Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Lia: la memoria conversazionale – filosofia napoletana –
scuola di Castrovillari – filosofia cosenze – filosofia calabrese – filosofia italiana
– Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Castrovillari). Filosofo . Filosofo italiano.
Castrovillari, Cosenza, Calabria. Frate minorita. Nato a Castrovillari da
Amostante L. e una Gesualdo, assunse il cognome materno in quanto di più antico
e nobile casato. Entrato ad appena dieci anni come oblato nel convento
cittadino di San Francesco, ret- to dai frati minoriti, fu ammesso al
noviziato. I Minoriti si presero cura della sua formazione, mandandolo a
studiare a Roma, Treviso e Padova. In quest’ultima città Gesualdo prese
gli ordini sacerdotali egli venne affidato un lettorato presso lo
studium. La sua attività didattica si protrasse per un ventennio in vari
collegi dell’ordine e il capitolo generale gli conferì il titolo di
Maestro. Venne eletto ministro generale dell’Ordine, di cui perseguì una
radicale riforma. Il generalato del Gesualdo è dunque volto al
rinnovamento dei voti di povertà e di vita comune, spesso disattesi dagli
stessi frati. Tra l’agosto e il settembre dello stesso anno, egli fissò i
Decreta de casuum reservatione, con i quali venivano abolite tutte le
deroghe ai voti, s’introduceva l’obbligo di rendicontazione e
conservazione dei documenti amministrativi e, infine, veniva isti- tuita
l’obbligatorietà dei seminari per i novizi. La carica a Generale venne
riconfermata per altre due volte, grazie all’appoggio di Clemente. E
vescovo di Cariati e Cerenzia. Muore a Cariati. Su di lui e la sua opera
si veda Busolini; Russo; Keller-Dall’Asta; Cipani. Iofepbus Tamplorut. PJJ
>. PLVTOSOFIA di FILIPPO GESVALDO MINOR CON. Nella
quale, fi (piega l'Arte, della Memoria con altre cole notabili
pertinenti, 24. ì> . 31.. ‘ ... i r, } /T'4 T"V
t'f - ì -A S. ^ v-« 'w->' X i ' li A \h ' IJ A
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A «Violai a: 7 * 4. a Ai .XXXV.v^ *&$gij,x. 41 ALLILLVSTRISS ET
REVERENDISS. SIGNOR arnolpho vchanskii, CONTE DI SLVZEVVO j {
*1 ABBATE DI SVLEOVIA. Signor mio Colendisfimo. cn
> o Divotissimo servo r : > 3 j 'Z\nii*r-Pi s Paolo
Meietti. ALLA GLORIOSISSIMA HABITATRICE DEL
CIELO CATERINA VERDINE ILLVMINATRICE, ET PROTETTRICE DI
S^TlEJ^Tl&c. I € H E gli antichi fapienti appende nano in Sa
c/e Colonnt le compite Opere .loro, egli Moderni qlii nomi dì Fa mòfi et
lllujlr tifimi Trencipi cort e crar le fogliano : però battendo io dato fine
hoggi all utilis fimo Compendio della memoria artificiale, quale
per esser tesoro e ricihc^a d'ogni bimana fapienza, mi parue intitolarlo
con parole greche plutosofia, hò no luto raccomandarlo alh MeJJaggieri angelici,
che colonne fono del Cielo, e confecrarlo al nome di te che feiuna delle
più care Spofe di Chrifìo, et una delle più fauorite Tren cipejje del'
Taradifo t Serenisftma per fangue, Illuflrisfima per lapidila, purisftma
per virginità, Santisfima per gratia t Con ftantisjima flantìsfìma
per Martìrio, felicìsfima per gloria . JE fe tate non è il dono, quale
ric ercar ebbe t importane del foggetto t e meritarebbe la dignità
dello tuo fiato ; è perà tale quale fi può da me pre/entare, in qucHa fua
prima delineatura. Ideila quale t fe ui è co fa di lode, lariconofco
dalle tue gratic, col le quali ni impetra (li gratta apprefjo il tuo e mio
Signo re di formarla . E fe cofa ui è di biafimo ( coni io {limo di
certo ) ante s' attribuita, che tmperfettis/imo mi ricono fco. Spero che
accettando tu il dono, et aggradendo per tua pietà il Donatore ; ti digneraì
ancora ( di che uiuamente tiprie • go ) ottenere à me lume, ch'io pojja
col tempo illufìrarla di quella chiarella e perfettione, che con la prima
mano non Jho laputo e potuto darle ; et à quelli che la leggeranno,
gratia dinteUigen'^a,fi che poffano arricchirli felicemente in
quello foblime The loro di Memoria Ex fi come io tenacemente ten go
fcolpito il tuo gran T^ome nella mia Memoria, E femprc uiuol tuo culto
fra gli diuotipcufieri della mia Mente ; coti ti fupplico che mi tengbi
uiuo, tra le tue uiuaci et efficaci Intercesso, inaila. ghriofa prefenT^a
del Tadre delle mifericordte Dio, c •j diOieùi tuo Spofo,& dilla
M«drc ielle gratie Mar (adergine, 1 ' J XX ., alli quali con
profonda fima humiltà 1, di
CH&rt t ‘ C- a X-L per me%p tuo faccio riueren^a.
Dì Palermo ÌV, Tuo Diuotixfimo Sento Fra Filippo
Cefualdi Minor' Conuentoale. TAVOLA delle colè notabili contenute nella
Plutofofia. Innumeri moftrano li fogli, la Intera a. moftra la
prima et il b. moftrala feconda facciata :uu 1
I. . 1. Memoria è Teforo et Erario. Necessità dealermo
ÌV, '. Tuo Diuotixfimo Sento Fra Filippo
Cefualdi Minor' Conuentoale. TAVOLA delle cose notabili contenute
nella Plutosofia. Innumeri moftrano li fogli, la Intera a. moftra la
prima et il b. moftrala feconda facciata* :uu 1 I. .
1. Memoria è Teforo et Erario. Necessità della Memoria. Titolo
di qutft Opera, i^c 9. Guide allukezza delle Mule* Encomij della
Memoria • Memoria diumità Humana. Memoria nona Sfera
Cclcttc et angelica No«e ordini Angelici nell’Huomo. Memoria perche
nuda nell’Origine. Memoria come fi uefte. Memoria prima parte
dell'Oratore Memoria rara e difficile. Pcrfonc illuftrisfime nella
Memoria. Pci/onc infelici di Memoria . LETTIGHE. SIGNIFICATI
della Memoria. ^Se nell Huomo fia Memoria intellettiua. Se nella
parte lènfitiua ui fia Memoria. Se li Bruti hanno Memoria. In
che qualità confitte la Memoria. Tre forti d'ingegni. Caggione della
tenacità della Memoria. Co'i e fi caggionano li fimolacri perla
Memoria. Detti fimolacri imaginati . LETTIGHE. III. A Tto di Memoria
qual fia. Due atti di Memoria. Differenza tra Memoria e
Reminiscenza. Come posfiamo ricordarci di colà dimenticata •
Documenti per facilitar U Memoria. Muodi di facilitar la Memoria C me fi
aiuta la Memoria otturale Rimedi j per la Memoria J t.u
i. b; a.a. 14 . a a. a. ai а.
bu j. a. j.b. j.b. 4
4 «a. 4 .b» a ff Accora
/Aceorgùncntr per aiuto della Memoria Dcirefftrrcitio. neceflario alla
Memoria. Nome Hebraico della Memoria mifteriofb • Dell’Arte della
Memoria. Inuentore dell’Arte della Memoria. Auttori c
Scrittori dell’Arte della M emoria» Muodo d’infegnar
queft'Arte. L ETT I 0 7^E. ITi C He colà fia Memoria
artificiale • Nomee titolo di queftfArtc. Soggetto di
qucft’Arte.. Parti tionc di qucft’Arte. Delli Luoghi perla
Memoria.’» Dclli luoghi imaginati (è fumo per l’Arte. Deili luoghi
Naturali fepofiono ulàrfi Delli luoghi Artificiali ottimi
Conditioni perla formatione di luoghi Del Doue, prima conditionc del
luogo Del Sen/àto, feconda conditone LETT l V * A
D Ella formatione di luochi til Dell’ufo di luochi
ai . s ini jqt: E. V. iDb uxa/
vM ti cruoiiE j CU adì E VU l / .
f.X Della 10. a. 10. a.b. iò.a.
xo.b. 11. a» 1 IUU x i.a» X i.b, n.b.
ri.bt 1 1.b» ia,b. a>.a. Ijb*
l£.b. ì^b. X 15. su
I/Jéb.. lòa. 16. b» 1 7.8» J7.b.
i8.a. 18. b. ip.b» ao.a. ao.b. ao.b.
ai. a. ai.b. 11. a. Detta Perfona (labile neìluocM
LETTfO'KE lEtti taoCirinmiTc raTr Vili . a 6 . a. 26
ai » 7 »a* D Lh* Detti
lunchiperckittwiayaf Detti luochi alternati Luochi (opra la perfona
humana Q T* E IX, L Voghi perprogreflfo rigreffo et alternati
a8. 29- 30, Luoghi perla Circolatione limoli' jt.
D Elle Imagini per l’Arte Due muodi di collocar imaginiDel
collocar mediato in due muodi Del collocar Concetti Del collocar le
parole Della collocatone di uerbi Della collocatone delle
cole L E T T 1 0 ìi É /^Ottocatione dette cofe figurate
formabili Collocatone delle cofe naturali eccedenti Collocat one
delle perfone. MetHt do dì collocar cofe no figurate»
Collocar per limili longilinea tio ne. L ETTI 0 ^ E X T
T, C ^Oilocarper Mmiimiùmeui vu^ A “ X A tv lUHVf m
Collocar per aggiungimento. Cotto Collocar per il
nuolgimento . rTT " r_rT 7 L
h x — 1 j u e X 1 71. C ollocare
pei ta uaiiabonc Collocar per bittitci Collo
la com linone Collocar perla diuilione
Alfabeti per la diuiuon E X J V. nocar pe ma di uppoin Collocar
perii uolontario Mcto che quello fi può intendere da tre cole,
Complesfione, Età, et alteradone. quanto al primo, eh 'c la Complcfììone,dico
fecondo lifìlofofi, che dalle due qualità humidità,etficcità,fi argomentano e
concludono l’apprcn fiua,c la retétiua-.poiche 1 numido è atto all’app
renderceli fèc "co al ritenere. Colsi fi uedel Acqua, che facilmente
appréde, malamente ritiene;il Salso difficilmente apprende, tenacisfimamente
ritiene; l’Acqua per l'humidità, il Salso per la licci* tà.Parimentc
l’apprenfiua in noi confille nella qualità humi* dada retentiua nella
qualità lecca del ceruello . £ fi trouano tre lord d’ingegni, alcuni nel
predominio de? lécco, c quelli difficilmente apprendono; ma tenacemente
ritengono, com’il Saffo. Altri nel predominio delThumido, e quelli
prontilfimamentc apprendono; ma puoco ritengono, à guila dell’Acqua. Altri
confiflono in una mediocre qualità d humido, et
lecco, e quelli mediocremente apprendono, e mediocremen te
ritengono.La caggione dunque della cattiua Memoria, è il flulftì, et il
fouerchio humido del ceruello . Quanto al fccó do dell'Età dico, che
dall’Età fi uedel'augmento et il mancamento negli organi fènficiui; l’augmento
nclli Fanciulli nelli quali ui c l’alteratione del nutrimento che lèmpre
crelcc: fi co me nelli vecchi ui è il mancamerto; per la quale
alteratione, li fimolacri fenfibilifonoimpcdid,e periicono ; àguilà,
che la forma del uolto,che fi uede ftapataaiell’Acqua penice, per
l'alterationc, c mouimento dell' Acqua. Di piu dall’iflcfaEtà li uede,
cheli Fanciulli fon teneri et numidi ; li Vecchi duri c fecchi: per lo
che, quelli facilmente,nceueno li fimolacri ;et in quelli ; per la
durezza e ficcittàdc gli organi intcriori, difficilmentc .,7 film
erteli Gmolacri trapassano: tome fi nedc,c'hel lume trapala per l’Aria, thè ha
del fottile è puro ; non però trapala pef il Marmo, che ha del grò (so,
duro,c, fecco. Quanto al ter 20 dico, che l'alteratione può naScere, ò da
pasfionc di timo re,ò d’infermità, ò d’imbriachezza ; perle quali
alterationi per turbati gli organi, non riceuono ; ò Se riceuono, non
ritengo noli fimolacri Sòmmiftillrati da Senfi, E Semi dirai che li
Fan ciulli hanno tenace Memoria; poiché creSciuti in età fi ricordano
delle prime co/è, che appre/èro : e parimente li Vecchi fi ricordano di
molte colè antiche. Rispondo quanto alli Fan ciulli, che per due raggioni
hanno quella tenace Memoria.La prima Secondo Arinotele et Auerroe; perche
alli fanciulli, le prime cole ch’apprendono sono nuouec mirabile però
con attentionc apprendendole, tenacemente le ritengono. La onde li
fanciulli meglio fi racordano d’una semplice favola, che pargoletti
intcScro dalla nutrice; che di cento altre ch’esfi medesimi huomini fatti
leggano ne i Poeti. Veggiamo eSfer ciò cònaturalc à noi, che lecoSenuouc
prime, e rare ci appor tano marauiglia;la marauiglia porta Sèco gagliarda
attentionc nellapprendente, ilqualc inten/àmente attendendo, tenacemente
ritiene. L’ifteSlo ci rroftra l’eSperienza, che più ci ricor damo d’vna
Cometa apparta, che de mille Stelle cadenti nel notturno Cielo; più d
vn’Eccli/Te del Sole, che di dieci della Luna; come che la Stella
crinitica, ò il Sole Eccli Sfato hanno men del frequente, c piu del nuouo
e raro ; e per confequcnza piò marauiglia apportano. La feconda ragione è
d'Auiccn na, ilquale dice che li Fanciulli tenacemente ritengono
quel che apprendono nella fanciullezza; perche in quell’età Sono
alieni da penfieri, cure, affanni, c trauagli : perlochc, come fgombrati
da ogni impedimento fbn’attisfimi à riceuere,per ritener tenacemente le
prim’apprenfioni. E quella ragione d’Auicenna, è rifiutata dal
Sig.Porta,nel fuo trattato della Me moria nel capitolo vndecimo. Mà
perche la ragione di AriSlo tele mira I oggetto mouentc;e la ragione d‘
Auiccna mira il fo* getto riccucntc : lolodola prima ragione mirante la
dtfpofitione oggettiua; e non rifiuto la lèconda ragione, laquale ma rala
difpolìtione del riceuenteipoiche la nouità dell’oggetto, Ja purità del
Soggetto, fanno ch’il Fanciullo tenacemente ritenga;
rìtenga;oue per cagione di qualità complesfionale non potrei be
tenacemente ritenere. Al fecondo dubbio delti vecchi fi ri Iponde, chè
quella facilità di Memoria nafee, per la moltiplfcatione delle meditationi, Se
eflercitio, Se vfo dell'intenderej Però dice Arillotele nel fecondo capo
del fuo libretto della Memoria, e Remini feenza, che Meditationes
Mcmoriam confer uant reminijeendo. E quello, perche l’Intelletto viene ad
habi tuarfi colla frequente meditatone; è queflhabito poi,viene à
facilitare l'atto del ricordare . £ quello balli quanto al primo
lignificato della Memoria,chc è la potentia memoratiua. E • paflfando al
fecondo lignificato della Memoria, che c il fimolacro dirò due cofe; prima,
comcfi fà in noi quella Memoria; fecondo fe oltre latro del Senio, fi polla in
noi far Memo ria. Al primo dico, che il fimolacro in noi fi caggiona
prin cipalmente da Senfi, li quali riceuono lifimolacri Icnfibili,
e per quelli Senfi, come per tante Finellre, e Porte, paflàno al le
llanze interiori Senio comune e Memoria, doue fi ftabiliIcono e fermano : li
quali fimolacri fono da le potenti muoue re la potentia cognitiua,per
l’atto del conofcere . E quelli fimolacri, idee, Se imagini fono da Filofofi
chiamati fantalmi, li quali depurati poi per l’intelletto agente
diuentano fimolacri, e fpccie intelligibili. E quelli limolacri intelligibili
fi ri ceueno neU’Intelletto posfibile; poiché come diceuamo l’Anima
lepacata, pure ritiene li fimolacri conofoibili ; il che non irebbe, fe
fidamente nella Memoria finfitiua li fimolacri fi ri ceucfTero.
Al fecondo dico, che la Memoria, non fidamente riceue li fimolacri,
li quali intieramente fumo nei Sentì; rnà ctiandio li fimolacri imaginati
formati dalla nofira Cogitatiua, la qua lehauendo li primi fimolacri
nella Memoria contemplandoli, puolc congiongcrc uno fimolacro con 1 altro;ò
uero racco gliere dalTifiefio fimolacro nuoue imagini, e quelli
fimolacri et imagini poi fi riceuono nella Memoria. Per clcmpio
nella Memoria ui è il fimolacro del Sole, Se il fimolacro del verde
villi dal Senfo; prefentandofi quell» due fimolacri al a Cogitatiu ;li
congionge, è dice, il Sole verde, Se nidi la Memoria riceue quello fimolactodel
Sole verde. È parimente fi fa de gli altri imaginati fimolacrij come del
monte d’0.o,ckll’B*p ‘pocctuc. p© cerno, e della Chimera.
Forma ancora delle prime figure, et idée, ò arguitiuamente, ò per ragione
di fbmiglianza altri nuoui fimolacri; li quali fi chiameranno imaginati;
perche non comprcfìda fenfi. Liquali fimolacri imaginati fono necef
fari j all’Arte della Memoria: nella quale ci {bruiremo, non fòllmente de gli
fimolacri hauuti da gli Senfi ; ma ancora degli raccolti dalla Memoria,c
Cogitatiua. E quello balli perla cognitione del fecondo lignificato della
Memoria,& anco per quella Lettione. Douendo raggionare del Terzo
lignificato delia Memo ria,ch*è l'attoal recordatione, quando attoalmente
ci ra cordamo, ( il qual’atto propriamente fi chiama ricordare, fi
ben’ anco li chiama con nome generale, Memoria ) diremo tre colè. Prima,
come fi fa quelt'atto.Secondo in quanti muo di fi fa auefl'atto.Tcrzo in
che modo fi può facilitar quell- . atto, al che mira l'Arte della Memoria,
della quale noi trattando. Quanto al primo dico, che quell’atto fi
fa, quando la potè za cognitiua fiumana drizzata al Tesoro della Memoria,
fé li offerifeano fpeditamente,e prefentano li fimolacri, con li quali
ò contemplai raggiona,ò infegna,ò predica, fecondo l’ufo delle forze
interpretatiue. Quanto al fecondo dico, che l’atto della Memoria
paragonato all’impedimento antecedente, prende due nomi, l’uno chiamato
ripigliamento di memoria^’ altro Rcminifccnza. Il primo quando fi frapone
interrompimcnto di tempo.ll fèco do, quando fi framette interrompi mento
d’obliuione, e dime ticanza. E che quelli due atti fiano differenti,
appare per due ragioni Arifloteliche. La prima dall’attitudine, La
feconda i dai fòggetto.Quantoalla prima chi è pronto ad apprendere^
capire, e ueloceadimpararc;è pronto, e uelocealla reminifeenza.E chi è tardo ad
imparare et apprendere; è pronto alla ri membranza « Quanto alla feconda,
la rimembranza o ricordarsi; è atto dt molti Animali: mila reminileenza ddTHuotr» lolamente,comc
dirò piu inanzi . £ per darui vn cflcmpio di quelli due atti, prendo
qucll’auttorità, Sapientiam fine fi filone* 0 didici, et fine inuidia
communico,& bone fìat era illitts nonabfcon do . Haueudo hoggi riporto
nella Memoria quell ’auttorità, e domani volendo recitarle, le
inticramctela Memoria me la ra prefenrarà, quell’atto di Memoria li
chiama ripigliamcnto di Memoria: perche tra l’atto d'hieri, c quello
d’hoggi fidamente ci ètrapollo interromptmento di tempo. Mi fcdelvcrfb
che hieri m’albergai in Memoria, hoggi io mi ricordo la prima, e la feconda
parola, e non mi ficordcrò la terza, ò quarta; e pcnlàndo, eripenlàfldo, dopò
quella obliuione,è dimen ticanza mi lòuiene la parola dimenticata;
qncfl’atto di ricordarmi colà /cordata, li chiama atto di reminileenza ;
perche vi fi c trapolla dimenticanza et obliuione.Sichela
reminilceiT aa none ogni atto di Memoria, dopo qual fi uoglia
interrom pimento; mà lolamcntc l'atto di Memoria dopò l'interrompimento
di obliuione. £ quelli due atti fecondo Ariflotile fono coli differenti,
che >1 primo è communc à gli Huomini et alti Giomenti; mà il fecondo,
che di reminileenza conuiene lolamcnte à gli Huomini: perche la reminileenza c
vna reflesfio f ne dell'Intelletto difcorrcnte, per ricordarli la colà
dimenticata; fiche la reminileenza è atto dell intelletto, ò della Cogita
ciua lènfitiua,congionta all'Intelletto. Quanto al terzo principale, in
ch$ muodo fi può facilitar l’atto della Memoria, dico che ò pariamo
dell’atto della reminileenza, ò del repigliamento della Memoria. Se del primo
atto, racoglicndo da quel che dice Arillotcienel libretto della Me moria
c reminileenza, dico che in tre muodi noi postiamo ri cordarci di colà
dimenticata. Primo hauendo l’occhio all'ordine delle colè; Secondo al tempo;
Terzo al luogo . Quanto al primo, dico che dobbiamo mirare alle cole
antecedenti, ò iòflequenti alla colà che noi ci fiamo /cordati ; che coli
ci Ibuenirà la colà mezzana; ilche fi vede per elperienza di quelli p che
làpendo molti uerfi, e /cordandoti del terzo, ò quarto; recitando il
primo, e fecondo, li louiene il terzo, et il quarto. Da quello nalcc dice il filosofo,
che alle volte ci ricordiamo d’vna colà pafiàta d’?n gran tempo ; et una cola
del riftcflfo gjornojA d’vn’altro innanzi fatta, non «i
G>uiene:per» che quella cofa fouucnutaci nouamente,hà qualche
collegaza et ordine có quella cofa, che noi prefcntialmcnte
penfàuamo. Et il procreilo in quella colliganza fi fa in tre maniere,
come dice Ariliotilc; dal limile; dal contrario : dal propinquo.
Dal Amile, come le mi ricorderò di Socrate; ricordandomi di Platone,
ìlquale c limile à quello nella fapienza. Dal contrario, come fe mi
ricorderò di AchiIIc;facendo mentionedel fuo au uerfario Hettore. Dal
propinquo, fe mi ricorderò del Padrementre fò rimembranza del Figlio. Il
fecondo muodo è mira re al tempo;perche volendoci ricordare d’vna colà
paflàta,diftinguendoli tempi, e conAdcrando d’hora in hora potremo
ricordarci della colà dimenticata. Il terzo muodo, è mirare al luogo:
perche conAdcrando diparte, in parte, i luoghi ne’qua li habbiamo fatto
dimora et operato, potrà louuenirci il fatto che vogliamo . Quelli tre muodi di
ageuolare la reminiIcenza, lon fondate nell’ordine, ilqualc è ottima guida per
la facilita ancora del recordare. Indi A traggono d’Arillotilc a.
documenti per facilitar la Memoria, e la reminilcenza. Il primo, chele cofe da
collocare in Mcmoria, Aano ben ordinate, diftinte, e ridotte in capi :
perlochelc colè malamente ordinate, tardamente ci lbucngono.Il lècondo, che le
gli porga vna gagliarda attentione di mente: perlochc alle uolte ci
ricordamo piu d’vna cosa villa una sol volta ; che un’altra villa piu,
volte. Il terzo che frequentemente Aano meditate, et repetite con ordine.
11 quarto che nel volerli ricordare colà dimentica . ta, li Riabbia 1
occhio al principio della colà, ilqualc è atto atra her a fe il nello,
per la colligaza et ordinejcome A tira vn luco filo, da chi prende il
capo. Se pariamo del ripigliamcnto della Memoria, et vmuerfalmentcd ogni atto
di Memoria dico chem tre muodi posAamo haucr faciltà in quell’atti;
primo per natura; fecondo per clfercitio; terzo per arte. Della
natu ra noi non posAamo farci maeftri; poiché c dono di Dio, ilqualc dono
l’habbiamo An da forigine; et cflendonenoi dotati eccellentemente, dobbiamo
renderne lode a l’auttor della natura ; et eAèndonc bifognoA, dobbiamo
ricorrere a fua diurna MaeAa per aiuto: poiché ìnitium omnù Sapienti,
timor Domini e/t . E ben vero, che la Memoria naturale puoi elfer
C aiutata aiutata dalli Medicamenti, dairE{Tcrcitio, e
dall’Arte. Dell’Arte, e dell’Effcrcitio diremo poi. Quanto alli Medicamenti,
no reiterò di dire*, che per lo più fogliono riufcire perigliofi, e
par ticolarmcntc le vntioni, che li fogliono tare alla poppa del
cerucllo ( chiamata l’occiput ) per ingagliardire la Memoria. Lequali
vntioni fogliono effer di qualità calida,c fecca; e per che il caldo
accende li fpiritidel cerucllo, e quelli (piriti aceli et infiammati
alterano, muouono, perturbano, dilordinano li fimolacri; ne fiegue che
quelli liquali vfano imprudentemé te limili vntioni bene fpelfo diuentano
frenetici, e pazzi. E fè pure non incorrcfiero in quello danno ; non
polìono fuggire qucll’altro: perche fi sa bene, che l’ingagliardimento d’vn
còtrario,rende debole la forza dell’altro contrario; à guifà, che il
calor che fubentra nell’Acqua, quanto più prende forza, tan to più fi
feema e, và mancando il freddo ; c perche l’ingegno e l’acutezza
dcllapprenfiua confitte nell humido; la tenacità della Memoria confitte
nel fccco ; però li Medicamenti calidi, è fecchi; mentre ditteccano la
Memoria, chiaro è che ingagliardendo la retentiua, debilitano l'apprenfiua .
Laonde quefti tali mentre cercano d’hauer felice retentiua, diuentano
roz' zi, (tolti, c tardi, nell’apprenfiuaj intanto, che non
fon’attimè da fe fare inuentioni; nè ben faper’ imitar l’altrui; habili
folamente à leggere l’altrui fcritti, e quelli parolatamente riporli alla
Memoria, Ne per quello intendo negar affatto tali Medicamenti: mà concedo bene
poter effer vfati,col configlio d’vn efpertisfimo Medico, ilqualc
conofccndo la qualità e forza par ticolare del medicamento, la qualità,
la complesfione, l’età, il bifogno delmcdicato,potràopportunamenteordinare,&
indi con ficurczza vfarfi l’ordinato medicamento. Fra gliremedij
vniuerfali,fi recitano, Il moto, Il lauare; La tenebra, e la mediocre
attcntione. La onde fi formano quelli quattro quefiti. Il primo perche
caufa quelli, che fi vogliono ricordare muouono il Capo. 11 fecondo, perche
caufa il lauare del Capo gi.o ua alla buona Memoria. Il Terzo, perche
meglio ci ricordiamo nella tenebra, che nella luce.ll Quarto, perche fapendo
noi recitar vna cefi, udendo darci molta diligenza, et attcntione;
ci feordiamo di quella. Al primo rifpódo,che alle volte nell’organo della
potéza Mcmoratiua,vi è qualche oppilatione, laqua IO le
impedifceil libero paflaggio dell» 1 (piriti fenfitiui: e mouédoì noi il
capo, s’apre quell’impedimento, et aperto pa/Tano li Spiriti, c ci
ricordiamo. Al fecondo dico, che per tal lauamen to s’aprono li pori
della Tcfta, perii quali cleono fuora li fu mi, che ingombrauano il
ceruello, et impediuano illuogo co fèruatiuo dclli fimolacri; la onde
ufciti quelli fumi,reftando libero l’organo, facilmente ci ricordatilo.
Al terzo ri/pondo, . che ne. la luce li moti de l’oggetti lenfibili
efteriori, come piu gagliardi, impediuano il moto delli fimolacri
interiori, che fò no men gagliardi. Per lo che fi da regola, che l’huomo
per ricordai fi, e per collocar in Memoria, li può feruire dellatenebra,ò
naturale, ò uolontariamaturalc del luogo o/curo;uoloa taria, chiudendo
gli occhi nella luce. Al quarto dico, che la fi> uerchia diligenza^
attcntionc,preci/àmcntenclli fimolacri bc ne habituati, perturba li
/piriti, c muouc gagliardamente li fimolacri riporti nelforgani ; c quefta
pcrturbatione ecommo uimcnto alterando, dilfordinando, e confondendo li
fimolacri, impedi/ce l’atto perfetto della Memoria- Ma ponendo mediocre
attentione,e diligenza : non ne fiegue quefta perturba tionc,e
di/ordinationeje però li fimolacri meglio fi ripigliano. Quanto all
c/sercitio dico, che ottimo rimedio, per facilitar l’atto della Memoria,
è l’clcrcitio mentale, e uocalejpcr Io che fi riferilee di quel Filo/òfo
lettore, il quale più e più uolte ri chiefto da’Difcepoli,chc
uoleflelor’infegnare l’Arte della Me moria : dopò molte preghiere,
all’vltimo con Metafore di Me tonomia figurando l’e/èrcitio difse,chc fi
riccucflc Scarpa fa na,c Scanno confumato.Volendo inferire, che lo
Scolaro, per far buona Memoria, fuggendo li fuiamenti; debbe /edere,
c uigilando /Indiar molti Libri, E chi non sà,chc fedendo affai lo
Sc-nno, ouc fi fiede fi confuma ;ele Scarpe, perii ripo/ò rimangono
lanc.E qudfto forfè, uolfe dire il Filo/ofo in quel fuo detto fedendo, e
ejuiefcendo,Jinimns fit prudens. Indi credo, che Adamo /àpientemente impor endo
li nomi alle co/c, chiama/Tc la Memoria con parola hebrea, Zecher. Il
qual nome, c comporto di trelettre; Zain,che c Interpretata oliua.
Caph,chc interpretata,curuati funt: Res, ch’e interpretata Caput. Volendo
dire, chelaMemoria confifte nel Capo curilo^ per Io cheuolendoci noi ricordare
d’una cosa dimenticata, curuamo et inarcamo il Capo; perche ri fedendo la
Memoria nella parte deretana del ceruello, chinando noi il Capo al Petto,
con quello moto s’aprc l’organo, e fasfi più atto, e fa cile alla fua
operatione. E di più la Memoria dice Capocuruo; perche dobbiamo curuar il Capo
à lludiar li libri ; e da qui nalce poi(come dice il filosofo)cheli
Studenti per lo più, hanno qualche poco di Gobba ; perche non piegano
pigri il Capo alle (palle fopral'otiofe piume; mà diligenti I'incuruano
al petto, fopra gli aperti Libri . E di più il nome della Memoria contiene
l'Oliua, dalla quale fi fa foglio, udendoci moftrare,che l'uomo per
acquillar buona Memoria, debbe uigilare, non folamente con la luce diurna
del Sole ; màcon la notturna dcll’oglio.Oltra che il lume dell’oglio,è
più atto di quello del Seuo,ò graffo, il quale col noiofo fumo, e
feto re appanna gli occhi, c difturba affai il cerudlo. Auertendo per
fine di ciò,che in quello capo curuo non fi prenda fred do
nell’occiputjmà fi mantenga col fuo calor naturale, non ec ceduto, nè
alterato da calor eitrinleco : acciò il calor’acciden tale, non perturbi
l’ordine de’fimolacri :& il freddo nonag giacci,& induri
l’humidojfi che fi rendano poi l’organi tardi, pigri, e difficili
all’operatfone.Disfi dell’efercitio uocale, inté dendo di quelli li quali
ripongono in Memoria, per recitare leggendo, predicando, od orando;
perche lappiamo, che non folamente l’Intelletto è habituabile; mà ancora
la Mano, eia Lingua; quella à fcriuere, quella al recitarejpcr
chchauendo noi imparato uinti,ò trenta uerfi,& affoefacendoci in
recitar li molti, è molti giorni, la Lingua uiene ad habituarfi, intanto,
chefenza penlarci ò darci mente recita, e feorre diuerfo in uerfo
ottimamente.Dunque, perche la Lingua è cosfi habituabile,e porge aiuto alla
Memoria in recitare;è molto ben fatto alloggando nella Memoriale colè, e
repetendoleper Ha bilirle in quella, fare che ancorla Lingua le reciti,
el’efplichi con uocc quanto più fi può intelligibile ; e quello fi
uederì con elperienza,'chc apporterà grandiflimo giouamento alla
Memoria. Quanto aTArte da facilitar l’atto della Memoria ;
quella farà la parte, che s’ha da trattare diffufamentedanoi .
Della quale, come uoglionocommunementcli periti de quell’ Arte
e P 1 1 e precifàmente CICERONE (vedasi), e Quintiliano, nc fu
primo inuento re Simonide Melico Poeta Lirico, il quale hauendo uifto
mol ti fedenti in unconuito,& efsendo poi caduta la ftanzadelcó
uiuio;& vccifi, c dislìpati li cóu tati di maniera, che nó poteua no
elTerconofciuti diflintamcte dalli parenti et amici, che vole uano farli
gli honori funerali, Simonidc Poeta fbp radette, hauS do per prima
riporti nella Memoria licóuitati, fecondo l’ordine de’luoghi oue fedeuano;
diftintamente vno p vno li rico?- nobbe . Metrodoro feeptio fece perfetta
qucft’Arte, Cicer: adHercnnio ne trattò efquifìtamente, cort Quintiliano,
Sene c a, Petrarca, Rauenna ne fa un trattato ih titolato la
Fenice. Fra Lorenzo Guglielmo debordine minor conuentuale, pienamente ne
tratta nella fua Rhettorica. Fra Cofma Rortellio dell’ordine
dc’Predicatori, ne fà un libro intitolato, Thesàurus memoria: artificiose . E
prima di lui ne trattò pienamente F.Gio. Romberch, Iacopo Publitio,
Matheolo Perugino, Francefco Monleo et altri nelle opre della Retorica.il
Sig.Dolce in forma di Dialogo, uolgarizò il Trac tato del Romberch. E
finalmente il Sig.Gio:Battifta la PORTA (vedasi), n’hà fatto un bellissimo
trattato, Io mi sforzerò, et imitando inuentando; ridur queft’Arte, àquel
compito Metodo, che fi potrà maggiorc.Notando, che due colè iidefiderano
in qucft’Arte; primo, Il ucro Methodo della Dottrina; fecondo la
Voce uiua di chi bene l’infègni.Per difetto del primo, mol tireftanopriui
di queft’Arte; per difetto del Secondo Tariffi mi ne riefeono; perche
queft’Arte, à mio giuditio,è limile alla Mathematica,c Notomia ; le quali,
mentre fi fpiegano, bifo gna ch’il Mathcmatico habbi la fua tauoletta
ingefsata, fbprà la quale difegni, e moftri le Figure Mathematiche: et il
Noto mifta habbi dinanzi a gli occhi, e /òtto le Mani, e tagli di Prattici,
il Corpo humanojfòpra il quale infegnando con la Lingua; moftri con il Dito di
parte in parte, tutte le membra hu manc.Cofiì il Lettore d»
que/l'Arte,bifogna che feelga uinti,ò trenta luoghi, e quelli uifti dalli
Scolari, c ben polli in Me moria, come preamboli; fiuadipoidi parte, in
parte, esplicando il contenuto dell’arte. D Alle cofc fopradette raccolgo,
c concludo quattro colè; la diffinitionc della Memoria Artificiale, il
titolo dell'Art, il foggetto, la partitione. Del primo dico, che la Memoria
Artificiale^ vna forza acquiftatacon arteficio ingeniofo, perlaquale
tenacemente li fimolacri di cofe ò di parole fi ritengono, c viuacemcnte
alla virtù contemplatiua, cnarratiua fi rapprefentano. Dclfecon do
dico, che queft’Arte fi chiama, Arte di Memoria ; e chi la volcfle
chiamare Arte di Memoria vdita, non errarebbe ; poiché è vn’Artc, che
conuienc,non folamentc efler iftudiata nel li Libri; ma vdita ancora da
voce viua ; nella guifà che forfè Ariftotele (fecondo alcuni) intitulò li
primi Libri della Fdofòfia,de Phifico auditu . Indi credo, che tra gli
Ieroglifichi, l’Orecchia fi troua confccrataalla Memoria . E fi bene
dottamente Porta, intitulò queft’Arte, l’Arte del ricordare : poiché la
Memoria Artificiale mira, et attende à facilitar l’atto della Memoria, che è il
ricordare; non però ne ficgue, che il titolo antico, e communc
diqueft’Arte debbia edere rifiutato; poiché e da Filofofi, e daThcologi, tanto
la potenza della Memoria; quanto il fuo fimolacro, c l’atto, son chiamati
memoria. E fe ben affermo, che queft’Arte mira anco la
reminifccnzajquando ne i limola cri albergati, foccedeffe obliuione:
nondimeno conuenientemcnte fù chiamata da gli antichi Rettorici, Arte di
Memoria; non fedamente dal fine, come dice il Sig. Porta: poiché il
tutto fi fa per accrefcere la Memoria; ma perche ogni atto di ricor
dare, e chiamato Memoria, com’io disfi. Del Terzo dico, che il foggetto
di queft’Arte, c il Luogo ideato per ricordarci;inté dendoper l’Idea il
fimolacro,la fimilitudine,I’imagine, la quale fi colloca nel Luogo ftabile:
acciò viuacemcnte ci raprefèn ti la co(à,ò parola della quale vogliamo
ricordarci.E da que» fto foggetto, io prendo la partitione dell'Arte,
laqualc è diuifa,in Luoghi, et Imagini.E fèbene il Signor Porta
aggiongala Perfona,tra il Luogo, e l’Imaginc j nondimeno diremo al
fuo luogo,fe quefta Perfona, fi deue ammettere in queft’Arte .
Et ammettendofqla redurremoal Luogo, ò allTmaginctfi che re
ftafofficientela partitione,in Luoghi et Imagini.il luogo è come Materia;
l'imagine come Forma; Il Luogo ca guifa del la carta nella quale li
fcriuc: L knaginec à guifa della (cattura che fi (tende (òpra la carta, e come
dice Quintiliano con CICERONE (si veda) il Luogo c come tauoletta
incerata, l'imagine, come lettera. Si che il Luogo, è quella parte materiale,
(labile, diftinta, e proportionata, laquale c bafe della Imagine,
Figura, è fimilitudme della cofa,ò parofa,come vn’Angolo d’vna Cella.
L’imagine c la Forma,!* Figura, la Similitudine, ó Segno di quella cofa,ò
parola, che noi vogliamo ricordarci, come la forma d’vn’Huomo, ò d’vn
Leone, quale con la noftra Mente, noi collocamo nel Luogo.Del qual Luogo, e poi
dell’Imaginctrattarcmo. Delli Luoghi. Dirò
ordinatamente tre colè delli Luoghi, ’la Partitiotie, le Conditioni, ò
Regole, et il muodo da formarli nella Memoria . Quanto alla
Paninone, ò diuifionede i Luoghi, dico che il Luogo c di tre (orti ^
Imaginato. rti, il primo Reale, il j. imiginato. Il pri roo e
quello, che nel Luogo ucde il Senio,comc nel primo Luogo ci troua la
Porta, nel fecondo l’Angolo,nel terzo la Fi ncllra. Iinagmato c quello,
che ut formala Mente; per clfempio le da Angolo ad Angolo di una danza ui foffe
uno fpatio troppo grande per un luogo, ecapacedt due Luoghi, c‘ che
non ci foffe in tale fpatio niunodidintiuo ; io pollo formarcene uno, con la
mente, collocandoci una Pcrlona, una Fi gura, un colore, un’altro limile
fegno ;ò pure le uoi hauede commodtcà, farebbe bene farci un fegno reale,
come làrebbeà dire prender un Banco ò Caffa,ò altro artificiato, e por
10 in quello fpatio per fegno ; ò pure appendere nel Muro qualche
colà con un chiodo, come un Quadro, una Figura, ò ergerui un’Altare, fè
pure non uiuolede (bruire del Muro per carta di pazzi, dipingendoci un
legno col carbone, o altro co lorante. Equedi fegnifian uidi, reuidi,e
maneggiati; c poi fermati,e repetiti nell.; Memoria. E fc bene fi
rimouinoqucl 11 fegni da i luoghi, fi ritengano però fempre nella
Memoria, come la prima uolta ui fi uiddcro.Auucrtendo (opra il
tutto, che il fegno del didintiuo, non fia troppo piccolo; perche
nó darebbe quella uiuezza che fi dcfidcra . Seftò, Del
Numero. Il numero di Luoghi, mira il bilogno di chi li forma; perche chi
uuole Luoghi per li Concetti, un mediocre numero li bada; chili uuole ufare
anco per le parole di molto numero n’ha-btfogno, fi come colui,che
fcriucpoco, di poca carta hàbtfogno; mà chi Icriue molto, di molta è
bifrgnolbr J 6 Il Raaenna fi uanta d’hauerne formati cento diece mila
. Il Rolfellio ftima, che il gran numero offende alla Memoria .
Cicerone ftimò,che fidamente cento luochi baftalfcro. S.TomafTo con Teglia ad
hauerne molti. Il Petrarca, il Rauéna,Gio: di Michiele, Matheo Veronefèò
Perugino, ìsibuto, e Chirio, et con quelli il Romberch fi dilungano da
Cicerone. Voi formatencne prima cento, per rclfcrcitio j e poi di mano in marno
formatene dell’altri, hor collocando vnaChiefa,hor un Palazzo, hor
un’altra Chiclà, finche haueretc la lèmma d’un mille luoghi. E le quelli
non ui baftalTero, potrete formarne, de gli altri; purché non pasfiatc à
formar li Luoghi della feconda Chiefa, ò Palaggio;fe prima non haurete molto
bene Ila biliti nella Memoria li luoghi formati nella prima Chiefà
ò Palazzo, ch’altrimente facendo, offendcrelle la Memoria, e con la
confu fione, e con la fatica. Settimo, Della Diuerfìtà. Non è
colà doue fi ricerca tanta uarietà,c diuerfità, quan toin queft’Artc; per
lo che l’uniformità, ò Gmilitudine delle colè, c diametralmente opposta
alla Memoria di Luoghi. Però in un Clauftro,doue fi ueggono Archi, e Colonne
tutte limili, non fi polTono formar Luoghi;!! come nc meno nelle
Celle di Dormitori; di Rcligiofi, parlo di quelle che tutte ha no le
porte, e diftanze fimili. Si ben’ alcuni uolcndofi feruire di tali Luoghi
fimili, diano Regola delli Diftintiui imaginati; come legnarcon la mente
le Colonne, una con una Croce, un’altra con una Mano, vna Cella con un
Santo, l’altra con un’altra Figura;non dimeno quello mi pare uano c
fuperfluo, si perla difficoltà, che s’aggiongealla Memoria, come per
ha ucr noi ampia commodità da poter cIegger’aItrfLuoghi,qua li per
la dilfomiglianza,c diftintiui reali fon più atti, e facili al la
Memoria, lènza lottomcttcrci Se à quella nuoua fatica, et à tal pericolo
di uacillarnclli fimili. E ben uero, che le noi nel formar di Luoghi,
doùesfimo palTar da Luogo Commune ad altro Luogo Commune, come palfarda
una Cielàad una Sacreftia; e per congiongcr quelli due Luoghi Communi,
ci conuenilfe palTar, per un Clauftro colonnato, e che le Colon
ne fu nefuflero poche in numero, come tre,ò quattro ; non negarei
il palTat per quelle, e diftinguerle con qualche legno reale pofto ad
tempus^com’io disfi nel Capo quinto del Diftintiuo, ò collocandoci
perfone familiari, fecondo le regole che fi di ranno delle perfone
ftabili, ò almeno diftinguerle con fegni imaginati. Delle Celle fimih di
Dormitori, s’auerta,che ce ne potiamo lèruirc,ò palpando, ò entrando; le
palTando,e tut te le Porte, e le dirtanzc,tra Porta, e Portalono uguali,
e fimi li: è difficoltà a i oprarle, àchi non le li
fàprattiche,diltinguc dole per diftintiui efficaci, c particolarmente per
Peritane che ui habitano, quando lon molto ben conolciute dal
Formato . re. Se entrando è gran commodità ; perche col diftintiuo
ef ficace ritrouata la Cella, fi portono dentro di quella ordinatamente
formare alcuni Luoghi, et ufeendo da una paflarc per lo fpatio tra mezzo
alla lequente Cella. Ocrauo Dell* Lumi, DErche forniamo
fi Luoghi,per collocarci l’Imagini, e talmé *•' teli raprelentano alla
Mente l’Imagini, quafi l’hauesfimo dinanzi à gli occhi: però bilogna,che
il Luoco fia illuminato; acciò Mangine fi posfimortrareallofguardo. La
onde il Luo go oleuro, non catto per queft’ Arte; perche fèpelifce,
uela,& acceca Tlmagine.E fi come l’Imagine porta in aperto
Luogo, perii fouercnio lume fi rende all’occhio fbuerchiamentefplc
dente, d’occhio irtelso s'offulca in mirarla, ne può diurnamente, e
commodamente contemplarla; cofi la Mente non ef fìcacemente apprende, nè
uiuacemente la Memoria csfibilce qucll'Imagine, cheda foucrchto lumeè
illuftrata . E però le Strade aperte; le Piazze, le Muraglie, che fono
dalla parte di fuori dell’Edificii, non fono troppo atti per quert’Arte.
E qua to aH’ofcurità,il Sauona dice,cheil Luogo oleuro, fi può far
luminolo: le fi confiderà, efi forma con un lume di Lucerna, e Tempre fi
mantenga nella Memoria cosfi illurtrato,come fu uifto con il lume quella
prima uolta.Ma quello io l'ammetto, quando quel Luogo oleuro forte
neccrtario all’ordine di Luo ghi, per non interromperli; fi che per
continuarli bilognaflc palfar per un Luogo oleuro. Il limile dico dclli
Luoghi aper ti, che per cotinuar Luogo Còmfflune, al Luogo
Comma ne, mi bi/bgnaffc pattar per vn'Andito, ò per vna Strada,ò
per vn Cortile': potrei in tali Luoghi aperti, formar i Luoghi diftinti.E
quando fodero /ouerchiamenie luminofi :fitormino i Luoghi in tempo nuuololojò
nell’hore, quando s’itn bruna il giorno la /era, ò quando fi chiarifce la
mattina. E nel modo che furo vidi la prima volta che fi formaro ; così
fiano Tempre ramcntatt. Et auertail Formatore, di non eflcr troppo
fcrupoloio intorno alli Luoghi aperti; perche cttendo aperti uerio il Cielo, e
per il progretto, nondimeno fono chiufi a faccia, con mura et habitationi
non troppo dittanti» come /bgliono ctter le ftrade per le Città;e
s’ofl'crui quelche fi dirà della folitudinc,e fic detto di lumi, di
formar i luoghi in certe hofe del giorno, quando e men frequentati, e
men luminofi fi veggono; non c dubbio che permisfibili fono alfArtè. Nono
Della Quantità. m P Erche ne gli Luoghi fi collocano l’Imagini corporali,
diftefe per larghezza, et altezza;però bifogna, che li Luoghi habbino la
loro debbita grandezza. Et perche il Luogo trop po piccolo, non potrebbe
capir l'Imaginc ; e fe fotte troppo grande fuiarebbe lo /guardo, et
confequentemente la Mente # laquale ila attenta alla Memoria, che è fondata nel
fenfo: però fi attegna la larghezza di otto ò noue palmi,
òpiedi;per che in tanta larghezza, fi può à braccia aperte, e
fpiegatediftender vn’Huomo.Nó meno, acciò nello fpiegar delle brac
ciad’vna perfona,noningombratteilLuogointanto: che nò reftatte fpatio per
l’altra Per/ona, quando per occorrenza del l'Imaginc bifbgnatte
fimilmcnte fpiegar le braccia.Non più» perche noi uogliamo feruirfi delti
Luoghi, non /blamente per li Concetti: ma anco per le Parole. E fi come
malamente leggiamo le parole, quando le lettre, fillabe, ò le parole an
Cora /on'troppo dittanti l’vna dall’altra: così tardamente /om minittra
la memoria, quando li simolacri non hanno tra loro vna cofiueniente vicinità»
come diremo nelfeguente Capo della Dittanza. E Decimo Della
Diftantia.' CICERONE (vedasi) vuole, che un Luogo Ila dittante dall’altro
trenta Piedi, ilchc lìcgue ilMonlco. Il Rottcllio vuole, che 30 . Piedi,
s’intenda del Luogo ampio; ma del particolare, quindici ò vndici Piedi. Il Sig.
Porta dice, che Cicerone vlàua i Luoghi per li Concetti giudicali,
douebifognaua hauer fpa tio grande, per depingcrci gran fatto: ma per le
noftre Regole batta la diftanzadi otto palmi . Alche fottoferiuo io di
ccndo y col detto Sig.Portarche le per calò ogni otto palmi* non
s’ihcontrafle Angolo^Porta^ Fineftra, ò dtftintiuo nel Muro ; mà il
dittintiuo fotte puoco amati, 11 che bifognal^ fc dittender’il Luogo
altri due palmi, non importa che la didimi Ila di dieci palmi . Si come
incontrando il dittintiuo nel lètti mo palmo, e nelfottauo non ci fette ;
non farebbe er rorc, il fermarfì nel dittintiuo.E la dittanza s’intende,
dal cétro,e dal mezzo del Luogo, al centro dell’altro Luogo : lì che ne
fìegue,che li Luoghi habbino ad etter fbccesfiui, e contigui . Il Rauenna
adegua la dittanza di cinque ò Tei piedi : il che le ben potette
pattare,nondimcno è più lìcuro darli la Iar ghezza d'vn huomo,con le
braccia (piegate e diftefejaccio occorrendo farli Ipiegar le braccia non
s’ingombrino le Per ione tra loro.URomber eh oltre che (lima ottimala
Regola dclRauenna,aflegna ancora la dittanza di due piedi quando
l’Angolo,ò altra cola lègnalata,abbracciafle i luochi.Ilche le s’i mende
da centro à cétro, forfè pattarebbe, per la collocano ne immcdiata:ma non
è congruo perla cJlocatione mediata, la quale ricerca Pcrlone Se Imagini, lequali
dovendosi spiegare per larghezza, non li ballano due piedi; le pure per piedi,
non intendefle due moti, e pasfi. Ma s’egli intende della di flanza,tra
il fìne di vn Luogo, et il principio del feguente : fe la necessitaci
conftringe à far quello* c permetto com’io dif fi con Porta.-,
Icttioiic La soccessione di Luoghi, ò s'intende tra Luogo Comma ne,e
Commune:ò tra Particolare, è Particolare . Quanto alla prima foccesfione,
(irebbe bene in vna Città, hauendo più Luochi Communi:chc il Formatore (ì
sforza (Te ordinar li, conforme al (ito ideilo che fi trouano;paflàndo da
Luogo Comtnune al Luogo Commune ordinatamente:cioc da un Luogo
Commune, li pas(i all'altro Luogo Commune più ui cinoje co(i poi al
terzo, c poi al quartoje girando, ò caminaa do per dritto ordinatamente,
pauarall altri foccesfìuamente. E non potendoli ciò fare di tutti; (i
faccino in due ò tre par* tite.Et perpaflar da vn Luogo Commune, ad
vn’altro Com mune, coinè da vna Chieli ad vn Palazzo, da quedo ad vn
altra Chicli: (irà ben’incatenar quedi Luoghi Communi, con alcuni Luoghi
Particolari;purche il uiaggio da brcue,cli Luo ghi fi posfino formare
commodamcnte, come disli nell’otta uo.capodelli Lumi, e nel (èttimo della
Diucrfità. E queda (òcceslìone tra Luoghi Communi c vtile: perche
collocando voi vna T*redica,od Oratione, e li Luoghi Particolari
d’vna Chieli, non ui badalsero, perlochc ui bilognalse paflar ad
vn’altro Luogo Commune:gioua il paflirci,per un mezo con
tiguatojaltrimente la Memoria fuariarcbbc.È notate, che que fio paflagio
li fà in due modi nel recitare, primo conpaulà, fecondo lenza paufa.Con
paula c poli, per elfempio hauendo finito il Prohemio, il dicitore prende
fiato, epoi ripiglia la Narratiua:in queda polita, può il dicitore far
paesaggio da Luogo Scontiguato,ad un Luogo Dilcontiguato ; c non
(blamente da Luogo Commune, ad vn’altro Commune, che lia in unaidefsa
Città:tna ad un’altro Luogo Commune, che fia in vn’altra Città.Pcr
efempio, hauerò collocato il Prohemio, nclli Luoghi della Chiefa di San
Francefcodi Palermo; polso collocar la prima Parte della Predica, nclli
Luoghi di San Domenico di Palcrmojò nelli Luoghi della Minerua di
£ a Roma, e la feconda parte, in vn’altrà Chicli . E così, non è
inconucniente pattar da Luogo feontiguato,à Luogo feontiguato;& ctiamdio
lontano, quando li prende fiato . Mal nel fecondo muodo,tjuando bifogna
farpaiTaggio lènza paulà, e fenzapofata: è pericolofo,il pattar da Luogo
Commune, à Luogo Commune, lènza qualche mezo. Per eflempio,la prima
parte d’vna Predicabile va fcguita lènza pofata ; bilbr gna collocarla in
un Luogo Commune. E fé un Luogo Com munc non baftaflè ? Dico che
collocandola tu ledeui daraitergo in un Luogo Commune, che fiacapace:e così
fuggiti pericolo.E le per mancamento di Luoghi, ò per inauertenza
te la troui collocata in un Luogo Commune, e poi fei forzato pattar ad vn’altro
Luogo Communc:dico chedeui pattare advn’altro Commune vicino, quale però
fia contiguato per Luoghi Particola ri, co m’io diceua. E le quello non
fofic có modo difarfi? Dico che bifogna adoprarl’allutia, fingendo
qualche coliche ti dia tanto di Paulà; quanto commodamc te la Memoria,
con la Mente uoliiio al principio dell’altro Luogo Commune, e trouato il
principio lèguir la Narratiua. Per efsempio predicando, quando
farògiutoal finedelli Luo ghi Particolari d'vna Chiela,c douédo pafsar ad
vn’altraChie falontana;fingerò che mi venghi vnatofse, ò cheti Compagno
michiama;c mentre ltarò,ò à tosfire e purgarmi, ò uoltandomi parlar, ò
attenderai Compagno; pafserò con la Me moria, e con la Mente, al
principio dell’altro Luogo Comma ne, e trouatolo e ben polsedcndolo,
ripiglio il ragionamento, e così con l’Arte, e con l’allutia cuopro il
difetto . E quello fia detto della lòccesfione de’ Luoghi Communi, che
della lòccesfione di Luoghi Particolari, non occorre dir altro: poi
che quella li conchiude dalle due Regole antecedenti, Quanti •tà, e
Dillanza, alle quali necefiariamente ficguc la contiguationc,e
lòccesfione. L’Ordine del Moto, s’intende dell’ordine che li de
tenere dilcorrcndo per li luochi : fe fi deue cominciare da man
delira, c campando finire nella man finillra; ò difeorrere al v - --
contrario.il Raucnna parche cominci dalla delira. Si bené il Rombcrch r
duca il Rauenna al mot* perla deftra;ma cominciaudo dalla liniftra.il Roffcllio
vuole, che lì cominci da man finiftraj (è bene non rifiuta il contrario. Il
Porta lodai’* rn’è l’altro;purchc li fèguiti l'ordine, che cominciando
dallyna,fi Unifica all’altra.Che dalla delira fi de cominciare, cc Ioperfuade
il Filofofo diccnte, ch'il moto comincia dalla parte delira. Che dalla
liniftra lo proua il Rofcelho: perche queft*Arte,è poco differente dall Arte di
Icriuerc, come dice Cicero ne:e perche noi lcriuendo,e
leggcndo;fcriuemo,è lcggemo,Co minciaudo dalla f!niftra,e cammamoalla
dcftra;però li de ca minar. per i luoghi dalla Anidra alla delira. Alcuni
ftimano, che quelli che ucggono bene col l’occhio deliro, come lon’io; e
poco e niente coll’occhio lìniftro, Icofrefsero dalla delira alla finiftra;
quelli che vgualmente ueggono, con ambedue gli occhi, pofsono indifferentemente
di /correre dall’ vna, e dall’altra parte. Nódimeno l’elperienza moftra,
che ècosì facile cominciar da vna parte, e finir nell’altra : come cominciar
dall’altra, e finir nell’vna.EIa raggione,non è, nè l’vna,nèl’altra asfignata
dal Rofsellio : perche l’vna, efclude l’altra. Che fe fofse,pcr il moto dello
fcriuere: non farebbe facile vgualméte il leggerete i Luoghi al rouerlo, come
l’efperienzaci moftra. Se fofseil mote, che comincia dal deliro : ci
farebbe difficile il cominciar da man manca,ilchenon c vero: fi che ne
l’vna nel altra raggione, elattamente,& elquifitamé te ci quieta.La
ondeùn quello fatto ftimo, che ò pariamo de la collocatone dell’Imagini :
ò della formatone di Luoghi. Quanto alli Luoghi, vgualmente è facile
rallentarli, per vn verlo;comc per l'altro . Quanto airimagini,ò fono
Imagini intere e Iole, di concetti, ò di parole intiere i E così, perche
ogni Luogo hi la fua intiera Imagine; parimente è così facile i
difeorrere per un uerfo,come peri altro.Mà fel'Imagini fof lerodi parole,
et Imagini fpezzatc, cbilògni leggerle, nel muo do è uerfo,che fi leggono
le fìllabe al dritto non al riucrlb : così è più facile difcorrer’à quel
verfo,chc fon collocate. Per elsempio,nel primo Luogo ci metto quelle
parole, te Ibl’ado ro. per T. ci metto vna pei fona chiamata Tiberio,
alqualc dò in mano un Tridente, colquale fora una fòlad’oro . e
così da da Tiberio, hòilT.dal Tridente l'E,e dalla
fclàdioro,que* Ile due parole fol’adoro,e tutte tre quelle figure
fanno,te fol* adoro.Qucde tre figure le pofso collocare in due
muodi,pri mo all’vfo hebreo, che legge dalla delira alla fmiftra, fecondo
all’ vfo greco, ò latino, che fcriue,e legge dalla fin idra alla dedra.Se
io le colloco al primo muodo, 'più facile farà proce der poi, dalla dedra
alla finidrarperchccon quclVordinc io tengo albcrgatcncllaMcmoria.Se le
colloco al fecondo muo do;più facilmente procederò, dalla lìmdra alla
dedra parte . Mà feillmagincc intiera d’vna fola figura, come fe nel
j^ri- ’ ino Luogo ci metterò queda parola Geronimo, 1 eper quedft
parola ci colloco l’Imagine di vn San Geronimo, colpetto ignudo, e col
fallo alla dedra mano : pollo ugualmente ben ricordarmi queda parola, ò
dalla dedra, ò dallj linidra parte, ch’io cominci.E la raggionc, perche la
nodra Memoria, et al dedro,&
all’oppodo muodo vgualmcntc esfibifee, credo che fia: perche non mira
l’ordine del moto di nodripiedi;ma l'ordine che ritroua nelle colè uide
dall’occhio. E perche nel le cole uide, non /blamente ui c l'ordine dal
primo al fecondo, e daquedo al terzo,ecofi loccesfiuamentc fin’ull’vltimo
j ma vi è parimente l’ordine dall’infimo focccsfiuamente fino al
primo:pcrò ordinati ncU’idelTò muodo li fimolacrì, puole la Memoria fondata nel
lenfo,&al dritto,& al rouerfo esfi birh fenza difficoltà
alcunaifi come l’occhio con l’ide/fa faci lità,che mira gli oggetti dalla
dedra alla finidraj puolc mirar li dalla finidra alla dedra. Della
Solitudine. Non parlo di quella solitudine, chefinfe Cicerone della Città
da formarsi da noi cò l’imaginationein vn De (èrto, per darli tutte le
conditionidi Luoghijperchc di queda ne raggionaiyquando disfi delli
Luoghi imaginati : ma intendo dclìi Luoghi artificiali reali, liquali fecondo 1
ide/To Cice fonedeuono efler eletti, in Luoghi folitarii, non
frequenta» da gcnte;pcrche la frequentia.il pa/feggio,lo drepito delle
gé ti,didurba, e debilita li fegni delFlm?gini, che all’incontro
la sòlitudinc conlerua integre llmagioìdi fimolacri.il
Rauenni dima ftinuuana ropinione della fblitudine, ciocche non fi
eleggano Luoghi,d >uec frequenta di gente, come le piazze publi che,
le ftradc della Città frequentate: perche balla hauer uifti quelli Luoghi
qualche uolta lolita rii, e lènza gente. loftimo che quel che dice il
Raucnna fia uero delle Chielè,e Tempii, liquali in certe horelòn uacue,e
lènza gente: et inqucll’bore noi poslìamo formar li Luoghi;!! che balla la
prima uolt.i haucruilli tali Luoghi uacui. Ma delle piazze, e llrade
frequentate d’ognihoradiurna, non so come le poslìamo ueder folitdrie,e
uacuejeccétto che lèm’empilTe l’orccchiedi bombacc,ò cottone,pcr non lèntir’il
tumultojc con 1-occhi facef fi un’eftàfe mctaphilìcale, e non attendere
ad altro con gli oc chi Cc non à ucdcr’e formar i Luoghi; ò pure formar
iXuoghi, nella prima hora del giorno, quando tali Luoghi fogliono elfer quafi
igombri di gentc,com'io disfi nel cap.8. à propofito di lumi. Et in quella
maniera, potresfimo ancora formar Luoghi in tali Luoghi frequentati; Ma potendo
hauer* altri Luoghi più com modi, io non mi metterei à quella im« prelà
faticofa, e periglio là. Dell’Altezza. I L RauennauuoIe, che
li Luoghi non fiano alti:ma coli iti lpofti,che mettedoci l’Imagine
dcll’Huomo, tocchi il Luo go dcfignato.& à mio giudicio, poiché
haueteintelo della Iar ghezza del Luogo, douete anco hauer Regola dell’
Altezza, che mira la !ommità,ela baie del Luogo. La lommità,e bafe,
ftabilitcla con l'altezza d'una perlbna humaua:fiche il piedcye balè del
Luogo, fia il tcrreno,ò l’aftricatOjò il mattonato, ò folaroda fommità
fia. (òpra il capo, tanto quanto può gionger col braccio dirtelo insù, e toccar
conia fommità della ma no.E quello,pcrche occorrerà alle uolte,dar gefto
alla pérlo na di braccio alzato uerlb il ciclo, ò darli qualche colà in
mano, quale per fila conditti one ricerca TAltezza;comelè tenef. fè una
bandicra.Et il piede l intendo in Luogo, che l'occhio poflà mirar tutta
la perfona albergata . E fe nel Luogo ui fia banco, poggio, ò grado, fi
potrà ftabilir la perlbna, con li pie- * di fopra di quellijsforzandofi
però per quanto più fi potrà. che li Luoghi fiano pari, e di
fimile altezza, quando la {labili tà di Luochi,non ricerchi
far’altrimcnte, come nelle fcalc, nel li afcenfi Src.Epcr la parità di
Luoghi, che da cofc mobili fuf fè impedita: fi potrebbe, o ad tenipus,o
con 1 imaginatione fi muoucrc quelle cofe,& formar nella Memoria li
Luoghi pa Dei Sito. ; • Z N On balla hauer il Luogo
particolare: mabifogna conofeer la parte del Luogo, douc s’ha da fituare rimagi
ne;e quella parte deuc cller’il mezzo del Luogo particolare. E (ebene il
Roflcllio dubita, e difputa fiele Figure fi debbono colle care ne gli Angoli, ò
nelTlnterflitii tra Angoli, Se Aa go!i; non dimeno noi hauendo asfignata
la quantità, e la diilanza de’ Luoghi particolari, con la mifiira della
larghezza . d’vn’Huomoj confequcntementc concludiamo la Figura, e
l’Imagine doucr effer fituate, nel centro; difendendole poi dal l*vna, e
l'ajtra banda, delira e finiftra, tanto quanto ricercherà la grandezza et
quantità delle Figure, et Itnagini. E fé in un Luogo occorrerà collocar
più Figure: fi potranno collocare proportionataipentc compartendoli
Luogo, fi che ciafcuna Figura habbi il filo didimo, e conueniente Sito.il
Romberch non loda gli Angolitperche la ftrettezza,che farebbero le col
locate Imagini,&l’ombra et ofeurità, impedirebbero la didin
tione,& chiara uifta. Nondimeno quello impedimento fi toglievo! giuditiodel
collocante; mentre non ingombrerà fo4i erchiatnente il Luogo; ma in tal mifura,
che le Imagini fi modrino all’occhio lueidee didime. Della
Signatione Numerica. V Volc Cicerone, che per ogni quinto Luogo
particola re; fi ponga un fegno numerale. Per efiempio, al quinto
Luogo mettere una Mano d’oro, che con le cinque dita moftra un cinque, e così
(occcsfiuamente . Il Signor Porta (lima quella Regola di CICERONE (si
veda) /uperflitiofà, e difiutile.
Ermippo, come dice Iacopo Supplitio,uuole che ciafcun Luoco è SEGNATO col
numero. Alberto, che ogni decimo Luoco habbi U j ~ ' fuo t ir
Tuo mimero, Qulntiliatio con CICERONE (si veda) .chc ogni quinto.
Que flinumeriòli pongono per dirtimiui, ò per recitartele per
diftintiui fon fuperflui: poiché cialcun Luoco hi il fuodt(lintiuo, fenza far
quella terza fatica. Se per recitarli, il numero è parte d lmagine,c pero
mobile, non immobile ; poiché nè à tutti li Luochi fcrue, ne in ogni occafione
. L per le occafioni, bada ad hauer li Luochi numerali dclli quali
dirò poi. E quella Regola Ciceroniana – CICERONE (si veda) -- fia da me
riferita, più torto, per non lafciar cofa intatta, per la intiera notitia
di que {l’Arte; che ci habbia* o à lèruir di quella. E perche molti
Scrittori quali Dilcepoli Pitagorici, feguendo chi prima fcrif fe c
dille, empiono le loroprc di dottrine fuperflue, mutili, et alle volte
nociue, con poco profitto di chi le Icgqe;laonde per auertirui rtn
conftrctto alle volte trattar di cofe à fuga, non a lèquela. Comc anco
firn sforzato dirui di quella rego ia'che dà il Roinberch, che li Luoghi
non liano circolari : perche il Circolo non hà principio, ne mezzo, ne
fine. Nulla è quella Regola; perche parlando noi dclli Luoghi perii quali
li dilcorre; le ben c’incontramo in vna danza Circolare, cffendoci la parte per
la quale s’entra; bilogna, che ci fia la faccia dcringrello, &. indi
la parte delira, e limftra ; e dalle parti dell’ingrediente, c caminante
lòcccsliuamente, li formano li Luoghi con li fuoidirtintiui. Della
Proporcione' . I L RolTcllio affegna quella condittione nelli Luoghi,
che habbmo proportione con le cole Iocate;perchc volendo ra contar
Panni di Sacrcrtia,più colimene collocarli in Sacreftia; clic in Cantina, ò in
Cocina. Io rtiinarei quella Regola efler bona, quando com meda mente
fipotefle lare: perche le racconterò molte cofe,c l’albergarò in vn
Palazzo;c gtongcn dpal mezzo, non conuiene, douendo idear colà Sacra,
lenza paula lalcia r li Luoghi locccsliui, per entrar* in Sacrertia
; ma fi deue continouar nelli Luoghi cominciati ; perche col lalto
ad altro Luogo communc, non loccesliuo, fuariarebbe, e li perderebbe la Memoria
. Oltra che la cola in lolita, F apporta apporta con
la nouità maggior atttntione: Uche fuppli&e, » quel che manca della
proportionc. Letti one VII P Ropofi la Partitione,e le
Condittioni di Luoghi, et an co laformationc di quelli} hauédo à baftanza
detto del primo c del fecondo ; reità che breuemente tratti del terzo, e
poi dica dcU’vfo di Luoghi, c delle Perfòne, coni io prumilì • • i t
>* i r .1 . > ;)} Della Formationo di Luoghi . H Auendovoi ben
iftudiateli foprapofti d ieci fette capi, an darete alli Luoghi
communi;& iui conforme alle Conditioni,e Regole aslignate, formarete i
Luoghi. Laqualformationc, nura tre cole, IlDengnare,U Colli care, et il
Rcpc tere Primo, con l’occhio ben mirate, e rimirate il Luogo » col
foo diftintiuo; edifcgnato il primo Luogo particolare, defignate il
fecondo, e coli focccsfiuamente procedendo, finche giongerctc al fine del
Luogo communc. E fatto que Ito al dritto, ritornerete àriuedcrli
alrouerfo, e tante uolte ciò fate, finche habbiate perfettamente il
difegno di Luochi. Secondo, ben difegnatilt Luoghi, con le regole
fopradette in mano,cominciarcte a collocarli in Memoria, uno per
vnc; collocandone una uolta dieci, poi altri dicci, e così di uolta
in uolta in più giorni collocaretc tutti. Terzo li repctirete, più e più
uolte, dt à dritto, et à rouerfo; fin tanto, che fenza alcun’impedimento,
c difficoltà, da per uoi lontano dalli Luoghi, li fàprctc così ben
recitarejcome felhauefte attoalmente dinanzi à gli occhi. E non ci
rincre(ca(dice il Signor Porta) recitarli trenta è cinquanta uolte il
giorno ; poiché quello c il fondamento dell opera. E come
diccilRauenna, quelli Luochi coli formati, li repetano,tre,o quattro
uolte il Mele: perche la repctitione di Luoghi, non è prezzo che Rimar la
nosft . che le dimoftrino, e faccino parere; dunquegran
facilità farà à tutti quefti bifogni, il ritrouar ne i Luoghi le Perfone
. La quarta perche con grande allegrezza^ chiarezza li viene al Luogo,oue fu
una Persona, la- quale dii porga merauigl!a,ò II apporti diletto. La onde
le tn Muronud >ò altra Pcr(oua>nt, n così circonlìantionata,
ci fa ricordare vna fola parola; quella ci porgerà vn veri© m tiero,come
chfcfe ci preferita chiara» lumino!*, desiderata, amata,
diletteuole,"e : lrabilita.E le bene per vn numero con ucnicnte e
mediocre di Luoghi, comedi cento, ò ducano, lì potrebbe far quella
diligenza delle pecione inondimene in un numero grande di cinqueccnt, e
mille, e più Luoghi, lì tratta co fa molto difficile il vler aggeauar la
Memoria di quella doppia fatica. Gkrachc farebbe vn’empir i Luoghi
di perfbnc communi, lcquali non farebbono ni una gagliarda motionc, come le
foprapolle,e però a colui, che ha nume ro grande di Luoghi, ne li reftano
molti nudi. Olirachc in certe occafioni*fon più atti li nudi, che li
pfònati;come in ro ler recitare vinti, ò trenta Santi, ò eflemptgò
Auttomà lóro* et effondo note à noi lelor figure ; più facile ci farà
albergar ne i Luoghi nudi, quelle figure grandi proportionate,e quali
Ttue,che il uolcr addattar la perlòna,chc fìanel Lu' go,chc prenda figura
di quel Santo: perche in collocar quel Santo, nò lolo letica d:
colVcarlo;mà far che la Pcrlona del Luogo, me lo rapprclcnti,hò due fatiche, la
pr.ma di fpogliarmi della fila qualità, è pervadermi, che lia un’altro, e
poi datali quella figura, a llocarla nella Memoria; fi che con
l’cIpcricnza, riefee più facile il primo muodo . Il limile dico, in uolcr
recitare molti nomi di Pcrfoneconofciute;chepiù facile mi làrà,fubbito
nel Luogo nudo collocar la Pcrfòna cóno!ciuta,che m ler con
l'imaginationc, formar’ altra Ima gine,ò Figura nella Perfona (labile del
Luogo. li fimilc dico di molte Imagini, che lì formano dalla conuenicnza
del la lcrittura,ò pronuntia, come diremo al fuoLuogo;lc quali
imagini, più fpeditamenre et cfijuifitamente fon raprefenta te.ptfrle
proprie imagini delle Pcrfonc, che dalle aliene. • InoItrc,fc uorremo
ufarc I Alfabeto perlonalc del Rauea. na, che ogni lettera hà la fua
Perfona,come A Antonio B Bifliano C Carlo ecc., fàrà un metter Perii ma
nella perfo-na,fe il Luogo none ignudo da altra Perlòna.Oltra cheuofendo noi
effigiare la Pcrlona flante,non Icmpre conucrrà à lei l’effigie
dcliderata : che te uorrò l’effigie d’Androtnc Ja,ò di Lucrerò)» trouado
nel Luogo un‘huomo uecchio,' molto ben da.mé coup Aiuto, come lo fatò
Donna, fenza «he gran repugnanza mi fi dia, e nel Collocai la, e nel
ramentarla-ln olircela Perfona,per la Aia friabilità, è inetta à rollar Tempre
col luoco; perche à quella Perlòna,che fi trou collocata, puole Tuccedere
alla giornata cafo di morte, e di morte orwbde,ilcheal formatore, come
amico, apporterà difgufto et borrorp,e difturbo graude ogni uolta, che Te
li tara incontro rimembrando, llqual difturbo, quanta fu nociuo all’ufo
della memoria; la elperienza l’infegni. Per quefte caggioni dunque c per
lelpericnza iftefla conclu do, che non conuiene,haucr tutti li Luoghi
perfonati.E le d’alcuni lo concedo, non oftaranno leraggioni, che fi
po£ fono addurre in contrario, Non ofta primieramente eh? gli
Antichi, non deflero quello Mctodo:perche l’Arti col tf po fon crefciute,
migliorate, augmenrate,c fatte lèmprepii); perfette, con le nuoue
raggioni, inuentioni, Scelperienze, Nc olla fecondo, che il Metodi della
Perfona, aggionge fa ne;poiche l’efperienza, laquale r uerace
maeftra delle cole c* infegna,che quelle Perfone apportano all Arce
merautgliofogiouamento, et inelphcabiJc ageu dezza, c facilità alla
Memoria, e chi noi crede, ne facci lc(pcricnza,e poi parli. E quello
balli delle Perfone. Per compimento della coguitlone di Luoghi, voglio
m quella Lcttionc raggionaredi alcuni metbodi Angolari degni da
saperli, il primo di Numeri, il fecondo dell» Luoghi per dritto, e per riuerfo,
il terzo 'per ogni verfo dal capo, dal piede, dal mezzo, quinci, e quindi,
il quarto Luogo per la circjlationc color rettoria? («li..; Dclli
Luoghi Numerali t ..d -’-O* J • *>- ‘fj ... fi* *
i Essempio. r, -mi)!
•un ijl *5 ESSEMPIO .’*> Parole che s’han
da collocare làran XX. Videlicec. 0 *i L L ( 9, Morte. ’UI
CliO' io. Porta. li. Inferno. i2.Cie'o.
iflitfD •: 1 3. Sole. u sA iy -iì 14.
Luna. ; HHli'l if.Orizonte. ' o ( ina3i iil j O .5
ip.Marc. • oq «fati ao.Tempio. 1
&i>Oili 0. ./od i\ »OT 3 t 5 ;i ;, -
>• b " • ’J • l«- i* /(. li 1. 1 L pftiarri (.1
f|o r j 0 i> ; .V .1k /.'Vc-mb ù Riti -sxapaiibnu tlkuaiaiip tlciSOlU
T -il 3.1 . Modo di Collocarle. 1 11 1
1Tr'mo le finità e Decine, I. Rota. io.Porta.
ao.Tempio. Secondo per le Cinquine, 5. Luce. ij.Orizonte. fi
Terzo per li Tari a. Pena. 4 Pane 6 Vita 8 Verità 12 Cielo 14 Luna 16
Raggio 18 F»gho, >1 t e P tt 1
tO’j-Ó lì XtJDii starno? 1*1 noa oiu' xi « • t ' *
. .u / ;>q ìm si sr » * 4 £.
Pietra. 7 -V^ 5. Morte. ^ >,oìtìi. 1 li.
Interno. etnico >1 IJ.Solc.,. n, jp.Marc. G Oltre
« .1 Oltre di ciò nel collocarle parole, bifogna collocarle immediatamente
fenza imagincima folamente fiano quelli numeri come la carta neHa quale Hanno
ferine leproprieparo le, fenza Imagini.E s’aucrra che collocando à
memoriali nu n eri con le parole, non fi fermino ò dabililcono in
Luoghi ò nella carta:perche v’apportarebbe confusone col ricorrere à
duebande,& alli Luoghi imaginati, et al luogo ou’cra fermo il numero,
e la parola. Ma folamente prendete il lem plice nome ò parola col fuo
numero, e collocateli in memoria. Et di più nel recitar bilogna non (blamente
recitar le pa role, malinameri congiouti con le paiole, perche
hauendo noi familiari li numeri, dicendo il numero lubito ci rapprefenra
la parola collocata nel numero, e con esplicar il numero si prende tempo tra
pareli, e parola, fiche lì può commodamente e pensare, e pigliare la paro a
fcguente.E per far quello bifogna al principio proporre tutt’il numerò
intiero dclli titoli, ò nomi,ò cofe da recitarle, e cofi propofte
poi condì numeri ordinali recitarti, per eflempio dirò. SanMat theo
che (criue la Genclogia di Chrido con. quarantadue perlonaggi, il pnmo è
Abramo, il fecondo Ilàac, il terzo la cob, il quarto Giuda, il quinto Pharcs,
e così Seguiterai fino al 42. e poi volendo dir concetti, ò fpiegar vno per
vno, ù coimnci dal 42. retrocèdendo linai primo.E quello badi
quanto alli Numeri, per Luoghi numerali, quali àmerielco no facili per il
cotid ano edcrcitio che ci ho latto.Ma perche noi non lodainolt luoghi
imaginati potendo haucr li reali; però potrete fcruiruid’vn’altro modo
numeralc,ilqualcèdi neceslità che fi facci in queft'arte, cioè che lì
habbi uno, ò due Luòghi communi, chchabbino cento, ò ducente Luoghi,
e quelli tutti lianb ordinatamente fegnati con li numeri.1.2. $ .4. c
così procedendo, c quelli Luoghi liano podi in memo ru con li fuoi
numeri, fiche lappiate recitarli al dritto, et al riucr(o,e
làppiatbàll'tmprouilopigliar qual lì uoglia numero contenuto ndccmo, o nclli ducento
. Le note numerali £ di riino nel trattato dcllìmagini.E quando vorrete
recitar molte cole numerate, collocarne le parole con l'imagini in
detti Luoghi, e potretc-lermrui di quelli ad ogni verlb. mio w
Peni Dclli Luoghi per dritto, e riucr fo . .* n. r.: • ., . (}
(r I L recitare al dritto>& al riuerfo fi può Far in due
modi, ò con le parole fole,ò con le parole e numeri, del primo le
io Uoglio recitar lènza numero, li patri della Gcntlogu dirò,
Mactheo racconta (antenati di Chrifto,ehe fon quelli, Abra mo,I/aac,
Giactb, Giuda, Fares,&c. quelli nomi li collocale rò per-via
d’Imagini nelli Luoghi ftabih nudi,ècon l’ifteffa facilita li diro al
dritto che al, riuerfo . Del foco n do le io voglio non folamentc dir quelli
nomi; ma h numeri ordinali dicendo Abramo il primo,il fecondo Ifaac, il
terzo Giacob» il quarto Fares, Sic. per quello recitare io mi fornirò
dclli Luoghi numerali, quali fon neccllarij in quell’arte, e quelli
lou di due forti come diifi nel palfato capo, li Luoghi di nu meri foli,ò
luoghi {labili fognati con li numeri, l’vm, e l’altri poflono foruir à quello
effetto, li ben li fecondi fon mU ghori. Dclli Luoghi
Alternati. '»L recitare non fidamente à dritto, et al riuerfo, ma ancora
f dal capo e dal fine alternata méte, per effempiod1rel142.no mi della
Genclogia di Chrilto cominciando d’Àbramo fino a Chnllq,ficondo far
regreffo cominciando da Chrillo e ri tornando fino ad Abramo, Terzo
prendere Abramo, e Chri do, Ifaac eh e il focoudo,& il penultimo, e
cosìalternatamé te pigliando vno al dritto, Se vn’altroal riuerlb,uno dal
pria cipio, l'altro dal fine: fi può fare in tre modi, primo con li
Luoghi d’vna perfona humana, fecondo con li Luoghi dabili fucceslìui, terzo co
li Luoghi dabtli che danno à faccia . Quanto al prun> della pcriòna
humana fi uede l'effehi pio apprefio, doue fono numerati 4 Luoghi . Il
primo alla punta del piede, tl ai calcagnoli £. al ptfoione della gam
ba,il 4. al «inocchio, e così il 5. alle cofoie, alla Centura il 6 . al
fegato il /.all’afoella 1 8. Al gomito il 9. alla giuntura della mano il
x. al dito auncularc l’i i* al duo anolarc il 1 a. al 4i G x to to
mezzano il i $. al dito indice i! 14. al dito police il r y. allofTo tra
la mano, e’1 gomito il 16. nelloflo tra il gomito, C la fpalliil ^.nclla
altezza della fpalla il i8.nella gola il ijfc Yiell’orccebia il 20. nelli
capelli il 21.& altri tanti aU’aliro lato procedendo di maniera, che
li Luoghi liano fegnati l’vno di 1 impetro all’ altro nelli lati, come lì
vede, l’orecchio con 1 al tro orecchio. £ praticati nella voftra ifteifa
perlona quelli Luoghi, volendo collocare li nomi, partiteli per
metà,& Vna parte méttete da vn lato, e l’altra metà dall’altro lato,
comm ciaiido à cóllocar dal capo difendendo al ballo finche ui (a
ranno nomi, e poi prender 1 altri dall altro lato fin al capotac ciò il
primo nome li rincontri e llta di rimperto coll'vltimo, et il fecondo col
penultimo, et in quella guifa potrete reci tarli al dritto, al riucrfb, c
d'ambe 1? parti alternatamente. Notando che quelle parole si pongono lènza
Imagine, et im mediatamente à guifa che fanno le parole fritte fopra
la Carta. E di quella perfona cosi difpofla,vi potrete anco fruire nelle
parole con li numeri ordinali, udendoli recitare per ogni ucrfo,e col
proceflò alternato. •idsnflitn lt ^ ; ^*i:l>i 0 o r,. .
.1 .ili* 7*4} 'HO n taf 040! 7
Gratia 13 18 Piena 1 4 1 . Nel quale esscmpio
appare come è cofàfacilisfima far quelli progresli,e regredii, et
alternati; Te ben all auditii te appare gran cofa quel uaj-iare, come
quello che non sà l’Arte: che yòi dicendo al nucrfo, e prendendo in qua,
et in li le parole, tutte nondimeno le recitate per la drittura, è
foccesfioue ord nata di Luoghi. Anzi dico di più, che po« trete. far n iT
medclimo; eoo xij. Luoghi, che /ararono un terzp manco, e faranno
èflfcttojdixviij. Luoghi, c quello fi fi, collocando l’vlti ma parola
njcl primo Luogo, e nel fèllo ui', fia la prima, enelli figucriti vi.
Luoghi collocateci le parole alternate # e recitando cominciate dal fèllo Luogo
i ritornando al primo: poi ripigliate il primo Luogo, c fegu ite
fia' al xij. e così ha ll. r o : il uerctc
dette le 6. parole tre uolte, peti dritto, per riucrfo,& after^
natamente, eme appare inqueflo et l I i i - il } I
io. DI n •a ' Fi
i r»-i r vi /Si, . - 1.. j> j
sn*M j t r • ^ììgj'^ìc va l :,1 -4
stv>n 1 «» ! I ; £,; I
1 LVOCHI x. lanieri di Luoghi, che in tutto fono
XII. »!> ' LVOCM 1 1 4 .li .
Tcctlljl 0 lfr! » i Dominus 5
? ii|' • Piena 4
Progteflo OJP jS 4 -,n
Grada 3 il -ri:
5 Maria i i Auc i 7
Aue ( -a 8 • Tecum
os 1 1 0 o o
9 Maria l o
1 tu ro Donvnus 5 ni -i
a 1 1 Gratta 3 tu
rt II Piena 4 H RegrefTo /?\
Vanto al muodo delti Luoghi {labili,' che danno à fap eia. Dico che
quello fi potrà fare, quando il forma* tore potelfe incontrarle in vna
corfia di Luoghi, ò camere dentro Camere, che habbino quelle Conditioni.
Siano i Luoghi dalle Bande l’vn contra Palerò. I Luochi di quà, c di là,
non funo troppo dittante; e fe folfc* ro diftanti o'jò, ò diesci piedi,
làrebbono ottimi. Da no li Luoghi particolari àiuerfi, 6 che per la
fimihtudìne, non fu.irij la. Memoria. Perq le camere dentro camere,
quando le porte danno nej mezzo, e Tvna di rimpetto all'altra, fon atte,
sì perla dmerlità J come ancp perche fi Ipoflonq formar Luoghi l’f n
contro l'altro, per 1 Angoli, Se. i Interdici). Quar^oifiano dedgnàti li
Lqo^ ghi particolari, t che l’vri dia dirimpetto' all’altro; fiche
dando tu in mezzo, pof tr
riveder li y j Luoghi, fenza troppo giro doc^ chi. Comcapparc nel
te- r guentc edempio . „ [tz «IjVÙ) CI 1 i
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' 1. : ni .‘.fi oj ait uno-ld^Jog ii> ;> y
s.ic I iì ‘-> *•> 11 >, * 3 (* i *4, .che è delle
imagini . ob.'*; : l . Q S 1 orr.tiu !. CI v! a ù ut I O t
Ill^> ; étagenus,Sul tri pi iciter 1 intédo, dalle tre dita della ma
Zioalzate.il fccódo muodo, ponedo la prima parola fola, p laquale il
recitate hi legno di tutte le parole fequcti ( p elle po)p raccordarmi
quella femeza. Specie» eft qu* predica tui,3ic. porrò nel Luogo fola mente la
parola Ipec.e», dando in mano d'vna perfora un ncartocc-o, o un tacchetto
di fpetie,ò pure una piperà. Auertcndo per co p mcio di tut to
quefto,ci.equando nelle parole, li vainueft gaiidoffcUi fi troua attionc;
nò loio intendo 1 attuane immediata éte ftgnifì cata per la parola; ma
anco 1 anione, clic (i j otti, e med atamente rurarc dalla parola . Dell’
Attiene immediata fu queflo esempio. Voglio metter quella fcntcnza, Sede
e cft verbum infinitum . La parola federe immediatamente può
cfTer’ideata,pcrvno che licda m vno Scanro: mà fe dirò, Aue giatia piena,
Se benedilla, quell Aneli può ridurre all'attione d’vno che faluu vn'altro;e
coli la parola bened Figurate, j p cr Volontà. Per Ingegno.
Le cofe figurate per Natura, ò sono uomini, ò altre co I i fc fotto
fc fottocelefti . Per Arte lecolc materiali formate dell’Arte. Per
Volontà come gl’Angeli, e ii Demoni j, che in certe oo cafioni piendono
forma Humana; e le Diurne perfone che vna lì vede d Humanità, che fù il
Figlio che fi riè huomo in tempo, lo spirito santo appare in forma di
colomba, e il padre ancora ci vien dipinto in forma Maieftofa d’un
vecchio sedente nel trono reale. Per ingegno come fono le £» magini
figurate, e fìnte di tanti Dei, con li loro Pegni, et im> prelè, Giquc
con li fulmini, Saturno con la falce, MARTE con LA LANCIA, Venere col fuo
Cupido, Amore arcicro, Dia naia Fonte, Mercurio con l’Alce’! Caduceo,
Apolline col Parrò, e cofi de gli altri . Così anco le Imagini, delle
virtù Morali, e Theologali, delle fcicnze, et Art» hberali, delle Muie,
della Morte, della Vita, e filmili. Delle figurale per ingegno, e per volontà,
dò unacoirmune Regola, chcoccorren dori fintili cofc, le potiamo
collocare con le loro Imagini, nel muodo, cheli formatore 1 ha utile,
depinte; e conforme a quel che bà letto, le fonnacon la imaginatione
talmente, quafi che rhaueffe dinanzi à gli occhi Delle colè Artificiali
fi dice il medefimo, eccetto fe fodero eccedenti, che in ta^ calò bifogna
ricorrer’ al limile ritratto ; conte fi dirà poi in altro propofito,che
farà delle cofe Eccedenti, nel lèguen ie. Delle cofe Nariuali > et
eccèdenti. Le cose naturai, o son uomini, o no. Trattamo
delle seconde, quali ò fon proportionate al Luogo ; ò sono
improportionate, ed eccedenti. Se nel primo modo, quelle iftelfe colè fi
poffono collocare. Se fuflcro eccedenti, bisogna ò con la forza della mente
invaginarle piccole c propor nottate; ò attender alla foitanza della
colà, lènza far troppo penficro della grandezza; ò uero ( ilche meglio mi
pare, e più fccuro) collocar nel luogo la imagine di qualche figura
artificiale dipinta, o scolpita di quella cola Pcreflempio, mi bifogna
collocar una Città, un monte una gran torre, una naue, una Chicfa, un
palaggio, una lèlua, una uigna, una quer qticrcia'& altre
cote fimi!! naturali et artificiali. 11 collocar nel luogo cofe tali, è
una improportione grande ; peròbi» fógna ricorrer’ alle tre regole
adegnate, cioè ò {limandole piccole, ò non attendendo fé non alla
fi>llanza,ò feruendofi delli ritratti loro, Il che lèrue ancora, per le cote
cclefticor forali; et per qual fi uoglia alrra coti troppo
eccedente, E te quello non bafta,ò non piace; fi ricorra alle ^regole
del le parole non figurate. Nel collocar le persone ne 1 luoghi ; io
miro à tre colè, al proprio, aH'Imaginc,al limile. Chiamo proprio
la j>erlona propria tale dame mila, e conolciuta facialmente,
E quello farà il primo muodo di collocar Ieperlóne ; quan do ci
metterò le proprie perfone,perloro diede. Per eflem piouorrò dire il
papa, il re, 1’mperadore; porrò nel luo go l'i(let(ì, Papa Rè, &.
Imperadore da me uilli ecopolèiutl 11 fecondo muodo è, quando la perfona
io non l’ho uill* facialmente; ma fi bene per ritratto, e pitturalo
fcultura, c quello muodo lèrue, per collocar li Santi, li Profeti, li
Patr j archi, e tutte quelle perfone, le quali ci fon note per piuu
«,ò fcultura II terzo muodo è dal limile, che mancandomi 1 Imagini delle perlonc
uilte facialmente, ò per ritratto 1 di pittura, ò fcultura ; io ricorro
al fimilc( per elfempio) udendo dir Papa Sifta, collocherq.un papa da me
uifio, che per habito papale, mi rapprelenta il prefèntc Papa, i
Coft uolendo metter quelli tre nomi, Pietro, Martino e Francesco; io metterò
alii luoghi tre perfone, che hanno fimile nome, e fon da me conol’ciute. Le
quali fc bene non fono. Ti delle perfone, delle quali fi raggiona; fono
nondimeno fintili di nome. Enel collocar delle perlóne bi fogna sforzar
fi, per quanto p ù fi potrà, collocar delle perfone più note, e
conofciute; perche più efficacemente mucuono.Nemi Icor. do delle perfone,
quali dieesfimo douer eflèr’ in alcuoàLuoghi ; non mobili, mà immobili ; che
eflèndoui tali perloue immobili, bifjgnarcbbe dar à loro il tutto, e
trasformar ', ~ " l«>per D fc, per p«rcp.«rcl fi nomi
che noi uoghW * ben l «e rnre che nel particolare di nomi nefea piu
fac.Ie,& cfped» «b,il metter Ie P propne,d dipinte, à fintili
p(one,delchcinl rimetto all’efpertenza, e quello baRi per
hora. Delle Cofe non figurato. Jsfi abattanza delle parole di
anioni, e delle cofe fìgtl -Jratc* refta trattar della difficd.siima parte
delle Im agirla qulle confitte intorno alle cose non figurate E prefupponco una
diftintione.chc le cofe non figurate lono in due modi.Le prime non
figurate dallocchio, le feconde no figurate da mun fenfo, Le prme fondi
oggetti dell. quac. tro fenfi, vd.to.gutto, odorato e tatto;come.l duro,
A gol le, il caldo, .1 freddo, l'amaro, il dolce, 1 odore, il
fuono.Q^c fte colereali, e perccpute dagl, alm leni», non pcio fon^
fte da gl. occhi, li chenepasfi Idea perla Memoria at tttic.a le. Come
dunque collocaremo no. .1 do ce, tamaro, 1 odore, il fuono, e limili >
R.fpondo che b. fogna ricorrere alle Caufe,airelfet. ice, alla materiale,
et all, getticeli,ftesl. fenfi. Primieramente b.fogna uederc,dachi natte,
e procede, “ fa; c così fi porrà l’efficiente F cr 1 effetto; cosi la can
pana, per il fuono, li cantanti per la uoce. fecondo mirateti oggetto, e
la materia in cui f. troua quella colmici f ggeto ponete, per la cofa
Aggettata; e cosi porrete ^^co per.l caldo, la neue per il freddo, .1 P
;,mo per 1 odore,.l fatto per ilduro, l’acqua per il molle, il fauo per
.1 dolce, I per l'amaro, e così d. fimili, sforzandofi di Pender .l
fogget to in cui eccesfiuamcntc fi troui quella qual.tà fcnfibile.l
er 20 mirate li getti di fenfi patienti, e così il capo piegato
coir Parecchie erfe, moftrail fuono; le nari ritratte col pomo in,
nanzi, moftrano 1 odore, &c. E fe mi d.ra. come (. formerà Immagine
del tuono Celefte, ò del Lampo ? R.fpondo dh .1 Tuono lo formo, con poner
un Arteghana dinanzi a Gio-, ue, ilquale con la Saetta llda fdocd
je così hauerete Lan po; Fulgore, et fracalTo del Tuono. Quello fi*
detto delle co ft, che non hanno Irnagme daU’occhio; fe bene dall altri
tta fu Dell’altré co Teglie da neflun fenfola Memoria Artific/a le
prende le Tue Imagini,dirò eoa quella .maggior facilità, c Mcthodo>
che làrà posfibile. Quelle Imagini fi formano io In Significa-
i.Ina rei J tione. * » : "4i il Si- i a.In Vo primo quando
auuiene che la uqcc tutta intiera lignifica cola, disfunilem colà, limile
in noce • Per cflempio, incontrandomi in quella parola auuerbiule.
Àncora, metterò nel Luogo l i nagincd'un’Ancora di Nauc; poiché quello nomee
quell auueib.o han limile fcsétttt.* r i fa, Te ben son
dissimili ih SIGNIFICATO, e accento. Cosi ìncoii tran domi in quella
parola “porrò” (cf. Grice, ConTENT) : metterò nel Luogo in ma no d’yna
persona vn “porro” (cf. Grice, CONTent). E fe la parola tutta ioticra'non
c Amile ad un'altra parola, che SIGNIFICA cosa figurata; bisogna
ricorrere al secondo muodo della similitudine in voce, fecondo alcuna
parte, e quello com'io proposi si fa in varij muodi.
DcU’Aggiongimento. Per ritrouar rimagine in parola Amile in parte,
conuicne alterarla con aggiungerli qualche fillaba o lettera.
Perciò fèmpio, uolcndo collocar quella parola Per. ui aggiungo
un'A. nel principio, e fi forma la parola Aper, laquale figni fica colà
Figurata, e cosi pongo nel luogo un Porco lèluaggio,e mi raprefenta il Per. E
quello aggiungimcnto fifa in tre muodi, nel principio, nel mezzo, e nel
fine . Liquali tre muodi, fon le tre Figure allignate da Grammatici, e
Poeti, la Protefi, laquale aggiunge nel principio . L'Epentefi, Che
aggiunge nel mezzo. LaParagoge, che aggiungenel fine. Si che hauendo
parola di cofa Infigurata, fi dilcorra perle lette re, e per le fiUabc,
aggiungendo nel principio, poinel mezzo, poi nel fine: è riufeendo parola
che fignifìchi colà figurata, quella fi collochi nel Luogho . Della prima
figura alTegno quattro elTempi,il primo elfempio del per, 3t Aper, detto
dì /opra. 11 fecondo elfempio del Che, alla quale parola aggiun
gendo un’o,farà la parola oche. Laonde mettendo in mano d’uua perfona due
oche, mi rapprelènterà il che. Il terzo e£ /èmpio di quella parola,
Scire, ui metterò il Sarto col fuo cufure; perche allo (ciré aggiungendo
la fillaba cu, fà cucire. 11 quarto elTempio di quella parola Amo, allaquale
aggiungendo la lettera h, fà la parola hamo di pefeatore . Della feconda
figura, che aggiunge al mezzo, fia il primo ef /èmpio, quella parola,
pena, allaquale aggiungendo la lette ra n, fi fila parola penna di fcr;uerc,ò
altra. Il fecondo c£ fempio ila quella parola, Alium, allaquale
aggiungendo un 1, fi fa la parola Album, fiche dando una penna, ò Aglio
in K mano mano d’una perfòna, mi rapprefenterà la
parola pena,© ali u m. Interzo eflempio di quella parola, forme, aggiungen
do'oci linaio la Intera A, fila parola, foramejficbe la perfò na
inoltrante il forame dun muro, mi rapprcfenter4 quella pacala forme .
Della.terza Figura,cheaggiimgenel fine, fia. per eflempio quella parola,
ò articolo, uolgarejAH», à cui aggiungo la lìHaba um, e farà album. II fecondo
eflèmp : o diquetta parola Vcl, allaquale giungi un’o,e-farà Velo.
Il terzo di quella parola, Vdut,aggiungafi un’o,c fifaràla parola
Veluto . Mà bi fogna hauerla Regola della coltoca* none delle parole,
cosi figurate coll’aggiongimento, et è, •che fi ponga legno aila.cofa,
perequale fi conofca, clic bifogna tome qualche colà dal principio,© dal mezzo,
ò dal fi ne. £ lidie per lane fi farà, con la nudità: nelle bcftié, con
li fccwtitdtura, ò troncatura di membra ; nelle piante, con la
fcorticatura, ò inedionc; ncU’attioni, col mancamento nclliilrumenti,ò coliègno
nelle perfonej nelle cofc tenute dalle perfone,con uelami,ò fógni nella
perfona tenente. E quelli fegnidi faccino ordinatamente ; fiche per la
prima figura, xhc aggiunge al principio, fi facci il legno al capo, ò
princi pio della colà, per la feconda al mezzo, et per la terza al
fine? Per eflempio alfApcr, li tronco, ò fcorticoilcapo, che mi
moflra douerfi torre la prima Intera, e fillaba; alloche pari mente le
‘faccio moflrare lenza Telta;al cufcire fnudo il brac ciò al Sarto. Alla
penna la'nigrcggio nel mezzo, all’Aglio lo fò tenere e coprire Con la
mano nel mezzo; e così la penna, dirà pena; c l’allium, alium. Al uclo,
farò che uno lo tagli dal piede, e co ì dal uelo, haurò uel. Marni dirai,
ieoccorreficychc il nome hauefle quattro, ò cinque fillabc: comefa rò à
conofccr fc dal mezzo deuo lcuar la terzi, ò la quarta Ti rifpondo, che quello
fi può fare, con dillinguerla perfò na in lette parti, capo, petto,
Ucntre, uelo, colcie, gambe, piedi,
et in.quelle parti ordinar le lillabe, la prima al capo, la fècóda
al petto, la j. al neutre, la 4. al uelo, la j.alle cofcie,la d.Jallc ga
’ be,la 7 .àib picdi;(ìcbe perla prima fiaséprealcapo,el’ultinia
fillaba all* piedi. (è la parola è di tre fillabe,la fècóda al petto, le
c di quattro, la terza al uentre. le è di cinque la quarta al uel 0,' c
coti lcguendo>L douc fi fàl’aggiuntione, là fi pon ^ il'lègno.E
le quello fi FI nd T eBefliV, fi “diifidalà bdH* •infette parti, in capo,
pcttó con piedi d’innanzMj-feen tre, groppa con piedi di dietro, Coda,
Es’olferui! iftéflò òfrdinc,che della perlona. E quello dico ddle Bcftie di
debita et atta grandezza; perche nelle Hdlie ò inette, ò ptecòlc;i legni li
faranno nella perlona. 11 che fi oflèrui nellipt ante, tir altre cole,
che commodamente non pòflono ricelie 're tale dillintione. PerelTempio
uogliodiré fante, e prendo • un’elefante; lo trouo col capo tronro,c
collo (corticato* 8c ho légno, che leggendo lafcio le due prime fillabe,
e profèrifeo fante; Se uorrò dire l’amaro, darò in mano della pcrfona,un
caIamiro,c farò comparire la perlona,;con la tèda e barba ra(à,il che mi
fegna,ché fi debbe tor la prima fil laba. Volendo dir polue, pongo in mano
della perlona un poluerino,e li fnudo il uentre con tutto ilreftòin giu,
e cò sì leggendo ; leggo le due prime fillabe, e trouando Tallire
parti nude,m’arrcfto . E (opra I tutto la facilità di qneftì fegni,nafce
dall’atcentione della mente deftgnatricc di eslr; là quale hauendo
dcfignaro,coH >cato nella Memoria, e ftabilftò il tutto con la
repetitione,fenza intoppo riefee nella con templatione,ò narratone,
precifamcnte «eirAggiurigimcnto delle lettere. Del Mancamento . C
OrrilponJe il Mancamento al filo òppofto aggiungimi? tò*fi che
camina con l’iltclsc reg le ; perche nòh’rìufcé da di ritrouar, parola
figurata per raggiungi tódntóy ricorre mo al mancamente), togliendo dal
principio, ò dal mezzo, ò dal fine. Indi le tre figuri
dd'm'ahcànìcrtto,chramaté, Afe4‘ relì > Sìneopa,& Apocope,
la'prifrfa* che tòglie dal principiò,!! 1' feconda dal mezzora terza del
fine. Del primo hò da coi-, locar questa parola, malignojtolgo uia la
prima lìllaba,emì' reità hgno, et un legno colloco in fpalia ad una
perlona. CoìÌ di quella parola, doue; li tolgo la prima lettera,
creila oue. Coli di quella parola, dementa, li tolgo eie, e rella
mé ta; e da quella paioli contingi t,leuo uia il con, e rella tin K
a gir, git, petli quali ponendo rimagm!, il legno mi darà maligno,
la menta dementa) un cedo d’oue il doue, un tintore .che tinge il panno
mi dara il contingit.E (èmi domandi, co me li conoscerà che il legno uuol
dire maligno, la menta eIementaPci rifpondo che lo conofccrai in tre modiche ti
fèr ueranno per Regole, la prima per la prefìssone della tua mente,
che così ttabili, del che tu ti ricordi . fecondo per quel clic manca, tu
puoi collocar lettere, ò altre figure ; onde per dir maligno, ui colloco una
pcrlona chiamata Antonio, che mi rapprefental’A, per la Intera MJi dò nella
man delira un tridente, colquale percuote un legno che flà al la to
iìniftro. fé ben quello muodo partienc piu rollo alla diuilìcne,che al
mancamento.terzo per quel che manca, li può dar un fegno alh luoghi
afsegnati già di fopra, nella perfona,ò corpi di beftie; come al tintore dare
in fronte un tumore,© una gonfiagione. per le quali fi conofce, che bilògna
aggiungere. Della feconda figura y quando fi toglie dal mezzo, per
elfempio udendo dire caulà, ui metto una cala, per conolcie cdcie;&
il légno del mancamento fi può formare conforme alle tre regole, aflegnate di sopra
nel mancamento dal principio. Della terza figura che toglie dal fine, volendo
collocar principiti, ui métterò principi, per fblemo Iole, pcrcanit due cani.
E peraflegnar li SEGNI GRICE SIGNIFY da conoféer il mancamento, el’aggiungimento,
che fi de’fare; fi ofTeruino le tre regole di sopra, uar>ando 1’ordine
j perche nella prima figura, pella terza regola, li SEGNI si danno nel
capo, nella seconda nel mezzo, e nella terza ideili piedi. Il tintore
hà'l tumore nella fronte; chi indirà la cafa l'hà nel petto, h cani nelli
piedi, per liquali légni al tingit dico contingit, a cafa caulà, a cani
canit ; alli principi li darò le podagre Belli piedi, per li quali
intendo, che ci bilògna aggiunger qualche colà . E quello badi dell
aggiungimelo, e mancamento . Et fiano ben notate le Regole aflegnate, per
intrichi, aflegnati d'alcuni in quelli proponti. Del Riuolgimento . S E
bene ogni tralponimento irebbe al proposto; nondimeno della fola Riuolutione,
hò fatta mcntione; Rimati do quella tra gli altri e flcr men difficile.
Io tre muodi fi può trafporre ma parola, ò riuolgendola dal fine al
principio» come Amor, Roma, fecondo cangiando fito delle fillabe,co
me core, reco. Tento variando fito delle lettere, come alto, lato . Siche
per il primo muodo,in luoco di Roma, porrò Amore.pcr il fecondo per reco,
porrò rn core.E cóforme al terzo.per alto, porrò lato. La regola
delriuolgimento è, che la colà fi ponga al riuerlò ; accio fi conofca che
al riuerfo li proferifee la parola, cosi per Roma ponendo Amore, porrò
Cupido col capo in giù, e con li piedi in sù.E quella Re gola del
riuoIg!tnento,non è trpppo familiare, nell'ufo dellArte. La variazione, è
quando la parola lèrbando rifleflo ordì ne delle parole, fe li caogia
qualche lettcrajcomeper que Ila parola, mente, cangiando 1 m. in u. dico
uentre, et per mentre colloco nel luogo un uentre. E quelle parole fi
tro uano,col difeorfo delle lettere dell’Alfabeto, rimouendo le
confonanti, et in uece di quelle ponendo dell’altre, ò nella r
ima,ò nella feconda.ò in altra fillaba, finche riefea paro- . che
lignifichi cofa atta da poter cller collocata. Per cficm pio dirò mentre,
poi rimofso l’m. comincio à decorrere per le lettere confonanti, bentre,
centre> dentre, fentre, genttc, ientre, »entre, uentre, pentre, rentre,
fentre, tentre, uentrc. Ecco che fri tutte quefte paro le, non
ritrouo altre, che centtc * CU£n trc, fiche ò ui pongo un uentre, ò molte
Centre, fe io intendo quello uocabolo di centre, per quelli chiodct
ti piccoli chiamiti, «iure, A centrcBc.o tacce.o uccietw. E re timone,
>do la prima Confonante non, mi fufte nuli., ta parola lignificante,
haurci rimolfo I n. e fatto 1 iftcflo dl tHHVu
L’agnominazioné, e Bifticcio,i!qnale è uno fchcrzo/di parole, per
uariationc di Lettcrejè regola molto al prò polito per formar l'imagini.
Li bifticci fono per elk mpio; ponnoj panno; benché, banca; palla, perla
; lagg'a» menica, manico; ora, ara; pena, pane; loco, luto, e limili.
Siche, per pena, porro pane, per faggio icgg'a» P cr benché ba che, per
parla, perla, per ponnò, panno, o penna. Pcr liqua li Bifticci li notino
tre cofc, primo come li formino, fecon do 1 vfodi quelli, p la memoria,
terzo il fogno, che 'e li dà per nò cófoivkrf, nel ramétarli Quanto al
pruno, vedete, li mici Methodi di moltiplicar i Cócetti; doucio a degno
il n-.uo o db fori ar li B.fticci.E qùì balli fapere, che tale
formaturne,!» fa fcccrédo.ple 5 .vocali;p cficpio m’incótro in qiicfta
parp h>póno,difcorro per le quattro uocah, panno, penna, pinna,
puuuo;duedi quelli nomi fon' al propofito, cioè peqna, p panno; poiché
lignificano cole figurate, et atte pcr cfler fol locate. Quanto al
fecondo dico che in i qucft'A myion fola mente fi riceuono bifticci
regolati, ma anco di quelli che fon goffi; anzi piu goffi, e feonfer ati
fono, purché habbinòi la fomiglianza della uoce) maggiormente muouono
.come fece colui éhe per l’Ariosto pone un pezzo d'Arrofto. Quanto al
terzo dico, che nelle cofe collocate, ùi fi può tot mar fegno;còme fi
formang, nclli Age.pnglmènti «i df fa . prà, ponendo il lègBÒ ;
àl'lùógo-doiie e latta lùlictàtione, o nella primari nella lecouda
lillaba. La composizione congiunge le parole, che li douerebbo t no
diuidcre, e questo non folamente fi fà delle parole intiere;mà delle
litiabe. Per elTempio,quefte fon due parole, qui, es, componendole
faralfc la parola, quies, e coli per quelle due parole, metterò vn che fi
ripofa, E Erto rcifta. E fi, U. ; ' r *1 !
F Fabro F Fondcchiero G Gouernatore G Geometra
H Hofle H Hisloriografia I Imbiancatore P Poct*.
3 Q Quo «aio. (£ R JL-’. ;1 R
Ricamatore S Spedale S Sartore T Trombettiere
T Tcslitorc V Vcfcouo V Vaiato X X rrj'.-Arf
J z Zeccatore z Zoccolaro. M A à quelle perfonc,bi
fogna darli vn fcgno:acciò non fi prenda il nome della pcrfona, in vece
del nome deilane, dell'officio, ò della dignità . Quanto al Terzo
Alfabetto fia per elfempio K Aquila A Agnello B Bue.
y B Bufalo C Cane C Cerno D Drago
D Delfino E Elefante. E F Falcone. ' 'r
F Fagiano G Gallo G Gatto H Harpia H
1 Iftrice . I L Leone L Lupo M Montone
M Moietta N Nottola N Nibbio O Oca O
Orlò. PpjCO p Porco P Pallone.
CL, Quaglia. i R Rinocerote, Ródmclla
R Regolo s Simia S Satiro T Tigre T Toro.
ì V Volpe. ‘ i V Vacca X X .i y yj
z, rii • z iof/.-. ibi.uirt s Idbntniii r
z * ' . . J * u E Perche le medefime co fir, fi
potrebbono prendere anco ra per Imagi ni: però bi(ogna chc’l
Formatore,dia uh (e gno à quella colà, che fi determina per lettera, come
il Leo ne con vn monticai collo, fia per Lettera; lenza monile, fia
per Imagine. Quanto al Quarto Alfabeto . Q Vefto Alfabeto,
non fi prende dalle Lettere delle paro ^ le, come li tre precedenti ; mà
dalla forma, e figura della cofa, laquale é limile alla figurac carattere
della lettera; per lochc ridee più facile di tutti li altri, come che
alla prima occhiataci rapprefenta quella figura di lettera, quale fia mo vii
di veder con l’occhio legendo. Delquale Alfabeto no ftro latino, fi
reggono le figure nel Rombcrch, nel Dolce, e nei Rottdho, le ben da altri
anco lono ferirti. Et io nc fa rò qua vna feelta delti più noti . •
t/l Vn Archipendolo di Muratori . Vn comparto grande di legno, con li
ferri in terra, quale vlino i Legnaiuoli . B Vn Liuto col manico
verfo il Cielo, e conlecorde alla finiftra. Vn Acciaiuoleò focile da gittar
fuoco. C Vna Comma di Pottighom. Vn ferro di Cauallo.Vnà •
Luna piccola, quale fi mira di fette giorni. D Vna mezza Luna. Vna
tetta di Toro, con vn còrno in terra, c col mulo alta delira . Vna tetta
di fanciullo, col nafi> alla delira». Vn t$?zzo circolo, con l’arco
alla L a dcftia. i delira. . .
M £ Vn pettine caualliiio di denti larghi dritto.Vna
metta rota, col rotto a man delira. Vna lega dritta, con li tre
legni alia man delira. F Vua falce di mòrte, col ferro in sù . Vna
fcfmitatra f con la. punta in terra, e col pendente del manico à
man delira. G Vnacornamufa, ò ciramella e Piua di pallore
.Vna falce col piede in terra, e col taglio à man delira. H
Due colonne larghe, e con un trauerlo che li lega f e llringenel
mezzo, come li uede l’Imprclàdel Plus 'ultra. J Vna Colonna, Vna
torre, Vn campanile, tali quali li ueggono dipinti. Vna uerga. Vna,
candela. I Vna accetta grande, col ferro in terra, e manico in
sù, Vna Zappa nel medefimo muodo . Vn capo fuoco. ' Vn tre
piedi di caldaia . Vn tridente di Nettuno. Vn paro di forche, cól fuotrauerfo.
Vn paro di mol lette di fuoco. Vn paro diBilancic. 0 Vnallrolabio
circolare. Vn cerch o di tauerna . Vna Corona. Vna Girlanda. Vna
medaglia. 2» Vn Palio rale di Vefcoui. Vn uentagho.Vn manico
di forbice di Cimbatore. Vn pozonctto,ò padella col manico in
giù,& alquan to pendente ; ò un ramaiolo nel medefimo muodo.
R Vn paro di Tenaglie. . S Vna Tromba torta. T Vn Martello.
Vn Succhiello,© triuclla grande di Le gnaiuoli. V Vn rafolo mezzo
aperto in sù. Vn compaflo aperto in sù. X Vnacroce.
VnaSeggia. Z Vna Zappa col ferro in sù uolto à man
finiftra,&alqua to ripiegata. Le figure di quello
Alfabeto fi ueggono nel RolTclUo, c con miglior intaglio nel
Sopplitip, nel Romberch, et nel Dolce. Doler. Se bene alcuni
ih cambio di quelle figure,adoprst no l’iflesfi caratteri di Lettere,
invaginandoli grandi, come li capitoni ò maiufcole.E farebbe anco bene
formarli la pri ma uolta di cartone, e tali quali fi uiddero, collocaro,
c re* pctiro la prima uolta le invagini di quelli caratteri ; tali
rollino lempre nella memoria. Quelli quattro Alfabeti fatti familiari dal
formatore, le he fornirà nelle parole non figurate, auertendo prima
che è beneiluariar le lettere et Alfabeti, ordinandole con giudi
ciò, fi che habbino corrifpondenza infieme, e particolarme te ordinandole
con le perfòne . Per efiempio uorrò dire. Anima, prendo dal terzo
Alfabeto l’Agnello, dal fecondo il Notaro,dal quarto una uerga. E per
ordinarle infieme, pó go il Notaro,chc con una fune tirai’ Agnello,
nell’altra mano tien la uerga, c dinanzi à lui ci fia Antonio, che con un
tridente ribatte ilNotaro.Dall'AgnelIo hò l'A. dal Notaro IN. dalla verga IT.
d’Antonio, hòl’A.e dal tridente l’m.E Umilmente fi faccino l’altrc figure
da collocarli, per uia di Lettere. Auertail formatore, che il primo et
fecondo Alfabeto, fc li potrà formare anco di nomi Latini, fecondo
li ucrrà più commodo: purché fimoflri la lettera, per cui flabilifce la
perfona’. Il terzo Alfabeto Io può formare, ò dell’ Animali podi per
effempio da me, ò di altri qyali più aggradiranno ad efTo; purché fiano
noti,&atti fecondo l'ar te. E parimente il quarto Alfabeto, fclo
potrà formare ò delle figure polle da noi, ò di altrcjpurche uiuamentc
Iirap prefentano il defiderato Carattere. E fè occorrerà
fcriucre in greco, in hebreo, ò in altri idiomi,che uariafTero caratteri e
figure, il formatore fi formi le figure conforme all’Idioma.
:iij u 'ìojafti uy ovint**-f
. D lfsi che fi formano l’imagini dalli firodi, e dalli diflimi Iij
se hauédo detto à ballaza delli limili, retta che breuemente diciamo delli
diliìmih,e primo dcUVppofiti. Non ftarò à riferirui la molciplicita dell
oppofiuonc : poiché mi pare fuperfluo in quello luogo* non douendo noi
adoprare, (e non alcune cole in certe uolte, quando ci mancatici perfetta
notitia dello ppofiti. Et à mio giudicio,ci posfiano f ruire delli
relatiui,come porre il feruo per il patrone, quando quello mi fufè noe*
»e quello m c ignoto ; porre il Dtlcepolo peni Maftro, il Figho per il
Padre, quando quel li mi fuJlero noti,e quelli ignoti. Màbilogna darli
legno, per ilquale s’intenda, che non eslì per fc ftesfij mà per
rapprefen Urei altri, in quel luogo lon collocati . Del
Volontario . Q Velia Regola fu molto commendata dagli antichi Greci;
fc ben CICERONE (si veda) par che la rifiuti. Il modo uolon torio è far
una leelta di cento, ò ducento parole, che più lon frequentate nella
profeslione del formatore, c parole che nò hanno lignificato figurato,
come le coniuntiorii, le disiuntio ni, h fincatego remati, li articoli,
aduerbij, e fintili, e pcrciafeuna di quelle parole a (legnarli vna cofa
materiale, et occorrendo poi la parola, ripor fubito nel luogo quella cola
. Per elTempto, quelle parole. Et. Àn. Vel. In. Quia. Ad. Per A,
pongo vn melone; per An, vna Zucca; per Vel, un Cedro; per In, pongo un
Granato; per Quia, vna Noce; per Ad, vn Cocomero, c così de gli altri.
Quello modo vfato nelle poo. parole infigurate prendo ducento colè
materiali, che ftanno fempre per quel le parole, io diuento pouero
dlmagini; perche le perla pa rola vcl, tengo vn Cedro, e per vn’Et, vn
Melone; fo m’occorrcllc fcruirmi del Melo ne, e del Cedro per altra
Imagine, che per le dae parole Et, e Vel; io fon priuo di quelle
colè à poterle collocare. E (è pur le uorrò collocare, mi confonderò,
mentre il Cedro nou (blamente è imagine del Cedro; mà del Vcl Se ben per
torre quella confulìone, potresfimo fegnar la figura con vn fogno diftinguenre
la parola dall’Imaginè; noivdimciio io à quefto effetto mi forno delle
per iòne, perche (bruendomi fempre di cento, ò ducento perfo ne,
(blamente i quefto effetto, io non m'impoucrifto d’ima ' gim, non
mancand-uni d'altre perfonc da ftru’nni in altri btfogni.N.- miti genera
confufione, poiché quelle pfone nò mi (eruono ad altroché |>
tal’effetto.Dunq; li olferuino que Ile Regole, per riufeirehonoratamente
in quefto modo uoló tar o. Pruno, fi cófideri, in che arte, ò
jpfesfione,ò eifercitio,vi uorrcte fornire del modo uolontario,fo in
latino fo inuolga re,fo in Logica, fo in Grammatica, foin Filofofia,fo in
Theo logia, fom predicare die: e da quella profestione et eflercitio,(ì
prendano le parole più ufitate e manco figurate. Secondo, quelle parole lì
formano in un libretto ordinatami te; c dirimpetto àciafouna parola,!! fcriua
la perfona . Terzo, fiano collocate con frequentato elfcrcnio nella memoria, in
tanto che indire ò incontrarli leggendo, ò in udir imparando quella parola,
Tubilo ui fi raprefonn la perfona. Per cllempio nella Grammatica,
prendo quelle parole,dan dolile Tue Pcrfone
dirimpetto. Et Antonio. n; • ?;i o/licp
orto In Vincenzo. N. i» nifi vilkitnoq Ad
Tornado. N. un ti -di Sur»
Ab Piero. N. ì.litorali zìi: ni :-5 Quia
Paolo. N. ir. Jirioa t! 'lijj’.UI
Cuna Francelco. N.
•rmioil-i ìwi De Sempronio '
N. .snclvjq ^tab Ex Natalitio. N. -•conrjph
clqrvq Propter Lorenzo. -N. D Ol pioT.
ql?! Per Filippo. N., E così dell’altre parole,
facendo il'fimile in altra prorcslìo-* re et eflercitio. Ne fi Igomcntila
pcrlona al primo incontro, quafi il far quello lìa fatica grande: poiché è cola
mira bilisiimamcnte utile e gioueuole, et una fatiga fola di otto
giorni, in pratticar qucfte parole e pcrfone, dura in eterno^ e con
apportar mcrauigliofii facilità alla ipemoria,iog le la fatiga grande,
che fi ha informar l’imagini^ alle parole infigu rate; poiché in
fentirquclla parola, ò trouàdola, fubbito col loco la perlona, quale mi
rapprelenta uiuamente la parola. Quello modo lerueacoljro,che udendo
lettione, ò predica, ò altro, collocano con merauigliofa preftezza . Et
quelli che fanno profesfione di fcriucre ad uerbum, fotto lauiua
uoce di Lettori, Oratori,ò predicatori; li termino con 1 iflelTo modo tre
cento, ò cinque cento parole, ò più o meno delle più ufitate in queUcflercitio
; et a quelle dianoli luoi fègni, ecarattcriuolontarii,liquali fatti
tamiliari allo fenttore,làrà men ueloce i' dicitore à recitare, che lo
fermare à fcriuere. E chi uolelfe far quella profesfione, olTerui l infra
Icritte Rcgole.Pri no fi fcriua in un libretto le parole piu ufitate in
quella facoltà, et eflercitio . Secondo, lormi li legni, ecaratteri dillinti
per cialcuna perlona.Tcrzo,licaratte rifiano breui,edi pochi tratti di
penne; accio nonuadi piu tempo a Icriucre il carattere, che la parola.
Alle parrole breui e piccole, si diano li caratteri più piccoli; alle parole
più grandi, si potranno dare li caratteri maggiori, man co grandi però,
che fi potrà. Laonde fc non faranno futficienti li caratteri d’vn Ibi tratto di
penna, bifognando leruirfi di Caratteri formati di più tratti di penna, quelli
lì dia no fio allupatole maggiori. Li caratteri
potranno clfere lettere di Alfabeti, latino, greco, ebraico; caratteri di
nutnèri, tratti Geometrici et altri legni volontarij ad arbitrio del formatore.
Sello, potrà formar caratteri dalle prime lettere delle parole; auertendo
pecche vn carattere nq fia fimile all’altro. Settimo, lipotran formar
caratteri, per abbreuiaturc, Icquali lon familiari alli Greci,& anco
all» La tini, Logici, c Filoli-fi. Ilriufcirin quello particola re
è cofa diffìcile, per la gran fatica che bifogna à farli fami Ilari li
caratteri; nondimeno, perche è vna profesfione particolare, allaqualc alcuni
totalmente lì dedic .no; pcròlcirer citio grande li farà facile il tutto.
E lederemo fi facci con pi gliar (critturc, Latine, e Volgari, et quelle
traferiuendo per Caratteri elfercitarfi ; intendendo che li caratteri
liano non di tutte le parole, mà delle più frequentate comedislì. Con
quello Methodo flimo fulìe notata tutta la oratione, che hebbe Catone in
Senato, contro i Congiurati di Catilina, e contra il voto di Cesare, come
racconta Plutarco . £ Tuo Vcfpafiano, comeriferifce SVETONIO »
raccoglieua velocisti*» mameute le altrui parole. Del ConnefTo. I L
terrò modo propollo delli disltmili» c il ConnefTo»ilqtu ic riduco à fei
capi. i, Ugello. 1 i. L’Etimologia . M j. Il legno. w; - l- ’ q..
L’inlegna, et imprelà. >•' ( J j.L’inllromento. e quelli
teruono per formar 1 Imagini delle Arti,, et Ariette» di qual li
soglia forte; onde per il Zappatore fi ponga la «appi, perii Notaro la
penna, per il Soldato la Spata, e l’Elmo, per lAr* tore l’aratro con li
buoi. Il folito di dire c vn contingente, che mira qualche perfona,
laqualc frequentemente dice o una parola, o una sentenza [cf. UTTERER’S
MEANING, UTTERANCE-MEANING, SENTENCE-MEANING, WORD-MEANING]; laonde incon
randomi poi in quella parola ò fentenza da collocarvi metto quella
perfooa, laquale c lolita dir quella parola ò fentenza . Indi per- il
Quamquam, pongo una perfona, che lèmpre comincia il fuo parlare, con il
Quamquam. Per quella sententia, Auaritia «Il Idoloru n feruuus; pongo vna
perfona, che in tutti li prò pofitil'hà in bocca, ccofì li intenda dell*
altre Umili parole, o fèntcnze.É quello balli delti Conncsfi,3c inficine di
tutto il Methodo di formar l’Imagini, ilqualc con ellrema fatica, c
molte vigilie, e flato da me inucntato,e prolequito; fe bea quanto al
fatto, in qualche parte fi ritroui dottrina diciò ap predo h Scrittori di
quell’Arte. Retta mò,chepasfiamoaUc Regole deU’Imagini. Regola per
rimaglili. pRopofi di trature delle Regole dcll’itnagini, per compii
JL mento dell’Arte della memoria Artificialejlc quali Rcgo le io le
ridurrò ad alcuni capi, quali confiderà» c ponderati, daranno compiu notitia di
quanto fi defidera fopr» Ciò, in Collocar le persone, fi habbi
auertenza di dar li quelle attioni, che conuengono alla fua
qualitàjpcrchc no Corni iene ad un muritore darli atto di predicare, ne
ad un predicatore darli atto di murare, quando fi poffono haue* re
le perfine appropriate; e parlo dcUi luoghi nudi, lènza perfone
immob.li. li. L’imaginehabbia qualche moto, e (è fufTc cola immo
bile, fi ponghi nel luogo perfona, che la rapprefenti . E per colà
immobile s’inreude colà, che non è animale. Le imagini non filano odo fé;
perche non moucreb bono con uiuezza; pcrò,clTendoui nel luogo un
Cauallo» fate che con la zampa zappi il terreno, ò tiri di calci ; il
lupo, che dcuori pecora; il pallore, che minacci l'Agntllo .Et eflcndo
imagini congiunte con altre cofc; con qucllliftelTe facciano li atti c
gedi. Se la cola è animata, mà c piccola, comeFormica Mofca,
zenzala,pulice; bilogna metterai pcrfona, cheli mo dri. Mà come li farà,
per uederlc? Dico che lì ucdrà primo perla prefissone delia mente. Secondo
perle cofeannefi» le àtali animali; come, fe fbpra un piatto di mele la
pcrlo na (tenderà un paramediche, lì cnnolceranno le Molche; et come le formiche, nel mucchio di Grano. Terzo
perii appropriati di alcune perfone; come fece il Raucnna, che hauendo uifto
uno die ftropicciaua un puhee, lo chiamaua e colloca ua per pulice. Così
fi potrebbe far degli altri. Mà fe uorrò dire Formica,e non Formiche;
come farò, (e tante e non una fi mette nel luogo? Rifpondo, che la
perlona nuda,moltrail (ingoiare; 1; cpme ucllita, il plurale, come
fi dirà poi al fuo luòco. Se molte Imagini fi collocano in uno delio
luogo, ò pure perla continuationc della parola didima in piuluo chi
c ben fatto per quanto più fi può, darle continuatone di attionefra loro.
Per efiempio, udendo collocar per lettere queda parola, Deus, pongo nel luogo
Dominico, i! quale con un pettine, pettina un uitello, tenuto da
Siluia. Da Dominico hò il D. dal peuine l’E dal vitello I V. da Silula
l.S. L’Imagini liano proportionate al luogo non ecce-denti; e c fodero
eccedenti, già disfi che modo s’hà da tene re. Il che s’hauede
confiderato il Monlco, non harebbe riprefo il Supphcio, il quale nell’Alfabeto
d’artificiati, pofè per 1. una torre, c per X. una naue; poiché le colè
eccedenti, ò per liinaginanone,ò per le figure, fi rendono proporticna:c,come
disfi. Vii. Le perlonc che fi collocano nclli luoghi habbino
del grande, del uiuo, dell efficace quanto più fi può ; perche più
efficacemente muouono. La Figura et imagine,non (la /olita à (tare in
quel luogo dòuè fi colloca; perche eflendoui /olita, non muoué
efficacemente ; attento che giungendo nel luogo, crederai che tal cofa
non fia indagine; mà parte ordinaria di quel lùo go, E per ouiarc à
quello inconueniente, olferua la regola di uariar quella cofa con
l’imaginatione, dandoli qualche ua riatione inlolita; per eflempio
giungendo ad un luogo doue fia una feggia,e uorrò in quello luogo porre per
indagine una feggia, io metterò quella feggia trauerfatain terra, per lo
qual fegno efficacemente conofcerò,che la feggia nò fi troua nel luogo,
come cola ordinaria; ma come Cola for mata per imagine. Nel collocar
all'improuifo, bada metter una ima" gine per luogo; ;icl collocar
pofatamente le cofe che fi ftu diano à bel agio, non è inconueniente,
porre molte imagini in un luogojpurche fiano didime, c commodamcnte
fiucg ghinoc rapprefentino. Vogliono comunemente li profclfori di
qucft’Arte, che le imagini fiano collocate in atti fporchi, laidi, c
ridicelo fi ; perche quanto più fi uederanno goffe e fporche, tanto
maggiormente meucranno . Il che potendofi Tare lènza fcrupolo di
mouimento indegno nel formatore; nuderebbe molto utile all’Arte . Per lo che
non laudo la dishoneftà delle imagini. Dottamente difeorre Cicerone
intorno alla viuezza delle imagini ; perche quelle cofe, che noi per
efperiqhza co nolciamo, che ci muouono à conofccrle attentamente fc
à ucderle anfiamentc, quelle lon’al propofito di moucr cffica
cernente e uiuamcnte la noftra Memoria, in ricordarli. Però le cofe nuoue,lc
cofe merauigliofe,le cofe rare, le cofe di letteuoli,le cofe brutte,
fporche, e ridicolofe, le cod horribih e fpaucntcuolijlc cod di gran uarictà,
le cod eccesfiue in bellezze, eccesfiue in brutezze, come una faccia
tagliata, vn nafo grande, vna gobba monftruolà. Così le cofe eccclfiuc in
degniti, come vn Rè, vn Impcradorc,vn lommo Pon tcfice; e limili; le colè
eccesfiue mpouertà è mendicità, come un pouerello ftracciato ccncioIofo,e
fimili oggetti, (cmattislìim alla viuezza deil’Imagiai. Et à fimili accidenti
deuc hauer » li uadi (èmprè ri . perendo; per elfcmpio
polla la prima figura fi pasfi alla feconda, e poi fi ripigli la prima
recitando, c contcplando, c porta la terza fi ripeta di nuouo c la feconda,
e la primate portala quarta fi repctano l’antecedenti, e porta la x.fi
repe tano le antecedenti per folto, la prima, la fèptitna.
lanona.la Tetta la quarta, per le fpari per le pari, al dritto al
riuerfo,chc cofi tenacemente fi (colpirono le Imagini nella
Memoria. Sehoggi hauete collocato per imaginc una cofa ; auertite
dimani, non collocarla per'Imagine d vii altra cofa diuerfo. Come le
hoggi per quefta parola Agnus, hauete porto vn Agnello, dimani non
porrete l’Agnello per l’inno cenza; perche vi potrebbe apportar
confuhonc, mentre ui rapprefenta due parole; le pur non fufte dimenticati
della prima fignificationc,ò pure forte variata 1 Imaginc con legni, ò
bene rtabilità con li dirtintiui della mente, c con la prefisfione della
ripetitione. Quando fi ha da collocar à memoria vna oratione, ò
periodo,parolatamentc; prima fi legghi due e tre volte pia namente,e
diftintamente,come vuole Cicerone, ilchc appor (a non poca vtilità.
Collocando le parole, fi dia proportione al Genere col fèllo; perche fe uoglio
dir ricchezza, eh e di Genere feminino, meglio è collocarci vna donna
ricca, chevnhuomo ricco. Se vorrete collocar periodi intieri ò parole, et
occorrendo di ritrouar otto, ò dieci, o piu, ò meno parole, quali noi
fiprece molto ben recitare, fcnz’akra collocatiohe; non occorre far fatica
d’Imagini interno alle parole che voi fopetej mi balla collocarne una
principale, quale ricordata u apporta cohfequcntcmente tutte l’altre. Et quello
intendo, nelle coltocationi delle panie, lcquali recitate, noa curamo
chccì reftino à memoriamo ne delle Orationi, Prc diche, Comedie, ecc. Le
Figure, e Imagini habbino proportionata altezza, fiche l’occhio. 'non habbi
fatica d alzarli troppo, pc® vederle; nè all'incontro abballarli
ioucrchiamcnte per contem- fuuer l'occhio il formator di quefl’Artè Nel
collocar le Figure, et Imagini lem piarle. Indi fiate cauti
nelTordirfàtione, che fa il Roi»: berch dellìmagroi l ena fopra l’altra,
peiche hauendo noi luoghi commodi da far progreffo per la.go, non occorre
aggrauarla memoria, laquale memorando procede con lo ftabdimento
del fenfo. Formando rimagini, non fiate prefittoli m rubilo collocarle, quando
agiatamente potete formarle e collocarle* pche occorrendoui poi vna Imagine piu
atta,& elquifita della prima ui irebbe difficile in collocar la feconda,
ha uendo collocatala prima; ò vi farebbe graue tralasciar la fe
concia, elTcndo miglior dcllaprima. Dunque peniate, e ripense prima, fe altra
miglior u occorre, e poi collocate le Imagini formate. Sopra il tutto
fate, chele Itnagmi fiano di cote ja *oi note, è notisfime;e però ui
douete attenere dalle imagini finte, potendo hauer le reali » e dalle ignote
hauendo le note, e dalle men note haueodo le piu mahifcftc. Si come nuoce
la fotniglianza tra li luoghi, nella for mattone di luoghi; cosi la
fomigltanza tra le figure, nelp formationc delle imagini. Però ui
sforzerete di farle, quando più fi potrà diuerfe e di filmili; accio non
u’ingannatc ntf la fomigltanza di elle; perloche hauendo à dire tre
Franccfchi, dtllingueteli perle Cicatrici, ò per gli atti,e gelti, un
gobbo, un monoculo, un fenzanafo,e cò altri limili accidcn ti
Eccesfiui. # . . VT . Siate cauti nelti sinonimi ed equivoci.
Nell’equivoci, accio ponendo il cane, per IL CAN CELESTE. Non diciate
cane, che rode l’olio. E nelli sinonomi, come pietra faflo^ accio una
ftcflfa cosa hauendo piu nomi non li
dichi 1 un nome per l’altro, il che fi può diitingucre, per
l’attentione della mente, nel collocarle e ripeterle, piuiiolte; o pure
co qualche altro diftintiuo, pollo neUa cofa, o di lettera o d’- »le
picolc,e quello per non ingombrar tanto il luogo, e per (farlo più capace
Onde ne fiegue, che minor numero di luoghi farari neceflarn ; c li così
picm. per la diversità, rie* /cono più efficaci. Per cflempio per quella
parola ffauentc, pongo nel luogo un’uomo chiamato Nicola, il quale nella
man delira tiene Un piatto di faue, che lo porge ad un fuo Figliolino che
li Uà alla delira, e nella man finiflra tenga un Martelli, cól quale
minacci e fcacci una fanciulla chiamata Emilia . E così legerete dal
piatto Fauc. Dalla persona. Nicola, N. Dal Martello, T. Da Emilia, E. e da
tutti l'intiera parola faucnte. Laonde larà benfatto, tra gl’alfabeti di
perlòne, hauerdue Alfabeti, vno di Fanciulli, l'altro di Fanciulle, oltre
li due di Huomini, e di Donne. Nel collocare, prendendo le parole ò
concetti dalla carta,e riponendo nelli Luoghi, non fi facci memoria nel
la carta e parti fue; Mà (blamente nelli luoghi; perche làrebbe doppia fatica
in ricordarti è delti luoghi, e della carta. Oltra che apporta gran
confusione, perche la mente uedea do, e. nella carta, e nclli luoghi
uacilla, e fi confonde ; mentre a due parti fuggelo (guardo,e quella Regola li
noti molto bene. Nel collocarc,e ripetere l’Imagini, fi auertifca,
di non far’altri geflr, chc quelli che fi ricercano opportunaméte
fecondo l'Arte della pronuntia nel Recitatore. E-fi guardi il Formatore
dinonappKarfi, ò collocado, ò ripetendo ; à qualche geflo intcnlàmcntc
fuor dell’Arte, come il contar con ledita^ener il capo faldo et erto, mirar in
sù,piegar fi in giù; ma indifferentemente redi libero d’ogni intenfa
applìcatione di fi nifi atti; perche alrrirrt^nte facendo, il recitatore
recitando farà poi l’iftcsfi gclli inconvenienti, c periglio li j
inconucnicntij per che concro l’arte; periglioli, perche le in qualche
accidente muta gesto li fuiarcbbe la memoria, e fuariarebbe la mente. Per
mancamento di quella regola, hò uillo alcuni recitanti, Ila re come che hau
elferoin giyctita una fpada, inflasfibili Hi erti; c con gli occhi fitti
al ìjjuro, che Ila lor dirimpfctto, quali che fuiferò fiatar.la
/quii Uò.fanon (blamente difdicc aitili; ma fciiopre l’arte, il che
èflifettuo(b, làpCndo elfer principal dell'Arte, il làp'ec celar l'Arte,
intanto che quel che l 'Intorno fi per Arte,coiU ’ libqrfa dd’li gclli,
e' domiiniò de gli atti, moliti che lo facci per f.TI
I W M M per felicità di natura. £ quello piace affai,
e giuramento de piacere, e dilettare ; poiché nell’Arte fi fcuopre l’ingegno
notro, e nelli doni della natura la bontà influente del 1 Auttor della
natura. E conuieneohe piu. ci aggradi l'opra di Dio, chela notraje che la
prima laude, honorc, e gloria fia di Dio, non della creatura, laquals fc per
Arte, ò per ingegno fa, ò sà, ò può cofa, il tutto ultimamente de
riferire à fua Diurna Maeftà. R icerca queft’Arte della Memoria per
fila compita perfettione,chc hauendoui trattato delle fueprencipi par ti,
Luogo, et Imaginc; tratti alcune cole particolari, vtili, e neceflarie da
làperlì. E tralalciando l'altreal giudicio, ingc gno,e fatica del
Formatore; tratterò preedàmente, delmodo di collocar li Libri, li Numeri, li
Generi, li Tempi, li Cali, li Punti, li Argomentale Quotationi. Dirò poi
delle Dittature, della Libraria,e dell vfo della Memoria, e fògillaro
alla fine il tutto, con l’Arte dcll'Oblmione Della Collocatione di
Libri. Occorrendo collocar Libri di qual li voglia profesfione, è di
necesfijp haucr l’Imagini formate di cialcun di loro. Laonde cftrtcuno fi potrà
formar l'Imagini dclli Tuoi Libri, intorno a quali vcrlà;comelo Scrtttorale
formi immagini dclli Libri della Sacra Bibia, Il Thcologo delti Scolatici, IL
FILOSOFO DELLA FILOSOFIA, il Medico della Medicina, Il Canonifta di
Canoni, Il Giunta delle Leggi, il Logico della Logica, ecoii faccino tutti gli
altri. E nel formar l’Imagini olferui quete Regole . Primo fi fcriua in vn
foglio tutti li Libri, intorno a quali uerla il Formatore . Secondo
formi, l’Imagine da vn fatto principale di quel Libro, ò dal titolo, ò
dall’agente, ò dalla prima parola del Libro, ò di qual’ altro capo fi
yoglia;purche Ila reprefentatiuo del nome del N Libro*
Libro.Terzo queft’Imagìnc ò la ponga (opra vn Libro, ò la ponga nel luogo
col Libro» ò vi metta la perfona che rap prefènci il nome del Libro .
Quarto nel collocar li Libri » può il formatore. Icruirli dcirAuttore di
quel Libro, come fe in citar Paolo, vi metterò S. Paolo col Libro in
mano, e per faper qual libro Ha, vi metterò la fua Imagine,come le
fard illibrodi Corinti, ui metterò vnCore . Coli le uorrò collocar
l’auttorità dell'Euangelio, vi porrò l’Euangcltrta, col libro, e fua
figura, Giouanni con l’Aquila, Mattheo con FHuomo alato, Marco col Leone,
Luca col Vitello . E le vu’Auttorc hi comporto più labri, vi pongo i
fegni per di ftingncrli, per dTempio, Giouanni hàfcritto l’Euangclo,
l’Epiftola» l'ApocahlIc; per l'Euangclo lo pongo ledente, predicante, per
l’Epiftola lo pongo Icriuente, pcrl'ApocalilTe lo pongo con gli occhi
merauigliofi alzati al Cielo, come in atto d; ueder colèi aulita te e noue. San
Luca che ha. fcritto rEuangcto, egli atti Apoftolici ; per l’Euangelo
lo pongo con Chrilio, per gli Atti lo pongo con gli Aportoli. Mole
che hà comporto, e le ritto il Pentateuco, Geneti, Efo* do, Leuitìco,
Numeri, Deutoronomio ;nel primo lo pongo con Adamo, Se Eua, nel fecondo con
Faraone, nel terza col Sacerdote, nel quarto con gl’Elìcrciti, nel quinto
con le Tauole della Legge. E pattando à gli altri Libri, li Libri
di Reggi li formarctecon li Reggi, il primo con Saul, et Da uid
Fanciullo, iUècondo con altri; ò pure balia hauer libro c Rè, e poi li
numeri porli per caratteri nu.i erali, come fi dirà poi. Coli il L bro di
Giofuc con Gi^lue, di Giud ci con Sanlbnc, di Ruth con Ruthapprcflb i
mietatori, Efter col Rè Alfuero, Giudit con Oloferne, li Profeti con
loro medelimi, Efiua con la Slega, Geremia ch’è porto nel Lago,
Daniele fra Leoni, Ezechiele fra Rote,8c animali alati, Giona nella bocca della
Balena, e h libri di Machabei con Giuda Machabco, di Solomone con elfo in fedia
Regale giudi cante,& il. limile degli almLibri fi facci in qual li
uogUafcic za e profesiìone . Per numeri, altri adoprano caratteri
formati da varij inftromenti. Altri adoprano perfone, dando loro li nume
ri. Altri. adoprano cofe Materiali,allequali volontariamente attribuirono li
numeri, come che il Melone lia vno,il Ce druolo due, la Zucca tre, il
Cedro quattro. Quello modo l’hà.per mirabile il Monleo,il fecondo lo
fieguc il Rauennaj il primo mi pare piu atto di tutti. Oppone il Monleo
al primo modo dicendo, che li caratteri non fi muouono. Alche
Rilpondo,chc tali caratteri fi pongono in pcrlona morente, come fi dirà
poi: per loche Reità che fiano attisfimi tali ca ratteri. Il modo delle
perfone c bello; ma è alquanto diffici Ic,& intrigato. Il terzo mi
pare che apporta poucrtà c con-fufione al formatore; poiché fc li tolgono le
cole materiali delle quali potrebbe liberamente fcruirli, per imagini.
Ne è il fimilcdelli caratteri noflfri ; poiché noi ci feruimo loiamente
di noue cole, dou’egli nc prende cento. Il modo e fecondo, c terzo lòn
belli, e chi li vuol leguire ved i li lopradetti Auttori; à me balla darui le
Regole, per lèruiruidcl primo modo. Si prendono dunque noue colè
materiali, c quelle lèruino per l’vnità, e per gli otto'primi
numeri, per cllcmpio I. Vn Spiedo, ò vn Pugnale a. Vn paro di
Forbici. 3. VnTriangolo. ' • 4. Vn Quadrangolo,
j. Vn Serpe ritorto. 6, Vna Lumaca, ò chiocciola grande marina col
capo fuor del gufeio. Vna Squadra di Muratori. Vna Zucca a fialco, che ha
due ventri lWn lopra l’altro. 9. Vn’Alciadi Legnaiuolo. Quelle Figure
noue, ò altre noue che parranno al formatore, lèruono per tutti numeri
occorrenti’, olTeruando l’infrafcrittc Regole. Primo per fuggirla confu
(ione di que N a fte ite Soue co fé, perche potrebbonò eflcr prefe
tal uolta per Imagine; Ciano diftintc ; per elTempio Io Spiedo che fta
per cola fu con carne, quando (là per numero dia con vcello; il
pugnale quando c cola lia nudo, quando numero lia fodra to; li forbici
percola fiano con panno, per numero lènza; il triangolo per colà lia di
legno, per numero lia di ferro ; cofi il quatrangolo ; il lerpe per
numero lia nero, per colà fia pinto; la chiocciola per colà habbi il capo
ritirato, per numero lo Sporga in fuora;la Squadrali vari jjcon legno e
fer re; la Zucca fi vari; in figura, ^perche non mandano delle
Zucche, e tonde, e larghe da poter feruire per colà;l'A(cia fi vari} con
manico ligneo, e ferreo, e cofi fi friggerà la confusione. Secondo perche li
numeri altri (on d’vnità, altri di decine, altri di ccntenaia, altri di
migliaia; l'ifteftè figure icr uiranno per tutti li numeri, con
quell’ordine, che quando la figura, è nella man finiftra, dice vnità;
quando nella Spalla finiftra, dice decine; quando nella fpalla delira,
dice ccntenaia; quando nella man delira f dice migliaia- Per elf^mpio
vorrò dire “1345,” “1.345” pongo alla delira mano della pcrlonalo Spiedo,
che infilzi il triangolo che Uà alla Ipalla delira, e paf Ando per fiotto
il mento infilza il quadrato, che Uà alla Ipal la finiltra, e co la punta
trapallà il Serpe che Ila alla man finiflra. Terzo quelle figure filano polle
con la perlòna, laquale S uanto più farà posfib ile, habbi e facci
qualche attione,còle ette figure, come ho mollrato có lo Spiedo, triàgolo
quadra to, e lèrpe. Quarto le li numeri limili fi moltiplicano,
Ciano anco moltiplicate le figui e limili, come fie uorrò dire
“1551” porrò due pugnali; uno alla man delira, e l'altro alla. man
finiftra, e due Sèrpi uno alla fpalla delira, e l'altro alla Spalla
finiftra della perlòna, la quale con pugnali impugnati, e co braccia
curue ferole Sèrpi. Bisognando moltiplicar le migliaia per decine, e
centenaia; bisogna per le decine por le figure alla Centura delira, per
li centinaia allo Ginocchio deliro. Onde udendo dire “182659”, “182.679”:
“cento ottanta due mila sei cento cinquanta nove”; porrò nella cintura delira
d’un Eremita la fialchetta, et al Ginocchio un Fanciullino, che con
uq pugnale ò Spiedo, fora la fialca ; e nella man delira della perfiona
un paro di forbici colliquali tronca le corna alla
alla lumaca, quale ftl alla /paHa delira'; é con l'A/cia dell» man Anidra
percote il Serpe, che ila alla /palla fmiftra . £ Infognando moltiplicar
per migliaia, fi ponghino le figu. te alla piedi; onde «olendo
dire,518265 aggiungo fra li piedi dell’Eremita, che portailfiafco,
unferpe,chcuà amor der’il fanciullo il quale fora con lo Ipiedo il fufco
. E bisognando aggiungere altri numeri (i ponghino ordinatamente nel poggio, c
fcabello della per/ona del luogo ; ò uero fi ponghino nel luogo
antecedente, nell’altra pcrlòna. Eque ilo badi quanto ahi Numeri
aritmetica!!, che quanto alti numeri grammaticali /ingoiare e plurale^ dira nel
capo dell» Cafi. J J f d ili
| .r ' M Dclli Generi k s poiché li generi fi nominano con li nomi
di/esfi, perii genere ma Tedino farete che la perfòna fia mafchiaje
per il genere feminino fia donna. E per didinguer IL MASCOLINO e feminino
dal neutro, quando occorreflc, per quelli generi MASCOLINO e feminino,
Alcuni fanno che le persone habbino fuelati li uafi GENITALI; e perii neutro
l'habbino uelatij/c ben io li didinguerei col variar vela e, dando per
l'unoe l’altro fedo le mutande ò codiali, e perii neutro il velo
aggroppato. Delli Tempi, habbiamo da fàpere il modo di collocare
l'Annijli Mefi, liGiorni, rHore, il prelente, spallato, il futuro. Per l’anni
si collochi un fcrpente, che fi morda la co da, al modo che faceano gli
Egitti; significando che l'Anno fi rincuruae ripiega in le defiò, mentre
fi congiunge il fine, al principio. Li Meli fi podono figurare in
tre modi . Primo per li fogni ò caratteri delti dodici legni del Zodiaco,
ponendole figure idede, un Montone per Marzo, Toro per aprile, gemi
su tu per Maggio, ò li Caratteri ufati la man delira il Geniti
no, la fimltra il Dattilo,]! petto l’Acculàtiuo, il piede e gara ba
delira il Vocatiuo,il fimftro l’Ablatiuo.Si che, fc la parola è in calo
nominatiuo, fi ponga in telta; le ablatiuo fi ponghi al piede fimftro.E
per faper anco li numeri s’oflerui,chc la parte nuda rnoftra il numero
(ingoiare; la parte ucllita mollra II numero plurate. Per esempio uorrò
dire, Ego fum panis. Porrò un cello di pane in capo alla per fona, e che
il capo lìa (nudato ; il capo mi mollra il noinimtiuo, c la nudità mollra il
numero (ingoiare. E le l'ima gineè perlòna,li puòconolcereil cafo,ò per
la parte, ò per il Pegno, per la parte > Te Francclco hauendo tutto il
redo uellito, (blamente mi mollra la manfiniftra nuda, intendo il dativo.
per il legno, fètutta la perfona è nuda, che midi il (ingoiarmi rnoftra
la man finiftra ferita, al qual legno intendo il caso
dativo. Conuiene che le parole habbino i Ior PUNTI, per non ap
portar contusone al legente [JOYCE], come li punti finali, pcr fine del
periodo, li mezzi ponti per prender fiato; così conviencchc anco in quella
collocatione della scrittura della Memoria ui fiano le diftanze debite,
non (blamente tra leu tenza e Temenza, n.à anco tra parola c parola:
accio le lettere duna,non paslìno alla compofitione dell’altra parola E
quello oltra che fila, da una certa diftanzache fi de da realleimagini,
nfulta ancora dalla repetitione del Formatore, il quale collocando prefigge con
la mente, douefi comincia, e doue fi fini Ice. E fecondo, quello lì può Tare
con alcuni geftì, per ellempio, nel PUNTO FINALE [il clistico di R. M.
Hare – H. P. Grice], fare che la perlo na ultima del periodo dia di
fianco, con la faccia rivolta al rocchio del legente. Enel mezzo punto fare, che
feafid con le spalle al luogo, riuolti fidamente la faccia alla
delira, yerfol’occbio dellegentp. Nella diftintione delle parole fi può
fare, che la perlona donde cominciala parola, facci qualche gcflo, contro
la perfona dell’ antecedente parola, e quella perfona fi ririti in un certo
modo, dandoli quella ò con un pugno, ò con vn calcio, ò con altro
fecondo che occorrerà, per l'opportunità dell’magine, e
dell’annesti* -!iJ L’argomenti, che si fanno universalmcnte, si
riducono alli sillogismi, e alle consequenze d’entimeme, delli quali
balla qui dire della formatione dell’imagini, e del modo di collocarli.
Quanto alla formatione si tenghi il methodo universale, o formando immagini per
li concetti, ò per le parole, e fi sforzi il formatore formar 1 In aginc del
mezzo termine. Quanto al modo di collocar l’argomenti, o son syllogismi, o
entimeme. Li Sillogismi, che hanno tre propositioni, la maggiore si colloca
alta man delira, la minore alla man siniftra, la conclulìone al capo. Se bisogna
provar la maggiore, le prove fiano collocate al lato deliro
ordinatamele. Seia minore, fiano collocate le prove nel lato fini(lro,e
feoc corre fare un prosìllogismo dalla conclufionc, che enei ca-,
pórli tiri la minore nel petto, la conclufione nel ventre. Se l’argomento
ha in confequcza; l’antecedentc llia nella ma de fera, il cófequcte nella
finiftra. E se bisogna provar consequenza, si collochino le prove alla faccia,
petto, e ventre. E felatcce détcs’ ha da ^puare, si collochino le prove
al lato suo deliro, e quelche bilògnafle per ile conseguente, si collochi
nel lato fini(lro, haucndo memoria delti luoghi, ch'io formai ordinatimente
nell! lati della pedona fiumana, e quello Modo balla per fiatelligenti, à
quale fofficicnte in tal propofito collocar Immediatamente, mà ehi uoleflfe
collocar ogni colà mediatamente per imaginipotrà (cruiriì dclli luoghi
{labili ordinatamente. Per citationi intendo quel riferire che si
fà delli Libri, delli Numeri de Libri, ò di capitoli, ò di titoli, e di
limili. Lequali si uariano, secondo la uarietà delle profeslìoni;
onde il Theologo cota dift. par. ar. memb. Il Filosofo tex. com. Il
Lcgillaìeg. glof. tit. $. confil. Il Canonista quell, can.&c. c tutte
le Cotationi, io le riduco a tre capi, Libro, Nome di Libro, et Aggiunto,
dclli quali dirò didimamente. Della Cotationc di Libri, c Nomi di libri,
mi riferifeo à quel ch'io disfi, nella Lctt. 1 5. della collocatone di
Libri; aggiungendo, che li Nomi di libri, ò titoli di libri, si pollono
ideare con l’iflcsfi libri; quali noi vlàmo gornalmcnte,c di quali damo
polfcfibri. Laonde fc uorrò citare Ai ili. nella Metafilica, io pongo nel
luogo, in mano d'Arifiotcle il mio libro della Mctafifica . E le vorrò
citare il Macllro delle fentenze, vi pongo l'iflcflo mio libro delle
fentenze del Mae ftro. E cosi fi può far de gli altri libri, in qual fi
voglia prò fesfionc. E di più, fe li nomi di libri d’vna profesfionc
tufi, {èro pochi, come tre ò quattro, fi potrebbono diftingucre con
li colori, vn nero, vn bianco, vn rollò, vn giallo, &c. co me San
Giouanni che ha fcrittotre libri, Evangelo, Apocalisse, et Epillola,
diftinguerò quelli tre libri con tre colori rofTo,ncro,uerde, per
l'Euangelo colloco il libro rollo, in mano di San Giouanni, per
l’ApocalilTe il nero, per FIEpiflolu il verde. Con fimil muodo facci il
Filosofo, il Legilla, c qual fi uoglia profefiorc. Dclli Aggiunti
della Cotationo. S ’Aggiunge al Libro, c Nome del libro, il capitolo, il
nu* meiOjò limili. Quello aggiunto alle volte precede il nome del libro,
alle volte fosfieguè ; precede quando l’Autto rehà comporti molti libri
in vn medefimo (oggetto, come fe diccfte, Agoft. lib. 1 2. de ciuitate
Dei, all'Auttore dò il Libro, fieguc il numero, quale precede il nome
dell’opera e libro. Alle volte lòsliegue,& è di due (òrti, immediato,
mediato. L'aggiunto immediato c la particolar cotatione di ca pitoli, di
dift. di terti,e limili, come s’io dicelle, Aug. de Ciuitate Dei quella parola
cap. è aggiunto im mediato, fi come il numero 4. c l’aggiunto mediato. Eque
rto aggiunto mediato, alle uolte fi fa per numero; come nel J'addutto
elfempio . Alle uolte fi fà per parola, come vfa il Legifta,c Canonifta,
che adduce la prima parola della legge, Pan. in c.tua nos. e con
l'ifteftb progrefi'o, ò di numeri, ò di parole, fi fanno molce Cotationi
mediate, fecondo ladiuer fità delle profesfioni . Per le cotationi di
numeri s’auer a, primo, difarle ordinate, il numero del libro fi ponga
alia parte del libro, et il numero del capitolo ail’altra parte ; accio
il formatore non fi confonda, per elfempio dicendo Au- { ;uft. Iibr.a.de
Ciuitate Dei cap.7. nella man delira li dò il ibro, e con fiftelTamano li
fò moftrare due dita fpiegate, che mi moftrano li due, e nell’altra mano
li dò lo sguadro » colquale tocca U capo; e coli hò dal capo il capitolo,
e dallo sguadro il 7. Si noti fecondo, che quelli numeri fi poP fono
formare, con l’irtelfe dita della perlina ; e quando il numero trapalfa
il cinque, fi pongano l’imagini di nume ri alle parti del corpo della
pcrlona, conforme alle Regoli date di numeri. La Cotatione della parola,
del capitolo, del titolo, ò della legge, tkc. fi formi con le Regole
deljlmagini delle parole figurate, ò non figurate. Laonde per la parola
de vfu ns, quel formatore poneua vn Hebreovfuraro. De gli aggiunti
di capitoli,.di tedi, com. gioii leg. $. e limili, fi pollino formare in
tre modi; primo, per Imagini, conforme al Methodo allignato della
formatione dell’Imagini. Secondo, dipingendo, ò (colpendo nel libro, in
lettere maiufcole quelle Cotationi; o ponendoli caratteri del quarto
Alfabeto nella perlina . Terzo, per via Notariaca dal nome, che principia
con la prima lettera della della Cotationè, fcruendol! ùell’irteffa
perfoha j Laonde! >er cap. coiti, can. conf. tocchi il cappello, o’I capo,
o’I col o, ol cigl o ; per tit. tex. tocchi la tempia j Per dirti
Dub, tocchi li denti; per legg. Iett. tocchi la lingua, ò le labbia
; per Glof. la guancia; per num. tocchi il nafo. In fimil modo fi formino
laltre, con li nomi ò volgari, ò Latini della perfona humana . Mi lì
guardi ilfoamatore di non feruirli d’vn’iftelfa parte humana, per due
Cotationi, quando nell'ufo l’occorra l’una, c l'altra Cotatione;perche
l’apportarebbe confu (ione, fe pure non la dirtingueilecon qualche legno, come
fe il labbro corallino dica Legge, il lmido c nero dica Lettione ; il capo
biondo dica cap. il nero com. il bianco confi e coli de gli altri.
Delle Dittature. Per dittature intendo lo rtupcndo dittare d'alcuni
profeffori di queft’Arte, hquali in vn medefìmo tempo han dittato à
cinque, ò dieci e più acrittori, con dire dieci parole di dieci (oggetti
ordinatamente, e poi fèguitare le tralafciate di mano in mano, fenza errar un
iota dal propofito foggetto di ciafcuno. Il far quello perdono sopra naturale
(GRICE: NATURA) c sopra nostro humano, non cade sotto le regole dell'arte
(GRICE: ARTE). Mà il farlo per arte, in quanto poslìamo noiafeendere, mi pare
(i facci in qucfto modo cioè . Che il dittatore formati h (oggetti diuerfi, ò
di Lettioni,òdi Prediche, ò di lettere milione, ò di qual (ì voglia altro
(oggetto, e difpofte le parole in tanti fogli, quanti fon li soggetti ; prenda
ordinatamente le parole alternatiuamcnte da ciafcun fogl o, He le
alberghi nelli luoghi. Per essempio, la prima parola del primo foglio nel
primo luogo, la prima del secondo foglio nel secondo luogo, la prima del terzo
foglio nel terzo luogo, e coli di mano in mano finche faran collocate
tutte le prime parole delli dieci fogli. Poi si ricominci, e la seconda
parola del primo foglio, sìa collocata nell’undecimo luogo, la seconda del secondo
foglio nel duodecimo luogo, e eoli sequendo. E finite le seconde, siano
con l'illesso ordine collocate le terze, poi le quarte, poi le quinte,
finche fitran finite tutte le parole. E udendo dittare facci distributione
delli soggetti alli scrittori, secondo l’ordine delli fogli scritti, già
collocati. E facendo scriuere una parola per uno ordinatamente, alla fine
ciascuno scrittore ritroverà il suo soggetto compito. E quell’ordine che si
tiene delle parole, si può tare ancora delli concetti, o delle sentenze – GRICE
UTTERER’S MEANING, SENTENCE-MEANING, WORD-MEANING; se bene il primo delle
parole pare più stupendo. E chi volesse dittare per ogni verso, primo dal
primo all’ultimo, poi dall’ultimo al principio, potrà con simil modo
collocar le parole, che giungendo all’ultimo non si ricominci dal primo, ma
dall’uItimo. E chi di quello modo si servisse per raggionare, sarebbe un modo
di raggionare allo spropofito; se ben’ordinate poi le parole, ciascuna al suo
soggetto, ri ufeirebbono al proposito li raggionamenti, come j appare
in quello essempio di quattro dittata- E-tv, Per quello verso si collocano, e
dittano. Ci i-i i
Aue Benedid Ti Nunc Magnificat 'o pp
0 o ' Gratia Deus I Scruum Mea c rp
-i Piena 4 Ifrael s Tuum DominCi u> n
ciT c • o
•no Dominus Quia Donnine Et £0 •*t 0
o 2 I Tecum Vifitauit Secudum Exultauit, Li numeri
mostrano li luoghi successivi. V'. i .Quello (la detto del dittare 1 molti per
Arte; lafctamfo di qqcl che si possa per felicità d ingegno, come credo
facesse Giulio Cesare, Uguale ditta à quat o, et egli per qutn. to scrive
altro suggeto, come credo, anco lacelle Origene Adamantio (non però lenza superior
dpno) il quale di continouo ditta à lètte scrittori; pello che non e incredibi
Icy ch'egli compone dei milia volumi, qluli tellifica hauct Midi San
Geronimo. Della Libreria della memoria. E tanta la forza di quello ricco tesoro
della memoria, che divenca anco biblioteca o Libreria, e con
maggior felicità e facilità delle librerie, nelle quali si gloriano
communemente gl’uornini studiosi. Non attendendo che 1 ha ucr libreria,
non è perfezione per leità; ma imperfetta, che sopplilce all’imperfetto degl’uomini.AIli
quali mancando la memoria feconda piena ed adorna, colla tenacità
e permaenza perpetua dei simolacri, (bn conllretti tener copia
dij'bri dalli quali posfmo riccucr i primi CONCETTI delle cose, e nuocar li
dimenticati. Per lo che Iddio, ch’è perfettissimo, non ha quella che da
noi è chiamata pcrlettiotiej poichc neH’illeira essenza sua, come in terlislimo
specchio vede e contempla ogni cosa. Gl’angeli ancora non han bisogno di
libreria; poiché pella cognizione vespertina, che è delle creature nelli lor
proprij generi, hanno la memoria perfetta, fin dalla lor creazione, quando
è'or data ogni pienezza di simolacri, così tenacemente impressi,
che tempo non può scancellarli. Simile dono è fatto a primi nostri
primi pro-genitori; la onde non averebbono avuto bisogno di libreria, poiché
nella lor memoria per dono gratuito albergano tutti li simolacri. E perche
il peccato, quali ladro ei spogha, e tra gl’altri beni ci lolle ancora
què Ho dono, ed introdulTc per peggio nostro l’ignoranza. erim hebecillita;
pell’ignoranza ciascuno nasce colla memoria no. da, come ingelfata parete;
e pella imbecillità alle fatiche dell’acquillati simolacri bene fpeito
foccede oblivione. In- 1 di per fouenir’ He all’ignoranza ed all’oblivione; l’arte
hi. introdotto l’aiuto delli libri. Li quali ancora soppliscono a
due imperfetzoni, distanza, e morte; perche non essendo presente la voce
dell’auttore o maestro, sopplisce la scrittura del suo libro; ed essendo egli
morto, vive nella scrittura del libro, pello che li Rudenti mentre studiano,
come si dice per proverbio, parlano con li morti. Se bene dunque li libri sono
utili, e neceirarii al nostro stato imperfetto; non dimeno studiati che si
sono una volta, meglio è aver la memoria per libreria, che 14 libreria di carte
e scritture; poi che la libreria è fatta, per sopplimento della memoria.
C se così è, meglio è aver la memoria, che è il principale che la libreria
che è il sopplimento; si come meglio è aver la gamba e piede di carne e d’ossa,
che di legno. In oh ire quella libreria apporta fatica, spesa, peso,
travaglio; que (sa non è d'altra fatica, che di ufiria. Di più la libreria
è in uno o alcuni luoghi 1, non in tutti senza grandissima incorri modi
ci; quella l’avete dove vi trovate, e senza pagar altro nolo che della vostra
persona la portate vo seo dove vo lete. Quella conviene (blamente à
ricchi, ed à chi abbonda in denari; quella è commune anco à poveri. £ se
quella vi fa uomini, quella vi fa simili all’angeli, ed a Dio, li
quali ogni seientia hanno sempre feco. Echi non sà che le cose quanto
più s’avvicinano al perpetuo e necessario, tanto più son perfette ? l'universile,
come che aftrahe da tempo e luogo e più astratto, e consequentemente più
perfetto del singoiare, il quale è immerso nel tempo e luogho; la
memoria ha ptù dell’asratto che la libreria; poiché li libri coll’uso e
tempo s’invecchiano e consumano, la memoria coll’ulb e tempo si perpetua;
quelli periscono, quella sempre resta; nè sì puole commodamente aver per
ogni luogo quella biblioteca come quella, che vive e dimora sempre col
formatore. L’oracoli parlano a voce presentialmente, e oracoli sono (limati
quei sapienti, li quali all'improviso, senza girar l’occhio ai libri, rispondono
elquiiitamente ad ogni proposto della lor profesfione; Come fi fa quello
Te noti coll’aiuto della libreria della memoria, la quale toglie
quel rinconuemente, che dille una uolta UN FILOSOFO di quel Me dico
equivoco EQUIVOCO GRICE, il quale refpexit librum, et mortuus est aigrotus. E se
ben io ammiro l’industtra di Gordiano imperatore, il quale lìima camole lettere
eie scienze, che più atte (èall’acquillo di libri, che al tesoro
d’argenti, d’ori, e di gemme. La onde li legge, che raccolte nella sua libreria
tef tenta due india volumi. Lodo la diligenza di 1
irannione Grammatico, che uilTeà tempi di POMPEO magno, il quale liebbe
in suo possesio tre milia libri. Stupifco delle pergamene librerie, le quali,
come riferifee Plutarco, aucano ducento milia volumi. Ofieruo grandemente
Tolomeo Filadelfo, il quale per compir la sua libreria, quale ordina in
Alelssandria, ottenne dalli Gerofolimitam tettanta delli più teuii ed esperti
nelle l'acre lettere, e pr «felibri dcllVn’e l’altro Idoma, acciò li
traducelfero la bibia (aera d’ebreo in greco. Mi più ammiro, lodo, celebro, ed
oflervo la libreria della memoria, che hvbbe Lsdra, il quale come
riferitee Eulèbio, avendo li reggi caldei prelì li libri tecri di Mose,
egli tutti ad verbum h recita, e dal suo recitare furno dittati in quella
maniera, che poi la sinagoga l’adopra. E perche non me chia&o, se quella libreria
di Etedra, folte artificiale, mi balìa amteporui I’essempio di Ravenna, il quale
tanto fi gloria di quella libreria della eemoria che dice, Cum patriam
relinquo, ut peregrinus urbes Italia? uideam, dicere possum, Omnia mea mecum
porto. E perche non mancheranno di quell’che uoranno formarli quella
perfetta libreria; però allignera alcuni capi, dalli quali potrete
raccogliere il modo. È di necessità aver m’gliarac migliara di luoghi,
quali si potranno formare alla giornata, secondo che col1’occasione dello
(India. re, creile il bisogno del formatore. Quel tanto ch’il formatore
alla giornata ordinatamente, secondo l’ordine della Scicntiaò Artc, studia
della sua profesfione; gtornalmente collochi il tutto nell 1 formati luoghi,
non tralafciando cosa che Ila necessaria. Quelli luoghi pieni firn pre
rellano piente per aver la fermezza e tenacità della Memo- M€nàona,
cbe 6 dcfidcra eotitrtl’óbliul olle > tH« e il Urlo e. la poluè, che
rode e dftirugge quella libreria; bisogna rivederla coll’uso della ripetizione.E
quello si può fare con pigliar un giorno di vacanza della settimana, e ripetere
quel che novamente si è collocato in quella settimana, 3c in un'al
trhora ripetere una parte cominciando dal principio, e forzandoti che sia tal
notate compartita la ripetitiope, che per ciafeun Mefc fia npetita e
rcuifta tutta la libreria. Pella qual ripetizione ancora si potrà dare
quell’ora, eh il forma torc si trova disoccupato dall’essercitij diurni,
ne i giorni fc ftiui. Sicomc nelle librerie fogliono alcuni tener quadri
dipinti, con ritratti d’auttori, di sapienti, o potenti, di se medesimi, o
d’alcun'altre pitture bene spesso vane, e lascive – GRICE THE SWIMMING POOL
LIBRARY – WHAT BOOKS DO YOU KEEP THERE? -- ; il formatore di quella libreria vi
ponga quadri di San»tif eleggendoti un certo numero di prencipi del paradilb, angeli,
ed uomini, e quelli si constituisca per protettori di quella bella impresa,
raccomandando à cialcuno di loro un libro, o una sentenza, o una materia, secondo
che meglio pare al divoto formatore, ed a quei santi il formatore
oiicri Ica, voti, digiuni, orazioni, secondo la sua divozione, ecc. La libreria
come scrive VITRUVIO (si veda) deve esser fatta di rimpetto all’oriente, poiché
l'vlo di libri ricerca il lume mannaie; e perche la libreria della memoria
adopra lume interno, però io aucrtilco il formatore, che li sforzi d ha
ucr r. oriente spirituale che è christo, chiamato oriente d’un profeta, Ecce
vir oriens nomen eius. Anzi Christo è il sole, come di ife un’altro profeta,
Orietur vobis timcntibus. nomen meum SOL iustitiat. E 1’oriente di quello sole,
quanto alla deità è il padre eterno, e l’oriente quanto alla temporale umanità
è Maria Vergine. Di rimpetto à quelli oric ti c lumi deve il formatore
drizzai la sua libreria; sforzandoli di fuggirli peccati, e conseruarsi nella
grazia di Dio, poiche, Imtium Sapientia: eli timor Domini. Sello, sicome
nelle librerie li libri (on possi con ordine, fiche in una parte son ripossi
quelli della logica, in un’altra quelli della filosofia, in queiraltro canto
quelli della geometria, ecc. coti bisogna ordinarli LUOGHI COMMUNI, che
trà P loro i toro siano distinti. Per esemplo, neHI luoghi
tTvft* Ciftà -cojloco la logica, ed in quelli d’vo’aitraJi Filofofia, in
quelli della terza la theologia, ed in un luogo comniune della seconda città
ei colloco il primo della fisica, nel secondo il secondo, e cosi
procedendo nell» fequenti libri della FILOSOFIA. E quest’ordine è necessario,
per poter subito ri tcoaara li libri, e li soggetti, che A desiderano. E se
mi dirai che quella biblioteca ha del fa ti còlo affai. Pare che la memoria,
non porta soffrire tanto peso. Pare un chaos di confttAonfc» Ache l’uomo
non puole à Aia voglia ritrovare le materie e soggetti. Come A farà, in voler
formare un raggionamento da questa libraria. Se occorrere all» giornata
aggiungere alli soggetri albergatrnuo ui concetti j' non A potrà far
quello senza confusione delle prime imagini. Sedo, come A potrà
contemplare in questa libreria. Come porrà il formatore servirsi di luoghi
va coi. Se conviene a padri di famiglia £ar che, IL Figli studiosi Aano
arricchiti di questa libreria. Rispondo didimamente a quefti otto capi,
per compimento di questa libreria. Come il pefeatore non pup aven pefei senza
bagnarA, nè l'auido trovar The Airi senza romper Terra e làsli; coli non può
l’uomo far’acquifto di quc-t ft'inclphcabile vtdità, senza gran fatica.
La quale pare grande, perch’è insolita e non possa in uso. Ma cominci il
forma torè con le due guide, diligenza, e patienza, a farne
dpcrien 2 a, e conofeeri che, mi dithcile volenti. Fingono li poeti, che
Giasone con fatato di Medea acquista il vello d’oro; mi non però senza
vincer e domar Tori, arar terra, feminar denti, armarse contrafchierearmate, superar
draghi « Medea c 1 arte della memoria, Giasone il formatore,
Tori Draghi, dicroti son le fatiche, li pudori, le vigilie, l’impcdimenti,
li patimenti, che s’offerifeono alle frontiere di questa impresa, quali però dcuono
esser soffriti, e vinti da colui, che aspira alla palina e corona d’una
tanta felicità. Al secondo, dico che la memoria, quando con
bel’agio, ed à poco à poco vien’alla giornata ripiena, non sente pelb e
disturbo, anzi diletto e follcuamento; poiché col riccuer nuovi nàoui
simolacri. Jr, che coll’esperienzartegionano -dr quella utilissima e
ne diària ptofesilone. Nc chiami inutile ingombro, e fatico» fo impacciò,
il teloro utilissimo, elucidissimo di simolacri. Poiché li luoghi ed imagini
sono come penne ciuanni, che aggiungendo pelo all’uccello, rapportano
facilità ed agilità, inerauigliola al aolojcosi mentre s'accolla la memoria
luoghi, 8t imaginiycon qacfti come con due ali vola con facilità stupenda pell’altezza
della contemplatione, ed attione interpetrativa JE J se quelli mezzi son
difficili; fegoo à che il fi N ie è di gran preggio -E chi mira l’asprezza del
mezzo follmente non l’agcuola colla dolcezza del fine, e incauto ed impcudenccv
poichc fauio, e prudente è colui che contrape’ findoiljialore &: il
preggio del ficee dell’acquisto, dispone con prudenza, intende con sapicnza j abbraccia
cori' rorezza, lìegue con patienza li debiti mezzi. E non peflo fi 1 non
maravigliarmi d’Ippoino, il quale biafima l’arte della memoria, e pur fenc scrive;
perche si non è cieco, quand’egli collocai un’gratnone a memoria, non fa egli memoria
locale, nelli fogli delfi carta feri nailon de prende le parole o
concetti, elic gli colloca ?e fibene questa memoria locale, non cl’ arte spiegata,
è nondimeno arte confa magini, delle tpia li diccsfm.o; ìSc ii> parte averli
pofiono, da quel che sìegue. Per utilissimo documento, hab >i il
formatore qualche parti coiar divozione, pelli luoghi, pella collocazione dell’imagini,
e pel recitare. Pei luoghi formandosi abbia l’occhio se vi trova figure di santi,
altari, crocifissò imagine di Maria Vergine, e per ogni luogo commufcc fi
a-, legga tre, quattro, o cinque, più ò meno, secondo la copia di
luoghi, e secondo la divozione del formatore, di quelle finte figure, ed
alli lor figurati, con effetto pio raccoman- x dela tutela della memoria,
sforzandoli che il primo e l’ultimo luogo siano figurati. E quando ripetendo i
luoghi uipalla Culi la mente, li facci il formatore riverenza, con qual chfc
divota orazione. Il simile facci prima cbenelli luoghi; collochi l’imaginij
C prima che recitile collocate; diodo un S, ro 6i giro con ti
mente, per quelle designate figure sante, è eia-' leuna offerendo calda
orazione, o mentale o vocale. Averca il formatore di non esser fcru polo fo
intorno al veder lume prima ch egli vadi à recitare; perche quantunque; sia
ben fatto dimorar in tenebre, ed in luogo rictirato, e solitario, e lontano d’ogni
strepito, mentre ripone l’imagini a memoria, e cosi in quel tempo che è
immediato il recitare. Non dimeno star sempre cosi, e non veder mai lume, senò
quello ch'egli vede quando recita, è colla perighofà; perche i’insolito
apporta dirturbo e confusione. Però stimo ch'il f amatore dove una volta a
luce aperta ripeter le Tue cote. Ripeter fra strepiti e fragori giova:
perche assicura la memoria intanto, che per qual fi voglia strepito ò caso che
avenghi poi fra’l recitare, non fi (marritee IL DICITORE. Indi è da esser
notato, ed imitato l'essercitio di Demostene, il quale per telleuarsi d’alcuni
difetti di natura, come r.fe ri tee VALERIO MASSIMO (si veda), combattendo
colla natura, la vince con i'artificial essercitio. Imperochc essendo egli
Bacco di fianchi, e debole di lcna, e perciò IMPOTENTE AL DIRE,
s’ingagltardì colla fuica, ed essercitio; auczzandofi à recitar molti ucrii ad
un stato, e pronunciando mentre con ncloci paf fi (àliua per uiefaticolc,
ed erte. Ora dirimpetto alli fra gori marini che pcrcoteuano li (coglie li
lidi; si per fortificar la lena, come anco, acciò afluefatte l’orccchie a quel rumore
e strepito del ripercotimento del mare, potettero patientemente al rumore
della ragunata moltitudine perfeucrarc, non sgomentandoli nel (ènte, nè vacillando
colla memoria. E per aver LA LINGUA piu spedita e fciolta alla loquela,
ulàua pariarea lungo, con te pictruzze in bocca; accio uacoa folte poi più
pronta, ed espedita. Ed avendo la voce tettile e molto aspra, e noiofa all’AUDIENTI;
col continuo effermio, e grande industria, la ridusse al maturo, grave, e grato
suono. E perche nel principio della sua gioventù, quali fu linguato, non
poteva ben esprimere la lettera che noi chia marno R. la qualo principia
il nomò dell'arte rettorica, che egli imparbua; usa tanta diligenza che
muno di poi la PROFERIVA meglio di lui. Bisogna rifuegliar le tepitc, e
Ranche forze deli i> Q^. te I le potenze, quando fi ua 1
recitare, con raiutl spirituali e corporali. Li primi d’oratzoni a Dio, ed
a santi, li secondi con alcuni ristorativi, come nell’estate rifrescarsi
il volto, e mani, nell’inverno prender un’alito di fuoco, odorar
cole grate, purché non fiano dieccessiva qualità; toccarsi le narici e
polli, con odorifero vino, e simili, secondo il coniglio del perito medico.Abbi
l’occhio il formatore di lenirli della memoria, non come fine ultimato, mà come
fine ordinato ad altro fine, cioè seruirsi di quella all’ultimo fine
dell’orare, eh e il persuadere, e ricordili che non li trova la maggior
per ucrfità, che pervertir l’ordine, e seruirsi del mezzo per
fine; Il che accenna Agostino in quel detto, Summa perversitas est
frui utendis. Le parti oratorie sono fini, mà però ordinati all’ULTIMO FINE DEL
PERSUADERE [GRICE INFLUENCING AND BEING INFLUENCED BY OTHERS]; però non conviene
affettar tanto quelle parti, che all'ultimo L’AUDIENTE lodi quella ò
qwe fi altra parte, senza che relli vinto, prcfo, e MOSSO DELLA
PERSUAZIONE INTENTA. Dedalo vola per mezzo, nè col gelo baffo soggiaccia,
nè col calor soprano si liqueface; mà ICARO INCAUTO, il quale invaghito delle
nuove, ed inlohte penne, affetta con troppo alto eccelso il volo; sapete
che ruinoso cade nell’onde falle. Cosi quelli ch’allontanandosi dalla
prudente mediocrità, pongono tutta la lor mira nell’eccelso di memoria;
cadono pell'imprudenza, perche non mirano il fine che dev’esser fine ultimato; e
perche mirano il proprio onore, ed una vana pompa, non l'onor e gloria di Dio,
di quali può ben dire il falmeggiante Davide. In fecuri, ed
Afciade iecerunt eam. Parla il profeta di quelli, che dislìpano la Chiesa,
COL PAROLARE, e memorare, che sono parti di chi raggiona. La secure e LA LINGUA
O PAROLA, pello che Dimolline fi> lea dire che il suo aversario ORATORE
Fedone è una fecurre; perche con breve mà acuta orazione molto li refifieva, e
contradiceva. L’Afcia come fi dilfe mollra la memoria, per lochenci sepolcri
gl’antichi scriveno quell’elogio. Sub JVfciam dedi vetuit. Con quelle
armi; gl’eretici cercano dissipar la chiesa, e li vani oratori poco frutto
l'apportano, mentre s’aggregano al numero di quei maestri; di quali predille
Paolo. Ad sua desideria coaceruabunt magillros prurientcs auribus.
Dilettano l’orecchio, con puoco frutto J del 6 % détto
rptrito: vogliono parer stupendi, còito felicità di memoria, 6t AFFETTAZIONE DI
PAROLE, nè curano d’esser fruttuosi à convertir gl’animi à Dio. Dunque constituifcasi
l’oratore per fine quel che dee esser fine cioè, l’ACQUISTO DELL’AUDIENTE S
ual’è feopo, per cui è ordinato il suo officio; e per quello ne poi; senza
affetiatione, fa lecito adopr.tr come mezzi le nobilislime parti della memoria. Verte
in dubbio tra gli formatori, (è è meglio ripor a memoria LE PAROLE O LI
CONCETTI – GRICE GELLNER WORDS AND THINGS -- nell’uso dell’orare, predicare, e raggionare,
in diverse professioni. Collocar parole e quando li scrivono cento o ducento
parole in un foglio, e coli scritte si ripongono in memoria, e le iflesse
collocate e scrittc poi si recitano. Collocar concetti è quando il formatore si
forma il concetto, ed cfphcandolo poi COLLA LINGUA non s’obliga a PREMEDITARE
PAROLE; m^ lo spiega con quella FAVELLA, che all’irpproviso la maestra
natura gli somministra. Chi ha tempo da farlo, e senza dubbio meglio ripor LE
PAROLE: perche l’oratore humano o ecclesiastico non direbbe cosa e PAROLA se
non PREMEDITAT, secondo il detto dì David, che dcscritle le parole del signore
essèr premeditate cfà minate, e raffinate sette volte. Eloquia domini,
eloquia carta, argentum igne examinatum, probatum terrac,
purgati septuplum. E come premeditate farebbero proprie, fcclte, ORNATE
D’ELOQUENZA, abbellite di COLORI RETTORICI; non uaneggurebbe IL DICITORE fuor
di termini designati, non discorrore con digressioni lunghe, e noiose,
ollcruarebbc L’AMATA BREVITÀ, AGGIUNGE DI PARTE IN PARTE AL DIRE SUTILI
GESTI DEL CORPO, E TUONI DELLA VOCE, che richiede un'esquisita PRONUNCIA. Mà
perche non tutti li soggetti ricercano quert’OBLLIGO PAROLATO; nè tempre à ciò
fare il tempo è commodo c (officiente; t brache in alcune occasioni, fom-
Kninirtrando lo spirito celerte nuovi pensieri e nuovi colori in premeditati,
non deve il dicitore farli reftrtenza, oporsi impedimento: però il collocar
concetti ancora non è, da esser biasmato. Nel collocare e prccifàmente i
concetti, per facilitar la memoria ALL’USO DEL PARLARE,!! sforzi il dicitore
d’m ftttitfef efquifuamenre IL CONCETTO, e diffonderlo anco in carta; e
prima cheto spieghi in publico x 1 esplichi da se solo, ì z
uocc noce quanto più li puu intelligibile: perche possedendo bene il
fatto, con facilità e abile a narrarlo. E scrivendo, e recitando
uien‘ada(Tuefarf), ed abilitarsi maggiormente; e affuefaccndosi, s’apre la
firada alla CHIAREZZA maggiore del soggetto, ALLA QUAL CHIAREZZA SEGUE POI
PRONTEZZA E VIVACITA maggiore NEL DIRE. Larto di fcordarfc/. \rA
i‘ ;i:> .) i il ii. t atti _>t Se bene, oppositorum
eadem disciplina, ir. tanto che ha vendo noi detto a badanza della memoria,
potrebbe eia feuno da se (ledo intender che cosa sia il suo opposto eh’
è l’oblivione. Non dimeno perche dall’oblivione lì prendono alcune
utilità in qued’arte, è bene a trattarne, non inquanto e disruttiva, ma in
quanto per certa consequenza accidentale è perfettiva della rimembranza. Perche
avendo fcoggi RECITATA UN’ORAZIONE, e udendo din ani scruirmi
del rdleslì luoghi, trovandoli in gorobrati dalle precedenti
ima ginij come me ne potrò io servire, senza grandissima difficoltà e
confufione? Dirò tre cose, primo a che cosa serve qued’oblivionc. Secondo,
a chi è facile per natura. Terzo, se per arte si può far dimenticanza.
Qiiant’al primo dico che noi collocamo della memoria tre sorti di cose, le
prime delle quali vogliamo sempre ricordarci. Le seconde delle quali vorressimo,
se potessimo sempre ricordarci. Le terze delle quali vorressimo subito
fcordarccne. Le prime sono i luoghi dabili, e quell’imagini di dottrina, quali
noi collocamo, acciò sempre diano vive nella memoria, pella felicità del sapere,
come fa Ravenna che tutto quello che auea dudiato, lo colloca nelli luoghi
intanto, che non avea bisogno d’adoprar libri, e per chiarezza di ciò, noi
abdaino dato il modo di far la libreria della memoria. E rispetto a queda
memoria, noi non vogliamo oblivionfc 9 dimenticanza; e se pur se ne
tratta, l’intento è di trattarne come fà il medico dei veneni, il grammatico dell’incongruo –
My neighbour’s three year old is an adult -- o il logico del falso, per
fuggirli, non per feqnirli. Le seconde cose sono quelle delle quali fe fu
lfe possibile vorreffimo sempre ricordarci, come sono le prediche o le
partì principali di quelle, le quali aueresfimo molto caro che
ci feftafleno sempre nella memoria, mentre dura l’essercitio del
predicare; accio dovendo farle, e recitarle altre volte, senza ugual nova
fatica di collocarle, ci reftalfero tenaci, e urne nella memoria. Mi
perche quello è difficile, però fatte e recitate una volta, non curandoci che sian
sepolte nell’oblivione, desiderando li luoghi vacuoi – GRICE VACUOUS NAMES
TRUTH VALUE GAPS -- , desideramo metodo da poterci dimenticare di quelle, e a quello
scruel’arte dell’oblivione. Le terze cose sono quelle che le collocamo alla
memoria per fcruircenc una volta sola, e poi delide raresfimo che subito ct
ufciflcro di mente; come sono le comedie, ed altre cose simili collocate
da recitatori. A questo anco serve l’arte del’oblivione; si che non e inutile
il trattarne, accio non abbiate a lamentarui, come fa Temistocle con
Simonide, che più torto desidera l’arte di dimenticarli che del
ricordarli. E sìa sempre lodato GIULIO (si veda) Cesare, che così facilmente
fifeorda dcl fingiurie riceuute; ove nel reftantchauea felieissima memoria, la
qual arte è più torto cristiana che pagana; pello che dicca. Nulla laudabile
oblivio nisi iniuriarum. Quanto al secondo, dalle cose dette nelle prime
lcttoni della memoria naturale, in qual temperamento e qualità e fondata, lì
trahe pep consequenza, che quelli liquali sono felici nell’apprensiva pell’umido,
facilmente all’equiscono l’effetto di quest’arte; ma con molta difficoltà
quelli che sono pella complefrfione secca tenaci et aridi. Quanto al terzo dico
che l’arte giova aliai, per farci feordare; se bene nefee più
difficile che il ricordarci, e quello per mancamento del tempo,
il quale e padre dell’oblivione. La doue volendo noi in un subito, e senza
lunghezza di tempo dimenticarci, si tratta via estraordinaria, e potenza
maggiore si ricerca, per ottener l’intento. Oltra che essendo la memoria
perfezione della natura, l’oblivione imperfettione; più inten fan ente è
quelli riccuuta, e più caramente ritenuta. Ma quale sìa quello modo di far
l’oblivione non e facile di mostrare. Li poeti ci mandarebbero à ber
l’acqua di Lethe fiume dcU’Abifio, del s cui cui fiumare gufando fS
dimenticare tutte le cose paflàtcj onde e detto Lethe da lithis, che vuol
dire oblivione. Li cosmografi ci manderebbono o nell’ilbla di Zca, o apprelTo
Cli 1 tone città d’Arcadia, douc son’acque delle quali chiane
bc- ucdiuenta smemorato; ò pure vi condurrebono in Boetia, ove son
due fonti, l’un de quali fa buona memoria e Tal tra fa scordare ogni cosà.
Rombercli dice, il professore di quest’arte abbi molti luoghi: accio possa
uanargior-, nalmente, fi.che palTa col tempo la memoria dell’imaginni. Mà
quello scordare non e per arte, essendo per via del tempo, il quale per il corso
naturale apporta oblivione. Il Mó lco rifiutando molti mod'jftimache balli
il tralalciar il pea fiero dell’imagini; perche così vanno in oblivione.
Mi, chi non s'accorge che quello eaiuto piu tolto di natura, per via
del tempo; che regola d'arte PIo tralafciando quelli aiuti nali, che sono
manifelli: fa raccolta d’alcuni aiuti artificiali, li quali congiunti
insieme, porgeràno facilità all’oblivione. Li quali aiuti e modi, lon
nftretti nell’ifralcritti Capiò Regole, Primo, avendo recitate, e udendo
mandar in oblivione l’imagini; òdi giorno con gl’occhi chiusi, ò di notte
fra le tenebre, lì uadi colla mente girando per tutti li luoghi ideati con
invaginarci un’olcurisfuna tenebra notturna, che cuopra tutti i luoghi, e
cosi procedendo, e retrocedendo piu volte colla mente, e non vedendoci
imagini facilmente suamfee ogni figura. Secondo, si vadi correndo per
tutti li luoghi colla mente, dritto, à roverso, e si contemplino vacuoi e
nudi, tali quali la prima volta senza alcuna imagine turno formati, e quello
di? Icorlò fi facci più volte. Se le peritine tacili luoghi sono
llabili, si riucggtó no colla mente per ogni verlo più volte, e si
contemplino nel modo come prima ui furo llabiIite, col capochino, colle
braccia pendenti, e senza imagini aggiunte. Si come il pittore ingclfa e
di di bianco alle pitture, per cancellarle; così noi con colori polli sopra l’imigini
possiamo cancellarle. E quelli colori, o sia il bianco o’l verde, o’l
nero; imaginando sopra li luoghi, tende biantche, o lenzuoli verdi, o panni
neri, condiscorrer più uolc«, per li luoghi, con tal velo di colori. E lì
poflono ancora imaginare gtnare li fuòchi, pieni, che virtute u po fu
e re Dii fudore parandam. Alla qual arte le voi con patienza uigilia e timor di
Dio atttenderete; avendo per metodo quello mio trattato, mi rendo certo, che voi
nufciretc pierauigliofi nell’uso StclTercirto della memoria, col
favor del divino nostro signore, alli cui piedi, e della sua Clvefi santa
catholica e apostolica romana gitto me'ltellb, e lòttopongo ogni mio detco e
scritto, ora e sempre. Filippo Gesualdo di Lia. Keywords: implicature. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Lia.” Lia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Libanio: la ragione conversazionale e la setta di
Giuliano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Supports Giuliano in his attempt to
revive paganism (a charming letter survives) – “but he is also a friend and
teacher of many Christians, can you believe it?” – Loeb.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; Grice e Liberale: la ragione conversazionale al portico romano -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. Not to be confused with Liberace, he is staying at Lyons (Lugdunum)
at the time it was destroyed by fire. A dear friend of Seneca. He follows the
Porch. In his eulogy, Seneca declaims: “While he is accustomed to dealing with
everyday difficulties, a catastrophe, unexpected, and of such magnitude, is more than he could handle.” Ebuzio Liberale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Liberale.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Liberatore:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ULIVO DELLA
PACE filosofia campanese – scuola di Salerno -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Salerno). Abstract. Grice: “In my talk on meaning to the Oxford
philosophical society, I made fun of Italians using ‘senno,’ a corruption of
‘signum’ but then I realized that they were translating Aristotle’s semein, to
signify!” -- Kewyords: senno. Filosofo italiano. Salerno, Campania. Grice: “One
could write a whole dissertation – especially in Italy: their erudition has no
bounds – about Liberatore’s choice of the sign being conventional, ‘ramo
d’olivo’ = pace. It’s so obscure! Aeneas held one, against the Phyrgians – but
did the Phyrgians know? And if Mars is often represented wearing an olive
wreath, one would not think there is a ‘patto’ between Aeneas and the Phyrgian
commander about that!” Grice: “I like
Liberatore – a systematic philosopher, as I am! His logic has the expected discussion
on ‘sign.’ A conventional sign he says is a branch of olive ‘signifying’ peace
– as opposed to smoke naturally meaning fire – As a footnote, one should note
that in Noah’s days, the signification of the dove was ALSO natural – although
not strictly ‘factive’ – but then not ALL smoke (e. g. dry ice smoke) signifies
fire, as every actor knows!” “Ma il difetto molto comune degl’economisti è il
mancare di giuste idee filosofiche, e con ciò non ostante voler sovente filosofare.”
Entra nel collegio dei gesuiti di Napoli e chiede di far parte della Compagnia
di Gesù. Insegna filosofia. Fonda a Napoli “La Scienza e la Fede” con lo scopo
di criticare le nuove idee del razionalismo, dell'idealismo e del liberalismo,
dalle pagine del quale venne sostenuta una strenua battaglia in favore del
brigantaggio, interpretato come movimento politico contrario all'unità
d'Italia, ovvero: "La cagione del brigantaggio è politica, cioè l'odio al nuovo
governo". Fonda “La Civiltà” per diffondere AQUINO. Uno degl’estensori
dell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Studia Aquino. Pubblica “Corso di
filosofia”. Membro dell'Accademia Romana,. Combatté il razionalismo e
l'ontologismo, così come le idee di SERBATI. Sostenne che il brigantaggio e
la legittima resistenza di un popolo a una conquista non solo territoriale, ma
soprattutto ideologica. Difensore dei diritti della chiesa e studioso dei
problemi della vita cristiana, delle relazioni tra chiesa e stato, tra la
morale e la vita sociale. I filosofi della sua scuola mettono in evidenza
a acutezza dei giudizi, la forza degli argomenti, la sequenza logica del
pensiero, la stretta osservazione dei fatti, la conoscenza dell'uomo e del
mondo, la semplicità ed eleganza dello stile. All'inizio professore e
giudicato da molti nella Chiesa cattolica il più grande filosofo dei suoi
tempi. Si ritenene che vive santamente, e si scorge in lui un profondo spirito
religioso. Considerato uno dei precursori del personalismo economico.
Altri saggi: “Logica, metafisica, etica e diritto naturale, e in
particolare: “Dialoghi filosofici” (Napoli); “Institutiones logicae et metaphysicae”
(Napoli);“Theses ex metaphysica selectae quas suscipit propugnandas Franciscus
Pirenzio in collegio neapolitano S. J. ab. divi Sebastiani Quinto” (Napoli); “Dialogo
sopra l'origine delle idee” (Napoli); “Il panteismo trascendentale: dialogo” (Napoli);
“Il Progresso: dialogo filosofico” (Genova); “Ethicae et juris naturae elementa”
(Napoli); “Elementi di filosofia” (Napoli); “Institutiones philosophicae” (Napoli);
“Della conoscenza intellettuale” (Napoli); “Compendium logicae et metaphysicae”
(Roma); “Sopra la teoria scolastica della composizione sostanziale dei corpi” (Roma);
“Risposta ad una lettera sopra la teoria scolastica della composizione sostanziale
dei corpi” (Roma); “Dell'uomo” (Roma); “La Filosofia di ALIGHIERI”; In Omaggio
a Aligh. dei Cattolici ital. (Roma); “Ethica et ius naturae” (Roma, Typis
civilitatis catholicae); “Lo stato italiano” (Napoli, Real tipografia Giannini);
“Della composizione sostanziale dei corpi” (Napoli, Giannini); “L'auto-crazia dell'ente”
(Napoli); “Degl’universali -- confutazione della filosofia di Serbati” (Roma);
“Principii di economia politica” (Roma, Befani); “La proposta dell'imperatore
germanico di un accordo internazionale in favore degl’operai”; “Le associazioni
operaie”; “Dell'intervenzione governativa nel regolamento del lavoro”; “L'Enciclica
Rerum Novarum di Leone XIII”; “De conditione opificium”; “La civiltà cattolica
spiega nei dettagli il clima di "difesa" in cui la chiesa si sente. Il
ritorno ad Aquino dov’essere orientato alle sue dottrine originarie. Convinto
che dopo di lui ben poco di nuovo ha prodotto il pensiero umano. Brigantaggio. Legittima difesa del Sud. Gli
articoli della "Civiltà Cattolica" introduzione di Turco (Napoli, Giglio); “Per
l'atteggiamento arroccato in difesa della Chiesa vedi ad esempio Sillabo # La
"cupa scia" del Sillabo
Nardini, Manca di verità e si oppone ad AQUINO la soluzione di un alto
problema metafisico abbracciata da L.” (Roma, Pallotta); “Lettere edificanti
della provincia napoletana della Compagnia di Gesù, in La Civiltà cattolica, Civiltà
cattolica:, antologia Rosa, [ma San Giovanni Valdarno] ad ind.; G.
Mellinato, Carteggio inedito L. Cornoldi in lotta per la filosofia di Aquino (Roma,
Volpe, I gesuiti nel Napoletano, Napoli, Dezza, Alle origini del tomismo,
Milano, Devizzi, La critica all'ontologismo, Rivista di filosofia neo-scolastica,
Mirabella, Il pensiero politico di ed il suo contributo ai rapporti tra Chiesa
e Stato, Milano, Scaduto, Il pensiero politico ed il contributo ai rapporti tra
la Chiesa e lo Stato, in Archivum historicum Societatis Iesu, Serbati, Roma G. Rosa,
Storia del movimento cattolico in Italia, Bari ad ind.; Lombardi, La Civiltà
cattolica e la stesura della "Rerum novarum". Nuovi documenti sul
contributo, La Civiltà cattolica, Dante, Storia della "Civiltà cattolica",
Roma Nomenclator literarius theologiae catholicae, Grande antologia filosofica, Milano, C. Curci,
Compagnia di Gesù La Civiltà Cattolica Rerum Novarum Treccani Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana.Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana., presentazione del libro su La Civiltà Cattolica e
il brigantaggio. Segno – SENNO -- è generalmente tutto ciò che, alla potenza
conoscitiva, ra-ppresenta alcuna cosa da se distinta. Perciò tal denominazione
ben si addice al concetto il quale esprime al vivo e ra-ppresenta alla mente
l'obbietto intorno a cui si aggira. Ma il concetto è interno all'animo e per
pale sarsi di fuora ha bisogno di un segno SENNO esterno. Questo segno SEENO
esterno consiste ne' voicaboli, i quali tra tutti i segni ottennero la
preminenza iq.ordine alla manifestazione delle cose, che internamente
concepiamo. Così il termine mentale, cio è il concetto, e d il termine ora le
cioè il vocabolo, convengono tra loro nella generica ragione di segno o SENNO. Ma
si differenziano grandemente nella ragione specifica. Imperocchè, primieramente
il concetto è segno naturale; il vocabolo è segno – O SENNO -- convenzionale. Dicesi
segno naturale quello che di per sè e per sua natura mena alla cognizione di
un'altra cosa -- come il fumo, per esempio, rispetto al fuoco, e generalmente
ogni effetto, riguardo alla CAUSA. Dicesi segno convenzionale quello, che
ARBITRARIAMENTE o PER PATTO vien
destinato a di-notare alcuna cosa; come il ramo d'olivo si ad opera per il termine
orale, benchè prossimamente significhi (E SENNO DI) il concetto, non dimeno
mediante il concetto significa (E SENNO DI) lo stesso oggetto. Anzi, poi chè da
chi parla è ad operato per di-notare il concetto non subbiettivamente ma
obbiettivamente, cioè in quanto è espressione della cosa percepita. Ne segue
che, quanto alla significazione (SENNO), esso si confonde quasi col concetto, dicuiè
come la veste e l'esterna apparizione. E però la logica a buon diritto tratta
per ora ni un vocabolo è di sua natura connesso con un determinato concetto;
e però tanta varietà di loquela si scorge presso le diverse nazioni. Al
contrario, il concetto di per sè e necessariamente rappresenta l'obbietto, essendo
ne una natural rassomiglianza; e però il discorso mentale è lo stesso appo
tutti. Inoltre il concetto è segno formale; il vocabolo è segno (SENNO) istrumentale.
Ad intendere questa differenza, è necessario osservare, che il vocabolo
permenarci alla conoscenza della cosa significata, ha mestieri d'esser prima dạ
noi compreso. E pero appartiene a quel genere di segni (SENNO), a a cui può
applicarsi la seguente definizione. Segno (SENNO) è ciò che, conosciuto, adduce
alla conoscenza di un'altra cosa. Ma del concetto non è così: giacchè esso, senza
bisogno d'esser prima conosciuto, col solo attuare la mente, ci mena alla
conoscenza del l'obbietto, sicchè questo appunto sia il primo ad essere diretta
mente percepito. Ciò di leggieri apparisce, tanto solo che si consideri che il concetto
non può percepirsi, se non per cognizione riflessa e pel ritorno della mente
sopra sè stessa. Laonde quello che si percepisce per prima e diretta cognizione,
non può essere esso concetto, ma necessariamente è una qualche cosa diversa dal
medesimo. A di-notare per tanto una tal differenza, venne introdotta la
distinzione del segno (SENNO) formale e del segno (SENNO) istrumentale. Viene
l'abuso del linguaggio che è il mezzo dato all'uomo per esternare ad altrui
gl’interni concepimenti dell'animo. L'analisi de’ vocaboli è ordinariamente un
grande aiuto allo spirito per rischiarare le idee, merce chè essi sovente
tengon chiusi sotto la loro spoglia. Ma accade altresì che si arroghino più di quello
che loro di ragion si compele, e tentino non di essere esaminali e giudicali
dall'intelletto, ma manciparselo e deltargli legge a capriccio. Per diverse maniere
principalmente i vocaboli introducono falsi concetti nell'animo. Per la loro
ambiguità e confusione, imperocchè ci ha delle voci d'incerto significato, le
quali han bisogno d'esser determinale nel senso in cui si tolgono, altrimenti
ingenerano concetto vago e mal fermo da cui procedon poi fallaci giudizii. Tale
è a cagion d'esempio la voce natura, la quale suol prender sia d’esprimere or l'essenza
di una cosa, or il mondo sensibile; or l'autore dell'universo, or tull'altro a talento
di co foi che l'usa. Parimente le idee significate pe' vocaboli sovente
sono assai complesse e complicate; e pero ove non bene si risolvano per via d'analisi
ne’loro elementi, son cagione che si formiun assai confuse ed informe concetto.
Secondo, tal volta i vocaboli vengono ad operati a significar mere negazioni o
prodotti arbitrarii della immaginativa, o semplici ASTRAZIONI ell'animo; come
la voce “cecità”, “fortuna”, “centauro”, “località”, e somiglianti. Oravviene che
per difetto di debita considerazione si cada nella credenza ch'esse esprimano
cose positive e reali si nell'essere che nel modo onde sou concepite. I vocaboli
delle cose immateriali son formati d'ordinario per analogia presa dagli obbietti
materiali, e quindi avviene che talora si confondano le une cogl’altri. Ne'nomi
derivati sebbene spesso l'origine e l'etimologia del vocabolo coincide col senso
in che comunemente si prende, tuttavia non rade volte se ne dilunga. Nel qual
caso per mancanza di attenzione può avvenire che l'una coll'altro si scambi. A
queste cause può aggiugnersi la novità de’ vocaboli di che taluni stranamente
si piacciono, e l'uso incostante che fanno di quelli stessi che fuor di ragione
introduceno. La filosofia per quanto può nell'ad operare il linguaggio non deve
scostarsi dall’uso comune, nè cambiare a capriccio il senso delle voci ricevute
o da sè stessa una volta determinate. Una indebita applicazione de’ mezzi di
conoscenza è radice mal nal ad'errore. Accadecia in prima dal non bene
distinguere con quali facoltà dove l'oggetto concepirsi; come a cagion d'esempio
in chi con la fantasia vuole comprender ciò che allrimenti non si può che con
l'intelletto. Dippiù si bada talora più alla vivacità e felicità della RAPPRESENTANZA,
che alla fermezza del motivo che spinge all'assenso. E così le cose che
vivacemente e prestamente feriscono l'animo più di leggieri si ammettono che
allre non fornite di questa dote, ma più salde per forza di argomenti. Inoltre
si procede temerariamente a giudizii senza prima considerare se l'obbietto è
debitamente proposto giusta le leggi e le condizioni volute dalla natura. Quinci
le fallacie de’ sensi, lo scambiarsi per i principii proposizioni arbitrarie,
il formare assiomi illegittimi, il dedurre conseguenze erronee da sofistici
ragionamenti. E perciocchè lo schivar questi mali richiede la conoscenza
del dritto cammino che deve tener la mente per le vie del vero, passiamo a trattar
diligentemente questa materia, alla quale premettiamo il seguente articolo, che
ad essa valga come d'introduzione. Cum animi nostri sensus cogitationesque
animo ipso lateant, nec per sese ceteris patefiant; homo, qui ad societatem cum
aliis coëundam e nascitur, idoneis mediis a provido naturae Auctore instructus
est, ut ideas suas aliis, quibuscum vivit, manifestet. Haec media SIGNA (SENNI)
quaedam sunt. Sic enim nominantur quaecumque ad res alias innuendas sive natura
sive VOLVNTATE sunt INSTITUTA. Omnibus vere signis, quibus conceptus nostros et
affectus animi patefacimus, maximopere vocabula praestant. Etsi enim suspiria,
gemitus, nutus, sensa animi nostri significent; minime tamen id efficiunt eadem
facilitate, perspicuitate, distinctione ac varietate, quae vocabulorum propria
est. Quam quam non diffitear gestuum loquelam, si vivax sit, vehementius
commovere, propterea quod imaginationem vividius feriat, et rem veluti ponat ob
oculos. Vocabulum definiri potest: vox articulate prolata ad ideam aliquam
significandam. Ex quo intelligitur, ope vocabulorum proxime et immediate
conceptus, vi autem conceptuum ipsa obiecta significari. Ad originem sermonis quod
spectat, nemini dubium est quin, etsi vis loquendi ingenit a nobis sit,
verborum tamen determinatio ab arbitrio generatim pendeat. Secus si quodlibet
determinatum verbum determinatam rem natura sua innueret; qui fieri posset ut
verbum idem apud diversas gentes, quibus certe eadem natura inest, non idem
exprimat? De hoc nulla est controversia; at quaestio in eo est utrum absolutae
necessitatis fuerit ut sermo aliquis primis hominibus a Deo communicaretur, an
homo sermocinandi tantum virtute ornatus sermonem ipse repererit vel saltem
reperire potuerit. Qua de re in contrarias sententias FILOSOFI distrahuntur. Non
nulli enim non modo possibilitatem, sed factum etiam tuentur, atque hominem
sermone destitutum sermonis auctorem fuisse autumant. Alii id neutiquam evenire
potuisse arbitrantur, cum sermo sine usu intelligentiae. efforinari nequeat, et
ad usum intelligentiae sermonem necessarium esse putent. Equidem sic existimo: ad
absolutam possibilitatem quod at tinet, hominem per se potuisse ex insita propensione
et facultate loquendi, quam accepit, determinatum sensum vocibus quibus dam
tribuere, et sic sponte sua efformare sermonem. Quid enim repugnasset ut homo
rem sensibus occurrentem nutu aliquo com mopstraret aliis, atque ex innata vi loquendi
sonum syllabis quibusdam distinctum proferret et ad commonstratam rem
significandam libere determinaret. Expressis autem rebus sensibilibus, ad
insensibiles significandas gradatim pervenire impossibile sane non erat; cum ad
has exprimendas nomina quaedam ex rebus materialibus, propter analogiam,
quam homo inter utrasque per spicit, transferri facile potuissent. At si non de absoluta et
abstracta possibilitate, sed de facto loquimur, rem aliter contigisse certum
est. Nam ex sacris litteris indubie colligimus
elementa sermonis primo homini a Deo tributa esse, quantum saltem sufficeret ad
domesticam societatem, in qua ille conditus est, retinendam. Cuius rei
congruentia vel inde patet, quod si, ut supra dictum est, ad divinam pertinuit
providentiam opportuna scientia instruere protoparen tem; hoc multo magis de
usu sermonis dicendum sit,cuius longe maior necessitas imminebat. An sapienter
cogitari poterit totius generis humani parens et magister, qui quasi principium
et fun damentum constituebatur futurae societatis civilis et sacrae, sine
actuali copia illorum mediorum, quae ad munus hoc adimplen dum tantopere
requirebantur. Accedit, quod eruditorum vestigationes, qui de origine linguarum
tractarunt, huc tandem concludendo devenerunt, ut omnes linguae tamquam
dialecti linguae cuiusdam primitivae, quae perierit, habendae sint. At si sermo
inventio esset humana, singulae familiae, quae diversis populis originem
dederunt, linguam sibi omnino propriam atque ab aliis radicitus discrepantem
creavissent. De utilitate vero, quam ex sermone pro rerum intelligentia mens
capit, permulta fabulati sunt FILOSOFI quidam, in primisque Condillachius. Putarunt
enim illum esse necessarium ad analysim et synthesim idearum habendam, nec sine
ipso ideas generales efformari posse. Quin etiam eo progressi sunt, ut dicerent
ipsam intelligentiam non nisi ex usu loquelae progigni. At enim haec esse
ridicula optimus quisque iudicabit, modo cogitet non posse loquendi usum
concipi nisi iam antea intelligentia sub audiatur. Non enim quia loquimur
intelligimus, sed viceversa quia intelligimus loquimur. Unde bruta, quia
intelligentia carent, id circo loquendi facultate privantur. Quod si
intelligentia e sermone non pendet, poterit illa quidem suis uti viribus ad
ideas sive dividendas sive componendas sive etiam abstrahendas, quin id circo
sermo velut causa aut instrumentum adhibeatur. Sed de hac refusius erit in
Metaphysica disputandum. Vera igitur emolumenta sermonis his continentur. Prae
terquam quod ad ideas communicandas inserviat, ac proinde ve luti vinculum sit
societatis; intellectui subvenit, quatenus loco phantasmatum verba ut signa
sensibilia in imaginatione substituit. Memoriae opitulatur ad ideas semel
habitas revocandas. Mentis attentionem figit detinetque in obiecto, quod
exprimit, quae secus ad alia contemplanda statim raperetur. Mentis opificia
conservat, efficitque, ut illa postquam contemplationis suae partus vocabulis
scriptura exaratis ad retinen dum tradiderit, soluta curis ad nova speculanda
impune progredi possit. Hae potissimum utilitates e sermone in hominem
proficiscuntur; ceterae, quae a nonnullis nimium exaggerantur, sine fundamento
ponuntur, et animo humano sunt dedecori. Denique ad dotes loquendi quod
attinet, sermo sit perspicuus, usitatus, brevis; non ea tamen brevitate, qua
obscurior sententia fiat; sed ea, quam rite descripsit Tullius CICERONE, ubi
inquit brevitatem appellanda messe cum verbum nullum redundat, velcum tantum
verborum est, quantum necesse est 1. ANTICHITÀ PER L'INTELLIGENZA
DELL'ISTORIA ROMANA E DEI FILOSOFI LATINI DELL'ABATE DECLAUSTRE Wwwna IN
VENEZIA CO'TORCHI DI GIUSEPPE MOLINARI MITOLOGICHE SLIEHE HE KOS
WIEN HOFBIBLION KA 1 eeeeeeeeexe
erele cele ; egli Ateniesi lee ressero delle statue. Ella fu ancora più celebra
ta presso i romani, i quali le innalzarono il più grande ed il più m a goifico tempioche
fosse in Roma. Questo tempia, le cui rovine ed anche una parte delle volte
restano ancora io piedi, fu cominciato da Agrippina, e poscia compiuto da
Vespasiano. Scrive Giuseppe, che gl'imperadori VESPASIANO e Tito deposero nel
tempio della pace le ricche spoglie, che aveano levate al tempio di
Gerusalemme. In questa tempio della Pace si adunavano quelli che professavano
le belle arti per disputervi sopra le loro prerogative, acciocchè alla presenza
della dea restasse bandita qualsi voglia asprezza pelle loro dispute. Questotem.
pio fu rovinato da un incendio al tempo dell'imperator COMMODO. Presso i greci la
Pace veniva rappresentata in questa maniera. Una dono aportava sulla mano il dio
Pluto fanciullo. Presso I Romani poi si trova per ordinari o rappresentata la Pace
con un ramo di ulivo PACIFERA. In una Medaglia di Marco Aurelio, Minerva viene
chiamata “pacifera”; e in una di Massimino si legge Marte puciferus, qmegli, o
quella che porta la pace, PACTIA.Suddito dei Persiani, al riferire d'Erodoto,
essendosi ricoperato a Cuma città greca, i Persiani non mancarono di mandare a
di mandarlo, acciocchè loro fosse consegnato nelle mani. I Cumeifo . dea
P Pace. I Greci e di Romani onoravano la Pace come una gran qualche volta colle
ali, tenendo un caduceo, e con un serpente ai piedi, Le danno ancora il cornucopia,
el'ulivo è il simbolo della Pace, e il caduceo è il simbolo del Mercurio Negoziatore,
per additare la negoziazione, da cui n'è seguita la Pace. In una medaglia di
Antonino Pio tiene in una mano un ramo di ulivo, e colla sinistra dà fuoco ad
alcu di scudi,e corazze, j PALAMEDE . Figliuolo di Nauplio re
dell'isola d'Eubea, coman daya gli Eubei nell'assedio di Troja. Vi si fece
molto stimare per la sua prudenza, pel suo coraggio, e de sperienza nell'arte
militare; e dicono che insegnasse ai Greci il formare i battagliopi, e lo
schierarsi. Gli attribuiscono l'invenzione di dar la parola delle sentipeļle, quel
la di molti giuochi, come dei dadi e degli scacchi, per servire di trat
tenimento ugualmente all'ufficiale e al soldato nella noja di up lungo
assedio. ΡΑ1CHE tott an que 9 be 8Q CO 32 ti 8 $1 AL sto fu çerp ip contapepte
ricercare l'oracolo de’ Branchidi, per sapere come doveano contenersi; el'oracolo
rispose, che lo consegnassero. Aristodico, uno dei principali della città, il quale
non era di questo parere, ottenne col suo credito, che si mandasse un' altra
volta ad interrogare l'oracolo, ed egli stesso si fece mettere nel numero dei deputati.
L'oracolo non diede altra risposta, che quella avea data prima. Poco sod
disfatto Aristodico, penso nel passeggi. The branch of ‘ulivo’ is represented
in the reverse of a coin of Antonius Pius --. Matteo Liberatore. “Segno e cio
che, conosciuto, adduce alla conosence di un’altra cosa” – cf. Eco’s tesi su
Aquino. Liberatore. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Liberatore” – The Swimming-Pool Library. Liberatore.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Licenzio: la ragione conversazionale e il filosofo poeta
– Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. – A pupil of Agostino. He achieves
a reputation of a poet. Licenzio.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO! GRICE LIGURE!; ossia, Grice e Liceti: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale – filosofia ligure – l scuola di Rapallo --
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Rapallo). Filosofo
italiano. Rapallo, Liguria. Grice: “Liceti is a fascinating philosopher; must
say my favourite of his oeuvre is “Geroglifici,” which as he knows it’s a coded
message – the old Egyptian priests kept this ‘figurata’ away from the plebs!” –
Grice: “Alice once wondered what the good of a piece of philosophy is without
‘illustrations;’ surely Liceti’s beats them all!” Allievo ed erede di CREMONINI (si veda). Nacque
prematuro (6 mesi), venendo alla luce su una nave presa da tempesta lungo le
coste tra Recco e Rapallo. Sempre secondo la tradizione orale suo padre, un
medicoo, lo mise in una scatola di cotone dentro un forno, come si fa per far
schiudere le uova, inventando così il prototipo della moderna incubatrice. Dopo
aver compiuto i primi studi letterari a Rapallo, venne inviato a Bologna per
compiere e approfondire gli studi legati alla FILOSOFIA. Insegna a Pisa.
Padova, e Bologna. Ascritto ai “Ricovrati”
(oggi i galileii – degl’Accademia Galileiana di scienze, lettere ed
arti. Quando comparve in cielo una
cometa, si riaccese una controversia analoga a quella suscitata dalla stella
nova ma questa volta le difese della
teoria aristotelica furono assunte da L. ed il compito di attaccarla, partito
ormai GALILEI (si veda), e assunto dal suo successore sulla cattedra di
matematica, GLORIOSI, che se la prese appunto con L.. Questi risponde
pubblicando un suo De novis astris et cometis, in cui, oltre a difendere il
LIZIO, critica scienziati, tra i quali anche GALILEI, ma con espressioni molto
rispettose e lusinghiere. A questo saggio GALILEI fa rispondere dal suo amico
GIUDICCI col Discorso sulle comete. Srive saggi di filosofia, tra le quali “De
monstruorum causis, natura et differentiis”,
(Padova), con aggiunte di Blaes, nei quali riprese le soluzioni del
LIZIO sul problema delle anomalie genetiche, e “De spontaneo viventium ortu”
nei quali sostenne la generazione spontanea degl’animali inferiori. Altri saggi importanti per la ricerca sono
“De lucernis antiquorum reconditis” apprezzato da Berigardo, e la “Silloge
Hieroglyphica, sive antiqua schemata gemmarum anularium.” Tratta inoltre la
questione dell'anima delle bestie nel “De feriis altricis animae nemeseticae
disputationes.” I suoi saggi sono chiaramente ispirate al LIZIO, in particolare
gli studi sul problema della generazione vivente e sul cosmo, entrando talvolta
in contrasto con GALILEI, specialmente per quanto riguarda la struttura dei
cieli e della Luna, che L. considera una sfera perfetta e trasparente la cui
luminosità non e un riflesso della luce solare, ma veniva generata al suo
interno. Al centro di questo dissenso cosmologico, c'e, infatti, il tentativo
di spiegare il fenomeno luminescente della pietra di Bologna, che L. considera
un frammento di materia lunare. Alcuni saggi di L. rimasero inediti a causa
delle ampie discussioni riportate sulle novità astronomiche. Nella congerie
immensa dei suoi saggi e commenti va notata la difesa della pietas
d'Aristotele; quella pietas così vivacemente messa in forse alcuni anni più
tardi dal platonicissimo cappuccino Valeriano Magno, che taccia d'a-teismo il
sistema dello Stagirita. L. invece disserta «de gradu pietatis Aristotelis erga
Deum et homines», e nel saggio sua «Philosophi sententiae plurimae, fidelium
auditui durae, salubribus explicationibus emollitae, ad pias aures accommodantur,
illaeso genuino sensu Aristotelis». E ad epigrafe dell'opera sua si compiace
del distico Vulgus Aristotelem gravat impietate, L. Doctorem purgat. Numquid
uterque pius? La città di Padova ed Spinola di Roccaforte rendeno omaggio al
filosofo facendo erigere una statua in marmo scolpita da Rizzi. A Rapallo vi è
dedicata una via. Gli è stato dedicato il cratere “L.” sulla Luna. Altri saggi: “De centro et circumferentia”’
“De regulari motu minimaque parallaxi cometarum caelestium disputationes”Vtini,
Nicola Schiratti, Vicetiae, Amadio, Bolzetta, Encyclopaedia ad aram mysticam
Nonarii Terrigenae, Patavii, Crivellari“ Allegoria peripatetica de generatione,
amicitia, et privatione in aristotelicum aenigma elia lelia crispis. Ad aram
lemniam Dosiadae, poëtae vetustissimi et obscurissimi, encyclopaedia, Paris,
Cottard; Ad Syringam publilianam encyclopaedia, Patauii, Pasquato, Bortolo, “Ad
Epei Securim Encyclopaedia Genuensis FILOSOFI ac medici, Bononiae, Monti, “De
centro et circumferentia, Vtini, Schiratti, “De luminis natura et efficientia,
Vtini, Schiratti, “Litheosphorus, siue De lapide Bononiensi lucem in se
conceptam ab ambiente claro mox in tenebris mire conservante, Vtini, Schiratti, “Ad alas amoris divini a Simmia
Rhodio compactas, Patavii, Crivellari,“De lucidis in sublimi ingenuarum
exercitationum liber, Patauii, Crivellari “De Lunae Sub-obscura Luce prope
coniunctiones, “Hieroglyphica”, Patavii, Sebastiano Sardi, “Hydrologiae
peripateticae disputationes”, Vtini,
Schiratti, Ad syringam a Syracusio compactam et inflatam Encyclopaedia,
Vtini, Schiratti, Baldassarri, La pietra di Bologna da Descartes a Spallanzani.
Sviluppo di un modello scientifico tra curiosità, metodo, analogia, esempio e
prova empirica, Nel nome di Lazzaro. Saggi di storia della scienza e delle
istituzioni scientifiche, Garin, La filosofia, Milano, Vallardi, Questo testo
proviene in parte dalla relativa voce del progetto Mille anni di scienza in
Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza di
Firenze, Bartholin, Institutiones anatomicae, Lugduni Batavorum, Riolan,
Opuscula anatomica nova, in Id., Opera anatomica, L Pombaiae Parisiorum,
Bartholin, Epistolarum medicinalium centuria Hafniae (lettere); Vesling,
Observationes anatomicae et epistolae, Hafniae, lettere a L.; Dallari, I rotuli
dei lettori legisti e artisti dello STUDIO BOLOGNESE, Bologna ad ind.; Edizione
delle opere di Galilei, Firenze ad
indices; Acta nationis Germanicae artistarum, Rossetti, Padova, ad ind.; Rossetti,
A Gamba, Padova, ad ind.; Giornale della gloriosissima Accademia Ricovrata, A:
verbali delle adunanze, Gamba, Rossetti,
Trieste ad ind.; Salomoni, Urbis Patavinae inscriptions, Patavii Facciolati,
FASTI GYMNASII PATAVINI, Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Modena,
Renan, Averroès et l'averroïsme, Paris Taruffi, “Storia della teratologia”
Bologna, Favaro, Amici e corrispondenti di Galilei, Gloriosi, in Atti del R.
Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Favaro, Saggio di dello Studio di Padova, Venezia, Ducceschi,
L'epistolario di Severino, Rivista di storia delle scienze mediche e naturali,
Castiglioni, Storia della medicina, Milano, Ducceschi, Un epistolario inedito
di dotti padovani in Atti e memorie della R. Accademia di scienze lettere ed
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varia, Boffito, Battaglia di marche tipografiche di Bella e l'ultima memoria scientifica dettata
da Galilei, in La Bibliofilia, Pesce, La iconografia di L., in Genova. Rivista
del Comune, Geymonat, Galilei, Torino, Rossetti, L'opera di L. in un
manoscritto inedito della Biblioteca del Seminario vescovile di Padova, in
Studia Patavina, Bertolaso, Ricerche d'archivio su alcuni aspetti
dell'insegnamento medico presso Padova, in Acta medicae historiae Patavinae, Ongaro,
Contributi alla biografia di Alpini, Tomba, Gli originali di Galileo in Physis,
Ongaro, L'opera di L., in Atti del Congresso di storia della medicina, Roma,
Ongaro, La generazione e il moto del sangue in Liceti, in Castalia, Rizza,
Peiresc e l'Italia, Torino Simili, Una dedica autografa di Galilei a L. e il
clima delle loro concezioni scientifiche e relazioni epistolari, in Galileo
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internazionale, Firenze-Pisa, Firenze Mirandola, Naudé a Padova. Contributo
allo studio del mito italiano, in Lettere italiane, Castellani, Marangio, I
problemi della scienza nel carteggio con Galilei, Bollettino di storia della
filosofia dell'Università degli studi di Lecce, Marilena Marangio, La disputa
sul centro dell'universo nel "De Terra" di L., Soppelsa, Genesi del
metodo galileiano e tramonto dell'aristotelismo nella Scuola di Padova, Padova,
Agosto et al., Rapallo, Berti, Galileo e l'aristotelismo patavino del suo
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calcografico di Schiratti, in Ce fastu? Lohr, Latin Aristotle commentaries,
Firenze, Basso, erudito ed antiquario, con particolare riguardo agli studi di
sfragistica, in Forum Iulii, Basso, "Fortasse licebit". La marca
tipografica di Schiratti e l'impresa accademica di L., in Quaderni Artisti
Cattolici Ellero, Ongaro, La scoperta del condotto pancreatico, in Scienza e
cultura, Poppi, Il "De caelesti substantia" di Ferchio fra tradizione
e innovazione, in Galileo e la cultura padovana, Santinello, Padova,
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dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. sapere, De Agostini, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
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address it.” “Beerbohm, Rapallo” “Do not worry, there is only one Rapallo.” “Vico L., Rapallo” – “Statua a L. da Rizzi, Spinelli
Roccaforte, Padova.xstril. minnstiii UAiTiO Stjftdsb iupon Ratfatia in IV
libros De his, quidiuvi- P uunt fine alimento. P1?- 1 in quo
eaptobatissimisautonbus afferuntur obferuationes eorum, qui vitra biduu . ab
omni obo potuque abftmuere. Abstinentiae vana: intra fepumam diem conclu-
.ffaec. Abfimenu, a iepfmo ad decimum diem extenfj. Abftmentixi decimo ad
vigefiraumdiera protc- fe.cap.£. Abstinentii ad mensem produAfe. Abstinentiae a
primo ad tertium mensem produ-. Ax. c Iehmium populorum Lucomonae ad quinque me
des quotannis mire productum. Abstinentia Oftimeftns in muliete Patavina.
Abstinentia pueli Tufer ad feitumdec unum- Spiritus non aliaere. Aerem in mitto
vivente non ali aere intrinlecus quoraodocunqucattra Ao.lenem in mitto non
abfumerc acrcm. Partes animalis 4 przdommio aereas non ali aere inspirato. nui
Aerem hunc, quem inffiramus, non efle alendo et creari c 'i t. fpintus. Ad
nutricationem metaphoricam non semper cd- sequi veram Rondelctij difficilis
alfertio. Soluuntur argumenta quibus nititur pnor opinio, mensem protradla.
Abstinentix ad II annos produAx. Ablhncntix ad III annos protenf. Historia
puellæ Spirenfis quadriennium abftinen- . tiscap.it. Abftinentt a quarto ad
duodecimum annum de- duAx. Abstinenn vitra duodecim annos longissime pro duA
varia exempla. Abstinenti $ diuturnae incerto temporis spatio adi' mentr.
Difficultatem negotii nos retrahere non debere a proposito. Curante omnia
oporteatnos aliorum dogmata de Chatnxleontcm, ac Viperas non ahaere propol i t
c tpeudere. inqua omnesaliorum opiniones examinand breui catalogo numerantur.
tn quo examinantur sapientum virorum opiniones de natura et caudis tam diu-
turni lciumj. Opinio Argenteoj et aliorum exiftimantiu abstmcntcs nomos nutriri
aere inlpirato. Cancmlcucm et Manucodiatam apud Indos non alucrc.Secunda opmio
Medici Clariflimt ex Augento, Si . M a nardo contendentis abstinentt ncftrosalf
odoribus, fle exhala tione aerem obfidente car Examinatur propofita fcntenua,
&: primum often diturnon elfe in topi acre vaporem, ac cxhalationcm.cap.a».
Exhalationem infpiratam vi calori? humant non pofle cogi in fanguincm.St^
alimentum. Exhalationem non alere 1eiunantcs. Expenditurallata opinio
demonttrando primum Non omne fapidu111 alere. caloris aAionein humorem non elle
conti- nuam ;caqueiugi, nonidco affiduam clfc debe- re nutricationem, cap.i.
intus in animali aereos non efltjfcd igneos. C. J. aimores proprie non
ali.Spmtus in viuenni corpore r,ou nutriri.Odores non alere,quia non funt
miftorum fpccits, prima ratio Arifiotchs aduerfus PITAGORICI c1phcatur.cap.2d.
Secunda ratio Anftotclis LIZIO demonttrans odores n6 alere, quia per coAioncm a
calore non podint ex odoribus excrementa lcgrcgan. Omne genera sed vnicum
ottcnditurj nec ali omnia qiuecu que diffluunt in viufnteA^" reftauritionc
indigent. Acrem ml piratum pon efle miftum, nec adeo ut fit alendo corpori.
Explicantur allata dogmata Galeni de eo quod ctt ipiritus aere nutriri, J.
Alexandri, Nicolai, CICERONE, ac Thcophraflirii- fla confiderantur.de eo, qupd
eft att:m alerem fpiritus,& calorem; et ad A rittotclis, ac Hippo- cratis
ccnfuram rediguntur.tf. Hippocratis afiettio dc triplici alimento illuftra-
tlir Olimpiodori. ic Platonicorum dogma 'de horni mbus acre, ac radijs
folartbus enutritis expendi tur.cap.primo noridari trianutrinientorum trrfs T
Omnealimentum, feuexternum, feuinternumco coqui deberc, coftioneque
aberctementispur- Odorem n aloris ita concoqui non poffe, vcab excrementis
dicatur expurgari quia limplicem, l'eu nutriendo corpori omnino diflimilcm
naturam obtineat, Ab odore vi caloris concoqnenris nec tenue, nec craflum
fegregari excrementum.cap.j». Tertia ratio Arillotelisoftcndcns odorem nonale
requiacoftionea calorenonincraffatur.cajt Quarta ratio, qua Ariftotcles probae
odorem non Ci£,& quandopropemare ambulantes falfura. re fenrianr, et alsarum
faporem quos prope ab- finthii fuccus agitatur. Tertia opimo doitiilimi Co/lii
prxeeptoris exiftf m.mns abflinente» nofttos aqua enutrita» primumofle- Propoli
ta sententia confideratnr, ac Ari ditur ex autorita te Platonis
^Haiqpupoacmrantoins a,lere, ftotehs, Galeni, &Auicennp cap Aquamvi calorisnoncraflefcere,ideoqu-everH
ahftinentemalerc. Pvrauftas non ali exhalatione illi connmili cremento arugmeri
fine ten^ imminutione, o. Plantae non Canemleucm non ali rore, Manucodiatain
rore non pafc1. Argumentum duci non polle a brutomm alimen- to ad nutrimentum
hominis. Quo fcnfu verum fit Quod ftpit nutrit, Exhalationem acri permiftam
efle fapidl t Exhalationem non efle
odoriferam, et Allomos noneffe, quiod oribusnutriantur, quicqurdFici
nusfenfcnt. Democritum, Homerum odonbus vitam libi prorogafle ceu medicamentis,
non vt alimentis. Animo delinquentes odotibus recrearr non ut ali- mentis,fcd
vt medicamentis Hippocratis dogma vulgatum de ctlcir nutncatio Aqua nihil
inefle lcntiatur,nec epota ne per odoratum lUuitratur non poffc in alendi
fubflantiam. effealendocorpori, quianonferaturadmem- Aquam coflione non
fienfimile malendo corpobra nutrimentis dicau. Quinto confirmat Ariftotcles
odorem non alere, quia nonnifi per accidens fertur w fontem ali- menti. Odor
effe medicamentum, non alimentum texta ratione probatur, Ccnfurare fponfionum
dcraonftratiombus Antro telicisab Argcntcnoallatarum. Respondetur ad argumenta,
quibbs nititur fenten fupenor, ac primum oftendirur exhalatione de terra
Turgentem non ubique pntfto fuiffe abftinentibus, nec effe milium, cap.jd.
Bxhalationetn odore tciro afferam efle, lapidam ri,vt decet alimentum cap.do.
effe Aquam non effe tale mtftom/juale oportet ali roentum.capdr. Aquam effe
vehiculum alimenti, alimenniracap.dx. Satisfit rationibus quibus nititut et propterea
non aliquot primoque decernitur cur ablhnentium hu- aquam potarent;
quoniarmadpiocualbeihc,afpm^c3- mido inftauretur huraidum Aqua nec plantas
ali,nec aquatdia. campf.t Arfu.mcnto, Vium non feruartccaalloroirse
pvarbualnoi:mc*alorem vtcon- humorem non efleaquammec aqueum. Aqua non reftmn
quod aqueume corporibus ef- fluxerit.cap.dd. alimento, &cauf carnem, 5tlac;
quxpluatpoftca. AquaexAnflotelcquomodofit obigratia,fi noneffe.Exhalationem a
calore non condenlan. Exhalationem in acre cogi non poffc infanguine Qua ratione
potuerit animalia pluere,ac fpeciatim vitulum, pifces,ranas,atque lemmer.
Hippocratis dogma illuftratur de cxhalatrone ve Solis attrafta ex animalium
corporibus. Rorem non effe vaporem vi caloris c6crctum,ncc alimentum
cicadarum.Mannam non fieri ex vapore vi caloris dentato in aere,nec folam alere
poffc ad Hxbraic mannas difcnmcn.Mei non effe purum rorem concretum, nec tale
quid fine alio nutrimento diu pofle hominem fa ftcrilitatis,& pilobus
affumatur non vere alit adeo ex igno,
Animatu quomodo conftituantnuurtriantur aqua et aqua,vt moucanlur nigonee,ft
vere alimentum. Hippocrati; cui aqua cap. femper ex morbo intermitti funiiiones
vitx: quxue operationis lilio morbum fequatur. cVigelimaquinta opinion
Qucrcetanireferendsab- ilinenttx caudam in petrificationcm partium . ventrisimi,
& nutricatumaliarumexaere,ac odoribus.Expenditurallata lentenda offendendo
longum ieiunium haud ortum ede a pctnficatione par- tium naturahum,& a
nutricatu aliarum cx aere in vlkiabdinente. Soluuntur allatx rationes hanc
opinionem robo- rantes, de dilcriminc inter Ecdafim,ac fom-
num;VinterEcdafimgrauem, acleuema- gcntes.cap.aoo. viralianonaerenutrita,
necalijsvitamcommu- Vigcfimapriraa opinio Podhij afferentis homines diu ab
alrmemo abdincre, anima illorum pec cataphoram,& intendorem fomnum vacante
a proprijsofficijs. cap.ioi. Examinatur, et improbatur opinio decernes ab-
ftincntiam diuturnam abalto,&t_ profundiori fomno prodirc. Refpondctur ad
argumenta de (omni differen- dis, et de longum tempus dormientibus,
Vigefimalecunda opinio Benedilti, Montui,& Mercuriales dicendum caudam
longi iciunij ede condri&ionem cutis, pororumque occlu- fionem quidquain
ecorpore diffluere non per- uri ttentem.cap.2a4. Expenditur allata lententia
demondrando vfum, ac necelficatem alimentorum non ede abfolute indaurationcm
deperditi, fcd m alium finem : nec ita meatus omnes occludi pode,vt nihil ef-
fluat ccorpore.Soluuntur Beucdifli, et Montui radones, oflendendo cur cxlum
alimends non egear; et quo- modo corpora, c quibus nihil effluat, ali vanicade.
Vigefimafcxta opinio decernens abdinantes no- ftrosdiufinecibo,
potuqueviuercviherbx, ac medicamendcuiuldamfamem,fiumquepellen tu. Expenditur
allata fentenda offendendo abdinentesnodros nullius hcrbx, autmcdicamenu vir-
tute adeo longum pruduxideiciumum. Occurntur argumentis allatam fentenuam
corfir- manubus, confiderando naturam herbarum,& pharmacorum fitmem dumque
pellentium Vigclimaicptima opinio ex Valeriola referens caudam
aiuturnxabdinendxin puram confue tudmcm.Expenditur propofita fentenda, offendendo
contuet udinem non patere tam longam abffinentiatrc r. Satisfit rationibus viri Clariffimi,
offendendo qua rarione medicamenta, &venenanonagantin.
aduetos;&quomodofc habeat confuctudo ad cibum, et potum, cap.aaa. Soluuntur
argumenta Quercetani odendendo ab (linentis vilcera naturalia non fuide
petnficata; libri Capita centum Prifatio, inqua& difla dicendis attexuntur,
tam mitti Diftnbuitur viucnrium genus m fuas fpccies fupre Ariftotcli mus.cap.r.
minem Quomodo fe habeant ad alimenta propofira vi- ucntiura fpecies vniucrfim.
cap.z. Semen animalium St in vtero, extra vtrmm . femper viuere fine alimento,
In animalium mortalium genere aurelias, 8r nym phas appellatas nunquam vllo
alimento vri: co. paraturque generatio infefli ex verme cum ge- LIZIO in tex-
pofle Ariflo neratione hominis. Semen plantarum non tota fui vita, fed tamen
fine alimento viuere.Oua diu fine alimento viuere, quamuis non diu peratione
viuere ex definitionibus nflotcle promulgatis, Deducitur hoc ipfum cx tngefimo
De anima. o- animae ab A- fexto fecundi vitam fine alimento viuant. cap.tf
Ligna,fcu ramos,&arboresextra humum totam diu fine Adijcittir his definitio
vira in Tamis exarata propofitam iniermiflionem nis adftruens. naturalibus
nutricatio- alimento viuere. Stirpes terra infixas diu, ac fpeciarim tota fine
alimento viuere pofle. cap.8. Brutorum imperfeftioris naturi plurimas hieme
Ariftotclihocidemplacuiflcin Moralium, primo Magnorum diu fine ali mento viuere
pofle: ac fpeciarim icuinio, &ortu brutorum viucnrium intra ioli- diflimos,
imperuiofquc lapides copertorum.c. Aues quampluresdiu abftmere incolumes, c.ro.
Pifces diuturnam tolerareabftincnriam. cap. Tcrrcftrium brutorum perferorum
plurima tumumagere ieiunium. cap.r Homines diu a cibo,potuque abftincrc
pofle.c.r Quotuplex,quique caufla dc propofito nobis inquirenda fit.
Quotuplex,quiquefitcommunisidea vniuerfa-, lilque forma diuturni abfhncntra. y.
E quibufnam fontibus hauriantur argumenta caufla efficiens urqs abftinentes non
ali confirmantia, Homines in diuturno ieiunio nutriendi Quid.dr' quomodo
radicalis humoris a calore nanem intermittere pofle ratione aninra. Nos
diuabftinctes pofle a nutricatione toto co tf- penitus prohibere peffit.
ponstraiiuociari corporis habita rarione. De differentia originis xt 8. citra
vitfdifpendiuhabitaquoqj ratione caloris.c. jr. iqualitatum mifli, deque
Homines diu pofle nutriendi munere priuari ongtne radicalis humoris.
Differentia cflentu tnum squalitatum eflcntia natiui calonsfliumidique dicalis
explicatur. Pofle diuturnam nos agere vitam citra nutrica- tumex ratione vira,
fcu viuentis totius, quod ex anima et corpore mediante calore conftitui. tur.
Diu intermini pofle nutricationem abhomine ra- propofi- tioneipfiusmct
nutricationis. Diu pofle intermitti funrtionem alendi ratione peramentorum,
miflorumaqualium tcfcunt; a quibus feiungirur aequalitas humoris primigeni;,
Differentia promulgatarum ipecierum hu,, om- natiui mons
quicalorifubditusefledicitur nino ratione fpirituum. Confirmatur diu fine opera
nutneatus viuerepoffe homines dc lententia principium autorum, ac pnmum
Hippocratis, Nutricatione diu intermitti ex decreto Ocian diu nos pofle 3
nutriendi munere penes durationcm. cap Qui fitiqualitas impediens confumptionem
Celfi.c.14, ad aures Galeni ex illuftn fentcnria m opere it lotis ait hu-
natiui, SC humidi radicalis reperiri pofle. . et humoris naturalia Quomo-
ffir.- caloris, I tvi dicendorum ratio, naturaque proponitur. Liber Tertius,
inquoexrei natura difquiruntur caufisephyficx tara longum ieiunium confti-
tuentes, efficientes, conferuantes, terminantes, ac diftinguetcs cum generarim,
tum fpeciarim. fpecies Hominem diutius nutricatione intermittere pof- no- 1 6.
funflio- diutunra huius abftinentii. ' Aequalitatem virium in homine diu
fcruari pofle. de lc de mente LIZIO in
y. problemate prtmit 1 j. diu-
frOionis.aif.j6. LIZIO fuppofuifle,ac potius exprefle 3. Laurentio
nutricationem vira ncceflariam non fe.cap.3p. ef- Idipfum confirmatur ex eodem
Galeno Corrtcli/ fententiam approbante, propofi- Confirmaturhomincmfine aflione
alendi ftercpofle conii- diu de mete Galeni excorni 1 feOionis. t.a'phor.
Operationem virtutis nutririuse in atrophia ex Auicemra fententia. quoque
pnuatum aflionc nutriendi viuere pofle intextuij.hb.i.dc Confirmatur id ipfum
ex eodem tu -e1ufdcmoperis. Nutricationem inviuente intermitti ho- anima.
teleautorein yltimo problemate dteimtt fOiorir. Confirmatur hominem
pofleabfquenuiricndi dccreuif- fe viuentia funflionem alendi poffeintcruutte-
re, quod ena notauit Auerroes s.dcan. Marcello nutricationem in viucntibus
pofle. intermica Colligitur forma, 8 idea vniuerfaJit abftincnrra noftrum
iciunantium. Quptuplex,qu*qile fit vniuerialis riuo confumpeionem. Quotuplex
efle pofllt qualitas in mifto. ?. tarum; ra Difcrimen trium earundem
xqualitatum ratione leuradicah. squalitas quantitatis diferera; vnde mnumcry
fpecies moris radicalis a calore nanuo. Æqualitatem caloris quoad virtutis in
homine inter- teinno- caloris Quomodo aequalitas virium caloris natiui, er fe
fitim procreent Vt allinentis per fe non refrigeretur vlla ratione-, calor
nauuus.Anflotclis difficilis locus explicatur de refrigerio calor.s ab
alimento.Galeno nem alimentum non refrigerare calortm natiumn, nili per
accidens, fed per fcilluin au- gere. Vtalimentis augeatur caloris innati
gradus, feu qualitas;nonfolamateriacalida exercitatio ; cumdortilfimo Fcrnelio.
do. Vt alimentis non pofiit caloris virtus mtfdi abfq; Vt verne melerei de
ventrtenld, inteftinis f» gant alimentum non expertato fine cortioms. Vt folia,
ttores, frurtus, et femina plantarum pars tes vere non fint, fed excrementa
potius, Vt cx co, ouod oua,& femina
citra nutricatum vi uant,colligere polfimus perferta quoque anima lia vitam
polle traducere ablquc alimentorum vfu. co quod fubicrta calori materia
augeatur. Vt anima nutriens artum habeat immediatum, et Curnonfintfrequentioresnofiri
abfiinentes, fed proprium, in quo edendo no v tat ur organo cor» porco. Calorem
natiuum in nobis,quin etiam ignis riam- tnamapudnos, non indigerencccllario
humoris,quo vcluti pabulo nutriatur, Cur calor humorem in milio, et in viuentc
prxfertim d:palcatur,& intentum procuret, exercita- tio cum liibtililfiino
Scaligcro. Vttn Ecllali ceffct anima nutriens ab alcndimu- nei4.Vt Ecftafis non
Iit priuatio munerum animi intcl ligeutis, exercitatio cu virodortiliiino, ex
Sca- ligero.dd. Vehementi fiupore^hjsque plurimis de caudis de 1.
Jertabanimopolle omnes nouones, et habitus, c Vtalimentivfusnon
fitadrefiaurationemde per- di ti,fcd ad auocandum calorem a cita conlum- tione
humons: exercitatio cum Magno Al- crto.cCur femen maris in vtero femina:
concipientis no alatur.Vt IcmcnnonIit parsanimati, inquoeff.Vt
ou»iubutntancaliat ammata. Digil qt fit
mK cuerti naturae lr| Calor, definiendo^ non^UfrAr.Vt calor iniitus
igneo pro| iCrefpondcnscoi cum femetipfo coUlgaturitluod
vcgcticficak.re,&hieme tiamehushabeant. aa,.:j) mi Ha.t.gMUlCi fsklJlli
l"v'i fcwnq..4,..V«m .t {}.{ioli 1. :S utrori'' 1 1 ) r tluf. tvi. 11 . 5
. un. l M-k 'V' t -'iiklia^. Ohtvn.i, i!,» lRttift j 1? ' m. .j.j.il r.cvt .1
r4 .1 a» c ii t.ojSjva nm.iinhijjafc. Btiftt remtr.il buUma ttiu^ bi' iV. min vituentCe fiuniftionecs UDt inirn^»
marica Mntehumorem abfumert.dicatur. BnOoniidoaw» rf.u.
bkrAt^natnitii\«i>.tthtij . t .1 Sei.t e«10»rilrurfvht 1 ? 9* i >v fp
wuiMe''•{! a.l8-t. aavttt '»wj.iW'i'i :.!.wtvers qiRt . J.vrf>u.*-c tiVa
humorem \ .s-u.-ue. K.,i .1 i/.XIA'VtrQ\i,' "i'l 9\a.1r’.av.iii.pi iA.ivr1
As.ftla,i),at;yi juajm.ih. i1riumdicaviipfuiacunfuaitre
Yalcat.0^.1^AwimtarUiAnti«naV.v,?y..«ri*a:Trium Cupidinum; Voluptuofum tyranni
demin Animæ facultas, concupiscibilisvtin anima vin Amotescur Alatifingantur.
Cur Amores Nudifingantur. De Amoristergemini pulchritudine. Amor curnoncæcus
inSchemate fidus. sa, gercnsincacumine volucrem, et caueam De fructuarboris sapientiæ,
nostroinSchema Inter.viros altafapientiaprestantes, efequi
nonvocedocerefintapts, fedtantum, Schema Gemme. Sapientium,sciendi cupidos
edocere valentium, tresesseclasses.Coruicumviro fapientiæ scriptore detegitur
analogia. Schematis Amorumtrium explicatio Medica. Devolumine Mufices, invnguibus
Coruimy ab Alciato, consideracur. Schema Gemma. Explicatio viri eruditi de
Amore nocturnas Amoris origo mirabilis; a Platone polica,de Defrondibus Aoribus
hwnanæsapientiæ. claratur. Amor voluptuolus veergabellicum, et litera Amor fapiêtiæcúrnuduse
fictus. Decer gemina significatione ftellæ prælucen. Amor sapientiæ curalatus,
et quænam finteius cisin Schemate poni caput viripsallentis. Alæ. Quomodo
fapientiæsymbolumsitarboranno Amoris Emblemanoftroperfimile, propofitum voce
tantumodo docere valeant. Schema primç Gemma. De arboris in Schemate piata
coinparatione 16 busomnibus, modo fcriptis. geminos Amoresprobaspassomexercere,
çatirascibilem, et rationalem, Amor cur a veteribus Diuinitatc donatus,
Explicatio Schematis ab incerto propolica consideratur. Yeiundas. Depriscis
Anularium Gemmarum Sche maribus cxplicandis. Amor sapientiæcur,
præteralas,adhibearetiam brachiamanusque geminas, quibusfuniculo riuin
impcriolam tyrannidem exerceat. Sapientiam apprehendi ab Animo Doctrinę Humanus
animus crga sapientiam cur se habeat sermone vocali discendi cupidos crudi.
ente :primumque de biformis inferoa parte fticicanentis, repræsentat (1.. Inter
viros dostos inueniri, qui non fcriptis Amor sapientiæ cureffictusingemma
puellus Supremamonftriparshunana declaratur. Vt Amor pusio,corporepusilo
imocens, arq;moribusfimplex gallum referente. Pientia comparatur. ad arborem
scientiæ boni et malı, dudum a De fru&u arboris scientiæ boni et mali,
primæ uæ in Paradiso cantilenas ad amicam personante perpen
duplicisecollarinaltum. Responsio de Veterum Gemmarum ex- Demagnoconatu,
ingentiquelabore, quofa plicationcadcunda. Amoris differentiæ tres cxplicatæ.
Cur Amores ætate pueri fingantur a veteri sedulalectione, acintenta
Aufcultatione. Schema Gemme. ditur. Propria proponitur explicatiode viro
fapien. Amor fapientiæ curingem mafi Ausefteffigie DeBarbito,
seulyradigitishumanispulfara pusionis,acinfantis. Deo in Paradiso creatam .
cedelincatæ. Pror Proposito Schemati
comparauraliud Fabij Septentiam Viricl. hocsensusunprám, nocon cundiatoris,
exterminatione confiftere, Schema Gemmę. uenire Schematis imaginibus,
oftendirur. Propria Schematis explicatio prior eft, de Amico veromọitain Amaci
et defunctime. De Armış offendentibus, Heroico Amoribel licodatis in Schema re.
De Cun&ationebellicaper Amoremftantem Proponiturexpofitiopropriadeamorę Ca.
indicata, tofis: cap.xlvi. postulan. Amicum verum inaduerfitate dignofces, cile
fót: vél Tetbydis, aut Veneris Amores:vel Ægyptusludens ditur. Prima cxplicatio
noftra moralis, de formola Peleum, velVencris ad Anchisen delatione,
formofitas, do oscaffo, Şecunda Schematis explicatio, de Amico Pulchra mulier,
permarevitavagarsadare De Amoris bel lici clypeo hieroglyphicum, Cur Amor
istebellicus Pedes,non Equesef, Super incrementa Nili. Amici de funéti memoria
femper in corde confer. raptaproponitur, &adhistoricamfidemrc digitur,
Amoris bellici, ro, qui dignoscitur in aduersa fortuna, Schema Gemma, exarmati,
pendicur. indignacionem.cap.liv. Coniugalis Amor armis offendentibus expolia.
Proprja sententiaproponitur,quæ’est,obocu losooni Schemate noftro proprietares
Amoris irascibilis, fiuemilitaris: primumque de Schema . Gemme. Index
Titulorum, De Amoris bellicivultufæuo, seuero, actan. Explicatio
Schematisacl.Viropropolita, de cumnontoruo,minaçique. De propria significatione
Galeæ incapito dicitiam Matriş-familias. Schema Gemm &. De Amore civili,
qui vocatur Amicitia, vt a tri muliere,quæ nimium extra domum vagans ad
arbitrium,vel eft,vel euadit impudica, yanda;& Amantem non
redamatum,indi- Propria explicatio Gemmæ
proponitur, de gnabundum extinguerequam affectionem, Schema Gemmx .
Triconepulchram Nympham marinam yo, Aliena Viri cl.explicatio,de Amore monftran
lentematq; lubentemcomplecterte, perqs maria ferentc. redamato, syum Amorem
extinguente per Amorem Heroi cummilitiamagisin conferuatio Secundus eruditi
viri sensus explicatur, et ne Ducis, et Exercitus oportune celeris, et cunctantis,
quaminhoftium expenditur, moriam eonseruante, Opinio, dicenshocese
hieroglyphicum Amo Secunda Şchematis explicatio, de Amantenon ris
concupiscibilis per visam negociofam corpore milicis generatim. De Amoris belli
ciceleritace, perAlaşindica- CupidineindigneferenteSibifpiculanegari a
Venere,proponitur et expenditur, filius in Schemate noftræ Gemmulæ, IN SchemąGemma
Smithi anaexplicatiode Nereideper falum Amicus vs que ad Aram Amico illicila
busantea declaratis, Concupiscibili, Ra. Secunda explication fabulofa, vel
Tethydisadrionali, et irascibili contradistinguitur. Opinio ponons hoc esse
symbolum Amorisvo- Terrinexplicatio physicade Ægyprolafciui luptuosi,
expenditur, entesuperincrementa Nilio Rapina puellas dealiasrespulchras exponit
Propria declaratio prima de Amico vsque ad Aras., Fur et pudica Maire-
familias. piugali, exarmatospiculisoffensjonisperpu bitrium, velimpudicaeft,
velimpudicafa. equo marinoveda, proponitur, et cxpene Sententia virieruditide
puella vere a Tritong tccun&ashumanasr esessevanas, proponi- Secunda
cxplicatio,deTijroneraptāpuellam tur, et explicatur primosensu
noftratélubvndasasportāte, Tertia Capicum Operis. Tertia moralis eft
explicatio, depiratis,acpræ- Deoratione Mentalisubhieroglyphiconudæ mortali.
Propria Schematisexplicatio, declarans spe tem et faciem interga versa in,cumligneum scipionem.
cDe forma templi Delphici in Schemate. De consulentis Delphicum oraculum baculo, Mundi Systema,
partesquevniuerfuminte. grantes, explicantur. ASTV'S DEV DITVR ASTV. In cogniti
viri explicatio indicata ex senis datotibus, aliisquemaritimaclasserapienti-
mulierisgenuflexæ,sedentis, et vicumque busresalicnas. Sententia C l . viri, de primo quadrigarum inuentore
proponitur ac expenditur. Oraculorum Diuinorum propriumest, homini,
deEricthonioaPallade, ceu filiofpurio, et tanquam presentes. Schema Gemma. De
Papauere, simulachrosomni,aquoprima De rupe templo Delphico subiect:. Propria fententia proponitur primumquecal
sumitexordia et inquodimidiumsuædura
giliapatratarum, perenneinin conftantiam. Proprialententiaproponitur, et confirmatur,
impuro proicãobus euentus futuros demonftrare Schema Gemme. Aliena
declaratioproponitur,& explicatur. ciarim arborem in lacus propeod ntem,&
hominis cõsulentisoraculum cumpailijpar De Papilionc, significante breuitatem
humanæ vitæ. De Simulachro in templo Delphico. De Canopo, Deo Aepytiorum,
superante Iouis figura vesitaptum Terræ hieroglyphicũ. OratioVocalisatque
Mentalisvnacon pirantes Pallas nuda ve fignct ignis Elementun . Deum
flectunt,ob efficaciterexorant. Schema xiv, Gemma. De Mercurij ligno, Elementum
Aeris repræ de Detribus orandi modis antiquis: ftatario,ad Beneficij,
velabrutisaccepsi,Deumefegratum remuneratorem geniculato et sedentario. decoreftantis, ambabusmanibus Deocor
offerentis. Deque antiquo more tenendi Pallijmotus in terga declaratur.
Explicatio noftrade Mundi Syftemate,parti tumAquæ.cap.xci. uariælymbolummedium
explicaturdevita Dc Rota,lignantehumanarum actionum, invi. Schema Genoma.
Tionis habet humana vita. De Vrna sepulchrali, ad quam terminantur a&iones
omnes humanæ vitæ mortalis. Schema Gemme. Deum Chaldæorum Ignem, viâorem omnium
aliorum Numinum Gentilitatis. buiqueintegrantibus, proponitur; primum que
Zodiaci declaratur imago, pro toto Cælo.D e oraçione Mentali vereres profanos
egisse. Facici mira versio in tergus explicata. Schema Gemma, corroboratur.
Voca- De Nepturo, repræsentantetotum Elemen D e viribus et proprietatibus
orationis lis, atque Mentalis, Deo
Accendo p orrigen . sentante, Poeta HEROV M FILII NOX £ . autoribus proponitur
et Humana vita eft morsvndique miserysobfella. expenditur. De oratione Vocali,
fignata per mulieremic. miamittam, quædexteralacinian tenet,fini- Schema Gemma,
Explicatio Viri Cl. re&taproponitur, et latius ftraserpentem porrigit. Aras
ab orantibus. Poetabonus, ad Lgraincanerenescius: vel Propria Schemaris explicatio proponitur, de
canere nescio. Secunda Schematis
explicatio depromitur ex pium natura generica, Proserpinæ Schema Schema Gemm
&. ponendis apre
facilequedislidijstum ánimo rum dilceptantium, tum corporca violen:. Noftra
explicatiode Ducisexercituumeripli- Sacrilegus Brenus ad Altaresempli Delphici
ciproprietate. Tertia declaratio nultra de Amoris genitabilis fcibilis et
Rationalis, explicari Schemare. Produnturin Schemate. mortem fibi metipfi
sponte conscisceredebuis, Auroranettens Atheraterris,prouchit oria diem .
Schema Gemma. Aurora diejnuncia, celeriterorbem terrarum circuit. .
tiabelligerantur, setranfuerberat. absolute, frustra laboráns. Hesiodo poeta
bono carmita sua ad lyram adagio veçusto
de viro fruftra laborante. PRINCIPATVS ANIMALIVM, Ducis exercituum
proprietates: Amorisgenitalisimperiosapotestas, G Amoris tres differentia,
Elementa vitalia. imperiosapotestate.
vel Ampli il regna benegubernantur, Explicatio viri Cl. de Principatu
animalium. altronomo Lunæ, liderumque seruante, phasesob- De Ajace semetipsum
interficiente, gladiodu dum ab He&ore sibi donato terramcum
Plutoneraptoremanente,totie dem supracerráapudmatremdegente,my. Num
Sahemapossitintelligi.dam fra&tam supplente,affertur,& expen ditur,
Schema Gemma. De Cererisfilia Proserpina,sexmenses intra Amoris tresdifferentias,Irascibilis,Concupi
Elementa viuentium fcracia,& altricia, terna Anonymisententiade Decio
proponitur et cxpenditur,obferuatoris
hieroglyphicum. Schema Gemme, numpoflicimago Schematis interprecari.Explicatio
fabulosa, seu poetica viri do &i de Schema Gemme. De Mercurio Canicipite,
Regnum Acgyptium optimegubernante, Schema Gemench. De viribus Sapientiæ, ac
Eloquentiæincom. Ajaxfurens, ob Achillis armfaibi negata, Schema Gemma. De
Catone Veicense, semetipfum cõfodiente, Proponitur explicatio propria,de
Brenno, Proditoremnunquamplacereviroforti, etiam cui sot vtilis prodirio nesati
hoftis, Schema Gemm. Explicatiovirido &ideCicada, citharæchor Pulchra
fæcunditas, a terracalore rapta, fex menfeslater intra terra viscera, totidem.
que fupra terram in aere degit, C. Sapientia, don Eloquentia litigantes, atque
pugnantesanimos apsefaciley, componit. Aftrorum Lunariummotuum et phasium
Endymione a Diana ad amato. Propria Schematis explicari o proponitur d e
Gallorum Duce facrilego, qui semetipsum confecerit ad Aram Apollinis in templo
Index Titulorum, thologia cómunis explicata. Propria explicatio de
vegetabilium, feu stir te, fabulisquerepræsentata, Sapientia, et fortitudine,fagaciqueprudentia
De Bruto, separiter pugione confodiente, Delphico Schema Gemme. De off Au
Cæsaris accipientis caput Pompeij Magni a proditore, qui virum
interfecerat, Schema Gemma. Larma.
fiueperfona Dramaticum Poctamoftendit. Sue prijci sacrificabantvbigfingulisfere
Dijs vitaprecellentibus, ta vetusta.
AftNo . Schema Gemma, Schema Gemma. Virtute fortunamsuperari. Dc
Qliadrigain Anulosignatorio PlinijSca cundilunioris,& Rana fignatoria
Mecæna eis. tasmaximoperedecet. Schema Gemme. cultatibusin columem. Martiales virimulierumraptor
esprimi, par: Centauri cuerentis, et fagitcantis tergeminum novelfatuplenum, et
excrinsecusoleolisi. Generofasindoles educaridebereab Heroibus ujoueperundum.
Lætarin eminemo porterefraude; quum et ipse consimili capi valeat. cPropriæ
fententiæ declaratio, devitæconcemAmpli Dominij splendor non ofuseatsidera viro
Virumingenio, probitate, fortitudineque polen? thiuminbono Principe, Magnoque
Mini, Stro,quem taciturnitas atque celeri. sememergeredefawienrisfortunediffi
Gerimis Anulorum insculpiconsucuisse vultus gemina, fugax, dprocax,
mysticerepre. Jenialacalefti Sagittario. Insignium virorum, adillorummemoriam,
cultum, et imitationem. De Hominisin Alinumtransformationeper maleficā libidine
abutentem myfteriumexplicatur,primumquedeScr monishumanidifferentia,&
velocitace. Veterumsaltatio Iudicrasupervtresplenos, et
extrinfecusvnitosexplicaia. Eodem Hieroglyphico denotari humanæ vitæ naturam
fugacem, geminaquc differentia De vererum ludicra (alcationesuper vtrem vi.
Schema Gemms. Personam non attribui PoetæLyrico,vel Epi- Chiron Centaurus,
vtviruina&uofæfimul& contemplatiuæ vitæperitumindicet
adomnia:jeaprecipue Veneriadpuritatem coniugý; dfæcunduarem prolisinNuprijs. Schema Gemma. Furum ex rapto viuentium antiquitus
condi Schema Genome, De SacrificioSuisapudantiquos. Fraudulenti pari
fraudecapiuniør: do Vitecontemplatricisverumacgenuinum hieroglyphicum. Schema
Gemma. Gandium& Mæror viciffomfibifuccedunt. Schema Gemme. Anonymi
sententia perpendicur de Psyche Pyralidisalasbabente, ansit Animesymbo
fomquediffamati. Humani Sermonis ; do bumana vite natura in actuos apariter et incontemplatrice
Schema Gemmt. Furacisrapacitatistypus,& inftrumen. Virorum infignium
imagines Anulis in sculpifo: litas,adeorum memoriam, culium,
Mulierumraptoresprimos,& paffim fuissevi ros bellicolos. imitationem.
Libidinis atque Magia prauapoteftasingens, Schema Gemma, virtutis, et vitijdistinctam,maximeque
libi. dinosam. Cole delle proprium symbolum Dramatici. aprum cducaregenerosa
indolis adolcicencs. De Marlya geminatæ tibiæinucntorc fabula menio
latjusexplicato. Schema Gemme. Schema Gemma. tionesexplicatæ. lum absolute.
Platricisintimis attributis. Atuosa vita prima species Bigisinludorum Alia
Panos explicatio devniuerfo proponitur. Circensium Schemare currentibus
hieroglyphice interpretata. Aftuofa vita secunda species, Moralis&Actiua
lufta Zelotypamulieris indignatio, familjema eft: nuncupata, Quadrigarum
fpectaculomy. ftice representata. Schema Gemme de Equo
Troianoproposita,&expensa: Propria Schematis explicatio primumque Darctis
Phrygij deNaturalicu narratio. piditatesciendi. Virorum Heroica virtute
preftantium vultus Potentiorum præde opulenti: Telluris occupatio apud antiquos
merorieac imitationis ergo Dilly's Cretensis Ephemeridum inuentio communis
receptio. veterum, Achillisi mago qualis, et curin Schemace. vltionem, Bigarum
cursus in stadio ve indicet Artificum vitam effe&ricem. comprehendere
fatagientis. Responsio LICETI denneac formasuisymboli Schema Gemmik.
Sophiftaperimitindocius, adoctisinterficitur in literario mundo. Quadrigarum
cursu signariviram Adiuam, Naturalis cupido sciendiqu. erielatentesrerum
præcipueque Milicarem. que Aduerfus hoftesinbelloiusto,dolis Schema Gemma,
expenduntur. cap.cxli. paratur, ac de singulis tribus censura pro mulgatur.
interitus, Schema xlvij. Gemma. pafjem effigiatos. haberi. a fortioribus:
Agraria Legis occafio, do ego Amicitia cogens ad iustam
PerfeisimulacrocurfignaueritAlexander, cur vsiveteresin Numis. Multiplexænigmatis explicatio:
et primade potentioribus diripientibus aliorum opes. De Anulis, quos
adsignandum habebat Magnus Alexander. Secunda Schematis explicatio nostra est,de
robustioribus,terræ dominium, acpofsef Panos Hieroglyphica, deSermone, deque
Vniuerfo declarata. Tertia explicatio
politica noftra Schematis, de terræ distributionem ilitibusvi&toribus, per
Schema Gemma Platonica Panos explicatio, de conditionibus, Legem Agrariam,
affertur. Quarta Schematis explicatio noftrae ftphysi. Auctarium. Schema
Gemima. ca, de typo Agriculturæ. Hostium donfau fpecta fempereffedebere.nam.
Poetarum et historicorum communisopinio, Veriores fententiæ deSphinge
proponuntur exalijs,cap.cxlij. Tertia sententia PLINIO, Pausaniæque de Troia
Equo proponitur, et allatisanteacom Arcana Numinis, et edifta Principumnonime
telligentem, acnonobferuantemmanet Schemaxlij. Gemme. vis: Agriculturetypus:
Ægyptus: Schema xlvii. Gemma, et PROPIA NATURA SERMONIS HUMANI proponitur.
QuintanoftriSchematis explicacio, de regione fionem fibi occupantibus.
licerarij. inuentis ingenia macerat. Schema Gemme. aqueacviribusvtendum .
Aliorum opiniones de Sphingereferuntur, et Propria Schematis explicatio
proponitur de Troiano Equo secundum senfa poetarum Principum,&
nonintelligentesoracula. Index Titulorum, De Schemate noftri Mercurij Pana
fugientem caufas, quibus inuentiscellat, non Sphinx curinterimat non
obseruantesedi et a Ægypti. Postres i Poftreina Schematis explicatioest, de
Amici- . Crucifixi Predicatores, Pifcatoreshominum: ciæ, ad vindictam
injuriarum cxcrcitum. co. Chiorumantiquain Homerum obseruanti apu Explicatio
prima Smethiæ Gemmæ de Crucie c Explicatio primæ Gemmæ Rhodianæ, rife, Propria
Schematis explicario de Mula Thalia rentis obseruatores cæleftium luminumn
proponitur et comprobatur. Curanti quis acerdotes offerrentali quando la
Secunda explicatio Gemmæ, dehomineforcu crificia Numinisedentes, licibello
Cælaris Augusti nata, Belisarja. Afferturgenuina declaratio Numi Comitis11
Comica lafcime gaudet fermone Thalia: vel Sccunda nostra Schematis affertur
explicatio dia gentium comparari. Salute
patratum natomarehumanævitænauigante ventose chariftie Sacramento.Schema Gemme.
ad veritatis imaginem. Felicishominis,feu formuaritypus, Nawigans cum ventis in
V'tre conclusis. culo. gentis, hieroglyphico, c UniuersalisIudicijtypus:
Mirabileconuiuium in Deserto; Viros fapientes publicismonumentisefe colendos
Schema. Numifmatis, Schemą liv, Gemm. De Smithiana gemma.cap.clxii, Animo
pacato sacrificandum et fupplicandum, Fructuum atque frugum vbertatem concors
Schema Gemma. Concordia, et fidedata, feruataquçmirificam Miles atrocibella
fuper ftes in ærum nofam incidit inopiam fæpiffime duobus piscibus mirifice,
Quarta explication Gemmæ, de Sacrofan&oEu Schema Gemma.
cundoadarbitrium,fincracionis guberna blica.cli, Comparantur Numismati
de-Lazara duo ali Numiab Augustino propositi. rá curba in deserto quinque
panibus et explication viri eruditi de Venere, loco, et Cupidi neproponitur,
cap.clv. Schema Gemma, De Amore fơecundante criainferaelementa. apud homines
promoucri bonorum ome niumybercarem, Schemalvý, Gemma Belisarij et Horatij
[ORAZIO] poetæ paupertas, exinfc Fortiondinis audar facinus, pro patrie næ
calamitatisfere çoinpar exprimitur. Digreffiode Cicuræ medicamentis,
&veneno. Mutij Sczuolæ Romani grande facinus et inli- Responsio
deCicutæviribus: et pri mum, cus non habeat vim ex purgandi cor et eucharistia
symbolum. Fixi prædicatoribus hominum piscatoribus. Schema Gemmila luftriss,
loannisde Lazara, De sepulchrorum differentiis et Homericu. Secunda explicatio
Gemmæ, finale iudiciuin mulo, cap,cliii. Poeta Comici, Lyrici uelafciuiori
sactus, Gemma celestium obferuationivacandum animo curis vacuo, quies centeque
corporeprorsus Expendunturalları Schematis imagines, &
sensaViricl.cap.clvi, Aftronomio blernaca, et Aftrologiludicia, vc
exarretieridebcant. cap.clxvii. myftice referentis.Tertia explication Gemmæ,
desaturatainnume de Poerafcu Comico, feulyricolafciua fupidoMaria,Terras
doAeremfæcundans: carmina pangente, cap.clviii, gnis erga Patriam Pictas atquc
fortitudo detegiturinGemma cap.clxi.
pora çiçuræplanta: deque duplici genere Cicutarum, Sale. beat molliendi.
etiamproba, plerumque multum nocet sibi, dum viro coniugi, Cupido au olans a
Psyche fibi non morigera, Amaritudomunuscælitus datumhumanænaty. Ra ad
procreandas multasbonasactiones. Schema lix. Gemma. Quatuor Nouissimorum
explicatio in gemma de mortis memoria, per anulum schematis De
secundonouiffimo, quodeftludicium Dei poftobitum hominum, perperdentis corum
post ludicium luendis a vita de f u n et is per perenni poft obitum, aut
purgationem in cælis possidenda, per Stellam, lunam et cicadam hieroglyphice
signata. Per oratio totius Operis,Caputvlcim
n quo agitur de Monftris generatim. CJ Onflri varia ftgnijicatio 5 (02
propria efi, ac noflri inflituti^. deteoitHr, Monjlri etymologia vulgaris,
quaft res eventnras monjiret^confiitatidr; vem (^ propria proponttur»
DeMonjlroriim Hnmanorum reali existentia, Realts extftentta Monjlrornm
irrationalium naturam non eoredientium patefit, OBenditur in fiirpibus etiam
revera MonBra contingere, De Mon''hor Hmcauffis generatim ijtiot ^qu^ecjue
fint, Monflrorum caujfa Hnalis generatim (jtiQtupLex^qucec^He fit.
DeMonflrorumcattffaformaligeneratim, quotuplex quaquefit, De Moniirorum caufia
ejfetirice generatim, quotaplex, qu& quefit De MonflrorHm caiifia
effeflrice generatimtquotuple Xiqucequefit, Propria Alonfiriffeneratim accepti
definitio investigator. Inventa Monfiri definitioexplicatur.CMonfridivifioin
fuas fpeciesfupremasmtiltiplexaffertur, fedaptior eltgitur In quo fpeciatim
agitur de Monftris
tjumanis.Attexensdi6iisdicenda^&dkendorumordinempromulgans.ORige canjfd
Mon^f OYPimh manorumcomm Hmsqti<e^ "wplexejfe valeat. Monftrorum in
humana f^ecie mutilorum realis exiftentia ex Uifloricis elicitur, Origo, (
prima caujfa monBri uniformis mutili educitur ex propria materits defeu.
Secunda caujjfa^ C=f orfgo MonHri mutili oHenditurejfe ex dehilitate, ac
defe^uvirtutis formatricis, Tertia causa, ( origo
MonBrimutilijlatuiturinangufiiauteri, acloci f(stum continentis, uarta mutili
Monjlricaujfa^(origoadmateriaineptitudinem redigitUY. Quinta Mon(iri
mutiLicaujja^ (£ origo eft ex parente itidem trunco. Sexta causa 3 origo
Monflri mutili admorhumfoetus attinere dicitur, Monflra muttlaex imaginationis
parentum viexoririnonpojfc Monjiri uniformis excedentis redis exifientia ex
hiHoricis item compro- batur, (tajia, Monjiriexcedentisnatura, G?caujfa. prima
elicitor ex parentum phan- Secunda causa, (^ origo Monjlri excedentis in materics
nimio excejfu ejje perhibetur. Non omnia A^fonjlra excedentia ex
materi^srednndantia ex oririiJed aliquaexcedeniiumfuicaajfamtertio locoin una
materiae penuria obtinere. ^jiarta canfa, (^ oriuo Monjlri excedentis infk
perfcetattone collocatur, .^inta caujja, origo Monjlri excedentis rejolvitur in
iteratam ejfu^ Jionem maternifeminis in uterum citrafispeYfQ^tattonem.
Sextacauffa, £? origo Monjtri excedemis pertinet ad anguHiam uteri Septima
caujfi, c^ origo Adonftri excedentis ex parentibus monjirofts elicitur. OUava
origo, ^ caujfa Monftri excedentis in vitio nutricationis confiftcre
perhibetur„ Nona ratto, (^ canfja Monftri excedentis monftratnr in
animipajfionibus parentes aJJicientibHS : ex^rciiatio cum Cavdano, (^ Parxo.,
Decima causa origo MonjiriexcedentisinviolentafKaternicorpo^ ns concnljione
reponimr, .U/idecimacmjpi, ^origo Mon riexcedentisrefertnradmorhnm fœtus,
Monjlrorum ancipitis natur^efHbfillentia realis demonflratnr, Jldonftrianctpitisorigo, Causa. Communis
injtntiaturj ermturque prima. ex ?nateriet diverfce dcfe^H, ac excejja. Secmda
Alondrfancipitisorigo, caujjaextiteriangufiia, (de" feSiu
virtuttsformatricis explicatur Tertia Monjtnancipitis origo, cau^ainmorhofmtm,
^ffiperfce' tatiom deteqitur^ ^iarta Mon^ri ancipitis origo, caujsa refertur in
materi<e ineptitudinem, iteratammaterntjeminis,
(fanguinisejjluxtoftemaduterum, citra fiper fostationsm,
intaMonjlriancipitisorigo, causa de promitur ex parentum corpore Monjlrojb.
Sexta Monjlriancipitisorigoy Ccaujfaex vehemenii parentum imaginationei vitio
nutricationis in faetu enucleator Mofiflri ancipitis origo, Cscaujja feptima
reponitur in arte, peccata JSfatura imitante, ac nonfine ai^ilio Naturiz
operante. Mon^ridijformisexi Bentiaexhi Horicispromalgatur. De Monjlri
dijformis natura, caujfis; primaque illius origo refoU vitur in malam uteri
conformationem Secunda Monjlridijformisorigo, &caujfaJpe5lat ad malumjitum
placenta nuncupatas: cujus ufns explicatur, Tertia dijformisMonfhicaujfa,
(^origoexmoladepromitur. arta Monjiridiffhrmisorigo,
(canjfaofienditurexmotu, inta Monjlri
dijformis origOj (caujfa flatuitur imhecillitas fa- cuttatis difcretricis, yi.
Sexta origo, (caujfa Monjiri dijformis ad nimiam materiie vifet- ditatem
rediaitur, f^lI. Monflra informia, dehitam memhrorum figuram non retinentia
reipfa inveniri. Cde Ad onflrovuminformiumorigine,&caujfa; qu^primlmde
ducitur ex imbecillitatefacultatis formatricis. Secunda Monfirtinformisorigo,
(^caujfj,exanguliiautericolli" gitur. Tertia informium monfirorum caujfa,
(origo in motu inordinato repO nltur„. arta informis Monflri origoi caufpi
d(?prmiturifi mola (fLicema, tumore utm^concuTYmie virtHtisform^trkn
imhcilliime, acmatem tertceweptimdifie,inta informis Monflri orlgo j ($'
C(^0jj4 ex imMgimtio^e parmtum vehementiexi^ltcatHr» Cap, Sexiatn formis
Monftricauffa origo innsonflrofo parentedete* gttMY, Septimainformis
Monjlriorig QcaajfnrefertmadmenflrmYHm fliixum tempore conceptus,
Monjirienormisexi Hentiapatefit, Monjlra enormia et omnino monfira mn ejfe
infantcs candidos e fareKtibus JEihioipibws ortos necviciffm iEthiopum
moremgros e cmdidis: (^decolore Aadromeds.
Monflri enormis origo, caujfa prima ejje in imaginatione paren»
tHmperhibetur: ^miiltadeaureocri^re Pythagorse confiderantHr, Secunda
Monfirienormisaureofemorecaujfa, origo reponitur tn
exhalationeigneadecorporeviveniis efliMente, Tertia Monfirie normisameofemore
caufia, origorefblvitHYin morbum regium, ana Monfiri enormiter pilofi caujfa i
(origo ex craffitiei (fuligi num copia extruditptr; ubiplura de cordepilofo
Ariftomenis, inta Manflri enormiterpilofi origo, causa ex parentepariterpih» Jo
petenda eft. Sexta Monflri enormiter Upi defcentis origo et causa ex
intempefiei tic materiae ineptttudine dedudtur Mon^rimuiltt
formtsineademfpeciefnbf Mentiapatefit; ubidecapi-'le ytrtli mulieris corpori
ajfixo de Hermapbrodttts mira quadam explaviantur. Monfirimultiformisin eadem
fpecie^muUerisnempevirite caput habenits origo, ej" cauffa prima ex
hetero^e»ea feminis natura educitur j
defemi» nis' Vulgo tnwiafculosmutatts; Qfdemn fculisefieminatis,
Secund.canfia ejufdem moftlhi multiformis ( ori<To excutitur ex de jtdu
fminis m^fcpilei Tenia Monjiri multiformis in eadsmfpecie origo (£
cauJfarefertHf i,id pdrentumimairin Mionem..t^ariuorigo,
(^cauffaMonfirimuliiformisin eademfpecieadpa rent^s conjimilem natnram attinef,
monfira mnltiformia ^diverfas animulium species in ecdem genere proxmoreferemta
fnonefie figmsnta ^jed in rernmnatura reperiri J^donjlYt midti formis diverfas
animali Hmfpecies in eodem geneYepYO^ ximo referentiSy canjfa c origo frima
depromitur ex apparentia. Secunda causa, G? origo Jkfanflri, mtiltiplicis
fpeciei animalia referen' tts, ex imbecillitate generantis pendere
demon(lrattir, Tertia canjfa, Cs* origo
Adonflri multiformi animalium fpecie elicitur ex deirenerata fsminis anima in
nattiram alienam.arta Aionflri mnltiformis varias animaliam species referentis
origo causa ermtm ex materialifostus principio, jtinta Monflri lotimani
hrntalem effigiem habentis orioo scattjfa ex virtnt is alentis vitio elicitptr,
Ssxta hominis monflroseferinaspartes habentisoritroj caujfain altmentaris
materiis vitio reperitar, Septimacanjfa,(^origo Monflrihitmaniferinam effigiem
habentisex morboelicitur. O avacauffa, origo Monflrihnmaniybrtitorumejfl
gieminmem' bris habentiSfjx imaginatione parentum defttmitHr Nona caufja,
corigo Alonflri varias animalitim effigies habentis agnofcitnr ex parentzbfis
monflrofs, Decima causa origo Monflri partes habentisbrtitorum membra (hnmana
referentes, explicatur exfeminum miHione, ac nefaria venere. Dttbitafiones
propofltam theoriam. urgentes diluuntur (prima edn a ex ARISTOTELE, alicubi
n^gante monjlrtim fieri ex animalibus diverfs fpeciei. AlteradubitatiQ
Maniliana, G Lucretiana diluitur, negans qtiiA ejfe nobis commune cum feris,
plantis ad invicem {nam Caftronianam ver^ bistemer efttffttltam, non
autemrationibusinnixam, latedif cujfimusinopett de Feriis Aitricis Anim3?,
difputat. Tertia dubitatio viri eximii negantis ex variis fpeciebus poffe ejuid
uni tantum parenti congeneum nafci. Exercitatio cum acutiffimo Delrio. Di in le
magis explicatur origo humani monflri ex fera nafcentis,Vndecima causa et origo
Monfiri y varics speciei anirmliumi partes habentis, ex cacodamonis opera
elicitur, Monflra muhiformia fuijfe conflruUa ex partibus referentibus animantia
diversl generis, Monflrihttmani membravHiorumanimalium habentis origo caujfa
prima in apparentiam refertur. Secunda
Monfira diverp generis origo S cauffa ex imbeciUitatsj vtrtutis generamis
colligitur. Tertia Monflridmffigemi origo, emffain Milifate fcrma- tricis
repomtnr artacmujfa c origo Monflrimnln gemie cimbecillitatcviv
tmisfeparatricis dedHcttm. inta causa,
erigo Monflri multigenei referturad femims degeneranoncm. Sexta caujfa
Monflri poligenii materice ineptitudo ejfe offenditur. Septima causa origo
Monflri multigeneidejumitur ex debilitate virtmis alentisfoetum, Octava causa origo Monflri diverft genii ex
inepto partium alimento educitur, Nona
cauffa, origo Monflri multigenii ex morbofostus adducitur, Decima caujfa, G?
origo Monflri multtgenii ex parentum imagi' natione hauritur. Vndecima cauflaj
Gf origo Monflri diverft generis adparentes
mon Yofosrefertur, Duodecima causa y origo Monflripoligenii habetur
infemitium permifiione, Decima tertia causa originis Medufaei tapitis in
ovogallin s...Decima quarta caujfa origo Monjirimultigeniiadvim mali Diemonis
refertur, Monftricacodamonis origo
explicatur ex causis prius adducis.
Vewv&tio totius operis. Licetus. Fortunio Liceti. Liceti. Keywords:
implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Liceti” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Licone: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Taranto).
Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean according to Giamblico di
Calcide.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Licoforonte: all’isola -- la scuola siciliana – Roma – filosofia
siciliana – scuola di Leonzio -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Leonzio). Filosofo italiano. Leonzio, Sicilia. A
pupil of GORGIA (si veda) di Leonzio. Primarily a sophist, he takes positions on
philosophical matters. For example, he declares that being from a noble family is
worthless in itself, as its value depends solely on the esteem in which the
family is held. Licofronte. Licofronte.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Liguori:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicatura
critica – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “Personally, my
favourite of Liguori’s metaphors is ‘the abyss of reason,’ since Speranza has
elaborated on this: it’s Gide’s ‘mise-en-abyme’ no less, which breaks my
principle of ‘conversational perspicuity’ – a mise-en-abyme text is just
untextable!” -- Grice: “Liguori has
studied the metamorphosis of language in one of his philosophical noble
ancestors!” “I like Liguori: he has the gift of the
gab for metaphor: ‘i baratri della ragione,” “la fucina del filosofo,” “l’alambicco
dell’anima,” “la condizione del senso” ‘il razionale dello irrazionale” o “le
ragione dell’irrazionale” “le ambiguita della ragione,” “Trasimaco ha ragione”
“Giustizia e carita” Ritratto. Frequenta il liceo classico dell’Istituto
Massimo di Roma. Studia alla Sapienza. “Scherzi della memoria.” Si laurea con
la tesi “La scesi giuridica.” Insegna a Lecce ed Ostuni. Si dedica alla storia
della filosofia. Insegna a Bari, Urbino, Ferrara, Trento, Salento, Torino,
Firenze, Lecce, Cassino, Napoli, e Noceto. Con “E il vero baratro della ragione
umana” – cf. H. P. Grice, “Mise-en-abyme conversazionale” -- viene riconosciuto come uno studioso di Kant,
Graf, LEOPARDI (si veda), e Cartesio. Tratta Positivismo di Sergi, Lombroso, Morselli e Vignoli; della scesi di RENSI
(si veda) ponendolo in critica relazione tra LEOPARDI (si veda) e PIRANDELLO
(si veda). Scrive di de' Liguori e di Benedictis, detto l'Aletino. Collabora con
l'Istituto Italiano per gli Studi filosofici di Napoli. Tenne rapporti epistolari
con GARIN, BOBBIO, Augias, Binni, Donini, Ferrarotti e Timpanaro. Fonda ad
Ostuni il Circolo Culturale “Sic et Non”, cui aderiscono e collaborano
note personalità della politica e della cultura quali Donini, Fiore, Radice, matematico e fondatore e direttore di
“Riforma della scuola” e docenti delle Bari, Roma e Lecce. “Sic et Non” si
impegna in complesse battaglie civili come quella per un dialogo tra marxisti e
cattolici, ed altre incombenti questioni sociali come la campagna per il
divorzio. Stringe intese, oltre che con moti uomini politici e studiosi di
chiara fama, con il gruppo dei cattolici del Gallo di Genova e coi fiorentini
seguaci di Giorgio La Pira, i quali si riunivano intorno alla rivista “Testimonianze”
diretta da Balducci e Zolo, nonché con i ragazzi della Scuola di Barbiana,
diretta da Don Lorenzo Milani. Manifesto editoriale del "Sic et Non"
è la rivista Presenza, da lui diretta, che testimonia questa attività politica
allora pionieristica per una piccola provincia del Sud Italia. I sette numeri
pubblicati della rivista Presenza, e altra documentazione di tale impegno
politico, sono attualmente depositati presso la Biblioteca di Ostuni intitolata
a Trinchera e comunque ampiamente documentati nell'unico saggio autobiografico
dello stesso autore. Critica e commenti sull'opera di L. Carteggio con
illustri studiosi Bobbio: Il saggio mi pare di grande interesse, per l’ampiezza
e la serietà della ricerca su un tema, se non sbaglio, mai scandagliato a
fondo, eppure importante nell'ambito più vasto della storia della filosofia
positiva, della critica letteraria e della cultura torinese (argomento a me
particolarmente caro). Sono convinto che si tratta di un lavoro di prim'ordine,
che rende giustizia a uno studioso e a uno scrittore (e poeta) che è stato sì,
ricordato più volte dai suoi discepoli, ma è stato poi dimenticato dagli
storici. Credo che questo libro sia un effettivo contributo alla migliore di
quel periodo della nostra storia che la cultura idealistica aveva disdegnato:
un contributo di cui soprattutto noi piemontesi dobbiamo essere grati».
Sebastiano Timpanaro: «Mi sembra, e non lo dico per adulazione, ma con piena
sincerità, un'opera di livello davvero eccezionalmente alto, per la caratterizzazione
del protagonista e di tutto il suo ambiente, per tutto ciò che finora ignoto
essa porta alla luce. E’ venuto fuori cosi un lavoro che molto di rado accade
di leggere». Donini: “Mi pare, ad un primo esame, fondamentale per la
conoscenza del periodo ancora poco conosciuto. Apprezzo moltissimo tale metodo
di indagine e la serietà della documentazione. Uno studio di questo genere è
certamente costato decenni di intensa documentazione. Oldrini: ho letto subito il volume su Graf
così ricco e con non poco profitto. Quando l’autore, in un punto se la prende
con gli storici della filosofia italiana che trascurano Graf, anzi noni
menzionano affatto, mi sento in colpa; e tanto più in quanto io, studioso della
cultura napoletana, mi son lasciato sfuggire quei nessi di Graf con Napoli che
il volume di L. illustra con tanta passione». Contorbia: “poche volte accade di
fare i conti con un libro così fatto, stratificato, totalizzante; ad apertura
di pagina si avverte l’impegno, il grado di coinvolgimento appassionato con cui
lei ha condotto avanti negli anni una così impegnativa ricerca peculiare, quasi
il centro della sua esistenza intellettuale, il punto di arrivo (e a un tempo
di partenza) di un confronto che è culturale ma anche morale e politico.La
qualità di un tale lavoro, mi pare, fuori dell’ordinario». Valli: «L’autore ha
consegnato alla critica e alla conoscenza uno studio così complesso da poter
essere considerato un esaustivo panorama della cultura del secondo Ottocento
italiano e non solo italiano]». Recensioni di illustri studiosi Rossi, “L'autore…
ha fatto emergere un quadro ricco e articolato dove accanto alle ombre brillano
alcune luci importanti». Recensione sulla rivista «Panorama» riguardante
il di de Liguori Materialismo inquieto,
edito da Laterza. Cosmacini, «Il lavoro di L. è largamente meritorio oltreché
ampiamente documentato». Recensione uscita su «Il Corriere della sera»
riguardante il di L. Materialismo inquieto,
edito da Laterza. Marti::Dalle appassionate e diuturne indagini dell’autore su
Graf e il suo tempo è venuto fuori il ponderoso, massiccio volume, che ho
ricevuto come caro e preziosissimo dono. Davvero lusinghiera la “presentazione”
di un grande Maestro come Garin, e accattivante e simpatica l’”Avvertenza”.
Tutto il resto è da leggere». Recensione al volume di L. su Graf, Giornale
storico della letteratura italiana. Augias: «Quella di De Liguori è infatti una
storia meridionale che parte da una finzione narrativa di gusto classico ma
così classico da poterla ritrovare in alcuni capolavori tanto celebri che non
vale nemmeno la pena di citarli. Saggi: “Trasimaco ha ragione” (La Rassegna
pugliese); “Giustizia e carità” “fra filosofia e vita” Ivi “Lo scetticismo
giuridico di Rensi” (Rivista di Filosofia del diritto); “Una moderna
enciclopedia del sapere, Rassegna pugliese, II“Efirov e la filosofia italiana,
«Problemi», “Un Leopardi anti-progressivo” (Dimensioni); In tema di materialismo
comunista, Ivi, “Gioberti e la filosofia leopardiana -- momenti del conflitto
tra l’ideologia cattolico borghese e la protesta leopardiana” (Problemi); “Un
episodio di solitudine. Rassegna di studi su Graf,” Ivi “Leopardi e i gesuiti
-- appunti per la storia della censura leopardiana, Rassegna della Letteratura
italiana, Quel povero “Diavolo” di Graf, «Giornale critico della Filosofia
italiana», Le «Scandalose razzie». Scienza, politica, fede in Graf Ivi, Scetticismo
e religiosità in una rivista militante: «Pietre» in, La filosofia italiana
attraverso le riviste, A. Verri, Micella, Lecce, “La condizione del senso”; “Per una
riconsiderazione della lettura grafiana di Leopardi” «La Rassegna della Lett.
It.», Il mito e la storia” – “Le ragioni dell’irrazionale in Graf, «Problemi»,
Quella «dubitante religiosità». Graf e il modernismo, «Giornale cr. della fil.
It.», Doria tra platonismo e riformismo, «GCFI», Il sodalizio Labriola-Graf negli
anni della loro formazione «Studi Piemontesi»,
Un anti-cartesiano di Terra d’Otranto: Benedictis, in, Miscellanea di
Storia Ligure, Genova); “Materialismo e positivism -- questioni di metodo” (Facoltà
di Filosofia, Bari); “Aletino e le polemiche anti-cartesiane a Napoli” (Rivista
di storia della filosofia); “L’araba fenice: ossia la filosofia nella
secondaria, «Idee», “E il vero baratro della ragione umana” – “Graf e la
cultura” Prefazione diGarin, Lacaita, Manduria,
“Le ambiguità della ragione” – cf. Grice: ‘the equi-vocality of ‘reason’
Grice: “Liguori has a taste for unnecessary plurals: the abysses – the
ambiguities -- ” -- «Idee», “Per la storia della psico-fisica in Italia”; “Il
materialismo psico-fisico e il dibattito sulle teorie parallelistiche in Italia
-- Masci e Faggi «Teorie e modelli», “Di una rinnovata attenzione al
materialism” (Idee); “Mito e scienza nell’antropologia e nella storiografia del
positivismo italiano”; “La filosofia tra tecnica e mito, Atti del Convegno
della SFI, Assisi, Porziuncola); Dimensioni»,
Livorno, Materialismo inquieto. Vicende dello scientismo in Italia nell’età del
positivism” (Laterza Bari); “Tommasi e la filosofia zoologica di Siciliani,
Rileggere Siciliani, G. Invitto e N. Paparella, Capone, LecceI Presupposti
epistemologici e immagine della scienza in Morselli e Graf, Filosofia e
politica a Genova nell’età del positivismo, Atti del Conv. dell’Associazione
filosofica Ligure-- Cofrancesco, Compagnia dei Librai, Genova, pMaterialismo e
scienze dell’uomo; Kant e la religiosità filosofica di Martinetti, iA partire
da Kant; L’eredità della “Critica della ragion pura”, A. Fabris e L. Baccelli.
Introduzione di Marcucci, Angeli, Milano, Materialismo e scienze dell’uomo -- Il
dibattito su scienze e filosofia, Lacaita, Manduria, La fondazione razionale
della fede in Martinetti, Dimensioni, Livorno, Darwinismo e teorie
dell’evoluzione nella prospettiva monistica di Morselli, Il nucleo filosofico della scienza, Cimino,
Congedo, Galatina, L’immagine della
donna nel paradigma positivistico della degenerazione, Morelli. Emancipazione e
democrazia, G. Conti Odorisio, Scientif. Ital., Napoli, La cultura filosofica in
Torino, Rivista di filosofia», Presupposti torinesi della singolarità
filosofica di Martinetti, «Studi Piemontesi»,
E’ possibile la storia dello scetticismo?, “Segni e comprensione»”; “
filosofi delle bancarelle». Per la critica della storiografia filosofica, «Lavoro critico», Il sentiero dei perplessi -- scetticismo,
nichilismo e critica della religione in Italia da Nietzsche a Pirandello, La
città del Sole, Napoli, La reazione a Cartesio in Napoli, Giovambattista De
Benedictis, «GCFI», La revisione della storiografia sul mezzogiorno, «Segni e comprensione»,
Positivismo e letteratura. Antologia di testi, con Introd. e note, Graphis
Bari, La lezione scettica di Rensi, Critica liberale,- La psicofisica in
Italia, La psicologia in Italia, a cura
di Cimino e Dazzi, Led, Milano, Vignoli e la psicologia animale e comparata,
Ivi, Pensatori dell’area torinese --Percorsi», Quaderni del Centro Frassati,
Torino, Il ritorno di Stratone. Per la collocazione del materialismo
leopardiano, in Biscuso e Gallo, Leopardi anti-italiano, Manifesto libri, Roma,
Kant e le scienze della natura -- in margine alle lezioni kantiane di Geografia
fisica, in Filosofia, Lecce, Lacaita Manduria, Cattaneo, Psicologia delle menti
associate, G. de L., Riuniti, Roma, Antropologia, psicologia comparata e
scienze naturali in Vignoli, «Teorie e modelli», Geymonat, Treccani. Antropologia e tassonomia
in Kant. Da Blumembach a Buffon, Atti del Convegno sulla Geo-fisica kantiana,
Congedo Lecce, Antropologia, psicologia comparata e scienze naturali in Vignoli,
«Teorie e modelli», Cronache di
filosofia del diritto in Italia. Sforza e i suoi corrispondenti, in «Quaderni
di Storia dell’Torino», Per Mucciarelli:
positivismo psicologia e storia, «Segni e comprensione», Geymonat e il
“materialismo verso il basso”, GCFI, Il materialismo di Timpanaro, «Critica
liberale», Lettere di Timpanaro a Liguori,
in Il Ponte, Da Teofrasto a Stratone. L’itinerario filosofico di Leopardi,
«Quaderni materialisti», Labriola e Graf -- Principio e fine di un sodalizio di
vita e di pensiero, in Labriola e la sua università. Mostra documentaria per
settecento anni della “Sapienza” Aracne, Roma, A. Graf, Memorie, Introduzione,
commento e cura, “Gli Arsilli”, Edizioni dell’Orso, Alessandria Un catalogo per
Labriola, «Critica Sociologica», Utilità dell’inutile. Dalla elaborazione
concettuale alla programmazione e alla costruzione di un catalogo, «Itinerari»,
I Gesuiti. Le polemiche sui riti confuciani tra l’Aletino e i missionari
domenicani, «Studi filosofici»,Le «imbrogliate bestemmie germaniche». Moleschott
e la medicina materialistica, «Physis», La fucina del filosofo. «Segni e
comprensione», Filosofia teologia e fisica di Cartesio nella Difesa della Terza
lettera apologetica dell’Aletino, «Il Cannocchiale», Liguori e la filosofia del
suo tempo: Spinoza, Bayle, Hobbes e Locke, Rivista di Storia della Filosofia, “Libido
Sciendi”. Immagini dell’empietà nell’apologetica cattolica tra Sei e Settecento
(da Magalotti a Valsecchi), GCFI, Scherzi della memoria. Mappa di un itinerario
non turistico tra politica e cultura in una provincia del Sud, Prefazione di Ferrarotti;
Postafazione di Cumis, Salvatore Sciascia, Medicina e filosofia in Italia tra
evoluzionismo e scientismo. Da Tommasi a Morse, «Il cannocchiale»,, L’ ”il lambicco dell’anima”.
Note sul Mind body problem in Italia nell’età del positivismo, in Anima, mente
e cervello. Alle origini del problema mente-corpo, P. Quintili, Unicopoli, L’ateo smascherato. Immagini dell’ateismo e
del materialismo nell’apologetica cattolica da Cartesio a Kant, Le Monnier
/Università, Le sorelle Vadalà. Quattro storie più una, Romanzo con pefazione
di C. Augias Movimedia, Lecce, Pensatori dell’area torinese tra i due secoli,
in Quaderni Noce, Marco, Lungro di Cosenza, Ateismo e filosofia.
Considerazioni sull’ateismo latente nel pensiero moderno e sul rapporto tra
fede e ragione, «Il Cannocchiale», Le metamorfosi del linguaggio nella
controversistica e nella pratica missionaria, Le metamorfosi dei linguaggi, Borghero
e Loretelli, Edizioni di Storia e
letteratura, Roma, Dannazione e redenzione dell'Eros. Soggetti e figure
dell'emarginazione: la donna come oggetto determinante nella invenzione
cattolica del peccato di lussuria in «Bollettino della Società filosofica
italiana», Le cose che non sono, in
«Critica Liberale», Prefazione di E. Garin, Manduria (TA), Bari,
Roma, Lacaita, Gemoynat Treccani, Le Carteggio privato (corrispondenza
autografa) tra L. e i singoli autori citati
Rossi, Viaggio nel Positivismo, in Panorama, Arnoldo Mondadori, L.,
Materialismo inquieto. Vicende dello scientismo in Italia nell’età del
positivism, Bari, Roma, Laterza, Giorgio Cosmacini, Povero medico condannato al
materialismo, in Corriere della Sera, Marti,
Recensione a I baratri della ragione in
Giornale storico della letteratura italiana, Le sorelle Vadalà. Quattro storie
più una, [Romanzo], Prefazione di Augias, Lecce, Movimedia. Dannazione e
redenzione dell’eros. Soggetti e figure dell’emarginazione: la donna come
oggetto determinante nell’invenzione cattolica del “peccato” di lussuria di L. Il
Cristianesimo ha maledetto la carne, ha infamato l’amore. L’atto vario e
molteplice nei modi, ma uno nel principio, per il quale le creature si
riproducono e a cui gli antichi avevano preposta una della maggiori fra le
divinità dell’Olimpo, è, agli occhi del cristiano, essenzialmente malvagio e
turpe e la malvagità e turpitudine sua possono a mala pena, nella progenitura
d’Adamo, essere emendate dal sacramento. Il celibato è pel cristiano, se non
altro in teoria, condizione di vita assai più pregevole e degna che non il
coniugio e la continenza è virtù che va tra le maggiori. A. Graf1. L. examines the
story of Eros, from ancient Greece to the age of Enlightenment, and tries to underline
relevant connections with other events of thought and religious traditions as
well as European popular customs. The ideological conflict with Christian
ethics and Catholic church is particularly highlighted thanks to a specific
textu- al analysis, particularly during 17th and 18th centuries. Keywords:
Subjects and Figures of Marginalization, Woman Condi- tion, Ethics and
Christianity, St. Alphonsus M. de’ Liguori. 1 A. Graf, Il Diavolo, Treves, cur. Perrone,
introduzione di Firpo, Salerno, Roma. Avverto l’eventuale lettore che il saggio
che segue ha natura meramente divulgativa e di mera indicazione didattica nei
confronti dei docenti di discipline storico-filosofiche. Nasce
dall’assemblaggio di appunti per il canovaccio di uno spettacolo tenutosi a
Parma al Teatro del Vicolo, dal titolo Eros e Poesia. M’è d’obbligo infine
rimandare sull’argomento che qui espongo, agli interventi di alta e corretta
divulgazione, curati per Rai Educational, di Argentieri, Curi e Moravia, in
Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche. Raccolta e catalogazione
dei materiali Non partiamo dalla consueta e abusata presunzione ontologica; non
diciamo che le cose sono, piuttosto ci limitiamo, cartesianamente, a scoprire
in noi il pensiero e, col pensiero il corpo e la sua capacità di rapportarci ad
altri corpi attraverso quelli che chiamiamo i sensi. Ci hanno preceduto i
sensi sti: nulla è dentro la nostra mente che non ci viene fornito dai
sensi. E così la fantasia, la logica, la ragione, la fede altro non sono che gli
strumenti più raffinati di un corpo tra i corpi (materia) che, come l’infima
creatura che emette pseudopodi, procede dal coacervato all’ameba e arriva
all’uo- mo, cuspide di presunzione, anelito più che sensata pregnanza di vita..
Non lasciamoci impressionare dai prodotti di questo strumentario intellettuale:
arti, religioni, presenze invisibili, futurologie improbabili, paradisi perduti
o escatologici disegni, virtualità effimere come sogni, denunciate già dal fol-
le di Danimarca una volta per tutte. Sono sirene lusingatrici di contro al cui
canto ammaliante hanno ancora buona validità i tappi di cera nelle orecchie
usati da Odisseo, navigante curioso, per escludere i suoi compagni2. Qualcuno
sostiene che le cose non sono se non create. Qui noi non soste- niamo
l’inesistenza delle cose: in tal caso dovremmo postulare e ammettere la
trascendenza, laddove noi riteniamo l’oltre una autonoma creazione (se vogliamo
mantenere il termine) del nostro pensiero. Abbiamo raggiunto (a livello di
pensiero puro, non certo di pensiero soggettivo) un tale grado di evoluzione da
creare dal niente, come aveva, in termini tutti romanti- ci, spiegato Fichte
enunciando i tre celebri principi della sua dottrina della scienza! Ma gli
sviluppi delle neuroscienze, in particolare, hanno reso sterili tali tentativi
di esplicazione del reale. Idealismo e religione fanno a gara a rincorrersi
nella loro foga di raggiungere la verità eterna! Meglio perciò rinchiudere i
filosofi nel trittico che si sono costruiti con secolare pazienza della
Metafisica, Teodicea e Ontologia. Che farnetichino in eterno sull’ori- gine
dell’anima, sul rapporto col corpo e sul destino futuro della umanità. Si
potrà, una volta sgombrato il terreno dalla zavorra, procedere in modo più
lineare, ordinato ed onesto alla diagnosi del male di vivere: del nascere e
morire. Tolta di mezzo la pretesa razionalità e la scientificità teologica (e
teleologica) con la sua saccenteria, gli strumenti dei sensi come la fantasia,
la fede, la ragione potranno riprendere legittimamente la loro funzione di
guida o di orientamento. Se partiamo dalla nostra “condizione umana” (senza
scomodare Mal- reau) vera e concreta, viene prepotente in ballo, la nostra
sensualità, prima ancora che la nostra sensitività. Avvertiti da Freud, che va
ascoltato con la 2 Vedi quanto scrive, Berto, L’esistenza non è logica. Dal
quadrato rotondo ai mondi impossibili, Laterza, Roma. 30 dovuta prudenza
filosofica, ci accorgiamo facilmente che è l’eros la molla privilegiata delle
nostre azioni o inazioni. Tanto è vero che sul terreno della storia è con
l’eros che il Cristianesimo ha ingaggiato fin dalle sue prime origini la sua
battaglia aperta, dagli erotici furori degli anacoreti fino ai ra- ziocinanti
dogmatismi teologici dei nostri giorni. Conviene delinearne un breve profilo.
Profilo storico dell’Eros in Occidente. Dal mito di Venere a Maria Vergine È
proprio nel mondo romano, e in quella che gli storici designano come età
tardo-antica, che si compie una storica metamorfosi della mitologia pa- gana: il
suo graduale trasferimento da religione delle classi colte e dominanti a
religione dei campi (pagi = pagani), della plebe rurale. Indicativo tra tutti
il passaggio di Venere, dea della bellezza, dell’amore e della fecondità, da un
canto, a quella di Demonio, Lucifero (portatore di luce), stella del mattino,
per i suoi referenti legati alla sessualità, e, dall’altro, a quella della
Vergine Maria, madre di Gesù Bisogna ricordare che mentre avanza il
Cristianesimo, il mito di Roma non solo permane ma, sotto mutate spoglie,
cresce e si svolge fino ai nostri giorni. Perde la sua valenza politica, la sua
forza sugli eventi immediati ma guadagna nell’immaginario. Entra a far parte
del grande patrimonio del- la memoria collettiva. Ma in tale processo, se perde
i suoi caratteri storici, obbiettivi, acquista una rinnovata immagine
fantastica, rispondente alle esigenze delle masse. Soprattutto il Medioevo
trasforma Roma, i suoi dei, la sua cultura in nuova mitologia sincretica, mista
di elementi tradiziona- li e di apporti nuovi conferiti dalle differenti
popolazioni d’Europa, attinti soprattutto alla nuova fede cristiana che diventa
l’amalgama di germane- simo, usanze barbariche, romanità, orientalismi, ecc.
Roma continuava ad avere un suo primato nell’immaginario o mondo incantato dei
miti e delle leggende3, come l’aveva avuto in quello, storico, politico
culturale e civile. Ricordiamo l’accorato rimpianto di Rutilio Namaziano
Fecisti patriam diversis gentibus unam. Urbem fecisti quae prius orbis erat
Nella cultura illuministica, tra Settecento e Ottocento, il mito di Roma si
veste di forme neo classiche. Goethe, Winkelmann, e Byron che 3 Cfr. F. Denis,
Le monde enchanté,. Cosmographie et histoire naturelle fantastiques du Moyen
Âge, richiamato da Graf, Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, 2 voll.,
Loe- scher, Torino. Ma vedi, dello stesso, Roma nella memoria e nelle
immaginazioni del Medio evo, 2 voll., Loescher, Torino ne fa la patria ideale delle genti Oh Rome! My country! City of the soul!
The orphans of th heart must turne to thee, Lon mother of dead impires! Tale trasformazione della mitologia classica, porta
con sé naturalmente un radicale cambiamento della maniera di concepire l’amore
e di vivere l’e- ros. L’amore tra uomo e donna acquista differenti valenze e si
prepara quella teorizzazione dell’amore tutto spirituale che verrà dommatizzato
e praticato per tutto il Medioevo e, nella forma più angelicata e sublime, da
Dante al Petrarca, ...quel dolce di Calliope labbro che amore nudo in Grecia e
nudo in Roma, d’un velo candidissimo adornando, rendeva in grembo a Venere
celeste. Dilagheranno per tutta Europa fenomeni di sessuofobia completamente
ignoti alla società greca e latina, quale ad es. il fenomeno dell’ascetismo.
Sorgerà la figura, del tutto nuova e inconcepibile per il mondo classico,
dell’anacoreta e, d’altro canto, l’immagine del peccato prenderà aspetto dia-
bolico orripilante, venendo a popolare tutta una nuova mitologia di presen- ze
infernali che accompagnano e turbano la vita degli uomini del Medioevo. Molte e
varie le rappresentazioni tipiche della diabolicità mostruosa, frutto, in
particolare, del peccato di lussuria, quali il mosaico nel Battistero di Fi-
renze, opera popolaresca di Coppo di Marcovaldo che tanto impressionò Dante
fanciullo, il poema predantesco di Bonvesin della Riva, Il libro delle tre
scritture o il De Babilonia di Giacomino da Verona e i vari “precursori” di
Dante, fino alle allucinate raffigurazioni de il Giardino delle delizie di
Bosch al Museo del Prado4. Ma che accadeva? Venere, scacciata, veniva
ugualmente a tentare gli sciagurati che volevano sfuggirle, quali monaci ed
asceti; e, come ci ricorda sempre Graf, «invadeva le loro celle ugualmente,
immagine vagheggiata e detestata a un tempo». Siamo nell’epoca delle tentazioni.
Ecco l’autorevolis- sima testimonianza di San Girolamo, il grande dottore della
Chiesa, autore indiscutibile della Volgata, l’edizione ufficiale della Sacra
Scrittura, in una sua lettera alla vergine Eustochia: Si ricordi, Villari,
Alcune leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia, «Annali delle
Univ. Toscane», Pisa. Soprattutto, A. D’Ancona, I precursori di Dante, Sansoni,
Firenze. Per ulteriori e dettagliati riferimenti, cfr. il mio, I baratri della
ragione. Graf e la cultura del secondo Ottocento, prefazione di Garin, Lacaita,
Manduria. Oh quante volte, essendo io nel deserto, in quella vasta solitudine
arsa dal sole, che porge ai monaci orrenda abitazione, immaginavo d’essere tra
le delizie di Roma! Sedeva solo, piena l’anima d’amarezza, vestito di turpe
sacco e fatto nelle carni simile a un Etiope. Non passava giorno, senza
lagrime, senza gemiti e quando mi vinceva, mio malgrado, il sonno, m’era letto
la nuda terra. E quell’io, che per timor dell’inferno m’era dannato a tal vita e
a non avere altra compagnia che di scorpioni e di fiere, spesso m’im- maginava
d’essere in mezzo a schiere di fanciulle danzanti. Il mio volto era fatto
pallido dai digiuni, ma nel frigido corpo l’anima ardeva di desideri e
nell’uomo, quanto alla carne già morto, divampavano gli incendi della libidine.
E qui l’iconografia sacra ha lavorato sul santo, riempiendo di San Girolami,
atteggiati in guise diverse, tele, altari, absidi, pale, trittici per tutto il
medioevo e il Rinascimento. Da Dürer a Caravaggio, da Cima da Conegliano a
Masolino, da Masaccio a Tiziano, dalle tentazioni di Giovanni Girolamo Savoldo
al Perugino, fino alla compostezza gotico-geometrica di Antonello, ecc.Si
assiste ad una evoluzione storica dell’eros, che si arricchisce, per così dire,
dell’idea stessa del peccato. Simboleggiato dal frutto proibito, l’atto carnale
tra Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre viene stigmatizzato come peccato
originale, una sorta di marchio che da quel momento in poi mac- chierà ogni
creatura. Homo vulneratus est naturaliter, sanziona definitiva- mente San
Paolo! Anche se la dottrina della chiesa troverà il modo di recu- perare in
positivo quella ferita, quella malattia costituzionale, con il concet- to
dell’agape, nel quale l’eros si diluisce in amicizia includente la mediazione
del Cristo. Ma la cosa più sorprendente è che Venere, simbolo dell’amore
carnale, cantata da Lucrezio, poeta epicureo, come colei che presiede alla
bellezza della fecondazione sia di piante che di animali, e perciò come voluttà
d’uo- mini e di dei, subisce nel corso della storia differenti e impensabili
metamor- fosi. Da un canto, come quasi tutte le divinità pagane, trapassa a
popolare la mitologia cristiana di nuove figure positive e negative, arrivando
a iden- tificarsi dapprima con il Demonio in persona, poi con la stella
portatrice di luce, (Lucifero, angelo caduto e stella del mattino); infine,
fattasi mite e mise- ricordiosa, gradualmente perdendo i suoi più accesi
caratteri erotici di beltà voluttuosa, assurge addirittura al ruolo di Maria
Vergine, concepita senza peccato, Madre di Gesù, figlio unigenito di Dio! Siamo
di fronte a un fenomeno storico noto agli storici e agli antropologi come
sincretismo religioso 5 Trad. fedele di Graf da Gerolamo, Epistolae, in
Patrologia latina, cur. Migne, Parigi. Cfr. Graf, Il Diavolo, cit.,per cui le
divinità pagane continuano una loro vita, si direbbe più dimessa e quasi
nascosta, nei pagi, nelle campagne tra la povera gente, trasformandosi, e
sovente confondendosi, coi santi e le divinità della nuova religione ebraica e cristiana.
Ne è un esempio la favola di Tanhäuser, il cavaliere francone di cui la dea
Venere si innamora. È nel mondo romano in sfacelo che gli dei di Roma – GIOVE
CAPITOLINO -- si avviano alla loro metamorfosi -- quello che non e accaduto
agli dei ellenici. Da un canto si rintanano nei pagi, nei campi, tra la povera
gente di campagna e ne continuano a propiziare raccolti, a combattere carestie
ad aiutare la gente misera nelle quotidiane disgrazie che affliggevano gl’umili
e gl’indifesi. Dall’altro lato, in questa storica trasformazione, raccolgono in
loro tutto il male esecrabile del mondo antico: il turpe, il diabolico,
l’illecito, il peccaminoso del mondo romano. Soprattutto l’osceno -- ciò che è
dietro alla scena e, pertanto, non è visibile -- e il sensuale nei rapporti
amorosi. Gli dei di ROMA si trasformano così in demoni. Si passa dalla
celebrazione dell’amore fisico, cantato dai poeti, da OVIDIO (si veda), Catullo
(i neoteroi) a LUCREZIO (si veda), che lo inserisce nel fluire e divenire dei
fenomeni naturali, alla definitiva divaricazione della sessualità dall’amore
spirituale, come aspetti di una passionalità di differente e contrapposta
natura. Si ricordi l’inno a Venere di LUCREZIO: AENEADVM GENITRIX HOMINVM
DIVOMQVAE VOLVPTAS ALMA VENUS CAELI SVBTER LABENTIA SIGNA QUAE MARE NAVIGERVM
QVAE TERRAS FRUGIFERENTES CONCELEBRAS PER TE QUONIAN GENVS OMNE ANIMANTVM
CONCIPITVR VISITQVAE EXORTVM LVMINA SOLIS. Ma ecco come espone Graf, storico
dei miti romani, la sottile trasformazione degli dei di Roma -- quelli stessi
che VIRGILIO, guida d’ALIGHIERI, chiama falsi e bugiardi -- in divinità o potenze demoniache. I numi
che hanno altari e templi non muoiono, non dileguano. Si trasformano in demoni,
perdendo alcuni l’antica formosità seduttrice, serbando tutti la gravità
antica, accrescendola. GIOVE DEL CAMPIDOGLIO, Giunone, Diana, Apollo, MERCURIO,
Nettuno, Vulcano, Cerbero e fauni e satiri sopravvivono al culto che loro e
reso, ricompaiono fra le tenebre dell’inferno, ingombrano di strani terrori le
menti, provocano fantasie e leggende paurose. Diana, mutata in demonio
meridiano, invade i disaccorti troppo obliosi di lor salute, e la notte, pei
silenzi dei cieli stellati, si trarrà dietro a volo le [6 G. Paris, Legendes du
Moyen Age, Hachette, Paris, dove esamina la storia e la diffusione della
leggenda (La légende de Tanuhäuser). Fonte delle varianti della stessa leggenda
resta Guglielmo di Malmesbury. Vedi Graf, Il Diavolo] squadre delle maliarde, istruite da lei.
Venere sempre accesa d’amore, non meno bella demonio che dea, usa negli uomini
l’arti antiche, inspira ardori inestinguibili, usurpa il letto alle spose, si
trarrà fra le braccia, sotterra, il cavaliere Tanhäuser, ebbro di desiderio,
non più curante di Cristo, avido di dannazione. Scienza, filosofia e fantasia:
il pensiero femminile e la ”teoria e pratica della dimenticanza”. Il rapporto
latente tra il sapere e il credere. Ogni proposta gnoseologica parte
opportunamente da quelle ben note premesse che GALILEI (si veda) autorevolmente
chiama la sensata esperienza, anche se le pone in relazione con la certa
dimostrazione. Così, prudentemente procedendo, ogni teoria della conoscenza,
pur restando legata alla dimensione esperienziale, per così dire, non esclude
né puo escludere l’elaborazione successiva di ipotesi con l’ausilio della
fantasia, della fede, dell’intuizione oltre che della facoltà razionale con la
quale da sempre la mente umana prova ad elaborare i portati sensoriali, di
volta in volta vari e complicati. Proviamo a valutare, ad esempio, non le
nostre idee, o i nostri elaborati razionali ma alcuni particolari sentimenti o
pulsioni come l’amore, l’erotismo, o, addirittura, la poesia con cui ci
accostiamo ad una persona o ad uno scenario naturale quale, che so? la volta
celeste di kantiana memoria. Gl’eroi greci per comprendere una verità nascosta,
scendevano nell’Ade, entrano nel regno imperscrutabile delle ombre. Da altra
prospettiva, sub specie feminae, da quel che oggi chiamiamo pensiero femminile,
ci viene incontro, spalancandoci una diversa rinnovata visuale, un modo
solitamen-te desueto di scrutare l’imperscrutabile. Abbiamo davanti un
continente dissepolto, il nostro Ade, tutto da esplorare. È così che – s’è
detto e sostenuto da parte delle donne – le poesie vivono delle voci narranti
che, appassionatamente, riflettono su un passato da abbandonare. Quel che
sembra finito e nascosto entro i luoghi del cuore. Da tale prospettiva, per
giungere a tanto bisogna scendere all’Ade, come fa il viaggiatore Odisseo:
provare i dolori più cupi e le delusioni più cocenti a cui seguono le
esperienze. S’entra così nell’universo del senso fantastico senza ripudiare la
possibilità razionale di elaborare non [Graf, Il Diavolo. Utilizzo in questo
paragrafo, frammettendone brani a mie riflessioni e commenti, il testo
originale inedito, cortesemente messo a mia disposizione, dalla filosofa della
mente Bussolati, Teoria e pratica della dimenticanza.] più ciò che è nei sensi
ma quanto ribolle nella fantasia. Un esempio potrebbe fornircelo LEOPARDI
dell’infinito laddove dalla esperienza sensibile -- la siepe, il vento, lo
stormir delle foglie -- che non si lascia elaborare razionalmente, sale, quasi
spinozianamente, ad un sapere più complesso: una sorta d’amor dei
intellectualis che s’apre al mistero sia della poesia che dell’amore. E come il
vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio e questa voce
vo comparando e mi sovviene l’eterno e le morte stagioni e la presente e viva e
il suon di lei. E, ancora, entrando nel campo intricato del male di vivere,
addirittura nelle patologie del comportamento, delle ossessioni, delle
schizofrenie, laddove ci siamo chiesti, con l’angoscia nel cuore, se questo è
un uomo, proviamo a proporre la teoria e pratica della dimenticanza:
l’obliviologia. È certo come un lavoro di scavo; ma non abbiamo da riportare al
celeste raggio nessuna sepolta Pompei. Non procediamo, in senso freudiano, a
rimestare nella memoria, nel sogno, recuperando oggetti rimossi, tutt’altro.
L’oggetto è diventato uno scheletro che va dimenticato, ritenuto per non posto:
mai esistito. La dimenticanza è dapprima una sola pratica; quasi l’abitudine a
dimenticare le chiavi di casa. Poi assurge a tecnica e, infine a teoria e
pratica dell’oblio. Corre, in un certo senso, parallela alla terapia
farmacologica del sonno, indotto da dosi opportune di psicofarmaci. Si tratta
di togliere le fissazioni tramite la dimenticanza: di riportare il conosciuto
agl’elementi puri ma allo scopo di favorire un intervento di maggior forza
ectoplasmica sugli oggetti e sugli eventi esterni, e per eliminare il noto
processo di invecchiamento e, infine, di morte mentale. Scendendo al piano
sperimentale, abbiamo cancellato i sovraccarichi delle impressioni
mnemonizzatrici e fatto sparire le figure retoriche fantasmatiche, i “mostri” o
“giganti” che si fissano e si ripetono continuamente, oberando la mente
affralita. Dimenticare diventa così l’ausilio migliore del vivere senza alcun
sforzo il presente. Non è la panacea, non si raggiunge il Nirvana; non si
recuperano paradi- si perduti. Si vive riconquistando un più corretto rapporto
col corpo, i sensi, la natura. La memoria deve servirci, non turbarci. Se è una
soffitta ingombra rischia di confonderci nel suo disordine; dobbiamo far
pulizia perché la vita va vissuta non sopportata E arriviamo infine a una
considerazione alquanto complessa ma di facile comprensione. Quella stessa
nostra propensione che chiamiamo fede altro non è, finanche nella sua forma più
umile, che sempre e soltanto costruzio- 36 ne della ragione, in quanto
ogni fede presuppone sempre un giudizio della ragione. Da tale considerazione
deriva la plateale conseguenza che la fede non è altro, alla fin fine, che la
nostra visione più o meno razionale della realtà; pertanto quella fede nel
numinoso e nel fantastico che è la fede re- ligiosa dei fedeli e che alla
nostra razionalità più sofisticata ripugna, è solo un puro e semplice equivoco
EQUIVOCO GRICE, imposto dall’educazione, dalle convenzioni e mai può derivare
dalla nostra libera scelta intelligente che in tal modo si contraddirebbe9.
Credere, altro non è che atto razionale; in quanto, rigoro- samente, non c’è
fede senza il sostegno della ragione. Ma, ci si chiede, fino a che punto? Il
limite è il sano buon senso. Oltre c’è la follia e l’assurdo; ma follia, sempre
ed esclusivamente della ragione stessa, unico vero soggetto di quanto chiamiamo
fede! 4. Emarginazione femminile e non. La donna da oggetto a soggetto di
pensiero Da differente angolatura l’oggetto del mistero che chiamano la verità,
si svela gradatamente, di sotto il velame delli versi strani. Del resto, a ben
pensare, quando penso, penso al maschile, ho sempre pensato al maschile. La
storia, la civiltà tutta, occidentale e orientale, hanno pensato soltanto al
maschile. Non solo: per secoli, il vero, il bene, il bello sono stati visti, si
al maschile, ma ancora nella implicita insignificanza oltre che della donna, di
altre figure sociali di grande rilevanza: del bambino, del disadattato o del
diseredato o escluso dalla comunità, dell’alienato o del demente. Interi uni-
versi come continenti inesplorati si sono schiusi appena abbiamo provato a
visitarli. Erano emersi, nella dannazione dell’inferno dantesco, nei mosaici e
negli affreschi allucinati di Coppo, nei battisteri, nelle chiese medioevali,
nelle allucinazioni di raffiguratori fantasiosi fino al paradosso come in Bosch
o in Goja, nei racconti favolosi delle mitiche origini di intere popolazio- 9
Cfr. Martinetti, Scritti di metafisica e di filosofia della religione, a cura
di Agazzi, Ed. di Comunità, Milano, dove tra l’altro si legge: «Anche LA
FILOSOFIA è sotto certi rispetti una fede; in quanto essa è uno sforzo verso
l’unità sistematica che in ogni grado raggiunto si pone come una visione
definitiva della realtà; ciò che non può fare che trasformandosi in una fede
razionale; la fede nella dottrina kantiana. D’altra parte la fede comune non è
assolutamente irrazionale; è una razionalità adatta alla mente comune, ma è una
forma di razionalità; non v’è sistema di dogmi così assurdo che non tenti
subito una razionalizzazione. Ogni esposizione d’un sistema di filosofia è,
sotto questo riguardo, l’esposizione di una fede. Non ha quindi ragion d’essere
la contrapposizione della ragione e della fede (come qualcosa di irrazionale):
la fede è l’espressione stessa di una formazione razionale; ogni grado della
vita razionale in quanto si esprime, si fissa e diventa una realtà operante, è
una fede». Più analitica esposizione della questione si trova nel mio, Ateismo
e filosofia. Considerazioni sull’ateismo latente nel pensiero moderno e
contempora- neo e sul conflitto tra la fede e la ragione, Il Cannocchiale, ni, tramandate oralmente nei miti e nelle
leggende che correvano per l’Eu- ropa come fiumi carsici, uscendo di tanto in
tanto al “celeste raggio”, dove l’oblio di secoli li aveva
segregati....Soltanto oggi cominciamo a prenderne consapevolezza, filosofica e
scientifica: scopriamo un nuovo continente speculativo, il pensiero al
femminile come rinnovato modo di guardare la vita, la storia, la natura.
Proviamo a riandare di qualche secolo addietro. Le cosiddette scienze umane ci
si erano accostate per via di quel loro par- ticolare porsi dalla prospettiva
del diverso, ma solo l’assurgere di quell’og- getto alla dignità di soggetto
pensante e determinante trasforma del tutto la prospettiva. La partecipazione
del femminile come quella del diverso, del disadattato alla ricerca della
verità completa veramente il mondo storico della cultura portandolo al suo
stadio più alto, fuori da ogni gilepposo pa- ternalismo o indulgente
concessione caritatevole. Del tutto trascurati o stipati alla rinfusa nella
soffitta anodina della eru- dizione, alcuni sprazzi di consapevole
disponibilità al diverso erano emersi già nel passato, in ambito borghese
progressista, presso spiriti particolar- mente sensibili. Ma restava un fatto
isolato che non ha vissuto significanza o storicità. Sentite questa: siamo: E
dei disadattati all’ambiente non è giusto parlar con tanto disprezzo. Ol-
trecché esercitano alcune funzioni non esercitate dagli altri, essi sono un
lievito sociale utile e necessario; tengon viva nell’organismo collettivo
un’inquietezza nemica delle stagnazioni prolungate, e non avvien mutazio- ne alla
quale in qualche maniera non cooperino che se i geni fossero pazzi davvero
bisognerebbe riconoscereche i più disadattati fra i disadattati, quali son per
l’appunto i pazzi, resero alla misera umanità più di un buon servigio. Da altra
banda è da considerare che un perfetto adattamento all’ambiente farebbe gli
uomini supinamente contenti e tranquilli e porte- rebbe fine al moto della
storia, per la ragione potentissima che chi sta bene non si muove. Lo direi il
vademecum per l’onest’uomo del nostro tempo! Ma molto an- cora resta da fare: e
questa è la vergogna del nostro tempo. La chiesa cat- tolica ad es., che ha
chiesto, solo di recente, con un pontefice tormentato e disponibile al dialogo,
perdono al mondo islamico, ha ancora da chiedere scusa alle donne, ai bambini,
alle coppie di fatto, agli omosessuali, agli atei, agli agnostici, agli
scienziati onesti e laici che dalle dottrine e dai dogmi della chiesa vengono
quotidianamente offesi, respinti e vilipesi. I libri proibiti e il rapporto
sessuale come “peccato” contro il sesto precetto del Decalogo Tra i compiti
primari che si assunsero al loro tempo gli apologisti catto- lici e i
controversisti, figura subito in primo piano quello della lotta ai libri
proibiti, che è come dire a tutta la prodizione libraria moderna. Prendo an-
cora ad es. emblematico il santo teologo moralista e dottore autorevole della
Chiesa: L. Ne La vera sposa di Gesù Cristo10, a dimostrazio- ne di quanto possa
essere pericolosa la lettura in genere, sconsiglia alle Mo- nache addirittura
lo studio sia della Teologia Morale che di quella Mistica. Parimenti libri
inutili ordinariamente sono, ed alle volte anche nocivi per le Religiose, i
libri di Teologia Morale, poiché ivi facilmente possono inquietarsi con la
coscienza oppure apprendere ciò che lor giova non sapere. An- che nociva può
essere a taluna la lettura dei libri di Teologia Mistica, giacché può essere
che ella si invogli dell’orazion soprannaturale, e così lascerà la via
ordinaria della sua orazione solita, in meditare e fare affetti, e così resterà
digiuna dell’una e dell’altra. Vige, come una sentenza inappellabile, il motto
lapidario di San Paolo: Sapienza carnis inimica est Deo. L’amore del sapere
viene paragonato ad un vizio, alla libidine sessuale: libido sciendi11. Circa i
classici del pensiero che pur contengono delle verità, si domanda con San
Girolamo: Che bisogno hai di andar cercando un poco d’oro in mezzo a tanto
fango, quando puoi leggere i libri devoti, dove troverai tutt’o- ro senza
fango?». La lettura è importante, fondamentale anche alla via della salute, ma
ha dei rigorosi limiti. Quanto è nociva la lettura de’libri cattivi,
altrettanto è profittevole quella de’buoni. Il primo autore de’libri devoti è
lo Spirito di Dio; ma de’li- bri perniciosi l’autore n’è lo spirito del
Demonio, il quale spesso usa l’arte con alcune persone di nascondere il veleno,
che v’è in tali suoi libri, sotto il pretesto di apprendersi ivi il modo di ben
parlare, e la scienza delle cose del mondo per ben governarsi, o almeno di passare
il tempo senza tedio. Con determinate categorie di persone, l’esclusione si fa
radicale. Alle suore scrive così: Ma che danno fanno i romanzi e le poesie
profane, dove non sono parole 10 Cito dall’ed. Remondini, Bassano, Vedi l’uso
di tale espressione nella denuncia controversistica cattolica (aristotelica)
della filosofia cartesiana e moderna nel saggio di chi scrive, «Libido
sciendi». Immagini dell’empietà nell’apologetica cattolica tra Sei e Settecento
(Da Magalotti al padre Valsecchi), Giornale critico della filosofia
italiana, immodeste? Che danno voi dite?
Eccolo: ivi si accende la concupiscenza de’ sensi, si svegliano specialmente le
passioni, e queste poi facilmente si gua- dagnano la volontà, o almeno la rendono
così debole, che venendo appresso l’occasione di qualche affezione non pura
verso qualche persona, il Demonio trova l’anima già disposta per farla
precipitare12. Contro il risveglio delle passioni e contro la concupiscenza dei
sensi, i controversisti scagliano i loro dardi infuocati e avviano le loro
sottili disqui- zioni teologiche su quanto vada considerato peccato mortale. Ed
è questo un fardello che la chiesa si porta dietro così come uno ster- corale
si rotola la sua palla di escrementi. L’ossessione del sesso: la cura me-
ticolosa con cui si prova da secoli a disciplinarlo, legittimarlo,
canalizzarlo, evirandolo della sua essenza: la ricerca del piacere e
costringendolo alla sola funzione riproduttiva. Ci serviremo non di un semplice
scrittore di opere di pietà ma di un autorevole moralista della chiesa
cattolica, santo per giunta, dottore della chiesa, uomo di grande pietà e
d’erudizione: che CROCE define il più santo dei napoletani, il più napoletano
dei santi. Ecco cosa scrive il nostro moralista sul sesto precetto del Decalogo
e in che modo espone le sue precauzioni con cui anticipa una minuziosa tratta-
zione di quanto potremo chiamare la fattispecie del peccato mortale. Il peccato
contro questo precetto è la materia più ordinaria delle Confessioni, ed è quel
vizio che riempie d’Anime l’Inferno; onde su questo precetto parleremo delle
cose più minutamente; e le diremo in latino, affinché non si leggano facilmente
da altri che dai confessori, o da quei sacerdoti che in- tendano abilitarsi a
prendere la Confessione; e preghiamo costoro a non leg- gere né in questo né in
altro libro di quella materia (che colla sola lezione o discorso infetta la
mente) se non dopo tutti gli altri trattati e quando ormai sono prossimi ad
amministrare il Sacramento della Penitenza. Affronta perciò subito lo scabroso
tema della fornicazione, e dei rapporti carnali con l’altro sesso con minuta
casistica sessuofobica: de tactibus, de muliebre permittente se tangere, an
puella oppressa teneatur clamare, an possit unquam permittere sua violationem,
de aspectis, de verbis, de audientibus verba turpie, ecc. Ma non manca di
precisare: Ante omnia advertendum, quod in materia luxuriae (quidquid alii
dicant de levi attrectatione manus foeminae, vel de in torsione digiti) non
datur par- vitas materiae; ita uti omnis delectaio carnalis, cum plena
advertentia, et consensu capta, mortale peccatum est. La vera Sposa di G.C., L.,
Istruzione e pratica per li Confessori, Giuseppe Di Domenico, Napoli, e sgg.,
anche per le citaz. successive. 40 Il pio moralista, scaltrito nella
casistica giuridica, sa che bisogna scende- re nei minimi particolari per
trovare la situazione peccaminosa: se grave o lieve o poco rilevante o,
addirittura, del tutto inesistente; perciò distingue gli atti sessuali compiuti
nel matrimonio o extra matrimonium. In situazio- ne extra coniugale, tutti i
toccamenti, oscula et amplexus ob delectatione, mortale sunt. Vi sono numerosi
casi dubbi da esplicitare: ne va di mezzo la salute delle anime, calate in
situazioni mondane sempre diverse e comunque sempre a stretto contatto con le
tentazioni della carne. Ad es., la donna o il fanciullo non peccano se si fanno
toccare secondo la consueta pudicizia dettata dalla simpatia o dalla buona
affettuosa disposizione; peccano invece se non si op- pongono a contatti impudichi,
o a baci insistenti (morosis) e furtivi. E anco- ra: la fanciulla aggredita
allo scopo di usarne violenza è tenuta a urlare ad se liberandam a turpitudine?
Nel caso non invocasse aiuto con la dovuta forza e insistenza lo stupro si
cambierebbe facilmente in consenso peccaminoso. Ma la questione resta
controversa se debba ritenersi consenso il non aver gridato o invocato aiuto,
secondo un’antica sentenza per la quale, praesume- batur puella non clamans
consentiente. Perviene infine a definizioni accurate degli atti turpi,
differenziando quelli compiuti naturalmente da quelli innaturalmente. Ecco la
definizione di fornicazione e di concubinaggio, quali peccati mortali:
Fornicatio est coitus intersolutos ex mutuo consensu. Concubinatus autem non
est aliud quam continuata fornicatio, habita uxorio modo in eadem vel alia
domo; [e quella di stupro, come:] defloratio virginis ipsa invita, et ideo
praeter fornicationis malitiam habet etiam injustitiae. Attraverso una
minuziosa casistica quasi boccaccesca, buona – si direbbe - ad arricchire la
documentazione erotica di un romanziere libertino, il moralista passa in
rassegna le svariate forme di rapporti sessuali, da quelle legittime a quelle
addirittura più strane e peregrine, come l’accoppiarsi in luogo sacro, quali
una chiesa, il cimitero, l’oratorio, il monastero, ecc. Pone addirittura
questioni dubbie sulle maniere e le condizioni in cui tale rap- porto potrebbe
verificarsi. Pur ammettendosi il peccato, sorge la questio se si tratti o meno
di sacrilegio. Ad es. «an copula maritalis, aut occulta abita in Ecclesia, sit
sacrilegium?» Vi si potrebbero emanare tre sentenze differenti: una che ritiene
irrilevante la condizione di coniugi, un’altra la situazione occulta (che
l’abbiano fatto di nascosto) e una terza che ritiene essere sacri- lego l’atto
in ogni caso. Addirittura se si tratta di marito e moglie, secondo alcuni
teologi, l’atto consumato in chiesa potrebbe essere scusato, si ipsi sint in
morali necessitate coeundi, puta si ipsi in pericolo continentitiae, vel si diu
in Ecclesia permanere debeant. Il lettore ne trae l’impressione che l’autore
(più che dietro suggerimenti letterari coevi) vada ad estirpare direttamente
dalla vita, dalle lussuriose esperienze dei peccatori, dalle situazione più
impensabili, apprese nelle lun- ghe ore passate al confessionale ad ascoltare
ed a sollecitare le confessioni più intime dei fedeli, tutte le forme, i modi
che la secolare ricerca del piacere ha suggerito di epoca in epoca all’uomo,
dalle più rozze e volgari maniere di accoppiamento fino alle più raffinate arti
di amare e trarre godimento che proprio I LIBERTINI andano perfezionando e
praticando in forme sempre più sofisticate. La stessa lingua latina – ma qui
dovrebbe- ro dirla i linguisti – si fa molto particolare fino all’uso di
neologismi non presenti nei classici. Parlando della sodomia distingue quella
propriamente detta da quella impropria ed eterosessuale coitum viri in vase
praepostero mulieris esse sodomiam imperfectam, specie distinctam a perfecta.
Si quis autem se pollueret inter crura aut brachia mu- lieres, duo peccata
diversa committeret, unum fornicationis inchoatae, alterum contra naturam. An
pollutio in ore fit diverse speciei? Affirmant aliqui, vocantque hoc peccatum
irrumantionem, dicentes quod sempre ac sit pollutio in alio vase quan naturali,
speciem mutat. Sed probabilius sentiunt quod si pollutio viri sit in ore maris
est sodomia; si in ore feminae, sit fornicatio inchoata, et in super peccatum
contra naturam ut mox diximus... Arriva addirittura ad ipotizzare il coito cum
femina morta, che non rien- trerebbe nella fattispecie dei rapporti bestiali ma
nella polluzione e in quella che Alfonso chiama fornicatio affective. Dalla
sessuofobia all’erotismo peccaminoso: Cortigiane poetesse e libertini filosofi.
L’Eros redento Prendiamo due secoli di storia molto emblematici. Dall’Italia
delle corti signorili alla Francia della grande rivoluzione. Due secoli in cui
l’eros vive una sua storia illustre, tra cortigiane raffinate poetesse e abati
filosofi e libertini. A dirla franca alla sua maniera sull’eros e a dargli
veste poetica disinibita, ci pensa subito Pietro Aretino: ma sempre da una
angolatura tutta maschile. Nonostante si salvi la dignità della partner che qui
giuoca un ruolo attivo di co-protagonista del rapporto amoroso, in cui l’atto
sessuale si trasforma in una sticomitia drammatica non priva di poetica
oscenità. Soltanto nel petrarcheggiare delle cortigiane, come la soave Franco
che riceve sotto le sue lenzuola di tela d’Olanda finanche Enrico III di Valois,
la donna trova finalmente il suo primo vero riscatto sul maschio, con un suo
modo raffinato (di alto erotismo) di 42 pilotare la barca dell’Amorosa
Dea; ad esse, tra principi, sovrani, alti prela- ti, pontefici gaudenti, spetta
il compito di riscattare dall’eterna dannazione l’Eros e fargli recuperare il
valore perduto colla tradizione ebraica-cristiana. Un recupero, tutto al
femminile, del paradiso perduto. Così canta il suo ufficio amoroso, guidato da
Apollo, la dolce Veronica. Febo che serve a l’ amorosa Dea E in dolce guiderdon
da lei ottiene Quel che via più che l’esser Dio il bea, A rilevar nel mio
pensier ne viene Quei modi che con lui Venere adopra Mentre in soavi
abbracciamenti il tiene. Ond’io instrutta a questi so dar opra, Si ben nel letto,
che d’Apollo all’arte Questa ne va d’assai spazio di sopra E il mio cantar e ‘l
mio scrivere in carte S’oblia in chi mi prova in quella guisa Ch’a suoi seguaci
Venere comparte. Nel Settecento, cui ora vogliam far cenno, sia pur per sommi
capi, le cose stavano in modo ben differente da come ce le hanno rappresentate
quando a scuola ci hanno spiegato quel periodo. I libri del Marchese de Sade
rap- presentano, ad es., una nuova filosofia morale e non sono la pura e
semplice invenzione di tecniche erotiche pervertite, come comunemente si crede.
I recenti studi hanno sfatato quella immagine del divin marchese. “La filo-
sofia deve dire tutto”, egli ha affermato: tutto senza ipocrisie e fingimenti.
Egli non fu né il primo né il solo a sostenere i diritti della carne, che grida
la sua legittima soddisfazione contro le assurde costrizioni della cosiddetta
civiltà. Il celeberrimo sadismo: ricerca del piacere attraverso il godimento
per la sofferenza del partner, ha ben altre origini che le sole discendenze da
Sade. Bisognerebbe intanto rifarsi alle meticolese ricerche di Skipp, di Leeds,
che ha schedato tutti i testi erotici inglesi scoprendovi come l’uso educativo
della frusta e le sculacciate a pelle nuda sui ragazzi, era praticato dai
gesuiti in chiave educativa e correttiva, ma finiva per confinare molto spesso
con l’erotismo portando addirittura all’orgasmo vero e proprio. Nacque un
termine: “orbinolismo” che vuol dire “smania di frustare” (Cfr. Rodez, Memorie
storiche sull’orbinolismo). Né si dimentichi, oltre la pratica, anche l’elogio
cattolico, presso non solo l’ordine dei gesuiti ma anche di Scolopi e
Salesiani, fatto in termini pedagogici della frusta e della sua frequente
pratica a scopi educativi e correttivi: virga tua et baculus tuus salus mea
fuerunt!.... A tali osservazioni sul costume del secolo va aggiunto che la
proverbia- le sporcizia che caratterizzava il ménage domestico dell’epoca anche
tra le famiglie nobili e abbienti, non era poi così generalizzata. Soprattutto
le donne avevano introdotto l’uso davvero innovativo dell’erotico bidet (che ha
la forma di violino e, al tempo stesso, quella dei fianchi femminili) che
permetteva loro di mantenere igiene e pulizia in quelle parti del corpo che ne
avevano più bisogno. A tal proposito restano molto istruttive le pagine dei
romanzi erotici e libertini, tra i quali spicca Restif de La Breton con il suo
Anti Justine dove si nota l’uso frequente e generalizzato di tale strumento da
toilette, prima e dopo gli incontri amorosi.. Perciò, una volta sfatata l’immagine
stereotipata del Settecento illumi- nistico, astrattamente razionalista,
irreligioso e dai costumi depravati, pro- viamo a riguardare sotto diversa luce
e angolatura, libere da pregiudizi e remore moralistiche e confessionali, la
letteratura erotica e d’amore di quel secolo che, oltre tutto, fu di Mozart, di
Kant, di Bach, oltre che di Voltaire, di Rousseau e di Goethe e ci lasciò in
eredità non soltanto la grande rivoluzione dell’89 ma anche quella che fu la
più colossale e universale summa di sapere moderno: l’Enciclopedia, ovverosia
dizionario ragionato di tutte le scienze, le arti e i mestieri contro la quale
pullularono subito una serie di Anti-Enciclo- pedie anche da noi in Italia per
porre un argine all’avanzata di quelle idee di libertà e di progresso civile.
Il ricordare LEOPARDI è qui d’obbligo: Così ti spiacque il vero, dell’aspra
sorte e del depresso loco che natura ci diè, per questo il tergo vigliaccamente
rivolgesti al lume che il fe palese... Insomma lo zelo sessuofobico, la guerra
dichiarata all’istinto sessuale porta il sacerdote, il ministro del culto
cattolico, il confessore a scendere nei particolari della vita sessuale singola
e della coppia, sia entro che fuori del matrimonio: a scoprire i più segreti
momenti dell’intimità delle coppie fino a scrutare e distinguere, entro le
fantasie erotiche più raffinate, i comporta- menti più o meno peccaminosi, cioè
conformi a canoni tutti da verificare di volta in volta (casistica). Una sorta
di filo invisibile lega pertanto il pio cen- sore al libertino e al peccatore o
la peccatrice (lo denuncia la stessa corrente espressione possessiva: il” mio”
confessore!) tanto da diventare complemen- tari, avvincersi in un legame
indissolubile fino a non poter più fare a meno l’uno dell’altro14. Ma il legame
tra religiosità e libertinismo, così come tra l’erotismo e la religione
cattolica in particolare, si fa sempre più stretto fino a dipendere l’uno
dall’altro: come, in regime capitalistico, domanda e offerta. Il cattoli- 14
Cfr., infine, “L’Asino” di Podrecca a Galantara e le critiche positivistiche e
anticlericali alla morale alfonsiana, Feltrinelli, Milano] cesimo deve
disciplinare a suo modo il sesso e, in genere, tutta l’attività e la fantasia
umane; l’eros deve trovare entro una nuova coscienza storica la sua rinnovata
voluttà. Ecco allora il piacere stesso trovar vie differenti rispetto al
piacere degli antichi, allor quando quella ricerca non veniva combattuta, non
era un tabù, anzi era apprezzata come uno dei più ambiti doni della na- tura.
Vengono a far parte del piacere anche i marchingegni e i sotterfugi per eludere
le prescrizioni correnti e i limiti che le norme religiose impongono
dall’esterno. Finanche i pregiudizi siano di ispirazione cattolica o meno -
diventano materia di raffinato erotismo. L’esecrabile peccato della lussu- ria,
prodotto tipico del Cristianesimo, diventa perciò stesso fonte di piacere (la
Jouissance illuministica), proprio perché vietato e esecrato: soprattutto
quando l’atto viene compiuto di nascosto, cogliendo quello che è diventato,
dopo la mitica cacciata dal Paradiso terrestre, il frutto proibito, il godimen-
to raggiunto di soppiatto e contro la legge o la morale corrente perciò più
seducente e ricercato per la sua illegtittimità! La letteratura è piena zeppa di
esempi e finisce per produrre un genere di scrittura narrativa particolare che
chiamiamo “erotica” o “pornografica”: di libri che s’han «da leggere con una
mano sola», un genere che non si spiegherebbe prima del cristianesimo e della
dannazione dell’eros e del piacere e che va dai canti carnascialeschi al
Decamerone, al Ruzante, all’ARETINO, ai poeti dialettali: da BAFFO, veneziano,
al grandissimo BELLI, romanesco, al dimenticato TEMPIO, siciliano, nato a
Catania, per arrivare alla letteratura erotica del romanzo libertino francese
in cui confluiscono le innumerevoli forme e modi di estraniazione, di sogno, di
fuga dalla realtà che delineano l’universo fantastico che sarà la base della
letteratura romantica europea e soprattutto del romanzo e della grande narrativa
ottocentesca e contemporanea, da Balzac a Flaubert, a Hugo a Dumas, dal romanzo
russo al nostro MANZONI, a Zola, a VERGA alla miriade dei narratori dei nostri
giorni. In conclusio-ne, ma in una maniera tutta nuova, possiamo ritenere
avesse davvero visto giusto il grande saggio napoletano CROCE quando affermò
che non possiamo non dirci cristiani. Se persino l’erotismo è stato, malgré lui,
influenzato e raffinato dal cristianesimo. Se ne stanno accorgendo anche in
Francia dove nasce la letteratura libertina e la illuminata filosofia del
piacere: dal materialista La Mettrie all’esecrato marchese De Sade16. 15
Emblematico, per quanto qui si va rilevando, il romanzo libertino, non ancora
tradot- to, D.A.F. de SADE, Alina et Valcour, ovvero il romanzo filosofico. Cfr.,
la Mostra: BNF, L’Enfer de la Biblioteque Nazionale. Eros au secret, Paris, 2
Ricco di titoli, è venuto alla luce un significativo numero di opere e autori
soltanto ad opera di specialisti che li
vanno pubblicando e illustrando. Intanto segnalo l’originale antologia da Mettrie
e Diderot, curata da Quintili, L’Arte di godere. Testi dei filosofi libertini,
Manifesto libri, Roma. Alfonso di Liguori. Girolamo de Liguori. Liguori. Keyword:
“Associazione Filosofica Ligure” – Keywords: implicature critica, ‘… is the
true abyss of human reason” – “il baratro della ragione conversazionale” –
l’anima distilata – il lambicco dell’anima”, redenzione dell’eros, la lussuria,
la degenerazione, la metamorfosi dei linguaggi – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lilla: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Vico – la scuola di
Francavilla Fontana -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Francavilla Fontana). Filosofo italiano. Francavilla Fontana, Brindisi,
Puglia. Grice: “I like Lilla; for one, he ‘revindicated,’ as he puts it, the
philosophy of Vico, which, in Italy, is like at Oxford ‘revinidcare’ Locke!” Formatosi nelle scuole dei Padri Scolopi aderì alle
idee cattolico liberali divulgate dai filosofi della prima metà dell'Ottocento:
Gioberti, Minghetti, Balbo e SERBATI al quale dedicherà molteplici studi
subendone una marcata influenza. Lascia Francavilla per l'ostentata contrarietà
di tutto il clero alle sue idee
patriottiche d'ispirazione giobertiana, manifestate apertamente nel
"Programma d'insegnamento filosofico" pubblicato sul giornale il
"Cittadino leccese", decise di trasferirsi a Napoli ove ebbe modo di
confrontarsi con le idee di Sanctis, Spaventa, Settembrini, Tari e Vera. Si
laurea e insegna a Napoli. Durante questi anni videro la luce "La
provvidenza e la libertà considerate nella civiltà", "Dio e il
mondo", e "La personalità originaria e la personalità derivata"
(Nappoli, Rocco), nei quali getta le premesse degli studi filosofici e
giuridici in cui si cimenterà per tutta la vita: la storia della filosofia, la
filosofia teoretica e la filosofia del diritto; sviluppando altresì e
precorrendo una moderna concezione del rapporto tra "diritti umani e
progresso scientifico" sin da “La scienza e la vita” (Torino, Borgarelli)
-- titolo paradigmatico del suo saggio – cf. Grice, “Philosophical biology,”
“Philosophy of Life” Insegna a Messina. Furono quelli gli anni più fecondi
della produzione scientifica volta a perfezionare la sua concezione dello
Stato, approfondire le fonti rosminiane, confrontarsi con le teorie evoluzionistiche
di Spencer e contemporaneamente intrattenere contatti epistolari con alcuni fra
i maggiori filosofi, giuristi, patrioti e storici dell'epoca quali: Jhering, Bluntschli, Roy, Tommaseo, Capponi e
molti altri. Altri saggi: “Kant e SERBATI” (Borgarelli, Torino); “AQUINO” (Torino,
Borgarelli); “Filosofia del diritto,”“Critica della dottrina utilitarista
liberale empirica etico-giuridica di Mill”“Le supreme dottrine filosofiche e
giuridiche di Vico ri-vendicate” -- “La pretesa persona giuridica e le funzioni
personali degl’enti morali” (L. Gargiulo); “Della Riforma civile di Spedalieri”
(Messina, Amico); “Le fonti del sistema filosofico di Serbati-Rosmini” (L.F.
Cogliati); “Due meravigliose scoperte di Rosmin-Serbatii: l'essere possibile e
l'unità della storia dei sistemi ideologici, Cogliati, Il Canonico Annibale
Maria Di Francia e la sua Pia Opera di beneficenza, Messina, San Giuseppe,
Manuale di filosofia del diritto, Milano, Società editrice, Pagine estratte. Martucci,
Il concetto dello stato Antonio
Tarantino, Diritti umani e progresso scientifico: Polacco, La "Filosofia
del diritto” (Randi); “Filosofia” (Milano, Giuffré); Tarantino, “La filosofia
della giustizia sociale, Milano” (Giuffré) – cfr. H. P. Grice, “Social justice”
in “The H. P. Grice Papers,” Bancroft, MS. In occasione del conferimento della
"Cittadinanza onoraria (di Messina) alla memoria, su nettuno press.Tarantino,
Diritti umani e progresso scientifico: emeroteca. provincia. brindisi.
Martucci, Il concetto dello stato, su emeroteca.provincia. brindisi. Treccani,
su treccani. Lettere a Jhering. non accordabile col supremo principio della
Scienza Nuova Ilmiolavoro Vico rivendicato» meritòl'onoredi essere preso in
considerazione dai due più competenti degli stu dii vichiani, ed al giudizio
dei competenti bisogna dare gran peso, perchè effetto di conoscenza bene
approfondita sopra un determinato autore, specialmente se si mira ricostruire
la mente di Vico. Questi scrittori sono Ferri e Fornari i quali si trovarono in
pienissimo accordo, tanto da far supporro che fosse effetto di un concetto
prestabilito. L'accordo fu pie nissimo nella prima parte del lavoro di
carattere puramente critico e riconobbero che la rivendicazione delle dottrine
filoso fiche e giuridiche da tutte le fallaci interpetrazioni fatte in Europa
Rivista Italiana di Filosofia. Quando gli opuscoli hanno un valore così
notevole come quello qui sopra indicato del prof. Lilla, è giusto segnalarli
all'attenzione degli studiosi piuttosto che i volumi di gran molo o di poca
sostanza. Questo lavoro dice molto in poche pagine e il suo intento è questo:
rivedere i giu dizi che sulle dottrine del Vico sono stati portati in Italia,
in Germania e in Francia particolarmente, ricostruire dietro indagino esatta il
concetto di questa dottrina e questo intento ci pare raggiunto. Il Vico non è
sem plicemente un ontologista platonico, come parrebbe dal giudizio del
Gioberti, nè un razionalista kantiano, o piuttosto un precursore del Kant, come
sembra a Spaventa, nè un positivista como fu rappresentato da altri. Questi
apprezzamenti risultarono dall'interpetrazione parzialeesoggetti va di qualche
parte dei pensieri filosofici del Vico che nelle sue opero non sono esposti in
ordine sistematico, e che l'autore di questo lavoro con grande dili genza
raccoglie e combina riferendo le formole e le parole proprie dell'autore della
scienza nuova sparse nei moltiplici suoi scritti. » era esauriente
e condotta con criterii elevati. La mia interpretazione sulla vera mente di
Vico fu riconosciuta vera ed adeguata tanto che il Fornarì mostrò vivissimo
desiderio di veder fecondare quelle supreme linee con svolgimenti ed appli
cazioni. Dominato da tale pensiero concepii il disegno di scrivere un lavoro di
lena, mirante ad un triplice scopo di rivendicare, illustrare, ed integrare la
mente dell'autore della « Scienza Nuova» A tale scopo indirizza i tutte le mie ricerche
attingendo sempre maggiori lumi dalle sue opere edite ed inedito e fin anche
dai manoscritti che si conservano gelosamente nella bi· blioteca Nazionale di
Napoli. I grandi genii, e segnatamente il Vico che, come non ha guari, fu
appellato da un poderoso intelletto di una delle più famose Università il più
grande filosofo del mondo, muovono da una idea madre fecondissima ed alla quale
rannodava tutte le idee secondarie e particolari. Uvità ed armonia cioè
perfetto organismo è la nota caratteristica del lavoro dei sommi.Ed io vado
riunendo non poche idee per ricostruire su solide basi quest'opera di
architettura gigante e le mie indagini non ric scono infruttuose, e ne è prova
evidentissima questo frammento inedito dal titolo « Pratica della Scienza nuova
. » Non poche censure mosse la turba dei filosofanti al Vico perchè s'ispirava
a concezioni idealistiche negligentando la pra tica della vita. Tale critica
presenta apparenze di verità tanto che VICO stesso no rimase impressionato,ma
raffrontando dottrine a dottrine si coglie il genuino e loro vero significato.
La grand o idealità diquestamassima la storia ideale eterna delle nazioni. L.
ha liberato la dottrina del VICO da tutte le fallaci inter petrazioni. La sua
dottrina che mi pare giusta, merita di essere più larga mente svolta. » Nel
volume delle Onoranze; è una vera esagerazione, e chi si addentra nella parte
riposta del sistema Vichiano si accorgerà che non si possa ascrivere ad essa
une perfetta interpetrazione astratta e specialmente raffrottandola colla
psicologia sociale che sta a base del processo del filosofo napoletano. Bisogna
por mente innanzi tutto alle tre fasi che percorre l'umanità nella sua storica
evoluzione; età del senso, della fantasia, e della ragiono. E molto più alla
dottrina del corso e ricorso delle nazioni, cioè al loro periodo d'infanzia, di
giovinezza e di vecchiaia. Valga ciò a smentire l'assoluto idealismo del VICO
il quale è puramente immaginario. Tutta la seconda Scienza nuova è derivata
dalla psicologia sociale evoli tiva e tutti i diritti, i costumi, le religioni,
le costituzioni plitiche degli stati sono emanazionidiquesto principio. Nelprimo
stadio tutto è divino, gli uomini inselvatichiti hanno un diritto divino, tuttoprocededagli
Dei; il Governo teocraticorappresen ato dagli oracoli, la lingua divina per
atti muti di religiose cerimonie. In Giove e Giunone si personifica ciò che si
riferisce agli auspicii ed alle nozzo: la Giurisprudenza è scienza d'intendere
i misteri della divinazione; il giudizio divino, cio è che nei templi
divini,tutte le azioni sovo invocazioni agli Dei :ogni dritto è divino,ogni
pena è sacrificio, ogni guerra assume carat tere religioso ed ha giudici gli
Dei: od il giudizio di Dio si riduce a duello ed alle rappressaglie : tali
categorie sono sim boleggiate dal lituo, dall'acqua e fuoco sopra un altare.
Seguo poi un ordine di fatti eroici da cui deriva la natura eroica, o dei nati
sotto gli auspicii di Giove, il costumo eroico como quello di Achille, il
governo civico o aristocratico o dei for tissimi, la lingua eroica o delle armi
gentilizie o stemmi. I caratteri eroici come Achille ed Ulisse, che
personificano tutte le grandezze e i savii consigli. La giurisprudenza eroica,
che stà nella solennità delle formule della legge, la ragione di
stato conosciuta dai pochi provetti del governo, il giudizio eroico che
consiste nell'esatta osservanza delle formule e precipua mente deriva il feudo
dalla proprietà dei forti. Infine c'è un or dine di fatti umani, cui
corrisponde la natura umana intelligente e perciò benigna,modesta, che
riconosce per legge lacoscienza, la ragione, il dovere, e poi il costume
officiale, indi il diritto umano fondato dalla ragione, il governo umano
dettato dalla ragione, la lingua umana, Abbiamo motivo di credere che VICO
impressionato dalle obiezioni dei contemporanei vollo dichiarare il supremo
princi pio della Scienza Nuova, cioè la storia eterna ed ideale delle nazioni
con questo frammento e senza addarsene disconobbe l'efficacia positiva della
Scienza nuova. Egli dotato di mente speculativa, pratica e progressiva,
non si poteva mai acconciare a vivere di formule astratte e di umana, il
parlare articolato, i caratteri in telligibili, che la mente umana rivelò dai
generi fantastici se parando le forme e le proprietà dai subietti. La
giurisprudenza umana che mira non al certo, ma alvero delle leggi. L'auto rità
umuna che nasce dalla rinomanza di persone capaci e sa pienti nelle agibili ed
intelligibili cose, la ragione umana o ragione naturale che divide a tutte le
uguali utilità. Il giu dizio umano velato di pudore naturale e mallevadore
della buona fode che ai fatti applica benignamente le leggi temperandone il rigore.
E questi fatti hanno ancheiloro simboli nellabilanciache rappresenta le qualità
civili nelle repubbliche popolari, perchè la natura ragionevole è uguale in
tutti gli uomini. Questi tre ordinidifatti riposanointreprincipii,
chesono:iltimore, l'amore, il dolore, simboleggiati dallo altare, dalla pace e
dal l'urnacineraria,ecosì sifondarono loreligioni, imatrimoni e l'immortalità
dell'anima.In questi concetti siriassume tutta la seconda Scienza nuova.
Rispettaro tutto quanto i nostri maggiori operarono di grande è la disposizione
più favorevole a quest'opera di conciliazione, ma perchè il ri spettonon portia
delle idee esclusive e non soffochi la libertà dei nostri giudizi verso lo
scopo ultimo della scienza, avvicinata a questo scopo la pro duzione più
perfetta dell'uomo, ci rivela la sua imperfezione, in questo modo è riconosciuta
la necessità dell'Ideale, perchè fossecriticatoemiglio rato il presente. puri concetti metafisici, poichè il processo
inquisitivo che egli seguiva aveva un fondamento storico e dava origine ad un
temperato e ragionevole positivismo, pel quale non si poteva disgiungere la
scienza dalla vita.Egli ben vedeva che la scienza fuori la vita era una vana
supellettile intellettuale, un giuoco dialettico del pensiero e non punto
proficua al beninteso pro gresso delle nazioni. Esiste un ideale di
perfettibilità, supe riore, ma non indipendente dalla vita, verità questa
intuita dall'antesignano della scuola storica tedesca, da Savignys, ilquale era
ammiratore passionato delle istituzioni giuridiche romane nelle quali vedeva la
più alta manifestazione del progresso giu ridico. Ma fatto maturo di anni e di
senno confessò apertamente che per quanto possono sembrare perfette le
istituzioni romane, pure comparate all'idealità mostrano la loro incompiutezza.
VICO gittò le basi di una vasta costruzione scientifica fondata nel
processostorico– filosofico. E dàbiasimo al divorzio fraquesti due processi
metodici, in questa memoranda sentenza Peccarono per metà i filosofi perchè non
accertarono le loro idee coll’autorità dei filogici; peccarono per metà i
filologi perchè non inverarono la propria conoscenza coll'autorità dei filosofi».
La storia ci rivela il certo, l'origine, le fasi o gl'incrementi degl'istituti
politici, sociali giuridici, e la filosofia rivela l'ele mento razionale e
addita le perfezioni ideali, cui si possono inalzare; veritá questa intuita da Bacone
da Verulamin. I filosofi, dic'egli, scoprono molte cose belle a contemplarsi,
ma impossi bile ad essere attuate, ed i giuristi ragionanı) come prigionieri
nelle catene. Alla mente di VICO si affaccia, un dubbio che poteva presentare
questo supremo principio della scienza studiossi ripararvi con questo frammento
inedito. Tutla quesť opera è stata ragionata come una scienza puramente spe
culativa intorno alla comune natura dello nazioni. Però sembra per quest’istesso
mancare di soccorrere alla prudenza umana, ond'ella si adoperi perchè le
nazioni, le quali vanno a cadere o non ruinino affatto, o non s'affrettino alla
loro ruina ed in conseguenza mancare nella pratica, qual dev'essere di tutte le
scienze, che si ravvalgono d'intorno a materie, le quali dipendano dall'umano
arbitrio, che tutte si chiamano attive. Anche nella coscienza dei grandi vi
sono delle oscil lazioni sulle loro concezioni. VICO nel fram . citato, dice
che la scienza pratica non si possa dare dai FILOSOFI, ma i filosofi civili e i
reggitori degli stati possono creare costituzioni politiche e leggi, e
richiamare le nazioni al loro stato di perfe zione. Niente di più vero: le nazioni
e tutto il mondo moralo creato dall'arbitrio umano non può ridursi a categorie
logiche, non può essere sottoposto alla legge ferrea della necessità, e quindi
la scienza puramente contemplativa o ideale non può contenere nella sua orbita
le leggi relative dei fatti umani. Se quest'ordine è indipendente dalla
necessità logica, può essere [Qui do legibus scripserunt, omnes vel tanquam PHILOSOPHI,
vel tan quam Jureconsulti, argumentum illud tractaverunt. Atque Philosophi
proponunt multa dictu pulcra, sed ab uso remoto. Jureconsulti autem, suae
quisque patria legum, vel etiam Romanorum, aut Pontificiarum placctis
abnoxüetad dicti, judicio sincero non utuntur,sedtanquam evincolis
sermocinantur. Tractatus de dignite et augmentis scientiarum ; solo regolato o
disciplinato dalle scienze pratiche ed attive e non dall'ordine puramente
scientifico. Nel capitolo VIII della seconda Scienza nuova pare che VICO
incorra in un'incoe renza, in quanto si propone di trattare di una storia
eterna sulla quale corre di tempo la storia di tutte le nazioni con certo
originiecerteperpetuità,e poidico chelescienze pratiche possono regolare la vita.
Ma come si può parlare d'una storia eterna, sulla quale sono modellate le
storie di tutte le nazioni se il mondo morale, con tutti i suoi fattori,
procede dall'arbitrio umano ? Questo ardito disegno del filosofo napoletano
racchiude un pen siero riposto. Questa Storia eterna delle nazioni,
modellatrice, esemplatrice di tutte le storie delle nazioni è uno dei più
grandi problemi della Scienza Nuova, che è assai bisognoso di com menti
illustrativi ed esplicativi. In questo capitolo si nasconde una speculazione
alta, e, dirò meglio, vertiginosa. Qui il Vico si rivela come idealista, o
meglio tale appare, poichè nello stabilire un ideale comune a tutte le nazioni
pare che proceda con un metodo astratto e formale, cioè como un ideale fanta
stico di pura creazione del cervello. Parvenza vana inganna trice! Ad un
pensatore meditativo apparisce,com'è infatti, una dottrina a fondo realistico.
Essa non è generata ma è ricavata da uno studio coscienzioso ed accurato dei
fatti. Il diritto naturale delle genti è reale quanto la natura umana, ed è la
fonte di questa dottrina. Secondo la mente di VICO non si potrà revocare in dubbio
l'esistenza d'un dritto naturale, comune a tutti i popoli. Cotal diritto, comune
a tutte le nazioni, ricavasi dalla psicologia sociale, la quale ci attesta la
natura comune sociale dei popoli. Questo argomento comparativo trova la
sua conferma nel fatto irrecusabile che questo diritto comune, patrimonio di
tutto le genti, non poteva essere stato trasferito o comunicato da popolo a
popolo, perchè fra loro non vi era, nè era possibile nes suna comunanza di
relazione. Ponendo mente all'esistenza di un diritto naturale identico a tutti,
o perciò universale e necessario, non si può negare un sicuro fondamento
all'esistenza d'una sto ria eterna nella quale corrono di tempo in tempo le
storie di tutte le nazioni. Il diritto é uno, come uno è il tipo umano. Nella
varietà dei costumi dei popoli vi è qualche cosa che non va ria nè si trasforma.
Dunque uno è il diritto, ed una è la storia ideale delle nazioni, la quale è
fondata sull'unità del diritto. Dunque dalla medesimezza del costume, sigenera
ildirittona turale,e da ciò nasce ildisegno di una storia eterna delle na zioni
Concetto ardito e profondo, poichè in tanto è possibile una storia eterna ed
ideale, in quanto vi è un tipo unico nel di ritto e nel costume. I grandi genii
hanno il presentimento di certe verità che poscia approfondite dalle venture
generazioni acquistano piena coscienza. Questa divinazione del VICO oggi è
rifermata dalla analisi comparativa degli istituti giuridici e politici, e
questa scienza divinata dal Vico è una delle più belle glorie dei nostri tempi,
a cui un forte ingegno siciliano addisse il suo ingegno e ne abbozzò il primo
disegno. E qui si adombrano le prime lince di un metodo armonico fra il vero e
il fatto, fra LA FILOSOFIA e la Storia La Storia dei costumi deve emanare da
due cause coefficienti: dall'ordine reale e dell'ordine ideale,e così si avvera
il gran principio di VICO, verum et factum reciprocantur. Ma l'ordine ideale
per non essere una chimera deve Ideo uniformi nate appo interi popoli fra essi
loro non conosciuti, debbono avere un motivo comune di vero. Scienza nuova, Dignitá. avere
un'origine per quanto rimota,ma sempre realistica, non è fantasmagorico, ma
ricavato,o meglio osservato nell'elemento comune che presenta il costume dei
popoli,e perciò non è in fecondo e sterile,ma proficuo alla vita. (1Questo
brano è tolto dal capitolo Incoerenze di Vico del mio saggio: La mente del VICO
rivendicata, illustrata e integrata. A riassumere la dottrina giuridica
di Vico è indispensabile determinare i principi fondamentali dell»
scuola storico-filosofica da Ini splendidamente rappresentata.
La Scienza Nuova è lu riprova più sicura della lenominazione apposta
; iu quel lavoro di architettura gigante si vede adombrato il disegno dell’armonia
fra i principii razionali e il fatto storico. La psicologia sociale è il
substratum delle leggi, delle religioni, delle lingue e di tutti gli
altri elementi della civiltà. In quella filosofia della storia contenuta
in germe LA FILOSOFIA DEL DIRITTO POSITIVO, perchè le costituzioni civili,
sociali e politiche sono conseguenza necessaria della vita, della cultura
e dei costumi delle varie nazioni. Egli divide in tre grandi
periodi la storia civile delle nazioni, cioè l’età del senso, della fantasia
e della ragione, e tutti i fattori dell’incivilimeiito, dalla
religione alla lingua, da questa alla giurisprudenza c infine alla
politica rispecchiano fedelmente le immagini e i caratteri di quei tre grandi
avvenimenti '‘tarici. Anche nell’opera, De universi iurte et prtnùfno et
fine uno le ricerche del DIRITTO FILOSOFICO sono accompagnate
dall’indagine storica e innumerevoli applicazioni fa al diritto romano, da
cui poi si eleva ai supremi principii giuridici. Questo sapiente
indirizzo trova la ragion di essere in quel supremo pronunziato del De
antiquissima Italorum sapiential, che « verum et factum reeiprocantur. Il fatto
adunque deve procedere di conserva col vero, altrimenti si cade o nel
formalismo astratto o nell’imperiamo gretto. E con questo criterio VICO dà
biasimo ai FILOSOFI ed ai filologi; mancarono per metà I FILOSOFI perché
non accertarono le loro idee con l’autorità dei filologi, e mancarono per meta
i filologi perchè non avverarono le loro idee con l’autorità dei
filosofi. Il vero e il fatto sono due termini convertibili, e,
perchè convertibili, l’indagine storica trova la sua vera integrazione
nei principii di ragione, e questi hanno il loro fondamento nell’ordine
dei fatti bene accertati. Storia e Ragione sono adunque i due
fattori del diritto filosofico e, quando si scinde il fatto dal
vero, si avrà del diritto un’idea esclusiva, incompiuta,
o fallace. Il diritto, secondo VICO, è un’idea umana, vale a
dire un principio ideale e storico, o meglio un principio ideale che si
attua nella storia; e tanto è vero ciò che mette radice nell’ordine
eterno dell’eterna ragione o dell’eterna volontà in quanto prescrive alia
volontà umana l’equo bono. Secondo questa dottrina il diritto deriva da
due cause coefficienti, cioè: l’utile e l’eterna ragione. L’una dà la
forma e l’altra la materia. Utilità» fiiit occasio iuris, honestas causa.
Tutto ciò risponde esattamente allo spirito del sistema vichiano. Infatti la
plebe, insorgendo contro il patriziato, conquistava i propri diritti, eppure
era mossa dalla molla dell’interesse. Sicché il progresso morale e
civile delle nazioni era occasionato dalle passioni, lagli interessi, i
quali contribuivano a far riconoscere i principii razionali. Quao vis veri sen
liumann ratio virtus est quantuin cum cupiditate pugnat. Quantum utilitates
diligit et exquat, quao nnum universi iuris principium unusque iincs. L’utile
non è per sè stesso né onesto nè turpe, ma pnò divenire l’uno o l’altro
quando è o confonne o disforme alla giustizia. Ecco dunque come il diritto
ha l’anima e il corpo, la materia e la forma, ed lia un contenuto etico,
che applica nell’utile. E da ciò segue la definizione del
diritto: Igitur ius est in natura utile a eterno, coniincusu acquale. I
punti salienti nei quali si rias mine la teorica del Vico sono i seguenti
: l’indagine storica, base della ricerca razionale, convertibilità. del vero
col fatto; insidenza del diritto nel bene, incarnata nella formula
dell’equo buono : inerenza dell’equo buono nell’ordine eterno; futilità
in quanto è regolata dalla ria veri; l’utile è materia; e la ragione forma
del diritto. Vincenzo Lilla. Lilla. Keywords: implicature, Vico, Vico
ri-vendicato, Vico ri-vendicate, Luigi Speranza, “Grice e Lilla: la semiotica
di Vico” – The Swimming-Pool Library. “Il Vico di Lilla” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO; ossia, Grice e Limenanti – l’ebreo italiano -- filosofia italiana --
Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “Oxford had
Ayer – Italy had Limetani!” – Keywords: ebreo Italiano, Gentile, storia della
logica. Filosofo italiano. La dialettica come materia di studio trapassa DA
ROMA a BOLOGNA nel Medio Evo. Gli scritti tratteggiati di Marciano Capella, di
BOEZIO (si veda), di Cassiodoro, e in parte anche di Agostino e del
Pseudo-Agostino, son le fonti esclusive che offrirono allora il materiale per
lo studio della logica a BOLOGNA, la prima scuola d’Europa. Li tutt’i luoghi
dove, in connessione con il (Rifondersi del Cristianesimo, o sorsero numerosi
centri di cultura del tutto nuovi, o anche fu talvolta possibile riattaccarsi
ad istituti antichi, troviamo comunemente adottato il corso di studi, più o
meno compiuto, del TRIVIO – grammatica filosofica, dialettica, e retorica -e
del Quadrivio – arimmetica, geometria, astronomia, e musica. E sebbene il
quadrivio non e coltivato dovunque alla stessa maniera, regna tuttavia per lo
più una certa uniformità nello studio del trivio, in quanto che non c’e scuola
dove queste tre arti mancano. Non è frase o esagerazione il giudizio che
pronunziamo relativamente alla dialettica, che cioè l’intiera ITALIA, per tutta
la estensione in cui in generale la filosofia nella sua graduale diffusione è
venuta a contatto con esso, è stato addottrinato dalla tradizione dei filosofi,
testé nominati, della tarda ROMANITÀ, che cioè in ITALIA si venne effettivamente
a conoscenza di un certo materiale di teorie logiche, e anzi soltanto, in modo
esclusivo, sul fondamento di quella tradizione. Appunto per questo riguardo,
tuttavia, sembra che la storia della dialettica non deve già esorbitare dal
campo che le spetta. Si dà cioè il caso che da notizie isolate sopra
istituzioni scolastiche, o da cataloghi di biblioteche, e via dicendo, non
risulti assolutamente nient’altro, se non che in questo o quel luogo o era
semplicemente conservato, o in una qualunque scuola claustrale era anche
soltanto letto uno saggio di dialettica, opera di Marciano Capella o di BOEZIO
(si veda) ecc., ovvero che c’ è stato chi si è coltivato la mente con questa
lettura, o l’ha raccomandata ad altri, e così via. Orbene, queste notizie, per
quanto preziose ci possano apparire, proprio a cagione della loro sporadicità,
noi dobbiamo lasciarle alla storia generale della filosofia o alla storia della
universita di BOLOGNA; poiché per la storia della dialettica basta in generale
il fatto di un diffuso esercizio delle sette così dette arti liberali, quale
generico fondamento per entrar a parlare del Medio Evo, e su questa base
dobbiamo poi andare qui in traccia di ciò che e prodotto da ima personale, per
quanto ristretta, attività, di singoli filosofi, e che perciò presenta
elementi, i quali hanno contribuito al progresso della filosofia nel corso
della sua storia. Inoltre, simili dati, anche se per essi non si oltrepassi la
cerchia del materiale apparentemente insignificante, conterranno poi bene in sè
a lor volta qualche elemento, che permetta di trarre induzioni relativamente a
ciò che dicevamo dianzi, che cioè accanto all’attività individuale isolata, ha
da esserci stata una operosità collettiva, rimasta attaccata semplicemente al
testo della tradizione dei libri scolastici. Si diffonde nelle scuole la
dialettica della tarda LATINITÀ. Ma ima osservazione sola, riguardo a questo
materiale scolastico, bisogna premetterla subito qui, in tutto il suo rigore e
in tutta la sua estensione. Dobbiamo cioè fin dal principio tener fisso lo
sguardo sopra l’assoluta esclusività del materiale stesso, cioè in primo luogo
sopra il fatto che questi prodotti filosofici LATINI sono incondizionatamente i
soli che si trovassero in circolazione, e che pertanto l’ITALIA non conosce nè
poteva adoperare in generale, per la dialettica, nessun’ altra fonte, all’
infuori da Marciano Capella, BOEZIO (si veda), Cassiodoro e l’autentico o lo
spurio Agostino. A questo periodo del Medio Evo e possibile, intorno alle opere
che stanno a fondamento della dialettica, solamente quella conoscenza di
seconda mano, che puo esser attinta appunto a questi filosofi; e
particolarmente gli scritti del LIZIO (anzi in generale addirittura anche il
nome soltanto di Aristotele) sono conosciuti esclusivamente in quella sola
forma, in cui li aveva trasmessi BOEZIO. Quando in documenti si trovano
menzionati saggi del LIZIO, non si può pensare a nient’altro assolutamente, se
non appunto a queste traduzioni di BOEZIO. Così p. es., quando ') Per Tintento
presente debbo pertanto lasciar da parte un materiale di fonti, non scarso e
che sono riuscito a raccogliere non senza fatica, un materiale che o si
gonfierebbe sino a formare una storia di BOLOGNA, oppure, anche a volersi
limitare (cosa del resto non facile a farsi), a una scelta di passi, strappati
dal contesto e solo attinenti alla dialettica filosofica, comprenderebbe pur
sempre soltanto la documentazione di un fatto, anche senza di ciò
universalmente noto, che cioè il contenuto della scienza scolastica e formato
da quelli filosofi nominati più sopra.]
tra i libri della Biblioteca di York viene nominato anche un « aoer
ArisBobeles » 2 ), o quando troviamo ricordate a Tegemsee le Categorie di
Aristotele. Certamente, che simili passi sieno tutti da spiegare soltanto a
questa maniera, e perfettamente chiarito al lettore, grazie, per così dire,
alla sua personale esperienza, soltanto da ciò che si dirà appresso, come pure
dal trapasso a quel periodo, in cui venne a conoscenza del Medio Evo il testo
del LIZIO. Ma si è ritenuto non superfluo delimitare esattamente fin da questo
momento il campo visivo. Naturalmente una eccezione soltanto apparente è data
dalla tradizione di un Bulgaro, un certo Simone, che avrebbe studiato a
Costantinopoli la sillogistica di Aristotele. Poiché, che nell’IMPERO ROMANO di
Oriente i greci si occupassero di tale materia, si è ba[La biblioteca fondata a
York da Alberto è descritta dallo scolaro di lui, Alcuino, nel suo poema De
Pontificibus et Sanctis ecclesiae Eborucensis, Aixuini Opera, ed. Frobenius.
Ivi si legge, [Fersus de Sanctis Euboricensis Ecclesiae: cfr. MGH, Poetile
latini nevi Carolini, ed. Dùmmler]: Qiute Victor inus script ere BOEZIO alque,
Historici velerei, Pompeius, PLINIO, ipse Acer Aristoteles, rhetor quoque
TuUius CICERONE ingens [P!L]) Un monaco di Tegernsee scrive in una lettera
(riferita dal Pez, Thesaurus Anecdotorum Novissimus, [Codex diplomaticohistorico-epistolaris di
Pez e Hueber): stultam fecit Deus sapientiam mundi huius (queste son parole di
S. Paolo, ad Corinth.), poslquam exsiccayit fluvios Ethan. Prae dulcitudine
enim decem chordurum Davidis.... paene oblitus sum totidem culegoriarum
Aristotelis.Posso qui rinviare fino da ora per il momento al noto eccellente
lavoro di Jourdain, Recherches critiques sur Page et l’origine des traductions
latines (TAristote, Parigi, sia pure riservandomi di doverlo in più luoghi
correggere e integrare. Liutprandi Antapodosis Pertz, MGH: hunc etenim Simeonem
emiargon, id est semigraecum, esse idebunt, eo quod a puericiu Bizantii Demostenis
rhetoricam Aristotelisque silogismos didicerit [PL]. Ma c’ è una notizia
isolata, e una soltanto, che potrebbe sembrare in contraddizione con il
giudizio da noi pronunziato. Cioè, Papa Paolo I manda a Pipino il Breve, vari
scritti, citando egli stesso tra questi, nella lettera relativa, anche libri
del LIZIO; tuttavia il documento, se è genuino, e della sua autenticità non
sembra esserci ragione di dubitare, parla assai più a favore che non contro la
nostra tesi, poiché manifestamente questo esemplare, unico allora in quella
regione, di mi testo del LIZIO, rimane sepolto presso la corte di Francia,
oppure anda perduto, non riscontrandosi almeno in alcun luogo la minima traccia
di uso che ne sia stato fatto. Inoltre, per quei paesi, la prima sicura notizia
di traduzioni dal LIZIO, cade anzi in generale soltanto all epoca di Carlo
Magno, e appresso verniero ancora i lavori dello Scoto Eriugena (traduzione del
Pseudo-Dionigi. La lettera è stampata da Cajetanus Cenni, Monumenta
dominationis pontificiae, si ve Codex Carolinus (Roma), dove figura il passo.
Direximus edam excellentiae vestrae et libros, quantos reperire potuimus, id
est, Antiphonale, et Responsale, in simul artem grammaticam, Aristotelis,
Dionysii Ariopagitae libros (nel Cenni si legge, senza segno di divisione,
artem Grammaticam Aristotelis), Geomelricam, Orthographiam, Grammaticam, omnes
Graeco eloquio scriptores. La frase “graeco eloquio’, il cui significato nel
linguaggio dell’epoca è fissato con piena sicurezza, si rifere certo esclusivamente
ai libri su nominati, soltanto a incominciare da Aristotele, perchè 1’
Antiphonale e il Responsale sono naturalmente in latino, e così pure
probabilmente la prima grammatica, mentre la seconda e in greco. Del resto non
si trova questa notizia utilizzata in Jourdain. P. es. nel Chronieon Saxoniae
et vicini orbis Arcloj di David Chttraeus (Lipsia [ed. di Rostock): Instiluit autem Carolus
Osnabrugae, ut in collegio [BOLOGNA] assidui lectores Latinae linguae essent.
Vidi enim cxerulli um literarum fundationis, ut vocant, quas ecclesiae
Osnabrugensi Carolus dedit. E così in molti luoghi, ma sempre con riferimento
alla nota ambasceria della Imperatrice Irene e alle relazioni diplomatiche, che
ne furono determinate. La tradizione della dialettica scolastica, nei riguardi
delle traduzioni di BOEZIO, è limitata e s’ignorano le principali opere logiche
di Aristotele. In secondo luogo, tuttavia, anche quel materiale di fonti IN
LATINO è, a sua volta, proprio nella parte essenziale, limitato. Mentre cioè
gli scritti del LIZIO avrebbero potuto esser letti tutti quanti nelle
traduzioni di BOEZIO, che sono per tale oggetto LA UNICA FONTE, proprio qui si
presenta ima rigorosa delimitazione; poiché della su citata produzione
letteraria di BOEZIO, si adoperano in modo esclusivo soltanto quelle
traduzioni, eli egli stesso illustra con commenti e apprestate per uso
scolastico A BOLOGNA, cioè, oltre alla doppia ri-elaborazione dell’ “Isagoge”
di Porfirio, soltanto la traduzione delle Categorie e le due edizioni del libro
de interpretatione [cf. “the only two things on which I lectured with J. L.
Austin at Oxford” – H. P. Grice], a cui si aggiungono poi a poco a poco ancora
i compendi che son opera dello stesso BOEZIO. All’ incontro, le versioni dei
due Analitici, come poire della Topica aristotelica e dei Sophistici elenchi,
tutte opere che BOEZIO lascia LATINIZZATA si senza commento, rimaneno, appunto
per questo motivo, escluse dalla considerazione, e si sottrassero pertanto alla
conoscenza, a tal punto che per lungo tempo non si sa in generale nemmeno più
che esistesno. Sicché, quando a poco a poco incominciarono a rendersi note
quelle opere principali del LIZIO, e questo un momento decisivo per lo sviluppo
della dialettica. E mentre L, ritene fallaci tutt’ i tentativi di dividere in
periodi, per motivi interni, la così detta « filosofia » medievale, mi sembra
resa possibile per 1 intiero Medio Evo una partizione in singoli periodi,
esclusivamente dal punto di vista della quantità del materiale, di volta in
volta esistente o novamente apportato. Così potrei anche nettamente qualificare
la differenza, rilevando elle prevale qui una conoscenza frammentaria di
BOEZIO, mentre nella Sezione prossima si manifesta un influsso chiaramente
visibile, così della conoscenza, che a poco a poco si acquista, DELL’INTIERO
BOEZIO, come pure dell’ apprestamento di traduzioni nuove delle opere non
utilizzate finora; a ciò si aggiungono in sèguito per le Sezioni successive
analoghi arricchimenti di materiale. La dimostrazione di queste 1 mie idee e
presentata, come ben s’intende, qui appresso. In poche parole, dunque per ripetere la delimitazione così
recisamente e chiaramente quant’ è possibile , il materiale tradizionale della
dialettica, per questa prima sezione del Medio Evo, è costituito esclusivamente
da quanto segue: Marciano Capella, Agostino, pseudoAgostino. Cassiodoro, e
BOEZIO. E, precisamente, di BOEZIO: ad Porphyrium a VITTORINO translatum, ad
Porphy rium a se translatum, ad Aristotelis Categorias, ad Aristotelis DE
INTERPRETATIONE, ad CICERONE Topica, Introductio ad categoricos syllogismos, De
syllogismo categorico, De syllogismo hypothetico. De divisione, De defninone,
De differentiis topicis. Manca invece in questo primo periodo la conoscenza dei
due Analitici, della Topica e dei Sophistici elenchi di Aristotele. E
limitandosi lo studio della filosofia in modo esclusivo alla DIALETTICA, mentre
altri rami, come ■s p. es. la PSCIOLOGIA RAZIONALE e l’ETICA, sono
sistematicamente intrecciati con la teologia morale, anche per la filosofia in
generale i suddetti filosofi formano il materiale quasi esclusivo; poiché vi si
aggiunge ancora solamente, riguardo alla COSMOLOGIA, la traduzione del Timeo
piatonico, opera di Calcidio: come pure, d’altra parte, per la così detta
questione della teodicea, un materiale spesso sfruttato era fornito dal De
consolatione philosophiae di Boezio. Ma duplice e l’attività personale,
esercitata da insegnanti o da filosofi di tutto questo periodo, sopra siffatto
materiale esclusivo della tradizione scolastica. Vale a dire, o si tratta di
aggiustare compendi, per lo più dominati da un affastellamento di svariate
fonti, accozzate a casaccio (in maniera del tutto simile a quel che abbiamo
dovuto rilevare particolarmente a proposito dello scritto di Cassiodoro [De artibus
ac disciplinis liberalium littcrarum ]), oppure ci si occupa di un più o meno
minuto COMMENTO dei libri già in uso, tra i quali si fanno avanti in prima
linea la Isagoge e le Categorie nella redazione (traduzione e commento) di
BOEZIO. Ma inoltre, alla discussione dei problemi della dialettica
s’intrecciavano questioni di teologia GIUDEO-CRITSTIANA – non romana --, come
pure le controversie della logica fanno risentire il loro possente influsso
sopra le contese della dommatica, e anzi in generale domina da principio, per
questo riguardo, una situazione molto caratteristica, che non si può lasciar
esclusa dalla nostra considerazione. Atteggiamento della ortodossia rispetto
alla logica. La dottrina GIUDEO-CRISTIANA, cioè, in se stessa fatta del tutto astrazione dal processo di
formazione delle idee GIUDEO-CRISTIANE in generale e in verità, nel suo primo manifestarsi,
informata ad assoluta semplicità e immediatezza, e parla all’ animo
suscettibile di emozione religiosa. Ma nello stesso tempo si trova determinata,
nel corso della sua ulteriore propagazione, a operare su di una popolazione, la
quale in parte possede una cultura, formata per opera delle scuole che
funzionavano nella tarda antichità, e che puo cosi cougiungere al contenuto
nuovo di dottrma giudeo-cristiana e di Anta cristiana, un aspetto formale del
mondo antico. Come da questa mescolanza d’immediatezza religiosa e di
addottrinata capacità didattica, si svolgesse rapidamente l’antitesi fra
LAICATO e clero, si formasse cioè una ecclesia docens, e come la Chiesa, per il
fatto eh era docens, affatto naturalmente ponesse le mani sopra le istituzioni
scolastiche, e così facendo si appoggiasse, formalmente, a quel che già esiste,
sou cose che non c’interessano punto qui, nè più nè meno che le lotte, condotte
con le armi della dialettica, e attraverso le quali si veniva compiendo la
formazione del dogma. Invece è di grande interesse per noi la circostanza, che
venne a manifestarsi da un lato una valutazione positiva, e dall’altro lato un
disdegno della logica, come già si è appunto veduto per due eminenti
rappresentanti della teologia giudeo-cristiana, cioè Girolamo e Agostino, che
abbiamo dovuti ricordare più sopra, e dei quali particolarmente il secondo
mostra molto chiaramente il presentarsi di quelle due tendenze, una accanto all
altra. Ma quanto più energicamente e accentuato in tale contrasto il punto di
vista specificamente giudeo-cristiano, tanto maggior importanza dove essere
riconosciuta a quella intima immediatezza, che Agostino denomina lux interior:
e non soltanto è cosa che si spiega facilmente, ma addirittura risponde a una
esigenza teorica, che proprio i più rigidi fra i primi teologi
giudeo-cristiani, mentre conduceno la polemica obbligatoria contro il contenuto
dell’antica filosofia, hanno un atteggiamento molto riservato anche verso le
forme di quella filosofia, da'l quale la fede non soltanto non può essere
sostituita, ma resta anche sovente turbata. Fatto sta che così si forma
anzitutto un’avversione sistematica contro la logica o dialettica, e se
riflettiamo che nelle lotte per la formazione dei dogmi, proprio gl’Ariani e i
Pelagiani hanno una effettiva superiorità per cultura e ABILITA DIALETTICA, ci
riesce facile spiegarci come quell’avversione si sia sviluppata sino a
diventare animosa ostilità. Non soltanto da Ireneo e Tertulliano, ma
particolarmente nell’epoca culminante della contesa intorno ai dogmi, da
Basilio il Grande, Gregorio Nazianzeno, Epifanio, Hieronymue Presbyter
[Stridonensis: S. Girolamo], Faustino, Mansueto, Eusebio, Socrate, Teodoreto e
altri, può citarsi una stragrande quantità di passi, nei quali LA DIALETTICA è
tacciata di superfluità, o è denominata un ozioso operare, che distrugge se
medesimo, e un’artificiosa filastrocca senza scopo, la quale per il suo carattere
mondanamente versipelle non può profittare alla semplice pura verità, e in
generale è ANTI-cri[Basilo Magni adversus Eunomium (Opp ., ed. di Parigi): ij
xòrv \ApioxoxéXo'JS 5vxwj xal Xpoaduioo auXÀoY'.sp&v éìei rcpòp xà |iaOetv
Sxi 6 iYÉvvrjxo; où YSY^vrjxat ; [PG «
mira vere Aristotelis aut Chrysippi syllogismis opus nobis erat, ut disccrcmus
eum qui ingenitus est, (neque a seipso, neque ab altero) genitum fuisse.
Tertulliani de praescriptione haereticorum, Opp., ed. di Venezia): Miserum
Aristotelem! qui illis dialecticam instituit, artificem struendi et destruendi,
versipellem in sententiis, coaclam in coniecturis, duram in argumentis,
operariam contentionum, molestarli etiam sibi ipsi, omnia relractantem, ne quid
omnino tractaverit [PL], Grixohii Nazi.anzeni Oratio 26 (Opera, ed. di
Colonia): oOx ol5s Xóy“ v o-potfà(, faas xe ooyibv xa l atviy|iaxa, xal xà;
nóppcovo? ivaxàosig, f; è:pééeij, f) àvxiO-éosif, xal xù>v Xpualintou
auXXoYiaptùv xàp éiaXùast?, ■?, xiòv 'ApioxoxéÀoog xsxvùv x^v xaxoxexvlav. Oratio:
yaipovxsg xalj pspVjXoi; xsvo^òiviatf, xal àvxtOéaect xfjg (tsuìiovòpou Y v(
',aso) f’ xa i? eig oòSèv xpL ( at|iov cpepoùaaij XoY 0 l ia X^ al » [PG:
Oratio nec verborura flexus et captiones novit, nec sapientoni dieta et
aenigmata, nec Pyrrhonis instantias, aut assensus retentiones, aut
oppositiones, nec syllogismoruin Chrysippi solutiones, aut pravorn artium
Aristotelis artificiuin. PG Oratio quique inanibus verbis, et contentionibus
falso nominatae seientiae, ac disputationum pugnis, quae nullam utilitatcm
afferunt, obleetantur Epiphanii adversus haereses Opera, ed. Petavius,
Colonia): Ssivóxrjxt gàXXov iaoxoùg ÈxSsStiixaaiv, èvSuaà|ievot ’ApiaxoxsXrjv
xs xal xoòj SXXoog xoO xóo|iou StaXexxixoùs, iùv xal xo'jf xaprcoùg iiexlaat,
|n;8Éva xapnòv 8ixaiooóvi){ eiSóxsf. lbid.. Ili, praef. (p. 809): èx
ouXXoYiapffiv y àp xal ’Apiaxo-] -stiana. Epperò tutta la sillogistica, come
deve venir meno dinanzi alle semplici parole degli Apostoli, serve dal canto
suo ancor mia volta soltanto a contraxsXixcòv xal Y Et0 ]iSTptxà>v xòv S-sòv
Ttaptoxàv jìoóXovxaiIbid., Ili, 76, 20 (p. 964): xaòxa Ss dxpatpstxai itàaav
ooD xùv Xóyiov ouXXoyumxijv nuÀoXoytav. Kal oì)x èv&èxt'tat ^{*^6
rcpoipé^aatf-ai jiath^ràs Yevéa&ai ’Apia'coxéXoos toD ao5 éicioxdtou»... Où
Y a «° * v Xif(p aoXXoYtaxixip r/ [ìaa'.Xs'.a xcòv o&pavù>v, xal èv
Xó^iji X 0 |iJta:mx, àXX" èv Suvct|isi xal àXYiO-stqc (v. nota 20). Ibid.,
76, 24 (p. 9il): xpooèXaps xò 0-stov, ibg xaxà xòv aiv Xoyov, si; xr ( v auxoO
xiaxiv xijv ouXXoYiaxtx^v xaùxnjv aou x^v xsxvoXoyiav. 1PG, calliditatem potius
amplexi sunt, seque et ad Aristotelem ac caeteros mundi huius DIALECTICOS
accommodare maluerunt: quorum fructus ita consectantur, nullam ut justitiae
frugem proferant. PCI, quippe syllogismis quibusdam Aristotelicis ac geometrici
Dei naturato explicare studeut. PG atque haec omnia tuam illam argumentorum
fabulam circumscribunt. Neque id hortatione ulla pcrficere potes, ut
Aristotelis praeceptoris lui discipuli esse velimus. Non enim in syllogismis
argumentisve regnum cadeste positura est, neque IN ARROGANTI INFLATOQUE
SERMONE, sed in virtute ac ventate ». PG, Deus, ut asse rere videris, tuum
illud DIALECTICAE SVBTILITATIS ARTIFICIVM, velut quandam lidei euae accessioncm
adjecit. Inoltre proprio in Epifanio si presenta con la massima frequenza
affermazioni di questo genere. Cfr. Hieronvmi de perpetua virginitale B. Mariae
adversus Helvidium (i Opp ed. di Parigi: Non campimi rhetorici desideramus
eloquii, non dialecticorum tendiculus nec Aristotelis spineto conquirimus: ipsa
Scripturarum verbo ponendo sunt [PL. Faustini de Trinitate adversus site de
Fide contrai Arianos, Bibliolheca Veterum Patrum, cura Andreae Gallando,
Venezia, VIE. Noli injelix adversus Christum Dominimi tolius creuturae,
Aristotelis artificiosa argomenta colligere, qui te Christiunum qualitercumque
profileris, quasi ex disciplina terrenae supputationis circumscriptor advenias
[P.L. Theodoreti sermo de natura hominis (Opp., ed. Sirmond, Parigi) [ed.
Festa] : fjpslg 8è aòxffiv xf ( v ipjtXrjgiav òXo^upò|isi>a 8xi 8»; ópùvxsg
gapfapocpwvoog àvOpuixoug xtjv 'EXXtjvtxTgv eÒYXtoxxlav vevixrjxóxag, xal xoòg
xsxop'jis’Jiiévo'Jg pùS-ODg xavxÉX&g ijsXtjXapivous, xal xoùg àXiEuxixoog
ooXoixp opob? xoùg ’Axxixoùg xaxaXeXoxóxag E'jXXoyi3|ioù? [PG Graecarum
affectionum curatio ): trad. Festa: Ma noi compiangiamo la stupidità dei
derisori. Vedono' pure che uomini di barbara favella hanno vinta la facondia
ellenica, hanno spazzato via. le loro ben composte favole, vedono che i
solecismi dei pescatori hanno dissolto i sillogismi attici. Quest’allusione
alla semplice parlata dei pescatori si trova pure altrove ancora piuttosto di
frequente.] stare e falsificare la fede, come in particolare si vede nel caso
degl’ariani, e così via dicendo. Ma se per tal modo LA DIALETTICA, della quale
per lo pj£i g]*£} latto responsabile Aristotele, e precisamente in particolare
a cagion della sofistica contenuta nelle Categorie, era quasi diventata oggetto
di orrore, insorge tuttavia in pari tempo da se stesso il senso della necessità
di potersi difendere ad armi uguali contro i nemici della dottrina ortodossa,
ed è naturale che finisce con il prevalere questo motivo, che cioè LA
DIALETTICA è UTILE per la lotta contro gli eretici. Quel che ora importa, e
dunque lo spirito e la intenzione, con cui si coltiva lo studio della
DIALETTICA, e a questa maniera si [Irenaei adversus contro haereses, Opp., ed.
di Venezia): minutiloquium miteni et sublimitatem circa quaestiones, cum sit
Aristotelicum, injerre fidei collant II r [cfr. PO, Eusf.bii historia ecclesiastica, Opp., ed. di
Parigi: Christum ignorarli, sed quaenam syllogismi figura ad suoni impietalem
confimiaridaiti reperilur, studiose indagarunt; quod si quisquam forte illis
aliquod divini eloquii testimonium pròjerat, quaerunt, ulriim CONIVNCTAM VN DISIVNCTAM
syllogismi figuram possit efficere sollerti impiorum astutia et subtilitate
simplicem ac sinceroni divinarum scripturarum fidem adulterant [cfr. PC, e
Griechische Chrisùiche Schriftsteller traduzione latina di Rufinus, Hieronymi.
adversus [Diulogus contrai Luciferianos, Ariana haeresis magis cum sapientiu
seculi facit, et argumentationum rivos de Arislotelis fontibus mutuatur [PL)
Socratis Historia ecclesiastica, ed. Valesii, Torino: siiOòc o&v
èjjsvo?cóva: (intendi Aezio) xoòg èvxUYXàvovxag. ToOxo 8è Ijxoìei, ta:j
xaxrjYOpEcus’ApiaxoxéXoos zioxsóiov gtjìXEov Ss oilxojf ixxlv èmYSYpa|i|isvov a
5 x(j> ig aòxàìv xs SiaXsYÓpsvog [xal] iauxijì allaga 7xotv ’ApioxoxéXoos.]
puo persino menar vanto delle proprie conoscenze in materia di DIALETTICA ; ma
con ciò puo benissimo rimaner legata la idea, che proprio soltanto per ragioni
estrinseche la teologia dommatica ha, servendosi della dialettica, messo il
piede nel campo di un verbalismo affatto esteriore, e pertanto non ci fa
meraviglia trovare più oltre ripetutamente un’aperta ostilità contro qualunque
dialettica in generale. La Isagoge di Porfirio. Ma in ogni caso, come si è
detto, la ecclesia docens e per questa via, pervenuta ad accogliere nell’ambito
della propria attività una certa somma di teorie logiche, e una volta che, per
uso dei chierici, sono adottati compendi quali si vogliano, se pure con le debite riserve per quel che
riguardava lo spirito informatore e la intenzione -, puo e dove bene
presentarsi inevitaouXÀoytO|ix é>S àXy,9-eiav èxrtaiSeùovxa, àXX’oif; gjtXa
x-ij« àXr^slaj xaxà xoù 4>eó8oo£ Y‘T vé l 1 ® va 82 > 1189 ‘ Aristotelis
syllogismos, et Platonis facundiam aurium adjumentis e cieco didicit Didymus,
non quasi veritatem ista doceant, sed quod arma sin! veritatis contra
mendacium. Cyrilli Alexandrini Thesaurus de Trinitate, 11 ( Opp, ed. Auberl,
Parigi: Ex pa8-vjpàxtov r,|nv xiòv'ApiaxoxéXoug ipiuópevot, xal xj Seivóxr ( xt
xi)£ Ev x6o|i(p aotplag àTioxsxpxinivoi, xxóxoug èystpcuat ^'rjp.àxtov XEVtòv,
oòx e18óxs£ 8 xi xal tipEg xaóxtjv àpaiHB? 8/ovxej èXsYX s ' 1 Ì 30VTal '
S-aupiaai 5 vxwj àxiXooS-ov. 6 xi 8V) xàv iispl xoa |isi^ovo£ xal xoO EXàxxovog
Esexàsovxsf Xéyov, i-l xòv Ttspl xoO 6|ic£o’J xal àvopolou |iexar:sTCX(óxaotv,
oOx eISóxe; 6 xt, xaxà xr/V ’ApiaxoxéXouj xiyyrp, 4 tp* % pàXiaxa
|iEYaXo:ppovEtv Etónlaaiv aòxol, oùx et; xaùxòv xaxaxàxxExat. Y* V °S 33 1:5 6
l i0l0v xal xè àvópoiov. ó)( xal xò pst^ov xal xò IXaxxov [PG. Ea Aristotelica
disciplina nobis insultantes, et mundanae sapientiae fastu turgidi, inanes
verborum crepitus excitant, parum sibi persuadente se Aristotelicae disciplinae
ignaros ostendi posse. Mirandum enim est quod, rum rationeni majoris et minoris
excutiant, ad sermonem de simili et dissimili prolabantur, nescientes, juxta
Aristotelis placita quo ipsi plurimum sese jactitant, simile et dissimile non
in eodem genere collocari, in quo maius et minus.] bilmente anche il caso di
filosofi isolati, i quali, di quel materiale che dove altrimenti servire quale
mezzo ordinato al fine, fanno oggetto speciale e indipendente del loro studio.
E furono, per questo riguardo, prima di tutto le Categorie, che, in dipendenza
dalla tradizione scolastica della tarda età classica, trovarono largo impiego
nelle fondamentali questioni teologiche non pagane ma giudeo-cristiane, e soprattutto,
precisamente, proprio in Agostino (relativamente alla Trinità e ai così detti
attributi del divino. Anzi è persino possibile che già abbastanza anticamente
si ritene autentico lo scritto pseudo-agostiniano sopra le Categorie, e ci si
sente così francheggiati, nello studio di quest’oggetto, dall’AUTORITA dello
stesso Agostino. Ma se le Categorie avevano in ogni caso un valore rilevante
per la teologia pagana o romana e giudeo-cristiana, si ha in verità nello
scritto di Porfirio, cioè nelle Quinque voces – genus, species, proprium,
accidens, differentia -una introduzione alle Categorie, ritenuta indispensabile
nella scuola, e ben e’ intende come, sia per l’insegnamento sia per lo studio,
si prende sempre principio dall’ “Isagoge”, che da uno dei commentatori e stata
anzi persino indicata come condizione preliminare della beatitudine eterna. Ma
tutti due, sia cioè il libro delle Categorie sia anche lo scrittarello di
Porfirio, sono accessibili, per la Chiesa latina, nella traduzione di BOEZIO, e
inoltre corredati anche di note illustrative, e così diventarono i principali
testi scolastici medievali di dialettica. [Miseria del pensiero medievale]. Il
corso della storia ci mostra come, esclusivamente dallo stu[L’argomentazione e
di questo tenore. Chi non studia l’ “Isagoge”, non intende le Categorie, e chi
non intende le Categorie, non intende il resto dell’Organon. Ma chi non intende
l’Organon, non sa pensare rettamente, e chi non pensa rettamente, non sa AGIRE
rettamente. Ma a un tale uomo non può toccare la beatitudine eterna.] -dio
ininterrotto di Porfirio e di BOEZIO prende origine quella contesa intorno al
valore dei così detti ‘universali’, che, secondo si è finora comunemente
ammesso, si presenta come antitesi di
due termini soltanto, realismo e NOMINALISMO, ma in verità fa venire in luce
una variopinta moltitudine di opinioni, caratteristiche di altrettanti
numerosissimi indirizzi. Queste battaglie sul terreno della dialettica non sono
già suscitate da una filosofia personale, segnato della impronta di una
individualità autonoma, di mi uomo eminente. E bensì una materia tradizionale,
sono pensieri ereditariamente trasmessi per via scolastica dall’antichità, e
ora non si fa che prenderli a poco a poco in considerazione alquanto più
rigorosamente, nè altra che questa e la occasione al formarsi di determinati
atteggiamenti, caratteristici delle varie tendenze, e le cui radici sono di già
riposte nella tradizione stessa. Di creazione, intimamente indipendente, di un
motivo nuovo, non è il caso di parlare, nemmeno nello Scoto Eriugena, e neanche
in Abelardo. E im’epoca che sta ancora attaccata tutta quanta nel modo più
assoluto alla pura tradizione, e così puo tutt’al più, con uno studio assiduo,
pieno di abnegazione, forse anche minuzioso, appesantirsi più ostinatamente,
entro gl’angusti limiti che le sono dati, sopra singoli punti, ma non mai
dominare liberamente la materia. Giustamente colpisce gli scolastici non la
taccia di confidente avventatezza o di tumida vacuità, che li porta forse a
scaraventare nel mondo sistemi belli e fatti, nè ci fan rabbia con la loro
verbosità. Ma ben piuttosto ci prende un senso di compassione, quando vediamo,
con un campo visivo estremamente ristretto, sfruttate fedelissimamente sino
all’esaurimento, con una solerzia senz’ombra di genialità, le vedute
unilaterali possibili entro quel campo 6 tesso, o quando a questa maniera si
sprecano secoli intieri nel vano sforzo d’introdurre metodo nella insensatezza.
Simili pensieri malinconici sopra tanto tempo perduto, si destano in noi per lo
più proprio là dove con maggior violenza si fan guerra, relativamente
agl’universali, le diverse opinioni, svolte sino alle ultime conseguenze,
mentre il primo sorgere della contesa ci può pur sempre apparire in parte come
principio di un’azione fecondatrice e stimolatrice. Per il progresso di quella
scienza che si denomina propriamente filosofia, bisogna considerare questo
periodo come un millennio assolutamente perduto, poiché ci si dove, per mezzo
del Rinascimento, riattaccare proprio a quel punto, a cui ci si e trovati. [La
questione degli universali determina un CONTRASTO DI TENDENZE NEL CAMPO DELLA
DIALETTICA: PREVALENZA DI UN REALISMO platonico]. Se riflettiamo che la
“Isagoge” di Porfirio e il testo scolastico più universalmente diffuso, il
quale e ritenuto condizione preliminare per aver adito allo studio della
dialettica, certamente si riesce a spiegare che in tutte le scuole il filosofo
della materia, nell’interesse suo e de’ suoi scolari, dovesse indugiarsi
alquanto più a lungo sovra UN PASSO d’importanza decisiva, che si trova subito
in principio del libriccino (si sa bene che da principio si va avanti
volentieri più minuziosamente e più lentamente), cioè sopra quel passo, che
nella traduzione di BOEZIO è di questo tenore: essere cioè prima quaestio se gl’universali hnno realtà obbiettiva come
esseri IN-CORPOREI, o sieno solamente finzioni nella sfera dell’intelletto
umano. E se ora la risposta più precisa a questa domanda, che riguarda nel modo
più chiaro l’antitesi di platonismo e aristotelismo, viene evitata da
Porfirio-BOEZIO, perchè altioris ne gotti, proprio da ciò i filosofi piu
provetti sono determinati a decidersi per uno o l'altro dei due indirizzi. Vero
è ora che il neo-platonico Porfirio dice espressamente in quel luogo, che egli
si attene alla tesi della natura obbiettiva degl’universali. Ma in pari tempo
ha aggiunto eh’ egli ha svolto la
propria trattazione, per lo più secondo l’indirizzo del LIZIO anche BOEZIO, dal
canto suo, dichiara, nella forma più sbrigativa, che gl’universali esistono in
verità, e vengono appresi consideratione animi. Cosi da questo passo, di
decisiva importanza, del testo di scuola, e bensì reso possibile che molti con
tutta ingenuità credreno fosse loro dato di seguire insieme un modo di pensare
platonico dell’ACCADEMIA e uno aristotelico del LIZIO. Cf. H. P. Grice, A. Dodd,
IZZING and Hazzing, platonism. Ma
proprio per quelli che vuole pensarci su con alquanto maggior precisione, si
tratta di un aut aut, e rispetto a quest’ alternativa, dal punto di vista
teologico romano e giudeo-cristiano, la risoluzione e propriamente presa di già
in antecipo a favore di un realismo platonico. Poiché, quando la dialettica e
considerata tutta quanta un vuoto formale strimpellamento verbale, quei che si
occupano purtuttavia di questa materia, doveno necessariamente industriarsi di
dare a tutto il complesso un fondamento reale, e precisamente, come ben
s’intende, non puo in ciò esercitare decisivo influsso alcun’altra realtà,
all’infuori da quella che si trova nelle idee giudeo-cristiane. Ed è pur anche
possibile che, come per altri riguardi, così anche relativa[V. Col'SIN,
Ouvrages inédits d'Abélard, Parigi: riprodotto con alcune correzioni e aggiunte
nei Fragnients de philosophie du moyen-àge, Parigi, ha il grande merito di
essere stato il primo a mostrare questa vera fonte del nominalismo e del
realismo, e in base alle indicazioni di lui, Havréau, De la philosophie
scolastique, Parigi, Hist. de la phil. scol., Parigi, ha tratto dai manoscritti
ancora vario materiale prezioso.] -mente alla dialettica, hanno cooperato qual
autorità perentoria, sentenze che si trovano nell’epistole paoline. Per lo meno
vediamo enunciata da Teodoro Raitliuensis, con riferimento diretto a Paolo, la
opinione che si trovi in contraddizione con l’apostolo chi designi lo studio
delle Categorie come un eminentissimo pregio del teologo, e così porta la pia
disposizione d’animo del giudeo-cristiano a non consister d’altro che di parole
o suoni [FLATVS] di parole. E sebbene non vogliamo citare questo passo
addirittura come la prima e più antica manifestazione dell’anti-tesi fra
nominalismo e realismo, è comunque tanto chiaro tuttavia, che, dalla parte
della teologia romana e giudeo-cristiana, dev’esserci, in dialettica, una
corrente prevalente, nel senso del platonismo dell’ACCADEMIA, e non del
nominalismo o concettualismo del LIZIO. La sostanza indi[Per es.: ud Corinth.,
I, 1, 17 : s'ia-;~;s'/JX!i^ba.'. oòx èv ao?!a [evangelizare: non in sapientia
verbi]: xal 6 Xóyos poo xal xò xV/pUYPà poi» oòx Iv nsiOotc aocflaj Xifo i?,
àXX' èv àjtoSelgs'. nvsùpaxos xal Suvà|isioj, iva Jtlaxif 6p(3v pf/ ^ èv
aotplqt àvOptóittov 4XX' èv Sovàpei O-soO [et sermo meus, et praedicatio mea
non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritns,
et virtutis: ut fides vestra non sit in sapientia hominuni, sed in virtute Dei]
; ad ThessaL. I, 1, 5: xó «flaYYèXiov ^ptòv oOx è^sv^a-ig 5tpò? 5pàs èv Xóyip
póvov, àXXà xai èv Sovdpei xal èv nveùpaxi Stylqt Evangelium nostrum non fuit
ad vos in sermone tantum, sed et in virtute, et in Spiritu sancto »] ; ad
Timoth., I, 6, 3-4: et xtj éxspoSiSaaxaXsì..., xsxù?(oxai, pr|5èv émaxàpevog,
àXXà voacòv itspi ^TjxVjasts xal Xoyopaxiap Si quis aliter docet superbus est,
nihil sciens, sed languens circa quaestiones, et pugnas verborum. Theodori
Presbìteri Raithuensis Praeparatio de incarnatione ( Bibl. Patr. Galland.): i-ziiy,
5è 4 Heuijpog cJiiXat; jtpoxaOé^Exai cpfflvalj. èv fr/paoi xs póvotp xal ij/oip
T1 ì v sùaéjistav 0noxi8-exaf xalxoiYE xoD àrcoaxóXou XéYOvxop „oò Y“P èv Xiyip
ij gaoiXeta xoS 6so0, dcXX’ èv 5ovàps: xal àXvjOsl:?,, (ad Corinth., I, 4, 20).
o5xos 5è xap* a&x(j> Seotjptp xpolxiaxog S-sÌXoyos y vwpijsxat. tì)g àv
xàf xaxrjYopiaj 'AptoxoxéXooj. xal xà Xouxà xiòv S?o) cpiXoaó;pci>v xoptjià
Jjaxrjpévop toyX ) Orig. II, 23 (p. 29a) [Lindsay]. In
his quippe tribù» generibus Philosophiue etium eloquio divina consistunt. Nam
aut de natura disputare solent, ut in Genesi et in Ecclesiaste: aut de moribus,
ut in Proverbiis et in omnibus sparsim libris: AVT DE LOGICA [DIALETTICA], prò
qua nostri Theoreticam [ma Prantl legge tlteologiorni sibi vindicant, ut in
Cantico canlicorum, et Evangeliis [PL. Per
lo meno, quanto al senso, la distinzione coincide perfettamente con quel che si
legge nella introduzione allo saggio di VITTORINO da noi conservato, Expositio
in CICERONE Rhetoricam (ed. Capperonicr ed. Halm, RHETORES LATINI Minores: Q.
Faro Laurentii VITTORINO Explaruitionum in Rhet. M. T. CICERONE, Orig.: Inter
arlem et disciplimim Plato non soltanto e possibile tenere staccati come due
rami separati il dominio della retorica e quello della speculazione, ma era
anche consentito a quest’ultimo di trovare, dal suo lato estrinseco e tecnico,
una particolare maniera di trattazione. Compendio di dialettica nelle Origines.
Così Isidoro divide tutta la sfera della logica o dialettica, anche tenuto
conto della dictio e del sermo, in grammatica, dialettica, e retorica – il
trivio, e a quel modo che, rispetto alla distinzione adottata nelle scuole tra
questa e quella, si attiene parola per parola a Cassiodoro, così in generale
proprio il mostruoso compendio di quest’ ultimo, già da noi più sopra
tratteggiato, è quel che Isidoro trasmette, con alcune varianti o aggiunte.
Dopo avere cioè compiuto il passaggio dalla PARTIZIONE DELLA FILOSOFIA –
psicologia razionale, grammatica razionale -alla Isagoge in et Aristoteles hanc
difjerentiam esse tolueruiit, dicetiles artem esse in his quae se et aliler
habere possunt. Disciplina vero est, quae de liis agii quae uliter evenire non
possunt. Nam quando veris disputationibus aliquid disseritur, disciplina erit.
Quando uliquid verisimile atque opinabile tractatur, nomen artis habebit [PL],
e differ. spir. Nunc partes logices
exsequamur. Constai autem ex dialectica et rhetorica. DIALECTICA est ratio sive
regala disputatali, intellectum mentis acuens, veraque a falsis distinguens.
Rhetorica est RATIO DICENDI, jurisperitorum scientia [cf. Grice, the devil of
scientism], quam oratores sequuntur. Hac, ut quidam ait, sicut jerrum veneno,
sententia armalur eloquio [PL Orig.]:
Logicam, quae rationalis vocatur, Plato subiimxitdividens eam in
DIALECTICAM et Rlictoricam. Dieta autem
Logica, i. e. RATIONALIS Aóyoj cnim apud Graecos et SERMONEM significai et
rationem [PL Logici quia in natura et in
moribus rationem adiungunt. RATIO
enim Graece Xifog dicitur [PL. Dialectica est disciplina ad disserendas rerum
causas inventa. Ipsa est FILOSOFIA species, quae Logica dicitur, i. e.
rationalis definiendi, quaerendi et disserendi potens. Aristoteles ad regidas
quusdam huius doclrinae argumenta perduxit, et Dialecticam nuncupavit, prò eo
quod in ea de dictis disputatile. I\'um Xextdv dictio dicitur Ideo autem post
Rheloricam disciplinam DIALETTICA sequitur, quia in multis utraque communio
existunt [PL] quella «tessa maniera secca, che abbiamo veduta iu Cassiodoro),
egli presenta una enumerazione e illustrazione delle quinque voces – genus,
species, differentia, proprium, accidens - dove prende occasione di far
risaltare i meriti di Porfirio, di fronte ad Aristotele e CICERONE), e
manifestamente non ha fatto che attingere alla traduzione di VITTORINO,
commentata da BOEZIO, al quale VITTORINO anzi rinvia egli medesimo).
Particolare a lui è, a tal proposito, la pensata sommamente scolastica, di
esprimere a mo' d’esempio le cinque voci – genus, species, differentia,
proprium, contingents -in una proposizione. Appresso viene, relativamente alle
categorie, una notizia che in principio e in chiusa è ricavata letteralmente da
Cassiodoro), ma nella parte centrale è più estesa, e particolarmente più ricca
di esempi. Dopo di ciò viene naturalmente de interpr., una Sezione che qui per
la prima volta incontriamo con la barbarica – NON-LATINA -intestazione De
Perihermeniis [ Aristoteli s] Le parole introduttive e il nu[Orig. Cuius
disciplinae definitionem plenum existimaverunt Aristoteles et Tulliiis CICERONE
ex genere et differentiis consistere. Quidam postea pleniores in docendo eius
perfectam substantialem definitionem in quinque V partihus. veluti membris
suis, dividerunt [PL]. Boezio, ad Porph. [a Vict. fransi., ed. Brandt [Opp.], ed. di Basilea [PL]: Isagogas aulem
ex Crucco in Latinum transtulil VITTORINO orator, commentumque eius quinque
libris BOEZIO edidit [PL]: et est ex omnibus his quinque partihus oratio plenae
sententiae, ita, “Homo est animai ralionale, mortale, risibile, boni malique
capax” [PL.]. Anche le parole della chiusa del testo d’Isidoro, eh’è guasta,
son da leggere secondo il tenore del luogo corrispondente di Cassiodoro. Si
ravvisava cioè in Perihermeneias inspi ip |iv)vsia?!. SCRITTO IN UNA SOLA
PAROLA, un accusativo plurale, e s’imaginava un corripondente nominativo,
“Perihermeneiue”. Invero troviamo nella Storia di S. Gallo di Ii-defons v. Arx,
I, p. 262, “die Periemerien » di Aristotele”.] eleo centrale vero e proprio -la
definizione di nomen, verbum, ORATIO (indicativa o enunciativa, imperativa),
nuwtiatù, affirmatio, negatio, contradictio) sono copiate parola per parola da
Cassiodoro, ma in mezzo ci sono alcune osservazioni più generali, che son prese
da BOEZIO, e che, concernendo la relazione tra linguaggio e la psicologia
RAZIONALE, vennero ad assumere grande importanza; ma le parole di chiusa
segnano il passaggio alla SILLOGISTICA in ima maniera più tollerabile che non
sia quella tenuta da Cassiodoro. Segue ora LA SILLOGISTICA stessa, che, dopo un monito introduttivo a
guardarsi dall’abuso sofistico, è presa con la più letterale fedeltà da
Cassiodoro. Appresso viene la teoria della definizione, che Isidoro copia da
VITTORINO, ragion per cui abbiamo dovuto riferirne il contenuto. Ma dalla
definizione si passa alla TOPICA con le stesse parole di Cassiodoro, e anche
nella enumerazione dei loci è utilizzato solamente quest’ultimo. Ma anzitutto
rimangono qui affatto escluse quelle interpola[[Isidoro riproducel anche il
motto su Aristotele: Omnis quippc res, quae una est et uno si^nìficiitur
sermone, aut per nomen significatur, aut per verbum: quae dune partes orutionis
interpretanlur totum, quidquid conceperit mens ad loquendum. Omnis enim
elocutio CONCEPTAE rei mentis interpres est [PL], Particolarmente dobbiamo a
questo proposito mettere in rilievo la locuzione concipere, concepito.
\Utililas~\ Perihermeniarum haec est, quod ex his INTERPRETAMENTIS syllogismi
fumi. Vnde et analytica pertructantur: plurimum lectorem adiuvat ad veritatem
investigandam tantum, ut absit ille error decipiendi adversarium per sophismata
falsarum conclusionum [PL).] -zioni estranee), e inoltre, omessi i loci
retorici, vengono, di quelli dialettici, accolti integralmente soltanto di
CICERONE, e tre inoltre di quelli di Temistio. Finalmente la chiusa è data da
ima speciale Sezione De opposilis, che senza dubbio qui non sta nella solita
connessione con la teoria delle categorie, ma si riattacca ancora al materiale
della topica, coni’ è anche di fatto estratta dal commento di BOEZIO alla
Topica di CICERONE. Altri spunti di teorie logiche. Ma, oltre a questo
compendio di dialettica, c’ è in Isidoro qualche cos’ altro ancora, che, grazie
all’ autorità da lui goduta esercita influsso sopra la storia. Da un lato cioè
si trovano frammenti isolati di teorie logiche in altre sezioni della sua opera
enciclopedica. Così, p. es., oltre a ripetere la solita definizione degli
omonimi ecc. (nella Sezione intorno alle categorie), Isidoro viene anche nella
Grammatica razionale a parlare di quest’oggetto, ma qui egli fa uso delle forme
verbali greche. Inoltre, della retorica, è da ri[fra i loci ivi riferiti di
Temistio, troviamo qui soltanto: a loto, a partibiis [PL Invece, in altra
forma: Primum genita est contrariorum, quod iuxta CICERONE diversum (leggi
AD-versum) vocutur. Secundum genita est relalivorum. Tertium genus est
oppositorum -si osservi la terminologia inesatta -habitus vel orbatio. Quod
genus Cicero privationem vocat. Quartum vero genus ex confirmutione et negatione
opponilur. Quod genus quartum apud Dialecticos multimi liabet conflictum, et
appellatur ab eis calde oppositum [PL. La
fonte di questo vedila in BOEZIO, ad. CICERONE Top. [PL]; il luogo relativo di Cicerone e citato.
Orig. : Synonyma, hoc est PLVRINOMIA. Homonyma [AEQUI-VOX]. hoc est VNINOMIA
PL]] cordare in particolare la Sezione De syLlogismis, perchè, da un lato, fa
riconoscere, per l’argomentazioue, un’alto valore all’entimema O IMPLICATURA o
raggionamento implicito --, e perchè, dall’altro lato, contiene una, per quanto
meschina, notizia della esistenza della IN-duzione. II contenuto di questa
teoria del sillogismo non offre, coni’ è naturale, assolutamente NULLA DI
NUOVO, bensì è preso da VITTORINO, e attraverso VITTORINO rinvia «ino a
CICERONE e ivi particolarmente il passo relativo, concernente 1 ’ cnthymemd. D’
altra parte, infine, con alquanti semplici accenni a punti particolari, che in
se stessi stanno FUORI DAL CAMPO DELLA LOGICA – ma la prammatica di Grice
-Isidoro quasi direi senza volere da occasione a quelli che son venuti dopo, di
sollevare questioni, delle quali noi dovremo citare appresso le soluzioni, come
elementi del corso della storia. Una delle cose sopra le quali a tal proposito
fermiamo l’occhio, è la determinazione di mia DIFFERENZA TRA RAZIONALE E
RAGIONABILE [cf. GRICE], che, evidentemente fondata sopra un passo del commento
di BOEZIO alla Isagoge, può aver [ Orig.: Syllogismus Graece, Latine
ARGVMENTATIO – RATIONAMENTVM -appellatur. Syllogismorum apud rhetores
principulia genera duo sunt: inductio et RATIOCINATIO [PL. Sebbene dunque possa
far maraviglia al lettore che di tali cose io faccia menzione qui, risulteranno
più sotto sufficentemente i motivi, per cui è bisognato che, dello straricco
tesoro di scienza scolastica isidorea, io facessi risaltare proprio questi, e
anzi esclusivamente questi due elementi particolari. Si tratta in generale di
rendersi conto dell’assoluta intima MANCANZA D’INDEPENDENZA dei ‘filosofi’ di
questo periodo. De difjer.
spirit., [PL] GRICE: INTER RATIONABILE
ET RATIONALE hoc interesse sapiens quidam [Agostino, De ordine, PL, dixit RATIONALE
est, quod rationis utitur intellectu – ut: “homo.” RATIONABILE vero, quod ratione dicium vel factum est.
Lo stesso, quasi alla lettera,’ Differ. PL. Porfirio aveva cioè, nell’indicare
quel eh’è comune al yivoc e alla Staqsopà, adoperato come esempio il Xoy ixóv,
in un passo che nella traduzione di BOEZIO (p. 95 [In Porph. a se avuto per
conseguenza che in seguito si facessero oggetto di ancor più accurata
ponderazione le parole del passo. Invece l’altra cosa consiste nell’
affermazione, connessa alla creazione dal nulla, che LE TENEBRE *NON* sono
sostanza, e di ciò non tarderemo a trovare appresso ima conseguenza ulteriore.
Alcuino: sua compilazione di un compendio di dialettica. Lo stesso punto di
vista d’Isidoro, così riguardo al valore della dialettica, come anche nella
bislacca compilazione di un compendio, prevale pure in Alcuino: coni’è noto,
dell’insegnamento, da lui impartito, della logica allora in voga, profitta lo
stesso Carlo Magno. Non soltanto troviamo in Alcuino la partizione delle scienze
secondo transl.: ed. Brandt, suona cosi: Cumque sit differentia RATIONALIS
praedicatur de ea ut differentia id quod est ratione ufi, non solum aulem de eo
quod est RATIONALE, sed etiam de his qttae sunt sub rationali speciebus
praedicabitur ratione uti [PL]. Ora nel commento di queste parole BOEZIO dice
(p. 96 [ ittici ., ed. Brandt): de RATIONALI duae differentiae dicuntur. Quod
enini RATIONALE est, utitur ratione nel habet rationem. Aliud est aulem. uti
ratione, aliud habere rationem.... ergo ipsius RATIONABILITATIS quaedam
differentia est ratione uti, sed sub RATIONABILITATE homo positus est [PL,
Sentent. : Materia ex qua coelum terraque formata est, ideo informis vocata
est, quia nondum ea formata erant, quae formari restabant, verum ipsa materia ex
nihilo facta erat: Non ex hoc substantiam habere credetulae sunt TENEBRAE, quia
dicit dominus per prophetam. Ego Dominus formans lucem, et creans tenebras
[Eisa.] ; sed quia angelica natura, quae non est praevaricata, lux dicitur.
Illa autern quae praevaricata est, tenebrarum nomine nuncupatur [PL) Einhahdi
Vita Karoli lmperatoris [Pertz, MOH: audivit in discendis caeteris disciplinis
Albinum cognomento Alcoinum apud quem et rethoricae et dialecticae ediscendae
plurimum et temporis et laboris impertivit [PL. Poeta Saxo, Annalium de gestis
Caroli Magni Imperatoris, nel Pertz, MGIT, I, p. 271: Artis rethoricae, seu cui
diulectica nomen. Sumpsit ab Alquini dogmute noticium [PL]] uno schema che si
conforma a quello d’Isidoro, ma egli inoltre ripete letteralmente, attingendo a
quest’ultimo, la su riferita concezione teologica romana o giudeo-cristiana
della logica. Nello svolgere questi pensieri, mostra dappertutto di apprezzare
altamente LA FILOSOFIA, non la TEOLOGIA, e mentre spesso a tale apprezzamento
associa lamentele per la ignoranza largamente diffusa, si leva a sentenziare
che le arti liberali son le sette colonne della sapienza, e così, nelle
principali questioni teologiche romane e giudeo-cristiane sopra il concetto del
divino fa largo uso, rimandando ad Agostino, della tradizionale filosofìa
scolastica, cioè della teoria delle categorie. Ma che lo stesso Alcuino scrive
intorno a tutte sette le arti, è ima credenza già da gran tempo confutata,
essendo stato dimostrato che passa per essere opera di Alcuino mi compendio del
De artibus di Cassiodoro, molto letto. È bensì vero invece eh’ egli coltivò la
grammatica, la retorica e la dialettica, e che inoltre accompagnò 1’ invio a
Carlo Magno del libro pseudo-agostiniano sopra le Categorie con mi prologo metrico
dove nel modo d’in[Ai.cuini Operu, ed. Frobenius, Ratisbona PL e Dialectìca, P.
cs., E pisi. Epist. 68 (p. 94), E piu. ed. Diinimler, MGH, Epist. Grammatica
PL: Sapicntia liberalium litlerurum septem columnis confirmatur; nec alitar ad
perfectam quemlibet deducit scienliarn, itisi bis septem columnis vel etiam
grndibus exaltetur. De Fide S. Trinitatis ed Epistola nuneupatorio: ed.
Diinimler, Epist.], Quaestiones de Trin., Epist., Epist. ed. Dummler, Epist.
Dal Frobenius, nella Praef., PL Tale prologo è del seguente tenore ed. Dummler,
MGH Continet iste decem naturile verbo libellus, Quae iam verbo tenenl remm
ratìone stupenda Omne quod in nostrum poterit decurrere sensum. Qui legit
ingenium veterum mirabile laudet, Atque suum studeat tali exercere labore,
Exomans titulis vitae data tempora honestis. Rune Augustino placuit transferre
matender le categorie è implicito il punto di vista di BOEZIO. Lo stesso
compendio di dialettica, che reca parimente in cima mi simile INSIGNIFICANTE
prologo, è scritto in forma dialogica. LE DOMANDE SONO SEMPRE FATTE DA CARLO
MAGNO. Ma Alcuino dà le risposte. In
questo compendio, da principio TUTTO E LETTERALMENTE preso da Isidoro, anche la
divisione della logica in retorica e dialettica. Ma al contenuto vero e proprio
si passa con una partizione, in sommo grado scolastica, della dialettica in
cinque specie, La prima Sezione, cioè, coni’ è naturale, la Isagoge, è COPIATA
PAROLA PER PAROLA da Isidoro, e neanche manca quell’unica proposizione
esemplificativa. Fa seguito una minuziosa notizia, intorno alle categorie, che
è interamente estratta dal compendio pseudo-agostiniano, con trascrizione
BARBARICA delle parole greche che vi s’incontrano. Di nuovo c’è aggiunta una
cosa soltanto, che cioè anche per le categorie viene ora formala qui una frase
unica, presentata come esempio [Ma mentre nel pseudo-Agoslino dopo la decima
categoria dell’habere viene la solita trattazione degli opgislro De veterum
guzis Graecorum clave latino. Quem libi rex, magnus sophiae sectator, umator,
Munere qui tali gaudes, modo mitto legendum [PL, K. Quot sunt species
dilecticae? A. Quinque principales; isagoge, categoriae, syllogismorum.
formulae, diffinitiones, topica, periermeniae. In veri là una disposizione
mostruosa, che mal si accorda inoltre con il numero di cinque, che si chiude
con le seguenti parole: tlaec commentario sermone de isagogis Porphyrii dieta
sufficiant. Pinne ardo postulat ad Aristotelis categorias nos transire. K. Ex
his omnibus decerti praedicamentis unam mihi conjunge orationem. A. Piena enim
oratio de his ita conjungi potesti Augustinus magnus orator, filius illius,
stans in tempio, hodie infulatus, disputando fatigatur.] posti, per tale
argomento Alcuino disdegna questa fonte, limitandosi a COPIARE ORA PAROLA PER
PAROLA, con la intestazione De contrariis vel oppositis, la Sezione
corrispondente in Isidoro. Invece immediatamente dopo, per i così detti
Postpraedicamenta (prius e simul), fa ancora un salto per ritornare al
Pseudo-Agostino, omettendo tuttavia affatto, di quest’ultimo testo, il cap.
sull’immutatio. Viene poi, con la intestazione De argumentis, prima di tutto un
riassunto estremamente sommario di quell’ estratto della teoria del giudizio,
che BOEZIO incorpora al suo scritto De differentiis topicis, e poi, in quanto
che proprio lì si viene a parlare anche dell’argomentazione, ima meschina
scelta di alcuni esempi di sillogismi ipotetici, svolti da BOEZIO in quello
stesso scritto. Ma a ciò si attaccano ancora subito i quattro primi modi dei
sillogismi categorici, che son tratti da Isidoro. La teoria della [Con la sola
differenza che negl’esempi i nomi propri o il contenuto degli esempi stessi
sono trasportati ■iella sfera morale-teologica romana e giudeo-cristiana. Nè al
principio di questi postpraedicamenta nè in chiusa, è stato segnato un
qualsiasi trapasso, che li riconnettesse alle trattazioni precedenti. Dopo ch !
è stato determinato che cosa sia urgumentum (rei dubiae affirmatio) e che cosa
sia oralio (veruni Dial. Particolarmente
si trova anche fatta qui novamente menzione di concetti imaginari, p. es.:
HIRCOCERVVS quod graece trngelaphus dicitur. PL. K. Num et Ulne aline species
quatuor (non enunciativa, ma, cioè interrogativa, imperativa, deprecativa, e
vocativa) ad dialecticos non pertinenl?
A. Non pertinenl ad dialecticos sed ad grammaticos.] zione, ma adduce
inoltre alquanti esempi attinenti alla sfera delle fallacie sofistiche,
servendogli qui da fonte Aulo GELLIO (si veda)[ Fredegiso da Tours]. Se questi
due compendi che abbiamo sinora considerati, ci presentano esclusivamente la
forma di opere a centone, nella compilazione delle quali non si fa neanche
sentire più il bisogno astrattamente logico di un qualsiasi ordine di
successione che tenesse unito il complesso, certamente, al paragone di tali
prodotti scolastici, ravvisiamo già un progresso, quando vediamo questo o
quello filosofo sentirsi per lo meno stimolato, dal materiale divenuto
tradizionale, a proporre questioni, alle quali tenta di dar tale o talaltra
risposta. Ma non possiamo pretendere gran che da siffatti primi tentativi: e
nient’ altro che un documento di assoluta mancanza di chiarezza, in quelle
questioni che non tarderanno a determinare dissidi di tendenze, ci è dato dalla
maniera in cui Fredegiso, scolaro di Alcuino, abate di Tours, in una Epistola
de nihilo et tenebris, indirizzata ai teologi della corte di Carlo Magno, viene
alle prese con i concetti di « nulla » e di « tenebre », dei Dialogus de
Rhetorica et Virtutibus PL: Si dicis, non idem ego et tu; et ego homo,
consequens est, ut tu homo non sis. Sed quot syllabas habet homo? Duas.
Nunquid tu dune itine syllubae es? Nequaquam. Sed quorsum ista? Ut sophislicam
intelligas versutiam. Cfr. La [Stampata nella Steph. Baluzii Miscellanea, ed.
Dom. Mansi, Lucca, e di là riprodotta nella PL: ma la edizione migliore,
fondata sopra una nuova comparazione dei manoscritti, si trova curata da Ahner,
Fredegis von fours, Lipsia. Le parole introduttive son di questo tenore.
Omnibus fidelibus et domini nostri serenissimi principis mjt ' J acro eius F
tdntio consistentibus Fredegysus Diaconus [IL, quali, secoudo la maniera usata,
vuol parlare così ratione, cioè logicamente, come anche auctoritate, cioè
conforme alla teologia ortodossa, romana e giudeo-cristiana. La occasione a
tutto il dibattito è data certamente, in generale, dal passo già citato di
Isidoro, ma il modo d’intendere le questioni, a prescindere dal generale punto
di vista teologico romano e giudeo-cristiano, è, per riguardo alla dialettica,
cosi rozzo o così ingenuo, che di fatto non troviamo un termine per
qualificarlo. Poiché, dove non si presenta neanche la più tenue traccia di
riflessione sopra i così detti ‘universali’, ci è impossibile parlare di
realismo o di nominalismo. Insomma si tratta di ima mostruosità tale, da non
potersi neanche designarla come un primo passo verso idee venute fuori in epoca
più tarda. Non soltanto cioè si afferma, in termini secchi, che, insieme con
l’ESPRESSIONE (EXPLICATVRA) verbale, noi intendiamo immediatamente la cosa, ma
vengono inoltre assunte senz’altro come identiche la signi[Chl j. m,ue Studichi
senza prevenzione, consentirà che questo dualismo di ratio e auctoritas. il
quale si manifesta dappertutto rondo li • nd,e de ' le Par ° 1 ! '' *
Fredegiso. Queste, sei rondo la piu antica lezione riportata dal Baluze i suonano
come segue: huic responsioni oblia,uhm est primari'. Ubet’ sedrZT ‘‘"'T'
rfe,We betoniate, non q ua., ’ r "',0 ’,r ‘ dumtaxat, quae sola auctoritas
est salame immola " f 7 urd / NeS6Uno infaUi si Presterà ad accreditare
derZi^ ). Ma poi, anche nello scritto De institutione clericorum, Hrabano viene
a parlare delle sette arti liberali: e dopo che ivi egli lia già in generale
ammonito i teologi a guardarsi dall’abuso dell’arte di disputare, questo
atteggiamento circospetto è quel che predomina in lui, anche là dove, seguendo
l’ordine solito di successione, viene propriamente a trattare de DIALETTICA
dopo avere parlato della grammatica filosofica e della retorica. Ripete cioè,
per prima cosa. Opera, ed. Colvener, Colonia) Hrabani Mauri) De universo: Logica
autem dividitur in duus species, hoc est DIALECTICAM et Rhetoricam. De instit.
cler.: Sed disputationis disciplina ad omnia genera quaestionum. quae in
litteris sanciis sant penetranda et dissolvendo, plurimum valet; tantum ibi
colenda est Pl 'ioTTo I ^ PUenl ' S e
I’815 "or 10 fra r887 « r890) abbia esercitato in . en era e Ti r r ”
rì,,i “ ) ’ “,,ra « t:: 1,: è noto; ma può darsi che a noi ~z:: e t abbia T
imes ° qn6to s. decisiv ° -*• °° ICa > ^iche, relativamente al punto il 122»
voT ddla Patralógii TeWiomtP-"-,«/; F, t0SS ’ e toTm * ferisco qui nelle
citazioni. Ma a nurlli J"*' 18j ? ’ al qua,e n,i ri ‘ opera dell’ Hauréau
il Commentairede le % 3ggl £ n . t0 '"Cora,,, r lionus Cupella (nelle
Nolices et Extraitì T ^ Ér,gène sur Mar. 2, Parigi 1862 [p. 1 ss.]) Extraits
dea Manuscrits, non r’imér^no r qui*'ì!’a 1 nno ' ^ròv^to un rifl'’ 8 *" 0
C °" lo Soot ° letteratura, avendo Nicola Mofli ™T,nten f° anche
"ella und seme Irrthiimer OC S F,• tLEB preso posizione (J. S. E tro Fr.
Am. Staudr™*™ U sT 1844) con Ze« 1«G. S. E. e la sci. nl,,,1 1 . • dle
Wissenschuft seiner te 1834), e contro il Saint-Rtné TaiTi.andifr I>1, Gotha
1860), nè da V Kin. ' m"” C dottrina System des J. S E r« TI Jl. » Naulicm
(Dos speculatil e, negli Atti 3,'ll ó è ™ s Peeulativo di G. S. E » IP™!), nè
da Gio v. Hubeh (/. slVf ili vista
logico, che lo Scoto si trova ad avere assunto, non sembra comunque essersi
pronunziato ancora un giudizio esauriente, quando ci si limita a qualificarlo
come realismo, o magari anche come realismo stravagante. Vero è invece che con
l’atteggiamento realistico, che in generale è fondato sopra la concezione
biblico-teologica romana e giudeo-cristiana, e che naturalmente a nessuno può
passare per il capo di negare allo Scoto, si unisce qui, in maniera sommamente
caratteristica, un motivo dialettico, al quale ci sembra di dover attribuire
somma importanza, perchè in esso ravvisiamo i primi lineamenti del nominalismo
scolastico. La prima cosa che certo si manifesta con la massima evidenza a
qualsiasi lettore dello Scoto, è la forma rigorosamente sillogistica, nella
quale si volge questo filosofo, mettendo con ciò in mostra nello stesso tempo,
per così dire, le sue conoscenze scolastiche di logica. È questa ima cosa,
della quale per se stessa non faremmo già particolare menzione, non essendo qui
compito nostro di registrare per avventura tutti quanti gli scritti di tutti
quanti i Padri della Chiesa o filosofi medievali, nei quali si riveli un
addestramento logico. Tuttavia nel caso presente sussiste, a quanto ci pare,
una stretta connessione fra tale cultura scolastica estrinseca e l’intima
struttura dell’ordine d’idee professato dal filosofo. Lo Scoto Eriugena
manifestamente, nella persuasione che la sillogistica, proprio nella sua forma
rigorosamente scolastica, abbia un valore filosofico, trae partito da tutte le
cose consimili. Così ne’ suoi scritti, a
prescindere dalla frequente larga trattazione delle categorie in senso
teologico romano o giudeo-cristiano, si presenta, p. es., della teoria del
giudizio, la divi[Des ]. E. Stellung zur mittelalterlichen Scholastik und
Mystik f« La posizione di G. E. rispetto alla scolastica e alla mistica
medievale], Rostock), nè da Lod. Noack (Weber Leben und Schriften des ] J. S.
E.: [die Wissenschaft und Bildung seiner Zeit, Della vita e degli scritti di G.
S. E.: la scienza c la cultura del tempo suo »), Lipsia.] aione in giudizi
affermativi e giudizi negativi, e anzi con fa terminologia affirmativus e
abdicativus, o la indicazione delle varie specie di opposti, tra i quali
inoltre viene sovente messo in particolare rilievo il cosi detto opposto
CONTRADITTORIO: come pure viene fatta menzione delle relazioni anti-tetiche
sussistenti fra il possibile e 1 impossibile. Si trova anche presa in
considevolia ilio Scoto (de dlctóone a^°I'^ 1 p una Cap. delle Categorie
pseudo-azostini»,,» r W3j 111 C0 P‘ are *1 10° sario, -“j! ch è neces ' de div. nat., I, 14, p.
462: Et hoc Ir i • i’ ^“ 8nto a * giudizio, v. p. es. ^soXoyla iKo^onix-rj del
Pseudo Dioniei ° r£ “ ; xaxcreaTtxrj e la damus exempio. Essentia tZaZf A
reopag,ta) brevi conci,,. coda : « supe’ressetZTLT ** ^ terminologia che
ricorre ancor più volte nelIoVom 6 * 0 ''""' alla confusione che
abbiamo trovata di eb n r ’ Va r / 1 f 0n ® chiaro dalla spieoare Pian, ad duplum...
; am per negat’ionZ Z Z SÌnt ’ ut s, ' m ‘ propter) qualitates naturales per
abZntiam’m°h “*\ °“*^ (, leggi AVT SECVNDVM PRIVATIONEM, ut mors etvUaL n
tenebrae sanitas et imbecillitas. Su questo numi „ s, u contrarl “m, ut desuma
fonte che Isidoro (v. sopri la „mwn? aU ' n, ° alla, ne ' cavato malamente
dalle parole di 11 *.. : s °hanto che ha rie absentia. 1 ' BOEZIO ° una
distinzione tra PRIVATIO [De praedestinatione, 5, 8 n ì"». i,„,, i
oluntate posset simul dici « libera est iihe quomodo de eadem CONTRADICTORIE
dicuna,r, quia simul fieri n “ l>; haec enim nat.: comradictoZnJZ r p0ssunt
~ De divis. erit veruni, alterimi falsimi Non !«' 9'"a fient, et
necessario unum ”r l htsa calidario ZloaZ 7e sZZ versahter sint, sive
particulariter fi, : subjecto eodem, sive unidelia terminologia di BOEZIO
(clntradZ ** Vede ’ C è '"escolanza nota 113) con quella di M^ianoTl n ).
Copella (proloquium) De divis. nat., II, 29 n 597Pn*.n,ir in numero rerum
computi impossibile dicet.... De quibus quisquis alene T . pl,lloso P lum tium
coniraOwi-E, hi JZ’Z,u,‘Z,ZZ": hoc p Z£L~ illt razione la solita
enumerazione delle varie specie di definizione. Ma principalmente sono messe in
rilievo dallo Scoto, tanto frequentemente, proprio dal punto di vista formale,
le forme dell’argomentazione: e non soltanto troviamo in lui, in molti luoghi,
intrecciati nel testo, sillogismi formulati assolutamente secondo la regola
delle scuole, bensì ancora egli molto si compiace di menzionare, con i loro
nomi tecnici, sillogismi appartenenti alla topica. Ma appunto per quest’ ultimo
riguardo ha grande importanza per noi, che lo Scoto accuratamente distingua il
procedimento dialettico propriamente detto, cioè il sillogismo in generale,
dalla rimanente sfera puramente retorica, e per la dimostrazione dia importanza
decisiva alla sopito dispulutum est. È ben facile capire cbe questo è tutto
preso da BOEZIO. Quamvisque multae definitionum species quibusdam esse
videuntur, sola ac vera ipsa dicenda est definitio, quae a Graecis oòaubSr jj,
a nostris vero essentialis rocari consuevit. Aline siquidem aut
connumerationes intelligibilium partium oùatag, ai il argumentationes quaedam
extrinsecus per accidentiu, aut qualiscunque sententiarum species sunt. Sola vero oòauóSrjs id solum recipit ad definiendum,
quod perjectionem nuturue, quam definit, complet ac perjicit. Questo può essere
ricavato da Alcuino o da Isidoro (v. sopra le note 38 s.) o da BOEZIO. Tali
passi non si discostano da quella terminologia ch’è usuale in Boezio; così, p.
es., affirmativus, negativus, termini, diulectica proposito, jormula syllogismi
condilionulis, e così pure connexio (v. la Sez. XII, nota 141), e persino
tropus; inoltre troviamo ancora collectio e reflexio, che son termini propri di
Apuleio (v. la Sez. X, note 15 e 19). 81 ) Così, p. es., de praedest., 14, 3, p. 410; ibid.,
16, 4, p. 420. De div. nat., I, 49, p.
491 ; v. anche qui appresso le note 94 ss. 92 ) P. es., de div. nat., I, 27, p.
474: sunt loci diidectici u genere, a specie, a nomine, ab antecedenlibus, u
consequeiuibus, a contrariis, ceterique hujusmodi, de quibus nunc disserere
longum est. De praedest.: argumentum, quod ub
effectibus ad causam sumitur, locus a contrario e locus a similitudine, e
similmente più volte. Anche nel Comment. ad Muri. Gap. tres purles syllogismorum,
i. e. ab antecedentibusi, a consequentibus, a repugnantibus. Ma la conoscenza
di tutti questi loci lo Scoto la poteva ricavare esclusivamente de Cassiodoro.
'orma logica soltanto. Anzitutto cioè viene da lui attribuito già il più
eminente valore a quèlla formulazione del sillogismo disgiuntivo, che, da
CICERONE in poi, si e conservata nella tradizione come enthymema, e che per tal
via aveva avuto accoglimento anche nella Enciclopedia d Isidoro (e ripetuta la
stessa cosa, a proposito di Alenino: ed effettivamente Scoto in questa forma
del sillogismo ravvisa il punto culminante di tutti gl’argomenta, i quali
invero sono ancora pur sempre considerati congiuntamente ai signa i r ra in:
anzi la forma dell’entimema ha potere d’in•'«rio a qualificare l’entimema
stesso senz’altro come syllogismus: e in verità in un altro passo, dove dice
espressamente di volersi servire deIl’*ico8«i*Tix* le dimostrazioni che
seguono, sono appunto presentate esclusivamente in quella forma disgiuntiva; ma
nello stesso tempo egli assegna tuttavia decisamente alle forme del cosidetto
sillogismo categorico un posto ancor più eievato, appun to perchè queste non
appartengono al meccasumuntur. Qribm tanta ’rii inll [ R Stu " t
contrarietatis loco excellcntwe suae merito a ('rimri^'è'h""'' qt ‘°
(ìam privilegio conceptiones rLZ sicJZZ e,,lhymemnt “ dicantur. hoc est, munì
est illud, nuoci sumitur * '‘ rsu . met },orum omnium forlissicalium aptissimum
est. quo d ducitur "ab end" ° mnU,m . si S"°rum volhid.. m, 1 n
193 . „ \ tU, et >dem conlranetatts loco.
Diulècticisac RhètorZiseZnt"” ^ediyimus. a xaTavTC'fpaat .5 IW
4vtt*p«oi ^ TestZmTi’uZ grnmmaticis ver ° gnorumque verbalium nobilissima v
loT^T ar ^ n -n'orum stiri fine, e cfr. poi la nota 189 * qm appresso la nota
96 > concluditur, quodsemperesTn coni nulo °c" "" '',,r *
umento (ora segue un sillogismo della l'orma Non eZnVn'B* 4 ° “** ergo B non
est: v. la Se? Vili t.n i l 1 „ et
A est. Idem quoque syllogismiis hnr 'm 1 ' p a • XII, note 13 e 69 )....
cibici. 4 3 n T?J w connectitur (id. c. *.). àitoS.txxtx^ utamur,
primufnfadversus ZT"e uTl^’ * C *f" r sillogismi della forma
ricordata or ,U f ann,° S, '* U1| ° due parole, da uomo consapevole della
vitro* P °A S ‘ con queste Via igitur regia gradiZdtm, r, ?''' C ° ncIllsum est igitur.... vcrtendum, etc. ’ °
" d d^ternm, nec ad sinislram dinismo dell’argomentazione retorica,
apparentemente più efficace Bli ). Ma che questa preponderanza della forma
sillogistica sia stata anche subito sentita come tale dai lettori dello Scoto,
ci è confermato dalla ineccepibile testimonianza di un anonimo del IX secolo,
il quale dice che Scoto fa consistere la dialettica in un continuo incalzarsi e
cacciarsi (fuga et insecutio) delle proposizioni. Scoto, del resto, la
conoscenza delle forme sillogistiche da lui usate, la poteva ricavare
esclusivamente da 8l! ) Vale a dire, in occasione di una dimostrazione
piuttosto lunga, relativa alla immaterialità della sostanza ( de div. nat., I,
47 ss.), troviamo anzitutto, dopo le parole introduttive hus inique paucas de pluribus
dialecticas collectiones considera, due sillogismi categorici secondo il primo
modo della prima figura, c appresso segue un'argomentazione in forma
dilemmatica; ma dopo questa si trova la seguente transizione: l’t uulem piane
cognoscus,... hunc argumentalionis accipe speciem. [Discipulus] Acci piani ;
sed prius quondam formulalii praedictae argumentationis fieri necessarium
video. Nam praedicta ratiocinatio plus argumentum u contrario videtur esse,
quam dialectici syllogismi imago. [Magisteri Fiat igilur maxima propositio sic:
e ora seguono quattro sillogismi secondo il modo 2° della 1* figura, con le
parole conchiusive: huec formula idonea est; ma immediatamente appresso: [D.]
Hoc etiam certa dialettica formula imaginari volo. | M. | Fiat itaque fornuda
syllogismi conditionalis ; il che si verifica nella forma : Si A est, lì est, A
vero est; e dopo tutto questo si trova, per chiudere in maniera energica,
ancora un entimema: Si autem èvtì-upijiiaTOf. hoc est, conceptionis communis
animi syllogismum, qui omnium conclusionum principatum oblinet, quia ex his,
quae simili esse non possimi, assumitur, audire desideras, accipe hujusmodi
formulam. Riferita da V. Cousin, Ouvr. inéd. d’Abél: Secundum vero Joannem
Scottum, est dyalectica quaedam fuga et insecutio, ut cum quis dicit « omnis
honestus est », et insequitur alius dicendo omnis honestus non est, talis haec
disputatio fugae et insecutioni videtur esse consimilis. Se del resto già
l’abate Benedetto da Aniane [Francia Merid.], si lamenta di un syllogismus
deltisionis iipud modernos scholasticos, maxime apiid Scotos (Baluzii Misceli.,
ed. Mansi), non è leeito già inferire da ciò, che lo Scoto abbia potuto
ricavare la propria abilità dialettica da studi di logica che fossero con larga
diffusione coltivati nelle scuole della Scozia: bensì quel lamento si riferisce
esclusivamente a un singolo contrasto dommatico (riguardo alla Trinità), il
quale può esser denominato syllogismus nella sua formulazione, nè più nè meno
che cento altri simili Isidoro o da Marciano Capella, e non c’èun solo passo
che ci costringa ad ammettere eh egli abbia mai conosciuto anche gli Analitici
di Aristotele, nella traduzione di BOEZIO os ). [b) posizione dello Scoto,
rispetto alla dialettica Ma proprio questi elementi, che per così dire
appartengono alla prassi logica dello Scoto, ci apron la via per passar a
considerare anche la posizione teoretica di lui, nei rispetti della dialettica.
Nelle arti liberali in generale, egli ravvisa i prodotti di una naturale
attitudine dell amma umana, e pertanto un suo ornamento B8a ), in quanto che
esse sono le compagne e le investigatrici della sapienza "); ma nello
stesso tempo riconosce che quel che importa qui è la disposizione di spirito,
trovando hi particolare la dialettica, della quale è facile abusare, il proprio
compito essenziale nella lotta contro gli eretici 10 °). ) 1 oicliè questo
punto avrà ancora più volte importanza ner noi ho dovuto di proposito fin qua
richiamare còsi n inutàumnte rat’tenzione sopra le fonti della logica dello
Scoto. )G ommenl. ad Mari. Cup. [Artes
libe:tZ ] n, 0la iPSa amma P erci P' umur ’ nec uliunde assi,n,untar sed
nalurahier in anima mieli,gannir ; p. 30: Liberales disciplinar ’natu r ali ter
insunl in anima, ut aliunde venire non intelligunUir ■ et ideo TCTTìI ~, Cfr
q,,i appresso la noia l78 (cioè ri.-’ fi • ’’ ’• P430: ^ rrorem saevissimum
eorum (cioè de suoi avversari dommaUci) ....e* utilium discinlinarum alias, psa
sapienti a suas comites investigatricesque fie^voluTTdr S ira la notai 50),
ignorantia credtdenm sumpsisse primordio In un A ìSi " 4 "'“ » aZerS denTk 77™ Gotes UerumSez. XII note 84 J ST: Tt ^zrZiiri
uctìones ’ sensui subjacet: cirro nnnm ... . • P nr, ‘ l ' s _>'st, nulhque
corporeo versuntur. Al si illa incorporea est^nuTtìb' Ziter'vìd t omnia, quae
ani ei adhaerent, au, in P « subsistoZ, ' non possimi, incorporea sint 9 ‘slum,
et sine ea esse se immutabiles puro mentis contuitn „ t f r ! ale f* Q h*er res
per ' rontl ‘“" perspiaenlur in sua simplicisce anche il concetto di
genere in maniera del tutto realistica 115a ), anzi ripete minutamente la
dimostrazione, ricavata dal Pseudo-Dionigi, che essentia e corpus sono
totalmente diversi e non possono essere mai scambialino. In una parola, è un
avversario sistematico della sostanza individuale (del xóSe ti) di Aristotele.
[e) ontologia e dialettica], Ma dobbiamo riflettere che, per lo Scoto, tutta
quanta la sfera del molteplice (dimque infine anche la pluralità delle
categorie stesse) viene a cadere in quello stadio in cui la sussistenza concreta
è propriamente qualche cosa che non dev’ essere, perchè la pluralità è
provenuta per via di divisione dalla unità, e ha essenzialmente per funzione di
essere di nuovo risolta nella unità, e in tale processo proprio il punto
mediano dev’ essere quello di massima lontananza, sia dalla unità originaria
sia dalla unità finale. Così la formazione delle cose infinitamente molteplici
del mondo sensibile è la prima parte del processo, come dire una scissione
della Divinità: e Scoto spiega, in accordo con Gregorio da Nissa, il
manifestarsi concreto delle cose sensibili e in tute, aliler senati corporeo in
ali quii materia ex concursu earum facto compositae. Omnia erìim, quae
intellectus in rulione universaliter considerai, particulariter per sensum in
rerum omnium discretas cognitiones definitionesque partilur (dunque rSpiattxóv
delle definizioni speciali viene già a esser più pertinente alla sfera
sensibile. Il passo di BOEZIO).,ls ‘) Comm. ad Alari. Cap„ Genus est multarum
formarum substantialis unitas.... Est enim quaedam essentia quae comprehendit omnem
naturam, cujus participatione consistit omne quod est. Substantia generalis est multorum individuorum
substantialis unitas. De div. nat. Sed adversus eoa, qui non aliud esse corpus,
et aliud corporis essentiam putant, in tantum seducli, ut ipsam substantiam
corpoream esse, visibilemque et traclabilem non dubilent, quaedam breviter
dicendo esse arbitrar: f t autem firmius cognoscas, oòalav id est essentiam,
incorruptibilem esse, lege librum sancti Dionysii Areopagilae de divinis
Nominibus eie.: e a ciò fa seguito la dimostrazione estesa. generale la origine
della materia, con il fatto che alcune categorie vengono a trovarsi insieme,
per modo da poter essere apprese dai sensi) : e nello stesso tempo, in questo
generarsi, analogamente che per i filosofi precristiani, opera poi il fuoco,
come quello che dà la forma alle cose sensibili. Ma poiché ora, secondo lo
Scoto, non in altro che in questa molteplicità del mondo deve, per opera della
filosofia, essere scomposta (5iaipruxVj) la unità divina, e da quella deve da
capo partire la via da percorrere per il ritorno alla unità (àvaXtmxrj), quel
grado intermedio della pluralità acquista una speciale importanza anche per la
dialettica, poiché proprio in quella stessa pluralità del sensibile si viene a
contessere la favella umana, come mezzo di espressione. A quel modo perciò che
nelle cose sensibili le categorie, incorporee in se stesse, sono alla fine
diventate corporee (per quanto m maniera enimmatica e mistica), così anche il
linguaggio, in quanto è sensibile, afferrerà le categorie soltanto nella forma
verbale sensibile-corporea (per quanto parimente con un intrecciarsi di motivi
mistici), e appunto lo stadio intermedio della dialettica, vale a dire **? rh '
d ' 34 ’ Quantitàs vero, qualitasque. situs, et habifT \ nte \r COeu ’ ltes
mater iem.... jungunt, corporeo sensu per Wcl nU alluTT GregoriusN y s ^-orti*
raHonibu, ita esse ahud dicens matenam esse, nisi aecidentium quondam compositi
0, nem ex mvis.lnlibus causi® ad visibile® materica, pròcedentem [Lo Scoto cita
il Sermo « De Imagine» del NiTsen” ma forse parafrasa I cap^XXHHV del libro «
De hominis opificio *] interni 2 ’ 5' 494 S : Formarum al,l ‘e in oùoia. aline
in qualitate uVc" r; j ^ '"°' iOÌa « "‘bstantùdes speciel
generis ti^ 'seu mLtn* 8 ’ °, ‘"Tatque P° XÌ,Ì onem naturali um par “7
" Ì r r r «d quahtatem referri, formatnque proprie vomembra e [ l ",T
dl ? ìtt . am 1 en ‘ e « forma, bensì all’armonia delle membra e bellezza del
colorito] ex qualitate ignea, quae est color FXfrDe i rr tur Et h r n vocatur a
form °’ h ° r si rai ' d (v! 1 estus [De
I erborimi significata ed. Lindsay, p. 73] s v forma) Udum Sa rii diffinitione non dissential.... (PL 9
lj,y oj. ): Aristoteli genus, speciem, difjerentiam. propnum et accidens,
subsistere denegava (se. Minerva), quae Platani subsistentia persuasa. Aristoteli
an Plotoni magis credendum pulatis. Magna est utriusque aucloritas, quatenus rix audeat quis
allerum alteri dignitate praeferre [PL]. Cui
rei Aristoteles in libro Peri Ermenias congrua bis verbis: Sunt ergo ea quae
sunt in voce, earum quae sunt. Altre notizie ancora, appartenenti alla seconda
metà o alla fine del secolo X, possiamo citarle soltanto come documento del
perpetuarsi della tradizione scolastica; tal è il caso, quando vien riferito
che il vescovo \ olia n g o a Ratisbona in una disputa teologica trovò maniera
di applicare le varie specie in cui può esser diviso Yaccidens (a tal proposito
c degno tuttavia di nota, che il metodo dialettico viene denominato carnali^
antidotus), o quando vengono menzionati gli studi di logica, di lAbbone da
Orléans, che studia a Fleury e ivi successivamente insegna, e del vescovo
Bernward a Hilin anima passionimi nolae [cfr. BOEZIO, p. 216 e 297; Prima
cditio, I 1 ed. Meiser, Pars Prior, p. 36; Secunda edilio, I, 1, ed. Meiser,
Pars Posi.; PL, 64, 297 e 410], Omnis nota aUcujus rei nota est. Prius ergo res
est quam nota. Res ergo prius ponderando est, quum nota».... Boetius tir
eruditissimus in libro Peri Ermenias secundae editionis [p. 450; VI, 13, ed.
Meiser, Pars Post., p. 4a), Spira pret.. Analitici e Topica, e a proposito di
quest’ ultima, d’accordo con BOEZIO (de diff. top.), riconosca che i due campi,
dialettico e retorico, sono a contatto uno con l’altro, per accennare da ultimo
a Cicerone, rappresentante della retorica vera e propria, in quanto questa non
venga a ricadere nella sfera dialettica 206 ). [§ 22. Gerberto, figura ASSOLUTAMENTE
INSIGNIFICANTE: a) materiale degli studi di logica al tempo suo]. J "*) Il
1° Libro (ibid., p. 35) s'intitola: Primus libeUus de studiopoetae, qui et
scholasticus, e dopo aver trattato della poesia, fa seguire la filosofìa: Inde
ubi maiorum tetigit nos cura ciborum, Porphyrius claras nobis reseravit
Athenas, Qua multi indigente librabunt verba sophistae. Cernere erat quondam
vidtu pallente puellam. Pructica cui limbum pinxitque theorica peplum, Et licet
effigiem macularet parva (leggi: prava) vetustas, Ipsa tamen ternas suspendit
ab ubere natas (v. ibid. la tripartizione della sfera teoretica). Praeslitit
haec nobis summi subsellia ledi. Et postquam strato licuit discumbere cocco.
Proceduta senae turba comitante SORORES (cioè dialettica, retorica, ritmica,
matematica, musica, astronomia). Ingenui vultus non absque gravedine gestus
Adducit famulas praestanti corpore quinas (cioè le cinque parti che vengono
subito appresso) Omnia sub gemino claudens Dialectica puncto (il duplice punto
di vista è invenlio e io dicium, v. la Sez. XII, ibid.). Prima quidem (la
Isagoge) miles generali nomine pollens Insignita tribus (cioè genus, species,
difjerentia) unum selegit amictum. Hanc vice continua sequitur gradiente
secunda (le Categorie). Tertia (la teoria del giudizio) discredi quidquid
primaeva coegit, Dans operam sane cirros crispare secundae, Quos quartae
(sillogistica, cioè Analitici) solido collegit fibula nodo. Inslabilem fucum
lulit ultima (la Topica) quinque sororum Dodo quibus geminas decernens Graecia
jormas (cioè loci dialettici e retorici) Pinxit « quale » tribus, « quid sit »
reperendo duabus (cioè il Quale consiste in persona, tempus, circumstanliae , e
invece il Quid in definitio e descriptio), Ut reboant nobis deliramentu
Platonis (questo non riesco a spiegarlo). Inde suam stipai comilem pressura
sodalem Rhetoricam duplicis vestitam flore coloris, Quuc iaciens varias nervo
pulsante sagittas Monstrat hypothetici nobis spedaicula ludi. Et ioni cornuta
surgens ad sidera fronte Causarum rivos putido profudit ab ore. Sed postquam
illatas pepulit conclusilo lites Ipsaque gravigenas conipegit pace sophistas.
Omnibus asseculum veniente porismate laetis Sub pedibus Eogicae recubabat nexa
coaevae, Commissura tibi reliquie rum munia, Tulli. A ciò fanno seguito la
ritmica e le altre discipline nominate più sopra. Anche del famoso Gerberto
(Papa Silvestro II) dobbiamo anzi affermare la stessa cosa, che cioè egli,
senza originalità, rimase assolutamente irretito nella tradizione scolastica:
purtuttavia c’è d’ uopo bitrattenerci sopra di lui alquanto più a lungo,
appunto perchè a lui e al suo comparire si riconnettono notizie preziosissime
riguardo ai limiti ristretti, entro i quali era contenuta in quell’epoca la
trattazione della logica). Ci racconta cioè anzitutto un contemporaneo di
Gerberto, come questi in gioventù fosse iniziato alla logica da un chierico
eminente (probabilmente Giselberto) a Reims, dove poi incominciò subito la sua
operosità di maestro delle solite discipline scolastiche). Ma, come colui che
riferisce la notizia enumera a tal proposito distesamente e compiutamente anche
tutto m ) Per notizie sul conto di lui in generale, v. M. Buedincer, Gerbert’s
U’issenschaftliche und politische Stellung («Posizione scientifica e politica
di G. »), Cassel, e K. Werner, Gerbert !’• Aurillac, die Kirche und
Wissenscfiaft seiner Zeit (« G. da A., la Chiesa c la scienza del tempo suo»),
Vienna [2* ed.,J. a ®) Richeri Historiarum
(Pertz, :MGH, V, p. 617): luvenis igitur apud pupam relictus, ab eo regi
(cioè Ottoni) oblatus est. Qui (vale a dire Gerberto) de urte, sua
interrogatus, in mathesi se satis posse, logicae vero scientiam se addiscere
velie respondit.... Quo tempore G. Remensium archidiaconus in logica
clarissimus habebalur. Qui etium a I.othario Francoricm rege eadem tempestate
Ottoni regi Italiae legatus directus est (un arcidiacono di Reims in quel
tempo, con il nome incominciante per G, sarebbe Giselberto, presente al
Concilio d’ingelhcim: v. Marlot, Metropolis Remensis historia. Lilla; il
Buedincer e 1 Olleris; v. [per la precisa citaz. delPoperg;, ai quali si unisce
il Werner, pensano a Garamnus, menzionato [dal Mabillon] negli Acta Sanctorum
Ordinis S. Benedicti : Saec. [dove precisamente trovo ricordato il « Signum....
Geranni Archidiaconii »]. Cuius adventu iuvenis exhilaralus, regem adiit, atque
ut G.... o committeretur obtinuit. E G.o per aliquot tempora haesit, Remosque
ab eo deductus est. A quo etiam logicae scientiam accipiens, in brevi admodum
profecit, G....S vero cum mathesi operam daret, artis difficultate iictus, a
musica reiectus est. Gerbertus interea studiorum nobilitate praedicto metropolitano
commendatus, eius gratium prue omnibus promeruit. linde et ab eo rogatus,
discipidorum turmas artibus instruendas et adhibuiI [PL il repertorio di
scritti di logica, di cui si serviva Gerberto nell’ insegnamento, così veniamo
in possesso di un documento tanto importante quanto decisivo, per provare che
pur alla fine del secolo X restava ancora sempre sconosciuta la traduzione,
dovuta a Boezio, degli Analitici e della Topica di Aristotele: perchè proprio
di questi manca la menzione, mentre vengono citate in fila tutte le altre
traduzioni e i lavori originali di Boezio (v. la Sez. XII, note 72 s.); ed è
altresi degno di nota che Gerberto facesse venire l’insegnamento della retorica
soltanto di seguito a quello della dialettica, come pure che il cronista nel
suo racconto assegnasse ancora la retorica alla logica, trovandosi pertanto a
considerarle da quel punto di vista, che abbiamo veduto proprio d’Isidoro,
Alcuiuo e Hrabano (note 27, 54 e 79 di questa Sezione) 209 ). Ma ci viene
riferito inoltre che Gerberto si occupava di delineare una figura, nella quale
fosse rappresentata in una Tabula logica la distribuzione di tutte le cose;
venne tuttavia su questo punto a contesa con Otrico, e con ciò va messa in
relazione una disputa filosofica che si svolse =l *l Ibill, (in continuazione)
L4-6-8J : Dialecticum ergo ordine librorum percurrens, dilucidis senlentiarum
verbis enodavit. In primis enim l’orphyrii ysagogas id est introductiones
secunduin Pictorini rhethoris trunslationem, inde etinm easdem secunduin Mani
inni explanavit, Cathegoriarum id est pruedieamenlorum librino Aristotelis
consequenter enucleans. Periermenius vero, id est de interpretatione librimi,
cuius luboris sit, aplissime monstravit. Inde edam topica, id est argumentorum
sedes, a Tullio de Graeco in Latinum translata et u Manlio constile sex
commenlariorum libris dilucidala, suis auditoribus intimavi!. Necnon et quatuor de topicis
differentiis libros, de sillogismis cathegoricis duos, de ypotheticis tres,
diffinitionumque librum unum, divisionum aeque unum, utililer legil et
expressit. Post quorum laborem cum ad rhethoricam suos provehere velici, id
sibi suspectum erat, quoti sine locutiontim modis, qui in poelis discendi sunt,
ad oratoriam arlem ante perveniri non queat. Poelas igitur adhibuit quibus
ussuefactos, locutioniunque niodis composilos, ad rhethoricam trunsduxit. Qua
instructis sophistum adhibuit: apud quem in controversiis exercerentur, ac sic
ex urte agerent, ut praeter arlem agere viderentur, quod oratoris maximum
videtur. Sed haec de logica. In mathesi vero. etc.
[PL a Ravenna, al cospetto di Ottone II, allora quindicenne 21 °). Un’ altra
più minuziosa narrazione concernente questo colloquio, ci fa chiaramente
riconoscere, che sopra l’argomento i contendenti sapevano semplicemente a
memoria quel che aveva detto Boezio (nel commento alla Isagoge), e su tal
fondamento dibattevano la controversia, se cioè il concetto di RAZIONALE sia
più ristretto che quello di Mortale, o non piuttosto, viceversa, si dimostri
più ristretto quest’ ultimo Z11 ). Huconis monachi Virdunensis, abballa
Flaviniacensis, Chronicon (P'ertz, MGH) : Quo tempore Otrieus apud Saxones
insigni* habebatur.... Adalbero Romam cum Gerberto petebat, et Ticini Augustum
(cioè Ottonem) cum Ottico reperit, a quo.... duo tus.... Ravennani, et quia
anno superiore Otrieus Gerberti se veprehensorem in quudam figura cum
mulliplici diversarum rerum distribuitone (presa da Boezio, p. 25 (in l’orph. a
Vict. transl.: ed. Brandt; PL) monstraverut, iussu Augusti omnes pnlatii sapientes
intra pululium colletti sunt, tirchie piscopus quoque cum Adsone abbate
Dervensi et scolasticorum numerus non parvus; et coeptu disputatone, cum iam
pitene lotum diem consumpsissent. Augusti nulu finis impositus est. È
inconcepibile che il Werner, abbia potuto, con accento di biasimo, rinfacciarmi
di aver antccipato la data della disputa, riportandola all'anno 870, perchè
nella prima ediz. di questo volume (pag. 54) si poteva pur leggere chiaramente
il numero 970; senza poi contare che non è lecno ritenermi capace di far
partecipare a un dibattito nell' 870, un uomo che io stesso dò come morto nel
1003. "“) Richerj op. cit., e. 60 e 65, p. 620 s.: Otrieus.... a il:
«Quoniam pliilosophiae partes uliquol hreviter uttigisti, ad plenum oportet ut
et dividas, et divisionem enodes...... Tunc quoque Gerbertus: 4 ....secundum
Vitruvii (leggi Victorini ) atque Boctii divisionem dicere non pigebit. Est
enim philosophia genus; cuius species sunt. predice, et theorelice: praclices
vero species dico, dispensativam, distribulivam, civilem. Sub theoretice vero
non incongrue intelligunlur, phisica naturalis, mathematica intelligibilis, or
theologia intvllectbilis. La fonte è BOEZIO. Tunc vehementius Otrieus admirans
I versa circa la distinzione tra l’octu.s necessaria, l'actus non necessanus,
il quale ultimo ha origine a palesiate ovvero a subsistendo. e analmente la
pura e semplice potenzialità. Gerberto mette questa partizione in forma di
tabella: ma in ciò può ben ravvisarsi soltanto un modesto titolo di merito, poiché,
ch’egli non abbia neanche un solo pensiero suo personale. Io dimostriamo, qui
come apP m?’/ IC ? 1 no\emotiva di Monaco (C.od. lui. 14272), contiene questa
lettera. tuisce l’oggetto di giocherelli sillogistici: dopo averla
rappresentata cioè in modo assoluto come una disutilaccia, a Adalberone viene
in mente di saggiare logicamente la validità universale di questo giudizio
riprovativo, e procede ora a una disquisizione in forma dialogica, per
sostenere che il giudizio è singolare, che c’è un opposto contraddittorio del
giudizio stesso, e via dicendo: viene appresso l’invito a fornire a regola d’
arte la dimostrazione della inutilità di quell’animale 2S0 ) ; ciò si fa
percorrendo nel dialogo, in forma antitetica, l’intiero elenco dei giudizi
ipotetici 233 ), e a ciò si trovano anche fram-, hc riempie una pagina e mezzo
in folio (fol. 182 tO. Pare elle il titolo riferito più sopra sia stato
semplicemente combinato dal Pez. FUilco). Denique haec mula.... non esset
universaliter, seri polius aut particulariler aut indefinite, quae paene unum
suiti, inutilis proponendo.... Igitur quae particulariter quoquo modo utilis est,
omnimodis universaliter inutilis non est.
A(dalbero). Si hanc iauliiem atque
inhonestam indefinite vituperarem, veruni a falso non diseernerem, nam huius
mulae inutilitas, si universaliter esset dedicatila. particulariler esset
abdicatila (cioè sarebbero allora predicati nello stesso tempo concetti
contraddittori). Sed haec viluperatio
ncque universaliter ncque particulariter est determinata.... igitur quia
singularis est, neutrum horum est. F. Singulare dedicativum nonne suum hubet
abdicativum?... Putasne, universale propositio universali, purticularis
particolari, indefinita indefinitae sicut siaglilares contrudictorie
opponuntur? A. Piane opponuntur: si substantia fuerit, erit praedicativa, sive
sit sive non sit. F. Putasne. si accidens? A. Eodem modo opponuntur, si illud
fuit inseparabile. F. Omne inseparabile contrudictorie opponitur? A. Non. _F.
Illud tanlummodo cui aliquid possit uccidere, et illud dicitur substuntiale.
Sed nunc ex arte, non de arte, nostris affirmalionibus cum luis repugnantiis
hanc mulani esse inulilem atque inhonestam
onci nei profiteberis. Qui sono mescolate insieme la teoria di Boezio
(fin Ar. de interpr.. ed. seconda, II, 7 e III, 10: ed. Meiser, p. 117 ss. e
255 ss.; PL, e la terminologia di Alareiano Capella (ibid.. nota 66). 31 ) A.
Mula haec si claudicai, male ambulai; atqui claudicai : igitur male ambulai. F.
Mula haec si claudicai, mule ambulai: utqiii non claudicai; igitur non male
ambulai . A. Mula haec non. si claudicai, male non ambulai; atqui claudicat:
igitur male ambulai. F. Mula haec non. si non male ambidat, claudicai : atqui
non male ambulai; igitur non claudicat. A. Si valida non est. debilis est; atqui
valida non est; igitur debilis est, e via dicendo. 106 mischiate enunciazioni
di regole logiche) ma l’insieme, clf è
preso tutto quanto da BOEZIO, si chiude con l’accenno a lma causalità demoniaca
della inutilità della mula, una spiegazione, questa, che dovrebbe, a quel che
sembra, sodisfare ambedue le parti contendenti. Scolaro di Gerberto e panmente
Fulberto, vescovo di Chartres (dove nel 990 aveva aperto una scuola, e vi resse
la sede vescovile dal 100/ [o 1006] sino alla morte,che godette di grande
reputazione come conoscitore della dialettica 234 ), sì che persino gli f u
conferito il soprannome di Socrate dei Franchi). Ma, mentre assolutamente nulla
di preciso ci è noto, in ordine alla sua teoria F e' A ' et negalio semper est
in pruediculis nota 119) adhibetur,
vind/cat sibi vini contradictionis et modus in1 A Hon et eodZTn em P
°"" P, r “ cA ' c ""' s Sminati» subiectis. 4 7>liL
f'i nominali appresso da Tritenuo, sono
d. contenuto puramente teologico). erio iì““S . Ji Bereiim’SLST logica 23B ),
dobbiamo in ogni caso tenerlo in gran conto quale maestro di Berengario da
Tours, sebbene sia lecito argomentare che da Fulberto le conoscenze e
l'abilità, relative alla dialettica, erano ancora tenute del tutto lontane dal
campo teologieo-dogmatico, poiché per quest’ultimo riguardo egli esortava i
suoi scolari alla più rigorosa ortodossia 237 ). Ma possiamo, in generale,
scorgere un segno di più intensa operosità, relativamente alle condizioni di
quell’epoca, già nel fatto che di nuovo si procedeva ad apprestare compendi o
si elaborava con commenti continuativi il materiale esistente a uso delle
scuole, poiché, quantunque in ciò non donimi ancora una energia creativa
ùltimamente personale, purtuttavia si torna a ravvisare nella conservazione o
nell’ incremento del sapere logico il vero e proprio fine: l’attività si volge
cioè alla teoria come tale, sebbene senza originalità. [Anonimo rifacimento
metrico della Isagoge e delle Categorie: colorito nominalistico]. Cosi un A il
o n i ni o Ila rifuso in esametri la
Isagoge e le Categorie), per imprimersi nella memoria, con questo primo suo
lavoro, come dice egli stesso nella introduzione in prosa, indirizzata a un
certo Belinone, il contenuto di quei libri 239 ). Inco3, l La notizia, che
Fulberto abbia mandato la Isagoge allo « scholaslicus » di un chiostro (v.
Fui.berti Opera, ed. Villiers, Parigi 1608, Ep. 79, fol. 76 b [PL: Ep.) è priva
d'importanza. I Adelmanno, loc. cit., p. 3 [§ 6-8): obtestans per secreta
ilio.... [colloquiai..., et obsecrans per lacrymas,... ut illue omni studio
properemus, viam regioni directim gradientes, sunctorum Patrum vestigiis
obsenantissime inhaerentes, ut nullum prorsus in diverticulum. milioni in novam
et fallacem semitoni desiliamus etc. f PL. loc. cit. or ora, nella nota 2351.
Il lavoro è riprodotto a stampa, di su un codice di St. Germain (n. 1095), dal
Cousin, Ouvr. inéd. d’Abél., p. 657-669. ) Chi sia stato o dove sia vissuto
quel tal Bennone, non può mincia con il prendere da Boezio la divisione (Sex.
XII, nota 77) dell’ Organon aristotelico, e pensa a tal proposito che la
faccenda sia andata cosi: che cioè Aristotele abbia incominciato con lo
scrivere i primi Analitici, e poi, siccome questi erano riusciti
incomprensibili, abbia scritto appresso gli Analitici secondi, ai quali per lo
stesso motivo ha dovuto far seguito la Topica, come pure poscia il De interpr.,
e quindi ancora le Categorie; ma non avendo voluto Aristotele scendere, per
farsi capire, a un livello ancor più basso, e avendo perciò passato sotto
silenzio le quinque voces, è intervenuta qui per fortuna, a compier V opera,
l’attività di Porfirio. II contenuto della Isagoge viene poi spicciato molto
sommariamente con la semplice indicazione della definizione delle quinque voces
241 ), e indi fanno seguito le Categoricavarsi dalla introduzione, che si tiene
affatto sulle generali. Del no stesso lavoro dice ivi l'Autore: Quoniam
complurium mci ordinis scholusticorum, praesul venerande, oblatus tibi litteras
omni gradarum idacritate saepius te audio suscepisse,... tuue confisus....
pietati uliqua et ego offerre litterarum jocularia praesumo tliae maiestati.
Feri animus, Dei aspirante grada, quum puueissimis oratione metrica absolvere,
quod Porphyrii Isagoge et Aristotelis Calegoriae videntur in se continere. Quod
batic ob causam maxime decreta agere, ut, quae illi latius difjudere, breviter
collecta per me tenaci diligentius crederem memoriae. Nomina quoque grueca
quaedoni interposui, ubi lege metri constrictus latina non potili.... Id mihi
ne duculur litio, primum abs te, pater piissime, cui hoc litterarum munere
ingenii mei primitias immolo, deinde ab omnibus veniam /tostalo. ) lbid„ p.
658: Doctor Aristoliles, cui nomen ipsa dedit res, Ingenio pollens miro
praecelluit omnes. Hic, natis post se diulectica ne latuisset, Primos componens Analilicos
studiose. De syllogismis ratio perpenditur in quis, Credidit ut sapiens hos
planos omnibus esse. Sed cum nullus eis intellectu capiendis Sufficeret, rursus
tentai prof erre secundos : Quos ncque posse capi cum sensit. Topica scripsit ;
Hinc Perihermenias, postremo Cathegorias : Post quas finitas. descendere noluit
infra. Hic genus ac speciem, proprium, distantia, stritigens, Simbebicos edam
quid sint omnino tacebat. Porphyrius tandem cernens, nisi cognita quinque Haec
sint, bis quinus nesciri cathegorias, Cuique smini finem signavit convenientem.
(Cfr. anche Bokzio, p. 113 rio Ar. prued.. I; PL, 64, 160 s.] ; Sez. XII, nota 841. t Jbid. Dopo
la definizione delle cinque voces, si legge: Ni nimis est longutn. communio
dicier horuni (vale a dire ciò di cui rie. Dice espressamente l’autore, a
proposito di queste, sin dal principio, che si tratta lì non già delle cose per
se stesse, ma soltanto delle voces signativae delle cose 242 1, si che troviamo
qui una ripetizione di quel punto di vista nominalistico, considerato più sopra
(note 149 ss. e 159); ma hi ciò consiste anche tutto quel che di più importante
dobbiamo rilevare in questo compendio; poiché nel rimanente esso si tiene cosi
strettamente attaccato allo scritto pseudo-agostiniano intorno alle categorie
(Sez. Xll, note 43-50), che di l'atto lo si può denominare, in una parola, una
versificazione dello scritto stesso; tutfai più si può osservare inoltre, che i
numerosi termini greci, i quali vi figurano barbaramente trascritti, derivano
ugualmente da quella medesima fonte, dove pure si trovano abbastanza spesso
intercalati, restando con ciò molto semplicemente eliminata ogni ipotesi che
eventualmente sorgesse, relativamente a studi che fin d’allora si facessero
sopra l’originale greco 243 ). appreso viene a trattare Porfirio: v. la Sez.
XI, note 49 ss.), Non nos barrerei : sed malumus ergo lucere. Ne generelur in
his libi nausea discutiendis. :l: ) lbid., p. 658 s. : Post haec, bis quinus
pandamus cuthegorias. In quis rir doclus non ex ipsis quasi rebus, Sed signativis de rerum
vocibus orans. SuiniI ab omonymis tractandi synonymisque
Principium eie. ***) Poiché tutto questo scrino è semplicemente una ripetizione
metrica di quello del Pseudo-Agostino, appare superfluo fare citazioni
particolari. Ma per quel che riguarda i termini greci, spiegati per lo più in
latino con glosse interlineari, può ricordarsi: usya, simbebicos e simbebicota,
enarithnui (àvdpiitpa : Sez. XII, nota 43), epiphania (a proposito della
quantità) T6601, poi, a proposito delia relazione, Pesametro 1662): Thesin,
diuthesin, episthemin, estesili, exin (cioè èiuaxrjprjv, aloDijoiv, IJ'.v e
similmente [ il). | Dicilum ornile quod est, rei eneria dinamite (cioè évspysJa
e Suvàpzi), come pure, a proposito della qualità 16631: Exis, diathesis,
phisices dittamis poelesque (rcoiÓTrjg Passibilis, potius seu pathos, scemala
morphue (axtipaTa popcff,c), nella Sezione che tratta degli opposti 1667
\habitus sleresisque atépr,oi;, e, a proposito del postpraedicamentum del moto
[668-9] : Auxesis, megesis, genesis, florus, aliusis. Et Itala ton joras,
metabeles associato (cioè aB(;l}Olg, |ia£o)atg, YÉvEatg, àXÀoùasig, xatà xòv
tónov, pexagoXtJ). no [§26. Intensa attività della Scuola di S. Gallo.
Notker Labeo: a) un Tractatus insignificante ].Ma principalmente a S. Gallo noi
troviamo, intorno a quell’epoca, una più estesa rielaborazione del materiale
logico in uso nelle scuole, e per tale riguardo spetta in ogni caso al famoso
NotkerLabeo il merito di aver dato P impulso e diretto la esecuzione, sebbene
non tutt’ i lavori dei quali qui si tratta, sieno venuti fuori proprio dalle
sue mani 24 *). Non c’è dubbio che qui pure il fondamento è dato solamente dal
materiale tradizionale, e non c’ è da aspettarsi propriamente novità 245 ): ma
questo materiale tradizionalmente trasmesso è in parte trattato tuttavia in
maniera più libera, mostrandosi in ogni caso un interesse, che si volge con
abbandono all’ oggetto della trattazione per se medesimo. J4 *) Mentre cioè J.
Gbimm («Gott. Gel. Anz. », 1835, N. 921 è (li opinionr che Notker sia l'autore
unico di tutti quegli scritti, e a questa opinione aderisce incondizionatamente
anche H. Hattemer iDenkmiiler des Mitteltdters « Monumenti del M. Evo », III
[S. Gallo, p. 3 ss.), ci sembra invece più giusto, tenuto conto della diversità
intrinseca di quei lavori, ammettere con W. WackerNACEL I Orse il ichte dir
deulschen Lilteralur «Storia della letteratura tedesca », p. 80 s. 12* ed.,
Basilea 18791 : v. di lui anche la orazione accademica sopra le benemerenze
degli Svizzeri verso la letteratura tedesca, Basilea 1833) che le opere recanti
il nome di Notker sieno state composte da vari autori, semplicemente sotto la
direzione di lui: rfr. inoltre appresso la nota 262. FI1 Franti non cita Die
Schriften Natkers und seiner Scinde (« (ili scritti di Notker e della sua
scuola») editi da P. Piper, Voi. I (Scritti di argomento filosofico).
Frihurgo-Tubinga, 1882], ' 45 l Cose straordinarie si posson leggere invero
nella Geschiehte Din St. Gallai («Storia di S. Gallo») di Ild. v. Arx. Nella
Dialettica, ch’essi dividevano in Logica, Peripatetica, Stoica e Sofica [sic/l,
furono loro maestri Aristotele, Platone, Porfirio e BOEZIO: eran loro ben note
le dieci categorie e le Periemerie del primo tra essi, le cinque Isagogi di
Porfirio e il metodo d’insegnamento di Socrate. Ma nientr’ è facile scorgere
subito che tutta questa notizia può fondarsi solamente sopra la più crassa
ignoranza dell'autore, si dovrebbe supporre tuttavia ch’esso abbia ricavato da
mi qualche manoscritto la informazione che dà, relativamente alla partizione
della dialettica; tuttavia anche su questo punto sono -tato messo tranquillo
dal mio amico e collega Hofmann, il (piale, in occasione di sue ricerche
personali, fece a S. Gallo Tra questi scritti il più insignificante è un «
Tractatus inter magistrum et discipulum de artìbus »: l’autore infatti si è
limitato qui a riassumere il Compendio di Alenino (v. sopra le note 48 ss.),
conservandone la forma dialogica, e ha inoltre utilizzato in compendio anche
BOEZIO, ma epiest ultimo soltanto da principio, cioè a proposito della Isagoge
e della categoria della quantità 24 °). [§ b) rifacimento delle
Categorie]. Invece un più diligente
studio delle opere di BOEZIO e una rielaborazione alquanto più libera del
materiale che vi si trova, sono manifesti in altri due scritti, notoriamente di
somma importanza anche per la storia della lingua tedesca, cioè nel rifacimento
delle KaTTjyopi'at, e nel rifacimento del libro IlepUppTjvelas 247 ). Il primo
di questi scritti si attiene in complesso rigorosamente, quanto al testo, alla
anche nel mio interesse una verifica relativamente alle opere di logica, ma non
potè trovare assolutamente nient’altro, all’ infuori da quali t’è stato di già
pubblicato, o per lo meno accennato dal (iraff. dal Wackernagel e dallo
Hattemer; v. anche appresso nota 271. ’ / bsisle manoscritto alla Biblioteca
Governativa di Monaco (Coti. lat..), di dove lo Hattemer ( Denkm. d.
Mitlelalt.. [già Cil.l, III, p. 532 ss.) trasse per pubblicarle le sole intestazioni
dei capitoli. La partizione della filosofia e della logica è quasi
letteralmente presa da Alcuino, ma dove si tratta delle quinque voces, la '
numerazione delle diverse loro sottospecie e gli esempi illustrativi -ono
ricavali da Boezio; la Sezione che tratta delle categorie è da principio un
riassunto da Alcuino, con omissione degli homonyni" ecc.; e dopo che di
nuovo è stato utilizzato Boezio, solamente riguardo alla categoria della
quantità, si viene in seguito a parlaridelie rimanenti categorie, attingendo
parola per parola ad Alenino, ma soltanto fino alla categoria dell’/iufiere: e
da quell" unica proposizione esemplificativa (v. qui sopra la nota 57) si
passa subito, con la intestazione Quid su,il formulile syllogismorum, alle
notizie !" -Alcuino intorno all argomentazione, le quali sono altrettanto
'"eraunente riassunte, quanto le seguenti che riguardano Biffi niil( *\
topica e Periermertine. .. 1 F ;^ P 7 Ìo 24S ). ma frammezzo al testo, periodo
traduzione di Boezio t n te per periodo, vi è intrecciata una spiegazione,
contendi, S ua volta la parte più importante del commento dello «Z Boezio, e a
BOEZIO una volta Fautore espressaniente si richiama: molto spesso la
dimostrazione queste spiegazioni viene articolata ne suoi e 1 maniera
perspicua, mediante cenni sommari del conte unto o altre intestazioni, anzi
anche con la indicazione Propositi io, Asmmptio, Conclusi o«): e gh esempi
esplicativi sono in alcuni luoghi personalmente escogitati da Notker; si può
osservare ancora che Fautore, con manifesta predilezione per la geometria, s
indugia piu a lungo e con maggiore originalità su quei passi, che contengono un
accenno a tale disciplina • re) rifacimento del De mlerpretalione). Il
rif"'" menlo del II.pt nlliene «« 1»"• a 1 ™r«n «tesso della
storia della logica, lo ho prealcun influsso nel torso, zwe i altesten
Compendien srwfttiSX* gj d r p,l l8™“,b ‘ di logica in tedesco»), Monaco,, ^
aria ’ zion ;. ta,l V olta sono abbrevT.zSi od Soni ^ *
dere, e via dicendo. a pedo mule [el disposino ist PÌP -; €o S t 4 p. lC
eTaT4 a n9 le s Quesfulti.na terminologia è presa da Hoizio. de syll. hyp.\ v.
la nota a • intu itiva «) A questa maniera non soltanto lp. WZ ss. « u5
mediante disegni "jò^l'^niTesaurita la trattazione della *„ .... diseano
diverso che in Roezio. to al testo, parola per parola alla traduzione di
BOEZIO, e i commenti che si trovano alla stessa maniera intrecciati anche qui,
si fondano parimente sopra il commento di Boezio, del quale l’autore, come
accenna egli stesso, ha utilizzato ambedue l’edizioni ***). Ma ha importanza la
introduzione, eh’ è premessa all’ insieme, in quanto che novamente c’
imbattiamo qui pure nel punto di vista nominalistico, che ravvisa nel
significato delle parole l'oggetto delle Categorie; ivi inoltre, notizie, ed espressioni
tecniche, tratte da Marciano Capella, vengono intrecciate in maniera
caratteristica con quelle osservazioni die riguardano l’ordine ili successione
dei libri dell’ Organon, e che sono ricavate da BOEZIO: e appunto rispetto a
queste ultime notizie, ci è consentito ancora di ricavare dagl’ ingenui
equivoci dell’autore la conchiusione sicura eh’ egli conosceva gli Analitici e
la Topica di Aristotele, proprio soltanto per sentito dire, da quel passo di
BOEZIO, Hattemer, p. 474 a [ ed. Piper, p. 511: rifacimento del De interpr.,
Lili. I, 111: Est hoc \tractare 1 nlterius negotii. Taz isl anders uuur
zelerenne, samoso er chade, lis mine metaphisicu (v. BOEZIO, p. 230 [ in de
interpr., Prima editio: ediz. Meiser, I, 5, p. 74; PL, 64, 3151), dar lero ili
tih iz. Ahere boetius saget iz fure in, in secunda editione etc. (cioè Boezio,
p. 326 I ih., Seeunda editio: ediz. Meiser, II, 5, p. 101; PL. [Est hoc
alterius negolii. Ciò dev’essere insegnato in altro luogo; così disse egli:
«leggi la mia Metafisica; li te lo insegno». Ma BOEZIO lo dice apertamente in
secunda editione ete. (Della traduzione, di questo, come dei segg. passi di N.
L., debbo esser grato alla dottrina, tanto cortese quanto sicura, del rh.mo
collega BATTISTI (si veda). Neanche mancano qui quelle figure, con le quali
BOEZIO rende intuitiva la teorica del giudizio, e anzi per esse l’autore
rinunzia a servirsi del tedesco. “’) ìhid.. p. 465: Aristotiles sreib
cathegorias, chunl zcluenne, uutiz einluzziu uuori pezeichenen (cfr. più sopra
le. note 149 ss., 159 c 242, e subito appresso la nota 256); nu lutile er samo
chunt ketuon in periermeniis, uuaz zesumine gelogitiu bezeichenen, an dien
veruni linde falsum fernomen uuirdet; tiu latine heizent proloquia; an dien
aher neuueder uernomen neuuirdet, tilt eloquio heizent (la fonte di questa
terminologia, vedila in Marciano Capella, Sez. XII, nota 51, e in Agostino,
ibid., nota 33); tero uersuiget er an disamo buoclie. I nandù ouh proloquia
geskeiden sint, unde einiu heizent 8. il «De parlibue loicae»; nominalismo]. Un
altro scrittarello, intitolato « D e partibus loicae»™) si presenta come una
compilazione compendiosa per uso delle scuole, essendovi anzitutto enumerate le
sei parti* della logica, compresa la prima, che fu aggiunta da Porfirio alle
cinque aristoteliche) : alla enumerazione fa poi Simplicio, dar eia uerbum ist,
ut homo uiuit, andenu duplicia, dar zuei ucrba sint, ut homo si uiuit spirat,
so leret er hier simplicia, in topicis leret er duplicia. Fone simplicibus
uuerdent predicatoli syllogismi, jone duplicibus uuerdent conditionules
syllogismi (la fonte di questa distinzione, in BOEZIO: A ah periermeniis sol
man lesen prima analitica, tur er beidero syllogismorum kemeina regida
syllogislicam heizet: taranah sol man leseti secunda analitica, lar er sull
Arrigo leret predicutinos syllogismos, tie er heizet upodiclicam (anche chi
avesse dato appena una occhiata superficiale agli Analitici stessi, non si
potrebb esprimere a questa maniera); zc iungisl sol man lesen topica, un diener
oidi sunderigo leret conditionales, tie er heizet dialecticam. Jiu purtes
heizenl samenl logica. Nu uernim uuio er dih ielle zuo dien proloquiis (anche
nel commento stesso, accanto alla terminologia di BOEZIO, vediamo sovente
figurare proloquium). [Aristotele scrive le Categorie, per indicare che cosa
significhino le parole isolate. Invece nelle Periermeniae egli stesso
dichiarerà quello che significano le combinazioni di parole, con cui viene
enunciato il verum e il falsimi, e che in latino soli dette proloquia ; se
invece non viene enunciata nessuna delle due cose, «on dette eloquio. Ala su
ciò egli tace in questo libro. Inoltre anche nei proloquia si può fare una
distinzione, e taluni, p. es. « homo viviti, in cui c è un verbo solo, vengon
detti « simplicia », altri, in cui ci sono due verbi, p. es. « homo si vivit
spirat», vengon detti « duplicia». Dei simplicia egli ragiona qui, dei duplicia
nei Topica. Dai proloquia semplici si fanno i predicativi syllogismi. dai
duplici i conditionales syllogismi. Dopo le Periermeniae, si leggeranno i primi
Analitici, dove si chiama sillogistica la regola comune agli uni e agli altri
sillogismi; dopo di che si leggeranno i secondi Analitici, dov’egli insegna
separatamente i sillogismi predicativi, la cui regola chiama apodittica; per
ultimo si leggeranno i Topica, dove insegna separatamente i sillogismi
condizionali, la cui regola egli chiama dialettica. Queste parti
complessivamente portano il nome di logica. Ed ora apprendi coni’ egli ti guida
ai proloquia (ed. Piper, p. 499, op. ull. cit., « Praefatiuncula »)]. 251 )
Edito, di su un manoscritto zurighese, dal XX ackernacel negli Altdeiilsche
Bliitter (« Fogli Altotedeschi ») di FIaupt e Hoffmann, II, p. 133 ss., e dallo
Hattemer, op. cit., p. 537-540. *“) Hattemer, p. 537: Quot sunt partes logicue?
Quinque secundum Aristolelem, sextum partem addidit aristotelicus Porphirius;
quae sunt: isagoge, calhegoriae, periermeniae, prima analitica, secunda
analitica, topica. seguito una più o meno lunga indicazione del contenuto delle
parti stesse. Dopo che cioè della Isagoge sono state citate soltanto, nella
traduzione di Boezio, le definizioni delle quinque voces, viene brevemente
illustrata mia sola delle categorie, la sostanza, senza che sieno neanche
nominate le altre nove, ma in tale occasione viene enunciata 2o6 ) la
concezione nominalistica, ancor più nettamente di quel che s’è veduto or ora,
alla nota 253; segue poi, riguardo ai giudizi, la semplice enumerazione delle
quattro specie (universale affermativo, universale negativo, particolare
affermativo, particolare negativo), tratta da Marciano Capella e con la
terminologia di lui 2r ‘ 7 ). Ma ciò che viene detto poi intorno agli Analitici
primi e secondi, ha ugualmente per fondamento quello stesso passo di Boezio,
dove questi espone 1’ ordine delle parti dell’ Organon, e certo neanche qui è
fatto uso della traduzione da lui curata degli Analitici 23S ). Infine si
tratta minutamente della Topica, e anzi in piena conformità con Isidoro (v.
sopra la nota 39), aggiungendo qui 1* autore proverbi tedeschi come esempi dei
singoli loci 259 ). fe) scritto De syllogismis, e sua importanza ]. Ma il più
importante fra tutti questi scritti, provenuti da : “ 8 ) Ibid., p. 538 a: Quid
tractutiir in cathegoriis? Prima rerum significano et quid singulae dictiones
significent, utrum substantiam an accidens etc. sn )Ibid.: Quid narratile in
periermeniis ? Quid consideratile in primis analiticis? SILLOGISTICA quae est
communis regula omnium sillogismorum, necessariorum et probabilium,
cathegoricorum et ippolhelicorum, item praedicativorum et condilionalium
(raddoppiamento insulso, risultante daH’aver tirato dentro la terminologia di
Marciano Capella. Quid traclatur in secundis analiticis? Apodictica id est
demonslraliva quae demonstral veritatem, id est necessarios siilogismos. w ) È
parimente copiato da Isidoro (nota 27) quanto lo Hattemer (ibid., p. 530 s.)
riporta, da un altro luogo dello stesso manoscritto, intorno alla differenza
tra dialettica e retorica. S. Gallo, è la monografia De syllogismis 2G0 ) ;
poiché, sebbene si fondi parimente ancli’essa sopra una compilazione di
materiale svariato, il suo autore, con un maggior corredo di letture, mette
mano qui anche sopra cose, per cui non bastava una conoscenza puramente
superficiale dei compendi scolastici d’Isidoro o di Alcuino; inoltre egli
conserva una notevole indipendenza, in quanto che mostra la tendenza verso una
interna, unitaria finalità della logica: con la esposizione di tale finalità si
chiude la monografia. Prima viene enunciata ) la definizione del SILLOGISMO,
presa da Marciano Capella, con l’aggiunta di alcune parole della Retorica d
Isidoro, e qui già un considerevole
numero di esempi in tedesco serve a chiarire la trattazione: poscia 1 autore,
facendo uso di una terminologia mista, presa sia da Marciano sia da Boezio,
adduce la divisione dei sillogismi in categorici e ipotetici 2 ' 12 ); presenta
quindi, attingendo a Marciano (Sez. XII, note 63 e 67), le parti costitutive
del sillogismo categorico e del giudizio categorico), per far poi seguire a ciò
la esposizione integrale dei diciannove modi del sillogismo, la quale è tratta
da Apuleio (Sez. X, 1 Integralmente riprodotto a stampa nello IIattf.mer; in
forma di estratti, nel Deutsches Lesebuch [« Antologia tedesca»] di Gucl.
Wackfrnacel, I, p. Ili ss. ) C. 1, ibid., p. 541 a: Quid sii syllogismus.
Syllogismus graece, lutine dicitur ratiocinatio.... quuedam indissolubilis oralio
.... quae~ dam orutionis catena et inficia ratio. Et ex iis videntur quidam
esse qui latine dicuntur praedicativi, alii autem qui dicuntur
conditionales.... (p. >12 b) Constai autem omnis syllogismus proloquiis i.
e. proposilionibus. Dalle parole che
vengono appresso proloquia dicumus
cruezeda, similiter proposiliones cruezeda [ incroci, combinazioni di voci CI,
itera proposiliones pietunga O Bietungen », offerte, trad. lett. di
proposiliones 3, alii diami pemeinunga [« Bemeinungen », enunciazioni) risulta
altresì che in ogni caso erano in parecchi a occuparsi di simili rifacimenti
della logica Od. Piper: r r hti minori, attinenti a Boezio, lì : «/le
Syllogismis », 1], Cioè sumpta, illatio, subiectivum, declaralivum.n-ote 18
ss.), e chiarita con esempi tedeschi, che son opera dello stesso compilatore 2M
). Si passa quindi ai sillogismi ipotetici, e anzi per prima cosa viene presentato,
alquanto liberamente elaborato e con intercalati termini di Boezio, quel che su
tale argomento si ritrova in Marciano: solamente appresso trova posto la
indicazione compiuta dei sette modi sillogistici enumerati da Cicerone (Sez.
Vili, nota 60), e illustrati qui con una minuta spiegazione, che l’autore trae
dal commento di BOEZIO alla Topica di CICERONE, e correda parimente di esempi
in tedesco 20 °). Ma ora c’ era pur iuoltre in Isidoro un syllogismus rhelorum
(v. sopra la nota 43), e in connessione con quanto da lui era stato detto,
viene colta qui la occasione di passar a considerare più minutamente la teoria
retorica, illustrandosi, con esplicito rinvio a CICERONE (de Inventione, v. la
Sez. Vili, nota 59), l’argomentazione retorica, e facendosi uso perciò di un
esempio che si trova in Cicerone stesso 2B7 ). Ma subito 1’ autore s’industria
di ricondurre al sillogismo categorico tale specie di sillogismo, in quanto che
questo è adeguato all’ esigenze formali della riprova della verità, accennando di nuovo sulle orme di Boezio agli
elementi semplici dei sillogismi in generale 2B8 ), e a ciò unendo spiegazioni
reC. 3-8, p. 543-47. ) C. 912, p. 548 s. L’espressioni usate «la Marciano
vengono qui intese come specifica terminologia, cioè: pro/Htsitio, assumptio,
conclusio. **) C. 13, p. 55(4553. Qui LA FONTE è BOEZIO, ad CICERONE Top., V,
p. 831 [PL, 64, 1142] ss. I C. 14, p. 553 a: Transeunt vero syllogismi et nd
rlietores iam latiores et diffusiores factì.... Ilorum esempla sunt upud Ciceronem in libri*
Rhetoricorum. L’esempio ciceroniano del governo delI universo (de Invcntione,
I, 34, 59), elle del resto figura anche in BOEZIO, de cons. phil., I, p. 958
[PL,, viene poi svolto parimente in tedesco. l Ibid., p. 554 a: Praedicntivus
est ille syllogismus nut condi lative al giudizio 269 ). E dopo che a ciò hanno
fatto seguito disquisizioni etimologiche sopra alcuni concetti, affini per
significato al syllogismus disquisizioni
che sono tratte o direttamente da Isidoro, o dal così detto Glossario di
Salomone (v. sopra la nota 185), e in parte anche da BOEZIO 27 °) vien approfondita, in base alla Topica
ciceroniana, la differenza tra dialettica e apodittica 2T1 ) ; tale differenza
coincide con quella tra sillogismi ipotetici e categorici, ma proprio per
questo, nel fine unico della scoperta del vero, si risolve in ima superiore
unità, poiché con il magistero del ragionare si apprende ogni verità umana,
mentre il divino trascendente s’intende senza tale arte 272 ). tionulis?....
Piane ergo praedicativus est.... nam et omnes purtes syllogismorum, sire
propositio sive approbalio sive sumptum sive illatio sive conclusio sive ut
alii dìcunt complexio (v. la Sez. Vili, nota 59) aut confectio, communi nomine
enuntialio vocantur (v. ibid. la nota 45). La fonte di questa riduzione alla
proposizione semplice è Boezio, ad Cic. Top., V, p. 823 [PL, 64, 1129]: cfr.
anche la Sez. XII, note 131 e 140. "’) lbid.: Est autem enuntialio oratio
verum aut falsum significans.... huius species sunl affirmatio et negatio (Sez.
XII, nota 111): successivamente si vien a trattare, in lingua tedesca, di
assumptio, illatio, conclusio. OT ) C. 15, p. 555 a: Cioè sopra ratiocinari,
disputare, iudicare, experimentum ; e inoltre: argumentum dicitur, ut BOEZIO
(ad CICERONE Top., I, p. 763 [PL, 64, 1048]) placet, quod rem arguii i. e.
probat. '”) C. 16, p. 556 a: Quuerendum autem magnopere est, quare CICERONE
dialecticam in ypolhelicis tantum conslituerit syllogismis.... Est enim medius
inter Arislolelem et Stoicos (forse che quella tale notizia, accennata più
sopra, nota 245, I. v. Arx l’ha attinta di qua?).... Proplerea Boetius
Arislolilem in thopicis dialecticam et in secundis analiticis apodicticam
docuisse testalur, cioè il complesso è preso da BOEZIO, ad Cic. Top., I, p. 760
LPL, 64, 1045] g., dove si trova uno svolgimento ulteriore del punto di vista
ricordato. De potentia disputandi, i. e. Fone dero muhte des uuissprachonis. Si
ergo satis intellectum est, omnem apodicticam constare in decem et novem modis
syllogismorum et dialecticam in septem modis syllogismorum, non sit dubitandum,
totam earum utilitatem esse in invenienda veritate. Ube niunzen sloz
apodicticae unde sibeitiii dialccticae muda gelirnet sin, so uuizin man
dormite, duz sie nuzze sint, alla uuarheit mit in zeeruarenne [Quando si sono
bene appresi i 19 sillogismi apodittici e i 7 dialettici, con ciò Così
l’autore, la cui concezione già con questo ci rammenta, in maniera tanto chiara
quanto consolante, 10 Scoto Eriugena (note 111-120), può, per la sfera della
umana aspirazione alla verità nel mondo di qua, enunciare una definizione
unitaria della logica, nella quale ha la propria essenza la dialettica «ovvero»
apodittica: e quel ch’egli trovava detto già da Boezio (Sez. XII, nota 76),
prende da lui mia espressione più precisa ed energica, là dove dice,
analogamente allo Scoto, che la logica è la scienza del giudicare o disputare
273 ) : perchè 11 potere della forma, che si manifesta nei sillogismi di
qualunque specie, è per lui quel che decide, è il termine, nel quale vengono a confluire
tutte le differenze che si manifestano entro la sfera della logica 274 ); la
retostesso apprendiamo che essi giovano a riconoscere ogni sorta di veritàl. Omnia
enim his Constant, quae in humanam cadunt rationem. Al daz menniskin irratin
mugin, taz uuirdit hinnan guuissot [Quanto gli uomini arrivano a intendere,
tutto viene saputo con questo mezzo]. Divina excedunt humanam rationem,
intcllectu enim capiunlur. Tiu gotelichin ding uuerdent keistlicho uernomen ane
disa meistrrskaft ILe cose divine vengono apprese con l’intelletto, senza
questa maestria (nel ragionare) (ed. Piper. Quid sit dialectica vel apodictica.
Ergo diffinienda est dialectica sire apodictica, possunt enim unam et eandem
suscipere diffinitionem in hunc modum.. Dialectica est sive apodictica
iudicandi peritia vel ut olii dicunt disputandi scientia (proprio questo già si
trova anche nello Scoto, v. sopra la nota 112). Meisterskafl chiesennes linde
rachonnis, taz ist dialectica, taz ist ouh apodictica [La maestria nel
giudicare e nel disputare, è la dialettica o l'apodittica (ed. Piper, ed. Piper, ibid.] :
l'rius diximus. quia ratio est quae ostendit rem. Reda skeinit uuaz iz ist. Pi
dero redo sol man chiesen. ube iz uusen nuige.... Taranah mag er [Il discorso dimostra quel che una
cosa è; con questo discorso si ricercherà se una cossa possa sussistere. In
seguito egli potrà] rachon i. disputare, ioh [e anche] uuarrachon. i.
ratiocinari.... Ter uuarrachot. ter mit redo sterchit. linde ze uuare bringel.
taz er chosot. Reda errihtet unsih allis tes man stritet. Ter dia chan uinden.
(p. 621) der ist [Ragiona colui che con il suo discorso rafforza e dimostra
quanto ha ricercato.... Il discorso c’istruisce in tutto ciò su cui si viene a
contesa. Chi può trovare questo, è un] index, ter ist raliocinator. ter ist
disputator. Ter ist argumentator. ter ist dialecticus. der ist apodicticus et
sillogisticus. rica invece, la quale serve soltanto alla verisimigliauza ma non
già alla verità, è perciò situata su di un altro campo, mentre quel che c’è di
comune e di più veramente omnicomprensivo è la espressione verbale (verbum),
nella quale deve spaziare così il sermo filosofico come anche la diclio
retorica. Ma proprio per questa ragione il punto di vista che è per l’autore
assolutamente ovvio e naturale, è quel punto di vista nominalistico, che
abbiamo trovato nello Scoto, poiché la differenza tra vero e falso, cioè
l’oggetto di ogni atto giudicativo o di ogni disputa nella sfera della logica,
può manifestarsi solamente nella forma di giudizi umani, e anche i
praedicamenta non sono appunto nient’altro che enunciazioni 276 ). Comunque, è
una cosa che ci fa veramente piacere, esserci qui imbattuti in un autore, che
sa quel che si vuole, e per noi questo scritto è infinitamente superiore ai
giocherelli pedanteschi e senza costrutto di un Gerberto o di un Anseimo; è
anche ben difficile imaginare che si sarebbe venuti a presentar le « prove
della esi) C. 19, p. 558 b [ed. Piper]: Nec panini hoc altendendum est. quantum
intellectu quaedam distata, quae simili modo solent interpretati, ut sunti
verbum, sermo, dictio.... Qiuie si unum significatela, nequaquam sermo daretur
philosophis, dictio vero rhetoribus; ut auctores docenl (cioè Isidoro: v. sopra
la nota 27); nani et Aristotiles dialecticum, quae interprelatur de dictione,
ad rhetores traxil et voluit eam esse in argumentìs rhetoricis, i.
probabilibus, quae ille iudicavit esse (nel manoscritto: rum esse) discernenda
a necessariis argumentìs, de quibus fiunt ypothetici syllogismi et tota
dialecticu, ut Cicero docuit (v. Boezio, cit. nella prered. nota 271).... Dignior est namque sermo et
gravior, ut sapientes decet, dictio humilior est et plus communis data
rheloribus. Verbutn autem omnium est. ■ ''> IbidEt in interpretando proprie
sermo (cfr. la nota 321[?]) saga diritur. sic et enuntinlio, quae similiter philosophis
tradita est. et disputantibus necessaria est. quia inest ei semper veruni aut
fcdsum.... Praedicare autem est, inquit Doetius To
non forse 124? ad Ar. pracd., I; PL, 64, 1761), aliquid de aliquo dicere, i.
eteuuaz sagen fone etcuuiu. linde et praedicnmenlum dicitur et praedicatio,
einis tingis kesprocheni fone demo undermo [Tesser una rosa detta di un’altra
cosa]. stenza di Dio », se in generale si fosse conservata quell’avvedutezza,
di esercitare cioè belisi in tutte le direzioni la maestria deH’argoinentare,
iiell’ànibito della realtà da noi percettibile, ma di lasciare invece al pio
sentimento dei credenti la rivelazione del Divino nella sua immediatezza. Del
resto, dobbiamo pure qui far ugualmente rilevare che l’autore di questa
monografia non può aver conosciuto la traduzione degl’analitici curata da
BOEZIO, perchè altrimenti, se gli fosse stata accessibile la sillogistica
stessa di Aristotele, egli, che pur mostra in generale un corredo di letture maggiore
di quello degli altri, non sarebbe certamente andato già a prendere i
diciannove modi da Apuleio, nè, con la sua aspirazione alla unità interiore
della logica, si sarebbe riattaccato esclusivamente a quegli stessi passi, che
a ciascuno erano noti, dalle traduzioni e dai commenti più diffusi di BOEZIO.
Ma in quello studio esteso della logica, quale ci si presenta a quest’epoca in
S. Gallo, potremmo ben anche ravvisare un fenomeno piuttosto isolato, sempre
che non sia determinato solamente da mancanza di notizie il giudizio che
pronunciamo, quando diciamo che nella prima metà del secolo XI in generale ha
prevalso una mancanza di attività, per quel che concerne il dibattito delle
questioni di logica, o persino la *") In siffatti casi sembra che l'argumentum
ex silentio sia assolutamente calzante, e elle pertanto si aggiunga, come una
convalidazione mollo precisa, alla circostanza generale, vale a dire non
esserci, in tutta questa letteratura, un solo indizio positivo che sia stato
fatto uso di quegli scritti aristotelici. TSoggiugerò qui che lo scritto del
Prantl. da lui citato più sopra, comparso negli Atti della Regia Accademia
Bavarese delle Scienze (Classe I, voi. "Vili, Scz. I), riguarda non gli
scritti logici di Notker L., bensì due compendi dovuti uno a Ortholph
Fuchsperger, l’altro a Volfango Biitner, e rispettivamente stampati ad Augusta
e a Lipsia. compilazione di compendi. Nel corso della nostra indagine, dobbiamo
invero a ogni passo tener presente la possibilità clic una parte del materiale
die esisteva, sia stata sottratta totalmente alla nostra conoscenza, sebbene si
sia portati ad ammettere che difficilmente le manifestazioni di una certa
importanza sarebbero dileguate senza lasciar alcuna traccia, e che un silenzio
assoluto di tutte le fonti non sarebbe pensabile, se realmente lo studio della
logica fosse stato più largamente diffuso. [Altri documenti relativi allo
studio DELLA LOGICA NEL SECOLO XI: FrANCONE A LlEGI, OtLOH a Ratisbona, Pier
Damiani], Dalla metà circa del secolo XI ci giunge la notizia che un tal
Francone, scholasticus a Liegi (intorno al 1047), compose, sopra la quadratura
del circolo (v. le note 191 e 251 di questa Sezione), ima monografia che si
riattacca al relativo passo di Boezio 278 ) : e forse della stessa epoca possiamo
citare almeno l’espressioni, con le quali un monaco di St. Emmeram, Otloh,
morto a Ratisbona [dove appunto sorgeva il chiostro di St. Emmeram], vien a
riconoscere che ci sono alcuni dialectici ita simplices, che applicano il
canone dialettico a tutte le parole della Sacra Scrittura, e credono a Boezio
più che alla Bibbia stessa 278 ). Ma da quest’ultima doglianza bisogna
con*") Sicebekti Gemblancensis Chronica ad unnum 1047 (Pertz, MiGH, :
Franco scolaslicus Leodicensium et scìentia litterarum et morum probitate
claret; qui ad Herimannum archiepiscopum scripsit librum de quadratura circuii,
de qua re Arislolelcs (com’è riferito da Boezio I in Ar. praed., II; PL, 64,
230], p. 165) ait: Circuii quadratura, si est scibile, scìentia quidem non est,
illud vero scibile est |PL, 160, 209]. ”°) Oti.ohni Dialogus de tribus
Quaestionibus (riprodotto dal Pez, Thesaur. Anecdot., HI, 2, p. 143 ss.), p.
144-5: Peritos autem dico magis illos, qui in Sacra Scriptura, quarti qui in
Dialectica sunt instructi. Nani dialecticos quosdam ita simplices inveni, ut
chiudere che il su riferito monito di Fulberto (nota 237) non fu disdegnato
solamente da un Berengario, ma che da varie parti fu designata la dialettica
come pietra di paragone in questioni teoretico-dommatiche ). La maggioranza
invece, com’è ben facile intendere, rimaneva fedele al punto di vista
originario del Medio Evo cristiano, e può perciò, poiché stiamo ormai per
entrare in un’epoca di contese, ricordarsi soltanto a mo’ d’esempio come Pier
Damiani, assegnasse alla dialettica il compito di starsene quale pia ancella al
servizio della Chiesa, e di tener dietro umilmente pedisequa alla sua padrona
2S1 ), senza che in verità la divota anima del Damiani abbia ancora il minimo
presentimento che anche questa domestica possa licenziarsi e fondarsi un
proprio focolare. omnia Sacrae Scriplurue dieta juxta dialecticae auctoritatem
constringendo esse decernerent: mugisque Boèlio quam Sanctis Scriptoribus in
plurimis dictis crederent. Linde et eundern Boètium secuti, me reprehendebant,
quod personae nomen, (dicui, nisi substimtiae rationali, adscriberem etc. [PL],
W. Scheber, Leben VTilliram’s Ables von Ebersberg [« Vita «li Williram, abate
di Ebersberg »] (nei Rendiconti dell’Accademia imperiale, Classe
filosoficostorica, voi. 53, Vienna, 1866), p. 289, riferisce queste allusioni a
scolari di Lanfranco; cfr. appresso la nota 299. '*') Poiché, a prescindere dal
fatto che nei vari scritti teologici di Otloli non si parla in maniera
particolare della questione della Santa Cena, e pertanto è difficile che la sua
polemica contro i dialettici si riferisca a Berengario, nel passo sopra citato
si tratta proprio di casi personali, che Otloh designa come conseguenza di un
indirizzo generale dell’epoca. *“) Petri Damiani Opera, ed. Cajetano, Parigi,De.
divina omnipolentia, V; PL, 145, 603]: Haec piane, quae ex dialecticorum vel
rhetorum prodeunt argumentis, non facile divinaivirtutis sunl optando
mysteriis; et quae ad hoc inventa sunt, ut in syllogismorum instrumenta
proficiant, vel clausulas dictionum, absit ut sacris legibus se pertinaciter
inferant et divinae virluti conclusiotiis suae necessitates opponant. Quae
tamen artis humanae peritia, si quando tractandis sacris eloquiis adhibetur,
non debet jus magisterii sibimet arroganler arripere; sed velut ancilla dominue
quodam famulatus obsequio subservire, ne, si praecedit, oberrel eie. Movimento
più vivace nella seconda metà del SECOLO XI: la scienza giuridica. Ma proprio nella seconda metà del secolo XI si
manifestò nella storia della cultura l’azione di fattori, i quali portarono,
entro la tradizione della logica delle scuole che si conservava uguale a se
medesima, un movimento più vivace, e anche un violento rinnovarsi di vecchi
contrasti fra le varie tendenze. Da due lati diversi si risente un influsso
sopra la logica, ma in varia maniera e in molto vario grado, perchè di questi
lati uno possiamo scorgerlo qui dapprima soltanto in tenui inizi, per poi
novamente riattaccarci a questo punto, quando lo stesso fattore si manifesterà
più tardi con maggiore intensità, mentre l'altro lato sùbito si leva su con
tutta la sua forza, e per molto tempo determina le condizioni in cui la
evoluzione compie il suo corso. Ma questi due lati corrispondono alla
giurisprudenza e alla teologia dominatica. Se cioè l’amministrazione della
giustizia già per se stessa in generale implica un richiamo alla prassi
dialettico-retorica, è facile spiegare come, in un’epoca in cui in Italia
s’iniziava un rinnovamento della scienza giuridica e incominciavano a sorgere
scuole di diritto), si desse ora maggior peso alla logica pratica, cioè a ima
logica, la quale veramente mal si distingue dalla retorica, ma nella teorica
dell’argomentazione e nella topica rimane pure conforme al solito materiale
ch’era in uso nelle scuole di logica. Come noi stessi per il nostro presente
intento abbiamo potuto già da prima (Sez. Vili, note 52 e 68) trovare la nostra
fonte in passi che prendevamo dalle Pandette, così sembra d’altra parte fL )
Vedi Savigny, GESCHICHTE DER ROMISCHEN RECHTS IN MITTELALTER Geschichte dea
Ròmischen Rcchts im MiUelalter [Storia del diritto romano nel Medio Evo],.
[trad. it., Torino, J, e Giesebrecht, De
lìti, attui, ap. Itiilos, Berlino, 1845, in -4° [ir. it. Pascal, già cit.]. che
IN ITALIA lo studio della grammatica filosofica e della retorica abbia
conservato una connessione ininterrotta con le materie giuridiche del DIRITTO
ROMANO ) : e sebbene noi preferiamo lasciar da parte l’aneddoto letterario,
secondo il quale tutto quanto lo studio del DIRITTO ROMANO a BOLOGNA avrebbe
preso principio da una spiegazione grammaticale della parola « As » 2S ) Ibid.,
Aristotelica didicimus disciplina duarurn specierum commistione lertiam gigni
minime. Rerum etiam naturam puli nomino non posse, duo contraria simili in
eodem esse vel, quod trovava nel commento (li Hoezio alle C-utegorioo. Ma
questa medesima questione fu anche oggetto di una disputa che Anseimo sostenne
a Magonza, e della quale diede minuta relazione in una lettera al suo maestro
Droone. Ecco il nòcciolo della questione: Quando sussiste un’alternativa (p.
es. tra lode e biasimo), si può creder di cogliere il giusto mezzo, non facendo
nè una cosa nè l’altra; ma si obbietta in contrario, die il giusto mezzo è la
unione degli opposti (come p. es. il rosso è la unione di nero e bianco),
dunque bisogna pure scegliere per conseguenza una delle due cose, qualora non
si voglia farle tutte due al tempo stesso. Ma a ciò da capo si obbietta che il
mezzo è propriamente la negazione dei due opposti (dunque p. es. è
impossibilius, eandem essentium procreare. Quod veruni sit necne, quaerimus f
Hbetorim., iib. I]. M ° c ) Laudare enim vel vituperare necesse est. «Non
laudabo, inquid, nec vituperabo, cuoi medium faciam, quod nec laus est nec
viluperatio. Est igilur possibile utrum non lucere, ubi aliquod neutrum est
invenire. Si medium, inquam, ut dicitis, fecerilis, lune et utrumque. Constai enim medium ex utrisque,
ut ex albo et nigro rubrum, et ideo medium. Sicque in faciendo neutrum facietis utrumque. Utrum
ergo facere necesse est, quoniam in utro vel ulroque utrum non lacere possibile
non est». « Medium, inquid, ut dicitis, non ex utrisque, sed ex nega!ione
confìcitur utrorumque, ut non quod et album et nigrum illud rubrum, set quod
est neutrum, illud dicimus rubrum, sicque omne medium. Utrum ergo lacere
necesse non est, quia in meo neutro utrum vel utrumque possibile non est ». «
Si ex negatione utrorumque. medium confectum est, quod, ut dicitis, neutrum est,
non magis utrorumque quarti omnium rerum neutrum est. Quod bene perspectum
nichil est. Non enim magis ex albi et nigri negatione confìcitur rubrum, quam
cucii et lerrae ceterarumque rerum. Quia sicut est veritas ut, quod nec album
nec nigrum est, illud rubrum existat, sic quod nec caelum nec terra nec celerà,
illud esse rubrum a veritale non [58] discrepat, Quod aulem omnibus rebus
negatis nichil illarum est, illud res praedicari inpossibile est. Rcs vero,
quod non est illud, nichil esse necessario consequens est. Sicque in faciendo
(diquid facietis nichil. Utrum ergo facere necesse est, utrumque enim vel
neutrum impossibile vel nichil est. Epistola Anseimi ad Droconem (sic)
mugistrum et condiscipulos de logica disputatione in Gallia habitat. rosso, quel
che non è nè bianco nè nero); ma questa obiezione viene respinta, perchè una
tale negazione va di là dall’alternativa data (perchè allora si potrebbe dire
altrettanto bene, che è rosso, quel che non è nè cielo nè terra), e metterebbe
capo infine a una negazione di tutti gli opposti, cioè dunque a un nulla. Il
risultato è, per conseguenza, che nella presente alternativa bisogna pure
scegliere proprio un solo dei due termini. Abbiamo una prova ulteriore di come
la scienza del diritto entrasse in giuoco nello sviluppo della logica, quando
in due uommi eminenti di quell’epoca, Lanfranco e Irnerio, vediamo
presentarcisi, per così dire, ima unione personale di quei domìni. È infatti
incontestabile che Lanfranco dedica ampiamente e con buon successo la prima metà
della sua operosità, prima che scoppiasse la contesa intorno alla Santa Cena,
principalmente allo studio del diritto 291 ), sebbene non si possa, per ragioni
cronologiche, pensare a una relazione diretta, quale persino gli è stata
attribuita con lo stesso Imerio); ma in ogni modo, come risulta dalle
testimo"9 Milonis Crispini Vita Beati Lanfranci, c. 11, riprodotta dal
Mabillon, Acia Bened. [Sacc. VI, P. II], Tom. IX, p. 639 [PL, Ab annis
puerilibus eruditus est in scholis liberalium nrtium, et legum saecidarium ad
siate morern patriae. Adolescens orulor veteranos adversantes in uctionibus
causarum frequentar revicit, torrente facundine accurate dicendo. In ipsa
aetale sententias depromere sapuit, quas gratnnter Jurisperiti aul Judices vel
Praetores civitatis acceptabanl. Meminit horum Papiu (cioè PAVIA sua patria).
At cum in exsilio philosopharetur, accendit animum ejus divinai ignis, et
illuxit cordi ejus amor venie sapientiae. Notizie varie, specificamente
giuridiche, vedile nel Merkel, op. cit., p. 14 e 46 s. [12 s. e 35 ss. della
cit. trad. it.??J. 5 ") Roderti De Monte Auctarium ad chronicam Sigeberti
Gemblacensis ad anntan 1032 (Pertz, MGII): Lanfrancai Papiensis et Garnerius
socius eius, repertis upud APVD BONONIAM LEGIBVS ROMANIS quas Iustinianus....
emendaverat, Itis, inquarn, repertis, 9.
C. Prantl, Storia della logica in Occidente, II, manze, quella medesima
abilità dialettica, della quale fanno fede le battaglie da lui più tardi
sostenute contro i suoi avversari teologici, lo ha assistito di già fin
d’allora. Ma Imerio, e cbe con la sua comparsa segnò, com’è noto, per LA SCUOLA
O LO STUDIO DI BOLOGNA, il passaggio dal pruno’ periodo embrionale a una più
ricca espansione, viene, nelle glosse di Odofredo, designato espressamente come
«logico»; e la circostanza ch’egli sia stato antecedentemente maestro delle
arti liberali, spiega quella esagerata sottigliezza cb’è venuta a trovarsi
nelle sue glosse-’ Avendo d'altra parte lrnerio composto anche un Formularium,
a questo fatto dobbiamo connettere una osservazione preliminare, essersi cioè
venuta a creare una particolare ed estesa letteratura, la quale serviva
all’arte e alla prassi del notariato, e che valse a mantener viva per
l’avvenire la relazione tra la retorica in uso nelle scuole, e la materia del
diritto. Questi « F o r m u operam dederant eas legere et aliis exponere; sed
Garncrius in hoc « vero disciplinas liberales et litteras divi, tuis m Galli,s
multo* edoccns, tandem Beccum verni, et ibi mona, ehm facili* est [PL], Forse
tuttavia la obiezione croTologira sollevata dal Savigny [p. 25-6 della trad. it
|) e m generale fuor di luogo, se, dove si dice « socius », non pensiamo a
relazione personale, ma piuttosto a un comune atteggiaspirituale nei riguardi
della concezione del diritto. minorameli Uge 1 ldtima de in "tegrum
resti,utione "l", . 2, 22); Or, segnar,, plura non essent dicendo
super lege ista Dom.nus lumen } rnenus, quia loicus fui,, et mogister fui. In c
rifate istu in arti bus, antequum docerel in legibm, fecit imam g ssam
sopitisticun ?, quae est obscurior, quam sii textus. E (CoÌi% l, n /r^ miCa M,and. Urstis, Francoforte, 1585, p. 433
[Pebtz, >MGH, XX, 376]): l’etrus iste (se. Abailardus).... habuit.... primo
praeceptorem Rozelinum quondam, qui
primus noslris temporibus in logica sententi am vocum instiluil, et post
ad gravissimos viros Anshelmum Laudunenscm, GwUhelmum Campellensem Catalauni
episcopum migrans, ipsorumque dictorum pondus, tanquam sublilitatis acumine
vacuum iudieans, non diu sustinuit. Inde magistrum induens Furisius venit (v.
la Sez. seguente, nota 258). "') [Johannes Turmair detto] Aventinus,
Atinales Ducum Boiariae, VI, 3 (ed. Riezler. Hisee quoque temporibus fuisse
reperto Rucelinum Brilanum, magistrum Petri A belar di, novi lycaei conditorem,
qui primus scienliam (leggi sententinm) vocum sive dictionum insliluit, novam
philosophandi ciani invertii. Eo namque authore duo Arislolelicorum,
Peripateticorumque genera esse coeperunt, unum illud vetus, locuples in rebus
procreandis, quod scientiam rerum sibi vendicai, qttamobrem reales vocantur,
allerum noviim, quod eam distrahit, nominales ideo nuncupali, quod avari rerum,
prodigi nominum atque notionum, verborum videntar esse adsertores.
"") Joannis Saresbehiensis Metalogicon, (Opera, ed. Gilè?, V, p. 00
[ed. Webh. Naturata lamen tmiversalium hic omnes expediunt, et allissimum
negotium et maioris inquisitio-[Le notizie sul conto di Roscelino rivelano
Vastio degli avversari]. Ma poiché
Anselmo 31B ), che nella sua ortodossomania, inventò la squisita espressione di
« eretici della dialettica » e la usò a carico di Roscelino, dice, per cieca
passionalità o maligna esagerazione, che secondo quella opinione le sostanze
universali non sono nient’altro che un flatus vocis, sarà bene che noi accogliamo non senza
cautela anche le altre notizie comunicate da quello zelatore del realismo, tanto più che, come vedremo, se si sta ai
prodotti originali della sua dialettica, non si può ritener che fosse capace di
giudicare sopra questioni di logica; così pure egli non fa invero che dar espressione
al più intransigente odio partigiano, quando rampogna i seguaci di Roscelino,
perchè danno nis contro menlern auctoris esplicare nituntur. Alius ergo
consistit in vocibus; licei haec opinio curii Rocelino suo fere omnino iam
evanuerit. Alius sermones (v. sotto la noia 324) inluetur et ad illos detorquet
quicquid alicubi de universalibus meminit scriptum; in bue autem opinione
deprehensus est Peripateticus Palalinus Abaelardus noster, qui multos reliquit
et adhuc quidem aliquos habet professioni huius sectatores.... [iPL, 199,
874], Così anche nel Polycruticus (Opp.,
IV, p. 127 [ed. Webb, U, p. 142; PL, 199, 6651): Fuerunt et qui voces ipsus
genera dicerenl esse et species ; sed eorum inni explosa sententia est et
facile cum auclore suo evanuil (v. la nota 325). "*) Ansfxmi de fide
Trin., c. 2 (ed. Gerberon, p. 42 s. [PL, 158, 265J): llli utique nostri tempori
dialeclici (imo dialeclicae haeretici, qui non nii flatum voci putant esse
universales substantias, et qui colorem non aliud queunt inielligere quam
corpus, nec sapienliam hominis aliud quam animami prorsus a spiritualium
quaestionum disputatione sunt exsufflandi. In eorum quippe animabus ratio, quae
et princeps et judex omnium debel esse quae sunt in /tornine, sic est in
imaginationibus corporulibus obvoluta, ut ex eis se non possit evolvere, nec ab
ipsis ea, quae ipsa sola et pura contemplari debel, valcat discernere. Qui enim
nondum intei ligit, quomodo plures homines in specie sint uniis homo, qualiter
in illa secretissima et altissima natura comprehendet, quomodo plures
personae.... sint uiius Deus? Et
cujus meris obscura est ad discemendum inter equum sinim et colorem ejus,
qualiter discernet inter unum Deum et plures relationes ejus? Denique qui non
potest intelligere aliquid esse hominem, nisi individuum, nullalenus intelliget
hominem, nisi humanam personam. Omnis enim individuus homo, persona est. Quomodo ergo iste intelliget hominem assumptum esse a
Verbo eie. la ragione in balia corporalibus imaginationibus : e in verità è
lecito sperare, tutt’al contrario, che proprio nulla ci faccia assurgere così
alto al disopra dell accidentalità sensibile, come il penetrare a fondo nell
universale contenuto concettuale delle parole, e che soltanto a questa maniera
ci sia aperta la via a un sapere effettivo, conquistato da noi stessi, mentre a
una ontologia soprannaturalistica è spesso indispensabile ima imaginazione
irretita nella sensibilità. E possiamo lasciar stare il rimprovero ridicolo,
mosso a Roscelino, ossia di non intendere come la pluralità degl’individui nel
concetto della specie sia una unità poiché anzi proprio questo è riuscito
invece a intendere Roscelino, che cioè la unità risiede nella parola
enimciatrice del concetto. Dovremo ora piuttosto rimettere, come si conviene,
le questioni nei loro veri termini, per quanto concerne le altre osservazioni
mosse contro Roscelino: vale a dire ch’egli fa confusione tra il colore di una
cosa e la cosa stessa, e tra le proprietà e i loro substrati, e parimente
ch’egli non si rende conto, come altro sia « Uomo », e altro il singolo uomo.
Infatti la prima osservazione può significare solamente che, secondo la
opinione di Roscelino, il concetto di una qualità, in quanto concetto, contiene
altrettanta universalità quanta ne contiene il concetto di una sostanza, in
quanto concetto. L’altra osservazione poi comprende, se la sfrondiamo di quella
interpetrazione odiosa che le dà il relatore, il semplice principio
fondamentale del nominalismo, che cioè obbiettivamente, nell’essere concreto,
esiste dappertutto soltanto l’individuale, mentre i concetti della specie e del
genere si trovano soltanto subbiettivamente nelle parole dell’uomo, che insomma
obbiettivamente gli universali non hanno esistenza separata dall’individuale.
Che per conseguenza la Trinità, come obbiettiva essenza di Dio, debba parimente
consistere di tre individui), è implicito in una tale veduta logica,
coerentemente svolta: e così fu che, analogamente a quanto era accaduto con
Berengario, la teologia venne a essere coinvolta nella lotta fra le tendenze
che si dividevano il campo della logica. Ma sembra che Roscelino in generale
abbia molto conseguentemente svolto sino in fondo da tutt i lati il suo punto
di vista, perchè altrimenti sarebbe difficile spiegare, come mai nelle scarse
informazioni che ci sono pervenute sul conto di lui, ci sia ancora una volta un
certo punto isolato, che ci rhuanda in pieno a quel medesimo principio: si
tratta cioè del concetto di parte, che Boezio aveva preso a considerare in vari
luoghi, e riguardo al quale, così per Roscelino come per l’Anonimo già
ricordato (nota 171 g), il momento subbiettivo è ugualmente il momento
decisivo; poiché la notizia, relativa al punto in questione 321 ), va intesa
nel senso seguente: Se p. es. il tetto dev’essere considerato come parte della
casa, si ha da riflettere che obbiettivamente, in “>) Ibid., Epist. n, 41,
p. 357 [PL quia Roscelinus clericus dicil, in Deo tres personas esse tres ab
invicem separatns, sicut sunt tres angeli, ita tamen ut una sit voluntas et
poteslas: aut Pulrem et Spiritum sanctum esse incarnatum, et tres deos vere
posse dici, si usus admilteret. *») Abaelardi [Dialectica, P. V*. liber]
divisionum et defin., p. 471 (ed. Cousin): Fuit aulem, memini, magislri nostri
Roscellim tam insana sentenlia, ut nullam rem purtibus constare velici, sed
sicut solis vocibus species, ila et partes adscribebat. Si quis aulem rem
illam, quae domus est, rebus aliis, pariele scilicet et fondamento, constare
diceret (è questo il solito esempio di divisione del tutto in parti, usato da Boezio,
p. es. a p. 52 s. [in Porph. a se trami., I, 8; ed. Brandt, p. 154, 156; PL,
64, 80 s.] e a p. 646 [de divisione ; PL, 64, 888]), tali ipsum urgumentatione
impugnabili: si res illa quae est puries, rei illius quae domus est, pars sit,
cum ipsa domus nihil aliud sit quam ipse paries et tectum et fundamentum,
profecto paries sui ipsius et caeterorum pars erit. At vero quomodo sui ipsius
pars fuerit? Amplius, omnis [pars] naturaliter prior est loto suo : quomodo
aulem paries prior se et aliis dicelur, cum se nullo modo prior sit? quanto è
una cosa, il tetto è una entità perfettamente indipendente, poiché, nel
riguardo della obbiettività o dell’essere reale, quel che ci può essere, è
appunto soltanto un tetto di ca6a, e parimente soltanto una casa fornita di
tetto (dato cioè che debba essere realmente una casa); perciò, se il tetto
fosse oggettivamente una parte della casa, verrebbe a essere ima parte di
quella che è ima totalità obbiettivamente indivisibile, e pertanto, in seguito
a tale indivisibilità, finirebbe con l’essere anche una parte di se stesso:
vale a dire che il concetto di parte, dal punto di vista obbiettivo o
dell’essere reale, conduce a contraddizioni, e la couchiusione giusta è che il
tetto viene caratterizzato come parte esclusivamente dalle nostre parole,
racchiudenti in sé i concetti, sicché dunque il concetto di parte, come tale,
si trova essere di spettanza della espressione verbale subbiettiva. Lo stesso
può ripetersi, anche relativamente alla priorità della parte di fronte al tutto,
poiché dal punto di vista obbiettivo, in quanto è cosa, non è possibile che il
tetto sia antecedente alla unione obbiettivamente inscindibile di se stesso con
qualche cos’altro, poiché allora alla stessa maniera, a cagione della
inscindibilità, risulterebbe che il tetto sarebbe prima di se medesimo : sicché
bisogna conchiudere che anche la priorità del concetto di parte ha luogo
solamente nel pensiero subbiettivo. Ma, come anche questa idea di Roscelino fu
malignamente deformata da’ suoi avversari), così egli stesso l’applicò
spiritosamente contro il ra ) Abaelardi Epist. (Opera, ed. Amboes. [ed. Cousin;
PL (Epist., Hic sicut pseudo-Dialecticus, ita et pseudo-Christianus, cum in
Dialeclica sua nullam rem, sed solam vocem partes habere astruat, ita divinam paginam
impudenter perverlit, ut eo loco quo dicitur Dominus parlem piscis assi
comedisse, partem huius vocis, quae est piscis assi, non purtem rei intelligere
cogatur. Che questa lettera [indirizzata a Gilberto vescovo di Parigi] sia
stata scritta da Abelardo, o, com’è opinione del Du Boulay, da un altro intorno
al 1095, è, per quel che ri-mutilato Abelardo, da ciò prendendo occasione per
assegnare, coerentemente, all’atto intellettuale subiettivo anche il concetto
di totalità, poiché, modificandosi la consistenza obbiettiva di una unione
inscindibile, deve essere subito sostituita con una denominazione diversa la
denominazione che si conformava al suo concetto, e che allora non è più in
grado di tener saldo il pensiero soggettivo di una totalità" ')[c) conchiusione
sopra Roscelino ]. Che del resto il
punto di vista di Roscelino non fosse, in sostanza, affatto nuovo, risulta
manifesto dal confronto con quel che siamo venuti dicendo più sopra; soltanto
che, dopo la comparsa di Berengario, la idea che, nella questione degli
universali e della formazion dei concetti, si tratti solamente di parole, e
dell’uso che ne fa l’uomo, aveva pròvocato ima maggiore circospezione e una più
aspra ostilità per parte della ortodossia. C è invece un punto solamente, e
forse anzi il più importante, che, in seguito alla mancanza di fonti, ci rimane
assolutamente oscuro; nel passo sopraccitato di Giovanni da Salisbury, è fatta
cioè una netta distinzione tra coloro che riponevano gli universali nella « vox
», e quelli che li riferivano ai « sermones », e si soggiunge che Abelardo era
di questi ultimi. Ora, tenuto conto del valore gramguarda questo passo,
indifferente; del resto quanto è stato detto più sopra, nota 314, sembra
avvalorarne l’attribuzione [oggi infatti non contestata] ad Abelardo). [Il
passo citato, in Lue., XXIV, 421. ra ) Roscelini Epist. [ed. Remerà, p. ol I.
S,,J forte Petrum te appellavi posse ex consuetudine mentiens. Certus sum
aulem, quod masculini generis nomea, si a suo genere deciderit, rem solitam
significare recusabit Solent emm nomina propriam signìficationem ami tte r e,
cum eorum significata contigerit a sua perfeclione recedere. /Veglie emm ablalo
tecto vel pariete domus, sed imperfecla domus vocabilur. Sublata igitur parte
quae hominem facit, non Petrus, sed imperfectus Petrus appellandus es. maticale
delle parole vox e serrno, e antecipatamente riferendoci a quel che prenderemo
a considerare più sotto (Sez. seguente, note 308 ss.) a proposito di Abelardo,
dobbiamo senz’alcun dubbio congetturare che Roscelino, con veduta unilaterale,
abbia tenuto presente soltanto il concetto isolato, e pertanto, senz’avere
riguardo alla connessione della proposizione, abbia considerato le parole come
concetti compiuti 324 ); ma non sappiamo invece determinare se la teoria del
giudizio sia stata da lui semplicemente trascurala, o se forse egli non abbia
contestato anche direttamente il valore del giudizio, o quale procedimento
abbia seguito, nel portare così il nominalismo alle ultime sue conseguenze).
Raimberto a Lilla, e la logica « vecchia » di Ottone da CambraiJ. Ma proprio
per l’epoca, nella quale aveva fatto la sua comparsa Roscelino, possediamo una
notizia sommamente caratteristica, relativamente alla lotta delle tendenze sul
terreno della lo***) [Cfr., su questo punto, Ueberwec-Gf.yer]. Tra i più vecchi
nominalisti potrebbero pertanto essere riawicinati a Roscelino, per aver dato
un più unilaterale rilievo alla vox, quel tale Pseudo-Hrabano, Jcpa, l’Anonimo,
l’Anonimo del Cousin (nota 242), e l’Anonimo di S. Gallo, che ha rifuso il
libro De interpr., come pure in parte anche lo Scoto Eriugena; sarebbero invece
più affini ad Abelardo, per aver tenuto eonto del serrno e del rapporto
predicativo, Erico, l’Anonimo di S. Gallo, autore della monografia De
syllogismis, e Berengario. Sarebbe possibile, qualora Roseclino avesse re alm
ente avvalorato con argomenti questa orientazione unilaterale del nominalismo,
prender alla lettera la succitata espressione di Ottone (primus.... sententiam
vocum instituit ); ma risulta comunque da Giovanni da Salisbury, che i seguaci
del nominalismo non tardarono ad abbandonare questo punto di vista angusto;
soltanto non ci si può, come ha pur fatto già qualcheduno, esprimer nel senso
che Giovanni da Salisbury abbia dichiarato il nominalismo in generale ormai
spento; v. la Sez. seguente, note 76 ss. 150
gica 326 ). C’era cioè a Lilla un certo Raiinberto, che insegnava la
dialettica, al pari di « moltissimi altri », se**) Hekmajvni Narratio
Heslaurulionis Abbuliae Sancii Martini Tornacensis, riferita dal D’Acheby,
Spicilegium, ed. De la Barre, PL, 180, 41 ss.; MGH, XTV, p. 274-5]: Iam vero,
si scolae appropiares, cernercs magistrum Odonem nunc quidem Feripulelicorum
more cura discipulis dovendo deambulanlem, nunc vero Stoicorum instar
residentem, et diversus quaestiones solventem.... Sed cum omnium septem
libcruliurn artium esset peritus, praecipue tamen in dialeclicu eminebat, et
prò ipsa maxime clericorum frequenlia eum expetebat. Scripsit etiam de ea duos
libellos, quorum priorem, ad cognoscendu devitandaque sophismala valde utilem,
inlitulavit « Sopliistem », alterum vero appellavit libruiti « Complexionum »;
tcrcium quoque «De re et ente » composuit; in quo sol vii, si unum idemque sit
res et ens. In his tribus libellis.... non se Odonem, sed, sicut lune ab
omnibus vocabatur, nominubat Odardum. Sciendum tamen de eodem magistro, quod
eandem dialecticam non juxta quondam modernos (è questo, qualora non si
vogliano per caso invocare le parole citate il testo più antico dove si trovano
designati i nominalisti come moderni) in voce, sed more Boetii antiquorumque
doctorum in re discipulis legebat (dunque, in opposizione alla pretesa
innovazione, Boezio e Porfirio, in quanto realisti, vengon chiamati antiqui.
Unde et magister Baimbertus, qui eodem tempore in oppido Insulensi dialecticam
clericis suis in voce legebat, sed et alii quam plures magistri ei non parum
invidebant, et delrahebanl, suasque lectiones ipsius meliores esse dicebant;
quam ob rem nonnulli. ex clericis conturbali, cui magis crederent, haesitabant,
quoniam et magistrum Odardum ub antiquorum doctrina non discrepare videbant, et
tamen aliqui ex eis, more Alheniensium aut discere aut audire aliquid novi
semper humana curiositate studentes, alios potius laudabant, maxime quia eorum
lectiones ad exercilium disputandi, vel eloquentiae, immo loquacilatis et
facundiae, plus valere dicebant (Alcuni dunque desideravano di poter
congiungere tuttavia all’ortodosso realismo il virtuosismo formale dei loici
propriamente detti, cioè dei nominalisti). Unus itaque ex eiusdem ecclesiae
canonicis, nomine Gualberlus.... tanta sentenliarum errantiumque clericorum
varietate permolus, quendam pbitonicum (cioè un indovino rpyt/ion/cum]), surdum
et mutum, sed in eadem urbe divinandi famosissimum, secreto adiit, et, cui
magistrorum magis esset credendum, digilorum signis et nutibus inquirere
coepit. Protinus ille (mirabile dictu!) quaestionem illius intellexit,
dexteramque manum per sinistrae pulmam instar aratri terram scindentis
perlrahens, digitumque versus magistri Odonis scholam protendens, signifkabat,
doctrinam eius esse rectissimam ; rursus vero digìlum contro Insulense oppidum
protendens, manuque ori admota exsufflans, innuebat, magistri Raimberti
lectionem nonnisi ventosam esse loquacitatem. Haec dixerim, non quo pbitonicos
consulendos.... arbitrer..., sed ad redarguendum quorundam superborum nimiam
coudo le « moderne » idee nominalistiche (in voce), e costoro, insieme con i
loro seguaci, apertamente si atteggiavano ad accanita rivalità contro Oddone,
vescovo di Camhrai, il quale aveva ricostituito il chiostro di S. Martino a i
ournai, e ivi insegnava logica secondo lo stile « vecchio », cioè secondo
l’indirizzo realistico (in re). Ora, poiché ci sono diversi che dal fascino
della novità si sentivano attratti verso Raimberto, ma poiché nello stesso
tempo, bilanciando tra loro i pregi delle due scuole, non sembrava si potesse
ottenere im risultato ben determinato, uno dei canonici di Touruai si rivolse a
un indovino che godeva allora di gran fama. Questi, SEBBENE SORDOMUTO, intese
subito la questione che gli era rivolta, e con il linguaggio dei gesti si
pronunciò incondizionatamente nè altro
ci si poteva aspettare nel senso di
riconoscere come giusta ed eccellente la tendenza rappresentata dalla scuola
realistica di Oddone. Se del resto chi ci riferisce questa storia (l’abate
Ermanno, vivente a Tournai nella prima metà del secolo XII), il quale del pari,
da buon ortodosso, si professa naturalmente nemico della ventosa loquacità del
nominalismo, ricorda nello stesso tempo scritti di logica, composti da Oddone,
dobbiam certo deplorare ch’essi sieno andati perduti; puramente si può
congetturare che forse il « Liber complexionum » fosse semplicemente tolto di
peso da Boezio (de syll. categ.: v. la Sez. XII, note 131 ss.), e così pure che
il « Sophistes » sia stato putacaso in relazione più stretta con le polemiche
teologiche, o che, com’è possibile, si limitasse anche a ripetere le nozioni
esposte da Cassiodoro (Sez. XII, nota 182); praesumptionem, qui nihil aliud quarentes
nisi ut dicantur sapientes, in 1‘orphirii Aristolelisque libris magis volimi
legi suarn adinventitiam novitatem, quam Boetii caetcrorumque antiquorum
exposilionem. maggiore importanza può invece aver avuta lo ecritto « De re et
ente », poiché la questione, se res ed ens sien lo stesso, era ivi risolta
certamente in senso realistico, quantunque sia da presumere come la cosa più verisimile che tutto il complesso semplicemente si
limitasse a richiamarsi a un passo isolato di Boezio (Sez. XII, note 89
s.). Comunque, si potrebbe ammettere
tuttavia che il nominalismo rosceliniano di allora sia stato rappresentato in
un numero di scritti, più considerevole di quel che le nostre fonti non ci
diano a divedere; poiché, per siffatte notizie letterarie occasionali, siamo
invero quasi esclusivamente rimandati ad autori teologici, mal disposti sin da
principio, quali avversari di una minoranza ch’era loro sospetta, a parlare
lungamente di questa, e invece più propensi ad accordarsi con un Fulberto (nota
237) o un Lanfranco (nota 309) nella condanna della dialettica in generale.
Anselmo d’AOSTA (si veda): a) Vargomento ontologico Se pertanto ci volgiamo a
considerare) F inventore del concetto di haerelicus dialecticae e dunque il
rappresentante attendibile di una logica correttamente ortodossa, cioè Anseimo
[d’AOSTA, arcivescovo] di Canterbury, per prima cosa c’interessa soprattutto
quel così detto argomento ontologico, al quale egli deve la sua •") Così
dice p. es. Ildeberto da Lavardin, arcivescovo di Tours, Sermo (Opera, ed.
Beaugendre [PL Quidum enim in philosophicis jacultatibus qiumulam subtilitalem
inutilem vel inutilitatem subtilem quaerentes, quibusdam minutiis verborum in
cavillatione respondenles utunlur, quibus in disputatione uli, ossa Christi est
incinerare.... Ktsi enim deus convertii nos, arlium liberalium phanlusmatibus
uli, si in hac Scriptum voluerimus similiter sophistice incedere, odibiles Deo
erimus, strepitum ranarum Aegypti in terram Gessen traducere molientes. ra )
Quel che nella prima edizione costituiva il contenuto delle note 328-333, è
stato qui soppresso. pretesa gloria imperitura 33i ), e che, quanto al suo
contenuto teologico o speculativo, viene a cader fuori dai limiti che qui ci
sono imposti, dovendo fermarsi la nostra attenzione puramente sopra il suo
aspetto formale. Che in generale l’assunto di voler dimostrare la esistenza
obbiettiva di Dio, sia tutto quanto una pazzia (perciò anche lo Hegel, proprio
solamente nella sua qualità di neoplatonico ha ripreso per suo conto
l’argomento ontologico), è cosa ammessa da chiunque non sia filosoficamente già
prevenuto, a quel modo stesso che sicuramente si riterrebbe un controsenso
l’assunto di dimostrare per sillogismi la esistenza di un mondo obbiettivo; ma
che in quell’epoca antifilosofica e senza idee chiare potesse venir fuori un
tale tentativo, si spiega benissimo, soprattutto perchè c’era allora, come
sostitutivo della filosofia, solamente ima sfera culturale, limitata alla
teologia dommatica e ad un’abilità tradizionale nella logica delle scuole;
tostochè, per effetto delle controversie teologiche, ci si era dunque fatta
l’abitudine di unire tra loro questi due elementi, in tal maniera che si
tentava di dare un fondamento logico anche a singole frammentarie parti del
domma (v. sopra la nota 303), era semplicemente questione di coerenza, che a
tale formulazione si procedesse, incominciando subito da quello che, nella
professione di fede obbiettivamente dommatica, è il punto supremo. Ma era
perciò naturalmente da porre, quale condizione essenziale, che la posizione
dell’Autore si presentasse come un realismo logico, poiché a un nominalista,
che avesse informato il [La esposizione esaurientemente particolareggiata che
del pensiero di Anselmo è stata pubblicata da Hasse ( Anselm von Canterbury, Lipsia),
è informata a una costante sopravvalutazione della importanza di lui. Cfr. del
resto anche G. Runze, Der ontologische Gottesbeweis, kritische Darstellung
seiner Geschichte [« La prova ontologica della esistenza di Dio: esposizione
critica della 6ua storia»]. Halle.
proprio pensiero a una certa coerenza, non sarebbe venuto mai in niente
di dimostrare con parole subbicttivamente umane la esistenza obbiettiva di Dio
(abbiamo veduto più sopra, nota 272, per questo rispetto, un esempio molto
onorevole di circospezione); e questa connessione con il modo di vedere
realistico, è anche il solo motivo, che c’induce a menzionare questi tentativi
di dimostrazione, al loro primo comparire (cfr. anche la Sez. seguente, nota 94
a); perciò siamo anche ben contenti di rinunziare per tutt’i successivi sviluppi, nei quali
vien meno il punto di vista della logica formale, con la relativa distinzione
di contrastanti tendenze a ricordar le diverse
trasformazioni, per le quali è passato l’argomento ontologico (p. es. nella
filosofìa di Cartesio, Leibniz, Wolff, Mendelssolm, ilaumgarten, Kant). Anseimo
si atteneva, nè altro c’è da aspettarsi da un discepolo di Lanfranco, al punto
di vista, secondo il quale il sapere ha, nella fede cristiana, la propria
condizione e il proprio limite) ; per conseguenza, egli trova, di fronte al
pensiero, una realtà incondizionatamente obbiettiva, nel riguardo intellettuale
già bell’e compiuta, sì che a questa realtà obbiettiva il pensiero può
semplicemente o partecipare o non partecipare: Anseimo, cioè, com’è di per sè
chiaro, in logica è un realista. E il singolare desiderio di costringere
irrevocabilmente il nostro pensiero a questa partecipazione in senso
obbiettivo, cioè d’imporre per forza di dimostrazione il punto di vista
realistico al pensiero umano, è il motivo fondamentale dell’argomento
ontologico 336 ) : ar’“) Epist., Il, 41 (Opera, cd. Gcrberon, Parigi, 1675), p.
357: Chrisliunus per fidem debet ad intellectum proficere, non per intelleclum
ad fulem accedere, aul, si intelligere non valel, a fide recedere. Sed cum ad
intellectum valel perlingere, deleclalur, cum vero nequit, quod capere non
potest, veneralur [PL], ”*) Broslogion, c. 2, p. 30 [te6to curato dal Daniels:
Beitrage del Baumker, voi. "Vili, fase. I-IIJ : Convincitur ergo etiam
insipiens gomento clie ci offre lo spettacolo della massima contraddittorietà,
dovendo invero per esso 1 obbietlivismo sistematico più rigoroso, ricevere,
come tale, proprio un fondamento subbiettivo. il controsenso di questa
intrapresa consiste dunque nel proposito stesso del realista, il quale, mentre
a priori riconosce l'ideale solamente come obbiettivo, vuole dimostrarne la
esistenza obbiettiva ancor soltanto con mezzi subbiettivi; ora un tale
controsenso fu scorto cou perfetta esattezza da G a unilone (monaco
nell’abbazia di Marmoutier [Tours]), come dimostra la sua aff ermazione che
l’argomento varrebbe altrettanto bene anche per provare la esistenza di
un’isola incondizionatamente perfetta 337 ), poiché, di fatto, con la medesima
formula il realismo avrebbe poesie vel in inlellectu aliquid quo nihil maius
cogitari palesi, quia hoc, cum audii, intelligil; et quicquid inlelligitur, in
inlellectu est. Et certe id quo maius cogitari nequit non palesi esse in solo
inteileclu. Si enim vel in solo inlellectu est, potest cogitari esse et in re,
quod maius est. Si ergo id quo maius cogitari non potest est in solo
inlelleclu, id ipsum quo maius cogitari non potest est quo maius cogitari
potest. Sed certe hoc esse non potest. Existit ergo procul dubio aliquid, quo
maius cogitari non valet, et in intellectu et in re [PL, 158, 228J. Liber apologeticus contro Gaunilonem [testo
c. s.J : Ego dico: si vel cogitari potest esse, necesse est illud esse. Nani
quo maius cogitari nequit, non potest cogitari esse nisi sine initio. Quicquid
uutem potest cogitari esse et non est, per initium potest cogitari esse. Non ergo quo maius cogitari
nequit, cogitari potest esse et non est. Si
ergo cogitari potest esse, ex necessitate est, e via dicendo, con grossolana
continua confusione tra cogitari ed esse [PL, 158, 2491. U! ) Liber prò
insipiente, c. 6 (Anselmi Opp., p. 36 [testo c. s.]): aiunt quidam ulicubi
oceani esse insulam, quam ex difficultale vel potius impossibilitate inveniendi
quod non est cognominanl aliqui perditam, quamquam jabulanlur.... universis
aliis.... usquequaque praestare. Hoc ita esse dicat mihi quispiam.... At si
lune vel ut consequenter adiungat ac dicat: non potes ultra dubitare insulam
illam lerris omnibus praestantiorem vere esse alicubì in re, quam et in
intellectu tuo non ambigis esse, et quia praestantius est, non in intellectu
solo sed eliarn esse in re, ideo sic eam necesse est esse, quia nisi fuerit,
quaecunque alia in re est terra, praeslantior illa erit; ac sic ipsa iam a le
praestantior intellecta praestantior non erit , si inquam per hacc ille mihi
velil astruere de insula illa, quod vere sit, etc, etc. [PL]. Più minute notizie sopra Gaunilone son date
da B. Hauréau, Singularités historiques et littéraires, Parigi tuto dimostrare
anche la esistenza reale di tutte quante le idee platoniche. Ma quando a ciò
Anseimo replica ch’egli non ha parlato già della esistenza del concreto, bensì
ha parlato proprio soltanto dell’ Incondizionato 338 ), si lascia
necessariamente prendere al suo stesso laccio; poiché si trova costretto a
ricorrer ora tuttavia a un’ascesa per gradi successivi, onde soltanto a poco a
poco ci eleviamo dal minore condizionato, mentalmente, sino al pensiero del
superlativo incondizionato 339 ) ; per conseguenza, come essere reale, questo
Incondizionato non può naturalmente avere se non una realtà che sia posta dal
pensiero; ma, da capo, con questa conchiusione molto male si armonizza invece
quel che dice d’altra parte lo stesso Anseimo, quando in ciascun pensiero, e
anzi espressamente anche nel pensiero drizzato verso cose concrete, distingue
mi aspetto puramente nominale (vox signìfìcans) e un intendere reale (id
ipsiirn quod res est), in maniera tale, che in quest’ultimo sia già implicita
la esistenza, ma nel primo sia possibile ogni assurdità 340 ); e infatti,
stando così le cose, non c’è *“) Apoi. c. Gaun., c. 3, p. 38: Sed tale est,
inquis, ac si aliquis insulam oceani etc . Fidens loquor; quia si quis
invenerit mihi [ aliquid] aut re ipsa aut sola cogitatione existens praeter quo[d]
maius cogitari non possit, cui optare valeat connexionem huius meae
argumenlationis, inveniam et dabo illi perditam insulam amplius non perdendam
[PL]. “*) Ibid., c. 8, p. 39: Quoniam namque omne minus bonum in tantum est
simile maiori bono in quantum est bonum, patel cuilibel rationabili menti quia
de bonis minoribus ad maiora conscendendo ex bis quibus aliquid maius cogitari
potest multum possumus conicere illud quo nihil potest maius cogituri,... Est igitur linde possit conici
quo maius cogitari nequeat | PL. M0 ) Prosi., c. 4, p. 31: Aliter enim
cogitatur res cum vox eam significans cogitatur, aliter cum id ipsum quod res
est intelligitur. Ilio ilaque modo potest cogitari Deus non
esse, isto vero minime. [Nella ed. Gerberon: Nullus quippe intelligens id quod
sunt ignis et aqua palesi cogitare ignem esse aquam secundum rem ; licet hoc
possit secundum voces, ita igitur nemo intelligens id quod Deus est....]
IS'ullus quippe intelligens id quod Deus est potest cogitare quia Deus non est,
licet haec verbo dicat in corde aut sine ulta aut cum aliqun estranea
significatione [PL bisogno, in generale, nè di ima prova della esistenza, nè di
un’ascesa all’Incondizionato, bensì non c è allora nient’altro da fare, che
pensare appunto ciascuna cosa dal suo lato obbiettivo reale. Con molta
accortezza perciò Anseimo non si addentra con una sola parola neanche nella più
calzante obiezione di Gaunilone; quest’ultimo rappresenta un nominalismo molto
ragionevole, quando dice eh è bensì vero che la vox da sola, come semplice vox,
cioè puramente come suono di lettere (dell’alfabeto), non contiene verità di
sorta, ma che nella Bfera della esperienza, dove il significato intelligibile
della parola viene connesso con cose note e commisurato a queste, si pensa
effettivamente nelle parole l’essere obbiettivamente reale, dovendosi dunque,
per quella sfera che trascende ogni esperienza, star contenti alla significano
perccptae vocis, che non implica in sè la esistenza obbiettivamente reale della
cosa significata 341 ). Dice cioè Gaunilone: nelle no*“) L. prò insip., c. 4,
p. 36[testo c. s.] : Neque enim aut rem ipsam [girne deus est] novi aut ex alia
possum conicere simili, quandoquidem et tu talcm asseris illam ut esse non
possil simile quicquam. Nam si de homine aliquo mihi prorsus ignoto, quem etiam
esse nescirem, dici lamen aliquid audirem, per illam specialem generalemve
notiliam, qua quid sit homo vel homines novi, de ilio quoque secundum rem ipsam
quae est homo cogitare possem. Et tamen fieri posset ut, mentiente ilio qui
diccret, ipse quem cogitarem homo non esset; cum tamen ego de ilio secundum
veram nihilominus rem, non quae esset ille homo sed quae est homo quilibet,
cogitarem. Nec sic igitur ut haberem fulsum istud in cogitatione vel in
intellectu, habere possum istud, cum audio dici « Deus » aut « aliquid omnibus
maius », cum, quando illud (cioè quell'uomo) secundum rem veram mihique notum
cogitare possem, istud (cioè Dio) omnino nequeam nisi tantum secundum vocem,
secundum quam solam aut vix aut nunquam potesl ullum cogitaci verum. Siquidem
cum ila cogitatur, non tam vox ipsa quae res est utique vera, hoc est
litterarum sonus vel syllabarum, quam vocis auditae significatio cogilelur, sed
non ita ut ab ilio qui novit quid ea soleat voce significavi, a quo scilicet
cogitatur secundum rem vel in sola cogilatione veram : verum ut ab eo qui illud
non novit et solummodo cogitat secundum animi molum illius auditu vocis
effeclum significationemque perceptae vocis conanlem effingere sibi. Quod
miruin est si unquam rei peritate potuerit. Ita ergo. stre parole abbiamo la
esperienza concreta convertita in concetti, e nelle parole possediamo anche la
forza di trascender la immediata realtà; ma tostochè questo accada, ci troviamo
esclusivamente nella sfera del pensiero, ed è fatica sprecata voler fare venir
fuori da questo, in quanto puramente subbiettivo, la esistenza obbiettiva del
pensato, perchè, proprio quando ci si volge al cogitavi, si rende manifesto che
esse e non esse appartengono alla sfera obbiettiva, sicché la prova ontologica non
prova niente, perchè va di là dal proprio campo, e così prova troppo. [b)
realismo anselmino, privo di fondamento scientifico, nel Dialogus de
veritate]. Se dunque l’argomento
ontologico è nato solamente perchè Anseimo non era riuscito a venire logicamente
in chiaro neanche del suo proprio punto di vista realistico, questa medesima
debolezza si mostra anche in quella professione di fede realistica, cli’è
contenuta nel « Dialogus de veritale s >. Già più sopra (nota 319), nel
passo indirizzato contro Roscelino, abbiamo veduto la espressione schiettamente
realistica «substantiae universales » ; ma proprio un tal modo d’intendere
impedisce naturalmente ad Anseimo qualsiasi comprensione di quel che significhi
la forma del giudizio logico: poiché, potendo egli sin dal principio
considerare la enuntiatio solamente come ricalcata sopra l’essere o il
non-essere obbiettivo, nemmeno in tale forma assegna alla enuntiatio stessa la
verità, ma questa trasferisce in modo esclusivo nella sfera obbiettiva, la
quale, lungi dall’esser vera nel suo presentarsi come oggetto del giudizio,
contiene invece solamente la nec prorsus al iter. adirne in intellectu nuo
constai illud haberi, cum audio intelligoque dicentem esse aliquid maius
omnibus quae valeanl cogitari. Haec de
eo quod somma illa natura iam esse dicitur in intellectu meo [PL]. causa della
verità del giudizio 342 ) ; Anselmo auzi espressamente irride alla forma del
giudizio: questo infatti com'egli si
esprime anche quando è in contraddizione
con lo stato di fatto oggettivo, continua pur sempre a essere un giudizio
giusto, per quanto si attiene puramente all’enunciare e al significare, mentre
la vera giustezza, cioè la stessa verità, risiede appimto solamente in quella
obbiettività, a raggiunger la quale, in senso obbiettivo, s’ha da tender con
uno sforzo, ch’è designato quasi come dovere morale 343 ) : poiché, dato che
tutte le cose ricevono Tesser loro solamente dalla suprema Verità 344 ),
Tessere stesso prende infine la forma di un *°) Dialogus de ventate, Magister.
Quando est numi intuì vera? Discipulus.
Quando est, quod enuntiat si ve affermando sive negando; dico enim esse quod
enuntiat, eliam quando negai esse quod tuta est; quia sic enuntiat, quemadmodum
res est. An ergo libi videtur, quod res enunliata sit veritas enunlialionis?
Non. Quare? Quia nihil est veruni, itisi
participando verilatem: et ideo veri veritas in ipso vero est; res vero
enunliata non est in enuntialione vera, unde non ejus veritas, sed causa
veritatis ejus dicendo est [PL. "*’) Ibid., p. 110: XI. Ergo non est illi
[se. enuntiationi\ aliud veritas [?], quam reclitudo. Video quod dicis: sed doce me,
quid respotulere possim, si quis dicat, quod ctiam cum [ojratio significai esse
quod non est, significai quod dehet: ttariler namque accepit significare esse
et quod est et quod non est. Nam
si non accepisset significare esse eliam quod non est, non id significarci.
Quare eliam cum significai esse quod non est, significai quod debet. Al si,
quod debet significando, recto et vera est, sicut ostendisti, vera est oralio,
edam cum enuntiat esse quod non est. XI.
Vera quidem non solet dici, cum significai esse quod non est; veritatem tamen
et rectitudinem habet, quia jacil quod debet. Sed cum significai esse quod
est, dupliciter jacil quod debet: quoniam significai et quod accepit
significare, et [adì quod facta est. Sed secundum hanc rectitudinem et
veritatem, qua significai esse quod est, usu recto et vera dicitur enuntiatio,
non secundum illam, qua significai esse eliam quod non est.... Alia igitur est
rectitudo et veritas enuntiationis, quia significai ad quod significandurn
facta est: alia vero quia significai quod accepit significare. Quippe ista
immutabilis est ipsi oralioni: illa vero, mutabilis [ PL, p. 111-2: An putas
aliquid esse aliquando, autalicubi, quod non sit in stimma ventate, et quod
inde non accepcril quod est inquantum est: aut quod possil aliud esse, quam
quod ibi est? [PL], Dovere S4B ). Per conseguenza
risulta sì un fondamento unitario, semplicemente obbiettivo, della verità 346
), ma con quanto maggior energia vien dato rilievo all’ apprendimento
esclusivamente spiritualistico di quello), tanto meno si riesce a capire, come
mai rimanga ancora una qualsiasi funzione di principio alla forma logica del
giudizio. [c) punto di vista compassionevolmente basso, nel Dialogus de
grammatico]. Ma quanto poco accuratamente elaborata sia stata in generale
nell’opera di Anseimo la concezione della logica, appare manifesto con la
massima chiarezza dallo scritto intitolato « Dialogus de grammatico » 34S ). È
vero che si tratta semplicemente *“) : In rerum quoque exislemia, est simililer
vera vel falsa significano ; quoniam eo ipso quia est, dicil se debere esse
[PL], Con quest’affermazione è connessa anche la totale identilicazione che
Anseimo stabilisce tra il Non-essere reale, ovvero il Nulla che è, da una
parte, e, dall’altra, il Male ( Epist., II, 8, p. 343 s. [PL), onde,
confrontato con lo Scoto Eriugena (note 133 ss.), egli fa una più risoluta
professione di realismo platonico. '“) Ibid., c. 13, p. 115: Si recliludo non
est in rebus illis, quae debent rectiludinem, nisi cum sunt secundum quod
debenl, et hoc solum est illis rectas esse, manifestum est, earum omnium unam
solam esse rectiludinem.... Quoniam illa (se. veritasj non in ipsis rebus, aut ex
ipsis, aul per ipsas, in quibus esse dicitur, habet suum esse; sed cum res
ipsae secundum illam sunt, quae semper praesto est his, quae sunt sicut debent,
tunc dicitur hujus vel illius rei veritas IPL,Nempe nec plus nec minus continet
isla diffinitio veritatis, quam expediat, quoniam nomen reclitudinis dividii
eam ab ornili re, quae rectitudo non vocatur. Quod vero sola mente percipi
dicitur, sepurat eam a reclitudine visibili [PL]. **) Dice lo stesso Anseimo
(Prologus ad dial. de ver., p. 109 [PL): [edidi tractatum ] non inulilem, ut
puto, inlroducendis ad dialecticam, cujus initium est « De grammatico»: e da un
passo di SiciBKftTO da Gsmbloux (de scriptoribus ecclesiaslicis, c. 168), dov’è
ripetuta questa notizia (vedilo riprodotto dal Fabricius nella Dibl. eccl., p.
114 [PL, 160, 586] : scripsit.... alium librum inlroducendis ad dialecticam
admodum utilem, cujus initium est « De grammatico »), ha avuto origine la
opinione erronea, ch’egli abbia scritto una particolare « Introducilo in
dialecticam ».di un esercizio scolastico, composto da Anseimo, come dice egli
stesso, soltanto in considerazione delle solite numerose trattazioni analoghe 3
'* 9 ) ; ma mentre ci è ignoto se quegli altri scritti consimili sieno mai
stati migliori, scorgiamo in ogni caso che questo di Anseimo si tiene a un
punto di vista compassionevolmente basso. Poiché è un continuo insulso giocare
con proposizioni ricavate da Boezio, e apprese macchinalmente, senza trarsi
fuori dalla tediosa fatica di scovare in un primo tempo difficoltà, là dove un
uomo ragionevole non ne saprebbe trovare, e poi da capo presentarne la
soluzione adeguata; insomma è il
prodotto di una erudizione scolastica estremamente limitata, tanto meschino
quanto lo scritto ricordato più sopra di Gerberto; e di un qualche impulso che
sia da esso derivato allo studio della dialettica, si può tanto meno parlare,
in quanto che, persino relativamente alla questione che divideva il campo della
logica in contrarie tendenze, si presenta estremamente ottuso e scolorito.
Tutta la trattazione si volge intorno alla questione, se « grammaticus » sia
sostanza o sia qualità, dato che ima e l’altra alternativa debbano entrambe
esser ammesse, ma non sia possibile che sieno in pari tempo tutt’e due vere 35
°). Ma alla risposta ragionevole, che **) Diulogus de grammatico, Tamen quoniam
scis, quantum noslris temporibus diulectici certent de quaestione a te
proposila, nolo le sic his quae diximus inhaerere, ut ea perlinaciter teneas,
si quis validioribus argumentis haec destruere et diversa valuerit astruere:
quod si conti gerii, saltem ad exercitationem disputandi nobis haec profecisse
non negabis [PL, . B °) lbid., c. 1, p. 143: De grammatico peto ut me cerlum
jacias, utrum sit substantia an qualitas, ut, hoc cognito, quid de aliis quae similiier
denominative dicuntur, sentire debeam, agnoscam. La questione ha la propria
fonte in Boezio (p. 121 [in Ar. praed., I; PL, 64, 171-2]), il quale, dove
nelle Categorie vien citato grammaticus come denominalivum da grammatica,
nomina nel commento Aristarco quale esempio di grammaticus, e inoltre, nel trattare della categoria della
sostanza (p 134 [ibid.; PL, 64, 189]), espressamente riconduce grammaticus su
su ad animai, mentre è da agli. cioè son pur vere tutte due le alternative, ci
si arriva per via indiretta nel modo più artificioso 351 ). Alla opinione di
chi ammette che « grammaticus » è sostanza, perchè invero il grammatico è un
uomo, ma l’uomo è sostanza, si contrappone cioè anzitutto un sillogismo deforme,
il quale ha per conchiusione che nessun grammatico è uomo 352 ) : conchiusione,
che per prima cosa viene confutata con l’argomento, che alla stessa maniera
potrebbe anche dimostrarsi che nessun uomo è un essere vivente 353 ) ; ora
soltanto a tale argomento vien disgiungere che (p. 185 s. [i6., HI; PL, 64,
256-7J) per la categoria delia qualità, grammuticus era diventato l’esempio
stereotipato. Perciò Anselmo pone ora una accanto all'altra come reciprocamente
contraddittorie le seguenti espressioni: Ut quidem grammaticus prò betur esse
substantia, sufficit quia omnis grammaticus homo, et omnis homo substantia
(cfr. Boezio [ad Porph. a se fransi.], p. 63 s. [probabilmente si deve leggere
36 6.: lib. H, c. 11; ed. Brandt, p. 103-4; PL, 64, 57]).... Quod vero
grammaticus sit qualitas, aperte jatentur philosophi, qui de hoc re
tructaverunt, quorum aucloritalem de his rebus est impudenlia improbare. Item quoniam necesse est, ut
grammaticus sit aut substantia aul qualitas.... Cum ergo alterum horum verum
sit, alterum jalsum, rogo ut julsìtatem detegens, aperius mihi veritatem [PL,
158, 561]. K1 ) Ibid„ c. 2: Argumenla, quae ex
utraque parte posuisti, necessaria sunt; nisi quod dicis, si alterum est,
alterum esse non posse. Quare non debes a me exigere, ut alteram partem esse
falsam ostendam, quod ab ulto fieri non potesti sed quomodo sibi invicem non
repugnent, aperiam, si a me fieri polest. Sed vellem ego prius a te ipso
audire, quid his probalionibus tuis oblici posse opineris \ib., 561-2]. K ‘)
Ibid.: Ulani quidem propositionem quae dicit, grammaticum esse hominem, hoc
modo repelli existimo : quia nullus grommati• cus potest intelligi sine
grammatica, et omnis homo polest intelligi sine grammatica. Item, omnis
grammaticus suscipit magis et minus (questo è ricavato da BOEZIO, p. 186 [in
Ar. Praed., Ili; PL, 64,
257]), et nullus homo suscipit magis et minus: ex qua utraque contextione
binarum propositionum conficitur una conclusio, id est, nullus grammaticus est
homo [PL, 158, 562]. * sl ) C3, p. 143 s. : Non sequitur.... Contexe igitur tu
ipse quatuor.... propositiones.... in duos syllogismos:... « Orane animai
polest intelligi praeler rationalitatem; nullus vero homo potest intelligi
praeter rationalitatem>. Item: que multipliciter appellatur.... Et communis
est multiplex appellatio, edam in his nominibus, quae veluti genera de
speciebus dicuntur;e (p. 183 [ibid., PL): Grammatici enim a Grammatica
nomìnantur, atque hoc est in pluribus, ut posilo nomine, si quid secundum ipsas
qualitales, quale dicilur, ex his ipsis qualilatibus appellatio derivetur. Etc . distinctis qualitatum vocabulis appellantur....
Così neanche Anseimo oltrepassa dunque assolutamente la limitata sfera delle
fonti sin qui note, e se si fosse già fin d’allora conosciuta la traduzione
degli Analitici, è da credere che in generale tali disquisizioni sarebbero
state impossibili. Anseimo tuttavia non ci consente ancora di gustare subito la
sua concezione realistica, bensì ancora per qualche tempo ci mena strascicando
attraverso uno sciocco gingillar con le parole. Se cioè si obietta che « grammatico
» e « uomo » vengono per conseguenza a essere ugualmente predicati
significativi, e che pertanto il primo abbraccia del pari in una unità reale il
concetto di uomo e il concetto di grammatica
tale obiezione dev’essere ora confutata con la considerazione, che
allora « grammatica » non sarebbe accidente, ma differenza sostanziale, il che
dovrebb’essere altrettanto vero di tutte le qualità simili: e così pure ne
risulterebbe la illazione che un non-uomo, il quale fosse grammatico, dovrebbe
allora proprio perciò essere nello stesso tempo uomo 364 ) ; inoltre bisogna
ben riflettere appunto sopra la forma di aggettivo che ha la parola
grammaticus, poiché se « uomo » fosse già per sè contenuto in « grammatico »,
potrebbe darsi che, con la sostituzione, si dovesse continuar a ripetere
all’infinito la parola « uomo », e in generale si sconvolgerebbe il punto di
vista proprio degli appellativi derivati, perchè allora p. es. anche hodiemus
dovrebb’essere un verbo 363 ). J C. 13, p. 14 ì: Sicut enim homo constai ex
ammali et rationalitate et morlalitale, et idcirco homo significai liaec trio,
ila grammatici^ constai ex homine et grammatica; et ideo nomen hoc significai
utrumque.... M. Si ergo itti est, ut tu
dicis, diffinitio et esse grammatici est « homo sciens grammalicam ».... Non
est igitur grammatica accidens, sed substantialis differentia; et homo est
genus, et grammaticus species: nec dissimilis est ratio de albedine, et
similibus accidentibus: quod falsum esse totius artis traclatus ostendit
((BOEZIO fin Porph. a se transl., IV, 1: ed. Brandi, p. 239 ss.; PL, 64, 115
ss.], p. 79 ss.).... Ponamus, quod sit animai aliquod rationale, non tamen
homo, quod ita sciai grammalicam sicut homo ... Est igitur aliquis non homo
sciens grammaticam.... At omne sciens grammalicam est grammaticum.... Est
igitur quidam non homo grammaticus.... Sed tu dicis in grammatico intelligi
hominem.... Quidam ergo non homo est homo quod falsum est [PL, 158, 571-2], )
Jbid. : Si homo est in grammatico, non praedicatur cum eo simul de aliquo...;
non enim apte dicitur, quod Socrates est homo animai (Boezio [loc. ult. cit.,
II, 6: ed. Brandt, p. 192; PL Dopo che si dà così
per dimostrato che grammatica* non chiude in sè unitariamente la sostanzialità
dell’uomo, bensì vale soltanto quale significazione adeguata della grammatica,
deve adesso chiarirsi ancora tuttavia in qual modo grammaticus sia puramente un
appellativo mediato dell’uomo; e ciò si fa, con il più balordo scambio di
concetti attributivi, mediante questo esempio, che cioè, se ci sono, uno
accanto all’altro, un cavallo bianco e un bove nero, dicendosi senz’altro S, qUoJ 7. homo solus, i. e. sine grammatica,
est gromma auinno f b ‘ m °' l,S,ntell W POtest: uno vero, altero falso. Homo
quippe (questo e il verni modus) solus, i. e. absque grammatica est qiTnecToh
Ter habe ^ ^ m maticam: grammatica namque, nec sola nec cum honune. habet
grammaticum. Sed homo so irammn ' grammat,ca ««* grammatici; quia, absente
grammatica, nullus esse grammatici potest (il falsus modus consi alerebbe cioè
ne 1 intender quella proposizione nel senso che non per^ r „a n n e ted a n>
^amniotica alla sostanza 7 ». stante dell uomo): sicut qui praecedendo ducit
alium, et so . 1 praevius, quia qui sequitur non est praevius,... et solus non
lvL pr i5T l 5m l, !cr n T f qui T‘ evius esse non P° test la prima delle due
alternative viene utilizzata per la professione di fede realistica, e qui
Anselmo aderisce, con l’accento di chi si rassegna di mala voglia, alle idee
dei dialettici aristotelici, per salvare almeno quel che poteva essere salvato,
poiché, visto che le Categorie godevan pure di ima così grande autorità, da non
poter essere del tutto rigettate, bisognava far il tentativo d’interpetrarle in
senso realistico. Dice Anselmo cioè, che designare il grammatico esclusivamente
come qualità, è giusto soltanto dal punto di vista delle Categorie
aristoteliche, poiché in quest’opera si tratta in verità non dell’essere reale
delle cose stesse, e neanche della designazione puramente appellativa mediante
parole, bensì delle voces significativae (v. sopra la nota 363), in quanto che
queste significano immediatamente l’essere sostanziale in se stesso: e perciò è
giusto che tra i dialettici sia rimasto in uso di tenersi puramente nell’orbita
di questa significazione sostanziale, cioè di servirsi del grammatico, soltanto
com’esempio di qualità 3T0 ) ; peroc”“) C. 16: Cum vero dicitur, quod
grammaticus est qualilas, non recte, nisi secundum tractatum Aristotelis de
categoriis, dicitur. C. 17: D. An aliud habet ille tractatus quam « omne quod est, aut est
substantia, aut quantitas, aut qualilas, etc. » (BOEZIO [in Ar. Praed., I;
PL).... M. Non tamen fuit principalis
intentio Aristotelis, hoc in ilio libro ostendere, sed quoniam omne nomen vel
verbum atiquid horum significai; non enim intendebal ostendere, quid sint
singulae res, nec qiiarum rerum sint appellalivae singulae voces, sed quorum
significativae sint. Sed quoniam roces non significant nisi res, dicendo quid
sit quod voces significant, necesse fuit dicere quid sint res.... De qua
significatione videtur libi dicere, de illa qua per se significant ipsae voces,
et quae illis est subslantiulis, an de altera, quae per aliud est, et
accidentalis? D. Non nisi de ipsa, quam
idem ipse eisdem vocibus esse, diffiniendo nomen et verbum (Boezio [in de
interpr., ed. Becunda, I, 1: rdiz. Meiser, Pare Post.,
p. 13 ss. ; PL, 64, 398-9], p. 293 s.), assignuvil, quae per se
significant. M. An pulas.... aliquem eorum,
qui eum sequentes de dialectica scripserunt, aliter sentire voluisse de hac re,
quam sentii ipse? D. Nullo modo eorum scripta hoc aliquem opinari
permilliinl: quia nusquam invenitur aliquis eorum posuisse aliquam vocem ad
ostendendum aliquid quod significet per aliud, sed semper ad hoc quod per se
significai [PL, chè, in questo senso realistico, il grammatico, per rispetto
alle categorie, è, parimente dal punto di vista del linguaggio come nella
realtà, una qualità laddove, fatta
astrazione da questa considerazione dialettica, la quale tuttavia deve pertanto
contenere Tessere essenzialmente sostanziale, ciò che rimane è solamente il
campo della comune maniera di parlare appellativa, nella quale il grammatico è
chiamato «uomo»: non diversamente p. es., nel considerare le forme
grammaticali, è giusto chiamare maschile il sasso, mentre, nell’uso comune del
linguaggio, non c’è nessuno che designi il sasso come mi essere mascolino 3n ).
Dunque Anseimo scorge bensì nelle categorie un pòtere formale, ma lo riferisce
esclusivamente alla Tabula logica, già obbiettivamente data, dell’Essere
sostanziale. Ma quanto rozzamente ciò da lui sia stato inteso, appare manifesto
dalla concliiusione dello scritto, dove si discute ancora la questione, se una
sola cosa possa cadere sotto più categorie; poiché, quando p. es. si dice c ìe
armatus può anche rientrare nella categoria della sostanza, perchè l’armato ha
in sè una sostanza, vale a In C ' 18, U s .: Si crgo proposila divisione
oraefata (cioè L!X n 7 e ;' leCÌ categorie), quaero a te, q uid sii grammaticm
secundum hanc divisionem, et secundum eos. qui illuni scribendo D P™lT2Z
qUUn,Ur t: qU,d QUaer0 ’ ° Ut QUÌd mihi rospondebi? _ -A " ÌUC P ° test
quaeri ’ nisi de voce aut de re quam significati quare, qu ia constai
grammaticum non significare respondebo^i '"'“'"'T hominem sed grammaticum,
Incuneiamo Tve^oauàerlde de V ° Ce ' quu ) vox significans quali totem, si vero
quaens de re, q uia est q ualitas.... Quare si ve quaeralur de yZZlil Ve J
e,lf’ CUm quuer,tur quid sit gr animai-ras secundum A ristoici s tractatum et
secundum sequaces ejus. recte respóndZr -Mila' "t t * men s f cundum
oppellationem vere est subslanliu. scribuntd emm V Vere " OS debet ' quod
d ulectici ahler utùmur InLc J bUt S0C ‘,ndum quod sunt significativae,,diter
eis dèi Idi //T '" secun dum qiwd sunt appellativae: si et grommatic ahud
dietim secundum formam vocum. aliud secundum reium naturam. Dicunt quippe
lapidem esse mascolini generis.... cum tu rno dicat lapidem esse masculum [PL,
dire le armi, cou ciò si tocca veramente il colmo della incomprensione della
logica; e a noi piace chiudere con la sentenza che Anselmo pronuncia su tale
argomento, essere difficile cioè ( poiché non vuole affermare neanche questo
con assoluta certezza ) che una cosa, la quale eia un tutto uno, possa cadere
sotto più categorie, laddove invece una parola, includente più significati, può
ben essere considerata, come non unitaria, dal punto di vista di più categorie:
tal è p. es. il caso di albus, ch’e di pertinenza così della categoria della
qualità, come anche di quella dell’avere. Cosi quest’ottuso realismo
s’inviluppava, per la sua propria impotenza, in difficoltà, che in generale,
per chi consideri le questioni secondo un criterio realmente logico, sono
inesistenti, e tutto l’atteggiamento di Anseimo ci appare soltanto come un
documento di una congenita disgraziata disposizione, dalla quale è affetto, in
ordine alle questioni di logica, l’oggettivismo realistico. [§ 35. Grado ancor basso di sviluppo del contrasto
FRA LE TENDENZE. ONORIO DA AUTUN. Ma ili generale sembra in quel tempo, cioè al
limite fra l’XI e il XII secolo, essersi manifestato, quale risultato di più
Nam, si grammaticus est qualilus, quia significai qualitatem, non video cur
armalus non sit substantia,... quia significai habentem substantiam, i. e.
arma:... sic grammaticus significai habere, quia significai habentem
disciplinam. M. Nullalenus.... negare
possum, aut armatum esse substantiam aut grommaticum [esse] habere.... Rem
quidem unam et eamdem non puto sub diversis apiari posse praedicamentis, licet
in quibusdam dubitari possit: quod majori et altiori disputationi indigere
existimo (saremmo stati in verità smaniosi (li leggerla, questa altior
disputatio).... Unam aulem vocem plura significamela non ut unum, non video
quid prohibeat pluribus uliqucndo supponi praedicamentis, ut si albus dicitur
qualitas, et habere [PL], Successivamente si prende ancor in esame il concetto
di albus, per sostenere ch’esso non è unitario, ma risulta appunto da qualitas
e habere appiccicati insieme. e meno recenti controversie logiche e teologiche,
un contrasto, ancora dichiaratosi in maniera anzichenò grossolana, tra
nominalisti e realisti: si era cioè incapaci, all’infuori da questi due punti
di vista, di prenderne in’ considerazione alcun altro, come pure si enunciava
ciascuno di quei due unilateralmente, ancora in forma estrema e per così dire
grezza. Uno svolgimento di gran lunga più ricco e meglio disciplinato, ce lo
presenteranno di già subito i prossimi decenni, e più che mai 1 epoca
ulteriore, che per il momento preferiamo tuttavia passar del tutto sotto
silenzio. La usata logica delle scuole poteva anzi esser allora intesa da
alcuni singoli scrittori in maniera tale, che rimanesse ancor affatto immune da
qualsiasi influsso del contrasto fra le tendenze, e qual esempio di assoluta
ingenuità, così per questo rispetto come relativamente alla logica in generale,
possiamo, per chiudere questa Sezione, citare ancora, del principio del secolo
XII, alcune amene osservazioni di Onorio da Autun, il quale rappresenta le
sette arti liberali come altrettante sedi dell’anima: ed ecco tutto ciò che, a
tal proposito, egli sa metter avanti, relativamente alla dialettica: per cinque
porte (le quinquc voces) si entra nella vera e propria fortezza (cioè le dieci
categorie), dove stan pronti due campioni, vale a dire il sillogismo categorico
© quello ipotetico, che Aristotele ha armati nella Topica e ha portati poi, nel
libro de interpr., sul campo di battaglia, sicché ci si può qui metodicamente
addestrare nella lotta contro gli eretici S7S ). TO ) Honorii Aucustodunensis
de Animae Exsilio et Patria, c. 4, riprod. dal Pez, Thesaur. Tenia civilus est
Dialettica, multis quaestionum propugnando munita.... Uaec per quinque portas
adventantes recipit, scilicet per genus, per species, per differens, per
proprium, per accidens; unde et Isagogae introductiones dicuntur, quia per has
repatriantes introducuntur. Arx hujus urbis est substantia; turres
circumslantes novem sunt accidentia. In hoc duo pugiles sunt et litigantes
certa ratione dirimunt: Calhegorico et hypothetico Syllogismo quasi praeclaris
armis viantes muniunt. Quos Aristoteles
in Topica recipit, argumenlis instruit, in Perihermeniis ad lalum campum
syllogismorum educit. In hac urbe
docentur itineranles haereticis, et aliis hostibus armis rationis resistere
eie. [PL PROGRESSO GRADUALE VERSO LA CONOSCENZA COMPIUTA DELLA LOGICA
ARISTOTELICA Si colmano le lacune del materiale degli STUDI DI LOGICA, CON LA
CONOSCENZA DEI DUE ANALITICI e della Topica, oltre che degli Elenchi
Sofistici]. Dopo aver detto più sopra che c’è un solo motivo di dividere in
periodi la storia della logica medievale, motivo che consiste per me nella
misura estrinseca della conoscenza, più limitata o più estesa, che si aveva
degli scritti aristotelici, e che la differenza di contenuto fra la precedente
e la presente Sezione si riduce in ultima analisi al fatto che sino al
principio del sec. XII non erano noti nè utilizzati i due Analitici e la
Topica, insieme con gli Elenchi Sofistici, mentre in seguito, a poco a poco,
anche questi libri furon tratti entro la sfera dei dibattiti sopra le questioni
di logica, m’incombe ora qui per prima
cosa il dovere di fissare anzitutto precisamente quei dati di storia letteraria,
che stanno a fondamento della separazione. Per tutta questa Sezione, con la
quale entriamo nell’agitata epoca di Abelardo e procediamo sino al termine del
XII secolo, bisogna cioè in primo luogo metter sott’occliio l’àmbito del
materiale di cui disponevano gli studiosi di logica, e dal quale scaturirono le
numerose controversie di questo periodo, vale a dire bisogna mostrare che, e in
qual modo, a poco a poco, per un verso si pervenne alla conoscenza di tutta
quanta la produzione letteraria di Boezio, che aveva appunto tradotto l’Organon
per intiero, e per l’altro verso si apprestarono traduzioni nuove dei libri
suddetti: perchè, solamente dopo fatto ciò, potremo riferire quale attività si
sia svolta nel frattempo sopra questo terreno gradatamente ampliato. Che quella
suindicata limitazione sia effettivamente sussistita fino al principio del
secolo XII, si può forse darlo ora per dimostrato, sia dalle notizie positive,
addotte nella Sezione precedente, sia anche dall’assoluta mancanza di qualsiasi
accenno in contrario. Ma appunto, quanto più per questo periodo antecedente
invochiamo in nostro favore la forza dell 'argumentum ex silentio ’), tanto più
diligentemente abbiamo preso in considerazione anche le tracce isolate e per
così dire cancellate, di manifestazioni, dalle quali quel silenzio viene rotto,
a partire da un dato momento. Il punto critico si ha cioè, quando viene presa
conoscenza degli Analitici e della Topica, oltre che degli Elenchi Sofistici*),
e per quanto ciò sia accaduto soltanto insensiCerto non deve perciò negarsi la
possibilità di nuove scoperte in qualche Biblioteca, dalle quali vengano messe
in luce notizie, contrastanti con questa nostra veduta; ma tuttavia si
tratterebbe sempre soltanto di casi isolati, senz’alcun indosso sopra lo
svolgimento generale della logica in quel tempo, perchè a riconoscere
l’andamento della logica in generale, sembrano sufficienti le fonti sinora
accessibili, ") Jourdain nelle sue Rechcrches critiques si era invero
proposto solamente il compito di ricercare le traduzioni nuove, venute fuori
nel Medio Evo, e poteva escludere dunque dalla propria considerazione questa
rivoluzione, in quanto essa concerne la conoscenza di Boezio: ma gli sono
sfuggiti testi d'importanza decisiva anche per quel suo intento particolare
bilmente e a poco a poco, ci si può bene aspettare che una conoscenza, sia pur
ancora frammentaria, di queste principali opere aristoteliche non sarà senza
connessione con lo studio della logica, fattosi ora più ricco e variato.
Giacomo da VENEZIA (si veda). Già una notizia che c del seguente tenore: un
tale Giacomo da Venezia [SI VEDA] tradusse dal greco i due Analitici, la Topica
e gli Elenchi Sofistici, e nello stesso tempo li corredò di un commento,
sebbene degli stessi libri ci sia stata una traduzione più antica » *), riguarda, come si vede, proprio quelle opere,
che il periodo precedente non aveva nè conosciute nè utilizzate: e, com’è da
rilevare da un lato, che l’informatore, appartenente egli pure al secolo XII,
era edotto della esistenza della traduzione, curata da BOEZIO, di quei
libri, poiché dove si parla di una
traduzione « più antica », non può alludersi se non a quella , è parimente
chiaro, d’altra parte, che quel tale Giacomo di VENEZIA (si veda) ignorava che
la traduzione stessa esistesse, e proprio da ciò era stato indotto a curar egli
stesso la sua propria versione di quei libri. Ma il paese, al quale siffatte
circostanze vanno ambedue riferite, è L’ITALIA. Prima ancora che si disponga del
testo DEI LIBRI ARISTOTELICI SU RICORDATI, TRAPELANO D’ALTRA FONTE NOTIZIE
SPORADICHE. Si DIMOSTRA CIÒ CON ARGO*) In nota a un passo di Roberto da
Mont-St.-Michel (Roberti de Monte Cronica, riprod. dal Pertz, MGH, Vili, p.
489), un continuatore (cioè « alia manus », ma, come afferma il Pertz [rectiiu:
L. C. Bethmann]) osserva quanto segue: Iacobus Clericus de VENEZIA (si veda)
transtulit de Graeco in Latinum quosdam libros Aristolilis, et commentatili
est; scilicet Topica, Anal. priores et posteriores, et Elencos; quamvis
anliquior translatio super eosdem libros haberetur fPIL MENTI TRATTI dagli
scritti di AbelardoJ. Questa importante notizia, la quale contiene dunque
elementi relativi alla conoscenza di quelle opere, e inoltre nello stesso tempo
elementi relativi alla non-conoscenza delle opere stesse, non sta tuttavia così
isolata, come si eredeva 4). Una conoscenza di quei libri sembrerebbe cioè, ben
è vero, rimaner esclusa a prima vista da dichiarazioni di Abelardo, affatto
categoriche e di amplissima portata. Fatta astrazione dal lamento ch’egli leva,
e che qui non c’interessa, per la mancanza di una traduzione della Fisica e
della Metafisica di Aristotele 5 )
Abelardo c’indica egli stesso espressamente le fonti della sua logica, e
dice che la letteratura in lingua latina, riguardante la logica, ha per
fondamento sette scritti, ripartiti fra tre autori: di Aristotele cioè si
conoscono soltanto le Categorie e il de interpr., di Porfirio la Isagoge, ma di
BOEZIO sono in uso i trattati de divisione, de differenti™ topicis, de
syllogismo categ., de syllogismo hypoth. b ); inoltre, anche una osservazione,
tratta dagli, ora ’ ®“P ra Giacomo da V., anche Ueberwec-Geyer, p. 146] .11I
Cousin (Ouvr. inédits d’Abélard, p. L ss, e anche Fragni. de pini, du moyen àge
Parigi) è assolutamente in errore, e dai passi di Abelardo che dovremo citare
subito appresso, trae conchiusioni, solamente in base al tenore delle parole,
estrinsecamente considerate, senza por mente al contenuto delle dispute intorno
ai problemi della logica. . “I Abaelardi Dialectica, negli Ouvr. inéd. (ed.
Cousin), p. 200: in l hysicis [et].... in his libris, quos Metaphysica vocat,
exequitur (se. Aristoteles). Quae quidem opera ipsius nullus adhuc translator
latinae linguue aptavit. Confido.... non pauciora vel minora me praestiturum
cloquentiae peripateticae munimenta, quam illi praestiterunt, quos latinorum
celebrat studiosa doclrina.... Sunt autem tres, quorum septem codicibus omnis
in hac arte eloquenza latina armalur. Aristotelis enim duos tantum,
Praedicamentorum scilicel et l J eri ermenias libros usus adhuc latinorum
cognovil; Porphyrii vero unum, qui videlicet de Quinque vocibus conscriptus,
genere scilicet, specie, differentia, proprio et accidente, introductionem ad
ipsa praeparal praedicamenta; BOEZIO autem qualuor in consuetudinem duximus
libros, videlicet Divisionum et [2291 Topicorum cum Syllogismis tam Categoricis
quam Hypotheticis. Quorum omnium summam noElenchi Sofistici, Abelardo la cita
una volta, soltanto di seconda mano, espressamente riferendosi a BOEZIO, come a
propria fonte 7 ). Mentre dunque Abelardo, com’è di per sè chiaro, da quei
passi di BOEZIO già più volte menzionati, doveva aver appreso esattamente quali
sieno i libri scritti da Aristotele, si direbbe ch’egli riconosca con le parole
ora riferite, in modo assolutamente inequivocabile, che non gli era possibile
far "uso delle traduzioni degli Analitici, della Topica e degli Elenchi
Sofistici. Ma tutto quel che ci è lecito conchiudere anche da questo
riconoscimento, si è che Abelardo non aveva a disposizione quelle opere
principali di Aristotele, perchè queste in generale non si trovavano tra gli
scritti entrati nell’uso (si ponga mente all’espressioni « usus.... cognovit »
e «in consuetudinem duximus »); vediamo cioè che allora in Francia, in tutti
quei luoghi, per i quali Abelardo si andò aggirando o dove in generale ci si
occupava di logica, non si possedeva un esemplare del testo genuino di quei
libri; poiché 6e se ne fosse posseduti, con l’ardore per gli studi di logica,
caratteristico di quell’estrae dialecticae textus pienissime concludet etc. Che
per Topica qui non sia da intendere nient’altro che lo scritto de diff. top., è
dimostrato, oltre che dalla esposizione che di questo ramo della dialettica si
trova nello stesso Abelardo, anche da una quantità di passi, dov’egli cita
punti singoli 'del de di/}, top. come « Topica» di BOEZIO, tout court: così, p.
es., lntrod. ad thcol. [ed. Amboes.], II, 12, p. 1078 [ed. Cousin, II, 93; PL,
178, 1065] (si riferisce al de diff. top., I, p. 858 s. [corrisponde a PL), Theol.
Christ. [ed. Martène], IU, p. 1281 [ed. Cousin, II, p. 488: PL] (si riferisce
c. s.). Sic et Non, c. 9, p. 41 della ediz. Henke e LindenkohI [PL (de diff.
top., II, p. 866 [PL, ]), ibid., c. 43, p. 105 [PL, 178, 1405] (de diff. top.,
III, p. 873 [PL, 64, 1197]), ibid.. c. 144, p. 397 [PL] (de diff. top., II, p.
867 [PL]). ') Dialect., ed. Cousin, p. 258: Sex autem sophismatum genera
Aristotelem in Sophisticis Elenchis suis posuisse, Boethius in secando editione
Peri ermenias commemorai (BOEZIO, p. 337 s. [in de inlerpr., Secunda editio,
II, 6: ed. Meiser, Pars Post., p. 133-4; PL, 64, 460 s.]). poca, li si sarebbe
certamente messi in piena luce. Non rimane invece esclusa in tali circostanze
la possibilità che qualche elemento di quegli scritti sia tuttavia venuto
altrimenti a conoscenza del pubblico dei dotti: e sol che si trovasse anche una
unica notizia soltanto, della quale si riuscisse a dimostrare che non possa
essere stata ricavata da uessun’altra fonte se non da uno di quei libri,
sarebbe fornita la prova che in qualche maniera, da qualche altra parte, dati
isolati ricavati dagli Analitici e dalla Topica sono filtrati nell’atmosfera
degli studiosi francesi di logica. Ma dimostrare per opera di quali uomini e in
quale maniera ciò sia accaduto, non è compito da assegnare a noi; è impossibile
fornir tale prova, anzi nemmeno possiamo designare la fonte locale. Che cioè al
tempo di Abelardo si fosse venuti a conoscenza di elementi staccati, tratti da
quegli scritti aristotelici che fin allora non erano ancora stati messi a
profitto, è cosa della quale possiamo trarre le prove precisamente da Abelardo
stesso, e anzi riferendoci non a un pimto soltanto, ma a parecchi. Abelardo
osserva una volta, a proposito della definizione del genus 8 ), che in
determinate circostanze anche l’individuo può fare da predicato, come p. es.
nella proposizione « hoc album est Socrates», oppure «/tic veniens est Socrates
» : una considerazione questa, che
sarebbe vano ricercare in tutta la serie dei commenti di BOEZIO, ma che si trova
bensì negli Analitici Primi, con letterale coincidenza di quelle proposizioni
esemplificative; e proprio di là questa notizia dev’essere venuta anche a
cono[Glossae in Porph., ibid., p. 560: videtur esse falsum, quod individua de
uno solo praedicenlur, cum hoc individuum Socrates de pluribus habeat
praedicari, ut « hoc album est Socrates », « hic veniens est Socrates». Il
luogo aristotelico corrispondente si trova negli Anal. pr., I, 27 (nella
traduzione di BOEZIO PL. scenza di vari altri cultori della logica 9 ).
Abelardo riferisce inoltre che ci son « molti » che traspongono la essenza
della definizione esclusivamente nella indicazione delle qualità 10 ) : e non
sarebbe il caso di dire che questa opinione è soltanto una conseguenza estrema
ricavata da un passo [delle Categorie] già da gran tempo conosciuto [nella
traduzione di Boezio] ll ), perchè un contemporaneo di Abelardo formula quella
opinione stessa in termini tali da ricondurci alla vera sua fonte, che troviamo
soltanto nella Topica di Aristotele 12 ). Abelardo poi, a proposito della
controversia intorno agli universali, usa inoltre una maniera di esprimersi
(cioè universalia « appellant in se »), spiegabile soltanto ove si ammetta che
la idea fondamentale di quei passi degli Analitici secondi, dove Aristotele
tratta di xaxà •) Che la cosa abbia dato occasione a una controversia di moda
nelle scuole, ai desume da Joh. Saresb., Metalog., II, 20 (p. 110, ed. Giles d.
Webb; PL]) : Hoc enim ex opinione quoTundam sensisse visus est Aristotiles in Ancdeticis
dicens (segue quel passo medesimo [cit. nella nota precedente]). ’”) Dialect.,
p. 492: Unde multi, cum significationem substantiae hitjus nominis quod est «
homo » agnoscant, nec qualitates ipsius satis ex ipso percipiant, tantum
propter qualitatum demonstrationem diffinitionem requirunt. “) Abistotele,
Cut., 5 ; in BOEZIO, PL. L’autore dello scritto De generibus et speciebus, dal
Cousin attribuito a torto ad Abelardo (v. sotto le note 49 e 148), dice a p.
541 9.: Concedunt omnes, species ex differentiis constare.... Dicunl, omnes
differentias esse in qualitate etc. In tale forma accentuata, quest’ultima
affermazione poteva esser ricavata solamente da Aristotele. Top. (cioè dalla
trattazione, che ivi si trova, della definizione, con la quale si accordano poi
altri passi), e ha dovuto in tal maniera appartenere al novero di quelle
notizie sporadiche, che ora contribuivano a moltiplicare, le controversie
scolastiche; l’autore del De gen. et spec. fa poi sforzatamente risalire la
idea ora citata a un altro passo di BOEZIO, p. 62 (ad Porph. [a se transl., II,
5: cd. Brandt, p. 186; PL, 64, 93-4]), e dunque è certo che possedeva come
fonti solamente i testi universalmente diffusi. Invece Joh. Saresb., loc. cit.,
p. 100 [edL Webb, p. 103; PL, 199, 880] mette già in connessione con tale
questione anche Sopii. El., 22, 178 b 36. 7tavTÓ£ e di xn pr,ma d °° Magalo! bi >]U,S cairn istas concedei
; « nllLl, Secunda figura coni,agii m > oni oe justum possibile est ! lum
Possibile est esse bo zs‘?r, • *» : ìt . ’z *• vZ’-£z iz"tr;«,ur Zssrzzzr
6 “ *5 (ibid., nota 5721 _ E-.-, . 41 jnstani esse». Sic et ..._ 6u veraciter
componi. ÉZpus enT n Td Syllog,smi
Ibid., c. 27, p. 183 [ed. Webb, p. 193; PL]: Ceterum conira eos qui
veterum favore potiores AristotiUs libros excludunt Boetio fere solo contenti,
possent plurima allcgari. ed. Webb,
p. 170-1; PL, 199, 919-20]: rosteriorum vero Analeticorum subtilis quidem
scientia est et paucis Ma come da questa lamentanza risulta naturalmente
manifesto che quei libri eran conosciuti, così d’altra parte viene riferito
ancora che la Topica aristotelica, da gran tempo trascurata, proprio allora è
stata, per così dire, richiamata da morte a vita 2S ) : e alla informazione,
secondo la quale questa idea di tirar fuori la Topica ha anche trovato a sua
volta i suoi oppositori, si collega anche l’altra notizia, concernente un certo
D r o g o n e, che non ci è ulteriormente noto, e che a Troyes manifestamente
lavorò attorno alla topica, secondo il modello di quella di Aristotele 2B ). [|
7. Nuove traduzioni dell’Organon, nella
Bassa Italia e nell’Impero Bizantino].
Ma per quanto concerne ora in particolare il venire in luce di
traduzioni nuove, si ricava in verità assai poco da una lettera di Giovanni, che
da Costanza richiede copie ingeniis pervia.... Deinde huec ulenlium raritate
iam fere in desuetudinem abiil, eo quod demonstralionis usus vix apud solos
malhemalicos est.... Ad haec, liber quo demonslrativa trudilur disciplina (cfr.
la nota 25), ceteris longe lurbutior est, et transposilione sermonum,
traiectione litterarum, desuetudine exemplorum, quae a diversis disciplinìs
mutuata sunt, et postremo, quod non conlingil auctorem, adeo scriplorum
depravatiti est vitio, ut fere quot capita, tot obstacula hubeul. Et bene
quidem ubi non sunt obstacula capitibus pluru. Unde a plerisque in interpretem
difficultalis culpa rejunditur, asserenti bus librum ad nos non vede translulum
| pervenisse]. A qual traduttore si fa qui allusione, a Boezio o a un altro? B
) Ibid., Ili, 5, p. 135 [ed. Webb, p. 140] : Cum itaque tam evidens sii
utilitas Topicorum, miror quare cum aliis a maioribus tam diu intermissus sit
Aristotilis liber, ut omnino aul fere in desuetudinem abierit, quando aetate
nostra, diligentis ingenii pulsante studio, quasi a morte vel a somno excitalus
est, ut revocarvi errante* et i iam veritalis quaerenlibus aperiret [PL]. “)
Ibid., IV, 24, p. 181 [ed. Webb, p. 191: e v. ivi la nota]: Salis ergo mirari
non possum quid mentis habeant (si quid tamen hubent) qui haec Aristotilis
opera carpunt.... Magisler Theodoricus, ut memini. Topica non Aristotilis, sed
Trecasini Drogonis irridebat; eadem tamen quandoque docuil. Quidam auditores
magistri Rodberti de Meliduno (v. appresso le note 453 e.) librum hunc fere
inutilem esse calumnianlur [PL I di Jibn aristotelici in generale, e prega
inoltre che vengano anche aggiunte annotazioni, data la possibilità che non ci
sia da fidarsi del traduttore 3 °). È invece di grande importanza veder da lui
citato un medesimo passo, sia nella traduzione di Boezio, sia anche, e
contemporaneamente, nella versione « nuova >«); e come quest’ultima si
distingue per essere più letterale, così in generale Giovanni si era fatta una
opinione abbastanza precisa in latto di traduzioni (soltanto cioè quando queste
aderìscono, quanto strettamente è possibile, secondo una regola rigorosa,
all’originale, è dato ottenere una con,prensione, garentita contro qualsiasi
pericolo di unilateralna da una « ratio indifferentiae »); egli dice che una
tale opinione ha trovato allora conferma e appoggio in un Greco da Severinum
(cioè da Szoreny in Ungliena), versato in entrambe le lingue 32 ). Ora quella I
Epist. 211 (II, p. 54 s ed. Giles 1PL 19Q oacn ri. > stotehs, quos habelis,
mihi facialis exscribi ) \. M,ro . s Ar " supplicatione, quatinus in
operibus Aristoteìis ubiZitr 'T "7"“ haaonetn: cicadàtionès enimJùntJ
-IL ^ rPL 199 io A m ct ' 11 .’ Sl sunt > menu ad rutionem Sei HI° IT ^
ÌPÌat ° n T dÌ ArÌS, °, • A’sitcaftratio indifferentiae per se stessa non
c’interessa per il momento qui, bensì la si vedrà intrecciarsi alla nostra
esposizione della logica di Giovanni da Salisbury (note 574 ss.); ma è ben cosa
che c’interessa lino da ora, che, in connessione con quella, egli ricordi
inoltre anche un secondo traduttore (parimente, è vero, senza riferirne il
nome), del quale aveva l'atto la conoscenza nelle Puglie 33 ). Ma se, coni’ è
attestato da questi importanti passi, il comparire di traduzioni nuove, ebbe
impulso nell’ Impero tuzantino, e, per opera di Greci, nell’ Italia
meridionale, e se di ciò ebbero notizia gli studiosi di logica a Parigi o in
Inghilterra, si avrebbe qui una prima traccia, sebbene passeggierà, di un
influsso dell’epoca di Anna Comncna (v. qui appresso le note 219 e 370, come
pure altre notizie nella prossima Sezione, note 1-5 ss.). Finalmente può ricordarsi ancora, per così
dire ad abundantiam, che negli scritti di Giovanni, accanto a citazioni
coincidenti in modo assolutamente letterale con la traduzione di Boezio, se ne
trovano anche di quelle, che bisogna chiamare per lo meno inesatte, semprechè
non sieno state originariamente attinte ad altra fonte 34 ). manga, aU’infuori
da quel Severinum che si trova in Ungheria [Webb: / orsan e civitate Sanctae
Severinae in Calabria (Santa Severina, prov. di Catanzaro)]. ") Ibid., I,
15, p. 40 [ed. Webb, p. 37; PL, 199, 843] : non pigebit re/erre, nec forte
audire displicebit quod a Graeco interprete et qui Latinum linguam commode
noverai, durn in Apulia morarer, accepi eie. M ) Tra le prime vanno annoverate:
Metal., II, 15, p. 86 [ed. Webb, p. 88; PL, 199, 872] (Top., I, 11: nella
traduzione di Boezio, p. 667 [I, 9: PL, 64, 916]) e II, 20, p. 110 [ed. Webb. p. 113; PL, 199,
887] (Anal. pr., I, 27: p. 490 della traduzione di Boezio [I, 28: PL, 64, 669]). Tra le seconde vanno annoverate: Metal., II,
9, p. 76 [ed. Webb, p. 75-6; PL, 199, 866] (Top., I, 11: p. 667 della
traduzione di Boezio |I, 9; PL, 64, 917]) - II, 20, p. 100 [ed. Webb, p. 103;
PL, 199, 880] (De sophisticis Elenchis, cap. 22: nella traduzione di Boezio, p.
750 [II, 3; PL, 64, 1032]) III, 3, p.
126 [ed. Webb, p. 131; PL, 199, 897] (Top., I, 9: p. 666 della traduzione di
Boezio [I, 7; PL, 64, 915. Invece lo Webb rinvia a Cat., 4, 1 b 25 ss.]). CARLO
PRANTL f§ S’iIVTENSIFlCA LO STimm np,, . A LOGICA C„„ la " tT Cm ' BEL
Pseudo-BoezioJ. Ora ch’è f, Tr filate
strato a sufficienza come antece 1, C °“ C1 ° dÌmo " letteraria di
Abelardo ^ “ f 1 ^ 6 aI1 ’ atti vità studio della logica fos’se stataT^à
arrfccWt^ T ^ sovra punti particolari e „ P arricchita, abneno piersi a poco a
dopo 1, ^ Ve “ Uta P OÌ a c °®Jisbury (di questo sr T°i 3 temP ° ^ Giovanni da
Saranno ancora “ ale « ; 0m P Ìme «‘o « si presenteci è reso noto cosìVfattor
T’* ?8 ’ 219 allora derivare un birre T t™™: ^ qUale doveva nell’attività
svolti 1 • "V™ ° ' lntensità e di estensione si SDie^a t rapporto
scambievole die ben SJ spiega, una forza cooperante era do, . . . dalla
teologia donunatica: e ciò nere! ' “ a f Uardo ' die Sia di fronte allo Scoto
EringLt a ortodossia,,„„l le ta Materi, * * " ' “ «“'»«. ’• stata all’erta
così • . q e tloni mgJche, era resse, ora che la diale1 1 ^'^ ViSta dtd
n,e(lesin '° intesi» «.loro. z:::~ * r**r « lotte, si tiraron fuori a Ài *
propria vita d intime incularlo teologico affinclo" ordeea>
dall’armaeon,tastanti J '* Sci. era 'L SS ““ •“'« 1o»n« eliic’ mischiati anche
elementi di ^ ^,rapassassero fra mfera dogmatica p ri » L :,tr;i%r P a a'rr;“ ì
r te: valere, ma ora inZiT' . T *°' P Ur
fatta mettersi in più inten ^ d " C ^ pOSltlvamente a nitrologica messa in
condizioTeTdot ““ !" 8t ° rÌa deUa ~ no'opera di grazie a una certa
formulazione di principii logico-ontologici, potè esercitare azione
cooperatrice nelle controversie dei dialettici. Si tratta del de Trinitene del
Peeudo • B o e z i o, e a tal proposito non mancò naturalmente di manifestar il
proprio influsso il fatto che fosse ritenuto suo autore proprio Boezio, il
rappresentante di tutta la logica S5 ). Appunto in quell’epoca cioè, ossia a K
) Da Fr. Nitzsch (Dos System des Boethius und die ihm zugeschriebenen
theologischen Schrijten [«Il sistema di Boezio, e gli scritti teologici a lui
attribuiti »]), Berlino, 1860, furono svolte le più valide ragioni elle si
oppongono alla tesi [oggi invece generalmente accettata] che sia Boezio
l’autore dei trattati teologici a lui attribuiti. E se poi Hermann Usener,
Anecdoton Holderi [ : ein BeiIrug zur Geschichte Roms in Ostgotischer Zeit («
Testo inedito comunicato all’Usener da Alfred Holder: contributo alla storia di
Roma nel periodo ostrogotico »). Festschrift zur Begriissung dcr XXXII. Versammlung
deutscher Philologen und Schulmiinner in Wiesbaden], Lipsia [rectius : Bonn] ha
pubblicato di su un manoscritto di Reichenau del secolo X un passo di un sunto
di uno scritto di Cassiodoro finora sconosciuto ( il passo Tp. 4] suona così: «
Boethius dignitatibus summit excelluit. ulraque lingua peritissima orator
fuit.... scripsit librimi de sanciti trinitate et capita quaedam dogmatica et
librum contro Nestorium. condidit et carmen bucalicum. sed in opere artis
logicae id est dialecticae transferendo ac mathematicis disciplinis talis fuit
ut antiquos auctores aut uequiperaret aut vinceret » ) e a ciò è unito un
tentativo di dimostrazione dell’autenticità di quei trattati, non direi che gli sia riuscitoconciòdiconfutareffettivamente
la opinione, rappresentata dal Nitzsch e ripetutamente suffragata dai
competenti specialisti. Poiché rimane senza soluzione la contraddizione
innegabile, che cioè un uomo, il quale si mantiene assolutamente entro la sfera
della filosofia della tarda antichità e non fa mai il nome di Cristo, nè dice
mai una parola intorno alla consolazione della idea cristiana dell’opera di
redenzione, si sia occupato minutamente di sottili questioni di doinmatica
cristiana. Se l’Usener (p. 50) dice che si devono appunto tener separate le due
personalità, dell’uomo e dello scrittore appartenente alla storia della
letteratura, questa è cosa che non sembra possibile in tal maniera per l’autore
della Consolatio philosophiae, il quale anzi si trova direttamente in presenza
della questione della teodicea, questione appartenente all’orbita della
religione. Ma poiché in quel manoscritto di Reichenau neanrhe abbiamo un testo
che sia dovuto allo stesso Cassiodoro, bensì solamente l’opera di un
epitomatore, che, come ammette l’Usener (p. 28), riassume tutto il lavoro
originale frettolosamente, e attribuisce a Boezio fra l’altro anche un Carmen
bucolicurn, rimane comunque possibile che l’epitomatore stesso, stando sul
terreno della tradizione ch'era in circolazione dal tempo di Alcuino, abbia
fatto partir da Abelardo 36 ), si accumulano le citazioni tratte da quei
quattro libri intorno alla Trinità, e Gilbert de la Porrée li accompagnò con un
ampio commento, sì che non era più possibile lasciarli da parte, nel trattar
delle questioni relative.,. Ma ’ 111 ordine a un influsso esercitato sopra la
logica, c interessano qui essenzialmente quegli assiomi, che l’Autore in
principio del 3» Libro [cioè del libro «Quomodo substantia, in eo quod sint,
bonae sint, cum non sint smistanti alia bona »] mette in testa a tutto, per poi
ri arsi da essi, quando costruisce nel corso ulteriore deiopera l’edifizio
delle sue prove. Premessa una definizione della communis conceptio, gli assiomi
stessi”) si riferiscono alla differenza, invalsa nella teologia, tra essenza
Oòcfa) ed esistenza (òrtóaraai?), in quanto che a quest ultima deve ancora
aggiungersi la forma dell’Essere, e per essa lia pertanto luogo una
partecipazione, come pure risulta la possibilità di un avere-in-sc, il che poi
conduce alla distinzione di sostanza e accidente, e serve di fondamento a
distinguere due modi di essere di quella partecipazione; ma, a tale proposito,
viene ato rilievo anche alla unità, in cui sono congiunte negli esseri
semplici, a differenza dai composti, la essenza e la es.stenza, e da ultimo
viene messa in vista mia naturale affinità di essenza in seno alla diversità
esplicata. “Tp* * di Parigi, traua r]af uth ’ ’ !•’ P ' ? 039 ’ Amho ™[ed. di
d’Anjboisel W.Co^II.mTpI.iS 10Mr,Ser,,ti ^ Fra " S ° ÌS ZtaontZb no,a
tìSu/ti£'Za rÌ39Ue etiam d “ ci,jlinis:Pr ° pOSUÌ «EQuesti prineipii, dei quali
non ci concerne qui 1 uso che se ne faccia nel campo teologieo-dommatico, non
tardarono a essere citati, anche da cultori della dialettica, come « regulae »,
insieme con altre « auctoritates », e e da ritenere che vari studiosi di logica
sin da principio, su questioni ontologiche, si guardassero daH’andar contro
questi assiomi, perchè poteva inoltre esserci la minaccia di conseguenze
pericolose, relativamente alla Trinità. Così ne venne, che si ebbe qui non già
soltanto una più larga applicazione della logica alla teologia, ma anche un
diretto influsso di elementi dominatici sopra il movimento di elaborazione
della logica nel suo aspetto ontologico. [§ 9.
Contrasto fra logica e dogma].
Senza dubbio, con questa mescolanza viene a verificarsi una situazione
caratteristica, ed è cosa notevole che in quell’epoca, naturalmente incapace di
una chiara e meditata separazione dei due campi (nel senso in cui 1 hanno
intesa p. es. Cristiano Thomasius o Pietro Bayle), venga enunciata tuttavia la
incommensurabilità delle due verità, teologica e logica, mentre si continuava a
svolgere nello stesso tempo i due punti di vista inconciliabili. Anzi proprio
Abelardo stesso, il Peripateticus Pwlatinus, ne dà la più eloquente
testimonianza, quando 2) Diversum est esse, et id quod est. Ipsum enim esse nondum est. At
vero quod est, accepta essendi forma, est alque consistit. 3) Quod est, participare aliquo potest. Sed ipsum
esse nullo modo aliquo participat.... 4) Id quod est. Iutiere aliquid
praeterquam quod ipsum est, potest, ipsum vero esse nihil aliud praeler se,
habet admistum. 5) Diversum est....
esse aliquid, et esse aliquid in eo quod est: illic enim uccidens, hic
substantia significalur. 6) Omne quod est, parlicipat eo quo est esse, ut sit,
ulio vero participat, ut aliquid sit.... 7) Omne simplex esse suum, et id quod
est. unum habet. 8) Omni composito aliud est esse, aliud
ipsum est. 9) Omnis diversitas est discors, similitudo vero quaedam appetendo
est. Et quod appetii aliud, tale ipsum esse naluraliter ostenditur, quale est
illud ipsum, quod appetit fFL, dice che ai cultori della logica, ovvero
Peripatetici, Dio rimane ignoto, perchè da quelli tutto viene sussunto a una o
l’altra delle dieci categorie, laddove Dio non può cadere sotto alcuna di
queste 38 ) : e mentre ciò potrebb’eseere ancora interpetrato come il punto di
vista generale, venuto in uso fra i teologi da Agosthio in poi (efr. lo Scoto
Eriugena, Sez. precedente, note 120 s.), Abelardo, proprio relativamente alla
dottrina della Trinità, si pronuncia con la massima chiarezza, nel senso che
quella ha i suoi nemici più pericolosi nei dialettici o peripatetici 39 ),
argomentando costoro, dal punto di vista della logica, la unità individuale
dalla unità di essenza delle tre Persone, e, viceversa, dalla diversità delle
tre Persone la diversità della loro essenza 40 ). E non ténTI D B nRANn D VP
e0/ ' Chrht " V1271 (ne,la di Martene e Uuram) Thesaurus novus
Anccdotorum, Parigi, 1717, voi V) edt-ousin, II, p. 478]: Quod autem illi
quoque doctore's nostri UT intendimi Logieae. ill„ m summam majestatem, quam in
n . L eUm eSSe ',rofì "; nt ", r omnino ausi non sunt attingere, aut
Cum e Z oZ ? COm P rehender *’ ex ipsorum scriptis liquidum est. Cum erum omnem
rem aut substantiae aut alieni aliorum generalissimorum sub],ciani: inique et
Deum, si inter res ipsum eomdZnnZT ’ aut ? ubstantiis ’ quanti tali bus, aut
ceterorum pruedicamentorum rebus connumerarent, quod nihil omnino esse ex ipsis
convmcitur (p. 1273) [480].... qui tamen omnem rem aut siibstantiae aut alieni
aliorum praedicamenlorum applicanti palei leni 1’ ruCU,lu h .enpalelicorum
illuni summam [481] majeslatem omnino esse exclusam [PL], ' Christi'^tion / C 1
’, P ‘ 1242 C44, 8] j S " Pr " univers °> s autem inimicos
sani-lue TriniZZZ*’ J,,daeo \ sive Oenliles, subtilius fide,,, essores d el
Perquuunt. e, ucutius arguendo contendimi pròfessores dialecticae, seu
import,mitas sophistarum. quos verborum agrume atque sermoni,m inundatione
bentos esse Plato irridendo apZtzl mm T dem ’ ° ^ nane dZeZeos [PL^l 78, ]2 lT™
UUaS ^ maXlmM haere *es.... esse repressas eie. eillinl "'Z'f 'I' P ' 1266
r472,: in loco Kravissimae et difficili,mae Dialecticorum quaestiones
occurrunt. Hi quippe ex unitale duZsTtn, n ",tuU ' m Pecsonarum impugnanti
ac cursus ex [473] rìnZn, Pf ‘ rSO " an,m ldentlt !' u ‘ m essentiae
oppugnare laborant. rPL T?8 A C, TH Z'T"r P onamus ' r>°'« a
dissolvamus di A . r '° A, "dfd fa ora seguire una enumerazione, ' f P t
nl, . tre *, ‘•«""•o 'a Trinità, ricavate dalla logica, per
confutarle poi teologicamente. 1 è
facile (lifatti metter d’accordo il concetto aristotelico della sostanza
individuale con il domina della Trinità, sicché a rigore tutt’i cultori della
logica, che seguivano Aristotele, si trovavano inevitabilmente esposti alla
taccia di eresia. [ § io. Pietro
Lombardo. Bernardo da Ciiiaravalle].
Così si riesce a spiegare come Pietro Lombardo (morto nel 1164
[1160.'']), mentre sta ad attestare la connessione tra la controversia intorno
alla Trinità, e la scissione delle tendenze sul terreno della logica, respinga
nello stesso tempo qualsiasi applicazione della logica a quella fondamentale
questione della teologia 41 ). Anzi egli stesso è esclusivamente puro teologo
in così alto grado, che per lui la questione degli universali in generale non è
neanche oggetto di contesa; e mentre più tardi (particolarmente nella Sez. XIX)
avremo a sazietà occasione di ravvisare nei numerosi commenti ai « Sententiarum
libri quatuor » del Lombardo (ch’eran divenuti, com’è noto, il fondamento di
tutta quanta la letteratura teologica) un principale teatro della guerra
intorno agli universali, il Lombardo “) Petri Lomhardi Sententiarum 1, 19, 9
(/. 27, ed. dl Ira, 1516 fdi Quaracclii: S. Bonaventurae Opera omnia l,p.
ifUj): Videlur tamen mihi ita posse accipi. Cum alt (seAugustinusJ « substantia
est commune, et hypostasis est particulare » ; non ita haec accepit, cum de Pro
dicantur, ut aecipiuntur m phtlosophtca disciplina, sed per similitudinem eorum
quae a philosophis dicuntur. locutus est; ut sicu/ ibi commune vel universale
dicitur quod praedicatur de pluribus. particulare vero vel individuimi quod d
uno solo; ita hic essentia divina dieta est universale, quia de omnibus
personis simili et de singulis separutim dicitur, particulare vero singula
quaelibet personarum, quia nec de alus hoc de aliqua aliarum singulariler
praedicatur. I ropter similitudinem ergo pruedicalionis substantiam Pei dixit
universale, et P^ s °nas particularia vel individua.... (e. 101 Dicuntur enim ^
d^erre numero, quando ita difjerunt. ut hoc non sit tUud.... dl b ferunt
Socrates et Pialo et huiusmodi, quae apud philosophos dicuntur individua vel
particularia; iuxta quemi modum non possunt dici tres personae differre numero.
Etc. [PI-, 192, 57 1 (I, 1, 14 e 1 )]. non si è in alcun luogo immischiato egli
medesimo in questa controversia, bensì solamente, con l’uso di determinate
innocenti parole, ha offerto a’ suoi conunentatori motivo occasionale di dare,
nella lotta già divanipata, libero corso al loro infiammato zelo. E come ciò si
è verificato nella più larga misura per le parole testé mentovate del Lombardo,
così il lettore delle « Sente*tiae » non può, a proposito di moltissimi luoghi,
avere neanche il piu lontano sentore della caterva di discus«oni, attinenti a,
problemi logici, che vi si sarebbe più tardi riattaccata la). De] resto ^ p.^
riproducono anche le sofistiche quistioni, più sopra (Sez. precedente, nota
303) citate, dibattute dalla teologia medievale « ■»). Nello stesso senso può
ricordarsi che anche un altro celebre contemporaneo, cioè Bernardo da Chi ara
valle (nato nel 1091, morto nel 53) apertamente si professa nemico della
dialettica «). simplex, i. e.'indivisibìlh et inmateliaÙs^pluna’ Es " cn,
j a restie! f r ia ’ te r de •h 1-2)1. O similmente L^L^ T-'T^ Qua «u,r'rÌ’ V
49 ’ r 61 ‘ 5 f?) ’ n, 17, i m ; ’ 19 ’ 1 fed ' logia trovò e aÌche°i dd
in -Ha teotenga esclusivamente alla
letteratura tcXrir° 0013 478) ’ appar " libro di Fr. Protois Pierri* tomi
ì .° 0f!ter m veniendam necescst logica causa elLuenZZ N P™ Slma «»'*•» omnium
inventa disciplinas investigarmi et ’unireM Tert'’ ^ prn ! !tl ' ct, as
Principales tractare, et disserro de UlZc Zà veracl ™’ honestius dlas cius per
dialecticum, honestius ner rhoZ ** ^ (,mmati c«m, veracundiae rectitudinem
veritatem heU, rtcam. Logica namque fa^asi testualmente nel mZZ’X"‘TZ ad ^
nitt ^ U s,esso 809]); cfr. ibid.. I r „ ) ì 2 Vn 7 m’ TI ; P 39 fPL > 17 6,
745, 752, 765], P ' ’ 2 (l >7); III, 1 (p . i 5) tPL> 176 . 1 Lhdasc., I,
12 (Opp., HI, p . fj) mj j 7fi 7 . q| . repertae fuerant; sed necesse luitloZ ’
* . ' • Ceterae pnus nemo de rebus con veniente J PljZ quoque invemn ; quoniam
quandi rationem agnoverii. / 6,u"vi
TmÓ' iqf IpZZZm ^ Istae tres usu prirnae lucrimi to/ i * * 176, 8091: venta est
logica Ouae cum dt i p ? stca P r °Pter eloquentiam indebet in doctrina Fr, J
‘, -''"'T' Ul " ma ' prima tamen Excerpt. pnor., loc. ciL, c. 23: In
designa la logica come « sermocionalis », perché tratta « de vocibus » 47 ), e
la divide ora in una maniera che ci ricorda molto da vicino lo Scoto Eriugena
(Sez. precedente, nota 105), dimodoché, appartenendo alla logica, secondo la
più vasta accezione della parola Àóyoc, ogni manifestazione della facoltà di
parlare, la logica stessa si divide così in grammatica e logica rarìonalis:
quest’ultima, corrispondente all’accezione più ristretta della parola Àóyo;,
viene poi ulteriormente suddivisa nella maniera ordinaria, tenuti presenti i
passi ovunque divulgati di BOEZIO. Movimento più intenso: grande estensione, E IN
PARI TEMPO CARATTERE UNILATERALE, DELLA LETTERATURA ATTINENTE ALLA
LOGICA]. Ben è vero che sarebbe stato
certo più comodo lasciare sin da principio legendis urtibus talis est orda
servandus. Prima omnium comparando est eloquentia, et ideo expetenda logica,
deinde etc. [PL], ) Didasc., II, 2 (p. 7) [PL Philosophia dividitur in
theoricam, practicam, mechanicam, et logicum. Hae quatuor omnem continenl
scientiam.... Logica sennotionalis, quia de vocibus tractat.... Hanc divisionem
Boetius fucit uliis verbis.... (segue il passo citato più sopra, Sez. XII, nota
76). *) Ibid., I, 12 (p. 6): Logica dicitur a Graeco vocabulo Àóyog, quod nomen
geminam habet interpretationem. Dicitur enim Xiyog sermo sive ratio (v.
Isidoro, Sez. precedente, nota 27): et inde logica sermotionalis sive
rationalis scientia dici polesl. Logica ralionalis, quae discretiva dicitur,
continet dialecticam et rhetoricam. Logica sermotionulis genus est ad
grammaticum, dialecticam atque rhetoricam: et continet sub se disertivam. Et
haec est logica sermotionalis, quam quartam post theoricam, practicam et
mechanicam annumerami^ [PL, 176, 749-501.
Excerpt. prior. TI1, c. 22 (p. 339): Logica dividitur in grammaticum, et
rationem disserendi. Ratio disserendi dividitur in probabilem, necessariam. et
sophisticam. Probabilis dividitur in dialecticam et rhetoricam. Necessaria
pertinet ad philosophos, sophistica ad sophistas (v. BOEZIO). Grammatica
filosofica est scientia RECTO loquendi. Dialeclica dispulalio acuta, verum a
falso distinguens. Rhelorica est disciplina ad persuudendum quaeque idonea [PL,
177, 201-21. Didasc., Il, 29 (p. 14):
Logica dividitur in grammaticam. et in rationem disserendi. Grammatica
razionale,... est litteralis scientia.... Ratio disserendi agii de vocibus
secundum intellectus fPL, 176, 7631.
Ibid-, 31 (p. 15): Ratio disserendi esaurirsi tutta quauta la logica in
un simile cliché tradizionale, e a questo modo anche le idee
platonico-cristiane, del pari che la dommatica teologica, avrebbero potuto
continuare, senz’essere turbate nella loro ingenuità, la innaturale loro
alleanza con avanzi di aristotelismo atrofici e contorti. Tuttavia l’intimo
impulso ch’è peculiare alla dialettica, era pur anche rimasto vivo, già fino a
questo momento, in seno alla stessa ecclesia docens, e poiché ora, come s’è
visto, da due lati si faceva strada una più energica spinta (da due lati: vale
a dire, da un lato, proprio per effetto della controversia dommatica intorno
alla Trinità, e dall’altro, per effetto della conoscenza sporadica, la quale
gradualmente veniva compiendosi, dei libri aristotelici fin allora ignoti), si
levò ora, nel tempo stesso, sul terreno della logica, accanto alla scuola di S.
Vittore, con tutto il suo misticismo, un ricco movimento, diviso in molteplici
diramazioni : e qui la stona della logica, dovendosi stare alle fonti
esistenti, entra in un periodo di difficoltà estrema. La difficoltà consiste
cioè per prima cosa in questa circostanza, che le informazioni a noi
accessibili discendono bensì con abbondanza di notizie sino al minuto
particolare, ma intanto, con la loro forma semplicemente frammentaria, ci
lasciano all’oscuro, riguardo a tutt’i fili di collegamento: a ciò si aggiunge
ancora il carattere indeterminato della usuale espressione « quidam » ch’era in
uso [per designare i rappresentanti di una data tendenza], o della integrale
partes habet, inventionem et judicium (v. più sopra Boe: divisivas vero
demonstrationem, probabilem, sopluslicam. Demonstratio est in necessariis
argnmentis, et pertinet ail philosophos. Probubilis pertinet ad dialecticos et
ad rhetores. Sophistica ad sopliistas et caviliutores. Probubilis dividitur in
dialecticam et rhetoricam, quorum utraque integrales partes habet invenhonem et
judicium [PL, 176, 764], Parimente ibid.. Ili, 1 • i i * k’ 176, 765], Le stesse notizie
ritornano in una € Epitome iti philosophiam » «li Ugo, edita dall’ Hauréau
(Hugues de Saint-Victor: nouvel examen de l’èdition de ses oeuvres, Parigi
indicazione del nome di im cultore della logica, con la semplice lettera
iniziale; e così in generale (particolarmente p. es. riguardo a quel frammento,
al quale il Cousin diede il titolo « De generibus et speciebus ») 4 "), la
ricerca, che comunque sarebbe di già malagevole, viene attraversata inoltre da
molteplici difficoltà letterarie; per di più fra i relatori ce n’è parecchi che
in se medesimi son poco degni di fede, e c’imbattiamo in contraddizioni, che
non possiamo, per mancanza di altre fonti, risolvere in maniera adeguata. Ma se
poi si domanda ancora come questo materiale slegato e lacunoso debba venir
elaborato per la presente esposizione, ecco quel che debbo limitarmi a
rispondere: data la impossibilità di svolgere il pensiero dei singoli autori
(per la maggior parte non meglio conosciuti) secondo Cordine della successione
storica, io sono riuscito a trovare, dopo molta riflessione, soltanto
l’espediente di presentare l’epoca di Abelardo in blocco, e precisamente in tal
modo che, analogamente a quel che ho fatto nella Sezione XI, vengano messe
sott’occbio le numerose controversie, secondo l’ordine di successione di quei
gruppi che, negli studi di logica di quell’epoca, prevalgono per importanza,
quanto al contenuto; a tal riguardo è da notare che le varie opinioni intorno
alla Isagoge, cioè la disputa intorno agli Uni«) Non poteva non esser «ausa di
grave confusione, l’errore degli eruditi francesi, i quali con il Cousin hanno
ritenuto che questo frammento sia opera di Abelardo; sopra tale punto ha più
rettamente giudicato H. Ritter (sebbene non sia per noi accetta» bile la sua congettura,
riguardo l’autore di quello scritto: v. appresso la nota 146); invece a prescindere dal Rousselot, che non poteva
ancora avere sott* occhio, quando compose la sua opera [Études sur la
philosophie dans le Moyen a Parigi, 1840-21, il VII 0 volume del Ritter anche il RÉMUSAT e persino I’Haureau han
fatto le. viste di non conoscer affatto la opinione del Ritter,. e, aderendo al
Cousin, si sono fondati sopra quello scritto per costruire argomentazioni, che
dovevano nuocere alla esatta esposizione della controversia intorno agli
universali. CABLO PRANTL versali, offrono un materiale più vasto che non i
dibattiti sopra le rimanenti parti della logica. Ma mentre degli autori più
eminenti e meglio conosciuti si viene così a parlare, in connessione con questi
motivi attinenti al contenuto, bisognava senza dubbio che io facessi una
eccezione, proprio per Abelardo: le vedute di lui intorno agli universali
potranno pine a loro volta esser fatte oggetto di sufficiente disamina
solamente più tardi, quando si tratterà di esporre la caratteristica di tutta
quanta la sua Dialettica, poiché egli è invero il solo, del quale possediamo
uno scritto, che abbracci quasi intiera la sfera della logica. Tuttavia mi è
sembrato che un tale smembramento della esposizione delle controversie, per
quanto si riferiscono agli universali, fosse qui proprio il minore
degl’inevitabili inconvenienti. Ad Abelardo potremo poi far seguire, allo
stesso modo, principalmente Gilbert de la Porrée e Giovanni da Salisbury. Per
effetto delle ragioni suindicate, lo studio della logica, a prescinder dalla
sua universale diffusione in tutt’i paesi, decisamente progredì, quanto alla
intensità, in rigore e precisione, e per quanta era la estensione del materiale
allora accessibile ai cultori della logica, ci si abituò, con la maggior
esattezza possibile, a ponderar e lumeggiare da vari lati tutte le particolari
tesi o controversie: certo con questo lavoro, mancando in modo assoluto una
base propriamente filosofica, poteva venir fuori soltanto una sottigliezza
contraddistinta da unilaterale formalismo, e die per un verso doveva condurre
al massimo sminuzzamento nella formazione di contrastanti indirizzi, mentre per
l’altro verso fu, a sua volta, parimente alimentata e rafforzata da quello: e
il numero dei magiatri, che in tal maniera, per lo più risolvendo polemicamente
i contrasti di opinioni, esplorarono con cura tutto il campo della logica, non
può forse, nella sola Francia, essere rimasto molto al di sotto del centinaio.
Non farà meraviglia che in un tale movimento quelli che non avevano a priori,
per ragioni teologiche, un sacro orrore della logica, si trovassero spesso
imbrogliati, al primo momento che ne intraprendevano lo studio 50 ) ; anche a
noi vengon pure quasi le vertigini, quando dai particolari frammentari
risaliamo a una conchiusione concernente quella totalità, alla quale essi
avevano appartenuto. È una grande illusione, a proposito del movimento di
quell’epoca nel campo della logica, creder di potersela cavare con i due
termini di « nominalismo » e « realismo », tutt’al più aggiungendone ancora un
terzo, cioè « concettualismo », poiché in primo luogo, come apparirà manifesto,
la divisione in tendenze contrastanti è ben più molteplice, e questa, in
secondo luogo, costituisce soltanto una parte dell’attività complessiva
spiegata nello studio della logica. Le
vicende dello studio della logica, NEL RACCONTO CIIE NE FA GIOVANNI DA
SALISBURY. Se ci possiamo interamente fidare di Giovanni da Sali-sbury, il
quale spesso in verità si è limitato a metter giù impressioni generiche, e in
buona parte puramente a memoria (v. appresso la nota 536), in quei decenni il
corso seguito dalla logica nel suo svolgimento, in quanto essa fu rielaborata
in compendi (artes) o in commenti o semplicemente in glosse 51 ), sarebbe 6tato
in complesso il seguente. Giovanni parla cioè di un awerM ) Abael. Dialect.,
ediz. Cousin, p. 436: Sed quia labor hujus doclrinae diuturna*.... jatigat
Icctores, et multorum studia et aelates sublilitas nimia inaniter consumit,
multi.... de ea diffidentes, ad ejus angustissimas fores non audenl accedere;
plurimi vero ejus subtilitate confusi, ab ipso aditu pedem referunt. 51 ) Joh.
Sakesb. Metal., ITI, Prol., p. 113 (ed. Giles, voi. V [ed. Wclib, p. 117; PL):
Nec in transitu vel semel dialecti- corum attigi scripta, quae vel in arlibus
vel in commentariis aul glosematibus scienliam pariunt aut retinent aut
reformanl. II sario della sua concezione della logica, da lui simbolicamente
denominato Cornificio (v. appresso le note 528 se.), e in tale occasione dice
52 ) che quel modo di fare, venuto in voga, di chi, senza uno studio metodico e
faticoso, vuol diventare filosofo, ma riesce in realtà a diventare solamente un
sofista e a addestrare gli altri nella pura sofistica, proviene da quella
scuola, nella quale ) Ibid., I, 1, p. 13 [ed. Webb, p. 8]: Cornificius non ter,
stu- diorum eloquenliae imperilus et improbus impugnatoti. (2, p. 14 [ed. Webb,
p. 9]): populum qui sibi credat habet; et.... ei.... turba insipientiurn
adquiescit. lllorum tnmen maxime, qui.... videri quam esse appelunt
sapientes.... 3, p. 15 ss. 110J: sine arlis beneficio.... faciet eloquentes et
tramite compendioso sine labore philosophos.... Eo autem tempore ista
Cornificius didicit quae nunc docenda reservut,... quando in liberalibus
disciplinis Intera nichil erat et ubique spiritus quuerebutur, qui (ut aiunt)
latet in littera. Ylum esse ab Hercule, validum scilicel argurncnlum a forti et
robusto argumentutore..., et in hunc modum docere omnia, sludium illius aetatis
erat. Insolubilis in illa philosophantiurn scola lune temporis quaestio
habebatur, an porcus, qui ad renalicium agilur, ab homine an a funiculo
teneatur. Item, an capucium
emerit qui cuppam integram comparava. Inconveniens prorsus erat oratio, in qua
haec verbo, «conveniens » et « inconveniens », « argumentum » et « ratio» non
perslrepebant, multiplicatis particulis negativis, et traiectis per « esse » et
« non esse », ita ut calculo opus esset, quotiens fuerat disputandum.
Sufficiebat ad victorium verbosus clamor; et qui undecumque aliquid inferebat,
ad propositi perveniebat metam. Eoetae, liisloriographi habebanliir infames, et
si quis incumbebat labori bus anliquorum (cioè degli autori dell’antichità,
Porfirio, Boezio), .... omnibus erat in risum. Suis enirn atit magistri sui
quisque incumbebat inventis. l\ec hoc tamen diu licitum, curn ipsi
auditores.... urgerentur, ut et ipsi, spretis bis quae a doctoribus suis
audierant, cuderent et conderent novas scctas. Fiebant ergo summi repente
philosophi; nani qui illiteratus accesserat, fere non morabatur in scolis
ulterius quam eo curriculo temporis, quo avium pulii plumescunl. Jtaque
recentes magistri e scholis ... pari tempore.... avolabanl. Bcce nova fiebant
omnia; innovabatur gramalica, immutabatur dialectica, contemnebatur rethorica;
et novas totius quadruvii vias, evacuatis priorum regulis, de ipsis
philosophiae aditis proferebant. Solam « convenientiam » sive « rationem »
loquebantur, « argumentum » sonabat in ore omnium, et.... nominare.... aliquid
opertim naturar instar criminis erat aut ineptum nimis aut rude et a philosopho
alienum. Impossibile credebatur « convenienter »
et ad rationis » normam dicere quicquam, aut facere, nisi « convenientis» et «
rationist mentio cxpressim esset inserta. Sed nec argumentum fieri licitum,
nisi praemisso nomine argumenti [PL ci si voleva mostrar geniali di suo, con
l’occuparsi, senz’altro fondamento che l’attitudine logica innata, di
controversie del genere più balordo (p. es., se un maiale, portato al mercato,
è tenuto dalla fune o dall’uomo, e simili), sempre tuttavia sputando con
arrogante albagìa alquanti termini tecnici della logica, un indirizzo, questo, tanto intollerante nei
riguardi di qualsiasi altra scienza e studio, quanto destinato, con la sua
mania del nuovo e il rapido trapasso dall’apprendere all’insegnare, a
frantumarsi subito nella più confusa varietà di vedute individuali. Questo
anfanare senza ima direzione, ha avuto ora per conseguenza 53 ), che ialini,
persuasi della vanità di siffatte cose, in preda a un pessimismo universale, si
son rifugiati nei monasteri, altri han posto mano, a Salerno e a Montpellier,
allo studio della medicina, per coltivare ora questa scienza con lo stesso
spirito cavilloso che prima mettevano nello studio della logica : ma altri a
lor volta cercavano di campare alle corti dei ricchi e dei potenti, e altri
infine, a nulla pensando fuorché a guadagnare quattrini, si son dedicati alle
sfere più basse di attività (v. appresso la nota 530): insomma, con tutta
questa genia, la logica e la scienza in generale son cadute nel massimo
dispregio. In seguito tuttavia continua
Giovanni ) per opera ") Ibid., c.
4, p. 18 ss. [ini. Webb, p. 12; PL, Alii
namque monuchorum aul clericorum claustrum ingressi sunt.... deprehendentes in se et aliis
praedicantes quia quicquid didicerant vanitus vanitatum est. Alii autem....
Salernum vel ad Montem Pessulanum projecli, facti sunt clientuli medicorum, et
repente, quales fuerant pliilosophi, tales in momento medici eruperunt...Alii....
se nugis curiulibus mancipaverunt ut, magnorum virorum patrocinio jreli,
possent ad divitias aspirare.... Alii autem.... ad vulgi profession.es easque
profanas relapsi sunt; parum curante* quid philosophia doceat.... dummodo rem
faciant f 11 » 6 > P138 [ed. Webb, p.
143; PL, 199, 904]: Non... inanem reputem operam modernorum, qui equidem
nascentes et convalescentes ab Aristotile, inventis eius nudlas adiciunt
rationes et regalas prioribus aeque firmas..Habemus graliam.... Peripatetico
Palatino, et alus praeceptoribus nostris, qui nobis proficere studuerunt vel in
explanatìone veterum vel in inventione novorum. ) Epist. 181 (voi. I, p. 298,
ed. Giles) [PL, 199, 179]: Sludiis tuis cangratulor, quem agnosco ex signis
perspicuis in urbe garrula et ventosa, ut pace scholarium dictum sit, non tam
inutilium argumentationum locos inquirere, quam virlutum. Tuttavia è anche possibile, poiché non sappiamo
nient’allro sul conto del Maestro Ra«E*» N,CER ' destinatario dt questa
lettera, che per urbs ventosa debba intendersi Avignone, essendo passato in proverbio:
« Avenio ventosa, stne vento venenosa, cum vento fastidiosa » fluiva col non
sapere nemmeno più quale fosse la opinione sua propria S8 ) : e intanto poi,
per amor di gloria personale, si disprezzavano anche gli autori antichi, e si
metteva da parte quell’ordine, al quale la logica scolastica si soleva attenere
5B ). E infine vien fatta ora inoltre espressamente la osservazione, che questo
enorme e stupido dispendio di tempo e di energie aveva per suo principale
obbietto la Isagoge, e che questa veniva commentata, assumendosi a compito
esclusivo e supremo la contesa intorno agli universali 60 ), sicché da ultimo
nella *') Melai., II, 6, p. 72 [od. Webb, p. 71]: Indignantur.... puri philosophi et qui
omnia praeter logicam dedignantur, aeque grammaticae ut phisicae experles et
ethicae.... c. 7, p. 73 [72] : qui damant in compilis et in triviis docent, et
in ea, quam solam profitentUT, non decennium aut vicennium, sed lolam
consumpserunt aelatem.... Fiunt itaque in pile rili bus Achadcmici senes, omnem
dictorum aut scriplorum excutiunt sillabam, immo et litleram; dubilanles ad
omnia, quaerentes semper, sed numquam ad scientiam pervenientes; et tandem
convertuntur ad [73] vaniloquium, nesciente* quid loquantur aut de quibus
asserant, errores condunt novos, et antiquorum (cioè degli autori
dell’antichità, come più sopra, nota 52) aut nesciunt aut dedignantur
sententias imitari. Compilant omnium opiniones, et ea quae eliam a vilissimis
dieta vel scripta sunt, ab inopia iudicii scribunt et referunl.... Tanta est
opinionum oppositionumque congeries, ut vix suo nota esse possit auctori
[PL], lbid-, c. 18, p. 93 [96; PL] : De
magistris ani nullus aut rarus est qui doctoris sui velit inhaerere vesligiis.
Ut sibi faeiat nomea, quisque proprium cudit errorem. Polycr., VII, 12, p. 126 [cd. Webb, li, p.
141] : Veterem.... quaestionem in qua loborans mundus iam senuit, in qua plus
temporis consumptum est quam in adquirendo et regendo orbis imperio
consumpserit Coesarea domus.... Haec enim tam diu multos tenuit ut, cum hoc
unum in tota vita quaererent, tandem nec istud nec aliud invenirent [PL, 199,
664]. V. inoltre appresso, nota 540. “1 Enthetìcus, v. 41 ss.: Si sapis
auctores, veterum si scripta recenses, Ut staluas, si quid forte probare velis,
Undique clamabunt « i ctus hic quo tendit asellus? Cur veterum nobis dieta vel
acta refert? A nobis sapimus, docuit se nostra juventus, Non recipit veterum
dogmata nostra cohors. Non onus accipimus, ut eorum verbo sequamur, Quos habet
auctores Graecia, ROMA colit.... » (v.
59) « Temporibus pioniere suis veterum bene dieta. Temporibus nostris jam nova
sola placent ».... Haec schola non curat, quid sit modus, ordove quid sit, Quam
teneanl doctor discipulusque viam [PL Metal., II, 16, p. 89 [ed Webb, p. 901:
Sed quia ad hunc elementarem librum (cioè le Categorie) magis elementarem
quodamSTORIA DELLA LOGICA IN OCCIDENTE disamina dello scritto di Porfirio si
finiva con il cacciar dentro tutta la filosofia, offrendosi in tal modo un
campo alla sodisfazione della vanità personale, e ugualmente recandosi danno
all’insegnamento La polemica intorno agli universali: si PUÒ DIMOSTRARE CHE
ALMENO TREDICI ERANO LE CORRENTI, NELLE QUALI SI DIVIDEVANO LE OPINIONI SU
QUESTO PROBLEMA. Così le notizie, di carattere più generale, trasmesseci da Giovanni
da Salisbury, ci portano naturalmente a prender in esame le controversie
intorno agli universali, e da quel che abbiamo veduto sinora, ci è lecito
concliiudere legittimamente, che la contesa divampò, in quella maniera
unilaterale e sofistica, nei primi decenni del secolo XII, sicché qui si
presenta manifesta la connessione storica con la comparsa di Roscelino e con le
lotte insorgenti in quell’epoca (v. la Sez. precedente, note 312 ss., e
particolarmente 326). Ci sono anzi ragioni interne, militanti a favore della
opimodo scripsit Porphirius, eum ante Aristotilem esse credidit antiquilas
praelegendum. Recte quidem, si
recte doceatur; id est ut tenebras non inducat [91] erudiendis nec consumat
aetatem.... c. 17, p. 90: Naturam tamen universtdium hic omnes expediunt, et
altissimunì negotium et maioris ìnquisitionis contro menlem auctoris explicare
[92] nituntur. Ibid., Ili, 5, p. 136 [141]: qui in Porphirio aut
Categoria explanandis singuli volumina multa et magna conscribunt [PL, 199:
873-4, 903]. Ciò trova conferma in una espressione di Abelardo: v. appresso la
nota 104. I Ibid., I], 20, p. 113 [ed. Webb] : Nec fideliter cum / or ph trio
nec utiliter cum introducendis versantur qui omnium de generibus et speciebus
recensent opiniones, omnibus obviant, ut tandem suae inientionis erigant
titulum. Ibid., Ili, 1, p. 117 [ c d.
Webb, p. 121]: Austerus nimis et durus magister cst'lollens quod positura non
est et metens quod non est seminatum, qui Porphirium cogit solvere quod omnes
pbilosophi acceperunt; cui salisjactum non est, nisi libellus [122] doceat
quicquid alicubi scriptum invenitur.
Polycr., VII, 12, p. 129 [ed. Webb, II, p. 144]: Qui ergo Porpniriolum
omnibus philosophiae partibus replent, introducendorum obtundunt ingenia,
memoriam lurbant | PL, 199: 888, 891, 666], Vedi inoltre il passo di Guglielmo
da Conches, che si troverà citato appresso, ne, secondo la quale, a partir da
quel momento, nelle controversie concernenti gli universali, sarebbe stata
piuttosto prevalente, in un primo tempo, la concezione nominalistica : non
soltanto infatti è indizio di una tale prevalenza la circostanza, che quei
cultori della logica, a quanto riferisce Giovanni, assumevano un contegno
esclusivistico e intollerante contro qualsiasi scienza reale (note 52 e 58), ma
riesce anche facile argomentare che gli scrittori citati da Giovanni, come
benemeriti del risveglio degli studi di logica, tutti quanti alieni da un
nominalismo estremo, o anche in parte avanzati sino ai limiti estremi del
realismo, hanno provocato o promosso in ogni caso una rivoluzione, la quale
determinò il passaggio dai principii nominalistici verso differenti cammini. Ma
da una più esatta e approfondita ispezione delle fonti a noi accessibili,
risulta chiaro che, per tale riguardo, come abbiamo già detto, il dissidio
delle opinioni non si aggirava soltanto entro i limiti di un contrasto
dicotomico o tricotomico, bensì si manifestava distinto in una serie di
graduazioni più numerose. La più precisa notizia ce la dà ancor una volta
Giovanni da Salisbury, e, stando a quella, la diversità di opinioni
relativamente agli universali, ha preso la forma seguente: 1) la opinione di
Roscelino, che gli universali sieno voces 6J ) : v. le note 76 ss. di questa Sezione; 2) quella
di Abelardo e de’ suoi seguaci, che cioè gli universali vadano ridotti a
sermones, non potendo K ) Metal., Il, 17, p. 90 [ed. Webb, p. 92; PL, 199,
874], dove alle parole testé citate (nota 60) fa seguito immediatamente quel
passo intorno a Roscelino, che abbiamo veduto alla nota 318 della Sezione
precedente. mai il predicato di una cosa esser esso stesso una cosa 03 ): v. appresso le note 283 ss.; 3) la tesi, che
intellectus o nono, nel senso attribuito a questi termini da Cicerone (cioè
dagli Stoici), sia ciò che si chiama « universale » M ) : v. appresso le note 581 se. Da costoro
Giovanni distingue poi quelli che si tengono attaccati alle cose ( « rebus
inhaerent »), ma a lor volta si scindono in varie tendenze, e dunque: 4) la
opinione che fu poi subito ancora abbandonata, di Gualtiero da Mortagne,
secondo la quale gli unie! ) lbid.: Alius sermones intuetur et ad illos
detorquel quicquid alicubi de universalibus meminil scriptum ; in hoc attieni
opinione deprehensus est Peripateticus Palatinus Abaelardus nosler, qui multos
reliquit et adhuc quidem aliquos habet professionis huius sedatores et testes.
Amici mei sunt ; licet ita plerumque captivatam detorqueant litleram ut vel
durior animus miseratione illius movetur. Rem de re praedicari monslrum
dicunt; licet Aristotiles monstruositatis huius auctor sit, et rem de re
saepissime asseral praedicari; quod palam est, nisi dissimulent, familiaribus
eius. **) lbid. (in continuazione): Alius versatur in intellectibus, et eos
dumtaxat genera dicit esse et species. Sumunt enim occasionem a Cicerone et
Boetio, qui Aristotilem laudani auclorem, quod haec credi et dici dcbeant
noliones. « Est autem », ut aiunt, « notio ex ante
perceplu forma cuiusque rei cognitio enodatione indigens » (cosi effettivamente
Cicerone, nel passo citato alla nota 37 della Sez. Vili, passo che mostra
tuttavia nello stesso tempo com’egli si riferisse non già ad Aristotele, bensì
a « Graeci », cioè agli Stoici). Et alibi; « Nodo est quidam intellectus et
simplex animi concepito » (così Boezio, ad Cic. top. [Ili], p. 805 [PL, 64, 1106],
dove si commenta quel passo di Cicerone: solo [che in Boezio si legge r, "
ltUr ea in Versoi r "“°" e singularibus specialissima genelerce 1
aque ™nstuml. Sunt qui more mathematicorum « fornuis » 142] rifinì AW'/ 1 lddquid de univLalibus lert.l.,,1 referunl. Alu discutiunt « tntellectus »
(3) et eos uniiZ “ U uomimbus censeri confirmanl. Fuerunt et qui «voces» (lt
ìm*h. UùJZ U L S "'“ *•-»» «M,,c qui r l JVella ediz. Cousin degli Outr.
inéd. d’Abélard p 513n P genertbus et speciebus diversi diversa sentiunt. Alii
namqul voces rebus Zo a n?hil P ho PS «dngularcs esse affirmant, in rebus vero
mìni horum assignant. Alti vero res
generales et speciales universales et singulares esse dicunt; sed et ipsi
interne cieTe» 0 *, ' ntlUnt P'"d« m enim dicunt singularia individua esse
species et genera subalterna et generalissima, alio et alio modo alterna mento
la distinzione tra coloro che qualificano gli universali come vox [voces], e
quelli che li considerano come res, ma della posizione di questi ultimi vengono
nominate soltanto due sottospecie, cioè 10) la così detta ratio indifferentiae
(v. appresso le note 132 ss.) e 11) il punto di vista di Guglielmo da
Champeaux, v. le note 102 ss. Di queste
varietà di opinioni parla inoltre una volta anche Abelardo 7S ), ricordando, in
seno al realismo, pri(lo stesso autore indica questa opinione come « sentendo
de indif- ferendo »: v. appresso la nota 133). Atti vero quasdam essendas
universales fingimi, quas in singulis individuis totas essentialiter esse
credunt (che qucst'ultima sia la opinione di Guglielmo, risulterà chiaramente
appresso). ™) iE cioè nelle Glossulae super Porphyrium, già più sopra (nota 13)
ricordate, e riferite dal Rémusat, op. cit., p. 96 (neanche qui purtroppo ci
vicn fatto conoscere il testo originale): La grande queslion que PorphyTe
indique en débutant.... arrète Abélard, et il est presque obligé de la traiter seulement pour la
poser. Toules les opinions sur les universaux se prévalent, diuil, de grundes
auto- rités [testo originale, ed. Geyer: «De generibus et s peci eh us
quaestiones enodarc compeUiinur, quas (nec ipse Por- pkyrius ausus est solvere,
cum cas tamen tangendo ad earum inquisitionem accenda! lectorem ». E, dopo aver accennato alla varietà delle soluzioni
proposte : «tamen unusquisque lue- tur se aurtorilate i u d i c e » (p. 512)]
(già qui la traduzione del Rémusat è sbagliata, poiché nella nota egli
riproduce le parole dell'originale, « unus quisque se tuetur auctoritale iudice
», e queste voglion dire che ciascuno avvalora la propria opinione con
l’autorità tradizionale, cioè Aristotele).... p. 97 : Le premier syslème est
celiti de l’existence des choses universelles. lì est plusieurs manie- res de
Vétablir. Suivant l’une eie.
[Geyer, p. 515: .... primam (se. sententiam de universalihus) quae de rebus
est, primi- tus exequamur. De qua etiam sunt plurcs opiniones, cum alii aliter
res universales esse affirmant. Nominili
cnim....] (ora viene la opinione di Guglielmo da Champeaux: v. appresso la nota
105)... p. 99: «La seconde manière» ecc. [Geyer, ma di tutto le due tesi dottrinali anche
testé ricordate, ma poi 12) una concezione, secondo la quale la differenza ra
genere e individuo risiede soltanto in un modo par- ticolare (propalasi) di
esistere, in quanto che 1W versale può presentarsi così in parecchie cose
insieme come anche in esseri singoli. Invece nel De intellectibus del
Pseudo-Ahelardo (v appresso le note 416 ss.) si trova soltanto espressa, in
amerà ^determinata e generica, la distinzione tra rea- sii, nominalisti, e
opinione di Abelardo u ). l'ZL'mZp mTtó, appreso pou r soutenir que les
universali sonldesdoses VoulZT "T^ la communauté, l’on dii ai,'entri- l„
Voulant expliquer singtdière est une diffide TlrtruTl et l * cho.se a etre
universelle, la proprietà ani Inni' ",> . ropne, ' i ( l ul consiste
mal, le corps est nniZZl et Zel " ? ^ • bt ****- L'ani- et quelque corps ;
mais dire un étre qui aliter re,
universales esse videninV affi “ " n® r, u m a 1 i i, nitatem assignnntes
dicunt rem .,t;„ • ®,rniare * Hj re bns comrmi- id est alterins proprietatis
(il C uru . ver . 6a ^ em > aliam singularem, inéd., p. 522 IDe Zen et s Jc
\ « V “ CoVSIN ’ Ou.tr esse ex hoc quod est onivTsai et ^ V ” EAV ’ V, 313)
Iaris. Ut animai est
universale et mm!!""* h ° C q ” od est sin SB- vel aliquod corpus.
Tale est enini ^ ’ j CC t ? men al| quod animai mal esse universale, ne si
dieatnr- ni. Undum,lanc sen tentiam ani- animal est, et tale est hoc animai
" a s “ nl quorum unumquodque dieatnr: una sola rea«J°hoc d T, 8ol °» ac -
espressa in forma indeterminata la r „ n l . na]ment ^ (P- 106) segue, voces
[cfr. Geyer, p. 522 - 31 . ’
oncezione degli universali come ^à-VtoZ^ 63 : Philosophie sco - Quidam enim
volimi omnZloZ f * diversa -^ntiunt. dam nullas ^ro folti snnt (mane. Il lo,.,
”ha "“(til T :zh r p- * T„,-irr rato vel albo Zane cana l VOCabul °'
!" ^pus ipsum a colo-altri invece, e certamente i più sconsiderati e più
radicali, come p. es. un tal magister « \ . si appigliavano unicamente al «
significare », sì che per e6si in ciascuno dei predicati assegnati a una cosa
qualunque, si trova insieme già significata la cosa stessa: e degno di nota è
che costoro si appoggino per tal riguardo alla grammatica, secondo la quale
ogni nome significa così una sostanza, come anche, al tempo stesso, una qualità
83 ). Dovevan essere nominalisti di quest’ultima specie anche coloro che, forse
seguendo in maniera unilaterale le vedute di Rosceliuo (Sez. precedente, nota
321), si spinsero sino ad affermare che la semplice dictio (vale a dire la
parola singola, in opposizione con il giudizio) non porta in generale affatto
in sè parti dell’atto intellettivo, vale a dire neanche parti simultanee, bensì
come un punto, comprende in uniLà indifferenziata tutto quel che cade entro
l’accezione della parola 84 ). Alcune
particolari conseguenze del nominalismo, in ordme alla teoria delle categorie,
vedile appresso, alle note 196 s. e 199. M J lbid.: ....Hi vero, qui onirtem
vocum impositionem in significutionem deducunt, auctorilatem protendimi, ut eu
quoque significati dicant a voce, quibuscumque ipsa est imposila, ut ipsum
quoque hominem ab animali, t ei Socratem ab homine, vel subjectum corpus ab
albo vel colorato; nec solum ex arte, verum edam ex auctoritate grammalicae
id conantur ostendere. Cum enim tradat
grammatica, omne nomen substantium cum qualitate significare, album quoque,
quod subjcctam nominat substantium, et qualitqlem determinai circa eam,
utrumque dicitur significare (dunque, secondo il Cousin, questo dovrebb’essere
il modo di vedere proprio del realista Guglielmo da Cbampeaux!). M )
Pseudo-Auael. de ititeli-, loc. cit-, p. 472: Sunt iluque inteilectus
conjunctarum ve! divisatimi rerum, dictionum tantum; cotijungentes vero vel
dividentes intellectus, oralionum tantum sunt. liti quippp simplices sunt, isti
compositi (Tale la opinione del1 Autore). Sunt plerique fortassis (cioè
nominalisti), qui intellectus simplices nullas ninnino purtes habere concedant,
ncque scilicet per sticcessionem nequc simili (vale a dire parti
non-simultanee, o successive, ne ba in generale soltanto il giudizio, ma non
mai la parola singola). Qui enim, inquilini, plura simul intelligit, una
simplici actione omnia simul attendit [Arali.. Opera, ed. Cousin, La teoria che
gli universali sono « maneries » : Ucuccione].
Ma era certo una ramificazione del nominalismo la tesi sostenuta
relativamente alla « manerics » (v. sopra la nota 69); poiché è vero che
Giovanni da Salisbury l’annovera tra le opinioni realistiche; ma, d’altra parte,
non soltanto suscita in noi gravi dubbi quel passo di lui, riferito più sopra
(nota 70), dov’egli già finisce con il qualificare tutto quanto come realismo,
bensì dobbiamo anche tener conto di un’altra fonte d’informazioni: infatti,
secondo quel che viene altrove perentoriamente riferito, erano i nominalisti
che, a sostegno della loro opinione, secondo la quale generi e specie sono
soltanto le parole, piu universali o più particolari, enunciate nel soggetto o
nel predicato, senz’altro denominavano, nei rispettivi passi di Boezio e di
Aristotele, la « res » « vox » e il « gemisi « maneries » *>). La parola «
maneries » per "se stessa non e, parimente, nè così mostruosa nè così
rara, come Giovanni mostra di ritenere nella notizia più sopra’ riferita: non
soltanto infatti la s’incontra, con accezione generica, in Bernardo da
Cliiaravalle 8S ), ma, addirittura in senso specificamente logico, in un altro
au) De gen et spec., loc. cit., p. 522: Ntmc illam sementiam quue toces solas
genera et species unìversales et partici,lares praesubjectas asserii et non
res, insistamus.... ( p 523 ) Boethius, ira commentano super Categorias ([L.
I], p . 114 rp[, 64 162n dici « quoniam rerum decem genera sunt prima,
necessefuUdSem suhilrH i eSS \ S,m f. llces voces > dune de simplicibus fin
Boeziosubtectis J rebus d,perenti,r ». Hi tamen exponunt: « genera id est
Z"Z1* S L r : 0 r dam ™ Aerili 1 S f 7 Jm rme p aS,raduzi0ne di BOEZIO
[Prima Ldino, 1, 7. ed. Meiser, Pars Pnor, p. 82; PL, 64, 318], p 233)«rerum
alme sani unìversales, aline sunt singulares». Hi tamen rUatibic Lo r onTì;,d T
° C " m HU "“ tem tnm «PertM auctomentili aut e n‘ l ir"*
",lentes ’ aut di ™nt «udori,a,es TncTdunt. P labor «utes, quia excoriare
nesciunt, pellem . Epi y402 S° pera ’, d Martène, Venezia, 1765, 1, p.
156)m"614] 1 wn ' s pro *,f!lll ° sU dilla ad mommi non erat [PL, tore dei
primi del Duecento, cioè nel canonista Uguccione (morto nel 1212), il quale nel
suo scritto lessicale definisce « species » come « rerum maneries » 87 ). E a
quel modo che questa parola (il francese « manière »), se stiamo alla sua
precisa etimologia, ci riporla da ultimo al significato di « maneggio » o «
modo di trattare » [« Behandlungsweise » da « Hand », come «maneries » da «
manus »] S8 ), cosi, nel suo uso logico, ha dovuto anzitutto significare il
modo d’intendere subbiettivo, e pertanto raccostarsi alla concezione
nominalistica, o a quel tale « colligere » che abbiamo veduto alla nota 68;
invece, soltanto allorché «maneries» dall’accezione « maniera, guisa », a poco
a poco fu volta a significare una « sorta », fu possibile prenderla, come
termine della logica, in senso oggettivo, per tal modo che potè entrare in
giuoco la questione dello « status » (nota 65), sebbene, anche trattandosi di «
sorta », venisse ancor fatto abbastanza facilmente di pensare all’ « assor¬tire
» (cioè colligere). I Platonici: a)
Bernardo da Cliartres Gli avversari unilaterali degli unilaterali nominalisti
furono comunque i veri e propri platonici, tra i quali ci si presenta per
primo, come principale rappresentante, Bernardo da Cbartres, soprannomi*0
Uguccione, autore di una Stimma Decrelorum e di altri scritti canonistici (sul
conto di lui, notizie più precise nel Sarti, de clarissimis Arcbigymnasii
tìononiensis projessoribus, I, p. 296 ss., c nella Prefazione del Du Cange al
suo Glossario,Ugutionis vocabularium »]), aveva scritto un vocabolario (liber
derivationum), ricavato in parte da quello su ricordato (Sez. precedente, note
286 ss.) di Papias, e conservatoci in numerosi manoscritti. Da esso il Du Cange
j. v . «Maneries » riferisce le seguenti parole: Species dicitur rerum
Maneries, secundum quod dicitur « Herba huius speciei, id est, Maneriei,
crescit in borio meo ». “) Vedi Diez, Etymtdogisches Wórlerbuch der romanischen
Sprachen, p. 216 [s. v. «Maniero», p. 203 della 5" ediz.j. Parola del
tutto diversa è maneria, derivante da maneo e affine a mansio, con il
significato di « soggiorno » (v. il Du Cance, s. v. « Maneria »).nato Sìlvester
(viveva intorno al 1160). [Oggi dai P,U . 81 r,t, ° '' dell, pera idea
platonica, laddove il “tLÀTSH”' fica iniziarsi della mescolanza co „
"*”>la olitolo l’aggettivo {album) è ritenuto e, •’ m °“ lre
contaminazione insanabile della idea coó 1 T"' '* orna Pertanto ci didicUe
del".;.7b ‘ “"T sieno state rese ne.» . «eptorare che non ci * i .™.,r,:;LT
H ~ ri,e nere)], _ PmtaLtt',2ri tu’in
893hVr"“ a o f C 2;;.™* idem 120 [ed i Wcbb ’ 124; PL AÌebai a R et q “ Ìbus dominamtur den
°a ~r, 2 ?»SSS. tn ffi emm il/ud, ‘ x culiàs^ l qùod^vJ r b 1 ui^ l lg > ',t
^ nem,/ >v. nelle Opere del Venerabile Beda (ediz. di Colonia, 1688, li. p.
206 ss. [PL, 90, 1127 ss.]). Ma proprio questa medesima parte della Philosophia
detta minor la si ritrova da capo, non soltanto ristampata nella Maxima
Bibliotheca Patrum [di Lione], voi. XX, p. 995 [PL, 172, 40 ss.], dov’è
indicato come suo autore Onorio da Autun (Sez. precedente, nota 373) [Honorii
Augustodunensis De Philosophia Mundi 11 IVI. bensì ancora in un libro che sta a
sè, con il titolo: Philosophicarum et astronomicarum institutionum Guilei mi,
Hirsaugiensis olim abbatis, libri tres, Basilea, 1531, in -4°. (Questo abate
Guglielmo da Hirschau, nato nel 1026, morì nel 1091: v. Pertz, MGH, VII, p.
281; XII, p. 54 e p. 64 ss.; XIV, p. 209 ss.). Se ora 1’ Hauréau ( Singularilés
hist. et litlér., p. 240) a favore dell’attribuzione di quello scritto a
Guglielmo da Conches può richiamarsi a un manoscritto di Parigi, e nello stesso
tempo allega la testimonianza di Guglielmo da S. Thierry, un avversario
contemporanco, io ritengo senza dubbio questi argomenti conte decisivi, ma è da
richiamare in ogni caso l’attenzione sopra il fatto che nella stampa nominata
per ultima (fatta astrazione da frequenti piccole modificazioni della
espressione letterale) è menzionato in più luoghi per nome l’autore arabo
Costantino Cartaginese, e del pari è nominato una volta anche Johannitius, cioè
Hunain Ibn Tshàk, mentre nelle altre edizioni a stampa, in luogo di questi nomi
figurano soltanto le espressioni indeterminate « philosophus » o « philosophì
», sicché questa variante richiede forse ancora una ricerca più approfondita.
Le glosse di Guglielmo da Conche* al De consol. phil. di Boezio ei sono state
fatte conoscere da Ch. JourDAIN (nelle Notices et Extraìls des manose., voi. XX, p. 21. Ma se, come vuole 1’ Hauréau ( op. ull. cit ., p. 242
s.ì sia da attribuirai al nostro Guglielmo anche il commento al Timeo, che il
Cousin (Ouvr. inéd. d’Abél., p. 644 ss. r648-157]) ha pubblicato in estratti,
attribuendolo a Onorio da Autun, sarebbe cosa da lasciar in dubbio. Senza
contestazione sono invece di Guglielmo quei frammenti [della secunda e tertia
philosophia (Antropologia e Cosmologia)], che il Cousin ha pubblicati ibid.. p.
669 ss. r670-7. 1,’Ott AVMNO ha curato
la pubblieaz. di Un brano inedito della « Philosophia » di G. di C., Napoli,
1935, illustrando nella Prefazione lo stato attuale delle questioni relative].
glielmo »^) svolge, secondo I ‘ P l8tIca ~ che G u . grafìa, psicologia e
fisica 9 ‘ c ). ben sì ^p 21 ™ 16 di co »niof, oens! ci limiteremo a quel Bcda,
p. 207 r (PL. e 9o" 112820l per
mundi ère,,iohoc foctus est aLmT ** ° ngel,,s “-/"'deus \ f To nnifice ;
(irlif(, x mundutn creanti )T°’ r,i ^
v„i. 75 ( 'i873! R ;.1;rs. dc,rArcatlt ' mi; d 'Vie.;: poco clic c’è ila rammentare, in ordine alle
questioni di logica vere e proprie. Guglielmo, che sul terreno della
gnoseologia si pone dal punto di vista platonico, di un idealismo che procede
verso l’alto er ’), e anche espressamente sentenzia che tra i filosofi pagani
egli dà la palma a Platone " 6 ), distingue si una quadruplice maniera di
considerare tutte quante le cose, cioè dialettica, sofìstica, retorica,
filosofica 87 ), ma relativamente alle prime due (quanto alle due ultime, è per
lui cosa che già s’intende da sè) si schiera risolutamente dalla parte dei
realisti, combattendo coloro che volevano escludere qualsiasi realtà, o infine
da ultimo neanche volevano ammettere più i nomi delle cose, bensì, in generale,
alquante parole solamente (che sarebbero poi le quinque voces) 9S ). Ma,
analogamente allo Scoto Eriugena, egli almeno riconosce tuttavia, richiamandosi
a Boezio, che appartiene allo spirito umano la funzione d’imporre alle cose che
hanno “) V. i frammenti riprodotti dal Cousin, op. cit., c specialmente p. 673
s. M ) Nella edizione già ricordata del Gratarolus, p. 13: Si gentili*
adducenda est opinio, malo Plalonis quam alterius inducalur; plus numque cum
nostra fide concordai. ”) Ibid., p. 4: De eodem numque dialectice, sophistice,
rhelorìce, vel philosophice disserere possumus. Considerare numque de ali quo,
an sit singultire un universale, est dialeclicum; probare, ipsum esse quod non
est vel non esse quoti est, sophisticum est: probure, ipsum esse dignum proemio
vel poena, rhetoricum: sed de natura ipsiusque moribus et officiis disserere,
est pbilosophicum. Dialecticus ergo, sophistn, oralor, philosophus, de eudem re
diversa considerunles et intendentes disputare possimi. ”) Ibid., p. 5: Quod
intelligentes quidam res omnes a dialeclica et sophisticu di sputulione exter
minar erunt, nomina lamen earum receperunt, eaque sola esse universalia vel singulttria
praedicaverunt; deinde supervenit stultior aetas, quue et res et earum nomina
exclusit alque omnium disputationem ad qualuor fere nomina reduxit; ulraqiie
tamen seda, quia non erat ex deo, per se defecit. Quei qualuor nomina non posson essere altro elle le
quinque voces, escluso forse il proprium : in antitesi ron una siffatta
riduzione di numero, incontreremo in compenso anche sex voces: v. la nota 278.
mulo franti. ^r^roi 1 zj,,on'» Se Be 'ZlTcZ, “‘“T* O»»]. 8rao platonico,
princiml mamfe8tava J ano realilenm affermazioni idealistiche"' 6 .
e8prÌBlendo8Ì con soficanti, era in ogni caso imn ° 3 am P lificazi om edit0ria
*”**• d i prender oranti JT ° ^ meri * relazione debba pensarsi che L,]i “
8lderare “ quale esistenti, stiano con gl’individuf.U1 "r erSah> come
eose c7° C ° nSÌ8te Ia ^portanza 2*^J, * ten * C h ani P e a ux (morto nel 119
!) ; U ^ llel «o da ! ma lo 8Ìeo, nel realismo di hii n ’ U pnnto * Imea,
rispetto al pimto di ’ P “” ancora m seconda varsi tuttavia, fin da principio i
^ De ™ rileGuglielmo da Champeaux siàm^l "‘T" 0 * Ue idee di C081
minutamente informati, ^,lmgi dall’essere 8in ; di ahri,. pe re h è rir; r r^
ioj,e dei c assolutamente andar oltre il n na non Possiamo notizie, a noi
accessibili, che,mnT° * ^ ghw ono le a equivoci «»*). “ lascino per nulla adito
w ) Ibid., p. 29 o, • i Hit 12’un°A OCUlÌS muìlT 1 constituto tr :~«4 ^.rr
»" stolrfe in prìmam T? “‘T"' sub °P™£ dicati?’s "’ m istn
Stendi . aliai,,,,,,} * secun dam dividitur ali,, ‘H*’ un et e "b Ari \ T
° P° S! "*sio. ’ allf P‘»ndo ... actus b . 199, 8321 ’ SARESB I, s, p . 2,
S li r . led ^cbl», p. 16-7; PL Della produzione letteraria di Guglielmo, non
abbiamo sotto mano nulla, cbe riguardi oggetti di pertinenza della logica 103 )
: siamo così ridotti a servirci principalmente di una notizia di Abelardo, il
quale mena vanto di avere combattuto con felice successo le idee di Guglielmo
intorno agli universali, di guisa che quest’ultimo le modificò in misura
notevole: ma con questo il suo insegnamento ci scapitò, per autorità e per
concorso di uditori, a tal punto che finirono con il passare forglielmo da
Champeaux tutte quante quelle abbreviazioni (« magister V. », « magister noster
V. ») che si trovano nel manoscritto, nè più nè meno che quei passi, dove si
trova « If illelmus » ; anzi ha persino fatto lo stesso in un certo luogo, dove
(de gerì, et spec., p. 509) con le parole « Vel uliter secundum magistrum G. »,
è indicata in modo abbastanza chiaro una posizione antitetica a quella del
mngister Willclmus antecedentemente (p. 507) nominalo, E come ora è francamente
segno di leggerezza trovare ugualmente in quel magister G. un'allusione al
nostro Guglielmo, cosi non è detto cbe in compenso abbiamo un punto di appoggio
nell’abbreviatura € V. », tanto più che questa lettera stessa parla in senso
contrario. Poiché Abelardo, prima di recarsi presso Guglielmo da Cliampeaux,
aveva cercato d’istruirsi presso tutti i dialettici eminenti ( Epist ., I, c.
I, p. 4, Amboes. Ted. Quercetanus di Parigi 16161, [ed. Cousin, I, p. 4; PL, 178,
115]: Proinde diversas disputando perambulans provincias, ubicunque huius arlis
vigere studium audieram, peripaielicorum uemulalor fuctus sum), come « magister
noster » egli può indicare una quantità di uomini, dei quali ci è ignoto il
nome, c dobbiamo guardarci daU’argomentare, senza sufficiente ponderazione, che
si alluda a persone determinate, per evitar di andare fuor di strada (v. per
es. più sopra la nota 82 ). Ma alle deduzioni del Cousin aderirono il
Rousselot, l’Hauréau, e anche H. Rittcr. lra ) L’Hauréau (De la phil. scoi., I,
p. 223 [cfr. Ili ut. de la phil. scol^, I, 322]) riferisce che il Ravaisson ha
trovato, nella Biblioteca di Troyes, 42 frammenti di Guglielmo; e con la
pubblicazione di questi frammenti, E. Michaud, nel suo scritto Guillaume de
Champeaux et les écoles de Paris au Xll.e siede (2’ ediz., Parigi, 1868), si
sarebbe potuto acquistare una benemerenza. In base a quel ch’è stato detto più
sopra (nota precedente), non si può argomentare che Guglielmo da Champeaux
abbia scritto «Glossulae super Periermeneias », perchè il passo relativo nella
Dialectica di Abelardo (p. 225) attribuisce uno scritto così intitolato
semplicemente a un « magister noster V. ». [Ma ora son da vedere i 47 frammenti
« Guillelmi Campellensis Sententiae vel Quaestiones XLVII » puhbl. da G.
Lefèvrk. Les variations de
Guillaume de Champeaux et la question des Universaux, Lilla, 1898, pp. 19 ss.].
malmente tutti alla opinione di Abelardo
104 ). Guglielmo cioè avrebbe affermato ili primo luogo che gli universali, in
quanto sono, nella loro unità, cose uguali, ineriscono nello stesso tempo
essentialiter, in indivisa totalità, a tutti cpianti gl’individui che cadono
nella loro estensione, e pertanto fra gl’individui non sussiste differenza di
essenza, bensì le differenze hanno fondamento soltanto nella molteplicità di
determinazioni accidentali. E come ciò trova letterale conferma nel passo del
De gen. et spec., citato più sopra (nota 72), ivi appunto ci viene data una
spiegazione più precisa-la quale persino ci riporta a un passo, affatto
isolato, di Boezio, e ci dà così maniera di veder bene addentro come il daffare
che si davano a quel tempo con le controversie tra opposti indirizzi, avesse
fondamento in minuzzaglie di erudizione scolastica, piuttosto che in contrasti
intimi fra modi di vedere teoretici. IM ) Abaf.l. Epist., 1, c. 2, p. 4 [ed.
Consinl : Perveni tandem ransius, uh, jam maxime disciplina liaec florere
consueverat, ad \rUiUclmum scilicet Campellensem praeceptorem meum in hoc lune
magisleno re et fama pruecipuum: cum quo aliquanlulum moratus primo et
acceptus, poslmodum gravissimiis extiti, cum nonnuttas scuicet ejus sententias
refellere conarer, et ratiocinari conira eum saepius aggrederer, et nonnunquam
superior in disputando viderer tp. a) lum ego ad eum reversus, ut ab ipso
rhetoricam audirem. mler caetera disputationum nostrarum conamina, antiquam
ejus de uni versali bus sententiam patentissimis argiimentorum dispulationihus
ipstim commutare, imo destruere compiili. Erat autem in ea senlenlia de commentiate
universalium, ut eamdem essentialiter rem imam simul smgulis suis inesse
astenerci individuisi quorum quidem nulla esset m essenti!, diversitas, sed
sola multitudine accidentium vanetas. ile autem tstam lune suam correxil
sententiam, ut deinceps rem eamdem non essentialiter. sed individualiter (la
variante « indilferenter » [accolta dal Comuni, che la ed. d’Ambois segna in
margme Si trovava anche in vari manoscritti; vedi I’Hauréau, op. cit, 1, p. 236
( H,st. de la ph. scoi., I. p. 3381), dicere,. Et.... quum hanc "le
correxisset, imo coactus dimisisset sententiam, in tanlam lectio ejus devoluta
est negligentiam, ut jam ad dialecticae lectionem vix admitteretur: quasi in
huc scilicet de universalibus senlenlia tota hiijiis artis consisterei summit
(cfr. la nota 60). Ilinc tantum roboris et auctontatis nostra suscepit
disciplina, ut ii, qui antea vehemenj nogutro tilt nostro adhaerebant. et
maxime nostram infestabant aoctnnam. ad nostras convolarent scholas fPL
Affermava cioè Guglielmo che in quel quid di accidentalmente superaddito
(adveniens) son da ravvisare le forme individuali, le quali improntano la
materia, consistente nel concetto del genere (malcriam informarli), in tal
maniera, che con ciò la essenza universale ne risente una individualizzazione
secundum totam sitarti quanlitatem : e lo stesso può ripetersi poi, a questa
maniera, per tutta quanta la scala, dal genere, attraverso la specie, sin giù
giù airindividuo 103 ). Inoltre, come riferisce altrove Ahelardo, Guglielmo,
incominciando dalle dieci categorie, svolgeva a fondo questo processo
d'informazione giù giù sino agl’individui, e poteva allora, poiché quelle
stesse forme più individuali differenzianti rimandano da capo agli universali,
spiegare la predicahilità degli universali con il fatto che questi spettano
agl'individui, o essenzialmente o adiettivamente iadjacenter) 10 °). Ma proprio
in ciò consiste decisamente Ite gen. et sper., p. 513 s. : Uomo quaedam species
est, res una essenti ali ter, cui adveniunt forntae quaedam et efficiunt Socralem:
Ulani eamdetn essentiuliter eodem modo informata formae facientes Platonern et
caetera indiridua hominis ; nec aliquìd est in Socrate, praeler illas jormas
informanles il latti malcriam ad fuciendum Socratem, quia iìlud idem eodem
tempore in Platone informatimi sit formis Plalonis. Et hoc intelligunt de singulis
spcciebus ad individua et de generi bus ad species.... Ubi enim Socrates est, et homo universalis ibi est,
secundum totani suoni quantitatem informatus Socratitate (riguardo al concetto
di Socratitas, v. la concezione corrispondente di I orfirio e Boezio: Sez. XI,
nota 43). Quicquid enim res universalis suscipit, tota sui quantitate
retinet.... Quicquid suscipit, tota sui quotifilale suscipit. Ma anche questo'
è proprio ricavato da Boezio, che dice, a proposito della differenza {ad Porph.
a se transl., p. 87 tEd. Brandt, IV, 9, p. 263; PL, 64, 1261): Aeque enim sicnt
in corpore soler. esse alia pars alba, alia nigra, ita fieri in genere potcst;
getius enim per se consideratimi partes non habet, itisi ad species referalur.
Quicquid igitur habet, non purtibus, sed tota sui magnitudine retinebit. Cosi,
dove si tratta di storia della filosofia medievale, spesso 1 apparenza [della
originalità, o della novità! viene a ridursi | grazie alla indicazione delle
fonti antiche] a quella ch’è la vera sua portata: “ r H U ' a PP r re riprod.
XTTe": dÌ ( ?* differentiam et
secundum IdZtiZ^eZd^^' ^ Secundum intUfferentiam l>, e J ll *dem prorsus
essentiae. n hZ£ s : adem -=£t2; nrtlSTò
ifhix Sfe isrF"’ SS ff *7 rs s »;s£*Atas pure appartiene infine alla
tradizione la notizia isolata, che, riguardo alla topica, egli portava la
essenza della inventio a consistere nella scoperta di un termine medio 110 ).
[§ 21. Le difficoltà e i gradi del
realismo]. È probabile che proprio le
difficoltà, alle quali si trova esposta la opinione di Guglielmo da Champeaux,
abbiano dato ai realisti mentre in
generale essi potevano approvare il punto di vista di lui motivo di scindersi essi medesimi a lor volta
fra loro, a forza di tentativi di correggere quella opinione, o di darle nuovo
fondamento: si è così formata una quantità d’indirizzi divergenti, ai
quali anche passando affatto sotto
silenzio il nome dei loro rappresentanti
non ci è più possibile tener dietro, considerando minutamente il
determinarsi delle loro particolari differenze. A parte le difficoltà
teologiche die si sollevavano, sia che si assumessero gli universali quali prodotti
di una creazione, sia che li si assumesse quali entità eterne, tanto più che
alcuni effettivamente designavano per tal modo come « cose » tutt’i singoli
attributi di Dio nl ), positìonem
ejusdem parti* sequatur pars illius. Sequitur enim bipunctalem lineam pars
ejus, i. e. punclum., non tamen ad punctum pars ejus sequitur, quia indiani
habet. u ") Joh. Saresb. Metal. Ili, 9, p. 115 [ed. Webb, p. 152] :
Versatur in his (se. in Topici*) incentionis muteria, quam hilaris memoriae
fVillelmus de Cam pelli*.... diffinivil, etsi non perfecte, esse scienliam
reperiendi medium terminimi et inde eliciendi argumentum [PL, 199, 9091. m ) De
gen. et spec., p. 517 : Genera et species aut creator sunt aut creatura. Si
creatura sunt, ante juit suus creator quam ipsa creatura. Ila ante juit Deus
quam justitia et jortitudo.... Itaque ante juit Deus quam esset justus vel
fortis. Sunt auleta qui....
illam divisio- nem.... sic jaciendam esse dicunt: quicquid est, aut genitum est
aut ingenitum. Universalia autem ingenita dicuntur et ideo coaeterna, et sic
secundum eos qui hoc dicunt,... [noni Deus aliquorum jactor est. Abael.
Inlrod. ud theol., II, 8, p. 1067 ( Amboes. [ed. Cousin, II, p. 85; PL, 178,
1057]): Terlius vero praediclorum (se. magistro- rum divinae paginae, cioè un
magister in pago Andegavensi ) non so- ciò che dal punto di vista ontologico si
voleva evitare era proprio quel vicendevole invilupparsi di tutti eli
universali. 6 Perciò alcuni si appigliarono all’espediente, certo grossolano di
assumere quel «sovraggiungersi» (che abbiamo veduto piu sopra, alla nota 105)
delle differenze specifiche, come qualche cosa di puramente passeggierò, per
salvare così la indipendenza del genere »*) Altri invece tiraron fuori un modo
di vedere, ch’era proprio di Aristotele, considerando il genere come la materia
che nella sua essenza rimane identica, e che viene diversamente formata nelle
specie: ma, proprio per quella identità di essenza, vennero a trovarsi in con-
lutto con la teoria degli opposti 11S ). Onde a ccadde, da un lato, che,
relativamente a questo «i™ isssrwtsar ir-" -s™ ~~~ hujusmodi, quae iuxta fiumani
* erlcor( i‘,im, tram et caelera gnificantur, res quasdam et amil i lonls, c ?
nsuetu di nem in Deo si- t ig jfer res diversas conslituat. ' aicumur, tot in
Deo dicunt quidam, quia differentiÌe "quldmn m "J° rU . slm P l
icitatis, quod genere non fondanti* U%kVt generi ’ sed in subjectum. per se
d,c,tur e- sia inasprita, e ahL ia n* 1 « a anZ * C ^ C c * uesta diffìcile
controversia si « gran somaro », non essendo C cT alu U " C " t0 ^ r
Z ° sco,astico del passo del De gen. et spec u ( man,era . dl comprendere il
quod scilicet incoteMens eduttl „ ° PPOSlta - «*• in codem, sententiam tenenl
perchè non *" • n { >oss n nt > qui grandis asini :±,rr"° év-J
quale n.n fl 1ZS processo, con il quale
alla materia si dà la forma, venne fuori da capo la questione, se cioè la
differenza specifica sia solamente il mezzo per formare le specie, o se essa
invece, insieme con il genere, trapassi nello stesso tempo nella essenza della
specie medesima, e alcuni (evidentemente
tenendosi più vicini a Guglielmo da Champeaux) si son pure effettivamente
decisi a favore della seconda soluzione 114 ) : e così, d’altra parte, per i
concetti di genere e di specie, veniva in luce una difficoltà, anche per il
fatto degli opposti che (almeno nella loro esistenza individualizzata) si trovano
in imo e medesimo soggetto: ciò ha per conseguenza che, qualora un uomo sia
bensì casto ma in pari tempo sia avaro, dovrebbe in lui coincidere l’universale
del bene con quello del male; ora, taluni se la cavavano con una distinzione
tra i generi superiori da un lato, e dall’altro lato le specie degli opposti,
nella loro specializzazione, escludendo almeno queste ultime dalla possibilità
d’incontrarsi [in un medesimo soggetto], laddove altri estendevano persino ad
esse la pericolosa concessione 115 ). 1H ) Abael. Dial., p. 477 : RATIONALITAS
enim et mortalitas, adve- niente* subtantiae animulis, eam in speciem creunt.
quae est homo. Nec cum ipsae generis substuntium in speciem reddunt, ipsae
quoque in essentiam speciei simul transeunt, sed sola genera vel subjecta
specificantur.... non quidem cum differentiis, sed per differentias.... Si enim
differentiae in speciem transferrentur cum genere,.... sicul quorumdam
sententia tenet,... profecto cogeremur jateri, et dijjeren- tias ipsas cum
genere aeque in essentia speciei convenire ; linde et ipsas de substanlia rei
esse, et in partem maleriae venire contingcrel. m ) Ihid.. p. 390: Sunt uutem
quidam qui contraria genera in eodem esse non abhorrent, sed contrarias species
in eodem esse impossibile confitentur. Dicunt enim quod cum omnia accidenlia
per individua in subjecta veniant, et ipsa contraria genera per individua sua
subjeclis contingunt . ut virtus et vitium, quae in hoc homine per hanc
castitatem et hanc avaritiam recipiunliir, quae individua sunt caslitatis et
avaritiae, quae invicem species non sunt contrarine.... Verum species
contrarias esse in eodem per aliquu sua individua, illud prohibet, quod nec
ipsarum individua in eodem possunt esse, quorum sunt tota substantia ea quae
sunt contraria, utpote species.... Sunt autem et qui species contrarias in
eodem posse consistere non denegant. adol e, T ^ C1 " aUrÌ 3UCOra «
indotti a adottare 1 esperte radicale, di affermare cioè che la .uizmne della
differenza specifica in generale ha luogo tu ta quanta solamente nella
categoria della sostanza laddove, quando si tratta delle qualità, le così dette
sue’ eie o sottospecie son propriamente da considerare sen z altro come
formazione d’individui, sicché n es h' e nero sarebbero due essenze diverse a
cuci 1 h che son tali due individui umani ”)’ " ^ 816880 farina, non c’è
nane », . 3,10n c e * c e pane », dovendo prima la ~7 n p, *“’ ” c,,e “ cb
'»a»c»„r;.jr,o " awo cì **•£ [§ 22. Controversie intorno alla
definizioneINTORNO al CONCETTO DI PARTE | E cakie»j. M a controversie ) De gerì, et spec. d ?4i. c
tmnsubnantiae differentiis haberTdilZTe?™ Solum P^edicamentn duas proximas
species. dicunt illaT'nn l cllm . J ff uaht ^ dividati,r aliquas differenti,:
»ed et in micas converti tur linde nèn • sc, i,c el furinam esse deserit non
sit, panis desit. Eie. equicquam concedila ut, si farina di questo genere, che
venivano per lo più agitate, con grande sfoggio di passi di Boezio, sfiorando
già, come si vede, il confine della stupidità, venivano altresì dibattute,
secondo il modello della logica in uso nelle scuole, anche nell arringo affine
della teoria della divisione (v. sopra la nota 75) e della definizione. Ben è
vero che i realisti si trovavano tutti d’accordo nel preferire, in armonia con
il modo di pensare di Boezio (Sez. XII, nota 98), o piuttosto di Porfirio (Sez.
XI, note 41 ss.: cfr. la Sez. Ili, note 78 ss.), il procedimento platonico di
ima continua dicotomia 118 ); ma subito a proposito della divisione del genere,
necessaria per la definizione, doveva già ripresentarsi la questione del come
vadan le cose con le parti della essenza, distinguibili nel concetto del
genere: e mentre da taluni si affermava che tali parti sono unite per
mescolanza, press’a poco a quel modo che anche dalla mescolanza di bianco e
nero si genera un terzo colore differente 119 ), altri facevano osservare che
tutte le parti della essenza del genere posson pure, anche singolarmente, esser
enunciate come predicati degl’individui, appartenenti al genere stesso 120 );
per con) Ibid., p. 458: Si aulem genus seni per nel in proximas species t ei in
proximas differenlias dìvideretur, omnis divisio generis, sicut Boethio (de
divis p. 643 [PL, 64, 8831) placuit, bimembris essel.,.. Hoc autem ad eam
philosophicam sententiam respicil, girne res ipsus, non tantum voces, genera et
species esse confitetur. ) Oilberti 1 orretae in l. 1 . Boethii de S .
Trinitele commenta • ria_ (Bokth. Opera, eri. [costantemente cit. dal Franti]
di Basilea, 1570), p. 1144 [PL, 64, 12721 : Butani quidam imperiti.... quod non sit vera dictio. si
quis dical « homo est corpus », non addens et anima »: uut si dicat « homo est
anima », non addens c et corpus ». Opi nantes quod, ex quo diversa, ut unum
componant, conjuncta sunt. esse utriusque adeo sit ex illa conjunctione
confusimi, ut sicut cum album et nigrum permìscentur, quod ex illis fit, nec
album nec nigrum dicilur, sed ciijusdam alterius coloris ex illa permixtione
provenienti».... 1 Ibid., p. 1143:.... corporalitàs, non
modo de hominis illa parte I qua e corpus e.st], verum etiarn de homine
praedicetur. Et....
rationalitas.... non modo de hominis illa parte, quae spiritus est, sed etiam
de homine praedicatur.... (p.
1144).... quicquid de parte nuturaliter, idem et de composito affirmandum [PL,
64, 1272-3]. irò, anche questo fu da capo contestato da alcuni, perche quelle
parti della essenza sono predicati, soltanto in quanto sono concetti più
generali, fatta cioè astrazione dalla loro connessione con altre note
essenziali; dellW mo, p. es„ viene affermata cioè, come predicato, non -dà la
corporeità specificamente umana, ma proprio in gèneraie la corporeità nella sua
accezione universale, e tosi parimente anche la spiritualità 121 ). Un’altra
controversia manifestamente comiessa con quel che precede, concerneva la seguente
questione se ' fr J “ dMÌ *"• ^ il 7o,Z f dilTereuza -pacifica si
riferisca «oltau.o alla .peci. O anche, nello stesso tempo, al genere che st r,
’ mento della specie 122 ! Y, 3 fonda ia specie ). Via via che si separava più
net. amente a t ìlferenza dal genere (note 112, 114) g j po z::i re p t n r pit
° lbid., p . H44 f PL 6,,, 'illuni
rationalitatem guani Uhm quuè est A,"” al ‘ qU ‘ d ‘ cere 8esti unl, d‘ci.
et simUiter scienti,, a liam et alUmr ‘ T™"*' de homine human, corporis
est. ’ 1 sparai,totem quam quae notila. PaSS °
re,atÌV ° è ri P r « d »« integralmente più sopra> • ^ Abael. Dialect. n 402
• \f 1 * * noe hujus nominis quod est « homo » 'nen™ s,gn, fi cat ‘t»iem
substans, at ±' f* x P so percipiant, tantum nronlèr nT 7?’ nec ^ ualitat ^ ipsius
diffinitionem requirunt. P P r qualitatum demonstrntionem il suo significalo
concettuale, fosse stata accolta, in senso realistico, quest’ultima soluzione,
sicché la proprietà sarebbe definita come un quid, formato da un universale (p.
es. [il «bianco» è un] formatum albedine), si poteva da capo domandare se
questa sia la definizione della proprietà stessa ( albedo ), o del sostrato
qualificato (album); e se poi ci si atteneva alla seconda alternativa, dato che
la prima conduce a mia reduplicazione priva di senso, sorgeva il dubbio, se con
ciò sia definito ciascun singolo di siffatti sostrati, o non forse invece tutti
quanti insieme: e necessariamente ambedue le ipotesi si mostravan da capo
insostenibili, poiché da un lato non si tratta di definire le cose stesse,
bensì soltanto ima proprietà, nè d’altra parte le cose, per una sola proprietà
che abbian comune, sono identiche nella loro essenza 121 ). Ma a quel modo che
tutta questa discussione si atIbid., p. 495: Ai vero in fiis diffinitionibus
quae sumplorum (con questo termine Abelardo suole indicar gli aggettivi: v.
appresso la nota 321) sunl vocabulorum, magna, memini, quaestio solet esse ub
his, qui in rebus universalia primo loco ponunt....; duplex enim horum nominum
quae sumpta sunt, significatio dicitur, altera.... principalis, quae est de
forma, altera vero secundaria, quae est de formalo. Sic enim « album », et
albedinem, quam circa corpus subjectum determinai, primo loco significare
dicitur, et secundo ipsius subjectum, quod nominai. Cum ilaque album hoc modo
diffinimus « formatum albedine », quueri solet. ulrum haec diffinitio sii
tantum hujus vocis, quae est « album », an alicujus siine significationis. Al
vero cum vocem non secundum essenliam suam, sed significulionem diffiniamus,
videlur haec diffinitio recte ac primo loco illius esse. Restat ergo quaerere, sive
illius significationis sit, quae prima est, i. e. albedinis, sit e cjus, quae
seconda est. quae est « subjectum idbedinis ». At vero si haec diffinitio
albedinis sit, praedicalur de ipsa, et de quocumque albedo dicitur, et ipsa
diffinitio prucdicatur. At vero quis vel albedinem vel hanc albedinem formuri
albedine concedei?... Si vero
diffinitio supraposita ejus rei, quam « album » nominani, esse dicatur,...
quaerilur, utrum uniuscujusque sit per se, quod albedinem susci pi unt.... | il
Cousin corregge: suscipiat], sive omnium simul acceptorum. Quod si
uniuscujusque sit illa diffinitio, utique et margaritae. Vnde de quocumque illa
diffinitio dicitur, et margarita praedicatur, quod omnino falsum est. Si vero
omnium simul acceptorum esse concedatur, oporlebit ut, de quocumque diffinitio
illa enuntiatur, omnia simid praedicenlur. quod iterum falsum est. tiene ancora
di regola a quello stesso basso punto di vista, che abbiamo trovato più sopra
(Se*, precedente, note 350 ss.), dove si trattava del realista Anseimo, cosi
anche le dispute sopra il secondo metodo di divisione, cioè sopra la partizione
della o alita ne suoi elementi, recano in sè una ben grave unilateraLta. I
oiche la questione di stabilire che cosa s’intenda per parte originaria (pars
principalis), fu forzata a prendere la forma di un’alternativa, in quanto che
cioè gli uni denonimavano originarie quelle parti le quali, mentre
costituiscono la essenza della totalità, non sono piu a lor volta parti di una
parte (p. es„ nell’uomo, anima e corpo), e invece gli altri consideravano come
origmane quelle parti costitutive ultime, distrutte le quali viene distrutto il
tutto (p. es. la testa o il cuore) -»)• ma a questa maniera, in seguito al realismo
ontologico, adotandosi la prima soluzione, tutto questo punto di vista della
divisione rimaneva falsato, e surrettiziamente scambiato con il terreno proprio
della definizione, laddove, se »! adottava la seconda soluzione,
sconsideratamente « trasponeva la funzione subiettiva dell’intelletto urna“’ !•
q S ° la . Crea ÌJ COncetto di P«le, nella realtà ZTl ì C0MCeZ1One "«usa,
della quale già si era linoi ^ 9 ! “T m ° r ° 8CelÌniauo (Sez. precedente, note
321 s.). Mentre gli uni intendevano la divisione ab «finito come
obbiettivamente materiale, ed escludeno cosi dalla considerazione l’attività
formale [die gècundarias'^àrtès ZocaH^TnTat^alf 0 ’ ocrates. destructa ungula,
remanet Socrates et ila quod prius non erat Socrates, fìt Socrates. O,
similmente, ibid., p. 512: Haec.... sen-La teoria dello « status », come
tentativo di conciliazione: Gualtiero da Mortacne]. Se a questa maniera il realismo offriva in
realtà molteplici documenti di quella cattiva sorte, che nelle questioni di
logica propriamente dette, deve rimanere insepara. . Je da esso ’ non fa
maraviglia che da vari lati si sieno battute vie nuove per rendersi conto degli
universali, r csidcrandosi co 8I di sfuggire alle difficoltà del realiamo non
meno che alla unilateralità del nominalismo. mbra doversi interpetrare quale
forma di passaggio prima di tutto quella concezione, che potrebbe, dal suo
termine tecnico caratteristico, denominarsi «teoria e lo status »: e parimente
sembra (cfr. la nota “ e *f a 813 8tata originata dalle obiezioni sorte contro
le affermazioni di Guglielmo da Champeaux. Se cioè la essenza universale del
genere deve, per tutta quanta la sua estensione, venire specializzata mediante
lorme individuali (v. sopra la nota 105), è difficile veder bene addentro, come
stiano le cose, riguardo a quelle «proprietà superaddite » (advenicntia), che,
in seno a IimiT’ ° T Ìan ° ° 80U0 S ° lamente P asse ggiere. Ora alctmi si
appigliarmi qui all’espediente di ammettere che ! universale e bensì modificato
da siffatte qualità, ma non tuttavia proprio in quanto è un universale: e una
faeffe 1 ir e a arriVatÌ dn ° 3 qUeSt ° P unto ’ 8i rendeva acile la effettiva
trasformazione degli miiversali, i quali dai realisti erano stati tenuti b,
conto di cose (res) in daT >: i CÌOè ° ra ne »a serie graduale che va dal
genere all individuo, non fu più tenuto conto del1 Universale, bensì dello
.status universali*»: ima concezione questa, che era così abbastanza facilmente
suggerita dal motivo usuale di ma Tabula logica, come anlentia medium digiti naturam
unam esse nonni, creaturam esse merito dubitat. Aut er J Zò, 'che poteva, dal
canto suo, trovare parimente appoggio in un passo di Boezio 129 ). Un
rappresentante di questo modo di vedere fu Gualtiero da Mortagne [de
Mauretania] (insegnante a Parigi al tempo di Abelardo, e morto, vescovo di
Laon, nel 1174) : egli dedicò, è vero, con preponderante ardore, la propria
attività alle controversie dommaticlie ), ma fece sentire, per incidenza, il
suo influsso anche nel campo della dialettica. Cercò cioè di conciliare la
unità numerale deH’universale con la connessione essenziale, in cui esso sta
con le cose singole. > Ibid., p. 514 s.: Amplius sanitas et lunguor in
corpore animahs fundalur; albedo et nigredo simpliciter in corpore. (Juod si
animai totum existens in Socrate languore afficilur, et totum, quia quicquid
suscipit. Iota sui quantitale suscipit, eodem et momento nusquam est sine
lang[u)ore; est autem in Platone totum illud idem; ergo edam ibi languerel; sed
ibi non languet. Idem de albedine et nigredine circa corpus. Ad haec enim non
rejugiant, ut dicani etc.... Addurli: animai universale languet, sed non in
quantum est universale. L tinum se videant !... Si ad status se transfer ani,
di centes I animai in quantum est universale non languet in universali statu »,
respondcant, de quo velint agere per has voces $ in stata universali ». Ma di
questo concetto di « status universalis » scorgeremo a buon diritto la fonte in
Boezio, là dov’egli dice, a proposito della qualità (ad Ar. praed. [I. 11IJ, p.
180 |PL, 64. 250J): Nihil impedit, secundum aliam scilicet ulque aliam causam,
unam eamdemque rem gemino generi spedai suae supponere, ut Socrates in eo quod
pater est, ad aliquid dicitur, in eo quod homo, substantia est, sic in calore
atque frigore, in eo quod quis secundum ea videtur esse dispositus, in
disposinone numerula sunt, perchè quel rhc qui deride, è lu espressione « in eo
quod » : e rosi pure in un altro passo ancor più chiaro (ibid., p. 189 [PL, 64,
2611): Si secundum aliam atque aliam rem duobus generibus eadem res....
supponutur, nihil inconveniens cadit. Ita quoque et habitudines, in eo quod
alicuius rei habitudines sunt, in relutione ponuntur, in eo quod secundum eas
quales aliqui dicuntur, in quotitele numerantur. Quare nihil est inconveniens,
unam atque eamdem rem, secundum dnersas naturae suae potenlias (proprio questo
son gli universali),... pluribus adnumerare generibus. Le euc lettere (stampate
nello Spicil. del D’Achery, ed. De la Barre, Parigi, 1723, III, p. 520 ss.)
sono soltanto di contenuto dommatico, e non hanno menomamente rhe fare con la
storia della filosofia. [Ora è da vedere il trattato sopra la teoria della
indifferenza, attribuito a Gualtiero da Mortagne e pubblicato dall’Haurcau
(1892), poi dal Willner procedendo a questa maniera, vale a dire con il
distinguere nell’individuo, uno per uno, come status differenti, la
individualità, e il concetto della specie, e così pure il concetto del genere,
fino su su al sommo genere 1SI ). Comunque, sebbene ci manchino del tutto
notizie più precise sopra un tal modo di vedere, c’è questo di notevole in
esso, che cioè da un lato l’universale è raccostato alle cose singole, e
dall’altro lato, per quel tenere distinti i diversi « stati », la operazione
intellettuale subbiettiva si fa più avanti nel primo piano. Perciò neanche
appare indegna di fede quella notizia (v. sopra la nota 69), secondo la quale
sembra che taluni, dalla tesi nominalistica della « maneries » sieno passati
alla questione dello status (v. la nota 88). [§ 24. La teoria dell’iindifferenza. Ma la
evoluzione interna degli studi di logica ci conduce con ciò spontaneamente alla
teoria della indifferenza, la quale in particolare occupa ima posizione di
mediatrice tra le varie tendenze. A suo fondamento sta il principio, che una
medesima cosa è, nello stesso tempo, universale e singolare, nel senso non già
che si dia un universale essenzialmente inerente alle cose, bensì semplicemente
che in queste, in quanto sieno più cose e simili per natura, si presenti
alcunché, che esse hanno indifferenziatamente ( indiff&renter ) in comune;
per conseguenza, ciò che più cose hanno d’indifferente o intrinsecamente simile
(indifferens o consimile), è dunque indicato nella definizione come « genere »,
e, per l’universale così inteso, è salva la possibilità della predicazione
(praedicari de pluribus ), laddove il realismo ha sempre corso pericolo di
dover, di una cosa, predicare ima cosa (v. appr. la nota 287): e quest’ultimo
aspetto suhbiettivamente logico poteva ora caso mai venir pure M1 ) Il passo in
appoggio, vedilo più sopra, alla noia
unilo anche con il concetto di status, di modo die ciascuna cosa avrebbe
in sè uno « stato » d’individualità e nello stesso tempo uno « stato » di
universalità 132 ); ma si tratta nonpertanto di un punto di vista, tutto
diverso da quello di Gualtiero. Mentre là, cioè, si tiene ancor ferma la
esistenza delu ‘) Abael. Glossulae sup. l’orph., riferite dal Rémusat (v. le note
13 e 73), p. 99 s. : La seconde manière de soutenir l’universalilé des choses,
c’est de prétendre que la ménte chose est universelle et particulière; ce n’est
plus essentiellement, mais indifféremment que la chose commune est en
divers.... Ce qui est dans Platon et dans Socrate, c’est un indifférent, un
semblablc, « indifferens vel consimile ». Il est de certaines choses qui
conviennenl ou s’accordent entre elles, c esl-à-dire qui sont scmblables en
nature, par exemple en tanl que corps, en lant qu’animaux ; elles sont aitisi
universelles et particulières, universelles en ce qu’elles sont plusieurs en conimunaulé
d attributs essenliels, particulières, en ce que chacune est disimele des
autres. La définition du genre (« praedicari de piuribus »....) ne s’applique
alors aux choses qu’elle concerne qu’en tanl qu’elles sont semblables, et non
pus en lant qu’elles sont individuelles. Ainsi les mèmes choses ont deux états,
leur étal de genre, leur état d’individus, et, suivant leur étal, elles
comportenl ou ne comportenl pas une définition differente. [Vedasi ora il testo
originale, ediz. Geyer, p. 518: Sunt a lii in rebus unii-er salitatela
assignantes, qui eandem rem universalem et parlicularem esse astruunl. Hi namque eandem rem in diversis in differente r, non
essentialiter inferioribus affirmunt. Veluti cum dicunt idem esse in Socrate et
Plutone, « idem » prò indifferenti, idest consimili, intelligunt. Et cum dicunt
idem de pluribus praedicari vel inesse aliquibus, tale est, ac si aperte
diceretur: quaedam in aliqua convenire natura, idest similiu esse, ut in eo
quod corpora sunt vel ammalia. Et iuxta hanc.... senlentium eandem rem
universalem et particularem esse concedunt, diversis tamen respeclibus;
universalem quidem in eo quod cum pluribus communitutem habet, particularem
secundum hoc quod a ceteris rebus diversa est. Dicunt enim singulas substunlius
ita in propriae suae essentiae discretione diversas esse, ut nullo modo haec
substantia sii eadem cum illa, etiamsi substantiae materia penitus formis
carerei, quod tale secundum illos praedicari de pluribus, ac si dicatur:
aliquis status est, participatione ctiius multae sunt convenientes, praedicari
de uno solo, uc si dicatur: aliquis status est, parlici patione cuius multae
sunt non convenientes 1 . Se il Rémusat abbia effettivamente trovato qui [come
(v. s.) effettivamente ha trovato] nel manoscritto il termine « status » cosi almeno sembra che sia o se si tratti di un’aggiunta, fondata
solamente sopra il suo personale modo di vedere, io non lo so. l’universale, e
proprio a quest’ultimo vengono atmbu «stati» differenti, per i sostenitori
della tesi della indifferenza viene avanti in prima linea, con tutto il suo
rigore, la idea, appartenente al nominalismo (note 77 ».), vale a dire che in
generale null’altro esiste, all infuori dai soli individui, e apprendendosi il
pensiero a questi, come a’ suoi propri oggetti, gli universali si generano
soltanto per la diversità dell’apprendimento (aliter et aliter attentum),
sicché status o natura dell’essere individuo o dell’essere specie e via
dicendo, sono da considerare soltanto come modi di vedere soggettivi: e a tal proposito
è prima di tutto da considerare il carattere, per così dire, negativo del
procedimento che conduce dall’individuo all’universale, in quanto che
Ymtellectus gradualmente lascia da parte (non concipit), intenzionalmente
dimentica ( oblitus ), posterga e abbandona ( postponit, relinquit) le
differenze individuali, per prògredire nell’apprendimento dell’indifferenziato,
sino al grado supremo, cioè alla sostanza 1 ). Pertanto anche questo modo di
vedere, analogamente «*) De geli, et spec., p. 518: Nane itaque >Uam, quae
de indifferentia est. sententi,im perquiramus Cujus *«£«**£**£ JJJJ ninnino est
nraeter individuimi; sed et illud aliter et aliter atten tum specie* et genus
et genertdissimum est (ugualmente nel pas.o ' ùo già opra! nota 72). Itaque
Sacrate* in ea natura (m ponga mente al termine « natura », in luogo del quale
subno dopo « de Socrate, quod nota, idemj homo » -^CmfPponat ZioaagsH’S z zzi:
zzi::‘oli.. „ . .» «» bocr “ m quod notul « substantia », generulissimttm est.
agli altri, può richiamarsi a passi isolati di Boezio, quando si tratta di
affermare che l’individuo, considerato come individuo, non reca in sè nulla d
indifferenziato, ch’egli abbia in comune con altri individui, bensì, per così
dire, egli è la differenza stessa, laddove, quanto più si considera questo
medesimo individuo come specie o come genere, tanto in maggior numero si
scoprono in lui momenti indifferenziati comuni, e allora si abbraccia, come
concetto del genere o della specie, tutto quel che c’è di elemento comune 134 )
: cosicché con ciò, poiché infine ogni manifestarsi d’individui si può
prenderlo anche dal lato (status) del suo genere più universale, ci sono in
verità tanti generi universalissimi, quanti sono gl’individui: ora questi
generi supremi si raggruppano a lor volta in dieci classi (categorie), soltanto
mediante la considerazione di quel che d’indifferenziato hanno in comune, ma
d’altra parte tutt’insieme vengono a formare da capo una unità universalissima,
consistente m ) Ibid. : Socrates, in quantum est Socrutes, nidlum prorsus
indifferens habet, quod in alio inveniatur; sed in quantum est homo, plura
habet indifferentia, quae in Platone et in aliis inveniuntur. Nam et Plato similiter homo est,
ut Socrates, quamvis non sit idem homo essentialiter, qui est Socrates. Idem de animali et substantia. Ma per ricondurre
questo testo alla sua fonte, bastano i seguenti passi di Boezio, ad Porph. a se
trunsl., I, 11, p. 56 [ed. Brandt, p. 166; PL, 61, 85J : Cogitantur vero
univcrsalia, nihilque aliud species esse putanda est, nisi cogilatio collecta
ex individuorum, dissimilium numero, substantiali similitudine: genus vero
cogitano collecta ex spoderimi similitudine. Sed haec similitudo cum in
singularibus est, fit sensibilis: cum in universalibus, fit intelligibilis ;
inoltre ibid.. Ili, 9, p. 76 [ed. Brandt, p. 228; PL, 64, 111]: Individuorurn
quidem simililudinem species colligunl, specierum vero genera. Similitudo autem nihil est
aliud, nisi quaedam unitas qual itati s ; c ibid., TU, 11, p. 78 [ed. Brandt,
p. 235; PL, 64, 114]: ea enim sola dividuntur, quae pluribus communio sunt; his
enim unum quodque dividitur, quorum est commune, quorumque naturam ac
simililudinem continel. llla vero, in quibus commune dividitur, communi natura
parteciparti, proprietasque communis rei his, quibus communis est, convenit. Al vero individuorurn proprietas nulli communis est.
Qui cioè è abbastanza chiaramente preannunriato così il simile o commune, come
anche il colligere (nota 136). 17. C.
Pbantl, Storia della logica in Occidente, II.CARCO prantl ili ciò che son
proprio essi 1 elemento comune e indifferenziato 135 ). Nella stessa maniera si
configura poi anche la relazione predicativa, poiché, mentre l'individuo è
sempre soltanto il suo proprio predicato, quell’aspetto suo, che viene inteso
come specie o come genere, può recare con sè un riferimento reciproco ad altri
individui: cioè, p. es., Tesser uomo, di Socrate, è predicato (inhaeret) anche
per Platone, e viceversa: e questo esser genere, dell’individuo, è concetto
collettivo (colligitur), cosi per questo stesso individuo come anche per gli
altri della medesima specie 13 °) insomma il rapporto dell’universale e del
singolare si riduce a un « in quntum », e, non essendoci nè un puro universale
nè un puro individuale, dipende dalla diversità del punto di vista (diversus
respectus), che l’universale venga considerato come singplare, e il singolare
come universale 13T ). [Adelardo da Bath: intonazione platonica DA LUI DATA
ALLA TEORIA DELLA INDIFFERENZA]. Ora U5 ) Jbid., p. 519: Solvunt.... illi
dicentes: generalissima quidem infinita esse essenlialiter, sed per
indifferentiam decem tantum ; quot enim individua substanliae, tot et sunt
generulissimae substantiae. Omnia lamen illa generalissima generalissimum unum
dicuntur, quia indifferentia sunt. Socrates enim in eo quod est substantia,
indifjerens est cum qualibel substantia in eo statu, quod substantia est. ”“)
Ibid.: Sed et hi dicunt: Socrates in nullo slatti aliati inhaeret nisi sibi
essenlialiter; sed in statu hominis pluribus dicitur inhaerere, quia olii sibi
indifferentes inhaerent; eodem modo in statu animalis.... (p. 520) Dicunt ita:
Socrates, in quantum est homo, de se colligitur (si ponga mente a questa
espressione) et de Platone caelerisque; unumquodque individuimi, in quantum est
homo, de se colligitur. ls, > Ibid., p. 521: Itti tamen non quiescunt, sed
dicunt: nullum singulare, in quantum est singulare, est universale, et e
converso; et cum universale est, singulare est universale, et e converso. Ibid., p. 520: Negant hanc consequenliam € si
est universale, non est singulare». Nam imposilione suae sententiae habelur:
omne universale est singulare, et omne singulare est universale diversis
respcctibus. questa dottrina dell’ indifferenza viene tuttavia a sua volta ad
armonizzare infine con il principio « Singultire senti tur, universale
intelligitur », sicché le era dato di trovare un appoggio anche in Boezio (Sez.
XII, nota 91), e comunque si poteva ammettere che per noi quaggiù, in questa
valle di lacrime, gli universali soltanto come individui hanno una esistenza
percettibile, mentre va riconosciuta a essi in verità una realtà intelligibile:
stando così le cose, anche i Platonici, particolarmente per via di quella
tendenza dell’ individuale a deviare all’insù, « lasciando » [relinquere] le
sue caratteristiche singolarità, potevano prender gusto alla teoria della
indifferenza, mentre nello stesso tempo gli Aristotelici erano inclini a por
mente in essa alla relazione scambievole tra universale e particolare, come
anche al conto in cui quella tiene la operazione suhbiettiva dell’intelletto
(di quest’ultimo modo di vedere troveremo un esempio appresso, note 432 s., in
imo scolaro di Abelardo). S’intende pertanto come Adelardo da Bat li, il quale
compose intorno al 1115 [tra il 1105 e il 1116] imo scritto De eodem et
diverso, che aveva per fondamento il platonismo 138 ), credesse di potere,
proprio con la dottrina della indifferenza, comporre il contrasto fra Platone e
Aristotele. Si lamenta Adelardo dell’aspro contrasto fra opposte tendenze, nel
campo della logica, come pure della mania d’innovazioni dominante al tempo suo
13,) ), ma è d’opinione che, lss ) V. sul conto suo maggiori particolari nelle
Recherches critiques dello Jourdain (2* ed. 1843, p. 26-7, 97-9 e 258-277),
dove si riproducono tradotti, di su un manoscritto parigino, notevoli frammenti
di questo libro. [Ma ora del trattato di Adelardo è stato pubblicato
integralmente il testo originale, a cura di H. Willner, nei Beitriige del
Baunikcr, IV, 1, Miinster, 1903, p. 3-34]. “”) Ibid., p. 262: L'un prétend
qu’on doit partir dcs choses sensibles, l'autre commence par les choses non
sensibles. Celui-là soutient que la Science n'est que dans les premières,
cclui-ci qu’elle est. hors des dernières; ils s’inquiètent aitisi mutuellement,
à fin qu’aucun d’eux ne s’altire la confiunce.... (p. 263) A qui donc faul-il con il venir bene in
chiaro di quel che concerne gli universali, si potrebbe appianare la contesa
140 ). Intorno ai concetti di specie e di genere, egli si esprime qui in perfetto
accordo con la teoria della indifferenza, anzi facendo pereino uso quasi degli
stessi termini (p. es. diversus respectus, oblivisci, non attendere ecc.),
sicché può ritenersi che il nostro informatore su citato [v. s. la nota 133]
avesse sottocchio lo scritto di Adelardo, non essendoci altra variante, se non
che qui non è messo in campo il concetto di status, ed è forse dato un certo
maggior peso alla denominazione 141 ). Ma croire d'entre ceux qui tourmenle.nl nos oreilles de
leurs innovations journalières, qui cheque jour naisscnt pour nous, nouveaux
Aristotes et nouveaux Piatomi, qui prometterà également et les choses qu’ils
savent, et celles qu’ils ignorent? Ili
testo originale, ediz. Willner, p. 6, suona così: « Alius enim a sensibilibus
invesligundas (se. res) esse censuil, alter ab insensibilibus incepit; alius
eus in sensibilibus tantum esse arguii, alter praeter sensibilia etiam. esse
divinavit. Sic dum uterque alterum inquietat, neuter fidem adipiscitur.... (p.
7) Cui tandem eorum credendum est, qui cotidianis novitatibus aures vexant.” Et
assidue quidem etiam nunc cotidie Platones, Aristoleles novi nobis nascuntur,
qui aeque ea, quae nc sciant, ut et ea, quae scianl, sine frontis iacluru
promittant.... » |. M “> Ibid., p.
267: L’un d’eux (cioè Platone e Aristotele), transporté par l’élévation de son
esprit et les uiles qu’il semble s’ètre créés par ses efforts, a entrepris de
connuilre les choses par les principes eux-mémes ; a esprime ce qu’ils élaient
avant qu’ils ne se reproduisissent dans les corps, et a definì les formes
archétypes des choses. L’autre, au conlraire, a commencè par les choses
sensibles et composées ; et puisqu’ils se rencontrent dans leur route, doit-on
les dire opposés? Si l’un a dit que la Science étuit hors des choses sensibles,
et l’autre, qu'elle était dans ces mémes choses, voici conimela il jaul les
interpréter. [Ed. Willner, p. 11: « Unus eorum merilis altitudine clatus
pennisque, quas sibi indui obnixe nisus, ab ipsis iniliis res cognoscere
aggressus est, et quid essent, antequam in corpora prodirent, expressit,
archelypas rerum formas, dum sihi loquilur, definiens. Alter autem.... a
sensibilibus et compositis orsus est. Dumque sibi eodem in itinere obviant,
contrarii dicendi non sunt.... Quod autem unus ea extra sensibilia, alter in
sensibilibus tantum existere dixit, sic accipiendum est. »1. «*) Delle parole ohe ora fanno immediatamente seguito
(p. 267-8 del Jourdain), FHauréau (De la philos. scol., I, p. 255 IHistoire de
la phil. scol.) riproduce il testo latino originale [che qui si riferisce
secondo la ediz. Willner] : Genus et species
de his enim senno est etiam rerum
subiectarum nomina sunt. fan poi seguito, secondo lo spirito del platonismo,
espressioni di lamento, perchè agli uomini runiversale si presenta oscurato
dalla indispensabile percezione sensibile, mentre gli universali, nella loro
pura semplicità, esistevano originariamente soltanto nel No0{ divino 11); e*a
questo si connette subito la strana affermazione, che proprio perciò hanno
ragione tutti due, così Aristotele, il quale ha trasportato gli universali in
quella sfera, cli’è la sola dove sieno a noi accessibili, come anche Platone,
che li confina là dov’essi hanno la vera loro realtà, che insomma entrambi,
mentre nella maniera di esprimersi sembra si contraddicano, nel merito si
trovan d’accordo 143 ). Per arrivare a questa conciliazione, AdeNam si res
consideres, eidem essentiae et generis et speciei et individui nomina imposita
sunt, sed respectu diverso. V olcntes etenim philosophi de rebus agere
secundurn Itoc quod sensibus subiectae sunt, secundurn quod a vocibus
singularibus notantur et numeraliter diversae sunt, individua vocarunt, se.
Socratem, Platonem et celeros. Eosdem autem altius intuente s, videlicet non
secundurn quod sensualiter diversi sunt, sed in eo quod notantur ab liac voce «
homo », speciem vocavertuti. Eosdem item in hoc tantum, quod ab hac voce «
animai » notantur, considerantes genus vocaverunt. Nec tamen in consideratione
speciali jormas individuales tollunt, sed obliviscuntur, cum a speciali nomine
non ponantur, nec in generali speciales oblatas inielligunt, sed incsse non
attendunt, vocis genendis significatione contenti. Vox enim haec « animai » in
re illa notai substantiam cum animatione et sensibililate ; haec autem « homo »
totum illud et insuper cum ralionulitale et mortalitate: « Socrates » vero
illud idem addila insuper numerali accidentium discrelione [ed. Willner, :
Assueti enim rebus . cum speciem intueri nituntur, eisdem quodammodo
caliginibus implicantur nec ipsam simplicem notam.... contemplari nec [350] ad
simplicem specialis vocis positionem ascendere queunl. Inde quidam, cum de
universalibus ageretur, sursum inhians « Quis locum earum [se. vocimi] mihi
ostendet? », inquit. Adeo rationem imaginatio perturbai.... Sed id apud
mortales. Divinae enim menti.... praesto est muteriam sine formis et jormas
sine aliis, immo et omnia cum aliis.... distincte cognoscere. Nani et antequam
coniuncta essent, universa quae vide?in ipsa noy simplicia erant [ed. Willner,
p. 12]. lbid.: Nunc autem ad propositum redeamus. Quonium igitur illud idem,
quod vides, et genus et species et individuimi sit, merito ea Aristoteles non
nisi in sensibilibus esse proposuit. Sunt etenim ipsa sensibilia, quamvis
acutius considerata. Quoniam vero ea, inlardo non deve davvero essersi molto
stillato il cervello 144 ). [§ 26.
Gauslenus o Joscellinus da Soissons: sua idea del colligere ]. Un modo di vedere analogo al principio della
teoria della indifferenza, sebbene il metodo seguito fo9«e alquanto diverso,
potrebbe ravvisarsi nella opinione di Gauslenus o Joscelli¬ nus da Soissons
(dove fu vescovo dal 1125 [1122] al 1151), il quale ritiene cioè che gli
universali non si trovano già negl’individui presi per se stessi, bensì com¬
petono a questi, solamente in quanto l’individuale viene raccolto in una unità
(in unum collectis ) 145 ) ; poiché questa è ima tesi che sarebbe perfettamente
in armo¬ nia con il principio su riferito (nota 133), vale a dire che esistono
esclusivamente individui; soltanto che il formarsi degli universali nel
pensiero umano sarebbe ottenuto qui non già con mi lasciar da parte
[(re/inquere ) le differenze individuali], bensì fin da principio con un metter
assieme ( colligere ), del quale infine non poteva pur fare a meno neanche la
teoria della indiffe¬ renza (nota 136). Ma sopra la opinione di Gauslenus non
sappiamo assolutamente nulla di più preciso 14e ) : quantum dicuntur genera et
species, nemo sine imaginatione presse pureque intuetur (qua pertanto troviamo
veramente «li già la « ignota cosa in sé»), Plato extra sensibilia, scilicet in
niente divina, et concipi et existere dixit. Sic viri illi, licet verbis
contrarii videantur, re lamen idem senserunt [ed. Willner, p. 12], Tanto più
che poteva ben essergli accessibile, almeno attra¬ verso Agostino (de civ. Dei,
Vili, 6 f?j), il noto passo ciceroniano dello stesso tenore ( Acad. Prior., I,
6 Tv. anche ih., 41, relativa¬ mente ad Antioco [d'Ascalonal). Abbiamo veduto
più sopra (nota 66) come anche Bernardo da Chartres si sforzasse di conciliare
Pla¬ tone e Aristotele. ’“) Vedi la fonte più sopra, nota 68. “*) Poiché, se H.
Bitter, che sopra Gualtiero da Mortagne, Adelardo da Balli ecc. ci dà notizie,
in parte prive della necessaria precisione, in parte addirittura erronee, vuole
senz’altro riven¬ dicare a Gauslenus lo scritto De generibus et speciebas, per
indurci e mentre da un lato già molto
avanti abbiamo veduto (Sez. prec., nota 175) cbe anche il realista Ottone da
Cluny si serviva di una espressione analoga, e anzi an¬ che Giovanni da
Salisbury sembra riconoscere in Gaueleno un realista (il che tuttavia non ha
forse grande importanza: v. sopra le note 70 e 85), d’altro lato può darsi che
soltanto la separazione degli universali da¬ gl’individui singoli sia per noi
il principale motivo che c’induce a raccostare la tesi di Gausleno alla teoria
della indifferenza: e a conferma di ciò potrebbe fors’anche valere il fatto,
ch’egli ha promosso il passaggio alla teo¬ ria nominalistica della « mancries »
(v. sopra la nota 68). Allora avremmo qui una ripetizione di quel che fu già
affermato, a proposito dei primi inizi di una formazione di contrastanti
tendenze dalla parte dell’indirizzo nomi¬ nalistico liT )Lo scritto anonimo de
generibus et speciebus: punto di vista del suo autore: a) critiche ad altre
soluzioni del problema degli universali],
Ma se, relativamente agli universali, l’ordine al quale dobbiamo dar la
preferenza (v. sopra la p. 208), ci porta a prender in esame le vedute di
AEelardo, come pure di Gilbert de la Porrée e di Giovanni da Salisbury,
solamente qui appresso, in connessione cioè con la totalità della loro
dottrina, per il momento ci rimane da
conati ammettere quest’attribuzione non basterebbero le poche parole di quel
l'unica fonte che possediamo intorno a Gauslenus, neanche qualora esse fossero
in armonia con le vedute dell’autore dello scritto Do gen. et spec. Ma che un
tale accordo sia molto dubbio, può risultare da quanto dovremo ora subito dire,
a proposito di quello scritto anonimo [che invece oggi si tende ad attribuire
appunto a Gauslenus o a un discepolo di lui. Del Ritter v. la 3“ parte della
già cit. St. d. fil. cristiana, p. 381-6 (Allei, da Bath) e 397401 (Gualt. da
Mortagne)]. Cioè il Pseudo-Rabano (Sez. precedente, nota 153) e quel co,i detto
Jepa (ibid., nota 170) si sono espressi, intorno al concetto di genere, in
maniera affatto simile. CABLO PRANTL siderare un unico scrittore ancora, e
questi è l’autore sconosciuto dello scritto «De generibus et speciebus» liS ),
il quale ci mostrerà taluni punti di contatto o di affinità con parecchie delle
opinioni menzionate «inora. In origine il lavoro, nel suo complesso, si
presentava certo come ima monografia «De divisione » (cfr. le note 118-128),
assolutamente alla stessa maniera dello scritto omonimo di Abelardo (v.
appresso le note 277 e 353 ss.), e, come in principio del testo da noi
conservato si tratta ancora della questione delle parti originarie di ima
totalità, così anche qui l’Autore, altrettanto colto quanto acuto, ha poi preso
occasione, dalla discussione intorno alla divisione del genere, per intervenire
nella disputa intorno agli universali, e lumeggiando criticamente le opinioni
degli altri, e ancora esponendo le ragioni delle sue proprie vedute 149 ). Per
prima cosa combatte alla spiccia il nominalismo, con l’argomento che le parole
in generale non hanno un essere, poiché ciò che si genera soltanto per
successione temporale, non può costituire un tutto unitario: ima osservazione,
questa, che è volta appunto, per 14 “) Del libro, edito dal Cousin ( Ouvrages
inédits d'Abélard, p. 507-550) di su un manoscritto di St. Gerniain, manca il
principio; e il titolo, che è invenzione dello «tesso Cousin, si può forse
continuare a adottarlo, ma certamente fatta eccezione per l’aggiunta «Petti
Abelardi » ; poiché, che nel suo complesso non sia un’opera di Abelardo (v.
sopra la nota 49), se ne sarebbe dovuto accorgere anche il Cousin; la cosa
appare manifesta non soltanto da particolarità stilistiche (p. es. Fespressioni
« Attende » o « Solutio », intercalate dove si tratta di risolvere obiezioni, o
ancora, il caratteristico termine « rationabile ingenium », clic l’Autore
mostra di prediligere, ecc.), ma anche da intrinseche divergenze che modificano
la teoria stessa, e si acuiscono persino in forma polemica. Sopra questo punto,
a scanso di ripetizioni, mi limito a rinviare alle note seguenti, 150, 167,
168, e particolarmente 171, dove si vedrà addirittura designata come « ridicola
» una opinione che è di Abelardo. ’*) Con lo studio accurato di questo scritto,
potrebbero forse venir meno del tutto le censure enunciate a suo carico da H.
Rrr- ter (VII, p. 363), che lo giudica malcostrutto e oscuro. quanto in essa si
attiene alla funzione del pensiero nel giudizio, anche contro le idee di
Abelardo (v. appresso la nota 315) 15 °); ma poi la relazione tra materia e
forma, dominante nel passaggio dal genere alla specie, neanche sarebbe già
assolutamente possibile esprimerla con parole, poiché mai ima parola è materia
di un altra parola 151 ). D’altra parte, l’Autore combatte anche il realismo di
Guglielmo da Champeaux, poiché se l’universale, in tutto quanto il suo
contenuto, viene individualizzato nell’individuo (nota 105), non soltanto
questo medesimo contenuto dovrebbe pur trovarsi da capo nello stesso tempo
tutto quanto in un altro individuo 152 ), ma dovrebbero altresì spettare a
tutti gl’individui anche le proprietà varianti o transitorie 153 ), e nioltre
nel concetto del genere si troverebbero poi simultaneamente anche gli opposti
154 ). E ugualmente egli assume più oltre un atteggiamento m ) Cousin, loc.
cit., p. 523: ltem voces nec genera sunt nec species nec universales nec
singulares nec praedicatae nec subjectae, quia omnino non sunt. Nani ex his,
quae per successionem fiunt, nullum omnino totum constare, ipsi qui hanc
sententiam tenent, nobiscum credunt. Quemadmodum statua constai ex aere
materia, forma autem figura, sic species ex genere materia, forma au- tem
differentia (v. la nota 160 s.), quod assignare in vocibus impossibile est. Nam
cum animul genus sit hominis, vox vocis nullo modo est altera alterius materia.
m ) p. 514: Quod si ita est, quis polest solvere, quin Socrates eodem tempore
Romae sii et Athenis? Ubi enim Socrates est, et homo universalis ibi est, secundum totani suam
quantitatem infor- matus Socratitate.... Si ergo res universalis, tota
Socratitate affecta, eodem tempore et Romae est in Plutone tota, impossibile
est, quin ibi etiam eodem tempore sii Socratitas, quae totani Ulani essentiam
conlinebat. Ubicumque autem Socratitas est in homine, ibi Socrates est:
Socrates enim homo Socraticus est. Ibid.
Il passo si trova citato già più sopra, n. 129. ”*) p. 515: Quam statim enim
rationalitas illam naluram tangit, se. animai, tam statim species efficitur, et
in ea rationalitas fundatur. llla ergo totum informat animai.... Sed eodem modo
irrationalilas totum animai informat eodem tempore. Ita duo opposita sunt in
eodem secundum idem. polemico contro la teoria della indifferenza, cosi
attaccandola nel suo principio, cioè in quel tale concetto del « comune » (nota
134) 155 ), come anche contraddicendo sia la opinione, che i sostenitori di
quella teoria professano, relativamente al concetto collettivo (collidere, nota
136) 15 “), sia del pari la conseguenza, che si ricava, e che consiste
nelTobliterarsi della differenza tra universale e particolare 157 ). [b)
soluzione da lui stesso proposta ]. La
sua propria opinione traspare già, in primo luogo, dov’egli tratta della
divisione all’infinito (note 126 s.), e riconosce che una totalità può ancora
continuar a sussistere, quand’anche una sua parte perda la propria forma e
subisca, quanto alla materia, ima diminuzione 158 ), e cosi pure particolarmente, in secondo
luogo, dov’egli esprime la idea, che due punti non vengono ancora a formare una
linea, se non c’è la cooperazione di una energia creatrice unitaria (una
creatura ) 15B ). Anche nella p. 519: Ncque enim Socrnles aliquam naturarti,
quarti habeat, fiatoni communicut, quia neque homo qui Socrales est neque
animai, in aliquo extra Socratem est. !M ) p. 520: Socrates.... lumen nullo modo de pluribus
colligitur, quia in pluribus non est. Già
questo dovrebbe renderci circospetti, nell attribuzione di tale scritto a
Gausleno: ma v. appresso la nota 162. 15t ) P521: Al vero nec particuluritas nec universalitas
in se transenni. Namque universalitas potest praedicari de particularitate, ut
animai de Socrate vel Platone, et particularitas suscipit praedicalionem
universalitatis ; sed non ut universalitas sit particularitas, nec quod
particolare est, universalitas fiat. [Queste
parole fan parte di una eitaz. da Boezio, ad Ar. Praed., I, p. 120; PL, 64,
170]. P510: Non sequitur « si hic asser est, et medietas hujus asseris est»;
posset enim destrui medietas,.... non quanlum ad totani ejus massam, sed
quanlum ad formam, et tamen remanentibus ejus aliquibus particulis non
destrueretur hic asser, quoniam medietatis ejus materia, forma tantum pereunte,
tota non periret. P511 : Si quuelibet duo puncta proxime juncla faciunt
bìpunctalem lineam, quue sit una creatura, tunc habebit unum fundamentum; sed
una atomits non erit ejus fundamentum; jam
polemica contro un emendamento [proposto per sfuggire alle difficoltà]
del realismo, egli risolutamente si attiene alla similitudine derivata da Porfirio
(Sez. XI, nota 44), e indi passata nelle teorie di Boezio (Sez. xn, nota 97) :
la similitudine, cioè, dell’opera d’arte, sicché per lui il genere è la materia
e la differenza è la forma, ma il prodotto stesso, cioè la specie, nella quale
la materia è il sostrato della forma (formarti sustinet ), viene considerato
come una unione permanente, e designato anche con il termine « materiatum » 160
) ; in luogo di questo termine, d’altro canto, trovasi pure, ferma restando
rigorosamente la idea di parte, la caratteristica espressione « diffinitivum
totum » J01 ). Ma un più preciso fondamento a questa sua opinione egli lo dà
nella maniera seguente: Nell’individuo una certa «essentia», cli’è la materia,
porta in sè ( sustinet ) la forma della individualità, ed è composta con essa,
dal che appunto si genera la diversità degl’individui singoli; ora, proprio
questa essenza, in quanto la si trova non soltanto in uno o nell’altro
individuo, ma nello stesso tempo anche, come materia, in tutti quanti insieme,
è la specie, la quale pertanto, per molte che sieno le essenze singole (
essenrìaliter multa), viene tuttavia designata come concetto collettivo (
collectio) con le enim esset bipunctaliter linentum.... p. 513 : postarlius
dicere quod ipsa bipunctaìis linea fundutur in illis duabus alomis ut in subjeclis,
non in subjecto. ’*’) p. 516: Sed dico: facta est species ex genere et
substanliali differentia, et sicut in statua aes est materia, forma autem
figura, similiter genus est materia speciei, forma autem differentia. Materia
est, quae suscipit formam. Ita genus in ipsa specie constituta formimi
sustinet. Nani et postquum constituta est, ex materia et forma constai, i. e.
ex genere et differentia.... p. 517: ontne materiatum sufficienter constituitur
ex sua materia et forma. ’") p. 522: Speciem ex genere et substanliali
differentia constare, ut statua ex aere et figura, alidore Porphyrio (in
Boezio, ad Porph. a se trinisi., IV, 11, p. 88 fed. Brandt, p. 268; PL]), constat.
Itaque pars est speciei materia et similiter differentia. Ipsa vero species est totum diffinitivum eorum.
parole « un universale », ovvero « una natura », press a poco come anche il
concetto di «popolo» abbraccia molti individui 162 ); non già viene cioè
individualizzata in ciascun individuo singolo la specie tutta quanta, bensì
solamente una sua parte, cioè appunto una sola siffatta essenza, la quale non è
già identica alla totalità che costituisce la specie (concollectio), ma ha con
essa in comune soltanto la simile composizione o la simile energia creatrice
(similis compositio, similis creatio ): onde neanche la similitudine con il
popolo o con un esercicito calza perfettamente, sussistendo tra l’essenze
smgole e la loro totalità, data quella somiglianza nella produzione, una
maggiore identità di essenza che non tra un soldato e l’esercito; tutta questa
relazione si presta invece meglio a esser paragonata con il caso di una massa
di metallo piuttosto grande, la quale in una delle sue parti può esser lavorata
in forma di coltello, e nello stesso tempo, in un’altra sua parte, in forma di stile.
Quid nobis polius lenendum rideatur de his, Deo annuente, amodo ostendemus.
Unumquodque individuimi . ex materia et forma compositum est, ut Socrates ex
homine materia et Socratitate forma; sic Plato ex simili materia, se. homine,
et forma diversa, se. Platonitale, componitur; sic et singuli homines. Et sicut
Socratilas, quae formaliler constituit Socratem, nusquam est extra Socralem,
sic illa hominis essentia, quae Socralitatem sustinet in Socrate, nusquam est
nisi in Socrate. Ita de singulis. Speciem igitur dico esse non illam esscntiam
hominis solum, quae est in Socrate, vel quae est in aliquo alio individuorum,
sed tolam illam collectionem ex singulis tdiis [5251 hujus naturae conjunc.tam.
Quae tota colleclio, quamvis essentialiter multa sit, ab auctoritatibus (cioè
da Porfirio e Boezio) tamen una species, unum universale, una natura
appellarne, sicut populus (v. la Sez. precedente, nota 153), quamvis ex multis
personis collectus sit, unus dicitur. Speciem esse dicimus multitudinem
essentiarum inter se similium. ut hominem.... lllud tantum humanitatis
informatur Socratitate. quod in Socrate est. Ipsum autem species non est, sed
illud quod ex ipsa et caeteris similibus essentns conficttur. Attende. Materia
est omnis species sui individui et ejus formam suscipit, non ita scilicet, quod
singulae essentiae illius speciei informentur illa forma sed una tantum, quae
tamen.... similis est
compositioms, prorsùs cum omnibus aliis ejusdem naturae essenliis.... Neque.... diversum judicaverunt [se. auctores] unam
essenJiam illius con[Ora questa medesima relazioue si ripete per il concetto di
genere, essendo ciascuna delle esscntiae, appartenenti alla totalità di una
specie, composta a sua volta di una materia e di una forma, con questa sola
differenza, che cioè la forma qui non è più esclusivamente quella sola della
individualità, ma involge essa medesima in sè la pluralità delle differenze
specifiche, cioè sostanziali; ma quella materia come tale appare
indifferenziata ( indifferens ) in quelle essenze singole, che, come materia,
stanno a fondamento della formazione della specie, e si chiama ora genere la
multitudo dell’essenze, che possono far da sostrato (sustinere, recipere) alle
differenze specifiche 164 ). E lo stesso può infine ripetersi anche
relativamenteal « primo principio », perchè le essentiae appartenenti a un
genere, consistono a lor volta di materia e forma, e sono, quanto alla materia,
parimente indifferenziate colleclionis a tota collectione, sed idem, non quod
hoc esset illud, sed quia similis creationis in materia et forma hoc eral cum
ilio.... Massam aliquam ferream, de qua fuciendi suiti cultellus et Stylus,
videntes, dicimus: hoc fulurum materia cultelli et styli, cum tàmen nunquam
tota suscipiut formam alterulrius, sed pars styli, pars cultelli.... (p. 527)
Major.... identitas alicujus essentiae illius collectionis ad totum, quarti
alicujus personue ad cxercitum; illud enim idem est cum suo tato, hoc vero
diversum. Inoltre p. 535: Hoc enim habet
nostra sententia, quod animai illud genus in parte sui suscipit rationalilalem
et in parte irrationalitalem. 1M ) p. 525 : Item unaquaeque essentia hujus
collectionis, quae humanitas appellalur, ex muteria et forma constai, se. ex
animali materia, forma autem non una, sed pluribus, rationalitate et mortalitate
et bipedalitate, et si quae sunt ei aliue substantiales. Et sicut de homine dictum est,
se. quod illud hominis, quod sustinet Socrutitalem, illud essentialiter non
sustinet Platonitatem, ita de animali. Nam illud animai, quod formas [Cousin
corregge: formami huma. nilatis, quae in me est, sustinet, illud essentialiter
alibi non est, sed illi indifferens est in singulis materiis singulorum
individuorum animalis. Hanc itaque mullitudincm essentiarum animalis, quae
singularum specierum animalis formas sustinet, genus appellandum esse dico:
quae in hoc diversa est ab illa multitudine, quae speciem facit. Illa enim ex
solis illis essentiis, quae individuorum formas sustinent, collecta est; ista
vero, quae genus est, ex his, [quae] diversurum specierum substantiales
differentias recipiunt. C (indiff erentes
), mentre recano in sè, come loro forma, le differenze del genere, e così ancor
una volta si arriva a una multiludo di essenze, come al generalissimum, del
quale infine può ancora dirsi soltanto, che la sua materia è la « mera essentia
» o la sostanza stessa, mentre la sua forma è la susceptibilitas contrariorum
165 ). Così l’Autore, con il suo caratteristico potenziamento o incastramenti
della essenza, si accosta tuttavia ancora molto dappresso a Guglielmo da
Cliampeaux; pertanto non si può in verità dire di lui che, come Gauelenus,
abbia staccato l’universale dalPiudividilo (v. le note 145 s.), ma nello stesso
tempo, mediante i concetti di collectio e d’indifferens, egli viene a contatto
con la teoria della indifferenza, mentre quei concetti stessi, hanno certamente
per lui, in grado di gran lunga maggiore, una validità obbiettiva. [c) dottrina
del giudizio ]. Ma tanto più caratteristica è perciò la forma che deve qui
assumere la concezione della funzione logica subbiettiva, cioè del giudicare,
nei riguardi degli universali, mentre d’altra parte, soltanto con la
enunciazione del modo di vedere dell’Au’*) Ibid.: Item, ut usque ad primum
principium perducalur, sciendum est, quod singulae essentiae illius multitudinis,
quue animai genus dicitur, ex materia aliqua essendo corporis et formis
substantialibus, animatione et sensibililale, constat, quae, sicut de animali
diclum est, nusquam alibi essentialiler sunt; sed illae indifferentes jormas
susdnent omnium specierum corporis. Et haec taliurn corporis essentiarum
multiludo genus dicitur illius naturae, quam ex moltitudine essentiarum
animalis confectam diximus. Et singulae corporis, quod genus est, essentiae ex
materia, se. aliqua essentia substandae, et forma, corporeitate Constant. Quibus indifferentes essentiae incorporeitalem, quae
forma est, species, sustinent ; et illa taliurn essentiarum multiludo
substantia generalissimum dicitur, quae tamen nondum est simplex, sed ex
materia mera essentia, ut ita [526] dicam, et susceptìbilitate contrariorum
forma constattore sopra questo punto, le idee di lui trovano la loro
esplicazione compiuta. Egli si lamenta della mancanza di una definizione della
relazione predicativa; poiché intenderla senz’altro come inerenza obbiettiva, è
un uso non giustificato, a prescinder dal fatto che la inerenza stessa la si
può prendere soltanto nel senso sumdicato di divisione: e come ci si deve
guardare dalle conseguenze della teoria della indifferenza, è in generale da
respingere la identificazione di praedicari e di esse, dal punto di vista del
contenuto definitorio della specie: mia osservazione, questa, che certamente è
rivolta contro Abelardo (v. appresso la nota 318), e più che mai assume il
carattere di una espressione specificamente polemica, allorquando, prendendosi
posizione, come non si può disconoscere, contro una teoria di Abelardo
(relativamente ai « sumpta»: v. appresso la nota 321), si afferma che tutte
quante le denominazioni universali, sieno aggettivi eieno sostantivi, si
riferiscono indirettamente a forme obbiettive 166 ). Insomma, il giudizio ) p.
526: Audi et attende; praedicari quidem inhaerere diclini. Usus quidem hoc
habet; sed ex auctoritate non imeni con cedo tamen; inhaerere autem dico
humanitatem Socrati, non quod tota consumatiliin Socrate, sed una tantum ejus
pars Socratitate mformatur (v. la nota 163). p. 531: Nasse debes quod nusquam,
quid sii praedicari, piane dicit auctoritas. Nani quod solet dici quod
praedicari est inhaerere, usus est ex nulla auctoritate procedens., p ; 21 '
ltem «pec'es in quid praedicatur de individuo (quest abbreviazione «praedicari
in quid» la incontriamo qui per la prima volta efr. la nota 282: cioè nella
traduzione di Boezio [in p. 527 8.: Sed,
dicuril^.. « ralionale » alterius nomen est, prò impositione scilicet animalis,
et aliud est quod principaliter significai, se. rationalitas, quam praedicat et
subjicit; t homo non asserisce mai che quel dato soggetto e quel dato
predicato, bensì asserisce solamente che il soggetto va annoverato fra quell’
essenze, che o son costituite da una determinata materia, o sottostanno a una
determinata forma 168 )! pertanto (e ad avvalorar le sue parole 1 Autore può
persino richiamarsi qui a un passo isolato di Boezio) il nome che significa una
specie, viene dato appunto soltanto ai rispettivi individui singoli, ma non mai
alla specie stessa 170 ); e per tal riguardo si distinguono i sostantivi e gli
aggettivi, in quanto che quelli si riferiscono alla materia e questi alla
forma, sicché chi parlasse di un accidentale, cioè di un « adiacens » ma è proprio ancora Abelardo che fa così : v.
appresso le note 283 s. , commetterebbe il più grande degli errori m ) ; ma se
così stanno le cose per quel che concerne il significato originario dei
termini, modi di dire, come p. es. « Uomo è un concetto di specie », sono
soltanto espressioni traslate, imposte dalla necessità 17 ). vero nihil aliud
vel nominai vel significai, quam illam speciem. Absit hoc; imo, sicut «
Tallonale » et « homo», sic et quodlibet aliud universale substantivum alterius
nomen est, per impositionem quidem ejus, quod principaliter significai. V. g.:
rationale vel album imposi timi luit Socrati vel alicui sensilium ad nommundum
propler formas, i. e. rationalitalem et albedmem, quas principaliter
significant. . . . ’*) p. 528 : Itaque cimi dicitur « Socrates est homo », lue
est sensus «Socrates est unus de materialiter constitulis ab homine».... Sicut
cum dicitur « Socrates est ralionalis », non iste est sensus « res subjecta est
res praedicata », seti « Socrates est unus de subjectis huic jormae, qvae est
rationalitas ». ... "») Ibid.: Quod aulem « homo » impositum sit lus, quae
materialiter consliluiinlur ab homine, i. e. individuis, et non speciei, dicit
Boethius, in commentario super Calegonas, his verbis etc. (v. BOEZIO liti ir.
praed.. II. p. 129); cfr. la Se-/., precedente, nota 121. m ) Ibid.: Nomina
illa tantum dicunlur substantiva, quae imponuntur ad nominandum aliquem propter
ejus malenam.... vel.... expressam essentiam .; adjectiva
vero Ma dicuntur, quae,mponuntur alicui propler formam, quam principaliter
significai.... I\a quod dici solet, adjectivum esse, quod significai accidens,
secundum quod adjacet, et substantivum, quod significai essentiam, ut
essentiam, ridiculum est vel sine inlellectu. '”) p. 529: Sciendum est ergo:
vocabula, quae imposita sunl [d)
propensione al platonismo ]. Già da ciò
è manifesto che l’Autore (in antitesi con Abelardo) disconosce il valore
effettivo della sintesi che ha luogo nel giudizio, e, secondo lo spirito del
platonismo, isola le parole tutte quante, come imagini subbiettive di esemplari
obbiettivi: pensiero che non potrebb’enunciarsi con maggior chiarezza di quel
ch’egli stesso fa, quando p. es. dice : « razionale » non è il nome di ciò che,
come soggetto, sottostà al predicato della razionalità, bensi è il nome di una
entità, che vien costituita dalla « razionalità » 17S ) ; anzi, a questa
maniera, bisogna ch’egli concepisca il rapporto predicativo in guisa così
indeterminatamente generica, ch’esso si trovi in generale a coincidere con il
prodursi del termine « significante », ed essendo quest’ultimo momento, per il
soggetto e per il predicato, il medesimo, la differenza tra uno e l’altro si
riduce a essere puramente esteriore e accidentale; ma, a tal proposito,
l’Autore si appoggia a un passo di Prisciano, dove, in base alla terminologia
generalmente adottata dagli Stoici (v. la Sez. VI, note 112 ss.), le particelle
vengono denominate « syncategoreumata », dal che si può argomentare che allora
tutte le altre parole sono appunto categoreumata, cioè predicati 174 ). rebus
propter aliud significandum principaliter circa eas, quandoque transjerunlUT ad
agendum de principali signi ficatione ; ut cum.... translative .... dicilur «
rationale est differentia » et « album est species coloris i, nihil aliud
intclligo quam « ralionalitas » et « albedo ». Sic.... cum dicilur « homo est
species ».... Concedimus itaque, hanc translationem necessitate fieri. *”) p.
547: Rationale enim non est nomen subjecti rationalitatis, sed rei quae a
rulionalitale constiluitur, quae non est ipsum animai. m ) p. 531: Mihi autem
videlur, quod praedicari est principaliter signi ficari per vocem praedicatam;
subjici vero, significavi principaliter per vocem subjectam, et hoc quodammodo videor
habere a Prisciano, quod in tractatu orulionis, unte nomen (cioè nel capitolo
che precede la trattazione del Nomen), dicit praepositiones et conjunetiones «
syncategoreumata », i. e. consignificantia. Scimus autem « syn » apud graecos «
cum » praepositionem [532] significare, « categorare » autem « praedicuri » ;
unde « categoriae » « prne1S. Questi syncategoreumaia die, presi dalla grainma.
tica, son qui messi in campo di passata, e che noi in questa Sezione
incontreremo ancora qualche volta, esercitarono più tardi, a partire da Psello
(Sez. seguente, note 9 e 92) e da Pietro Ispano (Sez. XVII, nota 256), un
influsso estremamente esteso: ma questo è im argomento che, com’è ben naturale,
dobbiamo riserbare al seguito della presente esposizione. Invece la conseguenza
che da ciò ricava qui il nostro anonimo Autore, conduce a un platonismo, che
deve farci ricordare da vicino lo Scoto Eriugena. Se cioè « praedicari », a
questa maniera, è la stessa cosa che « significari principaliter », la funzione
dell’intelletto umano trapassa in quelle forme e maniere di essere obbiettive,
che stanno a fondamento degl’individui, poiché il concetto si genera
(intellectus consti tuitur, generante) per mezzo della parola, in vista
dell’universale obbiettivo 1 ”), e anche la inerenza, se con essa si vuole,
secondo l’abitudme tradizionale, identibeare la relazione predicativa, ha
tuttavia appunto esclusivamente mi valore obbiettivo nel processo del divenire
delle cose ”•). Insomma si tratta soltanto delle irifcantLl d,"" ur S
.' td . em est «eategoreumata» quoti «sifótér» Til n d0m p « praedicari » quoti
« significar, principavol i, S41 s „,n SCUN ',°> II, 15 [ed. Hertz, voi I p.
54] suona così: Partes ignur orationis sunt secundum dudecticos dune, uomo,, et
verbum, quia hae solae eliam per Te coniunctae plenum facium ortUionem, alias
attieni partes « syncategoremata », hoc est consignificantia, appellabant).
WiJJV i" 1 erl * « praedicari. » quoti « si.gnificari principali ’ q i SO
r‘ m s, Z m J ìc ationem recepit Aristoteles, juxta iUud albani mi significai,
msi qualilatem (Cai., 5: v. la Sezione IV nota 476; cosi si storceva qualsiasi
testo a favore del proprio perso’ " • m °'!° dl V e dere) : n Cu m enim
album «subjectum albedinis » nominando significa, illuni solam significationem
notaviI. Aristole- les m qua mtellectus constituitur per vocem.... Sicut ensis
et g/a- diuseumdem generant mlcllcelum, ita ilio duo nomina jacerent. ) p.
53.1: Quod si «praedicari» quidem prò « inhaerere » ac- liPl ì q “° d ?* c °
ncedl ™us, ncque enim bonum usimi abo- e lolumus sic dicendum est: omms natura,
quae pluribus inolierei indivulins materuiliter, species est. nature »
unitarie, che stanno a fondamento delle cose: e, quando il concetto di natura
viene ridotto alla similis creatio (v. sopra la nota 163) o rispettivamente,
per mantener la separazione da altre formazioni, alla dissimilis creatio m ), a
ciò si connette una teoria platonico-mistica della Creazione, la quale qui non
c’interessa 17S ). Ma è da considerare, a questo proposito, che, da un lato,
secondo è stato detto più sopra, vien a essere posta massimamente in rilievo,
per la predicazione, la distinzione tra essentia materialis ed essendo forma-
lis 17 °), come pure, dall’altro lato, che nel rispetto ontologico viene
attribuita una efficienza alla forma soltanto 1S0 ) ; per tali ragioni va
combattuta quella opinione la quale del
resto appartiene del pari ad Abelardo (v. appresso la nota 306) secondo la quale il sommo genere ( genus
generalissimom) sarebbe la materia stessa, e pertanto le forme sarebbero le sue
specie prossime 181 ); OT ) 1 Ititi. : Hic aulem tantum agitur de naturis. Si
uutem quae- ras, quid appellem naturimi, exaudi: naturam dico, quicquid
dissimilis crealionis est ab omnibus, quae non sunt vel illud vel de ilio, sive
una essentia sii sive plures, ut Socrutes dissimilis crea- tionis ab omnibus,
quae non sunt Socrates. Similiter et homo spe- cies est dissimilis creationis ab omnibus rebus,
quae non sunt illa species vel aliqua essentia illius speciei. Anche la obiezione relativa alla f enice, la quale
esiste soltanto in esemplare unico (v. la Sez. XII, nota 87), viene presa in
ronsiderazionc, ma la si rimuove, con la osservazione che la opposizione tra
materia e materiatum (v. sopra la nota 160) dev’essere tuttavia mantenuta nella
sua universalità. ™> p. 538-540. *'") P- 548 s. : Concedo,
rationulilatem praedicari de homine in substantia, ut animai, sed illud ut
formalem essenliam, aliud [Cou- sin corregge: animali vero ut materialem. Vere
attieni assero, imi- Inni simpUcem jormam de alio praedicari substanlialiter,
quam de his, quae formaliter constiluit. P- 549: Non est diversus effectus
materiarum, imo forma- rum.... Apparvi, quod ille effectus sequitur formas, et non
maleriam. m ) p. 546: .... ne concedere cogamur, et muteriam substantiae
generalissimum esse genus, et susceptibilitatem contrariorum, et quaslibet
simpliccs formas esse species.... Respondendum
est, quod in diffinitione generis intelligcndum est, id quod genus est debere
276 e questo perchè, come s’è veduto (nota 165), già nel sommo genere stesso
l’Autore ravvisa un prodotto di materia e forma, e perciò per queU’ultima
materia suprema, cioè per la « mera essenza », altro predicato non gli rimane
all’infuori dal puro essere, vale a dire « est » 182 ) ; precisamente alla
stessa maniera che anche (v. la nota 170) quella essenza, la quale, come
materia, sta a fondamento degl’individui, non ha di già essa stessa un nome che
sia dato a lei quale predicalo, perchè invece mi tale nome collettivo viene
predicato solamente dei rispettivi individui 183 ). Ma quest’ultima
considerazione viene ora estesa anche alle forme, cioè alle differenze
specifiche; in un lungo dibattito, d’intonazione polemica estremamente
accentuata, contro la tesi usuale (Sez. XI, nota 44, e Sez. XII, nota 87), si
dimostra cioè la impossibilità che la differenza specifica venga a cadere sotto
la categoria della qualità, perchè allora la qualità dovrebbe scomporsi in due
specie supreme, ciò sono la differenza e la qualità residua, ma ciascuna di esse
a sua volta potreb- b’essere costituita solamente mediante mia differenza
specifica, e quest’ultima d’altra parte dovrebbe pure venir a cadere parimenti
sotto la categoria delle qualità, il che non le è possibile in nessuna maniera,
cioè nè come genere nè come specie o sottospecie; e così anche, nemmeno in
un’altra categoria ci può essere poi ima dif- praedicari de pluribus speciebus
proxime sibi supposids, quod, quia deest illi maleriae [Cousin corregge:
materia], idcirco non est genus. *) Ibid.: Possumus edam dicere, quia illa mera
essendo ad interrogadonem factum per quid convenienler non respondetur.... Si
ergo quaeritur «quid est [547] substantia », respondeamus «est». Neque enirn
potest responderi per nomen « sub stantia »; namque non est nomen nisi
materialorum a substantia, vel ipsiits substan- dae. Per transladonem
supervacue responderi manifestum est. “’) p- 534: Opponetur: illa essendo
hominis, quae in me est, aliquid est aut nihil.... Respondemus, tali essentiae
nullum nomen esse dalum, nec per imposidonem nec per transladonem.ferenza
specifica, poiché ciascuna specie della qualità (e a queste la differenza
stessa dovrebbe ben appartenere) potrebb’essere soltanto una differenza
specifica nell’àmbito della qualità stessa 18, II, p. 98; PL, 199, 640]: Sunt
autem dubitubilia sapienti quae.... suis m ulramque parlem nituntur firmamenti.
Talia.... sunt, quae quaerunlur.... de materia et motu et principiis corporum.
de progressu multttudims et magnitudini sectione an terminos omnino non habeanl
(v. sopra le noie 125 ss.). de tempore et loco de numero et mattone, de codoni
et diverso, in quo plurima attrilio est, de dividilo et individuo, de
substanlia et forma vocis, de statu universalium, de usu et fine orluque
virlulum eie. logica, la tendenza propria di quell’epoca; con ciò diremmo di
poter in pari tempo rendere compiuta la conoscenza del terreno, sul quale si
esercita la operosità tal proposito, anzitutto le Categorie, di fronte alle
quali alcuni che ne hanno trattato, hanno assunto invero di Abelardo. [a) sopra
le Categorie]. Per quel che riguarda, a
un atteggiamento svalutativo 18 “), già quei concetti preliminari di aequivocum
ÆQVIVOCVM GRICE, univocum e denominativum (v. sopra la nota 93) hanno dato
motivo a discrepanze ™°). Ma poi la contrapposizione di sostanza e accidente
(Sez. XII, nota 90) fu da taluni contestata, da altri invece o giustificata,
limitatamente alle cose naturali concrete, o riferita alla mera relazione
predicativa (cfr. la nota 186), o anche, con uno scambio tra forma e accidente,
trasportata nel concetto di totalità costituita da parti m ). *'"l Lo
stesso, Metal., IV, 2-1 ( Opp ., V), p. 181 [ed. Velili, p. 191J: Alti detrattimi
Catliegoriis IPL, 199, 930J. *) lbid-, III, 2, p. 120 [ed. Wehb, p. 124; PL,
199, 893]: Ex opinione plurima idem principtditer significala denominativa et
ca a quibus denominuntur (un’affermazione come questa, può essere stata fatta
esclusivamente da segnaci dell'indirizzo realistico). Arali. . Dialecl., p. 481 : Alee aequivoca ex
sola debent praedU catione judicari ; sed nec unìvoca propler eamdem
communionis causarti.... Sani autem nonnulli, qui.... non ad ca, quibus est
impositurn vocabulum acquivocum et de quibus enuntiatur, respiciunt; imo ad ea,
ex quibus est imposilum ; ut « amplector », cum ad eamdem personam,
amplectenlem simul et umplexam. acquivocum dicatur, secundum diversarum
proprietatum diffinitioncs, uclionis scilicet et passionis, non ad personam
commune dicatur, sed ad pròprietales, quas aeque designat. M Pseudo-Abael. De
inlell. (riferito dal CousiN, Fragments pitilosophiques, Parigi, 1840, p. 493
[Abael. Opera, II, p. 753]): Quaeritur, un linee divisin, leonini qttae sunt,
aliud est substantia, uUud est accidens », sit sufficicns. Quod si concedatur, tunc, cum
Tulionulitas sit, opnrtet esse substantiam vel accidens. Si autem accidens
fuerit, potesl adesse et abesse....; quod falsum est.... Quidam dicunt, quod de
quocumque veruni est dicere « istud est una res», de eodem veruni est dicere,
esse substantiam vel accidens. Hi
tamen non conceduti/, rem imam debere dici, quod per opus hominum liabet
exislentium, ut domus, nec quod habet pnrtcs disgregalas, sicut popuAnche la
disamina delle singole categorie diede parecchia materia a controversie, le
quali non varcarono tuttavia il limite di quel che si trovava negli scritti di
Boezio. Così, per quel che riguarda la relazione, la divergenza, che già si era
manifestata fra Platone e Aristotele, rispetto al modo d’intendere questa
categoria, si era trasmessa, attraverso i commentatori (Sez. Ili, nota 49; IX,
nota 31; XI, nota 71), sino a farsi sentire anche nella discussione che
s’incontra in Boezio (Sez. XII, nota 93), e pertanto questo punto controverso
torna a comparire anche qui I92 ). Si disputava altresì, se i concetti di
somiglianza o di uguaglianza non sieno da ascrivere alla qualità, piuttosto che
alla relazione, a quel modo che studiosi isolati assegnavano alla qualità
persino la categoria della situazione ( situs) 193 ). Ovvero si metteva hi
dubbio che fosse giusto considerare ubi e quando come categorie, dato che son
ricavati dai concetti di spazio e di tempo, i quali appartengono alla quantità,
e lus.... Alti vero duobus modis dicunl [754] divisionem sufficiente ni esse:
praedicatione scilicet, et continentia secundum naluram. Predicanone quidem....
v. g.: animalium aliud est rationale, aliud irrattonale ; haec divisto est
sufficiens praedicatione, quia de quocumque poterit dici: «istud est animai»,
de eodem statim consequelur, esse vel rationale vel irrutionale.
Continentia.... ut tale sit exemplum: « domus alia pars paries, alia tectum,
alia fundamentum Accidens tamen ibi large accipitur prò forma. ) Abael,
Dialect., p. 201 s.: Quae quidem [ diffinitio ] ab alia in eo maxime diversa
creditur, quod itane Aristoteles secundum rerumnaluram protulil, illam vero
Plato secundum conslruclionein nominum dedit.... Sunt autem qui quemadmodum
Platonicam diffinilionem nirnis laxum vituperata, ila et Aristolelicam nimis
strictam uppellant. ' (kid., p. 204: Sunt tamen, qui « acqualis et inaequalis, simihs et
dissimilis » inter qualitates contrarias recipianl. p.
208: Hi vero, qui similitudinem potius inter qualitates enumerant, ut Magislro
nostro V. (v. la nota 102) piacili t. (La fonte di questa controversia è
Boezio, messa a confronto con p. 187 \in Ar Praed., II e III: PL, 64, 219 e
259]). Ibid., p. 201: Unus, memini,
Magisler noster erat, qui positionis nomea ad qualitates quasdam aequivoce
detorqueret. sono pertanto in perfetto parallelismo, p. es., con l’avverbio
interrogativo « qualiter » 104 ). O, ancor una volta, si domandava quale fosse
la corretta subordinazione dei concetti di « morte », o di « sonno », e simili
1B5 ). Oppure si discuteva sul come vada inteso il magis vel minus che compare
sovente nelle Categorie, se cioè la graduazione concerna puramente il sostrato,
o puramente la proprietà, o uno e l’altra al tempo stesso 106 ). Li tali
occasioni poteva anche venir fuori la distinzione tra i diversi indirizzi sopra
la questione di principio, in quanto che i nominalisti, p. es., designavano il
concetto di « ieri » come un Non-essere 1B7 ), o facevan valere il proprio lw )
Ibid., p. 199: Videntur autem nec generalissima esse « Ubi » vel « Quando », eo
quod prima principia non videantur. Quae enim ex alio nascuntur, prima non
videntur principia, sed ipsa quoque principia habenl; Ubi autem ex loco. Quando
autem ex tempore..,, originem ducimi.... Solel autem a multis in admiratione[m]
ac quaesi ione [ ni ! deduci, cur magis ex loci vel temporis udjaccntia
praedicamenta innascantur, quum ex adhaerenlia aliarum specierum sire generum.
Tarn enim bene « Qualiter » unius nomiti generalissimi videtur, sicut « Ubi »
vel « Quando », cujus quidem species bene vel male dicerentur [Cousin: bona vel
mala dicereturl, sicut « Quando » heri vel nudiustertius, vel « Ubi » Romae vel
Antiochiae [200] esse. La fonte di questa controversia, oltre che la Sezione riguardante la quantità,
e nella quale anzi locus e tempus hanno avuto una speciale trattazione
(Bof.zio, p. 146 [in Ar. praed.. Il: PL, 64, 205]), è in particolare il commento dello stesso
Boezio, p. 190: « quando» et «ubi» esse non polesl, nisi locus ac tempus fuerit
[in Ar. praed.. Ili: PL, 64, 262], ”“) Ibid., p. 402: Solel autem de morte et
vita quaeri, utrum in privalionem et habilum, un potius in contraria
recipiuntur. p. 406: Si.... f in
dormiente ], inquiunt, visio esset..., ridere eum oporleret. Si vero caecitas
inesset, nunqunm amplius ipsum ridere contingeret. “*) Gilb. Porret. de sex
princ., 8 (puhhl. nella ediz. lat. delle Opere di Aristotele, Venezia, 1552, I,
f.34) : Dicitur autem « magis et minus suscipere » tripliciter. Aiunt enim
quidam secundum erementum vel diminutionem eorum, quae suscipiunt, subiectorum.
Aliter autem et olii, ipsa quidem, quae suscipiuntur, in suscipiente diminuì et
crescere, annuntiant. Alii autem secundum ulrumque, amborum diminutionem et
augmentationem [cfr. PL, 188, 1268. e la nota 21 di questa Sez.]. w ) Abael.
Dinlect., p. 196: Cum.... « Iteri » rei existentis designativum non
videatur.... Sed fortasse hi, qui magis in speciebus 282 CABLO PRANTL punto di
vista, anche in ordine alla relazione e agli op. posti, mentre allo stesso modo
operava, dal canto suo, la corrente realistica 19S ). Ma sembra che, più spesso
di tutto, si sia parlato della categoria della quantità, già per il fatto che
questa offriva la opportunità di passare di nuovo alle questioni concernenti il
concetto di parte (note 125 ss.). Mentre i nominalisti intendevano i concetti
numerali in modo perfettamente analogo a tutto il resto [ intendi : dei
concetti], e perciò designavano i singoli numeri come specie, il cui genere è
il concetto stesso di Numero I99 ), ciò era negato dai loro avversari; secondo
costoro infatti, mancava nei numeri quella essenziale unità di natura, eh e
necessaria per il concetto di specie o di genere, e per conseguenza i numeri
vanno semplicemente qualificati come espressioni aggettivali di un procedimento
collettivo; quest’ultimo poi si applicava altresì a tutti quanti i momenti
della quantità, in quanto che a ima realtà sostanziale posson pretendere
soltanto i fondamenti semplici della quantità, vale a dire i concetti di rerum
naturimi quarn vocabulorum impositionem attendimi, per * ^ Qunmduiji praesentem
(idjacenliam designari volunt. ) lbid., p. 392: Quod qitidem multos in hanc
sententiam induxtt, ut contrarium nomen tantum universalium, non eliam
sitiglilarium confiterentur, albedinis quidem et nigredinis, non hujus albedmis
vel hujus nigredinis. Sic quoque et relutivum et « privalio et habitus » nomina tantum
universalium diclini. Relativa quidem.... tantum universalìa dicebanl ex
relatione construclionis. « Habitus» quoque et « prie alio » universalium
tantum nomina diclini, eo quod in individuis non possimi servaci. lbid..
p. 398: Quidam talem eum (se. Boethium ) divisionali invilisse dicunl, quod
contraria alia siint genera, alia specialissima. Specialissima vero sic
subdividuniur, ut cornili alia sub eodem genere, alia sub diversis contrariis
ponantur. ' ') lbid., p. 190: Hi vero, quibus videtur. in speciulibus uut
generalibus vocabulis non solimi ea contineri, quae una sunt naturaliter, sed
magis ea, quae substantialiter ab ipsis nominantur, possimi forlasse et istu
(rior i singoli ronrrtli numerali) species appellare, quum videlicel magis
logicum in impositione vocimi sequuntur, quam physicam in natura rerum
investigando. punto, unità, istante,
lettera [dell’alfabeto, come suono elementare], luogo, ma tutto il resto si
riduce a pure espressioni collettive 200 ); fu altresì da alcuni fatto cenno
della differenza che sussiste, rispetto alla divisibilità, fra il concetto di
tempo e quant’altre quantità ci sono, divisibili e continue 201 ). [b) sopra la
teoria del giudizio in generale]. Nella
teoria del giudizio sembra essere stato spesso compendiato tutto quanto il
contenuto essenziale della logica, entro i limiti in cui di questo si faceva
uso, semplicemente per la istruzione degli scolari più giovani; imperocché si
riduceva il libro De interpretatione in forma di compendi, di « Introductiones
» o di « sumrna artis », ”») Ibid., p. 188 Numentm autem colleclionem unilatum
determinimi....’ I ndo maxime Magistri nostri sementiti, membri, confirmabut,
binarium, ternarium, caeterosque numeros spectes numeri non esse, nec numerimi
genus oorum, cujus videlicet res una natur,diter non esset. Hae namquc dime
unitates in hoc homine liomae habitante, et in ilio qui est Antiochiae
consistimi, atque lume binariunì componimi. Quomodo una res in natura
diceretur, aut quomodo ipsae spatio tanto disluntes imam simili specialem seti
generalem naturam reci pieni? Linde potius numeri nomen et binarli et ternani
et caeterorum a collectionibus imitatimi sumpta dicebant [così il codice: ma il
C. legge « (Magister noster) dicebal»].
Ibid., p. 179 s.: Ilarum autem (se. qu.mtilalum) aline sunl simplices,
alme compositae. Simplices vero quinque dicunt: punctum scilicet. unitotem,
instans quod est indivisibile lemporis momentam, dementimi quoti est vox
individua, simplicem locum.... Ilas autem tantum, quae simplices sunt, Magistri
nostri sementili speciales appellabili naturas, eo videlicet quod sint unite
nuturaliter, quae partibus careni, quae vero e* bis sunt compositae, composita
individua dicebat, nec una naturaliter esse....; mugisque eurum nomina....
sumpta esse a collectionibus quibusdam.... ™) Ibid., p. 186: Cimi autem res
singulae sua habeant tempora in se ipsis jundata, sua scilicet momento, suas
horus, silos dies, rei menses, vel annos, omnes lumen dies simul existentes,
vel menses, vel anni prò uno accipiuntur.... (p. 187) In ttliis.... lotis,
lotum positum ponil partem, et pars desimela perimit totum.... In tempore vero e converso est, velati in die. Si
enim prima est, dies esse dicitur, sed non convertitur.... Al vero si dies non
est, prima non est. sed non convertitur.... In his itaque totis, quae per unum
tantum partem semper existunt, iUud, quod de inferenlia totius et partis
Boethms (de difj. top.. TI, p. 867 [PL, 64, 1188]) docet, non admittunt. e si mettevano assieme regole sopra le parti
e le forme del giudizio, la quantità, qualità ed equipollenza, il contrano e il
contraddittorio, la verità e la falsità, la con versione e la modalità dei giudizi
ecc., cercandosi a que sta maniera di meglio conformare, per così dire, il li.
bro aristotelico all’uso scolastico, e di apportarvi in vari mod! compimenti o
ampliamenti 202 ). Ma, per quest’ultimo riguardo, nessuna più precisa notizia
ci è stata tramandata: che a tale lavoro si collegassero da capo altre
controversie sovra punti particolari, ci risulta invece ani le t a e ristrette
fonti, a noi accessibili. Furon così solevale subito difficoltà, già riguardo
al concetto di vox significativa (Se*. XII, nota 109), e tali difficoltà,
relativamente alla propagazione del suono, arrivarono a un tale colmo di
astruseria, che alcuni finirono con il de«ignare addirittura l’aria, come ciò
che ha la funzione di « significare » *). Non vale molto di più la questione,
QuiZ^n 135]: manifestiti* poteril nuilihet, mterpr.), compendiosius et excepla
reverenti vZborZL fn ZT’ T° d " quas Introduciiones foconi Vix est
Jn," l ‘ b "r rudintentìs > non doceat, adirai* aUis non
mtnTn^LlrS^a qmd nomea, ql,id verbum, quid oratio none Urrunt,taque quae vires
enuntiationom 1 orano, qU ae spectes eius, tate, q U ae determinate verae sunt
auUahà^ SOrtÌant “ T aut ( i,lnlU team, quae consentiant sibi quae dissentine? 11 ™ qu,bus, l ?qu>pol
visim, coniunctim praedicenlur alt con? " ’ 9 “ ae P raed,ca ‘“ dU quae
sii natura modalium et auae si et quae non >' il em n ni 11171 . /> • *
Quae smgularium contradìctio _ Pcriermeniis docet?"o'uis^'liimd? *** quae
vel Aristotile* in cairn totius artìs sumZm Zfc, C ° nq “ lslta l « dicit? Omnes Cfr ! qUÌaPP^’la noU 366. /aC ‘ 7,7 "“
fra, „ b „ n j~ sollevata a proposito della unità della significano, se cioè
una parola possa « significare » anche le lettere da cui è costituita 204 ).
Poteva invece esercitare più profondo influsso,
sebbene non ci sia stata tramandata notizia di ulteriori conseguenze ,
la netta delimitazione che si segnò, a proposito del nomea, tra significare e
nominare, in quanto che di quello è oggetto la universalità, e di questo il
singolare 205 ). E così pure, prima di tutto,
in occasione della controversia, se le preposizioni e le congiunzioni
sieno parimente parole « significanti », o non possano invece assolutamente
esser annoverate tra le parti del discorso
grande importanza potè avere il contatto che si venne a determinare tra
i dialettici e i grammatici: di questi ultimi, taluni si decisero, da un punto
di vista unilaterale, per la seconda alternativa, ma altri tennero conto anche
degl’interessi della logica, rendendo con ciò effettuabile una conciliazione,
in base alla quale si potè almeno preparare a quelle parti del discorso
aeres..., ipsis etiam, quos reverberat, consimilem soni formam attribuita
illeque fortasse aliis, qui ad aures diversorum perveniunt. Nostri tamen,
mcmini, sententia Magislri ipsum tantum aèrem proprie audiri ac sonare ac
significare volebat. Cfr. qui appresso la nota 499. ) lbid., p. 488: Totum
constai ex suis parli bus, vox ex suis non conslituitur significationibus. Et
fil quìdem divisio totius in partes, vocis vero [non] in significationes. Nam
etsi hoc in quibusdam vocibus contingat, ut scilicet ex suis jungantur
significationibus. ut hoc vocabulum quod est xens» ex littcris suis, quas etiam
significai, non tamen id ad naturam vocis, sed totius referendum est; in eo
enim quod ex eis constai, totum est earum, non eas significans. Est etiam et
alia quorumdam solutio, ut scilicet concedant, nullam vocem conjungi ex signi
ficationibus diversis, ad quas videlicet diversas impositiones secundum
aequivocationem habeal. Ncque enim « eris » ad quaelibet plora dicunt
aequivocum ÆQVIVOCVM GRICE, sed tantum ad divcrsorum subslantias
praedicamenlorum. linde de lilleris, quae in eodem clauduntur praedicamento.
aequivoce non dicilur. *“> J°«Saresb. Metal., II, 20, p. 100 [ed. Webb, p.
104; PL, 199, 881] : Quod fere in omnium ore celebre est, aliud scilicet esse
quod appellativa significant et aliud esse quod nominant. Nominante singularia,
sed universalia significantur. (analogamente, si direbbe, al modo tenuto
dall’autore del De gen. et spec.: v. «opra la nota 174) il successivo loro
ingresso nella logica 20 °). Può essere ugualmente attribuita a im influsso
della grammatica (ed è possibile sia stato per opera di Bernardo da Cliartres:
v. la preced. nota d9) la introduzione di una terminologia, per la quale
giudizi, come ad es. «Uomo è un sostantivo», furon denominati « materialiter im
posila», ovvero giudizi « de significante et significato» 207 ). Ma nei dibat¬
titi sopra la questione della essenza deiraffermazione e della negazione,
poteva ricomparire il contrasto fra opposti indirizzi, attenendosi alcuni alla
forma gramma¬ ticale, altri ai concetti, altri ancora alla realtà obbiet¬ tiva
208 ). ) Abael. Dialect., p. 216: Praepositiones et conjunctiones de rebus
corion, quibus apponuntur, quosdum inlellectus facere videntur, alque in hoc
impericela canon significalo dicilur, quod... ipsu quoque res, de qua
inlellectus habetur, in hujusmodi dictionibus non tenelur stetti in nominibus
et eerbis, qtute simul et res demonstrant ac..... I nde certu apud grammaticos
de praepositionibus sementili exlitit, ut res quoque eorum, quorum vocabulis
apponuntur, ipsae destgnarent.... Vnde illa quorumdam dialecticorum setitentia
potior yidetur, qttam grammaticorum opinio, quae omnino a parlibus orationis
hujusmodi voces, quas signifieativas esse per se non judicavit, divisti, uc
magis ea quucdarn supplemento ac colligamenta (v. la Sezione XII, note 43, 60 e
111) partirne orationis esse aicit.... (p. 217) soni etiam nominili, qui omnino
a significativi hujusmodi dictiones remorisse diulecticos adstruant. Cfr.
appresso le note 349 Reggi: 348] e 620. 1Q0 1J?"1 S . AK T B MetaL ’ jfl,.
5, P137 [ed. Webb, p. 142; PL, JU4J. Interdum tamen dictionem rem esse
contingit, cimi idem sermo ad agendum de se assumitur, ut in his quae
jtraeceptores nostri materialiter dicebant imposi la et dicibilia; quale est:
«Uomo est nomea », «CurriI est verbum ».
Abael. Dial... p 248IJitidam tamen trnnsitivam grummaticam in quibusdam
propositiom US esse volimi; qui quidem propositionum alias de consignificantibus
vocibus ulias vero de significante et significato fieri diclini, ut soni dlae,
quae de ipsis vocibus nomina sua enunciant hoc modo « homo est nomea vcl vox
vel disyUabum ». Cfr. la nota 618. ) Abaei.. Dialect., p. 404: Quidam aiitem
per « jacere sub affirmatioae et negatione » finitum et infinitum vocabulum
accipiunl.[c) sopra questioni particolari, attinenti alla teoria del
giudizio]. Anche a proposito di vari
punti parti¬ colari, che si trovavano dibattuti nel commento di Boe¬ zio, ci si
decise senz’altro iu senso contrario all’autorità di lui: così, p. os.,
riguardo alla unità del giudizio 2UB ), o relativamente alla scomposizione del
verbo in due ele¬ menti, la copula e un participio 210 ), o a proposito di
cpiei giudizi, nei quali 1 « est » non implica la esistenza effettiva del
soggetto 211 ), o a proposito della questione del rapporto quantitativo tra
soggetto e predicato 212 ), ut « sedet, non sedetti quidam vero intellectus ab
affirmalione et negatione generalos (v. la nota 175): sed nos polius va, quae
ab affirmatione et negatione dicunlur, aceipimus, essentias scilicel rerum, de
quibus per affirmulionem et negationem agitar. Ma non si riesce a intender bene
Joh. Saie Metal., 11, 11, p. 81 Led. Webb, p. 83; IL, 199, 869]: expedit [
dialeclicu J quaestiones...; quale est: An affirmare sit enuntiare (viceversa,
se si potesse leggere « an titillitiare sit affirmare », ci sarebbe qualche
maggiore possibilità di congetturare un significato), et: An simili exture
possit contradictio. •“) Abael. L)ial., p. 298: Sunt aulem, qui udslruanl, diversa
accidentia unam enuntiationem lucere, cum tulio sumuntur, quae ad diversa
referuntur, veluti si dicatur : «/ionio citliaroedus bonus» (v. Boezio, p. 419
[in de interpr., ed. secunda, V, 11; cdiz. Meiser, Pars Post., p. 363: PL,
64, 573J). '") lbid., p. 219: Idem dicit « homo ambulata, quunlum prò-
ponit «homo est ambulatisi) (Boezio [ ib., V, 12; p. 390: PL, 64, 586], p.
429). Sed ad hoc, memini, magister nosler V. opponete so' let: si, inquit,
verbum proprium significationem inhuerere dicit, ve¬ runi autem sii, cam
inhuerere, projeclo ipsum verum dicit, ac sen- sum propositionis perfidi. ‘ )
Ibidem, p. 223 s.: Unde quidem, cum dicitur, Homero quo¬ que defuncto, «Homerus
est poiitu » (Boezio [//>., V, il; p. 3734: PL, 64, 578], p. 423).... «esse»
quoque, quoil inlerponilur, in desi- gnatione non existentium vqlunt accipi....
Nostri vero sementili Ma- Bistri non secundum verbum accidentalem dicebat
praedicationem, sed secundum tolius construclionis significaturam, atque impro-
priam loculionem.... Sed quaero in
ilJu significativa locutione, « Ho¬ merus est poeta», cujus nomea « Homerus»
aul « poeta» acci- piatur. At vero, si hominis, falsa est enunciutio, co
defuncto ', si vero poemutis.... est.... nova vocis aequivocalio. ' ) lbid., p.
247: In liis autem quae secundum accidens praedi- cunlur nec totani subjecti
substantium continent, sed in parte tan¬ tum subjectum attingunt (Boezio [in de
interpr., ed. prima, II, 11; ed. Meiser, Pars Prior, p. 159: PL, 64, 358], p.
263).... non est necesse, praedicatum vel majits esse subjecto vel aequale,
veluti cum dicitur « animai est homo », vel « quiddam animai est homo alla
quale questione potevan riattaccarsi pure sottigliezze grammaticali 213 ). Anzi
le opinioni furono divise, anche in ordine a quei cenni intorno al « giudizio
indefinito », con i quali Boezio aveva dato il compimento che ci voleva allo
scritto aristotelico De interpretatione (Sez. XII, nota 115), essendo stato
tale compimento da taluni giustificato, ma da altri respinto, e fra questi ultimi ci vien fatta menzione di
un Magister « V. », autore di « Glossulae super Periermenias » 214 ). Riguardo
ai giudizi modali v. la Sez. XII, nota
119: il termine tecnico « modalis » appare ora pienamente invalso •, si deve
ravvisare veramente un modo di vedere individuale nell’ atteggiamento di
alcuni, i quali deducevano i giudizi stessi dai giudizi non-modali, in tal
maniera che dalle parole « possibilmente » o « necessariamente » rimanesse
modificato non il contenuto di fatto, ma il senso della enunciazione, ovvero nell’atteggiamento di altri, i quali
dicevano che in tali giu- (cfr. Boezio ( iniroiì. ad cuthegoricos Syll.: PL,
64, 768], p. 562). Quamvis tamen et hic quidam concedunt, animai quod subjicitur non esse
majus homine. Diclini cnim, quia animai, quod homo est, ibi subjicitur, quod
non est majus homine. “> J° H - Saresb. Metal., n, 20, p. 101 [ed. Webb, p.
105; PL, 199, 881]:.... quia « omnis homo diligit se». Quod si ex relativae
dictionis proprietate discutias, incongrue dictum forte causabaris et falsum; siquidem....
sive collcclive sire distributive accipialur quod dicium est « omnis »,
pronomen relativum « se », quod subiun- gitur, nec universitati singulorum nec
alicui omnium veraciter el necesse est, So- cralem non esse equum, possibile
est vel necesse esse non equum.... In....
universali bus.... non ita concedunt, ut videlicet tantumdem va- leat « non »
ad «esse» praepositum, quantum id [Cousin: ei], quod « esse » copulai
compositum. "i Ibid., p. 442: Sunt lamen quidam, qui nec discretionem ul-
lam inler categoricam et hypotheticam in disjunclione compositas habenl. sed
idem dicunt proponi, cum dicitur « Socrates est vel sanile vel aeger », et cum
dicitur « aut Socrates est sanus aut aeger »; ut scilicet omnis enunliatio,
quae disjunctas recipit conjunctiones, hypothetica credatur. Volunt itaque
semper in hujus modi categorici s. quae disjuncliones recipiunl, hypotheticae
sensurn intelligi. veduti cum dicitur «Socrales est sanus vel aeger », tale est
ac si dicatur « aut Socrates est sanus aut Socrates est aeger. [d) sopra
difficoltà inerenti alla teoria del sillogismo ]. Dalla sfera della sillogistica non possiamo a
tutta prima aspettarci ima così fatta letteratura sovra punti controversi,
perchè, mentre da un lato i relativi compendi di Boezio, essendo, per così
dire, puri formulari scolastici, non porgono occasione a divergenze di
opinioni, dall’altro lato, come abbiamo veduto (qui sopra, note 8-34),
solamente a poco a poco si venne, appunto in quell’epoca, a conoscenza degli
Analitici aristotelici, i quali inoltre mancavano anche allora di mi apparato
esegetico, quale da gran tempo erasi avuto per le rimanenti parti della Logica.
Si trova tuttavia, almeno in Giovanni da Salisbury, una notizia, dalla quale
sembra potersi argomentare che sia stato preso particolarmente in
considerazione quel tal passo estrema- mente difficile degli Analitici Primi,
concernente la conversione dei giudizi modali (Sez. IV, nota 546), in quanto
che si trovò necessaria una particolare terminologia ( materia naturalis, contingens,
remota), per significare i concetti, che ivi s’incontrano, di quel eh’ è
naturalmente determinato [tte^’jxcs], del possibile, e del non-aver-luogo 219
). Dalla medesima fonte apprendiamo altresì, che dei sillogismi, già noti ad
Abelardo ") Joh. Sar. Metal., IV, 4, p. 160 [ed. Webb, p. 168; PL, 199,
918], dove in un sommario del contenuto degli Analitici Primi si legge anche
quanto segue: quid in loto esse aul non esse, quas prò positiones ad usum
sillogisandi converti contingat et quas non; quidve optinent in his quae
modcrnorum (v. la nota 55) usti dicuntur esse de naturali materia aut
contingenti aul remota. Quibtis praemissis, trium figurarum subneclit rationes
etc. La eennata tripartizione poteva essere ricavata da Boezio (Sez. XII, nota
119), il quale dal canto suo aveva attinto ad Ammonio (Sez. XI, nota 157); la
terminologia di quest’ultimo passò nel Compendio di Psello (Sez. XV, nota 14),
dove il passo corrispondente presenta, nelle traduzioni latine, le tre
espressioni testé ricordate (Sez. XVII, note 38 e 155). Ci troviamo pertanto,
anche qui, dinanzi alla possibilità che verso la fine delI’XI secolo si sieno
fatti strada nell’Occidente latino sparsi frammenti della letteratura
scolastica bizantina. (nota 17), formati
da giudizi modali, fu ora fatto uso frequente, così per parte dei teologi, come
pure nelle scuole di dialettica 220 ). Un’argomentazione insidiosa,
occasionalmente menzionata ima volta, e relativa alla possibilità del futuro, è
d’imitazione ciceroniana 221 ). [e) sopra questioni di Topica ]. Invece la Topica ebbe a godere ancor una
volta di una più vasta e varia attività di studiosi; e ciò risulta già in
generale dall’opera di Abelardo, il quale, a proposito dei singoli loci, si
esprime in tal modo da indurci a ritenere ch’egli abbia trovato dappertutto già
pronto un numero determinato di « regole » formulate, le quali rappresentavano
la redazione, fatta nelle scuole, delle notizie riferite da Boezio nel suo
scritto De diff. top. 222 ); inoltre, a partire dal tempo in cui fu tratta fuori
novamente la Topica aristotelica (v. sopra le note 28 s.), ci furono
effettivamente alcuni, che tentarono di arricchire questo ramo della dialettica
con la invenzione di nuovi loci e di nuove « regole » 223 ), Ibid. : Deinde
habila modalium rutione transit ad commixtiones qitae de necessario sunt aut
contingenti rum bis quae sunt de inesse.... Expositores vero divinar paginae
rationem modornm pernecessariam esse diclini.... [169] Est enim modus, ut
aiunt, quasi quidam medius habitus terminorum (ofr. la Sez. XII, nota 150). Et
prafecto, licei nullus modos omnes, linde modales dicuntur, singultitivi
enumerare sufficiat, quod quidem nec ars exigit (v. ibid., noia 163), lumen
mugistri scolarum inde commodissime disputant, Cfr. appresso la nota 623. Lo
stesso, Polvcr.. II, 23. p. 125 [ed. Webb. I, p. 132; PL, 199. 455] : Restai libi illius Stoici
lui quaestio.... Quaerebat.... enim.... an posses aliquid facete eorum quae
minime faclurus es etc. Cfr. la Sez. VI, note 136 e 164. '“) Abael. Dialect.,
p. es. p. 334 (sunt igitur quatuor hujus inferentiae regnine), p. 353 (regulae
antecedentis et consequentis), p. 375 (regidae ab interpretatìone), p. 376
(tres autem regidas a genere in usum duximus), e cosi via pereorrendo tutta la
Topica. ’l Joh. Sar. Metal., Ili, 9, p. 145 [152]: Non omnes tamen locos buie
operi (cioè BOEZIO, de diff. top.) insertos arbitror, quia nec potuerunt, cum
et a modernis, huiiis praeeunte benefìcio, aeque necessarios evidentius cotidie
docerì conspiciam. lbid., 6, p. 138 [1431: ma potè nello stesso tempo
diffondersi altresì una idea giusta del posto e della importanza della
dialettica ). Trasparivano tuttavia anche qui le differenze di ordine generale
tra punti di vista, quando da taluni erano posti unilateralmente in maggior
rilievo i concetti isolati, fatta astrazione dalla espressione verbale 225 ),
da altri invece s’insisteva solamente sopra la necessità interna dell’ordine di
successione nell’argomentazione 22 “), mentre altri ancora, al contrario, ci
tenevano a veder presa in considerazione proprio la probabilità subbiettiva. Ma
c’erano poi varie controversie, che si collegavano anche a singoli loci o a
regole particolari 22S ). Non tamen huic operi (cioè alla Topica aristotelica)
tantum tribuo, ut inanem reputem operam modernorum, qui equidem nascentes et
convnlescentes ab Aristotile, inventis eius multas adiciunt rationes et regulas
prioribus aeque jirmus | PL, 199, 909 e 9011. V. appresso la nota 413 a. “)
Ibid., 5, p. 134 [ed. Webb, p. 139; PL, 199, 9021:... scienti Topicorum.... ex
opinione multorum dialeclico et oratori principuliter faciat. ™) Abael.
Dialect., p. 426: Dieunlur in argumentis ea, quae a propositionibus ipsis
significanti^, ipsi quidem intellectus, ut quibusdam plucet, quorum conceptio,
sine eliam vocis prolulione, ad concessionem alterius ipsum cogit dubitanlem.
**•) Ibid-, p427: Sunt autem, meniini, qui, verbis auctoritatis nimis
adhaerentes, ornile necessarium argumentum in se ipso necessarium dici velini.
**) Ibid., p. 335: Sunt autem quidam, qui non solum necessarias consecutiones,
sed quaslibel quoque probabiles verus esse fateanlur. Dicunl enirn, verilatem
hypotheticue proposilionis modo in necessitale, modo in sola probabilitale
consistere; in qua quidem sentenliu Magistrum etiam nostrum deprehensum
dolco.... (p. 336) Dicunl tamen, quia omne quod probabile est, verum est,
saltem secundum eum, cui est probabile. *“) Così taluni volevano che tra le
maximae propositiones (Sez. XII, nota 165) fossero annoverate anche le regole
principali del giudizio categorico (Abael. Dial., p. 339 s.), e c’eran altri
che volevano estenderle anche di più (ibid., p. 366): oppure si trasferivano l
'antecedere e il consequens nei [intendi: «si allargava l'applicazione delle
regulae antecedenti et conseguenti, fino a comprendere anche le relazioni tra i
»] singoli termini del sillogismo (ibid., p. 353 s.), o si restringeva il locus
a praedicalo puramente a giudizi categorico-ipotetici (p. 381), mentre da altri
lo si faceva valere soltanto come principio di prova del locus a genere (p. 384); 293 U 29 . Negli studi di logica, la qualità
continua A RIMANER MOLTO AL DISOTTO DELLA QUANTITÀ]. Ma riflettiamo ora come
quasi tutta la materia, che avevamo da presentar sino a questo punto, si sia
dovuto ricavarla da due scrittori soltanto, vale a dire Abelardo e Giovanni da
Salisbury, dei quali per caso ci sono conservate opere di più lunga lena,
cosicché ci sarebbe comunque da imparar ancora ben di più, qualora si
disponesse di fonti più abbondanti: e riflettiamo così pure, inoltre, che
ciascuna delle opinioni sopra citate, relative a punti particolari, ci permette
di argomentare, per parte dello scrittore che se ne fa sostenitore,
un’operosità di studioso, estesa a tutta quanta la sfera della logica di
quell’epoca; se terremo presenti queste considerazioni, ci sarà difficile andar
tropp’oltre, nell’ imaginarei la estensione dell’attività, svolta in quel
tempo, soprattutto in Francia, nel campo della logica. Ben è vero che, ad
avvalorare, per così dire, una impressione generale ben nota, può darsi che,
quanto a intensità, le cose andassero diversamente, perchè in nessuna parte
abbiamo trovato, non che una concezione filosofica, neanche segni di effettiva
originalità. Come in generale il Medio Evo era e rimase dipendente dal
materiale di una tradizione, imposto dal difuori, così anche le numerose
controversie attinenti alla logica, non prendevano principio da un intimo
impulso, bensì si fondano sopra uno stimolo esterno, dato dal materiale della
tradizione scolastica, e bisognava, a così dire, che aspettassero questo
stimolo, per avere in generale occasione di inoltre, anche sopra questo stesso
ultimo /ocus, si dibatteron da rapo varie controversie, disputandosi cioè se
esso abbia validità incondizionata (p. 378), o sia da intendere soltanto in
senso causale (p. 386): e controversie analoghe concernevano il locus ab
efficiente. con partecipazione anche di motivi teologici (p. 413), o il locus
ab interpretatione, trattandosi di decidere fino a qual punto coincida con la
etymologia. manifestarci. Così anche i
rappresentanti delle più importanti opinioni, caratteristiche dei vari
indirizzi, abbiamo pur dovuto spogliarli della gloria di essersi aperti da sè
la loro strada; poiché certi passi isolati di Boezio, strappali dal contesto, e
che sono stati appunto oggetto di studio appassionato, ci si sono rivelati
(note 105, 129, 134, 170) come i punti di partenza, in base ai quali, a forza
di stiracchiare, è stato poi messo insieme il resto, E se in mani nostre
neanche Abelardo si sottrae forse a un simile destino (nota 286), non ne
abbiamo colpa noi, ma la ragione ne va rintracciata nella verità storica come
tale. [§ 30 . Abei.ardo : a) suo
ingegno: caratteristica generale], Proprio la considerazione ora esposta, che
cioè in quell’epoca, da un lato, una grande moltitudine di maestri si
occupavano, discendendo sino ai più minuti particolari, del materiale di studi
di logica, quale veniva tramandato, e che, dall’altro lato, per l’appunto nella
letteratura tradizionale tutto questo genere di produzione veniva a trovare le
proprie condizioni, derivandone il suo proprio indirizzo ci doveva già da principio indurre a
procedere con circospezione nel nostro giudizio sul conto di Abelardo (nato nel
1079, morto nel 1142): e di fatto, a prender in esame più da presso l’opera sua
in connessione con quella dei contemporanei, ci troveremo anche messi in
guardia contro ogni esagerazione nell’apprezzamento di lui 22B ). Mentre “) In
particolare gli studiosi francesi sembrano propensi a sopravvalutare il loro
connazionale, e in ciò, fra i tedeschi, va per lo meno a pari con loro
[Federico Cristoforo] Schlossf.r [in un libro del 1807, su Ab. e fra Dolcino].
La vasta opera di Charles de Rémusat, Abélard, Parigi, 1845, in due voli., è,
per la parte biografica, quanto di meglio possediamo, nella letteratura
moderna, sul conto di Abelardo: aH’inoontro, nella esposizione della dottrina,
i presupposti storici, consistenti nei movimenti spirituali generali, propri di
quell’epoca, son forse lasciati troppo nell’ombra, in concioè, riguardo all’etica,
ci compiacciamo di ravvisare e riconoscere in Abelardo un eretico del tempo
suo, e delle sue benemerenze di teologo 22Ba ) dobbiamo lasciare invece che si
occupi la storia della teologia, ci apparirà chiaro come, nel campo della
logica, egli non abbia esplicato un’attività più originale di forse cento altri
suoi contemporanei 23 °). È innegabile la sua grande vivacità d’intelletto, e
prima di tutto la sua straordinaria abilità nella forma retorica di
esposizione: anche alla dialettica, come a tutto ciò su cui metteva le mani, si
slanciò sopra con appassionato fervore, e si manifestò subito come maestro
estremamente suggestivo; la sua attenzione era qui essenzialmente volta
all’intento di fronto con le benemerenze personali di Abelardo : a ciò si aggiunge
ancora, riguardo alla dialettica, l’inconveniente già più sopra (nota 49, e
cfr. la nota 148) rilevato con espressioni di biasimo. w ‘) Su questo
argomento, v. la vasta opera di S. Maht. Deutsch, Peter Abàlard: ein kritischer
Theologe des 12. Jahrhunderts [P. A.: un teologo critico del XII secolo],
Lipsia, 1883. a ") Non s’insisterà mai abbastanza nel ricordare che la
nostra indagine si svolge tutta quanta entro i limili segnati esclusivamente
dal quantitativo del nostro materiale di fonti. E tra Abelardo c gli altri
dialettici dell’epoca sua sussiste qui una differenza soltanto, che cioè di
quello ci sono conservati casualmente moltissimi scritti, si che di lui, per
conseguenza, siamo in grado di riconoscere e pienamente svolgere le idee
fondamentali, più largamente ricostruite nel loro ordine sistematico, mentre
per gli altri non ci è possibile fare altrettanto. Ma dobbiamo guardarci dal
convertire in una obbiettiva superiorità di Abelardo, questa circostanza
favorevole, che torna a vantaggio della nostra esposizione. m ) Ch’egli sia
stato scolaro di Roscelino, ma anche di Guglielmo da Champeaux, e che inoltre
abbia cercato e trovato ispirazione in tutti gli altri eminenti maestri, si
vede dalla nota 314 della Sezione precedente, c dalle note 102 e 104 di questa.
Del suo presentarsi come maestro fa il racconto egli stesso, Epist., I, c. 2,
p. 4 (Amboes.) [ed. Cousin, I, p. 4 c 6] : Perverti tandem Parisius... Factum
tandem est ut supra vires aetatis meae de ingenio meo praesumens, ad scholarum
regimen adolescentulus aspirarem, et locum, in quo id agerem, providerem ;
insigne videlicet tunc temporis Meliduni castrum, et sedem regiurn.... (p. 5)
Ab hoc autern scholarum noslrarum lyrocinio [Amboes .: exordio] ita in arte
dialeclica nomea meum dilatori coepit, ut non solum condiscipulorum meorum,
verum etiam ipsius magistri (cioè Guilelmi Campellensis) fama farsi capire
facilmente, adattandosi egli, anche nella scelta del materiale, all’esigenze
della scolaresca ), ed è naturale che fosse perciò invitato sovente a
esercitare a profitto di altri il suo talento di maestro di logica **). Ma il
nomignolo di « Peripateticus Palatimis » [nativo di Palet o Palais] egli lo
deve soltanto a questo suo virtuosismo formale, perchè, da un lato, per i suoi
contemporanei « peripatetico » e « cullor della logica » eran espressioni
sinonime, nulla conoscendosi in generale di Aristotele aH’infuori dall’Organon,
e con quella espressione volevasi soltanto significare uno che si occupasse
molto estesamente o con particolar efficacia di questi scritti aristotelici 2S4
), senza che con ciò si pensasse già a un pieno esauriente svolgimento del
principio aristotelico; ma, d’altro lato, lo stesso Abelardo ha avuto pure
contrada paulatim extinguerelur.... (p. 6) [6] 1 unc ego Melidunum reversus, scholas ibi
nostras, sicut antea, constitui.... Meliduno
l'arisius redii . extra civilatem in monte S. Genovejae, scholarum noslrarum
castra positi [PL) Joh. Saresb. Metal., Ili, 1, p. 116 (ed. Giles [cd. Webb, p.
120]): Sic omnem librimi legi oportet, ut quam facillime potasi eorum quae
scribuntur hubeatur cognitio. Non enim occasio quaerenda est ingerendue
difficultatis, sed ubiqiie facilitas generando. Qttem morem secutum recolo
Peripateticum Palatinum. Inde est, ut opinor, quod se ad puerilem de generibus
et spedebus, ut pace suorum loquar, inclinavit opinionem: malens instruere et
promovere suos in puerilibus quam in gravitate philosophorum esse obscurior.
Faciebat enim studiosissime quod in omnibus praecipit fieri Augustinus, i. e.,
rerum intellecltii serviebut I PL, 199, 890-1J. at ) Abael. Introd. ad llteol.,
I, Pro!., p. 974 (Amboes. [ed. Confiti, II, 31): Ad has itaque dissolvendas
controversias cum me sufficere arbitrarentur, quem quasi ab ipsis eunubitlis
[Cousin: inainabulis] in Philosophiae studiis ac praecipue Dialecticue, quae
omnium mugislra ralionum videtur, conversatimi sciant, atque experimento, ut
aiunt, didicerint, unanimiter postulane, ne talenlum miht a Domino commissum
multiplicare differam. Ep. 1, c. 2, p. 5
[51 : Non multo aiitem interjecto tempore, ex immoderata studii affliclione
correptus infirmitate, coactus sum repatriare, et per unnos atiquot a Francia
quasi remolus. quaerebar ardentius ab iis, quos dialectica sollicitabat
doctrina [PL]. =“) Joh. Saresb., loc. cit., I, 5, p. 21 [171 : Peripateticus
Pulatinus, qui logicue opinionem praeripuit omnibus coetuneis suis, adeo ut
solus Aristotilis crederetur usits colloquio [PL una felice idea, a tenor della
quale poteva, rifacendosi da un unico passo che si trova in Boezio [v. appr.
nota 2861, «connettere ad esso il riconoscimento della giu"tozza della
teoria aristotelica del giudizio; ma invece e;>/., p. 226, Abelardo dice,
nel passare da questa prima parte principale alla seconda: Hactenus quidem,
Dagoberte frater, de partibus orationis, quas dictiones appeUamus, sermonem
texuimus. Quorum tractatum tribus vóluminibus comprehendimus. Primarn namque
partcm libri Partium ante Praedicamenta posuimus ; dehinc autem Praedicamenta
submisimus, denique vero Postpraedicamenta novissime adjecimus, in quibus
Partium textum complevimus. Come vengano intesi gli Antepraedicamenta, apparirà
chiaro appresso; ma intanto nel procedere dai Praedicamenta ai
Postpraedicamenta, si dice (p. 209): Evolutus superius textus ad discretionem
significanonis nominum et rerum natura s, quae vocibus designantur, diligenter
secundum distinctionem decem praedicamentorum aperuit. Nunc autem ad voces
significativas recurrenles, quae solae doctrinae deserviunt, quol sint modi
significanti studiose perquiramus ( similmente alla p. 245: Non itaque
propositiones res aliquas designant simpliciter quemadmodum nomina): e
pertanto, alle p. 209226, segue non già, come fa ritenere il titolo,
arbitrariamente imposto dal Cousin, la Sezione de intcrpretationc, bensì
solamente una trattazione delle parti della proposizione. Con questa
denominazione e suddivisione della prima parte principale si accordano poi
anche le citazioni che Abelardo fa di se stesso, sia che rinvìi alla Sezione
complessiva, denominandola Liber partium (p. 377 : sicut in libro Partium
docuimus, e p. 477: sicut in libro Partium, tractatu speciei, disseruimus ),
sia che ricorra proprio a quella denominazione nel menzionar pure le
suddivisioni (p. 174: sicut secundus anle-praedicamentorum de differentia
continet; p. 249: Nam« homo mortuus»
....compositura nomen est.... sicut in primo Posl-praedicamentorum ostendimus :
e questa citazione, al pari delle due altre dello stesso tenore, alle pagine
296 e 299, si riferisce alla p. 214; negli altri due rinvìip. 204: sicut in
Libro Partium ostendimus, e p. 205: in Libro Partium requi rantur va certamente letto primo, anziché libro).
Dei resto, con tutto questo sistematico rilievo dato alle « parti del discorso
», riusciamo ora a spiegarci come Abelardo potesse effettivamente denominare «
Grammatica » un rifacimento delle Categorie (v. qui sopra la nota 241). 273 )
p. 227: Susta et debita serie textus exigente, post tractatum singularum
dictionum occurrit comparano orationum .... Non autem quarumlibet orationum
construclionem (anche questa e una esptesquesta Sezione Abelardo diede il nome
di « Libcr calegoricorum » 274 )Ma quando ha poi da far sèguito la teoria del
giudizio ipotetico, Abelardo, anche a ciò determinato da Boezio (de diff. top.:
v. la Sez. XII, nota 167), fa che la validità di queste forme di giudizio sia
condizionata dai loci (v. la nota 269), e pertanto premette il « Liber
topicorum », così che soltanto dopo di esso vengono lo stesso giudizio
ipotetico e i sillogismi fondati sopra di questo 275 ) : a quest'ultima Sezione
dà il nome di « Liber hypotheticorum » 27e ). Così Abelardo, secondo il suo
modo d’ intendere, ha compiutamente svolto la teoria deirargomentazione,
procedendo dal semplice, cioè dagli elementi, al complesso: quanto al « Liber
divisionum », designato dal Cousin come quinta parte della dialettica, non ha
alcun nesso sione di Prisciano; v. sopra la noia 263) exequimur, sed in his
tantum opera consumenda est, quae verilatem seu falsitatem continent, in quorum
inquisitione dialecticam maxime desudare meminimus. Undc cum inter
propositiones quaedam earum simplices sinl et natura priores, ut categoricae,
quaedam vero compositae ac posteriores, ut quae ex categorici jungunlur
hypotheticae, has quidem quae simplices sunt prius esse tractandas...., unaque
earum syllogismos ex ipsis componendos esse apparet. 274 ) È vero che il
manoscritto reca qui il titolo (p. 227) « Abaelardi.... Analyticorum priorum
primus», ma non soltanto si corregge da se stesso nella seconda suddivisione di
questa Sezione, dove a p. 253 si legge questo titolo: « Explicit primus; incipit
secundus eorundem, hoc est categoricorum », bensì ancora dallo stesso Abelardo
questa Sezione è citata come Liber categoricorum (p. 395: Sed de hoc quidem
uberius in libro Categoricorum egirnus). 275 ) p. 437 : Congruo.... ordine,
post categoricorum syllogismorum traditionem, hypotheticorum quoque, tradamus
constitulionem. Sed sicut ante ipsorum categoricorum complexiones categoricas
propositiones oportuit tractari, ex quibus ipsi materiam pariter et nomea
ceperunt, sic et hypotheticorum tractatus prius est in hypotheticis
proposìtionibus eadem causa consumendus, de quorum quidem locis ac veritate
inferentiae, quia in Topicis satis, ut arbitror, disseruimus, non est hic in
eisdem immorandum. Sed satis earum divisiones exequi. 27e ) Anche qui si
verifica la medesima singolare circostanza, che cioè il manoscritto reca da
prima (p. 434) il titolo « Abaelardi.... Analyticorum posteriorum primus », ma
poi nel passaggio dalla prima alla seconda suddivisione, la indicazione esatta
(p. 446): Explicit primus hypotheticorum, incipit secundus. con quel che
precede 2 "), ma è ima monografia che sta a sé, concernendo lo stesso
oggetto che lo scritto De getter, et spec.; in questa monografia Abelardo unì
immediatamente uno all’altro gli scritti di Boezio, de divisione e de
definitione, cosicché, a chi consideri 1’ intima diversità fra questi due (Sez.
XII, nota 103), appare con tutta chiarezza, come in Abelardo l’interesse per la
logica si converta in interesse per la retorica. Seguendo noi ora perciò, per
la nostra esposizione, il suindicato motivo, dominante nella divisione della
materia secondo Abelardo, ci atterremo interamente all’ordine già tenuto per
Boezio, e inseriremo, ancor prima della teoria del giudizio, quel che sarà
necessario dire della Sezione de divisione, la quale si riattacca alla teoria
del concetto. [li) esposizione della Isagoge (Antepraedicamenta), quale risulta
dalle Glossae, e soprattutto dalle Glossulae, super Porphyrium: atteggiamenti
polemici sopra la questione degli universali].
Quanto alla prima Sezione della prima parte principale, cioè la Isagoge
o i così detti Antepraedicamenta, la grave lacuna già ricordata dobbiamo cercar
di colmarla attingendo ad altra fonte, e precisamente, in special modo, ai
testi riferiti dal Rémusat (nota 238) : ma inoltre ricorreremo anche a tutti
quegli altri luoghi, che possano aiutarci a comprendere, con maggior vigore o
maggior ampiezza, la posizione di Abelardo nel contrasto fra i diversi
indirizzi, sicché già qui si ha da chiarire, quante possibile compiutamente, le
questioni essenziali e di principio, e da ottenere mia conoscenza esatta e
approfondita della logica di Abelardo in generale: resterà poi, relativamente
alle altre parti della dialettica, da addurre ancora, su tale ) Neanche si
trova, in alcun punto del libro, fatto cenno a un ricollegamento con altre
parti della dialettica. fondamento, soltanto i testi relativi a punti più
particolari. Ha in sè qualche cosa di sorprendente il fatto che Abelardo, nelle
glosse alla Isagoge, non soltanto parla di « sei parole », aggiungendo alle
solite cinque anche « individuum », ma osserva altresì che si tratta, oltre che
di queste parole stesse, anche di ciò ch’esse significano significala eorum 27S ); tuttavia la prima circostanza si
spiega in parte con quel passo di Boezio ch’è la fonte, a cui Abelardo attinge
2T9 ), e in parte con la espressa osservazione [fatta dallo stesso Abelardo],
che cioè Porfirio non ha avuto bisogno di comprendere, subito da principio, nel
novero delle voces il concetto d’individuo, perchè già 1’ individuo vien
comunque a rientrare sotto le altre cinque parole, e in se stesso è una
denominazione predicativa di un oggetto, nè più nè meno che i generi e le
specie 28 °). Ma se ora proprio questo rilievo che 27s ) Glossae in Porph.,
riferite dal Cousin, p. 553: Intendo Porphyrii est in hoc opere tractare de sex
vocibus, i. e. de genere, e! de specie, et de dijjerentia, el de proprio, et de
accidenti, et de individuo et de signijìcatis eorum.... Considerare, nullas
voces magis esse necessarias ad Categorias quam istas sex voces, quoniam ex
istis sex vocibus con stituunlur praedicamenta, ideo perelegit tractare de
istis sex vocibus. Hujus operis sunt materia istae sex voces el earum
significata, finis ipse catcgoriae (il Cousin. con le sue modificazioni e con
la interpunzione, ha guastato il giusto significato del manoscritto). Scicntiae
inveniendi supponitur iste traclatus ([passo già più sopra cit.,] nota 268),
quia hic docemur invenire rationcs sufficienles ad probandas quaslibet
quaestiones Jactas de istis sex vocibus et de signijìcatis earum. Cfr. appresso
la nota 603. 27 *) Questo numero di sei non ha cioè niente che fare, come si
capisce da sè, con quel passo, che si è avuto da citare, ricavandolo dai
commentatori greci (Sez. XI, nota 134). ma ha per fondamento il contenuto di
quelle notizie, date da Porfirio (ibid., nota 43), che son riferite come segue
da Boezio, p. 15 [ad Porph. a Vict. transl. I, 16; ed. Brandt, p. 44: PL, 64,
28]: Eorum, quae. dicuntur, alia ad unitatem dicuntur, sicut sunt omnia
individua, ut est Socrates et hic et illud, alia quae ad mulliludinem, ut sunt
genera (et) species et differentiae et propria et accidentia. 280 ) p. 553: Et cum intendat
tractare de istis sex vocibus et omne (leggi omnes) tractat, lamen non proponit
nisi [Cousin: vocibus, et omne tractare tamen non proponit, nisi....] de quibusdam tantum ; ideo Abelardo dà alla relazione predicativa, torna
a coincider pure con il secondo punto, cioè con la presa in considerazione
anche di « quel ck’è significato dalle sei parole », d’altra parte Abelardo
sopra tale questione fondamentale non presenta qui spiegazioni più precise:
bensì, persino a proposito di quel passo
di essenziale importanza (prima quaestio), al quale da gran tempo abbiamo
veduto riattaccarsi tutta la questione, che dividea tra loro le tendenze
contrastanti egli presenta
esclusivamente una sottile distinzione, insignificante nei riguardi degli
universali, tra solus intellectus, nudus intellectus e purus intellectus 2S1 )
: e anche nel rimanente della esposizione, si tiene aderente al testo della
Isagoge, prevalentemente limitandosi a dare spiegazione delle parole 282 ).
Invece proprio sopra questo punto che ci rimane qui ancora oscuro, gettano la
più vivida luce le altre così dette glosse minori alla Isagoge. Ivi cioè
Abelardo, alle notizie che dà sopra le opinioni altrui (e per questo ci è
servito più sopra egli stesso quale fonte) collega in primo luogo osservazioni
polemiche, per poi svolgere la sua personale concezione degli universali. Contro
Gunon ponit de individuo, quia individuum continetur sub unoquoque, et in
significatione et in praedicamentali ordine : nam quemadmodum genera et species
proprie ponuntur in praedicamento, eodem modo individua ipsorum. Anche questo
si trovava nel commento di Boezio al passo citato dove (p. 16 s. [loc. ult. cit., p. 49: PL,
64, 30]) si legge: Ita individua, quae ad unitatem dicunlur, cunctis
superioribus (cioè quinque vocibus) supposita sunt.... Individua vero.... ad
nihil aliud praedicantur nisi ad se ipsa, quae singula atque una sunt.
Atque.... « ad unitatem dicunlur». Abelardo cioè ne ricavò che le denominazioni
individuali vengono purtuttavia predicate
dicunlur, praedicantur. 2S1 ) p. 555: Illa dicimus poni in solis
intellectibus, quae tantum intelliguntur et non sunt.... Illa dicimus poni in
nudis intellectibus. quae, cum sint, aliter intelliguntur esse, quam sirtt....
Illa dicimus poni in puris inlelleclibus, quae intelliguntur simpliciler ut
sunt. a82 ) Si può osservare che anche qui la locuzione abbreviata, ricordata
già più sopra (nota 167) „praedicari in quid “ o ., praedicari in quale “ è
comunemente adottata nel senso di „ praedicari in eo quod quid “ o,, praedicari
in eo quod quale". glielmo da Champeaux osserva (v. sopra la noia 106) che,
se si ammette una così poco stretta connessione tra le forme individualizzanti
e le sostanze universali, tutte le sostanze _non eccettuata neanche la Fenice,
che esiste esclusivamente mia volta sola
appunto come sostanze, dehhon finir con l’essere uguali e identiche fra
loro, e neanche possono per conseguenza distinguersi dalla sostanza di Dio : e
parimente osserva che questa identità di essenza di tutte le sostanze, o la
loro indifferenza rispetto a qualsiasi forma individuale che vengan a prendere,
conduce a dover ammettere anche la coincidenza degli opposti in ima stessa
sostanza Glossulae s. l’orph ., riferite dal Rémusat, toc. cit., II, p. 97-99:
Ce SYStème exige que les jormes aient si peu de rapport avec la malière qui
leur seri de sujet, que dès qu'elles disparaissenl, la malière ne diffère plus
d'une aulre malière sous aucun rapport, et que tous les sùjets individuels se
réduisent n l'unité et à l'identité. Une grave hérésie est au bout de cotte doctrine ; car
avec elle, la substance divine, qui est reconnue pour n'admettre aucune forme,
est nécessairement identique à toute substance quelconque ou à la substance en
generai.... Et non seulement la substance de Dieu, mais la substance du Phénix
(v. la Sez. XII, nota 87), qui est unique, n'est dans ce système que la
substance pure et simple, sans accident, sans propriélé, qui, partoul la méme,
est ainsi la substance universelle. C'est la mème substance qui est raisonnable
et sans raison, absolumenl camme la mème substance est à la Jois bianche et
assise ; car étre blanc et ótre assis ne soni que des jormes opposées, comme la
rationnalité et son contraire, et puisque les deux premières Jormes peuvent
notoirement se trouver dans le méme sujet, pourquoi Ics deux secondes ne s'y
trouveraient-elles pas égalemenl ? Est-ce parce que la rationnalité et
Virrationnalité soni contraires ? Ellcs ne le sont point par l'essence, car
elles sont toutes deux de Vessence de qualité ; elles ne le sont.... per
adjacentia, car elles sont, par la supposilion, adjacentes à un sujet identique.
Du moment que la mème substance convient à toutes les Jormes, la contradiction
peut se réaliser dans un seul et mème ótre [ed. Geycr del testo originale, p.
515:... « Quibus hoc obicimus: quod si hanc sententiain concedi convenit,
quippe si formas contingeret a subiecta materia discedere, ita scilicct quod
subiecta bis penitus rarerent, in nullo pcnitus hir et ille differrent, sed
iste et ille omnino idem efiicerentur. Ex quo scilicet pessimain haeresim
incurrunt, si hoc ponatur, clini scilicet divinam substantiam, quae ab omnibus
formis aliena estidem prorsus oporteat esse cum substantia. Nec (propter) deum
solum verum est, sed etiam propter alias substantias fortasse, ut est
phoenix. Oportet igilur secundum praedictam Contro la dottrina
della indifferenza, egli oppone (v. la nota 132) per prima cosa la definizione
del concetto di genere ( genus est, quod praedicatur de pluribus ), dalla quale
rimane escluso che ima e medesima cosa possa essere mai al tempo stesso genere
e individuo: e poi le oppone anche la relazione predicativa in generale, stando
alla quale bisogna mantenere la distinzione tra individui e concetti specifici,
e deH’universale stesso è impossibile predicare la individualità, laddove, se si prende l’individuo già nello
stesso tempo come specie o come genere, il concetto di genere, in quanto vieu
predicato, resta privato del proprio soggetto, o, quando si tratta di qualità
(cioè di adiacentia ), non può appunto essere più un predicato, valido per
diversi soggetti [cfr. il testo originale, ed. Geyer, p. 520: « .... non omni
generi convenit, eum omne genus non habeat praedicari in adiacentia »] 2Si ).
sententiam substantiam divinam idem esse cubi qualibet substantia, quam constat
esse veram et simplicem et ab ni nni proprietate irnmuncm. Praeterea si cadem
substantia essentialiter sit in omnibus, ita scilicet (ut) ea quae informata
est ralionalitate, sit irrationalitate occupata, quomodo negari potest, quin
substantia rationalis sit substantia irrationalis ? Quibus obiectis nidlatenus
refragari queunt, cum eadem substantia penitus omnibus f'ormis informari
ostendatur. Quis enim cum eandem substantiam albedine et nigredine et sessione
occupatam viderit, ncgabit substantiam albani esse sedentem ? Si quis vero dicat insistens rationale esse
irrationale, veluti substantia alba est substantia sedens, cum hae oppositae
formac contrarrne sint, illae vero non, fallitur, quia nec in essentia magis
sunt oppositae istae quam illae, cum eadem essentia qualitatis sit penitus, nec
in adiacentia, cum eidem substantiae penitus adiaceant. Sed si quis dicit formas istas
oppositionem habere ex oppositis formis quibus informantur, fallitur, cum eadem
ratione non possit assignare, onde illae oppositionem trahant »]. 2S1 ) Ibid.,
p. 100: Muis c’est là ce qui n'esl pus soutenable. La défirtition qui veul que
le gerire soit ce qui est attribuable à plusieurs, a été donnée à l'exclusion
de Vindividu. Ce qu’elle définit ne peut en soi étre à aucun titre, en aucun
état, individu. Dire qu'une méme chose tour à tour comporle et ne comporte pas
la définition du genre, c'est dire que cette chose est, comme genre,
attribuable à plusieurs, mais que, comme genre aussi, elle ne Vest pas, car un
individu qui serait attribuable ò plusieurs serait un genre ; par conséquent Vassertion
est con[Finalmente, anche contro quella tesi, a noi non meglio nota, che
concerne una proprietas delle cose (v nota 73), rivolge ripetutamente la stessa
obiezione tratta dalla definizione del concetto di genere, e denota in generale
come la cosa più pericolosa e insostenibile. tradicloire, ou plutòt elle n’a
aucun gens. Les auteurs disent que celle nroposition
: L’homme se promène, vraie dans le particulier, est fausse de l’espèce (qui
tuttavia il Réniusat deve o aver avuto sottocchio un testo scorretto, o aver
inteso scorrettamente il testo corretto, poiché lu dottrina ripetutamente
enunciata da BOEZIO, a p. 15 [in Porph. a Vici, transl., I, 16: ed. Brandt, p.
45; PL, 64, 27], p. 36 [i6.. II, 10 (Cicero sedet, homo sedei): cd. Brandt, p.
103; PL, 64, 57], ecc., facendo uso dello stesso esempio Cicero ambulai, homo
ambulai è espressa naturalmente nel
senso, che l’accidente è predicato, primitivamente dell’ individuo e
derivativamente della specie, ma non che questa seconda predicazione sia
falsa). Commenl maintenir
cotte dislinction, si une ménte chose est espèce et individu ? (p. 101) V
individuai ile résultant de formes accidentelles ne saurait èlre l'attribut
essentiel d’une substance susceptible d'universalité ; ccpendant certe
substance, en tant que particulière, distincte de ses somblables, est
esscntiellement individueUe, violation manifeste de la règie de logique qui
porte que „dans un mème, Vaffirmalion de l'opposé exclut Vaffirmation de
l’autre oppose’'’. Lorsqu'on dit que le genre est atlribuable à plusieurs, on
parie ou d'attribution essentielle (praedicari in quid), ou de toute autre ;
s’il s’agit d'attribution essentielle, camme on le nie aprìs Vavoir affirmé,
elle cesse d’ètre essentielle, ou elle emporte avec elle son sujet ; s'il s’agit
d’attribution accidentelle (in adjaceutia), la définition n’est plus exacte,
elle ne convient plus à tout genre [ed. Geyer Huic autem sentcntiae o p p o
nani u s . . . . In primis inquirendum iudico, quomodo Porphyrius dicit
praedicari de pluribus ad cxclusioncm individuorum, cum illa scilicet
praedicentur de pluribus secundum illos. Sed dicunt mihi, quod cum dicitur
genus de pluribus praedicari, tale est, ac si dicatur: genus in quantum est
genus, praedicatur de pluribus. quod constare non potest. Amplius cum
diffinitio generis sit, quod praedicatur etc., oportet eum concedere quod
individuimi ex stalli individui sit genus, quia ex ilio quod praedicatur de
pluribus, [quod] est animai. Propterea quomodo dicunt « praedicari de pluribus
», quod generi convenit, genus ab individuo removcrc, cum idem prorsus
individuo conveniat ?... Amplius
quomodo dicit B o e t h iu s super Peri ermenias [Boezio, in libr. de
interprete ed. seconda, L. II, c. 6 (ed. Meiser, Pars Post., p. 133: PL, 64,
461), p. 337] quod haec propositio « homo ambulat » de speciali falsa est, de
particolari vero vera est ? Numquid et de universali similiter vera est, cum idem sit
universale et particulare ? Sed fortassis inquies, quod ab hoc universali
ambulatio prorsus removeri potest, a particulari vero non, hoc modo: nullum
universale ex statu universali ambulat. Sed
similiter dici potest, quod nullum particulare ex statu particuqualsiasi
scambio o confusione tra individuo e universale. [i) soluzione proposta da
Abelardo : il senno praedicabilis]. Ma
secondo il suo personale modo di vedere, egli credeva di aver trovato la via
giusta per poter alfine comporre, com’è sua opinione, il contrasto fra Platone
e Aristotele, vale a dire appigliandosi a quell’unico passo del libro De
interpr., dove l’universale è designato come ciò, ch’è « naturalmente fatto per
essere predicato laris anilnilationcm habeat. Haec quippe enuntiatio: « in co
quod est universale, non ambulata, duobus modÌ9 potest intelligi, sive interpositum
sive praepositum. Interpoeituin sic: in eo quod universale, non ambulat, ac si
diceretur: proprictas universalis non patitur ambulationem, quod omnino falsum
est, eum eidem subiecto universalitas et particularitas et ambulatio adiaceant.
Quod si praeponilur, intelligitur boc modo: non in eo quod est universale,
ambulat, sicut est illud: non in eo quod animai est, habet caput, hoc est: non
exigit proprietas universalis, ut ambulet, sicut non exigit natura animalis,
quod habeat caput. Sed eodem modo verum crii de particulari, orai proprietas particularis non
exigat ambulationem ». Ecc. ecc., sino alla p. 521], 286 ) Ibid., p. 102: La
difficulté est toujours de faire cadrer ce système avec la définition du genre.
Il faut que la propriété d'ètre attribuable à plusieurs séparé Vuniversel de
l'individuel ; or, on vieni de dire que de plusieurs choses chacune est
individuellement animai ; le nom indiriduel d'animal seraitil donc le nom de
plusieurs ? V indie Uhi serait-il attribuable à plusieurs ? Cela ne se peut.
Mais comme animai ne peut plus se dire de plusieurs, mais de chacun, il n’y a
plus de genre, ou plutòt tout est renversé, c'est l’individu ou le
non-universel qui prend la place de Vuniversel, c'est ce qui ne peut s'ajfirmer
de plusieurs qui s'affirme de plusieurs. et c'est une pluralité où chacun
s'affirme de plusieurs que l'on appelle Vindividu [ed. Geyer, p. 521-22 : «
Primum quaerendum est.... quomodo secundum hanc sententiam individuimi ab
universali differat per praedicari de pluribus, cum individuimi habeat
praedicari de pluribus, id est plura sunt, quorum unumquodque est individuimi.
Sed fortasse inquies, quod recte praedicari de pluribus in diffinitione
universalis ponitur ad exclusionem individuorum, cum omne universale praedicari
de pluribus habeat, nullum autem individuimi de pluribus praedicetur. Sed eodem
modo inter universale et animai differentia potcrit assignari, cum omne
universale de pluribus et nullum animai de pluribus... Praeterea secundum banc
sententiam concedere oportet, quod non-universale sit universale et res quae non
praedicatur de pluribus, praedicetur de pluribus et multos quorum unumquodque
de pluribus praedicatur, concedat individuimi appellali»]. di
più cose» (quod natura est de pluribus praedicari ); poteva Abelardo con
questo, nella maniera già più sopra ricordata (nota 254 1, far procedere
insieme la genesi delle cose qual è data obbiettivamente in natura, e quella
produzione subbiettivamente umana che è la denominazione, e anzi esprimere
questa relazione, persino ricorrendo alla similitudine della statua, la quale è
costituita dalla pietra, che lia esistenza obbiettiva, e dalla forma, ch’è
aggiunta dalla mano dell’uomo 286 ). Ma su ciò si fonda ora il vero e proprio
sciboleth, che contraddistingue la posizione di Abelardo nel con2BC ) liuti.,
p. 104 s. : Aristote, au dire d'Abélard, parati l'insinuer clairement, qunnd il
définit l'universel ce qui est né altribuable à plu~ sieurs, quod de pluribus
natum est praedicari. Cest une propriété uree laqtielle il est né, qu’il a d’origine, a
nativitate sua. Ór, quelle est la nativité, l'origine des discours ou des noms
? Vinstitution humaine, tandis que l’origine des choses est la création de
leurs natures. Celle différence d’origine peut se rencontrer là méme où il
s’agit d’une mème essence. Ainsi dans cel exemple : cette pierre et cette
statue ne font qu’un, l'étal de pierre ne peut ótre donné à la pierre que par
la puissance divine, l’état de statue lui peut ótre donné par la main des
hommes. [ed. Geycr, p. 522: «Est alia de universalibus sententi a rationi vieinior,
quae nec rebus nec vocibus communitatem attribuit; sed serinones sivc
singulares sive universales esse disserunt. Quod etiain Aristoteles ... .
aperte insinuat, cuin ait: « Universale est, quod est natum praedicari de
pluribus », idest a nativitate sua hoc contrahit, ex institutione scilicet....
Hoc enim quod est n o m e u sive s c r m o, ex hominum institutione eontrahit. Vocis
vero sive rei nativitas quid aliud est, quam naturar creatio, e uni proprium
esse rei sive vocis sola operatione nalurae consistat ? Itaquc nativitas vocis et sennonis
diversitas, etsi penitus in essentia identitas. Quod diligentius exemplo
declarari potest. Cum idem penitus sit hic lapis et haec imago, alterius tamen
opus est iste lapis et a[terius haec imago. Constat enim a divina substantia statura lapidis
solummodo posse conferri, statum vero imaginis hominum comparatione posse
formari»]. Nella traduzione di Boezio, p. 338 [ed. secunda, II, 7: ediz.
Meiser. Pars Post., p. 135; PL, 64, 462], il passo aristotelico citato nella Sez.
IV. nota 197, è cioè del seguente tenore: Quoniam autem sani haec quidem rerum
universalia, illa vero singillatim ; dico autem universale, quod in pluribus
natum est praedicari, gingillare vero, quod non, etc. Qui dunque Abelardo
poteva appoggiarsi, per la tesi realistica, alla parola « natum », e al tempo
stesso, per la tesi nominalistica, alla parola « praedicari ». Così in
quell’epoca, ch’era incapace di assurgere alla visione dei principii, ma si
limitava allo studio « tra ' Van
mdirizzi; ««Perocché, una volta che il predicato venga r, conosciuto come
naturalmente determi nato, ne consegue che nè le cose come tali, nè le paroJ '
come tali sono 1 universale, bensì la universalità è ri posta soltanto nello
stesso praedicari, e dunque in' quella maniera di esprimersi ch’è il giudizio,
insomma el « sermo » : con questo si evita ora la opinione sba ghata e
insostenibile, che cioè di una cosa possa ori carsi una cosa, sì che, a questa
maniera, mia co a f ugual r e in più e una cm., ma « per r.ppnnto „„ preJica |
0 ' E, mettendo „ ra Abelardo in eo„„e„i„„ e eon ' conseguenza 1, definizione
già riferita del genere ne ‘ espressamente che
nega mo) sia di • universale il predicato (ser” 3 3ll ° ra ‘“tersale
anche la parola in quanto paro a poiché alla stessa maniera si potrebbe d mLT U
Cl,e è “• «. 'ce dell alfabet o; „ deve rnvece, in,„eli„ definir .. tener rizzi
sano statesenz^tmcozUuIt^o^^* 1 !, 0 he dei J ' vcra ' 'odilati diversi da uno
all’altro scrittore 77'l f°? dame ? to di passi isolai/ Ctteratura in uso nelle
scuole Cfr -Y* !u testi e l‘e formavano ^)Ibid aPPre S .° k DOta 293 -‘ P1U S °
Pra n ° tC I05 ’ 129 ’ buatte à plufieurs, ni ìefchòses'n'i fet* 1 umversel Pst
d'origine altri c p n est paste mot. la voix. mais le dilriu, T" Car stori
du mot, qui est attribuable à divers C e ? t ~ d ~ dire l ' p *prcsdis mots, ce
ne sont pas les mots mais Ù . 9 lw, g “ P ' Ù S ° Pra (nota 63 > "tato,
di GiovauTda Salisb^ “ PaSS °’ fisso l’occhio sopra l’oggetto da essa definito,
cioè sopra lo stesso genere, e con ciò si rende manifesto che nella parola
singola non è già contenuto il genere stesso nella sua totalità, bensì invece
la parola ch’esprime il genere, viene, in un giudizio, predicata di diverse
cose, insomma che proprio il giudizio è predicabile, « sermo est prue dicabilis » , perchè il
pensiero dispone per ordine le parole, in vista della descrizione delle cose
2SS ). Se per conseguenza la parola è predicata, non secondo la esteriorità del
suo effettivo suono, bensì secondo il suo intimo significato, e è dunque il suo
significato che ne fa un uni) Ibid., p. 107 s.: Mais Abelard se faii des
objeclions. Comment l oraison
peni-elle elre un,vergelle, et non pas la voix, quand la descriplion du genre
convieni aussi bien à l’une qu'à Vautre ? Le genre est ce qui se dii de
plusieurs qui diffèrent par Vespèce ; ainsi le décrit PorphyTe. Or, la
descnption et le décrit doivenl convenir à tout suiel quelconque ; c est une
règie de logique, la règie De quocumque, et camme le discours et Ics mots ont
le ménte sujet, ce qui est dit du discours est dii des mots. Vane, comme le
discours, la voix est le genre. Celle pròposti,on est incongrue, non congruit;
car la lettre étant dans le mot et par consequent s attribuant à plusieurs
comme lui, il s'ensuivrait que la lettre est le genre. Cesi que, pour que la
description ou définition du genre so,t appi,cable il faut qu'on Vapplique à
quelque ckose qui uit en so, la realite du défim, rem definiti; c'est la
condilion de l'applicatwn de la regie De quocumque, et ici catte condition n'existe
pus Le mot ne contieni pas tout le défini, il n'en a pas laute la compréhens,on
et,1 n est atlnbue a plusieurs, affirmé de plusieurs, pracdicatum de pluniras.
qU e parce que le discours est prédicable. est sermo pracdicabibs, c est-a-d,re
parce que la pensée dispose des [si direbbe che Franti intenda come « fosse
scritto « Ics »] mots pour décrire toutes choses [ed. Geyer. p. 522-23: «Cui
sementine opponitur. 1 rimimi enun quaeritur, cur sermones et non voces esse
universale? astmant cum descriptio generis tam vocibus quam sermombus
conveniate De quocumque enim praedicatur descriptio, et descriptum; sed
descriptio generis praedicatur de voce, cum vox sit ifiud quod praedicatur de
pluribus differentibus specie etc.; vox «ritur est genus. Quod
sic s o 1 v i t u r: Huic argumentationi; Cst ', ., '',j US ' ^ mUd q "° d
praedicatur ' ( iuia est sermo PaANTL, Storia detta logia, in Occidente,
II.versale 289 ), ben può dirsi a questa maniera che il genere e la specie sono
una parola (vox), ma non già, viceversa, che la parola è la specie o il genere,
perchè la essenza individuale, che è la parola, non può essere predicata di più
cose, mentre si può, con una tale concezione, ammettere invece, senza
difficoltà, un essere obbiettivamente reale, corrispondente ai generi e alle
specie 2D0 ). Generi e 2#s )
Ibid.. p. 108: On peut dotte dire que le discours étanl un gente, et le
discours étant un mot, un mot est le genre. Seulement il faul ajouter que c'est
ce mot uvee le sens qu’on a entendu lui donner. Ce n'est pus l essence du mot,
en tant que mot, qui peut ètre attribuée à plusieurs ; le son vocal qui
constitue le mot est toujours actuel et particulier à chaque fois qu’on le
prononce, et non pas universel ; mais c'est la signification qu'on y attaché
qui est générale [cd. Geyer, p. 523-4:« Cum haec vox sit hic sermo et hic sermo
sit genus, quomodo ratiouab iliter negari poterit, quin haec vox sit genus ?
Quod sic solvitur: Cum dicimus « hic sermo est genus», tale est ac si dicamus:
sermo huius institutionis est genus. Sed cum dicimus « haec vox est genus »,
tale est ac si dicamus: haec essentia vocis est praedicabilis ctc., quod falsum
est.... Concedimus itaque has esse
veras: Hoc nomen est genus, hoc nomen est universale. Similiter: Hic sermo «
animai» est genus, hoc vocalndum « animai » est genus et universale, et
similiter omnes in quihus subicitur vox innuens institi! tionem, non
simpliciter essentiam vel prolationem, sed signifìcationem et praedicans
eommunitatem, sicut est: genus, universale, sermo, vocabulum, dictio,
oratio.... »]. *®°) Ibid., p. 108-9: Abélard.... permei qu'on dise que le genre
ou l'esp'ece est un mot, est vox, et il rejette les propositions converses ;
car si l on disait que le mot est genre, espèce, universel, on attribuerait une
essence individuelle, celle du mot, à plusieurs, ce qui ne se peut. C'est de
mème qu'on peul dire: cet animai ( hic status animai) est cette matière, la
socratité est Socrate, l’un et l’aulre de ces deux est quelque chose, quoique
ces propositions ne puissent ètre renversées [ed. Geyer, p. 524: « Nota tamen,
quod haec propositio vera est: genus est vox et species est vox. Tale est enim
ac si dicatur: generale vocabulum est vox vel speciale. Convcrsae harum,
scilieet: vox est genus vel vox est species, non sunt concedendae, cum per
illas communitas essentiae ostendatur, quae similiter in omnibus reperitur.
Concedimus exiirn propositiones: hic status animai est, haec materia Socratis
est Socrates, utrumque istorum est aliquid; conversas vero istarum negamus
omnino, scilieet: homo est hic status animai, Socrates est materia Socratis,
aliquid ast utrumque istorum»),
Dialect., p. 480: in significationibus suis vocabula saepe nominantur,
ut cum ea quoque vel genera vel species vel universalia vel singularia rei
substantias vel accidentia nominamus. Nomen
autem.... hoc loco accipiendum est quaelibet vox significativa simplex, qua
rebus praeposita vocabula praedicamus. specie, cioè, in quanto sono da noi
pensati, si riferiscono bensì a qualche cosa che esiste, e questa cosa afferrano,
ina soltanto in senso figurato poteva dirsi che essi esistono quali universali
pensati da noi, poiché il senso proprio di tale espressione è solanieute
questo, che esiste cioè qualche cosa che dà luogo a questi universali 291 ).
2tfl ) Ibid., p. 109 10: Il décide que. bien que ces concepts (ma chi sa se
nell’originale latino ri leggerà in questo punto « conceptus » ? io eongetturo
piuttosto che vi si dica « intellectus » : v. appresso le note 313 ss.) ne
donneiti pas les choses camme discrètes, L, 64, 121-2], p. 84: rfr. la Sez XI,
nota 44), secundum quas ipsa genera, quae ab ipsis divisa sii nt.
specificantur.... Nec cum ipsae generis subslantiam in spederà reildunt, ipsae
quoque in essentiam speciei simul transcunt, sed sola "enera vel subjecta
specificantur, non qmdem separata a difierentiis. sed, nisi ei differentiae
adveniunt, ipsa sola non etiam differentiae species efficitur, non quidem cum
differentiis, sed per differentias, sicut in libro Partium, tractatu speciei,
disseruimus (v la nota 272). Si enim differentiae in speciem transferrentur cum
lenere . ipsas de substantia rei esse, et in partem malenae venire
rontineeret.... (p. 478) Nihil.... aliud materia jam fannie aclual,ter contunda
quam ipsum materiatum, ut nihil aliud est hic annulus aureus quam aurum in
rotundilalem duetum.... Stalline.... compostilo, quem Boethius (p. 88) ponit .
species non riddar, cum nec materia sit unum, sed operatione hominum, nec
substantiae nomen, sed accidentis cum statua videtur et a quadam compositione sumptum.
z»«) Introd. ad t/no/.. II, 13, p. 1083 [98]: Cum autem species ex genere
creaci seti gigni dicantur, non lanieri ideo ri eresse est,genus speries suas
tempore, vel per existentiam precedere, ut videlicet ipsum prius esse
contigeril quam Mas. Numquam eternai genus nifi per aliquam speciem suam esse
contingit, vel ullatenus animai juit, antequam calumale vel irrationale fuerit
: et ita quaedam species cum suis generibus simul naturaliter existunt, ut
dMlatenus genus sino illis, sicut nec ipsae sine genere esse‘pomerint [PI.,
178, lOtuj. praedicatio, la quale può riferirsi ora alla forma, ora alla cosa
formata da questa, e via dicendo 29? ). Ma dovendosi, a proposito di questo
generarsi delle specie dai generi, toglier di mezzo quella più difficile questione
riguardante gli opposti (v. sopra le note 113 e ilo s.), ecco qual è su questo
punto il modo di vedere di Abelardo: La diversità delle specie può essere
determinata soltanto dal fatto che sussiste ima diversità delle sostanze; ma
questa è un prodotto della differenza specifica la quale si chiama sostanziale,
proprio perchè realizza entro la sostanza ima separazione di gruppi, e con ciò,
al tempo stesso, una unità dei gruppi così separati, eiascuno dei quali ha una
comune natura 888 ); e a quel modo che, per conseguenza, la materia, ch’è il
genere, non si presenta più, hi identità di essenza, in tutte quante le specie,
cosi dalla differenza specifica vengono esclusivamente prodotte soltanto le
specie della sostanza stessa; se perciò tutte le altre specie, che non
procedono dalla sostanza, si debbono generare senza l’azione esercitata da una
differenza sostanziale e debbono pertanto aver il pròpno fondamento nella sola
materia, la unità di quest’ultnna va intesa come somiglianza di essenza
(consimilitudo), dalla quale per es„ nonostante la comune essenza
ipslls^nriti^t ^ P> 1277 f183]: ^oprie,as ilaque n,aterine ZZ, v/,, secundum
quam ex ea materialitcr al,quid fieri habe'. Materiati vero proprietàs est ipsa
e converso postcrioritas Pro prietates itaque ipsae impermixtae sunt per
praedicMionem licei iosa proprietà.... permixtim de eodem praedicentur. Aliud
quippe est prue Ì7{/~\^]. f ° rma,Um ÌPSUm ' h e iP sam Jormae subjec“ )
Dialect., p. 418: Diversitas itaque subslantiae diversitatem quae natura
substantiae divina univit operatio.
(lell'esser colori, non rimane esclusa la opposizione contraria del
bianco e del nero 2 "). Così Abelardo tiene distinte, da un lato, quelle
forme, che son, esse medesime, essenze, e che bisogna pur che entrino nella
materia, la quale sta a loro fondamento ( subiectum ), per far di questa
qualche cosa, che senza quelle non sarebbe,
e, dall’altro lato, quelle forme, che per se stesse non sono essenze, ma
son di già contenute nella materia del genere 300 ) ; naturahnente nelle prime
c’è la differenza specifica vera e propria, a quel modo che nelle seconde c’è
la così detta nota casuale di differenze accidentali, cioè queU’adiacerma (nota
284), cli’è oggetto della predicazione non-sostanziale 301 ). Ma, con ciò, gli
opposti, nelle forme sostanziali, sono derivati soltanto ! ") Uh/., p.
400, dove al passo citato più sopra (nota 113) fa sèguito: Si enim omnium
specierum est eadem in essentia materia, tunc albedinis et nigredinis et
caeterorum contrariorum, quae omnia.... ejusdem generis species esse necesse
est.... Nostra quoque sententi a te net, solas substantiae species differentiis
confici, caeterasque species per solam subsistere materiam, sicut in libro
Partium ostendimus. Si ergo eadem prorsus est materia, quae est in ipsis diversitas
? Sed eadem (cioè diversitas in ipsis est), quae est in consimilitudine
substantiae, non indeterminatae essentine. Ncque enim ea qualitas, quae est
essentia albedinis, essentia est nigredinis, essel enim albedo nigredo, sed
consimilis in natura generis superioris. Consimilitudo autcm vel substantiae
vel jormae contrarietatem non impedit. Riguardo alla consimilitudo, e£r. qui
appresso la nota 307. 30 °) Pseudo-Abael. de intell., edito dal Cousin, Fragm.
phil. (1840), p. 495 s. [Opera, II, p. 755]: Alii autem, qui quasdam formas
essentias esse, quasdam minime, perìiibenl. sicut Abaelardus et sui, qui artem
dialecticam non obfuscando sed diligentissime perscrutando dilucidante nullas
formas essentias esse approbant, nisi quasdam qualitates, quae sic insunt in
subjecto, quod subjectum ad esse earum non sufficit, sicut ad esse quantitatum
ipsum subjectum sufficit... et ad esse sessionis necessaria est dispositio
partium... Nullam enim formam essentiam esse asserunt, cui... poterit
assignari... subjectum ad esse illius sujfficere. Theol. Christ., Ili, p. 1280
[487]: sire illa forma sii communis differentia, h. e. separabile accidens. ut
nasi curvitas, si ve magis propria differentia, i. e. substantialis, sicut est
rationalitas, quae sci licet substantialis differentia non solum facit alterum,
i. e. quoquo modo diversum, verum etiam aliud, h. e. substanlialiter atque
specie diversum [PL, 178, 1251]. Qui la fonte è Porfirio (Sez. XI, nota 44),
cioè Boezio [ad Porph. a se transl., lib. IV], p. 79 ss. dall'attività della
differenza specifica e sono senz'altro separati, mentre, trattandosi delle
forme non-sostanziali, ci si presentano nella materia del genere, quali
possibilità’' 2 ): e Abelardo, dato che per lui a base di tutte quante le
opposizioni puramente qualitative non c’era un substratum sostanziale, mentre
un tale substratum andava riconosciuto esclusivamente per quelle opposizioni
che vengono a costituir delle specie, poteva molto facilmente, con il mantenere
la non-unificabilità degli opposti, sottrarsi a quella difficoltà che più sopra
(nota 115) abbiamo veduta 303 ). ' Ma mentre a questo modo quel processo di
creazione, nel quale la differenza specifica opera separando, e le specie cosi
separate si raccolgono in raggruppamenti unitari (nota 298), si estende, in
progrediente graduazione, sino all individuo singolo, il quale è, come tale,
essentialiter o entialitcr (non tuttavia secondo la sua sostanza) separato dal
suo simile 3 °fre (B0tZI0 ’ P™ nox7Lì h -md ÌS lil l P Ì80 3 r487F-T ^ già, più
s °P ra ' aUa mero sun, difierenlia. q uae loia JL,.,L. Z^ZTentt disTctsum sire
solo numero ab inviami disteni, ut Socrate* e, i>LT ’ mente come im nome
generale equivoco EQUIVOCO GRICE 305 ),
ma invece la « subsiantia », in quanto è questo il concetto del genus
generalissimum, dev'essere consideratacome quella suprema ultima materia, sulla
quale incomincia a esercitarsi Fattività della differenza specifica 308 ). Così
Abelardo, in quanto è platonico, insegna mia ontologia obbiettiva degli
universali, la quale da un lato vantaggiosamente si distingue, per la maggior
cura con cui si giova di Boezio, dal più grossolano realismo di Guglielmo da
Cbampeaux, ma al tempo stesso, mediante il concetto già sopra menzionato (nota
299) di consimilitulio, viene, d’altra parte, in certo modo, a mettersi in
contatto con l’autore dello scritto De gen. et spec. (note 163 e 177) o con la
teoria (nota 132) della indifferenza 807 ). [mi ma dallo stesso principio
Abelardo trae insieme partito secondo il punto di vista aristotelico ]. Ma ora, quanto a quell’altro modo di vedere
di Abelardo, die si 305 ) Glossae ad Porph. (riferite dal Cousin), p. 568: Ens
est aequivocimi.... [569] videlicet illam definilionem, quam habel ens in
praedicamento substantiae, nunquam habebit in praedicamento quantitàtis.... Ens non habet unam substantialem
diffinitionem, cum qua praedicalur de omnibus generalissimis, cum hac
diffinitione praedicatur ens de substantia : substantia est ens, quod ncque est
qualitas nec quantitas etc. V. la Sez.
XII, nota 89. 30li ) Ibid.. p. 565: Substantia est generalissimum, quia est
solum genus.... (p. 566) quemadmodum
substantia est genus generalissimum, cum suprema sii, eo quod nullum genus
supra eam sit, etc. Inoltre il passo citato più sopra, nota 298, e
Dialect., p. 485: Genus omne naturaliter prius est suis speciebus.... genus
[est materia] specierum. 307 ) In una maniera consimile, che ricorda quelle
teorie, si esprime Abelardo, Theol. Christ., Ili, p. 1261 [468]: Sed nec
Socrates, cum sit a Platone numero diversus, li. e. ex discretione propriae
essentiae ab ipso alius, litio modo ideo ab ipso aliud dicitur. h. e.
substantialiier differens, cum ambo sinl ejus[dem ] naturae secundum ejusdem
speciei convenientiam, in eo scilicet [1262] quod uterque ipsorum homo
est. Ibid., p. 1279 [486]: Idem vero
similitudine dicuntur quaelibet discreta essentialiler, quae in aliquo invicem
similia sunl, ut specics idem sunt in genere vel individua idem in specie [PL].
accorda con il punto di vista logico di Aristotele, bisogna che tentiamo di
metter in chiaro, in qual maniera dovesse, secondo lui, intendersi il concetto
già ricordato (note 286 ss.) di « sermo », e com’egli ne determinasse
minutamente il fondamento: e qui fin da principio sembra esser degno di nota
ch’egli, rimanendo assolutamente fedele al punto di partenza da cui lì aveva
preso le mosse, si attiene a passi contenuti nel libroDe interpr. Se cioè deve
tenersi fermo il principio dianzi enunciato, vale a dire che il praedicari è
degli universali, quali sono naturalmente determinati, si ha anzi tutto una
semplice parafrasi dello stesso principio, quando si afferma che la
predicazione (sermo) è in rapporto di originaria affinità con le cose 308 ) :
tuttavia, com’è naturale, ciò va inteso nel senso che la denominazione (vocum
impositio ), venendo dopo, è condizionata e dipendente dalle cose obbiettive
che essa significa ( res significala) 30S ), anzi che, in questo senso, anche
la significano della parola è ancora quel primum, dal quale soltanto dipende la
parola come parola 310 ). Vero è poi che a questa maniera i generi e le specie
non sono nient’altro che ciò che da queste parole è significato 3n ), ma quel
che da esse è significato. 3 " 8 ) Introd. ad theol., II, 10, p. 1074
[90]: Conslat quìppe, juxta Boethium ac Platonem, cognatos de quibus loquuntur
rebus oportere [91] esse semiortes [PL, 178, 1062]. V. Boezio, ad Ar. de interpr. [ed. seconda,
II, 4: ediz. Meiser, Pars Post., p. 93; PL, 64, 440-11, p. 323. J 30 °)
Dialect., p. 487: vocem secundum imposilionis suae originem re significata
posteriorem liquet esse. Ibid., p. 350:
Si nòminis hujus. quod est « homo », propriam impositionem tenueril, secundum
id scilicet, quod substantiae hominis ut existenti ex animali etrationalitote
et mortalitate datum est, ratam omnino conseculionem viderit. Inoltre il passo ricordato più sopra, nota
255. 31 °) Dialect ., p. 345: neque enim nomina ncque verbo sunt, suis non
existentibus significationibus. Ibid.. p.
482: [propria significatio. illa ] scilicet. de qua inlelleclum proprie vox
queal generare. 3iI ) Glossae in Porph.. p. 567: genera et species. id est ipsa
significata harum vocum, come pure nel passo riferito più sopra (nota 278) si
dice sempre: sex voces et significata eorum. in altro non può consistere, a sua
volta, se non nei prodotti (li quel processo di creazione, onde dal genere si
scende giù giù sino all’individuo: e avendo i generi e le specie una esistenza
concreta soltanto negl’individui, nella proposizione « Socrate è un uomo » noi
parliamo per esempio soltanto di quel che significato da queste parole, ina non
già delle parole stesse, in quanto parole 312 ). Ma proprio poiché i generi e
le specie non sono ciò ch’esiste concretamente, l’antico motto « singultire
sentilur, universale intelligitur » conserva il proprio valore: ed essendo, dal
concetto intellettivo ( intellectus ), afferrato ciò che non cade sotto i sensi
3113 ), bisogna che poiché
quell’universale che non cade sotto i sensi, è ciò ch'è destinato a esser
predicato 1 esso concetto necessa¬riamente
contenga in sé il principio onde si genera la predicazione, e venga alla
coscienza, attraverso qualsiasi predicato, come principio del generarsi di
questo, ovverossia: sermo generalur ab intellectu et generar infelicetum 314 ).
Così il « predicare » (sermo) è il terreno degli 312) Diale et., p. 204: Neque
enim substantia specierum diversa est ab essentia individuorum, sicul in Libro
(leggi primo: v. la nota 272) rartium ostendimus, nec res ita sicut vocabolo
diversas esse contingit. Sunt namque diversae vocabulorum in se essentiae
specialium et singularium, ut « homo » et « Socrates sed non ita rerum diversae
sunt essentiae. Unde Ulani rem, quae est Socrates. Ulani rem. quae homo est,
esse dicimus ; sed non illud vocabulum, quod est « Socrates », illud, quod est
« homo», linde quod in re speciali contingit, et in ipsius individuis necesse
est contingere, cum videlicet nec ipsae species habeanl nisi per individua
subsislere, nec in ea, quae informant et ad invicem jaciunt respicere, nisi per
individua, venire (cfr. la nota 296). 313) Introd. ad theol., li, 3, p. 1061: Proprie....
de invisibilibus intellectus dicitur, secundum quod quidem intellectuales et
risibiles naturar dislinguuntur [PL, 178. 1052: e cfr. PL, 76, 1202], 3U )
Theol. Christ.. I, 4, p. 1162 a. [365]: Licei etiam ipsum nostrae mentis
conceptum ipsius sermonis lan i effemini quam causam ponere, in proferente
quidem causam. in audiente effeclum, quia et sermo ipse loquenlis ab ejus
intellectu proficiscens generalur, ut cum (leni rursus in auditore generel
intellectum. Pro hac itaque maxima sermonum et intellectuum cognatione non
indecenler in eorum nominibus mutuas fieri licei translationes : quod in rebus
quoque et nominibus propter adjunctionem significationis frequenter contingit
[PL, 178, 1130]. alcunché di predicato), bensì soltanto nel fn) ispirazione aristote/im
al giudizio (praedicari) I _ jù a m dato ceintellettivo lin e" ^ 1“' “nnon
cade,,1,,,; e "p *» »“» lenivo. Con Jè U 00 “ en “ U Intelpovalità (cfv.
la nota 252) Tv '7 ’ m mon,e n‘o di tem. M»v enunciato, richiede „„ cèrio
i'.'mm,!!" per "'ente significante, * non dopo che tnt.e k,T ' '“'i
.teno successi va mente fatte innanzi- e r, ' r„ alicujus exist.it.... fìuod
intei cativam dicere, quod unum P de hU*eó"""l ."™‘ 9u, '
ml,bel ’ta signifi-,V U !,a f,,nte è Boezio (ad Ar de ituern l ? tellectus ooncipiatur.
Meiser p ars Post ^
ss • PI T, P ‘ Ynf 1 ' 1 seeu “ da - I. 1; ed. Sez. XII, nota 110. - 64 ’ 402 S -L P- 296 s.; V.
Ja siste nella unità di quel pensiero,
che esso fa nasce- -re sl8 )- Ma proprio perciò il giudizio, al pari della
parola, in quanto questaèelementodelgiudiziostesso, ha essenzialmente due lati
a un tempo, uno dei quali consiste nelle cose, delle («de») quali il giudizio
tratta {significai io reali*), mentre l’altro riguarda il pensiero, che esso
giudizio contiene e genera, ma del quale non tratta (significatio
intellectualis ): e c’è pertanto parallelismo tra essere e non-essere, nella
realtà obbiettiva, ed esser vero e falso, rispetto al giudizio 317 ). Ben è
vero, cioè, 316 ) Ibid., p. 297: ....ut multiplìcem illam dictionem dicamus,
quae pluribus imposila est, ex quibus non fit unum, li. e. plura in sentenlia
tenet non secundum id, quod ex eis unus procedal intellectus. Sic autem e
converso omnis illa una est diclio, quae plurium significativa est. secundum
id, quod ex eis unus intellectus procedal. V. Boezio, p. 335 [o non forse 328?
Loc. ult. cit. II. 6. p. 106 ss.: PL, 64, 447-8] (cioè Aristotele: v. la Scz.
IV, note 185 ss.). 317 ) Ibid., p. 238: Sunt igitur veruni ac falsum nomina
intel- lectuum, voluti cum dicimus „intellectus verus et falsus “, h. e.
habitus de eo, quod in re est vel non est, quos quulem intellectus in animo
audientis prolata propositio generai.... Sunt cursus vertim ac falsum nomina
proposti 1 onum, ut cum dicimus,,propositio vera vel falsa" i. e. veruni
vel falsum intellectum generane. Significant propositiones idem, quod in re est, vel quod
in re non est. Sicut enim nominum et verborum duplex ad rem et ad intellectum
significatio. ita etiam propositiones, quae ex ipsis componuntur, duplicem ex
ipsis significationem contrahunt, unam quidem de intelleclibus, aliam vero de
rebus.... Patet insuper adco, per propositiones de rebus ipsis. non de
intellectibus nos agere. p. 240 s.:
Restat itaque, ut de solis rebus, ut dictum est, propositiones agant, sive idem
de rebus, quod in re est, enuncient, ut „homo est animai, homo non est lapis “,
sive id, quod in re non est, proponant, ut „homo non est animai, homo est lapis
“, ut etiam de significatione reali propositionis, non tantum de intellectuali,
suprapositae [Prautl corregge: supraposita] propositionis diffinitio (Boezio,
p. 291 [? Corrisponde a loc. ult. cit., Prooem., p. 7 ss.: PL, 64, 395-6])
possit exponi sic significane veruni vel falsum, i. e. dicens illud, quod est
in re vel quod non est in re“, et in hac quidem significatione veruni et falsum
nomina sunt earum exislentiarum rerum, quas ipsae propositiones loquuntur. Cum
autem eamdem dijfinilionem et de intellectibus ipsis hoc modo exponimus
„significanles [Prantl: significane] verum vel falsum, h. e. generane secundum
inventionem suam de rebus, de quibus agitur. verum vel falsum intellectum “,
lune quidem ipsos nomi- nani [Prantl: nominai] intellectus. Nota autem, sive de intellectibus sive de rerum
existentiis exponamus, orationis praemissionem necce-che la parola « praedicari
» ha tre significati: vale a dire,ni primo luogo la si usa, in modo affatto
estrinseco, per significare la semplice collocazione di un soggetto e di un
predicato, imo di seguito all’altro, fatta astrazione da qualsiasi contenuto
reale; ma poi quella stessa parola concerne, in doppio senso, la relazione,
qual è data effettivamente nella realtà obbiettiva, in quanto che, riguardo a
quel tale processo di creazione (note 294 ss. e 312), il praedicari mette in
rapporto con la materia del genere o il formato ( materiatum ) o la forma ;
tuttavia, com’è naturale, soltanto tale relazione, espressa dal termine
praedicari in queste due ultime sue accezioni, è ciò di cui («de quo») tratta
il giudizio: e in tale significalo praedicari vai quanto esse, sicché, in quanto non possiamo enunciare giudizi, se
non con parole che im giudizio sia
affermativo, o un altro negativo, e via dicendo, queste son distinzioni che
ricadon nell’orbita della modalità della espressione 318 ). Inoltre c’è pur
coincidenza tra quel duplice riferimento che può esser contenuto nei giudizi, e
l’antica distinzione tra « de subie- soriani esse. Qui la fonte si trova in
Boezio, p. 321 [corrisponde a tm iM ' V/ 7 64 ’ 437 ~ 8] -~ Cf "- anche la
347 - ) Unii., p. 366-7 : Tnbus autem modis „praedicari “ sumilur : uno quidem
secundum enuntiationem vocabulorum ad se invicem in conslructione ; duobus vero
secundum rerum ad se inhaerentiam, aut cum videlicel in essentia cohaeret sicut
materia materiato, aut cum alterum alteri secundum adjacentiam adhaeret, ut
forma materiae. Ac secundum
quidemenuntiationem omnis enunliatio.... praedicatum et sub- jectum li a bere
dicitur.... Sed non de his in propositione aeitur.
sed de predicanone tantum rerum, illa scilicet solum. quae in essentia, quae
verbo subs,antico expnmitur. consista!.... Tantum itaque ..praedican illud
accipimus, quantum si „hoc Mud esse 1 * diceremus. tantum per,,removeri'\
quantum per,,non esse 1 *.... Cum itaque per ..praedicari, „esse accipiamus,
superflue rei „rere“ vel .. affermative “ apponitur: Quod emm est aliquid, vere
est illud, affirmative autem enuntiatioms est determinano, quia tantum in
vocibus consisti/ affirmatio sicul et modi vel determinationis oppositio [leggi
con il Pronti appositio). Modus emm vel determinano (v. la Sez. XII, nota 119)
tantum vocum sunt designatila, quae solae moderanmr vel determinata [Prantl:
determinantur] in enuntiatione positae.
c/o» e « in subiccto » (v. la Sez. XII, nota 92), e la h>x praedicamenti
ha la propria sfera d’influenza proprio in quelle due accezioni reali del
giudizio 31 °). Con ciò ci è resa ora soltanto interamente perspicua la su
riferita partizione della dialettica (note 272 ss.) secondo Abelardo. Tutto sta
nel sermo, cioè nel giudizio. Ma è anche vero che gli universali sono i
predicati che son nati, che sono stati generati nel processo della creazione, e
il pensiero li aff erra, secondo la dottrina di Platone, e, secondo la logica
di Aristotele, li enuncia, come universali, nel giudizio: e anzi perciò
Abelardo, accanto alle solite quinque voces, ne annoverò ancora mia sesta, cioè
anche l’individuo (note 278 ss.), poiché l’individuo, quale prima substantia
(Sez. XII, nota 91), ovvero, come qui anche lo si denomina, quale principalis
substantia, viene designato appunto con quella parola (vox), che corrisponde
all’ultimo grado del processo della creazione 3l2 °). Ma poi, giacché Abelardo
considerava la differenza specifica esclusivamente come forza efficiente, e non
come tale che passi essa medesima nella materia del genere (nota 295), egli si
trovava a dover prendere qui il nome della differenza non quale sostantivo,
come aveva fatto Guglielmo da Champeaux) Glossae in Categ . omnia.... aut dicuntur de princi ’palibus
substantiis sibi subjectis.... servata lege praedicamenti.... aut sani in eis subjectis. Un diverso modo di
esprimersi, in luogo di questo, si ha (ibid ., p. 585 s.) nella distinzione tra
praedicari sub stantialiter e praedicari accidentaliter (Boezio, p. 131 \i.n 4r
Praed I; PL, 64, 189]): cfr. la nota 322. m> ) Ibid., p. 584: species, in
quibus conlinentur principales subslamine.... genera et species ordinata post
principales substantias sola.... dicuntur secundac substantiae (e ripetutamente
a questa stessa mamera). p. 591 : Vere primae substantiae significanl aliquid
hoc individuale, quia illud, qund significatur a prima substnnlia, scilicet
quae tox est sicut et consimilia (così si deve leggere secondo il manoscritto,
con una piccola modificazione; la lezione del Cousin dà un controsenso), est
individuum et unum numero, i. e. parificalum numerali descriptione, i. e.
significatur ab hac voce, quae est individuum et unum numero., bensì alle
obiezioni che su questo punto furono sollevate anche da altri (nota 122),
poteva sottrarsi con l’interpetrare la parola che designa la differenza, come
un aggettivo derivato da questa (sump-, um » ,) ss)). Ma a quei predicati nati
seguono poi nelle Categorie le cose stesse, in quanto vengono designate con
parole « naturae, quae vocibus designatitur
» e per conseguenza le categorie
contengono le cose a22 ), mentre appresso vengono prima di tutto considerate le
parole, in quanto esse sono ciò che designa, e costituiscono il passaggio al
giudizio (sermo) stesso, che è composto da quelle. [o) anche il preteso
intellettualismo di Abelardo deriva dal suo aristotelismo]. Ma allora il giudizio non contiene già le
cose, bensì contiene il pensiero ( intelleetus), e invece tratta intorno alle
cose, ma non 321) Dialect., p. 456 : De nominibus dififerentiarum sciendum est,
ut non quidem substantiva, sed sumpta a dififierentiis sumantur, posita lumen
loco specierum. Oportet eitim in eadem significai ione vocabula dijjerentiarum
sumi in divisione generis, in qua significatione ipsa in dijfinitione speciei
ponuntur, cum scilicel nomini generali adjacent.... (p. 457) sicut in nostra
fixum est senlentia, nullo modo inter accidentia dififerentias admiltamus (v.
sopra le note 300 s.). Quod autem Porphyrius per dififerentias genus in species
dividi dixit, secundum eam dictum est sentenliam. qua naturam generalem in
species redigi atque distribuì per susceptionem dififereniiarum realiter voluit
; aut potius per dififerentias genus in species dividi voluit, cum earum
vocabula adjuncla nomini generis speciem designant, atque diffinìtionem speciei
componunt. hoc modo „animai aliud ralionale, aliud irrationale animai .‘ Ihid, p. 189: In sumplis enim non ea, quae ab
ipsis nominantur, comparantur, sed tantum fiormae, quae per iosa circa subjccta
determinane tur ; alioquin et subslantias ipsas comparaci contingeret, quae
saepe a sumptis nominibus nominantur, ut ab eo quod est album.... 322 ) lbid..
p. 209 e 245, cioè due passi, che sono stati citati di già più sopra, nota 272.
Ma vedi inoltre a p. 220: Subiectarum vero rerum diversitas secundum decem
Praedicamentorum discretionem superius est ostensa, qua [Cousin: quae]
principale ac quasi substantialis nomini significano detur. Caeterae vero
significationes, quae secundum modos significando accipiuntur, quaedam
posteriores atque accidentale* dicuntur. già ili quanto le significhi, bensì in
quanto contiene la connessione, afferrata dal pensiero, tra le cose e il
processo di creazione. Laddove per conseguenza il predicare Tessere (nel
giudizio) non è esso medesimo un essere, nel predicare si tratta di uno stato di
cose reale, cioè della connessione obbiettivamente reale tra ciò ch’è
significato dal soggetto, e ciò cli'è significato dal predicalo 323 ). Questa
distmzione fra « contenere » e « trattare » forma l’intimo nòcciolo della
concezione del giudizio secondo Abelardo 324 ). È ben vero, cioè, che il
predicato ha un suo aspetto grammaticale, e che, designando noi nel giudizio
una sola e medesima cosa con varie denominazioni (come per esempio quando
chiamiamo Socrate ora uomo, ora corpo, ora sostanza), appunto in ciò consiste
una differenza tra la espressione verbale e la realtà (efr. la nota 312); ma
mentre la praedicatio per eè sola, avulsa dalla obbiettiva rerum inhaerentia,
non è assolutamente nulla, precisamente la logica ha il compito di studiare il
giudizio, in questo senso, dal lato della espressione verbale S2S ). Anzi quel
che più importa è pro32S ) lbid., p. 241: Digrumi miteni inquisitione censemus,
utrum Mae existentiae rerum. quas propositiones loquiintur, sint aliquae de
rebus existentibus. Clanim ilaqiie ex suprapositis arbitrar esse, res aliquas non esse ea, quae
a propositionibus dicuniur.... Palei insuper, ea quae propositiones dieunt
nullas res esse, cum videlicet nulli rei praedicatio eorum apiari possit ; de
quibus enim dici putest, quod ipsa sint ..Socrates est lapis “ vel ..Socrates
non est lapis"?. ...Esse
autem rernaliquam vel non esse, nulla est omnino rerum essentia. Non itaque
propositiones res aliquas designant simpliciter quemadmodum nomina. Imo
qualiter sese ad invicem habeant, utrum scilicel sibi conveniant annon,
proponunt ; quae idcirco verae sunt, cum ita est in re sicut enunciant, lune
autem falsae, cum non est in re ita. Et est projecto ita in re, sicut dicit
vera propositio, sed non est res aliqua, quod dicit. linde quasi quidam rerum
modus habendi se per proposiliones exprimitur, non res aliquae designantur. s24
) Soltanto dall’avere disconosciuto questa differenza è derivato, che il
Cousin, e con lui l’Hauréau e il Rémusat, abbiano ravvisato nella dottrina di
Abelardo un intellettualismo o concettualismo. 3 “) Dialecl., p. 247 s.: Si
quis itaque secundum rerum inhaeren tiam rcalem acceperit praedicationem ac
subjectionem, secundum id prio ciò, di cui il giudizio « tratta »; ma ciò non è
nè la parola nè il pensiero (intellectus), poiché non può dirsi che dalla
esistenza di tuia data parola venga posta la esigenza che esista un’altra
parola, e neanche sussiste, tra i pensieri, che i giudizi « contengono », una
reciproca affinità che li leghi a forza: poiché in ciascun giudizio abbiamo
pure un unico pensiero soltanto, e ad ammettere che ne abbiamo parecchi
insieme, si arriverebbe alla conseguenza che avremmo al tempo stesso un numero
infinito di pensieri, essendo obbiettivamente, di fatto, contenuti in ciascuno
stato elementi infiniti in serie continua: invece solamente in ciò, di cui il
giudizio « tratta », deve trovarsi o fissarsi la connessione reale, ovvero
quell’obbiettiva relazione reciproca: e perciò anche la modalità della
espressione, sia cioè affermazione o negazione o via dicendo (v. la scilicet,
quod unaquaeque res in se recipit ac subsistit, sicut nihil esse eam viderel
praeter ipsam, ita eam nihil esse per se ipsam invenerit. Al vero magis
praedicationem secundum verbo proposiiionis, quam sedi ndum rei exislenliam,
nostrum est attendere, qui logicae deservimus, secundum quod quidem de eodem
diversas facimus enuntialiones hoc modo Socrates est Socrates vel homo vel
corpus vel substantia. Aliud enim in nomine Sacratis quam in nomine hominis vel
caeteris intelligitur ; sed non est alia res unius nominis, quod Socrati
inhaeret, quam altcrius. V. inoltre il passo citato più sopra, nota 255. 328 )
lbid., p. 352 s.: Neque enim veram Itane consequenliam „si est homo, est animai
“ de vocibus agentem possumus accipere, sive diclionibus sive propositionibus. Falsum est enim, ut, si haec vox
..homo" existat, haec quoque sit quae est,.animai “ ; ac similiter de
cnuntiationibus sive earum intellectibus. Ncque enim necesse est, ut qui
intellectum praecedenti propositione generatum habet, habeal quoque intellectum
ex consequenti conceptum. Nulli enim diversi intellectus ita sunt affines, ut
ulterum cum altero necesse sit haberi, imo nullos simul intellectus diversos
animam retinere, ex propria quisque discretione convicerit, sed totani singulis
intellectibus, dum eos habet. vacare invenerit. Quod si quis essentiam
intellecluum ad se sequi sicut essentiam rerum, ex quibus habentur intellectus,
concesserit, profecto quemlibet intelligentem infinilos intellectus habere
concederei, secundum id scilicei, quod quaelibet propositìo innumerabilia
consequentia habet.... Ut igitur
verilatem consecutionis teneamus, de rebus tantum eam agere concedamus, et in
rerum natura regulas anteccdentis ac consequentis accipiamus. nota 318), non
risiede nè nelle parole nè nei pensieri, bensì è da ricondurre soltanto al loro
fondamento obbiettivamente reale 32r ). [p) ma in Abelardo, vero spirito
aristotelico non c’è: il suo interesse centrale è volto, sotto l’impulso di
Boezio e dello stoicismo, alla teoria retorica dell'argomentazione}. Ma se a questa maniera, secondo Abelardo, nel
giudizio si ha clic fare non con il pensiero ( intellectus ), ma con la
inerenza di fatto nella sfera della oggettività, si capisce ora altresì perchè
egli (e il motivo al quale in ciò si conforma, è dato dal giuoco di combinare
assieme elementi stoici con elementi boeziani) tratti il giudizio categorico
solamente come un grado preparatorio al giudizio ipotetico, nel quale ultimo
s’inserisce la topica, come base della sua validità. Il giudizio ipotetico, in
quanto è complesso, ha anzi la funzione di servire come espressione adeguata
della connessione, e questa viene resa manifesta nel procedimento
dell'argomentazione, mediante ragionamenti, nella ipotesi che le premesse
abbiano, per chi ascolta, un valore di enunciazione espressiva. Quel, cioè, che
l’uomo pensante afferra con la mente, nella maniera rivelata da Platone, ed
enuncia con il giudizio, nella maniera fissata da Aristotele, deve ora esser
utilizzato per l’argomentazione, nella maniera propria della tradizione
retorico-ciceroni alia. Vale a dire che anche neH’argomentazione come viene osservato con tono polemico contro
altri studiosi: v. la nota 225 non si
tratta già dei pensieri ( intellectus ), bensì di quel medesimo oggetto del quale
trattano i giudizi, che costituiscono rargomentazione stessa, con questa sola
differenza, che cioè qui la necessaria connessione (necessitas) che ci si
presenta nello stato di fatto obbiettivo, è nel RAGIONARE espressa precisamente
dalla sussunzione (inferentia): ne ad Abelardo sembra d’insistere mai
abbastanza nel rilevare che la relazione di dipendenza tra antecedens e
CONSEQUENS non è data nel pensiero, ma, come esclusivamente obbiettiva,
sussiste già da se stessa nella natura creata, e nel fondamento reale di tutt i
giudizi 329 ). L perciò, anche a quel1 altro modo di vedere unilaterale, che
abbiamo incontrato più sopra (nota 215), egli nettamente contrappone la idea,
che alla modalità dei giudizi, anche relativamente ai concetti di possibile e
di necessario (del pari che più sopra, nota 327), sia da metter a fondamento
una modificazione obbiettiva dell’essere. Dicunlur in argumentis ea. quae a
propositionibus ipsis significantur. ipsi quidem inlcllectus, ut quibusdam
placet, quorum conceptio, SINE ETIAM VOCIS PROLATIONE, ad concessionem alterius
ipsum cogit dubitantem. XJnde et bene rationis nomea in praemissa diffinitione
(cioè in quella di Cicerone [intendi la definizione di CICERONE di ARGVMENTVM ;
Top., cap. 2, § 8]: vedila, riprodotta in BOEZIO, neljla Sez. XII, nota 165)
dicunt apponi ; ratio enim nomen est intcllcclus. qui in anima est. Sed, si
divisioni verbo altendamus, potius argumentum accipiendum erit in designatane
eorum, quae a propositionibus dicunlur, quam eorum intellecluum, qui ab ipsis
" enerantur.... Neque enim in propositione quidquam de intellectu dicilur.
sed, cum de rebus agitur, per ipsam intcllectus generatur, qui neque in sua
essentia necessilatem tenet, neque in/erentiam ad alterum ... linde potius de
bis, quae propositiones ipsae dicunt, supraposita diffinitio ....est
accipienda. 3 “ 9 ) Introd. ad theól III. 7, p. 1134 [141] : Ex quo apparet,
quarti veruni sit,... in illa.... philosophorum regula, cujus possibile est
ante cedens, et consequens, eos ad creaturarum tantum nomea accommodare [IL.
178, 1112]. Dialect. Ex his itaque
manifeslum est, in consequentiis per propositiones de earum inlelleclibus
agendum non esse, sed magis de essentia rerum.... Et in hoc quidem
significalione eorum, quae propositiones loquuntur, una tamen exponitur regula,
quae ait, posito antecedenti, poni quodlibet consequens ejus ipsitts, h. e.:
existente aliqua antecedenti rerum essentia, necesse est existere quamlibet
rerum existentiam consequentem ad ipsam.
Ibid., p. 351: Si quis itaque vocum impositionem recte pensaverit,
enunliationum quarumlibet veritatem facilius deliberaverit, et rerum
consecutionis necessitatali velocius animadverterit. Parimente alle p. 343 s. e 382. 33 °)
Dialect. Unde oportet, ut rcctae sint modales, ut etiam de rebus, sicut
simplices. agant ; et tunc quidem de possibili et impossibili et necessario ;
quod quidem tam in his, quae singultire subjectum hdbenl, quam in his, quae
universale, licei inspicere. Con quel che siamo venuti dicendo intorno alla
essenza, al principio e allo svolgimento della dialettica di Abelardo, crediamo
di esser giunti a farcene ima idea giusta e approfondita, che, ove ce ne fosse
bisogno, potremmo noi stessi avvalorare con un documento estrinseco, servendoci
di un epitafio) composto in onore di Abelardo, da un suo contemporaneo. In
questa dialettica, non è certamente spirito aristotelico quel che ci alita in
fronte, bensì di gran lunga più manifesto vi risentiamo l’influsso ammorbante
dello stoicismo (v. la Sez. VI, note 47-56), che s’era fatto strada negli
scritti di Boezio; poiché quell’associazione di mi rozzo empirismo con un
motivo formale, dato dal progresso verso mia sempre più complessa composizione,
e con l’interesse retorico delFargomentazione, prende proprio là, dove Abelardo sacrifica
dappertutto i motivi logici, per considerare lo stato di fatto obbiettivo il posto di una sillogistica che torni
veramente a profitto del sapere definitorio: e a chi tenga presente la logica
di Abelardo nel suo nucleo centrale, egli appare come un retore che fa la
teoria dell’argomentazione, piuttosto che come un platonico o un aristotelico.
Tuttavia egli è ampiamente giustificabile, perchè delle opere principali di
Aristotele, conosceva, semplicemente per sentito dire, soltanto alcuni
particolari frammentari (note 8-18), e in special modo perchè, dato, per un
verso, 1 ordine irrazionale in cui erano disposte le parti dell’Organon, come
pure date, 881) Citato, attingendo al Rawlinson, dal Rémusat, II. p. 101: Hic
docuit voces cum rebus significare, Et docuit voces res significando notare;
Errores gencrum correxit, ita specierum. Hic genus et species in sola voce locavit, Et genus et
species sermones esse notavit . Sigili*
ficativum quid sit (questo, cioè, è il giudizio: v. la nota 315), quid
significatami Significans quid sit (questa è la parola singola), prudens
diversificar il. Hic quid res essenti quid voces significar enti Luci dius
reliquis palefiecit in arte perilis. Sic animai nullumque animai genus esse
probalur. Sic et homo et \sed?] nullus homo species vocitatur [PL, 178, 104],
per 1 altro verso, le idee che Boezio aveva prese da Porfirio, era inevitabile
che traesse origine da ciò mia concezione contorta e contraddittoria. In
Abelardo, e forse in tutti i suoi contemporanei, si compie la vendetta del
fatto che, da un lato la Isagoge e le Categorie [delle quali, come sappiamo, il
Franti contesta l’autenticità: v. la Sez. IV, nota 5] si tengono più vicine al
platonismo, e che d’altro canto, al tempo stesso, nei libri successivi si trova
contenuto l’aristotelismo; e inoltre può darsi che Abelardo dal suo medesimo
personale talento fosse portato a non curarsi d’intendere più profondamente
queste antitesi, e trascinato ad assumere Patteggiamento del retore. Si direbbe
ch’egli, se fosse vissuto in quei secoli più vicini a noi, sarebbe stato
certamente un seguace di Pietro Ramo. [ql continua l'analisi del contenuto
della Dialettica: le Categorie]. Ma
adesso ci rimane il compito di seguire, anche attraverso le singole parti della
dialettica. Io svolgimento che questa ha avuto da Abelardo, il quale ci si
presenta sulla stessa linea degli altri autori di cui sopra, che hanno promosso
le particolari controversie già ricordate, e dei quali ci è ignoto il nome.
Seguendo la partizione dello stesso Abelardo (note 2,2 ss.), dobbiamo supporre
colmata la lacuna del testo qual è a noi giunto, dovuta alla mancanza degli
Antepraedicarnenta, e pensar di essere già stati condotti così a trattare le
questioni più generali, e che più propriamente si posson dire questioni di principio.
Agli Ante praedicament a tien ora dietro la seconda Sezione della prima parte
principale, cioè i Praedicamenta, dove, come ben s’intende, è preso a
fondamento Boezio, che viene ormeggiato a passo a passo. I concetti di
univocum, e simili, conforme a quanto abbiamo detto più sopra, sono
naturalmente di spettanza dell [a teoria della predicazione, in quanto
quest’ultima ha anche un] aspetto grammaticale 332 ). La categoria della
substantia, che altrove, d’accordo con il de Trin. del Pseudo-Boezio, viene intesa
anche come subsistentia 333 ), è l’atta qui oggetto di una trattazione, che in
tutto e per tutto si mantiene nel più pieno accordo con Boezio 334 ). Più
minutamente è presa in esame la quantità, sebbene qui Abelardo si dovesse
appoggiare a quel che n’era stato detto da altri, perchè, com’egli medesimo
confessa, era ignorante di aritmetica M5 ) ; egli consente con coloro Icfr. le
note 109 e 127), i quali eran di opinione che la linea consista di punti 33 °),
e, riguardo al concetto di numero, si attiene al principio della unità
naturale, condizionata dal processo della creazione (nota 304) : per
conseguenza, in contrasto con le su riferite opinioni di altri (note 199 s.),
qui il fondamento realistico è formato dal singolo, in quanto è particolare, cosicché
da un lato il « numero in generale » include già la pluralità e ha lo stesso
significato che « [le] unità », e d’altra parte i diversi numeri determinati
sono, come sostantivi, le denominazioni di diverse unità collettive superiori,
in maniera comparabile con il procedimento collettivo, onde, secondo diversi
punti di vista, raccogliamo 332 ) Così, occasionalmente, Dialect., p. 480: Hoc
ituque nomea, quoti est aequivocum ÆQVIVOCVM GRICE sive univocum, ex vocabulis
tantum in rebus contingit. 333 ) Introd. ad theol., II, 10. p. 1071 [88]: Unde et
subslanliae quasi subsistentiae esse dictae sunt, et cactcris rebus, quae ei
assistunt, [ci] non per se subsistunt. naturaliter priores sunt [PL, 178,
1060], 334 ) Dialect., p. 173178. (Il
testo del manoscritto incomincia propriamente soltanto a mezzo della categoria
substantia, cioè in corrispondenza con Boezio [in Ar. praed., I: PL, 64,
187-8], p. 133). 333 ) Ibid., p. 182:
Etsi multas ab arithmeticis solutiones audierim, nullam tamen a me praeferendam
judico, quia ejus artis ignarum omnino me cognosco. 336 ) Ibid. : Talem autem, memini, rationem Magistri
nostri sententia praetendebat, ut ex punctis lineam constare
convinccretur.... (p. 183) Alioquin
supraposita Magistri sententia, cui et nostra consentii, etc. le cose ili
specie, o sottospecie, o altrimente ili gruppi 337 ). In quanto che nello
stesso luogo si deve trattare anche del discorso umano inteso come alcunché di
quantitativo, Abelardo combatte il modo di vedere unilaterale, che abbiamo
trovato più sopra, onde si ritenne che fosse l’aria a adempiere l’ufficio di
«significante»: e, assegnando egli invece al suono questa funzione di «
significare », va in cerca di autorità che suffraghino tale sua opinione 338 ).
Ma, immediatamente dopo la quantità, fa posto alle categorie ubi e quando, come
a quelle che per natura sono collegate, nella loro origine, con i concetti di
luogo e di tempo, presi hi esame nella trattazione della quantità 339 ), e
mentre così intende quelle due categorie in 337 ) P186: [numerus] semper.... in
natura discretionem habct, qui solam unitatis parlicularilatem requiril.... cum
nomea numeri plurale simpliciter videatur atque idem cum co, quod est unitates.
Unde opportunius nobis videtur, ut, sicut supra tetigimus, numeri nomea substantivum
tantum sii ac particulare unitatis, atque idem in significai ione quod
unitates. Binarius vero vel ternarius cacteraque nu merorum nomina in/eriora
sunt ipsius pluralis, sicut homines vel equi ad animalia, aut albi homines et
nigri, vel tres vel quinque homines ad homines. Et fonasse quoniam omnia
substantiva numerorum nomina in unitalibus ipsis pluraliter accipiuntur, omnia
ejusdem singularis pluralia poterunt dici, secundum hoc scilicet, quod diversas
unitatum collecliones demonstranl (c£r. la nota 307). Numerus quidem simplex
metialur plurale, alia vero secundum certas collectiones determinala. A ciò fa
poi seguito il passo citato più sopra, nota 199. Cfr. anche alla p. 421: Haec
enim unitas hominis Parisiis habitanlis et illa hominis Romae manentis, lume f
aduni binarium. Unde sola unilatum pluralitas numerimi
perfidi. Così pure a p. 486. ) P* 190:
Nos autem ipsum proprie sonum audiri ae significare concedimus: unde et
Priscianus ( Inst. gramm., I, 1 [ed. Hertz, p. 5]) ait, voccm ipsam tangere
aurem, dum auditur, ac cursus ipse Boethius (deMusica [cap. XIV: PL,63, 1177],
p. 1071 [della ediz. delle Opere di Boezio, Basilea 1546, cit. dal Cousin: p.
1379 della ediz. di Basilea 1570, alla quale, come s’è visto, suol riferirsi il
Prantl]) totam vocem.... ad aures diversorum simul venire perhibet, dopo di che
ci si richiama ancora, con le seguenti espressioni, di forma singolare, ad
Agostino e a Boezio (p. 193): Ipsum etiam Augustinum in Categoriis suis
asserunt dixisse..., e etiam Boethius dicitur in libro musicae artis.... [194]
adhibuisse. 33 °) P195: Hactenus de quantitale disputationem habuimus. Nunc ad
tractalum pracdicamentorum reliquorum operam transferamus, eaqtie geuso
realistico, includendovi anche p. es. il concetto di « ieri » * * 3 '* 0 ),
arriva, per via dell’« essere nel luogo » e delT« essere nel tempo », a
considerare i vari significati di « messe » 341 ), ma cerca, in contrasto con
obiezioni di altri, riferite più sopra (nota 194), le quali mettevano in campo
l’analogia con l’avverbio interrogativo qualiter, di assegnare
quell’espressioni concernenti l’inesse, all’uso del linguaggio secondo la
grammatica 342 ), e di giustificar invece quelle due categorie, come tali, con
la considerazione che in quelle è possibile una comparazione, e che pertanto
non è il caso di ricondurle alla quantità, la quale esclude ima comparazione
343 ) : a ciò del resto si lega ancora il lamento che Aristotele sia stato in
generale così parsimonioso nella trattazione delle ultime sei categorie 344 ).
posi quantitatem exequamur, quae ei naturalitcr adjuncta videntur ac quodam
modo ex ea originem ducere ac nasci. Ilaec aulem ., quando *" ei
..ubi." nominibus Aristoteles designai. Quorum quidem alterum ex tempore,
alterum ex loco duxit exordium. ***) p. 196: v. sopra la nota 196 [reclius
197J. 3)l ) p. 197 : Quum aulem et ..quando" in tempore esse et
..ubi" in loco esse determinamus, non incommodo hoc loco demonstrabimus,
quot modis ..esse in aliquo" accipimus ; Boelliius autem in edilione prima
[198] super Categorias novem computai (dei quali modi segue qui la
enumerazione, ricavata da Boezio [in Ar. praed., I; PL, 64. 172], p. 121: v.
Sez. XII, nota 92; Cousin si scandalizza, per non aver trovato questo passo di
Boezio!). 3 «) p. 200: Si quis autem „qualità “ dica! nihil aliud quam
qualitatem demonstrare, et ..ubi"' dicemus nihil aliud quam locurn
designare, vel „ quando “ nihil aliud quam lempus. Unde et carlini definitiones
recte vel „in loco esse “ vel „in tempore [esse]" dicimus, quae, si
grammaticae proprietatem insistamus, nihil aliud a loco vel tempore diversum
ostendunt.... Videntur itaque magis prò nominibus accipienda esse ..esse in
loco “ vel ..esse in tempore", quam prò definitionibus. M3 ) Ibid .: Haec
autem generalissima ipsa, ut arbitror, comparationis necessitas meditari
compulit. Cum enim quantitates non comparaci constarci (Boezio [in Ar. praed..
II; PL, 64, 215], p. 154), non poteramus comparalionem,,diu “ vel „diuturni “
vel ..extra" ad tempus vel locum reducere: indeque maxime inveniri pracdicamentu
arbitror, ad quae illa reducantur. 3M ) Ibid. : Ac de his quidern
praedicamenlis difficile est pertractare, quorum doctrinam ex auctoritate non
habemus, sed numerum tantum. Ipse enim Aristoteles, in tota praedìcamentorum
serie, sui studii operam Nella controversia intorno alla categoria della
relazione (v. sopra la nota 192), Abelardo finisce con il decidersi a favore
dell’autorità della definizione aristotelica 3, * n ), e così pure la questione
del posto da assegnare ai concetti di simile e di uguale (nota 193) è da lui
risolta nel senso che essi appartengano alla qualità 346 ). [r) i
PostpraedicamentaJ. I Postpracdicamenta
poi, che costituiscono la terza Sezione del Liber partium, contengono, come si
è veduto (nota 272), la trattazione del nome e del verbo, in quanto questi sono
i modi di significare le cose, e vengono considerati quali parti, da cui il
giudizio, come totalità, è costituito. La opinione di Abelardo, riguardo al
concetto di significavi o SIGNIFICATIO (cf. Grice, “Meaning”), da noi
precedentemente messa in chiaro, lo porta qui a dichiararsi d’accordo con quel
Garinondo (nota 82), ch’era un nominalista moderato, e ìwn nisi qualuor
praedicamerUis ndhibuit, Substanliae scilicct. Quantitali, ad Aliquid,
Qualitati ; de Facere autem vel Pati nihil aliud docuit, nisi quod
contrarietatem ac comparalionem susciperent.... De reliquis autem qualuor.
Quando scilicet. Ubi, Situ, Ilabere, eo quod manifesta sunt, nihil praeter
exempla posuit.... De Ubi quidem ac Quando, ipso quoque attestante Boethio (p.
190 [in .-Ir. praed., HI; PL. 64, 262 s.].), in Physicis, de omnibusque altius
subtiliusque in his libris, quos Metaphysica vocat, exequilur. Quae quidem
opera ipsius nullus adirne translator lalinac linguae aplavit ; ideoque minus
natura horum nobis est cognita. Cfr.
più sopra la nota 18, dove abbiamo dovuto accennare di già alla integrazione,
portata più tardi da Gilbert de la Porrée: v. appresso le note 488 ss. Ms ) p.
204: Aristoteles de imperfcelione restrictionis sicut Plato de acceptatione
nimiae largilatis culpabilis videlur ; uterque enim modum excesserit, alque hic
quasi prodigus, ille tanquam avarus redarguendus. Sed et si Aristotelem
Peripateticorum principem culpare praesumamus, quem amplius in hac arte
recipiemus ? Dicamus itaque, omni ac soli relationi ejus diffìnitionem
convenire eie. 346 ) p. 208: At vero, cum similitudo relationibus aggregetur
(Boezio [in Ar. praed., II; PL, 64. 219], p. 157),.... non videtur secundum
solas qualitates simile dici.... His autem. qui simile ac dissimile inter qualitatcs
computant (Boezio [in Ar. praed., Ili; PL, 64, 259], p. 187), monstrari potcst,
res quaslibct in eo, quod dissimiles sunt, esse similes.... At fortasse non
impedit, si in eo, quod dissimilitudinem participanl, similes inveniantur (si
attiene cioè al passo ult. cit. di BOEZIO. pertanto scorgeva la essenza della
significazione non nella parola come tale, bensì nel contenuto concettuale
della parola stessa: un modo di vedere, questo, che Abelardo trova confermato
da passi di Boezio,7 ). Nella disputa intorno alla questione, se le
preposizioni e le congiunzioni sieno da considerarsi come parti del discorso (
nota 206), cerca di conciliare i punti di vista imilaterali dei grammatici e
dei dialettici, attribuendo bensì a quelle parti del discorso la capacità di
significare, ma riconducendo questa capacità, alla stessa maniera che la
modalità della predicazione (note 327 e 330), a una modificazione obbiettiva
348 ); onde, come si vede, anche secondo la opinione di Abelardo, i così detti
byncategoreumata (cfr. le note 174 e 206) dovrebbero coerentemente trovar posto
in una o nell’altra parte della logica. . Ma in tutto il resto egli si tiene
strettamente vicino a Boezio, e cerca di confutare obiezioni, sollevate da
altri 349 ), cogliendo la occasione che di ciò gli era offerta. sn\ 210, dove
alle parole già citate (nota 82) fa seguito immediatamente: linde manifestimi
est, eos velie vocabula non omnia illa significare, quae nominimi (che p. es.
animai non « significhi » •ria senz’altro homo), sed ea tantum, quae definite
designata, ut animai se, Hat animai sensibile, aut album albedinem, quae semper
m ipsis denotanlur. Quorum scntentiam ipse commendare Boethius (p. bij ['«'
divisione: PL, 64, 877]) videlur, cum ait in divisione vocis „vocis attieni in
proprias significationes divisto fit etc .(p. ZÌI) Oiiamen sanificare"
proprie ac secundum rectam et propnam ejus dijjinilionen, signamus, non alias
res significare dicemus, msi quae per vocem concipiuntur. Cfr. la nota 317. 348 ) p. 217: llla ergo
mihi sententia praelucere videtur, ut grammatici consentientes, qui eliam
logicae deserviunt, has quoque per se sisnificativas esse confiteamur, sed in
eo significatwnem earum esse dicamus, quoti quasdam proprietates circa res
forum vocabulorum, quibus apponi,ntur praepositiones, quodam modo
determinerà.... t.onjunctiones quoque, dum quidem rerum
demonstrantconjiinctionem, quamdam circa eas determinant proprietatem. Cfr. la nota 620. ;n ») p eg219, dove di
fronte alla obiezione ricordata piu sopra (nòta 210), si osserva: Veruni ipse
verbo deceptus erat, ac prave id ceperat, verbum dicere rem suam inhaerere.
così relativamente a quei giudizi (nota 211) che non implicano la esistenza
effettiva del proprio soggetto 35 ), e questo nesso, che consiste in quella
rispondenza, onde i due concetti son riferiti uno all’altro, è ciò per cui si
distingue esso giudizio dal giudizio categorico: questo cioè enuncia la
semplice esistenza, mentre l’ipotetico c valido con assoluta necessità, fatta
astrazione dalla esistenza delle cose, ma appunto per questo ricorre all'aiuto
dei loci, relativamente a ciò che non può desumersi dalla semplice realtà 396
). In questo senso ex loco firmitalcm halent. Cujus quidem loci proprietas hacc
est : vim inferentiae ex habiludine, quarti habet ad terminum illatum, conferre
consequentiae, ut ibi tantum, ubi imperjecta est inferentia, locum valere
confiteamur.... Hoc ergo, quod ad
per]eclionem inferentiae deest, loci supplet assignatio. La deno mutazione « inferentia » è derivata dal
termine boeziano « inferre » : e così parimente anche la idea che la
consecuzione abbia a fondamento il nesso della necessità, è presa da Boezio: v.
la Sez. XII, note 153 s. 301 ) p. 330 s.: Quae enim in ea ponuntur vocabula,
essentiae tantum, non habitudinis, sunt designativa, ut « homo » et « animai »
et « lapis». Qui itaque dicuut «
si est homo, est animai, si est homo, non est lapis», nullo modo de
habitudinibus rerum, sed de essentiis agunt, ila.... ut, si aliquid sit
essentia hominis, et essenlia animalis esse concedatur, et lapidis subslanlia
esse denegelur. 39S ) p. 336: Quod autem veritas
hypotheticae propositionis in necessitate consistat, tam ex auctoritate quam ex
ralione tenemus. Questa maniera d’intendere il giudizio ipotetico sembra essere
stata, in modo speciale, peculiare di Abelardo. (Jon. Saresb. Polycr. II, 22,
p. 122 [ed. Webb, I, p. 129]): Solebai nostri temporis Peripateticus Palalinus
omnibus his conditionibus obviare, ubi non sequentis inteileclum anlecedentis
conceptio claudit, aut non antecedentis contrarium conseqitentis destructoria
ponit, eo quod omnes necessariam tenere consequentiam velint. Dello stesso, Metalog.: Miror tamen quare
Peripateticus Palatinus in ipoteticarum iudicio tam artam praescripseril
legem.... Siquidem.... ipotelicas respuebat, nisi manifesta necessitate urgente
[PL, 199, 453 e 904]). 39 °) p. 343: Categoricarum autem propositionum veritas,
quae rerum aclum circa earum existentiam proponil, simul cum illis incipit et
desinit. Hypotheticarum vero sententia nec finem novit nec princi pertanto,
nelle discussioni dialettiche la concessione fatta daH’mterlocutore va intesa,
fatta astrazione dalla sua esatta corrispondenza alla realtà, come una tale
necessità 3B7 ), e nel giudizio ipotetico non si tratta già, come taluni
ritengono (nota 228), de’ suoi singoli membri, bensì proprio di tutto quanto il
nesso tra antecedens e consequens 3BS ) ; inoltre, per la medesima ragione, nel
giudizio disgiuntivo, come già è stato mostrato da Boezio (v. la Sezione XII,
nota 141), è semplicemente da ravvisarsi un’altra forma di enunciazione del
giudizio ipotetico 3BB ). Li base a tale fondamento si parla poi, d’accordo con
Boezio, delle cosi dette « maxitnae proposi tiones » (v. ibid., nota 165), le
quali, in polemica con le idee di altri (v. sopra la nota 228), vengono
ristrette alla forma del giudizio ipotetico 1B0 ). Indi fan seguito pium. Ulule
el antequam homo et animai creata Juerint, vel postquam cliam omnino perierint,
aeque in veritate consisti! id, qupd haec consequentia proponit « si est homo
animai ralionale mortale, est animai. Quia vero calegoricae enuntiationes actum
rerum proponunt quuntum ad enuntiationes inhaerentiae praedicati. actus vero
rerum ex ipsarum rerum praesentia manifestila est, necessitas autem inferentiae
ex aclu rerum perpendi non potest, quae acque, ut dictum est, et rebus
existcntibus et non existentibus. permanet, arbitror. hinc. locum tantum in
hypotheticis propositionibus requiri ; cum de vi inferentiae rerum earum
dubitatur, quae ex actu rerum convinci non possimi. 3BT ) p. 342: Ncque mirri
dialecticus curai, sive vera sit sive falsa inferentia proposilae
consequenliae, ilummodo prò vera eam recipiat ille, cum quo sermo
conseritur.,.. Seti liaec.... concessio vcrae inferentiae in necessitate
recipienda est. >W) p. 353: Quidam lamen has regulas non solum in tota
anteccilenlis et consequcntis enuntiatione, veruni ctiam in terminis eorum
assignaiUes.... Sed.... regulae
sunt accipiendae in his, quae tota propositionum enuntiatione dicuntur. Quoti
autem antecedens et consequens in disjunctis quoque lloethius accipit, non ad
renna essentias, sed ad enuntiationum constitutionem respexit ....Quod ex
resolutione disjunctae di e nosci tur ; ex qua etiam resolutione. hypothelicae,
i. e. condilionales, disjunctivae quoque sunt appellatae. 40 °) p. 359 s.:
Maximarum.... proposilionum proprielales inspiciamiis, quibus quitlem
singularum veritas consequenliarum exprimitur, quaeque ultimam et perfeclam
omnium consecutionum probationem tcnent.... Cum itaque diximus, eas conseculionis sensum habere,
categoricas enuntiationes exclusimus. i singoli loci, e qui Abelardo, esclusi
quelli retorici, vuole metter in campo solamente i dialettici 401 ); l’ordine
di successione in cui son disposti, trova fondamento in Boezio, che, trattando
di questo argomento, cerca (de dijf. top . : v. la Sez. XII, nota 168) di
accordare i loci di Temistio (Sez. XI, nota 96) con quelli ciceroniani
‘"'); ma la conchiusione è costituita da osservazioni sopra
^argomentazione in generale, e sopra la importanza che han per la retorica la
induzione e l’entimema 40S ). Come già più sopra (nota 222) è stato rilevato,
la dichiarazione dei singoli loci consiste nella indicazione ed enumerazione di
« regole », fissate secondo l’uso delle scuole: e anche nella esposizione dello
stesso Abelardo si fa manifesto, hi connessione con quel che 401 ) p. 334 :
Illud praesciendum est, nos, qui haec ad doctrinam artìs dialecticae scribimus,
eos solum laens exsequi, quibus ars ista consuevit uti. 102 ) In confronto con
quell’ordine di successione [seguito da Cassiodoro], del quale abbiamo dato
notizia nel 1° voi. (Sez. XII, nota 184), la materia si dispone qui nella forma
seguente: Anche qui (p. 368) si presentan da principio i loci tratti dalia
sostanza stessa, cioè a diffinitionc, a descriptione, a nominis inter pretal
ione ; ma appresso vengono, in una scelta risultante da una combinazione di
elementi derivali da Temistio c da Cicerone, i loci che son tratti dalle conseguenze
della sostanza (p. 375), cioè a genere, a toto, a partibus divisivis, a
partibus constilulivis, a pari, a praedicato, ab antecedenti, a consequenli ; a
questi fan seguito (p. 386), come loci presi extrinsecus, solamente le
sottospecie del locus ab oppositis, cioè a relatione (inclusi simul e prius), a
contrariis, a privatione et habitu, ab ajfirmatione et negatione (in questa
trattazione delle quattro specie di opposizione vien tirata dentro quasi per
intiero la corrispondente Sezione delle Categorie); poi, come loci medii,
seguono a relativi^, a divisione et parlitione, a conlingenlibiis, e sono
quindi indicati inoltre a compimento
come quelli che vengono raramente in uso (p. 409 : sunt autem alii,
quibus diabetici raro ac nunquam fere utuntur, quos tameri Boethius.,.. non
praetermisit) tra i « loci» ex
consequentibus substantiam, quelli a causa, a materie, a forma, a fine, a motu.
Del resto in tutta questa Sezione il Cousin si è spesso limitato ad accennare
con intestazioni di titoli l’ordine della successione, senza pubblicare il
contenuto stesso. 4 " 3 ) p. 430 ss. I passi ai quali attinge qui
Abelardo, son presi da Boezio, de dijf. top., su cui si fondano queste notizie:
v. la Sez. XII, note 82 e 137. »i è visto più sopra (nota 228), a quanto muneroso
conLvorsic generale abbi. 1. ..pi» tonato nelle svuole l’argomento e la
occasione 404 )r z) i sillogismi ipotetici. Giudizio conclusivo sopra l'opera
di Abelardo]. Infine nel Liber hypo, h e ticorum, cioè nella teoria dei gtudtzi
e 8 dlo gismi ipotetici, viene ora riprodotto per urti ero d con tenuto dello
scritto di Boezio de syll. hypoth Attui trendo a tale scritto, Abelardo
incomincia con lo syol aere per prima cosa 406 ) la partizione del gmdmo ipo
tetico (v. la Sez. XII, note 139 ss.), e, relativamente ai giudizi che
s’iniziano con la congiunzione « cum »
n( . h,, intorno alla causa efficiente e a motu (p. 41.5 ss.) si e g .
376 8B .) causalità divina del creatore de mondo H locas « ge ^ Crca . porla a
prender in coimderazione il processo Stendere il locus a ..one e così comdde
cernii m iUimit;, ta,nenie universale praedicato (p. 484), i fi incontriamo qui
la ter(p. 381). A proposito del Incus °*>opP 4fl7 . comp lexa autem
miuologia « complexa » c « in P ^ ^ cod em contraria cnuncontraria eas dicimus
proposilionc, 7 acgerrt). e così pure tiant hoc SS* immediata inferra«
constantia » (p. 408 [nassunto ue ' imme diMa smt ; qiiam linai habeant,
adjietendumesse..ag»J p hrdus]) _ Abelardo ìss'ù.w ù. >. (v. le note 18 e
344). 405) p. 437-439. tici 406 ); inoltre
combatte la opinione già ricordala (nota 218) di altri, relativamente alla
posizione del « vel.... vel » nei giudizi disgiuntivi 407 ). Ma è poi notevole
quel che vien detto appresso, circa la conversione dei giudizi ipotetici;
questi cioè, quando sono in forma disgiuntiva, potrebbero esser convertiti
simpliciter (scambiandosi di posto i termini della disgiunzione!), e lo stesso
potrebbe pure ripetersi del giudizio, che contenga [la enunciazione di] una
[relazione di] contemporaneità, e che incominci con «cum»; invece, quando si
tratti del giudizio propriamente ipotetico, fondato sopra il nesso della
necessità naturale, il principio fondamentale, a tutti noto, della consequenlia
(vedilo in Boezio, Sez. XII, nota 145) sarebbe da prendere [cfr. ibid., nota
130] nel senso che qui si dia un caso di conversiti per contrapositionem 40S ).
Ma se questo preteso compimento della teoria tradiziosed ad conceptus tummodo
leritatem Aeque cairn unus est intellectus ..lapis ratio,lamultos intellectus '
*“"iplicem l’ero intellrctum dicimus muuos intellectus ab invicem
dissolutos, ut si dicam animai" pauluhim quiescens, addam „rationale'\ ’
Cfr iuvece ' 4 ?» C " Abc,:!r US Wmim
P erso ' lalem discreti,m,m attendimi, h. e. simpliciter hominem
excogilo,,n eo scilicel tantum, quod homo est i e animai rat tonale mortale,
non edam in co, quod esVhic ho moti file ri!!ru rSale h “ J iu ‘ c ", s
“hslraho individui s. SU itaque abstractio superna r‘ l "feTtor, lbus : «“
scilicet universalium ab individui per praedicationem subjecds, sme Jarmari,m a
materiis per fundationem no/, Subtrac "° f ero e con, rario dici
potest,... cum alìquis subjeclae naturam essenti,,,absque omn, forma nidtur
speculari. Uterque autem
mtellectus, tam abstrahens scilicel quam subtrahens, aliter quam res se habet
concipere V, detur.... p. 482: Nusquam enim ita pure subsistit S smt“Pl T C ° n
rP llUr 'E *. m,ìla esl na •) a: Non vidctur ergo transferenda conversatio
dialeclicorum ad huiusmodi propter inconvenientia.... 33,
p. 91 b: Quod ergo dica Johannes Damasceni is (v. la Scz. XI. nota 170), non
ita accipiendum, ut universalia et individua ita accipiantur sicut in
philosophicis disciplinis.... Si quaeratur, an hoc praedicabile,.deus“ sii
universale rei CARLO PRANTL tavia in molte delle sue trattazioni al De
Trinitate del Pseudo-Boezio (v. le note 35 ss.), e anzi con la comica
osservazione che quello scritto è fdosofico (!) più che teologico, e che perciò
non si deve lasciarsene sviare 451 ) ; inoltre la distinzione della sostanza
come soggetto e della sostanza come forma, del pari che la distinzione della
forma sostanziale come produttrice dell’individuo e come suscitatrice delle
specie e dei generi, ci fan soltanto vedere il realismo platonico-teologico
nella sua forma più rozza 452 ). Parimente nel suo contemporaneo Roberto da M e
1 u n [m. 1167], molto celebrato per la sua superficiale abilità nella
dialettica 453 ), si trova nient'altro che il solito realismo ontologico, il
quale teoreticamente è tanto ottuso da non poter in generale interessarsi ai momenti
individuimi, neutrum hic admittendum [PI,, 211 922 e 921], E tuttavia fu anche
lui accusato di eresia : v. lu nota 478. 451 ) Ibid., I, 4, p. 8 b: Ideo
imponitur Boelio, quod illam diffmitionem (cioèfdi persona ) magis posuit ut
philosophus, quam ut thcoloP" s 32,
p. 93 b. : Sed nostri thcologi plerique non habent illam diffinitionem prò
aulhentica, quia magis Juit philosophus quam theo^^923 I {t mag * S “) Ibid,, 1,6, p. 12 a: Subslantia a
subslando dicitur ipsum subjectum, quod substat Jormis, sive sit corpus sive
alia res. Substantia a
subsistendo dicitur forma, quae adveniens subjecto illud subsistit, i. e. sub
se et aliis Jormis sistit, i. e. substare sibi et aliis Jacit, sìcut imago
sigilli ceram.... Sed substantialis forma duplex est, vel quae facit „quis“, et
lalis est omnis individualis proprielas, i, e. individuo et proprio nomine, ut
Platonitas, cujus parlicipatione Plato est quis ; vel quae facit „quid“. ut
speciale vel generale, i. e. quae speciali vel generali nomine significatur, ut
humanitas, animalitas, cujus participatione Plato est ..quid", non vero
„quis“ [806-7], 4M ) Joh. Saresb. Metal.. II, 10, p. 78 s. (ed. Giles [e
Webb]): Sic ferme loto biennio conversatus in monte (cioè Sanctae Genovefae),
artis huius praeceploribus usus sum Alberico (v. sotto la nota 521) et magistro
Rodberto Meludensi (ut cognomine designetur quod meruil in scolarum regimine,
natione siquidem Angligena est); quorum alter.... Alter aulem (cioè Roberto),
in responsione promptissimus, subterfugii causa propositum numquam declinavit
articulum, quia alteram contradictionis partem eligeret ani determinata
multiplicitate sermonis doceret unam non esse responsionem.... In responsis perspicax, brovis et commodus [PL
logici, oppure, dove s’interessa, si mostra appunto in tutta la sua debolezza,
come p. es. quando si polemizza contro chi riconosce carattere unitario al
significato che è racchiuso in « est », e a quello ch’è racchiuso in « ens »
154 ). Ma per conseguenza non fa maraviglia che gli scolari di questo Roberto
vilipendessero la Topica aristotelica, giudicandola un libro inutile (v. sopra
la nota 29). [§ 35. Gilbert de la
porrée: a) il commento al De Trinitate del Pseudo-Boezio : posizione teoretica
ingenua e contraddittoria]. Invece
LnGilbert de la Porrée (nato a Poitiers, e perciò detto anche Pietàviensis,
morto nel 1154) l’alterco dei teologi intorno alla Trinità ha dato occasione a
una concezione logica, nettamente determinata, riguardo agli universali, e
bisogna pertanto che ci teniamo presente più da vicino, oltre allo scritto De
sex principila, reputato di grande importanza nei secoli successivi, anche il
commento dello stesso Gilberto al De Trinitate del Pseudo-Boezio 45 °). Che
Gilberto conoscesse di già gli Analitici di Aristotele, è stato ricordato già
più sopra (nota 21); tuttavia, fatta astrazione da quella citazione, egli in
realtà non trae ulteriormente 1M ) Oltre alle notizie che si trovano nel De
Bollai', Hist. Universitatis Paris., II. p. 264 [ivi, p. 585628, testi di R. da
M.], I’IIauréaU, de la phil. scolasi., I, p. 333 ss. [Hist. de la ph. scol., I,
p. 491ss.], ha riprodotto ancora vari tratti da manoscritti ; di quel ch’egli
riferisce, poiché tutto il resto non ha che fare con il nostro presente
intento, può citarsi, riguardo a un punto di logica, il passo seguente (p. 333
[492]): Has verovoces „esl“ et „ens** ejusdem esse significationis, omnes
philosophicae clamitanl scriplurae. In istis ergo locutiotlibus,,tiiundiis est
ens**, ..mundus esf”, terminis oppositis idem significatile; sed nullus tanta
amentia ignorantiac excaecatus est, qui aliquam harum vocum „essentia, est,
ens** in illa significalione retenta, in qua creaturis convenit, Deuni vcl
essenliam divinam significati praesumut, e via dicendo [Su Rob. da Melun, v.
ora Uebervveg-Geyer, p. 272 e 276-8], «*) Riprodotto a stampa nel voi. delle
Opere di Boezio, ed. di BasUea 1570, p. 1128-1273 [PL, partito da una
conoscenza intrinseca dei principii ivi contenuti, bensì si limita ad aggirarsi
entro l’orbita, più ristretta, della logica scolastica generalmente in uso 4S0
). Mentre anch’egli ci mostra il singolare spettacolo della contraddizione,
onde da un lato si fa sfoggio di tutto l’acume logico nella discussione sopra
la Trinità (v. tuttavia la nota 478), e intanto, dall’altro lato, si mantiene
ima separazione assoluta di Dio e del mondo della natura, semiira in verità che, sul compito e la
posizione della logica, egli non sia stato in se stesso del tutto chiaro. Nè si
può in Gilberto, neanche allo stesso modo che in Abelardo, distinguere le sfere
della ontologia e della logica, ma, a mal grado di tutto il suo fondamentale
tono realistico, egli accetta con piena ingenuità e senza incertezze il
principio della funzione della espressione linguistica umana; poiché
l’eccitazione della intelligenza egli la fa dipendere affatto ugualmente,
ripetendo un detto di Boezio, dalla proprietà delle cose, altrettanto che dal
significato costituito delle parole 45 . 7 ): e se alla stessa maniera trova la
qualità del giudizio nella successione delle cose e delle parole, o nella
modalità della espressione, ciò che
potrebbe rammentarci Abelardo : v. le note 318, 327, 330 , e con questo
richiama energicamente l’attenzione sopra la forma verbale 458 ), egli torna da capo 156 ) Così p. es. a p.
1185 [1315] egli ricorda la differenza tra sillogismo ed entiinena, a p. 1187
[1317] la« dialecticorum omnibus nota topica generalis, », a p. 1225 [1361] la
«regula dialeclicorum [de conversione] », ap. 1187 [1317] la «concepito
communis », a p. 122 1 [1360] il « conceptus non entis [rectius : ejus quod non
esl] » (p. es. i Centauri), a p. 1226 [1362] il nihil come nomea infinitum. e
via dicendo: c anche la menzione che fa de’ sei sofismi (p. 1130 [1258]) può
averla attinta alla stessa fonte che Abelardo (v. sopra la nota 7). 457 ) Cum
in aliis inlelligenliam excilel rei certa proprietas, aul certa vocis positio,
ctc. Trio quippe sunt.
res, et intellectus, et sermo. Res intellectu concipitur, sermone significatur
(Boezio, p. 296 [toc. tilt. cit. (alla
nota 436), p.20:PL, 64, 402]: v. la Sez. XII, nota 110). 45s ) p. 1130 [1258]:
Qualitas autem orandi vel in rerum atque dietionum consequentia. vel in
earumdem tropis attenditur. logica in occidente a collocare il contenuto
filosofico, che 6 considerazione approfondita della proprietàs rerum,
immediatamente accanto alle loqttendi rationes, che son di competenza della
logica, e in pari tempo accanto a, momenti grammaticali, e a quelli sofistici,
e a quelli retorici • ). fb) concetto di sostanza. Teoria delle formae
nativae]. Pertanto Gilberto, nelle questioni riguardanti la relazione della
obbiettività ontologica con la subbie»,vita logica, è persino ancor più ingenuo
che non fosse stato lo Scoto Eringena: ma invece, dal primo di tal, punti d,
vista, cioè dal lato obbiettivo-ontologico, il concetto, ond eg i prende
posizione tra gl’indirizzi che si contrastavano nella contesa intorno agli
universali, è il concetto d, sostanza; e se la sua posizione ci mostra punti d,
contatto essenziali con altre correnti, questa è appunto una prova novella
dell’incrociarsi delle opposte tendenze in vari punti nodali. . Nel concetto di
sostanza che, in maniera omnicomprensiva, va considerato come genere supremo d,
tutti gli esseri, così corporei come incorporei, Gilberto distingue cioè,
conforme al punto di vista della terminologia teologica (ossia dtel
Pseudo-Boezio), due aspetti, onde m un essere viene designata quale g ua
sostanza così que ch’esso è (quod est subsistens), come anche ciò, per cui esso
è quel che è {quo est subsistenUa) ). Ma ora, m # [1406]: Quia omnis dictio
diversa significa,, quid e, de quo diligens “ u,U X 1246 113831: Ne ergo
lectorem decipere possit aliqua dictio, «Hfndat ; ^ locis am siderans, de tot
signifiirSX’lSto pertinet, convenientium illi rationum admtnÌC ‘t i'X 2 [1281]:
Hoc nomea, quod est ..substa,aia“ non a pe_-\ d. 1145 112741: Subsistentia
causa est, ut id, quod per eam est aliquid, suis propriis sit subjectum. p. 1175 [1305]: Quoties enim subsistens ex
subsistentibus conjunctum est. necesse est, ejus totum esse, i. e. Ulani qua
ipsum perfectum est subsistentiam, ex omnium parlium suarum omnibus
subsistenlus esse conjunctam. concetti ili genere e di specie hanno un altro
essere da quel delle cose stesse; poiché i primi hanno appunto solamente
l’essere della sussistenza, e invece le seconde hanno l’essere, come soggetti e
sostrati degli attributi unificati nella sussistenza 4 ' 0 ). E così il
pensiero intende i concetti generici e specifici, come gli universali di fronte
alle cose particolari, argomentando, con un atto di metter assieme (colligere),
dagli oggetti particolari concretamente esistenti, ai quali ineriscono gli
attributi, l’essere della sussistenza 471 ); e da tale punto di vista poi le
cose naturali, rispetto alla sussistenza del genere e della specie, alla quale
[sussistenza] partecipano, come le cose singole partecipano all’essere
sostanziale, vengono significate con i nomi di specie e di genere, del pari che
gli attributi vengono enunciati come predicati, e, anche denominativamente, la
sussistenza stessa viene chiamata soggetto 472 ). Ma, come il concetto del
metter assieme ( collectio ), for47,) ) Genera et species, i. e. generales et
speciales subsistentiae, subsistunt tantum, non substanl vere.Ncque enim
accidenlia generibus speciebusve contingunt. Ut quod sunt, accidentibus debea
ni (il concetto di accidens, qui come dappertutto, è preso in tal senso da
comprendere, di fronte alla sostanza, tutte nove le altre categorie)....
Individua vero subsistunt quidem vere.... Informata enim sunt jam propriis et
specificis differentiis, per quas subsistunt. Non modo autem subsistunt, veruni
etiam substanl individua, quoniam et accidentibus, ut esse possitit, ministrant
: dum sunt scilicel subjecta.... accidentibus. 471 ) p. 1238 [ 13715] :
Essentiae in universalibus sunt, in partimilaribus substant . Subsistentiae
[così il Prantl, ma nelle ediz. cit. : substantiae] in universalibus sunt, in
parlicularibus capiunt substantiam, i. e. substant.... Universalia, quae
intellectus ex parlicularibus colligit, sunt, quoniam particularium illud esse
dicuntur, quo ipsa particularia aliquid sunt. Particularia vero non modo sunt,
quod utique ex hujusmodi suo esse sunt, veruni etiam substant. 472 ) p. 1137
[1265]: Ad generales quoque et speciales subsistcn tias, quae subsistentium, in
quibus sunt. esse dicuntur, eo quodeis, ut sint aliquid, conferunt, ejusdem
nominis, i. e. matcriae, alia fil denominatio.
p. 1140 [1269]:
Essentia est illa res, quae est ipsum esse, i. e. quae non ab alio lume mutuai
dictionem, et ex qua est esse, i. e. quae caeteris omnibus eamdem quadam
extrinseca participatione communicat .... Namque et in naturalibus omne subsislenmaluiente
usato da Gilberto per dar una definizione del genere 473 ), lo abbiamo di già
incontrato più sopra nella teoria della indifferenza (nota 136), in Gausleno
(nota 146) e nell’autore dello scritto De gen. et spec. (nota 162), così Gilberto associa a questo concetto,
ispirandosi a vedute realistiche, una concezione, da lui designata con le
espressioni « substantialis similitudo » o « conjormantes subsistentiae », ma
di preferenza con il termine, che ricorre in lui così frequentemente, di«
conjortnilas», anche esteso ai nomi delle cose 471 ); nè può qui disconoscersi
tinnì esse ex forma est, i. e. de quocunque subsistcnte dicitur « est »,
formar, quam in se habet, participatione dicitur. p. 1141 [ 1270J : Omnia de subsistente
dicuntur : ut de aliquo homi/ie tota forma substanliae, qua ipse est perfectus
homo, et omne genus omnisque differcntia, ex quibus est ipsa composita, ut
corporalitas et animatio, ...et denique omnia, quae vel loti illi formae
adsunt, ut humanitati risibilitas, vel aliquibus partibus ejus. p. 1145 [1274]: Quoniam... subsistentia causa
est, ut id quod per eam est aliquid, suis propriis sit subjectum, ipsa quoque
per denomi nalionem eisdcm subjecta dicitur, et eorunUkm materia.... (p. 1146 [rectius : 1142
(1270)]): et ideo gerteraliter cum qualitalibus qualitas ....dicitur, et cum
solis albedinibus specialiter albedo. Atque
adeo multa sunt. quae de. istis dicuntur : ut saepe etiam efficiendi ralione a
coaccidentibus ad ea, quibus coaccidunt, denominativa transsumptio fiat. Ut «
linea est longa, albedo est clara». p.
1199 [1329]: Hoc igitur, quod* habet a sua substantia, nomea, ad ea, quae ex
ipso [il Pranll legge: ipsa] fluxerunt, denominative transsumptum est. 473 ) p.
1252 [1389]: Genus vero nihil alimi putandum est, nisi subsistentiarum secundum
totam eorum proprietatem, ex rebus secundum species suas differentibus, similitudine
comparata collectio. 174 ) p. 1135 [1263] :,l)iversae,... subsistentiae, ex
quartini aliis homines, et ex aliis equi, sunt ammalia, non imitationis vel
imaginaria, sed substantiali similitudine ipsos, qui secundum eas subsistunt,
facilini esse conformes. p. 1136 [1263
s.] : Dicuntur etiam multa subsistentia unum et idem, non naturar unius
singularilate, sed multarum, quae ralione similitudinis fit, unione ....Ilio,
quae divcrsarum nnlurarum adunai conformitas, genere vel specie unum dicuntur
.... Tres homines.... neque genere ncque specie, i. e. nulla subsistentiarum
dissimilitudine, sed suis accidenlibus dissimilitudinis distant . Sunt
conformantium ipsos subsistentiarum numero plures. p. 1175 [1305]: Conformitate aliqua....
plures homines dicuntur unus homo. p.
1192 [1322]: Secundum proposìtae naturar plenitudinem.... dicitur substantialis
similitudo : qualiter album albo simile est, et homo homini. p. 1194 [1324]: Tales sunt omnes differentiae
illae, quae[cunque] rei huic generalissimo proxime cum ipso quaedam contrae-l’affinità
con la« similia creatio» del libro De gen. et spec. (nota 163), e
particolarmente con la « consimilitudo » di Abelardo (nota 299) ; ma è degno di
nota che il termine « indìfierentia », che pur doveva offrirglisi affatto
spontaneamente, Gilberto lo usi esclusivamente a proposito di discussioni
teologiche intorno alla Trinità « 5 ), e che pur si serva invece, così per
sostanze come per attributi, del termine « identitas» 47B ). In generale egli
intende questa virtù formativa degli universali in senso realistico, a tal
punto, che, p. es., non solamente la bianchezza, ma anche la unità appare a lui
come una tale forma, la quale deve, qualunque sia il predicato, cooperare per
far del soggetto di esso una cosa 477 ): e, mentre con ciò si trova esposto
alla obiezione sopra citata (nota 438) : ed è possibile che fosse diretta
proprio contro Gilberto), arriva qui a stabilire una distinzione, utilizzabile
per la questione della Trinità, ma poi da capo violentemente combattuta da
altri, fra la unità e 1’ Uno, o in generale tra gli aggettivi numerali e le
forme ideali che stanno loro a fondamento
in quanto che quelli posson essere predicati soltanto delle fiorii
similitudinis consumimi genera, quae a logica.... subalterna vocanlur ■ vel subalterna
similiter adhaerentes, quamlibet siib ipsa Subsistentiam specialem componuntp.
1231 [Ì370]: ffomo subsistentia spedala, quae est hujus nomina qualità» una
uulan conformilate, sed plures essenliae singulantate, de singola honunibus....
Parimente p. 1251 [?}» 1262 [1399], ecc. |9Q0) in ) Così, p. es., p. 1134, 1152
e 1169 [1262, 1280 e 1-99]. 4tg\ p H 69 [1299]: Identitate unionis.... homo
idem quod nomo est. Nam'piato et Cicero unione speciei sunt idem homo. .. auae
ex proprietate est unitatis |Prantl legge: propnetata est unitale ], q “ra,ion
P ale P idem quod rationate est, eduli anima hommu, et,pse homo, non unione
speciei, sed unitale propnetata, sunt unum ra donale. [ 1309 ]: Vnilas
omnium.... praedicamentorum Comes est. Narri de quocunque aliquid praedicatur,
idpraticato ?“**'” «* hoc, quod nomine ab eodem sibi indilo, et verbi
iubifonm'i compos.tione ... esse significata, sed unitale,psi cooccidenfe esf
um m ul album albedine quiden, album est, sed un,late cocce,dente albedim,
unum, et simul albedine et ejus comite annate est album unum. cose concrete,
che appunto sottostanno all’azione formativa degli universali ideali 478 ). Ma
poi al concetto di conjormitas si associa inoltre anche un modo d’ intendere,
secondo il quale nell’ individuo tutte le determinazioni possibili sono unificate
per tal maniera, che esso, nella totalità della sua sussistenza (cfr. la nota
462), non è conforme a nessun altro essere, e pertanto la individualità
consiste in questa dissimiglianza di essenza, mentre all’ incontro tutto quel
che c’è di nonindividuale si fonda sopra una somiglianza, e può pertanto venire
compartito ne’ suoi modi di manifestarsi, individuali e concreti, che in esso
sono simili, ma tra loro son dissimili: concezione questa, che Gilberto
carat47S ) p. 1148 [1277]: Quod est unum, res est unitali subjecta, cui
scilicet vel ipsa unilas inest, ut albo : rei adest, ut albedini. Unitas vero
est id, quo ipsum, cui inest, et ipsum, cui adest, dicimus unum: ut album unum,
albedo una. liursus ea, quae dicimus esse duo, in rebus sunt, i. e. res sunt
dualitati similiter subjcctae, quae dune sunl.... ldeoque non unitas ipsa, sed
quod ei subjeclum est, unum est ; nec dualitas ipsa, sed quod ei subjectum est,
recle dicitur duo . Nani vere omnis
numerus non numeri ipsius, sed rerum sibi suppositarum est numeriti. Ma che in
generale persino questo sforzo, ispirato alla più stretta ortodossia, abbia
raccolto poca gratitudine dalla parte di vari altri teologi, lo desumiamo dal
fatto che, come riferisce il Du Houlay, Il istoria Universitatis Parisiensis,
I, p. 404 [rectius : p. 402 ss.: y. inoltri ibid. p. 741, e particolarmente p.
200], il Priore Gualtiero di S. V ittore compose egli stesso uno scritto contro
i« quattro labirinti di trancia» [Contro qualtuor labyrinthos Franciae : lo
scritto si suol citare appunto con questo titolo], cioè contro Pietro Lombardo
(v. sopra le note 41 ss.), Abelardo, Pietro da Poitiers e Gilberto; da
manoscritti di tale opera (conservati nella Biblioteca di S. Vittore) il
Launoi, de varia Aristot. in Acad. Paris. Jori., c. 3. p. 29 [p. 189 della
ediz. di Vittemberga, 1720], comunica il passo seguente: Quisquis hoc legerit,
non dubitabit, qualuor Labyrinthos Franciae, i. e. Abaelardum et Lombardum,
Pelrum. Pictavinum et Gilbertum Porretanum. uno spiritu Aristotelico afflalos,
dum ineffabilia Trinitatis et Incarnationis scholastica levitate tractarent,
multas haereses olim vomuisse, et adhuc errores pullulare [Cfr. UEBERtYEG
Geyer, p. 271]. Maggiori particolari sopra questo alterco fra teologi sono
stati riferiti dall’UsENER nei Jahrbiicher fiir protestantische rheologie, voi.
V (1879), p. 183 ss. [« Gislcbert de la Porrée» è il titolo della nota,
riprodotta nel IV voi. della raccolta delle Kleine Schriflen dell’Usener,
Lipsia terizza scegliendo, per i così detti nomina appellativa, il termine «
dividila », che troviamo qui per la prima volta, e, per i così detti nomina
propria, il termine « individua » 479 )Per la logica, una maniera di trarre
partito da questo realismo ontologico consiste nell’andar su e giù per la
Tabula logica, come si fa, secondo il procedimento di Boezio, nella definizione
e nella divisione 48 °) : consiste pertanto nella funzione predicativa,
inquantochè quel che dal predicato si predica, relativamente alle cose
concrete, non è mai l’essere concreto per se stesso, ma solamente la essenza,
cioè la sussistenza e gli attributi essenziali 481 ): vale a dire che il
realismo di Gilberto trova la propria espressione in ciò, ch’egli considera
tutte le categorie come le causalità reali del loro manifestarsi nelle cose concrete,
e le designa pertanto come sommi generi non dei 47 9\ y 1164* 112941: Si enim
dividuum facit similitudo, consequens est ut individuimi dissimilando. p. 1236
11372]: Homo et sol a Grammatici appellativa nomina, a Dialeclicis vero
dividila vocantiir Plato vero et eius singularis albedo, ab eisdem Grammatica
propria, a Dia lecticis vero individua. Sed horum homo tam aclu quam natura
appella tivum vel dividuum est; sol vero natura tantum, non aclu. Multi nam que non modo natura,
verum etiam actu, et fuerunt, et sunt, et sant, subslanliali similitudine
similes hommes. Pestai igitur, ut illa tantum sint individua, quae ex omnibus
composita. nullis aliis in loto possimi esse conformia, ut ex omnibus, quae et
actu et natura fuerunt vel sunt vel futura sunt, Platoms collecta Hatomtas. 112g jj 255 j. Sia* in diffinitiva demonstratione
specie» aenere, sic in divisiva genus specie declaratur. Nulla species de suo
genere praedicatur» in diffimtionum genere verum est; itero « orarti* species
de suo genere praedicatur » in divistonum genere verum est., 48 i\ p. 1244
[1381]: Nunquam enim id, quod est, praedicatut % sea. esse et quod illi adest,
praedicabile est, et sine tropo, non msi de eo, quod est. (Se Gilberto con
queste parole designava ì giudizi puramente esistenziali come inconcludenti, si
metteva con ciò da capo in contrasto con certi teologi: v. Otto Frisino, de
gest. Fnd.. I, 52 n. 437, ed. Urstis [MGH, XX, p. 379-80]: Erat quippe
quorunda'm in logica sententia, [quod.] cum quis diceret, Socratem esse, nihil
diceret. Quos praefatus episcopus [intendi appunto 1 episcopus (i tctaviensis)
Gisilbertus ] seclans, talem dicti usuro haud premeditate „d theologiam
verterà!). predicati ma degli oggetti,
si che per conseguenza la jacultas logica contiene semplicemente un ricalco
della realtà 482 ). Ma, su questo punto, non si limita a distinguere le
categorie, alla solita maniera, onde quella della sostanza si contrappone a
tutte le altre nove, bensì queste ultime si dividono a lor volta, secondo che
appartengono all’ intima essenza, o han per contenuto solamente una relazione
estrinseca 483 ) ; cioè, qualità e quantità, che appartengono alla « natura»
(nota 461) o alla sussistenza, servono perciò ancora a predicare il vere esse,
laddove le altre sette categorie,
inclusa dunque pur quella della relazione , esclusivamente ricadono
nella sfera degli status e delle loro esterne mutevoli circostanze (status :
cfr. circumstantia in Boezio, Sez. XII, nota 166) «“). 4S2 ) p. 1173 [1303]:
Ilorum nominum illa significata, quae diversis rationibus Grammatici
qualilates, Dialectici cathegorias, i. e. praedicamenla, vocant, praedicantur
substantialiter, p. 1153 11281-2]:
Qualilas ....omnium qualitatum gcneralissimum est, et quantilas omnium quantilatum....
Ideoque qualitas est qualitas genere cujuslibet qualitatis, quale vero est
quale qualitate cujuslibet generis.... Sirniliter nullum, quod est ad aliquid,
relatio est. et nulla relatio est ad aliquid. Sed.... id, de quo ijJsa dicilur,
est ad aliquid.... Ubi quoque, et quando, et habere, et situm esse, et Jacere,
et pati, rwmina sunt generalissima, non eorum quae praedicantur, sed eorum de
quibus praedicantur.... Ilaec igitur praedicamenta talia sunt relationibus
logicae jacullatis, qualia illa subjecta, de quibus ea convenit dici, permiserint. p. 1146 [1274]: Caeteras, quae in corporibus
sunt, vocantes formas, hoc nomine abutimur, dum non ideae, sed idcarum sint
eìxóveq, i. e. imagines, quod ulique nomen eis melius convenit. Assimilantur
enim.... quadam extra substantiam imitatione his formìs, quae non sunt in
materia constitutae, sinceris) p. 1153 [1282]: Quidquid hoc est subsistentium
esse; eorundcm substantia dicilur. Quod ulique sunt omnium subsistentium
speciales subsistentiae, et omnes ex quibus hae compositac sunt, scilicet,
eorumdem subsistentium, per quas ipsa sibi conformia sunt, generales, et omnes,
per quas ipsa dissimilia sunt, dijjerentiales.... Accidenlia vero de illis
quidem substantiis, quae ex esse sunt, aliquid dicuntur, sive in eis creata,
sive extrinsecus affixa sint, sed eis tantum, quae esse sunt, accidunt. 484 )
p. 1156 [1285]: Ilare quidem, i. e. subslantiae, qualitates, quantitates, sunt
talia, quibus vere sunt, quaecunque his esse proponuntur, ideoque recte de
ipsis praedicari dicuntur. Reliqua vero sep[d) lo scritto De sex principiis:
un'abborracciatura]. Ma proprio
quest’ultimo argomento ci porta a prender in esame lo scritto di Gilberto De
sex principiis, un pasticcio veramente pietoso, che fu già commentato da
Lamberto da Auxerre (v. la Sez. XVII, nota 116), e poi, in conseguenza
dell’autorità goduta da Alberto Magno (ibid., note 439 s.), venne a essere
tenuto in così grande conto da essere formalmente incorporato aH’Organon 485 ).
ivi c’ imbattiamo novamente (cfr. la nota 461) nel concetto di essere sostanziale,
nel quale risiede la forma di un intrecciarsi degli elementi della essenza 486
) : e a tale proposito si fa la osservazione, la quale, come più sopra (nota
464), resta senza motivazione, che cioè dalla singolarità delle cose concrete
il pensiero trae fuori e intende quell’elemento, cb’è, nella sua unità, commune
e universale 487 ). Ma poi si passa a considerar le categorie. lem generai»
accidentia.... [non] vera essendi rationc praedicantur. Narri.... extrinsecis
scilicet eircumfusus et determinatili minime praedicaretur, si non prius suis
esset per se propri elalibus informatili.
p. 1160 [1290]: Sic ergo praedicatio alia est, qua vere inhaerens
inhaerere praedicatur ; alia, quae quamvis forma inhaerentium fiat, tamen ila
exterioribus datur, ut ea nihil alieni inhaerere inlelligatur. Caetera vero
(cfr. la nota 461). quae de ipso noturaliter dicuntur, quidam ejus status
vocantur, eo quod nunc sic, nunc vero aliler, rctinens has. quibus aliquid est,
mensuras et qualitalcs et maxime subsistentias, statuatur.... Situ, vel loco,
vel Inibita, vel relatione, vel tempore, vel actione, vel passione slatuitur.
Cori, quanto alla categoria della relazione, vien detto inoltre, nella forma
più esplicita, a a p. 1163: relativa praedicatio ....consislil.... non in eo, quod
est esse. 485 ) In conseguenza del suo accoglimento neH’Organon, è stato
stampato in quasi tutte le più antiche traduzioni latine di Aristotele; io cito
dal voi. I delle Opere di Aristotele in versione latina, Venezia 1552, in fnl.
[Qui s’includono tra parentesi quadre i riferimenti al testo accolto nella PL:
cfr. più sopra la nota 21]. 4S “) Cap. 1, f. 31, v. A: Forma est compositioni
contingens, simplici et invariabili essentia consistens.... Substanliale vero
est, quod conferì esse ex quadam composilione compositioni, ut in pluribus,
quod impossibile est deesse ei [PL, 188, 12589]. 487 ) f. 31, v. B: Sicut ex
plurium partium coniunclionc constitutio quaedam primorum excedens quantitatem
ejfìcilur, sic ex singularium discretione unum quoddam intelligilur. eorum
excedens praedicationem. Così anche
[Cap. 2], f. 32, r. B: omnes quidem homines eius hominis. qui communis est, et
universale con quella stessa dicotomia (note 483 ss.) di categorie intrinseche
ed estrinseche, ma con questa differenza tuttavia, che cioè qui la categoria
della relazione non viene ora più annoverata fra le categorie estrinseche,
bensì questo gruppo viene a esser costituito dalle ultime sei categorie
soltanto (actio, passio, ubi, quando, situs, habere) : e poiché delle prime
quattro categorie ha di già parlato a sufficienza Aristotele, Gilberto vuole
trattare ora più compiutamente appunto di queste altre sei 488 ). Sodisfa cosi
un bisogno, che abbiamo veduto di già manifestato piu sopra (note 18 e 344): e
qualificando Gilberto, con la sua mania realistica, anche queste categorie come
« principia» (cfr. le note 477 e 482), tale suo scritto, privo di senso comune,
venne ad assumere più tardi, anche in considerazione del suo titolo, una cosi
grande importanza, da esser accolto per cosi dire nelFOrganon come sua parte
integrante. [e) i sei « principii»: actio, passio, quando, ubi, situs,
habitus]. Per prima cosa vien definita l
'actio, e, con il più netto dualismo tra azione corporea e azione psichica, la
si qualifica come legata da relazione di reciprocità con il concetto di
movimento 489 ) : a ciò fa seguito la osservazione che la particolarità
delazione ha per 4#8 ) [Cap. 2], f. 32, r. A: Eorum vero, quae contingunt
exislenti, singultirli aul extrinsecus advenit, aul intra subslanliam consideratur
simpliciler : ut linea, superficics, corpus. Ea vero, quae extrinsecus
contingunt, aut actus, aut pati, aul dispositio, aut esse alicubi, aul in mora,
aut habere necessario erutti. Sed de his, quae subsistunt, et quae non solum in
quo existunt exigunl, in eo qui « de Categoriis» libro inscribilur, disputatimi
est: de reliquis vero continuo aeamus [1260], * 4S “) Cap. 2, ibid. : Actio
vero est, secundum quam in id, quoti subiicitur, agere dicimur.... Differunt
autem, quoniam ea, quae corporis est, rnovens est necessario illud, in quo
est,.... actio autem animae non id movet, in quo est, sed coniunclum : anima
enim, dum agii, immobile est.... Omnis ergo actio in mota est : omnisque motus
in actione firmabitur sua proprietà (li produrre la passio, e che pertanto
l'actio è il « principio » primordiale 49 °): a questo punto il concetto di «
jacere » viene applicato anche a tutte le rimanenti categorie in ima serie di
affermazioni che son delle più aride e peggio fondate 491 ) : e secondo il
modello delle quattro prime categorie si fa vedere, anche nel jacere e nel
pati, il rapporto di contrarietà e la graduazione di più o meno 492 ). Ma poi
viene, ciononostante, in secondo luogo la passio, dandosi per essa rilievo alla
varietà di accezioni di questo termine 493 ). Viene appresso presentata, in
terzo luogo, la categoria del quando, la quale è bensì afline al tempus, ma pur
se ne distingue, in quanto che i tre tempi, passato e presente e futuro, non
son già un quando, ma sono solamente un effetto e una proprietà, conforme a cui
qualche cosa viene denominata come passata e via dicendo (v. alcunché di simile
alla precedente nota 194); inoltre nulla può misurarsi secondo il quando, ma
secondo il tempo sì 494 ). 49 °) f. 32, r. B: Naturqlis vero actionis propnetas est,
passionem ex se in id, quod subiicitur, inferre : omnis enim aclio passionis
est effectiva.... Et sic actus quidem est primordiale principiata [1261]. 491 )
Ibid.: Facere vero id, quod quale est, ex se gignit.... Quantitatum vero
particularium positio effectrix est, et qunlilatum universa enim liaec a situ
substantiam et generalionem kabent.... Situs
autem, agere et pati : in dispositionis nonuple compositione quaedam generalio
simplicium fil, quam in motiva actione consistere necesse est. Quando vero
tempus. Ubi vero locus. Habere autem corpus : ea enim, quae circa corpus sunt,
habere dicuntur [1261], 492 ) Ibid.: Recipit autem facere et pati
contrarielalem, et magis et minus : secare enim ad plantare contrarium est....:
et calefieri magis et minus dicilur [1261-2]. 493 ) C. 3, f. 32, v. A: Passio
est effectus illatioque actionis.... Est autem pati eorum, quae multipliciter
dicuntur : animae enim actionum unaquaeque passio dicitur.... Dicilur quoque passio, quod in naturam agii : ut
morbus.... Ea vero, quae nunc relinquuntur, in eo qui est « de Generatione»
libro tractanlur (questa citazione è presa da Boezio [in Ar. praed.. Ili: PL,
64, 262], p. 190). 494 ) C. 4, ibid. : Quando vero est, quod ex adiacentia
(cfr. la nota 504) temporis reliquitur. Tempus vero quando non est, utriusque
autem ratio coniuncta est, ut tempus quidem praeteritum quando non est, A ciò
fa seguito, come il colmo della stupidità, la indicazione di una differenza tra
quando e ubi, in quanto che il quando del presente, in pari tempo che l’istante
stesso, è in eodem, ciò che non si verifica per Vubi 49S ), e cosi pure ima
divisione del quando e del tempus in semplici e in composti 496 ), e infine la
notizia che la relazione di contrarietà, e di più o meno, non ha luogo nel
quando 497 ). Quarto viene ora ubi, e qui si presenta la distinzione analoga
tra ubi e locus 498 ): e alla impossibilità che due cose sieno in uno stesso
luogo o una stessa cosa in diversi luoghi, si collega anche la controversia
sopraccennata (nota 203) circa la propagazione del suono); anche Vubi vien
distinto in semplice e in complesso, e si esclude che, rispetto ad esso, abbia
luogo la relazione di più efeclus autemcius, et affectio, secundum quarti
dicilur aliquid fuisse, quando est. Instans autem quando non est, sed secundum
quod aliquid aequale, tei inacquale est: eius autem affectio, secundum quam
aliquid dicilur in instanti esse, quando est. Futurum similiter tempus quando
non est. — f. 32, v. B: Distai autem et tempus ab eo, quod quando: quoniarn
secundum tempus aliquid est mensurabile : ut motus animus.... Al vero secundum quando ri ih il mensuratur, sed
aliquando dicilur esse [1262]. 4 96 ) f. 32, V. B : Differì enim quando ab eo,
quod est ubi : quoniarn in quocunque, tempus est vel fuitvcl erit, in eo quidem
quando, est vel fuit vel erit, quod secundum idem tempus dicilur: quando enim,
quod exislenti est, curn ipso instanti est, et simili in eodern sunt.... Ubi
vero et locus, a quo est, vel fit, nunquam simili in eodem : ubi enim in
circumscriptione est: locus autem in compicciente [1263], 19a ) Ibid. : Quando
....sicut autem et tempus, aliud quidem compositum est, aliud vero simplex. Est
autem compositum, quod in composita anione consista: simplex vero, quod cum
simplici procedit [1263], 497 ) Ibid.: Inest autem quando, non suscipere magis
et minus.... Amplius quando nihil est contrarium) C. 5, f. 33, r. A: Ubi vero
est circumscriptio corporis, a circumscriptione loci proveniens. Locus autem in
eo, quod capii, est, et circumscribit.... Non est autem in eodem locus et ubi:
locus enim in eo, quod capii, ubi vero in eo, quod circumscribitur et
complectitur [1264]. 4 ") Ibid, : Nequaquam igitur duo in eodem loco esse
simul possunt, nec idem unum in diversis.... Movet autem quis quaestionem f
orlasse, idem in diversis et pluribus concludens ; etenim vox in auribus
diversorum est.... Confiteli oportel omnino, urtarti particulam aeris ad aures
diversorum pervenire.... Relinquitur igitur, diversum sensum esse
imaginabiliter se generanlium, et similiter [1264-5]. o ili meno, e così pure
quella di contrarietà, a proposito della quale l’Autore persino espressamente
si riferisce ai concetti di sopra e di sotto 50 °). Quinto segue situs, ovvero
la categoria, come la chiama Gilberto, della positio, intesa secondo il
realismo più rozzo possibile, sicché tutte le particolari manifestazioni di questa
categoria, nel cui novero vengono compresi, p. es., anche lo scabro e il
levigato (cfr. la nota 193), sono considerate soltanto come espressioni
derivate 501 ); si contesta che questa categoria comporti opposizione
contraria, e ciò perchè i contrari appartengono soltanto a un medesimo genere,
e invece lo star seduti e il giacere vanno assegnati a generi differenti, in
quanto che soltanto esseri ragionevoli possono star seduti, laddove gli altri
stanno a giacere 502 ); e mentre qui è inammissibile anche la relazione di più
o di meno, questa categoria va messa nella più stretta connessione con quella
della sostanza, proprio in essa trovando le sostanze il loro ordinamento 503 ).
Ml °) f. 33. r. B: Ubi autem. aliud quidem simplex, aliud vero composilum. Simplex
quidem, quod a simplici loco procedit : composilum autem, quod ex composito....
C.arct autem libi inlenlione et remissione : non enim dicitur alterum altero
magis in loco esse vel minus.... Inesl autem ubi, nihil esse contrarium.... Sursuni enim
et deorsum esse contraria pluribus videntur.... Conlingit autem contraria in
eodem esse.... Si enim sursum esse et inferius esse contraria sunt, cum idem
sursum et deorsum sit, colligitur, idem sibimet contrarium fieri [1265]. 601 )
C. 6, f. 33, v. A: Positio est quidam parlium situs, et generati onis
ordinatio, secundum quam dicuntur stantia vel sedentia.... Sedere autem et
lacere positiones non sunt, sed denominative ab his dieta sunt. Solet autem
quaestio induci de curvo et recto, aspero et leni.... Non sunt autem positiones
ea, quae dieta sunt omnia, sed qualia circa situm existentia [1265-6]. 60S )
Ibid. : Suscipere autem videtur situs contrarietates : nam sedere ad id quod
stare contrarium esse videtur.... Ponentibus autem nobis, haec contraria esse,
inconvenientia recipere cogimur, hoc, quod unum sit contrarium plurium....
Amplius autem conlrariorum quidem ratio est, circa idem natura existere. :
sedere enim et iacere non circa idem natura sunt seiuncta : est enim sedere
proprie circa ralionalia, iacere vero et accumbere circa diversa) f. 3, V. B.:
Proprium autem positionis, ncque magis neque minus dici.... Magis autem proprium videtur esse positionis,
substantiae Riinane poi ancora in sesto luogo Vhabitus, categoria identificata
con il concetto di adiacentia, già familiare a noi, che conosciamo Abelardo
(nota 284) 504 ); quando poi si legge che per habere la relazione di più o di
meno è, di regola, ammissibile, ma talora, come, p. es., nel caso dell’« esser
vestito », è inammissibile, e che in questa categoria non sussiste contrarietà,
perchè esser armato ed esser calzalo non sono opposti 505 ), — anche ciò rende
sufficiente testimonianza del talento logico dell’Autore; come particolarità di
questa categoria, viene indicato il fatto che essa rimanda sempre a una
pluralità, il che può, soltanto per certi rispetti, ripetersi anche per le
categorie della quantità e della relazione 508 ); finalmente vengono citate
ancora cinque accezioni differenti del termine habere 507 ). [f) la
controversia intorno al magis e al minus]. — Ma venuta poi a una conchiusione
questa disamina dei « principi » 508 ), fa ancor seguito una trattazione
speciale del proxime assistere, omnibus qiiidem aliis/ormis suppositis. Posilio
autem nihil aliati est. quatti naturalis ipsius subslantiae ordinatio [1260].
S04 ) C. 7, f. 33, v. B: Habitus est corporum, et eorum quae circa corpus suoi,
adiacentia : secundum quam hoc quidem habere, illa vero dicunlur halteri. Haec autem non secundum totum
dicunlur, sed secanti uni particularem divisionem, ut armatum esse [1267], s01i
) f. 34, r. A: Suscipit autem habitus magis et minus : armatior enim est eques
pedite.... In quibusdam autem non videtur, quoti rum magis et minuspraedicentur
: ut vestitum esse, et similia. IIabitui quoque nihil est conlrarium : elenim
armatio calceationi non est contraria [1267], 60 °) Ibid. : Proprium quidem
habitus est, in pluribus existere.... In paucis autem aliis principiis
huiusmodi invenies : in quantilate enim solum, et in his quae ad aliquid sunt,
similia reperies.... Habitus autem omnis in pluribus necessario existit, ut in
corpore. et in his quae circa corpus sunl) Ibid. : Dicilur autem habere multis
modis : habere enim dicitur alterationem.... Dicilur etiam ras aliquid habere.... Habere quoque in
membro dicimur,... Dicitui vir uxorem habere, et recipere uxor virum.... Quare
modi habendi, qui dici consueverunt, quinario numero terminanlur [1267-8], 50s
) Ibid. : Et quidem de principiis haec dieta sufficiant : reliqua vero in eo,
quod de Analylicis est. quaerantur volumine magis et minus ; e qui Gilberto
taglia il nodo della controversia ricordata più sopra (nota 196), non potendo
l’ordine delle graduazioni risieder già nella sostanza stessa, poiché questo
urta contro il concetto di sostanza, ma d’altra parte nemmeno negli accidenti,
perchè allora il grado superiore, p. es., di bianchezza dovrebbe consistere
nell’ampiezza della superficie (!) : donde consegue che il più o il meno
neanche ha la propria sede nell’ima e negli altri insieme, cioè nella sostanza
e ne’ suoi accidenti 509 ). Ma la soluzione positiva, che dà ora Gilberto, ha
questo fondamento, che cioè il magis vel minus consiste nel grado in cui lo
stato di fatto reale sta più vicino o più lontano dall’accezione del termine
che designa la qualità, una graduazione questa che non si manifesta, dove si
tratta di sostanze, per la ragione che la denominazione delle sostanze stesse
rimane compresa entro saldi confini (in terminis) : tuttavia a tal proposito
viene a confessare egli stesso quali assurdità sieno queste che presenta,
quando deve aggiungere che una tale saldezza si ritrova tuttavia anche nella
denominazione di talune qualità 51 °). In60 “) C. 8, f. 34, r. B: Non ergo
secundum suscipicntium ipsorum Crementum vel decremenlum, cum „magis vel minus
“ aliqua dicuntur. Nulla cnim ratio obviarel dicenti, hominem et animai et
substantiam et caetcra consimilia cum „magis et minus" dici.... Mons eliam
alio monte maior dicitur, cum neuler crescat vel decrescat.... Amplius autem
ncque secundum ea, quae inficiunt. Si enim, secundum magnitudinem albedinis vel
alicuius caelerorum, dicitur aliquid albius aliquo, vel, secundum parvitatem,
minus album, vel quomodolihet aliter, utique et magis albus equus vel homo, vel
quodlibet aliud albius margarita dicetur : etenim maior albedinis quantitas
equo accidit quam margaritae.... f. 34, v. A: l’atet itaque, nihil
secundum,.magis et minus“ praedicari, ncque secundum suhiecti solum augmentum
vel diminutionem, neque secundum accidentis ; quare ncque secundum utrunaue
[1268-9], ^ 61 °) 6 34, v. A: Oportet igilur ab alio ea invenire, quae cum
„magis et minus" dicantur. Huiusmodi vero sunt ea, quae. sunt in voce
eorum, quae adveniunt, et non secundum subiecti vel mobilis cremenlum vel
diminutionem, sed quoniam eorum, quae sunt in voce, impositioni propinquiora
sunt, sive ab eadem remotiora sunt : de his etenim cum „ magis" dicuntur,
quae proximiora sunt ei, quae in ipsa voce est, impositioni, cum „minus"
autem de his, quae remotiora consistunt.... Quanto igitur tìne la faccenda
mette pur capo anche alla tesi essenziale, che cioè nella pluralità della
realtà materiale in generale, hanno loro proprio luogo il divenire e la
relatività 511 ), e F illogico realista assume poi a criterio per questo campo
la espressione verbale, mentre, per Forbita del vero essere, possiede nella
parola solamente il ricalco di una idea. Così lo scritto di Gilberto intorno
alle categorie ci porge un documento veramente miserevole, per provare come
quell’epoca non fosse per nulla meno goffa e inetta dei secoli precorsi,
tostochè sol si tentasse mai, senza le dande della tradizione, di muover un
passo indipendente, anche senza uscir dall’ambito delle cose più semplici. [§
36. — Ottone da Freising, seguace di Gilberto. Lo scritto pseudo—boeziano De
imitate et uno]. — Ma quale seguace di Gilberto, riguardo alla concezione degli
universali, ci si presenta Ottone da Frei8 i'n g (nato nel 1109 [rectius : nel
1114 o 1115], morto nel 1158), che alle sue opere storiche intreccia talvolta
disgressioni formali di contenuto filosofico, manifestando in esse, con i modi
consueti di espressione, il suo rispetto di teologo verso Platone, e in pari
tempo il conto in cui ad vocis impositionem accedens puriori inficitur
alitarne, tanto et candidior assignabitur.... Dubitabit autcni aliquis, quarc
haec quidem cum ..magis et minus LL dicantur, substantiae vero minime : hoc
autem contingit. quoniam subslantiarum impositio quidem in termino est, ultra
quem transgredi impossibile est. Additur autem et de accidenlibus quibusdam,
quae sine ..magis et minus “ dicuntur : ut quadrangulus, et triangulus, et
similia [1269], 6U ) f. 34, v. B: In subiecto enim duo sunt. quorum haec quidem
estjorma secundum rationem, haec autem secundum materiam ; quando igitur in his
duobus est transmutatio, generatio et corruptio crii simpliciter secundum
veritatem.... Est autem materia
maxime quidem subieclum gencrationis et corruptionis proprie susccptibile....
Haec autem hoc aliquid significant et substantiam, haec autem quale, haec autem
quantum. Quaecunque igitur non substantiam
significant, non dicuntur simpliciter, sed secundum aliquid generari tiene la
logica aristotelica 512 ). Come Ottone occasionalmente aderisce una volta alla
tesi, che gli esseri concretamente esistenti formano il contenuto e l’oggetto
dei predicati dichiarativi, laddove i concetti di specie e di genere vengono
predicati, avuto riguardo alla causalità delle cose che ha in essi fondamento
513 ), — così un’altra volta egli si pronunzia più distesamente sopra questa
relazione, in tutto e per tutto ripetendo la opinione di Gilberto, con il quale
si accorda anche nella espressione letterale ( nativum, natura, Jorma,
con.jorm.is, coadunatio, — « omne esse ex Jorma est» —) 514 ). Nello stesso
senso, 612 ) Chron. II, 8, p. 27, cri. Urstis [MGH, XX, p. 147]: Sacrale*....
educaviI Platonem et Aristotilem, quorum alter de potentia. sapientia, bonilate
creatoris ac genitura mundi creationevc hominis tam luculenter, lam sapienter,
tam vicine verilati disputai.... alter vero dialecticae [libros] arti* vel primus
edidisse, tei in melius correxisse, aculissimeque ac disertissime iride
disputasse invenilur [cfr. il testo della ediz. Wilmans (M G II), e ivi
l’apparato critico], 61a ) De gest. Frid. Prolog., p. 405, cd. Urstis [MGH, XX,
p. 352]: Sicut enim iuxta quorundam in logica nolorum positionem, cum non
formarum, sed subsistentium proprium sii praedicari seu declarari. genera tamen
et species praedicamento transsumpto ad causam praedicari dicuntur. Vel, ut
communiori utar exemplo, sicut albedo clara, mors pullida, eo quod claritatis
altera, palloris altera causa sit, appellatur, etc. (La espressione
transsumptio, come pure lo stesso esempio albedo clara, si trovano in Gilberto,
p. 1142 [1270] : v. la nota 472). M4 ) De gest. Frid. I, 5, p. 408 [354]:
Nativum velut natimi aut gemtum, descendens a genuino (v. la nota 464).... In
nalivis igitur omnem naturata seu formam, quac integrata esse subsistentis sii,
vel adii et natura, vel natura sallem conformem habere necesse est.... Partes
aulem hic vaco eas formas (nota 468), quae ad componendarn speciem aut in
capite ponuntur, ut generales, aut aggregante, ut differentiales, aut eas
comitantur, ut accidentales.... [355] Potei.... humanitatem Socratis secundum
omnes partes et omnimodum effectum humanitali Plutoni* conformem esse, ac
secundum hoc Socratem et Platonem eundem et unum in universali dici solere
(nota 474),... Concretìo etiam in naturaiibus non solum coadunatione formae et
subsistentis. sed ex moltitudine accidentium, quae substanliale esse
comilantur, consideravi potest (note 464 e 471).... Sunl aliae formae subiectum
integrum informante*, quae naluram tantum conformem habenl. Esse quippe soli*,
etsi non aclu, natura conformem habere noscitur. Quare, quamvis plures soles non
sint, sine repugnanlia tamen naturae plures esse possunt (nota 479).... (p.
410) Omne namque esse ex forma est.... Tantum de co, quae a philosophis
genitura, a nobis faclura seu creatura dici solet, disputai inumi inslituimus. Sed notandum, quod compositio alia forébìin altro
luogo (con. intonazione polemica contro Guglielmo da Champeaux) qualifica
l’universale come« quasi in unum versale», e a ciò unisce una giustificazione
etimologica dei termini e dei concetti di dividuum e individiium 515 )',
inoltre condivide con Gilberto l’ingenuo raccostamento delle cose e delle
parole 516 ), come pure ricorda altresì ima volta quell’esercizio ginnastico,
che vien fatto nello studio della logica, sull’albero di cuccagna della Tabula
logica 517 ). Appartiene allo stesso gruppo anche uno scrittarello anonimo
[oggi è riconosciuto esser opera di Domenico Gundissalino] «De unitate et uno»,
che manifestamente è una produzione determinata dalle polemiche di quel tempo
intorno alla Trinità, ma che, al pari di quella più antica opera De Trinitate
[oggi, come abbiamo veduto, attribuita appunto a Boezio], fu ritenuta marum,
alia est subsistentium.formarum ex formis, subsistenlium ex subsistentibus..,.
[356] Formarum autem aliae compositae, aline simplices ; simplices, ut albedo,
compositae, ut humanitas.... Ulule Boetius in oclava rcgula libri llebdomade
„omni composito aliud est esse, aliud ipsum est“ (v. la noia 37). 61S ) Ibid.,
53, p. 437 [380] : Universalem..., dico, non ex eo, quod una in plurilius sii,
quod est impossibile (noia 105), sed ex Iwc, quod plura in similitudine vivendo
[rectius : uniendo] ab assimilamii unione univcrsalis. quasi in unum versalis
dicalur.... Ex quo palei . quare.... singularem, individualem vel parlicularem
dixerim proprietatem, eam nimirum, qttae suum subiectum non assimilai aliis. ut
humanitas, sed ab aliis dividii, discernit, partitur. ut ea, quam fido nomine
solemus dicere,,Platonitas “, a dividendo individua, a parliendo particularis,
a dissimilando singularis dieta. Nec opponas, quod potius a dividendo dividuam,
quam individuam dici oporteat. Nam cum suum subiectum non solum ab aliis
dividat vel dissimilet. sed etiam in sua individualitale et dissimilitudine tam
firmiter manere faciat, ut nec sii nec fuerit neo futurum sit aliud subiectum,
quod secundum eiusmodi proprietalem illi assimUari queat, melme individuum
privando, quam dividuum ponendo vocalur, eiusque oppositum, quod dividendo
pluribus communical, et communicando dividii, rectius dividuum dici debet (noia
479). “ 1G ) Ibid., p. 438 [ifc.] : Cum enim omne esse ex forma sii, quodlibet
subsistens rem et nomea a sua capit forma (note 458, 174, 482). s17 ) Ibid..
60, p. 444 [386] : iuxta logicorum enim regulam methodus a genere ad
destruendum, a specie valet ad aslruendum (nota 480). fattura di Boezio (v.
sopra la nota 35) «»). Domina nella questione della unità, che anche Gilherto
era stato tratto a discutere (note 477 s.), quello stesso realismo di Gilberto
o di Ottone 519 ), e forse possiamo tutt’al più ricordare che qui si trova una
singolare enumerazione di accezioni varie del termine « unum» Alberico (da
Reims ?), a Parigi. WilliRAM DA SoiSSONS. VARI ALTRI AUTORI, MENZIONATI DA
Mapes]. Ma nello stesso tempo, cioè press’a poco tra il 1140 e il 1170, viene a
cadere anche la comparsa di alcuni altri autori, dei quali conosciamo quasi
esclusivamente i nomi, e a ogni passo della nostra indagme torna a imporsi la
considerazione, che cioè le fonti a noi accessibili ci consentono pur sempre
soltanto una conoscenza frammentaria. Si dovrà anzi designare come casuale la
notizia dataci da Giovanni da Salisbury, quando, raccontando il corso de’ suoi
studi, fa il nome di un certo Alberico, che, morto Abelardo, insegnò aS.te
Geneviève in Parigi, e imprese energicamente la „ Q M^n. tampata °P cre di
Boezio, ediz. di Basilea 1570, p. 1274 l'òleslpaTJTwTìMiT l * 3 bibli0thè 1 ue
* *.s dipar,ements de . ’ 1 ungi 1841, p. 169) trovo m un manoscritto di St
-Michel Hd/nf t0 an0nmM p rh e T nd ° aUe righe “ iziali d “ lui citate, c
identico a questo Pseudo-Boezio. ".*> p -.,. 1274 t PL ’ „ 63 1075]:
Omne enim esse ex forma est, in unita* r f ' S> ' " ullum eSSC ex f°
rma nini cum forma maleriae unita est. Esse xgitur est nonnisi ex eoniunctione
formae cum materia j.m autem forma matenae unitur, ex eoniunctione utriusque
necessario al,quid unum consti,ni,ur.... Uni,io autcm non fi, nisi un.tatZ Zmam
autcm non tene, uni,am cum materia nisi unitasi ideo materia egei untiate ad
umendum se.... et de natura sua habet multiplicari Uni,as vero retine,, umt e,
colligi,. Ac per hoc ne materia divida,ur et spargami -, necesse est, ut ab
unitale retineatur ecc. [testo cit. se0nd ° a ed £C r ™ (Beitràge del Baumker,
I, 1, p. 3 5 )]. ) p. 12/6 fPL, 63, 1077-8]: Unum enim aliud est essentiae
Simpl,Citate.... Ahud simplicium eoniunctione.... Aliud.... continuitate.... Ahud...
compositione.... Alia dicuntur unum aggrega,ione Alta.... proportione....
Alia.... accidente.... Alia.... numerai Alia ZZI'"' Al,a ":;. natura
. unum ’ ut participatione speciei plures hommes unus. Alia.... natwne....
Alia.... more [testo c. s„ p. 9-10]. STORIA DELLA LOCICA IN OCCIDENTE lotta
contro i nominalisti, nella quale pare lo abbia sostenuto un considerevole
talento per le distinzioni 521 ). Riferisce inoltre Giovanni, ch’egli stesso ha
impartito 1’ insegnamento della logica a tale W i 1 1 i r a m [Guglielmo ?] da
Soissons, il quale, da lui presentato poscia a Adamo dal Petit-Pont (note 440
ss.), ha ideato in seguito una speciale machina contro i seguaci della vecchia
logica (antiqui, logicae vetustas: v. sopra le note 55 ss.) 522 ). Giovanni
menziona poi un’altra volta, oltre 621 ) Jou. Saresb. Metal., II, 10, p. 78 s.
(ed. Giles [e Wcbbj): Contali me ad Peripateticum Palatinum qui. Iurte in monte
Sanctae Genoue/ae clarus doclor et admirabilis omnibus praesidebat. Ibi ad
pedes eius prima artis huius rudimento accepi.... Deinde post discessum eius,
qui michi praeproperus visus est, adhaesi magistro Alberico, qui inter ceteros
opinalissimus dialeclicus enitebal et erat revera norninalis sectae acerrimus
impugnator. Sic ferme tota biennio conversatus in monte, artis huius
praeceptoribus usus sum Alberico et magistro Rodberto Meludensi (v. sopra la
nota 453)....; quorum alter (cioè Alberico), ad omnia scrupulosus, locum
quaestionis inveniebal ubique, ut quamvis polita planilies ojjvndiculo non carerei
et, ut aiunl, ei [sjcirpus non esset enodis. Nam et ibi monstrahat quid
oporleal enodari ....Apud hos, toto exercilatus biennio, sic locis assignandis
assuevi et regulis et aliis rudimentorum elementis, quibus pueriles animi
imbitumar, et in quibus praejati doctores potentissimi crani et expeditissimi,
ut etc. [PL, 199, 867-8). Menzione di questo Alberico si trova fatta da
Giovanni anche nell’ Enthelicus, v. 55 s. : Iste loquax dicaxque parum redolel
Melidunum, Creditur Albrico doctior iste suo [PL, 199. 966). Ma di quale
Alberico si trattasse, fra i parecchi con questo nome, menzionati in
quell’epoca, non è possibile determinare con sicurezza; la indicazione
cronologica su riferita rende probabile che fosse Alberico da Reims,
soprannominato de Porta Veneris, il quale fece più tardi accoglienza ospitale a
Giovanni da Salibury e all’arcivescovo Tommaso [Becket], quando furon esuli in
Italia. V. Du Boulay, Hist.
Univ. Par.. II, p. 724. e la Ilistoire littér. de la France, XII, p. [72-6, e
particolarmente] 75. 522 ) Ibid., p. 80 [81]: linde ad magistrum Adam....
familiarilalem contraxi ulteriorem.... Interim Willelmiim Suessionensem, qui ad
expugnandam, ut aiunt sui, logicae vetustatem et consequentias inopinabiles
construendas et antiquorum sentcntias diruendas rnachinam postmodum fedi, prima
logices docili dementa et tandem iam dieta praeceplori appositi. Ibi forte
didicit idem esse ex contradictione, cum Aristotiles obloquatur, quia « idem
cum sit et non sit, non necesse est idem esse » (queste parole si trovano negli
Anni, pr., II, 4, 57 b 3: v. la Sez. TV, nota 614), et item, cum aliquid sit,
non necesse est idem esse et non esse. Nichil enim ex contradictione [82]
evenit et conlradictionem impossibile est ex aliquo evenire. Unde nec amici machina ima quel suo avversario,
denominato da lui Cornificio (v. subito appresso), il rappresentante di un
altro indirizzo, a quanto sembra, esagerato e astruso, nello studio della
logica, e lo designa con il nome imaginario di Sertor i u s 523 ). Ma a ciò si
aggiunge, oltre a notizie mal verificate circa un tal Davide, a ITirschau, e un
Giovanni Serio, a A ork r ’ 24 ), un’altra informazione ancora, che dobbiamo a
un autore della fine del secolo XII», cioè a Walter M a p e s, il quale nelle
sue poesie occasionalmente dimostra conoscenza delle personalità e delle
tendenze dominanti nelle scuole; costui menziona (con la osservazione, che il
maggior numero di seguaci lo ha Abelardo), oltre a Bernardo da Chartres, Pietro
da Poitiers e Adamo dal Petit—Pont, anche un certo Regina I d o, uno
straordinario sbraitone, che criticava tutti pellente urgeri potili ut credam
ex uno impossibili omnia impossibitia provenire [PI,, 199, 868], Anche a
prescindere dalla questione di determinare in che cosa inai potesse consistere
questa misteriosa machina, tutto il passo, del quale può anche ben darsi che il
testo sia guasto, mi è rimasto assolutamente incomprensibile; tutto quel che
risulta da un altro passo (v. appresso la nota 624), è che si tentav f di
riattaccare a quelle parole di Aristotele i sillogismi ipotetici. ) Enthet.,\.
116 ss. |PL, 199, 967-8]: Si i/uis credatur logicus, hoc satis est ; Insanire
putes potius. quam philosophari, Seria sani etemm cuncta molesta nimis.
Dulcescunt nugae, vultum sapientis abhorrent, lormenti geritts est saepe videre
librum. Ablactans nimium tencros Sertorius olim Discipulos Jerlur sic docuissc
suos ; Doctor mini juvrnum prelio compulsila et aere Pro magno docuit munere
scire nihil. tuo ), 1THKMI1 Ann ? liì Uirsaugienses, ann. 1137 (ediz. di S.
Gallo. 1690, I, p. 403): David.... monachicum habitum suscepil.... Scripsil
quaedam non spernendae lectionis opuscolo.... de grammatica L. 1, in
Perihermenias Aristotelis libros duos. Che tuttavia le notizie di Tritemio
abbiano scarso valore, lo sanno tutt’ i competenti; d’altra parte è noto che le
cose vanno di gran lunga anche peggio per il 1 ITSEUS [John Pits, 1560-1616],
il quale spesso, quando non copiava il Lei and [John Leland (Leyland,
Laylonde), antiquario inglese m. 1552], inventava semplicemente menzogne,
sicché forse neanche vai la pena di ricordare quel ch’egli dice. De illustribus
Anghae scriptoribus. p. 223 s. (ad ann. 1160): Joannes Serio dictus magister
Serio.... ex Eboracensi canonico Jactus est.... Fontanus Abbas.... Scripsit....
de aequivocis diclionibus librum unum, de univocis dictionibus librum unum. e
appiccò Porfirio alla l'orca (laqueo suspendit), sicché potremmo forse
ravvisare in lui quel Comifìcio di cui parla Giovanni da Salisbury [e da altri
diversamente identificato; cfr. la nota del Webb alla p. 8 della sua ediz. del
Metalogicus] ; menziona inoltre, insieme con Robertus Pullus, un Manerius,
estremamente sottile, mi arguto Bartolomeo e un Roberto Amici a s 525 ). Si può
anche ricordare che la poesia finisce con la cacciata dei monaci dalle scuole
dei filosofi 528 ): e c’è del pari un’altra poesia, che appartiene press’a poco
alla stessa epoca, e rappresenta con molto spirito il contrasto fra il pretume,
dedito ai piaceri del senso, e la fine cultura logica 527 ). 5 “) The latin
poems commonty attributcd to Walter Mapes, collected and edited by TnOMAS
Wrigiit (Londra, 1841-4), dove uella Introduzione è anche esposto quel che di
più preciso risulta sul conto di Walter Mapes. In una delle poesie, Metamorph.
Goliae, v. 189 ss. (p. 28), si trova il passo seguente: Ibi doctor cernitur
ille Carnotensis, Cujus lingua vehemens truncat vclut ensis ; Et hic praesul
praesulum stai Pictaviensis, Prius et nubenlium [studenlium ?] miles et
castrensis (seguono i versi cit. più sopra, nota 442).... [v. 199 ss.)
....Celebrem theologum vidimus Lumbardum ; Cum Yvone, Helyam Petrum (entrambi
grammatici), el Bernardino [p. 29], Quorum opobalsamum, spiralo*, el riardimi. Et professi plurimi sunt
Abaielardimi. Reginaldus monachus dumose contendit. Et obliqui s singulos verbi
s comprehendit ; Hos et hos redarguii, nec in se descendit. Qui nostrum
Porphyrium laqueo suspendit. Roberlus theologus corde vivens mando Adest, el Manerius
quem nullis secando ; Alto loquens spiritii el ore profundo. Quo quidem
subtilior nullus est in rnundo. Hinc et Bartholomaeus faciem acutus. Retar,
dialecticus. sermone astutus, Et Robertus Amiclas simile secutus, Cum hiis quos
praetereo, populus minutus. 5 -’) Ibid., v. 233 (p. 30): Quidquid tantae curiae
sanctione datur. Non ceda t in irritum, ratuni habealur ;
Cucullatus igitur grex vilE pendatur. Et a philosophicis scolis expellatur. —
Amen. 5 “') De presbytero et logico (parimente edito dal Wrigiit, op. cit., p.
251 ss.) in 216 versi, dove a dire il vero non si trova alcun contributo d’ informazione
storica per il nostro intento. Il contrasto degl indirizzi ha p. es. la sua
espressione nei versi 29 ss.: Logicus: «Fallis. fallis, presbvter, coelum
Christianum, Abusive loqueris. laedis Priscianum; Te probo falsidicum, te probo
vesanum»; ....Presbyter. « Tace, tace, logice ; tace, tir fallator; Tace, (lux
insaniae, legis vanne lator ;....» Log. — « Peccasti, sed gravius adjicis
peccare. Legem hanc adjiciens vanam nominare; Sanum est, dissercre nel gramC.
Prantl, »S 'torio, della logica in Occidente, H. [§ 38. — Il così detto Cornificio, oggetto
della polemica di Giov. da Salisbury]. — Ai già nominati si unisce finalmente
ancora tutto quell’ indirizzo, che Giovanni da Salisbury, volendo combattere
non contro la persona, ma esclusivamente contro la cosa, qualifica con il nome
simbolico di Cornificio 528 ). I numerosi passi dov’egli rammenta questo suo
avversario o i seguaci di lui, coincidono in un punto, che è questo: c’erano
cioè parecchi, i quali a priori respingevano come inutile ogni tecnica della
parola nudrita di pensiero (eloquentia o logica), perchè tutto ha fondamento
nella disposizione naturale, e pertanto, chi possieda questa, senza punta
tecnica, tocca da se medesimo il segno, e invece chi non ha talento, non fa
progressi neanche in grazia della teoria 629 ). E quando si soggiunge che
questi « filosofi di mutilare, — Si insanum reputai, velim dicas quare». Prcsb.
— « Dco est udibile vestrum argumentum ; Ibi nulla veritas, toturn estfigmentum
;», o p. es. ai versi 129 ss.: Log. —« Audi, inter phialas quid philosopharis ;
follus, non philosophus, bine esse probaris ; Stulto sunt similia singola quac
faris, [parte tua caream quarti ibi lucraris ]. Epicure lubrice, dux ingluviei,
Cujus Deus venter est, dum sic servis ei etc. ». 62S ) J OH. Saresb. Metal., I,
2, p. 14 [ed. Webb, p. 8|: Utique par est sine derogatione personae sententiam
impugnari ; nichilque lurpius quam cum sententia displicet aut opinio, rodere
nomea aucloris.... [9] Celerum opinioni reluclor, quae multos perdidit, eo quod
populum qui sibi credat habet ; et licei antiquo novus Cornificius ineptior
sii, ei tamen turba i nsipienlium adquiescit. — Polycr., I, Prol., p. 15 [16]:
Aemulus non quiescit, quonium et ego meum Cornificium habeo.... Quis ipse sit, nisi ab iniuriis temperet, dicam....
Procedat tamen et publicet, arguat meum ralione vel auctoritate mendacium [PL,
199, 828 e 388], Dal modo di esprimersi dello scrittore in questi due ultimi
passi, risulta come Giovanni non abbia fatto che trasportare simbolicamente il
nome di Cornificius da un personaggio del1 antichità al suo proprio nemico, e
può ammettersi con certezza che a ciò gli abbiano dato occasione le notizie di
Donato (Pila Virgilii, c. 17 s. : vedi le Opere di VIRGILIO, ed. Wagner, I, p.
XCIX s.), riguardo a un tale Cornificio, avversario di Virgilio « ob perversam
naturami> [cfr., nella ediz. Brummcr delle Vitae Vergilianae, il « Plenus
apparatus ad vitam Vergilii Donatianam», p. 31], 529 ) Ib., Metal., I, 1, p. 12
[ed. Webb, p. 6]: Miror ilaque.... quid sibi vull, qui eloquentiae negat esse
studendum.... p. 13 [8[: Cornificius noster, studiorum eloquentiae imperitus et
improbus impugnalor. — C. 3, p. 15 [10]: Fabellis tamen et nugis suos pascit
interim auditesta propria », avendo a disdegno F intiero trivio e quadrivio. si
son gettati sopra forme di attività pratica e sovra profitti pecuniari ;>3
°), sarebbe in ciò da riscontrare un indizio significativo, in quanto si
direbbe che tale corrente, non prendendo ispirazione da vedute clericali o
dommatiche bensì per effetto di un impulso pratico, si sarebbe mostrata avversa
al farraginoso viluppo della scienza scolastica, e avrebbe richiamato
l’attenzione sopra il valore immediato del talento individuale. Così potremmo
intendere tali manifestazioni come un preludio di tendenze svoltesi più tardi.
Qualora ci fosse lecito riferire al così detto Cornificio anche la notizia, che
taluni rigettarono le Categorie e la Isagoge come inutili libri elementari 531
), potremmo forse ritenere che il già tores quos sine artis beneficio, si vera
sunt quae promittit, fa ci et eloquentes et tramite compendioso sine labore
philosophos. — C. 5-6, p. 23 [20]: Neque erti rii. ut Cornificius, meipsum
docui.... Non est ergo ex eius sententia.... sludendum praeceplis eloquentiae ;
quoniam eam cunctis natura ministrai aut negai. Si ultra ministrai aut spante,
opera superflua et diligentia ; si vero negai, inefficax est et inanis. — C. 9,
p. 29 [26]: Eo itaque opinionis vergit intentio, ut non omnes mutos faciat.
quod nec fieri potcst nec expedit, sed ut de medio logicam tollal. — Ibid.. II,
Praef., p. 62 [60]: Logica, quam. etsi mutilus sit et amplius mutUandus,
Cornificius, parielem solidum eccoti more palpans, impudenter attemptat et
impudenlius criminatur. — Ibid., IV, 25, p. 181 [192]: Sed Cornificius nosler,
logicar criminator, philosophantium scorra, non immerito contemnetur. —
Enthel., v. 61 ss. « Quum sit ab ingenio totum, non sit libi curae. Quid prius
addiscas posteriusve legas ». Ilare schola non curai, quid sit modus ordove
quid sit. Quam teneant doctor discipulusve viam [l’L, 199: 827, 828, 833 837,
857, 931, 966], 530) j \Jctal. I, 4, p. 20 [15]: Alii autem Cornificio similes
ad vulgi professiones easque prophanas relapsi sunt; parum curantes quid
philosophia doceat, quid appetendum fugiendumve denuntiet ; dummodo rem
faciant, si possunt, recte ; si non, quocumque modo rem (Hor. Ep. 1, 1,
65[-6])....Evadebant illi repentini philosophi et cum Cornificio non modo
trivii nostri sed totius quadruvii contemptores IPL, 199. 831], 531 ) Ibid., III,
3, p. 123 [128]: Sunt qui librum islurn (cioè le Categoriae), quoniam
elementarius est, inutilem fere dicunt, et satis esse putant ad persuadendum se
in diabetica disciplina et apodictica esse perfectos, si contempserinl vel
ignoraverint illa, quae in primo commento super Porphirium anlequam artis
aliquid attingatur docel Boelius praelegenda [PL nominato Reginaldo fosse per
lo meno un rappresentante di questa tendenza 532 ), se non apparisse inutile,
con tante lacune nella conoscenza delle fonti, presentare semplici congetture.
Ma quale idea si fosse fatta lo stesso Giovanni della origine di siffatta
opposizione alla logica scolastica, è stato già più sopra indicato, alle note
52 s. [§ 39. — Giovanni da Salisbury: a) i suoi studi: il « Metalogicus»]. — Ma
così è venuto il momento di occuparci proprio di quello stesso autore, che già
tante volte abbiamo finora dovuto usare quale fonte, cioè di Giovanni da
Salisbury). Costui (morto nel 1180) aveva intrapreso lo studio della logica
alla scuola di Abelardo, lo aveva proseguito presso il già ricordato Alberico,
Roberto da Melun e Guglielmo da Conches, M2 ) È possibile che nella espressione
sopra citala « laquco suspendi!» (nota 525) si celi anche un’altra volta un
giuoco di parole con Cornificius e carni/ex. V. upprcsso, nota 545, un altro
giuoco di parole con cornicari. 693 ) Approfondite ricerche sopra Giovanni da
Salisbury, dal punto di vista della storia letteraria, sono state presentate da
Cristiano I’ETERSEN nella sua edizione dell’Uref/ietieus (Amburgo, 1843). La
monografia, nella quale Ermanno Reuter (Johann von Salisbury : Zur Geschichte
der christlichen Wissenschaft im 12. Jnhrhundcrl [G. da S. : Per la storia
della scienza cristiana nel 12° Secolo], Berlino, 18 12) ha tentato di svolgere
la dottrina di Giovanni, generalmente si risente dell’orientamento proprio
dell’Autore, e che è tanto sbagliato quanto estremamente insufficiente. Una
ricca esposizione della dottrina stessa la dobbiamo a C. ScHAARSCHMIDT, Joh.
Saresberiensis nach Leben und Studiai, Schriften und Philosophie [G. da S. ueda
vitu e negli studi, negli scritti e nella filosofia] (Lipsia, 1862): ma le
osservazioni ch’egli muove in questo suo libro (p. 303 ss.) contro il mio modo
di vedere, non in’ inducono per nulla a modificare la mia opinione, che trova
appoggio nelle fonti. — Le citazioni son fatte sulla base della edizione
complessiva di A. Giles (Oxford 1848, in 8°, 5 voli., dei quali il 3° e il 4°
comprendono il Policraticus, mentre il Metalogicus si trova nel 5°), sebbene
tale edizione non sia adatto compiuta con diligenza, e sia particolarmente da
rilevare conte essa, con la più assurda interpunzione, renda spesso difficile
l’intelligenza del testo (le necessarie modificazioni ce le introduco
tacitamente). [Qui sono aggiunti, per il Policraticus e per il Melalogicon, i
rinvii alle più recenti ediz., curate dal Webb. e seguite in massima nella
riproduzione dei testi]. poi entrò in relazioni scientifiche con Adamo' dal
PetitPont, ascoltò di nuovo lezioni di dialettica presso Gillierto de la
Porrée, di teologia presso Roberto Pulleyn [e Simon Pexiacensis], indi ritornò
agli Abelardiani, che nel corso di quei vent’anni nulla avevano appreso e nulla
dimenticato 534 ), e compose intorno al 1160 535 ) il suo Metalogicus, dove
principalmente espose le sue vedute relativamente alla logica. Giovanni ha
scritto, come dice egli medesimo, quest’opera sua soltanto a memoria,
frettolosamente e in breve tempo, dopo che da molti anni aveva interrotto i
suoi studi di logica, e fu suo intento non già di comporre un commento che
servisse a insegnare o a imparare, bensì essenzialmente di dimostrare la
utilità della logica, contro gli attacchi che le erano stati mossi, e così
difenderla 636 ). 534 ) Metal., II, 10, dove al passo citato più sopra (n. 521)
fa seguito (p. 79) [79]: Deinde.... [80] me ad gramaticum de Concilia
transtuli, ipsumque triennio docentem audivi. Viene appresso il contenuto della
precedente nota 522, e poi [82]: Reversus itaque.... repperi magistrum Gileberlum.
ipsumque audivi in logicis et divinis ; sed nimis cito subtractus est. Successa
Rodbertus Pullus, quem vita pariter et scienlia commendabanl. Deinde me excepit Simon Pexiacensis [J’issiacensis.
Pisciacensis, cioè da Poissy: è lecito congetturare eon lo Wcbb che si tratti
dello stesso Simone, di cui v. qui sopra. nota 54].... Sed hos duos in solis
theologicis habui praeceptores.... locundum itaque visum est veteres quos
reliqueram et quos adhuc diabetica detinebat in monte recisero socios, conferve
cum eis super ambiguilatibus pristinis, ut nostrum invicem ex collatione mutua
commeliremur profectum. Inventi suiti qui fuerant et ubi ; neque enim ad palmam
visi sunt processisse. Ad quaesliones pristinas dirimendas neque
propositiunculam unam adiecerant. — Ibid., Ili, 3, p. 129 [134]: Habui enim
hominem (cioè Adamo dal Petit — Pont: v. la nota 441) familiarem assiduitate
colloquii et communicatione librorum et cotidiano fere exercitio super
emergentibus articulis conferendi ; sed nec una die discipulus eius fui. Et
lamen Italico gratias, quod eo docente plura cognovi, plura ipsius.... ipso
arbitro reprobavi [PL, 199, 868-9 e 899]. Cfr. inoltre la nota 54. 53ó) V.
Petersen, loc. cit., p. VI e 73 ss. 63B ) Metal.. Prol., p. 8 [2]: Siquidem cum
opera logicorum vehementius tanquam inulilis rideretur, et me indignanlem et
renitenlem aemulus cotidianis fere iurgiis provocare!, tandem litem excepi et
ad.... cnlumnias.... studiti responderc.... [3] Placiti! itaque sociis ut hoc
ipsum tumultuario sermone dictarem ; cum nec ad sententias subtiliter . [b)
punto di vista utilitaristico, alla maniera di Cicerone. La divisione del
sapere ]. — Per lui il punto di vista decisivo è quello della utilità, e per
conseguenza dobbiamo già aspettarci di trovar in lui un eclettico, che procede
assolutamente senza scorta di principii 537 ). Dominato com’è anche lui dalla
pratica tendenza utilitaria, si distingue dal suo avversario Cornifichi,
soltanto perchè non rigetta, come costui, la dottrina delle scuole, bensì vuole
render pratica questa dottrina stessa; ma egli è filosofo tanto poco quanto
Cicerone, con il quale si trova in intimo accordo. Anzi fa anche espressamente
professione di aderire alla dottrina probabilistica di quella setta degli
Accademici, ch’era caldeggiata da Cicerone 63S ), e per conseguenza trova nella
utilità pratica il fine unico di ogni scienza 539 ). In tal senso si esprime
circa il peexaminandas nec ad verbo expolienda studium supcresset aut otium....
(p. 9) Nam ingenium hebes est et memoria infidelior quarti ut antiquorum (v. le
note 55 ss.) subtilitates percipere aut quae aliquando percepta sunt diutius
valeam retinere.... Et quìa logicae suscepì patro cinium. Metalogicon inscriptus est liber. Praef. p. 113 [117]: Anni fere vigilili elapsi sunt
ex quo me ah officiai» et palaestra eorum qui logicam profitrntur rei
jamiliaris avulsit angustia.... Unde me excusaliorem habendum pillo in bis quae
obtusius et incultius a me dieta leclor internet. Ergo procedat oratio. et quae
anliquatae occurrent memoriae de adolescentiae sludiis, quoniam iocunda aetas
ad menlem reducilur ctc. — III, 10, p. 156 [164]: ....pròpositura est ;
scilicet, ut potius aemulo occurratur, quarti ut in artes, quits omnes docenl
aut discunt, commentarli scribantur a nobis TP!, 199: 824, 889-90, 916], 1 ’
537 ) Reuter s’inganna a partito, quando parla di un « superiore punto di vista
filosofico», che Giovanni avrebbe assunto, elevandosi al disopra degl’
indirizzi allora contrastanti. ) I olycr., I, Pro!., p. 15 [1. 17] :
[cum]....in phitosophicis academice disputane prò ralionis modulo quae
occurrebant probabilia sectatus sim. Nec Academicorum erubesco professionem.
qui in bis quae sunt dubilahilia sapienti, ab eorum vestigiis non recedo. Licei
enim seda haec tenebras rebus omnibus videalur inducere, nulla ventati
examinandae jidelior et, auctore Cicerone qui ad eam in senectute divertii,
nulla profectui familiarior est. — Metal., II, 20, p. 102 [106]: qui me in bis,
quae sunt dubitabilia sapienti, Academicum esse pridem pro/cssus sum [PL, 199:
388 e 882|. 63 ") Metal., Eroi., p. 9 [4]: De moribus vero nonnulla
scienter inserui ; ratus omnia quae legiintur aut scribunlur inutilia esse,
nisi dantesco verbalismo e la sottigliezza dei dialettici, facendo uso di
termini così energici, che il più sistematico nemico della logica in generale,
non potrebbe pronunziarsi con maggiore veemenza 54 °); anzi persino in quelle
discettazioni sopra le Categorie, alle quali il suo maestro Gilberto s’era
dedicato, egli trova, pur essendo per molti lati d’accordo con lui (v. appresso
le note 582 ss., 593 ss. e 606 ss.), da criticare tuttavia qualche cosa, che
possa cioè scapitarne la conoscenza morale di noi stessi 5U ) : e trascinato
dal suo zelo per la teologia morale, qualifica la logica aristotelica, che pur
vuole difender contro chi l’attacchi, con il termine aslutiae, che siamo
abituati a veder usato dai nemici fanatici della filosofìa 542 ). quatenus
afferunl nliquod adminiculum vilae. Est enirn quaelibet professi philosophandi inutili et
falsa, quae se ipsam in cultu virlulis et vitae exhibitione non aperit [PL,
199, 825]. MO) Polycr., VII, 9, p. 110 [II, 123]: Suspice ad moderatores
philosophoruni temporis nostri....; in regula una aut duobus aut pauculis
verbis invenies occupalos. aut ut mullum pauculas quaesliones aplas iurgiis
elegerunt, in quibus ingenium sutim exerceant et consumatit aetatem. Eas tamen
non sufficiunt etwdare, sed nodum et tolam ambiguitatem cum ititricntione sua
per auditores suos transmittunt posteris dissolvendum.... Latebras quacrunt,
variant faciem, nerba distorquenl,... si in eo perstiteris, ut quocumque verbo
defluant et volvantur. quid velit, intelligas et quid sentiat [II, 124] in
tanta varietale varborum, et tandem vincietur sensu suo et capielur in verbo
oris sui, si substantiam eorum quae dicunlur attigeris firmiterque tenueris. —
lbid., 12, p. 122 [II, 136]: Erranl ulique et impudenler errant qui
philosophiam in solis verbis consistere opinantur ; erranl qui virtutem verbo
putant.... Qui verbis inhaerent, malunt videri quam esse sapientes.... [II,
137] quaestiuneulas movent, intricala verbo ut suum et alienum obducant sensum,
paratiores ventilare quam examinare si quid difficultalis emersit [PL, 199, 654
e 662]. Inoltre, la precedente nota 58. 511 ) Jbid., Ili, 2, p. 164 [I, 174]:
Inde est forte quod illi, qui prima totius philosophiae elemento posteris
tradcre curaverunt, substantiam singulorum arbitrati sunl intuendam,
quantilatem, ad aliquid. qualitotem, situai esse, ubi, quando, habere, facete,
et pati, et suas in omnibus his proprietates, ari intcnsionem admittant, et
susceptibilia sint contrariorum, et ari eis ipsis aliquid invenialur adversum
(queste ultime son tutte questioni discusse appunto da Gilberto: v. le note
489-509 [507]). Provide quidem haec et diligenter, etsi in eo negligentiores
exstiterint. quod sui ipsius notitiam in tanta rerum luce non asseculi sunt
etc. [PL, 199, 479]. 5! -) Jbid., IV, 3, p.
227 [I, 243]: Astutias Aristolilis, Crisippi acuMa se cerchiamo quindi di
scoprire quale sia la posizione che Giovanni assegna alla logica, dal punto di
vista di un ordinamento sistematico, vediamo una volta, relativamente alla
divisione delle scienze, accennato da lui un tono fondamentale, che ci ricorda
molto da vicino Ugo da S. Vittore (note 45 s.), designandosi come forze
ancillari, sotto la sovranità della divina pagina, le discipline meccaniche,
teoriche e pratiche, e con esse la filosofia che erige il saldo baluardo 543 )
: e a tal proposito è degno di nota che anche da Ugo il compito della logica è
trasferito nel perfezionamento della espressione verbale. E quando un altra
volta, tenendosi attaccato, nella maniera più lampante, a Gilberto (nota 465),
Giovanni distingue ima triplice funzione della ratio, — in quanto che l’uso
concreto di questa (modus concretivus) è rivolto alla natura sensibilmente
percettibile, Tattivita astrattamente analitica ( resolvere ) conduce alla
matematica, e la comparazione riferente (conjerre et rejerre) è compito della
logica 544 ), — già da ciò desumiamo l’attitudine di Giovanni ad afferrare a
capriccio opinioni varie di altri, e a metterle ancora, ecletticamente, una
accanto all’altra. mina, omniumque philosophorum lendiculas resurgens mortuus
confutabat. Metal., Ili, 8, p. 141 [147]: Pithagoras naluram exculit, Socrates
morurn praescribit normam, Plato de omnibus persuader, Aristotile* argutias
procurai [PL, 199. 518 e 906], Cfr. la nota 560.,,J3 ) Enthet., v. 441 ss.:
Ilaec scripturarum regina vocalur, eandem Divinam dicunt.... Haec caput
agnoscil Philosophia suum ; Huic omnes artes famulae ; medianica quaeque
Dogmala, quac variis usibus apio videi, Quae jus non reprobai, sed publicus
approbat usus, Iluic operas debent militiamque suam ; Practicus buie servii
servitque theoricus; arcem Imperli sacri Philosophia dedii [PL, 199, 971-5].
Riguardò a Ugo, cfr. più oltre la nota 555. 64 ‘) Ibid., v. 659 ss.: Res
triplici spedare modo ratio perhibetur, Nec quartum poluit meni reperire modani
; Concretivus hic est, alius concreta resolyit, Res rebus confert tertius atque
refert ; Naluram primus, mathesim medius comilatur, Vindical extremum logica
sola sibi [c) punto di vista retorico,
come in Cicerone. Grammatica e dialettica ]. — Ma invero per la logica il punto
di vista propriamente eclettico è il punto di vista retorico, perchè questo si
libera di tutte le difficoltà che si possono presentare nelle questioni
filosofiche fondamentali: e così anche Giovanni è esonerato dalla fatica di
decidersi per ima data concezione filosofica, a preferenza delle altre. Senza
determinare più precisamente il posto della logica nel campo delle scienze, nè
discutere in base a una qualsiasi veduta, pur che fosse una e ben definita, la
relazione del pensiero subbiettivo con la obbiettività o con la forma della
espressione verbale, egli può qui accontentarsi di opporre ai nemici della
logica, sfoggiando una ricca colorita varietà di frasario, e traendo partito
dalla solita tradizione scolastica, il concetto e il valore della « eloquentia»
64S ). La maniera in cui il pensiero si atteggia rispetto alla espressione
verbale, è qualificata mercè un fioretto retorico, parlandosi di un « dolce e
fecondo connubio» della ragione e dell’eloquio 546 ), nè diverso valore ha
l’altra frase, che cioè le proprietà delle cose « ridondano» nelle parole: e
data l’affinità che sussiste fra le cose e ciò che di queste si dice [.sermones]
(lo stesso 5Ji ) Melai.. I, 7, p. 24 [21]: Cornicatur haec domus insulsa (suis
tamen verbis ) et quarti constai totius eloquii contempsisse praecepta.... [22]
Ait cairn : Superflua sunl praecepta eloquentia, quoniam ea naturaliler adest
aut abest (nota 529). Quid, inquarti, falsius ? Est enim. eloquentia facullas
dicendi commode quod sibi cult animus expediri.... (p. 25) Ergo cui facilitas
adest commode exprimendi verbo quidem quod sentii, eloquens est. Et hoc
faciendi jacultas rectissime eloquentia nominatur. Qua quid esse praeslantius
possit ad usum, compendiosius ad opes. fidelius ad gratinai, commodius ad
gloriam, non facile video [PL. 199. 834]. M6) lbid., I, 1, p. 13 [7]: Ratio,
sciattine virlutumque parens..., quae de verbo frequentius concipil et per
verbum numerosius et fructuosius parit, aut omtrino sterilis permanerei aut
quidem infecunda, si non conceptionis eius fructum, in lucem ederet usus
eloquii; et invicem quod sentii prudens agitano mentis hominibus publicaret.
Haec autem est illa dulcis et fructuosa coniugatio rationis et verbi, quae etc.
[PL si legge in Abelardo — cfr. la nota
308 —, e qualche cosa di simile in Gilberto — cfr. la nota 457), si tratterebbe
semplicemente di possedere in mente una quantità di cose, e in bocca una quantità
di parole 547 ). Insomma per Giovanni il punto di vista più essenziale è
rappresentato dalla consistenza dei mezzi, che s’abbiano una volta a
disposizione, appropriati per la manifestazione del pensiero con il discorso, e
pertanto la « logica nel significato più esteso» della parola, è da lui
definita in termini ciceroniani come ratio loquendi vel disserendi, onde è di
sua competenza l’addestramento all’uso del discorso (magisterimn sermonum): e
qui essa, mentre da un lato rivela la propria utilità, dall’altro lato tiene
anche il primo posto fra le arti liberali, poiché in quella più vasta accezione
comprende anche la sfera della grammatica 548 ). Ma mentre con ciò si
renderebbe tuttavia manifesta la esigenza di una più rigorosa determinazione,
in ordine a questa estesa definizione, della relazione reciproca tra grammatica
e logica (cfr. subito appresso la ) Ibid., 16, p. 42 [39]: Natura enìm copiosa
est et ubertatis suae pratiam Immotine mdigentiae facit. Inde ergo est, quod
[401 pròpnetas rerum redundat in voces, dum ratio offertat sermone, rebus de
quibus loquUur esse cognatos. — Polycr., VII, 12, p. 124 fll. 1391 A telili
cairn utilius, nichil ad gloriam aut rcs adquirendas com'modius inventati quam
eloquenza quae ex eo plurimum comparatile si rerum ln r re copia sit ver,l °
rum fPL, 199, 845 e 6631. etuTrìJ, 1 ': 10 ’ P ‘ w 8 [ 2 J ]: Est ita ^ e lo *
ica ' ). Ma poiché
ciascun’argomentazione o disputa consiste di espressioni verbali, si la ora la
distinzione — in maniera simile che in Abelardo (nota 271), e tenuto conto di
questa definizione più ristretta (cfr. invece la nota 548) — fra la grammatica,
che tratta soltanto della dictio, e la dialettica, che ha per oggetto e
contenuto i dieta : ma a tal proposito, con atteggiamento di puro indifferentismo,
si qualifica come irrilevante la questione se si tratti qui del profferire, o
di quello che vien profferito 556 ). E mentre Giovanni a ciò novamente
ricollega la parcisecundo super Porphirium asserii (p. 47 [PL, 64, 73; ed.
Brandt, 140]), est orlus logicai disciplinae. Oporluit enim esse scientiam quae
veruni a falso discerncret. et doceret quae ratiocinatio veram teneat similari
i disputarteli, quae verisimibm, et quae fida sit, et quae debeat esse suspecta
; alioquin veritas per ratiocinantis operam non poterai diveniri. — I, 15, p.
41 [39]: Diabetica autem id dumtaxalaccentai. quoti verum est aut verisimile,
et quicquid ab his longius dissidet ducil absurdum [PL. 199: 857, 858 e 844].
5M) ihid.. II, 3. p. 65 [64]: Profecta igitur hinc est et sic perfecta scientia
disserendi ; quae disputandi modos et rationes probationiim aperit...; aliis
philosophicis disciplinis posterior tempore, seti ordine prima (parimente Ugo
da S. Vittore, nota 46: e cfr. la nota 543). Inchoanlibus enim philosophiam
praelegenda est, eo quod vocum et intellectuum inlerpres est. sine quibus
nullus philosophiac articulus recte procedil in lucern [PL, 199, 859]. 5M )
lbid., 4. p. 67 [65] : Est autem diabetica, ut Angustino placet (v. la Sez. XII,
nota 30), bene disputandi scientia.... Est autem disputare, aliquid eorum, quae
dubia sunt aut in [66] contradictione posila aut quae sic rei sic proponunlur
catione supposita probare rei irnprobare ; quod quidem quisquis ex arte
probabiliter facit, ad dialectici pertingil metani. Hoc autem ei nomea
Aristotiles auctor suus impostili, eo quod in ipsa et per ipsam de diclis
disputatile : ut enim gramatica de diclionibus et in dictionibus. teste
Ilemigio (Sez. precedente, nota 172), sic ista de dictis et in diclis est. Ilio
verbo sensuum P rln ~ cipaliter : sed linee examinat sensus verborum ; nani
lecton [aev. .ov] graeco eloquio (sicut ait Isidorus) (Sez. precedente, nota
27) dietum appellalur. Sire autem
dicatur a Graeco lexis [>.£''.;], quod locutio interpretalur.... site a
lecton [)£Xt6v], quod dietum nuncupatur. non multum refert ; cum ex aminare
loculionis vim et eius quod dicitur veritalem et sensum. idem aut fere idem sit
; vis enim verbi sensus est. — III, 5, p. 137 [142]: Est autem res de quo
aliquid, dicibile quod de aliquo, dictio quo dicitur hoc de ilio : e a ciò fan
seguito le parole sopra citate, alla nota 207 [PL. zione delia logica, venuta
in voga nella scuola, da Boezio in poi 537 ), la conoscenza ch’egli ha di
Aristotele, lo porta in pari tempo a distinguere tra apodittica e dialettica:
in tale distinzione tuttavia, neanche la prima delle due reca in se stessa una
propria interna finalità, bensì rimane pur sempre come cosa essenziale la
utilità della logica, così divisa, nella sua totalità 558 ). [d) conoscenza
compiuta . 66 [64]: Pro co namquc logica dieta est. quod rationalis, i. e.
rationum ministraloria et examinalrix est. Divisti eam Plato in dialeclicam et
rethoricam ; sed qui efficaci am eius altius metiuntur, et pitica attribuunt.
Siquidem ci demonstrativa. probabilis et sopii'stira subicmntur, ecc., in piena
conformità con Boezio (v. in Sez. XH, nota 82). Così pure 5, p. 68 [67]:
Demonstrativa. probabilis, et sophistica, omnes quidcm consistimi in inventione
et iudicio, et itidem dividentes, diffinientes, et colligentes, domestici
rationibus utuntur : v. ibid. la nota 76 [PL, 199, 859 e 861], yotq Uiid.. II,
14, p. 85 [87]: Principia inique dialecticae probabilia sunt ; sicut
demonstralivae necessaria . — III, IO, p. 152 [160]: Sophisma est sillogismus
litigatorius ; philosofimn vero, demonstrativus ; argumentum aulem. sillogismus
dialecticus ; sed aporisma (v. la Scz. IV, nota 33), sillogismus dialecticus
contradictionis. Horum omnium necessaria estcognitio, et in facultatibus
singulis perutilis est exercilalio. — p. 154 [162]: Sic simrum instrumentorum
necessc est logicum expedilam habere faciillatem, ut scilicet principia
noverii. probabilibus habuntoo et inducendi omnes ad manum habeat rationcs [PL
iiosce più gli scritti logici parzialmente, e soltanto per sentito dire, è da
lui qualificato come vero duce (campiduc- tor) di tutti gli studiosi di logica,
e in ogni caso, sebbene con le riserve dovute all’autorità della fede cristiana
e della teologia morale, come maestro dell’arte di disputare 559 ): al
ciceroniano Giovanni, cioè, manca naturalmente il senso dell’ intimo valore
filosofico della logica aristotelica, nella quale scorge invece soltanto una
tecnica estrinseca: e perciò è anche sua opinione questo ci fa ricordare la espressione su
ricordata (nota 542) « astu- tiae» — che Aristotele mostri maggior vigore nella
polemica contro altri, che non nella costruzione positiva della sua propria
dottrina 58 °). Prese le mosse dalla tesi che la logica, come tecnica dei
discorsi ( sermones ), comprendendo inventio e iudicium (Sez. XII, nota 76), è
lo strumento di tutte le discipline, per la quale ragione appunto Aristotele si
è meritato di essere soprannominato « il Filosofo » 581 ), Giovanni con- 559 )
Ihid., Ili, 10, p. 147 [154]: Rei rationalis opifex et campi- doctor (Giles
legge campi doctor [PrantJ, campiductor ]) eorum qui lo- gicam profitentur.
Campidoctor (come sopru) itaque Peripateticae disciplinae, quae prae ceteris in
veritatis indaga- lione laboret, infelicem summam operis dedignatus, taluni
compqnil (allusione a Hor. Ars poet., v. 34); cerlus quoti cuiusque operis per-
fectio gloriam sui praeconalur aucloris. — IV, 23, p. 180 [190] : Sicul optimus
campidoctor (qui anche il Giles dà la lezione corretta [ campiductor ]) hunc ad
infcrendam pugnimi, illum inslruit ad cau- telam. — 27, p. 183 [193]: Nec tamen
Aristotilem ubique bene aut sensissc aut dixisse protestar, ut sacrosanctum sit
quicquid scripsit. Nam in pluribus [194], optinente ratione et auctoritatc
fidei, con- vincitur errasse . linde sic accipiendus est, ut ad promovendos iu-
vrnes ad gravioris philosophiae instituta doctor sit, non morum sed
disceptaiionum [PL, 199: 910, 915-6, 930, 932], 5 ““) Ibid., III, 8, p. 141
[147]: Aristotilem prue ceteris omnibus tam aliae disserendi ratiocinationes
quam diffiniendi titulus (cioè il contenuto del 6° Libro della Topica)
illustrarci, si tam patenter astrarrei propria quam potenter destruxil aliena
[PL, 199, 906], M1 ) Enlhel., v. 821 ss.: Magnus Arisloleles sermonum possidet
artes Et de virtutum culmine nomen habvt. Judicii libros componil et inve-
niendi Vera, facultales tres famulantur ei; Physicus est moresque docet, sed
logica servii Alidori semper officiosa suo ; Haec illi nomen proprium Jacit
esse, quod olim Donai amatori sacra Sophia suo ; Nam qui prae - sidera l’intiero
Organon in una maniera che perfettamente si accorda con il modo di pensare di
Abelardo (note 271 ss.); Aristotele cioè avrebbe ricevuto dalle mani dei
grammatici la semplice vox significativa, della quale avrebbe preso a trattare
nelle Categorie, in tal guisa che essa possa poi (De Interpretatione) venire
considerata come elemento della complessa struttura del giudizio, e a ciò possa
far seguito Io svolgimento di quanto si attiene alla inventio e al iudicium ;
la Isagoge compilata da Porfirio [per introdurre] alla prima di queste parti
principali, appartiene al tutto, proprio soltanto quale introduzione, e non si
deve, come si suole da molti (note 56 ss.), farne per così dire la cosa
principale 562 ). Così però si opera nell’Organon anche una nuova divisione in
due gruppi principali, in quanto che la Isagoge, le Categorie e il De interpr.
posson valere solamente da gradi preparatorii (praeparaticia artis), essendo
tali libri ad artem, piuttosto che de arte, laddove la tecnica vera e propria,
nella quale la inventio e il iudicium trovano la loro piena esplicazione, si
presenta nelle tre opere celiò, liluli communis honorem Vindicat. — Metal., II,
16. p. 88 [90]: fìrnnes se Aristotilis adorare vestigio gloriantur ; adeo
quidem, ut communi' omnium philosophorum nomea praeminentia quadam sihi
proprium fecerit. Nam et antonomasice, i. e. excellenter. Philo- sophus
appellatile [PL, 199: 983 c 873], 562) jVf e (a/., II, 16. p. 89 [90]: Ilic
ergo (cioè Aristotele) proba- bilium rationes redegit in artem et, quasi ab
dementis incipiens, usque ad propositi perfectionem evexit. Hoc autem pianura est his qui
scru- tantur et diseutiunt opera cius. Voces enim primo significativas. i. e.
sermones incomplexos, de gramolici menu accipiens, differentias et vires eorum
diligenler exposuit, ut ad complexionem enuntiationum et inveniendi
iudicandique scientiam facilius qccedant. Sed quia ad lume elementarem librum
magis elementarem quodammodo scripsit Por- phirius, eum ante Aristotilem esse
credidii antiquitas praelegendum. Recte quidem, si recte doceatur ; i, e. ut
tenebras non inducal [91] erudiendis nec consumai aetatem,,.. linde quoniam ad
aliu introduclorius est, nomine Ysagogarum inscribitur. Itaque inscriptioni
derogant qui sic versantur in hoc, ut locum principalibus non relinquant [PL,
principali: Topica, Analitici e Soph. Elenchi 563 ). Ma proprio per rispetto alla inventio e al iudicium,
risulta di nuovo un altro punto di vista da adottar quale principio della
partizione, in quanto che la Topica, insieme con i libri precedenti, riguarda
prevalentemente e fondamentalmente la inventio, laddove alla stessa maniera
Analitici e Soph. El. debbono servire al iudicium ; tuttavia neanche si
potrebbe daccapo mantenere rigorosamente questa partizione (della quale poi non
sappiamo davvero perchè in generale sia stata assunta come fondamentale),
perchè alla inventio contribuiscon pure gli Analitici e i Soph. El., e
viceversa anche la Topica giova al iudicium 564 ). D’altra parte, oltre a tutto
ciò, troviamo che Giovanni, per far intendere che cos’è l’Organon, utiM3 ) Dopo
che cioè nel lib. Ili, cap. I, del Metal, si è trattato della Isagoge, nei cap.
2 e 3, delle Categorie, c nel cap. 4, del De interpr., al principio del c. 5,
p. 134 [139] si legge: Artis praeparalitia praecesserunl, ad quam suus opifex
et quasi legislator rudem omnino tironem irreverenter el, ul dicisolet, illotis
manibus non censuit admittendum.... Utilissima quidem sunt et, si non satis
proprie dicantur esse de arte, satis vere dicuntur esse ad artem : parum autem
refert, si magis dicatur ari sic. Ipsum itaque quodammodo corpus artis, deditctis
praeparatiliis, principaliter consistit in tribus ; scilicet Topicorum.
Analeticorum. Elenchorumquc notitia; his enim perfecte cognitis, et habitu
eorum per usum et exercilium roboratis, inventionis et iudicii copia
suffragabitur in omni facultate tam demonstratori quam dialectico et sophistae
[PL, 199, 902]. M4 ) Ibid., IV. 1, p. 157 [165]: Unde cum inventionis
instrumenta procurasset et usum. quasi in conflatorio setlens, examinatorium
quoddam studuit cadere, quo diligentissima fieret examinatio rationum. Ilic
autem est Analeticorum liber, qui ad iudicium principaliter special, et lanieri
ad inventionem aliquatcnus proficit. Nani [166] disciplinarum omnium connexae
sunt rationes, et qucelibel sui perfectionem ah aliis mutuatur. — III. 5, p.
134 [139]: Scientia Topicorum. quae, etsi inventionem principaliter instruat,
iudiciis tamen non mediocriler sujjragatur.... Siquidem sibi invicem universa contribuunt. coque in
[140] proposito facultate quisque expeditior est, quo in vicina el cohaerente
instructior fueril. Ergo et tam Analetice quam Sophistica conferunt inventori,
et Topice itidem conducit indicanti ; facile tamen adquieverim singulas in suo
proposito dominari et accessorium esse beneficium cohaerentis. — IV, 8, p. 164
[173]: Licei ad iudicium maxime dicatur hacc scientia (se. demonstrativa)
pcrtinere, invenlioni tamen plurimum conferì [PL izza una similitudine, e
compiutamente la svolge, facendo corrispondere alle lettere dell’alfabeto le
Categorie, e alle sillabe il libro De interpr. 56S ); fa poi seguito la Topica,
che rappresenta la parola (dictio) e v’incliiude la colleclio degli elementi
566 ) : e ciò anzi in tal guisa, che, procedendo lo sviluppo nel senso di una
costante ascesa, a fondamento di tutta quanta la logica stia il primo libro
della Topica 567 ), e cosi poi il libro ottavo corrisponda alla connessione
della proposizione ( constructio, espressione di Prisciano — cfr. la nota 273),
ond’è proprio questo il libro, in cui si dà la scalata al punto culminante
della logica, ed esso, al paragone di tutta la letteratura moderna (dei moderni
: v. le note 55 ss.), dev’essere qualificato come lo scritto di gran lunga più
utile 588 ). Gli Ana5C5) Jbid., Ili, 4, p. 130 [135]: Libcr Pcriermeniarum, vel
potius Periermenias (v. la Sez. precedente, nota 33), ratione proporlionis
sillabicus est, sicul Praedicamenlorum elementarius ; nam dementa ralionum,
quae singulatim tradii in sermonibus incomplexis. iste colligil, et in modum
sillabae comprehensa producit ad veri falsiquc signijlattionern. Tantae quidem
subtilitatis est habitus ab antiquis, ut in praeconium eius celebralum ferat
Isidorus (v. ibid. la nota 34), quia Aristotiles, quando Periermenias
scriplilabat, calamum in mente tinguebat [PL, 199, 899]. _ 66r >) Ibid.. 6,
p. 137 s. [143]: Sicul autem elementarius est Praedicamentorum, Pcriermeniarum
vero sillabicus, ila et Topicorum liber quodammodo dictionalis est. Licei enim
in Periermeniis agatur de simplici enunliatione, quae ulique veri falsine
dictio est, nondum tornea ad vim colligendi pertingit, nec illud assequilur. in
quo dialecllces praecipua opera versalur. Ilic vero prirnus est in
rationtbus ex piicandis, doctrinamquc facit localium argumentationum, et
sequcntium complexionum pandit initia ]PL, 199, 904]. _ 567 ) Ibid., 5, p. 135 [140]: Odo quidem
voluminibus clauditur, fiuntquc semper novissima eius potiora prioribus. Primus
autem quasi materiam praeiacit omnium reliquorum [141] et lolius logicae
quaedam conslituit fundamenta [PL, 199, 903]. 56S ) Ibid., 10, p. 147 [154]:
Arma lironum siiorum locami m arena, dum sermonum simplicium significationem
evolverei et ilem cnunliationum locorumque naturam aperiret.... Ut autem
praemissae similitudinis sequamur proporlionem, quemadmodum Categoriarurn
clcmentarius, Pcriermeniarum syllabicus, proemiasi Topici dictwnnles libri sunt
; sic Topicorum octavus constructorius est ralionum, quorum eiementa vel loca
in praecedentibus monstrala sunt. Solus itaque versatur in praeceptis, ex
quibus ars compaginatur, et plus confort ad scientiam litici Primi, che si riattaccano a quel libro
stesso, vengono, con l’aggiunta di una barbarica interpretazione [etimologica]
del titolo (cfr. la nota 23 e la Sez. precedente, n. 288), lodati bensì parimente
per la loro utilità, ma nello stesso tempo criticati tuttavia per la sterile
loro forma, poiché non soltanto si trova lo stesso contenuto svolto altrove
(cioè evidentemente in Boezio, de syll. cat. e Introd. ad syll. cat.) in forma
molto più facile e penetrante, ma ancora perchè quell’opera, in generale, con
il suo stile conjusus e inintelligibile, è poco meno che inservibile per dare
all’argomentazione il suo apparato esteriore (ad phrasim instruendam) : e però
ci si doveva limitare a imparar a memoria le regole in essa contenute (dunque
press’a poco alla stessa maniera che troviamo in Boezio, loc. cit. [direi che
si riferisca alla nota 77 della Sez. XII, richiamata nella nota — o, più
precisamente, al seguito del testo corrispondente, dove si parla di Boezio,
come del primo autore di una logica, indirizzata all’unico intento di far
entrare un certo numero di regole nelle teste dei più stupidi]), ma il
rimanente si poteva lasciarlo da parte, come loppa o foglie secche 589 ).
disserendi, si memoriter habeatur in corde... .quam omnes fere libri
dialecticae, quos moderni patres nostri in scnlis legere consueverant ; nani
sine eo non disputatile arte., sed casu [PI]. 60 °) Jbid.. IV, 2, p. 158 [166]:
Analeticorum quidem perutilis est scienlia, et sine qua quisquis logicam
profitetur, ridiculus est. Ut
vero ratio nominis exponatur, quam Graeci Analeticen diclini, nos possumus
Rcsolutoriam appellare (questo è un pensiero che Giovanni ha preso da Boezio :
v. la Sez. XII, nota 77), familiarius tamen assignabimus. si dixerimus aequam
locutionem; nam illi anu « acquale », lexim « locutionem » dicunl. Frequens
autem est, cum sermo parum est inlellectus, et eum in notiorem resolvi
desideremus aequivalenter ; unde et interpres meus (probabilmente uno o l’altro
di que’ due traduttori, che abbiamo trovati più sopra, note 32 s.), cum verbum
audirei ignotum, et maxime in compositi », dicebat « Analetiza hoc » quod
volebat aequivalenter exponi . Ceterum, licei necessaria sit dottrina, liber
non eatenus necessarius est ; quicquid enim continet, alibi faci lius et
fidelius traditur, sed certe verius aut forlius nusquam. Siquidem et ab invito
fidem extorquel.... Porro exemplorum confusione et traiectione litterarum quas
tuoi de industria, tum causa brevilatis, tum E se è opinione di Giovanni che
questa incomprensibilità si manifesti per es. particolarmente neU’ultimo
capitolo degli Analitici Primi (Sez. IV, note 649 s.) 57 °), lo stesso biasimo
è da lui rivolto anche contro tutti quanti gli Analitici Secondi, soltanto con
raggiunta, che una parte di colpa ce l’ha forse la traduzione 571 ). Invece il
ciceroniano Giovanni si trova ora di nuov o, da buon retore, nel suo elemento,
con i Soph. Elenchi, che pertanto, staccati dalla Topica, egli colloca alla
fine dell’Organon; dice che nessun altro libro è più utile di questo per la
gioventù, e com’esso porge il più grande ausilio per la retorica (ad phrasin),
così va preferito anche ai due Analitici, perchè promuove, in maniera più
facilmente intelligibile, la eloquentia, cioè la espressione del pensiero
mediante la parola). Ma dalla Topica ne falsitas alicubi cxemplorum argueretur,
interseruit, coleo confusus est, ut cum magno labore co perveniatur, quoti
faciliime tradì potest. Sicut autem regulae utiles sunt et necessariae ad scientìam,
sic liber fere inutilis est ad frasim instruendam, quam nos verbi supellectilem
possumus appellare.... Ergo scientia memoriter est firmando, et verbo pleraque excerpenda sunt ;
....quac alio commode transferunlur et quorum potest esse frequentior usus.
Reliquae coaequantur foliis sine fructu, et oh hoc aut calcantur aul sua
relinquuntur in arbore. (Qui fa seguito il passo citato più sopra, nota 20). —
Ibid., HI, 4, p. 132 [137]: Sunt autem pleraque quae, si a suis avellas
sedibus, aut nichil aul minimum sapiunt auditori; qualia fere sunt omnia
Analelicorum exempla, ubi litterae ponunlur prò terminisi quae, sicut ad
doclrinam profìciunt.. sic tracia alias inutilia sunt. Regulae quoque ipsae,
sicut plurimum vigorie habent a veritate doclrinae, sic in commercio verbi
minimum possunt [PL, 199, 916-7 e 900-11. 67 °) Ibid., IV, 5, p. 162 [170]:
Postremo agii de cognitione naturarum. Grande quidem capitulum et quod, licei
aliqualenus proposito conferai, fidem tamen prom issi nequaquam irnpìet. Unum scio, me huius capituli beneficio neminem in
cognitione nalurarum vidisse perfectum [PL, 199, 919], Il passo è stato citato
di già più sopra (nota 27). E72 ) Metal., IV. 22, p. 178 s. [188]: Sophisticam
esse dicium est, quae falsa imagine tam dialecticam quam demonslralìvam
acmulatur, et speciem quam virtulem sapientiae magis affettai.... Opus quidem
dignum Aristotile et quo aliud magis expedire diventati non facile dixerim ....
Frustra sine hac se quisquam [189] gloriabitur esse philosophum; cum nequeat
cavere mendacium aut alium deprehendere menlientem.... Unde et ad frasim
eoncilìandum et totius philosophiae in[di Aristotele], che contiene proprio il
fondamento della logica, sono scaturiti i rispettivi scritti di Cicerone e di
Boezio, come pure il libro di quest’ultimo De divisione (su questo punto non
c’è dubbio che Giovanni ha perfettamente ragione), il quale tra le opere di
Boezio occupa un posto particolarmente eminente 573 ). [e) la « ratio
indijjerentiae » come indifferentismo scientifico]. — Con questo ci siamo ora
perfettamente orientati riguardo al punto di vista di Giovanni, e in esso
ravvisiamo certo con buon fondamento un’accentuazione di quella, che Abelardo
aveva chiamata (nota 267) eloquentia Peripatetica ; e se nel rispetto
filosofico già in Abelardo aveva prevalso una conciliazione inorganica di
opinioni opposte, anche questo può ripetersi in più alto grado per Giovanni. È
in verità un atteggiamento coerente il suo, quand’egli, stando con l’attenzione
rivolta in modo esclusivo alla eloquenza dell’argomentazione, va in cerca
persino di una formula determinata, con cui elevarsi a tutta prima al disopra
di quante difficoltà potrebbero esser riposte in una salda posizione
filosofica, che fosse assunta nel contrasto fra le tendenze. Questa formula è
la sua« ratio indijjerentiae », vale a dire il procedimento del perfetto
indifferentismo. Egli cioè anzitutto, trattandosi della conoscenza delle cose
che posson essere oggetto dei discorsi (rerum praedicamenlalium : v. appresso
vesligationes sophisticae exercitatio plurimum prodest ; ita tamen ut veritas,
non verbositas, sit huitis excrcilii fructus. In eo autem michi videntur (se.
Elenchi ) Analelicis praejerendi, quod non minus ad exercitium conferunt et
faciliori intellectu eloquenliam promovent [PL, 199, 929-30], 57a ) Ibid.. Ili,
9, p. 145 [152]: Qui vero librum hunc (cioè la Topica aristotelica) diligentius
perscrutatur, non modo Ciceronis et Boetii Topieos ab his septem voluminibus
(cioè dai primi sette libri) erulos deprehendet. sed librum Divisionum, qui
compendio verborum et eleganlia sensuum inter opera Boetii, quae ad logicam
spectant, singularcm gratiam nactus est [PL, e dei discorsi stessi (sermonum),
richiama l’attenzione sopra la molteplicità di significato a cui i discorsi si
prestano, e osserva che questi all’epoca di Aristotele potevano avere un
significato diverso, perchè invero, secondo la sentenza oraziana, le parole van
via scorrendo in continuo mutamento, e solamente 1’ uso le fissa a questo o
quel modo). E sebbene ora si conceda che, a parità di significato, la
terminologia degli antichi sia più degna di reverenza, che non quella dei
moderni), in linea di principio tuttavia l’uso è più potente che non sia lo
stesso Aristotele: e perciò, in quanto venga in questione la verità di fatto
nella sua obbiettività, e con essa il senso reale delle parole, ben possono
anche sacrificarsi l’espressioni verbali, mentre d’altra parte, fin che la cosa
sia soltanto ammissibile, si può conservar insieme, del1 antica dottrina, e la
lettera e l’intimo significato 576 ). S71 ) Ibid., 3, p. 128 [133]: Profecto
rerum praedicamentalium et sermonum pcrulilis est notitia.... Et quia
multiplicitas sermonum plerumque inlelligentiam claudit, quoliens dicatur
unumquodque docci (se. Aristotiles) esse quaerendum.... Conlingit autem tractu
temporis, et adquiescente utentium voluntate, multipticitalem sermonum nasci
itemque extingui.... (p. 129) [134: Esse in aliquo] multiplicius dicitur quam
Aristotelis tempore diceretur ; et quae lune verbo aliquam. nunc forte nullam
habenl significalionem ; siquidem « Multa renascentur quae iam recidere,
cadentque Quae nunc sunt in honore vocabuia, si volet usus, Quem penes
arbitrium est et ius et norma loquendi » (Hor. Ars poet., v. 70 ss.) [PL, 199,
898-9J. “"') Ibid., 4, p. 131 [136]: Praeterea reverentia exhibenda est
verbis auctorum, cum culla et assiduitale utendi ; tum quia quondam a ma gnis
nominibus antiquitatis praeferunt maiestalem, tum quia dispendiosius
ignorantur, cum ad urgendum aut resistendum potentissima sint.... Licei itaque modernorum et
veterum sii sensus idem, venerabilior est velustas [PL, 199, 900]. 6,r ') Patet
itaque quod usus Aristotile potentior est in derogando verbis vel abrogando
verbo ; sed veritatem rerum. quoniam eam homo non statuii, nec voluntas Humana
convellit. Itaque. si fieri polest, artium verba teneantur et sensus. Sin autem
minus, dum sensus maneat, excidant verbo ; quoniam artes scirc non est
scriptorum verbo revolvero, sed nasse vini earum atque senlentias. Enthel., v. 27 ss.: Qui sequitur sine mente sonum,
qui verbo capessit. Non sensum, judex integer esse nequit : Quum vim verborum
dicendi causa minislrel, Ilaec si nescilur, quid nisi ventus erunl? [PL Già di
qua si desume che tale principio deve condurre a una maniera estremamente
comoda di fare sparir tutte le difficoltà che vengono a galla, perchè in tutti
questi casi basterà dire che la espressione verbale nel corso del tempo è
venuta ad assumere un significato diverso, oppure che in generale essa non ha
importanza. Cosi dice appunto Giovanni stesso (a proposito di una opinione di
Bernardo da Cliartres) che non è per lui di nessun momento il prender una
parola alla lettera, e che non c’è punta necessità di metter in armonia con un
singolo passo, in tal senso, anche tutti gli altri passi). E di fatto a questa
maniera la ratio indijjerentiae, ch’egli ritiene il punto di vista giusto anche
ai fini del tradurre (nota 32), prende forma, dov’egli si richiama a essa, di
esplicito metodo di negazione dello spirito scientifico. Poiché certamente è
somma leggerezza non soltanto il considerare, com’egli fa, « significare-» e «
praedicare » quali perfetti sinonimi, mentre Abelardo si era pure sforzato di
arrivare a una rigorosa definizione (nota 318), — ma anche il denotare, a tal
proposito, come cosa assolutamente indifferente che p. es. con gli aggettivi si
voglia intendere la qualità, ovvero l’oggetto che n’è qualificato; e
rimettendosi egli su questo punto per ciascun singolo caso a una benigna
interpretatio, fa valere le Categorie come un fondamento essenziale ad
avvalorare il suo procedimento, proprio perchè in esse si tratta, ora delle
parole significanti, ora delle cose significate 578 ). Similmente ) Metal.,
dove al passo che abbiamo già citato qui sopra (nota 93) fa seguito: Habet haec
opinio sicut impugnatores, sic defensores suos. Michi prò minimo est ad nomea
in talibus disputare, cum intelligentiam dictorum sumendam noverim ex causis
dicendi. Nec sic memoratam Arislotilis aliorumve auctoritates interprelandas
arbitrar, ut trahalur istuc quicquid alicubi dictum reperitur [PL, 199, 893].
57S ) Ibid., p. 122 [126]: Ex quo liquel quoniam « significare », sicut et «
praedicare », multipliciler dicitur ; sed quis modus familiarissimus sit,
discernere palam est. Inde est, quod iustus et similia si comporta Giovanni, a
proposito di un passo aristotelico, e viene su questo punto, conforme alla sua indifferentia
o ratio licentiae, al risultato, che 1’ individuo singolo, percettibile per
mezzo dei sensi, può essere tauto predicato quanto soggetto”»). E se nella
trattazione di tali questioni siamo con Giovanni al punto dove la logica
finisce, prima di esser in generale neanche incominciata, non può farci
maraviglia che, presentandosi difficoltà un poco più riposte, egli enunci
subito con tutta disinpassim apudauctores rame dicuntur iustum, nunc iustitiam
significare vel predicare.... [127J Tale est iUud Aristntilis : Qualitalem
significant, ut album; quantilatem, ut bicubitum (Cai., 4: v. la Sez. IV. nota
303 [dove la citaz. si arresta avanti le esemplifieaz. : Sinr/u Xsuxiv...]; in
Boezio [ad Ar. praed., I; PL, 64, 180], p. 127) .Sic ulique quia dantur a quahtale
vel quanlitate, ila et qualitalem praedicant, quam apposita demonstrant inesse
subieclis ; inlerdum dicuntur significare quatta, quomam apposilione sua
declarant quali,i sint subiecta. Sed haec a se, si sit benignus inlerpres, non
multum distaili, etsi andito albusintelhgatur in quo albedo ; cum autem albedo
(licitar, non mteUigiturin quo talis color ; sed polius color jaciens tale.
Illud vero quod nudità voce concipit iniellectus, ipsius familiarissima
significalio est. 3, p. 122 s.: Quia ergo aut acquivoce aul univoco aut
denominative, ut sequmtur indifferentiae rationem, singula praedicanlur,
ipsaque praedicatio quaedam ratiocinandi materia est. praedicamenlorum
praemissa sunt instrumenta.... Rationem vero indifferentuie, LI—“J quarti
semper approbamus, liber iste commendai prue cetens ; etsi ubique dilìgenter
inspicienti manifesta sit. Agii enim nunc de sigmficantibus, nunc de
significati, aliorumque doctrinam J acU n nomuitbus aliorum [PL, 199, 894-5], «
Ih>d " 2 ;?‘ P'., 110 Mine forte est illud in Analeticis Aristomenes
intclligibihs semper est; Aristomenes autem non semper . ( Ar l al pr .,, I,
33; in Boezio [PL], p. 445). Et hoc quidem est singulariter individuum, quod
salum quidam munì posse de al,quo praedicari.... Ego quidem opinionem hanc
vehementernec impugno, nec propugno; nec enim multum referre arbitror, ob hoc
quod illam amplector indifferentiam in vicissitudine sermonum, sino qua non
credo quempiam ad mentem auctorum fidehter pervenire. Itaque hic. sicut et alibi,
executus est quod decet libertdium artium pracceptorem, ugens, ut dici solet.
Minerva pinguion [Cic. de Amie., V, 19] ut intelligeretur.... Quid ergo
prohihcl,uxta hanc licentiae rationem ea quae sunt sensibilia vel praedicari
vel subici? Nec opinor auctores hanc vim imposuisse sermoni, ut alligatus sit
ad imam in iuncturis omnibus signìficationem, sed doctnnaliter sic esse
locutos, ut ubique servianl inlelleclui Ino c ° n ‘™ n f!' !i '! mus est el Q upm ‘bi haberi prue ceteris ratio
exigit [PL. 149, 886-/]. V. inoltre appresso [il seguito, nella] voltura il suo
punto di vista, come p. es. quando, riguardo al giudizio universale, prende per
equivalenti la inerenza obbiettiva e la predicazione subbiettiva, e tutt’al più
ravvisa qui ima modificazione di terminologia, presentatasi nel corso del tempo
580 ). [f) la Isagoge. Concezione deglia universalia in re»]. — Se dopo di ciò
seguiamo nei loro particolari l’espressioni di Giovanni relativamente alla
sfera propria della logica, tenendo dietro al filo della partizione da lui stesso
assunta come fondamentale per l'Organon, — incontriamo in lui anzitutto, come
ben s’intende, nell analisi della Isagoge, cioè nella questione degli
universali, 1 estremo sincretismo o eclettismo, cbe sfocia da ultimo in una
concezione stoico-ciceroniana. Non già al punto di vista di un filosofo cbe
stia al disopra della unilaterale contesa tra i contrastanti indirizzi, bensì a
mancanza di acume filosofico o a faciloneria da retore praticone, s’informa
l’atteggiamento di Giovanni, quando qualifica come infantile tutta la disputa
sui concetti di genere e di specie : e invero, a tal proposito, egli si limita
a tirarsi indietro, riferendosi a quella molteplicità di significati delle
parole, di cui più sopra (note 574 s.) abbiamo fatto cenno : imperocché genere
e specie possono significare cosi il principio della generazione, cioè la base
ontologica delle cose, come anche il predicabile, cioè il valore logico dei
concetti universali 58 ^). E a quel modo cbe su questo punto m°) JHd„ IH, 4, p.
132 [137]: Quod dicitur „in loto esse allerum alteri “ vel .. 'in loto non esse
", et „universaliler aliquid de aliquo prae dicari '“ vel „ab aliquo
removeriidem est (cfr. la nota 16); frequens tamen usus est alterius verbi, et
alterius fere inlercidit, nisi quatenus ex condicto inlerdum admittitur. Fuit
/orlasse tempore Aristotilisutriusque usus celebrior, sed nunc prae altero
viget alterum, quoniam ita vu lt usus. Sic et in co quod dicitur contingens.
aliquatenus derogatimi est ei quod apud Aristotilem optinebat [PL, 199, 901]
(cfr.la nota 216). 581 ) lbid., 1, p. 116 s. [120]:... sed ad puerilem de
genenbus et speciebus.... inclinavit opinionem (s’intende Abelardo); malens in
Giovanni si appoggia al commento boeziano della Isagoge di Porfirio, così
insomma è ancor una volta, come vedremo (nota 602), in un passo isolato di
Boezio che ci si offre concentrata la opinione di lui, sicché anche in lui
ritroviamo di nuovo un argomento per provare quanto strettamente tutto il
movimento degli studi di logica in quell’epoca si tenesse attaccato a sentenze
frammentarie degli autori tradizionalmente più autorevoli. Perfettamente
analogo all’atteggiamento di Abelardo, che si riattaccava a un solo unico passo
[della versione boeziana del De inlerpr.] per avvalorare la duplicità del suo
modo di vedere [nella questione degli universali] (nota 286), è l’atteggiamento
complessivo anche di Giovanni, in quanto ch’egli presta agli universali un
valore ontologico, e logico al tempo stesso; con la sola differenza, che in lui
la confusione dei punti di vista è non soltanto più complessa e stravagante, ma
anche ben più contraddittoria che non in Abelardo. Giovanni, cioè, non soltanto
parla occasionalmente, quale teologo, intorno ai concetti di sostanza e di
essenza, alla stessa maniera che si trovano trattati questi argomenti nel
Pseudo-Boezio de Trin. e in Gilberto 582 ), ma anche in quello scritto ch’è
dedislruere et promovere suos in puerilibus quam in gravitate philosophorum
esse obscurwr.... Itaque sic
Porphirius legendus est, ut sermonum de quibus agitar, significatici teneatur,
et ex ipsa superficie habeatur sensus verborum.... Sufficiai ergo introducendo nosse quia nomen generis
multiplex est et a prima instilutione significai generationis prìncipium....
Deinde hinc translatum est ad significandum id, quod de differentibus specie in
quid pratdicatur (sopra questa terminologia abbreviata, v. la nota 282). Item
et species multipliciter dicilur ; nam ab instilutione formam significai....
Hin autem sumptum est ad significationem eius quod in quid de differentibus
numero praedicalur. (lutto ciò ha fondamento in Boezio [ad Porph. a Vict tranci
I 22: ed. Brandt, p. 66; PL, 64. 38], p. 22, e [od Porph. a se fransi, lì, 2:
ed. Brandt, p 171 ss.; PL, 64, 87-8] 57 s.).... Quid ergo sibi volunt [Webb:
voi in qui.... quicquid aliud exeogitari potest, adiciunt ?.... Vocabulorum
simpliciter aperiantur significai ioncs, apprehendatur illa quae proposito
congruit per descriptiones certissimas etc. [PL]. oS ") Epici. Quicquid
autem subsistit, sine dubìo in genere vel in natura vel in substantia manet.
Quum ergo essentiam cato alla logica, espressamente manifesta il suo accordo
con Platone e con il suo realismo ontologico, secondo il quale il vero essere
appartiene all’ intelligibile, mentre le cose concrete neanche son degne del
verbo «esse» 083 ). E com’egli all’erma quale base reale dell’essere la natura
non peritura della sostanza e la persistente efficienza della forma,
attenendosi in ciò pedissequamente al motto, trasmesso per antica tradizione «
singultire sentitur, universale intelligitur » 6M ), così a lui Gilberto è
guida, anche relativamente alla definizione della natura, e alla forza
plasticadella differenza specifica 686 ): Giovanni anzi si serve persino del
termine « jorma nativa » (cfr. la nota 467); nè parimente manca in lui, come
non manca in alcuno tra i realisti, il concetto di partecipazione 586 ) ;
infine la dicimus significare naturam, vel genus rei suhstantiam. intelligimus
ejus rei, qua e in his omnibus semper esse subsistat.... Quod si apud Graecos
expressam habent dififerenliam lutee, quae Ilio totics inculcata sunt, essendo,
natura, genus, substantia, cam expediri omnium arbitror interesse quamplurimum
[PL, 199. 162-3]. i > 83 ) Metal., IV, 35, p. 193 [204]: Plato quoque eorurn
quae vere sunt et eorum quae non sunl sed esse videntur, dififerenliam docens,
intelligibilia vere esse asseruit.... Unde et eis post essenliam primam reale
competei esse; i. e. firmus certusque status, quem verbum, si proprie, ponilur,
[205] cxprirnil substantivum ; temporalia vero videntur quidem esse, co quod
intelligibilium praetendunt imaginem. Sed appellatione verbi substanlivi non
satis digna sunt quae rum tempore transeunt, ut nunquam in eodem statu
permansavi, sed ut fumus evane scant ; fugiunt enim, ut idem ail in Thimaeo (p.
49 E), noe expeetant uppellutionem .... p. 195 [206]: Ideam vero.... sicut
aelernam audebat dicere, sic coaeternam esse negabal [PI., 199, 938-9]. 6M)
Enthet. Nulla perire potasi substantia, formaque jormae Succedens prohihet,
quod movet, esse nihil. Solis corporeis sensus carnalis inhaeret, Res
incorporcae sub ratione jacent [PL. 199. 987 e 992]. m ) Metal., I, 8, p. 26
[23]: Est autem natura, ut quibusdam placet (evidente allusione a Gilberto: v.
la nota 461), ( licei eam sit dijfinire difiìcile,) vis quaedam genitiva, rebus
omnibus insita, ex qua /arare vel [24] pati pnssunt. Genitiva autem dicitur, eo
quod ipsam res quaeque controllai, a causa suae generalionis, et ab eo quod
cuique est principium existendi.... (p. 27) Sed et unamquamque rem injormans
specifica differenza, aut ab eo est, per quem facta sunt omnia. aut omnino
nichil est. Esto ergo ; sit potens et ejficax vis illa genitiva, indita rebus
originaliter [PL, 199, 835—6]. 686 ) Énthet.. v. 395 ss.: Est idea potens veri
substantia, quae rem stessa concezione della individualità assume una forma
tale, che vi riconosciamo la distinzione di Gilberto tra dividila e individua
587 ). [g) grossolano eclettismo, nella questione degli universali]. Ma, dopo
avere udito Giovanni pronunziarsi in tal maniera, che non lascia adito a
equivoco EQUIVOCO GRICE, abbiamo ragione di maravigliarci che egli, per il
fatto che l’intelligibile non può esser universale, ma può soltanto esser
concepito universalmente, dichiari che quella intorno agli universali è una
disputa priva di oggetto, nella quale si cerca di acchiappare la sostanzialità
di un’ombra o di una nube fuggevole 688 ). Vien ora anche, per quel che
riguarda la logica, dato formalmente congedo a Platone, oltre che ad Agostino e
a tutt’ i Platonici, per far posto ad Aristotele, sia pure con l’aggiunta, a
mo’ di consolazione, che la dottrina di quest’ultimo può ben darsi Quamlibet
informat ut Jacit esse, quod est ; Omne quoti est vcrum, convinci! forma vel
actus, Necfalsum clubites, si quid utroque caret. Forma suo generi quaevis
addirla tcnelur Et peragil semper, quicquid origo jubet; Ergo quod informa
nativa constai agilve, Quod natura mancns in ratione rnonet Esse sui generis,
veruni quid dicilur idque Indicai effectus aut sua forma probat. — Polycr..
Iniplet autem haecvita omnem creaturam, quia sine ea nulla est substantia
creaturae. Omne enim quod est, eius participatione est id quod est [PL]. Metal.
Ergo si genera et species a Deo non sunt, omnino nichil sunt. Quod si unumquodque eorum ab
ipso est, unum piane et idem bonum est. Sì autem quid unum numero est, protinus
et singulare est. Nam quod quidam unum aliquid dicunt, non quod unum in se. sed
quod multa unial expressa plurium conformitate, articulo praesenti non
derogant.... Omnis namque substantia acciden tium pluralitate numero subest.
Accidens autem omne et forma quaelibet itidem numero subiacet, sed non
accidentium aut formarum participatione, sed singularitate subiecti [PL, 199,
884], Polycr., VII, 12, p. 127 [II, 141]: Sicut in umbra cuiuslibel carpari,
frustra solidilatis substantia quaeritur, sic in his quae intelligibilia sunt
dumtaxat et universaliter concipi nec tamen univcrsaliler esse queunt,
solidioris existentiae substantia nequaquam invenitur. In his aetatem terere nichil agentis et frustra
laborantis est ; nebulae siquidem sunt rerum fugacium et, cum quaeruntur
avidius, citius danese uni [PL che non sia per nulla più vera, ma è comunque
his disciplinis magis accommoda [tale (v. la nota 589) è la espressione di
Giovanni, resa dal Prantl con le parole « fiir die logischen Partien passender
»] sa9 ). Vengon ora pertanto criticati tutti coloro, che nella Isagoge voglion
metterci dentro un modo di vedere ispirato al platonismo, o che in altra
maniera si scostano da Aristotele: e, richiamandosi nel modo più risoluto alla
sentenza aristotelica, che cioè gli universali non hanno per se stessi
esistenza separata, Giovanni respinge a priori qualsiasi teoria che parli di un
essere degli universali stessi 590 ), combattendo così in particolare, da
questo punto di vista, anche la teoria dello status 591 ). Ma se siamo ora
effettivamente curiosi di vedere come si risolva cjuesta contraddizione con le
tesi prima enunciate, il nostro stupore crescerà forse ancora di passo in
passo. Giovanni cioè anzitutto mette pur in prima linea P intellectus, in tal
maniera che, accordandosi quasi 58 B ) Metal., II, 20, p. 112 [115]: Licei
Plato cetum philosophorum grandetti et lam Augustinum quatti alios plures
nostrorum in statuendis ideis habeat assertores, ipsius lanieri dogma in
scrutinio universalium nequaquam sequimur ; eo quoti hic Peripateticorum
principem Aristotilem dogmatis huius principem prafilemur. Ei qui Peri palei
ieorutn libros aggredilur, magis Aristotilis sentendo sequenda est ; forte non
quia verior, sed piane quia his disciplinis magis accommoda 'est [PL, 199,
888], 60 °) Ihitl.. 19, p. 94 [97] : Quasi ab adverso pectentes (cioè i
commentatori della Isagoge), veniunt contro menlem auctoris et, ut Aristoliles
planior sit, Platonis sententiam docent aut erroneam opinionem, quae aequo
errore deviai a sententia. Aristotilis et Platonis; siquidem omnes Aristotilem
profilentur. 20, p. 94: Porro hic genera et species non esse, sed intelligi
tantum asseruit (Anni, post., I, 22 e 11: v. la Sez. Ili, nota 66, e la Sez.
IV, nota 373) ....(p. 95) Ergo si Aristotiles verus est. qui eis esse tollit.
inanis est opera praecedentis investigationis.... [98] Quare [oul] ab
Aristotele recedendum est, concedendo ut universalia sint [oul....] [PL], e via
dicendo. B91 ) Ibid., 20, p. 102 s. [106]: Sed esto ut statimi aliquem
generalem appellativa significent,... status ille quid sit, in quo singola
uniuntur, et nichil singulorum est, etsi aliquo modo somniare possim ; lamen
quotando sententiae Aristotilis coaptetur. qui universalia non esse conlendit,
non perspicuum habeo [PL, parola per parola con l’autore dello scritto De
intellectibus, non soltanto dà rilievo all’ intellectus coniungens et
disiungens, e in priino luogo principalmente alla forza dell’astrazione (
intellectus absirahens: v. la nota 432), — ma, respingendo anche la obiezione
che 1 intellectus abstrahcus sia illegittimo ( cassus : v. la nota 429),
rivendica all’ intellectus la facoltà di considerar le cose, altrimenti da quel
che sono in concreto (v. le note 432 s.): e con ciò designa l’astrazione, quale
condizione fondamentale di tutta la tecnica dell’intelletto : a tal proposito,
mentre si trova d’accordo con Gilberto (abstractim attendere: v. la nota 464),
va facendo uso altresì di espressioni che abbiamo trovate adottate dai
rappresentanti della teoria della indifferenza ( generaliter intueri, diverso
modo attendere: v. [per una terminologia analoga] le note 133 e 13/), e nello
stesso tempo viene a trovarsi ancora d’accordo, nel concetto del raccogliere le
somiglianze (v. le note 162 s.), con l’autore dello scritto De genenbus et
speciebus: anzi, con la risèrva che si tratta qui soltanto della facoltà
intellettiva subbiettiva, e che obbiettivamente nella natura gli universali non
esistono, si serve persino di quello, ch’era il ter min e invalso nella teoria,
da lui combattuta, dello status (v la nota 132) S92 ). ’*-) limi., 20, p. 95
[98]: Nec verendum ut cassus sii intellectus, qui ea percepent scorsimi a
singularibus, cum lumen a singularibus seorsum esse non possint. Intellectus
enim quandoque rem simpliciter tntuetur, velut si hominem per se intucatur...;
quandoque gradalim suis inceda passibus, ut si hominem albore.... contemplelur.
Et hic quidem dicitur esse compositus. Porro simplex rem interdum inspicit ut
est, ut si Platonem attendai, interdum alio modo ; nunc enim componendo quae
non sunt composita, nunc abstrahendo quae non possunt esse distancta. Ceterum
componens, qui disiuncta coniungit (l’esempio è HIRCOCERVVS [oltre che
centaurus]), inanis est ; abstra hens vero fidelis, et quasi quaedam officina
omnium artium. Et quiocm rebus
existendi unus est modus, quem scilicel natura conlulil, sed easdem
intelligendi aut significatali non unus est modus. Licet enim esse nequeat homo qui non sit iste vel
alias homo, intelligi tamen potest et significari. Ergo ad significationem
incomplexorum per abstra -Se così, in una variata scelta di motivi, ricavati
dalle opinioni di altri autori, si vedon convergere diversi fili, a formar la
concezione della operazione subbiettiva delT intelletto, deve ora riuscirci
inaspettato che a ciò si ricolleghi da capo il realismo di Gilberto: la
dottrina, cioè, secondo la quale la incorporeità qualifica gli universali
soltanto negativamente, laddove, rispetto al loro fondamento positivo, questi
debbono, come in generale tutte le cose, esser messi in relazione di dipendenza
da Dio; ma Dio ha creato la materia formata, vale a dire che tutte quante le
forme, sicno sostanziali sieno accidentali (v. questo punto in Gilberto, alle
precedenti note 461 s.), hanno da Dio il loro essere e la loro efficienza, e
così nell'atto onde sono state espresse le cose, ha predominato un riguardo ai
concetti delle specie, concetti che pertanto il cultore della logica non può
tener separati da Dio, ma in virtù dei quali « le cose son venute fuori [ma
Prantl rende « prodierunt » con « eingiengen»] dapprima nella loro propria
essenza, e appresso nell’intelletto umano» 593 ). In seguito a tale cauhentem
inteUectum genera concipianlur el species ; qaae tamen, si quis in rerum natura
dùigentius a sensibilibus remota quaerat, nichil aget et frustra laborabil;
nichil cnim tale natura peperit. Ratio autem ea deprehendil, substantialem
simililudinem rerum differentium perirnetans apud se. — Polycr., II, 18, p. 96
[I, 103]: InteUectus.... nunc quidem res ut sunt, nunc aliter imudar, nunc
simpliciter, nunc composite, mine disiuncta coniungit, nunc coniuncta
distroihil et disiungii. Si abstrahentem tuleris inteUectum, liberalium arliurn
officina peribit.... Sic hominem intellectus attingit, ut ad neminem hominem
aspectus illius descendat, generaliter intuens, quod non nisi singulariter esse
potest. Dum itaque rerum similitudines et dissimilitudines colligit, dum
differentium convenientias el convenientium dijfcrentias altius perscrutata,
multos apud se rerum invenit status, alios quidem universales, alias singulares
[PL]. Metal.: Sed et nomina, quae proemisi,,.incorporeum“ et insensibile “,
universalibus convenire, privativa in eis dumtaxat sunt, nec proprietates aliquas,
quibus natura universalium discernatur, illis attribuunt ; siquidem nichil
incorporeum aut insensibile universale est.... Quid est autem incorporeum quod
non sit substantia creata a Deo vel ipsi concretum ? Valeanl autem, immo salita
mistica di quella clic Gilberto aveva chiamata forma sostanziale, Giovanni ora
può dire che la sostanzialità degli universali è vera, soltanto riguardo alla
causa cognitionis, e in pari tempo riguardo al generarsi delle cose (natura),
perchè ciascun ente, secondo ch’è situato a un grado più basso nella Tabula
logica, ha bisogno, per il suo proprio essere ed essere pensato, di un altro
ente, che si trovi rispettivamente a un grado più alto; ma d’altra parte gli
universali non hanno un essere, nè come corpi, nè come spiriti, nè come
individui). Cosi dunque Giovanni, mentre segue Gilberto, crede di poter in pari
tempo essere un aristotelico, e come ritiene di sfuggire a quella non
necessaria duplicazione di sostanze, ch’è una conseguenza della concezione
platonica), cosi dice nella maniera dispereant univcrsalia, si ei obnoxia non
sunt. Omnia per ipsum farla sunl, inique lam subiecta formarum quam formae
subiectorum.... Formae quoque, tam
substantiales quam accidentales, habenl ab ipso ut sinl et ut suos subiectis
operentur effectus. Quod itaque ei obnoxium non est, omnino nichil est. Ut enim
ait Auguslinus, formatam creavit Deus materinm.... Eo spectat illud fìoetii in
primo de Trinitate,.omne esse ex forma esl“ CuiUbet ergo esse quod est, aul
quale aut quantum est, a forma est. fundamenta iecit Deus; et in ipsa
expressione rerum habita est mentio specierum. Non illarum dico, quas logici fìngunt non obnoxias
creatori ; sed formarum in quibus res pròdierunl primo in essentiam suam, et in
liumanum deinde intelleclum. Nam hoc ipsum quod aliquid coelum aut terra
dicitur, formae. effectus est [PL]. Quod autern univcrsalia dicuntur esse
substantialia singularibus, ad causam cognitionis referendum est singulariumque
naturam (analogamente lo Scoto Eriugcna aveva, riferendosi agli universali,
fatto uso dell’espressioni causaliter ed effectualiler); hoc enim in singulis
patet. siquidem inferiora sine superioribus nec esse nec intelligi possunt....
Quia ergo tale exigit tale, et non exigitur a tali, tam ad essentiam quam ad
notitiam, ideo hoc illi substantiale dicitur esse. Idem est in individuis, quae
exigunt species et genera, sed nequaquam exiguntur ab eis.... Universalia tamen
et res dicuntur esse, et plerumque simpliciter esse ; sed non ob hoc aut moles
corporum aut subtilitas spirituum aut singularium discreta essentia in eis
attendendo est [PL]: Itaque detur ut sint univcrsalia, aut etiam ut res sint,
si hoc pertinacibus placet ; non tamen ob hoc rerum erit più esplicita che gli
universali — i quali stanno a fondamento delle cose, non diversamente dal modo
in cui il piano detrazione, che è incorporeo, sta a fondamento delle azioni,
che sono invece sensibilmente percettibili, — li troviamo appunto,
esclusivamente, soltanto nelle cose singole, le quali ultime si presentano
visibilmente come ex empia, in cui gli stessi universali si fanno manifesti:
Giovanni cioè risolutamente rappresenta — e su questo punto è il primo, ad
assumere tale atteggiamento — la concezione degli « universalia in re», e
persino combatte la dottrina platonica degli « universalia ante rem », perchè
fuori dal singolo non c’è universale 596 ). Ma poiché, in questa sua posizione,
gli sta sempre dinanzi il concetto che ha Gilberto della forma sostanziale, è
naturale che si attenga a quei passi di Aristotele, dove il concetto di genere
e il concetto di specie vengono designati come qualche cosa di qualitativo 597
). rerum numerum aligeri vel minai prò eo, quoti iuta non sunl in numero' rerum
[PL], C ' J6 ) Ihid. : Nirli il au tem universale est, nisi quoti in
singularibus invenitur.... Nec moveat quoti singularia et corporea exempla sunl
universalium et incorporalium ; cttm omnis ratio gerendi... incorporea sit et
insensibile, illud tamen quoti geritur, et actus quo geritur, plerumqite
sensibilis sit (anche ciò fa tornare a mente il significato che lo Scolo
Eriugena ripone nel termine,,agcre“. Habita tamen ratione aequivocationis. qua
ens vel esse distinguitur prò diversilate subiectorum, species et genera
utrumqite non sine ratione esse dicuntur. Persuadet enitn ratio ut ea dicantur
esse, quorum exempla conspiciuntur in singularibus, quae nullus ambigli esse.
Non autem sic dicuntur genera et species exemplaria sitigli lorttm, ut. iuxta
Platonicidogmalis sensum, formae sint exemplares, quae in mente divina
intelligibiliter constiterint, antequam prodirent in corporei (questo è il
passo di Prisciano. già cit. nella nota 263); sed quotiiam, si quis eius quod
communiter concipitur, audito hoc nomine ..homo", aut quod dijjinitur,
cttm dicitur ..homo esse animai rationale mortale l % quaerat exemplum, slalim
ei Plato aliusve hominum singulorum oslenditur. ut communiter significantis aut
dìffinientis ratio solidelur [l’L, 199, 879 e 885-6]. ia, ) : /lem Aristotiles
: Genera, inquit, et species circa substantiam qualitatem determinanl
(Cai.).... Item in Elenchis (in Boezio [PL], con una traduzione che alquanto si
scosta dal testo: v. soIn queste forme qualificanti scorge la « mano
[dell’Artefice] della natura», che ha dato alle cose la veste delle forme,
perchè l’uomo le possa più facilmente comprendere: e perciò si presenta ora con
il più spiccato rilievo la prima substantia di Aristotele, cioè l’individuo,
movendo dal quale l’intelletto da sè solo si eleva, in linea ascendente — per
mezzo della uguaglianza di forma che accomuna i singoli ( conjormitas : v.
questo concetto in Gilberto) sino alla
universalità dei concetti di specie e di genere): e come Giovanni si ritrova su
questo punto ancora in accordo con la teoria della indifferenza, così adopera
anche a tal riguardo persino la espressione» conjormis status» 599 ). A pra la
nota 34):,,/Jomo et omne commune non hoc aliquid, sed quale quid, (rei) ad aliquid
vel aliquo modo vel huiusmodi quid significai". Et post paura :
„Manifestum quoniam non dandum hoc aliquid esse quod communiter praedicalur de
omnibus, sed aut quale aut ad aliquid aut quantum aut talium quid
significare". Profecto quod non est hoc aliquid, significatione espressa
non potest explanari quid sii [PL]. 69S ) Polycr., II, 18, p. 98 [I, 105]: Et
primo substantiam, quae omnibus subest, acutius intuetur (se. intellectus), in
qua manus naturae probalur artificis, dum cam variis proprietatibus et formis
quasi suis quibusdam vestibus induit et suis sensuum perceplibilibus informat,
quo possit aptius humano ingenio comprehendi. Quod igitur sensus percipit,
formisque subiectum est, singularis et prima substantia est. Id vero sine quo
illa nec esse nec inlclligi potest, ei substantiale est, et plerumque secunda
substantia nominatur.... Universale, si, licei non natura, conformitate tamen
sii commune multorum. Quod forte facilius in intellectu quam in natura rerum
poterit inveniri, in quo genera et species, dijferenlias, propria et
accidentia, quae universaliter dicuntur, planum est invenire, cum in actu rerum
subsistentiam universalium quaerere exiguus fructus sii et labor infinitus, in
mente vero Militar et faciliime reperiuntur. Si cnim rerum solo numero differen'.ium substantialem
similitudinem quis mente pertractet, speciem tenel; si vero etiam specie
differentium convenientia menti occurrat, generis lalitudo mente diffunditur.
Denique dum rerum, quas natura substanlialiter vel accidenlaliter assimilavit,
conformitatem percipit intellectus, in universalium comprehensionc movetur. Numquid
abstrahens intellectus, dum haec agit, otiosus est aut inutilis, per quem
animus honestarum artium gradibus ad thronum consummatae philosophiae
consccndit? [PL]. Enthet. Est individuum, quicquid natura creavit, Conformisque
status est ralionis opus : Si quis Arislotelem primum questo modo la
uguaglianza delle cose tra loro, riguardo alla forma, viene messa in
connessione immediata con la inlellectus communitas (communiter intelligi) ),
ma gli universali stessi vengono, come tali, trasferiti puramente nel modus
intelligendi (e ciò è in armonia anche con la teoria della maneries), sì
ch’essi vengono denominati parole « figurali», e appartenenti esclusivamente
alla « dottrina » (di figura locutionis avevano parlato anche i nominalisti: v.
la nota), o, in una parola, « jigmenta », che, con le cose singole, si trovano
nella relazione scambievole di mostrare e di essere mostrati, e però han potuto
da Aristotele esser acconciamente denominati « monstra » (monstrare) concetto
indeterminato di notio. Ma questo modo di considerare gli universali è ora in
verità così elastico, che nel concetto di« figmentum» Giovanni ci può
trasportare anche l’apprendimento, per parte dell’ intelletto, non censet
liabendum, Non reddit merilis proemia digita sttis [PL], Melai. Ergo quod mcns communiter
inteìligil et od qingularia multa aeque perlinet, quod vox communiter
significai et acque de mullis ve rum est, indubitanter universale est. Secundum
intellectum illuni deliberari palesi de re subiecta, i. e. actualiter
exemplificari, ob inlellectus communitatem ; res, quae sic intelligi potest,
etsi a nullo intclligalur, dicitur esse communis ; res enim conjormes sibi
sunt, ipsamque conjormilatem deducta rerum cogitatione perpendit inlellectus
[PL]. Ergo dumlaxat intelligunlur, secundum Aristotilem, universalia ; sed in
actu rerum nichil est quod sii universale. A modo enim intelligendi figuralia haec, licenter
quidem et doctrinaliter. nomina indila sunt. Ergo ex sententia Aristotilis
genera et spccies non omnino quid sunt sed quale quid quodammodo concipiuntur ;
et quasi quaedam sunt figmenla rationis, seipsnm in rerum inquisilione et
doctrina suhtilius exercentis.... [112] Possunt et monstra dici (si riferisce
al noto passo antiplatonico di Aristotele: vedilo qui più sopra, nota 31),
quoniam invicem res singulas mon.siranf, et monstrantur ab eis. Ea vero quae
intelligunlur a singularibus abstracta,.... animi figmenla sunt.... quae ex
conformitale singularium intellectu non casso concipiuntur [PL]. dei modelli
originari (exempiano), che misticamente esercitano il loro influsso, dalle cose
(exempla), sopra l’anima: a tal proposito enuncia con sufficiente chiarezza il
suo sincretismo eclettico, qualificando,
oltre che far uso di quell’espressioni d’intonazione nominalistica —,
gli universali come prodotti psicologici (phantasiae, termine che ricorda lo
Scoto Eriugena: v. appresso la nota 613 [per altre reminiscenze delle dottrine
doU’Eriugena]), ma a ciò collegando nel medesimo tempo la concezione
stoicociceroniana, secondo la quale gli universali stessi sono concetti
subbiettivi (svvoiou, notiones); e inoltre egli passa ancora, in modo molto
manifesto, rasente al platonismo, o per lo meno va d’accordo con Gilberto, in
quanto che anche da lui gli universali son tenuti in conto d’ imagini di una
originaria purezza ideale, tralucenti dalle somiglianze delle cose singole: con
ciò si trova infine ancora commisto l’aristotelismo, poiché queste figurazioni
fantastiche non possiedono già una esistenza separata dalle cose singole,
bensì, quando si volesse così afferrarle, si dileguano come ombre o come
imagini di sogno). Se ora sembra che non sia effettivamente possibile
accumulare, una sull’altra. 602) lbid.. II, 20, p. 96 [99]: Sunt itaque genera
et species nor. quidem res a singularibus aclu et naturaliter alienae, sei!
quaedam nottiralium et aclualium phantasiae (anche questo termine si trova
parimente — cfr. [per la concezione di Giovanni degli universalia in re, nella
sua relazione con quella dello Scoto Eriugena] le note 594 c 596 — nello
Scoto.Eriugena: v. la Sez. XIII, nota 125) renitentes in intellectum, de
similitudine aclualium. tamquam in speculo, nativae puritatis ipsius animar,
quas Gracci ennoyas [evvoia;] sire yconayfanas [elxovo22 ) Policr.: Sic et
geometrae primo petinones quasdam quasi totius artis iaciunt fondamento, deinde
commanes animi conceptiones adiciunl et sic quasi acie ordinala ad ea quae stb,
sunt demonstranda procedunt [PL ch’è stata colmata dagli studiosi venuti più
tardi, ma anche riguardo ai sillogismi consistenti in combinazioni di giudizi
categorici con giudizi di necessità e di possibilità (Sez. IV, note 558 ss.),
dice che essi non sono esposti da Aristotele in maniera esauriente: e pertanto
rimane qui ancora aperto ad altri il campo a un’attività, la quale tuttavia,
sussistendo il bisogno pratico di così fatte forme di ragionamento, dovrà
fornire. per sodisfarlo, mezzi che sieno, dal punto di vista pratico, più
convenienti) e queste sono ehiaccbieie, per le quali, anche dal canto suo, egli
stesso sembra dover pretendere quella benigna interpretatio, di cui s’è fatto
cenno più sopra. Similmente Giovanni si pronunzia circa i sillogismi ipotetici,
da Aristotele lasciati forse intenzionalmente da parte, a causa della loro
difficoltà; tuttavia, oltre a un accenno a questi sillogismi, che si trova già
nella Topica, è stato in particolare un certo passo degli Analitici. che ha
determinato Boezio e altri a colmare la lacuna, sebbene neanche per opera loro
sia stata ancora raggiunta la vera compiutezza 624 ). Che Giovanni anche 623)
Metnl.. IV, 4, p. 160 [168]: Trium figurarum subnectil rationes (se.
Aristotiles) et qui modi in singulis figuri* ex complexione extremitatum
provenirmi docci : data quidem semente rationis eorum quos, sicul Boetius
asserii (il passo è stato citato più sopra, Sez. V, nota 46), Theofrastus et
Eudcmus addiderunt. Deinde habita modalium ratione transil ad commixtiones quae
de necessario sunl aul contingenti cum his quae sunl de inesse.... A ec tamen
dico ipsum Aristotilem alicubi, quod legerim, nisi forte quod ad propositum, de
modalibus sujficienler egisse ; sed procedendi de omnibus fidelissimam
scientiam trudidit. Exposilores vero divinae paghine rationem modorum pernecessariam
esse dicunt. Et prof celo licei nullus modos omnes, unde modale s dicuntur,
singulatim enumerare sufficiat. quod quidem ncc ars exigit, tamen magistri
scolarum inde commodissime disputali t. et, ut pace multitudinis loquar,
Aristotile ipso commodius [PL] Dialecticam et apodicticam.... prue cedentia
docent ; in his tamen de ipoteticis syllogismis nichil aut parum est actitatum,
Seminarium tamen datum est ab Aristotile, ut et istuc per industriam aliorum
possit esse processus. Cum cairn tam probabilium quam necessariorum loci
monstrati siili, ostensum est quid ex quo sequilur probabiliter aut necessario.
Quod quidem ad vpoteticarum negli Analitici avesse dinanzi agli ocelli soltanto
lo scopo pratico dell’argomentazione, è manifesto dove fa menzione così della
pelino principii B2S ), come pure di alcuni altri momenti della tecnica, tra
cui il procedimento della controprova, per il quale sceglie il termine «
catasyllogismus » «»). Dagli Analitici secondi lia potuto attingere la
conoscenza dei così detti quattro principii aristotelici 6 “'), e aneli egli è
stato inoltre portato a entrare nelle questioni di teoria della conoscenza, che
tuttavia discute assai peggio che non l’autore dello scritto De intellectibus
(note 418 ss.), perchè a un esordio, d’intonazione ancora abbastanza
aristotelica, concernente la percezione sensibile, la fantasia e la opinione,
fa seimUcinm maxime special.... Praeterea Boetius (De syll. hypothetico ( 1.
IL, 01 . 836], p. 609) hoc prò seminio inveniendorum dicit acceptum quod
Aristotile$ ait in Analeticis (v. sopra la nota 522): ..Idem cum su et non SI',
non neresse est idem esse." Ergo ipse et olii (v. la Sez. XII nota 139)
aliquatenus suppleverunt imperfectum Aristotilis in line . parte; seti quidem,
ut michi visum est, imperjecte (sino a qual punto ‘,‘Zn r:r oss I er ': azione
sia v. Md., note 155 e imi [188],Sea forte ab Aristotile de industria relictus
est hic lahor. co quòd plus difficultatis quam utilUatis videtur habere libcr
illius qui dilLenttssime scnpsit. Prof ceto si hunc Aristotiles more suo
exequerelur, vensimile est tantae difficultatis fare librum ut praeter Sibillam
inlelligat nomo. Nec tamen hic de ypotelicis satis arbitrar expeditum, sudP ien
^ nia vero scolorimi perutilia et necessaria sunt [PI,. 199 928-01 nota 62BW 5
' P | 161 t 1 . 7 ?] 1, Adicit (-inai. pr.. II, 16: v. la Sez. IV\ nota 628) et
regulampetitwnis principii, quae speculatio tam demonstraton quam diabetico
satis accommodata est ; licei hic probabilitale gaiiaeat* tue verUatem aumtaxat
amplectatur. PL. Segui tur de causa falsae conclusioni, et catasillogismi (cosi
è anche intitolato effettivamente nella traduzione di Boezio, p. 516 [cap. XX
„De falsa ratiocinalione. catasyllogismo iZlZTu l Z l '° ne ì e l e ' en rt° :
PL 64 ’ 7 ° 51 ’ 11 ri8 P««ivo capitolo AnaL pr II, 19. v. la Sez. IV, nota
631) et elenchi et de fallacia secundum opinionem (ibid. : nota 634 s.) et de
conver sione medi! et extremerum (ibid., nota 636 s.), cuius tamen tota utili
tas longe commodius tradi potest [PL, 199, 919], w ') Enthct., v. 375 ss. [PL.
199, 973]: Quatuor ista solerei laudem praeslare creatis : Subjectum, species,
artificisque manus. Finis item cunclis qui nomina rebus adaptat. Arist. Anal.
post., II, 11: v la’ Sez. IV, nota 696. Era pertanto affatto inutile che si
mettesse in librila SS U " a COnOSCenZa ’ P" ài Giovanni, dei guito
subito il concetto ciceroniano di prudenza pratica, al quale viene appresso la
concezione platonica della rado i, per metter capo infine alla sapientia,
intesa in senso teologico, come ultima meta 628 ). Parimente, come tratto dalla
conoscenza dei Sopii. Elenchi, posti da Giovanni a conchiusione dell’Organon
aristotelico, potrebbe tutt’al più essere degno di ricordo il termine «
reluclatorius [eluctatorius : v. la nota] syllogismus), e così pure, come
ricavata dairàmbito degli scritti di Boezio, la menzione delle quindici specie
di definizione (v. la Sez. XII, nota 107); e qui la lettura superficiale del
libro di Boezio ha indotto Giovanni a ritenere che Cicerone abbia composto
anche lui uno scritto De definidone 63 °). 6as ) Melai.: Cum sensus
secundum Aristotilem ( Anal. post.) sit naturalis potenlia indicativa rerum,
aut omnino non est aut vix est cognitio, deficiente sensu.... p. 166:
Aristotiles autem sensum potius vim animae asserii quarti corporis passioncm.
Imaginatio itaque a radice sensi!um per memoria’ fomitem oritur. Primum enim
iudicium viget in sensu.... Secundum vero imaginationis est; ut cum aliquid
perceptorum. relenta imagine, tale vel tale asserii, de fiuturo iudicans vel
remoto. Hoc autem alterutrius iudicium opinio
appellalur (così in Boezio si trova tradotto il termine Só^a: v. sopra la nota
19; invece per existimatio v. la nota 423). — 12, p. 169: Prudentia autem pst,
ut ait Cicero, virtus animae, quae in inquisitione et perspicientia
sollertiaque veri versatur. Inde est quod maiores prudentiam vel scientiam ad
temporalium et sensibilium notiliam retulerint : ad spiritualium vero,
intellectum vel sapienliam. Nam de humanis scientia, de divinis sapienlia dici solet.
Ergo et potenlia et potentine motus ratio appellatur. Ilunc autem motum asserii Plato in Politia vim esse
deliberativam animae ctc. Sapendo vero sequitur intellectum, co quod divina de
his rebus quas ratio discutit, intellectus excerpsit, suavem habenl gusta ni et
in amorem suum animas intelligentes accendunt [PL, 199: 921-3, 925, 927], 629 )
Ibid., IV, 23, p. 180 [ed. Webb]: Sicut enim dialecticus elencho, quem nos
eluctalorium dicimus sillogismum, eo quod contradiclionis est,.... utitur ctc.
[PL, 199, 930]. — Cfr. Polycr., II, 27, p. 145 [ed. Webb, I, p. 153; PL, 199,
467], dove, sotto il nome [di syllogismus] „cornutus“, viene messo in opera un
dilemma. oso) Vietai., Ili, 8, p. 141 [147]: Sumpserunt hinc (cioè da Arist.,
Top. VI) doctrinae suae primardio Marius Victorinus et Boelius cum Cicerone,
qui singuli libros dififinitionum cdiderunt. Illi quidem difi . — Alano da
Lilla], Mostra qualche affinità con
Giovanni da Salisbury, nei riguardi della ontologia teologica. Alano da Lilla
[ab Insulis], scrittore tanto scipito quanto affettato (morto intorno al 1200
[circa nel 1203]), a entrambi servendo da comune punto di partenza, circa tali
questioni, la concezione di Gilbert de la Porrée. Alano tuttavia non ba trovato
che valesse la pena di prender in considerazione, neanche a quella maniera che
ci si fa manifesta in Gilberto o magari anche in Giovanni, il valore di questa
ontologia dal punto di vista della logica, dovendo, in ordine a quella,
rimanere riservato ai teologi il compito di giudicare o apprezzare: bensì ba
assunto, nell’ampolloso suo poema « A/iticlaiidianus », rispetto alla logica,
il punto di vista della dottrina scolastica piu volgarmente ordinaria, che ancb
egli ha in buon conto, solamente come mezzo di argomentazione per la battaglia
contro gli eretici). Facendo comparire, analogamente a Marciano Capella, le
sette arti quali figure simboliche, egli, dopo che per prima è stata introdotta
la grammatica, rappresenta, in secondo luogo, la logica come una vergine
estremamente industriosa e solerte, nel cui volto scolorito si scorgono
solamente pelle e ossa, sicché vi si riconoscono le conseguenze delle veglie
trascorse nell’applicazione allo studio 63 -); enumera poi i suoi doni, ch’essa
reca con sé finicndi nomen usque ad quindecim species dilataverunl, describcndi
modns dijfinitionis vocabulo subponentes ; hiiic vero de substanliali praecipue
cura est fPL, 199, 906] (v. la fonte di questo errore alla Sez. XII. note 103 c
106). Anticlaud. (Alani Opp., ed. C. de Visch, Anversa [PL]: Succedit Logicae virlus
arguta, Haec docet argutum JMartem ralionis mire, Adversae parti concludere,
frangere vires Oppositas, parlenupie su ani ratione Uteri : Eestigare fugarti
veri, falsumque fugare, Schismaticos logicce, falsosque retundere fratres. Et
pseudologicos et denudare sophislas [testo cit. secondo la ediz Wright: Dist.
VII, eap. VI, 1 ss.]. 6 ‘-) [PL]: Latius inquirens, sollers, studiosa,
laborans. Virgo secando starlet, intrat penetralia mentis, Sollicitatque manum,
mentem manus excitat, urget Ingenium.... Et decor nella battaglia per la
verità, e tra essi precisamente nomina anzitutto la topica, con le sue maximae
propositiones, a questa intrecciando la sillogistica, come pure la induzione e
Vexemplum: seguono poi la definizione, con inclusa la descrizione, e la
divisione del genere nelle specie, come pure del lutto nelle parti, e inoltre
il ricostituirsi della connessione tra i membri così differenziati: tutte
funzioni, queste, con le quali la logica agisce quale strumento o chiave della
verità, come pure quale arma per tutte le altre arti). Finalmente Alano,
enumerando gli scrittori di logica, esalta Porfirio come un secondo Edipo,
critica Aristotele, per la confusione di parole che ha introdotta, onde la
logica è stata novamente oscurata e velata : ma dopo di lui è venuto Boezio a
riportare nel tutto, luce e ordine). e t species afilasset virginia arlus,
Sicul praesignis membrorum disseril orda. Ni facies quadam macie, respersa
iacerel. Vallai eam macies, macie vallata profunde Su lisi del. et nudis culis
ossibus arida nubit. Ilaec habitu . gesta, macie, pallore, figurai Insomnes
animi motus, vigilemque Minervam Praedicat, et secum vigiles vigilasse lucernas
[Dist.]. [PL]: Monslrat elenchorum pugnas, logicaeque duellum : Qualiter
ancipiti gladii mucrone coruscans Vis logicae veri facie tunicata recidit
Falsa, negane falsum veri latitare sub umbra.... Quid locus in logica dicalur
quidve localis Congruitas, quid causa loci, quid maxima, quid sitVis argumenli,
mattana a fonte locali, C.ur argumentum firmeI locus, armet elenchum Maxima,
quae vires proprias largitur elencho. Cur ligel extremos medius mediator eorum
Terminus, et firmo confibulel omnia nexu...., Qualiter usurpans vires et robur
elenchi Singula percurrit inductio, colligit omne.... Qualiter excmplum de se
paril.... Quomodo diffinit, parlitur, colligit, unii Singula, quaegremio
complectitur illa capaci. Quomodo res pingens descriptio claudit easdem, Nec
sinit in varios descriptio currere vultus. Quid genus in species divisum
separai, aut quid Dividit in partes totum, rursusque renodal, Quae sunt sparsa
prius, divisaque cogil in unum. Qualiter
urs logicae tanquam via, janua, clavis, Ostendil, reserat, aperii secreta
sophiae. Qualiter arma gerii, et in omni militai arte [PL]: Auctores logicae,
quos donai fama perenni Vita, recole.ns defu nctos suscitai orbi. [Illic
Porphyrius directo tramite pontem Dirigit, et monstrat callem quo lector
abyssum latrai Aristotilis, penetrane penetralia libri.] Illic Porphyrius
arcana Passaggio alla letteratura]. Eccoci giunti così al limite del XII 0 e
del XIII° secolo, limite caratterizzato anche dal fatto, che proprio in quel
momento da varie parti è stato recato all’Occidente latino materiale nuovo : la
considerazione di questo deve formare l'oggetto delle due prossime Sezioni,
perchè sia poi possibile distesamente illustrare i vasti effetti di questo
materiale nuovo che ha da sopraggiungere. Per quanto si attiene al progresso
della storia della civiltà, è un fatto che la nostra ricerca, sino al punto a
cui Pabbiamo condotta, non ci ha davvero presentato punti di vista, i quali ci
dian motivo a rallegrarci. Ci siamo sì fatti passare dinanzi multa, ma
certamente non multum. Anzi, persino la conoscenza che un poco per volta si
ridesta, delle principali opere aristoteliche, non è stata feconda di frutti
che meritino di essere ricordati: e al posto di un modo veramente filosofico d’
intendere la logica, quale avrebbe potuto essere determinato dallo studio di
Aristotele, sembrò infine volersi ancora far valere, più che mai di gusto, P
impulso alla retorica pratica. E anche le Sezioni che seguiranno più tardi, ci
faranno, pure in un’epoca in cui uno spirito nuovo spezza le catene della
tradizione e dell’autorità esteriore, assistere, nel campo della logica,
solamente a una ripetizione intensificata di questo giuoco della storia, onde
la logica, frammezzo a molte diverse concezioni, continua sempre a esser di
nuovo cacciata via da una base intimamente filosofica. resolvit, ut alter
Aedipodes nostri solvens aenigmata sphingos, Verborum turbator adest, et
turbine multos Turbai Aristotiles noster gaudelque Intere. Sic logica tractat,
ut non tractasse videtur ; Non quod oberret in hoc, scd quod velamine verbi
Omnia sic velai, Quod vix labor ista revelet.... In lucem tenebrosa rejert,
nova ducit in usum, Exusalque 1 rapo s, in normam schema reducit, Exerit
ambiguum Severinus ; quo duce linquens Natalem linguam nostri, peregrinai in
usum Sermonis logicar virlus, ditatque Latinum. Abbone da Orléans Abelardo
abstractio Adalberone Adamo dal Petit-Pont Adelardo da Balli udjticcnler,
adjacentia aequi pollentia Alano da Lilla Alberico Alberico da Monle Cassino
Alcuino Anonimo, De gener. et specieb. De intellectibus De interprete De unii, et uno San gali.
De p<irt. Loicae SangaU. De
syllog., 115 Anselmo d’AOSTA (si veda) Anseimo il Peripatetico
Anlepraedicamenta antiqui antiqui e moderni Aristotele (nuove traduzioni di)
Arnolfo da Laon Asino (Prova dell’) Bartolomeo Berengario Questo Elenco è
mantenuto ei eli'erano stati segnati dai Franti (N. Bernardo da Chartres
Bernardo da Chiaravalle Bernhard da Hildesbeim, 93. Borgognone da PISA (si
veda) calasyllogismus Categorie colligere concepito conceptus communes
conformilas consimilitudo contingens c possibile copida Cornifieio Costantino
Cartaginese [note] Damiani Davide da Hirsebau Definizione Differenza, v.
Porfirio Diritto (Scienza del), v. Giurisprudenza dividenlia dividuum Drogone
da Troyes eloquentiu eloquentia peripatetica Erico da Auxerre forma
subslantialis formae nativae Formularii ìtro gli stessi limiti, molto ristretti
(I. J'.) Francone da Liegi Fredegiso Fulberto da Charlrcs Gannendo Caunilone
Gauslenus da Soissons Genere (Concetto di), v. Universali Gerberto Giacomo da
Venezia Gilbert de la Porrée Giovanili da Gorze Giovanni da Saiisbury Giovanni
Scoto Eriugena Giovanni Serio Giselberto da Reims Giudizio Giurisprudenza
Gualtiero Mapes, v. Mapes Gualtiero da Mortagne Gualtiero da S. Vittore [nota]
Gualtiero da Spira Guglielmo da Champeaux Guglielmo da Conches Guglielmo da
llirscliau Gunzone ITALO (si veda) Uraliano Mauro identitas Jepa indifferentia
Indifferenza (Dottrina della) individualiter inesse informare Intellettualismo
inlelleclus intellcclus conceptus intellectus coniungens e dividens Josccllinus
da Soissons, v. Gauslcnus Irnerio Isidoro da Siviglia Lanfranco Logica, vecchia
e nuova, v. antiqui c moderni maneries Manerius Mapes malerialite.r imposila
materialum modulis moderni moderni e antiqui, v. antiqui e moderni monstra,
Nominalismo Nominalismo e realismo nominaliter notio Notker Labeone Oddone do
Candirai Onorio da Autun Otloli da Ratisbona Ottone da Cluny Ottone da Freising
Papia Parte (Concetto di) perihermeniae Pietro LOMBARDO (si veda) Pietro da
Poitiers Plutonici Poppone Porfirio (Isagoge di) possibile e conlingens, v.
contingens e possibile postpraedicamenta praedicamentalis praedicari praedicari
in quid [nota] proprium, v. Universali Pscudo-Abclardo Pseudo-Boczio, De Trin.
Pseudo-Boezio, De unii, et uno Pseudo-Erico Pseudo-Hrabano Rainibcrto da Lilla
rntionale Realismo Realismo e nominalismo, v. Nominalismo e realismo Reginaldo
Reinhard da Wiirzburg Remigio da Auxerre res de re non praedicalur Rhahano
Mauro, v. Hrahano Roberto Amiclas Roberto da Melun Roberto da Parigi Roberto
Pulleyn Roscelino Salomone (Glossario di) S. Gallo Scoto Eriugcna, v. Giovanni
S. E. Sensismo aerino sermocinalis Sertoriu9 sex principia significatimi
Sillogismi' (Teoria dei) Sillogismi ipotetici Silvestro li, v. Gerberto Simeone
speries, v. Universali status sumplum syllogismi imperfccti syncalegoreumata
Tendenze contrastanti Teologia Topica Ugo di S. Vittore Ugucrione universale
intelligitur, singultire sentitur Universali (Disputa intorno agli), v.
Tendenze contrastanti Universali in re vcrbaliter, v. nominaliter vocalis voce»
signativae vocis flatus vocum impositìo Volfango da Ratisbona Williram da
Soissons Finito di stampare, in 1500 esemplari numerati, nella Tipografia
Fratelli Stianti in Sancasclano Fai di Pesa Esemplare N. IL PENSIERO STORICO SOTTO
GLI AUSPICI DELL’ENTE NAZIONALE DI CULTURA. CONOSCENZA INCOMPIUTA DELLA LOGICA
LIZIO Delimitazione dell’oggetto e dell’intento della presente ricerca. Si
diffonde nelle scuole lu logica della lorda latinità .La tradizione della
logica scolastica, nei riguardi delle traduzioni di Boezio, è limitata: e
s’ignorutto le principali opere logiche di Aristotele. Atteggiamento della
ortodossiarispettoallalogica L’Isagoge di Porfirio, Miseria del pensiero
medievale. La questione degl’universali determina un contrasto di tendenze nel
campo della logica: prevalenza di un realismo platonico .Pensiero e linguaggio
. Isidoro da Siviglia: Logica e Teologia Compendio di dialettica nelle «
Origine, Altri spunti di teorie logiche . Alenino: sua compilazione di un
compendio di dialettica INDICE DELIE MATERIE Fredegiso da Tours . Pag. 35
Hrabuno Mauro: suoi scritti di sicura autenticità. Il « De TrinUate » del
Pseudo-Boezio, Giovanni Scoto Eriugenu, Sua abilità nella logicu formale
.Posizione dello Scoto, rispetto alla dialettica, Realismo teologico dello
Scoto, il quale tuttavia fu unche mollo conto della Sterilità: tenui tracce di
studio della logica: Poppone a Fulda, Reinhard a W'iirzburg, Giovanni da Garze,
Canzone Italo ( prende cosci mitemente posizione nel contrasto delle tendenze),
Wol fungo a Ratisbona, Abbone du Orléans, Bernward a llildesheim, Gualtiero da
Spira, Gerberto, figura assolutamente insignificante: Materiale degli studi di
storia di logica altemposuo. Lo scritto
«De rationale et ratione uti Adalberone di Laon . Fulberto di Chartres .
Anonimo rifacimento metrico della Isagoge e INDICE DELLE MATERIE XV delle
Categorie, del secolo XI: colorito nominalistico .Intensa attività della scuola
di Sun Gallo. Notker Labeo: Un trattato insignificante Rifacimento delle
Categorie . Rifacimento del «De interpretatione Il «De partibus loicae»:
nominalismo. Scritto anonimo De syllogismis, e sua importanza . » Conclusione .
Altri documrnti relativi allo studio della logica nel secolo XI: Francane u
Liegi, Otloh a Ratisbona, Pier Damiani .Movimento più vivace, la scienza
giuridica l’apia. Anseimo il Peripatetico, Lanfranco, Irnerio; i Formulari .
Movimento più vivace, la teologia. Nominalismo di Berengario nella questione
della Santa Cena, e atteggiamento
Movimento più intenso: grande estensione, e in pari tempo carattere
imilaterale, della letteratura attinente alla logica. Le vicende dello studio
della logica, nel racconto che ne fece Giovanni da Salisbury Contrasto caratteristico fra logica «vecchia»
e «nuova» . La polemica intorno agli tuiiversuli : si può dimostrare che almeno
tredici erano le correnti. xvn nelle quali si dividevano le opinioni su questo
problema. Nominalismo che rasenta il sensismo Grudi vari di questo nominalismo
(Garmondo) La teoria che gli universali sono « maneries »: Uguccione / Platonici: . a) Bernardo da Chartres .
Guglielmo da Conches (e Costantino Cartaginese. Il realismo di Guglielmo da
Champeaux .Le difficoltà e i gradi del realismo Controversie intorno alla
definizione e intorno al concetto di « parte La teoria dello «status», come
tentativo di conciliazione. Gualtiero da Mortagne La teoria della «
indifferenza Adelardo da Balli : intonazione platonica da lui data alla teoria
della « indifferenza Gauslenus o Joscellinus da Soissons: sua idea del
colligere. Lo scritto anonimo « de generibus et speciebus »: punto di vista del
suo autore: Critiche ad altre soluzioni del problema degli universali.
Soluzione da lui stesso proposta . Dottrina del giudizio . Propensione al
platonismo . Controversie sovra punti speciali. Sopra le « Categorie Sopra la
teoria del giudizio in generale Sopra cpiestioni particolari, attinenti alla
teoria del giudizio. Sopra difficoltà inerenti alla teoria del sillogismo . e)
Sopra questioni di Topica .Negli studi di logica, la qualità continua a rimaner
molto al disotto della quantità Abelardo : a) Suo ingegno: caratteristica
generale Scritti di logica . Dialettica e teologia: intimo dissidio della
dottrina di Abelardo) Abelardo aristotelico. Ma il « Peripatetieus Palalinus è
al tempo stesso anche platonico, Nè aristotelico, nè platonico, infine: bensì,
retore, La « Dialettica » è la principale tra le. opere logiche di Abelardo:
disposizione della materia . Esposizione dell’Isagoge o Antepraedicamenta », quale risulta dalle «
Glossae », e soprattutto dalle « Glossulae », « super Porphyrium»:
atteggiamenti polemici sopra la questione degli universali, Soluzione proposta
da Ahelardo: il « sermo praedicabilis) L’universale inteso come « quoti natum
est de pluribus praedicari »: uso di questo principio, secondo lo spirito del platonismo,
Ma dallo stesso principio Ahelardo trae insieme partito, secondo il punto di
vista aristotelico . » 331 n) Ispirazione aristotelica, nel maggior rilievo
dato al giudizio (« praedicari »)) Anche il preteso intellettuulismo di
Abelurdo deriva dal suo aristotelismo) Ma in Abelardo, vero spirito
aristotelico non c’è: il suo interesse centrale è volto, sotto l’impulso di
Boezio e dello stoicismo, alla teoria retorica dell’argomentazione .Continua
l’analisi del contenuto della « Dialettica»: le « Categorie La topica . zi l sillogismi ipotetici.
Giudizio conclusivo sopra l’opera di Ahelardo Accentuazione dell’ aspetto
aristotelico della «Dialettica» di Abelardo: .l Ja B371 In un commento anonimo
del De interpretatione. Nell’acuto untore dello scritto pseiulo-abelurdiano De
intelleclibus, Punto di vista aristotelico, Dottrina del « sermo In Adamo dal
Petit-Ponl prevale la teoriu del giudizio Scetticismo logico di Roberto
Pulleyn: e reazione teologica di Pietro da Poitiers e di Roberto da Melun
Gilberto de tu Porrée: . Il commento al « De Trinitate » del PseudoBoezio:
posizione teoretica ingenua e contraddittoria, Concetto di sostanza. Teoria
delle « formae nativae ». Realismo di Gilberto .I.o scritto « De sex principiis
* : un’abborracciatura . > e) I sei « principii » : « actio, passio, quando,
ubi, situs, habitus » » /) La controversia intorno al « magi» » e al « minus
Ottone da Freising, seguuce di Gilberto. Lo scritto pseudo-boeziano « De
unilate et uno Alberico (da Reims?), a Parigi. WUliram de Soissons. Vari altri
autori, menzionati da Walter Mapes . Il cosi detto Cornijìcius, oggetto della
polemica di Giovanni da Salisbury . Giovanni da Salisbury: a) I suoi studi: il
« Metalogicus Punto di vista utilitaristico, alla muniera di Cicerone. La
divisione del sapere. Punto di vista
retorico, come in Cicerone. Grammatica e dialettica. Conoscenza compilila dell
« Organon ». Punti di contatto con Abelardo, soprattutto nel modo di intendere
e giudicare l’opera logica di Aristotele . Pag. 430 e) La « ratio indifferentiae
» come indifferentismo antiscientifico, L’Isagoge, Concezione degl’universalia
in re, Grossolano eclettismo, nella questione degli universali, Concetto
indeterminato di « notio, Le Categorie, Teoria del. Giudizio, Topica,
sillogistica, teoria dei sofismi Uno scritto insignificante di Alano da Lilla, Passaggio
al XIII secolo. LA LOGICA MEDIEVALE
CONOSCENZA INCOMPIUTA DELLA LOGICA ARISTOTELICA NEL PRIMO MEDIO EVO
Delimitazione dell’oggetto e dell’intento della presente ricerca]. Saggio su
PRANTL, STORIA DELLA LOGICA IN OCCIDENTE NELL’ETÀ MEDIEVALE. LA NUOVA ITALIA
FIRENZE. La Geschichte der Logik ini Abendlande, di Prantl, curata da Fock a
Lipsia, è divisa in parti. La prima ha por oggetto lo svolgimento della Logica
nell’Antichità. Gli fecero sèguito una seconda parte dedicata alla Logica nel
Medio Evo. In una Collezione, che ha per suo programma di rendere largamente
accessibili ai filosofi italiani quello grande saggio di esplorazione e
ricostruzione della storia della filosofia, che sono imperitura gloria della
cultura, doveva esser fatto luogo a un classico trattato qual è questo del
Prantl. Per ragioni editoriali l’ordine di apparizione dei volumi della
traduzione italiana non corrisponde all’ordine di successione del saggio
originale: e si è dovuto dare la precedenza al Medio Evo, la quale forma un
tutto unico e continuo, dotato di una certa autonomia. Alla traduzione del
primo volume che vedrà successivamente la luce, diviso in due o tre tomi, sarà
premesso un discorso introduttivo intorno all’Autore, e alla importanza e.
vitalità della sua opera: bastino qui brevi cenni, a giustificare il lavoro e a
render ragione dei criteri adottati dal Traduttore. Il disegno di Storia della
Logica Medievale presentato dal Franti non è stato sostituito da opere più
recenti: il suo intento, di risparmiare, almeno per lungo volger (Tanni, agli
studiosi venturi, la immane fatica di riprender ex novo l'argomento,
rifacendosi direttamente dalle fonti, è stato raggiunto: e il trattato è ancor
oggi cosa viva, sì che nessuno studioso, mettendosi, con un suo particolare
obbietta, a lavorar attorno a questa materia, può far a meno di ricorrere e di
ricollegarsi a quello: è, a giudizio di CROCE, il solo, tra i libri special,
recanti il titolo di Storia della Logica, che, fondato sopra lunghe ricerche,
sia veramente insigne per dottrina e per lucida e animata esposizione. Animata,
vorrei soggiungere, ancor più che lucida: non di rado, in venta, la espressione
è negletta e contorta, e la perspicuità e sacrificata alla rapidità e alla
efficacia: lettura dunque, non tutta agevole, ma tale da far desiderare una
versione che, se non sembri troppo ambizioso il proposito, elimini almeno in
parte, pur attenendosi con scrupolosa cura di fedeltà all'originale, quelle
cause che non possono non render ostica a noi Italiani la greve prosa * f-CXC
SC Q, Dei progressi che gli studi son venuti facendo in questi cinquant anni si
doveva naturalmente tener conto, ma senz alcuna intenzione di metter assieme un
Prantl nuovo, in luogo di ri presentare nella sua integrità il I rantl vecchio:
e la questione era soltanto del modo piu opportuno di far posto a quel
pochissimo ch'è del traduttore, nella poderosa costruzione innalzata dall
Autore. i\on era dunque il caso di contrapporre all'atteggiamento che il Pronti
assunse, con icastiche espressioni di disprezzo, di fronte al pensiero
medievale, un giudizio valutativo diverso o per lo meno più temperato: anche se
nessuno si sentirebbe disposto a ripetere senza riserve che una filosofia
medievale non c'è stata, intensificandosi anzi da molte parti lo sforzo di
rintracciare nel Medio hyo anticipazioni e presagi del pensiero moderno, il
giudizio del Prantl va conservato in tutta la sua crudezza, per lo meno quale
documento significativo di un momento importante nella storia della cultura:
d'altra parte, in antitesi con la corrente che, sempre tendenziosamente
talvolta nostalgicamente, porterebbe ad abohre la differenza tra Medio Evo ed
età moderna, o a sopravvalutare quello, a tutto danno di questa, può avere
virtù correttiva, od operare come reazione salutare, la ricomparsa dell'opera
di un eminente ricercatore., il quale, proprio studiando lo sviluppo di quella
disciplina filosofica che fu più largamente e appassionatamente coltivata nella
età di mezzo, ne trasse occasiime a rivelare lo spirito medievale nel suo
aspetto deteriore: quasi si direbbe ch’egli si fosse accinto all’ardua impresa
di esporre classificare giudicare i cultori illustri e oscuri della logica nel
Medio Evo, con la persuasione di vedersi dispiegare dinanzi agli occhi un
panorama tanto interessante quanto poco conosciuto, e tale comunque da
compensare il travaglio della indagine: e nei giudizi recisamente svalutativi
da lui pronuziati nei riguardi di quasi tutti gli autori che ha studiati,
diresti di sentire la eco di un’amara delusione o un movimento di dispetto, se
non addirittura l’accento scorato di chi è tratto ad esclamare: «et oleum et
operata perdi di » ! Rimaneggiare l'opera di Prantl, conservando immutate
quelle sole parti che han conservato oggi tutto il loro valore, e sostituendo
integrando rifacendo quelle che appaiono antiquate o inadeguate, sarebbe stato
in contrasto con l’indirizzo al quale, come s’è accennato, la Collezione si
attiene: il rispetto dovuto alle opere in essa incluse, ne esige la
riproduzione compiuta, senza modificazioni o mutilazioni, che han sempre l’aria
di manomissioni arbitrarie. Primo dovere era quello di rivedere l’ingente
materiale accumulato nelle numerosissime note, che prevalgono per ampiezza sopra
il testo del Prantl: poderosa raccolta di testi accortamente scelti, della
quale riconoscono l'incomparabile valore anche i meno disposti a seguire.
l’Autore ne’ suoi apprezzamenti e nelle sue interpetrazioni. È Prantl uno
studioso di esemplare diligenza, e fa veramente, maraviglia che, con lina
smisurata mole di lavoro, egli sia soltanto eccezionalmente incorso in errori
di trascrizione, sviste nella correzione delle bozze, inesattezze nelle
citazioni e nei rimandi. Ma alcune mende s’è pur dovuto rilevare, che, com’era
inevitabile. sono state naturalmente travasate tutte quante nel « Manuldruck.
In una traduzione, invece, bisognava procurare di eliminarle, e riscontrar le
citazioni, una per una, con i testi, per ottener la massima possibile
correttezza, evitando altresì che, come pure in alcuni luoghi è accaduto all
Autore, la trascrizione frammentaria possa alterare o non render intiero il
pensiero dello scrittore: si direbbe che il Franti qualche volta prendesse
frettolosamente le sue note dai testi da citare, e poi le trascrivesse per la
stampa, senza più darsi pensiero di collazionarle con l originale. Inoltre, era
suo costume di servirsi a caso di una o altra edizione che trovava, per ciascun
autore, consert ata nelle Biblioteche di Monaco, rendendo così a noi, molto
spesso, difficile il riscontro delle sue citazioni con i testi originali da lui
usati: era dunque necessario non solamente emendare e aggiornare le citazioni,
ricorrendo, ogni qual volta fosse possibile, a edizioni moderne criticamente
condotte, ma inoltre sodisfare una esigenza di uniformità e di unificazione,
aggiungendo a ciascun passo il riferimento al luogo corrispondente di un grande
repertorio, largamente diffuso e facilmente accessibile, qual è la Patrologia,
Greca e Latina, del Migne (designata nelle note, tra parentesi quadre, con la
sigla PC o PL, seguita in cifre arabiche dalla indicazione del volume, poi
della colonna o delle colonne corrispondenti). Testi che il Franti aveva potuto
conoscere solamente di seconda mano, riferendoli secondo le parafrasi di
benemeriti studiosi francesi, son oggi editi, e dovevano naturalmente venir
citati anche nella forma originale, così rendendosi manifesti i
progressirealizzatinella conoscenza di scrittori, quali Adelardo e Abelardo.
Successivamente alla comparsa del secondo volume (seconda edizione) della
Storia del Pronti, la letteratura concernente gli Autori da lui studiati si è
venuta accrescendo in misura molto rilevante: e non c’è forse un solo scrittore
o argomento, per il quale non si rendano necessarie allo studioso informazioni
bibliografiche supplementari: ma si è voluto evitar di gonfiare la mole della
traduzione, introducendovi dati che ciascuno può facilmente trovare raccolti in
opere di uso comune, universalmente apprezzale per ricchezza ed esattezza
d’indicazioni, qual è, per citare la più nota, il Manuale d’Ueberweg, nelle più
recenti edizioni curate dal Paumgartner e dal Geyer. Questioni che si giudicano
definitivamente risolte, in senso contrario alle tesi sostenute dal Pronti —
quelle, per esempio, che riguardano l’autenticità degli scritti teologici di
Boezio, o le relazioni tra le Summulae » di Pietro Ispano e la Sinossi di Psello — non potevano venir qui dibattute:
e al lettore basterà veder accennato il presente stato delle questioni stesse.
I volumi del Pronti son tipici esemplari dell arte tipografica tedesca, intorno
alla metà del secolo scorso: pagine massicce, caratteri minuti, scarsità di
capoversi: tutto quelchecivuole,perdisvogliaredalla lettura, o per renderla più
che mai fastidiosa. Ben diverso è l’aspetto delle pagine della traduzione: la
necessità di conformarla al tipo prescelto per i. volumi precedenti della
Collezione, portava di necessità a un considerevole aumento di mole, in
confronto con l’originale: e s è dovuto ripartire in tre volumi la materia
compresa dal Pronti nel secondo e nel terzo volume: effettivamente le due
ultime Sezioni del secondo volume del testo, la XV a («Influsso dei Bizantini»)
e la XVI a («Influsso degli Arabi»), trovano il loro posto più adatto, meglio
che nel presente volume, in quello che gli farà sèguito: non servono di
conchiusione. alla Storia della Logica, ma d’introduzione alla Storia della
Logica nel XIII 0 secolo: e formeranno dunque opportunamente, insieme con
l’amplissima Sezione XVIP, il contenuto del prossimo successivo volume. Ho
avuto cura di render sensibile al lettore come si compartisca e articoli la
trattazione del Prantl, moltiplicando i « da capo », e soprattutto dividendo e
suddividendo in paragrafi le varie Sezioni, ciascuna delle quali forma nel
testo un tutto compatto: una modificazione, questa, che osiamo sperare sarà
apprezzata segnatamente dagli studiosi, quando ricorreranno al libro per
consultazioni e ricerche particolari. I titoli dei paragrafi e sottoparagrafi
corrispondono inpartealleindicazioni che il Prantl ha raccolte nell’ Indice
delle Materie, e anche riprodotte in capo alle pagine, in parte sono state
aggiunte dal Traduttore, il quale ha cercato di tener distinta, compilando
l’Indice stesso, una dall’altra parte, mediante l’uso di tipi differenti. Di
regola, e nel corso dell’intiero lavoro, ha incluso tra parentesi quadre tutto
ciò ch’è aggiunta sua, dichiarativa o emendativa o integrativa, evitando
tuttavia di esporsi alla taccia di pedanteria con una frappo minuta
registrazione delle varianti: solamente il raffronto fra i testi quali sono
riferiti nell'originale e nella versione potrebbe, a chi volesse, fornire la
misura della pazienza che ha richiesta la revisione dell’estesissimo prezioso
materiale. Il traduttore non s’illude di esser riuscito a evitare errori e
sviste nel lavoro di versione, trascrizione, rettificazione: ma ha coscienza di
aver fatto tutto quello che stava in lui, per ridurli al minimo: è grato a
quanti gli hanno agevolato le ricerche, condotte per lungo periodo di tempo,
presso Biblioteche italiane e straniere: in particolare ringrazia l'insigne
collega Mons. Geyer della Università di Bonn, che gli ha liberalmente offerto
ospitalità nella sede dell’Albertus Magnus Institut di Colonia. Nell’attendereaquestanuova
edizione riveduta, era mio primo dovere, come ben s*intende, di adeguarla alla
presente condizione degli studi: e sebbene non sieno stati molto numerosi i
contributi, recati negli ultimi ventiquattr’anni allu storia della logica medievale,
bisognava certamente trarne profitto con la massiina accuratezza. Ma la nostra
conoscenza attuale della letteratura logica di quell’epoca presentando pur
sempre, sovra punti particolari, varie lacune, sarei lieto di dare rinnovellato
impulso alla pubblicazione di testi supplementari, quali appaion desiderabili,
tratti dai preziosi fondi manoscritti delle Biblioteche. Questo augurio vale
ancor oggi segnatamente nei riguardi della questione pselliana [sopra la quale
son da vedere le Sezioni XV e XVII, nel volume successivo di questa versione],
clic io sono bensì convinto di avere oramai risolta in linea di principio, ma
che debbo tuttavia qualificare come una questione aperta, in quanto che
presentemente ci manca tuttora la conoscenza degli anelli intermedi, che si
erano avuti antecedentemente su terreno bizantino. Pbantl. Monaco di
Baviera.Relativamente al Medio Evo si trattava ancora di studiare criticamente
tutto quanto il' materiale accessibile, come pure di rintracciare la linea
effettivamente seguita dal corso della storia. E, per quest’ultimo rispetto, si
rese subito manifesto che proprio la storia della logica può aver il compito di
correggere o di compiere la conoscenza della così detta filosofia del Medio
Evo. A quel modo cioè che, in ordine alla controversia intorno agli universali,
è venuta in luce una varietà di tendenze contrastanti. della quale finora non
si aveva la idea, — così si .è potuto in compenso non soltanto delimitare
esattamente, in quale misura fosse, in quei secoli, conosciuta la letteratura
logica, ma anche fornire la dimostrazione incontestabile, che nell’intiero
Medio Evo, senza eccezione di sorta, non c’è stato un solo autore che abbia
cavalo fuori dalla propria testa un pensiero che fosse suo: bensì la
letteratura di quell’epoca era tutta dipendente e condizionata dalla estensione
di un materiale preesistente, trasmesso per tradizione. Soltanto sobbarcandomi
alla fatica indicibile di sollevare e di risolvere, quasi direi frase per
frase, la questione della fonte dalla quale la frase! fosse stata ricavata,
sono riuscito a esporre in maniera obbiettivamente esatta il corso della
evoluzione; e anche quella sola volta che (cioè a proposito di Escilo) non sono
stalo più in grado di dar una risposta a quella domanda « Di dove? », non è già
che su questo punto resti da ciò alterata la giustezza della mia tesi generale,
ma in quel caso speciale semplicemente manca alla ricerca il materiale
necessario. Se del resto io per principio mi sono limitata a quella produzione
letteraria, che abbiamo a nostra disposizione in pubblicazioni a stampa, sono
tuttavia contento di ammettere la possibilità che da varie Biblioteche,
utilizzandosi materiale manoscritto, vengano tratti alla luce elementi per
rettificare o integrare la mia ricerca, e anzi in più luoghi ho espressamente
formulato l’augurio che ciò awengà. Purtuttavia in un caso soltanto ho derogato
a quel mio principio: da manoscritti parigini, additati dall’ Hauréau, ho
potuto cioè desumere con gioia ch’era mio dovere addurre il materiale che ivi
si trova; poiché n’è derivata luce, non meno nuova che interessante, sopra la
relazione di Psello con Pietro Ispano, o piuttosto con i predecessori e
contemporanei di quest’ultimo: un risultato, al quale non si sarebbe mai potuti
pervenire, con la letteratura a stampa. | Il l J rantl allude qui munì
lestamente a scritti inediti di Guglielmo da Shyreswood e di Lamberto da
Auxerre, dei quali tuttavia egli si è giocato non per il 2”, ma per il 3"
volume di questa sua Storia. Si veda, nel volume successivo della presente
traduzione italiana, la Sezione XVII J. Se i passi delle fonti, copiosamente
riportati nelle Note, sembrano spesso (particolarmente nella Sezione [la XVI':
vedi il voi. successivo della traduzione ] che tratta degli Arabi) contenere
più ancora di quel che ho esposto nel testo, il lettore vorrà scusarmene,
considerando che io mi sono sempre sforzalo di attenermi alla massima possibile
brevità, e che pertanto mi son provato a presentare nel testo non una semplice
traduzione e neanche un riassunto, bensì la intima essenza dei passi originali.
Al medesimo intento di brevità servono anche i numerosi reciproci rinvii, nei
quali il lettore vorrà ravvisare non un ozioso abbellimento, o imbruttimento,
ma un mezzo compendioso di tener dinanzi agli occhi in molti casi una più ampia
connessione. Monaco di Baviera. Le difficoltà che s’incontrano in una
rassegna del ‘positivismo’ italiano dipendono, in primo luogo, dall’incerto
significato del nome stesso, onde puo essere ugualmente designate come
POSITIVA, filosofia -della quale sembra più interessante mettere in luce le
caratteristiche differenziali che non i tratti comuni. I positivisti non si
definiscono come tali per la concorde adesione a una rigida dottrina, o per la
collaborazione consapevole alla costruzione di un sistema ben determinato: si
tratta piuttosto di un indirizzo metodico, di una forma mentale che impronta di
sè non solamente la ricerca filosofica propriamente detta, ma l’intiero mondo
della cultura. Il positivismo ripone e ricerca la verità nel fatto, intende la
conoscenza come relativa, la esperienza come unica fonte del sapere e ultimo
criterio della certezza, ritiene che la cognizione filosofica non sia diversa
per natura dalla scientifica, e anche non possa se non prepararla e integrarla,
assume di fronte ai problemi della metafisica un atteggiamento agnostico o
semplicemente negativo, concepisce la natura come universale meccanismo,
escludendone la teleologia e, pure affermando la irreducibile diversità della
materia dallo spirito, non crede che da ciò rimanga spezzata la unità e
interrotta la continuità del reale, interpetra il mondo dei valori come
prodotto della evoluzione psicologica, e dei valori stessi domanda la
spiegazione e la giustificazione alle leggi della psicologia. Ma l’accordo —
che può anche essere parziale — sopra questi principii non esclude la
possibilità di svolgimenti molteplici e autonomi, perchè i principii stessi
valgon piuttosto a dirigere nella selezione e nella discussione dei problemi,
che non ad anteciparne in concreto la soluzione: onde, chi voglia essere
cronista esatto del vasto e vario movimento, si trova di necessità a
ravvicinare pensatori che si sono reciprocamente ignorati e che proverebbero
senza dubbio grande maraviglia di trovarsi messi insieme: particolarmente in
Italia il positivismo è affermazione perenne della libertà filosofica, sì che
sembra vano ogni tentativo di esprimerlo con una formula, e si manifesta la
necessità di determinarne la fisionomia, considerando in modo distinto la
operosità de’ suoi seguaci. E tale necessità risulta ancora dal fatto che nella
maggior parte dei positivisti italiani, sopra il gusto delle costruzioni
sistematiche, ha prevalso la tendenza a esplorare determinati campi della
indagine: e però limitarsi a registrare le concezioni generali del mondo e
della vita, trascurando i contributi recati da più modesti studiosi alle
scienze filosofiche speciali, equivarrebbe a dare del movimento una idea
affatto inadeguata. Inoltre, appunto perchè in alcune almeno tra le fondamentali
assunzioni del positivismo possono, senza chiaro intendimento del loro più
profondo significato, consentire anche quegli scienziati che sono affatto
estranei agl’interessi speculativi, avvenne che si decorasse del nome di
positivismo anche la loro afilosofia, che fu qualche volta, per dirla con
Bruno, la loro filasofia, cioè una metafisica grossolana, ingenua sino alla
inconsapevolezza, e di gran lunga peggiore di quella metafisica contro la quale
il positivismo era sceso in campo: positivismo non può infatti essere ignoranza
della tradizione metafisica e incapacità d’intenderne le ragioni, bensì
dev’esspre revisione critica dei postulati assunti e dei metodi tenuti dalla
metafisica stessa. Eppure in un quadro sommario che aspiri a riuscire completo,
anche queste manifestazioni di pensiero più povere di critica hanno il loro
significato e debbono trovare il loro posto. D’altra parte, in Italia, in
questi ultimi anni, le fortune della filosofia idealistica, soprattutto nella
sua forma attualistica, indussero i dissenzienti a costituire una fronte unica
contro una dottrina che romanticamente presentava la filosofia, piuttosto come
opera di fantasia e prodotto di subbiettiva ispirazione, che non come
sistemazione di conoscenze vere: e il comune, se pur tutt’altro che uguale,
atteggiamento di opposizione e di reazione, ebbe come conseguenza che
tendessero a obliterarsi i caratteri differenziali del positivismo da altri
indirizzi. A far la rassegna dei filosofi che pròfessano oggi di essere
positivisti, si sarebbe indotti a conchitidere che i « quadri » non sono stati
mai poveri come adesso : eppure mai come in questo momento è apparsa chiara la
influenza del positivismo sopra la educazione mentale e la posizione dottrinale
di quei pensatori che non si sono ralliés alla filosofia di moda. Il periodo
storico che qui si considera, coincide con il cinquantennio dell’attività
filosofica di R. Ardigò; questi, nato a Casteldidone, pubblica La psicologia
come scienza positiva », segnandovi le linee fondamentali della sua dottrina,
già preannunziata l’anno precedente, quand’egli era ancora prete, nella
commemorazione di Pomponazzi — e morì a Mantova, avendo atteso fin quasi
all’ultimo giorno, all’opera sua di scrittore. Ma alla costruzione del sistema
ardighiano erano precorse in Italia altre manifestazioni di pensiero
positivistico. Il sorgere e vigoreggiare della filosofia del fatto si lega in
Italia come all’estero, a ragioni complesse, fra le quali prevalgono i
maravigliosi progressi della scienza, nell’ordine cosi delle invenzioni come
delle scoperte, il fervore degli studi storici, la reazione contro le
intemperanze del pensiero metafisico, il disgusto dei sistemi dogmatici. Le
origini prossime del movimento positivista sono da ricercare nella scuola di
Romagnosi, dalla quale uscirono Ferrari e Cattaneo. Ma Ferrari, rappresentante
di un fenomenismo estremo che reca le tracce d’influenze discordi e tende a
sboccar nello scetticismo, non orientò il suo pensiero verso il positivismo
così decisamente come il Cattaneo: questi è comunemente riconosciuto come
l’iniziatore del movimento e il più ef. ficace banditore della dottrina. Nel
Cattaneo, patriotta insigne, cittadino intemerato, scrittore magnifico, mente
poliedrica, si manifesta l’interesse per la glottologia, la storia e la
politica, la demografia, la economia e la organizzazione tecnica della
industria e dell’agricoltura: ne’suoi scritti filosofici, non ammette
conoscenza che non sia di fatti, e attribuisce alla filosofia una funzione
sintetica rispetto alle altre scienze: raccogliendo la eredità del Vico, pone
come fondamentale il pro-^ bleina deH’incivilimento: la civiltà è opera
dell’uomo; ma l’Uomo dei metafisici è una finzione mentale, che non può
adeguarsi alla varietà e alla concretezza del mondo umano; la psicologia
individuale deve integrarsi nella psicologia sociale, o psicologia delle menti
associate; mente non si dà, nè funziona e si forma se non in un giuoco di
azioni e reazioni, che, poiché i conviventi operano uno sopra l’altro e ogni
generazione scomparsa sopra le successive.] è a un tempo il fondamento della
unità sociale e della continuità storica. La dottrina del Cattaneo s'intona al
positivismo del Comte e all’umanismo del Feuerbach, sebbene si sia costituita
in perfetta indipendenza dall'uno e dall’altro, e contiene germi che dovranno
maturare nella filosofia dell’Ardigò (« Opere edite e inedite di Cattaneo).
Maestro acclamato e autorevolissimo nelle scienze storiche, Villari, che aveva
mostrato, nel « Saggio sull’origine e sul progresso della Filosofia della
Storia, di risentir la influenza di Comte e Mill, illustrò e favori («La
Filosofia positiva e il metodo storico) l’indirizzo storico già prevalente
nelle scienze morali, sostenendo che queste non avrebbero potuto fiorire come
le scienze naturali, se non ne avessero fatto proprio il metodo, positivo o
sperimentale. La influenza esercitata dalla divulgazione della dottrina
darwiniana, che apriva nuovi orizzonti agli studi biologici ed ebbe fra noi il
suo apostolo più fervido in Canestrini ( « Antropologia » La teoria dell’evoluzione esposta ne’ suoi
fondamenti La teoria di Darwin), è manifesta negli scritti di Tommasi, medico
insigne che promosse il progresso delle scienze biologiche dallo stato
metafisico allo stato positivo, e ammoniva i discepoli a porsi dinanzi ai
problemi della natura, con l’animo sgombro da ogni apriorismo dottrinale e
metodico. Il suo naturalismo è concezione della filosofia come organamento del
sapere scientifico, è realismo rigoroso, che tende a identificarsi con il materialismo,
e non meno rigoroso empirismo: è evoluzionismo che esclude da sè ogni
teleologia («Il naturalismo moderno, Il rinnovamento della medicina in Italia).
Positivista fu pure Cantani, collega del Tommasi e suo successore nella clinica
di Napoli. Il positivismo italiano non è tutto nella dottrina d’Ardigò e della
sua scuola: ma l’Ardigò ne è, per concorde giudizio, la figura più
rappresentativa. Di lui gli undici volumi delle Opere Filosofiche rispecchiano
il genio speculativo e l’animo candido e generoso, la fede inconcussa nel Vero
e il culto operoso dell’ideale etico, celebrato nella esemplare austerità della
vita. Il positivismo del Comte era stato giudicato impari, se pur non affatto
insensibile, alla esi genza gnoseologica: nè questa era sodisfatta, in modo
positivo, dalITnconoscibiie spenceriano, che rappresenta ancora una entità
ontologica, onde si mantiene l’antitesi di sostanza e di fenomeno, e il
fenomeno è un relativo che postula un Assoluto e trova alla soglia di questo il
proprio limite: il sistema dell'A. si forma fuori da ogni diretta influenza di
queste dottrine, per la rivoluzione che lo studio delle scienze naturali opera
nella sua mente, resa, da lunga consuetudine, familiare con i classici della
teologia e della metafisica: il distacco dalle vecchie credenze non è
definitivo, fin ch’egli non ha trovato la soluzione del problema gnoseologico,
e non ha inteso come si possa spiegare la origine delle idee, senza ricorrere
alla trascendente facoltà dell’intelletto. La posizione centrale assegnata alla
teoria della conoscenza è la caratteristica più significativa del sistema
dell’A. « Non è senza significato che il positivismo assuma in Italia, quasi al
suo apparire coll’A., fisonomia spiccata di naturalismo sistematico affrontando
subito il problema dell’infinito cosmico e traducendone la visione in una
concezione organica dell’universo, e che in questa, come unicamente esteriore
ed obiettiva non si acqueti, ma la integri subito colla ricostruzione sintetica
dell’uiiità della coscienza, e invece che tener separata la questione
gnoseologica dalla cosmologica trasfonda l’una nell’altra creando un nuovo
concetto si della natura, sì dell’esperienza, tale che l’uria dall’altra non si
separano se non per distinzione sopravveniente; questo non è il positivismo di
Comte, nè quello di Spencer, è il positivismo di un popolo ove è indigeno il
naturalismo del Rinascimento» (Tarozzi). Il fatto è divino, i principii sono
umani: ma il fatto primo e assolutamente certo, per la consapevolezza immediata
che ne abbiamo, è il fatto di coscienza, la sensazione: la esperienza che sta a
fondamento di ogni verità e che non si può tentar di trascendere senza
trascorrere dal reale nel chimerico, è esperienza psicologica. Il monismo
dell’A. che elimina ogni residuo di trascendenza, esclude come fantastica così
la contrapposizione dell’oggetto al soggetto, come l’annichilazione
dell’oggetto nel soggetto; e sfugge al pregiudizio del realismo ingenuo senza
incorrere nei sofismi del soggettivismo radicale. La contrapposizione è fra
termini di pensiero, fra gruppi di sensazioni: la sensazione afferma se stessa
assolutamente, il conoscere non si deve che alla sua virtualità; ma la
sensazione, e l’attività psichica in generale, ponendosi, si sdoppia in due
mondi, per il doppio sguardo (diblemma psicologico) onde si compie da un lato
la sintesi delle sensazioni interne (Autosintesi, Me), dall’altro, la sintesi
delle sensazioni esterne (F.terosintesi, Non-Me): le sensazioni non sono per se
stesse nè interne nè esterne, ma il differenziamento si opera, per la
specificazione degli organi di senso e per il contrastare di attività stabili e
costanti, ad altre accidentali e intermittenti. La sensazione, in quanto tale,
è solo quello che è essa stessa in se medesima; ma la reciproca integrazione
delle sensazioni pertinenti a sensi diversi (le quali son tutte fra loro
incommensurabili o reciprocamente trascendenti), converte la sensazione in
percezione, aggiunge alla osservazione l’esperimento («Il fatto psicologico
della percezione). Ed è un imperativo logico la sensazione, non soltanto in se
stessa, in quanto conoscenza assoluta o posizione di se medesima, ma anche come
percezione, o conoscenza relativa e posizione della propria causa: si definisce
cosi la oggettività del sapere, mentre si evita l’errore di risolvere il
soggetto nell’oggetto. La conoscenza è relativa, ma non perchè abbia il suo
termine antitetico in un Assoluto che trascenda la esperienza e figuri come
possibile oggetto di una Mente sovrumana, bensì per quel rapporto d’irreducibilità
che il pensiero stesso pone fra i propri termini sensibili, e che, come tale, è
noto («L’Inconoscibile di Spencer e il positivismo). La materia non farà mai
conoscere lo spirito, nè lo spirito la materia: ma la trascendenza così intesa,
in senso affatto diverso dal tradizionale, non esclude la fondamentale unità,
che è l ’indistinto sottostante ai distinti (Me e Non-Me) che vi si
costituiscono, collegandosi in un organismo logico unico. «L’unità
dell’indistinto sottostante alla molteplicità dei distinti, e la continuità del
processo della duplice distinzione ('spaziale e temporale) caratterizzano la
concezione naturalistica del cosmo » (Marchesini). È una formazione naturale la
psiche, e la legge della distinzione, che ne spiega l’essere e ne domina lo sviluppo,
è legge di tutte le formazioni nelle quali si specifica la realtà: la
preminenza e la priorità del problema gnoseologico rispetto a tutti gli altri
problemi filosofici si esprimono nel fatto che appunto dallo studio del
fenomeno cogitativo induttivamente si ricava il concetto della natura come
indistinto, matrice onnigena inesauribile, infinita virtualità di successivi
che si realizza nella infinità dei coesistenti. Il processo dall’indistinto al
distinto è governato dalla legge del ritmo, la quale spiega come ogni
formazione naturale debba sempre essere un ordine, malgrado le accidentalità
proprie di ogni ordine dato, che è sempre l’effettuazione di uno tra infiniti
altri possibili. Per la universale ritmicità si ha infatti nella natura non il
caso, ma la cosa e il fatto, il tipo e la legge, l’impero, dunque, della
causalità; ma causalità non è forma a priori dello spirito, nè semplice
successione che generi per abitudine l’attesa del riprodursi del passato;
l’idea di causa è una formazione naturale endogenetica per l’esperienza subita
dal mondo esterno, onde avvertendo costantemente una determinata successione,
siamo costretti ad ammettere che il fatto precedente ha in sè una condizione e
ragione di causare: ogni fatto, dunque, emerge in modo necessario
dall’indistinto che lo determina. Ma, d’altra parte, la necessità non esclude
il caso, perchè l’ordine si attua in seno all’universo che è infinito: onde il
fatto può a un tempo dirsi, per la sua intrinseca necessità, equazione del
determinato, e, per la imprevedibilità della sua determinazione necessaria,
equazione dell’infinito: poiché l’indistinto non è un sistema chiuso, il
distinguersi di uno o dell’altro ordine è casuale. Il determinismo non elimina
dunque la casualità, nè semplicemente l’ammette come espressione della nostra
ignoranza: ma la riconduce alla varietà infinita che è un positivo aspetto
della realtà, non meno che la causalità: il caso è l’effetto prodotto per
necessità naturale da una causa imprevedibile, assolutamente parlando, e quindi
non assegnabile, o non fissata nella stessa natura, a motivo dell’infinità del
suo principio, non solo nei momenti del tempo, che è senza limiti, ma anche
negli elementi costitutivi, eccedenti ogni confine di spazio (« La formazione
naturale nel fatto del sistema solare; la trilogia: « Il Vero» «La Ragione» L’Unità della Coscienza). E’ una
formazione naturale anche la filosofia, che non soltanto ha funzione
coordinatrice e sintetica rispetto alle scienze, ma è la matrice perennemente
feconda del sapere scientifico e dei problemi che alla scienza appartiene di
risolvere. Come l’indistinto si specifica, per un processo di ascendenza
dinamica, nei sistemi ritmici, corrispondenti a gradi sempre più alti di
autonomia, cosi la filosofia si viene differenziando nelle discipline speciali
che in essa si unificano e di essa risentono l’azione propulsiva (« Lo studio
della Storia della filosofia Il compito della filosofia e la sua perennità).
Sopra i contributi recati dall’A. alle distinte scienze filosofiche non posso
intrattenermi qui: basti ricordare come il suo realismo psicofisico e il
prevalente interesse gnoseoiogico lo abbiano portato alla costruzione di un
sistema di psicologia, dove la unità della coscienza figura come idea
direttrice, e la critica del vecchio associazionismo prepara la teoria della
confluenza mentale — come inoltre sovra basi fisiopsicologiche si eriga una
concezione della vita morale, nella quale la impulsività della sensazione è
assunta a spiegare la imperatività della idealità sociale antiegoistica (« La
Morale dei positivisti) — come, ancora, la morale s’integri in una sociologia
che è piuttosto una filosofia del diritto, o lo studio della formazione
naturale della Giustizia, intesa come forza specifica della società
(Sociologia) — come infine le dottrine fondamentali si coordinino e sbocchino
in ima pedagogia, che pone l’esercizio a fondamento cosi della educazione
intellettuale come della educazione morale (La Scienza dell’educazione).
Ardigo, prof, di storia della fil. a Padova, fu un caposcuola, e fra i suoi
discepoli vogliono essere ricordati in primo luogo Marchesini, Dandolo,
Tarozzi, Ranzoli, Troilo. MARCHESINI (vedasi), prof, di ped. a Padova,
fondatore e direttore della « Rivista di Filosofia, pedagogia e scienze affini,
illustrò la figura del Maestro e ne propagò la dottrina, elevandosi dalla
esposizione acuta e fedele alla originale ricostruzione e rielaborazione (« La
vita e il pensiero di Ardigo; Ardigo, L’uomo e l’umanista. Il M. ha definito il
positivismo d’Ardigò come naturalismo umanistico e questa denominazione designa
la duplice direzione nella quale egli stesso ha svolto la propria attività di
scrittore, integrando felicemente il sistema, che rivela così nella varietà e
la novità degli sviluppi la propria feconda vitalità. Il naturalismo del M. si
fonda sopratutto sul principio dell’unità come sintesi universale: egli
concepisce la unità come continuità dinamica dei fatti fisico, biologico,
psichico, postulando il « fatto minimo », come idea-limite, in armonia con lo
stesso concetto della continuità nella eterogeneità, e spiegando con la
impossibilità di depotenziarci la presunta inintelligibilità del trapasso, alla
quale si devono le due estreme concezioni, idealistica e materialistica. La
conoscenza, in quanto è determinata dal reale, in ordine al principio della
continuità stessa ha un valore assoluto ed obbiettivo, non già puramente
simbolico (« La crisi del positivismo e il problema filosofico, Il simbolismo
nella conoscenza e nella morale). Umanistico è detto dal Marchesini il
naturalismo dell’Ardigò, principalmente perchè riesce alla celebrazione della
persona umana e dà fondamento razionale e positivo all’idealismo etico e alla
dottrina dell’autonomia; negli ultimi libri del M., e non soltanto in quelli
che hanno più diretta attinenza con la pedagogia (« L’educazione morale» I
probi, fond. dell’ed., Disegno stor. delle dottr. ped.), si manifesta più che
mai spiccata la sua eminente vocazione di educatore. Anche per il M. la
continuità non esclude, ma comprova l’autonomia del soggetto umano, come
formazione naturale e pedagogica superiore, sulla quale si fonda il diritto a
un orgoglio umano razionale come vera e propria virtù etica (« Il dominio dello
spirito, ossia il problema della personalità eildiritto all’orgoglio). Sulla
stessa autonomia si fonda il principio della tolleranza come rispetto della
personalità nella sua costituzione specifica (« L’intolleranza e i suoi
presupposti). L’ideale è relativo alla personalità, ma pensato come assoluto
acquista da ciò uha particolare potenza utilizzabile pedagogicamente (Le
finzioni dell’anima). In esso, e nelle sue singole specie, si reintegrano le
inclinazioni umane fondamentali, all’infuori d’ogni trascendenza metafisica,
ch’è puramente simbolica («La dottrina positiva delle idealità). Nella teoria
del M. si ravvisa antecipata in alcuni de’ suoi elementi più caratteristici e
significativi la filosofia del « come se », che ha avuto in questi ultimi anni
singolare fortuna e grande diffusione. Dandolo, prof, di fil. teor. a Messina,
concepì il problema gnoseologico come problema psicologico, e lo fece oggetto
d’indagine accurata e penetrante, rivelando rare attitudini all’analisi e alla
rappresentazione della vita mentale. Tra fatti psichici e fatti fisiologici
corre un rapporto unitario di correlazione: il fatto psichico non è il
riverbero di un evento fisiologico, ma ha la sua specie caratteristica nella
coscienza, che è autonoma, è un distinto che si pone assolutamente e del quale
è artificioso e vano ricercare il perchè. I limiti dell’esperienza
edelconoscerecoincidono; e continuo è il processo dal senso all’intelletto, se
pur non sia possibile risolvere senza residuo la conoscenza nella sensazione;
ciò che è necessità di origine si conserva come necessità di sviluppo: la pura
sensazione, unità indistinta, s’integra nella percezione, come l’appetito
s’integra mercè la conoscenza nel desiderio, e mercè la ragione nella volontà.
Contro il realismo ingenuo e l’idealismo dogmatico il D. afferma la relatività
reciproca di soggetto e oggetto; il conoscere in generale, mentre si pone come
fatto di coscienza, accenna alla necessità di un eterogeneo, d’un termine
correlativo esteriore, distinto e in pari tempo inseparabile dal pensiero.
Questo incontra nella esperienza un limite alla propria libertà: nella
oggettività della percezione ha fondamento la oggettività della causa, della
legge, della scienza. Contro la dottrina della scienza sostenuta dal Mach, il
D., mentre riconosce la incommensurabilità della spiegazione scientifica con i
fenomeni naturali, sostiene che fra questi e quella intercede un vincolo, che è
un adattamento speciale della intelligenza alle cose: il vero è adattamento
conquistato dal pensiero sulla realtà naturale (« Le integrazioni psichiche e
la percezione esterna, Le integrazioni psichiche e la volontà, La causa e la
legge nell’interpretazione dell’universo, Intorno al valore della scienza, Studi
di psicologia gnoseologica, oltre a numerosi altri saggi, soprattutto di psic.
e di st. della psic.). TAOROZZI (vedasi), prof, di fii. a BOLOGNA, occupa in
Italia, rispetto alla tradizione storica del positivismo sistematico, una
posizione spiccatamente personale: è stato, e si è professato sempre, discepolo
delI’Ardigò: e del positivismo infatti accetta il metodo e alcuni fondamentali
postulati: la filosofia è anche ricerca, perennemente promossa dai risultati
della scienza e dallo sviluppo dei pensiero comune; scienza e filosofia si
differenziano non per il metodo bensì per l’oggetto, e insieme tendono a un
fine comune cioè alla obbiettività, la quale può essere raggiunta dallo spirito
umano solo entro l'ambito della categoria quantitativa, onde ha grande valore
filosofico lo sforzo di esprimere il qualitativo in termini quantitativi; la
esperienza non è di atti ma di fatti; non è concreto se non ciò che è
sicuramente determinabile nel tempo e nello spazio. Ma la originalità del T. si
è rivelata anzitutto nelle critiche alle quali egli sottopose il determinismo,
ravvisando in questo un residuo metafisico e un elemento estraneo allo spirito
del positivismo. il suo indeterminismo, diverso da quelli del Boutroux, del
Bergson, del Mach, congiunge le due concezioni del divenire e della spontaneità
del fatto singolo, senza lasciarsi sedurre dal Xóyo; àgy ò? del finalismo (« Della
necessità nel fatto naturale e umano). Con l’indeterminismo si collega il
realismo gnoseologico, li principio che « la realtà è il fatto della esperienza
» consente una soluzione esauriente della questione relativa alla
determinazione qualitativa e quantitativa della realtà; ma non basta a dar
fondamento alla persuasione della esistenza della realtà: la conoscenza è
contingente, e però presuppone il reale come altro da se stessa, e implica
l’idea della esistenza come incondizionalità dell’essere rispetto alla
conoscenza; da ciò s’inferisce un reale, di cui tutte le determinazioni
appartengono alla esperienza, tranne una, cioè la esistenza, che le si sottrae.
Il reale così inteso sfugge a quella determinazione del finito che è propria
della conoscenza razionale : e però è l’infinita varietà, che come tale non può
essere se non dinamica: infinito dev’essere dunque il principio dinamico
dell’infinitamente vario in ciascun essere che l’esperienza ci presenta come
determinato e finito. La contingenza della conoscenza, da un lato, giustifica
la distinzione della conoscenza pura dalla conoscenza empirica e quindi il
riconoscimento di leggi proprie del pensiero, dall’altro, ha in tale
distinzione e nella esistenza di queste leggi la propria riprova. Nella conoscenza
pura, intesa come conoscenza deH’autonomia dello spirito, consiste il
fondamento gnoseologico e logico, dell’idealismo etico. Caratteri
dell’idealismo etico sono la coscienza della libertà dello spirito, la
responsabilità, l’impero effettivo dell’ideale. La libertà dello spirito, come
rivelazione dell’infinito nella coscienza, e capacità che ha l’uomo di creare
il regno della sua umanità morale, non esclude ma implica la obbligazione,
l’impero dell’universale: l’antitesi che sussiste fra necessario e infinito, in
quanto quello pone un limite che questo esclude, vien meno, infatti, nella
necessità morale, e in essa soltanto, perchè in essa l’infinito si limita non
negandosi, ma rivelandosi. La responsabilità, in quanto è correlativa alla
obbligazione, è responsabilità non soltanto del male, ma anche del bene, in
quanto è indipendente dalla obbligazione, trascende i limiti dell’attività del
soggetto, onde questi tende ad assumere sopra di sè il carico del male della
umanità intiera. Effettivo è l’impero dell’ideale, perchè esso come autonomia
dello spirito, è, per natura sua, un fine: ma non può essere fine a se stesso,
bensì presuppone un reale ateleologico che si offre come oggetto e materia al
teleologismo in cui esso ideale si esplica; presuppone dunque, nell’ordine
degli oggetti, la natura indifferente, nell’ordine dei valori, l’utile, il
regno dell’interesse egoistico, in cui l’uomo a questa natura indifferente
obbedisce. Moralità è spiritualità, e spiritualità è successiva trascendenza di
fini gli uni rispetto agli altri. Con il sentimento dell’infinito ha affinità
profonda il sentimento estetico: l’estetica non determina una distinta regione
dello spirito, ma si afferma sovrana, come espressione sintetica della
humanitas. La pedagogia idealistica che risolve la educazione
nell’autoeducazione, ripugna al senso comune: la educazione dev’essere
spiritualistica, perchè promuovere negli educandi il loro valore propriamente
umano, significa avviarli a pensare come vera vita la loro vita interiore.
Nonostante le ragioni profonde di dissenso, la dottrina del T. appartiene alla
storia del positivismo italiano: il suo spirito fervido, aperto a interessi
molteplici, non si ferma appagato sulle posizioni raggiunte, bensì è portato a
rispondere con sintesi sempre più alte e più vaste e logicamente meglio
coerenti, all’esigenze poste dalla fede generosa e sincera nei valori umani; ma
egli non ha mai dubitato che quella rivendicazione morale dell’energia dello
spirito, che è nello spirito suo il bisogno fondamentale (Gentile), non sia
appunto il programma che il positivismo propone a se stesso e ha virtù di
realizzare (Del T„ che finora non ha divulgato in modo sistematico tutte le
idee qui accennate, vedi: « La coltura intellettuale contemporanea, Ricerche
intorno ai fond. della certezza raz. » Menti e caratteri » «La virtù
contemporanea» 1900 « Idee di una scienza del bene Il contenuto mor. della
libertà del n. Tempo L’educazione e la scuola Note di estetica sul Par. di
Dante. Anche Troilo, prof, di fil. a Padova, operoso cultore della st. della
fil. (« La dottrina della conoscenza nei mod. precursori di Kant, Telesio » La
fil. di Bruno Figure e studii di st. della fil.), manifesta, nella esposizione
delle sue vedute teoretiche, il travaglio perenne di uno spirito che si cerca:
tutta la sua feconda attività di scrittore è infusa di pathos profondo. Egli
riferisce a un’antitetica che si rivela fondamentale nell’attività dello
spirito, il perenne avvicendarsi dei due indirizzi, positivistico e
idealistico: e tende a uscirne con una dottrina, che superando la unilateralità
delle contrastanti vedute, integri il positivismo con una sua propria
costruzione teoretica (Idee e ideali del Pos.
Il Pos. e i diritti dello spirito). Il suo atteggiamento di calda
simpatia per il sistema d’ARDIGÒ non gli vieta di criticarne il concetto
dell’Indistinto psicofisico, nel quale ravvisa una pericolosa concessione al
dualismo; d’altra parte, il fenomenismo puro riesce a una finale
identificazione con il soggettivismo idealistico: a questi indirizzi egli
oppone lo schietto Monismo ontologico, la necessità dell’Essere come Dato primo
assoluto, assolutamente autonomo. Monismo ontologico, ma, d’altra parte,
dualismo gnoseologico: nell'Essere, includente in sè quella forma della Realtà
ch’è lo Spirito, la legge è l’Unità: nel Conoscere, il quale altro non è che
funzione, la legge è la Dualità: cosi organicamente si compongono Immanenza e
Trascendenza, spoglie di ogni residuo metafisico. Ogni filosofia, come
espressione integrale teoretica e pratica dello spirito, è filosofia morale,
pedagogia dello spirito umano: Philosophia sire Vita : la filosofia che non
deve limitarsi a interpetrare il mondo e deve mutarlo, trapassa in storia («
Filosofia, vita, modernità, La conflagrazione). Il positivismo del Trailo si
determina come Realismo Assoluto: e un Realismo assoluto è anche la dottrina di
RANZOLI (vedasi), prof, di SI. teor. a Genova. L’oggetto della conoscenza non è
nè una imagine dell’oggetto esterno, nè una creazione del soggetto, bensi lo
stesso oggetto che conosce se stesso, e, conoscendosi, .si pone come identico a
sè e come diverso da sè, come conoscente e conosciuto, come spirito e come
natura (L’idealismo e la fil.). Porsi come natura significa rappresentarsi e «
distendersi » in quei rapporti spaziali e temporali che risultando dalla mutua
irreducibilità degli elementi della conoscenza, e quindi del reale, si possono
definire come la visione panoramica che il reale ha di se stesso («Teoria del
tempo e dello spazio). Lo spirito costituisce il ritmo supremo dell’esistenza,
ossia il limite di quel processo d’individuazione che rappresenta la legge
fondamentale della realtà : legge che non ha nulla in sè di finalistico, ma
esprime al contrario la fusione del caso con la causalità (« Il caso nel pensiero
e nella vita). Queste idee sono espresse dal R. in una prosa ch’è sovente un
modello di stile filosofico: anche di lui può dirsi, come di DANDOLO (vedasi),
che la natura sobria dell'ingegno si riflette nella composizione nitida e
organica delle dottrine, ma non vieta di avvivarne efficacemente la espressione
con imagini colorite e vaghe. Ranzoli, in un pregevole saggio sopra « La
fortuna di Spencer in Italia, ha dimostrato che il positivismo nostro mosse i
suoi primi passi sotto la sola guida del Comte e del Littré, ma se n’è staccato
ben presto, attratto dalle ampie formule della filosofia spenceriana, che
meglio si accordavano con la natura del nostro ingegno e delle nostre
tradizioni filosofiche, rappresentate non soltanto dal naturalismo del Rinascimento,
ma anche da quel filone solitario di filosofia sperimentale che si continua
ininterrotto attraverso il Sette e l’Ottocento: il positivismo dello Spencer,
meglio di quello del Comte, aiutò l’ingegno italiano a ritrovare se stesso:
l’Italia di platonica che era, divenne spenceriana, passando per lo hegelismo:
fra questo e il positivismo è l’abisso, ma la scuola hegeliana, dalla quale
uscirono alcuni fra i primi positivisti (Marselli, Villari, Angiulli) annovera
anche pensatori (basti ricordare il Fiorentino) che, rimanendo sul terreno
dello hegelismo, riconobbero, nei limiti della filosofia della natura, il
valore del principio della evoluzione. E il positivismo italiano fu, per molta
parte, evoluzionistico: il fascino esercitato sopra le menti dalla idea di
evoluzione trae il sacerdote giobertiano Trezza, bene a ciò preparato dagli
studi storici filosofici religiosi, a convertirsi a una intuizione
naturalistica, della quale egli fu il poeta piuttosto che il filosofo: le sue
idee si organizzarono (La critica moderna) intorno ai due concetti, della
relatività di tutti i fenomeni, onde natura e storia gli appaiono come una
serie di trasformazioni perenni — e. della immanenza delle leggi cosmiche che
sottrae la natura e la storia all’intervento e all’arbitrio delle volontà
trascendenti (Melli). La sintesi spenceriana trovò largo consenso fra gli
scienziati: minor favore incontrò la dottrina dell’Inconoscibile, combattuta,
per opposte ragioni, da hegeliani e da neo-criticisti, da spiritualisti e da
positivisti; ma è manifesta la influenza dello Spencer sopra quel movimento di
pensiero che ebbe per organo la Rivista di filosofia scientifica, fondata e
diretta da MORSELLI, prof, di psichiatria a Genova. L’opera di lui è
soprattutto notevole per lo sforzo assiduo di richiamare i filosofi alla
scienza e gli scienziati alla filosofia, combattendo la metafisica
antiintellettualistica, e reagendo contro io spirito antifilosofico,
manifestato o anche ostentato da molti scienziati puri. Il M. rappresentò
autorevolmente una filosofia monistica ed evoluzionistica, consapevole della
propria funzione sintetica e non ignara delle proprie intime difficoltà, ma da
ciò indotta non a cedervi bensì a superarle e una psicologia che si rende conto
dei limiti, ma anche del valore del metodo introspettivo («La fil. mon. in
Italia» Id. id.» L’evoluz. monistico nella conosc. e nella realtà, Il
darwinismo e l’evoluzionismo La psic. scient. o pos. e la reaz. neo-ideal.
» ecc.). Classiche sono le ricerche
biopsicosociologiche del M. sul suicidio. Anche a dire del M. («C. L. e la fil.
scient.), LOMBROSO (vedasi), prof, di antrop. crim. a Torino, non fu un
filosofo: la sua Weltanschauung è schiettamente materialistica, la sua
psicologia è puro somatisino; ma se si pensa quanta luce è derivata dalle
indagini ch’egli compì o promosse, alla conoscenza delle manifestazioni
psicologiche anormali o supernormali; se si considera quante idee, accolte,
quand'egli le mise in circolazione, come scandalose o ridicole, sono diventate,
quasi insensibilmente, elementi vitali della comune cultura e hanno agito sopra
la costituzione deila nostra coscienza morale: se infine si pensa alla
influenza che la sua antropologia criminale, ispirata a un rigoroso
determinismo bio sociologico, ha esercitato in tutto il mondo sopra la
legislazione penale è debito di giustizia ricordare l’attinenza dell’opera di
lui e de’ suoi discepoli, con il movimento
della filosofia scientifica («L’uomo delinquente» L’anthrop. crim.
L’uomo di genio, «Nuovi studi sul genio). Alla negazione del libero arbitrio e
alla fondazione .di una dottrina della imputabilità penale non costituita sopra
la responsabilità morale, diede opera, con altri, FERRI (vedasi), fondando
quella scuola del diritto penale, o piuttosto della criminologia, che fu detta
positiva, e che propugnò lo studio e la considerazione non del delitto, ma del
delinquente. Il Lombroso diffuse in Italia, La circolazione della vita » di
Moleschott. Questo saggio, nel MOLESCHOTT, prof, a Torino, sostenne le proprie
vedute materialistiche, ebbe parte notevole nella ispirazione della dottrina
lombrosiana. Al materialismo aderirono o per lo meno inclinarono molti fra i
cultori delle scienze biologiche: e un tale indirizzo è manifesto nelle
ricerche psico-fisiologiche di Schiff, prof, di fisiologia a Firenze («Sulla
misura della sensaz. e del movimento»
«La fisica nella filosofia» 1875), del suo discepolo, Herzen (Fisiol. e
psicol., La condizione fisica della coscienza » « Della nat. dell’attività
psich. » «Il moto psich. e la coscienza) che nell’« Analisi fisiologica del
libero arbitrio umano illustrò il doppio determinismo, organico e sociologico,
delle azioni umane; e dell’antropologo Sergi, già prof, a Roma (« Elem. di
psic. L’origine dei fenomeni psichici), studioso anche di problemi pedagogici
(« Per l’educazione del carattere » Educazione e istruzione). Le vedute di
SERGI (vedasi) sono impugnate da REGALIA (vedasi), sostenitore della tesi che
il dolore è l’antecedente costante e immediato di ogni azione (saggi vari,
cinque raccolti nel voi. « Dolore e azione). Un altro antropologo, Vignoli,
coltivò la psicologia comparata (animale e etnografica) e genetica (« Peregrinazioni
psicologiche » 1895). L’esclusivismo psicologico nella spiegazione delle
malattie mentali e le ragioni filosofiche che sono poste a suo fondamento
furono combattuti dal grande clinico MURRI (vedasi) (Nosologia e psicologia.
Non si staccò dall’indirizzo materialistico BUCCOLA (vedasi), il quale a Reggio
Emilia — dpve sotto la direzione di TAMBURINI (vedasi), e più recentemente di
Guiceiardi (vedasi), ebbero grande impulso la psicopatologia e la freniatria —
avvia ricerche psicometriche che ebbero larga eco anche all’estero («La legge
del tempo nei fenomeni del pensiero). Ma scarso è il contributo direttamente
recato dai filosofi positivisti alla psicologia con ricerche sperimentali, alle
quali attesero prevalentemente seguaci di altri indirizzi o studiosi estranei
alla milizia filosofica. Allo studio sperimentale delle emozioni contribuì
poderosamente MOSSO (vedasi), prof, di fisiologia a Torino (La paura, La
fatica), studioso anche di problemi educativi, il quale aderì alla teoria
Lange-James: a lui e alla sua scuoia (particolarmente al lombrosiano PATRIZI (vedasi)–
no il da Dazia --, prof, di fisiologia a Modena) è dovuto il primo impulso alle
ricerche di psicologia applicata ai problemi sociali e del lavoro
(psicotecnica). Il nome del Patrizi è legato anche a tentativi
d’interpretazione delle opere d’arte con il sussidio della psicologia positiva
(«Saggio psico antropol. su 0. Leopardi, Il Caravaggio e la nuova crit. d’arte.
Treves, scolaro del Mosso, contribuì alle stesse ricerche (per es. con studi
sopra le relazioni fra emozioni e lavoro muscolare) e particolarmente coltivò
le applicazioni della psicologia alla pedagogia e alia tecnica scolastica,
portando modificazioni alla scala metrica del Binet. Al problema della
valutazione della intelligenza, e inoltre agli studi di psicologia e pedagogia
dei deficienti («Educazione dei deficienti)si dedica Sanctis, prof, di psicol.
a Roma), autore anche di apprezzate ricerche sopra i sogni. Benemerito della
pedagogia correttiva è Ferrari, direttore dal 1905 della Rivista di Psicologia.
BROFFERIO (vedasi), prof, di st. della fil. a Milano (La filosofia delle
Upanishadas », postumo), esercitò la propria attività nella sistemazione della
psicologia e, sopra saldo fondamento psicologico, della gnoseologia
positivistica : si propose il problema della classificazione delle specie della
cognizione, come propedeutico rispetto al problema dell’origine, razionale o
sperimentale, della cognizione, e ridusse le intuizioni, per le quali la
esperienza è resa possibile, alla intuizione fondamentale del numero (unità e
molteplicità), la quale s’integra in quelle della quantità (intensità) e della
qualità; ma di quella intuizione egli illustrò la natura sperimentale. Scarso è
il contributo recato dai positivisti, alla estetica. Oltre a Mantegazza,
professore a Firenze (Epicuro), autore anche di molto fortunati studi sulle
emozioni, si può appena ricordare Pilo («Estetica Psicologia musicale) e BARATONO
(vedasi) («Sociol. estetica»). Quest’ultimo, autore anche di lodati Fondamenti
di psicologia sperimentale ha coltivato poi di preferenza la pedagogia, con
indirizzo criticistico. il preteso a priori non è se non la esperienza
accumulata della razza. Il positivismo affermando, in contrasto con il
materialismo degli scienziati, la relatività della cognizione e precludendosi
la via alla ricerca della realtà assoluta, lascia la possibilità di fondare
sovra prove morali la credenza nella esistenza di Dio e di appagare la
invincibile aspirazione alla immortalità. Il B. ravvisò poi nelle esperienze
spiritiche la verificazione sperimentale di quelle ipotesi che aveva da prima
accolte per volontà di credere («Le specie dell’esperienza » Man. di psic., Per
lo spiritismo). Anche Ettore Galli, lib. doc. a Padova, pone a fondamento della
filosofia la psicologia, analitica e genetica: origine del conoscere è il
sentire, che è fatto biologico. Le leggi della ragione sono le leggi
dell’apprendere; e si apprende quando un fatto di sentire secondo una legge
dinamica universale si fonde, in ciò che ha di comune, con virtualità di
sensazioni anteriori: tale processo si ripete in tutte le operazioni del
pensiero. La realtà è tutta relativa al conoscere, e quindi al sentire: dal
sentire nascono così l’io come il nonio. E il sentire è anche base della
morale. La vita, la quale per conservarsi e integrarsi suggerisce agli uomini
la collaborazione e la divisione del lavoro, ha nel dovere un mezzo che poi
agli effetti pratici vien postulato come fine delle azioni. E al dovere
s’informa anche la educazione, in quanto è mossa dall’esigenze della vita (Nel
regno del conoscere e del ragionare» «Alle radici della morale» «Nel dominio
dell’io, Alle soglie della metafisica. Dell’attività esplicata dall’Ardigò, da
Marchesini, dal Tarozzi come pedagogisti, già si è fatto cenno. L’indirizzo
positivistico ebbe, in generale, grande influenza sopra la scienza della
educazione: e si onora anzitutto del nome di GABELLI (vedasi), che professa un
positivismo agnostico, combattendo le degenerazioni materialistiche; ma più che
ai problemi speculativi, volse la mente ai problemi della pratica: propugnò
l’applicazione del metodo sperimentale alle scienze morali, e delineò un’etica
utilitaria, fondata sopra l’amor di sè, distinto daH’amor proprio (« L’uomo e
le scienze morali » 1869). Esplicò la sua missione socratica (Credaro) con la
diagnosi severa — condotta da un punto di vista rigidamente conservatore — dei
mali morali del popolo italiano e con la indicazione del rimedio, che doveva
consistere in una educazione diretta a formare le teste, a bandire l’artifizio,
il verbalismo, la retorica, ad assumere come elementi integranti del carattere
idee chiare verificate al paragone della esperienza: il miglioramento morale è
indissolubilmente legato al progresso intellettuale: non sussiste
contraddizione tra il fine umanistico e l’indirizzo realistico della educazione
(«Il metodo d’insegnamento nelle scuole elementari d'Italia Riordinamento
dell’istruzione elementare. Relazione, Istruzioni e programmi» L’istruzione in
Italia). Angiulli, prof, di ped. a Napoli, reagisce contro l’imperante
hegelismo con un sistema, ispirato alla fede nel valore teoretico e sociale
della scienza positiva, .che è legata con la filosofia da un vincolo
d’interdipendenza: ripudia l’Inconoscibile e ammette la possibilità, per la
virtualità dell’astrazione, di una metafisica critica e scientifica,
evoluzionistica e relativistica. La dottrina della evoluzione cosmica informa
di sè anche la morale scientifica progressiva (migliorismo), la quale s’integra
con la cosmologia in una religione nuova: l’A., determinista, ammette
negl’individui anche il determinismo dell’ideale. Ma l’ideale non si realizza
se non nella e per la educazione, intesa non come sempiice adattamento alle
condizioni esistenti, ma come preparazione a nuove conquiste. Tutti i problemi
sociali s’incontrano nel problema pedagogico, che dev’essere risolto
teoricamente con la costituzione della pedagogia sopra fondamento scientifico e
filosofico, praticamente con l’attuazione sua negli ordini della scuola e della
vita. Liberale in politica, l’A. rivendica allo Stato il diritto, che è dovere,
d’impartire la educazione nazionale e la istruzione obbligatoria e laica.
L’incremento della cultura femminile deve render possibile che si armonizzino,
nella scienza, la educazione domestica e la pubblica. La istruzione scientifica
deve in tutti i suoi gradi essere animata da spirito filosofico («La Filosofia
e la ricerca positiva, La Ped., lo Stato e la Famiglia, La Fil. e la Scuola). SICILIANI
(vedasi), prof, di ped. a BOLOGNA, aspira a una sistemazione del positivismo
italiano, sulla traccia di Galileo e di Vico e in armonia con l’evoluzionismo
(«Sul Rinnovamento della Fil. pos. in Italia). La sua pedagogia ha a fondamento
la storia della educazione e ne ricava i due principii della dignità intrinseca
della «santa» personalità umana, e dell’autodidattica (La Scienza nell’Educ.
Rivoluzione e Ped. moderna). FORNELLI (vedasi), prof, di ped. a Napoli,
contribuì a diffondere in Italia la dottrina herbartiana (Studi herbartiani),
la quale tuttavia dovette la sua maggiore fortuna fra noi all’opera di Luigi
Credaro (« La Ped. di Herbart): ebbe vivo il senso della importanza del
problema pedagogico nello Stato liberale e propugnò la laicità della scuola che
deve trovare nella scienza il proprio centro. La misura dell’esigenze che si
pongono sopra il fanciullo dev’essere ricavata dalla considerazione non della
sua costituzione psicologica, ma della finalità civile della educazione. La
volontà è determinata, ma tra i fattori che la determinano è compresa anche la
individualità: e in ciò la responsabilità trova il proprio fondamento. Fu
sostenitore, nella istruzione secondaria, di un temperato classicismo
(«Educazione moderna» «L’Insegnamento
pubblico ai tempi nostri» 1881 «L'adattamento nell’educazione). DOMINICIS
(vedasi), già prof, dì ped. a Pavia, si è ispirato ai principii
dell’evoluzionismo e del darwinismo («La dottrina dell’evoluzione); ha determinato,
in base alla esperienza naturalistica e storica, i fattori, le leggi, i fini
della educazione, il fondamento e i limiti della sua efficacia, acutamente
analizzando la vita interna della scuola (« Scienza comparata della Educ.), e
ha esercitato grande influenza («Linee di Ped. elem.) sopra la formazione dei
maestri. Colozza, prof, di ped. a Palermo, concepisce non diversamente dal suo
maestro Angiulli la scienza della educazione nel sistema della filosofia
scientifica ed evoluzionistica («Saggio di Ped. comparata» La Ped. nei suoi
rapporti con la Psic. e le Se. Soc.): ma ha temprato il forte e indipendente
ingegno nell’analisi psicologica, nella ricerca del fondamento psicologico
della pedagogia, nello studio di problemi educativi e didattici, nella
revisione di concetti comunemente accolti senza discernimento critico: dal
ripensamento originale della dottrina del Rousseau ha tratto conforto alla fede
nella virtù del metodo attivo; ha risposto negativamente al quesito se esista
la educazione dei sensi («Il giuoco nella psic. e nella ped., Del potere
d’inibizione, La meditazione, Questioni di Ped. «Il metodo attivo nell 'Emilio.
Ripensando l ’Emilio » La matematica nell’opera educativa). VALLE, prof, di
ped. a Napoli, studiò la formazione dell’autocoscienza, nel riguardo della
forma e del contenuto (« La Psicogenesi della coscienza): ma prevale nell’opera
sua il gusto delle vaste costruzioni. La vita umana dà materia alla indagine
sperimentale del lavoro mentale (che è sempre un mezzo), e alla indagine speculativa
del Valore (che è sempre un fine,): donde due dottrine pure (Psicoenergetica,
Axiologia) e due dottrine applicate (Psicotecnica, Teleologia). Il D. V. può
dirsi positivista, quando ricava « Le Leggi del lavoro mentale » per induzione
da esperienze, anche originali, e ravvisa nella pedagogia sperimentale un
capitolo della psicotecnica (come la ped. fil. è un capitolo della teleologia).
Ma la sua axiologia realistica lo allontana dal positivismo. I Valori
(esistenziali, logici, estetici, morali, economici) sono rivelati ma non
contenuti dalla coscienza: sono il prodotto di una sintesi a priori ; possono
esser creduti, ma non dimostrati; sono assoluti, trascendenti, cioè
indipendenti da ogni singola mente e validi potenzialmente, anche se non intuiti
empiricamente da alcuno. Si unificano oggettivamente nella Realtà assoluta
trascendente (Dio), soggettivamente nella coscienza generica assoluta.
L’educazione consiste nella creazione e acquisizione delle varie classi di
valore (« Teoria Gen. e Formale del Valore, come fondamento di una ped. fil.:
Le premesse dell’Axiol. pura»).Montessori ha coltivato l’« Antropologia
pedagogica, ma il suo nome è soprattutto legato alle Case dei bambini, che
hanno avuto ampia diffusione anche all’estero e nelle quali il principio di
spontaneità è portato alle sue estreme applicazioni («Il met. della ped.
scient. applicato all’educ. inf. nelle Case dei bambini» 1910 « L’autoeduc.
nelle se. elem. » 1916 «Manuale di ped. scient.). Tauro, lib. doc. a Roma,
autore di un lodato profilo del Pestalozzi, ha propugnato il metodo positivo ed
evoluzionistico nella ped., scient. e filosofica, della quale ha delineato un
piano sistematico (« Introd. alla ped. gen.): ha studiato « Il probi, delia
coltura nelle sue attinenze con la scienza e con la scuola, ha affrontato
questioni di ped. applicata, relative alla educaz. intellettuale (« L’unità
mentale e la concentraz. della istruz.) e alla formazione del maestro (« La
preparaz. degl’insegnanti elem. e lo studio della ped.), ha, infine, assunto il
silenzio a oggetto di analisi psicologiche e di ricerche storiche accurate,
fermandosi a considerare il silenzio interiore come mezzo e processo
dell’autoeducazione («Il Silenzio e l’Educazione dello Spirito). Per Resta,
lib. doc. a Roma, realtà propria del vivere umanno è non l’errare a caso in
balia delle contingenze (attualità,ed eterogenesi dei fini), ma la conformità
dei risultati complessivi a un piano di svolgimenti progressivi (persistenza, e
omogenesi dei fini). Occorre perciò (ed è tendenza dell’uomo) una forma o norma
di vita, per la progressiva riduzione dell’ordine naturale e attuale dello
sviluppo umano, secondo l’ordine ideale o finale della vita. Una tale forma o
legge delle realizzazioni umane è la educazione: e questa è, da un lato,
inerente al vivere umano, ma si rivela anche, dall’altro lato, specifica cioè
distinta e originale, in quanto si definisce come legge di maestria, cioè come
il farsi maestro e far da maestro, mediante una progressiva azione di
corrispondenza delle potenzialità ed inclinazioni del soggetto (ordine attuale)
alle finalità della vita (ordine finale). La educazione è dunque attività di
sforzi perfettivi possibili (legge di convenienza progressiva) che si
trasformano in abilità o autonomia (legge di maestria) del soggetto nei fini
della vita: suo modello dev’essere la personalità più saldamente autarchica
(l’autonomia) nella migliore realizzazione dell’ordine ideale (Peunomia) «
L’anima del fanciullo e la ped., I probi, fond. della ped. » Trattato di Ped. 1
» L’educaz. del geografo. 11 carattere umanistico della morale dei positivisti
è stato già rilevato. Troiano, prof, di fil. mor. a Torino, studioso benemerito
dell’etica greca, defini come umanismo la sua filosofia : umanismo critico e
integrale, distinto dall’umanismo pragmatistico, perchè tien separate le
categorie gnoseologiche e quelle pratiche. L’uomo è il centro teoretico e
appreziativo del mondo: tutto da lui prende luce e si predica, tutto da lui
prende senso e si avvalora. Fondamento di ogni valutazione è uno spirito
individuale, che è l’unico reale: lo spirito assoluto è impensabile, lo spirito
collettivo una metafora. Ma nell’individuo esistono pure tendenze collettive e
storiche, e tendenze universali: individualismo e universalismo sono aspetti
inseparabili deH’umanesimo concreto. Ogni etica metafisica è essenzialmente
eteronoma e dogmatica: la concezione subbiettivistica dei valori porta a
costruire la morale sopra fondamento psicologico. Centro della vita psichica,
organo dei valori finali, regolatore supremo della vita è il sentimento, che è
il Iato subbiettivo e vissuto d’ogni fenomeno psichico, e però espressione
immediata dello stato del soggetto: fondamento di una morale autonoma è il
sentimento non come dolore (tendenza) o piacere (fruizione), bensì come
sentimento di calma che rivela lo stato di tregua per la sodisfazione avvenuta
e l’armonia di tutte le tendenze: all’edonismo va sostituito l’alipismo: il
senso di tutto il mondo dello spirito umano è spirito, sospiro o conato di
pace, di liberazione dal dolore. L’umanismo pedagogico assume a fine della
educazione la perfetta formazione degli organi individuali dei valori umani,
informandoli al sistema storico della coltura: la educazione deve tendere a
sostituire i valori religiosi con valori spirituali più alti, vincendo la
superstizione del divino con la celebrazione divina dell’umano (« Etilica. I »
« Ricerche sistematiche per una fil. del costume. I » «La fi!, mor. e i suoi
probi, fond. » 1902 « Le basi dell’umanismo, L’umanismo ped.). L’umanismo etico
di CESCA (vedasi), prof, di st. della fil. e di ped. a Messina, è fondato sul
fenomenismo gnoseologico ed esclude da sè il trascendentalismo, ma culmina
nella concezione di una religione morale e umanitaria (« La religione morale
dell’umanità» La Fil. della vita» La Fil. dell’az.). La religione identificata
con la forza della idealità continuamente aspirante al meglio, viene anche a
identificarsi con la educazione moderna che, distinguendosi dall’addestramento,
deve rivolgersi all’Io profondo dell’educando («Religiosità e ped. mod.). Il C.
costruisce la pedagogia generale sopra fondamento evoluzionistico: il suo
pluralismo critico tende a superare « Le antinomie psicologiche e sociali della
educazione» (1896) nella concezione della educazione stessa come processo
unitario, realizzantesi nella concordia di discordi molteplici fattori. In JUVALTA
(vedasi), prof, di fil. mor. a Torino, è particolarmente viva la consapevolezza
della esigenza critica. Non ha scritto molto: ma gli scritti suoi (« Prolegomeni
a una morale distinta dalla metafisica » 1901 « Su la possibilità e i limiti
della morale come scienza» 1907 «II vecchio e il nuovo problema della morale
» I limiti del razionalismo etico) son
tutti il frutto di meditazione severa, promossa da un irresistibile bisogno di
chiarezza che lo trae a rivedere assiduamente non soltanto le soluzioni dei
problemi etici che sono state proposte nel corso della storia, ma anche i
termini e la posizione dei problemi stessi. Le esigenze di ordine morale sono
fondamentali e decisive nella posizione e nella soluzione dei problemi di
ordine metafisico; e direttamente o indirettamente ne dipendono anche le
questioni filosofiche, che a primo aspetto si presentano come d’interesse
prevalentemente teoretico. È dunque, nonché opportuno, necessario affrontare i
problemi morali indipendentemente da presupposti di qualsiasi indirizzo
filosofico, implicanti una particolare soluzione dei problemi della realtà e
della conoscenza. Nella scelta fra le diverse intuizioni religiose, o fra i
diversi sistemi filosofici, prevale l’atteggiamento personale della coscienza
morale. JUVALTA crede alla possibilità di una scienza normativa etica, ma la fa
consistere in un sistema di relazioni e di leggi, le quali non hanno valore di
norme da seguire, se non nella ipotesi che sia assunto come fine quell’effetto
o quell’ordine di effetti, del quale esse leggi esprimono le condizioni e i
fattori. Una tale scienza differisce dalle altre scienze precettive soltanto
perchè suppone che al fine suo sia riconosciuto un valore di universale
preferibilità e precedenza sopra ogni altro fine. Perchè la determinazione
delle norme etiche possa dirsi scientifica, si richiede che il fine sia
umanamente possibile, cioè in relazione di dipendenza da una certa forma di
condotta collettiva o individuale (e particolarmente per questa maniera
d’intendere il carattere scientifico della morale, il punto di vista dello J.
si differenzia da quello che ha prevalso tra i positivisti). Perchè le norme
sieno norme etiche, si richiede che sia ammesso come postulato che il
riconoscere al fine assunto valore di universale preferibilità e precedenza
rispetto a qualsiasi altro fine umanamente possibile, è una esigenza morale.
L’esigenza caratteristica di una norma morale (esigenza giustificativa, diversa
dalla esigenza esecutiva, che è relativa ai mezzi di assicurare la osservanza
della norma stessa) è quella di una universale giustizia; e il fine che sodisfa
a questa esigenza è una forma di società umana tale, che tutti i socii trovino
nelle sue stesse condizioni di esistenza la medesima o equivalente possibilità
esteriore di rivolgere la loro attività alla ricerca di qualsivoglia dei beni
ai quali la convivenza e cooperazione sociale è mezzo. Allo studio del
conflitto fra i criteri fondamentali di valutazione morale, lo J. ha recato, e
ancora promette, notevoli contributi. ORESTANO, prof, di st. della fil. a
Palermo, ha coltivato la storia della filosofia e della pedagogia («Der
Tugendbegriff bei Kant» 1901 «Le idee fondam. di F. Nietzsche» «L’originalità di Kant» Comenio » Angiulli »
Rosmini» L. da Vinci) e la filosofia morale (« I Valori umani» 1907 «La scienza
del bene e del male» Gravia Levia» Prolegomeni alla scienza del bene e del male,
Pensieri’). Meglio che fra i positivisti, va annoverato fra i seguaci
dell’indirizzo critico. Egli ritiene che il positivismo coerente non possa
uscire dalla descrizione della vita morale: ma la scienza si rivela
insufficiente di fronte alle questioni più essenziali che la mente umana può
proporsi di fronte alla realtà, e delle quali nell’operare umano è implicita
una soluzione : la esperienza morale, forse tutta la esperienza umana, non
rivela al pensiero la totalità delle condizioni sue: non tutta la realtà è
nell’esperienza. 11 progresso dello spirito è segnato dall’accrescimento dei
problemi. D’altra parte ORESTANO ha finora soprattutto inteso a costruire sul
terreno della esperienza una scienza del bene e del male, che si limita alla
descrizione più economica, cioè più semplice e più completa, dei rapporti
funzionali elementari (espressi possibilmente nella forma del calcolo) dei
fenomeni morali; e ha portato nn ricco geniale contributo al problema del
valore e della valutazione, considerato cosi in generale come dal punto di
vista etico. Ogni sistema di vita morale consiste infatti in un complesso di
valutazioni, tendenti a obicttivarsi mediante azioni e a svilupparsi in un
sistema di principii e di leggi. Ammessa la subbiettività del valore, non per
questo se ne assume come sufficiente la spiegazione psicologica: la coscienza
non è che una piccola sezione della personalità: e quest’ultima è coestensiva
col sistema della vita, il quale presenta, nell’aspetto organico psicologico
sociale, una composizione multipla e pluricentrica. L’unità trascendentale
dell’io è un mito che non spiega nulla. La valutazione è una funzione
dell’interesse (che è reazione totale dell'io): è la coscienza riflessa di uno
stato d’interesse riferito al suo oggetto. Il concetto ontologico del valore
non può essere fondamento della scienza morale, la quale deve adoperare il
concetto del valore come un principio formale di sintesi dell’esperienza morale
senza obbedire ad alcuna intuizione concreta; caratteristico della reazione
morale è pertanto il riferimento di un oggetto particolare d’interesse al
concetto fondamentale che si ha della vita nella totalità de’ suoi scopi:
questo concetto è il vero fondamento di tutt’i giudizi etici: fondamento
relativo, ma che una volta fissato, agisce come principio assoluto. Tale
definizione s’integra nella definizione del fatto morale come impiego
effettivo, cosciente e volontario della vita in funzione di un tale concetto
unitario, esplicito o implicito, di essa: è la vita che pensa e vuole se
stessa, che sceglie da sè i suoi propri modi di essere: il mondo morale è una
teleologia in azione. Ma la vita non può pensarsi nè volersi che socialmente:
la personalità sociale è il soggetto della esperienza etica, la quale presenta
cosi due aspetti, sociale e personale. L’O. riconduce tutte le valutazioni a un
comune denominatore, la vita, che è la massima misura umana della realtà e del
valore: il valore della vita, poi, è una funzione dipendente del valqre supremo
idealmente concepito: per VALLI (vedasi), lib. doc. a Roma, Il Valore Supremo
s’identifica con la vita stessa. La sua teoria generale del valore come simbolo
di una corrente d’impulsi o di volontà concordi in una direzione, mette in luce
la legge di proiezione dei valori, per la quale la coscienza crea ai valori
stessi una meta fittizia, considerando come valore proprio l’ujtima parte
consapevole di ogni processo vitale, e con ciò crea i falsi assoluti della
morale, che devono via via decadere. Valore proprio, rispetto al quale tutti
gli altri sono valori relativi, è soltanto la vita, unico valore vero e perciò
supremo, nel quale e per il quale esistono gli altri valori, compresi i valori
conoscitivi che sono anch’essi valori strumentali della vita. In questa stessa
Rivista, il V. ha presentato modificata in senso antiintellettualistico, la teoria
della religione sostenuta nel libro « Il fondamento psicol. della
religione). ZINI (vedasi), lib. doc. a
Torino, aderisce, sul terreno della gnoseologia, al realismo critico: afferma
l’intima unità o mutua compenetrazione dello spazio e del tempo, e svolge una
teoria dinamica dello spazio, concepito come emanazione del tempo: la nostra
sensibilità, cioè ia nostra vera vita spirituale in quanto è formata di
rappresentazioni e di sentimenti, d’intuizione e di volontà, è soggetta alla
legge fondamentale del tempo e delio spazio; ma le condizioni per cui nella
realtà soggettiva sorgono queste forme fondamentali, esistono nella realtà
oggettiva, nella natura (« La doppia maschera dell’universo). Nel campo della
morale, Z. haprofessato sempre la insufficienza dell’empirismo e si è venuto
sempre più accostando (La morale al bivio) alla posizione criticistica, in
antitesi con il naturalismo etico e il determinismo: ma può essere annoverato
qui per l’opera data alla costruzione di una morale logica, la quale sia
l’applicazione alla condotta dei sistemi di cognizioni formulati dalla scienza.
ZINI ha vigorosamente criticato la morale religiosa, emotiva ed eteronoma,
tutta volta alla espiazione del passato e alla redenzione dai peccato, e,
svelandone il meccanismo psicologico, l’ha presentata come impedimento alla
formazione della personalità libera e responsabile (« Il pentimento e la morale
ascetica): egli ha ricostruito la storia psicologica del sentimento e della
idea di « Giustizia, e studiato il problema sociale come problema che è anche
morale e che trova la sua soluzione non nella socializzazione della proprietà,
ma nella partecipazione di tutti alle condizioni di una civiltà superiore («
Proprietà individuale o proprietà collettiva?). Scolaro d’ARDIGÒ e di
MARCHESINI (vedasi), LIMENTANI, prof, di fil. inor. a Firenze, ha sostenuto che
un’etica indipendente dalla metafisica deve abbandonare ogni pretesa normativa
o deontologica: il valore morale si specifica come rapporto formale fra la
coscienza del dovere la quale si spiega
con la costituzione pluralistica della personalità e della società e la condotta effettivamente praticata:
misura del valore morale è lo sforzo, ed è però competente a giudicarne, in più
eminente grado, lo stesso soggetto agente. Dalla valutazione morale strido
sensu vanno distinte come « quasi morali » altre valutazioni, fra le quali
caratteristiche son quelle dipendenti dalla relazione fra la condotta del
soggetto e le aspettazioni dei socii (« I presupposti formali della indagine
etica » «La morale della simpatia
«Moralità e normalità» «L’onore e la vita morale). Salvadori, lib. doc. a Roma,
contribuì efficacemente alla diffusione della dottrina evoluzionistica, con
traduzioni di opere dello Spencer e monografie illustrative (Spencer e l’opera
sua, La scienza economica e la teoria dell’evoluzione. Saggio sulle teorie
econ.-soc. di Spencer, L’etica evoluzionista. Studio sulla fil. mor. di Spencer);
combattè gli errori del trasformismo meccanico («Natura, evoluzione e moralità)
ed ebbe a guida l’evoluzionismo così nel sostituire una spiegazione razionale
dei sentimenti morali alle spiegazioni metafisica e puramente empirica,
rivelatesi insufficienti (Determinaz., classificaz. e spiegaz. dei sent. mor.),
come nel fondare sopra la conciliazione dell’antitesi essere-divenire, un
concetto positivo del diritto naturale (Das Naturrecht und der
Entwicklungsgedanke. Il positivismo italiano già nel suo fondatore, CATTANEO
(vedasi), è, sulle orme del Vico, storicismo: MARSELLI (vedasi), scolaro di SANCTIS
(vedasi), dopo avere, ne’ primi suoi lavori di fil. della st. e di estetica,
ormeggiato lo Hegel, prova poi il disgusto dello abuso che gli hegeliani
avevano fatto della Idea astratta e della scienza a priori, e concepì la storia
come la più alta tra le scienze di osservazione, che con lo stesso metodo
adottato dalle scienze naturali, deve rivelarci le manifestazioni della natura
umana e le sue leggi. Il positivismo del M. è una metafisica monistica, che non
oppone lo spirito alla natura, nè risolve questa in quello, ma spiega con la
legge di evoluzione il progresso da una all’altro («La scienza dellastoria» Le
leggi storiche dell’incivilimento», postumo). P. R. TROIANO (vedasi) da opera
alla costituzione de La storia come scienza sociale, combattendo il concetto
dellastoria come opera d’arte. Da apprezzate ricerche d’etnologia preistorica e
protostorica (L’origine degli Indoeuropei), condotte sulla traccia luminosa
d’intuizioni del Cattaneo, MICHELIS (vedasi) procede ad approfondire il
problema della conoscenza storica. Le scienze di leggi dalla matematica alla
sociologia e la storia lato sensu,
rispondono a due distinte esigenze del pensiero: le prime hanno per oggetto quei
rapporti condizionalmente necessari delle cose e dei fenomeni che costituiscono
la «Natura»: la seconda riesce invece alla costruzione e rappresentazione del
reale a titolo di « mondo » o «universo». Hanno torto quei positivisti che
vorrebbero sostituire la storia con le scienze di leggi, estendendo a quella il
contenuto logico e il tipo epistematico di queste; ma è anche infondata (o
fondata soltanto sopra un’analisi insufficiente delle categorie sotto le quali
viene pensato il reale come natura, e sovra persistenti vedute astrattistiche e
sostanzialistiche) la svalutazione del conoscere matematico-naturalistico. Se
la costruzione della storia è il termine d’arrivo di tutto il conoscere, ogni
progresso della conoscenza storica ha per condizione il progredire delle
scienze di leggi; e se queste avessero un valore puramente convenzionale,
neanche la storia potrebbe aspirare a un valore filosofico («II problema delle
scienze storiche). BERTAZZI (vedasi), prof, di st. della fil. a Catania,
fecondo studioso del pensiero antico, medievale e moderno, ha avviato ampie
ricerche sovra «I presupposti fondamentali della storia della filosofia.
Asturaro, prof, di fil. mor. a Genova, considera i problemi morali dal punto di
vista dell’evoluzionismo, che, meglio del semplice associazionismo, offre il
modo di conciliare il naturale egoismo con l’ideale del disinteresse («Saggi di
fil. mor.): si adoperò sopratutto a sistemare la sociologia mediante la
classificazione e seriazione dei fatti sociali: approfondì la dottrina del
metodo delle scienze morali e la dottrina della classificazione delle scienze (
« La sociologia, i suoi metodi e le sue scoperte). Ma della vastissima
letteratura sociologica che dilagò per l’Italia sul finire dello scorso secolo
e nel primo decennio del presente, non è il caso di far parola: sopra quella
emergono per l’austera serietà degli intendimenti e la rigorosa fedeltà al
metodo positivo gli « Elementi di scienza politica di MOSCA (vedasi), prof, di
diritto costituzionale a Roma, e il «Trattato di sociologia generale di PARETO:
questi scrittori, se pure non fecero professione di filosofia, con il loro
pensiero robusto e originale esercitarono grandissima influenza sopra la
formazione delle giovani generazioni. Scolaro d’ARDIGÒ, LORIA (vedasi), prof,
di economia politica a Torino, sociologo ed economista dei più eminenti,
ricercò un principio che lo guidasse alla spiegazione organica della vita
sociale: non si propose la soluzione di problemi speculativi, ma intese il
materialismo storico come un ferreo determinismo economico e ne trasse nel modo
più intransigente estreme illazioni (Le basi economiche della costituzione
sociale). Diffuse con parola lucida colorita efficace la conoscenza del
movimento sociologico contemporaneo («La sociologia, il suo compito, le sue
scuole, i suoi recenti progressi Verso la giustizia sociale). La concezione
della storia come divenire automatico e fatale dei processi economici, e la
interpretazione del materialismo storico come applicazione della filosofia
materialistica alla storia, sono state vigorosamente combattute da MONDOLFO
(vedasi), prof, di st. della fi!, a BOLOGNA. LABRIOLA (vedasi), prof, di fil.
mor. a Roma, aveva sostenuto che il materialismo storico deve fondarsi sopra
una dottrina di attività, sopra la marxista filosofia della praxis: l’uomo non
è un essere passivo e inerte, docile all’azione delle condizioni esistenti:
queste, mentre limitano e ostacolano la sua azione, lo stimolano a volgersi
contro di esse per reagirvi e trasformarle: le condizioni stesse che l’uomo ha
create sono da lui, nel processo della lotta fra le classi, superate e
trasformate. Il marximo del L., contro ogni teoria dei fattori storici,
artificiosamente separati ed entificati, rivendica il principio della unità
della vita e della storia («Saggi intorno alla concez. mater. della st. » ).
Anche MONDOLFO, autore di pregevoli saggi di psicologia (Studi sui tipi
rappresentativi) e di storia della filosofia (Condillac, La morale di Hobbes, Le
teorie mor. e poi. di Helvétius, Il dubbio metodico e la st. della fil., Il
pensiero di Ardigò» «La fil. di Bruno nella interpretaz. di F. Tocco» Rousseau
nella formaz. della cose, mod., Acri e il suo pensiero) e studioso di problemi
pedagogici e culturali («Libertà della scuola), interpreta il materialismo
storico come intuizione volontaristica della vita e concezione critico-pratica
della storia (Il materialismo stor. di F. Engels, Sulle orme di Marx). A
fondamento della ricostruzione della dottrina sta lo stesso criterio, per cui
la dialettica reale del Marx si opponeva alla dialettica hegeliana della idea,
ossia il principio, derivato dall’umanismo del Feuerbach, che restituisce
all’uomo la sua concreta realtà ed azione nella vita, affermando di fronte alla
realtà dello spirito la realtà della natura. La conoscenza e la storia umana si
sviluppano in un rapporto dialettico fra soggetto (bisogni, aspirazioni,
volontà degli uomini) e oggetto (condizioni naturali e storiche): questo si
pone come limite, ostacolo e perciò stimolo progressivo all’attività umana e alle
conquiste e creazioni, ch’essa compie nella diuturna sua lotta, e che si
convertono nelle condizioni nuove, alle quali nuovamente spetterà la funzione
di limite e perciò d’impulso a nuovi sforzi di superamento. In questo
volontarismo concreto, che riconosce fra i bisogni umani la preminente
impellenza del bisogno economico, è l’essenza del processo storico e, insieme,
la direttiva di ogni azione aspirante a inserirsi efficacemente nella storia.
Alla conoscenza della dottrina e dell’attività politica degli estremi partiti
rivoluzionari ha contribuito validamente ZOCCOLI (vedasi) (« L’anarchia Gii
agitatori Le idee I fatti), autore anche di saggi sopra la filosofia dello
Schopenhauer e del Nietzsche e già prof, di fil. mor. a Catania. Largo
contributo recarono i positivisti agli studi di filosofia giuridica, nei quali
aveva già stampato un’orma profonda ARDIGÒ (vedasi) con la sua Sociologia. Uno
sforzo di conciliazione fra le dottrine positivistiche e il criticismo si
ravvisa nei tre volumi delle Opere di VANNI (vedasi), prof, di f. d. d.° a
Roma, che assegna alla fil. del dir. il triplice problema gnoseologico,
fenomenologico, deontologico: mette in luce la esigenza gnoseologica implicita
nello stesso positivismo comtiano e illustra la dottrina etico-giuridica di
Spencer: segna le linee fondamentali di un programma critico di sociologia,
riconoscendo la caratteristica della vita sociale nella «storicità-. Le sue
Lezioni ebbero grande efficacia sulla educazione mentale di parecchi giuristi.
Piuttosto eclettica che propriamente positivistica è la dottrina di Carle,
prof, di f. d. d.° a Torino (« La vita del diritto nei suoi rapporti colla vita
soc.» «La F. d. d°. nello Stato mod.),
ispirata ai principii dello storicismo. La necessità di una larga concezione
sociologica e storicistica del diritto fu sostenuta da BRUGI (vedasi), prof,
d’istituz. di d° civ. a Pisa ( Introduzione enciclopedica alle Se. giur. e soc.
4 , seguace e propugnatore dei principii della scuola storica, il quale accolse
e illustrò la dottrina d’ARDIGÒA; da DALLARI (vedasi) (La esigenza del posit.
crit. per lo studio fil. del dir. » Il pensiero fil. di Spencer, Il nuovo
contrattualismo nella fil. soc. e giur.. F. d. d.° e scienza storica
dell’incivilimento); e da SOLARI (vdasi) (La scuola del diritto naturale nelle
dottrine etico-giuridiche, «La idea individ. e la idea soc. nel d°. privato» li
probi, mor.), professori di f. d. d°. a Pavia e Torino. Rigoroso positivista è
FRAGAPANE (vedasi), prof, di f. d. d°. a BOLOGNA, che sostenne contro il contrattualismo
l’unità dell’individuo e del gruppo, dell’idea e del fatto, della coscienza e
della società (Contrattualismo e sociol. contemp.), applica al campo della
filosofia giuridica il metodo genetico evolutivo (Il probi, delle origini del
dir.) e combattè l’eclettismo di VANNI (vedasi), negando il compito
deontologico della f. d. d.° Obbiettò e limiti della f. d. d.° . Scolaro di
FRAGAPANE e illustratore dell’opera di VANNI è FALCHI (vedasi), prof, di f. d.
d.° a Parma («L’opera di I. Vanni» Sulla differenziaz. del diritto dalla mor.
» «Le mod. dottrine teocratiche» I fini
dello Stato e la funz. del Potere »), che negò la legittimità della esigenza
metafisica nella f. d. d.° Particolare attenzione all’aspetto psicologico della
fenomenologia giuridica presta MICELI (vedasi), prof, di f. d. d.° a Pisa, che
sostenne la riduzione della f. d. d.° per la parte speculativa alla filosofia
morale, e per la parte tecnica alla dottrina generale del diritto (« Le fonti
del d.° dal p. d. v. psichico-soc. » Principii di F. d. d.° »). Considerarono
la vita del diritto da un punto di vista evoluzionistico e antropologico SCHIATTARELLA
(vedasi), AGUANNO (vedasi), e PAPALE (vedasi),prof, di f. d. d.°
rispettivamente a Palermo, Messina, Catania. Dalla scuola dell’Ardigò sono
usciti Alessandro Grappali e Alessandro Levi: il primo (n. 1874), prof, di f.
d. d.° a Modena, contribuì alla critica della Sociologia del Maestro dal punto
di vista del materialismo storico (« La genesi soc. del fenomeno scientifico),
fece conoscere in Italia le principali correnti del pensiero sociologico
straniero (« Saggi di sociologia » I fondamenti giu.el solidarismo) e assegna
alla sociologia la triplice funzione critica, sintetica e teleologica
(«Sociologia e psicologia). LEVI (vedasi), prof, di f. d. d.°a Catania, assegna
alla filosofia il compito di discutere il problema gnoseologico, e
conseguentemente intende la f. d. d.°come logica o gnoseologia del diritto,
differenziato dalla economia e dall’etica come una distinta forma logica o
guisa dello spirito umano; assume come concetto fondamentale dell’ordinamento
giuridico, quello di rapporto giuridico, individuazione della forma logica del
diritto, che è l’apprezzamento delle attività nel loro profilo intersoggettivo:
«ubi societas, ibi ius». («Contributi ad una teoria fil. dell’ordine giur.» F.
d. d.°e tecnicismo giuridico Saggi di
teoria del d.° » « La Fil. poi. di
Mazzini). BARTOLOMEI (vedasi), prof, di f. d. d.° a Napoli, in un
saggidiscusse, alla stregua di una metafisica monistica e apprezzò con
equanimità e acume « I principii fondam. dell’etica di ARDIGÒ e le dottrine
della fi], scientifica, ma il suo ulteriore pensiero si svolse in direzione
piuttosto criticistica che non positivistica. DONATI (vedasi), prof, di f. d.
d.° a Macerata, porta contributi allo studio del diritto come fenomeno, e si è
poi rivolto specialmente alle ricerche storiche, rendendosi benemerito degli
studi vichiani («Interesse e attività giuridica» 11 socialismo giur. e la
riforma del d.° » Il rispetto della legge dinanzi al principio di autorità.
Critica alla Fil. civ. di Hobbes »
«Autografi e documenti vichiani inediti o dispersi » Essenza e finalità
della scienza del d°). VACCA (vedasi) traccia le linee di un programma di f. d.
d.° sulla base del metodo sperimentale («Il d.° sperimentale. Il positivismo è
portato naturalmente a contribuire a quel movimento che può definirsi di
filosofia della scienza. Positivistico è l'atteggiamento assunto nel suo libro
«Scienza e opinioni» da VARISCO (vedasi), prof, di fil. a Roma, il quale non
potrebbe esser annoverato oggi più tra i positivisti, dopo la revisione e le
integrazioni alle quali è stato indotto dal suo indomito spirito di ricerca. Il
V. distingue assolutamente pensiero e realtà. Questa si compone d’infiniti
corpuscoli, estesi ma fisicamente indivisibili, dotati di proprietà
psico-fisiche. Fisicamente, i corpuscoli si muovono e all’occasione si urtano;
e, quantunque duri, negli urti si comportano come se fossero elastici. La
fisica del V. si riduce integralmente a una meccanica, sul genere di quella di
SECCHI (vedasi): l’accadere fisico è quello che ha luogo tra i corpuscoli,
mentre l’accadere psichico è provocato, In ogni corpuscolo, degli urli a cui va
soggetto. Non esistono mentalità indipendenti dal fatto del nostro pensare (il
V. mantiene anche oggi questo suo concetto, che per altro ha reso più
coerente). L’esigenza del nostro pensiero non è se non l’esigenza causale dei
fatti psichici che lo costituiscono, Ciascun fatto psichico (separatamente
preso) è insieme una forza, e un conoscere affatto embrionale, ma certo
assolutamente. Quello che è vero va distinto da quello che consta. P. es.:
consta che C è conseguenza necessaria di P; consta che il remo nell’acqua si
vede spezzato. Ma C non è vera che sotto condizione; e che il remo sia spezzato,
non è puntovero. Quello che consta non è dunque vero, in generale, che
relativamente; peraltro è un vero noto e certo. Al di là di quello che consta
c’è un vero assoluto (p. es., la dipendenza necessaria di C da P è
assolutamente vera), che può essere in parte ignoto, o non conosciuto con
certezza. Per giungere alla cognizione del vero assoluto, è necessario che ci
fondiamo su quello che consta. E a ciò si riduce quello, che dal V. fu chiamato
il suo positivismo: constano soltanto le conclusioni delle scienze positive
(dimostrative, secondo GALILEI BUONAUTI, il quale riteneva opinabili tutte le
altre dottrine). Fine della filosofia,secondoilV.,ilqualeinpropositononmutò
molto le sue opinioni, è la discussione del problema, se oltre alla natura
psico-fisica ci sia o non ci sia un soprannaturale, cioè se la religione sia o
non sia giustificata. Ed egli rispondeva allora che alla riflessione il
soprannaturale non può constare; il sentimento del soprannaturale, qualunque ne
sia il valore oggettivo, non può essere tradotto in cognizione distinta, non
può servire di fondamento alla costruzione del sapere. 1 nomi di ENRIQUES e di RIGNANO
si trovano associati nell’impresa di promuovere con la rivista Scientia
(fondata e tuttora fiorente sotto la direzione del R.) la coordinazione del
lavoro scientifico, la critica dei metodi e delle teorie, e di affermare un
apprezzamento più largo dei problemi della scienza. «Problemi della scienza»
s’intitola il saggio con il quale l’E. , matematico di fama già mondiale, si
annunziò come rappresentante di un positivismo che può dirsi critico, dominato
come tale, dalla consapevolezza della esigenza gnoseologica. La teoria della
conoscenza, sostenuta dall’E., deriva dall’esame della scienza, non accettata
dogmaticamente ma investigata nelle sue origini e nel suo significato: ed è ben
giustificata la definizione della sua costruzione come positivismo critico:
l’E. infatti elimina il dualismo di assoluto e relativo, sostanza e fenomeno
rappresenta il lavoro scientifico come un progresso senza fine, perchè sono
senza fine i rapporti che legano fra loro le cose, e il concatenamento delle
cause naturali: e questo progresso concepisce come procedimento di
approssimazioni successive, dove dalle deduzioni parzialmente verificate e
dalle contraddizioni eliminanti l’errore delle ipotesi implicite, sorgono nuove
induzioni più precise, più probabili, più estese ricerca la origine empirica
delle concezioni metafisiche, alle quali può attribuirsi soltanto il valore
d’ipotesi, capaci talora di preparare scoperte e teorie scientifiche fa oggetto
di studio il fondamento psicologico e il contenuto sperimentale delle supreme
categorie logiche opera una revisione delle stesse dottrine positivistiche, con
il fine di escluderne i residui metafisici assume come criterio della verità la
esperienza, la quale dimostra se sussista o meno l’accordo fra l’elemento
subiettivo della previsione e l’elemento obbiettivo della realtà riconosce come
dati immediati della realtà non le sensazioni pure, ma piuttosto i rapporti fra
sensazioni e volizioni che condizionano le nostre aspettative, e ne esprimono
gl’invarianti elementari riconosce pertanto che la nostra credenza a qualcosa
di reale suppone un insieme di sensazioni che invariabilmente susseguono a
certe condizioni volontariamente disposte riesce con la definizione del reale
come invariante della corrispondenza fra volizioni e sensazioni a unificare,
contro le teorie della scienza, nominalistiche e convenzionalistiche, la
comprensione del «fatto bruto» e quella del «fatto scientifico». Tutta l’opera
dell’E. è ispirata alla fede razionale nel valore della scienza e al principio
della continuità e interdipendenza di scienza e filosofia. Nella valutazione
del contrasto razionalismo-storicismo il pensiero dell’E. va sempre più
evolvendosi nel senso del razionalismo, ch’egli cerca tuttavia di comporre con
l’empirismo da un lato e con lo storicismo dall’altro («Scienza è
razionalismo» «Per la storia della
logica). RIGNANO (vedasi), lib. doc. a Pavia, ha coltivato gli studi sociologici
biologici psicologici: ha esposto criticamente la sociologia comtiana,
soprattutto dal punto di vista metodologico («Là sociol. nel Corso di Fil. pos.
di A. C. ): ha spiegato il meccanismo di trasmissione ereditaria dei caratteri
acquisiti con una ipotesi ontogenetica, che rende conto dei fatti recati a
favore così del preforniismo come della epigenesi. L’altra ipotesi sussidiaria
suH’accutnulazione specifica, che sarebbe la proprietà fondamentale ed
esclusiva della energia nervosa, base della vita, spiega i fenomeni mnemonici
propriamente detti e la proprietà mnemonica della sostanza vivente in generale.
Così la ipotesi centroepigenetica rientra fra le teorie delio sviluppo, ed è
fornito un modello energetico, capace di dare una idea della natura intima
della vita (Sulla trasmissibilità dei caratteri acquisiti). Hanno origine e
natura mnemonica anche le tendenze affettive (« Essais de synthèse
scientifique). L’analisi del ragionamento, cioè del più complesso tra i fatti
psichici, porta a studiare gli altri fatti, sempre meno complessi, che lo
costituiscono, fino ai due più elementari, che dànno luogo a tutti gli altri:
da un lato, cioè, sensazioni ed evocazioni sensoriali, dall’altro, tendenze
affettive (« Psicologia del ragionamento). Così la sola proprietà mnemonica
spiega e unifica tutte le manifestazioni finalistiche della vita, dalla
ontogenesi e dal preadattamento anatomo-fisiologico ali’ambiente, fino
agl’istinti più complessi e alle più alte manifestazioni del pensiero (« La
memoria biologica). I nomi di Varisco, d’Enriques e di Rignano mostrano come il
pensiero italiano abbia preso parte attiva a quel movimento di revisione
critica della scienza, che è una delle caratteristiche più notevoli del
pensiero contemporaneo. Ma non debbo dimenticare pur vedendomi costretto, per non esorbitare
dai limiti del mio tema, a un accenno sommario e pur troppo insufficiente l’opera di Peano (Calcolo geometrico, 1
principii di Geometria logicamente esposti) e de’ suoi discepoli Pieri, Padoa,
Forti, la quale tanto ha contribuito a dare alla matematica una rigorosa
sistemazione logico-deduttiva, con tendenza nominalistica, escludendo qualsiasi
appello all'intuizione. E vuol essere anche ricordato il valore logico e
filosofico che, partendo dagl’insegnamenti di PEANO (vedasi) e di GARBASSO
(vedasi) (Fisica d’oggi. Filosofia di domani), PASTORE (vedasi), prof, di fil.
teor. a Torino, ha dato alla logica-matematica e alla teoria dei modelli
meccanici (Sopra una teoria della scienza Logica formale dedotta dalla consideraz.
di modelli meccanici » «Del nuovo
aspetto della scienza e della fil.»
«Sillogismo e proporzione» «Il
pensiero puro» «Il problema della
causalità). Il calcolo logico, secondo il P., non è che uno degl’infiniti
modelli con cui si può rappresentare l’ordine dei fenomeni e prevederli; e
tutti sono immagini o simboli equivalenti dell’infinita verità. Ma nelle sue
ultime opere PASTORE (vedasi), superando la posizione di questo suo iniziale
nominalismo, accenna ad orientarsi verso unaforma di panlogismo. Al positivismo
anzi al positivismo più rigoroso ed estremo va pure ascritta la « filosofia
scettica » di RENSI (vedasi), prof, di fil. mor. a Genova, pensatore fervido,
scritore suggestivo, polemista animoso. Egli muove in tutt’i suoi libri
principali una vivace battaglia contro l’idealismo assoluto, negando
radicalmente ogni assolutezza delle forme o attività spirituali, e sostenendo
che nell’ambito della sfera della pura ragione (in quanto cioè la pura ragione,
o lo spirito, costruisca cavando esclusivamente dal proprio fondo, a priori, e
si concepisca non come determinata dal fatto, dal dato, ma come generante essa
l’oggetto) impera sovrana e invincibile l’antinomica ossia lo scetticismo. Ma,
quindi, certezza v’è solo nella constatazione sensibile del fenomeno come tale,
e a questa certezza è parallelo l’accordo universale, in ciò, delle menti.
Comincia il regno dell’incertezza, della mera opinione, e quindi della fantasia
(e perciò in un certo senso dell’arte) quando si vuole salire oltre la constatazione
del fenomeno per interpretarlo. Dunque, o la filosofia è la constatazione del
fenomeno, ed è positivismo e scienza; o è l'interpretazione di esso, ed è mera
espressione d'impressioni, cioè arte, e, dal punto di vista del sapere,
scetticismo (« Lineamenti di Fil. scettica » ). Di conseguenza, anche nel campo
pratico, morale e diritto non sono costruzioni razionali che lo spirito cavi
con apodittica assolutezza dal proprio fondo, ma sono determinati, qua e là
variamente, dalla «Autorità» del fatto esteriore, come il positivismo sofistico
e quello hobbesiano avevano scorto («Il diritto», ib. «Filosofia
dell’Autorità» «Introduzione alla scepsi
etica). Anche l’estetica è, come forma a priori dello spirito, nient’altro che
scepsi estetica (« La scepsi estetica) e come «bello» non può valere se non la
valutazione di fatto che pronuncia il gruppo sociale o la specie. Negli ultimi
suoi scritti (L'irrazionale, il lavoro, l’amore, Interiora Rerum, Realismo) RENSI
(vedasi) accentua i caratteri realistici e nello stesso tempo pessimistici del
suo scetticismo. Non come positivista, ma come scettico, vuol essere qui
ricordato LEVI (vedasi), prof, di st. d. fil. a Pavia e operoso cultore della
st. d. fil. ant. (« Il concetto del tempo nei suoi rapporti coi probi,
dell’essere e del divenire nella fil. gr. sino a Platone» « Id. nella fil. di Platone» «Sulle
interpretaz. immanentistiche della fil. di PI.»), mod. («La fil. di Berkeley) e
conteinp. (« L’indeterminismo nella fil. frane, contemp. » ecc.). Il L. («Sceptiea) rappresenta un
radicale scetticismo che eliminando da sè ogni elemento dommatico, sfugge alla
consueta accusa d’intima contraddizione. Tutte le metafisiche, compreso
l’idealismo assoluto, si fondano sopra una concezione realistica, che, in
quanto voglia rispondere a esigenze non pratiche ma puramente teoretiche, è
senza giustificazione, anzi in contrasto con il presupposto fondamentale del
conoscere (costituito dal mio io pensante): tuttedico — fuorché una, il
solipsismo, che da questo presupposto direttamente deriva, e che, sebbene
criticabile perchè includente innegabili irrazionalità, è fra tutte la più
plausibile. Contro il positivismo, il solipsismo sostiene che il dato
dell’esperienza esige una interpretazione del pensiero, e però non ha valore
per sè. L’estetica del L. («La fantasia estetica) si riassume nella tesi che «
l’opera d’arte nasce dal mistero, ha caratteri non determinabili completamente
ed esaurientemente e suscita in chi la contempla uno stato particolarissimo,
irreducibile e non del tutto definibile ». In SICILIA (non Italia) il
positivismo si presenta con aspetti caratteristici nella filosofia
dell’identità di CORLEO (vedasi), prof, di fil. mor. a Palermo, e nel radicale
empirismo di GUASTELLA (vedasi), prof, di fil. teor. a Palermo. In CORLEO.,
positivistico è il metodo, o il punto di partenza: ma egli con la pura
osservazione dei fatti e senza nulla presupporre vuol giungere alla metafisica
e a conclusioni eminentemente razionalistiche. Non vi è qualità la quale non si
riduca a quantità, e questa riduzione che è il compito della scienza, rende
possibile la costruzione di una filosofia che adegui la esattezza della
matematica. CORLEO ha una concezione atomistica della vita psicologica: dalle
percezioni che sono gli atti primordiali del pensiero, e, presentandosi come in
parte identiche, in parte non identiche fra loro, sono tutte complessi,
identici con la somma delle parti risultano l’analisi e la sintesi spontanee,
che operano sopra le percezioni stesse, onde i punti simili di queste si presentano
similmente, e i punti per cui si differenziano si separano naturalmente: così
si spiegano le formazioni mentali superiori. Lo stesso fondamentale assioma
della identità non è dunque che un dato della esperienza, emergente dalla
osservazione del fatto del pensiero: ma è un tale dato che consente di trovare
nell’empirico l’assoluto, perchè assoluto è che identicamente apparisca ciò che
identicamente apparisce. La noologia del C. è per un verso psicologia empirica:
ma per l’altro verso è, in quanto la sua psicologia è piuttosto una
schematizzazione matematica di esperienze psicologiche, anche logica e
gnoseologia. La esperienza si eleva al grado di concetto per virtù della legge
di priorizzazione, onde gli elementi costanti della rappresentazione di un
oggetto «prendono il davanti», diventando tipo e norma degli altri, e quel che
vieti dopo, o si assimila a ciò che precedette e riproduce quegli elementi
costanti, o non si assimila e non li riproduce: qui è la fonte della
universalità e della necessità: ma i giudizi si fondano tutti sull’analisi del
fatto o del concetto e sul riconoscimento d’un’identità parziale o totale: non
esistono giudizi sintetici a priori. Alla stregua del principio d’identità il
C. esamina e critica le idee madri (categorie) e procede a rettificare e
giustificare, contro i positivisti, le idee della metafisica, da quella di
atomo a quella di Dio, mostrando che esse hanno pure fondamento positivo e
valore obiettivo, perchè sono composte con elementi presi dalla esperienza
mediante l’astrazione e la sintesi degli astratti (« Fil. univ. Il sistema
della fil. univ. ovvero la fil. dell’identità). GUASTELLA procede sulle orme
del Mill, sforzandosi di ridurre il pensiero di lui a maggior coerenza, e
professa un assoluto nominalismo. Il suo sistema nell’aspetto ontologico, è un
fenomenismo radicale (esse est percipi) e, nell’aspetto logico, psicologico e
gnoseologico, un non meno radicale empirismo. Fenomenismo, perchè questa
dottrina non afferma niente, nè come conosciuto nè come inconoscibile, ai di là
del mondo empirico, intendendosi per mondo empirico l’insieme dei fatti di cui
si ha esperienza o che s’inferiscono da questi in virtù della generalizzazione
dei rapporti costanti osservati fra di essi, ed essendo esso null’altro che la
stessa esperienza. Empirismo, cioè una dottrina sul criterio della verità, che
tra i motivi delle nostre affermazioni di quelle che non sono semplici atti di
memoria o comparazione non ammette come legittimo che la induzione, e respinge
come illegittimi l’evidenza intrinseca (non confermata dall’induzione) e
l’influenza della passione e della volontà. Il pensiero ha natura sensibile, e
non è costituito se non da imagini concrete e particolari: non esistono giudizi
a priori : tutte le nostre proposizioni sono affermazione o negazione della
esistenza di certi fatti particolari. Anche le nozioni di causa (notevole la
critica dissolvente del concetto di causa efficiente) e di sostanza derivano
daglielementi del senso. Non si può affermare altra esistenza che quella dei
fenomeni: fenomeni interni o subbiettivi nei quali si risolve il Me, fenomeni
della natura esteriore, che si risolvono in sensazioni reali o possibili: non
vi è altra scienza possibile che quella delle uniformità di successione,
coesistenza, somiglianza tra i fenomeni. E il fenomeno è il fatto
dell’esperienza, e non esiste se non in quanto se ne ha esperienza: ma questa
conoscenza fenomenica è completa e assoluta. Anche la credenza nella esistenza
degli altri soggetti ha fondamento nella esperienza, che dà cosi la via di
sfuggire al solipsismo. Il postulato della corrispondenza tra spirito e realtà
deve essere ammesso come obbiettivamente valido, senza uopo di prova, perchè
esso è anzi implicito in ogni prova, e non si potrebbe contestarlo senza
rinunziare all’uso del pensiero: rientra, in sostanza, nel postulato
universale, che noi dobbiamo aver fiducia nelle nostre facoltà. La parte più
originale della dottrina di GUASTELLA è la Filosofia della Metafisica, cioè la
ricerca del fondamento psicologico delle costruzioni metafisiche e la
dimostrazione del loro carattere illusorio. Quel fatto che è la metafisica,
richiede di essere spiegato: come nasce la tendenza irresistibile a trascendere
la esperienza, e come si determinano le varie forme sotto cui ci apparisce
questo preteso al di là dei fenomeni? Tale tendenza è tutt’uno con quella che
porta ad assimilare tutti i fenomeni e tutte le idee che ci formiamo su di essi
ai fenomeni, e alle idee sui fenomeni, che ci sono più familiari:
particolarmente ai fenomeni dell’azione della volontà sul nostro corpo donde la
filosofia volizionale — e del movimento per urto — donde la filosofia meccanica
o impulsionistica («Saggi sulla teoria della con. I. Sui limiti e l’ogg. della
con. a priori. II. Fil. della Metafisica» «Le ragioni del fenomenism). Non e il
compito di L. considerare le relazioni del positivismo italiano con le
filosofie ch’esso trova già vigoreggianti al suo primo manifestarsi, e con le
altre correnti che successivamente, in antitesi o in continuità con esso, hanno
avuto o'ritrovato fortuna tra noi. La precedente rassegna analitica basta a
dimostrare la profondità, l’ampiezza, la fecondità di un movimento che
scaturisce da una necessità, immanente allo spirito umano. Fin dal suo apparire
il positivismo fu accompagnato in Malia con i segni aperti di una ostilità che
non ha disarmato mai : è leggenda tanto più insistentemente ripetuta quanto più
esaurientemente sfatata ch’esso abbia mai ottenuto il predominio
nell’insegnamento superiore o aspirato a esercitarvi una tirannica dittatura.
Ha tenacemente resi¬ stito all’imperversare di polemiche, le quali hanno
sovente trasceso i limiti segnati alla critica onesta e serena, mossa
unicamente da zelo di verità. Seguendo la traccia d’ARDIGÒ, e trovando in sè la
virtù di reagire contro la tendenza al semplicismo e al rozzo empirismo, è
venuto progressivamente interiorizzandosi e affinando in sè il senso della
esigenza storica e critica: inflessi- bile nel rivendicare alla filosofia la
stffi autonomia e la sua distinta funzione, ha tenuto fede al patto di alleanza
con la scienza, stretto sul fondamento della unità di metodo : e non è
certamente questa la sua minore benemerenza verso la cultura nazionale.
Firenze, R. Università.Ludovico Limentani. Luigi Speranza, “Grice e Limentani”. Limentani.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Limone: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della simbolica del potere – la scuola d’Atella -- filosofia
basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Atella). Filosofo
italiano. Atella, Potenza, Basilicata. Grice: “I like Limone; like me, he has
explored the idea of value in terms of catastrophe – I didn’t. He has explored
the poetics of philosophy – and he has investigated on a concept that Strawson
and I always found fascinating, that of a person!” -- “Che cosa è, nel mondo
umano, la persona?” “Tutto.”
“Che cosa è, nel mondo contemporaneo, la persona?”” Nulla.” Persona e memoria,
Rubbettino. La sua ricerca filosofica si inserisce nel solco del personalismo
comunitario. Si laurea a Napoli e il
Roma. Studia a Parigi e a Châtenay-Malabry, sede dell'Association des
amis de Mounier, presso la Comunità dei muri bianchi, cui appartenevano
Fraisse, Ricœur, Mounier, Domenach. Insegna a Napoli. I suoi interessi di
ricerca abbracciano aspetti epistemologici, etici, filosofico-pratici e simbolici.
Al centro della sua attenzione teoretica è “la persona”. Fonda la rivista
"Persona” e "Symbolicum" sulla simbolica. SIMBOLO. Sonda in
profondità l’idea di persona. Là dove la persona non è né la semplice
nobilitazione dell’essere umano in generale, né una singola unità seriale.
Della persona si può dare idea, non “concetto”, perché l’idea è aperta come la
vita, mentre il concetto è chiuso. L’idea di persona, però, non è l’idea di un
quid ma di un “QVIS” perché la persona è un “chi” (“Someone is hearing a
noise”) non un “che” (“Something is hearing a noise”)– That’s why it’s very
wrong to call “the chair is red” as third-PERSON seeing that the chair is
hardly a person!” è l’idea di un’essenza che non può essere separata dalla
concreta singola esistenza, originalissima e dotata di dignità. In quanto idea
di un “quis”, la persona si presenta come l’altro versante del teorema
d’incompletezza di Gödel. Il significato della persona si delinea all’interno
di una costellazione in cui essa: -è realtà singolare e la sua idea; -è
prospettiva ontologica sussistente e la sua verità; -è la parte di un tutto che
solo parzialmente è parte, perché per altro verso si presenta come un tutto, in
quanto è irriducibile al tutto e indivisibile in sé; -è l’eccezione istituente
una regola che riesce, e non riesce, a farsene istituire; -è l’idea di qualcosa
che resiste alla possibilità di essere ricondotto a un’idea; -è l’idea di un
appartenere che resiste all’idea di appartenere. L’essere della persona
richiama, a suo modo, il problema delle antinomie di Russell. Un tale
arcipelago di paradossi costituisce, però, una forza virtuosa che interroga
ogni sistema. La persona si configura come invenzione teorica, paradosso logico
e misura epistemologica, e rappresenta il punto strutturale di base che istituisce
la visione del gius-personalismo. Altri saggi: “Tempo della persona e sapienza
del possibile: Valori, politica, diritto (ESI, Napoli); “Tempo della persona e
sapienza del possibile: Per una teoretica, una critica e una metaforica del
personalismo (ESI, Napoli); La catastrofe come orizzonte del valore, Monduzzi,
Milano. Bellezza e persona, su “Aisthema” “La macchina delle regole, la verità
della vita. Appunti sul fondamentalismo macchinico nell’era contemporanea, in
La macchina delle regole, la verità della vita (Angeli, Milano); Che cos’è il
gius-personalismo? Il diritto di esistere come fondamento dell’esistere del
diritto, Monduzzi, Milano. Ars boni et aequi. Ovvero i paralipòmeni della
scienza giuridica. Il diritto fra scienza, arte, equità e tecnica (Angeli,
Milano), Filosofia e poesia come passioni dell’anima civile. La persona fra potere
e memoria in Persona, Artetetra, Capua. Persona e memoria – cf. Grice,
“Personal identity” -- “Oltre la maschera” il compito del pensare come diritto
alla filosofia, Rubbettino, Soveria Mannelli. Poesia Polifonia d’un vento
(Salerno-Roma). Dentro il tempo del sole (Salerno-Roma). Ore d’acqua
(Salerno-Roma). Incontrando il possibile re (Salerno-Roma). “Notte di fine
millennio” (Bari). Fenicia, sogno di una stella a nord-ovest (Roma). L'angelo
sulle città, in onore del figlio (Roma ). Le ceneri di Pasolini (Pasturana, Alessandria).
Aforismi di un impiccato felice (Salerno). Aforismi del passato duemila:
distruzioni per l'uso (Salerno). Ossi di limone. Aforismi di uno scostumato
(Vatolla). Sierra Limone. Dai taccuini fenici di Er Limonèro (Vatolla). NV.
Melchiorre, Essere persona, Fondazione A. e G. Boroli, Milano Fondazione roberto
farina. Giuseppe Limone. Limone. Keywords: simbolo, simbolismo, la dimensione
del simbolo, ventennio, fascismo, simbolica
del potere, mistica fascista, damnatio memoriae, la composita, la simbolica,
simbolo, composito. Strawson, “The concept of a person” – Ayer: “The concept of
a person” – Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Limone: la composita” --. Luigi Speranza, “Grice e Limone: umano e
persona” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lisi: la ragione conversazionale e la
diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Taranto). Filosofo
italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean. When the Pythagoreans were being
persecuted in Italy, L. escapes and makes his way to Teba. There he becomes the
tutor of Epaminonda, the city’s military leader. He writes a letter to Ipparco. Lisi
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lisiade: all’isola – la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia siciliana – scuola di Catania. filosofia italiana –
Luigi Speranza (Catania). Filosofo
italiano. Catania, Sicilia. A Pythagorean according to Giamblico di Calcide.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lisibio: la ragione conversazionale e la
diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean
according to Giamblico di Calcide.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lisimaco: la ragione conversazionale al
portico romano -- Roma – filosofia
toscana – filosofia fiorentina – scuola di Firenze -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Firenze). Filosofo
italiano. Firenze, Toscana. He belonged to The Porch. The tutor of Amelio
Gentiliano. Since Amelio comes from Firenze, that may be taken as having been
the home of L. as well.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Livi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del consenso sociale
– la scuola di Prato -- filosofia toscana -- filosofia italiana – l’aporia: se
cristiano, non filosofo. Luigi Speranza (Prato). Filosofo italiano.
Prato, Toscana. Grice: “Livi is one of the few Italian philosophers who have
taken Moore’s ‘common-sense’ seriously!” – Grice: “The way Livi justifies
common-sense, not unlike Moore, is via a principle of ‘coherence’” Allievo di
Gilson, collabora con Fabro, Noce edAgazzi. Inizia la scuola filosofica del senso comune,
rappresentata dalla Common-Sense Association, che ha come organo ufficiale la
rivista "SENSVS COMMVNIS” – cf. Grice on Malcolm, Moore -- . Alethic
Logic". Tra i suoi numerosi discepoli o estimatori vi sono Renzi, autore
di importanti saggi di Storia della Metafisica, Bettetini, Arecchi,
Spatola, Covino ed Arzillo. Fondatore di
Vinci, membro associato della Accademia d’AQUINO, decano e professore emerito della
Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense. Firma con
Giovanni Paolo II alcune parti dell'enciclica Fides et ratio. «Senso
comune» è il termine utilizzato da Livi – apres Malcolm, Moore e Grice -- in
chiave anti-cartesiana per individuare le certezze naturali e incontrovertibili
possedute da ogni uomo. Non si tratta di una facoltà o di strutture cognitive a
priori, ma di un sistema organico di certezze universali e necessarie che
derivano dall'esperienza immediata e sono la condizione di possibilità di ogni
ulteriore certezza. – cf. Grice, “Common Sense” --. Grice, “Common Sense and
Ordinary Language,” “Common Sense and Scepticism” --. Ha per primo precisato quali siano queste certezze e
ha provato con il metodo della presupposizione che esse sono in effetti il
fondamento della conoscenza umana. Il senso comune comprende dunque l'evidenza
dell'esistenza del mondo come insieme di enti in movimento; l'evidenza dell'io,
come soggetto che si coglie nell'atto di conoscere il mondo; l'evidenza di
altri come propri simili; l'evidenza di una legge morale che regola i rapporti
di libertà e responsabilità tra i soggetti; l'evidenza di Dio come fondamento
razionale della realtà, prima causa e ultimo fine, conosciuto nella sua
esistenza indubitabile grazie a una inferenza immediata e spontanea, la quale
lascia però inattingibile il mistero della sua essenza, che è la Trascendenza
in senso proprio. Queste certezze sono a fondamento di un sistema di logica
aletica su base olistica. Tra gli studi recenti sul sistema della logica
aletica elaborato da lui vanno ricordati i saggi di AGAZZI, "Valori e
limiti del senso comune" (Angeli, Milano), Ottonello ("L.", in
"Profili", Marsilio, Venezia ), Vassallo ("La riabilitazione del
SENSO COMUNE", in "Memoria e progresso", Fede et Cultura,
Verona), di Arzillo, “Il fondamento del giudizio -- una proposta teoretica a
partire dalla filosofia del SENSO COMUNE (Vinci, Roma ); Renzi, La logica
aletica e la sua funzione critica -- analisi della proposta di L. (Vinci,
Roma). Hanno scritto su L. anche Andolfo, storico della filosofia antica,
Sacchi, Cottier, Fisichella, Galeazzi, Pangallo e Possenti. Da Gilson, Fabro ed
Agazzi ha appreso ad affrontare i problemi essenziali della speculazione
metafisica in dialogo con grandi filosofi antichi (Platone, Aristotele, la
Scesi, Agostino), del Medioevo (Anselmo, Aquino, Scoto) e dell'età moderna
(VICO, Kierkegaard, Rosmini-Serbati). Convinto assertore del metodo realistico
di interpretazione dell'esperienza, ne ha difeso le ragioni utilizzando sistematicamente
gli strumenti dialettici offerti dai filosofi della scuola analitica. Suoi
critici più intransigenti sono stati, da una parte, l’idealista Severino, e
dall'altra il caposcuola del pensiero debole, Vattimo. Altri saggi: “Cistiano e
filosofo -- il problema (L'Aquila:
Japadre); “Cristiano e comunista” (Torre del Benaco: Colibrì);
“Filosofia del SENSO COMUNE -- Logica della scienza (Milano: Ares); “IL SENSO
COMUNE tra razionalismo e la scesi in VICO” (Milano: Massimo); “Lessico
filosofico latino” (Milano: Ares); “Il principio di coerenza – SENSO COMUNE e
logica epistemica” (Roma: Armando); “Aquino: filosofo” (Milano: Mondadori); “La
filosofia in eta antica” (Roma: Alighieri); “Dizionario storico della
filosofia, Roma: Alighieri); “La ricerca della verità” (Roma, Vinci, Verità del
pensiero (Fondamenti di logica aletica) Roma: Laterano); “Razionalità della
fede nella Rivelazione -- Un'analisi filosofica alla luce della logica aletica”
(Roma: Vinci); “La ricerca della verità -- Dal SENSO COMUNE alla dialettica”
(Roma: Vinci); L'epistemologia d’AQUINO e le sue fonti” (Napoli: Comunicazioni
); “SENSO COMUNE e logica aletica” (Roma: Vinci); “Perché interessa la
filosofia e perché se ne studia la storia” (Roma: Vinci); “Storia sociale della
filosofia in eta antica: aspetti sociali”, La filosofia antica e
medioevale; moderna; contemporanea, L'Ottocento; Il Novecento,
Roma: Alighieri); “Logica della testimonianza - quando credere è ragionevole”
(Roma: Lateran); “SENSO COMUNE e metafisica -- sullo statuto epistemologico
della filosofia prima” (Roma: Vinci); “Nuovo Dizionario storico della
filosofia” (Roma, Alighieri); “Premesse razionali della fede. Filosofi e
teologi a confronto sui praeambula fidei” (Roma: Lateran); “Etica
dell'imprenditore. Le decisioni aziendali, i criteri di valutazione e la
dottirna sociale della chiesa” (Roma: Vinci); Dizionario critico della
filosofia, Roma: Alighieri); “Teologia come braccio della metafisica speziale”
(Bologna: Edizioni Studio Domenicano); “IL SENSO COMUNE al vaglio della
critica” (Roma: Vinci); “Filosofia del SENSO COMUNE. Logica della scienza e
della fede” (Roma: Vinci); “Vera e falsa teologia. Come distinguere l'autentica
scienza della fede da un'equivoca "filosofia religiosa" (Roma:
Vinci); “L'istanza critica, Roma: Vinci); “La certezza della verità. Il sistema
della logica aletica e il procedimento della giustificazione epistemica” (Roma:
Vinci); “Dogma e pastorale. L'ermeneutica del Magistero, dal Vaticano II al
Sinodo sulla famiglia, Roma:Vinci,. Le leggi del pensiero. Come la verità viene
al soggetto” (Roma: Vinci,. Teologia e Magistero” (Roma: Vinci); “Vera e falsa
teologia. Come distinguere l'autentica scienza della fede da un'equivoca
"filosofia religiosa", su Gli
equivoci della teologia morale dopo l’amoris Laetitia” (Roma: Vinci); “Aquino filosofo” in Piolanti, AQUINO nella
storia della filosofia” (Roma: Vaticana); “La filosofia di Gilson", in Piolanti, Gilson, filosofo, Roma:
Vaticana, "L'unità dell'ESPERIENZA
nella gnoseologia in AQUINO", in Piolanti "Noetica, critica e
metafisica in chiave tomistica", Roma: Vaticana); “SENSO COMUNE e unità
delle scienze"[cf. Grice, Einhiet Wissenschaft] in Martinez "Unità e autonomia del
sapere: il dibattito", Rome: Armando, Ledda, In memoriam: Corrispondenza
Romana, antoniolivi.Vinci, su editriceleonardo
ISCA Commonsense Association ca-news; fidesetratio. Ilgiudiziocattolico. Antonio
Livi. Keywords: ‘il senso commune in Vico” – Grice develops a sceptical defence
in his early “Common sense and scepticism,” “mainly motivated by what he sees
as a ‘cavalier attitude’ to the sceptic by, of all people, Malcolm.” – Grice:
“I’m not sure Livi would agree with my idea, but I think he would – certainly
Vico took the sceptic challenge possibly most seriously than anyone and Livi is
an expert on Vico. Vico’s line of defense lies on the connection, conceptual he
thinks, between ‘common sense’ and ‘consenso’: therefore, Malcolm and I have to
reach a consensus that we are going to use ‘know’ for things like ‘I know that
s is p,’ say, there is cheese on the table, there is a mermaid on the table.
Etc. And that “if I’m not dreaming” may not always be a conversationally
appropriate defeater!” – Livi. Keywords:
consenso sociale, amoris laetitia, Letizia dell’amore -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Livi” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Livio: la ragione conversazionale e la
storia romana come fonte della morale romana – etica togata -- Roma – filosofia
veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova) Filosofo italiano. Padova,
Veneto. Disambiguazione – "Livio" rimanda qui. Se stai cercando altri
significati, vedi Livio (disambigua). (latino) «Neque indignetur sibi Herodotus
aequari Titum Livium» (italiano) «Che Erodoto non s'indigni che gli venga
eguagliato Tito Livio» (Quintiliano, Institutio oratoria, X, 1, 101) Busto di Tito Livio, opera di Lorenzo Larese
Moretti (1858-1867) Tito Livio (in latino Titus Livius[1]; Patavium, 59 a.C. –
Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore degli Ab Urbe condita,
una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di Druso, figliastro di
Augusto, nel 9 a.C. È considerato uno
dei maggiori storici dell'Antica Roma, assieme a Tacito.[2] Biografia
Ritratto di Livio Secondo Girolamo, il quale a sua volta si rifà al De
historicis di Svetonio, nacque nel 59 a.C.[3] a Padova.[4] Quintiliano ha tramandato la notizia secondo
la quale l'oratore Asinio Pollione rilevava in Livio una certa patavinitas
("padovanità" o peculiarità padovana), da intendersi come patina
linguistica rivelatrice della sua origine,[5] mentre il celebre epigrammista
Valerio Marziale ricorda l'accentuato moralismo della sua terra,[6] tipico del
carattere di Livio, tanto quanto le sue tendenze politiche conservatrici.[7] Lo
stesso Livio, citando Antenore, mitico fondatore di Padova, all'inizio della
sua monumentale opera, conferma indirettamente le proprie origini patavine.[8]
Per tutta la sua vita, ha dimostrato sempre un amore sfrenato per la sua città
natale.[senza fonte] I Livii erano di
origine plebea, ma la famiglia poteva fregiarsi di antenati illustri in linea
materna: nella Vita di Tiberio Svetonio ricorda che la Liviorum familia «era
stata onorata da otto consolati, due censure, tre trionfi e persino da una
dittatura e da un magistero della cavalleria».[9] Verosimilmente, Tito Livio fu educato nella
città natale, istruito prima da un grammatico, con cui apprese a scrivere in un
buon latino e imparò altresì il greco, e poi da un retore, che lo avvicinò
«all'eloquenza politica e giudiziaria».[10] Uno degli avvenimenti più
importanti della sua vita fu il trasferimento a Roma per completare gli studi;
fu qui che entrò in stretti rapporti con Augusto, il quale, secondo Tacito,[11]
lo chiamava "pompeiano", ossia filo-repubblicano; questo fatto non
compromise la loro amicizia, tanto che godette sempre della stima e
dell'ospitalità dell'imperatore, e per suo consiglio il nipote e futuro
imperatore Claudio compose un'opera storica.[12] Non ebbe tuttavia incarichi pubblici, ma si
dedicò alla redazione degli Ab Urbe condita libri per celebrare Roma e il suo
imperatore, e si impose ben presto come uno dei più grandi storici del suo
tempo. Fu anche autore di scritti di carattere filosofico e retorico andati
perduti.[13] Ebbe un figlio, che egli
esortò a leggere Demostene e Cicerone,[14] autore di un'opera di carattere
geografico, e una figlia, che sposò il retore Lucio Magio.[15] Non si sa quando sia tornato a Padova, ma è
certo che qui vi morì nel 17 d.C., secondo Girolamo: «T. Livius historiographus
Patavii moritur».[16] Opere Lo stesso argomento in dettaglio: Storia
della letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.). Gli Ab Urbe condita libri Lo stesso argomento in dettaglio: Ab Urbe
condita libri. Voce da controllare Questa voce o sezione sull'argomento antica
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cinquecentesca delle Historiae di Livio
Ab Urbe condita, 1715 Iniziata nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita
si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel
753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.), in forma annalistica; è molto
probabile che l'opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di
150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C.[senza
fonte] I libri furono successivamente
divisi in decadi (gruppi di 10 libri) che avrebbero dovuto coincidere con
determinati periodi storici. Dell'intera opera ci è pervenuta solo una piccola
parte, per un totale di 35 libri, cioè quelli dall'I al X e dal XXI al XLV (la
prima, la terza, la quarta decade e cinque libri della quinta). Gli altri sono
conosciuti solo tramite frammenti e riassunti ("Periochae"). I libri
che si sono conservati descrivono in particolare la storia dei primi secoli di
Roma dalla fondazione fino al 293 a.C., fine delle guerre sannitiche, la seconda
guerra punica, la conquista della Gallia cisalpina, della Grecia, della
Macedonia e di una parte dell'Asia Minore. L'ultimo avvenimento importante che
si trova è relativo al trionfo di Lucio Emilio Paolo a Pidna. Già il titolo dell'opera dà l'idea della
grandezza dei propositi dello storico. Livio utilizzò il metodo storiografico
che alterna la cronologia storica alla narrazione, spesso interrompendo il
racconto per annunciare l'elezione di un nuovo console, dato che questo era il
sistema utilizzato dai Romani per tener conto degli anni. Nell'opera, Livio
denuncia inoltre la decadenza dei costumi ed esalta al contrario i valori che
hanno fatto la Roma eterna. Lo stesso
Livio affermò inoltre che la mancanza di dati e fonti certe precedenti al sacco
di Roma da parte dei Galli, nel 390 a.C., aveva reso il suo compito assai
difficile. A rendere più arduo il compito dello storiografo fu il fatto che non
poteva accedere, come privato cittadino, agli archivi e dovette accontentarsi di
fonti secondarie (documenti e materiali già elaborati da altri storici). Allo
stesso modo, molti storici moderni ritengono che, per la mancanza di fonti
puntuali e precise, Livio abbia presentato per le stesse vicende sia una
versione mitica sia una versione "storica", senza privilegiare
nessuna delle due versioni, ma lasciando alla discrezione del lettore la
decisione su quale sia la più verosimile. Nella prefazione è l'autore a
spiegare che «quanto agli eventi relativi alla fondazione di Roma o anteriori,
non cerco né di confermarli né di smentirli: il loro fascino è dovuto più
all'immaginazione dei poeti che alla serietà dell'informazione» (ne è un
esempio la presenza nell'opera del mito dell'ascensione al cielo di Romolo e di
un racconto secondo il quale lo stesso Romolo sarebbe stato ucciso). Il suo
talento non va tuttavia ricercato nell'attendibilità scientifica e storica del
lavoro quanto nel suo valore letterario (il metodo con cui impiega le fonti è
criticabile poiché non risale ai documenti originali, qualora ve ne siano, ma
utilizza quasi esclusivamente fonti letterarie). Livio scrisse larga parte della sua opera
durante l'impero di Augusto; nonostante ciò, la sua opera è stata spesso
identificata come legata ai valori repubblicani e al desiderio di una
restaurazione della repubblica. In ogni modo, non vi sono certezze riguardo
alle convinzioni politiche dell'autore, dal momento che i libri sulla fine
della repubblica e sull'ascesa di Augusto sono andati perduti. Certamente Livio
fu critico nei confronti di alcuni dei valori incarnati dal nuovo regime, ma è
probabile che il suo punto di vista fosse più complesso di una mera
contrapposizione repubblica/impero. D'altro canto, Augusto non fu affatto
disturbato dagli scritti di Livio, e anzi lo incaricò dell'educazione di suo
nipote, il futuro imperatore Claudio.
Nella Ab Urbe condita (libro IX, capp. 17–19) si trova la prima ucronia
conosciuta, quando Livio immagina le sorti del mondo se Alessandro il Grande
fosse partito per la conquista dell'occidente anziché dell'oriente. Lo storico
si dice convinto che, in tal caso, Alessandro sarebbe stato sconfitto dalla
maggiore organizzazione dell'esercito e dello Stato romano. Stile
"Titus Livius historicus" in un'illustrazione delle Cronache
di Norimberga. Livio fu sempre accusato di patavinitas
("padovanità"); ancora oggi non si è riusciti a capire quale sia il
significato preciso del termine: la maggior parte dei critici rileva in ciò una
critica nei confronti dello stile "provinciale" dello storico (ma di
suddetta provincialità non si rilevano tracce negli scritti a noi pervenuti)
mentre altri, come il Syme, ritengono che il termine riguardi più la sfera
morale e ideologica. Questa critica è stata mossa inizialmente da Asinio
Pollione, politico e letterato romano. Quintiliano definì il suo stile come una
lactea ubertas (letteralmente "abbondanza di latte"), per indicare
che la prosa di Livio è scorrevole e allo stesso tempo dolce e piacevole per il
lettore. Lo stile di Livio è caratterizzato da architetture ben studiate e da
un periodare fluente. A Livio interessa
comporre un'opera dilettevole sulla storia di Roma, non facendolo
scientificamente (come faceva Tucidide in Grecia), ma raccogliendo
semplicemente le notizie dando così piacevolezza all'opera. Ciò lo allontana
dallo stile secco e chiuso tipico di Polibio e fa sì che la sua narrazione
venga caratterizzata da sfumature definibili "drammatiche", senza
eccessi. La storia per lui è "Magistra Vitae" dal punto di vista
morale, vivendo infatti in un periodo difficile per la società romana riteneva
che il modello da seguire per tornare la grande potenza di un tempo sarebbe
stato quello degli antichi romani, per primo quello di Romolo. Livio era un
grande nostalgico del passato soprattutto riguardo alla morale e ai valori che
avevano reso grande Roma, che in quel periodo erano in grande declino. Livio attribuisce ai vari personaggi che pone
sotto analisi dei caratteri quasi assoluti, facendoli diventare dei paradigmi
di passioni (tipi). Un altro elemento tipico della drammatizzazione è quello di
mettere in bocca ai personaggi dei discorsi, sia in forma diretta che
indiretta, informazioni utili ai fini della narrazione, soprattutto per quanto
riguarda la parte "dilettevole" del suo intento. I discorsi sono
infatti costruiti in maniera fantasiosa, e di fatto non sono da prendere come
verità storiche oggettive ma come esigenze di stampo narrativo e psicologico.
Spesso lo storico padovano rileva come una situazione stia precipitando, quando
all'ultimo istante si ha un ribaltamento di fronte inatteso, il tipico
procedimento teatrale greco del "deus ex machina". Dal punto di vista prettamente stilistico
Livio procede sulle orme di Erodoto (più fiabesco) e segue il modello di
Isocrate, con la sua eloquenza piacevolmente narrativa. Fama di Tito Livio tra i posteri L'opera di
Livio fu un esempio di stile e di rigore storiografico durante l'epoca
dell'Impero, venendo copiata nelle biblioteche imperiali. Successivamente, nel
Medioevo, il testo fu copiato anche nelle abbazie cristiane. Livio ebbe famosi
ammiratori, tra cui Dante Alighieri, che nel XXVIII canto dell'Inferno della
Divina Commedia cita un episodio cruento della Battaglia di Canne, preso da
Livio, ed elogia lo storico: «come Livio scrive, che non erra» (XXVIII, 12).
Anche Niccolò Machiavelli lo stimava e scrisse i famosi Discorsi sopra la prima
Deca di Tito Livio. Note ^ Titus è il
praenomen, cioè il nome personale; Livius è il nomen, cioè il nome gentilizio,
che significa "appartenente alla gens Livia". Dunque, Tito Livio non
aveva il cognomen, il terzo nome, quello di famiglia, cosa peraltro non
insolita in epoca repubblicana. In ciò le fonti classiche sono concordi: Seneca
(Ep., 100,9), Tacito (Ann., IV,34,4), Plinio il Giovane (Ep., II,3,8) e
Svetonio (Claud., 41,1) lo chiamano Titus Livius; Quintiliano lo chiama Titus
Livius (Inst. Or., VIII,1,3; VIII,2,18; X,1,101) o semplicemente Livius (Inst.
Or., I,5,56; X,1,39). Nell'epigrafe sepolcrale di Patavium, che con tutta
probabilità lo riguarda, è chiamato, con l'aggiunta del patronimico, T(itus) Livius
C(ai) f(ilius) (CIL V, 2975). ^ Tommaso Gnoli, Livio, Tito, in Enciclopedia dei
ragazzi, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2006. ^ Chronicon, anno
Abrami 1958 (= 59 a.C.): «Messala Corvinus orator nascitur et T. Livius
Patavinus scriptor historicus». Tuttavia Messalla Corvino nasce nel 64 a.C.
Probabilmente l'errore è dovuto alla somiglianza dei nomi dei consoli dei due
anni, Cesare e Figulo e Cesare e Bibulo. Il luogo di nascita è confermato anche
da Asconio Pediano, Pro Cornelio, Simmaco, Epistulae, IV, 18, e Sidonio
Apollinare, Carmina, II, 189, oltre che da Asinio Pollione. Quintiliano,
Institutio oratoria Pollio deprehendit in L. Patavinitatem e: «in Tito L. mirae
facundiae viro putat inesse Pollio Asinius quamdam Patavinitatem. Marziale,
Epigrammaton: Tu quoque nequitias nostri lususque libelli Uda, puella, leges,
sis Patavina licet. Ricordate da Cicerone, Philippica durante la guerra civile:
Patavini eiecerunt missos ab Antonio, pecunia, militibus et, quod maxime
deerat, armis nostros duces adiuverunt. Ab Urbe condita libri. Svetonio,
Tiberius: Quae familia, quamquam plebeia, tamen et ipsa admodum floruit octo
consulatibus, censuris duabus, triumphis tribus, dictatura etiam ac magisterio
equitum honorata. Solinas, Introduzione a Tito Livio, Storia di Roma, Milano,
Mondadori. In Annales, Tacito fa dire a Cremuzio Cordo: L., eloquentiae ac
fidei praeclarus in primis, Cn. Pompeium tantis laudibus tulit, ut Pompeianum
eum Augustus appellaret; neque id amicitiae eorum offecit. Svetonio, Claudius,
Seneca, Epistulae: scripsit enim et dialogos, quos non magis philosophiae
adnumerare possis quam historiae, et ex professo philosophiam continentis
libros. Quintiliano, Institutio
oratoria: apud L. in epistula ad filium scripta, legendos Demosthenem atque
Ciceronem, tum ita ut quisque esset Demostheni et Ciceroni simillimus».
Solinas, cit., p. XIII; all'opera del figlio di Livio accenna Plinio il
Vecchio. Chronicon, anno Abrami 2033 (= 17 d.C.). Bibliografia Ab Urbe condita libri, edizione del XV secolo
Tito L., Storia di Roma dalla Sua Fondazione, edizioni BUR, Testo Latino a
fronte. Trad. e Note di Michela Mariotti (Si riferisce al Volume 13, edizione
della seconda ristampa 2008) Angelo Roncoroni, Roberto Gazich, Elio Marinoni,
Elena Sada, Studia Humanitatis vol. 3 La formazione dell'Impero L., Storia di
Roma, Newton Compton, Milano, 1997 (6 volumi) traduzione di Gian Domenico
Mazzocato Opera di Giovanna Garbarino Storie Sansoni, 1918, commenti di
Carolina Lanzani Tito Livio, Ab urbe condita, Stampate nella inclita cittade di
Venetia, per Zovane Vercellense ad istancia del nobile ser Luca Antonio Zonta
fiorentino. L., Ab Urbe condita. Libri 6.-23., Venetiis, apud Carolum
Bonarrigum, 1714. (LA) Tito L., Ab Urbe condita. Libri, Venetiis, apud Carolum
Bonarrigum. Manfredi, Codici di Tito Livio nella Biblioteca di Niccolò V, in
Italia medioevale e umanistica, vol. 34, Padova, Antenore, OCLC . Ospitato su
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a.C.Romani del I secoloNati nel 59 a.C.Morti nel 17Nati a PadovaMorti a
PadovaPersonaggi citati nella Divina Commedia (Inferno)Tito Livio[altre]Although
famous as one of the great Roman historians, he is also a philosopher, who
popularises the genre of the ‘dialogo filosofico.’ Pre-testo. DISCORSI SOPRA LA
PRIMA DECA DI L. di MACHIAVELLI, FIRENZE, G. BARBÈRA, EDITORE. MACHIAVELLI A
ZANOBI BUONDELMONTI E COSIMO RUCELLÀI SALUTE. o vi mando un presente, il quale
se non corrisponde agl’obblighi clic io ho con voi, è tale senza dubbio, quale
ha potuto Machiavelli mandarvi maggiore. Perchè in quello io ho espresso quanto
io so, quanto io ho imparato per una lunga pratica e continova lezione delle
cose del mondo. E non porlendo nè voi nè altri disiderare da me più, non vi
potete dolere se io non vi ho donato più. Bene vi può incrcsccre della povertà
dello ingegno mio, quando siano queste mie narrazioni povere; e della fallacia
del giudizio, quando io in molte parli, discorrendo, m'inganni. Il che essendo,
won so quale di noi si abbia ad esser meno obbligato all’altro; o io a voi, che
mi avete forzalo a scrivere quello ch’io mai per me medesimo non arci scritto;
o voi a me, quando scrivendo non abbi soddisfatto. Pigliate, adunque, questo in
quello modo che si pigliano tulle le cose degli amici: dove si considera più
sempre l’intenzione di chi manda, che le qualità della cosa che è mandata. E
crediate che in questo io ho una salisfazione, quando io penso che, sebbene io
mi fussi ingannato in molle sue circostanze, in questa sola so eh io non ho
preso errore, di avere delti voi, ai quali sopra tutti gli altri questi miei
Discorsi indirizzi: sì perché, facendo questo, ini pnre aver mostro qualche
gratitudine de benefizii ricevuti: si perchè e mi pare esser uscito fuora dell’uso comune
di coloro che scrivono, i quali sogliono
sempre le loro opere
a qualche principe indirizzare; e, accecati
dall’ambizione c
dall’avarizia, laudano quello
di tutte le virtuose
qualitadi, quando di
ogni vituperevole parte doverrebbono
biasimarlo. Onde io, per
non incorrere in questo
errore, ho eletti
non quelli che sono
Principi, ma quelli che per le
infinite buone parti loro meriterebbono di essere; nè quelli che polrebbono di
gradi, di onori e di ricchezze riempiermi, ma quelli che, non polendo,
vorrebbono farlo. Perchè gl’uomini, volendo giudicare dirittamente, hanno a
stimare quelli che sono, non quelli che possono esser liberali; e così quelli
che sanno, non quelli che, senza sapere, possono governare un regno. E gli scrittori laudano più Icronc
Siracusano quando egli era privato, che Perse Macedone quando egli era re:
perchè a Icronc a esser principe non manca altro che il principato; quell’altro
non avera parte alcuna di re, altro che il regno. Godetevi, pertanto quel bene
o quel male che voi medesimi avete voluto: e se voi starete in questo errore,
che queste mie oppinioni vi siano grate, non mancherò di seguire il resto della
istoria, secondo che nel principio vi
promisi. Valete Ancouaciiè, per la invida natura degl’uomini, sia sempre
stato pericoloso il ritrovare modi ed ordini nuovi, quanto il cercare acque e
terre incognite, per essere quelli più pronti a biasimare che a laudare le
azioni d’altri; nondimeno, spinto da quel naturale desiderio che fu sempre
in me di operare, senza alcun rispetto, quelle cose che io
creda rechino comune benefìzio a ciascuno, ho deliberato entrare per una via,
la quale, non essendo stata per ancora da alcuno pesta, se la mi arrecherà
fastidio e diffìcultù, mi potrebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che
umanamente di queste mie fatiche considerassero. E se T ingegno povero, la poco
esperienza delle cose presenti, la
debole notizia delle antiche, faranno questo mio conato difettivo e di
non molta utilità; daranno almeno la via ad alcuno, che con più virtù, più
discorso e giudizio, potrà a questa mia intenzione satisfare: il che se non mi
arrecherà laude, non mi dovrebbe partorire biasimo. E quando io considero
quantoonore si attribuisca all’antichità, c comemolte volte, lasciando andare
moltialtri esempi, un frammento d’una
antica statua sia stato comperato granprezzo, per averlo appresso di sè,
onorarne la sua casa, poterlo fare imitare da coloro che di quella arte si
dilettano; e come quelli poi con ogni
industria si sforzano in
tutte le loro opererappresentarlo: e vcggendo,
dall’altrocanto, le virtuosissime operazioni che le istorie ci mostrano, che
sono state operate da regni cda
repubbliche auliche, dai re, capitani, cittadini, datori di leggi, ed ultri che
si sono per la loro atfaticati, esser più presto ammirate che imitate;
au/i in tanto da ciascuno inogni parte
fuggite, che di quella antica virtù non
ci è rimaso alcun seguo: posso fare che insieme non me nelavigli e
dolga; e tanto più, quanto veggio nelle differenze che intra iladini civilmente
nascono, o nelle inalattie nelle quali
gl’uomini incorrono, essersi sempre ricorso a quelli giudiciio a quelli rimedi
che dagl’antichi sono stati giudicati o ordinati. Perchè le leggi civili non
sono altro che sentenzio date dagli antichi iurcconsulti, le quali, ridotte in
ordine, a’presenti nostri iureconsulti giudicare insegnano; nè ancora la
medicina è altro che cspcrienzia fatta dagli antichi medici, sopra la
quale fondano i medici presenti li loro
giudicii. Nondimeno, nell’ordinare le repubbliche, nel mantenere gli Stati, nel govcrnai e i regni,
nell’ordinare la milizia ed amministrar la guerra, nel giudicare i sudditi,
nell’accrescere l’imperio, non si trova uè principi, nè repubbliche, nè capitani,
nè cittadini che agl’esempi degl’antichi ricorra. Il che mi persuado che nasca
non tanto dalla debolezza nella quale la
presente educazione ha condotto il mondo, o da quel male che uno ambizioso ozio
ha fatto a molte provincie c città
cristiane, quanto dal nou avere vera cognizione delle istorie, per non trarne,
leggendole, quel senso, nè gustare di loro quel sapore che le hanno in sè.
Donde nasce che infiniti che leggono, pigliano piacere di udire quella varietà
dell’accidenti che in esse si
contengono, senza pensare altrimeute d’imitarle, giudicando l’imitazione
non solo difficile ma impossibile: come se il cielo, il sole, gl’elementi, gl’uomini
fossero variati di moto, d’ordine e di potenza, da quello eli’egli erano anticamente.
Volendo, pertanto, trarre gl’uomini di questo errore, ho giudicalo necessario
scrivere sopra tutti quelli libri di L.
che dalla malignità dei tempi non ci
sono stati interrotti, quello che io, secondo l’antiche e modern cose, giudico
esser necessario per maggiore intelligenzia d'essi; acciocché coloro che questi
miei discorsi leggeranno, possino trarne quella utilità pella quale si debbe
ricercare la cognizione della istoria. G benché questa impresa sia difficile,
nondimeno, aiutato da coloro che mi hanno ad entrare, sotto aquesto peso confortato, credo portarlo in modo che ad un
altro reste breve cammino a condurlo al luogo destinato. Quali siano stati
universalmente i principit’di qualunque città, c quale fosse quello di ROMA.
Coloro che leggeranno qual principio fosse quello della città di ROMA, e da
quali legislatori e come ordinato, non si maraviglieranno che tanta virtù si sia
per più secoli mantenuta in quella città; e che di poi ne sia nato quell’imperio,
al quale quella repubblica aggiunse. E volendo discorrere prima il nascimento
suo, dico che tutte le città sono edificate o dagl’uomini natii del luogo dove
le s’edificano, o dai forestieri. Il primo caso occorre quando agl’abitatori
dispersi in molte e piccole parli non par vivere sicuri, non potendo ciascuna
per sè, e per il sito e per il piccol
numero, resistere all’impeto di chi l’assalta; e ad unirsi per loro
difensione, venendo il nemico, non sono a tempo; o quando fossero, converrebbe
loro lnsciare abbandonati molti de’loro ridotti, e cosi verrebbero ad esser
sùbita preda dei loro nemici: talmente che, per fuggire questi pericoli, mossi
o da loro medesimi, o d’alcuno che sia infra di loro di maggior autorità, si
ristringono ad abitar insieme in luogo
eletto da loro, più comodo a vivere e più facile a difendere. Di queste, infra
molle altre, sono state Atene e Vincaia. La prima, sotto l’autorità di Teseo,
fu per simili cagioni dall’abitatori dispersi edificata; l’altra, sendosi molti
popoli ridotti in certe isolette che erano nella punta del mare Adriatico, per
fuggire quelle guerre che ogni dì, per lo avvenimento di nuovi barbari, dopo la declinazione dell’imperio
romano, nascevano in ITALIA, cominciano infra loro, senza altro principe
particolare clic gli ordinassi, a vivere sotto quelle leggi che parvono loro
più atte a mantenerli. Il che successe loro felicemente per il lungo ozio che
il sito dette loro, non avendo quel mare uscita, e non avendo quelli popoli che
affliggevano ITALIA, navigi da poterli
infestare: talché ogni picciolo principio li potò fare venire a quella
grandezza nella quale sono. Il secondo caso, quando da genti forestiere è
edificata una città, nasce o da uomini liberi, o che dipendano d’altri come
sono le colonie mandate o da una repubblica o d’un principe, per Sgravare le
loro terre d’abitatori, o per difesa di quel paese che, di nuovo acquistato,
vogliono sicuramente e senzas pesa mantenersi; delle quali città
IL POPOLO ROMANO ne edifica assai, e per tutto l’imperio suo: ovvero le sono
edificate d’un principe, non per abitarvi, nia per sua gloria; come la città d’Alessandria
d’Alessandro. E per non avere queste cittadl la loro origine libera, rade volte
occorre che le facciano progressi grandi, e possinsi intra i capi dei regni
numerare. Simile a queste fu l’edificazione
di FIRENZE, perchè (fi edificata da’soldati di SILLA, o, a caso, dagl’abitatori
dei monti di Fiesole, i quali, confidatisi in quella lunga pace che sotto
OTTAVIANO nacque nel mondo, si ridussero ad abitare nel piano sopra Arno) si
edifica sotto l’imperio romano; nè potette, ne’principii suoi, fare altri
augumentiche quelli che per cortesia del principe li erano concessi. Sono liberi l’edificatori delle cittadi quando alcuni popoli, o sotto un
principe o da per sé, sono costretti, o per morbo o per fame o per guerra, od
abbandonare il paese potrio, e cercarsi nuova sede: questi tali, oegli abitano
le cittadi elle e’ trovano nei paesi eli’ egli acquistano, come fa Moisè; o ne
edificano di nuovo, come fa ENEA. In questo caso è dove si conosce la virtù
dello edificatore, e la fortuna dell’edificato:
la quale è più o meno meravigliosa secondo che più o menoè virtuoso colui che
ne è stato principio. La virtù del quale si conosce in duoi modi: il primo è
nell’elezione del sito; F altro nella ordinazione delle leggi. Eperchè gli
uomini operano o per necessità o per elezione; e perchè si vede quivi esser
maggiore virtù dove l’elezione ha meno autorità; è da considerare se sarebbe meglio eleggere,
per la edificazione delle cittadi, luoghi sterili, acciocché gl’uomini,
costretti ad indùstriarsi, meno occupati dall’ozio, vivessino più uniti,
avendo, pellla povertà del sito, minore cagione di discordie; come intervenne
in Raugia, e in molte altre cittadi in simili luoghi edificate: la quale
elezione sarebbe senza dubbio più savia e più utile quando gli uomini fossero contenti a vivere delloro,
e non volcssino cercare di comandare altrui. Pertanto, non potendo gl’uomini assicurarsi
se non colla potenza, è necessario fuggire questa sterilità del pnese, e porsi
in luoghi fertilissimi; dove, potendo pell’ubertà
del sito ampliare, possa e difendersi da chi l’assalta, e opprimere qualunque
alla grandezza sua si opponesse. G quanto
a quell’ozio che l’arrecasse il
sito, si debbe ordinare che a quelle necessitadi le leggi la costringhino che’l
sito non la costringesse; ed imitare quelli che sono stati savi, ed hanno
abitato in paesi amenissimi e fertilissimi, c alti a pròdurre uomini oziosi ed
inabili ad ogni virtuoso esercizio: chè,
per ovviare aquelli danni i quali l’amenità del paese, mediante l’ozio,
arebbero causati, hanno posto una
necessità d’esercizio a quelliche avevano a essere soldati: di qualità che,
per tale ordine, vi sono diventat imigliori soldati che in quelli paesi i quali
naturalmente sono stati aspri e sterili Intra i quali fu il regno degl’Egizi,
che non ostante che il paese sia amenissimo, tanto potette quella necessità
ordinata dalle leggi, che vi nacquero uomini eccellentissimi; e se li nomi loro
non fussino dalla antichità spenti, si vedrebbe
come meriterebbero più laude che Alessandro Magno, c molti altri dei quali
ancora è la memoria fresca. E chi avesse considerato il regno del Soldano, e l’ordine de’Mammaluchi e di quella loro milizia, avanti che da Sali,
Gran Turco, fusse stata spenta; arebbe veduto ili quello molti esercizi circa i
soldati, ed arebbe in fatto conosciuto quanto essi temevano quell’ozio a che la benignità del
paese gli poteva condurre, se non v’avessino con leggi fortissime ovviato.
Dico, adunque, essere più prudente elezione porsi in luogo fertile, quando
quella fertilità con le leggi infra’
debili termini si restringe. Ad Alessandro Magno, volendo edificare una città
per sua gloria, venne Dinoerate architetto, e gli mostra come ei la poteva fare
sopra il monte Albo; il quale luogo,
oltre allo esser forte, potrebbe ridursi in modo che a quella città si darebbe
forma umana; il che sarebbe cosa meravigliosa e raro, e degna della sua
grandezza: e domandandolo Alessandro di quello che quell’abitatori viverebbono,
rispose, non ci averepensato: di che quello si rise, e lasciatostare quel
monte, edifica Alessandria, dove gl’abitatori
avessero a stare volentieri pella
grassezza del paese, e pella comodità del mare e del Nilo. Chi esaminerò, adunque,
l’edificazione di Roma, se si prende Enea per suo primo progenitore, sarà di
quelle citladi edificate da’forestieri; se Romolo, di quelle edificate dagl’uomini
natii del luogo; ed in qualunciic modo, la Vedrà avere principio libero, senza depcndere d’alcuno: vedrà ancora a quante necessitadi le leggi fatte da Romolo, Numa, e
gl’altri, la costringessino; talmente clic la fertilità del sito, la comodità
del mare, le spesse vittorie, la grandezza dell'imperio, non la poterono per
molti secoli corrompere, e Ir» » mantennero piena di tante virtù, djp^quante
mai fusse alcun’altra repubblica ornata. E perchè le cose operate da lejj, ^e che sono da L. celebrate, sono seguite o
per pubblico o per privato consiglio, o dentro o fuori della cittade, io
comincerò a discorrere sopra quelle cose occorse dentro, e per consiglio
pubblico, le quali degne di maggiore annotazione giudicherò, aggiungendovi
tutto quello che da loro dependessi: coni quali Discorsi questo primo libro,
ovvero Questa prima parte, si terminerà.
Di quante spezie sono le repnbbtiche, e di quale fu la Repubblica Romana. Io voglio porre da
parte il ragionare di quelle cittadi clic hanno avuto il loro principio
sottoposto ad altri; e parlerò di quelle che hanno avuto il principio 'ontano
do ogni servitù esterna, nia si ; j sono subito governate per loro arbitrio, o
come repubbliche o come principato: U quali hanno avuto, come diversi principi,
diverse leggi ed ordini. Perchè ad alcune, o nel principio d’esse, o dopo non
molto tempo, sono state date d’un solo le leggi, e ad un tratto; come quelle
che furono date da Licurgo agli Spartani: alcune le hanno avute a caso, ed in
più volte, e secondo l’accidenti, come Roma. Talché, felice si può chiamare
quella repubblica, la quale sortisce uno uomo sì prudente, che le dia leggi
ordinate in modo, che senza avere bisogno di
correggerle, possa vivere sicuramente sotto quelle. E si vede che Sparta
le osservò più che ottocento anni senza corromperle, o senza alcuno tumulto
pericoloso: e, pel contrario, tiene qualche grado d’infelicità quella città,
che, non si sendo abbattuta ad uno ordinatore prudente, è necessitata da sè
medesima riordinarsi: e di queste ancora è più infelice quella che è più
discosto dall’ordine; e quella è più discosto, con suoi ordini è al tutto fuori
del dritto cammino, che la possi condurre al perfetto e vero fine: perchè
quelle clic sono iu questo grado, è quasi impossibile che per qualche accidente
si rassettino. Quel le altre che, se le non hanno l’ordine perfetto, hanno
preso il principio buono, e atto a diventare migliori, possono pell’occorrenza dell’accidenti diventare perfette. Ma fia ben vero questo, mai non s’ordineranno
senza pericolo perchè l’assai uomini non s’accordano mai ad una legge nuova che
riguardi uno nuovo ordine nella città, se non è mostro loro d’una necessità che
bisogni farlo; e non potendo venire questa necessità senza pericolo, è facil
cosa che quella repubblica rovini, avanti che la si sia condotta a una
perfezione d’ordine. Di che ne fa fede
appieno la repubblica di Firenze, la quale fu dallo accidente d’Arezzo, nel 11,
riordinata, e da quel di Prato, nel XII, disordinata.Volendo, adunque,
discorrere quali furono li ordini della città di Roma, e quali accidenti alla
sua perfezione la condussero) dico, come alcuui che hanno scritto delle
repubbliche, dicono essere in quelle uno de'tre stati, chiamati da loro
Principato, d’Ottimati e Popolare; e come coloro che ordinano una città,
debbono volgersi ad uno di questi, secondo pare loro più a proposito. Alcuni altri, e secondo l’oppinione di molti
più savi, hanno oppinione che siano di sei ragioni governi; delti quali tre ne
siano pessimi; tre altri siano buoni in loro medesimi, ma sì focili a
corrompersi, che vengono ancora essi ad essere perniziosi. Quelli che sono
buoni, sono i soprascritti tre: quelli clic sono rei, sono tre altri, i quali
da questi tre dependono; c ciascuno d’essi è in modo simile a quello che gli è
propinquo, che facilmente saltano dall’uno all’altro: perchè il Principato
facilmente diventa tirannico; li Ottimati con facilità diventano stato di pochi;
il Popolare senza diflìcultà in licenzioso si converte. Talmente che, se uno
ordinatore di repubblica ordina in una città uno di quelli tre stati, ve lo
ordina per poco tempo; perchè nessuno rimedio può farvi, a far che non
sdruccioli nel suo contrario, pella similitudine che ha in questo caso la virtù
ed il vizio. Nacquono queste variazioni di governi a caso intra li uomini:
perchè nel principio del mondo, sendo l’abitatori rari, vissono un tempo
dispersi, a similitudine delle bestie; di poi, multiplicando la generazione, si
ragunorno insieme, e, per potersi meglio difendere, cominciorno a riguardare
fra loro quello che fusse più robusto c
di maggiore cuore, c fecionlo come capo, e lo obedivano. Da questo nacque la
cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle perniziose e ree:
perchè, veggendo che se uno noceva al suo benefattore, ne veniva odio e
compassione intra gl’uomini, biasimando li ingrati ed onorando quelli che
fusscro grati, e pensando ancora che quelle
medesime ingiurie potevano esser
fatte a loro; per fuggire simile male, si riducevano a fare leggi, ordinare
punizioni a chi contea facesse: donde venne la cognizione della giustizia. La
qual cosa fa che avendo di poi ad eleggere un principe, non andano dietro al
più gagliardo, ma a quello che fussi più prudente c più giusto. Ala come di poi
si comincia a fare il principe per successione, e non pei’ elezione, subito cominciorno li eredi a
degenerare dai loro antichi; e lasciando 1’opere virtuose, pensano che i
principi non avessero a fare altro clic superare l’altri di sontuosità e di
lascivia c d’ogni altra' qualità deliziosa: in modo che,
cominciando il principe ad essere odialo, e per tale odio a temere, e passando
tosto dal timore all’offese, ne nasce
presto una tirannide. Da questo nacquero
appresso i principi» delle rovine, c delle conspirazioni e congiure contea i
principi; non fatte da coloro clic fussero o timidi o deboli, ma da coloro che
per genei'osità, grandezza d’animo, ricchezza e nobiltà, avanzavano gl’altri; i
quali non potevano sopportare la inonesta vita di quel principe. La
moltitudine, adunque, seguendo l’autorità di questi potenti, s’arma contra
al principe, c quello spento, ubbidiva
loro come a suoi liberatori. E quelli, avendo in odio il nome d’uno solo capo,
constituivano di loro medesimi un governo; e nel piincipio, avendo rispetto
alla passata tiratinide, si governavano secondo le leggi ordinate da loro,
posponendo ogni loro comodo alla comune utilità; e le cose private e le
pubbliche con somma diligenzia governano c conservavano. Venuta di poi questa
amministrazione ai loro figliuoli, i quali, non conoscendo la variazione della
fortuna, non avendo mai provato il male, e non volendo stare contenti alla
civile equalità, ma rivoltisi all’avarizia, all’ambizione, all’usurpazione
delle donne, feciono clic d’uno governo d’Ottimati diventassi un governo di
pochi, senza avere rispetto ad alcuna civiltà: tal che in breve tempo intervenne loro come al
tiranno; perchè infastidita da’loro governi la moltitudine, si fe ministra di
qualunque disegnassi in alcun modo offendere quelli governatori; e cosi si levò
presto alcuno che, colI’aiuto della
moltitudine, li spense. Ed essendo ancora fresca la memoria del principe
e delle ingiurie ricevute da quello, avendo disfatto lo Stato de’pochi e
non volendo rifare quell del principe,
si volsero allo Stato popolare; c quello ordinarono in modo, che nè i pochi
potenti, nè uno principe v’avesse alcuna autorità. E perchè tutti gli Stali nel
principio hanno qualche reverenza, si mantenne questo Stato popolare un poco,
ma non molto, massime spenta che fu quella generazione che l’aveva ordinato;
perchè subito si venne alla licenzia, dove
non si temeno nè li uomini privati nè i pubblici; di qualità che,
vivendo ciascuno a suo modo, si facevano ogni di mille ingiurie: talché, costretti per necessità, o
per suggestione d’alcuno buono uomo, o per fuggire tale licenzia, si ritorna di
nuovo al principato; e da quello, di grado in grado, si riviene verso la
licenzia, nei modi e pelle cagioni dette. E questo è il cerchio nel quale
girando tutte le repubbliche si sono
governate, e si governano: ina rade volte ritornano nei governi medesimi;
perchè quasi nessuna repubblica può essere di tanta vita che possa passare
molle volte per queste mutazioni, c rimanere in piede. Ma bene interviene che,
nel travagliare, una repubblica, mancandoli sempre consiglio e forze, diventa
suddita d'uno Stato propinquo, clic sia meglio ordinato di lei: ina dato che questo non fusse,
sarebbe atta una repubblica a rigirarsi infinito tempo in questi governi. Dico,
adunque, che lutti i detti modi sono
pestiferi, pella brevità della vita che è ne’ tre buoni, e pella
malignità che è ne’ tre rei. Talché, avendo quelli che prudentemente ordinano
leggi conosciuto questo difetto, fuggendo ciascuno di questi modi per se
stesso, n’elessero uno che partieipasse di lutti, giudicandolo più fermo e più
stabile; perchè l’uno guarda l’altro, scudo in una medesima città il
Principato, li Ottimati ed il Governo Popolare. Infra quelli che hanno per
simili constituzioni meritato più laude, è Licurgo; il quale ordina in modo le
sue leggi in Sparta che dando le parti sue ai
He, agli Ottimali e al Popolo, fa
uno Stato che durò più che ottocento
anni, con somma laude sua, e quiete di quella città. Al contrario intervenne a
Solone, il quale ordina le leggi in Atene che per ordinarvi solo lo Stato
popolare lo fa di sì breve vita che avanti morisse vi vide nata la tirannide di
Pisistrato: e benché di poi anni quaranta ne fusscro cacciati gli suoi eredi, c
ritornasse Atene in libertà, perchè la riprese lo Stato popolare, secondo gl’ordini di Solone; non lo tenne più
cliccento anni, ancora che per mantenerlo facesse molte constituzioni, pelle
quali si reprime la iusolenzia grandi c la licenzia dell’universale, le quali
non furou da Solone considerate nientedimeno, perchè la non le mescola colla
potenzia del Principato e con quella dclli Ottimali, visse Atene, spetto di
Sparta, brevissimo tempo. Ria
vegniamo a ROMA; la quale nonostante che
non ha uno Licurgo che la ordinasse in modo, ilei principio, che la potesse
vivere lungo tempo libera, nondimeno sono tanti gl’accidenti che in quella
nacquero, pella disunione che era intra la Plebe ed il Senato che quello che
non fa uno ordinatore lo fa il caso.
Perchè, se ROMA non sortì la prima fortuna, sortì la seconda; perchè i primi
ordini se sono defettivi, nondimeno non
deviarono dalla diritta via che li potesse condurre alla perfezione. Perchè
ROMOLO e tutti gl’altri re fanno molte e buone leggi, conformi ancora al vivere
libero: ma perchè il fine loro fu fondare un regno e non una repubblica, quando
quella città rimane libera, vi mancano molte cose che era necessario ordinare
in favore della libertà, le quali non erano state da quelli re ordinate. E
avvengachè quelli suoi re perdessero l’imperio pelle cagioni e modi discorsi;
nondimeno quelli clic li cacciarono, ordinandovi subito duoi Consoli, che
stessino nel luogo del re, vennero a cacciare di Roma il nome, e non la potestà
regia: talché, essendo in quella Repubblica i Consoli ed il Senato, veniva solo
ad esser mista di due qualità delle tre soprascritte: cioè di Principato e di Ottimali. Restavali solo a
dare luogo al Governo Popolare: onde, essendo diventata la Nobiltà romana
insolente, si leva il Popolo contro di quella; talché, per non perdere il
tutto, fu costretta concedere al Popolo la sua parte; e, dall’altra parte, il
Senato e i Consoli restassino con tanta autorità, che potcssino tenere in
quella Repubblica il grado loro. E cosi nacque la creazione de’Tribuni della plebe; dopo la
quale creazione venne a essere più stabilito lo stato di quella Repubblica, avendovi
tutte le tre qualità di governo la parte sua. E tanto li fu favorevole la
fortuna, che benché si passa dal governo de’Re e delli Ottimati al Popolo, per
quelli medesimi gradi e per quelle medesime cagioni che di sopra si sono
discorse: nondimeno non si tolse mai, per dare autorità alli Ottimati, tutta
l’autorità alle qualità regie; nè si diminuì l’autorità in tutto all’Ottimati,
per darla al Popolo; ina rimanendo mista, fa una repubblica perfetta: alla
quale perfezione venne pella disunione della Plebe e del Senato. Quali
accidenti facessino creare in Roma i Tribuni della plebe; il che fa la Repubblica più perfetta.
Come dimostrano lutti coloro che
ragionano del vivere civile, e come ne è piena d’esempi ogni istoria, è
necessario a chi dispone una repubblica, ed ordina leggi in quella, presupporre
tutti gli uomini essere cattivi, e clic
li abbinosempre od usure la malignità dell’animo loro, qualunchc volta ne
abbino libera occasione: e quando alcuna malignità sta occulta un tempo,
procede d’una occulta cagione, ebe, per non si essere veduta esperienza del
contrario, non si conosce; ma la fa poi scoprire il tempo, il quale dicono
essere padre d’ogni verità. Pare clic fusse in Roma intra la Plebe cd il
Senato, cacciati I Tarquiili, una unione grandissima; e che i Nobili, avessino
deposta quella loro superbia, c russino diventati d'animo popolare, c
sopportabili da qualuncbc, ancora ebe infimo. Stette nascoso questo
inganno, nè se ne vide la cagione,
infino ebe i Tarquini vissono; de’quali temendo la Nobiltà, ed avendo paura che
la Plebe mal trattata non s’accostasse loro, si porta umanamente con quella: ma
come prima furono morti I Tarquini, e die a’ Nobili fu la paura fuggita, cominciarono a sputare
contro Olla Plebe quel veleno che s’avevàno tenuto nel petto, ed in tutti i
modi che potevano la offendevano: la qual cosa fa testimonianza a quello che di
sopra ho detto, che gl’uomini non operano mai nulla bene, se non per necessità;
ma dove la elezione abbonda, e che vi si può usare licenzia, si riempie subito
ogni cosa di confusione e di disordine. Però si dice che la fame e la povertà
fu gli uomini industriosi, e le leggi gli fanno buoni. E dove una cosa per sè medesima senza la legge opera bene, non è
necessaria la legge; ma quando quella
buona consuetudine manca, è subito la legge necessaria. Però, mancati i
Tarqnini, che con la paura di loro tenevano la Nobiltà a freno, convenne
pensare a uno nuovo ordine ehe facessi quel medesimo effetto che facevano i
Tarquini quando erano vivi. E però, dopo
molte confusioni, romori e pericoli di
scandali, che nacquero intra la Plebe c la Nobiltà, sivenne per sicurtà della
Plebe alla creazionc ile’ Tribuni; e
quelli ordinarono con laute preminenze e tanta riputazione, che potcssino
essere sempre di poi mezzi intra la Plebe e il Senato, eovviare alla insolenzia
de’Nobili. Che la disunione della Plebe c del Senato romano fece libera e
polente quella Repubblica. H0U njt fil
ùi òVvil
tf,; il "iit’ lo non voglio
mancare di discorrere sopra questi tumulti che furono in Roma dalla morte
de’Tarquini alla creazione de’Tribuni; e di poi alcune cose contro la oppinionc
di molti clic dicono. Roma esser stata una repubblica tumultuaria, e piena di
tanta confusione, clicse la buona fortuna c la virtù militare non avesse
supplito a’loro difetti, sarebbe stata inferiore ad ogni altra repubblica. Io non posso negare che la
fortuna e la milizia non fussero cagioni dell’imperio romano; ma e’ mi pare
bene, che costoro non s’avvegghino, clic dove è buona milizia, conviene clic
sia buono ordine, e rade volte anco occorre clic non vi sia buona fortuna. Ma
vegniamo all i altri particolari di quella città. Io dico clic coloro clic
dannano I tumulti intra i Nobili c la Plebe, mi pare clic biasimino quelle cose
che furono prima cagione di tenere libera Roma; c clic considerino più a’romori
ed alle grida clic di tali tumulti nascevano, che a’buoni effetti clic quelli
partorivano: e che non considerino come ei sono in ogni repubblica duoi umori
diversi, quello del popolo, c quello dei grandi; c come tutte le leggi che si
fanno in favore delia libertà, nascono dalla disunione loro, come facilmente si
può vedere essere seguito in Roma: perchè da’Tarquini ai Gracchi, che furono
più di trecento anni, i tumulti di Roma rade volte partorivano esilio,
radissime sangue. Nè si possono, per tanto, giudicare questi tumulti nocivi, nè
una repubblica divisa, che in tanto tempo pelle sue differenze non mondò in
esilio più che otto o dieci cittadini, e ne ammazzò pochissimi, e non molti ancora condennò in
danari. Nè si può chiamare in alcun modo, con ragione, una repubblica
inordinata, dove siano tanti esempi di virtù; perchè li buoni esempi nascono
dalla buona educazione; la buona educazione dalle buone leggi; e le buone leggi
da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano: perchè chi esaminerò
bene il fine d’essi, non troverà ch’egliabbino partorito alcuno esilio o
violenza in disfavore del comune bene,
ma leggi ed ordini in benefizio della pubblica libertà. E se alcuno
dicesse: i modi erano straordinari, e quasi efferati, vedere il Popolo insieme
gridare contro il Senato, il Senato contra il Popolo, correre tumultuariamente
per le strade, serrare le botteghe, partirsi tutta la Plebe di Roma le quali
tutte cose spaventano, nonclic altro,
chi legge; dico come ogni città debbe avere i suoi modi, con i quali il popolo
possa sfogare l’ambizione sua, e massime quelle ciltadi che uelle cose
importanti si vogliono valere del popolo: intra le quali la città di Roma aveva
questo modo, che quando quel Popolo voleva ottenere una legge, o e’faceva
alcuna delle predette cose, o e’non voleva dare il nome per andare alla guerra, tanto che a placarlo
bisogna in qualche parte satisfargli. E i desiderò de’popoli liberi, rade volle
sono perniziosi alla libertà, perchè e’na seono o da essere oppressi, o da
suspizionc di avere a essere oppressi. E quando queste oppinioni fussero false,
e’vi è il rimedio delle concioni, che sorga qualche uomo da bene, che, orando,
dimostri loro come c’ s’ ingannano: e li
popoli, come dice CICERONE, benché siano ignoranti, sono capaci della verità, e
facilmente cedono, quando da uomo degno di fede è detto loro il vero. Debbesi,
adunque, più parcamente biasimare il governo romano, e considerare che tanti
buoni effetti quanti uscivano di quella repubblica, non erano causati se non da
ottime cagioni. E se i tumulti furono cagione della creazione dei Tribuni, meritano somma laude; perchè,
oltre al dare la parte sua all’amministrazione popolare, furono constituiti per
guardia della libertà romana. Dove più sccurnmentc si ponga la guardia della
libertà, o nel Popolo o ne’Grandi; c c/uali hanno maggior cagione di tumultuare,
o chi vuole acquistare o chi vuole mantenere. Quelli clic prudentemente hanno
constituita una repubblica, intra le più
necessarie cose ordinate da loro, è stato constituire una guardia alla liberta:
e secondo che questa è bene collocala, dura più o meno quel vivere libero.
Eperché in ogni repubblica sono uomin grandi e popolari, si è dubitato nelle mani
di quali sia meglio collocata detta guardia. Ed appresso i Lacedemoni,
c,ne’nostri tempi, appresso de’Viniziani, la è stata messa nelle mani de’Nobili; ma appresso de’Romani fu messa
nelle mani della Plebe. Per tanto, è necessario esaminare quale di queste repubbliche
avesse migliore elezione. E se siandassi dietro alle ragioni, ci è che dire da
ogni pajte: ma se si esaminassiil fine loro, si piglierebbe la parte de’Nobili,
per aver avuta la libertà di Sparla c di Vinegia più lunga vita che quella di Roma. E venendo alle
ragioni, dico, pigliando prima la parte de’Romani, come e’si debbe mettere in
guardia coloro d’una cosa, che hanno menoappetito d’usurparla. E senza dubbio, se
si considera il fine de’nobili e deili ignobili, si vedrà in quelli desiderio grande
di dominare, cd in questi solo desiderio di non essere dominati; e, per conseguente,
maggiore volontà di vivere liberi,
potendo meno sperare d’usurparla che non
possono li granili: talché, essendo i popolani preposti a guardia d’una
libertà, ò ragionevole ne abbino più cura: e non la putendo occupare loro, non permettino clic altri la occupi.
Dall’altra parte, chi difende l’ordine sparlano e veneto, dice clic coloro che
mettono la guardia in inano de’potenti, fanno due opere buone: I’una, che
satisfanno più all’ambizione di coloro che avendo più parte nella repubblica, per avere questo
bastone in mano, hanno cagione di contentarsi più; I’altra, clic bevano una
qualità di autorità dagli animi inquieti della plebe, che è cagione d’infinite
dissensioni escandali in una repubblica, e alta a ridurre la nobiltà a qualche
disperazione, che col tempo faccia cattivi eliciti. E ne danno per esempio la
medesima Roma, che per avere i Tribuni
della plebe questa autorità nelle mani, non bastò loro aver un Consolo
plcbeio, che gli vollono avere ambe due. Da questo, c’voltano la Censura, il
Pretore, e tuttili altri gradi dell’imperio della città: nè bastò loro questo,
chè, menati dal medesimo furore, cominciorno poi, col tempo, a adorare quelli
uomini che vedevano atti a battere la
Nobiltà; donde nacque la potenza di Alarlo, e la rovina di Roma. E veramente, chi
discorressebene I’una cosa c l’altra, potrebbestare dubbio, quale da lui fusse
eletto per guardia tale di libertà, non sapendo quale qualità d’uomini sia più
nociva in una repubblica, o quella ohe desidera acquistare quello che non ha,‘
o quella che desidera mantenere l’onore già acquistato. Ed in fine, chi
sottilmente esaminerà tutto, ne farà questa conclusione: o tu ragioni d’una repubblica che vogli fare uno
imperio, come Roma; o d’una che li basti mantenersi. Nel primo caso, gli è
necessario fare ogni cosa come Roma; nel secondo, può imitare Yinegia e Sparta per
quelle cagioni. Ma, per tornare a discorrere quali uomini siano in una repubblica piu nocivi, o
quelli clic desiderano d’acquistare, o quelli clic temono di perdere lo acquistato; dicodie, scudo fatto Marco
Meiiennio dittatore, e Marco Fulvio maestro de’cavalli, tutti duoi plebei, per
ricercare certe congiure clic s’erano falle in Capovaconlro a Roma, fu dato
ancora loro autorità dal Popolo di poter ricercare chiin Roma per ambizione e
modi straordinari s’ingegnasse di venire al consolato, ed agli altri onori
della città. Eparendo alla Nobiltà, che tale
autorità fusse data al Dittatore contro a lei, sparsero per Roma, clic
non i nobilierano quelli che cercavano gli onori per ambizione e modi
straordinari, ma gl’ignobili, i quali, non confidatisi nel sangue e nella virtù
loro, cercavano pervie straordinarie venire a quelli gradi; e particolarmente
accusano il Dittatore. E tanto fu potente questa accusa, che Mencnnio, fatta
una conclone c dolutosi deite calunnie dategli da’Nobili depose la dittatura, e
sottomessesi ai giudizio che di lui fussi fatto dal Popolo; c di poi, agitala
la causa sua, ne fu assoluto: dove si disputò assai, quale sia più ambizioso, o
quel che vuolemantenere o quel che vuole acquistare; perchè facilmente 1’uno e l’altro appetito può essere cagione di
tumulti grandissimi. Pur nondimeno, il più delle volte sono causali da chi possiede, perchè la paura del
perdere genera in loro le medesime voglie che sono in quelli che desiderano
acquistare; perchè non pare agli uomini
possedere sicuramente quello clic l’uomo ha, se non si acquista di nuovo
dell’altro. E di più vi è, che possedendo molto, possono con maggior potenzia c maggiore moto
fare alterazione. Ed ancora vi è di più, che li loro scorretti e ambiziosi portamenti accendono
ne’petti di chi non possiede voglia di possedere, o per vendicarsi contro di loro
spogliandoli, o per potere ancora loro entrare in quella ricchezza c in quelli
onori clic veggono essere male usati dagli altri. Se in 1 ionia si poteva
ordinare uno stalo che togliesse via le inimicizie intra il Popolo ed il
Senato. Noi abbiamo discorsi di sopra gli effetti che facevano le controversie
intra il Popolo ed il Senato. Ora, sendo quelle seguitate in
fino al tempo de’Gracchi, dove furono cagione della rovina del vivere libero,
potrebbe alcuno desiderare che Roma avesse fatti gl’effetti grandi che la fece,
senza che in quella fussino tali inimicizie. Però mi è parso cosa degna di
considerazione, vedere se in Roma si poteva ordinare uno stato che togliesse via dette controversie. Ed a volere
esaminare questo, è necessario ricorrere a quelle repubbliche le quali senza
tante inimicizie c tumulti sono state lungamente libere, e vedere quale stato
era il loro, e se si poteva introdurre in Roma. In esempio tra lì antichi ci è
Sparta, tra i moderni Yinegia, state da me di sopra uominate. Sparla fece uno
Re, con un picciolo Senato, che la
governasse. Vinegia non ha diviso il governo con i nomi; ma, sotto una appellazione, lutti quelli che
possono avere amministrazione si chiamano Gentiluomini. Il quale modo lo dette
il caso, più che la prudenza di elùdette loro le leggi: perchè, sendosi ridotti
in su quegli scogli dove è ora quella città, pelle cagioni dette di sopra,
molti abitatori; come furon cresciuti in tanto numero, che a volere vivere insieme bisogna loro far
leggi, ordinorono una forma di governo; c convenendo spesso insieme ne’consigli
a deliberare della città, quando parve loro essere tanti che fussero a
sufficienza ad un vivere politico, chiusono la via a tutti quelli altri che vi
venissino ad abitare di nuovo, di potere convenire ne’loro governi: e, col
tempo, trovandosi in quel luogo assai abitatori
fuori del governo, per dare riputazione a quelli clic governavano, gli
chiamarono Gentiluomini, e gli altri Popolani. Potette questo modo nascere e
mantenersi senza tumulto, perchè quando e’nacque, qualunque allora abita in
Vinegia fu fatto del governo, di modo che nessuno si poteva dolere; quelli che
di poi vi vennero ad abitare, trovando lo Stato fermo c terminato, non
avevano cagione nè comodità di fare tumulto. La cagione non y’era,
perchè non era stato loro tolto cosa alcuna: la comodità non v’era, perché chi
regge gli teneva in freno, c non gl’adopera in cose dove e’ potessino pigliare
autorità. Oltre di questo, quelli che di poi vennono ad abitare Vinegia, non
sono stali molli, c di tanto numero, che vi sia disproporzione da chi gli
governa a loro che sono governati; perchè il numero de’Gentiluomini o
egli è eguale a loro, o egli è
superiore: sicché, per queste cagioni, Vinegia potette ordinare quello Stalo, e
mantenerlo unito. Sparta, come ho detto, essendo governata da un Re c da una stretto Senato, potette
mantenersi così lungo tempo, perchè essendo in Sparta pochi abitatori, ed
avendo tolta la via n chi vi venisse ad abitare, ed avendo prese le leggi di
Licurgo con reputazione, le quali osservando, levano via tutte le cagioni
de’tumulti, poterono vivere uniti lungo tempo: perchè Licurgo colle sue leggi
fece in Sparta più cqualità di sustanze, e meno equalità di grado; perchè quivi
era una eguale povertà, ed i plebei erano manco ambiziosi, perchè i gradi della
città si distendevano in pochi cittadini, ed erano tenuti discosto dalla plebe, uè gli nobili col trattargli
male dettero mai loro desiderio di avergli. Questo nacque dai Re spartani, i
quali essendo collocati in quel principato e posti in mezzo di quella nobiltà,
non avevano maggiore rimedio a tenere fermo la loro degnità, ehc tenere la
plebe difesa da ogni ingiuria: il che fa che la plebe non temeva, c non
desiderava imperio; e non avendo imperio nè
temendo, era levatavia la gara che la potessi avere con !unobiltà, c la cagione
de’tumulti; e poterono vivere uniti lungo
tempo. Ma due cose principali causarono questa unione: T una esser pochi gli
abitatori di Sparta, e per questo poterono esser governati da pochi; l’altra,
che non accettando forestieri nella loro repubblica, non avevano occasione nè
di corrompersi, nè dicrescere in tanto
che la fusse insopportabile a quelli pochi che la governavano. Considerando,
adunque, tutte queste cose, si vede come a’ legislatori di Roma era necessario
fare una delle due cose, a volere che Roma stessi quieta come le sopraddette
repubbliche: o non adoperare la plebe in guerra, corne i Viniziani; o non
aprire la via a’forestieri, come gli Spartani. E loro feceno 1’una e l’altra;
il che dette alla plebe forza ed
augumento, ed infinite occasioni di tumultuare. E se lo stato romano veniva ad essere
più quieto, ne seguiva questo inconveniente, ch’egli era anco più debile, perchè
gli si tronca la via di potere venire a quella grandezza dove ei pervenne: in
modo che volendo Roma levare le cagioni de’tumulti, leva ancole cagioni dello
ampliare. Ed in tutte le cose umane si
vede questo, chi le esaminerà bene: che non si può mai cancellare uno
inconveniente, che non ne surga un altro. Per tanto, se tu vuoi fare un popolo
numeroso ed armato per potere fare un grande imperio, lo fai di qualità che tu
non lo puoi poi maneggiare a tuo modo: se tu lo mantienio piccolo o disarmato
per potere maneggiarlo, se egli acquista dominio, non lo puoi tenere, o
diventa sì vile, che tu sei preda di
quaiunche ti assalta. E però, in ogni nostra deliberazione si debbe considerare
dove sono meno inconvenienti, c pigliare quello per migliore partito: perchè
tutto netto, tutto senza sospetto non si trova mai. Poteva, adunque, Roma a
similitudine di Sparta fare un Principe a vita, fare un Senato piccolo; ma non
poteva, come quella, non crescere il numero de’cittadini suoi, volendo fare un grande imperio; il che fa
che il Re a vita ed il picciol numero del Senato, quanto alla unione, glisarebbe giovato poco. Se alcuno volesse, per
tanto, ordinare una repubblica dinuovo, arebbe a esaminare se volesse ch’ella
ampliasse, come Roma, di dominio e di potenza, ovvero ch’ella stesse dentro a
brevi termini. Nel primo caso, è necessario ordinarla come Roma, edare luogo a’tumulti e alle dissensioni universali,
il meglio che si può; perchè senza gran numero di uomini, e bene armati, non
mai una repubblica potrà crescere, o se la crescerà, mantenersi. Nel secondo caso, la puoi ordinare come Sparta c
come Yinegia: ma perchè l’anipitale è il veleno di simili repubbliche,
tlebbc, in tutti quelli modi che si può,
citi le ordina proibire loro lo
acquistare; perchè tali acquisti fondati sopra una repubblica debole,
sono al tutto la rovina sua. Come intervenne a Sparta ed a Yinegia: delle quali la prima avendosi
sottomessa quasi tutta la Grecia, mostra in su uno minimo accidente il debole
fondamento suo; perchè, seguita la ribellione di Tebe, causata da Pelopitia,
ribellandosi l’altre cittadi, rovinò al tutto quella repubblica. Similmente Yinegia, avendo occupato gran
parte d’Italia, e la maggior parte non con guerra ma con danari e con astuzia,
come la ebbe a fare prova delle forze sue, perde in una giornata ogni cosa.
Crederei bene, che a fare una repubblica che dura lungo tempo, fussi il miglior
modo ordinarla dentro come Sparla o come Yinegia; porla in luogo forte, e di
tale potenza, che nessuno credesse poterla subito opprimere; e dall’altra
parte, non fussi si grande, che la fussi formidabile a’vicini: c così potrebbe
lungamente godersi il suo stato. Perchè, per due cagioni si fa guerra ad una
repubblica: Cuna per diventarne signore, l’altra per paura ch’ella non ti
occupi. Queste due cagioni il sopraddetto modo quasi in tutto toglie via;
perchè, se la è difficile ad espugnarsi, come io la presuppongo, sendo bene ordinata alla difesa,
rade volte accadere, o non mai, che uno possa fare disegno d’acquistarla. Se la
si starà intra i termini suoi, e veggasi per esperienza, che in lei non sia
ambizione, non occorrerà mai che uno per paura di sè gli faccia guerra: e tanto
più sarebbe questo, se e’fusse in lei constituzione o legge che le proibisse
l’ampliare. E senza dubbio credo, clic
polendosi tenere la cosa bilanciata in questo modo, che e’sarebbe il vero
vivere politico, e la vera quiete d’una città. Ma scudo tutte le cose degli
uomini in moto, c non potendo stare salde, conviene che le saglino o clic le
scendino; e a molte cose che la ragione non t' induce, t’induce lo necessità:
talmente che, avendo ordinata una repubblica atta a mantenersi non ampliando, e
la necessità la conducesse ad ampliare,
si verrebbe a torre via i fondamenti suoi, ed a farla rovinare più presto.
Così, dall’altra parte, quando il Cielo le fusse si benigno, che la non avesse
a fare guerra, ne nascerebbe che l’olio
la farebbe o effeminata o divisa; le quali due cose insieme, o ciascuna per sè,
sorebbono cagione della sua rovina. Pertanto, non si potendo, come io credo,
bilanciare questa cosa, nò mantenere
questa via del mezzo a punto; bisogna, nell’ordinare la repubblica, pensare
alla parte più onorevole; ed ordinaria in modo, che quando pure la necessità la
inducesse ad ampliare, ella potesse quello ch’ella avesse occupato, conservare.
E, per tornare al primo ragionamento, credo che sia necessario seguire l'ordine
romano, e non quello dell’altre repubbliche;
perchè trovare un modo, mezzo infra l’uno e l’altro, non credosi possa:
e quelle inimicizie che intra il popolo ed il senato nascessino, tollerarle,
pigliandole per uno inconveniente necessario a pervenire alla romana grandezza.
Perchè, oltre all’altre ragioni allegate dove si dimostra Y autorità tribun zia essere stata necessaria per la
guardia della libertà, si può facilmente considerare il benefizio che fa nelle repubbliche l’autorità
dello accusare, la quale era intra gl’altri commessa a’Tribuni. Quanto siano
necessarie in una repubblica le accuse per mantenere la libertà. A coloro che
in una città sono preposti per guardia della sua libertà, non si può dare
autorità più utile e necessaria, quanto è quella di potere accasare i cittadini
ai popolo, o a qualunque magistrato o consiglio, quando che pcccassino in
alcuna cosa contea allo stato libero.
Questo ordine fa duoi effetti utilissimi ad una repubblica. Il primo è che i
cittadini, per paura di non essere accusati, non tentano cose contro allo
Stato: e tentandole, sono incontinente e senza rispetto oppressi. 1/ altro è che si dà via onde sfogare a quelli
umori che crescono nelle citladi, in qualunque modo, contea a qualunque cittadino: e quando questi umori
non hanno onde sfogarsi ordinariamente, ricorrono a’modi straordinari, che
fanno rovinare in tutto una repubblica. G non è cosa che faccia tanto stabile e
ferma una repubblica, quanto ordinare quella in modo, che l’alterazione di questi umori che l’agitano,
abbia una via da sfogarsi ordinata dalie leggi. Il che si può per molti
esempi dimostrare, e massime per quello
che adduce L. di CORIOLANO, dove ei dice, che essendo irritala contro alla
Plebe la Nobiltà romana, per parerle che l Plebe avesse troppa autorità
mediante la creazione de’Tribuni che la difendevano; ed essendo Roma, come
avviene, venuta in penuria grande di vettovaglie, ed avendo il Senato mandato
per grani in Sicilia; Coriolano, nimico
alla fazione popolare, consiglia come egli era venuto il tempo da potere
gastigare la Plebe, e torte quella autorità die ella si aveva acquistata c in
pregiudizio della nobiltà presa, tenendola affamata, c non li distribuendo il
frumento; la qual sentenza sendo venuta alii orecchi del Popolo, venne in tanta
indegnazione contro a Coriolano, che allo uscire del Senato lo arebbero
tumultuariamente morto, se gli Tribuni non 1’avessero citato a comparire a
difendere la causa sua. Sopra il quale accidente, si nota quello che di sopra
si è detto, #quanto sia utile e necessario che le repubbliche, con le leggi
loro, diano onde sfogarsi oli’ira clic concepc l’universalità contra a uno
cittadino; perchè quando questi modi ordinari non vi siano, si ricorre agli
estraordinari; c senza dubbio questi
fanno molto peggiori effetti che non fanno quelli. Perchè, se
ordinariamente uno cittadino è oppresso, ancora che li fusse fatto torto, ne
seguita o poco o nessuno disordine in la repubblica: perchè l’esecuzione si fa
senza forze private, e senza forze forestiere, che sono quelle che rovinano il
vivere libero; ma si fa con forze ed ordini pubblici, che hanno i termini loro
particolari, nè trascendono a cosa che
rovini la repubblica. E quanto a corroborare questa oppinione con gli esempi,
voglio che degli antichi mi basti questo di Coriolano; sopra il quale ciascuno
consideri, quanto male saria resultato alla repubblica romana, se tumultuariamente
ci fussi stato morto; perchè ne nasceva offesa ila privati a privati, la quale
offesa genera paura; la paura cerca difesa; pella difesa si procacciano i partigiani; dai
partigiani nascono le parti nelle cittadi; dalle parti la rovina di quelle. Ma
sendosi governata la cosa mediante chi ne aveva autorità, si vennero a tór via
tutti quelli mali che ne potevano nascere governandola con autorità privata.
Noi avemo visto ne’nostri tempi, quale novità ha fatto alla repubblica di
Firenze non potere la moltitudine sfogare l’ nniino suo ordinariamente contra a un suo cittadino;
come accadde nel tempo di VALORI, clic era come principe della città: il quale
essendo giudicalo ambizioso da molti, e uomo che volesse con la sua audacia e
animosità trascendere il vivere civile; e non essendo nella repubblica via a
poterli resistere se non con una setta contraria alla sua; ne nacque che non
avendo paura quello, se non di modi
straordinari, si comincia a fare fautori che lo difendessino; dall’altra parte,
quelli clic lo oppugnano non avendo via ordinaria a reprimerlo, pensarono alle
vie straordinarie: intanto che si venne alle armi. E dove, quando pell’ordinario
si fusse potuto opporseli, sarebbe la sua autorità spenta con suo danno solo;
avendosi a spegnere pello straordinario, seguì con danno non solamente suo, ma
di molti altri nobili cittadini. Potrebbesi ancora allegare, a fortificazione
della soprascritta conclusione, l’accidente seguito pur in Firenze sopra
SODERINI; il quale al tutto segui per
non essere in quella Repubblica alcuno modo d’accuse contra alla ambizione
de’potenti cittadini: perchè l’accusare un potente a otto giudici in una
repubblica, non basta: bisogna che i giudici
siano assai, perchè pochi sempre fanno a modo de’pochi. Tanfo che, se
tali modi vi fussono stati, o i cittadini lo arebbono accusato, vivendo egli
male; e per tal mezzo, senza far venire l’esercito spagnuolo, arebbono sfogato
l’animo loro: o non vivendo male, non arebbono avuto ardire operarli contra,
per paura di non essere accusati essi: e cosi sarebbe da ogni parte cessato
quello appetito che fu cagione di
scandalo. Tanto che si può concludere questo, che qualunque volta si vede che
le forze esterne siano chiamate da una parte d’uomini che vivono in una città,
si può credere nasca da’cattivi ordini di quella, per non esser dentro a quello
cerchio, ordine da potere senza modi
islraordinari sfogare i maligni umori che nascono nelli uomini: a che si
provvede al tutto con ordinarvi le
accuse alii assai giudici, e dare riputazione a quelle. Li quali modi furono in
Roma sì bene ordinati, che in tante dissensioni della Plebe e del Senato, mai o
il Senato o la Plebe o alcuno
particolare cittadino non disegnò valersi di forze esterne; perche avendo il
rimedio in casa, non erano necessitati andare per quello fuori. E benché gl’esempi
soprascritti siano assai sufficienti a provarlo, nondimeno ne voglio addurre un
altro, recitato da L. nella sua istoria:
il quale riferisce come, scudo stato in Chiusi, città in quelli tempi
nobilissima in TOSCANA, da uno Lucumone violata una sorella d’Aruntc, c non potendo Arunte vendicarsi pella potenia
del violatore, se n'andò a trovare i Franciosi, che allora regnano in quello
luogo che oggi si chiama Lombardia; e
quelli confortò a venire con annata mano a Chiusi, mostrando loro come con loro
utile lo potevano vendicare della ingiuria ricevuta: che se Arunte avesse veduto potersi vendicare con i modi
della città, non arebbe cerco le forre barbare. Ma come queste accuse sono
utili in una repubblica, così sono inutili e dannose le calunnie. Quanto le
accuse sono utili alle repubbliche,
tanto sono perniziose le calunnie. Non ostante che la virtù di Cnmmillo,
poi ch’egli ebbe libera Roma dall’oppressione de’Franciosi, avesse fatto che
tutti i cittadini romani, parer loro tòrsi reputazione o cedevano a quello;
nondimeno MAULIO Capitolino non poteva sopportare chegli fusse attribuito tanto
onore e tanta gloria; parendogli, quanto alla salute di Roma, per avere salvato
il Campidoglio, aver meritato quanto
CAMMILLO; c quanto all’altre belliche laudi, non essere inferiore a lui. Di
modo che, carico d’invidia, non potendo quietarsi pella gloria di quello, c
veggendo non potere seminare discordia infra i Padri, si volse alla Plebe,
seminando varie oppinioni sinistre intra quelfb. E intra V altre cose che dice,
era come il tesoro il quale si era adunato insieme per dare ai Franciosi, e poi
non dato loro, era stato usurpalo da privati cittadini; e quando si riavesse,
si poteva convertirlo in pubblica utilità, alleggerendo la Plebe da’tributi, o
da qualche privato debito. Queste parole poterono assai nella Plebe; talché
comincia avere concorso, ed a fare u sua posta tumulti assai nella città: la
qual cosa dispiacendo al Senato, e parendogli di momento e pericolosa, crea uno
Dittatore, perchè ei riconoscesse questo
caso, e frenasse lo impeto di MANLIO. Onde che subito il Dittatore lo fa
citare, e eondussonsi in pubblico all’incontro l’uno dell’altro; il Dittatore in mezzo de’Nobili, e
MANLIO in mezzo della Plebe. Fu
domandato Manlio che dove dire, appresso a chi fusse questo tesoro che ei dice,
perchè ne era cosi desideroso il Senato
d’intenderlo come la Plebe: a che MANLIO non risponde particularmenfe;
ma, andando fuggendo, dice come non era necessario dire loro quello die e’si
sapevano: tanto che il Dittatore lo fece mettere in carcere. È da notare per
questo testo, quanto siano nelle città libere, ed in ogni altro modo di vivere,
detestabili le calunnie; e come per reprimerle, si debbe non perdonare a ordine
alcuno che vi faccia a proposito. Nè può essere migliore ordine a torle via,
che aprire assai luoghi alle accuse; perchè quanto le accuse giovano alle
repubbliche, tanto le calunnie nuocono: e dall’altra parte è questa differenza,
che le calunnie non hanno bisogno di testimone, nè d’alcuno altro particulare
riscontro a provarle, in modo che ciascuno da ciascuno può essere calunniato;
ma non può già essere accusato, avendo
le accuse bisogno di riscontri veri, e di circostanze, che mostrino la verità
dell’accusa. Accusatisi gl’uomini a’magistrati, a’popoli, a’consigli;
calunniatisi pelle piazze è per le logge. Usasi più questa calunnia dove si usa
meno 1’accusa, c dove le città sono meno ordinate a riceverle. Però, uno
ordinatore d’una repubblica debbe ordinare che si possa in quella accusare ogni cittadino, senza
alcuna paura o senza alcuno sospetto; e fatto questo e bene osservato, debbe
punire aeremente i calunniatori: i quali non si possono dolere quando siano
puniti, avendo i luoghi aperti a udire le accuse di colui che gli avesse per le
logge calunniato. E dove non è bene ordinata questa parte, seguitano sempre
disordini grandi:perchè le calunnie
irritano, c non castigano i cittadini; e gli irritali pensano di
valersi, odiando più presto, che temendo le cose che si dicono contea a loro.
Questa parte, come è detto, era bene ordinata in Roma; ed è stata sempre male ordinala nella nostra
città di FIRENZE. E come a Roma questo ordine fa molto bene, a FIRENZE questo
disordine fa molto male. E chi legge le istorie di questa città, vedrà quante calunnie sono state in ogni tempo date
a’suoi cittadini che si sono adoperati nelle cose importanti di quella.
Dell’uno dicevano ch’egli aveva rubati danari al comune; dell altro, che non
aveva vinto una impresa per essere stato corrotto; e che quell’altro per sua
ambizione aveva fatto il tale e tale inconveniente. Del che ne nasceva che da
ogni parte ne surgeva odio: donde si veniva
alla divisione; dalla divisione alle sètte; dalle sètte alla rovina. Che
se fusse stato in Firenze ordine d’accusare i cittadini, c punire i
calunniatori, non seguivano infiniti scandali che sono seguiti: perchè quelli
cittadini, o condennati o assoluti che
russino, non arebbono potuto
nuocere alla città; e sarebbono stati accusati meno assai clic non ne erano
calunniali, non si potendo, come ho
detto, accusare come calunniare ciascuno. Ed intra l’altre cose di clic
si è valuto alcuno citadino per ventre alla grandezza sua, sono state queste
calunnie: le quali venendo conira a’cittadini potenti che allo appetito suo si
opponevano, facevano assai per quello; perchè, pigliando la parte del Popolo, e
confirmandolo nella mala oppiatone eh’egli aveva di loro, se lo fece amico. E
benché se ne potesse addurre assai
esempi, voglio essere contento solo d’uno. Era lo esercito fiorentino a campo a
Lucca, comandato da GUICCIARDINI (si veda), commissario di quello. Vollono o i
cattivi suoi governi, o la cattiva sua fortuna, che Ja espugnazione di quella
città non seguisse. Pur, comunque il caso stesse, ne fu incolpato inesser
Giovanni, dicendo com’egli era stato corrotto da’Lucchesi: la quale calunnia
sendo favorita da’nimici suoi, condusse messer Giovanni quasi in ultima
disperazione. E benché, per giustificarsi, ei si volessi mettere nelle mani del
Capitano; nondimeno non si potette mai giustificare, per non essere modi in
quella repubblica da poterlo fare. Di che ne nacque assai sdegno intra li amici
di messer Giovanni, che erano la maggior parte
delli uomini Grandi, ed infra coloro che desideravano fare novità in
Firenze. La qual cosa, e per queste e per altre simili cagioni, tanto crebbe,
che ne seguì la rovina di quella repubblica. Era dunque MANLIO Capitolino
calunniatore, e non accusatore, ed i Romani mostrarono in questo caso appunto,
come i calunniatori si debbono punire. Perchè si debbe fargli diventare
accusatori; e quando 1’accusa si riscon tri vera, o premiarli, o non punirli:
ma quando la non si riscontri vera Uf»5
Come egli è necessario esser solo a volere ordinare una repubblica di
nuovo, o al lutto fuori delti antichi suoi ordini riformarla. E’porrà forse ad
alcuno, che io sia troppo trascorso dentro nella istoria romana, non avendo
fatto alcuna menzione ancora degli ordinatori di quella Repubblica, nè di
quelli ordini che o alla religione o alla milizia riguardassero. E però, non
volendo tenere più sospesi gli animi di coloro che sopra questu parte volessino
intendere alcune cose; dico, come molti per avventura giudicheranno di cattivo
esempio, che uno fondatore d’un vivere civile, quale è ROMOLO, abbia prima
morto un suo fratello, di poi consentito alla morte di Tito TAZIO Sabino,
eletto da lui compagno nel regno; giudicando per questo, che gli suoi cittadini
potessero coll’autorità del loro principe, per ambizione e desiderio di
comandare, offendere quelli che alla loro autorità s’opponessino. La quale
oppinionc sarebbe vera, quando non si considerasse che line l’avesse indotto a
fare lai OMICIDIO. E debbesi pigliare questo per una regola generale: clic non mai o di rado occorre che alcuna
repubblica o regno sia da principio ordinato bene, o al tutto di nuovo fuori
delti ordini vecchi riformato, se non è ordinato d’uno; anzi è necessario che
uno solo sia quello clic dia il modo, e dalla cui mente dependa qualunque
simile ordinazione. Però, uno prudente ordinatore d’una repubblica, e che abbia
questo animo di volere giovare non a sé ma
al BENE COMUNE, non alla sua propria successione ma alla comune patria,
debbe ingegnarsi d’avere l’autorità solo; nè mai uno ingegno savio riprende
alcuno d’alcuna azione istraordinaria, che per ordinare un regno o constituire
una repubblica usasse. Conviene bene, che, accusandolo il fallo, lo effetto lo
scusi; e quando sia buono, come quello di ROMOLO, sempre lo scuserà: perchè
colui che è violento per guastare, non quello che è per racconciare, si debbe riprendere. Debbe
bene in tanto esser prudente e virtuoso, che quella autorità che si ha presa,
non la lasci ereditaria ad un altro: perchè, essendo gl’uomini più proni al
male che al bene, potrebbe il suo successore usare ambiziosamente quello che da
lui virtuosamente fusse stato usato. Oltre di questo, se uno è atto ad ordinare, uoti è la cosa
ordinata per durare molto, quando la rimanga sopra le spalle d’uno; ma si bene,
quando la rimane alla cura di molti, e che a molti stia il mantenerla. Perchè,
cosi come molti non sono atti ad ordinare una cosa, per non conoscere il bene
di quella, causato dalle diverse oppinioni che sono fra loro; cosi conosciuto
che lo hanno, non si accordano a lasciarlo. E che ROMOLO fusse di quelli che
NELLA MORTE DEL FRATELLO e del compagno meritasse scusa; e che quello che fece,
fusse per IL BENE COMUNE, e non per ambizione
propria; lo dimostra lo avere quello subito ordinato uno Senato, con il quale
si consigliasse, e secondo l’oppinione del quale deliberasse. E chi considera
bene P autorità che ROMOLO si riserbò,
vedrà non se ne essere riserbata alcun’altra che comandare alli eserciti
quando s’era deliberata la guerra, e di ragunare il Senato. Il che si vide poi,
quando Roma divenne libera per la cacciata de’Tarquini; dove da’Romani non fu
innovato alcun ordine dello antico, se non che in luogo d’uno Re perpetuo,
fussero duoi Consoli annuali; il che testifica, tutti gli ordini primi di
quella città essere stati più conformi
ad uno vivere civile e libero, che ad uno assoluto e tirannico. Polrebbesi dare
in corroborazione delle cose sopraddette infiniti esempi; come Licurgo, Solonc,
ed nitri fondatori di regni e di repubbliche, i quali poterono, per aversi
attribuito un’autorità, formare leggi a proposito del bene comune; ma gli
voglio lasciare indietro, come cosa nota. Addurronne solamente uno, non si celebre, ma da considerarsi
per coloro che desiderassero essere di buone leggi ordinatori: il quale è, che
desiderando Agide re di Sparta ridurre gli Spartani intra quelli termini che le
leggi di Mcurgo gli avessero rinchiusi, parendoli che per esserne in parte
deviati, la sua città avesse perduto assai di quella antica virtù, e, per
conseguente, di forze e d’imperio; fu ne'suoi primi principii ammazzato dalli
Efori spartani, come uomo che volesse
occupare la tirannide. Ma
succedendo dopo lui nel regno Cleomene c nascendogli il medesimo desiderio per
gli ricordi e scritti eh’egli aveva trovati di Agide, dove si vede quale era la
mente ed intenzione sua, conobbe non potere fare questo bene alla sua patria se
non diventa solo di autorità; parendogli,
pell’ arabizione degli uomini, non potere fare utile a molti contra alla
voglia di pochi: e presa occasione conveniente, fa ammazzare tutti gl’Efori, e
qualunque altro gli potesse contrastare; di poi rinnova in tutto le leggi di
Licurgo. La quale deliberazione era atta a fare risuscitare Sparta, e dare a
Clcomcne quella reputazione che ebbe Licurgo, se non fussc stato la potenza
de’Macedoni e la debolezza dell’altre repubbliche greche. Perchè, essendo dopo
tale ordine assaltato da’Macedoni, e trovandosi per sè stesso inferiore di
forze, c non avendo a chi rifuggire, fu vinto; e restò quel suo disegno,
quantunque giusto e laudabile, imperfetto. Considerato adunque tutte queste
cose, conchiudo, come a ordinare una repubblica è necessario essere solo; c
ROMOLO per LA MORTE DI REMO E DI TAZIO meritare iscusa, e non biasmo. Quanto
sono laudabili i fondatori d’una repubblica o dJ uno regno, tanto quelli dJ una
tirannide sono vituperabili. Intra tutti gli uomini laudati, sono i
laudatissimi quelli die sono stati capi e ordinatori delle religioni. Appresso
dipoi, quelli che hanno fondato o repubbliche o regni. Dopo costoro, sono
celebri quelli che, preposti alti
esercìti, hanno ampliato o il regno loro, o quello della patria. A questi si
aggiungono gli uomini iilterati; e perchè questi sono di più ragioni, sono
celebrati ciascuno d’essi secondo il grado suo. A qualunque altro uomo, il
numero de’quali è infinito, s’attribuisce quut’ che parte di laude, la quale
gli arreca l’arte e l’esercizio suo. Sono, pello contrario, infumi e
detestabili gli uomini destruttori delle
religioni, dissipatori de’regni e delie
repubbliche, inimici delle virtù, delle lettere, e d'ogni altra arte che
arrechi utilità ed onore alla umana generazione; come sono gli empii e
violenti, gl’ignoranti, gl’oziosi, i vili, e i dappochi. E nessuno sarà mai sì
pazzo o si savio, si tristo o si buono, che, propostogli la elezione delle due
qualità d’uomini, non laudi quella che è
da laudare, e Biasini quella che è da biasmare: nientedimeno, di poi, quasi
tutti, ingannati da un falso bene e da una falsa gloria, si lasciano andare, o
voluntariamente o ignorantemente, ne’gradi di coloro che meritano più biasimo
che laude; c potendo fare, con perpetuo loro onore, o una repubblica o un
regno, si volgono alla tirannide: nè si avveggono per questo partito quanta
fama, quanta gloria, quanto onore,
sicurtà, quiete, con satisfazione d’animo, e’fuggono; e in quanta infamia,
vituperio, biasimo, pericolo e inquietudine incorrono. Ed è impossibile che
quelli che in stato privato vivono in una repubblica, o che per fortuna o virtù
ne diventano principi, se leggcssino l’istorie, e delle memorie delle antiche
cose facessino capitale, che non volessero quelli tali privati, vivere nella loro patria piuttosto
Soipioni che Cesari; e quelli che sono principi, piuttosto Agesilai, Timolconi
e Dioni, clic Nabidi, Falari e Dionisi: perchè vedrebbono questi essere
sommamente vituperati, e quelli eccessivamente laudati. Vedrebbono ancora come
Timoleone e gli altri non ebbero nella
patria loro meno autorità che si avessiuo
Dionisio e Falari; ma vedrebbono
di lungo avervi avuto più sicurtà. Nè sia alcuno che si inganni pella
gloria di Cesare, sentendolo, massime, celebrare dagli scrittori: perchè questi
che lo laudano, sono corrotti dalla fortuna sua, e spauriti dalla lunghezza
dello imperio, il quale reggendosi sotto quel nome, non permette che gli
scrittori parlassero liberamente di lui. Ma chi vuole conoscere quello che gli
scrittori liberi ne direbbono, vegga
quello che dicono di CATILINA. E tanto è più detestabile GIULIO (si veda)
CESARE, quanto più è da biasimare quello che ha fatto, che quello che ha voluto
fare un inule. Vegga ancora con quante laudi celebrano BRUTO (si veda); talché,
non potendo biasimare quello pella sua
potenza, e’celebrano il nemico suo. Consideri ancora quello eh’ è
diventato principe in una repubblica,
quante laudi, poiché ROMA fu diventata imperio, meritarono più quelli
imperadori che vissero sotto le leggi e come principi buoni, che quelli che
vissero al contrario: e vedrà come a Tito, Nerva, Traiano, ADRIANO, Antonino e
Marco, non erano necessari i soldati
pretoriani nè la moltitudine delle legioni a difenderli, perchè i costumi L
loro, la benivolenza del Popolo, l’amore
i del Senato gli difende. Vedrà ancora
come a Caligola, Nerone, Vitellio, ed a tanti altri scellerati imperadori, non
bastarono gl’eserciti orientali ed occidenItili a salvarli conira a quelli
nemici, che li loro rei costumi, la loro malvagia vita aveva loro generati. E
se la istoria di costoro fusse ben considerata, sarebbe assai ammaestramento a
qualunque priucipe, a mostrargli la via
della gloria o del biasmo, e della sicurtà o del timore suo. Perchè, di
ventisei imperadori che furono da Cesare a Massimiuo, sedici ne furono
ammazzati, dicci morirono ordinariamente; c se di quelli che furono morti ve ne
fu alcuno buono, come Galba e Pertinace, fu morto da quella corruzione che lo
antecessore suo aveva lasciata nc’soldati. E se tra quelli che morirono ordinariamente ve ne fu alcuno scellerato,
nome Severo, nacque d’una sua grandissima fortuna e virtù; le quali due cose
pochi uomini accompagnano. Vedrà ancora, pella lezione di questa istoria, come
si può ordinare un regno buono: perchè tutti gl'imperadori che succederono all’imperio
per eredità, eccetto Tito, furono cattivi; quelli che per adozione, furono
tutti buoni, come furono quei cinque da Nervo a Marco: e come P imperio cadde
negli eredi, ei ritornò nella sua rovina. Pongasi, adunque, innanzi un principe
i tempi da Nerva a Marco, e conferiscagli con quelli che erano stati prima e
che furono poi; edipoi elegga in quali volesse essere nato,o a quali volesse
essere preposto. Perchè in quelli governali da’buoni, vedràun principe sicuro
in mezzo de’suoi sicuri cittadini, ripieno di pace e di giustizia il mondo:
vedrà il Senato con la sua autorità, i magistrati con i suoi onori; godersi i
cittadini ricchi le loro ricchezze; la nobiltà c la virtù esaltata: vedrà ogni
quiete ed ogni bene; e, dall’altra parte, ogni rancore, ogni licenza, corruzione
e ambizione spenta: vedrà i tempi aurei, dove ciascuno può tenere e difendere
quella oppinione che vuole. Vedrà, in fine, trionfare il mondo; pienodi
riverenza e di gloria il principe, d’amore e di sveurilà i popoli. Se
considererà, di poi, tritamente i tempi degli altri imperadori, gli vedrà atroci
per le guerre, discordi per le sedizioni, nella pace e nella guerra crudeli: tanti principi morti
col ferro, tante guerre civili, tante esterne; P Italia afflitta, e piena di nuovi
infortunii; rovinate e saccheggiate le città
di quella. Vedrà Roma arsa, il Campidoglio da’suoi cittadini disfatto, desolati
gl’antichi templi, corrotte le cerimonie, ripiene le città di adulterii: vedrà
il mare pieno di esilii, gli scoglipieni
di sangue. Vedrà in Roma seguire innumerabili crudeltadi; e la nobiltà, le
ricchezze, gli onori, e sopra tutto ia virtù essere imputata a peccato
capitale. Vedrà premiare li accusatori, essere corrotti i sèrvi contro al
signore, i liberi contro al padrone; e quelli a chi fusscro mancati i nemici,
essere oppressi dagli amici. E conoscerà allora benissimo quanti obblighi Roma,
Italia, e il mondo abbia con Cesare. E senza, dubbio, se e’ sarà nato d’uomo,
si sbigottirà I da ogni imitazione dei tempi cattivi, c accenderassi d’uno
immenso desiderio di seguire i buoni. E veramente, cercando un principe la gloria del mondo, doverrebbe
desiderare di possedere una città corrotta, non per guastarla in tutto come
Cesare, ma per riordinarla come lloinolo. E veramente i cieli non possono dare
all i uomini maggiore occasione di gloria, nè li uomini la possono maggiore
desiderare. E se, a volere ordinare bene una città, si avesse di necessità n dcporrc il principato, meriterebbe quello
clic non la ordinasse, per non cadere di quel grado, qualche scusa: ma
potendosi tenere il principato ed
ordinarla, non si merita scusa alcuna. E in somma, considerino quelli a
chi i cieli danno tale occasione, come sono loro proposte due vie: 1’una che
gli fa vivere sicuri, e dopo la morte gli rende gloriosi; I’altra gli fa vivere in continove angustie, e dopo la
morte lasciare di sè una sempiterna infamia. Delta religione de’Romani. Ancora
che Roma avesse il primo suo ordinatore ROMOLO,
e che da quello abbia riconoscere come figliuola il nascimento e la
educazione sua; nondimeno, giudicando i cieli che gli ordini di ROMOLO non
bastano a tanto imperio, niessono nel petto del Senato romano di eleggere NUMA
(si veda) Pompilio per SUCCESSORE A ROMOLO, acciocché quelle cose che da lui
fossero state lasciate indietro, fossero da Numa ordinate. II quale trovando un popolo ferocissimo, e volendolo
ridurre nelle ubbidienze civili con le arti della pace, si volse alla
religione, come oosa al tutto necessaria a volere mantenere una civiltà; e la
costituì in modo, che per più secoli non fu mai tanto timore di Dio quanto in quella Repubblica: il che facilitò
qualunque impresa che il Senato o quelli grandi uomini romani disegnassero
fare. E ehi discorrerà infinite azioni,
e del popolo di Roma lutto insieme, e di molli de’Romani di per sé, vedrà come
quelli cittadini temevano più assai rompere il giuramento che le leggi; come
coloro clic stimavano più la potenza di
Dio, che quella degli uomini: come si vede manifestamente per gli esempi di
SCIPIONE e di MANLIO TORQUATO. Perchè, dopo la rotta che Annibale aveva dato
a’Romani a Canne, molti cittadini si
erano adunati insieme, c sbigottiti e paurosi
si erano convenuti abbandonare l’ITALIA, e girsene in Sicilia: il che
sentendo SCIPIONE, gli andò a trovare, e col ferro ignudo in mano gli costrinse
a giurare di non abbandonare la patria. LUCIO MANLIO, padre di TITO MANLIO, che
fu di poi chiamato Torquato, era stato
accusato da MARCO POMPONIO, Tribuno
della plebe; ed innanzi che venissi il
di del giudizio, Tito andò a trovare Marco, e minacciando d’ammazzarlo se non
giura di levare l’accusa al padre, lo costrinse al giuramento; e quello, per
timore avendo giurato, gli levò t'accusa. E cosi quelli cittadini i quali
l'amore della patria e le leggi di quella non ritenevano in ITALIA, vi furon ritenuti da un giuramento che furono forzati a pigliare; e quel Tribuno
pose da parte l'odio che egli aveva col padre, la ingiuria che gli aveva fatta
il figliuolo, c i’onore suo, per ubbidire al giuramento preso: il che non
nacque da altro, che da quella religione che Numa aveva introdotta in quella
città. E vedesi, chi considera bene le istorie romane, quanto serviva la
religione a comandare agli eserciti, a
riunire la plebe, a mantenere gli uomini
buoni, a fare vergognare li tristi. Talché, se si avesse a disputare a quale
principe Roma fusse più obbligata, o a ROMOLO o a Numa, credo più tosto Numa
otterrebbe il primo grado: perchè dove è religione, facilmente si possono
introdurre l’armi; e dove sono l’armi e non religione, con diflìcultà si può
introdurre quella. E si vede che a ROMOLO
per ordinare il Senato, e per
fare altri ordini civili e militari, non gli fu necessario dell’ autorità di
Dio; ma fu bene necessario a Numa, il quale simulò di avere congresso con una
Ninfa, la quale lo consiglia di quello ch’egli avesse a consigliare il popolo:
e tutto nasce perchè voleva mettere ordini nuovi ed inusitati in quella città,
e dubita che la sua autorità non basta. G veramente, mai non fu alcuno
ordinatore di leggi straordinarie in uno popolo, che non ricorresse a Dio;
perchè altrimenlc non sarebbero accettate: perchè sono molli beni conosciuti da
uno prudente, i quali non hanno in sè ragioni evidenti da potergli persuadere
ad altri. Però gli uomini savi, che vogliono torre questa diflìcultà, ricorrono a Dio. Cosi fece Licurgo, cosi Solone, cosi
molti altri che hanno avuto il medesimo
fine di loro. Ammirando, adunque, il popolo romano la bontà e la prudenza sua,
cede ad ogni sua deliIterazione, Ben è vero che l’essere quelli tempi pieni di
religione, e quelli uomini, con i quali egli aveva a travagliare, grossi, gli
detlono facilità grande a conseguire i disegni suoi, potendo imprimere in loro
facilmente qualunche nuova forma. E senza dubbio, ehi volesse ne’presenti tempi fare una repubblica, più
facilità troverebbe negli uomini montanari, dove non è alcuna civilità, che in
quelli che sono usi a vivere nelle
città, dove la civilità è corrotta: ed uno scultore trarrà più facilmente una
bella statua d’uno marmo rozzo, che
d’uno male abbozzato d’altrui. Considerato adunque tutto, conchiudo che la
religione introdotta da Piuma fu intra le
prime cagioni della felicità di quella città: perchè quella causò buoni
ordini; i buoni ordini fanno buona fortuna; e dalla buona fortuna nacquero i
felici successi delle imprese. E come la osservanza del culto divino è cagione
delia grandezza delle repubbliche, cosi il dispregio di quella è cagione della
rovina d’esse. Perchè, dove manca il timore di Dio, conviene che o quel regno
rovini, o che sia sostenuto dal timore d’un principe che supplisca a’difetti
della religione. E perchè i principi sono di corta vita, conviene che quel
regno manchi presto, secondo che manca la virtù d’esso. Donde nasce che i regni
i quali dependono solo dalla virtù d’uno uomo, sono poco durabili, perchè
quella virtù manca colla vita di quello; e rade volte accade che la sia
rinfrescata colla successione, come prudentemente ALIGHIERI (si veda) dice:
tt Rade
volte risurge per li ramiL'umana
probitade: e questo vuolo Quel
che la dà, perchè da lui si chiami. „Non
è, adunque, la salute di una repubblica o d’uno regno avere uno principe che
prudentemente governi mentre vive; ma uno che l’ordini in modo, clic, morendo
ancora, la si mantenga. E benché agli uomini rozzi più facilmente si persuade uno ordine o una oppinione nuova,
non è per questo impossibile persuaderla ancora agli uomini civili, e che si
presumono non essere rozzi. Al popolo di Firenze non pare essere nè ignorante
nè rozzo: nondimeno da Savonarola fu persuaso che parla con Dio. lo non voglio
giudicare s’egli era vero o no, perchè d’un tanto uomo se ne debbe parlare con
reverenza: ma io dico bene, che infiniti
lo credevano, senza avere visto cosa nessuna istraordinaria da farlo loro
credere; perchè la vita sua, la dottrina, il soggetto che prese, erano
sufhzienti a fargli prestare fede. Non sia, pertanto, nessuno che si
sbigottisca di non potere conseguire quello che è stato conseguito da altri;
perchè gli uomini, come nella Prefazione nostra si disse, nacquero, vissero e
morirono sempre con un medesimo ordine.
Di quanta importanza sia tenere conto della religione j e come la Italia per
esserne mancata mediante la Chiesa
romana y è rovinata. Quelli principi, o quelle repubbliche, le quali si
vogliono manienere incorrotte, hanno sopra ogni altra cosa a mantenere
incorrotte le cerimonie della religione, e tenerle sempre nella loro
venerazione; perchè nissuno maggiore
indizio si puote avere della rovina d’una provincia, che vedere dispregiato il
culto divino. Questo è facile a intendere, conosciuto che si è in su che sia
fondata la religione dove l’uomo è nato; perchè ogni religione ha il fondamento
della vita sua in su qualche principale ordine suo. La vita della religione
gentile era fondata sopra i responsi delti oracoli e sopra la setta delli
aridi e delli aruspici: tutte le altre
loro cerimonie, sacrifìcii, riti, dependevano da questi; perchè loro facilmente
credevano che quello Dio che ti poteva predire il tuo futuro bene o il tuo
futuro male, te lo potessi ancora concedere. Di qui nascevano i tempii, di qui
i sacrifici!, di qui le supplicazioni, ed ogni altra cerimonia in venerarli:
perchè l’oracolo di Deio, il tempio di GIOVE Aminone, ed altri celebri oracoli, tenevano il mondo
in ammirazione, e devoto. Come costoro cominciarono dipoi a parlare n modo
de’potenti, e questa falsità si fu scoperta ne’popoli, divennero gli uomini
increduli, ed atti a perturbare ogni ordine buono. Debbono, adunque, i Principi
d’uria repubblica o d’un regno, i fondamenti della religione che loro tengono,
mantenerli; e fatto questo, sarà loro facil cosa a mantenere la loro repubblica
religiosa, e, per conseguente, buona ed unita. C debbono, tutte le cose che
nascono in favore di quella, come che le giudicassino false, favorirle ed
accrescerle; e tanto più Io debbonofare, quanto più prudenti sono, e quanto più
conoscitori delle cose naturali. E perchè questo modo c stato osservato dagli
uomini savi, ne è nata l’oppinione dei
miracoli, che si celebrano nelle religioni eziandio false: perchè i
prudenti gli aumentano, da qualunche principio e’si nascano; e l’autorità loro
dà poi a quelli fede appresso a qualunque. Di questi miracoli ne fu a Roma
assai; e intra gli altri fu, che saccheggiando i soldati romani la città
de’Veienti, alcuni di loro entrarono nel tempio di Giunone, ed accostandosi
alla immagine di quella, e dicendole vis
venire Romani, parve od alcuno vedere che la accennasse; ad alcun altro, che
ella dicesse di si. Perchè, sendo quelli uomini ripieni di religione (il che
dimostra L. perchè nell’entrare nel tempio, vi entrarono senza tumulto, tutti
devoti e pieni di reverenza), parve loro udire quella risposta che alla domanda
loro per avventura si avevano presupposta: la quale oppiuione e credulità, da
Cammillo e dagli altri principi della città fu ni tutto favorita ed
accresciuta. La quale religione se ne’ Principi della repubblica cristiana si fusse mantenuta,
secondo che dal datore d’essa ne fu ordinato, sarebbero gli stati e le
repubbliche cristiane più unite e più felici assai ch’elle non sono. Nè si può
fare altra maggiore conieltura della declinazione d’essa, quanto è vedere come quelli popoli che sono più propinqui
alla Chiesa romana, capo della religione nostra, hanno meno religione. E chi
considerasse i fondamenti suoi, e vedesse l’uso presente quanto è diverso da
quelli, giudicherebbe esser propinquo, senza dubbio, o la rovina o il flagello.
E perchè sono alcuni d’oppinione, che’l
ben essere delle cose d’Italia dipende dalla Chiesa di Roma, voglio contro ad essa discorrere quelle ragioni che
mi occorrono: e ne allegherò due potentissime, le quali, secondo me, non hanno
repugnanza. La, prima è, che per gli
esempi rei di quella i corte, questa provincia ha perduto oguI divozione ed
ogni religione: il clic si i lira dietro infiniti inconvenienti e infiniti
disordini; perchè, così come religione si presuppone ogni bene, dove ella manca
si presuppone il contrario. Abbiamo,
adunque, colla Chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obbligo, d’essere
diventati senza religione c cattivi: ma ne abbiamo ancora un maggiore, il quale
è cagione della rovina nostra. Questo è die la Chiesa ha tenuto e tiene questa
nostra provincia divisa. E veramente, alcuna provincia non fu mai unita o
felice, se la non viene tutta alla
obedienza d’una repubblica o d’uno
principe, come è avvenuto alla Francia. E la cagione che la Italia non sia in
quel medesimo termine, nè abbia aneli’ella
o una repubblica o uno principe che la governi, è solamente la Chiesa;
perchè, avendovi abitalo e tenuto imperio temponile, non è stata sì potente nè
dì tal virtù, che l'abbia potuto occupare il restante d’Italia, e farsene
principe; e non è stata, dall’altra parte, si debile, che, per paura
di non perder il dominio delie cose temporali, la non abbi potuto convocare uno
potente che la difenda contra a quello che in Italia fusse diventato troppo
potente: come si è veduto anticamente per assai esperienze, quando mediante
Carlo Magno la ne cacciò i Lombardi, eh’ era no già quasi
re di tutta Italia; e quando ne’
tempi nostri ella tolse la potenza a’Veneziani con l’aiuto di
Francia; di poi ne cacciò i Franciosi
eoa l’aiuto de’ Svizzeri. Non essendo, dunque, stata la Chiesa potente da
potere occupare l’Italia, nè avendo permesso che un altro la occupi, è stata
cagione che la non è potuta venire sotto un capo; ma è stata sotto più principi
e signori, da’quali è nata tanta disunione e tanta debolezza, che la si è
condotta ad essere stata preda, non
solamelile di barbari polenti, ma di qualunque I’ assalta. Di clic noi altri
Italiani abbiamo obbligo colla Chiesa, c non con altri. E chi ne volesse per
esperienza certa vedere più pronta la verità, bisognerebbe che fusse di tanta
potenza, che mandasse ad abitare la corte romana, coll’autorità che l’ha in
Italia, in le terre de’Svizzeri; i quali oggi sono quelli soli popoli che vivono, e quanto alla religione e quanto
agli ordini militari, secondo gli antichi: e vedrebbe che in poco tempo
furebbero più disordine in quella provincia i costumi tristi di quella corte,
che qualunchc altro accidente clic in qualunche tempo vi potessi surgere. Come
t Romani si servirono della religione per ordinare la città, e per seguire le
loro imprese e fermare i tumulti. Ei non mi
pare fuor di proposito addurre alcuno esempio dove i Romani si servirono
della religione per riordinare la cillà, e per seguire l’imprese loro; e
quantunque in L. ne siano molti,
nondimeno voglio essere contento a questi. Avendo creato il Popolo romano i
Tribuni, di potestà consolare, e, fuorché uno, tutti plebei; ed essendo occorso
quello anno peste c fame, e venuti certi prodigii; usorono questa occasione i
Nobili nella nuova creazione de’Tribuni, dicendo che li Dii erano adirati per
aver Roma male usata la maestà del suo imperio, e che non era altro rimedio a
placare gli Dii, che ridurre la elezione de’Tribuni nel luogo suo: di che
nacque che la Plebe, sbigottita da questa religione, creò i Tribuni tutti
nobili. Vedesi ancora nella espugnazione della città de’Ycienti, come i capitani degli eserciti si valeno
della religione per tenergli disposti ad una impresa: ehè essendo il lago
Albano, quello anno, cresciuto mirabilmente, ed essendo i soldati romani in
fastiditi pella lunga ossidione, e volendo tornarsene a Roma, trovarono i
Romani, come Apollo e certi altri responsi dicevano che quell’anno si
espugnerebbe la città de’Veienti, che si deriva il Ingo Albano: la qual cosa fece ai soldati
sopportare i fastidi della guerra e della ossidione, presi da questa speranza d’espugnare
la terra; e stettono contenti a seguire la impresa, tanto che Cammillo fatto
Dittatore espugna detta città, dopo dieci anni che l’era stala assediata. E
cosi la religione, usata bene, giovò e pella espugnazione di quella città, e pella
restituzione dei Tribuni nella Nobiltà:
chè senza detto mezzo difficilmente si sarebbe condotto e l’uno e
l’altro. Non voglio mancare di addurre a questo proposito un altro esempio.
Erano nati in Roma assai tumulti per cagione di Terentillo Tribuno, volendo lui
promulgare certa legge, per le cagioni che di sotto nel suo luogo si diranno; e
tra i primi rimedi che vi usò la Nobiltà, fu la religione: della quale si
servirono i duo modi. Nel primo fecero
vedere i libri Sibillini, e rispondere, come alla città, mediante la civile
sedizione, soprastavano quello anno pericoli di non perdere la libertà: la qual
cosa, ancora che fusse scoperta da’ Tribuni, nondimeno messe tanto terrore ne’petti
della plebe, che la raffreddò nel seguirli. L’altro modo fu, che avendo uno
APPIO ERDONIO, con una moltitudine di sbanditi e di servi, in numero di quattromila uomini,
occupato di notte il Campidoglio, in tanto che si poteva temere, che se gli
Equi ed i Volsci, perpetui nemici al nome romano, ne fossero venuti a Roma, la
arebbono espugnata; e non cessando i Tribuni per questo d’insistere nella
pertinacia loro di promulgare la legge Terentilla, dicendo che quello in sulto
era fittizio c non vero: uscì fuori del
Senato uno Publio Rubezio, cittadino grave e di autorità, con parole
parte amorevoli, parte minacciatiti, mostrandoli i pericoli della città, e l’intempestiva
domanda loro; tanto che e’constrinse la Plebe a giurare di non si partire dalla
voglia del Consolo: onde che la Plebe obediente, per forza ricupera il
Campidoglio. Ma essendo in tale espugnazione morto Publio Valerio consolo,
subito fu rifatto consolo Tito Quinzio;
il quale per non lasciare riposare la Plebe, nè darle spazio a ripensare alla
legge Terentilla, le comanda s’uscissi di Roma per andare contra a’Volsci,
dicendo che per quel giuramento aveva fatto di non abbandonare il Consolo, era
obbligata a seguirlo: a che i Tribuni s’opponevano, dicendo come quel
giuramento s’era dato al Consolo MORTO, e non a lui. Nondimeno L. mostra, come la Plebe per paura della
religione volle più presto obedire al Consolo, che credere a’ Tribuni; dicendo
in favore della antica religione queste parole: Nondum htiDPj quce nunc tenet
sceculum, negligcntict Dcùm venerai, nec
interpretando sibi quisque jasjurandum et legcs aplas a La ‘faciebal. Per la
qual cosa dubitando i Tribuni di non perdere allora tutta la lor degnila, s’accordarono col
Consolo di stare all’obedienza di quello; e che per uno anno non si ragionasse
della legge Terentilla, ed i Consoli per uno anno non potessero trarre fuori la
Plebe alla guerra. E cosi la religione fa al Senato vincere quella diffìcultà,
che senza essa mai non arebbe vinto. I Romani interpretano gli auspicii secondo
la necessità, con la prudenza mostravano
d’osservare la religione j quando forzali non l’osservavano; c se alcuno
(emwariamente la dispregia, lo punivano. Non solamente gl’auguri! erano il
fondamento in buona parte dell'antica religione de’Gentili, ma ancora erano
quelli che erano cagione del bene essere della Repubblica romana. Donde i
Romani ne uvevano più cura che d’alcuno altro ordine di quella; ed usavangli ne’comizi consolari, nel
principiare l’imprese, nel trai’ fuori gl’eserciti, nel fare le giornate, ed in
ogni azione loro importante, o civile o militare; nè maisarebbono iti ad una
espedizionc, che non avessino persuaso ai soldati che gli Dei promettevano loro la vittoria. Ed infra
gli altri nuspicii, avevano negli eserciti certi ordini di aruspici, che
e’chiamavano Pollarii: e qualunque volta
eglino ordinavano di fare la giornata col nemico, volevano che i Pollarii
fucessino i loro auspicii; e beccando i polli, combattevano con buono augurio:
non beccando, si astenevano dalla zuffa. Nondimeno, quando la ragione mostra
loro una cosa doversi fare, non ostante che gli auspicii fossero avversi, la fannp
in ogni modo; ma rivoltavanla con termini e modi tanto attamente, che non pare che la fucessino con dispregio
dello religione: il quale termine fu usato da
Papirio consolo in una zuffa clic fece importantissima coi Sanniti, dopo
la quale restorno in lutto deboli ed afflitti. Perchè sendo Papirio in su’campi
rincontro ai Sanniti, e parendogli avere nella zuffa la vittoria certa, e
volendo per questo fare la giornata, comandò ai Pollarii che fucessino i
loro auspicii; ma non beccando i polli,
e veggendo il principe de’Pollarii la gran disposizione dello esercito di
combattere, e la oppinione che era nei capitano cd in tutti i soldati di
vincere, per non torre occasione di bene operare a quello esercito, riferi al
Consolo come gli auspicii procedevano bene: talché Papirio ordinando le squadre,
ed essendo d’alcuni de' Pollarii detto a certi soldati, i polli non aver
beccato, quelli lo dissono a Spurio Papirio nipote del Consolo; e quello
riferendolo al Consolo, rispose subito, eh’ egli attendesse a fare l’oflìzto
suo bene, e che quanto a lui ed allo esercito gli auspicii erano rolli; e se il
Pollarlo aveva detto le bugie, ritornerebbono in pregiudicio suo. E perchè lo effetto corrispondesse al pronostico,
comandò ni legati clic constituìssino i Pollarii nella primo fronte della
zuffa. Onde nacque che, andando contra ai nemici, sendo da un soldato romano
tratto uno dardo, a caso ammazzò il principe de’Pollarii; la qual cosa udita il
Console, disse come ogni cosa procede bene, e col favore degli Dii; perchè lo
esercito colla morte di quel bugiardo si era purgato da ogni colpa, e da ogni
ira che quelli avessino preso contra di lui.
E cosi, col sapere bene accomodare t disegni suoi agli auspicii, prese
partito di azzuffarsi, senza clic quello esercito s’avvedesse che in alcuna
parte quello avesse negletti gl’ordini della loro religione. Al contrario fece
APPIO Pillerò in Sicilia, nella prima guerra punica: che volendo azzuffarsi con
l’esercito cartaginese, fa fare gli auspicii a’Pollarii; e referendogli quelli,
come i polli non beccavano, disse: veggiamo
se volessero bere; e gli fece giUare in mare. Donde che, azzuffandosi, perdette
la giornata: di che egli ne fu a Roma condennato, e Papirio onorato; non tanto
per aver l’uno vinto e l’altro perduto, quanto per aver 1’uno fatto contra agli
auspicii prudentemente e l’altro temerariamente. Nè ad altro line tende questo
modo dello aruspicare, che di fare i soldati
confidentemente ire alla zuffa; dalla quale confidenza quasi sempre uasce la vittoria. La qual cosa fu non
solamente usala dai Romani, ma dalli esterni: di che mi pare d’addurre uno
esempio. Come i Sanniti, per estremo rimedio alle cose loro afflitte, ricorsono
alla religione. Avendo i Sanniti avute più rotte dai Romani, ed essendo stati
per ultimo distrutti in Toscana, e morti i loro
eserciti e gli loro capitani; ed essendo stali vinti i loro compagni, come Toscani, Franciosi ed
Umbri; ncc suis, nec extcrnis viribus jam slare polcrant: t amen bello non
abstinebantj adeo ne infeliciler quidem defensae libcrtatis tcedcbalj et vinci quarti non tentare victorianij
malebant. Onde deliberarono far ultima prova: e perché ei sapevano che a voler
vincere era necessario indurre
ostinazione negli animi de’soldati, c che a indurla non v’era miglior
mezzo che la religione; pensarono di ripetere uno antico loro sacrifìcio,
mediante Ovio Faccio, loro sacerdote. Il quale ordinarono in questa forma: che,
fatto il sacrificio solenne, e fatto intra le vittime morte e gli altari accesi
giurare lutti i capi dello esercito, di non abbandonare mai la zuffa, citarono
i soldati ad uno ad uno; ed intra quelli
altari, nel mezzo di più centurionicon le spade nude in mano, gli facevano
prima giurare che non ridirebbono cosa che vedessino o sentissino; di poi, con
parole esecrabili e versi pieni di spavento, gli facevano giurare e promettereagli Dii, d’essere presti dove gli imperadori gli
comandassino, c di non si fuggire mai dalla zuffa, e d’ammazzarequalunque
vedessino che si fuggisse: la qual cosa
non osservata, torna sopra il capo della sua
famiglia e della su stirpe. Ed essendo sbigottiti alcuni diloro, non
volendo giurare, subito da’ loro centurioni erano morti; talché gli altriche
succedevano poi, impauriti dalla ferocità dello spettacolo, giurarono tutti.E
per fare questo loro assembramento più
magnifico, sendo quarantamila uomini, ne vestirono la metà di pannibianchi, con creste e pennacchi
sopra lecelate; e così ordinati si posero presso ad Aquilonia. Contra a costoro
venne Papirio; il quale, nel confortare i suoi soldati, disse: Non enim crislas
vulnerafacere, et pietà alque aurata scuta transirc ttomanum pileum. E per
debilitarela oppinione clic avevano i suoi soldatide’ nemici per i) giuramento. preso, disse che quello era
per essere loro a timore, non a
fortezza; perchè in quel medesimo tempo
avevano uvere paura de’cittadini, degli Dii, c de’nemici. E venuti al
conflitto, furono superati i Sanniti; perchè la virtù romana, ed il timore conccputo
pelle passate rotte, superò qualunque ostinazione ei potessino avere presa per
virtù della religione e per il giuramento preso. Nondimeno si vede come a lóro
non parve potere avere altro rifugio, nè
tentare altro rimedio a poter pigliare speranza di ricuperare la perduta virtù.
Il che testifica appieno, quanta confidcnzia si possa avere mediante la
religione bene usata. E benché questa parte piuttosto, per avventura,
sirichiederebbe esser posta intra le cose estrinseche; nondimeno, dependendo d’uno
ordine de’più importanti della Repubblica di Roma, mi è parso da commetterlo in
questo luogo, per non dividere questa materia, cd averci aritornare più volte. Un
popolo uso a vìvere sotto un principe, se per qualche accidente diventa libero,
con difficultà mantiene la libertà. Quanta difficultà sia ad uno popolo uso a
vivere sotto un principe, preservare di poi la libertà, se per alcuno accidente
l’acquista, come l’acquistò Roma dopo la
cacciala de’Tarquini; io dimostrano
infiniti esempi che si leggono nelle memorie delle antiche istorie. E tale
difficultà è ragionevole; perchè quel popolo è non altrimenti che uno animale
bruto, il quale, ancora che di feroce natura e silvestre, sia stato nudrito
sempre in carcere ed in servitù, che di poi lasciato a sorte in una campagna
libero, non essendo uso a pascersi, nè sappiendo le latebre dove siabbia
a rifuggire, diventa preda del primo che cerca rincatenarlo. Questo
medesimo interviene ad uno popolo, il quale setido uso a vivere sotto i governi
d’altri, non snppiendo ragionare nè delledifese o offese pubbliche, non
cognoscendo i principi nè essendo conosciutoila loro, ritorna presto sotto un
giogo, il quale il più delle volte è più grave che quello che per poco innanzi
si avevalevato d’in su’1 collo: e
trovasi in queste difficullà, ancora che la materia non sia in tutto corrotta;
perchè in uno popolo dove in lutto è entrata la corruzione, non può, non che picciol tempo, ma punto vivere
libero: e però i ragionamenti nostri sono di quelli popoli dove la corruzione
non sia ampliata assai, c dove sia più del buono che del guasto. Aggiungesi
alla soprascritta, un’altra difficultò; la quale è che lo Stato che diventa
libero si fa partigiani nemici, e non partigiani amici. Partigiani nemici gli diventano
tutti coloro che dello Stalo tino dei dìscorsi Tannico si prevalevano,
pascendosi delle ricchezze del principe; a’quali sendo tolta la facoltà del
valersi, non posso vivere contenti, e sono forzati ciascuno di tentare di
riassumere la tirannide, per ritornare
nell’autorità loro. Non si acquista partigiani amici; perchè il vivere libero propone onori e
premii, mediami alcune oneste e determinate cagioni, e fuori di quelle non premia
nè onora alcuno; e quando unoha quelli onori e quelli utili che gli
paremeritare, non confessa avere obbligo concoloro che lo rimunerano. Oltre a
questo, quella comune utilità che del viverelibero si trae, non è da alcuno,
mentreche ella si possiede, conosciuta: la qualeè di potere godere liberamente
le cosesue senza alcuno sospetto, non
dubitaredell’onore delle donne, di quel de’figliuoli, non temere di sè; perchè
nissuno confesserà mai aver obbligo conuno che non 1’offenda. Però, come
disopra si dice, viene ad avere lo Statolibero c che «li nuovo surge,
partigianinon partigiani amici. E vonemicilendo rimediare a questi
inconvenienti,c a quegli disordini che le soprascritte diflìculta si
arrecherebbono seco, non ciè più potente
rimedio, nè più valido, nè più sano, nè più necessario, che ammazzare i
figliuoli di Bruto: i quali, come l’istoria mostra, non furono indotti, insieme
con altri gioveni romani,n congiurare contra alla patria per altro, se non
perchè non si potevano valere straordinariamente sotto i Consoli, come sotto i
Re; in modo che la libertà di quel popolo par che fusse diventata la loro servitù. E chi prende a
governare una moltitudine, o per via„ di libertà o per via di principato, e non
si assicura di coloro che a quell’ordine nuovo sono nemici, fa uno Stato di poca vita. Vero è ch’io giudico
infelici quelli principi, che per assicurare lo Stato loro hanno a tenere vie
straordinarie, avendo per nemici la moltitudine: perchè quello che ha per nemici i pochi, facilmente e senza molti
scandali, si assicura; ma chi ha per nemico 1’universale, non si assicura mai;
e quanta più crudeltà usa, tanto diventa più debole il suo principalo. Talché
il maggior rimedio che si abbia, è cercare di farsi il popolo amico. E benché
questo discorso sia disformo dal soprascritto, parlando qui d’un principe e
quivi d’una repubblica; nondimeno, per non avere a tornare più in su questa
materia, ne voglio parlare brevemente. Volendo, pertanto, un principe
guadagnarsi un popolo che gli fusse nemico, parlando di quelli principi che
sono diventati della loro patria tiranni; dico eh’ci debbe esaminare prima
quello che il popolo desidera, e troverà sempre ch’ei desidera due cose; Y una vendicarsi contro a coloro che sono
cagione che sia servo; l’altra di riavere la
sua libertà. Al primo desiderio il principe può satisfare in tutto, al
secondo in parte. Quanto al primo, ce n’è lo csempio appunto. Clearco, tiranno
d’Eraelea, scudo in esilio, occorse che, per controversia venuta intra il
popolo e gli ottimati d’Eraclea, veggendosi gl’ottimati inferiori, si volsono a
favorire Clearco, c congiuratisi seco lo missono, contea alla disposizione
popolare, in Eraclea, c toisono la
libertà al popolo. In modo che, trovandosi Clearco intra l’insolenzia degl’ottimati,
i quali non poteva in alcun modo nè contentare nè correggere, c la rabbia
de’popolari, che non potevano sopportare l’avere perduta la libertà, deliberò
ad un tratto liberarsi dal fastidio
de’grondi, c guadagnarsi il popolo. E presa sopra questo conveniente occasione,
tagliò a pezzi tutti gli ottimali, con
una estrema satisfazione de’popolari. E così egli per questa via satisfece ad
una delle voglie che hanno i popoli, cioè di vendicarsi. Ma quanto all’altro
popolare desiderio di riavere la sua libertà, non potendo il principe
satisfargli, debbe esaminare quali cagioni sono quelle che gli fanno desiderare
d’essere liberi; e troverà che una piccola parte di loro desidera d’essere
libera per comandare; ma tutti gli
altri, che sono infiniti, desiderano la libertà per vivere securi. Perchè in
tutte le repubbliche, in qualunque modo ordinate, ai gradi del comandare non
aggiungono mai quaranta o cinquanta cittadini: e perchè questo è piccolo
numero, è facil cosa assicurarsene, o con levargli via o con far lor parte di
tanti onori, che secondo le condizioni loro essi abbino in buona parte a contentarsi. Quelli altri, ai
quali basta vivere securi, si satisfanno facilmente, facendo ordini e leggi,
dove insieme con la potenza sua si comprenda la sicurtà universale. E quando
uno principe faccia questo, e che il
popolo vegga che per accidente nessuno ei non rompa tali leggi, comincerà in
breve tempo a vivere sccuro e contento. In esempio ci è il regno di Francia, il quale non vive securo per altro, che per
essersi quelli Re obbligati ad infinite leggi, nelle quali si comprende la
securtn di tutti i suoi popoli. E chi ordinò quello Stato, volle che quelli Re,
dell’arme e del danaio facessino a loro modo, ma che d’ogni altra cosa non ne
potessino altrimenti disporre che le leggi si ordinassino. Quello principe,
adunque, o quella repubblica che non si assicura nel principio dello stato suo, conviene che
si assicuri nella prima occasione, come fecero i Romani. Chi lascia passare
quella, si pente tardi di non aver fatto quello che dove fare. Sendo, pertanto,
il popolo romano ancora non corrotto quando ci recuperò la libertà, potette
mantenerla, morti i figliuoli di BRUTO e spenti i Tarquini, con tutti quelli
rimedi ed ordini che altra volta si sono
discorsi. Ma se fussc stato quel popolo corrotto, nè in Roma nè altrove
si trovano rimedi validi a mantenerla. Uno popolo coitoIIo, venuto in libertà,
si può con difficullà (grandissima mantenere libera. lo giudico che gli era
necessario, o die i Re si estinguessino in Roma, o che Roma in brevissimo tempo
divenissi debole, e di nessuno valore: perchè, considerando a quanta
corruzione erano venuti quelli Re, se
l'ussero seguitati così due o tre successioni, e che quella corruzione che era
in loro, si fossi cominciata a distendere per le membra; come le membra fussino
state corrotte, era impossibile mai più riformarla. Ma perdendo il capo quando
il busto era intero, poterono facilmente ridursi a vivere liberi cd ordinati. E
debbesi presupporre per cosa verissima, che una città corrotta che vive sotto
un principe, ancora che quel principe con tutta la sua stirpe si spenga, inai
non si può ridurre libera; anzi conviene che Putì principe spenga l’allro; e
senza creazione d’un nuovo signore non si posa mai, se già la bontà d’uno,
insieme con la virtù, non la tenessi libera; ma durerà tanto quella libertà,
quanto durerà la vita di quello: come intervenne a Siracusa di Dione e di Timoleone, la virtù de’quali in
diversi tempi, mentre vissero, tenne libera quella città; morti clic furono, si
ritornò nell'antica tirannide. Ma non si vede il più forte esempio che quello
di Roma; la quale cacciati i Tarquini, potette subito prendere e mantenere
quella libertà: ma morto Cesare, morto Caligula, morto Nerone, spenta tutta la
stirpe cesarea, non potette inai, non
solamente mantenere, ma pure dare principio alla libertà. Nè tanta diversità di evento in una medesima città
nacqueda altro, se non da non essere ne’ tempi de’Tarquini il popolo romano ancora
corrotto; ed in questi ultimi tempi essere corrottissimo. Perchè allora, a
mantenerlo saldo e disposto a fuggire i Re, bastò solo furio giurare che non
eon sentirebbe mai che a Roma alcuno
regnasse; e negli altri tempi, non bastò T autorità e severità di BRUTO,
con tutte le legioni orientali, a tenerlo disposto a volere mantenersi quella
libertà che esso, a similitudine del primo BRUTO, gli aveva rendutu. Il che
nacque da quella corruzione che le parli mariane avevano messa nel popolo;
delle quali essendo capo Cesare potette accecare quella moltitudine, eh’ella non conobbe
il giogo che da sè medesima si mette in sul collo. E benché questo
esempio di Roma sia da preporre a qualunque altro esempio, nondimeno voglio a
questo proposito addurre innanzi popoli conosciuti ne’nostri tempi. Pertanto
dico, che nessuno accidente, benché grave e violento, potrebbe redurre mai
Milano o Napoli libere, per essere quelle membra tutte corrotte. H che si vide
dopo la morte di VISCONTI; che volendosi
ridurre Milano alia libertà, non potette e non seppe mantenerla. Però, fu
felicità grande quella di Koma, che questi Re diventassero corrotti presto,
acciò ne fussino cacciati, cd innanzi che la loro corruzione fosse passata
nelle viscere di quella città: la quale incorruzione fu cagione che gl’infiniti
tumulti che furono in Roma, avendo gli uomini il fine buono, non nocerouo, anzi giovarono alla
Repubblica. E si può fare questa conclusione, che dove la materia non è
corrotta, i tumulti cd altri scandali non nuòcono: dove la è corrotta, le leggi
bene ordinate non giovano, se già le non son mosse da uno che con una estrema
forza le facci osservare, tanto che la materia diventi buona. Il che non so se
sie mai intervenuto, o se fusse possibile
ch’egli intervenisse: perchè c’si vede, come poco di sopra dissi, che una città
venuta in declinazione per corruzione di materia, se mai occorre che la si
levi, occorre per la virtù d’uno uomo eh’è vivo allora, non per la virtù dello
universale clic sostengo gli ordini buoni; c subito che quei tale è morto, la
si ritorna nei suo pristino abito; come intervenne a Tebe, la quale per la virtù di Epaminonda, mentre lui visse,
potette tenere forma di repubblica e di imperio; ma morto quello, la si ritornò
ne’primi disordini suoi. La cagione è, che non può essere un uomo di tanta
vita, che’l tempo basti ad avvezzare bene una città lungo tempo male avvezza. E
se unod’una lunghissima vita, o due successioni virtuose conlinove non la
dispongono; come una manca di loro, come
di sopra è detto, subito rovina, se già con molti pericoli c molto sangue c’
non la facesse rinascere. Perchè tale corruzione e poca attitudine olla vita
libera, nasce da una inequulità che è in quella città: e volendola ridurre
equale, è necessario usare grandissimi estraordinari; i quali pochi sanno o
vogliono usare, come in altro luogo più particolarmente si dirà. In che modo
«ci.c; mi corrotte si potesse mantenere tino stalo liòerOj essendovi; o non
essendovi, ordinartelo. Io credo clic non sia fuori di proposito, nè disformo
dal soprascritto discorso, considerare se in una città corrotta si può
mantenere lo stato libero, scndovi; o quando e’non vi fosse, se vi si può
ordinare. Sopra la qual cosa dico, come gli è mollo difficile fare o l’uno o
l'altro: e benché sia quasi impossibile
darne regola, perchè sarebbe necessario procedere secondo i gradi della
corruzione; nondimnneo, essendo bene ragionare d’ogni cosa, non voglio lasciare
questa indietro. E presuppongo una città corrottissima, donde verrò ad
accrescere più tale difficoltà; perché non si trovano nè leggi nè ordini che
bastino a frenare una universale corruzione. Perchè, così come gli buoni costumf, per mantenersi, hanno bisogno delle
leggi; cosi le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de’buoni costumi. Oltre di
questo, gli ordini e le leggi fatte in una repubblica nel nascimento suo,
quando erano gli uomini buoni, non sono di poi più a proposito, divenuti che
sono tristi. E se le leggi secondo gli accidenti in una città variano, non
variano mai, 0 rade volte, gli ordini suoi: il
che fa che le nuove leggi non bastano, perchè gli ordini, che stanno
saldi, le corrompono. E per dare ad intendere meglio questa parte, dico come in
Roma era l’ordine del governo, o vero dello Stato; c le leggi di poi, che con i
magistrati frenavano i cittadini. L’ordine dello Stato era l’autorità del
Popolo, del Senato, dei Tribuni, dei Consoli, il modo di chiedere e del creare
i magistrati, ed il modo di fare le leggi. Questi ordini poco o nulla variarono
nelii accidenti. Variarono le leggi che frenavano 1 cittadini; come fu la legge degli adulferi!, la
suntuaria, quella della ambizione, e molte altre; secondo clic di mano in mano
i cittadini diventavano corrotti. Ma lenendo fermi gli ordini dello Stato, che
nella corruzione non erano più buoni, quelle leggi che si rinnovavano, non
bastavano a mantenere gli uomini buoni; ma sarebbonn bene giovate, se con la
innovazione delle leggi si fussero rimutati gli ordini. G che sia il vero che
tali ordini nella città corrotta non fossero buoni, e’si vede espresso in due
capi principali. Quanto al creare i magistrati e le leggi, non dava il Popolo
romano il consolato, e gli altri primi gradi della città, se non a quelli che
lo dimandavano. Questo ordine fu nel principio
buono, perchè e’non gli domandavano se non quelli cittadini che se ne
giudicavano degni, ed averne la repulsa era ignominioso; si che, per esserne
giudicati degni, ciascuno opera bene. Diventò questo modo, poi, nella città
corrotta perniziosissiiuo; perchè non quelli che avevano più virtù, ma quelli
che avevano più potenza, domandavano i
magistrali; e gl’impotenti, comecché virtuosi, se ne astenevano di domandargli
per paura. Vcnnesi a questo inconveniente, non ad un tratto, ma per i mezzi,
come si cade in tutti gli altri iuconveiiienti: perchè avendo i Romani domata
l’Affrica e l’Asia, e ridotta quasi tutta la Grecia a sua ohidienza, erano
divenuti sicuri della libertà loro, nè pare loro avere più nimici che dovessero
fare loro paura. Questa securtà e questa
debolezza de’nemici fece che il Popolo romano, nel dare il consolato, non
riguarda più la virtù, ma la grazia; tirando a quel grado quelli che meglio
sapevano iutrattenere gli uomini, non quelli che sapevano meglio vincere i
nemici: di poi, da quelli che avevano più grazia, discesero a dargli a quelli
che avevano più potenza;talché i buoni, per difetto di tale ordine, ne rimasero al tutto esclusi.
Poteva uno Tribuno, e qualunque altro cittadino, proporre al Popolo una legge;
sopra la quale ogni cittadino poteva parlare, o in favore o incontro, innanzi
che la si deliberasse. Era questo ordine buono, quando i cittadini erano buoni;
perche sempre fu bene, che ciascuno clic intende uno bene per il pubblico, lo
possa proporre; ed è bene che ciascuno
sopra quello possa dire l’oppinione sua, acciocché il Popolo, inteso ciascuno,
possa poi eleggere il meglio. Ma diventati i cittadini cattivi, diventò tale
ordine pessimo, perchè solo i potenti proponevano leggi, non per la comune
libertà, ina perla potenza loro;ccontra a quelle non poteva parlare alcuno per
paura di quelli: talché il Popolo veniva o ingannato o sforzato a
deliberare la sua rovina. Ero
necessario, pertanto, a volere che Roma nella corruzione si mantenesse libera,
che, cosi come aveva nel processo del vivere suo fatte nuove leggi, l’avesse
fatti nuovi ordini: per«thè altri ordini e modi di vivere si debbe ordinare in
un soggetto cattivo, che in un buono; nè può essere la forma simile in una
materia al tutto contraria. Ma perchè questi ordini, o e’si hanno a rinnovare tutti ad un tratto, scoperti che
sono non esser più buoni, o a poco a poco, in prima che si conoschiuo per
ciascuno; dico che 1’una e l’altra di queste due cose è quasi impossibile.
Perchè, a volergli rinnovare a poco a poco, conviene che ne sia cagione uno
prudente, che veggio questo inconveniente assai discosto, e quando e’nasce. Di
questi tali è facilissima cosa che in una
città non ne surga mai nessuno: e quando pure ve ne surgesse, non
potrebbe persuadere mai ad altrui quello che egli proprio intendesse; perchè
gli uomini usi a vivere in un modo, non lo vogliono variare; e tanto più non
veggiendo il male in viso, ma avendo ad essere loro mostro per con letture.
Quando ad innovare questi ordini ad un (ratio, quando ciascuno conosce clic non
sono buoni, dico che questa inutilità,
clic facilmente si conosce, è diffìcile a ricorreggerla: perchè a fare questo,
non basta usare termini ordinari, essendo i modi ordinari cattivi; ma è
necessario venire allo istraordinario, come è alla violenza ed all’armi, e
diventare innanzi ad ogni cosa principe di quella città, e poterne disporre a
suo modo. E perchè il riordinare una città al vivere politico presuppone uno uomo buono, ed il diventare
per violenza principe di una repubblica presuppone un uomo cattivo; per questo
si troverà che radis sime volte
accaggia, che uno uomo buono voglia diventare principe per vie cattive,
ancoraché il fine suo fusse buono; e che uno reo divenuto principe, voglia operare
bene, e che gli caggia mai nell’animo usare quella autorità bene, che egli ha
male acquistata. Da tutte le soprascritte cose nasce la diffìcultà, o
impossibilità, che è nelle città corrotte, a mantenervi una repubblica, o a
crearvela di nuovo. E quando pure la vi si avesse a creare o a mantenere,
sarebbe necessario ridurla più verso lo stato regio, che verso lo stato
popolare; acciocché quelli uomini i quali dalle leggi, per la loro insolenzia,
non possono essere corretti, lusserò da
una podestà quasi regia in qualche modo frenati. Ed a volergli fare per altra
via diventare buoni, sarebbe o crudelissima impresa, o al tutto impossibile;
come io dissi di sopra che fece Cleomene; il quale se, per essere solo, ammazzò
gli Efori; e se ROMOLO, per le medesime cagioni, AMMAZZO IL FRATELLO E TITO
TAZIO SABINO, e d ipoi usarono bene quella loro
autorità; nondimeno si debbe avvertire che V uno e T altro di costoro
non avevano il soggetto di quella corruzione macchiato della quale in questo
capitolo ragioniamo, e però poterono volere e, volendo, colorire il disegno
loro. Dopo uno eccellente principio si può mantenere un principe debole; ma
dopo un debole, non si può con un (diro debole mantenere alcun regno.
Considerato la virtù ed il modo del
procedere di ROMOLO, NUMA e TULIO, I PRIMI TRE RE ROMANI, si vede come Roma
sortì una FORTUNA GRANDISSIMA, AVENDO IL PRIMO RE FEROCISSIMO E BELLICOSO,
1’altro quieto e religioso, il terzo simile di ferocia a Romolo, e più amatore
della guerra che della pace. Perchè in Roma era necessario che surgesse
ne’primi principii suoi un ordinatore
«lei vivere civile, ina era bene poi necessario che gli altri Re ripigliassero
LA VIRTU DI ROMOLO; ALTRIMENTI QUELLA
CITTA SAREBBE DIVENTATA EFFEMINATA, e preda de’suoi vicini. Donde si può notare
che uno successore non di tanta virtù quanto il primo può mantenere uno Stato
per la virtù di colui che PImretto innanzi, e si può godere te sue fatiche: ma
s’egli avviene o che sia di lunga vita, o che dopo lui non surga un altro che
ripigli la virtù di quel primo, è necessitato quel regno a rovinare. Cosi, per il contrario, se due, 1’uno
dopo P altro, sono di gran virtù, si vede spess che fanno cose grandissime, e
che ne vanno con la fama in fino al cielo. Davit, senza dubbio, fu un uomo per
arme, per dottrina, per giudizio
eccellentissimo; e fu tanta la sua virtù, che, avendo vinti ed abbattuti
tutti i suoi vicini, lasciò a Salomone suo figliuolo un regno pacifico: quale
egli si potette con le arti «Iella pace,
e non della guerra, conservare; e si potette godere felicemente la virtù di suo
padre. Ma non potette già lasciarlo a Roboan suo figliuolo; il quale non
essendo per virtù simile allo avolo, nè per fortuna simile al padre, rimase con fatica erede della sesta
parte del rt'guo. Baisit, sultan de’Turchi, ancora die fusse più amatore della
pace che della guerra, potette godersi le fatiche di Maumelto suo padre; il
quale avendo, come Davit, battuti i suoi vicini, gli lasciò un regno fermo, e
da poterlo con F arte della pace facilmente conservare. Ma se il figliuolo suo
Salì, presente signore, fusse stalo simile
al padre, c non all’avolo, quel regno rovinava: ma e’si vede costui
essere per superare la gloria dell'avolo. Dico pertanto con questi esempi, clic
dopo uno eccellente principe si può mantenere un principe debole; ma dopo un
debole non si può con un altro debole mantenere alcun regno, se già e’non fusse
come quello di Francia, che gli ordini suoi antichi lo mantenessero: e quelli
principi sono deboli, che non stanno in
su la guerra. Couchiudo pertanto con questo discorso, clic LA VIRTU DI ROMOLO E
TANTA che la potette dare spazio a Numa Pompilio di potere molti anni con
1’arte della pace reggere Roma: ma dopo lui successe Tulio, il quale pei’la sua
ferocia riprese la reputazione di ROMOLO:
dopo il quale venne Anco, in modo dalla natura dotato, che poteva usare la pace, e sopportare la guerra. E
prima si dirizzò a volere tenere la via della pace: ma subito conobbe come i
vicini, giudicandolo effeminato, lo
stimavano poco: talmente che pensò che,
a voler mantenere Roma, bisogna volgersi alla guerra, e somigliare Romolo,
e non Numa. Da questo piglino esempio tutti i principi che tengono stato, che
chi somiglierà Numa, lo terrà o non
terrà, secondo ehe i tempi o la fortuna gli girerà sotto: ma chi
somiglierà Romolo, e lui come esso armato di prudenza e d’armi, lo terrà in
ogni modo, se da una ostinata ed eccessiva forza non gli è tolto. K certamente
si può stimare che se Roma sortiva per terzo suo Re un uomo che non sapesse colle
armi renderle la sua reputazione, non arebbe mai poi, o con
grandissima dilTìcultà, potuto
pigliare piede, nè
fare quelli effetti
ch’ella fece. E così, in
mentre eh’ ella visse
sotto i Re, la portò
questi pericoli di
rovinare sotto un Re o
debole o tristo. Due
continove successioni di principi virtuosi fanno grandi effetti: c come
le repubbliche bene ordinate hanno di necessità virtuose successioni: c però
gli acquisti ctl auQumcnli loro sono
grandi. Poi che Roma ebbe cacciati i Re,
mancò di quelli pericoli i quali di sopradetti che la porta, succedendo in lei
uno Re o debole o tristo. Perchè la somma dello imperio si ridusse nc’ Consoli,
i quali non per eredità o per inganni o
per ambizione violenta, ma per suffragi liberi venivano a quello imperio, ed
erano sempre uomini eccellentissimi: de’quali godendosi Roma la virtù e la
fortuna di tempo in tempo, potette venire a quella sua ultima grandezza in
altrettanti unni, che la era stata sotto i Re. Perchè si vede, come due
coutinove successioni di principi virtuosi sono suffìzienti ad acquistare il mondo: come furono Filippo
di Macedonia ed Alessandro Magno, il clic tanto più debbe fare una repubblica,
avendo il modo dello eleggere non solamente due successioni, ma infiniti
principi virtuosissimi, che sono l’uno dell'altro successori: la quale virtuosa
successione fia sempre in ogni repubblica bene ordinata. Quanto biasimo meriti
quel principe e quella repubblica che
manca d'armi proprie. Debbono i presenti principi c le moderne repubbliche, le
quali circa le difese ed offese mancano di soldati propri, vergognarsi di loro
medesime j e pensare, con lo esempio di Tulio, tale difetto essere non per
mancamento d’uomini alti alla milizia, ma per colpa loro, che non hanno saputo
fare i loro uomini militari. Perchè Tulio, scudo stata Roma in pace quaranta anni, non trovò, succedendo lui nel
regno, uomo che fussc stato mai alla guerra: nondimeno, disegnando lui fare
guerra, non pensò di valersi nè di Sanniti, nè di Toscani, nè di altri che
fussero consueti stare nell'armi; ma deliberò, come uomo prudentissimo, di
valersi de’ suoi. E fu tanta la sua virtù, che in un tratto il suo governo gli
potè fare soldati eccellentissimi. Ed è più
vero che alcuna altra verità, che se dove sono uomini non sono soldati,
nasce per difetto del principe, e non per altro difetto o di sito o di natura:
di che ce n’è uno esempio freschissimo. Perchè ognuno sa, come ne’ prossimi
tempi il re d’Inghilterra assaltò il regno di Francia, nè prese altri soldati
clic i popoli suoi; e per essere stato quel regno più clic trenta anni senza
far guerra, non aveva nè soldato nè
capitano che avesse mai militato: nondimeno, ei non dubitò con quelli assaltare
uno regno pieno di capitani e di buoni eserciti, i quali erano stati
continovamcnte sotto l'armi nelle guerre d’Italia. Tutto nacque da essere quel
re prudente uomo, e quel regno bene ordinato; il quale nel tempo della pace non
intermette gli ordini della guerra. Pelopida ed Epaminonda tebani, poiché gli ebbero libera Tebe, e trattola
dalla servitù dello imperio spartano; trovandosi in una città usa a servire, ed
in mezzo di popoli effeminati; non
dubitarono, tanta era la virtù loro ! di ridurgli sotto Parrai, e con
quelli andare a trovare alla campagna gli eserciti spartani, e vincergli: e chi
he scrive, dice come questi due in breve tempo mostrarono, che non solamente
in bacedemonia nascevano gli uomini di
guerra, ma in ogni altra parte dove nascessino uomini, pur che si trovasse chi
li sapesse indirizzare alla milizia, come si vede che Tulio seppe indirizzare i
Romani. E VIRGILIO non potrebbe meglio esprimere questa oppinione, nè con altre
parole mostrare d’aderirsi a quella, dove dice: u Desidesque movebit Tullus in
arma viros. Quello che sia da notare nel
caso dei tre Orazi romani, e dei Tulio, re di Roma, e Mezio, re di Alba,
convennero che quel popolo fusse signore dell’altro, di cui i soprascritti tre
uomini vincessero. Furono MORTI TUTTI I CURIAZI albani, restò vivo uno degli
Orazi romani; e per questo, restò Mezio, re albaiio, con il suo popolo,
suggello ai Romani. E tornando quello ORAZIO VINCITORI IN ROMA e scontrando una
sua sorella, che era ad uno de’tre Curiazi morti maritata, clic PIANGEVA LA
MORTE DEL MARITO, L’AMMAZZO. Donde quello Orazio per questo fallo fu messo'in
giudizio, e dopo molte dispute fu libero, più per li prìeglii del padre, clic
per li suoi meriti. Dove sono da notare Ire cose: una, che mai non si debbe con
parte delle sue forze arrischiare tutta
la sua fortuna; l’altra, che non mai in una città bene ordinata li
devmeriti con li ineriti si ricompensano; la terza, che non mai sono i partiti
savi, dove si debba o possa dubitare della inosservanza. Perchè, gl’importa
tanto a una città lo essere serva, che mai non si doveva credere che alcuno di
quelli Re o di quelli Popoli stessero contenti che tre loro cittadini gli
avessino sottomessi; come si vide che
volle fare Mezio: il quale, benché subito dopo la vittoria de’Romani si
confessassi vinto, e promettessi la obedienza a Tulio; nondimeno nella prima
espedizione che egli ebbono a convenire contra i Veienli, si vide come ci cercò
d’ingannarlo; come quello che tardi s’era avveduto della temerità del partito
preso da lui. E perchè di questo terzo notabile se n’’è pnr luto assai, parleremo solo degli altri due ne’seguenti
duoi capitoli. Che non si debbe mettere a pericolo tutta la fortuna e non tutte
le forze; c per questo j spesso il guardare i passi è dannoso. Non fu mai
giudicato partito savio mettere a pericolo tutta la fortuna tua, e non tutte le
forze. Questo si fu in più modi. L’uno è facendo come Tulio e Mezio, quando e’
commissouo la fortuna tutta della patria
loro, e la virtù di tanti uomini quanti avea l’uno e l’altro di costoro
negli eserciti suoi, alla virtù e fortuna di tre de’loro cittadini, clic veniva
ad essere una minima parte delle forze di ciascuno di loro. Nè si avvidono,
come per questo partito tutta la fatica che avevano durata i loro antecessori
nell’ordinare la repubblica, per farla vivere lungamente libera e per fare i
suoi cittadini difensori della loro
libertà, era quasi che suta vana, stando nella potenza di sì pochi a perderla.
La qual cosa da quelli Re non potè esser peggio considerata. Cadesi ancora in
questo inconveniente quasi sempre per coloro, che, venendo il nemico, disegnano
di tenere i luoghi diffìcili, e guardare i passi: perchè quasi sempre questa
deliberazione sarà dannosa, se giù in quello luogo diffìcile comodamente tu non potessi tenere tutte le
forze tue. In questo caso tuie partito è da prendere; ma scndo il luogo aspro,
e non vi potendo tenere tutte le forze tue, il partito è dannoso. Questo mi fa
giudicare cosi lo esempio di coloro che, essendo assaltati da un nemico
potente, ed essendo il paese loro circondato da’monti e luoghi alpestri, noti
hanno mai tentato di combattere il nemico
in su’passi e in su’monti, ma sono iti ad incontrarlo di là da essi: o,
quando non hanno voluto far questo, lo hanno aspettato dentro a essi monti, in
luoghi benigni e non alpestri. E la cugioite ne è suta la preallegata: perchè,
non si polendo condurre alla guardia de’luoghi alpestri molli uomini, sì per
non vi potere vivere lungo tempo, si per essere i luoghi stretti e capaci di
pochi; non è possibile sostenere un nemico clic venga grosso ad urtarti: ed al
nemico è facile il venire grosso, perchè la intenzione sua è passare, e non
fermarsi; ed a chi l’aspetta è impossibile aspettarlo grosso, avendo ad
alloggiarsi per più tempo, non sapendo quando il nemico voglia passare in
luoghi, com’io ho detto, stretti e sterili. Perdendo, adunque, quel passo che
tu ti avevi presupposto tenere, e nel
quale i tuoi popoli e lo esercito tuo confidava, entra il più delle volte
ne’popoli e nel residuo delle genti tue tanto terrore, che senza potere
esperimentare la virtù di esse, rimani perdente; c così vieni ad avere perduta
tutta la tua fortuna con parte delle tue forze. Ciascuno sa con quanta
diftìcultà Annibaie passasse r Alpi che dividono la Lombardia dalia Francia, e
con quanta difficoltà passasse quelle
che dividono la Lombardia dalla Toscana: nondimeno i Romani l’aspettarono prima
in sul Tesino, e di poi uel piano d’Arezzo; e vollon più tosto, che il loro
esercito fusse consumato dal nemico nelli luoghi dove poteva vincere, che
condurlo su per l’Alpi ad esser destrutto dalla malignità del sito. E chi
leggerà sensatamente tutte le istorie, troverà pochissimi virtuosi capitani
over tentato di tenere simili passi, e per le ragioni dette, e perchè e'non si
possono chiudere tutti; sendo i monti come campagne, ed avendo non solamente le
vie consuete e frequentate, ma molte altre, le quali se non sono note
a’forestieri, sono note a’paesani; con l’aiuto de’quali sempre sarai condotto
in qualunque luogo, contra alla voglia di citi ti si oppone. Di che se ne può addurre uno freschissimo esempio, nel
T 51 5 . Quando Francesco re di Francia disegna passare in Italia per lu
recuperatone dello Stalo di Lombardia, il maggiore fondamento clic facevano
coloro eli’erano alla sua impresa contrari, era che gli Svizzeri lo terrebbono
a’passi in su’monti. E, come per esperienza poi si vide, quel loro fondamento
restò vano: perché, lasciato quel re da
parte due o tre luoghi guardati da loro, se ne venne per un’altra via incognita;
e fu prima in Italia, e loro appresso, che lo avessino presentilo. Talché loro
isbigottiti si ritirarono in Milano, e tutti i popoli di Lombardia si aderiron
alle genti franciose; sendo mancali di quella oppinione avevano, che i
Franciosi dovessino essere tenuti su’ monti. Le repubbliche bene ordinate
costituiscono premii c pene aJ loro
cittadini; ne compensano mai r uno con l’altro. Erano stati I MERITI D’ORAZIO
GRANDISSIMI, avendo con la sua virtù
VINTI I CURIAZIl. Era stato il fallo suo atroce, avendo MORTO LA
SORELLA: nondimeno dispiacque tanto tale omicidio ai Romani, che io condussero
a disputare della vita, non ostante che gli meriti suoi fossero tanto grandi c
sì freschi. La qual cosa a chi
superficialmente la considerasse, parrebbe uno esempio d’ingratitudine
popolare: nondimeno chi la esaminerà meglio, e con migliore considerazione
ricercherà quali debbono essere gli ordini delle repubbliche, biasimerà quel
popolo più tosto per averlo assoluto, che per averlo voluto condeunare. E la
ragione è questa, che nessuna repubblica bene ordinata, non mai cancellò i demeriti con gli meriti de’suoi
cittadini; ma avendo ordinati i preraii ad una buona opera e le pene ad una
cattiva, ed avendo premiato uno per aver bene operato, se quel medesimo opera
di poi male, lo gastica, senza avere riguardo alcuno alle sue buone opere. E
quando questi ordini sono bene osservati, una città vive libera molto tempo;
altrimenti, sempre rovinerà presto.
Perchè, se ad un cittadino che abbia fatto qualche egregia opera per la
città, si aggiugne, oltre alla riputazione che quella cosa gli arreca, una
audacia e confidenza di potere, senza temer pena, fare qualche opera non buona;
diventerà in brievc tempo tanto insolente, che si risolverà ogni civilità. È
ben necessario, volendo clic sia temuta la pena per le triste opere, osservare
i premii per le buone; come si vede che
fece Roma. C benché una repubblica sia povera, e possa dare poco, debbe di quel
poco non astenersi; perchè sempre ogni piccolo dono, dato ad alcuno per
ricompenso di bene ancora che grande, sarà stimato, da chi lo riceve, onorevole
e grandissimo. È notissima la istoria di ORAZIO CODE e quella di MUZIO SCEVOLA:
come V uno sostenne i nemici sopra un ponte, tanto che si tagliasse: l’altro si
arse la mano, avendo errato, volendo ammazzare Porscna, re delli Toscani. A
costoro per queste due opere tanto egregie, fu donato dal pubblico due staiora
di terra per ciascuno. È nota ancora la istoria di MANLIO Capitolino. A costui,
per aver salvato il Campidoglio da' Galli che vi erano a campo, fu dato da
quelli che insieme eon lui vi erano
assediati dentro, una piccola misura di farina, il quale premio, secondo
la fortuna che allora corre in Roma, fu grande; e di qualità che, mosso poi
Manlio, o da invidia o dalla sua cattiva natura, a far nascere sedizione in
Roma, e cercando guadagnarsi il popolo, fu, senza rispetto alcuno de’suoi
meriti, gittato precipite da quello Campidoglio ch’egli prima, cou tanta sua
gloria, aveva salvo. Chi vuole riformare
uno stalo antico in una città libera, ritenga almeno l’ombra desmodi antichi.
Colui che desidera o clic vuole riformare uno stato d’una città, a volere elle
sia accetto, e poterlo con satisfazione di ciascuno mantenere, è necessitato a
ritenere l’ombra almanco de’modi antichi, acciò che a’popoli non paia avere
mutato ordine, ancora che in fatto gli ordini nuovi fussero al tutto alieni dai passati; perchè
lo universale degli uomini si pasce così di quel che pare, come di quello che
è; anzi molte volte si muovono più per le cose che paiono, che per quelle clic
sono. Per questa cagione i Romani, conoscendo nel principio del loro vivere
libero questa necessità, avendo in cambio d’un Re creali duoi Consoli, non
vollono ch’egli avessino più clic dodici
littori, per non passare il numero di quelli che ministravano ai Re.
Olirà di questo, facendosi in Roma uno sacrifizio anniversario, il quale non
poteva esser fatto se non dalla persona del Re; e volendo i Romani che quel
popolo non avesse a desiderare per la assenzia degli Re alcuna cosa
dell’antiche j, creorono un capo di detto sacrifìcio, il quale loro chiamorono
Re Sacrifìcolo, e lo sottomessono al
sommo Sacerdote: talmentechè quel popolo per questa via venne a satisfarsi di
quel sacrifizio, e non avere mai cagione, per mancamento di esso, di desiderare
la tornata dei Re. E questo si debbe osservare da tutti coloro che vogliono
scancellare uno antico vivere in una città, e ridurla ad uno vivere nuovo c
libero. Perchè alterando le cose nuove le menti degli uomini, ti debbi ingegnare che quelle alterazioni
ritenghino più delr antico sia possibile; e se i magistrati variano e di numero
e d'autorità e di tempo dagli antichi, che almeno ritengliino il nome. E questo
debbe osservare colui che vuole ordinare una potenza assoluta, o per via di
repubblica o di regno: ma quello che vuol fare una potestà assoluta, quale
dagli autori è chiamala tirannide, debbe
rinnovare ogni cosa, come nel seguente capitolo si dirò. Un principe
nuovo, in i ima città o provincia presa da lui, 1 debbe fare ogni cosa nuova.
Qualunque diventa principe o d’unacittà o d’uno Stato, e tanto più quando i
fondamenti suoi lussino deboli, c non si volga o per via di regno o di
repubblica alla vita civile; il mcgliore rimedio che egli abbia a tenere quel
principato, è, sendo egli nuovo
principe, fare ogni cosa di nuovo in quello Stalo: come è, nelle città fare
nuovi governi con nuovi nomi, con nuove autorità, con nuovi uomini; fare i
poveri ricchi, fece Davil quando ei diventò Re: qui csuricnles implevil bonis,
et divites dimirti inanes; edificare oltra di questo nuove città, disfare delie
fatte, cambiare gli abitatori da un luogo ad un altro; ed in somma, non lasciare cosa niuna intatta in quella
provincia, e che non vi sia nè grado, nè ordine, nè stato, uè ricchezza, che
chi la tiene non la riconosca da te; c pigliare per sua mira Filippo di
Macedonia, padre di Alessandro, il quale con questi modi, di piccolo Re,
diventò principe di Grecia. E chi scrive di lui, dice che tramutava gl uomini
di provincia in provincia, come i mandriani tramutano le mandrie loro. Sono questi modi crudelissimi,
e nemici d’ogni vivere, non solamente cristiano, ma umano; e debbegli qualunche
uomo fuggire, c volere piuttosto vivere privato, che Re con tanta rovina degli
uomini: nondimeno, colui che non vuole pigliare quella prima via del bene,
quando si voglia mantenere, convien die entri in questo male. >la gli uomini
pigliano certe vie del mezzo, clic sono
dannosissime; perchè non sanno essere nè tutti buoni nè tutti cattivi: come ne
seguente capitolo, per esempio, si mostrerà. Sanno rarissime volle gli uomini
essere al lutto tristi o al fulto buoni. Papa Giulio secondo, andando na
Bologna per cacciare di quello Stato la casa de’Bentivogli, la quale aveva
tenuto il principato di quella città cento anni, voleva ancora trarre Giovampagoto
Buglioni di Perugia, della quale era tiranno, come quello che aveva
congiurato contro a tutti gli tiranni che occupavano le terre della Chiesa. E
pervenuto presso a Perugia con questo animo e deliberazione nota a ciascuno,
non aspettò di entrare in quella città con lo esercito suo che lo guardasse,
mn % entrò disarmato, non ostante vi
fusse dentro Giovampagolo con genti assai, quali per difesa di sè aveva ragunate. Sicché, portato
da quel furore con il quale governa tutte le cose, colla semplice sua guardia
si rimesse nelle mani del nemico; il quale d ipoi ne menò seco, lasciando un
governadore in quella citta, che rendesse ragione pella Chiesa. Fu notala dagli
uomini prudenti che col papa erano, la temerità del papa e la viltà di
Giovampagolo; uè potevano stimare donde
si venisse che quello noti avesse, con sua perpetua fama, oppresso ad un
tratto il nemico suo, e sè arricchito di preda, sendo col papa tutti li
cardinali, con tutte le lor delizie. Nè si poteva credere si fusse astenuto o
per bontà, o per conscienza che lo ritenesse; perchè in un petto d’un uomo
facinoroso, che si tene la sorella, che aveva morti i cugini cd i nepoti per
regnare, non poteva scendere alcuno
pietoso rispetto: ina si conchiuse, che gli uomini no sanno essere
onorevolmente tristi, o perfettamente buoni; e come una tristizia ha in sè
grandezza, o è in alcuna parte generosa, eglino non vi sanno entrare. Cosi
Giovampagolo, il quale non stimava essere incesto e pubblico parricida, non
seppe, o, a dir meglio, non ardì, avendon giusta occasione, fare una impresa,
dove ciascuno avesse ammirato l’animo suo, e avesse di sè lasciato memoria
eterna; sendo il primo che avesse dimostro ai prelati, quanto sia da stimar
poco chi vive c regna come loro; ed avesse fatto una cosa, la cui grandezza
avesse superato ogni infamia, ogni pericolo, clic da quella potesse depeudere.
Per qual cagione i Romani furono meno ingrati agli loro cittadini che gli
Ateniesi. Qualunque legge le cose fatte dalle repubbliche, troverà in tutte
qualche spezie di ingratitudine contro a’suoi citladini; ma ne troverà meno in
Roma che in Atene e per avventura in qualunque altra repubblica. E ricercando
la cagione di questo, parlando di Roma c di Atene, credo accadesse perchè i
Romani avevano meno cagione di sospettare de’suoi cittadini, che gli Ateniesi.
Perchè a Roma, ragionando di lei dalla
cacciata dei Re intino a Siila e Mario, non fu mai tolta la libertà da alcuno
suo cittadino: in modo che in lei non era grande cagione di sospettare di loro,
e, per conseguente, di offendergli inconsideratamente intervenne bene ad Atene
il contrario: perché, sendole tolta la libertà da Pisistrato nel suo più
florido tempo, e sotto uno inganno di bontà; come prima la diventò poi libera, ricordandosi
delle ingiurie ricevute e della passata servitù, diventò acerrima vendicatrice
non solamente degli errori, ma delP ombra degli errori de' suoi cittadini. Di
qui nacque l’esilio e la morte di tanti eccellenti uomini; di qui Pordine dello
ostracismo, ed ogni altra violenza che contra i suoi ottimati in vari tempi da
quella città fu fatta. Ed è verissimo
quello che dicono questi scrittori della
civiltà: che i popoli mordono più fieramente poi ch’egli hanno recuperala la
libertà, che poi che l’hanno conservala. Chi considerrà adunque, quanto è
detto, non biasimerà in questo Atene, nè lauderà Roma; ma ne accuserà solo la
necessità, per la diversità degli accidenti che in queste città nacquero.
Perchè si vedrà, chi considererà le cose sottilmente, che se a Roma fusse siila tolta la libertà
come a Atene, non sarebbe stata Roma più pia verso i suoi cittadini, che si
fusse quella. Di che si può fare verissima conieltura per quello che occorse,
dopo la cacciata dei Re, contra a Collatino ed a Publio Valerio: de’quali il
primo, ancora elicsi trovasse a liberare Roma, E MANDATO IN ESILIO NON PER
ALTRA CAGIONE CHE PER TENERE IL NOME DE’ TARQUINI; P altro, avendo sol «lato di
sè sospetto per edificare una casa in sul monte Celio, fu ancora per essere
fatto esule. Talché si può stimare, veduto quanto Roma fu in questi due
sospettosa e severa, che Farebbe usata la ingratitudine come Atene, se da’suoi
cittadini, come quella ne’primi tempi ed innanzi allo augumento suo, fosse
stata ingiuriata. G per non avere a tornare più sopra questa materia della
ingratitudine, ne dirò quello ne occorrerà nel seguente capitolo. Quale sia più
ingrato, o un popolo j o un principe. Egli mi pare, a proposito della
soprascritta materia, da discorrere quale usi con maggiori esempi questa
ingratitudine, 0 un popolo, o un principe. E per disputare meglio questa parte,
dico, come questo vizio della
ingratitudine nasce o dalla avarizia, o dal sospetto. Perchè, quando o
un popolo o un priacipe ha mandato fuori un suo capitano in una cspedizione
importante, dove quel capitano, vincendola, ne abbia acquistata assai gloria;
quel principe o quel popolo è tenuto allo incontro a premiarlo: e se, in cambio
di premio, o ei lo disonora o ei T offende, mosso dalla avarizia, non volendo,
ritenuto da questa cupidità, satisfarli;
fa uno errore che non ha scusa, anzi si tira dietro una infamia eterna. Pure si
trovano molti principi che ci peccano. E Cornelio TACITO dice, con questa
sentenzia, la cagione: Proclivius est inj ur ite, quarti beneficio vicem
cxsolvcre, quia grafia oneri, ultio in questu fiabe tur. Ma quando ei non lo
premia, o, a dir meglio, l’offende, non mosso da avarizia, ma da sospetto; allora merita, e il popolo e
il principe, qualche scusa. E di queste ingratitudini usate per tal cagione, se
ne legge assai: perchè quello capitano il quale virtuosamente ha acquistato uno
imperio al suo signore, superando i nemici, e riempiendo sè di gloria e gli
suoi soldati di ricchezze; di necessità, e con i soldati suoi, e con i nemici,
e coi sudditi propri di quel principe
acquista tanta reputazione, che quella vittoria non può sapere di buono
a quel signore che lo ha mandato. G perchè la natura degli uomini è ambiziosa e
sospettosa, e non sa porre modo a ntssuna sua fortuna, è impossibile che quel
sospetto che subito nasce nel principe dopo la vittoria di quel suo capitano,
non sia da quel medesimo accresciuto per qualche suo modo o termine usato insolentemente. Talché il principe non può
peusare ad altro che assicurarsene; e per fare questo, pensa o di farlo morire,
o di torgli la reputazione che egli si ha guadagnala nel suo esercito e ne’suoi
popoli: e con ogni industria mostrare che quella vittoria è nata non per la
virtù di quello, ma per fortuna, o per viltà dei nemici, o per prudenza degli
altri capitani clic sono stati seco in tale l’azione. Poiché Vespasiano, sendo
in Giudea fu dichiarato dal suo esercito imperadore; Antonio Primo, che si
trova con un altro esercito in llliria, prese le parti sue, e ne venne in
Italia contea a Vitellio il quale regna a Roma, e virluosissimamente ruppe due
eserciti Vitelliani, c occupò Roma; talché Muziano, mandato da Vespasiano, trova
per la virtù d’Antonio acquistato il tutto, e vinta ogni diffìcultà. Il premio
che Autonio ne riportò, fu che Muziano gli tolse subito l’ubidienza dell’esercito,
e a poco a poco io riduce in Roma senza alcuna autorità: talché Antonio ne andò
a trovare Vespasiano, il quale era ancora in Asia; dal quale fu in modo
ricevuto, che, in breve tempo, ridotto in nessun grado, quasi disperato morì. E
di questi esempi ne sono piene le istorie.
Ne’nostri tempi, ciascuno che al presente vive, sa con quanta industria
e virtù Ferrante, militando nel regno di Napoli contra a’ Franciosi per
Ferrando Re di Ragona, conquistasse e vince quel regno; e come, per premio di vittoria, ne riportò
che Ferrando si parti da Ragona, e, venuto a Napoli, in prima gli levò la
obedienza delle genti d’arme, c di poi gli tolse le fortezze, ed appresso
lo menò seco in Spagna; dove poco tempo
poi, inonorato, mori. È tanto, dunque, naturale questo sospetto ne’principi,
che non se ne possono difendere; ed è impossibile ch’egli usino gratitudine a
quelli che con vittoria hanno fatto sotto le insegne loro grandi acquisti. E da
quello che non si difende un principe, non è miracolo, nè cosa degna di maggior
considerazione, s.e un popolo non se ne
difende. Perchè, avendo una città che vive libera, duoi fini, V uno lo
acquistare, l’altro il mantenersi libera; conviene che nell’una cosa e
nell’altra per troppo amore erri. Quanto agli errori nello acquistare, se ne
dirà nel luogo suo. Quanto agli errori per mantenersi libera, sono, intra gli
altri, questi: di offendere quei cittadini elicla doverrebbe premiare; aver
sospetto di quelli in cui si doverrebbe
confidare. E benché questi modi in una repubblica venuta alla corruzione siano
cagione di grandi mali, c che molle volte piuttosto la viene alla tirannide,
come intervenne a Roma di Cesare, che per forza si tolse quello che la
ingratitudine gli negava; nondimeno in una repubblica non corrotta sono cagione
di gran beni, e fanno che la ne vi\e libera più, mantenendosi per paura ili punizione gli uomini migliori, e
meno ambiziosi. Vero è che infra tutti i popoli che mai ebbero imperio, per le
cagioni di sopra discorse, Roma fu la meno ingrata: perchè della sua
ingratitudine si può dire che non ci sia altro esempio che quello di Scipione;
perchè Coriolano c Cammillo fumo fatti esuli per ingiuria che l’uno e l’altro
aveva fatto alla Plebe. Ma all’uno non fu
perdonato, per aversi sempre riserbato contea al Popolo l’animo nemico; Paiteo
non solamente fu richiamato, ma per tutto il tempo della sua vita adorato come
principe. Ma la ingratitudine usata a Scipione, nacque d’un sospetto che i
cittadini cominciorno avere di lui, che degli altri non s’era avuto: il quale
nacque dalla grandezza del nemico che Scipione aveva vinto; dalla reputazione che gli aveva data la vittoria di
sì lunga e pericolosa guerra; dalla celerità di essa; dai favori che la
gioventù, la prudenza, e le altre sue memorabili virtuti gli acquistavano. Le
quali cose furono tante, che, non che altro, i magistrati di Roma temevano
della sua autorità: la qual cosa spiaceva agl’uomini savi, come cosa inconsueta
in Roma. E parve tanto straordinario il vivere suo, che CATONE PRISCO, riputato
santo, fu IL PRIMO a fargli contra; e a dire che una città non si poteva
chiamare libera, dove era un cittadino che fusse temuto dai magistrati. Talché,
se il popolo di Roma 1 seguì in questo
caso L’OPINIONE DI CATONE, merita quella scusa che di sopra ho detto meritare
quelli popoli e quelli principi che per sospetto sono ingrati. Conchiudendo
adunque questo discorso, dico, che usandosi questo vizio della ingratitudine o
per avarizia o per sospetto, si vedrà come i popoli non mai per T avarizia la
usorno, e per sospetto assai i manco che
i principi, avendo meno cagione di sospettare: come di sotto si dirà. Quali
modi debbo usare un principe o una repubblica per fuggire questo vizio della
ingratitudine: c quali quel capitano o quel cittadino per non essere oppresso
da quella. Un principe, per fuggire questa necessità di avere a vivere con
sospetto, o esser ingrato, debbe personalmente andare nelle espedizioni;
come facevano nel principio quelli
imperadori romani, come fu ne’tempi nostri il Turco, c come hanno fatto e fanno
quelli che sono virtuosi. Perchè, vincendo, la gloria e lo acquisto è tutto
loro; e quando non vi sono, sendo la gloria d’altrui, non pare loro potere
usare quello acquisto, s’ei non spengono in altrui quella gloria che loro non
hanno saputo guadagnarsi, e diventare ingrati ed ingiusti: e senza dubbio, è maggiore la loro
perdita, che il guadagno. Ma quando, o per negligenza o per poca prudenza, e’si
rimangono a casa oziosi, c mandano un capitano; io non ho che precetto dar loro
altro, che quello che per lor medesimi si sanno. Ma dico bene a quel capitano,
giudicando io che non possa fuggire i morsi della ingratitudine, che faccia una
delle due cose: o subito dopo la
vittoria lasci lo esercito c rimettasi nelle mani del suo principe, guardandosi
da ogni atto insolente o ambizioso; acciocché quello, spogliato d’ogni
sospetto, abbia cagione o di premiarlo o di non lo offendere: o, quando questo
non gli paia di fare, prenda animosamente la parte contraria, e tenga tutti
quelli modi per li quali creda che quello acquisto sia suo proprio e non
del principe suo, facendosi benivoli i
soldati ed i sudditi; e faccia nuove amicizie coi vicini, occupi con li suoi
uomini le fortezze, corrompa i principi del suo esercito, e di quelli che non
può corrompere s’assicuri; e per questi modi cerchi di punire il suo signore di
quella ingratitudine che esso gli userebbe. Altre vie non ci sono: ma, come di
sopra si disse, gli uomini non sanno essere nè al tutto tristi, nè al tutto buoni: e sempre
interviene che, subito dopo la vittoria, lasciare lo esercito non vogliono,
portarsi modestamente non possono, usare termini violenti e che abbino in sè
Tonorevole, non sanno; talché, stando ambigui, intra quella loro dimora ed
ambiguità, sono oppressi. Quanto ad una repubblica, volendo fuggire questo vizi
dello ingrato, non si può dare il medesimo rimedio che al principe; cioè che
vadia, e non mandi, nelle cspedizioni sue, sendo necessitate a mandare un suo
cittadino. Conviene, pertanto, che pei rimedio io le dia, che la tenga i
medesimi modi che tenne la repubblica romana, ad esser meno ingrata che
l’altre: il che nacque dai modi del suo governo. Perchè, adoperandosi tutta la
città, e gli nobili e gli ignobili,
nella guerra, surgeva sempre in Roma in ogni età tanti uomini virtuosi, ed
ornati di varie vittorie, che il popolo non avea cagione di dubitare di alcuno
di loro, sendo assai, c guardando P uuo Patirò. E in tanto si mantenevano
interi, e respettivi di non dare, ombra di alcuna ambizione, uè cagione al
popolo, come ambiziosi, d’offendergli; che venendo alla dittatura, quello
maggior gloria ne riporta, che più tosto
la depone. E cosi, non potendo simili modi generare sospetto, non generavano
ingratitudine. In modo che, una repubblica che nott voglia avere cagione
d’essere ingrata, si debbo governare come Roma; c uno cittadino che voglia fuggire
quelli suoi morsi, debbc
osservare i termini osservati
dai cittadini romani. Che » capitani
romani per errore commesso
?io« furono mai istraordinariamcnlc puniti; nè furono mai
ancora puniti quando, pella ignoranza loro o tristi partiti presi da loro, ne
fissino seguiti danni alla repubblica. 1 Romani, non solamente, come di sopra
avemo discorso, furono manco ingrati die V altre repubbliche, ma furono ancora
più pii e più respctlivi nella punizione de’loro capitani degli eserciti, che
alcune altre. Perchè, se il loro errore fussc stato per malizia, e’lo
gastigavano umanamente; se gli era per ignoranza, non che lo punissino, e’ lo
premiavano ed onoravauo. Questo modo del procedere era bene considerato da
loro: perchè e' giudicavano che fusse di tanta importanza a quelli che
governavano gl’eserciti loro, lo avere l’animo libero ed espedito, e senza
altri estrinsechi rispetti nel pigliare i parliti, che non volevano aggiugnere ad una cosa per sè stessa
difficile e pericolosa, nuove difficultà c pericoli; pensando che
aggiugttendovcli, nessuno potesse essere che operasse mai virtuosamente.
Verbigrazia, e’mandavano uno esercito in Grecia contra a Filippo di Macedonia,
o in Italia contra ad Annibale, o contro a quelli popoli che vinsono prima. Era
questo cupitano clic era preposto a tale espedizione, angustiato da tutte
quelle cure che s’arrecavano dietro quelle faccende, le quali sono gravi e
importantissime. Ora, se a tali cure si fus»sino aggiunti più esempi di Romani
ch’eglino avessino crucifissi o altrimenti morti quelli che avessino perdute le
giornale, egli era impossibile che quello capitano intra tanti sospetti potesse
deliberare strenuamente. Però, giudicando essi
che a questi tali fusse assai pena la ignominia dello avere perduto, non
gli vollono con altra maggior pena sbigottire. Uno esempio ci è, quanto allo
errore commesso non per ignoranza. Erono Sergio e Virginio a campo a Veio,
ciascuno preposti ad una parte dello esercito; de’quali Sergio era all’incontro
donde potevano venire i Toscani, c Virginio dall’altra parte. Occorse che
sendo assaltato Sergio dai Falisci e da
altri popoli, sopportò d’essere rotto c fugato prima che mandare per aiuto a
Virginio. E dall’altra parte, Virginio aspettando che si umiliasse, volle piuttosto
vedere, il disonore della patria sua, e la rovina di quello esercito, clic
soccorrerlo. Caso veramente esemplare e tristo, c da fare non buona coniettura
della Repubblica romana, se 1’uno c l’altro non
fusscro stati gasligali. Vero è che, dove un’altra repubblica gli a r
ebbe puniti di pena capitale, quella gli punì in danari. II che nacque non
perchè i peccali loro non meritassino maggior punizione, ma perchè gli Romani
voiiono in questo caso, per le ragioni già dette, mantenere gli antichi costumi
loro. E quanto agii errori per ignoranza, non ci è il più bello esempio che
quello di VARRRONE (si veda): per la
temerità del quale sendo rotti i Romani a Canne d’Annibaie, dove quella
Repubblica porta pericolo della sua libertà; nondimeno, perchè vi fu ignoranza
e non malizia, non solamente non lo gastigorno ma lo onororno, e gl’anda
incontro nella tornata sua in
Roma tutto l’Ordine
senatorio; e non lo potendo
ringraziare della zuffa, Io
ringraziarono eh’ egli
era tornato in Roma,
c non si era
disperato delle cose romane.
Quando Papirio Cursore
volevu fare morire Fabio,
per avere contea
al suo comandamento combattuto
coi Sanniti; intra le altre
ragioni che dal patire di Fabio erano assegnale conira alla ostinazione del
Dittatore, era che il Popolo romano in alcuna perdita de’suoi Capitani non
aveva fatto mai quello che Papirio nella vittoria voleva fare. Una repubblica o
uno principe non e sia conira ad una consuetudine antica della città, è
scandalosissimo. Egli è sentenza degli antichi scrittori, come gli uomini
sogliono affliggersi nel male c stuccarsi nel benej e come dul1’una e dall’altra
di queste due passioni nascono i medesimi effetti. Perchè, qualunque volta è
tolto agli uomini il combattere per
necessità, combattono per ambizione: la quale è tanto potente ne’petti
umani, che mai, a qualunque grado si salgano, gl’abbandona. La cagione è,
perchè la natura ha creati gl’uomini in modo, che possono desiderare ogni cosa,
e non possono conseguire ogni cosa: talché, essendo sempre maggiore il
desiderio che la potenza dello acquistare, ne risulta la mala contentezza di
quello che si possiede, e la poca
satisfazionc di esso. Da questo nasce il variare della fortuna loro: perchè
desiderando gli uomini, parte d’avere più, parte temendo di non perdere lo
acquistato, si viene alle inimicizie ed alla guerra; dalla quale nasce la
rovina di quella provincia, e la esaltazione di quel1’altra. Questo discorso ho
fatto perchè alla Plebe romana non bastò assicurarsi de’ Nobili per la creazione de’Tribuni, al quale desiderio fu
constretta per necessità; che lei subito, ottenuto quello, comincia a
combattere per ambizione, e volere con la Nobiltà dividere gli onori e le
sustanze, come cosa stimata più dagli uomini. Da questo nacque il morbo che
partorì la contenzione della legge agraria, ed in (ine fu causa della
distruzione della Repubblica romana. E perchè le repubbliche bene ordinate hanno a tenere ricco il
pubblico, e li loro cittadini poveri; convenne che fusse nella città di Roma
difetto in questa legge: la quale o non fusse fatta nel principio in modo che
la non si avesse ogni di a ritrattare; o che la si differisse tanto in farla,
che fusse scandotoso il riguardarsi indietro; o sendo ordinata bene da prima,
era stata poi dall’uso corrotta; talché, in qualunque modo si fusse, mai non si parlò di questa
legge in Roma, che quella città non anda sottosopra. Aveva questa legge duoi
capi principali. Ter l’uno si dispone clic non si potesse possedere per alcun
cittadino più che tanti iugeri di terra; per V altro, che i campi di che si
privavano i nimici, si dividessino intra il popolo romano. Veniva pertanto a
fare di duoi sorte offese ai Nobili: perchè quelli che possedevano più beni non
permetteva la legge (quali erano la maggior parte de’Nobili), ne avevano ad esser privi; e dividendosi
intra la Plebe i beni de’nimici, si toglieva a quelli la via dello arricchire.
Sicché, venendo ad essere queste offese contra ad uomini potenti, e che pare
loro, contrastandola, difendere il pubblico; qualunque volta, com’è detto, si
ricorda, anda sottosopra quella città:
ed i Nobili con pazienza ed industria la temporeggiavano, o con trac fuora un
esercito, o che a quel Tribuno che la propone s’opponesse uno altro Tribuno; o
talvolta cederne parte; ovvero mandare una colonia in quel luogo che si avesse
a distribuire: come intervenne del contado di Anzio, pel quale surgendo questa
disputa della legge, si mandò in quel luogo una colonia traila di Roma, alla quale si consegnasse
detto contado. Dove L. usa un termine
notabile, dicendo clic con ditTìcultà si trovò in Roma eli i desse il nome per
ire in detta colonia: tanto era quella Plebe più pronta a volere desiderare le
cose in Homa, che a possederle in Anzio ! Andò questo umore di questa legge
così travagliandosi un tempo, tanto che i Romani cominciarono a condurre le loro armi nell’estreme parti d’Italia, o
fuori di Italia; dopo al qual tempo
parve che la restasse. Il che nacque perchè i campi che possedevano i nimici di
Roma essendo discosti dagli occhi della
Plebe, cd in luogo dove non gli era facile il coltivargli, veniva meno
ad esserne desiderosa: ed ancora i Romani erano meno punitori tic’ loro nemici
in siinil modo; e quando pure
spogliavano alcuna terra del suo
contado, vi distribuivano colonia. Tanto che per tali cagioni questa legge
stette come addormentata inOno
a’Gracchi: da’quali essendo poi svegliata, rovinò al tutto la libertà romana;
perchè la trovò raddoppiata la potenza de’suoi avversari, e si accese per
questo tante odio intra la Plebe ed il Senato, che si venne all’armi ed al
sangue, fuor d’ogni modo e costume
civile. Talché, non potendo i pubblici magistrati rimediarvi, nè
sperando più alcuna delle fazioni in quelli, si ricorse a’rimedi privati, e
ciascuna delle parti pensò di farsi uno capo che la difendesse. Pervenne in
questo scandalo e disordine la Plebe, e volse la sua riputazione a Mario, tanto
che la lo fece quattro volte Consolo; ed
in tanto continuò con pochi intervalli il suo consolato, che si potette per sè stesso far Consolo tre
altre volte. Contra alla qual peste non avendo la Nobiltà alcuno rimedio, si
volse a favorir Siila; e fatto quello capo della parte sua, vennero alle guerre
civili e dopo molto sangue e variar di fortuna, rimase superiore la Nobiltà.
Risuscitorono poi questi umori a tempo di Cesare c di Pompeo; perchè, fattosi
Cesare capo della parte di Mario, c Pompeo
di quella di Siila, venendo alle mani rimase supcriore GIULIO CESARE: IL
QUALE E IL PRIMO TIRANNO IN ROMA, TALCHE MAI E POI LIBERA QUELLA CITTA. Tale,
adunque, principio e fine ebbe la legge agraria. E benché noi mostrassimo
altrove, come le inimicizie di Roma intra il Senato c la Plebe mantenessero
libera Roma, per nascerne da quelle leggi in favore della libertà; e per questo
paia disforme a tale conclusione il fine di questa legge agraria; dico come,
per questo, io non mi rimuovo da tale oppinionc: perchè egli è tanta P
ambizione de’grandi, che se per varie vie ed in vari modi la non ò in una città
sbattuta, tosto riduce quella città alla rovina sua. In modo che, se la
contenzione della legge agraria penò trecento anni a fare Roma serva, si sarebbe condotta, per avventura, molto più
tosto iti servitù, quando la Plebe, e con questa legge c con altri suoi
appetiti, non avesse sempre frenato la ambizione de’Nobili. Vedasi per questo
ancora, quanto gli uomini stimano più la roba che gli onori. Perchè la Nobiltà
romana sempre negli onori eedè senza scandali istraordinari alla Plebe; ma come
si venne alla roba, fu tanta la
ostinazione sua nel difenderla, che la Plebe ricorse, per Sfogare
1’appetito suo, a quelli istraordinari che di sopra si discorrono. Del quale disordine furono motori i Gracchi;
de’quali si dcbbe laudare più la intenzione che la prudenza. Perchè, a voler levar
via uno disordine cresciuto in una repubblica,
e per questo fare una legge che riguardi assai indietro, è partito male
considerato; e, come di sopra largamente
si discorse, non si fa altro che accelerare quel male a che quel disordine ti
conduce: ma temporeggiandolo, o il male viene più tardo, o per sè medesimo col
tempo, avanti che venga al fine suo, si spegne. Le repubbliche deboli sono male
risolute, e non si sanno deliberare; c se le pigliano mai alcuno partito j
nasce più da necessità che da elezione. Essendo in Roma una gravissima pestilenza, e parendo per
questo agli Volaci ed agli Equi che fusse venuto il tempo di potere oppressar Roma;
fatti questi due popoli uno grossissimo esercito, assalirono gli Latini e gli
Ernici, e guastando il loro paese, furono constretti gli Latini c gli Ernici
farlo intendere a Roma, c pregare che fussero difesi da' Romani: ai quali,
sendo i Romani gravati dal morbo,
risposero che pigliassero partito di difendersi da loro medesimi e con
le loro armi, perchè essi non li potevano difendere. Dove si conosce la
generosità e prudenza di quel Senato, e come sempre in ogni fortuna volle
essere quello che fusse principe delle deliberazioni che avessero a pigliare i
suoi; nè si vergognò mai deliberare una cosa che fusse contraria al suo modo di
vivere o ad altre deliberazioni fatte da
lui, quando la necessità gliene comanda. Questo dico perchè altre volte il
medesimo Senato aveva vietato ai detti popoli l’armarsi e difendersi; talché ad
uno Senato meno prudente di questo, sarebbe parso cadere del grado suo a
concedere loro tale difensione. Ma quello sempre giudicò le cose come si
debbono giudicare, e sempre prese il meno reo partilo per migliore; perchè male
gli sapeva non potere difendere i suoi sudditi; male gli sapeva che si
armassino senza loro, per le ragioni dette, e per molte altre che si intendono:
nondimeno, conoscendo che si sarebbono armati, per necessità, a ogni modo,
avendo il nimico addosso; prese la parte onorevole, e volle che quello clic gli
avevano a fare, lo facessino con licenzia sua, acciocché avendo disubbidito per necessità, non si
avvezzassino a disubbidire per elezione. E benché questo paia partito che da
ciascuna repubblica dove esser preso; nientedimeno le repubbliche deboli e male
consigliate non gli sanno pigliare, nè si sanno onorare di simili necessità.
Aveva il duca Valentino presa Faenza, e fatto calare Bologna agli accordi suoi.
Dipoi, volendosene tornare a Roma per la
Toscana, mandò in Firenze uno suo uomo a domandare il passo per sé e per
il suo esercito. Consultossi in Firenze come si avesse a governare questa cosa,
nè fu mai consigliato per alcuno di concedergliene. In che non si seguì il modo
romano: perchè, sendo il Duca armatissimo, ed i Fiorentini in modo disarmati
che non gli potevano vietare il passare, era molto piu onore loro, che paresse che passasse con permissione di
quelli, che a forza; perchè, dove vi fu al tutto il loro vituperio, sarebbe
stato in parie minore quando I’avessero governata altrimenti. Ma la più cattiva
parte che abbino le repubbliche deboli, è essere irresolute; in modo che lutti
i partili che le pigliano, gli pigliano per forza; e se vieti loro fatto alcuno
bene, lo fanno forzato, c non per prudenza
loro. Io voglio dare di questo duoi altri esempi, occorsi ne’tempi
nostri nello stato della nostra città, nel mille cinquecento. Ripreso che il re
Luigi XII di Francia ebbe Milauo,
desideroso di rendergli Pisa, per aver
cinquanta mila ducati che gli erano stati promessi da’ Fiorentini dopo tale
restituzione, mandò gli suoi eserciti verso Pisa, capitanati da monsignor
Beaumonte; benché francese, nondiraanco
uomo in cui i Fiorentini assai confidavano. Condussesi questo esercito e questo
capitano intra Cascina e Pisa, per andare a combattere le mura; dove dimorando
alcuno giorno per ordinarsi alla espugnazione, vennero oratori Pisani a
Beaumonte, e gli offerirono di dare la città allo esercito francese con questi
patti: che, sotto la fede del re, promettesse non la mettere in mano de’Fiorentini, prima che dopo quattro
mesi. Il qual partito fu dai Fiorentini al tutto rifiutato, in modo che si
seguì nello andarvi a campo, e partissene con vergogna. Nè fu rifiutato il
partito per altra cagione, che per diffidare della fede del re; come quelli che
per debolezza di consiglio si erano per forza messi nelle mani sue: e
dall’altra parte, non se ne fidavano, nè vedevano quanto era meglio che il re
potesse rendere loro Pisa sendovi dentro, e non la rendendo scoprire P animo
suo, che non la avendo, poterla loro promettere, e loro essere forzati comperare
quelle promesse. Talché molto più utilmente arebbono fatto a consentire che
Beaumonlc V avesse, sotto qualunque pròmessa, presa: come se ne vide la
espcrienza di poi, die essendosi ribellato Arezzo, venne a’soccorsi de’Fiorentini mandato dal re
di Francia monsignor Imbalt con gente francese; il qual giunto propinquo ad
Arezzo, dopo poco tempo cominciò a praticare accordo con gli Aretini, i quali
sotto certa fede volevano dare la terra, a similitudine de’Pisani. Fu rifiutato
in Firenze tale partito; il che veggendo monsignor Imbalt, e parendogli come i
Fiorentini se ne inlendessino poco, comincia a tenere le pratiche dell’accordo
da se, senza participazione de’Commessaci: tanto che e’io conchiuse a suo modo,
e sotto quello colle sue genti se ne entra in Arezzo, facendo intendere
a’Fiorentini come egli erano matti, e non s’intendevano delle cose del mondo:
che se volevano Arezzo, lo fucessino intendere al re, il quale lo poteva dar
loro molto meglio, avendo le sue genti in quella città, che fuori. Non si resta
in Firenze di lacerare e biasimare detto Imbalt; nè si resta mai, infino a
tanto che si conobbe che se Beaumonte fusse stato simile a Imbalt, si sarebbe
avuto Pisa come Arezzo. E cosi, per tornare a proposito, le repubbliche
irresolute non pigliano mai partiti buoni, se non per forza, perchè la
debolezza loro non le lascia mai deliberare dove è alcuno dubbio; e se quel
dubbio non è cancellalo da una violenza, che le sospinga, stanno sempre mai
sospese. In diversi popoli si veggono spesso i medesimi accidenti. E’si conosce
facilmente per chi considera le cose presenti e l’antiche, come in tutte le
città ed in tutti i popoli sono quelli medesimi desiderii e quelli medesimi
umori, e come vi furono sempre: in modo che gli è facil cosa a chi esamina con diligenza
le cose passate, prevedere in ogni repubblica le future, c farvi quelli rimedi
che dagli antichi sono stati usati; o non ne trovando degli usati, pensarne
de’nuovi, pella similitudine degl’accidenti. Ma perchè queste considerazioni
sono neglette, o non intese da chi legge; o se le sono intese, non sono
conosciute da chi governa; ne seguita che sempre sono i medesimi scandali in
ogni tempo. Avendo la città di Firenze perduto parte dell’imperio suo, come
Pisa ed altre terre, fu necessitata a fare guerra a coloro che l’occupano. E
perchè chi l’occupa era potente, ne seguiva che si spende assai nella guerra,
senza alcun frutto; dallo spendere assai ne risulta assai gravezze; dalle
gravezze, infinite querele del popolo; e perchè questa guerra era amministrata
d’uno magistrato di dieci cittadini che si chiamano i Dieci della guerra, 1’universale
comincia a recarselo in dispetto, come quello che fusse cagione della guerra e
delle spese d’essa; e corniliciò a persuadersi che tolto via detto magistrato,
fusse tolto via la guerra: tanto che avendosi a rifare, non se gli fecero gli
scambi; e lasciatosi spirare, si commisero le azioni sue alla Signoria. La
qual deliberazione fu tanto perniziosa
che non solamente non leva la guerra come l’universale si persuade; ma tolto
via quelli uomini che con prudenza l’amministravano, ne seguì tanto disordine,
die, oltre a Pisa, si perde Arezzo e
molti altri luoghi: in modo che,
ravvedutosi il popolo dell’errore suo, e come la cagione del male era la febbre
e non il medico, rifece il magistrato de’Dieci. Questo medesimo umore si leva
in Roma conira al nome de’Consoli: perchè, veggendo quello Popolo nascere 1’una
guerra dall'altra, e non poter mai riposarsi; dove e'dovevano pensare che la
nascesse dalla ambizione de’vicini che gli volevano opprimere; pensano nascesse
dall’ambizione dei Nobili, che non potendo dentro in Roma gastigar la Plebe
difesa dalla potestà tribunizia, la volevano condurre fuori di Roma sotto i
Consoli, per opprimerla dove non aveva aiuto alcuno. E pensarono per questo,
che fusse necessario o levar via i Consoli, o regolare in modo la loro potestà,
che e’non avessino autorità sopra il popolo, nè fuori nè in casa. Il primo che
tentò questa legge, fu uno Terentillo tribuno; il quale propone che si
dovessero creare cinque uomini che dovessino considerare la potenza de’Consoli,
e limitarla. II che altera assai la Nobiltà, parendoli che la maiestà
dell’imperio fusse al tutto declinata, talché alla Nobiltà non restasse più
alcuno grado in quella Repubblica. Fu nondimeno tanta l’ostinazione dei
Tribuni, che il nome consolare si spense; e furono in fine contenti, dopo
qualche altro ordine, piuttosto creare Tribuni con potestà consolare, che i
Consoli: tanto avevano più in odio il nome che le autorità loro. E cosi
seguitorno lungo tempo, infino che conosciuto io errore loro, còme i Fiorentini
ritornorno ai Dieci, così loro ricreorno i Consoli. La creazione del
DECEMVIRATO in Roma, e quello che in essa è da notare: dove si considera, intra
molte altre cose, come si può salvare per simile accidente, o oppressore
una repubblica. Volendo discorrere
particolarmente sopra gl’accidenti che nacquero in Roma pella creazione del
decemvirato, non mi pare soperchio narrare prima tutto quello che segui per
simile creazione, e dipoi disputare quelle porti che sono in esse azioni
notabili: le quali sono molte, e di grande considerazione, cosi per coloro che
vogliono mantenere una repubblica libera, come per quelli che disegnassino
sommetterla. Perchè in tale discorso si vedranno molti errori fatti dal Senato
e dalla Plebe in disfavore della libertà; e molli errori fatti d’APPIO, capo
del decemvirato; in disfavore di quella tirannide ch’egli s’aveva presupposto
stabilire in Roma. Dopo molte deputazioni c contenzioni seguite intra il Popolo
e la Nobiltà per fermare nuove leggi in Roma, pelle quali e’si stabilisse più la libertà di
quello stato; mandarono, d’accordo, Spurio Postumio con duoi altri cittadini ad
Atene pegl’essenti di quelle leggi che Solone da a quella città, acciocché
sopra quelle potessero fondare le leggi romane. Andati e tornati costoro, si
venne alla creazione degl’uomini eh’avessino ad esaminare e fermare de.tte
leggi; e ercorno dieci cittadini per un anno, tra i quali fu creato APPIO CLAUDIO, il primo
filosofo romano, uomo sagace ed inquieto. E perchè e'potessimo senza alcuno
rispetto creare tali leggi, si levarono di Roma tutti gli altri magistrati, ed
in particolare i Tribuni e i Consoli, e levossi lo appello al Popolo; in modo che
tale magistrato veniva ad essere al tulio principe di Roma. Appresso ad APPIO
si ridusse tutta 1’autorità degli altri suoi compagni, per gli favori clic gli
fa la Plebe: perché egli s’era fatto in modo popolare colle dimostrazioni, che
pare meraviglia eh’egli avesse preso sì presto una nuova natura c uno nuovo
ingegno, essendo stato tenuto innanzi a questo tempo un crudele persecutore
della Plebe. Governaronsi questi Dieci assai civilmente, non tenendo più che
dodici littori, i quali andavano davanti
a quello ch’era infra loro preposto. E bench’egli avessino 1’autorità assoluta,
nondimeno avendosi a punire un cittadino romano per omicidio, lo citorno nel
conspelto del Popolo, e da quello lo fecero giudicare. Scrissero le loro leggi
in dicci tavole, ed avanti che le confirmassero, le messono in pubblico,
acciocché ciascuno le potesse leggere c disputarle; acciocché si
conoscesse se vi era alcuno difetto, per
poterle binanti alla confirmazionc loro emendare. Fece, in su questo, Appio
nascere un rornorc per Bomn, che se a queste dieci tavole se n’ aggiungcssiuo
due altre, si darebbe a quelle la loro perfezione; talché questa oppinionc
dette occasione al Popolo di rifare i Dieci per uno altro anno: a che il Popolo
s’accorda volentieri; si perchè i Consoli non si rifacessino; sì perchè
speravano loro potere stare senza Tribuni, sendo loro giudici delle cause, come
di sopra si disse. Preso, adunque, partito di rifargli, tutta la Nobiltà si
mosse a cercare questi onori, ed intra i primi era Appio; ed usa tanta umanità
verso la Plebe nel domandarla, che la comincia ad essere sospetta a suoi
compagni: credebant cnim liaud gratuitam in lanla superbia comilatcmfore. E dubitando d’opporsegli
apertamente, diliberarono farlo con arte; e benché e’fusse minore di tempo di
tutti, dettono a lui autorità di proporre i futuri Dieci al popolo, credendo eh’egli
osservasse i termini degl’altri di non proporre sè medesimo, sendo cosa
inusitata e ignominiosa in Roma, Me vero imprdimentum prò occasione arripuit; e
nominò sè intra i primi, con meraviglia e dispiacere di tutti i Nobili: nominò
poi nove altri al suo proposito. La qual nuova creazione fatta per uu altro
anno, cominciò a mostrare al Popolo cd alla Nobiltà lo error suo. Perchè subito
Appio: finem fedi ferenda aliena persona; e comincia a mostrare la innata sua
superbia, ed in pochi dì riempiè di suoi costumi i suoi compagni. E per
Sbigottire il Popolo ed il Senato, in
scambio di dodici littori, ne feciono cento venti. Stette la paura
eguale qualche giorno; ma cominciarono poi ad intrattenere il Senato, e battere
la Plebe: e s’alcuno battuto dall’uno, appella ali’altro, era peggio trattalo
nell’appeltagione che nella prima causa. In modo che la Plebe, conosciuto l’errore
suo, comincia piena d’afflizione a riguardare in viso i Nobili; et inde
libcrtatis captare a urani, linde
servitutem tiinendoj in cum s taluni rempublicam adduxerant. E alla Nobiltà era
grata questa loro afflizione, ut ipsij teedio prcesenliunij Consules desiderar
ent. Vennero i di clic terminavano l’anno: le due tavole delle leggi erano
fatte, ma non pubblicate. Da questo i Dicci presono occasione di continovare
nel magistrato, c cominciorono a tenere con violenza lo Stato, e farsi
satelliti della gioventù nobile, alla quale davano i beni di quelli che loro
condannavano. Quibus donis Juventus coirumpebatur, et malebat liccnliam suoni,
i quatn omnium liberlatcm. Nacque in questo tempo, che i Sabini ed i Volsci
mossero guerra a’Romani: in su la qual paura cominciarono i Dieci a vedere la
debolezza dello Stato loro; perchè senza il Senato non potevano ordinare la guerra, e ragunando il Senato
pare loro perdere lo Stato. Pure, necessitati, presono questo ultimo partito: e
ragunali i Senatori insieme, molti de’Senatori parlorono contro alla superbia
de’Dieci, ed in particolare Valerio ed Orazio: e l’autorità loro si sarebbe al
tutto spenta, se non che il Senato, per invidia della Plebe, non volle mostrare
l’autorità sua, pensando che se i Dieci
deponevano il magistrato voluntarii, che potesse essere che i Tribuni
della plebe non si rifacessero. Dcliberossi adunque la guerra; uscissi fuori
con due eserciti guidati da parte di detti Dieci; APPIO rimase a governare la
città. Donde nacque che s’innamora di Virginia, e che volendola torre per
forza, il padre VIRGINIO, PER LIBERARLA, L’AMMAZZO: donde seguirono i
tumulti di Roma e degl’eserciti; i quali
ridottisi insieme col rimanente della Plebe romana, se n’andarono nel Monte
Sacro, dove stettero tanto clic i Dieci deposono il magistrato, e che furono
creali i Tribuni ed i Consolide ridotta Roma nella forma dell’antica sua
libertà. Notasi, adunque, per questo testo, in prima esser nato in Roma questo
inconveniente di creare questa tirannide, per quelle medesime cagioni che nascono la maggiore
parte delie tirannidi nelle città: e questo è da troppo desiderio del popolo d’esser
libero, e da troppo desiderio de’nobili di comandare. E quando c’non convengono
a fare una legge in favore della libertà, ma gettasi qualcuna delle parti a
favorire uno, allora è che subito la tirannide surge. Convennono il Popolo ed i
Nobili di Poma a creare i Dieci, e crearli con tanta autorità, per desiderio
che ciascuna delle parti aveva, 1’una di spegnere il nome consolare, l’altra il
tribunizio. Creati che furono, parendo alla Plebe che Appio fusse diventato
popolare c battesse la Nobiltà, si volse il Popolo a favorirlo. E quando un
popolo si conduce a far questo errore di dare riputazione ad uno perchè balta
quelli che egli ha in odio, e che quello
uno sia savio, sempre interverrà che diventerà tiranno di quella città. Perchè
egli attende, insieme con il favore del popolo, a spegnere la nobiltà; e non si
volterà inai all’oppressione del popolo, se non quando ei V arà spenta; nel
qual tempo conosciutosi il popolo essere servo, non abbi dove rifuggire. Questo
modo hanno tenuto tutti coloro che hanno fondato tirannidi in le repubbliche: c se questo modo avesse tenuto
APPIO, quella sua tironnide arebbe preso più vita, e non sarebbe mancata si
presto. Ma ei fece tutto il contrario, nè si potette governare più
imprudentemente; cliè per tenere la tirannide, c’si fece inimico di coloro che
glie T avevano data c che gliene potevano mantenere, ed amico di quelli che non
erano concorsi a dargliene e che non gliene
arebbono potuta mantenere; e perdèssi coloro che gl’erano amici, e cerca
d’avere amici quelli che non gli potevano essere amici. Perchè, ancora che i
nobili desiderino tiranneggiare, quella parte della nobiltà che si truova fuori
della tirannide, è sempre inimica al tiranno; nè quello se la può mai
guadagnare tutta, pell’ambizione grande e grande avarizia che è in lei, non
polendo il tiranno avere nè tante
ricchezze nè tanti onori che a tutta satisfaccia. E così Appio, lasciando il
Popolo ed accostandosi a’Nobili, fa uno errore evidentissimo, e pelle ragioni
dette di sopra, e perchè a volere con violenza tenere una cosa, bisogna che sia
più potente chi sforza, che chi è sforzato. Donde nasce che quelli tiranni che
hanno amico l’universale ed mimici i grandi, sono più sicuri; per essere la loro violenza sostenuta da maggior
forze, che quella di coloro che hanno per inimico il popolo ed amica la
nobiltà. Perchè con quello favore bastano a conservarsi le forze intrinseche;
come bastorno a Nabide tiranno di Sparta, quando tutta Grecia ed il popolo
romano l’assalta: il quale assicuratosi di pochi nobili, avendo amico il
popolo, con quello si difese; il che non arebbe
potuto fare avendolo inimico. In quello nitro grado per aver pochi amici
dentro, non bastano le forze intrinseche, ma gli conviene cercare di fuora. Ed
hanno ad essere di tre sorti: 1’una satelliti forestieri, die li guardino la
persona; l’altra armare il contado, che faccia quell’oflìzio che arebbe a fare
la plebe; la terza aderirsi co’vicini potenti, che li difendino. Chi tiene
questi modi e gli osserva bene, ancora
ch’egli avesse per inimico il popolo, potrebbe in qualche modo salvarsi. Ma
APPIO non poteva far questo di guadagnarsi il contado, scudo una medesima cosa
il contado e Roma; c quel che poteva fare, non seppe: talmente che rovinò nc’
primi principii suoi. Fecero il Senato ed il Popolo in questa creazione del
decemvirato errori grandissimi: perchè ancora che di sopra si dica, in quel discorso che si fa del
Dittatore, che quelli magistrati che si fanno da per loro, non quelli che fa il
popolo, sono nocivi alla libertà; nondimeno il popolo debbe, quando egli ordina
i magistrali, fargli in modo che gl’abbino avere qualche rispetto a diventare
tristi. E dove e’si debbe proporre loro guardia per mantenergli buoni, i Romani
la levorono, facendolo solo magistrato
in Roma, ed annullando tutti gli altri, pell’eccessiva voglia che il Senato
aveva di spegnere i Tribuni, e la Plebe di spegnere i Consoli; la quale gli
acceca in modo che concorsono in tale disordine. Perchè gl’uomini, come dice il
re Ferrando, spesso fanno come certi minori uccelli di rapina; ne’quali è tanto
desiderio di conseguire la loro preda a che la natura gl’incita che non sentono un altro maggior uccello che sia loro
sopra per ammazzargli. Conoscesi, adunque, per questo discorso, come nel
principio proposi, l’errore del Popolo romano, volendo salvare la libertà; e gl’errori
d’APPIO, volendo occupare la tirannide. Sahare dall’umilila alla superbia j
dalla pietà alta crudeltà senza debiti mezzij è cosa imprudente ed inutile.
Oltre agli altri termini male usati da
APPIO per mantenere la tirannide, non fu di poco momento saltare troppo presto
d’una qualità ad un’altra. Perchè l’astuzia sua nello ingannare la Plebe,
simulando d’essere uomo popolare, fu bene usata; furono ancora bene usati i
termini che tenue perchè i Dieci s’avessino a rifare; fu ancora bene usata
quella audacia di creare sè stesso contra all’oppinione della Nobiltà; fu
bene usato creare colleghi a suo
proposito: ma non fu già bene usato, come egli ebbe fatto questo, secondo che
di sopra dico, mutare in un subito natura; e d’amico, mostrarsi nimico alla
Plebe; d’umano, superbo; di facile, difficile; e farlo tanto presto, che senza
scusa veruna ogni uomo avesse a conoscer la fallacia dell’animo suo. Perchè chi
è paruto buono un tempo, e vuole a suo proposito diventar tristo, io debbe fare per gli debiti
mezzi; ed in modo condurvisi colle occasioni, che innanzi che la diversa natura
ti tolga de’favori vecchi, la te ne ubbia dati tanti degli nuovi, che tu non
venga a diminuire la tua autorità: altrimenti, trovandoti scoperto e senza
amici, rovini. Quanto gl’uomini facilmente si possono corrompere. Notasi ancora
in questa materia del decemvirato,
quanto facilmente gl’uomini si corrompono, e fatinosi diventare di
contraria natura, ancora che buoni e bene educati; considerando quanto quella
gioventù ch’Appio si aveva eletta intorno, comincia ad essere amica della
tirannide per uno poco d’utilità che gliene conseguiva; e come Quinto Fabio,
uno del numero de’secondi Dieci, sendo uomo oliimo, accecalo da un poco di
ambizione, e persuas dulia malignità d’APPIO, muta i suoi buoni costumi
in pessimi, e diventò simile a lui. Il che esaminato bene, fa tanto più pronti
i legislatori delle repubbliche o de’regni a frenare gl’appetiti umani, c torre
loro ogni speranza di potere impune errare. Quelli che combattono pella gloria
propria, sono buoni e fedeli soldati. Considerasi ancora pel soprascritto
trattato, quanta differenza è d’uno esercito
contento e che combatte pella gloria sua, a quello che è male disposto e che
combatte pell’ambizione d’altri. Perchè, dove gl’eserciti romani solevano
sempre essere vittoriosi sotto i Consoli, sotto i Decemviri sempre perderono.
Da questo essempio si può conoscere parte delle cagioni dell’inutilità
de’soldati mercenurii; i quali non hanno altra cagione clic li tenga fermi, che un poco di stipendio che tu
dai loro. La qual cagione non è nè può essere bastante a fargli fedeli, nè
tanto tuoi amici, che voglino morire per le. Perchè in quelli eserciti che non
è una affezione verso di quello per chi e’combattono, che gli facci diventare
suoi partigiani, non mai vi potrà essere tanta virtù che basta a resistere ad
uno nimico un poco virtuoso. G perchè
questo amore non può nascere, nè questa gara, d’altro che da’sudditi
tuoi; è necessario a volere tenere uno stato, a volere mantenere una repubblica
o uno regno, armarsi de’sudditi suoi: come si vede che hanno fatto tutti quelli
che con gl’eserciti hanno fatti grandi progressi. Avevano gl’eserciti romani
sotto i Dieci quella medesima virtù; ma perchè in loro non era quella
medesima disposizione, non facevano gl’usilati
loro effetti. Ma com prima il magistrato de’Dieci fu spento, e che loro come
liberi cominciorno amilitare, ritorna in loro il medesimo animo; e per conscguente, le loro imprese avevano il
loro fine felice, secondo l’antica consuetudine loro. Una moltitudine senza
capo è inutile: e non si debbo minacciare prima, c poi chiedere l'autorità. Era
la Plebe romana pello accidente di
Virginia ridotta armata nel Monte Sacro. Manda il Senato suoi ambasciadori a
dimandare con quale autorità egli avevano abbandonati i loro capitani, e
ridottisi nel Monte. E tanta era stimata l’autorità del Senato che non avendo
la Plebe intra loro capi, ninno si ardiva a rispondere. E L. dice, ohe e’non
manca loro materia a rispondere, ma manca loro chi fa la risposta. La qual cosa dimonstra appunto l’inutilità
d’una moltitudine senza capo. Il qual disordinefu conosciuto da Virginio, e per
suo ordine si cre venti Tribuni militari, che fussero loro capo a rispondere e
convenire col Senato. Ed avendo chiesto che si manda loro Valerio ed Orazio, ai
quali loro direbbono la voglia loro, non vi volsono andare se prima i Dieci non
deponevano il magistrato: ed arrivati
sopra il Monte dove era la Plebe, fu domandato loro da quella, che volevano che
si creassero i Tribuni della plebe, e che s’avesse ad appellare al Popolo d’ogni
magistrato, e che si dessino loro tutti i Dieci, chè gli volevano ardere vivi.
Laudarono Valerio cd Orazio le prime loro domande; biasimorono l’ultima come
impia, dicendo: Crude litatcm dannatisj in
crudclitaiem ruitis; e consigliamogli che dovessino lasciare il fare
menzione de’Dieci, e ch’egli attendessino a pigliare l’autorità e potestà loro:
di poi non mancherebbe loro modo a satisfarsi. Dove apertamente si conosce
quanta stultizia c poca prudenza è domandare una cosa,
e dire prima: io voglio far
male con essa; perchè
non si debbo
mostrare l’animo suo, ma
vuoisi cercare d’ottenere quel
suo desiderio in ogni modo. Perchè e’ basta a dimandare a uno le armi, senza
dire: io ti voglio ammazzare con esse; potendo poi che tu bai l’arme in mano, satisfare allo
appetito tuo. E cosa di malo esempio | non osservare una legge falla, c massime
dallo autore d'essa: e rinfre scare ogni di nuove ingiurie in una t città, è a
chi la governa dannosisi simo. Seguito
lo accordo, e ridotta Roma in l’antica sua forma, Virginio citò Appio innanzi al Popolo
a difendere la sua causa. Quello comparse accompagnato da molti Nobili.
Virginio comandò che fussc messo in prigione. Cominciò Appio a gridare, ed
appellare al Popolo. Virginio diceva che non era degno di avere quella
nppellagionc che egli aveva distrutta, ed avere per difensore quel Popolo che egli aveva offeso. Appio replica, come
e’non aveano a violare quella appellagionc ch'egli avevano con tanto desiderio
ordinata. Pertanto egli fu INCARCERATO ED AVANTI AL DI DEL GIUDIZIO AMMAZZO SE
STESSO. E benché la scellerata vita d’Appio meritasse ogni supplicio, nondimeno
fu cosa poco civile violare le leggi, e tanto più quella che era fatta allora.
Perchè io non credo che sia cosa di più
cattivo esempio in una repubblica, che
fare una legge e non l’osservare; e tanto più, quanto la non è osservata da chi
l’ha falla. Essendo Firenze stala riordinala nel suo stato con l'aiuto di frate
Savonarola, gli scritti del quale mostrano la dottrina, la prudenza, la virtù
dello animo suo; ed avendo intra P altre conslituzioni per assicurare i
cittadini, fatto fare una legge, che si
potesse appellare al popolo dalle sentenze che,
per caso di Stato, gli Otto c la Signoria dessino; la qual legge
persuase più tempo, e con difficoltà grandissima ottenne: occorse che, poco
dopo la confirmazicne d’essa, furono condcunati a morte dalla Signoria per
conto di Stato cinque cittadini; e volendo quelli appellare, non furono
lasciati, e non fu osservata la legge.
Il che tolse più riputazione a quel frate, che nessun altro accidente:
perchè, se quella appellagione era utile, ei doveva farla osservare; s’ella non
era utile, non doveva farla vincere. E tanto più fu notato questo accidente,
quanto che il frate in tante predicazioni che fece poi clic fu rotta questa
legge, non mai o dannò chi P aveva rotta, o lo scusò; come quello che dannare
non voleva, come cosa che gli torna a
proposito; e scusare non la poteva. Il che avendo scoperto l’animo suo
ambizioso e paitigiano, gii tolse riputazione, e dettegli assai carico. Offende
ancora uno Stato assai, rinfrescare ogni dì nello animo de’tuoi cittadini nuovi
umori, per nuove ingiurie ebe a questo e quello si fucciano: come intervenne a
Roma dopo il decemvirato. Perché tutti i Dieci, ed altri cittadini, in diversi tempi furono accusati e
condannati: in modo che gli era uno spavento grandissimo in tutta la Nobiltà,
giudicando che e’non si avesse mai a porre fine a simili condennagioni, fino a
tanto che tutta la Nobiltà non fusse distrutta. Ed arebbe generato in quella
città grande inconveniente, se da Marco Duellio tribuno non vi fusse stato
provveduto; il qual fece uno editto, che per uno anno non fusse lecito ad alcuno citare o
accusare alcuno cittadino contano: il che rassicurò tutta la Nobiltà. Dove si
vede quanto sia dannoso ad una repubblica o ad un principe, tenere con le
continove pene ed offese sospesi e paurosi gli animi dei sudditi. E senza dubbio, non si può tenere il più pernicioso
ordine: perchè gli uomini che cominciano a dubitare di avere a capitar male,
in ogni modo s’assicurano ne’pericoli, e
diventano più audaci, e meno rispettivi a tentare cose nuove. Però è
necessario, o non offendere mai alcuno, o fare le offese ad un tratto; e dipoi
rassicurare gl’uomini, e dare loro cagione di quietare e fermare l’animo. Gl’uomini
salgono da una ambizione ad unJ altra; c prima si cerca non essere offeso t
dipoi d’offendere altrui. Avendo il Popolo
romano ricuperala la libertà, ritornato nel suo primo grado, ed in tanto
maggiore, quanto si erano fatte dimolte leggi nuove In corroborazione della sua
potenza; pare ragionevole che Roma qualche volta quictasse. Nondimeno, per
esperienza si vide il contrario; perchè ogni di vi surgeva nuovi tumulti e
nuove discordie. E perchè L. prudentissimamente rende la ragione donde
questo nasce, non mi pare se non a
proposito riferire appunto le sue parole, dove dice che sempre o il Popolo o la
Nobiltà insuperbiva, quanto l’altro s’umiliava; e stando la Plebe quieta intra
i termini suoi, cominciarono i giovani nobili ad ingiuriarla; ed i Tribuni vi
potevano fare pochi rimedi, perchè ancora loro erano violati. La Nobiltà, dall’altra
parte, ancora che gli pare che la sua gioventù fusse troppo feroce, nondimeno
aveva a caro ch’avendosi a trapassare il modo, lo trapassassino i suoi, e non
la Plebe. E cosi il desiderio di difendere la libertà fa che ciascuno tanto si
prevaleva, eh’egli oppressava l’altro. E V ordine di questi accidenti è, che
mentre clic gli uomini cercano di non temere, cominciano a far temere altrui; e
quell ingiuria ch’egli scacciano da loro, la pongono sopra un altro: come se fussc necessario
offendere, o essere offeso. Vedesi, per questo, in quale modo, fra gl’altri, le
repubbliche si risolvono; e in che modo gl’uomini salgono d’una ambizione ad
un’altra; e come quella sentenza di SALUSTIO posta in bocca di GIULIO Cesare, è
verissima: quod omnia mala exempla bonis mitiis orla sunt. Cercano quelli cittadini clie
ambiziosamente vivono in una repubblica, la prima cosa di non potere essere
offesi, non solamente dai privati, ma
eziam da’magistrali: cercano, per potere fare questo, amicizie; e quelle acquistano per vie in apparenza
oneste, o con sovvenire di danari, o con difendergli da’potenti: e perchè
questo pare virtuoso, s’inganna facilmente ciascuno, c per questo non vi si
pone rimedio; intanto che egli senza ostacolo perseverando, diventa di qualità,
che i privati cittadini ne hanno paura, ed i magistrati gli hanno rispetto. E quando egli è saJito a
questo grado, c non si sia prima ovvialo alla sua grandezza, viene od essere in
termine, che volerlo urtare è pericolosissimo, pelle ragioni che io dissi di
sopra del pericolo che è nello urtare uno inconveniente che abbi di già fatto
augumento in una città: tanto che la cosa si riduce in termine, che bisogna o
cercare di spegnerlo con pericolo d’una subita rovina j o lasciandolo fare,
entrare in una servitù manifesta, se morte o qualche accidente non te ne
libera. Perchè, venuto a’soprascrilti termini, che i cittadini ed i magistrati
abbino paura ad offender lui e gli amici suoi, non dura di poi molta fatica a
fare che giudichino ed offendino a suo modo. Donde una repubblica intra gl’ordini
suoi debbe avere questo, di vegghiarc che i suoi cittadini sotto ombra di bene non possino far
male; e di’egli abbino quella riputazione che giovi, e non nuoca, alla libertà.
Gli nomini j ancora clic si ingannino ncJ
generali j nei particolari non si ingannano. Essendosi il Popolo romano recato
a noia il nome consolare, e volendo che potessiao esser fatti Consoli uomini
plebei, o che fusse limitata la loro autorità; la Nobiltà, per non deonestare
l’autorità consolare nè coll’una nè coll’altra cosa, prese una via di mezzo, e
fu contenta che si creassino quattro Tribuni con potestà consolare, i quali
potcssino essere cosi plebei come nobili. Fu contenta a questo la Plebe,
parendogli spegnere il consolato, ed avere in questo sommo grado la parte sua.
Nacquene di questo un caso notabile: che venendosi alla creazione di
questi Tribuni, e potendosi creare tutti
plebei, sono dal Popolo romano creati tutti fiobiii. Onde L. dice queste
parole: Quorum comitiorum eoenlus docuit, alias animo sin contcntione
libertatis et honoris, alios secundum deposita certamina in incorrupto judicio
esse. Ed esaminando donde possa procedere questo, credo proceda che gii uomini
nelle cose generali s’ingannano assai, nelle
particolari non tanto. Pareva generalmente alla Plebe romana di meritare
il consolato, per avere più parte in la città, per portare più pericolo nelle
guerre, per esser quella che colle braccia sue mantene Roma libera, e la fa
potente. E parendogli questo suo desiderio ragionevole, volse ottenere questa
autorità in ogni modo. Ma come la ebbe a fare giudizio degli uomini suoi
particolarmente, conobbe la debolezza di
quelli, e giudica che nessuno di loro merita quello che tutta insieme gli pare
meritare. Talché vergognatasi di loro, ricorse a quelli che Io meritano. Della
quale deliberazione meravigliandosi meritamente L., dice queste parole: /lane
modestiam, aquila IcmquCj et allitudinem
animi, ubi moie in uno inveneris, qua: lune populi universi fuit? In
corroborazione di questo, se ne può addurre un altro notabile essempio, seguito
in Capova da poi che Annibaie ebbe rotti i Romani a Canne; pella qual rotta
sendo tutta sollevata Italia, Capova sta ancora per tumultuare, pell’odio eli’
era intra il Popolo ed il Senato; e trovandosi in quel tempo nel supremo
magistrato Pacuvio Calano, e conoscendo il pericolo che porta quella città di
tumultuare, disegna con suo grado riconciliare la Plebe con la Nobiltà; e fatto
questo pensiero, fece ragunare il Senato, c narrò loro Podio che M popolo aveva
contra di loro, ed i pericoli che portano d’essere ammazzati da quello, e data
la città ad Annibaie, sendo le cose de’Romani afflitte: di poi soggiunse, che
se volevano lasciare governare questa cosa a lui, farebbe in modo che s’unirebbono
insieme; ma gli voleva serrare dentro al palazzo, e co fare potestà al popolo
di potergli gastigare, salvargli. Cederono a questa sua oppinione i Senatori, e
quello chiamò il Popolo a coocione, avendo rinchiuso in palazzo il Senato; e
disse com’egli era venuto il tempo di potere domare la superbia della Nobiltà,
e vendicarsi delle ingiurie ricevute da quella, avendogli rinchiusi tutti sotto
la sua custodia: ma perchè crede che loro non volessino che la loro città
rimanesse senza governo, era necessario, volendo ammazzare i Senatori vecchi,
crearne de’nuovi. E per tanto aveva messo tutti gli nomi degli Senatori in una
borsa, e comincierebbe a trargli in loro presenza j ed egli farebbe i tratti di
mano in mano morire, come prima loro avessino trovato il successore. E
cominciato a trarne uno, fu al nome di quello levato un rumore grandissimo,
chiamandolo uomo superbo, crudele ed arrogante: e chiedendo Paeuvio che
facessino lo scambio, si racchetò tutta la conclone; c dopo alquanto spazio, fu
nominato uno della plebe; al nome del quale chi cominciò a fischiare, chi a
ridere, chi a dirne male in uno modo, e chi in un altro: o così seguitando di
mano in mano, tutti quelli che furono nominati, gli giudicavano indegni del
grado senatorio. In modo che Pacuvio, presa sopra questo occasione, disse:
Poiché voi giudicate che qucslu città stia male senza Senato, ed a fare gii
scambi a’Senatori vecchi non vi accordate, io penso che sia bene che voi vi
riconciliate insieme; perchè questa paura in la quale i Senatori sono stati,
gli arà fatti in modo raumiliare, che
quella umanità che voi cercavate altrove, troverete in loro. Ed accordatisi a
questo, ne segui l’unione di questo ordine; e quello inganno in che egli erano
si scoperse, come e’furono constretti venire a’particolari. Ingannansi, olirà
di questo, i popoli generalmente nel giudicare le cose e gli accidenti di esse
j le quali di poi si conoscono particolamento, si avveggono di tale inganno. Sendo stati i principi della città
cacciati da Firenze, e non vi essendo alcuno governo ordinato, ma piuttosto una
certa licenza ambiziosa, ed andando le cose pubbliche di inale in peggio; molti
popolari veggiendo la rovina della città, e non ne intendendo altra cagione, ne
accusavano la ambizione di qualche potente che nutrisse i disordini, per poter
fare uno Stato a suo proposito, c torre loro la libertà: c stavano questi tali
per le logge c per le piazze, dicendo male di molti cittadini, e minacciandoli
che se mai si trovassero de’Signori, scoprirebbono questo loro inganno, e gli
gastigarebbono. Occorre spesso che de’simili ne ascendeva al supremo magistrato;
e come egli era salilo in quel luogo, e che e’vedeva le i cose più dappresso,
conosce i disordini donde nascevano, ed
i pericoli che soprastavano, e la difficoltà del rimecitarvi. C veduto come i
tempi, e no gli uomini, causano il disordine, diventa subito d’un altro animo,
c di un’altra fatta; perché la cognizione delle cose particolari gli toglieva via quello inganno che nel
considerare generalmente si aveva presupposto. Dimodoché, quelli che lo avevano
prima, quando era privato, sentito
parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato stare quieto, credevano
che nascesse, non per più vera cognizione delle cose, ma perchè fusse stalo
aggirato e corrotto dai grandi. Ed accadendo questo a molti uomini c molte
volte, ne nacque tra loro un proverbio, che dice: Costoro hanno uno animo
in piazza, cd uno in palazzo. Considerando, dunque, tutto quello si è discorso,
si vede come e’si può fare tosto aprire
gl’occhi a’popoli, trovando modo,
veggendo che uno generale gl’inganna, ch’egli abbino a descenderc ai
particolari; come fa Pacuvio in Capova, ed il Senato in Roma. Credo ancora, che
si possa conchiudere, che mai un uomo prudente non debbe fuggire il giudizio
popolare nelle eo9e particolari, circa le distribuzioni de'gradi e delle
dignità: perchè solo in questo il popolo
non s’inganna; e se s’inganna qualche volta,
Ha sì raro, che s’inganneranno più volte i pochi uomini che avessino a
fare simili distribuzioni. Nè mi pare superfluo mostrare l’ordine che teneva il
Senato per isgannare il popolo nelle distribuzioni sue. Chi vuole che uno
magistrato non sia dato ad un vile o ad un tristo j lo facci domandare o ad
un troppo vile e troppo tristo, o ad uno troppo nobile c troppo
buono. Quando il Senato dubita che i Tribuni con potestà consolare non fussino
fatti d’uomini plebei, tene uno de’duoi modi: o egli fa domandare ai più
riputati uomini di Roma; o veramente, per i debiti mezzi, corrompe qualche
plebcio sordido ed ignobilissimo, che mescolati con i plebei che, di miglior
qualità, pell’ordinario lo domandano, anche
loro lo domandassino. Questo ultimo modo fa che la Plebe si vergogna a
darlo; quel primo fa che la si vergogna a torlo, li che tutto torna a proposito
del precedente discorso, dove si mostra che il popolo se s’inganna de’generali,
de’particolari non s’inganna. Se quelle città che hanno avuto il principio
libcrOj come Romaj hanno diffìcultà a trovare leggi che le mantenghino; quelle
che lo hanno immediate servo, ne hanno
quasi una impossibilità. Quanto sia difficile, nell’ordinare una repubblica,
provvedere a tutte quelle leggi che la mantenghino libera, lo dimostra assai
bene il processo della Repubblica romana: dove non ostante che fussino ordinate
di molte leggi da ROMOLO prima, di poi da Nuraa, da Tulio Ostilio e Servio, ed
ultimamente dai dieci cittadini creali a
simile opera; nondimeno sempre nel maneggiare quella città si scoprivano nuove
necessità, ed era necessario creare nuovi ordini: come intervenne quando
crearono i Censori, i quali furono uno di quelli provvedimenti che aiutarono tenere Roma
libera, quel tempo che la visse in libertà. Perchè, diventati arbitri
de’costumi di Roma, furono cagione potissima che i Romani diflerissino più a corrompersi. Feciono bene nel principio
della creazione di tal magistrato uno errore, creando quello per cinque anni;
ma, di poi non molto tempo, fu corretto dalla
prudenza di Mamereo dittatore, il qual per nuova legge ridusse detto
magistrato a diciolto mesi. Il che i Censori che vegghiavano, ebbono tanto per
male, che privorno Mamcrco del senato: la qual cosa e dalla Plebe c dai Padri
fu assai biasimata. perchè la istoria non inostra che Mamerco se ne potesse
difendere, conviene o che lo istorico sia difettivo, o gl’ordini di Roma in
questa parte non buoni: perchè non è bene che una repubblica sia in modo
ordinata, ebe un cittadino per promulgare una legge conforme al vivere libero,
ne possa essere senza alcuno rimedio offeso. Ma tornando al principio di questo discorso, dico che si dehbe, per la
creazione di questo magistrato, considerare, che se quelle città che hanno
avuto il principio loro libero, e che per se medesimo si è retto, come Roma,
hanno difHcultà grande a trovar leggi buone per mantenerle libere; non è
meraviglia che quelle città che hanno avuto il principio loro immediate servo,
abbino, non che dilfìcultà, ma impossibilità
ad ordinarsi mai in modo che le possino vivere civilmente e quietamente.
Comesi vede che è intervenuto alla città di Firenze; la quale, per avere avuto
il principio suo sottoposto all’imperio romano, ed essendo vivuta sempre sotto
governo d’altri, stette un tempo soggetta, e senza pensare a sè medesima: di poi,
venuta l’occasione di respirare, comincia a fare suoi ordini; i quali sendo
mescolati cogl’antichi, che erano tristi, non poterono essere buoni: e così è
ita maneggiandosi per dugento anni che si lia di vera memoria, senza avere mai
avuto stato pel quale ella possa veramente essere chiamata repubblica. E queste
diflicultà che sono state in lei sono state sempre in tutte quelle città che
hanno avuto i principii simili a lei. E benché molte volte, per suffragi
pubblici e liberi, si sia dato ampia autorità a pochi cittadini di potere
riformarla; non pertanto mai l’hanno ordinata a comune utilità, ma sempre a
proposito della parte loro: il che ha fatto non ordine, ma maggiore disordine
in quella città. E per venire a qualche essempio particolare, dico come intra
le altre cose che si hanno a considerare d’uno ordinatore d’una repubblica, è
esaminare nelle mani di quali uomini ci
ponga 1’autorità del sangue coutra de’suoi cittadini. Questo era bene ordinato
in Roma, perchè e’si poteva appellare al Popolo ordinariamente: e se pure fussc
occorsa cosa importante, dove il differire l’esecuzione mediante la
appellagione fusse pericoloso, avevano il refugio del Dittatore, il quale
eseguiva immediate; al qual rimedio non rifuggivano mai, se non per necessità. Ma Firenze, c Y altre città nate
nel modo di lei, sendo serve, avevano questa autorità collocata in un
forestiero, il quale mandato dal principe fa tale uffizio. Quando di poi
vennono in libertà, mantennero questa autorità in un forestiero, il quale
chiamano Capitano: il che, per potere essere facilmente corrotto da’cittadini
potenti, era cosa perniciosissima. Ma di poi, murandosi per la mutazione degli
Stati questo ordine, creorno otto cittadini che facessino l’uffizio di quel
Capitano. Il quale ordine, di cattivo, diventò pessimo, per le cagioni che
altre volte sono dette: che i pochi furono sempre ministri dc’poehi, e de’più
potenti. Da che si è guardata la città di Vinegia; la quale ha dieci cittadini,
che senza appello possono punire ogni cittadino. E perchè e’non basterebbono a
punire i potenti, ancora die ne nvessino autorità, vi hanno constituito le
Quarnntie: c di più, hanno voluto che il Consiglio de’Pregai, elicè il
Consiglio maggiore, possa gastigargli; In modo che non vi mancando l’accusatore,
non vi manca il giudice a tener gl’uomini potenti a freno. Non è dunque
meraviglia, reggendo come in Roma, ordinata da sè medesima e da tanti uomini
prudenti, surgevano ogni di nuove cagioni pelle quali s’aveva a fare nuovi
ordini in favore del viver libero j se nelle altre città che hanno più
disordinalo principio, vi surgono tuli difficoltà, che le non si possino
riordinar mai. iVon dcbbc uno consiglio
o uno magistrato potere fermare le azioni della città. tirano consoli in Roma
Tito Quinzio Cincinnato c Gneo Giulio Mento,
i quali sendo disuniti, avevano ferme tutte le azioni di quella
Repubblica. Il che veggcndo il Senato, gli conforta a creare il Dittatore, per
fare quello che pelle discordie loro non poteva fare. Ma i Consoli discordando
in ogni altra cosa, solo in questo erano d’accordo, di non voler creare il
Dittatore. Tanto che il Senato, non avendo altro rimedio, ricorse allo aiuto
de’Tribuni; i quali, con l’autorità del
Senato, sforzarono i Consoli ad ubbidire. Dove si ba a notare, in prima, la
utilità del tribunato; il quale non era solo utile a frenare l’ambizione che i
potenti usano contra alla Plebe, ma quella ancora ch’egli usano infra loro:
1’altra, che mai si debba ordinare in una città, che i pochi possino tenere
alcuna deliberazione di quelle che ordinariamente sono necessarie a mantenere
la repubblica. Yerbigrazia, se tu dai una autorità nd uno consiglio di fare una
distribuzione di onori c di utile, o ad
uno magistrato di amministrare una
faccenda; conviene o imporgli una necessità perchè ei l’abbia a fare in
ogni modo; o ordinare, quando non la voglia fare egli, che la possa e debba
fare un altro: altrimenti, questo ordine sarebbe difettivo e pericoloso; come
si vede che era in Roma, se alla
ostinazione di quelli Consoli non si poteva opporre l’autorità de’Tribuni.
Nella Repubblica veneziana il Consiglio grande distribuisce gl’onori e gl’utili.
Occorre alle volte che l’universalità, per isdegno o per qualche falsa
suggestione, non crea i successori ai magistrati della città, ed a quelli che
fuori amministravano lo imperio loro. Il che era disordine grandissimo: perchè
in un tratto, e le terre suddite e la città propria mancavano de’suoi legittimi
giudici; nè si poteva ottenere cosa alcuna, se quella universalità di quel Consiglio
non si satisfaceva, o non s’ingannava. Ed avrebbe ridotta questo inconveniente
quella città a mal termine, se dagli cittadini prudenti non vi si fusse
provveduto: i quali, presa occasione conveniente, fecero una legge, che tutti i magistrati che sono o fussino dentro
e fuori della città, mai vacassero, se non quando fussino fatti gli scambi e i
successori loro. E cosi si tolse la comodità a quel Consiglio di potere, con
pericolo della repubblica, fermare le azioni pubbliche. Una repubblica o uno principe
debbe mostrare di fare per liberalità quello a che la necessità lo consiringe.
Gl’uomini prudenti si fanno grado sempre
delle cose, in ogni loro azione, ancora che la necessità gli constringesse a
farle in ogni modo. Questa prudenza fu usata bene dal Senato romano, quando ei
deliberò che si desse lo stipendio del pubblico agli uomini che militavano,
essendo consueti militare del loro proprio.Ma veggendo il Senato come in quel
modo non si poteva fare lungamente guerra, e per questo non potendo nè assediare terre, uè condurre gl’eserciti
discosto; e giudicando essere necessario potere fare 1’uno e 1’altro; delibera
che si dessino detti stipendi; ina lo feciono in modo, che si fecero grado di
quello a che la necessità gli constringeva; e fu tanto accetto alla Plebe
questo presente, che Roma anda «sottosopra pella allegrezza, parendole uno
benefizio grande, quale mai speravano di
avere, e quale mai per loro medesimi arebbono cerco. E benché i Tribuni s’ingegnassero
di cancellare questo grado, mostrando come ella era cosa che aggrava, non
alleggeriva, la Plebe, scodo necessario porre i tributi per pagare questo
stipendio; nientedimeno non potevano fare tanto che la Plebe non lo avesse
accetto: il che fu ancora augumentalo dal Senato pel modo che distribuivano i tributi; perchè i più gravi ed i maggiori furono
quelli chVposono alla Nobiltà, e gli primi che furono pagati. A reprimere la
insolenza d’uno che surga in una repubblica potente, non vi c più securo e meno
scandaloso modo, che preoccuparli quelle vie pelle quali e’viene a quella
potenza. Yedesi per il soprascritto discorso, quanto credito acquistasse la
Nobiltà colla Plebe pelle dimostrazioni
fatte in benefizio suo, sì del stipendio ordinato, s’ancora del modo del porre
i tributi. Nel quale ordine se la Nobiltà si fosse mantenuta, si sarebbe levato
via ogni tumulto in quella città, e sarebbesi tolto ai Tribuni quel credito che
egli avevano colla Plebe, e, per conseguente, quella autorità. E veramente, non
si può in una repubblica, e massime in quelle che sono corrotte, con miglior modo, meno scandaloso e
più facile, opporsi all’ambizione d’alcuno cittadino, che preoccuparli quelle
vie, pelle quali si vede che esso cammina per arrivare al grado che disegna, li
qual modo se fusse stalo usato contra Cosimo de’Medici, sarebbe stato miglior
partito assai per gli suoi avversari,
che cacciarlo da Firenze: perchè, se quelli cittadini che gareggiavano
seco, avessino preso lo stile suo di favorire il popolo, gli venivano senza
tumulto e senza violenza a trarre di mano quelle arme di che egli si valeva
più. SODERINI s’aveva fatto riputazione nella città di Firenze con questo solo,
di favorire l’universale: il che nello universale gli da riputazione, come
amatore della libertà della città. E veramente, a quelli cittadini che
portavano invidia alla grandezza sua, era molto più facile ed era cosa molto
più onesta, meno pericolosa, e meno dannosa pella repubblica, preoccupargli
quelle vie colle quali si fa grande, che volere contrapporsegli, acciocché colla
rovina sua rovinasse tutto il resto della repubblica: perchè, se gli avessero
levate di mano quelle armi colle quali si fa gagliardo (il che potevano fare
facilmente), arebbono potuto in lutti i
consigli, e in tutte le deliberazioni pubbliche, opporsegli senza sospetto, e
senza rispetto alcuno. E se alcuno replica, che se i cittadini che odiavano
Piero, feciono errore a non gli preoccupare le vie colle quali ei si guadagna
riputazione nel popolo, Piero ancora venne a fare errore, a non preoccupare
quelle vie pelle quali quelli suoi avversari lo facevano temere; di’che Piero merita scusa, si perchè gli era
difficile il farlo, sì perchè le non erano oneste a lui: imperocché le vie colle
quali era offeso, ciano il favorire i Medici; con li quali favori essi io
battevano, e alla fine !o rovinorno. Non poteva, pertanto, Piero onestamente
pigliare questa parte, per non potere distruggere con buona fama quella libertà
alla quale egli era stato preposto a guardia: di poi, non potendo questi favori
farsi segreti e ad uno tratto, erano per Piero pericolosissimi; perchè
comunelle ei si fusse scoperto amico de’Medici, sarebbe diventato sospetto ed
odioso al popolo; donde ai nimici suoi nasce molto più comodità di opprimerlo,
che non avevano prima. Debbono, pertanto, gli uomini in ogni partito
considerare i difetti ed i pericoli di quello, e non gli prendere, quando vi
sia più del pericoloso che dell’utile;
nonostante che ne fusse stata data sentenza conforme alla deliberazion loro.
Perchè, facendo altrimenti, in questo caso interverrebbe a quelli come
intervenne a Tullio; il quale volendo torre i favori a Marc’Antonio, gliene
accrebbe. Perchè, sondo Marc’Antonio stato giudicalo inimico del Senato, ed
avendo quello grande esercito insieme
adunato, in buona parte, dei soldati che avevano seguitato la parte di Cesare;
Tullio, per torgli questi soldati, confortò il Senato a dare riputazione ad
Ottaviano, e mandarlo con lo esercito e con i Consoli contra a Marc' Antonio:
allegando, che subito che i soldati che seguitavano Marc’Antonio, scntissino il
nome d’Ottaviano nipote di Cesare, e che si fa chiamar Cesare, lascerebbono
quello, c si aceosterebbono a costui; e così restato Marc’Antouio ignudo di
favori, sarebbe facile lo opprimerlo. La qual cosa riuscì tutta al contrario;
perchè Marc’Antonio si guadagnò Ottaviano; e lasciato Tullio ed il Senato, si
accostò a lui. La qual cosa fu al tutto la destruzione della parte degl’Ottimati.
Il che era facile a conietturare: nè si dove credere quel che si persuase
Tullio, ma tener sempre conto di quel nome che con tanto gloria aveva spenti i
nimici suoi, ed acquistatosi il principato in Roma; nè si dovea credere mai
potere, o da suoi eredi o da suoi
fautori, avere cosa che fusse conforme al nome libero. Il popolo molte
volte desidera la rovina sua j ingannato da una falsa spezie di bene: e come le
grandi speranze e gagliarde promesse facilmente lo muovono. Espugnata che fu la
città de’Veienti, entrò nel Popolo romano una oppinione, che fusse cosa utile
per la città di Roma, che la metà de’Romani andasse ad abitare a Veio;
argomentando che, per essere quella città ricca di contado, piena di edifizii e
propinqua a Roma, si poteva arricchire
la metà de’cittadini romani, e non turbare per la propinquità del sito nessuna
azione civile. La qual cosa parve al
Senato ed a’più savi Romani tanto inutile e tanto dannosa, che liberamente
dicevano, essere piuttosto per patire la morte, che consentire ad una tale
deliberazione. In modo che, venendo questa cosa in disputa, s’accese tanto la
Plebe contra al Senato, che si sarebbe venuto alle armi cd al sangue, se il
Senato non si fusse fatto scudo di alcuni vecchi e stimati cittadini; la riverenza dc’quali frenò la Plebe, che la non
procede più avanti colla sua insolenza. Qui si hanno a notare due cose. La
prima, che’l popolo molte volte, ingannato da una falsa immagine di bene,
desidera la rovina sua; e se non gli è fatto capace, come quello sia male, e
quale sia il bene, d’alcuno in chi esso abbia fede, si pone in le repubbliche
infiniti pericoli c danni. E quando la sorte
fu che il popolo non abbi fede in alcuno, come qualche volta occorre,
sendo stato ingannato per l’addietro o dalle cose o dagli’uomini; si viene alla
rovina di necessità. Ed ALIGHIERI (si veda) dice a questo proposito, nel
discorso suo che fa De Monarchia che il popolo molte volte grida viva la sua
morie j C muoia la sua vita. Da questa incredulità nasce, che qualche volta in
le repubbliche i buoni partiti non si
pigliano: come di sopra si disse de’Veneziani, quando assaltati da tanti
inimici non poterono prendere partito di guadagnarsene alcuno colla
restituzione delle cose tolte ad altri (pelle quali era mosso loro la 'guerra,
e fatta la congiura de’principi loro contro), avanti che la rovina venisse.
Pertanto, considerando quello che è facile o quello che è diffìcile persuadere ad un popolo, si può fare questa
distinzione: o quel che tu hai a persuadere rappresenta in prima fronte
guadagno, o perdita; o veramente pare partito animoso, o vile: e quando nelle
cose che si mettono innanzi ai popolo, si vede guadagno, ancora che vi sia
nascosto sotto perdila; e quando e’paia animoso, ancora che vi sia nascosto
sotto la rovina della repubblica, sempre
sarà facile persuaderlo alla moltitudine: e così fia sempre difficile
persuadere quelli partiti dove apparisce o viltà o perdita, ancoraché vi fusse
nascosto sotto salute e guadagno. Questo che io ho detto, si conferma con
infiniti esempi, romani e forestieri, moderni ed antichi. Perchè da questo
nacque la malvagia opinione che surse in Roma di Fabio Massimo, il quale non
poteva persuadere al Popolo romano, che
fusse utile a quella Repubblica procedere lentamente in quella guerra, e
sostenere senza azzuffarsi l’impeto d’Annibaie; perchè quel Popolo giudica
questo partito vile, c non vi vede dentro quella utilità vi era; nè Fabio aveva
ragioni bastanti a dimostrarla loro: c tanto sono i popoli accecati in queste
oppinioni gagliarde, che benché il Popolo romano avesse fatto quello errore di dare autorità al Maestro
de’cavalli di Fabio di potersi azzuffare, ancora che Fabio non volesse; e che
per tale autorità il campo romano fusse per esser rotto, se Fabio colla sua
prudenza non vi rimedia; non gli basta questa esperienza, che fa di poi consolo
VARRONE (si veda), non per altri suoi meriti che per avere, per tutte le piazze
e tutti i luoghi pubblici di Roma,
promesso di rompere Annibaie, qualunque volta gliene fusse data
autorità. Di che ne nacque la zuffa e rotta di Canne, e presso che la rovina
di Roma. Io voglio addurre a questo
proposito ancora uno altro essempio romano. Era stato Annibaie in Italia otto o
dieci anni, aveva ripieno di occhione de’Romani tutta questa provincia, quando
venne in Senato Marco Centenio Penula, uomo
vilissimo (nondimanco aveva avuto qualche grado nella milizia), ed
offersegli, che se gli davano autorità di potere fare esercito d’uomini
volutitari in qualunque luogo volesse in Italia, ei darebbe loro, in brevissimo
tempo, preso o morto Annibaie. Al Senato parve la domanda di costui temeraria;
nondimeno ei pensando che s’ella se gli negasse, e nel popolo si fusse di poi
sapula la sua chiesta, che non ne
nascesse qualche tumulto, invidia e mal grado contro all’ordine senatorio,
gliene concessono: volendo più tosto mettere a pericolo tutti coloro che lo
seguitassino, che fare surgere nuovi sdegni nel Popolo; sappiendo quanto simile
partito fusse per essere accetto, e quanto fusse difficile il dissuaderlo. Anda,
adunque, costui con una moltitudine inordinata ed incomposita a trovare
Annibaie; e non gli fu prima giunto all’incontro, che fu con tutti quelli che
lo seguitavano rotto e morto. In Grecia, nella città di Atene, non potette mai Nicia, uomo gravissimo
e prudentissimo, persuadere a quel popolo, che non fusse bene andare ad
assaltare Sicilia: talché, presa quella deliberazione contra alla voglia
de’savi, ne segue al tutto la rovina d’Atene.
Scipione quando fu fatto consolo, e che desidera la provincia d’Affrica,
promettendo al tutto la rovina di Cartagine; a che non s’accordando il Senato
pella sentenza di Fabio Massimo, minaccia di proporla nel Popolo, come quello
clic conosce benissimo quanto simili deliberazioni piaccino a’popoli.
Potrebbesi a questo proposito dare esempi della nostra città: come fu quando
messere Ercole Bentivogli, governadore delle genti fiorentine, insieme con
Giacomini, poiché ebbono rotto llartolommeo d’Alviano a San Vincenti, andano a
campo a Pisa; la qual impresa fu deliberata dal popolo in su le promesse
gagliarde di messcr Ercole, ancora che molti savi cittadini la biasimassero:
nondimeno non vi ebbero rimedio, spinti da quella universale volutila, la qual
era fondata in su le promesse gagliarde del governadore. Dico, adunque, come
non è la più facile via a fare rovinare una repubblica dove il popolo abbia
autorità, che metterla' in imprese
gagliarde: perchè, dove il popolo sia d’alcuno momento, sempre fieno accettale;
nè vi arà, chi sarà d’altra oppinione, alcuno rimedio. Ma se di questo nasce la
rovina della città, ne nasce ancora, e più spesso, la rovina particolare de’cittadini
che sono preposti a simili imprese: perchè, avendosi il popolo presupposto la
vittoria, eomee’vienc la perdita, non ne
accusa nè la fortuna, nè la impotenza di chi ha governato, ma la tristizia
e l’ignoranza sua; e quello il più delle volte o ammazza, o imprigiona, o
confina: come intervenne a infiniti capitani Cartaginesi, ed a molti Ateniesi.
Nè giova loro alcuna vittoria che pello addietro avessino avuta, perchè tutto
la presente perdita cancella: come intervenne a Giacomini nostro, il quale non
avendo espugnata Pisa, come il popolo
aveva presupposto ed egli promesso, venne in tanta disgrazia popolare, che non
ostante infinite sue buone opere passate, visse più per umanità di coloro che n’avevano
autorità, che per alcun’altra cagione che nel popolo lo difendesse. Quanta
autorità abbia uno uomo grande a frenare una moltitudine concitata. Il secondo
notabile sopra il testo nel superiore
capitolo allegato, è, che veruna cosa è tanto atta a frenare una
moltitudine concitata, quanto è la riverenza di qualche uomo grave e d’autorità,
che se le faccia incontro j nè senza cagione dice VIRGILIO (si veda): “Tutn
vietate graverà ac meritis si forte virum Conspexere, sileni, arrectisque
aur^®n^ci Per tanto, quello che è proposto a uno esercito, o quello che si trova in una città, dove nasce tumulto, debbe rappresentarsi in
su quello con maggior grazia e piu onorevolmente che può, mettendosi intorno l’insegne
di quel grado che tiene, per farsi più reverendo. Era, pochi anni sono, Firenze
diviso in due fazioni, Fratesche ed Arrabbiate, che cosi si chiamano; e venendo
ali’arme, ed essendo superati i Frateschi, intra i quali era Soderini, assai in
quelli tempi riputato cittadino; cd
andandogli in quelli tumulti il popolo armato a casa per saccheggiarla; suo
fratello, allora vescovo di Volterra, ed oggi cardinale, si trova a sorte in
casa: il quale, subito sentito il romore e veduta la turba, messosi i più
onorevoli panni indosso, e di sopra il rocchetto episcopale, si fa incontro a
quelli armati, e colla persona e COLLA PAROLA GLI FERMA; la qual cosa fu per tutta la città per molti giorni notata e
celebrata. Conchiudo, adunque, come e’non è il più fermo nè il più necessario
rimedio a frenare una moltitudine concitata che la presenza d’uno uomo che per
presenza paia e sia reverendo. Vedesi, adunque, per tornare al preallegato
testo, con quanta ostinazione la Plebe romana accetta quel partito d’andare a
Yeio, perchè Io giudica utile, nè vi
conosce sotto il danno vi era ? e come nascendone assai tumulti, ne
sarebbero nati scandali, se il Senato con uomini gravi e pieni di riverenza non
avesse frenato il loro furore. Quanto facilmente si conduellino le cose in
quella città dove la moltitudine non è corrotta: e che dove è e qualità, non si
può fare principato / e dove la non èj non si può far repubblica. Ancora clie
di sopra si sia discorso assai quello
sia da temere o sperare delle città corrotte; nondimeno non mi pare fuori di
proposito considerare una deliberazione del Senato circa il voto ehe Cammillo
fa di dare la decima parte ad Apolline della preda de’Veienti: la qual preda
sendo venuta nelle mani della Plebe romana, nè se ne potendo altrimenti riveder
conto, fa il Senato uno editto, che ciascuno dove rappresentare al pubblico la decima parte di
quello gl’aveva predalo. E benché tale deliberazione non ha luogo, avendo di poi
il Senato preso altro modo, c per altra via satisfatto ad Àpolliue in
satisfazione della Plebe; nondimeno si vede per tali deliberazioni quanto quel
Senato confidasse nella bontà di quella, e come e’giudica che nessuno fusse per
non rappresentare appunto tutto quello
che per tale editto gl’era comandato. E dall’altra parte si vede, come la Plebe
non pensa di fraudare in alcuna parte l’editto con il dare meno che non dove,
ma di liberarsi da quello con il mostrarne aperte indignazioni. Questo
essempio, con molti altri che di sopra si sono addotti, mostrano quanta bontà e
quanta religione fusse in quel Popolo, e quanto bene fusse da sperare di
lui. E veramente, dove non è questa
bontà, non si può sperare nulla di bene; come non si può sperare nelle
provincic che in questi tempi si veggono corrotte: come è la Italia sopra tutte
le altre; ed ancora la Francia di tale corruzione ritengono parte. E se in
quelle provincie non si vede tanti disordini quanti nascono in Italia ogni di,
deriva non tanto dalla bontà de'popoli, la quale ìh buona parte è mancata; quanto dallo avere uno re
che gli mantiene uniti, non solamente pella virtù sua ma pell’ordine di quelli regni che ancora non
sono guasti. Vedesi bene nella provincia della Magna, questa bontà e questa
religione ancora in quelli popoli esser grande; la qual fa che molte
repubbliche vi vivono libere, ed in modo osservano le loro leggi, che nessuno
di fuori nè di dentro ardisce occuparle.
E che sia vero che in loro regni buona parte di quella antica bontà, io nc
voglio dare uno essempio simile a questo detto di sopra del Senato e della
Plebe romana. Usano quelle repubbliche, quando gli occorre loro bisogno d’avere
a spendere alcuna quantità di danari per conto pubblico, che quelli magistrati
o consigli che ne hanno autorità, ponghino a tutti gli abitanti della città uno per cento, o dua, di quello
che ciascuno ha di valsente. E fatta tale deliberazione secondo 1’ordine della
terra, si rappresenta ciascuno dinanzi agli esecutori di tale imposta; e, preso
prima il giuramento di pagare la conveniente somma, getta in una cassa a ciò
deputata quello clic secondo la conscienza sua gli pare dover pagare: del qual
pagamento non è testimonio alcuno, se
non quello che paga. Donde si può conictturare quanta bontà e quanta religione
sia ancora in quelli uomini. E debbesi stimare che ciascuno paghi la vera
somma: perchè, quando la non si pagasse, non pitterebbe la imposizione quella
quantità che loro disegnassero secondo le antiche che fussino usitate riscuotersi;
e non gitlando, si conoscerebbe la fraude; e conoscendosi, arebbon preso altro modo che questo. La quale bontà è
tanto più d’ammirare in questi tempi quanto ella è più rara: anzi si vede
essere rimasa sola in quella provincia. Il che nasce da due cose: Y una, non
avere avuti commerzi grandi co’vicini; perchè nè quelli sono ili a casa loro,
nè essi sono iti a casa altrui; perchè sono stati eontenli di quelli beni, e
vivere di quelli cibi, vestire di quelle lane
che dà il paese: d’onde è stata tolta via LA CAGIONE D’OGNI CONVERSAZIONE,
ed il principio d’ogni corruttela; perchè non hanno possuto pigliare i costumi
nè franciosi nè spagnuoli nè italiani, le quali nazioni tutte insieme sono la
corruttela del mondo. L’altra cagione è, che quelle repubbliche dove s’è
mantenuto il vivere politico ed incorrotto, non sopportano che alcuno loro cittadino nè sia nè viva ad uso di
gentiluomo: anzi mantengono infra loro una pari equalità, ed a quelli signori e
gentiluomini che sono in quella provincia, sono inimicissimi; c se per caso
alcuni pervengono loro nelle mani, come priacipi di corruttela e cagione d’ogni
scandalo, gl’ammazzano. E' per chiarire questo nome di gentiluomini quale e’sia
dico che gentiluomini sono chiamali quelli che ociosi vivono de’proventi delle
loro possessioni abbondantemente, senza avere alcuna cura o di coltivare, o di
alcuna altra necessaria fatica a vivere. Questi tali sono perniciosi in ogni
repubblica ed in ogni provincia; ma più perniciosi sono quelli che, oltre alle
predette fortune, comandano a castella,
ed hanno sudditi che ubbidiscono a loro. Di queste due sorti d’uomini ne sono pieni il regno di Napoli, terra di Roma, la Romagna e la
Lombardia. Di qui nasce che in quelle provincie non è mai stata alcuna
repubblica, nè alcuno vivere politico; perchè tali generazioni d’uomini sono al
tutto nemici d’ogni civiltà. Ed a volere in provincie fatte in simil modo
introdurre una repubblica, non e possibile: ma a volerle ri-ordinare, s’alcuno
ne fusse arbitro, non arebbe altra via
che farvi un regno. La ragione è questa, che dove è tanto la materia corrotta
che le leggi non bastino a frenarla, vi bisogna ordinare insieme con quelle
maggior forza; la quale è una mano regia, che colla potenza assoluta ed
eccessiva pone freno alla eccessiva ambizione e corruttela de’potenti.
Verificasi questa ragione coll’esempio di Toscana: dove si vede in poco spazio
di terreno stale longamente tre repubbliche, Firenze, Siena e Lucca; e le altre
città di quella provincia essere in modo serve, che, coll’animo e coll’ordine,
si vede o che le mantengono, o che le vorrebbono mantenere la loro libertà.
Tutto è nato per non essere in quella
provincia alcun signore di castella, c nessuno o pochissimi
gentiluomini; ma esservi tanta equalità, che facilmente da uno uomo prudente, e che delle antiche
civilità avesse cognizione, vi si introdurrebbe un viver civile. Ma lo
infortunio suo è stato tanto grande, che infino a questi tempi non ha sortito
alcuno uomo che lo abbia potuto o saputo fare. Trassi adunque di questo
discorso questa conclusione: che colui che vuole fare dove sono assai
gentiluomini una repubblica, non la può fare se prima non gli spegne tutti: e che colui che dove è
assai EQUALITA vuole fare uno regno o uno principato, non lo potrà mai fare se
non trae di quella equalità molti d’animo ambizioso ed inquieto, e quelli fa
gentiluomini in fatto, e non in nome, donando loro castella e possessioni, c
dando loro favore di sustanze e d’uomini; acciocché, posto in mezzo di loro,
mediante quelli mantenga la sua potenza;
cd essi, mediante quello, la loro ambizione; e gli altri siano constretti n
sopportare quel giogo che la forza, e non altro mai, può far sopportare loro.
Ed essendo per questa via proporzione da chi sforza a chi è sforzato, stanno
fermi gl’uomini ciascuno nell’ordine loro. E perchè il fare d’una provincia
atta ad essere regno una repubblica, c d’una atta ad essere repubblica farne
un regno, è materia da uno uomo che per
cervello e per autorità sia raro; sono stati molti che Io hanno voluto fare, e
pochi che lo abbino saputo condurre. Perchè la grandezza della cosa parte
sbigottisce gl’uomini, parte in modo gli’mpedisce, che ne’primi principii
mancano. Credo che a questa mia
oppiatone, che dove sono gentiluomini non si possa ordinare repubblica,
pare contraria la esperienza della repubblica veneziana, nella quale non
usano avere alcuno grado se non coloro che sono gentiluomini. A che si
risponde, come questo essempio non ci fa alcuna oppugnazione, perchè i
gentiluomini in quella repubblica sono piu in nome che in fatto; perchè loro
non hanno grandi entrate di possessioni, sendo le loro ricchezze grandi fondate
in sulla MERCANZIA e cose mobili; e di
più, nessuno di loro tiene castella, o ha alcuna iurisdizione sopra gl’uomini:
ma quel nome di gentiluomo in loro è nome di degnila e di riputazione, senza
essere fondato sopra alcuna di quelle cose che fa che nell’altre città si
chiamano i gentiluomini. E come l’altre repubbliche hanno tutte le loro
divisioni sotto vari nomi, così Vinegia si divide in gentiluomini e popolari; e
vogliono che quelli abbino, ovvero possino avere, tutti gl’onori; quelli altri
ne sieno al tutto esclusi. Il che non fa disordine in quella terra.
Gonstituisca, adunque, una repubblica colui dove è, o è fatta una grande
egualità; ed all’incontro ordini un principato dove è grande inequalità:
altrimenti fa cosa senza propprzione, e poco durabile. Innanzi che segnino i
grandi accidenti in una città o in una
provincia, vengono segni che gli pròìioslicanOj
o uomini che gli predicono. Donde e’si nasca io non so, ina si vede pei’gli
antichi e per gli moderni essempi, che mai non venne alcuno grave accidente in
una città o in una provincia, che non sia stato, o d’indovini o da revelazioni
o da prodigi, o d’altri segni celesti, predetto. E per non mi discostare da
casa nei provare questo, saciascuno
quanto da Savonarola fusse predetta innanzi la venuta del re Carlo di Francia in Italia; e come, olirà
di questo, per tutta Toscana si disse esser sentite in aria e vedute genti
d’arme, sopra Arezzo, che s’azzuffavano insieme. Sa ciascuno olirà di questo,
come avanti la morte di Lorenzo de’Medici vecchio fu percosso il duomo nella
sua più alta parte con una saetta celeste, con
l'ovina grandissima di quello edilìzio. Sa ciascuno ancora, come poco
innanzi che Soderini, quale era stato fatto gonfaloniere a vita dal popolo
fiorentino, fosse cacciato e privo del suo grado, fu il palazzo medesimamente d’un
fulgore percosso. Potrcbbesi, olirà di questo, addurre più essempi, i quali per
fuggire il tedio lascerò. Narrerò solo quello che L., innanzi alla venuta
de’Franciosi in Roma: cioè, come uno Marco Cedizio plebeio, riferì al senato
avere udito di mezza notte, passando pella Via Nuova, una voce maggiore ch’umana,
la quale l’ammoniva che riferisse ai magistrati, come i Franciosi venivano a
Roma. La cagione di questo credo sia d’essere discorsa ed interpretata d’uomo
che abbia notizia delle cose naturali e soprannaturali: il che non abbiamo
noi. Pure, potrebbe essere che, sendo
questo aere, come vuole alcuno filosofo, pieno d’intelligenze; le quali per
naturale virtù prevedendo le cose future, ed avendo compassione agl’uomini,
acciò si possino preparare alle difese,
gl’avvertiscono con simili segni. Pure, comunelle si sia, si vede cosi
essere la verità; e che sempre dopo tali accidenti sopravvengono cose
istraordinarie e nuove alle provincie. La plebe insieme è gagliarda; di per se
è debole. Erano molti Romani, scudo seguita pella passata de’Franciosi la
rovina della lor patria, andati ad abitare a Yeio, contea alla constituzione ed
ordine del senato: il quale, per rimediare a questo disordine, comanda per i
suoi editti pubblici che ciascuno, infra certo tempo e sotto certe pene, torna
ad abitare a Roma. De’quali editti, da
prima per coloro contea a chi e’venivano, si fu fatto beffe; di poi, quando s’appressò
il tempo dell’ubbidire, tutti ubbidirono. E L. dice queste parole: Ex fcrocibus
universtSj singtili metti suo obedienfes fuere. E veramente, non si può
mostrare meglio la natura d’una moltitudine in questa parte che si dimostra in
questo testo. Perchè la moltitudine è audace nel parlare molte volte contra alle deliberazioni del loro
principe; di poi, come veggono la pena in viso, non si fidando l’uno
dell’altro, corrono ad ubbidire. Talché si vede certo, che di quel che si dica
uno popolo circa la mala o buona disposizion sua, si debbe tenere non gran
conto, quando tu sia ordinato in modo da poterlo mantenere, s’egli è ben
disposto; s’egli è mal disposto, da poter provvedere che non t’offenda. Questo s’intende per
quelle male disposizioni che hanno i popoli, nate da qualunque altra cagione,
che o per avere perduto la libertà, o il loro principe stato amato da loro, e
che ancora sia vivo; perchè le male disposizioni che nascono da queste cagioni,
sono sopra ogni cosa formidabili, e che hanno bisogno di grandi rimedi a
frenarle:1'altre sue indisposizioni fieno
facili, quando ci non abbia capi a chi rifuggire. Perchè non ci è cosa,
dall’un canto, più formidabile ch’una moltitudine sciolta e senza capo; e,
dall’altra parte, non è cosa più debole: perchè, quantunque ella abbi 1’armi in
mano, fia facile ridurla, purché tu abbi ridotto da potere fuggire il primo
impeto; perchè quando gl’animi sono un poco raffreddi, e che ciascuno vede d’aversi
a tornare a casa sua, cominciano a
dubitare di loro medesimi, e pensare alla salute loro, o con fuggirsi o coll’accordarsi.
Però una moltitudine così concitata, volendo fuggire questi pericoli, ha subito
a fare infra sè medesima un capo che la corregga, tenghila unita e pensi alla sua
difesa; come fa la Plebe romana, quando dopo la morte di Virginia si partì da
Roma, e per salvarsi feciono infra loro venti Tribuni: e non facendo questo,
interviene loro scmj)re quel che dice L.
nelle soprascritte parole, che tutti insieme sono gagliardi; e quando ciascuno
poi comincia a pensare al proprio pericolo, diventa vile e debole. La
moltitudine è più savia e più costante che un principe. Nessuna cosa essere più
vana e più inconstante che la moltitudine:
cosi L. nostro, come tutti gli altri filosofi affermano. Perchè spesso
occorre, nel narrare l’azioni degl’uomini, vedere la moltitudine avere
condannato alcuno a morte, e quel medesimo di poi pianto e sommamente
desiderato: come si vede avere fatto il Popolo romano di Manlio Capitolino, il
quale avendo CONDENNATO A MORTE, sommamente di poi desidera. E le parole dell’autore
son queste: Populum brevi, posteaquam ab co periculum nullum eral, desiderium
rjus tenuit. Ed altrove, quando mostra gl’accidenti che nacquero in Siracusa
dopo la morte di Girolamo nipote di
Ierone, dice: Hcec natura mulliludinis
est : aut umiliter servii, aut superbe domi natur. Io non so se io mi
prenderò una provincia dura, e piena di tanta difficoltà, che mi convenga o
abbandonarla con vergogna, o seguirla con carico; volendo difendere una cosa,
la quale da tutti gli scrittori è accusata. Ma, comunehc si sia, io non giudico
nè giudicherò mai essere difetto difendere alcune oppinioni colle ragioni,
senza volervi usare o la autorità o la forza. Dico adunque, come di quello
difetto di che accusano i filosofi la moltitudine, se ne possono accusare tutti
gl’uomini particolarmente, e massime i principi; perchè ciascuno che non sia
regolato dalle leggi, farebbe quelli medesimi errori che la moltitudine
sciolta. E questo si può conoscere facilmente, perchè e’sono c sono stati assai
principi, e de’buoni e de’savi ne sono stati pochi; io dico de’principi che
hanno potuto rompere quel freno che gli può correggere; intra i quali non sono
quegli re che nascevano in Egitto, quando in quella antichissima antichità si
governa quella provincia colle leggi; nè quelli che nascevano in Sparta; nè
quelli che a’nostri tempi nascono in Francia: il quale regno è moderato più
dalle leggi, che alcuno altro regno di
che ne’nostri tempi si abbi notizia. E questi re che nascono sotto tali
constituzioni, non sono da mettere in quel numero, donde si abbia a considerare
la natura di ciascuno uomo per sè, e vedere se egli è simile alla moltitudine:
perchè a rincontro loro si debbe porre una moltitudine medesimamente regolata
dalle leggi come sono loro; e si trova in lei essere quella medesima bontà che noi veggiamo essere in quelli, e
vedrassi quella nè superbamente dominare nè umilmente servire: come era il
Popolo romano, il quale mentre durò la Repubblica incorrotta, non servì mai
umilmente nè mai dominò superbamente; anzi con li suoi ordini e magistrati
tenne il grado suo onorevolmente. E quando era necessario insurgerc contra a
uno potente, lo fa; come si vede in
Manlio, ne’Dieci, ed in altri che cercorno opprimerla: e quando era necessario
ubbidire a’Dittatori ed a’Consoli per la salute pubblica, lo fa. E se il Popolo
romano desidera Manlio Capitolino morto, non è meraviglia; perchè e’desidera le
sue virtù, le quali erano state tali, che la memoria d’esse reca compassione a
ciascuno; cd arebbono avuto forza di fare quel medesimo effetto in un principe, perchè 1’è sentenza di tutti i
filoofi, come la virtù si lauda e s’ammira ancora negli inimici suoi: e se Manlio, infra tanto
desiderio, fusse risuscitato, il Popolo di Roma arebbe dato di lui il medesimo
giudizio, come ei fa, tratto che l’ebbe
di prigione, che poco di poi lo condenna a morte; nonostante die si vegga di
principi tenuti savi, i quali hanno fatto morire qualche persona,
e poi sommamente desideratala: come Alessandro, Clito ed altri suoi
amici; ed Erode, Marianne. Ma quello che lo istorico nostro dice della natura
della moltitudine, non dice di quella
che è regolata dalle leggi, come era la romana; ma della sciolta, come era la
siracusana: la quale fa quelli errori che fanno gl’uomini infuriati e sciolti,
come fa Alessandro magno, ed Erode, ne’casi detti. Però non è più d’incolpare
la natura della moltitudine che de’principi, perchè tutti egualmente errano,
quando tutti senza rispetto possono errare. Di che, oltre a quello che ho
detto, ci sono assai essempi, ed intra gl’imperadori romani, ed intra gli altri
tiranni e, principi; dove si vede tanta incostanza e tanta variazione di vita,
quanta mai non si trova in alcuna moltitudine.
Conchiudo, adunque, contea olla comune oppimene, la qual dice come i
popoli, quando sono principi, sono vari, mutabili, ingrati; affermando che in
loro non sono altrimente questi peccati che si siano ne’principi particolari.
Ed accusando alcuni i popoli ed i principi insieme, potrebbe dire il vero; ma
traendone i principi, s’inganna; perchè un popolo che comanda e sia bene
ordinato, sarà stabile, prudente e grato
non altrimenti che un principe, o meglio che un principe, eziandio stimato
savio: e dall’altra parte, un priucipe sciolto dalle leggi, sarà ingrato, vario
ed imprudente più che uno popolo. E che la variazione del procedere loro nasce
non dalla natura diversa, perchè in tutti è ad un modo: e se vi è vantaggio di
bene, è nei popolo; ma dallo avere più o meno
rispetto alle leggi, dentro alle quali l’uno e l’altro vive. E chi
considerrà il Popolo romano, lo vede essere stato per quattrocento anni iuimico
del nome regio, ed amatore della gloria e del bene comune della sua patria:
vedrà tanti essempi usati da lui, clic
testiiuoniauo 1’una cosa e l’altra. £ se alcuno m’allega l’ingratitudine eh7
egli usa centra a Scipione, rispondo quello die di sopra lungamente si discorse in questa materia,
dove si mostrò i popoli essere meno iugraii de’principi. Ma quanto alla
prudenza ed alla stabilità, dico, come uno popolo è più prudente, più stabile e
di miglior giudicio che un principe. E uon senza cagione si assomiglia la voce
d7 un popolo a quella di Dio; perchè si vede una oppinioue universale fare
effetti meravigliosi ne’pronostichi suoi:
talché pare che per occulta virtù e’prevegga il suo male ed il suo bene.
Quanto al giudicare le cose, si vede rarissime volte, quando egli ode due
concionanti che tendino in diverse parti, quando e’sono di egual virtù, che non
pigli’ia oppinione migliore, e che non sia capace di quella verità ch’egli ode
£ se nelle cose gagliarde, o che paiano utili, come di sopra si dice, egli erra;
molte volte erra ancora uri principe
nelle sue proprie passioni, le quali sono molle più che quelle de’popoli.
Yedesi ancora, nelle sue elezioni ai magistrati, fare di lunga migliore
elezione che uno principe; nè mai si persuaderà ad un popolo, che sia bene
tirare alla degnila uno uomo infame e di corrotti costumi: il che facilmente e
per mille vie si persuade ad un principe. Yedesi un popolo cominciare ad avere in orrore una cosa, e molti secoli
stare in quella oppinione: il che non si vede in uno principe. E dell’una e
dell’altra di queste due cose voglio mi basti per testimone il Popolo romano:
il quale, in tante centinaia d’anni, in tante elezioni di Consoli e di Tribuni,
non fece quattro elezioni di che quello si avesse a pentire. Ed ebbe tanto in
odio il nome regio che nessuno obbligo
di alcuno suo cittadino che tenta quel
nome, potette fargli fuggire le debite pene. Yedesi, oltra di questo, le città
dove i popoli sono principi, fare in brevissimo tempo augumenti eccessivi, e
molto maggiori che quelle che sempre sono state sotto un principe ! come fa
Roma dopo la cacciata de’re, ed Atene da poi che la si liberò da Pisistrato. Il
che non può nascere d’altro, se non che sono
migliori governi quelli de’popoli che quelli de’principi. Nè voglio che
s’opponga a questa mia oppinione tutto quello che lo istorico nostro ne dice
nel preallcgato testo, ed in qualunque altro; perchè, se si discorreranno tutti
i disordini de’popoli, tutti i disordini de’principi, tutte le glorie de’popoli,
tutte quelle de’principi, si vede il popolo di bontà e di gloria essere di
lunga supcriore. E se i principi sono superiori a’popoli nell’ordinare leggi,
formare vite civili, ordinare statuti ed ordini nuovi; i popoli sono tanto
superiori nel mantenere le cose ordinate, eh’egli aggiungono senza dubbio alla
gloria di coloro che l’ordinano. Ed in somma, per epilegare questa materia,
dico come hanno durato assai gli stati de’principi, hanno durato assai gli stati
delle repubbliche, el’uno e l’altro ha
avuto bisogno d’essere regolato dalle leggi: perchè un principe che può fare
ciò che vuole, è pazzo; un popolo che può fare ciò che vuole, non è savio. Se,
adunque, si ragionerà d'un principe obbligato alle leggi, ed’un popolo
incatenalo da quelle, si vedrà più virtù nel popolo che nel principe: se si
ragionerà dell’uno e dell’altro sciolto, si vedrà meno errori nel popolo che
nei principe; e quelli minori, ed aranno
maggiori rimedi. Perchè ad un popolo licenzioso e tumultuario, gli può da un
uomo buono esser parlato, e facilmente può essere ridotto nella via buona: ad
un principe cattivo non è alcuno che possa parlare, nè vi è altro rimedio che
il ferro. Da che si può far coniettura della importanza della malattia dell’uno
e dell’altro: chè se a curare la malattia del
popolo bastano le parole, ed a quella del principe bisogna il ferro, non
sarà mai alcuno che non giudichi, che dove bisogna maggior cura, siano maggiori
errori. Quando un popolo è bene sciolto, non si temono le pazzie che quello fa,
nè si ha paura del mal presente, ma di quello che ne può nascere, potendo
nascere infra tanta confusione un tiranno. Ma ne’principi tristi interviene
il contrario: che si teme il male
presente, e nel futuro si spera; persuadendosi gli uomini che la sua cattiva
vita possa far surgere una libertà. Sì che vedete la differenza dell’uno e
dell’altro, la quale è quanto dalle cose che sono, a quelle che hanno ad
essere. Le crudeltà della moltitudine
sono contra a chi ei temono clic occupi il ben comune: quelle d’un principe
sono contro a chi ci temono che occupi
il bene proprio. Ma la oppiti ione contro ai popoli nasce perchè de’popoli
ciascuno dice male senza paura e liberamente, ancora mentre che regnano:
de’principi si parla sempre con mille paure e mille rispetti. Nè mi pare fuor
di proposito, poiché questa materia mi vi tira, disputare di quali
confederazioni altri si possa più fidare, o di quelle falle con una repubblica,
o di quelle fatte con ui> principe. Di quali confederazioni, o lega,
altri si può più fidare; o di quella fatta con una repubblica, o di quella fatta con uno principe. Perchè ciascuno dì
occorre che P uno principe con l’altro, o V una repubblica con l’altra, fanno
lega ed amicizia insieme; ed ancora similmente si contrae confederazione ed
accordo intra una repubblica ed uno principe mi pare d’esaminare qual fede è più stabile, e di quale si debba
tenere più conto, o di quella d’una repubblica,
o di quella d’uno principe, lo, esaminando tutto, credo che in molti
casi e’siano simili.ed in alcuni vi sia qualche disformità. Credo per tanto,
che gli accordi fatti per forza non ti saranno nè da un principe nè da una
repubblica osservali; credo che quando la paura dello stato venga, l'uno e
l'altro, per non lo perdere, ti romperà
la fede, e ti userà ingratiludine. Demetrio, quel che fu chiamato espugnatore
delle cittadi, fa agl’Ateniesi infiniti benefici!: occorse di poi, che sendo
rotto da’suoi inimici, e rifuggendosi in Atene, come in città amica ed a lui
obbligata, non fu ricevuto da quella: il che gli dolse assai più che non aveva
fatto la perdita delle genti e dell’esercito suo. Pompeio, rotto che fu da Cesare in Tessaglia, si
rifuggia in Egitto a Tolomeo, il quale era pello addietro da lui stato rimesso
nel regno; e fu da lui morto. Le quali cose si vede che ebbero le medesime
cagioni; nondimeno fu più umanità usata e meno ingiuria dalla repubblica che
dal principe. Dove è, pertanto, la paura, si trova in fallo la medesima fede. E
se si trova o una repubblica o uno principe, che per osservarti la fede aspetti
di rovinare, può nascere questo ancora da simili cagioni. E quanto al principe,
può molto bene occorrere che egli sia amico d’un principe potente, che se bene
non ha occasione allora di difenderlo, ei può sperare che col tempo e lo
restituisca nel principato suo; o veramente che, avendolo seguito come
partigiano, ei non creda trovare nè fede nè accordi con il nimico di quello. Di questa sorte sono
stati quelli principi del reame di Napoli che hanno seguite le parti franciose.
E quanto alle repubbliche, fu di questa sorte Sagunto in Ispagna, che aspettò
la rovina per seguire le parti romane; e di questa Firenze, per seguire le parti franciose. E credo, computata ogni
cosa, che in questi casi, dove è il
pericolo urgente, si trova qualche stabilità
più nelle repubbliche, che ne’principi. Perche, sebbene le repubbliche
avessino quel medesimo animo e quella medesima voglia che un principe, lo avere
il moto loro tardo, fa che le porranno sempre più a risolversi che il principe,
e per questo porranno più a rompere la fede di lui. Romponsi le confederazioni
per lo utile. In questo le repubbliche sono di lunga più osservanti degli accordi che i principi. E potrebbesi addurre
essempi, dove uno miuinio utile ha fatto rompere la fede ad uno principe, e
dove una grande utilità non ha fatto rompere la fede ad una repubblica: come fu
quello partito che propose Temistocle agl'ateniesi, a’quali nella conclone
disse che aveva uno consiglio da fare alla loro patria grande utilità; ma non
lo poteva dire per non lo scoprire, perchè
scoprendolo si toglieva l’occasione del farlo. Onde il popolo d’Atene
elesse Aristide, al quale si comunic la cosa, e secondo dipoi che paresse a lui
se ne deliberasse: al quale Temistode mostrò come I’armata di tutta Grecia,
ancora che stesse sotto la fede loro, era in lato che facilmente si poteva
guadagnare o distruggere; il che fa gl’Ateniesi al tutto arbitri di quella
provincia. Donde Aristide riferì ai
popolo, il partito di Temistocle essere utilissimo, ma disonestissimo: per la
qual cosa il popolo al tutto lo ricusa. II che non arebbe fatto Filippo
Macedone, e gl’altri principi che più utile hanno cerco e più guadagnato col
rompere la fede, che con verun altro modo. Quanto a rompere i patti per qualche
cagione d’inosservanza, di questo io non parlo come di cosa ordinaria; ma parlo dì quelli che si rompono per cagioni
istrasordinarie: dove io credo, per le cose (lette, che il popolo facci minori
errori che il principe, e per questo si possa Fidar più di lui che del
principe. Come il consolato e qualungue altro magistrato in Roma si (lava senza
rispetto di età. E’si vede pell’ordine della istoria, come la Repubblica
romana, poiché’i consolato venne nella Plebe,
concesse quello ai suoi cittadini senza rispetto d’età o di sangue;
ancora cbe il rispetto dell’età mai non fusse in Roma, ma sempre s’anda a trovare la virtù, o in giovane o in vecchio cbe la fusse. Il
che si vede per il testimone di Valerio Corvino, che fu fatto Consolo nell!
Ventitré anni: e Valerio detto, parlando ai suoi soldati, disse come il
consolato crai prcetnium virfulisj, non
sanguinis. La qual cosa se fu bene considerata, o no, sarebbe da
disputare assai. E quanto al sangue, fu concesso questo per necessità; e quella
necessità che fu in Roma, sarebbe in ogni città che volesse fare gli effetti
che fece Roma, come altra volta si è detto: per i! chè e’non si può dare agl’uomini
disagio senza premio, nè si può torre la SPERANZA di conseguire il premio senza
pericolo. E però a buona ora convenne che la Plebe avesse speranza di avere il
consolato; e di questa SPERANZA si nutrì un tempo senza averlo. Di poi non
bastò la speranza, che e’convenne che si venisse allo effetto. Ma la città che
non adopera la sua plebe ad alcuna cosa gloriosa, la può trattare a suo modo,
come altrove si disputa: ma quella elle vuole fare quel che fe Roma, non
ha a fare questa distinzione. E dato che
così sia, quella del tempo non ha replica; anzi è necessaria: perchè nello
eleggere uno giovane in uno grado che abbi bisogno d’una prudenza di vecchio,
conviene, avendovelo ad eleggere la moltitudine, che a quel grado lo facci
pervenire qualche sua nobilissima azione. E quando un giovane è di tanta virtù,
che si sia fatto in qualche cosa notabile conoscere; sarebbe cosa dannosissima
che la città non se «e potesse valere allora, e che la avesse ad aspettare che
fusse invecchiato con lui quel vigore deir animo, quella prontezza, della quale
in quella età la patria sua si poteva valere: come si valse Roma di Valerio
Corvino, di Scipione, di Pompeio e di
molti altri che trionfarono giovanissimi. Laudano sempre gli uomini, ma noti
sempre ragionevolmente, gli antichi tempi, e gli presenti accusano: ed in modo
sono delle cose passate partigiani, che non solamente celebrano quelle etadi
che da loro sono state, pella memoria che ne hanno lasciata gli scrittori,
conosciute; ma quelle ancora che, sendo già vecchi, si ricordano nella loro
giovanezza avere vedute. E quando questa loro oppinionc sia falsa, come il più
delle volte è, mi persuado varie essere
le cagioni he a questo inganno gli
conducono. E la prima credo sia, che delle cose antiche non s’intenda al tutto
lu verità; e che di quelle il più delle vollesi nasconda quelle cose che
recherebbono a quelli tempi infamia; e quelle altre che possono partorire loro
gloria, si remlino magnifiche ed amplissime. Però che i più dei filosofi in
modo alla fortuna de’vincitori
ubbidiscono, che per fare le loro vittorie gloriose, non solamente accrescono
quello che da loro è virtuosamente operato, ma ancora le azioni de’nimici in
modo illustrano, che qualunque nasce di poi in qualunque delle due provincie, o
nella vittoriosa o nella vinta, ha cagione di maravigliarsi di quelli uomini e
di quelli tempi, ed è forzato sommamente laudargli ed amargli. Olirà di questo, odiando gli uomini le cose o
per timore o per invidia, vengono ad essere spente due potentissime cagioni dell’odio
nelle cose passate, non ti potendo quelle offendere, e non ti dando cagione
d’invidiarle. Ma al contrario interviene di quelle cose che si maneggiano e
veggono; le quali, pei l’intera cognizione di esse, non t’essendo in alcuna
parte nascoste e conoscendo in quelle insieme con il bene molte altre cose che
ti dispiacciono, sei forzato giudicarle alle antiche molto inferiori, ancora
che in verità le presenti molto più di quelle
di gloria e di fama meritassero: ragionando non delie cose pertinenti
alle arti, le quali hanno tanta chiarezza in sè, che i tempi possono torre o
dar loro poco più gloria che per loro medesime si meritino; ma parlando di
quelle pertinenti alla vita e costumi
degli uomini, delle quali non se ne veggono sì chiari testimoni. Replico,
pertanto, essere vera quella consuetudine del laudare e biasimare soprascritta;
ma non essere già sempre vero che si erri nel farlo. Perchè qualche volta è
necessario che giudichino la verità; perchè essendo le cose umane sempre in
molo, o le salgono, o lescendono. E vedesi una città o una provincia essere ordinata al vivere politico
da qualche uomo eccellente; ed, un tempo, pella virtù di quello ordinatore,
andare sempre in augumento verso il
meglio. Chi nasce allora in tale stato, ed ei laudi più li antichi tempi che i
moderni, s’inganna; ed è ausato il suo inganno da quelle cose che di sopra si
sono dette. Ma coloro che nascono di poi, in quella città o provincia, che gli è venuto il tempo che la scende verso la
parte più rea, allora non s’ingannano. E pensando io come queste cose
procedino, giudico il mondo sempre essere stalo ad un medesimo modo, ed in quello
esser stato tanto di buono quanto di tristo; ma variare questo tristo e questo
buono di provincia in provincia: come si vede per quello si ha notizia di
quelli regni antichi che variavano
dall’uno all’altro pella variazione de’costumi; ma il mondo resta quel
medesimo. Solo vi era questa differenza,
che dove quello aveva prima collocata la
sua virtù in Assiria, la colloca in Media, di poi in Persia, tanto che la ne
venne in Italia ed a Roma: e se dopo l’imperio romano non è seguito imperio che
sia durato, nè dove il mondo abbia ritenuta la sua virtù insieme; si vede nondimeno essere sparsa in di molte nazioni
dove si vive virtuosamente; come era il regno de’Franchi, il regno de’Turchi,
quel del Soldano; ed oggi i popoli della Magna; e prima quella setta Saracina
che fa tante gran cose, ed occupa tanto mondo, poiché la distrusse l’imperio
romano orientale. In tutte queste provincie, adunque, poiché i Romani
rovinorono, ed in tutte queste sètte è stata quella virtù, ed è ancora in
alcuna parte d’esse, che si desidera, e che con vera laude si lauda. E chi
nasce in quelle, e lauda i tempi passati più che i presenti, si potrebbe
ingannare; ma chi nasce in Italia ed in Grecia, e non sia divenuto o in Italia
oltramontano o in Grecia turco, ha ragione di biasimare i tempi suoi, e laudare
gli altri: perchè in quelli vi sono assai cose, che gli fanno meravigliosi; in questi non è cosa alcuna che
gli ricomperi d’ogni estrema miseria, infamia e vituperio: dove non è
osservanza di religione, non di leggi, non di milizia; ma sono maculati d’ogni
ragione bruttura. E tanto sono questi vizi più detestabili quanto ei sono più
in coloro che seggono prò tribunali, comandano a ciascuno, e vogliono essere
adorati. Ha tornando al ragionamento
nostro, dico che se il giudicio degl’uomini è corrotto in giudicare
quale sia migliore, o il secolo presente o l’antico, in quelle cose dove pell’antichità
ei non ha possuto avere perfetta cognizione come egli ha de’suoi tempi; non
doverrebbe corrompersi ne’vecchi nel giudicare i lempi della gioventù e
vecchiezza loro, avendo quelli e questi egualmente conosciuti e visti. La qual
cosa sarebbe vera, se gl’uomini per
tutti i tempi della lor vita l'ussero del medesimo giudizio, ed avessero quelli
medesimi appetiti: ma variando quelli, ancora che i tempi nou variino, non
possono parere agl’uomini quelli medesimi, avendo altri appetiti, altri
diletti, altre considerazioni nella vecchiezza, che nella gioventù. Perchè,
mancando gl’uomini quando li invecchiano di forze, e crescendo di giudizio e di
prudenza; è necessario che quelle cose che in gioventù pareno loro sopportabili
e buone, ineschino poi invecchiando insopportabili e cattive; e dove quelli ne
doverrebbono accusare il giudicio loro, n’accusano i tempi. Sendo ultra di
questo, gl’appetiti umani insaziabili, perchè hanno dalla natura di potere e
voler desiderare ogni cosa, e dalla fortuna di potere conseguirne poche; ne risulta continuamente
una mala contentezza nelle menti umane, ed un fastidio delle cose che si
posseggono: il che fa biasimare i presenti tempi, laudare i passati, e
desiderare i futuri; ancora che a fare questo non fussino mossi d’alcuna
ragionevole cagione. Non so, adunque, se io meriterò d’essere numerato tra
quelli che si ingannano, se in questi mia discorsi io lauderò troppo i tempi degli antichi Romani,
e biasimerò i nostri. E veramente, se la virtù che allora regna, ed il vizio che ora regna, non fussino
più chiari che il sole, andrei col parlare più rattenuto, dubitando non
incorrere in quello inganno di che io accuso alcuni. Ma essendo la cosa si
manifesta che ciascuno la vede, sarò animoso in dire manifestamente quello che
intenderò di quelli e di questi tempi; acciocché gl’animi de’giovani che questi
mia scritti leggeranno, possino fuggire questi, e prepararsi ad imitar quegli,
qualunque volta la fortuna ne dessi loro occasione. Perchè gl’è offizio di uomo
buono, quel bene che pella malignità de’tempi e della fortuna tu non hai potuto
operare insegnarlo nd altri, acciocché
sendone molti capaci, alcuno di quelli, più amato dal Cielo, possa operarlo. Ed avendo ne’discorsi
del superior libro parlato delle deliberazioni fatte da’Romani pertinenti al di
dentro della città, in questo parleremo di quelle che’l Popolo romano fa
pertinenti all’augumento dell’imperio suo. Quale fu più cagione dell’imperio ch’acquistarono
i Romani, o la virtùj o la fortuna. Molti hanno avuta oppinione, intra i quali
è Plutarco, gravissimo filosofo, che’1 Popolo romano nell’acquistare lo imperio
e più favorito dalla fortuna che dalla virtù. Ed intra l’altre ragioni che n’adduce,
dice che per confessione di quel popolo si dimostra, quello avere riconosciute
dalla fortuna tutte le sue vittorie, avendo quello edificati più templi alla fortuna
ch’ad alcuna altra divinitai. E pare che a questa oppinione si accosti
L.; perchè rade volte è che facci
parlare ad alcuno Romano, dove ei racconti della virtù, che non v’aggiunga la
fortuna. La qual cosa io non voglio confessare in alcun modo, nè credo ancora
si possa sostenere. Perchè, se non s’è
trovato mai repubblica che abbi fatti i progressi che Roma, è nato che non si è
trovata mai repubblica che sia stata ordinata a potere acquistare come Roma. Perchè la virtù degl’eserciti gli
feciono acquistare I’imperio; e l’ordine
del procedere, ed il modo suo proprio, e trovato dal suo primo legislatore, gli
fa mantenere l’acquistato. Dicono costoro, che non avere mai accozzate due
potentissime guerre in uno medesimo tempo, fu fortuna e non virtù del popolo
romano; perchè e’non ebbero guerra con i Latini se non quando egli ebbero non
tanto battuti i Sanniti, quanto che la guerra fu da’Romani fatta in difensione
di quelli; non combatterono con i Toscani se prima non ebbero soggiogati i
Latini, ed enervati colle spesse rotte quasi in tutto i Sanniti: che se due di
queste potenze intere si fussero, quando erano fresche, accozzate insieme,
senza dubbio si può facilmente conietturare che ne sarebbe seguito la rovina
della romana Repubblica. Ma, comunelle
questa cosa nasce, mai non intervenne ch’eglino avessino due potentissime
guerre in un medesimo tempo: anzi parve sempre, o nel nascere dell’ una,
l’altra si spegnesse; o nel spegnersi dell’una, l’altra nasce. Il che si può
facilmente vedere pell’ordine delle guerre fatte da loro: perchè, lasciando
stare quelle che feciono prima che Roma fusse presa dai Franciosi, si vede che, mentre che combatterno con gl’Equi e con
i Volsci, mai, mentre questi popoli sono potenti, non si levarono contro di lor
uitre genti. Domi costoro, nasce la guerra contea ai Sanniti; e benché innanzi
che finisse tal guerra i popoli latini si ribellassero da’Romani, nondimeno
quando tale ribellione segui, i Sanniti erano in lega con Roma, e con il loro
esercito aiutorono i Romani domare l’insolenza latina. I quali domi, risurse la
guerra di Sannio. Battute per molte rotte date a’Sanniti le loro forze, nacque la guerra de’Toscani;
la qual composta, si rilevarono di nuovo i Sanniti pella passata di Pirro in ITALIA. Il quale come fu ribattuto e
rimandatoin Grecia appiccarono la guerra con i Cartaginesi: nè {ìrima fu tal
guerra finita che tutti i Franciosi, e di là e di qua dall’Alpi, congiurarono
conti ai Romani; tanto che intra Popolonia e Pisa, dove è oggi la torre a San
Vincenti, furono con massima strage superati. Finita questa guerra, per ispazio
di venti anni ebbero guerra di non molta
importanza; perchè non eombatterono con altri che con I LIGURI, e con
quel rimanente de’Franciosi che era in Lombardia. E così stettero tanto che
nacque la guerra cartaginese, la qual per sedici anni tenne occupata Italia.
Finita questa con massima gloria, nacque la guerra macedonica; la quale tìnita,
venne quella d’Antioco e d’Asia. Dopo la qual vittoria, non restò in tutto il
mondo nè principe nè repubblica che, di
per sè, o tutti insieme, si potessero opporre alle forze romane. Ma innanzi a quella
ultima vittoria, chi considerrà l’ordine di queste guerre, ed il modo del
procedere loro, vedrà dentro mescolate colla fortuna una virtù e prudenza
grandissima. Talché, chi esaminasse la cagione di tale fortuna, la ritroverebbe
facilmente: perchè gli è cosa certissima, che
come un principe e un popolo viene in tanta riputazione, che ciascuno
principe e popolo vicino abbia di per sè paura ad assaltarlo, e ne tema, sempre
interverrà che ciascuno d’essi mai lo assalterà, se non necessitato; in modo
che e’sarà quasi come nell’elezione di quel polente, far guerra con quale di
quelli suoi vicini gli parrà, e gii altri colla sua industria quietare. I
quali, parte rispetto alla potenza suo,
parte ingannati da quei modi che egli terrà per nddormentargli, si quietano
facilmente; e gli altri potenti che sono discosto, e che non hanno coinmerzio
seco, curano la cosa come cosa longinqua, e che non appartenga loro. Nel quale
errore stanno tanto che questo incendio venga loro presso: il quale venuto, non
hanno rimedio a spegnerlo se non colle forze proprie; le quali di poi non
bastano, sendo colui diventato potentissimo. Io voglio lasciare andare, come i
Sanniti stettero a vedere vincere dal Popolo romano i Yolsci e gli Equi; e per
non essere troppo prolisso, mi farò da’Cartaginesi: i quali erano di gran
potenza c di grande estimazione quando i Romani combattevano con i Sanniti e
con i Toscani; perchè tii già tenevano tutta 1’Affrica, tenevano ia Stintigna e
la Sicilia, avevano dominio in parte della Spagna. La quale polenza loro,
insieme coll’esser discosto ne’confini dal Popolo romano, fa che non pensarono
mai d’assaltare quello, nè di soccorrere i Sanniti e Toscani: anzi fecero come
si fa nelle cose che crescono, più tosto in lor favore collegandosi con quelli,
e cercando l’amicizia loro. Nè s’avviddono prima dell’errore fatto che i Romani, domi tutti i popoli mezzi
infra loro ed i Cartaginesi, cominciarono a combattere insieme dell’imperio di
Sicilia e di Spagna. Intervenne questo medesimo a’Franciosi che a’ Cartaginesi,
e cosi a Filippo re de’Macedoni, e ad Antioco; e ciascuno di loro crede, mentre
che il Popolo romano era occupato coll’altro, che quell’altro lo supera, ed
essere a tempo, o con pace o con guerra,
difendersi da lui. In modo che io credo che la fortuna che ebbono in questa
parte i Romani, 1’arebbono tutti quelli principl che procedessero come i
Romani, c fussero di quella medesima virtù che loro. Sarebbeci da mostrare a
questo proposito il modo tenuto dal Popolo romano nello entrare nelle provincie
d’altri, se nei nostro trattato de’principati non ne avessimo parlato a lungo; perchè in quello questa materia è
diffusamente disputata. Dirò solo questo brevemente, come sempre s’ingegnarono
avere nelle provincie nuove qualche amico che fusse scala o porta a salirvi o
entrarvi, o mezzo a tenerla: come si vede che pel mezzo de’Capovani entrarono
in Sannio, de’Camertini in Toscana, de’Mamertini in Sicilia, de’Saguntini in
Spagna, di Massinissa iti Affrica, degl’Eloli in Grecia, d’Eumene ed altri
principi in Asia, de’Massiliensi e dell’Edui in Francia. E così non mancarono
mai di simili appoggi, per potere facilitare l’imprese loro, e nel’acquistare
le provincie e nel tenerle. Il che quelli popoli ch’osserveranno, vedranno
avere meno bisogno della fortuna che quelli che ne saranno non buoni
osservatori. E perchè ciascuno possa
meglio conoscere quanto potè più la virtù che la fortuna loro ad
acquistare quello imperio; noi discorreremo di che qualità furono quelli popoli
con i quali egli ebbero a combattere, e quanto erano ostinati a difendere la
loro libertà. Con quali popoli i Romani ebbero a combattere, e come
ostinatamente quelli difendevano la loro libertà. Nessuna cosa fece più
faticoso a’Romani superare i popoli d’intorno,
c parte delle provincie discosto, quanto l’amore che in quelli tempi molti
popoli avevano alla libertà; la quale tanto ostinatamente difendevano che mai
se non da una eccessiva virtù sarebbono stati soggiogati. Perchè, per molti
essempi si conosce a quali pericoli si mettessino per mantenere o ricuperare
quella; quali vendette e’ facessino contra a coloro che l’avessino loro occupata. Conoscesi ancora nelle lezioni
delle istorie, quali danni i popoli e le città riccvino pella servitù. E dove
in questi tempi ci è solo una provincia la quale si possa dire che abbia in sè
città libere, ne’tempi antichi in tutte le provincie erano assai popoli liberissimi. Vedesi come in quelli tempi
de’quali noi parliamo al presente, in Italia, dall’Alpi che dividono ora la
Toscana dalla Lombardia, insino alla
punta d’Italia, erano molti popoli liberi; com’erano i Toscani, i Romani, i
Sanniti, e molti altri popoli che in quel resto d’Italia abitano. Nè si ragiona
mai che vi fusse alcuno re, fuora di quelli che regnano in Roma, e Porsena re
di Toscaua; la stirpe del quale come s’estinguesse, non ne parla la istoria. Ma
si vede bene come in quelli tempi che i Romani
andarono a campo a Veio, la Toscana era libera: e tanto si godea della
sua libertà, e tanto odia il nome del principe, che avendo fatto i Veienti per
loro difensione un re in Veio, e domandando aiuto a' Toscani contra ai Romani;
quelli, dopo molte consulte fatte, deliberarono di non dare aiuto a’Veienti,
infino a tanto che vivessino sotto’1 re; giudicando non esser bene difendere la
patria di coloro che l’avevano di già
sottomessa ad altrui. E facil cosa è conoscere donde nasca ne’popoli questa
affezione del vivere libero; perchè si vede per esperienza, le cittadi non
avere mai ampliato nè di domiuio nè di ricchezza, se non mentre sono state in
libertà. E veramente meravigliosa cosa è a considerare, a quanta grandezza
venne Atene per ispazio di cento anni, poiché la si liberò dalla tirannide di
Pisistrato. Ma sopra tutto meravigliosissima cosa è a considerare, a
quanta grandezza venne Roma, poiché la
si liberò da’suoi Re. La cagione è facile ad intendere; perchè non il bene particolare, ma il bene comune è quello che
fa grandi le città. E senza dubbio, questo bene comune non è osservato se non
nelle repubbliche; perchè lutto quello che fa a proposito suo, s’eseguisce; e
quantunque e’torni in danno di questo o di quello privato, e’sono tanti quelli
per chi detto bene fa, che lo possono tirare innanzi contra alla disposizione
di quelli pochi che ne fussino oppressi. Al contrario interviene quando vi è
uno principe; dove il più delle volte quello che fa per lui, offende la città;
e quello che fa pella città, offende lui. Dimodoché, subito che nasce una tirannide sopra un viver libero, il
manco male che ne resulti a quelle città, è non andare più innanzi, nè crescere
più in potenza o in ricchezze; ma il più delle volte, anzi sempre, interviene
loro, che le tornano indietro. E se la sorte facesse che vi surgesse un tiranno
virtuoso, il quale, per animo e per virtù d’arme ampliasse il dominio suo, non
ne risulterebbe alcuna utilità a quella repubblica, ma a lui proprio: perchè
e’non può onorare nessuno di quelli cittadini che siano valenti c buoni, che
egli tiranneggia, non volendo avere ad avere sospetto di loro. Non può ancora
le città che egli acquista, sottometterle o farle tributarie a quella città di
che egli è tiranno: perchè il farla potente non fa per lui; ma per lui fa
tenere lo Stato disgiunto, e che ciascuna terra e ciascuna provincia riconosca
lui. Talché di suoi acquisti, solo egli ne profitta, e non la sua patria. E chi
volesse confermare questa oppinione con infinite altre ragioni, legga Senofonte
nel suo trattato che fa De Tirannide. Non è meraviglia adunque che gl’antichi
popoli con tanto odio perseguitassino i tiranni, ed nmassiiio il vivere libero,
e che il nome della libertà fusse tanto stimato da loro: come intervenne quando Girolamo nipote
di lerone siracusano fu morto in Siracusa, che venendo le novelle della sua
morte in nel suo esercito, che non era molto lontano da Siracusa, cominciò
prima a tumultuare, e pigliare 1’armi contro agli ucciditori di quello; ma come
ei sentì che in Siracusa si gridava libertà, allettato da quel nome, si quietò
tutto, pose giti l’ira contra a’tirannicidi, e pensò come iti quella città si
potesse ordinare un viver libero. Non è meraviglia ancora che i popoli faccino
vendette istraordinaric contra a quelli che gli hanno occupata la libertà. Di
che ci sono stali assai esempi, de’quali n’intendo referire solo uno, seguilo
in Coreica, città di Grecia, ne’tempi della guerra peloponnesiaca; «love sendo
divisa quella provincia in due fazioni,
delle quali 1’una seguita gl’Ateniesi, l’altra gli Spartani, ne nasce che di
molte città, che erano infra loro divise,
l’una parte segue l’amicizia di Sparta, l’altra d’Atene: ed essendo
occorso clic nella detta città prcvalessino i nobili, e togliessino la libertà
al popolo, i popolari per mezzo degl’Ateniesi ripresero le forze, e posto le
mani addosso a tutta la nobiltà, gli rinchiusero in una prigione capace di tutti loro; donde gli
traevano ad otto o dieci per volta, sotto titolo di mandargli in esilio iti
diverse parli, e quelli con molti crudeli essempi fanno morire. Di che sendosi
quelli che restano accorti, deliberano, in quanto era a loro possibile, fuggire
quella morte ignominiosa; ed armatisi di quello potevano, combattendo con
quelli vi volevano entrare, l’entrata della
prigione difendevano; di modo che il popolo, a questo romore fatto
concorso, scoperse la parte superiore di quel luogo, e quelli con quelle rovine
sufìbeorno. Seguirono ancora in delta provincia molti altri simili casi orrendi
e notabili: talché si vede esser vero, che con maggiore impeto si vendica una
libertà che ti è suta tolta che quella che li è voluta torre. Pensando dunque
donde possa nascere, che in quelli tempi
antichi, i popoli fussero più amatori della libertà che in questi; credo nasca
da quella medesima cagione che fa ora gl’uomini manco forti: la quale credo sia
la diversità dell’educazione nostra dalla antica, fondata nella diversità della
religione nostra dall’antica. Perchè avendoci la nostra religione mostra la
verità e la vera via, ci fa stimare meno l’onore del mondo: onde i Gentili stimandolo assai, ed
avendo posto in quello il sommo bene, erano nelle azioni loro più feroci. Il
che si può considerare da molte loro constituzioni, cominciandosi dalla
magnificenza de’sacrificii loro, all’umilila de’nostri; dove è qualche pompa
più dilicata che magnifica, ma nessuna azione feroce o gagliarda. Quivi non
manca la pompa nè la magnificenza delle
cerimonie, ma vi s’aggiunge 1’azione del sacrificio pieno di sangue e di
ferocia, ammazzandovisi moltitudine d’animali: il quale aspetto sendo
terribile, rende gl’uomini simili a lui. La religione antica, oltre di questo,
non beatifica se non gl’uomini pieni di mondana gloria: come erano capitani d’eserciti
e principi di repubbliche. La nostra religione glorifica più gl’uomini umili e
contemplativi che gl’attivi. Ha di poi posto il sommo bene nell’umilila,
abiezione, nello dispregio delle cose umane: quell’altra lo pone nella
grandezza dell’animo, nella fortezza del corpo, ed in tutte l’altre cose atte a
fare gl’uomini fortissimi. E se la religione nostra richiede che abbi in te
fortezza, vuole che tu sia atto a patire più che a fare una cosa forte. Questo
modo di vivere, adunque, pare che abbi renduto il mondo debole, e datolo in
preda agl’uomini scellerati; i quali sicuramente lo possono maneggiare, veggendo
come l’università degl’uomini, per andare in paradiso, pensa più a sopportare
le sue battiture che a vendicarle. E benché paia che si sia effeminato il
mondo, e disarmato il cielo, nasce più senza dubbio dalla viltà degl’uomini che
hanno interpretato la nostra religione
secondo l’ozio, e non secondo la virtù. Perchè se considerassino come la
permette l’esultazione e la difesa della patria, vedrebbono come la vuole che
noi l’amiaino ed onoriamo, e prepariamoci ad esser tali che noi la possiamo
difendere. Fanno adunque queste educazioni, e si false interpretazioni, che nel
mondo non si vede tante repubbliche quante si
vedeva aulicamente; nè, per conscguente, si vede ne’popoli tanto amore
alla libertà quanto allora: ancora che
io creda piuttosto essere cagione di questo, che l’imperio romano colle sue
arme e sua grandezza spende tutte le repubbliche e lutti i viveri civili E
benché poi tal imperio si sia risoluto, non si sono potute le città ancora
rimettere insieme nè riordinare alla vita civile, se non in pochissimi luoghi di quello imperio. Pure,
comunelle si fusse, i Romani in ogni minima parte del mondo trovano una
congiura di repubbliche armatissime, ed ostinatissime atia difesa della libertà
loro. Il che mostra che'1 Popolo romano senza una rara ed estrema virtù mai non
l’arebbe potute superare. E per darne esseinpio di qualche membro, voglio mi
basti l’essempio de’Sanniti:i quali pare cosa mirabile, e L. lo confessa, che
fussero sì potenti, e 1’arme loro si valide che potessero infino al tempo
di Papirio Cursore consolo, figliuolo
del primo Papirio, resistere a’Romani (che fu uno spazio di XLVI anni), dopo
tante rotte, rovine di terre, e tante stragi ricevute nel paese loro; massime
veduto ora quel paese dove erano tante cittadi e tanti uomini, esser quasi
che disabitato: ed allora vi era tanto
ordine, e tanta forza, eh’egli era insuperabile, se da una virtù romana non
fusse stato assaltato. E facil cosa è considerare donde nasce quello ordine, c
donde proceda questo disordine; perchè tutto viene dal viver libero allora, ed
ora dal viver servo. Perchè tutte le terre e le provincie che vivono libere in
ogni parte, come di sopra dissi, fanno i progressi grandissimi. Perchè quivi si vede maggiori
popoli, per essere i matrimoni più liberi, e più desiderabili dagl’uomini:
perchè ciascuno procrea volentieri quelli figliuoli che crede potere nutrire,
non dubitando che il patrimonio gli sia tolto; thè eT conosce non solamente che nascono liberi e
non schiavi, ma che possono mediante la
virtù loro diventare principi. Veggonvisi le ricchezze multiplicare in maggiore numero, e quelle che
vengono dalla cultura, e quelle che vengono dall’arti. Perchè ciascuno
volentieri multiplica in quella cosa, e cerca d’acquistare quei beni, che crede
acquistati potersi godere. Onde ne nasce che gli uomini a gara pensano ai
privati ed a’pubblici comodi; e l’uno e l’altro viene meravigliosamente a
crescere. II contrario di tutte queste cosesegue in quelli paesi che vivono
scivi; c tanto più mancano del consueto bene, quanto è più dura la servitù. E
di tutte le servitù dure, quella è durissima cheli sottomette ad una repubblica:
E una, perchè la è più durabile, e manco si può sperare d’uscirne; Y altra,
perchè il fine della repubblica è enervare ed indebolire per accrescere il
corpo suo, tutti gli altri corpi. Il che non la un principe che ti sottometta,
quando quel principe non sia qualche principe barbaro, destruttore de’paesi, e
dissipatore di tutte le civilità degli uomini, come sono i principi orientali.
Ma s’egli ha in sè ordini umani ed ordinari, il più delle volte ama le città
sue soggette egualmente, ed a loro lascia l’arti tutte, e quasi lutti gl’ordini
antichi. Talché, se le non possono crescere come libere, elle non rovinano anche come serve; intendendosi della servitù
in quale vengono le città servendo ad un forestiero, perchè di quella d’uno
loro cittadino ne parlai di sopra. Chi considerrù, adunque, tutto quello che si
è detto, non si meraviglierà della potenza che i Sanniti avevano sendo liberi,
e della debolezza in che e’vennero poi servendo: e L. ne fa fede in più luoghi,
e massime nella guerra d’Annibaie, dove ei mostra che essendo i Sanniti
oppressi d’una legione d’uomini ch’era in Nola, mandano oratori ad Annibale a
pregarlo che gli soccorresse; i quali nel parlar loro dissono, che avevano per
cento anni combattuto con i Romani con i propri loro soldati e propri loro
capitani, e molte volte avevano sostenuto duoi eserciti consolari e duoi
consoli; e che allora a tanta bassezza erano venuti, che non si potevano a pena
difendere da una piccola legione romana che era. Roma divenne grande città
rovinando le città circonvicine, e ricevendo i forestieri facilmente aJ suoi onori. Crescit inlerea Roma Albce
ruinis. Quelli che disegnano che una città faccia grande imperio, si
debbono con ogni industria ingegnare di farla piena d’abitatori; perchè senza
questa abbondanza di uomini, mai non riuscirà di fare grande una città. Questo
si fa in duoi modi; per amore, e per forza. Per amore, tenendo le vie aperte e
secure a’forestieri che disegnassero venire ad abitare in quella, acciocché
ciascuno vi abiti volentieri: per forza, disfacendo le città vicine, e mandando
gl’abitatori di quelle ad abitare nella tua città. Il che fu tanto osservato in
Roma che nel tempo del sesto Re in Roma
abitano ottantamila uomini da portare armi. Perchè i Romani vollono fare ad uso del buono
cultivatore; il quale, perche una pianta
ingrossi, e possa pròdurre e maturare i fruiti suoi, gli taglia i primi
rami che la mette, acciocché, rimasa quella virtù nel piede di quella pianta,
possino col tempo nascervi più verdi e più fruttiferi. E che questo modo tenuto
per ampliare e fare imperio, fusse necessario e buono, lo dimostra I’essempio
di Sparta e d’Atene: le quali essendo due repubbliche armatissime, ed ordinate
d’ottime leggi, nondimeno non si condussono alla grandezza dell’imperio romano;
e Roma pare più tumultuaria, e non tanto bene ordinata quanto quelle. Di che
non se ne può addurre altra cagione che la preallegata: perchè Roma, per avere
ingrossato per quelle due vie il corpo della sua città, potette di già mettere
in arme dugentottantamila uomini; e Sparta ed Atene non passano mai ventimila
per ciascuna. Il che nacque, non d’essere il sito di Roma più benigno che
quello di coloro, ma solamente da diverso modo di procedere. Perché Licurgo,
fondatore della repubblica spartana, considerando nessuna cosa potere più
facilmente risolvere le sue leggi che la commistione di nuovi abitatori, fa
ogni cosa perchè i forestieri non avessino a conversarvi: ed, oltre al non gli
ricevere ne’matrimoni, alla civiltà, ed alle altre conversazioni che fanno
convenire gl’uomini insieme, ordina che in quella sua repubblica si spende
monete di cuoio, per tor via a ciascuno il desiderio di venirvi per portarvi
mercanzie, o portarvi alcuna arte; di qualità che quella città non potette mai
ingrossare di abitatori. E perchè tutte l’azioni nostre imitano la natura, non
è possibile nè naturale che uno pedale sottile sostenga un ramo grosso. Però
una repubblica piccola non può occupare città nè regni che siano più validi nè
più grossi di lei; e se pure gl’occupa, gP interviene come a quello albero che
avesse più grosso il ramo che’l piede, che sostenendolo con fatica, ogni
piccolo vento lo fiacca: come si vede che intervenne a Sparla, la quale avendo
occupate tutte le città di Grecia, non prima se gli ribellò Tebe, che tutte l’altre cittadi se
gli ribellarono, e rimase i! pedale solo senza rami. Il che non potette
intervenire a Roma, avendo il piè si grosso, che qualunque ramo poteva
facilmente sostenere. Questo modo adunque di procedere, insieme con gl’altri
che di sotto si diranno, fa Roma grande e potentissima. Il che dimostra L. in
due parole, quando disse: Crcscit intcrea Roma Albce ruinis. Le repubbliche
hanno tentili tre modi circa l’ampliare. Chi ha osservato l’antiche istorie,
Iruova come le repubbliche hanno tre modi circa l’ampliare. L’uno è stato
quello ch’osservorono i Toscani antichi, d’essere una lega di più repubbliche
insieme, dove non sia alcuna che avanzi l’altra nè di autorità nè di grado; e
nello acquistare, farsi 1’altre città compagne, in simil modo come in questo tempo
fanno i Svizzeri, e come nei tempi antichi feciono in Grecia gl’Achei e gl’Etoli.
E perchè gli Romani feciono assai guerra con i Toscani, per mostrar meglio la
qualità di questo primo modo, ini distenderò in dare notizia di
loro particolarmente. In Italia, innanzi all’imperio romano, furono i
Toscani per mare e per terra potentissimi: e benché delle cose loro non ce ne
sia particolare istoria, pure c’è qualche poco di memoria, e qualche segno
della grandezza loro; e si sa come e’mandarono una colonia in su’l mare di
sopra, la quale chiamarono Adria, che fu si nobile, che la dette nome a quel
mare ch’ancora i Latini chiamano Adriatico. Intendesi ancora, come le loro arme
furono ubbidite dal Tevere per infìno ai piè dell’Alpi, che ora cingono il
grosso d’Italia; non ostante che dugento anni innanzi che i Romani crescessino
in molte forze, detti Toscani perderono l’imperio di quel paese che oggi si
chiama la Lombardia; la quale provincia fu occupata da’Franciosi: i quali mossi
o da necessità, o dalla dolcezza dei frutti, e massime del viuo, vennono in
Italia sotto Bellovcso loro duce; e rotti e cacciati i provinciali, si posono
in quel luogo, dove edificarono di molte cittadi, e quella provincia chiamano
GALLIA, dal nome che tenevano allora; la quale tennono fino che da’Romani
fussero domi. Vivevano, adunque, iToscani
con quella equalità, e procedevano nello ampliare in quel primo modo che
di sopra si dice: e furono dodici città, tra le quali era Chiusi, Yeio,
Fiesole, Arezzo, Volterra, e simili: i quali per via di lega governavano lo
imperio loro; nè poterono uscir d’Italia cogl’acquisti; e di quella ancora
rimase intatta gran parte. L’altro modo è farsi compagni j non tanto però che
non ti rimanga il grado del comandare, la sedia dell’imperio ed il titolo dell’imprese:
il quale modo fu osservato da’Romani. Il terzo modo è farsi immediate sudditi,
e non compagni; come fecero gli Spartani e gl’Ateniesi. De'quali tre modi,
questo ultimo è al tutto inutile; come c’si vide che fu nelle sopraddette due
repubbliche: le quali non rovinarono per altro, se non per avere acquistato
quel dominio che le non potevano tenere. Perchè, pigliar cura d’avere a
governare città con violenza, massime quelle che tassino consuete a viver
libere, è una cosa diffìcile e faticosa. E se tu non sei armato e grosso
d’armi, non le puoi nè comandare nè reggere. Ed a voler esser così fatto, è
necessario farsi compagni che ti aiutino ingrossare la tua città di popolo. E
perchè queste due città non feciono nè1l’uno nèll’altro, il modo del procedere
loro fu inutile. E perché Roma, la quale è nello esempio del secondo modo, fa
l’uno e l’altro; però salse a tanta eccessiva potenza. E perchè la è stata sola
a vivere cosi, è stata ancora sola a diventar tanto potente: perchè, avendosi
ella fatti di molti compagni per tutta Italia, i quali in di molte cose con
eguali leggi vivevano seco; e dall’altro canto come di sopra è detto, sendosi riservato sempre la sedia
dell’imperio ed il titolo del comandare; questi suoi compagni venivano, che non
se n’avvedevano, colle fatiche e col sangue loro a soggiogar sè stessi. Perchè,
come cominciorono a uscire con gl’eserciti d’Italia, e ridurre i regni in
provincie, e farsi soggetti coloro che per esser consueti a vivere sotto i Re,
non si curano d’esser soggetti; ed
avendo governadori romani, ed essendo stati vinti d’eserciti con ii titolo
romano; non riconoscevano per superiore altro che Roma. Di modo che quelli
compagni di Roma ch’erano in Italia, si trovano in un tratto cinti da’sudditi romani,
cd oppressi d’una grossissima città come era Roma; e quando e’si avviddono
dello inganno sotto i! quale erano vissuti, non furono a tempo a rimediarvi: tanta autorità aveva presa Roma
colle provincie esterne, e tanta forza si trova in seno, avendo la sua città
grossissima ed armatissima. E benché
quelli suoi compagni,
per vendicarsi delle ingiurie,
gli congiurassino contea, furono in
poco tempo perditori
della guerra, peggiorando le
loro condizioni; perchè di
compagni, diventarono ancora loro
sudditi. Questo modo di procedere è stato solo osservato
da’Romani: nè può tenere altro modo una repubblica che voglia ampliare; perchè
la esperienza non te ne ha mostro nessuno più certo o più vero. Il modo
preallegato delle leghe, come viverono i
Toscani, gl’Achei e gl’Etoli, e come oggi vivono i Svizzeri, è dopo a quello
de’Romani il miglior modo; perchè non si potendo con quello ampliare assai, ne seguitano duoi beni: l’uno, che
facilmente non ti tiri guerra addosso; l’altro, che quel tanto che tu pigli, lo
tieni facilmente. La cagione del non potere ampliare, è lo essere una
repubblica disgiunta, e posta in varie sedi: il che fa che difficilmente
possono consultare e deliberare. Fa ancora che non sono desiderosi di dominare:
perchè essendo molte comunità a’participarc di quel dominio, non istimano tanto tale acquisto,
quanto fa una repubblica sola, che spera di goderselo tutto. Governansi, oltra
di questo, per concilio, c conviene che siano più tardi ad ogni deliberazione che quelli che abitano dentro
ad un medesimo cerchio. Vedesi ancora per esperienza, che simile modo di
procedere ha un termine fisso, il quale non ci è esempio che mostri che si
sia trapassato: e questo è di aggiugnere
a dodici o quattordici comunità; di poi non cercare di andare più avanti:
percliè sendo giunti al grado che par loro potersi difendere da ciascuno, non
cercano maggiore dominio; sì perchè la necessità non gli stringe di avere piò
potenza; si per non conoscere utile negli acquisti, pelle cagioni dette di
sopra. Perchè gli arebbono a fare una delle due cose; o seguitare di farsi compagni, e questa
moltitudine farebbe confusione; o gl’arebbono a farsi sudditi: e perchè
e’veggono in questo difficultà, e non molto utile nel tenergli, non lo stimano.
Pertanto, quando e’sono venuti a tanto numero che paia loro vivere sicuri, si
voltano a due cose: P una a ricevere raccomandati, e pigliare protezioni; c per
questi mezzi trarre da ogni parte danari, i quali facilmente intra loro si
possono distribuire: 1’altra è militare per altrui, e pigliar stipendio da
questo e da quello principe che per sue imprese gli soldo; come si vede che
fanno oggi i Svizzeri, e come si legge che facevano i preallegati. Di che il’è testimone L., dove dice che, venendo a parlamento Filippo
re di Macedonia con Tito Quinzio Flamminio, e ragionando d'accordo alla presenza d’un pretore degl’Etoli; in venendo
a parole detto pretore con Filippo, gli fu da quello rimproverato l’avarizia e
la infidelità, dicendo che gl’Etoli non si vergognavano militare con uno, e poi
mandare loro uomini ancora al servigio del nimico; talché molte volte intra
dnoi contrari eserciti si vedevano le insegne di Etolia. Conoscesi, pertanto,
come questo modo di procedere per leghe,
è stato sempre simile, ed ha fatto simili effetti. Vedesi ancora, che quel modo
di fare sudditi è stato sempre debole, ed avere fatto piccoli profitti; e
quando pure egli hanno passato il modo, essere rovinati tosto. E se questo modo
di fare sudditi è inutile nelle repubbliche armate, in quelle che sono
disarmate è inutilissimo: come sono state ne’nostri tempi le repubbliche d’Italia. Conoseesi, pertanto, essere vero modo quello
che tennono i Romani 5 il quale è tanto più mirabile quanto e’non ee il’era
innanzi a Roma essempio, e dopo Roma non è stalo alcuno elio gli abbi imitati.
E quanto alle leghe, si trovano solo i Svizzeri e la lega di Svevia che gli
imita. E, come nel fine di questa materia si dirà, tanti ordini osservati da
Roma, così pertinenti alle cose di dentro
come a quelle di fuora, non sono ne’presenti nostri tempi non solamente
imitati, ma non n’è tenuto alcuno conto; giudicandoli alcuni non veri, alcuni
impossibili, alcuni non a proposito ed inutili: tanto che standoci con questa
ignoranza, siamo preda di qualunque ha voluto correre questa provincia. E
quando la imitazione de’Romani paresse difficile, non doverrebhe parere cosi
quella degli antichi Toscani, massime
a’presenti Toscani. Perchè, se quelli non poterono fare uno imperio simile a
quel di Roma, poterono acquistare in Italia quella potenza che quel modo del
procedere concesse loro. Il che fu per un gran tempo securo, con somma gloria
d’imperio e d’arme, e massima laude di costumi e di religione. La qual potenza
e gloria fu prima diminuita da’Franciosi,
di poi spenta da’Romani; e fu tanto spenta che ancora che duemila anni
fa la potenza de’Toscani fusse grande al
presente non ce n’è quasi memoria. La qual cosa m’ha fatto pensare donde
nasca questa oblivione delle cose. Che
la variazione delle sèlle e delle lingue insieme coll'accidente de' diluvi o
delle pesti j spegno la memoria delle cose. A quelli FILOSOFI che hanno voluto
che’l mondo sia stato eterno, credo che si potesse reificare, che se tanta
antichità fusse vera, e’sarebbe ragionevole che ci fusse memoria di più che
cinque mila anni; quando e’non si vede come queste memorie de’tempi per diverse cagioni si
spengano: delle quali parte vengono dagli nomini, parte dal cielo. Quelle che
vengono dagl’uomini, sono LE VARIAZIONI DELLE SETTE E DELLE LINGUE. Perchè quando surge una setta nuova, cioè una
religione nuova, il primo studio suo è, per darsi reputazione, estinguere la
vecchia; e quando egli occorre che gl’ordinatori della nuova setta sono di
lingua diversa, la spengono facilmente. La
qual cosa si conosce considerando i modi che ha tenuti la religione
cristiana contra alla SETTA GENTILE; la quale ha cancellati tutti gl’ordini, tutte le ceremonie di quella, e
spenta ogni memoria di quella antica teologia. Vero è che non gl’è riuscito spegnere
in tutto la notizia delle cose fatte dagl’uomini eccellenti di quella: il die è
nato per AVERE QUELLA MANTENUTA LA LINGUA LATINA; il che fecero forzatamente,
avendo a scrivere questa legge nuova con essa. Perchè, se l’avessino potuta
scrivere con nuova lingua, considerato l’altre
persecuzioni gli feciono, non ci sarebbe ricordo alcuno delle cose passate. E
chi legge i modi tenuti da san Gregorio e dagli altri capi della religione
cristiana, vedrà con quanta ostinazione e’perseguitarono tutte le memorie
antiche, ardendo P opere de’poeti e delli istorici, minando le immagini, e
guastando ogni altra cosa che rendesse alcun segno della antichità. Talché, se
a questa persecuzione egli avessino aggiunto una nuova lingua, si sarebbe
veduto in brevissimo tempo ogni cosa dimenticare. È da credere, pertanto, che
quello che ha voluto fare la religione
cristiana contra alla setta gentile, la gentile abbi fatto contra u quella che
era innanzi a lei. E perchè queste sètte in cinque o in seimila anni variarono
due o tre volle, si perdè in memoria delle cose fatte innanzi a quel tempo. E
se pure ne resta alcun segno, si considera come cosa favolosa, e non è prestato
loro fede: come interviene alla istoria di Diodoro Siculo, che benché e’renda ragione di
quaranta o cinquanta mila anni, nondimeno è riputata, come io credo che sia,
cosa mendace. Quanto alle cause che vengono dal cielo, sono quelle che spengono
l’umana generazione, e riducono a pochi gl’abitatori di parte del mondo. E
questo viene o per peste o per fame o per una inondazione d’acque: e la più
importante è questa ultima, sì perchè la
è più universale, sì perchè quelli che si salvano sono uomini tutti montanari e
rozzi, i quali non avendo notizia di alcuna antichità, non la possono lasciare
a’posteri. E se infra loro si salvasse alcuno che n’avesse notizia, per farsi
riputazione e nome, la nasconde, e la perverte a suo modo; talché ne resta solo
a’successori quanto ei ne ha voluto scrivere, e non altro. E che queste
inondazioni, pesti e fami venghino, non credo sia da dubitarne; sì perchè ne
sono piene tutte le istorie, sì perchè si vede questo effetto della oblivione
delle cose, sì perchè e’pare ragionevole che sia: perchè la natura, come
ne’corpi semplici, quando vi è ragunato assai materia superflua, muove per sè
medesima molte volte, e fa una purgazione, la quale è salute di quel corpo; così
interviene in questo corpo misto della umana generazione, che quando tutte le
provincie sono ripiene d’abitatori, in modo che non possono vivere, nè possono
andare altrove, per esser occupati e pieni tutti i luoghi; e quando l’astuzia e
malignità umana è venuta dove la può venire, conviene di necessità che il mondo
si purghi per uno de’tre modi; acciocché gl’uomini essendo divenuti pochi e
battuti, vivano più comodamente, e diventino migliori. Era adunque già tu
Toscana potente, piena di religione e di virtù; aveva i suoi costumi e la sua
LINGUA PATRIA: il che tutto è stato spento dalla potenza romana. Talché di lei
ne rimane solo la memoria del nome. Come i Romani procedevano nel fare la
guerra. Avendo discorso come i Romani procedeno nell’ampliare, discorreremo ora come e’ procedeno nel fare
la guerra; ed in ogni loro azione si vede con quanta prudenza i diviano dal modo universale degl’altri, per
facilitarsi la via a venire a una suprema grandezza. L’intenzione di chi fa
guerra per elezione, o vero per ambizione, è acquistare e mantenere l’acquistato;
e procedere in modo con esso, che I’arricchisca c non impoverisca il paese e la
patria sua. È necessario dunquc, e nell’acquistare e nel mantenere, pensare di
non spendere; anzi far ogni cosa con utilità del pubblico suo. Chi vuol fare
tutte queste cose, conviene che tenga lo stile e modo romano: il quale fu in
prima di fare le guerre, come dicono i Franciosi, corte e grosse; perchè,
venendo in campagna con eserciti grossi, tutte le guerre eh’egli ebbono co’Latini, Sanniti e Toscani le espedirono in brevissimo
tempo. E se si noteranno tutte quelle che feciono dal principio di Roma infino
all’ossidione de’ Yeienti, tutte si vedranno espedite, quale in sei, quale in dieci, quale in ventidi. Perchè
l’uso loro era questo: subito che era scoperta la guerra, egli uscivano fuori
con gl’eserciti all’incontro del nimico, e subito facevano la giornata. La
quale vinta, i nimici, perchè non fussc
guasto loro il contado affatto, venivano alle condizioni; ed i Romani gli condennavano
in terreni: i quali terreni gli convertivano in privati comodi, o gli
consegnavano ad una colonia; la quale posta in su le frontiere di coloro,
veniva ad esser guardia de’confini romani, con utile di essi coloni, che
avevano quelli campi, e con utile del
pubblico di Roma, che senza spesa teneva
quella guardia. Nè poteva questo modo
esser più seeuro, o più forte, o piu utile: perchè mentre che i nimici non
erano in su i campi, quella guardia basta: come e’fussino usciti fuori grossi
per opprimere quella colonia, ancora i Romani uscivano fuori grossi, e venivano
a giornata con quelli; e fatta e vinta la giornata, imponendo loro più gravi
condizioni, si tornavano in casa. Così venivano ad acquistare di mano in
mano riputazione sopra di loro, e forze in sè medesimi. E questo modo vennono
tenendo infino che mutorno modo di
procedere in guerra: il che fu dopo l’ossidione de’Veienti; dove, pei’potere
fare guerra lungamente, gl’ordinarono di pagare i soldati, che prima, per non
essere necessario, essendo le guerre brevi, non gli pagavano. E benché i Rotflani dessino IL SOLDO, e che per virtù di questo ei
potessino fare le guerre più lunghe, e per farle più discosto la necessità gli
tenesse più in su’campi; nondimeno non variarono mai dal primo ordine di
finirle presto, secondo il luogo ed il
tempo; nè variarono mai dal mandare le colonie. Perchè nel primo ordine gli
tenne, circa il fare le guerre brevi, olirà il
loro naturale uso, T ambizione de’Consoli; i quali avendo a stare un
anno, e di quello anno sei mesi alle stanze, volevano finire la guerra per
trionfare. Nel mandare le colonie, gli tenne 1’utile e la comodità grande che
ne risulta. Variarono bene alquanto circa le prede, delie quali non erano cosi
liberali come erano stati prima; sì perchè e non pare loro tanto necessario,
avendo i soldati lo stipendio; sì perchè essendo le prede maggiori, disegnano d’ingrassaie
di quelle in modo il pubblico, che non lussino constretti a fare le imprese con
tributi della città li quale ordine in poco tempo fece il loro erario
ricchissimo. Questi duoi modi, adunque, e circa il distribuire la preda, e
circa il mandar le colonie, feciono che Roma arricchiva della guerra j dove gli
altri principi e repubbliche non savie ne impoveriscono. E ridusse la cosa in
termine, che ad un Consolo non pare poter trionfare, se non porta col suo trionfo assai oro ed argento, e
d’ogni altra sorte preda, nell’erario. Cosi i Romani con i soprascritti
termini, e coti il finire le guerre presto, sendo contenti con lunghezza straccare
i nemici, e con rotte e con le scorrerie e con accordi a loro avvantaggi, diventarono sempre più ricchi e più potenti.
Quanto terreno i Romani danno per colono. Quanto terreno i Romani
distribuiisino per colono, credo sia molto diffìcile trovarne la verità. Perchè
io credo ne dessino più o manco, secondo i luoghi dove e mandano le colonie. E
giudicasi che ad ogni modo ed in ogni luogo la distribuzione fusse parca:
prima, per poter mandare più uomini,
sendo quelli diputati per guardia di quel paese; dipoi perchè vivendo
loro poveri a caso, non era ragionevole che volessino che I loro uomini
abbondassino troppo fuora. E L. dice, come preso Veio e’vi mandorno una
colonia, e distribuirono a ciascuno tre iugeri e sette once di terra; che sono
al modo nostro. Perchè, oltre alle cose soprascritte, e giudicavano che non lo
assai terreno, ma il bene coltivato
bastasse. È necessario bene, che tutta la colonia abbi campi pubblici dove
ciascuno possa pascere il suo bestiame, e selve dove prendere del legname per
ardere; senza le quali cose non può una colonia ordinarsi. La cagione perchè i
popoli si partono da luoghi patriij cd inondano il paese altrui. Poiché di
sopra si è ragionato del modo nel procedere della guerra osservato da’Romani, c
come i Toscani furono assaltati da’Franciosi; non mi pare alieno dalla materia
discorrere, come e’si fanno di due generazioni guerre. L’una è fatta per
ambizione de’principi o delle repubbliche, che cercano di propagare lo imperio;
come furono le guerre che fece Alessandro Magno, e quelle che feciono i Romani,
e quelle che fanno ciascuno di, 1’una
potenza con F altra. Le quali
guerre sono pericolose, ma non cacciano al tutto gl’abitatori d’una provincia; perchè e’basta al vincitore solo la ubbidienza
de’popoli, e il più delle volte gli lascia vivere con le loro leggi, e sempre
con le loro case, e ne’loro beni. L’altra generazione di guerra è, quando un
popolo intero con tutte le sue famiglie si beva d’uno luogo, necessitato o
dalla fame o dalla guerra, e va a
cercare nuova sede e nuova provincia; non per comandarla, come quelli di sopra,
ma per possederla tutta particolarmente, e cacciarne o ammazzare gli abitatori
antichi di quella. Questa guerra è crudelissima e paventosissima. E di queste
guerre ragiona SALUSTIO nel fine dell’Iugurtiuo, quando dice che vinto lugurta,
si senti il moto de’Franciosi che venivano in Italia: dove e’dice che’l Popolo romano con tutte le altre genti
combattè solamente per chi dovesse comandare, ma con i Franciosi si combattè
sempre per la salute di ciascuno. Perchè ad un principe o una repubblica
spegnere solo coloro che comandano; ma a queste
popolazioni conviene spegnere ciascuno, perchè vogliono vivere di quello
che altri vive. I Romani ebbero tre di queste guerre pericolosissime. La prima fu quella quando Roma fu presa, la quale fu occupata da quei
Franciosi che avevano tolto, come di sopra si disse, la Lombardia a’Toscani, e
fattone loro sedia; della quale L. ne allega due cagioni: la prima, che furono
allettati dalla dolcezza delle frutte, c del vino di Italia, delle quali
mancavano in Francia; la seconda che, essendo quel regno francioso moltiplicato
in tanto di uomini, che non vi si potevano più nutrire,
giudicarono i principi di quelli luoghi,
che fusse necessario che una parte di loro anda a cercare nuova terra; e fatta
tale deliberazione, elcssono per capitani di quelli che si avevano a partire,
Belloveso e Sicoveso, duoi re
de’Franciosi: de’quali Belloveso venne in Italia, e Si» coveso passò in
Ispagna. Dalla passata del quale Belloveso, nacque l’occupazione di Lombardia, c quindi la
guerra che prima i Franciosi fecero a Roma. Dopo questa, fu quella che fecero
dopo la guerra cartaginese, quando tra Piombino e Pisa ammazzarono più che
dugentomila Franciosi. La terza è quando i Todeschi e Cimbri vennero in Italia:
i quali avendo vinti più eserciti romani, furono vinti da Mario. Vinsero
adunque i Romani queste tre guerre
pericolosissime. Ne era necessario minore virtù a vincerle; perchè si
vede poi, come la virtù romana manca,
e che quelle arme perderono il loro antico valore, fu quello imperio
distrutto da simili popoli: i quali furono Goti, Vandali c simili, che
occuparono tutto lo imperio occidentale. Escono tali popoli de’paesi loro, rome
di sopra si disse, cacciati dalla necessitò: e la necessitò nasce o dalla fame, o da una guerra ed oppressione
clic ne’paesi propri è loro fatta; talché e’sono constretti cercare nuove
terre. E questi tali, o e’sono grande numero; ed allora con violenza entrano
ne' paesi altrui, ammazzano gl’abitatori, posseggono i loro beni, fanno uno
nuovo regno, mutano il nome della provincia: come fa Moisè, e quelli popoli che
occuparono lo imperio romano. Perchè
questi nomi nuovi che sono nella Italia e nelle altre provincie, non
nascono d’altro che d’essere state nomate così da’nuovi occupatoci: come è la LA
LOMBARDIA, CHE SI CHIAMAVA GALLIA CISALPINA: LA FRANCIA SI CHIAMAVA GALLIA
TRANSALPINA, ed ora è nominata da’Franchi, chè cosi si chiamano quelli popoli
che l’occuparono: la Schiavoniu si chiamava
ILLIRIA, l’Ungheria PANNONIA;
l’Inghilterra BRITANNIA: c molte altre provincie che hanno mutato nome,
le quali è tedioso raccontare. Moisè ancora chiama Giudea quella parte di SORIA
occupata da lui. E perchè io ho detto di sopra, che qualche volta tali popoli
sono cacciati della propria sede per guerra, donde sono constretti cercare
nuove terre; ne voglio addurre lo essempio de’Maurusii, popoli anticamente in Soria: i
quali, sentendo venire i popoli ebraici, e giudicando non poter loro resistere, pensarono essere meglio
salvare loro medesimi, t’ lasciare il paese proprio, che per volere salvare
quello, perdere ancora loro; e levatisi con loro famiglie, se ne andano in
Affrica, dove posero la loro sedia, cacciando via quelli abitatori che in
quelli luoghi trovarono. G così quelli che non avevano potuto difendere il loro
paese, poterono occupare quello d’altrui. E PROCOPIO, che scrive la guerra che
fece Bellisario co’Vandali occupatori dell’Affrica, riferisce aver letto
lettere scritte in certe colonne ne’luoghi dove questi Maurusii abitano, le
quali diceno: S os Maurusii, qui fugimus a facie Jesu latronis filii flava.
Dove apparisce In cagione della partita
loro di Soria. Sono, pertanto, questi popoli formidolosissimi, sendo cacciati d’una
ultima necessità; e s’egli non riscontrano buone armi, non saranno mai
sostenuti. Ula quando quelli che sono constretti abbandonare la loro patria non
sono molti, non sono sì pericolosi come quelli popoli di chi s’è ragionato;
perchè non possono usare tanta violenza, ma conviene loro con arte occupare qualche luogo, e, occupatolo,
mantenervisi per via d’amici e di confederali: come si vede che fa ENEA,
Didone, i Massiliesi e simili; i quali lutti, per consentimento de’vicini, dove
e’posorno, poterono mantenervisi. Escono i popoli grossi, e sono usciti quasi
tutti de’paesi di Scizia; luoghi freddi e poveri: dove, per essere assai
uomini, cd il paese di qualità da non gli potere nutrire, sono forzati uscire, avendo molte
cose che gli cacciano, e nessuna che gli ritenga. E se da cinquecento anni in
qua, non è occorso che alcuni di questi popoli abbino inondato alcuno paese, è
nato per più cagioni. La prima, la grande evacuazione che fece quel paese nella
declinazione dello imperio; donde uscirono più di trenta popolazioni. La
seconda è che la Magna e1’Ungheria,
donde ancora uscivano di queste genti, hanno ora il loro paese
bonificato in modo, che vi possono vivere agiatamente; talché non sono
necessitati di mutare luogo. Dall’altra parte, sendo loro uomini
bellicosissimi, sono come uno bastione a tenere che gli Sciti, i quali con loro
confinano, non presumino di potere vincergli o passargli. E spesse volte
occorrono movimenti grandissimi da’Tartari, che sono di poi dagl’Ungheri e da
quelli di Polonia sostenuti; e spesso si gloriano, che se non fussino 1’arme
loro, la Italia e la chiesa arebbe molle
volle sentito il peso degl’eserciti tartari. E questo voglio basti quanto
a’prefati popoli. Quali cagioni
comunemente faccino nascere le guerre intra i polenti. La cagione che fece
nascere guerra intra i Romani ed i Sanniti, che
erano stati in lega gran tempo, è una cagione comune che nasce infra
tutti i principati potenti. La qual cagione o la viene a caso, o la è fatta nascere da colui che desidera muovere la guerra. Quella che nacque intra i
Romani ed i Sanniti, fu a caso; perchè la intenzione de’Sanniti non fu,
muovendo guerra a’Sidicini, e di poi a’Campani, muoverla ai Romani. .\Ia sendo
i Campani oppressati, e ricorrendo a
Roma fuora della oppinione de’Romani e de’Sanniti, furono forzati, dandosi i
Campani ai Romani, come cosa loro difendergli, e pigliare quella guerra che a
loro parve non potere colloro onore fuggire. Perchè e’pare bene a’Romani
ragionevole non potere difendere i
Campani come amici, eontra ai Sanuiti amici, ma pare ben loro vergogna non gli
difendere come sudditi, ovvero
raccomandali; giudicando, quando e’non avessino presa tal difesa, torre la via
a tutti quelli che disegnassino venire sotto la potestà loro. Ed avendo Roma
per fine l’imperio e la gloria, e non la quiete, non poteva ricusare questa
impresa. Questa medesima cagione da principio alla guerra conira a’Cartaginesi,
per la difensione che i Romani presono de’Messinesi in Sicilia: la quale fu ancora a caso. Ma non fu
già a caso di poi la guerra che nacque infra loro; perchè Annibaie capitano
Cartaginese assalta i Saguntini amici de’Romani in Ispagna, non per offendere
quelli, ma per muovere l’arme romane, ed avere occasione di combatterli, c
passare in Italia. Questo modo nello appiccare nuove guerre è stato sempre
consueto intra i potenti, e che si hanno
e della fede, e d’altro, qualche
rispetto. Perchè, se io voglio fare guerra con uno principe, ed infra noi siano
fermi capitoli per un gran tempo oservati, con altra giustificazione e con
altro colore assalterò io un suo amico che lui proprio 5 sappiendo massime, che
nello assaltare lo amico, o ci si risentirà, ed io arò V intento mio di fargli guerra; o non si
risentendo, si scuoprirà la debolezza o
la infidelità sua di non difendere un suo raccomandato. E l’una e I'altra di
queste due cose è per torgli riputazione, e per fare più facili i disegni miei.
Debbesi notare, adunque, e pella dedizione de'Campani, circa il muovere guerra,
quanto di sopra si è detto; e di più, qual rimedio abbia una città che non si
possa per sè stessa difendere, e voglisi difendere in ogni modo da quel clic l'assalta: il quale è darsi
Uberamente a quello che tu disegni che ti difenda; come feciono i Capovani ai
Romani, ed i Fiorentini al ré Roberto di
Napoli: il quale non gli volendo difendere come amici, gli difese poi come
sudditi contra alle forze di Castruceio da Lucca, die gli opprimeva. I danari
non sono il nervo della guerra j secondo che è la comune oppi ninne.
Perchè ciascuno può cominciare una
guerra a sua posta, ma non finirla, debbe uno principe, avanti che prenda una
impresa, misurare le forze sue, e secondo quelle governarsi. Ma debbe avere
tanta prudenza, che delle sue forze ei non s’inganni; ed ogni volta
s’ingannerà, quando le misuri o dai danari, o dal sito, o dalla benivoienza
degli uomini, mancando dall’altra parte d’arme proprie. Perchè le cose predette ti accrescono bene le forze,
ma le non te ne danno; e per sè medesime sono nulla; e non giovano alcuna cosa
senza l’arme fedeli. Perchè i danari assai, non ti bastano senza quelle; non ti
giova la fortezza de! paese; e la fede‘e benivoienza degli uomini non dura,
perchè questi non ti possono essere fedeli, non gli potendo difendere. Ogni
monte, ogni lago, ogni luogo
inaccessibile diventa piano, dove i forti difensori mancano. I danari
ancora non solo non ti difendono, ina ti fanno predare più presto. Nè può
essere più falsa quella comune oppinione che dice che i danari sono il nervo
della guerra. La quale sentenza è detta da Quinto Curzio nella guerra che fu
intra A'ntipatro macedone c il re spartano: dove narra, che per difetto di
danari il re di Sparta fu necessitato
azzuffarsi, e fu rotto; che se ei differiva la zuffa pochi giorni, veniva la
nuova in Grecia della morte d’Alessandro, donde e sarebbe rimaso vincitore
senza combattere. Ma mancandogli i danari, e dubitando che lo esercito suo per
difetto di quelli non Io abbandonasse, fu constretto tentare la fortuna della
zuffa: talché Quinto Curzio per questa cagione afferma, i danari essere il nervo della guerra. La qual sentenza è
allegata ogni giorno, v da’principi non tanto prudenti che basti, seguitata.
Perchè, fondatisi sopra quella, credono che basti loro a difendersi avere
tesori assai, e non pensano che se’1 tesoro basta a vincere, che Dario arebbe
vinto Alessandro, i Greci nrebbon vinti i Romani; ne’nostri tempi il duca Carlo
arebbe vinti i Svizzeri; e pochi giorni sono,
il Papa ed i Fiorentini insieme non arebbono avuta difficultà in vincere
Francesco Maria, nipote di papa Giulio II, nella guerra d’Urbino. Ma tutti i
soprannominali furono vinti da coloro che non il danaro, ma i buoni soldati
stimano essere il nervo della guerra. Intra le altre cose che Creso re di Lidia
mostrò a Solone ateniese, fu un tesoro innumerabile; c domandando quel che gli
pare della potenza sua, gli rispose
Solone, che per quello non lo giudica più potente; perchè la guerra si fa col
ferro e non coll’oro, e che poteva venire uno che avesse piu ferro di lui, e
torgliene. Olir’a questo, quando, dopo la morte d’Alessandro Magno, una
moltitudine di Franciosi passò in Grecia, e poi in Asia; e mandando i Franciosi
oratori al re di Macedonia per trattare certo accordo; quel re, per mostrare la potenza sua e per
{sbigottirli, mostrò loro oro ed argento assai: donde quelli Franciosi che di
già avevano come ferma la pace, la j uppono; tanto desiderio in loro crebbe di
torgli quell’oro: e cosi fu quel re spogliato per quella cosa che egli aveva
per sua difesa accumulata. 1 Yeniziani, pochi anni sono, avendo ancora lo
erario loro pieno di tesoro, perdeno tutto lo Stato, senza potere essere difesi
da quello. Dico pertanto, non l’oro, come grida la comune oppinione, essere il
nervo della guerra, ma i buoni soldati: perchè 1’oro non è suflìzienle a
trovare i buoni soldati, ma i buoni soldati son ben sutlìzienti a trovare
l’oro. Ai Romani, s’egli avessero voluto fare la guerra più con i danari che
con ii ferro, non sarebbe bastato avere tutto il tesoro del mondo, considerato le grandi imprese che
fcciono, e le difficoltà che vi ebbono dentro. Ma facendo le loro guerre con il
ferro, non patirono mai carestia dell'oro; perchè da quelli che li temevano era
portato l’oro infino ne’campi. E se quel re spartano per carestia di danari
ebbe a tentare la fortuna della /uffa,
intervenne a lui quello, per conto de’danari, che molte volte è intervenuto per
altre cagioni; perchè s’è veduto che, mancando ad uno esercito le vettovaglie,
ed essendo necessitati o a morire di fame o azzuffarsi, si piglia il partito
sempre d’azzuffarsi, per essere più onorevole, e dove la fortuna ti può in
qualche modo favorire. Ancora è intervenuto molte volte, che veggendo uno
capitano al suo esercito nimico venire soccorso, gli conviene o azzuffarsi con
quello e tentare la fortuna della zuffa;
o aspettando eh’egli ingrossi, avere a combattere in ogni modo, con mille suoi
disavvantaggi. Ancora si è visto (come intervenne ad Asdrubale quando nella
Marca fu assaltato da Claudio Verone, insieme con l’altro consolo romano), che
un capitano che è necessitato o a fuggirsi o a combattere, come sempre elegge
il combattere; parendogli in questo
partito, ancora che dubbiosissimo, potere vincere; ed in quello altro, avere a perdere in ogni
modo. Sono, adunque, molte necessitati che fanno a uno capitano fuor della sua
intenzione pigliare partito d’azzuffarsi; intra le quali qualche volta può
essere la carestia de’danari: nè per questo si debbono i danari giudicare
essere il nervo della guerra, più che le altre cose che inducono gli uomini n simile necessità. Non è, adunque,
replicandolo di nuovo. 1’oro il nervo
della guerra; ma i buoni soldati. Son bene necessari i danari in secondo luogo,
ina è una necessità che i soldati buoni per sè medesimi la vincono; perchè è inipossibile
che a’buoni soldati manchino i danari, come che i denari pei loro medesimi
truovino i buoni soldati. Mostra questo che noi diciamo essere vero, ogni istoria in mille luoghi; non
ostante che Pericle consigliasse gli Ateniesi a fare guerra con tutto il
Peloponneso, mostrando che e potevano
vincere quella guerra colla industria e colla forza del danaio. E benché in
tale guerra gl’ateniesi prosperassino qualche volta, in ultimo la perdeno; e
valsoti più il consiglio e gli buoni soldati di Sparta, che la industria ed il
danaio d’Atene. Ma L. è di questa
oppinione più vero testimone che alcuno altro, dove discorrendo se Alessandro
Magno fusse venuto in Italia, s’egli avesse vinto i Romani, mostra esser tre
cose necessarie nella guerra; assai soldati e buoni, capitani prudenti, e buona
fortuna: dove esaminando quali o i Romani o Alessandro prevalessino in queste
cose, fa di poi la sua conclusione senza ricordare mai i danari. Doverono i
Capovani, quando furono ricfiiesti da’Sidicini che prendessino l’arme per loro
contea ai Sanniti, misurare la potenza loro dai danari, c non dai soldati:
perchè, preso ch’egli ebbero partito d’aiutarli, dopo due rotte furono constretti
farsi tributari de’Romani, se si vollono salvare. Non è partito prudente fare
amicizia con un principe che abbia più oppinionc che forze. Volendo L. mostrare
l’errore de’Sidicini a fidarsi dello aiuto de’Campani, e l’errore de’Campani a
credere potergli difendere, non lo potrebbe dire con più vive parole, dicendo:
Campani magie nomen in auxilium Sidicinorunij quam vires ad prcesidium
atlulcrunl. Dove si debbe notare che le leghe si fanno co’principi che non
abbino o comodità d’aiutarti pella distanzia del sito, o forze di farlo per suo disordine o altra sua
cagione, arrecano più fama che aiuto a coloro ehe se ne fidano: come intervenne
ne’dì nostri a’Fiorentini, quando il papa ed il re di Napoli gl’assaltarono;
che essendo amici del re di Francia, trassono di quella amicizia magis nomcn,
r/nam praesidium: come interverrebbe ancora a quel principe, che confidatosi di
Massimiliano imperatore, fa qualche impresa; perchè questa è una di quelle
amicizie che arrecherebbe a chi la fa magis nomcn 9 quam prassi ditinij come si dice in questo testo,
che arrecò quella de’Capovani ai Sidicini. Errarono, adunque, in questa parte i
Capovani, per parere loro avere più forze che non avevano. E così fa la poca
prudenza delti uomini qualche volta, che non sappiendo nè potendo difendere sè
medesimi, vogliono prendere imprese di
difendere altrui: come fecero ancoro i Tarentini, i quali, sendo gl’eserciti
romani allo Incontro dell’esercito de’Sanniti, mandorono ambasciadori al consolo
romano, a fargli intendere come ci volevano pace intra quelli duoi popoli, e
come erano per fare guerra centra a quello che dalla pace si discostasse, talché il consolo, ridendosi di
questa proposta, alla presenza di detti
ambasciadori fa sonare a battaglia, ed al suo esercito comandò che anda a
trovare il nimico, mostrando ai Tarentini col1’opera e non colle parole – GRICE
A MAN OF WORDS AND NOT OF DEEDS IS LIKE A GARDEN FULL OF WEEDS -- di che
risposta essi erano degni. Ed avendo ragionato dei parliti che pigliano i
principi al contrario pella difesa d’altrui, voglio parlare di quelli che si
pigliano pella difesa propria. Scegli è meglio, temendo d’essere assaltalo o inferire,
o aspettare la guerra. lo lio sentito d’uomini
assai pratichi nelle cose della guerra qualche volta disputare, se sono duoi
principi quasi d’eguali forze, se quello più gagliardo abbi bandito la guerra
contra a quello altro, quale sia miglior partito per Poltro; o aspettare il
nimico dentro ai confini suoi, o andarlo
a trovare in casa, ed assaltare lui: e ne fio sentito addurre ragioni d’ogni
parte. E chi difende l’andare assaltare altrui, n’allega il consiglio che Creso
da a Ciro, quando arrivato in su’confini de’Massageli per fare lor guerra, la
lor regina Tarniri gli manda a dire, ch’elegge quale de'duoi partiti volesse; o
entrare nel regno suo, dovè essa Ip aspetterebbe; o volesse che ella venisse a
trovar lui. E venuta la cosa in disputazionc, Creso, contra all’oppinione degl’altri,
dice che s’andasse a trovar lei; allegando che s’egli la vince discosto al suo
regno, che non gli torrebbe il regno, perchè ella arebbe tempo a rifarsi; pia
se la vince dentro a’suoi confini, potrebbe seguirla in su la fuga, e non le
dando spazio a rifarsi, torli io Stato. Allegane ancora il consiglio che da Annibaie ad Antioco,
quando quel re disegna fare guerra ai Romani: dove ei mostra come i Romani non
si potevano vincere se non in Italia, perchè quivi altri si poteva valere delle
arme e delle ricchezze e degl’amici loro; chi gli combatte fuora d’Italia, e
lascia loro l’Italia libera, lascia loro quella fonte, che mai li manca vita a
somministrare forze dove bisogna; e conchiuse che ai Romani si poteva prima
torre Roma che l’imperio; prima l’Italia che l’altre provincie. Allega ancora
Agatocle che non potendo sostenere la guerra di casa, assalta i Cartaginesi clic glieuc facevano, e gli
ridusse a domandare pace. Allega SCIPIONE che per levare la guerra d’Italia,
assalta l’Affrica. Chi parla al contrario dice, che chi vuole fare capitare
male uno nimico, lo discosti da casa. Allegane gl’Ateniesi, che mentre che
feciono la guerra comoda alla casa loro, restarono superiori; e come si
discostarono, ed andarono cogl’eserciti in Sicilia, perderono la libertà.
Allega le favole poetiche, dove si mostra che Anteo, re di Libia, assaltato
da Ercole Egizio, fu insuperabile mentre
che Io aspettò dentro a’confini del suo regno; ma come e’se ne discosto per
astuzia di Ercole, perdè lo Stalo e la vita.
Onde è dato luogo alla favola di Anteo, che sendo in terra ripiglia le
forze da sua madre, che era la Terra; e
che Ercole avvedutosi di questo, lo leva in alto, e discostollo dalla terra.
Allegane ancora i giudizi moderni. Ciascuno sa
come Ferrando re di Napoli fu ne’suoi tempi tenuto uno savissimo
principe: e venendo la fama, duoi anni avanti la sua morte, come il re di
Francia Carlo Vili voleva venire ad assaltarlo, avendo fatte assai
preparazioni, ammalò; e venendo a morte, intra gli altri ricordi che lasciò ad
Alfonso suo figliuolo, fu che egli aspettasse il nimico dentro al regno; e per
cose del mondo non traesse forze fuori
dello Stato suo, ma lo aspettasse dentro aisuoi confini tutto intero; il che
non fuosservato da quello; ma mandato uno esercito in Romagna, senza combattere
perdè quello c lo Stato. Le ragioni che, oltre alle cose dette, da ogni parte
si adducono, sono: che chi assalta viene con maggiore animo che chi aspetta, il
che fa più confidente lo esercito; toglie, oltra di questo, molte comodità al nimico di potersi valere delle
sue cose, non si potendo valere di quei sudditi che sieno saccheggiati; e per
avere il nimico in casa, è constretto il signore avere più rispetto a trarre da
loro danari ed affaticargli: sicché e’viene a seccare quella fonte, come dice
Annibaie, che fa che colui può sostenere la guerra. Oltre di questo, i suoi
soldati, per trovarsi ne’paesi d’ altrui, sono
più necessitati a combattere; e quella nccessila fa virtù, come più
volte abbiamo detto. Dall’altra parte si dice; come aspettando il nimico, si
aspetta con assai vantaggio, perchè senza disagio alcuno tu puoi dare a quello
molti disagi di vettovaglia, e d’ogni altra cosa che abbia bisogno uno esercito:
puoi meglio impedirli i disegni suoi, per la notizia del paese cheta hai più di
lui: puoi con più forze incontrarlo, per
poterle facilmente tutte unire, ma non potere già tutte discostarle da casa:
puoi sendo rotto rifarti facilmente; sì perchè del tuo esercito se ne salverà
assai, per avere i rifugi propinqui; si perchè il supplemento non ha a venire
discosto: tanto che tu vieni arrischiare tutte le forze, e non tutta la fortuna;
e discostandoti, arrischi tutta la fortuna, e non tutte le forze. Ed alcuni sono stati che per indebolire meglio
il suo nimico, Io lasciano entrare parecchie giornate in su il paese loro, e
pigliare assai terre; acciò che lasciando i presidii in tutte, indebolisca il
suo esercito, e possiulo dipoi combattere più facilmente. Ma, per dire ora io
quello che io ne intendo, io credo che si abbia a fare questa distinzione: o io
ho il mio paese armato, come i Romani, o come hanno i Svizzeri; o io l’ho disarmato,
come avevano i Cartaginesi, o come Y hanno i re di Francia e gl’Italiani. In
questo caso, si debbe tenere il nimico discosto a casa; perchè scudo la tua
virtù nel danaio e non negli uomini, qualunque volta ti è impedita la via di
quello, tu sei spacciato; nè cosa veruna te lo impedisce quanto la guerra di
casa. In essempi ci sono i Cartaginesi; i quali mentre che ebbero la casa loro
libera, poterono colle rendite fare guerra con i Romani; e quando la avevano
assaltata, non potevano resistere ad Agatoeie. I Fiorentini non avevano rimedio
ulcuuo con Castruccio signore di Lucca, perchè ci faceva loro la guerra in
casa; tanto che gli ebbero a darsi, per essere difesi, al re Roberto di Napoli.
Ma morto Castruccio, quelli medesimi
Fiorentini ebbero animo di assaltare il duca di Milano in casa, ed
operare di torgli il regno: tanta virtù monstrarono nelle guerre louginque, e
tanta viltà nelle propinque. Ma quando i regni sono armati, come era armata
Roma e come sono i Svizzeri, sono più difficili a vincere quanto più ti
appressi loro: perchè questi corpi possono unire più forze a resistere ad uno
impeto, che non possono ad assaltare
altrui. Nè mi muove in questo caso I’autorità di Annibaie, perchè la passione e
Y utile suo gli faceva cosi dire ad Antioco. Perchè, se i Romani avessino avute
in tanto spazio di tempo quelle tre rotte in Francia ch’egli ebbero in Italia
da Annibaie, senza dubbio erano spacciati: perchè non si sarebbono valuti
de’residui degli eserciti, come si valsono in Italia; non arebbono avuto a rifarsi quelle comodità; nè
potevano con quelle forze resistere ai nimico, che poterono. Non si trova che,
per assaltare una provincia, loro mandassino mai fuora eserciti clic passassino
cinquantamila persone; ma per difendere la casa ne misono in arme conira ai
Franciosi, dopo la prima guerra punica, diciotto centinaia di migliaia. Nè
arebbono potuto poi romper quelli in
Lombardia, come gli ruppono in Toscana; perchè contro a tanto numero di ninnici
non arebbono potuto condurre tante forze sì discosto, nè combattergli con
quella comodità. I Cimbri ruppono uno esercito romano in la Magna, nè vi ebbono
i Romani rimedio. Ma come egli arrivorono in Italia, e che poterono mettere
tutte le loro forze insieme, gli spacciarono. I Svizzeri è facile vincergli
fuori di casa, dove e’non possono mandare più che un trenta o quarantamila
uomini; ma vincergli in casa, dove e’ne possono raccozzare centomila, è
difficilissimo. Conchiuggo adunque di nuovo, che quel principe che ha i suoi
popoli armati ed ordinali alla guerra, aspetti sempre in casa una guerra potente
e pericolosa, e non la vadia a rincontrare: ma quello che ha i suoi sudditi disarmati, ed il paese inusitato
della guerra, se la discosti sempre da casa il più che può. E così r uno e l’altro,
ciascuno nel suo grado, si difenderà meglio. Che si viene di bassa a gran
fortuna più colla fraude che colla forza. Io stimo essere cosa verissima, che
rado, o non mai, intervenga che gli uomini di piccola fortuna venghino a gradi
grandi, senza la forza e senza la fraude;
purché quel grado al quale altri è pervenuto, non ti sia o donalo, o
lasciato per eredità. Xè credo si truovi mai che la forza sola basti, ma si
troverà bene che la fraude sola basterà: còme chiaro vedrà colui che legge la
vita di Filippo di Macedonia, quella di Agatocle siciliano, e di molti altri
simili, che d’infima ovvero di bassa fortuna, sono pervenuti o a regno o ad
imperi grandissimi. Mostra Senofonte,
nella sua vita di Ciro, questa necessità dell’ingannare; consideralo che la
prima ispedizione che fa fare a Ciro
contea il re d’Armenia, è piena di fraude, e come con inganno, e non con forza,
gli fa occupare il suo regno; e non conchiude altro per tale azione, se non che
ad un principe che voglia fare gran cose, è necessario imparare a ingannare.
Fagli, olirà di questo, ingannare
Ciassare, re de’Medi, suo zio materno, in più modi; senza la quale fraude
mostra che Ciro non poteva pervenire a quella grandezza che venne. Nè credo che
si truovi mai alcuno constiluito in bassa fortuna, pervenuto a grande imperio
solo colla forza aperta ed ingenuamente, ma sì bene solo colla fraude: come fa Galeazzo
per tor lo Stato e lo imperio di Lombardia a messer Bernabò suo zio. E quei che sono necessitati
fare i principi ne’principi! degli augumenti loro, sono ancora necessitate a
fare le repubbliche, infimo che le sieno diventate potenti, e che basti la
forza sola. E perchè Roma tenne in ogni parte, o per sorte o per elezione,
tutti i modi necessari a venire a grandezza, non mancò ancora di questo. Nè
potè usare, nel principio, il maggiore inganno,
che pigliare il modo di sopra discorso da noi, di farsi compagni; perchè
sotto questo nome se li fece servi: come furono i Latini, ed altri popoli
all’intorno. Perchè prima si valse dell’arme loro in domare i popoli convicini,
e pigliare la riputazione dello Stato: di poi, domatogli, venne in tanto
augumento, che la poteva battere ciascuno. Ed i Latini non si avviddono mai di
essere al tutto servi, se non poi che
viddono dare due rotte ni Sanniti, e costrettigli ad accordo. La (piale
vittoria, come ella accrebbe gran riputazione ai Romani eoi principi longinqui,
clic mediante quella sentirono il nome romano e non l’armi; così generò invidia
e sospetto in quelli che vedevano e sentivano l’armi, intra i quali furono i
Latini. E tanto potè questa invidia e questo timore, che non solo i Latini, ma le colonie che essi avevano in
Lazio, insieme con i Campani, stati poco innanti difesi, congiurarono contra al
nome romano. E mossono questa guerra i Latini nel modo che si dice di sopra,
che si muovono la maggior parte delle guerre, assaltando non i Romani, ma
difendendo i Sidicini contra ai Sanniti; a’quali i Sanniti facevano guerra con
licenza de’Romani. E che sia vero che i Latini si movessino per avere conosciuto
questo inganno, lo dimostra L. nello bocca di Annio Setiuo pretore latino, il
quale nel consiglio loro disse queste parole: Nam, si etìam mine sub umbra
feederis cequi servitutem pati possumus etc. Yedesi pertanto i Romani ne’primi
augumenti loro non essere mancati eziam della fraude; la quale fu sempre
necessaria ad usare a coloro che di piccoli principii vogliono a sublimi gradi
salire: la quale è meno vituperabile quanto è più coperta, come fu questa
de’Romani. Ingannatisi molte volle gli uomini j credendo coll’umilila vincere
la superbia.Vedesi molle volte come l’umilila non solamente non giova, ma
nuoce, massimamente usandola cogl’uomini insolenti, che, o per invidia o per
altra cagione, hanno concetto odio teco.
Di che ne fa fede lo istorico nostro in questa cagione di guerra intra i Romani
ed i Latini. Perchè, dolendosi i Sanniti con i Romani, che i Latini gli avevano
assaltati, i Romani non vollono proibire ai Latini tal guerra, desiderando non
gli irritare: il che non solamente non gli irritò, ma gli fece diventare più
animosi contro a loro, e si scopersono più presto inimici. Di che ne fanno fede le parole usate dal prefato Annio
pretore latino nel medesimo concilio, dove dice: Tentaslis patientiam negando
mililem: (jais dubitai cxarsisse eos ? Pcrtulerunt (amen hunc dolorem. Excrcitus nos parare adversus
Snmnilcs feederatos suos audierunl, ncc mnverunt se ab urbe. I Inde hcec
illis tanta modestia j, ni si a eonscienlia virium, et n os trarum, et suarum? Conoscesi, pertanto, chiarissimo per questo testo,
quanto la pazienza de’Romani accrebbe l’arroganza de’Latini. E però, mai uno
principe debbe volere mancare del grado suo, e non debbe mai lasciare alcuna
cosa d’accordo, volendola lasciare onorevolmente, se non quando e’la può, o
e’si crede che la possa tenere: perchè gli è meglio quasi sempre, sendosi
condotta la cosa in termine che tu non
la possa lasciare nel modo detto, lasciarsela torre colle forze che con
la paura delle forze. Perchè se tu la lasci con In paura, lo fai per levarli la
guerra, ed il più delle volte non te la lievi: perche colui a chi tu arai con
una viltà scoperta concesso quella, non starà saldo, rao ti vorrà torre delle
altre cose, e si accenderà più contra di te, stimandoti meno; e dall'altra
parte, in tuo favore troverai i difensori più freddi, parendo loro che tu sia o
debole, o vile: ma se tu, subito scoperta la voglia dello avversario, prepari
le forze, ancoraché le siano inferiori a lui quello ti comincia a stimare;
stimanti più gli altri principi allo intorno; ed a tale viene voglia di
aiutarti, sendo in su P arme, che abbandonandoti non ti aiuterebbe mai. Questo
si intende quando tu abbia uno inimico; ma
quando ne avessi più, rendere delle cose che tu possedessi ad al’euno di
loro per riguadagnarselo, ancoraché fusse di già scoperta la guerra, e per
smembrarlo dagli altri confederati tuoi inimici, fia sempre partito prudente.
Gli Stati deboli sempre fieno ambigui nel risolversi: e sempre le deliberazioni
lente sono nocive.in questa medesima materia, ed in questi medesimi principi! di
guerra intra i Latini ed i Romani, si
può notare come in ogni consulta è bene venire allo individuo di quello die si
ha a deliberare, e non stare sempre in ambiguo, nè in su lo incerto della cosa.
Il che si vede manifesto nella consulta che feciono i Latini, quando
c’pensavano alienarsi da’Romani. Perchè avendo presentito questo cattivo umore
che ne’popoli latini era entrato, i Romani, per
eertificarsi della cosa, c per
vedere se potevano senza mettere mano all’arme riguadagnarsi quelli popoli, fecero loro intendere, come
e’mandassero a Roma otto cittadini, perchè avevano a consullare colloro. I
Latini, inteso questo ed avendo conscienza di molte cose fatte centra alla
voglia de’Romani, fcciono consiglio per ordinare chi dovesse ire a Roma, e
dargli commissione di quello ch’egli
avesse a dire. Estando nel consiglio in questa disputa, ANNIO loro pretore
disse queste parole: Ad sumiuam veruni nostrarum pertinerc arbitrar, ut
vogilctis magis, quid agendum nobis, quam quid loqucndum sii. Facile crii,
cxphcatis consiliis j accommodarc rebus nerba. Sono, senza dubbio, queste
parole verissime, e debbono essere da ogni principe e da ogni repubblica gustate: perchè nell’ambiguità e nell’incertitudine
di quello che altri voglia fare, non si sanno accomodare le parole; ma fermo
una volta 1’animo, e deliberalo quello sia da eseguire, è facil cosa trovarvi
le parole, lo ho notato questa parte più volentieri, quanto io ho molte volte
conosciuto tale ambiguità avere nociuto alle pubbliche azioni, con danno i’con
vergogna della repubblica nostra. E
sempre mai avverrà, che ne’partiti ilubbii, e dove bisogni animo a
deliberargli, sarà questa ambiguità, quando abbino ad esser consigliati e
deliberati d’uomini deboli. Non sono meno nocive ancora le deliberazioni lente
e tarde, che ambigue; massime quelle che si hanno a deliberare in favore di
alcuno amico: perchè colla lentezza loro non si aiuta persona, e nuocesi a sè
mede simo. Queste deliberazioni così fatte procedono o da debolezza d’animo e
ili forze, o da malignità di coloro che hanno a deliberare; i quali, mossi
dalla passimi propria di volere rovinare lo Stato o adempire qualche suo
desiderio, non lasciano seguire la deliberazione, ma la impediscono e l’attraversano.
Perchè i buoni cittadini, ancora che vegghino una foga popolare voltarsi alla
parte perniciosa, mai impediranno il
deliberare, massime di quelle cose che non aspettano tempo. Morto che fu
Girolamo liranno in Siracusa, essendo la guerra grande intra i Cartaginesi ed i
Romani, vennono i Siracusani in disputa se dovevano seguire l’amicizia romana o
la cartaginese. E tanto era l’ardore delle parti che la cosa sta ambigua, uè se
ne prende alcuno partito; insino a tanto che
Apollonide, uno de’primi in Siracusa, con una sua orazione piena di
prudenza, mostrò come non era da biasmare chi teneva E oppinione ili aderirsi
ai Romani, nè quelli che volevano seguire la
parte cartaginese; ma era bene da detestare quell’ambiguità e tardità di
pigliare il partito, perchè vede al tutto in tale ambiguità la rovina della
repubblica; ma preso che si fusse il partito,
qualunque e’si fosse, si poteva sperare qualche bene. Nè potrebbe mostrare
più L.
che si faccia in questa parte, il danno che si tira dietro lo stare
sospeso. Dimostralo ancora in questo caso de’Latini: perchè, sendo i Latini
ricerchi da loro gli stessine neutrali, e che il re venendo in Italia gli
avesse a mantenere nello Stato e ricevere in proiezione: e dette tempo un mese
alla città a ratificarlo. Fu differita tale ratificazione da chi per poca prudenza
favoriva le cose di Lodovico: intantoehè, il re già sendo in su la vittoria, e
volendo poi i Fiorentini ratificare, non fu la ratificazione accettata; come
quello che conobbe i Fiorentini essere venuti forzati, e non voluntari nella
amicizia sua. Il che costò alla città di Firenze assai danari, e fu per perdere
lo Stato: come poi altra volta per simile causa li intervenne. E tanto più fu
dannabile quel partito, perchè non si servi ancora il duca Lodovico; il quale
se avesse vinto, arebbe mostri molti più segni d’inimicizia conira ai Fiorentini, che non fece il re. E
benché del male che nasce alle repubbliche di questa debolezza se ne sia di
sopra in uno altro capitolo discorso; nondimeno, avendone di nuovo occasione
per un nuovo accidente, ho voluto replicarne,
parendomi, massime, materia che debba esser dalie repubbliche simili alla
nostra notala. Quanto i soldati ne’nostri tempi si disformino dall’anttcht
ordini. ha più importante giornata che fu mai fatta in alcuna guerra con alcuna
nazione dal Popolo romano, fu questa che ei fece con i popoli latini, nel
consolato di Torquato e di Decio. Perchè ogni
ragione vuole, che cosi come i Latini per averla perduta diventarono
servi, così sarebbono stati servi i Romani, quando non l’avessino vinta. E di
questa oppinone è L.; perchè in ogni parte fa gl’eserciti pari d’ordine, di
virtù, d’ostinazione c di numero: solo
vi fa differenza, che i capi dell’esercito romano furono più irtuosi che quelli dell’esercito latino.
Yedesi ancora come nel maneggio di
questa giornata nacquero duoi accidenti non prima nati, e che di poi hanno rari
esempi: che de’duoi Consoli, per tenere fermi gl’animi de’soldati, ed
ubbidienti al comandamento loro, e diliberati al combattere, 1’uno ammazzò sè
stesso, e I’altro il figliuolo. La parità, che L. dice essere in questi
eserciti, era che, per avere militato gran tempo insieme, erano pari di lingua,
d’ordine e d’arme: perchè nell’ordinare la zuffa tenevano uno modo medesimo $ e
gl’ordini ed i capi degl’ordini avevano medesimi nomi. Era dunque necessario,
sondo di pari forze e di pari virtù, che nascesse qualche cosa istraordinaria,
che fermasse e facesse più ostinati gl’animi dell’uno che dell’altro: nella
quale ostinazione consiste, come altre volte si è detto, la vittoria; perchè,
mentre che la dura ne’petti di quelli
che combattono, mai non danno volta gl’eserciti. E perchè la durasse più
ne’petti de’Romani che de’Latini, parte la sorte, parte la virtù de’Consoli
fece nascere, che Torquato ebbe ad ammazzare il figliuolo, e Decio sè stesso.
Mostra L., nel mostrare questa purililà di forze, tutto l’ordine che tenevano i
Romani nell’eserciti e nelle zuffe. Il quale esplicando egli largamente, non replicherò altrimenti; ma
solo discorrerò quello che io vi giudico notabile, e quello che per essere
negletto da tutti i capitani di questi tempi, ha fatto negli eserciti e nelle
zuffe di molti disordini. Dico, adunque, che per il testo di Livio si
raccoglie, come lo esercito romano aveva tre divisioni principali, le quali
toscanamente si possono chiamare tre schiere; e nominavano la prima astati, la
seconda principi, la terza triarii: e ciascuna di queste aveva i suoi cavalli.
Nell’ordinare una zuffa, ei mettevano gl’astatiinnanzi; nel secondo luogo, per
diritto, dietro alle spalle di quelli, ponevano i principi; nel terzo, pure nel
mede»imo filo, collocano i triadi. I cavalli di tulli questi ordini gli
ponevano a destra ed a sinistra di queste tre battaglie; le schiere de’quali cavalli, dalla forma loro e dal luogo, si
chiamavano alce, perchè parevano come due alie di quel corpo. Ordinavano la
prima schiera delli astati, che era nella fronte, serrata in modo insieme che
la potesse spignere e sostenere il nimico. La seconda schiera de’principi,
perchè non era la prima a combattere, ma bene le conveniva soccorrere alla
prima quando fusse battuta o urtata, non la
facevano stretta, ma mantenevano i suoi ordini radi, e di qualità che la
potesse ricevere in sè senza disordinarsi la prima, qualunque volta, spinta dal
nimico, fusse necessitata ritirarsi. La terza schiera de’triadi aveva ancora gl’ordini
più radi che la seconda, per potere ricevere in sè, bisognando, le due prime
schiere de’principi e degli astati. Collocate, dunque, queste schiere in
questa forma, appiccavano la zuffa: e se
gl’astati erano sforzati o vinti, si ritiravano nella radila degl’ordini
de’principi; e tuttiinsieme uniti, fatto di due schiere un J corpo,
rappiccavano la zuffa: se questi ancora erano ributtati e sforzati, si
ritiravano tutti nella radila degl’ordini de’trioni; e tutte tre le schiere
diventate un corpo, rinnovavano la zuffa: dove essendo superati, per non avere
più da rifarsi, perdeno la giornata. E
perchè ogni volta che questa ultima schiera de’triarii si adopera, lo esercito
era in pericolo, ne nacque quel proverbio: Res redacta est ad triarios; che ad
uso toscano vuol dire: Noi abbiamo messo I’ultima posta. I capitani dei nostri
tempi, come egli hanno abbandonato tutti gli altri ordini, e della antica
disciplina ei non ne osservano parte alcuna, cosi hanno abbandonata questa parte, la quale non è di
poca importanza: perchè chi si ordina da potersi nelle giornate rifare tre
volte, ha ad avere tre volte inimica la fortuna a volere perdere, ed ha ad
avere per riscontro una virtù che sia atta tre volte a vincerlo. Ma chi non sta
se non in su M primo urto, come stanno oggi gli eserciti cristiani, può
facilmente perdere; perchè ogni disordine, ogni
mezzana virtù gli può torre la vittoria. Quello che fa agli eserciti
nostri mancare di potersi rifare tre volte, è lo avere perduto il modo di
ricevere I una schiera uelP altra. Il che nasce perchè al presente sf ordinano
le giornate con uno di questi duoi disordini: o ei mettono le loro schiere a
spalle P una delP altra, e fanno la loro
battaglia larga per traverso, e sottile per diritto; il che la fa più debole, per aver poco dal petto alle schiene.
E quando pure, per farla più forte, ei riducono le schiere per il verso de’
Romani, se la prima fronte è rotta, non avendo ordine di essere ricevuta dalla
seconda, s’ingarbugliano insieme tutte, e rompono sè medesime: perché se quella
dinanzi è spinta, ella urta la seconda; se la seconda si vuol far innanzi, ella
è impedita dalla prima: donde che
urlando la prima la seconda, e la seconda la terza, ne nasce tanta
confusione, che spesso uno minimo accidente rovina uno esercito. Gli eserciti
spagnuoli e franciosi nella zuffa di Ravenna, dove mori monsignor de Pois,
capitano delle genti di Prandi (la quale fu, secondo i nostri tempi, assai bene
combattuta giornata) s’ordinarono con uno de’soprascritti modi; cioè clic l’uno
e1’altro esercito venne con tutte le sue genti ordinate a spalle: in modo che non
venivano avere nè 1’uno nè 1’altro se non una fronte, ed erano assai più per il
traverso cìie per il diritto. E questo avviene loro sempre dove egli hanno la
campagna grande, come gli avevano a Ravenna: perché, conoscendo il disordine
che fanno nel ritirarsi, mettendosi per un filo, lo fuggouo quando e’possono
col fare la fronte larga, coni’ t detto;
ma quando il paese gli ristringe, si stanno nel disordine soprascritto, senza
pensare il rimedio. Con questo medesimo disordine cavalcano per il paese
inimico, o se e’predano, o se e’ fanno altro maneggio di guerra. Ed a santo
Regolo in quel di Pisa, ed altrove, dove i Fiorentini furono rotti da' Pisani
ne’tempi della guerra che fu tra i Fiorentini e quella città, per la sua ribellione dopo la passata
di Carlo re di Francia in Italia, non nacque tal rovina d’altronde, clic dalla
cavalleria amica; la quale sendo davanti e ributtata da’nimici, percosse nella
fanteria fiorentina, e quella ruppe: donde tutto il restante delle genti
dierono volta: e messcr Ciriaco dal Borgo, capo antico delle fanterie
fiorentine, ha affermato alla presenza mia molte volle, non essere mai stato rotto se non dalla
cavalleria degli amici. 1 Svizzeri, che sono i maestri delle moderne guerre,
quando ei militano coi Franciosi, sopra
tulle le cose hanno cura di mettersi in lato, che la cavalleria amica, se fusse
ributtata, non gli urti. E benché queste cose paiano facili ad intendere, e
facilissime a farsi; nondimeno non si è trovato ancora alcuuo de’nostri
contemporanei capitani, che gl’antichi
ordini imiti, e gli moderni corregga. E benché gl’abbino ancora loro tripartito
l’esercito, chiamando 1’una parte antiguardo, l’altra battaglia e l’altra
retroguardo; non se ne servono ad altro che a comandargli nelli alloggiamenti: ma nello adoperargli, rade
volte è, come di sopra è detto, che a tutti questi corpi non faccino correre
una medesima fortuna. E perchè molti,
per scusare l’ignoranza loro, allegano che la violenza dell’artiglierie non
patisce che in questi tempi s’usino molti ordini degl’antichi, voglio disputare
questa materia, ed esaminare se l’artiglierie impediscono che non si possa
usare l’antica virtù. Quanto si debbino sii inave dagl’eserciti ne'presenti
tempi l’artiglierie; e se quella oppiatone che se ne ha in universale j è vera.
Considerando io, oltre alle cose soprascritte, quante zuffe campali (chiamate
ne’ nostri tempi, con vocabolo francioso, giornate, e dagl’Italiani fatti
d’arme) furono fatte dai Romani in
diversi tempi; mi è venuto in considerazione l’oppinione universale di molti,
che vuole che se in quelli tempi fussino state le artiglierie, non sarebbe
stato lecito a’Romani, nè sì facile,
pigliare le provincie; farsi
tributari i popoli, come e’feciono; nè arebbono in alcuno modo fatti si
gagliardi acquisti. Dicono aiTcora, che mediante questi instrumenti de’fuochi,
gli uomini non possono usare nè mostrare la virtù loro, come e’ potevano
anticamente. E soggiungono una terza cosa: che si viene con piu diflìeultà alle
giornale che non si veniva allora, nè vi si può tenere dentro quegli ordini
di quelli tempi; talché la guerra si
ridurrà col tempo in su le artiglierie. E giudicando non fuora di proposito
disputare se tali oppiuioui sono vere, e quanto l’artiglierie abbino cresciuto
o diminuito di forze agl’eserciti, e se le tolgano o danno occasione ai buoni
capitani d’operare virtuosamente; comiucerò a parlare quanto alla prima loro
oppinione: che gl’eserciti antichi romani non
arebbono fatto gl’acquisti che feciono, se l’artiglierie lussino state.
Sopra che, rispondendo, dico: come e’si fa guerra o per difendersi, o per
offendere; donde si ha prima ad esaminare a quale di questi duoi modi di guerra
le faccino più utile, o più danno. E benché sia che dire fla ogni parte, nondimeno io credo che senza comparazione
faccino più danno a chi si difende, che a chi
offende. La ragione che io ne dico è, che quel che si difende, o egli è
dentro a una terra, o egli è in su’campi dentro ad uno steccato. S’egli è
dentro ad una terra, o questa terra è piccola, come sono la maggior parte delle
fortezze, o la è grande. Nel primo caso, chi si difende è al tutto perduto,
perchè l’impeto delle artiglierie è tale che non trova muro, ancoraché
grossissimo, che in pochi giorni ei non abbatta; e se chi è dentro non ha buoni
spazi da ritirarsi e con fossi e con
ripari, si perde. Nè può sostenere 1’impeto del nimico che volesse di poi
entrare pella rottura del muro, nè a questo gli giova artiglieria ch’ha: perchè
questa è una massima, che dove gl’uomini in frotta e con impeto possono andare,
l’artiglierie non gli sostengono. Però i furori oltramontani nella difesa delle
terre non sono sostenuti: son bene sostenuti gl’assalti italiani, i quali non
in frolla, ma spicciolati si conducono alle battaglie, le quali loro, per nome
mollo proprio, chiamano scaramuccio. E qucsli che vanno con questo disordine e
questa freddezza ad una rottura d’un muro dove sia artiglierie,
vanno ad una manifesta morte, c conira a loro l’artiglierie vogliono: ma
quelli clic in frotta condensati, e che l’uno spinge l’altro, vengono ad una
rottura, se non sono sostenuti o da fossi o da ripari, entrano in ogni
luogo, e l’artiglierie non gli tengono; e se ne muore qualcuno, non possono
essere tanti che gl’impedischino la vittoria. Questo esser vero, si è
conosciuto in molte espugnazioni fatte dagl’oltramontani IN ITALIA, e massime
in quella di BRESCIA: perchè, sendosi quella terra ribellata da’Franciosi, e
tenendosi ancora per il re della Gallia
la fortezza, hanno I VENEZIANI, per sostenere l’impeto che ila quella potesse
venire nella terra, munita tutta la strada d’artiglierie che dalla fortezza
alla città scende, e postane a fronte e ne’fianchi, ed in ogni altro luogo
opportuno. Delle quali monsignor di Fois non fa alcuno conto; anzi quello con
il suo squadrone, disceso a piede, passando pel mezzo di quelle, occupa la città, nè per quelle si sentì
eli’egli avesse ricevuto alcuno
memorabile danno. Talché, chi si difende in una terra piccola, conte è detto, e
trovisi le mura in terra, e non ha spazio di ritirarsi con i ripari e con
fossi, ed hasi a fidare in su l’artiglierie, si perde subito. Se tu difendi
tuta terra gronde, e che tu hai comodità di ritirarti, sono nondiinanco senza
comparazione più utili l’artiglierie a chi è di fuori, che a chi è dentro.
Prima, perchè a volere ch’una artiglieria nuoca a quelli che sono di fuora, tu
sei necessitato levarti con essa dal piano della terra; perchè, stando in sul
piano, ogni poco d’argine e di riparo che il nimico fa, rimane sicuro, e tu non
gli puoi nuocere. Tanto che avendoti ad alzare, e tirarti sul corridoio delle mura,
o in qualunque modo levarti da terra, tu
ti tiri dietro due difficoltà. La prima, che non puoi condurvi artiglieria
della grossezza e della potenza che può trarre colui di fuora, non si potendo
ne’piccoli spazi maneggiare le cose grandi. L’altra, che quando bene tu ve la
potessi condurre, tu non puoi fare quelli ripari fedeli e sicuri, per salvare
detta artiglieria, che possono fare quelli di fuora, essendo in su terreno, ed
avendo quelle comodità e quello spazio
che loro medesimi vogliono: talmentechè, gli è impossibile a chi difende una
terra, tenere l’artiglierie ne’luoghi alti, quando quelli che soli di fuora
abbino assai artiglierie e polenti; e se egli hanno a venire con essa ne’luoghi
bassi, ella diventa in buona parte inutile. Talché la difesa della città si ha
a ridurre a difenderla colle braccia, come anticamente si fa, e colla artiglieria minuta: di che se si
trae un poco d’utilità rispetto a quella artiglieria minuta, se ne cava
incomodità che contrappesa alia comodità della artiglieria; perchè, rispetto a
quella, si riducono le mura delle terre, basse e quasi sotterrate ne’fossi:
talché, com’e’si viene alle battaglie di mano, o per essere battute le mura o
per essere ripieni i fossi, ha chi è dentro molti più disavvantaggi che non ha allora. E però si
disse giovano questi instrumenti molto più a chi campeggia le terre che a chi è
campeggiato. Quanto alla cosa di ridursi in uno campo dentro ad uno steccato
per non fare giornata, se non a tua comodità o vantaggio. Dico che in questa
parte tu non hai più rimedio ordinariamente a difenderti di non combattere, che
s’avessino gl’antichi; e qualche volta,
per conto dell’artiglierie, hai maggiore disavvantaggio. Per chè, s’il nimico
ti giunge addosso, ed ha un poco di vantaggio del paese, come può facilmente
intervenire; e truovìsi più alto di te; o che nello arrivare alio tu non hai
ancora fatti i gini, e copertoli bene con que luto, e senza che tu hai alcun ti
disalloggia, e sei forzato usci fortezze tue, e venire alla zuffa intervenne
agli Spagnuoli nel nata di RAVENNA i
quali essent nili tra il fiume del Ronco ed gine, per non l’avere tirato U che bastasse, e per avere i Frai poco il vantaggio del
terreno, constretti dall’artiglierie usci fortezze loro, e venire alla zi dato,
come il più delle volte de sere, che il luogo che tu hai coll campo è più
eminenti altri all’incontro, e che gli ar; sino buoni e sicuri, tale che, r il
sito e 1’altre tue preparazio miro non ardisse d’assaltarti; in questo caso a
quelli modi c cainente si veniva, quando uno il suo esercito in lato da non pi
sere offeso: i quali sono, co paese, pigliare o campeggiare le terre tue
amiche, impedirti le vettovaglie; tanto che tu sarai forzato da qualche necessità
a disalloggiare, e venire a giornata; dove l’artiglierie non operano molto.
Considerato, adunque, di quali ragioni guerre feciono i Romani, e reggendo come
ei feciono quasi tutte le lor guerre per offendere altrui, e non per difender
loro; si vedrà, quando sieno vere le cose dette di sopra, come quelli arebbono
avuto più vantaggio, e piu presto arebbono fatto i loro acquisti, se le fussino
state in quelli tempi. Quanto alla seconda cosa, che gl’uomini non possono
mostrare la virtù loro, come ei potevano
anticamente, mediante l’artiglieria; dico eh’egli è vero, che dove gl’uomini
spicciolati si hanno a mostrare, eh’e’portano più pericoli che allora, quando avessino
a scalare una terra, o fare simili assalti, dove gl’uomini non ristretti
insieme, ma di per sè 1’uno dall’altro avessiuo a comparire. E vero die gli
capitoni e capi degli stanno sottoposti più al perii! morte che allora, potendo
esser con le artiglierie in ogni lu giova loro lo essere nelle ultii «Ire, e
muniti di uomini fortissi dimeno si vede che l’uno c P questi duoi pericoli
fanno ra danni istraordinari: perchè munite bene non si scalano, i con assalti
deboli ad assaltarh volerle espugnare, si riduce la una ossidionc, come
anticamen ceva. Ed in quelle clic pure pe si espugnano, non sono molto i pericoli che allora: perchè n cavano
anche in quel tempo a fendeva le terre, cose da trarre se non erano si furiose,
facevam all’ammazzare gli uomini, *il s fello. Quanto alla morte de’ci
de’condottieri, ce ne sono, in v tro anni
che sono state le guerre simi tempi in Italia, meno esempi, che non era
in dieci anni di tempo appresso agii antichi. Perchè, dal conte Lodovico
della Mirandola, che morì a Ferrara
quando i Veniziani pochi anni sono assaltarono quello Stato, ed il Duca di
Nemors, che muore alla Ciriguuola, in fuori; non è occorso che d’artiglierie ne
sia morto alcuno; percdiè monsignor di Pois a Ravenna mori di ferro, e non di
fuoco. Tanto che, se gli uomini non dimostrano particolarmente la loro virtù,
nasce non dalle artiglierie, ma dai cattivi ordini, e dalla debolezza degli
eserciti; i quali, mancando di virtù nel tutto, non la possono dimostrare nella
parte. Quanto alla terza cosa detta da costoro, che non si possa venire alle
mani, fc che la guerra si condurrà tutta in su P artiglierie, dico questa
oppinione essere al tutto falsa; e così ila sempre tenuta da coloro che secondo
P antica virtù vorranno adoperare gli eserciti loro. Perchè, chi vuole fare uno esercito buono, gli
conviene, con eser più apertamente questo errore, mare più i cavalli che le
fantei uno altro essempio romano. E Romani a campo a Sora, ed i usciti fuori
della terra una tu cavalli per assaltare il campo, fece all’incontro il Maestro
de romano con la sua cavalleria, e di petto, la sorte dette che nel scontro i
capi dell’uno e dell’alticito morirono; e restali gli alti’governo, e durando nondimeno I i
Romani per superare più faclo inimico, scesono a piede, e cc sono i cavalieri
nimici, se si voi fendere, a fare il simile: e co questo, i Romani ne
riportarom toria. Non può esser questo eì maggiore in dimostrare quanto virtù
nelle fantericche ne’cavag che se nelle altre fazioni i Con cevano discendere i
cavalieri i era per soccorrere alle fanterie i tivano, e che avevano bisogno
ili aiuto; ma in questo luogo e’discesono, non per soccorrere alle fanterie nè
per eombattere con uomini a piè de’nimici, ma combattendo a cavallo co’cavalli,
giudicareno, non potendo superargli a cavallo, potere scendendo più facilmente
vincergli. Io voglio adunque conchiudere, che una fanteria ordinata non possa
senza grandissima diffìcultà esser
superata, se non da una altra fanteria. Crasso e Marc’Antonio romani
corsone per il dominio de’Parti molte giornate con pochissimi cavalli ed assai
fanteria, ed all’incontro avevano innumerabili cavalli de’Parti. Crasso vi
rimase con parte dello esercito morto. Marc’Antonio virtuosamente si salvò.
Nondimanco, in queste afflizioni romane si vede quanto le fanterie prevalevano
ai cavalli: perchè essendo in un paese largo, dove i monti son radi, ed i fiumi
radissimi, le marine longinque, e discosto da ogni comodità; nondimanco
Marc’Antonio, al giudicio de’Parti medesimi, mente si salvò; nè mai ebbe tutta
la cavalleria pnrtica te ordini dello esercito suo. Se rimase, chi leggerà bene
le s vedrà come e’vi fu piuttosto che forzato: nè mai, in tutti sordini, i
Parti ardirono di uri sempre andando
costeggiando pedendogli le vettovaglie, prò gli e non gli osservando, lo et od
una estrema miseria. Io avere a durare più fatica in p quanto la virtù delle
fanterie lente ebe quella de’cavalli, fussino assai moderni essenv rendono
testimonianza pieniss è veduto novemila Svizzeri i da noi di sopra allegata,
and frontale diecimila cavalli ed fanti, e vincergli: perchè i cf li potevano offendere: i fanti, ] gente in buona
parte guascoi ordinata, stimavano poco. Yi ventiseimila Svizzeri andare a
trovare sopra Milano Francesco re di Francia, che aveva seco ventimila cavalli,
quarantamila fanti e cento carra d’artiglieria; e se non vinsono la giornata
come a Novara, combatterono due giorni virtuosamente; e dipoi, rotti che
furono, la metà di loro si salvarono.
Presunse Marco Regolo Attilio, non solo con la fanteria sua sostenere i
cavalli, ma gli elefanti; e se il disegno non gli riuscì, non fu però che la
virtù della sua fanteria non fusse tanta, che ei non confidasse tanto in lei
che credesse superare quella difficoltà. Replico, pertanto, che a voler
superare i fanti ordinati, è necessario opporre loro fanti meglio ordinati di
quelli: altrimenti, si va ad una perdita
manifesta. Ne’tempi di FilippoVisconti, duca di Milano, scesouo ili Lombardia
circa sedicimila Svizzeri: donde il Duca avendo per capitano allora il
Carmignuola, lo manda con circa mille cavalli e pochi fanti allo incontro loro.
Costui non sappiendo combatter loro, n’anda ad inc nari o d’amici ei non può
tenere lungamente tale esercito, è matto al tuttose non tenta la fortuna
innanzi che tale esercito s’abbia a risolvere: perchèaspettando, ei perde al
certo; tentando, potrebbe vincere.
Un’altra cosa ci è ancora da stimare assai: la quale è, che si debbe,
eziandio perdendo, volere acquistar gloria; e più gloria si ha adesser vinto
per forza, che per altro inconveniente che t’abbia fatto perdere. Sì ch’Annibaie
dove essere constretto la queste necessità. E dì Scipione, quando Anuibaferita
la giornata, e non stalo l’animo andarlo a tghi forti, non pativa, pevinto
Siface, e acquistate Affrica, che vi poteva sta comodità come in Italia, terveniva
ad Annibaie, ql’incontro di Fabio; nèciosi, che erano all’inctzio. Tanto meno
ancoragiornata colui che coll’il paese altrui; perchè, trare nel paese del
niiviene quando il nimico scontro, azzuffarsi seco; er la più corta, e per
vincere ogni di (Tic ulta nè dar tempo
al marchese a diliberarsi, ad un tratto mossele sue genti per quella via, cd al
marchese significa gli mandasse le chiavi diquel passo. Talché il marchese,
occupato da questa subita diliberazione, glimandò le chiavi: le quali mai gli
arebbemandate se Pois più lepidamente si fusscgovernato, essendo quel marchese
in legaeoi papa e coi Viniziani, ed avendo uusuo figliuolo nelle mani del papa;
le quali cose gli danno molte oneste scuse a negarle. Ma assaltato dal subito partito, pelle
cagioni che di sopra si dicono, le concesse. Cosi feciono i Toscanie o i Sanniti, avendo pella presenza dell’esercito
di Sannio preso quelle arme che gli avevano negato per altri tempi pigliare. Qual
sia miglior partito nelle giornale, o sostenere lf impeto de’nimicij c
sostenuto urtargli; ovvero dapprima con furia assaltargli. Erano Decio e Fabio,
consoli romani, con due eserciti all’incontro degli eserciti dei Sanniti e dei
Toscani; e venendoalla zuffa ed alla giornata insieme, è danotare in tal
fazione, quale di due diversi modi di procedere tenuti dai dueConsoli sia
migliore. Perchè Decio conogni impeto e cor ogni suo sforzo assalta il nimico; Fabio solamente lo sostenne,
giudicando V assalto lento essere più utile, riserbando l'impeto
suonell’ultimo, quando il nimico avesse perduto il primo ardore del combattere,
e come noi diciamo, la sua foga. Dove si vede, per il successo della eosa, che
a Fabio riuscì molto meglio il disegno che a Decio: il quale si straccònei
primi impeti; in modo che, vedendo la banda sua
piuttosto in volta diealtrimenti, per acquistare con la morte quella
gloria alla quale colla vittorianon aveva potuto aggiungere, ad imitazione del
padre sacrificò sè stesso perle romane legioni. La qual cosa intesada Fabio,
per non acquistare manco onore vivendo, che s’avesse il suo collega acquistato
morendo, spinse innanzi tutte quelle forze che s’aveva a tale necessità riservate;
donde ne riportò una felicissima
vittoria. Di qui si vede che’l modo del procedere di Fubio è più sicuro e più
imitabile. Donde nasce che una famìglia iìi una città tiene un tempo imedesimi
costumi. E’pare clic non solamente 1’una città dall’altra abbi certi modi ed
institutidiversi, e procrei uomini o più duri opiù effeminati. Ma nella
medesima città si vede tal differenza esser nelle fumiglie l’una dall’altra. H che si riscontraessere vero in ogni città,
e nella città di Roma se ne leggono
assai essempi:perché e’si vede i
Manlii essere statiduri ed ostinati, i Pubi icoli uomini benigni ed amatori del
popolo, gli Appiiambiziosi e nimici della Plebe: e cosimolte altre famiglie
avere avute ciascunale qualità sue spartite dall’altre. La qualcosa non può nascere
solamente dal sangue, perchè e’conviene eh’ei varii mediante la diversità dei
matrimoni; ma è necessario venga dalla diversa educazione che ha una
famiglia dall’altra. Perchè gl’importa
assai che un giovanetto dai teneri anni cominci a sentirdire bene o male di una
cosa; perchè conviene che di necessità ne faccia impressione, e da quella poi
regoli il modo del procedere in tutti i tempi della vita sua. E se questo non fosse, sarebbe impossibile che
tutti gl’Appii avessino avuta la medesima voglia, c Rissino statiagitati dalle
medesime passioni, come nota L. in molti
di loro: e per ultimo, essendo uno di loro fatto Censore, ed avendo il suo
collega alla fine de’diciotto mesi, come ne dispone la legge, deposto il
magistrato, Àppio non lo volle deporre, dicendo che lo poteva tenere cinque
anni secondo la prima legge ordinata dai Censori. E benchésopra questo
se ne facessero
assai concioni, e se ne
generassino assai tumulti, non pertanto ci'fu mai rimedio che volesse deporlo,
conira alla volontà delPopolo e della
maggior parte del Senato. E chi leggerà
l’orazione che gli fece contro Publio Sempronio tribuno della plebe, vi
noterà tutte l’insolenze oppiane, e tulle le bontà ed umanità usale da infiniti
cittadini per ubbidire alle leggi e dagl’auspicii della loro patria. Che un
buon cittadino per amore della patria debbo dimenticare l’ingiurie’
private.Era Manlio consolo
con l’esercito conira ai Sanniti ed essendo stato in una zuffa
ferito, e per questo portando legenti sue pericolo, giudicò il Senato esser
necessario mandarvi Papirio Cursore dittatore, per sopplire ai difetti del Consolo.
Ed essendo necessario che’l Dittatore fusse nominato da Fabio, il quale era con
gli eserciti in Toscana; e dubitando, per essergli nimico, che non volesse
nominarlo; gli mandarono i Senatori due
ambasciadori a pregarlo, che,posti
da parte gli
privati odii, dovesseper
benefìzio pubblico nominarlo. Il che Fabio fece, mosso dalla
carità della patria; ancora che col tacere e con molti altri modi facesse segno
che tale nominazione gli premesse. Dal quale debbono pigliare essempio tutti
quelli, che cercano d’essere tenuti buoni cittadini. Quando si vede fareuno
errore grande ad un nimico, si debbe credere che vi sia sono inganno. Essendo
rintaso Fulvio Legato nello esercito che i Romani avevano in Toscana, per esser
ito il
Consolo per alcune cerimonie a
Roma; i Toscani, per vedere se potevano avere quello alla tratta, posono un
aguato propinquo ai campi romani, e mandarono alcuni soldati con veste di
pastori con assai armento, e gli feciono
venire alla vista dell’esercito romano: i quali così travestiti s’accostarono
allo steccato del campo; onde il Legato meravigliandosi di questa loro
presunzione, non gli patendo
ragionevole, tenne modo ch’egliscoperse la fraude; e cosi restò
il diigno de Toscani rotto. Qui si può comoramente notare, che un capitano
dieserciti non debbe prestar fede ad uno errore che evidentemente si vegga fare
al nimico: perchè sempre vi sarà sottofronde, non sendo ragionevole che gli uomini
siano tanto incauti. Ma spesso il disiderio del vincere acceca gl’animi degl’uomini,
che non veggono altro che quello pare facci per loro. I Franciosi avendo vinti i Romani ad Allia, e venendo a Roma, e
trovando le porte aperte e senza
guardia, stettero tutto quel giorno e la notte senza entrarvi, temendo di
fraude, e non potendo credere clic fusse tanta viltà c tanto poco consiglio ne’petti romani, che
gli nbbandonassino la patria. Quando nel 4508 s’andò per gli Fiorentini a Risa a
campo, Alfonso del Mutolo, cittadino
pisano, si trova prigione dei Fiorentini, e promise che s’egli era libero, darebbe
una porta di Pisa all’esercito fiorentino. Fu costui libero. Di poi, per
praticare la cosa, venne molte volte a parlare coi mandati dc’commissari; e
veniva non di nascosto, ma scoperto, ed accompagnato da’ Pisani; i quali
lasciava da parte, quando parla
eoi Fiorentini. Talmentechè si poteva conietturare il suo animo doppio; perchè
non era ragionevole, se la pratica fussc stata fedele, eh’ egli 1’ avesse
trattata sì alla scoperta. Ma il disiderio che s’aveva d’aver Pisa, accecò in
modo i Fiorentini, che condottisi coll’ordine suo alla porta a Lucca, vi
lasciarono più loro capi ed altre genti
con disonore loro, pel tradimento doppio che fece detto Alfonso. Una
repubblica, a volerla mantenere libera, ha ciascuno di bisogno di nuovi
provvedimenti; e per guali meriti Quinto Fabio fu chiamato Massimo. E di
necessità, come altre volte s’è letto, che ciascuno dì in una città grande
'taschino' accidenti che abbino bisogno elei medico; e secondo che gli
importano più, conviene trovare il medico più savio. E se in alcune città
nacquero mai simili accidenti, nacquero in t\oma e strani
ed insperati; come fu quello quando e’parve cha tutte le donne romane avessino
congiurato contra ai loro mariti d’ammazzargli: tante se ne trovò clic gli
avevano avvelenati, e tante eh’ avevano preparato il veleno per avvelenargli.
Come fu ancora quella congiura de’baccanali, clic si scopri nel tempo
dellaguerra macedonica, dove erano già
inviluppati molti migliaia d’uomini e di donne; e se la non si scopriva,
sarebbe stata pericolosa per quella città; o seppure i Romani non fussino stati
consueti a gasligare le muititudiui degl’uomini erranti: perchè, quando e’non
si vedesse per altri infiniti segni la grandezza di quella Repubblica, e la
potenza dell’esecuzioni sue, si vede per la qualità della pena che la
impone a chi erra. Nè
dubita far morire per via di giustizia
una legione intera
per volta, ed una
città tutta; e di
confinare ottoo diecimila uomini
con condizioni straordinarie, da non essere osservate da un solo, non che da
tanti: come intervennea quelli soldati che infelicement combatteno a
Canne, i quali confina in Sicilia, e
impose loro che non alkergassino in terre, e che mangiassino ritti. Ma di tutte
1’altre esecuzioni era terribile il decimare gl’eserciti, dove a scorte da
tutto uno esercito è morto d’ogni dieci uno. Nè si poteva, a gasligare una
multitudine, trovare più spaventevole punizione di questa. Perchè quando una
moltitudine erra, dove non sia 1’autore
certo, tutti non si possono gastigare, per esser troppi; punirne parte e parte
lasciare impuniti, si farebbe torto a quelli che si punissino, e gl’impuniti
arebbono animo di errare un’altra volta. Ma ammazzare la decima parte a sorte,
quando tutti la meritano, o, 1'è punito si duole della sorte; ehi non è punito,
ha paura che un’altra volta non tocchi alui, e guardasi di errare. Sono punite,
adunque, le venefiche e le baccanali secondo che meritano i peccali loro. K.
benché questi morbi in una repubblica faccino cattivi effetti, non sono a
morte, perchè sempre quasi s’ha tempo a correggerli: ma non s’ha già tempo in
quelli che riguardano lo stato, i quali se non sono da un prudente corretti, rovinano la città. Erano in
Roma, pella liberalità che i Romani usano di donare la civilità a’forestieri,
nate tante genti nuove, che le comincia avere tanta parte
ne’suffragi, che’l governo comincia a variare, e partivasi da quelle
cose e da quelli uomini dove era consueto andare. Di che accorgendosi Quinto Fabio
che è censore, mette tutte queste genti nuove da chi dipende questo disordine
sotto quattro tribù, acciocché non potessino, ridotte in si piccioli spazi, corrompere
tutta Roma. È questa cosa ben conosciuta da Fabio, e posto vi senza alterazione conveniente rimedio; il quale è
tanto accetto a quella civilità, che merita d’esser chiamato Masssirno. Machiavelli
a Zanobi Buondelmonti e Rucellai salute. Tito Livio. Keywords: filosofia
romana, Romolo, metafisica e storia, Grice, Strawson, Pears – when history came
o age. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Livio” – The SwmmingPool Library, Villa
Speranza. For H. P. G. Grice’s Gruppo di Gioco. Tito Livio.


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