui la
vita e'I regno
insieme. 81 I Greci
son quattro contr'uno,
ed hanno Navi coi
ponti da glttar
nell'onda; E di voler
fiero sembiante fanno Passar
per forza alla
sinistra sponda. Leone intanto,
con occulto inganno Dal
fiume discostandosi, circonda Molto paese,
e poi vi
torna, e getta Nell'altra ripa
i ponti, e
passa in fretta. 82
E con gran
gente, chi in
arcion, chi a
piede (Che non n'
avea di venti
mila un manco), Cavalcò lungo
la riviera, e
diede Con fiero assalto
agl'inimici al fianco. L'Imperator, tosto
che '1 figlio
vede Sul fiume comparirsi
al lato manco, Ponte
aggiungendo a ponte,
e nave a
nave, Passa di là
con quanto esercito
ave. 83 II capo,
il re de'
Salgari Vatrano, Animoso e
prudenteeprò gaeniero, Di qua e di
là s affaticava
invano Per riparare a
un impeto si
fiero; Quando, cingendol con
robusta mano Leon, gli
fé' cader sotto il
destriero; £ poiché dar
prigion mai non
si volse, Con mille
spade la vita
gli tolse. 84 I
Bulgari sin qui
fatto avean testa; Ma
quando il lor
Signor si vider
tolto, E crescer d'ogn'
intorno la tempesta, Volt&r le
spalle ove avean
prima il volto. Rnggier, che
misto vien fra
i Greci, e
questa Sconfitta vede, senza
pensar molto, I Bulgari
soccorrer si dispone, Perch' odia
Costantino, e più
Leone. Stanza 95. 85 Sprona
Frontin, che sembra
al corso un
vento, E innanzi a
tutti i corridori
passa; E tra la
gente vien, che
per spavento Al monte
fugge, " la
pianura lassa. Molti ne
ferma, e fa
voltare il mento Centra
i nemici, e
poi la lancia
abbassa; E con si
fier sembiante il
destrier muove, Che fin
nel eiel Marte
ne teme e
Giove.86 Dinanzi agli
altri un cavaliere
adocchia, Che ricamato nel
vestir vermiglio Avea d'oro
e di seta
una pannocchia Con tutto
il gambo, che
parca di miglio; Nipote a
Costantin per la
sirocchia, Ma che non
gli era men
caro che figlio:Gli
spezza scudo e
osbergo come vetro, E
fa la lancia
un palmo apparir
dietro. 87 Lascia quel
morto, e Balisarda
strìnge Verso uno stuol
che più si
vede appresso; E contra
a questo e contra a
quel si spinge, Ed
a chi tronco
ed a chi il capo
ha fésso:A chi
nel petto, a
chi nel fianco
tinge Il brando, e
a chi Tha
nella góla messo: Taglia
busti, anche, braccia,
mani e spalle; E
il sangue, come
un no,corre alla valle. 88
Non è, visti
quei colpi, chi
gli faccia Contrasto più;
cosi n'è ognun
smarrito: Si che si
cangia subito la faccia Della battaglia;
che, tornando ardito, Il
petto volge e
ai Greci dà
la caccia Il Bulgaro
che dianzi era
fuggito:In un momento
ogni ordine disciolto Si
vede, e ogni
stendardo a fuggir
volto. 89 Leone Augusto
s'un poggio eminente, Vedendo i
suoi fuggir, s'era
ridutto; E sbigottito e
mesto ponea mente (Perch'era in
loco che scopriva
il tutto) Al cavalier
ch'uccidea tanta gente, Che
per lui sol
quel campo era
distrutto; E, non può
far, sebben n'è
offeso tanto, Che non
lo lodi e
gli dia in
arme il vanto. 90
Ben comprende alP
insegne' e sopravvesti, All'arme luminose
e ricche d'oro. Che,
quantunque il guerrier
dia aiuto a
questi Nimici suoi, non
sia però di
loro. Stupido mira i
soprumani gesti, E talor
pensa che dal
sommo coro Sia per
punire i Greci
un angel sceso, Che
tante e tante
volte hanno Dio
offeso. 91 E come
uom d'alto e
di sublime core, Ove
l'avrian molt' altri in
odio avuto, Egli s' innamorò
del suo valore, Né
veder fargli oltraggio
avria voluto: Gli sarebbe
per un de' suoi
che muore, Vederne morir
sei manco spiaciuto, E
perder anco parte
del suo regno, Che
veder morto un
cavalier si degno. 92
Come bambin, sebben
la cara madre Iraconda Io
batte e da
sé caccia, Non ha
ricorso alla florella
o al padre, Ma
a lei ritorna,
e con dolcezza
abbraccia; Cosi Leon, sebben
le prime squadre Ruggier gli uccide,
e l'altre gli
minaccia, Non lo può odiar,
perch' all'amor più tira L'alto
valor, che quella
ouesa all'ira. 93 Ma
se Leon Ruggiero
ammira ed ama Mi
par che duro
cambio ne. riporte Che
Ruggiero odia lui,
né cosa brama Più,
che di dargli
di sua man
la morte. Molto con
gli occhi il
cerca, ed alcun
chiama. Che glie lo
mostri; ma la
buona sorte E la
prudenza dell'esperto Greco Non
lasciò mai che
s'affrontasse seco. 94 Leone,
acciò che la
sua gente affatto Non
fosse uccisa, fé' sonar
raccolta Ed all'Imperatore un
messo ratto A pregarlo
mandò, che desse
volta, E ripassasse il
fiume, e che
buon patto N'avrebbe, se
la via non
gli era tolta: Ed
esso, con non
molti che raccolse. Al
ponte ond' era entrato
i passi volse. 95
Molti in poter
de' Bulgari restaro Per tutto
il monte, e
sin al fiume
uccisi E vi restavan
tutti, se'l riparo Non
gli avesse del
rio tosto divisi. Molti
cadder dai ponti,
e s' affogare; E molti,
senza mai volgere
i visi, Quindi lontano
irò a trovar
il guado E molti fur
prigion tratti in
Belgrado. 96 Finita la
battaglia di quel
giorno, Nella qual, poiché
il lor signor
fu estinto, Danno i
Bulgari avriano avuto
e scorno, Se per
lor non avesse
il guerrier vinto, Il
buon guerrier che
'1 candido liocorno Nello scudo
vermiglio avea dipinto; A
lui si trasson
tutti, da cui
questa Vittoria conoscean, con
gioia e festa. 97
Uno il saluta,
un altro se
gì' inchina, Altri la
mano, altri gli
bacia il piede:Ognun,
quanto più può,
se gli avvicina, E
beato si tien
chi appresso il
vede, E più chi'l
tocca; che toccar
divina E soprannatural cosa
si crede. Lo pregan
tutti, e vanno
al del le
grida, Che sia lor
Re, lor capitan,
lor guida. 98 Ruggier
rispose lor, che
capitano E re sarà,
quel che fia
lor più a
grado; Ma né a
baston né a
scettro ha da
por mano, Né per
quel giorno entrar
vuole in Belgrado: Che, prima
che si faccia
più lontano Leone Augusto,
e che ripassi
il guado, Lo vuol
seguir, né torsi
dalla traccia, Finché noi
giunga, e che
morir noi faccia: 99
Che mille miglia
e più, per
questo solo Era venuto,
e non per
altro effetto. Cosi senza
indugiar lascia lo
stuolo, E si volge
al cammin che
gli vien detto Che
verso il ponte
fa Leone a
volo, Forse per dubbio
che gli sia
intercetto. Gli va dietro
per l'orma in
tanta fretta, Che'l suo
scudier non chiama
e non aspetta. 100
Leone ha nel
fuggir tanto vantaggio (Fuggir si
può ben dir,
più che ritrarse), Che trova
aperto e libero
il passaggio: Poi rompe
il ponte, e
lascia le navi
arse. Non v'arriva Ruggier,
ch'ascoso il raggio Era
del sol, né
sa dove alloggiarse. Cavalca innanzi,
che lucea la
luna, Né mai trova
Castel né villa
alcuna. 101 Perché non
sa dove si
por, cammina Tutta la
notte, né d'arcion
mai scende. Nello spuntar
del nuovo sol
vicina A man sinistra
una città comprende; Ove di
star tutto quel
dì destina. Acciò l'ingiuria
al suo Frontino
emende, A cui, senza
posarlo o trargli
briglia, La notte fatto
avea far tante
miglia. 102 Ungiardo era
signor di quella
terra, Suddito e caro
a Costantino molto. Ove
avea, per cagion
di quella guerra. Da
cavallo e da
pie buon numer
tolto. Quivi, ove altrui
P entrata non si
serra. Entra Ruggiero; e
v'é sì ben
raccolto. Che non gli
accade di passar
più avante Per aver
miglior loco e
più abbondante. 103 Nel
medesimo albergo in su la sera Un
cavalier di Romania
alloggiosse, Che si trovò
nella battaglia fiera. Quando
Ruggier pei Bulgari
si mosse, Ed a
pena di man
fuggito gli era, Ma
spaventato più ch'altri
mai fosse; Sì eh'
ancor triema, e
pargli ancora intomo Avere
il cavalier dal
liocorno. stanza 103. 104 Conosce,
tosto che lo
scudo vede, Che U
cavalier che quella
insegna porta È quel
che la sconfitta
ai Greci diede, Per
le cui mani
è tanta gente
morta. Corre al palazzo,
ed udienzia chiede, Per
dire a quel
signor cosa ch'importa; E
subito intromesso, dice
quanto Io mi riserbo
a dir nell'altro
Cauto. NOTE. St. 7. V.5a
L'uno e Valtro
figlio Del duca
Buovo: Malagigi e Viviano,
figlinoli di Baovo
d'Agrismonte, liberati da Ruggiero. St.
17. V.4. Dal
formidabile giardino: dal
giar dino di Fallerina. St. 18.
V.3. Noto: vento
di mezzogiorno. St. 21.
V.78. NélV uterino
claustro: nel vano dell'otre. Austro:
vento meridionale, lo
stesso che Noto. St. 25.
V.56. Jl più
basso ciel, che
sempre ac quista Del perder
nostro: il cielo della
luna, ove si raduna
ciò che si
perde saUa terra. St.
29. V.5. Mongrana
e Chiaramonte: nome
delle case a cui
appartenevano Orlando e
Rinaldo. St. 56. V.57.
AlV amator di Troia:
a Paride. A
Piritoo: figlio d'Issione;
scese all'inferno insieme
con Teseo per rapire
Proserpina, ed ivi
fu divorato da
Cerbero, cane di Pluto. St.
61. V.7. Verno:
procella. St. 76. V.6.
S sia d'Augusto,
Divo: e da Augusto ch'egli ò
ora, divenga Divo.
Ironica allusione ai co
stumi ch'ebbero i Romani,
sotto gl'imperatori, di
divi nizzarli dopo la morte. St.
77. v.78. Ma
un candido liocorno.." Vuol
nello scudo, e 'l
campo abbia vermiglio.
Il lioconio bianco (animale da
un corno solo)
in campo rosso,
fu impresa anticamente usata
dagli Estensi; e se ne
vedono tuttora le reliquie
in qualche luogo
di Ferrara. St. 78.
V.67. Ostericche: Austria.
Istro: oggi Danubio. Ruggiero, preao
nel sonno da
Uogiardo, resta prigioniero
di Teodora, sorella
deirimperator Costantino. Cario intanto, a
richiesta di Bradamante,
ha fatto bandire
che chi la
vuole in moglie
deve battersi con
lei, e via cere
la pugna. Leone,
che ha concepito
amore e stima
per Ruggiero, benché
noi conosca, lo
trae di prigione, e
lo impegna ad
assumersi quel duello.
Ruggiero, portando le
insegne di Leone,
combatte con la
donzella. Sopraggiunta la notte,
<3arlo fo cessale
la pugna, e
destina Bradamante al
creduto Leone. Ruggiero
acco rato vuole uccidersi; ma
presentasi a Qrlo
Marfisa, e impedisce
quel maritaggio. Quanto più
sn l'iustabil mota
vedi Di fortuna ire
in alto il
miser uomo; Tanto più
tosto hai da
vedergli i piedi Ove
ora ha il
capo, e far
cadendo il tomo. Di
questo esempio è
Policrate, e il
Re di Lidia, e
Dionis;!, ed altri ch'io
non uomo, Che minati
son dalla suprema Gloria in un dì
nella miseria estrema. 3 n
re Luigi, suocero
del figlio Del Duca
mio; che rotto
a Santo Albino, E)
giunto al suo
nimico neir artìglio, A
restar senza capo
f\i vicino. Scorse di
questo anco maggior
periglio, Non molto innanzi,
il gran Mattia
Corrino. Poi Tun de Franchi,
passato quel ponto. L'altro al
regno degli Ungarì
fu assunto. Cosi all'incontro,
quanto più depresso, Quanto è
più Tuom di
questa motA al
fondo. Tanto a quel
punto più si
trova appresso, C'ha da
salir, se de' girarsi
in tondo. Alcun sul
ceppo quasi il
capo ha messo. Che
l'altro giorno ha
dato legge al
mondo. Servio e Mario
e Ventidio l'hanno
mostro Al tempo antico,
e il re
Luigi al nostro: Si
vede, per gli
esempi di che
piene Sono l'antiche e le moderne
istorie, Che '1 ben va dietro
al male, e
1 male al
bene, £ fin son
l'un dell'altro e
biasmi è glorie; E
che fidarsi all'nom
non si conviene In
suo tesor, suo
regno e sue
vittorie; Kè disperarsi per
Fortuna avversa, Che sempre
la sua mota
in giro Tersa. Ruggier, per la vittoria
ch'avea avuto Di Leone
e del padre
Imperatore, In tanta confidenzia
era venuto Di sua
fortuna e di
suo gran valore, Che
senza compagnia, senz'
altro aiuto, Di poter
egli sol gli
dava il core, Fra
cento a pie e a
cavallo armate squadre Uccider di
sua mano il
figlio e il
padre. stanza 4. 6 Ma
quella che non
vuol che si
prometta Alcun di lei,
gli mostrò in
pochi giorni Come tosto
alzi, e tosto
al basso metta, E
tosto avversa e
tosto amica torni. Lo
fé' conoscer quivi da chi
in fretta A procacciargli andò
disagi e scorni, Dal
cavalier che nella
pugna fiera Di man
fuggito a gran
fatica gli era. 7
Costui fece ad
Ungiardo saper come Quivi
il goerrier ch'avea
le trenti rotte Di
Costantino, e per
molt' anni dome, Stato
era il giorno
e vi staria la
notte; E che Fortuna
presa per le
chiome, Senza che più
travagli o che
più lotte, Darà al
suo Re, se
fa costui prigione; Ch' a' Bulgari, lui
preso, il giogo
pone. 8 Ungiardo dalla
gente che, fuggita Della
battaglia, a lui
s'era ridutta (Ch'a parte
a parte v'arrivò
infinita, Perch'ai ponte passar
non potea tutta), Sapea
come la strage
era seguita. Che la
metà de' Greci avea
distrutta: E come un
cavalier solo era
stato, Ch' un campo
rotto, e l'altro
avea salvato. 9 E
che sia da
sé stesso senza
caccia Venuto a dar
del capo nella
rete, Si maraviglia, e
mostra che gli
piaccia, Con viso e
gesti e con parole liete. Aspetta che
Ruggier dormendo giaccia; Poi
manda le sue
genti chete chete, E
fa il buon
cavalier, ch'alcun sospetto Di
questo non avea,
prender nel letto. 10
Accusato Ruggier dal
proprio scudo. Nella città
di Novengrado resta Prigion
d'Ungiardo, il più
d'ogni altro crudo, Che
fa di ciò
maravigliosa festa. E che
può far Ruggier,
poi ch'egli è nudo
Ed è
legato già quando
si desta? Ungiardo un
suo corrier spaccia
a staffetta A dar
la nuova a
Costantino in fretta. 11
Avea levato Costantin
la notte Dalle ripe
di Sa va
ogni sua schiera; E
seco a Beleticche
avea ridotte, Che città
del cognato Androfilo
era. Padre di quello
a cui forate
e rotte (Come se
state fossino di
cera) Al primo incontro
l'arme avea il
gagliardo Cavalier, or prigion
del fiero Ungiardo. 12
Quivi fortificar facea
le mura L'Imperatore, e
riparar le porte; Che
de'Bulgari ben non
s'assicura. Che con la
guida d'un guerrier
sì forte Non gli
faccino peggio che
paura, El resto ponghin
di sua gente
a morte Or che
l'ode prigion, né
quelli teme, Né se
con lor sia
il mondo tutto
insieme. 13 L'Impera tor nuota
in un mar
di latte, Né per
letizia sa quel
cVe si faccia. Ben
son le genti
bulgare disfatte. Dice con
lieta e con
sicura faccia. Come della
vittoria, chi combatte. Se
troncasse al nimico
ambe le braccia, Certo saria;
così n'é certo
e gode L'Imperator, poiché
'1 guerrier preso
ode. 14 Non ha
minor cagìon di
rallegrarsi Del padre il
figlio; eh' oltre
che si spera Di
racquistar Belgrado, e
soggiogarsi Ogni contrada che
de' Bulgari era, Disegna anco
il guerriero amico
farsi Con benefici, e seco averlo
in schiera. Né Rinaldo
uè Orlando a
Carlo Magno Ha da
invidiar, se gli
è costui compagno. 16 Da
questa voglia è ben diversa
quella Di Teodora, a chi '1
figliuolo uccise Ruggier con
Tasta che dalla
mammea Passò alle spalle,
e un palmo
fuor si mise. A
Costantin, del quale
era sorella, Costei si
gettò a' piedi, e
gli conquise E iutenerìgli
il cor d'alta
pietade Con largo pianto,
che nel sen
le cade. 16 Io
non mi leverò
da questi piedi, Diss'ella, Signor
mio, se del
fellone Ch'uccise il mio
figliuol non mi concedi Di
vendicare, or che
1' abbiam prigione. Oltre che
stato t'è nipote,
vedi Quanto t' amò, vedi
quant' opre buone Ha
per te fatto,
e vedi s'avrai
torto Di non lo
vendicar di chi
l'ha morto. 17 Vedi
che per pietà
del nostro duolo Ha
Dio fatto levar
dalla campagnaQuesto crudele,
e, come augello,
a volo A dar
ce l'ha condotto
nella ragna, Acciò in
ripa di Stige
il mio figliuolo Molto senza
vendetta non rimagna. Dammi costui.
Signore, e sii
contento Ch'io disacerbi il
mio col suo
tormento. 18 Cosi ben
piange, e cosi
ben si duole, E
cosi bene ed
efficace parla; Né dai
piedi levar mai
se gli vuole (Benché
tre volte o
quattro per levarla Usasse Costantino
atti e parole), Ch'egli é
forzato alfin di
contentarla: E cosi comandò
che si facesse Colui
condurre, e in
man di lei si desse. 19
E per non far
in ciò lunga
dimora, Condotto hanno il
guerrier dal liocorno, E
dato in mano
alla crudel Teodora, Che
non vi fu
intervallo più d'un
giorno. Il far che
sia squartato vivo,
e muora Pubblicamente con
obbrobrio e scorno. Poca
pena le pare;
e studia e
pensa Altra trovarne inusitata
e immensa. ataD7A 18L 20
La femmina crudel
lo fece porre. Incatenato e
mani e piedi
e collo, Nel tenebroso
fondo d'una torre, Ove
mai non entrò
raggio d'Apollo. Fuor eh' un
poco di pan
muffato, tórreGli fé' ogni
cibo, e senza
ancor lassollo Duo dì
talora; e lo
die in guardia
a tale, Ch' era
di lei più
pronto a fargli
male. 29 E che
fattabbia ancor qualche
disegno, Per più tosto
levarsela dal core, D'andar
cercando d'uno in
altro regno Donna per
cui si scordi
il primo amore, Come
si dice che
si suol d'un
legno Talor chiodo con
chiodo cacciar fuore. Nuovo
pensier eh' a questo
poi succede, Le dipinge
Ruggier pieno di
fede; 30 E lei,
che dato orecchie
abbia, riprende, A tanta
iniqua suspizione e
stolta: E così r
un pensier Ruggier
difende, L altro l'accusa; ed
ella amenduo ascolta, E
quando a questo
e quando a
quel s'apprende, Né risoluta
a questo o
a quel si
volta:Pur all'opinion piuttosto
corre Che più le
giova, e la contraria
abborre. 33 Deh avesse
Amor cosi nei
pensier miei Il tuo
pensier, come ci
ha il viso,
sculto! Io son ben
certa che lo
troverei Palese tal, qual
io lo stimo
occulto; E che si
fuor di gelosia
sarei, Ch'ad or ad
or non mi
farebbe insulto; E dove
a pena or
è da me
respinta, Rimarria morta, non
che rotta e
vinta. 31 E talor
anco, che le
toma a mente Quel
che più volte
il suo Ruggier
Ip ha detto, Come
di grave error,
si duole e
pente, Ch' avuto n'
abbia gelosia e
sospetto; E come fosse
al suo Ruggier
presente, Chiamasi in colpa,
e se ne
batte il petto. Ho
fatto error, dice
ella, e me
n'avveggio; Ma chi n'
è caua, è
causa ancor di
peggio. 32 Amor n'è causa,
che nel cor
m'ha impresso La forma tua
cosi legadra e
bella; E posto ci
ha l'ardir, l'ingegno
appresso, E la virtù
di che ciascun
favella; Ch' impossibil mi par,
eh' ove concesso Ne
sia il veder,
ch'ogni donna e
donzella Non ne sia
accesa, e che
non usi ogni
arte Di sciorti dal
mio amore, e
al suo legarte. St&uza 'ài. 34
Son simile all'avar,
e' ha il cor
sì intento Al suo
tesor, e sì
ve l'ha sepolto, Che
non ne può
lontan viver contento. Né
non sempre temer
che gli sia
tolto. Ruggiero, or può,
ch'io non ti
veggo e sento In
me, più della
speme, il timor
molto; Il qual, benché
bugiardo e vano
io creda, Non posso
far di non
mi dargli in
preda. XLVI. 36 Ma non
apparirà il lume
sì tosto Agli occhi
miei del tuo
tìso giocondo, Contro ogni
mia credenza a
me nascosto, Non 80
in qual parte,
o Ruggier mio,
dei mondo, Come il
falso timor sarà
deposto Dalla vera speranza,
e messo al
fondo. Deh toma a
me, Ruggier, toma
e conforta La speme
che '1 timor
quasi m ha
morta ! 36 Come al
partir del sol
si fa maggiore y ombra, onde
nasce poi vana
paura; E come ali
apparir del suo splendore Vien
meno l'ombra, e '1
timido assicura: Cosi senza
Ruggier sento timore; Se
Ruggier veggo, in
me timor non
dura. Deh toma a
me, Ruggier, deh
torna prima Che '1
timor la speranza
in tutto opprima ! 37
Come la notte
ogni fiammella è
viva, E rìman spenta
sobito ch'aggiorna; Così, quando
il mio Sol
di sé mi
pi iva, Mi leva
incontra il rio
timor le corna. Ma
non si tosto
air orizzonte arriva, CheU
timor fugge, e la speranza
torna. Deh torna a
me, deh toma,
o caro lume, E
scaccia il rio
timor che mi
consume ! 41 La Contj E ch< Con
I La su Del e E
ch( E noi 42 II (Non Mosse E che Molto E
di In gu 38 Se'l
sol si scosta,
e lascia i
giorni brevi. Quanto di
bello avea la
terra asconde; Fremono i
venti, e portan
ghiacci e nevi:Non
canta augel, uè
fior si vede
o fronde: Cosi, qualora
avvien che da
me levi, 0 mio
bel Sol, le
tue luci gioconde. Mille timori,
e tutti iniqui,
fanno Un aspro vemo
in me più
volte Panno. 39 Deh
toma a me,
mio Sol, toma,
e rimena 43
Par! La desiata dolce
primavera! Della Sgombra i
ghiacci e le
nevi, e rasserena
Vederi La mente mia
si nubilosa e
nera. Sentei Qual Progne
si lamenta, o
Filomena, Giunta Ch' a
cercar esca ai
figliuolini ita era,
Audaci E trova il
nido vóto; o
qual si lagna
E fa e Turture
e' ha perduto
la compagna: Ch' egl 40
Tal Bradamante si
dolca, che tolto
44 II e Le
fosse stato il
suo Ruggier teraea,
Seco a Di lagrime
bagnando spesso il
volto, Col co Ma
più celatamente che
potea. Che si Oh
quanto, quanto si
dorria più molto,
Giunti S'ella sapesse quel
che non sapea,
Al cas Che con
pena e con
strazio il suo
consorte Per ap Era
in prigion, dannato
a cmdel morte !
E subi 45 Apron
la cataratta, onde
sospeso Al canape, ivi a tal
bisogno posto, Leon si
cala, e in
mano ha nn torchio acceso, Là
dove era Rnggier
dal sol nascosto. Tutto legato,
e s'una grata
steso Lo trova, al racqna
un palmo e
men discosto, li'avria in un mese,
e in termine
più corto, Per sé,
senz'altro aiuto, il
luogo morto. 46 Leon
Rnggier con gran
pietade abbraccia, E dice: Cavai
ier, la tua
virtute Indissolubilmente a te
m'allaccia Di voluntaria etema
servitute, E vuol che
più il tuo
ben che '1
mio mi piaccia, Né
curi per la
tua la mia
salute, E che la tua amicizia
al padre; e
a quanti Parénti io
m'abbia al mondo,
io metta innanti s'
stanza < 47 Io
son Leon, acciò
tu intenda, figlio Di
Costantin, che vengo
a darti aiuto. Come
vedi, in persona,
con periglio (Se mai
dal padre mio
sarà saputo) D'esser cacciato,
o con turbato
ciglio Perpetuamente esser da
lui veduto; Che, per
la gente la
qual rotta e
morta Da te gli
fu a Belgrado,
odio ti porta. 48
E seguitò, più
cose altre dicendo Da
farlo ritornar da
morte a vita; E
lo vien tuttavolta disciogliendo. Rnggier gli
dice: Io v'ho
grazia infinita; E questa
vita, ch'or mi
date, intendo Che sempre
mai vi sia
restituita, Che la vogliate
riavere, ed ogni Volta
che per voi
spenderla bisogni. ?0 loco
oscaro, lian rimase; ri faro. )
case, ro persu'ise; er gagliardo
se Ungiardo. 55 Ma
due cose ha Il
cavalier, che qu L'altra,
nel campo In modo
che non " A
se lo chiama,
e E pregai poi
con ( Ch'egli sia
quel ci Col nome
alimi, s lardìan strozzato
56 L'eloquenza del la
prigion. he Bill niiKìì ¦un
9' appone, penstuo ¦une;
ma.i aTulo ATVi ai
alo. Ma più delPeloque L'i>bbligM granile
f Dft mai non
ne ììù Si che
quaumnqtie E non TJos.H'bil
qun Più che COTI
cor gi Ch'era per
far pel U'giero ilia, iero e miglia, priniieru, a quel
simiglia, e veneuo; amor pieno. giorni" pensa, avefv
immen"a. orteMa ispensa iA
sia, ì certe, più nuu
mrte. la ymavii "lì (Il
Francia, bbia a far
prova e con huii'ia, i
guancia; e fiirae ha
noie, ser non può te
ì UiiicUè ila
tier d Parala lia
detta, iJ Che giorno
e notte Sempre V
affligge e E veggii
ì\ sim tin l'ur
non è mai
pej Che prima eh' a
L Mille Volte, non e
m supplire jur sia
manco, n pari re sa
il name aneo, '
Si ni ire glia
Francj:V irajiresa, e presa. nS
Bm\ certo è
di 1 La diiutia,
ha da I 0
che l'accorerà i 0 se 'l
duolo e la Con
le irniu propri Che
eiiiga ralmi, Ch'ogni altra
cosa Che poter lei
vede 59 Gli è
di morir disposto;
ma che sorte Di
morte voglia far,
non sa dir
anco. Pensa talor di
fingersi men forte, E porger
nudo alla donzella
il fianco; Che non
fa mai la
più beata morte, Che
se per man
di lei venisse
manco. Poi vede, se
per lui resta
che moglie Sia di
Leon, che l'obbligo
non scioglie; 60 Perchè
ha promesso centra
Bradamante Entrare in campo
a singoiar battaglia. Non simulare,
e fame sol
sembiante, Sì che Leon
di lui poco
si vaglia. Dunque starà
nel detto suo
costante:E benché or
questo or quel
pensier Tassaglia, Tutti li
scaccia, e solo
a questo cede, Il
qual r esorta
a non mancar
di fede. 61 Avea
già fatto apparecchiar
Leone, Con licenzia del
patre Costantino, Arme e
cavalli, e un
numer di persone, Qual
gli convenne, e
entrato era in
cammino; E seco avea
Ruggiero, a cui
le buone Arme avea
fatto rendere e
Frontino:E tanto un
giorno e un
altro e un
altro andare, Ch'in Francia
ed a Parigi
si trovare. 62 Non
volse entrar Leon
nella cittate, E i
padiglioni alla campagna
tese: E feMl medesmo
di per ambasciate, Che di
sua giunta il
Re di Francia
intese. L'ebbe il Re
caro; e gli
fu più fiate. Donando e
visitandolo, cortese. Della venuta
sua la cagion
disse Leone, e lo
pregò che P
espedisse; 63 Ch'entrar facesse
in campo la donzella
Che marito non
vuol di lei
men forte; Quando venuto
era per fere
o eh' ella Moglier
gli fosse, o
che gli desse
morte.Carlo tolse l'assunto,
e fece quella Comparir l'altro
dì fuor delle
porte, Nello steccato che
la notte sotto All' alte mura
fu fatto di
botto. 65 Lancia non tolse;
non perchè temesse Di
quella d'òr, che
fu dell' Argalia E poi
d'Astolfo a cui
costei successe, Che far
gli arcion votar
sempre solia; Perchè nessun,
eh' ella tal
forza avesse, 0 fosse
fatta per negromanzia, Avea saputo,
eccetto quel Re
solo Che far la
fece, e la
donò al figliuolo. 66
Anzi Astolfo e
la donna, che
portata L'aveano poi, credean
che non l'incanto, Jla la
propria possanza fosse
stata, Che dato loro
in giostra avesse
il vanto; E che
con ogni altr'asta
ch'incontrata Fosse da lor,
farebbono altrettanto. La cagion
sola, che Ruggier
non giostra È per
non far del
suo Frontino mostra: 67
Che Io potria
la donna facilmente Conoscer, se
da lei fosse
veduto; Perocché cavalcato, e
lungamente In Montalban l'avea
seco tenuto. Ruggier, che
solo studia e
solo ha mente Come
da lei non
sia riconosciuto, Né vuol
Frontin, né vuol
cos' altra avere. Che di
far di sé
indizio abbia potere. 68
A questa impresa
un'altra spada volle; Che
ben sapea che
centra a Balisarda Saria ogn'
osbergo, come pasta,
molle; Ch'alcuna tempra quel
furor non tarda; E
tutto '1 taglio anco
a quest'altra tolle Con
un martello, e
la fa men
gagliarda. Ck)n quest'arme Ruggiero,
al primo lampo Ch'apparve all'orizzonte, entrò
nel campo. 69 E
per parer Leon,
le sopravveste Che dianzi
ebbe Leon, s'ha
messe indosso; E l'aquila
deU' òr con
le due teste Porta
dipinta nello scudo
rosso. E facilmente si
potean far queste Finzion, ch'era
ugualmente grande e
grosso L'un come l'altro.
Appresen tossi l'uno;
L'altro non si
lasciò veder d'alcuno. 64 La
notte ch'andò innanzi
al terminato Giorno della
battaglia, Ruggiero ebbe
Simile a
quella che suole
il dannato Aver, che
la mattina morir
debbe. Eletto avea combatter
tutto armato, Perch' esser conosciuto
non vorrebbe; Né lancia
né destriero adoprar
volse; Né, fuor che
'1 brando, arme
d'offesa tolse. 70 Era
la volontà della
donzella Da quest'altra diversa
di gran lunga; Che
se Ruggier sulla
spada martella Per rintuzzarla,
che non tagli
o punga, La sua
la donna aguzza,
e brama ch'ella Entri
nel ferro, e
sempre al vivo
giunga; Anzi ogni colpo
si ben tagli
e fere Che vada
sempre a ritrovargli
il core. 7 1 Qnal
su le mosse
il barbaro si
vede, Che '1 cenno
del partir focoso
atteude, Né qua né là poter
fermare il piede, Gonfiar le
nare, e che
le orecchie tende: Tal
V animosa donna,
che non crede Che
questo sia Ruggier
con chi contende, Aspettando la
tromba, par che
fuoco Nelle vene abbia,
e non ritrovi
loco. 72 Qua] talor,
dopo il tuono,
orrido vento Subito segue,
che sozzopra volve L'ondoso mare,
e leva in
un momento Da terra
fin al ciel 1
oscura polve; Fuggon le
fiere, e col
pastor T armento, L'aria in
grandine e in
pioggia si risolve: Udito il
segno la donzella,
tale Stringe la spada,
e '1 suo
Ruggiero assale. 73 Ma
non più quercia
antica, o grosso
muro Di ben fondata
torre a Borea
cede, Né più all'irato
mar lo scoglio
duro. Che d'ogni intomo
il di e
la notte il
fiede; Che sotto l'arme
il buon Ruggier
sicuro. Che già al
troiano Ettór Vulcano
diede. Ceda all'odio e
al furor che
lo tempesta Or ne' fianchi,
or nel petto,
or nella testa. 74
Quando di taglio
la donzella, quando Mena
di punta; e
tutta intenta mira Ove
cacciar tra ferro
e ferro il
brando, Sì che si
sfoghi e disacerbi
l'ira. Or da un
lato, or da
un altro il va tentando; Quando di qua,
quando di là
s'aggira; E si rode
e si duol
che non le
avvegna Mai fatta alcuna
cosa che disegna. 75
Come chi assedia
una città che
forte Sia di buon
fianchi e di
muraglia grossa, Spesso l'assalta,
or vuol batter
le porte, Or l'alte
torri, or atturar
la fossa; E pone
indarno le sue
genti a mort", Né via
sa ritrovar, eh'
entrar vi possa:Così
molto s' affanna e
si travaglia, Né può
la donna aprir
piastra né maglia. 76
Quando allo scudo
e quando al
buono elmetto, Quando all'osbergo
fa gittar scintille Con
colpi eh' alle braccia,
al capo, al
petto Mena dritti e
riversi, e mille
e mille, E spessi
più che sul
sonante tetto La grandine
far soglia delle
ville. Ruggier sta su
l'avviso, e si
difende Con gran destrezza,
e lei mai
non offende:77 Or
si ferma, or
volte già, or
si ritira, E con
la man spesso
accompagna il piede. Porge
or lo scudo,
ed or la spada gira Ove
girar la man
nimica vede. 0 lei
non fere, o,
se la fere,
mira Ferirla in parte
ove mpn nuocer
crede. La donna, prima
che quel di s'
inchine, Brama di dare
alla battaglia fine. 78
Si ricordò del
bando, e si
ravvide Del suo periglio,
se non era
presta; Che se in
un dì non
prende e non
uccide Il suo domandator,
presa ella resta. Kra
già presso ai
termini d'Alcide Per attuifar
nel mar Febo
la testa. Quand'olia cominciò
di sua possanza A
diffidarsi, e perder
la speranza. Stanza 74. 79
Quanto mancò più
la speranza, crebbe Tanto più
l'ira, e raddoppiò
le botte; Che pur
quell'arme rompere vorrebbe,
Ch' in
tutto un dì
non avea ancora
rotte Come colui ch'ai
lavorio che debbe Sia
stato lento, e
già vegga esser
notte, S'affretta indamo, si
travaglia e stanca. Finché la
forza a un
tempo e il
dì gli manca, 80
0 misera donzella,
se costui Tu conoscessi,
a cui dar
morte brami; Se lo
sapessi esser Ruggier,
da cui Della tua
vita pendono gli
stami: So ben eh'
uccider te, prima
che lui, Vorresti; ebé di te
so che più
l'ami: E quando lui
Ruggiero esser saprai, Di
questi colpi ancor,
so, ti dorrai. 81
Carlo e moli' altri
seco, che Leone Esser
costai credeansi, e non Ragg;iero, Vedoto come
in arme, al
paragone Di Bradamante, forte
era e leggiero; E,
senza offender lei,
con che ragione Difender si
sapea, mntan pensiero, E
dicon: Ben convengono
amendni; Ch' egli è
di lei ben
degno, ella di
lai. 82 Poi che Febo
nel mar tatt
è nascoso, Carlo, fatta
partir quella battaglia. Giudica che la donna
per suo sposo Prenda
Leon, né ricusarlo
vaglia. Ruggier, senza pigliar
quivi riposo. Senz'elmo trarsi,
o alleggerirsi maglia, Sopra
un piccìol ronzin
toma in gran
fretta Ai padiglioni ove
Leon P aspetta. 87
Di chi mi
debbo, oimè! dicea,
dolere Che cosi m'abbia
a un punto
ogni ben tolto? Deh,
sMo non voM' ingiuria
sostenere Tenza vendetta, incontro
a cui mi
volto? Fuorché me stesso,
altri non so
vedere Che m'abbia offeso,
ed in miseria
vòlto. Io mho dunque
di me centra
me stesso Da vendicar,
e' ho tutto il
mal commesso. 88 Pur
quando io avessi
fatto solamente A me r ingiuria,
a me forse
potrei Donar perdon, sebben
difficilmente; Anzi vo' dir
che far non
lo vorrei:Or quanto,
poi che Bradamante
sente Meco r ingiuria
uguil, men lo
ferei?Quando bene a
me ancora io
perdonassi, Lei non convien
ch'invendicata lassi. 83 Gittò
Leone al cavalier
le braccia Due volte
e più fraternamente
al collo; E poi,
trattogli Telmo dalla
faccia. Di qua e
di là con
grande amor baciollo. Vo', disse,
che di me
sempre tu faccia Come
ti par; che
mai trovar satollo Non mi
potrai, che me
e lo stato
mio Spender tu possa
ad ogni tuo
disio. 84 Né veggo
ricompensa che mai questa Obbligazion, ch'io
t'ho, possi disdorre; E
non, s ancora
io mi levi
di testa La mia
corona, e a
te la venghi
a porre. Rnggier, di
cui la mente
auge e molesta Alto
dolore, e che
la vita abborre, Poco
risponde; e l'insegne
gli rende. Che n'avea
avute, el suo
liocorno prende; 85 E
stanco dimostrandosi e
svogliato, Più tosto che
potè da lui
levosse; Ed al suo
alloggiamento ritornato, Poi che
fu mezzanotte, tutto
armosse; E sellato il destrìer, senza
commiato, E senza che
d'alcun sentito fosse, Sopra
vi salse, e
si drizzò al
cammino Che più piacer
gli parve al
suo Frontino. 89 Per
vendicar lei dunque
debbo e voglio Ogni
modo morir, né
ciò mi pesa: Ch'altra cosa
non so ch'ai
mio cordoglio, Fuorché la
morte, far possa
difesa. Ma sol, ch'allora
io non morii,
mi doglio?Che fatto
ancora io non le aveva
offesa. Oh me felice,
s' io moriva allora Ch'era
prigion della crudel
Teodora! 90 Sebben m'avesse
ucciso, tormentato Prima ad
arbitrio di sua
crndeltade. Da Bradamante almeno
avrei sperato Di ritrovare
al mio caso
pietade. Ma quando ella
saprà eh' avrò
più amato Leon di
lei, e di
mia volontade Io me
ne sia, perch'egli
l'abbia, privo, Avrà ragion
d'odiarmi e morto
e vivo. 91 Questo
dicendo, e molte
altre parole Che sospiri
accompagnano e singulti, Si
trova all'apparir del
nuovo sole Fra scuri
boschi, in luoghi
strani e inculti; E
perchè è disperato
e morir vuole, E,
più che può,
che'l suo morir
s'occulti, Questo luogo gli
par molto nascosto. Ed
atto a far
quant'ha di sé
disposto. 86 Frontino or
per via dritta
or per via
torta. Quando per selve
e quando per
campagna II suo signor
tutta la notte
porta. Che non cessa
un momento che
non piagna: Chiama la
morte, e in
quella si conforta. Che
l'ostinata doglia sola
fregna; Né vede, altro
che morte, chi
finire Possa V insopportabil
suo martire. 92 Entra
nel folto bosco,
ove più spesse L'ombrose frasche
e più intricate
vede; Ma Frontin prima
al tutto sciolto
messe Da sé lontano,
e libertà gli
diede. 0 mio Frontin,
gli disse, s'a
me stesse Di dare
a'merti tuoi degna mercede Avresti a quel destrier
da invidiar poco Che
volò al cielo,
e fra le stelle ha
loc. 93 Cillaro, so,
non fu, non
fu Arìone Di te
miglior, né meritò
più lode; Né alena
altro destrier di
cui menzione Fatta da' Greci
o da' Latini a' ode. Se
ti fiir par
nell'altre parti beone, Di
questa so eh'
alcun di lor
non gode, Di potersi
vantar ch'avuto mai 94
Poich' alla più Donna
gentile e Si caro
stato sei £ di
sua man ti Caro
eri alla mi La
dirò più, se S'io
l'ho donata Abbia il
pregio e l'onor
che tu avuto
hai; Di volger
questa stanza 92. 95 Se
Ruggier qui s'affligge
e si tormenta, E
le fere e
gii augelli a pietà muove (Ch'
altri non è che questi
gridi senta, Né vegga
il pianto che
nel sen gli
piove), Non dovete pensar
che più contenta Bradamante in
Parigi si ritrove, Poiché scusa
non ha che
la difenda, 0 più
l'indugi, che Leon
non prenda. 96 Ella,
prima ci Che'l suo
Ruggii Mancar del dette I
parenti e gli a
E quando
altro i 0 col
veneno o ' Che
le par megl Che,
vivendo, n 97 Deh,
Ruggier mio, dìcea,
dove Sci gito? Puote
esser che tn
sia tanto discosto, Che
tu non abbi
questo bando udito, A
nessun altro, fuor
che a te,
nascosto?Se tu '1
sapessi, io so
che comparito Nessun altro
saria di te
più tosto. Misera me !
eh' altro pensar
mi deggio, Se non
quel che pensar
si possa peggio?stanza
94. 98 Come è,
Ruggier, possìbil che tu solo Non
abbi quel che
tutto il mondo
ha inteso? Se inteso
l'hai, né sei
venuto a volo. Come
esser può che
non sii morto
o preso? Ma chi
sapesse il ver,
questo figliuolo Di Costantin
t' avrà alcun laccio
teso; Il traditor t'avrà
chiusa la via, Acciò
prima di lui
tu qui non
sia. 99 Da Carlo
impetrai grazia, eh' a
nessuno Men di me
forte avessi ad
esser data, Con credenza
che tu fossi
quell'uno A cui star
contra io non
potessi armata. Fuorché te
solo, io non
stimava alcuno:Ma dell'audacia
mia m'ha Dio
pagata; Poiché costui, che
mai più non
fé' impresa D'onore in
vita sua, cosi
m'ha presa: 100 Se
però presa son,
per non avere Uccider
lui né prenderlo
potuto; Il che non
mi par giusto;
né al parere Mai
son per star,
ch'in questo ha
Carlo avuto. So ch'incostante
io mi farò
tenere, Se da quel
e' ho già detto
ora mi muto; Ma
nò la prima
son né la
sezzaia, La qual parata
sia incostante, e
paia. 101 Basti che
nel servar fede
al mio amante D'ogni
scoglio più salda mi
ritrovi, E passi in
questo di gran
lunga quante Mai furo ai tempi
antichi, o sieno
ai nuovi. Che nel
resto mi dicano
incostante, Non curo, purché
l'incostanzia giovi:
Purch'io non sia
di costui tórre
astretta, Volubil più che
foglia anco sia
detta. 102 Queste parole
ed altre, ch'interrotte Da sospiri
e da pianti erano
spesso, Segui dicendo tutta quella
notte Ch' air infelice giorno
venne appresso. Ma poi
che dentro alle
cimmerie grotte Con
l'ombre sue Notturno
fu rimesso, Il Ciel, ch'eternamente avea
voluto Farla di Ruggier
moglie, le die
aiuto. 1 03 Fé' la
mattina la donzella
altiera Marfisa innanzi a
Carlo comparire, Dicendo ch'ai
fratel suo Ruggier
era Fatto gran torto,
e noi volea
patire, Che gli fosse
levata la mogliera, Né
pure una parola
glie ne dire: E
contra chi si
vuol di provar
toglie. Che Bradamante di
Ruggiero é moglie; 104
E innanzi agli
altri, a lei
provar lo vuole, Quando
pur di negarlo
fòsse ardita: Ch'in sua
presenzia ella ha
quelle parole Dette a
Buggier, che fa
chi si marita; E
con la cerimonia
che si suole. Già
si tra lor
la cosa é
stabilita, Che più di
sé non possono
disporre, Nò r un r altro
lasciar, per altri tórre. 105 .Marfisa,
o'I vero o
'1 falso che
dicesse, Pur lo dicea,
ben credo con
pensiero. Perché Leon più
tosto interrompesse A dritto
e a torto,
che per dir
il vero; E che
di volontade lo
facesse Di Bradamante. eh' a
riaver Ruggiero, Ed escluder
Leon, né la
più onesta Né la
più breve via
vedea di questa. 106
Turbato il Re di questa
cosa molto, Bradamante
chiamar fa immantinente; E quanto
di provar Marfisa
ha tolto Le fa
sapere, ed ecci
Amon presente. Tien Bradamante
chino a terra
il volto, E confusa
non niega né
consente, In gnisa che
comprender di leggiero Si
può che Marfisa
abbia detto il
vero. 107 Piace a
Rinal Tal cosa udir,
e Che '1 parentado Che
già conchius E pur
Rnggìer 1 Malgrado avrà d
E potran
senza 1 Di man
per forz Stanza 95 108
Che se tra
lor queste parole
stanno. La cosa è
ferma, e non
andrà per terra. Cosi
atterràn quel che
promesso gli hanno, Più
onestamente e senza
nuova guerra. Questo è,
diceva Amon, questo
è un inganno Centra me
ordito: ma'l pensier
vostro erra: Ch' ancorché fosse
ver quanto voi
finto Tra voi v avete,
io non son
però vinto. 109 Che
presuppos Né vo' credere an Scioccamente a R
Come voi
dite, e Quando e
dove fi Più chiaro
e piar Stato so
che non Prima che
Ruggì HO Ma s'egli
è stato ìananzi
che cristiano Fosse Ruggier,
non vo' che
me ne caglia; Ch'essendo ella
Fedele, egli Pagano, Non
crederò che'i matrimonio
vaglia.' Non 3i debbe
per questo essere
invano Posto al risco
Leon della battaglia; Né
il nostro Imperator
credo vogli' anco Venir
del detto suo
per questo manco. Stanza
103. Ili Quel ch'or
mi dite, era
da dirmi quando Era
intera la cosa,
né ancor fatto A'prieghi di
costei Carlo avea
il bando Che qui
Leone alla battaglia
ha tratto. Così contra
Rinaldo e contra
Orlando Amon dicea, per
rompere il contratto Fra
quei duo amanti; e
Carlo stava a
udire, Né per Fun
né per l'altro
volea dire.112 Come
si senton, s' Austro
o Borea spira, Per
l'alte selve murmurar
le fronde; 0come soglion,
s'Eolo s'adira Contra Nettuno,
al lito fremer
l'onde: Cosi un rumor
che corre e che
s'airgirat E che per
tutta Francia si
diffonde, Di questo dà
da dire e
da udir tanto, Ch'ogni altra
cosa é muta
in ogni canto. 113
Chi parla per
Ruggier, chi per
Leone; Ma la più
parte è con
Ruggiero in lega: Son
dieci e più
per un che
n'abbia Amone. L'Imperator né
qua né là si piega; Ma
la causa rimette
alla ragione, Ed al
suo Parlamento la
deléga. Or vien Marfisa,
poich'é differito Lo sponsalizio,
e pon nuovo
partito; Stanza 113. 114 E
dice: Con ciò
sia ch'esser non
possaD'altri costei, finché '1
fra tei mio
vive; Se Leon la
vuol pur, suo
ardire e possa Adopri
sì, che lui
di vita prive: E
chi manda di
lor 1' altro
alla fossa, Senza rivale
al suo contento
arrìve. Tosto Carlo a
Leon fa intender
questo, Come anco intender
gli avea fatto
il resto. 115 Leon
che, quando seco
il cavaliero Dal liocorno
sia, si tien
sicuro Di riportar vittoria
di Ruggiero, Né gli
abbia alcun assunto
a parer duro; Non
sappiendo che l'abbia
il dolor fiero Tratto
nel bosco solitario
e oscuro, Ma che .
per tornar tosto,
uno o due
miglia Sia andato a
spasso, il mal
partito piglia. XLVII. 116 Ben
se ne pente
in breve; che
colui, 117 Pe Del
qual più del
dover si promettea,
Dapp Non comparve quel
dì, né gli
altri dui Né co
Che lo
seguir, né nuova
se n'avea; Egli i
E tor
questa battaglia senza
lui Ma n< Contra
Ruggier, sicur non
gli parea: Né V
Mandò, per schivar
dunque danno e
scorno, Se no Per
trovar il guerrier
del liocorno. Mi se
N o
T B. St. 1. V.46. Far....
il tomo: da
tornare, che vale cadere
eoi capo aWingiù.
Folicrate, e il
re di Lidia, e
Dionigi. Il primo
er tiranno di
Samo, e celebre
per la prosperità onde
tutte le sue
imprese furono accom pagnate ; ma
rimase sconfitto dair
armata di Dario,
e mori appiccato. Re
di Lidia fu
Creso, l'uomo più liceo
de' suoi tempi,
felice ne' suoi
principj, ma vinto da
Ciro. Dionigi, tiianno
di Siracusa, vide
mutarsi lo splendore di
sua fortuna nella
oscurità di maestro di
scuola, a cui
fu costretto ridursi
in Corinto. St.
2 V.7. Servio,
Mario, Ventidio. Da
figlio della schiava Tanaqnilla,
Servio diventò re di Roma,
succe dendo a Tarquinio Prisco.
Mario, nato in
Arpino di basso lignaggio,
ebbe sette volte
il consolato di Roma. Vèìitidio
era schiavo di
Strabone, e nondimeno
riportò pel primo il
trionfo sui Parti,
e fu pretore
e con sole in Roma. St.
3. V.18. Il
re Luigi, ecc.
Parla del re
di Fran cia Luigi XII,
padre di Renata
che fu consorte
del duca Alfonso 1.
Sconfitto e tenuto
prigione da Carlo
VITI, gli successespetto di dislao,
1 poco dop St.
10. neirUngl St. 65. l'Argalia
St. 92. Pegaso, Chimera, ST. 93. di
Castoi vallo di per rendi St. la
Qui è
la HllaPaln al lago d gine:
qui Canto XLVI. Mflissa va
iii traccia di
Ruggiero j e
qU salva la
Tìta col!"iez?,o Ji
Lpoiie, clie, fatto
inteso del motivo
onde Rtig Riero ó
flrtli'tto, gli ce
(te Bmdamaiite. Tutti
va" no a Fa
riij dou! lìiTBfjterOj
gìh eletto re
dei Bulgari, è
macife Htstu pd ravaliete
clic ha combattuto
con BTolamatite, Si fminD
If iio;cz(4 ron
regale eplendldczz e
prepiiraBt it talamo sotro
J'isl oriate padiglione
imperiale, cJie Meli" con raagit:artc
la fttt to ti"aportBie da
Costantinopoli, XtirnUìinp
fioino ddle feste
nuziali, 8opraY\ieDe Bodo TUùntct,
che stidii tUigRicro
a battaglia, conibat te
con e e maoiu:
por di lui
mano. Or, se mi
mostra ta mia
carta il vero, Noti
è lontAiìo a
discoprirsi il porto; Sì
clic nel lito
Ì voti scioglier
spero A chi nel
mar per tanta
via m'hsi scorto | t)vc . 0
ili non tornar
col legno i
a toro, 0 d'errar
sempre, ebbi già il viso smorto Ma
mi par di
veiler, ma veggo
certo, Veggo la terra,
e veggo il
(ito aperto 2 Sento
venir per allegrezza
un tnono Che fremer
l'aria e rimbombar
fa T onci
e; Odo di sqnille,
odo dì trombe
xm suono Che Talto
popnlnr grido confonde. Or
comincio a d
lacerne re cbi
&ono PncHti eh' (in pioti
del parto ambe
le sponde. Par che
tutti s'allegrino ch'io
sia Venuto a fin
di cosi innga
via. 3 Oh
di che belle
e sagge donne
veggio, 4 Oh di
che cavalieri il
lito adorno! Da Oh
di che amici,
a chi in
eterno deggio Ve Per
la letizia e'
han del mio
ritorno ! Da Mamma e
Ginevra e l'altre
da Correggio Ve Veggo
del molo in
su l'estremo corno;
Ch Veronica da Gamhara
è con loro,
Co grata a Febo
e al santo
aonio coro. Bi Stanza
3. Ecco la bella,
ma più saggia
e onesta, 6
Barbara Turca, e
la compagna è
Laura. Qu Non vede
il Sol di
più bontà di
questa Ce: Coppia dair
Indo all' estrema onda
maara. Do Ecco Ginevra
che la Malatesta Cr< Casa
col suo valor
si ingemma e
inaura, E Che mai
palagi imperiali o
regi To Non ebbon
più onorati e
degni fregi. Né 7
Del mio Signor
di Bozolo la
moglie, La madre, le
sirocchie e le
cugine, E le Torelle
con le Bentivoglie, E le
Visconte e le
Pallavicine; Ecco chi a
quante oggi ne
sono, toglie, E a
quante o Greche
o Barbare o
Latine Ne Airon mai,
di quai la
fama s'oda. Di grazia
e di beltà
la prima loda. 8
Giulia Gonzaga, che
dovunque il piede Volge,
e dovunque i
sereni occhi gira. Non
pur ogn' altra di
beltà le cede. Ma,
come scesa dal
ciel Dea, T ammira. La
cognata è con
lei, che di sua fede Non
mosse mai, perchè
T avesse in ira Fortuna
che le fé'
lungo contrasto:Ecco Anna
d' Aragon, luce del
Vasto; 9 Anna bella,
gentil, cortese e
saggia, Di castità, di
fede e d'amor
tempio. La sorella è
con lei, eh'
ove ne irraggia L'alta beltà,
ne paté ogn' altra
scempio. Ecco chi tolto
ha dalla scura
spiaggia Di Stige, e
fa con non
più visto esempio, Malgrado delle
Parche e della
Morte, Splender nel ciel
l'invitto suo consorte.
18 Ecco Alessandro,
il mio signor.
Farnese: Oh dotta compagnia
che seco mena! Fedro,
Capella, Porzio, il
bolognese Filippo, il Volterrano,
il Madalena, Blosio, Piero,
il Vida cremonese, D'alta facondia
inessiccabil vena, E Lascari
e Musuro e
Navagero, E Andrea Marone,
e '1 monaco
Severo. 14 Ecco altri
duo Alessandri in
quel drappello. Dagli Orologi
l'un, l'altro il
Guarino. Ecco Mario d'Olvito
" ecco il
flagello De' Principi, il divin
Pietro Aretino. Duo Jeronimi
veggo, l'uno è
quello Di Verìtade, e
l'altro il Cittadino. Veggo il
Mainardo, veggo il
Leoniceno, Il Pannizzato, e
Celio e il
Teocreno. 15 Là Bernardo
Capei, là veggo
Pietro Bembo, che '1
puro e dolce
idioma nostro, Levato fuor
del volgare uso
tetro, Qnal esser dee,
ci ha col
suo esempio mostro. Guasparro Obizzi
è quel che
gli vien dietro. Ch'ammira e
osserva il si ben speso
inchiostro. Io veggo il
Fracastorio, il Bevazzano, Trifon Gabriele,
e il Tasso
più lontano. 10 Le Ferraresi
mie qui sono,
e quelle Della corte
d'Urbino e riconosco Quelle di
Mantua, e quante
donne belle Ha Lombardia,
quante il paese
tosco. n cavalier che
tra lor viene,
e ch'elle ' Onoran
si, s'io non
ho l'occhio losco, Dalla
luce ofiFuscato de' bei
volti, É'I gran lume
aretin, l'Unico Accolti. 11
Benedetto, il nipote,
ecco là veggio, C'ha
purpureo il cappel,
purpureo il manto, Col
Cardinal di Mantua,
e col Campeggio, Gloria e
splendor del consistono
santo. E ciascun d'essi
noto (o ch'io
vaneggio) Al viso e
ai gesti rallegrarsi
tanto Del mio ritomo,
che non facil
parmi Ch'io possa mai
di tanto obbligo
trarmi. 12 Con lor
Lattanzio e Claudio
Tolomei, E Paulo Pausa,
e'I Dresino, e
Latino Giuvenal parmi, e i Capilupi
miei, E '1 Sasso
e 1 Molza
e Florian Montino; E
quel che per
guidarci ai rivi
ascrei Mostra piano e
più breve altro
cammino, Giulio Camillo; e par eh' anco
io ci scema Marco
Antonio Flaminio, il
Sanga, il Berna. 16
Veggo Niccolò Tiepoli,
e con esso Niccolò
Amanio in me
affissar le ciglia; Anton
Falgoso, eh' a vedermi
appresso Al lito mostra
gaudio e maraviglia. n
mio Valerio è
quel che là
s'è messo Fuor delle
donne; e forse
si consiglia Col Barignan
c'ha seco, come
offeso Sempre da lor,
non ne sia
sempre acceso. 17 Veggo
sublimi e sopmmani
inoegni, Di sangue e
d'amor giunti, il
Pico e il
Pio. Colui che con
lor vien, e da'
più degni Ha tanto
onor, mai più
non conobbi io; Ma,
se me ne
fur dati veri
segni, È l'uom che
di veder tanto
desio, lacobo Sannazar, eh' alle
Camene Lasciar fa 1
monti, ed abitar
l'arene. 18 Ecco il
dotto, il fedele,
il diligente Secretarlo Pistofllo,
ch'insieme Cogli Acciaiuoli e
con l'Angiar mio
sente Piacer, che più
del mar per
me non teme. Annibal
Malagnzzo, il mio
parente, Veggo con l'Adoardo,
che gran speme Mi
dà, eh' ancor del
mio nativo nido Udir
farà da Calpe
agi' Indi il
grido. XLVIII. 19 Fa Vittor
Fausto, fa il
Tancredi festa 20
(, Di riyedermi e
la fanno altri
cento. V 1 Veggo le
donne e gli
nomini di questa
Che Mia ritornata ognun
parer contento. Nod Dunque
a finir la
breve via che
resta E d Non
sia più indugio,
or cho propizio
il vento; Che E
torniamo a Melissa,
e con che
aita Per Salvò, diciamo,
al buon Buggier
la vita. Che stanza
12. 21 In preda
del dolor tenace e
forte 23 S< Buggier
tra le scure
ombre vide posto.
Qua Il qual di
non gustar d'alcuna
sorte Se 1 Mai
più vivanda fermo
era e disposto.
Ben E col digiun
si volea dar
la morte: Qua Ma fu r
aiuto di
Melissa tosto; Al i
Che, del
suo albergo uscita,
la via tenne
Che Ove in Leone
ad incontrar si
venne: Non 22 II qual
mandato, Puno alP altro
appresso, 24 II Sua
gente avea per
tutti i luoghi
intorno; E s( E
poscia era in
persona andato anch'esso
II p Per trovar
il guerrier dal
liocorno. Mai La saggia
incantatrice, la qual
messo Sol Freno e
sella a uno
spirto avea quel giorno, Sta E
Pavea sotto in
forma di ronzino,
Per Trovò questo figliuol
di Costantino. S'al 25
Neir animo a Leon
subito cade, Che'l cavalier
di chi costei
ragiona, Sia quel che
per trovar fa
le contrade Cercare intomo,
e cerca egli
in persona; Sì eh'
a lei dietro,
che gli persuade Si
pietosa opra, in
molta fretta sprona; La
qual lo trasse,
e non fèr
gran cammino, Ove alla
morte era Ruggier
vicino. 26 Lo ritrovar
che senza cibo
stato Era tre giorni,
e in modo
lasso e vinto, ChMu
pie a fatica
si saria levato, Per
ricader, sebben non
fosse spinto. Giacca disteso
in terra tutto
armato, Con Telmo in
testa, e della
spada cinto; E guandal
dello scudo s'avea
fatto, In che 1
bianco liocorno era
ritratto. 27 Quivi pensando
quanta ingiuria egli
abbia Fatto alla donna,
e quanto ingrato
e quanto Isconoscente le sia stato,
arrabbia, Non pur si
duole; e se
n'affligge tanto, Che si
morde le man,
morde le labbia, Sparge le
guancie di continuo
pianto; E per la
fantasia che v'
ha si fissa, Né
Leon venir sente,
né Melissa: 28 Né
per questo interrompe il
suo lamento, Né cessano
i sospir, né
il pianto cessa. Leon
si ferma, e
sta ad udire
intento; Poi smonta del
cavallo, e se
gli appressa. Amore esser
cagion di quel
tormento Conosce ben; ma la persona
espressa Non gli è, per cui
sostien tanto martire; Ch'anco Ruggier
non glie l'ha
fatto udire. 29 Più
innanzi, e poi
più innanzi i
passi muta, Tanto che
se gli accosta
a faccia a
faccia; E con fraterno
affetto lo saluta, E
se gli china
a lato, e
al collo abbraccia. Io
non so quanto
ben questa venuta Di
Leone improvvisa a
Ruggier piaccia; Che teme
che lo turbi
e gli dia
noia, E se gli
voglia oppor, perché
non muoia. 30 Leon
con le più
dolci e più
soavi Parole che sa
dir, con quel
più amore Che può
mostrar, gli dice:
Non ti gravi D'aprirmi la
cagion del tuo
dolore; Che pochi mali
al mondo son
si pravi, Che Tuomo
trar non se ne possa
fùore. Se la cagion
si sa; né
debbe privo Di speranza
esse/ mai, finché
sia vivo. 31 Ben
mi duol che
celar t'abbi voluto Da
me, che sai s'
io ti
son vero amico, Non
sol di poi
ch'io ti son si tenuto, Che
mai dal nodo
tuo non mi
districo, Ma fin allora
ch'avrei causa avuto D'esserti sempre
capital nemico; E dèi sperar ch'io
sia per darti
aita Con l'aver, con
gli amici e
con la vita. 32
Di meco conferir
non ti rincresca Il
tuo dolore; e
lasciami far prova, Se
forza, se lusinga,
acciò tu n'esca. Se
gran tesor, s'arte,
s' astuzia giova. Poi, quando
l'opra mìa non
ti riesca, La morte
sia ch'alfin te ne rimova: Ma
non voler venir
prima a quesi'
atto, Che ciò che
si può far
non abbi £atto. 33
E seguitò con
si efficaci prieghi, E
con parlar si
umano e si
benigno, Che non può
far Ruggier che
non si pieghi, Che
né di ferro
ha il cor
né di macigno, E
vede, quando la
risposta nieghi, Che farà
discortese atto e
maligno. Risponde; ma due
volte o tre
s'incocca Prima il parlar,
eh' uscir voglia
di bocca. 34 Signor
mio, disse alfin,
quando saprai Colui ch'io
son, che son
per dirtel ora, Mi
rendo certo che
di me sarai Non
men contento, e
forse più, ch'io
mora. Sappi ch'io son
colui che si
in odio hai: Io
son Ruggier, ch'ebbi
te in odio
ancora; E che con
intenzion di porti
a morte, Già son
più giorni, usci'
di questa corte; 35
Acciò per te
non mi vedessi
tolta Bradamante, sentendo esser
d'Amone La voluntade a
tuo favor rivolta. Ma
perchè ordina l'uomo,
e Dio dispone. Venne il
bisogno ove mi fé'
la molta Tua cortesia
mutar d'opinione; E non
pur l'odio ch'io
t'avea deposi, Ma fé'
eh' esser tuo
sempre io mi
disposi. 86 Tu mi
pregasti non sapendo
ch'io Fossi Ruggier, ch'io
ti facessi avere Ia
donna; ch'altrettanto sana
il mio Cor fuor
del corpo, o
l'anima volere. Se soddisfar
piuttosto al tuo
desio. Ch'ai mio, ho
voluto, t'ho fatto
vedere. Tua fatta é
Bra"lamante; abbila in
pace; Molto più che
'1 mio bene,
il tuo mi
piace. 41 Che prima
il nome di
Rnggiero odiassi, ChMo sapessi
che tu fossi
Ruggiero, Non negherò; ma
chor più innanzi
passi L'odio ch'io t'ebhi,
t'esca del pensiero. £
se, quando di
carcere io ti
trassi, N'avessi, come or
n'ho, saputo il
yero; n medesimo avrei
fatto anco allora, Oh' a
benefizio tuo son
per far ora. 42
E s'allor volentier
fatto l'avrei, Ch'io non
t'era, come or
sono, obbligato; Qnant'or più
farlo debbo, che
sarei. Non lo facendo,
il più d'ogn' altro
ingrato? Poiché, negando il
tuo voler, ti sei
Privo d'ogni tuo
bene, e a
me l'hai dato. Ma
te lo rendo;
e più contento
sono Renderlo a te,
ch'aver io avuto
il dono. 43 Molto
più a te,
eh' a me, costei
conviensi, La qual, bench'io
per li suoi merit'ami. Non è
però, s'altri l'avrà,
eh io pensi, Come tu,
al viver mìo romper
li stami. Non vo'che
la tua morte
mi dispensi, Che possa,
sciolto ch'ella avrà
i legami Che son
del matrimonio ora
fra voi, Per legittima
moglie averla io
poi. 44 Non che
di lei, ma
restar privo voglio Di
ciò e' ho al
mondo, e della
vita appresso. Prima che
s'oda mai ch'abbia
cordoglio Per mìa cagion
tal cavaliero oppresso. Della tua
diiìidenzia ben mi
doglio; Che tu che
puoi, non men
che di te
stesso, Di me dispor,
piuttosto abbi voluto Morir
di duol, che
da me avere
aiuto. 45 Queste parole
ed altre soggiungendo. Che tutte
saria lungo riferire, £
sempre le ragion
redarguendo, Ch'in contrario Ruggier
li potea dire, Fé' tanto, ch'alfin
disse: Io mi
ti rendo, E contento
sarò di non
morire. Ma quando ti
sciorrò l'obbligo mai, Che
due volte la
vita dato m'hai? 47
II qual con
gran fatica, ancor
ch'aiutx) Avesse da Leon,
sopra vi salse:Cosi
quel vigor manco
era venuto, Che pochi
giorni innanzi in
modo valse, Che vincer
tutto un campo
avea potuto, E far
quel che fé' poi
con Tarme false. Quindi
partiti, giunser, che
più via Non fèr
di mezza lega,
a una badia: 48
Ove posaro il
resto di quel
giorno, E l'altro appresso,
e l'altro tutto
intero, Tanto che'l cavalier
dal liocorno Tornato fu
nel suo vigor
primiero. Poi con Melissa
e con Leon
ritomo Alla città real
fece Ruggiero, E vi
trovò che la
passata sera
L'imbascieria" de' Bulgari giunt'era: 49
Che quella nazìon,
la qual s'avea Ruggiero eletto
Re, quivi a
chiamarlo Mandava questi suoi,
che si credea D'averlo in
Francia appresso al
Magno Carlo; Perchè giurargli
fedeltà volea, E dar
di sé dominio,
e coronario. Lo scudier
di Ruggier, che
si ritrova Con questa
gente, ha di
lui dato nuova. 50
Della battaglia ha
detto, ch'in favore De' Bulgari a
Belgrado egli avea
fatta Ove Leon col
padre Imperatore Vinto, e
sua gente avea
morta e disfatta:E
per questo V
avean fatto Signore, Messo da
parte ogni uomo
di sua schiatta: •
E come a
Novengrado era poi
stato Preso da IJngiardo,
e a Teodora
dato: 51 E che
venuta era la
nuova certa, Che '1
suo guardian s' era
trovato ucciso, E lui
fuggito, e la
prigione aperta: Che poi ne fosse,
non v' era
altro avviso. Entrò Ruggier
per via molto
coperta Nella città, né
fu veduto in
viso. La seguente mattina
egli e '1
compagno Leone appresentossi a
Carlo Magno. 46 Cibo
soave e prezioso
vino Melissa ivi portar
fece in un
tratto; E confortò Ruggier,
ch'era vicino. Non s' aiutando,
a rimaner disfatto. Sentito in
questo tempo avea
Frontino Cavalli quivi, e
v' era accorso
ratto. Leon pigliar dalli
scudieri suoi Lo fé' e
sellare, ed a
Ruggier dar poi; 52
S'appresentò Ruggier con
l'augel d'oro, Che nel
campo vermiglio avea
due teste; E, come
disegnato era fra
loro, Con le medesme
insegne e sopravveste Che, come
dianzi nella pugna
fòro, Eran tagliate ancor,
forate e peste; Si
che tosto per
quel fti conosciuto, Ch' avea
con Bradamante combattuto. XLVI. 53 Con
ricche yesti e
regalmente ornato, Leon senz'
arme a par
con luì venia; £
dinanzi e di
dietro e d'ogni
lato Avea onorata e
degna compagnia. A Carlo
s inchinò, che
già levato Se gli
era incontra; e
avendo tuttavia Roggier per
man, nel qnal
intente e fisse Ognun
avea le luci,
cosi disse: 54 Qnesto
ò il hnon
cavaliere, il qnal
difeso S è dal
nascer del giorno
al giorno estinto; E
poiché Biadamante o
morto; o preso, O
fuor non V
ha dallo steccato
spinto, Magnanimo Signor, se
hene inteso Ha il
Yostro bando, è
certo d'aver vinto, E
d' aver lei per
moglie guadagnata; E cosi
viene, acciò che
gli sia data. 55
Oltre che di
ragion, per lo
tenore Del bando, non
vha altr'uom da
far disegno; Se s' ha
da meritarla per
valore, Qnal cavalier più
di costui nè
degno? S' aver la dee
chi più le
porta amore, Non è
chi '1 passi
o ch'arrivi al
suo segno: Ed è
qni presto contra
a chi s
oppone, Per difender con
Parme sua ragione. 56
Carlo, e tutta
la corte stupefatta, Qnesto udendo,
restò; ch'avea creduto Che
Leon la battaglia
avesse fatta. Non qnesto
cavalier non conosciuto. Marfisa, che
cogli altri quivi
tratta S era ad
udire, e eh'
appena potuto Avea tacer,
finché Leon finisse n
sno parlar, si
fece innanzi e
disse:57 Poiché non
c'è Ruggier, che
la contesa Della moglier
fra sé e
costui disciogUa, Acciò per
mancamento di difesa Così
senza rumor non
se gli teglia, Io
che gli son
sorella, questa impresa Piglio contra
a ciascun, sia
chi si voglia, Che
dica aver ragione
in Bradamante, O di
merto a Ruggiero
andare innante. 58 E
con tant'ira e
tanto sdegno espresse Questo parlar,
che molti ebber
sospetto, Che senza attender
Carlo che le
desse Campo, ella avesse
a far quivi
l'effetto. Or non parve
a Leon che
più dovesse Ruggier celarsi,
e gli cavò
l'elmetto; E rivolto a
Marfisa: Ecco lui
pronto A rendervi di
sé, disse, buon
conto. 59 Quale il
canuto Egèo rimase,
quando Si fu alla
mensa scellerata accorto Che
quello era il
suo figlio, al
quale, instando L'iniqua moglie,
avea il veneno
pòrto; E poco più
che fosse ito
indugiando Di conoscer la
spada, l'avria morto: Tal
fu Marfisa, quando
il cavaliere Ch'odiato avea,
conobbe esser Ruggiero. 60
E corse senza
indugio ad abbracciarlo, Né dispiccar
se gli sapea
dal eolio. Rinaldo, Orlando,
e di lor
prim% Carlo Di qua
e di là
con grand'amor baciollo. Né
Dudon né Olivier
d'accarezzarlo. Né 'I re
Sobrin si pnò
veder satollo. Dei Paladini
e dei Baron
nessuno Di far festa
a Ruggier restò
digiuno. 61 Leone, il
qual sapea molto
ben dire. Finiti che
si fur gli
abbracciamenti, Conunciò
innanzi a Carlo
a riferire, Udendo tutti
quei ch'eran presenti, Come la
gagliardia, come l'ardire (Ancorché con
gran danno di
sue genti) Di Ruggier,
eh' a Belgrado avea
veduto, Più d'ogni offesa
avea di se
potuto; 62 Si ch'essendo
di poi preso
e condutto A colei
ch'ogni strazio n'avria
fatto. Di prigion egli,
malgrado di tutto D
parentado suo, l'aveva
tratto; E come il
buon Ruggier, per
render frutto E mercede
a Leon del
suo riscatto, Fé' l'alta
cortesia, che sempre
a quante Ne furo
o saran mai,
passerà innante. 63 E
seguendo, narrò di
punto in punto Ciò
che per lui
fatto Ruggiero avea: E
come poi da
gran dolor compunto, Che
di lasciar la
moglie gli premea. S'era
disposto di morire;
e giunto V'era vicin
se non si
soccorrea; E con si
dolci affetti il
tutto espresse. Che quivi
occhio non fu
ch'asciutto stesse. 64 Rivolse
poi con si
efficaci prieghi Le sue
parole all'ostinato Amone, Che
non sol che
lo muova, che
lo pieghi. Che lo
faccia mutar d'opinione; Ma fa
ch'egli in persona
andar non nieghi A
supplicar Ruggier che
gli perdone, E per
padre e per suocero l'accette: E
cosi Bradamante gli
promette;65 A coi
là dove, della
vita in forPiangea
i suoi casi
in camera segreta, Con
lieti gridi in
molta fretta crse Per
più dnn nie."8o
la novella lieta: Onde
il sangue ch'ai
cor, quando lo
morse Prima il dolor,
fa tratto dalla
pietà, A questo annunzio
il lasciò solo
in guisa, Che quasi
il gaudio ha
la donzella uccisa. 66
Ella riman d ogni vigor
si Tòta, Che di
tenersi in pie
non ha balia; Benché
di quella forza
ch'esser nota Vi debbe,
e di quel
grande animo sia. Non
più di lei,
chi a ceppo,
a laccio, a mota
Sia condannato, o
ad altra morte
ria, E chi già
agli occhi abbia
la benda negra, Gridar
sentendo grazia, si
rallegra. 67 Si rallegra
Mongrana e Chiaramonte, Di nuovo
nodo i dui
raggianti rami; Altrettanto si
duol Cno col
conte Anselmo, e con
Falcon Gini e
Ginami: Ma pur coprendo
sotto un'altra fronte Van
lor pensieri invidiosi
e erami; E occasione
attendon di vendetta, Come la
volpe al varco
il lepre aspetta. 71
Ruggiero accettò il
regno, e non
conteae Ai preghi loro,
e in Bulgheria
promesse Di ritrovarsi dopo
il terzo mese, Quando
Fortuna altro di
lui non fèsse. Leone
Augusto, che la
cosa intese. Disse a
Rnggier, ch'alia sua
fede stesse. Che, poich' egli
de' Bulgari ha
il domino, La pace
è tra lor
fatta e Costantino: 72 Né da partir
di Francia s
avrà in fretta, Per
esser capitan delle
sue squadre; Che d'ogni
terra ch'abbiano suggetta, Far
la rinunzia gli
farà dal padre. Non
é virtù che
di Rnggier sia
detta, Ch'a muover sì
l'ambiziosa madre Di Bradamante,
e far che
'1 genero ami, Vaglia,
come ora udir
che Re si
chiami. 73 Fansi le
nozze splendide e
reali. Convenienti a chi
cura ne piglia: Carlo
ne piglia cura,
e le et quali Farebbe
maritando una sua
figlia: I merti della
donna erano tali, Oltre
a quelli di
tutta sua famiglia, Ch'a quel
Signor non parria
uscir del segno. Se
spendesse per lei
mezzo il suo
regno. 68 Oltre che
già Rinaldo e
Orlando ucciso Molti in
più volte avéan
di quei malvagi; Benché l'ingiurie
fur con saggio
avviso Dal Re acchetate,
ed i comun
disagi; Avea di nuovo
lor levato il
riso L'ucciso Pinabello e
Bertolagi: Ma pur la
fellonia tenean coperta, Dissimulando aver
la cosa certa. 74
Libera corte fa
bandire intomo, Ove sicuro
ognun possa venire; E
campo franco sin
al nono giorno Concede a
chi contese ha da partire. Fé' alla campagna
l'apparato adomo Di rami
intesti e di
bei fiori ordire, D'oro
e di seta
poi, tanto giocondo, Che'l più
bel luogo mai
non Ai nel
mondo. 69 Gli ambasciatori
bulgari, che in
corte Di Carlo eran
venuti, cxyme ho
detto. Con speme di
trovare il guerrier
forte Del liocorno, al
regno loro eletto; Sentendol quivi,
chiamar buona sorte La
lor, che dato
avea alla speme
effetto; E riverenti ai
pie se gli
gittaro, E che tornasse
in Bulgheria il
pregare; 70 Ove in
Adrianopoli servato Gli era Io scettro
e la real
corona: Ma venga egli
a difendersi Io
Srato; Cha danni lor
di nuovo si
ragiona Che più numer
di gente apparecchiato Ha Costantino,
e toma anco
in persona: Ed essi,
se '1 suo
Re ponno aver
seco, Speran di tórre
a lui V
Imperio greco. 75 Dentro
a Parigi non
sariano state L'innumerabil genti
peregrine, Povere e ricche
e d'ogni quali
tate. Che v' eran,
greche, barbare e
latine. Tanti Signori, e
ambasderie mandate Di tutto
'1 mondo, non
aveano fine: Erano in
padiglion, tende e
frascati Con gran comodità
tutti alloggiati. 76 Con
eccellente e singulare
ornato La notte innanzi
avea Melissa maga Il
maritale albergo apparecchiato, Di ch'era
stata già gran
tempo vaga. Già molto
tempo innanzi desiato Questa copula
avea quella presaga: Dell'avvenir presaga,
sapea quanta Boutade uscir
dovea dalla lor
pianta. 77 Posto avea
il genì'al letto
fecondo In mezzo un
padiglione ampio e
capace, ]] più ricco,
il più ornato,
il più giocondo Che
giammai fosse o
per guerra o
per pace, 0 prima
o dopo, teso
in tutto U mondo; £
tolto ella l'avea
dal lito trace:L'ayea
di sopra a
Costantin levato, Ch'a diporto
sul mar s'era
attendato. 83 Elena nominata
era colei, Per cui
lo padiglione a
Proteo diede; Che poi
successe in man
de'Tolomei. Tanto che Cleopatra
ne fa erede. Dalle
genti d'Agrippa tolto
a lei Nel mar
Leucadio fa con
altre prede: In man
d Augusto e
di Tiberio venne, £
in Roma sin
a Oostantiii si
tenne; 78 Melissa di
consenso di Leone, 0
piuttosto per dargli
maraviglia, E mostrargli dell'arie
paragone, Ch' al gran
vermo infernal mette
la briglia, E che
di lui, come
a lei par, dispone, E
della a Dio
nimica empia famiglia; Fé'
da Costantinopoli a
Parigi Portare il padiglion
dai messi stigi. 79
Di sopra a
Costantin, ch'avoi l'Impero
Di Grecia, lo
levò da mezzo
giorno, Con le corde
e col fusto,
e con l'intero '
Guemimento eh' avea dentro
e d'intorno: Lo fé' portar
per l'aria, e di Ruggiero Qaivi lo
fece alloggiamento adorno:
Poi, finite le
nozze, anco tornoUo Miracnlosamente onde
levollo. 80 Eran degli
anni appresso che
duo milia, Che fa
quel ricco padiglion
trapunto. Una donzella della
terra d'Ilia, Ch'avea il
furor profetico congiunto, Con studio
di gran tempo
e con vigilia Lo
fece di sua
man di tutto
puto. Cassandra fu nomata,
ed al fratello Inclito Ettor
fece un bel
don di quello. 81
n più cortese
cavalier che mai Dovea
del ceppo uscir
del suo germano (Benché sapea,
dalla radice assai Che
quel per molti
rami era lontano) Ritratto avea
nei bei ricami
gai D'oro e di varia seta,
di sua mano. L'ebbe,
mentre che visse,
Ettorre in pregio, Per
chi lo fece
e pel lavoro
egregio. 82 Ma poi
eh' a tradimento ebbe
la morte, E fu
'1 popol troian
da' Greci afflitto:Che
Sinon falso aperse
lor le porte, E
peggio seguitò che
non è scritto; Menelao ebbe
il padiglione in
sorte, Col quale a
capitar venne in
Egitto, Ove al re
Proteo lo lasciò,
se volse La moglie
aver che quel
tiran gli tolse. Akiosto.Stanza 51. 84
Quel Costantin, di
cui doler si
debbo La bella Italia
finché giri il
cielo. Costantin, poi che '1 Tevere
gì' increbbe, Portò in Bisanzio
il prezioso velo. Da
un altro Costantin
Melissa l'ebbe. Oro le corde,
avorio era lo
stelo; Tutto trapunto con
figure belle, Più che
mai con pennel
facesse Apelle. 85 Quivi
le Grazie in
abito giocondo Una Regina
aiutavano ai parto:Si
bello iniante n'apparia,
chel inondo Non ebbe
un tal dal
secol primo al
quarto. Vedeasi Giove, e
Mercurio facondo, Venere e
Marte, che l'aveano
sparto A man piene
e spargean d'eterei
fiori, Di dolce ambrosia
e di celesti
odori. 86 Ippolito diceva
una scrittura Sopra le
fasce in lettere
mi onte. In età
poi più ferma
l'Avventura L'avea per mano,
e innanzi era
Virtute. Mostrava nuove genti
la pittura Con veste
e chiome lunghe,
che venute A domandar
da parte di Corvino Erano al
padre il tenero
bambino. 87 Da Ercole
partirsi riverente Si vede,
e dalla madre
Leonora; E venir sul
Danubio, ove la
gente Corre a vederlo,
e come un Dio
l'adora. Vedesi il Re
degliUngari prudente. Che '1
maturo sapere ammira
e onora In non
matura età tenera
e molle, E sopra
tutti i suoi
Baron V estolle. 88
V'è chi negl'infantili e
teneri anni Lo scettro
di Strigonia in
man gli pone: Tempre
il fanciullo se
gli vede a' panni, Sia
nel palagio, sia
nel padiglione :0
centra Turchi o
centra gli Alemanni Quel
Re possente faccia
espedizione, Ippolito gli è
appresso, e fiso
attende A' magnanimi gesti, e
virtù apprende. S9 Quivi
si vede come
il fior dispensi De' suoi primi
anni in disciplina
ed arte. Fusco gli
è appresso, che
gli occulti sensi Chiari
gli espone dell'antiche
carte. Questo schivar, questo
seguir conviensi, Se immortai
brami e glorioso
farte, Par che gli
dica: così avea
ben finti 1 gesti
lor chi già
gli avea dipinti. 90 Poi
Cardinale appar, ma giovinetto, Sedere in
Vaticano a consisterò, E
con facondia aprir
l'alto intelletto E far
di sé stupir tutto
quel coro. Qual fia
dunque costui d'età
perfetto?Parean con meraviglia
dir tra loro. Oh
se di Pietro
mai gli tocca
il manto, Che fortunata
età ! che secol
santo ! 91 In altra
parte i liberali
spassi Erano e i
giuochi del giovene
illustre. Or gli orsi
affronta su gli
alpini sassi, Ora i
cingiali in valle
ima e palustre: Or
s'un giannette par
che 'l vento passi: Seguendo o
caprio, o cerva
multilustre, Che giunta, par
che bipartita cada In
parti uguali a
un sol colpo
di spada. 92 Di
filosofi altrove e
di poeti Si vede
in mezzo un'onorata
squadro. Quel gli dipinge
il ccrso de' pianeti, Questi la
terra, quello il
ciel gli squadra: Questi meste
elegie, quei versi
lieti, Quel canta eroici,
o qualche oda
leggiadra. Musici ascolta, e
vari suoni altrove; Né
senza somma grazia
un passo move. 93
In questa prima
parte era dipinta Del
sublime garzon la
puerizia. Cassandra l'altra avea
tutta distinta Di gesti
di pru'lenzia, di
giustizia, Di valor, di
modestia, e della
quinta Che tien con
lor strettissima amicizia; Dico della
virtù che dona
e spende; Delle quai
tutto illuminato splende 94
In questa parte
il giovene si
vede Col Duca sfortunato
degl' Insubri, Ch'ora in pace
a consiglio con
lui siede, Or armato
con lui spia
i colubri; E sempre
par d'una medesma
fede, 0 ne' felici
tempi o nei
lugubri:Nella fuga lo segue,
lo conforta Neil' afdiziou, gli
é nel periglio
scorta. 95 Si vede
altrove a gran
pensieri intento, Per salute
d'Alfonso e di
Ferrara; Che va cercando
per strano argumento, E
tjova, e fa
veder per cosa
chiara Al giustissimo frate
il tradimento Che gli
usa la famiglia
sua più cara; E
per questo si
fa del nome
erede, Che Roma a Ciceron libera
diede. 96 Vedesi altrove
in arme relucente, Ch'ad aiutar la
Chiesa in fìretta
corre; E con tumultuaria
e poca gente A
un esercito instrutto
si va opporre; E
solo il ritrovarsi
egli presente Tanto agli
Ecclesiastici soccorre,
Che'l fuoco estingue
pria ch'arder comince; bi
che può dir,
che viene e
vede e vince. XLVII. 97 Vedesi
altrove della patria
riva 103 Pugnar incoutra
la più forte
armata, E < Che
contra Turchi o
con tra gente
argiva Pei Da Veneziani
mai fosse mandata: Chi La rompe
e vince, ed
al fratel captiva
Ma Con la gran
preda V ha
tatta donata; Ve Né
per sé vedi
altro serbarsi lui,
Coi Che Tonor sol,
che non può
dare altrui. AH 98
Le donne e
i cavalier mirano
fisi, 104 Senza trarne
construtto, le figure,
E Perchè non hanno
appresso chi gli
avvisi Me Che tutte
quelle sien cose
future. E Prendon piacere
a rigujrdare i
visi Ma Belli e
ben fatti, e
legger le scritture:
Ch Sol Bradamante, da
Melissa instrutta, La Gode
tra sé; ohe
sa V istoria
tutta. Pe 99 Buggiero,
ancor cha par
di Bradamante 105 Non
ne sia dotto,
pur gli torna
a mente Co Che
fra i nipoti
suoi gli solea
Atlante So Commendar questo
Ippolito sovente. Ch Chi
potria in versi
appieno dir le
tante E Cortesie che
fa Carlo ad
ogni gente? Pi Di
vari giochi è
sempre festa grande,
E E la mensa
ognor piena di
vivande. Fi 100 Vedesi
quivi chi è
buon cavaliero; 106 Che
vi son mille
lance il giorno
rotte: P( Fansi battaglie
a piedi ed
a destriero, Pi Altre
accoppiate, altre confuse
in frotte. In Più
degli altri valor
mostra Ruggiero, E Che
vince sempre, e
giostra il di
e la notte,;
Di E cosi in
danza, in lotta
ed in ogni
opra, Se Sempre con
molto onor resta
di sopra. E 101
L'ultimo di, nell'ora
chel solenne 107 Convito
era a gran
festa incominciato; E Che
Carlo a man
sinistra Rnggier tenne,
CI E Bradamante avea
dal destro lato;
CI Di verso la
campagna in fretta
venne CI Contra le
mense un cavaliero
armato, CI Tutto coperto
egli e '1
destrier di nero,
E Di gran persona
e di sembiante
altiero. CI 102 Quest'era
il Re d'Algier,
che per lo
scorno 108 Che gli
fg' sopra il
ponte la donzella,
S( Giurato avea di
non porsi armi
intorno, E Né stringer
spada, né montare
in sella, CI Finché
non fosse un
anno, un mese
e un giorno
Q Stato, come eremita,
entro una cella.
Q Cosi a quel
tempo solean per
sé stessi D Punirsi
i cavalier di
tali eccessi. S 109
Mostrando ch'essendo eg
nnovo speso, Non doTea
conturbar le proprie
nozze; Raggkr rispose lor: State
in riposo; Che per me fdran
queste scase sozze. Larme
che tolse al
Tartaro famoso Vennero, e
tur tutte le
lunghe mozze. Gli sproni
il conte Orlando
a fiuggier strinse £
Carlo al fianco
la spada gli
cinse. SUnza 115. HO Bradamante
e Marflsa la
corazza Posta gli areano,
e tutto V
altro arceite. Tenne Astolfo
il destrier di
buona razza, Tenne la
staffa il figlio
del Danese. Feron d'intorno
far sabito piazza Rinaldo, Namo
ed Olivier marchese: Cacdaro in
fretta ognun dello
steccato, A tai bisogni
sempre apparecchiato.112 Cosi
a tutta la
pl, e allapià
parte Dei cara! ieri e
dei Baron parca; Che
di memoria ancor
lor non si
parte Quel ch'in Parigi
il Pagan &tto
ayea; Che, solo, a
ferro e a fuoco una
gnn parte N'avea distrutta,
e ancor vi
rimanea, E rimarrà per
molti giorni il
segno:Né maggior danno
altronde ebbe quel
regno. 113 Tremava, più
eh' a tutti gli
altri, il core, A
Bradamante; non ch'ella
credesse Che 1 Saracin
di forza, e
del valore Che vien
dal cor, pia
di Ruggier potesse; Né
che ragion, che
spesso dà l'onore A
chi l'ha seco,
Rodomonte avesse: Par stare
ella non può
senza sospetto; Che di
temere, amando, ha
degno effetto. 114 Oh
quanto Tolentier sopra
sé tolta L'impresa avria
di quella pugna
incerta . Ancorché rimaner di
vita sciolta Per quella
fosse stata più
che certa ! Avria eletto
a morir più
d'una volta, Se può
più d'una morte
esser sofferta, Piuttosto che
patir che 1
suo consorte Si ponesse
a pericol della
morte: 115 Ma non
sa ritrovar priego
che vaglia. Perché Ruggiero
a lei l'impresa
lassi. A riguardare adunque
la battaglia Con mesto
viso e cor
trepido stassi. Quinci Ruggier,
quindi il Pagan
si scaglia, E vengonsi
a trovar coi
ferri bassi. Le lande
all' incontrar parver di
gielo; I tronchi, augelli
a salir verso
il cielo. 116 La
lancia del Pagan,
che venne a
córre Lo scudo a
mezzo, fé' debole effetto Tanto
l'acciar che pel
famoso Ettorre Temprato avea
Vulcano, era perfetto. Ruggier la
lancia parimente a
porre Gli andò allo
scudo, e glie
lo passò netto, Tuttoché fosse
appresso un palmo
grosso. Dentro e di
fuor d'acciaro, e
in mezzo d'osso. lU
Donne e donzelle
con pallida faccia Timide
a guisa di
colombe stanno, Che da' granosi
paschi ai nidi
caccia Rabbia de' venti che
fremendo vanno Con tuoni
e lampi, eU
nero ar minaccia Grandine e
pioggia, e a' campi
strage e danno: Timide
stanno per Ruggier;
che male A quel
fiero Pagan lor
parea uguale. 117 E
se non che
la lancia non sostenne Il grave
scontro, e mancò al
primo assalto, E rotta in schegge
e in tronchi aver le penne Parve per
l'aria, tanto volò
in alto, L' osbergo apria
(si furi'osa venne), Se
fosse stato adamantino
smalto, E finia la
battaglia; ma si
roppe: Posero in terra
ambi i destrier
le groppe. XLVI. 118 Con
briglia e sproni
i cavalieri instando, Bisalir fèron
subito i destrieri; £
d' onde gittar V
aste, preso il
brando, Si toraaro a
ferir cmdeli e fieri.
Di qua
di là con
maestria girando Gli animosi
cavalli atti e
leggieri, Con le pungenti
spade incomlnciaro A tentar
dove il ferro
era più raro. 119
Non si trovò
lo scoglio del
serpente, Che fu sì
dnro, al petto
Rodomonte, Né di Nembrotte
la spada tagliente; Ne
1 solito elmo
ebbe qnel di
alla fronte; Che r
usate arme, quando
fu perdente Contra la
donna di Dordona
al ponte, Lasciato avea
sospese ai sacri
marmi. Come di sopra
avervi detto parmi. 124
Bodomonte per questo
non s'arresta. Ma s'avventa
a Rnggier che
nulla sente; In tal
modo intronata avea
la testa. In tal
modo offuscata avea
la mente. Ma ben
dal sonno il
Saracin lo desta: Gli
cinge il collo
col braccio possente; £
con tal nodo
e tanta forza
afferra, Che dall arcion
lo svelle, e
caccia a terra. 125
Non fa in
terra si tosto,
che risorse. Via più
che d'ira, di
vergogna pieno; Però che
a Bradamante gli
occhi torse, E turbar
vide il bel
viso sereno. Ella al
cader di lui
rimase in forse, E
fu la vita
sua per venir
meno. Ruggiero, ad emendar
presto queir onta, Stringe
la spada, e
col Pagan s'affronta. 120 Egli
avea un'altra assai
buona armatura, Non come
era la prima
già perfetta: Ma né
questa né quella
né più dura A
Balisarda si sarebbe
retta; A cui non
osta incanto né
fattura. Nò finezza d'acciar
né tempra eletta. Ruìer
di qua di
là d ben
lavora. Ch'ai Pagan l'arme
in più d'un
loco fora. Quando si
vide in tante
parti rosse Il Pagan
l'arme, e non
poter schivare Che la
più parte di
quelle percosse Non gli
andasse la carne
a ritrovare: A maggior
rabbia, a più
furor si mosse, Ch'
a mezzo il
verno il tempestoso
mare Oetta la scudo,
e a tutto
suo potere Sa l'elmo
di Ruggiero a
due man fere. Con
quella estrema forza
che percuote La macchina
eh' in Po
sta su due
navi, E levata con uomini e
con mote Cader si
lascia sulle aguzze
travi; Fere il Pagan
Ruggier, quando più
puote, Con ambe man
sopra ogni peso
gravi: Giova l'elmo incantato;
che senza esso, Lui
col cavallo avria
in un colpo
fesso. Ruggiero andò due
volte a capo
chino, E per cadere
e braccia e
gambe aperse. Raddoppia il
fiero colpo il
Saracino, Che quel non
abbia tempo a
ria verse; Poi vien
col terzo ancor:
ma il brando
fino Si lungo martellar
più non sofferse; Che
volò in pezzi,
ed al crudel
Pagano Disarmata lasciò di
sé la mano. stanza
Quel gli urta
il destrier contra,
ma Ruggiero Lo causa
accortamente, e si
ritira; E, nel passare,
al fren piglia
il destriero Con la
man manca, e
intorno lo raggira; E
con la destra
intanto al cavaliere Ferire il
fianco o il
ventre o il petto mhra; E
di due punte
fé' sentirgli angoscia,
L'una nel fianco,
l'altra nella coscia. 127
Rodomonte, ch'in mano
ancor tenea Il pome
e 1' elsa
della spada rotta, Ruggier su
l'elmo in gnisa
percotea. Che lo potea stordire
alj' altra botta. Ma Ruggier,
eh' a ragion vincer
dovea, Gli prese il braccio,
e tirò tanto allotta. Aggiungendo alla
destra V altra
mano, ' Che fuor
di sella alfìn
trasse il Pagano. Sua
foriea o sua
destrezza vaol che
oada Il Pagan sì,
eh' a Rnggier resti
al paro; Vo' dir
che cadde in
pie; che per
la spada Ruggiero averne
il meglio giudicaro. Ruggier cerca
il Pagan tenere
a hada Lungi da
sé, né di
accostarsi ha caro:Per
lui non fa
lasciar venirsi addosso Un
corpo così grande
e così grosso. Stanza E insanguinargli por
tuttavia il fianco Vede
e la coscia
e 1 altre
sue ferite. Spera che
venga a poco
a poco manco, Si
che alfin gli
ahhia a dar
vinta la lite. L'elsa
eU pome avea
in mano il
Pagan anco E con tutte
le forze insieme
unite Da sé scaglioni,
e si Ruggier percosse. Che
stordito ne fu
più che mai
fosse. 130 Nella guancia
dell'elmo e nella
spalla Fu Ruggier cólto;
e si quel
colpo sente, Che tutto
ne vacilla e
ne traballa, E ritto
si sostien difficilmente. ]1 Pagan
vuole entrar; ma
il pie gli
falla Che per la
coscia offesa era
impotente: E '1 volersi
affrettar più del
potere, Con un ginocchio
in terra il
fa cadere. 131 Ruggier
non perde il
tempo, e di
grand'urto Lo percuote nel
petto e nella
faccia; E sopra gli
martella, e den
si curto, Che con
la mano in
terra anco lo
caccia. Ma tanto fa
il Pagan, ch'egli
è risurto; Si stringe
con Ruggier sì,
che l'abbraccia: L'uno e
l'altro s'aggira e
scuote e preme. Arte
aggiungendo alle sue
forze estreme. 132 Di
forze a Rodomonte
una gran parte La
coscia e 'l
fianco aperto aveano
tolto. Ruggiero avea destrezza,
avea grand' arte . Era alla lotta
esercitato molto: Sente il
vantaggio suo, né
se ne parte; E
d'onde il sangue
uscir vede più
sciolto, E dove più
ferito il Pagan
vede, Pon braccia e
petto, e l'uno
e l'altro piede. 133
Rodomonte, pien d'ira
e di dispetto, Ruggier nel
collo e nelle
spalle prende: Or lo
tira, or lo
spinge, or sopra
il petto Sollevato da
terra lo sospende; Quinci e
quindi lo ruota,
e lo tien
stretto, E per farlo
cader molto contende. Ruggier sta
in sé raccolto,
e mette in
opra Senno e valor,
per rimaner di
sopra. Tanto le prese
andò mutando il
franco E baon Ruggier,
che Rodomonte cinse; Calcògli il
petto sul sinistro
fianco, E con tutta
sua forza ivi
lo strìnse. La gamba destra a un
tempo innanzi al manco Ginocchio e all'altro attraversdgli e spinse e dalla
terra in alto sollevollo, e con la testa in giù steso tomolio. Del capo e
delle schene Rodomonte La
terra impresse, e
tal fu la
percossa, Che dalle piaghe
sue, come da
fonte, Lungi andò il
sangue a &r
la terra rossa. Ruggier e' ha
la Fortuna per la fronte. Perché levarsi
il Saracin non
possa, L'una man col
pugnai gli ha
sopra gli occhi, L'altra alla
gola, al ventre
gli ha i
ginocchi. 136 Come l'i!
volta, ore si
cava Poro Là tra'
Paunonì o nelle
mine ibsre, Se improvvisa
mina su coloro Che
vi condusse empia
avarizia, fere, Ne restano
si oppressi, che
può il loro Spirto
appena, onde uscire,
adito avere; Così fu il Saracin
non meno oppresso Dal
vincitor, tosto ch'in
terra messo. 188 Come
mastin sotto il feroce
alano, Che fissi i
denti nella gola
gli abbia. Molto s
affanna e si
dibatte invano Con occhi
ardenti e con
spumose labbia, £ non
può uscire al
predator di mano. Che
vince di vigor,
non già di
rabbia; Cosi falla al
Pagano ogni pensiero D'nacir di
sotto al vincitor
Ruggiero. Alla vista dell'elmo
gli appresenta La punta
del pugnai ch'avea
già tratto; E che
si renda, minacciando,
tenta, E di lasciarlo
vivo gli fa
patto. Ma quel, che
di morir manco
paventa. Che di mostrar
viltade a un
minimo atto. Si torce
e scuote, e
per por lui
di sotto Mette ogni
suo vigor, né gli fa
motto. 139 Pur si
torce e dibatte
sì, che viene Ad
espedirsi col braccio
migliore; E con la
destra man che'l
pugnai tiene. Che trasse
anch' egli in quel
contrasto fuore, Tenta ferir
Ruggier sotto le
rene. Ma il giovene
s'accorse dell'errore In che
potea cader, per
differire Di far quell'empio
Saracin morire. E due
e tre volte
nell'orribil fronte Alzando, più
eh' alzar si
possa, il braccio, Il
ferro del pugnale
a Rodomonte Tutto nascose,
e si levò
d'impaccio. Alle squallide ripe
d' Acheronte, Sciolta dal corpo
più freddo che
ghiaccio, Bestemmiando fuggì l'alma
sdegnosa, Che fu sì
altiera al mondo
e si orgogliosa. St. 1.
V.18. Or, se
mi mostra la
mia carta il verOf
ecc.: ora, se la carta
della mia navigazione
non erra, non è
lungi il porto,
ecc. St. 3. V.58.
Mamma Beatrice, figlia
di Nicolò da Correggio
e sposa d'un
Sanvitale. Ginevra, figliuola di
Qiberto e di
Veronica Gambara maritata
Fregoso. Mette con le
correggesclie Veronica Gambara,
brescian8 la celebre rimairìce
imitatrice del Bembo,
che andò sposa a
Giberto signore di
Correggio. St. 4. V.34. Emilia
Pia: di nobilissima famiglia Carpiiriftna. E
la notrita Damigella
TrivtUzia al sacro speco.
Questa era figlia
di Giovanni Trivulzio, •
milanese; di quattordici
anni si dedicò
alla letteratura, evi fece
progressi maravigliosi. Il
sacro speco è la
gl'Otta della Focide,
presso Delfo, famosa
per le ispira zioni poetiche. Sr. 5.
V.28. Barbara Turca:
allude forse il
Poeta alla figlia del
duca di Brandeburgo,
maritata a Lodo vico Gonzaga, secondo
marchese di Mantova,
sopranno minato il Turco. Laura:
la tei'za moglie
del duca Alfonso, nata
in umile condizione,
ma donna d'alto
in gegno e di senno. Ecco
Ginevra che, ecc.:
Ginevra dEste, sorella del
duca Ercole, maritata
a Sigismondo Malatesta, signoro
di Uimini. St. 7.
V.1. Del mio
signor di BomoIo:
Federico Gonzaga, detto da
Bozolo, castello sulla
sinistra delrOglio, fu
valente capitano e
si segnalò nelle
guerre di Francia. St. 8.
V.18. Giulia Gonzaga
ecc.: moglie di
Vespasiano Colonna: era tanto
famosa per T
avvenenza, che il corsaro
Barbarossa mandò gente
in Fondi a
rapirh; e l
ella appena potè
salvarsi, fuggendo in
camicia. La cogitata
è con lei:
Isabella Colonna, moglie
di Luigi da Gazolo. Anna
d'Aragon, luce del
Vasto: era figlia di
Ferrante d'Aragona, e
moglie di Alfonso dAvaIos, marchese
del Vasto. St. 9.
V.38. La sorella
è con lei.
Parlasi di Gio vanna, sorella della
maichesa del Vasto,
e moglie di Ascanio
Colonna. Ecco chi
tolto ha dalla
scura spiaggia, ecc.: Vittoria
Colonna, la celebre
poetessa, moglie di Ferdinando
Francesco d'Avalos, marchese
di Pescara. St. 10. V.8. V
uni co Accolti:
improvvisatore senza pari, unico.
Era aretino. Frequentò
la corte di
Urbino, e s'innamorò della
Duchessa Elisabetta. St. U.
V.14. Benedetto, il
nipote: detto il car
dinale di Ravenna; mori
in Firenze di
morte subitanea. Col
cardinal di Mantua
e col Campeggio.
Il primo Po.
Ercole Gonzaga, fratello
di Francesco nltlmo
marchese, e di Ferdinando
primo duca di
Mantova; T altro fu Lorenzo
Campeggio, giureconsulto bolognese.
Ambi' due ebbero il
cappello cardinalizio da
Clemente TIF. St. 12.
V.18. Lattanzio e
Claudio Tolomei: due lettei'ati di
Sisna; Claudio fu altresì
distinto oratore e poeta.
Paulo Pausa: genovese,
che coltivò la
poesia latina. EH Dresino:
Giorgio Trissino di
Vicenza, dotto nelle lettere
greche e poeta,
autore dell Italia liberata e della Sofonisba.
Latino Giovenal: lette YKìo
parmigiano, linomato ai
tempi di Leon
X e di papa
Clemente, nella corte dei
quali si segnalò.
B i Capilupi miei.
Erano cinque mantovani
di questa fa miglia; ma
il Poeta intende
forse di Lelio
e dlppolito, noto qnest
ultimo come scrìttor
di sonetti e
di centoni latini. EH
Sasso: modenese, scrittor di
rime italiane e latine.
EH Molta: Fiancesco Maria
Molza di Mo dena letterato valente,
rimatore e compagnone amabi lissimo. Giulio
Camillo: rimatore anch'egli,
e autore del Teatro
delle scienze, opera
scritta per facilitare
agli studiosi le vie
del sapere, adombrate
qui sotto il
nome di Hvi ascrei.
Marco Antonio Flaminio: da
Imola, poeta latino e
scrittore di cose
sacre e filosofiche.
Jl Sanga: abile ciferista,
e per ciò gradito
a Clemente YIL
Il Berna: Francesco
Bemi, il celebre
canonico fio rentino, dagli scritti
festevoli di cai
ha preso nome lo
stile bernesco. St. 13.
V.18. Ecco Alessandro,
ecc.: il cardinale Alessandro Farnese,
nomo di lettere,
e amsnte de
letterati, creato papa col
nome di Paolo III Fedro: da Volteria, familiare del cardinale Pompeo
Colonna, e professore d'eloquenza,
comejlo fu Camillo
Porzio, nominato in questo
stesso verso. Il
bolognese Filippo, Rammenta verosimilmente Filippo
Beroaldo, molto accetto a
Leon X, e
da quel pontefice
preposto alla Biblioteca Vaticana. Il
Volterrano: Raffaello da Volterra, uomo versato in
tutte le buone
discipline. Il Madalena: riguardato
nella corte romana
come leg giadro scrittore. Blosio: di
nome Palladio, eccellente poeta e
segretario di Clemente
VII. Pierio: genti luomo di Cividal
di Belluno, verseggiatore. Il
Vida cremonese: Girolamo Vida,
che tratta in versi latini di vari soggetti, e scrive sui
filugelli e sul
giuoco degli scacchi. E
Lascari, e Musuro
e Navagero: Gio \
anni Lascari di
Costantinopoli, Iti dottissimo
grecista e caro a
Lorenzo il Magnifico.
Il Musuro era
di Creta; eipose in
Padova i classici
greci, ebbe da
Leon X la sede
vescovile di Ragusi,
e poco prima dì sua morte ottenne il cappello cardinalizio. Navagero e gentiluomo
veneziano, culto e
castigato latinista, e
fu in pregio anche
per le sue
rime italiane Andrea
Marone: bresciano, gratissimo
a Leone X,
le cui cene
rallegrava colle sue latine
ed estemporanee poesie.
E H nwnaco Severo.
Don Severo da
Volterra, monaco ca maldolese,
amico dell’autore e poeta. St.
14. v.18. Ecco altri duo
Alessandri, ecc.: Alessandro dall'Orologio, nobile
padovano, e Alessandro Guarino, letterati.
Mario d'Olvito: Mario Equicola da
Olvito nel regno
di Napoli, fu
lungo tempo in
corte di Federico marchese
di Mantova, e
scrisse di cose
d'a more, d'antichità e di
storia. Pietro Aretino: V in fame
scrittore troppo conosciuto
perchè s' abbia a par
lame. Duo Jeronimi:
il veronese Girolamo
Verità, poeta in italiano,
e Girolamo Cittadini,
verseggiatore latino. Il Mainardo:
ferrarese, dotto nella
scienza medica, scrittore di
medicina. Il Leoniceno :
àottìa ! Simo medico vicentino, e
il primo a tradoire le opere di Galeno;
ed era assai
gradito ad Ercole
li e al
figlio di lui Alfonso. St. 15. V.78. Il Fracastorio:
Girolamo Fraca storo, medico
veronese, astronomo, ed
autore del poema sulla
Sifilide. Jl Bevazzano: era veneziano,
e 8ti> mato nella
corte di Leon
X e di
papa Clemente. Trifpn
Gabriele: veneziano anch'esso,
e uomo di
gran giudizio, benché nulla
abbia lasciato di
scritto. E il Tasso:
Bernardo Tasso, bergamasco,
celebre poeta, e padre
di Torquato. St.
16. V.18. Niccolò Tiepoli:
senatore veneto di grande
autorità, e uno
fia i primi
riformatori dello Studio di
Padova. Niccolò Amanio:
v<mU cremmaco, Il
mio Valerio: il
veneto Gian Francesco.
Col Barignan: Piero Barignano,
il dicitore in
rima" e ao cademico
in Roma ai
tempi di Leon
X. St. 17. V.28.
H Pico: Gian
Francesco Pico della Mirandola. Il
Pio: Alberto Pio,
signore di Carpi.
Jacobo Sannaziar, ecc.:
il primo a
comporre Ecloghe piscatorie,
St. 18. V.27. Pisto/ilo: Bonaventura Pistofilo, segretario del
duca di Ferrara.
Ad esso T
Autore indi rizzò rnltima delleiue
satire. Cot Acciainoli:
fio rentini di origine; furono
tre i lodati
dal Giraldi come valenti
poeti; Antonio cioè,
Jacopo ed Archelao.
An nibal Malagnxto: il
Poeta lo dice
sao parente, perchè la
madre sua appartenne a quella
famiglia. Del mio Tiativo nido:
di Reggio; ove nacque
il poeta. St. 19. V.1.
"WWor Fausto .greco
di nazione, pro fessore di lettere
gree, e soprintendente all'arsenale di Venezia. St.
59. V.16. Quale il
canuto Egeo, ecc.:
re di Atene, che,
ad istigazione di
Medea sua moglie,
fa sai punto di
avvelenare, non conoscendolo, Teseo nato
da lui e da
Etra. Ma ravvisando
la spada di
Teseo per quella eh'
egli medesimo aveva
lasciata ad Etra,
si astenne da quel
misfatto. St. 67 y. 34.
Gano col
eonte Anselmo, ecc.
Gano 0 Ganellone di
Magonza, il conte
Anselmo d'Alt ariva, ricordati altrove,
erano, insieme con
gli altri tre no
minati nel quarto verso,
nemici delle due
famiglie Mon grana e
Chiaramonte. St. 80. V.S7. Della
terra d'Ilia: di Troia, detta anche Ilio. Cassandra: figlia
del re Priamo, e pro fetessa. St. 82.
V.38. Sinon falso: quel greco,
che per suase i Troiani
ad accogliere nella
città 11 cavallo,
entro cui stavano nascosti
i Greci, che
poi la disfecero.
Menelao: re di
Sparta, marito d'Elena,
che fu rapita da
Paride. Proteo: re d'Egitto,
di coi Erodoto
nana che, spinto essendo
dalla burrasca Paride
con la rapita Elena
a Canopo, i due amanti fbrono
mandati InMenfi a Proteo,
il quale si
tenne Elena, e
rimandò l'amante. Finita la
guerra troiana, Menelao
andò in Egitto
e riebbe la moglie,
la quale dal
Poeta si finge
riscattata col padiglione che
nella precedente Stanza
ò mentovato. ST. 84.
y. 12. Di cui
doler si debbe
La bella Italia, per la male augurata traslocazione della sede imperiale
in Costantinopoli. St. 85. Questa
e le Stanze
seguenti fino a
tutta la 97 ridondano
di lodi profuse
al cardinale Ippolito
d'E ste, nato dal duca
Ercole I e
di Leonora d'Aragona. Beatrice d'Aragona,
sua zia materna
e moglie di Mattia Corvino re d’Ungheria,
volle Ippolito presso di se, essendo egli per anche fàuolullo. Tenuto in gran conto dal re,
ottenne Tarci vescovato di Strigonia. Poscia chia mato a Milano da
sua morella, consorte
di Lodovico Sforza, e arcivescovo di Milano e cardinale, ed ebbe gran parte nel
governo dello stato. Giustifica la Adncia in lai posta da Lodovico, restandogli
fedele anche nel lawersa fortuna.
Divenne poi vescovo d'Agria, ed ebbe onoriAche preminenze sull’alto clero di
Roma. Salvò lo Stato da inteme
perturbazioni, scoprendo la
congiura ordita contro di Alfonso
da Qiulio e Ferdinando d'Este. 8t. 89. V.3. Fusco: Tommaso Fusco,
prima precettoie, poi segretario d'Ippolito. St. W. V.2. Col duca sfortunato degl'Insubri: con Lodovico
Sforza duca di Milano, cacciato da Luigi
XIL il av p COI l ti i dai nle Ariosto. 1. Gregorio Calopreso. Gregorio
Caropreso. Gregorio Caroprese. Gregorio Caloprese. Keywords: il filosofo delle
incantatrice esperienze, naturalismo di Lucrezio, renatismo, cartesianismo,
impero romano, vita civile, Vico, Caloprese e Vico, Croce e Caloprese, animo,
corpo ed animo, renatismo, Ariosto, Orlando innamorato, Orlando furioso,
passione, filosofia, Arisosto tra i filosofi, il nuovo Carneade. Refs.:
Speranza, “Grice e Caloprese” – The Swimming-Pool Library. Caloprese.
Luigi Speranza -- Grice e Caluso: la ragione conversazionale,
la grammatica universale e l’implicatura conversazionale degl’initiati e gl’initiante
– initians, initiatum – inizianti – scuola di Torino – filosofia torinese –
filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Filosofo torinese.
Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Valperga: essential
italain philosopher. Grice:
“Noble Italians love a long surname, so this is Valperge-Di-Caluso,” and so
Ryle had in under the “C””. Tommaso Valperga di Caluso. Discendente
dai Valperga, nobile famiglia piemontese, nei primi anni della giovinezza si
sentì attratto dalla carriera delle armi. A Malta, ospite del governatore
dell'isola, si addestra alla vita marinara imparando le dottrine nautiche e fu
capitano sulle galee del re di Sardegna. Entrato poi a Napoli nella
congregazione dei padri filippini fu professore di teologia. Tornato a Torino studia fisica e matematica
sotto la guida del BECCARIA, con Lagrange, Saluzzo e Cigna. Frequentatore delle
riunioni culturali sampaoline nelle sale della casa di Gaetano Emanuele a di
San Paolo ritrova l'Alfieri, che aveva conosciuto a Lisbona. Scopre in lui il
futuro poeta e tra loro nacque una profonda amicizia. Eccelse negli studi filosofici e apprese
l'inglese, il francese, lo spagnolo e l'arabo e conobbe con sicurezza il
latino, il greco, il copto e l'ebraico. Insegna a Torino. Fu direttore
dell'osservatorio astronomico di palazzo Madama, incarico che cede al Vassalli
Eandi. Membro della Massoneria. "Le
veglie di Torino, Joseph de Maistre", in: Storia d'Italia, Annali,
Esoterismo, Gian Mario Cazzaniga, Einaudi, Torino. Fratello del viceré di
Sardegna. Altre
opere: “Literaturae Copticae rudimentum” Parmae, Ex regio typographaeo); “La
Cantica ed il Salmo secondo il testo ebreo tradotti in versi” (Parma, tipi bodoniani);
“Prime lezioni di gramatica Ebraica” (Torino, Stamperia della corte d'Appello,
Tommaso Valperga di C., Thomae Valpergae inter Arcades Euphorbi Melesigenii
latina carmina cum specimine graecorum, Augustae Taurinorum, in typographaeo
supremae curiae appellationis; Principes de philosophie pour des initiés aux
mathématiques, Turin, Bianco. Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Renzo Rossotti, Le strade di Torino.L'‘Orlando
Innamorato' in «Giornale storico della letteratura italiana», Milena Contini,
La felicità del savio. Ricerche su Tommaso Valperga di C., Alessandria,
Edizioni dell'Orso. Traduttore in piemontese dell'incipit dell'Iliade, in
«Studi Piemontesi», Milena Contini, Le riflessioni di Tommaso Valperga di
Caluso sulla lingua italiana, in La letteratura degli italiani. Centri e
periferie, Atti del Congresso Adi, Pugnochiuso D. Cofano e S. Valerio, Foggia,
Edizione del Rosone. Ugolini mors. Traduzioni latine di Inferno XXXIII, in
«Dante. Rivista internazionale di studi su Alighieri», Poetica teatrale: traduzioni ed esperimenti,
in La letteratura degli italiani II. Rotte, confini, passaggi, Atti del
Congresso Adi, Genova A. Beniscelli, Q. Marini, L. Surdich, DIRAS, Università
degli Studi di Genova. Il corpo martoriato. L'interesse di Caluso per quattro
atroci fatti di sangue, in Metamorfosi dei lumi 7: il corpo, l'ombra, l'eco,
Clara Leri, Torino, aAccademia university press, Versione latina di Inferno, in
«Lo Stracciafoglio». Plagio dal Villebrune apposto al Petrarca: un'appassionata
confutazione di “meschine, arroganti e scortesi” calunnie sull’Africa, in «Sinestesie»,
Un maestro da ricordare, in «Rivista di Storia dell'Torino.” Principi di
Filosofia per gl' Iniziati nelle matematiche di Tommaso Valperga-C.
volgarizzati dal Conte con Annotazioni di Rosmini-Serbati (Turin). See also Cerruti's
La Ragione Felice e altri miti (Florence). C.: motivi prerosminiani del sentimento
fondamentale corporeo. demiurgo piemontese.
L’interesse del C. per l’omicidio e il “lato oscuro” non è mai stato
indagato, perché la critica, nella rappresentazione dell’abate, ha sempre
privilegiato l’immagine severa e inflessibile di maestro onnisciente e di
saggio imperturbabile, scolpita dai biografi ottocenteschi. Questo ritratto
idealizzato e deformato dell’abate ha generato non pochi equivoci
interpretativi: se si studia la sua vita attraverso i suoi diari e il suo ricco
epistolario e si analizzano con attenzione le sue opere tanto edite quanto
inedite, ci si accorge, infatti, che la sua personalità è tutt’altro che
granitica. Prima di accingersi a esaminare la sua figura è necessario quindi
liberarsi di questi stereotipi: il fatto che l’ottimista abate, come lo definì
il Foscolo, avesse dedicato molti scritti allo studio della ragione non esclude
affatto che egli fosse incuriosito anche dalla parte irrazionale dei uomini,
anzi le sue considerazioni sui “limiti della ragione” si collocano
perfettamente all’interno delle sue riflessioni sulle facoltà intellettive. L’inedito
Della felicità de’ governati, ritrovato presso l’Archivio Peyron della
Biblioteca Naziona. Gli studi calusiani sulla ragione, e in particolar modo sul
rapporto tra ragione e virtù, sono inseriti nelle opere dedicate alla felicità,
tema particolarmente caro a lui, che si impegnò nell’indagine di questo
complesso concetto dalla gioventù fino all’estrema vecchiaia: è possibile,
infatti, seguire l’evoluzione della riflessione del Caluso sulla felicità dalle
lettere al nipote degli anni Sessanta del Settecento fino al Della felicità de’
governati. Il tema della felicità pervade tutta la produzione dell’autore; esso
non è affrontato solo nella saggistica filosofica, nelle lettere intime ad
amici e parenti e nelle poesie, ma si ritrova anche nei trattati didattici e in
alcune opere erudite, perché e convinto che il fine di ogni studio fosse la
felicità, la quale puo essere conquistata solo attraverso una profonda passione
per le lettere e per le scienze. A proposito del concetto calusiano di “rassegnazione”
si legga il seguente passo, tratto della lette. Euforbo Melesigenio, Versi
italiani cit. Diderot constata che nella pratica quotidiana si incontravano
uomini felici, pur essendo tu… L’indagine sulla felicità porta inevitabilmente
il Caluso a scontrarsi con lo studio della ragione. Secondo C., la ragione ha
un duplice ruolo: da un lato ci fornisce gli strumenti adatti a conquistare la
felicità, dall’altro ci fa acquisire la coscienza di non avere sempre il
dominio su ciò che accade. La consapevolezza porta alla rassegnazione, questa
rassegnazione però aiuta sì a sopportare i casi della vita, ma non dona la
felicità, come teorizzavano gli stoici. C. pensa, quindi, che i poteri della
ragione siano limitati. Questa presa di coscienza però non lo porta a meditare
sul fatto che la felicità possa essere disgiunta dalla ragione. Infatti, se da
un lato ammette che anche il più saggio tra gli uomini è vittima della
sofferenza («né sognai che ad uom concesso viver fosse ognor lieto, o ne’
tormenti sdegnerò dir misero il Saggio stesso»), dall’altro non arriva a
constatare, come avevano fatto, per esempio, Diderot e Voltaire, che spesso
nella vita reale gli uomini privi di ragione e di virtù sono felici. Euforbo
Melesigenio, Versi italiani cit., p. 22. Il fatto che le passioni fossero
necessarie all’uo... Versi italiani. Il manoscritto è conservato presso la
Biblioteca Reale di Torino (Varia). I manoscritti di L’Amour vaincu (Varia) e
di Les aventures du Marquis de Bel. La ragione ha anche il fondamentale compito
di dominare le passioni. Ripropone la celebre esortazione platonica alla
misura, ripresa da molti autori, tra i quali Rousseau, che in più luoghi
sottolineò come la ragione avesse la funzione di equilibrare i moti violenti
dell’animo. E convinto che i sentimenti estremi causassero soltanto sofferenza.
Non invita certo ad anestetizzare gli affetti, anzi pensava che non vi fosse
nulla di peggio che una vita senza passioni ed emozioni («Che un dolce pianto è
più felice molto / Non delle noie sol, ma dell’inerte Ghiaccio d’un cor, cui
ogni affetto è tolto»), ma crede che la morbosità fosse una pericolosa
malattia. Nella Ragione felice egli porta l’esempio della follia amorosa di
Polifemo per Galatea. Il poeta descrive la corruzione del corpo del ciclope,
consumato dal desiderio ed incapace di dominarsi («Odil che fischia, livido
qual angue / Le spumeggianti labbra, e l’occhio in foco / Vedil cerchiato di
vermiglio sangue»). L’autore crede che solo i casti amori, congiunti a «l’arti
e gli studi, possano regalare la felicità. Questo riferimento all’amore
platonico è un omaggio alla principessa di Carignano, dedicataria del poemetto,
che teorizza come la felicità si fonda sulla rinuncia alla passione sia nel
saggio filosofico inedito Sur l’amour platonique sia nei due romanzi, anch’essi
inediti, L’Amour vaincu e Les nouveaux malheurs de l’amour. Euforbo
Melesigenio, Versi italiani. La follia amorosa non è l’unica passione
condannata da C.. Infatti deplora ogni sentimento capace di far perdere il
controllo delle proprie azioni. Nel poemetto La Tigrina o sia la Gatta di S. E.
la madre donna Emilia, composto a Napoli, descrive le funeste conseguenze della
gelosia, mentre nei “Varia Philosophica” presenta l’esempio della
vendetta: L’inedito VARIA PHILOSOPHICA, ritrovato presso l’Archivio Peyron
della Biblioteca Nazionale Univers. Onde sono le passioni uno scaldamento di
fantasia, una specie di pazzia, che perverte il giudicio, e ne fa credere che
in quella tal cosa passionatamente voluta vi sia per noi un bene, un piacere,
una soddisfazione che veramente non vi è né la ragione per tanto ve la può
trovare. Tale è per esempio la vendetta. T. Valperga di C., Di Livia Colonna
del cittadino Tommaso Valperga, in Mémoires de l’Académie. La raccolta fu
pubblicata a Roma da Antonio Barre15 Id, Di Livia Colonna. Si dedicò allo
studio dei limiti della ragione in una serie di scritti e appunti su fatti di
sangue; nell’articolo Di Livia Colonna, per esempio, ricostruisce la tragica
fine della nobildonna romana basandosi sulla raccolta di poesie Rimedi diversi
autori, in vita, e in morte dell’ill. s. Livia Colonna («Da parecchi versi per
la di lei morte si ritrae che in aprile del 1554, al più tardi, e certamente
non prima del 1550, fu Livia trucidata barbaramente» Quest’opera comprende
numerosi componimenti dedicati a Livia Colonna, scritti da trentuno poeti, tra
i quali anche il Caro e il Della Casa. In un brano del Della certezza
morale ed istorica sottolinea come sia importante esaminar. Cita le seguenti
fonti: G.B. Adriani, Istoria de’ suoi tempi di Giouambatista Adriani genti. Ricorda
che vari poeti avevano scritto «molte dolenti rime» su questo tema e cita un
pass. Sottolinea che la raccolta, non essendo dotata né di prefazione né di
note, non permette di contestualizzare i fatti ai quali si allude nelle rime,
ma aggiunge che, vista la notorietà del casato di Livia, non gli è stato
difficile identificare la donna e reperire informazioni in merito alla sua
vita17: Livia nacque da Marcantonio Colonna e Lucrezia della Rovere; è rapita
da Marzio Colonna duca di Zagarolo, che in questo modo riuscì a sposare la
bellissima e ricchissima giovinetta; qualche anno dopo perse, e di lì a poco
riacquistò, la vista 18, nel 1551 rimase vedova. Dopo aver elargito queste
informazioni, C. passa a parlare del tema che lo ha maggiormente
interessato: Valperga di C., Di Livia Colonna. Ma qui veniamo al punto,
che ha stimolata la mia curiosità, e richiede più diligenti ricerche. Da
parecchj versi per la di lei morte si ritrae che in aprile del 1554 al più
tardi, e certamente non prima del 1550, e Livia trucidata barbaramente. L’abate
fa una precisazione sul nome della figlia di Livia: “la figliuola della nostra
Livia da Dom. Egli deduce da alcune evidenti allusioni presenti nelle rime
della raccolta che Livia fu uccisa dal proprio genero Pompeo Colonna, che aveva
sposato la figlia Orinzia20 poco tempo prima. Rivolta la carta 87 delle
mentovate rime si legge, che l’uccisore l’empio ferro tinse nel proprio sangue,
e alla carta si fa dire a Livia già ferita, che fai figliuol crudele? Pompeo
suo genero aveva tratto il sangue dallo stesso casato, non che da Camillo suo
padre, da Vittoria sua madre, anch’essa Colonna. E qual altro assassino, che un
genero, poteva chiamarsi figliuolo da una donna giovine, che non avea prole
maschile? Identificato l’assassino, passa a esaminare i possibili moventi
dell’omicidio: Pompeo fu spinto a uccidere la suocera dall’avidità, dall’ira o
dal senso dell’onore. L’autore sembra propendere per il primo movente:
nelle rime, infatti, si legge che la nobildonna fu uccisa «sol per far ricco un
uomo; l’abate riflette inoltre sul fatto che, con la morte di Livia, Orinzia
avrebbe ereditato numerosi poderi, sui quali avrebbe poi messo le mani Pompeo,
dato che «ognun sa quanto facilmente dell’aver della moglie sia più ch’essa
padrone un marito fiero e imperioso». Per quanto concerne invece il movente
dell’ira, suggerito dal fatto che «la mano del parricida vien detta forse di
sangue ingorda più che di vero onor, C. non si profonde in ipotesi specifiche,
ma si limita a osservare che i motivi di astio tra persone «che hanno a fare
insieme» sono innumerevoli. Questo movente può essere collegato con quello
dell’onore: la collera di Pompeo, infatti, potrebbe essere stata causata dalla
scoperta o dal sospetto che la suocera si fosse sposata segretamente con un
servo. L’autore trae questa idea da un verso del Dardano, nel quale si fa
riferimento alla mano mozzata di Livia -- E la recisa man, l’aperto lato -- l’abate
immagina che Pompeo avesse mutilato la suocera per punirla d’aver concesso la
propria mano a un servitore. C. riflette inoltre sul fatto che questo terzo
movente può essere collegato anche col primo, dato che il matrimonio di Livia
avrebbe ridotto l’eredità di Pompeo: ogni matrimonio della suocera dovea
spiacergli per lo pensiero che in conseguenza n’andrebbe ad altri gran parte di
quello che aspettava dover dalla suocera, quando che fosse, venir a lui. Zannini,
Livia Colonna tra storia e lettere in
Studi offerti a Giovanni. L’interpretazione calusiana del verso del Dardano è
criticata da Zannini nel saggio Livia Colonna tra storia e lettere, nel quale
egli fa numerosi riferimenti al “cittadino” Tommaso Valperga di C., che
centosettant’anni prima, «imbastì su fragilissime basi la trama di un
romanzetto che avrebbe potuto incontrare fortuna, come altri fatti di sangue
del secolo xvi, presso fantasiosi lettori. Archivio di Stato di Roma, Tribunale
del Governatore, Processi, I responsabili furono condannati grazie alle
deposizioni di testimoni oculari. La testimone oculare Beatrice di Petrella,
per esempio, dichiarò che Livia fu ferita due volte alla... Chiodo, Di alcune
curiose chiose a un esemplare delle “Rime” di Gandolfo Porrino custodito nel F.
Zannini ricava dai documenti processuali, trascritti in appendice al saggio,
che Livia fu uccisa da due sicari assoldati da Pompeo, che non partecipò
attivamente all’omicidio della suocera, ma si limitò ad assistere. I giudici
stabilirono che il movente del crimine fu il denaro; nelle carte del processo e
nel documento di condanna contro il mandante Pompeo Colonna e gli esecutori
Paciacca di Terni e Filippo di Metelica, non vi è alcun accenno né alla
mutilazione della mano né al matrimonio di Livia con un domestico. Lo studioso
riflette inoltre sul fatto che nel xvi secolo difficilmente sarebbero stati
scritti e pubblicati tutti quegli elogi» su Livia, se quest’ultima avesse
«abbandonato la castità vedovile per unirsi a un servitore. Egli quindi ritiene
che C. abbia mal inteso il verso del Dardano, che doveva invece essere
interpretato in un altro modo: «dando a “mano” il senso di “fianco”, avremmo
una plausibile spiegazione del sogno. Infatti Livia scopertosi il “lacero
petto” non poteva in tal guisa mostrare una “mano”, ma un fianco con una
profonda lacerazione». Contro questa interpretazione polemizza, giustamente,
Domenico Chiodo, che difende le ragioni del C.: «le sue [dell’abate] capacità
di lettura erano infinitamente superiori alle ‘ragionevoli’ supposizioni del
nostro contemporaneo. L’opera è scritta con inchiostro nero e grafia minuta su
5 carte scritte sia sul recto ... È bene
precisare che il Verani si rivolge a un anonimo amico che gli aveva chiesto di
commentare il ... Di Livia Colonna del cittadino Tommaso Valperga-C.: Osservazioni
del Cit. Tommaso Verani Ex-ago ... Anche ai tempi del C. era stata sollevata
una critica alla ricostruzione dell’abate; nel manoscritto inedito Di Livia
Colonna del cittadino Tommaso Valperga-C.: Osservazioni del Cit. Tommaso Verani
Ex-agostiniano, conservato presso il Castello di Masino, Verani dichiara di non
fidarsi delle parole dei poeti della raccolta, perché: «la maggior parte di
essi soggiornavano lontano dalla Capitale del Mondo Cattolico e perciò soggetti
a ricevere da’ loro corrispondenti varie o false o almen dubbiose relazioni. Scrive
Verani. Quanto a Pompeo Colonna, che egli fosse il barbaro uccisore di Livia,
non vi è a ... Egli spiegava diversamente il significato dei versi citati da C.
e in questo modo metteva in discussione sia la colpevolezza di Pompeo sia
l’interpretazione del verso del Dardano. Altrettanta fede merita il sogno del
Dardano, a cui non comparve Livia con la recisa man, l’aperto lato, sembrandomi
assai più probabile che al primo colpo ella cercasse di ripararsi colla mano,
ed anche al secondo, onde la mano venisse gravemente ferita, ma non recisa. L’articolo
di lettera è conservato presso gli Annali calusiani della Biblioteca Reale di
Torino (La sua spiegazione ha invece persuaso il Vice Bibliotecario di Mantova
Negri, che in una lettera scrive a Napione di aver trovato un epigramma latino
che confermava le ipotesi d’C.; nel componimento però non vi è un riferimento
esplicito alla mutilazione della mano. Il caso dell’assassinio della
Contessa Aureli aveva interessato anche A. Ferrero Ponziglione, che n ... Il
manoscritto è vergato su 6 carte, compilate sia sul recto sia sul ... C. si
occupa anche di un altro fatto di cronaca nera dai risvolti torbidi e brutali:
l’assassinio di una contessa da parte di un ufficiale francese40. Presso il
Fondo Peyron sono conservati due documenti, scritti da mani diverse41,
concernenti la vicenda del delitto della Contessa Aureli della Torricella; le
prime due carte contengono una raccolta di cinque testimonianze intorno a
Monsù, ovvero Monsieur, Bresse («Memorie intorno Monsù Bresse che uccise la
Contessa Aureli della Torricella, nata Colli, famiglia patrizia della Presente
Città di Cherasco»), mentre le successive quattro carte contengono un racconto
particolareggiato dei fatti. Il narratore formula varie ipotesi sulle
origini del Bresse che, a seconda dei diversi indizi, può ... Sotto il racconto
si legge la seguente nota: «La presente Relazione fu trovata trai Scritti
dell’al ... La vicenda esposta nel secondo documento è la seguente: l’ufficiale
francese Monsieur Bresse42 è follemente innamorato della Contessa Aureli della
Torricella che però, pur apprezzando la sua compagnia, non vuole concedersi
all’amico. Dopo un anno di incessanti nonché vani corteggiamenti, Bresse sale a
casa della donna e, approfittando di un momento di intimità, tenta per
l’ennesima volta di sedurla; la Contessa Aureli però si nega in modo risoluto e
la fermezza del suo rifiuto umilia a tal punto il Bresse da farlo cadere in
preda a un raptus omicida: egli brandisce la spada e sferra sei colpi nel petto
della donna. La vittima, nel tentativo di difendersi, si taglia di netto un
dito della mano e il suo disperato schermirsi eccita ancor più il furore sadico
del Bresse, che la colpisce sul volto con pugni e con l’elsa della spada.
Finito il massacro, l’assassino chiude la porta a chiave e torna a casa, dove,
colto dal rimorso e dall’orrore delle proprie azioni, si toglie la vita con un
colpo di baionetta in mezzo agli occhi. La Contessa intanto, non ancora
sopraffatta dalla morte, striscia in un lago di sangue e tenta di alzarsi
aggrappandosi alla tappezzeria, che cede per il peso del corpo e fa ricadere a
terra la donna ormai agonizzante. L’Aureli viene ritrovata qualche ora dopo col
volto tumefatto, il petto squarciato dalle ferite e un orecchio aperto in due.
Più tardi viene rinvenuto anche il cadavere del Bresse, che dopo essere stato
conservato tre giorni nella sabbia, viene seppellito, secondo un ordine giunto
da Torino, come si farebbe con «dei cani o degli asini morti». Il racconto si
conclude con una tirata moraleggiante contro la pratica del cicisbeismo, ormai
diffusasi anche presso le «petecchie di Cherasco» che fanno carte false per
procurarsi un «damerino». Il suo comment si trova nella parte inferiore del
recto dell’ultima carta. È da segnalare i ... C. scrisse alcune considerazioni
in merito al secondo documento del manoscritto. Questa non è relazione, ma
novella, a imitazione di quelle del Boccaccio, benché non molto felicemente
lavorata. Le ultime parole sono d’un impostore, che le ha aggiunte a disegno di
far credere che fosse questo un ragguaglio fatto a un Cardinale. Ma oltre che
vi stanno appiccicate collo sputo, e non sono dello stile del rimanente, non si
confanno in modo alcuno col titolo e cominciamento. Senza dubbio l’autore finì
ove ha posta la stelletta. È qui del rimanente questa novella molto mal concia
del suo copista. L’abate quindi commenta il manoscritto da due diversi punti di
vista: da un lato dimostra la falsità delle dichiarazioni che chiudono il
racconto e dall’altro critica i contenuti e lo stile della narrazione. Per
quanto concerne il primo aspetto, C. fa riferimento all’ultima frase del testo,
scritta dopo un asterisco: «E con questa scrizione sonomi ingegnato di
contentare l’eminenza vostra, alla quale contarlo profondissime riverenze
divotamente mi raccomando. Lo scritto ricalca la struttura tipica della
novella; il racconto infatti è preceduto da un breve r ... Le argomentazioni
addotte dall’abate per smascherare la contraffazione sono convincenti: lo stile
dell’ultima frase non si sposa con quello del racconto e anche il contenuto di
questa presunta aggiunta è svincolato dalle altre parti del testo. La nostra
analisi grafologica ha stabilito che l’ultima frase fu scritta dalla stessa
mano del resto del testo; questo dimostra che il documento posseduto dal Caluso
non è l’originale, ma è una trascrizione realizzata da un copista inesperto,
che non si era accorto della falsificazione. Per quanto riguarda invece il secondo
aspetto, l’abate sottolinea che il testo del secondo documento non possiede né
lo stile né la struttura di un resoconto rigoroso e oggettivo, ma somiglia a
una novella di poco valore47. Questo giudizio è dovuto allo stile lambiccato e
ridondante del narratore, che in diversi punti cade nel comico
involontario. 16Questo caso di omicidio-suicidio avvenuto nella provincia
cuneese del Settecento stimolò la curiosità del Caluso, che, come abbiamo
visto, si era già interessato al delitto di Livia Colonna. Molti sono i punti
di contatto tra i due fatti di cronaca: in entrambi i casi si ha una bellissima
nobildonna massacrata e mutilata (a Livia, secondo la ricostruzione dell’abate,
viene tagliata la mano, mentre alla Contessa vengono recisi un dito e parte di un
orecchio) da una persona apparentemente fidata e intima (Livia è trucidata dal
genero, mentre la Contessa è uccisa dal proprio cavalier servente). T. Valperga
di C., Versi italiani. Si veda a questo proposito D. Goldin Folena, Inês de
Castro e il melodramma ita-liano: un incontro. Si ricordi, per esempio, l’Inês
de Castro di Antoine Houdar de La Motte, che ebbe uno straor ... C. si era interessato
anche a un terzo caso riguardante una bella e sfortunata vittima di un efferato
omicidio dalle conseguenze raccapriccianti: il sonetto Agnese io son, che in
freddo marmo, e spenta dei Versi italiani, infatti, è dedicato a Inês de Castro,
che, come ricorda l’abate nell’intestazione, fu «fatta uccidere da Alfonso VI
re di Portogallo, perché sposa di Pietro suo figlio, poi successore, che la
fece dissotterrare e coronare». Le notizie indicate dall’autore sono corrette:
Inês de Castro è l’amante del principe Pietro di Portogallo al giorno nel quale
fu pugnalata barbaramente di fronte ai propri figlioletti da due sicari mandati
dal re Alfonso VI, che era stato indotto ad autorizzare questo gesto sanguinoso
da tre consiglieri, preoccupati dalla crescente prepotenza dei fratelli della
donna, che si erano conquistati la fiducia e l’appoggio del principe. Pedro
perdette il senno per lo shock e, raggruppate alcune milizie, mosse guerra
contro il proprio padre, con il quale stipulò una tregua solo grazie
all’intercessione della madre. Una volta divenuto re, Pedro diede sfogo alle
proprie vendette e ai propri deliri: condannò a morte due dei consiglieri del
padre, ai quali venne strappato il cuore di fronte ai cortigiani e ai militari
d’alto rango, costretti ad assistere a questa atroce punizione, e fece
disseppellire e ricomporre il cadavere di Inês, affinché la salma della propria
amata fosse incoronata dal vescovo “regina di Portogallo”. Questo fatto
sanguinoso ispirò molti autori, primo tra tutti Camões, che cantò le lacrime di
Inês nei Lusiadi; nel Settecento e nell’Ottocento la dolorosa vicenda di Inês
ebbe ampia fortuna sia nel mondo del teatro musicale sia in ambito tragico. Nel
sonetto calusiano, Inês ricorda la propria triste vicenda terrena e la propria
incoronazione post mortem e sottolinea la crudeltà del re e l’efferatezza
dell’omicidio: Agnese io son, che in freddo marmo, e spenta Ebbi scettro
e corona, in vita affanni; Benché pur di pensar foss’io contenta Fra gli
opposti furor di due tiranni. Amando me, cagion de’ nostri danni L’un, di
me privo Re crudel diventa; Sdegnando, credé l’altro i miei verd’anni Ragion di
Re troncar con man cruenta. Ahi suocero spietato! e in che t’offese Beltà
modesta, umil, se de’ suoi rai Perdutamente il tuo figliuol s’accese? C.,
Versi italiani. Io vinta, mal mio grado il riamai. E se incolpi Imeneo, che a
noi discese, Mio bel fallo sarà che non peccai. C. si dilungò nella descrizione
di un macabro fatto di cronaca anche nella lettera al nipote Giovanni
Alessandro Valperga marchese di Albery nella quale viene narrato
l’agghiacciante suicidio del giovane professore torinese Don Casasopra, che,
caduto in un profondissima depressione, si era tolto la vita in quella notte. Cipriani,
Le lettere inedite d’C. al nipote Giovanni Alessandro si trovò il letto
imbrattato copiosamente di sangue ed egli con un laccio al collo, soffocato
presso a una scanzia, ed era lacerato di colpi di temperino, che alcuni dicono
giungere al numero di vent’otto. Se ne poté conchiudere che egli cominciò per
tentar d’uccidersi sul letto con volersi tagliare i polsi alle mani e alle
tempia e poi si dié tre colpi di punta verso il cuore, e tardando forse la
morte, o che immediatamente egli siasi anche a ciò trasportato, egli passò a
impicarsi. La cagione si può credere una frenesia nata di malinconia e
d’accension di sangue. Se indaghiamo in modo approfondito i quattro casi che
attirarono la curiosità dell’abate, ci accorgiamo subito che l’elemento che li
accomuna è la brutalizzazione del corpo. Livia e la Contessa Aureli non sono
semplicemente uccise con violenza; i loro corpi sono massacrati in modo
gratuito, perché la maggior parte delle ferite inferte non sono funzionali alla
morte delle donne, ma sono frutto della rabbia e del sadismo degli assassini
(la criminologia contemporanea cataloga questi atti come overkilling,
considerandoli una importante aggravante in sede processuale). In questo modo
gli omicidi privano le donne non solo della vita, ma anche della bellezza e,
quel che è peggio, della dignità: lo spettacolo che si apre a coloro che
trovano i cadaveri infatti è indecente. L’insistere sull’avvenenza delle due
donne quindi è funzionale per creare il contrasto tra ante e post flagitium; il
potere deturpante della follia colpisce la sensibilità del lettore, che
inevitabilmente resta più impressionato di fronte al corpo straziato di due
belle e giovani donne rispetto a quello, per esempio, di uomini adulti.
L’assassino di Livia – anzi, stando alle carte processuali, i due killer
assoldati da Pompeo – mutila la donna per lanciare un messaggio, mentre Bresse
stacca un dito e parte di un orecchio alla Contessa perché non sa dominare la
propria furia. Tanto i primi quanto il secondo non portano con loro le parti
mozzate per farne un trofeo o una macabra reliquia, perché non sono mitomani o
psicopatici, i primi, infatti, lavorano “su commissione”, mentre il secondo agisce
in preda a un raptus. A. Favole, Resti di umanità: vita sociale del corpo
dopo la morte, Bari, Laterza. Nel terzo caso, quello di Inês, si assiste a un
ribaltamento di prospettiva: all’amputazione si sostituisce la ricomposizione
del cadavere; opposto è anche il tipo di follia che provoca il “gesto”, si
passa dal furore omicida al furore amoroso, che sembra essere ancora più
sconcertante. Anche in questo caso il contrasto tra la «beltà onesta, umil» di
Inês e la sua salma ricomposta – o meglio quello che resta della sua salma dopo
oltre due anni di decomposizione – è molto forte; l’incapacità di dominare il
desiderio di vedere riconosciuto il ruolo di regina all’amatissima defunta
porta Pedro a spalancarne la bara (la cui chiusura, ci insegnano gli antropologi,
segna «la fine di ogni possibilità di intervento sociale, culturale e affettivo
sul corpo») e a plasmare una creatura mostruosa. Nel quarto caso è
l’accumulo verticale di violenze autoinflitte a creare ribrezzo: la mente allo
stesso tempo si serve del corpo e lotta contro esso, che da un lato si fa
strumento di tortura e dall’altro si ribella, resistendo alla morte il più
possibile. Ciò che sconvolge è la frenetica impazienza del Casasopra, che
desidera a tal punto annullare la propria esistenza da suicidarsi, potremmo
dire, tre volte contemporaneamente. L’abate quindi osserva una terza tipologia
di follia, quella suicida. C.. si concentra tanto sul corpo mutilato delle
vittime quanto sul corpo mutilante dei carnefici, che possono trasformarsi a
loro volta in vittime di se stessi; in Don Casasopra carnefice e vittima
coesistono, mentre Bresse, spinto dal rimorso, decide di togliersi la vita in
modo razionale, per quanto è possibile, contrariamente al professore torinese
che cede invece alla «frenesia». Negli occhi di C. è assente la pietà
cristiana, non perché egli fosse insensibile alle sciagure, ma perché
l’interesse che lo spinge a osservare questi fatti di sangue è di tipo
scientifico; egli, in generale nei suoi scritti filosofici, evita di introdurre
considerazioni di carattere teologico o semplicemente religioso, perché non
sente l’esigenza, provata da molti suoi contemporanei, di conciliare il
cristianesimo con la filosofia dei lumi o con le correnti filosofiche antiche,
i concetti di virtù o di colpa vanno intesi sempre in senso laico. Lo sguardo
scientifico è evidente, per esempio, nella descrizione del terrificante
suicidio del professore torinese. L’abate non spende parole di pietà per il
Casasopra, ma presenta subito le proprie ipotesi in merito alle cause di un
gesto così estremo: egli suppone che la follia suicida sia stata scatenata
dalla combinazione di una causa psicologica («malinconia») e una organica
(«accension di sangue»). Senza la sentenza scientifica finale, la descrizione
del suicidio del Casasopra potrebbe avere anche un che di farsesco (un farsesco
funereo, ma pur sempre farsesco): l’immagine di un uomo che con ventotto
coltellate e i polsi tagliati tenta di impiccarsi però non fa sorridere
cinicamente, perché C. descrive il tutto come un caso clinico e non come una
scena, mi si passi il termine, splatter, anzi comic splatter. C. visse a
Lisbona, ospite del fratello Carlo Francesco. L’abate non sovrappone la fiction
agl’oggetti della propria RIFLESSIONE FILOSOFICA. La componente orrorifica, per
esempio, è molto presente nel Masino, poemetto popolato da mostri, diavoli,
folletti malvagi e morti resuscitati; questo testimonia che egli non fu immune
all’influenza dell’Arcadia lugubre, ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con
i quattro casi dei quali ci stiamo occupando, che non sono trattati come
storie, come racconti, ma come fatti di cronaca, recente o lontana, da
esaminare. La terrificante incoronazione di Inês è sviluppata sì in un sonetto,
ma la prefazione in prosa che illustra la vicenda storica testimonia che
l’autore aveva compiuto studi approfonditi sull’episodio, forse durante il suo
soggiorno lusitano. Il corpo smembrato viene “osservato” non con compiacimento
morboso, ma con l’occhio attento del filosofo, che, studiando il potere della
ragione, è costretto a indagarne anche i limiti e le ombre. C. in verità non
censura in alcun modo i particolari più macabri delle vicende, come l’arto
mozzato di Livia, la pozza di sangue nella quale striscia la Contessa, il foro
in mezzo alle ciglia di Bresse (poi sotterrato come la carogna di un animale),
lo scettro ricevuto da Inês «in freddo marmo», le ventotto ferite del
Casasopra; questo sguardo fisso sui dettagli più agghiaccianti però non è fine
a se stesso, ma serve a “toccare con mano” quanto orrore generi la follia. Così
nella vicenda di Inês, ciò che disgusta maggiormente il lettore non è il
ripugnante cadavere ricomposto, ma la pazzia di Pedro: insomma il mostro non è
lo scheletro di Inês, ma Pedro stesso. L’interesse per i fatti di sangue
dimostra come sia fuorviante e falsa la rappresentazione di C. come saggio
rintanato nel proprio rassicurante romitorio, dal quale contempla con
indifferenza il mondo e le sue passioni; egli, al contrario, era attaccato alla
“vita reale” (ne è una riprova il fatto che nelle sue opere preferisce sempre
offrire esempi tangibili, senza abbandonarsi a teorie fumose o ad astratte
elucubrazioni) ed era desideroso di studiare l’uomo “vero” – quello che, a
volte, cede alla brutalità e alla follia più nera – e non l’uomo ideale. Il
Caluso crede che ogni progresso sia possibile solo partendo dall’analisi di
«ciò che esiste», egli non vuole proporre un modello utopistico di uomo
perfetto, ma desidera ragionare concretamente sulla natura umana, sulle sue
luci e sui suoi spettri. Sulla figura dell’abate di C. si vedano gli studi
del Calcaterra e, soprattutto, del Cerruti (M. Cerruti, La ragione felice e
altri miti del Settecento, Firenze, Olschki, Le buie tracce: intelligenza
subalpina al tramonto dei lumi; con tre lettere inedite di Tommaso Valperga di
C. a Bodoni, Torino, Centro studi piemontesi; Un inedito di Masino all’origine
dell’opuscolo dibremiano ‘Degli studi e delle virtù di C.’, «Studi piemontesi»,
Inoltre mi permetto di rinviare anche alla mia monografia:Contini, La felicità
del savio. Ricerche su C., Alessandria, Edizioni dell’Orso. Si legga il
seguente passo, tratto da una lettera del Foscolo alla Contessa d’Albany: «e io
lasciai l’ordine ch’ella, e il pittore egregio, e l’ottimista abate di Caluso
avessero l’edizione in carta velina» (Foscolo, Epistolario, a cura di Carli,
Firenze, Monnier). Questo appellativo si riferisce, ovviamente, alla più famosa
composizione dell’abate, il poemetto in terza rima La Ragione felice, composto
a Firenze, come precisa l’abate stesso nell’introduzione alla raccolta Versi
italiani (Euforbo Melesigenio, Versi italiani di Tommaso Valperga Caluso fra
gli Arcadi Euforbo Melesigenio, Torino, Barberis. L’inedito Della felicità de’
governati, ritrovato presso l’Archivio Peyron della Biblioteca di Torino, ora
pubblicato in Contini, La felicità. A proposito del concetto calusiano di
rassegnazione, si legga il seguente passo, tratto della lettera alla Contessa
d’Albany. De’ cardinali Doria lodo la rassegnazione, virtù troppo necessaria
alla felicità, o per parlare più esattamente a scemare l’infelicità nostra,
onde io ne fo uno de’ punti precipui della mia filosofia, d’acquetarsi alla
necessità» Pélissier, Le portefeuille de la comtesse d’Albany, Paris,
Fontemoing, Melesigenio, Versi italiani cit. Diderot aveva constatato che nella
pratica quotidiana si incontravano uomini felici, pur essendo tutt’altro che
virtuosi, e lo stesso ragionamento era stato presentato da Voltaire a proposito
della razionalità. Euforbo Melesigenio, Versi italiani cit., p. 22. Il
fatto che le passioni fossero necessarie all’uomo per sfuggire la noia era
stato sottolineato con forza dall’abate Du Bos nel primo capitolo delle
Réflexions critiques sur la poésie et la peinture (1718), opera che eserciterà
una grande influenza sull’estetica settecentesca. In questi versi il Caluso non
fa riferimento alla noia, ma descrive uno stato d’animo ancora peggiore:
l’apatia. Versi italiani. Il manoscritto è conservato presso la
Biblioteca Reale di Torino (Varia). 10 I manoscritti di L’Amour vaincu (Varia) e di Les aventures du Marquis de
Belmont écrites par lui même ou les nouveaux malheurs de l’amour (Varia) sono
conservati presso la Biblioteca Reale di Torino. Euforbo Melesigenio,
Versi italiani. L’inedito “Varia Philosophica”, ritrovato presso l’Archivio
Peyron della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino è riprodotto in CONTINI
“L’attività filosofica di C.”, Mattioda, Torino, C., Di Livia Colonna del
cittadino Tommaso Valperga, in Mémoires de l’Académie des sciences littérature
et beaux-arts de Turin, X-XI, Torino, Imprimerie des sciences et des arts. La
raccolta fu pubblicata a Roma da Antonio Barre nel 1555. 15 Id, Di Livia
Colonna. C. in un brano del “DELLA CERTEZZA MORALE ED ISTORICA” sottolinea come
sia importante esaminare le notizie riferite dai poeti. Diciamone adunque
partitamente vediamo prima qual sia L’ESAME DEL FATTO per trarne i precetti per
questa prima parte anche per la critica degli avvenimenti che ci siano
tramandati dagli scrittori di qualche genere, e partitamente da’ Poeti. (“DELLA
CERTEZZA MORALE ED ISTORICA” Fondo Peyron). L’abate cita le seguenti fonti.
Adriani, Istoria de’ suoi tempi di Giouambatista Adriani gentilhuomo
fiorentino. Divisa in libri XXII, Firenze, Giunti, e Santis, Columnensium
procerum imagines, et memorias nonnullas hactenus in vnum redactas, Roma,
Bernabo. C. ricorda che vari poeti avevano scritto molte dolenti rime su questo
tema e cita un passo di un madrigale del Caro. Presso la Biblioteca Apostolica
Vaticana è conservato il manoscritto Composizioni latine et volgari di diversi
eccellenti authori sovra gli occhi della Ill. Signora Livia Colonna
(Capponi). C., Di Livia Colonna. L’abate fa una precisazione sul nome
della figlia di Livia: “la figliuola della nostra Livia da Domenico Santi
chiamata Orintia, Oritia, trovisi altrove chiamata Ortenzia”. Zannini, Livia
Colonna tra storia e lettere in Studi offerti a Giovanni Incisa della
Rocchetta, Roma, Società romana di storia patria, Archivio di Stato di Roma,
Tribunale del Governatore, Processi.
I responsabili furono condannati grazie alle deposizioni di testimoni
oculari. La testimone oculare Beatrice di Petrella, per esempio, dichiarò
che Livia fu ferita due volte alla gola e molteplici volte ai fianchi, ma non
fece alcun riferimento alla mutilazione di arti. Chiodo, Di alcune curiose
chiose a un esemplare delle “Rime” di Porrino custodito nel Fondo Cian,
«Giornale storico della letteratura italiana», L’opera è scritta con inchiostro
nero e grafia minuta su V carte scritte sia sul recto sia sul verso, a parte
l’ultima, scritta solo sul recto. È bene precisare che Verani si rivolge
a un anonimo amico che gli aveva chiesto di commentare il saggio del C..
Probabilmente questo anonimo amico aveva poi consegnato all’abate lo scritto
del Verani. Di Livia Colonna del cittadino Tommaso Valperga-C.:
Osservazioni del Cit. Tommaso Verani Ex-agostiniano (Fondo Masino).
Scrive Verani. Quanto a Pompeo Colonna, che egli fosse il barbaro uccisore di
Livia, non vi è altro documento, ch’io sappia, se non la semplice osservazione
del Sansovino, di cui non possiamo fidarci, poiché non Livia, ma Lucia donna di
Marzio Colonna, la quale fu morta da Pompeo suo genero. Quindi è che non so
indurmi a credere Pompeo capace di sì orrido fatto, e molto meno per un vile
interesse o di eredità o di dote o di qualunque altro motivo o di odio e
vendetta a noi ignoto». Egli in un passo successivo sottolinea anche che Livia
chiamò “figliuolo” il proprio uccisore non perché era suo genero, ma per
intenerirlo e indurlo a desistere dal gesto delittuoso. L’articolo di lettera è
conservato presso gl’Annali calusiani della Biblioteca Reale di Torino (St.
Patria). Non si tratta della lettera originale del Negri al Napione, ma di una
copia dello stesso Napione, che, su richiesta del Balbo, trascrisse la parte
della lettera che riguardava C. Il caso dell’assassinio della Contessa
Aureli aveva interessato anche A. Ferrero Ponziglione, che nell’adunanza della
Patria Società letteraria propose la composizione di una novella su questo
argomento (C. Calcaterra, Le adunanze della ‘Patria Società Letteraria’,
Torino, SEI). Non era presente a questa adunanza, in quanto entrerà nella
Filopatria ; sappiamo però che egli intervenne a qualche assemblea anche prima
di questa data e che intrattenne stretti rapporti coi Filopatridi.
Probabilmente quindi l’abate si interessò alla vicenda di Bresse grazie a
qualche conversazione con gli amici e colleghi torinesi. Il manoscritto è
vergato su 6 carte, compilate sia sul recto sia sul verso: le prime due sono
scritte da una mano, mentre le altre 4 da un’altra. Entrambe le grafie non sono
riconducibili a quella di C.. Il narratore formula varie ipotesi sulle
origini di Bresse che, a seconda dei diversi indizi, può essere identificato
con un ugonotto, un massone o un ex chierico. Sotto il racconto si legge
la seguente nota: «La presente Relazione fu trovata trai Scritti dell’allora
profess. di Retorica D. Castellani, ed è questa in data 9 giorni dopo l’avvenimento».
Annotazione scritta dalla stessa mano che aveva compilato il primo dei due
documenti (Memoria intorno a Bresse; Fondo Peyron). Il commento del C. si
trova nella parte inferiore del recto dell’ultima carta. È da segnalare inoltre
che nel verso dell’ultima carta si leggono alcune prove di firma del C. Lo
scritto ricalca la struttura tipica della novella; il racconto infatti è
preceduto da un breve riassunto: «Un’ufficiale di Francia ama una Donna
Piemontese per lo spazio di più di un anno, e perché da lei gli è vietato il
venir ad ottenere qualche suo fine poco onesto, la uccide, e ultimamente
pentito di tanta atrocità usata, da se medesimo si dà la morte. C., Versi
italiani. Si veda a questo proposito D. Goldin Folena, Inês de Castro e il
melodramma italiano: un incontro obbligato, in Inês de Castro: studi, a cura di
P. Botta, Ravenna, Longo. Si ricordi, per esempio, l’Inês de Castro di Antoine
Houdar de La Motte, che ebbe uno straordinario successo di pubblico e venne
tradotta dall’Albergati (Albergati Capacelli, Paradisi, Scelta di alcune
eccellenti tragedie francesi tradotte in verso sciolto italiano, Liegi ma
Modena. C., Versi italiani. Cipriani, Le lettere inedite di C.al nipote, marchese
di Albery conservate nei fondi del castello di Masino, tesi di laurea, relatore
Marco Cerruti, Torino, Università degli Studi,
A. Favole, Resti di umanità: vita sociale del corpo dopo la morte, Bari,
Laterza. C. visse a Lisbona, ospite del fratello Carlo Francesco, ambasciatore
in Portogallo e futuro viceré di Sardegna. In questo periodo venne a contatto
con la cultura portoghese, spagnola e inglese e, come tutti sanno, conobbe e
“iniziò alla poesia” l’amico Alfieri. Declension Edit First/second-declension
adjective. Number Singular Plural Case / Gender Masculine FeminineNeuter Masculine
Feminine Neuter Nominative initiātus initiāta initiātum initiātī initiātae initiāta
Genitive initiātī initiātae initiātī initiātōrum initiātārum initiātōrum Dative
initiātō initiātōinitiātīs Accusative initiātum initiātam initiātum initiātōs initiātās
initiāta Ablative initiātō initiātāinitiātō initiātīs Vocative initiate initiāta
initiātum initiātīinitiātae initiāta References Edit initiatus in Charles du
Fresne du Cange’s Glossarium Mediæ et Infimæ Latinitatis (augmented edition
with additions by D. P. Carpenterius, Adelungius and others, edited by Favre)
Warburton. DISSERTAZIONE SULL’INIZIAZIONE A’MISTERII ELEUSINI;
OVVERO, NUOVA SPIEGAZIONE DEL LIBRO VI DI VIRGILIO, tratta dalla sessione
della Divinici della Mistione di Mose MOSTI ATA DA WARBURTON
Stenda Sdiva VENEZIA Curii. Al NOBILE SIGNOR BARONE
GIROLAMO TREVISAN VICE-PRESIDENTE AL TRIBUNAL D'APPELLÒ
ìli VENEZIA bLÌ EDITORI, Non il paiavinó nobile sangue j che nelle
vene vi scorre, non l'antichità de’ vostr’avi 3 non gli onori e le cariche eh
tra gli altr’uomini vi distinguono j furonoj Egregio Signore le cagioni che
ci spinsero a umiliarvi rispettosi la presente dissertazione:
cerchino altri sì fatte cose o per vite adulazione bassissima, o per
mercarsi non mentati favori o per altr’indiretti fini del generoso animo
vostro onninamente indegni ma sì bene ci mossero e i rari vostri talenti
che fecervi un giorno brillare guai lucidissima stella nel veneto
foro, e il genio che nutrite verace per ogni sorta di letteratura. Possian
dunque dire che vi appartenga questa operetta come a quelt esimio personaggio
che di vera FILOSOFIA lo spirito fornito e di fino critico gusto le
bellezze ammirare sapete della veneranda antichità. Accogliete pertanto di buon
cuore quelh che offerir vi possiamo e siate certo che cm- ptiratorì
ognora de’ vostri pregii e delle virtù vostre conserveremo per voi
quella stima, venerazione e rispetto con cui di essere ci
protestiamo, là zs. X inalrtiente comparisce alla veduta del dotto
mondo il vero VIRGILIO: il suo poema veste le ingenue sembianze, di cui lo
adorna il suo autore: quello che finora hanno gl’amatori della sapienza,
i filosofi. In esso riconosciuto di bello ora di nuova luce rifulge; e
quanto a’ critici è parato di riscontrarvi dì assurdo e sconcio, e al rigore
dell’epiche leggi incoerente ad un tratto dileguasi. Cosi felici effetti ha
prodotti la presente dissertazione. Il giudizioso inglese che l'ha scritta
facendosi a contemplar di pie fermo quel filo segreto che l’Omero latino
condusse in questo divino poema, colpi nell'intimo sno spirito, scoperse le
ragioni, di tutto ciò, che introduce nell'ENEIDE VIRGILIO, e l'ipotesi
sua co quella vasta erudizione che possede, colle cose, costumi, e
opinioni dell'antichità raffrontando, comprese ch’ella regge con
mirabile armonia e alle idee dell'autore e alla natura dell' epica poesia
ed alla sapienza degl’antichi FILOSOFI. Se ciò sia vero, lo scorge il
leggitore leggendo l’opera presente, e dopo letta, a
rileggere ponendosi, e studiare VIRGILIO attentamente, L'Autore
della Disseriazione non ebbe in vista che d'illustrare il VI Libro dell'ENEIDE.
Ma la sua scoperta è di un uso universale per l’intero poema virgiliano,
che pell’intelligenza d’ogn’altro, e spezialmente di quello d' Omero .
Quindi è che noi creduto abbiamo di fare cosa graia alla letteraria
repubblica nel dare alla luce quest’opera dall’inglese nell’italico idioma
rrcala-, e vi- viamo colla fiducia, che i leggitori ci sajjra,n, po
grado di sì utile impresa. Per solo bene e vantaggio della società
letteraria ci siam noi mossi a riprodurre U presente Dissertazione; e
come sapevamo esser rarissima e ricercata, abbiamo tostamente procurato dì
ripiegarla e correggerla; di note fornirla e d'illustrare con alcuni
cenni la vita del suo Autor valoroso, e farne così al collo
pubblico un dono, Di quanto pregb ella sia, quanta contenga erudizione
non è a dire; sarebbe desiderabil cosa che tutti ì italiani delle lettere
amanti, i quali Unto vanno affaticandosi per isludiare l’epico latino,
prima attentamente leggessero questa dissertazione che porge la chiave a
bene, eziandio comprenderne tutto il poema. Non dubitiamo pertanto,
che gl’eruditi non ci appiani grado di questa, benché leggiera,
fatica j e il lor favore in adesso ci serve di sprone, onde farsi strada ad
imprese maggiori. Ha l’uomo collo ed erudito noniolo, ma piu audio
l'imperito e l'indotto un desiderio pressoché costante, una voglia direi
qnati innata di voler investigar n conoscere in azioni e le gesta,
di que' tra suoi simili, che sugli altri emersero t p er gebio peti
tiratore e sagace, o per talenti letterari e politici, o per dignità
ragguardevoli, o per onori non comuni, o per altra mai dote, la quale
tulio scioperato vulgo distinguere ne li faccia, fi da questo desiderio, è
da questa voglia che riconoscer debbe la repubblica letteraria e scientifica
quei lumi tutti, che (les- sa per opera de' suoi membri possiede in
riguar- do alla virtù, e al merito de' più chiari eroi, che ognora
illustre la resero. È perciò eh' ab- biamo creduto noi opportuno il dar
qui in ri- stretto (come la parvità del volume lo esige) alcuni
cenni sulla vita del chiarissimo autore della presente Dissertazione. Warburton
nacque nel Dicembre del ni Ì 11 effe ì ce n tono van torto il
vigesimoqnarto giorno a Nevarck sul fiume Trent nella gran
Brettagna, nella qual città occupava suo padre il posto di Procuratore.
Warburton di perspicace acume dotato e non vulgare talento nelle
principali Università l' ordinario corio degli stadi! a percorrer lì diede, e
riportatane laurea nelle teologiche discipline colla fama di
letterato ed erudito quegli sturili a ricominciar ritiro»;, che più alla
naturale sua inclinazione si confacevano ; ben persuaso che le scuole
non additino che i mezzi, onde fare di vera sapien- za l'acquisto.
Si applicò quindi alla erudizione sacra e profana, non che all' amena
letteratura, e ben presto mature fratta produsse . Tardi pe- rò
agli onori ed alle dignità elevato il volle for- long^-iaa jamfls
tardi altrettanto più sublime- mente innalzollo. Aveva egli trascorsi
cinquan- tasei anni dell'età sua, quando Giorgio II. che allor
l'Inghilterra reggeva con suo grazioso decreto il fece sno Cappellano., e in
breve forni- re di un canonicato in Durbatn ne lo volle. Proseguiva
frattanto le sue erudite fatiche iti nostro Guglielmo, quando l'anno
correndo niil- Jesettecen sessanta videsi egli al decanato di Bristol
inopinatamente eletto, la qual dignità non fece che servirgli di scala
all' onor vescovile, di cui tra non molto con soddisfazione e con-
tentamento di que' tutti, che le di lui virtù, conoscevano, fu
giustamente insignito. Fugli a sua sede destinata Gloceiter, che a
reggere cominciò con non ordinaria: moderazione e prudenza da meritarne de'
suoi connazionali gli applau- si . Ognor vigilante, sobrio, amico dì
tutti, vero filantropo degno stato sarebbe (se altronde 1* provvidenza
non avesse rettissim amente disposto) d'essere ortodosso, e di possedere
diocesi orto- dossa . Tra le cure però di suo vescovato tener
godeva in casa letteraria conrersazione e giocon- ila, onde il ma
affaticato spirito alquanto ri- crearsi potesse ; e come dotato era dal
Cielo di eccellente memoria, e per meno de' suoi travi., gli di
vasta erudizione, così sapea talmente a lempo con istradivi aneddoti la
compagnia rav. vivaio, ch'era egli della società chiamato l'ido- lo
e la delizia. Fra tante virtù aveva tuttavia il difetto a' suoi patrioti
universalmente comu- ne, quello cioè, di essere nell'odio terribile,
quanto nell'amicizia tenero e dolce: a sua lau- de per altro riflettali
die una legg'"^ «mpen- aazione, una minima protesta discuta era a
cai- marlo sufficiente. Sin qui il Warburton non ci i prelenta che
personaggio di rare qualità, di cariche e di onori fornito ; ma è tempo
che renda di pubblico diritto le immense fatiche, che per naturale suo
genio a sostenere ai accinse. Sempre amico delle lettere, e della gloria
de' auoi cittadini volle egli darne un saggio col pre- siedere all'
impressioni! delle opere del grande Shakespear, la quale più nitida rese
per nota- bili correzioni, ed illustrò con crìtiche note, dove
tutto it giudicio risplende, che tanto i ve- ri dai troppo creduli
critici distingue. L'amici- zia stretta .col Pope lo indusse pure a,
sopran ten- dere alla stampa de' di lui lavori, che colla usa- ta
sua diligenza presto trasse a line. Persuaso che allora camminarebbe
meglio la società, quan- do la religione e la politica si congi
ungessero insieme a formarne i reali vantaggi, diede alla luce
delle sode dissertazioni sulla unione appunto della Religione, della Morale, e
della Politi- ca, le quali poi trasportò in gallica lingua Stefano di
Silhouette, e in due voltimi di vite. Per porgere, dirà coi), pascolo
alla sua estcìis. «ima erudizione scrisse auche un discorso intorno al
terremoto, e all'eruzione ignea, che im- pedirono all' Apostata
Imperatore la restaurazio- ne del Tempio santo, Ma tntto questo
sapere diWarburton è nn nulla in paragone della critica, del genio, della
erudizione, che dispiegò in un'opera, la quale nei fasti delle
scienze renderlo doveva immortale, e cui, come osser- Vano
-d«» JrttWMti " ili maaturl delle rìcer- che antiche
leggeranno sempre con -piacere, ed anche con frutto e vale a dire la
di- vina legazione di Masè dimostrata in quattro volumi
distribuita. II filosofo di Farne/ cerco tosto di accreditare coli'
autorità di Warbnrton tutte le imposture, gli errori, le follie, le
men- zogne, che sacrilegamente «parie aveva nel Li- bro dei Libri;
quindi è che astenere non si potò dal non tributare in larga copia
all'Anglo Prelato gli encomii li più seducenti e lusinghieri . Guglielmo
pero che aveva nel petto nn fon- do di virtù bastante a far argine a
coteste vi- lissime adulazioni, e che l'empietà appieno conosceva dell'
autore della Pulcella d' Orleans, in una seconda edizione a provare si
fece che il aig. di Voltaire non solo non avea l'opera inte- sa, ma
che l' avea falsamente citata, peggio in- terpretata, e impudentemente
calunniato Tanto- re di essa. L'Oracolo della Francia allora canto Dóion.
degli Uom. Ili, v. gli nelle più amate invettive, nei sarcasmi più
«cuti, nelle ingiurie più maldicenti gli clogii che aveva al Vescovo di
Glocesttr prodigalizza- to, a cu! non degnò egli rispondere
mostrando colla sua grandetta d'animo di quelle ingiurie la
insussistenza, e procacciando così alla sua opera più durevole fama.
Osservan nullameno ì Critici che più perfetto ne sarebbe il lavora t
so ognor vi rispondesse il lucido ordine di Orazio, « se più
digerita la erudizione ne fosse. Chec- ché peto sia, resr eterno il nome
del celebre Inglese, e dì questo n'hanno un bel saggio i leggitori
nella presente disseriazione » di' è da quello ricavata - Una
vita sobria e morigerata fece trarre al Warborton pacifici giorni e
tranquilli da nessun malore sturbati ; sicché carico d'anni in Glocetcr
ai siile Gingno del niilles ettecen setlantanove compi sua mortale
carriera da tutti ì suoi, non monodie dalia letteraria repubblica
meritamente compianto, lira egli di statura alta, grosso e
corpulento anzicheno, di carnagione rubicondo, di temperamento forte e
robusto. Questo è quanto abbiamo di lui potuto rac- cogliere,
e succintamente esporli benevolo leg- gitore ; Vive ; Vali :
si quid navìitì reHiut istis Candidai imperli: li »m, bit Mere
memi». Virgilio nel libro Yl.;"cfi*r fl "Capo 3'opera
dell'Eneide, ha per dileguo di descrivere l'iniziazione del suo eroe ne'
misterii, e di mettere lotto l'occhio de' suoi leggitori almeno ima parte
dello Spettacolo Eleusino, in cui tutto face- vasi per mezzo di
decorazioni e macchine, e in cui la rappresentazione della storia di
Cerere da- va occasione di far comparire tal Teatro il Cielo, l'Inforno,
i Campi Élisii, il Purgatorio, tutto ciò che ha relazione eoa lo stato avvenire
degli uomini. Ma acciocché il lettore non si offenda di questta
proposizione che può sembrare nti paradosso, sarà cosa utile l'esaminare
qual sia il carattere dell' ENEIDE. Tutti e due i Poemi di Omero
contengono la narrazione di un'azione semplici; ed unica, de-
tonata ad insegnare un punto di morale egual- mente semplice, ed in
questo genere ammirasi con tutta la ragione questo filosofo. E
impossibile che in ciò VIRGILIO lo superasse. Il suo vero modello e
perfetto; niente mancatagli, ii maniera che i maggiori partitami del FILOSOFO
LATINO, senza eccettuarne Scalugero', ridotti si no a (allenare, eh' e FILOSOFO
LATINO, e lo Scaligero stessa ha sostenuta, clic lutto il vantaggia di Virgilio
aopra Ornerò consiste negli Episodi i j nelle descrizioni, comparazioni, nella
netiena, e purità dello stile, è nella aggiustateza dei pensieri ; ma ninno ha
conosciuto a mio credere il principal vantaggioeli' égli ha sopra
il Poeta Greco: Egli trovò il Poetila Epico mesto già nel primo ordine di tutte
l'opere dello spirito umano; ni* ciò non ancora soddisfaceva a'suoi
alti disegni. Non bastavagli | clip l' istrui- te gli uomini nella morale
fosse il fine del Poe- Ina Kpico; neppure l'insegnare la Fisica j
come ridi col oiam ente s'immaginarono alcuni antichi. Egli è vero,
ch'ei compiaceva^' di queste due •otta d» studii; ma voleva comporre un
Poema, che fosse un sistema di politica. In fatti ì ta- le la ina
Eneide in versi, come in prosi sono i sistemi politici, e le Repubbliche
di Platone, e di CICERONE; e quegli insegna con l'esempio e con le
azioni di un eroe ciò, che questi insegnano coi precetti . Cosi Virgilio portò
il poema epico ad nn nuovo grado di perfezione, e come di Menandio disse
Vellejo Pater colo inve- niebat, neque imitandum rclinquebat .
Benché possa ognun vedere facilmente t che sotto il carattere di ENEA
rappresenta: i OTTAVIANO; pure siccome credevasi^ che questi
ammaestramenti politici destinati veramente per utile di tutto il
genere umano riguardassero il solo principe; così niuno ha compresa la
natura dell' “Eneide”. la questa ignoranza i Poeti, che vennero
dopo, volendo imitare questo Poema, dì cai non conoscevano il vero genio,
riuscirono ancora peg- gio di quello,- che sarebbero riusciti, se si
fos- sero contentati di prendere per modello il semplice piano di Omero.
M. Pope gran Poeta de nostri tempi, é giudice competente in tali materie, dice
nella prefazione all' Ilìade spiegando- ne la cagione. Gli altri Poeti
Epici, dice egli, banco seguito Io stesso metodo ; ( ciò* quel di VIRGILIO,
che unisce due Favole insieme, n t jj- 'A una sola ) ma- in ciir st-som»
tanto avanzati, che hanno introdotta una inokipli- „ cita di favole,
con cui hanno interamente „ distratta l'unità dell'azione, e
l'iianprolungata in ana maniera del lotto irragionevole, cosicché i
lettori più non sanno dove sieno -, .Tale fu la rivoluzione, che cagiona
Virgilio in questo nobil genere dì poesia. Egli lo porto ad un
punto di perfezione, a cui non sarebbe mai giunti) con tutta la sublimità
del suo genio ira* za l'assistenza del più gran Poeta . Egli non
eb- be se non il soccorso della unione dell' Iliade e dell'Odissea,
che potesse fargli eseguire il bel progetto, che si aveva formato.
Imperciocchi pel dare un sistema di politica nella condotta di un
gran Principe bisogna fargli comparire ed osservare tutte le situazioni,
e tutte le circo- stanze, in cui no Principe come tale può ritrovarsi .
Quindi bisogno, che rappresentasse Enea in viaggio come Ulisse, in
battaglia come Achil- le ; ed in ciò non dubito * che questo grand*
ammirator di Virgilio di sopra citato, e che cosi bene ha imitata la purità del
suo itile si compiaccia di vede re, clic questi è la vera iti
gìone della condotta del suo Maestro, piuttosto che l'altra da lui
rapportata. VIRGILIO non avendo un genio ooil Tiro, e cosi feconda
j, come Omero, vi supplì con la «celta di ari oggetto più esteso, e di una
più lunga durata dì tempo, epilogando in un solo Poema il disegno dei due
poemi del Greco Poeta. Ma se avendo scelto lo «tesso soggetto di Oncia, fu
obbligato a trascrivere quella semplicità della favola, clic Aristotele,
ed il Bosiù di luì interprete trovano divina io Omero, questo stesso gli
ha prodotti altri considerabili vantaggi Dell' esecuzione del suo Poema;
poiché questi ornamenti, e queste decorazioni, di cui non han
saputo i Crìtici rendere altra ragione se non di sostenere la dignità del
Poema, diventano, secondo il fine del Poema, punti essenziali del suo
soggetto. Cosi i Principi e GL’EROI scelti per attori, che paiono a prima
vista un semplice ornamento, diventano la essenza medesima del Poema j e
i prodigi! e le interposizioni degli Dei destinati solo a produr maraviglie
diventano con questo nuovo disegno del Poeta una parte essenziale
dell'azione. Qui vedesi lo spi- rito medesimo degli antichi Legislatori,
i quali pensavano sopra tutto a riempire lo spìrito delle idee
della Provvidenza. Questa è dunque la vera ragione di tante maraviglie e
funzioni, che incontransi nell’ENEIDE, per cui alcuni Critici
moderni accusano il nostro Poeta di poco giu- dicio, imitando Omero di
una maniera troppo fervile nel suo Poema, composto nel secolo di ROMA
il più ili um'Bato e il pili polito . 11. Adis- >0D, di cui non devesi
parlare, se non con termini di estimazione, eoa) parla in proposito del
maraviglialo in VIRGILIO. Se qualche paisà dell' Eneide può
criticarti per questo titolo, egli è il principio del terzo libro,
in cui „ rappresentasi Enea, che lacera un mirto, da cui sgorga
sangue. Questa circostanza sembra,, avere il mirabile senza il probabile;
perch' è descritta come prodotta da cagion naturala senza J'
auìtóox* di, alcun» Dtilà., a. d' alcuna "sovrannaturale potenza capace di
produrla. Ma l'Autore non si è ricordato in que- sta osservazione delle
parole dette d’ENEA in questa occasione; Nympbas -ùtntTabaT
agrtsirt Gradi-vamquc Pattern, qui prieiidet Bruii Rite steundartnt
visus, omtnqut levarcnr. I presagii di questa specie poiché ve n' erana
di due sorta sono sempre considerati conte prodotti da una potenza
sovrannaturale. Cosi quando gli Storici ROMANI raccontano una piog-
gia di sangue, egli era un presagio simile a quello del nostro Poeta, il
quale si è certame»- te contenuto dentro i confini del probabile,
asserendo ciò che gii storici pia gravi riferiscono ad ogni pagina de'
loro annali . Questo prodigio non era destinato a sorprendere il lettore.
VIRGILIO, come si è detto, Teste i caratteri di un (0 lib. m.J+ »-
J<-i9 ledisi atore, e vuole eoi prodigi! e cui prestigi!
persuadere il popolo che iddio s'interpone negli affari di questo mondo;
e questo era il metodo degli Antichi . Plutarco adv. CoieC- c'
insegna, die Licurgo co) meno di divinazioni e di pre- «agii
santificò gli Spartani, NUMI I ROMANI, Solone gli Ateniesi, e Deucalione
tutti i Greci 10 generale, e col mezzo delta speranza e del timore
mantennero nello spirito di questi popoli 11 rispetto alla
Religione. Cosi molto a proposi- to colloca VIRGILIO U scena di
<)m-*to accidente tra i popoli barbari e grossolani della Tracia
per ispirare dell'orrore a'coslumi selvaggi e crudeli, e desiderio
di nno stato civile e polito. L'ignoranza del vero fine dell'Eneide
Ila fat- to cadere i Critici in diversi errori poco onore- voli a VIRGILIO,
non solo intorno al piano ed al lavoro del silo Poema, nia intorno al
carattere venerazione profonda agii Dei hanno tanto offe- so
r Ememont scrittore celebre Francese, che b& detto essere questo
Ero e più proprio a fondare una Religione, che uoa Monarchia, Ma non
ha saputo, che nel carattere di ENEA Ila voluto rappresentare
un perfetto legislatore ebbe saputo ancora che ufficio de'
legislatori era non meno stabilire una Religione, che
fondare uno Stato. E sott» qaeita doppia idea VIRGILIO rappresenta
ENEA InferTtttjue Dras Lalla Eoe"!- Uh I. veri. j>.
io. ti «ostro Critico egualmente li offende dell' umanità di ENEA,
dia della tua pietà. Elift consiile, secondo lui, in una grande facilità
piangere, ma egli non ha intesa la Ltlk-zzatì questa parte del suo
carattere. Per dare l'idea ài un legislatore perfetto, bisogna
rappresentarlo penetrato da sentimenti di umanità. Era tanto piil
necessario dare un simile «empio, quanto vediamo per isperienza, che i
politici del comune sono troppo spogliati .di qaciti untimi:!!- ti.
Questo punto di vista, lotto coi rappresentiamo L’ENEIDE serve a giustificare
gli altri caratteri, che metti! in iscena il Poeta. Il dotto Autor delle
ricerche sulla vita» e sugli acrlr- tì di Omero mi permetterà di avere
una opinion ne diversa dalla sua riguardo alla uniformità de caratteri,
che regna nell'ENEIDE. Io la tengo per effetto di un premeditato disegno,
non già di costume e di abito. VIRGILIO, dio' egli, era avvezzo allo
splendor della corte, alla magnificenza di un palazzo, alla pompa di un equi-,,
paggio reale .rizioni di que- „ ala aorte di vita io» più magnifiche e
più nobili di quelle di Omero. Egli osserva già la decenza, e
quelle maniere polite, che reit- „ dono un uomo tempre eguale a se stesso,
e „ rappresenta tutti i personaggi, che si rasromigliano nella loro
condotta, e nelle loro maniere. Ma poiché l'Eneide è un sistema di
politica, e che la dui azione eterna di uno Stato, la forma della magistratura,
ed il piano del governo erano, come lenimmo osserva questa
bi |9 giudicioso «rittore, con famigliari al fotta, niente più
conveniva al suo disegno, quanto descrivere costumi politici.
Imperciocché ufficio di un legislatore È rendere gli uomini dolci
ed umani i e se non pub obbligarli a rinunciare inera mente a' loro
selvaggi costumi, impiegarli al* nieno a coprirli. Questa chiave dell'
Eneide non solo serve 1 piegare molli passi, che pajono soggetti
alla Critica, ma a discoprir la bellezza di un gran numero
d'incidenti, che nel corso del Poema s'incontrano. Prima di finire questo
articolo mi si permetta di osservare, che questa è la seconda specie (Jet
Poema Ippico. Il nostro compatriota il gran Milton ha prodotta la terza,
perchè, come VIRGILIO tenta di sorpassare Omero, Milton volle sorpassar
tutti e due . Egli trovò Omero in pos- sesso della morale, e VIRGILIO
della politica. A (ui restava, solo la Religione . figli prese
questo oggetto, come se avesse voluto con (oro dividere il governo dei mondo poetico, e per mezzo
della dignità, e della eccellenza del suo soggetto si mise alla testa di questo
triumvirato, prr formare il quale vi vollero tanti secoli. Ecco Ì tre
°eneri del Poema epico il soggetto generalm-'te parlando è la condotta
dell'uomo, che si può considerare riguardo alla Morale, alla Politira, e
alla Religione. Omero, Virgilio, « Milton hanno ciascun di loro inventata
la specie . eh - è sua particolare e l'hanno portata dal primo saggio
alla perfezione, cosiceli* è irapoi. Il libile inventare altro
di nuoro nel genere Epico. Supposto adunque, die l'Eneide rappresenti la
condotta degli antichi legislatori, non può credersi che un maestro così
perito, corno VIRGILIO, potesse dimenticarsi un dogma, eli' era il
fondamento ed il sostegno della politica, Cioè il dogma de' premìi e
delle pene nell'altra Vita. Quindi veggiamo, eli' egli ce he ha dato
uh completo sistema ad imitazione di quelli, ch'egli h» presi per
esemplari i come Platone: nella »U alone di Ero, e CICERONE NEL SOGNO DI
SCIPIONE. E come il legislatore cercava di dar [teso a questo dogma con
una istituzione affatto straor- dinaria, in cui rappresentati lo stato
de' morti in uno spettacolo pieno di pompa; cosi la de- tenzione di
tale spettacolo poteva dare molta grazia e bellezza al Poema. La pompa e
la se lennità di queste rappresentazioni doveva natii* ralulente
invitare il Poeta a descrìverle, trovan* do in ciò occasione di mettere
in opera tut- ti gli ornamenti della poesia. Io dico dunque t
Senteii 1» spirilo di pitti» che pirli i un Iniiino non pu- tirebbe al Warburton
per buone rune quello proposi noni riguirl do al Milena ; direbbe egli
quindi, col cometuo de' piti meni fiati Critici, il rrtxo bega lil
immuriate suo Taiio, che n-olio primi del Milton prese a soggetto il
vcrti Religione ; ne dlipiiindo le posta rigore) intente il Poeta In^lett tra
gli Epici tlii- •ificarsi, iccorderebbegli di buon cuore il quarto luugu
come a quellu, il quale secondo che ilice Ugone Bliir " ha calcita
una «rida del culto nuova a straordinaria N. D. E. ch'egli la ha
fatto, « che la distesa di Ehm all' Inferno non e altro, che una
rappresenta- jione enigmatica della sua iniziazione a' miste-
ri» Eia disegno di VIRGILIO dare nella persona di ENEA l'
idea di un legislatore perfetto. L' iniziazioni' a' mUterij rendeva sacro il
carattere di un legislatore, e ne santificava le funzioni. Non è da
stupirli ebe dì proprio tuo esempio volete nobilitare una istituzione, di cui
egli stesso era l' autore i e perciò sono «tati iniziati tutti gli
antichi Eroi e Legislatori. Fintantoché i miiterìi non aveano
passato an- noia l'Egitto, dove erano nati, e che cola andavano per
essere iniziati i Greci legislatori, è cosa naturale, che di questa
cerimonia non li parlasse, se non in termini pomposi ed allegorici. A Ciò
contribuiva parte la natura dei costumi degli Egiziani, parte il
carattere dei viaggiatori j ma sopra tutto la politica de 1 legislativi,
i quali ritornando al paese volevano infivilii e un popolo selvatico, e
giudicavano per se «tessi vantaggioso, e necessario pel popolo
parlare della loro iniziazione, in cui lo stato de' morti era stato Joro
rappresentato in Spetta- tolo, come di una vera discesa all'Inferno. Cosi
fecero Orfeo, Bacco, ed altri. Continuò a praticarsi questa maniera di
parlare anche dap- poiché furono introdotti in Grecia i mìsterii»
come vedesi nelle /avole di Ercole, di Tese* discesi aiT Inferno . Ma
peli' allegoria eravi sem- pre qualche cosa, che discopriva ]a verità
na- ccsitt (otta gli emblemi. Così per esempio di. cerati di Orfeo,
che disceso era ali 1 Inferno pei meno della sua cetra:
Tbrticta frctus cythara, fidì&utJUI Cancri s Il clie moitra ad
evidenza, ch'era in qualità di legislatore, perchè si sa che li cetra È
il tirar bolo delle leggi, per meno delle quali rese cir lite un
popolo grossolano e barbaro . Nella fa- vola di Ercole reggiamo la storia
vera unita al- la favola nata da quella, e intendiamo ch'egli
veramente fu iniziato ne' mister» Eleusini im- mediata Diente prima della
sua undecima fatica, clic fu il levare Cerbero dall' inferno; e lo
Scoliate di Omero ci espone, che il fine di questa iniziazione era
preservarlo da disgrazia in questi impresa pericolosa. Pare, che Euripide
ed Aristofane confermino la nostra, opinione della di- scesa all' Inferno.
Euripide Bel suo Ercole Furioso rappresenta questo Eroe di ritorno
dall'In- ferno per soccorrere la sui famiglia : eslermina il
tiranno Leuco; Giunone per vendicarsi lo fi perseguitar dalle furie, e
nei suo furore egri uccide sua moglie, ed i suoi figliuoli presili
per nemici. Ritornato in se stesso, Tese suo amico lo consola, e lo scusa
cogli «empii scellera- ti degli Dei, il che incoraggi va gli uomini
a commettere i più gravi eccessi ; e questa opi- nioni: cercatati
di abolire ne' misteri), scoprendo la falsità del Politeismo. Ora egli è
chiaro Eoeiu. Lib. VI. vcrs.uo. 6 i abbastanza, eh'
Euripide ha rollilo farci sapere coia egli pensasse della favolosa
discesa all' In- ferno, quando fa risponder Ercole, come un nomo
die ritorna dalla celebrazione de' misteri!, a cai sicnsi confidati i
segreti. " Gl’esempii degli Dei, che voi mi citate, egli dice, niente
significano: io non saprei crederli rei delle 4> colpe, che loro
vengono imputate . Non potso intendere come un Dio sia sopra un altro Dio.
Rigettiamo adunque le favole ridicole, „ che ci raccontano i Poeti itegli
Dei „Aristofane nelle Rane apertamente palesa ciò, che intendeva per la
discesa degli antichi all' Infer- no nell'equipaggio, che da a Bacco,
quando lo introduce a ricercare della strada tenuta da Ercole: sul qnal
fatto lo Scoliaste c' insegna, che cel celebrarti i mister» Eleusini
usavasi di far portare dagli asini le cose bisognevoli per que- sta
cerimonia. Quindi nacqne il proverbio: dsi- nus portat mysteria. Il poeta
dunque introduce fiacco col suo bastone seguitato da Janzio mon-
tato sul!' asino con nn fardello ; e perche non si dubiti del suo disegno,
avendo Ercole a Bacco detto che gli abitatori dei campi Elisiì son
gli iniziati, Janzto risponde: " Io fono 1' asino, che porta i
misterii Ecco dunque come riguardo a molte favole antiche l'espressioni
sublimi e magnifiche nel parlar de' misteri! hanno persuaso alla
credula posterità, che là dentro vi fosse un non so che di
miracoloso . Nè dee maravigliarsi, che ne' tem- pi antichi n
compiacessero d'esprimere con uno stile il più straordinario le cose più.
ordinarie; a5 poiché un Autor moderno, come Apukjo,
6 per imitar gli antichi, o per accomodarsi allo itile solito de 1
misterii descrive nel fine del Li- tro II. la sua iniziazione: decessi
confittium mortis, t> calcato Proserpina limine per omnia veSus
dementa remeavi . NoSe media vidi So~ lem candido coruscantem lamine,
Dcos Inferos é> lieos supero:, accessi corani t> adoravi de
proLìmo. Enea non avrebbe potuto descrivere con altri termini il ino
viaggio notturno dopo che fu fatto uscire per la porta a Avorio. È
•tato dunque obbligato VIRGILIO a fare iniziare il suo Eroe," e la
favolosa, antichità gli sugge- riva di chiamare distesa all'Inferno
questa ini- ziazione . Di questo vantaggio ha saputo profit- tale
con molto giudicio, poiché questa funzione anima tutta la sua favola, che
seni» questa al- legoria sarebbe troppo fredda per un Poema
Epico. Se avessimo ancora un antico poema attribui- to ad Orfeo, e
intitolato discesa all' Inferno t forse vedremmo clic il soggetto di esso
era sem- plicemente l'iniziazione di Orfeo, e che il (let- to ha
somministrata a VIRGILIO l'idea del VI. libro della sua ENEIDE. Checchi;
ne sia, Servio ha ben compreso il fine di questo Poeta, osser-
vando contenti-visi molte cose prese dalla pro- fonda scienza de' Teologi
d'Egitto: Multa per altam scientiam Theologicorum jEgyptiorum j ì
quali hanno inventati i dogmi, die insegnavan- i ne' misterii . Con dire
che questo era il dise- gno principale del Poeta, io non pretendo
assi- curare, ch'egli abbia avuta altra guida, fuor che se
medesimo. Egli ha presi da Omero mot- ti ile' suoi Episodi!, t da
Piatane, «me ce- drassi. L' iniziato aveva un conduttore
chiamato Jc- tofanta Mistagogo, il quale uomo o donna che fosse,
gì' insegnava le ceremonie preparatorie, lo conduceva allo spettacolo
misterioso, e glie- ne spiegava le parti diverse. VIRGILIO ha data
ad ENEA la Sibilla per conduttrice, e la chiama Vatet, magna Sacerdos,
edoàa carnet; e sic. come il Mistagogo doveva viver celibe come Girolamo
ossei va de Monogamìa Sierophanta «pud Alkenas evitat i-irum, t>
sterna debilita- te fit costui ; cosi la Sibilla Cu man a non era
maritata . Il primo comando, che ad Enea dà la Pro- fetessa è
di cercare IL RAMO D’ORO: 1 Annui et folth, et lento vimini ramiti
Junanì ìnferne di&ut tactr. Di questa particolarità Servio non sa come
ren- dere ragione, c s'immagina che forse il poeta alluda ad un
albero, eh' era in mezzo al sacro bosco del Tempio dì Diana in Grecia.
Quando un fuggitivo si era colà ricoverato, e poteva svellere un
ramo di quel!' albero gelosamente cu- stodito da' Sacerdoti, egli aveva
l'onore di bat- tersi con un di loro a colpi di pugno, e le gli
riusciva di superarlo, veniva ad occupare il su* posto . Questa
spiegazione, quantunque troppo lontana dal soggetto, fu dopo Servio
ammessa di emìa Uh «Lvm.fj7.iit. 10 mancanza d'altra
migliora dall'Abate Banier 11 migliore interprete delle favole
antiche. Ma io penso che questo ramo rappresenti la corona di mirti,
di cui, secondo lo Scoliaste d' Aristo, fané nelle Rane, ornavansi gì'
iniziati nella celebraiion de' misteri!. Primieramente perchè di- ce, che
il ramo d'oro è consecrato a Proserpi» ni, «da lei era pure consecrato il
mirto. In tutta questa favola si parla solo di Proserpina, e niente
di Cerere, e perchè si descrive V iniziazione come un'attuale discesa
all'Inferno, e perchè quantunque nella celebrazione delle Cere*
uionie misteriose s'invocasse anzi Cerere, eh Proierpina, questa però
sola presiedeva agli spet- tacoli, ed il libro VI. dell' Eneide non
contie- ne, se non la descrizione degli spettacoli rap- presentati
ne' misterii . In secondo luogo la qua- lità pieghevole di questo ramo d
1 oro, lento vi- mine, rappresenta benissimo i teneri rami del
mirto. In terzo luogo sono le colombe di Venere quelle, che dirigono Enea verso
1' albero : dum maxima] ècroi Matctnas agnoicit avei .
. Esse volano verso l'albero, vi si fermano corner se fossero avvezzate.
L'albero apparteneva alla famiglia, questo era il sito, ove posavano
eoa piacere, perchè il mirto era consecrato a Venere :
Sedìbut optati s gemina mfer arbore sederti (r) Eneid. Lib. VI. veri. (») 1. e.
ver». *oj. Ma iti qtleHo passo trovasi ancor più di lellez- ?a e di
aggi urtai ez za di quello elle a prima vi- sta apparisca . Imperciocché
non solamente il mirto era sacro a Proserpina, come insegna Por- firio
lib. IV. de abstinentia, egualmente che a Venere; ma le colombe erano
sacre ancora a Proserpina . Preso eh' ebbe il ramo e
coronatosi di mir- to, Enea entra nella grotta della Sibilla : Et
vath portai sub nBa Syèìllé (t). E ciò dinotava l'iniziazione a 1
piccioli ttìttèruf poiché nella Orazione XII. insegna Dico Grisotomo, che
facevasi in una . piccioli e stretta cappella come può supporti la grotta
della Si- lilla. GH iniziati he' piccioli misteri! cViiamavansi
Misi ce . Poscia la Sibilla conduce linea al sito d'onde doveva scendere
all'Inferno: Hit iBìs propen extquhuT practpta SyBilla (ij.
Ciò significa l'iniziazione he' gran misteri i, pi" iniziati
de' quali chiamavansi Epopta . Questa iniziazione fassi di notte . Il
luogo simile a quel- lo, dove Dione dice, che celebravansi t gran
disteni, è un Duomo mistico di una grandez- za e di una magnificenza
maravigli osa : Spttttnca alia fuìt, vasloqut immotili blatH
Scrupia, tuia iecu nigre nmorkmqtu ttntbrit (j) Ecco come descrive)!
l'accoglimento fatto ai ENEA {Sub pedièus mugire niam, et fuga tapt*
moviji Silvarum, vistque canti ululare per umbram, Adottami* Dia .
Procul o procul M profani, Conclamai Vaiti, loloquc abiliti" 'uro
(l) . Claudiano fa un» descrizione semplice t senza artificio
del principio di queste formidabili ce-> remonie, da cui apparisce,
questa di Virgilio essere un'esatta descrizione dell'aprirti U
scena de' misteri! E-li sul principio del Libro I. del
rapimento di Proserpina imita la sorpresa e lo stordimento di nn
iniziato, e gettasi, per eoli dire, corno U Sibilla in mezzo alla
scena: furint aniro je imnhtit, aperto Grtssui ttmiruttt profani..
Egli sgrida come estatico ; Jam furor bumanos nostro de
pt8ere reiuut Expulit Jam mibi ctrminiur (rtpidit delubro
movirt Sedibts, O elaram dispergere fulmina tutti*, .y Adoemum
testala Dei.- fam maga*! ab imìi Auditur fremitus Irrris templumque
remugit Cecropidum; sanBasque faets extdlit Eleusu, pingue,
Triptotemi stridunt et squammea curva {il Enrid. lib. VI. mi». >5i>
e segg. <>) l «• »** <(J Cluni, lib. L vets. 4. Colla
kvma.. (l) Ecce frocul ternij Utente variata figuri? Ex»h*r
(1) Molto lene s* accordano queste dae descrizioni con
Je relazioni degli antichi Greci autori in tal propolito, se considerali
l'idea generale da- taci da Dione nell'orazione XII. cori queste
pa- role : " Coi) succede allorché conducesi un Gre*,, co od un
Barbaro per essere iniziato in un certo Duomo mistico di grandezza
e di mignificenza mirabile, dov' egli vede varii spettacoli mistici, e lente
nello stesso tempo una „ moltitudine di voci, dove la luce e le
tene- „ bre alternativamente appariscono ad eccitare vajii
movimenti ne' sensi di lui, c dove gli „ si presentano dinanzi mille
altre cose atraor- Quelle parole viso canes ululare per
umbram fono chiaramente spiegate da Platone ne' suoi acolii sopra
gli oracoli di Zoroaitro. Questo è „ l'uso, dic'egli, nella celebrazione
de' misterii, di presentare dinanzi gli Iniziati de' fati- „ tasmi sotto
la figura di cani e d' altre Torme e visioni mostruose. Le parole procul o
procul este profani della Sibilla sono una ietterai traduzione del
formolafio uiitàto dal Mlstagogo nell'apertura de'tniiterìi ;,'s-ti
Bt'faha e!«d. rie lUp. Prwnp. Hb. L Vm.
J. fte. (i) lo iteti, v. if. L* Sibilla dice ad ENEA, che «'armi di
tutto il suo coraggio per avere a muoversi a combat- tere contro i
più spaventevoli ©Igeili ; Tuqtu invidi vtam, -uagindqu,,rip t
fammi JVW aaìmh opus, Mm«, nunc pefore firmo (i). E infatti
troviamo ben presto l'Eroe impegnato in un combattimento: Carripit
bic tubila inpidus fm-mìdine firmm JEnts, tniSamque acitm wniintib** ofcn
(2). . Tale appunto ci rappresentano gli Anticlù l'ini- ziato nel
principio deJle ceremonie . " Entrando „ net Duomo mistico, dice
Témistio Oration. in. „ Pattern, si riempie di spavento e di
orrore, „ ed il suo animo ha occupato daila inquietu- „ dine e dal
timore. Egli non può avamara „ un sol passo, e non «a come entrare nel
di- „ ritto cammino che lo conduce al luogo, dc-i „ ve vuol
arrivare finoattantocliè il Profeta '(Vaies) 0 il condottiero apra il vestibolo
del „ Tempio,,. Proclo sovra Platone PhxA. libr. III. e XVIII. dice;
" Come ne* santissimi misterii „ prima che si apra la scena delle
mistiche fun- « lioni, l'anima déH'iniiiato I .orpreaa da spa- „
vento } eoil ec. t j Poco dopo si spiega la cagione dello spaven- to di
Enea, e lo vediamo involto fra tanti ma- li reali e immaginari» di questi
vita, e di tut- te le malattie dello spirito e del corpo e dì (>
E«i4 Lib. VL vtrs. >*•. Ut. (», L a *n. „ 0. «1. tutte le
terribile! visu forma de' Centauri, del* ]e Sciite, delle Chimere, delle
Gorgoni e delle Arpie- Ecco ciò che Platone chiama nel luogo eitato
c'Mo'kot* t»'( fiopeaV e«^t«V(/«t* forme e vi- (ioni mostruose, che
vedevansi peli' i egre sjo de* ju i steri i . Celso, come nel vero libro
IV. scrive pcntro di lui Origine, dice, che i fantasmi me- desimi
si presentavano nelle cerimonie di Bac- co. Secondo Virgilio
incontravansi nell'entrata Vestibulum ante ìpmm, e c'insegna
Temistio che il vestibolo del Tempio era il Teatro di fante visioni
orribili vi tì?*t* Teff ««off. Interrom- pe il Poeta la sua narrazione
nel)' aprirsi di que- sta scena, e quasi volesse fare solennemente
la propria apologia, grida; Di, quibus imperium est animrrum
umbraque siteniei Et ebani et pbiegetbon teca noEle liltntia tate,
Sh mibì fas nudità hquì, ih nuvnìnt vtitro Pandcre rei alta ttrra et rsligine
menai Egli sapeva d'impiegarsi in una impresa empia, poiché tale
credevasi la rivelazion de'misterìi. Ciaudiano nel «ovracìlato Poema dove
apertamen- te confessa di trattare de' mister» Eleusini in tempo,
in cui più non erano in venerazione, fegue perù l'uso antico, e cosi si
scusa; Di quib«, ìmmnm (*) Voi mibi sacrarum penetrati*
paudìte rerum, Et vestii secreta pali, qua lampade
Dìtem FU- (i) Elisili. Lib. VI. v«n. :Ó4. c segg, IO Ciani Lib.
J. veri. »g, Fitti t amor, quo duBa ftroV Prostrpina taptu Peiltdit
dolale cbaos, quantasqu* per oras Sollicito gtrtttrì» erraverit ansia
turiu, linde dai* papali s fruga, et glandi TtliSa Ceutrit invintii
Dodonia qusrcui ariitii (l) . Se in Roma con tanta severità si fosse
punita la rivelazion de' misteri!, come facevaai in Gre- cia, non
avrebbe oiato Virgilio scrivere questa portimi di Poema. Come per6
trattavasì da em- pio, al dir di Svetonìo nella vita di Augu- sto
C. xeni., quello ebe rivelava i misterii, Vir- gilio lo fa di nascosto e
nel tempo stesso si giù- sii Rea presso coloro che potessero penetrare
il suo disegno. Intanto l'Eroe e la guida conti- ptiano il loro
viaggio: l lbant obscuri sala sub naBt per umbram Perque demos
Ditis vacuas et inania regna; Quale per ìnctrtam luna-m sub luce
maligna Est iier in lilvis, ubi ectlum condidìt umbra Jupiier, et rebus
nox abslulit atra colorem (2). Questa descrizione mi fa sovvenire
dì un passo di Luciano nel suo dialogo n/pivw. e del Tiranno. Andando
insieme all' altro mondo una compagnia dì persone di condizioni diverse,
Mi- cillo grida: " Ah! come qui e oscuro I Dov'à il bel
Nagillo! Chi distingue adesso la belleiza di Simiche e di Prine? Tntto qui
ras- „ somigliasi: tutto è dello stesso colore, non li possono fare
confronti. Lo stesso mio vecchia Citai. 1, c veti. 1;. te. Eneìd. lib. VI.
veri. mantello, che si Imito tra a vedere, adesso „ è tanto bello,
quarto la porpora di sua Maetà, eh' è qui in nostra compagnia. In verità
„ 1" un e l'altra tono svaniti ai nostri occhi, e,, nascosi sotto lo
stesso velo. Ma amico Cinico dove sei? Dammi la mano. Tu che sei iniziato
ne' misterii Eleusini, dimmi un poco: non rassomiglia questo al viaggio,
che facesti all'oscuro? Cìnico: Oh affatto affatto . Guarda una delle
furie che -viene dal di lui seguito con le torcia accese in mano e col
suo terribile sguardo. Giunto linea in sulle rive di Cocito stupisco
in vedere tante ombre erranti intorno di questo £ume, è in atto d'
impazientarsi perchè non vengono tragittate, e intende dalla sua
condut- trice, esser quelle ombre di persone insepolte, e perciò
condannate a errar qua e là sulle spon- de del nume per lo spazio di
cent'anni prima di poterlo passare: H*C cmnis i guani cernili
inopi inhumataqul turba m Portitor Hit Ciana; hi, quo: tithit unda,
irpulii, Net rlpai dal tir horrtndas, ntc rauca fiutila
Transportart prius, quam ssdibui oisa quierunt; Ctmsm trranr annui,
volitantqui hxc litiora circitm, Tum demum admìiii stagna txopiata
revhunt. Ni crediamo, che quest'antica nozione sia sta- ta del volgo
superstizioso: ella è una delle in- venzioni più serie defili antichi
Legislatori dì W EneiA Lib, VL vus. jjj. « ssg^. «ver saputo
imprimere qnesta idea nello spirito dei popolo. Ma può dubitarli, .che
loro non debba attribuirsi, poiché viene dagli Egiziani. Questi gran
maestri di sapienza pensarono, dia mollo giovasse alla sicurezza de' loro
cittadini la pubblica e solenne sepoltura de' morti, senza di che
facilmente e impunemente si potevano rem' mettere mille secreti omioidii
. Quindi introdussero il costarne de' pubblici funerali e pomposi C'insegnano
Erodoto e Disdoro di Sicilia, che l'esequie si facevano presso gli
Egiziani con più ceremonie di quello che si masse da altri popoli. Ma per
più assicurarne l'usanza con un mo- tivo di Religione oltre quel del
costume, inse- gnavano al popolo, che i morti non potevano giungere
al luogo del loro riposo nel!' altro mon- do prima-che in questo non
fosseio. loro fatti gli onori del funerale j la qual condizione
deva per necessità aver portati gli uomini ad osser- vare
seriamente tutte le ceremonie dei funerali. Con che il legislatore
otteneva il- ano intento, ch'era la sicurezza del suo popolo. Questa
no- zione si sparse tanto e tanto profondamente s'im- presse nello
spirito degli uomini, che queJtoj che di essenziale vi era in questa
sop^tizione si conservato sino al presente nella maggior parte
delle genti colte . Se ben si ridette, ì) avvi una cosa, la quale ben dimostra
di quanta importanza credevano gli antichi che fosse ìa se- poltura
de'morti. Omero, 5ofocle ed Euripide sono senza dubbio i più gran Poeti
tra Greei. Ora, secondo l' osservazione de'C/itici, nell'Iliade, nell'
Ajace, e ne' Fonici I trovasi una viaio sa crjnlinnazion della favoli, e le
vien retta I' uniti dell'azione colla celebrazione dt' funerali ài
Patroclo, di Ajace, e di Polinice . Ma non rifl: -l'ino questi Critici
elle gli antichi risguar. davano l'isequie. come una parte
inseparabile delia tocidì, e della morte di un uomo. Quin- di
qu'.aii gran Maestri, dell'unità e del dovere non potevano erodere finita
l'azione, prima che non si l'ossero compiuti gli ultimi doveri
verso oVmnrti 11 legislatore degli Egiziani trovò un altra
vantaggio in questa opinione dtl popolo sulla, necessità de' funerali pel
riposo de' morti, ed era di dare un castigo a' debitori, che non
pa- gavano, da cui nasceva alla società un consi- derabile
vantaggio. Imperciorrhe invece di seppellir vivi i debitori che non pagavano,
come generalmente si usava tra barbari, gli Egizii, popolo colto ed
umano, fecero una legge, che comandava di lasciare insepolti i cadaveri
di questi debitori, Si noi sappiamo dalla storia che il terrore di
questo castigo produsse l'effetto, che bramavano. Pare elle siasi ingannato
il Mar- sliani nella sess. IV. §. III. del suo Catone Cronico, supponendo
che questo divieto di seppellire avesse dato luogo alla opinione de' Greci,
i quali credevano ch'errassero qua e là gli spiriti degli insepolti
mila terra. Laddove la natura stessa della cosa dimostra chiaramente la
legge essere fondata su questa opinione, ch'ebbe la sua origine
dall'Egitto, e non l'opinione sulla, legge, essendo questa opinione la
cosa sola, chej alla legge dai- potesse qualche autorità. Ché Se il
Poeta non avesse creduta la cosa tanto importante, egli non vi si sarebbe
coti lungo tempo fermato, non l'avrebbe di poi ri- petuta, non
l'avrebbe espressa con tanta fot**) nè avrebbe rappresentato il suo Eroe
pensoso « sommamente attento alla medesima: Cunstitit Aitcèisa
satuj, Gf vestigi» pressi: Multa putans, (aggiunge) sarttmquc animo
miseratiti iniquam. Il pass» è commentato da SERVIO: Iniqua enini
sors est puniri propter alteriut negligentiam ; nequé enim juìs culpa sua
caret sepulcto Qua 1 le ingiustizia-' dice qui Mr. Bayle. Jn una risposta
alle ricerche di un Provinciale toni. IV. Gap. KXir. Era forse colpa di
quelle anime ella non fossero sotterrati i loro corpi? Ma non sa'
pendo l'origine di questa opinione, non ne ba saputo l'uso, e perciò egli
attribuisce a super- stizione 1' effetto di una savia politica. VIRGILIO colle
pai-ole Sortem itllquatn intende, che in que-» sta civile istituzione,
come in molte altre, un bene generale sovente diventa un male per
un particolare. Alle rive di Cucilo vedevasi Carolile con la sua
barca. Sono persuasi tutti i dotti, che costui era veramente un Egiziano
esistente in car- ne ed ossa. Gli Egiziani non men degli altri
popoli nelle descrizioni delle cose . dell' altro mon- do prendevano
l'idea delle eose di questo fami. £0 Mi Lib. VI. TOt.|ii.jia. jlìari .
Nelle fero funebri ccteinonie, che pres- so loro erano *di maggiore
importanza che pres- so le altre nazioni, come osservammo, usavano
ai trasportare i corpi dall'altra parte del Nilo per la palude, ossia
lago Acberonzio, e niettevansi incerte, volte sotterranee. Nella loro
lin- gua il barcaiuolo chiamaTaii Caronte. Ora nel- le descrizioni
dell' altro mondo, clic facevano ne' loro miiterii, era cosa molto
naturale prender l'idea da ciò, che faceva*! nelle ceremonie fu-
nerali . Sarebbe facile il provare, quando bisognane, clie gli Egiziani
cambiarono in favole queste cose reali, e non già i Gxeci, come ta-
luni hanno pensato. Passato ch'ebbe il fiume, Enea si trova nel- la
regione de' morti : il primo incontro spaven-toso se e il Cerbero : Hit
ingens latrata regna tri tauri Personal, adversa ricuBans immani s in
entro. Questo veramente è \\ fantasma dei misteri!, che sotto il detto
del sovrastato Catane appari- va sotto la figura di un catte kWì* ; e
nella fa- vola di Ercole sceso all'Inferno, che altro non
significa, se non la tua iniziazione a' ni i steri i, si dice ch'egli
andò all'Inferno per di là con- durne Cerbero. La region dell'Inferno era
divi- sa in tre parti secondo Virgilio: il Purgatorio, l'Inferno, e
i Campi Eliti i . Dcifobo, ch'era nel Purgatorio dice ;
Ditcedam, txpltèo numeram ttddaraue ìimbris (l) . (i) Eneid lib.
VI. veri. 417. 4l 8. L e. T«t. j«- Di Teseo ch'i nel fecondo si
dice: itdit alirrji<mqiit stdtbit Infcl.x TitJtUt
(l). Nei misteri! queste regioni erano precisamente divise
nella stessa maniera. Platone nel Fedone parla delle anime, che sono
sepolte nel fango e nelle sozzure, e che devono stare nel fan-o e
nelle tenebre fino a che si purificano per un lungo corso di anni, come
qui insegna Virgilio . E Celso, come nel libro Vili, riferisce
Orio- ne, dice che ne' misterii inseguavasi la eternità delle
pene. Ciò, che qui merita osservazione e che mol- to serve al
disegno presente si È che le virtù e i vizj annoverati dal Poeta, e che
popolano que- ste tre regioni sona precisamente quelli, ch« hanno
più relazione alla società. Quindi bene scorgesi che Virgilio aveva le
stesse mire, eh' eh- bero ne' mìsterii gli institntorì. Il
Purgatorio, eh' è la prima, divisione è po- polato da quelli, che hanno
uccisi se «essi, dagli stravaganti innamorati, da' viziosi guerrie-
ri, in una parola da quelli, che lasciato libero il corso alle loro
violenti passioni erano piutto- sto infelici, che sfortunati. E notisi
che tra questi trovasi un iniziato. Ctrtrìqut sacrum Volybettn Insegnavasi
pubblicamente ne' misteri;, che sen- za la virtù, l'iniziazione a nulla
serviva; lad- EmiA lib. vL tot. t,j. <„ 1. e. dove gli
iniziati, che attaccatami alla pratica delle virtù avevano nell 1 altra
vita molti vantag- gi sopra gli altri. Di tutti i disordini, che li
puniscono nel Purgatorio, niuno più pernicioso alla società dell'omicidio
di se medesimo. Quindi la condizione infelice di tutti questi omicidi si
nota più distesamente di tutte le altre: Prima dande trneni matti
(net, qui liii Ittbum liticarti peperere menu, iucemqia pittisi
Projicirt animai . Quam vtllenc ctètre in alta Nunc et paupiriem, et dumi
per/erre- labore: Prosegue esattamente il Poeta cib, che insegna- tasi
ne' mister», dove -non solo proibì vasi il dar la morte a «e stesso, ma
spiegatasi ancora la cagione di questa colpa . I discorsi, che ci
ven- gono fatti continuamente nelle ceremonie, e uè 1 tuisterii,
dtCe Platone nel Fedone, che Iddio ci ha messi in questa vita, come in un
posto, che senza di fui permissione non dobbiamo giammai abbandonare,
possono essere troppo difficili per noi a sorpassare la nostra
capacità. Tutto va bene sin qui. Ma che diremo dei fanciulli
e degli uomini condannati ingiustamen- te, che il Poeta mette nel
Purgatorio T Non è così facile Io spiegare, perchè colà sieno
queste due sorta dì persone, e lì commentatori taciotio al solito
su questo soggetto. Se consideriamo il caso de' fanciulli vedremo
impossibile renderne la ragione, se non con questo sistema. Eneid. Lib.
VX Tcn, 414. e «gg- il Contìnua anditi vocei, vagilài et ingerii
Infamumque anime fieniej in limine primo ; Quqi dulcit vile exorlis, et ali
ubere rapini Abstulh atra dies, et funere menit acerba. Queste par
che {onero le grida e le lamentazio- ni che Procolo nel Litro X. della
Repubblica di Fiatone, dice che sentivansi ne' misteri! Bisogna solamente
indagare l'origine di una si straordinaria opinione. Io credo, che questa sia
un’altra institniione elei legislatore destinata alla conservazione de’ fanciulli,
come 1’institurioni de’ funerali è destinata alla conservazione de’ padri-
Niuna cosa poteva più impegnare i pa. dii nella cura della vita de* loro
figliuoli, <ju au- to questa terribile dottrina. Né si dica, che
l'amore de'padrì è per se stesso bastevolmente possente, e non ha bisogno
di nuovi motivi, che loro suggeriscano di conservare ì loro figliuoli. Si
sa che l'uso orribile e contro natura di esporre ì figliuoli era tra gli
antichi universalmente stabilito, ed aveva questo del tatto svelti dal
cuore i sentimenti di natura, e quel- li ancora della morale. Bisognava a
questo disordine opporre un forte riparo ed io nino persuaso che i magistrati
abbiano usato questo artificio di far credere nel Purgatorio i fanciulli
jnortì in tenera età per islabilire l' instiluto e ravvivare ì naturali
sentimenti, ch'erano quasi «tìnti . In fatti niuna cosa era più degna
della (ij Eneìi Lib. VL Ven, ^t, e Kg*. vigilanza de'
t»agistr*ti ; poiché, cerne saggia- jneuta dice Pericle della
gioventù " distruggere i fanciulli è lo stesso che togliere
dall'anno la primavera. Qui pure scandalezzas'i Mr. Bayle nel luogo
addotto di sopra La prima cosa, die* egli, die incontratasi
nell'ingresso dell'Inferno era il luogo de'fancinlli elle continuaniente
piangevano, e poi quello delle persone ingiustamente condannate a morte. Clic
liawi di più. irragionevole e scandaloso, s, quanto la pena di queste
picciole creature, che non avevano commesso ancora peccato alcuno, e la
pena di quelli, l'innocenza dei quali era stata oppressa dalla calunnia ?
Ab- biamo spiegato ciò die risguarda i fanciulli, esamineremo il.
restante dell'obbiezione . Ma non è da stupirsi che il Bayle non abbia
potuto digerire questa dottrina intorno a' fanciulli, imperciocché forse il
gran Platone medesimo se n'è scandaleizato. Riferendo *gli nel X.
della Repubblica la visione di Ero di Panfili* intorno la
distribuzione de' castighi e de' prernii dell'air tra vita, quando arriva
a parlare de'Ia condir zione de' fanciulli j s'esprime in questa
maniera ben degna da osservarsi : " Ma riguardo a quel?,, li, cha
rouojono in tenera età, Ero diceva cose che non meritavano d'essere
ricordale. Il racconto di quanto tiro vide nel]' altro mon- do è un
compendio di quanto gli Egiziani insegnano in questo proposito, a non
dui»'» punto che la dottrina de' fanciulli nel Purgatorio fosse ciò che
non meritasse essere ricordato . Piatone se ne offese, perchè non
riflettè sulla •ligio*, sull'uso «ti questa dottrina, come lo
abbiamo «piegato. Bisogna cercare un'altra soluzioni; per quelli
clic ingiustamente erano condannati, a questa k la Maggior difficolta
dall'Eneide.- lini juxia falso damnati crimine morti i . JW
viro bit line soni d*t*, irne judiee icdts : Quciitor Mimi uraam tnmet :
Me sihntum 'Concilittmque -uoeat, vitaique et elimina discìt. Sembra
queata essa una gran confusione ed una grande ingiustizia. Quelli che
sono ingiustamen- te condannati non solo trovatisi in un luogo di
pene, ma dopo essere tutti rappreientati «otto la medesima idea sono
poscia distinti in due classi, 1' una da' colpevoli e l'altra
d'innocen- ti. Per inviluppare questa difficoltà bisogna ri-
cordarsi la vecchia storia riportata da Platone nel Gorgia. Al tempo di
Saturno aravi una legge intorno agli nomini, e sempre osservata dagli Dei,
che quando un uomo fosse vissiuto secondo le regole della giustizia e della,,
pietà, era dopo morte trasportato nei!' isola de' Beati, dove godeva di
tutte le felicità,, senza una di que' mali, che tormentano gli „ uomini :
ma quegli eh' era ingiusto ed empio era gettato in un lago di pene,
prigione dcl-,, la divina giustizia chiamato il Tartaro. Ora „ al tempo
di Saturno e sul principio del regno di Giove, i giudici, cui era
commesso (»J Eneid. Lib. VI. veri. 43I. < ttgg.,, 1' eseguir
questa légge, erano semplice mente „ uomini, che giudicavano i vivi e
stabilìvan» „ a ciascuno il luogo e il giorno, in cui do-,, ve vano
morire. Quindi nascevano molti giu- tt dìcii ingrusti e mal fondati:
perciò Plutone, „ e quei ch'erano alla custodia delle Isole Bea-
te andarono a trovar Giove, e gli lappresen- „ taro no che gli
uomini discendevano ali' Inlev- „ no mal giudicati, non meno quando
venivano assolti, che condannali. Allora il padre M degli Dei rispose :
io liuiedierò a questo dìsordine. I falsi giurflciì nascono in parte dal corpo,
onde sono involti i giudicati, perchè ti giudicano ancor viventi.
Malti di essi sot- to una bella apparenza nascondono un cuora
„ corrotto, la lor nascita, le lor ricchezze in- „ gannano, e quando
vengono per essere giudi- cali, trovano facilmente i falsi
testimoni! della loro vita e de' loro costumi . Questo è
ciò, che rovescia la giustizia, ed accieca i „ giudici. Un' altra
cagione di questo disordine si è che i giudici medesimi sono
imbarazzati,, da questa massa corporea. L' intelletto na- „ scondesi
sotto il manto degli occhi e della I, orecchie, e sotto l'iutpenetrabil
velo della carne: ostacoli tutti, che impediscono ai giu-
dici di giudicar rettamente. In primo luogo,, adunque io farò, che i
giudici non sappiano H preventivamente il giorno della morte, e or-
dinerò a Prometeo di loro togliere questa prescienza. In secondo luogo
poi farò sì, che t, quelli, i quali verranno ad essere giudicati, „
flieno spogliali di tutto ciò che li cuopre, e t, in avvenire saranno
giudicati Bell' altro moa- do. fcl cnuie saranno eiii totalmente
spogliati è ben conveniente che tali sieno i loto gin» „ dici,
perchè all' arrivo di ogni novello abi- „ tante, che viene libero di
tutto ciò die circondollo sulla terra, e lascia addietro tutti 1 suoi
ornamenti, possa l'anima vedere ed ei« sere cosi in istato di pronunciare
nn giusto „ giudicio . Quindi comecché io non aveva pre-r t, veduto
tutte queste cose, prima ohe voi ve ne accorgeste, ho pensato di metter
per gìu-,, dici i miei proprii figliuoli . Due di questi „ Minoase e
Radamanto sono Asiatici, Europeo „ è il terzo Baco. Quando morranno
avranno i loro tribunali nell'Inferno, appunto nel mezzo del aito, che si
divide in due strade, 1’una delle quali conduce all' Isole Beate, l'altra
al Tartaro. Radamento giudichi gli,, Asiatici. ttaco gli Europei, ma a Minosse
io „ db una suprema autorità ; egli sarà giudice di appellazione,
quando gl’altri saranno dui»- Luisi in qualche caso oscuro e difficile,
affinehè con tutta equità possa a ciascuno assegnar- „ 9i il luogo dovuto
„ . La materia comincia cos'i a dilucidarsi. Egli e chiaro, che
parlando il Poeta dei falsamente condannati, allude * quest' antica
favola . Quindi per le parole falsa damnati crimine mortis Virgilio non
intende, come potrebbe immaginarsi, innocente! addirli ob infetta*
calumnias, ma homines indigne et perperam adjudicali, assolti o condannati
che fieno . imperciocché pronunciando i giudici più sovente
sentenza di condanna, ebe dì assoluzione mentii per figura la maggior parte pri
tutto . Forse Virgilio aveva scritto: Hos juxta fal- so damnati tempore
mortis; onde segue: tftc viro. h<e line sarte data, sìne /«die*
stdes (i), Vitaiqye et crimine discit. Accordandosi con questa
spiegazione { la qual suppone una mal data sentenza sia di assoluzione o
di condanna ) la conferma nel tempo stesi so, e tutto ciò è ben legato
con una serie con- tinuata. Resta una sola difficoltà, e,' per dire
il vero, ella nasce piuttosto ila una negligenza di Virgilio, die di chi
lo legge. Troviamo que- ste persone mal giudicate messe di g.à con
altri colpevoli in un luogo destinato per essi, vale a dire nel
Purgatorio. Ma per inavvertenza del Poeta sono mal collocati ; poiché
vedesi dalla favola, che dovrebbero essere messi sul confine delle tre
divisioni, dove la grande strada si par- te in duo l'una che conduce al
Tartaro e l'al- tra agli Elisir, che Virgilio descrive cosi:
Bit focus est, parti; ubi se via findir in améas, Desterà qua D
'ilis magni sub mania tendi! : lìec iter Elysium nobis : et ini*
mahrum Exercet panar, et ad ìmpia Tartara mietil Ricercando il principio
e l'origine della favola io penso così. C insegna Diodoro di Sicilia,
che usavano gli Egizii di stabilire alcuni giudici al- la sepoltura
di tutti i particolari, per esanima- to Eneid. Lib-VI. ras. 4 ;i. (.) j. c
. T er<-4!i- (j) t c. i4 a. t «g E . re la loro vita e condotta,
-onde sì assolvessero o co ad annaserò secóndo le favorevoli o toni
ra- ri u testimoniarne ctie. avessero. Questi giudici erano
Sacerdoti, e pretendevano che le loro sentente fossero ratificate nel soggiorno
delle om- bre. La parzialità e i regali forse ottennero col tempo
ingiuste sentenze, e il favore particolare vinse la giustizia. Di che
potendosi scandalezza- re il popolo, fu creduto a proposito dare ad
in- tendere ch'era riserbata al Tribunale dell'altro mondo la
sentenza, che doveva decidere della sorte di ciascuno, se io non
m'inganno; quin- di ebbe origine la favola generale . Havvi però
una circostanza, di cui norr si pub rendere pie- namente ragione, cioè
" de' giudici che in que-,, sto mondo pronuncian sentenza, predicono
il „ giorno della morte del colpevole, dell* ordine,1 dato a Prometeo di
abolire la loro giurisdizio-,> ne, e privarli di questa prescienza. Per
la che intendere, supponiamo ciò eh' è probabile, che il postume
riferito da Diodoro fosse nato da un altro mo più antico, cioè, che i
Sacer- doti giudicavano i colpevoli in vita per delitti, di cui il
tribunale civile non poteva rilevare la verità. Se cos'i è, ne nasceri
che per la predi- zione della morte del colpevole a' intenderà la
pena della morte, a cui veniva condannato; e Prometeo che toglie loro il
dono della prescien- za vorrà dire, che il magistrato civile abolì
la loro giurisdizione. Questo nome di Prometeo ben conviene al
magistrato, il quale forma lo spirito ed i costumi del popclo colie arti
neces- sarie alla pubblica felicità . Ecco secondo il mio 48
parete, l'orìgine della favola di Platone ; e pa- re infanti
ch'egli intendesse cosi, poiché facen- dola/accontare da Socrate, gli (a
dire : " Ascòl- „ late un famoso racconto, clic voi forse
tratterrete da favola; ma per me la chiamo una il vera storia. Io spero
di avere con questa spiegazione sod- disfatto, la quale era necessaria
per le osserva- lioni fatte in tal proposito da Mr. Addisson Voi.
II. in un discorso espressamente composto per ispiogare la discesa di
Enea all'Inferno. " Veggonsi, dice questo celebre autore, i
caratterì di tre sorta di persone situate a'eon- ni: ni saprei dire la
cagione, perchè cosi particolarmente collocate in questo aito: se „
non fosse, perchè non pare ch'alcun di loro „ dovesse essere collocato
tra morti, non aven- „ do ancora compiuto il corso degli anni asse-
D 8 nat 'S'> sulla terra . I primi sona le anime,i de' fanciulli levati dal
mondo con una morte „ immatura : i secondi sono gli uccisi
ingiusta- „ mente con una iniqua sentenza: in teno Ino- „ go quei,
che lassi dì vìvere, sì sono da se „ medesimi uccisi ma Trovami poscia due episodii 1' nn sopra
Didone, e l'altro sopra Deifobo, ad imitazione di Omero, ne' quali non
evvi alcuna cosa al mio proposito, se non fosse l' orribile descrizione
di Deifobo, il cui fantasma rappresentato mutilato ci dimostra,
secondo la filosofia di Platone,, che i morti non solo conservano tutte
le passioni dell' anima, ma i segni ancora e i difetti del corpo
.Passata eh' ebbe Enea la prima divisione, ar» riva si confini del
Tartaro, dove gli viene di- spiegato tutto ciò che riguarda le colpe e
le pene degli abitanti in questi luoghi terrìbili. La sua
conduttrice lo instruiice di tutto, e per fargli intendere l'ufficio del
Jerofanta» onta in- terprete dei misteri!, co»l gli dice i
«•' Dm intlytt Ttucrmn t . Nulli fai. casta tceltratum iati
litri .limta i Std mi, tura luci! Uicati prarfteit Avermi » Ipsa
Dtum panai datai t, perqm omnia duxìt (i) Osservisi che ENEA vien condotto per
le regioni del Purgatorio, e dei Campi filili!, ma che il Tartaro
gli ri fa vedere da lungi, e ne dice la cagione la sua condottrice
t Ti.m dimum borritone,tridtntei eardine iter*
Panduntstr porte . Cernii custodia qualij V estibulo stdeat?
fatiti que Unum* itrvtt? (i) Negli spettacoli e nelle
rappresentazioni de' mi- sterii non poteva essere difesamente . I colpevoli
condannati alle pene eterne iono primiera- mente coloro, che per ischi
vare il castigo de' ma- gistrati avevano peccato aegretamente:
Gnotsius htc Rhadamantui baiti durissima tigna, Cairigatqui,
aud'stqui dolci, tuéigitqui fami, Qua; quii «pud Superai farlo Ulatui
inani. Distaili in itram commina piacula mortem. Endd. lib. VI. re» jfc.
c"il^ {,) 1. £ . T(n . K . (3; L e. ma. j«. tt.
d Appunto per quelle colpe e«e»«o i legiilatori
d'inculcare il dogma delle pene dell'altra vita; In scendo luogo
fili Atei, che prendevano a icheruo la Religione e gli Dei :
Bit 8W **ti9**f urr*Titdnià fui" (i). Il die era conforme alle
leggi di Caronda, che al riferir di St-bro strili. XLU. dice; Il
disprez- zo degli Dei ita una, delle colpe pili grandi. Il Pu- ta
pailicolarnirnlv insiste, su quella specie d'empirti, perei gli uomini
pretendevo.» gli onori dovuti agli Dei t V 'idi et erudita dansim
Salmaaia panar, fìum Ji«mma,-Jbvii, et -tmitut imitttur Oìymfi (l) Sema
dubbiò egli voleva censurare l'Apoteosi, che già incorni oci ava ad
introdurli in Roma ; ed io credo che nella Ode III. del Libro!.,
del- la quale il «oggetto «.Virgilio, abbia voluto Orario
rimproverare questa MB* a' mai ..citta- dini: . Calum ipsxm pitimus
stùtiitìa Wtfw Tir nostrum paiimur stilili Iraconda Jbvtm
ponete fulmina (j) - In quarto luogo" i traditori, e -gli
adulteri, che duo perturbatori dell* salute pubblica e pri- vata
i Quiqut ab kMteriltm erti, quiqut arma secati Impia ; nec
viriti àomm-runi fallire Uixsr. s, M tntid. lìb vi- mi. s ao. u) L c wn.
jij. j«- (riHorit.ivivttnl.ee. lucimi panarti euptclant (i)
Vendidit hic aura patri ani, daminumquC pitentem ImpOfuit, fixit legai prstio a'tque
rtfixir, Hic thtlamum invaili.,., velitojqw hymenxos.(& .
È degna di osserva/ione non dirsi solamente gli adulteri, ma ancora gli
uccisi per cagion di. adulterio; per far intondere che dinanzi, al
tri- bunale della giustìzia divina -non bastano a punir questa
colpa i castighi umani anidra i jiiù -severi. La ijMott*-ed
uitira»-«p»cie tn-cqlpewiiii sano Vi intrusi ne' misteri!, e i violatori
di e ni, rappresentati tutti e due sotto il carattere di Teseo
:1 s Sedet <eftrnUmqùl
sed&iir \ ' " Infelix
Thtsexi, PblttyajqHe rniterrimus orma ' Mmonet et magna itstsiur
voce per umbra: ; Discile jitiiiiiam moniti, et non lemiere D/oe'j
(;).. Secondo la favola Teseo e Piritoo disegnarono di rapire
Proserpina dall' Inferno, ma colti sul latto, Piritoo fu gettato a
Cerbero, « T«eo incatenato, finche da Ercole fu liberato. Con che
ci s» diedi; ad intendere, che clandestina- mente si, erano, instrutli
dei misteri i, e puniti . A questo proposito mi sovviene una Storia
rac- contata da Livio nel Libro X.X.XI, Gli Ateniesi impegnarono in una
guerra, contra Filippo per un motivo dì poca importanza, in tempo,
in,cui altro non restava loro dell' antico splen- dore, che la. fierezza
. .JSV giorni dell' iuiziazio. (0 tfc'd. Lib. VI.' tu. <sij.
ftfe M L o. ttiMM. *«• *»!• (j» I. e. * 7 . e »fg. d i
„ da, glor.ni MT-i*«W. >«>• L,„.«:,., . ™»
.•p<«™ k Si ?™"* culto segreta, entrarono con 1. ™rb. nel
leu,- 2 di ferm. « —ita»—"•>"• «uri .1
Presidente de' miste,,,, e benché tale chiaro che innocentemente, e per
fello era», entrati nel tempio, furono '•"> m °""'
™" = rei di un enorme delitto . Forse per Fregi»
intendono i popoli deil. Beo-. a ì, dì cui riferisce Paosania, 1 queir
perrron tntt'i dal fulmine, dal terremoto e dalla peate. Quindi
generalmente Fregia »o» dire •£ e.pr. 3 i „crMe S M. L'officio dato qui •
Te.» i. ..orlare alla pietà, a nino megli», «M onmeni.a nello
spettacolo, de' mr.ter,,, rapp.e- ienl.ndo egli on. persona, che fjli«««
P™'« tìii. Co.1 l'idea noitr. intorno la drsces» d’ENEA all'Inferno
toglie un» difficolti non m», .piegai» da' Critici. Non et» .(* no
officio »~ «1, e r.r«r di propello gridar conimnamen . air orecchio
de' coodaun.ti, che Imparasse™ la pietà e la ri.ercnra »er,o gli Dei!
Qoantonqu. Lesta sentenza insegni una importanti,....» re. A.', era
peri inolile predicarla a peranno, eh. più n»n potevano sperare il perdono.
Scarrone, che ha impiegato il suo poco «lento per me*- fere in
ridicolo il pii util'Po. ma, che ma, st» .fato composto, non ha mancato
di far. guest» flessa obbietione : Li itnlmxn i eviene e btlla,
Ma all' Infima non Val *iU Infitti, secondo l’idea comune della discesa d’ENEA
all'Inferno, VIRGILIO fa rappresentare a Teseo un personaggio fuori di
proposito. Ma questo continuo avvertimento diviene il più ra-
gionevole ed il più utile, quando suppongasi (come è di fatto) die VIRGILIO
faccia nna rap- presentazione di cià die facevasi e dicevasi nel celebrare
gli spettacoli de' ìnisterii, poiché in questo caso serviva d'
avvertimento ad una mol- titudine di spettatori viventi Aristide negli
Bicaimi dice, che non mai cantavanii parole più proprie a spaventare,
qnanto in questi misterii^ perchè le voci e gli spettacoli insieme
uniti, dovevano fare una più profonda impressione sul- lo spirito
degli iniziati". Ma da un passo ili Pin- daro io conchiudo, elle ne'
spettacoli dei miste* rii (donde gli uomini han prese tutte le idee
delle regioni Infernali ) nsavasì, che ogni col- pevole rappresentato nel
ano attuale castigo fa-' cesse agli assistenti una esortazione contro
la colpa da lui commessa; " Volgendosi, son parole di Pindaro, a.
Pyth., volgendosi conti- n nuamente sulla sua rapida-ruota, grida a'
mor- ii 'ali ) che sempre situo disposti s confessare la loro
gratitudine verso a' benefattori per le », grazie da loro ricevute „ . La
parola mortali fa chiaramente «edere, che questo discorso fa*
«evali agli uomini di questo mondo. II Poeta cosi finisce il
catalogo de' dannati : Ami amati immane ntfns ausoqne patiti (l)
. «) Sncid. ta.VI. ver», fi*. d 3 Erìit"~~ a,s,i C,,
:,!',i •t™/a e dell' appro^aiione degli Un. ma era un traodo,
che sono estn.lmmt, "SS"". Punto il Tartaro g™to • «o» 1 "" "S" l
'" tìl, ENEA si purifica: - ... 0,, r J«« "*'». IW
'««"' Entra dopo nel soggiorno de' Beati: Dtvvttrt
Ivor «W» ^ fl "" r '''' T " Vff4 Fun'uw°r«'" nìmotvw,
irdtiqac itti al : Lvgì°* bic campo, etitr, O '«•»'»' " T U,purta:
lOÌemqM luam, s«n Wrr-r nonno" (a) . Cosi precisamente
Temistlo, Orolion. jnPniranj ocsc.iv. P Iniriato nel momento the i. apre
» ecena r " Essendosi purificato, scuopresi ali mi- „ ilato
una legione tutta illuminala e rtsplen- „ dente di una ohiareaaa divina.
Son dissipate „ in un tempo le nuvole e le false tenebre, e „
l'anima trovasi, per cosi dire, dalla piUter- „ libile oscuriti nel piii
chiaro e sereno g.or- „ no „ . Questo passaggio dal Tartaro agli
Elia* fa dire ad Aristide negli Eleusini, die da one- ste ceremonie
nasce nel tempo stesso ed onoro e piacer., che sorprende . Qui Virgilio
abban- l.jlasld. Lib.V».,.n. «i>. ijsì «>' "" '1*'
« '' IS ' donando Omero, eseguendo la dilettevole de- crÌzioDe« die
nella rappresentazione rie' niisterìi faceva»! ne'Cauìpi Elisii, schivi»
un gran 'difet- to, nel -quale era caduto il' ano mae>tro, che
Ila fatta una pittura sì poco gradevole de' to- schi fortunati, che non
faceva alcuna voglia di vivere in quel luogo : onde ha rovinato il
dise- gno de' legislatori, che mlrvano i popoli per- suaiì dell'
tsistcniS di quel felice soggiorno. Egli introduce il suo Eroe e
favorito, e gli fa aire ad Ulisse, eh' ei vorrebbe essere piuttosto
un semplice artigiano sulla terra, di quello che comandare nella regione
de' morti ; e tutti i suoi Eroi sono egualmente rappresentati in uno
stata infelice. Oltre di che per togliere agli uomini tutti gli
stimoli delle grandi e belle azioni, rap- presenta la Tama e la gloria,
come cose imperi, tinenti e ridicole r quando erano i più ponenti
motivi della virtù nel mondo Pagano, e di cui non mai bisogna privare gli
nomini interamen- te i laddove Virgilio, che nel tuo Poema non '
avea altro 'fine, che procurare il bene della -so- cietà, rappresenta
l'amore della fama e della gloria, come tini possente paciose ancora
Dell' altro mondo . La semplice promessa fatta dalla Sibilla a
Palinuro di eternare il suo nome, con- sola la di lui ombra, hanclrt ti tm>HM»!W
(?' infelici: Mtirnumqm lecui Pali nari nomtn èaèiéit . ììis diciis
cura tuoi», puhnsque'parump»r Corde dolor iriiti : gauJtt cognomini urrà (l) 0)
Enrid. llfc. VI, va*. H» !*»• ì*)- d 4 Queste dispiacevc-li
descrizioni dell'altro auindo, e le porie licenziose degli Dei, It une e
le al- tre tanto dannose alla società, persuasero Plato- ne a
bandire dalla Repubblica Omero. Io queste beate regioni il Poeta,
assegna, il primo luogo a' legislatori e a quei, che trassero gH
uomini dallo stato di semplice natura, « gli ridussero a vivere io
società: Magnanimi Hercu, natii mtliorièus annìs (i).
Capo di questi è Orfeo, il più celebre legislatori d’Europa, ma più
conosciuto in qualità di Poeta . Imperciocché essendo scritte in
versi le prime leggi, onde fossero più facili a rite- nersi a
memorie, la favola ci ha .supposto Or- .feo colla forza della sua armonìa
raddolcite i costumi selvaggi di Tracia: ; Tbrticius lunga
cum utìtr Sacndos Oil'/^uirur nxmtrii septem discrimina veeitm (i) .
Egli fu il primo, che dall'Egitto portò i mi- steri in quella
parte d' Europa. Il secondo luo- ^o è assegnato a' buoni cittadini e a
quei, che •i sono sacrificati per la patria: Hit nfanus ub
patriam pugnando vulnera passi (3). .Trovami in terzo luogo i
sacerdoti pieni di vir- tù e dì pietà; Quiqut Sucrrdmis casti, dum
vita mantbat ; Quiaut pìi vaifs, O" fiaia digna lucuti
(4>- (1) Eneid. Lib. VL ras. (i) 1 e. veri. f*s- «4<-
(j) L c. ra. Kb. (4, J. C vers. c fri. (tu *?
Essendo necessario il bene della società, ohe coloro i quali
presiedevano alla Religione vivi-s- iero santamente, e non insegnassero'
degli Dei, le non cose convenienti alta loro natura. L'ul- timo
luogo è assegnato agli inventori delle arti liberali e. meccaniche:
Inventai aut qui viram excoluere per ariti f Quiqut mi mimarti
alio! fecere merendo (l). In tntto questo Virgilio ha esattamente
spiegata quanto iniegnavasi nella celebrazione de' miste* rìi, ne'
quali continuamente i oca! cavasi, clic la VÌrtil sola pub rendere gli
uomini felici : le ce- remonie, le lustrazioni, i sacrifìci] niente
vale* yano senza della virtù . Passa trinami Enea uà gran numero di
persone dalle due parti di Stige : Malrei atque viri
defun&aque carperà vita Magnsnimum herount, patri inuptieqai parila'
(l). Sane circum innumere gemei papali qa; valabant (j ) Aristide
c'insegna, che negli spettacoli de' mi- aterii apparivano agli iniziati
truppe in numera, bili d'uomini e di donne. Per convincere
interamente . il lettore della verità drlla nostra interpretazione, VIRGILIO
nota una particolarità, malgrado questa conformità perfetta tra Io
spettacolo da lui rappresentato e qurllo dV mistcrii . Questo è il famoso
segreto àv misteriì, il quale era il domata della unità (i) E«id. LiU VI. vtrt. Étfj. («4. tu L e. ver*. jo*.
(jtJ.cvert.7c5. (**> fli Dio, particolarità,
clie se avesse tralasciala Virgili» bisognerebbe confessare, che
quantum quo avesse per fine di rappresentare V iniziazio- ne a'
misterri, non 1' avesse rappresentata perfet- tamente- Ma egli era troppo
eccellente pittore per non lasciare qualche equivoco nel suo qua-
dro. Quindi copchiucie l'iniziazione del -suo Eroe con fida'n Jogli, come
solevasi, i secreti e il dogma dell'unità. Senza di questo l'iniziato non
era arrivato ancora al grado più alto di perfezione, -e non
potevasi chiamarlo già Tf.iìhoths nel si- gnificato tutto esteso di
questa parola. Quindi -il Poeta- introduce Museo', ch'era stato
Jerofan- t» in Atene, e che qui conduce Enea verso il luogo, -dove
apparitagli l'ombra di sno Padre, * gii insegna' la' secreta dottrina
sublime della . perfelione con queste .sublimi espressioni: Principiti
cmlmn ac tèrra! eamposque liquentts, Lucintemque glohiim Lunr Titnnìaqtte
astra' 'Spirilui rteMrr ai'tt ; TÒtumqitr infitta p'rV àrtui 'Mtnt agitai
materni et magno s: forfore miictti Txtle bominum ptcudùmqite gtitur
vititqut velatlnn, Et qu/e marmoreo feri mostra sub aquari pontus CO
- Segue Anchise «piegando )a natura e l'uso del Purgatorio, il elle
non era» fatto -nel passare di Knea per quella regione. Viene poi alla
dot- Irina della Metempsicosi o trasmigrazione: do^ trina che
insegnavasi ne'niistem per gimlificare gli. attributi morali della
divinità. Quest' OSS* 1 Uf Eatid.
Ub.VI. vtts.,714. e tegg. I J N:l'"J il': L.l »9 (o
sv^gwwce al Poeta l'episodio il più belio ci)* immaginarsi potesse,
facendogli passare 'dìnan-, come in rassegna la sua posterità, e' cosi
fi- Bisce lo spettacolo \-' '(' I» questo viaggio che fa'
l'Eroe per le tré regioni de' morti, abbiamo dimostrato di uianò '
in mano con l'-atrtorift- di' qnalelfd 'autore' la conformità de' suoi
avvenimenti a quelli' degli iniziati. Ora tinnendo in.urr putito' solò di
vi- sta le cose' qua * là disperse, diverrà cosi lu- minosa U
nostra spiegazione, elle non potrà pifi dubitarsene; perciò rapporterò un
passo consere vatoci dallo Stobeo nel sermone CXIX., il qua- le
contiene una descrizione degli spettacoli de' misterii, che 'Si accorda
affano cogli avvenimen- ti di Enca> L'anima prova' nella morte' le
pas- sioni medesime, «he sente nell' iniziazione a' ini- iterii; ed
osservisi che le parole corrispondono alle cose ; Poiché rrttu;^
significa morire, e essere iniziato.- Nella prima scena altro non
vi è, «he errori, incertezze, viaggi fatico- si e penosi, e spettacoli
fra le tenebre folte nella notte. Arrivati a' confini della morte,
e della iniziazione tutto appariva sotto un terribi- le aspetto ;
" tutto * Órrortf, ' timore, ' tremore 'e spavento . Ma ' passati'
questi' spaventi sopravvie- ne una luce miracolosa e divina: vaglie
piana- re e prati smaltati di fiori sì presentano loro da ogni
parte: inni e cori di musica dilettano le orecchie loro: sentono le
stìblimi dottrine della sacra scienza, ed hanno visioni sante e
veneran- de .. Cosi, veri,. perfetti, iniziati, dimeni*"»
ione- più ristretti; ma coronati e trionfanti pai- «o reggia?
per le regioni de'Beati, MmttHli con uomini canti e virtuosi, ed a loro
talento ede- Finito il viaggio torna ENEA con la condotw
trice rielle regioni superne per la porta d' avo- rio . C* insegna
esserci due porte, I 1 una di cor- no, per cui escono le vere visioni, V
altra di avorio, per cui escono le false : Sunigimine tornili pan*
: quorum altèri fenar ite. (i) E termina t Froiequiiur ditti
s (i) . A questo passo freddamente osserva Servio, stm- plice
grammatico, voler significare il Poeta, che il tutto da lui detto «falso,
e nenia fondamen- to: Vu.lt autem intelligi, falsa <«c omnia qua
dixìt. Questa pure è la spiegaiione di tatti i Critici. Il P. U Rue, che
per altro è uno de' valenti, dice quasi lo stesso; C.um
igiturFirgi- lius&nearn eburnea porta emiitit, indicai pro-
feSoj quidquid a se de ilio inferorum adita. diSum est, in fabulis esse
numerandum . PER SIGNIFICARE LA QUALE OPINIONE SI DICE CHE VIRGILIO ERA
EPICUREO, e che nelle sue Georgiche tratta da favola tutto ciò, che
dicesi Jdl' Inferno ! Felix, qui potui, rerum eognueert c«u !!as,
\ Atqut moi UI Bm „ fI et InnorìSift fatum Sabfidi ptdièut,
urephumqu! Mehcrenth nari (;). (0 E« c id. tib. Vi. veri. B,j. {1) I. e.
veri. tft. ti) Graie. lib.II. virilo, 491,49», Se li* vuol dar
fede a coloro, avrà dunque il divino Virgilio terminata la più Leila
delle sue opere in una maniera ridicola. Egli ha scritto Don per
dilettare l'orecchio, ed i fanciulli nel- le lunghe iceie dell'Inferno
con racconti simili alle favole Milrsiaue ; ma per ì ostruire degli no-
cini e de' cittadini, c per insegnar loro r do- veri della umanità c
delta società. Dunque do- veva essere il fine di questo VI. litro, in
pri- jno luogo d' insegnare la dotlrina di una vita avvenire, utile
in questo mondo ; e ciò ha fat- to il Poeta, rappresentando con qnal
regolato- no distribuiti i premi! e le pene : io secondo luogo
d'impegnare gli Eroi in imprese degna di loro. Ma le crediamo a questi
Critici, dopo' d' aver impiegate tutte le forze del sno spirito' in
questo libro per giungere a questo fine, arrivato alla conclusione, con un sol
tratto dì penna distrugge tutto, come *e avesse detto: Ascoltate,
miei cittadini, io ho procurato d’insinuarvi la virtù, dì allontanarvi dal
vizio per rendere felice tutta intera la società, e procurare il bene di
ognuno in particolare . li par imprimale nel vnslro spirito queste,j
verità, che voleva insegnarvi, vi ho proposto,, nn grand' esemplare, vi ho
descritti gli av- „ veni menti del famoso vostro antenato, del „
fondatore del vostro impero; e per maggior „ vostro onore l'ho
rappresentato, come un Eroe „ perfetto, gli ho fatta eseguire 1* azione
più „ ardita, ma insieme la più divina, vale a di- „ re lo
stabilimento della polizia civile : anzi t, per rendere il suo carattere
piti rispettabile! 6= e date alle sue ..leggi maggior- »m*irt,-
gli „ ho, fatto intraprendere, il viaggio^ di cui . c -, f dete la
relazione .- Ma. per paura,, elle toì ne „ riportiate qualche vantaggio,
ed il mio Emo „ qualche giuria, vi, avverto * che tutto questo
lunghissima discorso di uria vita, avvenire al- „ tio non\ è.,, che va*
Ridicola e puerile finrio- »> ? e » < d »' personaggio
rappresentato dei dd- „ sito Eroe è un, sogno vano. In somma tutto
„ c(ò che avete inteso, dovete riputarlo, come y scherzo, che niente
significa, e da cui non v dovete cavare conseguenza jlcunj., e» Boa, t
ch'il Poeta aveva, voglia dì ridere,, e di hur- g larsi delle vostrr;
superstizioni „ . Cosi, si fa- rebbe parlare Virgilio, seguitando Ja
interpreta- zione de' critici antichi e- moderni» La writàui è, che
non si potrebbe iciogliere .questa terribi- le difficoltà senza, questo,
nuovo aisteina, . secondo il quale aititi non intende VIRGILIO per.que-
?* *-?!!?.* della discesa all' Inferno, the . Ja ini- ziazione a'
misterii . Ciò spiega, l' enigma, PJ 1 as-solve, il Pj^taj.
Jaiperciocclià,.^tslf «M» dise- gno di descriyer.e,. qu L ^ta.
iniiiazioae., come è credibile, avrà senza, dubbio scoperta con.
qual- che segno, fa, «qa, interuiono. secreta) ma dovu poteva
palesarla, meglio,. c l>e » thiudemle il suo libro? Kgli f, a j uuque
^iv-pna bellissima invenzione migliorato ciò, «li*» Omero, racconta
delle due.porte, quella di corno destinata alle visioni vere, e. quella di
avorio, alie.fali. . Per la puma dimostra Virgilio la realità di una
vi- ta avvenire; ma in questo ciò ch'egli vide non era all' lni
eino, ( „, a, nel tempio di Cerere. O.,— sta rappresent.izionc
chiamasi MÙàoe, o la favo- la per eccellenza. Questo è secondo il staso
ve- lo ^ queste parole : Mitra canihali pnftBa nitet Eltphnnta ;
Sud Uba ad calum mìttum insomma mamffi. ÌA* quantunque non avessero
niente di reale i sogni, che uscivano per questa porti,So- non
dubito, di' ella ir» /atti, non vi- latte-. Questa era la. »tasni&cai
porta del tempio, onde usciva- no gl'iniziati, quando era compita la
ceremo- uia. Questo tempio era di una numeri-- gran-* dezia,. come
lo descrive Apulejo lilr. II. Senws duxit me protinus ad forcs adìs
amplissima. È» curiosa . la descrizione, che ne fa Vìrruvio da
antiquitate nella prefazione del lì tir. VII. Eleusince- Cereris, (a Praserpina
celiata immani ma- gnitudine.,. Dorico ordine, sine exterioribus
co- tumnii. ad laxamentum usui sacrificiorum per- r.exit. Eum autem
postea, cum Bememus Pha- lera-u? Athenis rerum potiretyr, • Philon.
mite templum. in. fronte columms constilutis Prosty- lum fecit-
auéìo vestibolo, laxnmentum initian- libus r . operisque Aummain adjecil
autloritatem • Eravi dunque- uno spazio assai lungo capace di tutti
questi ipettacoU* e, dì tutte le rappiesen- tazioni. K. poiché ne.
abbiamo tanto parlato, a riferitene alcune varie particolarità c/na e là:
di- sperse, non sarà cosa imitile, prima di finire, darne in poche
parole: una idea generale. M Intii^Ub. Vt. Ì9S, Ijrd.
To credo adunque, che la celebrazioni' Jé' tnl- sttrii
consi.ieise principalmente io una specie di rappresentazione drammatica
della stona dì Cerere, la quale dava occasione di esporre agli
occhi de*apettarori queste tre cose, che sopra tulio inspgnavansi ne'
murarli . I.", l'origine o l’istituzione della società : IT. la
dottrina do* pniiiii e delle pene di un'altra vita': ' fi f.' Ir
falsiti del Politeismo, e la dottrina della unità' di Dio. Apollodoro nel
Libr. I. Cap V. della sua Biblioteca c'insegna, che come Cerere avera stabilite
leggi nella Sicilia e nell'etica, e,,eCondo la tradizione, aveva incivHili gli
abt-' tanti di que'due paesi, e raddolciti i loro co- stumi
selvaggi, ciò diede luogo alla rappresen- tazione del primo degli
artìcoli' sopradetti . Bio» doro di Sicilia dice, che nel tempo della
festa di Cerere, che durava dieci giorni in Sicilia,
rappresentavano 1' antica maniera di vìvere, pri- ma die gli uomini
avessero imparato a lemìua- re, e a servirsi delle biade. 11 secondo
articolo nasceva dalla cara, ebe Cerere si prese di an- dare all'
Inferno a cercare sua figliuola Proser- pina, e finalmente il tino ' dal
rapimento della fgliuola . Queste sono le osservazioni, che
io ha fatte iti questo famoso viaggio di Enea, e (se non m'
inganno) questa mia idea non solo illustra e toglie molte difficoltà in
ogni altro sistema in- tollerabili; ma sparge copiosa grazia sopra
tutto il Poema. Imperciocché questo famoso Episodio Conviene
perfettamente bene al «oggetto genera- la dell' Banda, eh' è lo
stabilimento di onesta- to» «8 lo, e di nna
Religione, poiché, secondo ti co- t'Aiv.ic degli antichi, chiunque
intraprendeva un cosi difficile disegno era obbligato
nidisptnsabit- uiente di preparatisi colla iniziazione ai mifterii .
Multa eximia t dice M. Tullio, divinaque videntur Athence tua peperisse,
atque in vitaru Jiominum attutisse t tum nihilmelius illit myste-
fili, quibus ex. agresti immanique vita exculti, ad humanitqteni
istituti. et mingali sumus ; jnitiaque, ut appeilanlur, et vera principia
vi- fa> cognop'uns . Neque salum cum Imtitia vi- vendi rationem
occepimus, at alani cum sp$ mfiiiori moriendi (i). £] M- X.
Ci.tq. dci«gi. Ubi. II. Clf.KlV-. -=» JftllM qu*lt si
<t> U tptigt%ìw di Dkrìl ttìiSfznwi appwni***ti d'Miittrii
Sfattoti. I Sacerdoti primari! ne'mbterìi, che chiama- vansi
Hierophanta: } per conservare la castità i' ungevano di cicuta • Un
antico interprete A Senio, alla jatif* V. -dice: Cicuta colorem i*
notti frigorit sui vi extinguit} unde Sacerdòti» Cereri* Eleusina liquore
ejtu ùngebantur, ut concubiti* abstiner^nt. Altri vogliono che beve»
•ero la cicuta. S. Girolamo Lìbr. V. cont. Jovin. ba coti : Bierophantct
Athenìensium cicuta sor~ bilioni castrati, et pouquam in
Pontificatavi fuerìnt eleSi, viro* esse desivere. latitati
Inter mortuos honoratioret foie ere- debantur. Scholiattes Ariitophanii
in Ranis art: ConspeBiores mnf apud inferni initiati- Diogene» Lantius in
vita Diogeni* Cenici : Jpud ìn- fero! priori loco initiati honoratUur
. (Tantaìo all'inferita.) Né i Sacerdoti, né gli
assistenti nell'antico Egitto palesarono giammai ciò, che «veano
ve- duto nello spettacolo: né vi é esempio, eh* qnantunque ne] fine
d e ' sacrifici, le obbiezioni fossero portate da dieciottò femmine
figlinolo de' Sacerdoti, alcun mai siasi attutato di queito
spettacolo, Orfeo Ita espressa la riterva, ali* quale sopra quoto punto
erano obbligati dalla ttiaoti del loogo, «aito I 1 immagine di
Tantalo in meno alle acque senza poterne bevete. ' 1 Quelli j che
andarono per J' iniziazione ne'ino- ghi sotterrane» dell'Egitto,
sentirono ntl primo ingresso vagiti di bambini. Qtlelti erano i fi.
gliuoli de' Sacerdoti, che colà vanivano partoriti ed educati. Orfeo a questa
verità suppose ttaa dottrina, che i bambini di latte defunti
/ussero collocati nel]' mgreiso dell'Infero. Ne'soUeranei luoghi dell' Egitto
e.avi un luo- go chiamato il campp delle, lagrime ìugens som- pur.
Era uno spailo largo tre giugeii, ltrng» nove circondato da quattro
strade. Ivi si casti- gavano sopra il Sudicio di tre Sacerdoti gli
er- rori degli ufficiali di secondo ordine, con castighi proporzionati, i
più umani, come per aver mancato più volte «Haipontntlìtà de' loro
ufi» cii. Là castigavano gli uomini, facendo loro voltare un
cilindro di sasso nulla cima di oli collina, che andava dalla parte
opposta. Le donne attingevano, acqua da profondi pozzi per versarla in un canale,
che scorreva per questo earr£> po di lagrime. Quindi e facile
riconoscere l'ori- gine del sasso di Sisifo, del vaso delle Danaidi
presso Orfeo. In caso di viola zion di secreto, erano tanto i Sacerdoti,
che gl'iniziati e gli ufficiali destinali ad essere loro aperto il
petto, strappato il cuore, e dato a divorarlo agli il Celli di rapina .
Quindi Orfeo immagino la per» di, Prometeo e. di Tizio. Ami dalla
grandezza del campo è tram ia grandezza gigantesca di Tizio, che
steso a terra occupa ls spazio di no. « giugeri. Eravi pure' un giardino
chiamato Eliso . L( luce del iole, che si ammirava era indebolita,
.perchè cadeva dall'altezza di dieciotto piedi. Ciò fece nascere ad
Orfeo, il pensiero di dare all' Elifo un iole particolare ed astri
particola- ri. Nel fondo settentrionale' dell' eliso era vi il
Tartaro, in cai face vanii le rapprese stazio ci da Sacerdoti e dalle
Sacerdotesse. Facevar»i' vedere in lontananza grandissima molte persone,
cha per la distanza e per la poca luce, non potcva- no essere
distinte . In fatti gli iniziati e i con- sultanti credevano: veramente
rTedefe trasportati nel toggiòrfao dell'altra vita J e non
credevano veramente vivi, se non quelli, che gli accom» pago a vano
. Salendo per ima scala sontuosa all'Edificio del Teatro,
vedevano a traverso de' giardini, come in un vasto sotterraneo, un' canale
diacqUe spiritose e sulfuree accese, che parevano uri na- rne di
fiamme . Un uomo, che torni alla Ida elsa, dice il P. Bossù,
la contesa di due altri nori'ha' in w niente di grande; ma diventano
azióni illustri, quando è Ulisse, che ritorna in Itaca, Achille ed
Agamemnone, che contrastano. Vi sono del- le azioni per se stesse
importanti, come lo sta- bilimento ( o la rovina di ano Stato, o di
una Religione; e tutt'è l'azione dell’ENEIDE. Egli ha conosciuta la
gran differenza tra i Poemi di Omero e di VIRGILIO. È mirabile che da ciò
non abbia compreso di una specie differente essrre l'Eneide
dall'Odissea, e dallMliade. Una delle ragioni ancora per cui vieppiù
SÌ manifesta la falliti della glosa dì Servio e Jt" moi seguaci
nell' asserire, che Virgilio [scendo uscire dall' In Temo il im Eroe per
la porla di Avorio abbia voluto sigili (icari* mere stato simi- le
a un sogna tutto il precidente. racconto, udì delle ragioni, dico, è che
dentro il racconto VIRGILIO fa profetare Anchise di cose già succedute, ma
succedute di Catto. Dunque come poteva far passare per falso quello» oh'
«0, verissimo Quindi le sue descI Questo sapiente Dottor Inglese Warburton
e quegli) clic ha preso a difendere altamente nelle sue Dissertazioni, o
Lettere filosofiche e morali (tradotte in Francese, conte li
osservo nei cenni mila vita del Warburton premesti a questa
edizione, dal Sig. di Silhouette, e im- presse in Londra nel 1742 colla
traduzione de' aggi lulla Mitica e sull'uomo, e di-IP epistole
morali entro una raccolta intitolata Melange da Litteraiure. et de
Philotophieì Pope il quale fu acerbamente attaccato dal Sig. di Crousaz e
da molti altri scrittori, e fra questi dal Ratina, a cui rispose
addi aS Aprile 1741 il Sig. di Kamseais, cosi pure al Sig. Montesquieu
autore delle 'lettere Fiamminghe e delle Persiane. 10 Warburton
raccolse ed impresse in IX. volti- mi tutte le varie opere del Pape, che
ave va- gliene data l'incombenza col lasciargli tatti »
Cicerone parla de' mister» Eleusini, ne' quali pretende il Sig. di
Middeleton nella sua vita, essersi fatto egli iniziare nel primo suo
viaggio in Atene 1' anno di Roma 67Ì, e di sua et* XXVIII., ne
parla, dico, Tisi c. Quasi. i>3,, e 3 ed «pressa ni enti: ilice de Legìbus I.
sopracit; Initiaguc, ut appellatiti, (s vera principia uè- Ite
cognovimut : neque soliim cum Imiti» vivendi rationem ticcepimus, sed etiam cum
spe me- liori moriendi. Questi m uteri i si celebravano in
determinate stagioni dell'anno con inoltre solen- ni, e con una gran
pompa di macchine : il che tirava un concorso di popolo frequentissimo
da tutti i paesi. L. Crasso giunse per sorte in Ate- ne due giorni
dopo, ch'erano stati celebrali, ed avendo invano desiderato che si
replicassero, non si volle più fermare, e partì corrucciato da
quella città (CICERONE, DE OR. de Ora*. 5. io. ) . Ciò fa Tevere quanto i
magistrati Ateniesi fossero guar- dinghi nel rendere que' misterii troppo
familia- ri, » tu ire non vollero permetterne la vista fuo- ri di
i. mpo ad uno de' primi Oratori e Senato- ri di Roma. Stimati che nella
decorazione fol- lerò i appiè sentati il Cielo, l'Inferno, il
Purga- torio e tutto quello che -si riferiva allo «tato futuro de'
molti, a bella posta per inculcare sen- iibilmente, ed esemplificare le
iiotljine promul- gate ayli iniziati : e siccome erano un argomen-
to accomodato alla poesia però cosi frequente- mente vi alludono i poeti
antichi. Cicerone in una sua lettera ad Attico il prega a richiesto,
di Chilio poeta eccellente di quel secolo, che trasmettagli una relazione
de 1 riti Eleusini, che probabilmente destinatasi per un Episodio,
o abbellimento a qualche opera di Chilio. ' I miiterìì della
Dea Cerere, ossia le ceremo- nie religiose, che facevausi in di lei
onore, chiamavano Eleutinia dalia città dell' Attica det- ta da
alcuni Elettiti; ma da altri con più fon- daon-nto Eleusine, oggi
Leptiaa. Le ceremonio Eleusine piano presso i Citici le feste più
toJ leoni e sacrosante, onde per eccellenza furori dette i Misteri!
senz'altro aggiunto. La città di Eleusina era così gelosa di questo
privilegio di celebrare i misterii, che ridotta dagli Ateniesi agli
estremi, si arrese con questa sola condizio- ne, che non le si levassero
le feste Eleusine. Contuttociò le stesse feste divennero comuni a
tutta la Grecia. Le crremonie al dir di Arnobio, e di Late
lamio, erano una imitazione, o rappresentazio- ne di ciò, che i Mitologi
c'insegnano della Dea Cerere . Esce duravan più giorni, ne' quali
si correva con torcie accese in mano, si sacrificavano vittime a Cerere e
a Giove, ai facevano delle libazioni con due vasi, uno dei quali sì
versava air Oriente e l'altro all'Occidente. I festeggiami si portavano in
pompa alta città di Eleusi, e sulla strada di tratto in tratto si
fa- ceva alto, e ti cantavano inni, e l'immolava- no vìttime ; e
tutto questo face va lì non solo andando da Atene ìn Eleusi, ma nel
ritorno ancora. Del resto si era obbligato ad un invio- labil
secreto, e la legge condannava a morte chiunque aveste ardito di
pubblicare i misterii, Anzi la slessa pana incorrevano quelli ancora,
che avessero data retta a' violatori del segreto . I Candiotti erano i
soli, cui si potevano sco- prire . Le feste Eleusine nominavangi pure
EVi- xpuW cioè abscondita poste sotto chiave. Onde ebbe a dir
Sofocle aell' Edipo Coloneo, che la Nngtia de'Saeirdoti Ettmoìpidi era serrata con
chiavi d'oro. Non ostante un %\ severo decreto Tertulliano, Teddofeto,
Aruobio, Clemente Ale*, mandrino affermano, che nelle feste Eleusine
si mostrava una parte oicena. Ma questa impart- itone potrebbe
essere mal fondata; poiché ia tjuesti in iste ni nulla v'era di scritto,
v'era la Ifìtì grave di torte le pene per chi violava il Je- eretó
4 n* v'ha esempio ch'alcuno l'abbia mai violato, V erano due
sorta di feste Elusine le grandi e le picciole. Il detto fin ora riguarda
le gran- di . Le picciolo' erano state instìtuìte in grazia di
ErcoW. Qoesto Eroe avendo chiesto di essere iniziato a* mi iteri i Eleusini,
e gli Ateniesi non potendo compiacerlo, perchè la legge vietava che
't'ammettesse alcnn forastiere, ne volendo con- -tnttociò contristarlo,
initituirono altre fe*te; Elea* line, coi poteste egli assistere . Le
grandi si ce- lebravano nel radi e di Roedromìone, che corri-
(ponile al nostro Agosto, e le picciole nel me» /Intheucrione, che
corrisponde al mese di Gen- naio secondo Scaligero, al mese di Mano
secon- do Xilaadro . Non veniva alcuno ammesso alla
partecipazio- ni; di questi miiterii, se non per gradi. Prima
bisognava purificarsi: dipoi si era ricevuto agli Eleusini minori] in
fine li era ammesso ed ini- ziato ai grandi, o aia maggiori . Que' eh'
erano ascrini, a' piccioli, ehiamavanii Mysti, * que' ch'erano
iniziati ai grandi, Epopti ed Efori, TÀeh a dire Inspmori . Ed
ordinariamente dovc^ *ari sostenere una prova di cinque anni
per passare da* piccioli Eleo» ini 'a' grandi . Qualche volta un
anno bastava,' dopo il' quale- spaziò di tempo si era immediatamente
ammuso a quanta Véra di più secreto in quelle religione ceremo*
aiti. Giovanni Menrsio ha composto un trattata sugli Eleusini, nel quale
prora la maggior par- te de' fatti j che noi qui sopra abbiamo narrati La
cognizione e par coti dire, la chiara con- templazione de" miiterii
Eleusini, chiamossi Au- lópsto. In che consistesse non ai sa. Solo
si legge negli antichi scrittori, che un Sacrificato- re detto
Midranes immolava a Giove una troja, pregna ; : e dopo avere ite ta la di
lei pelle in terra, su quella li faceva stare chi doveva es- sere
purificato . Questa ceremonìa era accompa- gnata da preghiere, le quali
un austero digiuna doveva aver preceduto . Di poi dopo qualche
ablazione fatta coli' acque del mare, si corona? va l'iniziando con nn
cappello di fiori . Dopo queste prove il candidato poteva aspirare
alla qualità di Itiysta, o d' Infoiato a' misteri! . Quanto
raccontano gli antichi de' mostri e delle terribili apparizioni,
ch'avevano gì* inizia* ti ai misterii Eleusini si può provare . con
quan- -trizio, ch'è una grotta piccìola cavata nel sasso di
una isoletta del lago d'Erma nel li Contea di Pungali nell'Irlanda. Tutti
i pellegrini ch'an- davano a visitar il Purgatorio di S. Patrizio
non' potevano entrare, se prima non vi si erano pre- parati con
lunghe vigilie e con rigorosi digiuni j nel qnal tempo v'era chi loro
empiva la testa di terribili racconti? La prensione, i raccon-
ti, la deboteeza, le Miche operavano in guiia nella
immaginazione di qui;' malconci pellegrini, ch'entrati nella; picciola
caverna in meno a quelle angusìic, ove regnava, una osciiriiiini»
notxe, credevano divedere realmente lutto quel- lo, che avevano sentito
narrarli; onde usciti tutto ipacciavan per vero e reale, sebbene
non fosse rtato tale, che nella loro riicaldata e tur- bata
nfcntUt*; Seneca nelle questioni naturali Lìbr. Vili. Gap.
XXXI. fa menzione di qoeito proverbio; Eleusina servai, quod ostendai
revisentibus . Sì dice contro chi vuol dire, e inoltrare tutto ciò
che fa, od ha tenia frapponi dimora, tigli è preso di qui, che i ebbe ni
nel tempio di Cererà vi foriero molli ornamenti sacri, su' quali
cade- va r Auptosla, pure non li inoltravano ohe, *e- paraUmcnte,
ed in diversi tempi. Fine delle Osservotiorti . A. Cuti. The belief in
an underworld is very old, and most peoples imagine the dead as going
somewhere. Yet they each have their own elaboration of these beliefs, which can
run from extremely detailed, to a rather hazy idea. The Romans belong to the
latter category. They do not seem to have paid much attention to the afterlife.
Thus, Virgil, when working on his “Aeneid”, had a little problem. How should he
describe the underworld where Aeneas was going? To solve this problem, VIRGILIO
draws on three important sources, as Norden argues in his commentary: Homer’s
Nekuia, which is by far the most influential intertext, and two lost poems
about descents into the underworld by Heracles and Orpheus. Norden is fascinated
by the publication of the Apocalypse of Peter, but he is not the only one: this
intriguing text appeared in, immediately, three edition. Moreover, it also
inspires the still useful study of the underworld by Dieterich. When Norden
published his commentary on Aeneid, and he continued working on it, his essay
still impresses by its stupendous erudition, impressive feeling for style, [In general,
see Bremmer, The Rise and Fall of the Afterlife (London). 2 For Homer’s influence,
see Knauer, “Die Aeneis und Homer” (Göttingen). Norden, KleineSchriften zum klassischenAltertum
(Berlin), ‘Die Petrusapokalypse und ihre antiken Vorbilder’. In his monumental
commentary, Horsfall, Virgil, “Aeneid” 6. A Commentary” (Berlin) mistakenly
states it was 1 Enoch. For the bibliography, see the most recent edition: Kraus
and T. Nicklas, “Das Petrusevangelium und die Petrusapokalypse (Berlin).
Dieterich, “Nekyia” (Leipzig and Berlin). For Dieterich, see most recently
H.-D. Betz, The “Mithras” Liturgy (Tübingen) Wessels, Ursprungszauber. Zur
Rezeption von Hermann Useners Lehre von der religiösen Begriffsbildung
(London); H. Treiber, ‘Der “Eranos” – Das Glanzstück im Heidelberger
Mythenkranz?’, in W. Schluchter and F.W. Graf (eds), Asketischer
Protestantismus und der ‘Geist’ des modernen Kapitalismus, Tübingen, many
interesting glimpses of Dieterich’s influence in Heidelberg; Tommasi, Albrecht
Dieterich’s Pulcinella: some considerations a century later, St. Class. e Or.
F. Graf, ‘Mithras Liturgy and Religionsgeschichtliche Schule, MHNH Norden, P.
Vergilius Maro AeneisVI (Leipzig) 5 (sources). ingenious reconstructions of
lost sources and all-encompassing mastery of Roman literature. It is, arguably,
the finest commentary of the golden age of German Classics.7 Norden’s
reconstructions of Virgil’s sources for the underworld in Aeneid VI have
largely gone unchallenged, and the next worthwhile commentary, that by Austin clearly
did not feel at home in this area. Now the past century has seen a number of
new papyri of literature as well as new Orphic texts, and, accordingly, a
renewed interest in Orphic traditions. Moreover, our understanding of Virgil as
a philosophical bricoleur or mosaicist, as Horsfall calls him, has much
increased in recent decades. It may therefore pay to take a fresh look at
Virgil’s underworld and try to determine to what extent these new discoveries
enrich and/or correct Norden’s picture. We will especially concentrate on the
Orphic, Eleusinian, and Hellenistic backgrounds of Aeneas’s descent. Yet a
Roman philosopher may hardly avoid his *own* Roman tradition, and, in a few
instances, we will also comment on these aspects. As Norden observes, Virgil
divides his picture of the underworld into six parts, and we will follow these
in our argument. For Norden, see most recently E. Mensching, Nugae zur
Philologie-Geschichte, 14 vols (Berlin). Rüpke, “Römische Religion” (Marburg);
B. Kytzler et al., Norden (Stuttgart); W.M. Calder III and B. Huss, “Sed serviendum
officio...” The Correspondence between Wilamowitz-Moellendorff and Eduard
Norden (Berlin); W.A. Schröder, Der Altertumswissenschaftler Eduard Norden. Das
Schicksal eines deutschen Gelehrten Abkunft (Hildesheim); A. Baumgarten,
‘Eduard Norden and His Students: a Contribution to a Portrait. Based on Three
Archival Finds’, Scripta Class. Israel; Horsfall, Virgil, “Aeneid”, with
additional bibliography, although overlooking Neuhausen, ‘Aus dem
wissenschaftlichen Nachlass Franz Bücheler’s (I): Eduard Nordens Briefe an
Bücheler’, in Clausen (ed.), Iubilet cum Bonna Rhenus. Festschrift zum 150 jährigen
Bestehen des Bonner Kreises (Berlin) (important for the early history of the
commentary) and -- Rüpke, ‘Dal seminario
all’esilio: Norden e Jaeger,’ Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia
(Siena). See now also O. Schlunke, ‘Der Geist der lateinischen
Literatursprache. Eduard Nordens verloren geglaubter Genfer Vortrag’, A&A 8
For a good survey of the status quo, seeA. Setaioli,‘Inferi’,inEVII,
Austin, P. Vergili Maronis Aeneidos liber sextus (Oxford, 1977). For Austin see, in his inimitable
and hardly to be imitated manner, J. Henderson, ‘Oxford Reds’ (London)
Horsfall(ed.), A Companion to the Study of Virgil (Leiden) See especiallyN.
Horsfall, VIRGILIO: l’epopea in alambicco (Napoli). Norden, AeneisVI,208 (sixparts).
As Horsfall,Virgil,“Aeneid”6, has used my previous articles for his commentary,
I will refer Horsfall only in cases of substantial disagreements or
improvements of my analysis. I freely make use of]. Before we start with the
underworld proper, we have to note an important verse. At the very moment that
Hecate is approaching and Aeneas will leave the Sybil’s cave to start his entry
into the underworld, at this emotionally charged moment, the Sibyl calls out.
“Procul, o procul este, profani.” Austin just notes: ‘a religious formula’,
whereas Norden comments. “Der Bannruf der Mysterien ἑκὰς ἑκάς.” However, such a cry is not attested for the Mysteries in Greece but
occurs only in Callimachus. In Eleusis it is *not* the ‘uninitiated’ but those
who cannot speak proper Greek or had blood on their hands that are excluded. But
Norden is on the right track. The formula alludes to the beginning of the,
probably, oldest Orphic theogony which has now turned up in the Derveni papyrus
(Col, ed. Kouremenos et al.), but allusions to which can already be found in
Pindar, the Italic philosopher Empedocles of Girgenti -- who was heavily
influenced by the Orphics -- and Plato. “I will sing to those who understand:
close the doors, you uninitiated.” A further reference to the Mysteries can
probably be found in Virgil’s subsequent words. “Sit mihi fas audita loqui” --
as it was forbidden to speak about the content of the Mysteries to the
non-initiated. my ‘The Roman Tour of
Hell’, in T. Nicklas et al. (eds), Other Worlds and their Relation to this
World (Leiden); ‘Roman Tours of Hell: in W. Ameling (ed.), Topographie des
Jenseits (Stuttgart) 13–34 (somewhat revised and abbreviated as ‘De katabasis
van Aeneas’ Lampas) and ‘Descents to Hell and Ascents to Heaven’, in Collins, Oxford
Handbook of Apocalyptic Literature (Oxford). For the entry, see H. Cancik,
Verse und Sachen (Würzbur) (‘Der Eingang in die Unterwelt. Ein
religionswissenschaftlicher Versuch zu Vergil, Aeneis VI, fi). For further
versions of this highly popular opening formula, see Weinreich, Ausgewählte
Schriften II (Amsterdam); Ried- weg, Hellenistische Imitation eines orphischen
Hieros Logos (Munich); A. Bernabé, ‘La fórmula órfica “Cerrad las puertas,
profanos”. Del profano religioso al profano en la materia’, ‘Ilu and on OF 1;
Beatrice, ‘On the Meaning of “Profane” in Antiquity. The Fathers,
Firmicus Maternus and Porphyry before the Orphic “Prorrhesis” (OF 245.1 Kern)’,
Ill. Class. Stud., who at p. 137 also observes the connection with Aen. 6.258. In
addition to the opening formula, see also Hom. H. Dem.; Eur. Ba.; Diod. Sic.;
Cat. - “orgia quae frustra cupiunt audire profane”; Philo, Somn.; Horsfall on
Aen. For the secrecy of the Mysteries, see Horsfall on Aen. The ritual cry,
then, is an important signal for our understanding of the text, as it suggests
the theme of the Orphic Mysteries and indicates that the Sibyl acts as a kind
of mystagogue for Aeneas. After a sacrifice to the chthonic powers and a
prayer, Aeneas walks in the ‘loneliness of the night’ to the very beginning of
the entrance of the underworld, which is described as “in faucibus Orci” -- an
expression that also occurs elsewhere in Virgil and other Latin philosophers. Similar
passages suggest that the Roman philosophers imagine the ‘underworld’ as a vast
hollow space with a comparatively narrow opening. “Orcus” can hardly be
separated from Latin “orca,” -- and we find here an ancient idea of the
underworld as an enormous pitcher with a narrow opening. This opening must have
been proverbial, as in Seneca’s Hercules Oetaeus. Alcmene refers to fauces only
as the entry of the underworld. All kinds of ‘haunting abstractions’ (Austin),
such as War, Illness and avenging Eumenides, live here. In its middle, there is
a dark elm of enormous size, which houses the dreams. The elm is a kind of
arbor infelix, as it does not bear fruit (Theophr. HP Norden), which partially
explains why Virgilio chose this tree, a typical arboreal Einzelgän- ger, for
the underworld. Another reason must have been its size, “ingens”, as the
enormous size of the underworld is frequently mentioned in Roman philosophy. In
the tree the empty dreams dwell. There is no equivalent for this idea, but
Homer (Od.) situates the dreams at the beginning of the underworld. Virgil
places here all kinds of hybrids and monsters, some of whom are also found in
the Greek underworld, such as Briareos (Il.). Others, though, are just
frightening figures from mythology, such as the often closely associated
Harpies and Gorgons, or hybrids like the Centaurs and Scyllae. According to
Norden ‘alles ist griechisch gedacht’,
For similar ‘signs’, see Horsfall,Virgilio (‘I segnali per strada’).
Verg. Aen. with Horsfall ad loc.; Val. Flacc.; Apul. Met. 7.7; Gellius; Arnob.;
Anth. Lat. Wagenvoort, Studies in Roman Philosophy (Leiden) 102–131 (‘Orcus’);
for a possibly, similar idea in ancient Greece, see West on Hes. Th. See also ThLL.
For a possible echo of the Italic philosopher Empedocles of Girgenti B121DK, see
Gallavotti,‘Empedocle’, EVII. For a possible source,see Horsfall, Virgilio. Most
important evidence: Macr. Sat., cf. J. André, ‘Arbor felix, arbor infelix’, in
Hommages à Jean Bayet (Brussels); J. Bayet, “Croyances et rites dans la Rome
antique” (Paris) Lucrezop; Verg.Aen. (ingens!); Sen.Tro. Horsfallon Aen.; Bernabéon
OF717 (=P. Bonon.4).33. but that is perhaps not quite true. The presence of
Geryon (“forma tricorporis umbrae”) with Persephone in an Etruscan tomb as
Cerun points to at least one Etruscan-Roman tradition. From this entry, Aeneas
proceeds along a road to the river that is clearly the border to the underworld.
In passing, we note here a certain tension between the Roman idea of “fauces”
and a conception of the underworld separated from the upperworld by a river.
Virgil keeps the traditional names of the rivers as known from Homer’s
underworld, such as Acheron, Cocytus, Styx, and Pyriphlegethon, but, in his
usual manner, changes their mutual relationship and importance. Not
surprisingly, we also find there the ferryman of the dead, Charon. Such a
ferryman is a traditional feature of many underworlds, but iCharon is mentioned
in the late archaic Minyas (fr. 1 Davies/Bernabé), a lost Boeotian epic. The
growing monetization of Athens also affects belief in the ferryman, and the
custom of burying a deceased with an obol, a small coin, for Charon becomes
visible on vases, just as it is mentioned first in Aristophanes’ Frogs. Austin
(ad loc.) thinks of a picture in the background of Virgil’s description, as is
perhaps possible. The date of Charon’s emergence probably precludes his appear-
[See Nisbet and Hubbard on Hor. C. 2.14.8; P. Brize, ‘Geryoneus’, in LIMC at
no. 25. 28 A. Henrichs, ‘Zur Perhorreszierung des Wassers der Styx bei
Aischylos und Vergil’, ZPE. Pelliccia, ‘Aeschylean ἀμέγαρτος and Virgilian inamabilis’, ZPE. Horsfall on Aen. Note its mention also inOF717.42.
30 L.V. Grinsell, ‘The Ferryman and His Fee: A Study in Ethnology, Archaeology,
and Tradition’, Folklore; Lincoln, ‘The Ferryman of the Dead’, J. Indo-European
Stud.; Sourvinou-Inwood, ‘Reading’ Greek Death to the End of the Classical
Period (Oxford); Oakley, Picturing Death (Cambridge); J. Boardman, ‘Charon I’,
in LIMC, Debiasi, ‘Orcomeno, Ascra e l’epopea regionale minore’, in E. Cingano
(ed.), Tra panellenismo e tradizioni locali: generi poetici e stroriografia
(Alessandria), Oakley, Picturing Death, with bibliography; add R. Schmitt,
‘Eine kleine persische Münze als Charonsgeld’, in Palaeograeca et Mycenaea
Antonino Bartonĕk quinque et sexagenario oblata (Brno); Gorecki, ‘Die
Münzbeigabe, eine mediterrane Grabsitte. Nur Fahrlohn für Charon?’, in M.
Witteger and P. Fasold, “Des Lichtes beraubt. Totenehrung in der römischen
Gräberstrasse von Mainz-Weisenau (Wiesbaden); G. Thüry, ‘Charon und die
Funktionen der Münzen in römischen Gräbern der Kaiserzeit’, in O. Dubuis and S.
Frey-Kupper, Fundmünzen aus Gräbern (Lausanne)] ance in the poem on Heracles’
descent, although he seems to have been present already in the poem on Orpheus’
descent. Finally, on the bank of the river, Aeneas sees a number of souls and
he asks the Sibyl who they are. The Sibyl, thus, is his ‘travel guide’. Such a
guide is not a fixed figure in Orphic descriptions of the underworld, but a
recurring feature of later tours of hell and going back to 1 Enoch. This was
already seen, and noted for Virgil, by Radermacher, who had collaborated on an
edition with translation of 1 Enoch. Moreover, another formal marker in later tours
of hell is that the visionary often asks: ‘Who are these?’, and is answered by
the guide of the vision with ‘these are those who...’, a phenomenon that can be
traced back equally to Enoch’s cosmic tour in 1 Enoch. Such demonstrative
pronouns also occur in the Aeneid, as Aeneas’ questions can be seen as
rhetorical variations on the question ‘who are these?’, and the Sibyl’s replies
contains “haec”, “ille” and “hi”. In other words, Virgil uses this tradition to
shape his narrative, and he may have used some other Hellenistic motifs as well.
Leaving aside Aeneas’s encounter with different souls and with Charon, we
continue our journey on the other side of the Styx. Here Aeneas; Contra Norden,
Aeneis; Stuckenbruck, ‘The Book of Enoch: Its Reception in Second Temple Jewish
and in Christian Tradition’, Early Christianity; Radermacher, Das Jenseits im
Mythos der Hellenen (Bonn) 14–15, overlooked by M. Himmelfarb, Tours of Hell, Philadelphia,
and wrongly disputed by H. Lloyd-Jones, Greek Epic, Lyric and Tragedy (Oxford)
183, cf. J. Flemming and L. Radermacher, Das Buch Henoch (Leipzig). For
Radermacher, see A. Lesky, Gesammelte Schriften (Munich); Wessels,
Ursprungszauber. As was first pointed out by Himmelfarb, Tours of Hell, Himmelfarb,
Tours of Hell; J. Lightfoot, The Sibylline Oracles (Oxford), who also notes the
passage “contains three instances each of “hic” as adverb and demonstrative
pronoun - a rhetorical question answered by the Sibyl herself, and several
relative clauses identifying individual sinners or groups’. Add Aeneas’s questions
in the Heldenschau especially, – “quis”, “pater”, “ille” -- ), and further
demonstrative pronouns. 39 Differently, Horsfallon Aen. and the Sibyl are immediately welcomed by
Cerberus who first occurs in Hesiod’s Theogony but must be a very old feature
of the underworld, as a dog already guards the road to the underworld in ancient
mythology. After Cerberus is drugged, Aeneas proceeds and hears the sounds of a
number of souls. Babies are the first category mentioned. The expression “ab
ubere raptos” suggests infanticide, which is also condemned in the Bologna
papyrus, a katabasis in a papyrus from Bologna, the text of which seems to date
from early imperial times and is generally accepted to be Orphic in character. This
papyrus, as has often been seen, contains several close parallels to Virgil,
and both must have used the same identifiably Orphic source. Now ‘blanket
condemnation of abortion and infanticide reflects a moral perspective. As we
have already noted moral influence, we may perhaps assume it here too, as
abortion and infanticide in fact occurs almost exclusively in ‘moralistic’ tours
of hell’. Indeed, the origin of the Bologna papyrus should probably be looked
for in Alexandria in a milieu that underwent moral influences. We may add that
the so-called Testament of Orpheus is a revision of an Orphic poem and thus
clear proof of the influence of Orphism on Egyptian (Alexandrian?) moralism. Yet
some of the Orphic material of Virgil’s and the papyrus’ source must be older
than the Hellenistic period. M.L. West, Indo-European Poetry and Myth (Oxford).
For the text, with extensive bibliography and commentary, see Bernabé,
Orphicorum et Orphicis similium testimonia et fragmenta. (OF), who notes: ‘omnia quae in papyro
leguntur cum Orphica doctrina recentioris aetatis congruunt’. This has been
established by N. Horsfall, ‘P. Bonon.4 and Virgil, Aen.6, yet again’, ZPE; See
also Horsfall on Aen. Lightfoot, Sibylline Oracles, 513 (quotes), who compares
1 Enoch 99.5; see also Himmelfarb, Tours of Hell; D. Schwartz, ‘Did People
Practice Infant Exposure and Infanticide in Antiquity?’, Studia Philonica
Annual; Stuckenbruck, 1 Enoch (Berlin and New York, Shanzer, ‘Voices and
Bodies: The Afterlife of the Unborn’, Numen, with a new discussion of the
beginning of the Bologna papyrus, in which she argues that the papyrus mentions
abortion, not infanticide. 44 A. Setaioli, ‘Nuove osservazioni sulla
“descrizione dell’oltretomba” nel papiro di Bologna’, Studi Ital. Filol. Class.
Riedweg, Hellenistische Imitation eines orphischen Hieros Logos and ‘Literatura
órfica’, in A. Bernabé and F. Casadesus (eds), Orfeo y la tradicion órfica
(Madrid); F. Jourdan, Poème judéo-hellénistique attribué à Orphée: production
juive et réception chrétienne (Paris). After the babies
we hear of those who were condemned innocently, suicides, famous mythological
women such as Euadne, Laodamia, and, hardly surprisingly, Dido, Aeneas’
abandoned beloved. In this way Virgil follows the traditional combination of
ahôroi and biaiothanatoi. The last category that Aeneas meets at the furthest
point of this region between the Acheron and the Tartarus/Elysium are war
heroes. When we compare these categories with Virgil’s intertext, Odysseus’
meeting with ghosts in the Odyssey, we note that, before crossing Acheron,
Aeneas first meets the souls of those recently departed and those unburied,
just as in Homer Odysseus first meets the unburied Elpenor. The last category
enumerated in Homer are the warriors, who here too appear last. Thus, Homeric
inspiration is clear, even though Virgil greatly elaborates his model, not
least with material taken from Orphic katabaseis. Aeneas then reaches a fork in
the road, where the right-hand way leads to Elysium, but the left one to
Tartarus. The fork and the preference for the right are standard elements in
eschatological myths, which suggests a traditional motif. Once again, we are
led to the Orphic milieu, as the Orphic Gold Leaves regularly instruct the soul
‘go to the right’ or ‘bear to the right’ after its arrival in the underworld, thus
varying Pythagorean usage for the upper world. Virgil’s description of Tartarus
is mostly taken from the Odyssey. Grisé, Le suicide dans la Rome antique (Paris).
These two heroines are popular in funereal poetry in Hellenistic-Roman times:
SEG 52.942, 1672. For the place of Dido in Book VI and her connection with
Heracles’ katabasis, see R. Nauta, ‘Dido en Aeneas in de onderwereld’, Lampas
See, passim, S.I. Johnston, Restless Dead (Berkeley, Los Angeles, London,
1999); Horsfall on Aen. 6.426–547. 50 Norden, AeneisVI,238–239. 51 Pl.Grg. 524a,
Phd.108a; Resp.10.614cd; Porph.fr. 382;Corn.Labeofr. 7. 52 A. Bernabé and A.I.
Jiménez San Cristóbal, Instructions for the Netherworld (Leiden) 22–24 (who
also connect 6.540–543 with Orphism); F. Graf and S.I. Johnston, Ritual Texts
for the Afterlife: Orpheus and the Bacchic Gold Tablets (London) no. 3.2
(Thurii) = OF 487.2, 8.4 (Entella) = OF 475.4, 25.1 (Pharsalos) = OF 477.1. For
the exceptions, preference for the left in the Leaves from Petelia (no. 2.1 =
OF 476.1) and Rhethymnon (no. 18.2 = OF 484a.2), see the discussion by Graf and
Johnston, Ritual Texts. The two roads also occur in the Bologna papyrus, cf. OF
717.77 with Setaioli, ‘Sulla descrizione’. Smith,‘The Pythagorean Letter and Virgil’s
GoldenBough’, Dionysius -- but the picture is complemented by references to
other descriptions of Tartarus and to contemporary Roman villas. What does our
visitor see? Under a rock there are “moenia” encircled by a threefold wall. The
idea of the mansion is perhaps inspired by the Homeric expression ‘house of
Hades’, which must be very old as it has Hittite, Indian and Irish parallels, but
in the oldest Orphic Gold Leaf, the one from Hipponion, the soul also has to
travel to the ‘well-built house of Hades’. On the other hand, Hesiod’s
description of the entry of Tartarus as surrounded three times by night seems
to be the source of the three-fold wall. Around Tartarus there flows the river
Phlegethon, which comes straight from the Odyssey, where, however, despite the
name Pyriphlegethon, the fiery character is not thematized. In fact, fire only later
became important in ancient underworlds. The size of the Tartarus is again
stressed by the mention of an “ingens” gate that is strengthened by columns of
adamant, the legendary, hardest metal of antiquity, and the use of special
metal in the architecture of the Tartarus is also mentioned in the Iliad (‘iron
gates and bronze threshold’) and Hesiod (‘bronze fence’). Finally, there is a
tall iron tower, which according to Norden and Austin is inspired by the
Pindaric ‘tower of Kronos’. However, although Kronos is traditionally locked up
in Tartarus, Pindar situates his tower on one of the Isles of the Blessed. As
the tower is also not associated with Kronos here, Pindar, whose influence on
Virgil was not very profound, will hardly be its source. Given that the
Tartarus is depicted like some kind of building with a gate, “vestibulum” and
threshold, it is perhaps better to think of the towers that form part of Roman
villas. The
“turris aenea” in 54 Cf.A. Fo,‘Moenia’,in E VIII.557–558. 55 Il. VII.131,
XI.263, XIV.457, XX. 366; Emp. B 142 DK, cf. A. Martin, ‘Empédocle, Fr. 142
D.-K. Nouveau regard sur un papyrus d’Herculaneum’, Cronache Ercolanesi 33
(2003) 43–52; M. Janda, Eleusis. Das
indogermanische Erbe der Mysterien (Innsbruck, 2000) 69–71; West, Indo-European
Poetry, Note also Aen.: domos Ditis. 56 Grafand Johnston, RitualTexts,no.
1.2=OF474.2. 57 For Hesiod’sinfluence on Virgil, see A. LaPenna, ‘Esiodo’, in EVII,386–388;HorsfallonAen.
7.808. 58 Lightfoot, Sibylline Oracles, 514. 59 Lexikon des frühgriechischen
Epos I (Göttingen) s.v.; West on Hesiod, Th. 161; Lightfoot, Sibylline Oracles,
494f. 60 On Kronos and his Titans, see Bremmer, Greek Religion and Culture, the
Bible, and the Ancient Near East (Leiden). For rather different positions, see
Thomas, “Reading Virgil and His Texts” (Ann Arbor) and Horsfall on Aen.
3.570–587. 62 Norden, Aeneis VI, 274 rightly compares Aen. 2.460 (now with
Horsfall ad loc.), although 3 pages later he compares Pindar; E. Wistrand, ‘Om
romarnas hus’, Eranos 37 which Danae is locked up according to ORAZIO may be
another exam-ple, as before Virgil she is always locked up in a bronze chamber
(Nisbet and Rudd ad loc.). Traditionally, Tartarus was the deepest part of the
Greek underworld, and this is also the case in Virgil. Here, according to the
Sibyl, we find the famous sinners of mythology, especially those that revolted
against the gods, such as the Titans, the sons of Aloeus, Salmoneus, and Tityos.
However, Virgil concentrates not on the most famous cases but on some of the
lesser-known ones, such as the myth of Salmoneus, the king of Elis, who
pretended to be Zeus. His description is closely inspired by Hesiod, who in
turn is followed by later authors, although these seem to have some additional
details. Salmoneus drove around on a chariot with four horses, while
brandishing a torch and rattling bronze cauldrons on dried hides, pretending to
be Zeus with his thunder and lightning, and wanting to be worshipped like Zeus.
However, Zeus flung him headlong into Tartarus and destroyed his whole town. Receiving
nine lines, Salmoneus clearly is the focus of this catalogue, as the penalty of
Tityos, an “alumnus” of Terra, is related in 6 lines, and other sinners, such
as the Lapiths, Ixion, and Pirithous, are; Opera selecta (Stockholm). For
anachronisms in the Aeneid, see Horsfall, Virgilio, Il., 478; Hes. Th. 119 with
West ad loc.; G. Cerri, ‘Cosmologia dell’Ade in Omero, Esiodo e Parmenide’,
Parola del Passato; D.M. Johnson, ‘Hesiod’s Descriptions of Tartarus (Theogony
721–819)’, Phoenix; Except for Salmoneus, they are als opresent in ORAZIO’s s underworld:
Nisbet and Ruddon Hor. Compare Soph. fr10c6 (makingnoisewithhides, cf. Apollod.1.9.7,
to be read with Smith and Trzaskoma, ‘Apollodorus: Salmoneus’ Thunder-Machine’,
Philologus and Griffith, ‘Salmoneus’ Thunder-Machine again’); Man. (bronze
bridge); Greg. Naz. Or. 5.8; Servius and Horsfall on Aen. (bridge). 66 In line 591, aere, which is left
unexplained by Norden, hardly refers to a bronze bridge (previous note: so
Austin) but to the ‘bronze cauldrons’ of Hes. fr. 30.5, 7. 67 For the myth, see
Hes. fr. 15, 30; Soph. fr. 537–541a; Diod. Sic.; Hyg. Fab. 61, 250; Plut. Mor.
780f; Anth. Pal. 16.30; Eust. on Od. Hardie, Virgil’s Aeneid: cosmos and
imperium (Oxford); D. Curiazi, ‘Note a Virgilio’, Musem Criticum; A. Mestuzini,
‘Salmoneo’, in EV IV, 663–666; E. Simon, ‘Salmoneus’, in LIMC; Austint ranslates
‘son’, as Homer (Od.) calls him a son of Gaia, but Tityos being a foster son is
hardly ‘nach der jungen Sagenform’ (Norden), cf. Hes. fr. 78; Pherec. F 55
Fowler; Apoll. Rhod.; Apollod. 1.4.1. For alumnus meaning ‘son’, see ThLL s.v.
69 Ixion appears in the underworld as early as Ap. Rhod. 3.62, cf. Lightfoot,
Sibylline Oracles, 517] mentioned only in passing. It is rather striking, then,
that Virgil spends such great length on Salmoneus, but the reason for this
attention remains obscure. Moreover, the latter sinners are connected with
penalties, an overhanging rock and a feast that cannot be tasted, which in
mythology are normally connected with Tantalus We find the same ‘dissociation’
of traditional sinners and penalties in later works. Apparently, specific
punishments gradually stopped being linked to specific sinners. Finally, it is
noteworthy that the furniture of the feast with its golden beds points to the
luxury-loving rulers of the East rather than to contemporary Roman magnates. After
these mythological exempla there follow a series of mortal sinners against the
family and familia, then a brief list of their punishments, and then more
sinners, mythological and historical. In the Bologna papyrus, we find a list of
sinners, then the Erinyes and Harpies as agents of their punishments, and
subsequently again sinners. Both Virgil and the papyrus must therefore go back
here to their older source, which seems to have contained separate catalogues
of nameless sinners and their punishments. But what is this source and when was
it composed? Here we run into highly contested territory. Norden identifies
three katabaseis as important sources for Virgil, the ones by Odysseus in the
Homeric Nekuia, by Heracles, and by Orpheus. Unfortunately, Norden does not
date the last two katabaseis, but thanks to subsequent findings of 70 J.
Zetzel, ‘Romane Memento: Justice and Judgment in Aeneid 6’, Tr. Am. Philol.
Ass. Bremmer,‘Orphic,Roman, Jewish and ChristianToursofHell’. 72 Note also
Dido’s aurea sponda (Aen.); Sen. Thy. 909: purpurae atque auro incubat.
Originally, golden couches were a Persian feature, cf. Hdt.; Esther 1.6; Plut.
Luc. 37.5; Athenaeus 5.197a. 73 P. Salat, ‘Phlégyas et Tantale aux Enfers. À
propos des vers 601–627 du sixième livre de l’Énéide’, in Études de littérature
ancienne, Questions de sens (Paris, 1982) 13–29; F. Della Corte, ‘Il catalogo
dei grandi dannati’, Vichiana, Opuscula IX (Genova) Powell, ‘The Peopling of
the Underworld: Aeneid, in Stahl (ed.), Vergil’s Aeneid: Augustan Epic and
Political Context, London; Norden, Aeneis VI, 5 n. 2 notes influence of
Heracles’ katabasis -- with Lloyd-Jones, Greek Epic, on Bacch. and F. Graf,
Eleusis und die orphische Dichtung Athens in vorhellenistischer Zeit (Berlin)
on Ar. Ra. 291, where Dionysus wants to attack Empusa), 309–312 (see also
Norden, Kleine Schriften, Horsfall on Aen. Norden, Aeneis VI, 5 n. 2 notes
influence of Orpheus’ katabasis on lines 120 (see also Norden, Kleine
Schriften, Horsfall on Aen. 6.120. papyri we can make some progress here. On
the basis of a probable fragment of Pindar, Bacchylides, Aristophanes’ Frogs,
and the mythological handbook of Apollodorus, Hugh Lloyd-Jones reconstructs an
epic katabasis of Heracles, in which he was initiated by Eumolpus in Eleusis
before starting his descent at Laconian Taenarum. Lloyd- Jones dated this poem
to the middle of the sixth century, and the date is now supported by a shard in
the manner of Exekias that shows Heracles amidst Eleusinian gods and heroes. The
Eleusinian initiation makes Eleusinian or Athenian influence not implausible,
but as Parker comments, once the (Eleusinian) cult had achieved fame, a hero
could be sent to Eleusis by a non-Eleusinian poet, as to Delphi by a
non-Delphian. However, as we will see in a moment, Athenian influence on the
epic is certainly likely. Given the date of this epic we would still expect its
main emphasis to be on the more heroic inhabitants of the underworld, rather
than the nameless categories we find in Orphic poetry. And in fact, in none of
our literary sources for Heracles’s descent do we find any reference to
nameless humans or initiates seen by him in the underworld, but we hear of his
meeting with MELEAGRO and his liberation of Theseus. Given the prominence of
nameless, human sinners in this part of Virgil’s text, the main influence seems
to be the katabasis of Orpheus rather than the one of Heracles. There is
another argument as well to suppose here use of the katabasis of Orpheus.
Norden notes that both Rhadamanthys and Tisiphone recur in Lucian’s Cataplus in an Eleusinian
context. Similarly, he observed that the question of the Sibyl to Musaeus about
Anchises can be paralleled by the question of the Aristophanic Dionysos to the
Eleusinian initiated where Pluto lives [The commentary of W. Stanford on the Frogs (London) is more
helpful in detecting Orphic influence in the play than that by K.J. Dover
(Oxford). Lloyd-Jones, ‘Heracles at Eleusis: P. Oxy. 2622 and P.S.I. 1391’,
Maia = Greek Epic; see also R. Parker, Athenian Religion (Oxford) Boardman et al.,‘Herakles’,inLIMCIV. Parker, Athenian
Religion, Graf, Eleusis, 146 n. 22, who compares Apollod., cf. 1.5.3 (see also
Ov. Met.; P. Mich. Inv., re-edited by M. van Rossum-Steenbeek, Greek Readers’
Digests? (Leiden); Servius on Aen.), argues that the presence of the Eleusinian
Askalaphos in Apollodorus also suggests a larger Eleusinian influence. This may
well be true, but his earliest Eleusinian mention is Euphorion and he is absent
from Virgil. Did Apollodorus perhaps add him to his account of Heracles’s katabasis
from another source? Contra Graf, Eleusis, 145–146. Note also the doubts of R.
Parker, Polytheism and Society at Athens (Oxford, 2005) 363 n. 159. Meleager:
Bacch., with Cairns ad loc. Norden, AeneisVI, 274f. Frogs 161ff, 431ff). Norden
ascribes the first case to the katabasis of Orpheus and the second one to that
of Heracles. His first case seems unassailable, as the passage about Tisiphone
has strong connections with that of the Bologna papyrus, as do the sounds of
groans and floggings heard by Aeneas and the Sibyl (cf. OF 717.25; Luc. VH.).
Musaeus, however, is mentioned first in connection with Onomacritus’ forgery of
his oracles in the late sixth century and remained associated with oracles by
Herodotus, Sophocles and even Aristophanes in the Frogs. His connection with
Eleusis does not appear on vases before the end of the fifth century and in
texts before Plato. In other words, it seems likely that both these passages
ultimately derive from the katabasis of Orpheus, and that Aristophanes, like
Virgil, had made use of both the katabaseis of Heracles and Orpheus. To make
things even more complicated, the descent of both Heracles and Orpheus at
Laconian Taenarum shows that the author himself of Orpheus’s katabasis also
used the epic of Heracles’s katabasis. We have one more indication left for the
place of origin of the Heracles epic. After the nameless sinners we now see
more famous mythological ones. Theseus, as Virgil stresses, sedet aeternumque
sedebit. The passage deserves more attention than it has received in the
commentaries. In the Odyssey, Theseus and Pirithous are the last heroes seen by
Odysseus in the underworld, just as in Virgil Aeneas sees Theseus last in
Tartarus, even though Pirithous has been replaced by Phlegyas. Originally,
Theseus and Pirithous are condemned to an eternal stay in the underworld,
either fettered or grown to a rock. This is not only the picture in the
Odyssey, but seemingly also in the Minyas (Paus., cf. fr. dub. 7 = Hes. fr.
280), and certainly so on Polygnotos’ painting in the Cnidian lesche (Paus.)
and in Panyassis (fr. 9 Davies = fr. 14 Bernabé). This clearly is the older
situation, which is still referred to in the hypothesis of Critias’ Pirithous
(cf. fr. 6). The situation must have changed through the katabasis of Heracles,
in which Heracles liberates Theseus but, at least in some sources, left
Pirithous where he was.87 This liberation is most likely another testimony for
an Athenian connection of the katabasis of Heracles, as Theseus was Athens’ na-
[83 Norden, Aeneis; Hdt.7.6.3 (forgery: OF 1109 = Musaeus, fr. 68),8.96.2 (=OF69),
9.43.2 (=OF70); Soph.fr. 1116 (= OF 30); Ar. Ra. 1033 (= OF 63). 85 Pl. Prot.
316d = Musaeus fr. 52; Graf, Eleusis, 9–21; Lloyd-Jones, Greek Epic, 182–183;
A. Kauf- mann-Samaras, ‘Mousaios’, in LIMC, no. 3. 86 As is also observed by
Norden, Aeneis VI, 237 (on the basis of Servius on Aen. 6.392) and Kleine
Schriften, 508–509 nos 77 and 79. 87 Hypothesis Critias’ Pirithous (cf. fr. 6);
Philochoros FGr H 328 F 18; Diod. Sic. 4.26.1, 63.4; Hor. C.; Hyg. Fab. 79;
Apollod. 2.5.12, Ep. 1.23f. ] tional hero. The connection of Heracles, Eleusis
and Theseus points to the time of the Pisistratids, although we cannot be much
more precise than we have already been. In any case, the stress by Virgil on
Theseus’s eternal imprisonment in the underworld shows that he sometimes opts
for a version different from the katabaseis he in general followed. Rather
striking is the combination of the famous Theseus with the obscure Phlegyas who
warns everybody to be just and not to scorn the gods. Norden unconvincingly
tries to reconstruct Delphic influence here, but also, and perhaps rightly,
posits Orphic origins. His oldest testimony is Pindar’s Second Pythian Ode, where
Ixion warns people in the underworld. Now Strabo calls Phlegyas the brother of
Ixion, whereas Servius calls him Ixion’s father. Can it be that this
relationship plays a role in this wonderful confusion of sources,
relationships, crimes and punishments? We will probably never know, as Virgil
often selects and alters at random. After another series of nameless human
sinners, among whom the sin of incest is clearly shared with the Bologna
papyrus, the Sibyl urges Aeneas on and points to the mansion of the rulers of
the underworld, which is built by the Cyclopes – “Cyclopum educta caminis
moenia.” Norden calls the idea of an iron building ‘singulär’ but it fits other
descriptions of the underworld as containing iron or bronze elements. Austin
compares Callimachus, for the Cyclopes as smiths using bronze or iron, but it
has escaped him that Virgil combines here two traditional activities of the
Cyclopes. On the one hand, they are smiths and as such forged Zeus’s thunder,
flash and lightning-bolt, a helmet of invisibility for Hades, the trident for
Poseidon and a shield for Aeneas For this case, see also Horsfall,Virgilio,49.
89 D. Kuijper,‘Phlegyas admonitor’, Mnemosyne; Garbugino,‘Flegias’,in EV II,
539–540 notes his late appearance in our texts. Even though it is a different
Phlegyas, one may wonder whether Statius, Thebais 6.706 et casus Phlegyae monet
does not allude to his words here: admonet ... “discite iustitiam moniti...”?
The passage is not discussed by R. Ganiban, Statius and Virgil (Cambridge,
2007). 91 Norden, Aeneis, compares, in addition to Pindar (see the main text),
Pl. Grg. 525c, Phaedo 114a, Resp. 10.616a. 92 To be addedt o Austin. Berry, “Criminals
in Virgil’s Tartarus: Contemporary Allusions in Aeneid” – CQ; Cf.Horsfall,‘P.
Bonon.4andVirgil,Aen.6’. Aen. 8.447).95 Consequently, they were known as the
inventors of weapons in bronze and the first to make weapons in the Euboean
cave Teuchion. On the other hand, early traditions also ascribed imposing
constructions to the Cyclopes, such as the walls of Mycene and Tiryns, and as
builders they remained famous all through antiquity. Iron buildings thus
perfectly fit the Cyclopes. In front of the threshold of the building, Aeneas
sprinkles himself with fresh water and fixes the golden bough to the lintel
above the entrance. Norden and Austin understand the expression “ramumque
adverso in limine figit” as the laying of the bough on the threshold, but “figit”
seems to fit the lintel better. One may also wonder from where Aeneas suddenly
got his water. Had he carried it with him all along? Macrobius (Sat. 3.1.6)
tells us that washing is necessary when performing religious rites for the
heavenly gods, but that a sprinkling is enough for those of the underworld.
There certainly is some truth in this observation. However, as the chthonian
gods are especially important during magical rites, it is not surprising that
people did not go to a public bath first. It is thus a matter of convenience
rather than principle. But to properly understand its function here, we should
look at the golden bough first. The Sibyl tells Aeneas to find the golden bough
and to give it to Proserpina as her due tribute. The meaning of the golden bough
has gradually become clearer.Whereas Norden rightly rejects the interpretation
of Frazer’s Golden Bough, he clearly was still influenced by his Zeitgeist with
its fascination with fertility and death and thus spends much attention on the
comparison of the bough with mistletoe. Yet by pointing to the Mysteries he
already came close to an important aspect of the bough.103 95 Hes. Theog.;
Apollod. 1.1.2 and 2.1, 3.10.4 (which may well go back to an ancient
Titanomachy); see also Pindar fr. 266. 96 Istros FGrH 334 F 71 (inventors);
POxy. 10.1241, re-edited by Van Rossum-Steenbeek, Greek Readers’ Digests? (Teuchion).
97 Pin d. fr. 169a.7; Bacch. 11.77; Soph.; Hellanicus FGrH 4 F 87 = F 88
Fowler; Eur. HF 15, IA 1499; Eratosth. Cat. 39 (altar); Strabo; Apollod.;
Paus.; Anth. Pal. 7.748; schol. on Eur. Or. 965; Et. Magnum 213.29. 98 As is argued
by Wagenvoort, Pietas (Leiden) (‘TheGoldenBough’); Eitrem, Opferritus und
Voropfer der Griechen und Römer (Kristiania, 1915) 126–131; Pease on Verg. Aen.
4.635. 100 For Aeneas picking the bough on a mosaic, see D. Perring,
‘“Gnosticism” in Fourth-Century Britain: The Frampton Mosaics Reconsidered’,
Britannia -- Compare J.G. Frazer, Balder the Beautiful = The Golden Bough VII.2
(London) 284 n. 3 and Norden, Aeneis VI, 164 n. 1. 102 As observed by Wagenvoort,Pietas,
Norden,Aeneis. Combining three recent analyses, which have all contributed to a
better understanding, we may summarize our present knowledge as follows. When
searching for the golden bough, Aeneas is guided by two doves, the birds of his
*mother* Aphrodite. The motif of birds leading the way derives from
colonisation legends, as Norden and Horsfall have noted, and the fact that
there are two of them may well have been influenced by the age-old traditions
of two leaders of colonising groups. The doves, as Nelis has argued, can be
paralleled with the dove that led the Argonauts through the clashing rocks in
Apollonius of Rhodes’ epic. Moreover, as Nelis notes, the golden bough is part
of an oak tree, just like the golden fleece, both are located in a gloomy
forest and both shine in the darkness. In other words, it seems a plausible
idea that Virgil also had the golden fleece of the Argonautica in mind when
composing the episode of the golden bough. This is not wholly surprising. The
expedition of Jason and his Argonauts also was a kind of quest, in which the golden
fleece and the golden bough are clearly comparable. In addition, Colchis was
situated at the edge of Greek civilisation so that the journey to it might not
have been a katabasis but certainly had something of a Jenseitsfahrt. Admittedly,
the Argonautic epic does not contain a golden bough, but Michels points out
that in the introductory poem to his Garland MELEAGRO mentions ‘the ever golden
branch of divine Plato shining all round with virtue’ (Anth. Pal. = Meleager; Gow-Page,
West). Virgil certainly knows Meleager, as Horsfall notes, and he also observes
that the allusion to Plato prepares us for the use Virgil makes of
eschatological myths in his description of the underworld, those of the Phaedo,
Gorgias and Er in the Republic. In this section on the Golden Bough, I refer
just by name to West, ‘The Bough and the Gate’, in S.J. Harrison, Oxford
Readings in Vergil’s Aeneid (Oxford); Horsfall, Virgilio (with a detailed
commentary) and D. Nelis, Vergil’s Aeneid and the Argonautica of Apollonius
Rhodius (Leeds). The first two seem to have escaped Turcan, ‘Le laurier
d’Apollon (en marge de Porphyre)’, in A. Haltenhoff and F.-H. Mutschler (eds),
Hortus Litterarum Antiquarum. Festschrift H.A. Gärtner (Heidelberg), West, Indo-EuropeanPoetry;
Bremmer, Greek Religion and Culture. For the myth of the Golden Fleece, see
Bremmer, Religion and Culture. For the expedition of the Argonauts as
Jenseitsfahrt, see K. Meuli, Gesammelte Schriften (Basel); Hunter, The
Argonautica of Apollonius: literary studies (Cambridge) Michels, ‘The Golden
Bough of Plato’, Am. J. Philol. For Michels, see J. Linderski, ‘Agnes Kirsopp
Michels and the Religio’, Class. However, there is another, even more important
bough. SERVIO tells us that those who have written about the rites of
Proserpina assert that there is “quiddam mysticum” about the golden bough and
that people could not participate in the rites of Proserpina unless they
carried the golden bough. Now we know that the future initiates of Eleusis
carried a kind of pilgrim’s staff consisting of a single branch of myrtle or
several held together by rings. In other words, by carrying the bough and
offering it to Proserpina, queen of the underworld, Aeneas also acts as an
Eleusinian initiate, who of course had to bathe before initiation. Virgil will
have written this all with one eye on OTTAVIANO, who was an initiate himself of
the Eleusinian Mysteries. Yet it seems equally important that Heracles too had
to be initiated into the Eleusinian Mysteries before entering the underworld. In
the end, the golden bough is also an oblique reference to that elusive epic,
the Descent of Heracles. Having offered the golden bough to Proserpina, Aeneas may
now enter Elysium, where he now comes to “locos laetos” (cf. “laeta arva”) of “fortunatorum
nemorum.” The stress on joy is rather striking, but on a Orphic Gold Leaf from
Thurii we read, “Χαῖρε, χαῖρε.” Journey on the right-hand road to holy meadows and groves of
Persephone’. Moreover, we find joy also in
prophecies of the Golden Age, which certainly overlap in their motifs
with life in Elysium. Once again Virgil’s description taps Orphic poetry, as “lux
perpetua” is also a typically Orphic motif, which we already find in Pindar and
which surely must [Servius, Aen. 6.136: licet de hoc ramo hi qui de sacris
Proserpinae scripsisse dicuntur, quiddam esse mysticum adfirment ad sacra
Proserpinae accedere nisi sublato ramo non poterat. inferos autem subire hoc
dicit, sacra celebrare Proserpinae. The connection with Eleusis is also
stressed by G. Luck, Ancient Pathways and Hidden Pursuits (Ann Arbor) (‘Virgil
and the Mystery Religions’. R. Parker,Miasma (Oxford,); Suet. Aug.; Dio Cassius;
Bowersock, “Augustus” (Oxford) 68. 112
For woods in the underworld, see Od.; Graf and Johnston, Ritual Texts for the
Afterlife (Thurii) = OF 487.5–6; Verg. Aen.; Nonnos, D. 19.191. 113
GrafandJohnston, RitualTexts for the Afterlife, no. 3.5–6=OF487 Oracula
Sibyllina: ‘Rejoice, maiden’, cf. E. Norden, Die Geburt des Kindes (Stuttgart)
have had a place in the katabasis of Orpheus, just as the gymnastic activities,
dancing and singing almost certainly come from the same source, even though OTTAVIANO
must have been pleased with the athletics which he encouraged. The Orphic
character of these lines is confirmed by the mention of the Threicius sacerdos
(with Horsfall), obviously Orpheus himself. After this general view, we are
told about the individual inhabitants of Elysium, starting with genus antiquum
Teucri, which recalls, as Austin sees, “genus antiquum Terrae, Titania pubes” opening
the list of sinners in Tartarus. It is a wonderfully peaceful spectacle that we
see through the eyes of Aeneas. Some of the heroes are even “vescentis”, on the
grass, and we may wonder if this is not also a reference to the Orphic
‘symposium of the just’, as that also takes place on a meadow. Its importance
was already known from Orphic literary descriptions, but a meadow in the
underworld has also emerged on the Orphic Gold Leaves. The description of the
landscape is concluded with the picture of the river Eridanus that flows from a
forest, smelling of laurels. Neither Norden nor Austin explains the presence of
the laurels, but Virgil’s first readership will have had several associations
with these trees. Some may have remembered that the laurel is the highest level
of re-incarnation among plants in the Italic philosopher Empedocles of
Girgenti, whereas others will have realised the poetic and Apolline
connotations of the laurel. After Trojan and nameless Roman heroes, priests, and
poets, Aeneas sees those who found out knowledge and used it for the betterment
of life – “inventas aut qui vitam excoluere per artis” tr. 115 Pind. fr. 129; Ar. Ra.; Plut. frr. 178,211;
Visio Pauli21, cf.Graf, Eleusis, Horsfall, Virgilio, For the Titans being the ‘olden
gods’, see Bremmer, Greek Religion and Culture,78. 118 Graf, Eleusis, Pind. fr.
129; Ar. Ra.326; Pl. Grg. 524a, Resp.; Diod. Sic.; Bernabéon OF61. 120 Graf and
Johnston, Ritual Texts for the Afterlife, no. 3.5–6 (Thurii) = OF 487.5–6, no.
27.4 (Pherae) = OF. The Eridanus also appears in Apollonius Rhodius as a kind
of otherwordly river, but there it is connected with the myth of Phaethon and
the poplars, and resembles more Virgil’s Avernus with its sulphur smell than
the forest smelling of laurels in the underworld. For the name of the river,
see Delamarre, ‘ Ἠριδανός, le “fleuve de
l’ouest”,’ Etudes Celtiques. Horsfall, ‘Odoratum lauris nemus – Aeneid” Scripta
Class. Perhaps, readers may have also thought of the laurel trees that stand in
front of OTTAVIANO’s domus on the Palatine, given the importance of OTTAVIANO
in this book, cf. A. Alföldi, Die zwei Lorbeerbäume des Augustus (Bonn); M.
Flory, ‘The Symbolism of Laurel in Cameo Portraits of Livia’, Mem. Am. Ac. Rel.
Austin). As has long been seen, this line closely corresponds to a line from a
cultural-historical passage in the Bologna papyrus where we find an enumeration
of five groups in Elysium that have made life livable. The first are mentioned
in general as those who embellish life with their skills – “αἱ δε βίον σ[οφί]ῃσιν ἐκόσμεον” -- to be followed by the poets, ‘those who cut roots’ for medicinal
purposes, and two more groups which we cannot identify because of the bad state
of the papyrus. Inventions that both improve life and bring culture are
typically sophistic themes, and the mention of the archaic ‘root cutters’
instead of the more modern ‘doctors’ implies an older stage in the sophistic
movement. The convergence between Virgil and the Bologna papyrus suggests that
we have here a category of people seen by Orpheus in his katabasis. How- ever,
as Virgil sometimes comes very close to the list of sinners in Aristophanes’
Frogs, both poets must, directly or indirectly, go back to a common source, as
must, by implication, the Bologna papyrus. This Orphic source apparently was
influenced by the cultural theories of the Sophists. Now the poets occur in
Aristophanes’ Frogs too in a passage that is heavily influenced by the cultural
theories of the Sophists, a passage that
Graf connects with Orphic influence. Are we going too far when we see
here also the shadow of Orpheus’s katabasis? Having seen part of the
inhabitants of Elysium, the Sibyl asks Musaeus where Anchises is. Norden
persuasively compares the question of Dionysus to the Eleusinian initiates
where Pluto lives in Aristophanes’ Frogs. In support of his argument Norden
observes that, normally, the Sibyl is omniscient, but only here asks for
advice, which suggests a different source rather than an intentional poetic
variation. Naturally, Norden infers from the comparison that both go back to
the katabasis of Heracles. In line with our investigation so far, however, we
rather ascribe the question to Orpheus’s katabasis, given the later prominence
of Musaeus and the meeting with Eleusinian initiates. Highly interesting is
also another observation by Norden. Norden notes that Musaeus shows them the
valley where Anchises lives from a height – “desuper ostentat” -- and compares
a [Treu, ‘Die neue ‘Orphische’ Unterweltsbeschreibung und Vergil’, Hermes ‘die primitiven
Wurzelsucher’. 124 Norden, Aeneis VI,287–288; Graf, Eleusis,146n. 21compares Aen.6.609
with Ar. Ra.149–150 (violence against parents), with Ra. (violence against
strangers) and 6.612–613 with Ra. 150 (perjurers). Note also the resemblance of
6.608, OF 717.47 and Pl. Resp. 10.615c regarding fratricides, which also points
to an older Orphic source, as Norden already saw, without knowing the Bologna
papyrus. Graf,Eleusis,34–37. 126 Neither Stanford nor Dover refers to Virgil.
number of Greek, Roman and Christian Apocalypses. Yet his comparison confuses
two different motifs, even though they are related. In the cases of Plato’s
Republic and Timaeus as well as in CICERONE’S “IL SOGNO DI SCIPIONE” (Mozart)
(Rep.) souls see the other world, but they do not have a proper tour of hell
(or heaven) in which a *supernatural* person (Musaeus, il divino, [arch]angel,
Devil) provides a view from a height or a mountain. That is what we find in 1
Enoch (17–18), Philo (SpecLeg 3.2), Matthew (4.8), Revelation (21.10), the
Testament of Abraham, the Apocalypse of Abraham (21), the Apocalypse of Peter, which
was still heavily influenced by traditions, and even the late Apocalypse of
Paul (13), which drew on earlier sources. In other words, it is hard to escape
the conclusion that Virgil draws here too, directly or indirectly, on this very
old sources. With this quest for Anchises we have reached the climax of LIBER VI.
It would take us much too far to present a detailed analysis of these lines
but, in line with our investigation, we will concentrate on Orphic and
Orphic-related (Orphoid) sources. Aeneas meets his father, when the latter has
just finished reviewing the souls of his line who are destined to ascend ‘to
the upper light’. They are in a valley, of which the secluded character is
heavily stressed, while the river Lethe gently streams through the woods. The
Romans paid much attention to this river. Those souls that are to be
reincarnated drink the water of forgetfulness. After Aeneas wonders why some
would want to return to the upper world, Anchises launches into a detailed
cosmology and anthropology drawn straight from The Porch – IL PORTICO -- before
we again find Orphic material. The soul locks up in the body as in a prison,
which Vergil derived almost certainly straight from Plato, just like the idea
of engrafted -- concreta – evil [Contra Horsfallon
Aen.6.792. 128 For the reference to metempsychosis, see Horsfallon Aen.6.724–751.129679–680
penitus convallevirenti inclusas animas; 703: vallereducta; 704: seclusumnemus.
Theognis 1216 (plain of Lethe); Simon. Anth.Pal.7.25.6(house of Lethe); Ar.Ra.186(plain
of Lethe); Pl. Resp. 10.621ac (plain and river); TrGF Adesp. fr. 372 (house of
Lethe); SEG (curse tablet: Lethe as a personal power). For its occurrence in
the Gold Leaves, see Riedweg, Mysterienterminologie, 40. 131 Soul: Pl. Crat.
400c (= OF 430), Phd. 62b (= OF 429), 67d, 81be, 92a; [Plato], Axioch.; G.
Rehrenbock, ‘Die orphische Seelenlehre in Platons Kratylos’, Wiener Stud. The
penalties the souls have to suffer to become pure may well derive from an
Orphic source too, as the Bologna papyrus mentions clouds and hail, but it is
too fragmentary to be of any use here.On the other hand, the idea that soul has
to pay a penalty for the deeds in the upperworld twice occurs in the Orphic
Gold Leaves. Orphic is also the idea of the “rota” through which the soul has
to pass during its Orphic reincarnation. But why does the cycle last a thousand
years before the soul can come back to life – “mille rotam volvere per annos --?
Unfortunately, we are badly informed by the relevant authors about the precise
length of the reincarnation. The Italic philosopher Empedocles of Girgenti mentions
‘thrice ten thousand seasons’ and Plato mentions ‘ten thousand years’ and, for
a PHILOSOPHICAL life, ‘three times thousand years’. But the myth of Er mentions
a period of thousand years. This will be Virgil’s source here, as also the idea
that the soul has to drink from the river Lethe is directly inspired by the
myth of Er where the soul drinks from the River of Forgetfulness and forgets
about their stay in the other world before returning to earth (Resp. 10.621a).
It will hardly be chance that with the references to the end of the myth of Er,
we have also reached the end of the main description of the underworld. In the
following Heldenschau, we find only one more intriguing reference to the
eschatological beliefs of Virgil’s time. At the end, father and son wander in
the wide fields of air – “aëris in campis latis” -- surveying everything. In
one of his characteristically wide-ranging and incisive discussions, Norden
argues that Virgil alludes here to the belief that the soul ascends to the moon
as their final abode. This belief is as old, as Norden argues, as the Homeric
Hymn to Demeter, where we already find ‘die Identifikation der Mondgöttin
Hekate mit Hekate als Königin der Geister und des Hades’. However, it must be
objected that verifiable associations between the two (i.e. Hecate and the moon)
do not survive from Bernabé, ‘Una etimología Platónica: Sôma – Sêma’,
Philologus -- For the afterlife of the idea, Courcelle, Connais-toi toi-même de
Socrate à Saint Bernard, 3 vols (Paris) 2.345–380. Engrafted evil: Pl. Phd.
81c, Resp., Tim. 42ac. Plato and Orphism: A. Masaracchia, ‘Orfeo e gli “Orfici”
in Platone’, in idem (ed.), Orfeo e l’Orfismo (Rome), reprinted in his
Riflessioni sull’antico (Pisa); Treu, ‘Die neue ‘Orphische’
Unterweltsbeschreibung’, 38 compares OF 717.130–132; see also Perrone, ‘Virgilio
Aen. VI 740–742’, Civ. Class.Crist.; Horsfall on Aen. 6.739. 133 Graf and
Johnston, Ritual Texts 6.4 (Thurii) = OF 490.4; Graf and Johnston 27.4 (Pherae)
= OF 493.4. 134 OF338,467,Graf and Johnston, Ritual Texts, 5. 5 (Thurii) = OF 488.5,
withBernabéadloc. 135 Pl. Resp. 10.615b, 621a. Curiously, Norden does not refer
to this passage in his commentary on this line, but at p. 10–11 of his
commentary. 136 Norden, AeneisVI,23–26, also comparing Servius; Ps. Probusp.
333–334. [Moreover, the identification of the moon with Hades, the Elysian
Fields or the Isles of the Blessed is relatively late. It is only later that we
start to find this tradition among pupils of Plato, such as, probably,
Xenocrates, Crantor and Heraclides Ponticus, who clearly want to elaborate
their master’s eschatological teachings in this respect. Consequently, the
reference does indeed allude to the soul’s ascent to the moon, but not to the
‘orphisch-pythagoreische Theologie’ (Norden). In fact, it is clearly part of
the Platonic framework of Virgil. In the same century Plato is the first to
mention Selene as the mother of the Eleusinian Musaeus, but he will hardly have
been the inventor of the idea. Did the officials of the Eleusinian Mysteries
want to keep up with contemporary eschatological developments, which
increasingly stressed that the soul goes up into the aether, not down into the
subterranean Hades? We do not have enough material to trace exactly the initial
developments of the idea, but it was already popular enough for Antonius
Diogenes to parody the belief in his “Wonders Beyond Thule”, a parody taken to
even greater length by Lucian in his True Histories. Virgil’s allusion,
therefore, must have been clear to his contemporaries. S.I. Johnston,Hekate Soteira
(Atlanta)31. 138 W. Burkert, LoreandSciencein AncientPythagoreanism (CambridgeMA,1972)
366–368,who also points out that there is no pre-Platonic Pythagorean evidence
for this belief; see also Cumont, Lux perpetua (Paris) Gottschalk, Heraclides
of Pontus, Oxford, Wilamowitz rejects the‘Mondgöttin Heleneoder Hekate’ already
in his letter thanking Norden for his commentary, cf. Calder III and Huss, “Sed
serviendum officio...”, 18–21 at 20. 140 Pl. Resp. 2.364e; Philochoros F Gr H328
F208, cf. Bernabéon Musaeus 10–14T. 141 A. Henrichs,‘ Zur Genealogiedes Musaios’,
ZPE 58(1985)1–8. 142 IG I3 1179.6–7; Eur. Erechth. fr. 370.71, Suppl., Hel.
1013–1016. Or. 1086–1087, frr. 839.10f, 908b, 971; P. Hansen, Carmina
epigraphica Graeca saeculi IV a. Chr. n. (Berlin and New York, 1989). For
Antonius’ date, see Bowersock, “Fiction as History: Nero to Julian” (London),
whose identification of the Faustinus addressed by Antonius with Martial’s
Faustinus is far from compelling, cf. R. Nauta, “Poetry for Patron”s (Leiden). Bowersock
has been overlooked by Möllendorff, Auf der Suche nach der verlogenen Wahrheit.
Lukians Wahre Geschichten (Tübingen) whose discussion also sup- ports an
earlier date for ANTONIO against the traditional one. When we now look back, we
can see that Virgil has divided his underworld into several compartments. His
division contaminates Homer with later developments. In Homer, virtually
everybody goes toHades, of which the Tartarus is the deepest part, reserved for
the greatest e Titans. A few special heroes, such as Menelaus and Rhadamanthys,
go to a separate place, the Elysian Fields, which is mentioned only once in
Homer. When the afterlife became more important, the idea of a special place
for the elite, which resembles the Hesiodic Isles of the Blessed, must have
looked attractive to a number of people. However, the notion of re-incarnation
poses a special problem. Where do those stay who have completed their cycle and
those who are still in process of doing so? It may now be seen that Virgil
follows a traditional Orphic solution in this respect, a solution that had
progressed beyond Homer in that MORAL criteria had become important. In his
Second Olympian Ode Pindar pictures a tripartite afterlife in which a sinner is
sentenced by a judge below the earth to endure terrible pains. He who is a good
man spends a pleasant time with ‘il divino.’ He who has completed the cycle of
reincarnation and has led a blameless life joins the heroes on the Isles of the
Blessed. A tripartite structure can also be noticed in the Italic philosopher Empedocles
of Girgenti, who speaks about the place where the great sinners are, a place
for those who are in the process of purificaton. For Hades, Elysium and the
Isles of the Blessed, see Sourvinou-Inwood, ‘Reading’ Greek Death, Mace,
‘Utopian and Erotic Fusion in a New Elegy by Simonides (West2)’, ZPE. For the
etymology of “Elysium”, see R. Beekes, ‘Hades and Elysion’, in J. Jasanoff
(ed.), Mír curad: studies in honor of Calvert Watkins (Innsbruck) 17–28 at
19–23. Stephanie West (on Od. 4.563) well observes that Elysium is not
mentioned again before Apollonius’ Argonautica. For good observations, see
Molyviati-Toptsis, ‘Vergil’s Elysium and the Orphic-Pythagor- ean Ideas of
After-Life’, Mnemosyne. However, some would now replaced Molyviati’s terminology
of ‘Orphic-Pythagorean’, which Molyviati inherits from Dieterich and Norden,
with ‘Orphic-Bacchic’, due to new discoveries of Orphic Gold Leaves. Moreover, Molyviati
overlooks the important discussion by Graf, Eleusis, 84–87; see also Graf and
Johnston, Ritual Texts, For the reflection of this scheme in Pindar’s threnos fr.
129–131a, see Graf, Eleusis, 84f. Given the absence of Mysteries in Pindar, O.
2 and Mysteries being out of place in Plutarch’s Consolatio one wonders with
Graf if τελετᾶν in fr. 131a should not be replaced by τελευτάν. 147 For the identification of this place with Hades, see A. Martin and
O. Primavesi, L’Empédocle de Strasbourg (Berlin). Alfonso, ‘La Terra Desolata.
Osservazioni sul destino di Bellerofonte (Il.)’, MH and a place for those who have led a virtuous
life on earth: they will join the tables of the gods. The same division between
the effects of a good and a bad life appears in Plato’s Jenseitsmythen. In the
Republic the serious sinners are hurled into Tartarus, as they are in the
Phaedo, where the less serious ones may be still saved, whereas those who seem
to have lived exceptionally into the direction of living virtuously pass upward
to a pure abode. But those who have purified themselves sufficiently with
philosophy will reach an area even more beautiful, presumably that of the gods.
The upward movement for the elite, pure souls, also occurs in the Phaedrus and
the Republic whereas in the Gorgias they go to the Isles of the Blessed. All
these three dialogues display the same tripartite structure, if with some
variations, as the one of the Phaedo, although the description in the Republic
is greatly elaborated with all kinds of details in the tale of Er. Finally, in
the Orphic Gold Leaves the stay in Tartarus is clearly presupposed but not
mentioned, due to the function of the Gold Leaves as passport to the underworld
for the Orphic devotees. Yet the fact that in a Leaf from Thurii the soul says:
‘I have flown out of the heavy, difficult cycle of reincarnations’ suggests a
second stage in which the souls still have to return to life, and the same
stage is presupposed by a Leaf from Pharsalos where the soul says: ‘Tell
Persephone that Bakchios himself has released you from the cycle.’ The final
stage will be like in Pindar, as the soul, whose purity is regularly stressed,
will rule among the other heroes or has become a god instead of a mortal. When
taking these tripartite structures into account, we can also better understand
Virgil’s Elysium. It is clear that we have here also the same distinction
between the good soul and the super-good soul. The good soul has to return to
earth. The super-good soul can stay forever in Elysium. Moreover, the place of
the super-good soul is higher than the one of a soul who has to return. That is
why a soul that will return is in a valley BELOW the area where Musaeus is. Once
again, Virgil looks at Plato for the construction of his underworld. Graf and
Johnston, Ritual Texts, 5.5 = OF 488.5; Graf and Johnston 26a.2 = OF .485.2.
Dionysos Bakchios has now also turned up on a Leaf from Amphipolis: Graf and
Johnston, Ritual Texts, 30.1–2 = OF 496n.1–2.5. 150 Graf and Johnston, Ritual
Texts, (all Thurii), 9.1 (Rome) = OF 488.1, 490.1, 489.1, 491.1. 151 Graf and
Johnston, Ritual Texts (Petelia) = OF
476.11; Graf and Johnston, Ritual Texts, 3.4 (Thurii) = OF 487.4 and ibidem 5.9
(Thurii) = OF 488.9, respectively.This was also seen by Molyviati-Toptsis,‘Vergil’s
Elysium’,43, ifnotveryclearly explained. But as we have seen, it is not only
Plato that is an important source for Virgil. In addition to a few traditional autochtonous
indigenous *Roman* details, such as the fauces Orci, we have also called
attention to Orphic and Eleusinian beliefs. Moreover, and this is really new,
we have pointed to several possible borrowings from 1 Enoch. Norden rejects
virtually all Jewish influence on Virgil in his commentary, and one can only
wonder to what extent his own Jewish origin played a role in this judgement. More
recent discussions have been more generous in allowing the possibility of
Jewish-Sibylline influence on Virgil and Horace. And indeed, Alexander
Polyhistor, who works in Rome during Virgil’s lifetime and writes a book On the
Jews, knows the Old Testament and was demonstrably acquainted with
Egyptian-Jewish Sibylline literature. Thus it seems not impossible or even
implausible that among the Orphic literature that Virgil had read, there also
were (Egyptian- Jewish?) Orphic katabaseis with Enochic influence.
Unfortunately, we have so little left of that literature that all too certain
conclusions would be misleading. In the end, it is still not easy to see light
in the darkness of Virgil’s underworld. For the Orphic influence, see also the summary
by Horsfall,Virgil,“Aeneid” Horsfall, Virgil, “Aeneid” 6, 2.650 is completely
mistaken in mentioning Norden’s ‘pressing and arguably misleading, belief in
the importance of Jewish texts for the understanding of Aen.6’: Norden, Aeneis
Buch VI, 6 actually argued that from the ‘jüdische Apokalyptik ... kaum ein
Motiv angeführt werden kann, das sich mit einem vergilischen berührte’.For
Norden’s attitude towards Judaism, see J.E. Bauer, ‘Eduard Norden:
Wahrheitsliebe und Judentum’, in B. Kytzler et al (eds), Norden (Stuttgart); Nisbet,
Collected Papers on Latin Literature (Oxford); Bremmer, ‘The Apocalypse of
Peter: Greek or Jewish?’, in idem and I. Czachesz (eds), The Apocalypse of
Peter (Leuven) at 3f. 156 C. Macleod,
Collected Essays (Oxford) (on Horace’s Epode 16.2); Nisbet, Collected Papers,
Watson, A Commentary on Horace’s Epodes (Oxford) (on Horace’s Epode 16); L.
Feldman, ‘Biblical Influence on Vergil’, in S. Secunda and S. Fine (eds),
Shoshannat Yaakov (Leiden) Alexander Polyhistor FGr H 273 F 19ab (OT), F quotes
Or. Sib., cf. Norden, Kleine Schriften; Lightfoot, Sibylline Oracles; Horsfall,
‘Virgil and the Jews’, Vergilius has contested my views in this respect, but
his arguments are partly demonstrably wrong and partly unpersuasive, see
my ‘Vergil and Jewish Literature’, Vergilius –Various parts of this paper
profited from lectures in Liège and Harvard in 2008. For comments and
corrections of my English I am most grateful to Annemarie Ambühl, Danuta
Shanzer and, especially, Nicholas Horsfall and Ruurd Nauta. Abt, J., American
Egyptologist: The Life of James Henry Breasted and the Creation of his Oriental
Institute (Chicago and London) Accame, S., ‘Iscrizioni del Cabirio di Lemno’,
ASAA Ackerman, R., J.G. Frazer: his life and work (Cambridge, 1987) Ackermann,
D., ‘L’Hagnè Theos du dème d’Aixônè en Attique: réflexions sur l’anonymat divin
dans la religion grecque antique’, ARG Adiego, I.J., The Carian Language
(Leiden) Albers-van Erkelens, E.J., Heilige kracht wordt door beweging los
gemaakt. Over pelgrimage, lopen en genezing (Groningen) Aldred, C., ‘Bild’, in
LÄ Alföldi, A., Die zwei Lorbeerbäume des Augustus, Bonn, Alfonso, F. D’, ‘La
Terra Desolata. Osservazioni sul destino di Bellerofonte (Il.)’, Allan, W.,
‘Religious Syncretism: the New Gods of Greek Tragedy’, HSCP; Aloe Spada, C.,
‘Il leo nella gerarchia dei gradi mitriaci’, in U. Bianchi (ed.), Mysteria
Mithrae (Leiden, Alster, B., ‘Tammuz’, in DDD, Alvar, J., Romanising Oriental
Gods (Leiden) Ameling, W., ‘Ethnography and Universal History in
Agatharchides’, in T. Brennan and H. Flower (eds), East et West. Papers in
Ancient History Presented to Glen W. Bowersock (Cambridge MA and London) André,
J., ‘Arbor felix, arbor infelix’, in Hommages à Jean Bayet (Brussels); Anrich,
G., Das antike Mysterienwesen in seinem Einfluss auf das Christentum
(Göttingen) Arafat, K., Pausanias’ Greece (Cambridge) Ashton, R., ‘The
Hellenistic World: the cities of mainland Greece and Asia Minor’, in Metcalf
(ed.), The Oxford Handbook of Greek and Roman Coinage (Oxford); Assmann, J.,
Die Zauberflöte. Oper und Mysterium (Munich and Vienna) Assmann, J.,
‘Verwandelnde Erfahrung. Die grossen Mysterien in der Imagination des 18. Jahr-
hunderts’, in A. Bierl and W. Braungart (eds), Gewalt und Opfer. Im Dialog mit
Walter Burkert (Berlin and New York) Assmann, J., and F. Ebeling, Ägyptische
Mysterien. Reisen in die Unterwelt in Aufklärung und Romantik (Munich)
Athanassiadi, P., Vers la pensée unique. La montée de
l’intolérance dans l’Antiquité tardive (Paris) Auffarth, C., ‘Synkretismus. IV. Antike’, in RGG4 (Tübingen); Auffarth, C., ‘“Licht vom Osten”. Die
antiken Mysterienkulte als Vorläufer, Gegenmodell oder katholisches Gift zum
Christentum’, ARG 8 (2006) 206–226 Auffarth, C., ‘Mysterien (Mysteriekulte)’,
in RAC 25 (2013) 422–471 Aulock, H. von, ‘Eine neue kleinasiatische Münzstätte:
Pedasa (Pidasa) in Karien’, Jahrb. Num. Geldgesch. 1 I have usually omitted
books, commentaries, editions, encyclopedias, grammars, handbooks,
translations, etc. Bremmer. Avram, A., ‘Les
calendriers de Mégare et de ses colonies pontiques’, dans O. Lordkipanidzé and
P. Lévêque (eds), Religions du Pont-Euxin, Besançon and Paris; Avram, A.,
‘Autour de quelques décrets d’Istros’, Pontica Ballesteros Pastor, L., ‘Nullis
umquam nisi domesticis regibus. Cappadocia, Pontus and the
resistance to the Diadochi in Asia Minor’, in V. Alonso Troncoso and E.M. Anson
(eds), After Alexander: The Time of the Diadochi, Oxford, Balty, J.,
‘Hiérophantes attiques d’époque impériale’, in L. Hadermann-Misguich and G.
Raepsaet (eds), Rayonnement Grec. Hommages à Ch. Delvoye (Brussels) Basser, R., ‘Is the Pagan Fair Fairly
Dangerous? Jewish-Pagan Relations in Antiquity’, in L. Vaage (ed.), Religious
Rivalries in the Early Roman Empire and the Rise of Christianity (Waterloo); Baudy,
G., ‘Malophoros’, in Der Neue Pauly; Bauer, J.E., ‘Eduard Norden:
Wahrheitsliebe und Judentum’, in B. Kytzler et al (eds), Norden (Stuttgart); Baumer,
L.E., Mémoires de la religion grecque (Paris) Baumgarten, A., ‘Eduard Norden
and His Students: a Contribution to a Portrait. Based on Three Archival Finds’,
Scripta Class. Israel.; Bayet, J., Croyances et rites dans la Rome antique
(Paris) Beatrice, P.F., ‘On the Meaning of “Profane” in the Pagan-Christian
Conflict of Late Antiquity. The Fathers, Firmicus Maternus and Porphyry before
the Orphic “Prorrhesis” (OF 245.1 Kern)’, Illinois Class. Stud.; Beard, M. et
al., Religions of Rome, 2 vols (Cambridge) Beck, R., ‘Mithraism since Franz
Cumont’, in ANRW; Beck, R., ‘The Mysteries of Mithras: A New Account of their
Genesis’, JRS = Beck on Mithraism, Beck, R., ‘Myth, Doctrine, and Initiation in
the Mysteries of Mithras: New Evidence from a Cult Vessel’, JRS; = Beck on Mithraism, Beck, R., Beck on
Mithraism, Aldershot, Beck, R., The Religion of the Mithras Cult in the Roman
Empire (Oxford) Beck, R., ‘On Becoming a Mithraist: New Evidence for the
Propagation of the Mysteries’, in L. Vaage (ed). Religious Rivalries in the
Early Roman Empire and the Rise of Christianity (Waterloo) Becker, M., ‘Nacht’,
in RAC; Beekes, R., ‘Hades and Elysion’, in J. Jasanoff (ed.), Mír curad:
studies in honor of Calvert Watkins, Innsbruck, Beekes, R., ‘The Origin of the
Kabeiroi’, Mnemosyne; Beekes, R., Etymological Dictionary of Greek (Leiden)
Belayche, N., ‘Le possible “corps” des dieux: retour sur Sarapis’, in F.
Prescendi and Y. Volokhine (eds), Dans le laboratoire de l’historien des
religions (Geneva) Belayche, N., ‘L’évolution des forms rituelles: hymnes et
mystèria’, in Bricault and Bonnet, Panthée, Bendlin, A., ‘“ Eine wenig Sinn für
Religiosität verratende Betrachtungsweise”: Emotion und Orient in der römischen
Religionsgeschichtsschreibung der Moderne’, ARG; Ben-Tov, A., ‘The Eleusinian
Mysteries in the Age of Reason: Lack of Knowledge between Orthodoxy and Profanation’,
in idem and M. Mulsow (eds), Knowledge of Religion as Profanation (Dordrecht)
Bérard, C., Anodoi (Rome) Bérard, C., ‘La lumière et le faisceau: images
du rituel éleusinien’, Recherches et documents du centre Thomas More; Bérard,
C., et al., A City of Images: Iconography and Society in Ancient Greece
(Princeton, 1989) Bergmann, M., ‘Sarapis im 3. Jahrhundert v. Chr.’, in G.
Weber (ed.), Alexandreia und das ptolemäische Ägypten (Berlin) Bernabé, A.,
‘Una etimología Platónica: Sôma – Sêma’, Philologus; Bernabé, A., ‘La fórmula
órfica “Cerrad las puertas, profanos”. Del profano
religioso al profano en la materia’, ‘Ilu; Bernabé, A., ‘Un fragment de Los
Cretenses de Eurípides’, in López Férez (ed.), La tragedia griega en sus textos
(Madrid) Bernabé, A., and F. Casadesús (eds), Orfeo y la tradición órfica: un
reencuentro, 2 vols (Madrid) Bernabé, A., ‘Orpheus and Eleusis’, Thracia; Bernabé,
A., ‘El mito órfico de Dioniso y los Titanes’, Bernabé, A., Platón y el orfismo
(Madrid) Bernabé, A., ‘La transmigración entre los órficos’, in A. Bernabé et
al., Reencarnación (Madrid) Bernabé, A., (ed.) Redefining
Dionysos (Berlin and Boston) Bernabé, A., ‘Orphics and Pythagoreans: the Greek
perspective’, in G. Cornelli et al. (eds), On Pythagoreanism (Berlin and
Boston); Bernabé, A., and A.I. Jiménez san Cristóbal, Instructions for the
Netherworld (Leiden) Berry, D., ‘Criminals in Virgil’s Tartarus: Contemporary
Allusions in Aeneid; CQ; Beschi, L., ‘Cabirio di Lemno: Testimonianze
letterarie ed epigrafiche’, Beschi, L., ‘Immagini die Cabiri di Lemno’, in G.
Capecchi et al. (eds), In memoria di Enrico Paribeni, (Rome) 1.45–58 Beschi,
L., ‘Gli scavi del cabirio di Chloi’, in Un ponte fra l’Italia e la Grecia:
Atti del simposio in onore di Antonino di Vita (Padua) Beschi, L., ‘Frammenti di auloi dal Cabirio
di Lemno’, in S. Böhm and K.-V. von Eickstedt (eds), Ithake: Festschrift für
Jörg Schäfer (Würzburg) 175–180 Beschi, L., ‘Il primitivo Telesterio del
Cabirio di Lemno (campagne di scavo)’, ASAA; Beschi, L., et al., ‘Il Telesterio
ellenistico del Cabirio di Lemno’, ASAA; Beskow, P., ‘Tertullian on Mithras’,
in J. Hinnells (ed.), Studies in Mithraism (Rome) Betegh, G., The Derveni
Papyrus (Cambridge) Betz, H.-D., Hellenismus und Urchristentum (Tübingen) Betz,
H.-D., ‘Magic and Mystery in the Greek Magical Papyri’, in C. Faraone and D.
Obbink (eds), Magika Hiera: Ancient Greek Magic and Religion (New York, 1991)
244–259 Betz, H.-D., The “Mithras” Liturgy (Tübingen) Bianchi, U., ‘Iside dea
misterica. Quando?’, in G. Piccaluga (ed.), Perennitas. Studi in onore di
Angelo Brelich (Rome) Bickerman, E.J.,
Studies in Jewish and Christian History, 2 vols (Leiden) Bierl, A., Der Chor in
der Alten Komödie (Munich and Leipzig) Blakely, S., Myth, Ritual, and
Metallurgy in Ancient Greece and Recent Africa (Cambridge) Blakely, S.,
‘Kadmos, Jason, and the Great Gods of Samothrace: initiation as mediation in a
Northern Aegean context’, Electronic Antiquity; = / scholar. lib. vt. edu/ ejournals/ ElAnt/
V11N1/pdf/ blakely. pdf Bibliography Bibliography Blakely, S., ‘Toward an
archaeology of secrecy: power, paradox, and the Great Gods of Samo- thrace’, in
Beyond Belief: The Archaeology of Religion and Ritual = Archaeological Papers
of the American Anthropology Association; Blanchard, M., ‘La scène de sacrifice
du bouc dans la mosaïque dionysiaque de Cuicul’, Anti- quités africaines; Blech,
M., Studien zum Kranz bei den Griechen (Berlin and New York) Blok, A., Honour
and Violence (Cambridge) Boardman, J. et al., ‘Herakles’, in LIMC; Boardman, J.
et al., ‘Attis’, in LIMC; Boardman, J. et al., ‘Charon I’, in ibid., 142
Bockmuehl, M., Revelation and Mystery in Ancient Judaism and Pauline
Christianity (Tübingen) Boehm, F., De symbolis Pythagoreis (Diss. Berlin)
Boessneck, J. and A. von den Driesch, Knochenabfall von Opfermahlen und
Weihgaben aus dem Heraion von Samos (Munich) Bommas, M., Heiligtum und
Mysterium. Griechenland und seine ägyptischen Gottheiten (Mainz) Bommas, M.,
‘Isis, Osiris, and Serapis’, in C. Riggs, The Oxford Handbook of Roman Egypt (Oxford)
Bonanno, D., ‘Memory Lost, Memory Regained. Considerations on the Recovery of
Sacred Texts in Messenia and in Biblical Israel: A Comparison’, in Cusumano, Memory
and Religious Experience in the Greco-Roman World (Stuttgart) Bonnechere, P.,
Trophonios de Lébadée (Leiden) Bonnechere, P., ‘The place of the Sacred Grove
in the Mantic Rituals of Greece: the Example of the Oracle of Trophonios at
Lebadeia (Boeotia)’, in M. Conan (ed.), Sacred Gardens and Landscapes: ritual
and agency (Washington DC) Bonner, C., ‘Desired Haven’, Harvard Theol. Rev.; Bonnet, C., La correspondance scientifique de Franz Cumont (Turnhout)
Bo nnet, C., Le “grand atelier de la science”: Franz Cumont et
l’Altertumswissenschaft: héritages et emancipations, 2 vols (Brussels) Bonnet,
C., et al. (eds), Religions orientales – culti misterici (Stuttgart) Bonnet,
C., et al., Religioni in contatto nel Mediterraneo antico = Mediterranea 4
(Pisa) Bonnet, C., et al., Les religions orientales dans le monde grec et
romain: cent ans après Cumont (Brussels and Rome) Bordenache Battaglia, G.,
‘Glykon’, in LIMC; Borgeaud, P., La Mère des dieux (Paris) Borgeaud, P., ‘Les
mystères’, in Bricault and Bonnet, Panthée, Bornkamm, G., ‘mystêrion, mueô’, in
TWNT; Bortolin, R., Il leontocefalo dei misteri mitraici: l’identità enigmatica
di un dio (Padua) Bosch, L.P. van den, Friedrich Max Müller: A Life Devoted to
the Humanities (Leiden) Boschung, D., ‘Mithras: Konzeption und Verbreitung
eines neuen Götterbildes‘, in idem and A. Schaefer (eds), Götterbilder der
mittleren und späten Kaiserzeit (Munich) Bostridge, M., Florence Nightingale
(London) Bottez, V., ‘Quelques aspects du culte mithriaque en Mésie
Inférieure’, Dacia; Bowden, H., ‘Cults of Demeter Eleusinia and the
Transmission of Religious Ideas’, Mediterranean Hist. Rev.; Bowden, H., Mystery
Cults in the Ancient World (London) Bowersock, G., Augustus and the Greek World
(Oxford) Bowersock, G., Fiction as History (Berkeley, Los Angeles, London,
1994) Bowie, A., Aristophanes (Cambridge) Boyancé, P., ‘L’antre dans les
mystères de Dionysos’, Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di
Archeologia, Bravo, B., ‘Testi iniziatici da Olbia Pontica e osservazioni su
Orfismo e religion civica’, Palamedes; Brechet, C., ‘À la recherche des objets
sacrés d’Eleusis: langage et mystères’, in C. Delattre (ed.), Objets sacrés,
objets magiques (Paris) Bremmer, J.N., “Greek Maenadism Reconsidered,” ZPE; Bremmer,
‘The Old Women of Ancient Greece’, in J. Blok and P. Mason (eds), Sexual
Asymmetry, Studies in Ancient Society (Amsterdam) Bremmer, J.N., ‘Adolescents,
Symposium and Pederasty’, in O. Murray (ed.), Sympotica (Oxford); Bremmer,
J.N., “Orpheus: from guru to gay,” in Ph. Borgeaud, Orphisme
et Orphée en l’honneur de Jean Rudhardt (Geneva) Bremmer, J.N., ‘Why Did Early
Christianity Attract Upper-Class Women?’, in A.A.R. Bastiaensen et al. (eds),
Fructus centesimus. Mélanges G.J.M. Bartelink (Steenbrugge and Dordrecht)
Bremmer, J.N., Greek Religion (Oxford, reprinted Cambridge) Bremmer, J.N.,
‘Religious Secrets and Secrecy in Classical Greece’, in H.G. Kippenberg and G.
Stroumsa (eds), Secrecy and Concealment (Leiden); Bremmer, ‘Transvestite
Dionysos’, The Bucknell Review; Bremmer, J.N., ‘Sacrificing a Child in Ancient
Greece: the case of Iphigeneia’, in E. Noort and E.J.C. Tigchelaar (eds), The
Sacrifice of Isaac (Leiden) 21–43 Bremmer, J.N., The Rise and Fall of the
Afterlife (London and New York, Bremmer, J.N., ‘Triptolemos’, in Der Neue Pauly
12/2 (Stuttgart and Weimar); Bremmer, J.N., ‘How Old is the Ideal of Holiness
(of Mind) in the Epidaurian Temple Inscription and the Hippocratic Oath?’, ZPE;
Bremmer, J.N., ‘The Apocalypse of Peter: Greek or Jewish?’, in idem and I.
Czachesz (eds), The Apocalypse of Peter (Leuven) Bremmer, J.N., ‘Myth and
Ritual in Ancient Greece: Observations on a Difficult Relationship’, in R. von
Haehling (ed.), Griechische Mythologie und Frühchristentum (Darmstadt, 2005)
21–43 Bremmer, J.N., ‘The Sacrifice of Pregnant Animals’, in R. Hägg and B.
Alroth (eds), Greek Sacrificial Ritual: Olympian and Chthonian (Stockholm)
155–165 Bremmer, J.N., ‘The Social and Religious Capital of the Early
Christians’, Hephaistos 24 (2006) Bremmer, J.N., ‘A Macedonian Maenad in
Posidippus (AB 44)’, ZPE; Bremmer, J.N., ‘Myth and Ritual in Greek Human
Sacrifice: Lykaon, Polyxena and the Case of the Rhodian Criminal’, in id.
(ed.), The Strange World of Human Sacrifice (Leuven) Bremmer, J.N.,
‘Peregrinus’ Christian Career’, in A. Hilhorst et al. (eds), Flores Florentino
(Leiden) Bremmer, J.N., ‘Rescuing Deio in Sophocles and Euripides’, ZPE; Bremmer,
J.N., Greek Religion and Culture, the Bible and the Ancient Near East (Leiden)
Bremmer, J.N., The Rise of Christianity through the Eyes of Gibbon, Harnack and
Rodney Stark (Groningen) Bibliography Bremmer, J.N., ‘From Holy Books to Holy
Bible: an Itinerary from Ancient Greece to Modern Islam via Second Temple
Judaism and Early Christianity’, in M. Popović (ed.), Authoritative Scrip-
tures in Ancient Judaism (Leiden, 2010) 327–360 Bremmer, J.N., ‘The Greek Gods
in the Twentieth Century’, in idem and A. Erskine (eds), The Gods of Ancient
Greece (Edinburgh) 1–18 Bremmer, J.N., ‘Hephaistos Sweats or How to Construct
an Ambivalent God’, ibid., Bremmer, J.N., ‘Manteis, Magic, Mysteries and
Mythography: Messy Margins of Polis Religion?’, Kernos; Bremmer, J.N., ‘The
Rise of the Unitary Soul and its Opposition to the Body. From Homer to
Socrates’, in L. Jansen and Ch. Jedan (eds), Philosophische Anthropologie in
der Antike (Frankfurt) Bremmer, J.N., ‘Orphic, Roman, Jewish and Christian
Tours of Hell: Observations on the Apo- calypse of Peter’, in T. Nicklas et al.
(eds), Other Worlds and their Relation to this World (Leiden) Bremmer, J.N.,
‘Walter Burkert on Ancient Myth and Ritual: Some Personal Observations’, in A.
Bierl and W. Braungart (eds), Gewalt und Opfer. Im Dialog mit Walter Burkert, Berlin,
Bremmer, J.N., ‘Tours of Hell: Greek, Roman, Jewish and Early Christian’, in W.
Ameling (ed.), Topographie des Jenseits (Stuttgart) Bremmer, J.N., ‘De
katabasis van Aeneas: Griekse en Joodse achtergronden’, Lampas; Bremmer, J.N.,
‘The Place of Performance of Orphic Poetry (OF 1)’, in M. Herrero de Jáuregui
et al. (eds), Tracing Orpheus, Berlin, Bremmer, J.N., La religion grecque
(Paris) Bremmer, J.N., ‘Divinities in the Orphic Gold Leaves: Euklês,
Eubouleus, Brimo, Kore, Kybele and Persephone’, ZPE; Bremmer, J.N., ‘The Agency
of Greek and Roman Statues: from Homer to Constantine’, Opuscula; Bremmer, J.N., ‘Vergil and Jewish Literature’,
Vergilius; Bremmer, J.N., ‘Richard Reitzenstein’s Hellenistische
Wundererzählungen’, in T. Nicklas and J. Spittler (eds), Credible, Incredible.
The Miraculous in the Ancient Mediterranean (Tübingen) 1–19 Bremmer, J.N.,
‘Descents to Hell and Ascents to Heaven’, in Collins (ed.), Oxford Handbook of
Apocalyptic Literature, Oxford, Bremmer, J.N., Bremmer, ‘Stigmata: from Tattoos
to Saints’ Marks’, in H.A. Shapiro and F. Waschek (eds), Fluide Körper – Bodies
in Transition (Munich) Bremmer, J.N., and N.M. Horsfall, Roman Myth and
Mythography (Rome) Briant, P., Histoire de l’empire perse de Cyrus à Alexandre (Paris,
Leiden) Bricault, L., ‘Associations isiaques d’Occident’, in A. Mastrocinque
and C. Scibona (eds), De- meter, Isis, Vesta, and Cybele. Studies ... Giulia
Sfameni Gasparro (Stuttgart) Bricault, L., Les cultes isiaques dans le monde
gréco-romain (Paris) Bricault, L., and C. Bonnet (eds), Panthée: Religious
Transformations in the Graeco-Roman Empire (Leiden) Brisson, L., Orphée et
l’Orphisme dans l’Antiquité gréco-romaine (Aldershot, 1995) Brixhe, C., ‘Zone et
Samothrace: Lueurs sur la langue thrace et nouveau chapitre de la grammaire
comparée?’, CRAI 2006, 1–20 Brize, P., ‘Geryoneus’, in LIMC; Brown, C.,
‘Empousa, Dionysus and the Mysteries: Aristophanes, Frogs 285ff.’, CQ; Brulé,
P., La Grèce d’à côté (Rennes) Brulé, P., and L. Piolot, ‘Women’s Way of Death:
fatal childbirth or hierai? Commemorative Stones at Sparta and Plutarch,
Lycurgus 27.3’, in Th.J. Figueira (ed.), Spartan Society (Swansea); Brumfield,
A., ‘Aporreta: verbal and ritual obscenity in the cults of ancient women’, in
R. Hägg (ed.), The Role of Religion in the Early Greek Polis (Stockholm) 67–74
Burkard, G., ‘Bibliotheken im alten Ägypten. Überlegungen zum Methodik ihres
Nachweises und Übersicht zum Stand der Forschung’, Bibliothek. Forschung und
Praxis; Burkert, W., Lore and Science in Ancient Pythagoreanism (Cambridge
Mass.) Burkert, W., Structure and History in Greek Mythology and Ritual
(Berkeley, Los Angeles, London) Burkert, W., Homo necans (Berkeley, Los
Angeles, London, 1983) Burkert, W., Greek Religion (Oxford) Burkert, W.,
Ancient Mystery Cults (Cambridge Mass. and London, 1987) Burkert, W.,
‘Concordia Discors: The Literary and the Archaeological Evidence on the
Sanctuary of Samothrace’, in N. Marinatos and R. Hägg (eds), Greek Sanctuaries.
New Approaches (London and New York), reprinted in Burkert, Kleine Schriften
IBurkert, W., Kleine Schriften
(Göttingen) Burkert, W., Babylon, Memphis, Persepolis (Cambridge)
Burkert, W., ‘Initiation’, in ThesCRA; Burkert, W., ‘Ancient Views on Festivals.
A Case of Near Eastern Mediterranean Koine’, in J.R. Brandt and J.W. Iddeng
(eds), Greek and Roman Festivals: Content, Meaning, and Practice (Oxford)
Busine, A., ‘The Discovery of Inscriptions and the Legitimation of New Cults’,
in B. Dignas and R. Smith (eds), Historical and Religious Memory in the Ancient
World (Oxford, 2012) 241–256 Buxton, R., ‘Blindness and limits: Sophokles and
the logic of myth’, JHS; Buxton, R., Myths and Tragedies in their Ancient Greek
Contexts (Oxford) Cairns, D., ‘A Short History of Shudders’, in A. Chaniotis
and P. Ducrey, Emotions in Greece and Rome: Texts, Images, Material Culture
(Stuttgart); Calame, C., Choruses of Young Women in Ancient Greece (Lanham,
20012) Calame, C., ‘The Authority of Orpheus, Poet and Bard: Between Oral
Tradition and Written Practice’, in Ph. Mitsis and C. Tsagalis (eds), Allusion,
Authority, and Truth: Critical Perspec- tives on Greek Poetic and Rhetorical
Praxis (Berlin and New York); Calder III, W.M., ‘Harvard Classics’, Eikasmos; Calder
III, W.M., Men in their Books (Hildesheim) Calder III, W.M., and B. Huss, “Sed
serviendum officio...” The Correspondence between Ulrich von
Wilamowitz-Moellendorff and Norden (Berlin) Cameron, A., Greek Mythography in
the Roman World (New York) Cameron, A., The Last Pagans of Rome (Oxford)
Cancik, H., Verse und Sachen (Würzburg) Cancik-Lindemaier, H., Von Atheismus
bis Zensur (Würzburg) Carbon, J.-M. and V. Pirenne-Delforge, ‘Beyond Greek
“Sacred Laws”’, Kernos ; Cardete del Olmo, C., ‘Los cultos a Deméter en
Sicilia: naturalezza y poder político’, in S. Montero and C. Cardete (eds),
Naturaleza y religión en el mundo clásico, Madrid, Casadesús, F., ‘On the
origin of the Orphic-Pythagorean notion of the immortality of the soul’, in G.
Cornelli et al. (eds),
On Pythagoreanism (Berlin and Boston) Casadio, G., ‘I Cretesi di Euripide e
l’ascesi orfica’, Didattica del Classico; Casadio, G., ‘Dioniso e Semele: morte
di un dio e resurrezione di una donna’, in F. Berti (ed.), Dionisos: mito e
mistero (Comacchio); Casadio, G., ‘Osiride in Grecia e Dioniso in Egitto’, in
I. Gallo (ed.), Plutarco e la religione (Naples); Casadio, G., ‘The Failing
Male God: Emasculation, Death and Other Accidents in the Ancient Mediterranean
World’, Numen; Casadio, G., ‘Ancient mystic religion: the emergence of a new
paradigm from A.D. Nock to Ugo Bianchi’, Mediterraneo antico; Casadio, G.,
‘Introduzione: Raffaele Pettazzoni a cinquant’anni dalla morte’, SMSR; Casadio,
G., ‘Raffaele Pettazzoni ieri, oggi, domani: la formazione di uno storico delle
religioni e il suo lascito intellettuale’, in G.P. Basello et al. (eds), Il
mistero che rivelato ci divide e sofferto ci unisce (Milan); Casadio, G., and
P.A. Johnston, ‘Introduction’, in eid. (eds), Mystic Cults in Magna Graecia
(Austin) 1–29 Casadio, G., ‘Dionysos in Campania: Cumae’, Cerri, G.,
‘Cosmologia dell’Ade in Omero, Esiodo e Parmenide’, Parola del Passato; Chalupa,
A., ‘Hyenas or Lionesses? Mithraism and Women in the Religious World of the Late
Antiquity’, Religio; Chalupa, A., ‘Seven Mithraic Grades: An Initiatory or
Priestly Hierarchy?’, Religio Chalupa, A., ‘Paradigm Lost, Paradigm Found?
Larger Theoretical Assumptions Behind Roger Beck’s The Religion of the Mithras
Cult in the Roman Empire’, Pantheon; Chalupa, A., and T. Glomb, ‘The Third
Symbol of the Miles Grade on the Floor Mosaic of the Felicissimus Mithraeum in
Ostia: A New Interpretation’, Religio; Chandezon, C., ‘Foires et panégyries
dans le monde grec classique et hellénistique’, REG; Chaniotis, A., ‘Old Wine
in a New Skin: Tradition and Innovation in the Cult Foundation of Alexander of
Abonouteichos’, in E. Dabrowa (ed.), Tradition and Innovation in the Ancient
World (Cracow); Chaniotis, A., ‘Acclamations as a Form of Religious
Communication’, in H. Cancik and J. Rüpke; Die Religion des Imperium Romanum
(Tübingen); Chaniotis, A., ‘Emotional Community Through Ritual: Initiates,
Citizens and Pilgrims as Emotional Communities in the Greek World’, in idem
(ed.) Ritual Dynamics in the Ancient Mediterra- nean: Agency, Emotion, Gender,
Representation (Stuttgart); Chaniotis, A., ‘Greek Ritual Purity: from
Automatisms to Moral Distinctions’, in P. Rösch and U. Simon (eds), How Purity
is Made (Wiesbaden); Chapouthier, F., Les Dioscures au service d’une déesse
(Paris) Chassinat, E., Le mystère d’Osiris au mois de Choiak, 2 vols (Paris)
Chlup, R., ‘The Semantics of Fertility: levels of meaning in the Thesmophoria’,
Kernos; Ciotti, U., ‘Due iscrizioni mitriache inedite’, in M. de Boer and T.
Edridge (eds), Hommages à M.J. Vermaseren (Leiden,) Clarysse, W., and M. Paganini, ‘Theophoric
Personal Names in Graeco-Roman Egypt. The Case of Sarapis’, Arch. f.
Papyrusforschung; Clauss, M., ‘Mithras und Christus’, Hist. Zs.; Clauss, M.,
‘Die sieben Grade des Mithras-Kultes’, ZPE; Clauss, M., Cultores Mithrae
(Stuttgart) Clauss, M., ‘Miles Mithrae’, Klio; Clauss, M., The Roman Cult of
Mithras, tr. and ed. by R. Gordon (Edinburgh) Clauss, M., Mithras: Kult und
Mysterium (Darmstadt and Mainz) Clauss, M., ‘Mithras und Christus. Der Streit
um das wahre Brot’, in Hattler, Imperium der Götter; Clinton, K., The Sacred
Officials of the Eleusinian Mysteries (Philadelphia) Clinton, K., ‘A Law in the
City Eleusinion Concerning the Mysteries’, Hesperia; Clinton, K., ‘Sacrifice at
the Eleusinian Mysteries’, in R. Hägg et al. (eds), Early Greek Cult Practice
(Stockholm); Clinton, K., Myth and Cult (Stockholm) Clinton, K., ‘The Sanctuary
of Demeter and Kore at Eleusis’, in N. Marinatos and R. Hägg (eds), Greek
Sanctuaries (London) Clinton, K., ‘The Epidauria and the Arrival of Asclepius
in Athens’, in R. Hägg, Ancient Greek Cult Practice from the Epigraphical
Evidence (Stockholm) 17–34 Clinton, K., “The Thesmophorion in central Athens
and the celebration of the Thesmophoria in Attica,” in R. Hägg (ed.), The Role
of Religion in the Early Greek Polis (Stockholm); Clinton, K., ‘Stages of
Initiation in the Eleusinian and Samothracian Mysteries’, in Cosmopoulos, Greek
Mysteries, 50–78 Clinton, K., ‘Epiphany in the Eleusinian Mysteries’, Illinois
Class. Stud. 29 (2004) 85–101 Clinton, K., Eleusis, the inscriptions on stone:
documents of the Sanctuary of the Two Goddesses and public documents of the
deme, 3 vols (Athens) Clinton, K., ‘Pigs in Greek Rituals’, in R. Hägg and B.
Alroth (eds), Greek Sacrificial Ritual: Olympian and Chthonian (Stockholm); Clinton,
K., ‘Preliminary Initiation in the Eleusinian Mysteria’, in A.P. Matthaiou and
I. Polinskaya (eds), Mikros hieromnēmōn: meletes eis mnēmēn Michael H. Jameson
(Athens) 25–34 Clinton, K., ‘Donors of Kernoi at the Eleusinian Sanctuary of
the Two Goddesses’, in C. Prêtre (ed.), Le donateur, l’offrande et la déesse
(Liège) 239–246 Clinton, K., and N. Dimitrova, ‘A New Edition of IG XII 8,
51)’, in A. Themos and N. Papazarkadas (eds), Attika epigraphika: meletes pros
timēn tou Christian Habicht (Athens); Coenen, M., ‘On the Demise of the Book of
the Dead in Ptolemaic Thebes’, Rev. d’Égyptologie; Cohen, N., ‘The Mystery
Terminology in Philo’, in R. Deines and K.W. Niebuhr (eds), Philo und das Neue
Testament (Tübingen) 173–187 Cohn, Y., ‘The Graeco-Roman Trade Fair and the
Rabbis’, J. Am. Or. Soc.; Cole, S.G., Theoi Megaloi: The Cult of the Great Gods
at Samothrace (Leiden) Cole, S.G., ‘The Use of Water in Greek Sanctuaries’, in
R. Hägg et al. (eds), Early Greek Cult Practice (Stockholm); Cole, S.G.,
‘Demeter in the Ancient Greek City and its Countryside’, in R. Buxton (ed.),
Oxford Readings in Greek Religion (Oxford); Cole, S.G., ‘Achieving Political
Maturity: Stephanosis, Philotimia and Phallephoria’, in D. Papen- fuss and V.M.
Strocka (eds), Gab es das griechische Wunder? (Mainz); Corte, F. Della,‘Il
catalogo dei grandi dannati’, Vichiana; = idem, Opuscula (Genua); Cosmopoulos,
M.B. (ed.), Greek Mysteries (London) Coulon, L., ‘Osiris chez Hérodote’, in
idem et al. (eds), Hérodote et l’Ėgypte (Lyon); Courcelle, P.,
Connais-toi toi-même de Socrate à Saint Bernard (Paris) Cumont, F., Lux
perpetua (Paris) Cumont, F., Astrologie et Religion chez les Grecs et les
Romains, ed. I. Tassignon (Brussels and Rome) Cumont, F., Les religions
orientales dans le paganisme romain, ed. C. Bonnet and F. Van Haeperen (Turin =
Paris) Cumont, F., Les mystères de Mithra, ed. N. Belayche
and A. Mastrocinque (Turin 2013 = Brussels 1913) Curiazi, D., ‘Note a
Virgilio’, Musem Criticum Daly-Denton, M., ‘Water in the Eucharistic Cup: A
Feature of the Eucharist in Johannine Trajec- tories through Early
Christianity’, Irish Theol. Quart.; Dasen, V., ‘Une “Baubo” sur une gemme
magique’, in L. Bodiou et al. (eds), Chemin faisant. Mythes, cultes et société
en Grèce ancienne (Rennes) 271–284 Daumas, M., Cabiriaca: Recherches sur
l’iconographie du culte des Cabires (Paris) Daumas, M., ‘De Thèbes à Lemnos et
Samothrace. Remarques nouvelles sur le culte des Cabires’, Topoi; Debiasi, A.,
‘Orcomeno, Ascra e l’epopea regionale minore’, in E. Cingano (ed.), Tra
panellenismo e tradizioni locali: generi poetici e stroriografia (Alessandria);
Delamarre, X., ‘Ἠριδανός, le “fleuve de l’ouest”,’ Etudes Celtiques 36 (2008) 75–77 Derchain, P.,
‘Les hiéroglyphes à l époque ptolémaïque’, in C. Baurain et al. (eds),
Phoinikeia grammata: lire et écrire en Méditerranée (Namur); Deshours, N., ‘La
légende et le culte de Messénie ou comment forger l’identité d’une cité’, REG; Detienne,
M. and J.-P. Vernant, La cuisine du sacrifice en pays grecque (Paris, 1979)
Deubner, L., Attische Feste (Berlin) Devauchelle, D., ‘Pas d’Apis pour
Sarapis!’, in A. Gasse et al. (eds), Et in Aegypto et ad Aegyptum. Recueil
d’études dédiées à Jean-Claude Grenier (Montpellier); Dickie, M.W., ‘Priestly
Proclamations and Sacred Laws’, CQ; Dieleman, J., ‘Claiming the Stars. Egyptian Priests Facing the Sky’, in S. Bickel and A. Loprieno, Basel Egyptology Prize 1 (Basel); Dieleman,
J., ‘Stars and the Egyptian Priesthood in the Greco-Roman Period’, in S. Noegel
et al. (eds), Prayer, Magic, and the Stars in the Ancient and Late Antique
World (University Park) 137–153 Dieleman, J., Priests, Tongues, and Rites
(Leiden) Diels, H., Parmenides (Berlin) Dieterich, A., Nekyia (Leipzig and
Berlin); Dieterich, A., Eine Mithrasliturgie (Leipzig and Berlin) Diez de
Velasco, F., Los caminos de la muerte (Madrid) Dignas, B., ‘Priestly Authority
in the Cult of the Corybantes at Erythrae’, Epigr. Anat.; Dillon, S., ‘Marble
Votive Statuettes of Women from the Sanctuary of the Great Gods on Samothrace’,
in Palagia and Wescoat, Samothracian Connections, Dimitrova, N.M., Theoroi and
Initiates in Samothrace: the epigraphical evidence (Princeton) Dodds, E.R. The
Greeks and The Irrational (Berkeley) Dousa, T.M., ‘Imagining Isis: on Some
Continuities and Discontinuities in the Image of Isis in Greek Hymns and
Demotic Texts’, in K. Ryholt (ed.), Acts of the Seventh International
Conference of Demotic Studies (Copenhagen) 149–184 Dowden, K., ‘Grades in the
Eleusinian Mysteries’, RHR; Dowden, K., ‘Geography and Direction in
Metamorphoses 11’, in W. Keulen and U. Egelhaaf- Gaiser (eds), Aspects of
Apuleius’ Golden Ass III: The Isis Book (Leiden) 156–167 Duffy, E., The
Stripping of the Altars (New Haven) Dunand, F., ‘Les mystères égyptiens aux
époques hellénistique et romaine’, in ead. et al., Mystères et syncrètismes
(Paris) 12–62 Dunand, F., Isis, Mère des Dieux (Paris) Dunbabin, K., ‘Domestic
Dionysus? Telete in Mosaics from Zeugma and the Late Roman Near East’, JRA; Durie, E., ‘Les fonctions sacerdotales au
sanctuaire de Despoina à Lykosoura-Arcadie’, Horos; Ebel, E., Die Attraktivität
früher christlicher Gemeinden (Tübingen) Ekroth, G., ‘Inventing Iphigeneia? On
Euripides and the Cultic Construction of Brauron’, Kernos; Edmonds III, R.G.,
‘To sit in solemn Silence? Thronosis in Ritual, Myth, and Iconography’, AJPh; Edmonds
III, R.G., (ed.), The “Orphic” Gold Tablets and Greek Religion (Cambridge,
2011) Egelhaaf-Gaiser, U., ‘Exklusives Mysterium oder inszeniertes Wissen? Die
ägyptischen Kulte in der Darstellung des Pausanias’, dans A. Hoffmann (ed.),
Ägyptische Kulte und ihre Heiligtü- mer im Osten des Römischen Reiches
(Istanbul); Egelhaaf-Gaiser, U., ‘Des Mysten neue Kleider: Gewande(l)te
Identität im Isisbuch des Apuleius’, in S. Schrenk and K. Vössing (eds),
Kleidung und Identität in religiösen Kontexten der Kaiserzeit (Regensburg); Egelhaaf-Gaiser,
U., ‘“Ich war ihr steter Diener”: Kultalltag im Isis-Buch des Apuleius’, in
Hattler, Imperium der Götter, Egetmeyer, M., ‘“Sprechen Sie Golgisch?” Anmerkungen
zu einer übersehenen Sprache’, in P. Carlier (ed.), Études mycéniennes (Pisa
and Rome); Eichner, H., ‘Neues zur Sprache der Stele von Lemnos (Erster Teil)’,
Journal of Language Relationship; Eichner, H., ‘Zweiter Teil’; Eitrem, S.,
Opferritus und Voropfer der Griechen und Römer (Kristiania) Eitrem, S.,
‘Sophron und Theokrit’, Symb. Osl.; Eitrem, S., ‘Ἐμβατεύω: note sur Col. 2,18’, Studia Theologica; Elm, D., ‘Die Inszenierung des
Betruges und seiner Entlarvung. Divination und ihre Kritiker in Lukians Schrift
“Alexander oder der Lügenprophet”’, in ead. et al. (eds), Texte als Medium und
Reflexion von Religion im römischen Reich (Stuttgart); Ercoles, M. and L.
Fiorentini, ‘Giocasta tra Stesicoro (PMGF 222 (B)) ed Euripide (Fenicie)’, ZPE;
Fabiano, D., ‘“Ho fuggito il male, ho trovato il meglio”: le punizioni dei non
iniziati nell’aldilà greco’, ARG; Faraone, C., ‘Rushing into milk. New
perspectives on the gold tablets’, in Edmonds, “Orphic” Gold Tablets, Faraone,
C., ‘The Amuletic Design of the Mithraic Bull-Wounding Scene’, JRS; Farnell,
L.R., The Cults of the Greek States III (Oxford) Feldman, L., ‘Biblical
Influence on Vergil’, in S. Secunda and S. Fine (eds), Shoshannat Yaakov
(Leiden); Ferrari, F., ‘Frustoli erranti. Per una
ricostruzione di P. Derveni coll. I-III’, in Papiri filosofici. Miscellanea di
Studi. VI (Florence) 39–54 Festugière, A.-J., La Révélation d’Hermès
Trismégiste (Paris) Festugière, A.-J., Ėtudes de religion grecque et
hellénistique (Paris) Fittschen, K., ‘Lesefrüchte III’, Boreas; Flory, M., ‘The
Symbolism of Laurel in Cameo Portraits of Livia’, Mem. Am. Ac. Rel.; Fluck, H.,
Skurrile Riten in griechischen Kulten (Diss. Freiburg) Fo, A., ‘Moenia’, in EV;
Fo, A., ‘Samotracia’, in EV III, 672 Foccardi, F., ‘Silenzio religioso e
reticenze in Pausania’, in M. Ciani (ed.), Le regioni del silenzio (Padua); Foerster,
F., Christian Carl Josias Bunsen: Diplomat, Mäzen und Vordenker in
Wissenschaft, Kirche und Politik (Bad Arolsen) Fontannaz, D.,
‘L’entre-deux-mondes. Orphée et Eurydice sur une hydrie proto-italiote du sanc-
tuaire de la source à Saturo’, Antike Kunst; Ford, A., ‘Dionysus’ Many Names in
Aristophanes’ Frogs’, in R. Schlesier, A Different God: Dionysus and Ancient
Polytheism (Berlin and Boston); Foucart, P., Les mystères d’Éleusis (Paris)
Fowler, R.L., ‘Blood for the Ghosts: Wilamowitz in Oxford’, Syllecta Classica; Fowler,
R.L., Early Greek Mythography, 2 vols (Oxford) Fowler, R.L., ‘Herodotos and the
Early Mythographers: the case of the Kabeiroi’, in R.S. Smith and S. Trzaskoma
(eds), Writing Myth (Leuven) 1–19 Foxhall, L., ‘Women’s ritual and men’s work
in ancient Athens’, in R. Hawley and B. Levick (eds), Women in Antiquity: new
assessments (London and New York); Francis, E.D., ‘Mithraic Graffiti from Dura
Europos’, in J. Hinnells (ed.), Mithraic Studies, 2 vols (Manchester); Frazer,
J.G., ‘Thesmophoria’, in Encyclopaedia Brittannica, 11th edition, vol. 26
(Cambridge); Frazer, J.G., Balder the Beautiful = The Golden Bough VII.2
(London) Gadaleta, G., ‘La zattera di Odisseo e il culto cabirico a Tebe’,
Ostraka; Gagné, R., ‘Winds and Ancestors: The Physika of Orpheus’, HSCP; Gagné,
R., ‘Mystery Inquisitors: Performance, Authority, and Sacrilege at Eleusis’,
Class. Ant.; Gagné, R., Ancestral Fault in Ancient Greece (Cambridge)
Gallavotti, C., ‘Empedocle’, in EV; Gantz, T., Early Greek Myth (Baltimore and
London) Garbugino, G., ‘Flegias’, in EV; Garezou, M.-X., ‘Orpheus’, in LIMC; Garezou,
M.-X., ‘Orpheus’, in LIMC; García Sánchez, M., ‘The dress and colour of
Mithraism: Roman or Iranian garments?’, in S. Schrenk and K. Vössing (eds),
Kleidung und Identität in religiösen Kontexten der Kaiserzeit (Regensburg);
Gaudard, F., ‘Pap. Berlin P. 8278 and Its Fragments: Testimony of the
Osirian Khoiak Festival Celebration during the Ptolemaic Period’, in V.M.
Lepper (ed.), Forschung in der Papyrus- sammlung (Berlin) Gawlinski, L.,
‘Andania: The Messenian Eleusis’, in I. Leventi and Ch. Mistopulou (eds),
Sanctu- aries and Cults of Demeter in the Ancient Greek World (Volos); Gawlinski,
L., The Sacred Law of Andania: a new text with commentary (Berlin and New York)
Gebauer, J., Pompe und Thysia. Attische Tieropferdarstellungen auf schwarz- und
rotfigurigen Vasen (Münster) Gemeinhardt, P., ‘Die Patristik um 1911 in ihrem
Verhältnis zur Religionsgeschichte’, Zs. Ant. Christ; Gemelli
Marciano, L., ‘A chi profetizza Eraclito di Efeso? Eraclito “specialista del
sacro” fra Oriente e Occidente’, in C. Riedweg (ed.), Grecia Maggiore: intrecci
culturali con l’Asia nel perioo arcaico (Basel); Geominy, W., ‘Eleusinische
Priester’, in H.-U. Cain et al. (eds), Festschrift für Nikolaus Himmel- mann
(Mainz); Georgoudi, S., ‘“Ancêtres” de Sélinonte et d’ailleurs: le cas des
Tritopatores’, in G. Hoffmann (ed.), Les pierres de l’offrande (Zürich); Georgoudi,
S., ‘Comment régler les theia pragmata. Pour une étude
de ce qu’on appelle “lois sacrées”’, Mètis NS 8 (2010) 39–54 Georgoudi, S.,
‘L’alternance de genre dans les dénominations des divinités grecques’, EuGeStA
3 (2013) 25–42 Gernet, L. and A. Boulanger, Le génie grec dans la religion,
19321 (Paris, 1970) Gertzen, T., École de Berlin und “Goldenes Zeitalter”
(1882–1914) der Ägyptologie als Wissenschaft. Das
Lehrer-Schüler-Verhältnis von Ebers, Erman und Sethe (Berlin and New York,
2013) Ginzburg, C., ‘Family Resemblances and Family Trees: Two Cognitive
Metaphors’, Critical Inquiry 30 (2004) 537–556 Giulea, D.-A., ‘Seeing Christ
through Scriptures at the Paschal Celebration: Exegesis as Mystery Performance
in the Paschal Writings of Melito, Pseudo-Hippolytus, and Origen’, Orientalia
Christiana Periodica 74 (2008) 27–47 Gladd, B.L., Revealing the mysterion: the
use of mystery in Daniel and Second Temple Judaism with its bearing on First
Corinthians (Berlin and New York, 2008) Gladigow, B., ‘Zum Makarismos des Weisen’,
Hermes 95 (1967) 404–433 Gladigow, B., ‘Zur Ikonographie und Pragmatik
römischer Kultbilder’, in H. Keller and N. Stau- bach (eds), Iconologia Sacra
(Berlin, 1994) 9–24 Gödde, S., ‘οὔ μοι ὅσιόν ἐστι λέγειν. Zur Poetik der Leerstelle in Herodots Ägypten-Logos’, in A. Bierl et
al. (eds), Literatur und Religion 2 (Berlin and New York, 2007) 41–90 Gödde,
S., ‘Seligkeit und Gewalt. Die dionysische Ekstase in der griechischen Antike’,
in T. Koebner (ed.), Ekstase (Munich, Goette, H.R., ‘Römische Kinderbildnisse
mit Jugendlocken’, Athen. Mitt. 104 (1989) 203–218 Gonda, J., The Vedic God
Mitra (Leiden, 1972) Gordon, R., ‘Who Worshipped Mithras?’, JRA 7 (1994)
459–474 Gordon, R., Image and Value in the Greco-Roman World (Aldershot, 1996)
Gordon, R., ‘Trajets de Mithra en Syrie romaine’, Topoi; Gordon, R.,
‘Synkretismus I’, in Der Neue Pauly; Gordon, R., “‘Persaei sub rupibus antri”:
Überlegungen zur Entstehung der Mithrasmysterien’, in Ptuj im römischen
Reich/Mithraskult und seine Zeit = Archaeologia Poetovionensis 2 (Ptuj, 2001
[2002]) 289–301 Bibliography 217 218 Bibliography Gordon, R.,
‘Mysterienreligion’, in RGG4 5 (2002) 1638–1640 Gordon, R., ‘Institutionalized
Religious Options’, in J. Rüpke (ed.), A Companion to Roman Religion (Oxford,
2007) 392–405 Gordon, R., ‘The Roman Army and the Cult of Mithras’, in Y. Le
Bohec and C. Wolff (eds), L’armée romaine et la religion sous le Haut-Empire
romain (Paris, 2009) 379–450 Gordon, R., ‘The Mithraic Body: The Example of the
Capua Mithraeum’, in P. Johnston and G. Casadio (eds), The Cults of Magna
Graecia (Austin, 2009) 290–313; Gordon, R., ‘Magian Lessons in Natural History:
Unique Animals in Graeco-Roman Natural Magic’, in J. Dijkstra et al. (eds),
Myths, Martyrs and Modernity. Studies in the History of Religions in Honour of
Jan N. Bremmer (Leiden, 2010) 249–269 Gordon, R., ‘Ritual and Hierarchy in the
Mysteries of Mithras’, in J.A. North and S. Price (eds), The Religious History
of the Roman Empire (Oxford, 2011) 325–365 (first published 2001 [2005])
Gordon, R., ‘Mithras’, in RAC; Gordon, R., ‘Mysteries’, in S. Hornblower et al.
(eds), The Oxford Classical Dictionary, fourth edition (Oxford, 2012); Gordon,
R., ‘Individuality, Selfhood and Power in the Second Century: The Mystagogue as
a Mediator of Religious Options’, in J. Rüpke and G. Woolf (eds), Religious
Dimensions of the Self in the Second Century CE (Tübingen, 2013) 146–172
Gordon, R., ‘On Typologies and History: “Orphic Themes” in Mithraism’, in G.
Sfameni Gasparro et al. (eds), Religion in the History of European Culture, 2
vols (Palermo, 2013); Gordon, R., ‘“Glücklich ist dieser Ort... ”
Mithras-Heiligtümer und Kultgeschehen‘, in Hattler, Imperium der Götter,
211–218 Gordon, R., ‘Von Cumont bis Clauss. Ein Jahrhundert Mithras-Forschung’,
ibid., 237–242 Gorecki, J., ‘Die Münzbeigabe, eine mediterrane Grabsitte. Nur
Fahrlohn für Charon?’, in M. Witteger and P. Fasold (eds), Des Lichtes beraubt.
Totenehrung in der römischen Gräberstrasse von Mainz- Weisenau (Wiesbaden,
1995) 93–103 Gorini, G., ‘Le monete di Imbros dal santuario dei Cabiri a
Lemno’, in U. Peter (ed.), Stephanos nomismatikos (Berlin, 1998) 295–300
Grabsch, J., ‘Das Mithraeum von Pons Aeni’, Bayerische Vorgeschichtsblätter 50
(1985) 355–462 Graf, F., Eleusis und die orphische Dichtung Athens (Berlin and
New York, 1974) Graf, F., ‘Apollon Delphinios’, MH 36 (1979) 2–22 Graf, F.,
‘Milch, Honig und Wein’, in G. Piccaluga (ed.), Perennitas. Studi in onore di
Angelo Brelich (Rome, 1980) 209–221 Graf, F., Nordionische Kulte (Rome, 1985)
Graf, F., “Orpheus: A Poet Among Men,” in J.N. Bremmer (ed.), Interpretations
of Greek Mythology (London and New York, 19882) 80–106 Graf, F., ‘Baubo’, in
Der Neue Pauly 2 (1997) 499 Graf, F., ‘Kabeiroi,’ in ibid. 6 (1999) 23–27 Graf,
F., ‘Mysteria’, in ibid.8 (2000) 611–615 Graf, F., ‘Mysterien’, in ibid.8
(2000) 615–626 Graf, F., ‘Der Mysterienprozess’, in L. Burckhardt and J.
Ungern-Sternberg (eds), Grosse Prozesse im antiken Athen (Munich, 2000); Graf,
F., ‘Lesser Mysteries – not less Mysterious’, in Cosmopoulos, Greek Mysteries,
241–262 Graf, F., ‘Frauenfeste und verkehrte Welt’, in E. Klinger et al. (eds),
Geschlechterdifferenz, Ritual und Religion (Würzburg, 2003) 37–51 Graf, F.,
‘Mithras Liturgy and ‘Religionsgeschichtliche Schule”, MHNH 8 (2008) 59–71
Graf, F., ‘Orfeo, Eleusis y Atenas’, in Bernabé and Casadesús, Orfeo y la
tradición órfica, 1.671–696 Graf, F., ‘Gods in Greek Inscriptions: some
methodological questions’, in J.N. Bremmer and A. Erskine (eds), The Gods of
Ancient Greece (Edinburgh, 2010) 55–80 Graf, F., ‘The Blessings of Madness’,
ARG 12 (2010) 167–180 Graf, F., ‘The Kyrbantes of Erythrai’, in G. Reger et al.
(eds), Studies in Greek Epigraphy and History in Honor of Stephen V. Tracy
(Bordeaux, 2010) 301–309 Graf, F., ‘Baptism and Graeco-Roman Mystery Cults’, in
D. Hellholm et al. (eds), Ablution, Initiation, and Baptism. Late Antiquity,
Early Judaism, and Early Christianity, 3 vols (Berlin and New York, 2011)
1.101–118 Graf, F., ‘Mysteries, Baptism, and the History of Religious Studies. Some Tentative Remarks’, in F. Prescendi and Y. Volokhine (eds), Dans le
laboratoire de l’historien des religions. Mélanges offerts à
Philippe Borgeaud (Geneva, 2011) 91–103 Graf, F., ‘Text and Ritual: The Corpus
Eschatologicum of the Orphics’, in R.G. Edmonds III (ed.), The “Orphic” Gold
Tablets and Greek Religion (Cambridge, 2011) 53–67 Graf, F., and S.I. Johnston,
Ritual Texts for the Afterlife (London and New York, 20132) Graf, F., and W.
Wischmeyer, ‘Arkandisziplin’, in RGG4 (1998) 743–746 Gottschalk, H.B.,
Heraclides of Pontus (Oxford, 1980) Grafton, A., Defenders of the Text
(Cambridge MA and London, 1991) Grafton, A., Words Made by Words (Cambridge MA
and London, 2009) Grafton, A., and J. Weinberg, “I have always loved the Holy
Tongue”. Isaac Casaubon, the Jews, and a Forgotten Chapter in Renaissance
Scholarship (Cambridge MA and London, 2011) Grandjean, C. and H.
Nicolet-Pierre, ‘Le décret de Lykosoura en l’honneur de Damophon et la
circulation monétaire dans le Péloponnèse aux IIIe-IIe siècles avant notre
ère’, Ktema 33 (2008) 129–134 Greenwalt, W., ‘Philip II and Olympias on
Samothrace: A Clue to Macedonian Politics during the 360s’, in T. Howe and J.
Reames (eds), Macedonian Legacies (Claremont, 2008) 79–106 Griffith, A.B.,
‘Mithras, Death and Redemption in Statius, Thebaid I.719–720’, Latomus 60
(2001) 108–123 Griffith, A.B., ‘Completing the Picture: Women and the Female
Principle in the Mithraic Cult’, Numen 53 (2006) 48–77 Griffith, A.B.,
‘Amicitia in a Religious Context: the Setting and Social Functions of the
Mithraic Cult Meal’, in M. Tamminen et al. (eds), Passages from Antiquity to
the Middle Ages III: De Amicitia (Rome, 2010) 64–77 Griffith, R.D., ‘Salmoneus’
Thunder-Machine again’, Philologus 152 (2008) 143–145 Grinsell, L.V., ‘The
Ferryman and His Fee: A Study in Ethnology, Archaeology, and Tradition’,
Folklore 68 (1957) 257–269 Grisé, Y., Le suicide dans la Rome antique (Montréal
and Paris, 1982) Guarducci, M., ‘I culti di Andania’, SMSR 10 (1934) 174–204
Guiraud, H., ‘Les fleurs du narthex’, Pallas 85 (2011) 59–65 Gustafson, M.,
‘Inscripta in fronte: Penal Tattooing in Late Antiquity’, Class. Ant. 16 (1997)
79–105 Habicht, C., Pausanias’ Guide to Ancient Greece (Berkeley, Los Angeles,
London, 19982) Halliwell, S., Greek Laughter (Cambridge, 2008) Hamilton, J.,
‘The Church and the Language of Mystery: The First Four Centuries’, Ephem.
Theol. Lovanienses 53 (1977) 479–494 Hanegraaff, W., Esotericism and the
Academy (Cambridge, 2012) Hanell, K., Megarische Studien (Lund, 1934) Bibliography
219 220 Bibliography Hansen, M.H. and Th.H. Nielsen (eds), An Inventory
of Archaic and Classical Poleis (Oxford, 2004) Harari, M., ‘Dionysos’, in LIMC,
Suppl. 1 (2009) 171–177 Hardie, A., ‘Muses and Mysteries’, in P. Murray and P.
Wilson (eds), Music and the Muses (Oxford, 2004) 11–37 Hardie, P., Virgil’s
Aeneid: cosmos and imperium (Oxford, 1986) Harland, P., Associations,
Synagogues, and Congregations (Minneapolis, 2003) Harrison, S.J., Apuleius: a
Latin Sophist (Oxford, 2000) Harrison, T., Divinity and History: the Religion
of Herodotus (Oxford, 20022) Harter-Uibopuu, K., ‘Strafklauseln und
gerichtliche Kontrolle in der Mysterieninschrift von Anda- nia (IG V 1,1390),Dike
5 (2002) 135–159 Harvey, A.E., ‘The Use of Mystery Language in the Bible’, JThS
31 (1980) 320–336 Hattler, C. (ed.), Imperium der Götter (Karlsruhe and
Darmstadt, 2013) Hawkins, S., Studies in the Language of Hipponax (Bremen,
2013) Heerma van Voss, M., ‘Osiris’, in DDD, 649–651 Heesakkers, C., ‘Te weinig
koren of alleen te veel kaf? Leiden’s eerste Noordnederlandse filoloog Joannes
Meursius (1579–1639)’‚ in R.J. Langelaan et al. (eds), Miro Fervore. Een bundel
lezingen et artikelen over de beoefening van de klassieke wetenschappen in de
zeventiende en achttiende eeuw (Leiden, 1994) 13–26 Helck, W., ‘Statuenkult’,
in LÄ V (1984) 1265–1267 Held, W., ‘Funde aus Milet XIV. Ein Reiterrelief aus
Milet und die Kabiren von Assesos’, Arch. Anz. 2002, 41–46 Hellmann, M.-C., ‘Le
Mégaron de Lykosoura’, Ktema 33 (2008) 181–190 Hellmann, M.-C., L’architecture
grecque, 2 vols (Paris, 2002–2006) Hemberg, B., Die Kabiren (Uppsala, 1950)
Henderson, J., ‘Oxford Reds’ (London, 2006) Henrichs, A., ‘Die Mänaden von
Milet’, ZPE 4 (1969) 223–241 Henrichs, A., ‘Megaron im Orakel des Apollon
Kareios’, ZPE 4 (1969) 31–37 Henrichs, A., ‘Two Doxographical Notes: Democritus
and Prodicus on Religion’, HSCP 79 (1975) 93–123 Henrichs, A., ‘Greek Maenadism
from Olympias to Messalina’, HSCP 82 (1978) 121–160 Henrichs, A., ‘The Sophists
and Hellenistic Religion: Prodicus as the Spiritual Father of the Isis
Aretologies’, HSCP 88 (1984) 139–158 Henrichs, A., ‘“Der Glaube der Hellenen”:
Religionsgeschichte als Glaubensbekenntnis und Kulturkritik’, in W.M. Calder
III et al. (eds), Wilamowitz nach 50 Jahren (Darmstadt, 1985) 262–305 Henrichs,
A., ‘Zur Genealogie des Musaios’, ZPE 58 (1985) 1–8 Henrichs, A.,
‘Namenlosigkeit und Euphemismus: Zur Ambivalenz der chthonischen Mächte im
attischen Drama’, in H. Hofmann and A. Harder (eds), Fragmenta Dramatica
(Göttingen, 1991) 161–201 Henrichs, A., ‘Anonymity and Polarity: Unknown Gods
and Nameless Altars at the Areopagos’, Illinois Class. Stud. 19 (1994) 27–58
Henrichs, A., ‘Der rasende Gott: Zur Psychologie des Dionysos und des
Dionysischen in Mythos und Literatur’, A&A 40 (1994) 31–58 Henrichs, A.,
‘Zur Perhorreszierung des Wassers der Styx bei Aischylos und Vergil’, ZPE 78
(1989) 1–29 Henrichs, A., ‘Hieroi Logoi and Hierai Bibloi: The (Un)written
Margins of the Sacred in Ancient Greece’, HSCP 101 (2003) 207–266
Henrichs, A., ‘Mystika, Orphika, Dionysiaka’, in A. Bierl and W. Braungart
(eds), Gewalt und Opfer: im Dialog mit Walter Burkert (Berlin and New York,
2010) 87–114 Henrichs, A., ‘Missing Pages: Papyrology, Genre, and the Greek
Novel’, in D. Obbink and R. Rutherford (eds), Culture in Pieces. Essays on
Ancient Texts in Honour of Peter Parsons (Oxford, 2011) 302–322 Henrichs, A.,
‘Dionysos Dismembered and Restored to Life: The Earliest Evidence (OF 59
I–II)’, in M. Herrero de Jáuregui et al. (eds), Tracing Orpheus (Berlin and New
York, 2011) 61–68 Hensen, A., ‘Mercurio Mithrae – Zeugnisse der Merkurverehrung
im Mithraskult’, in C. Czysz et al. (eds), Provinzialrömische Forschungen:
Festschrift für Günter Ulbert zum 65. Geburtstag (Espelkamp, 1995) 211–216
Herman, J. and F. Hallyn (eds), Le topos du manuscrit trouvé (Leuven, 1999)
Hermary, A., ‘Dioskouroi’, in LIMC 3.1 (1986) 567–553 Hermary, A., ‘Adonis’, in
LIMC, Suppl. I (Düsseldorf, 2009) 20–23 Herrero de Jáuregui, M., “Las
fuentes de Clem. Alex., Protr. II 12–22: un tratado sobre los misterios y una
teogonía órfica,” Emerita 75 (2007) 19–50 Herrero de Jáuregui, M., Orphism and
Christianity in Late Antiquity (Berlin and New York, 2010) Herrero de Jáuregui,
M., et al. (eds), Tracing Orpheus: Studies of Orphic Fragments in
Honour of Alberto Bernabé (Berlin and New York, 2011) Herrmann, P., ‘Eine
«pierre errante» in Samos: Kultgesetz der Korybanten’, Chiron 32 (2002) 157–172
Herrmann, P., ‘Magier in Hypaipa’, Hyperboreus 8 (2002) 364–369 Hijmans, S.,
Sol: the sun in the art and religions of Rome, 2 vols (Diss. Groningen, 2009).
Himmelfarb, M., Tours of Hell (Philadelphia, 1983) Himmelmann, N., ‘Die
Priesterschaft der Kyrbantes in Erythrai (neues Fragment von I.K. 2, 206)’,
Epigraphica Anatolica 29 (1997) 117–122 Himmelmann, N., Tieropfer in der
griechischen Kunst (Opladen, 1997) Hinz, V., Der Kult von Demeter und Kore auf
Sizilien und in der Magna Graecia (Wiesbaden, 1998) Hösle, V., ‘The Search for
the Orient in German Idealism’, Zs. Deutsch. Morgenl. Gesellsch. 163 (2013)
431–454 Holl, K., Gesammelte Aufsätze zur Kirchengeschichte, 3 vols (Tübingen,
1928–1932) Hollmann, A., ‘A Curse Tablet from the Circus at Antioch’, ZPE 145
(2003) 67–82 Holloway, R., ‘An Unpublished Terracotta from the Malophoros
Sanctuary at Selinus’, in R. Einicke et al (eds), Zurück zum Gegenstand.
Festschrift für Andreas E. Furtwängler, 2 vols (Langenweissbach, 2009)
1.263–268 Horn, H.G., Mysteriensymbolik auf dem Kölner Dionysosmosaik (Bonn,
1972) Hornblower, S., ‘Personal Names and the Study of the Ancient Greek
Historians’, in idem and E. Matthews (eds), Greek Personal Names (Oxford, 2000)
129–148 Hornung, E., ‘Altägyptische Wurzeln der Isismysterien’, in C. Berger et
al. (eds), Hommages à Jean Leclant, 3 vols (Cairo, 1994) 3.287–293 Hornung, E.,
Das esoterische Ägypten (Munich, 1999) Horsfall, N., Virgilio: l’epopea in
alambicco (Naples, 1991) Horsfall, N., ‘Odoratum lauris nemus (Virgil, Aeneid
6.658)’, Scripta Class. Israel. 12 (1993) 156–158 Horsfall, N., ‘P. Bonon.4 and
Virgil, Aen.6, yet again’, ZPE 96 (1993) 17–18 Horsfall, N., (ed.), A Companion
to the Study of Virgil (Leiden, 20002) Horsfall, N., ‘Virgil and the Jews’,
Vergilius 58 (2012) 67–80 Horst, P.W. van der, Hellenism, Judaism,
Christianity: essays on their interaction (Leuven, 1998) Bibliography 221
222 Bibliography Hose, M., ‘Die Erfindung des Experten. Über Sophisten und ihr
Auftreten’, in T. Fuhrer and A.-B. Renger (eds), Performanz von Wissen
(Heidelberg, 2012) 29–47 Huld-Zetsche, I., Der Mithraskult in Mainz und das
Mithräum am Ballplatz (Mainz, 2008) Hultgård, Å., ‘Remarques sur les repas
cultuels dans le Mithriacisme’, in Ch. Grappe (ed.), Le repas de dieu
(Tübingen, Humphreys, S.C., The Strangeness of Gods (Oxford, 2004) Hunter,
D.G., ‘The significance of Ambrosiaster’, J. Early Christ. Stud. 17 (2009) 1–26
Hunter, F., ‘Kastell Inveresk: Leibwächter, geköpfte Tote und Mysterienkulte in
Britannien’, Der Limes 7.1 (2013) 14–21 Hunter, R., The Argonautica of
Apollonius: literary studies (Cambridge, 1993) Hutton, W., Describing Greece.
Landscape and Literature in the Periegesis of Pausanias (Cam- bridge, 2005)
Ilieva, P., ‘The Sessile Kantharos of the Archaic Northeast Aegean Ceramic
Assemblage: the Anatolian Connection’, Studia Troica 19 (2011) 179–203 Immisch,
O., ‘Kureten und Korybanten’, in W.H. Roscher (ed.), Ausführliches Lexikon der
grie- chischen und römischen Mythologie II.1 (Leipzig, 1890–97) 1587–1628
Ipikçioğlu, B. and Ch. Schuler. ‘Ein Tempel für die Dioskuren und Helena’,
Anzeiger der philoso- phisch-historischen Klasse 146.2 (2011) 39–59 Işik, C.,
‘Demeter at Kaunos’, in Agathos daimon (Athens and París, 2000) 229–240 Jacob,
C., Arkandisziplin, Allegorese, Mystagogie (Frankfurt, 1990) Jaccottet, A.-F.,
Choisir Dionysos. Les associations dionysiaques ou la face cachée du diony-
sisme, 2 vols (Zürich, 2003) Jaccottet, A.-F. ‘Les mystères dionysiaques à
l’époque romaine’, Annuaire de l’Ecole Pratique des Hautes Etudes. Section des
sciences religieuses 114 (2005–2006) 235–239 Jaccottet, A.-F., ‘Un dieu,
plusieurs mystères? Les différents visages des mystères dionysiaques’, in C.
Bonnet et al. (eds), Religions orientales – culti misterici (Stuttgart, 2006)
219–230 Jaccottet, A.-F., ‘Les Cabires. Entre assimilation et mise en scène de
l’altérité’, in C. Bonnet et al. (eds), Les représentations des dieux des
autres (Palermo, 2011) 1–16 Jaccottet, A.-F., ‘Integrierte Andersartigkeit: die
Rolle der dionysischen Vereine’, in Schlesier, A Different God?, 413–431
Jackson, H.-M., ‘The Meaning and Function of the Leontocephaline in Roman
Mithraism’, Numen 32 (1985) 17–45 Jacoby, F., Kleine philologische Schriften I
(Berlin, 1961) Jameson, M., ‘Notes on the Sacrificial Calendar from Erchia’,
BCH 89 (1965) 154–172 Jameson, M., et al., A lex sacra from Selinous (Durham
NC, 1993) Janda, M., Eleusis. Das indogermanische Erbe der Mysterien
(Innsbruck, 2000) Janko, R., ‘Reconstructing (again) the Opening of the Derveni
Papyrus’, ZPE 166 (2008) 37–51 Jeanmaire, H., ‘Le traitement de la mania dans
les “mystères” de Dionysos et des Corybantes’, Journal de Psychologie 46 (1949)
64–82 Jeanmaire, H., Dionysos (Paris, 1951) Jiménez San Cristóbal, A., ‘The
Meaning of bakchos and bakcheuein in Orphism’, in G. Casadio and P. Johnston
(eds), Mystic Cults in Magna Graecia (Austin, 2009) 46–60 Jiménez San
Cristóbal, A., ‘Iacchus in Plutarch’, in L. Roig Lanzillotta and I. Muñoz
Gallarte (eds), Plutarch in the Religious and Philosophical Discourse of Late
Antiquity (Leiden, 2012) 125–135 Jiménez San Cristóbal, A., ‘The Sophoclean
Dionysos’, in A. Bernabé et al. (eds), Redefining Dionysos
(Berlin and Boston, 2013) 272–300 Jördens, A., ‘IG II2 1682 und die
Baugeschichte des eleusinischen Telesterion im 4. Jh. v. Chr.’, Klio 81 (1999)
359–391 Johnson, D.M., ‘Hesiod’s Descriptions of Tartarus (Theogony 721–819)’,
Phoenix 53 (1999) 8–28 Johnston, S.I., Hekate Soteira (Atlanta, 1990) Johnston,
S.I., Restless Dead (Berkeley, Los Angeles, London, 1999) Johnston, S.I.,
‘Mysteries’, in ead. (ed.), Religions of the Ancient World (Cambridge MA and
London, 2004) 98–111 Johnston, S.I., ‘Demeter in Hermione: Sacrifice and the
Polyvalence of Ritual’, Arethusa 45 (2012) 211–241 Johnston, S.I., and T.
McNiven, ‘Dionysos and the Underworld in Toledo’, MH 53 (1996) 25–36 Jones,
C.P., Culture and Society in Lucian (Cambridge Mass., 1986) Jones, C.P.,
‘Stigma: Tattooing and Branding in Graeco-Roman Antiquity’, JRS 77 (1987)
139–155 Jones, C.P., ‘Processional Colors’, in B. Bergmann and C. Kondoleon
(eds), The Art of Ancient Spectacle (Washington, D.C., 1999) 247–257 Jones,
C.P., ‘Diodoros Pasparos Revisited, Chiron 30 (2000) 1–14 Jones, C.P.,
‘Pausanias and his Guides’, in Alcock et al. (eds), Pausanias: Travel and
Memory in Roman Greece (Oxford, 2001) 33–39 Jones, C.P., ‘Epigraphica’, ZPE 139
(2002) 108–116 Jones, C.P., New Heroes in Antiquity: from Achilles to Antinoos
(Cambridge MA and London, 2010) Jong, A. de, ‘A New Syrian Mithraic
Tauroctony’, Bulletin of the Asia Institute, NS 11 (1997) 53–63 Jong, K.H.E.
de, Das antike Mysterienwesen in religionsgeschichtlicher, ethnologischer und
psychologischer Beleuchtung (Leiden, 1909, 19192) Jourdan, F., Poème
judéo-hellénistique attribué à Orphée: production juive et réception chré-
tienne (Paris 2010) Jourdan, F., ‘Orpheus/Orphik’, in RAC 26 (2014) 576–613
Kane, J.P., ‘The Mithraic Cult-meal’, in J. Hinnells (ed.), Mithraic Studies, 2
vols (Manchester, 1975) 1.313–351 Kany, R., ‘Der Lukanische Bericht von Tod und
Auferstehung Jesu aus der Sicht eines hellenis- tischen Romanlesers’, Novum
Testamentum 28 (1986) 75–90 Kearns, E., The Heroes of Attica (London, 1989)
Kern, O., ‘Die boiotischen Kabiren’, Hermes 25 (1890) 1–16 Kern, O., ‘Kabeiros
und Kabiren’, in RE 10 (1917) 1399–1450, with Nachtrag in RE 16.2 (1935)
1275–1279 Kindt, J., Rethinking Greek Religion (Cambridge, 2012) Kinzig, W.,
‘Glaubensbekenntnis und Entwicklung des Kirchenjahres’, in idem et al. (eds),
Liturgie und Ritual in der Alten Kirche (Leuven, 2011) 3–41 Kippenberg, H., Die
vorderasiatischen Erlösungsreligionen in ihrem Zusammenhang mit der antiken
Stadtherrschaft (Stuttgart, 1991) Kirchner, R., ‘Die Mysterien der Rhetorik.
Zur Mysterienmetapher in rhetoriktheoretischen Tex- ten’, RhM 148 (2005)
165–180 Klauser, T., Gesammelte Arbeiten zur Liturgiegeschichte,
Kirchengeschichte und christlichen Archäologie, ed. E. Dassmann = JAC Erg. 3 (Münster,
1974) Kleibl, K., Iseion. Raumgestaltung und Kultpraxis in den Heiligtümern
gräco-ägyptischer Götter im Mittelmeerraum (Worms, 2009) Klenner, I., ‘Breaking
News! Meldungen aus der Welt des Mithras’, in P. Jung (ed.), Utere felix vivas.
Festschrift für Jürgen Oldenstein (Bonn, 2012) 113–127 Bibliography 223
224 Bibliography Klingenberg, A., ‘Die “Iranische Diaspora” – Kontext,
Charakter und Auswirkung persischer Einwanderung nach Kleinasien’, in K. Geus
et al. (eds), Mobilität in den Kulturen der antiken Mittelmeerwelt (Stuttgart,
2014) Klöckner, A., ‘Votive als Gegenstände des Rituals – Votive als Bilder von
Ritualen: Das Beispiel der griechischen Weihreliefs’, in J. Mylonopoulos and H.
Roeder (eds), Archäologie und Ritual. Auf der Suche nach der rituellen Handlung
in den antiken Kulturen Ägyptens und Griechenlands (Vienna, 2006) 139–152
Klöckner, A., ‘Women’s Affairs? On a Group of Attic Votive Reliefs with Unusual
Decoration’, in J. Dijkstra et al. (eds), Myths, Martyrs, and Modernity:
Studies in the History of Religions in Honour of Jan N. Bremmer (Leiden Klöckner,
A., ‘Mithras und das Mahl der Männer. Götterbild, Ritual und sakraler Raum in
einem römischen “Mysterienkult”’, in U. Egelhaaf-Gaiser et al. (eds), Kultur
der Antike (Berlin, 2011) 200–225 Knauer, G.N., Die Aeneis und Homer
(Göttingen, 1964) Knell, H., ‘Der Tempel der Demeter’, Athen. Mitt. 98 (1983)
113–147 Knittlmayer, B. et al., ‘Kekrops’, in LIMC VI.1 (1992) 1084–1091
Koenen, L., ‘Egyptian Influence in Tibullus’, Illinois Class. Stud. 1 (1976)
127–159 Koortbojian, M., Myth, Meaning and Memory on Roman Sarcophagi
(Berkeley, Los Angeles, London, 1995) Kossatz-Deissmann, A., ‘Semele’, in LIMC
VII.1 (1994) 718–726 Kossatz-Deissmann, A., ‘Philammon’, in LIMC VIII.1 (1997)
982 Kossatz-Deissmann, A., ‘Semele’, in LIMC, Suppl. 1 (2009) 448–450 Kowalzig,
B., ‘Mapping out Communitas: Performances of Theōria in their Sacred and
Political Context’, in J. Elsner and I. Rutherford (eds), Pilgrimage in
Graeco-Roman and Early Chris- tian Antiquity: Seeing the Gods (Oxford, 2007)
41–72 Kourouniotes, K., ‘To en Lukosoura Megaron tês Despoinês’, ArchEph 1912,
142–161 Krauskopf, I., ‘kiste, cista’, in ThesCRA 5 (2005) 274–278 Krauskopf,
I., ‘liknon’, in ibid., 278–283 Krauskopf, I., ‘Plemochoe’, in ThesCRA 5 (2006)
252–255 Krech, V., Wissenschaft und Religion. Studien zur Geschichte der
Religionsforschung in Deutsch- land 1871 bis 1933 (Tübingen, 2002) Kreuzer, S.
et al. (ed.), Die Septuaginta – Entstehung, Sprache, Geschichte (Tübingen,
2012) Kroesen, J., ‘Squints in Nederland: Definitie, typering en
inventarisatie’, Jaarboek voor liturgie- onderzoek 22 (2006) 195–216 Kroll,
J.H., The Greek Coins (Princeton, 1993) Kron, U., ‘Kultmahle im Heraion von
Samos archaischer Zeit’, in R. Hägg et al. (eds), Early Greek Cult Practice
(Stockholm, 1988) 135–148 Kron, U., ‘Frauenfeste in Demeterheiligtümern: das
Thesmophorion von Bitalemi’, Arch. Anz. 1992, 611–650 Kron, U., U. Kron,
‘Heilige Steine’, in H. Froning et al. (eds), Kotinos. Festschrift für Erika
Simon (Mainz, 1992) 56–70 Kuijper, D., ‘Phlegyas admonitor’, Mnemosyne IV 16
(1963) 162–170 Kytzler, B. et al. (eds), Eduard Norden (1868–1941) (Stuttgart,
1994) Lada-Richards, I., Initiating Dionysus: Ritual and Theatre in
Aristophanes’ Frogs (Oxford, Lagona, S., ‘Cibele e Iside a Kyme Eolica’, in H.
Krinzinger (ed.), Die Ägais und das Westliche Mittelmeer (Vienna, 2000)
Lamberterie, Ch. de, ‘Grec, phrygien, arménien: des anciens aux modernes’, J.
des Savants 2013, 3–69 Lampe, P., ‘Paulinos Mystes’, in H.M. Schellenberg et
al. (eds), A Roman Miscellany. Essays in Honour of Anthony R. Birley on his
Seventieth Birthday (Gdansk, 2008) 49–52 Lannoy, A., Het christelijke mysterie:
de relatie tussen het vroege christendom en de heidense mysterieculten in het
denken van Alfred Loisy en Franz Cumont, in de context van de modernistische
crisis (Diss. Ghent, 2012) Lannoy, A., ‘St Paul in the early 20th century
history of religions. “The mystic of Tarsus” and the pagan mystery cults after
the correspondence of Franz Cumont and Alfred Loisy’, ZRGG 64 (2012) 222–239
Lannoy, A., and D. Praet (eds), The Christian Mystery. Early Christianity and
the Pagan Mystery Cults in the Work of Franz Cumont and in the History of
Scholarship, forthcoming. Latte, K., Kleine
Schriften (Munich, 1968) Latteur, O., ‘La diffusion du culte de Mithra dans les
provinces danubiennes: l’example de la Pannonie Inférieure’, LEC 78 (2010)
187–214 Laumonier, A., Les cultes indigènes en Carie (Paris, 1958) Lease, G.,
‘Mithraism and Christianity: Borrowings and Transformations’, in ANRW Lechner,
Th., ‘Rhetorik und Ritual. Platonische Mysterienanalogien
im Protreptikos des Clemens von Alexandrien‘, in F.R. Prostmeier (ed.),
Frühchristentum und Kultur (Freiburg, 2007) 183–222 LeGlay, M., ‘La dexiôsis
dans les Mystères de Mithra’, in Duchesne-Guillemin, Études mithria- ques,
279–303 Lehmann, K. and D. Spittle, Samothrace: Excavations Conducted by the
Institute of Fine Arts of New York University, Vol. 4.2 The Altar Court (New
York, 1964) Lehmann, K. and D. Spittle, Samothrace: A Guide to the Excavations
and the Museum, rev. J.R. McCredie (Thessalonike, 19986) Lehmann, Ph.W. and D.
Spittle, Samothrace V (Princeton, 1982) Lentini, M.C., ‘Baubò a Gela’, BABesch
80 (2005) 213–215 Leone, R., ‘Tra Lemno e Samotracia: il santuario degli dei
Cabiri di Chloi’, ASAA 88 (2010) 273–280 Leonhard, C. and B. Eckhardt, ‘Mahl V
(Kultmahl)’, in RAC 23 (2009) 1012–1105 Lesky, A., Gesammelte Schriften (Munich
and Berne, 1966) Levaniouk, O., ‘The Toys of Dionysos’, HSCP 103 (2007)
165–2002 Leventi, I., ‘The Mondragone Relief Revisited: Eleusinian Cult
Iconography in Campania’, Hesperia Lévêque, P., ‘Olbios et la felicité des
initiés’, in L. Hadermann-Misguich and G. Raepsaet (eds), Rayonnement grec:
hommages à Ch. Delvoye (Brussels, 1982) 113–126 Lévy, E. and J. Marcadé, ‘Au
musée de Lycosoura’, BCH 96 (1972) 967–1004 Ligt, L. de and P.W. de Neeve,
‘Ancient Periodic Markets: Festivals and Fairs’, Athenaeum 66 (1988) 391–416
Lightfoot, J., The Sibylline Oracles (Oxford, 2007) Lincoln, B., ‘The Ferryman
of the Dead’, J. Indo-European Stud. 8 (1980) 41–59 Linderski, J., ‘Agnes
Kirsopp Michels and the Religio’, Class. J. 92 (1997) 323–345 Lindner, R.,
‘Kouretes, Korybantes’, in LIMC VIII.1 (1997) 736–741 Linforth, I.M., Studies
in Herodotus and Plato, ed. L. Tarán (New York and London, 1987) Bibliography
225 226 Bibliography Lissarrague, F., ‘Publicity and performance. Kalos
inscriptions in Attic vase-painting’, in S. Gold- hill and R. Osborne (eds),
Performance Culture and Athenian Democracy (Cambridge, 1999) 359–373
Lissarrague, F., La cité des satyres (Paris, 2013) Livrea, E., ‘Il Giambo IX di
Callimaco’, ZPE 179 (2011) 84–88 Lloyd-Jones, H., Greek Epic, Lyric, and
Tragedy (Oxford, 1990) Lobeck, C.A., Aglaophamus sive de theologiae mysticae
graecorum causis, libri tres, 2 vols (Königsberg, 1829) Loisy, A., Les mystères
païens et le mystère chrétien (Paris, 1919) Lossau, M., ‘Christian August
Lobeck (1781–1860)’, in D. Rauschning and D. von Nerée (eds), Die
Albertus-Universität zu Königsberg und ihre Professoren (Berlin, 1995) 283–293
Lowe, N.J., ‘Thesmophoria and Haloa: myth, physics and mysteries’, in S.
Blundell and M. Williamson (eds), The Sacred and the Feminine in Ancient Greece
(London and New York, 1998) 149–173 Lubotsky, A., ‘The Old Persian Month Name
viyax(a)na-, Avestan viiāx(a)na- ‘eloquent, bragging’ and Ossetic Festivals’,
in V. Sadovski and D. Stifter (eds), Iranistische und Indogermanistische
Beiträge in memoriam Jochem Schindler (1944–1994) (Vienna, 2012) 95–106 Luck,
G., Ancient Pathways and Hidden Pursuits (Ann Arbor, 2000) Lüdemann, G. and A.
Özen, ‘Religionsgeschichtliche Schule’, in TRE 28 (1997) 618–624 Lüdemann, G.
and M. Schröder, Die religionsgeschichtliche Schule in Göttingen (Göttingen,
1987) Lulli, L., ‘La lingua del papiro di Derveni. Interrogativi ancora
irrisolti’, in Papiri filosofici. Miscellanea di Studi. VI (Florence, 2011)
91–104 Lumpe, A., ‘Elementum’, in RAC 4 (1959) 1073–1100 Luraghi, N., The
Ancient Messenians (Cambridge, 2008) Mace, S., ‘Utopian and Erotic Fusion in a
New Elegy by Simonides (22 West2)’, ZPE 113 (1996) 233–247 Macleod, C.,
Collected Essays (Oxford, 1983) MacMullen, R., Paganism in the Roman Empire
(New Haven and London, 1981) Maischberger, M., ‘Der Dionysos-Tempel auf der
Theaterterrasse’, in R. Grüssinger (ed.), Perga- mon: Panorama der antiken
Metropole (Berlin, 2011) 242–247 Malaise, M., ‘Contenu et effets de
l’initiation isiaque’, Ant. Class. 50 (1981) 483–498 Malaise, M., ‘Les
caractéristiques et la question des antécédents de l’initiation isiaque’, in J.
Ries (ed.), Les rites d’initiation (Louvain-la-Neuve, 1986) 355–362 Mansfeld,
J., Studies in the Historiography of Greek Philosophy (Assen, 1990)
Mantzoulinou-Richards, E., ‘Demeter Malophoros: The Divine Sheep-Bringer’,
Ancient World 13 (1986) 15–21 Marcadé, J., ‘À propos du groupe cultuel de
Lykosoura’, Ktema 33 (2008) 111–116 Marchand, F., ‘Rencontres onomastiques au
carrefour de l’Eubée et de la Béotie’, in N. Badoud (ed.), Philologos Dionysios
(Geneva, 2011) 343–376 Marchand, S., German Orientalism in the Age of Empire
(Washington DC and Cambridge, 2009) Marconi, C., ‘Choroi, Theōriai and
International Ambitions: The Hall of Choral Dancers and its Frieze’, in Palagia
and Wescoat, Samothracian Connections, 106–135 Marconi, C., ‘Entering the Sanctuary
of the Great Gods at Samothrace’, communication to the Archaeological Institute
of America (AIA) Meeting, Seattle 2013 Marconi, C., ‘Skopas in Samothrace’,
forthcoming. Mari, M., ‘Gli studi sul santuario e i culti di
Samotracia: prospettive e problemi’, in S. Ribichini et al. (eds), La questione
delle influenze vicino-orientali sulla religione greca (Rome, 2001) 155–167
Markschies, C., ‘Synkretismus. V. Kirchengeschichtlich’, in
TRE 32 (2001) 538–552 Marsh, H.G., ‘The Use of mystêrion in the Writings of
Clement of Alexandria’, JThS 37 (1936) 64–80 Martens, M. and G. De Boe,
‘Bibliograpy of Mithraic Studies’, in eid. (eds), Roman Mithraism. The Evidence
of the Small Finds (Tienen, 2004) 363–385 Martin, A., ‘Empédocle, Fr. 142 D.-K.
Nouveau regard sur un papyrus d’Herculaneum’, Cronache Ercolanesi 33 (2003)
43–52 Martin, A., and O. Primavesi, L’Empédocle de Strasbourg (Berlin and New
York, 1999) Martin, G., Divine Talk (Oxford, 2009) Masaracchia, A., ‘Orfeo e
gli “Orfici” in Platone’, in idem (ed.), Orfeo e l’Orfismo (Rome, 1993) 173–203
Masaracchia, A., Riflessioni sull’antico (Pisa and Rome, 1998) Masciadri, V.,
Eine Insel im Meer der Geschichten. Untersuchungen zu Mythen aus Lemnos
(Stuttgart, 2008) Masseria, C., ‘Una piccola storia di insolita devozione:
Baubo a Gela’, Ostraka 12 (2003) 177–195 Maxwell-Stuart, P.G., ‘Myrtle and the
Eleusinian Mysteries’, Wiener Studien 85 (1972) 145–161 Mazurek, L.,
‘Reconsidering the role of Egyptianizing material culture in Hellenistic and
Roman Greece’, JRA 26 (2013) 503–512 McCredie, J., ‘Samothrace: Preliminary
Report on the Campaigns of 1965–1967’, Hesperia 37 (1968) 200–234 McCredie, J.,
et al., Samothrace, Vol. 7, The Rotunda of Arsinoe, Part I: Text (Princeton,
1992) Meadows, A., ‘The Closed Currency System of the Attalid Kingdom’, in P.
Thonemann (ed.), Attalid Asia Minor: Money, International Relations, and the
State (Oxford, 2013) 149–205 Megino Rodríguez, C., Orfeo y el Orfismo en la
poesía de Empédocles (Madrid, 2005) Mensching, E., Nugae zur Philologie-Geschichte,
14 vols (Berlin, 1987–2004) Merkelbach, R., Mithras (Königstein, 1984)
Merkelbach, R., Die Unschuldserklärungen und Beichten im ägyptischen Totenbuch,
in der römischen Elegie und im antiken Roman (Giessen, 1987) Merkelbach, R.,
Isis Regina – Zeus Sarapis (Stuttgart and Leipzig, 1995) Merkt, A., ‘Symbolum.
Historische Bedeutung und patristische Deutung des Bekenntnisnamens’, Römische
Quartalschrift 96 (2001) 1–36 Mestuzini, A., ‘Salmoneo’, in EV IV, 663–666
Mettinger, T., The Riddle of Resurrection: Dying and Rising Gods in the Ancient
Near East (Stock- holm, 2001) Meuli, K., Gesammelte Schriften, 2 vols (Basel
and Stuttgart, 1975) Meyer, E., Ursprung und Anfänge des Christentums, 3 vols
(Stuttgart and Berlin, 1921–1923) Michels, A.K., ‘The Golden Bough of Plato’,
Am. J. Philol. 66 (1945) 59–63 Mikhail, L.B., ‘The Festival of Sokar: An
Episode of the Osirian Khoiak Festival’, Göttinger Miszellen 82 (1994) 25–44
Miles, M.M., The City Eleusinion (Princeton, 1998) Miles, M.M., ‘Entering
Demeter’s Gateway: the Roman Propylon in the City Eleusinion’, in B.D. Wescoat
and R.G. Ousterhout (eds), Architecture of the Sacred (Cambridge, 2012) 114–151
Miro, E. De, ‘Thesmophoria di Sicilia’, in C.A. di Stefano (ed.), Demetra (Pisa
and Rome, 2008) 47–92 Bibliography 227 228 Bibliography Mitchell, A.G.,
Greek vase-painting and the origins of visual humour (Cambridge, 2009)
Mitchell, S., ‘Iranian Names and the Presence of Persians in the Religious
Sanctuaries of Asia Minor’, in E. Matthews (ed.), Old and New Worlds in Greek
Onomastics (Oxford, 2007) 151–171 Mitchell, S., and P. Van Nuffelen (eds),
Monotheism between Pagans and Christians in Late Antiquity (Leuven, 2010)
Mitchell, S., and P. Van Nuffelen (eds), One God: Pagan Monotheism in the Roman
Empire (Cambridge, 2010) Mitthof, F., ‘Der Vorstand der Kultgemeinden des
Mithras: Eine Sammlung und Untersuchung der inschriftlichen Zeugnisse’, Klio 74
(1992) 275–290 Mitsopoulou, C., ‘De Nouveaux Kernoi pour Kernos... Réévaluation et mise à jour de la recherche sur les vases de culte
éleusiniens’, Kernos 23 (2010) 145–178 Möllendorff, P. von, Auf der Suche nach
der verlogenen Wahrheit. Lukians Wahre Geschichten (Tübingen, 2000) Mohrmann,
C., Études sur le latin des chrétiens I (Rome, 19612) Molyviati-Toptsis, U.,
‘Vergil’s Elysium and the Orphic-Pythagorean Ideas of After-Life, Mnemo- syne
IV 47 (1994) 33–46 Moormann, E.M., Divine Interiors. Mural Paintings in Greek
and Roman Sanctuaries (Amsterdam, Mommsen, A. Heortologie (Leipzig, 1864)
Mommsen, A., Feste der Stadt Athen im Altertum (Leipzig, 1898) Monaco, A. Lo,
Il crepuscolo degli dei d’Achaia (Rome, 2009) Montel, S., ‘Scénographies
sculptées et presence divine’, in Ph. Borgeaud and D. Fabiano (eds), Perception
et construction du divin dans l’Antiquité (Geneva, 2013) 121–145 Moore, M.B.,
Attic Red-Figured and White-Ground Pottery (Princeton, 1997) Moraw, S., Die
Mänade in der attischen Vasenmalerei des 6. und 5. Jahrhunderts v. Chr. (Mainz,
1998) Morizot, Y., ‘La draperie de Despoina’, Ktema 33 (2008) 201–209 Motte,
A., ‘Silence et secret dans les mystères d’Éleusis’, in J. Ries and H. Limet
(eds), Les rites d’initiation (Louvain-la-Neuve, 1986) 317–334 Motte, A., ‘Nuit
et lumière dans les mystères d’Éleusis’, in J. Ries and Ch.M. Ternes (eds),
Symbolisme et expérience de la lumière dans les grandes religions (Turnhout,
2002) 91–104 Motte, A., and V. Pirenne-Delforge, ‘Aperçu des significations de
orgia’, Kernos 5 (1992) 119–140 Müller, H.-P., ‘Sterbende und auferstehende
Vegetationsgötter?’, Theol. Zs. 53 (1997) 74–82 Müller, H.-P., ‘Die Geschichte
der phönizischen und punischen Religion’, J. Semitic Stud. 44 (1999) 17–33
Mueller-Jourdan, P., ‘Mystagogie’, in RAC 25 (2013) 404–422 Müri, W.,
Griechische Studien (Basle, 1976) Müth, S., Eigene Wege: Topographie und
Stadtplan von Messene in spätklassisch-hellenistischer Zeit (Rahden, 2007)
Muller, A., ‘Megarika’, BCH 104 (1980) 83–92 Mulsow, M. (ed.), Das Ende des
Hermetismus (Tübingen, 2002) Mulsow, M. (ed.), Prekäres Wissen: eine andere
Ideengeschichte der Frühen Neuzeit (Berlin, 2012) Mulsow, M. (ed.), ‘Michael
Hißmann und Christoph Meiners über die eleusinischen Mysterien’, in H.F. Klemme
et al. (eds),
Michael Hißmann (1752–1784). Ein materialistischer Philosoph der deutschen
Aufklärung (Berlin, 2012) 147–156 Musti, D., ‘Aspetti della religione dei
Cabiri’, in S. Ribichini et al. (eds), La questione delle influenze
vicino-orientali sulla religione greca (Rome, 2001) 141–154 Mylonas, G.E.,
Eleusis and the Eleusinian Mysteries (Princeton, 1961) Mylonopoulos, J., ‘Natur
als Heiligtum – Natur im Heiligtum’, ARG 10 (2008) 45–76 Nagy, L., ‘Mithram
esse coronam suam. Tertullian und die Einweihung des Miles in den
Mithras- Mysterien’, in Á. Szabó et al. (eds), Cultus deorum, 3 vols (Pécs,
2008) 2.183–202 Nauta, R., Poetry for Patrons (Leiden, 2002) Nauta, R., ‘Dido
en Aeneas in de onderwereld’, Lampas 44 (2011) 53–71 Nelis, D., Vergil’s Aeneid
and the Argonautica of Apollonius Rhodius (Leeds, 2001) Nemeti, S., ‘Planets,
grades and soteriology in Dacian Mithraism’, Acta Musei Napocensis 41–42
(2004–05) 107–124 Neri, I., ‘Mithra petrogenito. Origine iconografica e aspetti
cultuali della nascita dalla pietra’, Ostraka 9 (2000) 227–245 Nestori, A.,
‘L’acqua nel fonte battesimale’, in Studi in memoria di Giuseppe Bovini, 2 vols
(Ravenna, 1989) 2.419–427 Neugebauer-Wölk, M. (ed.), Aufklärung und Esoterik
(Hamburg, 1999) Neuhausen, K.A., ‘Aus dem wissenschaftlichen Nachlass Franz
Bücheler’s (I): Eduard Nordens Briefe an Bücheler (1888–1908)’, in J.P. Clausen
(ed.), Iubilet cum Bonna Rhenus. Festschrift zum 150jährigen Bestehen des
Bonner Kreises (Berlin 2004) 1–39 Nilsson, M.P., Griechische Feste (Leipzig,
1906) Nilsson, M.P., Geschichte der griechischen Religion, 2 vols (Munich,
19612–19673) Nipperdey, T., Religion im Umbruch: Deutschland 1870–1914 (Munich,
1988) Nisbet, R.G.M., Collected Papers on Latin Literature (Oxford, 1995)
Noack, F., Eleusis: Die baugeschichtliche Entwicklung des Heiligtumes, 2 vols
(Berlin, 1927) Nock, A.D., Conversion (Oxford, 1933) Nock, A.D., Essays on
Religion and the Ancient World, ed. Z. Stewart, 2 vols (Oxford, 1972) Noegel,
S. et al., (eds), Prayer, Magic, and the Stars in the Ancient and Late Antique
World (University Park, 2003) 1–17 Norden, E., Die Geburt des Kindes
(Stuttgart, 1924) Norden, E., Kleine Schriften (Berlin, 1966) Nordquist, G.C.,
‘Instrumental Music in Representations of Greek Cult’, in R. Hägg (ed), The
Icono- graphy of Greek Cult in the Archaic and Classical Periods (Athens and
Leuven, 1992) 143–168 North, J., ‘Gender and Cult in the Roman West: Mithras,
Isis, Attis’, in E. Hemelrijk and G. Woolf (eds), Women and the Roman City in
the Latin West (Leiden, 2013) 109–127 North, J., ‘Power and its Redefinitions:
the Vicissitudes of Attis’, in Bricault and Bonnet, Panthée, 279–292 Nuffelen,
P. Van, ‘Varro’s Divine Antiquities: Roman Religion as an Image of Truth’, CPh
105 (2010) 162–188 Nuffelen, P. Van, Rethinking the Gods: Philosophical
Readings of Religion in the Post-Hellenistic Period (Cambridge, 2011) Nuttall,
A.D., Dead from the Waist Down (New Haven and London, 2003) Oakley, J.H.,
Picturing death in classical Athens (Cambridge, 2004) Obbink, D., ‘A Quotation
of the Derveni Papyrus in Philodemus’ On Piety’, Cronache Ercolanesi 24 (1994)
110–135 Obbink, D., ‘Poetry and Performance in the Orphic Gold Leaves’, in
Edmonds, “Orphic” Gold Tablets, 291–309 Bibliography 229 230 Bibliography
O’Connell, P., ‘Hyperides and Epopteia: A New Fragment of the Defense of
Phryne’, GRBS 53 (2013) 90–116 Oettinger, N., Die Stammbildung des hethitischen
Verbums (Nürnberg, 1979) Oettinger, N., and G. Wilhelm, ‘Mitra, Mithra’, in
Reallexikon der Assyriologie 8 (Berlin and New York, 1993–1997) 284–286
Ohlemutz, E., Kulte und Heiligtümer der Götter in Pergamon (Würzburg, 1940)
Olmos, R., ‘Las imágenes de un Orfeo fugitivo y ubicuo’, in Bernabé and
Casadesús, Orfeo y la tradición órfica, 1.137–177 Osborne, R., ‘Women and
Sacrifice in Classical Greece’, CQ 43 (1993), 392–405, reprinted in Buxton,
Oxford Readings, 294–313 Otto, B., ‘Athena und die Kreuzfackel. Zwei Bronzemünzen
aus dem Demeter-Heiligtum von Herakleia in Lukanien’, in R. Einicke et al
(eds), Zurück zum Gegenstand. Festschrift für Andreas E. Furtwängler, 2 vols
(Langenweissbach Pafford, I., ‘IG I3 6 and the Aparche of Grain?’, ZPE 177
(2011) 75–78 Paillier, J.-M, Bacchus: figures et pouvoirs (Paris, 1995)
Palagia, O. et al., ‘New investigations on the pedimental sculptures of the
“Hieron” of Samo- thrace: a preliminary report’, in Y. Maniatis (ed.), ASMOSIA
VII, The Study of Marble and Other Stones in Antiquity = BCH Suppl. 51 (2009)
113–132 Palagia, O., ‘Hellenistic Art’, in R. Lane Fox (ed.), Brill’s Companion
to Ancient Macedon (Leiden, 2011) 477–493 Palagia, O. and B.D. Wescoat (eds),
Samothracian Connections (Oxford and Oakville, 2010) Parenty, H., Isaac Casaubon
helléniste (Geneva, 2009) Parker, R., Miasma (Oxford, 1983)’ Parker, R.,
‘Festivals of the Attic Demes’, in T. Linders and G. Nordquist (eds), Gifts to
the Gods (Uppsala, 1987) 137–147 Parker, R., ‘Demeter, Dionysus and the Spartan
Pantheon’, in R. Hägg et al. (eds), Early Greek Cult Practice (Stockholm, 1988)
99–103 Parker, R., ‘The Hymn to Demeter and the Homeric Hymns’, Greece and Rome
38 (1991) 1–17 Parker, R., ‘Athenian Religion Abroad’, in R. Osborne and S.
Hornblower (eds), Ritual, Finance, Politics: Athenian democratic accounts
presented to David Lewis (Oxford, 1994) 339–346 Parker, R., “Early Orphism,” in
A. Powell (ed.), The Greek World (London and New York, 1995) 483–510 Parker,
R., Athenian Religion (Oxford, 1996) Parker, R., ‘The Problem of the Greek Cult
Epithet’, Opuscula Atheniensia 28 (2003) 173–183 Parker, R., ‘What Are Sacred
Laws?’, in E.M. Harris and L. Rubinstein (eds), The Law and the Courts in
Ancient Greece (London, 2004) 57–70 Parker, R., Polytheism and Society at
Athens (Oxford, 2005) Parker, R., ‘Τίς ὁ θύων’, in L. Bodiou et al. (eds), Chemin faisant. Mythes, cultes et société
en Grèce ancienne (Rennes, 2009) 167–171 Parker, R., ‘New Problems in Athenian
Religion: The ‘Sacred Law’ of Aixone’, in J. Dijkstra et al. (eds), Myths,
Martyrs, and Modernity. Studies in the History of Religions in Honour of Jan N.
Bremmer (Leiden, 2010) 193–208 Parker, R., On Greek Religion (Ithaca and
London, 2011) Parker, R., and M. Stamatopoulou, ‘A New Funerary Gold Leaf from
Pherai’, Arch. Ephem. 2004 [2007], 1–32 Parrish, D., ‘Annus’, in LIMC 1.1
(1981) 799–800 Patera, I., ‘Changes and Arrangement in the Eleusinian Ritual’,
in A. Chaniotis (ed.), Ritual Dynamics in the Ancient Mediterranean (Stuttgart,
2011) 119–138 Patera, I., Offrir en Grèce ancienne (Stuttgart, 2012) Paul, S.,
Cultes et sanctuaires de l’île de Cos (Liège, 2013) Pavón, P., ‘Y ellas fueron
el origen de este mal ... (Liv. 39.15.9). Mulieres contra mores en las
Bacanales de Livio’, Habis 39 (2008) 79–95 Pedersen, N.A., ‘The Term mystêrion
in Coptic-Manichaean Texts’, in C.H. Bull et al. (eds), Mystery and Secrecy in
the Nag Hammadi Collection and Other Ancient Literature: Ideas and Practices
(Leiden, 2011) 133–143 Pelliccia, H., ‘Aeschylean ἀμέγαρτος and Virgilian inamabilis’, ZPE 84 (1990) 187–194 Penna, A. La,
‘Esiodo’, in EV II, 386–388 Pépin, J., De la philosophie ancienne à la
théologie patristique (London, 1986) Chapter VIII (‘Christianisme et
mythologie. Jugements chrétiens sur les analogies du paganisme et du
christianisme’, first published in 1981) Perale, M., ‘Μαλοφόρος. Etimologia di un teonimo’, in C. Antonetti and S. De Vido (eds), Temi
selinuntini (Pisa Perler, O., ‘Arkandisziplin’, in RAC 1 (1950) 667–676 Perrin,
M.-Y., ‘Arcana mysteria ou ce que cache la religion: De certaines pratiques de
l’arcane dans le christianisme antique’, in M. Riedl and T. Schabert (eds),
Religionen – Die religiöse Erfahrung (Würzburg, 2008) 119–142 Perrin, M.-Y.,
‘Arcana mysteria ou ce que cache la religion’ and ‘Norunt fideles. Silence et
eucharistie dans l’orbis christianus antique’, in N. Bériou et al. (eds),
Pratiques de l’euchar- istie dans les églises d’orient et d’occident, 2 vols
(Paris, 2009) 2.737–762 Perring, D., ‘“Gnosticism” in Fourth-Century Britain:
The Frampton Mosaics Reconsidered’, Britannia 34 (2003) 97–127 Perrone, G.,
‘Virgilio Aen. VI 740–742’, Civ. Class.Crist. 6 (1985) 33–41
Petridou, G., “Blessed is He, Who Has Seen’: The Power of Ritual Viewing and
Ritual Framing in Eleusis’, Helios 40 (2013) 309–341 Petsalis-Diomidis, A.,
‘Truly Beyond Wonders’. Aelius Aristides and the Cult of Asklepios (Oxford,
Pettazzoni, R., I misteri (Bologna, 1924, repr. Cosenza, 1997)
Piano, V., ‘Ricostruendo il rotolo di Derveni. Per una revision papirologica di
P. Derveni I-III’, in Papiri filosofici. Miscellanea di Studi. VI (Florence,
2011) 5–38 Piérart, M., ‘L’oracle d’Apollo à Argos’, Kernos 3 (1990) 319–333
Piolot, L., ‘Pausanias et les Mystéres d’Andanie. Histoire d’une aporie’, in J. Renard (ed.), Le Péloponnèse. Archéologie et
Histoire (Rennes, 1999) 195–228 Piolot, L., ‘À l’ombre des maris’, in L. Bodiou
et al. (eds), Chemin faisant. Mythes, cultes et société en
Grèce ancienne (Rennes, 2009) 87–113 Piovanelli, P., ‘The Miraculous Discovery
of the Hidden Manuscript, or the Paratextual Function of the Prologue to the
Apocalypse of Paul’, in J.N. Bremmer and I. Czachesz (eds), The Visio Pauli and
the Gnostic Apocalypse of Paul (Leuven, 2007) 23–49 Pirenne-Delforge, V.,
Retour à la source. Pausanias et la religion grecque
(Liège, 2008) Pirenne-Delforge, V., ‘Mnasistratos, the “Hierophant” at Andania
(IG 5.1.1390 and Syll.3 735)’, in J. Dijkstra et al. (eds), Myths, Martyrs, and Modernity. Studies in the History of
Religions in Honour of Jan N. Bremmer (Leiden, 2010) 219–235 Pleket, H.W., ‘An
Aspect of the Emperor Cult: Imperial Mysteries’, HThR 58 (1965) 331–347
Bibliography 231 232 Bibliography Pleket, H.W., ‘Religious History as the
History of Mentality: The ‘Believer’ as Servant of the Deity in the Greek
World’, in H.S. Versnel (ed.), Faith, Hope and Worship (Leiden, 1981) 152–192
Plümacher, E., ‘Eduard Meyers “Ursprung und Anfänge des Christentums”.
Verhältnis zu Fach- wissenschaft und Zeitgeist’, in W.M. Calder III and A.
Demandt (eds), Eduard Meyer (Leiden, 1990) 344–367 Poland, F., Geschichte des
griechischen Vereinswesens (Leipzig, 1909) Poerner, J., De Curetibus et
Corybantibus (Halle, 1913) Polinskaya, I., A Local History of Greek Polytheism:
Gods, People and the Land of Aigina, 800–400 BCE (Leiden, 2013) 290–296
Poortman, J.J., ‘Karel Hendrik Eduard de Jong (Biebrich, 9 februari 1872 –
Zeist, 27 december 1960)’, Jaarboek van de Maatschappij der Nederlandse
Letterkunde te Leiden 1960–1961, 89–93 Pouzadoux, C., ‘Hades’, in LIMC, Suppl.
1 (2009) 234–236 Powell, A., ‘The Peopling of the Underworld: Aeneid
6.608–627’, in H.-P. Stahl (ed.), Vergil’s Aeneid: Augustan Epic and Political
Context (London, 1998) 85–100 Powell, D., ‘Arkandisziplin’, in TRE 4 (1979) 1–8
Prescendi, F., ‘Du sacrifice du roi des Saturnales à l’exécution de Jésus’, in
A. Nagy and ead. (eds), Sacrifices humains: discours et réalités (Paris, 2013)
231–248 Price, S., ‘The Conversion of A.D. Nock in the Context of his Life,
Scholarship, and Religious View’, HSCP 105 (2010) 317–339 Primavesi, O.,
‘Heilige Texte im tragischen Zeitalter der Griechen? Herodot als Zeuge für einen Orphischen Hieros logos’, in A. Kablitz and C.
Markschies (eds), Heilige Texte (Berlin and Boston, 2013) 43–70 Primavesi, O.,
’Le chemin vers la révélation: lumière et nuit dans le Proème de Parménide’,
Philosophie Antique 13 (2013) 37–81 Prümm, K., ‘Mystères’, in Dictionnaire de
la Bible, Suppl. 6 (Paris, 1960) 1–225 Prümm, K., ‘Mystery Religions,
Greco-Oriental’, in New Catholic Encyclopedia X (New York, 1967) 153–164 Psoma,
S., ‘Panegyris Coinages’, Am. J. Numismatics II 20 (2008) 227–255 Puhvel, J.
‘Secrecy in Hittite: munnai- vs. sanna-’, Incontri linguistici 27 (2004)
101–104 Puhvel, J., Hittite Etymological Dictionary, M (Berlin and New York,
2004) Pullapilly, C., Caesar Baronius, Counter-Reformation Historian (Notre
Dame, 1975); S. Zen, Baronio storico (Naples, 1994) Quack, J.F., ‘Königsweihe,
Priesterweihe, Isisweihe’, in J. Assmann (ed.), Ägyptische Mysterien? (Munich, 2002) 95–108 Quack, J.F., ‘“Ich bin Isis, die Herrin der beiden
Länder.” Versuch zum demotischen Hintergrund der memphitischen Isisaretalogie’,
in S. Meyer (ed.), Egypt – Temple of the Whole World (Leiden, 2003) 319–365
Quack, J.F., ‘Serapis als neuer Gefährte der Isis. Von der Geburt eines Gottes
aus dem Geist eines Stiers’, in Hattler, Imperium der Götter, 164–170
Radermacher, L., Das Jenseits im Mythos der Hellenen (Bonn, 1903) Rajak, T.,
Translation and Survival: The Greek Bible of the Ancient Jewish Diaspora
(Oxford, 20112) Rehrenbock, G., ‘Die orphische Seelenlehre in Platons
Kratylos’, Wiener Stud. 88 (1975) 17–31 Reichardt, B., ‘Anasyrma und
Liebeswerbung – Ein attisch schwarzfiguriger Skyphos vom Taxi- archis-Hügel in
Didyma’, in R. Einicke et al. (eds), Zurück zum Gegenstand. Festschrift für
Andreas E. Furtwängler, 2 vols (Langenweissbach, 2009) 1.235–243 Reitzenstein,
R., Die Hellenistischen Mysterienreligionen (19101, 19273) = Hellenistic
Mystery Religions, tr. J.E. Steely (Pittsburg,
1978) Remus, H., Pagan-Christian Conflict over Miracle in the Second
Century (Cambridge MA, 1983) Renaut, L., ‘Les initiés aux mystères de Mithra
étaient-ils marqués au front? Pour une relecture de Tertullien, De praescr. 40,
4’, in Bonnet et al. (eds), Religioni in contatto nel Mediterraneo antico =
Mediterranea 4 (Pisa, 2008)171–190 Renaut, L., ‘Le tatouage des hommes libres
aux IVe et Ve siècles de notre ère’, Diasporas. Histoire et sociétés 16 (2011)
11–27 Ribichini, S., ‘Adonis’, in DDD, 7–10 Ricciardelli, G., ‘Zeus, primo e
ultimo’, Paideia 64 (2009) 423–435 Riedweg, C., Mysterienterminologie bei
Platon, Philon und Klemens von Alexandrien (Berlin, 1987) Riedweg, C.,
Jüdisch-hellenistische Imitation eines orphischen Hieros Logos (Munich, 1993)
Riedweg, C., ‘“Pythagoras hinterliess keine einzige Schrift” – ein Irrtum?
Anmerkungen zu einer alten Streitfrage’, MH 54 (1997) 65–92 Riedweg, C.,
Pythagoras (Munich, 2002) Riedweg, C., ‘Literatura órfica en ámbito judio’, in
A. Bernabé and F. Casadesus (eds), Orfeo y la tradicion órfica (Madrid 2009)
379–392 Rife, J.L., ‘Religion and Society at Roman Kenchreai’, in S.J. Friesen
et al. (eds), Corinth in Context (Leiden, 2010) 391–432
Rigsby, K.J., Asylia: territorial inviolability in the Hellenistic world
(Berkeley, Los Angeles, London, 1996) Riccardi, L.A., ‘The Bust-Crown, the
Panhellenion, and Eleusis’, Hesperia 76 (2007) 365–390 Rijksbaron, A., ‘The
Profanation of the Mysteries and the Mutilation of the Hermae: two variations
on two themes’, in J. Lallot et al. (eds), The Historical Present in
Thucydides: Semantics and Narrative Function (Leiden, 2011) 177–194 Ristow, S.,
Frühchristliche Baptisterien = JAC Erg. 27 (Münster, 1998) Robert, L., A
travers l’Asie Mineure (Paris, 1980) Robert, L., Opera minora selecta, 7 vols
(Amsterdam, 1969–1990) Roffey, S., ‘Constructing a Vision of Salvation:
Chantries and the Social Dimension of Religious Experience in the Medieval
Parish Church’, Archaeological Journal 163 (2006) 122–146 Rogers, G., The
Mysteries of Artemis of Ephesos (New Haven and London, 2012) Roldanus, H., ‘Die
Eucharistie in den Johannesakten’, in J.N. Bremmer (ed.), The Apocryphal Acts
of John (Kampen, 1995) 72–96 Rostad, A., ‘The Magician in the Temple:
Historicity and Parody in Lucian’s Alexander’, C&M 62 (2011) 207–230
Rothchild, C.K. and J. Schröter (eds), The Rise and Expansion of Christianity
in the First Three Centuries of the Common Era (Tübingen, 2013) Roussel, P.,
‘L’initiation préalable et le symbole éleusinien’, BCH 54 (1930) 52–74 Roy, P.,
‘Un nouveau relief de Mithra tauroctone’, Pallas 90 (2012) 63–74 Rubel, A.,
Stadt in Angst. Religion und Politik in Athen während des peloponnesischen
Krieges (Darmstadt, 2000) Rüpke, J., Römische Religion bei Eduard Norden
(Marburg, 1993) Rüpke, J., ‘Dal Seminario all’esilio: Eduard Norden a Werner
Jaeger (1934–1939)’, Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia (Siena) 30
(2009) 225–250 Rüpke, J., ‘Lived Ancient Religion: Questioning ‘Cults’ and
‘Polis Religion”, Mythos ns 5 (2011) 191–204 Ruhl, B., ‘Gli Ateniesi sull’isola
di Imbro’, ASAA 88 (2010) 455–468 Ruppel, H.-R. (ed.), Universeller Geist und
guter Europäer: Christian Carl Josias von Bunsen 1791 – 1860 (Korbach, 1991)
Bibliography 233 234 Bibliography Rusten, J.S., ‘Wasps 1360–1369.
Philokleon’s τωθασμός’, HSCP 81 (1977) 157–161 Rutherford, I., ‘Theoria and Theatre at
Samothrace: The Dardanos by Dymas of Iasos’, in P. Wilson (ed.), The Greek
Theatre and Festivals (Oxford, 2007) 279–293 Rutherford, I., ‘Canonizing the
Pantheon: the Dodekatheon in Greek Religion and its Origins’, in J.N. Bremmer
and A. Erskine (eds), The Gods of Ancient Greece (Edinburgh, 2010) 43–54
Rutherford, I., State Pilgrims and Sacred Observers in Ancient Greece: a Study
of Theōriā and Theōroi (Cambridge, 2013) Ryholt, K., ‘On the Contents and
Nature of the Tebtunis Temple Library’, in S. Lippert and M. Schentuleit (eds),
Tebtynis und Soknopaiu Nesos: Leben im römerzeitlichen Fajum (Wiesbaden, 2005)
141–170 Salat, P., ‘Phlégyas et Tantale aux Enfers. À propos des vers 601–627 du sixième livre de l’Énéide’, in Études de
littérature ancienne, II: Questions de sens (Paris, 1982) 13–29 Salati, O.,
‘Mitografi e storici in Filodemo (De pietate, pars altera)’, Cronache
Ercolanesi 42 (2012) 209–258 Sanders, G., ‘Pieter Lambrechts’, Jaarboek Kon.
Ac. België 36 (1974) 370–403 Sanders, G., ‘In memoriam Maarten J. Vermaseren’,
Jaarboek Koninklijke Academie voor We- tenschappen, Letteren en Schone Kunsten
van Belgie 47 (1985) 309–317 Santamaría, M.A., ‘Poinàs tínein. Culpa y expiación en el orfismo’, in A. Alvar Ezquerra and J. F. González
Castro (eds), Actas del XI Congreso Español de Estudios Clásicos, 3 vols
(Madrid, 2005) 1.397–405 Santamaría, M.A., ‘Dos tipos de profesionales del
libro en la Atenas clásica: sofistas y órficos’, in P. Fernández Álvarez et al.
(eds), Est hic varia lectio. La lectura en el mundo antiguo (Salamanca, 2008)
57–75 Santamaría, M.A., ‘Los misterios de Esquines y su madre según Demóstenes
(Sobre la corona 259–260)’, in F. Cortés Gabaudan and J. Méndez Dosuna (eds),
DIC MIHI, MVSA, VIRUM. Homenaje al profesor Antonio López Eire (Salamanca,
2010) 613–620 Santamaría, M.A., ‘La parodia de los Misterios en el fr. 17
Kassel-Austin de Filetero’, in A. Lumbreras et al. (eds), Perfiles de Grecia y
Roma, 3 vols (Madrid, 2011) 2.693–700 Santamaría, M.A., ‘Orfeo y el orfismo.
Actualización bibliográfica (2004–2012)’, ’Ilu. Revista de Ciencias de las
Religiones 17 (2012) 211–252 Santamaría, M.A., ‘Critical Notes to the Orphic
Poem of the Derveni Papyrus’, ZPE 182 (2012) 55–76 Santamaría, M.A., ‘The Term
bakchos and Dionysos Bakchios’, in A. Bernabé et al. (eds), Redefin- ing Dionysos (Berlin and Boston, 2013) 38–57 Sattler,
B., ‘The Eleusinian Mysteries in Pre-platonic Thought: Metaphor, Practice, and
Imagery for Plato’s Symposium’, in V. Adluri (ed.), Greek Religion, Philosophy
and Salvation (Berlin and Boston, 2013) 151–190 Sauneron, S., The Priests of
Ancient Egypt, tr. D. Lorton (Ithaca and London,
2000) Scarpi, P., ‘Des Grands Dieux aux dieux sans nom: autour de l’altérité
des Dieux de Samothrace’, in N. Belayche et al. (eds.), Nommer les Dieux.
Théonyme, épithètes, épiclèses dans l’anti- quité (Turnhout, 2005) 213–218
Scarpi, P., Le religioni dei misteri, 2 vols (Milano, 2002) Schachter, A.,
Cults of Boiotia 1, 2 (London, 1981–1986) Schachter, A., ‘Evolutions of a
Mystery Cult: the Theban Kabiroi’, in Cosmopoulos, Greek Mys- teries, 112–142
Schäfer, A., ‘Religiöse Mahlgemeinschaften der römischen Kaiserzeit: Eine
phänomenologische Studie’, in J. Rüpke (ed.), Festrituale in der römischen
Kaiserzeit (Tübingen, 2008) 169–199 Scarf, R.H., ‘Experience’, in M.
Taylor (ed.), Critical terms for Religious Studies (Chicago and London, 1998)
94–115 Schauber, H., “Bakchos’. Der eleusinische Kultstab’, in ThesCRA 5 (2006)
385–390 Scheibler, I., ‘Lieblingsinschriften’, in Der Neue Pauly 7 (1999)
181–183 Scheid, J. (ed.), Les bois sacrées (Naples, 1993) Schindler, L., Die
altchristliche Arkandisziplin und die antiken Mysterien (Tetschen, 1911)
Schipper, B.U. (ed.), Ägyptologie als Wissenschaft. Adolf Erman in seiner Zeit (Berlin, 2006) Schlesier, R. (ed.), A
Different God? Dionysos and Ancient Polytheism (Berlin and New York, 2011)
Schlunke, O., ‘Der Geist der lateinischen Literatursprache. Eduard Nordens
verloren geglaubter Genfer Vortrag von 1926’, A&A 59 (2013) 1–16 Schmaltz,
B., Terrakotten aus dem Kabirenheiligtum bei Theben (Berlin, 1974) Schmaltz,
B., Metallfiguren aus dem Kabirenheiligtum bei Theben: Die Statuetten aus
Bronze und Blei (Berlin, 1980) Schmidt, M., ‘Aufbruch oder Verharren in der
Unterwelt? Nochmals zu den apulischen Vasenbil- dern mit Darstellungen des
Hades’, Antike Kunst,Schmidt, V., ‘Lukian über die Auferstehung der Toten’,
VigChris, Schmitt, R., ‘Die theophoren Eigennamen mit altiranisch *Miθra-’, in J. Duchesne-Guillemin (ed.), Études mithriaques (Leiden, 1978)
395–455 Schmitt, R., Iranische Namen in den indogermanischen Sprachen
Kleinasiens (Lykisch, Lydisch, Phrygisch) (Vienna, 1982) Schmitt, R., ‘Eine
kleine persische Münze als Charonsgeld’, in Palaeograeca et Mycenaea Antonino
Bartonĕk quinque et sexagenario oblata (Brno, 1991) 149–162 Schmitt, R., ‘Greek
Reinterpretation of Iranian Names by Folk Etymology’, in E. Matthews (ed.), Old
and New Worlds in Greek Onomastics (Oxford, 2007) 153–50 Schmitt, R., Iranische
Personennamen in der neuassyrischen Nebenüberlieferung (Vienna, 2009) Schmitt,
R., Die altpersischen Inschriften der Achämeniden (Vienna, 2009) Schmitt, R.,
Iranische Personennamen in der griechischen Literatur vor Alexander d. Gr.
(Vienna, 2011) Schmidt, S., ‘Serapis – ein neuer Gott für die Griechen in
Ägypten’, in H. Becker et al. (eds), Ägypten – Griechenland – Rom. Abwehr und
Berührung (Frankfurt, 2005) 291–304 Schneider, R., ‘Der Satyrknabe im
Schweinsfell’, in A. Mogwitz (ed.), Die zweite Haut. Panther-, Wolfs- und
Ferkelfell im Bild des Satyrn (Munich, 2005) 37–46 Scholl, A., ‘Hades und
Elysion – Bilder des Jenseits in der Grabkunst des klassischen Athens’, JDAI
122 (2007) 51–79 Schroeder, C.M., ‘“To Keep Silent is a Small Virtue”: Hellenistic
Poetry and the Samothracian Mysteries’, in M. Harder et al. (eds), Gods and
Religion in Hellenistic Poetry (Leuven, 2012) 307–334 Schröder, W.A., Der
Altertumswissenschaftler Eduard Norden. Das Schicksal eines deutschen Gelehrten
jüdischer Abkunft (Hildesheim, 1999) Steger, F., ‘Der Neue Asklepios Glykon’,
Medizinhistorisches Journal 40 (2005) 1–16 Steimle, C., Religion im römischen
Thessaloniki (Tübingen, 2008) Schuddeboom, F., Greek Religious Terminology –
Telete et Orgia: A Revised and Supplemented English Edition of the Studies by
Zijderveld and Van der Burg (Leiden, 2009) Schürr, D., ‘Imbr- in lykischer und
karischer Schrift’, Die Sprache 35 (1991–93) 163–175 Schürr, D., ‘Karische und
lykische Sibilanten’, Indogermanische Forschungen 106 (2001) 94–121
Bibliography 235 236 Bibliography Schuler, Ch. and K. Zimmermann, ‘Neue
Inschriften aus Patara I: Zur Elite der Stadt im Hellenis- mus und früher
Kaiserzeit’, Chiron 42 (2012) 567–626 Schulte, R., ‘Die Einzelsakramente als
Ausgliederung des Wurzelsakraments’, in J. Feiner and M. Löhrer (eds),
Mysterium salutis (Einsiedeln, 1973) 46–155 Schultz, P., ‘Damophon’, in R.
Bagnall et al. (eds), The Encyclopedia of Ancient History, 13 vols
(Oxford) Schwartz, D., ‘Did the Jews
Practice Infant Exposure and Infanticide in Antiquity?’, Studia Philonica
Annual 16 (2004) 61–95 Schwarz, D.L., ‘Keeping Secrets and Making Christians:
Catechesis and the Revelation of the Christian Mysteries’, in P. Townsend and
M. Vidas (eds), Revelation, Literature, and Commu- nity in Late Antiquity
(Tübingen, 2011) 131–151 Schwarz, G., ‘Triptolemos’, in LIMC Schwarzer, H.,
‘Die Bukoloi in Pergamon’, Hephaistos Schwarzer, H., ‘Die Heiligtümer des
Iuppiter Dolichenus’, in M. Blömer and E. Winter (eds), Iuppiter Dolichenus.
Vom Lokalkult zur Reichsreligion (Tübingen, 2012) 143–210 Schwenn, F.,
‘Korybanten’, in RE 11 (1922) 1441–1446 Scodel, R., ‘Euripides, the Derveni
Papyrus, and the Smoke of Many Writings’, in A. Lardinois et al. (eds), Sacred
Words: Orality, Literacy and Religion (Leiden, 2011) 79–98 Scott, J.W., The
Evidence of Experience’, Critical Inquiry Seaford, R., ‘Dionysiac Drama and the
Dionysiac Mysteries’, CQ Seaford, R., ‘Sophokles and the Mysteries’, Hermes 122
(1994) 275–288 Seaford, R., ‘Mystic Light in Aeschylus’ Bassarai’, CQ Segal,
C., Orpheus: the myth of the poet (Baltimore and London, 1988) Sekunda, N.V.,
‘Persian settlement in Hellespontine Phrygia’, in A. Kuhrt and H. Sancisi-Weer-
denburg (eds), Achaemenid History 3 (1988) 175–196 Sekunda, N.V., ‘Achaemenid
settlement in Caria, Lycia and Greater Phrygia’, in H. Sancisi- Weerdenburg and
A. Kuhrt (eds), Achaemenid History Setaioli, A., ‘Nuove osservazioni sulla
“descrizione dell’oltretomba” nel papiro di Bologna’, Studi Ital. Filol. Class.
Setaioli, A., ‘Inferi’, in EV II, 953–963 Sève, M., ‘Le dossier épigraphique du
sculpteur Damophon de Messène’, Ktema 33 (2008) 117–112 Sfameni Gasparro, G.,
Soteriology and Mystic Aspects in the Cult of Cybele and Attis (Leiden, 1985)
Sfameni Gasparro, G., ‘Demetra al confine tra Greci e Punici: osservazioni sul
culto della Malophoros a Selinunte’, in M. Congiu et al. (eds), Greci e Punici
in Sicilia tra V e IV secolo a. C. (Catania, 2008) 101–120 Sfameni Gasparro,
G., Dio unico, pluralità e monarchia divina (Brescia, 2011) Sfameni Gasparro,
G., ‘Oracoli e teologia: praxis oracolare e riflessioni’, Kernos 26 (2013) Sfameni Gasparro, G., ‘Après Lux perpetua de
Franz Cumont: quelle eschatologie dans les “cultes orientaux” à mystères?’, in
Bricault and Bonnet, Panthée, 145–167 Sguaitamatti, M., L’Offrande de porcelet
dans la coroplathie géléenne (Mainz, 1984) Shanzer, D., ‘Voices and Bodies: The
Afterlife of the Unborn’, Numen 56 (2009) 326–365 Siebert, G., ‘Hermes’, in
LIMC V.1 (1990) Siede, M., ‘Myrte’, in
RAC 25 (2014) 378–389 Simms, R., ‘Myesis, Telete, and Mysteria’, GRBS 31 (1990)
183–195 Simon, E., ‘Iakchos’, in LIMC Simon, E., ‘Salmoneus’, in LIMC
VII.1 Simon, E., ‘Die Hochzeit des Orpheus und der Eurydike’, in J. Gebauer et
al. (eds), Bilder- geschichte. Festschrift für Klaus Stähler (Möhnesee, 2004)
451–456 Simone, C. de, ‘Le lingue etrusco-tirsenica (Lemno, Efestia [teatro]) e
retica tra due documenti epigrafici chiave’, ASAA Simpson, St J., ‘“Baubo” at
Merv’, Parthica Slater, N.W., ‘The Vase as Ventriloquist: Kalos-inscriptions
and the Culture of Fame’, in E.A. Mackay (ed.), Signs of Orality: The Oral
Tradition and its Influence in the Greek and Roman World (Leiden, 1999) 143–161
Sluiter, I., ‘Commentaries and the Didactic Tradition’, in G.W. Most (ed.),
Commentaries – Kommentare (Göttingen, 1999) 173–205 Smith, D.E. and H. Taussig
(eds), Meals in the Early Christian World (New York, 2012) Smith, J.Z.,
Drudgery Divine (Chicago and London, 1990) Smith, M., Traversing Eternity
(Oxford, 2009) 1 Smith, R. and S. Trzaskoma, ‘Apollodorus 1.9.7: Salmoneus’
Thunder-Machine’, Philologus 139 (2005) 351–354 Smith, R.U., ‘The Pythagorean
Letter and Virgil’s Golden Bough’, Dionysius NS 18 (2000) 7–24
Sourvinou-Inwood, C., ‘Reading’ Greek Death to the End of the Classical Period
(Oxford, 1995) Sourvinou-Inwood, C., ‘Reconstructing Change: Ideology and the
Eleusinian Mysteries’, in M. Golden and P. Toohey (eds), Inventing Ancient
Culture (London, 1997) 132–164 Sourvinou-Inwood, C., ‘Festival and Mysteries:
Aspects of the Eleusinian Cult’, in Cosmopoulos, Greek Mysteries, 25–49
Sourvinou-Inwood, C., Hylas, the nymphs, Dionysos and others: myth, ritual,
ethnicity (Stock- holm, 2005) Sourvinou-Inwood, C., ‘The Priesthoods of the
Eleusinian Cult of Demeter and Kore’, in ThesCRA Sowder, A., ‘A New Ceiling for
the Hieron in the Sanctuary of the Great Gods on Samothrace’, in Palagia and
Wescoat, Samothracian Connections, 138–151 Speyer, W., Bücherfunde in der
Glaubenswerbung der Antike (Göttingen, 1970) Staden, H. von, ‘Spiderwoman and
the Chaste Tree: The Semantics of Matter’, Configurations 1 (1992) 23–56
Stadler, M.A., ‘Zur ägyptischen Vorlage der memphitischen Isisaretalogie’,
Göttinger Miszellen 204 (2005) 7–9 Stadler, M.A., ‘Judgment after Death
(Negative Confession)’, in W. Wendrich et al. (eds), UCLA Encyclopedia of
Egyptology = http://escholarship.org/uc/nelc_uee (Los Angeles, 2008) Stadler,
M.A., Weiser und Wesir. Studien zu Vorkommen, Rolle und Wesen des Gottes Thot
im ägyptischen Totenbuch (Tübingen, 2009) Stadler, M.A., ‘Spätägyptische Hymnen
als Quellen für den interkulturellen Austausch und den Umgang mit dem eigenen
Erbe – drei Fallstudien’, in M. Witte and J. Diehl (eds), Orakel und Gebete
(Tübingen Stadler, M.A., Einführung in die ägyptische Religion
ptolemäisch-römischer Zeit nach den demo- tischen religiösen Texten (Berlin,
2012) Stadler, M.A., ‘New Light on the Universality of Isis’, in J.F. Quack and
C. Witschel (eds), Religious Flows in the Roman Empire, forthcoming.
Stallsmith, A., ‘The Name of Demeter Thesmophoros’, GRBS 48 (2008) 115–131
Stallsmith, A., ‘Interpreting the Athenian Thesmophoria’, Class. Bull. Stanzel,
M., Die Tierreste aus dem Artemis-/Apollon-Heiligtum bei Kalapodi in
Böotien/Griechen- land (Diss. Munich, 1991) Stark, R. and R. Fink, Acts of
Faith (Berkeley, Los Angeles, London, 2000) Stehle, E., ‘Thesmophoria and
Eleusinian Mysteries: the Fascination of Women’s Secret Ritual’, in M. Parca
and A. Tzanetou (eds), Finding Persephone (Bloomington and Indianapolis, 2007)
165–185 Steidl, B., ‘Neues zu den Inschriften aus dem Mithraeum von Mühlthal am
Inn: Pons Aeni, Ad Enum und die statio Enensis des publicum portorium
Illyrici’, ibid. 73 (2008) 53–85 Steidl, B., ‘Stationen an der Brücke − Pons
Aeni und Ad Enum am Inn-Übergang der Staatsstraße Augusta Vindelicum−Iuvavum’,
in G. Grabherr and B. Kainrath (eds), Conquiescamus! long- um iter fecimus
(Innsbruck, 2010) 71–110 Steiner, R., Das Christentum als mystische Tatsache
und die Mysterien des Altertums (Berlin, 1902, 19102) = Rudolf Steiner
Gesamtausgabe 8 (Dornach, 19899) Stengel, P., Opferbräuche der Griechen
(Leipzig and Berlin, 1910) Stengel, P., Die griechischen Kultusaltertümer
(Munich, 19203) Šterbenc Erker, D., Religiöse Rollen römischer Frauen in
“griechischen” Ritualen (Stuttgart, 2013) Stewart, Z. et al., ‘A Faculty
Minute: Arthur Darby Nock’, HSCP 68 (1964) xi-xiv Straten, F.T. van, Hierà
kalá: Images of Animal Sacrifice in Archaic and Classical Greece (Leiden, 1996)
Stroszeck, J., ‘Das Heiligtum der Tritopatores im Kerameikos von Athen’, in H.
Frielinghaus and ead. (eds), Neue Forschungen in griechischen Städten und
Heiligtümern (Münster Stroumsa, G., Hidden Wisdom. Esoteric Traditions and the
Roots of Christian Mysticism (Leiden, 20052) Stroumsa, G., ‘The Afterlife of
Orphism: Jewish, Gnostic and Christian perspectives’, Historia religionum 4
(2012) 139–157 Stuckenbruck, L.T., ‘The Book of Enoch: Its Reception in Second
Temple Jewish and in Christian Tradition’, Early Christianity 4 (2013) 7–40
Stupperich, R., ‘Mysterium’, in Historisches Wörterbuch der Philosophie 6
(Stuttgart, 1984) 263–267 Symons, J., Bloody Murder. From the Detective Story
to the Crime Novel: A History (London, 1972) Tandoi, V., Scritti di filologia e
di storia della cultura classica, 2 vols (Pisa, 1992) Taracha, P., Religions of
Second Millennium Anatolia (Wiesbaden, 2009) Tardieu, M., ‘Les facettes du
syncrétisme: méthodologie de la recherche et histoire des con- cepts’, in G.
Veinstein (ed.), Syncrétismes et hérésies dans l’Orient seldjoukide et ottoman
(XIVe-XVIIe s.) (Paris, 2005) 3–16 Tausend, K., ‘Heiligtümer und Kulte
Nordostarkadiens’, in idem (ed.), Pheneos und Lousoi (Frankfurt, 1999) 342–362
Terry, A., ‘The Iconostasis, the Choir Screen, and San Marco: The Veiling of
Ritual Action and the Participation of the Viewer in Byzantine and Renaissance
Imagery’, Chicago Art Journal 11 (2001) 15–32 Themelis, P., Ancient Messene
(Athens, 2003) Themelis, P., ‘Ta Karneia kai hê Andania’, in E.
Semantone-Bournia et al. (eds), Amymona Erga (Athens, 2007) 509–528 Thieme, P.,
‘The “Aryan” Gods of the Mitanni Treaties’, J. Am. Or. Soc. 80 (1960) 301–317
Thomas, R., Reading Virgil and His Texts (Ann Arbor, 1999) Thomassen, E.,
‘Orphics and Gnostics’, in J. Dijkstra et al. (eds), Myths, Martyrs, and
Modernity: Studies in the History of Religions in Honour of Jan N. Bremmer
(Leiden, 2010) Thompson, H. and R.
Wycherley, The Agora of Athens: The History, Shape and Uses of an Ancient City
Center (Princeton, 1972) Thüry, G., ‘Charon und die Funktionen der Münzen in römischen
Gräbern der Kaiserzeit’, in O. Dubuis and S. Frey-Kupper (eds), Fundmünzen aus
Gräbern (Lausanne, 1999) 17–30 Tigchelaar, E., ‘The White Dress of the Essenes
and the Pythagoreans’, in F. García Martínez and G. Luttikhuizen (eds),
Jerusalem, Alexandria Rome. Studies ... A. Hilhorst (Leiden, 2003) 301–321
Tiverios, M., ‘Women of Athens in the Worship of Demeter: Iconographic Evidence
from Archaic and Classical Times’, in N. Kaltsas and A. Shapiro (eds),
Worshiping Women: Ritual and Reality in Classical Athens (New York, 2008)
125–135 Todd, S., ‘Revisiting the Herms and the Mysteries’, in D. Cairns and R.
Knox (eds), Law, Rhetoric, and Comedy in Classical Athens (Swansea 2004) 87–102
Tommasi, C.O., ‘Albrecht Dieterichs Pulcinella: some considerations a century
later’, St. Class. e Or. 53 (2007) 295–321 Torelli, M., ‘L’anathema di Theyllos
figlio di Pyrrhias alla Malophoros di Selinunte’, in APARCHAI, 3 vols (Pisa Toth,
I., ‘Mithram esse coronam suam: Bemerkungen über den dogmatischen Hintergrund
der Initiationsriten der Mithrasmysterien’, Acta Classica Debrecen, Treiber,
H., ‘Der “Eranos” – Das Glanzstück im Heidelberger Mythenkranz?’, in W.
Schluchter and F.W. Graf (eds), Asketischer Protestantismus und der ‘Geist’ des
modernen Kapitalismus (Tübingen) Treu,
M., ‘Die neue ‘Orphische’ Unterweltsbeschreibung und Vergil’, Hermes, Trümpy,
C., Untersuchungen zu den altgriechischen Monatsnamen (Heidelberg, 1997)
Trümpy, C., ‘Die Thesmophoria, Brimo, Deo und das Anaktoron: Beobachtungen zur
Vor- geschichte des Demeterkults’, Kernos 17 (2004) 13–42 Turcan, R., ‘Bacchoi
ou bacchants? De la dissidence des vivants à la ségrégation des morts’,
in O. de Cazanove (ed.), L’association dionysiaque dans les sociétés anciennes
(Rome, Turcan, R., ‘Les autels du culte mithriaque’, in R. Etienne and M.Th. Le
Dihanet (eds), L’espace sacrificial dans les civilisations méditerranéennes de
l’Antiquité (Lyon, 1991) 217–225 Turcan, R., ‘Initiation’, in RAC 18 (1998)
87–159 Turcan, R., Mithra et le Mithraicisme (Paris, 20002) Turcan, R., ‘Le
laurier d’Apollon (en marge de Porphyre)’, in A. Haltenhoff and F.-H. Mutschler
(eds), Hortus Litterarum Antiquarum. Festschrift H.A.
Gärtner (Heidelberg, 2000) 547–553 Turcan, R., Liturgies de l’initiation
bacchique à l’époque romaine (Liber): documentation litté- raire, inscrite et
figurée (Paris, 2003) Turchi, N., Fontes historiae mysteriorum aevi
hellenistici (Rome, 1923) Turner, V., The Ritual Process: Structure and
Anti-structure (Chicago, 1969) Tzanetou, A., ‘Something to Do with Demeter:
Ritual and Performance in Aristophanes’ Women at the Thesmophoria’, Am. J. Philol.Tzifopoulos,
Y., Paradise Earned: The Bacchic-Orphic Gold Lamellae of Crete (Washington DC
and Cambridge MA, 2010) Unnik, W.C. van, ‘Flavius Josephus and the Mysteries’,
in M.J. Vermaseren (ed.), Studies in Hellenistic Religions (Leiden, 1979) 244–279
Bibliography 239 240 Bibliography Ustinova, Y., ‘Corybantism: The Nature
and Role of an Ecstatic Cult in the Greek Polis’, Horos 10–12 (1992–1998)
503–552 Velkov, V., Roman Cities in Bulgaria (Amsterdam, 1980) Várhelyi, Z.,
The Religion of the Senators in the Roman Empire (Cambridge, 2010) Vergote, J.,
‘Clement d’Alexandrie et l’écriture égyptienne. Essai d’interprétation de
Stromates V, IV, 20–21’, Le Muséon 52 (1939) 199–221 Vermaseren, M.J., ‘The
Miraculous Birth of Mithras’, Mnemosyne Vermaseren, M.J., The Mithraeum at S.
Maria Capua Vetere (Leiden, 1971) Versluys, M.J., ‘Orientalising Roman Gods’,
in Bricault and Bonnet, Panthée, 235–259 Versnel, H.S., ‘Mercurius amongst the
magni dei’, Mnemosyne, Versnel, H.S., ‘Self-sacrifice, Compensation and the
Anonymous Gods’, in Entretiens Hardt 27 (Vandoeuvres and Geneva, Versnel, H.S.,
Ter Unus (Leiden, 1990) Versnel, H.S., Transition and Reversal in Myth and
Ritual (Leiden, 1992) Versnel, H.S., Coping with the Gods (Leiden, 2011) Veyne,
P., ‘Apulée à Cenchrées’, Rev. Philol. Villanueva, M.-C., Ménades. Recherches
sur la genèse iconographique du thiase féminin de Dionysos des origines à la
fin de la période archaïque (Paris, 2009) Vollkommer-Glöker, D., ‘Megaloi
Theoi’, in LIMC, Voutiras, E., ‘Un culte domestique des Corybantes’, Kernos 9
(1996) 243–256 Voutiras, E., ‘Opfer für Despoina: Zur Kultsatzung des
Heiligtums von Lykosura IG V 2, 514’, Chiron 29 (1999) 233–249 Wachter, R.,
Non-Attic Greek Vase Inscriptions (Oxford, 2001) Wagenvoort, H., Studies in Roman
Literature, Culture and Religion (Leiden, 1956) Wagenvoort, H.. Pietas (Leiden,
1980) Waldner, K., ‘Dimensions of Individuality in Ancient Mystery Cults:
Religious Practice and Philosophical Discourse’, in J. Rüpke (ed.), The
Individual in the Religions of the Ancient Mediterranean (Oxford, 2013) 215–242
Wallraff, M., Christus Verus Sol. Sonnenverehrung und Christentum in der
Spätantike (Münster, 2001) Wallraff, M., ‘Von der Eucharistie zum Mysterium.
Abendmahlsfrömmigkeit in der Spätantike’, in P. Gemeinhardt and U. Kühneweg
(eds), Patristica et Oecumenica. Festschrift für Wolfgang Bienert zum 65.
Geburtstag (Marburg, 2004) 89–104 Wallraff, M., ‘“Ego sum ostium”:
Kirchenportale und andere Türen im antiken Christentum’, Theol. Zs. Walsh, D.,
Distorted Ideals in Greek Vase-Painting (Cambridge, 2009) Wedderburn, A.J.M.,
‘Paul and the Mysteries Revisited’, in C. Strecker (ed.), Kontexte der Schrift,
2 vols (Stuttgart Weiss, A., ‘Vom offenbarten Geheimnis zur partiellen
Verheimlichung: die Aussendarstellung der frühen Christen’, in B. Streck (ed.),
Die gezeigte und die verborgene Kultur (Wiesbaden, Welch, K., ‘A Statue Head of
the “Great Mother” Discovered in Samothrace’, Hesperia 65 (1996) 467–473
Wellman, T.J., ‘Ancient Mystēria and Modern Mystery Cults’, Religion and
Theology Wescoat, B.D., ‘Athens and Macedonian Royalty on Samothrace: the
Pentelic connection’, in O. Pa- lagia and S. Tracy (eds), The Macedonians in
Athens Oxford, Wescoat, B.D., ‘Buildings for votive ships on Delos and
Samothrace’, in M. Yeroulanou and M. Stamatopoulou (eds), Architecture and
Archaeology in the Cyclades (Oxford) 153–172 Wescoat, B.D., ‘Recent Work on the
Eastern Hill of the Sanctuary of the Great Gods, Samothrace’, in C. Mattusch et
al. (eds), Proceedings of the XVI International Congress of Classical
Archaeology (Oxford, Wescoat, B.D., ‘Coming and Going in the Sanctuary of the
Great Gods, Samothrace’, in ead. and R. Ousterhout (eds), Architecture of the
Sacred (Cambridge, 2012) 66–113 Weber, M., Wirtschaft und Gesellschaft (Tübingen,
19725) Weinreich, O., Ausgewählte Schriften II (Amsterdam, 1973) Wessels, A.,
Ursprungszauber. Zur Rezeption von Hermann Useners Lehre von der religiösen
Begriffsbildung (New York and London) West, D.A., ‘The Bough and the Gate’, in
S.J. Harrison (ed.), Oxford Readings in Vergil’s Aeneid (Oxford, West, M.L.,
The Orphic Poems (Oxford, 1983) West, M.L., Studies in Aeschylus (Stuttgart,
1990) West, M.L., Indo-European Poetry and Myth (Oxford, 2007) West, M.L.,
Hellenica I (Oxford) Westra, L., ‘Cyprian, the Mystery Religions and the
Apostles’ Creed – an Unexpected Link’, in H. Bakker et al. (eds), Cyprian of
Carthage. Studies in His Life, Language, and Thought (Leuven, 2010) 115–125
Westra, L., ‘How Did Symbolum Come to Mean “Creed”?’, Studia Patristica 45
(2010) 85–91 Wiemer, H.-U., ‘Neue Feste – neue Geschichtsbilder? Zur
Erinnerungsfunktion städtischer Feste im Hellenismus’, in H. Beck and H.-U.
Wiemer (eds), Feiern und Erinnern (Berlin, 2009) 83–108 Wiemer, H.-U., and D.
Kah, ‘Die Phrygische Mutter im hellenistischen Priene: eine neue dia- graphe
und verwandte Texte’, Epigr. Anat. 44 (2011) 1–54 White, L.M., ‘The Changing
Face of Mithraism at Ostia: Archaeology, Art and the Urban Land- scape’, in D.
Balch and A. Weissenrieder (eds), Contested Spaces: Houses and Temples in Roman
Antiquity and the New Testament (Tübingen, 2012) 435–492 Whitmarsh, T.,
Narrative and Identity in the Greek Novel (Cambridge, 2011) Whitmarsh, T.,
Beyond the Second Sophistic (Berkeley, Los Angeles, London, 2013) Wiederkehr
Schuler, E., Les protomés féminines du sanctuaire de la Malophoros à Sélinonte,
2 vols (Naples, 2004) Wiens, D.H., ‘Mystery Concepts in Primitive Christianity
and its Environment’, in ANRW II.23.2 (Berlin and New York, 1980) 1248–1284
Wiggermann, F., ‘The Image of Dumuzi’, in J. Stackert et al. (eds), Gazing on
the Deep. Studies Tzvi Abusch (Bethesda, Wijma, S., ‘The “Others” in a lex
sacra from the Attic Deme Phrearrioi (SEG 35.113)’, ZPE 187 (2013) 199–205
Wilamowitz-Moellendorff, U. von, Der Glaube der Hellenen, 2 vols (Berlin,
1931–1932) Wild, R., Water in the Cultic Worship of Isis and Sarapis (Leiden,
1981) Willi, A., ‘Attic as the Language of the Classics’, in Ch. Caragounis
(ed.), Greek: A Language in Evolution (Hildesheim, 2010) 101–118 Williams, C. and
H., ‘Excavations at Mytilene, 1990’, EMC; Winand, J., Les Hiérothytes:
recherche institutionelle (Brussels, 1990) Winkler-Horaček, L., ‘Parthersieg
und cista mystica. “Tradition” und “Reduktion” in Münzbildern unter Vespasian
und Titus: Zwei Fallbeispiele’, in N. Kramer and C. Reitz (eds), Tradition und
Erneuerung. Mediale Strategien in der Zeit der Flavier (Berlin and New York,
2010) 457–483 Bibliography 241 242 Bibliography Wissowa, G., Gesammelte
Abhandlungen zur römischen Religions- und Stadtgeschichte (Munich, 1904)
Wistrand, E., ‘Om grekernas och romarnas hus’, Eranos 37 (1939) 1–63 Wistrand,
E., Opera selecta (Stockholm, 1972) Witschel, C., ‘Die Ursprünge des
Mithras-Kults: Orientalischer Gott oder westliche Neuschöp- fung?’, in Hattler,
Imperium der Götter, 200–218 Wörrle, M., Stadt und Fest im kaiserzeitlichen
Kleinasien (Munich, 1988) Wörrle, M., ‘Zu Rang und Bedeutung von Gymnasion im
hellenistischen Pergamon’, Chiron 37 (2002) 501–516 Wolters, P. and G. Bruns,
Das Kabirenheiligtum bei Theben, 6 vols (Berlin, 1940–82) 1.81–128 Xella, P.,
‘“Syncrétisme” comme catégorie conceptuelle’, in C. Bonnet et al. (eds), Les
religions orientales dans le monde grec et romain: cent ans après Cumont
(1906–2006) (Brussels and Rome, 2009) 134–150 Yarnold, E.J., ‘Baptism and the
Pagan Mysteries’, Heythrop Journal; Yates, F., Giordano Bruno and the Hermetic
Tradition (London, 1964) Ysebaert, J., Greek Baptismal Terminology (Nimwegen,
1962) Zadok, R., Iranische Personennamen in der neu- und spätbabylonischen
Nebenüberlieferung (Vienna, 2009) Zander, H., Rudolf Steiner (Munich and
Zurich, 2011) Zauzich, K.-Th., ‘Hierogrammat’, in LÄ 2 (1977) 1199–1201
Zeitlin, F., ‘Travesties of Gender and Genre in Aristophanes’
Thesmophoriazousae’, in H. Foley (ed.), Reflections of Women in Antiquity (New
York, 1981) 169–217 Zeller, D., ‘Mysterien/ Mysterienreligionen’, in TRE 23
(1994) 504–526 Zetzel, J., ‘Romane Memento: Justice and Judgment in Aeneid 6’,
Tr. Am. Philol. Ass. 119 (1989) 263–284 Zgusta, L., Kleinasiatische Personennamen
(Prague, 1964) Zgusta, L., Kleinasiatische Ortsnamen (Heidelberg, 1984) Zhmud,
L., Pythagoras and the Early Pythagoreans (Oxford) Zieske, L., ‘Hippolytos –
ein orphischer Vegetarier? Zu Eurip., Hipp. Wiener Studien, Zimmerman, M.,
‘Text and Interpretation ~ Interpretation and Text’, in W. Keulen and U.
Egelhaaf- Gaiser (eds), Aspects of Apuleius’ Golden Ass III: The Isis Book
(Leiden) 1–27 Zinn, K., ‘Tempelbibliotheken im Alten Ägypten’, in H. Froschauer
and C. Römer (eds), Bibliothe- ken: Leben und Lesen in den frühen Klöstern
Ägyptens (Vienna Zunino, M.L., Hiera Messeniaka: la storia religiosa della
Messenia dall’età micenea all’età ellenistica (Udine, 1997) Zuntz, G.,
Persephone (Oxford). Euforbo
Melesigenio. Dydimus Taurinensis. GRAMMATICA UNIVERSALE. Tommaso Valperga di
Caluso. Caluso. Keywords: principi di filosofia per gli initiate nelle
matematiche, implicature corporali, l’iniziazione di Enea, l’iniziaione di
Ottaviano, the golden bough, Turner,
misterij eleusini, una moda tra la nobilita romana – eleusi destrutta da
Alarico – iniziato, iniziante, aspirante, gl’aspiranti – eneide, Virgilio,
poema epico, la fonte di Virgilio e un
poema perduto sulla discesa d’Ercole all’inferno a lottare contro Cerbero –
fatica 10 – statuaria – statua di Antino a Eleusi. L’iniziazione come
contemplazne, il role dell’iniziato, iniziato e inizianti --. La radice
indo-germanica di Eleusi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Caluso” – The
Swimming-Pool Library.


No comments:
Post a Comment